GRICE ITALO A-Z M MI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mieli: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’uccello del
paradiso; ovvero, la lingua perduta del desiderio – la Paradisaeidae di Swinton
– la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Milano). Abstract. Grice: “Oxford was all-male – as I saw her. The
reasoning was that females like to marry, whether a philosopher was officially
deemed to remain a bachelor!” -- Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “Speranza has studied this;
he calls it ‘Dorothea Oxoniensis,’ and indeed it is a joint endeavour with C.
R. Stevenson – who *knows*!” -- «Spero che la lettura di questo libro favorisca
la liberazione del desiderio gay presso coloro che lo reprimono e aiuti quegli
omosessuali manifesti, che sono ancora schiavi del sentimento di colpevolezza
indotto dalla persecuzione sociale, a liberarsi della falsa colpa»
(Elementi di critica omosessuale. M Attivista e scrittore italiano, teorico
degli studi di genere. È considerato uno dei fondatori del movimento
omosessuale italiano, nonché uno tra i massimi teorici del pensiero
nell'attivismo omosessuale italiano. Legato al marxismo rivoluzionario, è noto
soprattutto come eponimo del Circolo di cultura omosessuale M. e per il suo
saggio Elementi di critica omosessuale pubblicato nella sua prima edizione da
Einaudi nel 1977. M. penultimo dei sette figli di Walter Mieli e di
Liderica Salina. Il padre, ebreo e originario di Alessandria d'Egitto, vive a
Milano dalla metà degli anni venti e aveva fondato con successo un'azienda di
filati, divenuta in seguito una delle più importanti nella torcitura e nella
lavorazione della seta. La madre, milanese, era insegnante di lingue.
Sposati, durante la seconda guerra mondiale i coniugi M. erano sfollati a Lora,
frazione di Como. Mario crebbe in questa cittadina, pur mantenendo forti legami
con Milano dove il padre continuava a lavorare e a risiedere. Il giovane
Mario si stabilì definitivamente nel capoluogo lombardo quando si iscrisse al
liceo classico Giuseppe Parini, raggiunto due anni dopo dalla sorella minore
Paola, alla quale fu sempre molto legato. Già in questi anni diede
dimostrazione della sua viva intelligenza e dichiarò la propria omosessualità.
Secondo quanto testimoniato dal compagno Milo De Angelis, nfondò un circolo di
poesia che divenne anche un luogo di incontro per omosessuali. Fu pienamente
coinvolto nella contestazione ed evocò questo periodo nel suo romanzo
autobiografico Il risveglio dei faraoni. A causa della sua miopia fu
esonerato dal servizio militare alla fine del liceo, si trasferì a Londra per
perfezionare l'inglese, come già avevano fatto altri suoi familiari. Qui
frequentò il "Gay Liberation Front" venendo a contatto con
l'attivismo omosessuale nella sua fase più intensa, subito dopo i moti di
Stonewall. Tornato in Italia, fu, insieme ad Angelo Pezzana, tra i soci
fondatori del celebre Fuori! a Torino, prima associazione italiana del
movimento di liberazione omosessuale italiano. Convinto assertore di una
rivoluzione gay in chiave marxista, si allontanò dal Fuori! insieme a tutta la
cellula milanese dell'associazione quando questa si legò al Partito
Radicale. Nello stesso anno fondò a Milano i Collettivi Omosessuali
Milanesi e i Collettivi parteciparono al Festival del proletariato giovanile di
Parco Lambro, dove Mieli lanciò dal palco lo slogan Lotta dura, Contronatura!.
Si laureò in filosofia morale con una tesi, poi pubblicata con modifiche, da
Einaudi con il titolo di Elementi di critica omosessuale e che divenne un
fondamento delle teorie di genere in Italia e, in misura minore, all'estero,
venendo tradotto e pubblicato in inglese nel 1980 con il titolo Homosexuality
and liberation: elements of a gay critique ed in spagnolo con il titolo Elementos
de crítica homosexual dall'editrice Anagrama. Elementi fu uno dei testi base
dei collettivi autonomi gay. M. fu uno dei primi a contestare apertamente
le categorie di genere vestendosi quasi sempre con abiti femminili. Nel
frattempo si dedicava al teatro, destando scandalo nella mentalità dell'epoca
con opere come lo spettacolo La Traviata Norma. Ovvero: Vaffanculo... ebbene
sì! Dava volutamente scandalo anche per il modo in cui si presentava, utilizzò
anche immagini e ruoli per portare avanti la propria battaglia dei diritti
individuali inalienabili. Nel corso della sua esistenza, cercò di superare i
limiti, fece uso di droghe e si dette a pratiche sempre più estreme, inclusa la
coprofagia. Durante un viaggio a Londra, Mieli, vicino già all'antipsichiatria,
iniziò a interessarsi di psicoanalisi; fu nuovamente arrestato, quando,
semi-nudo e in preda a una crisi psichica, fu fermato nell'aeroporto di
Heathrow, in cerca di un poliziotto con cui avere un rapporto sessuale. Prima
venne incarcerato, poi messo nella sezione psichiatrica del Marlborough Day
hospital, assistito dai familiari venuti dall'Italia in attesa del
processo. Venne ricondotto a Milano, dopo la condanna a pagare una multa,
e ricoverato in una clinica psichiatrica per un mese. Una volta dimesso, su
consiglio del suo psicoanalista Zapparoli, i genitori gli diedero un
appartamento autonomo. L'anno seguente viaggiò ad Amsterdam e di nuovo a Londra
e si laurea con lode in filosofia. Poco dopo lasciò l'appartamento che gli
avevano trovato e interruppe la terapia psichiatrica. Al V congresso del
Fuori!, che sancì la sua rottura col movimento e con Pezzana, M. prese la
parola, si dichiarò transessuale e parlò della sua esperienza di malattia
mentale («sono stato definito uno schizofrenico paranoide, sono stato in
ospedale, in manicomio per questo motivo») e di omosessualità. Dopo questo
periodo si dedicò alla stesura degli Elementi di critica omosessuale.
Negli ultimi anni di vita si dedicò all'esoterismo e all'alchimia, abbastanza
isolato dal resto del movimento omosessuale, e lavorando al romanzo Il
risveglio dei faraoni. Morì suicida infilando la testa nel forno della sua
abitazione di Milano dopo un lungo periodo di depressione. Tra i motivi del suo
gesto estremo fu l'ostruzionismo che il padre, influente industriale milanese,
aveva fatto per impedire la pubblicazione della sua ultima opera, Il risveglio
dei faraoni, ritenendolo troppo autobiografico e lesivo dell'onore famigliare.
A lui è intitolato il Circolo di cultura omosessuale M. sorto a Roma nello
stesso anno della morte. Il pensiero Il transessualismo universale Il
pensiero di M. consiste nel ritenere che ogni persona è potenzialmente
transessuale se non fosse condizionata, fin dall'infanzia, da un certo tipo di
società che, attraverso quella che Mieli chiamava "educastrazione",
costringe a considerare l'eterosessualità come normalità e tutto il resto come
perversione. Per transessualità, non intende quello che si intende oggi nella
comune accezione del termine, ma l'innata tendenza polimorfa e
"perversa" dell'uomo, caratterizzata da una pluralità delle tendenze
dell'Eros e da l'ermafroditismo originario e profondo di ogni individuo.
La liberazione omosessuale in chiave marxista fu tra i primi studiosi ed
attivisti del Movimento di Liberazione Omosessuale Italiano, accanto a
Castellano,Consoli, Modugno e Pezzana.
Tutti partivano dalla certezza che la liberazione dall'ancestrale omofobia
dovesse fondarsi sulla consapevolezza della propria identità, censurata fin
dalla nascita dalla cultura dominante, da loro ritenuta antropologicamente
sessuofoba e pervicacemente omofoba. Da queste basi partivano per
abbattere la discriminazione pluri-secolare nei confronti di chi non si
identificava nella sessualità assiomaticamente definita come naturale e
normale. Abbracciò immediatamente il marxismo, cercando di rimodularlo sulle
istanze della lotta di liberazione ed emancipazione omosessuale e ritenendo la
società capitalista intrinsecamente omofoba. Rilettura della psicanalisi
Negli Elementi di critica omosessuale, volle rielaborare alcuni degli spunti
teorici della teoria della sessualità di Freud, attraverso la lettura che, tra
gli anni Cinquanta e Sessanta, ne aveva fatto
Marcuse. Marcuse, infatti, in opere come “Eros e civiltà e L'uomo a una
dimensione aveva voluto fondere marxismo e psicanalisi. Fu proprio Freud,
infatti, a sostenere che l'orientamento sessuale poteva prendere qualsiasi
"direzione", riconducendo eterosessualità e "omosessualità a
semplici varianti della sessualità umana in senso lato. Una non escluderebbe
l'altra, e anzi, in potenza, tutti saremmo pluri-sessuali,
"polimorfi" o, più semplicemente, bi-sessuali. In base a questa
riflessione, riteneva che si dovesse denunciare come assurda e inconsistente
l'opposizione ideologica "eterosessuale" vs "omosessuale",
essendo viziato il principio stesso di "mono-sessualità". A questa
prospettiva unilaterale, che riteneva incapace di cogliere la natura
ambivalente e dinamica della dimensione sessuale, M. ha preferito opporre un
principio di eros libero, molteplice e polimorfo. Per Mieli era tragicamente
ridicola «la stragrande maggioranza delle persone, nelle loro divise mostruose
da maschio o da "donna.” Se il travestito appare ridicolo a chi lo incontra,
tristemente ridicolissima è per il travestito la nudità di chi gli rida in
faccia». Dean, psicoanalista dell'Buffalo, che redasse l'appendice
dell'edizione Feltrinelli di Elementi di critica omosessuale, afferma: «Nel
processo politico di ristrutturazione della società, M. non esita a includere
nel suo elenco di esperienze redentive la pedofilia, la necrofilia e la
coprofagia» e «ridefinisce drasticamente il comunismo descrivendolo come
riscoperta dei corpi. In questa comunicazione alla Bataille di forme materiali,
la corporeità umana entra liberamente in relazioni egualitarie multiple con
tutti gli esseri della terra, inclusi "i bambini e i nuovi arrivati di
ogni tipo, corpi defunti, animali, piante, cose" annullando
"democraticamente" ogni differenza non solo tra gli esseri umani ma
anche tra le specie». A questa rivoluzione sociale sono di ostacolo
determinati elementi, ritenuti da Mieli come «pregiudizi di certa canaglia
reazionaria» che, trasmessi con l'educazione, hanno la colpa di «trasformare
troppo precocemente il bambino in adulto eterosessuale». Il tema della
pedofilia Da provocatore dei "benpensanti", quale è stato tutta la
breve vita, facendo esplicitamente riferimento a Freud, M. affrontò a modo suo
anche il tema della sessualità infantile, per questo andando incontro a forti
critiche. I bambini, secondo il pensiero di Mieli, potevano
"liberarsi" dai pregiudizi sociali e trovare la realizzazione della
loro "perversità poliforme" grazie ad adulti consapevoli di quanto
sopra asserito: «Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non
tanto l'Edipo, o il futuro Edipo, bensì l'essere umano potenzialmente libero.
Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente
rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia
aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro.
Per questo la pederastia è tanto duramente condannata. Essa rivolge messaggi
amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza,
educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica. La società
repressiva eterosessuale costringe il bambino al periodo di latenza; ma il
periodo di latenza non è che l’introduzione mortifera all’ergastolo di una
«vita» latente. La pederastia, invece, «è una freccia di libidine scagliata
verso il feto» (Francesco Ascoli)» (Elementi di critica omosessuale).
Nella nota 88 si legge: «Per pederastia intendo il desiderio erotico
degli adulti per i bambini (di entrambi i sessi) e i rapporti sessuali tra
adulti e bambini. Pederastia (in senso proprio) e pedofilia vengono comunemente
usati come sinonimi» (Elementi di critica omosessuale). Il tema
dell'alterazione psichica, della follia Mieli faceva uso di sostanze
stupefacenti, attraverso le quali mirava a superare lo stato di normalità in
cui riteneva le persone intrappolate. Riteneva che nevrosi, follia, paranoia,
delirio e, soprattutto, la schizofrenia, al pari dell'omosessualità fossero
caratteristiche latenti in tutti gli esseri umani e, con riferimento a Jung,
che tali condizioni permettessero «la (ri)scoperta di quella parte di noi che
Jung definirebbe “Anima” oppure “Animus”». In riferimento all'omosessualità,
considerava che potesse essere una porta verso il lato inesplorato della
personalità, in analogia con la follia: “La paura dell’omosessualità che
distingue l’homo normalis è anche terrore della “follia” (terrore di se stesso,
del proprio profondo). Così, la liberazione omosessuale si pone davvero come
ponte verso una dimensione decisamente altra: i francesi, che chiamano folles
le checche, non esagerano». Opere: “Comune futura,” “Elementi di critica
omosessuale, Einaudi, Torino, Elementi di critica omosessuale, Barilli e M.,
Feltrinelli, Milano, Elementi di critica
omosessuale, G. Barilli e Paola Mieli, Feltrinelli, Milano, “Il risveglio dei
faraoni,” preservato da Marc de' Pasquali e Umberto Pasti, Cooperativa Colibri,
Milano, “Il risveglio dei faraoni,” Alfonso Sarrio Solidago, dR, Milano, “Oro, eros e armonia,” G. Silvestri e A.Veneziani,
Edizioni Croce, Oro, eros e armonia, Gianpaolo Silvestri e Antonio Veneziani,
Edizioni Croce, “E adesso,” S. Laude,
Clichy, Teatro La Traviata Norma.
Ovvero: Vaffanculo... ebbene sì!, Film “Gli anni amari, regia di A. Adriatico..
T. Giartosio, Perché non possiamo non
dirci: letteratura, omosessualità, mondo, Feltrinelli, Barilli, Il movimento gay in Italia,
Feltrinelli, L. Schettini, M. in Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ideologia. Progetto omosessuale
rivoluzionario, in Elementi di critica omosessuale, Dizionario Biografico degli
Italiani, in Treccani, Trascrizione del suo intervento in congresso nazionale
del “Fuori!”, in Fuori! rancobuffoni/ files/pdf/gp_leonardi_mieli.pdf M., artista contro la violenza, in La
Stampa, Elementi di critica omosessuale,
Einaudi, M. Elementi di critica omosessuale. Milano, Einaudi, Estremo e
dimenticato. Storia di un intellettuale provocatore., in Treccani Il tascabile,
M., Mieli, Paola. e Rossi Barilli, Gianni., Elementi di critica omosessuale Il
risveglio dei Faraoni, in A. Solidago, PRIDE, Milano, dR Edizioni, Silvestri,
L'ultimo M.: Oro Eros Armonia: contributi di Ivan Cattaneo e A. Veneziani, 2
ed. riveduta e corretta, Libreria Croce, De Laude, Silvia,, Mario Mieli: e
adesso, A. Pezzana. La politica del
corpo. Roma, Savelli, E. Modugno. La mistificazione eterosessuale. Milano,
Kaos. S. Casi. L'omosessualità e il suo doppio: il teatro di M. Rivista di
sessuologia (numero speciale L'omosessualità fra identità e desiderio,Francesco
Gnerre. L'eroe negato. Milano, Baldini e Castoldi, M. Philopat, Lumi di punk:
la scena italiana raccontata dai protagonisti, Milano, Agenzia, Concetta
D'Angeli, Teatro Talento Tenacia... Mario Mi"Atti&Sipari" Circolo
di cultura omosessuale Mario Mieli Fuori! Marc de' Pasquali Movimento di
liberazione omosessuale Omosessualità Queer Storia dell'omosessualità in Italia
Studi di genere Teoria queer Transessualismo. Biografia, in italiano, su
culturagay. Chi era M. (articolo sul
gay.tv), su gay.tv Circolo di cultura omosessuale "Mario
Mieli", su mariomieli.org. Mario Mieli. Mieli. Keywords: l’uccello del
paradiso; overo, la lingua perduta del desiderio. Refs. Luigi Speranza, “Grice
e Mieli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Miglio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- implicatura ligure – la LIGVRIA e la PADANIA – la scuola di
Como – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Como). Abstract.
Grice: “At Oxford, dreaming spires as it is – philosophical politics – or
political philosophy – is considered minor, or a minor specialty – since you
are bound NOT to be deemed a philosopher. It’s highly different – slightly
different – in Italy, where, with Mussolini, EVERYTHING is political!” -- Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Como, Lombardia. Grice: “Berlin, who thought was a philosopher, ended up lecturing
on the history of ideas, i..e. ideology – M. defines ideology so simply that
would put Berlin to shame: an ideology is what politicians propagate to reach
or buy consensus!” -- essential Italian
philosopher. Sostenitore della trasformazione dello
Stato italiano in senso federale o, addirittura, confederale, fra gli anni
ottanta e i novanta è considerato l'ideologo della Lega Lombarda, in
rappresentanza della quale fu anche senatore, prima di "rompere" con
Umberto Bossi dando vita alla breve stagione del Partito Federalista.
Polo scolastico "M." ad Adro. Costituzionalista e scienziato
della politica, fu senatore della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII
legislatura. Ha insegnato presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano, ove fu preside della Facoltà di Scienze politiche. È stato allievo d’Entrèves
e Pallieri, sotto la cui docenza si è formato sui classici del pensiero
giuridico e politologico. Colpito da ictusnon si riprese e morì
ottantatreenne nella sua stessa città natale, Como, circa un anno dopo. Il
funerale si tenne a Domaso, sul Lago di Como, comune d'origine del padre e sede
di una villa nella quale il professore si rifugiava spesso; in seguito M. è
stato tumulato nel locale cimitero, a fianco dei membri della sua
famiglia. Laureatosi in Giurisprudenza all'Università Cattolica con la
tesi, “Origini e i primi sviluppi delle dottrine giuridiche internazionali
pubbliche nell'età moderna”, evitò l'arruolamento per la Seconda guerra
mondiale a causa di un difetto uditivo congenito, e poté divenire assistente
volontario alla cattedra di Storia delle dottrine politiche, che d'Entreves
tenne sino alla fine degli anni quaranta nella medesima università.
Libero docente, si dedicò negli anni cinquanta allo studio delle opere di
storici e giuristi, soprattutto tedeschi: dai quattro volumi del Deutsche
Genossenschaftsrecht di Gierke, ai saggi di storia amministrativa di Otto
Hintze, alcuni dei quali, negli anni seguenti, vennero tradotti in italiano dal
suo allievo e ferrato germanista Schiera
(O. Hintze, Stato e società, Zanichelli). Fu di quegli anni l'incontro di
M. con l'immensa produzione scientifica di Weber: il professore comasco fu uno
dei primi ad aver studiato a fondo “Economia e Società”, l'opera più importante
del sociologo tedesco che era stata completamente trascurata in Italia.
Sviluppo del lavoro scientifico Miglio storico dell'amministrazione Alla fine
degli anni cinquanta, M. fonda con il giurista Benvenuti l'ISAP Milano
(Istituto per la Scienza dell'Amministrazione Pubblica), ente pubblico
partecipato da Comune e Provincia di Milano, di cui ricopri per alcuni anni la
carica di vicedirettore. In un saggio memorabile intitolato Le origini della
scienza dell'amministrazione, il professore comasco descriveva con elegante
chiarezza le radici storiche della disciplina. L'interesse per il campo
dell'amministrazione era dovuto in quegli anni alle politiche pianificatrici
che gli stati andavano conducendo per l'incremento della crescita economica.
La Fondazione italiana per la storia amministrativa Ben presto M. sente
tuttavia l'esigenza di studiare in modo più sistematico la storia dei poteri
pubblici europei e, negli anni sessanta, costituì la Fondazione italiana per la
storia amministrativa: un istituto le cui ricerche vennero condotte con
rigoroso metodo scientifico. A tal proposito, il professore aveva appositamente
preparato per i collaboratori della fondazione uno schema di istruzioni
divenuto famoso per chiarezza e organicità. In realtà, fondando la F.I.S.A. M.
si era posto l'ambizioso obiettivo di scrivere una storia
costituzionale che prendesse in esame le amministrazioni pubbliche
esistite in luoghi e tempi diversi: in tal modo egli sarebbe riuscito a
tracciare una vera e propria tipologia delle istituzioni dal medioevo all'età
contemporanea, al cui interno sarebbero stati indicati i tratti distintivi o,
viceversa, gli elementi comuni di ogni potere pubblico. Ma v'era un'altra
ragione che aveva indotto M. a studiare i poteri pubblici in un'ottica, come
scriveva lui stesso, analogico-comparativa. Servendosi di un metodo
scientifico che Hintze aveva parzialmente seguito nella prima metà del
Novecento, il professore comasco intendeva definire l'evoluzione storica dello
stato moderno, storicizzando in tal modo le stesse istituzioni contemporanee.
La fondazione pubblica tre collezioni: gli Acta italica, l'Archivio (diviso in
due collane: la prima riguardante ricerche e opere strumentali, la seconda
dedicata alle opere dei maggiori storici dell'amministrazione) e gli Annali.
Tra i più autorevoli lavori storici pubblicati nell'Archivio, si ricordano il
volume sui comuni italiani di Goetz e il famoso saggio di Vaccari sulla
territorialità del contado medievale. Nella prima serie alcuni giovani studiosi
poterono invece pubblicare le loro ricerche di storia delle istituzioni:
Rossetti, allieva dello storico Violante, vi diede alle stampe un approfondito
studio sulla società e sulle istituzioni nella Cologno Monzese dell'Alto
Medioevo; Petracchi pubblicò la prima parte di un'interessante ricerca sullo
sviluppo storico dell'istituto dell'intendente nella Francia dell'ancien
régime; occorre inoltre ricordare il poderoso volume di Pierangelo Schiera sul
cameralismo tedesco e sull'assolutismo nei maggiori stati germanici. Su
tutt'altro piano si poneva invece la collezione della F.I.S.A. denominata Acta
italica: al suo interno dovevano essere pubblicati i documenti relativi
all'amministrazione pubblica degli stati italiani preunitari: è probabile che
l'ispirazione per quest'ultima serie fosse venuta a M. dallo studio delle
opere di Hintze: lo storico tedesco aveva infatti scritto alcuni saggi
sull'amministrazione prussiana pubblicandoli negli Acta borussica,
un'autorevole collana che raccoglieva le fonti storiche dello stato degli
Hohenzollern. L'edizione dei lavori della commissione Giulini Tra i
volumi degli Acta italica, occorre ricordare l'edizione dei lavori della
Commissione Giulini curata da Raponi uno studio cui M. tenne molto e di cui si
servì, molti anni dopo, per la stesura del celebre saggio su “Vocazione e
destino dei lombardi” (in La Lombardia
moderna, Electa, ripubblicato in Miglio, Io, Bossi e la Lega, Mondadori). La
commissionei cui lavori avevano avuto luogo a Torino sotto la presidenza del
nobile milanese Cesare Giulini della Portaaveva il compito di elaborare
progetti di legge che sarebbero entrati in vigore in Lombardia nel periodo
immediatamente successivo alla guerra. Cavour, che in quegli anni ricopriva la
carica di primo ministro, voleva che il governo, nel sancire l'annessione dei
nuovi territori al Piemonte di Vittorio Emanuele, mantenesse separati gli
ordinamenti amministrativi delle due regioni, lasciando che in Lombardia
continuassero a sussistere una parte delle istituzioni austriache
esistenti. Il saggio Le contraddizioni dello stato unitario Nel saggio
magistrale Le contraddizioni dello stato unitario scritto in occasione del
convegno per il centenario delle leggi di unificazione, M. prese in esame gli
effetti devastanti che l'accentramento amministrativo aveva provocato nel
sistema politico italiano. La classe politica italiana non fu capace di
elaborare un ordinamento amministrativo che consentisse allo stato di governare
adeguatamente un territorio esteso dalle Alpi alla Sicilia. Ricorrendo a una
felice similitudine, il professore scrisse che la scelta di estendere le norme
piemontesi a tutta Italia fu come "far indossare a un gigante il vestito
di un nano". Secondo M., i nostri "padri della patria",
spaventati dalle annessioni a cascata e dalle circostanze fortunose in cui era
avvenuta l'unificazione, preferirono conservare ottusamente gli istituti
piemontesi, costringendo la stragrande maggioranza degli italiani ad essere
governati da istituzioni che, oltre ad essere percepite come
"straniere", si rivelarono palesemente inefficienti. Nel
saggio, M. ha però messo in luce un altro dato fondamentale; il professore
scrisse che il paese, quantunque fosse stato formalmente unito dalle norme
piemontesi, continuò nei fatti a restare diviso ancora per molti anni: le
leggi, che il Parlamento emanava dalle Alpi alla Sicilia, venivano infatti
interpretate in cento modi diversi nelle regioni storiche in cui il Paese
continuava, nonostante tutto, ad essere naturalmente articolato. Era il
federalismo che, negato alla radice dalla classe politica liberal-nazionale in
nome dell'unità, si prendeva ora la rivincita traducendosi in forme evidenti di
"criptofederalismo".[senza fonte] Sono inoltre fondamentali,
nella sua formazione i saggi di Brunner. Di Brunner fa tradurre svariati saggi,
Per una nuova storia costituzionale e sociale (Vita e Pensiero), ma promosse
anche la pubblicazione dell'opera monumentale Land und Herrschaft: in questo
lavorouscito per la prima volta Brunner aveva preso in esame la costituzione
materiale degli ordinamenti medievali, ponendo in evidenza i numerosi elementi
di diversità tra la civiltà dell'età di mezzo e quella moderna, soprattutto nel
modo di concepire il diritto. La traduzione di Land und Herrschaft,
affidata inizialmente alle cure di Emilio Bussi, sarebbe dovuta comparire
nell'elegante collana della F.I.S.A. già negli anni sessanta. Interrotto negli
anni seguenti, il lavoro venne invece portato a compimento solo nei primi anni
ottanta dagli allievi Schiera e Nobili. Pubblicato da Giuffré con il titolo di
"Terra e potere", il capolavoro di Brunner apparve negli Arcana
imperii, la collana di scienza della politica di cui M. era divenuto direttore.
Il professore comasco si occupò inoltre dei contributi recati alla scienza
dell'amministrazione da parte di altri due storici e giuristi tedeschi: Stein e
Gneist. La chiusura della FISA Negli anni Settanta la F.I.S.A. dovette
chiudere i battenti per mancanza di fondi. Il professor M., ricordando a
distanza di tempo la fine di quell'autorevole collana di storia delle
istituzioni, ne espose le ragioni con un breve commento: "Malgrado la sua
efficienza, la F.I.S.A. ebbe vita breve: gli enti che provvedevano al suo
finanziamento, non scorgendo l'utilità politica immediata della sua attività,
strinsero i cordoni della borsa. M. scienziato della politica e
costituzionalista Negli anni ottanta, il degenerarsi del clima politico in
Italia indusse il professor M. ad occuparsi di riforme istituzionali; egli
intendeva contribuire in tal modo alla modernizzazione del paese. Fu così che, raggruppando
un gruppo di esperti di diritto costituzionale e amministrativo stese un
organico progetto di riforma limitato alla seconda parte della costituzione. Ne
uscirono due volumi che, pubblicati nella collana Arcana imperii, vennero
completamente trascurati dalla classe politica democristiana e socialista. Tra
le proposte più interessanti avanzate dal "Gruppo di Milano"così
venne definito il pool di professori coordinati da M. v'era il rafforzamento
del governo guidato da un primo ministro dotato di maggiori poteri, la fine del
bicameralismo perfetto con l'istituzione di un senato delle regioni sul modello
del Bundesrat tedesco, ed infine l'elezione diretta del primo ministro da
tenersi contemporaneamente a quella per la camera dei deputati. Secondo
il gruppo di Milano, queste e numerose altre riforme avrebbero garantito
all'Italia una maggiore stabilità politica, cancellando lo strapotere dei
partiti e salvaguardando la separazione dei poteri propria di uno stato di
diritto. Diversamente dalla F.I.S.A., la collana Arcana imperii era incentrata
esclusivamente sullo studio scientifico dei comportamenti politici. Il citato
volume di Brunner costituì pertanto un'eccezione perché, come si è avuto
modo di accennare, esso doveva essere pubblicato negli eleganti volumi della
F.I.S.A. All'interno della collana Arcana imperii vennero invece inseriti saggi
e contributi di psicologia politica, di etologia, di teoria politica, di
economia, di sociologia e di storia. Intende costituire un vero e proprio
laboratorio dove lo scienziato della politica, servendosi dei risultati portati
alla disciplina dalle diverse scienze sperimentali, e in grado di conseguire
una formazione che si ponesse all'avanguardia. Vi vennero pubblicati più di
trenta saggi. Si ricordano, tra gli altri: il saggio di Ornaghi sulla dottrina
della corporazione nel ventennio fascista, l'edizione degli scritti schmittiani
su Hobbes, la pubblicazione interrotta di alcune opere di Stein, il trattato di
diritto costituzionale di Smend. Degni di nota anche i saggi di Mises e Hayek.
I saggi di squisita fattura, non poterono tuttavia eguagliare l'elegante veste
tipografica di quelli pubblicati dalla F.I.S.A., ed un identico destino parve
accomunare le due collane: anche in questo caso, e infatti costretto a
sospendere le pubblicazioni. Alla sua formazione contribuirono i saggi di
Stein e Schmitt sulle categorie del politico. In ogni comunità sono presenti
due realtà irriducibili: lo “stato” e la “società”. La società è il terreno
della libera iniziativa, ove gli uomini forti vincono sui deboli e tentano di
stabilizzare le loro posizioni attraverso l'ordinamento giuridico. Lo stato è
invece il luogo ove regna il principio di uguaglianza. Lo stato italiano o non
può che identificarsi con la monarchia. Il re d’Italia è infatti l'unica
autorità in grado di intervenire a sostegno dei più deboli. Un monarca, attraverso
il potere di ordinanza, e in grado di modificare la costituzioni giuridiche
cetuali all'interno del suo territorio, una politica che il re d’Italia puo condurre
in porto non senza grosse difficoltà, a vantaggio del BENE COMUNE. Questo e
accaduto nel granducato di Toscana e in Lombardia. Quando si sostene che il
ruolo dello stato italiano dove contro-bilanciare quello della società, si ha in
mente il riformismo illuminato. Ma la sua filosofia si pone all'interno di uno
“stato liberale” e parte dal presupposto che la monarchia, lungi dall'essere un
potere assoluto, dove comunque fare i conti con il potere della “società”
attestato nel parlamento. La omunità prospera solo quando stato e società sono
in equilibrio, ugualmente vitali ed operanti. Una comunità e dominata da due
realtà irriducibili. Lo stato italiano è una realtà storica inserita nel tempo
e, come tutte le creature e specie viventi, destinata a decadere, a scomparire
ed essere sostituita da altre forme di aggregazione politica. La società non e
solo economico-giuridica. E senza dubbio decisivo l'incontro con Schmitt, i cui
saggi sono trascurate dagli intellettuali italiani. L'aiuto che Schmitt presta
al regime hitleriano, in particolare nel sostenere la legalità delle leggi
razziali in un sistema di diritto internazionale, sono più che sufficienti per
oscurare in Italia la sua imponente produzione. I rapporti di Schmitt con il
nazismo sono di breve durata. Prende definitivamente le distanze da Hitler. Di
Schmitt apprezza i saggi di scienza politica e di diritto internazionale. Cura
assieme a Schiera l'edizione italiana di alcuni saggi pubblicati dal Mulino con
il titolo Le categorie del politico. Nella prefazione, si sofferma sui decisivi
contributi portati da Schmitt alla scienza politologica. L'antologia desta
scalpore nel mondo accademico. Bobbio sostenne che destabilizza la sinistra
italiana. È dall'incontro con la produzione di Schmitt che riusce quindi a fabbricarsi
gli strumenti per costruire una parte importante del suo modello sociologico.
L’essenza del politico è fondata sul conflitto tra amico e nemico. E uno
scontro all'ultimo sangue perché la guerra politica porta normalmente
all'eliminazione fisica dell'avversario. L’esempio più emblematico di scontro
politico fosse la guerra civile nella storia dell aroma antica -- tra fazioni
partigiane. Qui il tasso di conflittualità tra amico (Catone) e nemico (Giulio
Cesare) è sempre stato altissimo. Chi ha lo stesso amico non può che avere lo
stessi nemico del proprio compagno di lotta. Si crea la solidarietà tra due
membri (un gruppo) che è decisivo nella guerra contro l’altro gruppo di nemici.
Il rapporto politico è sempre esclusivo. Marca l'identità del gruppo in
opposizione a quella degli altri. L’avvento dello stato italiano portato a
due risultati di eccezionale portata storica. Primo: la fine della guerre
civile all'interno del territorio (le faide e le guerre confessionali) con
l'annientamento del ruolo politico detenuto sino a quel momento dalle fazioni
in lotta (dai partiti confessionali ai ceti). Da quel momento il sovrano e il
supremo garante dell'ordine all'interno dello stato, territorio sempre più
esteso ch'esso governa servendosi di un apparato amministrativo regolato dal
diritto. Il secondo grande risultato e per certi versi una conseguenza del
primo: l'avvento dello stato porta all'erezione di un sistema di diritto
pubblico europeo (ius publicum europeum) assolutamente vincolante per i paesi
che vi aderirono. Anche in questo caso, il tasso di politicità (cioè
l'aggressività delle parti in lotta, gli stati) venne fortemente limitato. La
guerra legittima, intraprese solo dagli stati, vennero condotte da quel momento
in base alle regole dello ius publicum europaeum. Si tratta quindi di un
conflitto a basso tasso di politicità, non foss'altro perché la vittoria di una
delle parti in lotta non puo portare in alcun modo all'annientamento
dell'avversario, il cui diritto di esistenza era tutelato dal diritto e
accettato da tutti gli stati. La crisi dello ius publicum europaeum,
divenuta palese alla fine della Grande Guerrae acuitasi ulteriormente con lo
scoppio delle guerre partigiane nei decenni successivi, resero palese a lui la
fine della regle de droit su cui si e fondato l'universo giuridico occidentale
nei rapporti internazionali tra stati sovrani. La guerra civile e, in modo
particolare, l'estrema politicizzazione avvenuta durante le guerre mondiali con
la criminalizzazione degli avversari lo persuasero che la fine dello ius
publicum europaeum era ormai compiuta. In questo, vide soprattutto il
fallimento della civiltà giuridica occidentale nel suo supremo tentativo di
fondare i rapporti umani unicamente sulle basi del diritto. Prende atto
della fine dello ius publicum europaeum ma non crede che tale processo segna la
fine del diritto e la vittoria definitiva delle leggi aggressive della
politica. Fondando il suo originale modello sociologico, sostenne che la
comunità e sempre rette su due tipi di rapporti: l'obbligazione politica e il
contratto-scambio. Lo stato e un autentico capolavoro perché, apportando un
contributo decisivo alla sua costituzione, il giurista e riuscioi a regolare la
politica inserendola in una norma fondata sulla RAZIONALITA del diritto,
sull'IM-PERSONALINTA del comando e sui concetti di CON-TRATTO e rappresentanza
-- elementi appartenenti alla sfera del contratto/scambio. Il crollo dello
ius publicum europeum ha però messo in crisi la stessa impalcatura su cui si
regge lo stato, che ora dimostra tutta la sua storicità. Non rimane legato
all'idea dell'organizzazione statale. La civiltà occidentale, stesse
attraversando una fase di transizione al termine della quale lo stato e probabilmente
sostituito da altre forme di comunità ove obbligazione politica e
contratto/scambio si reggeranno in un nuovo equilibrio. Lo stato e e giunto al
capolinea. Il progresso tecnologico e, in modo particolare, il più alto livello
di ricchezza cui erano giunti i paesi occidentali lo convinsero che negli anni
successivi sono avvenuti cambiamenti di portata radicale, tali da coinvolgere
anche la costituzione degli ordinamenti politici. Lo stato ha difficoltà nel
garantire servizi efficienti alla popolazione. Ciascun cittadino, vedendo
accresciuto il proprio tenore di vita in forza dell'economia di mercato,
sarà infatti portato ad avere sempre meno fiducia nei lenti meccanismi della
burocrazia pubblica, ch'egli riterrà inadeguata a soddisfare i suoi standard di
vita. L'elevata produttività dei paesi avanzati e la vittoria definitiva
dell'economia di mercato su quella pubblica porterà in altri termini a nuove
forme di aggregazione politica al cui interno i cittadini saranno desti contare
in misura molto maggiore rispetto a quanto non lo siano oggi nei vasti stati in
cui si trovano inseriti. Secondo il professore gli stati democratici, ancora
fondati su istituti rappresentativi risalenti all'Ottocento, non riusciranno
più a provvedere agli interessi della civiltà tecnologica. Con il crollo del
muro di Berlino e la fine della guerra fredda, si creano in altri termini le
premesse perché la politica cessi di ricoprire un ruolo primario nelle comunità
umane e venga invece subordinata agli interessi concreti dei cittadini, legati
alla logica di mercato. La fine degli stati moderni porterà secondo
Miglio alla costituzione di comunità neofederali dominate non più dal rapporto
politico di comando-obbedienza, bensì da quello mercantile del contratto e
della mediazione continua tra centri di potere diversi: sono i nuovi gruppi in
cui sarà articolato il mondo di domani, corporazioni dotate di potere politico
ed economico al cui interno saranno inseriti gruppi di cittadini accomunati
dagli stessi interessi. Secondo il professore, il mondo sarà costituito da una
società pluricentrica, ove le associazioni territoriali e categoriali vedranno riconosciuto
giuridicamente il loro peso politico non diversamente da quanto avveniva nel
medioevo. Di qui l'appello a riscoprire i sistemi politici anteriori allo
stato, a riscoprire quel variegato mosaico medievale costituito dai diritti dei
ceti, delle corporazioni e, in particolar modo, delle libere città
germaniche. Il professore studiò a fondo gli antichi sistemi federali
esistiti tra il medioevo e l'età moderna: le repubbliche urbane dell'Europa
germanica, gli ordinamenti elvetici d'antico regime, la Repubblica delle
Province Unite e, da ultimo, gli Stati Uniti. Ai suoi occhi, il punto di forza
risiedeva precisamente nel ruolo che quei poteri pubblici avevano saputo
riconoscere alla società nelle sue articolazioni corporative e territoriali. M.
si dedica allo studio approfondito di questi temi, progettando di scrivere un
volume intitolato l'Europa degli Stati contro l'Europa delle città. Il libro è
rimasto incompiuto per la morte del professore. L'impegno politico
diretto e il federalism. S iscrisse alla neonata Democrazia Cristiana, che
lascia quando divenne preside della Facoltà di Scienze politiche
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. M. rimase comunque legato culturalmente alla DC
fnell'immediato domani della Liberazione, fu tra i fondatori, a Como, del
movimento federalista Il Cisalpino, con altri docenti dell'Università Cattolica
di Milano. Ispirato alle idee di Cattaneo, il programma del “Cisalpino”
prevedeva la suddivisione del territorio italiano su base cantonale, secondo il
modello svizzero, con la costituzione di tre grandi macro-regioni (“nord”, “sud”
e “centro”). Il suo nome e proposto per il conferimento del titolo di
Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ma una volta
informato del fatto rifiuta di accettare l'onorificenza, che venne annullata
con un successivo decreto presidenziale. Si avvicina alla Lega Nord. Eletto al
Senato della Repubblica come indipendente nelle liste della “lega nord” “lega lombarda”
(da allora a lui fu attribuito l'appellativo lombardo di Profesùr) lavora per
il partito con l'intento di farne un'autentica forza di cambiamento. Elabora
un progetto di riforma federale fondato sul ruolo costituzionale assegnato
all'autorità federale e a quella delle tre macro-regioni o cantoni (del Nord o,
“Padania”, del Centro o Etruria, del Sud o Mediterranea, oltre alle cinque
regioni a statuto speciale). Questa architettura costituzionale prevedeva
l'elezione di un governo direttoriale composto dai governatori delle tre
macroregioni, da un rappresentante delle cinque regioni a statuto speciale e
dal presidente federale. Quest'ultimo, eletto da tutti i cittadini in due
tornate elettorali, avrebbe rappresentato l'unità del paese. I puntisalienti
del progetto, esposti nel decalogo di Assago vennero fatti propri dalla Lega
Nord solo marginalmente: il segretario federale, Bossi, preferì infatti
seguire una politica di contrattazione con lo stato centrale che mirasse
al rafforzamento delle autonomie regionali. Il dissenso di Miglio, iniziato al
congresso leghista di Assago, si acuì dopo le elezioni politiche, dove fu
rieletto al Senato, quando il professore si disse non d'accordo sia ad allearsi
con Forza Italia, sia a entrare nel primo governo Berlusconi. Soprattutto M.
non gradì che per il ruolo di ministro delle Riforme istituzionali fosse stato
scelto Francesco Speroni al suo posto. Bossi reagì spiegando: «Capisco
che Miglio sia rimasto un po' irritato perché non è diventato ministro, ma non
si può dire che non abbiamo difeso la sua candidatura. Il punto è che era molto
difficile sostenerla, perché c'era la pregiudiziale di Berlusconi e di Fini
contro di lui. Di fatto, il ministero per le Riforme istituzionali a lui non lo
davano. (Se M. vorrà lasciare la strada della Lega, libero di farlo. Ma vorrei
ricordargli che è arrivato alla Lega e che, a quell'epoca, il movimento aveva
già raggranellato un sacco di consiglieri regionali». In conclusione per Bossi,
M. «pare che ponga solo un problema di poltrone e la difesa del federalismo non
è questione di poltrone. In aperto dissidio con Bossi, lascia la Lega Nord
dicendo di Bossi. Spero proprio di non rivederlo più. Per Bossi il federalismo
è stato strumentale alla conquista e al mantenimento del potere. L'ultimo suo
exploit è stato di essere riuscito a strappare a Berlusconi cinque ministri.
Tornerò solo nel giorno in cui Bossi non sarà più segretario. Nonostante
ciò, moltissimi militanti e sostenitori leghisti continuarono a provare grande
simpatia e ammirazione per il professore e per le sue teorie. Alcuni dirigenti
della Lega tennero comunque vivo il dialogo con Miglio, in particolar modo
Pagliarini, Francesco Speroni e il presidente della Libera compagnia padana
Oneto, al quale il professore era particolarmente legato. In particolare M. fu
in stretti rapporti con l'ex deputato leghista Negri, col quale fonda il Partito
Federalista. Eletto ancora una volta al Senato, nel collegio di Como per il
Polo per le Libertà, iscrivendosi al gruppo misto. Negli anni in cui la
Lega si spostò su posizioni indipendentiste, il professore si riavvicinò alla
linea del partito, sostenendo a più riprese la piena legittimità del diritto di
secessione della Padania dall'Italia come sottospecie del più antico diritto di
resistenza medievale. Nella sua originale riflessione sul contrasto tra i
regimi giuridici freddi e caldi M. sostenne la necessità di sviluppare,
all'interno delle diverse società e culture, ordini giuridici in grado di
rispondere alle specifiche esigenze. In maniera provocatoria, egli giunse a
dichiararsi favorevole al «mantenimento anche della mafia e della 'ndrangheta.
Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che
cos'è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre
il Meridione al modello europeo, sarebbe un'assurdità. C'è anche un
clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire
dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere
costituzionalizzate». La sua riflessione puntava a cogliere quali fossero le
ragioni profonde alla base di mafia, camorra e 'ndrangheta (insieme a ciò che
genera il consenso attorno a queste organizzazioni criminali), perché solo
istituzioni che sono in sintonia con la comunitànel caso specifico, che non
dimentichino la centralità del rapporto personale piuttosto che impersonale
nella società meridionalepossono creare una vera alternativa al
presente. Altre saggi: “La controversia sui limiti del commercio neutrale:
ricerche sulla genesi dell'indirizzo positivo nella scienza del diritto delle
genti,” Milano, Ispi, La crisi dell'universalismo politico medioevale e la
formazione ideologica del particolarismo statuale moderno, Pubbl. Fac.
giurispr. Univ. Padova, La struttura ideologica della monarchia greca arcaica
ed il concetto patrimoniale dello stato nell'eta antica, Jus. Rivista di
scienze giuridiche, Le origini della scienza dell'amministrazione, Milano,
Giuffrè, L'unità fondamentale di
svolgimento dell'esperienza politica occidentale, in: "Rivista
internazionale di scienze sociali", “I cattolici di fronte all'unità
d'Italia, Vita e pensiero, “L'amministrazione nella dinamica storica, in:
Istituto per la Scienza dell'Amministrazione Pubblica, Storia Amministrazione
Costituzione, Bologna, Mulino, Le trasformazioni dell'attuale regime politico,
in: "Jus. Rivista di scienze giuridiche", “ Il ruolo del partito
nella trasformazione del tipo di ordinamento politico vigente. Il punto di
vista della scienza della politica, Milano, La nuova Europa editrice,
L'unificazione amministrativa e i suoi protagonisti, Vicenza, Neri Pozza, La
trasformazione delle università e l'iniziativa privata, in: Atti del I Convegno
su: Università: problemi e proposte, promosso dal Rotary Club di Milano, Centro
Una Costituzione in corto circuito, Prospettive nel mondo", Ricominciare
dalla montagna. Tre rapporti sul governo dell'area alpina nell'avanzata eta
industriale, Milano, Giuffrè, La
Valtellina. Un modello possibile di integrazione economica e sociale, Sondrio,
Banca Piccolo Credito Valtellinese, Utopia e realtà della Costituzione, in
"Prospettive del mondo", Posizione del problema. Ciclo storico e
innovazione scientifico-tecnologica. Il caso della tarda antichità, in
Tecnologia, economia e società nel mondo romano. Atti del Convegno di Como,
Como, Genesi e trasformazioni del termine-concetto Stato, in Stato e senso
dello Stato oggi in Italia. Atti del Corso di aggiornamento culturale
dell'Università cattolica, Pescara, Milano, Vita e pensiero, Guerra, pace,
diritto. Una ipotesi generale sulle regolarità del ciclo politico, in Curi,
Della guerra, Venezia, Arsenale, Una repubblica migliore per gli italiani.
Verso una nuova costituzione, Milano, Giuffrè, Le contraddizioni interne del
sistema parlamentare integrale, Rivista italiana di Scienza Politica,
Considerazioni sulle responsabilità, Synesis, periodico dell'Associazione
italiana centri culturali", Le regolarità della politica. Scritti scelti
raccolti e pubblicati dagli allievi, Milano, Giuffrè, Il nerbo e le briglie del potere. Scritti
brevi di critica politica, Milano, Edizioni del Sole 24 ore, Una Costituzione
per i prossimi trent'anni. Intervista sulla terza Repubblica, Roma-Bari,
Laterza, Per un'Italia federale, Milano, Il Sole 24 ore, Come cambiare. Le mie
riforme, Milano, Mondadori, Italia. Così è andata a finire, con "Il Gruppo
del lunedì", Collezione Frecce, Milano, Mondadori, ed. Oscar Saggi,
Disobbedienza civile, Milano, Mondadori,
Io, Bossi e la Lega. Diario segreto dei miei IV anni sul Carroccio, Milano,
Mondadori, Come cambiare. Le mie riforme per la nuova Italia, Milano,
Mondadori, Modello di Costituzione Federale per gli italiani, Milano,
Fondazione per un'Italia Federale, Federalismi falsi e degenerati, Milano,
Sperling e Kupfer, Federalismo e secessione. Un dialogo, con Barbera, Milano,
Mondadori, Padania, Italia. Lo stato nazionale è soltanto in crisi o non è mai
esistito?, con M. Veneziani, Firenze, Le Lettere, Le barche a remi del Lario.
Da trasporto, da guerra, da pesca, e da diporto, con Gozzi e Zanoletti, Milano,
Leonardo arte, L'Asino di Buridano. Gli
italiani alle prese con l'ultima occasione di cambiare il loro destino,
Vicenza, Pozza, L'Asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l'ultima
occasione di cambiare il loro destino. Nuova edizione, pref. Di Formigoni,
postf. di Romano, Varese, Lativa, M.: un uomo libero, coll. Quaderni Padani, La
Libera Compagnia Padana, Novara, Un M. alla libertà, audiolibro, coll. Laissez
Parler, Treviglio, La Libera Compagnia Padana Facco Editore); li articoli, coll.
Quaderni Padani, La Libera Compagnia Padana, Novara, Gianfranco le interviste,
coll. Quaderni Padani, La Libera Compagnia Padana, Novara, L'Asino di Buridano. Gli italiani alle prese
con l'ultima occasione di cambiare il loro destino, pref. di Formigoni, coll. I
libri di Libero M., Firenze, Libero); “Padania, Italia. Lo stato nazionale è
soltanto in crisi o non è mai esistito? Firenze, Libero; Federalismo e
secessione. Un dialogo, con Barbera, coll. I libri di Libero M. Firenze,
Editoriale Libero, Disobbedienza civile, coll. I libri di Libero; Firenze,
Libero, La controversia sui limiti del commercio neutrale fra Lampredi e
Ferdinando Galiani, pref. di Ornaghi, Torino, Aragno, M.: scritti brevi,
interviste, coll. Quaderni Padani, La Libera Compagnia Padana, Novara, Lezioni
di politica. Storia delle dottrine politiche. Scienza della politica Bologna,
Il Mulino; Bianchi e Vitale, Bologna, Mulino,Discorsi parlamentari, con un
saggio di Bonvecchio, Senato della Repubblica, Archivio storico, Bologna,
Mulino, L'Asino di Buridano. Gli
italiani alle prese con l'ultima occasione di cambiare il loro destino -- Opere
scelte” (Milano, Guerini); Considerazioni retrospettive e altri scritti, coll.
Opere scelte, Milano, Guerini e Associati,
Lo scienziato della politica, coll. Opere scelte di M., a cura di Galli,
Milano, Guerini, Guerra, pace, diritto, La Nuova Guerra, S.l. Milano, La
Scuola, 1 Scritti politici, Bassani, coll. I libri del Federalismo, Roma,
Pagine, Modello di Costituzione Federale per gli italiani Torino, Giappichelli;
“La Padania e le grandi regioni, L'unità economico-sociale della Padania Fano,
Associazione Oneto); “Il Cerchio, Schmitt. Saggi, Palano, Brescia, Scholé Morcelliana); “Le origini e i primi sviluppi
delle dottrine giuridiche internazionali pubbliche Torino, Aragno; “Vocazione e
destino dei Lombardi” (S.l.Milano); “Regione Lombardia, Prefazioni Oneto,
Bandiere di libertà: Simboli e vessilli dei Popoli dell'Italia settentrionale.
In appendice le bandiere dei popoli europei in lotta per l'autonomia,
Effedieffe, Milano, Morra, Breve storia del pensiero federalista Milano,
Mondadori; Governo della Padania, Manuale di resistenza fiscale” (Gallarate,
Oneto, “Croci draghi aquile e leoni. Simboli e bandiere dei popoli
padano-alpini; Roberto Chiaramonte EditoreLa Libera Compagnia Padana, Collegno;
Sensini, Prima o seconda Repubblica? A colloquio con Bozzi e M., Napoli, Edizioni
scientifiche italiane, Ornaghi e Vitale, Multiformità e unità della politica.
Atti del Convegno tenuto in occasione del compleanno, Milano, Giuffrè, Ferrari,
“Storia di un giacobino nordista Milano, Liber internazionale); Bevilacqua,
Insidia mito e follia nel razzismo; Il rinnovamento, Campi, “Figure e temi del
realismo politico europeo, Firenze, Akropolis La Roccia di Erec, Capua, Scienziato
impolitico Soveria Mannelli Catanzaro Rubbettino, Vitale, La costituzione e il
cambiamento internazionale. Il mito della costituente, l'obsolescenza della
costituzione e la lezione dimenticata, Torino, CIDAS, Luca Romano, Il pensiero federalista
una lezione da ricordare. Atti del Convegno di studi, Venezia, Sala del Piovego
di Palazzo Ducale, Venezia, Consiglio regionale del Veneto-Caselle di
Sommacampagna, Cierre, Lanchester, M. costituzionalista, Rivista di politica:
trimestrale di studi, analisi e commenti, Soveria Mannelli Catanzaro, Rubbettino. Damiano
Palano, Il cristallo dell'obbligazione politica in ID., Geometrie del potere.
Materiali per la storia della scienza politica italiana, Milano, Vita e
Pensiero. Maroni: voglio riprendere l'eredità di M. M. Verde, su miglio verde. eu.
Bossi a sorpresa al convegno su M. a Domaso:"Un grande"Ciao Como, su
Ciao Como, la Repubblica/politica: È morto su repubblica. Ticino COMO: Lunedì a
Domaso i funerali. Riletture. Arianna. il ricordo. Terre di Lombardia, su
terredilombardia. Alessandro, Cristianesimo e cultura politica: l'eredità di
otto illustri testimoni, Paoline, Morra, La vita e le opere, La Voce di Romagna
Il silenzio di M. fa paura alla Lega
Bossi: Pensa solo alla poltrona. "Con Bossi è un amore
finito" Miglio torna nell'arena: è
l'occasione buona M., Una repubblica
mediterranea?, in Un'altra Repubblica?
Perché, come, quando, Laterza, Roma-Bari, U. Rosso, M. l'antropologo. 'Diverso
l'uomo del Sud', in la Repubblica, Non mi fecero ministro perché avrei
distrutto la Repubblica Treccani Istituto dell'Enciclopedia. Dizionario di
storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su senato, Senato della Repubblica.
Associazione Openpolis. Istituto per la
scienza dell'amministrazione pubblica, su isapistituto. Interviste Intervista
sulla Secessione della Padania, su prov-varese. Lega nord. Commemorazione
di M. nell’anniversario della scomparsa di Campi, su giovani padani. lega nord.
Non mi fecero ministro perché avrei distrutto la Repubblica, Il Giornale, su
new rassegna.camera. Interviste a M. sui "Quaderni della Libera Compagnia
Padana" su la libera compagnia. Documenti politici Sezione di
approfondimento sul pensiero di M., dal sito ufficiale della Lega Nord. NOME
COMPIUTO. Gianfranco Miglio. Miglio. Keywords: implicatura ligure. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Miglio,” per il
Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Speranza “Saturdays and Mondays” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Millia: la ragione conversazionale della
setta dell’ottimati a Crotone -- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana
– Luigi Speranza
(Crotone). Abstract.
Grice: “As an Oxford philosopher with a double first in greats, I know the
story – the sorry story, I might add – of M. quite well. In fact, Austin used
the example as ‘acting on principle. When discussing the phrase, Nowell-Smith
proposed that he saw himself as saying appropriately that ‘he did not accept
bribes on principle’ to Austin’s rebuke: “No thanks” will just do. The M.
example is trickier. M. acted on principle by refusing to touch the beans preferring
death instead.” Filosofo italiano. Pythagorean according to Giamblico. M. is
said to have been one of a group of Pythagoreans who are ambushed but find
their escape route blocked by a field of beans. Being prohibited by
Pythagoreans precepts from even touching beans, M. prefers death to betraying
his principles. Millia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Milone: la ragione conversazionale e la setta d’ottimati
di Crotone – Roma – filosofia calabrese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Grice: “The Italians rightly claim that philosophy in Italy
starts at Crotona, and it does. It actually possibly perishes at Crotona, too –
as the sorry story of M. testifies!” Filosofo italiano. According to Giamblico,
a Pythagorean. M studies with Pythagoras himself. M. dies when an
anti-Pythagorean mob burns his house down when he is inside it.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Minicio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale d’Adriano nel diritto romano e Plinio minore-- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Abstract. Grice:
“Minicio, Adriano, and Plinio minore may not sound philosophical, but they do
at Oxford. There is no such thing as a Faculty of Philosophy; only a
Sub-Faculty of Philosophy, based at Merton – within the real Faculty, the
Faculty of Literae Humaniores. Therefore, Minicio, Adriano, and Plinio minore
MEAN a lot to the Oxonian philosopher – to the Oxonian philosopher that counts,
that is, the one with a double first in Greats, like me!” Filosofo italiano. Rescritto di Adriano a Gaio M.
Fundano. L'imperatore Adriano, autore del rescritto a Gaio M. Fundano. Il
rescritto di Adriano a Gaio Minucio Fundano è un rescritto imperiale inviato
dall'imperatore romano Adriano a Gaio Minucio Fundano, proconsole d'Asia. Il
documento giuridico, scritto originariamente in latino, fu tradotto e tràdito
in greco ellenistico da Eusebio di Cesarea che si rifaceva a Giustino. Il
testo è noto agli storici e agli studiosi di Storia del Cristianesimo per
essere uno dei più antichi scritti pagani sul cristianesimo. Il documento
di Adriano, pur indirizzato a Minucio Fundano, rispondeva in realtà a
un'istanza sollecitata da Quinto Licinio Silvano Graniano, predecessore del
destinatario: Graniano aveva chiesto lumi sul comportamento da tenere nei
confronti dei cristiani e delle accuse che venivano loro rivolte. Adriano
rispose al proconsole di procedere nei loro confronti solo in presenza di
eventi circostanziati, emergenti da un procedimento giudiziario e non sulla
base di accuse generiche, petizioni o calunnie: veniva stabilito così il
principio dell'onere della prova a carico dei promotori delle accuse. Eventuali
azioni promosse a scopo di calunnia dovevano, al contrario, essere duramente
perseguite e punite, affinché non fosse permesso ai calunniatori di procurare
del male. Il rescritto, che è una delle prime fonti pagane sul cristianesimo, è
anche di somma importanza per la comprensione della politica tenuta da Adriano
e dal suo predecessore Traiano nei confronti dei cristiani: Adriano, infatti,
si mosse su un piano analogo, e anche più garantista, rispetto a quello del suo
predecessore che si era espresso sull'argomento in un precedente rescritto
sollecitato da una specifica richiesta di Plinio il Giovane che era a quel
tempo legatus Augusti pro praetore in Bitinia e Ponto. Giustino sostenne
l'interpretazione più favorevole del rescritto, accettata da una parte della
storiografia moderna. Dubbi esegetici Il significato esatto del rescritto
adrianeo, pur confrontato con quello di Traiano, rimane per alcuni studiosi
controverso. Se è assodata, infatti, l'affermazione del principio dell'onere
della prova da cui, in definitiva, far dipendere la perseguibilità dei
cristiani che avessero agito «contro la legge», non è per tutti chiaro, invece,
fino a qual punto dovesse spingersi l'assolvimento di quell'onere, se fosse
cioè sufficiente provare la sola fattispecie della professione di fede (quello
che Plinio, nella sua epistola a Traiano, chiama il nomen ipsum) o si rendesse
invece necessario circostanziare anche la contemporanea presenza di reati
ascrivibili all'essere cristiani (flagitia cohaerentia nomini), la distinta
fattispecie che Plinio già individuava e intendeva suggerire all'imperatore
nell'indirizzargli la sua richiesta. Tesi di Marta Sordi Marta Sordi,
storica dell'antichità greco-romana e del cristianesimo delle origini,
propendeva per l'interpretazione più favorevole ai cristiani, una posizione
esegetica a cui peraltro già aderiva l'apologetica cristiana, da Giustino in
poi. Secondo la Sordi, Adriano, in linea con la politica del suo predecessore
Traiano, avrebbe non solo confermato il divieto di perseguibilità d'ufficio[8]
ma vi avrebbe anche aggiunto, di suo, due nuovi elementi: Il primo di
essi la Sordi lo individua in quel passo in cui Adriano afferma la necessità di
dover giudicare «secondo la gravità della colpa» (sempre nel caso - beninteso -
di una denuncia sorretta da prove). Il riferimento a una graduabilità della
colpa escluderebbe, secondo Marta Sordi, che quest'ultima potesse ridursi al
solo 'essere cristiani', una fattispecie che poteva rivelarsi vera o falsa, ma
che non poteva ammettere graduazioni: seguendo questa interpretazione, bisogna
quindi ritenere necessaria l'associazione a un diverso reato, ascrivibile allo
status religioso ma non coincidente semplicemente con questo. Questa
interpretazione, inoltre, sempre secondo la studiosa, sarebbe in sintonia con
il tono generale della prosa dell'imperatore, da cui trapela, infine, persino
insofferenza nei confronti di possibili derive intolleranti. L'espressione di
questa insofferenza, sottolineata anche da un'interiezione, è contenuta nella
frase «ma, per Ercole, se qualcuno accampa pretesti per calunniare, tu,
stabilitane la gravità, devi senza indugio punirlo». E proprio in questa frase
si rinviene, secondo Sordi, il secondo elemento di novità rispetto
all'atteggiamento del predecessore: la necessità che le conseguenze di
azioni prive di prova, e pertanto temerarie e calunniose, dovessero ritorcersi
contro gli stessi proponenti. Gianluigi Bastia, Lettera di Adriano, Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica,
Giustino Martire, Apologia Il testo
greco, in Giustino, è riportato in calce (v. Apologia. Rescritto di Adriano a
Caio M. Fundano, proconsole d'Asia (o su
Giustino, Apologia Plinio il Giovane, Epistulae Plinio il Giovane, Epistulae.
CIL Sordi, I Cristiani e l'impero romano, Jaca Book, Milano. Sordi, I Cristiani
e l'impero romano, Jaca, Milano, Bastia, Lettera di Adriano. Eusebio di
Cesarea, Storia Ecclesiastica, Giustino
Martire, Apologi, Plinio il Giovane, Epistulae, CIL, M. Fundano, Gaio, in
Treccani Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Voci
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Military diploma (CIL) attesting his consulship suffect consul. In office Nationality: Roman;
Occupation: politician. A Roman senator who holds several offices in the
Emperor's service, and is an acquaintance of PLINIO MINORE. He is suffect
consul with Tito Vettenio Severo as his colleague. He is best known as being
the recipient of an edict from ADRIANO (si veda) about conducting trials of
Christians in his province. This is known from an inscription recovered at Baloie
in Bosnia. The first office listed is military tribune with Legio XII
Fulminata. Next is quaestor, and, upon completion of this traditional
Republican magistracy, he would be enrolled in the Senate. Two more of the
traditional Republican magistracies follow: plebeian tribune and praetor. The
last appointment, before the inscription breaks off, is his commission as
legatus legionis or commander of Legio XV Apollinaris. Other sources attest
that he was governor of Achaea. The terminus post quem his governorship is when
Gaio Caristanio Giuliano is known to have governed. The terminus ante quem he
leaves his post is the year of his consulate, although the letters he receives
from PLINIO MINORE (si veda) indicate he is no longer in Achaea. The
inscription from Baloie mentions he has been admitted to the Septem-viri
epulonum, one of the four most prestigious ancient Roman priesthoods. Because
this inscription does not mention his consulate, it can be assumed his entrance
precedes that office. Most, if not all,
of the letters PLINIO MINORE (si veda) writes to M. fall before is suffect
consul. In the first letter of his collection, PLINIO declares that living on
his rural estate is preferable to living in Rome, where he is subject to
constant pleas for assistance. The second letter petitions him to appoint the
son of Plinio’s friend ASINIO RUFO as M’s quaestor for M.’s upcoming consulate;
The last letter is another petition to M., canvassing him on behalf of GIULIO
NASONE, who is running for an unnamed office. While all of these letters
demonstrate M. And PLINIO MINORE are acquainted, they fail to show the warmth
of a friendship. Following his
consulate, during the reign of TRAIANO, M. is governor of Dalmatia. It is through a rescript the historian EUSEBIO
preserves at length in his Ecclesiae Historia that we know M. is proconsul of
Asia. M.' predecessor, QUINTO LICINIO SILAVNO GRANIANO, asks ADRIANO how to
handle legal cases where some inhabitants are accusing their neighbours of not
following the Roman cult through informers or mere clamour. ADRIANO’s reply is to
state that any such accusations had to be through a law court, where the matter
may be properly investigated, and if they are guilty of any illegality, thou M.,
must pronounce sentence according to the seriousness of the offence. This
rescript is important as an independent witness to the existence of one or more
non-Roman sects in this part of Anatolia. The only other contemporaneous
evidence we have for these communities is the list of the VII churches of Asia
in the book of Revelation. M.’s wife is
the daughter of a MARCO STATORIO. We know her name from a funerary inscription,
which suggests that she died before M.’s consulship. The name of their
daughter, Minicia Marcella, comes from two independent sources. Minicia dies young.
Her funerary vase has been identified, which states her age at death as XII
years, XI months, and VII days. PLINIO MINORE also attests to her existence,
revealing information about the girl that shows that he and M. are better
friends than the surviving letters he writes to M. suggest. In the letter,
addressed to one EFULANO MARCELLINO, Pliny notes that, although she was not yet
XIV years old, she was betrothed. Pliny describes the preparations for her
wedding, with which M. was busy; and he asks Marcellinus to send M. a letter
consoling him for his loss. It is not known if M. has any other children. Smallwood, Principates of Nerva, Trajan and
Hadrian, Cambridge, CIL, ILJug., Talbert, The Senate of Imperial Rome, Princeton;
Wheeler, "Legio XV Apollinaris: From Carnuntum to Satala—and beyond",
in Bohec and Wolff, eds. Les Légions de Rome sous le Haut-Empire, Paris; Eck,
"Jahres- und Provinzialfasten der senatorischen Statthalter”, Chiron; Pliny,
Epistulae, I.9 Syme, Tacitus, Clarendon;
Eusebius, Ecclesiae Historia; Williamson, Eusebius: The History of the Church, Harmondsworth:
Penguin; Political offices Preceded by Acilius Rufus, and Quintus Sosius
Senecio II Consul of the Roman Empire with Titus Vettennius Severus Succeeded
by Gaius Julius Longinus, and Gaius Valerius Paullinus Categories: Roman
governors of Achaia Suffect consuls of Imperial Rome Roman governors of
Dalmatia Roman governors of Asia Epulones of the Roman Empire Minicii. Keywords:
Roman law, Adriano a Minicio -- Gaio Minicio Fundano. Not to be confused with
Minucio. Minicio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Minicio.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Minnomaco: la ragione conversazionale della diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A Pythagorean
according to Giamblico. Grice: “Cicerone argues: Minnomaco speaks Greek;
therefore he is no Roman!” Minnomaco.
Refs.: Luigi Spranza, “Grice e Minnomaco.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Minucio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’eulogio ad Ottavio da Frontone -- Roma – filosofia lazia
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract: Grice: “At Oxford, you are introduced to philosophy
via the classics – more specifically, you matriculate to the Faculty of Literae
Humaniores – the only faculty to offer a course in philosophy --, organized
since 1913 as the sub-faculty of philosophy. After Grief and Laughing for five
terms, as Carroll has it, you get to know the Porch, and all the other philosophical
sects. So Minucio does mean something to me. He was my gate to philosophy!” -- Filosofo
italiano. He writes “Ottavio” – draws on a speech
by Frontone. La gente: Minucia Marco Minucio Felice Da Wikipedia,
l'enciclopedia libera. Marco M. Felice (in latino; Marcus M. Felix; Cirta, filosofo,
scrittore e avvocato romano. Non è
noto con certezza quando visse. Il suo Octavius è simile all'Apologeticum di
Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, e la datazione della vita di Felice
dipende dal rapporto tra la sua opera e quella dello scrittore africano morto
nel 230. Nelle citazioni degli autori antichi (Seneca, VARRONE, CICERONE) è
considerato più preciso di Tertulliano e questo concorderebbe col suo essere
anteriore ad esso, come afferma anche Lattanzio;[1] Girolamo lo vuole, invece,
posteriore a Tertulliano, sebbene si contraddica dicendolo posteriore a Tascio
Cecilio Cipriano in una lettera e anteriore in un'opera Per quanto riguarda gli
estremi della sua esistenza, Felice menziona Marco Cornelio Frontone; il
trattato Quod idola dii non sint è basato sull'Octavius; dunque se quello è di
Cipriano, M. Felice non fu attivo oltre il 260, altrimenti il termine ante quem
è Lattanzio. Anche la zona d'origine di M. è sconosciuta. Lo si ritiene
talvolta di origine africana, sia per la sua dipendenza da Tertulliano, sia per
i riferimenti alla realtà africana: la prima ragione, però, non è indicativa,
in quanto dovuta al fatto che all'epoca i principali autori di lingua latina
erano africani, e dunque il loro era lo stile cui ispirarsi; la seconda,
inoltre, potrebbe dipendere esclusivamente dal fatto che il personaggio pagano
dell'Octavius, Cecilio Natale, era africano, come attestato da alcune
iscrizioni. Cionondimeno, è significativo che entrambi i personaggi dell'Octavius
abbiano nomi citati in iscrizioni africane, e che lo stesso valga per il nome
M. Felice.Octavius L'Octavius è un dialogo che ha per protagonisti lo stesso
scrittore, Cecilio e Ottavio e che si svolge sulla spiaggia di Ostia. L'opera
si è conservata per errore dopo i sette libri dell'Adversus nationes di Arnobio
come (liber) octavus. Mentre i tre passeggiano sul litorale, Cecilio, di
origine pagana, compie un atto di omaggio nei confronti della statua di
Serapide. Da ciò nasce una discussione in cui Cecilio attacca la religione
cristiana ed esalta la funzione civile della religione tradizionale, mentre
Ottavio, cristiano, attacca i culti idolatrici pagani ed esalta la tendenza dei
cristiani alla carità e all'amore per il prossimo. Alla fine del dialogo Cecilio
si dichiara vinto e si converte al Cristianesimo, mentre Minucio, che funge da
arbitro, assegna ovviamente la vittoria ad Ottavio. Il Cristianesimo di M. è lo
stesso dei ceti dirigenti, che non vogliono che il cambiamento di religione sia
accompagnato da sommovimenti sociali e sono convinti che debbano, comunque,
sopravvivere la finezza e l'equilibrio costruiti da secoli di civiltà
greco-latina. Del resto, di questo ceto sono i personaggi dell'Octavius, tutti
e tre avvocatiː il pagano, Cecilio Natale, era nativo di Cirta (dove l'omonimo
registrato dalle iscrizioni aveva ricoperto cariche sacerdotali) e viveva a
Roma, come Minucio, di cui seguiva l'attività forense; Ottavio, invece, è
appena arrivato nella capitale all'epoca in cui è ambientata l'opera, e ha
lasciato la propria famiglia nella provincia d'origine. Girolamo gli
attribuisce una seconda opera, De fato, di cui però non vi sono tracce. Divinae
Institutiones, De viris illustribus, Ottavio Ianuario a Saldae, CIL, e Cecilio
a Cirta. A Tébessa e Cartagine. Bracci, Il linguaggio di M. Felice. Fra dialogo
filosofico e disputa religiosa, in Controversie: dispute letterarie, storiche,
religiose dall'Antichità al Rinascimento, a cura di G. Larini, Padova,
Libreriauniversitaria Vecchiotti, La filosofia politica di M. Felice. Un altro
colpo di sonda nella storia del cristianesimo primitivo, Urbino, Università
degli Studi, De viris illustribus L'Ottavio di Marco M. Felice in italiano:
play. google. com/ books/ reader?id=xj GOJAAAAEAJ& pg=GBS.PA0 Paul Lejay,
«Minucius Felix», in Catholic EncyclopediaBracci, Il linguaggio di Minucio
Felice. Fra dialogo filosofico e disputa religiosa, in Controversie: dispute
letterarie, storiche, religiose dall'Antichità al Rinascimento, a cura di G.
Larini, Padova, Libreriauniversitaria.it, M. Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Marco M. Felice, su Internet Encyclopedia of Philosophy. Marco M.
Felice, Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature,
Harper. Opere di Marco M. Felice, su MLOL,
Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri di Marco M. Felice
Marco M. Felice (altra versione), su LibriVox. Marco M. Felice, Catholic Encyclopedia, Robert
Appleton, Higgins, Felix, M., Encyclopedia of Philosophy. Opera Omnia dal Migne, Patrologia Latina, con indici
analitici, su documenta catholica omnia. eu.. V D M Padri e dottori della
Chiesa cattolica Portale Antica Roma Portale Biografie Portale Cristianesimo
Portale Letteratura Categorie: Scrittori romaniAvvocati romaniScrittori
Scrittori Romani Romani Nati a Cirta Apologeti Padri della Chiesa Scrittori
africani di lingua latina Scrittori cristiani antichi [altre] M. – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. CONGRESSO DI SCIENZE
STORICHE, Roma. Sezione Storia della Filosofìa Storia delle Religioni.
L’APOLOGETICO DI TERTULLIANO E L’OTTAVIO DI M. COMUNICAZIONE di RAMORINO ROMA
LINCEI SALVIUCCI. Ancora non è stata risolta in modo definitivo la questione
dei rapporti che intercedono tra il discorso di Tertulliano in difesa de’
Cristiani e il dialogo di M. Felice, dove alle accuse formolate in un discorso
d' ispirazione pagana messo in bocca a Cecilio Natale, op- ponesi una eloquente
difesa del Cristianesimo per bocca di Ottavio dal quale il dialogo prende nome.
Ancora non sono state date sufficienti ragioni per stabilire se Tertulliano
abbia avuto sott’ occhio M., o se invece questi abbia tratto da quello come da
sua fonte, e quindi quale dei due abbia da considerarsi come cronologicamente
anteriore. La questione ha un vero interesse per la storia del Cristianesimo in
Occidente perchè trattasi delle prime scritture latine d' ispirazione
cristiana, e dipende di qui il sapere chi primo abbia divulgato fra le genti di
parlata latina le ragioni addotte dagli Apostoli del Cristianesimo, già da più
decenni diffuse tra i Greci. Tale questione sorge dal fatto che tra le due
opere corrono tali e tante analogie di pensiero e di frase, da dover senz’altro
ritenere che l’un dei due abbia avuto sott’occhio l’altro. Si può ben
congetturare anche, e s’ è in fatto congetturato, abbiano entrambi attinto a
una fonte comune, che per noi sarebbe perduta. Primo propose quest’ ipotesi l’
Hartel, poi cercò sostenerla in apposita monografia il Wilhelm. Più tardi De
Lagarde pensa a dirittura a un’apologià scritta da papa Vittore I da cui
Tertulliano e M. avrebbero copiato a man salva; infine l’Agahd in una sua
ricerca di cose Varroniane, voi. supp. dei Jahrbiicher di Fleckeisen,
ammettendo anche egli un’apologià cristiana latina anteriore a Tertulliano e
M., ne investigò le fonti in VARRONE e in qualche altro libro dell’età
alessandrina. Ma noi vedremo che i riscontri verbali tra l’Apologetico e
l’Ottavio sono tanti e tali da escludere l’ipotesi d'una terza fonte co- mune,
se non forse per uno speciale punto di dottrina derivato dalla scuola di
Euemero. Tra quelli che rinunziando all’ipotesi di una terza fonte comune,
riducono la questione ai soli Tertulliano e M., gli uni credono anteriore M.,
gli altri Tertulliano, e le due schiere sono egual- mente notevoli per numero e
autorità di aderenti. I fautori della prio- rità di M., come si fan forti di
una espressione di Lattanzio, così vantano l’adesione di uomini quali Eber,
Baehrens, Norden, ecc. Gli altri si rifanno dall’attestazione di Gerolamo, e
hanno compagni uomini di incontestato valore come Schultze, Neumann, Harnack,
nome che vai da solo per molti. Ultimamente si schierò da questa parte anche il
francese Monceaux che con tanto studio e dottrina s’ è occupato della
letteratura affricana. Non è qui il luogo di ripetere le ragioni addotte da
tutti questi studiosi, nè di discuterle. Intendo qui di istituire un confronto,
il più completo possibile, di luoghi Minuciani e Tertullianei, presentandoli in
modo che ne riesca chiaro il contenuto e sia facile ai lettori di trarne le
debite conclusioni. Prendo per base il discorso di Tertulliano, seguendone
l’argomento come filo conduttore, e additando via via i luoghi paralleli di M.
Nei primi tre capitoli del suo Apologetico, mira Tertulliano a far vedere, come
fosse iniquo l’odio che si aveva contro i Cristiani. Vol- gendo nell’esordio la
parola ai reggitori del Romano Impero, dice che, se non era loro lecito fare
una pubblica inchiesta intorno alla causa dei Cristiani, se a questo solo
fattispecie o temevano o arrossivano di volgere l’attenzione pubblicamente, e
se le troppe condanne private avevano compromesso la difesa della setta
cristiana, doveva pur essere lecito a lui cercar di giungere alle loro orecchie
per la via letteraria; la verità cristiana ben sapere di essere peregrina sulla
terra e di trovar facilmente nemici tra gli estranei, ma non voler essere
condannata senza essere conosciuta. Condannarla inascoltata essere una
iniquità, e far nascere il sospetto che i governanti non vogliano ascoltare ciò
che non potrebbero più condannare conoscendolo. La scusa dell’ignoranza non
essere che apparente, anzi aggravare il carico dell’iniquità; perchè qual più
trista cosa che l’odiare quel che si ignora, anche se la cosa meriti
effettivamente odio? Se poi si viene a sapere che la cosa non meritava odio,
chi era solo colpevole d’ignoranza, cessata questa, cessa anche di odiare; come
fanno appunto i convertiti al Cristianesimo, i quali cominciano a odiare quel
che erano e a professare quel che prima odiavano. Invece, dice Tertulliano, gli
avversari nostri segnalano bensì il fatto delle molte conversioni, ma, anziché
arguire che ci sia sotto qualche gran bene, seguitano a ignorare e a odiare. Si
dirà che le molte conversioni non vogliono dir nulla, perchè ci si volge anche
al male. Ma il male, avvertasi, per natura o si teme o se ne ha vergogna; ed è
perciò che i malvagi voglion rimanere nascosti; sorpresi trepidano, accusati
negano, anche tormentati non sempre confessano, e condannati poi n’han dolore.
I Cristiani non si vergognano, non si pentono; si gloriano d’ esser notati ;
accusati non si difendono ; interrogati confessano ; anzi confessano
spontaneamente, e condannati ringraziano. Non è dunque questo un male se non ha
le circostanze connaturate al male, il timore, il rossore! il pentimento, il
rimpianto. Anche la procedura che si segue con noi Cristiani, continua
Tertulliano, è iniqua. Non ci si concede libertà di difesa, e si vuol da noi
soltanto la con- fessione del nome, senza poi esaminare il crimine. E mentre
per un omicida, per un incestuoso, per un nemico pubblico si indagano le cir-
costanze dei fatti, il numero, il luogo, il tempo, i complici dei delitti, per
noi non si procede così ; anzi un famoso editto di Traiano ha proi- bito che si
inizino processi contro noi, mentre poi ha disposto che data una denunzia, ci
si deva punire ; disposizione contradittoria ed ingiusta. Si viene così ad
applicare per noi un’assurda procedura, quella di torturarci, non per farci confessare
come gli altri, sì perchè neghiamo, mentre se si trattasse di male, noi
staremmo sulla negativa, e la tor- tura ci si applicherebbe per farci
confessare. È evidente che non un delitto è in causa nel caso nostro, ma solo
il nome. Si arriva al punto di biasimare uno che si riconosce come un
galantuomo, solo perchè è cristiano; si cacciano via dalle case, anche contro
ogni interesse, le mogli pudiche e i buoni servi, solo perchè cristiani; è
tutto in odio al nome. Ma che cos’ ha di male questo nome che significa « unti
» o, se si piglia la forma « Crestiani » usata talvolta per errore, ha a
connettersi con « buono » ? Odiasi forse ia setta per il nome del suo autore ?
Ma anche le sette dei filosofi sono denominate dai loro autori, e niuno se
n’offende. Prima di odiare il nome, conveniva indagare e riconoscere dalle
qualità della setta l’autore o da quelle dell’autore la setta ; invece non si è
fatto e non si fa nulla di questo, e si seguita a far ingiusta guerra al nome.
Fin qui l’ introduzione dell’Apologetico Tertullianeo. Con le idee qui espresse
si ha qualche riscontro nell’Ottavio, a metà circa del discorso in difesa della
nuova dottrina. Accenna Ottavio all’opera dei cattivi spiriti che insinuano
l’odio contro i Cristiani anche prima che siano conosciuti. Il capitolo
seguente tocca la procedura usata coi Cristiani, e Ottavio ricorda che anche
egli prima, credendo alle solite calunnie, usava le stesse arti diaboliche
contro i Cristiani. I demonii appunto ispirano quelle dicerie sciocche le
quali, se mai, hanno un fondo di verità per i pagani non per i Cristiani. La
confu- tazione di tali calunnie si estende. Si chiude con l’ affermazione delle
virtù cri- stiane, la pudicizia, la temperanza, la serietà. L’aumentare del
nostro numero, dice, non è accusa di errore, ma testimonio di lode, e non è
meraviglia se noi ci riconosciamo al segno dell’ innocenza e della modestia, e
se ci amiamo a vicenda chiamandoci fratelli. Ecco alcuni riscontri verbali:
Min.: nec in angulis garruli sumus si audire nos publice aut erubesciti s aut
timetis » (intendi: non è vero che noi facciamo pettego- lezzi di nascosto, se
invece siete voi che pubblicamente rifiutate di darci ascolto o perchè
arrossite o perchè temete di farlo. : ic occupant animos (im- puri spiritus)
... ut ante nos incipiant homines odisse quam nosse, ne cognitos, aut imitari
possint, aut damnare non possint. Anche noi, prima della conversione, credevamo
alle calunniose voci sparse contro i Cristiani, e non ci accorgevamo che eran
tutte dicerie sen- za fondamento ; « malum autem adeo non esse, ut Cliristianus
reus nec eru- besceret nec timeret, et unum solum- modo quod non ante fuerit
paeniteret. Tertull. Apolog. I princ.: .si ad hanc solam speciem auctoritas
vestra de iustitiae diligentia in publico aut timet aut erubescit inquirere
inauditam si damnent, praeter invidiam iniquitatis etiam suspicionem merebuntur
alicuius conscientiae, noleutes audire quod auditum dan- nare non possint. Quod vere malum est, ne ipsi
quidem quos rapit defendere prò bono audent. Omne malum aut timore aut pudore
natura perfudit. Denique malefici gestiunt latere, devitant appa- rere,
trepidant deprehensi, negant accu- sati, ne torti quidem facile aut semper continentur,
certe damnati maerent. Dinumerant in semetipsos mentis malae impetus, vel fato
vel astris imputant, nolunt enim suum esse quia malum agnoscunt. Christianus
vero quid simile? Neminem pudet, neminem paenitet nisi
piane retro non fuisse. Si denotata gloriata, si accusata non defendit,
interrogatns vel ultro confi- tetur, damnatus gratias agit. Quid hoc mali est
quod naturalia mali non habet, fimorem, pudorem, tergiversationem, paenitentiam,
deplorationem? Quid? hoc malum est
cuius reus gaudet? cuius .accusatio votum est et poena felicitas ? Qui si osservi come a un cenno fuggevole di Minucio
rispetto al non essere un male il cristianesimo, corrisponde in Tertulliano
tutta una spiegazione psicologica della natura del male e del contegno dei
malvagi col quale si confronta quello dei Cristiani. Apolog. c. IL Si critica
la procedura usata coi Cristiani. Tra l’altro, si dice. Ceteris negantibus
tormenta udhibetis ad confitendum, solis Chri- stianis ad negandum. Quo
perversine cum praesumatis de sceleribus no stris ex nominis confessione,
cogitis tormentis de confessione decedere, ut negantes nomen pariter utique
negemus et scelera... Sed, opinor non vultis noe perire, quos pessimos
creditis. Si non ita agitis circa nos nocentes ergo nos innocentissimos
iudicatis cum quasi innocentissimos non vultis in ea confessione perseverare, quam
necessitate non iustitia damnandam sciatis. Vociferata homo: Christianus
sum. Quod est dicit; tu vis audire quod non est. Veritatis extorquendae
praesides de nobis solis mendacinm elaboratis audire. Oct.: Noi prima della
conversione, mentre assumevamo la difesa di sacrilegi e incestuosi e anche di
parricidi, hos i Cristiani nec audiendos in toto putabamus, nonnunquam etiam
miserantes eorum crudelius saeviebamus, ut torqueremus confitentes ad negandum,
videlicet ne perir ent, exercentes in his, perversam quaesti onem nòn quae
verum erueret sed quae mendacium cogeret . Et si qui infìrmior malo pressus et victus
Christianum se negasset, favebamus ei quasi, eierato nomine, iam omnia facta
sua illa negatione pur- gata ». Dopo avere nell’Apologetico confutato il
pregiudizio che il Cristianesimo non fosse permesso dalle leggi romane, facendo
vedere come le leggi potessero essere benissimo pattate, e mu- tate furono
tante volte attraverso ai secoli, Tertulliano passa a confutare le calunnie
lanciate contro i Cristiani, d’ infanticidio e di cene incestuose. Queste cose
si dicono sempre, ma nessuno mai si cura d’ indagare so sono vere. La verità è
odiata, e ha nemici da tutte le parti. Chi ha mai visto a spargere sangue di
bambini, e abbandonarsi, dopa il pranzo e dopo fatti spegnere i lumi da cani
lenone s tenebrarum, a orgie incestuose? Se i nostri ritrovi son segreti, chi
può rivelare quel che vi si fa? non gli iniziati che hanno interesse a non si
tradire; non gli estranei, appunto perchè non penetrarono mai. È dunque tutto
opera' della fama. E qui Tertulliano ha una bella pagina sulla natura della
fama o si dice. È antico il motto : fama malum quo non aliud velocius ullum
Virgilio. Perchè è un male la fama? perchè veloce? o non anzi perchè essa è per
lo più menzognera? anche quando ha del vero, non è mai senza bugia, togliendo,
aggiungendo, mutande dal vero. Ed è di tal natura che non persiste a essere se
non in quanto mentisce, e vive solo fin quando non si arriva alla prova dei
fatto vero. Quando si ha il fatto, cessa ogni « si dice », e rimane la notizia
del fatto. La fama, nomen incerti > non ha più luogo dov’ è la certezza. Ora
alla fama uom savio non deve credere. Si sa come na- scono le dicerie. Hanno
principio da qualcuno che è mosso o da ge- losia o da dispetto o da mania di
dir bugie; e poi passate di bocca in orecchio, e via ripetute, nascondono
sempre più la verità. Meno male, che il tempo poi rivela ogni cosa, per felice
disposizione della natura- per cui il vero si fa strada. Le accuse sono nient’
altro che dicerie, ma non hanno fondamento di verità. Si soggiunge che noi
promettiamo la vita eterna a chi uccide bambini e commette incesti. Ma anche se
tu credi a questo, dice Tertulliano, io chiedo se tu stimeresti tanto questa
eternità da arrivarci con simili infamie. Tu nè vorresti farle queste cose, nè
potresti ; dunque perchè crederai che vogliano e possano farle i Cristiani, che
sono uomini come te ? Si dirà che sono iniziati a tali cerimonie quando non ne
sanno ancor nulla; ma in tal caso, una volta conosciute tali infamie, non
continuerebbero a parteciparvi, per la stessa avversione che avrebbe impedito
loro d’ iniziarsi nel caso che ne fossero informati. Tale il contenuto
dell’Apologetico. Vi corrispondono il M., ove con le accuse d’ infanticidio e
di cene incestuose si confutano anche quelle di adorazione d’una testa d’asino,
o dei genitali di sacerdoti, o di un uomo crocifisso, o della croce stessa. E
siccome di queste accuse si parla anche dove Cecilio Natale le espone facendo
eco alla voce comune, così è da tener conto anche di questo capo per taluni
riscontri verbali: Apolog.: quod eversofes luminum canes, lenones scilicet
tenebrarum, libidinum impiarum inverecundiam procurent candelabra et lucernae
et canes aliqui et offulae quae illos ad eversionem luminum extendant. Veni,
demerge ferruin in infantem, nullius inimicum, nullius reum, omnium filium, vel
tu modo adsiste morienti komini antequam vixit... excipe rudem sanguinem, eo
panerai tnum satia, vescere libenter Nego te velie ; etiamsi volueris, nego te
posse. Cur ergo alii
possint si vos non potestis?... qui ista credis de homine potes et tacere. Quis
talia facinora cum invenisset celavit?... Si semper latemus quando proditum est
quod admittimus? immo a quibus prodi potuit? Natura famae omnibus nota est (v.
il riassunto precedente)... quae ne tunc quidem cum aliquid veri offerti sine
mendacii vitio est Tam- diu vivit quam diu non probat, siquidem ubi probavit
cessat esse et quasi officio nunciandi functa rem tradit et exinde res tenetur,
res nominatur. Nec quisquam dicit verbi gratia: 'hoc Romae aiunt factum 1 aut :
‘ fama est illuni provinciam sortitum sed: sortitus est ille provinciam ’, et :
hoc fa- ctum est Romae \ Fama, nomen incerti, locum non habet ubi certum est.
Min. Oct.: canis qui cande- labro nexus est, iactu offulae ultra spatium lineae
qua vinctus est, ad impetum et saltum provocatur. Sic everso et exstincto
conscio lumine impuden- tibus tenebris etc. Illuni velim convenire, qui
initiari nos dicit aut credit de caede infantis et sanguine. Putas posse fieri,
ut tam molle corpus, tam parvulum corpus fata vulnerum capiat? ut quis- quam
illum rudem sanguinem novelli et vixdum hominis caedat f fundat, exhauriat?
nemo hoc potest credere nisi qui possit audere nec tanto tempore aliquem existere
qui proderet nec tamen mirum, cum omnium (quoniam, Vahlen) fama quae semper
insparsis mendaciis alitur, ostensa ventate consumitur. Anche qui si noti che il modo di esprimersi di
Minucio intorno alla fama non solo è conciso, ma chi legge quell’ostessa
ventate consu- mitur non lo intende se non quando lo confronta con la pagina di
Ter- tulliano, la quale può servire assai bene di commento. I Cristiani non si
contentavano di scagionarsi dalle accuse calun- niose mosse loro, ma le
ritorcevano contro gli avversari, facendo ve- dere come essi, all’ombra della
religione, molti infanticidi e incesti davvero commettevano. Di ciò tratta
l’Apologetico, da confrontarsi con alcuni passi dell’Ottavio. Ricordano
entrambi i sacrifizi di bambini fatti in Africa in onor di Saturno, divoratore
dei propri figli: Apolog.: cum propriis filiis Saturnus non pepercit, extran
eis utique non parcendo perseverabat, quos quidem ipsi parentes sui offerebant
et libenter respondebant, et infantibus blan - diebantur, ne lacrimante s immolarenturi.
Oct.: Saturnus fìlios suos non exposuit sed voravit ; merito ei in nonnullis
Africae partibus a parentibus infantes immolabantur y blanditile et osculo
comprimente vagitum, ne flebilis hostia immolar etur. Ma Tertulliano ha
maggiori informazioni su questi sacrifizi d’infanti in Affrica, durati
ufficialmente fino al proconsolato di TIBERIO, poi vietati ma seguitati a
praticare occultamente: et nunc in occulto per - severotur hoc sacrum facinuSj
perchè nessuna costumanza delittuosa si può sradicare per sempre, nè gli Dei
mutano costume. Oltre questo poi altri sacrifizi umani vanno imputati alla
religione antica. Entrambi i nostri scrittori ricordano i sacrifizi umani fatti
in Gallia in onor di Mercurio, e nella Taurica (M. aggiunge anche, da CICERONE.
Rep., e da LIVIO (si veda), il ricordo di Busiride Egi- ziano e di antichi riti
romani), e l’uso ancor vigente di sacrificare con- dannati a morte nelle feste
di Giove Laziale. E all* infuori della religione, rinfacciano entrambi agli
avversari l’abitudine di esporre i bambini ap- pena nati o ucciderli, o quello
più tristo di spegnere la vita appena iniziata nell’utero materno. b) Apolog .
IX: « conceptum utero dum adhuc s angui s in hominem deli- batur, dissolvere
non licet. Homicidii festinatio est prohibere nasci ; nec refert ratam quis
erìpiat animam an nascentem disturbet. Quanto poi al bevere uman sangue,
Tertulliano ricorda da Erodoto (est apud Herodotum, opinor) alleanze strettesi
fra alcuni popoli col ferirsi a sangue le braccia e bevere gli uni il sangue
degli altri; (ISO) Oct.: u snnt quae in ipsis vi- sceribus medicaminibus epotis
originem futuri hominis extinguant et parricidium faciant antequam pariant
ricorda poi Catilina, e alcune genti Scitiche divoratrici dei proprii morti, e
il rito dei sacerdoti di Bellona consistente nel ferirsi la coscia, rac-
cogliere il sangue nel cavo della mano e darlo a bere. M., più conciso, non
menziona che la congiura di CATILINA e Bellona con brevi cenni. L’uno e V altro
poi fanno menzione dell’uso di dare a bere sangue umano agli epilettici, ma
Tertulliano solo adduce il particolare, che ai raccoglieva a tal fine il sangue
scorrente dalle ferite dei delinquenti .sgozzati nell’arena. In tutto ciò è
strano il modo come Minucio mette questi ricordi in relazione con la menzione
fatta avanti delle cerimonie in onor di Giove Laziale: ipsum credo docuisse san
- guinis foedere coniurare Catilinam et Bellonam sacrum suum J ecc.; quasi che
proprio Giove Laziale abbia insegnato a Catilina e ai Bellonari i lor
sanguinosi usi ; il che è del tutto fuor di proposito. Infine, sempre intorno
alle bibite di sangue, entrambi gli apologeti ricordano l’avidità con che
solevano alcuni acquistare, per cibarsene, la carne delle bestie uccise
nell’arena, dopo che quéste s’ erano empite le viscere di membra umane. Ma
Tertulliano è più ricco di particolari, come è più immaginoso ed energico
nell’espressione. Confrontisi: Tertull.: Item illi qui de harena Min. : non
dissimiles ei qui de haferinis obsoniis cenant, qui de apro qui rena feras devorant
inlitas et infectas se est quandoque memoriara dissipari, et simili error
impegerit, exinde iam tradux proficiet incesti serpente genere cum scelere.
Tunc deinde quocumque in loco, domi, peregre, trans freta Comes et libido,
cuius ubique sal- tus facile possunt alicubi ignaris filios pangere vel ex
aliqua seminis portione, ut ita sparsum genus per commercia humana concurrat in
memorias suas, neque eas caecus incesti sauguinis agnoscat. Min.: etiam
nescientes, miseri, potestis in inlicita proruere, dum Venerem promisce
spargitis, dum passim liber os seritis, dum etiam dorai natos alienae
misericordiae frequenter exponitis, necesse est in vestros recurrere t in
filios inerrare. Nella diversa disposizione dei pensieri, pur si riconosce
l’affinità dei due scrittori, dei quali Tertulliano è più ricco e compiuto,
aggiun- gendo qui tra le ragioni di figliuoli dispersi anche l’adozione. Alla
corruttela pagana poi opponesi la continenza cristiana la quale o si contenta
di legittimo matrimonio, o aspira anche alla verginità. Tertull.: quidam multo
secu- Min : plerique inviolati corporia riores totam vim huius erroris virgine
virginitate perpetua fruuntur potiua continentia depellunt, senes pueri. quam
gloriantur. Dove non isfugga l’esagerazione del plerique minuciano di fronte
all’espressione tertullianea più conforme al vero. Gli Dei pagani erano in
origine uomini. Nell’ Apologetico, passa Tertulliano a ragionare di un’altra
recriminazione fatta ai Cristiani, quella che non venerassero gli Dei e non
sacrificassero per gli imperatori ; onde erano fatti rei di sacrilegio e di
lesa maestà. Ora egli dice che i Cristiani cessarono dal prestar culto agli Dei
pagani dacché conobbero che tali Dei non esistevano; e non esser giusto il
punirli se non quando tale esistenza fosse dimostrata. E questa convinzione
soggiunge che i Cristiani ricavavano dalle stesse testimonianze pagane,
concordi nel lasciar chiaramente vedere che i pretesi Dei non erano altro che
uomini di- vinizzati. Infatti se ne adducevano i luoghi di nascita, le regioni
ove avevano vissuto e lasciato tracce dell’opera loro, e si mostravano anche i
loro sepolcri. Serva d’esempio per tutti Saturno, cui gli scrittori come
Diodoro e Tallo fra i Greci, Cassio e Nepote fra i Latini attestarono essere
stato uomo. La qual cosa è comprovata anche da prove di fatto, verificatesi
sopratutto in Italia, ove egli fu accolto da Giano, ove il monte che abitò fu
chiamato Saturnio, la città che fondò ebbe pari- mente nome Saturnia, e anzi
tutta l’Italia dopo il nome di Enotria ricevette quello di Saturnia. Da lui
l’origine delle legali scritture e del conio monetario, onde la sua presidenza
dell’erario. Dunque era uomo, è nato da uomini, non dal cielo e dalla terra.
Ignorandosene la pa- rentela, fu detto esser figlio di quelli onde tutti
possiamo esser figli, chiamandosi per venerazione il Cielo e la Terra padre e
madre, e figli della terrà denominando il volgo quelli la cui parentela è
incerta. Sa- turno dunque era uomo; e lo stesso si può dir di Giove e di tutto
l’altro sciame di divinità pagane. Si dice che furono tutti divinizzati dopo
morte. Da chi? Bisogna vi fosse un altro Dio più sublime, ca- pace di regalare
la divinità, giacché da sé questi uomini non si po- tevan certo crear Dei. Ma
perchè il Dio Magno avrebbe donato la divinità ad altri esseri? Forse per
esserne aiutato nel grande còmpito di dirigere l’universo? Ma che bisogno vi
poteva essere di ciò, se il mondo o era ab aeterno, come volle Pitagora, o
venne fatto da un essere ragionevole, come disse Platone? Del resto questi
uomini si lo- dano per aver trovato le cose utili alla vita, ma non le hanno
create, perchè già c’erano. Si dirà egli che la divinizzazione fu un premio
alle loro virtù? Ma, a dir vero, anziché virtuosi, erano costoro pieni di vizi
e piuttosto da cacciar giù nel Tartaro che accogliere nel Cielo. Ma mettiamo
anche fossero buoni, o perchè allora non s’ è dato lo stesso premio a uomini
lodatissimi come Socrate, Aristide, Temistocle, ecc.P Di tutta questa
dimostrazione ragionata a fil di logica, Minucio non ha nell’Ottavio che un
punto solo, l’affermazione che i pretesi Dei erano uomini. E questa si contiene
nel cap. 21 del dialogo, il quale fa seguito alla parte fisolofica del discorso
di Ottavio e alla sentenza che le favole mitologiche erano tutte finzioni
poetiche, da spiegarsi seconde la teoria di Evemero, della quale cita altri
rappresentanti antichi come Prodico, Perseo, lo stesso Alessandro il Macedone.
Connettesi con tale ordine di idee il ricordo di Saturno già uomo. E qui
diversi riscontri: Tertull. Apol.: Saturnum ita- que, si quantum litterae
docent, neque Diodorus Graecus aut Thallus neque Cassius Severus aut Comelius
Nepos neque ullus commentator eiusmodi anti - quitatem aliud quam hominem
promul- gaverunt. Min. Oct.: Saturnum enim omnes scriptores vetustatis Graeci
Ro- manique hominem prodiderunt. Scit hoc Nepos et Cassius in historia ; et
Thallus et Diodorus hoc loquuntur. È questo il passo che all’Ebert e a’ suoi
seguaci parve e pare dimostrativo della priorità di Minucio, per la ragione che
il Cassius Severus di Tertulliano in luogo del semplice Cassius (ossia Hemina)
è un errore, e per la presunzione che chi sbaglia copii. Se tale indu- zione
sia giusta, vedremo in seguito. Per ora notiamo solo che Ter- tulliano aveva
fatto lo stesso sbaglio in Ad Nationes: Legimus apud Cassium Severum, apud
Cornelios Nepolem et Ta- citurna ecc. Tertull. ibid.: in qua Italia Saturnus
post multas expeditiones postque Attica hospitia consedit, exceptus a Iano vel
lane ut Salii volunt. Mons quem incoluerat Saturnius dictus, civitas quam
depalaverat Saturnia usque nunc est, tota denique Italia post Oe- notriam
Saturnia cognominabatur. Ab ipso primum tabulae et imagine signa- tus nummus et
inde aerarlo praesidet. Si homo Saturnus utique ex homine, et quia ab homine,
non utique de caelo et terra. Sed cuius parentes ignoti erant facile erat eorum
fìlium dici quorum et omnes possumus videri. Quis enim non caelum ac terrai
matrem ac Min.: Saturnus Creta profugus Italiana metu filii saevientis
accesserat et Iani susceptus hospitio rudes illos homines et agrestes multa
docuit ut Graeculus et politus, litteras imprimere, nummos signare, instrumenta
conficere. Itaque latebram suam, quod tuto latuisset, vocari maluit Latium, et
ur.bem Saturniam idem de suo nomine ut laniculum Ianus ad memoriam uterque
posteritatis reliquerunt. Homo igitur utique qui fugit, homo utique qui latuit,
et pater ho- minis et natus ex homine. Terrae enim vel caeli filius (se. est
dictus) quod apud Italos esset ignotis parentibus proditus, ut in hodiernum
inopinato visos patrem venerationis et honoris grati a appellet? vel ex
consuetudine humana, qua ignoti vel ex inopinato adparentes de caelo
supervenisse dicuntur. Proinde Saturno repentino utique caelitem contigit dici;
nam et terrae filios vulgus vocat quorum genus incertum est. Etiam Iovera
ostendemus tam hominem quam ex homine, et deinceps totum generis examen tam
mortale quam seminis sui par. Nunc ego per singulosdecurram? Otiosum est etiam
titulos persequi totum generis examen caelo missos, ignobiles et ignotos terrae
filios nominamus. Eius fìlius Iuppiter Cretae excluso parente regnavit, illic
obiit, illic filios habuit; adhuc antrum Iovis visitur et sepulcrum eius
ostenditur et ipsis sa- cris suis humanitatis arguitur. Otiosum est ire per
singulos. Saturnum principem huius generis et examinis. Per la divinizzazione dopo morte, M. ha
considerazioni diverse dai ragionamenti di Tertulliano. Ricorda Romolo fatto
Dio per lo spergiuro di Procolo, e il re Giuba per il consenso dei Mauri ;
furono consacrati Dei come si consacrano gli altri re, non per attestare la
divinità loro, ma per onorare la potestà che hanno esercitato in terra. Queste
stesse persone che si divinizzano, dice, non ne vorrebbero sapere, e sebbene
già vecchi declinano quell’onore. Rileva poi l’assurdo di far Dei esseri già
morti o nati destinati a morire. E perchè non nascono ora più Dei? Porse s’ è
fatto vecchio Giove o s’ è esaurita Giunone? 0 non è da dire anzi che è cessata
questa generazione perchè nessuno ci crede più ? E del resto se si creassero
nuovi Dei, i quali di poi non potreb- bero morire, s’avrebbero più Dei che
uomini, da non poter essere più contenuti nè in cielo, nè nell’aria, nè sulla
terra. Tutte queste riflessioni di Minucio sono differenti da quelle che fa
Tertulliano ; sicché in questo punto non vi possono essere riscontri. Però
confronta: Ad Nationes: qui deum Caesarem dicitis et deridetis dicendo quod non
est, et maledicitis quia non vult esse quod dicitis. Mavult enim vivere quam
deus fieri. Min.: Invitis his hoc nom.en adscribitur: optant in homine
perseverare, fieri se deos metuunt, etsi iam senes nolunt. Tertulliano passa a
considerare che cosa sieno effettivamente i supposti Dei pagani. E prima parla
dei loro simulacri, i quali son fatti di materia identica a quella dei vasi e
strumenti comuni, o forse dai vasi medesimi artisticamente elaborati. Son
dunque Dei foggiati per mezzo di battiture, di raschiature, di arroventature;
proprio il trattamento che si fa ai Cristiani, di che questi possono avere
qualche conforto. Se non che questi Dei non sentono i maltrat- tamenti della
loro fabbricazione, come non sentono gli ossequi dei loro fedeli. Tali statue
di morti, cui intendono solo gli uccelli e i topi e i ragni, non è egli giusto
non adorare? Come sembrerà che offendiamo tali esseri, mentre siam certi che
non esistono affatto? Riflessioni analoghe fa M.. Detto delle favole
mitologiche irriverenti e corrompitrici, nota che le immagini di tali Dei adora
il volgo, più abbagliato dal fulgore dell’oro e dell’argento che ispirato da
fede vera; e richiama l’attenzione sul fatto che tali simulacri sono formati
dalla mano d’un artista, e se di legno, forse reliquia di un rogo o di una
forca; sono sospesi e lavo- rati con l’accetta e la pialla, se d’oro o
d’argento, magari tolto da vaso immondo, sono pesti, liquefatti, contusi tra il
martello e l’ incudine, ecc. Ecco riscontri: Tertull. Apoi.: reprehendo...
materias sorores esse vasculorum instrumentorumque communium vel ex isdem
vasculis et instrumentis quasi fatum consecratione mutantes. Min.: deus aereus
vel argenteus de immundo vasculo, ut accicipimus factum Aegyptio regi (Amasi,
Erodoto) conflatur, tunditur malleis et incudibus figuratur nisi forte nondum
deus saxum est vel lignum vel argentum. Quando igitur hic nascitur? ecce
funditur, fa- bricatur, sculpitur, nondum deus est; ecce plumbatur construitur,
erigitur, nec adhuc deus est; ecce ornatur consecratur oratur, tunc postremo
deus est, cum homo illum voluit et dedicavit. Piane non sentiunt has iniurias
nec sentit lapideus deus suae et contumelias fabricationis suae dei nativitatis
iniuriam ita ut nec postea, vestri sicut nec obsequia ». de vestra veneratione
culturam. Statuas milvi et mures et Quam acute de diis vestris attinane ae
intellegunt. malia muta naturali ter iudicant ! mures, hirurrdines, milvi non
sentire eos sci uni; rodunt inculcant insident, ae, nisi abigatis, in ipso dei
vestii ore nidificant; araneae vero faciem eius intexunt et de ipso capite sua
fila suspendunt. Vos tergetis
mundatis eraditis et illos qoos facitis, protegitis et timetis. Si noti qui la maggior quantità di particolari in M.,
il che come deva spiegarsi diremo in seguito. Tertulliano invece è poi solo nel
notare che i pagani stessi prendono a gioco illudunt e offendono le loro
divività, non riconoscendo tutti le stesse, e trat- tando alcuni Dei come i
Lari domestici con compre- vendite, pignora- menti, incanti, tal quale s’usa
per le case cui sono annessi, altre volte tsasformando, poniamo, un Saturno in
una pentola e una Minerva in un mestolo. Di nuovo entrambi ricordano, di
passata, le strane cerimonie del culto pagano (Tertull. in., Min. e rilevano le
invereconde leggende dai poeti ripetute intorno agli Dei, auspice Omero, e
l’aver gli Dei combattuto o pei Greci o pei Troiani, e Venere ferita, e Marte
incarcerato, e Giove liberato per opera di Briareo, ecc., ecc. Tertull.: Quanta
inverno ludi- Min.: hic enim Homerus bria! deos inter se propter Troianos et
praécipuus bello Troico deos vestros, Achivos ut gladiatorum paria congres -
etsi ludos facit, tamen in hominum resos depugnasse, Venererà humana sa- bus et
actibus miscuit, hic eorum pagitta sauciatam, quod filium suum Ae- ria
composuit, sauciavit Venererà, Mar - nean paene interfectum ab eodem Dio- . tem
vinooit vulneravit fugavit. Iovem mede rapere vellet, Martem tredecim narrat
Briareo liberatum, ne a diis cemensiìms in vinculis paene consumptum, teris
ligaretur, et Sarpedonem filium, Iovem ne eandem vim a ceteris caeli- quoniam
morti non poterat eripere, tibus experiretur, opera cuiusdam moncruentis
imbribus flevisse, et loro Ver stri liberatum, et nunc flentem Sarpe - neris
inlectum flagrantius quam in aduldonis casum, nunc foede subantem in teras
soleat cum Iunone uxore consororem sub commemoratione non ita cumbere.
dilectarum iampridem amicarum. L’esempio d’Omero indusse altri poeti a
irriverenti invenzioni: Quis non poeta ex auctoritate Alibi Hercules stercora
egerit, principis sui dedecorator invenitur Dee- et Apollo Admeto pecus pascit.
Laorum ? Hic Apollinem Admeto regi pa- medonti vero muros Neptunus instituit
scendis pecoribus addicit, ille Neptuni (forse: construit) nec mercedem operis
structorias operas Laomedonti locat. Est infelix structor accipit. Illic
(Vulcanus, et ille de lyricis (Pindarum dico) qui aggiunge TUrsinus) Iovis
fulmen cum Aesculapium canit avaritiae merito, quia Aeneae armis in ineude
fabricatur, cum avaritiam nocenter exercebat, fulmine caelum et fulmina et
fulgura longe ante iudicatum. Malus Iuppiter si fulmen il- fuerint quam
Iuppiter in Creta nasce- lius est, impius in nepotem, invidus in retur
artifìcem. Dal contesto di Tertulliano apparirebbe ch’egli attribuisse le
leggende di Apollo pastore presso Admeto e di Posidone operaio al soldo di
Laomedonte ad altri poeti che ad Omero, mentre è noto che già in Omero vi è un
cenno di queste leggende. Ma forse Tertulliano aveva in mente ulteriori
elaborazioni di dette leggende forse in drammi (ad es., per Apollo pastore,
l’Alcestide d’ Euripide), come dopo fa espressa menzione di Pindaro. In Minucio
invece tutte le ri- cordate leggende par si attribuiscano ancora ad Omero, il
che viene a essere inesatto per il racconto di Ercole che scopa le stalle
d’Augia, in Omero non menzionato, e per il ricordo delle armi di ENEA opera di
Vulcano, tolto da VIRGILIO (si veda) non da Omero. In connessione col
precedente argomento, Tertulliano ricorda an- cora le irriverenze contro gli
Dei scritte dai filosofi, specie dai cinici (tra cui pone Varrone, che chiama
il Cinico Romano e a cui rimprovera l’aver introdotto ter centos foves sive
Jupitros sine capitibus), e quelle peggiori contenute nei mimi e nella
letteratura istrionica, aggravati dalla circostanza che gli istrioni spesso
rappresentano essi stessi la divinità, e, dice: vidimus aliquando castratura
Attin, Mura Deum ex Pessinunte, et qui vivus ardebat Eerculem in - dueraL Di
tutto ciò nulla in M.. Invece di nuovo vanno di con- serva nel rinfacciare al
paganesimo i sacerdoti corrotti e corruttori. Apoi.: in templis adul - Oct.:
dopo ricordati i molti teria componi, inter aras lenocinia incesti delle
Vestali, continua: «ubi tractari, in ipsis plerumque aedituo- autem magis a
sacerdotibus quam inter rum et sacerdotum tabernaculis sub aras et delubra
condicuntur stupra, isdem vittis et apicibus et purpuris tractantur lenocinia,
adulterio medithure flagrante libidinem expungi. tantur? frequentius denique in
aedituorum cellulis quam in ipsis lupana- ribus flagrans libido defungitur. Si
avverta nel latino di Minucio il meditantur usato passivamente con una
ripetizione inutile di concetto dopo il condicuntur stupra ; si noti [Salvo se
V alibi di M. voglia interpretarsi: «presso altri autori. Ma tale
interpretazione ripugna al contesto, perchè poco di poi, ricordato ancora
Tadulterio di Marte e Venere, e i rapporti di Giove e Ganimede, soggiunge :
quae omnia in hoc (scil. Homero) prodita ut vitiis hominum quaedam auctoritas
pararetur. pure l’esagerazione del frequentius quam inipsìs lupanaribus che
guasta il concetto espresso dal plerumque di Tertulliano ; in terzo luogo si
avverta l’epiteto flagrans attribuito alla libido, in luogo del thure fla-
grante così significativo di Tertulliano. Infine quel defmgitur, usato
assolutamente, e con soggetto di cosa in senso di « si sfoga » o in quello
passivo di viene saziata è tanto poco giustificato da altri esempi di scrittori
latini (*), che fa pensare a un errore del testo. Forse in luogo di defmgitur,
va letto: expungitur . Tertulliano dopo le cose dette, si dispone a venire alla
parte po- sitiva della sua Apologia, ma prima confuta ancora le dicerie sparse
sul conto de’ Cristiani, che essi adorassero una testa d’asino e avessero in
venerazione la Croce. Quanto alla prima, ne attribuisce l’origine a Tacito, che
avendo narrato nel quinto delle Storie l’esodo degli Ebrei dall’Egitto, e la
sete patita nel deserto, e il fatto che una fontana era stata indicata da
alcuni asini selvatici, aveva soggiunto che gli Ebrei grati a queste bestie del
beneficio ricevuto avevano preso a venerarle. Di poi la stessa cosa sarebbe
stata attribuita ai Cristiani come setta affine ai Giudei. Eppure, dice
Tertulliano, lo stesso Tacito narra bene che quando Pompeo presa Gerusalemme
entrò nel tempio, non vi trovò alcun simulacro. Piuttosto ai pagani possono i
Cristiani rinfacciare che i giumenti e gli asini intieri venerano insieme colla
dea Epona. Quest’ultimo punto, e solo questo, trovasi anche in Minucio onde può
riscontrarsi: Tertull. Apoi.:Tostameli Min.: vos et totos asinos non negabitis
et iumenta omnia et totos in stabulis curri vestra \jveT} Epona concantherios
curri sua Epona coli a vobis secratis, et eosdem asinos cum Iside (cfr. ad
Nationes: sane vos totos religiose decoratis. asinos colitis et cum sua Epona
et omnia iumenta et pecora et bestias quae perinde cum suis praesepibus
consecratis. Impersonalmente trovasi usato defungor in Tee. Adelph.: utinam hic
sit modo defunctum, purché la finisca qui » ; e con soggetto di cosa pub
ricordarsi il barbiton defunctum bello di Orazio, la lira ha finito le sue
battaglie d’amore ». Abbastanza frequente è il defungor usato assolutamente ma
con soggetto personale come in Ter. Phorm.: cupio misera in hac re iam de-
funger e in Ovid. Am.: me quoque qui toties merui sub amore puellae, defunctum
placide vivere tempus erat . Sempre defungi ha senso di « finire la parte sua,
esaurire il proprio mandato. Il ricordo degli asini nel culto d’ Iside è solo
minuciano, e si aggiuuge ancora menzione di altri culti strani, come quello del
bue Api e di altre bestie venerate dagli Egiziani (forse dal De Nat. Deor. di
CICERONE. Quanto al culto della Croce, osserva Tertulliano che anche i pa- gani
adorano i loro idoli di legno ; sarà dunque question di linee, ma la materia è
la stessa, sarà question di forma, ma è sempre il corpo del creduto Dio. Del
resto, dice, le immagini in forma di semplice palo della Pallade Attica e della
Cerere Paria, che gran differenza hanno dal legno della croce? poiché ogni palo
piantato verticalmente è una parte della croce. Poi gli statuari, quando
fabbricano un Dio, si ser- vono d’uno scheletro ligneo a croce, tale in fondo
essendo la figura del corpo umano ; e un sopporto di legno della stessa foggia
usasi pure nei trofei e nelle insegne militari. M. parla di ciò. Ecco alcuni
riscontri: Tertull.: Qui crucis nos reli- giosos putat, consecraneus
(correligionario) erit noster. Cum lignum aliquod propitiatur, viderit habitus
dura materiae qualitas cadera sit, viderit for- ma dum id ipsum Dei corpus sit.
Diximus originem deorum vestrorum a plastis de cruce induci » (allusione a Ad
Nationes dove la fabbricazione degli idoli con uno scheletro ligneo a forma di
croce è ampiamente descritta. Sed et Victorias adoratis cum in tropaeis cruces
intestina sint tropaeorum. Religio Romanorum tota castrensis signa veneratur...
Omnes illi imaginum suggestus in signis monilia crucum sunt; sipbara illa
vexillorum et cantabrorum stolae crucum sunt. Laudo dili- gentiam. Noluistis
incultas et nudas cruces consecrare. Ad Nationes: Si statueris hominem manibus
expansis, imaginem crucis feceris. Tertulliano poi parla ancora della
venerazione del Sole attribuita da alcuni ai Cristiani per l’uso loro di
pregare rivolti ad Oriente Ma anche questo, dice, non è rimprovero che si possa
fare ai Cristiani, Min.: Cruces... nec colimus nec optamus. Yos sane qui
ligneos deos consecratis cruces ligneas ut deorum vestrorum partes forsitan
adorates. Nani et signa et cantabra et ve - xilla castrorum quid aliunt quam
inauratae cruces sunt et ornatae? tropaea vestra victricia non tantum simplicis
crucis faciem verum et adfixi hominis imitantur. Signum sane crucis naturaliter
visimus in navi cum velis tumentibus vehitur, cum expansis palmulis labitur;
et, cum erigitur iugum, crucis signum est,* et cum homo porrectis manibus deum
pura mente veneratur. praticando anche i pagani la preghiera al levar del sole.
E se i Cri- stiani fanno festa il giorno del sole (la domenica), fanno ciò per
ben altra causa che la religione del sole : pure i pagani nel dì di Saturno (il
sabato) si davano all’ozio e al mangiare, scimiottando, a sproposito, i Giudei.
Di ciò nulla in M.. Infine nell’Apologetico ricordasi la pittura da un
miserabile mu- lattiere messa in pubblico, a Roma, rappresentante una figura
umana con orecchie d’asino, e l’un dei due piedi ungulato, vestito di toga e
con un libro in mano, appostavi la iscrizione: Deus Christianorum òvoxoirjtrjQ.
Era un Giudeo l’autore di questo indecente scherzo (ad Nat.); e la gente ci
credette e per tutta la città scorreva sulle bocche quell’ Onocoetes. Ma di
tali mostri, soggiunge, veneransi più fra i pagani che tra cristiani; chè essi hanno
accolto tra i loro Dei esseri con testa di cane e di leone, e corna di capri e
d’ariete, e coda di serpenti, alati le spalle o i piedi. Un fuggevole ricordo
di tali mostri è anche in M., che del resto si tace: d) Tertull. : « Illi
debebant adorare statim biforme numen, quia et canino et leonino capite
commixtos, et de ca- pro et de ariete cornutos, et a lumbis hircos et a
cruribus serpentes et pianta vel tergo alites deos receperunt. Solo è invece M.
a scagionare i Cristiani dell’accusa di adorare sacerdoti virilia; alla quale
occasione ritorce contro gli avversari la taccia di impudicizia, ricordando le
licenze sessuali onde quei cinedi si disonoravano. Min.: item bonra capita et
capita vervecum et immolatis et colitis, de capro etiam et de homine mixtos
Deos et leonum et canum vultn deos dedicatis. Ma venendo ornai alla parte positiva della dottrina,
Tertulliano celebra il Dio unico, creatore del cosmo, invisibile sebben si
veda, incomprensibile sebbene in via di grazia divenga presente, inestimabile
sebbene coll’umano sentimento si stimi. E in quanto si vede, si comprende, si
stima, Egli è minore dei nostri occhi, delle nostre mani, dei nostri sensi; ma
in quanto immenso, a sè solo è noto. Così la sua stessa grandezza lo rende noto
e ignoto insieme a noi. Ecco appunto il gran delitto, consistente nel non voler
riconoscere Dio, mentre non si può ignorare. Non lo attestano le sue opere? non
lo attesta la stessa anima? la quale sebbene incarcerata nel corpo, svigorita
dalla concupiscenza, fatta ancella di falsi Dei, pure quando rientra in sè e
sente la sua sanità naturale, esce fuori in esclamazioni, quali: Dio buono e
grande!, e: ci sia propizio Iddio!, e : Dio vede, e : a Dio ti raccomando e
simili; e queste cose, esclama, non rivolta al Campidoglio, ma al Cielo, sede
naturale del Dio vivo. In Minucio la parte positiva del discorso, per quel che
riguarda la filosofia o teologia razionale, precede la parte polemica o
negativa. Del Dio unico parla Ottavio in principio del suo discorso, e trovansi
diversi luoghi paralleli a passi di Tertulliano. Eccoli: Tertull.: deus ...
totam molem istam verbo quo iussit, ratione qua disposuit, virtute qua potuit
de nihilo expressit. Per il dispensare in confronto col disponere, vedi
CICERONE. Orai.: inventa non solum ordine sed edam momento quodam atque iudicio
dispensare atque disponere . Invisibilis est incomprehensibilis... inaestimabilis.
quod immensum est, soli sibi notus est. Anima cum sanitatem suam patitur, deum
nominat. Deus bonus et magnus et quod Deus dederit 1 omnium vox est. Iudicem
quoque contestato illum ‘ Deus videt ’ et Deo commendo, et Deus mihi reddet \ 0
testimonium animae naturaliter Christianae! Denique pronuntians haec non ad Capitolium sed ad
caelum respicit». Su questo tema dell’anima naturalmente cristiana è noto che
Tertulliano scrisse più tardi un opuscoletto a parte intitolato appunto De
testimonio animae, dove le stesse idee sono esposte con maggiore ampiezza ed
efficacia. Min.: Qui Deus universa quaecumque sunt verbo iubet, ratione
dispensai, virtute consummat hic non videri potest... nec comprendi potest nec
aestimari. Immensus et soli
sibi tantus quan- tus est notus ». « Audio vulgus; cum ad caelum ma* nus
tendunt, nihil aliud quam * o Deus ’ dicunt et ‘Deus magnus est’ et * Deus
verus est’ et ‘ si Deus dederit’. Yulgi
iste natoalis sermo est an Christiani confidente oratio ? L’Apologetico e
importante per le indicazioni delle fonti letterarie della dottrina cristiana.
Ricordati i primi storici ispirati dall’Ebraismo e i profeti e i libri ebraici
tradotti in greco dai Settandue per suggerimento di Demetrio Falereo al tempo
<ìi Tolomeo Filadelfo, ricordata l’antichità dei primi scrittori ebraici
molto maggiore di qualsiasi memoria greca, e fatto anche un cenno di altre
fonti storiche greche, egiziane, caldee, fenicie fino a Giuseppe Ebreo, notata
la concordia e completezza delle profezie che pronunziarono gli avvenimenti
secondo verità, e hanno acquistata autorità sicura anche per le cose ancora da
venire, Tertulliano espone la dottrina di Cristo uomo e Dio. La teoria della
Trinità divina in unità di sostanza è qui già chiara- mente formolata, e
confermasi l’idea del Àóyog, o parola o ragion divina artefice dell’universo,
con testimonianze di antichi filosofi. Poi si riassume la storia di Gesù e
ricordasi la divulgazione della dottrina di lui fatta dagli Apostoli, fino alla
persecuzione neroniana. Ecco dunque, conchiude, qual’ è la nostra fede, che noi
sosteniamo anche fra i tormenti : Deum colimus per Christum . Cristo è uomo ma
in lui e per lui Dio vuol essere riconosciuto e adorato. Di questa, che è la
sostanza del Cristianesimo, Minucio tace affatto; non nomina neppur Cristo, pur
parlando a ogni piè sospinto de’ Cristiani. È questo il lato debole dell’
Ottavio. Solo in un punto uvvi una non chiara allusione alle dottrine
dell’uomo-Dio, uve per iscagionare i correligionari dall’accusa di venerare un
delin- quente dice : « molto siete lungi dal vero, se ritenete si creda da noi
deum aut meridie ìioxium aut potuisse terrenum, che un Dio o si rendesse colpevole
da meritar supplizio o potesse come cosa terrena subirlo; parole non abbastanza
chiare nel testo latino, e che diedero luogo a ben disparate interpretazioni.
Minucio in questo luogo è rimasto inferiore a sè stesso, nè s’avvide come
questa dottrina fondamentale meritava più ampio svolgimento in una difesa del
resto eloquente e sentita della nuova religione. Continuando Tertulliano la
esposizione sua, parla dell’esistenza di sostanze spirituali, esistenza ammessa
già dai filosofi e poeti antichi come dal volgo; e, ricordata la caduta di
alcuni angeli e l’origine dei demoni, parla dell’opera di costoro tutta rivolta
a dannar l’uomo; son essi che eccitano le più strane passioni u pazzi capricci
e corruttele dell’anima; son essi che ingenerano la fede negli Dei falsi e
bugiardi, e, colla loro rapidità di movimenti e parziale notizia del vero anche
futuro, ispirano oracoli e vati, e in tutto contribuiscono a ingenerare inganni
e deviar la mente dal vero Dio. I miracoli dei maghi son da loro ; da loro spesso
i sogni e ogni specie di divinazione. La più bella prova di ciò, dice
Tertulliano, è questa che se uno invaso da un demone si trovi in faccia a un
Cristiano, e questi dia ordine al demone di parlare, quegli senz’altro si
confesserà, quel che è ; e così pure quelli che son creduti invasi da un Dio,
in presenza d’un cristiano confessano di essere nient’ altro che demoni. Il
nome di Cristo basta ad atterrire questi esseri ; una prova di più cho il
nostro è l’unico Dio e vero, e che non esistono gli Dei pagani. Sicché si vede
quanto poca regga l’accusa di lesa religione romana, mentre di vera
irreligiosità si macchiano gli avversari coll’ adorare i falsi Dei, e diversi
nelle diverse regioni, e altresì coll’ impedire a noi il culto del vero Dio.
Tali pensieri trovansi su per giù anche in M.. Ottavio discorre degli spiriti
mali, degradati dalla loro primiera innocenza e tutti intenti a perdere anche
gli altri. Tale discorso continua r offrendo vari luoghi paralleli a
Tertulliano. Tertull. Apolog,:Sciunt daeraones philosophi, Socrate ipso ad
daemonii arbitrium exspectante. Quidni? cum et ipsi daemonium a pueritia
adhaesisse dicatur, dehortatorium piane a bono. Omnes sciunt poetaen. Min.: eos
spiritus daemones- esse poetae sciunt, philosophi disserunt, Socrates novit,
qui ad nutum et arbitrium adsidentis sibi daemonis vel deeli nabat negotia vel
petebat. Il demonio socratico è da Tertulliano giustamente detto debortatorium
a borio; meno esattamente Minucio gli attribuisce efficacia e positiva e
negativa contro la nota verità storica. Quid ergo de ceteris ingeniis vel etiam
viribus fallaciae spiritalis edisseram? phantasmata Castorum, et aquam cribro
gestatara, et navem cingalo promotam f et barbam tactu inrufatam, ut numina
lapides crederentur et deus verus non quaereretur ? Min.: de ipsis daemonibus
etiam illa quae paullo ante tibi dieta sunt, ut Iuppiter ludos repeteret ex
somnio, ut cum equis Castores viderentur, ut cingulum matronae navicula
sequeretur. Tali esempi di miracoli erano conosciuti volgarmente dai libri relativi
all’arte divinatoria, e in riassunti dottrinali non fa meraviglia di veder
citati or gli uni or gli altri. Tertull.: « Iussus aquolibet chrifitiano loqui
spiritus ille tam se daerannem confitebitur de vero quam alibi dominum de
falso. Aeque producatur aliquis ex his qui de deo pati existiraantur Ista ipsa
Virgo caelestis pluviarum pollicitatrix, ipse iste Aesculapius medicina- Tum
demonstrator nisi se daemones confessi fuerint Christiano mentiri non audentes
etc. vobis praesentibus erubescentes. Credite illis, cura verum de se lo-
quuntur, qui mentientibus creditis. Nemo ad suum dedecus mentitur, quin potius
ad honorem de corporibus nostro imperio «xcedunt inviti et dolentes sciunt
pleraque pars vestrum ipsos daemonas de se met ipsis confiteri, quotiens a
nobis tormentis verborura et oratìonis incendiis de corporibus exiguntur. Ipse
Saturnus et Serapis et Iuppiter... vieti dolore quod sunt eloquuntur. nec
utique in turpitudinem sui, nonnullis praesertim vestrum adsisten- tibus
mentiuntur . Ipsis testibiis esse eos daemonas credite fassis adiurati per deum
verum et solum inviti miseri corporibus inhorre- scunt et... exsiliunt. Un
altro riscontro ancora notasi volgendo rocchio a Tertulliano ove si riprende il
discorso degli angeli e dei demoni. Licet subiecta sit nobis tota vis daemonum
et eiusmodi spirituum, ut nequam tamen servi metu nonnunquam contumaciam
miscent, et laedere gestiunt quos alias verentur. Odium enim etiam timor
spirat. Inserti mentibus imperitorum odium nostri serunt occulte per timorem ;
naturale enim est et odisse quem timeas et quem oderis infestare si possis. In
Tertulliano sono i demoni che temendo i Cristiani, appunto per ciò qercano di
offenderli, perchè il timore partorisce odio. In Minucio si fa che i demoni
insinuino nei pagani Todio contro i Cristiani per mezzo del timore. Ma ciò, si
noti, è meno naturale, perchè i pagani non avevano nessuna ragione di temere i
Cristiani. Li odiavano invece senza conoscere la loro dottrina ; ma ciò non ha
a che fare col timore. Non a proposito dunque Minucio fece sua
quest’osservazione psicologica dell’odio figlio del timore. Infine a riguardo
della varietà politeistica, Tertulliano ricorda le bestie venerate in Egitto ;
e qui è da fare un raffronto con M. Tertull.: Aegyptiis permissa est tam vanae
superstitionis po- testas avibus et bestiis consecrandis et capite damnandis
qui aliquem huiusmodi deum occiderint. Min.: nec eorum (Aegyptiorum) sacra
damnatis instituta serpentibus, crocodilis, belluis ceteris et avibus et
piscibus, quorum aliquem deum si quis occiderit etiam capite punitur. Una delle
ragioni che i pagani opponevano più frequentemente alle censure dei loro Dei
fatte dai seguaci del Cristo, era questa che a buon conto Roma doveva la sua
grandezza alla religiosità tradizio* naie e al rispetto degli Dei e delle
cerimonie istituite in loro onore. Di questa idea appunto si fa interprete
Cecilio Natale presso M. nel suo discorso in difesa del paganesimo. I Cristiani
dovettero ribattere queste ragioni, mostrando che Roma se era grande non doveva
nulla ai falsi Dei. Tertulliano svolge questo punto nell’Apologetico. Con
ironia comincia a chiedere se Dei quali Stercolo e Mutuno e Larentina hanno
potuto promuovere l’imperio ; poiché, dice, non è da supporre che Dei
forestieri, come la Gran Madre, favorissero Roma, a detrimento dei loro fedeli
indigeni. Del resto, soggiunge, molti Dei romani furono prima re ; da chi
ebbero la podestà regia? Forse da qualche Stercolo. E il potere di Roma già
era, molto prima che si costituisse il culto ufficiale, e che di idoli greci ed
etruschi fosse inondata la città. Ma poi tutta la storia romana è prova di
irreligiosità piuttostochè di religiosità. Guerre e conquiste di città come si
fanno senza ingiuria agli Dei, senza distruzione di templi e stragi di
cittadini e di sacerdoti, e rapine di ricchezze sacre e profane? E come può
essere che gli Dei delle città vinte tollerino poi d’essere adorati dai
conquistatori ? Non possono dunque essersi fatti grandi per merito della
religione quelli che crebbero coll’offenderla o crescendo l’offesero. Anche
Ottavio in M., svolge questi pensieri, ricordando le scelleratezze compiute da
Romolo in poi, e mostrando la improbabilità che i Romani siano stati aiutati
dai loro Dei vernacoli come Quirino, Pico, Tiberino, Conso, Pilunno, Volunno,
Cloacina, il Pavor e il Pallor, la Febbre, Acca Laurenzia e Flora; tanto meno
li aiuta- rono gli Dei forestieri come Marte Tracio, Giove Cretese, Giunone o
Argiva o Samia o Punica che dir si voglia, Diana Taurica, la madre Idea, o le
non divinità ma mostruosità egiziane, (ricordi attinti a CICERONE e Seneca, v.
ediz. Waltzing. Ecco qualche riscontra con Tertulliano: Tertull.: Tot igitur
sacrilegia Min.: totiens ergo Romania Romanorum quot tropaea, tot de deis
impiatum est quotiens triumphatum, quot de gentibus triumphi, tot manu- tot de
diis spolia quot de gentibus et biae quot manent adhuc simulacra capti-
tropaea. vorum Deorum. Omne regntim vel imperium bellis quaeritur et victoriis propagata. Porro
bella et victoriae captis et eversis plurimum urbibus Constant. Id negotium
sine deorum ini uria non est. Eadem strages moenium et templorum pares caedes
civium et sacerdotum, nec dissimiles rapinae sacrarum divitiarum et profanarum.
Tertull.: Videte igitur ne ille regna dispenset cuius est et orbis qui regnata
et homo ipse qui regnat... Regnaverunt et Babylonii ante ponti - fices et Medi
ante XVriros et Aegyptii ante Salios et Assyrii ante Lupercus, et Amazones ante
Virgines V est ale s. civitates proximas evertere cum templis et altaribus
disciplina com- raunis est Ita quicquid Romani tenent colunt possident,
audaciae praeda est: tempia omnia de manubiis, i. e. de ruinis urbium, de
spoliis deorum, de caedibus sacerdotum. Hoc insultare et inludere est....
adorare quae manu ceperis, sacrilegium est consecrare non numina. Min.: ante
Romanos deo dispensante diu regna tenuerunt Assyrii, Medi, Persae, Graeci etiam
et Aegyptii, cum pontifices et arvales et salios et vestales et augures non
haberent nec pullos caveas reclusos quorum cibo vel fastidio reip. summa regeretur.
Per non volere i Cristiani sacrificare
agli idoli, erano tacciati sì di irreligiosità, ma non potevano essere
processati per questo, essendo ciascuno libero di avere, come gli piaccia,
favorevoli o sfavorevoli gli Dei. Formale accusa invece si moveva loro per non
volere sacrificare in onore dell’ imperatore divinizzato, e chiamavan questo
lesa maestà. Di ciò parla Tertulliano. La cosa si capisce, die egli ; voi avete
più paura e usate furbescamente più riguardi a Cesare che a Giove stesso in
Cielo. In fondo avete ragione; perchè un vivo vai più dun morto. Ma commettete
voi in questo colpa d’irreligiosità, dando la preferenza a una dominazione
umana; e più presto si sper- giura da voi per tutti gli Dei che per il solo
genio di Cesare. A questo punto è a notare una lieve somiglianza col discorso
di Ottavio presso Minucio, là dove rimprovera i pagani del prestar culto divino
ad un uomo, e dell’ invocare un nume che non c’ è ; pure, dice, è per loro più
sicuro spergiurare per il genio di Giove che per quello del re. Tertull.:
citius de- Min.: et est eis tutine per nique apud vos per omnes Deos quam Ioyìs
genium peierare quam regis. per unum genium Caesaris peieratur. Segue in
Tertulliano un gruppo di capitoli bellissimi in cui con calorosa eloquenza si
fa vedere quanto più onesti ed efficaci voti facessero i Cristiani pregando per
la salute dell’imperatore il Dio uno e vero, e a cbi solo può dare chiedendo
per lui lunga vita, securo imperio, casa tranquilla, forte esercito, senato
fedele, popolo probo, mondo quieto; e ciò non con apparati di culto esterno, ma
con sincerità d’anima e innocenza di vita. I Cristiani, dice, hanno imparato
dal loro Maestro a pregare anche per i nemici e i persecutori; e nel far voti
per la diutur- nità dell' impero, sanno di ritardare quel cataclisma che
minaccia all’orbe universo la fine. Ma non possono chiamare Dio l’ imperatore
senza derisione di lui e ingiuria al vero Dio. Perchè dunque saranno
qualificati come nemici pubblici? Forse perchè si astengono dalle licenziose
feste pubbliche celebrate a solennizzare qualche lieto avvenimento della casa
imperiale? A buon conto, non dai Cristiani, ma dal novero dei Komani escono e i
Cassii e i Nigri e gli Albini, cioè i ribelli all’autorità imperiale; i quali
pure avevan preso manifesta parte alla feste pubbliche e ai pubblici voti per
la salvezza dell’ imperatore. La vera sudditanza e fede dovuta all’autorità sta
nei buoni costumi e nei rapporti d’onestà quali noi Cristiani serbiamo con
tutti. Amando noi i nostri nemici, chi possiamo ancora odiare? Inibita a noi la
vendetta, chi possiamo offendere? Quando mai i Cristiani pensarono a vendi-
carsi neppure del volgo che li malmenava, non rispettando nemmeno i morti?
Eppur quanto facimente avrebber potuto preparare le loro vendette in segreto, o
anche dichiarare aperta guerra, tanto numerosi essi già sono in tutte le città,
nelle isole, nei municipi, nei campi militari, nel senato stesso e a corte !
Potevano anche senz’armi pugnare, ritirandosi in qualche angolo remoto del
mondo e lasciando dietro sè una spaventosa solitudine. Eppure ci avete chiamati
nemici del genere umano, anziché « dell’errore umano. Che ragion vi era di non
considerare la nostra setta come una factio licita, dal momento che non
facciamo nulla che turbi la società, e produca divisioni, attriti, violenze?
Una repubblica sola noi riconosciamo, il mondo. Ai vostri spettacoli
rinunziamo, perchè ne conosciamo l’origine dalla falsa religione. In che
v’offendiamo, se abbiamo altri gusti e piaceri? L’unità della fede e della speranza
ci unisce e ci affratella. Ci aduniamo a pregare e a leggere i libri santi; ivi
ci esortiamo a far bene, e ci rimproreriamo se manchiamo ai nostri doveri. Si
contribuisce un tanto al mese per alimentare i poveri e so- stenere le spese
delle sepolture e dei derelitti. Il nostro mutuo amore 4, dà noia agli
avversari, perchè essi si odiano, noi siamo pronti a morire l’un per l’altro,
quelli ad uccidersi l’un l’altro. Ci riconosciamo fratelli, perchè abbiamo lo
stesso padre Iddio,, e come si mescolano le nostre anime, così mettiamo in
comune le sostanze. Tutto è da noi accomunato, salvo le mogli. Le nostre cene
sono parche e denominate con parola significante amore, e lì si prega prima di
mangiare come dopo, e si canta, chi sa farlo, in onor di Dio. Che male c’ è, o
a chi torna di danno tutto ciò, da parlare di factìo illicita? A questo punto,
il dialogo di M. offre qualche possibilità di riscontro con l’Apologetico.
Giacché, dopo confutata l’accusa di cene incestuose, Ottavio nel suo discorso
prende subito a celebrare l’ innocenza dei costumi cristiani, e qua e là il suo
pensiero corre parallelo a quel di Tertulliano. Tertull., fin.: haec Min.: nec
factiosi (così coitio Christianorum merito damnanda THerald; il cod. ha:
‘fastidiosi 1 ) su- I si quis de ea queritur eo titillo quo de mus, si omnes
unum bonura sapimus factionibus querela est. In cuius perni- eadem congregati
quiete qua singuli. ciem aliquando convenimus? Hoc su- mus congregati quod et
dispersi, hoc universi quod et singuli, neminem lae- dentes, neminem
contristantes. Sed eiusmodi vel maxime dile- sic mutuo, quod doletis amore
ctionis operatio notam nobis inurit pediligimus, quoniam odisse non novimus,
nes quosdam. Vide, inquiunt, ut in vicem sic nos, quod invidetis, frati es
vocamus, se diligant; ipsi enim invicem oderunt; ut unius dei parentis homines,
ut con- et ut prò alterutro mori sint parati; sortes fidei, ut spei coheredes.
Yos enim ipsi enim ad occidendum alterutrum pa- nec invicem adgnoscitis, et in
mutua ratiores erunt. Sed et quod fratres nos odia saevitis, nèc fratres vos
nisi sane vocamus, non alias opinor, insaniunt ad parricidium recognoscitis.
quam quod apud ipsos omne sanguinis nomen de affectione simulatum est. Fra- y
tres autem etiam vestri sumus at quanto dignius fratres et dicuntur et habentur
qui unum patrem Deum agnoverunt, qui unum spiritum biberunt sanctitatis, qui de
uno utero ignorantiae eiusdem ad unam lucem exspiraverunt Veritatis. Tertull.:
Deo offero opimam et maiorem hostiam... orationem de carne pudica, de anima innocenti,
de spiritu sancto profectam. Tertull.: Aeque spectaculis vestris in tantum
renuntiamus in quantum originibus eorum, quas scimus de superstitione
conceptas, cupi et ipsis rebus de quibus transiguntur praetersumus. Nihil est
nobis dictu, visu, auditu cum insania circi, cum impudicitia theatri, cum
atrocitate arenae, cum xysti vanitate. Min.: qui innocentiam colit Deo
supplicat, qui iustitiam Deo libat... qui hominem periculo subripit, opimam (il
cod. ha optimam) vidimavi caedit: a nos. . merito malis voluptatibus et pompis
et spedaculis ve- stris abstinemus, quorum et de sacris originem novimus, et
noxia blandimenta damnamus. Nam in ludis circensibus (così leggo io, il cod.
ha: currulibus) quis non horreat populi in se rixantis insaniam ? in gladiatoriis
homicidii di- sciplinami? in scenicis etiam non minor furor et turpitudo
prolixior ; nunc enira mimus yel exponit adulteria vel monstrat, nunc enervis
histrio amorem dum fingit infigit I capitoli XL e XLI dell’Apologetico
contengono la confutazione dell’accusa che delle pubbliche calamità fossero
causa i Cristiani, come 8’ andava già fin d’allora vociferando, e si seguitò a
dire per molte ge- nerazioni. Tertulliano ricorda molti cataclismi, isole
scomparse, terre- moti e maremoti, e il diluvio, e l’ incendio di Sodoma e
Gomorra, di- sastri avvenuti tutti avanti al Cristianesimo. E col distruggersi
delle città, dice, si distruggevano anche i templi degli Dei; prova che non
veniva da loro ciò che anche a loro accadeva. Bensì il Dio unico e vero non poteva
essere propizio a chi ne disconosceva i favori. Del resto, i mali ora sono
minori di prima, e ciò è dovuto alle preghiere dei Cristiani che disarmano
l’ira divina. Che se il nostro Dio per- mette i disastri anche a danno de' suoi
cultori, ciò non ci stupisce nè sgomenta, aspirando noi a vita più alta e
migliore. Di tutto questo in Minucio non v’ è parola. Altro titolo d’ ingiurie
contro i Cristiani era il ritenerli alieni dagli affari e disutili al commercio
locale. Tertulliano dedica a questo argomento i capitoli XLII e XL1II, dove fa
vedere l' insussistenza di questo rimprovero. Vivevano bene i Cristiani come
gli altri, serven- dosi e dei mercati e delle botteghe e delle officine e dei
bagni pubblici. Che se si astenevano da certi usi, se non si coronavano di
fiori la testa, se non intervenivano agli spettacoli, se non sovvenivano i
templi pagani coi loro contributi, avevano bene ragione di farlo. E del pari
certo quattrini non ricevevano da loro nè i lenoni, nè.i sicari, nè i magi, nè
gli aruspici, nè altri tali ; ma in compenso i Cristiani eran tutte persone
innocue da non dar ombra a nessuno. Qui, rispetto alluso di portar corone di
fiori in capo, si può con- frontare : Tertull.: non amo capiti coronam. Quid tua interest, em- ptÌ8
nihilominus floribus quomodo utar ? Puto gratius esse liberis et solutis et
undique vagis. Sed etsi in coronam coactis, nos coronam nariòus novimus,
viderint qui per capillum odorantur. Min. c. 38, 2 : « quis autem ille qui dubitat
vernis indulgere nos floribus, cum capiamus et rosam veris et lilium et
quicquid aliud in floribus blandi co- loris et odoris est? his enim et sparsis
utimur, mollibus ac solutis, et sertis colla complectimur. Sane quod caput non coronamus, ignoscite; auram bo-
nam floris nariòus ducere non occipitio capillisve solemus haurire. 1 due
capitoli che seguono in Tertulliano, il XLIV e il XLY, sono rivolti a segnalare
l’ innocenza dei Cristiani, proveniente dal se- guire essi una legge non umana
ma divina, e dal considerarsi come in presenza di Dio sempre, di Dio
scrutatore, giudice e vindice. Terlull. Tot a vobis nocentes variis criminum
elogiis recen- sentur; quis illic sicarius, quis manti- cularius, quis
sacrilegus aut corruptor aut lavantium praedo, quis ex illis etiam Christianus
adscribitur? aut cum Chri- stiani suo titulo offeruntur, quis ex illis etiam
talis qttales tot nocentes? De vestris semper aestuat career, de vestris semper
metalla suspirant, de vestris semper bestiae saginantur, de vestris semper
munerarii noxiorum greges pascunt. Nemo illic Christianus nisi piane tantum
Christianus, aut si et aliud iam non Christianus. : quid perfectius, prò-
hibere adulterium, an etiam ab oculorum solitaria concupiscentia arcere ? : u
Christianus uxori suae soli masculus nascitur. Min.: de vestro numero career
exaestuat, Christianus ibi nullus nisi aut reus suae religionis aut'profugus:
vos enim adulteria pròhibetis et facitis, nos uxoribus nostris solummodo viri
nascimur. Pur vinti da tanta copia di fatti e bontà di ragioni, non si
arrendevano gli avversari de’ Cristiani, e, a corto d’altri argomenti, finivano
con dire che in sostanza le massime cristiane non erano cosa nuova, ma erano
già state professate e praticate dai filosofi. Di ciò Tertulliano nel capitolo
XLYI, dove istituisce un eloquente confronto tra le massime e la vita pagana da
una parte e i precetti e costumi cristiani dall’ altra, per dimostrare la
superiorità dei secondi. Qui un riscontro con M.: Tertull. c. XLVI: a ... licet
Plato Min. c. 19, 14: u Platoni... in Ti- adfirmet factitatorem universitatis
ne- maeo deus est ipso suo nomine mundi que inveniri facile et inventum enar-
parens, artifex animae, caelestium ter- rari in omnes difficile. Cfr. Plat.
Tim. renorumque fabricator, quem et inve-: « Tòv fxhv noirjrijy xai nire
difficile praenimia et incredibili naréga tovóe tot) navròg eògeìv re eg-
potestate (cfr. Plato qui inve- lo!', xai etigóvia elg ndvrag àóvvarov nire
Deum negotium credidit, et Xéyeivn. cum inveneris in publicum praedicere
impossibile praefatur. Non può negarsi, riconosce Tertulliano, che i filosofi
antichi hanno espresso molte cose vere, ma queste son derivate dalla fonte dei
nostri profeti. E queste stesse verità sono involute e com- mescolate a ipotesi
e opinioni disparatissime, sicché poi questi filosofi sono in completo disaccordo
gli uni cogli altri. Tale varietà d’opinioni pur troppo venne anche introdotta
nella setta cristiana, sicché bisognò prescrivere ai nostri adulteri, quella
essere regola di verità la quale venga a noi trasmessa da Cristo per mezzo de’
suoi compagni. Per queste adulterazioni della verità, insinuate dagli spiriti
dell’errore, certi prin- cipii già si trovano tra i pagani, come il giudizio
finale delle anime, le pene dell’inferno e il soggiorno delizioso degli Elisi,
ma tali prin- cipii in quanto hanno del vero, sono di origine nostra. Tertull.:
quis poetarum, quis Min.: animadvertis philososophistarum,qui non omnino de
prò- pbos eadem disputare quae dicimus, pbetarum fonte potaverit? non quod nos
simus eorum vestigia u Unde baec ... nonnisi de nostris sasubsecuti, sed quod
illi de divinis praecramentis? Si de nostris sacramentis, dictionibus
profetarum umbram inter- ut de prioribus, ergo fideliora sunt no- polatae
veritatis imitati sint ». stra magisque credenda, quorum imagines quoque fìdem
inveniunt. Una delle credenze cristiane più combattute e derise dagli
avversarli, era quella della resurrezione finale dei corpi e del ritorno delle
anime in que’ corpi che già avvivarono. A questo dogma dedica Ter- tulliano il
cap. XLYIII, adducendo la ragione della divina onnipo- tenza, che come ha dal
nulla creato il mondo, così può far risuscitare i corpi morti. Non è
quotidianamente sotto gli occhi nostri il segno della resurrezione
nell’alternativa della luce e delle tenebre, nel tramontare e rinascere delle stelle,
nel rifarsi delle stagioni e dei prodotti della natura? Se a Dio fosse piaciuta
altresì l’alternativa della morte e della resurrezione, chi l’avrebbe impedito?
Volle invece che alla condizione presente di vita passeggera, si contrapponesse
un’altra vita eterna, e a questa passassero tutti risorgendo coi corpi, per
vivere un’eternità di premio o di pena secondo i meriti di ciascuno. E il fuoco
eterno che aspetta i dannati, è di natura ben diversa dal nostro; come altro è
il fuoco che serve agli usi umani, altro quello che apparisce nei fulmini del
cielo o nelle eruzioni dei vulcani, perchè questo non consuma quello che
brucia, e mentre disfa, ripara. Tali principii se sono professati da filosofi e
da poeti, si tollerano e si lodano; perchè noi Cristiani dobbiamo esserne
derisi e anche puniti? Infine queste credenze sono utili, perchè allontanano
dal mal fare colla paura dei divini castighi, e, alla peggio, non fan male a
nessuno. Anche M. mette in bocca al suo Ottavio alcune considera- zioni sulla
fine del mondo e la risurrezione dei morti, dedicandovi tutto il capo 34 e
parte del 35. Sulla fine del mondo ricorda le opinioni degli Stoici e degli
Epicurei e anche di Platone circa la conflagrazione finale dell’universo, e
giustifica così la credenza cristiana. Per la risurrezione pure cita Pitagora e
Platone, ma solo per dimostrare che i saggi pagani in questo vanno in qualche
modo d'accordo coi Cristiani. Ricorre anch’egli all’argomento dell’onnipotenza
divina e alla possibi- lità che rinasca dal nulla quello che dal nulla ebbe
origine, come accenna pure ai segni di risurrezione dati dalla natura, e alle
condizioni del fuoco eterno. Qui alcuni riscontri: Tertull.: sed quomodo,
inquis, dissoluta materia exhiberi potest? Considera temetipsum, o homo, et fidem
rei invenies. Kecogita quid fueris antequam esses. Utique nihil; Min.: quis tam
stultus aut brutus est, ut audeat repugnare, hominem a Deo ut primum potuisse
fingi, ita posse denuo reformari? Sicut de nihilo nasci licuit, ita de nihilo
limeminisses enim si quid fuisses. Qui cere reparari? porro difficilius est id
ergo nihil fueras priusquam esses, idem quod non sit incipere, quam id quod
nihil factus cum esse desieris, cur non fuerit iterare. Tu perire et Deo credis possis
rursus esse de nihilo eiusdem si quid oculis nostris hebetibus subipsius
auctoris voluntate qui te voluit trahitur ? » esse de nihilo ? Quid novi tibi
eveniet ? Qui non eras factus es; cum iterum non eris fies. Et tamen facilius
utique fies quod fuisti aliquando, quia aeque non difficile factus es quod
nunquam fuisti aliquando. Lux
coti die interfecta Min. ib. 11: «in solacium nostri resplendet et tenebrae
pari vice dece- resurrectionem futuram natura omnis dendo succedunt, sidera
defuncta vive- meditatur. Sol demergit et nascitur, scunt, tempora ubi
finiuntur incipiunt, astra labuntur et redeunt, flores occi- fructus
consummantur et redeunt, certe dunt et revirescunt, post senium ar- semina non
nisi corrupta et dissoluta busta frondescunt, semina nonnisi cor fecundius
surgunt, omnia pereundo ser- rupta revirescunt». vantar omnia de interitu
reformantur. Tertull. ibid.: «
Noverunt et phi- : Illic sapiens ignis losophi diversitatem arcani et publici
membra urit et reficit, carpit et nutrit. ignis. Ita longe alius est qui usui
hu- Sicut ignes fulminum corpora tangunt mano, alius qui iudicio Dei apparet,
nec absumunt, sicut ignes Aetnaei monsive de caelo fulmina stringens, sive de
tis et Vesuvi montis et ardentium ubi- terra per vertices montium eructans: que
terranno flagrant nec erogantur, non enim absumit quod exurit, sed dum ita
poenale illud incendium non damnis erogat reparat. Adeo manent montes sem-
ardentium pascitur, sed inexesa corpo- per ardentes, et qui de caelo tangitur,
rum laceratione uutritur. salvus est, ut nullo iam igni decinerescat. Et hoc
erit testimonium ignis aeterni, hoc exemplum iugis iudicii poenam nutrientis. Montes uruntur et durant. Quid nocentes et Dei
hostes? Eccoci all’ultimo capitolo dell’Apologetica, dove il grande scrittore
africano giustifica l’atteggiamento dei Cristiani, esultanti di essere
perseguitati e di soffrire anche la morte per la confessione di Cristo. Tale
atteggiamento era oggetto di vive censure; eran considerati i Cristiani come
gente disperata e perduta. Pure gli antichi avevano celebrato invece come eroi
gloriosi alcuni uomini che avevano patito, senza scomporsi, i più atroci
dolori, quali un Mucio Scevola, un Attilio Regolo, ecc. Perchè han da stimarsi
pazzi i Cristiani che fan lo stesso? Del resto, conchiude Tertulliano, fate
pure, o buoni governanti, contentate la plebe tormentandoci, condannandoci,
uccidendoci; codesta crudeltà non servirà che ad aumentare il nostro numero; il
nostro sangue è seme; il nostro esempio e l’ostinazione che ci rinfacciate, fa
scuola ; perchè chi ci vede e ammira, sente di dover ricercare che cosa ci sia
sotto, e conosciuto vi si converte, e convertito desidera patire alla sua volta
per redimere la sua vita anteriore e ottenere Feterno premio. Di analogo
argomento, della resistenza dei Cristiani al dolore e della lotta loro contro
le minaccie e i tormenti dei carnefici, discorre pure Ottavio in Minucio. Anche
per lui il soffrire non è castigo, è milizia, e non è vero che Dio abbandoni
chi soffre, anzi lo assiste e a sè trae. Che bello spettacolo per Dio quando il
cristiano scende in lizza col dolore e le minacce e le torture, e contro re e
principi difende a testa alta la libertà della sua fede, non cedendo che a Dio,
vincitore anche di chi lo condanna e uccide. Glo- rioso ritiensi colui che
tormenti ha sostenuto con costanza; ma altret- tali e peggiori soffrono col
sorriso sulle labbra i fanciulli e le donnicciuole cristiane, evidentemente
perchè li aiuta Iddio. In manifesta affinità di pensieri, non mancheranno
riscontri di parole: Tertull. c. L: Victoria est... prò quo certaveris
obtinere. Haec desperatio et perditio penes vos in causa gloriae et famae
vexillum virtutis extollunt. Mucius dexteram suam libens in ara reliquit: o
sublimitas animi ! Empedocles totum sese Catanensium Aetnaeis incendiis do- navit : o vigor
mentis! Aliqua Cartaginis conditrix rogo se
secundum matrimonium dedit : o praeconium castitatis! Regulus ne unus prò multis
hostibus viveret, toto corpore cruces patitur: o virum fortem et in captivitate
victorem! etc. Min.: vicit qui quod contendi obtinuit. vos ipsos calamitosos
vi- ros fertis ad coelum, Mucium Scaevolam, qui cum errasset in regem perisset
in hostibus nisi dexteram perdidisset. Et quot ex notfris non dextram solum sed
totum corpus uri, cremari, sine ullis eialatibus,pertulerunt,cum dimitti prae-
sertim haberent in sua potestate! Viros cum Mucio aut cum Aquilio aut Regulo
Comparo? pueri et mulierculae nostrae cruces et tormenta, feras et omnes
suppliciorum terriculas inspirata patientia doloris inludunt. Messoci sott’occhio ordinatamente e nel modo più
compiuto possibile il materiale di raffronto fra Tertulliano e M., possiamo
risolvere il problema, quale dei due abbia avuto sott’occhio l’opera
dell’altro. A questo fine chi ci ha seguito fin qui voglia con noi fare due
osservazioni. La prima è che in molti luoghi si trova la stessa materia
trattata con ampiezza e originalità di vedute da Tertulliano, e accennata
brevemente da Minucio; ad es. al § 1 c, come già s’è osservato, a tutta una
teoria tertullianea sulla natura del male morale e sull’atteggiamento del
malvagio, teoria addotta per mostrare che non era un male Tesser cristiano,
corrisponde in Minucio un cenno fuggevole della stessa sentenza; così al § 2 d,
la natura della fama o diceria è rilevata con minuziosa analisi da Tertulliano,
ed è, in frase inci- dente, come per transenna, e con parole per sè sole non
chiare, toccata da Minucio; lo stesso dicasi al § 6 i, sullo scheletro ligneo a
forma di croce adoperato nel fabbricare gli idoli; e ‘al § 13 b, sull’essere i
delinquenti in massima parte pagani e d’altri brani ancora. In tutti questi
casi si ha egli a pensare che Tertulliano, visto il breve cenno minuciano, n’
abbia preso occasione per ampliare e a volte costruire una teoria intiera
basata sull’osservazione psicologica? o non si presenta anzi spontanea
l’ipotesi che M. abbia conosciute e fatte sue le spiegazioni tertullianee,
riassumendole dov’ e’ credeva opportuno? A chi non parrà questo secondo
processo ben più naturale del primo? Non è questo il modo comune di lavorare in
opere letterarie, quando non si tratta di amplificazioni rettoriche e luoghi
comuni? Chi potrà credere il rapporto inverso, se tenga conto dell’ ingegno
vigoroso, del ragionamento serrato e a fil di logica di Tertulliano, in
comparazione dei discorsi alquanto rettorici da M. messi in bocca agli
inter-locutori del suo dialogo? La seconda osservazione che noi vogliamo si
faccia, ci conferma nell’ ipotesi della priorità di Tertulliano; e questa
riguarda i passi dove Minucio presenta lo stesso pensiero e la frase tertullianea,
ma o in luogo meno opportuno per la concatenazione delle idee, o con aggiunta
od uso di parole che alterano il concetto esagerandolo. Fin dal prime riscontro
segnalato al § 1 a, il cenno del non volere i pagani udire pubblicamente i
Cristiani desiderosi di difendersi, vien fuori poco opportunamente come
argomento del non essere essi Cristiani in angulis garruli Così al § 3, già s’è
notata la stranezza del derivare dalle cerimonie di Giove Laziale gli usi
sanguinarii di Catilina e di Bellona. Nello stesso § 3, il riscontro f ci dà un
esempio di esagerata espressione in quel plerique sostituito al quidam di
Tertulliano; come al § 4 g, è fuor di squadra il frequentius. Inesattezze pure
riscontrammo al § 5 f, dove è attribuita ad Omero una leggenda che non gli
appartiene, e ove del demonio socratico si parla men corretene)] tamente che in
Tertulliano. Ma il passo più significativo è al § 9 g, ove poco a proposito,
come già s’ è rilevato, Minucio fece sua l’osser- yazione psicologica del
timore che partorisce odio. Tali difetti dell’esposizione minuciana sono una
evidente conferma della priorità ter- tullianea ; è nella natura delle cose che
l’ imitatore non afferrando con precisione i concetti dello scrittore che gli
serve di modello, alteri i rapporti delle idee e le renda in modo difettoso ;
mentre è ben più raro, se non impossibile, che un imitatore, prendendo le mosse
da un lavoro altrui, ne emendi tutti i difetti, raggiungendo una precisa coe-
renza e spontaneità, quale spicca in Tertulliano. Vi sono però due luoghi che
paiono far contro la nostra tesi. Uno è al § 5, b e d, ove a una semplice
parola o proposizione tertullianea: consecratione; d: statuas milvi et mures et
araneae in - ielligunt) corrisponde in Minucio una descrizione più ampia e
ricca di particolari. Ma, se ben si guardi, ciò non vuol dir nulla contro la
tesi che sosteniamo. Già prima si può pensare che Minucio, come per altre parti
del suo dialogo prese da Cicerone e da Seneca, così per questa abbia attinto ad
altra fonte oltre l’Apologetico, desumendone sia la descrizione dell’ idolo che
finché vien lavorato non è Dio e lo diventa appena è consacrato dall’uomo, sia
quella dei topi, delle rondini, dei ragni che rodono e fanno il nido e le
ragnatele nelle statue dei templi. Ma può anche darsi che qui s’abbia a fare
con una semplice amplificazione del pensiero suggerito dall’espressione di
Tertulliano, amplificazione non contenente altro che osservazioni semplicissime
e di dominio comune. Tanto più è probabile che tale lavoro si deva attribuire a
M., quanto che la caratteristica del suo stile, cioè l’uso degli asindeti
trimembri con omeoteleuto, si trova qui più volte: funditur fabricatur
sculpitur; plumbatur conslruilur erigitur; ornatur eonsecratur oratur; rodunt
inculcant insident; tergetis mundaiis eraditis, ecc. L’altro punto che deve qui
discutersi riguarda il fatto già segnalato, a, pel quale Ebert e molti altri
conchiusero senz’altro per la priorità di M., vale a dire l’errore commesso da
Tertulliano completando in Cassius Severus il nome dello storico Cassius così
letto da lui nelle sue fonti. Pur riconoscendo che Tertulliano ha qui commesso
un errore, era proprio necessario di supporre che l’indicazione di quelle fonti
storiche, Diodoro e Tallo Greci, Cassio e Cornelio Romani, egli l’avesse presa
da M.? Si noti che il discorso si aggira intorno alla spiegazione euemeristica
degli Dei pagani, e si ricercano le vicende di Saturno e di Giove per
conchiuderne che costoro in origine erano nomini. Ora questa tesi non era solo
degli apologeti cristiani, ma da secoli era di dominio comune in molte scuole
filosofiche. Può dunque ben darsi che in qualche libro euemeristico del primo o
del secondo secolo dell’era volgare già si citassero Diodoro Siculo e Tallo,
Cassio e Cornelio Nipote, e anche Varrone, a conferma della dottrina ; può
essere che la citazione di quei nomi fosse diventata come un luogo comune;
tant’ è vero che un secolo dopo Tertulliano, ancor la ripete con poche varianti
Lattanzio. Questo è l’unico punto in cui ritengo vera l’ipotesi di una fonte
comune anteriore a Tertulliano e M.. Il che se si ammette, l’errore di
Tertulliano non dice più nulla a favore della priorità di Minucio e contro la
tesi inversa da noi propugnata. Da questa stessa fonte euemeristica potrebbero
supporsi derivati i particolari minuciani che sopra avvertimmo non trovarsi in
Tertulliano, come pure ne derivarono le tradizioni simili a quella che si legge
nel De origine gentis Romanae e nei breviari storici concernenti le origini di
Eoma. Sia dunque lecito di conchiudere che l’ Ottavio di M. è posteriore
all’Apologetico; di non molto forse, se al tempo della sua comparizione era
ancora sì viva la memoria dell’oratore Frontone da ricordarlo nel modo che
fanno i due interlocutori del dialogo: Girtensis noster, : Pronto tuus. Non
andarono forse errati quelli che supposero composto il dialogo nel primo o al
più nel secondo decennio del terzo secolo, come certo l’Apologetico è degli
ultimi anni del secondo. Insù . : omnes ergo non tantum poetae sed historiarum
quoque ac rerum antiquarum scriptores hominem fuisse consentiunt Saturnum. Qui res eius in Italia gestas
prodiderunt, Graeci Diodorus et Thallus t Latini Nepos et Gassius et Varrò. V.
il Minucio del Waltzing. Marco Minucio Felice – He wrote “Ottavio” – draws on a
speech by Frontone. – cf. Marco Minucio Felice. Refs. : Luigi Speranza, “Grice e Minucio,” The
Swimming-Pool Library. Minucio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Miraglia:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di CICERONE – la
scuola di Reggio -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Abstract. “At Oxford, you are introduced into
philosophy after five terms into Grief and Laughing! Therefore, once you meet
Cicero, you know what he is talking about! – or about which he is talking, as
he’d have it!” -- Filosofo italiano. Reggio, Emilia. Grice: “Miraglia is the
type of philosopher beloved by the Oxford hegelians; but then he is a
Neapolitan Hegelian!” Grice: “I always found Kant easier, but there’s nothing
like a ‘filosofia del diritto’ in Kant! And Hegel’s ethics itself, compared to
Kant’s is mighty more complex – that’s why I taught Kant!” Si laurea a Napoli, dopodiché insegna filosofia del
diritto nella stessa università, ed economia politica alla scuola superiore di
agricoltura di Portici. Segue una
corrente di pensiero eclettica, ad esso contemporanea, che mira
all'integrazione di pratiche giuridiche ed ispirazioni filosofiche. Sindaco di
Napoli. Tra le più famose si ricordano: “Condizioni storiche e scientifiche del
diritto di preda (Napoli); “Un sistema etico-giuridico” (Napoli); “Filosofia
del diritto” (Napoli). Nella sua biografia ufficiale per la Treccani è nato a
Reggio nell'Emilia, mentre nella sua scheda storico-professionale sul sito del
Senato si riporta a Reggio di Calabria. Giuseppe Erminio. Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, (latinista) Sindaci di
Napoli Senatori della legislatura del Regno d'Italia Luigi Miraglia, su Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere su open MLOL, Horizons Unlimited srl. su Senatori d'Italia, Senato della
Repubblica. I sistemi filosofici ed i principi del diritto. La speculazione greca
e LA DOTTRINA ROMANA. Fichte. Spedalierie Romagnosi. Gli scrittori della
reazione. La scuola storica e la scuola filosofica. Schelling e Scleiermacher. Hegel
Rosmini. Herbart, Trendelenburg e Krause.Le varie fasi della filosofia di
Schelling. Sthal e Schopenhauer Il materialismo, il positivismo ed il
criticismo. L'idea della filosofia del diritto. La Filosofia e le scienze. Il carattere
della Filosofia mo. L'idea del Diritto
ed i metodi logici. L'induzione e la deduzione. L'induzione, l'osservazione e
l'esperimento. L'idea del Diritto naturale e quella del buono civile di AMARI
ricavate dall'induzione. L'importanza del metodo storico-comparativo secon do VICO
Amari, Post e Sumner-Maine. Parallelo fra lo sviluppo della lingua e lo
sviluppo del Diritto. L'induzione statistica. Il compito della deduzione.
L'universale astratto e l'universale concreto come principi. Moderna divinato
da VICO. La Filosofia del Diritto come parte della Filosofia. L'idea umana del
Diritto se condo la dottrina di VICO, e le definizioni di Kant, di Hegel, di Trendelenburg,
di ROMAGNOSI e di SERBATI. La teoria sociale e la teoria giuridica. Il Diritto
e la Filosofia positiva. L'idea induttiva del Diritto. Lo studio della
coscienza etico-giuridica dei vari popoli. Il contributo della razza ariana e
della razza semi tica nella storia della civiltà. L'idea del diritto come
misura in LA RAZZA ARIANA. La misura riposta nel l'ordine fisico, nella legge
positiva e nella ragione. Il principio della personalità. Gl’elementi organici
e spi rituali della persona e la loro corrispondenza. La spiegazione del
materialismo. La teorica dell'evoluzione. La critica dell'evoluzionismo
meccanico La teorica dell'evoluzione e la Psicologia. Il sentimento
fondamentale e le sensazioni. La coscienza e la sua origine. Le
rappresentazioni sensibili e le rappresentazioni coscienti. Il pensare e le categorie. La cognizione secondo
l'empirismo oggettivo. La critica di questa teoria. I presupposti pratici
dell'idea deduttiva del Diritto. Sviluppo e partizione. L'istinto, il desiderio
e la volontà. L'arbitrio e la libertà morale. La costanza degl’atti umani
rivelata dalla Statistica. Il fine dell'uomo ed il bene. Il bene umano ed il
Diritto. La forma imperativa, proibi. I presupposti teoretici dell'idea
deduttiva del Diritto. Seguito dei presupposti teoretici. tiva e permissiva del
Diritto. Il Diritto come principio di co-azione, di coesistenza e di armonia.
La tri-partizione razionale del Diritto. La divisione di Gaio. Analisi critica
delle principali definizioni del Diritto. Le dottrine che riguardano a preferenza
il contenuto sensibile del diritto: Hobbes, Spinoza, Roussean, Mill e Spencer.
Le dottrine che considerano il diritto come astratta forma razionale: Kant, Fichte
ed Herbart. Le definizioni di Krause e di Trendelenburg. Ciò che vi è di vero
nelle dottrine esaminate. Il Diritto, la Morale e la Scienza sociale. Il
Diritto come disciplina etica. I rapporti fra Morale e Diritto nella storia.
Critica della confusione e della separazione dei due termini. Il fondamento
comune e la differenza reale. L'Etica e la vita sociale.VICO, Süssmilch ed i
fisiocrati precursori della Scienza sociale. La Sociologia di Comte ed i vari
indirizzi. La Sociologia di Spencer. La Sociologia come Filosofia delle scienze
sociali. Le analogie tra la società e l'organismo. Le relazioni fra il Diritto
e la Scienza sociale. Il Diritto, l'Economia sociale e la Politica.
L'ordinamento sociale-economico ed i filosofi del Diritto antichi e moderni.
L'Etica, la Sociologia fondata sulla Biologia, la Politica e la Storia come
presupposti dell'Economia. Il carattere del fatto economico. I rapporti tra il Diritto
e l'Economia. Il concetto della Politica. La Politica, la Scienza sociale,
l'Etica ed il Diritto. L'idea compiuta dello Stato. Il Diritto razionale ed il
Diritto positivo. Fonti ed applicazioni. La distinzione del Diritto razionale
dal Diritto positivo in sé e nella storia. La consuetudine ed il costume
primitivo. La giurisprudenza ed i suoi uffici. La legislazione ed i codici. L'efficacia
della legge nello spazio.L'efficacia della legge nel tempo. Esame delle diverse
teorie sulla retroattività . Diritto Privato. La persona. I diritti essenziali
o innati ed i diritti accidentali o acquisiti. Il principio dei diritti. Il
diritto alla vita fisica e morale. Il diritto alla libertà. I diritti all'eguaglianza,
alla sociabilità ed all'assistenza. Il diritto di lavoro . Il concetto storico
dei diritti innati. I diritti dell'uomo nello stato di natura.Lo stato di na.
tura dei filosofi del secolo decimottavo in rapporto. La persona ed i suoi
diritti. Le persone incorporali. Lo scopo delle persone incorporali. La teoria
della fin. La proprietà e i modi di acquisto. La proprietà e dil suo fondamento
razionale. Dottrine in torno a questo fondamento. Le limitazioni ed i
temperamenti della proprietà. I modi originari e deri vativi di acquisto La
storia della proprietà e dei modi di acquisto. L'attività procacciatrice
dell'animale e dell'uomo. La storia della proprietà e la storia della persona.
La proprietà collettiva. La comunità di famiglia. Il Cristianesimo ed il valore
della persona individua. Il feudo. La riforma ed il diritto naturale.La com
piuta individuazione ed itemperamenti della proprie tà privata. I modi di
acquisto primitivi. Le distin zioni dei beni. L'usucapione, l'equità e la
procedura civile.. ! all'ordine di natura dei giureconsulti romani e dei
filosofi greci.La teorica della conoscenza ed ilmodo di concepire i diritti
essenziali della persona. I diritti innati e la Filosofia moderna. Il regime
dello status e del contratto . zione e dell'equiparazione. La teoria che
riguarda la persona incorporale come veicolo. La teoria del patrimonio sui
juris. Le idee dei pubblicisti tedeschi.Il soggetto reale nella corporazione e
nella fon dazione. I diritti delle persone incorporali ed il jus confirmandi
dello Stato. La teoria di Giorgi. La proprietá prediale. Il collettivismo
territoriale. La teoria di Wagner sulla proprietà dei fabbricati. La teoria di
Spencer sulla proprietà del suolo. La proprietà privata del suolo e la rendita.
Le dottrine di George e di Loria sul la terra La proprietà forestale e
mineraria. Le funzioni dei boschi. La libertà del taglio. Il vincolo e le sue
ragioni. La proprietà mineraria e le fasi della industria. La critica degli
argomenti in favo re del proprietario del suolo. La dottrina che attribuisce la
miniera allo scopritore . La merce lavoro ed il suo prezzo. Il lavoro come pro
prietà. La coalizione e lo sciopero. La giuria industriale.La proprietà del
capitale ed il profitto. Il collettivismo ed il mutualismo. La teoria di Marx.
La critica del collettivismo e della teoria di Marx. Le coalizioni
degl'intraprenditori. La proprietà commerciale, il diritto di autore e di
scopritore. Il concetto della proprietà commerciale. La libertà dello scambio.
La concorrenza. La nozione primitiva del commercio. Il diritto di autore prima
e dopo l'in La propriatà industriale. La classificazione dei diritti
sulla cosa altrui. Le servitù gimento dell'istituto nelle legislazioni.
Esposizione critica delle varie dottrine assolute e relative. Il fon damento
razionale. La critica della teoria di Ihering sulla volontà di possedere. Le
obbligazioni. zioni. Le loro varie specie e modalità. I differenti modi di
estinzione . Il contratto e le sue forme. L'indole del possesso. La sua
origine storica. Lo svol L'obbligazione. La sua origine. Le fonti delle obbliga
La nozione del contratto. Le sue fasi ed il suo fonda. mento. I requisiti
essenziali. I vizî del consenso ed alcune recenti teorie. L'interpretazione dei
contratti. Le loro classificazione e le dottrine di Kant e di Trendelenburg. venzione
della stampa. Il suo fondamento ed il suo carattere. La garentia del diritto
dello scopritore I diritti reali particolari. e le loro specie. In quali modi
le servitù nascono, si esercitano e si estinguono. L'enfiteusi. La superficie.
Il pegno e l'ipoteca. Il carattere del diritto di ritenzione Il possesso. La
libertà di contrarre ed il contratto di lavoro. La libertà di contrarre, i suoi
limiti e la sua guarentigia.. L'interesse e la sua limitazione. La libertà
dell'interesse. L'usura ed i suoi procedimenti. L'usura come forma
dell'ingiusto civile ed i modi di combatterla. L'usura come delitto. Critica
della teoria di Stein. La figura specialedeldelittodiusura.La leggeela vita. La
società, la cambiale, il trasporto e alcuni contratti aleatori. Il contratto di
società e le sue forme. La società e la. Il prestito usurario. persona
incorporale. Il regime dell'autorizzazione e della vigilanza. La cambiale
antica e la moderna. L'indole del contratto di trasporto. L'assicurazione e le
nuove teorie. Il giuoco. La missione sociale del diritto privato. L'eguaglianza
delle parti nella locazione di opera. I sistemi che regolano la responsabilità
dell'intraprenditore negli infortuni del lavoro. La famiglia primitiva. L
accoppiamento e l'istinto di riproduzione fra gli animali. Le teoriedi LUCREZIO
e di VICO. Le unioni pri mitive. La famiglia femminile. L'erogamia ed il ratto.
Gl'inizi e lo sviluppo della famiglia patriar . matrimonio. Le sue
condizioni.Il matrimonio civile. La precedenza del matrimonio civile. I
rapporti fra i coniugi. L'autorizzazione maritale. Il libro di Bebel e le idee
di Spencer. I sistemi con cui si regolano i beni nel matrimonio.
L'indissolubilitá matrimoniale ed il divorzio. L'ideale dell'indissolubilità.
Le esigenze concrete della vita.La quistione del divorzio in rapporto ai
diritti individuali ed alle ragioni sociali e storiche. Il divorzio e la
Chiesa. Le cause di divorzio.Le cautele. La tendenza a rivivere in altri. Il
fondamento e le fasi della patria potestà. La tutela,le sue specie e la cura. L'adozione.
I figli nati fuori del matrimonio. La ricerca della paternità. La
legittimazione . Idea, storia e fondamento della successione. Il concetto
dell'eredità. La successione legittima e la te. stamentaria nella storia. La
successione ed il culto degli antenati. Le dottrine intorno al fondamento
cale. La progressiva individuazione della parentela. Il processo di
specificazione e la fine della famiglia. L'amore come fondamento del
matrimonio. L'idea del La societá coniugale.. La società parentale. della
successione. Il condominio domestico ed il diritto di proprietà come basi della
successione. La successione legittima e la testamentaria. La prossimità della
parentela e del grado. La capacità
di succedere. Le classi degli eredi. La rappresentazione. La capacità di
testare e di ricevere per testamento. Le specie di testamenti, La legittima. Il
diritto di rappresentazione e la successione testamentaria. L'errore nella
causa finale ed impulsiva, e le condizioni.Il diritto di accrescere. La
sostituzione e la fiducia. I principi comuni ad ogni specie di
successione. Il mondo romano è il mondo del volere, e quindi del diritto e
della politica. Il volere in siffatto mondo da un lato continua a mostrarsi
negli ordini superiori ed inflessibili dello stato, e dall'altro comincia a
svolgersi in forma di diritto individuale. Con il principio del volere, di sua
natura soggettivo, il diritto privato non può non sorgere, e lo stato non può
più per lunghissimo tempo conservare le rozze sembianze d'una organica
oggettività naturale. In Roma, il diritto privato ė nei suoi primi momenti
stretto, ferreo ed arcano. Poi è ampliato, oltre al divenire palese, giovato,
supplito e corretto dall'equità, ch'è lo stesso diritto in opposizione ad una
legge, la quale non ha saputo attuarlo. Alla fine è diritto umano, e per
conseguenza proclama il principio, che la schiavitù, istituto delle genti e contronatura,
non riguarda l'anima, echegliuomi ni innanzi al diritto naturale sono liberi ed
eguali. CICERONE, il filosofo più alto del mondo romano, non avendo coscienza
scientifica della manifestazione del diritto soggettivo, come atto
dell'astratta potenza del volere, ė inferiore alla stessa realtà romana. CICERONE
non è autore di una filosofia propria, e segue d’ecclettico gli scrittori greci.
CICERONE professa il dubbio, non crede che la mente possa Il vuoto
soggetto, rappresentato dall’accademici come oggetto, riceve ora tutta la sua
concretezza, ed è in seno del Cristianesimo determinato quale Verbo o mente
assoluta. La filosofia quinci innanzi s'informa al principio soggettivo.
L'uomo, immagine di Dio ed in carnazione del verbo, si riabilita; e lo stato
antico, perdendo il suo alto significato, è costretto a rimpiccolirsi. La parte
più intima dell'individuo non è più sottoposta alla potestà politica, sibbene
alle nuove credenze, che in origine si mantengono in quell'ambiente ce leste in
cui sono nate, e si oppongono al mondo ancora pagano. L'Apostolo scorge una
contraddizione tra gli stimoli della carne e gl’impulsi dello spirito. LATTANZIO
crede che la vera giustizia sia nel culto di un divino unico, ignoto ai
gentili. AGOSTINO parla di una città celeste, sede di verità e di giustizia, in
antitesi alla città terre stre, fondazione di fratricidi e prodotto del peccato
pri 6 essere assolutamente certa, é pago della semplice verosimiglianza. Nell'etica
elimina il dubbio per leconseguenze dannose, e fa appello alla coscienza
immediata, in cui si ritrovano i germi della virtù, ed al consenso del genere
umano, per definire l'onesto e per stabilire alcuni pre supposti speculativi di
esso. Preferisce il principio etico del PORTICO, che tempera da uomo pratico. Trae
il diritto non dalle leggi di le XII tavole o dall'editto, ma dalla natura
umana. Riproduce la teoria aristotelica del lo stato, e si attiene alla forma
mista, propria degl’ordinamenti politici di Roma. NOME COMPIUTO: Luigi
Miraglia. Miraglia. Keywords: Cicerone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Miraglia” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Misefari:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura anarchica – la scuola di Palizzi
-- filosofia calabrese – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Palizzi). Grice: “My pupil A. G. N. Flew once referred to
Humpty-Dumpty as defending what Flew called ‘semantic anarchism.’ Of course,
Flew never read the Alice books! On the other hand, Misefari did, and he was a
REAL anarchist!” Grice: “Etymologically, ‘anarchy’ is lack of principles – as
in Austin!” – Grice: “Cicero could not translate or would not translate this
dangerous Hellenic concept!” -- Filosofo italiano. Palizzi, Reggio Calabria, Calabria. ‘Io non sono italiano; io sono calabrese!” Fratello
di Enzo (politico calabrese del P.C.I., storico e poeta), di Ottavio
(calciatore reggino tra i più conosciuti nei primi anni del secolo; giocò nella
Reggina e nel Messina) e di Florindo (biologo, attivista della Lega Sovversiva
Studentesca e del gruppo "Bruno Filippi"). Dopo aver
frequentato la scuola elementare del piccolo paese di nascita in provincia di
Reggio Calabria, a undici anni si trasferì con lo zio proprio a Reggio
Calabria. Già da adolescente, influenzato dalle frequentazioni di socialisti e
anarchici in casa dello zio, partecipò attivamente alla fondazione e allo
sviluppo di un circolo giovanile socialista (intitolato ad A. Babel,
rivoluzionario tedesco dell'Ottocento). Iniziò a collaborare al giornale Il
Lavoratore, organo della Camera del Lavoro di Reggio Calabria, firmando gli
articoli come "Lo studente". Collaborò nello stesso periodo a Il
Riscatto, periodico socialista-anarchico stampato a Messina; e con Il
Libertario, stampato a La Spezia e diretto da Binazzi. A causa della sua
attività anti-militarista esercitata all'interno del Circolo contro la Guerra
italo-turca, fu arrestato e condannato a due mesi e mezzo di carcere per
«istigazione alla pubblica disobbedienza». Fu nei due anni successivi che
M. si convertì dal socialismo all'anarchia. Ciò avvenne soprattutto con la
frequentazione da parte di Berti, suo
professore di fisica presso l'"Istituto Tecnico Raffaele
Piria". Si trasferì a Napoli e si iscrisse al Politecnico, dopo
avere studiato fisica e matematica alle superiori, e anche per non dispiacere
al padre, proseguì tali studi. Pesò inoltre su questa decisione il fatto che in
quegli anni, dopo la tragica distruzione della città di Reggio Calabria a causa
del terremoto del 1908, il lavoro che garantiva le maggiori certezze era
proprio quello dell'ingegnere. Nondimeno continuò per proprio conto gli studi a
lui prediletti: politica, filosofia, letteratura, come aveva fatto fino ad
allora. A Napoli si fece subito avanti nell'ambiente anarchico. Il movimento a
Napoli contava allora di un centinaio di aderenti. Si rifiuta di
partecipare al corso allievi ufficiali a Benevento e fu condannato a quattro
mesi di carcere militare. Diserterà una seconda volta, trovando rifugio nella
campagna del beneventano in casa di un contadino. Tornato a Reggio Calabria,
interruppe una manifestazione interventista nella centrale Piazza Garibaldi,
salendo sul palco e pronunciando un discorso antimilitarista. Venne per questo
motivo arrestato e condotto presso il carcere militare di Acireale; sette mesi
dopo venne trasferito presso quello di Benevento. Da lì riuscì ad evadere
grazie alla complicità di un amico secondino. Fu tuttavia intercettato alla
frontiera del confine svizzero; ancora incarcerato, riuscì nuovamente nella
fuga. Tocca il territorio svizzero, ma i gendarmi lo condussero al carcere di
Lugano. Giunte dalla Calabria le informazioni su di lui, essendo un uomo
politico, dopo quindici giorni fu lasciato libero con la facoltà di scegliere
il luogo di residenza. Indicò subito Zurigo, dove sapeva di potere rintracciare
Misiano, suo caro amico e noto esponente politico socialista, anche lui
accusato di diserzione. A Zurigo trovò ospitalità presso la famiglia Zanolli,
dove si innamorò della giovane Pia, che diventerà sua compagna di vita.
Durante il periodo di esilio in Svizzera, Bruno svolgeva attività politica
tenendo i contatti con Luigi Bertoni e con altri gruppi anarchici elvetici,
collaborando anche al giornale: Il Risveglio Comunista Anarchico. Svolse una
serie di conferenze in varie città della Svizzera. M. si autoannunciava con un
suo pseudonimo anagrammatico Furio Sbarnemi. A Zurigo frequenta la Cooperativa
socialista di Militaerstrasse 36 e la libreria internazionale di Zwinglistrasse
gestita dai disertori Monnanni, Ghezzi e Arrigoni; in questi ambienti conosce
anche Angelica Balabanoff. Venne arrestato per un complotto inventato
dalla polizia. Fu incolpato innocentemente con l'accusa di avere fomentato una
rivolta nella città e di «aver fabbricato bombe a scopo rivoluzionario». Con
lui furono arrestati diversi attivisti politici, tra i quali lo stesso
Francesco Misiano (che fu poi rilasciato perché socialista e non anarchico).
Rimase in carcere per sette mesi, e venne poi espulso dalla Svizzera. Grazie ad
un regolare passaporto per la Germania, ottenuto per ragioni di studio, si recò
a Stoccarda.Lì entrò in contatto con Zetkin (che gli rilascia una lunga
intervista sul movimento rivoluzionario in Germania) e Vincenzo Ferrer. Poté
rientrare in patria, in seguito all'amnistia promulgata dal governo Nitti. -- è
a Napoli e poi a Reggio Calabria. E un periodo intenso per la sua vita
militante di M. A Napoli partecipò come oratore a molte manifestazioni, si
prodigò a favore dei suoi compagni colpiti dalla repressione, denunciò le
provocazioni della polizia; tenne numerose conferenze e comizi. Con il dentista
anarchico Giuseppe Imondi, stampò alcuni numeri del giornale: L'Anarchia. In
autunno fu chiamato a Taranto a svolgere il compito di segretario propagandista
presso la locale Camera del Lavoro Sindacale. Ha stretti contatti con
Malatesta, Berneri, Binazzi, Borghi, Vittorio e altri esponenti dell'anarchismo
e del sovversivismo italiano. Si impegnò su più fronti per la campagna a favore
degli anarchici Sacco e Vanzetti. Nello stesso periodo e corrispondente di:
Umanità Nova, settimanale anarchico diretto da Malatesta e collaborò al
periodico: L'Avvenire Anarchico di Pisa. Continuò i suoi studi a Napoli
con qualche salto a Reggio Calabria con la sua compagna Zanolli, che sposò. Si laureò a Napoli.
Successivamente si iscrisse anche alla facoltà di filosofia. Nonostante
l'avvento del fascismo, fondò un giornale libertario, “L'Amico del popolo,” che
però dopo il quarto numero fu soppresso dalle autorità. Nel primo numero del
giornale,scrisse un editoriale dal titolo “Chi sono e cosa vogliono gli
anarchici.” Lo scritto è l'espressione del suo pensiero libertario:
«L'anarchismo è una tendenza naturale, che si trova nella critica delle
organizzazioni gerarchiche e delle concezioni autoritarie, e nel movimento
progressivo dell'umanità e perciò non può essere una utopia.» Da esperto
di geologia, progettò per primo in Calabria l'industria del vetro e fondò a
Villa S.Giovanni, la prima vetreria in Calabria (Società Vetraria Calabrese).
In quegli stessi anni subì però persecuzioni continue da parte del regime. E cancellato
dall'Albo di categoria e non poté più firmare progetti. Gli venne mossa
l'accusa di avere «attentato ai poteri dello Stato, per il proposito di
uccidere il re e Mussolini». Fu prosciolto dopo venticinque giorni di carcere.
La polizia ravvisò in un discorso di commemorazione durante il funerale di un
amico (tra l'altro un industriale fascista, Zagarella) un'ispirazione anarchica
e pertanto lo propose per l'assegnazione al confino. Fu arrestato, in carcere
si sposa con Pia Zanolli, fu inviato per il confino, prigioniero a Ponza.
Tuttavia sembra che tale provvedimento fosse stato determinato da altri motivi.
M., che era ingegnere minerario, si era attivamente impegnato nello
sfruttamento su larga scala di giacimenti di quarzo, materia prima per
l'industria vetraria, che fino a quell'epoca dipendeva, in gran parte, dai
silicati stranieri. Assunto come direttore tecnico della Società Vetraria
Calabrese (di cui era stato finanziatore e Presidente il succitato Zagarella)
egli si era dovuto ben presto scontrare con l'assenteismo e l'inettitudine del
consiglio di amministrazione che si schierò contro di lui con l'intenzione di
eliminarlo in qualsiasi modo, ricorrendo anche ad espedienti politici.
Giustizia e Libertà, in un articolo anonimo ddal titolo «Politica e affarismo.
Il caso di un ingegnere libertario», attribuisce la causa del confino alle
manovre dei suoi ex soci. Durante il confino stringe amicizia con Torrigiani,
Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, il quale lo affilia alla
Massoneria. L'amnistia del decennale del fascismo lo liberò dal confino
dopo due anni. Ma tornato in Calabria vide il vuoto intorno a sé; scrive
infatti a sua moglie: "Amnistiato sì, però a quale prezzo: la salute
sconquassata, senza un soldo, senza prospettive per l'avvenire". Gli viene
diagnosticata l'esistenza di un tumore alla testa. Va e viene con la moglie da
Zurigo a Reggio Calabria. Riesce a trovare il capitale necessario per
l'impianto di uno stabilimento per lo sfruttamento della silice a Davoli (in
provincia di Catanzaro). Le sue condizioni di salute peggiorano a causa
del tumore. Perde conoscenza, viene ricoverato in stato gravissimo nella
clinica romana del Senatore Giuseppe Bastianelli, e lì si spense la sera
stessa. Ancora ragazzo, studente, cominciò a ribellarsi contro
l'ingiustizia del mondo che lo circondava: Palizzi Superiore, un paese tra i
monti dove il castello feudale dei signori locali dominava la valle, dove si
ammucchiavano piccole e povere case desolate di contadini. E si ribellò a quel
mondo, costruito secondo quell'immagine topografica che portava impresso nella
memoria: sopra, chi comanda e non lavora, sotto, chi subisce e lavora. E ancora
ragazzo cominciò a sognare un mondo in cui quella gerarchia fosse sovvertita
prima, distrutta poi. Poteva scegliere di ispirarsi al socialismo marxistico o
al socialismo libertario. Del primo apprezzava l'analisi dell'antagonismo tra
le classi, ma mostrava perplessità circa i mezzi proposti dalla diagnosi
marxistica per fronteggiare il pericolo di una rivincita dell'avversario di
classe. Inclinò perciò verso il socialismo libertario. «Nel comunismo
libertario io sarò ancora anarchico? Certo. Ma non di meno sono oggi un amante
del comunismo. L'anarchismo è la tendenza alla perfetta felicità umana. esso
dunque è, e sarà sempre, ideale di rivolta, individuale o collettivo, oggi come
domani. M., Taccuino personale. La scelta della diserzione fu coerente con il
suo obiettivo di combattere non la guerra degli stati, ma a fianco degli
oppressi di tutto il mondo contro il loro nemico, tenendo alta la bandiera
dell'internazionalismo. Pur sottoposto senza tregua alla persecuzione della
polizia e all'inquisizione della magistratura, fu sempre al suo posto accanto a
coloro che lavoravano e soffrivano. Come ogni rivoluzionario sincero e
coerente, pagò col carcere e col confino la sua fede in un ideale. Chi
sono gli anarchici. Secondo M., essere anarchici voleva dire per prima cosa
proclamare, contro ogni violenza, l'inviolabilità della vita umana. Inoltre
significava lottare per l'abolizione della proprietà privata e a favore della
socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Proprio per questo gli
anarchici sono, di fondo, dei socialisti. A questo esperimento di vita sociale andava
affiancata la lotta contro lo Stato, che ne impediva la realizzazione. E la
lotta contro lo Stato non poteva essere vittoriosa se non con la rivoluzione.
Dunque gli anarchici sono socialisti, antistatali e rivoluzionari. Elemento
fondamentale della lotta, secondo Misefari, era l'allargamento di essa alla
sfera internazionale. È comunque una lotta che non si fa violenta. M. è
fortemente pacifista, contrario all'uso della forza e della violenza armata.
L'anarchico è inoltre antireligioso: la religione infatti è considerata
"fattore di abbrutimento per l'umanità". Antimilitarismo Per M.
la guerra è pura barbarie, speculazione capitalistica consumata in nome dello
Stato. «L'esistenza del militarismo è la dimostrazione migliore del grado
di ignoranza, di servile sottomissione, di crudeltà, di barbarie a cui è
arrivata la società umana. Quando della gente può fare l'apoteosi del
militarismo e della guerra senza che la collera popolare si rovesci su di essa,
si può affermare con certezza assoluta che la società è sull'orlo della
decadenza e perciò sulla soglia della barbarie, o è una accolita di belve in
veste umana.» Religione La religione è considerata come un anestetico
delle facoltà critiche della mente umana. Sarebbe proprio la religione a imprigionare
le energie morali dell'uomo, a inebetire lo spirito critico e di riflessione.
Perciò i popoli più religiosi sarebbero i meno progrediti e i più afflitti
dalla tirannia, mentre, laddove la religione sparisce, lì è florida la libertà
e il benessere. «È il più solido puntello del capitalismo e dello Stato,
i due tiranni del popolo. Ed è anche il più temibile alleato dell'ignoranza e
del male.» È forte nel pensiero di M. la volontà di sottolineare
l'uguaglianza sociale tra uomo e donna. In anni difficili e lontani dalle
battaglie del femminismo di metà Novecento, egli afferma che la donna nobilita
e abbellisce la condizione di vita umana. È dovere della donna lottare per
risollevarsi da una condizione di inferiorità, che è tale in virtù di un
"delitto sociale" e non dovuta a leggi di natura. «Donne, in
voi e per voi è la vita del mondo: sorgete, noi siamo uguali!» M. vive di
sogni, di ideali. Nella sua concezione non esiste un artista, che sia poeta,
filosofo, persino scienziato, che si sia mai messo al servizio della menzogna.
Se tutti potevano essere vili, un artista non poteva. «Un poeta o uno
scrittore, che non abbia per scopo la ribellione, che lavori per conservare lo
status quo della società, non è un artista: è un morto che parla in poesia o in
prosa. L'arte deve rinnovare la vita e i popoli, perciò deve essere
eminentemente rivoluzionaria. Poesia composta da M.: FALCO RIBELLE. Un
giovane falco che drizza il libero volo Ne l'alto, ove sono i fulgori di soli
immortali Un giovane falco ribelle o piccoli, io sono. Mi spinge ne' campi
ignorati, un acre desio Di sante ideali battaglie, di luce e di gloria. Mi
splende nell'occhio la speme di certe vittoria, Mi parla nel core la voce
sinfonica, dolce D'un caro sublime Pensiero, ch'è Bene ed Amore. Ho giovini
l'ale e robuste, o venti, o cicloni, O fulmini immani feroci, vi lancio la
sfida. Voi soli potete pugnare col giovine falco, Chè Luce, chè Forza, chè Vita
multanime siete. Ma voi, piccoli, no. Coi vermi guazzate nel fango, Dal fango
mirate del falco il libero volo.» Frammenti «Prima di pensare di
rivoluzionare le masse, bisogna essere sicuri di aver rivoluzionato noi
stessi» «Ogni uomo è figlio dell'educazione e della istruzione che riceve
da fanciullo. Gli Anarchici non seguono le leggi fatte dagli uominiquelle non
li riguardanoseguono invece le leggi della natura» «Prima l'educazione
del cuore, poi l'educazione della mente» «Socialismo vuol dire
uguaglianza, vuol dire libertà. Ma l'uguaglianza non può essere senza libertà;
come la libertà non può essere senza l'uguaglianza: dunque socialismo e
anarchia sono due termini dello stesso binomio, sono i due inseparabili fattori
della redenzione proletaria.» «Quando la giustizia non sarà la durda
infame delle tirannidi, quando l'amore non sarà deriso, quando il ferro non
sarà legge e l'oro non sarà dio, quando la libertà sarà religione e sola
nobiltà il lavoro, allora, solo allora, il mio rifiuto della guerra sarà
benedetto.» «M'è questa notte eterna assai men grave del dì che mi mostrò
viltà dei forti e pecorilità di plebi schiave. Lungi da quì il pianto: sto ben
coi morti! (epitaffio) Opere complete M.,
Schiaffi e carezze, Roma, Morara, M., Diario di un disertore, La Nuova Italia,
Entrambi i testi sono stati pubblicati postumi sotto lo pseudonimo Furio
Sbarnemi. Le schede biografiche di alcuni esponenti anarchici calabresi,
A/Rivista Anarchica, Antonioli, Antonioli, E. Misefari. Antonioli, Pia Zanolli era nata a Belluno. Dopo il
matrimonio con Misefari, fu iscritta nell'albo dei sovversivi pericolosi,
venendo poi arrestata col marito a Domodossola (cfr.: A/Rivista Anarchica) Chi sono e cosa vogliono gli anarchici, ed.
settembre. Antonioli, Pia Zanolli, L'Anarchico di Calabria, Roma, La
Nuova Italia, Utopia? No, Pia Zanolli, Roma, ALBA Centro Stampa, E. Misefari,
biografia di un fratello, Milano, Zero in condotta, M. Antonioli, Gianpietro
Berti, Santi Fedele, Pasquale Luso, Dizionario biografico degli anarchici
italianiVolume 2, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, Bruno Misefari, Schiaffi,
Carezze e altro, Pino Vermiglio, Laureana di Borrello, Ogginoi, Furio Sbarnemi,
Diario di un disertore, Camerano (AN), Gwynplaine, Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Horizons Unlimited srl. Bruno
Misefari presso l'International Institute of Social History di Amsterdam, su
iisg.amsterdam, Fondo M. presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma, su
fondazione basso. Gli anarchici contro il fascismo, celebre articolo di Giorgio
Sacchetti. NOME COMPIUTO: Bruno Misefari. Misefari. Keywords: implicatura. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Misefari” – The Swimming-Pool Library.
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