GRICE ITALO A-Z M ME
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mecenate: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “In
my ‘reflections on happiness,’ I dwell on autonomy, and give the example: do
not rely on a grant by the government. In fact, most of my requests were
systematically rejected, even if I thought I had provided good grounding for
them – “The value of this should be self-evident.” “The significance should be
obvious by its character.” In Ancient Rome, the government gave no grants, but
Maecenas did!” Keywords: Grice, Gardiner, Mecenate. Filosofo
italiano. Gaio Cilnio Mecenate. Interessi filosofici prova lui, il
potentissimo consigliere d'Ottaviano. Di origine etrusca, e probabilmente
aretina, discende da stirpe regia, ma volle restare semplice cavaliere
romano. Combattè a Filippi per i triumviri e e intimo di Ottaviano che
egli cerca di conciliare con Marc'Antonio, siechè ha luogo l’incontro di
Brindisi. Per conto di Ottaviano si reca presso Marc'Antonio affinchè
partecipasse alla guerra contro Sesto Pompeo. Lui e il rappresentante di
Ottaviano a Roma e in Italia con poteri illimitati. Ottaviano si serve di
Mecenate in pace e in guerra e trova sia in lui che in Agrippa il sostegno più
sicuro del suo principato. Ma egli deve la sua fama imperitura alla protezione
che concesse ai maggiori filosofi del tempo suo. Restano pochi frammenti dei
scritti del M. in versi e in prosa, nei quali, e specialmente nel Simposio o
convito, opera che introduce in Roma un genere letterario molto coltivato in
Grecia, mostra di subire l’influsso dei filosofi dell’Orto. Interessi
filosofici e influssi epicurei si manifestano negli seritti dei maggiori
filosofi del circolo del Mecenate. Maecenas wrote several works, none of which have come
down to us. Their loss howerer is not much to be deplored, siuce, acoording to
the testimony of many ancient writers, they were written in a very artificial
and affected manner (Suet. ‘Octv.,’ ; Sen., ‘Epist.’; Tac. ‘Dial. de Orat.,’,
who speaks of the ‘calamistros Maecenatis. They consist of poems, tragedies
(one entitled ' Prometheus,' and another 'Octavia'), a history of the wars of
Augustus (ORAZIO, 'Carm.' ), and a symposium, in which VIRGILIO and ORAZIO were
introduced. The few fragmente which remain of these works have been collected
and published by Lion under the title of ‘Maecenatiana, sive de C. Cinii
Macenatia Vita et Moribus,’ Göttingen. Maecenas' known works include a
Symposium, with such notables on the guest list as Horace, Virgil, and
Messalla, and, if a fragment from Plutarcocan be trusted, some pretty clever
dinner conversation. Servius, Aeneid: Facilesque oculos fert omnia circum: physici
dicunt ex vino mobiliores oculos fieri. Plautus faciles oculos habet, id est
mobiles vino. Hoc etiam Maecenas in Symposio ubi Vergilius et Horatius
interfuerunt, cum ex persona Messallae de vi vini loqueretur, ait 'idem umor
ministrat faciles oculos, pulchriora reddit omnia et dulcis¡uventae reducit
bona.' Cf. Plut. Mor. frag. 180: 'Ev tô cuvosívo tỘ toû ManvaTúTEÇa ¿YYóo, N
unò tị Koía tò HéyE0os HeyíGTh Kai kán2os auaxos. kai ola sikòsETAVOUV ARZOL
ANNOS AUTHV O SE TÓPTIOS, OUK EXOV O TI MAp ¿AUTOû TEpaTEÚGaGOaL,Glyñ ysvousn,
"EKsivo dE ouK ¿vvosits, d pior Guunótal, Oc otpoYyún sotì Kai
ayavrEpIpEp'S." ¿ TOÍVUV TẬ ¿páTO KORaKsia, Ó5 tÒ siKóS, yéS KatEppáyn.
For the possibility that this incident may come from Maecenas' Symposium see
Jiráni 1932, 1-12; Lunderstedt. Perhaps M.'s Symposium should be added to the
list of possible antecedents for Petronius' Cena. %//» ftt.y. !f '8 )>: 9 .éffsuz^ncsÉ OtjJ A, «a
k.Sm i STORIA DI CAJO CILNIO M. CAVALIERE ROMANO SCRITTA, X DEDICATA A S. A. S.
il Signor Principe FEDERICO DI SAXE-GOTH A DaU’Avv. Sante Viola P. T. ROMA
i8£Ó. Presso Francesco Bourlié Con Lic. de' Sup. mm. 9 A spese degli Eredi
Raggi Libra] al Camita«1 ALTEZZA SERENISSIMA Allorché io mi occupava a
raccogliere le Memorie Istoriche della Vita di Cajo Cilnio M. 9 pensai
ocacciare al mio Libro un Protettore nella Persona dell’ A. V. S. sapendo
quanto sia benemerita della Letteratura, delle Arti, e de’ loro Coltivatori ; e
sebbene la piccolezza della mia Offerta dovesse sgomentarmi, tuttavia fatto
coraggioso dalla grandezza del suo magnanimo cuore, restai fermo nel mio
pensiero, persuaso, che la Storia delle geste civili, politiche, e morali di
quell’ esimio Cavalier Romano, doveva presentarsi ad un Principe i nel quale si
ammiravano per singoiar modo trasfuse le doti più belle \ di cui era quello
fregiato. E come non dovrà celebrarsi P A. V. S. nel vederla animata dal genio
istesso del gran Cibilo riguardo al progresso, ed al miglioramento delle Arti
> e delle Scienze? In Roma, Capitale di un vasto Impero, M. avvalorava i
talenti, proteggeva i Dotti, e dava così un impulso potente alla Civilizzazione
del Genere umano ; e F A. V. 5. nell* istessa Capitale, ora Sede, e Maestra del
buon Gusto, e delle Arti, accoglie con amorevolezza, onora con discernimento, protegge
con costanza tutti gli Artisti, e Letterati, de’ quali la stima, la
venerazione, e T amore sono ben dovuti all’A. V. per quella soavità di maniere,
ed eminenti virtù, che in tanta copia brillano i n tutte le di Lei azioni. Se
l’A. Y. S. si degna di accogliere sotto la benefica, e valevole sua Protezione
questo mio qualunque siasi lavoro, andrà esso fastoso vedendosi onorato di
qùelNome illustre, che ridesta la dolce memoria de TI grandi Avi dell’ A. V. S.
i quali in ogni epoca recarono decoro alla Patria, onore, e gloria alle
Contrade Alemanne. Supplico PA.V.S. di aggradire i sentimenti di quella
profonda venerazione, ed invariabile ossequio, con cui ho, l’onore di
rassegnarmi. Di V.A.S. Vino Dmo Obbmo Servo SANTI VIOLA, Nello scrivere la
Storia di Caio Cilnio M. ebbi di mira soltanto la riconoscenza dovuta alla
memoria di questo grand' Uomo, che fù il più zelante promotore delle belle
Letter e, l'Amico sincero, il Protettore liberale di tutti li Letterati suoi
contemporanei. Per lo spazio di circa tredici, o quattordici Secoli il nome di
M. fu sepolto, per dir cosi, nel seno dell' oblio ; effetto della barborie de'
tempi. Giovanni Meibomio fù il pririio a raccogliere tutte le notizie relative
alla Vita di questo esimio Cavaliere Romano, e nel i6Sj. ne stampò in Leida un
Libro avente per titolo : M., sive de Caji Clini M. Vita, moribus, et rebus
gestis. Prima del Meibomio ne aveva scritta una Storia Gio. Paolo Martire Rizzo
in- lingua Ca stigliarla. Ma quest’Opera non potè procacciarsi un incontro felice
per le stravaganze, di cui era ripiena, portando l' impronta piuttosto di un
Romanzo, che di una Storia, conforme osserva il lodato Meibomio. Praeloq. ad
Lect. : Historia Vitae Maecenatis a Jo. Paulo Martire Rizzo Lingua Cast igliana
de script a. . Tantum enimabest, ut illa sit historia, ut parum absit ad
fabulas abeat. Circa treni' anni dopo l’Opera di questo, cioè, Cernii diede
alla luce in Roma con le stampe di Lazzari una Vita di Cajo M. Ma questa
operetta per lo stile inelegante, ed uniforme al gusto di quel secolo, sembra
che non riportasse tutta l’approvazione de’letterati, essendo caduta in una
quasi totale dimenticanza ; ciò non ostante l' Autore, con la scorta del
sudetto Meibomio, non omise di riunire molte notizie sulla Storia di M.,
estratte dagli Autpri antichi. Altri ancora posteriormente hanno parlato, e
scritto sul medesimo soggetto. Nel 1 j 46. fu publicata in Parigi da M Riclier
una Vita di M., e successivamente V Abb. Souchay fece una raccolta di notizie
in una Dissertazione inserita nelle Memorie dell'Accademia dell’Iscrizioni,
intitolata Ricerche intorno M. Avendo profittato de' lumi, che questi Autori
diffusero nelle loro Opere, e non avendo omesso di esaminare li Scritti di
Livio, Dione Cassio, Appiano, Tanfo, e Vellejo Patercolo fra li Scorici
antichi, non che quelli dì Seneca, Macrobio, ORAZIO (vedasi) Flocco, Virgilio,
Properzio, ed altri, ho tessuto questo qualunque siasi lavoro, con aver
procurato di non CO Tiratosela Stor. della Lett. ltal.. ... r j deviare nella
narrazione de' fatti dà un ordine regolare, e cronologico. Fra li moderni ho
fatto uso delle Storie del dotto Inglese Lorenzo Echard (1), e degli eruditi
Catrou, e Rovillè (2 ), nelle quali oltre a non poche notizie relative al mio
assunto, ho toltili materiali sulla Storia contemporanea, con aver però ri-*
scontrati li fonti, in cui quelli avevano ati tinto, Lapresente Operetta è
divisa in IV Libri. N el primo si sono rintracciate le Notizie sull’ origine, e
sulle qualità della Famiglia de' Cilnj ; si fissa l’epoca, in cui il nostro M.
può essere entrato nella CorQe di Ottavio Augusto, e si nota tutto ciò che vi
ha di più rimarchevole sulle di lui geste e precedenti al Triumvirato, e dopo
di esso fino alla Cuerra detta di Perugia, cagionata dagl intrighi di Fulvia
Moglie del Triumviro Marcantonio. Contiene ancora le operazioni del medesimo
M., e prima, e dopo la disfatta di Bru-> to, e Cassio nelle Campagne di
Filippi, (1) Storia Romana dalla Fondazione di Roma sino alla Traslazione dell’
Impero sotto Costantino scritta in idioma Francese dall’ Abb. delle Fontane
sopra l’Originale Inglese. Venezia 1751. (*) Histoire Romaine depuis laFondation de
Rome par les RR. PP. Catron, et
Rovillè. Paris. Il secondo Libro comprende la serie de folti relativi alla
Storia di M. dalla indetta disfatta di Bruto fino alla morte del succe rinato
Marcantonio, c della famosa Cleopatra, Epoca, in cui Ottavio rimase il solo
Dominatore della Romana Gran dezza. N el terzo Libro si vedrà il Congresso
tenuto da questo con Agrippa, e M. per deliberare, se, stante V estinzione del
Triumvirato, dovesse ristabilirsi nel suo stato primitivo il sistema
Republicano, o se dovessero gettarsi le basi di una Monarchia Universale, e qui
si leggeranno li giudiziosi, e politici discorsi, recitati l’uno da Agrippa,
che perorò per la Repuhlica, e l’altro da M., il quale fa di opposte
sentimento, ed opinò per lo stabilimento della Monarchia ; e come Ottavio
antepose le ragioni di questo alle riflessioni di quello. N eli’ ultimo Libro
si conoscerà quale fesse l influenza di M. sullo spirito di Ottavio, divenuto
Imperadore, e quale la deferenza di questo verso di quello. Si ravviserà
inoltre quanto grahde fosse la protezione, c la liberalità di M. verso i
Letterati, e quale impegno avesse per il progresso dèlia Letteratura, e delle
Scienze. In fine sipario della Morte. Hò creduto di aggiungere, dopo la Storia,
Appendice divisa in tre Discussioni, che sonuninistrano de' schiarimenti, ai
altre- memorie, che in quella, q erano state omesse, o appena accennate. Le
prime due Discussioni abbracciano Le notizie relative ai celebri Giardini, ed
Abitazione, che M. possedeva in Roma, ed alla magnifica sua Villa situata sulle
sponde dell ’ Aniene presso Tivoli. La terza si aggirerà sulla pretesa Febre
perpetua, e Veglia Triennale, che Plinio il Naturalista attribuisce a M. Tutte
le volte, che questo grand’Uomo trovò degl' imitatori nella protezione, e nel
favore delle Lettere, e dei Coltivatori delle medesime si viddero comparire
degl ' ingegni prodigiosi, e la Letteratura fece mirabili progressi, In fatti a
questa imitazione siamo debitori di tante utili scoperte, e di quelle venuste
produzioni dello spirito umano, che viddero la luce sotto i Leoni, sotto gli
Alfonsi, e in tutte le altre epoche, nelle quali le fatiche de' Dotti furono
r.icompcnsate, ed avvalorati li talenti. Se pertanto questa imitazione non sarà
posta in oblìo, e se il nome di Cajo Cilnio M. non sarà dimenticato, li Secoli
successivi saranno sempre più migliorati, ed illuminati dallo sviluppo delle
umane cognizioni. LI Poeta Marziale, che vivgpa in un epoca, in cui la
Letteratura inclinava alla sua decadenza, si lagna, e fa conoscere, che allora
non esistevano dei Mecenati, che non erano le scienze protette, e che perciò
non si vedevano comparire ingegni sublimi. Ti meravi gli > 0 Fiacco, che a
tempi nostri. .. manchino ingegni simili a quello di Virgilio,, Marone, c che
niuno sappia cantare le mi-,, litari imprese con una tromba eguale alla sua. Io
ti rispondo, che se vi fossero de * Mecenati, come quelli, che vissero sotto I
Impero di Ottavio Augusto, vedresti svilapparsi altri Genj niente inferiori a
quello,, del Poeta Mantovano. Era stata a questo rapita la sua piccola
Possessione presso Crcmona, implorò la protezione di M.,,, pianse, e sotto il
nome diT itiro cantò in,, stile boschereccio le perdute pecorelle. Rise al suo
flebile, ma dilettevole canto il Toscavo Cavaliere, e tantosto fugò da esso
la,, maligna povertà. .. Allora Virgilio concopi la grandiosa idea dell ’
Eneide . Se tu dunque, o Fiacco, sarai benefico come M., e mi ricolmerai di
doni, ti,, assicuro, che anche io diverrò Virgilio (l). ( i) Martini. Lib. 8.
Epigr. 55. ad Flaccnm. Temporibus nostris ìngenium sacri miraris abesse
Maronis; Nec quemquam tanta bella sonare tuba. $int M. s, non deerunt, Flacce,
Marones. Jugera perdiderat miserae vicina Cremonae, y Flebat et adductas T
ityrus aeger opes. Jìisit Tuscus Eques, paupertatemque malignarti Rcpulit, et
celeri jussit abire fuga, Digitized t XIII Nello scrivere la presente Storia
non pretendo di aver fatto un lavoro completo, nè di aver raccolto tutte le
Memorie sulle avventure politiche, morali, e civili di questo esimio Cavaliere
Romano. Se non vi sono riuscito, non fu colpa della mia volontà, o effetto di
trascuratezza. Qualunque mancanza si deve attribuire alla ristrettezza delle
mie cognizioni, e de’ miei talenti. Può essere però, che all' impulso di quésto
mio travaglio altri si scuotano in seguito, che forniti di migliori materiali,
ed ingegno più elevato, sappiano supplire alli miei difetti- Io gioirò allora
nel mio cuore, e leggendo novelle prbduzio'ni, e nuove scoperte intorno alle
geste del mio Eroe, sarò ben contento di apprendere da altri, ciocchi io aveva
tentato di conoscere colle mie fatiche. Protinus Italiam concepii, et arma
virumque. Ergo ero Virgilius si munera Maecenatis E>es wihi. . v w. v i y* N
A STORIA DI CAIO CILNIO M. _| ràle famigli» le più antiche, e doviziose di
Arezzo nell’Etruria meritamente è annoverata quella de’ Cilnj. Circa la metà
del quinto Secolo dopala fondazione di Roma, e duecento novant’ anni puma
dell’Era volgare la medesima figurava luminosamente non solo nella propria
Città:, ma eziandio sopra tutta la Nazione ; se noti che le grandi ricchezze
avendola resa troppo orgogliosa, e prepotente, si procacciò l’odio, e l’ invidia,
delle altre famiglie, e de’ suoi concittadini, e fu sottoposta a disgustiose
vicende. Nell’ epoca succenuata, e precisamente nell’ anno 4S0. di Roma, fu
ordita nel seno stesso della sua Patria contro di quella una terribile congiura
# e quantunque, per mezzo de’ suoi rapporti, ne giungesse al discoprimento,,
non potè però impedirne l’esplosione. Gli Aretini presero le armi risoluti di
discacciarla dalla Città, e non avrebbe potuto disimpegnarsi dalla pericolosa
situazione, se non avesse trovato un appoggio nelle forze della Romana
Republica., Questa aveva già sperimentato più volte la potenza, ed il valóre
degli Etrusci, che in quel tempo costituivano una nazione popolosa,
formidabile; e guerrierafi) e se aveva su di questa riportate delle vittorie, TEtruria
non faceva ancora parte delle provincie Romane ad essa confinanti. In questa
occasione, o fosse realmente per soccorrere li Cilnj » o più probabilmente per
profittare delle interne dissensioni, Roma vi spedi il Dittatore Marco Valerio
Massimo con un’ armata. Sebbene lo Storico Livio narri il principio, il
progresso, ed il termine di questa insurrezione degli Etrusci, nutladimeno,
secondo il medesimo, sembra, che riuscisse al Generale Romano di calmare li
sediziosi movimenti degli Aretini, e di riconciliare la Plebe, con la detta
famiglia de' Cilnj i senza alcun fatto d’armi rimarchevole, e sanguinoso,,
Correva,, la voce ( dice Livio ) cbe l’Etruria avesse inalberato lo stendardo
della rivolta, e che erasidato principio! alla medesima dalle sofnmosse degli
abitanti di Arezzo, nella qual Città la prepotente famiglia de’ Cilnj,
invidiata perle ricchezze, voleva scacciarsi colle armi Alcuni Autori, che (l
j> Livio lib.q. Cap.iqi Prodigato Samnitium bello ;. .. Etrusci belli fama
exorta èst, non erttt ea tempestate gens alia, cujus . .,. arma terribiliora
esscnt cum propinqui tate agri, tum muli ita din è hom&nutn, y tengo presso
eli me, affermano, che per iopera del Dittatore, calmati li sediziosi movimenti
degli Aretini, e ricpnciliata Plebe con la famiglia de’ Cilnj, fosse ricondotta
la quiete nell’Etruria, senza alcun fatto d’ armi memorabile. Dopo due anni
però, cioè nell’anno 453, si accese nuova guerra fra questa, e laRepublica
Romana. Sene ignora la, cagione, e non si conosce qual parte vi prendessero i
Cilnj, e sebbene l’E trulla fosse costretta a chiedere la pace, tuttavia dopo
breve tempo fu indotta a novelle ostilità dai Sanniti. Questi popoli guerrieri
sempre inquieti > benché sempre vinti dai Romani, nell anno 557. tornarono
all’ armi, e fecero tptti li sforzi per stringere un'alleanza offensiva con le
popolazioni Toscane Etrusci ( cosi parlarono li Deputati de’ Sanniti ) piu
d’nna volta ci siamo cimentati ne’ campi di Marte con le Coorti Romane ;
abbiamo dimandata Lib. io. num. 3. e 5. Multiplex de inde exortus terror.
Etruriam rebellare ab Aretinorum scditionibus, mota orto, nuntiabatur, ubi
Cilriiurn genus praepotens, divi tiarum invidia pelli armis ceptum Ha* beo
Auctores, sine allo praolto pacatam a Dittatore Etruriam esse, seditionibus tantum,
Aretinorum compositis, ctCilnio genere cuoi plebe in gratiam redacto. . L. . v
) la pace, quando non potevamo sostenere più lungamente il peso della guerra.
Siamo tornati ora a' prendere nuovamente le armi, perchè la pace ci era più
dura degli orrori di quella L’unica nostra speranza però, la sola nostra
risorsa risiede nella nazione Toscana, nazione ricca, bellicosa, e fertile di
guerrieri. Se noi avremo il vostro ajuto, e voi risveglierete ne’ vostri petti
quel coraggio,. con cui Porsena, e i ^vostri Maggiori spaventarono Roma
istessa, nulla avremo a desiderare (i). Li Sanniti ottennero ciò, che
bramavano. Gli Etrusci accedettero alla lega, e la guerra cominciò con furore.
Ma non era ornai più tempo di resistete alle forze delle Republica Romana già
divenuta invincibile .'Eglino furono superati, e la sorte, che incontrarono in
questa, incontrarono ancora nelle altre guerre posteriori, finché furono
costretti a sottoporsi alle leggi, ed all' impero di quella. Quantunque la
Storia ci abbia occultato le avventure de’ Cilnj, dopo che l’Etruria fu da’
Romani soggiogata, pure sembra potersi credere, che continuassero sempre ad
occupare un rango distinto fra le famigliedella Nazione. Imperciocché se deve
-prestarsi fede al Poeta Silio Italico, nella seconda guerra Punica un
individuo di essa famiglia militò contro Anni • I ., N 1 • Tit. Liv. lib.io.
cap.x i. w. •. baiò sotto le bandiere Romane e tuttoché restasse prigioniero,
diede argomenti di coraggio, e di valore. Avendo Annibaie superato le Alpi,
incontrò nelle vicinanze della Liguria il Consolo Cornelio Scipione, che con
un’ armata Romana voleva contrastargli la marcia ; ma impaziente il Generale
Africano di dare esecuzione al già meditato progetto di conquistare l’Italia* e
impadronirsi ancora del Campidoglio, attaccò l’esercito nemico. La battaglia fn
incominciata, e sostenuta con accanimento dalla Cavalleria Numida, e le truppe
di Scipione furono completamente disfatte. Egli stesso rimase ferito, e sarebbe
caduto frà le mani de’Cartaginesi, se non avesse combattuto al sno fianco
Scipione di lui figlio denominato posteriormente Africano. Questo giovane
guerriero, benché in età di soli diciotto anni, salvò il padre con il suo
coraggio, e diede in tale occasione li primi saggi de’ suoi talenti militari.
Questa terribile battaglia, e questo disastro dai Romani sofferto accadde tra
il Pò, ed il Ticino nell'anno di Roma 536. (i). (i) Dion. Cas. lib. 14. Eutrop.
lib.3. Florus lib.a. Cap. 6. Ac primi quidem impetus turbo inter Padum ac
Ticinum valido statim fragore delonuit. Tunc Scipione Duce,fusus Exercicus,
saucius et ipse venisset in hostium ma nus Imperator,niii protectum patrem
praetex «I 6 Frà li molti prigionieri di distinzione fatti da' Cartaginesi si
numera un Cilnio della Città di Arezzo nell’ Etruria. Giovanetto anch' esso,
come il figlio del suo Generale, combatteva nella Cavalleria Romana. Il suo
Cavallo ferito cadde nella pugna, ed egli restò prigioniero. Il surriferito
Silio Italico, che narrò in versi tutte le azioni di questa guerra formidabile,
cosi si esprime Cilnio d’ il-,, lustre prosapia, e nato nella Città di Arezzo,
situata nelle contrade Toscane, da un destino crudele era stato spinto sulle
rive del Ticino, benché giovanetto; quivi nel furor della mischia, balzato al
suolo,, dal suo Cavallo divenuto furibondo per una,, ferita, era stato
costretto a sottoporre il collo alle Libiche catene „(i). Annibaie bramando di
conoscere le geste, e l’origine di Fabio Massimo Dittatore Roma tatus admodum
filius ab ipsa morte rapuisset. Sii. Italie, lib.7. de Bell.Punic. ver.ao. At
Libyae Ductor postquam nova nomina lecto Dìctatore vigent ....• Oeyus accìtum
captivo ex agmine poscit Progenicm,rituscjue Ducis,dextr aeque labores; Cilnius
Arreti Tyrrhenis ortus in orit Clarum nomea erat, sed laeva adduxerat fiora
Ticini juvenem ripis, fususque ruentis V ulnere equi, Libycit praebebat colla
catenu. Cop ale i no» di cui tante cosq narrava la fama, ne interroga il
sudetto Cilnio suo prigioniero. Questo appaga il Generale Africano, ma gli
parla con franchezza, e coraggi^, e gli fa Conoscere in fine, che piu della
schiavitù, cui era stato per disavventura sottoposto, amala morte. Offeso
.quello dall’ardita risposta di Cilnio, cosi lo rampogna. Indarno, q folle,
cerchi di accendere il mio sdegno, è di schivare con morte, che desideri, », la
schiavitù. Viyrrai tuo malgrado, e il tuo collo sarà riservato al peso di
catena più pesanti .,,(1). « Dopo la battaglia del Ticino i Annibaie continuò a
trascorrere l’Italia, riportando segnalate vittorie. La più strepitosa, e memorabile
fu quella presso Canne piccolo, ed ignobile Borgo della Puglia nell’anno di
Roma $ 38. La perdita della Romana Republica in questa fatale giornata fu
immensa. Tutte le famiglie furono ricoperte di lutto, perchè ognuna vi ebbe
delle vittime da compiangere (a) ; e la terribile strage non afflisse Roma (1)
Sii. Ital. loc. cit. vers. 40. et seq. Qnem ( Cilnium ) cernens avidurn leti
post talia Pocnus Nequidguam nostras, demens, ait, elicis iras, Et captiva
paras moriendo evadere vincla ; yivendurn est, arefa servàntur colla catena.
Lucius Fior. Lib. a. Capi 6. Ultimwn 8 soltanto; essa aveva fatttf leva di
frappe dar tntte le Provincie o conquistate, o collegate, onde sù di qneste si
diffuse non meno l’or- 1 rore prodottoda quella battaglia sanguinosa * Perciò
anche TEtruria dovette dolersi de’ suoi guerrieri estinti nelle campagne della
Paglia, e frà gli altri di un illustre Pcrsonagf. gio chiamato M., e dell'
iste.ssa famiglia de’ Cilnj. Il sndetto Siliò Italico dettagliando li soggetti
di distinzione, che erano periti a Canne, fa menzione particolare di questo èon
tali espressioni Te'ancora trafitto nelL* inguine da Tiri© strale Veggio cadere
estinto, o M., nomeMllustre per li scettri Toscani, e venerato per la patria,
che ti diede i Natali (i). Se fosse incontrastabile l’autorità di questo Poeta
potrebbero farsi alcune riflessioni, relativamente all* oggetto della Storia,
che si descrive ; Nella battaglia del Ticino è fatto prigioniero un Cilnio
cittadino di Arezzo, di prosapia illustre ; in quella presso Canne, cioè dne
anni dopo, cade estinto altro sogetto chiamato M., parimenteToscano, mà bulnus
Imperli, Canna e, ignobili s Apuliae V icus, sed magnitudine c/adii, emersit ;
et quadraginta millium eacdr parta nobilitai ; Ibi in exitium infelicis
exercitus dux, terra, coelum, dia, tota denique rerum natura contentiti ( i)
Lib. io. vers. 39. Digitized by Google li antenati del quale erano stati
Monarchi : Et sceptris olirti celebratum' nomen Etruscis : Ora l'uno, e l'altro
discendevano dalla stessa famiglia de’Cilnj, o erano di due separate famiglie ?
Come poi, e quando, e chi delle medesime venne a stabilirsi in Roma ? La notte
del tempo, e la mancanza di memorie ci toglie tuttU lumi necessari, onde
ravvisare la verità senza incertezza, e giungere allo scioglimento di tali
dubbiezze • Dall' anno 538. epoca della ìsudetta battaglia presso Canne fino
all’anno 66a. dì Roma ci si presenta un vuoto penoso, che nulla ci fa scorgere
sull' oggetto ricercato; in quest’anno però sembra, che comincino a diradarsi
le tenebre, ea presentarcisi un qualche raggio rischiaratore per conoscere, che
allora la famigliar M. già erasi stabilita in Roma, leggeudo, che un Cajo M.,
aggregato al corpo de’ Cavalieri, figurava luminosamente in quella. Capitale.
In tal epoca, e precisamente nel detto anno 66a. era Tribuno della plebe Marco
Livio Druso. Questo cittadino Romano fornito di nobiltà, di ricchezze, e di
eloquenza attaccò le prerogative esistenti nell’antico, e no Oppetis, et Tyrio
super inguina fixe veruto, Maecenat, cui maeonia venerabile terra, Et sceptris
olirti celebratum nomen Etruscis. IO bil ceto de’ Cavalieri » e -vedeva, thè »
me-/ diante una Legge,' venissero; questi.' spogliati dei-diritto sulla
Giudicatura, dritto annesso, óna volta, al Senato iifi) j -, Per riuscire nel
suo progetto Druso fece ogni sforzo, e non trascurò dt mettere in ino» vimento
tutte le risorse della politica, dell' eloquenza, e della saviezza ± mà oltre
ad ave? re incontrato delle forti opposizioni fra li stessi Senatori, -Cajo
M.,• Flavio Pugione, e Gneo Titinmo, Cavalieri di specchiata probità si
opposero energicamente alle di lui potenti manovre, e con lai loto fermezza, ed
influenza* mandarono a. vuoto il progetto di Legge > che già quello aveva
modellato (2). ? L’Oratore Marco Tullio Cicerone nell’Orazione a favor di
Cluenzio, presentandogli I * • i •• 1; i - Vellej. Patere. Lib. a. Art.i 3 .De inde
f inter jectis paucis annis, TriburuUum iniiejtf. Livius Drusus, vir
nobilissimus, eloguentis simus, sanctissimus, qui cum Senatui priscum
restituire cuperet dccus, et judicia ab Equi ti bus ad eum transfer re Ordinem.
.. in its tpsis, quae prò Senatu moliebatur, Senatum habuit adversarium, Liv.
in supplem. lib. 71. art. ar. Adeoque
Cajus Flavius Pus io, Gn.Titinius, Cajus Maecenas Principes Equestri s Ordinis
Curiata hit le gibus ingredi aperte ree usar unt. re l'occasione di rammentare
questo avvenimento de’ fasti Romani, fa un’elogio, e di Cajo M., e degli altri
due Cavalieri ne’ termini seguenti Allora Cajo Flavio Pugione, Gneo,, Titinnio,
e Cajo M., que’ potenti sostegni del popolo Romano non agirono, come ha ora
agito Clueuzio, quasi che ri* >, cnsando pensassero di far ricadere sopra di
essi un qualche principio di colpa, ma ricusando apertamente, energicamente, ed
onestamente fecero conoscere, che eglino avrebbero potuto sollevarsi per
giudizio del Popolo a cariche sublimi, se avessero >, direttele loro cure a
richiederle ... ma,, che, contenti del solo ordine Equestre, incui si
trovavano, in cui erano vi» suti ancora li loro Maggiori, avevano stimato di
seguire una vita quieta, e tran* qui Ha lungi dalle procelle, che sogliono
suscitare l’invidia, e gl’intrighi de* giudi»> zj, simili a quello, di
cui.si tratta Oraf prò Cluentio nnm. 56. 0 Virot fortes, Equites Romanos ! qui
ho mi ni Claris simo, oc potentissimo M. DrusoTribuno pie bis restiterunt Tane
C. Flavius Pusio, Cn. Titinius, Cajus Maecenas, illa robora papali Romani,
ceterigue hujusmodi Ordinis non fecerunt idem, guod nane Cluen tius, ut aliquid
culpae susci pere se putarent recusando, *ed apertissime r spugnar unt, cunt
Qigilized by Goo jle i iDa questo Caio M., di dui parla Cu cerone,~fiho
all’anno della nasci ta dèi nostra CajoCtlnio' M. non trascorsero, .che soli
anni ventiquattro-, essendo egli n3to, come fra poco si vedrà /udranno di Roma,
cosi che se, quando quello si oppose all’ intrapresa dal Tribuno Druso
nell’Anno 663. non era in età provetta, poteva vivere: ancora quando ebbe
principio resistenza di questo. i E sebbene sia sembrato irreperibile il suo
preciso anuo Natalizio,, tuttavia riflettendosi sull ’ annoi della nascita * e
sù quello della morte del Poeta Orazio Fiacco, si potrà conoscere, e forse con
qualche sicurezza, che il nostro Cajo Cilnio M. fu messo al mondo nell indicato
anno 686. dopo la fondazione di Roma, ed anni sessantotto prima dell'Era
volgarp. et Lucio Asinio Gallo Consulibus. Fast. Cons. loc. cit. pag. 107.
Digitized by Google i5 quantasette, qual periodo’ di vita appunto gli assegnano
Eusebio di Cesarea (i ) Pietro Crinto ( oc) ed altri ., Sembra anche certo egualmente,
che il nostro Cajo Cilnio M. morisse di anni sessanta, è nell* anno istesso, in
cui cessò di. vivere Orazio ; anzi non s'ignora, che il primo mori verso il
mese di Settembre, ed il secondo nei mese di Novembre ( \) ’•[ Dunque M. aveva
preceduto di tre anni, resistenza di Orazio, che visse cinquantasette an. ni
conforme si è detto, ed essendostata fissata ; 1 ;!/ InChronich. Horatius
quinquagesimo septimo aetatis siiae anno Romae moritur .In Vit. Horat. Mortuus est autemHo
ratius anno aetatis suae septimo, et quinquagesimo. (i ) Dion. Gas. lib. 55.
Morery Gran. Diction. Histor. art. Maecen. Briet. Ann. Mund. Tom. j. part. 3. ad ann. 746.
Consulibus Cajo Mario Censorino, et C. Asinio Gallo fnensi Sestili indìtum est
Augusti nomea .... Obiìt etiam hoc anno Maecenas Litterarum praesidium, et
decus Nequc diti suo Mae cenati supcrvixit Horatius Flaccus Poeta Lyricus.
Obiit enim non aetatis anno 60, ut ali qui, non 5 o, ut alti, sed 5 j, hisque
Consu li bus. v ( 4) Cafrou.Hist. Eom. Tom. 19. 16 la nascita di questa all’
anno 689. il Natale di quello deve rimontare all’ anno 686. dopo la fondazione
di Roma, ed. all' anno 68. prima dell’Era volgare » Con maggior certezza poi si
conosce il giorno preciso, in cui il sudetto Cilnio fu registrato nel numero de
mortai}, che fu il giorno i3. Aprile. La verità di questo punto istorico
risulta dalle Odi del surriferito Orazio Fiacco. Volendo quest» Poeta celebrare
la ricorrenza del sudetto giorno Natalizio del suo amico M., invita Fillide
alla Festa, e cosi si esprime Ed affinchè conosca, o Filli de, a quali
esultanze io ti chiami, sappi, che dovrai celebrare con ime il dì, che in due
divide il mese di Aprile, sacro a Ciprigna; giorno per me giustamente solenne,
e più sacro ancora dj quello, nel qua., le io nacqui; giacché in esso
incomincia a,, numerare gli anni della sua vita il mio M. Od.i 1. Vi tanica
noris, quibus advoceris Gaudiis ; Idus tibi sunt agendac, Qui die* mcnsem
Veneri s marinai Findit-Aprilem. J are sole mais mihi, sanctiorque Paene Natali
proprio, quod ex hac Luce Maecenas meus ajfluehtes Ordinai annoi, Avendo
procurato di rintracciare alla meglio l'anno, ed il giorno della nascita del
nostro Cilnio,, stimo pregio dell'opera di fare alcune osservazioni
relativamente al suo Padre, ed alla sua Stirpe. Quel Cajo M., che nell' anno
66a. faceva in Roma una comparsa brillante, era ascritto nell’ordine de’
Cavalieri ; ciò si è dimostrato coll' autentica testimonianza di Cicerone, ed
anche con le autorità di Livio testé riferite. Inoltre l’ istesso Cicerone ci fa
conoscere, che il Cajo M., di cui fa egli gloriosa menzione, non aveva alcuna
ambizione, nè curava di sollevarsi ad impieghi luminosi, ai quali pur troppo
avrebbe potuto giungere per la buona opinione, che godeva presso il Popolo ; ma
che contento del semplice titolo di Cavaliere, amava di passare una vita lieta,
e tranquilla ad imitazione de’ suoi Maggiori. Se potuisse ( sono parole di
Tullio sopra-,, enunciate ) Judicio populi Romani in amplissimum locum
pervenire, si sua studia,, ad honores petendos conferre voluissent sed Ordine
suo, Patrumque suorum contentos fuisse, et vitam illarn tranqnillam, et quietam
.... sequi ma-,, luisse. Ora il carattere, che forma Cicerone di questo Cajo
M., non è similissimo a quello del nostro Cilnio ? Tal circostanza si conoscerà
nel decorso della sua Storia, ma intan B j8 to possiamo accennare, che questo
aveva tutti li mezzi per inalzarsi a cariche le più eminenti, e decorose,
stante la grande amicizia, di cui era onorato da Augusto, ma che pago del suo
stato, e del semplice titolo di Cavaliere, mai volle, ne dimandò altri onori, e
nuovi impieghi. A ciò si può aggiungere l'epoca del tempo, in cui quello
viveva, ed era celebrato per uno de’ sostegni del popolo Romano, ed in cui sono
fissati i natali di questo, e dal tutto insieme ne risulterà un grado di
probabilità non del tutto dispregevole, per credere, che il sudetto Cajo M.
potè essere l’Autore del nostro Cilnio. Potrebbe la nostra assertiva essere
smentita da una antica Iscrizione riportata da Dionisio Lambino nella quale si
parla di M. figlio di Lucio ; poiché se questa avesse rela - ( i) Lambin. in
Com. adOd.i. lib. i. Horat. £ 7 ni us praeterea Marnioris antiqui testimo— nium
producala, quod Romae visitur in Aedibus Fusco aura e regione aediurn
Farnesiarum, in quo haec sunt incisa. Lieertorvm et Libertarvm C. Maecenatis.
R. F. Pontif. Posterisq. eorvm Et qvi ad xd tvendvm CONTVLERVNT CONTVLEIUUT
zione al nostro M., sarebbe stato figlio di Lucio M., non di quel Cajo da
Cicerone accennato. Ciò non ostante pare che un tal documento non Taiga, nè a
somministrare schiarimento sull'oggetto, di cui si parla, uè a distruggere la
detta nostra assertiva, i. peri hè non costa, che quella Iscrizione seco porti
un carattere di sicura autenticità ; a. perchè non si conosce dal contesto
della medesima l’epoca del tempo, in cui fa incisa, né a qual Cajo M. debba
riferirsi. Veniamo ora alla Stirpe del nostro Cilnio. Gli Autori antichi, e
moderni, tutti li Commentatori di Virgilio, di Orazio, di Properzio, ed altri
si sono divisi di opinione nel fissare la nobiltà della discendenza di questo
grand’Uomo. Orazio, Properzio ed anche Marziale chiaramente hanno scritto,
Od.j.Lib.i. Maecetias atavis edite Regibus, O et praesidium, et dolce decus
rneum! Maecenas eques Etrusco de sanguine Regum, Intra fortunam qui cupis esse
tuam. Lib. la. Epigr. 4. Quod Fiacco, Varioq.fuit,summoque Maroni M. atavis
Regibus ortus eques. B a Od. ug. lib. 3. Tyrrliena Regum prò genies,
Lib.3.Eìeg. che egli era di stirpe reale. IlTorrenzio Commentatore di Orazio, descrive
una linea genealogica degli Antenati reali di quello, e crede, che il suo
Bisavo fu Cecinna Re degli Etrusci. Acrone ('a) altro Commentatore antico di
Orazio è dallo stesso sentimento, « fa seguito dall’ autore dell’ Elegia
attribuita all’ Albinovano ^ 3 ), e dal Beroaldo Commentato' re di Properzio ;
anzi quest’ ultimo suppone, che discendesse dal famoso Porsena parimente Re de’
Toscani. Al contrario Dione Cassio, ( 5 j e Vellejo ( 1 ) Comment. ad Od. 1.
lib. 1. Horat. Antiquis Regibus prognate: cui Menodorus Pater, Menippus Avus,
Cecinna li ex Etruscorum fuit A t avus. (2) Comment. ad Od.i. Lib.r. Horat.
Edite Regibus : quo ni arn dicitur (lux i ss e originerà ab Etruscis Regibus,
et contempsisse Seuatoriam dignitatem. Eleg. in obit. M.. Rcgis eros genus
Etrusci, tu Caesaris olim Dcxtera, Romanae tu vigli Urbis eros, Com. ad Eleg.
cit. Propert. Etrusco de sanguine Regum : quia fuit oriundus a Porsena Rege
Etruscorum. Lib. 19. pag. 534. Reliquas res non Ro mae modo, sed per totani
Italiam Co* Patircelo (t), benché spesso parlino del medesimo non gli
attribuiscono un origine reale, ma lo caratterizzano soltanto per un indivivuo
di ragguardevole e splendida famiglia. Dacier poi, e Pallavicini sono d’avviso
$ che dalle indicate espressioni di Orazio, di Properzio, e di Marziale non può
con certezza dedursi, che frà le vene del nostro Gilnio scorresse un regio
sangue ; giacché è noto altronde, che le parole Re, e Regina, nel senso de’
migliori Autori, segnatamente Poeti, spesso significano Signori potenti,
Uomini, e Donne di qualità, e distinzione ; e cosi aveva ancora in sostanza
pensato il Porfirione prima de' sudetti Dacier, e Pallavicini. Riguardo ai
Poeti contemporanei però non tutti han parlato sull'oggetto ip questione, come.
Properzio, ed Orazio. li Poeta di Mantova più d’una volta si volge col discorso
a M. nelle sue Georgiche, ep jus Maecenas, equestris dignitatis vir admi
nistravit. (1) Lib. 2. art. 83. Tum Urbis custodiis praepositus Cajus M.
equestri, sed splendido genere natus. (2) Annot. crit. sopra Oraz. Canzon. di
Oraz. pag. i 5 i. Comment. ad Od.i Horat. M., ait, atavis Regibus editus, quia
Nobilibus Etruscorum ortus sic. lì pure non Io ha mai decorato di nna reai
prò-» sapia• La diversità di queste opinioni potrebbe ini qualche guisa conciliarsi,
se, come si è sopra accennato, sussistesse realmente ciò che abbiamo veduto
asserirsi dal Poeta Silio Italico nella seconda guerra Punica. Imperciocché si
è in quel luogo rimarcato, che quel Cilnio fatto prigioniero nella battaglia
del Ticino non è chiamata di stirpe Regia; e che quel M., che mori
posteriormente presso Canne era celebrato per li Scettri Toscani. Nella verità
di questi fatti potrebbe Georg lib. i.vers.i. e seq. Quid faciat laetas segete
s, quo sidere terram V ertere, Maecenas, ulmisq. ad/ ungere vites Conveniat
Hinc cane re incip iam. Lib. a. vers. 40. Tuque ades inceptumque una decurre laborem Maecenas
pelago que volens da vela petenti Lib. 3. vers. 40. IntereaDryadum sylvas, salt us que scquamur
Intactos, tua, M., haud rnolliajussa Lib. 4 vers. i Protinus aerii melili,
coelestia dona Exequar, hanc etiam, Maecenas, excipe partem. aà dirsi, che
Orazio, Properzio, Marziale, e gli altri, che danno al nostro Cilnio una Regia
discendenza, lo abbiano fatto derivare dal secondo ; e che Virgilio, Dione,
Vellejo, e gli altri segnaci dell' opposto parere nbbian fissato per Capo della
sua famiglia, o per uno de’ snoi Antenati il primo. Si è disputato ancora in
qnal’epoca, a quale degli Antenati del nostro Cilnio, e per qual motivo venisse
aggiunto il nome di M.. Riguardo all’ epoca, nell’ anno 450. di Roma la
famiglia de’ Cilnj ancora non portava questo nome, conforme si è osservato da
Livio. Ottantotto anni dopo, cioè si comincia a vedere in quel M., che mori
presso Canne, sempre però sull’autorità poetica del surriferito Silio Italico *
Nell’anno 66atrovasi in Roma già celebre, e rinomato in quel Cajo M. encomiato
da CICERONE (vedasi). MeibomiO riporta un frammento del Libro terzo delle
Storie di Sallustio, estratto da Servio Commentatore di Virgilio, in cui si fà
menzione del famoso Sertorio, e di un M. Segretario del medesimo. Sertorio morì
Jn Vit. M.. Praeloqi adlect. Ex-^ tot Sallustii fragmentum apud Servium adLib.
X. Eneid. Virg. ex Histor. illius lib.g Igitur, inquit, discubuere Sertorius inferior
in medio, tuper eum Lucia s F alias Hispaniennt S* notar , nell’anno di Roma
68a. Terenzio Varrone, che viveva, e scriveva nell’ epoca istessa, in cui mori
Sertorio, fa uso ancora esso nelle sue opere della parola M. e di cui si
tornerà in appresso a parlare. Da tuttociò sembra chiaro, che nel settimo
Secolo di Roma già fosse commune alla sudetta famiglia il nome di M.. Ma
riguardo a conoscere a quale degli Antenati di Cilnio, e per qual motivo fosse
aggiunto quel nome, il Martini ingenuamente confessa, e si protesta, che il
tutto è involto nelle tenebre, e nella incertezza, (a) Aggiunge però che se
fosse lecito di promuovere sn questa sconosciuta materia qualche riflessione,
che possa aver luogo, non già sul vero, o sul verisimile, ma sul possibile, si
po sa: Proscriptis ; in summo Antonini, et infra Scriba Sertorii Versius, et
alter Scriba Maecenas in imo. (i) De Ling. Latin.Lib.7. in fin. (a) Lexic. Philolog. art. M.. De origine nominis nihil
certi, et *'ix aliquid probabile dici potest ; quia certum est, esse nomea
proprium,nec vcrum satis certum mihi qui dem est, cujus linguae vox sit, et
historia de stituor cui, et ex qua causa primum juerit imposi tum. Addo, quod ctiam de vera scriptum dubitai ur.
Digiti?ed iS trebbe dire, che la voce M. è un vocabolo Etrusco derivante dall’
idioma de’ Caldei, dalla qual nazione gli Etrusci hanno avuta la loro origine ;
primieramente, perchè la flessione di detta voce seco porta un non so che di
straniero ; in secondo luogo, perchè li nomi de’ Caldei si solevano
ordinariamente prendere dalle forze naturali degli oggetti morali, dalle
facoltà, dalle azzioni, e dalle passioni. Il Catrou è d’avviso (a) che con
Tantorità di Varrone, e di Plinio possa trovarsi nn qualche schiarimento per
sapere, come fosse dato un tal nome alla famiglia de’ Cilnj. Secondo quello, si
rileva dal succennato Terenzio Varrone, li nomi degl’ individui, che finivano
in as, significavano qualche luogo. Si licei aliquid de hujusmodì prorsus
incognitis dicere, quod ncque inter vera, neque inter verisimilia, sed tantum
inter possibilia ponantur, sit nomen Etruscum, ex Caldaea(inde enim Etruscis
est origo ) praesertim, quia forma flexionis peregrinitatem sapit. Nomina autem
fere a naturalibus viribus, a ut a moralibus objectis, facultatibus, actionibus,
aut passionibus imponi consueverunt, tamquam monumenta quaedam de iis, quae
rebus insunt, vel adsunt, vel ab eis sunt. particolare dell' individuo medesimo
(i\ Plinio poi ci avverte, che fra li vini scelti dell* Italia erano celebrati
quelli ancora, che si raccoglievano dalle Vigne Mecenaziane (a) : perciò
conclude il detto Storico, che il nome di M. provenisse a quella famiglia da
qualche terra, o possessione alla medesima spettante. Ma, ad onta di tali
dilucidazioni, sembrando la cosa tuttora incertissima, secondo il sullodato
Martini, dobbiamo soffrire una tale ignoranza senza sgomentarci, e con quella
docilità, e rassegnazione j con cui soffriamo l’oscurità, e l’incertezza di
tante altre materie più interessanti. Potrebbe qui aggiungersi ancora una
qualche riflessione sulla formamateriale della parola Maceenas, ed esaminare se
debba scriversi Hinc quoque dia nomina Le* nas, Ufcnas, Lavinas, M., quae cum
essent a loco, ut Vrbinas, et tamen Urbi nas ab his debuerunt dici ad nostrorum
nomi num similitudincm. In Mediterraneo vera Caesenatia, ac M. ( vina ) ; In
Vcroncnsi itemi F altre us tantum posthabita a Virgilio. (3) Loc. cit. Qui enim
multo potiora patte nter ignorarmi!, edam et hoc, et similia, •ine pudore
possumus nescire. con il dittongo nella prima, o nella seconda sillaba, se in
ambedue, o se debba leggersi senza dittongo alcuno ; ma un tale articolo
potendo presentare una discussione, o estranea, onojosa, rimettiamo gli Eruditi
al citato Lambino, il quale ne’Commenti alla prima Ode di Orazio ne ha parlato
con precisione, e dottrina. Il Lamiino nel commentare la parola M., che leggesi
nell’Ode i.del i.lib. di Orazio, tosi sviluppa il punto da noi succcnnato, In
omnibus fere manuscriptis Codicibus, quibus usus sum, nomea Moecenas scriptum
reperi et in prima, et in.secunda syllaba sine diphthongo ; quam scripturam
tametsi non probe m omni ex parte, sequor in eo ta men, quod secunda per e
vocalem, non ut vulgo per oe diphthongum scribitur. Adjuvat me Codex Orationum
M.Tullii Ciceronis calamo exaratus in Cluentiana, quo loco scriptum etiam est
hoc nomea sine diphthongo in utraque syllaba. J am vero quod ad primam attinet
Graecorum auctoritate moveor, apud quos M aiKnya( per ai diphthongum scribi
solet in va syllaba, ut in secunda per v quae vocalis Ver ti tur in e longum. Quia JElianus, qui cum Romanus
esset graece scripsit. «/ «f hanc scripturam retinet. Praeterea apud Publium Victorcm lib. de Reg. Uri. et
Priscia» Dopo di aver raccolto le descritte notizie ; e prodotto quelle poche
riflessioni finora accennate sulla stirpe, sulla patria, sull’ autore del
nostro Cilnio, e su tutt’altro relativo al suo nome, sembra, che ornai dobbiamo
occuparci sulla relazione delle sue geste, e de’ suoi costumi, e sulla Storia
della sua vita ; ed in primo luogo dovremmo parlare della sua educazione, sotto
quali maestri, ed in quali Accademie venisse istruito ; ma su di ciò mancando
notizie sicure, qual vantaggio potrebbe ricavarsi da congetture vaghe, ed
inconcludenti, da riflessioni possibili, o estratte dal fondo di un immaginario
probabilismo ? Ciò non ostante si pnò dire, che l’educazione di M. fu
proporzionata, ed uniforme al rango, che li suoi Maggiori occupavano nella
società, e nella classe de’ cittadini Romani. Fornito dalla natura di non
ordinarli talenti, ebbe tutta la cura di svilupparli, allorquando fu adulto,
perchè non erano stati oziosi, ed incolti nella sua adolescenza. Ma se egli
venisse istruito in Roma, o altrove, e quali fussero li Dotti, cui venne
affidata la sua letteraria educazione, s’ ignora pienamente. Crede il Cenni,
che M. fosse manna»! de Accent. in Exemplaribus Aldinis, sine ulta varietale
perpetuo ita scriptum, est hoc nomen. dato in Apollonia, allora Città
ragguardevole della Macedonia ; suppone inoltre * che mentre quivi attendeva
alle scienze, vi si trovassero ancora per lo stesso oggetto Marco At grippa, ed
Ottavio Cesare, e che in tale oc casione si stringessero con i dolci legami
dell’ amicizia, o almeno facessero unà reciproca conoscenza. Sembra però, che
questa circostanza non sia stata accennata da verunAutore antico ; nè il
Meibomio, ed il capriccioso Caporali, ne’ scritti de quali attinse il Cenni la
sua supposizione, sono forniti di qualche autorità valevole, e concludente.
Quello, che può asserirsi con qualche certezza, e che risulta dalle opere di
Dione, di Appiano, di Orazio, e di Properzio, si è che il nostro C. Cilnio M.,
se non divenne amico di Ottavio nell’ epoca de’ loro studj, di buon’ ora
cominciò la carriera de’ servigj, e consigli da esso a questo sommi* Bistrati
fino all’ ultimo respiro della sna vita. Ottavio venne in Roma, dopoché Giulio
Cesare suo padre adottivo fu dai Republicani pugnalato Egli seppe la disgustosa
notizia nella sudetta Città di Apollonia. Aveva allora appena oltrepassato il
quarto lustro di sna vita, e correva l’anno di Roma. Giunto in » quella
Capitale, diede subito saggi manifesti Sveton. in Octavio art.8 e io Naucler.
Chronog. ad au. 7*0 3o di una grande elevatezza d’ ingegno, e benché in età
giovanile, di nn senno maturo • Cominciò a procacciarsi la puhlica opinione, la
stima de’ Grandi, l'affetto della Plebe, e dei Soldati. In tale occasione, ed
in tale epoca sembra potersi stabilire, che M. entrasse nella Corte di Ottavio,
e che questo lo prendesse per Consiglierò de’ suoi progetti, e delle sue future
intraprese. Dopo la morte di Giulio Cesare, Marco Antonio governava, per dir
cosi, dispoticamente la Republica Romana, conciosiachè egli aveva tptta 1*
influenza, e sul Senato, e sul Popolo, e snU’Armata. Ottavio fece istanza
presso di esso, affinchè, come Erede Testamentario di quello, gli venissero
consegnati quegli effetti, che gli erano stati nel Testamento lasciati. f
Antonio, poco curando la tenera età del medesimo, accolse piuttosto con
disprezzo la di lui giusta, e regolare dimanda. M., che allora già trovavasi al
fianco di Ottavio, non maucò di consigliarlo a sopportare con calma, e
rassegnazione P ingiustizia, e T insulto del prepotente Romano, e nel tempo
stesso gli fece conoscere, che bisognava momentaneamente abbracciare la causa
del Senato, stantechè da tutte le circostanze scorgevasi imminente una guerra
Civile. Il Senato proteggeva l’attentato commesso dagli uccisori di Giulio
Cesare, ed Antonio aveva inalberato lo stendardo guerriero contro di questi.
Ottavio, come figlio adottivo del famoso Dittatore pareva, che dovesse unirsi
ad Antonio, e secondare le mire del medesimo, ma M. da previdente, ed accorto
Politico credette, che dovesse per allora uniformarsi ai voleri del primo. In
fatti il Senato, per opporlo all’ambizione del sudetto Antonio, cominciò a
fargli mille buoni uflìcj, ed a colmarlo di onori, e di carezze. Intanto questo
faceva la guerra a Decimo Bruto uno degli assassini di Giulio Cesare, che
assediò in Modena. Allora il Senato incaricò li Consoli Panza, ed Irzio a
marciare con un’Armata contro il nemico del sudetto Decimo Bruto, ed Ottavio fu
ad essi associato in tale spedizione. Questa guerra fu fatta con differente
successo, nè l’impresa di Antonio potè cosi sollecitamente reprimersi; ma
lilialmente in una battaglia campale fu egli completamente disfatto, fu levato
l’assedio di Modena, e Bruto liberato, mercè li talenti militari di Ottavio, al
quale fu attribuita la maggior gloria di quella giornata ; in essa vi morì il
Consolo Irzio, e Vibio Panza mortalmente ferito ebbe tempo di parlare ad
Ottavio, lasciandogli salutevoli istruzzioni, e consigliandolo segnatamente ad
unirsi con Antonio. Questo fatto storico si pone all’anno di Roma. epoca, in
cui Oitavio correva nell’anno vi^esimo primo della sua vita, e M. 3a parimenti
nel fiore della sua gioventù, ed in età di circa venticinque anni, già stava al
sho servizio. Abbiamo di ciò ne’scritti di Properzio un argomento di certezza,
che pare non possa incontrare eccezzione. Imperciocché il sndetto Poeta, uno
de’più cari amici di M., scrivendogli una robusta, ed elegante Elegia, gli
dice, che se avesse talenti da poter cantare gli Eroi, non canterebbe già li
Titani, e la loro guerra contro Giove, allorquando ammonticchiarono le montagne
di Pelio, ed Ossa, non canterebbe neppure le battaglie degl'antichi Tebani, o
l’ Incendio di Troja, il primo Regno di Romolo, l’ardimento della superba
Cartagine, le minaccie de’ Cimbri, e le vittorie di Mario ; “ Ma cante-,, rei (
soggiunge il Poeta ) o mio caro Mece», nate, le guerre, e le azzioni illustri
del », tuo Cesare, e mostrerei, che in tutte le sue imprese, tu occupi il posto
secondo, Canterei la guerra di Modena, le tombe degli estinti presso la Città
de’Filippi, la guerra di Perugia, la battaglia di Azio, e », la conquista
dell’Egitto (i). ( t) Lib. a Eleg. i. Quod mihi si tantum, M., fata dedissent,
V t possem Heroas ducere in arma manus ; Non ego Titanas canerem, non Ossan
Olympo hnpositum, ut Coeli Pelion esset iter ^ Ora se M. non fosse stato già al
fianco, ed al servizio di Ottavio nella guerra ‘di Modena, il Poeta non avrebbe
detto, che quello nelle imprese di questo occnpavadl pò* sto secondo, e facendo
la serie di tali imprese, non avrebbe descritta per la prima la sudetta
battaglia di Modena. Properzio voleva fare un elogio al suo Protettore, al suo
Amico, al suo Benefattore, ma questo elogio non sarebbe stato giusto, e
veritiero, se realmente M. non avesse avuto il posto secondo, ossia, se non
fosse stato il Consiglierò di Ottavio fin dall’epoca sudetta della liberazione
di Modena. Dal che sembra potersi dedurre altra valevole congettura, onde
credere, che quello entrasse nella Corte di questo nell’anno Non
veteresThebas,necP er gama nontenHomcri ; Xersiset imperio bina coiste vada ;
Regnane prima Remi, auC animos Carthaginis altae, Cymbrorumque minas, et
benejacta mari. Bellaque, resque fui memorarem Caesaris, et tu Caesare sub
magno cura secunda jòres. Nam quoties Mutinam, aut civiltà busta Phi lippos, A
ut canerem Siculae classica bella fugae, Aut canerem Aegyptum, et Nilum cum
tractus in Urbem Septem captivi! debilis ibat aquis. precedente. conforme
abbiamo accennato pocanzi. Ad onta della perdita dei due Consoli Ir* sio, e
Panza, la surriferita vittoria riportata contro Marco Antonio ricolmò di gioja
Roma, ed il Senato. Allora fn, che Cicerone si sca* tenò contro di quello con
tutto 1'entusiasmo della sua maschia, ed inimitabile eloquenza. Quc* Senatori,
e quella porzione di Popolo, che nutrivano ancora un qualche sentimento per il
Governo Rcpnblicano, ascoltavano con estasi, ed ammirazione li fervidi discorsi
di quell’ Oratore, ed aderivano ciecamente ai suoi voleri. Infatti Antonio fu
proscritto > fu risoluto di continuare la guerra fino al di lui esterminio,
furono destinate le Armate, scelti li Generali ; eppure questa volta, nelle nuove
disposizioni marziali, non si fece menzione di Ottavio, benché ad esso fosse
dovuto tutto l’esito vantaggioso della passata Campagna. Il Senato era già
divenuto geloso della gloria di quello, col non curarlo voleva umiliarlo, ed
abbassare l’orgoglio, che le già eseguite favorevoli Imprese avevano potuto
inspirargli. Ottavio, e M. conobbero in tal .congiuri tura la condotta poco
lodevole, e disobbligante del Senato. Allora memore il primo delle istruzioni
ricevute dal moribondo Consolo Panza, e penetrando il secondo nell’artificiosa
politica di quello ± determina* Digitized by Google H rono di procurare una
riconciliazione cqn, il detto Marco Antonio. Il progetto esigeva una somma
precauzio* ne, ed ima impenetrabile segretezza, ma ni uno poteva maneggiarlo
più vantaggiosamen-* te di M., che, fra le altre sue virti» politiche,
possedeva in particolar maniera quella del segreto, conforme narrano Sesto
Aurelio Vittore, ed Eutropio. Ottavio nella guerra di Modcaa aveva fatto ad
Antonio molti prigionieri * Per dare principio alla riconciliazione, gli
rimandò li pii distinti, e ragguardevoli. Fra gli altri vi era Decio, brava
persona, e molto affezionata al suo Padrone ; anche a qnesto concesse la
libertà. Decio separandosi da Ottavio, gli richiesi, che cosa doveva dire ad
Antonio “ Dite ad Antonio da mia parte ( rispose Otta,. vio ) che io credo aver
egli tanta penetrazione per interpetrare la mia condotta. Se,, nulla ha
compreso, sarei imprudente 4 » spiegarmi più diffusamente „. Intanto Ottavio, e
M. fissarono la loro attenzione sull’indicato Marco Tullio Ci l In Epit. de
Vit. et Morib.Imper.Romao, Cap. 1. In amicai fidai extitit ( Augustus ), quorum
praecipui erant ob taciturnitatem M., ob patientiam laborit, modestiamque,
4grippa .. Lib. 7 in Augusto. C a cerone, penetrando con la loro previdenza,
che bisognacattivarsi l’animo di quell'Oratore. Imperciocché egli aveva in
quell’epoca un dominio irresistibile e sullo spirito del Popolo, e sul cuore
de’Romani Senatori. Ottavio dunque onde ottenere l’intento gli scrisse una
lettera in tali termini concepita Io,, sono giovane e quasi privo di esperienza
negli affari ; sarò occupato tutto il resto £, dell’anno a perseguitare Antonio
nostro nemico fino a piè delle Alpi ; cosi voi rimasto,, solo in Roma
coll’autorità, che danno li,, Fasci Consolari, avrete il tempo, e l’occasione
di ristabilire lo Stato Republicano, ed uguaglierete la gloria del vostro
secondo con quella del primo Consolato ( i ),,. Tullio benché avesse tutti i
lumi del più grande Letterato del suo Secolo, non aveva quella finezza di
politica, di cui era feconda la testa di M.. Egli cadde nella rete; credè
sincera la deferenza, e la dichiarazione di Ottavio, e cominciò ad encomiarlo,
e proteggerlo in publico Senato ; che anzi ebbe anche il coraggio, o piuttosto
la debolezza di proporre, che gli venisse conferito il Consolato “ Quanti
dispiaceri (diceva Tullio), o Padri Coscritti, non ha ricevuti da Voi l’e»,
rede del nome, e de'beni di Giulio Cesa*•, Dion. lib. 46 Piotare, in Cicer.
Catrou Tom. 17IU). 4, £ j/ re ? Poco accorti nelle nostre risoluzioni, noi non
cessiamo d’irritarlo senza riflettere, che egli comanda a Legioni vittoriose.
Perchè non procuriamo di calmarlo? Sebbene giovanetto aspira al Consolato, e
potrà ottenerlo malgrado la nostra ripugnanza. Contentate le sue brame per gli
onori. Nell’età, in cui sì trova, questa brama è più vivace, che in tempo della
>, vecchiezza, perchè è cosa più gl oriosa di ottenerlo prima del tempo
dalla Legge prescritto. In ciò però è necessaria una limisi fazione. Date al
giovane Ottavio un Colle» ga di età matura, che gli sia di guida, e maestro.
Questo reprimerà il fuoco di quel* lo, e l’amministrazione della Republica sal
à al sicuro sotto il primo, mediante i consigli dell'altro. Non ostante la
potente influenza di Cicero* ne, le sue premure per Ottavio non ebbero alcun
effetto vantaggioso, mercè l’inalterabile fermezza del Senato. Li Padri
Coscritti conoscendo, che una tale richiesta trovavasi in opposizione con le
Leggi fondamentali dello Stato, stante l’età di Ottavio, non potevano realmente
secondarla ; ma questa ragione pian* sibile poco forse avrebbe operato in un
tempo, in cui le Leggi Repnblicane erano inoperose, e senza vigore, ed in coi
l’antica Co (a) Appian. lib. 3 Catron loc. cit. ÌLxìob. «api > a. in,ln ''
”f "V La ma^eior parte de’Membn componenti il Se“no allora, o compiici de»
aa.amo.0 ai celare, o aderenti ai medesimi. Temeva. *0 pertanto, che,
sollevando ad un grado di potenza coli eminente l’Erede di qnelk,, | P£ irebbe
avere i mezzi, e trovarsi m «tato divendicarne la morte •, j Ottavio adunque,
vedendo, che con le buone non poteva ottenere il Consolato, cercó altre risorse
più efficaci ; scrisse diretta mente ad intorno. preveneodolo dell,
neonciliazione. Questo, che aveva avuto già qualche sentore di una tale
disposizione di animo di quello, e mediante il rinvio de pronteri e le parole
dette a Decio, accolse con trasporto le lettere del suo rivale, ed il progetto,
che gli faceva ; Incontanente si diè tutta la premura di dargli esecuzione. 11
primo passo che fece, fu quello di riunirsi con Marco Lepido, Soggetto anche
esso poco beQuesto allorquando ebbe la notizia dell unione di Antonio con
Lepido, fremè di rat bia, e deliberò di disfarsi di ambedue. Per lo che,
supponendo che Ottavio fosse reai, mente nemico dell'uno, e dell’altro, lo
incaricò di marciare all' istante con le sue Leeoni contro qne’due ribelli.
Ottavio mostrò, o piuttosto finse di uhM*. re, ma li veri suoi disegni erano gd
altrog' Digitize in Roma, e con una Armata bellicosa, non ebbero più vigore,
costanza, e coraggio di prò* seguirla. Bruto, Cassio, e tutti i complici
degassassimo di Giulio furono condannati, e proscritti con decreto solenne di
quello stesso Senato, che pocanzi aveva spedite Legioni, Armate, Consoli, ed il
medesimo Ottavio in «)nto di essi. Intanto Antonio, che era già in una piena
corrispondenza con Ottavio, si dxè premura di prevenirlo, che il partito
de’Republicani si andava ingrossando nelle Provincie della Gre» eia, dell’Asia,
e nell’ Oriente ; che perciò era tempo di abbandonare Rema,ed unitamente
marciare contro di quelli. Ottavio profittò di questo avviso per poter prendere
le necessarie precauzioni. Egli doveva ancora occultare al Senato la seguita
riconciliazione, e corrispondenza con Antonio, e perciò ebbe ancora bisogno di
circospezione, e di quel segreto impenetrabile, di cui era capace il solo M..
Per secondare il Collega, e per imbrogliare al tempo istesso la testa
de’Senatori fece spargere la .notizia allarmante, che M. Antonio, e
Lepido^meditavano di marciare alla volta di Roma per saccheggiarla; che perciò
sembrava cosa urgentissima di uscir contro di essi, e combatterli ; Il Senato
credulo, ed ingannato prestò fede alle voci diffuse, ed alle rimostranze di
Ottavio, ed all'istaute lo incaricò di par» 4 * tire da Roma, ed opporsi agli
avanzamenti j ed alle supposte minacele di quelli. Non bastava però tuttociò
alla penetrante politica di M., e del suo Padrone Volevano, che il Senato
rivocasse, e cassasse il Decreto di proscrizione emanato contro de’ sudetti
Lepido, ed Antonio. Restò in Roma Luogotenente di Ottavio Quinto Pedio, persona
totalmente consagrata alli suoi interessi Egli fu incaricato di ottenere la
revoca sndetta, ed è probabile, che della medesima operazione delicata fosse a
parte ancora M.. Si fece riflettere al Senato, che, cassando qnel Decreto >
mostrerebbe un tratto di clemenza, e di generosità capace a spegnere nella sua
origine il fuoco di una guerra civile, ed a calmare la collera, ed il
risentimento de' due Colleghi. Il Senato si fece vincere, ed il sovraindicato
Decreto di proscrizione fu annullato. Ricevuta Ottavio questa notizia
consolante ne prevenne con la massima sollecitudine Lepido, ed Antonio; allora
questi, e quello si avvicinarono con le loro Armate respettive, e stabilirono
un Congresso. Uua Isolctta formata sul piccolo fiume Reno, che scorre tra
Modena, e Bologna, fu scelta per il luogo memorabile, in cui li tre Guerrieri
dovevano unirsi a parlamentare. L’abboccamento durò più giorni, il di cui
risultato fu lo stabilimen r to del celebre Triumvirato, mediante il quale
yenne scagliato un colpo mortale alla Costituzione Republicana, e venne
immaginata la proscrizione troppo nota, e funesta, nel vortice e negli orrori
della quale fu involto ancora il riferito Marco Tullio Cicerone (i). Dopo
qualche tempo Antonio, ed Ottavió marciarono a grandi giornate contro Bruto, e
Cassio, e si trasferirono con le respettive Le» gioni nella Macedonia incontro
all’Esercito de’ Repnblicani. È troppo conosciuta la sorte infelice di questi
nelle Campagne di Filippi per non essere costretto a tesserne la storia
dolente, e che sarebbe fuori del mio assunto. La vittoria si dichiarò a favóre
de’Triumviri, e Bruto cadde estinto, non già da ferro nemico, ma con un
disperato suicidio si sepelli da se stesso, per dir cosi, tra le ceneri della
spirante libertà Romana. In questa battaglia si trovò ancora il Poeta Orazio
Fiacco, di cui già si è fatta menzione. Piotare, in Ant. pag. 679. Congressi
tres illi in modica Insula amne circumfluo, triduum in colloquio fuere. De
celeris convenie inter eos facile, totumque Imperium intcr se steut patrimonium
suum sunt partiti, sed disceptati dcillis, quos statuerant interficere,
detinuit eos .... Tandem fervore in eos, qui aderant, et cognatorum
rtverentiam, et ami c orum benevolentiam postniittentcs, Ciceronem teseti
Caesar Antonio, Amico di Bruto, e fautore del partito Republicano, seguì quello
nelle Campagne di Filippi in qualità di Tribuno. Afferma il Porfirione (a), che
Orazio restasse prigioniero ; che in seguito non solo fosse liberato per
intercessione di M., ma ancora, che per mezzo di questo si procacciasse il
favore, e l’amicizia di Ottavio. Lo stesso si legge in una Vita di Orazio
d’incerto Autore prodotta da Giovanni Bon. Altri credono di più, che fatto prigioniero,
per opera dello stesso M., venisse liberato immediatamente, e sul Campo di
battaglia. Ma tali assertive so Sidon. Apoi. in Paneg. ad Major. Et tibi, F Iacee, acìes Bruti,
Cassique stenta Carminis est auctor, qui fuit et veniae. Sveton. in Vit. Horat.
Sello Philippensi excilus^Horat\xis)a M. Bruta Imperatore, Tribunus Militum
meruit. Presso il Mancinel. in Vit. Horat. Porphìrion addit, Horatium captum
fuisse a Cae«are, sedpostea, beneficia Maecenatis, non solum servatus, sed
etiam Caesari in amicitiam traditus. Edi*. deli’Opere di Orazio Lug. Batav. an.
i663. Coluitque adolescens Bruturn, sub quo Tribunus militum militavit ;
captusque a Caesare post multum tempus, beneficio M. non solum servatus, ted
etiam in amicitiam acceptus est, I H do smentite dalf autentica testimonianza
dellTstesso Poeta- >.'• ’-n
ed in questa occasione per mezzo di Asinio Pollione acquistò la grazia, e la
protezione di M.. Dopo questa epoca pertanto deve fissarsi quanto scrive Orazio
nella Satira testé riferita ; e siccome la sudetta battaglia presso Filippi,
accaduta verso il mese di Novembre 71 a, (i)è anteriore di molti mesi alla
venuta di Virgilio in Roma, così sembra evidente, che allora M., che ancora non
aveva conosciuto il detto Virgilio, non poteva conoscere netampoco Orazio, nè
cooperare alla di lui salvezza sul Campo di battaglia. Orazio adunque fu in
primo luogo debitore del suo futuro benessere alla tenera amicizia di Virgilio,
e di Vario, e quindi al nostro C. Cilnio M., il quale mercè li buoni uffici di
quelli, non solo lo mise nel numero de’ suoi amici, ma vennto in cognizione da
se stesso del raro di lui ingegno per la lirica Poesia, ne concepì tanta stima,
che impetrò per esso il perdono da Angusto, e successiva- De la Rue Hist. Virg.
ad an.7ia. Circa Novembre ni pugnalar ad Philippos in Macedonia, pereuntque
Cassius, et Brutiu. mente gli procacciò eziandio la sua amici» zia(i e meritava
la di lui affezione. Ancora giovinetta di una beltà superiore all’altre Dame
Romane era vedova di C. Clodio Marcello, che era stato Consolo. Non essendo
dispiaciuto ad Ottavio il sudetto progetto, che gli presentò M., chiamò la
sorella, e la persuase ad accettare la destra di Antonio. La virtuosa Ottavia
non *i ricusò alle premure del Fratello, ed «al bene, che le sue nozze potevano
recare alla Patria, ed Antonio non rifiutò la sua destra. Il matrimonio in
fatti segui con reciproca sodi•fazione ; e M. ebbe il contento di vedere
effettuato pienamente il suo progetto. La gioja de’Romani fu grande, ed
universale, perchè ognuno credeva, che, mediante questa alleanza di parentela,
e di sangue, anderebbero a cessare per sempre le guerre civili ; e che li due
putenti Rivali avrebbero vissuto in una pace inalterabile. Ma li progetti
dell’Uomo sono sottoposti incessantemente alli capricci, ed alla volubilità
dell’Uomo istesso, ed i matrimonj formati dalla Politica, rare volte seco
portano una seguela di felici avvenimenti. Conchiuso il sopradetto
matrimonio,li due Triumviri vivevano con una intelligenza, che giungeva alla
familiarità. Si accordavano Plutarc. in Ant. pag.683 Edit. Basileae. Has
nuptias suaserunt ornncs, quod Oetaviam sperarent, quac excellentiae formae
gravitatela, et prudentiam habebat adjunctam, ubi Antonio conjuncta csset,
atque ut talis foemina, haud dubie ab eo adamata, omnium rerum ipsis saluterà,
et concordiam al Laturam 6 ? scambievolmente ciò che l’uno all’altro proponeva,
sempre però a discapito del Regime republicano. Imperciocché stabili rono fra
le altre cose, che iu avvenire essi nominerebbero li Consoli, quando non
vorrebbero esercitare eglino stessi il Consolato, togliendone la elezzione alle
Centurie ; e che, dopo la loro separazione, Antonio farebbe la guerra ai Parti,
e Cesare attaccherebbe Sesto Pompeo nella Sicilia, ad onta della buona fede, su
cui questo si era da essi separato. Gli amici di questo, saputo il tradimento,
ed il nuovo progetto de’Triumviri non mancarono di prevenirlo minutamente. A
tale notizia Sesto animato da un risentimento naturale, e non ingiusto, non
aspettò a farsi sorprendere, e facendo uso di una straordinaria attività,
prevenne li suoi nemici, e diede principio alle ostilità. Ricopri delle sue
Flotte li mari d’Italia, e ne bloccò tutti li porti, affamando in tal guisa la
Capitale. La carestia divenne terribile. Romalanguiva dalla miseria, eoli
Romani conoscendo, che la loro penosa situazione era l'effetto della cattiva
politica de’Triumviri, cominciarono a mormorare apertamente, ed accadevano
disordini, e sollevazioni. Antonio, ed Ottavio stretti da queste imperiose
circostanze, cercarono la maniera di calmare Pompeo, e di riconciliarsi con
esso. Sebbene quello fosse profondamente penetrato £ a dal torto ricevuto, ed
avesse l’animo irritato contro li Triumviri, tuttavia, stante l'interesse, che
avevano preso per la pace Libonc suo Suocero, e Muzia sua Madre, condiscese a
tenere un congresso a Baja, e come altri vogliono a Miseno (i). Le discussioni
del Congresso furono lunghe, e spinose, e più d’una volta venne disciolto per
le condizioni che promoveva Pompeo, piuttosto dure, ed umilianti per li suoi
Avversar] ; finalmente furono spianate tutte le difficoltà, e fu sottoscritto
un Trattato di pace. Secondo Appiano Alessandrino, dopo qualche tempo dalla
conclusione di questa pace, sembra, che Ottavio trovasse il pretesto di
romperla. Forse 1 ’csistenza del Successore del gran Pompeo attraversava la
vastità delle di lui mire politiche, e perciò cercava la maniera, o di
umiliarlo all’atto, o anche distruggerlo. Pompeo anche in questa circostanza
prevenne il suo nemico. Mandò subito in corso molte navi corsare, che,
scorrendoli mari d’ Italia, intercettavano li viveri per Roma. Ottavio scrive
ad Antonio, prevenendolo della guerra, che andava ad intraprendere contro di
Sesto, e facendogli conoscere, che Appian. Dion. Appian. vi era stato costretto
l Antonio sorpreso della novità, e più sincero questa volta nell’adempimento
del sagro dovere detrattati, nonapprovò le mosse ostili., e l’intenzione del
suo Gallega, e lo consigliò a desistere dalla meditata intrapresa. Non ostante
la disapprovazione di quello, Ottavio continuò gl’ incominciati armamenti,
perchè nello stato in cui si trovavano le cose T credeva, che ne resterebbe
leso il suo decoro, e compromessa la sua gloria, se retrocedeva, e se avesse
dovuto proporre un accomodamento al. suo nemico -, ma egli restò umiliato dal
valore di questo, che disfece pienamente la sua flotta navale, e ne riportò una
completa vittoria. Roma frattanto già sentiva gli effetti funesti del blocco,
che nuovamente avevano posto alli Porti d’Italia le Flotte vittoriose di
Pompeo, e già la fame cominciava di bel nuovo a distendere la sua mano
devastatrice sugli infelici abitanti. Si mandavano al cielo imprecazioni contro
l’Autore di questi mali, e voci 9orde, e dispiacenti si diffondevano contro del
medesimo nel publico, che venivano avvalorate dagli amici, e partitanti di
Pompeo. Da questa pericolosa, e critica situazione forse Ottavio non si sarebbe
disimpegnato con onore, e forse non avrebbe superato que pericoli, da quali era
minacciato, senza l’assistenza, li consigli, la destrezza, e la politi
Digitìzed by Google di cui quello facesse uso presso di questo iu un affare
così importante, e delicato ; nè si sà su quali basi poggiasse la discolpa del
suo Padrone nella guerra attuale da esso continuata, nonostante la manifesta
disapprovazione del suo Collega ; ma sappiamo bensì, chel’efcficace eloquenza,
li talenti politici, la destrezza, e le di lui cognizioni rapporto a materie
diplomatiche prevalsero a tutte le ragioni, che fino allora avevano reso
Antonio neutrale. Che anzi Sesto Pompeo naturalmente non aveva mancato di
profondere dell’oro, e de’ presenti presso li Ministri, e nella Corte di
Antonio, non aveva trascurato d’inviargli Deputati, ed Oratori, architettar
cabale, e profittare di ogni risorsa per indurlo ad unirsi se* co lui contro il
dominatore dell’Occidente, o almeno per ritenerlo costante nelPabbracciato
sistema di neutralità ; ma l’arrivo, e la presenza di M. nella Grecia, in
Atene, e nella Corte di Antonio sconcertò tutte le precauzioni, fece andare a vuoto
tutte le manovre, e tutti gl’intrighi di Sesto ; cosicché persuaso Antonio, che
Ottavio aveva operato giustamente, e che il torto era dalla parte di Pompeo,
fece lega con quello, e si dichiarò eontro di questo. Con si felice succèsso
ultimato l’affare, M. . A Appian. a ] non tardò nn momento a ragguagliarne con
esattezza il suo Padrone, sapendo, che doveva esser agitato da una penosa folla
di cure, e di pensieri molesti. Ottavio infatti sapeva, che la salvezza de’suoi
interessi, della sua gloria, ed anche della sua vita, dipendeva dall’impresa,
che M. si era addossata, e che tutto sarebbe perduto, se la fedeltà di questo
Ministro non fosse stata incorruttibile; perciò, in attenzione dell’esito della
sua missione, de’suoi progetti, e delle sue trattative, lo stato del di lui
cuore non poteva essere il più felice, perchè scosso quindi, e quinci da tutte
quelle moltiplici impressioni, che sogliono mettere in movimento in simili
circostanze la dubbiezza, il timore, e la speranza ; ma ricevuta la notizia
consolante, primieramente in iscritto, e quiudi a viva voce dallo stesso M.,
che, tornato in Roma, gli presentò il Trattato con Antonio conchiuso, Ottavio
si consolò, bandi ogni sollecitudine affligente, e conobbe appieno, che
l’abilità, li talenti, e piu la fedeltà di un Ministro virtuoso possono alle
volte salvare uno Stato, e recare un bene inestimabile al Principe, ed alla
Nazione. In seguito diede principio a nuovi preparativi militari, affinchè con
questi, e col soccorso, che Antonio gli avrebbe recato, potesse rimuovere il
blocco dai porti d'Italia, ricondurre l'abbondanza nella Capitale, e misurarsi
nuovamente col sua rivale. Antonio intanto, fedele alle promesse fatte a M., ed
al trattato conchiuso, parti da Atene nella primavera, con una flotta di trecento
Vascelli, ed approdò a Brindisi, ove era ilquartier generale di Ottavio. Non
ostante le premure, e l’impazienza di questo in avere il bramato soccorso,
sembra, che appena si avvicinarono le due Armate, nascessero dissapori, e
diffidenze fra li due Triumviri. Il motivo di questa strana mutazione resta
ascoso sotto il velo di quegli arcani, che la politica, e l’ambizione rendono
imperscrutabili, seppure non debba dirsi, che fu effetto di gelosia di stato. '
Antonio già pensava di ritirarsi, e forse con sinistri disegni contro il
Collega ; già le reciproche contestazioni erano giunte a tal segno, che si
presagiva una manifesta rottura, se non fosse divenuta mediatrice Ottavia sposa
di Antonio, e se non si fossero trovati al campo M., ed Agrippa, altro Favorito,
e Ministrò di Ottavio. i, .b Quella donna virtuosa non omise alcun mezzo per
dileguare dall’animo del fratello qualunque sospetto, che potesse nutrire
contro del marito, ma sebbene da qdello venisse accolta con ogni dimostrazione
tutte le volte, che andò presso di esso, tuttavia non ebbo mai alcuna risposta
precisa, e consolante. Impaziente però dell’esitck nella intrapresa mediazione,
si rivolse ad Agrippa, e a M., conoscendo la grande influenza, che aveva,
segnatamente il secondo, sullo spirito di Ottavio. Perciò essendosi portata da
essi, animata da quel vivo entusiasmo, che le veniva inspirato dal doppio
amore, e zelo del marito, e del fratello, cosi si espresse “ Ottavia, che
vedete avanti di voi, benché nel più alto rango, a cui possa giungere una donna,
sarà per ritrovarsi ben tosto nella situazione la più deplorabile, se i vostri
consigli non prevengono i mali, che essa paventa. Sorella di Ottavio, e moglie
di Antonio, Roma, l’Italia, e le Armate aspettano dalla sua mediazione il loro
riposo, e credono, che da essa soltanto dipenda di poterlo ottenere, dileguando
que’dissapori che intorbidarono l'alleanza recentemente,, fra quelli conclusa.
Ah! quale sarà lamia sorte, se non potrò disarmarli ? Senza pa^ ce tutto è a
temersi per me; si tratta di un fratello, e di uno sposo. In istato di guerra
io dovrò piangere l’uno, e l’altro per sempre. La vostra virtù, la publica
stima, e quella di Ottavio verso di voi, potranno contribuire decisamente alle
mie,, premure ; ed io saprò mostrarvi tutta la,, mia riconoscenza, se la tùia
mediazione,,, avvalorata dalla vostra, influenza, preude che prima di due mesi
non avrebbe potuto agire nuovamente. ', Questo disastro di Ottavio risvegliò il
coraggio, e le speranze degli amici segreti di Sesto, che stavano in Roma, e
nelle Provincie, e credendo, che egli volesse profittare de’vantaggi, che gli
recavano inaspettatamente gli elementi, già prevedevano la distruzzione di
quello, ed il trionfo del successore del gran Pompeo. Ottavio, prevenuto di
qneste circostanze da esso presagite per una conseguenza quasi naturale della
sofferta disgrazia, spedi contutta sollecitudine M. nella Capitale ; ove giunto
non mancò in primo luogo di dissipare ogni inquietezza dall’animo degli amici
del suo padrone ; quindi seppe prendere misure cosi giuste contro li
malintenzionati, che furono costretti a rientrare nella taciturnità, e nel
silenzio ; e la calma tornò nella Città. Non può non ravvisarsi, che Pompeo in
questa occasione non seppe approfittarsi delle circostanze favorevoli, che gli
somministrava la mina della Flotta del suo rivale. Egli si contentò di vedere
la sua fuga, o piuttosto la sua ritirata, credendo, che non potesse molestarlo
ulteriormente ; ma in ciò non agi con tutta quella previdenza, degna di un
bravo Capitano, giusta la riflessione dello storico 7 « Appiano. Se esso avesse
assalito Ottavio nel disordine, in cui lo aveva gettato la tempesta, avrebbe
senza meno riportata una vittoria completa, e forse decisiva, e gl’interessi
del suo partito avrebbero sicuramente migliorato. In fatti Ottavio rimase
talmente sconcertato dalla tempesta, e dai torbidi in Roma accadati, che voleva
abbandonare l’impresa, e lo avrebbe fatto, se M., che conosceva l’attuale
situazione delle cose, e prevedeva politicamente il futuro, non lo avesse
persuaso diversamente. Egli gli fece conoscere, che Roma soffriva per la fame;
che la fazione di Pompeo non sarebbe pienamente abbattuta, che le mormorazioni
del popolo non sarebbero cessate, finché non si fosse quello allontanato dai
mari dell’Italia, e scacciato dalla Sicilia ; che se gli elementi avevano
malmenata, e re» sa momentaneamente inservibile la sua Flotta, quelle di
Lepido, di Agrippa, e di Statilio Tauro trovavansi ancora in buon stato ; che
perciò bisognava con costanza proseguire la spedizione, e profittare
segnatamente dell’errore commesso dal nemico dopo la tempesta (a). In vista di
tuttociò Ottavio segui li consigli Dion. lib. 48 Appian. lib. 5 Catrou del sno
Ministro, e mentre questo conteneva in Roma Io spirito de’faziosi, e sopprimeva
le scintille del malcontento, con una condotta degna del piu grande politico,
quello si occupò di rimediare ai disastri della tempesta ; risarcii! vascelli
maltrattati, sostituì degl’aitri a quelli perduti ; ed in tali operazioni agi
con tanta celerità, che nella prossima estate si trovò in istato di uscire
nuovamente in mare con forze eguali, ed anche maggiori di quelle della scorsa
campagna. La sorte però non aveva ancora rivolto le spalle a Pompeo, e tuttora
gli si mostrava benigna. Imperciocché venuto alle mani con Ottavio, e datasi
una battaglia campale, questo fu totalmente disfatto, e non salvò la vita, che
dandosi ad una fuga precipitosa accompagnato da un solo soldato. Questo novello
rovescio tornò ad infiamma' re la testa ai partitanti di Pompeo, perchè M. si
era allontanato da Roma. Ma egli anche questa volta seppe riparare ed alla
perdita de’ vascelli, ; ed ai disordini, che accadevano per opera de’Pompejani.
Si spedirono immediatamente degl’ordini a tutti li Generali di Ottavio, e
segnatamente a Marco Agrippa Ammiraglio sperimentato, perchè accorressero con
le loro Flotte iuajuto. In seguito M. volò in Roma, ove tro- Appian. So vò, che
il male era maggiore di quello, che si era creduto ; ma non per questo si
sgomentò l’anima sua intraprendente. Facendo uso di una fermezza senza pari, e
di misure con tutta la saviezza applicate, seppe sconcertare anche per la
seconda volta li progetti sediziosi de’seguaci di Pompeo, alcuni de’quali più
inquieti, « recidivi condannò all'estremo supplicio, ed in tal guisa ricondusse
il buon ordine, la quiete, e la sicurezza nella Città. Intanto Ottavio
rinforzato dalla Flotta di Marco Agrippa, che, obbediente agl’ordinl ricevuti,
era accorso in ajuto, e più incoraggito dalla presenza di questo fedele, ed
intrepido Ammiraglio, riprese arditamente l’offensiva, attaccando replicatamele
le Armate di Pompeo ; questo non lasciava di difendersi, e di schivare
gl’incontri, che potevano essere dubbiosi, e comprometterlo ; ma già si
avvicinava 1’ estremo periodo della sua brillante carriera, e la Parca crudele
già gli andava preparando quel destino ferale, cui fu sottoposto sulle spiagge
Africane l’iufelice suo genitore. Dopo differenti parziali combattimenti, la
Squadra di Ottavio, commandata da Marco Agrippa, si azzuffò con quella di
Pompeo. C’urto fu de'più formidabili, e si combattè con furore da una, e
dall’altra parte ; infine però Appian. loc. cit. 8i la vittoria si dichiarò a
favore di quello, e la Flotta di questo ebbe una rotta cosi spavento* 6a, che
sarebbe restato egli stesso prigioniero, se non fosse fuggito sù di un piccolo
Brigantino, ritirandosi in Messina. Quivi appena giunto gli fu recata la
dispiacevole notizia, che il resto della sua Armata, sfuggita all'eccidio, era
passata sotto le bandiere nemiche. Allora riflettendo più seriamente alla sua
salvezza, fuggi ancora da Messina con poche navi, che gli erano restate fedeli,
dopo avere imbarcato la figlia, il danaro, gli amici, e tutte le cose preziose
andò errando qua e là per l'Asia, ora con prospera, ed ora con iufelice
fortuna. Finalmente, per ordine segreto di Marco Antonio fu messo a morte in
una Città della Frigia (a^. La disfatta, e la fuga di Sesto Pompeo ricolmò di
gioja il giovane Ottavio, perchè si vedeva liberato da un pericoloso, ed
inquieto rivale, ma in questa istessa circostanza ebbe 1’occasione ancora di
disfarsi di Marco Lepido, Collega nel Triumvirato, e quello, che, in privato,
forse più degl' altri aveva abusate della potenza usurpata. Lepido aveva
comandata una Flotta nella Dion. lib. 49. Strab. lib. 3. Vellej. lib. a cap. .
Oros. lib. 6 cap, 19. Usser. Annal.. i F guerra testé riferita, ed anche egli
aveva in parte contribuito all’ esito vantaggioso dell’ impresa. Dopo qnella
battaglia campale, in cui Pompeo fu rotto, e fuggi, nacquero delle contestazioni
tra quello, ed Ottavio, o perchè Lepido voleva attribuirsi tutto il pregio
della vittoria, o per altra ragione non bene nella Storia conosciuta. Tali
contestazioni avevano anche preso un aspetto serio, e pericoloso, e si potevano
temerne conseguenze disgustose. M., cui rincresceva altamente, che, appena
spento il fuoco di una guerra civile * dovesse accendersene un' altra, cercò di
prevenirla con una di quelle politiche risorse, di cui egli era capace. Nella
Flotta di Lepido vi erano già degli amici, e partigiani di Ottavio, il cui
numero si era aumentato inseguito delle surriferite contestazioni. Si aprirono
delle relazioni con questi ; delle giudiziose istruzioni, che vennero loro
comunicate, li prevennero del progetto ., che si meditava. Lepido non era amato
dai Soldati, e perciò lo sviluppo dell’ intrigo, non incontrò ostacolo alcuno,
e fu sollecito, e vantaggioso. All’ improvìso l’intiera Flotta di quello passò
ad unirsi alla Flotta, ed agl’ interessi di Ottavio,. IUrdasto abbandonato,
solo, ed inerme, si vide Lepido ridotto in una situazione incapace affatto a
reali zzarp qualche idea di civile discordia, che forse andava machinando. Che
anzi, siccome egli era di nn animo de-» iole, e di carattere vile a fronte
delle disgrazie, cosi temendo maggiori sciagure, si portò supplichevole ad
implorare la clemenza di Ottavio. Alcuni avrebbero voluto la di lui perdita, ma
questo si contentò di spogliarlo di quella autorità, di cui era rivestito, e di
ridurlo ad una vita privata. In tal modo ( secondo l’espressione di,, Appiano )
Marco Lepido, uomo di si grande impero, ed autorità, che aveva pronunciata la
Sentenza di morte contro tanti Cittadini di nobile, ed illustre lignaggio^, fu
balzato dalla volubile, e fallace fortuna ; in guisa che con abito privato, ed
in,, atteggiamento di colpevole al cospetto di alcuni di quelli stessi da esso
condannati, fu ridotto a vivere senza riputazione, ed a morire
ignominiosamente. Ottavio, sistemati gli affari delle nuove Provincie aggiunte
alla sua Dominazione dopo la fuga di Pompeo, e la destituzione di Lepido, fece
ritorno in Roma. Il suo ingresso fu un Trionfo. Fu accolto con entusiasmo, e
con applauso dal Senato, e da tutti gli Ordini de’ Cittadini, perchè credevano,
che ai tonfi) App.loc. cit. Dion. lib. 49. Sveton. in Octav.Art. 16. F a I bidi
passati sarebbe snccednto l'ordine, l’ab* bondanza, ed una pace generale ; ed
erano cosi persuasi di questo novello sistema di cose, e segnatamente della
pace, che inalzarono in onore di Ottavio una colonna con questa Iscrizione
" Il Senato, ed il Popolo Row mano hanno inalzato questo Trofeo a Cesa-,,
re Ottavio, perchè ha stabilita la pace generale per mare, e per terra, che
prima M era bandita da tutto il Mondo. (i) Roma infatti cominciò subito a
respirare. Lo spirito di partito cominciò a dissiparsi, ed una reciproca
confidenza già assicurava la quiete di ognuno, tanto in quella Città, che
.nelle Provincie. Quello però, che contribui più d’ogn’altro, mediante la sua
incomparabile prudenza, alla tranquillità dell’ Italia, e di Roma, fu il nostro
M.. Si è già veduto, che Ottavio, allorquando era occupato nella spedizione
contro Sesto Pompeo si era più volte servito de’ talenti], dell’abilità, e
dell’intrepidezza di qnesto Ministro per assicurare gl'interessi del «uo
partito nella Capitale. Da ciò si rileva chiaramente, che già fin d’allora lo
aveva nominato Governa tore, o Prefetto di Roma, e che di questa carica sublime
era pur auco rivestito nell’epoca, che ora si descrive. Appian. Queste j ed
altre simigliane contestazioni reciproche diffusero le prime elettriche
scintille, foriere del turbine devastatore -, che in breve sarebbe andato a
precipitarsi sull’orizzonte politico di Roma, e formarono l’oggetto, e la
materia a que' pretesti^ che aveva già M. preveduti. Non bastava però ad
Antonio di aver offeso in tante guise Ottavio, ed il Senato, e di aver
commesso, per dir cosi, in Oriente tanti delitti a disonore del nome Romano.
Per colmo della sua sfacciatagine, o piuttosto cecità, volle aggiungerne un
altro. Mentre la virtuosa Ottavia gli dava argomenti li più sinceri della sua
conjugale premura, del suo zelo, e di un tenero affetto y egli la discacciò
bruscamente, e la ripudiò, per immergersi pienamente negli amori illegìttimi di
Cleopatra ( l ) • Questo fatto clamoroso, e degno di tutti li rimproveri,
rivoltò contro di esso la publica opinione ed in Roma, e nel Senato, e nell'
Italia, ed in tutti que’ luoghi, ove erano conosciuti li pregi, e le virtù'
della. Sorella di Ottavio. Allora si ravvisò appieno, * (r) Plutarc, in Ant, che
la condotta di Antonia offèndeva ornai troppo manifestamente la grandezza
Romana, il decoro del Senato, eia purità della Costi» tuzione ; che in
consequenza non era più de* gno di comandare, nè doveva, nè poteva
ulteriormente tollerarsi. s La guerra adunque fu dichiarata contro di quello,
ed i Romani diedero principio ad una operazione bellicosa, che doveva cagionare
la perdita totale del sistema Republicano, e nel cui funereo fragore dovevano
ascoltarsi gli estremi accenti, e l'ultimo anelito della loro spiraute
IjhljrtA. b*;ù»q.**6J«swi i»y: Ottavio prima di allontanarsi da Roma per
portarsi a combattere Antonio, raccomandò la cura di questa Capitale, e
dell'Italia al suor M., che tuttavia esercitava la Prefet» tura dell’ una, e
dell’altra. La tante volte sperimentata fedeltà di un cosi abile Ministro
rassicurava pienamente il di Ini animo, ed era del tutto persuaso, che nella
sua lontananza, e durante questa nuova, e civile discordia, gl* interessi del
suo partito non avrebbero sofferto alterazione veruna. Con questa fiducia parti
da Roma, e prese il camino là dove il supremo Direttore degli umani avvenimenti
lo chiamava per divenire il primo, ed il più potente Monarca del Mondo. Alcuni
hanno creduto, che in qtiestaspedrsione militare M. seguisse Ottavio, e che
anch’ esso si trovasse presente alla memo rablle bavaglia di Azio. Dedussero
questa credenza dall’ Ode I. degli Epodi di Ora* zio Fiacco, nella quale il
Poeta si fa a parla** re a M. in tal guisa “Tu dunque, o ami-,, co M., andrai
sulle agili navi Libnr-,, ne /disposto ad incontrare tutti i pericoli di
Ottavio, incontro gl’ alti bastimenti di,, Antonio? (t) • Il Grammatico Acrone,
fondato su queste parole, sostiene, che M. non solo andasse nella battaglia di
Azio, ma inoltre è d’avviso, che da Ottavio venisse nomi-* nato Comandante
delle navi Liburne \ esprimendosi, come siegue “ Orazio parla a Mej, cenate,
che va con Augusto alla battaglia,, navale contro Antonio, e Cleopatra. Mentre
Cesare Angusto sta per andare .> alla spedizione presso Azio, affidò a
Mecenate il comando delle navi Liburne che anzi il Continuatore di Tito Livio
suppone •I.• ?.• ^ V Epod. Od.r. * Ibis LiburnU inter alta naviutn, Amice,
propugnacula, P aratus orane Caesaris perìculun Subire, Maecenas, tuo. • (2)
Comm. ad Od. i.Epod.Horat. : M. prosequitur euntem ad bel/urn nasale cura
Augusto adversus Antonium, et Cleopatram ; ad Actiacum bellurn iturus Cacsar
Au~ gustai, Liburnis praeposuit Muecenatem. t _ di più, che dopo la battaglia,
e la fuga di Antonio, Ottavio ordinasse a M. d’ inseguire li fuggitivi con le
sue navi Liburne ( 1). Il Mancinelli sembra essere dello stesso sentimento,
dicendo Anche M. segui Augusto contro Marco Antonio, e,, Cleopatra presso Azio,
Promontorio di Epiro (a) • Segnaci di Acrone, e del Mancinelli sono Stati il
Turnebò, Mcibomio, Cenni e Volpi. Il Torrenzio però, sull’autorità di Dione
Cassio, e di Virgilio, è di contrario parere .,, Deggio avvertire, dice egli,
che nella celebre battaglia presso Azio, non fu pre., sente M., il quale in
quell’ epoca era Prefetto di Roma, e dell’Italia, come », rilevasi dal Libro
hi. di Dione Cassio ; Di più Virgilio, che fa menzione del solo ( 1) Suppl. in
Liv. lib. 73. art. 9. .• At Cae sar misso curri Liburnis Maecenate, qui
lorigius insequeretur fugientes, ad honores Deo rum, a quibus adjutus credi
volebat, se contulit. ». fa) Com. in 1. Epod. Secutus itera Augustum Maecenas
est contra M. Antonium, ef Cleopatram apud Actium Epici Promontórium. Com. in
1. Epod. Horat. v.. Vit.C. Cilnj M. Vit. di M. lib.i. Postil.9. -, Lat.vetus
tom.io.part.x.pag.a37. Digiti; ile,> Agrippa, e che lo eguaglia allo stesso
Otta» vio, non avrebbe omesse le lodi ancora del suo M., se anch’esso si fosse
trovato in quell'azione. Laonde Orazio scria» >» se questa Ode nel supposto
della futurapartenza di quello. Su tale articolo sembra, che il sentimento di
questo Comen tato re sia il più giusto, ed il più fondato se si legge con
qualche riflessione ciò che narra il suceennato Dione, e prima e dopo la
disfatta di Antonio, e di Cleopatra presso Azio. Imperciocché con tntta
chiarezza rilevasi dagli scritti di questo autore che M. era Prefetto di Roma,
e quando Ottavio parti per la spedizione contro Antonio, e durante 1’ epoca
della medesima, e dopo la riportata vittoria, come si è anche accennato di sopra.
Di più Velie jo Patercolo descrivendo la ( O Co®- in Epod. : Illud monendum me
existimare, celebri ad Actium pugna non interfuisse Maecenatem tane temporis
Romae, et Italiae administrandae Pracfiectum, tjuod significare videtur Dion.
Virgilio» sane solius Agrippae Theminit, insigni laudatione ipsum Caesari
aequiparens, non omisurus Maecenatem suum, modo adfuisset. Quare carmen hoc
sola opinione futurae profcctionis tcripsit Horatius. Lib.a, art. 85.: Dcxtrum
navium } ur 9 * sudetta battaglia di Azio * domina individùak mente
l'Ammiraglio, ed i Comandanti subalterni della Flotta di Ottavio > e non fa
pa-» loia di M., il quale secondo Acrone, sarebbe stato il Comandante delle
navi Liburne. Ecco le parole di Vellejo L’ala,, destra delle navi di Ottavio fu
affidata a Marco Lario, la sinistra ad Arunzio, ed >, il centro ad Agrippa,
Ammiraglio di tutta la Squadra. Ottavio f che trovavasi per,, tutto, era
destinato dovunque veniva dal*,, la fortuna chiamato,. Torniamo in sentiero.
Ottavio lasciata la direzione degl’ affari di Roma, e dell’ Italia a M., come
si è detto, si portò in Brindisi, ove era ancora-, ta la sua Flotta. Essendosi
quivi imbarcato, fece vela verso l’Epiro, onde avvicinarsi ad Antonio, che già
stava nella Città di Azio, e che aveva adunati li suoi Vascelli nell’ ingresso
del Golfo di Ambracia. Ottavio entri nello stesso Golfo, e si disponeva a dare
una battaglia; ma avendo osservato, che il suo equipaggio non era completo, e
che non era prudenza azzardare un fatto in luogo si angusto, si tirò in alto
mare, lasciando il suo nemico nella primiera posizione. r : 4. ‘J> i'.i
lianarum corriti M. Lario commitsum, laevum Aruntio, Agrippae omne classici
certamìni s arbitrium ; Caesar ci parti destinatili, in, quam a fortuna
vocaretur, ubique adertiti Intanto giunse ad Antonio con varie Legio* ni
Canidio. Questo Generale Romano, che seguiva sinceramente il partito di quello,
avendo veduto Cleopatra nel Campo, lo consigliò a doverla assolutamente
allontanare, sembrandogli cosa pericolosa ritenerla in mezzo all’Armata. Lo
consigliò inoltre ad evitare una battaglia navale, ed a portarsi nella
Macedonia, ove con il soccorso del Re de’ Gesti, avrebbe combattuto per terra,
e la vittoria non sarebbe stata dubbiosa. Non ostante la saviezza di questi
consigli prevalse 1’ influenza della Regina di Egitto, e fu risoluto di
combattere sul mare. Non solo Canidio, ma ogn 'altro sperimentato Militare
conosceva, che l’ esporsi ad una battaglia navale, era un errore. Infatti
mentre Antonio trascorreva la Flotta, e dava gli ordini opportuni > uno de’
suoi vecchi soldati, ricoperto di ferite gli disse ad alta voce,, Come, o
Signore, andate a confidare » la vostra gloria alla meschina, e pericolosa «
risorsa di una battaglia di Vascelli? Lasciate, lasciate il mare alli Egizj, ed
ai Fenicj, che sono nati per questo elemen*' e mettete a combattere li Romani
sul Continente. Se allora periremo, la nostra,» morte sarà da veri Soldati, e
sarà compensata dalla vita de\nostri Nemici. Antonio nou rispose al Soldato, e
persisti per sua disavventura nel Piano stabilito. (i) Essendo stato il mare
per alcuni giorni furiosamente agitato non si fece alcun movi» mento nè da una
parte, nè dall’altra: Essendosi in fine calmato, ambedue le Flotte posero alla
vela per dar principio ad una battaglia, che doveva decidere della sorte del
Mondo; Il sudetto Vellejo accennando il giorno di questa battaglia memorabile,
cosi si esprime 6 dolore, e della sua disperazione. Lacera le proprie vesti, si
percuote il volto, ed il petto, e chiama replicate volte il suo amante con nomi
non meno teneri, che rispettosi ; Antonio, benché prossimo ad esalare lo
spirito, tuttavia non è meno occupato di Cleopatra. La esorta a conservarsi,
finché possa vivere con gloria, a non rammentarsi tanto del suo tragico fine,
quanto dello splendore di sua vita, e degli onori, ond’ essa lo aveva veduto
circondato ; Ed a riflettere, che egli non era stato vinto, che da un Romano,
dopo essere stato egli stesso il più illustre fra i Romani ; quindi spirò,
pronunciando queste ultime parole. Antonio ( conchiude il sudetto Storico In*
glese ) aveva passata la sna vita fra i perigli, e fra i piaceri. Era posto in
paragone con Cesare per il valore, e per la capacità militare ; ma l'amore gli
fece perdere il senno, il coraggio, l’onore, la stima, l’affetto de’ Romani, e
l’ Impero, e la vita. Cleopatra con una morte egualmente spontanea seguì
l'ombra di Antonio, ed nn monumento istesso chiuse le ceneri dell’uno, e
dell’altra .fi) (i) Diou. lib. 5t. Piotare, loc. cit. Sveton. in Octay. art.i
7. Echard. loc. cit. JVlentre Ottavio in tal guisa trionfava nell’ Egitto del
sno rivale, ed ultimava con tanto successo qnest3 guerra Civile, si attentava
tacitamente alla sua vita nel senoistesso della Capitale ; ma vegliavano a sua
difesa la fedeltà, Vattaccamento ? e la vigilanza di M.. Marco Lepido il
giovane aveva dei risentimenti particolari contro di Ottavio, e nutriva nel
petto un odio mortale, perchè 1’ ambizione, e prepotenza di lui avevano balzato
Marco Lepido il padre da quella superiorità, e e da quel potere, che gli dava
il Triumvirato,© lo avevano ridotto a menare una vita oscuta, e negletta. Era
questo Giovane Romano figlio di Giunia, sorella di Bruto morto nella battaglia
di Filippi : Egli voleva adunque vendicare nel tempo stesso, e la morte dello
zio, e l’avvilimento del padre. Vellej. Patere, lib. a. cap. 88. : Dum ultimam
bello Actiaco, Alexandrinoque Cae~ sar im ponti manum, Marcus Lepidus,juvenis
forma, quam mente melior, Lepidi ejus, qui T riumvir fuerat Reipublicae
constituendae, fili us, Iunia Bruti torore natus, interficicndi^ Formò a tale
effetto una pericolosa congiura per uccidere Ottavio, qnando dall’Egitto
avrebbe fatto ritorno in Roma. La cospirazione non focosi segreta, che non
giungesse a notizia di M. Prefetto di Roma. Egli seppe con tanta quiete, e
simulazione penetrare il nero progetto del traditore, e con tanta celerità
impedirne le consequenze funeste, che Lepido venne arrestato, giudicato,
convinto, e condannato all' ultimo supplicio, senza che venisse punto alterata
la tranquillità di Roma. In tal guisa M., secondo Veliero ( i ), con una
sorprendente destrezza seppe spegnere le perniciose scintille di una nuova, e
rinascente guerra Civile. Servilia moglie di Lepido, forse complice della
congiura, non volendo sopravvivere al marito, nè soggiacere aH’obbrobrio, ed
alljt timul in Vrbem revertissct, Caesaris Consilia inierat. Loc. cit. Tunc
Urbis custodiis praepositus Cajus Maecenas .... Hic speculatus est per surnmam
quieterà, ac dissimulai ione nt prae cip itis consilia J uvenis, et mira
celeritàte, nullaque cum perturbatione aut hominum, a ut rerum, oppresso
Lepido, immane novi, ac resurrectui i belli civilis restinxit initium, et ille
quidem male consultoruni poenas exsol log pena dovuta, si uccise da se stessa
con aver inghiottiti de* carboni ardenti. Anche Giunia moglie del vecchio
Lepido fu accusata di complicità in questa congiura del Figlio ; ma contro di
essa non esistevano, che semplici sospetti; tuttavia M. la obligò a dare la
cauzione nel Tribunale di Balbino, Liv. in Snpplero.lib. i 33. art. 72.
Servilia Lepidi Vxor curn superesse viro non substinerct, et diligenti
familiarium custodia ni hil adipisci mortiferum posset, pruuis arxlentibus
deVoratis, vita abiit\: Vellej. loc. cit. Aequatur praedictae Calpurniac Antistii,
Servilia Lepidi Vxor, quae vivo igne devorato, praematuram mortem immortali
nominis sui pensavit memoria Roberto Riqucz nelle irate a questo articolo di
Vellejo, fa le seguenti osservazioni relativamente aCalpnrnia. Ciò che narra
Vellejo di Servitia è attribuito comuneme nte a Porzia moglie di Bruto. Infatti
Valerio Massimo, esatto Scrittore del Secolo, in cui si suppone accaduto quel
fatto, non ne fa menzione. Di poi la moglie di Lepido non fu Ser vilia, ma
Antonia figlia del Triumviro : Ciò non ostante il Vossio non osa negare la
verità del fatto a Vellejo, 1. perchè Lepido, ripudiata, o morta Antonia, potè
passare alle seconde nozze con Servilia, 2. perchè Eliano Var. Histor. annovera
fra le illustri D ame Romane una Ser’» vilia .,!*• uno de’ Consoli. Allora
Lepido di lei marito si presenta a questo, e cosigli parla" Voi sapete con
certezza, o Balbino, che io non sono stato complice del delitto di mio Figlio,
e sapete egualmente, che non ebbi parte alcuna il quell’Editto di proscrizione
emanato, quando la sorte mi faceva domi-,, naie, e nella quale foste anche voi
compreso. Se rifletterete per un moménto alla mia passata grandezza > io
spero, che alla vista di un supplichevole, di cui rispettaste altre volte li
decreti, sarete per ascoltarmi con cuore placato. Giunia mia consorte non ha
che me per adempie-re alFohbligo, che gli è stato ingiunto. Ricevetemi adunque
per la sua cauzione, o permettete, che io vada fra le prigioni con essa,,
Balbino sensibile alle preghiere di un uomo, che prima del cambiamento della
sua fortuna, la potenza aveva reso formidabile ai Romani, e conoscendo ancora
del tutto insussisteute l’accusa contro la sudetta Gunia promossa, dichiarolla
innocente. Intanto Ottavio avendo posto fine alla guerra di Egitto, al
Triumvirato, ed alla esisten^ dell’ unico competitore, che gli restava, fece
ritorno in Roma ove fu accolto con incompreusibile allegrezza; vi trionfò per
tre giorni, e chiuse il Tempio di Giano, che Appian. lib.4. Catrou loc. cit.
per il corso di dne secoli, era stato aperto. Benché rimasto solo padrone della
vasta dominazione Romana, tuttavia non cercò, che di farsi amare con le maniere
popolari, ed affabili, con le sue liberalità e con le più savie disposizioni
prese e per il bene publico, e per quello di ciascun Cittadino in particolare.
M., che gli stava al fianco, e senza il consiglio del quale per cosi dire,
Ottavio non faceva passo, non mancò di fargli prendere tutte quelle
determinazioni necessarie per preparare insensibilmente l’esecuzione di quell’
ardito progetto-, che già da gran tempo andava meditando. In fatti la condotta
di quello, dacché ritornò dall'Egitto, fu tale, che il Senato, il Popolo, e
tutti gli ordini dello Stato già sentivano gli effetti di un Governo
Monarchico, benché ognuno fosse persuaso, che la Repuhlica andasse a momenti a
riprendere l’antico suo lustro, e splendore. Ottavio però mostravasì
indeterminato, e dubbioso* se dovesse salire sul Trono, o se dovesse rientrare
nella classe di semplice Cittadino, ristabilendo laRepnblicà nel suo stato primitivo.
Da una parte gli si affacciavano all’ immaginazione agitata li pericoli, a cui
la sna potenza quasi illimitata poteva esporlo ; richiamava al suo pensiero il
crudele destino di Giulio Cesare suo padre, e li rimproveri, che gli aveva
fatti Antonio altre volte,» che egli travagliava meno per il publico bene, che
per la sua propria grandezza,, dall’altra parte si lusingava, che la Republica,
stanca dai furori delle guerre civili, preferirebbe un giogo pacifico, e
salutare ad una indipendenza funesta, bastante a richiamare tutti gli orrori
passati. Credeva anche di rimarcare, che il Popolo Romano avesse perduto lo
zelo geloso, e l’amore costante per la libertà ; che il Senato non avesse più P
inflessibile fermezza, che era scoglio alla Tirannia; e che ad ambedue
mancassero Soggetti capaci, ed intraprendenti per formate una formidabile
Fazione. Queste riflessioni, e la sua indeterminazione era un peso, che Ottavio
portava con pena ; pensò pe rtauto di discaricarsene nel seno dei due suoi più
fedeli amici. Noi l’abbiamo già osservato, uno era Agrippa, Uomo tanto sincero
ne suoi con sigli, quanto era intrepido nelle battaglie. Unito alla Corte di
Ottavio fin dall* infanzia, crasi acquistata la sua stima, e la sua tenerezza
più ancora con l’esatta sua probità, che per gl’importanti eervigj nelle armi ;
era un guerriero de’ tempi antichi paragonabile ai Curj, ed ai Fabri Catrou
Tom. 19. lib. 5. Echard. 1 13 cj i fi) L'altro era M.. Dal fin qui detto
abbiamo conosciuto, che egli era un amico disinteressato di Ottavio, fornito di
uno spirito franco, e leale * il Politico più raffinato del suo tempo, il più
destro, ed il piu giudizioso de’ Cortegiani. Agrippa adunque, e M. consultò
Ottavio per fissare la sua irrisolnzione, e per decidere sul grande oggetto.
Agrippa parlò il primo con una fermezza, conforme alla rettitudine del suo
cuore, all’ amore, che aveva sempre conservato per la sua Patria, ed alla
riconoscenza, che doveva al suo Padrone (a)., Se io avessi di mira ( diss’ egli
) li miei,, interessi soltanto, vi esorterei a profittare all’ istante delle
circostanze del tempo, e a divenire il Padrone assoluto della Ro-,, mana
grandezza ; ma, facendo usodiquella sincerità propria del mio carattere, e fi)
Catrou loc. cit. Dion.. : Hoc autem anno vere iterum pencs unum Hominem s u
/rima rn totius Reìpublicae esse coepit, quamquam armorum deponendorum, resque
omnes Senatus,Populique pot est atit rade ndi consiliumCaeSar agitaverit ; ad
quam deliberationem, curi Agrippam, Maecenatemque adhibuissct, nani cum his de
omnibus suis arcanis communicara solebat, prior inhanc sententiam Agrippa lo
cutusest. * II » già da voi altre volte sperimentata, credo, o Cesare, clic
bandito ogni privato riguardo debba parlarvi, e manifestare il mio sentimento
per il vostro, e per il publico bene .,, È principio certo in Politica, che il
sottoporre ad un governo Monarchico un popolo geloso della sua libertà, forma
un opera dilEcile ed eseguirsi. L’amore della,, indipendenza nasce con noi, ed
è un attributo quasi necessario dell’umanità. Questa inclinazione universale in
tutti gli uo5, mini aumenta, o s’ inde.bolisce per mezzo,, dell'educazione, ed
è più, o meno poten-,, te, secondo i pregiudizj della Nazione *,, nella quale
abbiamo avuto la sorte eventnale di nascere. Perciò la natura, li cosfumi,
l’edutazione, e la lunga abitudine,, dovranno rendere ai Romani insopportabile
il dominio di un solo. Li popoli assuefatti al giogo di un Padrone hanno un
debole sentimento di quella generale pendenza, che la natura ispira per la
libertà ; ma quelli al contrario, cui,, per successione è stata trasfusa la
massima, vera o falsa che sia, provarsi cioè,, minor servitù in un Governo
formato da Magistrati di loro scelta, si rattristano,, altamente, e fremono al
solo pensiero di,, un Sovrano. Potrà la forza tenerli per qualche tempo
soggetti, ma questa forza istessanon sar» giammai capace a distruggere ne’
cuori quel germe vivifico, che la natura v’ infuse, e che dalla educazione,,
venne quindi allentato. Finora, o Cesare, le vostre imprese sono state legittime,
e la gloria da voi acquistata, non ha in veruna guisa scemato lo splendore
della vostra virtù. Imperciocché nella guerra di Perugia opprimeste degli
ambiziosi, che col pretesto di vendicare la morte di Giulio Cesare,
pretendevano d’inalzare un Trono sulle ruine della Dittatura. A Filippi
purgaste la terra di due assassini di un Zio, che vi aveva adottato per figlio.
La Sicilia, invasa da un Tiranno, che spacciandosi per difensore della
Repilblica, ne cagionava la mina, fu liberata dalle vostre armi. De’ due Colleghi,
che per mezzo del Triumvirato sapeste con saviezza associarvi, uno vive tuttora
nell’ oscurità, enei disprezzo, e,, l’altro ha cancellato con la sua morte il
di sonore, che recava al nome Romano. Dopo tante vittorie, è giunto, o Cesare,
l’istante fatale, incili dovete pronunciare sulla sorte dell’ Universo .,,
Quale mai, e qaanto grande sarà la vo}J stia gloria, se, divenuto abbastanza
po-,, tente per assoggettarlo da Monarca, saprete in guisa superare gl'impulsi
dell’amor proprio, che lo ridoniate a’ suoi veri Padroni ’ Allora vedreste
sollevarvi al di soli a pra de' Camilli, e dc’Scipiorti, e consa-» orarvi
Tempj,come a Divinità tutelare dal Senato, e dal Popolo, ristabiliti
nell’an>, tica loro autorità, e nel primitivo stato di eguaglianza. (i^A
questa eguaglianza di,, Cittadini appunto noi siamo debitori della conquista
del Mondo, e finché li Romani, ne furono in possesso pacifico, si viddero
sortire dal seno della Republica, e Generali scelti con riflessione, e Soldati
premu-,, rosi di rendersi degni di poter un giorno *, anch’ essi comandare. Ah,
Cesare, io >, temo, che se Roma cesserà di esser Repu-,, blica, cessi ancora
per qualche tempo di vincere, e di conquistare,,, Quando il sistema Republicano
dovesse,, cangiarsi in Monarchia, a quali timori, a quanti incarichi laboriosi,
e pesanti non j, va a sottoporsi il nuovo Monarca, e sopra-,j tutto l’autore di
un ! tal cambiamento ? Li,, Comizi > ed il Senato riuniti affrontarono >,
immensi travagli per regolare 1’ amministrazione di tante Nazioni comprese
nella vastità della Republica Romana. Ora potrà un solo nomo supplire
all’esercizio, che su di quelli gravitava, e la salute la più robusta potrà
sostenere le fatiche inerenti al governo dell’ Universo ? Il solo Dion. lib. .
: JEqualitatis et nomen est speciosum > et res j ustissima, dipartimento
delle Finanze non presenta,, una sorgente inesauribile d’imbarazzi, di
pensieri, e di cure ? Io convengo, o Cesare, chele rendite- dello Stato sono
gran>, di, ma saranno sufficienti a mantenere tante Armate esposte su tutte
le frontiere dall’ Oriente all’Occaso ? In una amministrazio-,, ne popolare si
concorre agevolmente, e con piacere ai bisogni dello Stato, e l'istes— sa
avarizia cede alla ragione del bene comune. Allora la liberalità de’Cittadini
for>, ma per essi un merito per inalzarsi agli ono*,, ri, ed agl’ impieghi
(i). Al contrario in un Governo monarchico le publiche intraprese di un Sovrano
sono riguardate come suoi affari personali. Ognuno crede, che,, da quello
soltanto si debba supplire del suo proprio tesoro a tutte le spese del Governo,
Ogni nuova imposta produrrà nuova que-,, rela, nuove satire, e nuove amarezze
per il medesimo, e sempre con la forza, o di mala voglia si vedrà il Cittadino
effettuare » il pagamento delle Tasse quantunque ordinarie, e regolate dalla
Legge. Quale odio poi non si procaccia un Giudice universale, incaricato di
punire da se l Dion. loc. cit. : Ubipenes Populum est Imperium, multi multam
pecuniam conje rune, etiam ut liberalitatis opinionem consequnntur, ac prò Ut ho
noia mcritos adipiscantur. ti8 >, solo tatti li colpevoli ’ In un
cambiamento i t di Governo, il numero de’ malvagi si mol-, tiplica all’
infinito, e li sediziosi, e mali, contenti sortono, per dir cosi, dal seno,,
stesso della terra. Non potendosi tutti ridurre al buon sentiero nè colla
dolcezza, nè coiresempio del rigore usato con alcuni, sarete dalla necessità
costretto a pronuncia' i, re contro de* medesimi, decreti o d' igno* minia, o
di bando, o di morte, e sebbef, ne sarete nel punire moderato, ciò non,,
ostante si crederà, che gli effetti della vostra giustizia necessaria, siano
piatto-,, sto il risultato di un particolare risentici mento. Vedrete inoltre
li piò potenti Cittadini, e le famiglie de’ Patrizj accendersi di gelo-,, sia,
e d' invidia per il vostro inalzamento al Trono, e perciò non pochi di essi non
temeranno di censurare primieramente la >, vostra condotta, e quindi anche
formare,, delle congiure a danno della vostra esistenza, e del sistema da voi
introdotto. Se perciò vorrete punirli, ed umiliarli, si susciterà contro di voi
la publira indignazione, e se li lascerete vivere senza oppri-*,, merli, la
vostra sicurezza, sarà compro j, messa, c sarete circondato incessantemente da
mille pericoli. Dion. loc, cit. : Hos ncque, si augeri ji 9,, Voi solo non
potrete ultimare alcuni prò» getti, 1 ’ esecuzione de’ quali esige indi—,,
spensabilmente 1 ’ opera, e la confidenza di Generali rispettati dal Soldato
per la loro nascita. Questi riceveranno da voi il comando delle Armate, ma
quindi rivolge-,, ranno contro voi stesso quelle forze, che,, ad essi
affidaste. A quale espediente allo-,, ra dovrete appigliarvi ? Bisognerà, che
facciate uso d’ individui di vile estrazione. Questo rimedio però potrebbe com«
promettere la tranquillità dello Stato, eia 33 vostra gloria ; imperocché, se
per caso 3, questi nomini oscuri riescono nelle imprese, diverranno insolenti,
se poi soccombo*,3 no, a voi solo sant addebitata la perdita .,, Ah ! Cesare,
preferite pure, preferite. le dolcezze di una vita tranquilla all’ im33 barazzo
di una potenza tumultuosa. Un,, momento di piacere puro, e solido è supc33
riore a tutto il fasto della grandezza. Che cosa pretendo conchiudere da
tatto-,» ciò, e quale è-il mio scopo? Voglio forse 33 violentare il vostro
animo a rinunciare per sempre a quella superiorità, che avete coll’ armi
acquistata ? Nò certamente : io vi darei un consiglio pregiudizievole, se,, vi
esortassi a restituire la Republica al Popolo Romano nella situazione, in cui
si pattare, tutus vivet, neqiie si opprimere cancri},juste ages. ritrova al
presente ; essa ha bisogno di rij,, forma, prima che gli antichi Padroni ne
vengano ripristinati al possesso. Profittate pertanto di quella Sovranità,,, di
cui la vittoria vi ha rivestito per migliorare quel campo, che avete
acquistato, e,, perseverate nell’ esercizio della medesima,, per tanto tempo,
quanto sarà necessario per ristabilire le Leggi, richiamare la prattica' delle
antiche costumanze, corregere li », abusi del Comiz'o, reprimere 1’ ambizio-,,
ne della Nobiltà, porre de’ limiti alle pretenzioni del Senato, moderare il
potere de’ Tribuni, regolare l’uso delle Finanze, e », e raffrenare la
cupidigia de’ Publicani. Quanto glorioso allora sarà per voi di comparire da
semplice Cittadino in uno Stato, / >, di cui foste il Ristoratore ! Siila
autore di », tante proscrizioni, ed il carnefice della sua », Patria, seppe
dimettersi a tempo, e mori », rispettato, e tranquillo. Giulio Cesare vostro
Padre, il meno sanguinario degl’Uomini, e il più inclinato a perdonare, fece,,
perpetua la sua Dittatura, e trovò degli », assassini frà li suoi amici più
cari. M discorso di Agrippa fece una forte impressione sullo spirito di
Ottavio. Egli forse avrebbe abbracciato il sistema da quello proposto,
sagrificando le sue vittorie al ristabir limento della Repubbra, ma M., essendo
di contrario sentimento, entrò neH’are ~ uà, e parlò con tale facondia, e
vivacità, che ottenne nna completa vittoria sullo spirito di Augusto. Se si
trattasse ( rispose egli ) di delineare un Campo, e di prendere del le misure
per dare una battaglia, io non oserei di parlare in presenza di Agrippa ;,, ma,
aggirandosi la discussione intorno a materie politiche, credo di potere con
sin-,, cerità azzardare il mio giudizio, avendo su di quelle lungamente
riflettuto, e trat-,, tato non poehi affari dello Stato in differenti, ed anche
difficili occasioni. Comprendo la solidità de’ dubbj proposti, ma,, conosco
ancora, che lo scioglimento di essi non può imbarazzare un Eroe già Padrone,,
sovrano, e capace d* ultimare colla sua,, prudenza ciò, che ha incominciato
colla,, forza. La Republica, o Cesare, è caduta in uno stato d’ infanzia, ha
bisogno perciò di,, esser messa in tutela. Ora non siamo piq in que’ tempi
felici, in cui la virtù soste-,, neva questo gran Corpo, ed in cui le sue forze
non erano state indebolite dal vizio;,, ma l’avarizia è succeduta all’amore
della povertà, l'ambizione agli onori, la temperanza alla frugalità, e 1’
incontinenza al,, modesto pudore ; è impossibile pertanto di,, trovare al
presente un numero diMagistrati disinteressati, sobri, casti, virtuosi, e
simili a quelli, che fecero onore ai primi f aa secoli di Roma. Tanti mali
invecchiati vi-» a chieggono una roano capace a poterli gua>» lire. f. Si,
Cesare, voi dovrete affrontare pei, santi incarichi nel prestare la vostra
opera ad una cura cosi difficile ; e preveggo, che,, saranno assai grandi li
vostri pensieri, la vostra vigilanza, li vostri travagli ; ma nell’attuale
stato delle cose sono divenuti i, necessarj ; e sebbene potrebbe sembrarvi
spaventevole un tale prospetto, tuttavia sono persuaso, che non avrete il
coraggio di abbandonare il Governo nel pericolo di,> non ricuperare giammai
la sua perfetta sa-,, Iute, f. Non è possibile di rimediare ai mali pre*,,
senti con una Dominazione passeggierà. U ristabilimento del buon ordine in Roma
coll’,, ajuto delle leggi, e de’ regolamenti è un idea di speculazione, che non
può aver luogo in prattica; bisognerebbe, che quelle venissero infinitamente
moltiplicate per poter correggere li disordini, che le passioni hanno
introdotti. Come poi potrebbero trovarsi de’ Cittadini, ih cuore de’ quali
fosse abbastanza incorruttibile, e li costumi abbastanza puri per mantenerne
l’osser-? vanza ? LaRepublica è ridotta in tali circostanze, rt che ha bisogno
di una Legge vivente, che f, ordini, e che faccia al tempo stesso ese guire.
Appena la maestà di un Padrone perpetuo basterà per imprimere il rispetto;,, ma
che cosa accaderà, se Magistrati di un anno saranno incaricati della Riforma f
Li Cittadini indocili, e pertinaci spereranno » r impunità nel governo di
Successori più deboli, sostituiti ai più rigorosi. E’ necessa-,, ria una
Autorità permanente per distrugge-,, re inclinazioni perverse, che rinascono
incessantemente, e che non è tanto facile 99 di estirpare. Voi, o Cesare, vi
dovete alla Patria, divenitene Padrone per sempre per sua compassione. Fate sì,
che il Senato sia composto di Soggetti di sperimentata saviezza ; confidate le
vostre Armate ad abili Generali, e scegliete li vostri Legionarj frà le,, Famiglie
povere, le quali porranno som», ministrare Cittadini eccellenti ; ma conser-,,
vate il dominio, e sulla Nobiltà, che iin» piegherete nelle cariche, e suiti
Comandan» ti degli eserciti, e suiti soldati medesimi. Ne con ciò pretendo, che
il peso degli affari debba sopra voi solo gravitare ; Ne #> dividerete la
cura con li Cittadini ptimarj delle antiche Famiglie, che renderete i ! 1 u
stri, con renderli laboriosi. Riguardo al,, Popolo, bisogna regolarsi con tal
cautela, che sia sempre contenuto nell’ umiliazione. Finché li plebei s’
interessarono della sola cultura delle terre, Roma fu tranquilla ; si ridderò
però divenire insolenti, allorqnan», do, associati ai publici affari col
soccorso i, de’ loro Tribuni, rovesciarono più volte la ’ Costituzione dello
Stato ; c necessario per», tanto, che rientrino in quella subardina», zione,
dalla quale furono levati dalle Fazioni. Disprezzate le publiclie voci tendenti
a », denigrare la vostra condotta. Forse si dirà, che avete vinto perii vostro
solo ingrandimento ; ma Roma parlerà con altro linguaggio, quando sotto l’ombra
de’ vostri auspicj vedrassi al colmo della feli jy Cltil «,, Non dovrete temere
alcun attentato alla,, vostra persona, divenuto Monarca ; al con-,, trario i
vostri giorni saranno in pericolo, y, se, spogliato del supremo potere, rifenì,
trerete nella classe di semplice Cittadino ; .chi mai in questo caso potrà
garantirvi dalla perfidia di que' scellerati, e malconten* ti, che sopravissuti
alla distruzione nelle », passate guerre civili, si aggirano ancora e,, in
Roma, e nelle Provincie ? Esistono sicu-,, ramente de’ turbolenti partegiani
delle Fazioui di Sesto Pompeo, e di Antonio. Que Dion. loc. pit.: Ilio,
enimPlebis lice ristia, qua optimus quisque servire cogitur, et acerbissima
est, utiisque cominunem pcrniciein ffert. nS A sti, serbando contro la vostra
persona odio, risentiraento, e livore, cercheranno di vendicare l’affronto, che
loro recaste per,, averli vinti, ed umiliati, e col vostro as-,, sassinio
immolare una vittima gradita all’ s, ombre de’ loro Amici estinti o sulle
camf> paglie di Filippi, o sulle spiagge dell’ Epiro. Siavi d' esempio
Pompeo il grande, il,, quale, spogliatosi spontaneamente di quella potenza, che
colla vittoria si era acquistata, fu miseramente ucciso, mentre faceva degl’
inutili sforzi per ricuperarla :,, Alla medesima dissavventura sarebbero stati
esposti ancora Mario, ed altri potenti Cittadini, ie non l’avessero prevenuta
colla morte. (i,) • t > * Diòn. loc. cit. : Quis enim libi parcet, ubi omnes
res, uti mine ace sunt, P apuli, àlior urn que‘ Potè stati praemitlis, cu/n et
pcrmulti a te sint offensi, et omnes fere summam rerum tentaturi, quorum alteri
et ulcisci te, alteri adversarium te e medio tollera cupicnt 1 Balsac nel
cap.45. del Print. cosi su tal proposito ragiona : Si va incontro ad egual
pericolo tanto nell ’ impossessarsi, che nel dis* farsi del s/lpremo potere. F
aiaride era prontissimo a dimettersi dalla potenza usurpata l ma chiedeva- un
Nume per sicurezza della sua vita, se rientrava nella classe di Cittadino
privato, £’ stata sempre comune opinione Sul Trono però la maestà, che imprime
il rango supremo, e la guardia d’ ond’ è,1 circondato, spegne ne’ cuori gl’
istessi de* siderj della vendetta. D’altronde, o Cesare, la vostra gloria, e le
vostre precauzioni sapranno preservarvi da qualunque timore. Koma vi riguarda.
come un dono,, ricevuto dai Numi, e voi passate per una,, Divinità tutelare,
che il Cielo volle serbare iniftezzo a tanti Nemici per assicurare il loro
benessere, e la loro felicità. Si è detto, che il peso dell’ Impero è troppo
grande ; ma questo è un vano terrore capace a «coraggi re tutt’ altri, che il
Fi-,, glio adottivo di Giulio Cesare. La metà del,, Mondo ha già ubbidito alle
vostre Leggi; finora non foste, che Triumviro, e l’ Impero dell’Occidentè non
fu per voi un in»; carico troppo pesante. Presentemente tut— te le Nazioni
godono quella pace, che voi,, «apeste ad esse procurare ; le nostre Fron che
quelli, li quali hanno preso le armi contro la loro patria, o contro il loro legittimo
Sovrano, sono ridotti in certa guisa nella necessità di continuare nel male,
per. La poca sicurezza, che trovano nel fare del bene. Non osano di divenire
innocenti per timore di sottoporsi alla discussione delle Leggi, che hanno
offese, e persistono ne loro errori, credendo, che il loro pentimento non trovi
compassione. ja? •Nere sono difese da Governatori di vostra scelta, e gl’
ordini non derivano, che da voi dal Caucaso, ed il Mar rosso fino all’ Oceano
Brittannico. Non si tratta più di cercare, in che guisa potrete divenire il,,
Padrone dell’ Impero ; ma con quali mezzi potrete sostenere quel peso, che il
Cielo ha voluto addossarvi;. Io spero di potervi somministrare li mezfci
ricercati. », Formate Un Senato, che sia composto di », persone sagge, e
tranquille, nè la pover-,, tà deve essere un motivo, onde escluderne li buoni
Cittadini ; sarà non meno cosa vantaggiosa, se unirete ai Senatori Romani
de’Soggetti stranieri scelti ancora Frà nostri Alleati. Con questo
temperamento, potrete » ricevere de 1 buoni consigli, sia per il go-,, verno
della Capitale, sia per contenere le » Provincie lontane, e le cabale saranno
meno » frequenti tra Individui di diverse Nazioni. L’ordine de' Cavalieri è
rispettabile, ma trovasi circoscritto da troppo anglisti confini. Ammettetè ih
questo ceto illustre, seni, za fissarne il numero > tutti que’ sudditi
>> delle Provincie Romane, che ne sono de», gni, e per li natali, e per
li servigj pre*,, stati, e per le ricchezze. >» Li Pretori devono scegliersi
dal Corpo de' Senatori dopo cinque anni di servizio* e dell’ età di anni
trenta, giacché in avve, gerete iui Giudice subalterno col nome di
sotto-Censorc, che prenderà cognizione di que’ leggeri disordini de’ Cittadini,
che,, non giungono al delitto, ma, che sogliono cagionare delle inquietezze
nelle famiglie, e che tolgono la quiete publica, ed il buon ordine della Città.
La carica di questi due,, Magistrati potrà essere a vita, non po* tendo
concepire alcun timore di due Uomini inermi, che eserciteranno la giustizia sotlo
i vostri occhii Io non so, o Cesare, se il mio discorso incontrerà la vostra
approvazione, ma ciò,,, che ho detto, mi sembra troppo necessario a rendere il
vostio regno pacifico. Contendete liberamente il diritto di Cittadinanza,, a
qualunque Individuo, che ne sia degno * delle Città alleate, e soprattutto
delle CoIonie, e cosi avvilirete questo titolo di Cittadino Romano, che rende
il Popolo della Capitale si fiero, e affezzionandovi le Nazioni straniere, ve
le renderete fedeli * i. Crescerà poi il loro affetto, se facendo con
precauzione una scelta de’ Soggetti li più Digitized by Google l3i,,
ragguardevoli, li farete partecipi anche y, degli onori del Senato. Che cosa
importa, se il numero de’ nostri Senatori oltrepasserà li trecento ? Più
saranno gl’impieghi, e le cariche da conferirsi, e più autorità vi
acquisterete, ed anche maggior sollievo. E’ giusto, che sia fissato uno
stipendio per i Consoli, ed i Pretori, che manderete nelle Provincie, giacché è
cosa del tutto vituperevole, che per mezzo di enormi,, concussioni, si
aggiudichino da se stessi li salarj de’ loro travagli, ed impongano tasse
arbitrarie sulle Popolazioni, che governano. Se si porteranno delle lagnanze
contro l’avarizia di alcuni di quelli, dovranno richiamarsi all’istante, benché
non siano finiti li tre anni dell’esercizio della loro carica ^ In generale poi
sarà una giuyv sta misura di non prolungare ad alcuno il tempo della sua
amministrazione oltre a cinque anni. Ho detto, che bisognava moltiplicare il »
numero de’ Cavalieri ; perchè da questo » Corpo rispettabile dovrete scegliere
levostre Guardie, a cui assegnerete de’ Capitani. Allora la vostra Persona sarà
più sicura, e se P uno di questi Capi diviene so» spetto, l’altro per
emulazione veglierà con y, zelo salii vostri giorni ; qneU’autorità poi, >,
che loro darete sul resto della vostra Casa, ' « li affezzionerà maggiormente
al servizio,,e I a se si conoscerà, che le loro incombenze fossero troppo
moltiplicate, potranno in,, parte discaricarsene su di alcuni subalterni col
nome di Luogotenenti -, che parimente potrete nominare. Dallo stesso corpo de’
Cavalieri potrete estrarre ancora e gli Coj, mandanti della Polizia, che in
tempo di not*,, te veglieranno sulla quiete di Roma, e gl* Intendenti de'
viveri, e li Presidenti del pnblico Tesoro, e li Ricevitori delle rendi-,, te
delle Provincie, (ij Oltracciò oserò dirvi, che sarà bene d’ impiegare ancora
de’ Liberti per la riscossione del pnblico danaro. Questa qnalità di nomini
sarà adattata per sopportare,, l’odio inerente all* impiego di Esattore. Con
questo mezzo potrete far uso, e distri— L’ ordine de' Cavalieri desume il suo
stabilimento parimente da Romolo, il quale avendo fatta la scelta di
trecentpGiovani lipiù valorosi, c benfatti, ne formò il Corpo di guardia della
sua Per sona. Allora erano chiamati Celeri, ma posteriormente furono sottoposti
ad altre variazioni di nome al dire di Plinio presso il Sigonio de Antiquo Jure
Civ. Rom. Jib.t. cap.3. : Equitum nomea saepe variatum est, in his quoque, qui
adequitatum trahe bantur. Celerei sub Romulo, Regibusque appellati sunt, deinde
Flexumincs, postea Trottali : Fedi il sudetto Sigonio loc. cit. Digitized by
i33 buire degl* impieghi, che serv'irannó di ri-,, compeiiza ai vostri
domestici, e popolandorOriente,e l’Occidente d’individui fedeli.»sarete con
esattezza prevenuto della situazione delle Provincie lontane .,, Una delle cure
le più importanti di un Sovrano è di vegliare attentamente sulla educazione
della Gioventù in tutto 1’ Impe-,, ro. Vi siano adunque per questa delle publiche
Scuole, delle Accademie per formar-,, la nel mestiere delle armi, e de’ Maestri
ben pagati per istruirla nell’ esercizio dcl-,, lo spirito, e del corpo. Da
questa dipende la forza dello Stato, e questi fiori coltivati con saviezza,
produrranno il frutto a suo tempo, e luogo. Procurerete però, che non venga
educata nella mollezza, e nella indolenza, altrimenti se ne risentiranno in
seguito gli effetti funesti ; Roma,, cesserà di esser feconda di Eroi, e tntto
l’obbrobrio ridonderà a carico dell’Autore,, della Monarchia, "t Dion. lib
5a. pag.63a. : Hoc quoque te summopcre hortor insticuas, ut Putridi,
Equestrisque Ordinis homines, dum adhuc pueri tiam agunt,ludos literarios
frequentent Ita e nim statini apuero discentes, et exercentes omnia ea, qua e
adultis sunt usurpanda, ad omnia ne goda aptiorcs habebis. Optimi enim, ac egre
gii Principi* est, non modo ipse ut omnia e* 4 Anche le Truppe esiggono una
particola. re attenzione, come quel Corpo, che forse,, costituisce la porzione
più necessaria, e interessante dello Stato. Allorquando la maggior parte delle
vostre città godrà il diritto della Cittadinanza Romana, vi riuscirà facile di
rimpiazzare le vostre Legioni di,, Cittadini Romani • Fatene la leva in tutte
le contrade dell’ Impero ; siano puntualmente pagate ; preparate loro de’ buoni
quartie-,, ri, e non permettete, che invecchino sotto le armi, poiché da ciò ne
derivano le sedizioni militari. Ogni Veterauo è ordinariamente ardito, e
presuntuoso ; perciò è necessarlo, che questa porzione di Truppe,,, facciali
suo servizio senza interrompimento dopo il fiore della gioventù fino al
princi-,, pio della vecchiezza ; le vostre Legioni siano sempre sul piede di
guerra, ed in numero sufficiente per difendere le Frontiere. Siano escluse dal
vostro governo quelle leve istantanee, e tumultuose, come soleva altre volte
praticarsi in caso di estremo,, bisogno. Fate si, che una porzione de' nostri
Contadini eserciti tranquillamente,, l’Agricoltura, nè i loro rustici lavori
sieno turbati dal timore di dover ascoltare ad ogni istante il suono della
tromba guerric officio agat, verum, ut qua rat ione etiam reliqui omnes quarn
optimi fiant, prospiciat. ra, che ad essi annunzi degli arredamenti involontari
.,Le Armate saranno assai deboli, allorquando non sono fonnate, che di sudditi
forzati a servire. Si dirà, come trovare somme considerevoli., onde mantenere
tante Armate conti», imamente sul piede di guerra, e pronte sempre a marciare a
qualunque cenno del Sovrano ? Questo è il punto decisivo, e l’oggetto di
terrore, che vi è stato presentato,,, Ogni Stato ha le sue rendite, e voi
potete divenir padrone del Tesoro publico de’,, Romani. Basterà questo per dare
esecu*,, zione al progetto, che io vi propongo ? Nò », certamente; ma con una
prudente, e savia », economia vi si potrà supplire. Vendete le,, spoglie delle
Provincie conquistate, e formatene, col prodotto, un fondo per libi7, sogni
straordinarj. Promulgate de’ sa vj re-. golainenti, affinchè le campagne siano
con impegno, e profitto coltivate dai Proprie», tarj, ed esigetene un tributo
sul loro prodotto. Non è forse giusto, che con il sagrifizio di una tenne
porzione delle loro sostanze, si acquistino la sicurezza, che voi \, procurate
ad essi, e a tutto lo Stato ? Vegliate sulle miniere de’ metalli, che si
discopriranno nelle diverse contrade dell' t, Impero. Esiggete puntualità nella
riicos rU sione delle tasse per testa, senza permettere, che li debiti si
moltiplichino.Procurate, che non si rappresentino altri giuochi fuori della
corsa de’ carri, e de’ cavalli, perchè ordinariamente le Città le più opulente,
sogliono esaurire le loro rie•chezze in futili divertimenti * Riguardo alla
«Capitale dell’Impero, gli edificj deggiono es~ sere in essa sontuosi, è li
Spettacoli magnifìci; la Capitale è il centro di tutte le Nazioni, e la maestà
del Padrone, che gor verna, si misura con la Città, ove risiede conia sua
Corte. Fuori di Ironia proibite agli abitanti 1* eccessività delle spese, e
quindi con questo provido temperamento tutti saranno in istato di pagare li
tributi. Si potranno inoltre dispensare le Provincie a fare Deputazioni così
frequenti. Li Governatoti respettivi ultimeranno gli affari sulla faccia del
luogo ; e se fosse necessario, che quelli dovessero rimettersi al voatro
Tribunale, li rimanderete al Senato. Allora voi detterete le sne risposte, e
sfug-,, girete di prendere sopra voi solo l’odio, che quelle potranno seco
portare. Fate partecipe il Senato delle querele, che gl’inviati delle Nazioni
nemiche, o dei Re stranieri potranno promuovere, ed a voi solo riservate la
cognizione delle grazie, » che loro vorrete accordare. Non dovrete mai più
permettere al Po polo la decisione de’ delitti capitali. Qne*> sta dovrà
essere una ispezzione esclusiva del Senato, il quale si crederà onorato di un
tale imbarazzo, e voi ne resterete con piacere discaricato. Io però non parlo
de’ delitti comuni, la di cui punizione è stata regolata dalle Leggi. Per li
attentati contro »» la vostra persona (giacché tutto può accadere) siatene voi
stesso il delatore, ma non giudicate giammai nella vostra causa. Fate, », che
altri ne pronuncino la sentenza, e voi,, non dovete interessarvenc, che per
moderare la pena. » Non dovete fissare la vostra attenzione, », come già ho
accennato, nè alle parole in»> considerate de’ malintenzionati, nè alle saj»
tire, che si diffonderanno, contro di voi,, nel publico, e non curate di venire
in co», gnizione degli autori ; poiché dovete figli» rar ?i, come situato in
una sfera superiore, »• in cui siete invulnerabile, come li Dei. La vostra
collera non deve accendersi, che » contro li sediziosi, che, posti alla testa
di una Armata, avranno rivolte le vostre,, armi contro di voi stesso. Il
giudizio di que sti scellerati, e colpevoli di Stato, Indivi*,, dui
ordinariamente di alta considerazione, dev essere rimesso per commissione ai
Con* >» soli antichi ; la qualità di tali Giudici darà », peso alla
decisione, che saranno per pronunciare. Vi saranno delle cause, dall’egame
delle quali non potrete dispensarvi*,, imperciocché pii affari di onore fra
gliUfh ciali delle vostre Armate, e gli Appelli dai T ribunali del Prefetto di
Roma, e del sotto*,, Censore devono tornare a voi; allora scegliete degli
Assessori fra i Patrizio al tri Soggetti qualificati, che possano figurare
con,, voi in una Assemblea giudiziale. La grande saviezza di un Padrone indili
pendente consiste nell’ ascoltare volentieri,, gli altrui consigli. Accogliete
pertanto grati ziosamcnte tutti quegli Amici, e Cittadini, che saranno per
darvene dei salutevoli;,, ma non discacciate con orgoglio coloro, i quali
potrebbero suggerirvcne alcuni non sodisfacenti. Quelli, dalla bocca de’qua-,,
li sortono consigli poco utili, possono aver avuto retta intenzione : Accade di
questi, come dei Generali di Armata battuti,, dal nemico ; Spesso l’errore non
è imputa* bile nè agl’ uni, nè agl’altri ; e siccome non si può sempre
rispondere degli avvenimenti della guerra, cosi non deve riguardarsi con occhio
bieco quell’ Uomo, che di buona fede dà un consiglio poco sensato. Li Filosofi
procureranno sovente di gui* darvi con le loro speculazioni. E’ vero,,, che
avete sperimentato, quanto erano van*, taggiosi li consigli di Areo, e di
Atenodo*,, 1-0(1^), ma generalmente parlando, le opinioni di tali Uomini sopo
difettose per mancanza di esperienza nel maneggio degli affari Le meditazioni
del Gabinetto sono spesso le meno sicure in prattica. Atenodoro Filosofo del
Portico è nativo della Città di Tarso. Fa maestro di Augusto, dal quale Ju
decorato di molti onori. ed anelli di Tiberio. Aveva il talento particola) c
per far apprendere con facilità le scienze a' suoi Di scepoli. Le sue
cognizioni erano cosi estese, e tanta la forza della sua eloquenza, clic
Sallustio lo assomigliava al fuoco, che accende tutto ciò, che gli si avvicina
: Athenodorus Stoicus Philosophus ( dice Suida f sub Octa vio Romanorum
Imperatore omni bus ad Philosophiani subsidiis, tam ab iji genio, quam recta
animi voluntate instructus erat .... idemque dilucido discipulis suis
explicabat. Hunc Sallustius oh studiuni admiratus, igni similem esse dixit, omnia
propinqua incendenti : Secondo Strabope lib. 1 4. pag. 463- aveva l' abilità di
rispondere estemporaneamente a qualunque argomento, e fu onorato ancora da
Marco Antonio il Triumviro, ììi lode del quale scrisse un Poemetto, dopo la
battaglia presso Filippi. t fa') Dion. loc. cit. : Neque enìm quia Areum., et
Athenodorum bonos, ac honestos viro s expertus es, omnes alias idem studium
prua i4o Ecco, o Cesare, alcune massime geuerali per il Governo, clie
renderanno la vostra amministrazione Sovrana meno difficile, e meno pericolosa
di quello’, che vi è stata,, rappresentata. • .,, Le qualità personali del
Monarca, so», pratutto quando è 1’ autore dellaMonarchia, », devono eguagliare
la sublimità del rango, », al quale egli è giunto. Io credo, e so* », no persuaso,
che quello non deve in difierentemente accettare tutti i titoli, e tutte le
distinzioni, che l’adulazione potrà deferirgli. La realtà della Monarchia vi
deve bastare sotto qualunque nome la rite*-,, niate. Che importa di esser
chiamato Cesa-* » re, o al più Imperadore, quando voi amministrate sovranamente
lo Stato Romano ? Bisogna, che con una irreprensibile con dotta v'innalziate
dei monumenti perenni sul cuore de’ Sudditi. Che cosa servono quelle Statue
d’oro, o di argento ? Sono stati eretti nelle Provincie alcuni Templi a vostro
onore, ciò poco interessa ; ma non dovrete » giammai permettere, che ve ne
sieno con* secrati in Roma, perchè sarebbe un oggetto di disprezzo per le
persone sensate, ed una seferentes, similes eorum indicare debes, curri hac specie
usi multi infinita mala populis, privatisene hominibus adjeraut, y, spesa
inùtile, che pot là essere meglio im i, piegata. Fate uso voi stesso di
economia nelle vostre spese particolari, ed in quelle della vostraGasa. La
buona opinion, e, di un uomo frn» gale vi farà più onore di un grande numero
»> di tempj, di altari, e di statue. Questo culto esteriore, e materiale
diverrà comune ai buoni, ed ai malvaggi Principi. D’altronde non si recherebbe
insulto ai Numi, con eguagliare i vostri onori a quelli, che il Popolo suole ad
essi deferire? Un sovrano, che cerca di essere onora» to deve sempre mostrare
della pietà verso li Dei immortali, perciò nón permetterete, che s’ introducano
in Roma delle Sette religiose straniere. Una novità in materia 5, di Culto, ne
porta sempre delle altre, e e quindi ne risultano attruppamenti sediziosi, e
pericolose congiure. Ammetto, che restino frà noi degli Auguri, che consuiti,
chi vuole ; ma non devono assolutamente tollerarsi gli Astrologi, ed i Maghi ;
j) imperciocché dalle loro predizioni false, o vere, che siano » hanno
principio sempre le intraprese dei perturbatori del publico riposo, -fi) Dion.
loc. cit. : Deos quoque senipcr, et ubique ita cole, ut moribus Patriae est
reccptum,ad eumdemque cultura ahos compelle. Pc * 4 Voi avrete indiverse parti
delatori -, e. spioni ; questa razza di persone saranno necessarie, ma
guardatevi di deferir cieeamenre ai loro rapporti. Spesso l’odio, rinteresse,
la vendetta, o altre passioni sciolgono agl’ uni la lingua, e chiudono agl’altri
la bocca. Qui è dove fa dnopo,, avere continuamente la bilancia in mano, e
procurar di farla inclinare piuttosto a favore degli Accasati .,, Li vostri
antichi Amici, ed i vostri Domestici li più familiari devono esser per,, voi
non meno un soggetto di precauzio-,, ne. Disprezzarli, sarebbe, un ingratitu-,,
dine, sollevarli, ed arricchirli soverchia-*,, mente, produrrebbe contro di voi
un argoinento perenne di rimproveri, e dimormorazioni. Si giudicherà di voi per
mezzo de’ vostri Amici, e i loro difetti saranno a voi attribuiti. Cercate
adunque di disfarvi dei meno discreti, e di quelli, che sono nelle loro brame
insaziabili \ • 1 • i regrìnarum vero Religionum auctor esodio, ac Supp liciis
prosequere,. qui nova numi na introducane, multos ad peregrinis Legibus utendum
pelliciunt ; inde conjurationet, coi- tioncs, et conciliabula existunt, minime
unius principe fui commodae res ; itaque nequeDeorum contemptorem, ncque
praestigiatorem allum tolerabi *. Governo : L’ingiusta preferenza produce del
malcontento, e quindi può ancora cagionare il rovescio totale di quello. Siate
il protettore dei Grandi fino ad un certo punto, ma l’eterno sostegno dei
deboli, ed il vendicatore degli oppressi.,, Proteggete con energia le arte
utili, clic esercita il basso Popolo, e bandite gli oziosi. Ordinariamente le
sommosse popolari incominciano da pe rsone disoccupate, *, e sono fomentate da
nomi di partito, che,, si danno reciprocamente per farsi ingiuria; ciò forma la
sorgente delle rivolte, che Fa duopo distruggere nella nascita. L’abuso della
propria autorità è il più,, grande dei mali per un Sovrano. Dare esecuzione a
tutto ciò, che si può, è lo stes« i, so soventi volte, che fare più di quello è
>, permesso. Più utio si conosce potente, o più bisogna > che vegli sopra
se stesso per non farsi trascinare dai proprj desiderj. Gli,, Adulatori vi
lusingheranno sopra i vostri di? : b fatti > ma segretamente vi
biasimeranno. Abbiate dunque per massima di regolare la,, vostra condotta, non
tanto su quello, di i, cui siete stato redarguito, ma sù quello, per cui
potrete essere rimproverato. Riflettete sopra voi stesso, e non già come,,
Sovrano, ma come Suddito responsabile j, di tutti i vostri andamenti al
Publico, il quale vi osserverà con tnttà 1 attenzione,,, e vi giudicherà con
rigore maggiore di quello, di cui voi userete verso di esso. Ecco, o Cesare, il
dettaglio delle qua. liti, che voi dovete acquistare, c de'sco-,, gli, che
dovete sfuggire. La sapienza, di cui il Cielo ha voluto decorarvi, vi servi-,,
rà di. guida, e 1* esperienza vi faciliterà l’arte di governare. Entrate
adunque, entrate con confidenza nella carriera, che le vittorie vi hanno aperta
; Roma, e l’Universo vi reclamano, come il solo Uomo capace di riparare ai
disordini di una Repnblica andata in decadenza. Quelli, che vi esortano a
consumare la Rivoluzio-, ne, amano sinceramente la Patria. Che dolcezze non
gusterete in una amministrazione tranquilla, in cui voi farete la felicita di
un Mondo intero 1 Ninna cosa è più dolce del dominio, allorquando il Dominatore
è capace di procurare la comune felicita. Non vogliate discacciare la fortuna,
che vi ha scelto fra mille per sostener Roma vicina a cadere. Regnate senza
prendere il nome di Re, e siate Sovrano senza altro titolo, che quello di
Cesare, o d'Imperadore. In una parola, la regola più sicura onde rendere
amabile il vostro Impero è quella di governare li popoli a voi,, soggetti, come
bramereste di essere gavernato voi stesso, se i Numi vi avessero,, fatto per
ubbidire. Il tX scorso di M. dissipò le dubbiezze di Ottavio, gli trasfuse
nell'animo maggior sicurezza, e non esitò ulteriormente per aderire al progetto
di quello. 11 bravo Agrippa non restò malcontento al vedere posposto il suo
sentimento, perchè comprese anch’es-, che il suo Padrone rischierebbe meno di
quello, che non si era creduto, sul posto eminente > nel quale veniva
consigliato a perpetuarsi > e che l’utilità publica si troverebbe unita alla
gloria del medesimo. Egli non potè non ammirare la saviezza, e profondità delle
massime politiche di M., proposte per rendere felice un'Amministrazione
Monarchica ; e perciò l’esperienza ci ha fatto quindi conoscere > che tutti
li Re veramente degni del Trono hanno formato il loro piano sù quello, che il
sudetto M. presentò ad Ottavio. La lettura del suo discorso > che per intero
ci è stato dallo Storico Dione trasmesso è un Capo d’opera, che anche ai nostri
giorni, ed in ogni tempo può istruire li Sovrani a divenir felici, procurando
la prosperità de’ loro Sudditi. Il laborioso Catrou, da noi tante volte, citato,
suppone, che non ostante l' efficacia Dion. Catrou Catrou loc. cit. lib. 5. K
t+6 delle ragioni dettagliate da M., V à~ nimo di Ottavio restasse tuttora
perplesso, ed irrisolato ; e che il Poeta Virgilio determinasse qnesta sua ir
risolutezza, e lo inducesse ad ahbracciare definitivamente il prò* getto della
Monarchia. Il Catrou parla in tal guisa (i,) Osare, avendo ripieno lo spirito
di tutto ciò, che aveva ascoltato da Mecenate, non ebbe rossore di
consigliarsi,, ulteriormente con uno de’ suoi domestici i nomo di bassi natali,
nato in un villaggio da poveri genitori, ma li di cui ta-* lenti erano sublimi
Questo fu il famosò Virgilio, Poeta, la memoria del quale si,, conserverà in
tutti i secoli. Da lungo tem-,, po egli era al servizio di Cesare Ottaviàno, e
per mezzo di vili principj èraginnto a meritarsi il favore delsno Padrone .,,
M. lo aveva tirato dalla polvere -, ed egli aveva già spiegato quel genio
incomparabile, che faceva presagire un altro Omero . Virgilio fissò la
irrisointezza dell’ lmpefadore con queste parole :,, Tutti quelli, che si sono
finora impadrbnifi del Governo non visorio riusciti, fe perchè f Perchè po.o
giusti verso degli,, altri, han dovuto, incessantemente paren-,, tare le mani
vendicatrici de 'malcontenti Voi al contrario, o Signore, che il Cielò - - *1 •
loc. cit. ha fatto nascere giusto, e moderato, passerete giorni avventurosi,
facendo pro-,, vare ai Romani un impero amorevole. Sembra però, che il Catrou
in questo luogo siasi fatto sorprendere da quella Vita di Virgilio, che viene
attribuita a Donato Grammatico, e dì cui si è fatto di sopra menzione (i).
Siccome però questo scritto, Il Succennato Autore della Vita di Virgilio si
spiega nel modo seguente. Postcaquam Augustus summa rerum omnium poti tus est,
venit in mcntem, an conduceret Tyrannidem omittere, et omnem potestatem annuii
Consulibus, et Senatui Rempublicam reddere. In qua.re diversae sententiae
consu/tos habuit Mae cenai eni, et A grippata. Agrippa enim utile sibi fare,
edam si honestum non esset, relinquere Tyrannidem longa oratione contendit,
quod Maccenas dehortari magnopere conabatur. Q tiare Augusti animus et hinc
ferebatur, et illinc. Erant enim diversae scntentiae, variis ratiombus
firmatae. Rogavit i gi tur Maro ne m, an conferat
privato homi ni, se in sua Republica Tyrannu/n faccre. Tum ille : Omnibus
ferme, inquit, Rempublicam aucupantìbus molesta ipsa Tyrannis futi, et Civibus
; quia necesse crat odia subditorum, aut eorum injustitiam, magna suspicione,
magnoque timore vivere. .. Q uare si jusCitiam, quod modo facis, omnibus in K a
a sentimento di tuffigli Eruditi, è pie nò di errori, e di favole, cosi non può
fissare la nostra attenzione su quanto narra di Ottavio nel momento, in cui
stava per decidersi sulla scelta o della Monarchia, o del ristabilimento della
Republica. Se sussistesse ciò, che ivi si legge, cioè > che Vi rgilio
determinasse il sudetto Ottavio ad uniformarsi al sentimento di M., non si
sarebbe certamente omesso da tanti valenti Biografi, « he hanno parlato
diffusamente, e di Virgilio, e di Ottavio ; e Dione segnatamente, che ha
trasmesso alla posterità gli eloquenti, e giudiziosi ragionamenti di Agrippa, c
di M., e che inoltre afferma positivamente, che Ottavio si attenne al parere
del secondo, sembra, che non avrebbe occultata una notizia cosi interessante, e
rimarchevole. De la Rue accenna appunto questa ragione per escludere la verità
di quella circostanza narrata dal sudetto Donato Se non fosse un fatto del
tutto assurdo ( dice egli ),, che Virgilio consigliasse Ottavio ad aderì-,, re al
progetto di M., e che deter-,, minasse l’animo vacillante di quel Princi
futurum, nulla hominum facta compositione, distnbues ì dominar i te, et tibi
conducet, et orbi . Ejus sentcntiam sequutus Cattar Priaeipatum tenuit » » pc,
non si sarebbe narrato dal solo pseui, do-Donato, ma sarebbe stato ai posteri
trasmesso dalla penna ancora di Storici il rispettabilissimi. V Ambrosi, che
pensava come de la Rne, nel premettere alla sua magnifica Edizione dell'Opere
del sudetto Virgilio la indicata Vita di Donato, cosi previene il Lettore
infine della medesima e in cui visse •. Imperciocché nveutre Sesto Pompeo,
fi-,, gliò del gran Pounpeo, richiede il Patrimonio paterno, sconvolge, e mette
sossoprali mari d’Italia, e di Sitilia; men», tre Ottavio si vendica degli
Uccisori di Giulio Cesate ano Padre, si divellano scene sanguinose nelle
Campagne della », Tessaglia; mentre il genio incostante, e,, e volubile di
Marco Antonio, o deprezza », Ottavio, corno successo re di Cesare, o,,
acciecato dagli amori di Cleopatra, indina a divenire un assoluto padrone del
Governo, il Popolo Romano no» potè tro-,, vare il. suo seampo » che gettandosi
in brac• ciò alla schiavitù. Ma buon per noi, che «, in cosi terrihile
sconvolgimento di cose» i, le redini del comando caddero nelle mani,, eli
Ottavio Cesare Augusto, il quale eoa », la sua sapienza, e con la sua
sagacitàsep i5a pe riordinare le membra scomposte dell’ immensa mole dell’
Impero, che non sarebbero tornate sicuramente al suo luo» go, se dalla meote,
dal senno, e dalla abilità di un solo non fosse stato il Governo diretto (; ).
Fior. lib. 4 Cap. 3. Populus Pomanus, Caesare, et Pompe\o trucidati, redasse in
statum pristinac libertutis videbatur ; et redierat, nìsi aut Pompcjus Liberos,
aut Cassar haeredem reliquisset ; vel quod utroqua perniciosius juit, si non
collesa quoti -,tlam, mox acmulus Caesarianae potentiac, fax, et turbo
sequentis saeculi, superfuissec Antonius. Quippe durn Scxtus paterna repetit,
trepidatum foto mari ; dum Octavius mortevi patris ulciscitur, ite rum fuit mo
venda Thessalia ; dum Antonius, varius ingenio, aut successorem Cassar i
indignai ur Octavium, aut amore Cleopatrae desciscit in Pegem j nam aliter
salvus esse non potuit, visi confugisset ad servitutem. Gratulandum tamen in
tanta perturbatione est, quod potissimum f ad Octavium Caesarern Augustum somma
rerum rediit, qui snp lentia sua, acque soler tia, perculsum undique, et
perturbatovi ordinavi Impcrii corpus,i quod ita haud d tibie nunquam coire, et
consentire potuisset, nisi uni us Praesidis nutu, quasi anima, et mente,
regcretur, Il grande progetto della Monarchia unfc*versale da M. proposto, non
era conosciuto, che da esso, da Agrippa, e da Ottavio. Siccome il silenzio è
l'anima delle imprese delicate, cosi questo dovette esigere da Agrippa un
segreto inviolabile, dovendosi mettere in esecuzione con metodo, con
circospezione, lentamente, e senzacbe i Romani potessero avvedersene, giusta le
istruzzioni dell’Antore del medesimo. Ottavio segni in tutte le parti li
consigli di questo savio Politico, e gli fu debitore della suar gloria, e della
felicità del suo Regno. In fatti riformò subito il Senato.; ed es» eludendo
que’ Soggetti, la di cui presenza in quel Corpo rispettabile, o non poteva
recave alcun vantaggio, o cagionargli del male, ve ne sostituì degli altri di
sperimentata prudenza. Usò in questa riforma la precauzione di far vedere, che
da esso era quello in special maniera onorato, per non cade «54 re nella stessa
disavventura, alla quale fn sottoposto Giulio Cesare, il di. cui disprezzo ingiurioso
per un Magistrato composto delle più illustri Famiglie di Roma, fu più
veramente la cagione della sua morte funesta, che l’interesse della publira
libertà. Aboli tutti li debiti dai Cittadini contratti con lo Stato. Dichiarò
nulli tutti gli Atti, che la necessità del tempo aveva fatti promulgare
nell’epoca del Triumvirato, Abbellì Roma di grandiosi Monumenti, e divenne
ristoratore di un grande numero di Templi, li quali o le guerre passate avevano
rovinati, o per mancanza,di denaro, erano stati negletti.?, Stabili, che la
distribuzione gratuita del grano, che, per costume antico j; soleva farsi .al
Popolo sopra li fondi, del publico Tesoro, fosse più frequente, e che in ogni
distribuzione se ne dasse alle povere famiglie una misura quadrupla di quella,
che prima era in usanza. Questi, ed altri regolamenti salutari gli conciliarono
una stima generale, ed era, per dir cosi, idolatrato da tutti. Allora M. si
avvide con la profondità delle sue viste politiche, che il suo Progetto era
giunto alla maturità, e che il Senato, Roma, e tutti gli Ordini dello Stato
erano già disposti a riconoscere l’impero di Echard loc. cit, un solo nella
persona del sno Padrone ; perciò concepì un secondo Progetto, per ultimare il
primo, che sembrava piuttosto stravagante, e pericoloso, ma che doveva
inseguito produrre tutto il suo effetto. Consigliò pertanto ad Ottavio', che si
pre. sentasse in Senato, e con un discorso politico, ed artificioso rinunciasse
al comando assoluto, che allora riteneva, rimettendolo nelle mani de'snoi
antichi Magistrati. Gli fece riflettere, che con questo mezzo non solo non lo
perderebbe, ma anzi avrebbe ottenuto, eh’ egli, il quale finallora era stato
arbimanamente Padrone del Mondo, per consenso di tutta la Nazione, sarebbe
divenuto Monarcha legittimo ; inoltre, che, mediante le riforme già fatte e nel
Senato, e nelle altre Magistrature, erasi procacciato una quantità di
Partegiani, che per le sue liberalità, per la sua giustizia, e per lesile
maniere obbliganti era sommamente amato dal Popolo ; che in conseguenza,
allorquando questo, ed il Senato avrebbero inteso pronunciarsi da]la bocca del
loro benefattore la rinunzia alla direzione del Governo, o per riconoscenza, o
per rispetto, o per politica, o per non perdere le dolcezze della vita, e del buon
ordine, ch’esso aveva introdotto, non solo non avrebbero accettato la
proposizione, ma lo avrebbero pregato a perpetnarsi in quell’impero, acni
finallora aveva preseduto. Ottavio adunque penetrato, e persuaso dalle ragioni,
donde era stato dal suo Ministro istruito, si presenta in Senato, e con un’aria
d’ingenuità, e di franchezza sorprendente, in tal gnisa si fece a parlare.La
proposizione, che io vengo a farvi, Padri t3 Coscritti, sarà da pochi
approvata, e da molti stimata incredibile. Soventi volte la j, diffidenza, con
cui sogliono riguardarsi le persone costituite in dignità, fa rendere sospette
le medesime, anche quando parlano, ed agiscono sinceramente, Io mi esporrei
immancabilmente a questo perin colo, se non fossi determinato di dare una s pronta
esecuzione a quanto sono per pròA porvi. Voi vedete, Padri Coscritti, a qual »
rango sublime mi hanno fatto giugnere la,, sorte delle armi, ed una condotta
moderata. Capo assoluto, ed indipendente della Repnblica, io sono in istato di
far uso del»» m i a potenza, e di perpetuarmela. Ap-,, pena uscito dalla
fanciullezza, impugnai la >1 spada, e volai a vendicare l assassimo di un
Zio, che mi aveva adottato per figlio,,, Nel momento, in cui entrai in questa
carn riera, presi la giustizia per guida, e la,, vittoria divenne mia compagna.
Fui coiì stretto a combattere con nemici di diverso carattere, e di qualità
differenti. Bi*,, sognò dissimulare con alcuni, ed aprire con essi delie
relazioni per non soccombere j> sotto il peso della moltitudine. Mi convenne
in seguito perseguitare gli altri ardilaniente, e costringerli a rivolgere
contro essi stessi quel braccio, che era stato funesto a Giulio mio Padre. Mi
associai alcuni compagni delle mie vittorie, e divisi con essi il peso del
Governo. Che cosa quindi ne accadde ? Lepido in Africa lasciò decadere con la
sua negligenza gli affari di Roma ; Antonio, esposto nell' Egitto, e nell’Asia,
come su di un teatro, disonorò con la sua turpe condotta il nome Romano, j, e
lo rese abbominevole a tutto l’Oriente. Il Cielo secondò quello zelo, che esso
stesso mi aveva trasfuso per riparare a tali disordini v Antonio non esiste
più, e Lepido,, vive nell’ozio giorni felici per un uomo del suo carattere. Che
cosa vi aspettate, Padri Coscritti,,, da un Vincitore, padrone del suo, e del
vostro destino? Tutte le Fazioni sono distrutte; ogni corpo di armata sulle
Frontiere è comandato da Geuerali, che godono tut-,, ta la mia confidenza. Li
Re nostri Alleati,, non ricevo.no l’impulso, che da miei cenni, ed i loro
soccorsi non marciano, che agli ordini miei. Il denaro proveniente dalle nostre
rendite non è versato, che nel mio i} tesoro, e non ne va nelle publiche casse,
che quanto io ne permetto. Fiù. Io eonosco i vostri cuori, e quello del Popolo
Ro-,, mano in generale. Io potrei rispondere del vostro affetto verso di me, e
riposarmi sulla publica benevolenza. L’indipendenza adunque, e la Sovranità
possono andare più oltre? Ma perchè tenervi più lungamente sospesi ? Ascoltate
con attenzione le mie parole, ed il suono delle medesime faccia passaggio alla
più lontana posterità . Questo Vincitore, Sovrano assoluto, questo Generale
Supremo di tutte le forze di Roma, questo linperadore adorato dal popolo
sagrifica al bene della Patria gli onori, di cui lo avete ricolmato, li
titoli,,, che gli avete Conferiti, in fine tutto il frutto delle sue vittorie.
In questo istesso istante io vi restituisco li miei diritti sulle Armate, sulle
Leggi, sulle Finanze, sul governo delle Provincie, in una parola sù tutto ciò,
che voi mi avete accordato, e che la necessità delle circostanze mi hacostretto
ad accettare. Che volete di più? Ora si dica pure, che io non ho travagliato,
che per il mio ingrandimento, quando mi esposi a tutti li pericoli delle
battaglie. ORoma, tu fosti sempre presente agl’oc-,, chi miei ! A Perugia,
nelle Campagne di Filippi, in Sicilia, nel Golfo di Ambracia,,, e nell’Egitto!
A te sola io allora immolava >, li tuoi, e li miei Nemici, e non fui prodi
1S9 if go del mio sangue, che per assicurare la liberta Romana. Ah fos'se piaciuto
ai Numi, che io non avessi impiegato il mio Ministero in guerre civili, che ci
hanno esaurito di Cittadini, e spopolato le Provincie. O mia cara Patria,
perchè non ti trovai tranquilla, conte al tempo de’ Padri nostri ! Cielo t tu
non me lo hai permesso ! Benché giova•netto mi scregliesti per essere il
vendicato}> re del più perfido assassinio, il riparatore degl’insulti recati
alla Nazione Romàna, il ristoratore della nostra gloria eclissata, e finalmente
il pacificatore di tutto il Mondo!,, La mia opera è compita > ed ho
pienamente sodisfatto ai miei destini. Permettete > Padri Coscritti, che
iomen vada nella solitudine a bearmi di quella fe>, licità, che io stesso ho
procarata. Ora non posso, senza ingiustizia ritenere più lun-,, gamente un
potere, che a voi appartiene ;,, e questa mia volontaria cessione è dovuta alla
mia propria sicurezza, per mettermi al cotperto degli assassini. Che anzi non
so-,, lo vi rendo le vostre leggi, e tutti li vostri antichi privilegi, ma vi
dono eziandio l’opulento mio patrimonio, e le prerogative, che io posseggo per
diritto della mia nascita(i). (i) Dion. lih. 53. Catroutom. 19. » dotta, e
nelle tue operazioni, nè mire am>» biziose, nè avarizia, nè verun’ altro
di,, que vizj, che sogliono albergare ne Cortigiani, e nelle Corti. Properzio
scrivendo allo stesso M., ci da à conoscere, che quel suo disinteresse per gli
onori sublimi, ai quali avrebbe potuto pervenire, prodnceva un’ azione si
gloriosa, e commendevole, che il di lui nome sarebbe dalla fama, e dai posteri
celebrato al pari di quello de’ Camilli. (a) (1) Apnd Pontan. in Symb. Georg.
Virgil. lib. a. pag.aay. Regis eros genus Etrusci, tu Caesaris olirà D exter a,
Romanac tu vigili] ibis eras. Omnia curri posscs tanto tam carus amico, T e
sensit nemo posse nocere tamen. Eleg. Maecyias eques Etrusco de sanguine Regum,
Intra fortunam qui cupis esse t narri Di più questo suo morigerato contegno, e
Mobile disinteresse serviva anche d’esempio alle famiglie le più cospicue de’
Romani Cavalieri, e ne ebbe imitatori, ed ammiratori. Crispo Sallustio, fri gli
altri, nipote di una soìclla dello Storico di questo nome, seguì perfettamente
il tenore di vita di M.. Sul finire di quest’anno (Scrive Tacito) mo-,, rirono
due illustri personaggi Lucio Volusio, e Sallustio Crispo. *. . Questo, nipotè
di una sorella di quel Cajo Crispo Sai* lustio elegantissimo Sri ttorc delle
Storie Ro*,, mane > da cui fu associato alla sua Famiglia,,, aveva tutti li
mezzi li più potenti per ottenere qualunque dignità ; tuttavia, emùlandò la
condotta di M., senza il titolo di Senatore, Superò in potenza molte
famiglie,che erano state decorate delTrionfo, e Consolari ». ». Mentre visse
Metani libi romano dominas in honore sccures, Et liceat medio ponere jura foro.
Et tibi ad effectum
vires dei Caesar, et omni T empore tam faciles insinuentur opes ; Parcis, et in
tenues h umile m le collegi* umbras, Velorum plerMs subtrahis ipse sinus. Crede mihi magnos aequabunt ista Camillos Jndicia, et
veniet tu quoque in ora virum, Ì76,) cenate, Crispo fu il secondo > cui
venivano affidati li segreti Imperiali ; fu il primd i, però, quando quello
cessò di vivere, Ciò non ostante Augusto procurava di compensare questo
commende’vole distacco dagli onori luminosi del suo Favorito colli tratti del*
la più tenera amicizia, e della più sincera confidenza. Imperciocché,
allorquando il peso, e la serie degli affari del Governo gli lasciavano qnalche
tregua, si portava sovente a visitarlo anche nella maestosa Villa, che
possedeva sulle fertili sponde dell’Aniene. Quivi Ottaviosi compiaceva di
rivedere l’amico, di consultarlo, e di riceveie sempre consigli, istruzzioni, e
massime per ben g vernare, e per ben governarsi ; che anzi vi è chi crede, che
il memorabile Congresso frà Tacit. Andai, lib.3. cap-.3o. : Fine anni
concessere vita insignes Viri L. V olusius, et Sallustius Crupus. Crispum
equestri crtum loco, C. Sallustius, rerum Romanarum flore ntissimus auctor,
sororis nepotem in nomea adscivit ; atque Me, quamquam prompto ad capesse ndos
honores adita, Maecenatem aemulatus, sine dignitatc Senatoria multos
Triumphalium, Consulariumque potentia anteiit . Igitur incolumi M. proximus,
mox praecipuus, cui secreta Imperaiorum inniterentur. (a^ Marquez Dis. sulla
Vita di M. Ottavio, M., ed Agrippa, e le deliberazioni per rinunciare, od accettare
la Sovranità fossero tenute nella tranquilla solitudine, e nel dilettevole
silenzio di questa Villa deliziosa. Ed in vero qual luogo più opportuno per
trattare con riflessione, maturità, e quiete un oggetto cosi grande, che aveva
relazione con gl’interessi dell’Universo ? Di più ; se Ottavio era sottoposto a
qualche infermità, non già restava nella Corte, in mezzo a suoi domestici, ed
agli adulatori. Esso non si trovava contento, e non sentiva sollievo alle sue
fisiche indisposizioni, che nelle mura dell’abitazione, e fra le braccia Volpi
Lat. Vet. lib.18.Cap.?. Cumvero bis Augustus deliberaverit de su.mma Imperli
abdicando, et inpristinam restituenda Reipublicae libertate, et in gravissima e
deliberatiti— nis consultationem Agrippam generum, et M. amicissimum arbitros,
et consiliarios assumpserit, quemadmodum in majoris momenti rebus omnibus
consueverat. Agrippa ad illum longissimatn prò abdicando ora tionem habuerit,
prò retinendo ac optime in stituendo rerum regimine M., haec in nostra Tiburti
Villa M., ut potè in serhoto à turbis, securoque odo, agitata fuisse,
vehementer, ut suspicor, inclinat animus. M del suo M. Svetonio ci dice
chiaramente, che quello in tempo delle sue malattie riposava nella casa di M..
Ma la stima, la tenera amicizia, la fiducia, il rispetto, che dimostrava
Augusto verso M., non si limitavano soltanto a queste semplici dimostrazioni,
che possono chiamarsi materiali, e passeggere; egli amava di essere istruito
incessantemente da quello nelle vie difficoltose del Governo, e ne riceveva
ancora con tutta la rassegnazione li più umilianti rimproveri, quando
conosceva, che erano diretti contro le sue passiotai t Fra le altre istruzioni
benefiche, e salutari, che M. aVevà suggerite ad Ottavio, vi era quella, coti
la quale gli veniva raccomandata la moderazione, perche aveva conosciuto, che
l’animo di questo inclinava alla severità, ed all’ira. A tale effetto pare, che
si facesse seguire da M. in tutti li suoi andamenti, ed in particolare maniera
quando doveva sedere nel Tribunale, come Giudice supremo. Allora M. esaminava
le sue mosse la sua voce, e li suoi delineamenti, e se rimarcava, che T
lmperadore agiva con dol fi) In Octav. in Art. 77. Aeger autetìi, Augustus, in
domo Maeccnatis cu.ba.bat » eezza, con giastizia, a sangue freddo, e non si
faceva sorprendere dal risentimento, che porta con se la severità, lasciava,
che operasse liberamente, e se ne compiaceva ; ma se scorgeva, che nel Giudizio
Voleva far nso di nn rigore soverchio, eccessivo, e non giusto, anche sul
Tribunale»- in mezzo alla moltitudine > che lo ascoltava > e dond’ era
circondato, lo redarguiva, lo faceva tornare in calma, egli faceva rammentare
la sua massima salutare, GTIstorici tutti hanno avuta l’attenzione di
trasmettere alla posterità un esempio memorabile del dominio, che M. aveva
sullo spirito di Augusto per farlo marciare con la moderazione > e con la
dolcezza al fianco in ogni sua intrapresa. Sedeva egli una voltata qualità di
Giudice alla presenza di molti Accusati, che attendevano la loro sentenza. M.
si avvide, che stava per pronunciare contro quegl’ infelici la sentenza di
morte. Siccome conosceva» che era ingiusta, e la folla del popolo non
permetteva di avvicinarsi al Tribunale, e nel luogo, sù di cui sedeva, •crisse
queste parole ardite nelle sue tavolette incerate > e nello stesso tempo
gettolle ad Ottavio Sorgi, o carnefice, ed esci da questo luogo Ottavio conobbe
la mano di chi le aveva scritte, si rammentò subito di ciò, che forse per nn
momento aveva dimenticato, si levò dal Trisanate, e dimandò assolati quegli
Accasati. Che M. ha un impero irresistibifé suH’ahimo d’Augusto, e
particolarmente ne’movirtie'rtti dell’ira, e della severità, lo fece conoscere
lo stésso Angusto, quando quello aveva cessato di vivere, e di assisterlo.
Giulia sua Figlia aveva ricoperto di scandalo la Corte con le sue dissolutezze.
Il Pad re sommamente rammaricato non poteva rimediare n questo disordine
domestico. Tr.v sportato dall’impeto della collera, rilegò la Figlia, e rese
publica la di lei disonestà. Poco dopo rientrato in se stesso, si penti de’suoi
trasporti inconsiderati, e di questa publicità, che disonorava la sua casa.
Allora ricordanti^) t>!on. . Tarn vero si cubi ira impoteutius efferretur,
utile m cura sibi habuit, a quo ab ira ad mansuetiorem animum reduceretur. Unus
ejus rei documentarti prof e-* ram. Praesetite aliquando M., Augu. stus prò
Tribunali stdens, cum multos esset morte damnaiuras, praevidens hoc /ore M
accenni, cum per circumstantium coronam ad ipsum irrumperè, ac proximc
assistere ne qui rct, haecvcrba in tabella scytpsit : Surge vero tandem, Carni
fex ; vamque Tabellam, qua* si atiud quid indicantem, in sinum Augusti
projecit, qua lecca, is statini suri exit, nomi * ne morte mulctato. i8l dosi
di Agrippa, e di M., e della saggezza de’consigli, che da essi soleva ricevere
quotidianamente, esclamò replicate volte. « Ah, che questo non mi sarebbe
accaduto, se o M., o Agrippa fossero stati ancora al mio fianco fi ). Dal
contesto della Storia, che ha parlato di Angusto, e di M., si rileva
agevolmente, come, dopoché quello si assise, e consolidò sul Trono Imperiale, e
fu messo in piena esecuzione il sistema della Monarchia universale, questo si
ritirasse affatto dalla grande amministrazione degli affari politici. Finché il
suo amico lottava co’nemici, che si opponevano alla di lui grandezza futura,
egli compariva in mezzo alle imprese le più rilevanti, e spinose, affrontava
delle ambascerie malagevoli, contribuiva a trattati di pace li pia vantaggiosi,
diveniva Prefetto, Amministratore, ed Arbitro dell’ Italia, e di Roma ; quando
però quello non ebbe più nemici a combattere, più rivali da distruggere, e
restò cqn ( 1 ) Seneca de Benef. lib. 6. Cap. Divus Augu, tus filiam intra
pudicitiae male dictum impudicam relegavi!, et flagiti* Pi ilicipalis domus in
publicum emisit. deinde cum interposito tempore verccundia gemens, quod non
illa silcntio pressisset. ... Saepe ex clamavit ; Horum mihi nihil accidisset,
ti ani A grippa, autMaecenas vixistet . 1 8a vinto, e persuaso a gettare la
base della sudetta Monarchia universale, e che a tale effetto gli fu presentato
il Piano, furono fissati li principj, e le più savie istruzzioni ; in una
parola, dopoché fu sistemato il nuovo Governo politico, M., che aveva a tutto
contribuito, che aveva collocato il suo Amico, e il suo Padrone sul Trono
deirUniverso, e sul rango il più eminente, a cui potesse giungere un mortale,
abbandonò, per dir cosi, le vanità del mondo, ritirandosi fra le dolcezze di
una vita privata, e tranquilla. Continuò a prestare li suoi servigi all'Imperadore,
ma lungi dallo strepito della Corte ; consigliandolo sempre a farsi amare, e a
fare amare il suo Governo. Dopo questo ritiro però. M. non già viveva
nell’ozio, nell’oscurità, e nell’indolenza. 11 genio del grand’Uomo non era
venuto sulla terra per desistere, negli anni migliori della sua vita, dal far
del bene ai suoi simili, ed alla posterità. Coll’aver consigliato Ottavio ad
accettare l’Impe ro in quell’epoca, e in quelle circostanze, aveva reso un
grande vantaggio all’ umanità, giacché con questo mezzo aveva troncato la testa
al mostro spaventoso delle fazioni, sempre famelico di sangue umano, e di
stragi ; aveva ricondotto la sicurezza, e la concordia nelle famiglie, la pace
nella Capitale, nell’ Italia, e nelle Provincie le più remote. Egli però voleva,
i83 e doveva fare di più; -una nazione già colta, doveva migliorarla, un secolo
già istruito doveva perfezionarlo. Protesse in grado eminente, e fece
proteggere da Augusto le arti, li letterati, e le scienze, e nacque subito il
secolo d’oeo del Fune, c delle altre. Si ; dobbiamo pur confessarlo, e
confessarlo con tutta giustiziala posterità è debitrice all’anima benetica di
M. di tutto ciò, che di bello,riguardo alle arti, ed alle scienze risultò in
quel secolo avventuroso, che noi riguardiamo con ammirazione al presente, e che
non meno dovranno ammirare tutte le colte future generazioni. Amando quello, e
proteggendo, facendo amare, e proteggere dal capo dal Governo li talenti, fece
si, che questi si sviluppassero con energia, e prodigassero opere capaci ad
istruire, e migliorare lo spirito, ma incapaci ad essere eguagliate. Li Poeti
migliori di quel serolo hanno celebrato questo favore, e questa protezione di
M., e ci hanno fatto conoscere al tempo stesso, che egli era un protettore
pieno di discernimento, illuminato, che non concedeva il suo affetto, che a
soggetti veramente colti, e di talenti forniti, e che fra quelli, che esso
accoglieva, e proteggeva, regnava una concordia inalterabile Nella Casa di M.
(dice Orazio) regna la purità, e la,, schiettezza ; vi sono banditi tutti
que’disordini, che sogliono eccitare l'invidia 4 la 1S4,, gelosia, e la falsa
emul azione, ed ognuno indistintamente occupa il suo posto, nè si bada a chi
sia più dotto, o più ricco. M. riguardava negl’uomini il solo me. rito. Ogni
dotto veniva da esso con amorevolezza accolto, qualunque fosse la di lui
estrazione. Secondo li suoi prìncipj saggi, e fondati sulla natura, ognuno era
nobile, quando era virtuoso " Sebbene, o M., ( soggiunge il detto Poeta
") ninno sia più illustre dite, fra tutti quelli, che vennero dall’ Asia a
popolare le Toscane Contrade, e e sebbene un di li tuoi grandi Avi, comandarono
vaste Regioni, tuttavia sei Horat.Sat. .M. quomodo tecum ? Hinc repetit. Paucorum hominum,
et mentis bene sanae, Nemo dexterius fortuna est usus. Haberes Magnum
adiutorem, posset qui ferrc secundas, ffunc hominem velles si tradere ;
dispeream ni, Summosses omnes. Non isto vìvimus illic, Quo tu rere modo i Domus
hac nec purior ulla est, Nec magis hit aliena malis ; nilmi officit um quarti,
Ditior hic, aut est quia doctior ; est locus uni Cuique suits. Magnum narras, vix credibile ; atqul Siehabet. tanto
buono, e modesto, che non sai egomentarti, ne aggrinzare il naso, come fanno li
superbi, nella società di gente ignobile, quale, fra gli altri sono io, figlio
di nn padre libertino; Imperciocché taserbi la massima degna di tutti gli
elogj, che nulla nuoce ad nn individuo la bassezza de’ 03" tali, quando
egli sia virtuoso. Ed in fatti, che cosa egli non fece a vantaggio di un
istesso suo Liberto, chiamato Melisso, perchè lo conobbe fornito di talenti, ed
erudito? Era questi della Città di Spoleto, e benché nascesse libero, tuttavia
perla discor»* dia de’ genitori, fu venduto, e sottoposto all’ altrui dominio ;
Avendo avuto la sorte di essere educato con ogni cura j ed attenzione, Lib. i.
Sat. 6. Non, quia, M., Lydorum quidquid Etruscos Incoluit fines, nemo
geaerosior est te ; N ec, quod Avus tibi maternus fuit, atque pa » ternus, Olim
qui magnis regionibus imperitarunt Ut plerique solent, naso suspendis adunco
Ignotos ; ut me libertino P atre natum. Quum referrc negus, quali sit quisque
parente Natus, dura ingenuus : persuada hoc tibi vere, Ante potestatcm Tulli,
atque ignobile regnum, Multos saepe viros, nullis majoribus ortas, Et vixisse
probo s, amplis et honoribus auctof, fece grandi progressi nelle scienze, e fu
data in qualità di Grammatico a M., il quale avendo subito conosciuto il merito
letterario del suo Liberto, raddolci talmente la sua situazione, che lo
riguardava piuttosto, come tin amico, che come un servo. M. però non permise,
che lungo tempo continuasse a portare un tal nome ; lo cancellò subito dal
ruolo de’servi, e lo fece tornare al possesso della sua libertà naturale, col
nome di Cajo Melisso M.; quindi proseguendo a beneficarlo, e ad avvalorare li
suoi talenti, gli procacciò il favore, la grazia, e la protezione dcH’istesso
Sovrano, dal quale fu incaricato di ordinare le Biblioteche esistenti nel
Portico di Ottavia (1 ), Sveton. de illust. Gram. Cap. ai. Co-, jus Melissus,
Spoltti uatus, ingenuus, sedob discordiam Parentum expositus, cura et industria
Educatoris sui altiora studia percepii, ac M. prò grammatico rnunere datus est.
Cui cum se gratum, et acceptum in modum Amici videret permansit in statu
servitutis, praeseritemquc conditionem vcrae origini ante— posuit ; quare cito
manumfssus, Augusto et insinuatus est ; quo delegante, curam ordinandarum
Eibliothccarurn in Octaviae porticu su scepit : Vedi Lil. Greg. Girai. Hist.
Poet. dialog. Arduino in Indie. Anct. Plinii La protezione pòi di M. non era
soltanto di parole, e di raccomandazioni, non era nna protezione sterile, ed
infeconda. Egli faceva parte ai Letterati delle sue ricchezze, e de’suoi beni.
Il lodato Orazio temendo, come già si è di sopra accennato, che . il suo M.
potesse allontanarsi da Roma, e andare con Ottavio nelja guerra contro Marco
Antonio, e Cleopatra, gli scrive una Ode vaghissima, nella quale ci fa
conoscere, che egli era stato arricchito dalla generosità di quello, e glieue
mostra cop effusione di cuo* re, e con tenero canto la sua ricouoscenza « », Tu
pure adunque, ( dice Orazio ) o mio ca-,, ro M., marcerai sulle navi Liburne,,
nella guerra contro Marcantonio, disposto a soggiacere a qualunque periglio di
Cesare ? Ed io intanto, che cosa farò ? Senza,, di te, le ore del viver mio
saranno affanno* se, e moleste. Dovrò forse assiso nel doice ozio, toccare le
corde della mia cetra, e tessere degl’inni ? Ma senza la tua presetiza, senza
l’amabile tua compagnia, lamia », cetra sarà dissonante, e la mia voce roca, e
spiacente .... Dovrò coraggiosamente se-,, g, u irti, o per le alpestri balze
delle Alpi, o sulle vette dell’inaccessibile Caucaso, od anche fino alle ultime
spiaggie dell’Occiden* Art. Melissus. Catron Tirabo* schi Stor. della Lett.
Itati. » te? E vero, che essendo di debole temperamento la mia risolnzione non
potrà recare alcun sollievo alle tue fatiche; ma trovando-,, mi a tc vicino,
saranno meno intensi li miei f, timori, e meno penosa la mia angoscia Io dunque
affronterò non solo questa, ma. qualunque altra militar spedizione, a solo
oggetto di compiacerti, e di mostrarti la mia riconoscenza, e non già perchè
divengano più numerosi li miei aratri, perchè le,, mie agnelle prima della
Canicola faccian passaggio dai pascoli della Calabria alle tenere erbette della
Lucania, o perchè giunf, ga a possedere sulle Colline deliziose del Tuscolo una
Villetta, la quale debba estendersi fino alle muta della Città. Io, o mio v M.,
null’altro desidero, e sono ap~ pieno contento della tua generosa munificenza,
che già mi fece dovizioso abbastanza. Epod. i. Ibis Liburnis inter alta navium,
Amice, propugnacula, Paratus orane Cacsaris periculum Subire, Maecenas, tuo.
Quid nos ? guibus te vita si superstite, Jucunda ; si contra, gravis? Vtrumne
jussipersequemur otium Non dulce, ni tecum simul ? et te vcl per A Ipium juga,
Non solo in questo luogo ; ma soventi volte Orazio ci avverte de’bene&cj, e
delle ricchezze, di cui era stato da M. fornito “ Se il crudo Verno ( ripete
egli ) ricoprirà di neve le campagne Albane, allora il tuoPoeta scenderà sulla
Marina ; quando poi coannoieranno a vedersi le prime rondini, ed a sentirsi il
soffio de’primi zeffiri, allora, o dolce amico M., tornerò, purché,, lo
permetterai, a rivederti. Tu mi face>, sti ricco, non già come l’ospite Cala
Inhospitalem et Caucasufn, Vd Occidenti s usque ad ultimimi sinum, Forti
sequemur pectore ? Roget, tuum labore quidjuvem meo, Imbellii, ac firmai parum
? Comes minore sum futurus in meta, Qui major aìscntes hab:et ; è Libenter hoc,
et omne militabitur Bellum in tuae spem gratiae : Non ut juvencit illibata
pluribut Aratro nitahfur me a, Pecusve Calabris ante iidus fervidum Lucana
mutet patcuis. Nec ut tuperni Villa candens Tusculi Circaea tangat moenia.
Satis, superque me òenignitas tua Ditavit, brese, che suole apprestare allo
stanco viaggiatore frutta soltanto. Che anzi era tale il di Ini zelo, ed
impegno nel beneficare i Letterati, che dopo di averli arricchiti, sarebbe
stato prodigo con essi anche di beni maggiori, se li avessero richiesti, e se
ne avessero mostrato desiderio. Nell'opere dello stesso Orazio si rinviene il
testimonio di una tal circostanza, e quantunque il Poeta parlidi se stesso,
tuttavia sembra doversi credere, che lo stesso tenore serbasse con gli altri “
Sebbene le api Calabresi ( soggiunge il Poeta ) non travaglino per mio uso, e
vantaggio favi dorati ; sebbene nelle mie botti non invecchi,, il vino
proveniente dalle Vigne della Campania, o i pingui pascolali della Gallia non
mi producano lane squisite, tuttavia, o M., mercè la grandezza del tuo animo
generoso, sta lungi dalla mia Casa la molesta povertà ; e conosco, che più mi
da Epist. Quotisi bruma nives Albanis illinet agris ; Ad mare descendet Vates
tuus .. te 3 dulcis Amice, reviset Ctim zephiris, si conccdes, et hiruntline
prima : Non quo more pyris vesci Calaber jubet hospes Tu me fecisti locupletem
»».»»•• / I J 9* •resti, se fossi petulante a chiederti altri beni. Lo stesso
Virgilio nelle sne Georgiche, opera composta ad istanza di M., dà bene a
comprendere di quante cose egli era a questo debitore, e che l’amore, e
l’amicizia, di cui l’onorava davano l’impulso alla sua mente, onde produrre
idee sublimi “ O Mecena», te, ( dice Virgilio ) o tu i che sei il mio i,
decoro, che con Cagione posso chiamarti « la massima parte della mia celebrità,
deh », vieni ad avvalorarmi, e meco trascorri l’incominciato lavoro ; senza di
te la mia mente non è capace di stendere un volo subli'me. Properzio
quell’aureo, ed elegante scritta re della tenera Elegia di sopra accennata,
anch’csso godeva la familiarità, e la protezione di M., anch’esso era stato
beneficato^ veniva da questo mcoraggito ad impiegare, ed esercitare li suoi
poetici talenti “ O Me . Od. . Quamquam nec C alabrae mella f erutti ape*, N ec
Laestry gonia Bacchus inamphora Languescit mihi, necpinguia Gallicis Crcscunt
veliera pascuis ; Importuna tamen pauperies abest ; jNec, siplura velini, tu
dare dcneges. (a) Georg. Jib.i. e lib.a. cit. -cenate, ( cosi pària il Poeta )
o tu, la-d! t, cui stirpe deriva dal sangue dei Re Toscani, perchè vuoi, che io
m’ ingolfi nel vasto pen Jago dell’eroica Poesia ? Le vele grandiose it non
sono adattate alla mia piccola navicella Ma io appresi li precetti della vita
)s da te, e perciò sulTorme tne, e col tuo }} esempio sono spinto a superarti»
«. . Tu t, generoso mio Protettore, prendi le redini dell’ incominciata mia
giovanile carrie ra. ( i ) Il Poeta Lucano, benché posteriore al secolo, in
ctii vissero Orazio, Virgilio e Properzio, e benché non avesse partecipato
delle liberalità di M., tuttavia egli pure encomia altamente la protezione
straordinaria, di coi quello onorava li Poeti. “ Virgilio dice y> egli fu
quel Poeta, che cantò fra li Po* Life. 3. Eleg, y. M., eques Etrusco de
sanguine R cguitl, Intra fortunata qui cupis esse tuatn, Quid me scribendi,tam
vastum mittis in aequorl Non surit opta mede grandia vela rati. At tua,
Maecenas, vitae pratcepta recepì, Cogor et exemplis tc superare tuis. Molli* tu
coeptae f autor cape lorajuventae. n poli dell’ Atisonia le grand’ imprese del
fi. glio di Anchise, e che provocò con il poetico stile romano il genio divino
del vecchio Omero. Ma quello sarebbe forse restato sepolto sotto le ombre di
quelle selve, che fu*,, rono pur anco oggetto del suo canto ; la sua Cetra
avrebbe tramandato uno sterile suono, ed esso stesso sarebbe sconosciuto alle
Na«ioni, se M. non lo avesse animato con la sua tenera amicizia, e con le sue
beneficenze. Ma questo non solo protesse, ed onorò il Poeta di Mantova ; egli
avvalorò il genio di Vario a scuotere il palco teatrale con il tragico coturno
; mostrò ai popoli della Grecia, che ancora le corde delle Cetre latine
sapevano risuonaie dell’ augusto nome di Giove, ed eccitò, produsse, ed
arricchì 1’ italica Lira del Poeta Venosino : 0 M., o decoro, ed onore
delPar-,, naso, degno della venerazione di tutte le generazioni, e di tutti i
cuori, sotto le ali,, benefiche del tuo patrocinio verun Poe.ta pa-,, ventò le
miserie della cadente, e molesta,, vecchiezza. CO Paneg, adCalpur. Pison. vers.
at8., e seq. Ijtse per Ausonias jEneia carmina genteis Qui sonat, ingenti qui
nomine pulsai olympum, Maeoniumque senem Romano provocai ore } Fersitan illius
ncmoris latuisset in umbra, N I Questo favore prestato da M. alle lettere
traeva la sua origine dall’esserne egli stesso coltivatore. Che egli fosse
colto, ed istruito,e che producesse ancora delle Opere in varj generi di
Letteratura non mancano fondamenti per esserne persuasi. Orazio lo chiama dotto
nella lingua greca, e latina. Seneca ha lasciato scritto, che egli era fornito
di un ingegno grande, e robusto, che avrebbe dato nn luminoso modello della
Romana eloquenza, se non l’avesse snervata con la soverchia nata* ralezza. Quod
canit, et sterili tantum cantasset avena, Ignotus populis, si Maeccnate
carcret. Qui tàmen haud uni patefecit !im in a Vati, Nec sua Virgilio permisit
nomina soli, M., tragico quatientem palpita gestu Evexit Varium. Maecenas alta
Thoantis Eruit, et populis ostendit nomina Grajis. Carmina Rornanis etiarn
resonantia chordis, Ausoniamque Chtlyn gradi is patefecit Horatl s O decus, et
toto merito venerabile aevo, Pierii tutela chori ! quo praeside futi Non umquam
Vatés inopi timuere scnectae, (O Lib.3.0d.8. Docte sermo nes utriusque linguae.
Epist. 19- : Ingeniosus vir ille fuit ( Maecenas ) magnum cxemplum Romanae eloquentiae
datar us, nisi tllum enervasset foelici- Sappiamo ancora dal niedesimo autore,
che scrisse un Libro intitolato ilPrómcfeo,, Voglio narrarti ( dice Seneca ) ad
detto di Mecenate, cioè L’Uomo, che è in supremo grado, ed in una somma altezza
di stato vive,, sempre in timori, ed in tempèste a guisa del tempo, che tuona
Se mi domandi in qnai libro egli parlò in tal gnisa, ti rispondo, che lo ha
detto in quel libro intitolato da esso Prometeo Di più secondo lo stesso
Seneca, scrisse altra opera avente per titolo de culto suo » 11 Cenni afferma,
che queste due opere fossero scritte da M. in versi, e che il Prometeo era una
Tragedia. Aggiunge inoltre, che altra Tragedia intitolata Ottavia è parimenti à
quello attribuita. (2) tas : Epist.93. : Habuit enìm, M., ingenium et grande, et virile nisi
illad ipse discinxisset. Senec. Epist.i 9. ; Volo Ubi rej erre hoc loco dictum
Maecenatis,, Ipsa enim altitudo attonat summa,, Si quaeris, in quo libro
dixerit, in eo, qui Promethcus inscribitur. Cenni Vita di M. - : In questo luogo l’autore si è
dato caricò di trascri vere tutti li frammenti delle opere, delle quali fu
autore M., estracndoli da varj Biografi. Lo stesso ha fatto Lilio Gregorio Gt N
a I I delle altre in prosa, e segnatamente dei Trattati concernenti materie di
Storia naturale. Imperciocché si rileva da Plinio, che quello fuAutoredi un
libro sulle differenti specie delle pietre preziose. ( e da Prisciano, che
aveva scr tto una Storia in dialoghi intorno agli Animali, citandosi da quello
il dialogo decimo. Di più, secondo Solinò scrisse ancora una Storia delle
imprese di Augusto. In fatti si può conoscere dalle Odi di Orazio, che M. aveva
tutta la premura, onde fossero celebratele geste gloriose del suo Sovrano, che
perciò venisse quel Poeta vivamente stimolato ad occuparsene, che questo si
scusasse, dicendo, che non conveniva alla lirica poesia di cantare oggetti
gravi, e strepitosi; ed esortando lo stesso M. a scri raldi nel Dialog.4. hist.
poet. che possono consultarsi. Hist. Nat. . cumNot.Harduini. Apud Harduin. in
Indie. Auctor. lib.i» Plin. Art.M.: M. eques romanus, Augusto gratissimus,
cujus res gestas lietcris consignavit, ut ex Solino discimus ejus Dialogorum
lib.10. laudai Priseianus lib.i .pag.61.: Vedi Catrou lib. 7. Tom. 19. nelle
Note. 9 6 Oltre le snccennate opere in versi compose vere la Storia, che tanto
bramava « Cessa di,, stimolarmi, o M., ( scrive Orazio ) a cantare ron le
deboli corde della mia Lira,,, oil lungo assedio di Numanzia, o il fiero,,
Annibale, o il mar Siciliano rosseggiante di,, sangue Cartaginese, o l’ardita
impresa de’ Giganti, li quali fecero tremare la fulgida Regia del vecchio
Saturno, debellati quindi dal valore di Ercole, giacché tu stesso potrai,
meglio di me, trasmettere alla posterità con unaStoria le battaglie di Augusto,,,
li trionfi, ed il numero dei Re dal medesirao soggiogati. Anche Servio è d’
avviso, che M. scrivesse la Storia di Angusto, appoggiando Lib.a. Od. Nolis
longa fcrae bella Numantiae Nec dirum A anibaie m, nec Siculum mare Poeno
purpureum sanguine, mollibus Aptari Cithar ae modis: N eo saevos Lapithas
domitosque Hcrculea manu Telluri s juvencs, unde periculum Fulgens contremuit
domus. Saturni veteris ; tuque pedestribus Dices historiis proeliaCaesaris
Maecenas melius, ductaque per vias Regum colla minacium i Iettato, e molle del
tutto riprova, e per ischerzo imitando deride. Macrob. Satur. lib. a. pag. 1
58. : Idem Augustus, qui Maecenatem suurn noverai esse stilo remisso, molli, et
dissoluto, taltm se in epistolis, quas ad eum scribebat, et contro casti
gationem loquendi, quam aliis ille seri bendo servabat, in epistola ad
Maecenatem familiari plura in jocos effusa subtexuit : Vale, inquit, mel gent
rum, mclculc, ebur ex He truria, A da mas super nas, T iberinum margaritum,
Cylniorum smaragde, hyaspis figulorum, berylle Porsennae : Vedi il Turnebio
Advers. Sveton. in Octav. Art. : Oenus elo~ quandi secutus est Augustus
elegans, et temperai uni, vitatis s catene iarum ineptiis, atque Tacito
parlando dell’ottimo, e perfetto genere dell' eloquenza, e della forma del
discorso, insegna frà le altre cose, doversi sfuggire r impeto di Cajo Gracco,
e li belletti di M. Quintiliano ancora riprova nella di lui maniera di scrivere
una certa trasposizione di parole, che rendono il periodo lussureggiante,
oscuro, e vizioso. Se poi si dovesse dare ascolto al surriferito Seneca, M.
sarebbe stato 1 * uomo il piu immorale, e il più cattivo inconcinnitate. ..
pari fastidio sprevit, et Cacozelos, et Antiquarios. Exagitabat non numquam in
primis M. suum, cujus p«X««, ut ait, cincinnos usquequaque perscquitur, et
imitando per jocum, irridet. (i) Tacit. Dialog. de Clar. Orat. cap. 26. Ceterum
si omisso opt imo ilio, et perfettissimo genere cloquentiae, eligendo sit forma
di tendi, malim hercule Caji Gracchi impetum quam M. ealamistros. Quintil.
Instit. Orat.. : Quaedam vero tranigressiones, et lon gae sunt nimis ... et
interim etiam compositione vitiosae, quae in hoc ipsum petuiUur, ut exultent,
atque lasciviant, quales iUae Maecenatis Sole, et Aurora rubent plurima : inter
sacra movit aqua fraxinos. Ne exequias quidem unus inter miserrimos viderem meas
quod inter hacc pessimum est, quia in re tristi ludit composi ciò. Scrittore frà quanti sono itati ammessi nella
Kepublica letteraria. Con qual fiele non si scaglia contro di quello nella
Lettera 1 15, ed altrove ancora nelle sue opere il Maestro di Nerone ? Parlando
egli di M. ora scrive : » Tu vedrai adunque l’eloquenza di un Uomo •>
ubriaco inviluppata, errante, e piena di lingue Ora attaccando anche li di lui
costumi soggiunge “ Quando tu leggerai li suoi scritti, e le parole cosi
viziosamente ornate, cosi negligentemente buttate, così poste fuori dello stile
di tutti, mostreremo, che non meno li suoi costumi fossero nuovi, depravati, p
singolari Seneca Epist.iió.Edit. Lugd.i 5 p. : Quo modo M. vixerit, notius est,
qitam ut narrar i nunc debeat. Quomodo ambulavetit, quarti delicatus fuerit,
quam cupierit videri, quam vitia sua latere nolut. Quid ergo ? Non oratio ejus
aequerite saluta est, quam ìpse discine t us ? Non tam insignita illius verba
sunt, quam cultus, quam comitatus, quam domus, quam uxor. Magni ingenii vir
fucrat, si illud egisset viarectiore, si non vitasset intelligi, si non etiam
in oratione difflueret. Videbis itaque eloquentiam ebrii hominis involutam, et crrantem, et
licentiae plenam : M. in cultu suo .' Quid
turpius ani ne, silvisque ripa comantibus ? Vide ut alveum lyntribus arcet,vcr
* soque vado remittant hortos, .Ma Seneca era troppo invidioso della fama,
della riputazione, e delle doti brillanti di M., il di cni splendore ancora
traspi* rava chiaro, e vivace nel secolo, nel quale quello viveva, e come
Ministro, e Consiglie rodi Nerone, conoscendo, che non aveva potuto, ne’poteva
eguagliare le sublimi virtù politiche, di coi andava nobilmente fregiato il
Ministro, e Consiglierò di Augusto, ne divenne l’nnico, e il più maligno
detrattore. Ter prova di ciò invochiamo 1* autorità di tutti li Biografi all*
uno, e all’ altro contemporanei 4 Non ostante però tutto il male, che dice ne’
suoi scritti, di M., Seneca sapeva benissimo, che questo nel tempio della
gloria Non statim haec cum legeris, hoc Cibi occurret, hunc esse, qui, solutis
Cunicis, in Urbe seraper inccsserit ? Nani edam cum absentis partibus Caesaris
funger et ur, signum a di scindo petebatur .... Hunc esse qui Uxorem millies
duxit, cum unam habueritì Haec verba tam improbe strucca, tam negligenter
abjecta, tam extra consuetudinem omnium posila, ostendunt mores quoque non
minus novos, et pravos, et singulares fuissc. Quasi della stesso tenore parla
Seneca di Me cenate, ed in questa, medesima lettera, e nella diecinovesima
nella nonagesimaterza nella ceutoventi e pc/Lib.x. cap.3. de Providentia.]
occupa il posto di un grand’ uomo di Stato, di un eccellente Ministro, di un
Consiglierò illuminato, e di un Favorito nou infetto dai vizj abominevoli dell’
avarizia, e dell’ interesse, H quali al contrario avevano ad esso procacciato
il possesso di più milioni, estratti con dure estorsioni dal sangue de’ sudditi
Romani. Sapeva inoltre, che quello aveva meriti grandissimi, conforme fu
costretto a manifestare pubicamente, e in faccia allo stesso Nerone,
allorquando, decaduto dal di lui favore, aveva forse cessato di screditarlo,
Imperciocché sappiamo da Tacito, che dopo la morte diJJurro, mori ancora, pèr
dir cosi, la potenza di Seneca. Allora si accrebbero a carico del medesimo le
satire, e le mor* morazioni furono universali per le immense ricchezze, che
aveva accumulate, e segnatamente per la grandiosità de’ snoi Giardini, che
eguagliavano quasi gl* istessi Giardini Imperiali. Seneca volendo dileguare, se
fosse stato possibile, dall’animo del suo Padrone .ogni sinistra impressione,
dimandò di essere ascoltato, lo che avendo ottenuto, recitò al suo Sovrano un
discorso artificioso, o pipttosto la sua Apologia, nella quale fra }e altre
cose, ricordandosi di Augusto, di M., e di Agrippa, e dei meriti politici di
questi, disse cosi : Il tuo antecessore A u 6 ust0 Cesare,,, permise a Marco
Agrippa il ritiro di Mitilene, e a Cajo M. un ozio pellegrini) nella stessa
Capitale. 11 primo, come com-,, pagno d’armi di quel Monarca, ed il secon-,, do
come quello, che seppe disimpegnarsi da molti incarichi laboriosi anche in
Roma, ricevettero dal loro Sovrano ampie ricom3, pense in vista de’ meriti
grandi, di cui erano forniti. Si attribuisce ancora al nostro M. 1’invenzione
di scrivere in abbreviatura. Dione afferma, che egli trovasse alcune note
Tacit. Annal. Mors Burrhi infregit Senecae potentiam variis cr i mi nat io 1
libili Senecam adoriuntur : tamquam ingentes, et privatum supra modum evectas
opes adhuc augeret .... hortorum quoque amoenitate, et villarum magni ficent
la, quasi Principem super greder et ur. .. At Seneca criminantium non ignarus.
tempus sermoni orat : et accepto, ita incipit. Atavus tuus Augustus Marco
Agrippae Mitylenense seeretum, Caio Maecenati in ipsa Urbe velut peregrinum
otium permisit ; quorum, alter bellorum socius, allcr Romae pluribus la~
boribus jactatus, ampia quidem, sedpro ingentibus meritis, proemia acceperant.
fa). : Primusque M. ad celeritatem scribendi notas quasdam literarum
exeogitavit, quam rem, Aquilae Liberti ministerio, multos doaj.it. *o5 per
scrivere con celerità, e che insegnasse questo metodo a molti per mezzo di
Aquila suo Liberto. 11 Catrou è di sentimento, che tali note costituissero un Trattato
per poter scrivere abbreviando le parole. In fatti è indubitato, che la maniera
per scrivere con prontezza, e sollecitamente è quella, che istruisce a scrivere
col soccorso delle abbreviature, e siccome nel caso, di cui si parla, Dione
dice, che M. prirnus cxcogitavit, così pare non possa mettersi in questione,
che prima di questo un tal metodo di scrivere era affatto sconosciuto, e che
egli ne fosse il primo inventore. Isidoro di Sicilia dice (a) che il poeta
Ennio fosse 1’ autore di mille e cento note per scrivere ; che il primo, il
quale in Roma facesse un commento di queste note, fosse Tirone Liberto di
CICERONE (vedasi); che dopo di questo Persannio, Filargio, ed Aquila Liberto di
M. ne inventassero delle altre, e che Seneca finalmente ne ordinasse un numero
di cinquemila. Riguardo però ad Aquila Liberto di M. non sembra giusta
l’asserzione delEaccennato Isidoro, attribuendogli E invenzione di alcune note
per scrivere, giacché abbiamo rimarcato da Dione, che il sudetto Liberto di
Lih.i.orig. cap.aj.' l ioó M. non ne fu inventore, ma che fu il propagatore del
ritrovato, e dell* opera del suo Padrone, e che esso stesso, istruito da
questo, ne istruisse degli altri. Dallo stesso Dione sappiamo (i) ancora, che
M. recò ai Romani un altro rimarchevole vantaggio, qnale Fu quello dei Bagni
delle acque calde. Dal che si ravvisa, che questo specifico salutare, ed alla
umana salute profittevole, non era in Usanza in Roma prima dell’ epOcà di M. ;
cosicché questo, il qnale, secondo le osservazioni già fat* te, era
intelligente della Storia naturale, avendone in prattica sperimentato gli
effetti benefici, ne introdusse fra li Romani l’uso, e l’esercizio. ( a) Mentre
M. passava nel ritiro le ore ( 1) fjOC.eit. Idem primus (M.) RomaeN atatorium
aquis calidis refertuminstitu.it. P linio attribuisce a M. V introduzione nelle
mense de’ figli lattanti dell'Asina, li quali in quell epoca erano preferiti
alli Onagri, o Asini selvatici. Aggiunge inoltre, che il gusto per questa sorte
di pietanze svanì con la sua morte. Ecco il testo di Plinio lib.8. cap.46. ‘ dd
mutar um maxime partus, aurium referre in his et palpebrar umpilos ajunt:
Pullos earum epulari M. institu.it, multum eo tempore praelatos Onagris. Post
eum intcriit authoritas saporis. della snà vita m comporre delle opere io
prosa, ed in versi, in presentare ai Romani, ed alla società delle tifili
invenzioni in proteggere, animare, e arricchì re li Letterati, ed in promuovere
il progresso della Letteratura; Augusto, che in tutti li suoi bisogni non
mancava di consultarlo > gli diresse una lettera. Dal contesto di questa si
rileva, che quello era lontano da Roma, e c he se ne stava fra le delizie della
sua Villa Tihurtina con la dolce comitiva dé’ Dotti, e fra il soave concento
delie Cetre de’ m gliori Poeti. Augusto aveva bisogno di un Segretario, e per
mezzo di quella lettera richiese il Poeta Orazio, che stava presso di M..
“Prima poteva da me stesso, dice Angusto, scrivere delle lettere ai miei
amici,ma ora.o mio M., che,, sono occupatissimo, ed infermo, bramo, che mi
mandi il nostro Orazio. Io sò qnanM to vive contento presso di te, ma spero,,,
che lasceràlesue mense squisite, e verrà nella mia Regia per ajutarmi in
qualità di » Segretario.fi) (Sveton. in Vit. Horat. : Ante ipse sufficiebam
scribendis epistolis amicorum ; nunc occupatissima s, et infirmus, Horatiam
nostrum te cupio adduccre. Vcniet igitur ab ista parasitica mensa ad hanc
Regiam, et aos in epistolis scribendis adjuvabit. Non sappiamo con sicurezza,
sé le brame di Angusto in ciò venissero appagate. M. non avrà mancato di
rappresentare ad Orazio il grande onore, che gli si voleva compartire con
quell’impiego luminoso, ma il Poeta, che amava la calma, che per lo più, lungi
dallo strepito della Capitale, e della Corte ^ desi» derava di ragionare con le
Muse, o presso le onde sussurranti del fonticello di Blandnsia, o sotto le
ombre taciturne del boschetto di Tiburno, avrà mostrato tutta la renitenza di
accettare un tanto onore, e per disimpegnarsi dalle richieste del suo Sovrano.
Sebbene adunque M. si fosse ritirato spontaneamente dai grandi affari della
Corte, tuttavia Augusto continuava a rispettarlo, e a deferire in tutto, e per
tutto alli suoi consigli. Ma questo rispetto, questa amicizia, questa fiducia,
questa uniformità di pensieri fu sempre eguale fra l’uno, e l’altro ? Se
dobbiamo seguire 1’ autorità di Dione sembra esserci stata un’epoca di tempo,
nella quale un adultero amore sconcertasse quella bella armonìa, che per tanti
anni era stata fra di essi inalterabile. Terenzia moglie di M. era una donna
arricchita dalla natura Sveton.Vixit plurimum in se eessururis sui Sabini, aut
Tiburtini, do musane ejus ostenditur circa Tiburniluculum : V edi il de Sanctis
Dissert. sulla Villa di Orazio « a9 tìi tatti li vetti, e di tutte le grazie
seducenti, che sogliono distinguere il bel sesso. Si suppone, che Augusto, il
quale aveya occasione di vederla sovente, come sovente soleva vedere il marito,
ne divenisse amante, e che Terenzia non fosse insensibile alli di lui teneri
sentimenti. Si suppone inoltre, che la fiamma di quello si rendesse cosi
vivace, che Roma ne mormorava ; che per involarsi dalle mormorazioni, e dai
rimproveri de’ Romani, se ne andasse nelle Gallie, portando con se la detta
Terenzia. Soggiunge Dione, che da questi amori nascesse il motivo di quella
freddezza, che si ravvisò per qualche tempo tra M., ed il suo Sovrano, e che
per lo stesso motivo non fosse quello lasciato da questo Prefetto di Roma,
quando intraprese il sudetto viaggio. Sentiamo come parla lo Storico. Vedendo
Augusto, che la sua lunga permanenza nella Capitale riusciva a molti molesta ;
che se,, puniva alcuni colpevoli ; si sarebbe fatti altrettanti nemici ; che se
doveva passare,, sotto silenzio i loro delitti, sarebbe stato costretto ad
offendere esso stesso la nuova i. Costituzione, e a ledere l’osservanza delle
sue leggi, stabili, ad esempio di Solone, di andare lungi dalla patria. Vi
furono peio alcuni, li quali sospettavano, che egli,, si portasse nelle Gallie,
a cagione di Terenzia, moglie di M., affinchè, stanti ti le voci diverse, che
si divulgavano pe Roma, de’ loro amori, potesse in questo viaggio vivere con
essa lontano da ogni ru« more. Lasciò in qualità di Prefetto,, di Roma, e dell’
Italia Statilio Tauro, giacché Agrippa era stato inviato nella Siria, e M. era
già con esso in qual*,, che disgusto per motivo della sua mo» glié (0 • Ad onta
però dell’autorità di qnesto Scrittore non pare abbastanza provato il fatto, di
cui si parla, e che narra riguardo agli amori di Terenzia, ed Angusto ; al
viaggio nelle Gallie a tale effetto intrapreso; ed ai disgusti di quello con
M.. Imperciocché Dion.. Cu/n enim diuturna ejus in Urbe commoratio molesta
multis esset, ac multos, qui contra leges deliquissent plectens offender et,
multis parcens, eogeretur suas ipse leges praevaricari, pere « gre abire,
Sblonis exemplo -, statuii. Fuerunt qui, propter Terentiam Moecenatis Uxorem,
eurn discedere suspicarentur, ut quoniam multi Homae de ipsorum amore sermones
per vulgus darentur, in peregrinatione sua citra om nem rumorem ejus rei cùm ea
vivete posset. Deinde Urbis, et
Italiae gubernatione Tauro injuncta, nam statim Agrippam. in Syriam mite rat ;
e rat autem ei M. propter Uxorem minus j am gratus. Dione non parla di questi pretesi amori, come di un
fatto sicuro. Asserisce semplicemente, che alcuni sospettavano, che correvano
per Roma delle Voci diverse ; ma questi sospetti, e queste voci non valgono
ragionevolmente a costituire una prova tale, che non possa, nè debba credersi
altrimenti ; tanto più, che 10 stesso Diohe, premette il motivo positivo, per
cui Augusto volle allontanarsi da Roma. D'altronde Svetonio, Tacito, Vellejo,
ed altri antichi Biografi di vaglia, hanno parlato, e scritto chi più, e chi
meno della vita publica, e privata di Augusto, e niuno ha riferito, e neppure
accennato li pretesi di lui amori con la moglie di M. É vero, che 11 detto
Svetonio non omise di narrare, che quello non fu esente da’vizj, e che fra
questi non esclude l’adulterio, ma non ha mancato di aggiungere, e di prevenire
la posterità, che questi Vizj deturparono soltanto i giorni della sua prima
giovinezza, e che se commise degli adulterj, non già cadeva in questo disordine
per libidine, ma per discoprire, per mezzo delle mogli altrui, l’animo, e li
segreti de’ suoi nemici, La sua giovinezza ( scrive Svetonio di Augusto ) fu
sottoposta all’imfamia di vari difetti . Gli stessi suoi,, amici non negano,
che fosse dedito agli,, adulterj ; ma in ciò lo scusano, dicendo, che questa
sua condotta non era l’effetto di una passione disordinata, e libidinosa, ma O
2 aia,, che lo faceva per discoprire più facilmente l'animo de'snoi nemici per
mezzo delle loro i, mogli fi). Ora se Angusto commetteva degli adulterj, non
già per libidine, ma quasi direi, per politica, e per quel punto di politica,
che nelle testé riferite espressioni si è rimarcato, ciò non poteva aver luogo
con Terenzia moglie di M.,, sulla sperimentata fedeltà del quale non poteva
quello, nè giammai aveva potuto sospettarle i Inoltre Svetonio riferisce, che
l’epoca di alcuni vizj del medesimo Augusto fu la prima sua gioventù,
inconseguenza resta escluso quel tempo, in cui si suppone l’amorosa passione
con Terenzia, ritrovandosi egli allora in età di circa anni quarantacinque fa).
Meno prova ancora, che partendo perle Callie, non lasciasse Prefetto di Roma
M., perchè era con esso irritato a motivo degli amori 6 udctti. Imperciocché si
è di già osservato, che questo, elfettuato il novello Sistema politico della
monarchia universale In Octav. Prima \uventa variar um dedecorum in/amiam
subiit, >. adulterio guide in exer.cuisse, ne amici guiderà negant ;
excusuntes sane, non libidine, sed ratione eommissa, guo facilius consilia
adversariorum per vujusque mulieres cxquircret. (3) Dion. loc. cit. Digitized
by Google n3 si ritirò dalla Corte, e da’grandi affari, nè curò impiego veruno.
Si è osservato altresì, che nella nuova Costituzione dal medesimo modellata si
era parlato del rimarchevole impiego di Prefetto di Roma, e si era stabilito
per massima, che questo doveva essere di più lunga durata, e che dovesse
addossarsi a persone di specchiata probità, e consolari. Come dunque può recar
meraviglia, se Augusto allontanandosi da Roma, per andare nelle Gallie, non
nominasse Prefetto di Roma Mece*« nate ? A llora quasi tutte le leggi della
succennata novella Costituzione erano in una piena osservanza. Di più
l’assertiva di Dione sù tal punto storico, sembra, che venga del tutto smentita
da Cornelio Tacito, il quale a chiare note dichiara, Ghe Augusto per tutto il
tempo dei torbidi, e delle guerre civili, lasciò sempre Prefetto di Roma, e
dell'Italia M., e che dopo di essersi sollevato alla Sovranità impiegò soltanto
personeConsolari a coprire questa carica,, Del restai dice Tacito ) Augusto, in
tempo delle Civili discor*,, die, nominò alla Prefettura di Roma, e dell’Italia
CajoCilnio M. dell'Ordinò de’Cavalieri. Divenuto però Sovrano asso-, x luto,
addossò questo impiego a Soggetti Consolari . Il primo, che venne rivestitedi
questo potere, fu Messala Corvino. ài4,. . il secondo S'tatilio Tauro quindi fu
eletto Pisone (O* Dopo ciò, che cosa può addursi di più convinceute per
conoscere, che se Augusto, partendo per le Gallie,non lasciò M. Prefet. todi
Roma, fu per tntt'altra cagione di quella immaginata da Dione ? In quell’epoca
per legge, e principio fondamentale della Costituzione, dovevano rivestirsi di
tal carica persone Consolari ; M. era semplice Cavaliere Romano ; non poteva
dunque esercitarla, senza ledere l’ordine, e l’integrità della Costituzione
medesima ; e siccome esso stesso era sta* to Fautore della Legge, cosi
quantunque Augusto lo avesse voluto decorare della Prefettura anche in tali
circostanze, T averehbe francamente ricusata, come incapace di mettersi in
contradizione co’suoi principi, Comunque sia però, ed ammessa ancora laveria
tàdel racconto di Dione, li pretesi dissapori fra M. ed Augusto dovettero
essere Anna!, lib. 6. cap. 3a. Cetetum Au,gustus bellis civilibus Cilnium
Maecenatcm equestri s Ordinis, cunctis apud Romani, atque Italiani praeposuit.
Mox rerum potitus, ob magnitudinem Populi, ac tarda legum auxilia, sumpsit e
Coruularibus, qui coerceret serviti a .... primusque Messala Corvinus eam
potestatem accepit .... Tum Tau rus Statili us. .. Dein Pis »* 1 et di poco
momento, e passeggeri, sapendo da Plutarco, che quello nel giorno suo natalizio
offriva sempre in dono a questo una Tazza .,, Cesare Augusto ( dice Plutarco )
riceveva ogn’anno da M. in dono una Tazza nel giorno suo natalizio. Ma
finalmente M. dopo aver veduto p ratticamente, che le sue fatiche, le sue ve»
glie, li suoi lumi, e la sua politica avevano formata la felicità, di Koma, e
dello Stato ; che il suo Padrone, o piuttosto il suo Amico era divenuto il più
giusto, ed il piu potente de’ Monarchi; che le sue liberalità, ed il suo zelo,e
la protezione accordata alle lettere, ed ai Letterati avevano dato un
favorevole impulso al progresso dello spirito umano, del genio della
letteratura, e del buon gnsto, M., dissi, doveva anch’egli offrire l’ordinario,
e indispensabile tributo alla natura. Se è vero, se è possibile ciò che Plinio
il Naturalista suppone, negli nliimi tre anni della sua vita, fu quello
sottoposto ad una malattia di tal carattere, che il sonno non chiuse mai le sue
luci per tutto quel non breve spazio di tempo ; che ad onta de’mezzi li più
efficaci, e potenti, che furono messi in opera Apopht. Princ. et Reg. Apopht.
nltinj. Cattar qui primus Augustus ett cognomina j*> tus .... a M., cum quo
vitam agebat, yuotannit in natalieiit dono acoipiebat pateram. I ài6 per
giovargli, fosse costretto a vegliar sempre, ed a soffrire più sensibilmente li
no)osi effetti di una febre continua, dalla quale, secondo lo stesso Autore,
sembra, che fosse attaccato ('i). ' Per l’esame di questo fatto da Plinio riferito,
abbiam creduto di riunire alcune riflessioni in una breve Discussione
uell’Appendice dell’Opera, alla quale rimettiamo il Lettore. Intanto,
proseguendo la nostra narrazione, possiamo asserire, che M. neH’nltimo periodo
della sua vita fu sottoposto a delle fisiche indisposizioni, delle quali si
doleva con li amici più cari, e segnatamente eoa Orazio. Questo Poeta
riconoscente, e sensibile si tapinava all’eccesso della peno6y» situazione del
suo amico, del suo benefattore, del suo tutto, e procurava di consolarlo con
l’espressioni della più tenera amicizia, animato dal dolce, e mellifluo suono
della sua Lira O Mecenate ( gli scriveva Orazio ) o mio sublime ornamento, e
sostegno delle mie sostanze, perchè mi rattristi con le tue querele ? Non >,
piace nè a me, nè agli Dei t che prima della mia debba distruggersi la tua
esistenza. Ah! se la Parca crudele sarà più,, sollecita a troncare lo stame
della tua vita, che è porzione della U)ia, come io potrò y, restare superstite
? Si > o mio caro M., benché tn volessi precedermi, pure insieme entreremo
nel cammino dell*éternità; nè mai potranno distaccarmi dal tuo,, fianco nè le
vampe dell'ignivoma Chimera, », nè le cento braccia del mostruoso Gigante»,, se
tornasse sulla terra. È scritto già nel », libro de’destini, che io, il quale
vissi eoa te, debba con te trapassare egualmente, c i, che un istesso giorno
debba segnare il ter», mine della vita di ambedue. i. Avvicinandosi l’ultima
ora della sua mortale carriera. M. fece il suo testamento, e volendo mostrare
al Publico, ed alla posterir Od.. • ’ Cur me querelis exanimas tuis ? Nec Dis amicum est t
noe mihi, te priut Obire, Maecenas, mearum Grande decus, columenque rerum. Ah !
te meae sipartem anitnae rapii Maturior vis, quid moror altera, Nee carus
aeque, nec superstes Integer ? Ille dies utramque Ducet ruinam. k. \ Utcumque
praecedes, supremum Carpere iter comites parati. Me nec Chimaerae spiritile igneae, Nec si resurgat
centimanusGyas • Divellet unquam : sic potenti Justitiae, placitumque Parcis, r
tg là, .che tra esso > ed Angusto / vi era passata un'amicizia sempre
eguale, e costante, o che se in qualche occasione venne alterata, non ebbe una
tale alterazione, che una durata pià piomentanea di una elettrica scintilla, lo
Ì6tir lui Erede de’suoi beni con il peso spontaneo ài alcuni Legati agl’altri
suoi Amici, e Letteralir^.i _>, Siccome poi il Poeta Orazio più d’ogn’alti Q
lo aveva cousolato, ed assistito ne'giorni della sua infermità, cosi a questo
volle consagraxe, per dir cosi, Teatreme sue voci, e dare l’ultimo pegno della
sua beneficenza, raccommandandolo in maniera speciale al suo Monarca,, Ti
raccommando, o Cesare, Orazio Flacco, come un’altro me stesso (a). ( i) Dion.
Lib. $5. Haec in causa fuere cur vehementem lituani M aecenatis mors Augusto
afferret,quo ea e(iam accessit, quoti M. haeredem eum nuncupavit, ac praeter
mitiima quaedam, in e)us pot estate reliquie, si velie! Amicis suis quaedam.
dare ._ Svet, in Vif. Ilorat. M. quantoper è eum. ( Horatium ) flilexerit,
satis testatur ilio Epigrammate : Ni te visceri.bus meis, Horati, Plus \am
diligo, tu tuum Soclalem N inaio videas strigosiorem, Sed multo magie extremis
judiciis, tali ad Augustum elogio-. Horatii Fiacri, «t mei# esto raemor. Mori
conforme accennammo ancora nel Libro i., cinque anni prima dell’Era volgare,
ventitré dopo la battaglia di Azio, epoca, in cui Dione stabilisce il principio
dell’Impero Romano, e nell’anno 746. della Fondazione di Roma. Egli morì senza
successori. Risulta ciò chiaramente, e dal testamento di sopra accennato, e dall’
uniforme testimonianza di tutti li Biografi, che hanno di esso parlato. È
sebbene ne’ tempi alla sua morte posteriori abbiano vissuto altri Soggetti
aventi il nome diM., tuttavia non può dirsi. nè costa, che fossero discendenti
di quello, e che avessero col medesimo relazione alcuna di parentela. Si trova
sotto l’Impero di Vespasiano un Publio M. Olimpico, di cui si conosce il solo
nome, inciso in una base grande, e quadrata disotterrata in Roma presso l’Arco
di SettimioSevero ; (a) parimente si conosce il solo nome di un M. Elio. Nel
Regno dell’Imperatore Gordiano il giovane si vede figurare in Roma un per (0
Dion. Meibom. loc. cit. : Sub Vespasiano vixit Publius M. Olimpicus ; ejus
memoria super est Romae in basi marmorea grandi, et quadrata ad Arcum Septimii
Severi effossa, v Gruter. sonaggio ragguardevole chiamalo M., conforme rilevasi
da Giulio Capitolino ( O, e da Erodiano ('a) ; ma T origine di questo è involta
nelle tenebre istesse, in cui trovansi e l’Olimpico, e l’Elio, e non può
neppure congetturarsi, che avesse un qualche rapporto col nostro Cajo Cilnio
M.,. J/annunzio funesto della di lui morte fu un ;l. i Curtia.j.L. Prapis Cui
pars dimidiahujus / Moni menti concessa est ab Ma le sue virtù rifulsero con
luce brillante, allora appunto, quando Ottavio divenne assoluto monarca
dell’universo. Che coija non poteva pretendere, che cosa non doveva sperare,
quali posti luminosi -, quali onori, quali distinzioni ? Eppure quello, che in
tutte le sue operazioni aveva per oggetto soltanto il benèssere della Patria, e
la felicità de 5 suoi simili, nulla volle per sa nullà curò, e quésto nobile
disinteresse, r3ro nella Storia de’ secoli, lo accompagnò fino alla Tomba. Amò
le Lettere, che coltivò esso stesso, protesse, animò li talenti, e fù prodigo
delle sue liberalità colli Dotti ; Affinchè poi le scienze salissero a qual
grado supremo, in cui si viddero al tempo di Augusto, fece si, che questo
secondasse il suo Genio • Angusto lo secondò in fatti con tutto il calore, e
con zelo, ed iVirgilj,iProperzj,gliOrazj, liTibùllMiLivj, e tanti altri spiriti
sublimi illustrarono la prima epoca del gran’ Impero Romano, arricchirono il
regno della Letteratura, e ferero tanti vantaggi alla Società ; perciò Cajo
Ciluio M. fu amato da tutto il mondo, la sua riputazione è passata fino alla
più lontana posterità, ed è qaasi estesa, quanto quella dello stesso Augusto.
(O Tillemont. Histojr. des Emper. Catrou Tom.i9.Lib.7. APPENDICE ALLA STORIA DI
CAJO CILN10 M. t GIARDINI IN ROMA AL MEDESIMO SPETTANTI DISCUSSIONE. Insiste
nella Regione Esquilina dell'antica Roma un locale, in cui venivano sepolti li
cadaveri delle genti plebee : Essendosi riconosciuto col progresso del tempo,
che da questo luogo s’ inalzavano delle putride esalazioni, nocevoli alla
salubrità dell’ atmosfera, ed alla salute de’ Cittadini, Augusto lo fece
nettare, onde depurar P aere, ed adornare insieme la Città di edifizj. > 11
sudetto locale appellavasi Puliculi, o perchè per antica costumanza le
sepolture consistevano in pozzi, o perchè ivi si putrefacevano li cadaveri,
conforme nota il Pomey “ Minutae vero plebis, mancipiorumque sepulchra extra
portam Esquilinam Visebantur, quem locum. Puticulos, vel a puteis, P ti6
inquosconjiciebantur, vel a putore cadèveroni vulgo appellabant. (ij Lo stesso
afferma l' erudito Alessandro Donato sull’autorità di Festo “ Cnm in campo
Esquiiino ( egli dice ) extra Urbem plebs humaretur, un3, de Populus Romanus
odoris, atìt coeli gravitate laborabat,Augustus locum expnrgavit, Urbemque
aedificis auxit, ornavitque, Puticuli antea locus appellatns, quod vetustismum
genus sepulturae in pnteis fuerit, et, ut ait Festus, dicti P liticali, quod
ibi cadavera putrescerent. Quivi scrivé Orazio poc’anzi solevano trasportarsi
su,, vile cassa li cadaveri de’ schiavi, e de mi-,, serabili, dopo esser stati
rimossi dalle loro ti anguste, e misere celle, e qui sorgeva la,, tomba comune
alla plebe meschina. Hoc prius angustis ejecta cadavera cellis,,, Conservo,
vili portanda locabat in Arca ; Hoc miserae plebi stabat comune sepulchrum.
Questo luogo pertanto, che formava una specie di Cimiterio di Roma, stava fuori
della Città, giacché era generalmente vietato di De Funeribus. De Urb. Rom.
Vedi il Turnebio AWers. lib. 5. cap. 6. 11 Minutolo Rom. Antiq. Dissert. 6. de
Sepulchris, ed H detto Pomey Satir. seppellire li cadaveri dentro le mora ; ed
era destinato, come si è accennato, per la qilebe soltanto. Le tombe de’ Re,
degl’ nomini illustri, e delle doane di nascita ragguardevole venivano
collocate nel Campo Marzo .che stava parimenti fuori della Città, secondo la
testimonianza di Appiano. e di Strabone presso il rife rito Pomey. Dopo però,
che da quella Regione furono tolte le sepolture plebee. e fu nel recinto di
Roma racchiusa, vi si inalzarono numerose abitazioni, e vi fece ritorno 1’
amenità, e Paria salubre “ Postea vero ( soggiunge il,, Donato ) quam amota
sunt sepulchra, rece-,, ptusque intra Urbis ambitus, loci amoen nitatem,
tectorumque frequentiam secuta E’ nota su di ciò la Legge delle XII. Tavole.
Hominem mortuum inUrbe ne sepelito, neve urito : Può vedersi il lodato
Minutolo, il quale nella cit. Dissertazione ne farla con critica, ed
erudizione. C 2 ) Loc. cit. : Locas ad sepulturam o rnatissimus extra Urbem
fuit Campus Martius, Appiano teste, qui scribit, selos ibi Regcs, horninesque
illustrissimo sepelùi consuevisse, non tamen sine Senatus decreto ; idque
Strabo confirmans locurn illum fuisse Romanis maxime sacrum ac venerabile m,
ideoque pracstantissi morum virorum, ac joeminarum monumenta ili fuisse
collocata. P 2 est nova coeli salubri'tas .( i) .Ora poi ( sogli giunge anche
Orazio ) che dalla Regione Es« quiiina sono state rimossfe le tombe, hè più si
osservano sii di un infontie campagna ii le ossa spolpate degli estinti, vi si
gode un,, ameno diporto sotto un cielo salubre. m Nunc licet Esquiliis habitare
salubribus, atque Aggere in aprico spatiari, quo modo tristes Albisinformem
spectabant ossibus agrum(a ) Porzione di quel terreno fu donato da Augusto,
mediante anche un decreto del Senato, al suo M., il quale vi fece sorgere in
seguito quc deliziosi Giardini, la di cui celebrità è giunta fino a noi,
secondo la testimonianza del Marliani,del riferito Minatolo,e di Samuele
Pitisco Cum igitur ( dice questo ), tem. Abbiamo osservato nella Storia di M.,
che esso fu il primo ad introdurre in Roma.!’ uso de’ Bagni caldi ; Ora essendo
incontrastabile,che li suoi Giardini, e la grandiosa Abitazione in essi
esistente, e di cui si parlerà fra poco, dovessero contenere tutti Art. Hort.
M. Lib.4.. a3i gliagj, che sa immaginare l'umano raffinamento, e la voluttà,
cosi non sembra fuori di probabilità, che quello qnivi stabilisse li nnovi
Bagni, eihequivi ne facesse sperimentare li primi vantaggi, prima} Jamdudum
apùd me est. Eripe temorae. Fastidiosam desere copiam, et », Molem prepinquam
nubibus arduis : 0 matte mirali beatae,, F umum,^et opes » strepitnfeque -
Romae. Il Palazzo, o la Tórre di M. esisteva tuttora ai tempi di Nerone. Questo
folle, ed insensato Monarca, dopo aver dato l'ordine ferale di metter fuoco
alla più bella, e vasta Città del Mondò,' alla Sede del suo Impero, non fece in
essa ritorno, se non quando, fu prevenuto, che 1’incendio si avvicinava alla
sua Regia, che era stata dal medesimo ampliata fino al Palatino, ed alti
Giardini di M.. Nero, scrive Tacito, non ante in Urbetn regressus est, quam
domiti ejus, qua Pala V Eib.3. Od.ao.» tinnii et Maecenatis hortos
continuaverat, ignis appropinqnaret. Rientrato quel Tiranno in Roma, sen’ corre
ai Giardini di M., e sale nel luogo più eminente della Torre sopradetta. Quivi
rimira con occhio insensibile, e truce’ii vortici delle fiamme, .che
distruggono la sua Capitale, ed ascolta a sangue freddo li gemiti, e le strida
degl’ infelici abitanti, che periscono. Allora compiacendosi dello spettacolo
a• C l ) Il Pitisco, fondato su di un passo di Tacito, mette in dubbio il fatto
narrato da Svetonio, e dagli altri riferiti Autori. Egli suppone, ebe, secondo
il detto Annalista, venissero distrutte dalle fiamme e il Palazzo di Nerone, e
la Casa di M., e li Giardini, e il Palatino, e tutt’altro, che intorno a questi
luoghi esisteva, cosicché in tal c$so non avrebbe potuto quel Monarca cantare
l’incendio di Troja sulla Torre Mecenaziana. Neronem ex Torri M.
prospectasse,(dice Pitisco^ iisdera pene verbis repetunt P.Diaconus &c.
Tacitus dubium fecitutrumque. Non Urbem eniiq is tantum, sed domum etiam ipsam
M.,, tis, et hortos, et Palatium, et cuncta circum » l°ca eodem momento a
Neronis incendiario,, igne,sed ipso absente,hausta commemorala) Non sembra però
che Tacito accenni la di Loc.cit. Art. Turris M.. •trazione delli Giardini di
M,, e suo Palazzo annesso ; racconta semplicemente, che quando Nerone seppe,
che le fiamme dell’ incendio si avvicinavano alla sua Casa fece ri-» torno in
Roma; che non ostante, la rapidità di quelle non potè ritardarsi, e fu distrutta
anche la sna Casa, e tuttoció, che vi stava intorno. “ Eo in tempore f narra
Tacito ) Nero Antii agens, non aute in Urbem re» gressus est, quam domili ejus,
qua Palatium, etMaecenatis hortos contjuuaverat,,, ignis appropinqua ret ;
neque tamen siati jjotuit, quin et Palatium, et Domus, et cuncta circuiti
haurirentur.Qui si parla del Palatino, e del Palazzo di Ne» rone, e con
l’espressioni, cuncta circuru haurirentur, pare che si voglia indicare
tuttoció, che stava intorno all’uno, e all’altro. Ora la magnifica Abitazione,
e li Giardini di M. erano, come si è detto, nell’Esquilino, e benché
confinassero con la Casa Neroniana, tuttavia pare, che non possa con sicurezza
dedursi, che contemporaneamente all’ incendio di questa venia» serodistrntti
ancorali sudetti Giardini conTan» nesso Palazzo; in tal guisa non si troverà in
contradizione l’autorità rispettabile del detto Annalista con quella egualmente
rispettabile dello Scrittore delle Vite de’ primi dodici Imperadori ; tanto più
che anche quello accenna il Annal lib.i5. cap.àq. fatto narrato da questo, come
si vede nel tev sto seguente: Sed solatinm Populo exturba-,, to, et profugo
Campum Martis, et monuraeti-,, taAgrippae, hortos qnin etiam suos patefecit. .
pretiumque frumenti minutum. Quae quamquam popola ri a in irritino cade-,,
bant, quia pervascrat rumor, ipso tempore,, flagrantis Urbis inisse enm
domesticam scenam, et cecinisse Trojanum excidium. Giacomo Lauro ammettendo,
che la Torre, cd il Palazzo di M. fosse una stessa cosa, ne fa una elegante descrizione,
dicendo, che era un meravglioso lavoro ripartito in quattro Piani
l’nnoall'altro superiore, sollevandosi in alto 3 guisa di Torre ; dico ancora,
che la sommità della Fabbrica termina' va in un Teatro, dal quale non solo
poteva godersi l’amenità de’ sottoposti Giardini, ma eziandio l’ampiezza di
tutta l'immensa Capitale del mondo. Non piace però al riferito Pitisco il
sentimento del Lauro, e degl’altri, che pensano come questo, supponendo, che
non vi siano prove confacenti “ Sunt qui, dice il Pitisco, inter quos Jacobns
Lanrus qui Domunì Maecenatis cum Tnrri uuam, eamdemque faciunt. Fuisse enim,
ajunt, Do- Splend. Ant. Urb.Rom. apu’d Pitiscum, V„nm Malcerti. admirabili
Vtraetorfl spartitam quatoor ordimbos, et plamt.ebus, ^ una super alte.an. in
altum ad motomTur ris excrescentibus, c«,us fast,g ; um dearne bat inTheatrnm,
nnde pataer.t »djject«, non tantum in hortorum amoemtatem, tonus Urbis
amplitudine®. Atqne et.am m, e am formam aLauro depingitur. Verno un’ de illi
haec habeant, me quidemlatet .( i j ’ Ma se questo dótto Autore del Lessico
delle Romane antichità dubita della realtà d, ciò che asserisce il Lauró
relativamente alla materia struttura dell’abitazione di M., si pi forse con
esso andare d'accordo, ma se p. de che la Torre, e la detta Abitazione fos due
fabbriche diflerenti,pareche voglia opporsi alla comune Opinione, ed ancheall
autori a sopra accennata di Orazio. In fatti nói t tede» 2 i»,»««> Poca, che
piando MPAb, a» De di MecenUe, e facendo uso dell espiessiom, ora di alta doma,
ora di molem F c pinquam nw*ibu.s arduis ( i), descrive brevemente, e
conoscere, che l’altezza di M»clla era a gntsa di Torre sublime, che si
avvicinava alle nubi 1, M. Tnrris Maecenatiana ("dièc quello) cognominata
est, vel maxime halosi Neronis,,, et Urbis incendio celebrata. .. quaedam
vestigia extare sunt ex Antiquariis Romae, qui asserunt. Questi avanzi, secondo
il Pitisco, sono da alcuni ravvisati, in qnel monumento antico chiamato Torre
Mesa, che si trova scendendo per quella parte del Quirinale, che risguarda il
Foro di Nerva„Hoc scio, descenu3, ris hodie a Colle Quirinali, qua is Forum
Ner», vae’prospectat.Turriscujusdam ruinas,et rudera etiam none monstrari; quam
T*>rre Meta Romani vocant, et partem domus, sive i, Turris Maecenatianae
fnisse volunt. Biondo Flavio scrive, che a tempo, in cui esso viveva, la
sudetta Torre esisteva quasi intiera, e che per sincope era chiamata Mesa in
vece di Mecenaziana » Aggiunge inoltre,che in quella contrada, in cui si
vedeva, era fama costante, che quella fosse la Torre esistente ne’ Giardini di
M., e sulla quale Nerone rimirò l' incendio di Roma ; Ecco le parole del lodato
Biondo : “ Eadem in Esquiliarum paru te, qua ex eo monte prospectU6 est in
depressam Urbis partem, Hortorum Maecenatis visuntur reliquide Extatque pene
integra Tnrris, ex qua Svetonins Tranquilla Net, ronem scribit spectasse Urbis
incendia in, et . .o t, in scenico habitn decantasse .Qnam Turrim vulgo nnnc
vèrbo. .. syncopato Mesam prò Maecenatianàm appellant. .. Nec est,, in ea
Regione foemelia, quae quid fuerint il lae ingente* ruinae interrogata, non
dicat, eam fuisse Turrim, ex qua Nero crudelis Urbem incendio flagrantem,
ridcns, gaudensque spettavi t. Al contrario il Pitisco, ed il Donato sono di
avviso, che il Biondo, e li suoi seguaci abbiano su di ciò preso un equivoco
EQUIVOCO GRICE ; giacché la sudetta Torre Mesa non esiste nell’ Esquilino, ma
piuttosto nel Quirinale. Aggiungono inoltre, che le vestigia di quell’ antico
monumento dovevauo e ; 6ere, o di un Tempio dedicato al Sole dall' itrperarore
Aureliano, o di una Curia, o piccolo Senato fabbricato sul Quirinale da
Eliogabalo per le donne, acuì egli fece presedere la sua Ava chiamata Mesa, e
la sua Madre Saemi ; conforme risulta da Lampridio nella vita del detto Monarca
; dice di più il Donato, che nello stesso luogo potevano esservi ancora, e la
Curia succennata, ed il Tempio del Sole in torta delle congetture, di cm égli
fa uso, ragionando in tal guisa In hortis Coiumnensibus marmorei ae~ dificii
pars exurgebat vulgo Maesa jam dira* ta. Biondo* Turrim Maecenatis falso
nuncu>, pat.Ubi enim hic Esquiliae,etNerouiaui& tae (i)
Blond.Flav.delnstaur.Kom.lib.i^Art.xoo. dis ardens in conspectù Rotila ? Àlii
partem,, templi Solis pronunriant, qnod ab Ameliano, auctorc Flavio Vopisco,
extructum est ad eam formam, quam viderat in Oriente Quid si aedificium illud
partera Senaculi, seu Curiae dicerem, quam Ilcliogabalus in Quirinali
mulieribus extruxit ad conventus habendos, quibus avia ipsins,, M lesa nomine
> et mater Soaemis praesiderent ? Quod duplici conjectura elicitur. Alteram
praebet nomen. Maesa enim dicebatur, ut avia Heliogabali. Alteram ipsius,,
aedifici i forma. Serlius enim Ai chitectus sic eain nobis linea vit, ut
domicilii piane figurara descripserit freqnentibus scalis, aulis, peristylis,
ac porticibus. •. Palladius >, autem. .. practer alias aedificii partes, in
templi quoque formam descripsit amplissimi, magnisque columnationibus insiguis.
Quare eodem fonasse in loco fuit olim Solis,, Templum. Nell’ ameno diporto de’
sudetti Giardini, e della grandiosa Abitazione Augusto sovente soleva portarsi
a visitare il suo amico M., ed ivi ancora sovente li Poeti dall’uno, e dall’
altro beneficati, e protetti facevano sentire il dolce suono della loro Cetra
Celebrati sunt dice il Giraldi j M, hortiinEsquiliis, quo loco cum Caes.ire
versari frequen / Lee. cit. lib.3. capa 5. Diaitizec I i, ter consnevit; et
perindc etiam illtìc Poetae conveniebant. Lo stesso dice Pietro Crinito nella
sua opera de’ Poeti Latini al cap.45. “ Hortos Romae habuit ( Mece»> nate )
pulcherriinos inEsquiltis, ubi versari interdum consnevit, deque
liberalibns,> discipliiiis serriionem habere cum amicis suis. Ad hoc
persaepe divertit Caesar Octa»> vius propter loci amoenitatem, velut qui
»> animarti libertini haberet a cnris in eo quietis secessi!. Esisteva
ancora ne’ Giardini medesimi un Tempietto, o piuttosto uba Cappella dedicata da
M. al Dio Priapo. Li Poeti, che frequentavano quel luogo, come si è accenuato,
solevano scrivere sulle pareti di essó Tempietto de’ versi scherzevoli, ma poco
purgati. La raccolta di questi diede luogo a quel libro intitolato la Priapeja
dato alla luce dal Giraldi, e dallo Sdoppio" Sacellum Priapi ( scrive
Pi>» fisco /fuit in hortis Maecenatis ab ilio extructtim, et dedicatimi.
Poetae, qui Maet, cenateci suum quotrdie visebant, versicu» los aliquot jocosos
in Sacelli parietibus notarunt, et hosPriapejorum nomine in unum collegit
libellum, et vulgavit .... Girai-,, dus, etScioppius. Questo autore ri -.
Priapeja ( dice questo ) carmen obscenum, quod nonnulli Virgilio, alii Ovidio
adscri*» bunt ; quamquam Verosimilius est, multorum id opus esse ob argumenti
similitudinem unum in volumen conjunctum. Su tale articolo potranno aversi
maggiori schiarimenti e presso il lodato Giraldi, e pres« 80 il nominato Pitisco
ne’ luoghi citati. fi) Loc. cit. (2) Lexicon. Ling. lat. art. Priapeja, VILLA
IN TIVOLI DI M.: DISCUSSIONE IL solo M. possedeva li deliziosi giardini, e la
magnifica abitazione sull’Esquilino, onde sollevarsi dalle cure del Governi?
insieme con il suo Cesare Angusto, e bearsi colla sempre piacevole comitiva de’
Poeti, é de’ Letterati, ma eziahdio per lo stesso oggetto egli aveva fatto
edificare sulle sponde dell' Aniene una Villa maestosa, ed elegante. La
celebrità di questa è ornai nota a tutte le colte Nazioni dell' uno, e l'altro
Elnisf ero, perché ne hanno parlato, e scritto infiniti Scrittori, e se ne
legge la memoria in tutti lì Libri, di cui fa uso il Viaggiatore critico, e
pensante. Infatti Lilio Giraldi, Francesco Marzi, Marc’Antonio Nicoderao,
Antonio del Re, Nicola Orlandini, Fulvio Cardulo, Gio: Zappi, Pirro Ligorio,
Atanasio Kirker, ed a tempi nostri il Volpi (i), Fausto del Re (2)> e
Marquez f 3 ), non che altri Autori ezian Lat. vet. Ville di Tivoli
Illustrazioni della Villa di M. ià Tivoli. et dio di materie antiquarie hanno
costantemente asserito, che in Tivoli esisteva la Villa di M. in quel luogo,
che si accenna, e descrive dai sullodati Volpi, del Re, e Marquez, e sul quale
tuttora si scorgono con ammirazione le immènse reliquie della medesima. Il
primo ammirabile oggetto ( scrive il Volpi ) che si presenta allo sguardo del
Viaggiatore, che va a Tivoli è la Mole superba di quel CajoCilnio M. Cavalier,s
Romano, il più grande amico, ed il più fido consigliere di Augusto, il quale superò
t, molti Re in potenza, cd in ricchezza. Que>> sta Yilla per concorde
testimonianza di tutti li Scrittori, che trattarono delle cose,, Tiburtine, s’
inalzava presso la detta Città sulla sponda ministra dell’Aniene. .. così
costantemente hanno asserito Lilio Giraldi e tutti gl’ altri, che descrissero
le maestose reliquie di quell’antichissimo Edifido ; ciò poi, che deve
sorpassare Lauto>, revole usiertiva di tanti Autori si è la remotissima
tradizione, e fama, per cui si è in ogni tempo creduto fra liTiburtini,
chepresso le mura della loro Città fp I4 Vili# d» M. J ! ( 0 L° c - cit. pag.a
x j : Prima igitur omnium sete Tybur adeuntibus admirandum, ve jtigandumque
offerf ingcntis molis Villa M., scili cet Caji Cilnii Mqeceqa- Nnlla fu omesso
per rendere questa Vili* vaga insieme, e grandiosa. L’oggetto più caro il cuore
di quel grand’Uomal, i Letterati, non fu preterito, e però vedeansi jn essa
amene passeggiate, e portici deliziosi, ove si riunivano li Dotti, che mercè l’
illimitata protezione di M., nel seno; del silenzio, della calma, e di tutti
gl’agj, travagliavano indefessamente per il progresso dello spirito umano nelle
arti, e nelle scienze Quivi, come in un altro Parnaso, in un;altra Accademia,
in un altro Peripato, in un altro Liceo, Filosofi, Istorici, Poeti, ed Oratori
discutendo, perorando, e meditando, procuravano di compiacere al loro
munificentissimo Protetto tis Equitis Romani Augusto Ce.es ari amicissimi,
fidclissimique consiliarii, quiqìie Reges permultos non solum aequavit, sed
etiam. amecelluit opibus, et potcnìia. Haec concordi omnium, qui de Tiburtinis
rebus c gerani, S criptorum testimonio, ad ipsum Tibur fuit in sinistra Anienis
ripa. .. ‘ Ita LiPius Giraldus. .. aliique omnes, qui ingentia Aedi fidi hujus
antiquissimi extaritia adhuc fràgmenta, et rudero niemorapcrunt, a ut
descripscrunt unanimitcr, atque constantcr M. hanc V illam Tibur tem
nominaverunt; quodquc ipsos etiam scriptores auctoritate vincere debet
vetustissima, a majoribus per ma nus tradita fama id nobis affirmat .yt, e cosi
per impulso del genio benefico di questo recavano servizj inesplicabili al
genere umano, e travagliavano per la sua civilizzazione. Il Cenni dopo aver
parlato de’giardini di M. in Roma, non manca di parlare eziandio con stupore
della villa del medesimo in Tivoli. Nè solamente in Roma, dice quello, ha M. le
sue delizie, ma per non goder sempre mai la villa negrOrti, che egli ha, le
ampliò fuori di quella ancora, ed in Tivoli ne fe pompa meravigliosa. Quivi
fabbrica egli una città più che una villa, palesandola tale fin'oggi le superbe
reliquie, e le rovinose grandezze della medesima, e quivi parimenti nel ritifo,
che facevano dallo strepito cittadino, trovavano 3, il loro riposo le muse
romane. Il Patisco, benché ne parla compendiosamente, pure la chiama villa
ripiena d’ogni sorte di de» Volpi: Atque hue litteratorum homìnum congregatas
polissi mum erudita s Catervas sub M. patrocinio ac tutela philosophorum,
inquam, oratorum, historicorum, ac omnium maxime poetarum turmas, ad
dìssercndum }recitandum, fabulandum, meditandum edam, atque otianr dum animi
ergo in Parnaso voluti quodam, auC Portico, aut Peripato, Accademia, voi Lyceo
LIZIO. fa) Vit. di M. libra lizie, opera meravigliosa, e che per la vastità
della sua mole non cede ad alcun altra fabbrica de’romani. Ma sarebbe stato
troppo poco per il cuore magnifico di M. il rimunerare li dotti coll’uso
soltanto di quegl’agj, che si rinvenivano o ne’suoi giardini di Roma, o nella
villa di Tivoli: la sua generosità si estende molto più oltre; soleva
bastantemente provederli di tutto il bisognevole, come è noto, e conforme
abbiamo dimostrato nella storia, e perciò presso la detta villa di Tivoli, o
nelle sue vicinanze li poeti ad esso più cari possedevano casini di campagna,
deliziose villette, e possessioni ragguardevoli; e queste proprietà si
acquistavano da quelr Lexic. Antiq. art. Villa i Villa M. in ultimo Tyburtinae
Urbis Clivio, omnium deliciarum genere conferta, ab ilio est extructa. opus
sane admir abile, quod sane vasta sua mole nulli ex romanorum fabricis cedit.
Pet. Crinit. de Poet. Lat. rap..: Vubgatum est de M. quantum Litteris, ac
litteratis omnibus faverit, cum in urbe unus hic potissimum haberetur, ad quem
poetae omnes, atque oratores, ve/ut ad certam anchoram, per/ugiuni sibi
haberent; itaque ab eo vehementer dilecti sunt, ppcraque, et mu -, nf ribus
amplissimi honestati. li mercè la liberalità del medesimo, onde avvalorare
sempre piòli talenti poetici di Orazio, di Properzio, e di Virgilio, e perchè
ognuno di essi potesse vivere contento anche quando esso non poteva trattenerli
sotto l’ombra de’portici maestosi della sua villa. Inoltre possedendo que’poeti
delle proprietà in Tivoli, mentre M. vi possede la villa grandiosa, più spesso,
e più agevolmente poteva egli vederli, e più volentieri abbandonavano lo
strepito fragoroso della capitale per passare giorni quieti, p delle ore
pacifiche nella calma de’loro deliziosi, e campestri ritiri, soggiorno perpetuo
delle muse e di Febo. Che ORAZIO (vedasi) ha un casino di campagna in Tivoli
quasi di fronte alla villa di M., non può mettersi in questione, e benché
Sanctis ponga in dubbio l’esistenza.in Tivoli di una villa spettante a quel
poeta, tuttavia conviene, che questo vi avesse una casa di campagna, nella
quale egli vagheggia l’antro muscoso della risonante Albunea, le onde
dell’Aniene, che si precipitano dall’ alto delle rupi. 1 ! ombroso boschetto di
Tiburno, li giardini irrigati dalla molle attività di scherzevoli ruscelletti,
nella quale desidera arden- Dissert. sulla villa di Orazio. Ode 7. lib. 1. a5a
temente di finire i suoi giorni. Essendo; pertanto dimostrato per confessione
ancora delio stesso Orazio, come si è veduto nella storia che esso era stato
arricchirto da M., sembra del totto chiaro, che la liberalità di questo gli
procacciassero il j Me nec tam patiens Lacedacmon, Ncc tam Larìssae percussit
campus opimae, Quam dora us Albuncae resonantis, Et praeeeps Andò, et T iburni
lucus, et uda Mobilibus pomaria riyis. Od. Tybur, A rgeo positum colono, Sit mene sedei ut in
am. senectae ! Sit modus lasso marie ì et viarum, Militiaeque ! i lite terrarum
mihi praetedomnes Angulus ridet, ubi non Hymetto Mella decedunt, viridique
ccrtat Bacca Venafro j V er ubi longum, tepidasque praebet Jupiter brumai; et
amicus Aulon, Fertili s Baccho, minimum Falernis ' InvidetUvis. t Ille te mecum
locus, et beatae Postulant arces ; ibi tu calentem Debita sparger lacryma
favillarli \ Vatis amici. possesso del surriferito Casino di Campagna in
Tivoli. Si potrebbe stabilire jn Tivoli anche una
Possessione al Poeta Properzio, ma niuno de’scrittori delle Antichità Tiburtine
ne ha fatto menzione ; ciò non ostante si rileva dai scritti di questo Poeta,
che egli ayeva in Tivoli la sua Amorosa, dalla quale ricevè nella mezza notte
unà Ietterà, in etti lo invitava a portarsi in detta Città 1 Quando il carro di
Boote, dice Properzio, era giunto nel mezzo della sua carriera ricevo una
lettera dalla » mia Bella, che mi ordinava di portarmi all’ istante presso di
essa ; la lettera veniva daTivoli, ove le biancheggianti vette fanno mostra
delle sublimi due torri,e l’onda dell’Aniene siprecipita in ampie lagtJne. In
altro luogo poi il Poeta facendo la descrizione patetica di un sogno, finge di
vedere, che Cinzia sia morta, tal’ era il nome della sua Bella. Fa parlare
l'ombra di Lib.S. Eleg.i 3. Nox media, et Dominac mihi venit epistole^ mstraej
Tybure me mista jussit adesse mora; Candida qua geminas ostendunt culmina
turres, Etcadit in patulos lympha Anima lacus. Il vero nome della donna
Tiburtina amata da Properzio era Ostia, tome rilevasi da' a5a questa, la quale
gli ordina, che nel di lei se-, polcro sia scolpita una funebre iscrizione, che
essa stessagli detta “ La dove il potnifero A„,nieue parla Cinzia scorce
placidamente per le tqrtuose campagne, e dove,1’ avorio giammai impallidisce
mercè la potenza del Dio Ercole scrivi nel m ezz P di nna COLONNA, questa
epigrafe degna di me che possa leggere il passeggero. Qui giace la bella Cinzia
sepolta nel suolo Tiburtiuo Apulejo presso il Crinito nella vita di questo,
Poeta :j Sextus Aurelius Propertius, dice Crinito. M., e Tacito maxime acceptus
fait. Cum i(i Elegiis, ut inquit Plinius, forct egre gius. Libros quatuor
Elcgiarumconiposu.it, in quibus fere suos calarti, et Mosti ae laude m, et
formam celebrai ; nam in pucllam Hostiam miro qui dem affectu exars (t, quatn
mutato nomine, ut est auctor L. Apule] us, Cyntiam appellare maluit. Corre la
voce a tempi di Properzio, ed uriche posteriormente, cirriforme si rileva, da
Silio Italico, c da Marziale, che l’uria T iburtina somministrava alle cose ur\a
bianchezza potentissima. Properzio ripete questo privilegio da Ercole divinità
tutelare dal Paese, e che era in special maniera venerato in quella Città. Il
Beroaldo ne' commenti del! accennata Elegia di Properzio alle parole : polle? I
N aì>3 la sùa tomba, o Amene, accrébbe decoro J, alla tua fertile sponda .
Se io volessi ricavare da queste espressioni di Properzio resistenza di una sua
Villa in Tivoli mostrerei forse troppa prevenzione per il Suolo, che mi diede i
natali ; ma essendo cer-« to, che quello aveva la sua Amorosa ih quella Città,
cbé era amicò di Orazio, e di Virgilio, e che godeva il favore del benefico M.,
sembra non 'affatto inverisimile, che anch'esso avesse, o qualche cosa di
campagna, o qualche altra possessione presso la Villa del sudetto M., frutto, e
risultato della beneficenza del medesimo. i tbur ; parla in fai guisa i 'Còclum
Tyburti~ num dicebatur rebus praestare candorém pòtentissimum e bori, unde ait
Silius: Tyburit dura pascit ebur : Et Martialis, T'ybur ih Herculeum migràvit
nigra Tycoris Omnia dum fieri candida credit ibi. Hoc fieri Poeta ait, nu mine
Herculeo ; T V bur enim Herculi dicatum, et Herculeum cognohtindtur. Ramosis
Ariio qda pòmifér incubai afvis. Et nunqUam Herculeo numìne pallet Ebur', Hoc
carmen media dignum me scribe columna, Sed breve, quodeutrehs Vectór ab Urbe
legar, Hic Tyburtina jacet bure a Cynthia terra, Accessit ripae, laus, Aniene,
tuac. I I a$4 Se è certo, che Orazio, se non è
improbabile, che Properzio avessero nel Territorio di Tivoli, e nelle vicinanze
della Villa di M. una qualche possessione, non è fuor di credenza, che il
Principe de’ Poeti Latini vi possedesse anch’ esso un luogo di delizioso
soggiorno. Li Scrittori delle cose Tiburtine hanno serbato su di ciò un
profondo silenzio > ed il solo Volpi accenna, ma dubitando, una tal
circostanza. Sapendo però quanto M. stima sse, proteggesse, e beneficasse non
meno quel grande Poeta, si può, e forse con non debole fondamento asserire, che
questo eziandio possedeva presso la Villa del suo Benefattore o qualche
abitazione di piacevole permanenza > o qualche altra possessione. Infatti,
se Orazio era stato arricchito da M.^ se quanto quello àv$ya, doveva ripeterlo
dalla beneficenza di questo,cbe cosa dovrà dirsi di Virgilio, che in meriti
letterarj non er? certamente inferiore al Poeta di Venosa, e che ( ij Volpi
Latinm Vetuslib. Villani in Ty burle habuisse Virgiliani, suut qui putant,
Villae proximam M.; eum tamen neque locum de s igne ni, nec ullus hoc Auctor
scripsit, quod quidem perlegcrim, 1 neque ex ipso Virgilio tei hujus lumen
ullum ef fulgeat, id asseverare nonausim. ] aveva dedicato a M. il suo dotto,
ed elegate poema sulla coltivazione? Di poi non mancano congetture di qualche
rilievo per credere ciò, che finora si è detto riguardo alla Villa di Virgilio.
L’Ughelli riporta un Diploma, estratto da un Codice manoscritto della
Biblioteca del Card» Francesco Barberini, la di cui antichità non è stata
finora contradetta. Questo Diploma è legittimo, ed in esso il Vescovo di Tivoli
Uberto è confermato nel possesso di tutti li suoi beni, che possedeva nel
Territorio di quella Città, e frà gli altri fondi si fa menzione della
possessione Virgiliana : Fundus Licerana, Picianus, 'Galliopini, Vicianus,
Virgilianus. ’ì Petrus Crinit. de Poet. Latin. . : Pùblius Virgilius adhunc
Maecena tetri libros suos misit, qui Georgica inscribuntur, absolutissimum
omnium opus, quae in eo genere composita unquam ab alio fuerint. Ughelli Ital.
Sag. Hucber,tus Episcopus Tìburtinus vixit temporibus Martini Papae?. Ab eodem
Pontifice omnia privilegia ab Anteccssoribus Ecclcsiac Tyburtinac concessa, hoc
diplomate revocati meruit, cujus exemplar .,, extat in MSS. Cod. Biblioth.
Card. Francisci Barberini. .che quella anticamente spettava al Poeta Virgilio,
e che vi era stata qualche Villa di sua pertinenza 7 Difatti quante contrade
del Territorio di Tivoli sono anche oggi denominate, Pisone, Cardano, Paterno
ec. dai nomi di quegli antichi Romani, che quivi ebbero del- le Ville, e la
verità delle quali non può recar- si in dubbio dopo lo scoprimento di monumenti
irrefragabili, e. sicuri? Se la località di quel fondo Virgiliano non si fosse
smarrita nella notte del tempo, forse agl’ indagatori delle cose Tiburtine non
sareb- bero sfuggiti li mezzi, onde verificàre la semplice tradizione •, e
coll’ ajuto de' scavi i e coll’ esame di qualche marmo, iscrizione, o altra
reliquia di antichità, si sarebbe potuto conoscere il sito, ove esisteva, ed
anche la qualità del medesimo ; e non accade così di Nicolai, Jvan.-et Leonis,
quae vetustate consumpta renovantur temporibus D. Martini Sum. Pont. Potitific.
ejus scilicet an, g., Sugerentc Hucberto Tyburtinae Eccle- siae peccatore,
ethumili Episcopo. Clausura universa. .. Fundus Li cerata, Pidanus,
Calliopi/ti, Vicianus, Virgilianus. lion poche altre Ville, la di cui
memoriaper lunga serie di secoli si vedeva soltanto sotto il velo della
tradizione? Nè la forza delle addotte riflessioni, e congetture può essere
scemata dal silenzio di tutti li Scrittori Tiburtini, e segnatamente de' più
moderni Cabrai, e del Re; conciosiachè è certo altronde, che tanto questi, che
gl’altri omisero di accennare -, che Plinio il giovane ebbe in Tivoli una Villa
; eppure è indubitato, che anche una Villa di quell* esimio Scrittore abbelli
il territorio di questa Città. Egli ne parla espressamente scrivendo al suo
amico A- pollinare,e facendogli il dettaglio de'pregj dell’ altra Villa, che
possedeva in Toscana.,, Ecco le ragioni, dice Plinio, perchè io antepongo la
mia Villa Toscana alle altre, che '» posseggo nel Tuscolo, ih Tivoli, ed
inPre-,, neste ; perchè oltre li soprariferiti pregj 5, vi si gode un ozio
maggiore, più abbondan- te, e però più sicuro, e con meno disturbi kl. Non vi é
necessità alcuna di vestir Toga; >, non vi è chi venga a chiamarci, e a
invitarci dalle vicinanze, ed ogni cosa si fa con pace, e quiete. Torniamo alla
Villa di M.. CO Ville di Tivoli Plin. Epist. : ffabes causas cur ego T uscos
meos T usculanis, Tyburtinis ; Praenestinisque meis praeponam ; narri super R a
5 S È noto, che il sullodato Poeta Virgilio credendo, che la sua Eneide fosse
un lavoro imperfetto lasciò per testamento, che venis- se consegnato alle
fiamme, e che Tucca, e Va- rio suoi amici fossero nominati dal medesimo
esecutóri di questa sua ultima volontà, conforme hanno lasciato scritto Gellio,
Macrobio, e Plinio presso il Volpi. Augusto non permise, che si dasse esecu-
zione agl’ ordini di tal natura, senza prima meditare, e ponderarne la sostanza
; perciò essendosi ritirato con li sudetti Tucca, e Va-», rio nel silenzio, e
nella calma tranquilla della Villa di M., quivi, previo un esame ma- turo
sull’oggetto delicato, fu risoluto secondo Il pensiero di Lilio GiraWi, seguito
dal Volpi (a), che ad onta nelle disposizioni testamen- tarie dell’Autore,
quell" opera divina dovesse sopravvivere, e trasmettersi alla posterità;
illa, qua e retuli, altius ibi otium, et pin- guius, eoque securius ; nulla
necessitate togae i nemo arcessitor ex proxima ; placida omnia, et quiescentia:
Vedi Marquez Ville di Plinio Porro eam deliberai io n em in hac Villa M.
Tyburte su- sceptam ab iis ( Tucca, e Vario ) cor am Au- gusto putat Lilius Gir
aldi. conforme frà gli altri riferiscono Plinio, e Sulpicio Cartaginese. Non è
fuori di probabilità, che M. mo- risse in questa sua Villa di Tivoli. Egli aveva
qui fatto un lungo soggiorno, e si pnò dire an- cora una permanenza non
interrotta negl' an- ni estremi segnatamente della sua esistenza; e perciò
sembra, che abbia voluto esalare l’ul- timo respiro, dove aveva trovato le sue
deli- zie, la sua pace, e il suo sollievo nell' ultimo periodo della sua
brillante carriera. Augusto erede di quello, come si è detto, ereditò an- cora
la sua Villa sulle sponde dell'Aniene, per cui posteriormente fu chiamata Villa
di Cesare Augusto, conforme accenna il Kirker, è dopo di esso il Pitisco E'
fama ( dice questo,, Scrittore ) che M. prima di morire i- 3, stitnisse crede
della sua Villa di Tivoli lo,, stesso Augusto,al quale nella medesima aveva per
tanti anni esibita la sua ospitalità, per,, cui posteriormente, ed anche fino
al pre-PLINIO (vedasi): Divus Augustus carmina Virgilii cremati con tra
testamenti ejus verecundiam vetu.it. J usserat haec rapidis aboleri carmina
flammis Virgilius, Phrygium quae cecinere ducem. Tucca vetat, Variai simili, tu,
maxime Caesar, Non sinis, et Latiae consulis historiae. Lat. vet. et nov. lib.
3 > n.4. §.1. R 2 ! o sente giorno si chiama Villa
di Cesare Augnasto. Potrebbe ora darsene una descrizione to- pografica, ma su
di ciò si farebbe un lavoro del tutto superfluo, nè potrebbe dirsi di van-
taggio i nè meglio parlare di quello, che h an- no detto, e parlato li
succennati Pitisco, Cabrai, e recentemente Marquez nella sovra- indicata
Dissertazione. Se questo valente Scrit- tore aveva dato saggi commendevoli
delle sue cognizioni, e del suo criterio nelle opere a quella antecedenti, e
segnatamente nel Libro sulle Ville di Plinio il Giovane, e nell'altro sulle
Case di Città degli antichi Romani ; nel- le Illustrazioni sulla Villa di M. ha
fatto conoscere la penetrante oculatezza del suo 1nge2.no nel discoprire, e
disegnare le noti- zie relative airuscnraAntichità;eperciò ad es- se
Illustrazioni ritaettramo gli eruditi Lettori. Loc cit. Art. Villa : M. moritu
- rus, cum tot jant annis Augustum hospitem in hac Villa recepisset, eumdem
Villac haeredem constituisse fertur, ut proinde vel ex hocco - pite non
Maecenatis dumtaxat, sed et Augusti C cesar is in hutic diem appclletur. s'6t
FEBRE PERPETUA » febris est, sicut Cajo M. . Eidem triennio supremo nullo horae
momento contigit somnus . L’Arduino nelle notea questo luogo di Plinio ci
previene, che Schenk nelle sue mediche Osservazioni riporta varii esempj d’
Individui, che non viddero il sonno per lo spazio di quattordici mesi, .ed
anche per un intero decennio. In Not. cap. 5 a. lib: 7: Plin. : Afjìrt exempla
nonnulla eorum, qui mtnsihus quatuOr- ZT 'a 6 Non è mio scopo di esaminare, se
cosi lunghe veglie possano darsi in natura, come ancora se possa un mortale
vivere gran tempo con la compagnia disgustosa di una febre continua. Questo
esame forma 1’ oggetto, e la materia esclusiva di que’ Dotti, che sono nell'
arte medica versati, e perciò io mi tratterrò nel vedere, se quel Cajo M., di
cui par- la Plinio, è M., di cui si è scritta la Storia; e posto che d’esso
sia, si osserverà se sussista la realtà di quella febre perpetua:, e della
pretesa veglia triennale. Crinito afferma non esser certo, che il M. allegato
da Plinio sia quel Mecena- te Consiglierò, Favorito, ed Amico di Augusto.
Notatum est a Plinio ( dice quello ) in- j, ter mirifica Naturae officia eum M.
nnmqnam horae momento dormisse per totum trieimium ante obitum, sed hoc non
piane compertum est, an referendum sit ad,, alterum M. Al contrario Cenni è di
opposto sentimen- to, ed impugna il Crinito in questi termini:,, Ma sia detto
cou pace del Crinito, questo dubbio parmi senza ragione. Da Plinio si,, parla
del nostro, e non di altri M. decim, qui decennio Coto somnum non viderint
Jo.Schenkius Observat. Medie, lib. i. pag. p3. De Poet. lat.. Qicuxi ^ 00
Jsx-Cl o Qg I, Ora è possibile t che questo soltanto ayes-; se la notizia cosi
precisa di questi fatti, e che ’ o • (i^Lib.a.Art,t>$ la medesima sfuggisse
a Vellejo, e a Cornelio Tacito contemporanei di esso Plinio, e s’igno- rasse da
Svetonio, da Appiano, e da Dione, che vissero, e publicarono le loro Storie nel
secolo posteriore all’esistenza di quel Natura- lista? Di più Macrobio ne’ suoi
Saturnali, opera critica, ed erudita, non omette di parlare di molte qualità
personali di Cajo M., delle quali si è fatto già menzione, e serba un profondo
silenzio sulla febre perpe- tua, e sulla veglia triennale, di cui si parla. Lo
stesso deve dirsi di Seneca. Egli mormora spesse volte, aguzza la lingua nelle
sue Opere sulla condotta del Consiglierò di Angusto, ne critica il lusso, le
ricche abitazioni, le squisi- te mense ec., ma benché sia contemporaneo di
Plinio nulla dice di preciso sul fatto contro- verso. Ma si supponga, che il M.
accenna- to da quello sia il M., che è l’oggetto delle nostre storiche ricerche
. Sussisterà in questa ipotesi quella febre continua, e quella veglia triennale
? Pareva incredibile al lodato Giraldi questa veglia triennale, e peno- sa del
nostro M., e non ne sarebbe giammai restato persuaso, se la sua credulità non
fosse stata sorpresa da un’ altro fatto più stravagante s riferito da
Olimpiodoro Alessandri-, no, ij quale suppone, che un Uomo vivesse senza mai
dormire, pascendosi di sola aria, o di luce. Quindi io giudico ( scrive il
?6q,, raldi ), che proveniése a M. quella è- sica indisposizione di non aver
potuto dormir »» mai per no intiero trienoio ; ciò che mi i, sembrava quasi
incredibile prima che leggessi in Olimpiodoro Alessandrina che « nn Uomo visse
senza mai dormire, pascen- dosi di solo aere solare, ed in conferma di tale
portento cita quello l’autorità di Aristatele. Alcuni,frà quali il sullodato
Cenni (assono d avviso, che Seneca abbia parlato della sudet- ta veglia
triennale di M., allorquando fauna specie di parallello frà questo, ed il
celebre Attilio Regolo Veniamo ora ( dice » Seneca ad Attilio Regolo . Perchè
la fortn- »> na gli nocqne quando egli diede quel grande argomento di
fedeltà, e di pazienza? Trapassano li chiodi la sua cute, dovun- y, que
rivolge, ed inclina le sue membra affaticate incontra una ferita, e le sue luci
sono aperte ad una veglia perpetua . Cre- : Mine illi (M.) existimo cantigisse,
c/uod a Plinio scribitur, ut per triennium non dormieril, id quod ego vix
credideram ni ti antiquum apud Olim- piodorurn Alcxandrinum in Phaedonis
Commentario legissem, hominem insomnem vixisse, qui solo aere solari
nutriretur, atque in eo miracolo Aristotelem citai., di tu, che sia più
fortunato M., il quale divorato dagl’amori, c da replicati », ripudj della
ricalcitrante consorte, si pro-,, caccia il sonno mercé l’armonia de’ musi- si
cali istromenti, che da lungi echeggiano, soavemente? Ma benché egli prenda
sonno colla forza del vino, scuota, ed inganni il suo animo col mormorio
dell’acque cadenti, e con mille altri generi di piaceri, tnttavia veglierà
nelle piume, come Attilio, Regolo nella croce . (Non si comprende però come
Seneca in que- sto luogo voglia indicare la pretesa veglia tri- ennale di M.,
giacché la sostanza dei suo discorso si è che questo, essendo vessato dall’
amore sconcio, e dal carattere inquieto De Provid. Veniamus ad Re- gulum : quid
illi fortuna nocuit, quod illud documentimi j Idei, documentimi patientiae
fetic ? Figunt cutem davi, et quocumque fatigatum corpus reclinai, vulneri
incumbit, et in perpetuam vigiliam suspensa sunt lumina F eli ciorem ergo tu
Maecenatetn patos, bui amoribus anxio, et morosae Uxoris quoti- diana repudia
deflenti, somnus per symphoniarum caritum a longinquo lene resonanlium
quaeritur ? Mero se licei sopiat, et fragori- bus aquarum avocet, et mille
voluptatibus mentem anxiam fallat, tam 'vigilabit in piu- ma, quam ilio in
croce di Terenzia stia moglie, che egli arnav^ perdutamente, procura di
sollevarsi con il vino, con lo strepito piacevole delle acque cadenti dalle
rupi, e con altri mezzi capaci a discacciare, o mitigare la noja dello spirito
; aggiunge inoltre, che ad onta di tut- to questo, M. non trovava sollievo,
come Attilio Regolo tormentato dalla barbarie degli Africani nella botte
guarnita di punte di ferro. É’ pur troppo vero, che una moglie fornita di un
Carattere infedele, caparbio, ed incostante potrà tenere in grandi inquietezze
un onesto marito, dal quale è amata, manonpare verisimile, nè credibile, che
tali inquietezze possano giungere fino al grado di cagio- nare una veglia non
interrotta di più anni. Perciò si può convenire nella supposiziqne di [Girald.
loc. cit. Porro Terentiam Maccenas miro amore deperiti } .ut Acron, et
Porphirion tradidere. Cantei, Not. ad Valer. Max. lib.l. de Relig. Dir is sane
suppliciis crucactus est Attilius : primum quidem, et id tantum cibi datum est,
un de vitam aegre su- stentaret, et adductus Ltiphas, a quo territus nec animo,
nec corpore conquiesceret : tum, praecisis palpebris ne connivere posset, solis
radiis'objectus est : in dolio denique inclusus praefixo davi culti, quorum
acuti it misere lacerai us inceriti, Seneca riguardo alla' sùdetta Terenzia
moglie di M.; si può convenire, che ella sarà stata di Un umore capriccioso, ed
indocile ; che M. ne avrà provati disgusti, ed amarezze, e che per discacciarle
lóntand dal suo spirito filosofico, avrà profittato di tutte le possibili
risorse ; non si può però ragione- volmente, e giustamente conchiudere, che per
tal motivo non potesse procacciarsi il sonno per il non breve intervallo di un
intero trien- nio; nè si può comprendere^! torna a ripetere, come Seneca abbia
nel citato luogo voluto si- gnificare ciò, che Plinio ha riferito sulla pre-
tesa veglia triennale del nostro M. i Passiamo alla febre perpetua. La febre è
annoverata fra li pallidi morbi > che affliggono miseramente la specie
umana. Quell' individuo, che da una febre viene mo- lestato, e da febre di tal
carattere, che non abbandona giammai il povero paziente, è impossibile, che
possa agire con energia, e trattare affari di sommo rilievo . Da quanto si è
detto nel decorso della Storia del nostro M., risulta pienamente, che egli fin
dall’ età più verde incominciò a prestare i suoi servigi ad Ottavio Augusto
prima del Triumvira- to, fin dopo inalzato al Trono. Si è rimarcato, che iu
tutto questo tempo affrontò le imprese le più faticose; segui qualche volta il
suo Monarca anche frà lo strepito delle Armi } governò lunga stagione Roma, e
l’Italia, dissipò congiure pericolose, ed usò in tutte le i operazioni, che gli
furono affidate, eoraggio, fermezza, e straordinaria vigilanza. Se pertanto
fosse stato sottoposto ad una malattia di una febre perpetua, come è possibile,
che avrebbe egli potuto agire con tanta energica attività per disimpegnare
gl’incarichi laboriosi, che tutto giorno riceveva da Augusto? Ola febre è una
malattia, o non è malattia . Se non è una malattia tutto è conciliabile, ma
siccome non può mettersi in que- stione, 'ch’ella sia un malore, che sconvolge
il sistema fisico deirUomo, cosi sembra potersi dire, che Plinio in quel luogo,
0 ha parlato di qualche altro M., o se ha parlato del nostro le sue assertive
non possono in verun conto fissare la fiostra attenzione. Impugnando però
questo passo di Plinio, noi non abbiamo avuto il pensiere di divenire il
censore di quel celeberrimo, e laborioso scrittore della storia naturale. Egli
esige tutto il rispetto de’letterati, li quali conoscono, che quella sua opera
magnifica gli procacfciò meritamente un posto brillante nel tempio
dell’immortalità. Ma in un si grande lavoro, in cui dovette giovarsi, e
profittare degli occhi, e delle mani di molti, non deve recar meraviglia, se
egli avesse inserito una qualche opinione grossolana, e popólare . Il medesimo
dice ancora, che quel Caio Melisso M., Liberto del nostro Cil- [TIRABOSCHI
(vedasi), Stor. della Lett. Ital., «io per guarire da uno sputo di sangue, no
parlò mai per lo spazio di tre anni. Questo fatto è pure singolare, meno però
di quello della febre perpetua, e della veglia triennale . Plin. Jamet sermoni
porci multis de causis salutare est. Triennio M. Melissum accepimus silentium
sibi imperavisse a convulsione reddito sanguine. L' Arduino nelle note a questo
luogo di Plinio osserva, che in alcuni Codici invece di Melissum si legge
Messium, conchiude però, che ne Codici più accurati si trova scritto Melissum.
Potrebbe dubitarsi se il Melisso, di cui qui si parla, sia veramente il Liberto
di M., giacche Svetonio de lllust. Gram. nomina are Melisso Lenèo. Fulgenzio
Withol. fà menzione di un Melisso Euboico. Alberto Magno de Anim. Tract. loda
un Melisso autore di un libro sugl’animali. E Laerzio. rammenta parimenti un
Melisso. Ma il lodato Arduino è d'avviso, che il Melisso accennato da Plinio è
il Cajo Melisso M. Liberto del nostro M. : Meminit Svetonius ( Hard, in Ind.
Auct. Plin. ) Caji etiam Melissi, quem Maecenati gratissimum etiam fuisse ait,
ac Biblidthecarum in Octaviae Portico ordinandarum curam accepisse, a Patrono
suo Cajus Melissus M. dictus est . Hic eriim illc est, quem Maecenatem Melissum
scribi oportet, apud Pliriium. Nome compiuto: Cajo Melisso Mecenate. Luigi
Speranza, “Grice e Mecenate”, The Swimming-Pool Library. Mecenate. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Mecenate.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Medio: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract. Grice:
“The Romans were a bit like the Oxonians: it all had to be Greek – witness
Diogenes Laertius – he goes on in great detail to list all the lost essays by
unknown Greek philosophers – but when it comes to Roman philosophers like
Medio, he couldn’t care less – ‘he wrote a number of essays,’ he notes – VERY
edifying!” Filosofo italiano. Medio. Porch. Portico. A contemporary of Plotino.
M. writes a number of essays. Medio.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Medio.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Megistia: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia basilicatese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto,
Basilicata. A Pythagorean according to Giamblico di Calcide. Grice: “Cicero argued that
anything written in Greek is not part of Roman philosophy; I guess he has a
point. Whereas we do consider things written in Latin by Englishmen PART of
English philosophy, we do not consider anything written by the Old Britons
before the Anglo-Saxon Conquest to be a part and parcel of Sorley, “History of
English philosophy’!” -- Megistia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Megistia”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Meis:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – IL FU MATTIA
PASCALE – lo spirito abruzzese – la scuola di Bucchianico -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Bucchianico). Abstract. Grice: “I am call a
systematic philosopher – which, in Gilbert Harman’s paraphrase, means that when
it comes to philosophy, I want to make it all my own! In Italy, the
corresponding figure would be Camillo De Meis – and since Pirandello – it has
become a drawing-room joke: “Who says it?” “Camillo De Meis!” – The implicature
being that Camillo De Meis shared my motto that there is only ONE problem in
philosophy, namely: all of them!” Filosofo italiano. Bucchianico, Chieti,
Abruzzo. Grice: “I agree with Meis’s naturalism; he
proposes a three-stage development: vegetal, animal, man – his naturalism has a
Hegelian side to it, while man is more old fashioned, more Kantian!” Figlio di un medico aderente alla carboneria e di
ideali mazziniani, nacque a Bucchianico, dove compì i primi studi: li prosegue
presso il Regio collegio di Chieti e poi a Napoli, dove e allievo dei letterati
PUOTI, SANCTIS, SPAVENTA e RAMAGLIA. Si laurea e divenne socio degl’Aspiranti
naturalisti, di cui diventerà presidente; e poi medico aggiunto dell'Ospedale
degli Incurabili e apre una scuola di grande successo, dove insegna filosofia
naturale. E poi rettore del Collegio di Napoli. Dopo la promulgazione della
costituzione nel Regno di Napoli, venne eletto deputato per la circoscrizione
Abruzzo Citra: sostenne la protesta di Mancini contro la repressione operata
dalle truppe borboniche contro i manifestanti e l'accusa di tradimento al re. E
quindi costretto all'esilio. Dopo un soggiorno a Genova e a Torino, si stabilì
a Parigi. Esercita la professione di medico per gli esuli e gli emigrati
italiani. Insegna antropologia filosofica lall'università ed entra in contatto
con il mondo filosofico parigino, diventando assistente di Bernard e ottenendo
da Trousseau l'incarico di insegnare semeiotica. Strige anche un proficuo
rapporto con Cousin. Rientra in Italia, prima a Torino e poi a Modena, dove
insegna. Torna a Napoli e divenne assistente di SANCTIS, ministro
dell'istruzione nel governo provvisorio, e venne eletto membro del Consiglio Superiore
della Pubblica istruzione. E deputato al Parlamento del Regno d'Italia sedendo
tra i ministeriali. Busto di M. al Pincio (Roma) Non si sa né dove né quando e
iniziato in massoneria, è certo tuttavia che e membro della Loggia Felsinea di
Bologna. Insegna a Bologna. Il suo naturalismo lo spinse a cercare un
fondamento filosofico alle scienze della natura, che egli trova nell'idealismo
di Hegel. E anche amico intimo e collega di SICILIANI, del quale condivise in
parte la speculazione intorno al positivismo. Venne citato, di passaggio, nel
romanzo di PIRANDELLO (si veda), “Il fu Mattia Pascal”. E costruito il palazzo
della Biblioteca di Chieti, in piazza Tempietti romani, dedicata a M.. V.
Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma, M. su treccani. Il
protagonista del romanzo infatti ascolta casualmente, durante un viaggio in
treno, una conversazione fra due filosofi, e dato che è uscita la notizia della
sua morte, sceglie come proprio nuovo cognome "Meis", traendolo da
"De Meis". Il nome sarà "Adriano", udito dal fu Mattia
nella stessa conversazione, che attribuiva a M. la tesi che due statue nella
città di Peneade rappresentassero Cristo e la Veronica -- colei che si sostiene
abbia asciugato il viso di Gesù durante il calvario. In queste pagine del
romanzo pirandelliano, Mattia Pascal prova uno straordinario senso di ebbrezza
legato alla propria libertà. Tessitore, M. Dizionario Biografico degli
Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Colapietra, M., politico
“militante”, Napoli, Guida, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. M. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. M., in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
openMLOL, Horizons storia.camera, Camera dei deputati. M. di Giacomo de
Crecchio, in Biblioteche dei filosofi, Scuola Normale Superiore di Pisa
Cagliari. L'Unificazione, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Nella
prima edizione di Il fu Mattia Pascal figura qui un GIUSEPPE De Meis, che nelle
successive si precisa nel nome di un seguace piuttosto atipico di SANCTIS, il
filosofo abruzzese M. Difficile immaginare che questa schelta sia del tutoo
casual, altrettanto difficile sondarne a fondo le ragioni e avanzare qualche
ipotesi. A meno che non si pensi al saggi in cuil M. (“Darwin e la scienza”)
tenta una sistesi tra evoluzionismo e dialettica hegeliana dello spirito; o non
si immagini che possa essere la sua filosofia, sull’IMPOSSIBILITA della
demo-CRAZIA in Italia, alla radice di uno sfogo politico de Adriano Meis. Meis,
del quale Mattia Pascale prende parte del cognomen, e autore di una specie di
impegnativo paradosso politico (IL SOVRANO), nel quale sostene la necessita di
una REGALITA forte, come punto di mediazione disinteressata tra le passioni
laceranti di varia strati della popolazione. E questo E il solo possible filo
che riusciamo a intravedere tra lui e questo improvviso (ma forse non del tutto
imporgrammato) sfodo di Adriano Meis. Antichità Oggettivismo. Oggettivismo
primitive da Talete ad Anassagora Soggettivismo pratico individualista Sofisti.
Soggettivismo pratico universalista Socrate Oggettivismo ideale assoluto
Platone Soggettivismo incompiuto Aristotile Tempo moderno — Soggettivismo.
Soggettivismo pratico intuitivo Stoicismo Epicureismo Scetticismo
Ne-oplatonismo Cristianesimo Oggettivismo ideale particolarista Roscellino.
Occam Oggettivismo sensibile Bacone. Condillac. Diderot, d’Holbac. Passaggio
alla soggettività Hame. Kant. Oggettivismo ideale universalista Anseimo. S. Tommaso.
Scoto . » Soggettivismo tendente alla oggettività Cartesio Oggettivismo
assoluto Geulinx. Mollebranche. Spinosa Oggettivismo dogmatico individualista —
Lcibnitz. Wolf Passaggio alla soggettività —Berlielei/. Kant Tempo recente
Soggettivismo assoluto. Soggettivismo trascendentale — Kant Soggettivismo
assoluto astratto — Fichte Oggettivismo assoluto Schelling Soggettivismo
positivo assoluto — Hegel . La storia della medicina .Cosa è lo Stato? Lo Stato
è l'uomo grande; è la società umana individuata. L'ha detto Aristotile: lo
Stato è la società che basta a se stessa. 11 che appunto vuol dire che lo Stato
è il grande organismo umano, l'individuo grande, compiuto in sé stesso,
indipendente ed assoluto. L' uomo piccolo è una scala ascendente di funzioni.
Egli ha per base la funzione vegetativa, per cui mangia e beve e si nutre,
veste panni, abita un nido e si riproduce: la funzione riproduttiva è l'apice,
e la corona della vita vegetativa. Egli è questo il sistema dei suoi bisogni
materiali, vegetativi ed animali. Ma 1' uomo elementare non è soltanto un
vegetabile compenetrato e avvolto da un animale; egli è anche un animale,
un'anima, sormontata dall'unità dello spirito, avviluppata e compenetrata dalla
coscienza umana. La riproduzione è la corona della vita vegetale; la coscienza
è la corona della vita animale; e la coscienza assoluta è la corona e l’apice
della vita spirituale. Come spirito l'uomo è per prima cosa, e per prima base,
morale. La moralità, la virtti privata, è la forma più naturale dello spirito:
essa è il patrimonio dell'individuo, e resta confinato e chiuso in lui. Il
dritto è l’uomo aggrandito; egli è l'individuo che si aggiunge una porzione
della natura esterna; ed è una estensione del suo corpo, e della sua anima;
ampliazione della sua natura organica, ed esplicazione della sua natura
giuridica spirituale. E a tutto questo sovrasta l’IO, la libera coscienza, che
è come il perno intorno a cui tutto gira: centro e circonferenza del circolo
umano. L'IO è la conoscenza di se. Nella pura coscienza l'uomo conosce sé come
sé, come semplice forma; ed egli aspira a conoscere anco l’interno di se, la
sua propria natura. E Si conosce infatti: nell'arte, come bello, e per dir così
semi-infinito: nella religione, come infinito sensibile; nella scienza, come
infinito di pensiero, e sì come pensiero infinito. Tale è il sistema spirituale
nell' uomo piccolo, nell’individuo particolare. Nell’uomo grande, nell'
organismo politico-individuale che si chiama LO STATO, ci sono le stesse
funzioni. Ci è la funzione economica, agricola, industriale, commerciale:
produzione materiale, frumento o libro; trasformazione ed assimilazione;
circolazione e scambio; nutrizione e consumazione: relazione sensibile fra
tutti gl'individui dei quali il corpo sociale è formato. Ci è la funzione
morale, non più chiusa nell'individuo, ma estesa alla società, manifestata come
relazione attuale fra gì' individui umani. La morale individua diventa dritto
comune; materia della polizia, e del dritto penale. Nessun uomo ha il dritto di
offendere e usar vie di fatto contro un altro uomo, perchè tutti hanno il
dritto che la loro coscienza morale sia rispettata. Il reo non fa contro uno,
ma contro tutti; e non è quindi uno o pochi, sono tutti contro di lui: il
sentimento della comune natura umana reclama la sua punizione. Nessun uomo ha
il dritto di maltrattare un bruto; perchè non è il bruto, è il sentimento della
fondamentale unità della natura umana e animale eh' egli ferisce e maltratta in
tutti gli uomini civili e sensibili. La morale individua è il rispetto della
natura; il dritto morale è l'azione conforme ai fini, ai principii, ai
sentimenti naturali. Egli è dunque una relazione psichica, spirituale, poiché
spirituale è il suo fine. Ci è la funzione giuridica, ed è la relazione
dell'individuo coi suoi annessi naturali agli altri individui similmente
costituiti di cui la società è formata. Quello che invade l’altrui, non occupa
solo una porzione di natura; egli occupa e viola l'anima di un uomo, la quale è
pur quella di tutti gli uomini, membri di uno stesso corpo sociale; e perciò
tutti si levano contro l'ingiusto invasore. Questo tutti è la legge, che
funziona e si esercita in forma di Tribunale. La legge penale sta di rincontro
alla barbarie, alla passione violenta ed alla guerra privata; un tribunale
criminale è in realtà una corte marziale. La legge civile è il principio e la
regola della pacifica decisione. Essa è la libera ragione che si leva di mezzo
agli opposti interessi; e il contrasto troncato in germe, e definito in forma
di piato, non solo non giunge, ma neppur tende alla violenza ed alla guerra. La
guerra è la barbarie; la civiltà è la pace, perchè è la legge, e perciò questa
a ragione è detta civile; e i suoi sono tutti giudici di pace. Ci è finalmente
l’IO comune, conoscenza e volere generale; ed è, come tale, una funzione
formale a cui servono di contenuto e di soggetto tutte le funzioni speciali.
Cosa è dunque lo Stato? Lo Stato è l’insieme di tutte le funzioni materiali ed
economiche, morali e giuridiche, in quanto sono unificate nell'IO comune, che
tutte le penetra e le regola, ed è il punto a cui mette capo ogni particolar
movimento, e da cui parte ogni azione generale. Lo Stato è adunque l'IO, la
coscienza sociale. Tale è la forma: il contenuto è la virtù pubblica, il dritto
civile, il dritto penale, e la pubblica economia. Lo Stato è il giusto, dice
ALBICINI (si veda). Sì certamente; ma il giusto non è che una parte del suo
contenuto; è un elemento della sua natura, il quale piglia nell’organismo
giuridico la sua forma particolare, e la sua realtà naturale. Ma un principe
non è solo un Gran Giudice, e un Parlamento non c'è soltanto per fare il Codice
Civile. Giusto io lo piglio in senso di legge: e la legge io la piglio in senso
di relazione umana in genere. Ed io allora la piglio in senso di relazione
cosmica universale. Bisogna finirla una volta con le idee vaghe ed astratte, e
con le parole indeterminate e generali. Lo Stato è la virtti; dice Montesquieu:
la virtìi è il suo principio ed il suo fondamento, e il vizio è la sua rovina.
Idee generiche, astratte, indeterminate, piene di confusione e di errori. La
virtù, la morale, non è che un elemento, ed una sfera dello Stato. Essa ò per
se individuale; ma quando esce dall'individuo, e promove o turba e nega
l'ordine sociale inferiore, e per così dire individuale, essa allora di privata
diventa pubblica, ed appartiene allo Stato. Che se dall' infima sfera delle
relazioni individuali l'azione si leva alla sfera giuridica, o se anche penetra
nella sfera politica, allora essa perde man mano il suo carattere morale. Un
delitto politico è per poco un non-senso, quando non è che politico: e tale
egli è quando l'animo è puro. Omnia mwnda mundis: puro vuol dir
non-individuale, assoluto, generale. E allora non è a parlar di delitto e di colpa:
in politica non ci è che prudenza ed imprudenza, serietà e leggerezza, verità
ed errore, successo ed insuccesso. Lo Stato ordina i premi e le pene, e le
proporziona alla loro natura morale, giuridica o politica : se non che una pena
politica è quasi un non-senso: essa in realtà non è che un semplice fatto di
guerra, un puro atto di difesa. La virtù, dirà il Montesquieu, io la piglio in
senso di forza, di energia politica. Ed io la piglio in senso di energia
magnetica, elettrica, nervosa, muscolare. L’antiche repubblica romana e fondata
sulla sobrietà e sulla severa continenza, sulla parsimonia e la povertà del
privato cittadino. Roma cadde perchè vi penetrò la ricchezza, la voluttà, il
lusso dell'Asia. Quella io chiamo virtù, questo vizio, rilassatezza, corruzione,
dice Montesquieu, e ripete Napoleone III, e con lui tutti, dal primo
all'ultimo, i francesi. — francesi, questa che voi fate non è la storia, è il
fatto; è la materia appena un po' digrossata, non è l'idea che la determina e
la informa; è il fenomeno, non è il pensiero della storia. E lo vedrete. Lo
Stato è il ben essere, la prosperità, la ricchezza, dice Fourier. Sì,
certamente: anche questo è lo Stato: ed egli cura la produzione, promove ogni
maniera d'industria, e favorisce il commercio con istituzioni, e leggi, e
procedure speciali. Ma la ricchezza non è che il sostrato, il sottosuolo dello
Stato. La ricchezza è la materia, lo Stato è il pensiero: 1' una è il corpo,
l’altro è l' anima. L' anima fa il corpo, ma non è corpo per questo; e l'Economia
politica non è la Politica, non è lo Stato. IL PRINCIPIO DELLO STATO ITALIANO E
LA RELIGIONE, è la Bibbia degli Ebrei, dice Aquila di Meaux, e per quel tempo
non vola male. Ora però, sarebbe il peggio che si potesse dire. Cotesto ora non
è piti un volare, è uno strisciar per le terre, o come talpa andar per le
cieche latebre, odiando la luce e il puro e libero aere della ragione. E se
Dupanloup pure insiste e perfidia, allora io dico che il principio dello Stato
è l'arte, è la Divina Commedia e il Decamerone, il Barbiere di Siviglia e la
Trasfigurazione. Tanto ci ha che far l'una quanto l'altra, ed io avrò
altrettanta ragione. Il principio dello Stato è Dio, dirà Dupanloup. Sì,
certamente; ora finalmente ci siamo. Non è però il Dio della Religione e dell'Arte,
ma il Dio del corpo sociale, il Dio dello Stato. Questo è che costituisce i Re,
che direttamente o per suoi organi crea tutti i poteri e le autorità politiche;
e questo Dio non abita nel cielo; lassù non v'è che il Dio della Natura: il Dio
dello Stato abita nel petto del cittadino, ed è a lui eh' egli ubbidisce quando
rende ubbidienza alle autorità che ne sono i ministri, il braccio e la parola.
Lo Stato non e corpo, è anima. Anima è sapere e volere, coscienza e azione; e
la funzione dello Stato come Stato consiste nel sapor di essere, e nel volere
essere Stato. Questa non è che la sua forma; ma questa forma è appunto il vero
Stato; e la coscienza assoluta ch'egli ha di sé, e l'azione comune in cui
questa si traduce e si spiega, è per l'appunto la sua funzione essenziale. La
coscienza dello Stato per intrinseca ed assoluta necessità prende una esistenza
naturale, e spontaneamente si crea il suo particolare organismo. Essa è
l'anima; ed il sistema dei poteri politici è il corpo che si crea, e in cui si
fa reale. È una creazione immediata e diretta, ovvero indiretta e mediata, come
quella d' ogni principio vitale; ma in definitivo è la coscienza pubblica, ed è
sempre lo Stato che crea i poteri e le autorità dello Stato. Questa funzione
creatrice è 1' elezione. Ma questo corpo in cui l'anima generale si traduce e
si concentra, in realtà non è che una pura anima: è il semplice potere
legislativo. Quest'anima effettiva ed attuale creata dall'elezione, si crea a
sua volta il suo proprio corpo. Tale è 1! esercito : l' esercito amministrativo
e l' esercito militare ; e la finanza è il sangue di questo corpo generale. L'
esercito amministrativo serve per eseguire o render possibili tutte le
funzioni, che compongono la triplice natura dello Stato: la funzione economica,
la morale, e la giuridica. Un magistrato, un impiegato, il ministro, il
Sovrano, è un soldato; e il suo onore è d'ubbidir fedelmente alla legge,
all'anima dello Stato. L'esercito militare ha un ufficio anche pili essenziale.
Esso serve allo Stato per essere, per esistere; gli serve a difendersi dalle
potenze nemiche, esterne o interne, che ne minacciano la vita economica,
politica o morale. Il soldato è il braccio della legge, e dello Stato; il suo
ufficio è di respinger l' assalto o l' insulto di un altro Stato, e di
reprimere le passioni colpevoli che si sfrenano contro la legge del suo paese,
e le istituzioni del proprio Stato: nobile ed alto ufficio tanto nel primo come
nel secondo caso. I due eserciti sono entrambi assoldati. Sono il corpo, e il sangue
vi dee circolare. Il potere legislativo è l'anima; ed è perciò che non è
pagato. Il Sovrano ha una lista civile perchè unisce in sé le due nature: egli
è il tratto d' unione fra il potere legislativo e l'esecutivo, e personifica in
lui l'unità dello Stato : ed è perciò eh 9 egli è sacro. Sovranità, potere
legislativo, potere esecutivo; tutto questo è forma di forma: la forma
essenziale, il vero Stato, è l”IO assoluto, la coscienza e la volontà generale.
Ma non vi è la pura coscienza e l'astratto volere, e non è possibile una
funzione puramente formale. Si è conscii di essere questo o quello, si vuole e
si fa sempre qualche cosa: e lo Stato conosce e fa da un lato, e dall'altro
esegue, la legge economica, la legge penale, la legge civile. Il Sovrano, il
legislatore, l’impiegato, il soldato, tutti vogliono che lo Stato sia; vogliono
che sia prospero, giusto, savio, forte di tutte le fotze morali, e che possa
tutte liberamente spiegarle, ed esser felice. L'Io è la forma; la forza
economica, la virtù, il dritto, è il contenuto dello Stato. Ma la forma
prevale, e domina il contenuto. La morale domina l'economia: la produzione non
è possibile, e il guadagno non è realizzabile s'egli è immorale. Il dritto
domina la morale: la virtù pubblica impone alla virtù privata. L'Io, la pura
funzione formale, domina e modifica tutte le funzioni speciali che sono il suo
essenziale contenuto: lo Stato domina e modifica il dritto e la morale. Un
assoluto vince l'altro: tutti per sé assoluti, sono fra loro assolutamente RELATIVI
(“il relativo hegeliano”). Il volgo riguarda come piti eccellenti gli assoluti
inferiori, perchè piti naturali, e di più immediata e più sensibile idealità.
Il più alto è per lui l'ordine morale; che sovrasta e primeggia sull'ordine
giuridico; 1' ordine politico è subordinato a tutti e due. In realtà il più
eccellente è l'ordine dello Stato, perchè più generale, e più assoluto e
divino; e quando l'armonia fra i tre ordini e le tre funzioni si rompe, è la
funzione formale, la funzione assoluta dell'essere, quella alla quale
appartiene il primato, e prende sopra l' altre la mano. Scoppia la RIVOLUZIONE
dal basso o dall'alto: ribellione, COLPO DI STATO. Slealtà, tradimento,
illegalità, delitto. È vero. La coscienza morale lo riprova, la coscienza
giuridica lo condanna; ma v'è (vi può essere) una coscienza superiore che
l'approva; e se non è la coscienza politica dei contemporanei, sarà di certo la
coscienza politica degli avvenire. La storia approva IL COLPO DI STATO e LA
RIVOLUZIONE popolare, quando è vera funzion di essere: quando cioè l' essere
apparente dello Stato non corrisponde al suo VERO essere, a quello che esso è
nella coscienza del corpo sociale, sia che oltrepassi, o sia che rimanga al di
sotto di questa misura ideale. Invadere la proprietà d' un cittadino è
ingiusto; ma lo Stato può farlo; ed è una giusta ingiustizia, ed una legale
illegalità, perchè in tal guisa realizza il suo essere, il benessere della
comunità, o dell’intiero corpo sociale. La ragione e il titolo è la pubblica
utilità. Questo è un vedere solo il lato esterno del fatto, che vi è di certo e
non può mai mancare, ma non la sua vera ragione. Si vede la comodità sensibile,
ma non si vede il suo interno principio, l'essere generale realizzato. Ma non è
meraviglia. IL CODICE ITALIANO E POCO MEN CHE TRADOTTO DEL FRANCESE. Le nostre
leggi fatte esse pure dal risorgimento, parlano la sua lingua e ne riflettono
le idee. Ammazzare un uomo è ingiusto ed immorale: è un violar l'ordine
naturale; è un toglier all'uomo una proprietà che 1'uomo non ha creata. Ma lo
Stato anche questo può fare. Lo Stato è funzion di essere; egli è, vale a dire
una forza: e l' elemento di questa forza è la sua corrispondenza e la possibile
eguaglianza con la coscienza generale. Lo Stato è debole quando il suo concetto
resta al di sotto o supera quello del corpo sociale. Il secondo, e non già il
primo, è di gran lunga il caso dello STATO ITALIANO. Egli è perciò che quando
la società vede nella pena di morte un elemento di solidità, ed un pegno di
sicurezza generale, abolirla è un errore: è una fallace utopia, una velleità
teorica, difetto di serietà pratica, scipita sentimentalità, filantropia fuor
di proposito; bontà di cuore forse, ma certo debolezza di mente, che ad altro
non condurrebbe che a crescer la debolezza, già così grande, dello Stato,
accrescendo la distanza che lo divide dalla coscienza pubblica, di cui deve
render l' imagine, ed essere la fedele espressione. Quando l'opinione sarà
progredita; quando la coscienza dei pochissimi si troverà in armonia con la
coscienza dei moltissimi, allora lo Stato e forte, e allora la pena ingiusta,
immorale ed inumana della morte si potrà, e si dovrà senza altro indugio,
abolire; perchè allora il PAESE, divenuto meno incolto e per dir così più
spirituale, avrà cessato di riguardarla come un elemento di esistenza; e non
sentirà il bisogno di una garanzia sensibile tanto barbara e immane. Allora non
saranno soltanto pochi pubblicisti ignoranti e frivoli, ed alcuni legislatori
ridicoli, saranno moltissimi, se non pur tutti, a reclamarne l’abolizione. Si
parla sempre dell'utilità della pena di morte. È l'argomento dei sostenitori,
ed è l'achille degli oppositori. Questo è da una parte e dall' altra un
vergognoso errore. Necessità non è utilità; e quando lo Stato opera in funzion
di essere, egli è in una sfera ideale e assoluta, superiore alla regione della
utilità e del senso. Ma questo sì vergognoso errore era la verità del
Risorgimento; ed è perciò che non se ne vergognava, anzi l'accettava, e ne
andava giustameute superbo: il senso e l'utilità e tutta la sua filosofìa, ed
egli condanna allora la pena capitale come non utile. Venuto più tardi a
miglior sentimento, il Risorgimento respinge l’utilità, e condanna la pena di
morte come utile. Egli scambia per utilità la necessità ideale; e non si
vergogna, perchè questo sofisma è la sua verità: egli è il da ubi consistam
della FILOSOFIA positiva. Ma se ne vergognerà di certo quando di risorgimento
sarà passato a secolo decimonono. Ammazzare un uomo, turbarne i dritti, e
violarne il possesso, attentare all'esistenza dello Stato, che è quanto dire
alla vita delle sue istituzioni, è immorale ed ingiusto; e sarà assai di più
ammazzare moltitudini di uomini, insignorirsi, recare in sé il dominio (e sia
pur l'alto dominio) delle loro proprietà, e distruggere uno Stato. Questo il
cittadino non lo può, non lo dee fare; ma può e dee talvolta farlo lo Stato. L'
usurpazione e la violenza privata è ingiusta; la violenza pubblica e la
pubblica usurpazione non è giusta; è più e meglio di questo, è politica; e si
chiama guerra e conquista, e non più violenza ed usurpazione. La guerra è
buona, e la conquista è giusta legittima e veramente politica, (e dico buona,
legittima, giusta per convenzione, ed in mancanza d'altre parole) quando in
esse lo Stato opera in funzione di essere: quando guerreggia e conquista per
vivere per essere, o per diventare quello che è in sé, e deve anche attualmente
essere. Vi sono società naturali, che la violenza, l'arbitrio, la passione, il
caso in una parola, divide in più corpi sociali, per cui DI UNO SI FORMANO PIU
STATI. Ma in tutti rimane la coscienza della loro identità politica, e della
loro natura storica comune. Yi sono ancora società originariamente separate, in
cui l’accidente, cioè l'arbitrio, la violenza, le passioni umane, col concorso
di altri accidenti ed opportunità naturali, crea una coscienza comune. LA
LINGUA ITALIANA, vale a dire la comunità e la somiglianza fondamentale dei
DIALETTI ITALIANI (non mai la loro identità, che non e' è mai, e non può esserci
in natura, ed è una finzione assurda dei pedanti) è l'organismo sensibile, e
l'espressione approssimativa, e la meno inadeguata, di quella nuova coscienza.
La comune storia è il processo per cui di un gruppo accidentale di popoli e di
Stati si forma a poco a poco un tutto naturale e vivente con una interna unità
e un' anima generale. LA GEOGRAFIA è la condizione esterna dello sviluppo, e l'
occasione più o meno accidentale di questa formazione ideale. La comune
coscienza che si è conservata dopo lo spartimento dello Stato unico originario,
non è più coscienza, ma tende a ripigliare l'antica forma e la primiera
attività; e la coscienza comune che si è sviluppata in un gruppo di Stati
eterogenei non è che il sentimento della loro comune unità: e nell' un caso e
nell'altro questo sentimento è la nazionalità, la coscienza nazionale. E nell'
uno come nell' altro caso ciascuno Stato si trova diviso in se stesso; è un'
anima scissa, con due coscienze distinte ; che l' una è la coscienza propria di
Stato, l' altra è la coscienza comune di NAZIONE. Esso è dunque in realtà due
anime, due esseri, uno attuale, e l' altro possibile; il primo è Stato, l'altro
non è che nazione. LA NAZIONE E LA POSSIBILITA NATURALE DELLO STATO. Ma esso
anche quest'altra parte di sé vuol recare ad atto; esso ha bisogno di esser
tutto il suo essere, e irresistibilmente aspira a far della sua coscienza
politica effettiva, e della sua coscienza nazionale astratta, una sola
coscienza reale. Egli è perciò che lo Stato fa la guerra, e conquista gli Stati
connazionali. È la buona guerra, e la legittima conquista; ma è ancora il
processo barbaro, violento, inconsapevole, passionale, irrazionale. Era altra
volta la buona soluzione; ora è divenuta cattiva: il decimonono secolo è tempo
di coscienza e di ragione, e non ammette che la soluzione consapevole,
volontaria e razionale. Questo succede quando in tutti i corpi sociali si
sviluppa più o meno egualmente di sotto alla loro particolare e diversa
coscienza politica la comune coscienza nazionale. Tutti allora aspirano, e
tutti finiscono per fondersi in un solo corpo di nazione, in una stessa
società, in cui l'antica coscienza nazionale si eleva e si perde ben presto
nella coscienza politica comune. Non è più. la soluzione forzata, è la
soluzione spontanea e razionale. Egli è nel primo modo che si sono costituite
le nazioni moderne; formazioni accidentali, prodotti di guerre e di conquiste
senza ragione, e di nozze fortunate. Tu felix Austria, tu felix Gallia, etc...
nube. La coscienza nazionale non esiste, è venuta dopo. L'Austria felicemente
accozzava delle società affatto eterogenee, fra cui non vi è stato che un
principio di fusione. Si è formato senza dubbio nella Boemia, nell’Ungheria,
nella Iugo-Slavia, una coscienza austriaca. Ma la vera coscienza politica è la
coscienza boema, ungherese e slava; e ciò perchè l' austriaca è una coscienza
astratta, occasionale, non è una possibilità naturale effettuata e completa;
non è lo sviluppo e la realtà della coscienza nazionale. La Francia riuniva con
lo stesso metodo delle nozze, delle guerre ingiuste e delle astute diplomazie,
degli Stati meno inomogenei, in cui pur v’era un avanzo di un'antica LINGUA
COMUNE – FIGLIA DELLA LINGUA MADRE LATINA, testimone di una comune coscienza,
di politica rimasta puramente nazionale, reminiscenza di una potente antica
unità; IL FRANCESE E UNA LINGUA AVVENTIZIA E FORZATA, ma che ha finito per
essere adottata -- coscienza avventizia, ma che era pur venuta, ed aveva finito
per essere LA COMUNE ESSENZIALE UNITA DEL MONDO ROMANO. Ed ecco perchè quei
corpi insieme posti finirono per formar le membra di un solo corpo morale:
fatte però le dovute e ben note eccezioni. Ora la Francia avrebbe l'intenzione
di seguitare in questa via, ed applicare ancora il metodo antico, barbaro,
medieyale. Ma si oppone la natura e la ragione. La ragione è la coscienza
nazionale, è LA LINGUA, ed è la storia. La natura è la geografia: un fiume non
è un confine, ma una via ed un mezzo di unione. La Francia è fuor dei suoi
confini naturali e nazionali. La soluzione spontanea razionale e naturale delle
quistioni nazionali e serbata al secolo della ragione; ED E L’ITALIA CHE NE HA
DATO AL MONDO L’ESEMPIO, ed è il suo onore immortale, e il suo vero primato
civile e morale. Questo esempio la sorella dell'Italia, la Grecia, si appresta
ad imitarlo. La natura lo richiede. La greca penisola è un tutto geografico
perfettamente circoscritto; si direbbe una regione, un nido apprestato per una
sola razza. La ragione lo esige e lo impone; lingua, storia, coscienza nazionale,
solo in parte venuta a coscienza politica, tutto è comune alla Grecia; e v' è
un altro comune principio che la unisce, ed è la religione. Tutto dunque chiede
l'indipendenza e r unità della Grecia, tutto vuole che la Nazione Greca diventi
lo Stato Greco; ma l' Inghilterra non vi trova il suo conto, e con tutte le
forze si oppone, e l'Europa delle crociate, divenuta la positiva e irreligiosa
Europa del Risorgimento, custodisce e protegge con una edificante unanimità il
barbaro e immondo straniero, il musulmano oppressore. L' Italia è stata piu
fortunata. Un grand' uomo uscito dal suo sangue, pervenuto ad. assidersi sopra
un nobile trono straniero, rammenta l'antica madre per la quale giovanetto
aveva pugnato, e pugnava ancora per essa, e le dava la mano a farsi di una
nazione astratta, uno Statò reale. ITALIANO, IO NON SO CHE QUESTO. Tutto
l'altro io l'ignoro, perchè la Storia non è ancor venuta, e non ci ha giudicato
sopra. Ora non vi è che la morale e il dritto, e le piccole passioni politiche
dei francesi, tutti incompetenti nella quistione. Ma di quel che il grand' uomo
ha operato per l'Italia siamo competenti noi; e non sono ingrati tutti gì'
Italiani. L'Italia per viriti propria, e per generoso aiuto, che appena è che
possa dirsi straniero, è salita dalla coscienza nazionale alla coscienza
politica. Ma se quella è forte e potente, questa è ancor debole ed incompleta.
Le sette antiche coscienze politiche, nelle quali la sua coscienza nazionale
era scissa, non si sono tutte egualmente amalgamate in una coscienza politica
comune. Le deboli sono scomparse; ma ve n'è qualcuna forte, che resiste e
permane, ed è L’ANTICA COSCIENZA PIEMONTESE. Il Piemonte ha tre coscienze in
lotta fra loro. La coscienza nazionale, che in lui era, ed è senza dubbio ancor
forte, non si è pienamente trasformata. Essa è rimasta nazionale, astratta; ed
ha solamente prodotto di sé una coscienza politica italiana debole, parziale,
incompleta, poco men che astratta, piena di riserve e di eccezioni. Essa è
incompleta e debole di tutta la realtà e la forza che rimane alla VECCHIA E
TENACE CO-SCIENZA PIEMONTESE, di cui la permanente è l'espressione. Questo
SAMMARLINO (si veda) lo ignora ; ed è in una perfetta buona fede. Egli in
travvede in lui una forte coscienza nazionale, e allato a una profonda
coscienza municipale (certo indebolita da quello che era prima) vi trova un
chiaroscuro di coscienza politica italiana, e dice: io sono quanto si può più
essere italiano. E se lo crede. Sammartino non ha tutti i torti : egli è senza
dubbio italiano; ma quel suo quanto si può essere, o quanto altri sia, è una
sua ESAGERAZIONE.. Nobile esagerazione, inganno volontario e generoso,
illusione che genera in lui la coscienza nazionale, la quale fa sentirgli il
bisogno di giustificarsi ai proprii occhi e agli altrui. Ma in tanta
complicazione il valente uomo non ha tale abito e tal forza d'analisi da
rendersi conto del proprio essere, per cui diviene il giuoco della sua
immaginazione. Egli è perciò che è in buona fede. Tutti gli uomini ci sono qual
pili qual meno allo stesso modo. Ma il tempo è galantuomo; e s’egli ha potuto
sviluppare in tutto il mondo antico una COSCIENZA ROMANA: se sulla vera
coscienza magiara, czeca e jugoslava ha potuto inserire una coscienza
austriaca; se finalmente nella tedesca Alsazia e nella Lorena punto del mondo
francese, ha potuto (incredibile a dirsi, e mostruoso a pensare) destare una
coscienza politica francese: ben saprà creare una vera coscienza italiana in
quel Piemonte, che pure è il primo fra tutti i paesi della moderna Italia: in
quel Piemonte, che nel momento in cui la grande storia italiana del Medio Evo
ha termine, quando tutto intorno tace, s'avviliva e s'abbandona, e la nazione
intiera scende nella tomba della servitù straniera e papale, egli solo non s'
abbandona; e che rimasto jnfino allora nell'ombra, sorge a un tratto giovane e
vigoroso, e ripigliava in sua mano il filo e creava la nuova storia italiana, e
per lui ed in lui l'Italia vive ancora. E quando a nostra memoria si riapriva
1' antica tomba, e l'Italia vi scende di nuovo, rimaneva egli solo sulla
breccia, e lottava animosamente, eroicamente, e compiva alla fine il destino
della patria: onore a cui dalla provvidenza della storia era visibilmente
riserbato. Ah non tutti gl'Italiani sono ciechi e ingrati! Certo il tempo saprà
identificare la coscienza piemontese, che dopo tanta e così grande storia, fuor
di proporzione con la materiale grandezza di quella nobile provincia, è
naturale sia permanente e resista alla grande coscienza politica italiana. E
sarà allora galantuomo davvero. Quando ciò sia avvenuto, e che in tutta
l'Italia non vi sarà che una sola coscienza politica, allora non vi sarà più
soltanto una grande nazione, ma un vero e forte Stato Italiano. L'Io, la
coscienza sociale, è adunque il vero e proprio elemento dello Stato; ed è una
funzione puramente formale che domina e modera e modifica la funzione
giuridica, e la funzione morale. Lo Stato toglie la vita, e turba e invade la
proprietà del cittadino; fa la guerra per esser quello eh 9 egli è, o quel che
dev'essere, e toglie la proprietà, la vita, l’essere indipendente, allo Stato
vicino. Tutte cose che l'uomo privato non può fare, e che gli sono permesse,
doverose anche talvolta y quando, divenuto uomo pubblico, la sua coscienza s'
immedesima e si confonde con la coscienza assoluta dello Stato. Allora è
illecito e reo tutto ciò eh' egli può far nel suo particolare interesse, ma è
lecito e buono tutto ciò che fa in vista dell' interesse generale. La fusione e
l'amalgama succede sempre in una certa misura, ed è tanto pili completa quanto
l'uomo è più alto locato, finche nel capo dello Stato i due interessi non ne
fanno più che un solo. Dal momento che si separano, il tiranno è perduto: egli
allora non è piu lo Stato, è un altro; è un corpo estraneo contro a cui
l'intiero organismo si solleva, e scoppia la crisi. La crisi, la rivoluzione, è
un processo di guarigione. Il morbo è la tirannia, l'anarchia: forme dello
stesso disordine; tutte e due passione e sfrenato arbitrio; ed anarchia tutt' e
due. U&rche non è né questo, ne quello; né uno, né pochi, ne molti, ne
tutti: l’arche è la ragione. Il principio dello Stato, la sua vita, il suo vero
essere, non è il giusto, non è il morale, non è l' economico. Tutto questo egli
lo contiene in sé; ma come Stato egli è l'unità consapevole organizzatrice e
moderatrice di tutte le forme, di tutti gli organi, di tutte le funzioni
sociali. Questo è lo Stato, e qui finisce l'attività politica, la vita
pubblica; ma qui non finisce la vita umana, e non è anche tutta la storia. Sotto
allo Stato vi è il dritto, la morale, la pubblica economia; ma vi è sopra allo
Stato un mondo piìi etereo, piìi,assolutò ed universale che non è il suo; vi è
il mondo dell'arte, il mondo della scienza, e il mondo della religione. Il
mondo della verità è di sopra al mondo della natura e dell'azione. Lo Stato è
l'unità, la coscienza, la forma pili alta, e la pili perfetta e più generale
esistenza delle funzioni a lui inferiori. Lo Stato non è che la base e la reale
possibilità delle funzioni a lui superiori. L'arte è una funzione naturale, e
perciò rimane affatto individuale. Vi è un mondo estetico, ma non vi è una
società artistica: vi sono soltanto degl’artisti e dei poeti; e la parte dello
stato è di render possibile lo sviluppo del talento estetico, e rispettarne la
spontaneità ed il libero giuoco. Egli non ha dritto sull'artista se non quando
egli abusa e tradisce l'Arte, ed esce dalla sua natura. L'Arte non è la morale
o il dritto, e può essere immorale e ingiusta a sua posta: ma finché rimane Arte
la sua immoralità non contamina, e la sua ingiustizia può esser sublime, atta
solo a sollevare e fortificare i caratteri, non mai ad avvilire e degradar l'
animo umano. Ma dal momento che essa esce dalle sue condizioni di Arte, essa
non è pili che immorale ed ingiusta, e allora lo Stato interviene: interviene
in nome della giustizia offesa, e della morale violata; funzioni inferiori, che
gli sono tutte e due subordinate, ch'egli dirige ed ha in sua tutela. L'Arte
non è la religione, e può a sua posta essere empia ed irreligiosa: ma la sua
irreligione è sublime ispiratrice di grandi e puri pensieri, e di religione
vera e pura. Che s' ella trasgredisce le proprie sue leggi, ed esce dalle sue
condizioni vitali, e non è più che semplice e sguaiata irreligione; in tal caso
lo Stato non interviene. Egli dirige e modera le funzioni che sono al di sotto
e dentro di lui, ma non amministra la verità religiosa che gli è superiore.
L'Arte non è la Scienza; è in un certo senso il suo contrario: che s' ella esce
dalla sua natura di senso ideale, e si atteggia a ragione e a idea; tanto
peggio per lei. La Religione è una funzione dirò così spiritiforme: la sua
natura è sensibilmente spirituale, ed il suo carattere è di essere naturalmente
universale. Egli è perciò che mentre l'arte rimane nella sua inconsapevole
particolarità, la religione viene a coscienza, e si forma un Io sociale
superiore all'Io dello Stato: e di fuori e di sopra alla società politica si
forma una società religiosa. Il luogo di questa alta società non è la terra, è
il cielo: l'uomo religioso ha i piedi su questo umile suolo, ma la sua anima è
altrove. La sua funzione è tutta celeste; essa è riflessione e adempimento del
destino umano: contemplazione della infinita natura dell'uomo, rappresentata
nel mondo infinito della grande fantasia; conseguimento della infinita felicità
mediante il possesso dell' infinito della religione. La funzione religiosa
dello Stato è di render possibile la formazione, e libero lo sviluppo e
l'azione, della società religiosa. La religione non è né scienza, né arte, ne
economia, ne morale. Essa può dunque essere a sua posta inestetica e goffa,
creare simboli mostruosi e informi, miti ributtanti e triviali; PUO PROFESSAR
TUTTI GLI ERRORI FILOSOFICI astronomici, teologici, politici CHE VUOLE. Tanto
meglio per lei; sarà più creduta, e più stimata e rispettala. Può la religione
professare tutte le assurdità morali e giuridiche che le piace. Può attribuire
a Dio tutte le passioni umane, sopratutto le piu barbare, e pu perverse e
colpevoli, quelle che l'uomo moderno pih si rimprovera, e maggiormente
arrossisce quando se ne lascia sorprendere e dominare. Sarà per lei tanto
meglio: maggiore sarà la riverenza, il terrore religioso, il timor di Dio. La
religione può a suo beneplacito credere ed insegnare che i figli sieno
responsabili dei peccati dei padri, come lo insegna e lo crede Mosè, in un
tempo ed in un paese in cui non v'E ANCORA IL DIRITTO ROMANO, e il Codice
Civile era di là da venire. Se questo vi fosse stato, non sarebbe venuto in mente
a Mosè una siffatta idea, e non avrebbe insegnato un così sterminato errore.
Quella era pertanto la verità giuridica e la verità religiosa del suo tempo:
due gradi e due forme non per anco distinte, confuse ancora in una verità sola.
Oggi la distinzione è avvenuta: la verità giuridica del Codice Mosaico,
convinta e condannata di falsità, è sostituita dalla verità giuridica del
Codice Civile, nel modo istesso che all'astronomia di Giosuè e del Santo
Uffizio è sottentrata l'astronomia di Copernico e di GALILEI. Ma come verità
religiosa è rimasta in piedi: crede il popolo ed il comune che l' innocente è
colpito col reo dalla vendetta divina. E si crede anche oggi come tre mila anni
sono il dogma che insegna che la colpa del primo uomo s' è naturalmente trasmessa
a tutti gli uomini. Questo dogma non è che l'applicazione in grande del
principio giuridico-religioso di tre mila anni sonò, e quel che lo rende piti
meraviglioso, e perciò più credibile al popolo ed al comune, si è che quella
colpa era la curiosità di sapere, il bisogno di conoscere il vero : jcolpa
grave, imperdonabile agli occhi del dogma religioso. Un dogma simile viola
apertamente il Codice Civile, e violentemente urta ed offende il 'senso morale;
ma non è che una offesa ed una violazione religiosa, e lo Stato non interviene
per far rispettare il Codice Civile ed il senso comune. La rappresentazione
succede in una sfera superiore, e lo Stato ne rende possibile lo sviluppo e
libera la manifestazione, e la rispetta qualunque ella sia. Ma se l' azione religiosa
esce di questo campo, e deposto il proprio carattere, si spinge nella sfera
dello Stato, e diventa irreligiosamente immorale, ingiusta ed impolitica,
allora lo Stato interviene, e si fa rispettare. Questo inevitabilmente succede
alle religioni che di spirituali si fanno temporali. Peccato è loro e non
naturai cosa: di loro è la colpa e non dello Stato: e perciò tanto peggio per
loro. Finalmente, al di sopra dello Stato, e sì dell'Arte e della Religione, vi
è la scienza, LA FILOSOFIA. Ma qui l'individuo s'identifica e si perde nel puro
assoluto universale, per cui l'Io filosofico non prende alcuna forma naturale.
Non vi è quindi una società filosofica, vi è soltanto il mondo della filosofia,
il mondo del pensiero, della verità assoluta. Lo Stato non interviene in nessun
caso in questo ultimo empireo: egli né il dee, né il può; egli è natura, e non
ha presa su ciò che non è naturale. Lo Stato non può entrare nella sfera della
scienza senza disertare la sua, senza perdere il suo carattere essenziale, e cessar
di essere Stato. Lo Stato del decimonono secolo lascerà dunque insegnare chi
vuole, e checché vuole, anche il Prete ed anche il Demagogo? Non già; non mai.
Insegnare non è pensare e recare in mezzo il proprio pensiero; è invece agire,
educare e preparare all'azione, ed appartiene quindi allo Stato; e insegnare un
principio repugnante e contraddittorio a quello dello Stato, è uno scalzare lo
Stato, che non può certo trovarci il suo conto. Lo Stato è funzion di essere,
di vivere; e nessuno ha gusto di lasciarsi ammazzare, sia di ferro o sia di
veleno; e i cattivi principii sono velenosi allo Stato. Il principio politico
dei Gesuiti è la Religione, la loro; e quello a cui in ultima analisi tutto
mette capo, ed a cui il cittadino ubbidisce, è l' autorità religiosa. Il
principio dello Stato moderno è invece l'Io, la ragione; è la coscienza
pubblica, la pubblica opinione; e quello a cui il cittadino ubbidisce, è lui
stesso: in ciò consiste la libertà civile. Il principio del Demagogo è la
libertà sensibile, e l’eguaglianza materiale. Il principio dello Stato moderno
è la libertà ragionevole, l'eguaglianza assoluta, ideale. Egli è perciò che lo
Stato limita e nega la libertà del Demagogo e del Prete, e li pone tutti e due
fuor dello Stato — né elettore né eleggibile — e fuor della scuola — né maestro
pubblico, né insegnante privato. Il giornale è una scuola, e non può quindi
godere una libertà illimitata. Ogni cosa ha il suo limite nella sua propria
natura, e la libertà ha il suo limite nella natura dello Stalo. Questa è la
libertà vera e buona, perchè concreta: la libertà indefinita, astratta, è la
stolta, .assurda, micidiale e pestifera; e perciò lungi da noi. La libertà non
appartiene che alla libertà. Solo quella stampa, queir insegnamento, e quella
qualunque siasi attività dee poter liberamente agitarsi e spiegarsi nella sfera
dello Stato, che ne osserva e professa il principio generale, e vive dello
stesso elemento assoluto. La religione, l'arte, la scienza non sono
assolutamente libere che nel proprio elemento, e nella loro sfera speciale, e
qui lo Stato non può, non dee, non ha facoltà di mettere il piede. E però
quando io vedo un Ministro chiuder la bocca a un insegnante né demagogo né
prete, ma liberale, perchè professa delle particolari idee che in un certo
mondo — Dio sa che mondo — non sono ricevute ed accettate; io lo rispetto
troppo per dir eh' egli abusa delle sue facoltà, ma dico che varca il limite,
ed oltrepassa la sfera dello Stato : dico che agisce in nome di un principio
particolare, religioso o scientifico, io non lo so; so soltanto che non è il
suo; e non ha come Stato facoltà di porvi la mano: e che il Ministro mi scusi,
e mi perdoni il Consiglio Superiore. Lo Stato non è adunque che la possibilità
effettiva e naturale della vita artistica, della società religiosa, e della
pura attività scientifica. La sua funzione consiste nel renderle tutte e tre
possibili mediante l'Istruzione e la Pubblica Educazione ; ma non ha ufficio, e
non può altrimenti intervenire nell'arte, a promulgar le leggi del gusto, e
prescriver la rettorica e la poetica mediante decreto: e così non può decretare
la verità religiosa. Non vi è, non vi può essere, una religione dello Stato:
cotesto è un controsenso, un non senso, un errore. Sent from the all new AOL
app for iOS Opere di M. Studi su M. - Opere ed articoli che a lui accennano -
Recensioni di suoi scritti » La vita e la storia del pensiero di M. . La
famiglia e i primi anni Nel R. Collegio di Chieti La vita intellettuale a
Napoli Le scuole private. Gli studi letterari, filosofici, scientifici M. a
Napoli. I suoi studi. La sua scuola privata . Gli avvenimenti a Napoli Le
vicende di M.. Il processo e l'esilio. La dimora in Francia. Il De Meis medico
A Torino «quando l' Italia era colà » . M. e i suoi amici: SPAVENTA, SANCTIS,
MARVASI. La corrispondenza col De Sanctis. L'attività intellettuale di M. e la
sua metempsicosi; M., professore all'Università di Modena. Il ritorno a Napoli
M. a Bologna. L'insegnamento. La vita famigliare, sociale e politica. La morte.
Il testamento La personalità di M. Lo svolgimento del suo pensiero. Perchè la
sua opera è frammentaria I momenti di sviluppo del pensiero di M. Il Dopo la
laurea. La storia della filosofia esposta dal M.. L'antichità o il periodo
dell' oggettivismo. Il passaggio dall' oggettività alla soggettività. La
filosofia moderna o soggettiva La filosofia hegeliana giudicata da M. Rapporti
fra medicina e filosofia. La medicina hegeliana . Influenza dell'hegelismo
sulla scuola medica napoletana. M. e gli altri hegeliani di Napoli. Limite tra
la fisiologia e la metafisica, Le opere scientifiche e la filosofia della
natura. .Il Dopo la laurea e l’orientamento filosofico. Gli scritti
scientifici, Lettere geologiche sul M. Majella negli Abruzzi, Sul sessualismo e
la fecondazione delle piante in coerenza alle dottrine della morfologia, Saggio
sintetico sopra 1' asse cerebro-spinale e la diagnosi delle sue malattie per
rispetto alla loro sede. Intorno l'asse cerebro-spinale. Considerazioni
anatomiche sul salasso locale Teoria dell'ascoltazione Dello stato e del
carattere attuale delle scienze naturali; Nuovi elementi di fisiologia generale
speculativa ed empirica; Del principio vitale; Idea della fisiologia greca; Le
opere scientifico-filosofiche; Idea generale dello sviluppo della scienza
medica in ITALIA nella prima metà del secolo. Del metodo delle scienze mediche
( Considerazioni sopra l'infiam. Il momento rivoluzionario e il momento
moderato del De Meis. L'evoluzione delle sue idee politiche e la trasformazione
del partito liberale italiano li. L* idea dello Stato. Lo Stato come campo
libero all' arte, alla religione, alla scienza e alla filosofia. Lo Stato e
l'indi- viduo. Stato e nazione. Stato oggettivo e Stato soggettivo. Il limite
dello Stato; L'idea della sovranità. Il culto per la dinastia Sabauda .La lotta
contro il pensiero e contro 1' azione del partito progressista. Il suffragio
universale e lo scrutinio di lista. II giurì. La legislazione e le ingiustizie
sociali. Il socialismo secondo M. Contro l'abolizione della pena di morte Il
divorzio. La donna I rapporti fra lo Stato e la Chiesa. L'abolizione delle cor-
porazioni religiose. Le corporazioni religiose e l' insegnamento. Le spese del
culto e i culti non cristiani. L' Italia e il papato; Lo Stato e l'istruzione
pubblica. Insegnamenti obbligatori e insegnamenti facoltativi. I tre gradi di
ogni insegnamento scien- tifico. Le facoltà universitarie. Il liceo Magno e l'
istituto tecnico inazione dei vasi sanguigni. I mammiferi. Fisiologia.
Prelezione al corso di fisiologia dato nella R. Università di Modena nell'anno
scoi. Gl'ippocratici e gli antippocratici Lettere fisiologiche Le opere
scientifico-filosofiche La jatrofilosofia. La medicina sperimentale. La
medicina storica o razionale. La medicina religiosa. La natura medicatrice. La
patologia storica IV. Jlncora il terzo periodo. La filosofia della natura. La
creazione secondo M.. La lotta di M. contro la teoria darwiniana. Il suo metodo
trimorfo. La dimostrazione dei suoi principi. L' accidentale e il necessario
nella sua concezione filosofica. Le idee politico-sociali e pedagogiche.
medico. L'insegnante unico. Gli esami. La libertà d'insegnamento. I malefici
della cattiva coltura e di Mazzini. Due discordi Sacerdoti d'idee: M. e il
Mazzini. Le idee estetiche e religiose. La coltura letteraria. Il suo stile. Il
suo epistolario. I suoi giudizi sulla terminologia scientifica, sulla lingua
italiana, sull' affratellamento delle lingue e sull' uso del fran- cesismo. M.
critico letterario II. La profonda religiosità del De Meis. La sua negazione di
un Dio personale e la sua critica del Dio cartesiano, dell' antinomia kantiana
e dei dogmi dei Santi Padri. Il suo giudizio sui culti non cristiani, sul
cristianesimo e sulle varie forme di esso III. La «metempsicosi» dell'arte e
della religione nella filosofia secondo M.. La storia del genere umano:
oriente, antichità, tempo moderno o cristianesimo. Il tempo moderno : medio
evo, risorgimento, secolo XIX. Il mondo latino e il germanico. Il risorgimento
o negazione e i suoi prodotti : il romanzo, la filosofia positiva, la musica.
Il secolo XIX e l' unificazione di tutte le correnti umane. La religione e
l'arte considerate come gradi e forme del vero. Valore degli argo- menti
storici e logici addotti da M. Ottimismo e misticismo del De Meis. Rapporti tra
il suo hegelismo e il suo misticismo e la sua mentalità scientifica.
Significato e valore della sua filosofia della natura. Lettere geologiche sul
Monte Majella negli Abruzzi, nel Lucifero, Gior- nale scientifico - letterario
- artistico - industriale, Napoli, Filippo Cirelli, Anno IV, Uomini utili alla
società: Samuele Pierantoni, nel giorn. // Vigile di Chieti, Sul sessualismo e
la fecondazione delle piante in coerenza alle dottrine della morfologia.
Memoria letta alla classe fisico-matematica della Reale Ac- cademia bavara
delle scienze dal Prof. Martius, dal tedesco voltata in italiano da M., nel
«Filiatre-Sebezio» Giornale delle scienze mediche diretto e compilato dal cav.
Salvatore De Renzi, Napoli, Tip. del Filiatre-Sebezio, Saggio sintetico sopra
l'asse cerebro-spinale e la diagnosi delle sue malattie, per rispetto alla loro
sede di A. C. De Meis socio dell'Accademia degli aspiranti naturalisti e medico
aggiunto dello Spedale degl'Incurabili. Presentato al 5° congresso degli
scienziati italiani - convocato in Lucca. Na- poli, Coster. Intorno l'asse
cerebrospinale. Memoria di Giuseppe Meneghini tradotta dal latino da A. C. De
Meis per cura e per uso dello studio privato del prof. Pietro Ramaglia, Napoli,
Barnaba Cons, Considerazioni anatomiche sul salasso locale, presentate al VII
Congresso degli scienziati italiani celebrato in Napoli, Napoli, Stab. Coster,
Teoria dei fenomeni acustici della respirazione, Napoli, F. Vitale, [Dedicato a
Luigi La Vista]. Teoria dei fenomeni acustici della circolazione, citato
dall'Autore in Teoria dell'ascoltazione, Torino, Pomba, p. Vili [La Teoria
dell'ascoltazione (v. infra) riunisce sotto un titolo comune questa
dissertazione e la precedente]. Dello stato e del carattere attuale delle
scienze naturali. Discorso di M. presidente dell'Accademia dei naturalisti di
Napoli - detto nella pubblica adunanza, Napoli, Stab. tip. all'insegna
dell'Ancora, M. deputato di Abruzzo Citra agli elettori della sua provincia,
Napoli. Discorso inaugurale di A. C. De Meis neli'assumere l'ufficio di rettore
del Collegio Medico. Pronunziato e pubblicato dagli alunni del Collegio Medico,
Napoli, F. Vitale, Proposta di un nuovo sistema di insegnamento pel Collegio
Medico. Napoli, Federico Vitale, Discorso di A. C. De M. ex-rettore del Collegio
Medico nel deporre il suo ufficio, Napoli, Vitale, Nuovi elementi di fisiologia
generale speculativa ed empirica. M. già deputato al Parlamento. [Manifesto].
Nuovi elementi di fisiologia generale speculativa ed empirica di M. già
deputato al Parlamento Nazionale. Del principio vitale. Napoli, F. Vitale,
Lezioni orali, raccolte per cura degli uditori ed amici dell'Autore, e, lui
assente, da essi pubbli- cate ». (Cfr. la bibliografia che precede la Teoria
dell'ascoltazione, To- rino, Pomba). Sono nove lezioni, dedicate a Pietro
Ramaglia]. Chiarimenti al teorema di Hamberger sull'azione dei muscoli
intercostali, Napoli, Fisiologia generale. Evoluzione logica del principio
vitale. Idea della fisiologia greca per A. C. De Meis ex-deputato, Napoli,
Stab. tip. all'insegna dell'Ancora, [Dodici lezioni in conti- nuazione dei
Nuovi elementi ecc.]. Teoria dell'ascoltazione, Torino, Cugini Pomba e comp.
edit., Idea generale dello sviluppo della scienza medica in Italia nella prima
metà del secolo. Note di A. C. De Meis. Torino, Tip. Pavesio e Soria. [Dedicate
alla memoria di Luigi La Vista e di Casimiro De Rogatis]. Del metodo delle
scienze mediche. Lettera al professore Carlo Demaria, To- rino, in Giornale
della R. Accademia medico-chirur- gica di Torino, anno VII, voi. XX, Torino,
Favale Considerazioni sopra l'infiammazione dei Vasi sanguigni nel Giornale
della R. Accad medico-chirurgica di Torino, Tip. di G. Favale e Compagnia,
Torino,Torino, Torino, [Nella seconda, nella terza e nella quarta puntata il
titolo è : Considerazioni sopra la flogosi dei Vasi sanguigni. Nella quinta
puntata e nelle successive il titolo è : Considerazioni critiche sopra la
flogosi ecc.]. / mammiferi,Torino,Tip. del Picc. Con. d'Italia. L'opera è
preceduta da un'affettuosa lettera dedicatoria « al professore Francesco De
Sanctis a Zurigo. Sulla copertina dei Mammiferi si legge: « Quest'opera si com-
porrà di tre volumi : il primo conterrà YIntroduzione, il secondo i Generi, il
terzo le Specie dei mammiferi, e sarà pubblicata a fascicoli di circa 5 fogli a
ragione di centesimi trenta per ciascun foglio. Tutta l'opera sarà composta di
circa 70 fogli... »]. Fisiologia, Torino, Franco, Estratto dalla Nuova
enciclopedia popolare del Pomba). Gl'ippocratici e gli antippocralici, nella
Rivista contemporanea, Torino, dalla Società l'Unione tip. editrice, Lettere
fisiologiche. Lettera I, nella Rivista contemporanea, Torino, dal- l'Unione
tip. Editrice. Definizione della vita], . [Il De Meis, sotto la data di Modena,
espone l'idea del corso di fisiologia iniziato in quella Università « e che con
dispiacere sono ora costretto ad interrompere ». Cfr. infra: Prelezione al
corso di fisiologia ecc.]. Agli elettori di Manoppello, (ppNapoli Prelezione al
corso di fisiologia dato nella R. Università di Modena nel- l'anno scolastico
Napoli, Stabil. tipogr. di T. Cottrau, Il Collegio Medico-chirurgico di Napoli
e la « Monarchia nazionale », Na- poli, Stab. tip. F. Vitale, [Polemica anonima
contro il giornale la Monarchia nazionale. Reca la data del 2 gennaio 1862].
Degli elementi della medicina, Prelezione di M. professore di storia della
medicina nella R. Università di Bologna, Bologna, Monti, Della natura
medicatrice. Lettera prima al prof. Cesare Taruffi, in Bullettino delle scienze
mediche pubblicato per cura della Società medico-chirurgica di Bologna.
Bologna, Tipi Gamberini e Parmeggiani, La chimica fisiologica, Lettere, Fano,
nel giornale L'Ippocratico). [Sono due lettere: I. La vita; La chimica
inorganica. - l De Meis si era proposto di scriverne dodici, e di pubblicarle
pei tipi del Le Monnier. Questi insistette molto, anche per mezzo di Marianna
Florenzi-Waddington, per averle dall'Autore ; ma invano]. / naturalisti,
Dialogo 1°, nella Civiltà Italiana, Firenze, Niccolai, dir. da A. De
Gubernatis, La natura a volo d'uccello : Forza e materia, Dialogo, nella
Civiltà Italiana, Firenze, Niccolai, dir. da A. De Gubernatis, La natura a volo
d'uccello: Un nuovo corpo semplice, Dialogo, nella Civiltà Italiana, Firenze,
[Questo dialogo e i due pre- cedenti sono citati nei “I Tipi animali” col
titolo: “I tipi naturali.” De Meis deputato di Chieti ai suoi elettori,
Bologna, Monti,Reca la data: Bologna tipi VegetaU. Ad uso delle scuole
italiane, Bologna, Monti,[È, dedicato alla contessa Teresa Gozzadini]. Lettere
[il testo: lettera] sulla patologia storica. Lettera I. Si dimostra che l'uomo
era in origine assolutamente sano. Estr. dal Bull, delle scienze mediche di
Bologna, Delle prime linee della patologia storica, Prelezione al corso di
storia della medicina per M., Bologna, Monti, Il sovrano, nella Rivista
bolognese, periodico mensuale di scienze e letteratura, compilato da Albicini,
Fiorentino, Siciliani e Panzacchi, Bologna, Monti, [Ristampato, con notizie e
documenti della polemica a cui lo scritto diede luogo tra Carducci e
Fiorentino, da CROCE, nella Critica, Vili Dichiarazione nella Gazzetta
dell'Emilia, [Si riferisce alla polemica ora accennata. Fu pubblicata anche nel
giornale La Patria di Napoli, a. Vili; e fu ri- stampata dal CROCE, nella
Critica, Vili sovrano. Al signor G. B. Tahiti. [Articolo Il|, nella Rivista
bolognese, Bologna, Monti, [È una lettera, con la data: Bologna. Dopo la laurea
- Vita e pensieri [parte prima|, Bologna, Monti, Bologna, Monti, Le prime
cinque lettere erano state pubblicate qualche anno prima nel giornale
L'Ippocratico di Fano. L'Intermezzo pubblicato nella Rivista bolognese, prima
della pubblicazione del volume]. La natura medicatricc e la storia della
medicina, Lettera al prof. Salvatore Tommasi, Bologna, Monti, (Estratto dal fase.
8° della Rivista bolognese, Bologna. [Fu pubblicata anche nel Morgagni, Della
medicina sperimentale, Prelezione, Bologna, pubblicata anche nel Morgagni di
Napoli, Lo Stato, nella Rivista bolognese, Deus creavit, Dialogo I, nella
Rivista bolognese, Della utilità dello studio della storia della medicina,
[Prelezione], Estratto dalla Rivista Partenopea Testa e Bufalini. Lettere IV,
Fano, Lama, 1870 (estr. dall'Ippocratico). Sintesi ed episintesi, Prelezione,
Bologna, Monti, Pubblicata sotto il titolo di « Prelezione » nei Tipi animali.
I tipi animali, Lezioni, [parte prima], Bologna, Monti, [La Prelezione era 3
stata pubblicata prima (v. Sintesi ed episintesi). La lezione fu pubbl. nel
Giornale napoletano di filosofia e lettere, dir. da Spaventa, F. Fiorentino e
V. Imbriani, col titolo: I tipi animali (Da Linneo a Darwin)]. Prenozioni,
Bologna, Tip. di G. Cenerelli, Del concetto della storia della medicina,
Prelezione, Bologna, Monti, La medicina religiosa, Prelezione, Bologna,
Monti,pubblicata anche nel Giornale napoletano di filosofia e lettere, scienze
morali e politiche, diretto da Fiorentino). All'onorevole signor commendatore
Gaspare Monaco La Valletta senatore del Regno, presidente dell'Associazione
costituzionale di Chieti, Bologna, Monti, [È, una lettera, con la data:
Bologna, Il canonico di Campello e la stampa tedesca, nella Gazzetta dell
Emilia, [Anonimo. Si finge tradotto dal tedesco]. La malattia dell' on. Sella,
nella Gazzetta d'Italia, [giorn. di Firenze], [Anonimo]. Agli elettori del 1°
Collegio di Chieti, Bologna, Monti, Filosofia e non filosofia, Discorso
inaugurale per la riapertura degli studi nella Imperiale Accademia di
Krenztburg del dott. E. K. Mayow, prof, di zoologia in detta Università,
tradotto dal tedesco, Bologna, Monti, Francesco De Sanctis, Bologna, Fava e
Garagnani [Estratto dai nu- meri 8-11 della Gazzetta dell'Emilia, opuscolo di
pp. 18, in -16°, firmato « Camillo ». Ristampato nel volume In memoria di Fr.
De Sanctis, Na- poli, Morano, XVII Spaventa [Necrologia di], nella Gazzetta
dell'Emilia (Monitore di Bologna). Fiorentino, Necrologia, Bologna, Fava e
Garagnani, [Estratto dalla Gazzetta dell'Emilia, Opu- scolo. Spagnolismi e
francesismi. Note di Ange i Antonio Meschia maestro elementare in Zangarona
Albanese, Bologna, Monti. Darwin e la scienza moderna, Discorso del prof.
Camillo De Meis per la solenne inaugurazione degli studi nella R. Università di
Bologna nell'anno scolastico, Bologna, Monti. [Stampato anche neWAnn. della R.
Univ. di Bologna]. Rialzare gli studi, Estratto dal giornale L'Università,
Bologna, Società Tip. già Compositori, (pp. 12, in -8°). Repubblica o monarchia
(Da un album), nel Sancio Panza, Bollettino quo- tidiano di Bologna, stampato e
redatto nella sede dell'Esposizione Emiliana, N. Primo; segue una polemichetta
nel giorn. cit. numeri [La pagina d'album e la polemica furono ripro- dotte in
un opuscolo, edito a Bologna, Fava e Garagnani,]. Corso di storia della
medicina nella Università di Bologne - Appunti sul- l'introduzione al corso e
sulla medicina orientale, nell'Università, Bo- logna, A. Idelson, . [Uscì pure
in un opuscolo, estratto dall'Università, Bologna, Azzo- guidi]. Lettere di M.
a Spaventa, pubbl. da G. GENTILE, Napoli, Melfi e Joele, 1901, per nozze
Salza-Rolando [Tre lettere ed un telegramma di M. sono state pubblicate in
Maria Teresa di Serego-Allighieri Gozzadini, seconda edizione ampliata con
pref. Di CARDUCCI, Bologna, Zanichelli, (la prima è la dedicatoria dei Tipi
vegetali); una lettera da G. CANEVAZZI, Autografi inediti pubblicati per le
auspicatissime nozze del tenente nobile Orazio Toraldo di Francia con la
gentile signorina Gina Mazzoni, celebrate in Firenze il III luglio MCMXI,
Modena, Soc. tip. Modenese. Altre lettere di M. sono state pubblicate da CROCE
nel volume Silvio Spaventa - - Lettere scritti documenti, Napoli, Morano, 1898;
e negli articoli su // De Sanctis in esilio - Lettere inedite, nella Critica,
ed una in FRANCESCO De SANCTIS, Lettere da Zurigo a Diomede Marvasi, Napoli,
Ricciardi, Il Croce preparava anche, sin dal 19i4 ('), un florilegio del
carteggio inedito del De Meis per gli Atti dell'Accademia Pontaniana. Molte
lettere del De Meis sono possedute da Bruto Amante, e saranno probabilmente
pubblicate a spese del Consiglio Provinciale di Chietij). La religione cristiana
è già distrutta nel mondo civile latino. Vive solo nell'ancor barbaro mondo
germanico. La riforma è il secondo medio evo germanico. Il soprannaturale non
illude più. All'epica religiosa del medio evo, ed all'epica giocosa del
risorgimento, parodia generica del -- Questo pensiero risulta dalle pagine del
Dopo la laurea, pur senza esservi enunciato esplicitamente, e chiarisce le
apparenti contraddizioni notate dal GENTILE, La filosofia in Italia, Le idee
estetiche e religiose -- soprannaturale nel principio, poi caricatura smaccata
e cinica della religione, succede la drammatica senza soprannaturale. La
distruzione è compiuta in Italia; in Francia erano irreligiosi i pochi uomini
colti, ma la nazione era incolta, e per questo la riforma potè attecchirvi, come
vi attecchì nel secolo XVII il giansenismo, una riforma mitigata; ma nel secolo
XVIII la Francia, divenuta centro di coltura, fu anche centro di incredulità.
Il secolo XVIII è il secolo della filosofìa sofistica e negativa. Alla tragedia
di Voltaire, priva di vita poetica quando ha per fine l'irreligione, ed a
quella dell' Alfieri, in cui tutto è umano e naturale, succede la lirica
moderna, che non lascia alcun margine fra sé e l'assoluta riflessione, e giunge
all'ultimo limite della poesia. Anche in Germania, in parte per riflessione
spontanea e in parte per influenza del risorgimento italiano divenuto
sudeuropeo, si è iniziato il risorgimento, che DIFFERISCE DAL LATINO in quanto
non è la semplice rappresentazione del naturale, ma la negazione del soprannaturale,
rappresentata e sviluppata nelle sue conseguenze. Secondo M., i due
risorgimenti, IL LATINO e il germanico, che già nel sec. XVII reagivano l'uno
sull'altro, si fondono in un solo risorgimento, un solo mondo di poesia e di
pensiero, in cui la religione, divenuta indifferente, è appunto per questo
perfettamente tollerata. E a questa fusione delle due Europe in una sola Europa
spirituale seguirà certo fra non molti secoli la fusione in una sola Europa
giuridica e politica. Il secolo XIX durerà finché duri l'uomo. S'inizia nel
secolo XVII, quando a lato a Bacone — che mettendo fin da principio fuori causa
lo spirito non lo ritrova più in seguito, e nega la possibilità di conoscerlo,
consolidando la opera del risorgimento negativo, — sorge Cartesio, che con
[Dopo la laurea, [Le idee estetiche e religiose.] verte subito il dubbio
nell'intima certezza di sé, del pensiero del suo pensiero, Il vangelo di Gesù è
quello del cuore, il vangelo di Giovanni quello della fantasia, il Discorso del
metodo è il vangelo dello spirito. Tu es Petrus. Il cogito cartesiano è la
pietra su cui sorgerà la vera Chiesa cattolica, un edifizio che avrà le
proporzioni dell'universo ed accoglierà tutto il genere umano, destinato a
formare un solo ovile sotto un solo pastore, il pensiero. Dopo Cartesio, il
moderno Anassagora, viene Kant, il Socrate moderno, che leva di mezzo la
metafìsica e la natura, e parla dello spirito, uno spirito fenomenico sì, ma
dal quale egli fa scaturire la vita, la virtù, la morale, attribuendo alle cose
dello spirito un pregio infinito. Vero è che questo infinito, questo divino,
questo assoluto e universale non è che individuale. Ma solo per Socrate. Dopo
di lui viene Platone — leggi FICHTE —, che con profonda intuizione vede come
l'universale e il particolare di Socrate si compenetrino in una sola unità. E
dopo Platone viene Aristotele, viene Hegel, che nulla concede alla intuizione e
alla fantasia, procede con rigore, esattezza e precisione, tanto che il suo
regno non durerà solo diciotto secoli, come quello dell'antico Aristotele, ma
diciottomila, o meglio finché duri questo attuale genere umano.Hegel, ponendosi
nella posizione di Cartesio, rifa per intero il processo della conoscenza e
trova il processo della creazione. Questo grande movimento, che si compie nel
nord, si era iniziato nel sud; ma il sangue di BRUNO (si veda) era stato
versato invano ed VICO (si veda) non era stato compreso da nessuno, [Pel
giudizio di M. circa il sistema cartesiano, v. qui addietro, ; e cfr. Cfr. qui
addietro, V. Dopo la laurea, Le idee estetiche e religiose.] un po' per colpa
del papato e molto più pel carattere delle loro creazioni, che sono intuizioni
isolate del genio, più che momenti di uno sviluppo storico ordinato e
necessario. La storia della filosofia moderna è una storia tutta
settentrionale. La Germania è la nuova Grecia europea. Nel MONDO LATINO non
giunge che tardi l'eco indebolita e sfigurata della grande filosofia. Cartesio,
il padre della filosofia moderna, non procede da BRUNO, non è inteso da VICO,
né da GIOBERTI finché egli non si e “spapificato. Spinoza fa rabbrividire
l'Italia e la Francia. M. ritene che a Napoli si fosse sempre conservato, in
mezzo al risorgimento, un fil di tradizione di BRUNO e di VICO: la quale, così
guasta e superficiale come era diventata nelle mani degl’avvocati, pure erstata
bastante a farne un paese a parte; ma crede che i germi gettati dalla filosofia
italiana avessero germogliato in Germania. SPAVENTA si era molto preoccupato
del problema della filosofia nazionale. E M. accoglie in questo proposito
l'opinione del suo Bertrando, da lui ritenuto il primo filosofo vivente
dell'Italia, e forse di tutta l'Europa, la Germania inclusive Ora che la storia
della filosofia moderna sia concentrata tutta esclusivamente nella sola
Germania — concedendo soltanto un posto al cogito cartesiano — è una opinione
che Spaventa, e a traverso Spaventa M., accettano dai romantici tedeschi. Ad
essi, e a tutti coloro che hanno fede assoluta di essere nel vero, il nostro
Autore rassomiglia anche in questo, che il valore di ogni singolo filosofo è
per lui in ragione diretta della distanza che lo [SPAVENTA, La filosofia
italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea, a cura di G. GENTILE,
Bari, Laterza, e Frammenti di studi sulla filosofia italiana nel secolo XVI,
nel Monitore bibliografico di Daelli, Torino, V. Dopo la laurea, Le idee
estetiche e religiose.] separa dalla sua propria concezione. Caratteristici in
questo proposito i giudizi circa SERBATI e la evoluzione del pensiero
giobertiano. Dopo Hegel, secondo M., religione e poesia cedono in Germania il
posto alla teologia e all'estetica. Nel MONDO LATINO la tradizione cartesiana
si è dispersa; è rimasto padrone del campo il risorgimento sofìstico, ateo e
negativo. Ma l'uomo non può vivere senza un Dio, e il tempo moderno, quando il
risorgimento ebbe distrutta la religione cristiana, si volge al passato, al
medio evo sacerdotale e simbolico, e moltiplica gli sforzi per creare una nuova
religione. Sforzi vani, che la religione cristiana, religione di Dio, del vero
spirito, della sua trinità, della sua umanizzazione, è l'ultima di tutte le
religioni, e solo potrà trasformarsi e purificarsi. Mentre questi vani sforzi
si compiono nella Germania volgare — non in quella pensante —, nel sud, dove un
elemento pensante manca, la parte più elevata, non però pensante e moderna,
tardivamente inaugura il secolo XIX: è un secolo XIX non filosofico, perchè non
è rischiarato che da un debole raggio di riflessione ; è pseudo-religioso e
pseudo-poetico; si apre col Concordato e col Genio del Cristianesimo, parti
infelici della riflessione travestita da immaginazione. La riflessione, non
avendo piena coscienza di sé come nel mondo germanico, coesiste nel MONDO
LATINO a fianco alla poesia; e dà origine ad una pseudo-epopea, al romanzo,
genere ibrido, anfibio, tra la storia e la finzione, tra la poesia e la prosa,
tra l'arte e la scienza. Il romanzo, genere equivoco EQUIVOCO GRICE, compare
per la prima volta nel principio del secolo XIX dell' antichità, ricompare nel
nostro se [Dopo la laurea, [Dopo la laurea, Dopo la laurea, Le idee estetiche e
religiose.] e rinasce in Germania, col Goethe, genio equivoco, tra la poesia e
la prosa, in cui l'universo si riflette tutto intero; si sviluppa in
Inghilterra, paese equivoco, tra latino e germanico, e raggiunge la sua
perfezione in Italia, paese equivoco anch'esso, mezzo liberale e poetico e
mezzo prosaico e papale, e precisamente in un uomo, come Goethe a cui somiglia,
equivoco: MANZONI. Si osservi che M., una volta stabilito che il romanzo è un
genere equivoco, trova che sono equivoci tutti gl’individui e tutti i popoli
presso i quali il romanzo fiorisce, prendendo — si noti — la parola equivoco
nella accezione di misto e complesso, sì che ad ogni popolo e ad ogni individuo
potrebbe indifferentemente applicarsi. Dopo Scott e MANZONI, il romanzo perde
il carattere epico, e diventa sempre più storico, riflessivo e prosaico con
l'Hugo e con la Sand, finché in Kock e Poe la prosa assorbe ed avviluppa in se
la poesia. Nel risorgimento moderno, come nell'antico, la lotta comincia
antireligiosa e finisce antifilosofica: prima la riforma, uno scetticismo che
distrugge 1' Olimpo cattolico ; poi il deismo, uno scetticismo più progredito;
infine l'ateismo, uno scetticismo assoluto, la pessima delle filosofie. E non è
finita ancora la triplice serie, osserva M., fedele sempre alle sue triadi. La
Germania è per tre quarti protestante; la Francia è prevalentemente deista, e
in parte atea. L’ITALIA HA UNA VENTINA DI MILIONI D’ANALFABETI, TUTTI PAPO-TEMPORALI;
i semi-analfabeti sono in gran parte demagoghi. Il risorgimento produce quella
filosofia che è la bestia nera di M., la filosofia positiva. E la filosofia che
gli ha preso fra i suoi artigli, strappandolo alla fede hegeliana, un caro
amico — rimasto tale malgrado la irreconci[Dopo la laurea, Le idee estetiche e
religiose.] liabile opposizione delle opinioni filosofiche. Villari, al quale
così frequenti e amichevoli frecciate sono dirette nel Dopo la laurea; e la
filosofia che accoglieva la teoria dell'evoluzione del Darwin; e la filosofia
opposta alla hegeliana nel principio, nella essenza, nel metodo. Mai M. si
lascia sfuggire una occasione di combatterla : trova che la filosofia scettica
dichiara irraggiungibile la natura delle cose; ma la filosofia nuova, la
filosofia positiva o iperscettica, non ne fa neppur materia di dubbio o di
discussione, ed è una filosofia dell'apparenza, cioè una filosofia
antifilosofica. Il risorgimento iperscettico non può trovare la verità, perchè
ha l'occhio sempre rivolto alla natura esterna, e non mai alla natura interna,
al pensiero dell'uomo, che è la verità stessa. Secondo M., la filosofia
sedicente positiva è di fatto negativa, poiché nega il negabile, la conoscenza
dell'essenziale, e non pone che la conoscenza dell'apparente, del reale e
dell'accidentale, che nessuno ha mai pensato a negare. Questa pseudo filosofia
si sviluppa come la vera. Il primo atto è il principio. La scena è in Italia:
TELESIO scopre l'apparenza come principio. Il secondo atto è il metodo. La
scena è dapprima in Italia, poi in Inghilterra; il metodo galileo-baconiano,
ovvero induttivo sperimentale, ha due parti: la descrizione e la legge dei
fenomeni. Il terzo atto è il sistema, che ha pure due parti: la classificazione
e la filiazione dei fenomeni. La filosofia positiva è una terza corrente, che
si caccia fra la corrente poetica e la filosofica, ed è il sangue della [Dopo
la laurea, passim; VlLLARI, La filosofia positiva e il metodo storico, nel
Politecnico di Milano; e SPAVENTA, Scritti filosofici, nota, per quanto si
riferisce alle critiche mosse a questa pubblicazione dal WYROUBOFF, dal MAIANI,
dal FIORENTINO, dal TOCCO. Dopo la laurea, Le idee estetiche e religiose]
filosofia; l'osservazione e l'esperienza ne è lo stomaco; l'induzione baconiana
il polmone sanguificatore. La legge positiva il torrente della circolazione. Ed
essa, la filosofia, è il cervello, in cui il sangue positivo diventa anima e
pensiero speculativo. Giorno verrà in cui lo stomaco baconiano non avrà più
nulla a digerire, né il polmone a respirare; e la natura divenuta tutta sangue
circolerà dentro dell'uomo. Allora questa terza corrente, tutta e sempre
prosaica, sarà divenuta un mare, ed avrà confuse le sue acque col mare della
religione, della poesia e della filosofia. La terza parte del gran dramma della
filosofia cristiana è il tempo nuovo. Dopo la riflessione negativa del
risorgimento, la filosofia moderna, come ogni filosofia, muove alla ricerca di
un principio. Il nuovo Talete è BRUNO; il nuovo Pitagora è Leibnitz. Per
passare dal naturalismo dinamico di BRUNO e dal neo-pitagorismo e, per così
dire, dall'atomismo ideale leibnitziano, dal principio naturale al principio
umano, occorre un nuovo Anassagora, e venne Cartesio. Il principio cartesiano,
come tutte le cose del mondo, nasce non perfetto; in Cartesio è uovo o tutt' al
più embrione. Il secondo atto della filosofia moderna si volge al metodo. Nel
perfezionare il metodo antico, l'antica dialettica, proporzionatamente alla più
perfetta natura del principio moderno, e nell' esplorare più completamente il
principio, consiste il lavoro del secondo atto del secolo XIX, che termina poco
dopo la fine del secolo XVIII. L'atto terzo è il sistema, è il principio di
Cartesio e dello Spinoza, del Kant e dello Schelling, corretto e metodicamente
sviluppato. Ed è nella sua essenza, se non nella sua esecuzione, il sistema più
compiuto e perfetto, ne altro ve ne potrà mai essere in eterno. Il principio è
il germe e l'assoluta possibilità dell'universo, ed è quindi uno, come uno è l'universo;
tutti [Cfr. qui addietro, Le idee estetiche e religiose. i principi a traverso
ai quali la riflessione greca è passata non sono che le forme e i gradi della
sua cognizione. E uno è per conseguenza il metodo : e quando si giunge a un
punto nel quale il principio contiene in se il tutto % e il metodo si confonde
col processo evolutivo del principio, e il sistema è il tutto spiegato; quando
la filosofìa giunge a comprendere il creante e il creato in un attivo processo
di creazione, non ha più dove andare, a meno che non voglia indietreggiare,
come fa la Grecia dopo Aristotele, o uscir dell'universo. E se il tempo moderno
non vuole indietreggiare, bisogna che si contenti del suo nuovo Aristotele. Non
è possibile un terzo Aristotele, perchè il tempo antico ha ricevuto nel moderno
il perfezionamento essenziale, il solo di cui fosse capace : di oggettivo è
diventato soggettivo, di totalità immobile vivo processo di cognizione e di
creazione. Vivo di riflessione filosofica, non d'immaginazione. Un sistema, per
concreto che sia, è sempre un'astrazione, e l'astrazione è la morte dell'anima
umana. L'anima vive finché la fa, ma quando l'ha fatta, quando della realtà
vivente, ossia di se stessa, ha composto quell'estratto che si chiama pensiero
filosofico, allora l'azione si arresta, e con l'azione è finita la vita. Quando
Aristotele creato un grande sistema, perfetto e compiuto per l'antichità, lo
spirito antico vi si chiude come in un sepolcro per secoli ; e torna alla vita
solo quando ricomincia a sentire e a fantasticare. Quando la Germania crea il
vero sistema del mondo, e recata la religione cristiana nella forma di un
cristianesimo assoluto, allora la vita si congela nell'astrazione, e lo spirito
germanico rimane assiderato. Ma presto si scuote, e, brancolando nel buio
dell'astrazione hegeliana, trova il risorgimento negativo ed ateo ed il
risorgimento negativo-positivo. Congiungendosi col primo, produce mostri
filosofici ed aborti strani; col secondo la medicina naturali- [Dopo la laurea,
Le idee estetiche e religiose.] stica e la storia naturale materiale. Ma la
Germania materialistica e naturalistica è più morta della Germania hegeliana.
Come la pura riflessione, così la pura contemplazione è la morte. La vita è
pensiero apparente, è unità di riflessione e di contemplazione, di metafìsica e
di filosofìa positiva, di poesia e di filosofìa. La storia universale è una
sequela di creazioni, identiche fra loro quanto al ritmo e alla legge, sempre
più pure e perfette quanto al contenuto, che comincia dalla pura forma dello
spazio, e termina nella forma più pura del tempo. Ogni creazione ha come fine
la creazione successiva ; ciascuna vive di quella dalla quale nasce e serve di
alimento a quella a cui dà origine, che le si sovrappone e l'avviluppa in se
stessa, senza distruggerla. Così dalla natura nasce il regno vegetale, da
questo l'animale, dall'animale l'uomo finito e particolare, e da questo l'uomo
universale. Tutto questo è il regno umano inferiore, e tutto si spiega nella
forma dello spazio, e coesiste come nella natura. L'uomo di sopra, il regno
umano universale, ha esso pure la sua storia, ed è una serie di sfere, che
l'uria avviluppa l'altra; prima l'arte, poi la religione, poi lo spirito, che
universalizza la natura, e dà valore assoluto e infinito al particolare e al
finito. Tlàvta qsI . Eterna è solo l'idea ed immortale è soltanto la natura.
Come la natura, così l'uomo, lo spirito umano, natura anch'esso, ha una legge
inflessibile e costante. « Sono due nature diverse, certo, e ciascuna ha la sua
legge particolare e propria, ma in fondo è una natura sola, ed una sola legge
naturale. Le forme e gli elementi naturali ed umani sono del pari
indistruttibili, e la legge comune della loro attività è immutabile: nascere,
crescere, decadere e perire è destino comune agl’uomini, agl’animali, alle
piante Dopo la laurea, I tipi animali, Le idee estetiche e religiose. e ai
sistemi planetari. Ma gl’elementi della natura sono l'uno fuori dell'altro, e
anche quando si combinano non si compenetrano. Quelli dello spirito sono
compenetrati ed intimamente unificati, ne mai si scompagnano nella realtà,
variando solo quanto alla proporzione. E il prodotto piglia forma e natura
dall'elemento preponderante e più attivo. La natura è come una scala a piuoli.
Lo spirito come una scala a corda, che raggiunta la meta si raggruppa in se
stessa. Nell'uomo-cosmos gl’elementi spirituali sono tutti in uno stato di
assoluta quiete e di completa indifferenza. Solo il genio, l'immaginazione e
attiva da principio. Poi entra in attività il senso. Anche la natura, poiché si
muove, deve avere il senso naturale, nella forma inferiore di senso chimico ed
in quella superiore di senso meccanico. Poi l'uomo di sistema solare si fa
pianta. Nella pianta l'unico elemento spirituale attivo è il senso chimico. Nell'animale
v'è il senso meccanico in nuove forme; v'è un arco diastaltico, di cui
l'impressione, il senso naturale è il primo atto, e l'ultimo è il movimento, la
contrazione; e nel sommo dell'arco cominciano ad entrare in azione gl’altri
elementi umani: immaginazione, sensazione, memoria, e ristretta in una sfera
tutta animale una piccola induzione, e per poco la famiglia umana, e talvolta
la società umana in forma animale. Finalmente nell'uomo entra in attività la
coscienza, la riflessione, e con questa gli elementi spirituali superiori, la
poesia, la religione. Manca la riflessione della riflessione, la scienza;
predomina il senso (vegetale, animale ed umano). Questo è lo stato naturale di
cui parla Rousseau. Nel secondo tempo l'attività passa alla fantasia, e si
conciliano le disuguaglianze fra gl’uomini. Queste si vanno poi via via
accentuando per opera della riflessione, che si è andata rinvigorendo alle
spese del sentimento e dell'immaginazione. Ma contemporaneamente a questo
processo di divisione e di analisi, si compie nella storia un lavoro di
unificazione e di sintesi. La grande ragione avviluppa la piccola, poiché è
sempre la facoltà superiore che unifica in sé e dà la sua forma alla facoltà
inferiore, da cui riceve in contraccambio LA VITA. Questa seconda coscienza non
è un trovato della odierna metafisica, che anche Aristotele parla di due vovg,
l'uno poietico o attivo, l'altro patetico o passivo ; e nel secolo XVI qualcuno
e arso vivo per aver parlato di quel secondo spirito. La vera vita dello spirito,
unità vivente, è in una moltitudine di individui ad un tempo ; e però la storia
dello spirito si compone di una successione di grandi unità. Il primo stato
embrionale del genere umano è la natura (M., hegeliano e medico, prende spesso
come termine di confronto l'organismo umano); la vita fetale è il vegetabile e
l'animale. Terza muda è quella dell'uomo positivo, l'infante del genere umano.
Egli con la sua piccola positiva riflessione vede intorno a se un mondo finito,
e si fa un Dio finito e positivo; non soddisfatto di questo breve corso
mortale, senza scopo in se stesso, sogna una seconda vita, ha fede in essa, ed
è religioso. Questa religione, questa fede, si trasforma a poco a poco in un
ideale, in un caro sogno poetico. Poi dalla prima nasce una seconda coscienza,
e l'uomo intuitivo diventa quarta muda l'uomo riflessivo e intellettuale. La
nuova coscienza, mentre si appropria la coscienza finita e positiva, imprime in
tutte le diverse funzioni umane il suggello della sua infinita unità, pur lasciandole
nella loro distinzione naturale; e così permangono l'agricoltore, l'avvocato,
il medico, e via dicendo. Ma nella sfera superiore le due coscienze si
unificano, ed il poeta ed il prete rimangono assolutamente identificati nel
pensatore, perchè una volta sviluppata la coscienza intellettiva l'uomo non può
più deporla per ritornare uomo positivo ovvero semi-uomo, così come non poteva
deporre la coscienza positiva e tornar ad essere [Dopo la laurea, Del
Vecchio-Veneziani - animale. E la poesia si trasforma in estetica; la religione
in critica e in filosofia. Oggi la poesia non c'è più al mondo, perchè essa non
è una combinazione di fantasia che afferra e trasforma e di natura afferrata e
idealizzata ; ma è una sola unità, « è l'universo pervenuto a grado di spirito,
che inconsciamente si trasforma e si purifica nella conscia anima di un solo
uomo, spettatore più che autore della sua propria trasformazione ». È un fatto
di ragione che la vita umana comincia con l'assoluta barbarie, col puro senso
materiale e col semplice istinto naturale; e termina nella riflessione
intellettuale, che è la vera vita e l'assoluta e definitiva civiltà. È un fatto
di osservazione e di ragione che si va dall'una all'altra passando per la forma
intermedia della immaginazione. La religione e l'arte è il regno
dell'immaginazione: è una barbarie civile ed un senso spirituale. L'epica è la
poesia immaginativa e barbara, e perciò più perfetta; la lirica è la poesia
riflessiva e civile, e perciò più imperfetta; la drammatica è la forma intermedia.
Essa è più riflessiva dell'epica, e sviluppa un elemento di questa; è epico-
religiosa nell'antichità, raggiunge la perfezione nel risorgimento, e decade
nel secolo XIX, nel greco-romano come nel latino-germanico, per eccesso di
riflessione. Analogo arco descrive la lirica, che sviluppa un elemento della
drammatica, e, finita come poesia, durerà come lirismo filosofico finché duri
il secolo XIX, ossia finché duri il genere umano. La poesia sensibile ed
oggettiva è la barbarie dello spirito umano, la filosofia intellettuale e
soggettiva è la sua civiltà ; dall'una all'altra si passa a traverso la forma
intermedia della religione, che è tutt'insieme oggettiva e soggettiva, è
sensibilmente intellettuale, è la barbarie civile dello spirito umano. La
religione più barbara, più naturale, più oggettiva e più epica è la religione
indiana; la più civile, più umana, più soggettiva e più lirica è la cristiana.
Tra la religione epica orientale e la religione lirica occidentale, la
religione passa per una stazione intermedia, la Grecia, e vi prende una forma
intermedia, la forma drammatica. Nella religione indiana troviamo tutti gli
elementi e tutti i caratteri di un sistema religioso completamente sviluppato;
il politeismo greco è la prima caduta della religione, la quale risorge nel
tempo moderno. L'oriente moderno, ossia il medio evo, pone gli elementi
essenziali della religione, che sono quelli stessi del pensiero, nella vera
forma religiosa; l'antichità moderna, ossia il risorgimento, spezza questa forma;
il secolo XIX, il vero tempo moderno, li pone nella forma di pensiero : invece
della riflessione filosofica del medio evo è una filosofia religiosa. L'oriente
è essenzialmente epico; la Grecia è, nella sua stessa epopea, principalmente
drammatica; il tempo moderno è tutto umano e tutto divino ed è tutto lirico e
riflessivo. E del tempo moderno il medio evo è religioso ed epico; ma è
un'epica lirica, ispirata dalla grande riflessione: tale è la poesia dantesca.
Il risorgimento è irreligioso e drammatico. Il fantastico si cangia nel
meraviglioso; poi il meraviglioso stesso sparisce dalla poesia. Il secolo XIX è
di nuovo religioso ed è tutto lirico: il principio è epico-lirico; poi viene la
drammatica, che comincia storica e finisce cittadinesca e domestica; e
all'ultimo viene una lirica tutta stravolta per voler essere ultra-poetica.
Ormai la riflessione ha superata l'immaginazione; il sentimento e la fantasia
sono stati oltrepassati e ravviluppati dentro al pensiero; quindi quella del
nostro tempo deve essere una poesia lirica, drammatica ed epica ad un tempo; il
prodotto di tutte le facoltà riunite, la filosofia vivente, poetica e
religiosa, la filosofia dell'universo, cioè dell'uomo. 11 secolo XIX,
cominciato lirico-poetico, termina lirico-prosaicofilosofico-poetico-religioso
ed assolutamente cristiano. La poesia non è morta; ha subita una metempsicosi,
uscendo dalla forma di immaginazione per entrare in quella di FILOSOFIA, e in
quella vive ed eternamente vivrà. La forma e l'elemento della poesia e della religione
è, come abbiamo visto, l'immaginazione. Quando il risorgimento ha distrutta
l'immaginazione, allora il sentimento, che prima era in germe, assorbe tutto
l'uomo e tutta la natura. E sorge la musica f 1 ), forma di poesia della quale
il sentimento è solo elemento e sola sostanza, e il tempo V unica forma. La
musica è l'ultima delle arti ; la poesia è la prima. Le arti plastiche usano
una materia più naturale, meno ideale, debbono sostenere con questa una lotta
più lunga, e giungono più tardi a perfezione. Viene prima la scultura, poi la
pitiura. Certo la musica è nata, come tutto il resto, con l'uomo; ma nel medio
evo antico è un esercizio secondario, subordinato alla poesia e alla religione
; nel risorgimento sofistico è bensì un'arte, ma rimane di gran lunga inferiore
alla scultura e alla pittura ; nel medio evo moderno la musica è
epicoreligiosa, e rimane subordinata alla religione. Solo nel risorgimento
moderno la musica si sviluppa, mentre le arti plastiche decadono: dapprima, nel
risorgimento drammatico, la musica non è che un compimento e un aiuto del
dramma ; acquista un proprio assoluto valore solo nel risorgimento lirico, che
è il tempo della negazione del pensiero, ossia dell'essenziale, e quindi è il
tempo del nulla. Questo vuoto sentimento si traduce in un vuoto suono, che
diviene arte e poesia. La musica è dunque una lirica vacua, è un'arte
oltre-lirica, è l'arte del nulla. È l'ultimo prodotto del risorgimento, ed è
quello che meglio ne scopre il carattere, poiché il fine è il grande rivelatore.
Ma il nulla al quale il risorgimento mette capo, se in apparenza è la fine, in
realtà è il principio, quello stesso dal quale in origine usciva l’universo. Da
quel punto istesso l'universo, ossia l'uomo, rico- [Dopo la laurea] mincia da
capo, tutto intero, in seno alla filosofìa. Questa nuova creazione è il tempo
dell'essere, il secolo XIX, che ha per necessaria preparazione il risorgimento
progressivamente negativo e per divisa: negazione di negazione. Il secolo XIX
nega quel vuoto universo di suoni ; fa della musica quello stesso che già prima
ha fatto della poesia, la dissolve a poco a poco ; comincia dallo snaturare la
musica a furia di sapere e di meditazione, dando sempre meno alla melodia e
sempre più all'armonia, e la riduce ad essere una scienza musicale. Questo è
già avvenuto in Germania, dove allato al risorgimento scorre il tempo moderno;
nell'Europa italo-celtica prevale ancora il risorgimento lirico, e tocca ormai
l'estremo punto dell'assoluta negazione; già la musica si avvicina al suo limite
prosaico ; già il pensiero positivo comincia a sopraffare e ad assorbire il
sentimento e l'immaginazione. Il tempo moderno è la vita che rinasce dal seno
della morte, la fede che spunta dalla negazione. Non il tempo moderno
dell'antichità, perchè sopravviene nell'anima romana, mentre il dramma del
risorgimento si era combattuto nell'anima greca, ma il vero tempo moderno che è
la continuazione e l'adempimento del risorgimento cristiano. In questo secolo
il sentimento dell'umanità, che è un aspetto del sentimento della natura,
prenderà la sua vera forma in una nuova poesia, nella quale la lirica, la
drammatica e l'epica saranno ricomposte in una unità assoluta e definitiva.
L'unificazione non è però avvenuta ancora nel campo della poesia, né in quello
della religione e della filosofia. La poesia primitiva o naturale, invariabile
come la natura, sussiste presso il popolo analfabeta; e c'è la poesia
medioevale e quella del risorgimento, immodernate e ormai vuote. Così è delle
forme religiose. Analogamente delle forme filosofiche : esiste presso il popolo
apostolico primitivo la filosofia primitiva o religione ; ed esiste pure la
filosofia medioevale, la scolastica, e la filosofia del risorgimento, con tutte
le sue gradazioni progressivamente scettiche e negative e con tutte le sue
forme positive. Abbiamo oggi la massima complicazione di indirizzi e di forme ;
non è però difficile distinguere le diverse funzioni storiche in atto, né
prevedere un continuo avvicinarsi ad una assoluta unità. A questa teoria di M. si
mossero da Spaventa e da altr’obbiezioni, che possono ridursi sostanzialmente a
questa. Come può lo spirito umano perdere due delle sue funzioni essenziali,
l'arte e la religione? M. risponde che SPAVENTA ha ragione se, basandosi sulla
filosofia kantiana, afferma che lo spirito umano sarà sempre tratto a fare
degli assoluti giudizi religiosi ed estetici, ad unire al concetto della mente
la intuizione che deve dargli corpo e vita; ma ha torto se crede che la
intuizione da accompagnare all'ideale debba essere sempre fantastica e falsa.
Nel principio l'intuizione religiosa e l'intuizione estetica è creata dalla
fantasia, ed è a vicenda distrutta perchè non è la vera, non è assoluta, e non
agguaglia l'assoluto concetto; e di qui nasce da una parte una serie di capolavori
tutti relativamente perfetti — se son davvero capolavori —, perchè l'ideale
dell'arte, come finito ch'egli è, può accordarsi con una intuizione finita; e
ne viene dall'altra parte una serie di religioni tutte imperfette e però tutte
transitorie, perchè l'ideale religioso è infinito, e la fantasia non sa creare
che delle immagini finite. Ma le due serie hanno una legge, perchè [Dopo la
laurea, e cfr. Poesia ed arte, Lettera di FRANCESCHI a M., nella Rivista
bolognese. Franceschi dice che M., togliendo all'uomo la religione e la poesia,
lo abbassa all'abbaco e al pane ; egli non comprende che M. intende anzi di
innalzarlo alla sua filosofia religioso-poetica. Le idee estetiche e religiose.
hanno un termine: e il loro termine non può essere che la vera e reale
intuizione corrispondente al concetto dell'arte ed all'ideale della religione.
E difatti abbiamo da un lato una serie di forme estetiche l'una meno perfetta
dell'altra, e sempre meno rispondenti alle condizioni assolute dell'arte; e
sono sempre meno naturali e spontanee, meno epiche e fantastiche, sempre più
spirituali, liriche, filosofiche e reali; e sì l'intuizione dell'arte è sempre
meno lieta e bella, e più trasparente ed immediata all'ideale. È, dunque una
serie regressiva e discendente. La serie religiosa è al contrario ascendente e
progressiva. Ogni forma religiosa è meno fantastica, più razionale, più reale
della precedente. Per cui l'ultima, la cristiana, è assolutamente vera e
perfetta; in essa al mondo della ragione corrisponde un mondo fantastico quanto
esser può più adeguato e spirituale : il cristianesimo non ha altro difetto che
quello di essere una religione. La religione cristiana si va sempre più
perfezionando; e il suo perfezionamento consiste nell'essere sempre più storia,
più realtà, più verità, e sempre meno religione. E così per contrarie vie,
l'una scendendo e l'altra montando, la religione e l'arte corrono al loro fine,
al vero. Il vero è l'eguaglianza della realtà e dell'idea, del pensiero e
dell'intuizione. L'intuizione estetica, da principio fantastica e non realmente
assoluta, diventa a gradi sempre più somigliante al concetto assoluto
dell'arte, finché raggiunge l'assoluta e reale intuizione. Allora la natura è
concepita come un solo essere vivente, indipendente, assoluto; e ciascuna sua
parte è intuita come membro dell'intero, ed assoluta essa stessa : giacché le
due intuizioni ne fanno una sola. La intuizione religiosa, essendo finita, non
è adeguata alla sua idea, che è infinita. La verità religiosa non è mai la
vera, perchè è una combinazione di finito e di infinito, anzi che di infinito
con infinito. Ma la intuizione religiosa si va sempre più allontanando dalla
forma naturale, e si fa sempre più veriforme fino a diventar vera ; il che
avviene quando l'infinito ritrova se stesso, ed è a un tempo concetto e
intuizione. Allora al falso succede il vero, e la religione finisce. Questo non
è perdere una funzione; è risolvere e trasfigurare. Le funzioni inferiori dello
spirito, come la morale, il diritto, lo Stato, conservano una esistenza
separata, perchè partecipano ancora della qualità della natura; ma la religione
e l'arte hanno per oggetto il vero; sono i gradi e le forme del vero pensiero,
e perciò quando il pensiero acquista una esistenza distinta, esse la perdono e rimangono
unificate in lui. L'arte è per sua natura illusione e la religione è per sua
essenza errore ; ora l'illusione è fatta per trasformarsi in certezza e realtà,
l'errore in verità. L'arte si trasforma nella vera cognizione naturale ; la
religione nella vera cognizione spirituale. In questa trasformazione consiste
la storia; il suo compimento è il fine della civiltà ed il limite del progresso
umano, che è temporalmente indefinito, ma idealmente determinato. L' ideale è
provvisorio, e sparisce nell'idea. Così termina la parabola religioso-poetica,
della quale il primitivo oriente è il ramo ascendente; l'antichità pagana,
tutta arte e mistero, è la cima; ed il ramo che discende è l'era cristiana, in
cui la religione e l'arte vanno progressivamente diventando più riflessive,
sino a ridursi ad essere, oggi, il pensiero e la scienza cristiana. L'uomo
moderno cerca l'ideale e trova l'idea, cerca il concetto dell'arte e trova il
vero concetto, cerca il divino fuori di se e trova in se l'umano; cerca il
sovrannaturale e trova il naturale. Il nuovo uomo crede e pensa; e pensando
ricrea l'universo, dal suo pensiero una prima volta creato. Questo nuovo
universo è un'opera d'arte in cui la forma eguaglia il concetto ; ed il
concetto fatto conscio di se vince la forma, ed è bello e sublime ad un tempo.
Questo nuovo universo è un capolavoro, di cui il nuovo uomo, poeta e critico
insieme, intende il magistero; è un tempio, di cui il pensiero umano è il nume
[ Le idee estetiche e religiose. ] e ciascun uomo il sacerdote, che a quel Dio
sacrifica ciò ohe è in lui di non buono. E il nuovo uomo continua questa
creazione con azioni generose ed alti pensieri. Ed è così che egli è più che
mai non sia stato religioso e poeta, quando non è più che scienziato e libero
pensatore ». L'uomo parte dalla tenebrosa unità della natura e del senso, e, a
traverso la piccola riflessione e la grande immaginazione, giunge alla luminosa
unità della riflessione intellettiva, avvivata dalla fede religiosa e poetica,
che sole restano della religione e della poesia. Naturalmente gli argomenti
logici addotti dal M. a sostenere la sua tesi della « metempsicosi » della
religione e dell'arte nella filosofia hegeliana sono validi solo se si ammette
l'esistenza di un concetto assoluto, universale, definitivamente vero, al quale
le intuizioni estetiche e le religiose possano gradatamente adeguarsi; solo, in
una parola, se si accoglie l'hegelismo dell'Autore. Il compendio di storia del
genere umano tracciato per convalidare queste argomentazioni non raggiunge lo scopo,
perchè in esso non la storia conduce alla dimostrazione, ma la dimostrazione,
se pur non modifica la storia, certo la coglie nei momenti e negli aspetti a
lei giovevoli, sorvolando sugli altri. E le molte e molte pagine che l'Autore
consacra alla dimostrazione della sua tesi riescono invece a dimostrare questo
: che egli ha avuta la somma fortuna di trovare nella sua concezione dell
hegelismo la sua filosofia, la sua religione e la sua poesia. M. è certo che le
tre grandi correnti umane, — la contemplativa religioso-poetica che nasce dalla
natura e la riflessivo-filosofica che, nata dalla precedente, si suddivide in
altre due : la filosofica positiva o filosofia della sostanza e Tanti
filosofica negativa che bentosto diviene afilosofica, negativo-positiva,
pseudo-riflessiva o filosofia dell'apparenza, dopo aver proceduto isolate fino
al secolo XIX, suddividendosi in altre molte correnti o scienze
pseudo-positive, accennano oggi a ri convergere. L'unità dell'apparenza e del
pensiero, con la precedenza di questo su quella, è l'unità del pensiero. Per
avere l'unità della natura non basta che le due filosofie astratte si fondano
in una sola filosofia concreta; bisogna che la corrente religioso-poetica
mescoli le sue acque con la corrente unificata della filosofia. La corrente
filosofica, scaturita dalla religione e dalla poesia, torbida in principio, si
allarga, si purifica, diviene trasparente sino a perdere ogni potere nutritivo;
ma poi, a poco a poco, invade e travolge il tutto, l'uomo e la natura, la religione
e la poesia; e fa di tutto una sola unità vitale. E allora la filosofia sarà la
vita, sarà l'unità spontanea ed armoniosa della natura : un pensiero pieno
d'amore vivificherà una natura piena di fantasia, l'amerà come natura umana, e
l'adorerà come natura divina. Qui alcuno potrebbe chiedersi : in questa
identificazione della filosofia con la vita, non subirà la filosofia stessa un
assorbimento analogo a quello subito dall'arte e dalla religione ? La forma
superiore non sarà la vita e l'azione ? Ma M. non distingue dalla vita quella
sua filosofia dell'avvenire. Egli afferma che è difficile precisare come tale
unificazione vitale si compia, e perchè quest'opera è appena cominciata, e
perchè avviene nella profondità del pensiero, al di sotto della coscienza. Sono
cose tanto lontane dic'egli e c'è di mezzo una tal nebbia di tempo avvenire,
che è impossibile vederci chiaro: bisogna contentarsi di averne un'idea
generale, a Ma —soggiunge — a questa generalità io ci credo, e giurerei, tanto
ne sono certo, che le cose passeranno così in generale ; e che tutto anderà a
terminare nella fusione di tutte le forze, di tutte le conoscenze, e di tutte
le realtà, in una sola vita umana. La sua filosofia sarebbe forse un atto di
fede? L'uomo è un sistema vegetativo, un sistema riproduttivo, un sistema
animale e un sistema spirituale. Ciascuno di questi quattro sistemi umani è
attivo e si muove; ed ha, come naturale, la causa del suo movimento fuori di
se, nella natura. La natura della causa esterna che move è corrispondente e
proporzionata alla natura della sfera interna che è mossa; mentre è una stessa
natura che fa l'una per l'altra, ed è sempre la seconda che move se stessa con
la prima natura. Ma se l'accidente, esterno o interno che sia, se la
irragionevole cattiva natura interviene, e rompe la legge, e viola la ragione;
se l'arbitrio umano o naturale modifica la qualità della causa motrice, e ne
muta la relazione, e ne altera la proporzione con la interna sfera umana,
questa si altera e si disordina. Il disordine della sfera direttamente colpita
si comunica alle altre, ed è una successione e una complicazione di morbi; ma,
isolati o uniti, non vi sono che quattro morbi umani essenziali: i vegetativi,
i riproduttivi, gli animali, gli umani o mentali. La patologia preistorica dice
che di questi quattro morbi il primo è stato il morbo vegetativo. L'uomo
primitivo, uscito sano, valido ed innocente dalle mani del Creatore, rimane
sano, finché rimane innocente; non ammala che per irragionevole arbitrio estemo
o naturale ; non è esposto che agli accidenti meccanici, alle malattie
traumatiche. Ma l'animale umano è, a differenza degli altri, capace di colpa;
egli trasgredisce il precetto e oltrepassa la natura: felice colpa, perchè lo
fa accorto di poterla oltrepassare. Di là dalla natura l'uomo trova se stesso :
trova la sua libertà e la sua propria natura, e fa della necessità animale,
istintiva ed involontaria, una necessità umana, spirituale e volontaria: e così
di colpevole ritorna innocente. Ma non è più la primitiva innocenza
dell'animale ignaro e meccanico; è l'innocenza dell'uomo che si vede nel suo
interno, e si sa libero ; e liberamente vuole se stesso, ed ama e venera la sua
propria natura. Ma bentosto egli oltrepassa questo se stesso, supera questa sua
natura, e diviene di nuovo colpevole, e si rifa sempre di nuovo innocente,
finché non abbia raggiunto tutto se stesso e la sua vera natura spirituale, e
non sia compiuto il fato umano. Così l’uomo naturale diventa in principio
civile, e poi da una civiltà passa in un' altra. La civiltà ha certamente i
suoi morbi; e sopratutto nel momento del passaggio e della colpa il morbo si
impadronisce dell'uomo, e cresce e si moltiplica ed imperversa. Allora l'uomo è
annoiato di se stesso, e perciò si corrompe. E il morbo, fecondato dalla
corruzione, genera nuovi e più crudeli morbi. La corruzione sensuale moltiplica
i morbi vegetativi ; le voluttà naturali e preternaturali generano i morbi
riproduttivi. Le cause psichiche non moltiplicano solo le cause naturali, ma
operano anche per proprio conto, generano per diretta azione le malattie
nervose e le psichiche. D'altra parte, nelle nature più elette, invece di una
corruzione sensuale, nasce un principio di fermentazione intellettuale, che dà
origine alle malattie dello spirito. Ma tutto questo avviene con una certa
legge. Tre grandi civiltà si succedono: la prima naturale, la seconda umana, la
terza divina. E ciascuna ha il suo proprio carattere e la sua particolare
natura; e ciascuna si corrompe, ed ha le sue proprie e particolari malattie. La
civiltà naturale quando è nel suo primo fiore e nella sua perfezione originaria
è senza morbi, altro che accidentali e meccanici ; ma la sua corruzione porta
seco le cause fìsiche e chimiche, e genera morbi fisici e morbi chimici: cause
cosmiche, naturali, che danno origine a morbi naturali, sopratutto vegetativi,
prima ai morbi nutritivi, e più tardi ai morbi formativi. La civiltà umana — il
paganesimo — nel suo fiore è di nuovo senza morbi ; ma la sua corruzione porta
seco le cause umane, sensuali, passionali, e dà origine ai morbi riproduttivi
ed ai morbi animali: ai nervosi prima, e quindi ai psichici. La civiltà divina
la cristiana nel suo primo fiore è del pari senza morbi ; essa è la reazione
della medicatrice natura umana, è la guarigione dell'anima e la salute del
corpo, rimedio radicale di tutti i morbi umani. Ma la reazione eccede tosto il
segno della umana natura, ed è principio di nuovi morbi. Mistica e tutta
entusiasmo e religioso sentimento, essa reca le cause mistiche, che danno origine
alle malattie psichiche mistiche e religiose. La corruzione cristiana riproduce
la corruzione pagana, e con le cause passionali rinnova le antiche malattie. Ma
di sotto alle rovine del primo spunta il secondo cristianesimo, la nuova e vera
civiltà divina, e riconduce le cause spirituali e le nuove malattie mentali.
Quando quest'ultima civiltà avrà raggiunta la sua definitiva perfezione, allora
sparirà il male e l'uomo spirituale sarà di nuovo senza morbi, come era in
principio l'uomo animale. Tale è il primo e più generale risultato, la prima
legge della patologia storica : l'uomo ha quattro vite, quattro anime, ed ha
quattro qualità di morbi, che sono le categorie primarie della patologia. Ma
ciascuna anima può oltrepassare nell'uno o nell'altro senso quei limiti della
sua attività entro i quali ha luogo la oscillazione normale ; ed allora
concepisce un morbo positivo o negativo, stenico ovvero astenico. Sono queste
le categorie secondarie della patologia. La categoria primaria, la natura e la
qualità fisiologica del morbo, è l'essenziale, e mai non manca, né può mancare
; invece la categoria secondaria, il grado e la quantità innormale, può
mancare, e manca infatti, o non è sensibile ed apparente. Certo non vi è
qualità senza quantità ; ma nelle piccole applicazioni cliniche la quantità
innormale può mancare del tutto, perchè è supplita dalla quantità normale ;
nelle grandi applicazioni storiche la categoria secondaria trasparisce sempre
dentro alla categoria primaria. Le categorie primarie e secondarie ci danno la
pianta della patologia storica; non l'edilìzio con tutte le sue parti. Le
quattro grandi sfere contengono minori sfere, i quattro grandi sistemi
contengono sistemi sempre più piccoli : apparecchi, organi, tessuti, elementi
istologici: le anime generali non esistono veramente che nelle anime elementari
o cellulari. I fatti sono complessi organici e naturali di categorie, le più
generali chiuse nelle più particolari, e queste ricoperte dalla loro buccia
innominabile ed accidentale. A forza di aggiungere categorie a categorie il
vacuo si riempie e si consolida l'astrazione. La patologia storica congegnata
da M. è veramente originale; e sebbene, volendo dedurre da pochi principi e
compendiare in pochi schemi tutti i fatti umani, abbia talvolta dell'artinzioso,
non è certo nel complesso senza genialità, e coglie con acume i nessi che
legano i singoli morbi alle varie forme della civiltà umana. Ancora il terzo
periodo — La filosofia della natura. La creazione secondo M.. La lotta di M.
contro la teoria darwiniana. Il suo metodo trimorfo. La dimostrazione dei suoi
principi. L'accidentale e il necessario nella sua concezione filosofica. M. non
puo limitare la sua speculazione entro l'ambito della jatronlosofìa. Dalla sua
stessa concezione di [Delle prime linee della patologia storica, Prelezione,
Bologna, Monti. Della sua patologia storica l'A. scrive (Delle prime linee
della patologia storica): Sarà vera o falsa, buona o cattiva; ma sarei curioso,
e ben vorrei vedere chi di questa bazzecola, come d'ogni altra mia piccola cosa
infino a una menoma parola, sarebbe capace di reclamare la priorità. Nella
prel. qui cit. l'A. non tracciò che lo schema generale di questa sua
costruzione. Ma svolse poi l'argomento nel successivo corso di lezioni
universitarie, mai dato alle stampe. Cfr. SICILIANI, Gli hegeliani in Italia.
Per gli argomenti trattati in questo paragrafo, si vedano: / naturalisti, La
natura a volo d'uccello: Forza] questa, oltre che dall'indole del suo ingegno e
dall'influenza dell'ambiente filosofico nel quale era stato educato, egli
doveva essere e fu infarti condotto alla costruzione di una filosofìa della
natura. Ma se egli parte dall'affermazione che l'essere è pensiero, e non vede
chiaro il significato di questa identità e non ne deduce logicamente tutte le
conseguenze, se egli pone le fondamenta in modo arbitrario e nelle singole
parti confuse e cozzanti fra loro, non può innalzare un edifizio solido e
fermo. E la sua filosofìa della natura è infatti un castello in aria, sebbene
edificato con ingegnosità, pazienza e tenacia ammirevoli. Sono pagine che
succedono a pagine, volumi che succedono a volumi, e rivelano una profonda
conoscenza dello svolgimento di tutte le scienze mediche e naturali, dai tempi
più antichi fino a quelli in cui viveva l'Autore: geologia, chimica, fisica,
zoologia, anatomia umana e comparata, fisiologia, patologia, terapia; e sono
ipotesi e conquiste scientifiche messe in relazione con sistemi filosofici e
con periodi storici. Sono analisi di animali e di vegetali, di specie, di
classi, di ordini, di generi; e descrizioni di organi, di funzioni, il cui
nascere e modificarsi vuol essere spiegato dal crearsi della idea divina. Ma in
tutta la costruzione si risentono le conseguenze della incertezza fondamentale.
M. afferma che creare è diventare, è spiegare successivamente le forme di cui
si ha il germe nel proprio essere. Il pensiero originario compie la propria
creazione, e di semplice essere si fa a poco a poco pensiero assoluto. Ma poi
aggiunge che il pensiero è il fondamento, il tetto e e materia, Un nuovo corpo
semplice, I tipi vegetali, Deus creavit, I tipi animali, Filosofia e non
filosofia, Darwin e la scienza moderna, ecc. Deus creavit, Dialogo I, nella
Rivista bolognese] la travatura dell'edilìzio della natura. Egli viene così ad
ammettere che il pensiero non basta ad esaurire tutta la realtà, perchè il
fondamento e la travatura non sono tutto l'edifizio. Non resta dunque fedele
alla concezione idealistica, secondo la quale la natura è un momento del
pensiero, che si risolve interamente nel pensiero stesso, e senza la quale lo
sviluppo del pensiero non sarebbe né completo, né possibile. Egli distingue
nella natura due gradi e due modi di creazione: l'una sensibile, individuale,
l'altra tipica, ideale, individuale anch’essa. La prima creazione è quella che
l’idea dell' uomo fa dell' individuo umano; ma 1'idea dell'uomo è naturale, e
le idee naturali restano latenti finché l'idea divina, prima causa di sé e
della natura, le renda attuose, le fecondi e ne determini la trasformazione.
Quando l'idea divina è naturata nell'uomo, la creazione cessa nella natura e
ricomincia nella storia, finché l'uomo si è ricongiunto al suo principio, e
l'idea divina esiste tutta in forma di idea spirituale. Anche l'idea spirituale
esiste solo legata all'accidente, cioè come individuo. Quindi, come nella
natura, così nello spirito accade una doppia creazione: quella dello spirito
individuale e quella dello spirito universale. Il primo ripercorre le forme
storiche passate dell'umanità sino all'attuale, l'altro crea le nuove e più
perfette forme storiche. La storia della natura umana, quella della natura
vivente e quella della natura cosmica sono le tre forme vitali di uno stesso
assoluto individuo temporale, il mondo. Sono tre creazioni : una divina, eterna,
infinita; l'altra essa pure ideale, ma temporale e finita, universale e
particolare insieme; la terza materiale, individuale, accidentale. Dio si
realizza nel mondo, e il mondo nell'individuo; quindi anche Dio si realizza
nell'individuo. L'universo fa nel tempo come Dio fa nell'eternità: comincia
nella forma più semplice del suo essere, la natura; si divide in due forme
opposte, il vegetale e l'animale, e infine si raccoglie in una [Del
Vecchio-Veneziani - Le opere scientifiche e la filosofia della natura. ] forma
completa, lo spirito umano. Le forme dell'idea divina passano eternamente l'una
nell'altra, senza annullarsi; e così pure le forme dell'idea naturale; ma nella
materia una forma esclude l'altra, e però nell'individuo sensibile, pur rimanendo
tutte idealmente, spariscono via via sensibilmente. Come un mammifero passa per
le forme animali inferiori e le protovertebrate prima di assumere ra sua forma
specifica, così l'individuo umano principia selvaggio, e poi riproduce le tre
forme moderne essenziali, ed è prima immaginativo, indi ragionatore, e
finalmente pensatore: medio evo, risorgimento, tempo nuovo. L'uomo ordinario,
nel suo sviluppo, si arresta alle forme storiche già create; l'uomo di genio
crea forme nuove, opera come spirito universale, traendo da Dio l'impulso e
l'ispirazione creatrice. E sempre esisteranno oltre ai più, agli uomini
evolutivi, anche i pochi, i creativi, finché, come la natura, anche l'umanità
non sia giunta alla sua forma vera, già tracciata da Dio. E perciò ora coesistono
i vari gradi e le varie forme in cui il tipo divino si squaderna nella natura.
Questi gradi sono una scala di mezzi e fini, in cui la forma inferiore è organo
e mezzo all'esistenza della superiore. Il ciclo tipico concepisce il moto
creativo e produce il ciclo superiore. Quando la natura è fatta, comincia la
vita; e quando è chiusa la creazione vitale comincia lo spirito umano. I cicli
secondari, anche prima di essersi svolti interamente, cominciano a produrre i
tipi corrispondenti del ciclo superiore. E la creazione ideale è creazione
sensibile; la creazione di una specie è produzione di molti individui in cui
appare la nuova forma. Il concetto precede l'esecuzione, e la successione
effettiva e naturale presuppone la successione logica, ideale. La funzione è la
vita, la forma è la natura, che precede il contenuto vitale, e non se ne lascia
tuttavia assorbire e soverchiare ; e quando il contenuto sparisce la forma
rimane. Nei tipi superiori la funzione assorbe e domina sempre più la forma, ma
la sua vittoria non è mai completa. L'equilibrio fra la forma e il contenuto si
ristabilisce non nel corpo, ma nello spirito umano. La vita passa come il
tempo; la natura è più tenace. Altra è la successione di tempo, altra di idea.
La successione naturale va non da ciclo a ciclo, ma da tipo a tipo; e perciò in
tutte le epoche della creazione tutti i tipi primari sono, più o meno
completamente, rappresentati. Ogni tipo incomincia col riprodurre i tipi
formali che lo precedono, indi prende la sua forma propria, e infine arieggia
al tipo che gli deve succedere. Anche diverso è il modo di accrescimento nella
natura, nella vita e nello spirito. Essendo la natura pura esteriorità, i corpi
inorganici crescono per moltiplicazione quantitativa esteriore, e non hanno
altra unità che la loro forma comune. Nello spirito, che è pura interiorità, la
esterna moltiplicità diviene interna e qualitativa. Infine, essendo la vita uno
spirito naturale, un misto di esteriorità e di interiorità, di apposizione e di
intuscezione, Tessere organico si sviluppa per una moltiplicazione quantitativa
ed esterna e per una moltiplicazione interna e qualitativa, con prevalenza
dell'una o dell'altra secondo che si tratti di una forma più o meno prossima
alla natura. Mai la vita è tanto esterna che non abbia la sua interiorità ; mai
la forma organica è tanto molteplice che non abbia la sua unità. Ma quest'unità
è diversa nel vegetale e nell'animale. Nel vegetale la vita di ogni individuo
elementare si unifica nella vita comune dell'aggregato; nell'animale deve
prevalere l'unità dello spirito umano, e l'individuo, semplice e libero al di
fuori, è molteplice e tutto qualificato al di dentro. Le forme superiori [sono
la chiave I tipi animali,, Bologna, Monti; Lettere sulla patologia storica, I
tipi animali] necessaria a spiegare ed interpretare le inferiori, per se stesse
oscure, indistinte, indeterminate; e sono alla loro volta spiegate dalle forme
inferiori in cui appariscono nella primitiva semplicità. Ma il riscontro non è
utile se non cade sulle forme fra le quali corre una particolare e più diretta
e più intima relazione tipica, secondo il vero metodo evolutivo, in cui l'idea
unisce le forme ed organizza le serie, non col metodo empirico, capace solo di
conclusioni generali arbitrarie, artificiali, ovvero, se alla vacuità
sostituisce il preconcetto darwiniano, di una inestricabile confusione. Come
Hegel combatte e denigra Newton, così M. lancia in quasi tutte le sue opere
strali frequenti contro il Darwin e i darwiniani. Il naturalista inglese è per
lui un genio, ma il genio dell'ignoranza, perchè pone il cieco caso in luogo
della ragione vitale. Egli pretende che tutte le forme dell'intera serie
animale sieno venute l'ima dall'altra per l'aggiunta di sempre nuove
particolarità organiche nate a caso, e perchè utili ritenute nella selezione
naturale, e trasmesse dall'eredità, senza che mai in una forma nulla
preesistesse dell'altra che da essa proviene. M. afferma che qui c'è un
progresso sul Lamark, in quanto la modificazione dell'essere vivente è
primitiva, spontanea, in- [M.dice che la proposizione in cui si compendia la
scienza dell'astronomia: I sistemi solari sono i primi uomini, il cosmos è il
mondo umano primitivo... non è possibile che alla filosofia della natura:
motivo per cui Newton, il divinissimo astronomo, non la sapeva altrimenti; egli
nel cielo ci vedeva Dio, e per questo ci voleva poco, ma non ci vedeva l'uomo.
- Dopo la laurea, li, [I tipi animaci, pel giudizio di M. circa la teoria
darwiniana, Dopo la laurea, Deus creami, Darwin e la scienza moderna, I tipi
animali; Filosofia e non filosofia, Lettera sulla patologia storica] genita, e
non prodotta soltanto da agenti esterni; ma egli non sa comprendere come si
possa affermare che tale modificazione è casuale, irrazionale, e che la ragione
c'entra poi, introdotta dal caso. Ammette che in ciascuna delle teorie di Mosè,
Zaratustra, Firdusi, Diodoro, Lamark, Darwin, è qualcosa di ragionevole, cioè
di serio e di vero. La verità più ragionevole, sebbene espressa in modo goffo e
materiale, è quella di Mosè: Deus creavit! — la meno ragionevole è quella
darwiniana. La teoria adattativa del Lamark e quella selettiva di Darwin, pur
essendo tutte e due sbagliate, hanno di vero lo schema comune, ed è questo: gli
animali formano tutti una sola famiglia naturale ; il principio che unisce e
lega le forme è l'eredità; il principio della divergenza delle forme è la
variabilità. Se non che questi tre punti debbono essere integrati
rispettivamente così : gli animali sono tutti in fondo uno stesso animale ; la
generazione è creazione; la variabilità deve essere determinata, perchè nella
natura e nella scienza la potenza sta nella determinazione. Secondo M., è vero
che l'individuo varia senza legge e senza ragione, fuorché quella di essere
individuo accidentale; ma varia anche con ragione, perchè è posto fra la cieca
necessità della natura e la conscia assoluta libertà dello spirito umano. Dio è
il grande modincatore, il vero e solo creatore dei nuovi organi e delle nuove
funzioni vitali, perchè una funzione è un'idea, e per creare un'idea ci vuole
un'idea. Il non essere non può creare l'essere, l'irrazionale non può creare la
ragione, la natura ossia l'accidente non può creare i tipi e le funzioni. Senza
l'idea divina non potrebbe nascere dall' antropoide 1' antropo, intercorrendo
fra loro una differenza ideale anche, e di gran lunga, maggiore dell'organica,
e neppure potrebbero nascere nuove forme, perchè ogni fonma ha un suo proprio
valore assoluto, e si sviluppa secondo il ritmo assoluto del mondo, secondo il
disegno eterno della creazione. L'idea, e non il sangue, fa l'unità delle forme
vitali. Fra coloro che non riducono la scienza ad una storia accidentale,
alcuni i seguaci della scienza antica, essenzialmente religiosa e intuitiva
ammettono due storie ideali, una fuori della natura e del mondo, un'altra
secondaria, riflesso della prima, sviluppantesi nel seno della natura e
dell'essere vivente; gli altri, i seguaci della scienza moderna, riflessiva,
non riconoscono che la forma e la storia intrinseca alla natura, all'animale,
allo spirito umano, considerando la storia extramondana come un effetto ottico
operato dalla intuizione. Vi sono tre maniere diverse di considerare le forme
vitali. L'una consiste nel distinguere fra gli elementi comuni a tutte quelli
che sono propri di alcune soltanto. E si considerano questi elementi formali
come caratteri costitutivi di un tipo più o meno comprensivo. È la maniera
astratta, quella di Linneo, di Jussieu, di Decandolle, di Cuvier, di Milne
Edwars, di Owen. V'è una seconda maniera, che si riassume tutta nella frase :
una forma è simile ad un'altra perchè il figlio è simile al padre e il padre
all'avo. Questo è pel I. il finis Poloniae, la comune e l'internazionale della
scienza moderna. Vi è infine una terza maniera, che consiste nel cogliere la
forma nel suo movimento, e considerare i vari tipi come i momenti evolutivi di
un tipo ideale assoluto, il quale è l'unità, la verità, la ragione, il
principio e il termine di tutte; e questo tipo è il vero animale. È la maniera
concreta, quella di Schelling, di Hegel, di Oken. Dopo di loro il solo Baer
l'ha presentita, ma non ne ha fatta una applicazione sistematica e conseguente
alle varie forme animali. M. dice che egli intende di fare un tentativo di
questa specie. Secondo lui, tutte le forme preesistono idealmente l'una
nell'altra; tutte preesistono in una forma [I tipi animali, Le opere
scientifiche e la filosofia della natura] germinale di cui sono lo sviluppo
creativo, interno, spontaneo. La creazione consiste nella determinazione ideale
originaria di schemi indeterminatissimi, e nella loro delimitazione naturale,
ossia accidentale. Una forza interna a un dato momento, aiutando le condizioni
esterne da lei stessa preparate, trasforma l'embrione in larva e la larva
nell'individuo completo, facendolo attraversare una serie di forme l'una più
perfetta dell'altra, immagine della palingenesi universale. Questa forza
ricevette una prima spinta dalla generazione. L'uomo dà l'impulso prima alle
forme semplici e generali, quiescenti l'una nell'altra, che sono nella natura e
pur non sono naturali; le desta, le crea, le differenzia, le delimita; dei puri
e semplici momenti della legge formale fa delle forme vive, reali, accidentali;
muove la materia informe a creare il sistema solare e l'uomo a traverso alla
serie delle forme cosmiche e vitali. L'uomo eterno, l'uomo intelletto umano, è
dietro al caos ed a tutte le forme, è la forma, l'anima, la forza, la
spontaneità pura, assoluta, in cui lo stesso accidente, il limite indifferente,
l'assoluta particolarità esiste, ma nella forma di principio, di universalità,
di necessità, ed in questa contraddizione consiste la sua attività creatrice.
Il pensiero assoluto si trasferisce e si effettua nella realtà dell'universo, e
lo fa a sua immagine, e seco vi trasporta il metodo assoluto della sua
evoluzione attuale. La forma è un principio e una forza indipendente dalla
funzione; e questa forza ha una legge che ne determina lo sviluppo e l'azione,
ed è la stessa*legge dell'universo, è il metodo della natura, del vegetabile,
dell'animale e dell'uomo, il metodo insomma di tutto il creato, perchè è quello
intrinseco alla divinità creatrice. Secondo questa legge, ogni sviluppo
essenziale si fa in tre momenti: tesi, antitesi, sintesi. Al movimento puro,
assoluto, astratto, corrisponde il [I tipi animali, Le opere scientifiche e la
filosofia della natura] movimento concreto della forma, ai tre momenti ideali
corrispondono tre tipi sensibili : amorfo, antimorfo, teleomorfo. E perciò
l'universo è una gran trilogia: è amorfo nella natura, antimorfo nella vita,
teleomorfo nello spirito umano. La natura (amorfopan) è indifferenza senza
opposizione essenziale; è tutta forma senza unità, senza fine, senza ragione,
senza la forma della forma. La vita (antipan) è essenzialmente opposizione fra
corpo ed anima, fra molteplicità ed unità, fra vegetale ed animale. Esiste fra
vegetale ed animale una doppia antitesi : l'una di natura e l'altra di funzione
(antitesi psichica e antitesi corporea). Lo spirito umano (teleopan) è
teleomorfo. Lo spirito è 1' opposizione spinta all' estremo, poiché l'antitesi
non è più solo fra corpo ed anima, fra senso e sensibile, ma fra intelligenza e
intelligibile, fra Dio e l'uomo. Lo spirito comincia con l'opporsi alle idee e
finisce per riconoscersi in quelle, e con lo stesso colpo si riconosce nelle
cose : sì che egli è l'unità reale e distinta delle cose e delle idee. L'anima
nella natura è interna, nel vegetale apparisce al di fuori, ma è corporea;
nell'animale diventa corporea, ma rimane particolare; nell'uomo diviene
assoluta, universale e puramente ideale, e la opposizione è finalmente risoluta
e conciliata. La natura, la vita, lo spirito umano hanno ciascuno a sua volta
il proprio sviluppo trilogico essenziale. Questo metodo trimorfo, come egli stesso
lo chiama, è per M. il filo ariadneo che deve guidarlo a traverso al labirinto
delle forme vegetali ed animali. Per lui tutte le forme e i tipi più eterogenei
e dissimili sono in realtà uno stesso identico animale in via di formazione :
l'uomo. E dei tipi animali egli vuol tracciare la storia ideale, perseguendola
a traverso alla descrizione. Confessa che la descrizione gli riesce troppo
completa e determinata, mentre ogni tipo è sfumato ed evanescente innanzi alla
sua realizzazione, è il mobile oscuro che da dentro fa forza e opera lo
sviluppo creativo, cominciando da sé, creando a mano a mano le proprie
determinazioni. Invece i sistematici ordinari, tutti intenti alla diagnosi
delle forme, poco si curano delle differenze di quantità ; essi hanno bisogno di
caratteri qualitativi specifici, possibilmente esclusivi, precisamente quelli
più materiali, che non significano nulla appunto perchè non passano in altre
forme. Tipo è forma con significato. Questi sistematici hanno una logica
difettiva a forza di astrazione; non pensano che nel quanto è rinchiuso il
quale. Seguono la vecchia tendenza separatrice, diagnostica, artificiale,
bisognosa di abissi e avida di caratteri esclusivi, isolatori. La nuova
morfologia invece cerca le comunanze e le transizioni, benché non arrivi ancora
a ravvisare la transizione ideale dove manca quella materiale. Per la vera
morfologia il primo è la forma, che pone i lineamenti generali dell'essere; poi
viene la funzione ideale che la accomoda e la modifica; e in ultimo viene la funzione
reale e la selezione naturale. I darwiniani invece ignorano l'omo [I tipi
animali] Dopo aver chiarita la differenza fra le due morfologie, Meis soggiunge
che il suo scritto è un lavorìo tutto di pensiero, condotto con un organo che
nel cervello dei naturalisti, darwiniani o antidarwiniani ch'ei sieno,
dev'essere assolutamente atrofizzato: « è tutta da capo a fondo (apriti
cielo)... una ricostruzione a priori. Ma lo scandalo sarà piccolo, perchè non
ci sarà di certo chi ci si voglia rompere il capo. Questo scritto non si fa per
stamparlo, si stampa per farlo ; e si fa per uso e consumo esclusivo, e per
supremo divertimento dell'autore, che quando sarà tutto stampato tirerà tanto
di chiavistello sulle pochissime copie che ne avrà fatto tirare. Le opere scientìfiche
e la filosofia della natura] la formale; per essi la funzione è tutto e fa
tutto, ed è una funzione prodotta dall'organo, la nutrizione, non la funzione
essenziale, «principiale)), a loro ignota e inconcepibile, Le dottrine
materiali non hanno nulla a che fare con la scienza, perchè questa non è la
ragione dell'uomo che la fa, ma la ragione della cosa. Il caratterizzatore vede
crollare come castelli di carta le sue classificazioni più o meno inge-gnose.
Il rimedio è uno solo: a Non caratterizzare, non classificare; pensare e
ripensare. Seguendo il metodo trimorfo, si riconosce che nel vegetale
l'amorfofito è indifferente ed informe; l'antifìto è il centro della
formazione, il punto in cui si spiega l'opposizione fra il corpo e l'anima
vegetale ; nel teleofito le due sfere sono egualmente sviluppate. Il vegetale
amorfo è l'alga, prima chimicamente e poi anatomicamente semplice, indi
molteplice, ma tutta disgregata nei suoi elementi cellulari. 11 vegetale
antimorfo è da un lato la felce vegetativa, dall'altro il fungo riproduttivo.
Il vegetale teleomorfo è il cotiledonato, in cui la forma vegetativa e la forma
riproduttiva sono egualmente sviluppate. Analogo è lo sviluppo tipico
dell'animale. L'amorfozoo è informe e indifferente; nell'antizoo, punto centrale
di tutta la formazione, si sviluppa l'opposizione fra corpo e anima, fra
sistema vegetativo e sistema riproduttivo ; nel teleozoo i due opposti sviluppi
sono riuniti e in giusta proporzione fra loro. L'amorfo animale è il protozoo,
cioè il rizopode e l'infusorio; l'antimorfo è il radiario, il mollusco e
l'articolato; il teleomorfo è il vertebrato: pesce, anfibio, rettile, uccello,
mammifero. I nomi di amorfozoo, antizoo e teleozoo sono preferibili a quelli di
vertebrato ed invertebrato, che esprimono solo la presenza o l'assenza di un
elemento secondario. Finché M. sta fedele al suo programma di dimostrare solo
col farli muovere i principi filosofici ai quali [I tipi animali, Le opere
scientifiche e la filosofia della natura] crede, egli lavora a meraviglia:
originali le applicazioni alla scala degli esseri viventi, alle varie forme
della vita, della scienza, della filosofìa, della storia; particolarmente
geniali e nuove le applicazioni alla patologia. Ma a volte — rare volte, è vero
— egli sente il bisogno di tentare una dimostrazione logica di quei principi, e
riesce invece, senza avvedersene, a dimostrarne 1' ìnsuffìcenza, 1'
arbitrarietà, la nebulosità. Ciò gli accade nel Deus creavit, e nei tre
dialoghi : / naturalisti ; Forza e materia ; Un nuovo corpo semplice. Nel Deus
creavit — già lo abbiamo visto — egli tenta, senza riuscirvi, di dimostrare che
il pensiero è fin dal primo momento essere. Nei Dialoghi affronta lo stesso
problema in forma più concreta : ricerca il punto in cui l'essere ed il pensiero
si identificano, lo ricerca con la sicurezza di chi sappia di rintracciare cosa
esistente nella realtà ; e con lo stesso metodo, lo stesso procedimento, lo
stesso linguaggio, e quasi la stessa mentalità con cui un naturalista potrebbe
studiare un essere da lui non visto ancora, ma del quale, per descrizione
autorevole e per indizi indiretti e certi, gli fosse nota l'esistenza e i
caratteri.] vero lutto è l'uomo, l'uomo come pensiero, in cui l'uomo della
natura, che in sé ricompendia tutta la natura, si risolve ed unifica
perfettamente. Ma come questo pensiero eterno passa nel realizzarsi per tutti i
gradi della natura ? E che è questa natura ? Quale il suo primo grado ?
Retrocedendo nella storia del processo naturale si perviene ad un muro saldo,
incrollabile, oltre al quale non si può andare: quel muro è la materia. Certo
la materia suppone lo spazio; ma spazio senza materia non ci può essere. Chi
dice spazio [I naturalisti, Diagolo 1°, nella Civiltà italiana, Firenze, La
natura a volo d'uccello: Forza e materia, Dialogo, nella Civiltà italiana,
Firenze, La natura a volo d'uccello: Un nuovo corpo semplice, Dialogo, nella
Civiltà italiana, Firenze, Le opere scientifiche e la filosofia della natura.
dice tempo, e chi dice tutti e due dice moto; e dir moto è dir qualche cosa che
si muove, è dire insomma la materia, moto immobile, forza latente ed inerte
dell'universo. La forza diviene sempre materia a traverso un suo sviluppo : da
forza chimica, semplice affinità, a forza fìsica, e da forza fìsica a forza meccanica,
e infine corporea. Ogni forza è la materia della forza inferiore ed il germe
della superiore : e così il moto è il tempo materializzato; il tempo è lo
spazio divenuto più materiale. Sempre la materia è la realtà, il limite di una
forza; e la forza è la materia nel suo spontaneo svolgimento. La forza del
pensiero da principio non pensa ancora, ma si vuol pensare, ed è chiusa nella
forza semplice in cui tutte le forze speciali sono latenti ; e come la più
forte, le urta di sotto e fa uscire la forza chimica, che si comunica a tutta
la massa della forza semplice, sì che tutto diventa forza chimica reale,
affinità e materia puramente chimica ; e fa di questa affinità informe un
imponderabile informe, e di questo un informe ponderabile, un corpo semplice
informe. L'uomo senza influsso di esterno accidente, mentre egli era da per
tutto ed era tutto, non poteva scegliere un punto del tempo e dello spazio in
cui operare la trasformazione della materia semplice in corpo sémplice. E
l'operò in un punto del tempo e dello spazio che erano tutto il tempo, tutto lo
spazio. Quell'attimo, quello spazierello» si riempì di materia reale, naturale,
diventò da spazio ideale spazio reale, interminato, e con esso cominciò la
natura. La forza del pensiero, come ha trasformato il moto, la forza semplice,
in forza chimica, così trasforma questa in forza fìsica, e la forza fìsica in
forza meccanica; e dallo stesso oscuro fondo fa scaturire dietro a quelle forze
la materia chimica, che si trasforma in materia fìsica e indi in meccanica; e
all'ultimo in vera materia, in corpo chimico imponderabile, ponderabile. È la
materia semplice che successivamente si modifica e si realizza; è la proprietà
chimica, è la speciale natura Le opere scientifiche e la filosofia della
natura.] fisica, è la figura meccanica, geometrica, cristallina, che si
aggiunge alla forza chimica imponderabile, ponderabile, e le dà un primo corpo
ed una nuova realità; gli è un corpo incorporeo, una materia immateriale, una
realità non sensibile. Le forze, e le loro forme, le loro proprietà, sono
semplici, indifferenti, indistinte; esse sono avviate all'atto, alla esistenza
naturale, ma non ci sono giunte ancora. La forza è molto pensiero e poca
natura, e non ha tal realità e tal valore da fare di uno spazio-pensiero uno
spazio-natura; ma la proprietà è più natura che pensiero ed è perciò atta ad
empire di se lo spazio ; onde appena il pensiero umano dietro a quelle tre
forze fa scaturire quelle tre semi-materie, subito mette fuori lo spazio, e lo
distende, e vi spiega le tre proprietà; e queste vi portano seco le loro forze,
e le disseminano egualmente in tutti i suoi punti. Non perciò lo spazio è pieno
ed ha compiuta realtà. Egli è estensione, è materia, ma non corpo, perchè non è
ancora sensibile. Il primitivo pensiero umano ha dentro di sé un limite che è
esso stesso pensiero, ed è il germe e l'origine del senso; di questo limite fa
lo spazio-pensiero e il tempo-pensiero, e il moto, la forza-pensiero, e persino
il qualcosa, la materia pensiero: e tutto questo rimane dentro di lui, rimane
lui stesso, ed è ancora poco men che pura ragione e semplice pensiero. Ma poi
egli, premendo di più su quel limite, fa dello spazio-pensiero uno
spazio-estensione, e di questo un corpo sensibile prima al corpo, e poi, per
mezzo del corpo, anche all'anima. E poi, facendo del moto-pensiero un moto
reale, farà del tempo-pensiero un tempo durata; e poi farà tutta la natura, e
la vita — il vegetale —, e l'anima — l'animale ; e all'ultimo si rifa pensiero,
e pensa se stesso e l'opera sua. Di quel suo limite originario, che era un
senso-pensiero, egli ha fatto a poco a poco un senso-senso. E di questo senso
farà nella natura formata vari sensi distinti, e così farà dell'anima. Se noi
facciamo la storia della natura, troviamo all'origine della forza e della
materia uno stesso identico germe, il quale è in uno pensiero umano e senso
umano originario. Quel germe, pur mantenendo sempre la sua originaria identità,
si sviluppa di grado in grado, ed è prima natura, poi vegetale, poi animale, e
da ultimo uomo; e in ogni grado conserva quelle due cose opposte, la forza e la
materia, sempre distinte e sempre unite in una perfetta identità. Nell'uomo,
nell'io, nel pensiero reale, l'unità delle due cose opposte è naturata,
personificata, e incorporeamente corporalizzata. Questa unità veduta nella
nostra natura ci fa più facilmente riconoscere l'unità dei due elementi nelle
nature inferiori, la psichica, la vitale, la naturale. Nell'afferrare ciò
consiste la scienza. Questa è la storia della natura amorfa, in cui tutto è
quiete ed immobilità, in cui non c'è che un corpo semplice, omogeneo, uniforme,
informe. Poi — dice l'Autore — verrà la natura antimorfa, lo sviluppo delle
forze e delle materie, il caos. Infine vedremo sorgere una nuova forza, che a
tutte le forze del caos darà una legge e una norma, a tutte le materie una
forma comune ; e sarà la natura olomorfa, il cosmo. E vedremo la forza cosmica
trasformarsi nella forza vitale, e la forma cosmica divenire la forma vitale,
vegetale. E con questo programma egli termina il secondo dialogo, Forza e
materia; ma non pubblica più che un terzo dialogo (*), nel quale riassume la
storia del pensiero umano, che da prima tutta interna, tutta dentro un punto,
si squaderna poi nello spazio e si sgomitola nel tempo, e all'ultimo si
ritrasforma di natura in pensiero, e si riduce di nuovo ad un punto, e questo
punto è l'io. Come in principio il punto originario, così ora il punto
individuale si trasforma tutto; ma la trasformazione non si fa, come allora,
tutta in un atto, [Il dialogo (Un nuovo corpo semplice) è preceduto da questa
nota. Il presente dialogo è indipendente dai precedenti », - Sappiamo già che
M. lavora spesso frammentariamente. Le opere scientifiche e la filosofia della
natura.] bensì successivamente. L'io è un animale naturale, individuale; ma gli
ii sono molti, e sono come molti punti, molti tempi in un solo tempo, e tutti
fanno come uno spazio intellettuale nello spazio naturale, La trasformazione
umana universale, come quella dell'individuo umano, si sgomitola nel tempo e si
srotola nello spazio, e intanto si raggomitola e torna ad arrotolarsi nella
storia. E perciò la storia umana è una storia naturale di tempo e di spazio, è
una cronologia e una geografìa. La storia umana e la storia della natura, essendo
creata dal pensiero, è in ogni sua fase totale e universale ; solamente non
appare e non diventa reale che in certi punti di tempo e di spazio: in certe
epoche, in certi luoghi, in certi corpi e in certi ii. È facile scorgere che M.
non è felice quando vuole risalire ai principi sui quali ha fondata la sua
costruzione. Invero non si capisce come quel suo pensiero originario, avendo
nel senso un limite interno, possa non avere anche un limite esterno, e tutta
la natura, che invece deve ancora nascere; ne si capisce come quel pensiero, a
furia di premere e caricare sul proprio limite, possa fare del senso-pensiero
un senso-senso, possa, in altre parole, trasformarsi da forza in materia. Ma
l'Autore non ha il più lontano dubbio di star tentando la soluzione di un
problema forse insolubile, certo insoluto. Che forza e materia sieno due cose
distinte ed opposte, ma unite ed identiche è per lui una verità certa,
positiva, reale. Egli dichiara che non ha la pretesa di dimostrare, ma solo di
far presentire la verità, come la presente egli stesso: e certo di quella
verità da lui presentita non riesce a dare una dimostrazione logica. In una
pagina che onora il suo senso poetico più che la sua GENTILE, LA FILOSOFIA
ITALIANA. Forza e materia, I naturalisti, Dialogo] profondità filosofica, egli
afferma che il corpo è un vegetale, è l'inferno, l'anima è parte materiale e
parte immateriale ma sempre naturale, il pensiero è il paradiso, e di pensiero
noi siamo tutti uni in Dio ; e per descrivere il suo paradiso tratteggia con
poche belle linee il paradiso dantesco. Come Dante non può significar per verba
il trasumanare, così egli stesso non può chiarirci come 1' universo si unifichi
nell'uomo; solo ci dice con slancio lirico che quella è la sua fede. Alla fede
in quanto è davvero tale e solo tale, ed è ardente, profonda, incrollabile,
sarebbe certo vano, se pur fosse possibile, 1' opporre argomentazioni. Ma ai
principi che di quella fede sono oggetto, e vengono posti a fondamento di una
costruzione scientifico-filosofica, si può e si deve chiedere se sieno
suscettibili di avere dall'esperienza una conferma o dalla logica una
dimostrazione. La risposta è negativa. Quanto alla conferma dell'esperienza, M.
dice che con le idee si scopre, è vero, la sostanza delle forme e si tien dietro
al loro movimento essenziale ; ma il controllo è la stessa realtà che deve
rimanere inalterata ed intatta, ed è il fatto che deve essere riprodotto nella
sua integrità, e con tutte le sue condizioni essenziali. Ma se l'Autore ammette
l'esistenza di realtà e di fatti che non sono idee, e che solo con le idee
possono venir scoperti nella loro sostanza e seguiti nel loro movimento,
dovrebbe indicare un terzo termine, atto a valutare la rispondenza fra gli
altri due. Non lo indica. Ma è chiaro che il terzo termine non può essere per
lui che la stessa idea, giudice e parte in causa. Il controllo di cui egli ha
parlato manca; e non poteva non mancare. Nell'ambito dell'idealismo assoluto
non può esistere un controllo esterno, ne si può senza essere [I tipi animali.
Cfr. Dopo la laurea, Le opere scientifiche e la filosofia della natura.
incoerenti ammettere l'esistenza di una realtà che non sia l'idea o il
pensiero.Quanto alla dimostrazione logica dei suoi principi, abbiamo veduto che
le rare volte in cui M. la tenta non la raggiunge, e cade in contraddizioni,
come quando, dopo aver affermato che il pensiero è l'essere, ne ragiona come di
un pensiero che pensa l'essere, e considera l'essere come puro essere e non
pensiero ('); o incorre in errori, come quando afferma che il pensiero
originario ha nel senso un limite interno senza avere un limite esterno; ovvero
si appiglia ad ipotesi degne di un alchimista ostinato alla ricerca della
pietra filosofale, come è quella della forza che diviene materia premendo e calcando
sul suo proprio limite. La sua filosofìa della natura, riposando su principi
che possono essere oggetto di fede, ma non possono avere dall'esperienza un
controllo né dal ragionamento una conferma, è una costruzione che può essere,
ed è difatto, ingegnosa e bella, ma è del tutto arbitraria. Di ciò mai ebbe
alcun sospetto l'Autore, sempre fermo nella sua fede hegeliana, vita della sua
vita, anima della sua anima. Egli non intendeva di cercare una soluzione nuova;
solo si proponeva di svolgere ed elaborare una soluzione già da altri
raggiunta. La sua opera è fallita perchè aveva come presupposto e come base
quella conciliazione dell'essere e del pensiero, della forza e della materia,
che contrariamente a quanto egli credeva non era stata raggiunta da nessuno, e
meno che mai poteva esserlo da chi, avendo studiata analiticamente la natura,
si ribellava a tagliare il nodo gordiano negando la natura stessa o riducendola
a una mera forma spirituale. Deus creavit. Forza e materia. Della medicina
sperimentale; e cfr. tutte le opere di M. M. non è d'accordo col Berkeley, che
« sopprime la natura»; Del Vecchio Veneziani Una costruzione speculativa della
natura, quale l'idealismo assoluto e la riduzione della natura a pensiero
esigono, dev'essere tutta una deduzione necessaria per considerarsi compiuta e
riuscita. E in una deduzione logica e necessaria l'accidente come tale non può
trovar luogo. Non si dimentichi, del resto, die l'idea dominante in tutte le
assidue e lunghe meditazioni del M. intorno alla natura, l'idea informativa di
tutti i suoi studi era, come egregiamente la definiva Fiorentino, « l'idea di
contrapporre al predominio dell’accidente, che è il lato debole del darwinismo,
una spiegazione più intima e più razionale delle forme, attraverso delle quali progredisce
e si dispiega la vita della natura... una ragione superiore, che regola lo
sviluppo dei tipi della vita naturale, finche non si dispieghi, e non si
allarghi nell’uomo e nella coscienza. Si trattava dunque per M. di superare
quello scoglio contro il quale, a suo vedere, naufragava il darwinismo; di
evitare la trasformazione dell' accidente in Deus ex machina, al quale far
ricorso perchè o dove non soccorra una ragione superiore o una spiegazione più
intima e razionale. M. appunto dice e ridice, anche per quanto si riferisce
alla natura, che la filosofia vive nella sfera della necessità e della certezza
assoluta; ma in contrasto con questa esigenza afferma anche l’indispensabilità
dell’accidente in tutti i momenti della creazione. Ora l'accidente, che è
dichiarato indispensabile, o è razionalmente necessario, cioè deducibile a
priori, e allora deve rientrare nella costruzione speculativa come elemento
interno, e non esteriore, sicché non può più dirsi propriamente accidentale. O
è la né col Fichte, nel cui sistema la natura c'è soltanto quanto basta per far
la coscienza, ed è quindi ridotta ad una espressione astratta. Cfr. Prenozioni,
La filosofia contemporanea in Italia, Dopo la laurea, negazione della necessità
razionale e della deduzione a priori, ed in questo caso la dichiarazione della
sua indispensabilità costituisce il confessato fallimento della costruzione
speculativa. M. oscilla fra le due alternative, senza sapersi appigliare né
all'una né all'altra. Questa non meno di quella avrebbe significato il
riconoscimento della contraddittorietà della sua impresa. Invero l'accidente
sembra necessario per lui a costituire nella catena dello sviluppo creativo
l'anello iniziale e gli anelli di saldatura tra i frammenti non altrimenti
congiungibili. L'anello iniziale, poich'egli dice che quando non c'era la
natura e quindi l'accidente » era impossibile all'uomo (ossia all'idea di Uomo,
che come fine deve precedere e determinare lo sviluppo), senza arbitrio e «
senza influsso di esterno accidente, di scegliere un punto del tempo e dello
spazio in cui operare la iniziale trasformazione della materia semplice in
corpo semplice. Gli anelli di saldatura, in quanto dice che l'accidente,
elemento costitutivo della natura, è necessariamente compreso nel processo della
funzion ; che ogni tipo vivente è già idealmente quello che dee succedergli, ma
non basta a crearlo, a produrlo realmente nella natura, senza il concorso di
cause accidentali e d'esterni influssi. E in generale tutto il processo e lo
sviluppo della natura per M. consegue la realtà solo in quanto l'accidente
interviene e concorre con l'idea alla produzione del risultato. Il fatto è
anche idea, ma l'idea non è reale e non esiste che nel fatto; « il principio e
la potenza della vita... è sempre unito a un qualche elemento materiale e
meccanico che lo fa reale e particolare, che è quanto dire individuale ed
accidentale. Forza e materia, / mammiferi. Prelezione al corso di fisiologia
dato nella R. Un. di Modena. Degli elementi della medicina. Le opere scientifiche
e la filosofia della natura. M. considera i vari tipi carne momenti evolutivi
di un tipo ideale assoluto, l'uomo eterno. Crede che tutte le forme preesistano
in forme germinali di cui sono lo sviluppo creativo interno e spontaneo. Ma la
creazione non consiste soltanto, nella determinazione ideale originaria di
quegli schemi indeterminatissimi », sì anche nella loro delimitazione naturale,
o sia accidentale. E molte volte ripete che la natura è accidente e che l'idea
spirituale esiste solo legata all'accidente. Ma qui appunto si potrebbe
obiettare alla nostra osservazione, che noi dobbiamo approfondire il concetto
dell'accidente che M. afferma. Legato all'idea, intrinseco alla natura,
l'accidente che egli fa entrare in campo a determinare e spiegare lo sviluppo
non è, come l'accidente dei darwiniani, puramente estrinseco e meccanico. Ha
anzi esso medesimo una necessità interiore ; è il momento della antitesi, senza
il quale non potrebbe svolgersi la sintesi creativa. L'uomo eterno, dice
appunto M., è « la forma, l'anima, la forza, la spontaneità pura, assoluta, in
cui lo stesso accidente, il limite indifferente, l'assoluta particolarità
esiste, ma nella forma di principio, di universalità, di necessità : ed è in
questa contraddizione che consiste la sua attività creatric. Per questa via
parrebbe risolversi la difficoltà nella quale ci appare impigliato la filosofia
di M.. Che se anche altrove egli identifica il puro accidentale col male, non
vi sarebbe contraddizione con la universalità e necessità riconosciuta sopra
all'accidente; ma distinzione di due specie di accidenti o di nature: l'interna
e l'esterna; necessaria la prima, accidentale in senso proprio la seconda. M.
difatti parla esplicitamente di una natura esterna che viene Deus creavit, (/
tipi ammali. Le opere scientifiche e la filosofia della natura. a dare l'ultima
mano alla natura interna, di un agente esterno ed accidentale che non era
compreso nel processo della natura interna, non era calcolato nella evoluzione
vitale, e oltre a modificare, sia pur solo superficialmente e
quantitativamente, le forme, e favorire la trasformazione, e provocare la nuova
interna creazione e lo sviluppo di germi latenti, « può fare e fa certamente di
più, v'introduce qualche cosa di accidentale e di naturale. Di fronte a questo
accidente, esterno sta l'interno : « vi è già — soggiunge M. — nella forma
latente un principio di accidente. Essa è semplice ed una, ma nella sua unità
vi è un germe di differenza e di moltiplicità, vi è l'attitudine e la
disposizione a dividersi in molti e diversi, ed è un accidente indeterminato e
scolorato, pura possibilità di farsi, più che non è, accidentale. L’accidente
esterno feconda 1' accidente interno e gli dà corpo e colore, e ne fa una
realità accidentale e naturale. Gli agenti esterni stimolano, promuovono,
determinano, ma Dio opera la trasformazione. L'accidente può render conto delle
differenze secondarie, non giunge ai veri gradi della formazione. Esiste dunque
una storia interna, essenziale, ed una esterna, accidentale; ed esistono due
sorta di accidente: uno necessario ed essenziale, l'altro secondario e
individuale: il primo, l'accidente necessario, assoluto, realizza l'evoluzione
creativa ideale, intrinseca, assoluta della forma animale; accompagna ogni
realtà, circoscrive esteriormente le forme, e fa esistere gli individui;
l'altro, l'accidente accidentale, nasce dall'intreccio dei processi e dal cozzo
inevitabile delle cause na- [Lettera sulla patologia storica] Cfr. Deus
creavit, passim. Dopo la laurea, tipi animali, tipi animali, Cfr. Deus creavit,
Deus creavit, Le opere scientifiche e la filosofia della naturatura] li, delle
quali una è la darwiniana concorrenza vitale, da cui deriva la formazione delle
varietà, delle specie, dei generi, ma la sua azione non potrebbe estendersi
fino ai tipi. La natura finisce per essere, come la società umana, una
lotteria. Finisce, ma non comincia; e non è una lotteria da capo a fondo »,
perchè ha le sue basi ideali e le sue leggi necessarie. Se non che arrivati a
questo punto noi possiamo domandarci : l'obiezione che abbiam detto potersi
muovere al nostro rilievo delle difficoltà inerenti al pensiero del M., è
veramente risolutiva? Questo approfondimento del concetto di accidente, questa
distinzione delle due specie di esso, interna o necessaria ed esterna o
accidentale, elimina veramente la contraddizione nella quale ci era sembrato
che questa filosofia della natura si involgesse ? L’accidente interno consiste
nella indeterminazione e molteplice possibilità della forma latente. Ma intanto
M. più volte afferma che senza il concorso di esterno accidente la possibilità
non passerebbe all'atto, non si farebbe realtà di natura. Tra la potenza e
l'atto bisogna che s'inserisca un mediatore perchè il passaggio avvenga. Sicché
l'accidente esterno è da lui riconosciuto indispensabile non soltanto per
l'esistenza degli individui, ma anche per la produzione reale dei tipi nella
natura. E del resto la stessa molteplice possibilità in cui è fatto consistere
l'accidente necessario, del pari che l'intreccio dei processi dal quale si fa
nascere l’accidente accidentale, possono essere a loro posto in una concezione
puramente causale e meccanica della natura (per esempio in quella cartesiana),
ma non sono più a posto in una dottrina finalistica, nella quale il termine
finale, l'uomo eterno, pre-esiste a tutto il processo di sviluppo e lo genera
esso medesimo. Voler dimostrare che nella natura si compie uno sviluppo
teleologico, e non saper negare che vi sia anche qualche cosa di ciò che il
Darwin vi scorge, ossia che la natura finisce per essere, come la società
umana, una lotteria, è contraddizione non conciliabile tra l'intenzione e il
resultato. E si potrebbe anche aggiungere che una contraddizione è nello stesso
intervento dell' accidente esterno a spiegare la patologia. L'intero edinzio
della patologia storica costruito dal M. crollerebbe, se non intervenisse
l'accidente accidentale, perchè solo «se l'accidente, esterno o interno che
sia, se la irragionevole cattiva natura interviene, e rompe la legge, e viola
la ragione; se l'arbitrio umano o naturale modifica la qualità della causa
motrice, e ne muta la relazione, e ne altera la proporzione con la interna
sfera umana, questa si altera e si disordina. Ora si ricordi che per M. la
malattia corrisponde al passaggio dall'innocenza alla colpa, a cui succede il
passaggio ad una forma superiore d'innocenza, alla libertà. Se questa forma
superiore, che è il fine dello sviluppo, non è raggiungibile che attraverso a
questo processo, il processo è necessario, e necessari, non accidentali sono i
suoi momenti : la tesi, l'antitesi e la sintesi. Ma allora come può il momento
dell'antitesi essere un accidente violatore della ragione ? In un idealismo
assoluto, e particolarmente nel ritmo dialettico che si svolge nel movimento
degli opposti, il momento negativo non è meno necessario che il positivo a dare
con la negazione della negazione la più alta realtà. Come può dunque in questa
concezione filosofica trovar luogo l'accidente accidentale di M.? Come può un
accidente siffatto, cioè un accidente estrinseco, che rompe la necessità e
viola la ragione, essere costitutivo della natura quale dev'essere intesa in un
idealismo assoluto, cioè come pensiero o ragione ? [Delle prime linee della
patologia storica]. Queste contraddizioni si collegano con una profonda,
inconciliabile contraddizione interna del pensiero di M.. È in fondo il
contrasto fra il naturalista e il filosofo idealista, contrasto che si svolge
anche nell'antitesi fra l'ardente e costante aspirazione a ricongiungere ed
unificare la fisiologia con la filosofia, e lo scrupolo della divisione del
lavoro, che talvolta si riaffaccia: la metafisica ai metafisici, a noi la
fisiologia. Questo è il suo conflitto intemo non superata, che si potrebbe
estendere ben oltre il suo caso individuale. Invero se la natura è, come M.
sostiene, idea e natura a un tempo, la divisione del lavoro non è possibile: il
fisiologo non può essere tale se non è prima filosofo; la fisiologia non può
essere costruita se non è costruita prima la metafisica. E costruita non da
altri, ma dal fisiologo stesso, come altrove M. riconosce. Perchè, secondo il
principio vichiano ed hegeliano, per M. il fare soltanto ci dà il vero
conoscere : criterio del vero è il farlo. Dal che sarebbero pure derivate conseguenze
contrarie alle conclusioni di M. intorno ai rapporti fra la teoria e la pratica
medica. Infatti come può la separazione della jatrofilosofia dall'attività del
medico pratico conciliarsi con l'unità del vero col fatto? Se la vera scienza è
la storia, perchè è la realtà vivente, non varrà anche per la jatrofilosofia la
massima che criterio del vero è il farlo ? E non sarà quindi contraddittorio il
dichiararla disgiunta dalla pratica, e quindi inutile come tutte le cose
eccellenti, virtù, giustizia, arte, religione, scienza ? Ed ecco il criterio
della verità della jatrofilosofia nella pratica, nella clinica, nella cura
delle malattie, secondo voleva TOMASSI. Anche qui M. Lettere fisiologiche, Cfr.
Dopo la laurea, là dove si riconosce come necessaria, sia pur soltanto al
sapere positivo, la divisione del lavoro. [Idea della fisiologia greca ; e
altrove. La natura medicatrice e la storia della medicina] mostra di non aver
raggiunta la piena coerenza del suo pen- siero, né la piena consapevolezza
delle esigenze dei suoi principi. Egli, come ogni naturalista, riconosce la
funzione del- l' accidente ; ma il rapporto e il contrasto fra il necessario e
l'accidentale, fra ciò che è conoscibile e costruibile a priori e ciò che è
dato solo dall'osservazione sperimentale, rimane in lui insoluto. Ed egli non
riesce a vincere le difficoltà che anche Hegel aveva incontrate nel costruire
la sua filosofìa della na- tura, la quale è certo la parte più debole del suo
sistema. L'errore fondamentale del M. è consistito in questo : che egli ha
attribuite le deficenze della filosofìa della natura hegeliana a cause fortuite
e soggettive, e non ha scorto che le cause erano intrinseche al sistema, per se
stesso tale da non consentire che vi fosse inquadrata una filosofia della
natura compiuta, razionale e concreta ad un tempo. E andò cercando per tutta la
vita una soluzione non raggiunta ancora, sempre credendo di lavorare solo alla
dimostrazione e alle applica- zioni di quella, che egli stimava già scoperta da
Hegel. Grice: “De Meis’s
theory resembles my pirotological progression, heavily! I like his
generalisations. I wish we had at Oxford such a freedom to generalise!” – Nome
compiuto: Camillo De Meis. Angelo
Camillo De Meis. Meis. Keywords: implicature, citato da Pirandello in “Il fu
Mattia Pascal” “Chi lo dice? – gli domanda forte il giovane, fermo, con aria di
sfida. Quegli allora si volta per gridargli: “Camillo De Meis!” –-- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e e Meis” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Melandri:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- le forme
dell’analogia – analogia nel convito di Platone – Reale – filosofia ligure – la
scuola di Genova -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Abstract. Grice: “In an essay which was originally to
be included in my ‘Way of Words’, ‘Aristotle on the multiplicity of being’, I
focus on M.’s obsession or fixation: analogia, or proporzione. ‘Analogical
unification’ is just one mode of unification for Aristotle: the others being
‘focal unification’ and ‘recursive unification’. I basically elaborate on
Aristotle’s analogy for ‘medical’, dropping my view that there may be more
about Aristotle’s idea of this unity that may relate to my view on
theory-theory. Keywords. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice:
“One of the ten items he lists in his ‘Contro lo simbolico’ is ‘lo simbolico’
itself!” -- Grice: “Melandri takes analogy more seriously than I did – I do
list ‘analogy’ as part of what I call ‘philosophical eschatology – the third
branch of metaphysics, along with ontology and category study.” Grice:
“Melandri focuses on the Graeco-Roman tradition of analogy, which he pairs with
two other concepts: proportion, and symmetry – re-interpreting mainly Aquino’s
reading of the Aristotelian tradition in a semiotic approach.” Grice: “Melandri
also takes Kant seriously on this.” Grice: “If an Italian philosopher wrote
‘contro la comunicazione,’ another wrote ‘contro il simbolico’!” -- Grice: “He has studied Buehler; I like that!”
Laureatosi a 'Bologna, è lettore a Kiel
in Germania. Insegna poi a Lecce, Trieste e Bologna. Parallelamente
all'attività universitaria, collabora con Mulino e alla rivista omonima, per le
quali ha svolto attività di consulenza, con traduzioni e curatele, pubblicando
con essa alcuni dei suoi saggi. I suoi saggi vertono sulla fenomenologia di
Husserl, sul concetto di analogia e sul principio di simmetria. Tra le sue
curatele, anche presso altre case editrici -- Cappelli, Faenza, Laterza, Ponte
alle Grazie, Giuffrè, Pitagora ecc. -- ci sono studi che vanno dalla scienza
politica di Ritter e di Habermas, alla fenomenologia di Schütz, dalla logica di Copilowski e dalla
filosofia del linguaggio do Hoffmann o dai paradossi di Bolzano (e poi la
storia della logica di Scholz), agli studi di metodologia scientifica di Pap, a
quelli di psicologia della percezione di Meinong o di Ehrenfels, e dall'estetica
di Trier alla metaforologia» di Blumenberg ecc.
Ha istituito un gruppo di studi su Leibniz, in seguito affiliato col
nome di «Sodalitas Leibnitiana» alla Leibniz-Gesellschaft di Hannover. Ha anche
collaborato attivamente alle attività del Centro di studi per la filosofia
mitteleuropea con sede a Trento; partecipando alla realizzazione della rivista Topoi. Da
vita agl’Annali dell'Istituto di discipline filosofiche dell'Bologna, poi
trasformatisia nella rivista semestrale «Discipline filosofiche», ancora attiva
e di cui è stato il direttore. Tra i suoi saggi, spicca per centralità di
pensiero “La linea e il circolo,” definito d’Agamben un capolavoro della
filosofia. Il filo conduttore di tutta
la riflessione di M. è il rapporto tra pensiero logico e pensiero analogico. Mentre
la logica tende a svilupparsi mediante un concetto d'identità elementare,
legato alla discontinuità del principio di non-contraddizione, l’ANALOGIA si
fonda invece sul principio di continuità, legato alla figura oppositiva della
contrarietà, che ammette una transizione tra gl’opposti. Ora, queste due forme
di ragionamento non sono affatto inconciliabili, ma complementari, in quanto
fondate, non su una struttura assiomatica, ma su una diversa direzione
costitutiva dell'esperienza. Questa diversità prospettica si realizza, secondo
M., nella fenomenologia husserliana, di cui egli tende a evidenziare
l'empirismo radicale connesso alle strutture costitutivo-trascendentali della
soggettività e ben distinto, dunque, da quell'idealismo entro cui troppo spesso
si è voluto rubricare l'atteggiamento fenomenologico. In ultima istanza, congiungendo
istanze aristoteliche e husserliane, M. assume una concezione dell'essere
fondamentalmente equivoca, nell'ambito della quale l'intenzionalità si
presenta, al tempo stesso, come principio formale logico e funtore operativo
analogico. Inoltre, M. espone questi contenuti filosofici attraverso un metodo
d'indagine e d'insegnamento del tutto particolare, che viene così descritto da Besoli,
filosofo a Bologna. A lezione, si può dire che M. non parlas, ma pensas ad alta
voce dando l'illusione, quanto mai benefica ed essenzialmente terapeutica, di
pensare insieme con lui. Si ha l'impressione di assistere, dunque, a un
pensiero in corso d'opera, e più propriamente ciò che accade e un'esperienza di
pensiero condivisa, giacché la condivisione e appunto la condizione stessa
della buona riuscita di tale esperienza Altri saggi: “I paradossi dell'infinito nell'orizzonte
fenomenologico,” -- introduzione a Bolzano, “I paradossi dell'infinito”,
Cappelli, Bologna; “Logica ed esperienza,” “La scienza come criterio storio-grafico,”
“Note in margine all'organon dei peripatetici; “Considerazioni critiche sui syn-categorematica
– co-predicabili – negazione come avverbio, la congiunzione ‘e’ come co-predicabili,
la disgiunzione ‘o’ come co-predicabili, l’implicazione ‘se’ come co-predicabile
-- ” in "Lingua e stile", “Esistenzialismo,” “Logica e Logistica” Enciclopedia “Filosofia,” Preti, Feltrinelli,
Milano; “Psicologia galileiana” -- poi in Sette variazioni in tema di psicologia
e scienze sociali; “Foucault: l'epistemologia delle scienze umane", in
«Lingua e stile». “E corretto l'uso dell'analogia nel diritto? Zoon Politikon.
Bolk e l'antropo-genesi, Che Fare, “La linea e il circol: studio
logico-filosofico sull'analogia, Bologna: Mulino rist. Macerata: Quodlibet, prefazione d’Agamben,
appendice di Besoli e Brigati, Limongi. Nota
in margine all'episteme di Foucault, Lingua e stile, La realtà e l'immagine, in
Barth, Verità e ideologia; Sulla crisi attuale della filosofia, Mulino, L'analogia, la proporzione, la simmetria,
Isedi, Milano. I generi letterari e la loro origine, Lingua e stile, Quodlibet,
Macerata, L'inconscio e la dialettica, Bologna: Cappelli, Freud: L'inconscio e
la dialettica, Sette variazioni in tema di psicologia e scienze sociali,
Bologna: Pitagora; L'inconscio e la
dialettica, Macerata: Quodlibet. Bühler. La crisi della psicologia come
introduzione a una nuova teoria linguistica, in Animo ed esattezza. Letteratura
e scienza, Marietti: Casale Monferrato, Variazioni in tema di psicologia e
scienze sociali, Pitagora, Bologna; Matematica e logica in psicologia: applicazione
propria determinante o im-propria analogico-riflettente, L'inconscio e la
dialettica, Macerata: Quodlibet, Per una filologia del sublime, in "Studi
di estetica" (Grice: “I like that; surely there must be an ordinary
unpompous way to say or mean ‘sublime’” – “Go thorugh the dictionary!” -- La
novità degl’ultimi tremila anni, Mulino", "Faenza" e Marisa
Vescovo, L’oblio affligge la memoria; La comunicazione e la retorica, Contro il
simbolico. Lezioni di
filosofia, -- Grice: “The ten ‘concepts’ he chooses are less important than the
generic remarks he makes about the whole ten.” Grice: “While in his study on ‘analogia, proporzione,
simmetria,’ he is semiotic, in this one he is thoroughly hermeneutic!” -- Quodlibet,
Macerata, postfazione di Guidetti; Sul concetto di descrizione nella psicologia
fenomenologica, in "Intersezioni", Su quel che è dato” (Grice: “A
good analysis of a phrase I overuse, ‘datum,’ as per sense-datum’! in
"erri", Le ricerche logiche di Husserl: introduzione e commento, Mulino,
Bologna, Su quel che c'è, e quel che immaginiamo che ci sia, o della principale
equi-vocazione del termine 'rappresentazione')", in Discipline filosofiche,
Il problema della comunicazione, Paradigmi, Tempo e temporalità nell'orizzonte
fenomenologico, Discipline filosofiche, La crisi dei grandi sistemi e l'avvento
della filosofia esistenziale, Questo nostro tempo -- studi e riflessioni
sull'evolversi della nostra epoca” (Bologna); Filosofia come critica della
conoscenza e impegno interdisciplinare, Tratti, Besoli, Il percorso
intellettuale, in Studi su M., Faenza, Agamben, Archeologia di un'archeologia,
in M., La linea e il circolo. Studio logico-filosofico sull'analogia, Macerata:
Quodlibet, Agamben, Al di là dei generi letterari, in M., I generi letterari e
la loro origine, Macerata: Quodlibet,
Ambrosetti, Sugli stoici, Roma: Aracne; Ambrosetti, Una lettura di
Epitteto", in "dianoia", Besoli, "Il percorso
fenomenologico", in La
fenomenologia in Italia. Autori, scuole, tradizioni, Roma: Inschibboleth; Besoli
e Paris (Faenza: Polaris); Bonfanti, Le forme dell'analogia. Roma: Aracne. Cimatti,
"Postfazione: Psicoanalisi e rivoluzione", in L'inconscio e la
dialettica, Macerata: Quodlibet sinistra
in rete.info cultura’ Lagna e Lévano, "Contro l’isomorfismo. Il rapporto
soggetto-oggetto, Philosophy Kitchen, Matteuzzi, "Prefazione", in Ambrosetti,
Sugli stoici, Roma: Aracne); Palombini, "Dal chiasma ontologico al chiasma
trascendentale. Forme di razionalità in «Philosophy Kitchen», Possati, La
ripetizione creatrice. lo spazio dell'analogia, Milano-Udine: Mimesis. Sini,
"Lo schematismo figurale", in Besoli e Paris. Solerio, Le opere di M. edite da Quodlibet, edizione completa.
Discipline Filosofiche, rivista di filosofia. Nome compiuto: Enzo Melandri. Melandri.
Keywords: Bühler, l’aggetivo ‘galileano’ -- le forme dell’analogia, Grice –
analogia – problema della comunicazione, Buehler, teoria di Buehler, analogical
unification, la comunicazione, implicatura problematica, aquino, kant, mill,
jevons, maxwell, Perelman, abcd, haenssler, dorolle, lyttkens, Reichenbach,
newton, cellucci, marramao, aristotele, platone, convito, reale, grice,
analogical unification, owens, ross. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Melandri,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Melanipide: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Abstract. Grice: “It is slightly odd that the
philosopher whose teachings I taught most – Aristotle – is better known in the
continent in literary studies as the author of a little tract on tragedy and
katharsis – not his categories or his Ethica nicomachaea!” -- Filosofo
italiano. Taranto, Bari. The author of a number of tragedies. M. appears to
have practised a relatively ascetic version of Pythagoreanism. Grice: “Cicerone
argues: Melanipide spoke Greek, not Latin; therefore, he is not an Italian. At
Oxford, we are a bit more inclusive: Gellner spoke French, he is a Jewish
philosopher who teaches at some London red-brick!” – Melanipide. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Melanipide.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Melchiorre:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – il corpo – la
filosofia dell’amore – amante ed amato – il convito di Turolla – la scuola di
Chieti -- filosofia abruzzese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Chieti). Abstract. Grice: “It’s very rare to find an Italian
philosopher who won’t give you a tirade on ‘That’s amore!’. On the other hand,
on the colder shores of Oxford, as my pupil Strawson calls them, we TRY. The
closest I came to the idea of love was through my reading of Butler. Butler
founds his morality, as is well known, in two conflicting desiderata: that of
self-love, and that of other-love, or benevolence. My pupils at Oxford were
therefore treated to the conversational versions of these two desiderata: the desideratum
of conversational self-love, and the desideratum of other-love, or benevolence.
I later realised that ‘benevolentia’ is all that mattered. And this became
‘helpfulness’ and later ‘co-operation’!” -- Filosofo italiano. Chieti, Abruzzo.
Grice: “I like Melchiorre; while I refer to bodily identity in my “Mind” essay,
Melchiorre has dedicated a whole treatise to ‘the body’ – he has also explored
semiotic aspects and come up with nice oxymora: ‘nome indicibile,’
‘immaginazione simbolica,’ ‘essere e parola.’”. Grice: “Melchiorre’s first
explorations on the concept of body is Strawsonian – corpore e persona -. What
led Melchiorre to this reflection is what he calls a meta-critique of love –
Socrates did his critique of love in the Symposium, and Phaedrus – Melchiorre
analyses this from a body-theoretical perspective.” Dopo essere stato ammesso al Collegio Augustinianum,
inizia a frequentare la Facoltà di Filosofia all'Università Cattolica del Sacro
Cuore, dove si laurea. Terminati gli
studi, nel medesimo ateneo inizia la carriera accademica come assistente
volontario di filosofia della storia, per poi insegnare a Venezia. Richiamato a Milano, ha ricoperto la cattedra di Filosofia morale, per poi
insegnare Filosofia teoretica. Ha diretto, presso la Facoltà di Lettere e
Filosofia dell'Università Cattolica, la Scuola di specializzazione in Comunicazioni
sociali. Altri saggi: Arte ed esistenza, Firenze’ Il metodo di Mounier, Milano;
Il sapere storico, Brescia; La coscienza utopica, Milano; L'immaginazione
simbolica, Bologna, Meta-critica dell'eros, Milano, Ideologia, utopia,
religione, Milano, Essere e parola, Milano, Corpo e persona, Genova, “Studi su
Kierkegaard, Genova, Analogia e analisi trascendentale: linee per una lettura
di Kant, Milano, Figure del sapere, Milano, La via analogica, Milano, Creazione,
creatività, ermeneutica, Brescia, I segni della storia, Ghezzano Fontina, Al di
là dell'ultimo, Milano, Sulla speranza, Brescia, “Ethica,” Genova, Dialettica
del senso. Percorsi di fenomenologia ontologica, Milano, “Qohelet, o la
serenità del vivere,” Brescia, Essere persona,” Milano, Breviario di
metafisica, Brescia, Il nome indicibile, Milano, Profilo nel sito
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Recensione del volume Essere
persona. Natura e struttura di Rigobello, in Acta Philosophica, Rivista
internazionale di filosofia. Unità e pluralità del vero: filosofie, religioni,
culture. I diversi volti della verità Relazione di M., Convegno del Centro
Studi Filosofici Gallarate, video integrale nel sito Cattedra SERBATI. M., Rai Educational Enciclopedia
Multimediale delle Scienze Filosofiche. Grice:
“Melchiorre, while quoting the necessary German sources for an Italian
philosophers – Eros und Agape, tr. N. Gay – he dwells on Turolla’s beloved (by
every Italian schoolboy) version of “Convito” – which Turolla published under
the ostentatious title, “Dialogo dell’amore” – Melchiorre typically finds some
mistakes, since Turolla was no philosopher – and no lover of Sophia, and no
Sophos of love!” – Nome compiuto: Virgilio Melchiorre. Melchiorre. Keywords: il corpo corpi e persone,
meta-critica dell’eros, il convito di Trolla, Turolla, il fedro di Turolla –
amore – il riconoscimento come identita – la dialettica dell’atto amoroso –
l’amante e l’amato – l’amore reciproco, amore e contramore, erote ed anterote
--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Melchiorre” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Melesia: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. Metaponto,
Basilcata. A Pythagorean, according to Giamblico di Calcide. Grice: “Cicerone complained
that Melesia spoke Greek, not Roman!” – Melesia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Melesia.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Melisso: la ragione conversazionale e la scuola di Velia
-- Roma – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia). Filosofo italiano. Velia, Campania. A pupil
of Parmenide di Velia. The cosmos is not
physical and change is an illusion he attributed to the unreliability of the
senses. Luigi Speranza, “Grice e Melisso”, The
Swimming-Pool Library. Melisso
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Melli: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- AVRELIO – filosofia
italiana – la filosofia a Roma nel tempo di Pomponio – pre-ambasciata -- Luigi
Speranza (Roma). Abstract. Grice: “It would be silly to suppose that
Antonino represented Plato’s idea of the philosophus rex. In fact, Mussolini
detested Antonino, and tried, without success, to replace his equestrian statue
at the Campidoglio by one of Giulio Cesare!” Keywords. Filosofo. Grice: “I like Melli; you see,
Italians feel that Marc’aurelio is theirs, so Melli puts his soul in his essay
on Marc’aurelio, while his essay on Socrates is rather neutral! For us at
Oxford, both Marc’Aurelio and ‘Socrate’ are just as furrin; Locke ain’t!”. Altri saggi: La filosofia di Schopenauer, Felice
Tocco, Firenze, Il professor Tocco, Firenze,Commemorazione di Villari, Firenze,
La filosofia greca da Epicuro ai
Neoplatonici, Firenze, Socrate, Lanciano. I primi contatti tra i filosofi
romani e i filosofi greci non sono amichevoli. Essendosi parlato in senato dei
filosofi e dei retori il senato consulto da incarico al pretore Marco POMPONIO
(si veda) di provvedere “uti Romae NE essent [FILOSOFI greci]”. Semi della
filosofia greca sono sparsi dagl’esuli ACHEI, tra i quali era anche Polibio,
venuti dopo la guerra macedonica. Pochi anni dopo, ci e l'ambasciata della
quale fa parte Carneade. Anche questa volta vedemmo come CATONE (si veda) s’impensiera
dell’efficacia rovinosa che quell’abile parlatore puo esercitare
sull'educazione nazionale. Ma Carneade ha un grande successo e l’infiltrazione
delle idee filosofiche grechi e già cominciata, specialmente dopo la conquista
delle città della Magna Grecia come Crotone – sede della scuola di Pitagora --,
Taranto – sede della scuola di Archita --, Velia – sede di Parmenide e Senone –
e dopo l’isola della Sicilia – Girgenti, sede della scuola di Empedocle --, e Leontini,
sede della scuola di Gorgia. Nei ditti, tradotti o imitati, i filosofi romani
senteno parlare di questo ‘amore di sapienza’, filosofia, e degl’amanti di sapienza,
filosofi. Un motto si trova in un frammento di ENNIO (si veda), nel Neottolemo.
Philosophari mihi necesse est, sed degustalidum de ea, non ingurgitandum in eam.
Col progredire della cultura, con lo svilupparsi dell'eloquenza, nasce il
bisogno di far istruir i romani presso questi pedagogi schiavi ditti amanti di
sapienza. Alcuni grandi personaggi, come SCIPIONE Emiliano (si veda) e il suo
amico LELIO (si veda) divieno protettori dei questi pedagogi detti ‘amanti
della sapienza’ e li ammettano nella loro familiarità. I giureconsulti trovano
un'utile disciplina nella dialettica, studiata nella lingua strainiera, non in
romano. La riforme di GRACCO (si veda) -- Gracchi -- e ispirata da idee di
questi ‘amanti di sapienza’. Quello che i filosofi romani domandano a questo
‘amore di sapienza’ e 1'orientazione nelle questioni pratiche e una cultura
necessaria o utile all’oratore, al giureconsulto,
agl’uomini di stato. Cominciano ad essere conosciute le diverse scuole o sette.
Una delle prime ad essere trattata in latino e la dottrina dell’Orto. Sono
nominati un AMAFINO (si veda) e un RABIRIO
(si veda) come espositori delle idee, dell’Orto, ma con poca arte. Più tardi è
pure ‘edonista’ – sostenitore del piacere -- un certo CAZIO (si veda), “levis
quidem, sed non inineundus tamen auctor”, secondo Quintiliano. Ma non ne sappiamo
nulla. Il grande interprete dell'edonismo presso i Romani è LUCREZIO (si veda),
che segue Empedocle. Altri ‘amanti di sapienza’ sono M. BRUTO minore (si veda),
l'uccisore di Cesare, che parla della virtù e dei doveri, e il dottissimo VARRONE
(si veda), che insieme con Bruto, sente Antioco in Atene, e in psicologia e in
teologia segue più il PORTICO che l'Accademia. Ma tutte queste sono semplici
notizie. Il gran nome che oscura, tutti gl’altri ed è per noi il vero
rappresentante e inter-prete della filosofia presso i romani è CICERONE (si
veda). I primi contatti tra Roma e i filosofi greci non furono amichevoli.
Abbiamo già accennato al senatocon- sulto del 161, nel quale, essendosi parlato
in senato dei filosofi e dei retori ch’erano in Italia, si dava incarico al
pretore Marco Pomponio di provvedere uti Romae ne essent. Pare che i primi semi
della filosofia fossero sparsi dagli esuli achei, tra i quali era anche
Polibio, venuti * dopo la guerra macedonica nel 168 a. C. Pochi anni dopo, nel
156 ci fu l’ambasciata della quale faceva parte Oar- neade, e anche questa
volta vedemmo come il vècchio Catone s’impensierisse dell’efficacia rovinosa
che quegli abili parlatori potevano esercitare sull’educazione nazionale. Ma
ebbero, come sappiamo, un grande successo ; e l’infiltrazione delle idee greche
era già cominciata con la letteratura, specialmente dopo la conquista delle
città della Mago a Grecia. Nelle tragedie tradotte o imitate, e LA FILOSOFIA
PRIMA DI CICERONE 201 anche nelle commedie, i Romani sentivano parlare sul
teatro di filosofìa e di filosofi. (Ricordo il motto che si trova in un
frammento di Ennio, nel Neottolemo di Euripide: Philosophari mihi necesse est,
sed degustan- dum de ea, non ingurgitandum in eam). Ool progredire della
cultura, con lo svilupparsi dell’eloquenza, nasce il bisogno d’istruirsi presso
i filosofi. Alcuni grandi personaggi, come Scipione Emiliano, il suo amico
Lelio, diventano protettori dei filosofi, li ammettono nella loro familiarità.
I giureconsulti trovano un’utile disciplina nella dialettica stoica; le riforme
dei Gracchi sono ispirate da idee filosofiche: quello che i Romani domandavano
alla filosofìa era l’orientazione nelle quistioni pratiche e una cultura
necessaria o utile agli oratori, ai giureconsulti, agli uomini di Stato.
Cominciano ad essere conosciute le diverse scuole. Una delle prime ad essere
trattata in latino dev’essere stata la dottrina di Epicuro, perchè sono
nominati un Amafinio e un Rabirio come espositori della filosofìa epicurea, ma
pare con poca arte; e più tardi, ai tempi di Cicerone, è pure epicureo un certo
Catius, levis quìdem, sed non ìniueundus tamen auctor, secondo Quintiliano. Ma
non ne sappiamo nulla. Il grande interprete dell’ Epicureismo presso i Romani è
Lucrezio. Altri scrittori di filosofìa furono M. Bruto, l’uccisore di Cesare,
che scrisse della virtù e dei doveri, e il dottissimo Varrone, che insieme con
Bruto aveva sentito Antioco in Atene, e in psicologia e in teologia seguiva,
pare, più gli Stoici che l’Accademia. Ma tutte queste sono semplici notizie. Il
gran nome che oscura tutti gli altri ed è per noi il vero rappresentante e interprete
della filosofia presso i Romani è M. Tullio Cicerone. 202 LA FILOSOFIA A ROMA
L’uomo politico e l’oratore non ci appartengono, ma sui filosofo dobbiamo
fermarci un momento. 2. - Cicerone nacque nel 106, fu ucciso dai sicari di
Antonio nel 43 a. C. Studiò in Atene e a Rodi, udì maestri delle varie scuole :
Fedro epicureo, Filone di Larissa accademico: lo stoico Liodoto divenne suo
ospite per più anni, e diventato cieco morì in casa sua: udì poi ad Atene
Antioco di Ascalona, l’epicureo Zenone, e a Rodi lo stoico Posdonio. Cli uffici
pubblici e la vita tempestosa di Roma in quegli ultimi anni della Repubblica lo
avevano distolto dagli studi filosofici, ch’egli del resto aveva considerato
sempre come una preparazione necessaria all’oratore e poi come una nobile
distrazione dello spirito; ma le vicende della vita pubblica, l’ozio a cui è
condannato dopo la battaglia di Farsaglia, e sventure domestiche, tra cui
specialmente la morte della figlia Tullia amatissima, lo riconducono alla
filosofia, nella quale egli cerca un’occupazione e una consolazione. Bisogna
aggiungere a questi motivi quella che chiamano la vanità letteraria, e ch’è la
passione dello scrittore di razza, di uno scrittore di prim’ordine e che gode
di una grandissima autorità presso i suoi concittadini; egli vuol far parlare
in latino la filosofia, toglierne il monopolio ai Greci, darle il diritto di
cittadinanza in Roma rivaleggiando con loro, e si rivolge ai giovani ut huius
quoque generis laudem iam languenti Graeciae eri- piant; ed egli si dà come
l’iniziatore di quest’opera, di conquistare alla letteratura latina questa
vastissima provincia del sapere. Già prima, (lai 54 al 52, egli aveva scrìtto i
suoi trattati politici De repuìflicci e De legibus, e prima ancora, nel De
oratore, era proclamata con molta energia 1’unione della filo- sofia con
l’eloquenza : Cicerone in un luogo del De nat. deor. si vanta di aver sempre
filosofato: cum minime videbamur, tum maxime philosophabamur ; ma i suoi libri
propriamente d’argomento filosofico li ha scritti negli ultimi anni della sua
vita, dal 45 al 43. E quali siano questi scrìtti filosofici ce lo dice egli
stesso in un passo del De divinalione, IX, 1. Egli comincia con un trattato dal
titolo Consolatio, composto dopo la battaglia di Earsaglia e la morte della
figlia, indicando nel titolo i servizi ch’egli si aspetta dalla filosofìa: era
fatto a imitazione di un libro simile di Orantore accademico raspi, raévOoo;,
eh’ è detto altrove un libro d’oro, da imparare a memoria. Poi scrive
VHortensìus, introduzione ed esortazione allo studio della filosofia,
difendendola dai pregiudizi romani. Ortensio, ch’era un grande oratore suo
contemporaneo, vi combatteva lo studio della filosofìa, Cicerone la difendeva
calorosamente. Il libro era molto ammirato. S. Agostino lo ha conosciuto, e la
lettura di esso contribuì alla sua conversione. Questi due libri sono perduti.
Le opere che ci rimangono sono : Academica > in due libri, importantissimi
per le controversie dibattute fra Stoici e Accademici intorno al problema della
conoscenza e specialmente per le opinioni degli Accademici più recenti fino ad
Antioco. Ce n’ora una prima redazione in due libri; poi l’opera fu rifatta, in
quattro libri, e dedicata a Varrone che vi entra come interlocutore. Il caso ha
voluto che noi possediamo il 1° libro della seconda edizione, e il 2° libro, il
così detto Lncullus, della prima (che si sogliono citare Ac. post. I, e Ac. pr.
II). È deplorevole che non ci sia, e sarebbe desideratissima, un’edizione
italiana commentata di questi libri. De Finibus honorum et malorum, in cinque
libri. Vi sono esposte e criticate le teorie delle diverse scuole greche sul
problema fondamentale dell’Etica, il sommo bene o il fine delle azioni. Nel 1°
libro Torquato espone la dottrina di Epicuro, nel 2° Cicerone ne fa la critica;
nel 3° è introdotto Catone, quello di Utica, a esporre la filosofìa stoica, nel
4° se ne fa la critica ; il 5° libro espone la teoria accademica e
peripatetica. È una delle opere più istruttive e forse meglio composte di
Cicerone. Le Tttsculanae disputationes, in cinque libri, dalla villa
ciceroniana di Tusculo, in cui si suppone tenuto il dialogo, pure d’argomento
morale: il 1° tratta de eontemnenda morte, il 2° de tolerando dolore, il 3° de
aegritudine lenienda, il 4° de reliquis animi perturbationibus, il 5°, continua
Cicerone, eum locum complexus est qui totam phil osophiam maxime inlustrat,
docet enim ad beate vivendum virtutem se ipsa esse contentam. Seguono i tre
libri De natura deorum, importanti per le teorie metafisiche e teologiche degli
Epicurei e degli Stoici. Un epicureo, Velloio, espone la teoria di Epicuro;
Lucilio Balbo stoico la teologia degli Stoici; Aurelio Cotta accademico
combatte gli uni e gli altri dal punto di vista delle dottrine probabiliste
della nuova Accademia. Si connettono col De natura deorum i libri De divina-
tione, nel 1° dei quali il fratello di Cicerone, Quinto, difende dal punto di
vista stoico la verità della divinazione, e nel 2° F augure CICERONE (vedasi) la
combatte con una gragnuola di argomenti vivacissimi ; e così pure si connette
agli stessi argomenti il libro De fato, che ci è pervenuto disgraziatamente con
molte lacune, nel quale sono esposte molto sottilmente le quistioni intorno al
destino e il modo confesso possa conciliarsi con la libertà umana: anche questa
una delle controversie dibattute fra Stoici e Accademici. Ci sono poi degli
scritti minori, Oato maior de senectute, Laelius de amicitia; anche i Paradoxa,
scritti prima, nei quali Cicerone si diverte a sostenere in linguaggio oratorio,
come un avvocato, sei dei piu famosi paradossi stoici; e infine il grande
trattato di morale pratica De officìis, in tre libri. La filosofia sociale e la
teoria del diritto erano state trattate prima nei libri De republiea e in
quelli De Legibus. Questi sono gli scritti filosofici di Cicerone, dei quali
egli stesso dice in ima lettera ad Attico: àT:óypacpa sunt; minore labore
fiunt; verba tantum afferò, quibus abundo: sono riproduzioni, derivano da fonti
greche: le quali parole sono state prese da alcuni molto alla lettera, senza
tener conto di quello che Cicerone ci ha messo di suo, oltre le parole latine,
e senza badare a quest 7 altre parole sue (De fin. I, fi): non interpretum
fungimnr munere, sed tuemur ea quae dieta sunt ab iis quos probamus, eisque nostrum
iudicium et nostrum scribendi ordinem adiungimus. È noto il giudizio del
Mommsen e di altri-: giornalista, dilettante, compilatore frettoloso e
confusionario. Un altro tedesco, lo Ziegler, ha detto : il solo suo merito è di
aver trovato parole e frasi latine per rivestirne i pensieri greci, un merito
che può essere stato utile più che ai suoi contemporanei, agli scolastici del
medio evo e ai latinisti moderni. Questi giudizi non sono giusti, non
corrispondono alla realtà. Cicerone non è un filosofo di professione: è un
spirito colto, agile, curioso, che ha il gusto delle idee generali, e considera
la filosofìa come una parte essenziale della cultura umana, importante
soprattutto per la vita pratica. L’opera sua si può considerare o come
contributo alla storia della filosofia anteriore, o per le dottrine e i
risultati a cui egli è giunto. Come storico, Cicerone ha conosciuto
direttamente e sin da giovane le dottrine più recenti: lo stoicismo,
l’epicureismo, i nuovi Accademici fino a Filone ed Antioco : oltre a questi, ha
letto certamente scritti di Aristotile (probabilmente quelli che si dissero
essoterici, di carattere popolare) e di Teofrasto, conosce anche alcuni
dialoghi di Platone, si è provato a tradurre il Timeo, conosce Senofonte, gli è
familiare la figura di Socrate. Ora è un fatto che per tutto il periodo
postaristotelico, Cicerone è una delle fonti secondarie più importanti per le
preziose informazioni ch’egli ci dà sulle dottrine e le controversie di quel
tempo : egli ha letto libri che noi non conosciamo più; e non sono nemmeno
senza valore le indicazioni e notizie ch’egli ci dà, perchè le trova nei suoi
libri, sulla filosofia anteriore ad Aristotile, anche sui presocratici.
Cosicché, coi soli libri di Cicerone si può ricostruire, ed è stato fatto più
volte, tutta una storia della filosofia antica fino a lui. Si dirà: non è una
storia attendibile, non è una storia del tutto esatta: ha bisogno di essere
controllata, commentata e corretta. Ma si può domandare: qual’è lo scrittore o
doxografo antico di cui non si debba dire lo stesso, a cominciare da Aristotile
e da Teofrasto, che pure erano filosofi di protessione, e scrivendo di storia
della filosofia ci hanno dato notizie e interpretazioni del pensiero altrui
molte volte discutibili. Sarà sempre uno studio interessante il cercare le
fonti di cui può essersi servito Cicerone e come se n’ è servito: si potrà
trovare che in qualche punto s’inganna, che può aver lavorato in fretta, che
parafrasando o accorciando gli è accaduto di fraintendere in qualche punto la
dottrina che espone: tutte cose su cui si può discutere caso per caso ; ma dal
dire questo al dire sommariamente che non capiva niente di filosofia e non
sapeva leggere i libri che aveva davanti, c’è una grande distanza. Come ha
detto benissimo il Giussani, è diventata una specie di moda o di mania quella
di parecchi critici di scoprire a ogni momento prove dell’ignoranza o della
irriflessione di Cicerone. Piò volte invece accade che una più attenta
considerazione può provare che chi non ha capito è il critico. Ma questa non è
nemmeno la cosa più importante. Anche ammessi tutti gli errori parziali o di
fatto che si attribuiscono a Cicerone, quello che non bisogna dimenticare è che
le idee e le dottrine della filosofia antica andavano ripensate per poter
essere dette in latino, e sono state ripensate e rielaborate da un cervello non
scolastico, coltissimo, aperto, ch’era anche un grande scrittore, un maestro
della parola, e si rivolgeva a un gran pubblico, non fatto per le disquisizioni
sottili o le finezze di scuola. Questo ripensamento e questa trascrizione delle
idee greche in un altro linguaggio non è il primo venuto che poteva farla. Non
solo ai suoi concittadini e contemporanei, ma durante il Medio Evo, per quanto
poteva essere conosciuto, e più specialmente dalla Rinascenza in poi, le opere
di Cicerone hanno reso all’umanità tutta quanta, alla cultura umana, un
servizio immenso. « Le esposizioni delle dottrine antiche che noi possiamo ora
trovare superficiali o anche in qualche punto inesatte, erano fatte con una
grande chiarezza e in una forma attraente. Per uomini che non potevano leggere,
e che anche potendo non avrebbero capito Platone e Aristotile, che pure tutti
citavano, Cicerone fu una guida preziosa. Lo stesso carattere eclettico della
sua opera era un pregio di più : vi si trovava quello che gli antichi avevano
pensato di più nobile, di più grande e di più accessibile. Si direbbe che
Cicerone avesse preparato per gli uomini a cui la barbarie aveva impedito per
più secoli di pensare, un nutrimento intellettuale eh’essi potessero
assimilarsi, a dir così il succo della filosofìa antica; che li preparasse a
comprendere i filosofi greci quando fossero stati loro accessibili, e li
preparasse infine a pensare da sè » ] ). Questo servizio, come interprete vivo,
facile, eloquente, del pensiero antico, egli ha continuato a renderlo anche
dopo il Rinascimento, continua a renderlo tutti i giorni, in tutte le scuole,
dovunque s’impara a leggere e a pensare leggendo le sue opere. - Rimane a sapere
qual’è il valore di Cicerone come filosofo, che cosa ha pensato lui) Queste
parole sono del Picavet, nell’ Introduzione alla sua edizione, con note, del II
libro De Natura deorum (Paris, Alcan)] ( qual’è e se c’è un contributo suo
personale alla storia delle idee. CICERONE (vedasi) non è e non pretende di
essere un filosofo originale. Sa di essere scolaro dei Greci e si trova davanti
a dottrine discordanti, quando già nelle scuole greche stesse è cominciato quel
processo di ravvicinamento e di fusione che le porta a diventare eclettiche,
ciascuna a modo suo. Qual’è l’atteggiamento ch’egli prende? Cicerone si
professa accademico, dice di aderire alla teoria della conoscenza della nuova
Accademia. Non già ch’egli creda suo compito il trattare ex professo di questi
problemi, riflettendo per conto suo sulle condizioni e i limiti della
conoscenza umana, come ha fatto Cameade; no, egli non ha di queste ambizioni;
ma trovandosi davanti al contrasto delle sètte e delle opinioni su quistioni
spesso sottili, su problemi difficili a decidere, l’attitudine più savia gli
pare quella del dubbio prudente, raccomandato, com’egli crede coi suoi maestri,
da Socrate e da Platone: egli non è scettico ma probabilista: è la dottrina o
meglio la disposizione di spirito ch’egli chiama, meno arrogante, la più aliena
dalle arroganze dogmatiche; ed è anche conforme alla sua abitudine di sostenere
il prò e il contro di ciascuna causa, richiede agilità e versatilità di
spirito, e si presta agli sviluppi oratori, mentre nello stesso tempo lo tiene
in guardia dai paradossi stravaganti, e lo mantiene in contatto con le opinioni
popolari. E infine diciamo pure eh’è un’attitudine conforme alla sua natura
ondeggiante e diversa, al suo carattere spesso indeciso anche nella vita
pratica. Ma intanto quest’adesione al probabilismo accademico gli ha giovato a
mantenere lo spirito libero, a non farsi seguace di Una setta, a non giurare
nelle parole di un maestro: Vipse dixit dei Pitagorici non gli piace: nos in
diem vivimus : vuol conservare l’indipendenza del suo spi- rrito: la disciplina
accademica non solo gli pare la meno arrogante, ma la più elegante e la più
coerente, non nel senso eh’essa importi un sistema chiuso di dottrine che non
si contradicono, ma nel senso eh’essa suppone una disposizione di spirito che,
dando la sua adesione a ciò eh’è più verisimile, rimane sempre conseguente con
se stessa: il che gli ha permesso di prendere quello che gli pareva buono in
ciascun sistema, di libare tutte le dottrine, di essere insomma l’interprete e
il volgarizzatore dei grandi pensieri di tutte le scuole antiche. Questa
disposizione di spirito, piuttosto che scettica, si potrebbe dire liberalo e
non settaria, senza partito preso, e Cicerone la descrive con parole che
meritano di essere ritenute : (De nat. deor. J, 12): « Noi non diciamo che non
ci sia niente di vero, ma al vero è mescolato il falso, bisogna essere canti
nel giudicare e nell’affermare : diciamo che ci sono molte cose probabili, le
quali se pure non dànno scienza certa, generano una convinzione che basta a
guidare l’uomo savio. E in un luogo molto bello del libro II dei primi Accar-
demici, al cap. 3° è detto: « Fra noi e coloro che credono di sapere la verità
delle cose passa questo divario, ch’essi tengono per verissime le loro
opinioni, mentre noi abbiamo sì molte cose probabili da seguire, ma non ci
attentiamo di spacciarle per certe. Così rimanendo assai più liberi e sciolti
nel giudicare {inteff tu nobis est iiidicandi potestas ), nessuna necessità ci
costringe a difendere delle dottrine prescritte e a dir così comandate ; mentre
che gli altri si trovano incatenati ad alcune dottrine prima che sappiano quale
sia la migliore: l e trascinati sin da giovinetti, nell’età più debole, da un
amico autorevole* o . presi dal discorso di un maestro eloquente, giudicano di
cose che non conoscono, e quasi fossero sbalzati dalla tempesta, s’attaccano
come ad uno scoglio al primo sistema di cui hanno sentito parlare : ad
quameumque sant disciplinavi quasi tempestate delati, ad eam y tanquam ad
saxum, adhaerescunt ». O come dice altrove (De nat. deor. I, 5): obesi
plerumque iis qui discere volani, auctoritas eorum, qui se decere profitentur.
Quest’attitudine di riserva prudente egli mantiene specialmente nelle quistioni
di fìsica, che del resto non sono di sua competenza, e sulle quali le opinioni
sono tante e così discordanti. Latent ista omnia. Noi non conosciamo abbastanza
nè il nostro corpo nè che cosa è l’anima, se è fuoco, aria o sangue, se è
mortale o eterna: nam in utramque partem multa dicuntur. Non possiamo penetrare
nè nel cielo nè dentro la terra. Tuttavia non crede che lo studio della fìsica
debba essere messo da parte. L’esame e la.considerazione della natura sono una
specie di nutrimento (pabulum) per lo spirito. Diventiamo più grandi, ci solleviamo
al di sopra di noi stessi, sdegniamo le cose umane tenendo l’occhio e la mente
rivolti alle cose divine e celesti. La ricerca, anche nelle cose più oscure, ha
una grande attrattiva e procura una voluttà umanissima. Ma da buon romano,
nonostante quest’elevazione dello spirito, egli ha poco gusto per la
speculazione pura: apprezza di più la scienza eli* è utile alla vita. E quanto
più si avvicina allo studio dell’ uomo e ai problemi pratici della vita morale
e sociale, egli sente il bisogno di affermazioni più decise. E tra il contrasto
delle opinioni una sorgente o criterio di verità, o vogliamo dire di
probabilità massima, gli si apre, ed è la coscienza naturale, quello che la
coscienza comune e non falsificata di tutti gli uomini rivela a ciascuno, e che
trova la sua conferma nel comensus gentium. Egli ricorda il ‘conosci te stesso’
dell’oracolo e lo interpreta in questo senso: tutta quanta la filosofìa è un
commento, uno sviluppo della conoscenza di se stessi, di quello che la
coscienza ci rivela. Gli Stoici e in un certo senso anche gli Epicurei avevano
parlato di nozioni comuni, che si formano naturalmente in ogni coscienza. E
Filone di Larissa deve avergli insegnato che ci sono delle nozioni evidenti,
perspicue, impresse dalla natura nella mente e nell’animo di ciascun uomo. Egli
trova che fra gli uomini nessuna gente è così fiera, così selvaggia che non
abbia il concetto della divinità, anche se non sappia quale ne è la natura.
Egli non ignora che anche qui le opinioni sono discordi, e conosce pure le
difficoltà del problema; e se gli domandate, quid aut quale sit Deus, egli vi
risponderà come Simonide, il quale interrogato su questa quistione dal tiranno
Jerone, domandò un giorno per rifletterci su, e poi due e poi quattro, e finì
col rispondere: quanto più ci penso, tanto mihi res videtur obscurior. Ma ciò
nonostante non è una credenza arbitraria: Omni autem in re consensio omnium
gentium lex na- turae putanda est. E oltre il consenso delle genti, è anche
molto plausibile, il più plausibile fra tutti, 1’argomento delle cause finali,
ricavato dall’ordine e dalla bellezza del mondo, ch’egli espone con molta
eloquenza, quantunque non trovi sempre concludenti o del tutto convincenti le
argomentazioni degli Stoici per provare la provvidenza e l’ottimismo, e che
sono fatte più per rendere dubbia la cosa che per chiarirla. Ma insomma egli
crede agli Dei, anzi a una divinità unica: è un’idea alla quale la mente degli
uomini è naturalmente condotta. E lo stesso si può dire dell’anima umana, che
dev’essere una natura singolare, diversa dagli altri elementi terrestri che
ci’sono più noti. i^Toi non possiamo vantarci di conoscere la natura
dell’anima; ma gli elementi dei corpi che noi conosciamo, l’acqua, l’aria o il
fuoco non potrebbero spiegare la conoscenza, la memoria, la previsione
dell’avvenire, le altre funzioni psichiche: e dalle opere di Cicerone si può
ricavare un piccolo trattato di psicologia, che non sarà quello degli
scienziati moderni, ma che contiene delle descrizioni eccellenti, e sempre
vere, dei principali fatti della coscienza, compresi gli affetti e le passioni
umane, ricavate dall’osservazione interiore e dall’ esperienza della vita,
seguendo anche in questo naturalmente i suoi maestri, Platone e Panezio e
Posidonio. Egli difende la libertà umana contro il fato degli Stoici, e crede
anche nell’immortalità come una cosa infinitamente probabile. Quod si in hoc
erro, libenter erro. E nel Sogno di Scipione, dove sono descritte le sfere
celesti e la loro armonia, e la sede dei beati, è affermata con gli argomenti
platonici l’immortalità delle anime umane. Soprattutto quello che la coscienza
ci rivela è la legge morale, eh’ è una legge della ragione, la quale ragione è
il privilegio dell’uomo sui bruti, l’attributo divino nel- l’uomo, e il legame
che lo congiunge ai suoi simili. Così Cicerone crede di avere scoperto nella
coscienza stessa del genere umano i fondamenti di cui ha bisogno per la sua
dottrina morale. Opinionum enim commenta delet dies, naturae iudìcia confirmat.
E ricordandosi dei dubbi accademici, egli scrive, avendo appunto in mente i
problemi morali, quelle parole così caratteristiche: perturba- tricem miteni
harum omniam rerum Academiam liane reeentem exoremus ut sileat. È la dottrina
ch’è stata chiamata del senso comune, ch’è riapparsa più volte nella storia
della filosofìa. Ma l’interesse storico dell’eclettismo ciceroniano sta appunto
in questo: che noi vediamo com’esso è nato. Quello che Cicerone presenta come
rivelazione della coscienza comune è il precipitato di tutta la speculazione
greca anteriore, risultato di quella fusione che s’era venuta operando tra le
tendenze affini delle tre scuole derivate da Socrate: platonica, aristotelica e
stoica, e che hanno per base la concezione teleologica, il valore cosmico e
antropologico che attribuiscono alla ragione, e il pregio eminente in cui
tengono la virtù come il massimo dei beni o la condizione essenziale della
felicità. Rimane esclusa, come ho già avvertito, da questo processo di fusione
la scuola epicurea con la sua concezione meccanica e con la sua formula
pericolosa della voluttà, che si presta ai malintesi e agli eccessi. E nel
fatto CICERONE (vedasi), indulgente e tollerante con tutte le scuole, combatte
aspramente, fino all 1 ingiustizia, L’ORTO, trovandolo inconseguente in quello
che può avere di buono, e pur avendo la più grande stima del carattere di
Epicuro stesso e di alcuni degli Epicurei ch’egli ha personalmente conosciuto:
io combatte anche, oltre che per tutte le altre ragioni, perchè l’Epicureismo
non possiede secondo lui una base su cui fondare i doveri civili, che a lui
stanno tanto a cuore. Ma tra tutte le altre scuole egli trova che le affinità
sono maggiori e più importanti che le differenze, e sceglie e adatta quello che
gli pare più utile e più conveniente. E lo guida, oltre il talento
straordinario dello scrittore e dell’oratore, un grande buon senso, una grande
rettitudine, e un certo istinto generoso che lo porta verso ciò eh’ è nobile e
grande. 1 _ E una volta eh’è sul terreno della morale, egli non si \ tiene
sulle generali, ma costruisce in tutti i particolari un trattato di morale eh’è
fino al giorno d’oggi un perfetto manuale dell’onest’uomo e del buon cittadino:
il De of - Jiciis. Nel quale segue, come abbiamo detto, lo stoico Pa- / nezio,
e inclina egli stesso verso lo stoicismo nel proda- ^ mare il pregio
incomparabile della virtù : ma i paradossi stoici urtano il suo buon senso; ed
egli tempera la dottrina morale con la misura dei peripatetici, ricollegandola
anche ad alcune delle speculazioni e delle speranze del Platonismo, come quella
dell’immortalità. Proclama la virtù gratuita, disinteressata, e illustra la
dottrina con esempi presi dalla storia romana, esempi di disinteresse, di forza
d’animo, di disprezzo della morte, di fedeltà al dovere, di amore alla patria.
Traduce il xaXóv dei Greci con l’honestum, e considera come parti dell’onesto
le quattro virtù cardinali, su ciascuna delle quali dice cose sapienti, non
dimenticando la beneficenza accanto alla giustizia, la charitas generis Immani,
e non dimenticando i doveri del deco rum, di ciò eh’ è conveniente e della
cortesia, il che rivela il buon gusto oltre che la coscienza delicata. È un
trattato compiuto di morale individuale e sociale; e soprattutto le tesi
sociali dello stoicismo egli si assimila esponendole con la magia e col fascino
della sua eloquenza. Già nel De republica aveva esposto la teoria del governo
misto, come il migliore dei governi, trovandone la conferma e l’applicazione
nella vecchia costituzione romana. E nel De legibus aveva esposto le basi
lìlosofiche del diritto: su queste idee, attinte ai suoi maestri stoici, egli
ritorna sempre. La vera legge è la diritta ragione, conforme alla natura,
dappertutto diffusa, costante, eterna. £Ton ò altra in Atene e altra a Itoma.
Ohi la rinnega rinnega la natura umana, rinnega se stesso. Questa legge eterna
e immutabile è il fondamento di ogni diritto, la regola e la misura delle
legislazioni umane. Essa stabilisce fra tutti gli uomini, che partecipano della
ragione, una società naturale, una società di giustizia e di amore. Espressa da
quest’oratore e uomo di Stato, la grande idea dell’umanità e del diritto umano
esce dall’angustia delle scuole per entrare nel mondo della vita e della
cultura, e agisce nei secoli a traverso tutta la storia T ). Ho accennato ai
giudizi di alcuni tedeschi. Giustizia vuole che si dica che non tutti i
tedeschi la pensano allo stesso modo. Uno di essi, 1’ Hiibner (Deutsche
Rundschau), citato dal prof. Pasdèra nella Prelazione alla sua edizione del
Sogno di Scipione, parlando dell’azione eser- *) Jankt et Séaillks, nini, de la
Philosophie (Paris, Del agrave).] citata da Cicerone sulla cultura dei popoli
dell’ Europa, dice: Pure ammettendo che la grande maggioranza delle persone
colte non legga più gli scritti di Cicerone nè prenda esempio dalla bellezza
della loro forma, certo non è perduta per l’umanità la profonda influenza
eh’essi hanno esercitata sul pensiero e sulla parola di tanti spiriti
illuminati, non è perduto il sentimento di nobilissima umanità che in essi
vive. Il che vuol dire che Cicerone è stato e sarà sempre un grande educatore,
del quale bisogna parlare con rispetto e con gratitudine. SENECA 1. La scuola
dei Sestii - 2. Seneca, le sue qualità di moralista e di scrittore - 3. Le sue
idee su la società, Dio e Tanima umana - 4. Seneca e S. Paolo. 1. - Dopo
Cicerone, la filosofìa acquista a Roma una grande importanza tra le persone
colte, diventando sempre più pratica e popolare. Cicerone scriveva alla vigilia
delle ultime proscrizioni delle quali egli stesso doveva essere vittima, e nei
suoi trattati c’era ancora l’eco delle dispute agitate nelle scuole greche;
dopo di lui, terminate le lotte della vita pubblica, stabilito l’impero, la
filosofìa risponde al bisogno di tutti quelli che vi cercavano un rifugio, una
consolazione, dei principi salutari, una regola di condotta. Sotto Augusto
cresce il numero dei suoi adepti: poeti e storici, giureconsulti e uomini di
Stato se ne occupano; Orazio stesso, che qualche volta deride i filosofi per i
loro paradossi, è filosofo a modo suo, molto savio e di molto buon gusto, ora
stoico ora epicureo, e fa spesso il suo esame di coscienza, ha delle
preoccupazioni morali, maestro nell’arte di vivere. Nelle grandi famiglie i
filosofi entrano come precettori, consiglieri e consolatori, hanno cura
d’anime. Seneca ci parla di un condannato a_morte, che andando al luogo del
supplizio, è accompagnato dal suo filosofo, prose- quebatur illum philosophus
suus, col quale s’intrattiene dell J immortalità dell’anima. Quando Livia, la
moglie di Augusto, perde il figlio Druso, essa si rimette per essere. consolata
nelle mani di Areos, il filosofo di suo marito: era il confessore, il
confidente dell’uno e dell’altra. E c’è pure un insegnamento pubblico di
filosofia, che da Cicerone a Seneca è rappresentato da un gruppo di uomini, i
quali fecero l’educazione della gioventù d’allora. Sono innanzi tutto i due
Sestii padre e tìglio. Quinto Sestio era un romano di buona famiglia, che al
tempo della dittatura di Cesare andò a studiare filosofìa in Atene, e poi venne
a professarla a Roma. Attorno a lui e a suo figlio si formò una scuola, la
cosiddetta scuola dei Sestii, che ebbe un certo splendore, esercitò molta
efficacia: essi lottano con energia contro i vizi del secolo, e mettono in uso
certe pratiche inorali come l’esame di coscienza, una pratica già raccomandata
dai pitagorici, i quali pare che i Sestii seguissero anche nell’astenersi dalle
carni di animali. Altri professori illustri della stessa scuola furono So-
zione di Alessandria, che s’avvicina ancora più al pitagorismo insegnando la
metempsicosi, Attalo stoico e Fabiano Papirio, un declamatore del tempo di
Augusto, che s’era fatta una grande riputazione nelle scuole, trattando quelle
cause immaginarie su cui si esercitava allora' l’eloquenza dei retori. Fu
convertito da Quinto Sestio alla filosofìa, e continuò a declamare, a parlare
pubblicamente di argomenti filosofici. L’insegnamento così non fu più limitato
a un gruppo d’iniziati o di adepti, ma diventò una vera predicazione: la
filosofia s ? indirizza alla folla, diventa eloquente, cerca di essere
persuasiva ed efficace. Fabiano Papirio specialmente ebbe un grande successo:
aveva una fìsonomia dolce, una maniera di parlare semplice e sobria: 10
ascoltavano con un’attenzione rispettosa; ma a volte V uditorio, colpito dalla
grandezza delle idee, non poteva trattenere delle grida di ammirazione. Un
altro che attirò l’attenzione della gioventù romana fu il cinico Demetrio, ille
semimidus, cencioso, come lo chiama Seneca, con la stranezza delle sue maniere
e la foga della sua parola, tutto energia e disprezzo del dolore e della morte:
riappariscono i Cinici, che sono come ' sempre l’esagerazione degli Stoici. Del
resto, qualunque sia il nome che portino, tutti questi filosofi erano più o
meno stoici. Non si trattava per loro di scoprire verità nuove, ma di applicare
le grandi verità morali e le massime di condotta già fissate dagli antichi
saggi. Come dice ancora Seneca, i rimedi dell’anima sono stati trovati prima di
noi: non ci resta che cercare in che maniera e quando bisogna applicarli. La
tristezza dei tempi e il dispotismo imperiale che diventa sempre più pazzo e
violento dànno, come ha detto 11 Boissier, un terribile, a propon allo
stoicismo, il quale diventa una fede ardente, la religione delle anime libere:
l’anima ha bisogno d’irrigidirsi nel sentimento della sua forza e della sua
dignità in mezzo a quelle sventure e a quei pericoli che a ogni momento la
minacciano. Per questo la filosofia ebbe l’onore di essere odiata dagl’
imperatori : essa e la Storia erano, come dice Tacito, ingrata principiòus
nomina. La filosofia ebbe i suoi devoti e ì suoi martiri, a cominciare da
Catone, che rifiuta la vita cercando libertà, e venendo alle vittime di Nerone
illustrate da Tacito, come tra gli altri, Trasea Peto, assistito negli ultimi
suoi momenti dal cinico Demetrio; e poi lo stesso Seneca, sul quale dobbiamo
fermarci ] ). L. Anneo Seneca, figlio di Seneca il retore e di Elvia, nacque a
Cordova. Venuto a Roma col padre che non ama la filosofia, e avrebbe voluto
farne un oratore, è scolaro di quei moralisti della scuola dei Sestii, Sozione,
Attalo, Fabiano Papirio, la cui maschia e severa dottrina fece sopra di lui la
più viva impressione. Si fece conóscere per la sua eloquenza, entrò nella via
degli onori, fu accolto e apprezzato nella più alta società di Roma. Sotto
l’imperatore Claudio fu esiliato in Corsica per gl’intrighi di Messalina; dopo
otto anni è richiamato per opera di Agrippina che gli affida l’educazione del
giovane Nerone. Del quale dunque fu precettore e poi ministro: caduto in
disgrazia nel 62, morì nel 65 per ordine dell’imperatore. Mescolato
agl’intrighi e ai delitti della corte imperiale che non seppe o non potè
impedire, il suo carattere è Stato molto discusso, special- mente per le
immense ricchezze eh’ egli possedeva, in gran parte donategli dall’imperatore,
e per la parte che può avere avuto nell’assassinio ! di Agrippina per opera di
Nerone, in nome del quale Seneca scrisse una lettera giustificativa al Senato,
presentando la morte di Agrippina come un suicidio. Ma quali che possano essere
state le J ) Cfr. Martha, Les moralistes souti l’empire romaìn; Boissier, La
religion romaine d’Auguste aux Antonina; Havet, Le Cliristianisme et ses
origines, * 2° voi.; il capitolo su Seneca del Pichon nella sua Hist. de la
Lìti, latine (Hachette) ; o uno studio del prof. Pascal nel voi. Figure e
caratteri (Sandron). sue debolezze, egli le riscattò da filosofo con una bella
morte, eh’è raccontata da Tacito. Impeditogli di far testamento, diceva di
lasciare agli amici l’immagine della sua vita. Non fu senza ambizione e senza
vanità, e non uscì immacolato dalla vita, in quei tempi e in quella corte; ma
non gii si può negare un certo entusiasmo sincero e l’aspirazione verso il bene.
Le opere di Seneca che si riferiscono alla filosofìa sono i trattati morali: de
provìdentia, de comtantia sapienti», de ira, de vita beata, de olio, de
tranquillitate animi, de bre- vitate vitae, de elementia, de beneficiis; le
Consolazioni ad Marciavi, ad Polybium, ad JSelviam matrem; le Lettere morali a
Lucilio che sono 124, l’ultima, la più matura e la più importante delle opere
di Seneca; e infine le Qui- stioni naturali, che trattano di argomenti di
fisica, fecero testo e godettero di molta autorità durante il Medio Evo; ma vi
si tratta anche di argomenti morali., Seneca si prolessa stoico, e degli
scrittori latini è l’interprete più compiuto della dottrina stoica, di cui
riproduce i dogmi con una certa enfasi, non scevra di declamazione e di
retorica. Ma è eclettico anche lui e impara da tutte le scuole: Cita spesso
anche Epicuro, verso il quale è più giusto degli nitri Stoici. Egli stesso
confessa: Solco in aliena castra transire, non tanquam transfuga, sed tanquam
explorator. La sua specialità è il genere monitorio e precettivo; e il suo
capolavoro ò una raccolta di consigli e precetti morali a Lucilio, suo amico,
un cavaliere romano ch’era procuratore in Sicilia, amministratore finanziario
della provincia, e ch’egli guida e dirige da lontano coi suoi consigli. * E' 1
Biblioteca Comunale “Giuseppe Melli” - San Pietro Vernotico (Br) SENECA Seneca
non ama la folla, non pensa al gran pubblico: Satis sunt mifii patiti, satis
est unns, satis est nullws. La sua opera non è di un predicatore, ma di un direttore
delle coscienze. Ed egli sa adattare il suo insegnamento secondo le persone e
le circostanze. Aliter cum alio agendum: egli consola quelli che hanno bisogno
di essere consolati, spinge all’azione le nature fiacche e molli, ridesta la
forza di quelli che s’annoiano, predica il ritiro e la solitudine a quelli che
amano troppo la vita mondana. E in quest’opera di moralista pratico egli porta
una grande conoscenza della vita, l’esperienza di un uomo che conosce il mondo,
la corte, le passioni, le inquietudini e i bisogni del cuore umano: sicché i
suoi trattati e specialmente le sue lettere sono importanti non solo per le
verità morali che contengono, ma anche come studio dei caratteri e delle
passioni del suo tempo e di tutti i tempi. La sua psicologia è molto più
raffinata di quella di Cicerone, e c’è in Ini una preoccupazione della vita
interiore e della perfezione morale, in ciò che ha di più intimo, che non c’è
in Cicerone. Egli propone come un ideale di perfezione la virtù stoica, ma sa
adattarsi alle circostanze, e consente quando occorre alle debolezze della
natura umana: di qui le contradizioni che gli rimproverano, e che derivano
dalle condizioni speciali in cui si esercita il suo insegnamento. S’aggiunga,
per spiegare l’impressione che fa Seneca, l’efficacia di uno stile non senza
artifizio, ma concettoso, sentenzioso, energico, a frasi spezzate e serrate,
con qualche cosa di brusco e di veemente. La grande frase, il periodo
ciceroniano si spezza: ne prendono il posto dei periodi brevi, a scatti, con
frequenti antitesi, e sentenze aguzzate e raffinate, piene di energia: anche
questo un carattere che lo ravvicina al gusto di noi moderni. La morale di
Seneca, guardata nel suo insieme, è, come . quella di tutti gli Stoici,
un’àpologìà perpetua della volontà morale di fronte a tutto ciò che tende a
limitarla e asservirla. La fortezza dì fronte agli attacchi della fortuna, il
disprezzo dei beni esterni, la serenità davanti alla morte, questi e gli altri
temi abituali della predicazione stoica sono anche i suoi : egli ne rinfresca
l’espressione col suo accento passionato e concitato, che dà a quelle massime
forza e rilievo.Soprattutto non bisogna dimenticare quel sapore di attualità
che, come abbiamo accennato, avevano le idee stoiche in quella condizione dei
tempi e in bocca di Seneca. Già questa attualità o riscontro nella realtà
comincia ad essere un fatto anche con Cicerone. Il quale, quando scrive nelle
Tusculane de eontemnenda morte o de tolerando dolore, non scrive di temi
astratti e retorici, ma di pericoli imminenti, in tempi già diventati iniqui e
tristissimi, tra gli orrori delle guerre civili e delle proscrizioni. Con
l’impero, dopo Augusto, la situazione si aggrava, diventa intollerabile. In
mezzo a quell’orgia, a quei delitti, a quella tirannide che non ha più niente
di umano, la sola cosa che l’anima umana può salvare è la sua libertà e il
sentimento della sua dignità. La filosofia compie l’ufficio suo predicando la
forza della volontà, la purezza interiore, il disprezzo di tutto ciò che non
dipende da noi, il disprezzo della vita. He nasce una situazione violenta, che
si riflette anche nello stile di questi scrittori, come ha osservato con molta
finezza l’Havet. SENECQuando noi leggiamo in Seneca e negli altri stoici che la
povertà, V esilio, le torture, la morte stessa non sono nulla, noi diciamo eh’
essi declamano; e in un certo senso è vero; ma la loro declamazione è come
imposta dalla situazione, è l’espressione esagerata di un sentimento legittimo
e naturale. Essi declamano perchè sentono il bisogno di sii dare la forza
brutale che dispone di tutte le maniere per far soffrire. In quella
declamazione non tutto è effetto dei vizi letterari del secolo, c J è anche
qualche cosa di sincero. Il filosofo è portato a prendere un tono veemente: la
sua enfasi, le sue ripetizioni insistenti, il gesto concitato che sembra
accompagnare la parola, sono altrettante proteste di una coscienza che la forza
vorrebbe far tacere, e che non tace, ma ha bisogno di gridare per farsi
ascoltare. 3. - È di Seneca la sentenza che dice : Non scftolae sed vitae
diwimus. Salvo che questo motto non va inteso nel senso ' utilitario in cui
oggi è così spesso ripetuto. Nemmeno Epicuro lo avrebbe inteso in questo senso.
Quando i moralisti antichi dicono di voler insegnare a vivere, hanno in mira la
salute e la perfezione dell’anima, non gli agi, le comodità, l’apprendi mento
delle arti utili alla vita: la sola arte eh 7 essi insegnano è l’arte stessa di
vivere: artifex rivendi, come dice Seneca del saggio. Un’altra conseguenza di quella
situazione che abbiamo detto è che le differenze esterne fra gli uomini
spariscono. Nella servitù comune, nella quale tutti gemono e temono in quelle
vicende inopinate della fortuna, i grandi non hanno più ragione di disprezzare
le miserie dei piccoli, nè gli uomini liberi quelle degli schiavi. In Seneca le
grandi tesi sociali e umanitarie dello stoicismo sono riprese con un nuovo
accento, più forte e più intimo. Egli vede negli schiavi degli amici di
condizione inferiore, humiles amici; sono degli schiavi, ma sono degli uomini:
imo homines. Egli condanna i giochi dei gladiatori, che Cicerone, quantunque
non li amasse, giustificava ancora come una scuola di coraggio per fortificare
l’animo degli spettatori contro il dolore e la morte, quando quelli che si
vedevano combattere erano dei malfattori. Seneca non li può soffrire sotto
alcun pretesto, non vuole che s’insegni al popolo la crudeltà: quest’uomo è un
brigante, merita di essere punito; ma tu, disgraziato, che hai fatto per essere
condannato a questo spettacolo? E in quest’ordine d’idee trova la meravigliosa
espressione: homo res sacra homini; e condanna pure la guerra, dicendo che la
natura ha fatto l’uomo per la dolcezza (mitissinutm genus), dimenticando forse
che ci sono delle guerre giuste e anche pietose, quando bisogna difendersi dai
briganti e dagli assassini. E celebra con parole che hanno del mistico la
solidarietà umana e i suoi dovevi: nell’ep. 95: membra sumus corporis magni.
Natura nos cognatos edidit: di qui l’amore reciproco e ciò che ci rende
socievoli: la giustizia e il diritto non hanno altro fondamento : è più
miserabile il nuocere altrui che l’essere offeso: siano sempre pronte le mani a
giovare, e abbiamo sempre nel cuore e nella bocca quel verso: Homo sum, nihil
Immani a me alienum puto. E aggiunge: la società umana è come una vòlta che
cadrebbe se le singole pietre non si sostenessero a vicenda. Esorta alla bontà,
alla clemenza, al beneficare, al perdono delle offese. Ubieumque homo est, ibi
benefica locus est. Non desinemus opem ferve etiam inimicis. Alteri vivas
oportet si vis Ubi vivere. Questa morale, che con la sua umanità e la sua
mitezza si stacca sul fondo di quella tristezza di tempi crudeli e violenti, ha
già un carattere e un’ispirazione religiosa. Questo caràttere religioso si
accentua ancora di più in alcune delle idee che Seneca esprime intorno alla
divinità, alle relazioni dell’uomo con Dio, e al destino dell’anima umana.
Anche per lui, come per tutti gli Stoici, il concetto di Dio oscilla tra il
panteismo e il teismo. Quid est Deus? Mens universi. Quid est Deus ? quod vides totum et quod non
vides totum. Ma nella sua opera di moralista
consolatore e direttore delle cosciente egli non può a meno di mettere in
evidenza gli attributi personali della divinità, concepita non solo come
ragione universale, ma coi suoi attributi morali di bontà, di clemenza, di sollecitudine
per gli uomini. Nulla è nascosto a Dio, egli è presente agli animi nostri,
vicino a noi: prope est a te Deus, tecum est, intus est. Sì, o Lucilio, egli continua^
nella lettera 4P, saeer intra nos spiritus sedei, malorum bonorumque nostr
orimi ohservator et custos. Dio non si onora coi templi nè si rende propizio
sollevando in alto le mani supplichevoli, ma con la purezza del cuore e della
vita : vis deos propiUare ? bonus esto. Satis illos coluit, quisquis imitatus
est (Lett. 95). È dunque sulla virtù che si fonda questa relazione tra l’uomo e
Dio, del quale è detto: patrium Deus habet adversus bonos viros animum, et
illos fortiter amai. Un Dio cosiffatto non è una pura astrazione filosofica, ma
è oggetto di adorazione religiosa : il rapporto religioso è un 1 rapporto
intimo tra due persone, l’una delle quali si sente dipendente dall’ altra. Dio
comunica con noi, risiede in noi, ci ama ed è amato da noi: colitur et amatur;
e noi P invochiamo perchè, com’è detto altrove, da lui ci vengono le
risoluzioni grandi e forti: ille dat constila magnìfica et creda: c’ispira e ci
sostiene: si direbbe che in queste parole è toccata o intraveduta la dottrina
della grazia. Notevoli pure sono i concetti intorno all’uomo, alla natura e al
destino dell’anima. L’uomo non ha ragione di vantarsi, di essere orgoglioso:
idem semper de nobis pronuntiare débébvmus, malos esse nos, malos fuisse,
invitus adieiam et fiutar os esse . Peccavimus omnes. E solo a traverso gli
errori noi giungiamo alla virtù: anche il migliore fra noi ad innocentiam
tamenpeccando pervenit. E l’inìzio della salvazione è la conoscenza del
peccato. Initium est salutis notitia peccati } una sentenza di Epicuro, che
Seneca si appropria. La vita è una lotta, una milizia: c’è dentro dell’uomo una
lotta continua tra la carne e lo spirito, tra il corpo, eh’è come un peso o una
prigione, e lo spirito sacer et aeternus che aspira alla sua liberazione: gravi
terrenoque detineor carcere. 1 Ohi mi libererà da questo corpo di morte?’
griderà S. Paolo. Nell’anima stessa c’è qualche cosa d’irrazionale: quel
dualismo platonico che Posidonio aveva introdotto nella dottrina stoica, è
conservato da Seneca, e n’è resa più acuta, più accentuata l’espressione:
diventa il contrasto tra la carne e lo spirito, eh’è tanta parte della
concezione cristiana. SENECA La vita è dunque una guerra continua. Nóbis
militan- dum est, ed è un genere di milizia che non consente riposo. Bisogna
essere vigilanti con se stessi, bisogna combattere con le passioni, col dolore,
col piacere, con la fortuna, con la povertà, col nostro proprio cuore: Proiice
quaecumque cor tuiim laniant ; quae si aliter estrahi nequi- rent, cor ipsum
cimi illis revellendum crai, parole energiche die ricordano quelle
dell’Evangelo: se il tuo occhio destro ti scandalizza, strappalo e gettalo da
te. Seneca ha il sentimento più vivace della miseria umana: Omnis vita
supplicmm est. Per questo la morte è una liberazione, e come il porto nel quale
troviamo il rifugio dal mare agitato della vita. Dell’ immortalità Seneca non
parla sempre allo stesso modo. Ipotesi, speranze, le opinioni diverse
s’avvicendano nei suoi scritti. MS, non di rado, specialmente quando si rivolge
ai suoi corrispondenti per consolarli della morte dei loro cari, egli prende un
tono più affermativo. La morte è l’inizio, il giorno natale di una nuova
esistenza. IMes iste quem tanquam extremum reformidas, aeterni na- talis est.
Il corpo è un breve ospizio dell’anima: si dissiperanno le caligini che
circondano la nostra esistenza, la luce divina ci apparirà nella sua sorgente,
e con essa la grande eterna pace. Si potrebbero moltiplicare le citazioni, ma
basteranno. Sono queste idee che hanno fatto credere a una ispirazione
cristiana degli scritti di Seneca. Seneca saepe noster, diceva già Tertulliano.
4. - Qui bisogna sapere una cosa. Kel 61 d. 0., quattro anni prima della morte
di Seneca, giungeva a Roma un piccolo ebreo, Paolo di Tarso in Ciiicia, il
quale accusato e perseguitato da altri ebrei, si appellava, nella sua qualità
di cittadino romano, dal giudizio delle autorità imperiali in Giudea, a quello
dell’imperatore. Fu condotto davanti al prefetto del pretorio eli’era Burrus,
amico e collega di Seneca come ministro di Nerone. Giudicato favorevolmente,
l’apostolo fu lasciato libero o quasi libero durante due anni, dei quali
profittò per diffondere la sua dottrina, e pare che facesse dei proseliti anche
nel palazzo imperiale, fra gli schiavi o i liberti della casa di Nerone. Si
disse per esempio che Atte, la giovane eh’ era stata amata da Nerone, e che poi
abbandonata fu la sola che ne cercasse il cadavere, quando egli fu obbligato ad
uccidersi, per dargli sepoltura, fosse stata convertita al Cristianesimo. Atte,
come sappiamo da Tacito, era personalmente conosciuta da Seneca. Bisogna
aggiungere che anche prima della venuta a Poma, Paolo, accusato dagli ebrei di
Corinto, s’era trovato a contatto con un proconsole romano, ch’era quel
Gallione di cui parlano gli Atti degli Apostoli, e che si rifiutò di dare
ascolto ai suoi accusatori, trattandosi di cose die non lo riguardavano
(polemiche religiose tra Ebrei). Ora si dà il caso che questo Gallione era
fratello di Seneca, e si chiamava così perchè adottato da un Gallio, di cui
portava il nome: il suo nome di famiglia era Anneo Novatus, ed era fratello
maggiore di Seneca. Fatto sta che a poco a poco si formò la leggenda che Seneca
e S. Paolo si fossero conosciuti, anzi fossero diventati amici, e che
l’apostolo avesse convertito il filosofo, e si fossero scambiate anche delle
lettere, 14 delle quali sono giunte fino a noi: e in base a queste lettere S.
Girolatno, nel quarto secolo, enumerando gli scrittori ecclesiastici dei primi
secoli, vi mette anche Seneca. È una leggenda che ha avuto corso per tutto il
Medio Evo, e anche alcuni moderni vi hanno creduto. I^a qui- stione è stata
agitata più volte l ). Le conclusioni sono queste: La corrispondenza è
certamente apocrifa, scritta in un latino che non è nè classico nè argenteo; e
del resto è insignificante, e qualche volta buffa. Per es. c’ è una lettera, la
7% nella quale Seneca informa il carissimo amico Paolo che l’imperatore è stato
molto colpito dalla sua dottrina, e che sentendo leggere un certo esordio di
Paolo sulla virtù, avrebbe detto: mi meraviglio come un uomo che ha ricevuto
un’istruzione regolare possa avere di tali sentimenti. E nella stessa lettera
gli scrive: lo Spirito Santo ti fa dire delle cose sublimi, ma appunto jier
questo mi piacerebbe che avessi un po’ più cura della forma, ut maiestati earum
rerum cuìtus sermonis non desti. E in un’altra lettera, da uomo soccorrevole,
gli manda un libro de copia verborum. E non parliamo delle risposte di Paolo.
Sono inezie da una parte e dall’altra. La corrispondenza è certamente una
falsificazione, e anche poco abile. Rimane la quistione se Seneca e S. Paolo si
sono conosciuti. E se per conoscersi s’intende il semplice fatto di vedersi,
incontrarsi, scambiare qualche parola più o ] ) Si possono consultare un libro
dolLAutìERTiN, Sénèque et S. Paul f e un articolo magistrale di Ferd. Bat.tr
nella Zeitschr. f. wias. Tipologie, t. 1°, 1858, ristampato da Zeller in un
voi. dì Abhandlungen del Baur; e più brevemente quello che ne dice il Boissier
nel libro che ho citato : La religion ro inaine.] meno insignificante o per
ragioni di affari, non possiamo dire nè sì nè no, non ne sappiamo nulla. Quello
che importa è che, anche dato e niente affatto concesso che Seneca abbia
conosciuto o avvicinato l’apostolo, certamente non gli deve nulla nè per quello
che riguarda le idee, nè le espressioni. E questo per le seguenti ragioni: ! 1°
ed è la ragione più ovvia, le idee di Seneca sulla provvidenza, sulla natura
dell’uomo, sulla vita morale si trovano già nelle opere sue anteriori a questa
pretesa conoscenza con S. Paolo ; 2° quando si leggono quelle idee, non come
frasi staccate ma al loro luogo, in connessione con tutto il resto, fanno parte
di un discorso nel quale Seneca continua a professare le dottrine stoiche, alle
quali ha sempre aderito; e non c’è nulla in quelle idee stesse di sapore
cristiano o che sembrino tali, che non trovi il suo riscontro non solo nei
vecchi stoici, ma in tutta la tradizione filosofica anteriore, in Platone, in
Epicuro, in Cicerone; 3° e soprattutto, se Seneca e S. Paolo si fossero
conosciuti e si fossero messi a discorrere di filosofia e di religione, non si
sarebbero intesi affatto, in nessun modo, per la differenza radicale e
insanabile che c’è tra i due modi di considerare il mondo e la vita. Già Seneca
non avrebbe potuto comprendere nulla di tutta la parte storica e dogmatica del
pensiero di Paolo, voglio dire di quei fatti e di quei dogmi che sono come i
cardini del suo apostolato: il peccato di Adamo, la venuta del Messia, la morte
e la risurrezione di Cristo, la redenzione di tutti gli uomini fondata sulla
fede in questo fatto della risurrezione: sono fatti così miracolosi, e
interprelazioni di questi fatti così lontane, così aliene da una mente educata
nel razionalismo greco-romano, che Seneca, quando pure non avesse sbarrato
tanto d’occhi per la meraviglia, non avrebbe potuto comprenderne nulla. Ma a
parte questo, anche sul terreno limitato dell’Etica, j le due concezioni,
quella di Paolo e quella di Seneca sono, .= nonostante le frasi analoghe,
lontanissime 1’ una dall’altra. Seneca si riconnette a tutta la tradizione
classica e pagana, che considera la virtù come una perfezione della natura, una
conquista e un trionfo della ragione sugl’im-1 pulsi inferiori dell’uomo; e
tiene fermo alla formula stoica: seguire la natura, che egli concepisce come
qualche cosa di essenzialmente razionale. S. Paolo e con lui il Cristianesimo
insegna la corruzione originaria, radicale, della volontà naturale dell’uomo, e
in- . segna la rigenerazione possibile solamente per opera della ; grazia
divina, che redime e rinnova la creatura, ricrean- dola a dir così dalla vita
della carne alla vita dello spirito. Per Seneca come per gli altri Stoici la
legge morale è % una semplice legge della ragione che s’identifica con la \
legge cosmica; per S. Paolo la legge è nel senso preciso della parola un
comando, un imperativo, espressione della volontà divina; e il peccato non è la
semplice distanza che separa la realtà empirica dall’ ideale morale, ma è sin
dall’origine una ribellione al comando di Dio, della sola volontà che sia
santa. L’autonomia e l’autarchia del saggio stoico non sono parole cristiane.
La conseguenza è che il saggio stoico, l’ideale di Seneca, manca della qualità
propriamente cristiana, non è umile; può sentire più o meno la sua imperfezione
finche quell’ideale non è raggiunto, ma non c’è propriamente abnegazione in
lui, anzi egli pone il suo orgoglio nell’affermazione della sua volontà
razionale, e in questo senso egli si sente simile a Dio. Il santo cristiano
invece sa che nulla gli appartiene, non ha orgoglio, nega la sua volontà, la
sente spezzata e ri-generata da una forza onnipotente, e si umilia pregando:
fiat voluntas tua, eh’è qualche cosa di più della semplice rassegnazione stoica
a quello che vuole o porta il fato. Ohi vuole misurare con un’occhiata sola
tutto il contrasto, guardi a queste parole di Seneca: non video, in- quam, quid
hàbeat in terris Jupiter pulchrius, si convertere animum velit, quam ut spectet
Catonem, iani partibus non semel fractis, stantem nihilominus inter ruinas
publicas recium. Il saggio stoico con la sua forza d’ animo e la sua virtù
eroica è glorificato in modo eh 7 è lo spettacolo più degno e più bello che Dio
possa ammirare. E badiamo che Catone è un suicida: perchè, come dice Seneca,
ogni vena del tuo corpo è una via aperta alla libertà. Il suicidio, per un
cristiano, è la ribellione più aperta alla volontà santa di Dio, e non c’è
altra gloria che la gloria di Dio, e il fare la sua volontà si chiama dovere,
obbedienza, morire a se stessi per essere partecipi della gloria di Dio e della
vita eterna. Sono due concezioni diverse. Seneca non deve nulla a S. Paolo.
Quello che c’è di vero è che l’accento religioso che prendono in lui le
dottrine antiche è un indizio che segna* l’avvicinarsi dei tempi cristiani.
Dopo Seneca, contemporaneo più giovane di lui, è da nominare Musonio Rufo, eli
e nato a Volsinia (Bol- sena) nell’ Etruria, visse sotto Nerone e poi ancora
sotto gl’imperatori Vespasiano e Tito. Dell’ ordine equestre, coltivò e insegnò
la filosofia seguendo le dottrine stoiche, come dice Tacito clie lo nomina più
volte. Fu un maestro tutto pratico, stimando inutile ogni scienza che non
giovasse alla vita. Esortava alla filosofia uomini e donne, poiché la filosofìa
non è altro per lui che la ricerca della xaXoxàyala pratica di ciò eh’è onesto,
e senza la filosofia non si può conseguire la virtù. Anche il contadino dietro
il suo aratro può filosofare in questo senso, e dare lezioni ed esempi di
saggezza: faceva un elogio dell’agricoltura come un genere di vita più acconcio
alla filosofia dei costumi corrotti della città. Il suo insegnamento e la vita
intemerata gli dettero nome, e dovette esercitare una grande efficacia, se
dobbiamo giudicare specialmente dal modo come lo ricorda Epitfeto clie fu suo
scolaro; e basterà averlo ricordato anche noi, senza insistere sui frammenti e
precetti particolari che ci sono stati conservati di lui. 2. - Il grande e più
celebre rappresentante dello stoicismo nell’ epoca imperiale è Epitteto.
Epitteto nacque a Hierapoli, nella Frigia, verso il 50 dell’e. v. Venne a Roma,
dove passò la sua giovinezza, come schiavo di un Epafrodito, che fu
probabilmente il liberto e favorito di Nerone dello stesso nome. Lo stesso nome
di Epitteto non è in origine un nome proprio, ma vuol dire schiavo
(!tuxt7]tq£). Era zoppo e, secondo un aneddoto celebre, per effetto dei
maltrattamenti del suo padrone. Un giorno questi gli avrebbe messo la gamba in
uno strumento di tortura. Bada, gli disse Epitteto, che finirai col rompermela.
E siccome l’altro continuava e la gamba si ruppe di fatto, Epitteto si contentò
di aggiungere: Te l’avevo detto. Questo tratto d’insensibilità stoica fu tanto
ammirato, che più tardi Celso, l’avversario del Cristianesimo, apostrofava i
cristiani : Forse che il vostro Cristo, nel suo supplizio, ha mai detto niente
di così bello? Al che Origene, lo scrittore ecclesiastico che scrisse contro
Celso, rispose: Nostro Signore non ha detto niente, e questo è anche più bello.
Il giovane Epitteto, ancora schiavo, potè istruirsi e seguire le lezioni di
Musonio Rufo. Fatto libero, rimase a. Roma, tentando anche lui l’insegnamento o
la predicazione morale, finché non fu obbligato a lasciare la città quando
l’imperatore Domiziano con un senatoconsulto del 94 d. C. fece cacciare i
filosofi da Roma e dall’Italia. Epitteto allora si ritirò nell’Epiro, a
Nicopoli, dove visse fin verso il 125, povero e senza famiglia, ma circondato
da molti discepoli, e venerato per la santità della vita, come maximus più
losophorum, secondo Aulo Geli io. Uno di quelli che lo udirono, e per più anni,
fu Ar- riano di Nicomedia, lo storico, che fu il più attento e il più
entusiasta dei discepoli. Arriano aveva scoperto di avere dei gusti e uno
spirito affine a quello di Senofonte, volle essere un Senofonte redivivo, e,
come l’altro, scrisse la sua Anabasi (di Alessandro), e i suoi Memoràbili:
Epit- teto diventò il suo Socrate, e nei Discorsi o Dissertazioni di lui
(Storpipoi o Xóyot) raccolti molto fedelmente da Arriano (in 8 libri, dei quali
ce ne rimangono 4 e frammenti degli altri), la figura di Epitteto già vecchio
rivive con. la vivacità del suo spirito e l’energia del suo carattere e del suo
insegnamento. Più tardi, visto il successo delle lezioni di Epitteto, Arriano
le condensò in un piccolo volume: è il famoso 1 Manuale di Epitteto ’, che nei
tempi moderni comparve dapprima nella traduzione latina di Angelo Poliziano,
nel 1493; il testo originale fu pubblicato nel 1528, a Venezia. Non ho bisogno
di ricordare eh’ è stato tradotto in italiano dal Leopardi. Epitteto è anche
lui un maestro tutto pratico: non è un pensatore che ricerchi o discuta i
fondamenti teorici della dottrina che insegna: le ricerche sistematiche, le
discussioni di scuola non sono il fatto suo. Egli vuole agire sulle coscienze,
rinnovarle ed educarle. Seneca è uno spirito curioso e un letterato, che pure
mirando a un fine pratico, ha coscienza della sua abilità di scrittore, e si
compiace di aguzzare in forme ingegnose le sue massime, le sue osservazioni, i
suoi consigli. Epitteto non mira a brillare, non vuole applausi, non ha mai
pensato TO'*, C 1 1 " L 1 ^ y
h t,. :'yY £VsE S, àtàeXcpol Un primo documento di quest’attività
greco-ebraica è la traduzione greca della Bibbia, che si disse dei Settanta,
perchè secondo una leggenda sarebbe stata fatta da 72 dotti mandati dal
Sacerdote di Gerusalemme a Tolomeo Filadelfo, che voleva avere nella sua grande
biblioteca i libri di Mosè tradotti in greco, e questi 72 traduttori, chiusi in
tante camerette separate, senza poter comunicare fra loro, avrebbero tradotta
da capo a fondo, come per un’ispirazione divina, tutta quanta la Bibbia. Il
vero è che la traduzione rispondeva al bisogno della comunità ebrea di
Alessandria di leggere il libro suo nazionale nella lingua diventata oramai comune
nella colonia. La maggior parte non leggevano nemmeno più l’ebraico. Questo
libro si può considerare come il primo travasa- mento di idee giudaiche in un
contenente ellenico 1 ), ed ebbe una grande efficacia sulla propagazione
posteriore dell’Ebraismo e poi del Cristianesimo. Un ebreo di Alessandria, che
in filosofia era peripatetico, Aristobulo è ritenuto da molti il primo
scrittore in cui apparirebbe una vera connessione di filosofemi greci con le
idee e le tradizioni ebraiche. E influsso d’idee greche è stato pure notato in
uno dei libri apocrifi del Vecchio Testamento, nel Libro della Sapienza di
Saio- mone, che si crede composto da un ebreo alessandrino verso il 100 a. C.
Ma il principale rappresentante di questa filosofia grecoebraica è Filone ebreo.0
Castelli, Storia degli Ebrei (Firenze, Barbèra). ti.: FILONE EBREO 265 2. -
riione nacque in Alessandria fra il 30 e il 20 a. C. da una famiglia
sacerdotale ch’era delle più ricche e ragguardevoli fra gli Ebrei di quella
città. Ebbe un’istruzione compiuta ellenica ed ebraica: consacrò tutta la vita
agli studi teologici e filosofici, dedito alla vita contemplativa, ma senza
trascurare i legami col suo popolo e i doveri che la sua posizione gl’imponeva.
Doveva godere di una grande riputazione per la sua pietà, per la sua scienza e
per la sua eloquenza. Verso il 40, già vecchio, fu messo a capo di
un’ambasceria presso l’imperatore Caligola per chiedere la liberazione dei suoi
correligionari di Alessandria dalle persecuzioni a cui erano fatti segno. Tornato
ad Alessandria, scrisse egli stesso la relazione di questa ambasceria, e morì
forse verso il 50. Scrisse in greco molte opere che ci rimangono. Alcuni degli
scritti di Filone sono d’argomento storico e ci fanno conoscere quale fosse io
stato della colonia giudaica di Alessandria: gli altri sono per la maggior
parte un commento filosofico ai libri mosaici. Filone dunque sta tra la scienza
greca e la rivelazione. Per lui non si tratta di ricercare e scoprire la verità
con la semplice attività della ragione: la verità è quella ri velata da Dio nei
libri santi. D’altra parte Filone è anche uno spirito esercitato alla
meditazione, grande studioso e ammiratore della scienza greca : ha un culto per
Platone: egli ritrova nei filosofi greci le verità rivelate dalla Bibbia, e
legge la Bibbia a traverso i concetti della filosofìa, la vede in quella gran
luce di verità creata dal pensiero greco. È naturale che la fusione di elementi
così disparati e d’idee di così diversa provenienza non fosse possibile senza
un certo sforzo, il quale importava due cose: una finzione e un metodo
particolare 2 ). La finzione (in buona fede, s T intende) è che i filosofi
greci come Pitagora, Eraclito, Platone, e anche i poeti più antichi come Omero,
Esiodo, avessero avuto notizia dei libri di Mosè e attinto dunque alla sapienza
ebraica: una finzione che si trova già in Aristobulo; ed era avvalorata da
alcune falsificazioni: si attribuivano ai poeti mitici come Lino, Orfeo, dei
versi di fattura posteriore. Il metodo è quello dell’interpretazione
allegorica, non inventato da Pilone, applicato già prima di lui fra gli Ebrei
alessandrini, e del quale anche gli Stoici gli davano l’esempio. Pilone
distingue dapertutto un senso letterale e un senso spirituale o intelligibile,
e ritiene il primo come simbolo del secondo; la relazione tra i due è quella
che c’ è tra il corpo e V anima. Per esempio, Adamo è lo spirito (il vouc), e
il Paradiso è 1’^epovtxòv xfjc; 4^/jA nel quale egli è messo per coltivare gli
alberi, che sono le virtù; la creazione di Èva significa il nascere della
sensibilità, e così via: quel metodo d’interpretazione allegorica che si può
dire fantastico e non critico quanto si vuole, ma che ha contribuito a
spiritualizzare le credenze e le idee. L’uomo ha cominciato col concepire Dio a
sua immagine e somiglianza, attribuendogli occhi e mani e voce e passioni
umane. A poco a poco il concetto del divino si spiritualizza. Per Filone, Dio
non solo non ha forma nè attributi umani, ma è al di là di ogni determinazione,
una realtà, ! ) Dkussen, Die Philo sophie der Griechen.] assolatamente
trascendente, sia rispetto al mondo da cni è separato, sia rispetto alla nostra
intelligenza alla quale è inaccessibile. Noi siamo certi della sua esistenza,
ma non possiamo comprendere la sua essenza. Filone lo designa con la parola di
cui si servivano gli Eleati e Platone: tò £v, l’Essere, o con l’espressione
aristotelica: l’Essere in quanto essere; e trova il riscontro di questa
denominazione in quello ch’egli stesso, Dio, dice di sè nell’-Z&odo; J5V/o
sum qui sum: èyw eijxt Ó wv. Dio dunque è l’essere universale, eterno,
immutabile, semplice, libero, pago di se stesso, assolutamente trascendente e
separato dal mondo. Ma d’altra parte egli raccoglie in sè tutte lo perfezioni,
e tutte le perfezioni delle cose create derivano unicamente da lui. Egli è la
causa prima di tutte le cose create: riempie e comprende tutto. C’è una doppia
esigenza in questa concezione: l’idea dell’assoluta trascendenza di Dio, e
quella dell’assoluta dipendenza delle cose finite da Dio. Dio è uno, ma
possiede forze infinite, mediante le quali crea e governa il mondo: le due
principali di queste forze sono la bontà e la potenza, e l’ima e l’altra si
uniscono nel Xóy oc, o ragione divina, eh’è come il pensiero di Dio prima della
creazione, e che si manifesta poi in questa come la parola di Dio. Il lòyo- o
la ragione cosmica di Eraclito e degli Stoici non è per Filone il primo
principio del mondo, ma è a dir così il figlio primogenito di Dio, il suo
verbo, l’intelligenza divina stessa iu quanto personificata, qualche cosa che
sta in mezzo tra la pura essenza di Dio e il mondo eh’ è creato da lui. Filone
ha bisogno di potenze intermediarie per colmare l’abisso tra l’assoluta
trascendenza di Dio e il mondo delle cose finite, e queste potenze intermediarie
sono rappresentate dal Logos, dalla parola di Dio. Quando un architetto
costruisce una casa, ha in sè il suo piano, la sua idea. Il Logos di Filone
comprende insè le idee, i modelli ideali delle cose, e insieme le forze
generatrici e formatrici degli esseri: le idee platoniche e le ragioni seminali
degli Stoici. È il Logos che divide in parti la massa di cui si compone il
mondo, dà alle cose le proprietà che le costituiscono, determina i mari, le
isole, i continenti, fìssa le specie dei viventi, stabilisce bordine nella
diversità: compie l’ufficio o gli uffici della ragione come rivelazione di Dio
e della sua provvidenza nel mondo. Filone tiene fermo al dogma della creazione,
ma formula la sua fede servendosi dei concetti della filosofia greca: in questa
mescolanza, in questo ripensamento delle idee greche in una nuova atmosfera
spirituale sta l’interesse e l’importanza storica di Filone. E che cosa è
l’uomo in questo sistema? Secondo la Scrittura Dio disse: Facciamo l’uomo a
nostra immagine e somiglianza; e poi aggiunge che Dio formò l’uomo prendendo un
pugno di terra, e soffiandovi sopra un soffio di vita, l’uomo fu fatto in anima
vivente. Filone si domanda in quale misura e in che senso l’uomo è la creatura
di Dio, e conclude dai due luoghi biblici che bisogna distinguere l’uomo
celeste, ideale, creato da Dio a sua immagine, e l’uomo terrestre e sensibile.
Il primo è un essere intelligibile, senza materia, nè uomo nè donna, è l’idea
dell’uomo in quanto uomo, di natura incorruttibile; invece l’uomo terrestre,
plasmato dal fango della terra, e non da Dio direttamente, ma dalle sue potenze
o ministri, è di natura sensibile, materiale, naturalmente mortale, capace del
bene, ma anche del male. L’uomo intelligibile è un riflesso diretto del Logos
divino, quindi possiede tutte le virtù che lo fanno simile a Dio. L’uomo
terrestre realizza solo in parte quest’idea, perchè l’anima, partecipe dello
spirito divino, si trova ad abitare in un corpo mortale, fatto di forze
inferiori. Di qui la doppia natura dell’uomo: egli si trova come al confine dei
due mondi, del mondo sensibile e del mondo intelligibile. Per esprimere questo
concètto Pilone riproduce a modo suo la distinzione aristotelica dell’anima
vegetativa, sensitiva e razionale; oppure la teoria stoica dello rnsOpa, che
pure conservando nell’espressione la reminiscenza del suo significato
materialista, si viene sempre più spiritualizzando: è lo spirito, il soffio
divino nell’uomo; soprattutto, si ricorda delle immagini platoniche che il
corpo è come una prigione dell’anima. Quello che più importa a Filone è
l’opposizione tra la parte irrazionale e quella razionale dell’uomo. Che cosa è
l’uomo? Tutto per la sua origine divinò e il suo carattere razionale, nulla per
la sua natura mortale e finita. Api>arisce come un’incomprensibile
mescolanza di grandezza e di piccolezza, il più vicino a Dio, ma anche capace
di male, miserabile, mortale. Mentre tutte le piante rivolgono o dirizzano le
loro corolle verso il sole, l’uomo può, pianta celeste nudrita di elementi
divini, elevarsi verso il cielo, ma questa sua libertà è come appesantita dal
peso del corpo. E qual’è dunque il compito e il destino dell’uomo? Il
restaurare in sè l’immagine di Dio, il somigliare a lui, il seguire la natura,
clie sono frasi platoniche e stoiche, ma con un nuovo significato. Pilone
combatte gli Epicurei, e considera il piacere come il massimo impedimento alla
vita divina; accetta la formula stoica del seguire la natura, e distingue le
quattro virtù cardinali, che trova simboleggiate nei quattro fiumi del
Paradiso; insegna non la sola metropatia ma l’apatia, è insomma l’ideale del
saggio stoico, salvo che il seguire la natura diventa per lui obbedire alla
volontà divina. La morale è aneli’essa rivelata: essa si trova tutta quanta
nelle leggi generali è particolari che emanano da Dio. La virtù dell’uomo è
un’ombra della volontà divina; e lungi dall’essere un Dio, il saggio riceve la
virtù come un dono della grazia divina, e un dono sempre rinnovato. In quest’
Etica teologica le quattro virtù cardinali ricevono il loro compimento nelle
virtù religiose, che sono la fede e la pietà; e la vita contemplativa, di cui
fanno parte le virtù religiose, è superiore alla vita attiva, che consiste
nella pratica delle virtù cardinali. E come l’anima, allontanandosi da Dio, s’è
legata in questa vita dei sensi, così essa può ritornare a Dio ; e l’ultimo
grado della perfezione umana è l’unione conDio, la deificatio, la visione
estatica. L’ uomo può sollevarsi al di sopra dei sensi, al di sopra delle idee;
e-poichè l’essenza di Dio è inconoscibile, così quest’unificazione con Dio non
è possibile mediante la conoscenza razionale, ma avviene per la grazia di Dio
che si comunica a noi, in una specie di rapimento eh’è in noi come il furore
dei coribanti, dice Filone con frase platonica; e i limite della felicità, la
più alta aspirazione dell’uomo è, mediante quest’estasi, il riposare in Dio: sv
jaóvcj) Osm axf;vai. Questa è nei suoi tratti fondamentali la filosofìa di
Filone ebreo, eh’è in fondo anch’essa una filosofia eclettica, in quanto
profitta di tutte le filosofie anteriori; ma è caratterizzata specialmente dal
suo carattere religioso e dalla mescolanza d’idee greche con idee o credenze
ebraiche. Le stesse tendenze religiose e mistiche, che abbiamo visto in Filone
ebreo, ritroviamo sul terreno greco in quel gruppo di filosofi che si sogliono
denominare Neopitagorici e Platonici eclettici più o meno pitagorizzanti, che
si possono considerare anch’essi come precursori e preparatori del
Neoplatonismo propriamente detto. L’antica scuola pitagorica, come un complesso
di dottrine, era estinta sin dal quarto secolo, al tempo di Aristotile; ma come
forma e metodo di vita, che si diceva appunto vita pitagorica, come disciplina
di pratiche morali pure e austere sanzionate da credenze religiose, il
Pitagorismo doveva aver conservato dei fedeli, tra i quali abbiamo già nominato
i due Sestii ed altri. A cominciare dagli ultimi cinquantanni che precedono
Péra cristiana e poi nei due o tre secoli che seguono, il Pitagorismo rinasce e
si diffonde: non solo si cercano i libri degli antichi pitagorici, ma se ne
scrivono anche degli altri,-che si attribuiscono a Pitagora stesso o ai suoi
seguaci: tutta una letteratura apocrifa, come i Versi d'oro di Pitagora, che
sono una serie di precetti morali, il trattato di Timeo di Locri a\\WAnima del
mondo, quello di Ocello Lucano sulla Natura del tutto, in parte, se non
interamente, i libri attribuiti a Filolao e ad Archita di Taranto, anche ad
alcune donne pitagoriche, come la famosa Theano e altre, perchè una delle
specialità dei Pitagorici era di avere un grande rispetto della donna. Sono
opere dovute a falsari di buona fede, i quali ri- spondendo ai bisogni del
tempo, senza nessuno scrupolo critico, e attingendo a tutte le filosofie
contemporanee o anteriori, davano una filosofìa completa, delle idee intorno a
Dio, il mondo, 1’ uomo, la società, la virtù, mettendo queste idee sotto il
patrocinio di un nome illustre e autorevole: il bisogno di appoggiarsi a
un’autorità venerata era uno dei bisogni del tempo. La stessa leggenda di
Pitagora si compie in questo tempo, si arricchisce di nuovi tratti
meravigliosi: la sua vita diventa un mito. JB oltre poi alle opere apocrife, ce
ne furono delle altre pubblicate dai loro autori coi loro veri nomi, e che sono
appunto i Neopitagorici. Si possono e si sogliono citare come rappresentanti di
questo indirizzo un NIGIDIO FIGULO (vedasi), eh’è nominato da CICERONE (vedasi)
come rinnovatore del Pitagorismo in Alessandria, Sozione, scolaro dei Sestii,
che abbiamo pure nominato, poi più specialmente Apollonio di Tiana, Moderato di
Gades, e M- comaco di Gerasa sotto gli Antonini. La figura più importante e
caratteristica che possiamo prendere come rappresentante di tutto questo
indirizzo è Apollonio di Tiana, nella Cappadocia, il quale nacque sotto Augusto
e visse fino agli ultimi anni del primo secolo dell’e. v., e la cui efficacia
si estende molto al di là del tempo in cui visse. Più di un secolo dopo la sua
morte, nei primi decenni del 200, ne scrisse la vita un sofista di quel tempo,
Filostrato di Lemno, in una specie di romanzo che vorrebbe essere storico, a
richiesta dell’imperatrice Giulia Doinna, moglie di Settimio Severo, la quale
era una bella donna, originaria della Siria, ambiziosa e colta, che non solo
faceva, occorrendo, della politica, ma aveva il gusto delle lettere e della
filosofìa, e raccoglieva alla sua corte un circolo di persone istruite più o
meno illustri. In questo libro Apollonio è presentato come un tipo di
perfezione morale e religiosa, secondo i precetti della filosofìa pitagorica,
come un essere più che umano, non filosofo solamente, ma qualche cosa di mezzo
tra la natura umana e la natura divina. Ha una nascita meravigliosa e fa anche
dei miracoli. Cosicché è difficile, da questa vita dì Filostrato, sceverare la
parte storica dalla leggenda, quello eh’è stato realmente Apollonio da quello
ch’è diventato nell’immaginazione dei suoi ammiratori. Ce lo possiamo
raffigurare come una specie di riformatore morale e religioso che, dopo essersi
istruito nella filosofia e avere accettato quella di Pitagora o che passava per
pitagorica, esercita un apostolato predicando la conoscenza del vero Dio e il
culto che gli è dovuto. In un frammento di lui che ci è conservato da Eusebio,
egli dice: « Per onorare degnamente la divinità e rendersela propizia e
benevola, non giova, al Dio che diciamo primo e ch’è uno e separato da tutte le
cose, offrir sacrifizi nè accendere fuoco nè in generale consacrare alcuna cosa
sensibile; giacché egli non ha bisogno di nulla, e non c’è pianta che la terra
produce nè animale eh’essa o l’aria alimenta, che non sia inquinato di qualche
macchia. Quelloche dobbiamo offrirgli è il meglio di noi, il discorso della
mente, non le parole che escono dalla bocca, ma invocare da lui, eh’è il
migliore degli esseri, il nostro bene con quello che abbiamo di meglio in noi,
lo spirito, il pensiero (il vo0$), che non ha bisogno di un organo con cui
rivelarsi Al di sotto di questo Dio primo ve n’ ha degl’ inferiori o secondari,
primo dei quali è il sole, la più pura manifestazione visibile del divino.
L’uomo è d’essenza divina e può per la saggezza elevarsi fino a Dio. La sua
anima è immortale, anzi eterna: essa passa da un corpo in un altro, ma in ogni
corpo è in prigione, incatenata ai sensi e agl’impulsi disordinati, da cui la
filosofìa ha per oggetto di liberarlo. Bisogna conoscere moralmente se stessi
per arrivare alla virtù e alla saggezza. Colui che pratica tutte le virtù, che
conserva la sua vita interamente pura, e sa adorare Dio con adorazione vera,
s’avvicina sempre più a Dio, diventa partecipe del divino. Ora è qui che
comincia a lavorare la leggenda: questa dottrina non è solamente insegnata, ma
è vissuta da Apollonio, nella biografia che ne scrive Filostrato: egli stesso è
l’uomo divino, la personificazione vivente della perfezione spirituale e della
potenza a cui può giungere l’uomo. Gli abitanti del paese di Tiana, dov’egli è
nato, pretendono ch’egli è figlio di Giove; Filostrato non lo crede, ma afferma
che venne al mondo in condizioni straordinarie, dopo che sua madre ebbe appreso
in sogno che portava il dio Proteo, il dio dellà divinazione, in persona. Dopo
avere abbracciata la vita pitagorica ed essersi formato nel silenzio per cinque
anni, viaggia per il mondo, in Oriente, in Grecia, a Roma, in Egitto, in tutti
i paesi allora conosciuti, conversa coi sapienti di tutti i paesi, istruendosi
e ammaestrando gli altri, preceduto da una gran fama e facendo delle cose
maravigliose. A Efeso ferma la peste facendo lapidare un vecchio mendicante, il
quale difatti non è altro che un demone camuffato, nel quale s’era incarnato il
flagello. Ad Alessandria riconosce istantaneamente in un corteo di condannati a
morte un innocente. A Efeso pure egli sa e annunzia la morte di Domiziano nel
momento in cui questo è colpito a Roma: un bel caso di telepatia. Non solo sa
delle cose sconosciute a tutti gii altri uomini, ma dispone di un vero potere
sugli elementi della natura: sulle rive dell’Ellesponto ferma i terremoti.
Parla tutte le lingue senza averle imparate, scaccia i demoni, si trasporta
istantaneamente a grandi distanze, s’intrattiene con le ombre degli eroi, fa
cadere i suoi ferri in prigione col solo prestigio della sua volontà, richiama
in vita una ragazza che passava per morta. A Corinto, apre gli occhi di uno dei
suoi discepoli perdutamente innamorato di una donna molto bella e ricca in
apparenza, ma ch’era in realtà una lamia, uno di quei cattivi demoni femminili
che si fanno amare dai giovani per poterli divorare a loro piacere. E non già ch’egli
sia un mago, uno stregone, che operi prodigi grazie all’intervento di spiriti
maligni; no, Filostrato si dà una gran pena per escludere questa
interpretazione. Apollonio fa dei miracoli in virtù della sua scienza superiore
e della sua cola unione con gli Dei; e per arrivare fino a questo punto quello
che occorre è una virtù austera, un’estrema purezza di costumi e l’osservazione
di una disciplina rigorosa. Così egli ha la conoscenza delle cose più nascoste
all’uomo, predice l’avvenire, e opera dei miracoli. La sua carriera si termina
aneli’essa in modo meraviglioso. La leggenda più diffusa intorno alla sua morte
racconta che, essendo andato a Creta vecchissimo, entrò nel tempio di Diana e
non ne uscì più. Si sentirono come delle voci di fanciulle che cantavano
nell’aria: lasciò la terra, salì al cielo. Dopo la sua morte, la città di Tiana
gli rese onori divini, e la venerazione di tutto il mondo pagano attestò
l’impressione lasciata negli spiriti dal passaggio di quest’essere
soprannaturale, che faceva dire ai suoi contemporanei: Un Dio abita fra noi J
). Questo carattere meraviglioso della vita di Apollonio ha fatto credere che
fosse intenzione di Filostrato e della sua ispiratrice di opporre una specie di
Cristo pagano a quello della Chiesa nascente, che guadagnava sempre più
adoratori. Per combattere il prestigio che la storia e l’insegnamento di Gesù
esercitavano di giorno in giorno non solo sulla folla, ma in tutte le classi
della società, avrebbero pensato di suscitargli contro un rivale in un saggiopagano,
che non solo operava miracoli come l’altro, ma che professava una dottrina
attinta alle più pure fonti della scienza ellenica. Ora la più parte dei
critici non credono a questa intenzione o tendenza del romanzo, nel quale non
si allude affatto e non si può dire che ci sia uno spirito ostile al
Cristianesimo. Il romanzo è piuttosto interessante innanzi q Cfr. .1. Réville,
La veli gioii (ì Home som ìes Sé vèr eh, Paris, Levous.] tatto per il fatto
stésso che, alla distanza di poco più di un secolo, la vita di un filosofo
neopitagorico come Apollonio sia potuta diventare materia di una leggenda
cosiffatta: è un documento interessante non solo di quel- V atmosfera
meravigliosa e della credulità in cui si svolgeva la lotta delle religioni; ma
soprattutto di quella religiosità spirituale che tendeva a purificare e
moralizzare il paganesimo, e del bisogno che si sente di presentare l’ideale \
religioso come incarnato in una figura concreta, santa e beila di quell’ideale
stesso, e operatrice di miracoli, perchè avesse più presa sulle coscienze e la
forza di comunicarsi. Il saggio stoico o quello di Epicuro sono costruzioni
razionali che non bastano più: occorre la figura vivente e reale dell’ uomo che
s’india, che rappresenta la natura umana divinizzata. A questo bisogno, a
quest’aspirazione religiosa delle anime, rispondono ora le figure di Pitagora e
di Apollonio. Del quale sappiamo anche che scrisse una Vita di Pitagora. L’uno
e l’altro sono uomini divini, modelli di vita pura e santa, nei quali la verità
si è rivelata, i Quando poi questi Neopitagorici cercano di formulare
filosoficamente le loro credenze e le loro massime etico religiose, essi
mescolano alle idee pitagoriche concetti elaborati dalla filosofia posteriore,
platonici, aristotelici, stoici : di qui il carattere eclettico e recente della
loro speculazione, e per cui è facile riconoscere quelle falsificazioni della
letteratura apocrifa che abbiamo detto. L’idea fondamentale è l’opposizione tra
Dio e il mondo: Dio è l’uno, la monade primitiva: il mondo è rappresentato dal
due, dalla dualità indeterminata, è il molteplice. Ma siccome nel mondo tutto è
ordinato con numero e mitilira, esso si può dire l’attuazione d’idee, che sono
pensieri della mente divina, che s’identificano aneli’esse coi numeri; e poiché
Dio non può venire in contatto diretto col mondo, sorto realizzate da un essere
intermedio, dal- l’anima del mondo in una materia preesistente, la quale pure
talvolta resiste a questa penetrazione delle forme divine; ed è nella materia
che bisogna cercare la causa delle imperfezioni e del male nel mondo. Questo
dualismo si ripete, si ripercuote nell’uomo: l’anima ha bisogno di purificarsi
con la vita santa, con le espiazioni, per ridiventare divina. È stato osservato
che in/queste speculazioni ora è accentuato il concetto monistico del principio
unico da cui tutto il resto sarebbe derivato; ora invece, e più spesso, prevale
la concezione dualistica del principio divino e di una materia originaria. Il
problema del male s’.è posto davanti alla coscienza religiosa e alla
riflessione filosofica, e l’una e l’altra s’affaticano a risolverlo cercando di
superare l’antitesi tra il divino e il suo contrario, tra il corpo o la materia
e le aspirazioni superiori dell’anima. Il problema in fondo era nato con la
distinzione platonica tra il mondo sensibile e il mondo intelligibile. E di
tutte le autiche scuole nessuna doveva sentirsi più vicina all’ indirizzo
neopitagorico della scuola platonica, per la ragione eccellente che Platone
stesso aveva accolto nella sua dottrina elementi pitagorici, aveva finito col
pitago- reggiare identificando le sue idee coi* numeri, e speculando su Dio e
l’anima e la formazione del mondo materiale alla maniera dei pitagorici nel
Timeo, il quale Timeo era quel Timeo di Locri pitagorico, da cui Platone fa
esporre appunto la sua filosofia della natura nel dialogo che porta quel nome.
Così è che V indirizzo dei Neopitagorici si può dire continuato nel secondo
secolo d. 0. da un gruppo di Platonici eclettici, tra i quali, senza citare altri
nomi, possiamo ricordare due scrittori notissimi, Plutarco e Apuleio; e poi,
per la sua importanza caratteristica, Numenio di Apamea, che ora è detto
pitagorico ed ora platonico. PLUTARCO di Cheronea è Fautore celebre delle Vite
parallele – la seconda e di ROMOLO --, che hanno educato tanta gente all’amore
della virtù e dell’eroismo, e poi di una quantità di opuscoli che si sogliono
designare col titolo complessivo di Opere morali. Egli è un poligrafo,
moralista principalmente, anche nelle Vite, ma è curioso di tutto, erudito,
istruttivo e piacevole: le sue opere sono una specie di enciclopedia, un
repertorio di notizie e d’idee su tutta l’antichità classica, che egli, venuto
tardi, ammira in tutte le sue forme; e come ha celebrato nelle sue Vite la storia
dei suo popolo e degli eroi antichi, così si assimila la scienza, la religione,
la morale dei padri, e se ne fa l’interprete ai contemporanei e ai secoli
futuri. Uomo religiosissimo, ha nella sua patria e a Delfo funzioni
sacerdotali. Ama la filosofia, e l’ha anche insegnata. Si dice platonico, e
ammira Platone come il più grande dei filosofi, ma ha imparato anche da tutti
gli altri; e da quell’uomo istruito che è, e non nella filosofia solamente, ha
qualche volta la riserva prudente dei nuovi Accademici. Il che non gl’impedisce
di avere non precisamente un sistema, ma una dottrina eh’è come il risultato di
tutte le dottrine anteriori. La sua filosofia ha un intento essenzialmente
morale e religioso: egli vuole mantenere e difendere la tradizione religiosa
anche nei suoi miti e nelle sue pratiche, interpretandola secondo principi
filosofici, in modo cioè che non faccia ostacolo a una concezione pura e degna
della divinità. La filosofia è la rivelatrice e l’interprete del segreto sacro
e divino che i miti contengono, togliendo le concezioni false e le menzogne che
talvolta i poeti raccontano. Plutarco combatte l’ateismo, ma combatte pure la
superstizione, quella ch’egli chiama 5esoi8ac|xovfa, la paura servile degli
Dei: invece la fiducia e la gioia accompagnano il vero culto eh’ è loro dovuto.
Combatte gli Epicurei per il loro materialismo, ma combatte anche gli Stoici,
che col loro principio unico non possono rendere ragione del male nel mondo. E
qui apparisce il platonico. Non è possibile, egli dice, porre il principio
delle cose nè nei corpi senz’anima (negli atomi) come fanno Democrito ed
Epicuro, nè nella ragione formatrice di una materia senza qualità. Nel primo
caso non si capisce come vi possa essere bene, ordine, ragione nel mondo; nel
secondo caso non si capisce come ci possa essere il male, il disordine. D’onde
viene il male? Non dal bene, non da Dio certamente. E nemmeno dalla materia,
come molti pensano, perchè la materia per se stessa è assolutamente passiva, il
sostrato indifferente di tutte le forme, non è nè buona nè cattiva. Per
spiegare dunque la cosa, bisogna ammettere che come c’ è un’ anima del mondo
che realizza le idee divine, ci sia anche una cattiva anima del mondo, un
principio o potenza del male che esiste da tutta eternità col bene, il quale,
benché superiore, non può mai annientare quella potenza eh’ è Y origine e la
causa di tutto ciò clie v’ lia di disordine nel mondo, e rende conto della
generazione del male. Il motivo di questa speculazione è eliminare, di fronte
alla realtà del male, tutto ciò che può compromettere la purezza e la bontà di
Dio, a costo di compromettere la sua onnipotenza. Di qui im J altra idea affine
e connessa con questa. Dio è il principio del bene e governa il mondo con la
sua provvidenza; ma questa provvidenza non si esercita dilettamente da lui, ma
per mezzo di esseri intermediari che sono tra Dio e il mondo. Al di sotto del
Dio primo e supremo, realtà trascendente e inaccessibile, ci sono gli Dei
celesti o visibili, e al di sotto di questi i demoni o genii o spiriti che
vigilano e governano direttamente le azioni e le sorti degli uomini; e come ce
ne sono dei buoni, ce ne sono anche dei cattivi, nei quali la natura divina
apparisce inquinata e commista al male. Questa demonologia, clPè insegnata
anche da Apuleio, ed è una delle credenze più diffuse in quest’età, serviva non
solo a mantenere puro nella sua sublimità trascendente il concetto di Dio, ma
anche a giustificare in qualche modo tutte le divinità pagane, e le funzioni
loro attribuite, e i riti e gli oracoli e tutte le altre parti del culto che vi
erano connesse. E infine un’altra idea domina la speculazione religiosa di
Plutarco, quella di trovare a traverso la diversità dei miti e delle credenze
dei diversi popoli una verità fondamentale. A quello eh’ è stato detto il
sincretismo religioso, il mescolarsi di tutte le religioni, ch’è caratteristico
di questi secoli, corrisponde il sincretismo eclettico Biblioteca Comunale
“Giuseppe Melli” - San Pietro Vernotico (Br) NUMENIO 283 dei filosofi, i quali
aspirano a formulare la verità religiosa comune ai diversi .sistemi e alle
diverse civiltà. Non ci sono, dice Plutarco, diversi Dei per diversi popoli,
non ci sono Dei barbari e Dei greci, Dei del nord e Dei del sud. Ma come il
sole e la luna illuminano tutti gli uomini, come il cielo, la terra e il mare
esistono per tutti, nonostante la diversità dei nomi con cui si designano, così
vi ha una sola Intelligenza che regna nel mondo, una sola Provvidenza che lo
governa, e sono le stesse potenze che agiscono dapertuttó; solo i nomi cangiano
come le forme del culto; e i simboli che elevano lo spirito verso ciò eh’ è
divino sono ora chiari ora oscuri. Idee affini e tendenze mistiche anche più
pronunziate si ritrovano in Apuleio di Madaura, che anch’egli professa ed espone
il platonismo, adattandolo ai bisogni teosofici del tempo. Ma di tutti questi
filosofi eclettici del secondo secolo quello che segna più nettamente il
passaggio al Neo- platonismo è Numenio di Apamea: gli stessi Neoplatonici lo
considerano come il loro precursore immediato: lo leggono e lo commentano nella
loro scuola. Secondo Numenio, che visse verso il IfiO, la vera dottrina di
Platone era identica a quella di Pitagora; e questa filosofia egli la trova
d’accordo con quella dei saggi dei- fi Oriente, Bramani, Magi, Egiziani, Ebrei.
Egli aveva in particolare la più viva ammirazione per Mose, nel quale trovava
tutte le idee di Platone; di qui quel motto che ci è riferito di lui : Che cosa
è altro Platone se non un Mosè che parla attico (atticizzante) ?, a quel modo
come di Filone ebreo si diceva: o Filone platonizza o Platone fìlonizza.
Numenio conosce certamente Filone e adopera lo stesso metodo d’interpretazione
allegorica, e ha tendenze affini nella sua speculazione : cosicché qui il
sincretismo è completo: la tradizione orientale e occidentale si congiungono a
produrre la nuova filosofìa. Dei libri di Numenio, uno dei quali s’intitolava
intorno al Bene, ci rimangono dei frammenti interessanti conservatici da
Eusebio, e che si possono vedere nel 3° volume del Mullach, Frammenta
pliilosopliorum graecorum. Numenio si domanda: che cosa è l’essere, la vera
realtà? Non i quattro elementi, nè i corpi composti da essi, che sono realtà
mutevoli, cangianti, si trasformano, divengono sempre e non sono mai, come diceva
Platone; e nemmeno la vera realtà si può cercarla nel sustrato materiale di
tutti questi fenomeni sensibili, nella materia, la quale è qualche cosa
d’indefinibile e d’irragionevole (àXoyo?). Per conoscere la vera realtà bisogna
rivolgersi non al- 1’ esperienza sensibile, ma alla ragione. Per Numenio la
realtà è ciò che è assolutamente, l’ Essere increato e che non sarà distrutto,
l’Essere semplice e invariabile. Quest’essere è incorporeo (cèawpaiov), ed è
intelligibile (voyj-cóv), si può cogliere con la ragione solamente, non con la
sensazione o con l’opinione, come le cose periture e finite. Con questo Numenio
esprime la tendenza di tutto questo movimento d’idee: l’opposizione a ogni
materialismo, non solo a quello degli Epicurei, ma anche a quello degli Stoici:
il bisogno di concepire la realtà ultima come una realtà spirituale diversa e
opposta a tutto ciò eh’ è corporeo. Da queste considerazioni metafisiche
Numenio ricava la sua dottrina teologica.
NUMENIO La quale, per dire la cosa con tutta brevità, consiste in
questo: nell’ammettere un Dio supremo inaccessibile, puro essere spirituale,
senza connessione col mondo, eh’è pura agione ed è il Bene in se stesso; poi un
Dio secondo, il Demiurgo, eh’è l’ordinatore o l’architetto del mondo; e per
ultimo un terzo Dio, eh’è il mondo stesso. Dato il concetto trascendente del
puro Essere come 10 abbiamo definito, e eh’è il primo Dio, nasce la solita
difficoltà: com’è possibile l’azione di Dio sul mondo. Come Filone unificava le
idee e le potenze divine nel concetto del Logos, come gli altri platonici
ponevano degli Dei o demoni intermediari tra Dio e il mondo, così Nn- menio
statuisce al disotto del primo Dio un secondo eh’è 11 Demiurgo, distinguendo in
certo modo quello che Platone identificava: il Demiurgo era per Platone, a dir
così, la funzione divina per rispetto al mondo. hTumenio ne fa un secondo
essere divino, il quale partecipa della bontà del primo, e ne riceve i semi di
tutte le cose che sono le Idee, ma trapianta questi semi nel mondo sensibile formando
e ordinando il mondo. Sicché il Demiurgo ha una posizione intermedia : è come
un pilota che, assiso al governo del mondo, ha sempre gli occhi fissi sul cielo
e 1 gli astri, per assicurare l’armonia dell’ordine del mondo, che dirige
mediante le Idee, ossia dunque ha sempre gli occhi fissi al primo Dio; ma
d’altra parte, e appunto per la sua fuuzione causale e formatrice sul mondo, il
suo sguardo e la sua azione è rivolta verso le cose sensibili, che ricevono da
lui la loro persistenza, la loro vita, il loro ordine, le leggi dell’essere
loro. E in quanto il mondo è fattura del Demiurgo, si può dire esso stesso un
Dio .TTJfcV^VF.286 NE OPITAG ORICI E PLATONICI ECLETTICI Cosicché avremmo: il
primo Dio eh’è il padre (icaxrjp), il secondo Dio eli’è il Demiurgo, l’artefice
(mr]T%), e il terzo clP è il 7ioùj|i«, la fattura di Dio, il mondo in quanto
formato da Dio. Questo è il cosiddetto triteismo che insegna Numenio. ' Del
quale un’altra dottrina caratteristica è che l’anima umana è duplice: un’anima
razionale e un’anima non razionale: queste due nature sono in lotta fra loro,
come il bene e il male, e il male viene all’anima dalla materia,o dal suo
contatto con la materia, e tutte le incorporazioni dell’anima sono considerate
come un male. Si suppone la preesistenza e la trasmigrazione delle anime; 1’
unione dell’anima con un corpo terrestre è come la punizione di una colpa
commessa in una vita anteriore, prima della nascita in quel dato corpo. E
l’aspirazione suprema dell’anima razionale è la sua unione con Dio, la
contemplazione o l’intuizione del vero Bene, Uno stato di beatitudine di cui
possono godere solo quelli che allontanano la loro anima da ogni comunicazione
col corpo e coi sensi. Cosicché avremmo qui, e con maggiore nettezza, formulate
le idee e le esigenze di tutta questa speculazione da Filone in poi: la
trascendenza del divino, un termino o più termini intermediari tra Dio e il
mondo, la doppia natura dell’uomo o dell’anima, che da una parte è di Origine
divina, e dall’altra è rivolta verso la materia e le cose terrene; quindi il
bisogno della purificazione e della liberazione per avvicinarsi a Dio e unirsi con
Dio: idee e esigenze che troveranno la loro espressione più compiuta nella
filosofia dei Neoplatonici. La Filosofia greca finisce col sistema e la scuola
(lei Neoplatonici. Fondatore del Neopfatonismo è ritenuto dagli antichi e dagli
stessi Neo pi atonici Ammonio Sacca > alessandrino; nato ed educato da
genitori cristiani, sarebbe passato alla religione antica; e insegnò filosofìa
in Alessandria. Non scrisse nulla, e non sappiamo niente di preciso sulle
dottrine che professava: ci è riferito che secondo lui le dottrine di Platone e
di Aristotile, nelle cose essenziali, concordavano, si potevano ridurre o
fondere in una sola dottrina. La tendenza religiosa dell 7 uomo, oltre che
l’ammirazione che ispirava, si può concludere dall’epiteto di 0£o5iBaxToc, a Deo
doctus, che scrittori posteriori gli danno. Ebbe, molti scolari: si citano tra
gli altri un Erennio, un Origene pagano che non è da confondere col teologo
cristiano dello stesso nome, quantunque anche di questo è detto che passò per
la scuola di Ammonio; poi il critico e
retore Longino a cui è stato attribuito (falsamente) il trattato Del sublime;
ma sopraffatti importante fra gli scolari di Ammonio Sacca è Plotino. Questi
tre scolari principali, Erennio, Origene e Plotino s’erano messi d’accordo di
non pubblicare nulla degl’ insegnamenti di Ammonio, probabilmente per non
profanarli divulgandoli; ma non essendo stati ai patti prima Erennio e poi
Origene, anche Plotino si ritenne sciolto dalla sua parola, e così insomma egli
è diventato per noi il rappresentante letterario, il vero organizzatore ed
espositore di quel sistema d’idee eh’è il Neoplatonismo. Quali che siano stati
gl’insegnamenti di Ammonio, la filosofia neoplatonica è la filosofia di Plotino
e poi dei suoi successori. 2. - Plotino è di Licopoli, nell’Egitto. A 28 anni
si diede alla filosofìa e udì più d’uno dei maestri eh’erano allora in
Alessandria, senza rimanerne contento; ma quando un amico, al quale s’era
confidato, lo condusse a sentire Ammonio, disse : è quello che cercavo; e
rimase suo scolaro per 11 anni. Nel 243, desiderando conoscere nelle sue fonti
la saggezza orientale dei Persiani e degl’indiani, accompagnò l’imperatore
Gordiano nella sua spedizione contro la Persia; ma questa spedizione riuscì
male; lo stesso imperatore vi fu ucciso ; Plotino potè appena salvarsi in
Antiochia, poi venne a stabilirsi a Poma nel 244 e vi rimase quasi fino
all’ultimo della sua vita. Aperse una' scuola ' che Ìventò sempre più numerosa.
Non tanto il talento della parola, quanto la profondità dei pensieri, la bontà
del carattere, la purezza e semplicità della vita gli attiravano la simpatia e
la venerazione. Era una natura mite e gentile, meditativo, tutto dedito
all’insegnamento e allo studio. Diventava bello quando parlava, e specialmente
quando disputava, con grande dolcezza: la sua intelligenza sembrava brillare
sul suo viso e illuminarlo. Dovette esercitare una potente efficacia. Tra i
sxioi ascoltatori furono persone di riguardo, dei senatori e alcune donne
distinte. Ci furono uomini e donne, che, vicino a morire, gli affidarono i loro
figli d’ambo i sessi, con tutti i loro beni, come a un depositario o un tutore
di cui si poteva avere fiducia: onde la sua casa era piena di giovanetti e di
giovanotte. Egli guardava a tutto, adempiva a tutti i suoi obblighi, il che non
lo distraeva punto dalle cose intellettuali, ch’erano la passione della sua
vita. L’imperatore Gallieno e sua moglie, l’imperatrice Saloniua, lo ebbero in
grande favore, 27egli ultimi anni del filosofo fu ventilata pef un momento tra
lui e l’imperatore l’idea di fondare nella Campania una città filosofica sul
modello di quella di Platone, e che si sarebbe chiamata Platono- poli ; ma non
se ne fece nulla. Le condizioni della sua salute peggiorata (soffriva di
un’affezione cronica dello stomaco) lo decisero ad abbandonare Roma e a
ritirarsi in una villa della Campania che fu messa a sua disposizione. Morì nel
270, a 66 anni, presso Minturno. Al medico, suo amico e discepolo, che venne a
vederlo, Plotino morente avrebbe detto : Ti aspettavo, prima di riunire quello
che v’ha di divino in noi al divino che è nell' universo. Tutte queste cose si
leggono nella Vita che ne scrisse il suo scolaro Porfirio, il quale comincia la
sua biografia con queste parole: Il filosofo Plotino, vissuto ai nostri giorni,
pareva si vergognasse di avere un corpo. Così pure egli non parlava mai della
sua famiglia e della sua patria; e gli ripugnava di farsi fare un ritratto o un
busto. Un giorno che Amelio (un altro degli scolari) lo pregava di lasciarsi
ritrarre, Plotino gli disse: Non basta di portare quest’immagine nella quale la
natura ci ba chiusi? Bisogna proprio trasmettere alla posterità l’immagine di
questa immagine come un oggetto che valga la pena di essere guardato? Dobbiamo
soprattutto a Porfirio se possiamo leggere Plotino. Il quale s’era contentato
per molti anni dell’insegnamento orale, e solo a cinquantanni aveva cominciato
a mettere, in iscritto le sue idee. Scriveva rapidamente, tutto assorbito dal
suo pensiero, lungamente e intensamente meditato, senza curarsi molto dello
stile e nemmeno dell’ortografia: non si rileggeva, anche per la vista debole
che aveva. Verso la fine della sua vita affidò a Porfirio i suoi manoscritti
con l’incarico di rivederli e ordinarli. Porfirio trovò eh’essi contenevano o
se ne potevano ricavare 54 trattati o capitoli, li distribuì in sei gruppi
ciascuno di nove libri, e chiamò questa raccolta Enneadi, come chi dicesse
Novene, sei Enneadi di nove libri ciascuna. Questa è l’origine dell 1 Enneadi
di Plotino, il libro fondamentale della speculazione neoplatonica, e uno dei
tesori della letteratura mistica di tutti i tempi. Fu tradotto in latino da FICINO
(si veda). Il neo-platonismo è una filosofia essenzialmente religiosa; il
motivo da cui è nata si può dire anzi mistico: l’aspirazione verso il divino,
il bisogno dell’ anima di sollevarsi dai limiti dell’esistenza finita, e di
sentirsi una con l’essenza universale di tutte le cose. L’idea fonda- mentale e
dominante della filosofia di Plotino è che tutte le cose esistono in Dio, emanano
da lui e ritornano a lui; e questo non come una cosa solamente pensata, ma
sentita e vissuta in tutte le fibre dell’anima, con uno sforzo persistente del
pensiero di penetrare nei misteri di questa vita divina di se stessi e del
mondo. Il punto di partenza e il presupposto di questa speculazione è la
distinzione platonica tra le cose sensibili e la realtà intelligibile, la
realtà delle idee. È una distinzione che può essere pensata in una maniera
sobria, senza nulla di mistico. Tutti in fondo viviamo in un mondo ideale, nel
mondo delle idee, quando parliamo di verità, di giustizia, di virtù, di
bellezza; e il mondo tutto quanto, anche il mondo naturale, si può considerare
come una realizzazione d’idee. Questo insegnava Platone e questo insegnava
Aristotile. Ebbene, secondo Plotino, bisogna elevarsi ancora più in su. Le Idee
sono una realtà derivata, non sono la prima realtà. Il principio di tutto ciò
ch’esiste è l’Unità assoluta, ch’è al di là di ogni molteplicità e di ogni
determinazione. Le cose che noi vediamo e che possiamo pensare sono molte, ma
tutte queste cose non potrebbero esistere se non avessero la loro radice prima
nell’Uno da cui procedono e che le tiene insieme. L’unità è la condizione di
ogni molteplicità non solo nei numeri, ma anche nel mondo dell’essere; senza
un’unità suprema incondizionata nessuna cosa esisterebbe, e il mondo si
risolverebbe in un caos senza consistenza e senz’ordine. Plotino chiama questo
primo principio l’Uno, zb gv, nel senso che esclude ogni molteplicità, e gli nega
pure ogni determinazione o attributo, perchè* definirlo in qualche modo sarebbe
un limitarlo, farne una cosa piuttosto che un’ altra. Si può dire quello che
non è, non quello che è: senza limiti, infinito, senza forma nè qualità. È una
realtà assolutamente trascendente, rcàvawv, al di là di tutte le cose : una
realtà a cui nessun concetto e nessuna parola è adeguata. Questo lo diceva
anche Filone ebreo, il quale però, educato sulla Bibbia, non poteva a meno di
concepire Dio come persona. Secondo Plotino, non si può attribuire a Dio, alla
realtà prima e assoluta, nessuna delle proprietà della persona: nè il pensiero
nè la volontà: il pensiero suppone la dualità di soggetto e oggetto e la
molteplicità delle idee pensate; la volontà suppone un’attività rivolta a un
fine: saremmo sempre nel campo delle realtà derivate, della molteplicità, della
differenziazione. Ogni attributo dunque,) personale o non personale che sia,
bisogna negarlo di lui.^ Ma insieme con questo esso è ciò che v’ha di
supremamente reale e di supremamente positivo, giacche se noi affermiamo la sua
trascendenza assoluta al di là di tutte le cose finite e di tutte le cose
pensabili, non è per diminuirne la realtà, ma unicamente perchè la pienezza
dell’essere non sarebbe compatibile con una limitazione o determinazione
qualsiasi. / Si può dire solo di lui eh’è l’Uno, il Primo, potenza c (prima e
causalità assoluta di tutte le cose; e anche si può ì \ dire eh’è il Bene, non
come un attributo intrinseco a lui ' (come se fosse un essere buono), ma come
il fine ultimo a cui tutte le cose tendono. È insomma l’Ineffabile. Un filosofo
italiano *) (liceva: * : l’Innominabile Reale. E voleva dire: la vita, il mondo
è j un grande mistero: tutte le cose elle noi vediamo e che I pensiamo
accennano, sono l’indizio di una realtà suprema che ci supera, ci trascende :
possiamo affermarla, non nominarla. Questo è l’Uno di Plotino. Rimane a sapere
come procedono gli effetti di questa causalità originaria. Bisogna escludere
innanzi tutto ogni idea di divenire nel tempo, come se prima esistesse l’Uno e
poi le altre cose ; no, non si tratta di raccontare una storia di eventi che si
succedono ; e più specialmente non si può ammettere che le cose procedano dall’
Uno in seguito a un atto di volontà, a una decisione intenzionale, come se
l’Uno fosse una persona che pensa e delibera : dunque niente creazione, nel
senso ebraico e cristiano. E Plotino non ammette nemmeno con gli Stoici che la
sostanza divina, come un fuoco sottilissimo, si comunichi alle cose derivate,
permeandole come il miele che riempie di sò le celle dell’alveare : Dio non è
una sostanza che si possa disperdere e spartire. Per esprimere la sua idea
Plotino è obbligato a servirsi d’immagini.^ È per la sola necessità della sua
natura che il primo juincipio dà origine alle cose derivate, si comunica ad
esse. Come ogni essere vivente, giunto al suo punto di perfezione, ne genera un
altro simile a sè, così la realtà suprema ne fa nascere delle altre simili
benché inferiori. Dalla pienezza dell’ Uno si diffonde, straripa il flusso
delle q Antonio Tari, professore di Estetica nell’ Università di Napoli.
esistenze derivate. Esse procedono da lui, come la pianta germina dalla radice,
come dal sole la sua luce. Questa è l’immagine più frequente e in un certo
senso la più chiara. L’universo è la fulgurazione (TcepiXajjL^) dell’Uuo, della
luce divina. Non è dunque nè creazione nè spartizione della sostanza divina, ma
emanazione, intendendo per emanazione non una diffusione che diminuisca la
sorgente da cui essa deriva, ma un comunicarsi di forza che pure rimanendo
integra in se stessa si comunica alle esistenze derivate. Le quali perciò sono
pure manifestazioni dell’Infinito, emanazioni di lui, sono immanenti in lui,
mai separate da esso, il quale ciò nonostante non si confonde con le cose, ma
le trascende, è al di là di tutte le cose. Dio è dapertutto ed è l’attualità di
tutto, senza essere in nessun posto e senza confondersi nè con ciascuna cosa
finita nè con la loro totalità. Quando si parla di Panteismo, ordinariamente s’intende
quella concezione che confonde o identifica Dio col mondo. Per Plotino Dio,
l’Uno, rimane eternamente distinto dal mondo, e ciò nonostante il mondo è tutto
pieno di Dio, è un’emanazione della sua luce, della forza divina da cui deriva:
si potrebbe chiamare questo un Panteismo dinamico o emanatistico. Prodotto
dall’efficacia dell’Uno, il derivato ne è come la riproduzione indebolita, a
dir così un’immagine o una copia, una luce più debole, un’ombra. E come
l’immagine che riflette uno specchio sparisce quando s’allontana l’oggetto che
la produce, così, senza l’efficacia persistente e continuata dell’Uno, le
esistenze, derivate si dileguerebbero. Esse hanno in lui la loro consistenza,
ma ogni nuova emanazione, pur partecipando del- l’Uno, è meno perfetta di lui ;
le cose diventano via via meno perfette a misura che s’allontanano dalla causa
prima e aumentano i termini intermediari: la luce proiettata dall’ Uno
impallidisce via via fino a sembrare come dileguarsi nelle tenebre del non
essere, della materia bruta. Si direbbe un’evoluzione a rovescio, non dalle
forme meno perfette alle più perfette, ma al contrario, una degradazione
progressiva del divino, un allontanarsi sempre più della luce dalla sua
sorgente. E quali sono i gradi di questa emanazione 1 ? Prima e immediata
emanazione dell’Uno è l’intelligenza o il vou?, s’intende l’Intelligenza
universale,, la Mente divina con le sue idee (il Logos che diceva Filone, e che
anche per lui era il primogenito di Dio) : il mondo delle Idee dunque, le quali
contengono le ragioni seminali di tutte le cose, terre, mari, fiumi, animali,
piante, individui, cosi come possono esistere nella loro essenza, ab eterno:
l’Uno, senza cessare di essere l’Uno, si è come enucleato in questa
molteplicità delle Idee, che costituiscono il mondo intelligibile insieme con
la Mente che le pensa. E come dall’Uno emana l’Intelligenza o il voOg, così da
questo emana il principio della Aita cosmica, l’Anima universale, l’Anima del
mondo, che da una parte guarda alle Idee, e dall’altra come Natura le attua
nello spazio e nel tempo generati da essa, le attua nel mondo sensibile; sicché
l’Anima, come il secondo Dio di Numenio, è, si può dire, al confine dei due
mondi, del mondo intelligibile di cni essa è l’ultima emanazione, e del mondo
dei corpi che emana e eh’è formato da essa; e l’ultimo termine di questa
processione è la materia o il sustrato materiale dei corpi, la materia senza
forma, in cui la luce divina si estingue in qualche cosa di opaco e di oscuro.
Cosicché avremmo come una gerarchia di esistenze che, in ordine inverso a
quello che abbiamo detto, andrebbe dalla materia ai corpi che costituiscono la
fantasmagoria del mondo sensibile, dai corpi all’Anima, dall’Anima al-
l’Intelligenza o Ragione universale, dall’Intelligenza a Dio. Il mondo corporeo
riceve la luce dall’Anima, l’Anima dall’Intelligenza o Ragione, questa
dall’Uno: così tre sfere concentriche illuminate da un punto al centro, esso
stesso invisibile agli occhi mortali, ma eh’è la sorgente prima e il focolare
perenne della luce che illumina il mondo. 4. - L’Uno, l’Intelligenza e l’Anima
costituiscono insieme il mondo intelligibile, da cui dipende il mondo
sensibile; e sono dette con parola tecnica le tre ipostasi, le tre sostanze che
nominate a una a una sembrano tre personificazioni: una trinità di principi che
sono stati paragonati alle tre persone del dogma cristiano. C’è la differenza
essenziale che nel mistero cristiano le tre persone sono uguali in perfezione e
costituiscono tutte insieme l’unità di Dio: e in questa triplicità di un solo
Essere sta appunto il mistero. In Plotino, i tre principi non sono persone, ma
gradi della realtà: il mondo procede direttamente dall’Anima e mediatamente
dall’Intelligenza e dall’Uno. Ho già avvertito che bisogna escludere da questo processo
ogni idea di divenire nel tempo ; e così pure bisogna escludere ogni idea di
spazio, come se si trattasse di un edifizio a tre piani, di cui il mondo
PLOTINO: l’anima e il mondo sensibile 297 sensibile sarebbe come il pian
terreno. No, sono tutte rappresentazioni in adeguate. Si tratta invece di
comprendere V universo, nella sua unità, come la manifestazione di un principio
divino unico che si manifesta come Intelligenza e come Anima, come Intelligenza
in quanto il mondo lia un contenuto razionale che sono le Idee che vi sono
realizzate, come Anima in quanto il mondo è il risultato di una forza
generatrice e formatrice che distribuisce l’essere e la vita a tutte le cose
che esistono; e così l’Intelligenza come l’Anima sono da considerare come l’irradiazione
o l’efflorescenza di quell’Uno originario nel quale vivono e sussistono esse
stesse e tutte le cose; e l’ultimo termine di questa produzione, il polo
estremo, a dir così, di questa degradazione progressiva dell’Uno è la materia,
che non è più luce, ma ombra, oscurità, ma in quanto è materia animata e
formata dalle potenze divine, è ombra di luce, ombra dell’Anima e della Mente
di cui porta in sè impresse le tracce. Dopo questa veduta sommaria, fissiamo
più particolarmente la nostra attenzione su l’Anima, che, come dicevamo, si
trova al confine dei due mondi, del mondo intelligibile e del mondo sensibile:
li separa e li unisce partecipando di entrambi. In quanto emanazione o
espressione dell’Intelligenza, l’Anima contempla in essa le-Idee, e sono queste
Idee eh’essa attua, realizza nel mondo dei corpi. Si potrebbedire che ha una
doppia funzione, una rispetto all’Intelligenza da cui riceve o riflette o
rispecchia le Idee, l’altra rispetto al mondo dei fenomeni che si genera da
essa, e nel quale essa imprime le Idee, che diventano così le forme o ragioni
seminali delle cose. Per esprimere questa doppia funzione Plotino ne parla
talvolta come fossero due anime, una superiore e l’altra inferiore, 1’Afrodite
celeste e PAfrodite terrena, e quest’ultima è insomma la filatura (cpuaic;),
eli’è dunque la stessa Anima cosmica come j principio della vita universale,
come forza creatrice, la cui \ attività non rimane nella sua semplicità
originaria : pur [essendo semplice e indivisibile in se stessa, la sua attività
si moltiplica, si partisce, si unisce al mondo corporeo, allo stesso modo come
l’anima umana al corpo umano ]ch’ essa vivifica in tutte le sue parti. Con
questo però, ^che il corpo non è qualche cosa di estraneo, di diverso
essenzialmente dall’Anima, ma è una sua produzione, si potrebbe dire una sua
esteriorizzazione. Già è essa l’Anima (l’anima cosmica) che con la sua
espansione genera lo spazio, e con l’azione successiva delle sue potenze genera
il tempo ; e il corpo stesso è una produzione dell’Anima, un’emanazione
umbratile di essa, ma è essa che lo illumina della sua luce. Di qui
quell’espressione così caratteristica in Plotino, che non è l’anima ch’è nel
corpo, ma il corpo è nell’anima, il corpo è l’organo, lo strumento dell’anima,
ed è tenuto insieme, animato, unificato dall’anima che lo produce e lo avviva
tutto. Questo è vero non del corpo singolo solamente, ma di tutto l’universo.
Tutto quanto l’Universo è spiritualizzato in questa veduta: il mondo dei corpi
è un’ombra o riflesso dello Spirito, non è fuori dell’Anima, ma un prodotto
dell’Anima e quindi dell’Intelligenza e dell’Uno divino di cui essa è ministra.
Per questa, a dir cosi, incidenza del mondo corporeo nelle potenze spirituali
da cui si genera, tutto nella natura è animato: tutto è penetrato
d’intelligenza e delle idee realizzate dall’Anima. PLOTINO: l’anima e il mondo
sensibile 299 materia pura, senza forma, senza vita e senz’ anima è più
un’astrazione del pensiero che una realtà. Già nella pietra c’è una vita
latente: negli elementi stessi c’è qualche cosa di vivido, nella fiamma,
nell’acqua che scorre, nell’aria. Ed è sempre l’Anima che in virtù della sua
fecondità inesauribile produce l’immensa serie degli esseri, i corpi celesti, i
corpi degli animali e delle piante, fino alla più grossolana materia delle cose
terrestri. È una vita infinita diffusa per tutto l’universo: lo spirito
animatore vi apparisce in gradi diversi : nei suoi generi e nelle sue specie e
nelle diverse forme individuali c’è come un passaggio continuo dal più perfetto
al meno perfetto; e nelle creature inferiori c’è come la traccia o il ricordo e
quindi l’aspirazione e il presentimento delle forme superiori; e tutte queste
vite singole, distinte, non confuse tra loro, si unificano pnre nel juincipio
unico da cui emanano. Come l’Intelligenza, pure essendo una, contiene in sè
tutte le Idee, cosi l’Anima universale contiene in sè le singole anime, tutte
le forme di vita che popolano il mondo, le quali, benché distinte
individualmente, si unificano pure nella loro essenza, sono manifestazioni
diverse della stessa Anima del mondo, come raggi che partono da un centro
comune, o come la scienza è una nelle diverse sue parti, e una stessa luce può
illuminare i luoghi più diversi. Nel mondo sensibile l’unità diventa
molteplicità e l’armonia può diventare opposizione e lotta; ma ciò nonostante
l’unità originaria non è annientata: tutti gli esseri realizzano la stessa
vita, e sono come le voci diverse che celebrano o riecheggiano la stessa
armonia. Dato questo concetto dell’animazione universale e della vita unica che
ricircola rimanendo identica a se stessa in tutte le parti e forme del mondo,
Plotino si trova in una situazione non dissimile da quella in cui s’ era
trovato Platone, di fronte alla realtà della nostra esperienza. Da una parte la
tendenza religiosa del suo spirito e i concetti platonici con cui lavora,
l’opposizione tra realtà sensibile e realtà intelligibile, lo portano a
considerare il mondo sensibile, eh’è nato dalla mescolanza dell’anima con la
materia, come un peggioramento, come un’ombra della vera realtà; quindi la
realtà empirica e sensibile non è la vera patria dell’anima, la quale anzi
aspira a liberarsi da essa. E questa tendenza troverà la sua espressione
nell’Etica. Ma d’altra parte questa fantasmagoria dei sensi è pure un riflesso
del mondo ideale, è una manifestazione dell’Anima, penetrata d’intelligenza e
d’idee; deve avere tutta la perfezione e la bellezza di cui è capace. Plotino
combatte espressamente quelli che considerano il mondo dei sensi come il regno
del male, di un male originario e insanabile, quasi fosse l’opera di un
demiurgo cattivo. Egli è ancora troppo greco per accettare questa condanna. Il
mondo sensibile è inferiore al mondo ideale perchè se ne distingue ed è fatto
di materia; ma rappresenta pure il suo modello, esprime la vita e la saggezza
infinita, è un riflesso del Bene, le cui emanazioni finiscono in lui. Tenendo
dall’Anima V essere suo, è un tutto organico in cui l’opposizione e la lotta
dei contrari sono subordinati all’unità del tutto. Non solo c’è ordine e
armonia, ma connessione, solidarietà fra le diverse parti, non per azione
fìsica o meccanica che vi sia fra loro, ma per l’unità dell’Anima e
dell’Intelligenza che lo vivifica, e quindi per la simpatia e affinità di
natura di tutti gli esseri fra loro. Biblioteca Comunale “Giuseppe M." -
San Pietro Vernotico (Br) Plotino proclama con gli Stoici l’ordine e l’armonia
del mondo, e scrive una Teodicea per difendere il concetto della Provvidenza.
Tutto è bene, anche per lui : la distruzione perpetua degli esseri anche quando
si divorano gli uni gli altri, non l’offende, è la condizione del rinnovarsi
perpetuo della scena della vita. Sì, è necessario eh’essi si divorino: è come
sulla scena; un attore eh’è stato ucciso, che s’è visto morire, va a cangiare
di vestito e ritorna sotto un altro aspetto : vuol dire che non era morto
realmente. A traverso questa vicenda la vita permane, morire è cangiare di
corpo come l’attore cangia di vestito e riprende la sua parte: che cosa c’è di
spaventoso in questa permutazione degli animali gli uni negli altri? E così,
morire nella guerra, nella battaglia, è anticipare di ben poco i colpi della
vecchiaia e la morte naturale: è un partire per ritornare sotto altra forma.
Questi massacri che noi vediamo, questi saccheggi di città, queste violenze,
pianti e gemiti degli attori, in tutte queste .vicissitudini della vita, non è
l’anima del di dentro che cambia, ma è l’ombra dell’uomo esteriore che geme e
si lamenta. - L’ottimista, che crede nella Provvidenza, e guarda le cose dal
punto di vista dell’eternità, si consola facilmente di questo spettacolo, ch’è
così doloroso a chi ci vive dentro e n’è vittima. Kon solo Plotino afferma che
tutto è bene, ma ammira soprattutto la bellezza del mondo, e scrive del Bello, e
dopo i primi accenni che si trovano in Platone, pone alcuni dei concetti
fondamentali della scienza dell’Estetica. Perchè in verità tutta la concezione
della natura che abbiamo veduto è una concezione che si può dire religiosa e
estetica insieme. Data quell’animazione e spiritualizzazione dell’universo, la
realtà o fenomeno sensibile non è altro che un riflesso dell’Idea eh’esso
esprime. E il lampeggiare dell’Idea nel fenomeno è appunto la bellezza. Il
bello ha carattere spirituale. ISTon è bella la forma sensibile come tale,
nella sua esteriorità, non la simmetria, non la proporzione, ma la vita o
l’Idea che la forma esprime, quel certo che di spirituale, d’impalpabile, che
risplende in essa. E il bello così inteso noia è un oggetto fuori dell’anima,
non c’è nulla al di fuori dell’anima, tanto meno gli oggetti belli. È intanto
l’Anima, come potenza generatrice, che realizzando le Idee produce le forme
belle; ed è un’anima, un’anima individuale, che ha il sentimento della
bellezza, contemplando quelle forme. L’anima coglie e sente la bellezza perchè
sente e scopre se stessa nelle cose belle; ma questa visione e questo
sentimento non sarebbe possibile, l’anima non potrebbe vedere la bellezza, se
essa stessa non è diventata bella. È una delle grandi parole di Plotino, che
vuol dire: solo le anime pure hanno veramente il sentimento della bellezza,
quelle che si sollevano sulle cupidigie e i desiderii inferiori, che sanno
guardare con occhi sereni, con una contemplazione disinteressata, le cose
belle. Di qui quest’altra parola sua: se tu non trovi ancora la bellezza nella
tua anima, fa’come l’artista ‘ che non cessa di lavorare alla sua statua,
finché non le ab- . bia dato tutta la sua bellezza. Cosi tu scolpisci e cesella
la tua anima, e purifica e illumina tutto ciò che v’ha in essa di torbido,
perchè essa diventi degna di sentire la bellezza. La bellezza è un mistero che
non solo ci piace ma ci attira, non c’ispira ammirazione solamente, ma amore.
plotino: l’anima umana Il che vuol dire che al di là di essa c’è qualche altra
cosa. Al di là della forma bella, o per meglio dire a traverso di essa, traluce
qualche cosa di cui essa è lo splendore: ed è il Bene a cui l’anima aspira.
Solo il Bene può far nascere l’amore, ed è col Bene che l’anima aspira ad
unirsi. Come tutte le cose che esistono, anche l’uomo ha la ragione della sua
esistenza nel mondo intelligibile, non solo ne deriva, ma ci vive dentro, non
ne è separato, anche durante la sua esistenza terrena. Ogni anima deve
considerare eh’essa è parte dell’Anima universale, di quell’Anima che ha
prodotto tutte le cose del mondo sensibile, gli astri divini, il sole e il
cielo immenso : è essa che ha dato al cielo la sua forma e che presiede alle
sue rivoluzioni regolari: è da essa che si generano tutti i viventi, le piante
e gli animali che sono sulla terra, nell’aria e nel mare. Tutte le anime
individuali sono immanenti in quest’Anima cosmica ; ed è insomma lo stesso
principio animatore del mondo che vive anche in noi, e che noi diciamo la
nostra anima. Sicché ciascun’anima, per questa sua provenienza, è,, come quella
che le contiene tutte, di natura spirituale^ ed eterna; la sua esistenza non
comincia nè finisce col \ corpo con cui è congiunta. Essa non è un aggregato di
atomi, come pensavano gli Epicurei, non è corpo sottilissimo igneo o etereo,
come credevano gli Stoici, non è nemmeno funzione del corpo, entelechia o forma
di esso, come insegnava Aristotile, e nemmeno armonia risultante dalle
relazioni fra le parti del corpo, come opinavano i Pitagorici. Plotino discute
e rifiuta tutte queste ipotesi, per concludere die fiamma non Ita bisogno del
corpo per esistere: la sua vera essenza è di essere semplice e separabile dal
corpo : è di natura spirituale e quindi immortale ; tutte le sue facoltà, la
sensazione, la memoria, il pensiero, le * x'-l T qualità morali non sarebbero
possibili se fi uomo e la sua -, anima fossero un semplice aggregato di
molecole rnate^ riali : tutte quelle funzioni e facoltà suppongono un soggetto
semplice, identico a se stesso, non sottomesso alle _ Vicende delle cose
corporee: la critica del materialismo che j si trova in Plotino è fra le più
compiute che ci abbia lasciato fi antichità, e contiene argomenti che sono
stati poi sempre utilizzati. Questa natura spirituale delfi anima importa elfi
essa è vicinissima alla sorgente di tutte le cose. Giacché i tre principi che
sono nelfiuniverso, l’Anima, fi Intelligenza e l’Uno, debbono essere .anche in
noi: essi costituiscono l’uomo interiore, la vera essenza dei- fi uomo. Il
quale è un’anima e possiede fi intelligenza, non solo l’intelligenza
discorsiva, che procede per via di ragionamenti, ma anche quella forma
superiore di essa che intuisce le Idee, la ragione intuitiva. Bisogna dunque
che risieda in noi anche quel principio divino da cui emana l’Intelligenza,
l’Uno ineffabile, che non esiste in nessun luogo, ma eh’è come il centro e* il
cuore più intimo del mondo. L’uomo è un microcosmo, un piccolo mondo, jl
compendio dell’universo. È così che noi uomini, nella nostra intima essenza,
siamo in contatto con Dio, siamo in certo modo sospesi a lui, respiriamo e
sussistiamo in lui l’ anima umanaSe non che, quest’uomo interiore esìste in un
corpo, j ha pure un’esistenza terrena e sensibile. Coni’è avvenuta | questa
specie di caduta o discesa? \ Qui Plotino bisogna che si aiuti con
l’immaginazione, ; come del resto faceva anche Platone, quando parlava di una
caduta delle anime che hanno perduto le loro ali. Ci sono delle anime celesti
che rimangono pure da ogni - contatto corporeo e beate nella contemplazione
delle Idee' eterne. Ma ce ne sono delle altre, che siamo noi, le vere anime
umane, le quali si sono rivestite di un corpo, e sono discese in un grado di
esistenza inferiore. Come l’Anima universale procedendo nelle sue emanazioni
avviva il corpo intero dell’universo, così alle anime particolari è devoluta
una parte determinata del mondo corporeo ; il che si può anche intendere come
una legge provvidenziale, perchè il mondo intelligibile da cui le anime
derivano manifesti ed esplichi tutte le potenze eh’esso possiede. L’anima
particolare, sviluppando le sue potenze sensitiva e vegetativa, entra in un
corpo, o a dir meglio, se ne riveste, se lo forma vivificandolo e governandolo.
{Si potrebbe forse rappresentarsi la cosa ài modo che dice Dante quando nel XXV
del Purgatorio descrive il formarsi delle ombre: la virtù informativa raggia
intorno e suggella di sè la materia corporea che le si condeusa intorno o
eh’essa irradia da sè). Ma comunque si voglia immaginare la cosa, e a parte
qualunque mitologia, l’idea e la verità profonda eh’è espressa qui, in questa
discesa delle anime nel mondo corporeo, è il distaccarsi dell’anima individuale
dalla sorgente di ogni vita, la volontà dell’esistenza individuale, che finisce
col diventare un’esistenza separata, e dimentica della sua origine e dei legami
che la congiungono col tutto. — Com’è — dice Plotino in un luogo magnifico (il
principio della V a Enneade) — come accade che le anime dimentichino Dio, il
loro padre? Come accade che avendo una natura divina, ed essendo uscite da Dio,
esse lo disconoscano e disconoscano se stesse ? L’origine del lomale è
l’audacia o l’orgoglio (xóX[xa), il desiderio di non appartenere che a se
stesse. Da quando hanno gustato il piacere di possedere una vita indipendente,
usando largamente del potere ch’esse avevano di muoversi da sè, si sono
avanzate nella strada che le deviava dal loro principio, e sono giunte ora a un
tale allontanamento da lui (apostasia, àTzòa-a,ai % vita a cui l’uomo può e
deve aspirare; non costituiscono propriamente questa vita. Non solo la vera
virtù consiste non nelle azioni esterne, f sibbene nella disposizione interna
dell 7 anima; ma questa disposizione virtuosa è soprattutto una purificazione,
una catarsi, una liberazione dell’anima dalla sensibilità e daisuoi legami col
corpo. Quest’idea della purificazione è il significato più profondo della
dottrina della metempsicosi, che anche Piotino accetta come Platone e i
Pitagorici. L’anima che figura nel dramma di cui il mondo è il teatro, e che vi
recita la sua parte, vi porta una disposizione a recitar bene o male, ed è
punita o ricompensata in conseguenza, secondo quello che fa e secondo
giustizia. Salvo che per riconoscere questa giustizia, non bisogna fermarsi
alla vita presente, ma bisogna tener conto drtutti i periodi passati e futuri
dell’anima, la quale non muore col corpo che momentaneamente la riveste, ma è
di sua natura immortale. Chi è stato padrone in una vita anteriore, se ha
abusato del suo potere, rinasce schiavo; chi ha impiegato male le sue ricchezze,
rinasce povero ; quelli che hanno commesso violenza, saranno a loro volta
maltrattati ; chi ha ucciso la madre, sarà ucciso dal figlio suo: l’anima è
destinata a incorporarsi in questo o quel corpo, a ridiventare uomo o animale o
anche pianta, secondo i suoi meriti e gli atti che ha compiuti in una vita
anteriore; e a traverso queste rinascite successive ciascuna anima si purifica,
espia, finché non ridiventi degna di ritornare alla regione celeste da cui è
discesa. Questa purificazione non si ottiene mediante pratiche ascetiche o
mortificazioni, ma facendo si che l’anima non diventi prigioniera delle
passioni del corpo, non s’abbandoni ai fantasmi dell’immaginazione, non si
estranii dalla ragione, cerchi di sollevarsi sempre più verso quella realtà
intelligibile ch’ò la sua vera patria. E da questo punto di vista anche le
virtù cardinali o civili acquistano un nuovo significato : diventano virtù
purificative, orientano l’anima verso quella realtà superiore, facendo che
l’intelligenza domini nell’uomo e regoli tutte le sue azioni e i suoi
sentimenti. Ossia insomma più delle virtù civili e pratiche vale la virtù
contemplativa, la virtù dello spirito puro. f E lo stesso mondo sensibile può
avere valore per il nostro perfezionamento quando sia appunto oggetto dì con- «
templazione: qui vengono a confluire quelle due correnti d’idee che dicevamo:
l’inferiorità della realtà sensibile rispetto al mondo ideale, e la perfezione
e la bellezza di questo stesso mondo sensibile in quanto riflesso delle Idee.
L’anima aspira in fondo al bene supremo, e non vi può pervenire se non mediante
la conoscenza del vero e del bello. Ma anche le apparenze del mondo sensibile
possono servire di gradini, di scala per sollevarsi fino a quel mondo
superiore. Tre vie conducono a questo mondo, che sono per Plotino la musica,
l’amore e la filosofia. La musica ha per oggetto l’armonia, l’amore ha per
oggetto la bellezza, la filosofìa ha per oggetto la verità. Il musicista si
lascia facilmente commuovere da alcuno forme del bello ; ma bisogna che delle
impressioni esterne vengano a stimolarlo. Come l’essere timido è risvegliato al
più piccolo rumore, cosi il musicista è sensibile alla bellezza delle voci e
degli accordi ; egli rifugge da tutto ciò che gli sembra contrario alle leggi
dell’armonia, e ricerca il numero e la melodia nei ritmi e nei canti. Ma
bisogna che dopo queste intonazioni, questi ritmi e queste arie puramente
sensibili, egli impari a conoscere le proporzioni e i rapporti intelligibili
che sono l’idea e il principio stesso dell’armonia delle cose ch’egli ammira, e
ammirando le quali egli possiede come istintivamente delle verità che solo una
scienza più alta potrà rivelargli. L’amore è rivolto verso la bellezza, e
dicemmo già come l’anima diventa bella, si purifica, contemplando il bello, il
lampeggiare delle Idee nella forma sensibile. Ma i anche qui ci sono dei
gradini da salire, e bisogna che l’amante si sollevi dalle belle forme corporee
alle Idee ch’esse esprimono, e riconosca il Bello anche nelle cose incorporee,
nelle scienze, nei prodotti spirituali dell’attività umana, nella virtù, finché
non giunga a quel pelago ampio del Bello di cui parlava Diotima nel Convito
platonico. Perché la stessa commozione profonda e trepida che noi proviamo di
fronte alle belle forme e a tutte le cose belle, ci dice che al disopra di esse
tutte c’ è una bellezza superiore, di natura puramente ideale, quella del Bene
che le illumina e le colora della sua luce. Quanto al filosofo, dice Plotino,
egli è naturalmente disposto ad elevarsi al mondo intelligibile. Vi si slancia
portato da ali leggiere, senza aver bisogno, come i precedenti, d’imparare a
liberarsi dagli oggetti sensibili. La filosofia non è ridotta a intravedere la
verità a traverso i suoi simboli, ma la coglie direttamente e nella sua essenza,
senza che la passione o l’immaginazione vengano a turbarne o oscurarne la
tranquilla e pura contemplazione. La filosofia rivela e spiega e commenta
quelle verità che il musicista e ramante intravedono solo confusamente e come
per istinto : ci svela la realtà e la natura (lei mondo intelligibile, concesso
è costituito e come procedono i suoi effetti. % Qui si direbbe che siamo giunti
all 7 ultimo termine della nostra ascensione. Ebbene no. Al disopra di ogni
riflessione e di ogni conoscenza, al disopra di ogni distinzione di pensante e
di pensato, di soggetto e di oggetto, e 7 è uno stato veramente incitabile, nel
quale l’anima individuale si annega e si perde, come illuminata dalla luce
divina, con la quale essa s’identifica. ISon si può chiamare nemmeno visione,
ma piuttosto un’estasi, una semplificazione, un abbandono di sè, una perfetta
quietudine, infine un confondersi con ciò che si contempla. Come l’amore non si
contenta della visione, ma aspira all’unificazione intera delle anime, così
l’anima umana aspira a congiungersi con l’Uno, col Bene, col principio di ogni
realtà, e vi riesce qualche volta quando nel più profondo raccoglimento dalle
cose esterne, al di là di ogni pensiero, nella più profonda pace, aspetta di
essere illuminata dalla luce divina, nega la sua finitudine, e come rapita e
fuori di sè, essa stessa s’india. Questa Divina Commedia finisce non con una
visione beatifica, ma con l’estasi. Porfirio ci dice che Plotino, durante il
tempo che furono insieme, aveva provato questo stato di suprema beatitudine
solo quattro volte, ed egli stesso, Porfirio, una sola volta. Cfr. YachehoTj
Histoire oritique de l’école d’Alexandrìe. La filosofia di Plotino, per i
concetti con cui opera, si può considerare come il risultato di tutta la
speculazione anteriore. Plotino fia imparato non solo da Platone, ma da
Aristotile, dagli Stoici, dai presocratici, specialmente dagli Eleati: ha imparato
anche dalle filosofie ch’egli combatte; e mentre riassume il passato, contiene
idee, intuizioni e suggestioni che valgono per tutti i tempi: il motivo
religioso, da cui questa filosofìa è nata, ne ha fatto una delle concezioni
tipiche e caratteristiche di quello eh’è stato chiamato il bisogno metafìsico.
Ci sono dei tempi in cui la filosofìa si sforza e non conosce altro compito se
non di comprendere la realtà dell’esperienza, la struttura e le leggi di questo
nostro mondo sensibile: diventa, come dicono, positiva; ce ne sono degli altri
in cui non si contenta di questo, e nemmeno di quella saggezza pratica, che basta
a condurci nella vita ; ma cerca di esprimere e di appagare i bisogni più
profondi dello spirito o di alcuni spiriti che non mancano mai in nessun tempo;
il bisogno di liberarsi dalle inquietudini e dalle limitazioni di questo oscuro
viaggio della vita, di trovare la pace e la beatitudine in una realtà
superiore. Di questo slancio, di quest’aspirazione verso il divino, Plotino è
rimasto uno degl’interpreti più eloquenti; e la sua efficacia è stata grande a
traverso i secoli, in S. Agostino e negli altri Padri della Chiesa, nei mistici
del Medio Evo, poi massimamente nei nostri filosofi del Rinascimento, in
Malebranche e Spinoza, più tardi nei poeti e filosofi del Romanticismo tedesco,
fino ai nostri giorni. Intanto non bisogna dimenticare che questa filosofia
neoplatonica si produceva in un’età di fermentazione religiosa, tra spiriti
sitibondi del soprannaturale, in un’atmosfera satura di superstizióni, in mezzo
a quel sincretismo di tutte le credenze e di tutti i culti del mondo antico,
fra cui si preparava la fede dell’avvenire: bisogna tener conto di questo fondo
storico, in cui il Neoplatonismo s’è formato, per intendere la sua storia
posteriore e le sue trasformazioni. Nel tempo stesso in cui il Neoplatonismo
era insegnato e si diffondeva nell’impero romano, la Chiesa cristiana, che
s’era già cominciata a organizzare, cercava essa pure di definire i suoi dogmi,
superando i contrasti che si producevano nel suo seno; creava un corpo di
dottrine, le quali fissavano, di fronte alle opinioni dichiarate eretiche, il
contenuto della nuova coscienza religiosa: nasceva così la teologia cristiana,
una filosofìa del Cristianesimo, la quale utilizzava anch’essa a modo suo i
concetti della filosofìa greca, specialmente quello del Logos, che finisce con
V identificarsi col Messia come il mediatore vivente tra Dio e l’uomo; si
assimilava questi concetti modificandoli e incorporandoli nel sistema delle sue
credenze. Ora di fronte ai progressi sempre crescenti del Cristianesimo, clie
ai principi del quarto secolo trionfa con Costantino, e finisce col diventare
la religione dello Stato, il Neoplatonismo, per gli spiriti non persuasi della
nuova religione ft rimasti fedeli alla tradizione pagana, diventa 1 o è
utilizzato come la base di una teologia del politeismo : si tenta per mezzo
delle idee neoplatoniclie di ristaurare, legittimare e ridurre a sistema tutte
le divinità e i culti dell’antica religione. Il Neoplatonismo diventa l’ultima
filosofìa del paganesimo, e non solo come un sistema di dottrine destinate a
spiegare o risolvere come che sia i problemi di Dio, del mondo e dell’anima
umana, ma come il puntello dell’antica religione pagana, con tutti i suoi Dei e
le sue pratiche. 2. - Non vogliamo entrare nei particolari di quest’ultima
parte della nostra storia; basterà ricordare i nomi principali. Fra gli scolari
diretti di Plotino il più importante è Porfirio, al quale dobbiamo la redazione
e la pubblicazione delle Enneadi, e che continua la dottrina del maestro
esponendola con chiarezza e brevità in quelle Sentenze d’introduzione al mondo
intelligibile (’Acpoppori Ttp&s Tic vorjTa), che si trovano molto utilmente
premesse all 'Enneadi nell’edizione Didot. Scrisse molte altre opere, tra cui
una in 15 libri contro i Cristiani, andata naturalmente perduta. È anche studioso
e commentatore di Aristotile; e un passo diventato celebre della sua Isagoge o
Introduzione alle Categorie di Aristotile, che tratta delle cinque voci (il
genere, la specie, la differenza, il proprio, l’accidente), sarà il punto di
partenza delle controversie medievali sugli universali. Porfirio è uno spirito
colto, erudito, che vorrebbe riformare la religione tradizionale ; combatte le
superstizioni più grossolane, predica un culto puro, senza sacrifizi
sanguinosi: raccomanda anche delle pratiche ascetiche. Ea consistere il fine
della filosofìa nella salute dell’anima; ma pure accentuando le tendenze
pratiche e religiose della scuola, e facendo delle concessioni alle
credenze'popolari, si può dire che in lui è vivo an- ’i _ cora l’interesse
filosofico. Egli è il continuatore immediato della tradizione plotiniana.
Invece con Giamblico, che fu scolaro di Porfirio, avviene decisamente quella
trasformazione del Neoplatonismo in un sistema di credenze religiose:
l’interesse teosofico prevale: la filosofia diventa ancella della teologia, e
della teologia pagana. Giamblico nacque in Calcide nella Gelesiria, non si sa
precisamente in quale anno, visse ai tempi di Costantino. È riguardato come il
fondatore di una nuova scuola, della scuola siria del Neoplatonismo: ebbe molti
discepoli, entusiasti di lui, che lo riguardavano •come un uomo straordinario e
divino, dotato di potenza occulta e miracolosa. Giamblico intraprende una
ricostruzione filosofica del Panteon pagano, nella quale entrano gli Dei greci
e romani e le divinità orientali, tutte all’infuori del Dio cristiano. E alla
credenza in tutta questa moltitudine di Dei si aggiungono le pratiche del culto
: alla virtù e alla contemplazione, ck’erano per Plotino i mezzi con cui l’uomo
si solleva al divino, si aggiunge o piuttosto si sostituisce la teurgia, cioè
l’arte di esercitare un’azione sulla volontà degli Dei per renderseli
favorevoli, di far discendere in sè il divino per mezzo di pratiche esterne,
riti, preghiere, con la virtù di formule simboliche, che ci riedificano
nell’unità primitiva da cui siamo usciti. Le formule filosofiche diventano
pretesto à stravaganze magiche e spiritiche. Com’è stata possibile la
degenerazione di una così nobile filosofìa, concepita con tanta energia
speculativa e animata da una così pura fede e aspirazione al divino? Pur troppo
il Neoplatonismo portava in se stesso, e già in Plotino, i germi di questa
degenerazione: innanzi tutto il metodo delle ipostasi, e poi la tendenza a
trovare, con interpretazioni allegoriche, nei nomi o nelle figure tradizionali
degli Dei il simbolo dei diversi momenti dell’emanazione del divino. Plotino
stesso nomina Uranos, Kronos e Zeus come simboli dell’Uno, del vou* e
dell’Anima; e simboleggia pure le due anime con l’Afrodite celeste e quella
terrena. Se si prendono alla lettera questi riferimenti, e soprattutto i
termini si moltiplicano, si arriva al sistema fantastico di Giamblico. Il quale
non si contenta delle tre ipostasi plotiniane, ma al di sopra dell’Uno che
s’identifica col Bene, ammette un altro Uno assolutamente incomprensibile, dal*
quale deriverebbe il secondo Uno ch’è quello di Plotino; e da questo non deriva
semplicemente il vou^, ma prima il mondo intelligibile o pensabile votjtó?) e
poi il mondo intellettuale o pensante vosp6?) ; e la divisione continua quando
si passa all’Anima: dalla prima Anima ne derivano altre due; e ciascuno di
questi termiai poi si tripartisce e si moltiplica in diversi momenti, a ognuno
dei quali corrisx>onde una persona divina. Così, abusando del metodo delle ipostasi
e dell’interpretazione allegorica, Giamblico trova da collocare una quantità di
divinità sopramondane, celesti e terrestri, genii e demoni d’ogni specie, che
sarebbero i termini intermediari tra Dio e l’uomo. S’aggiunga poi quell’idea
dell’animazione universale, e della simpatia o affinità fra tutte le cose, che
contiene una verità profonda, ma che per menti non disciplinate da nessuna
critica, apriva facile l’accesso alle credenze magiche e alle pratiche
teurgiche. In fondo, anche a traverso a queste esagerazioni superstiziose, non
è possibile disconoscere l’antica fede ellenica che tutto è pieno degli Dei,
eh’è il motto attribuito a Talete, il primo filosofo. Così il Neoplatonismo
uscì dalla scuola e volle agire sulle coscienze, quasi contrastandone il
dominio alle nuove credenze. Non fu solamente una dottrina, ma fu l’ul¬ timo
tentativo dell’Ellenismo per difendersi da quella religione di barbari, che col
suo Dio unico negava tutti gli altri Dei. E si fece campione di questa
restaurazione dell’antica religione dei padri, in nome della filosofia,
Giuliano l’Apo¬ stata, imperatore dal 361 al 363, morto a 32 anni, che, educato
da maestri greci, s’era nutrito dell’antica cultura ellenica, e poi aveva
dovuto subire la disciplina e l’edu¬ cazione cristiana; e contro il
Cristianesimo si ribellò prima secretamente,' poi, diventato imperatore,
apertamente, at¬ taccandosi sempre più all’Ellenismo. Giuliano era uno sco¬
laro degli scolari di Giamblico. Giuliano, da vero greco, adorava il sole,
principio di Vita per tutta la natura : ma nel sole materiale e visibile egli
vedeva V immagine e come il riflesso di un altro sole, che i nostri occhi non
possono cogliere, e che illumina le razze invisibili e divine degli Gei
intelligenti. Cosi, alla maniera dei Neoplatonici e col loro linguaggio, egli
costruiva il mondo delle Idee e dell’Uno, da cui tutte le cose di- -pendono.
Giuliano è stato dqtto un romantico sul trono dei Cesari, perchè aveva gli
occhi rivolti indietro, e consumò miseramente i suoi sforzi nella restaurazione
di un passato diventato impossibile. Era difficile che il Neoplatonismo potesse
fare seria¬ mente concorrenza al Cristianesimo. C’era innanzi tutto questa
differenza: che il Neoplatonismo, per quanto tentasse di mettersi in contatto
con l’anima popolare, era semplicemente una scuola di dotti più o meno solitari
; il Cristianesimo invece era una Chiesa, una comunione di fedeli potentemente
organizzata, e la cui fede si basava su certi fatti positivi, di natura
storica, la vita e la morte del Cristo, fatti creduti con una fede ardente,
ardente fino al martirio; e intorno a questi fatti si andavano elaborando i
dogmi che saranno presto fìssati dai Concilii. Ma la scarsa efficacia pratica
del Neoplatonismo si com¬ prende anche meglio se si guarda un momento alle
diffe¬ renze dottrinali tra i due sistemi. Una prima e fondamentale differenza
è che l’intuizione cristiana tiene fermo al concetto ebraico della personalità
divina, e concepisce il mondo non come un’emanazione di Dio, derivante da esso
per un processo fìsico o logico o metafìsico, ma come un atto della sua
volontà, quindi come creato nel tempo. Dio creò il cielo e la terra: questa • è
la base della dottrina cristiana. E a questo primo fatto ne succede un altro :
la caduta del primo uomo e quindi di tutti gli uomini, il peccato, che risolve
il problema del male; il quale dunque non è da cercare nella materia o
nell’ultima emanazione della divinità, ma è aneli’esso un atto di volontà,
della volontà umana ribelle al comando di Dio. Di qui il bisogno della ' 1
redenzione o liberazione dal peccato, a cui l’anima aspira; la quale redenzione
è resa possibile da un terzo fatto, l’in¬ carnazione del Verbo, del Logos, del
figlio di Dio fatto uomo, che prende sopra di sè le colpe e i dolori di tutti t
gli uomini, e li redime, per un miracolo di amore, col suo sangue- innocente.
Tutta la storia del destino umano è qui drammatizzata in un dramma potente di
efficacia. Il ISTeoplatonico, col suo concetto spiritualissimo della divinità,
combatterà fino all’ultimo questo concetto dell’Incarnazione, di un Dio fatto
uomo, e la considererà come la superstizione più assurda; ma è appunto questo
concetto di un Dio redentore che ha una virtù di simpatia e di consolazione per
milioni di anime; e apre la via della liberazione non ai sapienti solamente, ma
a tutti, agl’ignoranti, agli umili, agl’infelici soprattutto, purché credano
nella virtù redentrice del sangue sparso di Gesù crocifisso. Qui si ha
veramente un Dio che si può pre¬ gare, invocare, domandargli perdono, ritornare
in pace fcon lui, acquistare la vita eterna. Se si paragona questa liberazione
con quella che si potrebbe dire aristocratica e filosofica di Plotino, mediante
la dialettica e l’amore delle cose belio e l’unione estatica con Dio, si vedrà
la differenza. Si direbbe che il Neoplatonismo suscitava bisogni che non poteva
appagare. Agostino nelle Confessioni dice: Ho letto nei libri dei Neoplatonici
la dottrina del Verbo, ma non ci ho letto ch’egli è diventato uomo, e ha
abitato fra noi, ed è morto pei peccatori, perchè tutti quelli che gemono e
soffrono venissero a lui e ne fossero consolati. 3. - Tuttavia il
Neoplatonismo, nelle sue parti migliori, rappresentava pure una grande
tradizione di scienza e di cultura; e si capisce come spiriti non volgari se ne
lascias- sero attrarre. t E una pura, nobilissima e innocente vittima delle
lotte religiose, nelle quali la filosofìa antica finirà con l’essere vinta e
con l’estinguersi, è una donna : Ipazia di Alessandria. . Ipazia era nata ad
Alessandria da Teone, ch’era celebre matematico e astronomo. Eu educata e
istruita dal padre nelle scienze in cui egli era maestro, ma il vivido ingegno
della giovinetta cercava altro alimento, e studiò con passione la filosofìa.
Dicono anche che andasse a perfezionarsi in Atene. Quello eh’è certo è che
nella sua città essa diventò celebre, ammirata, e rispettata da tutti. La
natura le aveva largito tutti i doni, quelli dello spirito e una bellezza non
comune. Fu messa a capo della scuola neoplatonica di Alessandria, ed essa
v’insegnava Platone e Aristotile, tutte le discipline filosofiche. I titoli di
alcune sue opere sono d’argomento scientifico, il che nella penuria di altre
notizie ci permette di supporre che con la sua forte cultura essa si tenne
lontana dalle stravaganze degli altri Neoplatonici,e che s’erano raccolte in
lei le migliori tradizioni dell’ellenismo. Ebbe un grande successo. Per le
strade di Alessandria tutti si voltavano a guardare la bella persona quando
passava con semplicità e sicurezza, vestita del pallio dei filosofi, e
conversando con quelli che fi accompagnavano. Alle sue lezioni affluivano gli
ascoltatori, non tutti probabilmente per imparare la filosofia. Della sua
eloquenza ci è detto eh 7 era dolce e persuasiva, e ci è riferito pure che un
suo scolaro s 7 innamorò di lei, e osò confessarle i suoi patimenti. La nobile
donna cercò di calmarlo, sollevando il suo spirito e distogliendolo da desi-
derii non degni. Pur troppo noi non la conosciamo altrimenti che da quello che
ne dicono i suoi contemporanei. Il vescovo Sili esio, ch’era stato suo scolaro,
e le rimase amico anche dopo che fu passato al Cristianesimo, nelle lettere che
le scrive e che ancora ci rimangono, la chiama sorella e madre e maestra, e le
manda i suoi libri prima di pubblicarli per averne consigli. E nVN Antologia
c’è un epigramma {il n. 400 del libro IX) entusiastico e gentile, che fìssa
quest’apparizione luminosa, e non pare un’esagerazione. « "Oxav pXénto as,
Trpoaxuvco. Quando io ti vedo, io ti adoro, e così quando ascolto la tua parola;
come contemplando il segno celeste della Vergine) perchè tu sei cosa tutta di
cielo, o nobile Ipazia, con la bellezza dei tuoi discorsi, astro purissimo di
scienza e di cultura ». Disgraziatamente, questa storia finisce con una
tragedia orribile. Erano frequenti in Alessandria i tumulti per le discordie
fra ebrei, cristiani e pagani. 11 prefetto o governatore della città, Oreste,
non andava d’accordo col vescovo Cirillo, e ognuno aveva il suo partito: spesso
scendevano in città delle compagnie di monaci, che di monaco non avevano altro
che'l’abito: erano dei malfattori che venivano a pescare nel torbido. Oreste
era uno degli ammiratori ed amici d’Ipazia, e spesso le domandava consiglio.
Essa, tutta intesa alla sua scienza e, alla sua scuola, rimaneva estranea a tutte
queste contese, e nessuno degli storici nemmeno ecclesiastici formula un’accusa
contro di lei; ma nel partito di Cirillo dovette formarsi l’opinione che Ipazia
influisse sul governatore, impedendogli di vivere d’accordo col vescovo; e del
resto per la sua posizione e il suo insegnamento doveva essere ritenuta come un
sostegno o fautrice del m partito dei pagani, e odiata a morte dagli zelanti
che non mancano in nessun partito. Fatto sta che un giorno di quaresima del
415, in un tumulto, mentre Ipazia tornava in città in vettura, vide accorrere
contro di sè una folla furiosa, e, come racconta Io storico Niceforo, la
strapparono dal carro, la portarono in una chiesa, e ivi spogliatala delle
vesti l’uccisero, la fecero in pezzi e andarono a bruciarla in un luogo detto
Cinaron. Col martirio della vergine pagana si estingue la scuola neoplatonica
di Alessandria. Ma riapparisce nel quinto secolo in Atene, e sarà l’ultima
scuola. La Filosofia ritorna per morire nella sua patria antica, alla città di
Socrate e di Platone; e allo studio di Platone congiunge quello di Aristotile,
come già s’è visto in Plotino, in Porfirio, in Ipazia. i) Si può vedere su
Ipazia uno studio del prof. Faggi nella Rivinta d’Italia del 1905, e un altro
del prof. Pascal nel voi. Figure e caratteri .
-,”;js-w v ; \ PROCLO Fondatore di questa scuola ateniese è Plutarco
detto il grande dai suoi scolari, a cui succede Siriano, e poi Proclo, eh’è il
più celebre e il più importante. Proclo era nato a Costantinopoli. È un
dialettico sottilissimo, ebe al bisogno di sapere congiunge quello di credere;
e crede ai presagi dei sogni, alla potenza degl’ incanti e degli scongiuri.
Passò la sua vita scrivendo e insegnando. I suoi discepoli credevano sentire in
lui la presenza di un Dio. Un giorno, uno .che aveva udito una sua lezione,
affermò che aveva visto attorno al suo capo un’aureola divina. Scrisse fra
l’altro dei commenti a Platone e un ’Istituzione teologica } che si può vedere
nell’edizione Didot di Plotino. La sua opera consiste essenzialmente nel
ridurre a sistema tutta la sapienza anteriore. La filosofia di Aristotile è
considerata come l’introduzione a quella di Platone, i piccoli misteri che
precedono i grandi; e il fondo della dottrina è quello neoplatonico, Proclo
dimostra metodicamente come bisogna partire dall’Uno, e come dall’Uno derivano
i molti, mediante un processo dialettico che comprende tre momenti : ogni
prodotto, da una parte somiglia alla causa che lo produce, e dall’altra se ne
distingue, e pure distinguendosene, ritorna ad essa: dunque jjlov'/j o
immanenza, TipóoSoc o progresso, iTUKjrpo'f/) o conversione sono i tre momenti
di questo processo. Questo ritmo si riproduce a ogni fase dell’emanazione o
sviluppo dell’Assoluto, che procede dunque per triadi successive in tutte le sfere
dell’Essere, dall’Uno 4 q Cfr. ProCI.O, Elementi di teologia con im’
introduzione di Loia a eco (Lanciano, Carabba). fino alla materia, triadi che
si moìtiplicario, perchè ogni momento di ciascuna triade dà luogo a sua volta a
triadi (e poi a ebdomadi) subordinate. Ne nasce una costruzione eh’è insieme un
7 architettonica di concetti e una gerarchia di divinità mitologiche, alla
maniera di Giamblico : una filosofia compiutamente messa in ordine, coi suoi
scompartimenti e le sue formule tecniche, che ha pure trovato i suoi
ammiratori. Vittorio Cousin ha pubblicato le opere di Proclo, e Giorgio Hegel
ha riconosciuto in lui uno spirito sistematico e. sistematizzatore come il suo.
Quello che si può dire in generale è che il pensiero greco vive oramai del suo
passato: per parlare con Piotino (e col Windelband), lo spirito greco, a
traverso le sue emanazioni, finisce col perdersi in questa scolastica. E la
morte naturale della filosofìa antica, per esaurimento, è suggellata da un atto
di violenza, da un editto dell’imperatore GIUSTINIANO nel quale si ordinache
nessuno insegnasse più filosofìa in Atene. Così si chiudeva per ordine
superiore quest 7 ultima scuola, della ([naie furono confiscate le rendite, e i
filosofi dispersi. L’ultimo scolarca fu Hamascio, il quale col suo scolaro
Simplicio, il celebre commentatore di Aristotile, e altri cinque neoplatonici,
ripararono in Persia, dove speravano protezione dal re Cosroe, amico della
cultura greca. Poi rimpatriarono, ma la scuola rimase chiusa per sempre. Una
filosofia non cristiana era diventata impossibile nel mondo greco. San Pietro
Vernotico, Br. Nome compiuto: Giuseppe Melli. Melli. Keywords: AVRELIO. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Melli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Memmio: la ragione conversazionale e l’orto romano -- Roma
– filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I refer to the Athenian
dialectic to contrast – and indeed compare – it with the Oxonian dialectic, I
focus mainly on the agora of Socrates, the accademia of Plato, and the lizio di
Aristotele – the latter two are gyms – to which we may add the Portico, and a
notable NON-gym, to wit: Epicurus’s garden. Cicero found the phrase ‘Epicurus’s
garden’ too Hellenistic, and forced Memmio to go and buy the thing. It was henceforward
referred to as “Memmio’s Villa,” that Lucrezio (vedasi) visited to find
inspiration for one of the greatest poetic gems in Italian metric and versified
philosophy!” Filosofo italiano. A bit of an enigmatic character. LUCREZIO dedicates
his great Garden poem to him – L’Orto. M. acquires the ruins of the house in
Athens where Epicuro starts his Garden, or Orto. Gaio Memmio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Memmio.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Menecrate: la ragione conversazionale e la scuola di
Velia -- Roma – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Velia). Abstract. Grice: “At Oxford, it is very UN-usual that
one would refer to Parmenides as coming from Velia – but indeed one does not
think either think much either about Occam coming from Ockham!” Grice: “”Velia”
represents a way of thinking – not just a ‘foreign country’ – like the past, in
Hartley’s adage. And M. had it!” Filosofo italiano. Velia, Campania. A pupil of
Senocrate. Menecrate. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Menecrate.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Menestore: la ragione conversazionale ela scuola di
Sibari -- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sibari). Filosofo italiano. Sibari, Cazzano
all’Ionio, Cosenza, Calabria. Pythagorean. Giamblico. Menestore. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Menestore.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Menone: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – gl’ottimati di Crotone -- Roma – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. A Pythagorian and son-in-law
of Pythagoras, according to Giamblico di Calcide. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Menone”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mercuriale:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – il ginnasio – filosofia
emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Forli). Abstract. Grice: “At Oxford, you are – as a scholar –
either an athlete or an aesthete. I surely fell in the first group, even though
I was myself ‘musical’. Oddly, I continued being athletic even as a tutorial
fellow. I soon realise that St. John’s lacked a proper cricket team, so I
founded the demi-johns!” (At Corpus, I had played both cricket, football –
captain of team for a term – and golf, just because my tutor was a Scot!).” Filosofo
italiano. Forli, Emilia Romagna. Grice: “At Corpus, as it had been at Clifton,
cricket featured as my priority, -- philosophy came second!” Celebre per avere per primo teorizzato l'uso della
ginnastica nella filosofia. Suoi sono anche il primo saggio sulle malattie
cutanee e un'importante saggio, forse la prima mai scritta, di pediatria. Ritratto raffigurato in "De arte
gymnastica.” Dopo aver studiato a Bologna ed aver conseguito la laurea a Padova,
dove ha modo di conoscere TRINCAVELLA, segue a Roma Farnese. A causa della sua
fama, infatti, i forlivesi lo inviarono come legato presso Pio IV. Pare aver
composto il suo celeberrimo saggio sulla ginnastica. E professore in entrambe le università dove
studia. A Padova, in particolare trascorse un periodo molto fecondo, in cui
scrive saggi, alcuni dei quali basati sugli appunti presi dagli studenti
durante le lezioni. Si reca poi a Pisa, dove divenne tutore di Ferdinando I de'
Medici e poté godere di una certa fama. Cura anche altre importanti personalità
del suo tempo, tra cui Massimiliano II, che lo nomina cavaliere e conte
palatino. Merita di essere citato un famoso episodio che lo vede convocato a
Venezia insieme a molti altri filosofi illustri, consultati per decifrare una
misteriosa epidemia che colpiva la città. Escluse fin dall'inizio un caso di
peste, in quanto solo una minima percentuale della popolazione si era ammalata
e il contagio resta comunque molto limitato. Dopo una settimana però la
malattia ha un decorso impressionante, colpendo un terzo della popolazione
veneziana tra cui anche alcuni familiari del medico stesso. Sorprendentemente
però tale evento non ha gravi conseguenze sulla sua carriera che, anzi, durante
lezioni che tenne a proposito della peste, continua a difendere la sua
posizione riguardo allo sfortunato caso veneziano. Fa restaurare una cappella
dell'Abbazia di San Mercuriale di Forlì, trasformandola in cappella di
famiglia, da allora nota come cappella M, dove egli stesso venne sepolto. Ai
monaci di San Mercuriale, lascia in eredità la sua biblioteca, purché essi si
impegnassero a tenere tre lezioni settimanali di filosofia. Ricevuti i saggi, i
monaci, per custodirli e renderli fruibili a tutti, aprirono una biblioteca
pubblica. A celebrazione ed a ricordo di M., e murata nella cappella una lapide
con le seguenti parole. Questo marmo ricorda ai posteri che i c forlivesi
commemorando presso la sua tomba riaffermavano il connubio eterno nei secoli
tra la scienza e la fede. Saggi: “De morbis muliebribus”, Cultore dell'opera
ippocratica, “Censura et dispositio operum Hippocratis,”-in cui discusse in
modo critico le opere del medico, “De arte gymnastica,” la prima opera moderna
che consideri scientificamente il rapporto tra l'educazione fisica e la salute,
ma anche un testo sulla storia dell'attività ginnica. Oltre a questo originale
argomento scrive saggi di pediatria, di balneoterapia, di malattie della pelle,
di tossicologia. Fra i suoi numerosi discepoli si segnala Bauhin. Alcuni altri
suoi saggi sono: “De morbis cutaneis,” il primo trattato sulle malattie della
pelle, “De morbis puerorum,” “De compositione medicamentorum,” De morbis muliebribus,
Venezia; De venenis et morbis venenosis; De decoratione; De morbis ocularum et
aurium Nomothelasmus seu ratio lactandi infantes. Dizionario Biografico della
Storia della Medicina e delle Scienze Naturali, Liber Amicorum, Citato in
Landi, Credere, dubitare, conoscere. De M. vita et scriptis Victorius
Ciarrocchi, Latinitas Opus Fundatum in Civitate Vaticana. Santa Sede Dizionario
Biografico della Storia della Medicina e delle Scienze Naturali, Liber
Amicorum. “De arte gymnastica” Pediatria Dermatologia, Treccani Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. M. DE ARTE GYMNASTICA Libri Sex, IN '^VIBVS EXERCITATIONVM OMNIVM \\cii(hii
um scncra.Ioca.modi, facultatcs, &: quidquid dcniqucad corporis humani
cxcrcitationcs pcrtinct, diligentcr cxplicarur . ^uru cditione comSIiores 3
4uSItoreJ fæfi. Ojuis 11011 nu\i,) nu\1ki$, vcnim ctiam omnibiis antiqiiarum
rermn cosnolccndariim,^ et v.ilcnidinis coiiUrna;u)ac ftuJioias .idir.Oilum
vtilc. AD MAXIMILIANVM II. 4 IMPERATOKE VENrETII.S, ATVD IVNTAS. MAXIMILIANO II
IMPERATORI INVICTISSIMO. HT ERONYMVS MERCVRIALIS pcrpctuam FclicitatcitLD. I
quando mccum^ diliircTirius confidcro, MAXiMIlJANE Jnuidjllimcquot, quanraquc
Impcratorts, /ummique Princi pcs prohominuui laIutc,,6C tranquillirarc tam
bcllo.quam pacc gcfTcrint, in cam facilcdcfccndo fcnicntiam, mcrito, arquc
oprimoiurc omncsfcrc gcntcs, 6C nationcs fccilTc, quodcos dignos cxjfhmaruntjquiin
Dcoiumimmorralium numcrum rcfcrrcnrur . inrcr ca ucro, quac in humanum gcnus
innumcracontulcrunt bcncficia,magnajn partcm fibi vcndicanrarrcs p(oic omncs
Iibcralcs,quas maximis propofitis pracmijsnoncxcitaruntmodo.atquc cxtulcruntali
quando iaccntcs, fcd ita ctiam carum dignitatcampljficarunt.vt ipfi (oli
illarum au(5loics,ct inrtauratorcs propcmodum vidcanrur. Jd facilc pcripiccrc
quiuisporcft,qui militaris difcipli2 nac. n&c,leg(nTi
fcientiævcafitekmrncju^fine qui-' bus ta bæc noil^fi ferc u icalisiipn effe t
Jaudandarum artium ortus, &C increriicnta mctnorta velitrepetere : fed ne
Imperatorifapientiflimojquæomnibuspaflim notafunt,reccn-r 1 fcndo fim moIelUts,
vnum' mcdicæ artis omnium vtiliffimac exemplum proponam, quac proculdubio aut nulla
cflct, aut-ccrto cuhl» qucm hoc tempore pracfcfcrt fplcndorcm, 6C cicgantiam
non habcrct, nifi Principum benighitasjfinequa omnis plerumque languefcit
induftria,famniisviris illius au(fboribus aflulfiflct. Etcnim quantum a
primisillis tempOr ribus quafinafcenti medicinæ attulerint auxi Iij Cadmus,
Salombn, Alexander, poftcrioribus vero Attalus, Ptolemæus, Nero, Hadrianus,
Cortftahtinus luftinus, alij permulti, compluriura Dodorum hominum^ monumenta
tefteintur. Verumtamcn vt aha '»'1, omittam in præfentia, non cxigui momcnKfc^
ti putandum id cft, quod magnificentiftima, comii atque^ ampliflima Gymriafia^
cxftruxcrunt., ttmpJ inquoijsartenL, GymnafticaiTL inftituentes,. pcrlic^
ipfiui magiftros ac prifed:os alucrint, qui H,i homincs excrcitationibus, fi^
ad corporis, (DiaJ 6C ad animi fanitatem. confcrcntibus in^biis ftrucntes ad
behe, bcatcque viucndum viam opti eommunircnr » Hæc cnini. ars illa. cft, ' Inc
ob quani. olaiL, PerfaruiTL reges, Lacedætarct, monij. Dfllll 3CC( m ii ni
[DSti i\m fcosi torcs, monij, Athenienfcs, Romani icain
bcllisgcrendisvalucrunt, vtfæpe non maximamanu incredibiics hoftium vires
frcs;crint, mnumcrabiles copias fudcrint, tot dcnique rcgna.totquenationes fuis
ditionibusfiibicccrint, utnc recenfcri quidcm numcrando facilc quednr. . Hac
eadem inftrudi, non dcfucrunt rrincipes, quiaducrfusqucmlibct
Athlctamroborclimt. aufi contcndcrc, qualcs fuilVcCyrum, Neroncm, Traianum,
Antoninum, 6C Seucrum acccpimus, quos prætcrquanL quod hac fola^ arte fanitatcm
conlcruaflc, fortilTimosquc cuafiflcmcmoriæ proditumelt, obhancquoquc cauflani.
idcosfcciflc vcrifimiiecfl, vtcactcrosfuo excmplo ad eafdcm
cxercitationcsinuitarcnt. Huiufmctartis opcquisignoratprifcos rcgnorum, 6C
prouinciarum gubcrnatores Athlctaruni., (SCgladiatoruuLfpcdaculaadfubditosin
oflicio continendos prudcnter cxcogitata iiitroduxiflc ? nc plurima alia
commoda rcccnfcam, quacg)'mnaflica,quot tempore floruit, ad humanam
fclicitatem^ perficicndani. fcmpcr vbcrrimc pracflitit . Scd, qtioplurcs
fcimusabhac artc vtihtatcs cmanafle, comagisdolcndumnobis cfl, quibus ncfcio
quo mifero fato cummultis alijs optimarum artium fludijs perijt, atquc cxftinda
prorfiiscft^undc fit vtvctusilludmilicarcrobur, (SCvcramfanitatcm pcrpauci fint
* 3 hoc hoc temporc, quiconfequantar, tbtquemof" borum gcncra quotidie nos
infcftent, quot ob cxcrccndorum corporum confuctudincm non cxpertos efTc
vetcrcs rationi confcntaneumcft . IIaccautemctfiitafint,dcfpcrandum. tamen non
cft, lapicntiffime Jmperator, quincorum fcriptorum bcneficio, apudquos rudis
atque adumbrata quædam ilhus delincatio remanfit, ab intcritu poffitvindicari,
ac iterum in hominum. adfpcdum, luccmquc proferri, fi dC Trincipum ad hanc rem
propenfio adfit, 6Chomincs do(fli, &C antiquitatis periti reperiantur, qui
in hoc ftudium incumbere, omncsque ingcnij ncruos contcnderc non recufcn r.
Cæterum cur nemo noftris fæculis huiufmodi prouinciam fufcepc rit, fanc
pronunciarc non audcorid unum fcio, rcm ficut maximævtihtatis, ita immenfi cfCe
laboris. Etcgo, licetmulta cflcnr, quæabca detcrrere me poflcnt, aliquando
tamen fum aggrcflljs, quæque Jnter legcndos au nuncperfe(5lius,IocupIetius,(3C
pulchrius reditum tuæMaieftatiipfius nomineadferrem . Quamobrcm oro, vt,qua
loles incomparabili animi magnitudine,hoc hcet Maieftati tuæ imparmunus,
qualecumque tamen tenuitas noftra oflferre poteft, accipere, meque inter
tuosnumerare, protegere, acfouere digneris. nam, quamquam me ijs, qui omni
difciplinarumatqueartium genere cxcellentes M.T. inferuiunt, comparandum non
effe non ignorem : Ci tamen animus Ipeiletur meus,non dubito,quin,ficutnuIIius
ftudia in M. T. funt ardentiora,auf nbfcruantia maior, ita aliquo
interahosgratiæ tuæ loconon indignus uidcri pollim. Deus Optimus Max.M.T. pro
Chriftia ni orbis (aluce dm incolumem, 6C fdicem conferuct.
Patauij,KaI.Sexc.Cl3 13 L XXI II. LAVRENTIIGAMBARÆ BRIXIANI CARMEN. tAuxiUo
ftctit Phochtgemtoris^ c^ arte y %Artc Coromdcs wcdtdt cclchcrrtmtis oltm
vMcmbra, minutAttm patrios dtficfla pcr agros Htppo/yti 3 tAndcm mn72tbus
collcgit, Crr' artus Arttibtis aptatitt ?ittcns ^ iutiC7tcmq,carc?jtcm yam lucc
acthcria, iam tartara ntgra tc72cntcm Ad fuperas fcdcs ^crcbtreuccauit ab
vmbnss Et mcmbrtJ lactos, ocultsq. tnfudit honorcs : ^ucts felttum lumcn
fumpfrunt mcmbra tuucntæ: (fonffus ttanuncope Mcrcurialts y C^aura Farncfj
afptrantts hcrt collcgtt tn Vnum Gjmnada : qua quo?jdam fc fc cxcrccre rcltSIo
(jvrccre maiores y populo fpc&ante y Jolebant . Hæc pars ad ludos fpcflat y
pars altera tantum Commcmurat \ tum quts ^tclts fc oHcntat tn armts, Fortts rt
euadat mtlcs ^ pars tertta narrat, Stnteay quætncolumes fruent morboq. Vacantes
Mortales ^dumytta manet^ docct tvfpcr hatcpxrsy Ordtncquo pofjint homtnes
extcndcrc longum Intempus dubtam actatem ^ tardamquc fcmiJam Ducere
tnuxpcrtamq. ma/tj curaq. carmtcm; Omnta quac Utuere dtu dtfpcrja, tcnebrtsq,
tAbdtta Ctmmerpjs: quæ nttnc dtjitnfla labore ^ Et multo Sludto y tamquam noua
fidcra fulgcnt, Scrtptores tnter Cratosy parttcrq. Lattnos . Matth. Dcuari;,
avg-ot(7iv ^coov (Tclo^ctTot; npuo^rctiv, Z JiTrOTQi^^y}^ zoiAct X&i^^ctf
cc/uvJ)>c^7rip tfx^ot rix^fiC yv/uvctcnfig vvuj ctictX^(ct>C ^TTtTIOV
Aov(nTctvov. VvfAVcicnov Tro^vncfig ayoM Trovicov (twv {yfiptc UctVTOioic
csropcLSlw UMzJV (Jfii/2xioic OilviTtet T^m arxpSv l\pcavv/ultntus Clcmcns
Alcxandrinus Codttis Aurcltanus Columclla Cornelttis (jlfts D.Cyprianus Dtocles
Dton Dionyfus iyireopaj^ita Dtonyjius Haltcarnafctis Eptphanius Erafslratus
Erottanus Eurtptdes Etifebtus Eujiathtus Galenus Hcliodorus Hcrodottis
HerodianuT Hcfodus D.Hteronymus Htppocratcs Homcrus Horatttis loanncs fajjianus
D. Inanncs Chryffomtts fof^phus IJtdortiS lultus CapttolifUiS lultus Ftrmtcus
lultus Fol/ux lujitutis Martyr Juuenatis Lærtius Laitus Lampridius Ltbanius
Lucanus Lucianus Lucilius Lucretius Mar. Aure.CaJJtodorus Marcus Tullius
Martiatis Meletius Oribajtus Ouidius n^acuuius D. PauUus Pauilus Qy4eginetA
Vaufanias Perfius Petronius arbiter Philofiratus Plato Plautus Plinius
T^lutarchus IPolybius ^orphyrius Po/idonms Propertius Pub.Pelleius Pub. VittoT
Paterculus ^intilianus T{azes ^fus Sphefius Saluianus Scribomus Largus Senecd
Sex. Empiricus Sex.Pompeius Fefus Sidonius A^ollinarts Soranus Ephefus
Sophocles Spartianus Statius . Strabo Suetonius Tranquillus Suidas Terentius
Tertullianus Themfon ThemiHtus Theodoretus Theodorus TPrtfcianus Theophraflus
Valertus Flaccus ValeriusMax. Varro Vegetius Vttruuius Vopifcus Xenophon. INDEX
EORVM QVÆ HAC ADITIONE quarta (iintaddita ab aiKftorc. ^ Ccubitus in mcfifa
toflcrio-' ribus l{omanisyC^ Græcis prarfrrtirri nobiiioribus ufi"
tatiljimus.j i.z.^. B. jiccumbendi modus llebræorum poft liberationc ab ji
egypto.y i.i.D. ^ccumbendi modus Hierofolymus vtrttm ef fct qdAiis B^ruanorum
in triclinio t\ib is li^isAltioribus.j^y.i.ji. jtccumbcndi uai ia genera, et
tex.j z. 2. D. ^ccumbcntcs Vetcres epularifoUtos fuijfe. 67.2.^. Mdiutmcntum de
truUnio.jo.^.D* ^tklttæ dtnudabaiAur toticxceptis fubiigacuiis.i-j.B.& C.
jiti lct^^^^ iudi qualcs forcnt Cafsiodorus dmjcrte docuit. in ^ilhletica qd
magis ualeat r^bur ars. C CEromaaUas aiiprerium iocusubiur.»gchaiv.itrryCh'
:!ii acc: bitus lut aitquibus non flaceat» 66.t.E. Chriftus prius quam menfæ
accuwberet laua baturyiocufque reponebat.-J^i.V. Chnfiui in mcrfa taceret ne,
an jederet . 68.1.D. Conuiui .rurn apud veteres Hebratost&alios genera
dmcrja.jo 2. F. toronabantur aiiqui,iicet non pugnajscnt. Crucis tituluscur
llcbraicefiracce^atque U tine infcriptus fuerit.j i.i.F. Curfiim milit.bus
Diogenes damnauit^ D Emocritus curpcnt^thiis uocarctur. DifctinMndi modus ftpra
tciram 7i.l.B. Difcumbir.di mos ?iktn apud yiehræc^s ttm^ pore Chnflijuerit
;& ritalis Medicaci fententia hac dc re expcnditur. yo.i.E* Fnpa qmd effet.
Fraucifci Toiedi Cardinalis, et aliorum circa Mariam Magd.iU ii*^m Qhnftipedif
lauantemlcntentia.6^ z.t\ Fuiuius rrjhius accepit dgymnafticæ iibris fua dc
triciinio C6.1.E. GEntcs J{omanis feruientcs ipforum wtrcs imitabantur.6j.^*P^'
deCtnatione Sinecæ JentcntiaCi^diatorum nos nephandus a principibus q oque
abuiif ts.l^^.B. Cymnafta in omr.ib^a ferh Cr.iecorum oppi^ dis :.d^r,if.t,jic
l\pmæante '\eroras quoquetewpora \().^.& 29. C. Cymnafia num tcmporibus
lullns apcri» rentur. in Cymnaftisqui ludiprimum cxcrcerentur^ 224. £. Cymnaflæ
an toto femper corpore dcnudu" rtntur. n HEhraci num aciuberent potius
quemad modum i\omani,t] Jederent.jl.LX. llcOia^ }{omJnorum rnjn s JcqucbanturtniJi
patrvfs i^^ihus ( ontrar la) entur .j i .Z.C licrophiii medid liat ia cum ii
Jii umcntis gy mnafUcat.Sfum origoyrrtusyet cur a ludam ai^c fret tur.-j^. i.t,
S£dt ndi ad mer,Ja:s cunjuetudo f{p>7^anorum, et aliorum quando ccefta, et
ufurfata fiteHtyi.z.^^ Serni,& tibertiin quibus agonibus conten^ derent^
Siteuis ueneris vfus prohibebatnr ante vigi fimum annuw^ Syharitu ornm jo rdidi
mo rcs^y U2^C. THcmifiif locusi;orrc^^i4S.y^,c^ Tridinijcur raræ figuræ in
marmoribus inueniatur,6j.z.Cn Triilirii\m i^ncrdum Fro^omophrcs: USos capicHtc
6j 2,^. Tridi^ I N D E X. TricHniapeief aUos iabelmUeofqui aut /ig»rosyaut
argcntQS,aut aurcos.-ji .lU. rricUimnqnidapHdferuium.Sj.z.B. 7 rictifuum q^tid
fucrit non Admodum notum TripcdJS nnejsc tru Hnia.67. z.C. rrcchusud mliitartm
qu^i^^c artmpeni* Wibat.l^?*^* Vlrtutum quæ fit prindpMlifsimi. rngendi morrm
antiqi4ura pofl bat^ ncum, &ante c$enam Maria MdgdaltfU in Cbrijlo feruduit
Ji.i.P. Erophagia quid efscU FIN r s ARTIS. GYMNASTICA. V AMDlv Homincs
paucirtlmis rebiiscontcnri lauras mcnfas, &: opipara conuiuia non
cognoucrunt, propinarionisciuc poft indudam paullarim confucrudincmpcnirus
ignorarunt, (idquod primis illis lacculis cxtitilsc mcmoriac proditum cft )
morbi ncquc apparucrunr, ncquc ctiam corum nomina innorucrunr, fjcurvlquc ad
rempora Socratis diftillarioijum,quasGracci Ktcriggovi
dicunt,nomcn,c]uonilhodic Ircqucnriuscft, ignoratumc/setradiditPIato.-quadc
rctunc temporis mcdicinacaur paucos omnino,autnuIlosvfus, nullaqucpnncipia
cxtitif^c cerrum cft: etii Homcrus anriquilliiniis ausTtor fcripfcrir Ac^yprum
multashcrbas, multaquc mcdicamcnrahabuifsc. Poftquam
vcrointcmpcranriæncfandalucs,coquorumcxqui(itacartcs, dclicatiinma cpularum
condimcnra, vinorumquc pcrc^rinac tcmpcraruracintcrhominesiiTcpfcrc, morborum
limul varia conrinuo gcncra fuccrcfccntia ad im:cnicndam mcdicinam cos
cocCgcrunt : cjua fcmpcr carcrc proH^to licuifsct, nili humana, vcl
ponusfcrinaingluuies omnium uiriorum fobolcs cius ufum omniummaximencccfsarium
cfrccifstr. Mcdicina vcro tamcrfi primo illo orru rudis admodum, inculraquc
fucrit, quando priici illi ( ut Hcrodotus, &: Gaknus rcfcrunt ) ac^roros
palam cxponcbanr 'i'"
vrvnafquifq.quodutilc,arquccxpciimcnriscomprobarumhabc-r£^^ bat,
alrcrumcdoccrcr, poftcrioni)us ramcnfacculis abAcfculapioKpidauriocognomcnro
apud (yrcnæos mcdicomiriricc ex ornara fuir, &: quafi cx rultica urbana,
concinna rcddira : quam tamcn omnino pcrHccrc is ncquaquam potuit, quippc
quiVolis morbolJs, ac languenribus opcram nauans id vnum fcmpc r curandi
ftudium habuir: fanorum curam aut vllam dsc ignorauit, aut eam prorfus
contempfir : quod poftca fucccfsorcs illi us inrclligcntC5 adco cxiftioucionc
dignam rcputarunc, vt medicmam fine hac Qijmnastua. A totam imiicam,
nulloqnemodopcrfcaam cflcpoflepcrrpexcnnr. D Arq. hi fucre primi Hcrodicus
Seiymbrianus, Hippocrarcs cius difcipulus,cjui curariuac morborum mcdicinæ
cofcruaroriam valerudinis paf rcm fcrc circa fana dunraxar corporc fatagcnrc
adderc uifi funr, arbirrantes non minus præclarum, arque artiificiofum opus
cfse fanos homines a morbispræcauerc, quam iJlos ia impliciros Iibcrare : vndc
medicina, quæ antca femper quafi virgofuerar,prægnansabillisrcddirafuir,
quandoquidem prius foliscurandisægrirudinibuSjtumfaniseriamconferuandispræfeda
ert:. An toram cam medicinæ partcm, quæ &:ad fanos, &c ad uiclus
rationemperrinct cxrabellulis, ahjsuc donaris, Æfculapij tcmplo dicatis
Hippocrates conflauerit: an vero folamincurandis morbis vcrfmrcm clinicem
uocaram, quemadmodum Varro, Strabo, atque Plinius credidifle uidcnrur, mihi
plane compcrrum non E eft:ni/iquodfuirmoslibcraros morbisin tcmplocius Dci,
quid auxihatum efscr,fcribere:]fqucaprimisillis rcmporibusvfquc ad Antonini
imperaroris acrarcm non modoin Græcia,uerum ctiam inltaliapcrdurauit: vri
pracccrcriscxrabella marmorca Romæ itiÆfcuIapijrcmpIoin
infuIaTibcrinainucnra,& vfqueadhanc diemapudMaphæos conferuara
inrclligcrel^cct, inquagræce hæcleguntur. S^ctKTuAovg i7rctico7S/3ri/^ct7vc:,
y^' xpcif rlvj^flpct, K^iTflSHvctfjHc iJiovg d^^^\uod^, op^ov iui,eM^i, Ji[Smov
^ctpi^Sivc, K^^v7X^pC/Le{^ov '611 n ro^sctj cipiTcu iyz^ovTO 'fhilS Ji/2ci KMj
i^^c^y chuoaia YWj-^^a^tqi^CTaf iuTCOcJzf ^uov . Sdnguwcm reuomtntt JulUno
deJfCTAto Abomnihushomimlt4S €x oraculo rejpondtt Dcus y n.^entrct ^ cx ara
caperct nuclcospt^ my comcdcreta;na cum melle per tres dics : conualuit ^ ^
rtuens ptibliccgrattas egit præfente populo. ajuxi^ oLAixfvovoc; \6iK0v utToi
/uiAtrz^;, Ko^^^vpiov aujb^fivaf, KSH^ f&t^ iuipa^ i7np^i(7af ^ 73
JfAi/3"Cf, j^j ivKA ^ W^aiv ShujoaicL m^ici . i J cft: qua i]uicum(|ue
occupabantur, ll^ domcllicos mui cs dilij^cntcr oblt riiabant, ac
profcqucbantur. fic ubui. Cratcri mcdici rcruus,rcfcrcntc Porphyrio^nouoquodam
morbo caprusfuit Jtautcarncs eius ab ollibus abfccdcrcnrrlic
tcmporibusnoftriscxfccranda illa gallica pacnc cxitialis lucsuniucrfas rcgiones
ucxarc cocpir : ut nullo pado illud, quod ucl podciiorum hominum culpa, uel
torruna auc Dco ira uolcnrc contigir, Hippocraci crimcn artcrrc dcbcar, a quo
cum duac iam pracdiclac mcdi j;cinacparrcsad lummampcrrcchoncinproucctacfucrint,
diuinis cius manibus immorralcs fcmpcr habcndac funt gratiac . Ampliusq. illud
actcrnac memoriac mandandum, quod ambac medicinacpaitcslicutidiueifac rc ucra
fiint,paritcruarianomina habucrunt, altcraquc 7r^o^,\ccKTPLH, (iuc vyt^ti^m,
altcra S%g^wriKH nuncuparafuit, uocabul.s quidcm his tum abopcrc, rumarccirci
quam ucrsdntur,acccpt;s, quac quouiam fapicnrcr, arquc ucrc dcpromptac tucrunt,
nullamumquam apud ullos mutarioncmfufccpcrunr: qucmadmodum ctiaui ufquc ail
pollcriora tcmporahacc inucrcrata pcrmanlit inrer inedicos coniucrudo, ur omncs
duas niedicinacparres prinuirias cfticianr,a!tcramcurariuam, alreram
confcruatiuam nuncupantcs, quas ob id communi incdicinac nominc plci umquc
comprehcndunr ; quoniam curatiua, quac primo C ob maiorcm ncceiriratcm inixnia
fuir, id nomcn adepta ell, quod confcruarjua quoquc ei poltrcino adumcla non
modo obrmuit, ucrumctiam apud nonnullcs tantam auctorirarem acquiliuir, ut
iudicaucrint hanc folam medicinam ucram appcllari debere:illam
inccrram,falfam,mcramuc hominum alios deciperc itudentiuiu impofluram
cxfiilerc, nempc quac nudis coniectuiis, infirmisq. argumcntis primo ad
cognolcendos morbos urarur : dcindc in co f crc omncsfbrtuira
remcdia,incogniraquc medicamenra,ur plurimumadhibeant,i^ dcmum ram in
iudicando,qi;;im in curando non raro fallantur, quos raincn in grauillimo crroi
c vcrfari faciilimc cognofccnr, quicumq. humanas calamirarcs, morborumq.
incommoditarcs, qualcs fbrcnr, ni curatrix medicina fuccurrcret » acquo animo
aclhinarc uoiucunr : ut non abfq. lumina rarionc iulianus impcrator hanc pro
mcdicislcgempromuigaflc uidcarur. Otfmnasiua, A 3 IHN ^»pu,mcty.iAiovoi^v, if
/2ovMb-nzm e^r^py,,uciTcv oi^oyXi^rHg vu^gcv roig XoiTTOic: ;^^ovotc s
abomnibuscurialibusminiltcrijsimmunesuiucre. ' c De confiruMkcicfmihus,c Galcno
crebro fcriprum reperitur, exercitationcs, tot atquc tanta ad uitam fanam
traducendam bona præftare, quot et quanta uix vlla alia medicinæ initrumcr i
præftant . Quod fi Hippocrates in lib. de Locis in hominc fcripfit
Gymnafticani,& medi cinam cotrarias efre,quoniam altera permutatione opus
habet,altera non de fola ea medicinæ part e fcrmone habmt, quac i n medendis
decumben tibus clinicc a pofterionbus yocata,folum uerfatur.Plato ctiam,atquc
Plutarchus q uando dixcrunc r K I Ai V s. 9 A r. nr cUiascflc c.u.i
corpuslu.inaniini vcrfuitcsaitc-s, nicdicinain, &: gymnafticani, non ob id,
qncmadniodum Era(iftratus 6c Scdtatorcs> illasfciunxcruncfcd communcm
hominum loqucndi vfum fccuti funr, qui, quoniam pollcrius i:\mnaftica mcdicina
inticnra, ciq. adncxa clt, cas diucrlas nulla alia rationc diiCti
dfiwicbanr.Cctcrum quid fithacc ars cxcrciratoria pymnaftica gracco nominc
nuncupara, ab cius dcfinitionc, fiuc dclcriprionc pcrcrc dcbcmus, quam crli
luculcntcr cxplicatam apud Piaroncm habcamus,a nullotamcnaho, quam a(^.aIcno
nortro cam 6^ brcuius, &:iucidm^s ^^^.^ dcclaratam crcdo, ubi iradixit:»
Tfc;^Kii y\Jiiy(tstKH Uut Intsni/M rn^iv -^i •TTiiTiyvyL^WTmJ^iti^fi^
hoccftgymnaiLic a cllquac omnium cxcrcitationumfaculrarcs nouit, aut porius,
gymnallicaarscflfcicnria potcntiacomniumcxcrcirationum. Qu )in loco
animaducrtcnB dum cft, Galcnum fcicntiam non propric, fcd cf>mmuni:cr, ut
plcrumquc auftorcs folcnt, acccpillc, proptcrca quod
gymnaUicacumprofincopushabcat, &:fcicntiac nullum opusconlidcrcnt,
nccclfario a vcra fcicntia cxcludirur i quamuis alioqui caulfas cxcrcitationis
virium facpilfimc contcmplctur : clt mlupcr animaducrtcndum, Galcnum hac
dcfinirionc gymnaflicam a pacdotribicadiltinxiifc, quoniam illa ramquam
impcratrix&: cxcrcitationum qualirarcsomncs, &:carum cauflasfpccularur,
impcratquc, hacc vcluri minillra ilhus cxliflit, pcrindc ac gymnalla crar,
quiomnium cxcrcirationum potcnriasprobcnofccbat, casqiiC, prourfanitaxi,&:
bonohabitui cxpcdirc iudicabat, diucrfis homi-nibusimpcrabat : pacdotri ba
ucro, qui cas, quomudv:» fi-^rc dcbcrcnt,*&:pofscnt, rcipfa
dcmonllrabar:arqi:c hoc acni':!maricc cxC plicauit I^olybus fiib his ucrbis:
TreuJ^oT^lRxi roU^J^tJ^iaKovciTretix^ ttffctok Kxri f^tiop, iJiK^uf JtKxlt^y
ifcrrcrrt. KMTTuy i^oc^up Bii^i^fz^cUy jc u. cariKiA/usxyKetliKr^^tsx: idcft:
Pacdotr bac h( c cui ccnt pracuancan (ccundum lcgcSjiniuriam fKcrc
iuftc,dccipcrc . furari,rapcrc, viminfcrrchoncftiflimc, &: turpiffimc. Nam
ii quisluw irorum, &: ahorum, quia pacdoiribiscdoccbanri:r,adtioncsacftimcr,
liquidoconfpicicr ualdcijsaflimilari, quac aPolybo fcripra funr, ficquc
gymnaftam, &: pacdorribam noii parum dilfiniilcs faifsc:vcrumramcn, cum
intcrdum unus vtriufquc munus implcrct, noii immcrirocxiftimaucrunt aliqui has
duas ancsunam, atqr.c candcm cfsc, uduti nonnumquamidcm&:miliris
lir.pcraroris oflicio pcrfungitur; arramcn (ialcnus cascfscdilbnCias voluit,dum
gymnafticam uocarircfpcituhabitoad folam cxcrcitationis quahrarcm ' « L i u E
R. litatumnotitiam, quæ opmtione ipfa nobilior cd; pacdotribi-D cam clici ob
aitum ipfum cxcrcendi, vtpote /gnobiliorcm contcndif, haud ahter ac ii
dixifscraltcram harum fpeculatiuam, acarbitram,&:iudiccm;altcram pradlicam
efse, quæ omnesinterdum vna gymnafticæ appellationc a matcria, circa quam
ucrfantur, utpnarmaccurica,fufccptauocarentur;ficutifpccuIatiua,&:praaica
mcdicinæpartes unoircdicinac nominefacpenumcroappellantur led quod ucrcficuti
dcclarauimus,eymnartica talis efse: gymnaflaq.&pacdotriba
difl-crrenr,AriIloteIis tcftimonio quoq. copra Darelicef,(^nipnncipioquaniPoIiticoruhoc
fcrip:u rehquit: eV fiftnir" ^ a "r 'i"'^' P'''^us aliqd'
pcrfcdc cxMunt vniuseftconfidcrarcquid cuiq. conuenia: g^ncrSeu e^ cac ^ft
'^P^^ omnibus.Etcnim hoc gymnaftitarcs opere ipZdoc^"aricuandae^elSptim
co^oo ifM "^ ci. Dixi huiusartirtX?/r^ '"'f^'^ pcrfeaam, qiltum? . oo
tcft "r"".' ctKuiiutl.ancfciSfnV.bai^f' "1"^ uerfanI
Bfit 2(ifl liOQ iit nimi licoj niin, . II A iJCrfantiir > circa quas
gymnaftica mcdica,ut in fcqucntihiis fum cicmonftrarurns, quando in iingulis
cxcrcitarionum gcneribus cicclarandisquomv)do in vnaquaquc gymnaltica locuin
habucrint fcparatim planuni laciam: nihilominus magnopcrc intcr fc
dilcrcpanr,caunaqucraliscliffcrcntiacnullaaliacx(i(litpractcrllncmfingu]arum,quoHncomncs
lacultatcs diftingui fcripfit AriftotclcsrNain ludorum hnis crat
rcligioquacdam,qua Anri(^ui opinabantur fcfc Di)S rcm gratam illis^Iudis
tamquam. promiflam fa^uros -crar quoquc populi uoluptas, cui maximc &c
rcfpub.&: Rcgcs, ac impcratorcs lUidcbant, quo homincs u )luptarc dcmul11
in ofticio contincrcntur: undcludoiumcxcrcitatoribustantum
honorcmtributumcflbfcribitPhnius, ut, dum cos inircnt,fcmpcr aflurgi, ctiam ab
Scnatu, in morc cfl^ct, nccnon fcdcndi ius in J Bproximo Scnatui, atcjuc
uacario muncrum omnium ip(is, patribufcjuc &:auis patcrnis, quod tamcn
fcruis, quando illi (imilcs ludosinibant, conccfliimfui^rc minimc crcdo . I)c
his ucroludis quicumquc aliquid cognofccrc optaucrir,librum Onuphri j PanuiniA
croncnfishabcbit,qui omnium diligcntiflimcut cflipfcomnium facculi noari in
hiltorijs longc ucrfatiflimus, hanc matcriam tradau:t . Arhk tica lincm habuit
robur, ut illius ui pofifct athlcta
aducr(aiium*fupcrarc,&:coronampracmiaqucpr)polita confcqui:
quamuisctiamapud Graccos,&:I.atinos nonnunquam arhlctac uocati funt, tam
illi qui in ludis, quam qui cxtra ludospracmij gratia ccrtabant, quos omncs fub
nominc uitiofnc i:yinna(ticac ( dcquainfcruisloqucmur ) Galcnus complcxus cftV
C:ac:crum qui gratia bclli cxcrcitationcs pracdiclis obibant, id non ob aliud
Cagcbant,ni(iquoagiIitarcm, ac pcritiam compararcnt, quibus
pollca,cuinopoitcbat,hoftcsin pugna uinccrc pollcnt : atqucliarum cxccitarionum
difciplina vfquc adco fcucra apud maiorcs
fcruabatur,utciusdo^torcsduplicibus,quod(cribit Vcgctius,rc-, muncrarcntur
annonis ; &:qui pr.rum inilla piofccia-ni militcs,iml profrumcnto hordcum
cogcrcntur acci^ crc, ncc antc cisin rriticoreddcrcturannona, cjuam fub
pracfcntia pracfccti rnbunorum, ucl print ipum cxpcrimcntis datis oftcndiflcnt
fc omncs militiac cxcrcitationcs complcflc . Kx quibus omnibus manilw flu ii cft
gymnafticamnollram a pracdictis dillcrcnicm clks^cidcolinnma
cumrationcanobisinilhus dcfinitionc politum fincmluilVc,qui
cftgratiafaniratistucndac,&:boni corporis habituscomparandi.
QiKjducrocxcrcirationum omnium trcs pracd^Cii fiiics,a quibus tria
gyninafticacgcncraortafunt,apuductcrcscxftncrint,atquc omnes
fn^inumpubIicæfeIicitatisfinemrcIatifint,abuncIe JeclaA rauitSoIonapud
Lucianumin Anacharfi cfia!ogo-qua una iJIius oratione,tota hacc fententia
noftra haberi rata mcrcrctur,nifi Platonis&alioruminfcriusexplicanda
teftimoniaacccderent. Degymnafiicæ fubieSIo y icd nonnullas iScpcrcurinas
picrrini ad cxcitandani lirini quaciitasefsc pdicat.ltaq. valdc hallucniatum
fuifsc Budacu puto, quinifuisad Pandcctas adnorationibus
Komanosgymnafioru,&: palacllracexcrLitamcnris minunc vfus, nulla flrma
rarioncprobat. De gymfujis Antiqu0rum. Cdp. Vl. '^'mnaltica.liuc cxcrcirarona
in ccrtislocis Hcri foliram^qin iupra Ibtumnisaarioni modo conlcntancum
cll,quid,loca ipfa,&: qualia lorcncplanu faccrc . Nam ioca illa nil aliud
fuifscq gymnalia nuncupata,cx mulris,&: pfcrrim cx vcrbis Galcni infccundo
dc tu.va.fcriprismanifc llo c6probaf,ubi narrat gymnaB llum fuilsc publicum in
lcparara vrbis rcgionc locum cxllrudum, in quo ungcbantur,tncabanfur,Iu(flabanf
Tdifcum iadabant, aut talc quippiamhiL^itabanr,q loca ira nuncupara fucrunt,qm
cxcrciratorcs ibi, vt pluriuu"i dcnudabantur.^^fo^flf^K^it^ jnim
antiquifTima vox ctiamdcnudari li^nihcarc vidctur,vndc Marnalis librotcrtio. 0}
iocfma£jUJiMmeithiCp4rte,recc.ie i /, mdos pjrce videre viros. EtBardcfcncsapud
Eufcbiu li.vj.dc pracparat.Euang.c.viij Craccos ait no poiuiflc vlla vi fidcru
prohibcn, quin i gymn afijs nudis cxcrccrcnf corporibus. Vc ru an ocs,&:
toti sepcr dcnud arcnf q fini ratis tm gra cxcrccrcnf no cft ita copcrruifufpicor
rn,Iu(ftarorcs, pugilcs^tq. alios qu(jsda potuiflc dcnudari qucmadmodfi
Athlctis in rfu crat,quos rni fubligacula pudcdis tcgcdis ra in publicis, in C
priuarisccrtaminibus habuiliccr ufq. ad Homcri tcpora,a quocoru fit mctio,ojs
r6dccoriscxigir,&: hilloria Orlippi ab Euftarhio, &: Paufania
relata,cui fubligacula dclapfauidoriadcpfcrunt.ut indc poft modu indultr:,(ir
ncc ca gcilarc ira accipicda cil ranc| non magnis,&: impcdictib^ /cd
paruis,&: nulli'unpcdimcri uri liccrct,quc inorc vfq. ad fua tcpora Komac
^pduraflc fcribir raufanias. Ad h-ec qnq. fub nomine gymna/i; omncm locu,vbi
cxcrcerenf, coprehcnfum fuifserepcritur : lic ut poika hacc vox ad alia quoq.
traflata cft, qucadmodu apud Iolcp!i^'i vidcrc licct,qui in libris dc bcllo
ludaicobalneaaliqngymna/ia nucupata cfsc dcm61lrat,vbi dc Hciodc ita
loquif.Naq. apud Tripolim,&: Damafcum,&: Prolcmaidc publi cas
balncas,c] gjmnnfia ciKUiu,Ijil>Iidc aut cxhcdras porticus c6di dir.Hacc
loca a Virruuio,C clfo,Plinio,atqucalijs Larinac linguæ audtonbus palacftras
nucup.ai i inucniorVndc ct coijcio Vitrumj rcCymmfi!^ ^ jj peftate in
Italia.vbl raras admodu,veI nullas extiti/Te palæftras,/luc D
gymnafia,qnquit]cis libroarchitefluræ earumædificationcsfradiruruslralicæ
conluetudinis nofuifleprædicit.-Naqui primi gymnafiæxædificaflrc crt
dunf,fucrunt Græci,licrcdendum cft SoDaZt ^P Lucianu, et M. ^TuIIio
Ciceroni,qui in fecundo dc Oratorcfcribit.gymnafia
deIcdationis,&:cxcrcitationisgratiaab ipfis pnnuiminftituta fiiifTe. Intcr
Cræcosautcmprimi cxftitcrfitLace dæmones,ficur Athenacus ex
Ippafifententia,&PIatoin Theact. Sc primo de
Iegibusincmoriæprodiderur,quosctiain illa ipfa
omniumpræftantilfiina,atqucfpcciofiftimaconftruxiflccx MartialisU bro I
.intelligcre Iicct,vbi ho§ vcrfus habct. ^rgiuasgenetatus inter vrhes Thibas
larmine caiitft,aut Mycenas^ p ^ntclarami{l)udon,aHtlibidinofæt Ledæas
Lacedacmonispalæflras ^ QuovcroPhuoinCritia du Atlanticam
illai-egiadcfcribit.q^nouc milliu annoru mteruallo ab actatc fua ante floruifle
narrat,ibi gy mnafiæxftaOc fci-ibir,qui LacedæmonQinuctuillafacit, cxade di
fcerncre nequeo.nifi totaillaCritiæ narrationefabulosa credam*.
PoftLaccdacmoniosAthenienfcsquoq.fuagymnafia crexcrunr,in quoru vrbe tria
extitilfe tcftant Paufinias,&: Suidas,altcrfi «W»^/w vocatu,in quo Plato
philofophiam fua jpfefllis eft;alteru Avxwa^vbi Anftoteles cdocuit,q(f
Apollinis Lycij teplu fuiflc icgitur apud Lu In Anach. cianuiah erfi Kiwttgyis
ubi nothi,fpurij,ac ignobiliores oes excrccba tur.fi quidcapud Cræcos tanto
odio,tataqueinfamiaviles,acfpurij notabant,vt qui vcre lcgitimi.ac nobiles
efscnt,cfi ijs cofuetudinc,aut cocm fefc cxcrccdiIocuhabererecufarcr.Pr.actcr
hæctria F mctioncfacit aItcrius,quod Canopu uocat Philoftratus in vita Herodis
Attici.Dixi in vrbc Athenicnfium tria fuifsc gymnafia, quod hcet extra vrbcm
efsent,erantiiihaud longcacdificata,utqproxima efsct urbi, m ea fuifse dici
potucrit.ln his etenim mortuos quo que fcpeliendi confuctudincm Græcos habuifsc
fcriptfieftapud -i.Epift.ft Ciccronccui Scruiusfc Marcelluinterfcdum in AcadcmiaAthem».epj;,.
nienfiimobilnfimo totiusorbis gymnafio fcpeliuiflefcribit Quæ 1^'' antiqmtatis
totius pcritiflin-ius inuenifse fcribit in ue tt.gijs Hadriam impcratoris
Tibmtinæ viUæ rcpracfenrara.Athe næu,Hcrn,cu,Pan.'ithenaicu, minime gymnafia,
vbi corpora exercercnt, tu.fsc puto:fcd loca,in cibus aut difciplinarfi. &c
aliaru artiu ftudus opera dabatur,ucl fefta aliqua celebr5.bantur.vt in Panathe
naicofcfta Panathcnaica. Corinthum quoque gyranafiu habuifse, Craneum
vocatiim,auclor cft Lacrrius libro tcrrio. eaadcm nulliim pcnc oppidum fuit (
iraccorum, quod gymnafium non habcrct, uf Anachar/is diccrc folebat.Komani
poftrcmiomniumgymnafiapalacftras vocata in vrbcad Craccorumacmularioncm Varronc
aurtorcacdificarc cocpcrunttquostamcn cacrcros quofcumquc tum magnihccntia
opcrum, tum inacftimabih pulchrirudinc in hoc gcncrcanrccclTillc, cx illis I
hcrmarum ruinis, quar ad hanc vfquc dicm non finc omnium Ihiporc pcrdurantcs,
conrpiciunrnr,facilc conuincirur . nc liicam i!!ud ^ quod dc Ncronis gymnalio
fcripdt Marriahs lib.vij^ Qnid \frone peius ^ Qitid Thcrmis mtlius ^ctom^jiis ^
atramcp anrc Kcronis quoquctcmporafuiflc Komac gymnafia cx 1'Iauti Racchidibus,
B cuiuslocum apponam infcrius,col!igcrc hccr. Nam gvnmafia tora ahquando
Thcrmas ob aquæ calidac vfum ibi frcqucntcm nuncu piri,apud audorcs
Latinaclinguacncmodubitat,ficutctiamintcrdum Thcrmac fignificantcamgymnalij
parrcm,in qua lauaban tur,ubi propnigcu,laconicu,calda lauatiolitac crant,ut
cxmulrisau ^torum tt ftimonijs pracfcrrim cx Mai tialis vcrfibus nupcr ci
tarisclarc pcrfpicitur.Ciymnafium^thcrmacftadiu cfthac partc. His omnibu* po:c
ft iam vnicuiquc pcrfuafum cflc, (juanrum in criorc vcrfatus fit(inuitus
farcor)Blondus loroliuicnfis conciuis mcu.squi in fccundo Komac inftaurarac
commcnrario rhcrmas folum ad la oandi vfus inftitutas tuiflc lcriplic. Voiio nc
quis forfan admirarionc capiarur,quod dixcrim PIatoncm,arquc Ariftorclcm in
gymnatijsphilofophari confucuiflc ;[circdcbct in huiufccmodi locis vaC ria
hominum gcncra conucnircfolita fuiflc,quacomnia in fcnucnti capircanobis
ligillarim dcmonftrabunrur.ranta c nimcrat huiufccmodi locorumcapaciras,tamq.
fpatiofa ampIitudo,vrabfquc ullo impcdimcto diucrfac, ac fcrc iiinumcrac
cxcrcitationcs, &: corporum&canim^^rum pcragi pofscnr,qucadmodum cx Vitruuij
allaradcfcriprionc pcrfpiccrc quiuis mcdiocrircr Iiac in rcvcrfarus potcrit ;
quam cum in rcbus plurimis diucrfim cx Odaui; Panlagathi viri tcmpcftarc noftra
fummi iudicio in prima cdirioncrradidcrimus,nur ipfa diligcntiusconlidcrara (vt
icmpcrcuracpoftcriorcs cfse mcliorcsfolcnr)caftigatiorcm,&:omnibus Virruuij
ucrbis cxaiXQ corrcfpondcnrcm cxhibcmus.ad quod agcndum clariflim is Aloyfius
Moccnicus, Prancifci hlius, loanncs Vinccnrius Pincllus, Mclchior Guillandinus,
uiri tum ob acrc in cunvtis iudiciu, cum ub lingularcm cruditioncm apud omncs
fpcctatiifimi, nccnon B 2 Andreas Palladius prifcæ
totiusarchiteduracpcntiifiiriusnon pa D rum adiumciuo nobisfuerunt.ita utnon
vcrear.quin hoc pado
do^is,Vitruuijquefc]entiacftudio/isprobatæucniat,&qucmadmodum ad hanc fcrc
diem palæftræ ratio fuit incognita, fic in pofterumclara,afquemanifcfta
futurafir,Immo vcro,fi Odlauiusipfcrcuiuifcerct,non dubitarc,uterat
homofanfliiftimus^arq. dodilTimus, quin ctiam ipfe huic defcriptioni, Sc
Vitruuij contcxtui non mutato.fcd in aliquibus tantum rælius ordinato
Jibentiflimefubfcriberet.Placuif autem duaseiusichnographiasproponcre,
quiaaudor &: cmadratas,& obJongas ficri pofse docet. De paUeHramm
ædifiuttone^fs' xyftis^ex VitruuioLib.V. Cap. XI Vnc mihi videtur ( ramerfinon
fint italicæ confuctudinis)paIacftrarumacdificationestradere explicate,&:
quemadmodu apud Græcos
conftituaturmonftrare.lnpaIæftrispcriftyJia,quadrata.fiue obJogaita funt
facicnda,uti duorum ftadiorumliabcantambulationiscircuitioncm, quod Graxi
uocnmJ^uuajUv.cx quibustrespor . ^fif"I^'iccsdifponanrur,quartaqucquæad
mendianas regioncs cft conuerfa dupJex.ut cum tcmpcftates uento iac Junt, non
poftitafpergoinintcriorcmpartcmperuenire Conftituunturauicmintribusporricibus
cxhcdræ fpatiofænabentes lcdcs,in quibus pliilofophi, rhctorcs, reJiquique qui
ftudijs deJeftantur,lcdcnrcs d.fputare p*flint. Jn dupl.ci autcm porticum F
colloccnrur Jiaccmcmbra,Lphcbacum in mcdio (hocluuem eft
exhcdraamplil],macumfcdibus.quactcrtiaparteI6g^ lata ) lub dextro conccum,
dcinde proximc coniftcrium,a conifte nomvcrfuraporticus frigidalauatio, quam
Græci aovW: itafacla,ut in partibua, quac lucrint circa paricrcs, &c quac
crunt ad columnas,nurgmc&habcantuti lcmitasnon minuspcdum dcnum,mc diumq.
cxcauarum,un gradusbini (int in dcfccnfu fcfquipcdalia
marginibusadplanicicm,quac planiticslit ncminus lata pcdum du(K^ccim: Ita qui
ucftiti ambulaucrint circum in margmibus noa impcdictur ab cun^^tis fc
cxcrccntibiis. Haccaurcm porticusapud Graccc^ jyoii 'lociutur,quod athk
tacpcrhibcrna tcmpora jn tcdi$ rtadi js cxcrccniur. Proximc autcm xyllum, et
dupliccm porticum deilgncfnrtrhyp^icttirac
ambuIationcs^qitasGracc/irtfi/ftf/j^i. /flff^noftri xylb appcHanr,!n quas pcr
hicmcm cx xy(h>fcrcno cuclo arhlcrac prodcunrcs cxcrccnti:r.I-ac iunda aurcm
xylta lic uidcn tur,ut lint intcr duas porticus (iluæ, aui platanoncs, U in his
pcriiciantur intcr arborcs ambulationcs,ibiquc cx opcrc fignino lUrio ncs. Port
xyllumautcm Ibdium ira fiuurafum,ut poflint hominum copiac cum laxamcnto
arhlctas ccrtantcs Ipcvflarc.Quac in ntocni buincccflariaujdcbanturclfc.ui aptc
djlpoiuntui,pcrkrjpil 21 tigura paJacltræ cumpcnilylioqinidrato Occafus g a B s
II a •[? 0• D • • 90 Orrus A Pcriftylium in palæftra quadratum&: oblongum
habcnsam-D . B Trcsporticusfimpliccs. C Portiaisquartaad meridianas Cacli
regiones conuerfa, quæ duplcx eft. D Excdrac in tribus porticibus fpatiofæ,in
quibus phiiofophi, rhctorcsdifputabant. E Ephoebeum,ideft cxedra tertia partc
longior quam lata. F Coriceum a parte dextcra. G Conifterium. ^ H Frigidalauatio
in verfura porticus. I Elacothefium adfiniftram ephoebci. K Frigidarium. L Iter
in propnigeum in verfura porticus. E M Propnigeum. N
Concamcratafudatiointrorfuseregione frigidarij ion^itudine duplcx quam
latitudinc habens ex vna parte Placo^ . 3 nicum QJxituseperiftylio ^ Exaltcra
Ocalidam iauationem R Porticusextra palæftramprima exeuntiLus. S
Pm-ticusfecunda fpedansadfcptcntrionem duplcxamplifllma
iatitudinc&ftadiata. T Porticus tertiafimplexitafadauthabcar. V Margines
circa parietes. X Marginesadcolumnas. Z Mediuexcauatumuti
gradusbinifintindcfcenfufcfquipedali F « Hypethracambulationcs proximcxyftum,
&: duplicemporti-' cum,quacaLatinisxyfta,aGraccisiirt^;/f,^i^uocabantur. D
J>iluac ucl platanones intcr diftas duas porticus. y Stationes ex opcre fignino.
Stadium itafiguratumutpofsethominum copiaccumlaxamcn to athletas cerrantes
fpeaarc. % Locadequibusl etfinon meminerit Vitruuius^ fiufst tamen in
palæftrancccfse ut lignarium,iiquarium, uafarium, latriBtc naimihwum ctil«,
&: finailk. . Dt '^itrijs Imninum generibns, quæ itj gymtiaJiA comonebAnt.
Cap. VIL 25 metli. B Aiua, adcoquc varia hominum in gvinnarijs conucrfantium
crat multituao, vr,rcfcrcntc4nihifaf nBrtffn y pJtrijwfj. 7\0kercar, Et ficuti
ctiam Galcni tcilmionio comprobatur^qui Tl.cagcnis cuiufdamphilofophi Cynici in
Traiani gymnal'H)quoridicpublicc difputantismcntioncmfacit : Triacnim fuidc
Komnc h)caJii quiin in lib. bus lirtcrariac cxci citationcs obircntur, cx
varijs Ga!cni !il ris colibru C gnofcitur,tcniplum pacisantcquamconflagiarct,
gymralia publica, cW^fK. Intcr-quac fcholam mcdicorum appcllatam (iquis
rcccnicat mcafentcntiaa vcronon crrabit. fuit autcm ca iii hfquilijsacdificata,
multLsq. imat;inibus, atquc rriarm(>fitK>ncs, 5c aliaincdicinac
Itudioforum cxcrcijia liimlcquid trad.in folituin iiiiflcatquc nunc incollcgijs
vocatisfir, qiiandoficfcholam eiufmodi propnos rai>uUrios habuiife, oftcndit
marmor cnm hac infcnptionc Romæ ad D.Scbaftiani rcpcrium. M. LIVIO. CELSO.
TABVLARiO SCHOLÆ. MEDICOKVM M. L1 £ R M. LIVIVS. EVTYCHVS E ARCHIATROS. OLL.D.I/.
IN. FR. PED. IIIL Alterum genus crar,Adolcfcentcs,qui vr cxcr. itationu
obferuationes,atq. modos addifcerct,ad gymna/ia acccdcbar,vbi a gymnallis
ipfisquafcumq. cupiebatexcrcirationes, edocebarurj Adole/ceres hbcros palæftra
cdifcere folitos fuiiTc facile couincirur ex iJIis Par
InEunu-menonisapudTerenriiiverbis, quibusiileCherea fub formæunuchi Thaidi
oflfercs air,Fac periculumin lirferis,fac in palæftra,in muficis.q hbcru fcire
æquu eft adolefcentc,foJiertc dabo.id q^ cJa,, riusmfra demoUrabo.Tertiugenuserat
Athleræ qui ibi feexerccbar, vt in publicis Uidis, fcu in facris
certaminibuspoflent&populu dele(aarc,nccn6 vidoria ac præmijs potiri.&:
qj-hoc fuerit,prererVirruuijauaorirareSueronius clariilime demonftrat du refcit
E Ncronc qiiandoq. gymnafiu ingredi foIitu,vt cerrares arhJcras fpectai
ct.Quartu genus crat ocs iUi fiuc nobiJes,fiue ignobiJes, qui ue! miliraris
difciplinac,&: forrirudinis,veI tuedæfaniratis,&: boni
habituscopamndigratiavarijscxcrcitationugcncribusinciibcbanr de prionbus elt
locus apud Cafliodoru Jib.v.epift.2 ^ maJc a Pamclio m adnor. ad Tcrrulliani
lib. dc fpe«ft. inrelJeau, vbi ita fcribir Oflenriuucncsnoiha in bellis,qd in
gymnafio didiccre virturis.ln Inic' l.^n '^' poflumus, cum fcribat -.c. e anno
ætatis fu? tr gefimo quindlo pafllim fuifle luxarione fummi humcn,n
paJacflra.Quindtum genus erar corum.qui fricabaruX cer n.fndbones ficrcnr a mu
Jris ante rcJiquas cxcrcitationes,nihiJo^irr^smnln quoquc fine vJJa
excrcitatione feorfum ab aH;, ut dc C.alcnofridione adexcrcitationcspracpaKuoriaareliqufs
diftin S;;Hn^ bihorcs.Hoc tamen intcrerat,qct diuitcs,arq. primarcs Jabra et co
lymbuhras^prias in cellis alioVjui comunibiis habcba ^bjf^^ ucrfis tcporibus
lauabaru r, mulri crar qui ct folia ucl J.enca vej ar gctcaCqd-rcctat PJinius)
fecu ferrcr,nc pcdcs nudos cXc S nJi viJifnmi qu.q. poncbanr, quauis ctia
rcftranr nonnuJjXh-hnnm Impcratorc lauan loJitu, vbi plcbs lauabatur quoT&
-n^S cX fccifTc cribit Sucronius. Qui vero duntaxatunge7cm?rnuJ^^ gymnafi;s
rcpericbantur, quonu uej cxcrcirationTn3l K^^^ grariaungcbanrur.
Abhiipoftrcmoonin Cn^ res ( ne nuniflros,dc quibusinfra loq«cmt,r nuncC, cam^
gymnafia conuena banr,qux non ob ^nliud, nifiarvidendos eTe^.;/: . tarores
tatorcs ut porc otion,&: nuUis ncgotijs occupati eo ncccdcbar.Qiio in loco
id ctiam animaducrtcndum ccfco,dicbus f clhiiis gymnalia
ma-islixqucnt:U:ituiirc.qu;UKlc)artificcs,autaIi)sfcrmcijsdctcnti otiantcs in
illis ob rcmittcndos Iaborcs,&: uoluptatcm capiundam ucrfabantur. An in
Komanorum Thcrmis mulicrcs quoq. ucrlarci> tur,qucmadmodumuiri,nil ccrti
aftirimrc auiim,niiiquod Komana maicftatCillud dcdccuilTc vidctur, tacilcq.
ficri potcMt impu. rac aliquæ et (peaandi,& ludcdi graria^quod
luucnalis.&: Marnalis innuucpublice vcrfarcntur in ^ymnalijs, nccnon in
locis lcparatis,quac ibi lauadis tcminis folis cxlli uc^la cn"cnt,pcrindc
ac in priua tis balncis honcftac mulicrcs lauarcntur tam ignobilcs et mcdiocri
loco natacqua illuftriorcs, cu dc l>oppaca Domiri j Ncronis uxorc LU.c.4.1.
referat Plinius, quod ad au^cndu cutis candorO quingcntas aimas B tctasper
omniafccum trahcbat, cV balncarum cnam foliototum ^ corpus illo la^c macerabat:
quod intcllcxi t luucnalis dum lcriplit. .niir p nguia Poppacana. Saty.^,
Spirat et lr:cipit agmfciyitq. Hb laciefonetur Troptcrc^uod/ecumcomiteseducitafelUs.
in qucm dcalbandl corporis nfum ihas mulicrcs farinam fiibaccam, alios
ninum,aphroni trumuc in balncis vfurpatrc mc minit Galenus. Atqui Spartanorum
Primo dc mulicrcs una cum uiris in palacfiris cxcrccri fc confucuillc, practcr
aIio5,fatis tcitatumfacitPropcrriushbrotcrtioMultatuæSpartemiramuriurapalæHræ
Scdmaj^e vir^inei tct bona^ym^afii^ Quod non infames txetcet lorpore ludos
Jntcr luilafjtrs nuda putllas uiros, Cumpii i ueloccs fjUu pcr braihia i^^l.iS^
Jncrepat et ve fnlauis ad tnca trocht, TkluerulChtaq. ad extrtmas fiat ftmina
mctas, Et patitur duro vulncrapancratio, 7\(^unc ligax ai cifium gaudentia
br,nhia loiis, MiiliUnunc dijcipondus in orbc rotat. Keq. deHoc Spartanoru
morequifquam minMi dcbct,quando&: Plato in quindo dc repub.grauiHimis
arj:un.cntKs probaiiir ad flli€cm rcrum publicarum ftarum maximopcrc
conduccrcfi mulicrcs tamiuuenes,quam fcniorc* una cum viris nudac in pahu
(Iris,atquc gymnafijs cxcrceantur, qucd an fapicnrcr dccrc. um f ucrit, ^ an ad
conrincnriam tcmpcrantiamnc ex confuctudinc conlequcndam,ut Platoni m animo
crat>confcrrci,uon dl iocus cxaminandi. ^"'m qui Augufti Cacfansacrace
floruir,folum pnlac % nrasgraccastradiaiflcexipfiusucrbisconftar, quando I'
nmidiim Rcrant, c}U;ispoftca cxftru^aas licuii in raulris Gniccorum gymnafijs
.'jsnircs fuiiic probabile cft,ita pai-irer veririiiiilc fit Romanos (, vc
/olcf cfse poltcriorum in cxcokndis rebus mos) plurafuis addidr(Tc\tj6jac ucl
Graccoslatuerant, vclparum ab illis acftimara fu( f>ti>;:tiUOcjixa pai tes
gymnailorum magis principalcs cxplicata ftts baudquafjwam folas a Vitruuio
fignificatas in mcdium afftram, fcd lihis ni.llo {ku^ ordinefcruato cnarrabo,
quai difpedlm ab Auaorilnis tF.uIiras inuenio, quasut rei ipdus rario
expoftulare uidcttirio Gruecis,æq, Uomanis palacftris extitiCe : quaquam
Vitruuij E au^icrjtasEim nunqua multifacicndam cxiftimaui.nempe quc
■na^ctJ^oiixcyov &i fua actate minimcæftimatum puto, quod enim ab Augufto
i.uliis egrcgijs l-abricis, niflfolis Baliftis pnicfectusfuerit, quandofcilicetin
vrbc &extra Hrbemmagnifica ædificia cxftrucbanti!r,quod
ctanfrFroferc-pofteriorcauaorc nominatus inucniatur,practcrqiia in capituni
Plinij libroru caralogo.qui ab aliquibus minimcPIuiianus,ucI fattcm
adulrcratusputatur,magnam certe ip Ijuscxiftirnationisfufpicioncm meritGparir.
Ergoprimac symnaliorupartcsfucruntporticusexcdris fiuc cubilibus apcrtisplenæ
inquibusphilofopiu.&ihctorcs.mathcmatici, et omnis dcniq
dilciplinarumamarores difputando,lcgendo,ac doccdo cxcrcc-bantunatq. has non
longc ab alijs admodum litas fuifsc conijccrc poflumus tum cxipfa figura,tum
cxproucrbio indc nato(Difcfi quam F philolophu audire malut^quod in cos
diccbatur, qui in codc aym nafio intcr philofophos fcdcntes.atq. inde difcoru
crcpirus audicntcsrcliita fapictiac fchola ad proximum ccrtaminum locum
(rumpebanr.ln cxedris philofophorum adolefccntcs arq. pucros illos a
difciplinarum ftud ijs opcra nauabant, vcrfaros cfsc rarioni confcntancum cft:
quod cfsentillac ucluti icholæ quacda.ubi pofscnt fæillimc poft animoru
exercirationcs corpora ad fanirate, uel fortira
dincmiuiK:nes&pucricxcrcere/ubindcci.lauari.cmtcr»imLa.fflpridi.jauetorrras.
AlexandruSeucru poft Icaionemope raml^ pahuitrac modo fphacnftirio.modo
curfni.mocto lemL ludTs dcdiircmoxbalncummtromifse . JntCKhasadnnmerocmJ mcdl
corv.m /choIas.Secunda parscrar Ephcbaccm, quo mih. vJdfi^c apparet cos
conuemrc.atq. dcpracrt,ij^ ^ c^icrccd. gcncrc padio! ncs : 29A nes facerc
(oVxtos, qiii hiTiLiI cxcrcn-i, ac ccrtare uolcbant : qiiamquamfciam Philandrum
cius opinionis fuiOc, quod iu hphcbaco pubcrcs cxcrccrcnf. qua in rc ipfum
ualdc mchus fcnliflc cxiftnno, quam Guliclmum Chouhim, qui in fuo dc antiquoru
cxcrciratio^ nibusUbro in Ephcbaco iuucncs ftudcndi gratia lcdillc lcriptis
madauit. Vtrum ucro apud Romanos,qui cum uiris antc dccununi
fextumannumpucroscommcrcium uHum habercuctabant, hoc ucru tucrit affirmarc
noaudercm . Ncq. itcm ncgarc poiUnnus,GaLi.dc i.c. lcni tcmporc. pucros
cxcrccri in palaclba confucuiflc, curs
cumfP^^^'damacgritudinis,quamCommoduspucr,atq.lmpcratoristiHu$in
palacflraacquiliucrat, mennoncmfaciari Sipracrcrcainfccudo dc tu.ua.lic
icribat: oCn Kxiou^ ivporis moribus ita loquitur. l^tgo tihi cjims yigimi
fui\}c prtmn cop am DiiitHm longc a pdtd^ipio pc.iim vt effcrres ex acdibus
^ntc folcm cxoruntt m mjt in pMdcliram vcncras Cymnafii Tracfccty haud mcdiQcns
pocnas pcndcrcs : Idq. vbi obtigcrat, hoc ctum ad malnm arccjfcb.itur malum Et
dilcipulus, magislcr pcrhtbebantur imprubi. Jbi curfu, luctando, hajia, difco.
pugiUtn, pila Salicndo fc exencbant maps, q ^am icorto, aut fauifs, C
Vndcmihicoijcicndu uidctur pucrissumo mancpalacftraadcudi pracccptu fuiflc,ut
uiroru,qui tuc noadcrat,c6mcrciu uitarat,atq.
cthttcraruftudijsiucubcndioMumfupcrcirct.etcnim non dcfuifl^i-, qui pucros
nudos uidcrc,&: ncfandum coru amorcm libi conciliarc cx palæftns
ftudcrcnt,facilc cx ainatorio Pkirarchi iib.colligitur.
habcturautcxcitatoPlautiloco gymnadapublica Romac cc fuilfc antc
Ncroni5principatu,licut&:cxCatullo,acalijs.Tcrfiaparscrat Coriccu,qui
locus(ut mca fcrt fnia),p dcnudadis hominibus,^ ucl cxerccnaicl lauari,ucl ut
ruquc agcrc uolcbant,infcruicbat,alias a Graccis iTroJ^urift^.Sc a Calcno
yvtJHfccsHgiOP uocatus.Nili cnim Coriceuapud
Vitruuiumtalcmloculii^niHcatpalacllrasabipfo dcfcriptas abfq. hac parte omniu
maximc ncccfsaria cxtitifsc diccnduin
cf5Ct,quanonfoluminpublicisgymna(ijs,ucructiaminpriuatisaf^.^^^ tUifsc
crcdo,fiquidcmPliniusCacciliusindcfcriptionibusuillac fuac Laurctinæ ac
Tiifcoru apodyteriCinteralia adnumerafrunde D illoru fcntcrias jpbarc
ncquco.qui Coryceu in Vitruui; textu legcdu putarfita corycopilæfpecic,quafiibi
ludui talis agcrefaut cou riceii pro tortrina, aut corycefi tam^in
eopueIIe,&: virgines««f«//« Græcis uocatac exerccrentur.Quarta
parserateleothcfium a lulio cpi. Pollucc «AujrT/IfMc^aCæcilio Plinio unauarium
uocatum, atq. in ifto ludaturi, &c alias exercirationes, uel balneas
inituri ungebantur,redungebanrurq. Sed,quoniaopportunirasrci poftulare
videtur,ut dc hoc gymnaftico vngcdi munere ucrba facia, neq. Metrodori Scepiij
'sngt T«j«At/7rT««{.ideft,de ungcndi rationc ciratus ab Arhcnæo Iibcr hodie
extar,quatuor cgo dica:primij,quado, et qui ungerenrur: fecundu,quæ cfscr
undionis materia:rertiu,cuius finis gratia ungcrcntur: quarrum.quo modo, &:
a quibus undio adminiftrarerur. llliquivclloturiuelfefecxcrciraturi in
gymnafiuucnicbar,maiori exparrefpoliabaturin apodyrerio:poftea horu nonulli,
&: præfertim qui uel lucla, vcl pacrarium inire intcndcbat, (na
pugiIatorcs,curforcs5ac alij multi undione no egebant) alipteriu
ingredientesungebatur,atq.iraunaiadIocu,ubierarpuIuis,dequo loquar mfcrius,
trafcunres pulucrc cofpcrgcbantur, ficq. dcinceps m cxcrcitationes diucrfas
diucrfi prodibat^poftqufi ucro fele,qnantum Iibuerar,excrcuifscnr,itcruad
undUianiireucrrcnrcs ibi a Mediaftinis,& Reundoribus ftrigilibusferrcis,de
quibus Martialis, Tergamus basmfii curuo difling^mre ferro, T^ontam fæfe toet
lit.tea fitUotibi, detergcbantur, in qua dererfione olcum, puluis,& fudor,
quæ de radcbanrur.fimul mixtain ufum mcdicum adfcruabarur, &:ab At!:h4ci
^'i^ aba!ijsueroWTtffuocabarur, urcxDiofcoridcPliF ii.defim.
nio,Gakno,&:AcriofaciIliiueconfirmaripotcft: ramerfi Auiccnme.8..& 4 na
libr&-fccundo faciat mctionem eriam fudoris ficci arhlerarum Tib"; et
quemputofmfscillum, cui nequcoleum,ncqucpuluisincrat ^,o 3 fim. quamuis Galcni
acrarc ftrigilcs adhiberenrur ad balnci vfum ni jT' c. 17. ^'''S''"
Plerumquc fponeiac crant, uel linci, nequccommunitcr
fempcradminiltrabantiTr.fcd quifq propriumfecum gerebar,& pracfcrrim
quicumquc communii cum alijs mihumenra habcre f ugicbar, vr infinuar Pcrfius
Sar.v lp»er,7i,ur corporaforriorarcddcrcntur.De Hcrculc nanu|uc,& Antco
fcrauncm faciens ait, ^uxillum mrmbtis calidas infunditarenas, Plurarchus in
libcllodcprimofrigido huius fcnrentiæfu ifseuidc tur,quod athlcrac in
uni^iionibus puluerc urcren tur ru ad rcfrigera da calcfaifta corpora,rum ad
cohibcndum fudorc,nc ranropcre dclafsarcnrur. Egoaut cum
Lucianocxiftimopotillimuufumpulucris cxflirifse, ne olco manus labcrcntur, fcd
facilius cxcrciratorcs fcfc comprchcndcrc ual crcr,neue fudore difflucrcnt, aur
ucnri corpora apcrta ingrcdercnrur. atq. hac dc caufsa a Marrialc puluis ilk
icfi uocarusfuir,ut ibi(flaucfc]t aphc)undc fi qui aducrfariospcructos,
&:lincpulucrc cerranrcs uinccbanr, maiori gloria digni habcban^ tur,qualis
fuir apud Plinium Dioxippus,&: Diorcus apud
Paufaniamjacxtfw/nomenpromcrirus. cuiusrci menrioncm fecit Horatirvira,\d
Macccnarcm fcribcns. Ul^.x.cfiJ Quis circum p^^go^, et circum ccmpita pugna x.
Magna coroniri conumnat olympia, cui fpes, Cui fit cond tio duli is fire
pulucrc pahuæ Ex quo fatis mirari ncquco Budacu,uiru fane doaifnmu, q I fuis ad
Padcdasadnorationib. hoc nouidcrir^malucrirq.flfWm.i.aWflr^^ii wc> (cu finc
ccrtaminc limplicircr diHu cfsc qq, &: hoc quoquc non abnuo inrcrdu aliquos
cfsc coronaros (inc certaminc, ucl qd* aducr fariusrcmporeconftiruto non
comparuifsct, ucl,quod ob robur, &:uinccndi confucrudincm a cuncris
uitarcrur, cuiufmodi fuilsc complurcs Paufanias, Diodorus, Hcliodoru#s
atqucSuidascommcmorant ««ic^wti proprcrca nominatos. Alijfunr,quicrcdantoIco
Oymn^O^ca^ C cxcrci34 ( dc vii. cxerciratoresunftoi ad
arcedafrigora.&leuandasIaffifudincs.GaD lenusfentit oleum ram ad exoluenda
ptcrita lafTirudincm, &: futura niitiganda.quam ad pparandum ad morus
conduxinc. quibus cera addita cum GaJeno opinor,quo oleum aIio
u'i^'tuariu,&: couiftcrium cxpJicauimus: nuc ccrcras partiin ab codc
prcnnifsas,6i: ab alijs indicatas, parrim ab ipfomct cxplicaras prorcqucmur.
hrar iraq. fcxra pars lo cus quida palacllra uocari:s,ubi (Jiccbat I.ydus illc
PIai:ti^) curfu, ludado,halla,difc(),p yilaru,piia,(aIicdo fc cNcri.cbar
magis,qfcor ro,aut lauijs, 6:ubi k ribir Gal.hascxcrcirarioncspcragi folitas
luda,pui;ilacij,appcn(ionc manib.ad runcs,cxcrcitarionc,qua ftabant pcdib. 6c
manib. in pugnu uinCtis,casq. alrcri apcricndas porrigcbat,qua podcra manib,
aftollcbant,6L ua pciiiftcbanr,c}igcnus haltcres
uocarucft,fchiamachia,&:armoru pugna:( »alcno ucro afscnricns Oribalius
Pcrgamcnus fafsus clk no modo has, fcd &: alias fcxccnras fuifsc palacllrac
cxcrcirarioncs. \'ndcanimaducrrcndu cft, palacftia apud urriufq. linguac
auvflorcs nuilta (ignihcarcprimo ro ruipsii gymnalifi,ut cituidcrcpencs
Virruuiu;fc(to,locuquccumq. cxcrccdis corporib. idonc u, quopaclo locu uscft (
jceroin f.pift. tcrrij li.ad QJ .prima, &: 2.dc lcgibus,du uilia (iia
Arpinatc de (c ribcns,palacftram ibi nominat,nccnon \'irgiliusquinclo Acncidos,
Td'S in^^am nns exerctt t ttumbra pulac/ttis^ &c Gcta apud Tcrcriu in
Phormioncubi dixir, Ecc fi a iua palacftra cxittbras.Tcrtioccitagymnalij
paricin qua cxfnia Plauri,Ga!cnr, 6c Oibalij tot cxcrcirationcs facbs
pracdiximus,&: cuiusparu tum fordcscollcihas in panno applicatas
furunculosmarurarcfcripfcC runrPlinius,&:T!icodorusPrilci.Hni*^'. iniUM
f!VMi:h\ arionc accc^ifse Catullum puro,ubi dixit. Abero foro, palntsira,
flddio, et ^^vm asi^s ^ Mtfer ah rr^ijvr . et Atranius lCi ibcns. Efcam
'•epelUs tf i'ri mannw pei pj!j( lincos, idcft, Palacftrac ufum (ut air Nonius)
callcntcs. Quod auca Palacftrac nuiris^llatui^^atqicolunis ftrigiiKnCi quacda a
pulucrc,&: lucianriu corporu concictu il)i f •utac abradcrcnrur, &:in
uarios mcdicinacufusfcruarcntur,abiidc tcftati funt Diofcuri dcSjPlini^ &:
Gal.q ftrignicnra quadoq; a Judoru m^^ilb arib. ortin gc:is icftcnijsucdira
fiiifsc irudir Plini^ Inucnioquoq.cxcrcirario j;c* ipsapalacftraru intcrdu
palacllra uocari,rdinarc,&: vcniiltc f'actvsinciapnoi;n;ci4Urlligc rc.iMs^c
;ui^ttorir.uc Lucilij*, cm'^hic ucrs"'' l/cyif .ipud Porphyriouc, iiiUuis
iioitt/sji cll uuiurn tcffi n^ij j lfli\i, ucciujn Plato iu Cliarinic^t C 2 pro
In Bacchi dibus. 2 cue. Udl. C2p. $ 6. coUc c, 14Dc Berecinchi .a ) li. i.c.
ii.T ^Cwcx. incd. Ii.i.dcle glliUS. li. i\c claris Orat. i 3« fto"^?* pi^o
Taurcipalænra locu{Tgnificauir,quo uiri doaiad colIoqucii-T) '^** dum
difputanduiTiq.conucniebanr. Ad hæc Plutarchus in /ecudo fympos.palæftra
uocarufcribit locu,ubi athletac cxerccrentiir, &: in quo lolu luda,&:
pancratiu non curfus, non pugilatus agerenrur. queadmodu,&: Gal. quandoq.
palæftra nuncupauit, ubi athletac f folum,&: craffitudini corporis
ftudenres exerccretur, quo padto accipiedureorapudHipp.quuinprincipio primi
Epid.narrat tubercula ijs efse oborta^qui in palæftra,&: gymnafijs
exercebanrur.For ml\lp^9 dubirauit aliq uis,an in palac ftra hac puhiis ftrarus
efsef, qm Gal.ipfam a loco,ubi puluis crat/'«fAA> dcquoqjacilc conijcitur m
fphac: illirio ncdu pilacludos,ucrum 51 ctiam alias excrcitationcs ficri
confucuifle, quado et in ipfo.Vcfpafianus fauces,ccrcraq. mcmbra(ut tradit
Suctonius)(ibimct adnu>• mt rum dcfricabat. C):taua pars fucrunt uiac
illac,quæ inrer porcicus,ac muros,ur cgo puio, litac crant,ab omnibus
acdificijs nudac, necnontotapcrillybjareaquac&: ad
fubminiftradamporricibus, ac ccllis lucc fadac erant,&: ad fpatiandum,
aliasvc cxcrcirationcs obcundas, quac ncc in palacllra, ncc in alro pulu^rc,
ncc in xyllis. ^ alijsuc locis ficri poilcnt.Has locum coculcatum paulloante cx
Ga Icno a nobis nominarum fuiflcopinv^r ira uocatas,quod nullis lapidibus,
latcnbu.vuc ftratac,fcd rudcs&iaciuato tantumfolo forcnt. In his curlum
fach'i cxillimo,atquc ad id :um diauli, tum dolichi, a quibus dolichodromi, 6c
diaulodromi lormas, atquc tcrminos ibi conltituros, tameriiapud Vi:ruuu'i nil
aliud lucrir diauIos,quampe r\'ftilioru quadratcrum circunurio duubus lladijs
dcfinita. In ipiis ctiam faltus,&: difci cxcrcitarioncs, quas palacllrac
ncijauit Galcnus(ut mea fcrt fcntcntia)intcrdum habcbantur. Nona pars crant
xyfti,&:xyfta,na vrraq.apud L'raccos& Larinosnr) parum difcriminis
obrinenr, fi quidcm \yftv>i> hi uocat porticus tcCtas ubi athlctac ^ pcr
hiemem &: acftarc,tcmporc ludationibus alicno cxcrccbantur: xyfta
autcmfubdialcs ambulationcs,ubi hicmc tcinpcftatc lcnic porticu
prodcunrcs,&: acltatc fcrc fcmpcr cxcrccbantur, ac ambulabanti atquc has
wif i/f ofti/tff a draccis n(>minatasfcribir Vjrruuius,quac
dupliccscraiit,aiiacnudac, a]iacplatanisalijsucarboribusconlitacad
pracftanduamocnirarcm,atq. illis,qi.i a folcoHcndcbanrur,umbram.dchis
loquebatur Miniu.s,dum pl aran(js ArhcM> xx. nisin
Acadcmiacambularionccclcbratas fuillc /cribir:i)cijfdcm quoq.Miniusfccunduskrmoncm
habuit qiiando in dcpinycndisi.rOean 1 ufcisac Laurcntinauillisfuisxyftostotics
dccantar.Ncc ahum lo cum inrcllcxir ifchomacus apud Xcnophonrcm, quandvj
ambiilationcminxyftofadam noniinauit,(icuti ncc Phacdius apudPlatoncm, ubi cx
Acumcnifcnrcnria fahjLrioiumfacirambularionc inuijs,quam in curlibus (ub hi(cc
ucrl)islti#r,frigidarium,rcpidarium,fuda. ^^QJ tioncm calidam,&: calidd
lauarioncm : Qu,ic ucro balncis infcruicbancfu.-runi
hypocauftu:n,aquariuai,iSido vapore, Ctuda yirgine, Menijq.mirgi. Scio quoque
nonnullos, quod laconicum rorundum,ac ueluti turricula in hcmifphacrium
camcrata forct, idcm ctm Iphacrillirioi nobisfupcrius cxplicatocffccifsc.quibus
plane .-ifscntiri ncqueo. qiioniam mihijrrationabile videtur,utin loco calido fudatfonibus
D vE ift li atci;aliasexcrcitariones,quasinrphacriftirio "^' •
''ficric6fueuiflctraditPIinius, exerccrct: fuirsctnamq. (uteftinpro^
uerbio)camino oleu addere, fi excrcitationesper fc corpora ualdc calefacientes
in calidillimis locis cgifscnt.De laconico pofsunt ucr
baluuenal,intc:hgi,fiucrfusita rcftituatun quidquid dixcrintali;:
QuiLacedarmotiium proptyfmate h.bricat orbem: namraxatquendaqd^inLaconici
foliocopiofc cxfpucdo efficcret, quo minus in ipfo pcdes ambulantiu firmari uak
rcnr.Poft Laconicufequebaturccllacalida labris aquæcotincndacpofitisrcferra. in
qua qt^apud Alcxim fuifsc balncoruin partcm, nullo modo probarc ualco : cum idc
alias ipfum intcr ^vmnafiorumpartcsadnumcraucrif.nifiuchmuspcncsAnriquojitAWi?
F fignificafsc totum gymnafium ipfum . Atquc hacc fL.lIi:ianr cc
pubhcorumingymnalijs balncorumpartibus. Fucrunr&iinnumcra fcre priuatoru
balnea, quac, &c aliquibus cx pracdidis partibus caruifse,&:alias
habuifse uenllmilc cft;;cd dc huiufmodi non cft mftituti noftri ucrba facerc .
Quæ autcm loca non cfscnt in tra balncas. fcd ipfis
tantuminferuircnt,primohypocauftumconrincbat,quod fccundum Vitruuij
dcfcripiionccratfornaxfcu caminataftrudura fubterranea calidario,calidac
lauationi,atquc uafario fuppollta, iii qua ad calcfacicndu tum aqua,tu prædida
loca ignis fucccndcbatur, ^ ne exftingucrctur a fcruis fornacatori bus ob id in
Pandcvilis a Papiniano uocatis,frequenter cum pihs,& glomis picc iUitis
cxcitabatur,de Iignis autc in hunc ufum adhibitis narrat PIu tarchus x prob.li
b.ijj.fympof.ædiles cauifse,ne ignis balncarum cx olea fudcenderrtur neq. in
cum conijccrmir lolium, quod horum nidorcs araucdincmcapiris,
6^vcrtigincslauantibusinuclKinrpracdicU^ pilarumapud
Virruuiumlib.v.cap.x.mcntioclara habcrur,ubi do^^
cctfolumcaldariorumitaftcrnendum cfTc inclinatum ad h> pocau fim,vti pila
cum mitratur non poflit inrro rcfillcrc, fcd rurfus rcdirc ad
pracfurnium^atq.fic facilius flamma pcruagari.fub fufpcniionc. Dc his
loqucbatur Statius in dcfcriptionc balncorum Etrufci. Crcpantis i^uditura piUs,
ubi hniuidus igms imrrat ^4€dibus, et tenuem ^oluunt hypocaufia uaporcm^ Vndc
cuiuis manifcrtum cflc potcft j n quam graui errore ucrfentur
ilii,quiHypocauftum,&:Laconicuidcm fuiflccrcdidcrunr. Auftor ert Scncca
iij.nar.quacft.cap.xxiiij.ncc no epift.xc}.;tcmpcftatc fua inucntos eflc
paricribus imprcflbs tubos, pcr quos circumfundcrcturcalor,qi'iima(imul, &:
fummafoucrctacqualitcr: illumucrocalorcm immitri confucuiflc cx Hypocaufto,«d a
lurifconfultis mcmo riac mandatum cft,&: ab Aufonio in MofcIIa fic
cxprcflUm: Quid quacfulfurcafubnru^a crepidinc fumant Bjlnedyferncnti cum
Mulcibcr haullns opcrto rduit auhcht^s tcctoria prr ca:u fijmmas,
Inclufumglomnans acfiuixpifante uaporem. Horum autc tuborum veftigia adhuc
quamplurima Romæ confpi ciunrurin DiocIctiani^atq.Caracallac gymnafijs .
Antchypocauftum via quacda crat propnigcu, quah dixcris pracfurniu a Virruuio
uocata.Aquariu cclla crat calidac Iauationi,arq. calidario ad^ ncxa,inquaalucus
magnusacdificaruscraradcontmcndaaquacx " aquacduLtibus, autaliundcinucc^am,
arq.indcmfrigidamIauatio nc,iS:calidapcrfiftuIascorriuanda. Nonlongcabhocfirum
fuitva (arium,vbi vafa confcruabantur balncoru fcruitijs
ncccfl"aria,&: vbi aqua pro ipfis calcf^cbat.dc hoc ita rradidir
Vitruuuis:Alicnca vafa nb.j « fupra hypocauftum tria copofita fuifTc,u!uim
calidarium, alrcrum tcpidarium,tcrtium frigidarium,&: ita c()llocata,uti cx
tcpidarioia calidarium,quatumaquaccalidxcxilfcr,influcrct,dc frigidaiioin
tcpidarium ad cundc modum. l)c acrc balncoru m,qui cxtrinfccus admitrcbarur,(vrVirruuiusinnuit)caincaliciiflimolocoaucrfo
a ^^^, Scptcmtrionc &: Aquilonc fita crant, tum caldaria arquc tcpi daria
Cap.io. ab occidcntc hibcrno lumcn habcbar.Quod Oribafium fignificaflc puto,
ubi cx Galcni fcntenria Architcftos optimos balncorum domos ad oftauam horam
vcrfas conftruxiflc fcribir.Sin autcm natura loci impcdiuifser,utiq. a
mcridic,lumcn ucroita capicbatur, ut in mcdio camerdc forame
laturclinqueremr^fubquolabrum exftruc D baturxirca labru
eratfpatioljquiclamargines,aurporticus,a Vitru uiofcolæ uocati,in ^. ftatu a
Seneca, &: l^lurarcho auftoribus i rauillimis fcriptu re} erio,
antiqiiioresmoIlibus,acmoderate calidis balneis ufos, ita ut Alex. in lauacro
et febrics,Galataruq. mulieres puJtis ollas in balnea fere tes
unacupuerislauarctur,&: maducaret; ateoru fcpeftare maxime calidas in
pretio habiras f uilsc, adeo q. tarint> qualis Tucca a Martialc fub his
vcrfibus dcrifus. 7s(ow fdice duro,flru^ili ve cæmento^
7iiuucnrusRomanæxercclxit«rJybcriprop|nquuc^ftirucriV^^ ne longius ad dcponcndas
mrrr cxcrxendifm c*)jirTaar;rs(tirdcs jrc Lih.i. dA cogercnrur,qucadipodum
fcnbir Vcgctius:ira,poftqgyninafia ob rc iiiiiit.
cxcrcirationes1nftitutarucrunf;:ic(^ij^lim adrriundandacorporaconftrucrc.Abhoc
autcufu ctiamfcmcl tanrumin dic coenandi,&:in Itraris du cocnarcnt
accumbcndi, ut infcrius copiofc demonftrabo,con{ucrudo inrrodudra
fuir.Poftcriori rcmpoic maiorcmhominum partcm balncis ob dclicias, arquc
molhricm ufam efleclai-ecoa(l.it',& pracfcrtim tcpidisquibas cxficatas, Sc
ab cxcratationibus, Vdfolcvcl Frigorc aracrcscorponspartcsattemperabant.Ncc
folu dulcibus aquis,fcd 6c mcdicatis ob dchcias yfos homincs tcltatur Galcnus
in principio tcrti/ dc medicamcntis localibus.Jialneisaliquosvti
confucuiikMpiod non poflcnt .ncquc fcrrcnrciboscapcrcnili loti.auciorcil
Plutarchus.qui T.tumlmpc ratoreiuic dc
cauirainrcri)tl"c,cxrclationibuscoru,qui acgrotanti tu. va.
miniftrarinK,prodidit.Ouod ct qui inualidum ad concoqucndasci bosvcntriculQ
habcbant.cius corroborandi, &:cibos conficicndi cratialauarcntur,aPolidoniomcd»corclatumcft,vtnorcmcrc
I li „p. nius in medicos inucctus lit, quod pcrfualiflcnr balncis ardcntibus
u.i^.c. i cibos in corporibus coqui,a quibus ncmo no minus ualidus cxn ct,
obcdicntiilimi ucro ctlcrrcntur.Summatim ob quatuorciufas balB ncain
vfuexftirilVcfcribit Clcmcns AIcxandrinu.MlM^afwWojm x^fKt^««
vocarunt.Cahdis&tcpidis ad conciliandum Li.j.pnefomnu;lngida Luubant,&:
ob vohiptatc,&: ut robulVorcs rcddcrcd^i.ci,. tur,calorq. naturalis intro
repuUus maior cuadcrctiidcoq. krc poft calidas balineas ca adhibcbat.quc vfum
primos ouim Huphorbuin
lubacrcgi$,&;Antonium.\Iulam.Auguftimcdicos,rratrcs,yK')ftralfcrcfcrtPlinius
lib.xxv.c.vij.Channis quoq. mcdicus Malhlicnlis, damnato calidoi um balncorum
vfu, hibcrno t pc ct frigida lauari hortabaf,atquc in lacus ægros mcrgebat,qua
dc rc cxtat .Scnccie adllipulatio,;(cfc pfychr )lu r: u')C.ari.s.ptcri";qd
ct( vtrclcruntPhC nius,&; Agathinusapud ()ribali&)ad jprogada vita,
multaq.alia pftada.fi igida lauationc cofcrre opinati sut; hæc.n. dc (cipfo
rctcrt « 4. Agathinus. Equidc racpcnumcroa cacna cuacgrcin foinuu dclabor.pp
acftum,in trigidam dcfccndcrc coiucur. &C mirabilc cft qua iuciidam noacm
tra^iiligaiu.Qu.i balncasingrcdicbanrurpublicas,^ ancc dccimum quartum annum
niiiil foluillc.tcftatur luuciuhs., T>{ec pActt criJiu.t,nl's . Sjt », Alij
quadrantcmbalncatori dabant.&ol) id baincu rcmquadrautariam uocauit
Scnec.i,dc quo riacci; . Dum tn qHadrantclau.itum l^cx ibis. ->t. 6.
Cacdt:reSiluanop9*cim,q'adrantelauaii. Qucritur tn .Martialis.quod plurisiibibalnca
coftarcntubi fcribir, LiVio. jSulrKapuJtdtcimaiiilajjo ficniHmqucpdutitHr,
Qudirantts. Q^od forfan uel ob diuturniorcm moram.vel alrerius rei graria,
&: ipcontingerepoterar. Sar eft,quadrantem coe pretium fuifse:quin et
Antoninum Pium balneum finc merccde po pulo coftuuirre, tradit lulius
CapitoIinus,& Athenæus viij.dipnos. lcribitapud Phafelitasfuifse
legem.utpcrcgrini cariuslauarcnt.ppterea cum ita uili pretio licerct, nulUim
genus hominum a publico balneo arcebatunpucri iuuencs,uiri fenes, decrepiri,
nobiIes,&: ignobileslauabantunfed prac cæteris,phonafchos, cytharocdos,
'''lrlE-r^T*'I^=e"farebalneafolitosrefert »ed.i.e. (^al.quod
noccmoblæfam,&a/Tiduis vocibusexafperatam
aquarumduIciumhumedlationecurabanr integramq.feriiabar.HocfimiJiter uidetur Martialis
in his de Menophilo uerfibus fignificafle. Iiib. 7. Mcnophilipenemtam grandis
fibula veflit, ^ ft ftt comoedis ommbus vna/atis . Hmcego credideram { nam fæpe
lauamur in uno ) Soluitum vociparcere FLicce fuæ . Dum ludii
mediapopulofpeaantepalæflra, Delapfa efl miferofibula, verpus erat . Qiii
Mcnophilus comocdus crar,& ficut cacteri.Iicet recutitus, inSll'nT ''k '^f
cum Martiale in communi therma 1 ba neo auabatur. Muhercs Lacedæmoniorum in
balneis gymna ' ^vnT T^ Perfpedum eft, &: nedum in his, uerum et vna cum
v,nsprom,fcue:quod tamcn non in cundtis euenifse cre tZl^^r.fn'^''"f^^
balnci mulie! orjs mcntioncm ibi facit. «UMis eas ingrcdi ob ralubriiatem
uciitum apparetrquod ptcr turptudmemetacorporibusmuIiebribus.acracnllruncremcmL
" SSmA ''''''•T/'"Sr.^fcum ftarim coru molrm m cT "uii -f 1 'f''
cuin unis h non cudemlauacro, codein falccm / A faltcm loco ctlam antiquirus
lauilTc comprobat,qui libro dc analo gia fccundo tradit in balnco coniunda
fuiifc acdiHcia bina, ununi ubiuiri,altcrum vbi mulicrcs lauarcntur:practcrca,C.(jracchus
in orationcdcpromulgatislcgibus idcm confirmarc uidctur, cuius vcrbaapud
Gcllium italcguntur. Tudorcnim noparicbatur vtruii.,o. quc fcxum iimul
lauari,fcd commoditasconiungi dc(idcrabat. Nifidicamusilla omnianon dc publicis
balncis,quac tunc ucl nulla, ucl angullillima, &: vilifli iia cxllitcrc,fcd
dc priuatis cflc inrclligcn da : qiTcmadmodum forfan Vitruuius intcllcxir, vbi
vtriulquc fcxus jlauacra coniungcnda monftrauit. ucrum cnim ucro pollcrioribus
facculis mulicrcs promifcuis balncis yfas cflc, quamplurimaru probatifTimorum
auctorum tcftimonijs comprobari porcll, intcr quos primo fcfc orfcrt
Iuucnalis,qui diflblutos Romanarum focminarum ^ morcs carpcns hacc fcribit.
Cramf occurfu.tactcrrima Vkltu Balnca ncBcfubit, conchss et caftramoueti T^lBc
iubct, m^gno g^uiet fudare tumultu, Cum lafTatagraui ccctdcrunt brachia maffa
Caltidas et tnliæ ii':*itos impreffit Aliptcs, ^4cftimm4m dominæ femur excUnure
cocgit, cx quibus ncmincm cflc cxiftimo,qui non uidcat mulicrcs tcmporc
luucnalispublicas balncas adiuillc, ibiquc ^S: cxcrccndo, &: lauandolinc
pudcrc ullofc virrs immifcuifrc.(]nod (imilitcr ciiis tcmpcftatc
Martialisconfirmauit. Omnia fotmincis quarc dileda cateruis Lib.ii. B-ilnea
dcuitat Blatara ^ 6c Cum tc lucerna balneator exfitn{}4 li. 3 in Vc ^dmittat
intcr bufluariasmoechar, tuftinauu Clcmcns Alcxandrinus, qui fub Antonino
&: Scucro floruit, in co, ^ qucm Pacdagogum infcripfit commcntario non
modofocminas communcsuiris balncas,atq.publicas in ufu habuiflc tcftarur,fcd
omni pudorcdcpofitocxtcrnisquibu/quc libidinisgratiafcfc nudas in ipfis
fpc(ftandas pracbuifsc. Quos morcspoftca dctcftans Gaccilius Cyprianus hacc in
libro dc uirginum habitufcripta rcli quit . Quid ucro quac promifcuas balncas
adcunt : quac oculisad libidincm curiofis pud(Ti,ac pudicitiac dicata corpora
proftituut, " quac cum uiros,ac a uiris nudac uidcnt turpitcr, ac
uidcntur, non" nc ipfac illcccbram uitijs pracftant. Cui fcntcntiac multa
ctiam fi" millimaa D. Hicronymoin I:pitt. ad Lactamdcfiliacinftitutionc
" fucrc prodita . Hisitaqucomnibuscuiuispcrfpcdum cfscpotcft, non pauco
icmporccum morcm&: Romac,&: ahbipcrduralfc,tu Cymnaflica. D fcminæ
atquc uiri in promifcuis baineis Jauarcntunquando etiam D non dcfuerunt qui
intcrdum hanc mulierumimpuramprocaciratem coerccrc tcntarint: qualis fuit
Hadrianus princcps, quera fcribitDioCaflius viros
difcretosafcminisJauariuo]uifle:ficut&:Mar cum Aurelium Antoninum balæa
promifcua fuftulifle,
eadcmqucabHeliogabalorenouaraAlcxandriimSeuerumprohibuifle, refert CapitoIinus,&:
Lampridius.Ob quod item aliquando cenforia lex Jata traditur,ut mu lieres a
promifcuis balneis abfl:inerct,ncc commune lauacrum cum uiris libidinis caufsa
intrarenr, fub repudij,&: dotis amiflionispoena : quod poftea in
I.fin.titul.dc rcpud. &: inaurhcntico dc nuptijsprofancitorcccpttmfuit.
Quarationcfieripotcft,utbalneæaIiquæ muliebres in foeminarumdumtaxat:
ufumfucnntcxftrudtæ,quaIes Agrippinæ AuguftacNcronismatns:nccnon Olympiadisin
Saburra,& quas Ampclidem,ac Prifcil E lam trans Tybcrim ad euitandum forfan
hominum confpedtum ha buiffc refcrt Viaor. Tcmpuslauandi
poenesvetcres,quemadmoEpift> 87. dumnarratScnccafuir, quod quotidie brachia,
&: crura abluebant:tou nundinisfolum lauabantur, Cætcrum poftM.Pompeij
ætatcm coepcrunt fingulis diebus toto corpore lauari. Hora uero vfque a
temporibus Homeri fcre a pluribus obfcruata f uit paullo li de tre. antcquam
cibus fumerctur.non dcerant tamcn Galeni tcmpeftate, "fQh ^^ ualetudinis
habita ratione lauarentur. ob q^ jpfe ngorem fine febrc uifum tempore fuo narrat,quem
ætate antiquiorum medicorum,cumraripoftcibumlauarcntur,non elseuifumfcnbit,
Vtplurimumautemmaiorpars liberorum hominum prms exercebat.deindc
baIneaingrediebantur,nonnulIi fine exer Iniib. de
ciratiombuslauabantur.AdnotauitGalenus,antiquospoftpilæIu F KL*"
b'^'"eis lauari confucuifle : quod fimiliter ante illutn Lib.4. innunifse
Marrialcm co uerfu vidcri poteft. l\eddepilam,jo:iatæs thcrtnarum, luderefergis
? yirgine visjola lotus abire domum,
NamdumhorabaInearumappropinquaret,tinrinnabuloquodatn figmficabatur,quo
pilælufores.atqucalij exercitatorcsftatim accurrercnt:aIioqui in gclidiflima
Virginc, qu am &: tadu iucundilliii.3i.c.3. mam,ficuthauftu
Marciam,rcfcrtPIinius,&: fic diftam quod nullis fordibus pollucrctur
traditCafliodorus 7, Var.iam claufis thcrmis lauabatur.fcribit enim
Capitolinus,antc Alexandri Seueri tempora numqua thcrmas ante auroram apcrtas
fuifse, &fcmpcr antefolis occafum claudi confucuifse, ipfumq. Imperarorcni
publicarum thcrmarumluminibus oleum addidifIe,quo&innoftepatercnt. 1 BHi
bfl m Phi opi inli culi W col isfc obi crai Cp:)& igd cisl bui iiitii iieii
hai aq : n A qiiodctla fcciflc I yconcm philofophiim imicniri gMCCnc fcrihit
Lacrtius in ciiis vira, Non mc larct qiiofdaalijs horislauifTc/cd ucl cxrra
gymnaiia,ucl in gymna(i)sgratian!icuiusafrcdionis,autaItcrius rci ucl
confuctudjnis,utfcribitMartiaIisdc Fabiano. iii>.^. LaJJus ut in thcrmjs
dccima jcfius, Ima Te Jn]"ar ippjc yCkfn lat(Cr ipjr Tiu Hoc CCrruin
eft,quod \'irruuius loco cirato mcmr riac mandauir,tcmpus Jauandi maximc a
mcridianci ad ucfj>crum fuiffc conftirutum. t um cnim fcmcl dumtaxar in dic
(aturaiciitur Maiorc\b, nulhiin tcmpushoc ipfoopporrunius habcharur,qu()d
circat^dtauam dici hcrampaulloantccocnam crar,ut Martialistclla:umrcliquit.
Suffiiit in ». I rtm rrifiiiis cctiUta p/tlænris, et j^;^ ^ Octauam pctf'i5
jcutaic ^laycbim'*r vna, Iib.ir. B Hadrianus Cacf. rcfcrcnrc Spartiano antc
Osftauam horam neminc niii ac^^rum huari voluit, quam horam criam lulium Cacf
prioribus facculis (cruafTc, conijccrc pofsunuis c\ Kpiflol. Ciccr. ad
ArriLf.i^.Ep. cu,ubi dc Cacfarc loqucns, hacc ait : lllc rcrrijs Saruriiahbus
apud Philippum ad horam fcptimam > nec qucmquam admilit, rationcs „ opinor
cum Balbo ; indc ambulauir in littorc, poll horam ocbuam „ in balncum,tumaudiuit
dc Mamurra,non muranir ; uuctus cit, ac„ cuhim,\yLvriKU¥ agcbar, iraquc &.
cdir, &: I>ibit «Acic, iS: iucundc. „ Scd an pLrpctuo ilhim uirac
rationcm (cruarct Cad.haud clarc cx „ co loco habcrur ; quando ci us folius
dici rationcm c\p :>nir, in qua isfccundum mulroramconlucrudincm u jmcrc
ddtinaucrar, atq. obid «A»ff i.finc timorc,&:iucundccdcrar,bibcratquc,ur (
quod crat mcdicorum pracc cprum) uarij gcncris poru,ciboquc rcplcrus . C
pof>cr,dumircrdorm;tLim,uomcrc.iranunqLic locusillc ( iib.d^fai? agcbat)
mrcllii;iiudiciomcodcbct:quod licuri AiCiTHT/ic« a C.rac'j'^"-* *
cislimphci uocabul > dicirur camcdicinac rari(>,quac in rcbusad * '
humanum uichim fpcclanribus fira cft^iSL: K^i^^iKn. quac ad cxinanitioncs
pcrrinct; haud fccius J-utTixil > clt illa iyoayk y liuc rario, quac in
rcbus,(Si: modis uomitum paranribus collocara cft. Tot iraquc dc balncis
^^ymnafiorum, ac prmaris brcuircr didta fuHiciant, quorum ufus cum apud
anriquiorcs rarior cfscr, Afc lcpiadcs Pru(icnlisactatc Pompcij orator habituscx
ilfa artc nullumquacftum irahcns, cum ad mcdicinam fc contulifsct, in caquc
magnam ^Ioriam, &:au(5toritarcm brcui comparafscr, ob blandimcnta^qulbus
acgroscurabar,ob pcrpctuam finitaris rirmiratcm, 6i:quf)d Romac lib.i.c^.
qucndampromortuoad fcpulturam clarum miro gcnrium ihipo"a. rCjUt
CcI/us^Plinius,^: Appulcius tradidcrunr, uiucrc cognoucrat, IJIfio?' D 2 cum
fiiii eumfrequcntiorcmreddidit. Vndccima,ac omnium poftrcmain D
gymnafijsparsfuit Sradium, ubi populus cum uoluprateathlctas certantes:
fpedabat: nilq.aliud erat,quam hcmifphoerium quoddam, multis gradibus
conftru6lum, unde poterant commode fpedatorcs^qui fcmperplurimi eoconflucbant,
certatorcs intueri. an autcm intcr ipfum &c xyftu, fcu peridromidasmurus
intcrcederet ; atqueindcpcr oftiumex platanonibus gymnafiorum arhletacin
arcnamftadijprodircnt, etfi a Vitruuionilcxplicatumhabcatur,
rationitamcnconfcntaneumuidctur, uniucrftim acdificium, nc cuiuispareret(quod
eriam fupracirati Capitolini reftimonio comprobari porcft) muro
conclufum,&:proptcrea agymnafio ftadium murifcptodiujfumfuifTe. De
alijsgymnafiofereneccftarijslocis, reluti lignario, uafario, latrinis,
triclinijs, atque eius gencris muL tisnonloquor, quodhorumin palacftrarum
dcfcriptione mentio E non habcatur, ad noftrumque inftitutum minus pertineat; ficut
nec qiiomodo ambulationesillæ fubftratis carbonibus,atque cloa cis
proximisexftruercntur. Quæomnia^tamquamclara,autalibi commodius explicata,a
Vitruuio in defcribendisxyftisprætermilTaputo. luxra publicas thcrmasinuenio
exftrudas fuifTepopinas,quas Ifidorus lib. etymolog. xv. cap. ij. tradit huic
inferuiife, iir,quiob cxercirarioncs, autlauacrælfcnt admodumexinaniti,
diflblutiuc,habercnt,ubi ftatfrnrcfici poflent. atque hasforfan Plinius
intellexit Epift. iij. lib. j. quando poft balneum, &c triclinia popinarum
meminit . Hadenus dc antiquorum gymnafijs. De AccubitHs m coena antiquorum:, ^
femel dumtaxat in die ceenandtconfuetudims •rigme. LFVON1A M balncorum
explicatorum occafio iam fuadet, nosquc fupra polliciti fumus de coenandi fcmel
in die,& in coena accumbendi antiquorum confuetudinisorigincfermoncmhabere;
fi cxtraremnoftram videatur,atquc a Galcno de accubitu nihil explicatum
habeamus: haudprætcrmirrcndumeft,quin lcntcntiam noftramin medium proponamus,
alias eam libcntiflime mutaruri, fiquis meliori ludicio,ac eruditionepracdirus,
ucriorcm aliquam,&:magisrationi confcntancamdcmonftrauerit. Quod etenim
maiorcsnoftrimanccxiguumquid comedcrcnr, quodprandiumuocabant, &:ue. fpcrc
tanrum (arurarcnrur, dum coanarc dicebanrur, (exceptis ijs, quicoituufuri erancquibus
amedicis vcfpcrecocnarcinterdiaQ fuifle A fulfse fcrlpfic Ariftotcles,&
cxccptis SyracufanIs,qiios bis in dic ci^^nlc. bis implcri,quifi rcs noiM
cfscr,tradir Plato ) fLuis ab Horatio, Marj;^ j tialc, Plururcho, atquc Galcno
( nc mulcos alios nomincm ) comDioncm. probatum ell: fcd dc bis tulius mclius
in uarijs lcdionibus nollris tradarum cft quod fimilircr tcrcomncs cium
cocnabantm flraris accumbcrcnt, pracrcr lapidcs Romanos id clarc ortcndcntcs,
doAiflimusPhilandcr infuis in Vitruuium commcnrarijs audorurn antiquorum
tcftimonijs clarum fccit, vt id amplius dcmonftrandi laborcmmihiomncmdcmplcrir.
Cctcium vndc nam hac duac confuctudincsprincipiumacccpcrinr&quomodo
vercaccumbcrcnr, ncmo, qiicm cgo vidc rim, (luc cx anriquis, fiuc cx rcccntiori-bus,
ira appolirc &: dihgcntcr dcclarauir, quin poftcris dubirandi, &:plura
dcfidcrandi occafioticm rcHqucrir. Quod an ob rci ohfcuB rirarcm,an ob ncglcdum
cucncrir,ignc)ro. Ego fanc urra(quc illas, &:accubirusl(:ihccfAupii^.indic
cocnac cofucrudincsa balncorum ufu manafsc c\ntimo.& primo ur ita dc
accubitu fcntiam, pliiribus, ijfquc non fpcrncdi.s conicilurisadducor, quarum
prima cft, quod Homcri tempqrc „ qyando nofn adco frcqucnrcr bahicis
vrcbarr^ur, coenaruri fc^cbanr,vt m conuiuio Procorum apparct. tfjft^i^otr^
Kcci^. . -it*. id cft, cyJt proci ingrcJjL /urit^ qui mox mdc /upcrhi
OrdincfedcYunt lc^tmms, (5" ordmc throms &: ubi Tclcmachus,ciulquc
focjU5 a Mcnclao holpitio acccpti poft lotioncmcocnant fcdcntcs. i^ovwi l^oyro
wimmorralcs gratias agcrcHtcnim ei qj' Plurarchus dc lo co c6fulari,nec no dc
tnbus triclinioru lccVis diifcruir>iam non obfcurucft,quam mirihcc quadrcr
propoiira triclinij Rhamuufrani figura.Simiiitcr,&:qab Horario dc conuiuaru
liru varijs inlocisnai^ C rantur,n6ahundcmchusintclligi pollunr,p(crrim
quandofcnbir. Sacpe tribiis lc^is videjs CQcnarc quaieiraQs : Efabi44Vf.: '
"is jfpcrf^crc cnm ijs Tfdctcr cu) ^ . .iqujLm. Qucm locu dum Lambinus
exponcrct, cur anriquos cofucuiflc in quolibct Icifto niagoa cx partc quarcrnos
cacnarc pala aflcrucrir, f^nc miror, quafj non (ir cuiq. pcrfpcc^iflinuim, vr
narrar Varro. lcg^s cxftitiflc quac numcnun conuiuarum nouc cxc cdcrc,ncc
pauciorcsrribusclfc vcrabanr,hcut &:adagium illud vulgatiflimum, fcptcm
conuiuiu,nouc conuicium,atrc(brur.(^mimmo lulius Cap/roUnus rcfcrr L. Vcrum
Impcrator:pracrcr cxcmpla maiorum, cupi duodccim folcmni conuuiio prinumi
accubui(ic,ira vt prionIhis facculis porius fcrnos,atquc pauciorcs adhuc
(ingulo 1 ccto con uj^asdifcgmbcrc fo|itosfuifl'cconuiacatur:ni/icpula pjblica
' ' 1) 4 nuptialcs S4 i. i iS h K nuptiaTcs cænas cxcipiamus.in quas cu magna
hominu copia conD • uenircr,nequaqua accumbcntiunutficrusfcruari poterar,vrcx
PJu tarcKo, ac Rhamnufiano lapide colhgirur,quo vcl epulu pubhcu,
velnuptial^cocnamrepræfentari non eftdubirandum,urob hoc Chacrephon apud
Athenæu in vj. vidcatur admitrcrc couiuas rriginra dunraxar innuptijs, in
quibus vcriiimilc eftnecefTarium fuine uocatorcmiIIum,cuius meminit Senecalib.
ii/.de ira cap. xxxvi;. &: qui fecundum cuiufque dignirarem conuiuaS ad
loca dcbita vb-' cabar. Quodaurem Turnebus,&Lambinusidem dcpuero aquam
pr.æbcnrc funt in tcrpretati, cquidcm non i mprobo.at forfan ncc abfurdum
hicrir,fi Flacci vcrba dc eo puero cxponarur, qucm tana. omncsfcre
mcnfarumfculpruræ antlquacquam poeraru reftim nia conuuujs femper
frigidam,& calidapræbuifrc oftendunr,qUeque cundos, ne ab ipfo male
rra(Sarenrur, reucriros eifc, et a quo E mordendo abftmuifre vcrifimilc fit.
Jam fcfo M.iria Magdalena u t ftansrctropcdcs Chrifti coenantislauerit, atq.
loannesfupra ciuf-dcmChnfttpcaus recubuerit,cxhaccademRhamnufiani triclin,j
figura,fecus quam pidorcs antiquarum rcru ignari faciat, 6c quam, Gaierarms
Gardmahs murilirer commenratus cft,fadlec6iicitur
ctenimhebræos,acaKiftumaccun,bendiRomanort,mconS^^ dmem.obferua/le practer
Architriclini accubitufq.: nomen • gehjs fæpe vfurpatu etiam id tcftari poteft,
quod Læi freqic^tcJ Rom.ac conuerfarcntur,fimiiiterq. Romani L Iudaca,ac in vfu
no Xuo£r"! Marriahsfigt^ificare hoc dV •, ) -.J ; Omi^ia cim retro pueris obfonia
tradas, F 1 1 Cur riM ntenfa tibl ponitur a pedibus i -'Siquidc.n coen anribus
alrc iaccnribus fpacia rfetro rcjinquebarur in qu.bus fcru.s uana
miniftranribus mulra offcrrc, et ab?ata rcci pcrc faclc crar,feruos namqucad
pedcs cænanriunrftareac ob?d a^edibus vcl ad pedes vocari /oluos ex mulrorum
fc^Sci r gcre hcct.Sencca hb.ii;.dc bcncfici;s. Scruus (j cocnain id ocde;
ftcrerat_,narrat quod mter cocnam ebrius dixiit.MarSs Mixta lagænaad
pedesreplct uino.Suetoniusin Galbi r,, . namverovfq.coabundantcm vrrnnl.i V '
"-'"fercoecircumfcrri mbcrcs Lraia n^^ paraacr.bushurctS
d^ndrefmt^l^Spt^" buitimpudcnti.dequoctiaAthen-ir^ncinV I u
P^"^^"Sed practer alia mox di autfuturam
laflitudincuirandampoftmodicum tcporis inreruallu lcdos intrarcntjatq. ibi modo
nudi,modo laccrnis,aljjsuc in id paratis uclUbus induti cænarct, atq. inde mox
aufta baincorum cofuctudmc vfq. adco accumbcdi morcm crcuifse, ut nobiliores in
dclicijs maximis cum habcres,lcd:os nunc marmOreos,nuncargcnteos (quod dcHcliogabaloferunt)
inidfcparatim exftrui curannr,neq.inijs,inquibustamenqua plures, (utdc Lucio
Vcro ImperatoretraditCapitoiinus,&pfcrrimpauperesdormire conAieuifse puto)
fcd in cubicuiarijs uocatis dormire uolueH rinr.quc morcm accumbendi poftca
uiiiorcs, &: paupcres ad diriolib ii.de ^l^^yi^^f^^ifn ^ balncisquaiiiori,
itafrcqucnriflimum efTeteruiV.c.i ccrur,ur^Coiumclla praccipcrc coacfrus fit,ne
uiilicus nifi facris dicbus accubcns cocnarer;in qua rc no fecus corigir, ac
cuenifsc cofpi citur in baincis,arq. piurimis aiijs rcbus,quæ in honcftum ufum,
et quafincccftitatc quadaprimurcpcrtac,dcinccpsadluxu, iafciuia,
Uolupratc,aliosq. ufus rradudac fucrunr. Quis eft, qui ncfciar ucrercs in
couiuijs ocs propc cxcogitafse uoiuprares, nihiiq. rcliquifsc,
quodaddclinicndos animosfaccrcrrfic enimfermoncscouiuales ad animi
inrelligcntias afficicndas magno ftudio inuencrut, ad audirum oblcdandu muficac
uaria gcnera adhibuerut, ungucra preProb'^!^^ tiofiflima odoraruidicarunr,
ficut,&:coronasexfoIijs,floribusquc 6.cr fimp.c6rcxras,quas modo manibus,modo
coilo, modo capirc u r iapidcs F c.de anj. Romani,Pluiarchus,GaIcnus, iSd
Clcmcns AIcx. teftantur,tcncbati Rieda. ^i'^gi'5ria, colorc naribus, atq.
oculis arridercnt,fomnu concap.8.
«^^l^iii^cnt^cbrictarcuirarcnt.quantuporrocibis^&potibusdclicatiflimisc6quircndisftudiuadhibucnnt,nonmodofidcfaciuntfcxii.7.c.ir.
decmiillacduliorumgcncra, utcxVarroncrcfcrtGcilius alonginquisrcgiombus
Romaaducda, atq. alia quamplurimaa iulio Poiluce nominaras, ucru ctia mulra, et
prope innumera AuAorum de rc coqumaria comcnraria ab Arhcnaco cirara.De
antiquoru io dic fcmcl ranru fcfc cibis implcndi c6fucrudine,cius ctia
opinionis fum,utcuad cmundanda corpora quotidie anre cibo5,urfnperiori
CapircdixnTius,ucrcrcslauaricogcrcnrur,6^aIotioneIcdlosin-rcdercntur,uixfcmcl
comcdcndi iii dicotiuipfisfuppcrcrct: quo^liia fi priuata cuuifq. negotia
fpcdcmus, li 6c cxcrcitationii. et baincorum, . s9 A rum.accubituscj. apparatum
c6fidercmus,magna tcporisparsipfi? infumirur, ut li ois in dic fiiturari
uoluifscnt, aut ncgocia omi ttcrc, aut balnca intcrdum ucntrc plcno adirc,
aliosq. multos errorcs, &c in ualctudinc,&: in alia uitac rationc
committcrc fuilscnt coa^fli . Comcdcndi uero horam,& modum balncorum
tcmporcatq. com moditatcmctiri inftiturum fiiifsc pofsumusa Galcnointclligcrc,
^ qui liintcrdum obacgrotantium infpcclioncstardiusfc lauandum ciubitabat,pancm
manc fumcbat,quo ccanac tcmpori fufticcrc ualc ret,quadoaIijllmili dc
caufsa,pancm,uinum,oliuas,aut quid aliud capiebant,uti non modo Galcnus f ilsus
clt,fcd ctiam Horatius,vbi defcfcribir. Tranjus non auide ^ quantum
intcrpclUtinani ymtre diem durare, B Quod porro vefpcrtinam horam cænæ
dcdicarint,in caufsa fuifsc præcipue uitæ commoditatcm cxiftimo;fiquidem
difticiie fuifsct poft excrcitationcs,balnca, &: cibum,agcdis rcbus opcram
nauarc; practerea cum accumbcntes cacnarcnt,alij ftatim fomno capicbaa tur, a!i
j modico temporis fpatio uigilantcs dormitum ibantrcx quo adhaccomnia nuUa
opportunior hora quam ucfpcrrina inucnicbatur, quamquam ctiam nonnullos, &:
pracfcrtim mcdicos in hoc ualctudinis quoquc rationcm fpcclafsc opinor, quando
in noAc melius, quam intcrdiu, cibi conficiuntur, tuncque pcrfpicuum eft plus
cdendum,quando plus coquitur . Hacc funt quac dc accubitus,A:cacnac
antiquorumorigincmihi w^ftfj^is diccnda uolui. 6$ A quc corpori afrcftiim
parcrcnt hi,nofccbat.Aclcrant fcriii fricandis corporibusdefl:inati,qui ad
pracfcriptum gymnaftacautpacdotribac,modo nudis manibus, modo vndis, modo cum
lintcis alias duri5,alias molhbus,alias afperis,aliasmcdiocribus,uario,ac
diucrfo modo,proutopuscrat,corpora fncabant. Poft hoscrant&rcundo rcs itaa
Phnio,ac Cdfo nuncupati,quod corpora ia cxcrcitara vnli.j. c.^y.
gcrcnt,reungercntuc.hos,fucrc qui crcdidcrint,a Paulo Acgineta iirrfOAu7rT«c
vocatos:fcd dcccpti funt, cum alium lUiflc ab his iicr^^wTTwoilcndcrimus.
McdialHni quoquc uyumafijs miniflrabant paumicta cuerrcnrcs,nccnon multa aha
pro lcruitijs gymnaliorum obcuntcs.Pyrrhus Ligorius intcr alia antiquitatis
cius præclarillima monumCta hanc infcriptionchct,mqua Mcdiadmorufit mctio. DIIS.
MANir>VS. S. B TITO. PLAVIO. OLENO SERVO. ET. PROCV R AT BALNEL T.FLA VI AVG
VCf. MEDIASTINO VIX .
ANN. XC. MEN "VTID. VIIIL T. FLAVI VS. T. L. POLVMNESTV S MEDIAS TINV S
AVG. N. FAC. CVR Adcrant ferui balnearcs,Iotos in balncis primo cum fpongijs,
modo purpura tinctis,vr rcfcrt Plini us,modo candcfacli^, dcindc cvm C lintcis
cxiiccantcs.hos quoque arbitror cgo confucuiflc flrigihbus corpora
cxercitatorum diftringcre, atquc a ftrigmcntis dcpurarc. Adcrantpilicrcpi,qui
fpliacris piccobh'tiscurabanr,nc ignis balncorum cxftingucrctur. quidquid alij
dicanr,qui pro piiicrcpis lu; fcrcspilac,
vtpotcobftrcpcntcsinrclIigcndospuranr,maIc fc nrcn-.tias Matrialis &c Stati
j,dc qui bus nos locis fuis loqucmur,inrcrprctantcs. Alipili,qui(ut rcfcrr
Scneca)ad vcllcndos ab aliquibus corEpift. poris parribus, et pracfcrrim alis
pilos adhibcbanrur: nili uclimus, vrdo(tti uiri ccnfucrunt,pcdicrcpos,&
alipcdosapud Scnccamlcgercqualiin gymnafijs cflrcnr,qui a pcdiculishomincs
purgarcnr, &: inrcr occidcndum ipfos magna vocc fingulos cnumc rarcnr,i(a
vt Scnccaab huiufccmodi vocibusoffcndcrcrnr.quornm tamcfcntc tia non probo,quod
luucnalis ccrro rcflaru faciar,fuiflc' in thcrmis, qui ab alis pilos aucUcrenr,
ubi fcruos fuos dcfcribcnj Pcrfico ait: T^ec pu^iUarcs dcfcrt\in balnca raucHS
TcHi^ulos^nK, yelUndas iam præbuit alas. 5«t. is« F Atque U 11 B E R Acquehos
mo do volfcllkrfdirf ob(?unrfumvfo5eflc:nuncre/ina, D (hanc enim m eueilendi^
vrronim corporibus pilis maximum hoIi.i4 c.io. |ukcioncscKpliccn;,ucrumcciam
illamaba!i)s, quAclimilcm naturampcrindc,acnmcn obtincrc uidcnrur, ira
diftinguanr,nc lcctorcs acqiriC uocarionc dcccpti, ucl circa rcs ipfas
iiilignitcr dccipiatur.(^ idc® cum nos izymnafticam ucram tractarc
prf>fM>{ucrimus, quac racdiCiJiac pars clfc dchnita iam a nobis
tuir,ahacq. lint gymnafticac cir ca cadcm fci c ucrfaurcs . ncccflum arbkror dc
his tplis fcrmoncra liiccrc,quohabiro pofsit diucrliras ounuum 'faciUnnc
inrcrnolLi. jcj^ctcnt^sigiturquic fupcriusdiicimMs, ircs llatu i mu s
gyiniuJiic;>c4:oriiisfpccics gymiiifticain ucram fcu lcgirinum ( urcanr,
nihiloininas tinibas, -quor um graria fiivgulac infti tur-»c fuiu.
m:i;;nopciX', licut ctiarci fupra monlha-tiimui^ diflcrunr . Num gy.iauuftica
JmiplcNj^i: mcdic>nac pars i«l folum ourar, ur bomincs cwpcitawontim
modcraraiam ©pc,&:fani* arcmacquiraiu,rucanturuc;&: bonumhabinnn
adipifcantur; c^cAo>« ( diccoat Plat )) rtc wAAcc, (cAA« t^^-rgut^^ll^^
yj(xH'.€i aiS^iTiotz, idcft, 1 arc jr haud r 2 multas, fcd modcratas
cxercitationcshominibus bonum habitiim D inkrcrc . Hoc ua eire quoniam Gale nus
tu in libclJo ad Thrafvbu-, lum, tumin libris dc tuendauaJctudinc non minus
copiofc, quam JucuJenter demonftrauit,&: nosquoq. fuperius aJiqua ad hanc
fpcciem pcrtnicntia dccJarauimus,haud ampJius in ca celebrada vcrbis immcrabor.fed
ad BcIIica tranfibo : cuius unu ftudium erat hommcs,pueros,atqueetiaapud
nonnuJIos muJieres carundem cxercitationumadiumentoita difponere,atqueaptarc,ut
et inbello lck fortiter gcrcre, et hoftcs propulfarc, &patrias tucri, et
omnem deniquemilitarcmperitiamtenere ualcrent.quamuis cnimhæc quoqueficut
&:f«perior bonum corporis habitum con.pararet, &: lanitatem quodammodo
tuerctur, quia tamen proprius illiusfi.nis erat homincs beJIis gcrendisidoncos
atque fortcs cfficere,proptc^r^a eandem no cfsc fatis apcrte conftat.quod uero
bclli ca gvmE nafticanuIJam aliam naturam habcatprætcra
meexpIicatam,locupleti/nmum teftcmPIatoncmin mcdium affcram,
quiinfeptimodeIcgibus(poftquamdecIarauitiuucnum, &c puercrumeducationem
maiorcm partcm in rcbus pub.obtinere) dcccrnit
publicosmagiftroshabcndos,quigymnafticampucros,atquepuelIas. &c uirsmcs
edoccar, quod ad afscquendam miJitarem pcritiam nil mclius paJacftnca
&:/aJtatoria gymnafticæ partibus inueniatur id quod etiam cJegantillimc in
tertio de rcpub. &aJibi Aiepe profecu tus fuit Polt Platonem
Ariftotcleslimiliter gymnafticam belli" cam modauo
Politicorumcxprcfseindicauitrubi tameas,quac athlerarum habitudinibus corpora
iuuenum deformare, et corum augmentationcm impedire ftudent Ciuitatcs, quam
Lacones effe ratos labonbus adolefcentes cfficientes reprehendit, eamq. pueris
^ gymnafticamtradendamconfuht,quæmitioribusJaboribus &: magismanfuetis
excrcitationibusiIIosrobuftos,&:inbellicisneaotijs uerc fortes reddere
qucat. de hacgymnaftica clare locutSm Galcnum non rcpcno, nifi velimus ipfum
dum Jcgitimam cclZ brat fub ea iftani comprchcndere . qu^d et ipfa bono habitui
comparandoincumbat,hcetadbeIlicamperitiam,&aptitudine^^ dtafuaftudia
dingat; atqucilli qui medicinæ gymnaftkaToperam nauant, etiam dum oportct,beIIica
uti ualcan^.VetetiSs in^er ZZr'"T ^^""^fti^^ niilit æ,1iTomodo!
LsapudGr^^l"^" huiufcemodi ars apuci oraccas,&: Latinas nationes
in pretio habita fuerit Pr-i£> ter has duas eft etiam gymnaftica aJia
uidofa,& atlilct ca a nuncupata,quæ hominibus robuftis efficicndis(talis
enintf.ft Mi! lo Crotomara, et «hktailk, qucm OJympiodorus quarto m te^ rolog.
V ^ \ M V S. aut ludarivaut isTctyKgitrtccfmcogcbzmur, iccirco cibo
indigebantcorruptu &:.euaporatu dJthcili,cuiufmodi eftcibusex
fuilliscarnibus,quibus foli veri athletæ uefcebantur, atquc tareserant> qui
inludis,. in amphithcafris, &:etiaminalijslocisob
pracmium,&gloriamcertabanr, in hoc acetcris diuerfi, quod folum
uincere,&:coronam affequi ftuderent, cum alij ucl bono habi tui c orporis
acquirendo, &: fani tati tuendæ ; uel militari fortit:udini,&: peritiæ
acquirendæ intenderent,quos /impliciter gymnafticos,&: exercitatos,vel
athlctas bellicos nuncupari inuenio, ex. quo conignuraliumefie: (Tmpliciter
athletam^^ alium fimpliciter gymnafticum, necnon tres fuiffe artcs in exercitationibus
uerlantcs communinomine gymnafticæ vocatas, quarum medicaomnibus magis
proprieita di£ta fuit,alteranempe beHica (apud mcdicosloquor, quod
alijforfanhancprimariamefTecerint ) minus; tertia omnium mini me nimirum, quæ a
pracdi£l:is degenerans,. uitibfaiappellata lit' quacue robori, non
fanitatioperam daret : roburenim diuerfum habitum afanitate cxigere, teftis eft
Ariftotclcs viij. fed» problcm. vj. quo in loco pinguem habitum robori
^fornitati ucro rarum conucnire fcribir«. /01 tiSl fe, rah t5| TfcT^itio/a
Gymna Htca^ Jfut Athretica:, CTa^. Xllir-Oftquam dc bellica gymnaftica, atquc
etia dc gymna^ fticalimplici,quantuad præfens negotium:fpcdabar,
fatisdifscruimus,iamopporrunum critde athleticafer ' mone habere;.quæ quonia
tcporibus Galcni, atq. etia fuperioribusmaxima audloritatem fibi
uendicaucratjideoeiopus IKfnas.ad fuit,uteam
longiffimaorationcatqucimpuriflimiscontumeliofillimifq. uerbis
infectaretur..quod qua fapienter fimulac iufte feccrit,
exhis,qdeilliusprofefsorumoribus,alijfq..conditionibus di£Vurus fum, facillime
clarum futurum /pcro.&ur aprincipio exordiar,Pli-^ lih.7.c.j lib, ad
K07i}(vi(€$, qua artis nomen ei conuenifse dixerit Galcnus, fi quidcm
"^**'^^* illius cxercitatores dum fge uidtoriæ, Sc præmij ( quorii gratia
qui certa.nu Cpro prii aut v:ni (cti effc val niii doi tat tai ca bi 1 .7.429
!> . vf IffXyi'^ J^utdh^os r« crxt ginrw 7r*j,»t«» KOtii' ret}^ Ktti,, n-flf
'f * J^iOfUKot 6 /fc Kcti KKriX^* 'J'«A«/i«f) fcribcndum dubitan polTctob vcrba
fcqucntia,quibus inuit robur cflcfuaptcnatura coniunctum cum pcrnicitatc ;
vciumtamcn,ut non inficior ctiam uocem Tfc;(f»«7.i. artis quadrarc, cum ars
inaxiinc valcat in athlctica,in qua cam robori iSc inagnirudini primum
omniumaddidiflcThcfcum tcllatur Paufanias in .'^cticis, lic non uidcocuraroborc
qu.)quc cclcriras fcpaiari.iicqucat cum rcs ipfa
doccarplcrofqucviribusmagnopcrc valci c,qiii tamcn inagciulo tardi potius.quam
cclcrcs funt..Scd ut cumquc lit chirc patct athlc t'aruomniuinltitutioncm,atq,
dikiplinam huc rantum lpc>.'tallc,ut corporismagnitudincm,iobur,atq.
cclcritatcmcompararcnr,quibusfoli cctcrosantagoniltas lupciarc,&:
pracmio,honorcq. potiri ualercnt. id c^uodlicctpluribus cti-caminum gcncnbus
conicnde Jcnr,qulnq. tamcnpi-accipuæranr,in quibusvcl femper.velplcD iimq. ram
in facris cerraminib.quain Iudis,amphithcarris,&:publi cis lpcaaculis,fed
pracfertim in ftadio,quod fere folis arhietis propnc deftinaru
erat,cerrabant,lu6la,pugilarus,curfus,falrus,& dilcus.
vndcludarores,pugiles,curforcs,falratorcs, difcoboli nuncupaban tur,qui
feparatimin fingulispollerent,ficuri Pacrariafta diccbarur, qui in luaa,&
pugilatu valebarrq vero in cudis quinqucperarhlus, &:vocabulo
Romanoquinquerriusvocabarur,urdoccr Fcftus;erfi Qilinquertioncs apud Liuiu
Andronicu athlctas fignificare fcribat idc Fcftus, apud quc ct peiiodon vicifsc
diccbatur is, qui Py thia,
lfthmia,Ncmea,01ympiavicinct,nomineacircuitueorrifpc6tacu lorfi
accepto.narrarLacrtius Democritum Philofophum efse uoca tum pentarhlum,forfin
quod in iuucnrute vicifsct.Erantpoftmodu Haltcres,iacula,arq.
n6nullaalia,qucruquoq. certamina athlctæ E obibar,ar in pu blicis ludoru,
&: ficroru ccrraminu cclcbratiombus
raroillapcragebanrur,vnacxccptamonomachia,q.Græcosfaccr« dotes æftatis rcpore
in pergamo excrcere cofueuifle memoriac ^o3.3 ar. 13 didir Galenus.Quamquam
monomachos,fiue gladiatorcs apud ve rcresabAthlerisdiucrfosfuinbfcia,quod
M.Ciceroreftarumfecit Epift.fam.hb.vij.Epift.j.his vcrbis,N.a quid ego re
athleras pure defidcrarcqui gladiarorcscorcmpfcris ? Nifi dicamus qu^^memoriæ
prodituhaberura Dionyfio Halic.anriq. Rom. lib.x.arhlcrasalios Imffc
leuioru,alios gr.iuioru cerraminfi.arquc hospoftcriorcs fuiife
gladiarorcs.Deijsin DigcftoiTiIi. 9. t.l.Aquiliaab Vlpianofcripru rcpcrio: Si
in colluAarione vel in pacrario,vcl pugilcs dum intcr fe excrcctur alius aliu
occidcrir,cefllit Aquilia, quia gloriæ caufsa et „
v]rruris,noinuinæ,vidcturdamnfidaru.vndcpaterearbitror.'ipud Maiorcs,hac
athlctica 1 maxima exiftimationc habira.cuius ea erat ratio,qd'
homincsfempcrillasrcsextollerc .ac honore dign.is
cfhcercfolct,aquibusvoluptares,acdcIcdarioncsobtinerc ftudenr. ob quod cum
arhlerica in publicis Iudis,cctcrisq. fpcdaculis maxi mas voluprarcs
publiccafferrcr^in honorc habira arq. a multis exli.i*.c,4.
P^f'^^f"^'7q"'in^oathIetisludos ingredictibus vrrefcrt Plinius oes
a(rurgcbanr,cr,am fcnatus,ijq. fcnatui proximc fedcbat, necno cu parnbus,auis
parernis,a quibusuis muncribus uacabanr,&: ui6to resin
patnastriumphanrcsinuehcbarur,immo Athletis ingenuos cædercatciue
occidcrc,qd^ilijs vctabanrlcges, non modo licuiffcvcrum er.am hononficum fu.fle
audcr clt in lij.hypor. Pyrrhon. Sexrus Empincus Nc dicam, qd^ Eufebius in v.de
Pracp.ararion; cuangelica mulro fermone damnat vcteres,f.eo fuperliitionis,
arq. mfan..ie,nterdumdcucnifse,vtpugiIes,atqucathIetas,nDcorum numerumiefenent.
Quibus ommbusracionibusfatisclarumcfse poteft..uhlctlc.im .uu.quitiis magn.ic
auiVoritatis fuifrc : et proptcVca non tcmcrc illam Calcnum mfcaatum cfsc.dum
an.maducrfe rct.quantudani exca artis athlcticac reputitionc hununo i^cncu
acccclcretiliquidcno mo cuchianimi.vcruC-tcorpons bona;ita ccv rupebatur,ut
nihilinucniri pofsct.qcK maius hominib.q. gloriac, 6C pmioru rationc lUa vndiq.
ambicbant.dctrnncntu afla rcr, quc ulmodu
Euripidcsipoq.clcgcintiirimetcltatushutlubhilccucrbis. O / ^ch^v 0 IxfJv ovcfi
utLJviip OiiT ai S^wuAfv^ro^^S^ y^o-lg W ^*ip ^ rvxSn T% S^AoCyVfiSvo^
d^nijnf^^o^y KriiTUfT ULt oA.Sor f . . Msdtuverjati Mortbus y nonfacHe mutantur
in mclius. Quibusnihil cftmco iudicio,quod magisatli.ciKMC ftatil prod.if. Ncq.
tamcn dctucrut, qui hac pniciofam arcc comcrarijs cckbraC rc mtcrCtur, qualcs
tUcruc Tryph6,ac Thcon Alcxandrinus,qui ab athlctica,in qua cxccllcbat, cognita
cius prauiratc ad gymnaftica tadc dcfc iuit.Nc racca Platonc,quc Scrums,&:
Lacrtius ^pdidcrunt athlcta fuifsc,&: ca dimiisa ad philofophiam (c
contuhfsc.Scd quia athlctas pracmi) gratia ccrtarc,arquc vitam millc nccis
gcncribus cxponcrc conlucuifsc no fcmcl dixi,id hoc in loco ncqnaqua practcrirc
uolo,athlctisnon cadcquocumq. tcporc fuifsc {Smiv>i um gcncra
propolira,vcrum,vt Clcmcns Alcxan. ij.Pacdag.c.viij.mcmoriac prodidit,primo
fuir J^iaic fcu donnm,fccundo plaufusacrrio h liorum conicaio,poftrcmo cc rona.
. f,1 ^ citatcm, et ob fcoenos mores delcnbcTs ait Inter catellas cnferum
extalambeutet Tmitur aprigkttduks palæ/iritis, Attamen 1« rd le «!• am ith
Btflf /lii ilifl 101 prt lin cap i|iii m cik : 1' pre lii Hij n h bu Ci n ni p
B. . 75 A Atf imen iUos in frequcntiorc ufu habuific carncs tu bubulas, tum
mcnto o'^^ dur" ic, ac alimcntorum cralTitic no modoubcnos nut.u c.itur.
(cd f ri^utiusla.ur. pc,mancrc,u,,uo gcnc.x v.dusanv^^^^ nunil WiJofcj
i.nmodicc «tcrctur.cosmorbosm«*?«>.'.t ficcac faginat.on,s athlcta, u, quac
ut hc, ct ab ahqu,bus dubitatur, cgoucrofcmpcrputau. xc rophag.a.n .llam apud
Cachum &c loanncm Cafr.anum comemoratam.qua.f.hcus ar.d.is, nuccs &nil
coctum,n.lhumidufumcbanr,no., placc,itas,uta,r Arrianus in Epiftcto, non
frigidum potum, et dc qua Plautus m Moftc'I ma ubi adokfccns quidaita
loquitur,(iuo ncquc,ndullr,or dc iuucntutc crat artc
symnaftica,d,fco.halb,pila,curlu armis, cquo, uictitabam uolupc parfimonia.S^
duritia. Ordinc h,n,Iitcr nullum . aut pcrpulillum athlctas in comcdOdo
(cruafsc,m6c ccmpons nullam rationc habiufsc, fatis cxfuperiorib. clorum cfsc
potcft.nil, qd: 4/ refcrt Gulenus eos non æqiie mane, ac uefpere cibos
ualidifnmos ij ^ ' accipcre cofueuifTc/cd dfiraxarin coena,nomodo
rarione.Meruni[ etiæxpcnentia dodi cibosin fomno.quando calor magis
vigerm" tus, facjhus cofJci.alioqui coco-au difficiliimosipfis, cu ob
q,ualira^ tem eoru ualde calori rcliftcntc.tum ob im;r,cnsa quadrate. quauis f
H.i^c.r,S"ifl^'-itiirfenIinbPJiniiis,quifcnbitut;i'crasmaloi(refcmper ij
eosubiq.fomnoIcntosappelIans.Inmotuquoque&:quiefe cM nullam mcnfuram
feruare folitos athlctas teftatur Galenus,qui cos tw. modo tota dic
laborare,quando.f exercitium rUutf^fiuc KXTccanciiim,pueros quoquc cofueui/Tcin
palæftrisexercen,et prncrcrD tim Plato S.dclcg.qui tria
gcncrafccitpalacftritarum,pucros,imberbcs,& uiros.Non modo cnim fc arhk rac
ad inhibcnda ucncrcm frigidalauabant,vcrumctiam laminas
plumbcasrcnum,&:Iumborum rcgionibus ad arccndas ncdurnas poIIutioncs,&:
libidinis imIi.34.c.i8 pctusfrangcdosadhibcbacuttcftati funt Plinius,
Galcnus,& loanua. c.uic.' '"^^^ CaflianusJib.vj.c.vij.quam rcm ct
inTC^Iligerc voluifse D. Paulu arbitror,dum dixit . Qui in lladio currunt,ab
o-mnibus abftinent,&: hi quide vt mortnl^' ooronam,nos vcro utimmortalcm
accipiamus. lib adfflar Qil^,^cnaiTfis Tcrtullian^ hacc diccbatrNcpe cu&:
Athlc tyrcs. ^^^^ icgrcgctur ad Itrldiorc difciplina,ut robori acdiiicado
vacer,c6 ^ ^ tinctur a Iuxuria,a cibislactioribus,a potu
iticundicirc:cogLitur,cruCiatur,fatigantur,^ D. Chryfollomus i.ad Corint.c.9.
atq. Aclianus :Idc(Sy:Clcmcs Alcxan. lib.^.Stromaru^&SimpIicius in comcn^
li. is.c.6. tariofupi\iEpi:l:ctuintcIlcxir,quiRudio coronacathkcasauencre
ablbncre fcriplit,ianyh'us H.a:^ca^-foi>i iii, Rom. b^^^v^
HamcrO'Colligi,apud prifcosailos tu.rpc.ha:birum cfecnudos -ccrtarc^rimum aut
omnifi Olymp. vv.Kcaihum La^cdacmonixim Olympiacoftadi'0 dccurrcntcm
totunvcorpusdcnudafsc,pudcdi$ tancifltiifuWigarib us campcftribus obtcCtis. 77
ilnidjit exercitAtlo, tlf quomodo diffcrAt a lahorc (tj motu. OSTQVAM dc
Gymnaftica, quid fic>cius origincnvicc non vcrac,6aquacq.
fingulatimcxplancrur. hoc ctcnim fac'to,cum ars(diccbai Ariftotc^.Ethk.
lcs,)(it rcda opcrandi ratio,vidcbimus,qu:ic (ir in obcundis cxcrcitatiombus
hacc rccla ritio, quomodo iUarum unaquacquc, ucl ad parandumbonum habirum,vcl
fanirarcm dcfcndcndamconfcrat. P Excrcirarioncm iraquc dcfiniuir (
iaIcnus,fccundo dc tu. val.& ipfumfccurus Actius, tfscmorum
vchcmcntcm,anhclitumalrcranrcm,ub: yvtaict^ K/nw^v.&in-oW^fuic
cxcrcirarioncm,morum,arq. laborc in:cr lc diricrrc dcmonltrarrproptcrca qd'
morus clt rcs quacdam magis communis,arq. pluribus conucnicns quam cxcrcitatio,
cumfacpcmulri moucanrur,ncq. cxcrjcri dicantur,cxcrcirario ue ro non fit, niil
vchcmcns morus : fnnilircr labor liccr lit vchcmcns motus.ramcn non omnis labor
propric uocarur cxcrciratio, fi quidcm fodicntcs, arq. mctcnrcs laborarc,fcd
non propric cxcrccri dicutur; tamcrficriamaliquandocommuniquadam appcllarionc
labor,cxcrcitAtio uocarur rqiicmadmodiim (jalcnusab Hippocratcuocatumcfsc
ccnfcr,quandoisdixit,Laborcscibumpracccdat> icx. 3 1. ' &:,ubi
famcs,Iaborandum non cfiibi cnim vocchanc 7roVoj,quac,&: [^]^^ dolcrcm
&: laborcm,liuc damnum,ut Itroriano placui.6Lcxci cira„na,cu7 tioncm
fmnificarc folcr,pro cxcrcirarionc dumraxar accipi dcbcre l i tuiva^.
iudicar.c^jo cxcrcitaiio iiihil aliudcriccxfcntaiaGaicni,&: Ætij ^ nili
nifimomsvehemcns anhelitum alterans, yviivitrm^ Græcisappel-D latus,quod p!ci
uq.nudi,aur fliltem cum paucioribus ucftibus cxercerctur;quemadmodum
etiamlociiin,ubi ficbat>'t///^(cW appellatum fupcriore libro abundc
monftrauimus.Sed quoniam poflct ali quisetiamin gymnafijsab alreropcruim
vehcmentcrmoueri,qui tamen nullo padio excrcc i i diccicLur,iccirco hæc
Galcnica cxercitationis(paccciusdicam)definit:o haud quaquamintegra eft.&:
proinde Auiccnna Arabi m omnium dosftiflimus cum animaduertidethaud plcne cxcrcitationemaGa-eno
dcfinitam fuifle,a!iam definitionemin medium arrulit, uid( iicct quod
cxercitatio eftmo tus uoIunrarius,proptcr qucm anhc!iti.s magnus,
&:frcquens eft ne ceflarius.Quo m loco eos quoq. mcrito damnar,qui leuem
quamli bet ambulationem cxcrcitij nomire compcllant : non enim
appofuit(vchcmcns)quod,vbi magruSj&LfrcqucnsiitanhelituSjfcmper ^
necefll^riofcqui ur motumiilum vchcmentcmcxfiflere. fed neque hæc definirio
Auicennæ mihi plene fatisfacit : quoniam,etfi conueniatomnibus triplicisgymnafticæ
excrcitationibus, cas tamcn propricnon complccl:itur:dequibusadmcdicum tradtare
fpedtar, &: nos etiam loqui inftituimus : fiquidcm omnia quatuor cauflarum
genera haud quaquam compleftitur, cum ncq. materialis explicetur, neque caufla
cuius gratia. Accedit item illud, quod multi uoluntarie uehementer,&: cii
anhclitu au6to mouentur, qui nullo padio dicentur proprie exerceri,ficuti ferui
cum celeritate dominoru mandata exfequcntcs,&: ficuti illi, qui vel
inimicoru impetum, uel quid aliud trifte cflugicntcs,&: vehcmenter
mouentur, 6c frequenter,ac magnopereanhelant : ex quo Auicennæ definitio haud
pcr. fcfte totam exercitationis natura copleditur s ficut neq. illa AuerF
rois,qua dixit in libro coIIedaneorum,exercitationem efle mcbrorum motum aliqua
uoluntate fadlum. Ideo nos alitcr definictes dicamus,quod exercitatio,de qua
medici intereft tradare, jpprie eft moms corporis humani
uehemcns,uoIuntarius,cum anhelitu alterato ucl fanitatis tuendæ,uel habitus
boni comparandi gratia fa6tus. ita namq. definitio omnes cauflas comprchendit,
atq. foli definito conuenit : uerum enimucro poflTet aliquis merito a me
fcifcitari, numquid motus equi tando, vel nauigando peraftus exercitaonis nomen
mercatur, eo quod non libere a uoluntate hominis, fed ab alio dcpendere
uideatur ? cui rcfpondeo, non minus equitantes,&:nauigantes alijs cxerccri
dici debere,fi n6proprie,faItcm communitcr,dum modo gratiafanitatis,uel etiam
militarisftudij illud cfficiant : quandoquidem propric exerccri dicuntur, qui
exercitationcm nuper a nobis definitam fufcipiunt.quibus vero aliqua tx
comlraohibiu neccflarijs dccft,illi potius communitcr, quii
.propriccxcrceridiccntur,riue i fcipiis, llucab alijs moucanrur, • tafidcm
facere inerito lcripferunr &: Flaro, &c Gatexius :fiqtuidem ^illaftatim
ac in mundanahanc lucem ueniunt, f efe mouerie, agi tarc, ac faltare
confpiciuntur : veluti quoque pueri faititant, qui tamet/iin hoc
brufisimbellioresad fruendum hac uita excant,nihilominus &ip/i, quantum
conceditur, fcfc mouere nituntur iiitque exmotibus non parum voluptatis
accipiunt. qui motus poflmo^ dum crefcentibus annis dum codicionesfupra
defcriptasrecipiut, nil aliud planefunt, nHi iplilTima facultatisgymnafticæ
opera: vt omninodicere cogamur ipfiim,fi aon a naturafa£tam,faitem fecun dum
naturæ propenfionem efsc Huiufce facultatis cum Plato duasprimarias,atc[ue
uniuerfalespartes effecerit;proinde allatani ab ipfo gymnaflicæ diuifionemin
medifi proponemus, nou quod fub ipfaomniumexercitationum fpccies appofitc
contineantur, E fed quodanuUoalioartem hanc mehus diuifiun hucufqueuidcrc
contigcrit.nGque nos quifquam rcprehendere dcbet,quod in
pluribusPIatonis,quemmedicumncmofanus reputat,au£toritatem in tradanda re
mcdicatantifaciamusiquandoGalenus ille, cui no jninusmedici 3,quam Pythagoræ
eius difcipuli credere tenentur, fcriptum reliquit, Platonem Hippocratis
imitatorem fuifse, nec vfquamabiUius placitis receirifseinam Galenum hoc
inlocofe;/>cdtuocauitLucianus; et in gloflario habeturjccrnulat ;6t;,5W, quS
uocem et ufurpauit Sc neca Epift.8.etfi cernuat plurcs codiccs habeant. Secunda
{^QCiQ% eftfphæriftica,(iuepilæludus.naq(fludentes pila
faltarent,præterHomeritcftimoniu,qui fcxto OdyOeæ dcNauficaahæc tradit: TTiaich
Hcw(jiKoict?^dj}tcaAQMoc iipX^'^ MoAttw^. idcft: Ludebantpilayvittisvcllisque
remotis y Utqne his ^auficaa ob niucas Jpe^abilis vlnas TrincipiiHn ludo dabat.
tcftaturquoque Athcnæusex auaoritate Demoxeni,ficutiinferius indicabimus .
Tertiafpecies eft opx>i(ng fimpliciter dida, nos limphciccrfaltationem
diccrc polTumus. Totahacorcheftica quau is maiores noftri ut plurimum ad
uoluptates, ac lafciuiam poti us, quam ad aliud utcrcntur,qui mos etiam ufque
ad hæc tcpora pcrdurat, nihilominus gymnafticam bellicam,athlcticam, atque
mcdicamilla quoque prorfus non caruilTe conftat, /icutnec ccteraf
cxcrcitationes abuUa fereharum triumomifli fuifsc dcmonftrabo, ubi in finguHs
cxcrcitationum fpeciebus dcclarandis, quo modounaquacque gymnafticæ illis
feparatim ufa fit, indicareconabor . Bcllicam cnim abfque faltatoria non
fuifle, locuplctiflimumteftemPlatoncmhabemus, quiin feptimodclegibus
faltationcm in tres diuifit, militarem, paci aptam, atque mediam; milirarcmque
vocauit corum, qui modo exfilitionibus inaltum,mododcprcflSonibus,
modoinclinationibus hoftilium incurfuumin uafio A uafioncs^euirationcfq.,
imirabanturjquiq. figuris uarijsiaculatorcs, &c pcrculTorcs fimulabant ;
atq. hanc tanti fccit, ut uoliicrit in Rcpublicamaginroshabcri, qui mcrccdc
publicacondiicti uiros fimu!,ac mulicrcs hanc cdoccrcnr,arbirratus hac una non
paruadiumcnti accclVurum ad adipifccndamihtarcpcritia.&:nobihsauthor
Quintihanus hb. i.inft.c.z.tcllarur Laccdacmoniosfalrationcquan dam tamq, ad
bclhi utilcm intcr cxcrci rarioncs rcccpifsc.QiuJd uc roathlctica
gymnallicaintcrcctcrascxcrcirarioncshabucritaliqfi faltationcs,c6probari potcft
cx Plini o,qui Stcphanionc togarac fal ^^''^* tationisprimuinucnrorcm vrrifq.
faccularibusludis,(!s: D.Augufti, &: Claudij Caclaris (altalsc mcmoriac
prodidit : qucniadmodu 6c Plato loco nupcr citato laltationc a nobis mcdia, ab
ipfo d^^icfifi" THjL^lw nucupara in facrihcijs, atq. expiarionib. ficri
fohra,q a Ma B rincnfibus,&: Arcadibus cora Cyro fiicta rcfcrr Xcnophon,
rnidcns, libro i.dt apcrtc infinuarc uidctur, arhlcrica, cuius 6c ludos &:
furificioru cc^y'-^^^' lebrirarcs cfic ia dccrcui mus,falratoria habuifsc.(
lal.porro ncc mc dicinac Liymnartica falrarioncs a fc rcfpuifsc rainq fanitari,
et bono habitui mudlcsplanc conhrctur,quandoquidc in fccundoTrtei vycap.vltim.
Hvm' multos imbccillcs ualerudini rcfii tutos a fc ludis,
pacrarijs,ialtationibus, arq. alijshuiufccmodi cxcrcirationib, rcfcrr.id qd
AnOrib.r. ryllusparircr tcllatum fccit,ubi inicr cctcras cxcrcirarioncs
hominibus ad (anitatc conkrcntcs hanc ponit, mcdiamq. intcr chorca, &:
umbratilcm pugnam naturam rctincrc, &: ob i d puc ris, mulicribus,atq.fcnibus,quorum
corpus mirum in modfi inibccillum,&: gra cilc cft,conduccrcfcribir. An ucro
hacc cafir /alrario, quam Plaro up**yixLuu,i\\XQ paci apram nuncupauit,(]uamq.
animi in profpcritariC bus,&:inmodcrarisuoluptatibustcmpcraticxfiftcrefcripfir,
haud tuto affirmare audco, fat (ir nobis hactcnus oftcndifsc nullum
gymnallicacgcnushac laltarionc caruifsc,inquam, &:in palacftncam
cxcrcitationum arrcm a Plaronc dmifani cisc iam diximus. De Sph.t€riliica. Cap.
/K Altationem incubifticam, fphacrifiicam, &: orchcfticam,fiuccommuni
nomincuocaramfaltationcm diuifimus,quarum unaqiiacq. iam nobis fufius dcclaia
da lorct. Scd quoniam dc cubiltica ab auctoiib. pauca admodum tradita
rcpcrjuntur,omi(sa illa,rcliquas duas prolcqucmur. Atquc primofphacrillica fcfc
oflcrt, quac ramctfiHomcri tcmporibusfimplicior
cfscr,atramcnpollcrioribusfacculis mirain OymnajtUa. G 3 uaric«4 æratcm
acqiiifiuit, m&c ipfa in gyrrKraii/s. t-am locumcSoLfD «5:^0^5 quani
pracfcdum awotdpn^/Koif voaitum haberc mcruerit. I.7.C. Jjr. 1« uar pn^HV.op:,
quxm pracfcctum arpotfp^i^^Kou. Qiiis vcro primus
fphæritticamhanc,fiuepilacladuminucncrit, fcripcores diiic/a fcntiunt. Plinius
inter Larinos Pytho cuidam hunc acccprumrcferc. A^alisCorcyreagrammatica
Nauficaam ludipihiejnuenrriccm, fcd ignoroquararionc,apud Athcnacum
facir.-HippafusLacedacmonijs, DicacarchusSicyonijsinuentum iftud artribuerunt .
Ex quo fir, vr ccrri quidquam fcntirc nequcamus,-&:co magis quod
TimocratisLaconis,aIiorumuc dehocludo commcnraria non habcmus, quibus forrafiis
&:ranracuarictatis rarioncm intclligere,&: incognira prope ludcdi pila
gcncra ccrtius cognofccrc poffcmus.in quibus cxplicandis cum huc ufq.
fcriprorcs non parum confufi fucrinr, arquc intcrdum a ucriratelonge
receffcrinr^nos, quantum ficri potcrit, tradarioncm hac clariorcm, minufq.
antiquorum fcripris repugnantem cfficcrc ftudebimus.PiLiiraqucludendi
gencnlquaruor duntaxat apud graccoscxftiriffe rcpcrio, uiyct^w T^pajjpcLV,
fjLiTtfKVj^pajpoM, yiivbju o-(poijpcJUf, ^ yicopvKOV, fiue paruam pilam,
magnam, atquc pilam inancm, et corycum,rcpono corycum inrcr pilac gcncra,quod
licct GaIcnus,Oribafius,&: Paullusab illisfccrcucrint, inftrumcntumillud,
ut demonftrabimus, nel pila crar,ucl pilac aflimilc . Paruac lufus fccundum
Anryllum trcsfpecics diuerfashabuir.prima crar,pila ualdcparua,in quaqui
cxerccbanti.r, corpore maximc claro ludcbant,&: colludcnrcs manus manibus
proxime admoucbat. fccQda crar pila maiufcula, qua cuhiros cubiris ludcndo
immifccbar, ncc corporibus mutuo hacre bant, ncc annucbanr,fcd uarijs modis
moucbantur,&:proptcr uarios pilæ iaitus huc,atque illuc
digrcdicbantunterria erat pila adhuc maiorfccunda,in quahomincsintcr fc
diftanrcsludcbant, &: in qua cum itararia, ac motoria pars cflct, qui
manebant,pila cmittcbanr cumuchcmcnria,&:concinniratc. inrcr has fpecicsadnumcraridebcregcnusilludiudico,
quodpcncs Athcnacum ifc^r^t901/ &: (poivi^ uocarur, rumquiaa Galcnoin
libcllo deparuæpilæ ludo fimul cum alijs id quoquc cxplicarum habcrur,tum quia
CleS.facilag. mcns Alcxandrinus, fcripror grauiflimus, ubi dcmonftrarct ludum
paruæ pilæ.&: præfcrtnii (puMct, cxcrcitarioncm cflc uiris ualdc
accommodatam,cam paruac pilac fpccicm fuiflc hac oratione clarum facit:oV/
inucnTorc . aur>.-n. ^ «.rxx/C.r ^f^»x«,K«^? ^xnzo* /.cuf twsitx» rotwirlt^
yy^zy . K.«xw n.ut tAaCt, f/ ^W . X. ;,x*^r.^cr«x-;uoit-'J^«« i^lmptc,&:
com;mn.tcr ludcrc folitos pcfpicuum clhcitur.Hac ir.iq. I:.nr p.Iacpar..ac
Ipccics dcquib.isa Gracc.s .ncnt.oncmhabiralcio. .nqu.bus
hp.ccncspli.lofophus.ncc non Ocfib.us Clialc.dcnl.s ph.lolophus, nuo cum muhi
cx Anrigoni rcgis ra.mliaribus hukd. yrar..i cxlucbantur.mulrum cxcclluilfc
dicuntur. Arqiu follux al.ap.lac parU.1C ludorum £;cncra proponit, Aporraxun \
ra.i.am,..! quo (clicctfcrcrccl.na.itcspi!a.n incoclu pro.jc.cbant,&
a.itcquarcr' G 4 r-im, - ram attingerct, excipicbant. Coctcrum pilam magna duos
quoo. D ludcndi modosnon folum exipfiuspilacmagnitudinc,ueru ctiam ex manuu
hgura a fuperioribus diucrfos cfl"ccifrc,Oribafius cx Antyilo rcftatiir,
qucrum unuscratludcntium magna,aJiusmaiore, lioc tamcn anibo communc
poflidcbant, vt /icuti in cccteris prædiCusJuiorcs fummasmanusscpcrhumcris
humiliorcs,ita in hac lcmpcr capiteahiorcs tenerenr, quandoq. ctiam
fummispedibus ambuJabant ut manus altius cxtoIlcrcnt,quandoq. falrabant, cum
lcihcet pila fupcr cos fercbatur,in qua proijcicnda vchemcrcr bra chia
agirabanr Inanisporr6,fiuc vacua,quod tcrtium pilacgenus fecmius,quahs fucnt
haud farisexphcaium habetun/iquid rame.i
con.cauracxAntyllivcrbisaircquilicct,crcdohancpila,qucmad modum S^coctcras cx
corio cofutam fuinc,in hoc ab alijs diffcrcn tam,quod illæ ucl
pluma.^uclaliamatcriaihæcfolo venro,/iue E ære plcna forcr,arq. rantac
magnirudinis, ur ipfa difficulrcr lude. rerur Corycus uero quis cflct,
quomodoue ludus illc perageretur, cumAn yllus apud Oribaiium clariflime
exprcfl-erit, e?us orationem huc -duccre ftatui, quæ ita i„ V^aticLo coc^ceT
habct . K«,o.x^^ aSzvir(pcoP i,U7Ay^ccru^ yAy^af^^cy, -Hw^^. ^oyrL.,
.fo^i-npo., i-.^,.e^,^^oJ.oZv:,,n robumonbus arena implcuncins ucrS magnitudo a
d 2e cor Pons,&ndacta,cmaccommod«ur,rurrcndrturau7cmin« SXnt it u iS
l","!™ ' itcrum rcIrcijcicntcscmit nt.urc rr^, '/if,""';:^^
' ucntu ruooccunat,adcxt«mnm 1' ? r™';''' "/P°" »,,.;„r,;tr
™.r*,r^ot:'ald[&i^re! troccdat. . 17 A troccdat, c\quo fir,ur quandoq.
manibus occurranr, chim propin„ quar,quandoquc ucro pcctorc manibiis
pallis,quandoquc vcro ijs^ ad tcrgarcvolut.s. Hadcnus Antyllus.qui ramctii
hguram Coryci luporcomnibus tunc remporis nocam non cxprimar^conicdura ta
mcnalTcqui polTumus j^ipfum iphacricum ^aucfaltcm rotunduni cx matcria ccriacca
cxllitillc, alioqui ii angularc fliifsctin occurfu, &c manus, &: pechis
non finc laclio.nc pcrculTifsct . Hacc autcm li uidifsct Fuchfius, (anc
inrellixiikt, Valcriolam non finc racionc aducrfus ipfum contcndifsc, follcm,^:
corycum paullo minus, quamcoclum,&:rcrramdiflafsc. Ncquc ctiam fatisn.irari
folco anriquilTimum lcriprorcm Caclium Aurclianum,qui lib. v. tard. pafl* cap.
vlr. dicit variam uolurationcm in palacftra cfsc uocatam a Graccisccladian,
atq. coricomachian,nililirin codiccdcprauatilTmo crror,vt puro . Dc hoc
intclligcndum crt adagium illud, TTfi^KigvKOpyviJu^d^yrlrKt quo gcncrc
ccrtamins Apulcioin Thcfsalia ccrratum cll.Dc hac quoq. cxcrcitationc vcrba
tccir Hrppocrarc^ fiucPoIybus,ubijiL(';^/flfy,faI(o a Clornario follcm intcrprcratam,ad
artcnuandum corpus prohauitrqucmadmodum &:candcm inrcllcxit Arctacus, ubi
pro clcphanr icorum cxcrcitationibus xefv*. KoRox'(ti probnuir,quas bonus i!lc
intcrpr^cs,ucfc^io qno fpiritu, pcrac,aurfaccu!i
iaauSjincprcfatisrranftulir.Eandcmquoq.nucllcxifsc Coclium Aurdianum
cxi(b*mo,cuin ad polyfirci am diminuc damcorycomachiam(fic cnim
lcccndumcll)comnicndauit ijfdc propc rcmcdijs vfusqfa' ^b 1 lippocrarc loco
cifaro propollta funr. vndcargumcntatusfum,Auctorcficuti cetcra,ita
«ccorycomachia C ab Hippocratc mutuatii efse. qtiamufs textus ludicio mco
dcpraua ' rusfit. Locum vbi ludcbarur,Cor)'ceumapud Vitruuium
appcllari,ccnfucrunraliqui;quorumfcntcnriamp(>Itquam in fupcrionlnis
rcfurauimus,nilaliud diccndum cll.Arq. hacc dequatuorpilac lu di graccorum
gencribus,vidchcc t pila parua, pila magna,pila inani, &: coryco. quac
omnia diuerfa inrc r fc cxditifVc, non modo cx dcfcriptionibus nupcr allaris
nuinik rto conftar, ucrum criam cx Galcni vcrbisinfccundodc tucnda
ualcrudincfcripris : vbiintcr cacccras gymnafiorum cxc rcirationcs corycum,
pilam parua,&: pilam magna,fcpararim rccenfcr,ficut &: Paulus Ægincta
iplum imi tatus. quod profcdo non lccifscnr,nili quacda iurcr lc diucrla cxfti
tifscnt pilarum gciu ra,&: diucrfac ctiam cum ijs fadac cxcrciratio nes.
Quac nunquidomncs in Graccorum gymnalijs cxcrccrcnrur,
parumfcHcrcfcrt.farfirinfcUigcrc,mcdicamgymnafticam,atquc bcllicam,&
pracfcrtini pi.cris cdoccndis incumbctcm pihu u cxcrciratiorcs if
citationcsvfiirpafrcsncque ad valctiiclinem,acngilitatcm compaD
randa,augendamiie cas cercris inferiorcs exiftimnfrc. atquead hoc
idmaxinrcfacit (]uod Knftathuislcripfit ad Xodyfs, Hcrophilomc
dicopolitamfuiflc ftatuam ac propceaintcr alia gymnalticac inftrumcta ct pilam.
Admirari aut nemo dcbct, fi nos in fuperioribus
fudosintcrathleticasexcrcitationes rcpofuimus,&: fubindc multas quoq.
bcllicas,mcdicasq. exercirationesludosvocamus,vtnupcrrime dc pila dictu ci\. a
nobis ; quonia et vetcru, &: recentioru tfi Oracc()ru,cjlatinoruloqucndi
mos obtinuir,vt multasexcrcitatio* ne5 natJ^iK^^Sc iudos vocarcnt,autquod a
pueris g.7r«rA5 Gracce di cunrur,vt plurimil h\TCiit,aut qcf illi.q.
exerccntur,non fcrio,(cd io vidcantur,{iucgratiafanitatis,{iucalteriusreiid
efficiant. ludi vcro,quos athlcticæ efTc nos dicimus, ita propric uocabatur,
quoniam foIatij,&: voluptatis folius gratia in otijs fcftiuis agebfuur. E
Dc PiUe ludo fecundum Latinos. Cap. V OSTQVAM pilaludendiGraecis
ufitatagencrafatis cxplanauimusjfupcrcfl: &: ea quae aLatinis ; &: in
vlu habita,&:fcriptistraditarepcriuntur,explicarc:vnde,in
quibusamboconuencrint,&:inquibus diucrlifucrint^ perfpicuum futurum fpera
Quatuor igitur fuillc pilae genera ctia apu(i
Larinos,quibusludebant5inuenio,follcm,trigonaIcm, paganicam, &: harpaftum,
quae omnia fub nomine Jtalicac fphacrae a Coclio Aurcliano medico complexa
nonnulli crcdunt. Folhs erat pihimagnaexaluta confcda,(oloq. uentoxeplera, quae
/imaior eratjbrachijs impellebatur, &: fimpliciter piJa interdum nuncupaF
batur,ut apud Nonium ex Varronc,Purgatum fcito,quoniam uidebis Romae inforo
antc ianuas pucros pila expuJlim ludere \ &c apud Propertium lib.3. Cum fUa
vcloces faltitper Irachia ui^us. illtcrdum quoq.,pila vclox,ut apudHoratium
Sac.Iib.2.Sat.2. scupiU vdox M olllter auflcrum fludiofalkntc labvrefn, Seute
difcus agit* Hufufmodictcnimpilaecxcrcitationem licct uidcrein Gordiani tcrtij
Imp. Rom. nummis, quos hic dcpirtos adpofuimus,&: ex quibus conijccrc
licct,unumquciuqae iufcxmm nropriam pilam habuifle^atq-ueeum luduminfacriticijs
Pytlrij^ apud AipoUoniaras adhibitum cir]e,uttumex uoctr ns-ei Atum
ex^aima,-atquc facri- ficatorijs uafis colligere non eft difticilc Si
vcrominorerat,pugnis cijciebatur^atq. piigilJarisfoJIis, vt apudD PJautu in
Rud. cxtemplo HercJe cgo tc foJJcm pugiJIatoriu facia ; uocabatur.lntcrdu quoq.
hanc cadcm pilam Folliculum appellari crcdojlicuti a Suetonio in uita Augufti,
quem hoc pilae ludo ualdc deletVatum narrat.Quomodo ucro
JVIanialisIib.^.dixcrit. Tlumeayfcu laxi partiris pondtra follisy ' cum ex
corio ucnto replcto pila hacc confucretur^&non pluma.ut omncsfcrcLatini
audtorcs uno orc fitcntiir, quidquid alij
rcfpondcantjOpinoregooblcuitatcmfoIIisponderapJumca dixiflc.cuius
lcuitatisgraiiancque.pucri, ncque fcncs aJioquiimbecillcsintcr ludcndum vcl
nimiuiii quid dcfatigabantur, &:propterca idc IVIartial.alibi fcriptum
rcliquir. iib.j^.. Itc froLul muriLS tis mibi connenit aetas, Fotlc dtcct
puercs ludere, folle fenes, £ Namuthocgcncrcludicorpora imbccilliora cxcrccri
ualcrcnt, nonmodoIcuispilacHicicbatur, ucrum etiamdicarus lufuilocus nullis
lapidjbus aut latcribusltcrncbatur, nclabercnturpcdibus ludcntcs,&, fi
fortc lapfi eflcnt, cx cafu damnum non patcrentur i &: proptcrca,cum folum
minimcpauimcntatum forct,cx cotinuo tcrrac attritu puluis cxcitabatur: quamq,
ctia ficri potcft,ut pauimcnta ludcrcnt,fcd pulucre humili &c cxiguo illud
adfpergcrcrur,ita ut pi lam rcfilirc non impcdirctur, atq. ludcntiQ pcdes magis
firmarcn-^ tur.Nam in pulucrulcnto folo licri hanc cxercitationcm
confucuiffe,innuitJVI.irtiaIis lib. i2.ubi Mcnogcncm quendam cx Thcrmis ob
dcIcAationem exire ncfcicntem in hunc modum carpit. Ifjugere e Thcrmis, circa
balnea non eft, Menogenen, omni tu licet arte v^lis, p Captabit tcpidum dextra
lacuaque trigoncm, imputet ex^eptas ut tibi fæpe pilas, Colliget^, et rcferet
lapfum de puluere follem, Et ft iam lotus, iam foleatus erit . Numquid autc
ludus ifte fucrit unus cx ijs, quos fupcrius fccundunl
Graccosauftorcscnarrauimus,uariacfcntcntiac fucrunt.Ahj cnin^ crcdidcrunt pilam
magna Graccoru>&: follc Latinorii idc fuiflV, m tcrquosfuitThomasLinaccr,quicumin2.dctu.
val.corycufollj traduxifsf't,in fcxto poftuuidum liJ^:o magiiam pilam itcrum
folj 2. Jtu.ua. tranftuht, quafi corycus, &: pila magna non diftcrrct apud
Galcnu, qui cxprcfsc ^ pila paruam,&: magna,& cory cu diftinxit . Alij
maluerunt corycum Graccorum,foIlc Latinoru fuifsc : atq. hanc opimonc maior
pars rcccmiorum fcriptorum habuit, intcr quos fucre quidam, qui apud Onbafiu
caput Cory ci, de foilc pugillatorio infcribcud di Oi cd hfl dd pah W COiI(
liisa con pim bj cai m\ ki Sicn Doni ierl( !crc A kribcadum iudicarunr. fcd hi
oC-s m.ignopcrc hiillucinantur:^ primo,qui crcciidcrut follcj^Sc mænam pilam
idc fuiirc,duabus rationibus rcdar^uuiuur,quarum ahcra c(l, q Jludctcs magn*i
pilafcmpcr fummas manus capitc ahiorcs tcncbant, quandoq. criam fummis pcdibus
ambulabant.ut manus ahiorcs tcflcrct : ahcra cft,quo J Oribafigs hidu pihic
may:nac no modo acgrotis, fcd cti am coualcfccntibus, atqr bcnc ualcntibus
inuiile iudicaui t, quorum ticutrum habuilk folkm,facilc cft cx fupcrioribus iudicarc.Qui
ucro iollcm corvcu!nfui(Tccxillimarunt,muhisrationibus&:ipficrralTc
dcprchcnduntur.Primo,quoniacorycusc cuhninc gymnahoruinfufpcndcbatur,folhs h
bcre emittcbatur . Secudo corycus ficulnco grano^ aut farina,aut arcna
implcbacur, follis folo vcnro . Tcrtio loUis in pulucrc cxcrccbatur,cOTycus
ucro no. Fuerur itc qui tollc pila i naB nemfupcriusa nobis cx
AncyllodcfcripramfuiiTccrcdidcrur. quibu^ cgo libcnter a(Tcntirc,ni(i MartiaJis
dixifict, fbllc mitiori actari couenire, &: Antyllus pilæ inanis cxcrcitarionc
non admodu facilc,ncq.aptam,&:idaoomirtcndamcfsc ccnfuiset. Colligoigicur
cx his omnibus, quod cu follis,ncq. inanis pila Graccoru, ncq.magna
corundc,neq. corycus fucrit, eum illos ignorafsc. ncmo cnim c(l, paruampilam
follcm rcpuraucrit. Porro Trigonalis pila,qua hidcbatur,parua crar,ita
nuncupara uel a loco,ur uoluerur nonnuUi, ubi ca excrccbatur, qui locus
triangularis crar; ucl potius a ludctiu ( qj magis crcdibilc cft)numcro,figura,
Sc liru.hanc cfsc aliquando pili £mphci nominc appcllaram inucnio, ut aDud
Marrialcm lib.vij. TipnpiU^ non foliis^ non tc paganica Tbermis ^ vj Tracparat,
aut nndi liipltis icius bcbcs : Vara nec iniiHo crromatc brjcbia tendis,
Klonharpalla uagus pulnerulenta rar.is. Si enim fola quatuor pi lac gcnera
facimus,ncccfsario cum ceterac nomincntur, Trigonalis fub pila fimplici
coplciflctundc hac fimihtcr locutum credo Cclfum, quado dixir,ab aluo cirara
ucxaris pila, &:rcliqua fupcriorcsparrc s cxcrccnria conucnirc, quoniam in
hujufccmodi ludo parrcs infcriores fcrc fcmpcr fimue mancbanr, fupcriorcs
perpcruo agirabanrur . Quomodo ucro pcragcrcri:r
cxcrcitatioifta,facilcconijCcrc pofsumuscx Martialis ucrbis,in quibus
dem6ftrar,luforcs ita triagulari fitus figura colludcrc foliros,ur manibus
urrifque modo fini ftra, modo dcxrra pilam uiciflim cxpcllcrc,&: cxcipcrc
ualcrcnr, nc unquam cadcrcr. in quo fumma
ludcntiumlaudcfuifseucrifimilcficfitur inlib. 7. ubi Polybum qucnda Uudat ob
agiliutcm finiftrac manus in iacicnda,cxcipicndaq.pila. 5)2 &:libro.i2.
&libro.i4. Slc palmamtihideTYigone nudo FnHæ det fauor arbiter coronæ, T^fC
laudet Volybi magis finiflras . Captabit tepidum dextra, læuaque trigonem. Si
memibiiibus Jcis expulfare ftniflris Sum tua ift nelcis, rufiice rcdde pilam.
Ex his mcherclc patet confiicuifsc trigone liidcntes a fc inuice mo do
niittere,modoexcipcrc pilam, modo finiftris, modo dexteris,eo propemodo, quo
nollratespila paruafupra funiculum ludunt,&: quo etiam Antyllus tertium
paruac pilæ lufum dcfcripfinGur-vero Mart. tcpidum trigona dixcrit tum loco fupra
citato,tum lib.4. Seu lentumcefoma teris, tepidimi4C trignna : haud fatis mihi
conftat.artamen,fi quid diuinare conceditur,dicerem proptcrca trigona tepidum
dixifsc, dft quod homines ludcndo^ob uchcmentcm utriufquc manus laborem, &c
afliduo rootus pi^ Jæ tenore magis incalefccrent: uel quod locus,vbi ludebatur
tepidarioin gymnadjs uicinus forct, &: proptcrca ludcntes tamloci, quam
pilac tcporcm qucndam percipcrcnt. itiucro fuifse, ucrifimile uideri potcft :
cum fupra tum ex Galeni, tum ex Martialis fei;!-, tentia demonftraucrimus, poft
pilac ludum ftatim confueuifse balnea calida ingrcdi . Nifi malimus di cerc,
poctam trigona tcpidum dixifse,quia ex continuo motu pilac in manibus ipfa
tcpida euadebat,eomodo,quoPropertiuslib. i.in Elcgialanuæ conquercntis, dixit
Tepidum limc,quod ex cotinuo fupra ipfum ftatu tepcfceret, 7{ulU ne finis erit
noflro conce/fa dolori, i^^urpis y in tep^ limint fomnus erit ? Excplum
trigonalis pilacmihi uidcturillud,quodin nummis M. Aurclij Antoniniapud
Byzantios excuffis hucinmodum apparet. F Quem itc ludum in liicrificijs
ApoUinis Pythij Aftiaci adhiberi folitu,mcmoriac proditu eft. dc hac pila quæ
dicit Seneca 2. de ten. f.c.ip.efse intcIIigendaputantaliqui.Eundemprope
autfimilepaganicæ pilac lufum dcfcribi cxiftimo a Pctronio arbitro in
fatyricis,ubi huc in modum fcribit.Vidcmus (cnem caluum tunica ueftitum rufsca
inter pueros capillatos ludctcs pila .Ncc tam pueri nos,
quamquamcratopcræprcciumadfpcvflaculum duxcrant, quam ipfc paterfamilias,qui
folcatuspilafparfiua cxercebatur,nec ea am plius repctebat,q terra cotingcret,
fcd foUc plcnu habebat feruus, fufficiebatq. ludctibus.Notauimus ct rcs
nouas.Nam duo fpadones in diucrfa parte circuli ftabant,quorum altcr matellam
tcncbat ar genteam, altcr numerabat pilas, non quidcm eas,quæ inter manus lufu
expcUcntcs uibrabantur, fcd cas,cj[uac in tcrram dccidcbant.
Siiccedltpagcinicapilaficappcllatn, quodcflet vuIgari5acfmocfu,D et in uillis
pagis uocatis;ucI in pagis urbis ut plurimum in ufu habe retur. Nam Dionyfius
anriquiratumlib. 4. rcfcrt, Romam in qua? tuor tribus olim partitam
fi.iiiTc,quæ &c pagi,ficut earum habitatores Paganijnominabantur. fiuc
igitur ab ifi:is pagis, fiue a uiHis paganica pila dcnommata fir,pari]m
rcfi:rre credo.fat efl:,pilam fuifTe ex coriopluma rcp!cto,trigonali
latiorcm,non ita tamen ut cfi:foIIis,laxam, fcd duriorcm ; fiquidcm follis, qui
uento replebatur^ctfi quantodUriorcrat,tantofaciIiuscoIudcbatur,quanto
laxior,tanto difficilius,ut ctiam tcmpeftatc noftra quotidiana expericntia
comprobaf,ramcn paganica pila quo ctiam durior elTcr, et pluma rcple
batur,&: non i ta rep!ebatur,ut laxa ufquam foret, fed vndequaque
dur!flima,&: proprcrca difficulrcr ea Iudcbatur,qucmadmodum uc
nuftiflimcMarrialishocdiftichooftcndicIibro H^ic (iuæ diffii ilis turget paganica
plumay Folle minus Laxa efl, ^ minus arcta pila ., Sub nomine enim fimplici
pilæ intclligi aliquando foIIc,aIiquando trigonalcm, paullo antc fignificauimus
. Itcrum illud ignorari hoc in loco nolo, ctiam in gymnafijs paganicæ pilæ
exerci tatio^ ncm in vfu exftitifl^CjUt idcm Martialis Iib. y.tcftatum
rcliquit. Tipn pila, nonfoUis, non te paganica thermis Træparat, aut
nudiftipitis ictus hebes, Namcumfacpiusa nobis indicatum fit,confucuifle fcre
omncs» quifefein gymnafijspilacxcrcebant,priuspilaluda|c,& dcinccps tatim
balnea ingrcdi,Martialis illis uerfibus demoimrat, inter ceteros pilæ ludos in
gymnafijs fe exercentium ad balnca præparatoriospaganicamquoq. adnumeratamcfle.
VItimum&:quartun| ^ Latinorum pilæ genus harpaftum fecimus. quod ob nominis
fimil litudincmidcprorfusuidctur quod^V^d^oVGræcorumrcratenint
pila,quamludcntcsalter alteri eripiebat cuius ucromagnitudif nis,^ cx qua
materia forct,haud quaquam ab ullo audorc cxplic:^ tumhabemus,nifiquod
Athcnacus his ucrbis manifcftum facit, harpaftum rotundum fuiflb. cA^x^
(panvScL 4;eaAf^TD, 0 otucrir,tum quia ciufmodi accubitus fibi ualde
indccorus,atq. a Chrifti vita,^^: moribus alicnus,fimulq. edcndo,& ibi
bcndo non parum incommodus vi derctur,tum quia a cuncftis prac
fcrnmanriquioribus Euangclij interprc tibus fir penitusignoratus, aut /altcm
omiffus, minimeq. coufidcratus, tum quia a piftoribusnumciuamnec fomnioquidcm
aut cogitatus, aur ullomodo cxprcflusinuenitur-quafi vcro haud fit
verifimilcpotuiflc tato temporc,totq. pcritos artificcs, atqdoftifrmios inrcrprctes
iatcrc rcm non ita cxigui ad pcrcipicndam Euangelij vcritatcm momcnti.Pe iriis
Cja.conus,6^ Fuluius Vrfinusrcrum antiquaru peritiflimi,quiq. muitis annis poft
nicam gymnafticam de triclinio fcripfcrunt,proculdubio ad vcricarem accubitus
acccflcrunt,atq. fi acquus Icdor Gollras cogirationesillorumfcriptiscompararc
vclir, ccrtc fl:arim. animaducrtct,fcrequicquidhac dcre boni
dixcrunt,cnoIlrolibro acccpiiTe, practcrita ramcn memoria, kcus quam fccit
cruditiiTimus Galliac occllus Pctrus Fabcr, qui non modo fumma ingenuitæ in
libris fuis agonifticis incredibiIidodrinarcfcrris,non: erubuit profitcri fcfc
magnopcre cx Iibris-dc re gymnalticanoftris profcciflc,vcrum cciam fcgctcm,quam
cgo pi imus illius pcne obliteratac artis rcnouaui,ira fingulari fludio, &c
vberratc pt-opagauit, cxonKiuirq. ut ab omnibu^ pro tanxo bcmcficio fibi
gratias immor talcsagimcrcatur. Iraquc ut omncm cxanimis dubitantum exi^ mam
fcrupulum, &: aliquid maioris lucis tantac rei obfcurirari
affcram,acompluribus quoquc rogarus,nonnuIla hocinlocotani deipfo accubendi
ritu,quam dc ipfiiis Magdalcnac firu^&: opcrandi modo adijcere dcliberaui,
ratus mc hoc laborc id cflfcdairum 9. ut gentcs tyindcm rcipfa melius
confidcrata pauliatim rncipiant uctuftum errorem exucrc, arque fimplicibusanimis
pidluraueram cius favfli h iftoriam pijs, &: vcritaris amantibus
repræfentare . Qir :)d iraquc Vctcrcs tam Græci,c[uanT Latini,arque Hacbici cpa
tanrcs accubercnr;, nomcn ipsu apud hafce cun£las gentcs receptiffimum facile
pcrfuadere poteft, qucmadmodum a paucis dubitatum iaucniojcpin uiclmiopro
commode, &c faciluer edcndo,atAqucbibcndcpairim aliquot fcculisufi fint .
Quid autcmpropric antiquis clTct triclinium non ita abomnibus confcflum
habctur; Eccnim qui nupcr ad Athcnacum crnditiflimas animaducrfioncs haudlincnugna
laudcin luccm mifir CaufKibonus monftrairc fi^ bipcrfu.ilir^triclinium inrcrdum
fuilTc acccprum \ jpfo I)..bifaculc\ubi kzY\ (lcrncbanti r,proptcrca(]uc
is^uTciK^wcv,J^iKxrsiK^iJ^jiMxrfy ^i^op inucniri nominara, prout pauciorcs
plurc!>uc cw js c.ipicbat; ncquc ipfc ui alvnio apud aliquos fuiflc fic
appclla' xum, fcd quia in iH j Athcnad conuruio unufquifquc in mcdium 4d
proponcrc conabntur, quod infrcqucntius crat, atquc aliqmm Icitu dignam
raritatcm habcbat : iccirco cxilbmandum &ianQminAndo inurcndorriclinio
cundcm cffc fcnluni fccutos, qrxm&: Kcginaurbium Roma fcqucbatur • Atqucdc
Jiocipfo cuni l(;qi.crctur antiquus, &: grjuis icriptor Scruiusiu
Comm.adprimumVirgiHanac Acncidos diwt Vctcrcsftibadia .non habuifscfcd Itratis
tribus lciftis cpuIaircCundc triclmiurn Itcrni di'tum ) arc]uc eos crrarcqui u
Kant tnclinium ipfambalilicam,ucl cocnarioncm . Ncquc minus fatlunrur, qui
puiarunt rripodas iilos, dc quibus mcnno cft npud A:1k nacum cx Eubolo comico,
a^inquibus duo ucl rrcs cdcntcsrcpracfcntantur inmarmoribusuctulUs fuifsc
triclinia, quandoquidcm nulla ibi rruini lciftorum imago, nccucaccubirus
confpiciiur, fcdfunt dumta>at fcpulclu-aliiimcocnarum dligies,dc quibus
rrafam non rcrro,fcd antc, req. ftantc m,rcd genibus humi procumLcntcm vfquc ad
hacc tcmpcra depinx,crunt>& feipfos,& alios (fiita loqrilicct)
dcccpcrunr^pracrcrquam cnim quod vix imaginari porcft huiufmodi omnia
pcrficiamuIicrcpotuifse,certumcft etiam,ncqueaminiftrantibus illudpcrmi/sumiri
dcbuiffcfimulque indecorum ualdc fururum fuifse,fi mulier fubtus menfam
gcnibusfefchumiproabluendis, &:cxiccandisC HRl S TI pcdibus ftrauiffer
&, quac omnia incommoda cuni euitenrur triclinio, et accubiiu noftri^. ^
haud inrcHigere pofliim, eur debcanta quoquam ingcnio guftii prædiro rcpudiari,
eo maximc qnod nuHarurpirudinis Ipccics in ijs fpc£larur, quæ debcar ab ca rc
crcdcnda qucmpiam pium dcrcrrcre, quinimo fi accuratc ingrcifus mylieris
expcndarur, miniftros, dc accumdifc bcntcs 2« tcm^s latereponm, haud fccus,
atqucubi fcfe iii cxteriorc trichnij partc iuxta pcdcs CHRISTI locauit: quod fi
aliqiiid in illoaceumbcndimodo non ita laudabilcfortc npparcbacquifquc fibi
illiid pcrfuadcrc dcbctctiam quacindccora funtob populi confuctudincmfacpc
omncm foeditatcm amittcrc,nam mulicrum aliquibus non cirra noram fpontc
conuiiiij publici loci:madirc,ibiqi:c audcrc uiro adlucrcic, eumquc conrrc Aarc
vngcrc proculdubio rurpc,& indignum caftitatc CHR1ST1 poruiffet vidcri,
nill mo5 propc omniumorientalium caminuitaffcr, Certc Maldonarus inrclliycrc
nonpotuir, quomodo dicatur rtctilVc mulicr cicda, qua(i non cntnc
lciti-fupcrquos difcumbebanr ira alri,urip:i hcucrirfic ftarc, SC pcdcs cius
lachrymis lauarc, inrc rprcrans ftarc pro con/iftcre, Scd lunufmodiofcitantiam
conimilirob vcri triclinij ignorantiam,quod pcdcsaltos habuilVcnon cft
dubiranduin,ut faci^ Jccxiplapidurac!uccr>&:Virgilius dc Acnca loqucns
accumbcntcdixir iniciofccundi libru jrJe toro f^^^^ ^cntas fn orfts jtlto.
Arqui Tolcdus Cardinalis ob longam, quam Romæ traxir,moram, uidcndi, audicndi
rcium vctultarum pcrirosubcreaioccafioncmhabuit, forfanque noftram fcnrcnriam,
&:pi. duram compcrtam habuit, quod cam iampridcm cum do(ftiiriinis
lcfuiris, quorum conluctudinc dclcdor magnopcrc „ communicalVcm, priufquam
publicarem.undc facile confcnC rirtoros triclinioruin ira alros cxtiriflc,
utmulicr nullolaborc pofscr ftans rctro pcdcs cpulantis conrrcCtarc,
lachrymifquc abiucrc : &:ccrrc liccr uir doctiflimus noncxplicatc docucrit
difcumbcndi modum artamcn ex cius vcrbis vcrirarcm libi raaximc omnium
inno,ruifsc parct. Jraquc hoc iam conftirutum fir tricliniuni dictumcfsc, quod
rrcslccti ftcrncrcnrur, in quibus ira iaccrcnt, ut vcrlus menfam cubitis
finiftris innixi dextcra manu urcrcntur,pcdcfquc in cxtcricrcm partcm
protcndcrcnr, ubi miniftri cranr, &:ubi ftctit crcchi MAKlA, qucadmodum
difcrtc faris, &:copiofc alil)! cx uarijsfciiproribus declarauimus, &:
ficur cx imaginc antcpoiita clari/Time cluccr . Supra quid ucro ftcrncrcnrur
lccli, non cftiraproditum, arramcn licct conijccrc facpius fupra tabulata
alriufcula clsc c.xrcnios, quac nonnumquam criam apud Hc^ J& 3 bracos cx
argento, aurouc conflata fiiifsc colligitur ex pri-D mo capitc Hcfter in illius
magnifici conuiuij dcfcriptione, quod paritcr a Romanis hivftum teftatur præ
cætcris Plinius lILro xxxi i r. capi.vndccimo, fuifsc ucro fa£l:a Icftifternia
primum lignca conijcere licct ab co quodnarrat cxSenccaAgcliuslibro duodccimo,
capi.fccundo, nempcSotcrichum lignarium fabrum cxritifsc, qui Icdos
tricliniarcs ligncos faciebat, cb idquc data cftoccafio Adagij, vt cum iicllcnt
rcm cxigui prccij, ncc multi artifici; frgnificare Soterichi lcdis aflimilarcnt
. Nunc ucro fccundumpropofitun^ aggrcdior,fcilicct an apud Hcbræos, quotcniporc
CHRISTVS aflTuit cocnæ Pharifaci, mos fucrit djfcumbendiirr triclinijs, quemadmodum
Romac, qua de re cum confulucrim Vitalcm Mcdicæum Florentiæ, artemmcdicam fanE
(ftac,ac feliciter cxcrccntcm,rcrumque Hcbraicarum longc pcritillimum,
ismihiadco dofte,&: diferte rcfpondit, iit in hciiufmodi graui
difceptatione uix quicquam doftius,&:eliniatiusdcfidcrari queat : quia
tamcn ab fcntcntianoftra noa nihil difccififse vifus cft, pro mca confirmanda
ncccfsc putoaliquid in mediumaffcrrc . Etenim dubitare minime oportct, quinapud
ucniftilTimos Hebræos uarius conuiuiaagendi mosfuerit, fiquidcm libro Gcncf in
cclebri illo conuiuio, quod lofcphus Fratribus, alijfque Magnifice, dcdit,
omncs fcdifsc mcmorantur, fimilisquoquc morislibroludith, libroprimo, Rcgum,
atque ahbi facpius mcniio clariffima habetur:atquifiThobiac,qui uixit ante
captiuitatcm Babylo^ niæ Iibcr Icgatur, ibi accubirus non obfcuram mentioncm
fieri cognofcctur, quamquam fortafsc diccrc licerct tunc illun^ apud AlTyrios
vixifsc, apudquosinufueratcocnantesaccunibcre. lam vcro dc Troianis,atque
Tyrijs fimihtcr exiftimar€ dcbcmus, cum apud ^'rrgilrum primo, &: fccundo
Iibn> difcumbendi confucrudinis commcmoratio fiat, ficuti libro' fcptimo,non
dubiamcmoria rcperiturfcdendi ad mcnfas vfus fubillis ucrbis Jlæ SacYis
SedcsepuUs: hic arteteiæfa Terpetuisfolwpams coufidere maifis. Vbiquamquam
inaliquibus eontcxtibus kgatur Ioco(confi. dpe}accumberc, attamcn Seruius
cumlocumintcrprætans dixit 71 A Jixlt Malorft epulari confueuifsc fcdenfcs,
.trqrc ilftim habuiffcmorcma Laconibus, &Crcrcnfibus, utVarro docuit
infibris dc gcntc Pop. Rom.in quibus dixitquid a quaqncrraxcritgcutcpcr
imitationcm. Hacc aurcui fcdcndiad menfav
conluctudoRomanisccrtcillisuctuftillimisdiu. &:in aliquibus oi:c.ilionibus
ufurpata fuit, ficur ctiam monun;cntis rclatwni jnucnitur Alcxandrum Magnum
aliquando fcxccntos ut aic Athcnacus, vcl fcxmillc ut cllapud
Kulbrhiumduccsconuiuiocxccpif5C,cofquc omncs fcdilibus argcntcis fcdcrcfcciffc.
Atqui poftcrioribustcmporibv.s t.iui florcnris Rcipub.qunm IMPERATOR VNI
noncddubium nobiliorcs ialrcmaccumbcrcconfucuifsc, idqucpractcrinnumcroslarinac
linguac auctorc^ marmora quoquc tclhntur, ur locuplctiflimc alias B
dcmonflraui, arqixalij quoqucdocucrunt. (iraccos parircr conftatcundcm
accumbcndi morcm cf^c fcdatos, &:quod turpius cll, narrat Athcnacus
raatulas pro cxcipicndo a ucfica rxcuntc uino gcil.vrc confucuifsc in
triclinia,quas facpc ubi uino incalucraut ad capita frangcbanr, inrrodudo hoc
morc a Sybariticis populis fordibus omnigcnis olim dcdiriirimis .Vcrumdc
Hcbracis dubirarur an fimilitcr illi ad Romanorum imirarioncm accumbcrcpotius,
quam k\\irc loliri fucrinr, ut Jiacrarioncliccat cxiftim.u^c CHRISTVM iri
fuifsc loca. tum, ac proptcrcaMagdalcnam potuifsc (l.intcm rcrro pcdcs illius
lauarc, cxiccarc, ungcrc. lam ncro complura funr» quac cxfcriptoribus confrat
cos a Romanisfuif c muruaros,& lofcphusinlibroantiquir. narrat Hcbracos
fcmpcr cfsc fccuC tosrirus Romanorum poftquam fub connn djtioncm dcucncxunr,
modo non con-rariarcnrurparrijs lcgibus ur diccbam antca, manifcftum cflcx
lacris Iibris anrc captiuiratcm Babyloniaccam gcntcminconuiuijs tam
publicisquam priuatisfcmpcrfcdilsc. Vcrupoftquani in Habyloniam duCti
fucruntcaptiui vu^oquc modocdcrcconfucucrunr, fcncs fcilicctfcdc; ucs,iuucnes
ucroaccumbcnrcs, utmos crat Habyloniac, vcluri Habbini tradidcrunt,apud
quosctiam lcgirur accubitumfcrif litum, ucl (Iragulislupra rcrram cxrciis,vcl
tapctibusprcciofis«:s: pului naribus, ita utcubitis innixi lirnunn corpus
uniucrfum f( ruarcntifacta autcmfuit dcindclcx, vt tcmporc Pafchatisin durac
fub Pharaoncfcruitutis, Iibcrntionisq. commcmorationcquifquc accunibcndo
cpularcrur ^cr.crcns ucrodicbus liccrct
unicuiqucproutlibcrctlcdcndojvclaccumbcndo cocnarc: cx ouo 1: 4 pacct 72
2"patct apudludæos parircr accubitum gloriofum qxiandoque fuifschabitum.
Porr6modus,qi!0 Hicrofolymis infecundadomofcilicctpoftlibcrationcm ab
Acgypto,atqucpotiflrimumteporc Chrifti conuiuia ficrent, non ita compcrtus
eftjillud uero conftat, in vrbc fempcr quinque hnguarum extitifle ufum
Hebreæ,chaldeac,Syiiacæ, Graccæ, et Latinæ.quarum Syriacainfrequcntiorivfucrac.
Hcbracavcro nonnifi adoiais,&:in
difcipIiniscomparandi.vvfurpæa,{icutiolimRomæ Græca,& nunc paflim
Latina.Fuit autem in ludacam Syriaca lingua intro dudta,quandodecemtribubusa
SalmazaroAflyriorumregc ca ptisinearumlocummiflæfuntinSammariam,partesqueci cir
cumuicinasAfl"yriorumcoIoniæ,utlcgiturxvij.cap.quarti libri Rcg.qui ob id
ab Hebræis dcinde fcmper funt Samaritani uocati,atque idco aucrfati,quod
Idolatræ eflent, mofaicosquc ri1 tus minimcut par crat,obfcruarcnt, ctiam fi a
Saccrdoteilluc in idmi/rQinftrudlifuifscnt. Huncergoin modumSyriacalingua apud
Hchræos tnduda.propagata, et conleruata cft, qucmadmodum ChaldacamSyriacæ valdc
fimilcmipfimctludæiex BabyIonia, ubi i!la vfurpabafur,fponte tranftulerunt.
Pofthoc vcro Graccisrcrum potitis, Rabbini dodiorcs ipforum lineuam ita
apprchcnderunt.eiufquc copia,&fuauitate funt deicdtati, ut
Hcbraicacipflimacquarcnr. Vndcpariterfucccfljt,utplerique
eruditiorcsnonfolumGracccIoqucrentur,fedetiam fatiselc-gantcrfcribcrcnt,
qualcsfucrunt PaulIus,lofcphus,Philo,afque alijplurimi.
KomanipoftrcmocumIudæariifubiugalk'nf,neecffefuit,illc pnpulus ipforum linguam
latinam addifccrct, eaque pro ncgocijs agendis utcrcturiquac ctiam fuit
ratio,quamo brcmtituluscrucis ChnftiHcbraicc
GracccatqucLatincfcriptusfucruilludtamcn dchikelinguis,
&:potiflimumdeSyriaca ucic conftat ipfani fuifsc
omniuniHierofoIymisufurpatiirimam, atque muhis Graccoruui uocibus
pcimixram,fiue id fueritob graccæ dclcdhuioncm, qua ludæi afficiebantur, fiue
aliadccaufsa:folcntcnimquipercgrinisIinguisgaudcnr, ficpc illarum uocabula
proprijs commifccrc. Ergo hifce conftitutis,cumludæi linguam Romanorum
Græcorum, &: Afsyriorum,apudquosin ufu crataccubitus,utcrcntur,
vcrifimilceft quoquecofdcmaccumbendimorcmab ijs acccpifse.quodforfan .1
pcruicacibus ncgari potuifset,nifi compuircs Euangclij lo ci,ubi
c.iicubitr,s,&:uccubitusfir mcntio,aucrre teftarcntur Vtruip autcm
accumbcndi modus Hicroluiymiscfsct, qualis apud Romdnos in triclinio fcilicet
Ic6tistribusa(rioribnscirca nv ' flratis ucl ligneis ncl arijcnrcis,aut:iurcis
qu.ilcshabii . -lUosnarranrPhnius, Arhcnacus,&:alij,hauJ itaclarum clh Scd
ut omittam ludæos ucrcrcs, apud quos forfan uox triclinij vfitara in facris
libriscubiculumdumta\\it,in quococnabarur, SIGNIFICARE potcft,dcquo
Vitruuiuslib.Archircv^turac quarrotra>:tauir,ccrrc cum in Huangclio
nomincrur Archirriclinus,ncgari ncquit ludacosimiratosefsc Romanos,&
Græcos,in quorum conuiiiijs crant lstoc^)(ecl, idclt,conuiuij princi pcs.
Cacrcrum dodtifllmi uiri,qui accubirumquidcm inconuiuijsPharifacorum conccfscrunt,
fcd morc Hebracorum ftratis fupra rerram lclimplicitcraccubirum,nonauremmodum
lignihcer,&quod Pharilaci iuxtapracccptum leuitici can. xviij. coua ctur lu
cl!sfcfciritibusquibusuispcrcgrinoiuma!icnarc,maxime Ronunorunviuosquoridic
inrucbanrur idolisfcruirc vfquc adca aiegedamnaris, Quantum ucroad Magdalcnaca
lonce difscnrire, (im ilquc oftcndcrc figuranfi tr*c!inij,.\: accubirus
isdefcripram, atquerunc rcmporis pallima Romanisufitaram. v^^isciiimignorat cam
fcmper uiguilscconfucrudincm, «t popuii principum morcs,quanrum ficri porcft,
imitenrur?maximc uiri n(jbilcs6J in cxilliiuarionc habin, qualcs cranr
Pliarifæi ;quos finon ob ahud falrcm uf Hcrodi &:Pilaro runcpro Imperarore
Tibcriogubcrnantibus,fimuIquc Romanorummorcs, ut ait Iofcphusinrroduccrcfaragentibus,rcmgratam
faccrcnt,ucrofimiIc cftconatosinaccubiru^qui nillcgi rcpugnabar, ficur &:in
mulris ilijs forfan minoris momcnri Homanosimitari,quod Chrifti tcmporc omncs
Oricnris narionesfaciebant. Quqdporro ilcbraci inalijs plcrisquc Romanorum
fcqucrcntur rirus^abfquc multJ laborc indicabo; tumidcju >J
imaginanturdcMahahaud qaaquam conliJtcrcpofscmonftrabo . Itaque noneftnegandum
poft redadum aPompeiom Roma*D norum potcftatem ludacam, &: poft ArcheJaum
iu/Tu Augufti in cxilium expulfum eam nationempcr procuratoresfuifseguber
natan^5 qua occafionc Hicrofolymis^atque in orani ludæa innu^ mcrimilitcs,
ciucs, atque cquitcs Romani omni tcmporc h^xhi" tabant,quosacquum
cftcxiftimarcfccundum Vrbjsritusuixif^ fc atqiicipfis Iudæis,ut contingcre
ubiquc foIct,eoscommunicafse,ncque id Hcbraeos potuifsc afpcrnari, nc muJto
magisodiumprincipisfibi adfcifccrcnr. Er fi rcdc expendantur quae dc
Ronunorummoribiisin couiuijsfcriprcrunc Varro, Ciccro, Scrxca,
PIinius,PIutarchus,Su^tonius,Galenus, Arhcnaquod /iaiiJitcr fccifsc Chrillum in
cocna difcipulorum mcmoriac mandatum eft. quodctiam dixi in primo de.gymnaftica
Romanos/crcfcm pcrIauari,rQCcofqucrcponcrcfolitosprius quam menfaeaccuia
bcrent,idcmfa(ftitafsc Saluatcircm ncmoinficias irc ualct. lam dc ungendi ufu
polt balncum, pfitpracrcrClcmentcm Alcxandrmum Athcnacus quin^todecirao lib.
Dipnofophift. apud qu.emproprium,& odoratum ungucntum finuulis corpori
partibus dicatum Icgitur, utob id Mariaquoquc Roman(),&: Gracco
moi*curcns,uolucrir,6v: caput &: pedesChrifti, tamuiucntisquammortui
ungcix, qui quafi incrcpans Pharifacum quod fimilircr non fccjlsct, ccrtum
indiciumacfulicfibi placuifsc Romanorum, &: Graccorum ungcndi
confuctudincmuWcruari . Et quod di\itChi'iftus dc illo,qui acccdcnsad conuiuium
nuptialc, laccrn.a adhuc indutus ucftcm nup>i.rk'nvnon induifscr, dubio
procui cx.ri^bus Romanis torum fuit capium, Dc loc,i nobiliuirc rum m
pontificali, tum iu ciuili,rumin confulari conuiuioluib^banjL Romani,ut lurrat
jf^iutarchusin Sympofiacis,atq. Macro.bius.,non cxiguum difcrimcn, m inrcrdum
mcdiusmcdij Icv^lj, intcrdum imus ciufdcm, arq. primiaobilio.rcsrcpurarcnrur,
cuius rci lUuftrccxcmplum eftid^quoddixjtChriftusaducrfusiIlos, qui primos
accubitus ambic 2^ 7&: ccruicalibus fuperterramconrtratis,nonautcm alrc
pofiris. C^i ucroSyriacc EuangcUum fcriplit, ucl rranfumpllt,cum torLxn nomcn
libi haud fuppctcrct proprium, quo explicarc pofsct ucrum Romanorum
triclinium/naluir ouod habebar uli:rparc,quam rcm pcnrtusindeclaratam
rclinqr.crc . At mhil hcc dl, prac ipfi Magdalenae ingrcdicntir ilanti rctro
iecu^ pedcs cius, quac omniauti accommodari nullopacto queunt fifupra tcrram fi
ut immcdiatepofiti Iccti, fic trichnit) nofiro iudicandumunicuiquc
pcrmitto,quamaptc congruant . Ncquc enim crcdibilc cfl,fifefc mulicrgcnibusin
tcrraminclinaflct fuifle idEuangcliftam taciturum poftqiiam mmimc filcndum
putaLit,quod Itarct rcrro,&:fccus pcdcsjacl rymifquc cos rigarcrrnamqui
tanta diligen[iarctulit,quaccumque ibiconrigcrunr,non dcbcbat ctiam
genuflcxioncm omirrcrc,&: mulromiiuis pofi(|uam iam dixcrat jpfam ftcrifsc.
Quarc iamlarismonllratumarbitrorChriftoaccumbcnrccumitaaItefuifvclocaruin,ut M
A R l A, quac necparuacftaturac crat,potucr?t (lans creftarigarc ipfiiispcdes
lac.irymis,nec non manibus cos contrcihirc, 6c c apillis liccarc, d^ r jmquc
ungcicQuod toruRiluculcnri/rnnc cxpnmi in aucc|> ^^..A uiviiiiij .iQiui
fisura^ueiniacaincgarurumconfido, Cum 7ii L 1 i> r R . Ciin;
huaifo/ontioncpcruenifrei:j,iarno.ea j^^c^^m fnfflic0 ne accelcrarer, oWata eft
occafio AJphou Salaieroiii^ oUl^ iclui ta? dottiilimi prolcgomcna in
Sacroflmdam Euangeiicaln hiftoriamfingulari eriiditionc
refcrtalcgere:atq,interlcgcndum cu mihi Canon quadrjgcflimus fcxtus prolegomeni
undecfmi occurrinct,ubidircrtilIiniedeuniucrfiiaccubitusrationc, dequo
Magdalcne in lauadis atq. ungcndis Chrifri pcdib. GtUynec nou dcloannisin
ciufdcm Chrifti hnum recubitu difpuiar,incrcdibi lcm quandam lactiiiam
fimiil,& admirationc mihi pcperit, ctenim lactatusfum,quod mcas
cogirarioncs,qiKis fcmper nouas5&: forfananeminc alio propofiras cxifrimaui,auirofapientiilimo
&:raradodrinaprædito iraclare confirmaras,quafiquc
inconcuflasrcddita.sinucncrimjAdmirarioncm vero cacpi non exigua quomodo ricri
porucrit, ut in rc ufq. adco obfcura ncc uetufta il E muJ nos conuenire, ac in
nulla re difcrepare licuerit; Et li enim quotemporc gymnaftica mca in lucem
exiuit^is adhuc uiuerer, quippequemfæpius concionantem RomæaufcuItauerim,ubi
cos libros dum Cardinalis Faræfij medicum agcbam, &c compofui,& in
Juccm ccjidi, attamcn vtrum eos uidcrit haud quam* quc afiirmare audco, Ncquc
uero credibile eft me ab eius fcriptis, quac diflcrui dc accubitu accepifse,cum
ea ha£ienus latuerint,ncq.ipfumeadem dcreita dihgcnrerfcripfifse,nefomniarc
quidcm ualucrim. Vndcqua^foler efleuerirarisingensuis,puro eodcm fpiriru ambos
nos ad ca fcribenda fuiflc impuJfos, &c propterea quicquid ea d^ rc di Antc
folcm cxoricnrcm nifi in palacllram ucncras: (jymna-,> fijpracfcclo haud
mcdiocrcs pocnas pcndcrcs. Lx quo loco » gymnafiarchum colligitur in
adolcfccnrcs^licjuid pcccafscnt, animaducrtcrc magno Impcrio confucuific : ut
ctiamclarius,> in amatorio Phitarchus docuif. dc hoc &: Ciccroinfcxta
Ver„ riuarum : Dcmolicndiim curaiiir DcuKrriii^ ..iliarchus, cj.iod LLC.
zionale Cenlrale di F» quodislocoilli pracciat. Secundum locum habebaf xyftarD
cha. hic ambobus xyftis, ftadio, $c dcnique cundis athlctarum
cxcrcitationibuspraccrat, ut kriptum rchquitTcrtullianus m hbro ad
martyres.&ut cx infcripcionc conijcitur, quæ Komac in foroTraiani in
hafiftatuæ Græcis littcris notata,a,not)isiic lauac r.edditacft. DEMF. TRIVM.
HE R MAPOLITAM. ALEXAN I) R1NV M. PANCKATIA STEM. P E R I ODL VICTOKEM. P ALÆST
R I F AM . ADMIRABILEM. ALIPTAM. PONTlFICEM. TOTiVS XYSTI. PERPETVVM.
.\YSTARCHAM. BALNEIS. AVGVSTl. PKA-EFECTVM. PA.£ T R F M M.^AVREL,.
ASCLEPIADES. QVL ET. HER" MODORVS. ALEXANDRINVS. HERMOPOLITA. MAGNI.
SERAPIDIS. ÆDITVVSPANCRA riASTES. PERIODJ. VICTOR. ALJPTA. (VS^EM. NEMO.
DETRVDERE. POTERAJ. INCVLPATVS. XYSTARCHA. FILIVS. PONTIFEX. tOTIVS. XYSTL PER
PETVVS XYSTARCHA ET BALNEIS AyGVSTJ. .præfectvs. Alvhoc, fcnfcnria
uiea,diucrrus fuit Pracfcaus luftaca Galeno lWT«7r«A«w«Tfl5UOcatiis,qui
pcrinde,ac Pacdotrib a quidamliid.intuimdimitaxat magilkr erat, cum
xyftarchiisplurium cxcrcitationum raodcrat()r,viPacdi'tribam nominauir,6:in
Protagora irafcriptum r cl i q u r : t Ti Tolfw tt^c: to Ctoi^ Trct^o^o r^tHccs
TTkykTtwcto hcctcc cwijlx mRi^ri^t ''cXP^T^i fjTTn^iTMJi TH ardos,accx
r^narisho^ minibuss clcdosfuif^c rcmporc/iio,iMdit.Prorogymnaliosuidetur Scncca
cp1il.83.cos uocafscquiiimul cxcrccmur uocabulo (quod cquidcm fciam)nulli
alrcri vlurpato, quamquam MureW.v pr^:'vnmallas kgciidum malucrit in/u sad
cumlocumnotis. .AuVwouoquc ab Ariftotclc 2.Ethic.cap.6.a Paulo Ac-li.3.i5,aItcr
medicr dumraxarmandara cxfcquirur,parircrPædoiribæxm-iiit:onfi cmniu faculr.Kcm
ignorabar, ^ymnaftacque pracccpra foium fa cicbat,vrpotc qui
vfum,&:difocnrias,&:modum cxcrcirationum cxpcricntia quadam
callcrcr,fcd ob ignoranriamfacpcnu-. mcroabcrrarct, vtinnucre voluit Galenus in
libcllodc pucra Ep!!cptico,ubi dixit,difiiciIcfuifseprudcntcmpacdotiibam
iniicniic.Manc ^ymnaftac, &:pacdotnbæ dilicrcciam Arifrotclcs quoquc
philofophus cognouifsc vf,dum S.PoIiticorum concludir, Adokfccn-.es gymnafiicac
atqucpædotribicac tradendos forcrquarum altcraqualcm qucndamf icircorporis habirnm,
al.;-: tcraopcrationcsjcSdquartoPolitx.locoanrcacirarordicir: rrot^ roC
tsc^iJ^ot^ i&jv kccI rov yviAVxsiKOv woc^acrKW icwlcti, kcc\ rayrm
Isirwcf^vixiay. (iymnalrcs itaquc erar pfcctiis
excrcirarionu,pædotribauerominificr.&: panific:,coquo, acacdificaroriproportionercfpondcns/accrepanes,obfonia,acdcsfcicntibus
quidc, minimc ramen,quid inipfis optimum fit,quid no optimum,inrcl
Jigcnribus,quamucfaculrarcmipforum unumouodquc ad ftuii tatcm babcrcr,non
dignofccnribu^. Hacc duo nomina apud Ho ji ci unon exfiftcre narrat
Galenus:quod,vranrca declarauimus, UA\i\v.:\ dumraxararris gymnafticac tunc
rcmporisapparcbant, jxquc arsad rcgulas ac formam rcdasfta,&:prui nde nco,
arrifcx, ^,aiirafccrtranc.Adcrat6^ SphacnTricus,cGru,quip;la hidcbr.t, ».
qtianim alias rwdens dxuerfis gcneribus jmifari ut vel harmoD nia,uel ry thmo,
uel nudofermone ; alias diuerfas res, vt vel mclioresjvel fimiles,ucl
detcrioresialias diuerfb modo,vt vcl agcntes, vel introducentes, vel
narrantes,atque aut alienam pcrfonam indutos, autnon mutaros;de faltationehæc
concludit: ccCrc^J^lrc^svStKa ^^oOvTTcti Xoogis i^ixouicicsyoi rSu Sgyhswp,
Kcci 'y^ ovroi rm ct^yLxri^o^ (cit pv^iAmi4i^evt/r(ci:^Kcei TrccSH^KcciHkKcci
TTgccfu^. i. Numcro ucro iplofinc harmonia,imitantur faltatores:ifti cnim numerofa
gefticulationis uarietatc, morcs, palTioneSx& aitioncs imitanuir. Ex qua
oratione apparct, og^^Hctiu^, Huefaltarioncm^ nihil aliud fuifse,quam
facultatemquandam motibus„ac gcftibus corporis^artificio quodam,numero, &c
ratione fadis imitandi hominum mores,affea:us^ &:aciioncs. qui cnim in
/.ciuilium dixcrat,nihil cfsc in rerum natL]ra,quodmagisexprimat
rerum.fnTulitudincs^quam numcrum, E &:cantum,.fapi€ntereriamfcrip/it,
filtatoresin imitandisadionibusnumcro uri . Quomodohacc per numcrofos morus
efficeretur imitario,unus omnium clariffimc poft Ariftotclem expreflir PIu
Prob^i. tarchus, qui in ix^Conuiuialium faltationem rrespartcs habuifse
fcriplir, iatioucm y figui-am, &:indicationem ; eo quia tora ipfa cx
motibus,&: habitudinibus >&: quieribus conftarct, perinde ac
harmonia ex tonis,atq. inrerualIis:Iationem dicir ipfc uil aliud fuif fe,quam
motionem affcdtus alicuius, vcl adionis, ucl potenriæ repræfenrariuam : figuram
uerofuifie habitudinem, difpofirionemque, in quam motio fiue lario rcrminabatur,
nempe quando falratores quiefccnres fecundum Apollinis, uel Panis, uel alicuius
Bac7>«fcl«& chæ( ureftapud Platonem) figuram difpofiri in corporis
fimilibus formis graphice aliquantiilum perfiftebanr, indicationem au^
temfuifse non propric imirarionem,fcd alicuius rci, ncmpe rerrac,
cæli,vicinorumnumerofe, arqueordinarismoribusfadam decla'rarionem quemadmodum
namque poetæ, dumimiranrur, alias nomintbusfi(ftis,aIiasrranflarisuruntur;dum
ucro indicant,propria nomina ufurpant ifimiliter faltatores imitantes, figuris,
&: habitudinibus; dcGlarantcs aurem, resipfasprædidis
indicarionibusutunrur: adeo ut, fecundum Platoncm, Ariftotelem, arque eriam
Plutarchum, tora hæc falratoria facultas in imitatione folo motu fada
conliftcrct.iphq.faltarores nil aliud aOirarcnt^nifi quod fefe mouentes
numero,&: ordine gcfticulanres,aur lationibus, &: figurismores&:
aflcsaus imirabantur,aut indicationibus declarabanr, aut omnibus fimul
morcs,perrurbationes,atque adiones hominum rcpræfentabant.unde non abfque fumma
rationc Simonidcs r4 toi k DIU dd api m m m k m P7 A dcspoeta faltarioncmpocnm
taccnrcm, ficurl pocfimfaltntionem loaucntcm uocarc folcbatiquamquam rcfcrt
Plurarchus,rcmpcfta ^-o^^»"»rcluaucramfalrationcmamufica, cui
aflfociabatur > dcprauatam fuif^ci atqucacacicfti illa dccidcntcm in
tumultuofisacindoc^^iis Thcatris inllar tyranni cuiufdam impcrium tenuifsc,idq.
poftraodumufquc ad rcmpora noftra pcimanafsc, in quibus omnisfalra* tio
corrupta cft,omncs cordari uiri cognofcunr. 'i^uihus aurem prjnnishuiufccmodi
falrationcm hominibusdcmonftrauerir, iatis copcr:umnon habcrur, nifi quod
Thcophraftus apud Athcnæum rcfcrt, Androna Carancum ribicinem, dum fonarct,
morioncs ar^•pno'* quc numcros corporc crtccifsc, Sc ob id apud ucrcrcs falrarc
uocatum hiifsc ficclifsarc ; poft qucm Clcophanrus Thcbanus, &: Acfchylus
mulras fataroriac riguras iniicntrunt, quas i^wiciiovt B Sicula uocc appcllatas
Epicharmi audorirarc infinuar Arhcnacus. undc hodic apud multas Iraliac
narioncs Balli nomc adhuc pcrdurar.Fuitporrohaccfaltario rantacc\iftimarionis,arquc
honoris apudantiquioi-cs,ut Apollincm faItatorcmuocarcnt,qucmadmodumPmdarus: O
sj^Hscc AyXjaxs i>cij dc quibu^ lic luucnalis» Torfttan exfpecirs ut
Gjditana canoro Sat. x i. Inciptat prurire chorOy plaufuq, probatæ icrram
tnmulodcfcendat clunc pucllæ, Irritamtntum veneris langtientis, et aird piuitis
vrticæ &! huiufcemodi aliæ . Ab inucntorc autcm modo uocarac fucrunr aliac
Pyrrhichiac a Pyrrhicho quodam Laconcfcu^ur alij maIunr,*a Pyrrho
Achillisfilioinucnrac, in quibus arman falrabant cuni canru, &: llnc cantu.
ur uidcrc licct c\ i conc ab antiquis lapidibu5Cxccpto, qucm hic poncndum
curai.imus. H 1 A (Pyrrhichias autcm noftris tcmporibus acmulantur illa
pugnarum gcncra,quasMorcfcaspopularfuoc'ai3uloai^pclIant.) Atquchac
uarianominaobrinucrunt, utOrfitis, et Epichcdios pcncsCrctcnfcs, Carpaca apud
Acmancfcs 6c Magncrcs, dc qua Xcnoplion. 6. de cxp. Cyri. libro, apochinosliue
madrilmos, quam mulicrcs faltabant,&obidMartypiæ uocabanrur quac
Ibbihorcs,^: uarictarcmaiorc pracditac crant, ut dartyli,iambici, molnfiica,
cmmcJia,chorda\,ricmnis,pcrfica,phryi;ia,nicariimus,thracius,calabrifmus.
Tclclias aquodam uiro TcIclio,qui primus camarmatas falrauir,fic uocara, qua
utcntcs Ptolcmaci milircs Alcxandrinn Philippi fratrcm fullalcrunt,aliac
rornarilcs liuc ucrforiac, quod lc in circum ucrtcntcs falrarcnt .
Erorianus,qui Andr.)macho
Ncronis,quodfcribirGalcnus,archiatrocontcmporancuse.\lhtir,has B faltationc5
/ir#t/c uocatas fcnbit.ahac infanac, ut caudifcr, mongas,
Thcrmaultris,nccnonanthcma,quamfaltanrcsobibanr,ita diccntes, vbi mihi rofic,
ubi mihi lilia, ubi mihi apia : ahac ridiculac, uc igdis,madrifmus,
apochinos,&:fobas,morphafmus,C .laux,6dlco: ahacfccnicacqualcs
tragica,comic.v,&:lat\ ncaraliac lyricacquakspyrrhichia, gymnopacdica
hyporchacmarica. quac omncs quomodo ficrcut, non cft præfcntis tradarionis
dcclai arc ; fatis iit inrelligcrchanc rcrriamlalrarioncm rotatqucplurc^adl.uc
diucr (as fpccics, quibus libcllum proprium dicauit Lucianus, habuiflc ficut
ctiam diucrlis motibus tam pcdum, quam manuum utcbatur.
cumcniiujnotusomniscxfcnrenria Ariftotdis cximpullu, arquc 7..Phyr.
traducoponafur,falrantcsaurimpcllcbantcorpus,auttrahcbant;, &: hoc furium,
ucl dcorfuin, ucl prorliim, \cl rerroifum, ucl dcxr C trorfum, ucl fmillrorlum
: a quibus poftca motibus componcbatur
limplcxambulatio,flcxus,procurfus,raltus,diuaricatio,claudicatio,
ingcniculatio,clatio,iactatiopcdum,pcTmuratio:quil)Hsto:a
faltariopcrficicbarur. De finc faltationis^ ^ deloco. Cap. yilV M antiqui
inccrraminibus,atq.ucnationibus,pcduni cxcrcirationibusfcrc lcmpcr Itudcrcnt,
manibusq.moucndisnullamcuram adhibcrcnr,ucnlj-uilc hr, ut prius faltatoriapancs
intcriorcs dumiaxar cxcrccns inucuta
iit^dcinccpsj^iifot^c^ft/icquacordinarasmanuum motioucs cdoccbar, ci
adiunctaiic, ut una cuin ccrcris pracdiCtis motionil^us mannum conncxioncm,
confcrtioncm, coinpcdnnationcm, diilcntio— H ncin ico ncm, complexum,
altrmationem falrarores pcragerent : arqucita D vniuerfa faltatio ex motibus
tam manuum,quam pedum ad rcprae fentandasresformatisconflata fir. quod autem
faitantcspraecipue brachia moucrent, figni£cauit et Ouidius ubi dixit: » . et i
de Sivoxefl, canta, fi mollia brachia, falta.arte auia. Brachia faltantis,
vocem mirare canentts. HuiusfinisprimariuslicetCvtdixiraus)imitatio foret,
nihilominus alios eriam fincs eam habuiffe compcrio ; nam ad rhcatra, &: ad
ludosvoluptatisgratia,necnonob rcligionemquandamadfacrifi loc.cit«.s cia in ufu
fui nfe practcr Platonem atque Plutarchum teftatur Galenus, qui in principio
curatiuac artis uchcmenter contra ful tcmporis homincs inuchitur,, quod
faltatoriae nimis opcram darcnt,
quafifolisuoIuptatibus,&ludisdeditibonasartesnegligerent. Qupd p
paritcradquacrendam corporisfonitudincm militaremqucpcritiameadem filtatione
maiores noftri uterentur, tametli fupra ex Platone comprobatum fuerit, tamen
addendum eftillud, quod omnisannata faltatiopyrrhichiauocitatano ob aliud
inucta fuit, niliquouirtuteilIius;tampucri,quam uiri,&:mulicrcs modo hoHcs
cffugerc, modoinuadcrc.aliosq. gcftus bellis gercndis neceflarios pcrdifcerent.
unde apud Xenophontcm Paphlagoncs Mimam filtatriculam a Myfo pyrrhicham filtare
iulfam confpicati,admira tes græcos interrogarunt, numquid mulicribus ctiam in
pugna uterentur.inhocquidemfaltationis gencrecum Phrynicus fe excellenter in
fabula gcthifct, illumfibilmperatorem Adienienfcs delegcrunt.
Nequcctiamdifficilccftindicarchanc candcmfaltationem, et bono habitui
comparando, et fanitati conferuandac no p parum conduxiffc. quandoquidem de
nianuum gefticulationc, dc^'Ptumicpcritur&ab Hippocra cur.aon^ ^ ab
Arctaco, atqueaIijs, procxcrcendis&:lanis,&: inrerdum «ap 1. ægris
corporibus ufurpatam cffc . Temporibus uero nofttisfaltationes alias temporc,
ordine,&: ccrto modo fadias talcm utilitatcmpræftarc ncmonegaret,
qucmadmodum Galenusfe plurimosfanitatircftituiilcaliofqueincafoliusfiltationisauxilio
confcruaffeconfitetur: quifimiliter et faltatorum excrcitationes intcr ceteraa
medico petita recenfuit. dum dixit: isx^^&v ctUnCrovciKtvkciis
ivttiSK^^ivrxt itlytsx, KCti tSi^tJ^mvvTxt s^icponwvoi ri^isa, Kcet ok^«»>
CflecTij IfxvisxvTtu, Kxi nygoofvgtvat, Kxi i/g.c)(i{ov(fiv \m Trrltsov
rKCKti>A«. idcft faltatorum uehementcs motus, m quibus maxime
fal>>tant,&vclociflriiTicuoIutati circumcirca uertuntur,necnon genua
fleæntes furlum exfurgunt, atcpc crura plurimum atrra* hunt £ . loi A
hiint>diuAncantquc. ut dubirarc ncmo dcbcat, quln Orclicfticam ingymnalY^ca
mcdicinac iurc collocaucrimus; praccipuc quod Socrarcs in conuiuio Xcnophontis
fc falratoriam tum ad ualctudi>confcruandamquc, tauTad corporisr)hurcompa
randum cxcrcuifsc palam profitctur, cuius quoquc gratia cum fibi amplam
domumoptallc tcrunt.Qui uero hanc orchcllicam cxcrcc rcnt,uariosfuiIsc rcpcrio.
Cinacdosmaximc omniimilaltandi arti opcramnauafsch^nihciuitPlaifrus : apud qucm
Pcriplcdomcnus fcncx lic ait. Tum ad faltandum : non Cinacdus vfquam magis
faltat,quamcgo.quamquam Nonius Marccllus Luciiij tcftimonio,atq.
ctiamPlaut:,valt, cinacdos didvisa uc crib. faltatorcsipIos,atqucpanromimos, 6c
totisuiribuscontcndcbant, utnonrarolic ludantibus ofsa aWqua frangcrcntur, ^Sc
luxarcntur, quac illis palaclbico quoB dam paclo ab alijs diucrfo fc rcmirrcrc
cofucuilsc rcllarur Galcnus . Hoctamcnanimaducrrcnducfsc duco, C^alcnunon
modoluchim arhlctica,qua rclpub.bcnc inlliruras odifsc fcribir,
improbafscuciu&:lanirariftudcri: inrcrduparcc laudafscur porc qua
roburquidem auecrur, at luxarioni s, ac fractionis ofliu, nccnon lufTocarionis
pcriculumimmincat. fmiilircr&:Clcmcns Alexandrinusqui tcmpore Galcni Romac
floruit,in iij. Pacdag. lib. ubi cxcrcitarionum traclationcm habct, lu
uolutatoriu nuncupabatur, fpcciesq. lucbc erat, na in luda ccrtantcs fefc
dcijccrc ftudcbant,rccUq. mancbanr; in pancrario aurcm noUi rarorio humi
proltcrncbatur;atq. ibi inuiccm c6plicati,fcq. mutuo conuolucntcs, altcr altcru
libi fupponcrc nitcbatur rqucmadmodu clariflTimc moftrant dcpicli hic nummi
cuiufdam Salulbj Audoris,, quifubValcntiniani,&: Placidiac Augultac
principatu Africac rcgno ui occupato ludos fimilcs, atq. alios ob uiaoriam
cdidir. tor A Dc hac cxercirarionc uerifimile mihi fit, AriRorelcm vcrha
rccifie, lib. S M ubiiiulhim crcftum,& ftantcm continentcr,&: tuto
uiccdcrc po^c '^demonftrar,quia pcrindc fe moucrcr,ut palacrtrirac, qui pcr
puliic rcmin gcnua fubfidcntcs procurrunt.Dc hoc itcm ahcui probabiIc
uidcrctur,Iocutumcnc Martialcm,ubi dixir. 7>{on diho qui vtncit, / q'a fnci
nmherr fiouit Et didt mclius thv ivccKKivoTrd^wj. nihpotius cxponcndu cllct
«WAiFOTraAw, rcficxioncsquapalacftrlta rcduii^opcdorc aducrfariurctrahcbat,ac
i(!iuilhus dcuitabat,aut potius ( vt crat Pocta fcmpcr obfcoenitaru amator) ca
lcdi luclaintcrprctcmur,(4. K?u^07ri?jiv Domitianum vocaflc tradit
Suctonius.&: quaafpurcilVimistam uuisq. foeminis cxcrccri confuclTc narrant
e^.colle.'?. Spartianus,Lapri dius &: Capi tolinus . Dc codc itc loqucbatur
AnB tyllusapud (^ribafiu,du dupliccluCtactrccit,altcracrcLlam,aItcrri fupcr
pauimcnto; pro luda lupcr pauimcnto nil aliud intclligcsnili PancratiQ
uolutatorium,quod tamen ualdc diucrfum crat ab alfc ra uolutationc,ab
Hippocratc ihts^J^Hirm nominc lignihcata,qua ho^ ^j^^: mincs in palacftra humi
prolh ati ucl loli, ucl cum alijs circumuolta. ucbantur,&:dc qua Coclius
Aurclianws ucrba fccit^ubi uolutatio^.Jdiact. ncmin palacftra pro diminucnda
carnc laudauit; fiquidcm inca ncc certabant,ncquc comphcabantur,fcd folum
cclcritcr fupra pa uimcntumnitidum, aut pulucrc confpcrftimfcfcrorabant. undc
Galcnus cam intcr cclcrcs motus non linc ratione poluir. 2. dc tue. De
Pugilatu,^ Pamratio, c> CefiiLus. Cap. I X. ^c^Kjr^^f X yilatoriam
'm/yiJUKH¥ a ( iraccis uocatam antc Troianom?\ rum tcmporam uiu tuiilcjtcftati
funr Hmius,&: antc Vli C «j Kjf^ nium Homcrus,qucm ctiam Plurarchus m
i.Symp.obProb.u §P--£^if fcruauit, continuo pugilatuml uCtac,&: curfui
iccirco pracponcrc, quoniam hoc cxcrcitarionis gcnus pii us iUis origincm
accepit,ficuti quoq.Lucr.hoc ucrfu innucrc uidciur. ^fjnaantiq ta manus,
yngues.diTitcsquc fmYUvt. Libj. Quid vcro clTct hæc cxcrciratio,quomodoquc
pcragcrctur, pauci (quod cgo fciam) diligcntcr cxplicarunt, &: minus
cctcris hac rcni intcllcxcruntilli,qui pugnaccftuu,&: pugilatum idcpcnitus
cxftitif fc uolucrunt . ex auctorum tamcn (cnptis conicLtura cofcqui pollumus
in hac cxcrcitationc homincs nudos conccrtarc cofucuillc, pu gnisq.
ftrictisuclnudis, ucl acnca,ucl Iapidcafphacraplcnis,undc ^^fCf«t;^t^, uel
loris,laminauc circumlcpti fcfc inuiccm pcrcutere,
modocaput,mododoihim,modobrachiapetcnres,ncque vnqua fcfe mutuo c oniplicantcsi
in qua pugnafupcrabat qui ucl aduerfarium pugnorum idibus in terra
profternebar,vcl grauius &: damnoD a. ^ymp. fius fcricbat;quamquam non
defunt qui ct calcibus huiufmodi puPf«b. gnamfavfliratamtradant,obidq. apud
Senecam cpift.Si. non o-qui hanc rcdiligctiflimc tra(flauit,nullum poc* E
ncucrbu de hac exercitatione habi]i.t,/icuti ncc vllus alius fidc dignusmcdicus
exccpto Arctæo, qui in ucrtiginofis pugilatu comeuarus. Qupd fipugilatus mcdicæ
gymnafticac excrcitationis gcnus cxftitifset,æquii ccrte crat,non adeo ab oibus
filcntio practcriri.Altera ratio eft,quod,fi natura pugilarus exa*5te fpeftemus
^ cii pcuflioncs, &: euitationes bellum gcrentib s necefsarias acmulctur,
ut diccbatPIutarchus,cdocearq.quin militarem pcritiamagnope re
adiuuet,infitiari non pofsumus; at cu iolum brachia,atq. pugnos
cxerceatjinterdumq. potius plagis,ac grauibuspcrcufl^onibuscor
pusofTcndat^quomodo ualctudinis conferuationi,bonique habitus acquifitioni
cofcrrc poflir,no uidco : ut tuto diccndu fir,pugilarum in gymnaftica mcdica
exiguu ufum habuifse, in militari ucro mul^ tum,in athlctica plurimumrcuius
principes,&: au(5lorcs fuifsc Amycum,atque Hpcum,prodidcrunt PIaro,
&:Galcnusi ncc noninqua adeo Glaucus Caryftius cxcclluit, ut quinta &:
vigefima Olympiadecoronatus pi(flæ,i. pugilatoris nominc pcr
excellentiammerucrit uocari . Pugilatorcs iftos pinguedini comparadac opcra
de\a f"|^c.^^S*^P^'d Tcrcntifi.quod agcbat, utgrauiuspcrcutere ua3, *
lerent,&:plagasip(isillarasminusfcntirent:cftcnimcxpcrientia&: ratione
coprobarij, obcfos minus ex carnibusiniurias fentire . Cur autcTcfprio illc
Plaurinus,ab Epidicointcrrogatus,quomodohcri lis filius ualcrct,rcfpodcat>pugilice
atq. athlcticc, no cft admodu j.dealim. dilficilc conic(flura cofcqui.quod eria
Galcnus fcripru reliquit, Lufacc.i. £tatorcs potiiriinu athlctas ueros cfse
uocatos,led pauUo antc ipfius 'tcmpora etid-codc noininc appcUacos fuilse
pugilesA pacrariaftes, qua dc rc ficri por ut Plauri acrate pugiles ab athletis
(liiicrfi cfTcnt, ^'J^u i evtriq. tamcn robori, &: corporis
crallitiuiludcrct^iSd iccircorcruus illcmcritopugilatum,&:athlcticam
fcparaucrit,hcriimquc fuum robuilum, tSc pinguiucntrccflc llgnihcarit. Exluvla
(5^pugilatu tertiumquoddam cxcitationis gcnus componcbatur, quod pancratium
communitcr gynmaflici omncs appcUabanr,in hoc( ut tcllatur Arillorclcsprimo
Rhcroricorum)qui cxcrccbanrur,aducrfa-^^^* rios,&:pugnis rcrirc,&:
comprimcre,&:contincrc,&: dcijccic (hidcbantrnam pugilcs lolis pugnis
conrcndcbanr,ncc umquam compli cabanrur>ut commcndanda iit urbanitas
Horatij,qui ^.SaryrJi.x. ucnuitcadmodumphrcniticos, quod
pugnisminiilros,&:adilarcs fcrirent pugilesvocauit.luclatorcs
comphcabantur,&:comprimcbant,ut dcijccrcnt,fcd pugnis minimc pcrcuriebant,
pancratiaflæ ^ tumurroqucutcbantur,&:tumcriamquacumquc aliararionc, ut
dcnribus,gcnibus,calcibus,rahrris, dcniquc toto corporc ( ur dixit
Paufania5)aduerfarium uincere contcndcbanr,arquc in eo a pugili^^-i clu, libus
dirfcrcbanr. quod iUi pugnis llrivftis, hi digirisfohimmodo in flexisccrrabanr.
atquc hoc iiiznihcarc voluir Oalcnusvbi fcrinfit: ^-^J^ %i A iKXso: TJu: in
pancrario protcndcrinr. tahs ctcnim manuum hgura prchcnfan'> dis aducrfarij.scui
maxime ftudcbant pancratia(bc,ut nomen quo» que lignihcarc uidctur,ualdc
accommodata crar,his dc caufis cxcr citatio hacc Trcmioiyav uocara
cflquandoquc,(icuti iMato Eurhydcmum 5rflrftfat;^0Kdixit,nccnon ambobus
ditHcihus ccrramcn habcba C tur,ob quod C lalenus in 6.Hpid.vbi renibus atfcdis
cxerci tationeni commcndar Hippocrares, fub tali cxcrcitarionc non dcbcre
pancratium ob magnirudincm laboiis intclhgi crcdit. qua itcm rarione pcrmotum
opinor Plaroncm, dum dc lcgibus lua ilhi paru al> ahquibus approbata fcminas
excrcendi rationcdudus, mulicrcs folummodo pofl nubilcm acrarcm pancratio
cxcrccri confulir. de Pancrarij fpccic quapia loqucbarur mcafcnrcnria
Galcnus,quandoincommcnrarijsfupcrhbcllum defalubri diactadixit,gymnaftas
fere,quos impinguarc uolcbant con(liruil]c,inrcrcxcrccndum TT^ ouis
ncfcif,maiorcs noftros intcr alias cxercitationes,utdVputatPIu:archusij.
Sympof. v. ad fpcchiculat, ad miIirarcscxcrcitationcs,adianos habirus
acquircndos inflirutas curfum quoquc habuifsc? cui locum pcculiarcm in gymnalijs
allignatum nullum uiderc licet, quod hacc cxcrcitario m uijs ipforum
communibus, dum ab alijs non occuparcntur, ficri pofscr, atquc ctiam quandoquc
in loco, ubi alrus puluis llrarus erar, (i crcdimus ^
Luciano,aiZcrciur.ncquccnim pcridromidasad curfum,crfino-InHbioga mcn
innuat" fcd ad deambularionis ufum inftiruras fcimus cx
fupcrioribus.Athlctacqui ludorum &: ccrraminum gynmicorum
cclcbritatcsrcpracfcnrabanr,ufqi:eadcocurrcndi uimintcrdum acftimabant,ut (quod
rcfcrt Plinius) licncm (ibi iplis inurcndum curali.i i c.57 rcnt,quominus illc
currcdi cclcritatc,(icuti folcr,impcdircr. Huiufcc curfus ccrramcn, (icur 5c
luctac primos Elcos linc ullo uctcris iDCmoriæ cxcplo infli ruifsc audor cft
I^aufanias : apud quc fimiliy.&^.Eiu ter legitur,Endymionc filijs dc
impcrio ralc ccrtamcn in Olympia .E|»ai. fe,quado et Senecaintercxcrcitationes
eorporis,quarurationehabcndacenfuit^primu locum curfui dedit, etfi non admodum
percipio,quidcpift.3. indicarcuolucritdumfc Hieram fecifscquod raro euenit
curforibus, aiirnam fi (vt eruditilGrausMurctus putat) pro Hiera mcdiaftadij
lineam cocipiamus,. quomodo curfores cx raro ficcrc dicat,non
fatisafscquor.Huius trcs tantumfpccies cflre-^ cifse AnrylJum rcpcrio, altera
in anteriora currcdi, aJtera m pofterioras, B riora,altcrain
orbcm.quauisitcapud Galcnu,&: (loIichu,&:diauIu i do!icliusdup!cx
unocurfu ftadiui diaulusduplcx, ic ipfc ftadium, fcd rcflcxo curfu.ut ficri
poflc cr^da pcryftiljj intcnonsambituiiuqucm diaulum,ob duorum ftadioru
mcnfnrani uocatum tradit Vifrimius,huiulccmodi curfui infcruific .
Quaproptcrfalfum illud cflc dcprchcndirur,quod apud Suidamfcgiriir,
ftadiodromus longiorcm tradumctiri curfu dolichodromis,cum huius conlrariu
manifcfto intclligar cx Parmcnioniscpigrammatc> M'i>.d
moucro&:2rauiorapondcrainrcrdumfupracapiir, nonnunqnam fupra
humcros,aliquando in pcdibus gcftafsc. qucmadmodmn uidcrc cft cx hac ucruftac
tabulæ pi^ura, in qua faltanrcs appofiriffimc repracfcnraniur : quamquc ur
anriquain,&: ucram a Ligorio acccpiixius.. i2t A dccorarcnt. Erar quoq. q,
fupra vircs oleo un£tos &: ui no plenos pcdib.falrarct;inrcr quos uidores
ij ccfcbanr, q. ita fcfc dcxtcrc gcrebar,vt plubricitarc humi no
cadcrct.atq.hijp uic^toriac pmio vtrc cfi vino tcrebatiq. vcro rcrra
narib.pcuticbar,n6 linc magna uolupratc fpcAatorib. risiimoucbat.Ici
auranriquirus obfcruatuinludisiiaccho dicatis,quos«\ioc(iurccvSx TTfof
TwKflCi^f «F.i.hic fub dio fupra vtrcfalra,& Eubulusapud Ariftophanis
intcrprctc Kcti7r§oarq.iIlos ipfos ne torpcfccrct i marislitrorc (clc difcis,atq.iaculis,taq
mili tib.apris,cxcrcuifsc:quafi fi no lacdcdis hoftibJaltCu.niac agilirari
jpforu c6paradac hiuoi cx:crcirafio accomodata cfscr. Athlcras ucroi cofc
cxcrcuifsc,nccn6ipublicisccrtaminib.c6rcdifsc,manitc (IQ faccrc pot
coisaudtorum liua,qui intcrarhlcraru ccrra.minadifcumocsuno
orcadnumcrar,&:pracrcr hospic^luni/iuahic damus. SECVNDVS. 122 ficiit ctiam
Galcnus,Acrius, Paullus>&: Auiccnna inrcr cxcrcirariones fanitari &c
bono corporis habitui confcrcntes difcum reccnfcnt . Scd, priufquam longius
progrediar, rarioni confenrancum puto admonerCjDifcum pcncs fcriptorcs uaria
fignificafse, na ccftarur Suidas, discum fuifle inftrumcntum quoddam
rotundu,quod aliqn adco grauc crar,ut uix ab uno holc elcuari pofTctiucl uri a
D. Hicronymo dc fcipfo fcriptu cll. Dc hoc cquidc locurum opinor Solonc apud
Lucianum, ubi intcrrogans Anacharfin, nunquid in gymnafio globQ
qucndamiaccntcmacncum,atq. tcrctc,in paruifcuti figura formatum,ncq.lorum,neq.
balthcum habcntcm uidiflct,qui grauis,&: c6prchcnfu dilficilis crat, cum
manu furfum cxtortum in acrc ahquos iaculari confucuiflc,fubiugit:Aliqnct
inucnio,inflrumcntLi illud figura foHs corpori fimilcm habuiflc,quod ab
Aicxandro in ij. probl.
(rfucisAphrodificnfis,fiucTrallianus,qctmagisfufpicor,cxftiterit) foliscorpus
/loxdj uocctur. Vocatus fimilitcrluir difcusquadra rotunJa,quæpulacin
mcnfasfcrcbantur. V ndc (/^i^K0cu fcrrcus, crat,mafsam uocabir.Huic artcftari
uifus cft Manialis his ucrfibus, Spicndida cum rolii mt Sp^kmni pondera difci,
isif procul pueri, ftt fi mcl ille nocrns, ' Alij.quibus cgo afscntior,credidcr
jnt difcum fuifsc laminam quadam trium ud quatuor digitoru cralfitudinc,
logiorcm paullo phis C pcde,alias lapidca,alias fcrrcam,Cacncam quoq. ex
fcpulcro Marci Mannij Philopatris Athlcrac in via Salaria pofi:o fc uidifsc.tcftatus
cft nobis peritiirimus Ligorius) cuiufmodi maiorcm parrem, nc, du cx alto
rucrct, fragcretur,fuifse puto, planam, quafi lcnris fpccic rc fcrcntem,quam in
acrcm proijciebant,fcd modo a iaculorfi milTionc diucrfo,fiquidcm
inmitrcndisiaculisbrachiapandcbant,mox prorfum impcUcbant contra in difco manu
adpedus adduda, atq, cxtrorfum U dcorfum rcdu£la, rorationis inftar illum in
acrcm ciaculabantur, ut pcrbellc cxplicauit Piopcrrius hoc ucrficulo. M jffi^c
nunc dtjci pondus in orbc rotat . Quod cnim difcus figuram,quam diximus, lcnti
fimilem habucrir, practcr Diofcoridcm Icnticulam J^icn/ov nuncupantcm,cxprcfsa
hic comprobar Difcoboli marmorea ftarua, quæ hodic Romac ia acdibus loannis
Bapriftæ Viftorij fcruaiur, in cuius manu difcum figura a nobis cxprcfsapofitum
uidcrc licet. qj* itc oftcclit altcniis difcoboli brachiu Lapidcu hodie in
mangi Tufciac duc is acdibus Pitris u ocatis fcruatu, cx quib. fimihtcr difcu
eiacuhidi modu inieUigere licet, ut prudctcr nos monuit dodiflimus Peirus
Vittorius ætatis noftræ ornamctu,quibrachij figura ad nos miiit. . nj^ H.-irum
fbtuarufimilcsaliasdiK-isdifcobc^Iorfifuiflt ucrifimilc cfl. qrarumunacxacrc
Myroncm pracclarilfimiim (btuanufinxifle. a Quinftiliano cclcbratam,alii 1
aurifcum pictorc illuftrcm cxccllcntcr 1215 Icnter pinxjflc,refcrt Plinius-Hanc
forma difcl una cu prædiO:is te
fUnrionijsriuidiflctjacmaturecxaminafrc^^GulielmusillcChoulus, nuqua ccne
affirmarc aufus cflet>difcii pila rotunda in mcdio pcrfo rata fuiflcjnifi
bonus illc vir nomine pilæ qualibet re orbiculatara practcrl atinaclinguæ
vsuintellcxerit. Atq. hoc dicojqifi D. Cyprianus in lib.dc fpcftaculis difcu
uocat orbe acneum, &: in Marci Aurclij Imp.numis quibufda Apolloniæ lllirij
cxcuflTis, quoru cxeplarfupra pofiiu cft,hLiufmcdi Difcobolorulufusrepracfcntatur,
in quo difcu quadra quanda orbicuIata,& in mcdio perforata fuif
feapparcr.Vt hinc conijcia,n6 vnadifcoruformacxftiriflc,qua fiuc in
facrificijs,fiuc in gymnafijs vtcrcnf.lllud attamc prætereudu no eft,in difco
iaculado artc quada,vt Pindari interpres oftcdit,neccflaria cxftitiflcjalioqui
lacularorcs laudcfruftrati deridcbarur,&: facpe damna infignia
fpeftatoribus afl^c rcbat, quod a Phoebo adiu fuit,quc difco
HyacinrhuinrcrfccilTe fabularur. Difco fi^milc erar al rcru excrcirationis genus,^AT/Jf»«;
a Græcis appellaru, qd*" in palacftra aditari folirufcribir Galcnus.hoc ab
halrcribusfupra nominatis,quosfaltatorcs,vt vehemcntiusfiltarcnt,manibus
coprehcdcrc c6fucuiff^e,dem6ftrauimus,diuersufuifsc aperte declarauit
Antylluscuius, verbaapud Oribafiuita fcriprarcperiurur in capite TFtfi iiKTUvo
^u^coi/r%, Koci av yKocyiTrrQ u^oou, h Kgctrovyrxi ^iivov \\/ 7rgcrccfecundum
dorfi aflenfum manibus uiciflim fe fleacbat. Ex qui bus vcrbis plane indicari
vr,quod,Iicet halteres huiufccmodi ex eadcmatcria,atq. eadc forma,quafaItatorum
pon dera eflc poflcnt,nihiIominus ab illis diftcrebat,quod n6 modo ma nibus,ut
laIrarores,renerenf; uerum eria uarijs modis emitrerentur, pcrindc ac
rcporibusnoftrisapud multosin vfu habef,quifefe excf ccr,aur pila,autlapidc vel
fcrrcu,vcl plumbeumanibus,ac brachijs extcfis,&: circumadis in alru
mirtcntes, de quibus locurus fuit Aretacus,aua:or no minus probatus,qua
antiquusuibi in dolore capitis •f •cAT(/f(i)vi3 tum pro
modoprofcdusgrauiores.Exquibusuerbis elicitur Halteres fuifse maffulas quafdam,
fiue manipulos ex uari js materijs
modolcuioribus,modograuioribusconfedl:os,eamagni* tudine,utmanu quilibet
caperetur. qui mcafenrentianedumfolis manibus, uerum etiam funiculis halteribus
ipfis circumfufis,deindeinter-proijcicdum explicatis,emirrebatur,perindeac
faciunt hifce rcmporibus mulri, qui fic aut rotulas ferrcas, aur cafeos, aut
quid aliudfimilcproijciendo certant An uero ^ATwftsaPlarone
interccterasadforrirudinemmilirarcm comparadam excogitaras
cxercitationcsnominenrur,nihil cerre explicatumhaberur: opinor
tamenegOjipfumubi 8.dclcgibus>hæc dcmulicrum propri js ^
CKcrcimionibusknbit,KaUiktsl(X)^ug(!Q nilaIiudanimoconcepifle,nifi quod jllæ
tumlapidibusamanibus, tum a fundis emillis inter fe cerrare dcbercnr. nam, et
«Arwftfi aliquando lapides erant, quos a manibus excrcitatores cijccre
confucuiflc indicauimus ; undc fub nomine lapidis a manibus «m Hi^AT«^ I30
tes,ac primo tendcntcs,deindc remittentcs illas eiaculabantur^atq. hi coramuni
appcllarionc rojwTxi^ucl rofhcci uocahantun vndc uencnum quoddimrofiKov
nominari fcribit Paullus Acginctamcdic-us,quod Barbari fagitras ad fcriendum
lethali us illo inficcrcnt:laculatio ucro non modo finc amcnro, arcu,ba!iftaue
efficicbatur,ue rum etiam grandiorcs fagittas, craffiorcfquc virgas,&
plcrumque graucs palos rcquircbatjquinimmo fagittarij folis brachijs fcfc mo
ucbanr, dKOvrilc.riQ aurcm fiue iaculatores iniadu brachia
contorquebant,cxrendcbanrq.&:practcreadorfum,necnofifemorapedibusimmotis
flcdcbanr,agitabantq.qucmadmodum tcporibus noftris, quos pali iaculatorcs
appcllant,fasftirare confpicimus:utrique tamc in huiufccmodi excrcirationibus
obcundis no paucis viribus ll.deærcj indigcbant, unde non fine rarionc
Hippocratcs, multos ex Scythis locls^' ^ pracimporcnria humidirarishumcrum,neq.
arcum intendcrc,ncquctelumcontorqucre poruilfe mcmoriæ mandauit,quiparirer in
initio libri dc fradiuris diccbar brachij figuram aliam eflc Iukkou' rKTyiZ
K(crcccfvjtu,cc^^oJ^t ivotqrkuJ^oPHiriv.KAMj^l \v M6o£iO\imv,%Kko\v7rvytAn.
idcft,in iaculationc f undarum, S>c lapidum cmiflionc,nccnon
pugihitu.Habcbantucro,quific excrcebantur,terminos,&:fcoposfibi propofitos,
quos modo præterirc,modo attingcrc, uiaoriæ gratia quifque conabatur.quod
explicauit Horatius hoc ucrfu. Sæpe difco, Lib. i.car. ^^t^pf trans finem iaculo nobilis
expedito. ' Ccrerum hoc in loco id prærcrirc nolo,quod balifta fuit tormcnti
Iib. de re quoq. gcnus,quo fccundum Vcgctium Iapidcs,&: fagittac
eiaculaiTic^c 1 ^f^^ &:quodfimilitcrfagittas catapultis,
&:fcorpionibusanti^ quos cijccrc confucflc fcripfit Vitruuius,dc quibu^
tractare ad inftitutum nolhum minimc pcrtinct: quas ucro nos fagirtationcs,
&: iaculationcs travftamus,illac funt,quas gymnaftica ficultas tamquam
propriasfibicxcrcitationcs complcctitur, Quod cnimmcdicinæ gymnafticaiaculationcs,
atqiagittationcs prolanitatis adminiculisin vfuhabucrit, (licctapudauclorcs
rarofcriptuinucniatur) ininfuaf. dciamcn conijccrc poflumus, quod antiqui,
refcrcnte Galeno, ad bo.ar. cofdcm mcdicinac &: fagittationis,
iaculationisuc DcosApolIinc ncmpc,atq. Acfculapium cffcccrunt. At iaculationis
vtriufquc tam cum arcu quam finc, praccipuum in bcllica gymnaftica vfum apud
prifcos fuifse, locuplctiflimum tcftcm Platonem habcmus,qui mulicrcs,&
virosfururos bcllisaptos hifcc in primis cxercendos curauit, id quod mulicrcs
Scytharum antca faccre folitas fciebat, quas Loco cit. Hippocra,&:pcdibus,
&:cxequisarcubusuti,&:lagittasciaculari conA confacuifscfcriprum
reliquit; ur filcam Homcrum, qui Myrmidonas Achillis militcs, dum a bcllo uacarcnt,
fcfc iaculado excrccrc, nc pcririam milirarcm amittcrcnr, finxir.quam pcritia
quanropcrc iaculandi, &:fagirrandicxercirario,adii:uct,quanrumq.cadcm
roboris laccrris affcrat,clarc indicauit Vcgcrius in i.dc cxcrcirarionc
militari lib.Arhlericam ncq. iaculandi cxerciratione caruifsc,Hcr
culcsilliusaudor rtdcm faccrc porcft, qucm faLMttadi pcririirimum ca tacultare
ccnraurum Kcf^um quamuis rcmorum 6l cc ruam acri pidcm
transfixifscharpyasq.uolucrcs m mcdio acrc confccifsc,rra dit Scncca; atquc cum
co alij . Ad hacc criam diucrfac illac,atquc mulripliccsbclluac,quas in
publicisfpcdaculis,acludisathlctæ modoljgirris,modoalijs armis intcrimcbant,
clariflimum argumcnrum pracbcnt, ccrtatorcs illos athleticos iaculationcm quoq.
B cxcrcuifsc, ncc modo ignobilcs, ucrum ctiam maximc illuftrcs uiros, arquc
ctiam Impcratorcs ipfos, inrcr quos duo adnumcranrur, Commodusuidcliccr
raullinacrij &c prioris Taullinacfiliac, &: Marciprincipisfilius;
nccnon Domirianus,quorum hunc ccntc«as uarij gcncris feras in Albano fcccfsu
fagirris plcrumquc mulris idcnnbusconfodilsc,fcril)jt Tranquillus;iIIum ccnrum
ictibusin arcnatoiidem fcras Ihauifsc, ram ualidis niribus, urmultasuno
conficereri6u,tradir Hcrodianus: qui fimilitcr fc ribiradco illi ccr ram n^wnum
fbilsc, ur, quidquid oculo dclbnafscr, iaculo 6c fagirra contingcrer . hrgo
iacuIarioncm,& in bcllica,6c in arhlctica, &:iii medicinæ gymnaflica
locum habuifse, compcrrum cft; cuius quidcm iaculationcs duo pori llimum
mftrumcnra fuifsc, diximus, arcum,&:fagittas, quosalij Scyrhcn louisrihum,
alij Pcr(cnPcrfci C filiuminucnifse dicunr . lamucro
fagitrarummulraslpccicsfeciPiinius. mus,alias lubriles,&: cxnlcs^^quæ
arcubus,^^ balilbs ciaculabanrur, ^ quafquc plumbaras fuifsc
cxiltimamus:quamplurimorum,quin manifclic apparcar nos dc gymnafticaarrc nKdicinacfubiccta,&:non
dc ullaalia rra6c cxcrcirarionum,^: in viucnd6,ac conucr fando arhlcricorum
morum prauitatcm cognofccrc,co£niram dcKftari,arquccuirarc liccrcr* VANTVM
commodi humanac huic uirac dcambula* tio pracftcr,faris apcrtc (apicntillima
natura dcmonftrl uit,quac mirihco quoda arriricio,iini;uIariquc^&: prope
diuma prouidcntia nobis pcdcsnonob aliud fabricauit,mli ut dcambularc, arquc
dcambulanrcs avftioncs illas, ad quas nari fumus,pcrficcrcuaIcrcmus.quod cum
Pracdo illc circaCoraccfium Pamphiliac animaducrrifscr^ ne homincs,qui m cum
incidcbanr,ambularc amplius>&:rcliquauirac munia plcnc,honcftcq. obirc
ualcrcnr, pcdcs illis> ficur rcfcrt Cklcnus > mcmorabili partmm.
quodamcrudclirariscxcmploampurabar.l)cambuIariocrgo,qu5 vclurinccc(sariam,arquc
in primis comittodam fiuc natura Jiuc Dcus nobis rribUcrunr,quanro ftudio
cuftodicnda,arquc adiuuan da fir, nullus non uidcr, co pracfcrtim, quod fi
ullac cxcrcirarioncs
corporisinucniunrur,quacvalcrudincmconfcruarc,imbccilliraurmamorbocontraaampcIlcrc,&:bonum
corpori habirumcompararc ualcant, quacq. apud omncs homincs>omncsq.
narioncsirt licqucnriori ufu iinr> una profcdo cxfillir dcambulario >
quam non K -f modomedlclpræcipuam corumgymnafticæpartemefleceriinf', D tjerum
ctiam antiqui omnes ufque adco acftimarunr,ut intcr cetera priuatis
excrcitationibus dcftinata,&: in gymnafijs, et extra loca, nullius maiorcAn
curam gcffifrc, nulliq. magis ftuduifse uidcantur. quam
utaccommodataomnitcmporc deambulantibus Joca cxæ-, dificarcnt. Nam(vt ccteros
audtores fide digniflimosomirtam) Vitruuius quantopcrc in deambulacris
fabricandis inuigilandum ccfuerit, unufquifq. cx eius fcriptis facile
comprehendct ; cgo ccrtc ante, et poft Vitruuij tcmpora i»numcra in urbibus
dcambulationibus loca magnifice extru6l:a lcio. quac omnia apud me tribus
generibus compleduntur, quia uel porticus crant, uel fubdialcs loci, ucl
fubterranci. Porticus enim quandoq. theatris,quandoque tem pIis,^a. liter
fuifleporticusambulationi dicatas,fcribit GaIenus3quandoE quefolac&feparatæ
exftruebantur,qualcsplurimæ Romae olim fucrunt, quarum ueftigia nunc
admirationc Ipcdatoribus pariunt, et qualis tiiit Pumpciana,de qua &c Ouid.
Tt4 mado Tompeia lentus (patiMre fub ymbra. &propcrtiuslibro 2. Scilicet
vmbrofts Jordet Tompeia columnisy Torticus aulaeis nobilis ^ttalicis
&lib.4. Tu nequeTompeia fpatiabere cuUus im ymhra, 7^c cum lafciuumllernet
arena forum. et Mattial.li. I r . €ur nec Tompeia kntus fpatiatur in ymbra.
Exquibus triumpoetarumuerbiscIarepatet,Pompeianam porticum ad deambulationes
cxaedificatam fuiffe, quemadmodum, &: quampluresalias iwid conftrudasefTe,
apudCiceronemtcrtiode F oratore libro difputatur. Quod porro lubdiales quoq.
iocos ad de ambulatium tam commoditarcm,quam iucundiratem maiorcs noftri
cxtruerent,atqueiIlosmodoarboribus confererent,modo
nudosrelinquerenL,praetcr,Vitruuium,qui cosin gymnafijs, &: extra gymnafia
quomodo ficri deberent^copiofifTime edocuit,argumento quoq, sLit xyfta illa a
nobis fuperius declarata,&: praecipue deambulatorium illud Arhenicnfium in
Acadcmia, quod pulcherrimis plaranis confitum ad id fuilse fcribir
Plinius,& ad cuius imitationcmAlcxandrum Seuerum nemora in publicis
rhcrmis,atque infuisaluifse cxiftimo.Subtcrrancosucrolocos quofdam ambula
tionibus deftinarosfuifse,quosob id hypogaeos Hegefippus,&: Pctronius
uocarint, haud uero dilfimile uidetur rquoniam temporibus,quibus mirum in modum
luxus creuerat,ficripoteft, ut una cum cuminnumfrisalijsblandimcntisexcogirari
finr achiitanda^aent wi caloi is molcftias. nifi cos porius creda^mus fiiifTc
crypro porticus vndiq. paricribus redas, iccirco in eam tormam fabricatas,ne
ambuhir.tcs a ucnris,&: a rcliquis aeris iniurijs lacdcrcnrur, qualis ho^
dic Romac in uiridario Varicano uifirur,^: quales fuii^e illos ucrifimile eft,
quos fc i nrer rui nas uillarum LucuUi ram in agro Tufculano, quaminmonrc
PaufilippouidifTt', tcftarus cftnobisLigoriusi quosue Plinius (ccundus in
uillac fiiac Laurenrini, &c Tu1 lcorum dcfcriptionibus plunbus ucrbis
dcpinxit. Dchis Varro apud Nonium,Non uidcs inmagnis pcriftylis,qui cryprasdomi
non habcnr,fabulum laccre a parierc,aut Huripis,ubi ambularc poirinr^ Qui cnim
ambularionibus fcfc cxcrccbanr, omncs fcrc fag nitatis gratia illucl agcbant,ur
neccflario cogerenrur fecundum tcmporuin murarioncs uarios locos habcre,quibus
cirra ualetudinis oftcnfioncm ambulationcs pcrficcrcnr. Softrarum Gnidium
architc^ftumcelebratinimum ambulationcmctiam pcfilem primuin
omniumGnidifccin'c,rcfcrrriiniuslib.xx xv i.cap. x i i. Nam
athlctasambularionibusnumquam uri folitosexeo crcdcre dcbcmus,quod ncquc in
ludis, ncquc in amphithcatris, ncquc in facris cerraminibus, quibus omnibus
infcruicbanr, vmquani tos ambulandoconrendifle legitur. Quod filocusin
gyranafijs arhJctarum cxcrcirationibus,a^ Iocusambularionibusdcftinarus,qucm
Xcnophon,& Vitruuius Xyftum uocarum fcribunt,uicini crant,non idco inferre
dcbcmus, arhlctas dcambulando cxerceri folitos,(ed alios in Xyftis
ambularcarhlcrasfcorlumexerccri confucuilfctnifi Q dicamus arhlcras quoquc poft
uehcmcntcs cxcrcirarioncs ambuJafTe, atquc illam ambulationcm apud mcdicos
aVfl^tfflrTrwVuocatamcflc, &:nonpropriccxercirationem :quid
autcmapucherapiaforct, infcrius dcclarabimus. Milirari limilircrpcririac
ftudentcsambulationem parum curafle credcndum cflcr,|>oltquam ncc Plato
ullam eius mcntionem fccit, nec in ullo bcllorum »;cnerc ad iumcnruin cffatu
dignum pracftarc uidcrnr, nifi Vcgctius cdocuiffct ualdc militibusfururis cx
u(u cfscurafliduo cxcrcitati ambulam fe celerircr,&: acqualircr
difcanr,arquc (^b id uctcrcm confuctudinem permanfiflc,ncc non I).Auguftini,arquc
Hadriani conftuutio nibuspraccaurum >fur(Tc,ur!nmen(c ram pcdircs,quam
cquircs cduccrcnturamI?uIarum,&:non(oIumin campis,fcd cciam
inciiiiofis^arduislocisdc(ccnderc,arqucadfcendcrecogcrcnrur,quo nulla rcs ucl
cafus pugnanribus accidcrc pofscr,qua non antc boni militcs aflidua
cxcrcirationc didiciflbnt.Habuit ucro hacc cxcrciratio ratio multas fpecl es
lum a narura ilJius, tum a loco, rum a /ine drD fumptas ;a natuia qui Jcm,
quoniam, cum ambulationcm dcfinic^ de ufu rit Galcnus cx crurum moru, ac quiere
conftare, motus ilie, &: per vaitmm. confequcns ambulatio, autcrar magna,
uel parua ; aut uelox, ucl tarda,aut uchcmcnis, ucl rcmifsa : a loco autem
uariabantur paritcr ambuIationumfpecics,quandoquidcm modo inurbefiebant,&:
in gymhafijs,modo cxtra urbcm, qucmadmodum Phædrus,&: In Oeco.
ProdicusapudPlatoncmfacicbant,ncc nonlfcomachusapud Xc* nophontcm, qui dum in
agrum pedibus fcruum fuum equum duccntcm fcquereriir>mcIiori fecxcrcitatione
uti diccbar.quam fiin xyftoambulaflcr j modo in iocispIanis,modoafperis,modoareCoclius
j^^jj^^ paralyricis Afclcpiadcs, Eraliftratus, ac Themifon Chran.2. malc
commendabant,modo æquahbus,modoinacqualibus, moc.j.lib.dc
dolongis,modobiTuibus\dc quibusomnibus copiolillime difserc amCis
5.probI.parti. A fine dcmum accipicbantur deambulationes, nempe quando velut
auxilia (anitatis,ac boni habitUs adhibebatur, vcl ad corporisrecrcarioncm
peragebantur.poftquani enim grauiorcscxcrcitationcs confcccrant,nc ftatim ad
quierem tamquam a contrario ad conrrarium rranljtus ficrct,ambularioncs
paucas,&: remiftiores adhibcbanr,ficut et poft medicamenra,ac uo
miriones>arq. uniucrfum hoc cxcrcitationisgenus iTro&^tar/^riKof
appcllabantrquamquam ctiam gymnaftæ in mcdijs laboribus, porirtimumq* in
ijs,qui graucs uocarascxercitationes obijfscr,apo3.*tu.va. fherapiainrerdum
urebantur,quodGaIenus fummoperelaudan' dum iudicauir. Apud Varroncm quoque, ur
mcminit Nonius, habctur> aliquos ad cxcirandam (icim ambulatione ufos efse.
nam in lcgc Macnia ira fcriptum crat:Excrcebam ambuIando,ut liti capacior ad
cænam uenirer gUttuK An Erettum fhre Jit e^ceratath. tap. 111. VI rcrum ipfarum
naruras Icuiter perfcrutati funt, iiihilambulationi ip quampedibuscredum ftarc
iudicaruni. At quoniam profun^ dius quacrentcs in hajic fcntcntiam eunt ^
ereilosj.pedlbuTi^antes fi non ambulSt, fLiltcm aliquo pado moucrijproptcrcaquc
ftarum huiufccmodi ab cxercirarionum ccnfu cxcludi minimc dcbcrc i idco eriam
dc hoc fcrmoncm faccro dccf cui ; co præfcrtimquod multi faUis rationibus duCt^
hanc opinionem ira animis imbibcrunt> ut pcrtinaciter circdant> ftantes
pcdibus nullo modo madofcfccxcrccre,fcntcntiam fuam hunc in modum probanrcf»
uidclicct quod dcHnitum apud omncs audorcs rcpcritur,cxcrcita
tioncmmotumcxlirtcrc, cui motui (hitum planc contrarium cfse: practcr cctcros
Plaro ubiq. pracdicat,dum inrcr prima rcrum prin laSopK* cipiaftatum&:
motumuclutiduo contraria collocar, quostamcn apcrtilllmc allucinan facilc
conuinciruriquandoquidcmomntsil li,qui pcdibus crccli ftanr, licct moucri
icnlibilitcr nullo modo uidcantur, attamcn ratio ipfa,quod aliquo pado
moucantur, ccttilfimc pcrfuadet . Nam &c multorum uctcrum fcntcntia
tuif,non quac moucri uidcantur, camoucri fola, fcd multa immobilia apparcre
unum eundcm locum obtincnria, quac nihilominu^ mcucri ctficaciHimisrationibus,ac
fcrcfcnfu ip(odcmonllrantur . Aucscrcnim non tam quando modofurfum, modo
dcorfum uolitant,in motu B efscccnfcntur,quamdum in acrc locum unum fcrc
immobilircr occupant . id quod iic probatur, quia li auis quac IKirc in acrc
immobilitcr uidcbatur, in co ipfo inllanti moriarur, protinus in tcrramdccidit
(utdcapodc illaauc manucondiata, quamniiimortuam in tcrris uidcri, 6c uiuam
lcmpcr in acrc mancrc fcrunt ) non obaliam profcdo caufsam. nili quoniamcorpus
illud in fublimi inotusalicuiusabanimaincorporc faCti auxilio confiftcbat, quo
moru poftca priuatum corpus,arqucnaturacfuacdimifsumad ccn trum dcclinat,licuti
dum cotra narurac fuac inclmationcm furfuni fuftmctur, haudquaquam cadit, ncquc
itcm pcrfcCtc quicfcit, fed quali duobus motibus contrarijs ai;irarur, alrcro
corporis dcorfum a narura a(fti,altcro animac furfum conrra naturam corpus
moucnris. Idcm fcrmc cucnit in hominibus crcctisllantibus,quorum
Ccorporibnsnaruraad rcrram inclinantibus, Sc anima contrafurfumilla fuftincrc
obnitcnrc, morus quidam lcnfui immanifbftus fuborirur, cuius indicium illud
habcrur, quod li aninui a corporc crcilo ftantc cxcat, illico ipfum in tcrram
dclabitur,quia motus illedcficit,cuius bcncficioanimacorpus oaturalitcr ad
tcrram incli narum, furfum clcuatum contincbat: ur his rationibus omnino cuiuis
pcrfuafum cfsc dcbcar,cos,qui pcdibus crcCti IhuUjob conti
nuos,&:conrrarios animac,corporisqucobnixus aliquo pa:tomoueri,arqucipforum
mufculos omncscorpusgclhnrcs, &c a ccrra atrolcntcs,crigcnrcfquc uchcmcntcr
intcndi :cuiusinrcnlionis,arouccriam ipliusocculri morus racriro poftca
cfficirur, ut ftarcma^ iorcm laborcm,ac lallitudincm molcltiorcm pariat, quam
ambularc,licuti pracclarillimc a Galcno fcriptis mandatumcft. Ncque ri.ætre..
Plato ubiintcrprincjpia rcrum Itatuin pcrmdc;ac motuicontræt riwm Lrium
colTocauif^ucraprorfus locutuscft, cum Ariftotcles. 5. Phyfi^ corumlibro
longaorarione ncn ftatummorui, fcd motum motui contrarium eflTe
demonftraucrltiniti potius aliquis dicar,Plaronem aliud gcnusmotusacftacus
myftice (ut fo!er) inrellexifle, cumex ipfisnaturas quoque diuinas ccnftare
aHerar. Siigiturtot rarionibus fatis comprobarur ; eredos ftantes aliquo pztito
moueri, atquc intc rdu non modicc laborarc, confenraneum uiderur,ut non ob id
ftatus ab cxercirationu ordme remoucdus (it, quod cxerciratio defi m'aiur
cfTcmorus, &:ipfcminime motus appcllationcm mereatur, quinimmo ficuri
quaplures morus,qui fanitari, &: bono habitui cofcrre iudicanrur,ct(i uerc
ac proprie exercirarioncs non ftnr,c6munirer ramen efTca nobis fupra abunde
oftcnfum fuir : fimiliter &c ftare eredum communi notione exercirationem
cfTc cenfemus. Vnde fapienrijTimus Hippocratcs, qui vlccra curanda quicte
indigere alias prædicauir, ftarc&fcdere ipfis inimica efsc fcripiit : quafi
innuereuoluerir, dum corpusfurfumueUedendo, uel ftandodetinetur, mufculos
magnopcre conrendi, atque etiam motum quendam interanimam &:corporis
naturam generari, qui ulccra ipfain
cicatricemcoalcfcereminimepermittat.atquchoc efTepnro^quod
aCoelioinEpilepfiaccurarione rtans exercitium uocatur. Num ucro antiqui
gymnaftæ inrcr alias corporu cxcrcirariones huiufce modi ftatum rccepcrint, nil
ccrri affirmare audco . Athlcrac enim cumnullumferc ufum in ftando haberent,
nifi quando Milonis imitatoresrcdi ftantcs fefe ceterisaloco dimoucndos
oftcnrandi roboris gratia pracbebanr, vel ftaru non pcr fe, fed ob alium
urebanrurrideohaudquaquamfeipfos in hoc gcncrc excrcuifse mihi
iierifimilereddirur. Qupdquæfo cerrameninftandofolumefre6lum ccrnipotcrar,quod
autfpcdtaroribus delcdarionem afrerrer, aur facrificijs, ucl alio modo
amphithcatris, aut ftadijs infcruiret, uthorumgratiaathlctasfefe
exercercuclcertarc ftantcsfohtosdi camusfftabant tamea qui athletas ccrtantcs
fpe amphithcarris,atq. alijs pu blicis ( c C ri 10 ra idi do ad ao Ddc m OQI
nok tili ttiu tc bt fc( H .,4, A
cisccrtaminibus,fpcdaculisq.coronasuiclomcconfcqucmur,pa pulumq.
obledarcnt;uclutoptimum corporis lKibitum,atq.f;inira lcm ipfam
acquircrcnt,tucrcturq. Hos apud Kufcb.viij, Hift. EccL
cap.xviij.M«;(«Tpiom.ichia,hoc cft armorum fi^ta confrixio ^ ^j^ B
uocata,necnonad diminucndam7roAic/us anim.aris&iinanimis carcjmas nuquid
nosob corum,qui ^> nobifcum cxcrccanrur,ino;Mam,aducrfui. n )fmctipfos verc
vmbratili puena certarcaudcbii>uis.&:poltipfum Plurar.in 7. Prob. con„ .
Uiuiahum :«AA(7fc»,u;Ttt^ vfiKQotovsiot^rccr Hd'Hquafiæremnoticædcns. lam
ucrononminustelJs^quapugniSj ] et brachijs nudi^ huiufcemodi cxercirationem
ufurpata cfse rationi cft confentaneum . Hac itaq. fucrunt duæ pugnæ
fpecies^quaf maiores noftri cxercitationu loco in ufii habuifse rcperitrita ut
nulla gymnaftica cxftarct,q inter alias excrcitationcs hanc no rcceperit.quod
cnim athlctica uctuftilTimis vfq. temporibus pugnandi armis incidcntibiis
exercitationc urcretur, locuplctiftimu teftcm Plu z.VtQb, tarchu habemus,qui in
5. Sympof. fcriptu rcliquit, antiquitus monomachiam.f.aut fingulare certamen in
Pifa ciuitate,&in Elide Pcloponnefiregionc iuxta AIphacumfluuium,circa quam
quinfto quolibet anno^hoc cft,ut Pindari intcrprcs tcftatur, alternis
olympiadibus,fiuemenfibusquadragintaodo,autquinquaginta, cerramina olympica
loui facra celebrabatur, vfq. ad mortcm dcuidoru, cadcntiumq. iugulationcm
proccdcre cofueuifrc.Practcrea narrat GaIcnus,facerdotes in Pergamo prifcum
morc retjnuifsc, ut æftatis teporc monomachias uocatas cxercercnt,quas ne quis
credat fo li Gracccrri nationi proprias exftitifsc, adcudus cft Athenacus,qui
in quarto dipnofophifton auftoritate Nicolai Damafceni Philolophi pcriparetici
referr,Romanos monomachoru fpr£>ncula no modo in feftis,arque
amphithcarris,ucrum ct in conuiuijs a Tyrrhcnis confuerudinc muruaros
adhibuiffc; quamuis Romani no monomachosjfed
gIadiatorcshosocsnuncuparemaIuerint,quos lulij Cæfaris ærate in foro nouifsimc
pugnafse,quofq. pugnarcs Smaragdo lib. NeroncfpcftaffcfcribitPIinius.Hi quoniam
arrcplurimisabfurdis 18. et lib. plena excrcebat,ut a ceteris pugnanrium
cxcrcitationibus integre 37.C.J. dignofci poirinr,nonnulla dc ipfis brcuirer
cxpona, Nam illud primum dcreftandii plane habcbanr, quod ccrtantes qua grauius
poterant,fcfe fcrire ftudcbanr,&: non iolum( quod fcripfir Scribonius
Largus,qui*'Tibcrij Cacfaris,&: Mcflalinac ætate medicina Romæ
cxcrcuir)c6rufioncsin lu(ftarionibuspaticbantur,fed crianon raro vfq. ad
altcrius, ucl eriam amboru pugnanrium inreriru ccrtamea protcdcbarur:
quemadmodu,pracrer Athenacumjarq, Plurarchfi, 3.decr>p.
Calcnusquoq.rcftarur,quifcgIadiarorcsgi-auircr vulneraroscumc.pgcri. rafle,
&: ob id a fuac ciuitatis potificc in eoru mcdicum coopratutn Li.7.ca.3.
fuiflefcribir. Quin auctor cftGcl!!us,gIadiatori compofiroad pugnadupugnac hanc
propoficaforrc fuifse, aur occidcrc fi occupa
uiflcr,autocciabcrc,ficcfsafsct.vtid ucrumpurarc dc bcamus,quod M.Tullius.2,
Tufculanaruquacftionumcmoriac mandauir,athletas ctia vulncribus confcdos ad
dominosmittcrcfoIitoSjqui quærcrcnt,quid ucllent,(i fatis^a^^lu ijs cfsctjfc
ucllc dccubcrc. nam ufq. adeo A AdcomojTem.acviilncrA inrrcpidc obibanr,utncc
inscmffccrcnt . ncc multu mutarent.humfmodi ucro ncfandas hominfi cacdcs cum'
fiiftmere ocuhs no poflcr optimus Impcraror Anronin», nanar Di6 cu cdu^o
cau.flc,ut glad.arores no acutofcrro . fcd obrufis gladijs. et tcrcnbus
d.m.carcnr quod hodic fadirant, qui pu.nadi art d ^
fcendæopcranaiKi„t.Sccundaturpit.Kiinisfpcc.cLuamo,,o^ mor ac prod.d.r
glad.arorcs hordcarios vocaros quia antiqu.tus ' 'r.c... hordco u.d.tabant,
ucut l>oft Plini.,m Galcnus cofdcm 6, da, &: nandun .nft.tutum crat, .n
ipfo ccrtaminc fangu.nc cx vulncrc aducrfar. j b.bcrc.ra.nquam,;s ad confi.
mandf,animu, et uircs cfficaTn A Tl^'s,pracclarc admodum fic a Cvp,ia« nodcclamatucfl
Pnr.>turglad..itoriusludus,utl.b.dinccri,dcl.ul^^^^^ pus, &: a ru.nac
horismcbroru .nolcs robulb pi.,gucfcit,ut fa-.natus,n pocna canus pcrcat . Homo
occiditur in homin.s LoIupur!s " et ut qu.s po(r,t occdcrcpcritia cfl.u
fus cft.ars cft,fcclus no,i ar„m " gcnri,r/cd doccr:qu.d potcft
.nbuman.us.quid acabius d.ci T " Jud.oro tcqualccft ub.
fcfcrisobi;c.ur,quos ncmo damnau.^Jcra"
tcmtcgra,honcftarat.sfurma.ucftcprcr,ofa v.ucnrcsin vhro^eum " funus
ornantur.mal.s fuis m,fcri slonanf, pugnanr ad bcft.as nc, cr " ni.nc fcd
ruxorc:ipcdanr hlios fuospatrcs, rn^ ^ pracfto cft,&:fpcCUcul. hcctprcriu
largior muncr,s.xppa,-:tusam! "
plj^hcer,urmacror.busfuismarcrinrc./fr:hoc.prohdoIor,,mtcr&"
rcd,m.t,&: .n tom,mp,;sfpcftaculis,raq. d.nscffcfc non purantocu "
l.sparr.c,d.as.Hadcnusuir.IlcC:hnflia,ius, cuiusorariinchiccx"
fcnbcrcpIacu,t,qdadgIad.aro.-,accxcrcirariou,sp,au,rarcollc,;-" dendam,n,l
luculcnt.ushabcri poflir. Quat,-, prauiratc illud,nihi ualdc turpms cx,ft,mare
in mcntc ucnit,qd et Kcipub.Iibc-ratis &: Impcraroru tcmpon bus rar,
fucrinr fiuc nubilcs,fiuc ignob,lcs,f,uc
coluIa.cs.f,uclmpcratorcs,quifpcdacuIaadcoinh.inK.na,acomni
flas.r.o,&:facu.r.a plcna l.bcnrc.-, atq. maxima cu,n uuluptatc non
inrucrcntur . Numqu,d autcm cuiufuisgcncris homincs.an i^no.b,l,H,m.
dumtaxat.glad.aror.a cxc. cc. c„r,anccps ualdcfum.quod cn.m LcntuIusCapu.-icut
rcrunr,g!ad.arorcs alucr, quud C Tc " ir-cr. rcnt.us Lucanus, auctorc
Plinio,gladiatorum quadrag.nra paria in furo pcr triduum auo fuo,a quo
adopratus fucrat,dcdcrit,quod ucoymr.jUca. L nales cflent,&: tria illa
ncfanda a nobis prædida profirerentunmi1 hi ccrtc perfuadcnte
exomniumhominumignobiliflimo fimui, ac impunllimo gcnere,ueluti feruis
exftitiflc.Ex altera parte cu Galede frac nus rcferar,f:icerdotes
monomachiamcxerccrc fohtos,cum Atheklhhu nacus fcribar iUuftres uiros, atq.
Duces monomachiam cxercuiflc, cum Herodianus, arq. lulius Capitolinus Commodum
hnpcratore Spartiagladiatorcm eximiumfuiflc,&:inpublicisrhearris,fpreta
hnpera7eno" ^& ^ dignirarcgladiaroris parres adimplcfsc fcribanr,ciim
tradant AibmL alij Impcrarorcs ad bellum profedturos munus gIadiatorium,ac
ucnationes ederc confueuiflc,ut ciuiufanguine fic effiifo pugnæ quadam imagine
Ncmefis fe,idcfl: Forrunæ uis quædam explcrer, uel ut infuefcerent milires vulnera,atq.
cacdcs in/pedare. qua item ra tione SolonapudLucianum narratlcgem
Arhenienfibusfuifle,ut faAaach. iuucncs cothurnicibus fiuc qualeis, ac gallis
pugnantibus fpettadis fliudium impcdcrent,quo illi uolucrcs vfq. ad extremam
uiriudcfeaioncmroftriscertantcs intuentcs,ad
fortiterfubcundapcricula,&:contcmnenda vulncra ^neauibusingencroliorcs
apparerent, inflammarentur,cuius ftudij mentionem quoq, fccit Æfchines
c6tra'Timarchum,&:CoIumcllaIibri o6bui cap.2.Cuminquam hacc omnia
mentecontemplor,quaficrcdere cogor,tum nobiles aliqn^ tumignofciles
utplurimumathleticamhanc atq. gladiaroriam pd gnandifpcciem excrcuilfc iquando
criam apud Athenæumrepericnonnullos teftamenro cauifle, utr pulcherrimæ eriam
puellac monomachorum inftar dccertarent, aut qui in delicijs fuiflent
impuberes.ScdgratiæDcalmmortahfunthabcndæ quiad abolen dum huiufmodi nephaadum
morem quoq. principes impulerit,q(f primumabHonorio Impcrarore fadu ertc
perhiber Theodorerus ca.26.hb. quintihiftoriæ ccclcfiafticac .Atque exhisclare
patct, armorumacutorumpugiiam inter athlerarum
exercitationesadnumerandamcfle.quos fciamachiamquoqueinterdum,fiue
umbrarilempugnamexcrcuifse,inde faris conijcercpoflumus>quod Glaucus
Caryftius arhlera ftixnuusnon minus ob pugilatoriam, quaminumbra pugnandi
cxceilentiam celcbratus fir, ciqueftatua habiru, formaque in umbra pugnanris
erefta, ut Paufanias narrat, tradarur : nifi cerrius comprobarent illud hæc
Dionyfij in cap. libro de diuinis nominibus ucrba : oVe/) 0 cro^o^ bx.
z^vovriaraA /uj^fiTa^^ TTid^' r^^TS)VoiOAyj7iivol7rCipovUou;,04c:!ro?^M^^
d^ofek ^ja^ rii^ airctyomg-a^ vdf^ticvc tjyroQi/i^uOi, % cLTcl 70 Jb^coLtS €
nv^oc; ^-toi/to^;, axiTOvq aiq (nncLixa.')$iuj» nc;, oiovTOJ^ tHv airiTroLAcov
ojutwv jcwtpa.T/;tcvaf : ideft. Quod fapicns minime intcUigcns incxpertos uinccndi.
athletas imitatur, qui fæpe . Afacpe antagonlftis imbecillas cflTc fupponentcs,
prout Ipfis vidcriir, nccno aduerfus cos abfenres fbi tircr vmbratili pugna
ccrtarcs,aduerfariosipfosuiciflcpurar» Habuir6in ipfisq. mulicrcs &c uiros
claborarc uolucrir. Hanc rudibus armis faCtam milirarc monomachiam illam fui
fsc, quam Hcrmippus Manti nacos inucnifsc,&: Cyrcnæos acmularos efse
fcribir, Athcnac» cgofcrmccrcdo.iicuri limiIircrcxirtimo,quamfcrimiam uulgusdi
^^^-^* cir,cam ipfam,&: non umbratilcm pugnam, ur Kudacus in Com. ad C
Pandcdas, Guliclmus Choulus,&:aIij nonnullifalfoautumarunr, cfse,dc qua
locurus PJaro mea fcnrcnria uidcrur, quando in Lachcrc fcripfir,iuuenibus
coduccrc, ur armis pugnarc difcanr, quoniam lic habitus corporis robullus acquirirur,
ncc ulla cxcrcitarionc infcriorhæceft,aurminuslaboriofa. In hac haudquaquam
ccrtatorcs,qacmadmodum gladiarorcsfc ufquc ad ncccm fcricbanr, fcd rudibuS
reljs quafilcfcpctcre iiUiiccmfunuIanrcs,quandoque cria rc uera
fcricnrcs,&:plagarum inflidlioncs,&:aucrfioncs rdifccbant. Aliquando
ramcn cum umbra armis ct pugnabarcquod Cdtas pofl coenam fach*tafsc,Poflidonius
audor clhl^im ucro omnium frcquctiirimc pugnam aducriuspalum cxcrccbanr,qui
milirarcm difc ipli nam compararcoptabanr,quam cxcrcirarioncm ita faditaramfcri
^ fe bir Vci:crius,quod a lingulis ryronibus finguli pali dcfigcbaiuurin
tciram,iru ur inic.-r" iDn pr/vr, &rooo-ip ol r£jg7retXai^piijC
^etUiurig 7raj(^ovT^CyO rcaf i^zir oiiu(poripa>v ?\y^(p6(z^Tig 'i^zcovTcif
eig tcI cvavTict.i. Paullatim enimproccdcntcsin mcdiumamborum ignoranter
cecidimus,& nifi aliquo modo nofmctipfos defcndctcs eua mcmoriacproditum
cft. 1 m 1 li.i.fer.^. li.i.fen.^ iioc 2.C.2. j.de bclJo ciuili.
DeVociferatione y ^ ri/u.. VILNTER cereros,quos plurimos,atquc neceflTarios in
humana vira vfus habcr fpiratio, non infimum locum obrinuirvociferario. quaccum
nilaliudfiti quamacrisuehcmcnspercufl^o,rammatcriam, quam cflcdorcm,&:
lormam,ueI a refpiratione foIa,vcl faltcm non abfquc ipfa
fuppcditari,|AriftoteIes, &: Galenus pracclariirimis in i d cdiris
commenrarijs probarunt. &: iccirco non ab re fururum cflc duxi, fi,
poftquam defpiritusretentioneuerbafcci, ftarim uocifcrarionis rraftarioncm
fubiungerem. Neque enim ab hac me remouere dchuir, quod
Galenusmcdicorumprincepsaurnulla, aurquam pauciflfima dc
vocifcrarioncfcriprisiradiderit, quafiquceam intcrexcrcitarionesnumerari dcbere
non cenfucrir: quandoquidcm AnrylOribafium mcdicus cclcbrariflimus non modo
camexercirationcmcfleuoIuit,ucrumctiam cumad morborum diuerforum curarioncm,rum
ad uocis ipfius culrum ualde æftimatam fuiffcfcripfit. qucmadmodum itcm Ætius
Amidcnus, &: Auiccnna Arabs uno orc poftcdoribus facculis comprobai unr.
Nunquid ucro athIcticacprofeflorcs,aurmiliraris dilciplinacftudiolihoccxcr
cirationis gcnus in ufu habcrcnt, U li^apud nuUum audoi cm
noratumaducrtcrim:pcrfuafumtamcnmihi cft, ncurros horumuocifcrationcm taniquam
propriac ipforum profcflioni aut conucnicntcm aur filtcm rtcccfliiriam
cxcrcuifle . Qupd fidicatquis, &:arhlctasinccrtaminibus, &:milircs in
pugnis confcrcndis clamoribusnonfincutilirare vfos, quando Cacfarhaudfruftra
anriquirusinftirurumfuilfcfcribir, utinbcllo committendo fignaundique
concinercnr, clamorcmquc vniucrfi roUcrcnt, quibus rebus, &: hoftcs
rcrrcri,&: fuos incitari exiftimaucrur: proptcr hoc minimc fcquitur,
uocifcrarionis cxcrcimtioncm, dc qua nos agimu^>
miliraridifciplinacadttifccndac confcrrc. Duofolum humiiul gcncra uocis
cxcrcirationi fcdulo opcram dcdifsc rcpcrio, hirtrionicæ
uideIicetprofclTorcs,&: mcdicorum gymnafticos.Hillrionicam enim
profitcnrcs,fubquibuspracconcs,choriftas,rragocdiarum,&:
aharumfabularumlimilium rcciracorcs, ncc non uocibus ccrritcs
CoUoccqocifcrarioaibuscxcrccri foliros.locuplctiifimus tcftiscll Platoin lonc^
Anllotclcsinproblcmatum libris,in quibuskgip^^;^^/^' tur,Phiynici, ncc
noncriamantiquionbusrcmporibus tragocdias, comocdias,dithyrambos,arquc lcgcs
ipfas cantu rccitari^:onfucuif fe.ob quod uocis cxcrcitatio tantæ
cxiftimarionis fuit,ur,(icuri de athlctica monftrauimus,pubHcæ
uocifcrationiscerraminaaCoc''j^'"^B lio Aurclianofiib modulationis
agonillicac nominc intcllcaa, j> " pofuis uidori
pracmijs,inftirucrcntur.qucm morcm ufquc ad Galc ni rcmpora pcrdurafse,ex eo
conijcerc pofsumus,quod 7.dc mcdicamentorum compod. fccundum locoshb. muhamcdicamctarcccnfct^uibus
antiqui mcdici in ijs,qui uocc contcndcrc dcbcbat, tum antc,rum poll ccrramcn
urcbantur,ubi fimihrer narrat,
temporefuophonafcosomncs,cirharacdos,f.pracconcs,ncc non rragocdiam,ac
comocdiam pcrfonatos rcpracfcnrantcs,qui magno uocis excrcitio utebantur, li
quando uuccm contcndcndo oblæfilTcnt,
balneismultis,&:cibislcuibus,atquelaxantibusuti fohtos.Exquibus ucrbis
cuiuis intclligerc licet, non modo hillrionicæ profcflbres
uocc,&:cantu(quod dixit Plaro)limpIicitcr in rccitandis dram^^"«^maribus,rhapfodijs,aIijsuc
imitationibus fuis, uerum etiam alra uo ^ ce ufos,atq. ijs intcrdum
uniformibus,i nrcrdu uarijs,&: muraris,ucluriin rra^ocdiaad
macroris,calamiratisq. magnitudincmaugcndafav^uniohm,(cribit
Arillotclcs.Qiiarcmirari dcbctncmo,quod ^^^Pa«i ^oc aZ^ncnv y^^ivira^ •rfsyou
rivci yu/uvoLcnoL rolc a-raiuoLcnv -i 1? 7^ rov vrv/uuoLroc
KaL^i^tc^TrOieiiiwl^tJLU rolc TTOvovaiv, ocrv/u/SoLfvc-i (t rolc TroLf^iofc
^ravo/u^oic • idcft : Pucrorum uerodiltcnfioncs arquc ploratus,quiin
Icgibusprohibent,haud rede faciunt, confcrunrcnim ad incrementum, cum fint
quodammodo cxercirationes corponmi,lpirirus nanquc cohibirio labcranribus robur
parit, quod etiam pueri^ inter plorandum diftenfis . iTrecho,Pctawo,^riUmJleo.
Cap. IIX. 1 ca omnia,quae antiquis tcmporibus vlirat.i,ac,vt fic di1
cam,pcruulgatacrant, autad nos pcrmanus tradita, ficutdcanatomicaarrc narrat
(ialciuis, pcrucnilfcnt, i.jennat. lutab au«ftoribusfcriptismandara no
intcrijncnt.mul-admini.ia C tos profccto labores, qiios homiiics qiioridic m
oblciiris, ac anriquarisrebusadliiccm rciiocandis fuftincnr, cirra vUam
iaeturani crtiigiflfcnr . fed quoniamalia rcmporis di ururnirarc, afpcrirarcquc
obfoleucrunt, alia difficiliobfcurirarc dcprauarafunr,aliafcripro. ruminrcriru
dcfeccrunr, alia communi quadam lacculorum ncgligcnria numquam proprium nitorcm
rccupcrarunt, hinc fadum cil,ur in d ics coganrur homincs obfolcra rcnouare,
dcprauata rcformare, abolira rcficcre, randcmquc ncglcctis 6l dcturpatis
fplcndorcmicftitucrcncc non inranra obfcurirarc coadi, (omniantes quandoquca
ucrirarcprocul abcrrarc.iiucr quos cum cgo quoque limilcm prouinciam
fufccpcrim, qui arrcm gymnafticam elim iii magno prctio habiram,nunc pcnirus
obfcuraram, &: cmorruam ad luccm rcduccrc ftudco, mihi
ranromaiorcexcularionc di gnus vidcor, quantopauciorcs^aurfcrdnuliifcriptorcsfupcrfunr,
M 2 aquibus inftitutum mcura dirigi qucat.ne flleamplurima exercita D tionum
gencra, quae quod temporibus noftrisdefueucrinr, ucterumq. pcragcndi
casrationon habcatur, quomodoficrcnr, quaJesueefsent,diiiinandumcftporius,quam
ccrtiquidquamaffirman dum. Qucmadmodum deCricilafiaatque trochocontingit. Nam
icfwA,«ra)?s;t«aM o'4^?o? o>Vo^o? '^cWTuyjj^x^^aiyipyct^irc^yjcyj^ShvlwT^
^'^vx»,, idcft, Habcatuero circulus diamctrum hominis longitudine minorcm, ita
ut ipfius altitudo ufque ad mammas pcrtingat, neque fccundum longitudinem, fcd
in tranfuerfum jmpcllatur,fit aurem impulfor fcrrcus ligneam aufam habens.
Nonnulli rcnucs annulos rorae circumpofitos fuperuacaneos efse purarunt : at
hoc minimc i ra fe habct, quinimmo fonus ab ipfis gcnitus reIaxationem,atque
uoluptarem animoparir.Exquibus ucrbis clare patct, in hac excrcirarione homincs
circulum quendam magnum,cuiuscircumfcrcntiaeannuliparuiinfixi crant,quadamfer^
rca uirga anfam habcnte in tranfucrfum latus impellere confueuiffc,a quo duda
mctaphora M.Ciccro ij. epift. ad Atti.ix.fcripfir. feftiuc mihi crede, &:
minorc fonitu quaputaram orbis hic in rcpub. eft conuerfus.fcd cum hac actate
in ufu non habcarur^pofTumus fane aliquid diuinarc, ar cius formam,&: condirioncs
pcni tus cognofccre minimc liccr.quod cnim trochus graccus fucrir,de quo Hora
tiusiibHuscnt. et Curinliis ia /.J.tn cnr annulus mbe vagathr . ibidem. C(dn
Jtarg.itit obnii turba trocb^s. et l y tii tJtn /.I.V.' 'I?, C iiiitif quam
culus ahen i, jib 1 1. 0,,jmteU'rar^iitO(iulfonatiUreirotbus. in rroch ) namq.
primocrat circulus,&: in circulo anulus,qui fono fpcctatonbusuoluptatcm
atfcrcbat.adcrat Cx: impulfor cumanfaa rropcrtioclauisuocatus.ubidixit,
Inirenat et ver i cUu s adu.bina M 4 Curuitis 7.ACueiil. Curuatis
fcYmfpatijs,flupet infcia turba, D Impubisque manus mirata uolubile buxum Dant
animos plagae, minime trochum cfTcur uolucrimt nonnuIli,ficuti,&
excrcitatio ilhviuae hodic fupra ligneas tabulas pannis contcdas una cum
ligncis pilis efficitur,& truchus nuncupatur,trochi antiquorum apud
mefimilirudincmparuam gerir.Nam rrochusprimoin publicisgy mnafijs,alijsue locis
peragcbatur.Secudo is annulufcu annuios habcbatftrepitumcdcnrcs, ur homines
pcrviamambulantcsfonitu audiro longius ab incurfu trochi cauerenr. Poftremo ex
aere conflabarur,atque clauem aduncam habebat.quæ omnia nec feparatim,nec fimul
in rurbine/eu rrucho noftrisrcperirisefusipfe docer. urmcriro crcdcre
debcamus,ab hislonge diucrsuantiquorumtrop chu
exflirifrc,quem(vtcgoputo,apprime repræfenrarhæc figura. a Ligorio ad nos mi
ffa^quam fc cx forma in vctuftiirimo,atq.'ampIif fimocuiufdamComici vcl
Saryricipoctac monumcnro cxprdrain uia Tiburtina.ppe Romaaccepifreretulir.nifi
quodprærer annulos denresquofda circuIoinfixos,&: mobilcs monftrat. quos
adftre pitumaioremedendumappofirosfuifrc uero confonar. Trochum aute cu
Horatius inrer excrcitariones connumerer in arre poerica, Jndoctusq. pilæ
ydifciuCy trochiue quicfcit, 'HS ipiff^^ rifum tolLant impune coronæ: Cumque
Propertiusinter gymnafiorum cxcrcirariones rccenfeat: procuiaubio ad
gymnafticam aliquam pcrtinuifrcconfcntancu rationiuidctur.&: ob id cum
ncquc milirari,ncqucathlcricac iurcat tnbui qucar, fupcrcft nicdicinac
^ymnafticac cxcrcitarioncfuiflc, et illiuspracfcrtim^Cipucriscxcrccndisopcra
nauabar.IWscrtamc cxillimarictiamadmilirarcmaliquopadopcrrinuifscquod rcfcrat
Ammianus MarccUinus li. 2i.iulianQ Cacf. apud Parifios uai ijs fcfc cxcrcuifsc
motibus in campo, ^ inrcr alios quodam qucm du faccrct axiculis quis orbis crar
compaiiinatus in uanam cxcuds anfamrcmanlilsc illam,quamrcrincnsualida manu
ftringcbarrcxquo loco Turncbus fummi ludicij, &: crudirionis iurc ccnfuit
ciufmodi cxcrcitarioncfuifsctrochum.Hisdillimilcmformahabctcxcrcitationis illud
gcnus,quod,non multis ab hinc annis in Rcgno Ncapo g litano inucntum,hodicq. in
uniucrfa fcrc Europa ufitatu, apud Iralos Pilam &: mallcum uocanr.in hoc
crcnim primo brachia, &: dorfum cxcrccnf,qn mallcis ligncis pila ligncam
longc pcllcrc coguntundcmum cx ambularionc,quac rali cxcrcirarioni pcrpctuo
afsociatur,ca commoda fcrc rrahunrur,quac anbulantcs homincs
pcrcipiunr.urhisrationibus, licct antiquum non ht,minimc contcmni mcrcarur.
quamquamaliquisanriquoscriamhaccxcrcirarionc no caruifsc forfan contcdat,cum
apud Auiccnnam inrcr cercras cxcrlocckxdt cirationcsunumnomincrur,quod uirgis
rcrortis divflis alfulcgiaa
cumpilamagna,aurparualigncacflicicbatur,quasconditioncsap primc noftra
pilamallco conucnirc unufquifquc uidct, nili alias tacucrit Auiccnna,quod fuo
rcmporcnotilfimaccf^cnr. C Dc Equitatione. ACTENVS cas cxcr^ irarioncs profccud
fumus,quas hominesafcipfis cirra alrcrius rei adiumcntumobibant. Supc^ ''^•ft
modo fcrmoncm habcrc,in quibus homincsquidem fponrc,^ quodam modo libcic
moucbantur,ar coru morus al tcrius moucnrisopepcrficicbantur.quod cnim
Galcnusiftis duo^.dtuva. bus addidir gcnus cxcrciiarionis a mcdicamcntis
favTtum, minimc adinftirutum noftrumpcrtinctridcoilludfempcrdimifsumhacra
tioncintclligatur.lntcr haccpoftrcma primum locumiurc fi')i uiii dicat
cquiratio a Graccis mcdicis iTTTrccaU uocara, ncpc quac cctc
risdignior/ir,&:Iibcrumhomincm,urfcriprir in Lachctc Plaro,ma ximc
dcccat,nccnon vrriufq. cxcrcitationis naturam, illius fciliccr, quæ
anobisipfis,&:iIlius,quacab alijs in nobispcragirur,fccundu
Galenifcntcntiamfapiar. Equitationisprimuminucntorc Jicllorophontcm
exftitifse,auaor eft Plinius.poft Bellorophontem ThefsaD li.xc. y^. |j j
Centauri nuncupati cquitationc in bcllis uti coepcrunt, q lib.^ acre paullatim
ufq. adeo creuit, ut Hippocratis tcpore ocs fcrc Scythæ aquis&io cquisucherentur.quicumob
afliduas equitationescoxarum dolo ribus cruciarentur, per uenarum poft aures
incifionem ab ilhs curati,ad coitum ualdc impotcntcs cuadcbant; quamqua multi
erant infaccunditatcm eam a Dijsproficifci fufpicaics,quos Hippocrates redarguit,
quod diuitcsfcmpcr dijs amici, pauperes uero minime fint,(ut etiam Ariftoteles
id ab Hippocrate mutuatus confirnuuit,) i.Rheto.
g^pi.optereaacquumfuifsepotiusinopes,quam opulentos eouitio corripi, cuius
tamcn contrarium cucnicbat.Poft Hippocratis tempora cquitatio fempcr,
quemadmodum in Hippia a Phitone traditur,in maxima exiftimatione habita fuit,^
iccirco omnes gymnafti cæfpecicseam inter rehquasfuascxcrcirationcsrecepcrQt.
Nam quod in circis 6c ludis maiores noftri equitationis cerramina adhiberent,præter01ympicosIudos,inquosuicefima
quinta Olympiade equorum curfus certamen mdudum iradunt;tcftatum
facerepofsuntquatuor illac Romanac faCtioncs.AIbatifciiicct,
Rufsati,Vcneri,&:Prafini,quæ tum in circis,rum in ludis,ac alijs cqucftri
buscertaminibusadhibirisequisjfiuc ad equitationem,fiueauriga
tionemfemperccrcabant^tantumq. ftudiuequis oprimis eligendis, ac parandis
cxhibebant,ut Galcnus dixcrit,Vcnctæ,ac Prafinæ fa 7. Metho. ^^iQj^i^ homincs
ctiam ftercora cquorum odorare folitos,quo cx illisanimaliuhabirus,atq,
tcmpcraruras internofcere,&:cognitisinde mclioribus uti ualcrcnt, fi quidcm
harum fadionum conrentioncs potiundi uidoriæ cayfla talcs crant,quæ ncc uUis
fumptibus, p ncc vllis laboribus ac ftudijs parccrc qucmqua pcrmittcrcrreo
magis qd' totaurbsquafiquadripartita crat,alijsuni,alijsaltcrifa(ftio
nifaucntibus^nec ullapnrs ciuiratis repcricbatur,aur ullushominu conucnrus,in
quibus ccrraminum temporc dc huiufcemodi fadionibusaur ftudiofiflime non
difccptarctur,autfaltcmfermonon haberetur,quemadmodum *ex Plinij lexta noni
libri Epiftola,atq. his Marrialis ucrfibus quifque conicfti.ra afscqui potcft.
lib.n. Sæpius ad palmam Vrafinns pGjl fata l^cronis VtruLnit,& viitor
pracrnia phira nfert, I nunc liuor cdax, dic tu ceffiffe T^crom . ficit nimirum
non l^ero, jcd Trafmus, Dc Vrafvio co/iun^a meas, enetoqiic lonuetUY ^ 1S{€V
fadcht-qucmciuam pocula no^lrateum . quamquamluuenalis maiorcm Romanæ ciuitatis
partem Prafinacfadio16* B A næfacrionifuifsctcmporcfuo, quando Maitialis quoque
flomit, teftari uidcatur hisucrfibus. Touvi hodie l\omam CircHs capit, et
fr-ignr aurem TercutityCMcntum viridisquo colbgo pMin. T^am fideficcret,
mæftjni,attvnuamrjue vtderes Hanc v)b(tn, veluti Cunnarum in fulucre vMiS
Confulibus. Has ucro in f aucndo diucrfis fa(ftionibus hommum acerrunas
contcntioncs indc ortas fcmpcr cxiltimaui, quoniam Romanorum
quorumhbctucftimcntaqu.ituordumtaxatcoloribus tcxcbantur,
vclrubco,vclalbo,ucluindi, uclucncto,icdpraccipucrubc()magis fufco, ut
Martialis hifcc ucrlibusindicat, dc Canudna lana rubca tufca fcrmoncm habcns,
I{pma magis fufcis veRitur, Cj//m ruHs, libM. EtplaccthicpHcris,
miittbiisivicculor. &:obhocquicumqucci ta^ioni taucrc cogcbarur.quacfibi
fimilcm colorcm profitcbatur . Etfi huic fcntcntiac rcclamarc
uidcantureaOuidijucrba. Cuius equi venicnt,fai.'.toftudiufc requiras,,. je jrte
XVf mora,quifiuis etic, cns fauet illa,fau'. auundi. Scd dc equitationc
ludorum,&:fpcaaculorum,quam et arhlctica uocarc licct,plura non dicam :
quoniam cruditillimus Painiinus luculcntirtlmc fimul,& copioliilime iu
libris dc ludis ^iuos iam cdcre parat.uniucrfamhancmatcri.im pcrtradauit. Ad
bcllicam gymiufticam acccdo.quam ad acquirCdam cqucltrcm pro bcll-s
difciplinacquitationiscxcrcitioulamtuifclocupIctilhmctclbtuscflPIay.Jdcg.
to-ubi non modo uiroscquis armatos,acq. incrmcscxcrccri fiatuit, r ucrum
pucllis quoq. talcs cxcrcitationcs iniic concclTif, cafq. intcr cctcras
bdUcacgymnafticacfpccics, fiuc partcscuidcntcr collocauit ficuti Xcnophon
paritcrfcntiieuidctiir.apudquc ilchomachusuitac fuac rarioncm Socrati cxponcs
fic loc|Ufnr:;/tTa A t« iuoarxrw rxts ^ r£ w»Ai/Aii «fxyKxicM iTTTTXirixts o
vTt TcxxyiDV ovTt kxtko rm,^rrr.rx £ R Trai-T*,^o; JJ,x«^.Tr^. lioc cft .
Pcrlunoncm olfchomachc fic agcndo ni.h. placcs,quandoqi,idem uno tempore
coJlcdim fanita ti, atq. robon acquircndo opcram nauas, nec non ad bclla te
exerces, diumj/quc accumulandis inuigilas, quæ omnia admirarione digna nnhi
plancuidcnrur. Exhiscnim, &:Ifchomachi,
&:SocratisfcrmonibusclarillImumargumcinumcIicirur,antiquosadbclJicas
dilciplinas comparandas cquirarionibus ufos.Quod uero medicorum gymnalhc
cquitarioncs ad nmiratem rccupcrandam tuendamuc, nec non ad oprimum corpori bus
habirum ingeneran^^'^"' fcdimonium fufficcre dcbeicr:qui inrcr rdiquas
gymnaftr E cac exercirationcs minime infimum locum eam obrincre, cum ncdum
corpus fcd etiamfcnfuscxcrcear,fcribit:ni/Iquoquc Anrvlli LoccKac.
Act«j,&poftremo Auiccnnæ comprobatio acccderct, qui tam n'rrr
"''opportunas cxcrcirarioncs rcpoluir.nam&GermanicumTiberij
hnpcraroris ncpotcm, cumcrurum renuirate dcturparcrur, cquirationc a medicis
impcrariHam curafsc mcmonæ prodidir Suctonius:ut hoc excmplo pcrfuafi cre derc
debeamus, cquirarioncm ramquam utililllmam a mcdicis fcm pcr magnopcrc
cxiftimaram fuifsc:quamuis et apud ipfos ualdc re.ZllZT,"^ r V""
"^l"^ "chcrcnrur, et iJlis an gradarijs, aa afturconibus,an
fuccufsatarijs,an concurrcnribus:quorum omuiurn diuerfas operarioncs fuo loco
explanabimus. F DeCumliruefjiatione. CIXIMVS duo cfsc cxcrcitarionum gcnera,
alterum in quo homincs a fc ipfis folum moucnrur, alrcrum ab alijs, hiic, ut
Anftordis morc loquar,alrcrumin quofuapte natura,a!rerum in quo alio moucnrc
fcfc cxcrccntcs mo ucnrur Dc primo fupcriustradauimus, dcalrcroquod geftatir a
Cocho Aurchano: &: Plinio communi nominc, ab Antyllo, Herodoto, GaIcno,aIijfqucantiquioribus
mcdicis Graccis diiex » de tfie ^^•^"'^'^»^"^ "«^rl^-i ^^accrc
polhc.ti fumus : atquc iam de ^^:^cq"'^^"'0"c,quamGaIcnus mixtum
motum fccir,fc.-moncmex. • phcau.mus. adal.a.gitur rranfcuntibus primakfcoircrrin
curribus ue^tutio,quam antiquillimam fuifsc, ncmo inficiatur.fi quidem ut 171 A
vt Ar^ti uetuftiis intcrprcs tcftatur,primu5, ciui equos curribus iunxerit fuit
Ericluhonius, quem ob id intcr caclirum imagincs rclatu fcribit
Maniliusprimoallronomicorum. Porroforma,&: modus curruumdiucrfusexftitit.Nam
Pliniusmatcriam cunibus faciundis idoncam abietem probat, rotarum ucro axibus
Ilicc, fraxi num, atque vlmum . Vnde elicitur uetcrcs cx huiufccmodi lignis
currus fabrica(Tc,qui prioribus illis facculis duabus tantum rotis conllruebantur.alias
duas audtore Plinio addidcrunt Phrygcs. Scythas po-^^-^-cj^ ftca ct fcx rotis
currus conftruxilTc mcmoriac tradidit uctuftilfimus j-^^ ^^^^ auctor
Hippocratcs.quæ rotac Homeri tcporibus ftanno ornabanaqui$ et tur,at
porterioribus facculis no modo rotas,fcd tota uchicula cborc ||'^*^*^
ornatafuilVe,legimusapud Plautumin Aulularia,ficuti Plmij tcpcftate tota efTeda
atq. uehicula auro,ac argcnto indgnita confpicieB bantur. Varijs
practercarcbuscoopcrtafuilTcucrifimilcuidctur, plcrumq. autcm pcllibus,qucmadmodum
in probl. Romanis fcri-* ptum reliquit Plutarchus : licuti aliquando
equis,aIiquando mulis, aliquadobobusintcrdum uirisagifolita lcgitur.Quin
Hcliogabajnu^J^j^^g lum non modo uaria,3i: moftruofa animalia,(cd ctiam
fbcminas nuliogab, das curribus iunxinc,ijfquc ipfura ucdum c(fc,tradunt.Hacc
porro geftatio in currib. facta olim Romac inter mulicrcs in maximis delicijs
habcbatunad tantumq. luxum aliquando pcri!cnif,ut cas ipfa
vtifenatufconfultouctarc,coacii finr Romani. cuius rci gratia cum muliercs ira
percitac inter fcfc confpirallcnr, nc qua eorum concipcrct,ncue parerct, atq.
ita uiros ulcifccrcnrur, Romanos muraffc fcntcntiam,a:q. itcrum illis curribus
uti permilifsc,fcrip:is mandauit Piurarchus . In quibus dcinccps nc fcdcrcnr,
ncuc cquis pcr urC besuchcrentur. M. Aurclius Anroninusphi[ofophus,matronarum
confulcns modcftiacdcnuo prohibuit. Ncq. minus apud gymnafti cos hæc ipfa
geftatio acftimaia n pcrirur:quado,fiuc ]udos,&:facra ccrtammafpcdtcs,
fiuemcdicorum librospcrfcrutcris,inomnibus ca uhrata apparcbi t.Quis quacfo
nefcit nona 6c nonagclima Qlympiadc curruum ccrramcn in Olympicos ludos
inucCtum. Quis igno ratSynoridas,quibusanimas nollras Platoin
Phacdroclcganninmc alfimilauitjncc non bigos, quadrigasuc curruum gcncra in
publicisfacrisfrequcntcrcerrafsc?quodpoftea ftudium ira apud
Romanosexcultum,arqucau6tumfuir,utpauca,ucl nuUafcrcpublicafpcdacula edcrcnrur,
quin curruum certaminibus honorifica præmiapropofita (pcctarcnrur . OJb quac
rcfcrr Plinius in quadri^'.c.t garumcertamine,quod Larinarum fcrijsin Capirolio
cclcbrabarur,pro pracmio uiftorcm abfmchium bibcrcconfucuilfc, quafi
fanirafanltatem inpræmium dari ualde honorificum arhitrarenturmaD iores. An
vcro gratia bellicæ difciplinæ adjpifccndæ ucaatione in curribus utercntur
ueteres, nil certi affirmare audeo . Exiftima ^ pæd. tamen cum ab Homeri ætate
vfque ad Xenophontis tempora,
atqueetiapoftenoribusfæcuIisperduraueritmos,utinbeIlisecurribus quoq.
dimicarcnt, quemadmodum in equitatione exercebatur,quofierent
bcllisgcrcndisaptiores: fimiliter&incurribusfe exercerc ucteres
confucuifle, ne, cum pugnandum erat, tamquam inexercitati J&:
diuerforumagendi currusmodorum expertesfuperarentur. Cctcrumquod medici
gymnafticifimilemuedtationem tam pro fanis conferuandis, quam pro aliquibus
ægris curandisinufumrcceperint, clarillimc tcftatifunt Galenus, Antyllus, h^Yil
^^q^Auicenna : qui non modo eam inter gymnafticæ uerac exercitationes
reponendam volueriinr, immo et febriciE tantibus (quod paucillimis
exercitarionibusattributuminuenitur) tamquam maxime commodamcclebrarunt. huius
etenim quaii vafrn^altcru,inquahomincsueai va.cii.
fcdcbant.alreruinquoiaccbanr.atqueutraquchaccraroinurbe, frequcntiflime per
uias, &: extra urbem pcragcbanrur. iccirco fcriIn probl.ptum eftaPIutarcho,
Romanoscoaaosfuiflcin Scptimontij fefto ^o^prohibcre, ne ea die vchiculo uti
liccret, ut vrbs,&: fcfti celebratio non relinqueretur.
Nunquidautemfanifimul,&:ualerudinarij in ijfdemuehiculisexercerentur,
indicafle mihiuidctur Herodotus apudqucmlcgirur, febricitantescurribus, qui
manu ducuntur, ' ncc non bigis geftari foli tos, atque illos a pi-incipio pcr
triginta fta diamoucri, deindeca conduplicare; hos a ftadijs triginta, aut
quadraginta initium duccre, &: ufque ad fpatium altcro tanto P maius
progrcdi confucuifle . Sanos ucro omnibus curribus, &: teais, &:
apcrtis fine ullo difcrimine ufos cfsc, ucrifimile fit : etfi
fortafscprincipcstcdispotius, quam dctcdis ucdtoscredere pofsumus, quadorcfcrt
Dion hiftoricus, Claudium Cæfare du profpera ualctudine utcrctur,caputq.
trcmulu,&: manus,ac linguatitubantes habcrct,primu olum Romanorfi vehiculo
undiq. obrccto gcftatfi ef fcficuti Pliniusiunior ob oculoruinfirmitatc fc
aliqn vsu illo tcfta^ tur Epiftolarum lib.7. ita kribcns ad Cornuru fuum: Pareo
collcga,,clariflimc, &:infirmitatioculorum,utiubcs,confulo.Na&:huc
tct\o,, uchiculo undiq. occlufus, quafi m cubiculo pcrucni . £x his igitur
oibus cuiq. cognofcci-c licct,talcm cxcrcitationcm no minus ccteris gymnafticis
probara fiiifs?, quippc quos, &c non aurigas moruu ommum cxhac gcftacionc
contingentiufaculcares, &: conditiones probe intcUcxifrcfcribir Galcnu
Je//a. Cap. X U ECTiCAM, atq. fcllam ob commoditatem potius eorum, qui vcl
fcncviutc, vcl morbo impcditi ambularc pcdibus non potcrant,ucl ob dclicias,
quibus fcmper homincs lluducrunt,inucntam fuilTc^t^ob aliud,non dcfunt qui
opincntur: ncc forsa finc ratione;qnquidcm nuUa apparct probabilior caufla, qua
indudi uctercs huiufcemodi inllrumcnta cxcogitaucrint, \ quod cquitarc,^
pcdibus ire ncqucuntcs,aliqua rcm optaueriiif, qua do mo cxirc.p vrbcs
uagari>iter faccre quam commodc ualcrcnt: nifi
dicamus,impcratorcs,Rcgcs,atq. Principcs nc in facicndis itineribus a folcui
ucnto, pluuia tcmpcrtatc, atq. fimilibus oflcndcrcntur, lccticas,&: fcllas
vndiq. obtcgi,6c rctcgi aptas inucniflc,quas alij po ^ ftcadiuitesluxus,ac
uoluptatis,fiuecommoditatisgratia,&:pollremo mcdici,gymnaftacq. ad
vfumhominufibiipfisconcrcdirorum traduxcrint.vtcumq. fit,conftat,quosnupcrrimc
diximcdicos,atq. gvmnallas illas ad cxerccnda fiicpc ualctudinariorum,rarius
fanoriim quoq. corpora vfurpafle.Scncca cnim Epilt 5 6.ita dc gcllationc
loquitur. Agcftationc cum maximc ucnio non minus farigatus,q,
fitatumamI>ulaflcm,quantufcdi:laborcftcniin diu fcrri,ac ncfcio, an co
maior, quia contra naturam cit; quac pcdcs dcdit ut pcr eos ambularemus,ocuIos,
vtp cos vidcrcmus. Dcbilitatc nobis induxe rc dclitiac&quod diu
noluimus,poflc dciiuimus,mihi tamcn ncccf fariumerat concutcrccorpus,utfiuc
bilisinfcdcrat faucibus difcu terctrfiuc ipfe cx aliqua cauflii fpiritus delior
erat,extenuarct illum iaftatio, quam profuifsc mihi fcnfi.Quac ucro tam
lcdticac,qua fcN læforma fucrit,nil itaccrtuhabcf,quin dubitarccuiuis liccat,
at« lamcn vcrilimilc cft,in capulumar,&:lcdulum ftratum fuiflc,quo &:
iaccrc. JL i B £ k iacere,&fcdere,&:prout Iibebar,quigeftarentur,pofIenr.anm
cete D ris fucrit noftræ diflimilis, uel potius fimilis jcredo non admodum
diflimilem exftiriflc^nifi quod noftras a mulis,uel equis ferc fcmpcr geftatur,
illa antiquorum ut plurimum afcruis kx portabatur, atq. ob id Hexaphoros
nuncupabatur, uri ex his ucr/ibus Martialis Lib.s, pcrfpicuum fit,inquibus
Afrumquendainpauperem,&:iuueneiu deridet,quod Icftica gcftari uellct. Cum
jis tam pauptr quam nec mijerabilis Irus, Tam iuums, qnam nec Varthenopæus
erat, Tam fortis, quam nec cum uinceret Artemidorus, Quid te Cappadocum jex
onus effe iuuat ? f^deris, multoque magis traduceris ^fer, Quam nudus medio ft
fpatiercforo, 2{pn aliter monftratur ^tlas cum compare mulo » Quæque vehit
fimilem hellua nigra Lybin, £ Jnuidiofa tibi quam fit ledica requiris ^ T^on
debesferri mortuus Hexaphoro : fimilitcr &: ubi Zoilum carpit, quod
lc£kicam fandapilac fiue feretro mortuorum fimilem habcrct. tlh,!, Laxior
hexaphoris tua fit le^ica licebit, Cum tamen hæc tua ftt T^oile fandapila .
Lib.^. Nam exhisliquido intclJigerequifq.poteft,le(flicamferefempcr
rcmfulm!^qucm vlum Cappadoces Marrialis, Gcrmanos
TerruIIianusadhibirosfcribunt)fiqueinterdumaliquis lcdicariorum numcrum augcre
uoluifset, prorinus fuifse norarum, qucmadmodum idem Marrialis indicauir, ubi
Philippum qucnda infanum uocat, quod ab odo fcruis Icdica eius ob quandam
diuitiarum inanem oftcntationem pcr urbcm geftaretur, OBaphoro fanus portatur
^uite Vhilippus, F Hunc tu ft fanum credis ^uite,furis . Cumitaquclcdica
antiquorum itafchaberet,nonmodoprofedc commoda, uerum ctiam conciliando
fomno,dum claudebarur infcruicbar,ur luuenalis reftatur his ucrbis. Tslamque
facit fomnum claufa lcHica jenejira. tamq. frequcnsillius crat ufus,ur caftra
Ie£bicariorum,qui folum gc rendislcdticis, ucl criam marronis in eis
dcponcndis,ac gcftandis, ur eft apud lurcconfulros mcntio, dcftinabanrur,
pluribus in locis habcrcnrur,in quibus&:iuraipfisdabanrur,&:
aliaincaftris ficrifolitaagcbantur,quamquamlibcrtis omnibus Icsftica perurbemge
ftariuerirum crcdam, Sucronij audorirareinduilus, quiClaudiu Impcrarorcm
Harpocratilibcrro ledica per urbcm uchcndi fpefta culaq. publiccedcndiius
rribuiflcfcribir. ArquifcIIam duplicem fuiffc . J7$ A finffctradidit
Antyllus,fiucpotiusciusintcrprcs;aItcrani,Hi qua fc^»'i-chro. cicbant,c]uac ucl
coopcricbatur, ucl apcrta lincbatur,&: a nonnullis,ucluti a Coclio
Aurcliano,porratoria fclla,ac fcrtorium diccbaturuilrcram in qua
iaccbant.primam quoq. tcmporibus noftris uidcrc licct,cum podagrici,diuitcs,
atq. alij principcs dclicijs nimis dcditiillaquotidicuchantur,quaitcm uiros
magiftrarum gcrcntcs olim gcftari confucuiflc,atq. indc currulis fdlac, in qua
ranrum fcdcbatur,nomcn cmanaflc arbirror:fccundam,in qua iaccbar,non
habcmus^quod cgo fciam,nili dicamus lc€ 17:6 Dc Agitdtione per lcCios fenfdes,
Gr* ^er cunas faCta de ^ Scimpodio Ca^. Xlh VOD agitationcm pcr ciinas, &:
Icftulos pcnfilcs, quos d uos fub KhivH^ vocabulo a Græcis complexos fcntio,fo
dtam inter gymnadicæ excrcitationes recenfere velim, lorfan aliquis mirabitur^cum
hac tempertatc cunæ iolis pueris cblandiendis inferuiant,p aucilTimiq. finc,
quibus medici pcnfiieslcftulos parari iubcant rucrumtamcn ismirari definet,{i
Galenum,Hcrodotummedicum,Actium, &: Auicennamdiligentcr icgcrc placucnt :
qui cum hui ufccmodi agitationcs inter alias corporumhumanorum exercitationcs
adnumerarint, cur amefiIcntiopræteriridcbcant,nonuidco. Nam cunas ob pueros
potius,quam adultos excogitaras fuiflenon equidcm diffitcor,fcdpu-^ to talem
motioncm interdum ui ris cum ad lcnicndos dolores, tum adconciliandumfomnum non
parum adiumenti pracftarepofse, Oriba lib. u t pracclarc fcriptum eft ab
AntyIlo,&: Ætio, apud quos lc6tus fiil^ h^fte. cramobiliaiuxtaangularcs
pedcs habensnilaliud meafemcntix fignificat,quam cuna^s ipfas,quas etiam
intellcxit Cclfus,vbi dixit,(i „ ne id quidcm eft,uni lcdi pedi certe funiculus
fubijcitdus eft, atq. „italea:ushuc,&:illucimpellendus.&:fi Oribafij
interpresnomen jtAiF^spro Icdtica transferre maluerit, et iccirco omnes
illosprorfus falli crcdo, qui in gymnaftica medicorum eas nullum ufum habere
cenfear. Quibus fimilis quoq. eft exercitatio illa puerorum,duni in vlnis a
nutricibus geftantur, quæ ic a medicis, &: a Platone pro ^
ipforumualetudine miruminmodum probatur. Eadempropeeft U.'2.^.ca.3.
tamlcquiavulgatæ,&:omnibus manifeftæ clsent . Quætemporibus noftris cum a
plerisque ignorcntur» opcr^e opcrnepretlum me fadurum fpcro, ii bi cuiicr, qujd
fcnrio, in mcdium artcram . Kam ck* lcchilispcnlilibL.sqi-ev piiinum ab
Afclepiadc cxcogiiatos rradit Plinius, opinor cosruiflclcctos quofdam^ !
paruosmodo c\'ligni:>,modocx acrc, modocxar^^cnro (maiorcs nollros criam
argcnrcos lcrtcs babuifle A ripfir Plinius) conftruftos,qui quatuor angulis
runibiisadcubitium Inqucaiiaalligaban tur,ita ui rcrra fubla'^i
aliquantulum,qua{i in acrc.pcndcrc uidcrcn tur.Balncafimihtcr^f^enhlia a Scrgio
Orata,tc(lc plmio^primum inlib.^.c.r^ iicnra,non quac
fuprauClAtkbanr^ai^rconcamcrata l(>ca, ut uoluc runr aliqui;,lcd
nuIlaa!iat"uin*ecrcdo, qiiani labra illa ucl marmorea, uclacnca>ucl
Ifgnca^ad lcc>ulorum imirarioncmlaqucaribus appcnfa, quo mmimo qucliber
manunm impii!fu,a!ias!enitcr,a!ias uchcmcnriusagirari ualcrcnr. quod Scnccaad
LuciIIum fcribcns B nobis manifcrtauit hisvcrbis. Jjalncarum fnpcnfura
inncntacft: nequid ad lautitiam dccflcr . His igirur moribus quolcumque
cxcrccri mcdici praccipicbanr, huic uni porifTimiMn iludcbanr, yr morum citra
Jaborcm, Jalfirudmcmic ullam aflcrrcnr: dcincepscurabanc.nciniexcrcirationc
iliaiucundiras dcliderarcrur, quac profcLlomaglia in lcflulis, armaximain l.alncis
rcpcricbatur, ncmpe quac pracfcr luauillimum iHum morum,aquac dclcdiaiioncm
addcbanr, dum ca molliiTMic, blandaquc ntillarione quadam (ingula corporis
mcmbra rangcbanr. fi namq. balnca pcnfilia eafuiflcinrclliganrur, qunc
fupratcifta ficrcnr, quomodo in illis maior illa uolupras, ob quamlccundum
Scnccam&: Plinium excogirata tucrunt, rcpcrircrur,quam in alij5>,non
uidco . Dc pcnlili lccto dixir Hcrodorus, gcftarioncm in illo t.imdiu facicndam
C cfsc, quadiu quifpiam in fclla gcitaius quadræinra Itadiorum ircr
conficjcbar.alrcri ramcn ciufdcmaucttorisfcnrcnriac hbcnrius
acquicfco>vidclicct huiufccmodi cxcrcirarioncm,quatacfse debcat, facile
numcro dcriniri non pofsc. quod non rantum in his, fcd &: in omnibus alijs
fcnrio obvarias, acdiucrfas acgroranrium affeitioncs, quibus non cadcm vJlo
modo conucnirc* pofsc, oinncs vel mcdio critcr in mcdica arrc pcriri uno orc
pracdicanr . Lcftulo pcnlili fimilcaliud inflrumcnrum uctcrcs habuilsc
iiuicnio,quoJ QKitiTriJ^m Gracci, fcimpodmm Larini codcm vocabuloappcllarunt.
huc licctnufquamappcndcrcnr, crar tamcn vcl lcdtusparuus, vcl quidinformam
lccti pcnfilis conftrudum : arquc ipfopcr Yrbcs,& pcruias ram uiri quam
muhcrcs gclbbantur,ur Dion hiftoricus dcmonftrar,fcribcns,primo Aug'iliu,ac
Tibcrium in fcimpodijsquandoq. uchi folit05,cuiufmodimuIicrcs rcmporcfuo gcN 2
Itabanrur, 178 L 1 £ R ftabantur, fecundoquod Seuerus,
dumBritanniamobirer,fcimpoD dio undiq.obtcdoferebatur. Ceterum
quahshuiusinftrumcnti figura exftiterit,haud fatis conftat: putandum cft tamen
fellam f uffe ita fabricatam, ut ledum plumcum paruum caperet,ita ui nxftum,
utpenderc viderctur, inquofinonpenitusfaltim exaliquaparte, qui
ferebantur,iacebant, &c vndique^ ne ab æris iniurijs læderentur, coopcriri
poterant. hoc intcllexiffe meo iu dicio uidctur luuenalis,cum Crifpinum quendam
mordcns diccbat. Sat. I. dedit crgo tribus patruis aconita, vehatur Venftlibus
plumis, atque iliinc defpiciet nos ? dc eodcminterpretanda efthæc infcriptio
quam mihideditAldus Manuiius Paulli dodiffimi, &: eloquetiflimi filius
cruditiflimus, quamquc Parma ad Andream Naugcrium olim allatam retulit. E D. M L. ÆMILI. ViCTORI. QVI. PRI DIE. NATALEM. SVVM
VICESIMVM. ET. SECVNDVM. PRVNA. I N. PENSILI POSITA. VRGENTE. FATO. SANVM.
IPSE. NECAVIT. SE. L.ÆMILIVS. VICTOR. PRINCIPALIS.ET ÆLIA. VENERIA. FILIO.
PIENTISSIMO E T. S 1 B 1 Mcth. neque aliud fignificauit Galcnus, quando balnea
ingrediendi mo-dumhedicispracfcribens haccfcriptismandauit:
ccggCfjsoOt/rccSQu-^ TioiAcci Ko^i^^ai ^iv \ial rov
cmiiATroJ^o^ltsriHcchccniou, idelt, ægrotantemuolo portariin
fcimpodioadbalneum. nequealiudLibanius Li.j^.c.io rhetorin
librodefuaipfiusvitaintellexir, dumdixit:cLidomi fum, F in le^to iaccoivbi vero
in fchola,in fcimpodio.ficut etiam idem intellexi t GcIIius,ubi fcribit, fe
Frontonem Cornelium pedibus grauitcracgrum
infcimpodioGræcienficubanteminuenifle. Patet itaque non modo ob delicias,atque
uoluptates a maioribus noftris iedlulos, ac balneas penfilcs, nccnon fcimpodia
; uerum ctiam, &a medicis gymnafticis ad cxercenda valetudinariorum corpora
vfur pata fuiflc . Quale porro fuerit inftrumentum illud machinamentu
li.3.c.^.& raptorium,&: macron fparton a Coelio Aureliano
uocatum,quaIii11. y.c. yJt. apud eundem rccufsabilis fera Italica nominata,
quibus duobus geitabantur, nonduii) mihi plene compcrtum eft, cum a nullo
alioau(5loreipforum mentionem hucufque faitaminuenerim. nifi tucrit. utfupra
diximus,petauruii>, uclpotiusfic Coelij contextus deprauatus. De
O^AUigiitiotiey Ti/cAtione. . NTER gcftarionisfpccics,quacplurcscxerccndis
corporibus cxftitcrunt, nauigationcm quoq. rcpofuit Antyllus, quem fccurus
Ærius, 6i poft cum Auiccnna manifcftccampro cxcrcirationc habitam dcmonftrat;
id quod utriqucnon ramabcxpcricnriamcoiudicio dclumpfcrunr, cjuam ab antiqua
diuini Hippocraris fentcntia, qui nauigationcm &: moiicrc corpus,
pcrrurbarc dixir. ni(i quod Auiccnna nauiga4.Aph.i4 tioncm inrcr dcbilcs
cxcrcitarioncs adnumcrauir, Hippocratcs ue ro eam corpus magnopcrc pcrturbarc
afscrir, id quod potius uche menris quam rcmilli motus argumcntum vidcrur . Hac
nauigationis excrcitarionc duas pracfcrtim gvmnafticas, fcd non admodum B
ufasinucnio, mcdicam fcihccr,&: bclhcam . Mcdici ca utcbanrur ucl ad
ahquorum fanorum habitus confcruandos, ucl ad nonnullorum acgroranrium
fanirarcm comparandam, ad (anos urcbanrur nauigationc,quod(i!t ab Ariftorclc
fcripnim cft) marcob placidas i partjV. afpirarioncsfalubriratcm inligncm
facit,undc nauiganrcs fcmper coloratiores exliftunt,qu;im m paludibus
dcgctes.Ad acgroros ucro,quoniam idcm humorcsputridos, ac nocuos rum uomitu,qucm
frequentiftinxinfucris præfcrrim parir, rumucnris,ac vaponbus ficcisex/iccare
narum cft.quare dicebar Auiccnna nauigarioncm 3'''^oc.i,
lepræ,hydrop](i,apoplcxiac, ftomachi frigidiratibus,nec noninflarionibusciufdem
magnopcrc prodcfsc. Plinius ucro&phrhifi-Jj^P cis,&:fanguincm
excrcantibusadiumcnrum afTcrrc Annaci Gallio * nisportconfulatum iracurati
exemplo rcfta^us cft . qu: ircmab huC iufccmodi affcclis Acgyprum peri non ob
rcrram ipfam,fcd proprer nauigandi longinquirarcm ccnfuit ; utcriamcius
NcposPlinius fccundus ZofJmum libcrrum fanguincm rciCLtanrcm co fc mi^ ^ ^pi^*
fifse,&: confirmarum a ualerudineredijfsc narrar. quamquam audor illc
nomine Plinij falfoinfcriptusin libro i.dcrc mcd. Icnfc-^-*^'^rir phrhilicis
utiiius c(sc in faltibus m( rari, ubi pix nafcitur,qua in
marinauigarc&cmarinaloca uifirarc. quod etiam tradirumcfta Marccllo mcdico.
nam &: Galcnus ix.dc linipl.mcdic.ubi dc rcrra Samialoquirur, mcmorar,
multospulmonc vlccraros Koma obid in Libyam profcclos, annis aliquot inculpatos
uixifsc, poftca ucro morbum recruduifse, ubi non pari cura uuicbant . Modus in
nauigationc ualcrudinarijs obfcruatus /ic ab Hcrodoro dcfcribirur, ^ .^, quod
afcxagintaftadijsincipicbanr, i?cin duplum Iiorum dclincbanr.Porro
luuiijationis plurcs fucrunt durcrcntiac, quando aliac Oynwtilica^ N J in iso
in mari,aHæinfluminibus, aliæinmagnis-, aliac rnpaf uisnaui-a bus,aliæ
remis,aliæ remulco, aliæ uento, aut uchementi,aut plain lib. de cidiorefiebant.
De nauigationcperflumina traditumefta Plutar^^aufliiua» cho, cam minus naufeam
producere, quam mare, quod tam odor, quam timor c maris adfpcdu proficifcenres
corpora pcrturbant,arqucfic uomirumcicnt, quæ resa fluminibus minime contin^it.
conrra Coclius Aurclianus in inueteratis capitis doloribus cctcris practulit
longam pcr marianauigationcm> quoniam (vtipfe inquit) fluminalcs, ucl
portuoliic nauigationes, ncc non ftagnorum, incongruac iudicantur, nimirum quæ
caput terrcna exhalatione
humcclantcsinh*igidant,maritimacuerolatenter,atq.fcnfimcorpus apcriunr,&:
falfac proprictatis caufsa corpus adurunt, atq. eius
habirumquadammutationercficiuat.Hicigitur fuitapud
gymnafticosmcdicosnauigarionis vfus, quam paritcr bclUcacftudiofos E amplcxos
fuifse diximus. quandoquidcm Naumachiac illac, quæ a Romanis in
circo,uelaIiquoterræ finuprope Tibcrimmanufa&io tali cxcrcitarioni
dcfignato rcpræfentabantur, fuerunt quidcm ad populum obIc(Sandum (ccundum
aliquos praccipue infti^ tutac, qualcs ilhicquas ab impurilfimo Hcli ogabalo in
Euripis vi £.Y vrbe ad marc huc prodimus pjbuiituyyt, procxcrcitio
Gymna(lico,&: Palacftrico hoc habcmus.quactamcn pifcario cum a Plaronc
improbara (ir,quod ncquc animus.neIn fopnift quc corpus in ipfa cxcrccarur,
lurcmcriro cam ramquam nulli uriJcm omncs fcrc gymnaftici rcicccrunr,nili quod
^jalcnusipfam ini.itu $5. tcrcxcrcirationcs,quac limul opcrafunr,rcpofuifsc
uidcrur, iicut ^P-'« et Auiccnnaingrcdicnrcm pifcaroriasnaucs dcbilircr
cxcrccri ccfuir. quorum fcntcntias duabus dc caullls infinnas rcputarc
debcmus,rum quia ncurcr corum cxplicatc, quid boni affcrac pifcario, Q
declarauir,quali excrcirationcm huiufccmodi non admodum probarcnt > fcd
communcm porius quandam fcrmonis confucrudincm fcqucrcnruri tum quia ipfcmcr
Galcnus pifcatorum habitus du^ ros,arquc aridoscflc dixic.cuiusaridiratis
rarionc Ariftordc pifcamcd^mL tores marinos pilis ruris pracdiros cfse anrca
fcripfcrac.unde mcdi3» p^rtic ci,qui bonum habirumcorpori
cxcrcirarionibusacquircrcftudit, quomodo durum,
([^aridumcfticcrcpifcarioncuclint,non uidco ; pracccrquam quod cunctac propc
pi(carioncsfub(olc,&:inlocis facpe maloacrc plcnis pcraguntur, una cxrcpra
maricima : ut his omnibus crcdcrc cogamur, pilcationis laborcm mcdicos parui
ælhmafsc. Ncq. ramcn dcfucrunt Jnipcrarorcs,qui cxcrciratioius cuiufdamgratia
inrcrdumpifcarcntur,ccu dc Cacf, Auguftofcriprum cft a^Sucronio,6«: dc Alcxandi
o Scucro a Lampridio, dc (luo ira fcribitrVfus uuicadi cidcm hic fuir. piimum,
i;t /i faculLis cfsc r,idc/lli cumuxorc non cubuifscr.marurinishorisin hu i';
fuo,in quo N A &:d:uos «2 et diuos pnncipes,fed optimos eledos,&: animassadiores,;m
qucis et Apollonium,&:,c[uantumfcriprorfuorum temporum dicir,
Chriftum,Abraham,&: Orpheum,&: huiufcemodi dcoshabcbar,ad Maiorum
effigiesfacrafacicbar. Si idnonpoteratproloci qualitarc, vel vcd:abarur,vcl
pifcabat,ucl deambulabat,uel uenabarur. Hæc Lampridius.Quid aurem fucrinr
pifcatorij ludi,qui quotannis mcn fe iunio rrans Tyberim a prætore urbano pro
pifcaroribus Tyberinis,au(5tore Fcfto,agebanrur, nonduin ira cerrus fam,ur turo
affirma re queam,arhlericam gymnafticam, cuius ludos fui(se,diximus,pifcationis
exercitium habuifse. De Natatione. V. AGNA,&:fereincredibilis apud
ueterefuitfempernatationis exiftimario, tanrumque per plura fæcula illius vfus
uiguit,utnonminus pucri narandi arrcm, quam primalirrerarum elcmenta
edocerentur. quotempore cum nullamaior ignorantiæ nota inuripofset,quamdum
aliquis nec lirteras,nec natare fcire diccbatur, fadum fuit,ut pofteriores il
lud in prouerbium conrra bardos, &: prorfus inerres continuo recc perint,
adhucq.iraloquediconfuerudopermaneat,quando naran di peritia,fi non eofdem
honoresobriner,quibus anteadtisfæculis afficiebarur,falrem nec penirus
neglefta, nec inurilis iacet. Ratio enim, qua impulfi maiores noftri narandi
fcienriam ranti fecerunt, hæcunaiudiciomeoexftirir,quodprimis illis remporibusapud
5c£ rcfpub.quafcunq. viri fortesprac cæteris,ut fcribit Ariftoreles, ho
Prob.y.& norabanrur,qua(i ab hisloIis,&ciuitatum filus,&: imperij
propaga 2.Rhc.c:.4 ticpendc rer:&: ob id quifq. uel faltem maior nobilium,
arq. eriam aliorumparscomparandæforrirudiniufque aprimis incunabulis incumbcbat
. Quocirca,ut in naualibus quoque pugnis,quæ runc frequcnriuscommitrcbanrur,in
rranfeundis uadis,ac fluminibus homincs nandi arti confiii pcricula magis
euadcre pofsent,minusucformidarcnt, (quando facpcnumero milites mare ingrcdi
coadi ob nandi ignoranriam fuffocabanrur, qucmadmodum exerDc Cyri cit^-^i ^yi*i
cucnifsc memoriæ prodidir Xenophon ) ficq. forricres minons jntcraquarum
pcricula ficrenr,natarionispcritiam exrulerunr;qua «^pc^i^ctiam rarione Komani
uerercs,ut Vegerius fcribit,quos ror bclla,&: continuapericula
miliraremdifciplinam docucrant,campum Mar llb.i dcrc tium Tybcri vicinum
dclegcmnr,in quorum alreroarmorumexer miii.cio. citationcs
inirenr,inalterofudorcm,p-uIueicmq.diIuerent, acfimul if, A mul natarepcrdifccrent
>uthisrarionibus,ac VcgcrijauAoritate facilc lit iudicatu,militarcm
gymuafticam nat.mdi cxcrcjtacione noncaruifse. Cctcrumpoflcnori tcmpore non
modonaranoob difusrationcsufurpatarcpcntnniicrum etiamob ualctudinis con
fcruarioncm,nonnullarumquc adcdionum curationcm mcdicis gy mnallicisipfiim
probatam hiific Antyllus tcftatum rclic|uit. q:i". J itcmfcnfillc uidctur
Galcnus inprimo ad Glauconcm,ubi Liboranribustcrtianafcbrc
conccdit,utungantur,&: balncum ingrediantur, ibiq. madcfiant,&: li
uclint, ctiam natcnt . Qiiod cnim natatiocxcrcitationisloco habita
tucrit,practcr Oribalij ^uidoritatemdccaintcrcctcrasexcrcirationcstradantis,
&:alauationc,dc: qua libro pollca dccimo fudirunc fcripiit fcparantis, ipfa
qnoquc ra tio pcrfuadct, ncmpc quia in huiufccmodi morionc infignitcr uiiiB
ucrfum corpus,&: mouctur,uc duobusmodisnatabant, ucl inpifcina,qLiam m
frigidario luifsc /upcrius dcmonftrauimus: (tamctfipifcinasapud
Varroncm,&:aIios La:inæ C linguacauvftorcspropriclocapifcibusalcndis,
^faginandis dicata fignificarc crcdatur)ucl in labris illis amplis,quac adhuc
Rouiæ uifuiitur . Qu^od in pilcinis, quac in frigidario tlicrmarum acdificatæ
erant,quafquc thafio lapide aliquando circundiitasfuifTc tra dit
Scncca,iiatarcnt,omnium clarilfiaic ollcndit Ciccilius Plinius, Epm. 7,9^ qui
in Epi(t.li.2.viilamiuam cxacliifimc dcpingcns,dc balnciscius itafcribit. indc
balnci cclla frigidaria fpariofa,&: cf}afc,cuiusin contrari js parictibus
duo baptiftcna ucluri cieda linuantur, abunde capacja fi innarc in proximo
cogitcs, adiacct undormm, hypocauftum, adiacct propnigcum ; balnci mox duac
ccliac magis clcganrcsquamfumptuofac.Scdhoc clarius explicat li.^.ubi Tufcos
luos defcnbcns iiitcr ccicra hacc habet . Indc apodyrcrium balnci „ Iaxuin,(5(:
hilarc cxcipit cclla frigidaria,in qua baptirtcrifi aniplum, natare Iatius,aut
tcpidius udis. Ex quibusomnibusfatisapcrtum cft, tdyin gymnafijs fiue
balneisueteres nare folitos,atque in higidan} D baptifterio alias pifcina
uocata>de qua menrioncm kcit TertuUianus in lib.de baptifmo, et dc qua
exiftimo locutum Galenum dum in y.Merhodi ficcitatcuentriculi
laborantescurandiratione edoces,magis laudat lotionem in balneo fada Iv
rocgHoXviJiHSg^is . ideft, inpifcinisnatando inftitutis,quam
h70i\i4iKgotQm/tMig,c[[iamquam etiam pifcinaminterdum in area gymnaliorum
acdiricatam credo, ut teftatur Plinius loconunccitat Ojinquopoftdidaucrbaait.
In areapifcinæft:&: ante Plinium Maitialis, quili. 5. Liguhnicuiuf* dam
infuUi importunitatem dcfcribcns dixit) In tht ftncjs fu^io Jonasai aurent >
Vifcinam peto, non licet natare . ni uelimus Martialempotius de publica
pilcinalocutum cflc,quam fuilfe RomaCjCx multis, &maximecx Regionum
fragmcntofub E porticuCapitoIina intclligcrc poflUmus,vbi Vici publicac pifci*
nac clara mentio habetur,de qua ita Feftus Pompeius.Pifcinæ pu blicac hodicq.
nomen manet,ipfa non exftat, ad quam &: natatum, cxercitationis alioqui
caulTaueniebatpopulus: unde Luciliusait, Pro obtufo ore pugilc, pifcinenfis res
eft. L)e huiufccmodi pifcinis fcriptum efta Dione Maccenatemomniumprimumm
urbeaquarum calidarum naratoria inftituiflc . Quod ucro in labris illis
fimiliter natarcnt,ucl faltem natantium inftar mouerentur,conijcio, cQ ex
magnitudinc labrorum,tum exuerbisGalcniin i. adGlauconem,quandoin
tcrtianæcuratione natationemin aqua commendat:quoddc pifcinis gymnafiorum
nequaquam intelligi dcbet ; tum cx Coclij Au rcliani uerbis, qui in capitis
dolorc, atquc etia in p arrhriticis curandis, natationem minimc fub dio fad:am
> nec non fcruentcm, atq. ctiamfrigidam probans,duo demonftrat;primum in
locis claufis, &: ctiam apcrtis, qualis crat arca pifcinac, altcru ta in
aqua calida,quam frigida natari folitum, unde clicio natatione feruentem folum
in labris faditatam.cf fi Plinius in locis paulo ante citatis pifcinæ calidac
mcntionc fccit,fub hifcc uerbis,Cohæretpifcinacalida mirificcj exqua narates
mare afpiciunt,dc calcfa ^ta ui foIis,&r maritimo fituporius^quam de
fcruclac>aab igne,ut intcIIigitCocIiuSjUerbafcciflc uidetur. Quac extra
gymnafia,fiue priuata balnca cfficicbatur natatio, modoin fonfibus
latifl]mis> modoinlacubus,modo in fluminibus, modo in ipfo mari agcbatur.
dequibusfcrmoncm habens Ariftotcks,dixii,nichi?s ir mari, '
quan\influuionitari,diutiusqucibi moramrrahi,quoniam ucluti mare aquæfuæ
corpulcria,cra(Tnieq. maiora>quam dulccs aquæ fLliiA fuftinct oncra,ita
facilius corpora hominum cleuata tcn'cr,& confe qucntcr minusilla
pcnctrarepotcft, cuin dulcesaquaco!) rcnuirale luam citius,&: lcnius
illabatur . Hxrra balnca quoq. apud aliquas nationcs loci pcculiares nando confti
ucbantur, et idc(. KoXvitSHd^xL uocabarur,ftcuri legirur npud
loanncHuaniZcliftamdc Jcfu ('accocap/p.. dicctc,«Tflc)/t,wcTiiy
icMvfcJ};I^fflw/ TQ\/ ciMixiJL K(c$ w^itijubi nacaroriam Silocanriquus
intcrprcs iranlluli:. lraq.na:aLioncarccdismorbis,fanifq. corporibus
cxcrccndis,&: confcruadis vfitaram fuKTciam Luis parcr: quando itc
Ariftotcles fcripfit naranrcs in maii filubritcr cxi naniri . vcrumramcn illud
animaducrri uolo, plcrumq. ob dclcsflationc,6i: ad ardorcs,&:liccirares
rcmpcrandas,h()mincs nararc conlucuilfc,cuiU5 graria in acftarc dumraxat natan
folitum luir. DcVcnatione. (ap. XF. RÆCLAR IS SIMA cxrat
GaIcnifcnreria,cxomnibus corporum cxcrcitarionibuscaproculdubio vtiliffimam
vidcri, quacncdum corpusfarigarc, verum criamanimam oblciflarc ualeac, 6c iccirco
fapichtifIn lib. dcludo parluc pilac. iimos illos haberi dcberc, qui in
ucnationc cam cxcrccndi corpora formam inucncrunt, in qua mirifico quodam modo
laborcs uo* Iuprarc,quafiq. laudis cupidirarc ira rcmpcrantur, ur tacilc
iudicari non podir, maior nc fit corporis, an animi motus . Acccdit huic^ quod
natura ipfa, quac animalia cuncta hominis caulla produxit, ueaarioncm quafi
praccipcrc, &: acccptam habcre, ut lcripfir Arii. PoJiu Q
ftoteIcs,uidc'ur,quumin ipfa propriaspoflcllioncsacquircrcconc^ tur,fpcLtacuiumq.
nullo fcclcrc conraminarum cxhibcatur, fcd
fimul,&:corporisrobur,&:animi uigoraugcarur . Exquoncmonoa uider,quam j
rudcnrcrfcccrintmcdici,(]ui pro cxcrccndiscorpo-* ribus,ijfq. ualidis,&:
lanis conferuandis, ucnationc ranroperc acftimanmr,cuius nimiruftudio antiqui
illi mcdicinac parcntcs Ciiiron,Machaon,PodaIirius, AcfcuIapiusufqucadeo,ficut
rcfcrtXcnophon, arferunr, ut non minus in ea laboris, quam in arcibus, in
qLibusualde cxccllcbant, (ibi impcndcndumquoridic purarcnr, Ncq. ucrofolam
medicinac gymnalticamhuiufccmodi cxcrcirationcm,fcd bcllicam quoq. &:
achlcticam rcccpifsc,proba(scq. credcndum cfti fi quidcm uel dclcvflationcm,
&: gloriamAiuarum gratia arhletac Iaborabanr,ueI milirarcm pcririam,&:
f(.rrirud:nc,quibuibeilicacgymnafticac cxercirarorciinuigilabant/ifpcAcmuSj^
cumu. n6 cumuhti/Iime omnes in ucnationis cxercirio reperiuntur, atqueD
ineopraefertim^cf noninauibus dccipicndis, fed in terrcftribus animalibus fiiie
dolo capiundis Jaboriofe uerfatur,dcquomagis noftramhanctraftarionemintelligi
dcbcreuolumus. Etncfineilli .ftrii:mau£lorum teftimonijs hancfcntctiamaudad(
ri.in:isproferrcuidcar,quomcdounaquacq. gymnaftica uenandi excrcitationc
ufafic, iaminccptam uiaminfcqi.ensdcmonftrarc conabor. Qupdenimilla
bellicacfortitudini affcqucndac maximumadiumcntum pracbcrc putarerur, locuplcf
/fime teftarum fecitPIato, quipoftquam in Thaceteto^&y. dc lc^ibus /cnandi
difciplinam in trcs fpccics, aquatilium fcili( et, uoIatiJ «um, Sc terieftrium
animalium diftinxiflct, improbaiisaijjsduabusproiLuenumeducationc,detcrret'iuinucnatione
in h le 7. dclcgibusita concludir. J^' w -mv ^TTcwuzLTcL ^cW^
\x^cr^^ci^^v(TiTc^ii^] Trdiyumq^iT^ i (piKoTTOVH 4t/ „ viv.v\ ;:^fv CtTlCCVniV
jyjtpA^cn J):>6^uo/Cy (t TiXnya^c: y(t /SoXajqcwTix^^Hpi^OrpXov-ngofjOi^aiJ^ieicxA
yy ^ OeioA ^^;weA^c.idcft,Solum itaque tcrreftrium ucnatio,capturaue, „
athletis noftris rcliqua cft,atque harum,quae dormientia animalia yy peculiari
uocabulo nodurna uocata pcrfequitur, fcgnibus conue5,
nit,nulJamq.mcrcturhiudc,ficuti ncc iIJa,quae laborum intcrmif„ fioncs habens,
rctibus, &: laqueis non laboriofi animi uiftoria fera5, rum robur cujnccrc
conarur.unde folam ilJam optimam eflc rclin5, quitur,in quahomincs quadrupedia
equis,canibus,&:proprijscor „poribu$i]cnatur,quosomnesfuperantini,qui
fortitudinisdiuinae F 5, poifcliilonem curantcs proprijs manibus
currendo,fcriendo,&: iacu yy lundo ucnaiioni opci-a nauant. Ex qui bus
uerbis clarc pater,quan„ tum 1-Jato in comparanda fortitudine bcllica diuina ab
ipfo nuncupata, vcnationem dixcrit cxcrcitatoribusinilitaribus confcrre.
quosqnomodoipfcfub dOXY^iiiV nominc comprchendat, fuperius indicauirnus.
Euidentius,quam Plato,locumhunc cxpJicafleuidctur Xonophon, qui dc Cyro in eius
pacdia ita fcriprum reliquit: T?^ TToXiM^-ihg Ji lv}}ca dcniY\or to; OY\pav
[f^yof, bWtp icryteiv rctZrct fivn yy ;!^ rcw^rl^v n^^bf/^iJO^ € jAce^c a^ic^lw
icTTtYKTiy ttoMuixZv ^tvcLf, iW/jcTicJidAnCv/.Wlw. idcft,
Excrcitationisautcmbellicacgratiaeos ^ ad ucnacioiiem cduccbat, quos haec
cxercere oporterc cxiftimabar,hanc ratus &:omnino bcJlicarum cxercitarionum
optimam, ' &: cqucftns ucrifiimam. Quo ia loco nemo non uidct, quaiu apcrcc
A apertcucnarioncm ad exercitationcm bcllicamomniiun nuximc conducerc ccnfucrit
. undc poftca in lib. dc vcnarionc iuucnc.s ad capclTcndamhanc cxcrcirarioncm
duabus praccipuis rationibus adhorrarur;tum cf corporibus bonam ualcrudincm
comparat : tum cf cosad bellum
maximcinltituit^drcnuofqucmilitcs^&cctcrisrcbus agcndis idoncos rcddit . At
Arillotclcsnon tantum bcllicac iib r exercuarioniucnandi lludium conduccrc
uoluit, quinimo illud ^ ipfiuspartemmanifcltaorarionefccir : ut nullaamplius
dubitat io fuperfit, quin intcr cctcras nulitari gymnafticac infcruicntcs
cxcrcitarionesuenatio quoquc locum obtinuilVc dicatur. Quod vcr« . nec
athlctica profcflio huiufcc gcncris cxcrcitiocarucrir, vcjk-: nes in
amphithcatris ab Imperatoribus facpcnumero rcpraefcnra tac,&:apud
Latinosfcriptorcs miru in modum cclcbratac dcir.ouB ftrant: quac liccrab hac
noftra nuilrum diucrfic fuilTcanpai canr; illius ramcn fpcciem praefcfcrcbanr,
nt mpc cum bcftianj,arq. alij mortisfupplicio condcmnari co prorfus modo
aducrfus fcras, vfq. ad alcerius intcritum (ur rcfcrt
Suctonius)contcndc:cnr,quo vcnatores contraminus immancs bclluaspugnarc
confucucnir.t . Dc medicorum gymnaftica, quod fcilicct ucnaiioncm ualerudini,
Sc bono corporis habitui comparandis, tucndifq. probarc u, ncmini non conftarc
arbitror, quando,practcr Xcnophonris lcnrentiam i Jctnfiu citaram, practcr
Galeni aucloritaxm, qui inrer cxcrcirationes corporisfaniratiinfcruicnrcscamrcpofuit,
ludoq paruac pilacin hoc ludo parfoluminfcriorcm fe':ir,quod maiori appararu
indigcar,proptcrca " nec arrificibus,nec ciuilibus ncgotijs implicitis
conucniat; practcr iuniorcmPlinium, quiuenationc corpus fanum confcruaflc inii-li
y.cpift, ^ nuar, practcr aliorum argumcnra, unum Ra/is Arabis mcdici
cruditiirunitcftimoniumfufHcercporcft, apud qucui icgirur, contigiflVin quadam
pcftc, ut, dum omncs fcrc pcrircnr,foli vcnarorcs, in jo.coa. obfummam
ualctudinem airiduisexcrcitationibusparram^incohimeseuafcrint.ncfilcntiopractcrcaLaccdacmonios,
a quibusolim ad coenam Dionyfius Syracufanus acccptus, fc cibis appoliris dde
Aari negauir. cui flarim rcfpondir coquus idco illud cucnifsc,quia nec in
ucnaru,ncc in curfu laboraucrat, &: idco fiti, &:famc
carcbar,quibusLaccdacmoniorum cpulac condicbantur. Itaq. mirari nullopado
debcmus,fi Mithridatcm,qucm ufq. adcofanitaiis,&: uitac ftudiofum fujfsc
fcimus,vcnationi ita auidc opcram dcdifse lc gimus,ut fcptcm annis, neque
vrbis,ncquc ruris rcdo vfus (it . Ergo nianifeftuna cuiuis iam cfsc potcft,
quantum in cxerccndis pro uaicrudinc corporibus ucnatio apud uctcrcs acftimar^i
fucrit. cuius cum multac cflent fpecies, quanim aliæ rctibus, aliac laqueis,
uifco,& aucupijs, aliæcarniuoris,&:rapacibusauibus,aliæcanibus,
fagitfis, uel puris, vel rindis ; quas ideo Gallos uenatorcs hellebo^
roinficereconfucuiiretraditPlinius, quia circumcifo vulnere can.xy.c. y.
rotencriorfcntitur : aliac armismodo in uolarilia : modoin rcrrcftrcs belluas
peragebatunilias ucnationcs aptiorcs cxiftimaras arbl tror,
inquibushominestampcdibuseunres, vcl currcntcs, quam equis vcdi fcras canibus,
&c armis infcdabantur ; nempc quas tum
corporamagisexercere,tumfenfusomncsacucrc, tummaiorcm
animisuoluprarcmafrcrrcncmoncgarit . Eam enimuenarioncm,
quaccumaccipitribus&afturibusaducrfusaucshifcc temporibus exercetur, an
commendarint antiqui mcdici, affirmarenequco, 7.de his.
quod,IicetAriftotcI.memoriacprodidcrit,incaThraciac partc» ' quæ olim
Ccdropolis uocabarur, homincs focietarc accipirrum perpaludes aucupari
confucuiiTc ; nihilominus gcnus illud venationis noftræ ualdc diflimilc fuiffe
uidetuv; quandoquidem illi iplilignis, quacmanibustcnebant,
arundines&:fruteramoucbant, undc aues ob ftrepitum cxciratas, euolaresq.
accipitrcs dcfuper infecLabantur,quorummetu aucspcrculfæ terram
repercbanr,ibir. quc pcrcufTæ baculis a vcnaroribus capiebanrur, &c earum
parres' accipitribus diftribuebantunnoftrum ueroaccipitribus,atque aftu
ribusedodtispcragirur • quodantiquos ignoraflc, et Conftantini Imperatoris
actaie inuentum eflc, infinuat lulius Firmicus :_ ficutr etiam ignorarunt cam
uenarionem, quac canibus arte quadam m-^ ftrudis, &: rctibus aduerfus
cjualeas,pcrdices, &. faiianos cxercctur. Sed dchisfatis. Exflicit Liher
Tertinj* .0 m H?9 "De ratione agendorum ^ ^ dc exercitatiom ryS. Cap. L VM
gymnafticæ origincm^ciufque fnccics» &: fpccicrum(ut (ic dicam) fpccics ab
antiquis traditas,ac inufu habiras,iam clara,quantum conccditur, cfTcccrimus,
ad pcrficiendum tradationis noltrac inftituru rclinquitur, prius
U!iiucifa!cs,communcsuc cxcrcitarionumomniumrcgulas tradcre,quarum dudlunon
modo li '•gula cognofccrcs Ycrumctiam vti unufquifq. pofTit : dcinceps ad
parr\-n!.:ria,&: magis propria rranfcudum c rir,ur in llngulis cxcr
citationibus,quid boni>&:quid malirclkicat, flicilitcr pcrnofccrc,
&: cogp.itum partim amplcdijpartim cflligcrc valcamus.luiflct
profcctoinanispropcIabor,acuanum ftudium cxcrcitarioncs vfquc adcoapud vetcrcs
cclcbraras pcriicftigaflc-,niiictiarautiliratcs,&: commv>da,quori:m
gratia totam gymnalticam,&: c6didcrunt,&: in
quotidianuaimcdicorumufumcduxcrunt,pcrfpc^ta,&:cIarahabe rcnt
iIli,qiiibushaccnoftralcvttirarc,ijsquc ad faniMtis profcCtum non ofciranrcr
uti placucrit.Arq. in hoc idc ) magis inihi clabciran dum efle cenfco,quoniam
Galcnus Hippocratis arque Plaronis pla ^ citafccutus^in omnibusquidcm
artibus,lcd pracfcrrim in mcdicina, uniuerfalcsmcrhodos parurn iuuarc
clamar,nifi particulanum tractationcs,ac indiuiduorum fpcculationcs
accelTcrint, quibus rii r€s communi mcrhodo inucntac ccrrius contirmcntur, tum
carum fimilitudincsac diflimilifudincs,unde omnis iiumana deccptio,ut in
Phacdrofcripfir Plato,principiumfumir,probc difccrnantur . Hanc igitur ab
anriquis philofophis, atquc mcdicislaudatam uiam incedcntcs,tractandorumomnium
ab iplius cxcrcitationis narura initium capicinusrquam cum dcfinicnmus morum
qucndam corpo ris clfc, atquc omncnrmotum ncccllai io diffcrcntiac nonnullac
fcquantur,nimirum vchcmcntia,rcmiflio,ccIcritas,tarditas,&: limilia: &:
proptcrca in quouis motus localis gcnrrc corpus quod moucndum cft,Iocus ubi
moucri dcbcf,tcmpus in quo moncarur,ac iplius morus mcnfura,atquc modus cx
nccclHtatc rcquirantur, confutaris corum,quidccxcrcitarionibu5 maIcfcnfcrunt,opinionibus,primo
diffcrcntias illas excrcitatione confequentcs dcclarabimusrfecunD do,quæ fint
corpora excrcitationibus apta,& quac inepta, dcmonftrabimuiittc rtio,
qualis efle dcbcat locus,ubi jJli excrcitationibus operam nauare dcbent, qui
uel confirmandac, vel conferuandæ ualetu dmi ftudent: quarto, quodnam tcmpus
cxercendis corporibus opportunum habeatur; ficuti namque corpora omnia non
omnem excrcitationisfpccicmpcrferunt, ita fimiliter non quiuislocus,nec
quodlibct tcinpus cuicunquc aptanrur.Sed,quia jmpcrfedahæctraaatiorcmancrct,nifimcnfuracxercitationispracfcribcretur,ideo
qujnfto fubiungam,quantum cxcrcendum fit.Addam &: fexto modum,quo
exercitatio adiri debeaf,atque fic ad particularium cxcrcitationum qualitates
examinandas dcfcendcns nihil relinqucre conabor,q^ in hac materia iurc
dcfiderari qucat,&quod l ædieca. ab Hippocrate,fiue Polybo pro
laboribus,aut cxcrcitationibus tra E dandis cognitu necellarium pofitum fucrit.
Scd hoc antequam aggrediar,illud prius hoc in loco præfandum efTc, iudico, ea omnia,
quæ in hoc quarto volumine tradituri fumus,tati in vniucrfo exercitationum
negotio mojnenti cxfiftercut, ijs uel ignoratis, vel negledis,
excrcitationesdetrimcntapotius,quamcommoditatcsuIlasinferant.-innumeræquandoquidemcxcrcitationes,
utpræcla1. J tu.va. re fcriptum eft a Galeno opportune ac prudentcr
adminiftratæ,er ^ liSo. ^^^^^ naturæ in corporis tcmperie fadtos, tum hominum
in ui&mac.ruc! procuIdubioefsentilli, quinatura corporis imbccillimi funt,
qui cum ab exercitationibus utilitarcmcapiant, ceterosquofcumqucabijfdemiuuari,
&:iccircoillis uti dcbere confequens cft.His crgo rationibus pcrfuaii
cundispaffimhominibusantecibumfaltem iniungendas excrcitationes ef'fe
prædicabant: fed&ipfiapcrtiirime hallucinati deprehenduntur, Qiioniam cumhominumnaturæ,&:conditioncsufqueadeo
pcl^«^lHicrlac fint,ut neminem inucnire (fiturfcripfic Galenus) alteri fiE
milem prorfus liceat, fintque quibus medicamcnta noceant, quib. 5^. Epid.
profint,quosimmodicuscoitus,fiucAc illos,qui hoc alfcucrarunt,toto caclo
abcrrafsc^quamuiscxcrcitarioncm commu nitcr acccpram, prourquaflibct ucl
minimas corporis agitariones compIcdirur,ncmini fano ncgari pofsc farcamur,
quando nihil fanitati tam hominum,quam brurorum acqucperniciofum, &:lcrale,
^ im:cniri:r, arqcc cuiufli iK-r motus cclsario, confumatumue orium, quibusnon
tanrumuniucrius corporis habitus mfignircr rcfrigcra tur,calor natiuus
hcberatur,humiditatcsfupcruacuæcrcfcunt,mo Icftusquc quidamomnium uirium torpor
connurritur,ucrumcria, lib.dcdb. utdiccbat (;alcnus,cunctamcmbratcnuia,dcbilia,atquef1accida
^cuadunr,& fubindc nonrarocxiriaIcsmorbinafcuntur,qui,abhui"'^c-cau,
moribus frigidis plcrumq. origincm duccntcs,ucl ad mortcm, ucl
ndpcrpctuamualctudinis offenlioncmpcrducunr. N 4 K^' a.Aph. T^darguu7itur^qui
ajfueto Jolum exerceri uolebant. Caf. III ESTAT falfa eorum opinio condcmnanda,
qui affuetos folum cxcrceri debcre,inafluctos minimc cxcrcendosefrc iudicabanr.
quorum fcnrentiatametfifpecicm ucrirarisquandam præfeferat, cercrisque duabus
iure anrcponi mercarur,haud tamen prorfuscrrorcuacar,dum alTuerudini nimium
rribucre, quafique fupra narurac condicioncs illam ftatucrc uidcrur. Ccrerum ne
honimplacitainiuftcrcfcllerc crcdamur, &rariones, quibusadducliin eam
fcntentiam iucrunt,&:crrata,quæ commife runtjin medium proponcmus,vt
vcritas facilius cluccre acquo iudi ci pofl^t.Iftiitaq. cum legiffcntapud
mcdicoium principcmHippo cratcm,eos,qui confuctifuntfolitos
Iaboresfcrrc,etfifucrintimbccilles, et fencs non confuetis, fortibus, &c
iuucnibus facilius ferre ; quacq. cxlongo rcmporc
confuerafunt,erfidctcriorafinr,inafluetis minus incommodare,affeueranrer
pronunriarunt, ncminem iaaf fuctum cxcrcirationibus,&: laboribus committi
dcbcrc,aIioqui ma ximopcre offcndi^fcd dumtaxat aflueros, ncmpc quos partcs
cxcrci tatas robuftiores habere,& proptcrea laboribus finc damno refiftere
experientia demonftrat. addcbant his rationcs, primo quod omnes illi,qui
cuilibetrci infucfcunt, raagna ex partenaturæfuæcouenientem confuerudincm
deligunr;quoniam lædentia expcrri, il la rcpudianr,&: iuuantibus
adhacrcnr.unde excrcitationibus vafl^iic ti in illis tamqua fibi familiaribus
confcruari debennqui ucro quie fccndi confuctudincm contraxcrunr,ab
illanullopadofunrremouendi,quafi tales expcrri fint ab cxcrcirationibus fc
ipfos ofrcndi,&: aquierc utilitarcm
capcrc.Sccundo,quodiuxtaphiIofophorum,&: mcdicorum placitaconfuerudo in
naruram rranfit, &:iccirconon fccusconfuerudincm
pcrmuranrcsobIacduntur,atquciIIi, quinaturam pcrucrterc, &: aducrfus illius
impctus obrcnderc conantur . Tcrrio quod fi confucti quicfccrc longo rcmporc
fani ira uixerunt, ucrifimilefir,in eadem quictc rcliquum uitæ curfum ipfos
fanospe ra£luros;exaducrfo ucrendum cflc, nc ijdcm ægritudines diucrfas
incurrant; fiquidcm pcrmutantes in contrarium uiucndi rationem, &c alia
ipfi confcquentia in contrarium ftarum pcrmurari, nccefTarium vid etur .
Huiufcemodi crgo rationibus indudi, ifti conftantcr affirmarunt, confuctudincm
non debcrc murari, &: ideo folitos cxcrceri cxcrccndos cflc, &:foIitos
quiefcerc in quiete permancre dcbcrc. Scd,urdixi, liccthiinifuisculpantiam
fcntcntlanifcciiti fmr,att.uncnncqiicipricrroril)us carucrunt,c]uia
Hippocratcsin i-Apluytf omnibus ad inallucta tranfcunduin cllc iudicauir,nc
quando ad illa dcfccndcrc coaocratiscitataaudtoritasineofcnfuaccipi dcbcr,ut
uolucrit,qucmad^ modum&:nos,vclimus,nolimus,aircntiii
cogimur,afluetainfolitis minusturbarc, ncquc proptcrhoc interdixcrit, quin ad
infolita quandoquctranfcundurnfir,6jpracfcrtim cumafsucta ualdcpraua
funt,&: inafsuera mulro mcliora.Piinlacitaquc raiioni rcfpondc mus,a{TumptumfaIfumcfscuniucrfahtcrintclIcdum,
quoi;iamlicuti multi coniuctudincm naturac corum conucnicnrcm induunr, ita
quamplurcs ucl dulccdinc allcdi, ucl ncghgcntia, aut alijs detcnti ftudijs,ucl
prac nimia ftupiditatc fcfc lacdi non fcnticntcs,iii malis confuctudinibus,
&c naturac ipforum inimicis pcrfflunt; qucmadmodumfaciuntquicfcendo,
&:afsuctJ,6d dcdiri,qui quictisuoluptarc dclibuti non fcnticntcs
ofrcniioncm cialfucucrunt ; non aurcm quod cam tamquam fibiipfisconucnicnrcm
clcgcrinr, nimirum quam iam antc hominibus cundis inimicam probauimus.
Adfccundamucrorationcm dicinius, narurainprofcdo,& confuefucrudjncm parum
diflcrrc ;haudtimcn fcqui cx hoc,quod numquamconfuctudo mutari dcbcat:
quandoquidem fi mcdici naturas prauas, idcll naturalcs intcinpcrics cincndarc,
in mcliusq. permurare omni aite contcndunr,ur faniratcm,&: habitum bonum Q
corpori ingenercnr,cur itcm pclfimac confuctudincs ab illis in honclliorcs,
&: falubriorcs pcrmu tari ncqucant, i gnoro ; co pracfcrtimquodfacilius cxfuuntur,quac
confuctudinc fucrunt conrra£ta,quaraquac aprincipio orcus anatura tradita.
acccdit huc, quod otiandi confuctudo pcrniciofa cll, quia ( vr diccbat CcHus )
I ib. r. poteftincidcrc laboris ncccflitas. Tcrriacpracrcrca larioni oppo^^i' ^
nimuseos,qui inprauisconfucrudinibus pcriiftunr,tamctliob iu.cunditatem non
aducrrant,pcrturbari, ur mnucrc uoluit Hippocra tcs,dum haudquaquam inalsucta
dctcriora non rurbarc, fcd minus tiirbarc dixir ;ncqucproprcr hoc
Iaudari,45^probari dcbcrc,quod multo tcmporein fimihbus confuctudinibus
uitamfanam traduxc rint : quoniam ficnti diccbat Galcnus,illi,qui cibis mali
lucci uicb* tant,longo tcmporc maligniratcm intus alcntcs,tandcm qualibet uel
minima occafionc pcflimos morbos incurrunr, fimiiitcr iquoquc in pcirimis
confuctudinibus pcrfcucrantcs facpcnumero .dealini. mtus 2CO
intusmaloshabitnsconcipiunt, quos pcraliquod teinpusnonpercipiunr,quoufqiic
humores praui orionuiriti, &fupra niodumaudi incurabilcs^&molcfblfimas
acgrirudincsinducunt. Qiiarnobr^ claborandumclt,uniucrfJsfiinam uitam
optantibus,utmalacconfuerudiniinnutritiminimcfe uoluprare, atque damni
ignoranria decipi linant,immoquamprimum ab earecedcrc, paullatim tamc, et ut
dixit Hippocratcs iKTr^odxyooyHt ftudeanr,illud procompcrto
habentespotiuscumaliqua molellia pcrmurandas cfse pcrniciofa^
confuctudincs,quaminiIliscum delcftationc pcrfiftendunK Atque hæc pro male de
Cikcrcitarionibus fentientium refutationc diifcafufficiant. Tcmpus modo cft,
qude corporæxercitationibus accommodentur,quod tcmpus,&vjUilocus, dcmonftrare:
fcd antcquam hoc aggre Jiamur,diffcrentias,ut fupra promifimus, ipfiusquc
tradatioiiis ordo expoftulat, cxercitationum breuitcrpcrcurremus.
exercitationHm differentijs. Ca^.V. ViCVMQVE cxantiquis excrcitationum
facultatem fpecul ari)&: fcriptis tradere aggrclfi fuerfir,tres primarias
illarum diffcrentias effcccrunt^ quarum aliamTraf«(rxw/«si;cflV;j4//xf/poft
^/TxJ^ mærores infcruiebat; &c proindc hic motus a Galeno cxtrcma fO| A
cxcrcicatlonis pMrs nominatus rcpericnr, quoniam fcrc fempcr po;l magnascxcrcitaciones.ncad
concrariamquictcm illico tran(gredcr"cntur,ipfamadhibcbant,ucporc qui ol)
carditatcm,6^ trcqucntcm intcrpolitamquictcm mcdium inrcr cxcrcirationcm
validam, ^ &: conlummatam quictcm tcncrcr. Porro cxcrcitatio limplcx apud
^;i.cVp"g. inedicosgvmnaflas multasdiricrcntiashabui(fclcgirur,alias ab
cxtrinfecis,aliasab vtcndi rationibus,aliasa motusipfiiistum quanritaicrum
qualicatibus dcfumptas: quac ab cxtrinfccis accipicbaa tur,plcrumqucalocononicn
f^rticbaiKLr, quando uc! lubdio,. vel (ttb tccto, ucl in mixta umbra, quam
CTroavi^iiyn Gracci uocant, cxercitatio pcragebatur : itcm quando aut locus
crac calcns» ^^utfrigidus, aut^mcdia tempcric, &: practcrca auc planc
ficcus^ aut humidus, auc mcdio modo atcempcracus . Diifcrcntiac ab B
uccndiracionibusacccptac huiufccmodi cxllitcnint,quoniam aut continuus erat
motus, aut inrermiflus.ct li concinuus, æqualis, ucl inæqualis;fin
intcrmifsus,aucccrroordine,aut cirra ordincm,prac^ terea vcl linc puluere
ficbat, ucl cum pulucrc, acquc co alias mullo, alias modicoi finuliccr agcbatur
ucl linc olco, ucl cum ulco, atqueipfoaliasexiguo, aliasmulto. Quac autcm ab
ipliusmotus quantitacibus acccptac inucniunrur dirtcrcntiac, talcs func, quod
cxerciracioncsucl mulco ccmporcdurabanr, 6c multac diccbantur,vclbreui, mcdiocri,
arqucpaucæ, &: mcdiocrcs uocabantur. Diffcrentiac amocus
quancicatibusdcfumpcacillacquoque fueruncquacauimorricc accipiebancur: nam li
uismagnacrat, magnacxercicacioilin parua,parua ; lin
mcdiocris,mcdiocrisappellabatur. Porro a qualicacibus ica dirtcrctias a Galcno
captas in^ g"^" r ucnio, quod aut in breui tcmporc mulcum fpatij
mcticbatur cxcr«p.io . cicacione, liuc brcuc (parium
lacpiusinmodicoccmporctcrcba^ tur,atquehæc cxcrcitaciocclcr,acuta, &:
vcIoxnuncupab:uur, qualis curfus,umbrarilis pus:na,achrochiri(mus, lufus paruac
pihc, fi^coryci^kicTAt^fi^uk^-BrrrvA/^w^, &:quacin paladkis ai^tirabancur
humi rircumuoiucarioncs i auc multum tcmporis in brcui fpatio infumebatur,
tardaque &:lcnta cxcrdcatio talis motus nominabatur, ut lcnta ambulatio,
ucdatio in Icctica; aut in mcdiocri tcmporc mcdiocrc fpatium, iiuc brcuc
plurics moucndo pcragcbatur, licqucmcdiocriscxcrcitacio
cuadcbacrprætcreamagnai-umalia præccr uim, cclcricatcm quoq. adncxam
^QVQh:ixUc2 racelerirer agirari; al/a fine velocirate fiebar, et Ivr^,;^,,!>
idcltva!cnsexeraratiouocabatur,ficurfodere,peraccliuiaanibu. lare.quatuor equos
habenis llmul coercere, funem manibus apprcheniam fcanderc,haIteres,omnefque
Milonis exercirationes.quod emm uchcmens,& ualens cxercitatio communi
nomine magna diaph/"^-^ mtclligcrc liccr, quæ Galcnus fcxto popularium
morborumlcnptarciiquir, vbiinter cnumcraras exercitariones, &: equirationem
magnam uocauir . Similitcr Sc paruarum alia cum ahquauelociratchcbar,
&:rcmifni,fiucixA«T«f /ocabarur, alia fineullacelcritatc, 6c «V/^(lf,'iue
Ianguida,aur imbecillis dicebatur,cxquibusduobiisgcneribus eranr uec curam
habcndam cllc iuGcrunt, ut quod morbofum corpus, quæxerciratIonc, &:qua
quiete indigeat,ne ullasperturbaD tiones,motioncsq. fuftinear, optime pernokatur.
Quocirca fccundum iftos corpora, quæ immodica intempcrie calida Iaborant,nuI
lisuehemcnribus,rcmiirisue exercitationibus accommodantur, quod calor, qui
diminui debet, ab jllis potius augmentum fufciLp^iu^' pit, quemadmodum Galen.de
Primigene fumma caliditate laborante narrat, qui ncdum,a uchcmentioribus
cxcrcitationibus, immo,& ab exiguis dcambulationibus in porticu ante
balneum fadis magnopcrclædcbatur. undc mcrito condcmnandus eft
AfclepiaLK2.C.14. des Pruficnhs,quiin ardcntibus fcbribus;refcrcnte Ccl/o;gcftationibus
utcbatur, in alijs uero fcbribus, &c raorbis mcdicamcuta, ac uomitioncs
tollcns, inedia, fiti, uigilia, luce primis dicbus ægrotantcs inftar tortoris,
cxcruciabar,alijs autcm diebus
ambulationibus,geftationibus,baIneis,Ica:ulisquepenfilibuscxercebat. Inhis E
ctenim Galeni, &: Antylli fcntentia cxftat, acuta fcbrc laborantes ab omni
motu rcmoucndos,in longisfcbribus,atquemorbis(quos omncs nonnulli ex antiquis
mcdicis aliptarum officio tranfmittenIn prooc. dos, ut rcfcrt Coclius
Aurclianus, falfo credidci unt ) ubi acccfno lib^hron. urget,nullo paifto
cxerccndos, at in interuallis decubitum non • fcmpcr confcrrc,imino aliquando
utilcs cHe inotiones,exercitationcsciue ; quod innuifle Hippocratcm arbirror,
dum in feptimo cpidemiorum diccbat,aliquos inueniri infirmos,qui nepenitus
torpeant, a lcfto expellendi funt. quod item innuere uoluit AriftotcCi.i6.
leslibromoraliumNicomachiorumdecimo,ubi fcripfit febricitantibus in uniucrfum
diætam,atque inediam confcrre, ahcui tamcn forte non ita conducere. Qui præterea
corpus aridum,ac infignitercxficcatumhabent, ficxerccantur, aridioreseuadunt,
&: F ideo illis quics apprime congruit, quam humcvflandi uim pofndeLoc.
cltat. rc ncino ignorat,quamquc Hippocrates dum cahdis naturis conue
nircfcribit, necimmodicccalidas imtemperiesintclligit,necjau(ao j c
GaIeno;quamlibct motus,fed uehementioris tantum ceffatione, ficuti nos hic
deficcis corporibus intelligimus,quæ geftationibus, &c ueCtationibus
aliquibus, atno magnis motibuscxcrceri poffunt, dummodo uires permittant,cxcrcitationesq.
modcratæfint; alioqui ficur ex modcrato motu calor cxfurgit,cxcitaturq.,nec non
huinorcspaularim cuancfcutiparitcr eximmodico calorinfirmus
exftinguitiir,humiditatcsq. magis diffunduntur . Corporaitcm calida,
&:ficcaimmoderatc nullis exercitationibus aptanrur,minus quoquc
caIida,&:humida,ncmpcquægrauiori quam cctcra morbo fubi jciantur,maioriq.
curaopus habcant,Frigida porro,fimulq. ficca corpora ucl nullis
cxcrcitationfbus, ucl minimls, Sc naldc rc^ miiTis cxcrccri clcbcnt»cum fcmpcr
practcr morbi pcculiarcm affli-,
€lioncmimbccillcsuircshabcanr,ExcrcirationibiTs non iraofrcnduntur corpora H
igida, licutj ncq* himiiila. At frigida&:humida aliorum omnium maximc
cxercitarioncs fuftincnr; quod morus cx liccando, 6c calcfacicndo ucluri
quoddam rcmcdium /ir,modo tamcn non cxrra modum adhibcatur. Arquc hacc omnia
diCta inrclliganrur dc illisacgroris dunra\ar,qui uniucrfum corpiis imrcmpc^
ratumhabcnr,quoniamfiqui$infolacorporis partc mcmbrouc, autinplunbusintcmpcriem
patiatur,rcpcririq. pojrumodus, qua parrcs fanac citra acgrarum offcnlionem
cxcrccanrur,procu]dubio huicacgrotoexcrcitariomagis. accommodatacririquippcquac
fa narum parrium habitum bonum confirmans, infiriuis criam confcB qucnria
quadam auxilium pracftct.ColJjgcnrcs igitur dici nuis,nul lum corpus
intcinpcrie quauis laborans magna,(5c uchcmcnti excr cirationcgaudcr.cjfcdahq(f
rcpcriri,cui cxcrcirationcs cxiguac, et ualdc modcrarac auxilium arierant
inrcrdum. qualcs ucro cxcrcitariones linrillac, &: qualibus in morbis,arquc
corporibus unaquacque congruat,in fcqucnribus libris dcclarabjmus,ubi parncu
larcs fingulaxium excrcirationum faculcarcs ubcrius cnarrabimus..
Dcmorbolisobmalam formationcm corporibus fimili propcuia) dcrcrminari
dcbet,modo illi nona gcntrarionisprincipjjs,lcd nu-> per,&: cafu(ut ira
dicam)ortum duxcrinr . Hacc ctenim fiuc totam corporisfiguram deprauatam.ut in
lcucQphlcgmaria,fiuc parrcm aliquam.deformaram habcanr, niii aHTcdus alij
impcdicnrcs aflb^ cientur, ab excrcirarionibns utiluarcm. capmnr, ncnipc
quac&: ^ contrjrra dirigcrc,&:a(peralenirc,OS&: toto corporc, et
cruribus extcnuaD fn ^.obid. tos curafle, gloriatur GalenuSy Ccutitem
Germanicum, a tenuitacom.j. iQ crurum^equitarionis bencficio,liberatumaIias
diximus . CorpoSecudodc raiubinde, amorhoin numero corrcpta> fmc
isfuperfluus, fiue iTtu vf fit, excrcitationes cx fe rainime recufant, et tunc
præfer""tim,.quandofimilismorbushaud eft innatus,ueluti
inlapilhsrenum, quiexuehementi motu^concuffioneque ab anguftisrcnum tiijs ad
latiores, tandemq.ad ipfam ueficam defcendentesmagnas ægrotis moleftias
adimunt. Corpora uero ægritudine in fitu laba fantia,modo nou ab ortu, nullum
fereexercitationis genusadmittunt, quod membra dum proprium locum, atque fitum
amiferunt» non modo rcponendafuntin propria fede, uerumetiampoftquani repofitafuerunt,tandiu
ab omni motus gencre arcenda, quoad optimeconfirmata priftinum habitum
repararinr, alioqui fimo*J ueremur, maiori nocumento: afficerentur. quo fit, ut
hac infirmitate captimajoriex parte exercitari non debeant. Atque hæcde lecundo
morborum genere,mala formatione fcilicet laborantibus corporibus
divflafufiiciant. Remanent corpora tertio.genere morborumcontinuatisuidelicet
folutione correpta,quæ folutiouel in cute,uel ia carne, uel in oflibus, uel
iiineruis,ac huiufcegeneris fimihbuscontingere folet, atque
modo>lbla,modofebribusaflociata i ubi corpusaliquam exhis folutionemfebri
alTociatahabet, nulIomodoexerceridebet,quandoquidem, firaro febricitanti*
busexercitationesconueniunt, quantominus coauenieru:,abi alijsmorbis
turbabuntur? Qiipdfi citra fcbrem fola: contiauifo-, lutio adfit,eaq Jit
iaparte nobiU,atqueuitæ maximencceflaria, ue p luti cerebro,uentriculo, iecore,
acfimihhus,proculduhiæxerci~ tationcsquæuis
maximeaocent,nempequæ,&:fpirituspartiafreftæ necefl-arios. ualde diftrahaat,
&: humoresomncs tuncagiteat, quando firmos,&:quictoscfle
conucniret,neob eorum atHuxuni morbus
magisincrudefceretj^liamcmbraigaobiliorafipatiantur coatiauitatis
diuifionem,poteruntægri mediofcriterexerceri,.modo ncc infignis lit
affeftus,nec pars laborans excrceatur.. Suntnonnullihac acgritudinc capti, qui
noaparnamutilitatemamoderatis, immoderatisque exercitatiombus pcrcipiunt^quales
fcabioh,, quorumcutiscumabhumoribusfaIfis,&:acutisdi{ciadatur,ex ma
tuuehemeati efficitur, ut humores illi tam per fudorcm, quaav pcroccuJtam
tranfpirationem euacueatur,atque ipfiscuacuatisa morbo libereatur.
(^amobrcmacri iudicio diligeatique aaimadijcrfioneiahisomnibusopuseftjquo
optime cogaofcatur iaqtiibus morbofis corporibus congrua!KCxercirationcs,&
in quibus mi nus lubita fempcr prac oculis uniuerfali hac rarionccuiusduvftu
rarillimc contingunr errata, pofsuntquc parricularia ira dirigi, ut
numquamlocoauxiliorumdamnafuccedant>
n^cc9r^orihHtUAlctuMndrtjS^(^/enihhus€xerc€nclis^ C^p. IIX. \' AMV IS
apudmcdicos(urfiipradiximus)inrcrcorpora acgra,arqiic fana rcponanrur ncutra,
iilaq. in mul tiplicrsdiflcrcntias parriantur, quia ramcnparumad noftram
rradationcm pcrtincnr, corum loco ualerudinaria Itatucmus, cum quibus
comprchcndi uoliimus tum omncs ilB los^qui rcccnrcr amorbis,ac dccubitu
cuafcrunr^ncc dumpcrfctfle antiquumhabirum recupcrarunr; tum fencs plerolquc,
ncmpe quos Galcnuscodcm modo,quo ualerudinarios, curari dcbcrc Jctue.
pracccpir; nec abfquc rarionc,fiquidem fenc(flus,auLtorc Ariftotc"nirieme
lc,eft quidamnaturalis morbus. undc.qui funt acratc graucs, cam c. uk. viucndi
rationcm fuftinere nequcunt,quam fani pcrfcrunt. E^^-ncr'
goualctudinarijsillis,qui moxa morbiscuafcrunr> intcr cctcra rccap.4. iwedia
pro intcgra ualcrudinc ipfis accomodara praccipua cft corporis cxcrciratio,aquamcmbræorumlninanrur,
humorumrcliquiac inaniunrur, calor cxciratur, et dcnique torus corporis habilus
reftituirur . Elt ramcn omnc ftudium adhibendum, ut a principio lcncs, brcues,
tardi, ac remilfi morus cxfjftant, dcinccps, prout uircs magisinualcicunr>fimilitcr,&:magnirudo,
ac longirudocxcr Ccitationisaugcacur,randcmque inmcnrcillud XKTrgo^Ttty^yi^
ranropere abHippocrarc dccanrarum fcmpcr habcndLui crit,ncob
imporrunumabcxrremo, ad cxtrcmum rranfitum maiora crrata eommirtantur, &:
prouirium rcftirurionc imbecillitasmaior,fiuC profh-ario fucccdar. proindc
mcrirodamnandusucnit Aucrrocs,^.coiied. qui morbofa corpora quoridic cxcrccnda
cfsc ufquc ad fudoris ^^P'^inirium,arquc anhclitusclcuationcm nimis libcrc
confuluit: ita tnimuchcmcns cxcrcitatio tantumabdU ut ualctudinarijs, fiuc
morbofis (qucmadmodum ipfc uocar) ullum clTatu dignum bencficium pracftct,
utpotiusuircsadhuc dcbilcsmagisconftcrnet, caloremquc natiuumcxmorbo
uixrcuiurfccntcm fcrcexftinguar, aut faltcm infignitcrhcbcrcr ; /iqiiidcm bonuscftin
conualciccniibus,fcd cxiguus ( ut fcribit dalcnus) ianguis^atquc unacum
ipInartc io fpiritus uitaliSjCii: animalis ; ipfac ucro particuiac folidac
ficcio' P 2 rcs, aio^ resj&confcquentcr corumuiresfunt imbec^iHiores, atque
earumD dcm rationc corpus vniucrfum frigidius. unde ad cmendandam huiufccmodi
indifpofitioncm neceflaria funt quæcumque probumatquefccurumexhibent alimentumi
&c præter hæc moderatimotus,qualcsvehicula, amibulationeslenes ; non
uchcmentes raotus,qui ficuii folidaspartes arcfa^ftasficcioresreddunt, ita
calorcm diminuunt, &:liircs imbccillas confufnurit. Cetcrum fcncs,
quorumactasplurimamob caloris dcfcdum,cxcrcmentorumcopiam
coaccruat,cxcrcitationibus magnopcfc gaudent,'tumad exf urganda huiufcemodi
rccrcmcnta, tum ctiam ad confcruandum, atq.plAcidi cuiufdam ucnti inftar
cxcitandum,acccdendumuecaloirem^ qui fccusnimio torporeexftinguipericlitarctur
. Attamefl, in præfcribcdis fcnum exercitationibus quatuor animaducrti debcnt,
uircs, corporisafTedlus, confucrudo, &:iiitia particularia, E
quacplcrumquefenumcorpora infeftare folent. ratione uiriura^ quas fcncs fcmpcr
imbecilliorcs habent, acutas cxcrcitationcsjuec n^.v.hcmcntes, &: mukas,
quæ corpus ftccant, extenuant, &: infirmant,,itu
itmaximoperccaucredebent/equi veromitiores,quaIesfuntgcfta;.^.^':,^!trojac
intralairitudineminambulatio.Prodicusenim qui ualetudi-' utlicx^S nis
ftudiolidimus^exftitit, &:ob id ( Ariftoteleau»5iore ) ea omniai
quibuscctcri cum voluptateutunturirecufauit.,iamingraucfccntcactatc(ut rcfert
PlatoinPhædro)Athenisad Megaræmoenia ibat, indeque domum reuertcbamr . quæ
excrcitajtionis menfura. haudquaquam.ommbus fenibus accommodari polTct, cum
Plato ipfc cum,&:fibi,&:alijs nimio oiercendi ftudiomolcftiampeperide
dicat. Antiochusparitermcdicus^annosnatusplufquamoiioginta, quotidie fcrc, ut
fcribit Galenus, domoad forum ftadiorum F trium fpatio, atque intcrim ad
uifendos acgrotos pedibusambulare folcbat.quod fi ci longius ire neceffe
crat,fclla,aut uehiculo utebatur. Ad hacc narrat Plinius fecundus, Spurinam
urrum in uiuen.MUr. do maximeprouidum, quique,aurium, &:oculorum uigore
integro,nccnonagili ac viuido corporc,feptuagdimurafeptimumannuniattigitjhanc
regulam conftantiflimcfcruaffe, utmane ledulo continerctur, hora fecuda
inducrctur, ambularerque millia paffuum tria, mox lcgcret, ucl colloqueretur,
dcinde confideret, tum uchiculum adfcendcrct,pera£bifq. itafeptem
millibuspalfuumiterumambularetmille, iterumrcfideret, uclfccubiculo, autftylo
rcddcret ; ubi hora balinei nunciata foret, quæ erat liyeme nona, j)it ni æftate
odaua, in Solc, fi caruiflet ucnto, ambularet nudus, deinde pi la
mouerctur^uchemcntcrA diu poft modumlotus accumberer, Jii A&paulifpercibum
diftcrrcr, Ob rorius corporisafTcflum cxcrciMtioncsfeiiumin hunc modum
dctcrminari dcbcnt, quoniam corpus optimi rtatus, ficutin iunentutc ad
vchemcntifTimos quofque laborcs idoncum maxime cll, ita in fencdla fc habct ad
omncs niediocrcs, quiucrofcnesaut cralusfuntcruribus, authitopcdtore, aut
cruribus, ulrra quod par cft, gracilibus,aut quorum corpus cxiguo clt thoracc,
aut admodum angufto, aut valgum cft, uarumue, aut alio quouis pado a mcdiocri
tate rccedens, id ad eas omnes excrcitationcs incprum rcddirur, quac uitiofa
mcmbra maijis ofTcndcre, quamiuuarc polTunr, ut vocifcratio thoraccm, ambulatio
crura.dLiimiiitcr. lam vcroconfuctudo maximamlibi ucndicat partenidd
excrcitationisfpccicm dchgcndam,quando Hippocra tcs dixit,cos,qui foliti (unt
laborcs fcrrc, etfi fucrint imbccillcs,uel B fencs, non confuctis, forribus,
atquc iuucnibus foliros facilius fcrre. nam (icuti confueta minimc lalTant,
quos cxcrccnr, immo criam delcctanr, parircr infucta tum moleftiam adf
crunr,tum lafTant . Senes igitur omncs confueris laboribus cxcrci rari dcbcnr,
(c d tamcn uehcmcntia corum rcmifl-i,quia, (i corpora fcnilia vigorcm, calorcm,.
robur, et omnia denique diminuta habcnt,iuuentutisrcfpcvfcuexcrcitationcsquoquc
minorcs rcquirerc, rarioni confcntancum cft. Vltimo uiria corporum fcnilium
propria cxcrcirationum ipiis ncquaquam conucnienrium gcnus dcmonftrabunt. quac
cnim ex lcui caulfa, a vertigine, comiriali morbo, graui ophthalmia, auditus
imbccillitate capiunrur,cxcrcirarioncs caput oricndcntcs cuirarc nccclTc eft :
fimiliter &: in omnibus alijs affccti^ bus, non folum fenes, ucrum &c
cuiufq. ætaris homincs ita fc gcreCre dcbcnt, vt ijs cxcrcitationibus fcdulo
abftincan t, quac paticntcs parrcs magis cxcrccrc,&: pcrrurbarc natac funt
. Si c itaq. dc valcrudmarijs, ac fcnilibus corporibus cxcrccndis itatucndum
crit. T)e corportLus pims exercendis. Qtp. I X. V I CVMQVE corporis cxcrcitationcs
fanitati inutilcs minimc rcputarunt,in fanis cas prac cetcris
comcndandascfTcdixcrunt,tamquam nccclTarium propc cx/iftat, /i cxcrciracioncsad
bonum habirum comparandum, atqucualcrudincm confcruandam non ignobilc auxilium
pracftanr, ut in {anis maximc adiumcnrum oftcndcre polfint. Hoc tamcn ucrum
cft, antiquos mcdicosmulras fanorum corporum diffcrcnriascflcci(sc, intcr
quasprimum locumobtinct corCymn^ifiica. P 3 pus 2»» X
PusiIIiidperrc(aafaniratcpracdituiTi,quodmenfura,®ul^ tcris pofitum fuit,potiufquc
mente defignari, quam in ulla rcgione i.dctue. ^pf^l^^u^niri potcft: ctfi
Galenus multa corpora temperata in Mal.cap.7, regionc inueniri memoriæ
prodiderit.De tali namquc corpor^cnuUibicxiifteatcfcrmonemnon fum habiturus,
feddeillistantum agam, quacirapracfcntefanitatefruunrur,utvalcantline la
molcftia cuuvftas illas aftiones obire,quac communitcr ab omni^* busexercentur.
cum enim medicus arrifcxfenfiliumrerumexfi-. llat,quacfcnfuifefc produnr,&:
non quacfola cogiratione comprchcnduntur, tradtarc debct . Hæcitaquc corpora
fana,quoniam quotidiecomedunr,atquenutriuntur,nccclTariomuIta
cxcrcmcntagcnerant, quacnificontinuoacorporcperexercirationcs
educantur,tandcmprauas difpofitionesingenerant : undeprudcnrcr ^.aph.zs,
fcripfir Galenus, homincm, fi vraturmcdiocri cxcrcirationc,&beE ne
concoquat,corpus a fupcrfluitdtibus mundum rcdderc . Vcrum enimvero
infanisquoqucplurima confidcrationedignafcfc offerunt, tam cx partc
exercitationum, quam ex partc cxercitandorum. Ex parte excrcitationum fciri
dcbet, nullam exercitationcm, nec vrolentam,neque immodicam cfreideberc,
utinlibro i^^gi lUKgcc^ c^)«/f«2adnotauit Galen. &:propterea
excrcitationcs.foflorum mcllorum ncminifcrc eorum conucnrunt, qui profpcra
valetudinefruuntur;ccleresmotus,&: vehcmcnresinrobuftiscommendan^ tur,
qualis lufta, difcus, pila, &: huiufccmodi, co magis fi confueti fuerintj
moderati omnes quibus vis fcre aptantur . Porro cx parte corporum
exercitandorumhismenrcm adhibcri oportet, confuetudini, ætari, habirui
vniuerfali corporis, parriculari rationi uiuendi,necnon temperaturac . Dc
confuetudinefacpius diximus F ctiam in omnibus obfcruari dcbcre, fiquidem quæ
confuetac funt cxercitationcs, licct fint aut nimis vchementes, aut nimis
rcmiflæ, inaffuetis maiorcmutilitatcm,atque dclcdationcmpariunt;atfi quis vcl
minus,ucl plus quamconfueuit^intcrdum excrccatur, protinus molcftia cuidcntcr
afficitur,ita ut non raro fcbrcs hac ratione ll.decaufconfingere, fcripferit
Galaius,dum excccicatioacs confuctæ dimittuntur. Quod vcroadactatcmpertinet,
iam diximus, prouercb.cz?^^ (flos,&:fencsremifliorcs quam
ceteros,&:pauciorcs excrcitationes pofccre ; pueri, iuuencs, atque uiri
motibus fcrc omnibus pro fua quifqueactatefufficiunt,modoaliud quid
nonprohibcat, autmodum corporibus priuatorum, &: non athletarum
conuenientem minime exercitationes tranfcendant. luuenes cnim ( diccbat Hip-^
pocrates,fiuc Polybusinprimodemorbis) fiplusconfucto laborcnr» iti A rcnt
jConuuIiionibus fortibus, &: rupruris uarijs carnium, uenarumque ftarim.i?^
magis,quam fcncs tcnranrur ; quod corpusroburtum,t^ liccum
habenr,carncmdcnfam,ualidam,onibustcnacitcr adhacientcni,cui circundata cutis
uoJdc tcnditur. quac omnia mi nus fcnibus inlunr, &c propterca illi rarius
huiufccmodi mahs capiQ rur. Dcuniucrfali aurcmcorporishabirullcdcrcrminandumccnieo,quod
pingues,6i: obcli^quanromagis cxcrccanrur,ranro profpe l^pirth -riorefaniratc
utuntur,quandodiccbat Ari(torcIc$,moru pingucdiiicm cliquaruquodfi
criamcxcrcitationcslinc uchcmcnrcs,arquc acurac,nihil omninonoccbunt. Nam
Hippocrarcs corpulcntorum irincrauclcKia
dcbcrecfl*cuohiir;quinctiam(}alcnusinrcr cttcra, M-Mcth. quac ad cxtcnuandum
uii um illum obcfum quadraginra annos na tumadminiftrauir.fccurfum udocem
adhibuillcrcfhitur . Conrra Cjracilcs in confummara fcrcquictc dctuuri
poftuhmt, quia licuri^cQlL corpulcnti cralii contrarias habitudmes cx
conrrarij^ortas ha^J,'*" bcntvitdconrraria proipforum
falurcexpolccrcuidcnrur,ahoqui i.icuua. niagoopcrckcdun Mjcahqui funr,quibus
cxcrcirarioprodcf* k mdicctur,ij pro^ ^ -lu pauca,0^: ualde rcmilla opus habcnt.un
defapientitliinus Hippocratcs iummarationciulHr,urgracilcsiter ^CJ. diæ faCturi
lenns pal]ibusincedar,quosircm Mangoncs,& Mcdici craf" j^
(efaccreuoJcnres,uirgis ucrbcrabanr,ur carock'uarctur,&:ad cam ;ihinentum
rrahcrerur.Qui ucrointcrpingucs,v!s:gracilcs,ucI lv(rjgfii,iiuei]uadrati,uel
parumadalteramparrcmdecUnantcs exillur, mcdiocrircr,aut criam uchcmcnrcr, modo
nr^n immodicc cxerccantur,utilitatcm inligncm pcrcipiunt ; nimirum cum corum
ca. lor iramagisconfcrucrur/upcrfluiratcsquequotidianaccxhaurian ^
tur.Deparncularimcmbrorum habitu idcdiccndum, craflas,fcilicet partcs magis
excrccndas, renucs minus, nili carum renuiras ex nurnmcnti dillriburione
impcdita,ucl dcfcctu proricifcatunquo in cafu, 6c exerciratio conuenit, 6c
gcnus illud ungucnti, ctiam pilis aucllcndis a mcdicis cxcogiratum,Dropax
uocatum, dc quo MarUalisiib.j. V/llothro i^^LUuKjuc 1.1'iJs y C dropace calu^m
. ' I' Jsjunquidto/Jurcm GJtrgiliar^etimcs > et lib.2. Lættts dropjce ta
qHoUdmno, Hirfktisegtitrurtbyr fgetiisif. Paritcr,&:partcsomncs
corporismcdiac inter graciles, &: craflas cxcrccndacfunr, In ratione
uiucndi hoo infupcr animaducrri dcr bvtrUr qui parum ct>nK'dunt, parum
cxcrccantur,iuxra Hippocratwic^cnijubi tunulaboraudupiaont-Uj uui itcm
uigilanr,a]j I I cxercitationibusarccndi, ncmagis cxficccntur, neue molcftfacD
molcftia maiorfupcraddatur,contra qui multum comcdunt, multumcxerccri
dcbent,quoniam diccbat Hippocratcs,non potcft homo comcdcns fanus uiucre,nifi
laboret : in talibus cnim opus cft mult o calorcut niultum concoquant, multus
calor ab exercitatioi.^tu.va.
nc,diccbatGaIenus,facilefuppcditatur,practercamuItum mandu cantcs magnam
cxcremcntorum copiam aggcncrant,quac nifi magnis,&:muItisIaboribus
diminuatur,in prauas difpofitioncs cofpusdcducunt.qui fimilitcr multum, et
profundc dormiunt,multisquoqucexcrcitationibus indigent,quandoquidcm in
iftispcrfpirationes rctincntur, atque adco fanguinis copia partcs extcriorcs
dcfcrir,lubitqucinteriora, utadaftocultcllonon acque cfflue3.5hifto.
rcuaIcat,qucmadmodumfcribitAriftoteIcs,& obidfomnolcnti ^^ omncsdecolorati
cuadunt,unde hos faris cxcrcirari nccclTeeft, quo pcrfpirarionibus aditus
parefiat, fanguisue ad extcriora fcruan daarqucnutrienda rcuocctur. Dcmum ob
tcmperaturæ rationcm fic dc cxercitationibusiudicium fercndum credo,ut ficciucl
nihil omnino, ucl lcnte fatis, et minimum laboriofe excrceantur. nam
cxcrcitationes,quas fuaptc natura exficcare conftat,fi in ficcis corporibus
adhibcantur, quin intempcricm augcant, ncmo fanæ mcntis dubitarit.
CaIidiquoquc,&pracfcrtimacri,acmordaci calorepræditi
exercitationcsmodicasrequirunt, ne a motu pius 4.Aph.i3
æquoincalefcant,ipfisquc,utfcribit Galcnusfolacin necelfarijs ^.epid.co.
adionibus obcundis motioncs fattac fufticiunt . Vndc Ariftotelcs, ^anic'
quacrcns, cur ali j fcdcndo pingucfiant, alij macrefcant, ideo eueProb.i. nirc
dicit, quoniam alij frigidi funt, alij calidi, ali j cxcrcmcntofi, p ali j non
; et qui calidi funt, pingucfiunt fcdcndo, cum corum calor fine motu cibi
concononimmerito dubitari poflct; co quod Ariftotclcs fcriptum rcliquit,
corpora humida a laborc fi]flbcari,qiiia a caliditatc motushumidum in uaporcs
conucrritur,qui mox copiori,&: lcruidicflcdi calorcm nariuumfuffocanc:
atramcn ratio fccuspcrfuadcrc ui derur, quæ dcraonftrar humida corpora
cxcrcmcntis abundare, et propterea iplls laboics ualidos congrucrc, tum ad
cxubcrantcm humiditatcm confumcndam,tum ad fupcrfluirarum co~ piam adimcndam .
Quaproprer, ficuri notat Pcrrus Apponcnlis, icntenriamAriftotclis dc illis
inrcUigcrc oportct,inquibusquatuor concurrunr, ut fint humidi, &c calidi,
ut humidi tas lir irulra, cuaporabihs,atquc circa puImoncm:talcs cnim
filaborcnr, &: multumexcrccntur,pcriculum cft,ne humidiras a
calorcinrrinfcco acutoin uaporcs conucrfa pulmonis,&:cordis
rcgioncmoccupan^ dofuffocarioncminducat . Quiab his humidam
corporisrcmpcricmpoiridcnr,nullum nocumcnrum,quinimmo
cgrcgiamurilitatcmabcxercitationibus,&: laboribus percipiunt;arq.hacratione
cx mulieribus humida tempcric in uniucrfum pracdiris illac faniorem, &: minus
molcftam uitam dcgun r, quac diurius, 6c ualcntius elaborant, &c
cxcrccnrur, ficut &: cacdcm apud quas gcntcs,&: in quibus locis
laborarc confucuerunt,facilius pariunt, ut kribit Ariftotclcs ; neque utcrum
ditHcuItcr gcrunt, cum labor ca rccrcmcnta confumar,quacinmuIicribusotiofis,&:fcllulanjs
augcntur. Quaccunquc ucrocorpora calida(imul,6^ficcafunt, nullopa^to
cxcrccriconucnit;quæ calida,&: humida, cxcrcitationcm
admittunt,atmodcratam,nonuehcmcntcm,noncitatam : frigida,&:/icca rationc
frigiditatis cxcrccnda lunt, rationc autcm ficcitatis neC
quccelacs,ncqueuaIidosmotusrcquirent, fcd modcratos,&:potius lcntos: fngida
atquc humida omnium maximc ab cxcrcitationibus uchemcntibus, &c uclocibus
iuuaniur, quippc quac fupa -a.cancam humidiratcmabfumunt,&:calorcm natiuum
cxcir.inc.augcntquc. Sicigifurdccorponbuscxcrcendisinuniuerfuui dctciminatum
lit. Dc locfj In quil^HJ excrcitationes ficri debent. Cap. ^y^.ffK A N T A cft
locorum uis,atquc proprictas,quibus rcs ia
iplisfaciacuarijsmodisdilponuntur,utnon modoplan tarumnaturac,ficuri Thcophraftusfcribit,non
modo ^^c.brutorumfacultatcs,qucmadmodumaudorcftAriftotclcs,ucrum et ipforum
hominum corpora,atquc animi, fccunduin
Hippocratis,&:Platoni5fcntcntum,prout indiucrlislocisucl nafcuntur,
2il.mai;ishvpcrhron conimcdarunr, quampordcus,(S^hypogacum,licut,6c
Phacdrusapud Plaroncm in diaiogo iplius nonunc infcripro cx fcntcncia Acumcni
mcdici, cuius ctiam a Xcnophoncc cclcbris hc mcntio, dcambulationcm, cx[l^ ti-a
ciuitaccm iaLhun ci, quac in ciuiraribus ctH. i iir, pracrulit hifce tt^VCrbis
'.ti \,yu£ mI cSTruiiyiW^ AKOVtAivui KcciccTccs oJ^Jx/^ TTcioOyLCti ToOi
Tr^rrccTOv^^cfHffi yxg iKOTroort^STotiv Ivtoi^ J^^ot^n^ iivcti, jdcli:, McO
auccm, 6c tuo obcdicnslodali Acumcno, m vi)s ambulationcs facio : has cnim
dixic minorcm lafruudmcm parc rc, quam illas quæ hn curribusagancur, Dc hoc
cnim Placoms loCo cum luprapromifcrimus, nv"^s plura diduros, iam occafio
poliicira fcruandi opporru na fclcurtcrr, cosmagisquod Marlilius
Fic!nus,uiralioqui doctilliB mus,dum Phacdrilcnccnriamcnecrcdidit, uc hiciiiorcs
linrambulacioncs, quamcurfus, dupliccm errorcm rurpiccr commific; rum quia
rcxtiis (Sracci lirceram,ai]t non inrcllcxir, aur linc ncccflicatc
cranlnuitauic, dum loco t»v IvToi^J^^iyiOi^, pcrindc cranrtulit, ac(i ccxcus
habuilVcc TivJ^^itmy ciim quia Phædro Acumcno ridiculam propc rcinlc
adlcripfiirc nonanimaducnit :quis cfuæloadcomruHus,(&:ignarus cll, quin
cognofcac ambularcfacibus clVc, quam currcrc ? Mchus igicur lanus Cornarius,
qui nupcrPlatoncm Latinum iccit, fentcntiam illam inccrprctatus cft, cum
Phacdrum tcccrit diccntcm falubriorcs cllc ambuhirioncs in uijs,quam in
curlibusfactas. quod uc accipicndum,atqucintclligcndum (ir,uarias inucni
doclorum hominum opinioncs; alij namqucarbicratifunr, «/^fo/nwj fiue curfuii
apud vetcrcsGraccos fuific Qin urbib.
uiasplanas,lcdoblapidcsftrarosafperiufcuIas, &:brcucs ita appellatas ob
frequcntiam hominum pcr cas ambulantium i co padito, quoctiam
hodicrnadicapudmultosciuirarum uiacmagis irequcntarac Curfusnuncupanrur. cui
fcntcntiacopitulari uiderur Hippocratcs 5. Epid.-.ibi mcntioncm ciiiufdam
facif,qu' propc cur fum habitabat his vcrbis: 0 7roc§i tov J^giiJLov
opcioQVyTHS wktoqcchjuic li^i' daf. idcft, quidc propc curlum habitans nocte
languincm euomuit, ucro liue uias dixcrunt fuiflTc quafcunquc uiascxrra ciuitatcm
nulla artc fabricatas,nullis lcgibus llratas,(cd inacqualcs,mini mc
planas,&: dcniq. talcs,qualcs ud narura,ucl cafu fadac rcpcriutur : atque
ideo Acumcnum magis ambulationcm in uijs, quam in curfibus probaffe : quoniam
ficuri fccundum Cclfum, 6c ipfo anrilib.i.ca quiorcm Ariftotclcm forraffc
Acumcnum in hoc fcciirum, Tfl2t^ jV/yJ"^ TF^iTriroovoi
KWfdCiiJ^Qy^iKOTrii^ioi wii/oiivi^Mi rHv irjSuHv. Idclt ambulationum
lllacminusdelafsant, quæ fiunt inuijsinæquali. bus, quam re(ftis, cum ambulantes
pcr loca plana, &c æqualia fempcr ijfdem membris laborcnt, ambulanres u cro
per inæqualia roticorpori laboremmagis diftribuant,
&:iccircominusdefatigcntunitaambulationcsper uias fadac, ut potc inæquales
fadtisin curlibusnimirum acqualibus exli^eiTtibus facilioreseadcmratione
cxliftunt. Alij dixerunt rot/ffc/^fJ/iovc r^xftitilTelocaquædam tra£l:u brcui
ambulationibus dicara, limilia ijs, quæ in palneftra anti-» qui ob ambulandi
commodita.em acdificabar, quacquc IniJ^goiAic^ajuocatas rradit Virruuius,
&c quorum clarifrinam menri ;ncm fecit Eupolis, apud Lærtium m Platon Iv
IvjkIoi; J^goptcurt akccJ^H'' lAOvSiov^ ideft, inambulacrisAcademi Dei umbrom.
uiasuero exftuif e dlas, quas paullo anre ex prædi(5l:)rum opinione
indicauimus, et ob id Acumcniim rede fcniifsc, dum ambulationes in vijsminus,
quam incurlibus defatigarc ccnfuit; quandoquidem . Ariftoteles fcriprum
rcliquit, eos ambulando magis defatigari, quipcruiasbrcueseuntcs fæpe, ac
facpius repeccre coguncur, quam illi, qui longas uias pcrambulantes numquam repetuat,
cum illi priorcs modo quiefcentes, modo euntes ab inæquali mo' tione
pcrturbentur, quod minus iftis euenire perfpicuum eft . Hos poftrcmos melius
cctcris fenfifse, femper ego putaui, non tam quod ambulano in uijs perada
eligibiliorfit, quam in curfibus, tum ob rationcs prædidas,tum ob liberiorem,
et puriorem ærem, qui non in locis breuibus,&: occlufis, fed in vijs
apertis crebrius infunditurrquamquodcurfum ita Platonemin Phædro
intclligere,uerifimihus cft, quando &: in principio Thcæteti fimili uoce in
cadem prorfus fignificatione uti uidctur fub hisverbis: tegnyxg ltf
rS^ooJ^gcfieo HMl(povroW£tgoir\rmgovroi ttCroO^ KxiccCrity vvv&: loca
fccundum mare ad mcridicm,aut occidcntc fpc^ftantia tiigicnda crunr, c]uoniam,
Virriiuio auctorc, caclum mcridia^num pcr acftarem folc cxoricnrc calcfcir,
mcridic arder,undc cxcr citarihne magnoincommodoncmoibi poteft. Quodfi
fupcrbilfi mac,arqueinnumcræ illæ porticus ob dcambularioncs, &: alias
cxercitationes, ut fupra rctulimus, crcftac, fi ampliirima illa gymnafiaad hoc
a maioribusnoftris magniricc exacdificata babcrcntur,nuIlusprofcdo locus
aptiorinucniri polTct, qui omnibus fcrcexercirarionum gcneribus magis
futficcrct :fcd,quoniam illorum ruinas uix nobis intucri liccr, danda opcra
crir, ut unufquifq. locum fccundum condicioncs iam cxplicaras cligar, illud
icmpcr nicnre rcuolucns, tametfi multæ fint exercitationes, quac loca
angufta,&:occIufa expofccreuidcntur, inijsramcn haudparuni B delc(ftum
quoquc habcri dcbcre : ut, fi non omncs qualitatcs, aliquasfaltcmcarum, Sc
mclioresex ijs, quas inmcdiumpropofuimus, habcant . Quamobrcm fcitiflimc
confuhiit Galcnus, ut do^i^mus, in qua cxcrcirandi funr homincs, h\ cme calida,
acftate frigi"^'"P-^da, uel fcmpcr tcmpcrara cligarur ; fin mmus,
procurctur, ne ipfo pracfcrtim die calidior,frigjdiorucfir, quampublicus
totuisurbisær. Quasomncs pracdidas condirioncs unoucrbo complcxuseffc uidcrur
Acrius Amidcnus, ubi gcftarioncm, nauigariolib. j.c.7. nem,&: omncm dcnique
cxcrcirarioncm in falubri loco,&:puro acreficridcberefcriplit . Aliac
fimilircr poflcnr indicari iocorum condiciones,ncmpe inæqualjras litus,
planirics,&: huiufmodi: ied,quia parrim
cxplicaracfucrunt,parrimfupcruacanca&: teporcmferuarc non poteft. amplius
corpo-. ramotupcrfpiratiora,&: folutioracffcda, meatufquc pcrfudationcm
patefasfti frigusintima maiore ui penctrarc permittunt, ac* ccditctiamquod fcfc
cxcrcentes acrcm continuo permutant, ac ^r. partiu pcrmoucntj&iccirco^uti
diccbatAriftotcIes,currcntcs hycmc,ma P prob. 12. gisrigcntltantibus.quod ucr
noftra ambiens corpora, cumftamus, ubi lcmel concalcfadus cft,nulla amplius
molclliam inkrt; cum au tcmcurrimus, alius atquc
aliusfubindcfrigidus*occurrit,iraquc fit, ut magis rigeamus • Paritcr qui in
cxtrcmis frigoribus cxcrccn-. tur,uchcmcntius arigorcpcrcutiuntur: nimiuspractcrcacalorcxcrccri
uctat,nccnonficcitas immodica,quoniamaltcr calorcmnatiuum, et vniucrfum corpus
immodcratc refoluit, altera magis> quamparfit>humiditatcscxficcat.
Tcmpusitcm excrcitationibus fcrenum,atquc lucidum cligcndumcnt, fugicndum ucro
nubilum, obfcurum, craflum; quando licær dcprauatus ctiamabfquc cxcrcitationc
apcrtos corporis mcatusfacilc,fubit, humorcfqucfccum inuchcns mcmbris non
finenoxa afligir, et pcr confcqucns grauiora non Imc rationc corpora rcddit,
animumquc deinceps gnuat ;qiiodinfcfcno nufquamanimaducrtitur,quln potius
al> illo corpora ad morum adiuuari,fpiritusq. fuaptc natura luciditati
amicosconfirmari',&: animum rccrcari pci fpicuum cft. id quod Hippocr:itcm
(ignifi^ alfe puto,ubi dixit,(?/4«ritrc &:incoctos humorcsconficicnre
cxcremcnra paucif(imagcnerantur,atqiic indc minus iIIacducincce(Tariumcft,
ncquc cxcrciratioconucnit>quaccxiguam urilitarcm aficrenspencu lum magnum
adncxum habetine fcilicet ær hyeme madore opple tus coi-pora moru reclufa
illabcns nvignopcrc lædat.Kx altera par teuctuiliirrnus audor Hippocrarcs, iiue
Polybus tria cxcrcitandos ^.dctlict» hommcs admonitos u )!uit,ut lallitudincm
omni temporc caucrcr, ^utdcambulationibus marurinis corpus exercercnr,
urhyemc&:fri gido tcmporc magis ac diurius cxcrccrenrur,ccflanrcs tamcn
priuf quamlaatq. ctiamaurumno cor[x)raabambicn Li.i.c nteacrc faris
exficcata,fqualcntiaquc rcddita haud amplius pcr motumarcficri
dcbcrc,ncqueitemcalorcm alioqui languidum,&:imbccillem magis rctundcndum
minucndumuc.Galcnus ucro,muIra ^ ^^-^ rumrcrum, quasmcdicifcquunrur,auLtor
bonus ccnfuifTcuidetur, ual.ca.zquod ficuri corpora rcmpcrata in rcmpcraro
rcmporc,ncmpc ucrc> cxerceri poftulanr,(imili pavflo corpora frigida in
calido, calida inc frigido,humidain (icco,(icca inhumidocxcrccndafinr:qu;ififcmper
illud obfcruari dcbeat, utcorporibus adaliquamintcmp^-rie' dccliiumibus
tcmpus,atquc locu5 coiurariaiucxerccndo chgati^ tttu R .9. epm. tur.Neque hoc
in locoprætermitrendum ccnfeo.quod PIin?us iuT> S Fulcc: 'exercitatione
æftaris tempore a fc ficri fc>!ita, ubi a Fufco mterrogatus,quomodo diem
acftate in Tufcis difpennirer,in huncmodumrcfponditde
cxcrcitationibus.-iibihoraquarta uel quiMta.ncquc cnim certum dimcnfumo.
tempus.utdiesfua/itin xy ftummcvcl cryptoporticum confcro.rcJiqua meditor,&
didojVc hiculumadfccndo. Ibi quoqucidcm quod anibulans.autiaccns* Duratintentio
mutationc ipfa icfeda, Paullum rcdormio,dcmde ambuIo,mox orationem ^ iræcam,!
atinamue clarc,&: intcntc non tam uocis cau la, quam ftomachi lcgo, paricer
tamcn &: illa firmaturitcrum ambuIo,ungor,exercecr,lauor.& paullo poft.
Nonnumqiiam cx hocordmcaliquamutantur. nam (i dm iacui,uel ambulaui,
poftfomnumden.umlcaioncmq.nonuchiculo.fcd quodbreums,quod velocius,equo gcftor,
ucnor aliquado.ln particuJari por E ro tcmporc excrcitationis dcfcribendo
Ariftotdcs aliquando moPk,..nhb.,um cum(vt ipfi ctiam imputat Plutarclius)
quipoftfumptum cibu •iit,commcndauit,coquod tunc caloramotu auduscibum mox inot
ftumfaciliusconcoquat,cuiustamen contrarium eucnit, quando pcr motum calor a uentriculo
ad uniuerfum corporis ambitum rctraausnonfolumnonadiuuat concodioncm
.quinimmoimpelocclt '^i'«; r(ii^oMW(tKAvvrM.f,iivH(Cisis ci(m tua cura dapes,
Et bomts MCthcrio Uxatur ntBatc Catjjfr > lngcntiq. tcncl pocula plcna manu,
Tunc admitte iocos ^^rcjju timct ire licenti, w/f aut fphacrillirio, aur
curfui,aur hidarioni„ busmoHioribus incumbcbar, arqucindc undus Iauabatur,ira
ut „ caldarijs ucl numquam', uel raro,pifcinisfcmpcr utcrctur, in caq. „ ^ una
horapropc mancrcr:bibcrcr ctiam frigidamclaudiam iciunus „ ad unum
propcfcNrariii. Egrcflusbahicism i.lrumladiSiSjpanis fu„ mcbar,oua dcindc,
mulfum,arq.his rctcdusaHquando prandium „ inibar,aIiquando ufq. ad cocnam
diflTcrcbar, pranfus cft ramcn facpius. Horariusquoq.paullodiucrfius,
&:fcipfum, Sc ahos hbcrc Lib,i,fcr. uiucnrcs in cxcrcitationibus
cfficcrcfohros> arrcftari uidctur, ubi Sat.t^. pollmultahaccfcribit. quartam
iaceo ; poH hanc ragor, aut e^o Uclo, v>f wf fcripto, quod me tacitum iuuet,
ungor oliuo, 'hlon quo fraudatis immundus V^atta lnccrnis, ^sl vbi me fcffum
Jol acrior ire lauatum ^dmonuiry fagio rabiofi temporafigni ^ Tranfus non
atude, quantum interpcllet inani, P^entre diem durarr, domcflicus ocior, hacc
eQ ^ita jolutorum mijcra ambitione,grauiq. His mt confolor uitlurum fuauius,ac
ji QuæHor auusypatcr atque meus ypatruusq. fuiffcta. Illud ramen hoc in loco
ncquaquam pracrercundum exiftimo, quod maiorcsnoftri, quorum maiorparsucl
cxiguumquid>uel nihii omnino manc manducabanr, fcmclq. tanrum in dic
farurabanrur, horaodtiuadici, ucl nona commodc cxcrccri porcrant, aut criam
occidcnrc (olc. Cctcrum ærarc no(lra,c]uando uix vnii, aurahcrumcft inucnire,
cui non lir in morc pofirum, 8c vcfpere,&manecibisfarurari ; nulla inomni
rcmporcopporrunior apparct horii, quam marurina ^paulloanre cibi fumprioncm ;
nimirum cum corpora lciwora ySc ub cxcrcmcncis magfshbcra, niagis ob i26 I B R
obpræuiiimfomnumualida, magis dcniquc a quibufuisimpcdi-D
mcntisfollitafunt^&practei^a minus imminct pcriculum, quin extcrnuscibus
probc confcdtus (it: ficut contra in vcfpcrc, cum nondum cibus concoftiontm
affccutuseftjcorpufquc fupcrfluitatibus magis redundat,magisq. grauatur, potius
quicfcendum, qua li.i.fen 3. cxcrcendumcfTe, quifqueuidct: uti quoquc
animadutrtifle AuiJoc.2,c.3 cennam arbitror, ubi dixit:"In hycmc vcro
ratioiii conucnicns erat, ut fcrc ufque ad vefperam tardarctur, fcd alia
prohibctia hoc uetant. Erit iraquefcre pcrpctuonoftrishilcetcmporibusmane
antecibum quibushbet fanisadcundacxcrcitatio,iique vllus auftorinucnictur,
quipoftcibum cxercitarioncmcommcndct,mo. do prudentcr confulat, non gratia
fanitatis, aut habitus boni comparandi illud faccrc, fcd potius gratia alicuius
particularis aficjlionis curandaccognbfcctur. E/t Sc aliud hocinloco magnopere
E confiderandum, ueter^s tam Romanos^ quamalios multos fcrnpcrdics, atquenoftes
fcparatim in duodccim horaspartitos eflb.; atquc alias dici maximias,ut in
acftatc, alias minimas, ut in hycme, Udecitaliasacquinovflialesuocafl^c:
numerumautcmhunc fcribit Galemfpcc.no ranquam ommium utjIiflTimum ab ipfis
deledum eflb, quo^ titia atq. niam dimidium continct, &:duplum, &:
quartum &: fcxtum, 8c «pfj!^* usincredibilia crrata jjT A ta committi
folenr,&: plerumque ( urar Plinij vcrbls) infcitia capi^M.n talis cuadit.
cumquc nos cxcrcirarionis toram arrcm rradcrc profitcamur, iamquantum
vnufquifq. cxcrccri debcat, monftrarcconabimur . Et nc lingula cxplicantibus
nimis diuagctur oratio,uniucrlaquantitatiscxcrcitationum tradatio cx
hisconftabit, Quis cflc dcbcatcxcrcitationis communis tc rminus: Quantum fortcs,
quantum dcbilcs, quantumlcncs,quantum uiri,quantum pucri,excrccri
debcant;quantum hycmc,aclbtc,ucrc,&: autumno;quanlum tcmpcratc uiucntcs,
quantum humidi, caHdi, frigidi, &: ficci ; quantumualctudinarij ; quantum
non alfueti . his ctcnim cognitis nihil,quatcnusad praclcns caput attinct,
dciidcrarciurcpotcrir. Sed antcquam rcm aggrediar, adnotandum duco, dc
corporibus acgris non hiturum lcrmoncm; tum quia paucas cxcrcitationes B
rcquirunt; tum quia fccundum morborum uarictatcs uariantur cx* ercitationum
lpccics,atquc mcnfurac;&: iccirco ccrta rationc dcfiniri nequcuiK.
Tcrminusigitur cxcrcitationum communis,qucm Galcnus,Oribalius, Auiccnna,&:
Actius Hippocrarcm fccuti docucrunr,duplcx cll,U!ms,quandofciIicct uapor fudori
aliquantir.dcloclf fperpcrmixtusfcntitur, vcnæ intumcfcunt, atquc
anhchtuspcrmutatur:cum cnimab cxcrcitaiionc duorcquirantur, mcmbro^ Ji.i.fcn.ij
rum robur, &: caloris au(ftio, qui fuccos concoquat, concodos nutricndis
mcmbris diflribuat, atquc dcmum inutilia dillipct, nifi^.cpia.^' cxercitatio
tanta fit, &: ad limilem tcrminum pcrucniat: ncque^« bcnc,ncquc pcrfcdc
illaomniaobtincripoifunt, altcr tcrminus c(l, ut tamdiu cxcrccatur vnufquifquc,
quamdiu color floridus ciusfaciei,&:corporiingeneratur; motufquc acritcr,
acquabiliC ter, &: concinnc edit ; ncc ullamcflaru dignamlalTitudincm
percipit . quod li calor cuancfccrc incipiat ;vcl corporis moles paullo
contractior vidcatur,vcl lalTicudoiamimmincat: illicodcliltcndu cft; ne, fi
ultcrius progrediatur, corpus plus iufto gracilefcat : boni fucci unacij
maliscxhauriantur:&:tandcm calornaturalisdcbilior reddatur; &: idco
loco roboris acquircndi uircspotiusdcftruantur, (imilitcr ubi motuum
alacritas,acquabiliras ; ud concinniras rcmitri quippiam, collabiq. ccrnitur;
utiquc llatim delincrc opor tcr; itidcm (i infudorcaccidar ulla
qualitatiscius,qua!uitati.suc mutatio, quippc qucm, &: copioliorcm (cmpcr,
&: fcruuiiorcm cdi parcft,prout motus vchcmcntiorcsfiunt.cum igituris
autminor, aut frigidior rcdditur : tum fcito corpus cxhaunri, rcfrigcrariquc,
&:ficcari plus iufto. &:proindc corpori cxcrcitando diligcnrcrattendcrc
conuc 01% ur, quando pracdittoruni lignorum aliquod apCyn.n.iiiica* 3 parere
lam incipiat, protinus cxcrcitatio dimittatur. Atque hi !> funt communcs
quidum tcrmini, quos magna fc/e cxerccntium pars continerc dcbct . Succcdunt
poftca particularcs, pro quibus ita dccrctum uolo, quod ualidi diutius ccteris
(nifi quid aliud obftct) cxcrccripolTunt, quamuisctiamuircs aliquantifpcr
fatifcercnt ; nimirum quæ facillime rcfurgcre poffunt. dcbilcs parum ccrte cxerccri
oportct, alioqui i\ in his uircs ucl tanrillum pariantur,difficulter, et longo
tcmporereparantur ; et iccirco fatipfis crit incalefcere citra fudoris
principium.Scncs du fe cxcrcent omni cura fudorcm ctfugere dcbent; ncmpe
iicci,&:aridiexfiftcntes, ita maiorem ficcitarem conrrahunt; pracrcrea c um
iam dixcrimus, exercitationesiniuucnrutcconfuetasinfcncLtute congrucrc, hoc in
loco fciendum cft, fcmper fcncs minus quam iuucnes (oIcbant> excrcendos
cffc, omninoque lalfirudinis fcnfum cflugicndum, terE minumq. excrcitationis
eorumfamisexcirarioncmponcndum, ficuti Socrarem iam fcnem fe exercirare, donec
cfurirer, folirum legimus. Viri, fub quibus comprehcndunrur omnc^ inrra
adolefccntiam, et fencfturem exfiftentes, moderatas exercitationes poftulanr:
uel enim ofFendunrur, fi plusiuftocxcrceantur, uclpaucum omnino frudum capiunt,
fiminus, uel utroque modoprauum aliqucm habitum conrrahunr: quocirca tcrminus
communisiamexpofirushisomnibus mirificc aprabirur. Pucri a primo ufque ad
tcrrium æraris feptenarium mulris laboribusprobefufficcre poflUnr . quocirca
&: incalcfcere, &c anhclarc, &: ludare &: aliquantifpcr
defarigari ipfis impune concedirur : excrcmenris enim plurimis ob viucndi
imprudentiam cxubcrantcs afudoribus, &: laboribus multis iuuanrur ; uiribus
autem ualidis pollentesa F leuibusdcfatigarionibus minimc oflfcndunrur: haud
ramcn raoduminlabore pucros umquam exccdcre conuenit, &:tanto minus,
quantoprimo fcptenario uiciniorcs exfiftunt^ fiquidem
inicmpeftiuæxcrcitationisduritiecorporis pueri,ad auftum, anatura quam maximc
comparari inhibcrur auclio, ob quod pæi.Jtu.fa. dorribas nonnullos fui temporis
damnauir Galenus; quod plus c^x.7.pol. equo pucrosexcrcerent .fimilitcr, &:
Ariftotclcs improbandos iudicauit Laconas,quinimijsIaboribus, &: exercitationibuspueros
cfTcratos rcddebant, ficut &: illas nationcs, quac athlctarum ha
bitumlaboribusinpueris gencrare ftudentes corumcorpora deformabant,augumcntumq.
impcdicbant. Nainter eos,qui Olym* piavicerunt,duo, uel tres tantum
exftitcrunt,quiijdcmadoIclcentes> fi^ uiri fint ui inaniuntur, calor
naturalis excitarur,&: pcrbclle conco^liones omnes pcrficiuntur. Dcmum
uaIctudinarios,qui mox a morbisrefurgunt, cxigua admodum cxcrcitatione
utidebcrc, ncmoignorat; quoniamhorumuircsinfirmæ ualde exfiftcntcs,caIorquc debilis,
&: membracxficcata,fimulta cxcrcitationc agitcntur, nonpoflunt non fummum
dctrimentum fcntire:proinde ifti i ntra anhclitus muationcm,intra caloris
aduentum,intra dcniqiie dcfatigationem ^
quamIibetexcrccndifunt:prouttameniftireficiuntur,uircsq. crefcunt,&:mcIiufcuIieflecoeperunt,adijceredebentexcrcitationes.
Poftrcmo qui exercitationibus inafl^ucti funt, cum prauam illa confuctudincm
dcponi deberc,iam oftenderimus, prius cxpurgari ab
humonbus,&:fuperfluitatibusexfcgnitie ortis fecundum Galeni confilium
dcbent,alioqui periculum imminet, ne a fluxionum perniciofis morbis protinus
tcntcntundcinccps primo parciflTimc exercendi funt pcr aliquot dics, poftea
cxcrcitationis modus paullatim augendus, quoufque ad tcrminum illum pcrucntum
fit, qucm inafl"uetis fufficcre,&: citra ullam molcftiam calefacere
experientia docuerit:cofemper(quod fupra quoque dcmonftrauimus) animaduerfo,
omnibus immodicam excrcitationcm noccre, nempe quæ pucris incrcmcntum
adimit,&: mcmbra colliquat, uiris inæp qualcs intempcrics gignit, atque
febrem interdum, ficuti de illo Calc.^.dcimmodice excrccricoaclo narrat Galenus
in libro de cauifis præ i/mp.cau. inchoantrbusjfenibusimmodicabiles
Iaflitudines,atq. ficcitatcs pa rit;omnibusque tandcm aliquid fcmper boni
cffluere lacit. Quamquam Ariftoteles ij. ethic. ad Eudemum libro, vbi virtute
medium eflc probatjCxceflum in excrccndo defcdu magis laudat,licut in cibo cont
rariu mjo/^c^t/^inqu lOKoci Tngi to (raipix Iv /u^ rots Tromg vytui/ongoy i
VTns^lA^u^liQnsKcci iyyuTigov roi ykaov \v J^i r7i rgoq^n « fcAAu4^2 vTnsSo^HQ
&c quac lcquuntur. Immodicac autcm cxercitationis hæc
fignafunto,dumarticuIicaIidiore cff"ecli fentiutun dumuniuerfum
corpusaridum,&: inacqualeapparct ;dumin motu/enfus doloris
cuiufdamulcerofifuboritundum labor coade,&:nonfpontc dimit titur;dum
poftfudorcm pallor fuccedit,ficut in athletisimmodice
cxercitatiseuenireconfucuiflc au6tor eftAriftoteles;duminfolita denique, prob.
Si . f ji A clcnlqncacualdcmolcftalafririido pcrcipitur. Tota itaquc
quantitatis cxcrcirationum ra:io liis omnibus nobis pracfcripta fit.Quod
limulta particularia a quoquam rcpcricnriavi'iac a nobis aui i^^no rata,aut
prætcrmi(rauiJcantur,iIludfciat,nihilquod ad un ucriamartcmncccflariopcrrincat,
circ,quia uclcxplicitcuclimplicitc a nobis comprchcnfum habcatur^.juamquam
ctiam mulrac cxcr citationcsfunt, quarum quanritaris tcrminum non cxprcllimus,
quod a tcrmino illo communi pracfcripto corum mcnfuram accipi uolumus, Dc modo
exercer^di. •PRÆTER locum, tcmpus,&:quan:ita:cm, quæ
inobcundiscxcrcitationibusfununa curaobfcruari ^ d^t)crcdcmonllrauimus,
adcft& modus,qui urin illisipfis, fic in plcrifquc alijs rcbus rc(ftc
pcragcndis tantum potcft, ur, nili is adhibcarur, cctcra
omniafupcruacancarcddamur, inrinitisquc propc crroiibusiam uia latilfimcpatcat
. Qua dc rcmaximead huiustraftationis abfolutionem pcrtinct, ut modum,qucm
anriqui in cxcrccndis corporibus tcnucrunt, quoquc tcmponbus noftris unus
quifque fanitatis ftudiofus uti non linc fru(ttu potcft, &: dcbct, apcrtum
brcui fcrmonc faciamus. Modus igiriir,quo uctcrcs ad fanitatcmufoslcgimus,
fuitis, qucm Oribalius Pcrgamcnus lulia^.coiic. ni Impcra. mcdicus, Actius
Ainidcnus, &: Arabum doc^^tillinius Q Auiccn. inmcdiumattulerunt.
Virinamque,&:iuuencsexercenLi.i.for.j di ubi Iotiopfcctaconcodioapparcbat,faccibusqucaluum
cxoncraucranr,maiorparsfcfccxfucbanr, mox fricabanrur mcdiocritcr,
^'ufqucquofloribuscolorin fumma cutc refidcns, &c arruumflexibilitas, arquc
ad omncm motum agiliras pcrfuadc bant ; pcrfiicati olco dulci mungcbantur ;quod
urmagis ariusquoslibcr pcnctrarct,manibus undccjuaquc
prcmcnribus,&:cxplananribus apponcbatur; abundtioncqui luctatione cxcrceri
uolcbant,autpancratio, pulucre conlpcrgcbantur, alij protinus in
cxcrcitationcm, proutcuiquc alt^rraalrcri uiilior,atquc grariorapparcbac,dcfccndcbanr,pcra(fta
cxcrcitarioncpaullum quicfccbant,dcindc fh-igili bus, ucl
afpcriufculispannisltrigmcnta a corpore cradcbant,quo fado aliquando rurfum
fricabantur, iTroi^gctnwTiKH didta
fridionc,nmilirerqucungebanturaliasinfoIc,aljasadigncm,utCornc-liU5 Cclfus tcfUtum
facit; ficq. fcrc fcmpcr balneum ingrcdicbantur Lib i.Sci bis bon.&
ina.ruc. 2iS JL 1 ii £ R tur conclaui quam niaxinic alto, lucido, et fpatiofo,
rariiisfcip/bs D inducntcs ad capicndum cibum accedebant. Atque hic totus erat
modus,quouelin gymnafijspublicis, uel inpriuatis locismaior pars liberorum
hominum,&: eorum qui valetudini curandæ, et bono habitui comparando
folemniter incumbebant, frequentcr utcbaturNecquifquammiretur,quomodo liberi
hominesfingulis diebustotcorporiscurisoccuparentur, quando omneshomincs,
ncdumclarioresquotidie defricarifolitos, multi audores,&
pracfertimCoIumella memoriæmandarunt.de quo defricandi
morc,&modo,fiDeopIacuerit,aIiquando tradationem huic adijciemus.
Cecerumuerifimile fit quamplurimos ahosexftitifTcqui uel negotijspublicis,priuatisque
impcditi juelnecefllirijs uariarumartiumoperibusdetenti ;uel aliqua ualetudinis
ratione coa€ci hoc pa£lo minime excrcerentur, fed fridionibuSj&undlionibus
^ dimiffis^quafcumquc poterant exercitationes ample£lerentur;ficuti &: multi
reperiebantur,qui pracdidarum cauffarum aliqua nullo modo exercitationibus
uacandi otium habebant; quibus omnibus exadiore uiclu,^: fanismedicamentis opus
cflb tradit Galcnus. Verumenimvcro cu actare noftra gymnafia illa ob exerccndi
com moditatcs ab antiquis fabricata in vfu dcficrint cflc%neque
gymnaftas,&: pædotribas,ncque aliptas,&: reundores habcamus,a quibus
fricandi, ungendi, tandemque quomodouiscxercendi modos,atque commoditates
quæramus, fat erit illis,qui aliqua neceflaria oc cafionc impediti
Iibcrefcfeexcrcendiocium ncquaquam habcnt, ut potius quomodocumque poflunt,
excrc eantur, quam fcmper in confummataquietedegant; modo tamen hoc
unumobferuent,ne ftatim a cibo excrcitationes cas, quas gratia fimitatis facerc
uolunt, ^ folicitcnimis adcant,fcdfalrcm aliquot horas intcrponanr, quo quam
minimum ficri potcft nocumentum inde fcquatur . Porro
quifuæfpontisfunt,&:maioriocio propriorum corporum curæ Iibere uacare
queunt,hæc omnia diligenter obfcruarc dcbcnt.pri mo u t corpus tum a
fæcibus,&: urinis, tum a mucis, &: fpuris
accurateemundarc,caputpcærc,manus,&:facicm ablucre ftudeat, ne excrementa
in uarijs corporu cauiratibus,atq. in ipfo ambitu laten tia,a motu cxcitata
uaporarionib.oflcndantjftridisq. mcatibus nonunquam infarclxi,aut exercitarionis
calore cliquata obftruftiones, fluxionesq, diuerfas pariant.Sccundo ut corpus
ijs indumcntis obtcgant,quælaborcm ipfi fupcraddcrc nequcant, quacuc interim a
uentis,fiqui erunt,ucl afrigorc tucantunautctiam fiacftus urgear,
feruurenullopadoaugerc,fiucfoucrequcantinam indumcnramfi cxercrcitandLs
prudctcracc6modcntur,pracrcrimpcdi'mcntri,quocl laboraruris in motu pracftarc
folcntiniigncjfaciunt quoquc, &ut motusdchita mcnfura ludcrj6j alia
iucomoda rulHiicant;(iqui dcm fudor ita indutoru finc motu multo cucnics,
vcluti Arillotclcs i.par.^fb. dirpurat,dctcrior cft co,qui a laborc cmanat.
&huiusargumcntum p°t?o pl eft,quod ita fudatcs dccoloratiorcscuadunt, cu
humor pcr fumma blc.j. ' corporis pairus,arq. incalcfccns ab
cxtcrnoacrcrcfrigcrari nopof. lit,& indc pallorcm tacilc contrahat,(i
mulquc corporis pcrfpiratio» a qua graruscaloremanarcconfucuit a ucllimctis
inhibcatur. Tcr tioobicruanducrit,ut rcmiflc,ac lcnitcr unufquifq. cxcrccri
incipiat,dcinccpsciusintcntionc augcatpaullatim,ufqucquoad tcrmi nu, qui fibi
conucnicns uidcbi tur,pcr ucniar, atq. vchcmcntia rurfum pcdctcntim rcmittcrc
catcnus conctur, quatcnus fibi iam fitis B fclc cxcrcuilTc dodus cxpcricntia
fcntict: na fiibito ab intcnfis cxcr citationibus incipcrc,non folum
imbccillibus,fcd ctia robullis cor poribus fummc pcrniciofum iudicauit (lalcnus
. Quarto ijs,qui inpu!cp"iicpl ter excrccndum
fiidant,curandumcrit,iitpcrada cxcrcitationc ue ftcsludorc madcfaclas
cxfuant,&: ficcasrciumat,idqucli ficri potcrit in loco tcpido, aut
tcmpcrato, aut faltcm ncquc frigido, ncquc ucnris pcrflatojl ctcnim humcctailla
indumcntarctincantur,facile cft carnibus a calorc rclaxaris itcru fudorcs
imbibi, ficq. dcnuo corporismcarus ob ftruitiir ; practcrquam quod pannimadidi
mox frigcfafti horrorcs,factorcs ac alias molcftias inducunr,atquc inde fcbrcs
mtcrdum oriri folcnt. Quindoobfcruandum ciit,nc(ficut criamfupra admonuimus)
poftcxcrcitationcm quam primu quicri fele dcdar,aut cibumfumat,fcd bIando,iSc:
valdc remiflo potius aliC quo motu utatur,tantumq. a capicndis cibis abftincat,quoad
perturbatio illa, quafiquccorporisfiudTtuatioacftuatiouc, ab cxercitarione
gcnita proilus ccffaucrit, ciq. tranquillitas quacda, &: icuatia
fuccclTcrit. 1 otusitaquc critcxcrcitadi modus^ordo,primocorpusa
fupcrfluitatibus quibus vis cmundarc, caputpcctcrc,manus &:facicm
ablucrc/caccommodatc inducrc,rardos,&: rcmi(Tos motusincipcrc,ad
cclcriorcs,&: uchcmcntiorcs proccdcrc,itcrumquc paullatim rcmitterc,
madcfada fudorc indumcnta cxfucrc, blande pollrcmo moucri,&: fcdara
cxcrcitationis pcrturbationc cibum ca pcrc . Atquchacc dc
uniucrfalicxcrcitationum Ipcculationc mcthodo
difputatafufiiciant.RcftatmodoparticuIarcs fingularum cxercitationum naruras,
arquc cffct'tus cnarrarc. quod infcquenlibus libris, quanrum ficri
potcrit,plcnc pracftarc conabimur. ExpUcit Libcr QHams. AR~ rDeordine
agendorum\(^ den(mnHlhsfcituclignis. Qap. L Iciiti nullus ab excrcitationii
particularium cognitionc fru(fius cxpcdtandus cfler, nifi rcda arq. vniucrfalis
methodiis, quafupcriori Iibro abundefaiis(nifal!or)tradidimus,optimcpoffidcreturi
Ita proR do illa infruduofa,ac prope modu uana cuadcret, nifi hæc parricularium
fcreomnium exercitationum tradatio, quam g aggrelsuri fumus, illi conne£lcretur
; fiquidcm incerta, ac fallax ea cogniriouidcri potcft, qua cxcrcitatio
vniucrfali quodam padto accepra iauareintclJigitur.fed /i qualis
cxercitatio,quod
nocumetum,quamucconunoditatcpracftareidoncafit,cognofcatur,proculdubio nihil
amplius rclinqui conftat, quod exercitationura quarumuis fcicntiam opcantis
animum expJere iure debeat . £ t iccirconcinchoataanobis gymnafticæ tradtatio
impcrfc(flarelinquatur,infcquentibusfingulos exercitationum iamenarratarum
effcftus profequcmur; atq. hos cum ex antiquoru audoru comprobatis experictia
rcftimonijs, tum ex rei ipfius narura infpeda, quam 12. Meth. ef e
ueracodiriones rcru mueniendi rarioncfcripfit Galenus,dicere conabimur. Et ne
citra ordinem totus futurus fermo uagetur,ita
matcriahuiufccmodidcclarareinftituimus,utprimocommodain F corpora humana cx
unaquaq. exercitationisfpecie emanatia,deindc mcomoda figillarim explicctunna
illud, quod quaplurnnis mcdicametis eucnirc ufu c6probatur,ut fi alicui
corporis parti,&: affeftui profunt,alijs noccar, in cxercitationib. item
contingere, nemo ignorat.lnexplicadis præterca utiliratibus,atq. danisamcbrisfupcrioribusprincipiufumentcs,
utplurimu in ultima,atq. infimaferiatim terminabimus,prius tn iHis enarratis,
quæ nullum corporis particularc mcmbrurcfpiccrc vidcbuntur.His autcm fic
pertradatis,duo me faltcm pcradurum cfsc fpcro:Altcrum cp maiori facilitatc,firmioreq.cognitione
quicumq. hacclcgent,animiscorum infidcbunt : Altcrimi 9 habito a ualctudinis
ftudiofis excrcitationum alfiduo dclcau, uel nulli crrores, ucl quam pauciffimi
committcntur,ficquedemummulticorum pcrnicioforummorborum euitabuntur,c[uos dcCdia,
laborum abftinenria,ac cxercitarionis ignora tio non conrcmnendos, quofq.
inrcmpclliuus cxcrccndi vfus continuoparcrc foletiillud namquca narura
compararum cffc norunt omnCvV,urilla,quaccorporibus nuftrisadmorainliynitcr
conduccrcanimaducnunrur, cxdem plcruq. magnum dcrrimcntuintcrat, li ucl nullo
paclo,ucl prauo ordinc, arq. omnino importunc adhibcanrur . quod ctiam m
cxcrcirarionibus iplis fcrc conringcrc, iudicauit Galcmis,ubi lcriprum
rcliquir,cos,quianrccibos,arqucop ^cd porruncfcfcc.xcrccnt,haud exquidra
vidusrationc opushabcrc, ^;',5°".^ quin inrcrdum Naturac in ualcrudine
commillos dcfcduscorrigc rc,qucmadmodum cxaducrlo
iIIos,&:accurariorcuic'tu,(!!;caliiduis mcdicamcntisindigcrcinfupcrquc
natiuamfanirarcm corrumpcrc, qui ncquc ante cibos aliquo pado,ncq. ordinc,ac
tcmporc fcrB uariscxcrcitarioncsadcunt. Cumiraquc taliordincquacad nniucrf-ira
^'vmnadicam [>crh\icndam fupcrlunr, pracdfclrs adiungcrepropoLtum mihifit,
id anrccetcrapracfariopcræprcriumcllc duco, nos in fupcrioribusgymnafticamfaculrarcmnonincuratiua,fcd
in confcruariua mcdicinac parte collocafsc. Hr tauK"omncs
uctcrummcdicorum(cs.^tas, acpracfcrrim Mcrhodicos, quormn principcsAfcJcpiadas,
Thcmiion,&Soranuscxftireruht,incun6tis fcrc diururnismorbis cunndi^
cxcixitarioncsaliquas magnopcrc commcndafscut cxlibrxs Oirncli j Cclii, qui
A/clcpiadcm in multis fecurus tuit, nccnon Coclij Aurcliani mcrhodici, atquc
Arctaci c^^roclarillimc iQrclhgcrc liccr.quod fimilircr Galcnus,(S^ qui Galcnum
in dogmatncorum fcetafuntimirati,magnacx parrc confirmarunr. cd ac ud mc, vcl
ilJcrs omncs cTrahc quis putct, ira fcnrcntias noC ftras accfpi dcbcit
uolo,qj.f;gyrTTnafticam principaliter circa fanitarisconfcruarioncm ucrlari,
ccinfcqucnrcrcirca curariuamrnuUa ctenim cxcrcirationcm,quaIifcumquc lir, u(l]uam
rcpcrics,quin iii /aniscorporibus abfqucnoxaadminifti\ uiqucar,atpaucisquibuf.
damcxccpris,nimirumambuIationc,gcftationc,uc^tion9,ac limilibus, ulx uha,
aiiraltcra inuehihir, quc ægroratibus impune conccdi qucatiimmo
illa^quacadhibcnrur^porius ut rcmcdia,quam ut cxercitarioncs commcndantur,cum
in fanisonincscxcrcitationcs folum fiant,quo bonani ualcrudincm rucanrur,
optimumquc corporishabirum inducanr: macgrotis
vcroiccircocacdcnuidminiftrenrur, ur morbo cxpcllcndo aiiorummcdicamcnrorum
inftar coopcrcnrur.Quandoigiruranriquorumirl varijsmorbiscxcrcir^^
tionibusaliquibusurcndi confucrudincm inmcdium adduccmus, noD
crir,^ullusadmirationccapiarur,uofq. icprchcndar,ra(|tiam' gymnafticam foli
conferuaroriæ inferuire ftatuerimu5, quoniam,D &:nosrei ipfiusnaturampræ
oculishabentcs,ita dcterminandum cenfuimus,quemadmodum ueteres alias experienti
js alliduis,alias morborum coditionibus permotipaullo diuerfiusfentirequidcm
uirifunt,fedreucra afententianoftranonrecefrerunt*
Aliudinfuperhocinlocofummaconfiderationedignumexiftimo, quod licetinmulcis
excrcitationibus diucrfus exftirerit antiquorum mos ab eo, qui hodiein
ufucftfere apud omnes, ucluti pilæ exercitatio, luda, difcus, pugnæ, atque
fimilia ; nihilominus cu m parum noftra confuctudo ab antiqua recedat,folifq. accidentibus
quibuf dam,& non in rei natura differat/crc eofdem eflfcdus, quos illi fuis
atrribuunt, nos noftris dare potcrimus,modo vnu, aut altcrum obferucmus,
antiquos undiones, ac pulucrcs in multis excrcitationibusadhibere
confueuifTcquas nulli hodie,aurquampauciflimifæ ciunt; aique hoc multi momcnti
efle ad uariandas utroriique qua2. S dtælitates,quando dc his Hippocrates verba
faciens fcripfrt, cxercitata. iuxta tioncs in pulucrc, atque oleomagnas
diflcrentias fufcipere, cum puluis frigidus fit, olcum ucro calidum, atquc inde
oriatur, 9 hyeme oleum corpus magis augct frigus prohibens, ne quid a corporc
demat : Æftate uer.o caliditatis exceflum facicns, carnem liquar, cum, 6c a
temporc,&:/.ole6,ac laborc corpus calefiat;qucmadmodu exaduerfopuluisinæftatemagis
augct feruoremæris,&:corpo^ ris rcmittens,in hyeme autem f rigus,&:
algorcm inducit.præterea maiorparshominumfcmel duntaxat in vcfperefaturabatur,
noftratesbiscibosfumunt, quoditcm non parum refcrradiuariandas cxerci tationum
condicioncs • Vnde c^ui de noftri temporis exercrrationibus æquum iudicium
fcrre optauerits: dcbebit quid un^ J aiones,& quid uiia dici faturatio
importent^exaæ penfitare >ro^ tumque illud noftris adimcntes,in reliquis
eofdcm,ucl parum diuerfoseffcdusexiftimare. De Jingulomm exercttationis
diff^eremiArum eff^e^ihus. IL RES præcipuas cxcrcitationum
difreretiasabantiquis Mcdicis excogitatas fuifle fatis conftat, quarum prima
excrcitium Trr^fpc^rxwfl^ixif, fiue pracparatorium, altcra (ic7ro6i§ctmvriKh y
icrtia fimphcitcr exercitatio nuncupata . Excrc itationcm pracparatoriam,
fiKultatem cogendi, meatus corporis denfandi,
eorumquclaxitatemcorrigcndiobtinere. fcriptit pfit Galcnus. quadc
caufla;ulilctæ,qui Jcfirarc corporumfudo3 ^ta.va, ics
impcdirc.&iconfcqucntcr robur confcruarc fludcbanr,antc "^jetuc.
jrcrcras cxcrcitationcs pracparatoiia utcbantur.quam ircm ufurpaual.c.3. * bant
quaplurcs homincs poil coitum,ut laxirarcm corporis in motu ucncrco gcnitam
cmcndarcnr. dc mcridiano coiruloquor, cum cx nodurno oborra laxiras /aris a
fomno curarctur. cuius rci yraria magnopc^ftfSocIarum laudarcfolco,c|ui apud
Plurarchumnodu ^.Cymp. coirum ob hoc excrccri dcbcrc aducrlus Epicurum mcdicum
grapf^^-^uilllmc difpurar.ficuri quoquc Paulli fcntcntiam,Galcni,ar^ lij
opinionibuspracfcrrc confucui,dum is conrra ipforum placira Li.i.fcr.i
tcmpusconcumbcndi fccundum cibum inucfpcrc antcquamfo mnus
muadar,opp()rtunucxfillcrc credidir: quod lalTitudo cxcoitu
contraCtaobdormicnri ftatim rcmitratur. ExcrcirationcmapoB thcrapcuruam ram pro
cxcrcirationis partcquam pro fpccic ncce pramcorpora ab iramodicis
laboribuscxfuita cmollircmcatusq.
corporisrclaxandocxcrcmcnrapurgarctraditumcfta Galcno: un j.detuc. dciure
mcritopoft uchcmc*riorcscxcrcitationcs,poll uigilias,poft nucrorcs, a quibus
corporum mcatus clauduntur, uircsq. non parumdcprimunrur,urplurnnum
adhibcbarunin ijs quoquc commcndabarur,qui palacdrac laboribus alfucri, ob
uirac negotia cogcbantur illos dimirtcrc, Excrcirationis fimplicitcr acceptac
diffcrcnriac,quac ab cxtiinfccis dcfumcbantur, cos ctic(ftus pariunr, quos
locorumipforum,aquibus fumunrur, condicionesproduccrc pofl*un::& idco,qui
in calidis locis cxcrccntur, magis cxurunrur, cfui in humidishumidiratcm
conrrahunr,ficque dc fingulis. corpo^ ra namquc ab cxercitationc rarclacta
facillimc difponuntur ad im bibendas quaflibct acns,&: locorum quaJiratcs .
De diffcrcntijs ab utcndi modis acccptis in hunc niodum dcccrncndum crir,cj)
cxcrcirariones pcrpctuac, fiuc continuatac, &: acquabilcs magis
dclaffanr,quam inacquabilcs. rariocftcadcm, quam atrulit Ariftorclcs
bic.r&fx inprobleiaaubus,uidclicct mcmbraa mulro moturcfrangi,atquc
inulruineflcmotum,qui unus,&:continuuscft,ac acquabilis.inacquabiicTTi
ucrononidco fic dclaflarc,quiacxmutationc nafcitur requics^ Jaborq, oinnibus
partibus dillriburus a lingulis minus fcntitur : quairidcin rarioncmotus
inrcrcifus, acordinatusminorcm defarigationcmparir, nin.irum cum inrcrruptio
quicrcm,quics laflirudinisminus inducat. txcrcitarioncs cumolcopcradac non
inodo pracfeatcm laflitudincm mitigar,ucrumctiamfururamprohibcnr,ficcitatcmq.
arcct, acad morusprompritudincmmaiorcni gcjacrant: cuiusrcigratia
Polliononagcnariusactatcmfuamolca cxtiia23« 1. extrinfccusadhibito acceptam
rcferebcit, QuæcumpuIucrefiLirit D excrcitationespracterquamquod frigidiora
conferualit corpora^, efficiunt quoque,ne ludor itafacilitercff?uat j neucilla
tantopcre i^tuva ma apud antiquos fuerunt gencra, quæ fere omnia hodie abolita,
uel faltem non uHrata efle cum conftet, fuperuacancum foretfingulorum eflfedlus
percenfcre.proinde fateritillaadnotafTcin quibus a,dc difta pracftandis,&:
cun£la illa conueniffe, atque etiam noftram conueni propter ii rc ucriftmile
uidetun;^tifow/4/flf(/ etcnim fiue manuum gefticulatione attcnuare
humores,atque furfum carnes trahcre,placuit Hippocrati fiuc Poly bo.quam
fimilitcr in inuetcrato capitis dolore,ubi P^ulLiba.cun latim
malumfoluitur,commendauit Aretacus,ueluti, &:in uertigi^^''^'
nofis,epilepticis,cocliacis.Saltariodemum,quæ motu uniucrfum corpus
calcfacit,arcendis rigoribus, atquc etiam nonnullis trcmoCribus ualde
accommodatunpriuatim ubi ftomachus in concoquen do laborat, crudosuc humorcs
aggrcgat, utile remcdium exfiftit . prætcrca labantcscoxas,infirma crura,malc
tutospedcs,vfq. adeo confirmat,corroboratquc,utpaucainuenianrur,q fimilc
auxilium pracftare queant. nequc itidcm altcri ccdit huiufcctnodi excrcitatio
in cxtrudcndis a rcnibus,fiue ucfica lapillis. Cæterum quod p-gnatibus mirum in
modum noceat, tcftatum rcHquit Hippocrates, in li.de na ^jj^j cantatrici
mulicri,quacne calumnias fubiret,utcri foctum abij cere cupicbat.confuluit, ut
faltarer,pollicitus ea faltationc concepjtum corruprum iri,vcluti poftea
contigit. Quicunque vcro caput debile, ac vcrtiginofis aficaibus obnoxium
habcnt, proculdubio ab illis circuitionibus,uerfuris,motibusq. continuis ofTenduntunfimilitcr
oblæduntur quibus oculi illacrymantur,aut in uidendo hc betem acicm
habet,perindc namq. in tripudiationibus alicui eucnir, acinrotationibus,in
quibuslacpeoculitantumdctrimentum p patiuntur,vt nihil omnino vidcant,atquc
interdum cadant . Rcnes languidos,&; fupcrcalefados habcntes,fcminisq.
Ruxum, y>voggoitt» aGraccisuocatum,qualibctdc cauflaincurrcntcs
afaltariotiibus abftinere conuenir:ahoquieorum affca:ionescxmotu calcfacicnte
magisrccrudcfcunr.Arquc hacc omnia a mc difta intclligantur de ea faltationis
fpccie, quam antiqui fine armis obibanr.quod h quis armatæ,quarn
vocarunr,falrarionis condicioncs pcrnofccre aueat, inhunc modumucrcarq.
brcuitcr ftarucrc rc porcrir,uidclicet om iiia quæ ab iUa gignuntur ucl bona,
ucl mala, cadem ab hac eftici, nifi quod armara uchcmenrius membra cxcrcct,
magisque illa in%.itvi.u. calefccrc,&:fudarc facit. ob quod Galcnus intcr
uchcmcntcs cxer* ' citationcs non in poftrcmo loco pofuit,dum quis graui
armatura te ausceleritcragitatur.. J41 DtluJorum ptUe effe&ibus^ Cap. IV*
Vdorum pilac antiquitiis complurcs cum npud Latinos, tu apud Græcos cxilitiflc
fpccics, abundc in fccundo li Ca.4. et i ^ bro indicaui mustcx quo nullum
opcrac pretium cu hoc in loco,vbi folas cxcrcitationu qualirarcs cxplicarc pro
pofuimus,cadcm rcpctcrc :illud duntaxatanimaducrti volo,quod &: li noftra
hidorumpilac gcncra vctcram gcncribus undcquaque non rcfpondcant: funt tamcn
magna ex partc ualdc (imilia : &: ideo corum commoditatcs,atq. nocumcnta
lingulatim cnan arc ftudcbi mus,ut fada noIlrorun\ cu illis coparationc, quid
confcrant, quiduc noceant, utraquc fimul cognofci poillr.fcd nc tratfiatio ifta
confundatur, iicut alias fccimus, primo graccos ludos, dcindc larinos 3
profequcmur codcm ordincquo (upra ufifuimus.In co ctcnim c6ucnirccunclaharumcxcrcitationumgcncraccnfuit
Auiccnna, q» Li.r.rcn.ifortcscxliftut. Hoc pracrcrcacommunccxomnibushuiufccmodi
ludis comodum pcrcipi*ur, quod qui in iplis, ud ipforu aliquo fcfc
cxcrccnt,promptiorcs ad motumrcddantur,ijsquc uitalcs adioncs roborctunpcculiariter
ucro paruac pilac cxcrcitatio intcr ucloccs citra uiolcntiam,(S: robur
collocant Galcnus atq. i^aulhis,cuius me ^^: ritocorporacra(Ta,ut limilcs
cxercitationcs faccrc didtum fuit,atre nuat. ideoq. apud Noniuin a Lucilio
iLriptum inucnitur, Cum ftu» dio in gymnalio duplici corpus iiccalTcm
pila.Primaautcm paruæ graccorum pilac fpccics,fccundum Antylh fcnrcntiam,
carncfoli^^iidl!" damrcddit,brachijs,dorfoatq pullulantibus coftis magnfi
vtilitatc cjp.j». pracftat, cumquc in ca cxcrcitationc crura magnopcrc
laborct,ad Q acquircndumroburnon parum proficiunt.Sccunda cxcrcitationis paruac
pilæ fpccics pracftantiliima rcputabatur olim, q> corpus fanum, &c
promptum ad motus cum roborc coiundo pracftat, adfpcchim hrmat,ncquc caput
rcplct.Tcrtia vcrofpecicsoculos, atque brachia iuuat, fpinac proptcr
inflcxiones, quac currcndo fiunt, comodum aflcrr,crura proptcr curlum mirum in
modum firmat . His poro omnibus paruac pilac Ipccicbus cun(ita illa coucnirc
cc/co, quac (jalcnus in libcllo fuoillisdicato, paucisucrbiscoplcxuscft,
uidcliccttp tumanimoruin virtutcm pariant, tum omncs corporis partcs
accommodatccxciccndo bonam corporis ualctudincm,ac nicmbrorum concinnitatcm
cfficiant. Pihic magnac fpecics prima fccundum Antyllum totumcorpusfirmat,
cumq.ad dcduccndam infra matcriam uclicmcntcr coopcrctur, capiti in primis,
cunclisq. fupcrionbus partibus, non ignobiJc luuamcntum aficrr. dc hoc luR 2 do
242 Llb.^. dofermonettthabuineputo Alexaodrum Trallianum, quandoinD
"P-vlti. curationc priapifmi fphæræ exercitium comcdauit, quo mareria i n
diucrfum retrahatur,& fpirirus flatulcrus digerarur. Secunda fpc cies,quæ
plus iufto magna pila pcragitur dum proi jcirur,&: urraq. manu proprer
magnirudinc cmitritur,brachia firmar,fccl nimis duras plagas infert, ob idq.
non modoægroris, aut conualcfcenribus eftinutilis,ucrum
eriabcneualenresimmodicadefatigarione afficit. Inanis pila,quam rerria
effccimusjacquc exerccr,ac mororia,in qua curritur,atramcn non admodum facilis
cft,ncq. apta,arq. ideo li.i>.c.vlt. omirrendæameffcconfuhr Oribafius ex
Anryllifcntcnria. Pilæ, &magnæ&: paruæ cxcrcirationcm
vertiginofisobcffeiudicauic hsc vlti Areræus,quonia capiris,&: oculorum
circumuolurioncs, arq. inte' tioncs uerrigincs afferunt.Coryci excrcirarioncm
inrcr vcloccs adnumcrauitPauIIus, quascum didum anobisfit corporacrafliora E
lib. V chr. aricnuarc,fumma rarione Cochus Aurehanus ad diminuenda po•culf.
lyfarchia hanc exercirationc, qua a Graccis corycomachia uocari i.dediæ.
fcribir,adco probauirpfccurus in hoc (opinor) Hippocratc,qui corvcomachia,&:
chironomiamidcm pracftarCjquodjuda^rradidir. Hoc excrcirationisgenus iudicauit
Antyllus mufculofum corpus rcddere, roburq. afferre, et prætcrca uniucrfo
corpori aptari, ncc non ob pIagas,quasinfHgit, omnibus vifccribusidoncum
cxfiftcre. Arcracusitem in elaphanricis KogvKoSoKm laudauit. firamen quis
plagas in pedtore a coryco ficri foliras coniidcrcr, facilc fcnriet,eos, qui
pedore debih ucxatur,fimili cxcrcitationc periclicari,& quan doq.
contingcrcpo(fe,utinthoraceuafarumpantur.Arq. rot,siir q dc pilac Graccorum
ludorum qualitatibus dici poflunt . Succedut lufus Larinorum gcnera,quæ &c
ab ipfis quaruor fpecicbus comple ^ xa omnia in ufum fanitatis rcccpta fupcrius
dcmonftrauimus . Horum primum locum obtinct cxcrciratio f ollc acla, quac uniucrfum
corpus cxcrcct,fcd dum brachijs impcllitur, dorlum in primis atq. li.i.chro.
brachia firmat . ob quod Coclium Aurclianum de hoc pilac ludo ^^•^*
ucrbafecifscexiftimo, quadoin cpilcpticishumcros fphacrac lufu excrccri
mandauit:dumucropugniscmirritur,manibusmaior utilitas contingit: ambo tamcn
uifccra adiuuanr, calcuhsq. a rcnibus, &: velica cxrrudcndis mi rificc
confcrunt,coxaf3&: crura imbccilHa In ciusui confirmant . Nam Auguftum, qui
huiufccmodi affcdibus corporis ta.c.8o.& fQii^;itabatur,corumgratiafolliculicxercitiu(vtrefcrtSuctonius)
adamafse opinonqcf cum præcipue fupcriores partes exerceat,ijs, qui citatam
aluum habcnt,(Smqucinprimis laboriofamclTc,magnusphilofophus Ariftorclesproy.
partlc bauit, vbi currcntem ambulanti comparans, illummagi.slabo! j;e P^^^b38pcrfuadcrc
conatur, quoniam elatus, atquc pendcns corpu.^ fupra lc totum fuftinet,
ambulansvcro partc inliftcntcuiciffimfuftcnta- tur,qua(iquc paricti admotus
rcqui cfcit. qua rationc itcm coringc- rc dixitait currentcs poti us qua
ambulantcs cadamus.Curfus præ- P^"i autcni, licct humorcs ad infima la-
bantur, illico tamcn ad fupcnora rc/iliunt, ucluti cotingcrc i n pila fuper
pauimcntu iac^a ccrnitur, quac fi blandc iaciatur, inibi quic- knifm
uiolcntcr,ftatim fupra rcfilir. I)c thoraccauickgiturapud Galcnum, currcntium
fpiii :um anhdum, arquc afthmaticum rcd- ^P^- di,necnon intcrdum aliqund ipfis
uas in pulmone,aur pedorc rum ^^rMcVho. pi. quodnon tantuminrdligidcbctdciliis,
qui ad cum aflVdum prius difpo/iti eranr, vcru dc a^ijs uchcnu ntcrcurrcribus.
Achan- rhioenimillc Plaurinus cum ad ChaririUm uclocinimc cucurrif-ln Mcih.
fcr, dicit cx curfu rupiffc ramiccm, &: iamdudum fanguincm fputa- re.
fubramicisnominc (ut fufius dixmuis primo Variarumlcd.
cap.2.)pcdlori5ucnaslariorcsinftar uaricisfignificas. Ahoquifcri- ptum 2j2 ^
Pfob. pf eft ab Ariftorele, eos, qui non concitate admodum currunt, D
numcrofcfpirare,quod ipforum motus proportionatus cfficitur, modumq, refpirandi
fenfibilcm præftanscxplicare numerum ua- let. iUis, qui uel in bubonibus, ucl alibi
rupturas patientur, curfum cauendum præcipit PaulIus.Ad hæc ardorem urinæ ex
curfu au-, &c hominesteftaripofrunt,&cerui,quiintercurrendum vf- que
adeo huiufccmodi ardorc ftimulantur, ut, nifi mingant, facilc capiantun quam
rem animaduertentes fagaces uenatores,eos pro- fequuntur, necmingendi
iplisporeftatem faciunt. Curfumitem hepatelaborantibus, nccnon renibusmale
afledisinimicum efte, lib»4.c.«* tfaditumeftaCornelioCeIfo,&:abEphefio
Rufo.Atque hæcom- niadecurfureclainanteriorafadto a me explicata fciantur. pro
}bidcm qu^'^ idfilentionoefTeprætereundum duco, quodi^riftctelesfcri- pro.jtf.
ptumnobis reliquiti videIicet,eos,quicurfumconcitare agunt, g conuulfionibus
maxime corripi, ubi quis inrer currendum eis ob- ftircrir : quandoquidem ea
potiflimum conuelluntur, quæ in par- tem contrariam vehementer trahimus,
atquemouemus . unde Ci homini currenti,vehemeiiterq. membra ultrapropellenti
quisob uiamfactusobftirerit, accidicut in partcm contrariam earetor- queantur,
quæ adhuc ante pertendunt, atque proripiunt . itaquc conuulfio tanto
vehementior incidit, quanro curfus conrenre ma- gisagitur. Curfus infuperreila
ad anreriorafadtus, atquelongus i.ldiact. abHippocrare nuncupatus, fecundum
eius fenrcntiam fi fenfim fiatjcalefacit, &c carnem dirfundit, ucrum corpora
rardiora, arquc craffiorareddir,multaq. comedentibus urilirarem præftar. At re-
Onb^Ciui curfusinpofteriorafecuadum Antyllum non celerirer mitus,capi-
Lococita. ti^ocuIis,tendinibus,ftomacho,&:Iumbisaccommodarus, arque p
utiliseft; iccirco nonrepletcapur. Circularisuero curfusfccun- i.dcdiæ.
dumHippocratemcarnemminimediffundir, arrenuar aurem, di- ftendit carnem, 6c
ventrem maxime : proprercaq. acuriflimo fpiri- tu utenres humiditare in fe
iplos cclerrime trahunt. qua ratione ab Irt lib. ic ipfo in ijs commendatur,
qui nigra aftra in infomnijs uident, nem- pe
quibusmorbusforinfecusimmmeat.Capur valde oftendit, ver- li.de Vcr figincsq.
utTheophraftusfcribir, abundcmggerit;thoracem y&c crura uitiar;ideoque
rcpudiari omnino dcbct. Sunt curfus per ac- cliuia magis laboriofi, magisq.
thoraci, &c crurihus inimici; fimili- ter, &c pcr montcs : pcr decliuia
ucro caput uchcmcntius afticiunt, uifccraomniaqualVant, coxasdcbiles pcrrurbant
; perplanacur- fus illa omnia præftanr,quæ iam dcclarauimus . Ccrcrum qui rc- tliocorporc
obeunrur, &c fudorem moucado magis humcctant,. 25J tc carncm calcfaciunt
.idcoq, Coclius Aurelianus capitis dolore la borantcs,utuc{litos
currcrcfaciamus,magnopcrc curandum prad- cepit;qucmadmodum Thcodorus Prifcianus
lcriptis mandauit,ci;r L' i aJTi fum cum ucllibus lancis pcrao: um althmaticis
prodcflc; hunc tamt 'l'^^;^^^^ dccoloratiora corpora cfticcrc ; quoniam
finccrus fpiriius ailabeiis ipfanon depurgar,fcdin codcm
fpiritucxcrcentur;audorcftHip- pocratcs.qui tamcn cundcm in illis probauit,qui
ftcUas dcficicntcs \^;'' in infomni)s,vidcnt, quod fccrctionem in corpore
humidam ac pi- tuitofam factam,&: in cxternam circumfcrentiam illapfamcflc
figni ficctur.Qui pono nudis corporlbus efficiuntur,ficuti magnam (udo rum
copiam clicmnt,ira gcncrofc pcr occultos halitus cuocant hu morcs,corporaq.
magis deurut.quocirca Ariftotelcs ludorcm,qui i.partl«. corporcnudocurrcnti
prodicrit, criam fi mmorlit,magis laudat,^^^- 3^« • quam qui fub ucftc lc
prompfcrir,argumcnro illorum,qui nudi cur fum aclhuo tcmporc achrant,quiq.
colorariorcs rcdduntur.indutis currcntibus non ob aUud ccrtc,mfiquod,vtomnesqui
locahbcra, &:adfpiratiora
incolunr,mc;iuscoloranturijs,quiimpcdita,&:filcn tiatencnr,fic ctiam fcipfo
quilque colorariarcft, cum uclurifpirituiafflanti placide patcr,quam cum
pcrftrictus,obduc'tufqueacaIo rc nimio angitur.quod certe ijs accidit magis,qui
vcftiri pcrcurrut. &: qui nimis dorm!unt,quippc qui vcluti adftridi, 6^
propcmodum ftrangulati,minus rcliquis lc fc modico fomno rccrcaniibus colore
florenr.Curfum vniucrfim acccptum magis hycmcquam æftare ex vfu cflc crcdidir
Hippocratcs,liuc Polybus in fccundo dc diacta libro.cx aduerfo Oribafius tnm
hycme, tum acftarc mcdia conucnire fcnfir. cuius forfan fcntcntia ucrior
mdicabitur, ii fudorcm quis " æftate magis, hycme minus procurandum cum
Ariftotele arbitratusfucrir.fcd dc hoc iam fupra abundc difpurauimus,ncc
quidquamampliusrcmanet, quod ad finicndum hanc curfus tradtationempcrcincat,
^icipræfit t filtns. Cup. I IX. ALTVM inrcr vchcmcntcscxcrcitationes, quacexrobuftaatquc
cdcri componuntur,collocandum iudicauit Galcnus,&: pracfcrtim illum, qui
(inc ulla intcrmiffionc iugitcrcontinuatur; qua dc rcipfum calorcm
natiuumaugcrc,&: cocoqucndiscibis, crudisuc humoribusconferre apud omnes
pcfpcctum cft,licctpoftca capiti,arqucpc6tori noccre 2^4 re cx eo conftet;quod
in huiufcemodi cxercitationibusalrerum ve D hemenrcrconcuatur, alierumin
inclinationibus, atquedor/iin. flexionibus comprimitur, et ex comprcfflonibus
mox uafa ram pedoris, quam pulmonis franguntur: ut eueniffe interdum nairat
rMeth.a Gaknus, Hocprætcn afalrui communeincft,utgrauidasmulieIn prin.dc rcs
abortiri facillime faciatrncqiic iftud ab Hippocratc folum,cetc
'"'•^'""'•risq.vetuftilftmisaudoribus^ubiqueconfirmaxum
cft;verum etiam ipfa rerum pareiis,optiraaq. magiftra natura nos vberrime
edocuit, nimirum quac capreas,& cctcra brutorum gencra faJtantia
firma'^|J^"Tuentisquibufdam ut indicrat GaJenus, muniu t, ne ligamenta,
partium. quibusfoctus in utcro condnctur, d iim illafaltarccoguntur,faciliter
difrumpercntur j quod munimen cum humani generis foeminis ncquaquam conceHbrit,
opinor cam co confilio id efTccifle,ut cognolcGrenthomines,dum nmlicrcsin
uterogcrunt,quaflibetfaI E tandi occafiones ipfiseffugicdas eflc. Multac funt
faltus fpecies,qua rumduas OribafiusAntyllum fecutusnominauit, exfilitionem
uidelicet,atquc faltum ita propric uocatum.dc cxfilitione,quæ
quodammodocuriuiadlimilatur, hanc fcntcnriam tulit,illam diuturnis capiris
raorbis accommodari,fhoracem adiuuare,cum inflcxionibus ualcntibus careat \
materiam,quæ ad partes fupcriores rapi-tur,ad inferiorareclinare,
cruribusimbccillis, fcfenon alcnribus, excarnibiis,ftupidis,atque
trcmulispræfidiuraafrerre.hanc eriani ineij^iiitaintelkxiflcopinor
Suetonium,ubi Auguftum ambularefolitum, "^" ka,utin exrrcmisfpatijs
fubfultim decurreret,fcribit, quafi fic infirmitati coxendicum femoris, et
cruris /iniftri, necnon ucficæ calculis,quibusafflidabarur/acpeoccuTreret* De
faltu ucroproprie (kappcllato dixit,cummatcriaminfræxa(fliusdeduccrc,fed F quia
thoraccm nimis, et uiolcntia motus, et magnis inflexionibus coneutit,
ciusafrcdionibusminime conucnire; ucrumtamcn, &: nd motum, et ad adlrioncs
promptum corpus ualdc rcddcre ; quod Li.i.c.ii. fi ad natcs ( thciatiir
faltus,qualem Lacænarum mulicrum fuifle iam diximubvcaputjCxeiuCdem
Antyllifcntcnria,peculiariterpurIi. T.cur. aat,&: pur2,andb ficcat. atquc
dc hoc mcntioncm fcciflc Arctacum clir.c. I. o r 1 puto, ubimuctcrccapins
dolorclaltum, et fimTrcttAvTou cc;wA«riy laudauit, licut, &: asomncs,atq.
ncruos,uaIidillinic inccndi confcfliis cfi.qua i\aione cfHcitur ^utafTatin;
corOymna/lica. S pus 2j6 L pus calcfliccrchacc excrcitatio iclonca/ir,&:
pndcrtim dorfi m, quod maximc iniadtandis haircribiisfarisfaccre
uidciur;practcrca canicm crcar; priuatim ucro fupcriorcs parrcsab ilia cxcrceri
mc^.^tiKva. ^^^^iiic mandauir Galcnusicuius rarioncantc ipfum Areræushucap.14.
iufccmodi cxcrcirarionc in antiquo capiris dolorc,qui paullatim
finiatur,ufuprobauir,ucluri ctiamin cocliacis&: ucrriginofis . Sccl Oribafuis
Antylli aucloriratc humcros ipfam cxercirarc,fl:omachoquc,qucm diffluxio
infcrtar, quiq. imbccillus cft, &: in quo cibus acclcit,fiuc cumhiborc
concoquirur,accommodari fcribit^Iau Li.j.chr. darin arthriricis Cochus
Aurchanus,urprimo manibus ccra cmol licndadcrur,aur manipuh tcncanrur,quos
palacttriræhalrcrasappclianr,tum primo ccrci,fiuciignci cum
paruoplumboinrcrclufo moucndi porriganrur, dcindc grauiorcspro modo profcdus:
Ga^.^tnen. lcnus cuidam, qui mordax, praccalidumquc fcmcn inrcr cmirtenva.c.14.
dumfcntirc non ranrum fe,fcd criam muiicrcSjCi mquibusrcmha bcrct,rcfercbat,
inter cetcra auxilia,fcfc haltcribus excrcerct,fuaK.p. cult. fir: quem poftca
fccutus Aicxandcr Trallianusin priapifmo curando huiulcemodi cxcrcirationcm
commcndauit,quod animaducrterct ipfam non modo ad rcrundcndum, infirmandum.quc
fcirxn, ucrumctiam ad matcriamin diucrfum rrahcndam,fpiritu5q. flatudc comp.
I^ntos digcrcndos conduccrc.fimilitcr qucquc Galen.in ulccrum me.pcrge crurum
curarionc,nili quid aliud impcdiar,haltcribus pcradam ntn.c2,x.
cxcrcitationcmprobauit,proptercaquod fic impcditur, quo miepi. cg. humores
viccribus noxijs ad parrcs infcriorcs delabanrur.ldcm eriam,ubi purgatio,aur
phicbotomia rcquirirur, ncc eas æras, aut ægrotantis uoiunras pcrmirtir
jlocoipfarum fupplcrc iudicauir . Verum enim uero,ncq. capiri,ncq. thoraci
fimiicin cxercitirioncm congrucrc uilus affirmarer,quorum aitcrum nimis, arq.
inacqualiter agitatur,aircrius autem uafi,nc ob maximam,qua brachia
urunrur,uimaIiquo pado labcla(ftcntur, pcricuium imminer. Quain rem fortaffe
colidcrans Marriaiis,fo{rionem,quam Galenus,&:exercirarioncm iimul,&:
opus fccit,ficur fupra oftcndimu6,huic excrcira tioni propofuir fub hifcc ucrfi
bus. lib. X4. Qlfi^ percurjt flulto fortes hattere lacerti i Exercct nicl us
uinca foffa vros, Huiuscumfccundolibro rria fcccrimus gcnera,Primum caomnia
pracftarc crcditur, quæ iam cnarrauimus : Aitcrum ucro parttculari quadam
facultarc crura,neruosq. confirmare35 cuin tamcn Uco coruin apiid alios nndulac
plunv bcac,tcrrcacuc,ipiid ahosiarcrcs ac lapidcs jipc /phacrici,6c
i;raucsvfurpcnrur,uihiltiguraillarcfcrtad uariaiid )s cdcftus,ctficicdumuc, nc
cadciu faculras ram in ufu nolb-(Tum, CjUam in prifcoru inucniariir,co
mai:isquod haud fciusqui h.odic fcfc ocrccnrin la pidibus,ucl mallulisproijcicndis,
brachia,d )rfu:n, omiu fq. fupcriorcsparicsmoucnr^coniorqucnriicac f;u
ichanranriqin halrcru excrjitarorcs. ur hac una rarionc omncscrtc dus a nobis
fupra cxpo :n iu)ftr:s criam cxcrcitationibus cxpcctari dcbcanc. ^ Dcdtfci:,
atquc tACtilationts cjfcciil us. C^p. X. ^yr^ quamuis apud mcdicinac probaros
auch rc5, y \ P^u^Ji^ omnino mcntioncm tac^tmi inucniam,ob idq. W fl
forralTch^cusiftc dimirti pollularct i quoniam tau:cna (ialcnoprodirumfuir,
diici iachim, ncdum cxcrcitationcm apud anriquos cxftirilfc, in jymnafijfquc
ric ri T(;]iram, ucrumcriam inrcr uchcmcntcs cxcrcitarioncs haud poflrcmumlo*
cumobrinuillc, arquc hodic quoq. apud mulras narioncs in iifum excrccndorum
corporum ucnirc, proindc ilccis ( utaiunr) pcdi* bus practcrirc iUum omnino nolui
. Quo circa in priinis fcicnduni erit, hanc cxcrcitationcm, modoin ccrcrisnon
dclinquarur,accomraodacccalclhccre, &:proptcrcah-igidis corponbus,arquc
illis, quibus ucloccs excrcitationcs ncganrur, pcrfci^tc conucnirc, C
nccnonimbccillos, ^ infcrioribus mcmbrisinualidos modcrntc corroborarc. cum
ctcnim magni, atquc vchcmcnrcs obnixus in 16gius difcum proijcicndo
rcquiranrur, fir ur uch.cmcnria motus, ac mufculoruminrcnfioncartus ma^is
folidcfcant, 6c abcxcrcmcntis purgcnrur . cuius purgarionis mcriro confuluir
quandoquc Ga^'^P' lcnus,uf, ii quando purgario, Sc phlcbotoniia rcqui rcrcrur,
ncc ipiph! facaliquibus impcdimcnrisadhibcripofscnr, earumuiccpcr difcum IdCtj,
cxcrcirario admittcrcrur, quac nimirum id pracllarcr, quod in plilcboromia, 6c
mcdicamcnrorum purgationc, cxoptarcrur: pcculiarircr autcmcxcrciratio iila
brachia, lumbos,ac dcniquc uniucrfum dorfum corroborarc idonca cll, quac
fciliccrpar tcsin ipfo maximcoinnium agiranrur; in vcrriginofis quoqucab
Arcracocommcndarur. AI)illisucro magnopcrc cuirari dcbcr, quicuinqucautrcncs,
aut choraccin inalc aHcCtoshabcnr mamil2 li liferuidiores,
atqueflaccidioresredditiincredibilcquandam difD lolutionemcontrahunt;
huiusinterna aliquauafa, uttcftatumfecitGalenus, nonraro difiumpuntur .
Etnequiscredat,candcm cxercitationcm cxftitiflchaltcrum,atquc difci,
fciendumprætcr li.i.c. t i. u^riam utriulque figuram iam a nobis in
fuperioribus libris dccla' ' ratam, hoc quoque difcrimen
habuiflre,quodhaltercsuarijs contordonibusaltiusagcbantur, difcusuero,
etfiinaltum proijcerctur, tamenlongitudofpatijiadationeperadti
potiusmetiebatureo fcrmc pado, quo hac tcmpcftatc faciunt, qui fcfc in
latcribus oblongis proijcicndis cxerccnt, in quibus ijdem effcaus uidentur, qui
ohm in difcobolis uifcbatur . laculatio porro ficuti a difci iadlu par rum in
ipfa proicdtione difTerrc uidetur, ita quoque uires fimilcs,&: adnocendum,
&adiuuandumobtincrecredendum eft. quofit,ut pauca dc hac cxcrcitatione
nobis diccnda rclinquantur . lllud miE nimefilcntio obuolui debcrefcntio, uctcres
fcilicct nonfincmyftcrio Acfculapium,atque Apollincm, ambos mcdicinac audlores,
ambos fanitatis magiftros arti iacujadi tamquam Deos præfecifse; nimirum hac
fcntcntia innuentcs,huiufcemodi exercitationem bo næ ualctudinis confcruationi,
bonique habitus acquifitioni ftrenuamopcmaflcrre.cuius exercitationispoftquam
plurcs fpecies cffccimus, alias a iaculorum, fiue fagittarum uarietate
defumptas, alias ab arcubus fcu baliftis,quibus illæ emittuntur, acccptas,
omncscandcm planc facultatem polfidere autumo, nifi quod cos. qui in fcrrcis
uocatis palis iaciendis cxercentur,hoc admonitos uchm,ut magnam curam adhibeant
; quoniam fæpe numcro peritonacumdifrumpi,inteftinaqucinfcrotum
defcendcre,&:per confequcnshcrniasin fimihbus excrcitationibus generari
experientia F compertumcft: cumquein emittendo maximauis, arqucmtenfa
fpiruusrctentioadhibcatur, pedori adftrido, atqueinfirmo huiufccmodi
iaculationem aduerlari puto.Non eft quoq. illud igno. M
randum,quodMarcusTulIiusmcmoriæprodidit,PhiIoætem, lo ScS. dum cruciarctur, non
fercndis doloribus propagafse tamen uitam aucupiofagittarumiaculationefaiiOt Dc
Df deanjhuUtiomim qualitatiLus. [^ap. X L I vHumcft cxcrcirarionisgcniis, quod
illis, e]ui fanirati opcramnauanr,maximcquacrcndum, arquc cognofccndum
(it,quodq. ceccris quibufcumquc frcqucnrius a cunctis fcrc hominihus, omniq.
rcmpoi e cxcrccarur, un-im proculdubio dcambulationcm cfsc ncmo ncgabir :
fiquidc nulluscll,iiuc pucr, (iucadultus, fiuc fcrcx, qiii non modocam
pracftantiirimam, fcd folam cxcrci tarioncm non crcdat . pauci ramcn
rcpcnunrur, qui ucl rarionc,ucl longo vfu, quibusqiiacquc corpons
parribus,&: prolic^u noccar, pcrfc(^tc animaducrttrint :id quod cucnifsc
cxillimo, cum ob uarias iHius fpcci cs, rum ob poftcriorum hominumincuriam, qui
&c in huiufccmodi rcbus, &: in B quampluribusahjs anriquioribus
ncghgcntius, atquc ofcirantius fcfc gc fscrunt . Quamobrcm opcracprctium
faclurum mc cfsc fpero, ii, dcambulationum fpccics praccipu as rcccnfcns,
confcqucntcr quid unaquacquc tam boni,quam ma!i cfticcrc valcar,dcnionItraucro.
fcd duoantc cctcraab omnibus coniidcrari cupio. Primumciuodfacpcmucnirccft
apudau(5torcsmcdiunac (jraccos, &: Latinos, praccipi fimul ambulationcs,
&c cxcrcitationcs ; quafi illac ab his fcpararacncc cxcrcitationcs
linr.quorum fcnrcntias fic intcrprcrari uolo,ut lempcr,dum iplas lciungunt, fub
nominccxcrcitationum, cas, quac propric ita appcllantur, fignificcnr; cum
ambulationes.communitcr, dc non propric c:ula!ioi1c cxcrccrcrur, i.chronlc.
primo tarda, dchinc mcdio tcmporc fortiori, arq. paullo crcdiori at,3/itisnocct
^qu.-^ndoquidcm ol) mmias dcambuKitioncs non raifchiadicosdolorcs 6c podagram
gcncrari, fcribir Galcnus ;Hcii:i cx adacrfo icmiJfa n arthrincis, (S^p
^d.^t^n^^S &: ulccribus ini> 4 ternis conucnirc,mfinuarunt Coeliusj et
Celfus, ubi deambulatio] nc molli rtramine,coæquato folo pera£tam iplis
commendauit.debcnt cnim(vt fcriptu cft a Tralliano)qui podagra, et articuloru
affedionibusturbantur^fitTf/fiyc, kottov Trohhoti moueri,
potilfimumqucante,&:non poit cibos. Nam lallitudo hismaximcaduerfatur,utquac
articulosplusiufto calcfaciat,&:inflammct,ipfiq. aliam rurfus matcriam cx
longinquioribus particulis ad fe attrahe tes,arripicntcsq. fluxibus iugitcr
caufllim fuggcrant. Multa deambulario lccundum Antylli fcntcntiani iuuat
cos,qui caput,ucl thoracem male afTe^ttum habcnt, &: a quibus infcrnac
corporis partcs non nutriuntur,quiue in excrcirationibus uehcmctiori motu egct;
pauca ucro prodcll ijs, qui poll exercitationcs non lauantur, quibusacibo
dcambuIationibusopuscfl^jUt isin fundum ftomachi dekendatj&quibus
grauicasin corporcfcntitur. Longa,&:reda ambuIatiominorcm,quambrcuis,
molcftiam parit, capiti prodcft :ut Oribarius j^^j^ immcrito Coclius,atquc
Cornclius Celfus cpilcpticis curandis Jii>^.i.ca.4. ^^ni ex vlu cflc'
uidicauenntiat nmiiscxlugit humiditates,atquc exCeU b^^ ficcat.ob idq. mcrito
accufandus cft Thcmifon, qui atrophia labochronic/7 rantes duodecim ftadiorum
fpatiu grcflfu conficerc fuadcbat. Longa,5d concitata fingultui
comprimendo,fccundum Actij fcntcntia, rtrcnuc prodcfl:brcuis ficuti magis
fatigar, cum ( vt diccbat Ariftoteles ) cx motu, &: quictc intcr
rcflectcndum orra conftans diucrfitatis illius opcra laborem inferat,ita quoque
reucrfionibus illis c6-. tinuis caput labcfadbt : &: proptcrca ab codem
Coelio non fine rationc cpilcpticis damnatur;cuiusrci cauflliambulatio quoq.
circu Jaris mcrito improbanda eltjUt pote quæ caput ucrtiginofum redProbl.38.
dar,&: oculis uehemctcr noccat.Nam CafTuis mcdicus antiquus in
liDelloproblcmatri,qucm graccalingua confcripfit, caulfam indagans, ob qua
motus rcfto tramitc fafti ucrtiginc non generent, fcd folum circuIarcs,ob id
accidcrc dicit,quia motus rccti minimc difllationem matcriæ impediunt,
circularcsucroea ficri nonfinunt, quod ær vchcmctius illifus prohibcat;ad hacc
matcriac intus agiiantur,qucmadmodii,8^foris.ubicircumlatæ,neque forasprodire
ualcntcs motu in capitc uertiginofum cfiiciut.ficuti namquc iilerici omncs
externos fapores amaros fcntiunt, &: qui fuflufioncs in ocu lis
patiuntur,quofcumquc colorcs rubcus iudicanr,fimilitcr in circularibus
motibus,cu in oculis humorcs in orbcm aganrur, omma cxtcrna circumfcrri
uidentur,ficque vcrriginofa paflio oboritur.Ex ambulationibus,quac cum
intcnfionc crurum calcibus incumbcndofiunt,qucmadmodumfcriptum cftab Antyllo,
capiti malc aftecto conucniunt,itcmquc thoraci humidiori,utf ro
conuuIfo,purgalioni lupprcflac, parribus infcrnis ab aHmcnto fruclum non capicn
tibus,6c oninino quibusmatcria furfum rcpit. Quac ucrocxtrcmis
digitisobcuntur,easobfcruatumfuit,propric lippicntibus, &:aluo fupprcflac utilcs
clTc.Quac vcro totis pcdibus riunt, cum fub aliqua fcmpcr pracdivitarum
diffcrentiarum comprchcndanrur, ipfarum cciamfaculrarcsobtincrcrationi
confcntancum dl, Arq.hacc dc fpccicbusabipfo motu dcfumptis. Iterum dc
deambuUtiomm qUAlitdtihus.. * NTER dcambulationumfpccies,quac a loco accipiun
tur,illac,quæ fiunt in montibus, aur adfccndcndo,aut dcfccndcndo excrccnt.li
fianr adfccndcndo,ualdc profccto uniucrfum corpus fatigat ur,quoniam rcfcrctc
Ga ^^^^y* icno ar rollunrur co motus gcncrc,&: pcrindc ac onus quoddam
fufiinenrur ab i)s,quacprnnum moucntur
inftrumcnris,rcliquacorporismcmbrauniucrfa. fcribu Ariitotcl. ambulationcs pcr
accli- » ra^tfc uia,tamctfiCnt hcbctiorcsmotus,magisfudorcmprouocarc,quam^^°^ ^
pcrdccliuia,ncc non fpiritum pro(illcrc;quoniam graui cuiquc, ut deorfum lcrri
fccundum naturam cll, fic fcrri (urlum conti a natu- ram,itaq. caloris
narura,quac nollra prouchit corpora, ut nihil pcr dccliuelaborat,li(- pcr
accliucprcfsaoncrc nirirur,acriusq. ob ciuf modi motumincakfcjt, &: fudorcm
mouct, &: fpiritum proliltit, cum ctiamcorporisuariusuitlcxusnon nihil
atfcrrc caullacpofTit, Q utdircda fpirandireciprocatioaufcratur. qua rationc
fccundum Antylli fentcnriam ralis ambulatio ctiam thoraci, qui fpirirum cxi-
guum ducar,&: pracfcrtim antc cibum confcrt, maiorumq. cxcrci- tationum
uice nonnumquam fupplcr.Lcgitur dc Dcmollhcnccoa fueuiffe iplum adfccndcndo
dcambularcarqucintcrambuhldum orarioncspr()nunciarc,qu() lic productac fpirirus
c(MUcntioni,qua oratorcs in diccndo opus habcnt^aduclccrct. Vcrimi cnmi ucro
i:c nibusinfirmis eadcm ualdc aducrfatur;proptcrca quod diccbat
Ariflotclcs,duadfccndimus,non corpus lurfum iaCtarc, diltcntio- ncmquc
corporis,&: gcnuum moucrc; ad hacc gcnua ipfa, quac fc- cundum naturam in
antcriorcm parrcm llcdi nata lunt,quali coii- tra narura f kfti rctro,ob idq.
magnopcrc dolcrc atq. laborarc. Ex altcra
partcambulatiodccliuis,quacdcfccdcndoobirur,magisak tcraa cnpirc adinfcriorcs
parrcsirahir; atfcmora inualida nc') parii lacdil,*nimirum c^uac, ex ciuldcm
Ariaorclis fcntcntia in hoc mo- ^;P|J«^C' tu 2«4 JL i b 2 K tti contra Naturac
inclinationcm ante aguntur, quafiq. moucndo D crura uniuerficorporispondus
fullincnt, &: proinde uchcmcnrcr fatigantur, Ambularioncs,quac tum
adfccndendo,tum dcfccndcn lib.i.ca.i. do pcraguntuf,a Cornclio Celfo
comprobanrur,eo quod ita uarie* tare quadam corpus uniucrfum moueatur ;ni/i
tamcnid pcrquam imbecillum fir.Quac ucro fiunr inuijsplanis, &:acqualibuscx
fcn- tenria Ariftotelisob motus,quamferuant ( utfic dicam) uniformi- tatem^,magis
corpuslaboreafficiunt,&: obnaturac,quam tcnent
fimilitudincm,ciriuslaborcsfiniunr,necnonad fpiritum,&: ad cor- pus
acqualitcr conltiruendum magis accommodatac funr, quam fa (Sæ in acqualibus .
Ar dcambularioncs pcr inacqualcs uias fadac non modo minus fatiganriucrum criam
utiles ijs funr, qui cito dc- ambulando defiitigantur. arquc hoc Anryllus
inrclhgcbat, cum ambtilationcs,quæ in vijs pcragu:Ur,minori cumlaborc fieri
fcri^ ^ Oribaflus P^cas,quasin locis deambularionibus dicatisobimus.Hoc Jococitat.
id^n^ iilnuereuoluit AcumGnusmedicusapud Platoncmin Phæ- dro,ubi ambularioncm
in Vijs, ambularioni in curfibus præpo- fuir, dcquofupra larius
difputauimusjieque aliud intcllcxir Ifcho In Occo. ixiachusapud
Xcnophonrem,quandoambularionem, qua ipfe ia agrumferuum cum
equofcquebarur,ambuhirioni in Xyftisfadæ: præruiir. in his ramcn
difterniinandis Ualde rcfcrr, numquid in praris, inlocisafpchs, an in
arenofisefficianrur ; quoniam fi fiant in
pratis,bIandifiima€proculdubiofunt,nihiI omnirto knfus tcn- tanr i nihilcommoucnr,
ar eas caputimplcrc, tum proptcr odoriy luauitarem, rum proprcr humiditatcm,
quac illis inhacrct, auctor cft Anryllus.Fadac in locis afpcris caput rcplcnt .
Quando aurem inarcna,&: maxime profunda (quod genus cft vchemcnrilTimæ ^
t^crciratioiu*s ) aguntur, magna cfficacia pollent ad omnes corpo- Inviu Au
risparres firmandas,corroborandasque,cuius gratia Auguftus dum guih.c 80
coxendice,&:femore, &:crurefinilh"o, non fatis bcne ualcrct,im
moficpe ca parte claudicarcr^hac dcambularione confirmabarur. fic enim locum
Suetonij inrcrprcrari dcbcrc ccnfco. ubi cum are- narum,&: arundinum
rcmcdio ufum rradir,arcnarum quidcm runi ad deficcandasfluxionesjtum ad
confirmadam,ur iudicauijcoxam, arundinum ad contincndum,&: claudicationem
impcdicndum. quodquomodoficri debcr, cdocuir Cato lib.dc rcruft. cap. 160. Ad
maicriam fubmdc,e fupcrnis ad infcrnas parrcs dcduccndum, camque difTipandam
potcnrilfimæ cxliftunt, &: idco malc fcrfiin a li.i.chro. Coelioraxatur
Erafiftratus,quod dcambulatiohcin arcnofis locis wp.t.
paralytieosexercendosfuadiiret.fub porricu fattac ambulationcs, aut. 2. s.c^
fcrrim fi uiridia adiint, quod ralcs magnam fakibritarcm habcant : &:primum
oculorum, quod cx uiridibusfubrihs, i^nc cxrcnuatus acr, proprcr morioncm
corporis mflucns, pcrhmar Ipccicm, ^ ita autcrcns cxocuHs humorcm cra(Tum,acicm
tcnucm, &: acutam fpccicm ichnquit . Practcrca cum corpus in ambularionc
calcfcar, humorcmcx mcmbris acr cxuucndo imminuir plcniratcs, cxtcnuatquc
dillipando, quod plus incll, quam corpus porc(Hullincrccxquo, ut
inhypacthrislocisabacrc humorcscxcorporibus cxugcrcnrur
molc(iiorcs,qucmadmodumcx rcrra pcrnchulas
vidcnrurrconfuluitarchircCK^rumprinccpsampItllima, &:ornariflima fub dio,
hypacrhrifquc ambulando collocari in ciuitaribus acdihcia. Vcrumcnim ucro apud
mcdicos fubdialcs hac dcambuC lationcs plunmas diflcrcntias obrinucrunr. nam
quando propc mare hunt, &c liccandi, Sc craifos liumorcs attcnuandi uim
haOrihaflus bcnt; quandocirca flumina, et ftagna, humcdarc poffunt: fcd
utraqucnoccnt, U pracfcrtmi llaizna, idcoquc non rcmcrc has omncsin Hpilcpricis
damnauir Arciæus,quando in mcditcrrancis partihus a^untur,
qucmadmodum(upradictis(unrpracltantiorcs, ira quoquc tac^is circamarc ccdunt.
quando in rorchumcdtanr no finc damno:fcd liin locisauium uolaru Frcqucnrarisambulcs,c:li^
cacifnmusismoruscrir ad cuocandum pcr halirum, adlcuandum, haud fccus,arquc li
in fublimibus locis ambulcs . (iuac dcindcfub Dioin
locisucntominuspcrflatisambulatio c thcirur,valcrfccundum Anrylli fcntcnriam ad
cuocandumpcr halitum, 6,^ ad cxcrcmcnra difpcr^^cnda :itcmqucrcmirtir,ncc
fcrir. hanc Actiusincohcisdoloribus a trigida caufla ortiscommcndauir, fcd quac
2^^humqucdi(Tolurum roborat.atque dehacfor^rafsc lo€ip,z. ' quebaturCoclius
Aurclianus, dum ftomachicis deambularioncs fub Dio promodo
viriumadhibendasconfulcbat, fi fub Auftro, caput rcplet.fenfuum inflrumenta
hcberar,a!uum moJlir,atque addifloJuendum ualctrfi
7Gphyrisfpirantibus,talisambuIarioccrcris omnibus, quac in uento funr,prærtar:
non enim habctinfuauirares boreac, quin potius manfucrudo fimul, arque
iucunditasfunt coniundæ. Quac in Apeliote fir, mala cft, &: fciir, atque
irafchabentambulationcsfuL dialesinuerisperadacSequuntur, libi 1^>"el
inumbrarquainre audoresdiucrfafcntire repcrio.Cornclius Cclfus, fi capur fcrar,
meliorcm ambulationem in fole, quam in vmbra cfsc dixir, &: mcliorcm in
umbra, qua E parietes,aur uiridariacfficiunr,quamquærea:ofubcft. Exalrera parre
Oribafius au^florirare Anryili dudusimprobat illam, ueluri quæ cffundar, capur
implear, arquc inæqualirares gignat . quam fententiamnon auderem alteri
pracponere, nifi&rario, &:uere. rummedicorum, praclcrtimq. Hippocratis,
&: Galeni audorirates tcftatum fecifscnr, folis radios humanis capitibus
maximas noxas infcrre. ncmpc quac fi calida,&: humida, magis calcfiant
&c cliquenrur ; fi ficca, ficciora rcddanrur, &: dcmum quæcumque fint,
femper offcndanrur, modo vcl ruftici, ucl alij fub fole viuere
afsuemorb'^Qi^^^P^obecognofcensHippocrarcsfiucPolybusad euiranda capiris
dcrrimenra non quamliber dcambulationem, fcd folaminfrigore, aur in fole
peradam uerat. Atqui nonillud tacendumefseduco,fempcrcligi porius debere infolc
ambulare, F quam ftare, 8c ambulare uelociter, quam fegniter, ficuri
præceprumfuirabHippocrateinlibro defalubri diæra. cuiusreihac Prob" quod
cumftamus, calor pcrmanet, ficquc ampliuscalefacir.
corpuserenimnoftrum(diccbaris)uapo^ rcmqucndamrepidumdcfe conrinuo mirtit, qui
proximum,&: ambientemæremtcpefacit, undc ær pofteaillc corpus calidius
rcddit, cum aurcm quis in folc mouerur, flatus excirarur, qui refrigerare
nospotcft,quandomorusquifqucfrigidushabetur. Ambulandum potius in vmbra(diccbar
Cclfus) quam paricrcs,aur uiridaria cfficiunr, quam quæ rcdo fubcft : quoniam
ær aflidua quadam,&:bIandauenriIarionefaIiibriorrcdditur. qui ær quoniam
interdum ab arboribus noxijs infici, &: corpora deinde coraminare
confueuir,ut dc nucc arbore, arq. Narcifso mcmoriæ prodidit A
PlutarchuSjproptcrca hiiiufccmodi umhrasintcrdc.imbulandum s Sympo. fugcrc
cxpcdict . Ncquc ifcm curam adhibcrc minorcm oportcr, vtarb()rcsrorcfui]u(;ic
vitcntiir,qiioniam, fi pcr ipfas fi-cqHcnrcr qi.ib ambiilct,mcmbra tacilitcr
lcpra rcnranrur,atqiichumscam Laitus apud Phirarchum in nat. quacft. attuh t
rationcm, quod ros corporibus illabcns ipfa mordcar, arquc cxcorict, ucl
potius^quod arorc colliquatis arborum iupcrhcicbusafpcr^oquacdam noxia inde
corporibus aflufa inhacrcat,quac parrcs cxtimas ipforum mor dcat, arquc
difcindat : ctcnim rori uim colliquatiuam (mKriKovy non J^kKriKQf, &c rc
ipfa, &: ucrufto codicc pcrmorus lcgcndum puto) incilc pcrfpcctum faris
illud tacir, quod ros bibuus gracilitatcminducit, ut mulicrcscac manifefto
dcclarant, quacalioquin obcfac dum tcnuibusucftimcntis,autlancis rori
collii^cndo opcB ram nauanr, co in cxcrcitio carncs confumunt . In oinnibus
aurcm fcrcprodcritfubijsumbris ambularc, quas cpilcpricis probauit Arctacus
vertiginofis, ncmpc /ub arboribus myrro, aur lauro, aut intcracrcsC^ bcnc
olcntcs hcrbas calamcnrum,pulcizium,thymum, mentam, maximc quidcm agrcftcs, 6c
(pontc nafc cnrcs : lin harumcopiadclidcrcrur,intcrhumanocuItu procrcaras.Hftin
hac quoquenon cxiguumdilcrimcn rcfpcctu cadi, quod, dum fcrc* num cft, tunc
ambulatio lcuar, pcr halirum cuocar, arrcnuar, bo— namrcfpirationem,i^moucndi
faciliratcm parat : dum ucronubibusobtcgitur, grauiratcmaflcTt, pcr halitumnon
euocat, tandcmquc caput implct.Dc ambulationibus facicdis,ucl hycmc,ucl
acftarc,ucl alio rcmporc,di\imus in libro quarto, ubi tcn^^pus cxcrCjp.n.
citationibus accommodarum dc/iniuimus : fupcreft ranrum illud Q adncvftcrc,
ambulationcs quaslibcr anrc cibLm ficri dcbcrc, ruin manc, rum
ucfpcrc:quandoquidcm matutina aluum cmollir,licrcdimus Antyllo/cgniticm
afomnocontr.iotam dilfoluir, fpirirufquc attenuat, caiorem augcr, &c appcti
tum excitar : quinimmo Hippoi.dcdiac crates hanc candcm humidioribus
tcmpcramcnris cc)ucniiv, quod humorisrranlicuscxinaiiiaiuur, ncquc animac
mca*tus occludantur,fcribit:licut,&attcnuarc,ncc non partcscirca
captitlcucs,agilcs,ac promptas reddcrc, 6c aluum tolucre conlirmat, ucfpcrtina
ucro ad fomnum homincm pracparar, acinflarioncs difpcrgir, caput
ramcndcbilcmale afficit,ob idqiic iurc accufarur Scrapion a Coelio,quod
cpilcpricos impcraret circa ucfperam amhi larc, ac jjj, ^ ^^^^ rurfum
conquiefccrc, &: dcambularioncm rcpcrcre. Pollcibum cap. 4. diximus cxiguam
ambularioncm afl^ucris conucnirc, arque illis, 4juibus non fmc laborc in fundum
ucntriculi dcfcendit cibus : illis paritcr, i6t i E R ^ ^ warirer,
quibuscapiTtrepIcrum cft, lcmam poft cibnm dcamhuD cV.l*! dc ^commcnaauit,
Galcnus, fccutus fcrrafsc in hoc Arc«op.mcel. tacum, qui in uctufto capitis
dolorc candcm in ufu habcndam uoluit.quamquam lccundo dccomp.mcd.ubi dc
dolorccapiris €xcbrictatcagit,ucJir, ncqucmuhum comcdcndum,ncqucftatim a cibo
dcambulandum . In rchquis quo modo conucniar,non uidco, 6c proptcrea Dioclcm
medicum anriquiflimum, &: cLiriflimumfatismirari n6pofsum,quod phthificos
dcambularionc pofl Ccl.lib.i.prandiaucxandoscfscuoJucnt, quac licuti
concoAionem ciboruminrcrrurbat, ita muJtosadcaputuaporcscftcrri, arqucibi in
humidirarcm conucrfos ad pcc^tus, &: puJmoncm difflucrcliicir,
quonihiJphthilicis conringcrcpcrniciofiusporcft: comagis,quod i.dcdiaf.Iicct
I-lippocratcshuiufccmodi dcambu/ationcs in humidioribus tcmpcraturis approbct :
aluum ramcn, corpus, &c ucntrcm liccarc E confitctur:
nciIlaomniainmcdiumadducam, quacdchuiulccgcncrisambuJatione fcripta funt in
Jibrodc infomnijs Hippocraii adfcripto . qui Jiber cum muJra fupcrftitiofLi
conrincar, forfan aliquis ijs > quac ibi dc ambularionc poft prandium in
pJuribus commendata dicunrur,paucam fidcm adliibcar . Hadtcnus dc ambuJa^
tionc, iam cetcra aggrediamur. ^uos ereClum slare ejfefius partat. 'i^O S, qui
pcdibus crcvfti permancnt, cxcrccri, quonum alniiidc in fupcriorilnis
dcmonftraui mu5,hanc rcm amplius in dilputarioncm rcuocarc prorfus ridiculum
forcr. proinde, quot modis luicc cxcrcitatio uarictur,quosq,quacquc pariat
ctfcdus, dcclarabo . Quod ctcnim ' hacc cxcrciratiopriuatim
dorlipartcsalTiciat, Aucrrocs, intcr Arabas non inhmuSjfarisapcr6 collca.
rcdixit . Qiii igirurtllud dcbilca narura, ucl cafulbrriori funt,"P-*fummo
ftudio id cxcrcitationis jzcnus cuirarc dcbcntjicmpc quod ( ut (acpius dixinnis
) maiorcm, ciuam ipfa ambulatio^dcf-uigarioncm pariat : quibus etiam in rcnibus
inflammatio, ud ulccra orta funr, ncftcnt, magnopcrc caucndum cflc, ccnfuit
Rufus Ephcfius. Lidc paf. dtbcntquoq. huiufccmodi cNcrcitationcm aucrfari,quos
ucl hcrniac labor lolIicitat,uel i n cruri bus, aut fcroto, uarices dilatantur,
ucl ulccra in infcrioribus part ibus orta funt, aut qualibet de cauffaoriunrur,quam
fcntcnriam nilimcdicorumauctoritasconfirmaffetiucram tamcn cHc ipfa ratio
pcrfuadcrctrquac fcilicctoftcndir, in ftantibus graucs humorcs citra
difticulratcm prorucrc,cosq. mo ^ do hcrnias,modouariccs,modo ulccra
gencrarc,foucre,&: augcrc: nam quod varices gcncrcntur,ctiam luucnalis
pocta cognouit,qui Saty.^. cum quandam mulicrcmlanumrogantem dcamici victoria
furura deridcrct,uolcnsfignificareob importunas mulicrupctitioncs
haru(piccm,ficunctis !nfcrui(rcr,ftando,((icquifqueharulpcx proalijs rocabat I)cu)non
parumlaboraturum,aifVaricofus fict harufpcx, Maruim quoquc fcmiu^
omncs,laboriofum uirucxftirillc,ob quod ^^"^-^ci* fi quis dicat, ei uari
ces, quibus afilis.'tabaf ur, in ambobus crun bus ^*"' ortas ob nimios in
llando laborcs, cum minus crraturum cxiltima rem. Vcrum cnim ucro,&: in hac
cxcrcitationc non paucac diucrfirates rcpcriuntunproptcrca quod tcmpus,
Iocus,atquc firus uarias quafi fpccies cfficcrc uidcntur. A tcmporc nafcuntur
duac fpccies, quando aut antc cibum,aut a cil)o,quis ftando,is: vcl pauco
tcporc, ucl multo cxcrcctur. A
locofuinuntur diffcrcntiac^quoniam vcl in ' folc, i7o folc,uel In uml)ra,&:
hac aut claura,aut aperta ftatur. A fitu dcmum D euariantur ftandigencra,quando
uelunopede,uel ambobus,& uelijs totis,&:planis,uelextremitatibuseorum,
calcibusfcilicet,&: fummisdigirisltamus. Ante cibumftare uentriculi
cxcrementis inaniendisauxiliatur,afthmaticos,&difficiliterfpirantesadiuuat,
ucntrem cmollicurinam prouocat, crura, &c pedes corroborat, &: fiquando
deambulationi uacare non concedatur, illius uices fupplerepoteft.
Vertiginofistamcn,&:c]uibusad fuperiora rapiuntur uapores,
nullopadlioconducit, cum extalierCw1afta:ionefacilius caput
afumispetaturrnamtantamad hoccrifiicicndum potcntiam Pctr>A
fi^^il^^i^i^habct,utnonnulIi boues,&:cætcra animantia poncnfis
(quodfcripfit Ariftotcles) minus homines tuffirc, minusquccatary.partic.
rhisuexari crcdiderint.quoniam ipfis mininie crcdtisftatibus haud ita
uaporcsnaturafurfumicndentesin eorum capita fcrri pofllint. E QiKi item ratione
eo$ omncs damnare uehcmcnter foleo, qui,fi alto capite dormiant,minus a
catarrhis fe vcxarum iri putant,cum po ' tius contrarium eueniat,vt fcihcct qui
humiliori,&: fcre cctcris me bris æquali capitis fitu dormiunt, uel aliter
iacent, minus a uaporibus capitc tentcnt,minusq. a capite ad pcvflus humorcs
defluant. Quamuisfccusiudicadum fit,vbiquisvcntriculi in conficicndo cibum
dcbilitate uexatur.Quoin cafu Pofidonius apud Actium magnopcre ftudendum efte
iulfit, vt in dccumbendo caput altiori fitu contineatur, quo cibus magis in
ventriculi fundo accommodctur, &: ob id nutrimcntum minori molcftia
coquatur.Atquc hoc intclli gi debctdeijs, quimultum ftant:ftare etenim pauco
tcmporc cxiguumquidprodcfl*e,nequcmultumobeffepotcft. Qui porro communi illo
effato,Prandia poft flabis, indufti poft fumptos cibos ftaF r dclc61:antur,ij
fcire debent,fi mediocri quodam rempore ftctur, defcenfui ci borum in
uentriculi fundum id infigniter coopcrari,&:
confcqucntcrilloruconcodionemperbelleadiuuarc, nec alioqui ullam cffatu dignam
iæfionem afferre: uerum fi multo tcmpore ita
qui5pcrmanfcrit,prætermolcftiam,quaob ciborum
intcrdupondus,prætcrla(fitudinem,qua exlaborc afficitur,variasitcm offcnfioncs
fubirc cogitur.Primo namque maior vaporum copia fuperio rem
corporisrcgioncmimpctif,maiorhumorummuItitudoad infcriora praccipitat, atq.
indc vlccra in cruribus,gonagras, &: poda gras gcncrat,cicindc
thoraccm,atquc fpirationc vniucrfiim non parum Iabcfa&: totam mingendi
athoncm uitiant, quando vidclicct crudi humorcs ex fimili fiti ad . J7I A cas
partcs dcfcrutunrcncsq.&lumbi uchcmenterincalcfcunr>dcbilitdturq. ut non
tcmcrc vidcatur pracccpiflcRufus Ephcfius, ne quis vlccribus rcnum
Iaborans,ctiam fi morl^us inchnarc cocpiffcr, ftarct. Statio in vmbra (cmpcr
aliquibus cx pracdidis difTcrctijs ad ncctitur,ut fit multa,vcl pauca.ucl a
cibo,ucl ante cibum, et proindc qualicumquc adncxa rcpciiccjllius cflTcdus
continuo cxprimct, modo umbrac ratione aliquid fccus non acccdar.hoc autcm
dico, quia facpcnumcro umbra, vd cft locorum concluforum frigido^ rum, atq. humidorum;
ucl noxiarum arboram, ucl alrcrius p"erniciofæ rei,quas omncs corpiis
macularc, &: faniratcm dcftrucrc nemo ncgabit.c:actcrum de llantibus fub
folc in hunc modum dcter minandum eflc, iudico, quod fcilicet Itare fub folc in
æltarc fumg moperc calcfacir.immo fcnrcntia eft Ariftotelis, cum llamusin fo^f^
lenosmagisdcuri,quamdummvOucmur,ctlipcrfcmotus ipfc quo^quc
calcfaccrcuaIcat,quodaIiasfuliuscxplK aunnus. Si iijiturita clt,rationi
confentancum crticitur,iuuamcnrum infigncualdcfrigcfadis corporibus indc
accedcrc,vcluti h\ dropicis,caccdicis, quibusidaCoclio,&();n
iibusfcrcmcdici's laudatur. InickTicis Lib.j.ci iteincurandis tali infolationc
vfum Archigcncm rcpcrio. ncinte^'v^^f' rimlilcntiopractcrmirranrur ca,quac apud
Acrium cx Antylli fcn mcdTu* tcntia lcgu:ur,infolarioncfcilicctvarijsmodis
anriquos vfosfuiflc, "P-'' alias cum unJlionc,aIias iinc unctionc,modo
fcdcndo,modo iaccn do, modo Itando, inrcrdum ambulando, inrcrdum currcndo : dc
^ quibusomnibusinhunc modum dccretum elt, quod /i infolatio * adminiftrcrurnonpurgatoprius
corporc,max:inum capirinocuC menrumaftcrr: undcfacpcnumcro mirari mihi
conringit,quogcnio ductus Plinius maior,non modo purgato corporc,ucrum ctiam
polUibuminacltarcfubfoIcmancrct, acdcindcinfngidalauare-rcpift tundchac ctcnimlocurosfuilfcmcdicinacaiictorcs
arbirror,quan dodixcrunt,ab illacorporaplufquam par lirincalcfccrc,fcbrcs,atquc
capitisdolorcsgignir Namliantcaquam corporafolicxponatur, opporrunc
cxinanianrur, aut /inc unctionc, aut cum unctionc ricripotclt:hatcura unctioncm,capiri
diuturna frigidirarclaboranti fuccurnt,quod illud durius,arquc impallibilius
reddar, Sc ob idmcriroinEpilcpiiacuranda a Mcthouicis nonnulliscommcnCcciu.x.
datur, modofit inlolatiomodcrata./icutitcm in ca in/aniacfpccie
i:iuarccrcdirur,quacafrigidaintcmpcricorrum ducir:pracrcrca occultas
difflarioncs augct, ludorrs clicit, carncm confcruat^pingucdincm tollir,
ocdcmata oinnia, 6cpracfcrtiin hydropicadcprimit:ncquc tamcn iplu noxis
fuiscarct, quandoquidcm mr)ra Cymn^flica. X quacuis 272 quæuis fiibfole bilcm
augct,&: confcqucnter ijs, quibus calornacc^^apk. ^^^^
mordaxcft,valdeaduerfatur, ut a Galcno fcriptum cft,/pirilo. tumque
crafliorcmjdenlioremue efficicns, afthma, &: orrhopncam i.^tu.va.
exacerbat. Cactcrumftabfquc un^ftione infoIatioadhibcatur,in cactcriseofdem
efredtusparit,nifi quod corpusexficcat magis.tanquampingui
illoadufto,&fubindcmaiori nigrcdine fupcrficicm totaminficit, nccnon carncm
inftar caurcrij cuiufdam dcnfasminuspcr infenfibilem rranfpirarioncm cxcrcmcnra
diuaporari facit. Li I fcr i*arionc huiufcemodi infolationcm ad minucndam
polyfarcap!^*^^ chiam ab Ærio laudaram ccnfco, Vcrumramcn duo hic
animaducrfionc digna cfle cxiftimo, alrcrum, quod medicos, ubi fub fole moram
probarunt, prærcgi pannis capira uoluifle opinor,quoniam,practcr Coelij
audorirarcm,& ratio,&:cxpcricnriademonftranr,capita derc(5ia,fi foli
cxponantur, ualdc ofTcndi, ncmpe quæ fupra modum calefa£la vaporcs a toro
corporis ambitu ad fcfe attrahuntjficqiic omncm malorumiliadem, &:præ
cæreris cararrhosibi gcncranr : quod minimc,ubicapira teguntur, euenire
fua.partlc. fpicandum cft, proptcrca quod,utfcripfit Ariftotclcs, indura
corrdccauf' Pf^l^4"nuda,cum ab illiusradijsminus fis ^i^rb.
icrianrur.atquc hoc torum a Galcno fignificatum crcdo, ubi dixit, eos,qui nudi
fub fole mancnr ^uniucrfum corpus calcfaccre, qui uero induti, caput folum •
nam dcmonftratum cft a nobis libro tcrtiOjMaiorcsnoftros numquam ferc caput
tcgcrcfolitos:nemire' murGalenum,dumindutosfcripfit fub folc, capitctantumualde
incalcfccrc dixit. Alrcrumanimaducrfionc dignum cft,quod, ficuri fedenres,
&:ftanrcs fub folc uchcmcnrius incalcfcerc, fiueporius deuri expeiientia
conftat,quam ambulantcs,&: currcntesiparirer,& cæteras pracdiftas
affcdiones, tam bonas,qua malas facilius recipiunt. Atque hæc vniucrfa a nobis
dida dc ftantibus planis, ac totispedibus intclliganrur.ftarc namque calcibus
innixos non mo dolaborcm acmolcftiam inducir,uerumetiam nuUumiuuamcnrO cfTaru
dignum pracftarc crcdirunquemadmodum fimilitrr cos,qui fummis digiris ftarcconantur,
practer farigationcm illico fucccdS tcm,parrcs illas callis molcftiflimis
aflicerc compertum eft, &c pracfcrtimquandoquis co frcqucntcr vratur j hi
fiquidcir 'Mudunum commodu nonnumquam rccipcre uidcntur, ut longins multis
alijs profpciaare ualcanr, cuius gratiaab antiquis fpcculator, fiuc Apho.^ nia
dcillis,qui non armari ccrtant accipicnda purcquandoarmatum ccrrarc
inrcrcxcrcirariones limul,atqi:c opcra ma ifdl • rcpofuir Galcnus,qui limilircr
ccrrarc aducrfus u nbram {ctKtctiicc^^ip t-^tu.^u cunt Gracci,) cclcrcm cirra
robur cxercirationem cilc ludicauit, |;'^; ut Auicenna quoquc,cV Paullus
pollipfum ccnfcrc uili funr. Cum doc.rcii itaquc rcs icafcfc liabcar, pugna non
armarorum rim aduc rfusliomincs,quam aducrfus columnam adminillrata in primis
magnope rc calcfacir,cxcrcmcnra cducit/udorcscicr,cxr.bcranrcm larncin
fupprimit proindca Coclio incuranda polyfarchia adhibcrur, l; dcinceps
brachia,atquchumcrosconfirmat,ciura(5»:pcdcs mirum cjp.Tiu
inmoduinexcrcet,cctcrum capitadcbilia,6«:ucrtigini obnoxia no parum labcfa^tat
.rcnibus ircm laboranrcs huiufccinodi cxcrcitat»oneinfugcrcpracccpir Galcnus.
magis cxcrccrc, l 2 &:unn 274 1 et uim maioi em corporibus infcrrcquam
iftam: quonia,nt ab Alc D Prcb pcrbcllc fignificaium cft,athlera, fi obnitatur
antagoniftac, tortitudmcm ci us augct ; Un ccdat, ncquc rcJudctur, robur ciufdc
refoluit. Atquicapugna, quac corporibuspugnanrium armatis cxcrcctur, inrcr
vchcmcntcs cxercitationcs collocada eft,quac cu robufta, &c uahda corpora
cfficcrc dcbcant, iurc meritoNicias apudPlatoncmin eodialogo, qui
Lachcsinfcribirur,dixit,quod Iv STTMi^yi^^wi&r,fiue armatum pugnarc corpora
robuftiora, li quod ahud cxcrcitationis genus, rcd^dit, ncq. vllo aho minorem
Loco cit. laborcmparit. Dehac quoque exercitationeab Antylloproditu ^ rcperitur,corpus
ab ipfo ad morum aptius, et ad carnem fufcipicndam rcddi, uerumramen propriam
atquc maximam cius pollicirationcmcxliftcrc,utcorporisfirmitarcm,&:longam
rcfpirationcm gignat, cumilli, quifcfe pugnis fimihbusdcdunr^omncmaHam
£fpiruuscxpulfionemferrcpoflint: facitautem huiufccmodipugna carncm laxam,
&: mollcm, nccnon capiti admodum noxia ert,præfcrrim quando galca plusæquo
obtcgitur, cuius pondere preffum nonparumlaborat . illudhicnon ignorari uolo:
cTrhoyxtxlav, fiue armarac pugnac exercirationem, nc quis dccipiatur eandem
effe cxiftimans cum armata ludatione, oTrhm-miKn ab Acfchylo vo-
cata,quandoquidcmhacramquam ludtac fpecics armisin mani- bus nullo modo
utebatur, fcd dumraxat ccrranres totis corporibus armabantur, ficque armati
inuicem ludabanrur, cuius ludationis arbitrcr uolurarionem illam armaram,
fiuccelcrcmagir aioncm, t.dc tue. quamGalenusin numero vchcmcntium
excrcirationum repofuit, * ^^' fpecicm quandam exftitiffe . An vcro dc hac
armata pugnæ fpecie intcllcxcrit Coclius Aurclianus, quando in curanda
polyfarchia F poft plurima alia cxcrcitationum gcncra comprobata dixit . Tum „
hoplomachia, hoc cftarmorum fiifta conflixio: apudmcdubium nullum,ut
exfuperioribuspatct, relinquirur: quoniam, et fino- menGraccum hanc ipfam
lignificare uidearur, nihilominus, &: nominis ab ipfo illata explicatio,
&c ufus demonftratus manifcftum argumcnrum faciunt,cum
dcpujTnaillafcrmoncmtaccre.quæ nu- dato ab armis corporc excrcetur,quæq. ad
diminucndam carnem a nobis laudata fuir, cum hanc poftrcmam carnem, fed mollcm,
SC Jaxampotius augcre Antyllusiudicaucrit. Dc gladiatoria pugna
nouidcturhiclocuscxpofcerc, ut fcrmo ulIushabearur,proprcrea quod cum armis
incidctibus,ac pungcnribus anriquirus agcrctur,
uclinlctaliavulnera,uclinaltcrius pugnaroris, aut eria vrriulquc ncccm,plcrumquc
terminabatur . VnUe ncminem non uiderc ar- bitror qiiantnm ahfit, ut fimilis
^onccrtatio iillam pronigandis morlns, tucndacuc fanitati opcm afTcrrc ualcat :
ca cnim cft,quæ liodic apud miiltas Chriftianorum nationcs fub Duclli nominc no
fincmagna ciuitatum aliquandocladc cxcrcctur, quamq. &:anti- quis, Su
noftris tcmporibus ab uno hominum inimicilTimo Sathana rcpcrtam ad pcrdcndas
animas fuiflr fcmpcr crcdidi . quod naquc non monachiam antiquorum, ut falfo
probarc conari funr, qui huculquc ducllum trailarunt, fcd potius gladiarorium
ducllum huiufcc tcmporis rcfcrat, pracrcr multa in qnarro libroa nobis dc-
clarata,hoc itcm at cftari vidctur, fciliccrijfdcmarmis,atquc co- dcm
propcfincducllarorcsconccrrairc, quilnis ohm gladiatorcs pngnabanr: illud unum
inrcrccdit difcrimcn,quod illi tum gloriac cuiufdam inanis gratia, tum
præmiorum fpc, fcd fcrc fcmpcr ui B quadam,utpotc ud ad fupplicium
condcmnari,ucI in id cmpri,at- €juc cdodi ad ccrtamcn duccbantur : ifti ucro
fpontc,&: nuUisco- gcnribus,nifi folius honoris uana quadam, &: faila
dcfcnHonc pro- lcdantcaguntur: ut hac rationc minus cxcufationc digni habcan-
tur,cum fpontc in propriam ruant pcrnicicm . Vrinam rcllpifcanC randcm homincs,
uidcanrquc idquod Haibari krc nulliagunt, ranto minus Chriftianos dccerc rfic
profcdo &c multac urhcs, quac ob hoc inrcftinis, &: facuillimis
di(Tcn(ionihus cxagiranrur, ad mc- Irorcm ftatum rcuocarcnrur, &: mulrorum
anim.iSus,corporibusq. mcliusconfulcrcrur. At nc longius a propoiiro noftra diuagctur
©ratio, hacc fufficicnt, fi illud addidcro, quod Cclfus, Scribo- jii,^ ^ nius,
Plinius, Arcracus,atquc alij plurimi rcfcrunt, ab Antiquis li. decop.
fciliccrcrcditum fuiffc,gIadiatoris iugulari fani^uincm cpotum lu- "''^i*;
^^ C uareepilcpricos. quam rcm poriusad prodcndam iplorum fcri- nam
fupcrftitioncm, quam ut ullam fidcm adhibcndam ccnfcam, li^nificare uohii. 2)e
qudTunJxtn altarum exercitatiomm qualitatihus* l II. VLTA apud antiquos
cxftltcrunt excrcitati onum gcne- 1 a, quac quoniam non ita frcqucntcr vfurpabantur,ab
aucloribus cclcbrata non iiuicniuntur :inrcr haccau- rcin primo fcfc offc rt ri
iK^6)^u^il%:ccci, ucl manibus fum- fliis conccrrarc, quod, /iue hituc jpccics
aliqua forct, utnon- nuUi crcdidcrunt,fiucicparara quacdam cxcrciratio,
urCalcnus ^^^jl^gp^ccnfuifsc uidctur,u ui poft luclam alias quafdam
cxcrcitarioncs ad- OymnaHica, T 3 numcrans nummn^acrochinTmum nominaf,
facirqiicrnam7cftealii conftar ipfam apud Galcnum, Actium, Paulum, et Aui-.
l.ib.3. c j cennam i nrer ucloccs finc roborc exerciraiioncs locum obrinuifle,
lill.fen 3*cicndijcorpora tcnuandi,carncs,fuccosq. dctra- doc. i^c.i
hcndifacultatcmpolHderc, ut appofircinfinuarc uifuscft Hippo- fitf^cftato
P"^^ qucmlcgirLiracrochirifmumatrcnuare,&: carnes /ur-.
cap.Ti^^umtrahcrcproprie ucromanus,atquebrachiafccundi;m Gale- Lib.4.c.4 num in
ipfæxercitanrur. cxquorir,utilIisconueniat, qi ibushas- locQcitac,
parrcscorroborarcin animocft,ficurijs ualdenoccr,quorum chi- nigra,uel
aliusmorbus,&manus, &: brachiainfeftare folct. dchoc locutu e(Tc
CeIfumquiscrcdcrcpoteft,ubi in ijsqui ab arida luHi exagitanrur,
exercirarioriesmanibu speradasprobar. PorroUTrA^- ^f/^^ij^jideftecplerhrizare,
a Galcno inrercxercirarionescitraro- *oco cit.
bur,6^crccntium,quamCraccihatcro. copiam, vcltrachc! ilmumuocanr,cxcrccri,
vcrumramcniIlisma\imc vcrcnda clUalis cxcrciratio,qu! vcl pc^orcvcl dorfo,vcl
capitcnoadmodum valcnt.Parictiam paclofi quis(vr Milo factirabar) g
conucficrcfc, ojcrcq. dc loco volcnti pcrmirtar,cnira maximc
corrob.>rarcpotcrir,qucmadinodum manus maximopcrccxcrccbir,cisq.fortirudincmacqLirer,lipuynum
alicui apcncndum, ucl malum punicum, aur talc quippiam manil)us complcxus aufc
rcndbmpracbcar:quod ramcn arthriridi,aur
chirajiracobnoxijsminimccongruct.Roburaurcm partium rum cxcrccr.rum
hrmat,fiquis a!tcrumcomp!cxusmcd;um,aut ctiamipfc mcdiocomprchcnlus,
manibusdigirisq. pcdinatim iundis,aur qucm complcciirur abfolucrc fc iubcar,aur
ipfc lc a complcctcnrc loh,ar:nih quod in hoc pc riculum immincr,nc vifccra
labcfadcnrur c\ nixibus illi5,qui adhibcntur,dum dillolurio quacrirur.lra criam
(i quis alrcrijm,(|ui vcrfus ipfum lc inclinct t larcrc aggrcflu5,ilia manibus
compIcxus,ccu onusaliquod fublarum inuiccm prorcndar, rcducarq. acinagis,fi C
dumgcltar,ipfcnixu, rcnixuq. corporis vrarurnic narnquc fpinam vniucrfam
corroborabir,lumbos tamcn,arquc rcncs dcbilcs habcribus noccbir. Acquc vcro qui
pcOtoribus cx aducrfo innixi magno fc conaru inuiccm rcrri^ilunr,;;^ qui a
ccruicibiis pcndcntcs dcorsu trahunr,vchcmcnrcrquidcm cxcrccnn^r, &:
pcrconicqucns robur corpori vniucrfo comparanr:at pcriculum fubcunr, nc
thoracis vafa aliqua rumpanrur iplis,ncuc aur capur,aiit collum malc aihcianr.
Hacc iraquc oinnia ramcrfi apud vcrcrcs inrcr ccrcrascxcrcirarioncs habcrcnrur,
nihilominus haud ira in frcqiicnri vfu fucrunr, 8c pracfcrrim nobilibus,ac
illisqui non fincluauirarcquadam fanirati opcram dabanr. h;ic ircm rcmpcfiarc
non dcfunr, qui ipfis vranlur,qn )v.jn')d' ' rario,iflhibcarur,pcni:us
aiicrrcrc nolo. T 4 De D Def^mtuscohibitiomsfacultatibus^(df. I V* I #n K-K^
ETENTIONEM fpiritusfpecicmquadam cxcrcitatio' * nisefTccumabundc
inlibrotcrtiodemonftraucrimus, idampliusrcpetcrenoneftopus:il]uddumtaxat adiuii
C gamnonfacilerepcriri,in qua nam difTcrcnda locata fucrit.nifi quod
animaducrtcntes nos in huiufccmodi cxcrcitationemufculosabdominis, aque
thoracis ualentcrintcndi, &:fu^.partic. binde inpartibus interioribus
calorcm augeri,ut Ariftctclcs,&: Prob. Galcnusmcmoriæ prodidcrunt,eam non
riciiiinc uchcmcntia 1. dc diac i^^icare poflTumus : &: propter hoc iure ab
Hippocrate didum fuit, ^ fpiritus dctentionc meatus difparare, cutcm
attenuarc,nccnon ^ 3. dctuehuniiditatcmfubcutcm extruderc poffc. A
Galcnofimilitcr,&: ia^bartii^bAuiccnnafcriptumcft, rctcnrioncm fpiritus
mcmbrafpirituamcd.c. 87 lia calefaccre,corroborarc,&: cmundare,necnon
anguftas cauitadoc 1 c \ ampliorcsrcddcrc. Quod
etenimfpirituscohibituscxpurgarc thoraccm ualcat, clare conftat : quippe qui
in.ipHi rctcntione undiquccompulfus inanguftosfe rccipcre meatus cogitur,
cosq.li ampliustrufus, propulfusq. fucrir, ctiam pcnitus tranfirc, atque
extcnuati iam agitationc cxcrcmenti nonnihil fccum arripcre, eo propemodo,quo
intucmur opificcs angufta inftrumentorum foraminauchcmcntiore
fpiritusinflatucxpurgare:quandoquidemis quanto ulterius pcr uim coadus
impcUitur, tantum ab ipfo quæda impelluntur, qiiacdam trahuntur, nam truduntur
quac antc occurrunr,attrahuntur quac ad latus funt pofita, impetu ipfo motus
vtraquc coada. Qupd ucro ex retcnto fpiriru cauitatcs cuadant latiores,hinc
probatur,quoniam fi thorax in medio corporc locatur, fanc illo magna afiqua
infpiratione acrc impleto, et dcipccps fuprcmo laryngis ofculo Imgulac opera
claufo, nccno mufculis toto tho race prcllo,necclium cft ærcm comprcfTum
vndique mcatibus cor poris uniucrli^^ infcri,ficq. inirufum cos undcqnaqiie dilararc,modoinfcriorcs
dum iUuc impcllirur, modofuperiores. ficergoper fpiritus retcntioncm cauitatcs
corporis amplificantur,pedoris partes cmundantur, ipfæq. atque etiam aliac
intcriorcs calorem ici O^nip. ^j^^ipi^ri^^cuiusmcritofrigidacaflrcdioncs, &:prac{crcim
inflaPr^? tioncsrcmoucntur. ut non tcmcre Plato fubpcrfona Eryfimachi li.d mcd.
ixicdici,nccnon
Ariftotclcsmcmoriacprodidcrmt,fpiritumcohiifbroT.d^birumafmgultulibcrarc.
quorum placira fccutusGalcnusabco^mp.cau.icm uoiifolumlingulcumjvcrun^ctiain tuffim
afrigida inftrumcntorum rcfpirationis intcmpcric conrraiftam cxftlngui
tcftatumrcliquit: ciuodaucla in pcvftorc caliditarc cx tali cohibitionc
anguftos quoslibct mcarus fpirirus coprcffus pcncrrcr,cun &: ab auribus
cxpcllunt : limilircr obftcrriccsiftud rcftantur,quacad
parruscxpuIlioncmfaciliorcm,&:ccIcriorcmrcddciidam partiincntcs fpirirum
contincrcpraccipiunt . in quoltamcn ipfas facpc crrarc fcnbit Acrius,quando cx
nimia hu ytr^h, 4. iulccmodi
fpirituscohibirioncancunfinata,liucartcriarumincui[Lli\c. ribilcsdilararioncs
incurrur.t in faucibus, nccnon pupillarumin prob. 48. oculis,ut Aucnzoar
tcftatus clLDiccbar Ariftotclcs fpiritu rcicnto mdiusaudirc nos, quoniam
rcfpirario ftrcpitum qiiCndain moucr, quocum careanrrctmcnxcsiUam, mclius
uoccspcrcipiuntrti.ij. c.i C quanuiis CalTius Mcdicus alitcr fcntirc uidcarur.
Exftar ircm Plinij aucronras,quod cucrfos,fc anclcnrcsq. ac iaccnrcs, fi quid
ingruar, conrraq. i(ftus,fpiritum cohibcrc fingularispracfidij cft. Si igirur
afpiritusrcrcntione rot commoda xjriri conftat, prudcnrcrfanc Coclius
Anrclianus ipfam allhmaticis, ftomachicis,arquc licis'^|^^J"^*y curandis
cgrcgum opcm pracftarc lcriprum rcliquir.Ncquc ramcn ub. ^.c. huic ranrum
tnbucrc dcbcmus,quiii ctiam ipfam aliquacx parrc obcflc credamus,quandoquidcm
Afclcpiadcs capur opplcrc rcfta lus cft,cuiusfcnrcntia a Gak no ccrre cxplofa
fuit . Ego vcro illam prorfus non cfTc rcpcllcndam puto, quoniam
manifcftoconfpicimus, dum fpiritus rcrinctur, ucnas,atquc artcrias colli
intumcfccre, oculos ampliiicari, gcnas ac uniucrfum vuhum contrahcre ma» iorcm
ruborcjn, tandcinq. caput totum compati : quacomniailJius rcpktionijs cUra
inditu clTc, ncmodubiiat . txquohr,ul Dioclcin Dioclcm tota uia abcraflTc pro
ccrto tcncam, dum fpiritum rctcnD tk.i.«a.4. tumin epilcpfia curanda praclidium
afifcrrc dixir:/icut Coclium laudo,qui in ciufdem aflfcdus curationc fpiritus
rctcntioncm uitari debcrcuoluitjCumccrrum pcriculumimmincar,nctuncfanguincad
caputrccurrcnrcmorbusmagis exaccrbctur. In fanguinis CgcUi.a. quoq.
rcic£lationc talcm cxcrcicationcm a Mcthodicisdamnaram inucnio,quibus aiTcntiri
cogor^propterca quod rum a calore in pe(floris cauea gcnito,tum cx uaforum
inflationc,diftenfioncq. facilii mc debilia,&:rclaxata vafafranguntur,
frad:aq. iterum relcrantur. Ampliusqui veliierniasjvel
crcpaturaspatiuntur,autpcritonacum, atquemteftmæxrilia,&:fragilia ab
ortuobtinuerunt,nullo pacto in rctinendo fpiritu cxcrccri debcnr, quoniam hæ
partcs in aclioneifta uchcmcntcr contenduniur,& pcr confcquens, nifirobuftæ
fint,citra mulrum laborem diuellunrur,qucniadmodum apcrtifii^ mam fidcm pucri
faccre poflunr,qui fi interdum nimis quam par iit flcndOi aut
aliquomodofpiritum contineanr, protinus ijsperitonæum, fcrotumuc difrumpicur,
6c dcinccps intcftina dclabcntia, aut flatus intercluii,uix fLUiabiieshcrnias
pariunt: quod fimilitcr tu bicinibus, &c cantoribus, dum nimis fpirirum
retinerc conanrur, facpenumcrofolet cucnirc,&: præfcrtim quando illi
wiJ^ctlguuy ( quod Galcnus ait lib. de mot. mufc. fccundo in finc, ac 6. h\nd.
com* 4, tex.24.&:dcquonosin varijslcct.cgimus^ac pluraadhuc dicemus, cum
itcrum librum cum rccognitum, atque auclum propediem dabimus) fiue edidum
ficere uolunt . Vna feruata ratio ab huiufccmodi pcriculis tucbitur, fi
modcratc, aur potius infra mediocritatem (imilisrctentio peragatur, ubiagcnda
crir: alioqui pcrfici nequaquam poterit,quin prædida incommoda fc^ quantun De
^octs exercitAtiomm fAcultAtibus 3 tsf primo de rvocifcr^itione^ OCIS
multas,fcd unam præcipuam excrcitationemcf feccruntantiqui mcdici,quam gracci
t«i^ (cVflf.quoruomniunaturapcrfpcv^ta nihU rcmarc mancbif,quod luiiufcc
cxcrcitationis cognitioni arfdi valcat.Er P «l^^jtu^ go prima
uocitcrarionibus,qnaccumquc (int illac,adfcripta ab An j| 6'.
tyllo,Plutarcho,Paullo, Actio, et Auiccnna codiciocft,quod thoUn, raccm,arquc
uocalia inltrumcnta pcrbcllc rxcrccr. diccbat Aucr\-^V'c.s rocs pulmoncm
propric a uociscxcrcitio rcfpici . (ubindc naturalc iiki.f.s.d. calorcm
augct,purgat,hrmat,arqucarrcnuar,folidas corporispar* "J,';j^* tcs,
robultas,puras,&:ort"cnfac mmimcobnoxiasrcddir. addcbarcap.i, '
Auiccnnna hanc cxcrcitationcm colorcm dccorarciquod cnim ca loraugumcntum
fufcipiar>indcoritur ;quia fpirrrusalliduomoru, taai actraCtus, quam
cxfufflatus collidirur, artcriturquc, licq. cx ca collilionc, 6c atrritionc
calorcxcitarur i puriiarucro huiufccmodi cxcrciratio itum quiacarncs
raiiorcs,magisquc rraiftabiics cfficir: tumquia cxmoru uocalium inflrumctorum
humiditatcsinrcrnac B confumunrur,quod cuidcnriflimc dcciarat dcnfus uapor cx
orc v v cifcrantium urodicns, 6c fupcrlluitatcs
uctullioruhumoruunicuiqucmcatiii adhacrcntium,quaccxccrnunturnonfolumin
pracdi£tis uocifcrarionibus, fed ctiam alijs pkn ibus modis. lam vcro firmarur
calor, 6c artcnuacur, quv)niam uafa abftcr^^uncur, nuilti humorcSjUt
fputa,muci,(^pitiiitac conlumuncur,quac licut
antcacalorcmobfcurabant,dcbihrabanr,&:incra(Vabanr, iracduda cundcm
puriorcm,uaIid!orcmq. rc linquunr, &c hinc pollca lolidis partibus maius
robur,maiorq. impallibiliras fuccrcKic.Si icaquc hacc ica fc habcnt, racioni
confciuancum clt, ijs, qui humidirarc occupatas inrcriorcs parres,quiq.
uniucrfum corporis habicum frigcfa^tum habcnr,uociicraciorH*ni gcncrofum
praclidium cxliftcrc.qucadmodum.illisprcdictis racionibus cam ab Anc) llo,
CoclioAurc!ianp,&: Actio commcndaramfcimusltomachicis, uomcncibus, acidum
ru:tancibus,acgrccoiKoqucntibus, cibos faltidicntibus, atrophia
Iaboranrjbus.languidis,cachccticis.
hydrC'picis,althmaricis,orchopnoicis,phchilicis,diuturnopcctorisauclcpti dolorc
uexa tis.apoftemara in choracc rupra habcntibus, mulicribus
pracgnantibus,picaobfcllis, autlccundum Alcxandruinctiam parcurienci^/j^^g^'^
busad parcum tacihus cduccndum,non minus n,.chro, affi.iunt,quamcorporis
immodicacgcftationes, luuatmfupcr clacap.i. ralcf Q crir,fi rifu fcfc cxcrccrc
uolcntcs alas fibi ipiis litillari facicnt ; probi^ «!' ptcrcaqnod
magnusinillispartibns ucnnlarum,atquc arteriarum concurlus cxllat, quac
tuillatac concalcfiunt,^: fpirirum fu[)indc cxcalcfadiioncgcnirum
pcrunincrfumcorpus diflundunr. Ncqnc ucrolatcic qucmqnam dcbct,ualidnm
rifum,(icuti dixir Plaro, ma gnam mnrarioncmparcrc, ncmpc dc quo cclcbratnrapud
Graccos hicfcnarins. j t Ato; HKccigo^ tyjigcrois (Niviy KccKiv, i d c ft
Rifusinrcmpcltinusintcrmortaksgraucmalum. Siquidcmtalis,practcr immodcraram
fpiriruum ctiulioncm,pnicrcr nimiam agirationcm,calcf'achoncmuc,
nonraro,fccunduiii Ariftotclis,&: Jococftat. Alcxandri
fcntcntiam,uchcmcntcm rcfolurioncm indncir:qno. p|^^*|; niam uiralis
uis,&:inlitus calorimmodicc foras prodit,ac indcfir, ur /ic ridcntcs
fudcnr, ac rubcantfangninis adncntu : calorcm
crciiimnatiuum,igncmqucipfnm,ficuti pcr loci appctitioncmfurGymnajiica. V fuiu
fum cffcrri, fic pcr alimcnti dcfidcrium ima patcrc ncccfTc cftjgiD
turutralibctmoucndi rationcpcrcmpta,calorinfitusinterir5& uis omnis vitalis
cuancfcit.ut non abfquc rationc Homcrusfinxcrit oayff. ^ Procos rifu cmori,
Arcrf ixmSges dyccvoi X%$S0Cs ivetct^otiwot p/tAo) \kSccvou, idcft, tum Troci
illuflrts Mams extollentcs rifu cmoYiebantur ; lU.^pao Nccnon Aglaitidas apud
Xcnophontcdixerit,rifum huiufccmodi ^ ^y"moucntcs ^ncquccorporibusjncque
animis prodeffc. Porro caput,ac thoraccm pcculiaritcrab huiufccgcncrisrifii
offcndi ncmoncgauerit,qucmadmodum interdum laxata maxillarum ofla,
dorfumq.oblæfum animaducrtimus. Flctum tamctfi Ariftotclcs in pucris laudaucrit,
quaficorumcorporaflcndocontrafta, &:conE a.Tufcul tenfa
robuftioracuadant,Ciccroq. fcriprum rcJiqucrit, athlctas, cum cxcrccbantur,
ingcmifccrc confucuiffc, ut fc intendcrent ad firmitaremscxiguum tamcn ufum in
tucnda bona ualctudine habe rceno fcimusrpucri
namqucfortafreaploratuminusofrendutur, quoniam ci a primo ortu infucfcunt,
quippc qui ftatim ac ex utcro parenris in luccm uencrunt, plorarc incipiant:
cuius caufTam SoInlfa og fimusephcfius cxplicauit cfle ; tum quiatenuis
fpiritusaluce concap.17. cutitur :tum quia infuctam tcrram
attingant,quandomulieresin Prob. 61.
nauibusparicnresmutumcdunt.quamfcntcntiamfecutus Alexandcrmcdicus addidit,iIIos
minime audiendos cfse,qui animum dicant, quod amifso caclcfli domicilio corpus
inhabitarc tcrrenum occocpit,iccirco infantcm cogcre doIere,atque
plorare.Cæterum adultiores qucm nam cx fletu capcre frudtum qucant, nufquam ui^
deo. quod cnim is corpora frigidiora intenta, ac debilia rcddat, \qco citat.
pr^ictcr Ariftotclcm ob pracdiita ficntcs acutiorcm uoccm rcddej.Aph.y4 re
narrantcm, Galcnusquoque atteftari uidctur,ubipucros,dum plorant,
intcrruptofpiritu ob uircsdcfatigaras refpirarcfentit.qui * itcma
flcrunonriumquafcbrcsacccndi pcrfpicuctcftatuscft. quatumfubindeoculisipfis
dctrimentum atfcrat,mdc conijccrc faciInprok. literpoffumuSjquodlacrymis ab
humoribus oculorum (fiCalfio medico credimus) dcflucntibus eos confumi
ncccfllirium cft.ut Ilb^ fummacumratione eloquentilfimusauitor Carnclius
Cclfuscontfcur.ocu. tinuos fletus oculos imminuere fcriptum reliqucrit ; ne
fileam quantum damnum uox recipiat, dum fauccs,ac uocalia inftrumenta intcr
flendum madefadla, exa fperataue, cam raucam cfficiunt, tuflcsq.ac noxios
catarrhos iatentcr concipiunt.nam, &c apud Coclium Aurclianumlrgitur,
ploratum poft cibumuaMcftomciclium labcfactaic. Kx quibusomiiibus colligitur,
aut nullum^aut cxiguficmolumcntum a llcru corporibusacccdcrc,(S nes illas
cxcitant;in altcris humorcs ad infima dclabentcs eos morbosfoucnt,ac
incrcdibilitcraugent. Inde eft,quod Aretacusin curatione epilcpfiacfolam cius
vcrtiginis infpcdioncm,quamfacit inftrumentumillud, quod RiptBiKX dicunt,
&: dequo fuprafumus locuti epilcpfiam induccrc monuit.Hoc fortaffc
exercitationis gc^bro^ I nusintcllcxit Auicenna,quandodixiti Etludcrecum
uirgisretor€3^*2^** tis didtisalfulcgiam cum pila magna,autparua lignca, nifi
quod illud intcrfortcs excrcitationcsrcponcns, 6c pilam magnam
nominansanoftrodiffcrrcdcmonftrat, ncmpc quodfitdcbiIe,foIifquc paruis
fphacrulis agatur . Habcmus Sc aliud motus corporis gcnus, quod piHs ligncis
cxcrcctur humi dupliciter, uel pilas in circu fcrreum humi dcfixum manibus
impcllcndo, ucl cubo lignco cas approximando, quod quidc genus dorfum ob
inclinationcs cotinuas E exercct, attamen caput ofFcndit, atque rencs; in
quorum ulceribus Inlib. æ IfxTrmkvsiTriKv^^s uitari mandauit
Rufusmcdicus,nequeadmoMetue! dum pro ualctudinc probatur. legitur cnim apud
Gal.cxcrcitatioual.cap.5 ncsinchnato capite,
dorfoueperadlasncquaquaminisconucnire, qui occafionc qualibet Icui ucrtigine,
cpilepfia, ophthaImia,auriQ dolorc, guttuns, aut altcrius, capitis, &:
colli inflammationibus occupantur . Prædidis omnibus tum notior,tum trcquctior
cft pilamallci uocati cxcrcitatio, qua uetcrcs gymnaftas caruiflc nemo nd
fatctur ; fcd quanto magis tcporibus noftris pencs cundlas nationcs ipfa
inolcuit, tanto magis ncccflarium uidctur illius flicultatcs declarare. Nam
quod ex magnis fitcxcrcitationibus,ac uchemctibus facilc cft,&: a
laborc,qui fuftinctur in ipfo,&: ab eius natura conijce re; a laborc,
quonia fu quam pcr fccrcram difflarionc cxinanirc inrendunt . Cctcrum ncmo,ucl
mcdiocritcr rci mcdicacpcritus, lgnorat,valctudmarijs,ac dcbilibus,quorum
uircslcui dc caufladc ftruunrur, excrcitationcmilhm minimcaccommodari:
tantomiftus illis, quibus capita ma!c aticda funt,aut aliquo padlo imbccilIia.
nam,&: qui dorfononadmodum valcnt, quiqucrcncscaIido5, urinasq. acrcs
habcnt, cx talibus moribusfummopcrc offcndfitur, licuti quoq. nocct cxcrcitario
bacc,vbi parfcsinfcri( rcsinflammationcm,aut abum tumorcm pati folcnr . Summarim
poflimt, qui fanitarc fruunrur, ad cam rucndam,oprimumq. habirumgcncrandu
pilamallco fcfc cxcrccrc : qui vcro aliquo pafto ab acgritudine
occupantur,omnini>abftincrc dcbcnt.illudq.fcmpcr mcmoria tcB ncrc
opcracprctium cihcjuac dc cxcrcitationibus bona a nobis pro mittunrur,
ucrarcpcriri,modocaratio tcmporis, ]oci,quantiraris, modi, arquc
corporumfcructur,quam in ^.libroncccflarramcfle monftrauimus. alioqui fi
ncgligatur, mirum non fitjoco bonorum incmcndabilia mala iucccdcrc :
qucmadmodum lacpcnumcro in propolita cxcrcitationc cucnirc ccrto fcio,quac cum
fcrc polt pran dium a plurimis agarur, nullo falubritatis loci, ac rcmporis
habito dclcctu, no fua culpa,lcdcxcrccntium incuria pcrniciofasaflcLtioncs,ac
prauos habirus inducit. quo magis omncs admonco,ut diligcntiam, a Maioribus
nollris in cxcrccdis corporibus obfcruatam, quaxitum
conccdifur,imitantcs,mcIius valcrudini, atquc mcmbrorum robori confulant, ncquc
commitrant, u t proprij.s ci roribus, &c fanitatcm /imul
dcpcrdant,&:honorcm, dicctc GalcnonoUro mar.dctac C pnum dcdccus illis aXc,
qui a narura fanam corporis conftitutionc lortiti cam ob cxcrcitationum,ac
rcttc uiucndi ncgligcntiam cor. rumpunr,arquc morhofam rcddunt. Erquoniam hoc
in capitcduo diximus,altcrumquod pilamaIIcus,cxcrcctdorfum,aItcrum,quod illis
cuitandum crt, quibus dorfumcftnnbccillum, fcicndum crir, Galcnum
voluilfc^inlcnibus dcbilcspartcsnumquam cxcrccri,in r.dctuc. alijsfcmpcr
dcbcrc.rarioncm, qua indu^^us illud dixir, hanc fuifle ^ cxiftimo ; quoniam
dcl)ilitasfcnumcmcndarinonpotcft, cumcx uirtutismotricisdcfcctu
proficifcatur,alioruinucrorcparabiIiscft. undc, quandonos aliquas partcs
imbccillas minimccxcrccndas confulimus,fcmpcr dc imbccilHtatc confirmata, ac
incmcndabili, non autcm dc rcccnri,arquc dc curabili,dida noftra inrclligi uoluBU]s:nca
Galcni placiris,(]ucmomnc5mcdicifcqui tcncnturjinhac lcntcntia
rcccdcrcuidcamur. (jymfiiiiiica. V 5 DC 291 I T)e equitationibHTfacuttdtibus.
CaP. II X. ^ Quifationcm,qua Galenusaliquadointer ca,quæ exercirationcs
fimul,&: opcra nucupar,adnumcrauir, ex eiuf dcfcntcnriamagnam
cxcrcitarionccfl'e,aperte conftaf# Quo circa,quanru fit cx fc, potcrit natiuu
calorcm auge rc,&: cxcrcnicntoru inanitioni opitulari.Efl:
aurnoparuadiflrcrcritia,an cquus(fic appellocquLi,mulu,&: aliud qif
uisporrandishomi nibusaccomodatum animal)lcnrc,cclerircrucgradiatunanfuccuf
Oribadiis fcr;an afl:urco fir,ac ro]urarius,an currat . Dcplacida,&:lcnra
equiÆt^iib* ratione fcriptLi inucniturab Antyllo,atquc Actio,fiplacidc equus
cap.7! ^ gradiatur,nihilmagis, qua lafTitudinc, &:pracfcrtiminguinibusaffcrrc.dc
hac inqua ucrba facics Hippoc.mcmoriac prodidir,continua cquitationc
laflitudinc magna parerc, homincsq. infoccundos E &: cocundi impotcrcs
rcddcrc,n€C no dolorcs diuturnos,&: claudiProb. ij. carioncs
gcncrarc.ncqJccircofcntctiaHipp.danandauiderur,qcf aqu*&!oc! Ariftorclcs
cotrario plane fenfu fcripru reliquerit, cquiranres afficap 1 1. Jjje
libidinofiorcs cuadcrc; quonia gcniralia continua arrrcdatioprobifii
ne,motioncq. incalcfccria fpiritu cocipiunt, ficq. cociidi cupiditas inducitunfiquidc
Hipp.dcplacida,&:nimisfrcquctiloquirur,vtpo te q lcni motu no ita
calcfaciar, &: pcndctcs coxas,arq. pcdcs oblac tlattAriftotclcs ucro dc
ca,q cquo ccleritcr gradicre,&: inrcrdu fuccuflTanrc^fcd noadmodutrcqucrcr
cxerccrurjUcrbafacirjUnde particula(afliduc)qua larini intcrprcrcs apponut,cu
in Gracco Arif.co dice no inucniatur aufcrcda planc erir.Hacc erenim equirando
faU69 cita. io dctcrior cJi, nimirumquacuniucrfiim corpusmoldlc quaflcr,
&dolorcscxcircr,auiZcarq. Sicut in Niprns illcfapictiirunus
Gracciacfauciusintclligcbat,ubi diccrct. Tedetcntim ite, ^ lcddto vijh
nefucceffn Cic. 2. Quo itcm Lucilius pocta antiquusinnuit,dum cquum
fuccufllmtcmtactrum nuncupauirhoc ucrfu. Noaius SuL i ii[iatorii t.ie:ri,
tariiq, c tballt .Ad hacc fuccuirationcuchcmcntcr caputoflrcndcrc,coI!um,&:
dor fum,&: narcSjCxpcriunturilli, qui aliquadoin hunc modu cquitarc
cbguntur. Dcniqucli vlla cflcquita:io,quac uifccrapraccipuc( id. Q n.farcrur
Ga!c.)agirarc apra iit, proculdubio nfic propofita ralrs cft, ijtu.yi. aqua
nofolu intcriora omnia concuti,ucrum criafiifpcndi,qua/iq.cA?-»'» arripi
uidcntur.illud unuhabcrciuuamcporcll, ur cibis,atc]Lc cru dis humoribus
concoqucndis,aIuoq. cicndac,ac vrinac prolicic4idacnccno a rcnu(q J Auiccnnac
placuit)loco lapillis arquc arenu ^.^ lis ad infcnora dcduccclis adiuuarc
qucat.Scd,quonja maicribus riamnis comoda hacc c6pcnlantur,ocs ab
cxcrcirationclimili ablli cip.vk. ncant cofulo.ln aflurconibus cquirario(ca4n
lic appcIIo,quam uulgari nominc portanru,aut trainauocant Itali,&: dcqua
itaMartia. Hic breuis ad nioncrHm rjpidos qui coUigit unones j^-^^^ yenit db
aunleris gcnt bns aHnr cqu^^s ) qucmadmodummagis corpus, &:mcmbra gradarij
cquiucctionc cxcrcct,ita mmorcm molcltiam parir, liquidcm mollis illaalrcrno
cruru cxplicaru glomcrario minimum larigat,pcculiantcrq. aluum citarc ufu
probatur . Dc cquitatiqnc i;urrcntibus cquis(;i(tta,licct V 4 ' apud
Arift.icgatur, ita cquitantcs, quod magis caueant,mlnus caD In hb. dc
dercjtamen eam improbarc uidctur Galcnus hac rationcquia fæl«c indo . pe
contingit cquitantes in terram deciderc,& nonnumquam ex ca fu emori*fed
præter hanc multæ exftant caudæ aliac>ob quas a fa nicatis ftudiofis
huiufmodi cquiratio omni diligentia euitaridea ^dixta corpus(vtfcribit
Hippo.)nimium calcfacir^exficcat^atquc * extenuat,ob id ad minuendam carnis
multitudincm a Coelio Auli. T.c.vir. reliano probara, caput male afficit,
fcnfus hebctat, oculos non pa* Sca. ^pb. nmioflcndit:quandoquidcm Ariftor.
cauflam indagans, cur, qui cquo uehunrur, quo longius equus dccurrcrit, co
magis cmitrcrc lacrymasfolcnr, fignificaridco illud eucnirc,ucl quoniam morus
calcfacics valde humorcs oculorum eliquat,&: lacrymas indc cict, ucl
quiaficutiuentiaducrfi oculos pcrrurbanr, fic acroccurfans
tanromagisfcrircporcft,quanro cquus uclociiis agitatur.Iacdit E practcrcahacc
equiratiotam thoraccm,&pulmonem,quam uifcc rauniucrfa. Quod criam rencs
maximo dctrimcnto afficiantur, fidcm Hiccrc poflunr multi, quorum alij vrinac
ardore,aIij lapillis, alij vlccribus modo rcnum, modo vcficac, modo pcritonaci
vfquc ndcoob hanc excrcirarioncm follicitaii fuerunt,ut fereijsaffcctioni bus
mortcm obicrintrnc dicam quor luxarioncs, quor ofiium fra^T:urac,quor mcmbrorum
diftorfioncs facpcnumcro indcnafcanrur,dum brachia,dorfum,coxac, et crura fupra
modum laborant . Vidcant igiturquos currcnribus jatquc mutaris cquisitinera fua
obirc dclc(ftar,quot,ijsci. gnuifiimispcriculis^ncdum ualcrudine, ucium eriam
falurem ipfam fubijciant, quomodoc]. non ingenuorum,autfanirarcm curanriumac
uiram,(cdpotiuspcrditorum hominum,athlcrarum,nihiIq. uitam,qua nobiscarius,aut
optatius nil rcpcritur,acftimantium opus cxcrccant. Hadcnus de cquilaiionis
fpccicbus, quarum nullam ægrotanribus admodum confcrrcfcripfcrunr Antyllus,
arquc Ærius, quasq.necijs, quimcdicinam fumpfcrunr, uUo padto congrucrc
mcmoriac tradidit Solodscltat. i-;inus Ephefius, ncquc illis, qui rcnum morbis
malc afticiuntur, cap.^i^!^' ucl carum inflanuTiation conucnirc ccnfuit
Galcnus. 6,cy\d! Sunt qui in equo fedcntes gcftari dclcdcntur, quac cxcrcitatio
paTlll rummalcualcntibus ufui cflc mea fcnrcnriaporcft, nam,utmolliflimc
ucharis, tamcn laflfirudo inguinum, Iumborumq.&: durafufpcnfio,cxpIicarioq.
percipirur, quando fubpcdancis corpus fijftentare,pcrarduum eft, ne dicam
nnpoflibilc. acccclit &:mala,ac dolorificailla
concuftio,fiquomodoincitatiusfcraris. Vaknabus m^igis 4onkrrc eadcm porcft,
corpus, animum, &c ftomachu^i S S. 2«5 A chum hrmandorfenfus
cxpurgando,acucndoq. fcd pcftus.tirquc pc dcsdcbilirar. DegeSldtiontim
inHnitierJimnjinbus. Qaf. 1 X. j NTEQV AM gcftationu fcrmoncm aggrcdiamur,
illud prius adnotandu lcvfloribus uolumus, nos minimc ignorarc, multos
cquitationcm inrcr gcftarionis fpccics rc-, intcr quos fuit Actius Amidcnus ;
fcd ncqualiu.j.c. ir. quamhorumopinionemfcquiuoluiflc; tum quia Cornchus CcL
antiquus fimul, &: cclebris au(flor, ubi gcftarionis fpccics adima^crauit,
nc ucrbum quidcm dc cquitationc faccrc uoluit, qua(i alica gcllationc
iudicaucrit, id quod nmltos ahos opinaros fuifle conijcitur cx Antyllo ; t um
quia cxprcflc Gal.gclLitioncm, 6c cqui tationc diucrfas cflc dcclarauit in 2.de
tu.val.ubi ahas cxcrcitationcsanobisficri tradiditiahas ab cxrrinfcco, ut
gcftationcs:ahas mixtasclfc, quahs cquiratio cfl ; tum quia, (i gc(titio, ur
dcfiniunt omncsauLlorcs,mixta cft cx motu,&: quictc, phiribus corporis
partibusnonmoucri^ apparcntibus^uniucrfo autcm corporc alalionc moto, hacc
condicio ab cquirationc longc abcftjn qua fcihcctmanifclhrtimcomncs fcrc
corporis partcs moucri confpiciuntur.fcd ifla parum rcfcrunt, quando criam
Antyhus, atquc Actius fcparatim dc cquitationc ipfa ucrba fcccrunr.Hanc inquam
gcftationcm ab cquirarionc fcpararam,nccnonagraccis4/»f^ uocatam, mulras
quid-jm habuiiic fpccics, in fupcrioribus dcclarauiQ mus: at
quacomnibusuniucrfah gcftarionisnominc comprehcnfis facuharcs attribuunrur,
pr.us cxplicabuntur, dcmum parricularcscftcsftus finguhi adlcripros
pcrfcqucmur, fcd prius id ignorari nolo,facpcnumcro apud auclorcs rcpcriri
gcflationcs, &: cxcrcitationcslimul nominaras,quafi utracqucinrcr fc
difrcranr,quorufcatctiæ dc cxcrcitationibus proprijs,quac vchcmcntiorcs morus
gcftationibus cxiifhmt, non autcm dc communircr acccptis inrcrprcrandæ fcmpcr
crunt. hlt igirur geftario fccundum Antyhi, Actij, atquc
Auicjcnrcntiam,inrcrplacidiffimas,atquc dcbilcs cxcrciralocrsciti. tionc5,&:
proptcrca non folum fanis, &c ualcrudinaijs, ucrum criam 16gis,ac
inciinatis morbis,&: dcniquc ijs, quibus lenrac morboruin rchquiæ
rcmanenr,ncc alircr cliduntur,acc6modatac funr. In acu toru nonnuUiSjUt ab
Aretaco in Lcchargicis, ncphriticis probatur. quinimmo tradit Cclfus Afclepiadc
ctiam in reccnti, uchcmcnriq. locodj^t, fcbrc >praccipucq. ardcntc ad
difcuticndam cam gcftationis ufum comprobaflc. qiiod prof cclo pcriciilofc
cfficitur, mcliusq. quicte elufmodi impctusfuftinctur. Infanisctcnim,ac
ualctudinariisgcftatiOjCumnccIafTirudincm corporibus ingcncrct,immo caferc
magnis cxcrcitationibus /imilitcr moucat, poreft calorcmnaturalcm
augcrc,matcriac multitudincm difcutcrchabitum corporis fir
marc,actionesrtupidasexcitare,fcgniticm di(ToIucrc,corporis turbationcm
fcdarc,ijs,quos uigiliac cxcrccnt, fomnum conciliarc,& contra ctia
vctcrnolis,ac diflolutis rcdimm adfc, vigiliasq.pararc* nam fomnum conciliat,
cxcremcnta, quac a capitc ad ftomachu«i delabuntur,pcr halitum digcrcndo, quac
nhiiirum parrcsfunt uigi liarum praccipuac cauflac : fcd vigilias poftca
inducit corporis tcnorcmadfcrcuocando,&:corroborado.&:, quamgua
Scnccacpift. L V l.vidcatur gcftationcm faccrc magis hiboriof;mi,quam
ambulationcm;ciustamcn oratio intcrprc tanda cft dc co folo, qui ualctudincoftcnfusab
omnibusfcrc turbarur. In quibusmorbis dcgC^ ftationcpcriculumfaccrcpIaccbit,fic
cxpcriundum cfsc confuluit lo^o cita. Cclfus,{ilingua non crit
afpcra,finuIlustumor,nulla duritics,nuU tolus dolor uifccribus, aut capiti,
aurpraccordijs fubcrit,&:cx toto numquam geftari corpus dolcns uoluit, fiuc
id in toto,(iuc in partecftjnifi tamcn lolis ncruis dolcntibus; ncquc umquam in
rcccnti fcbrcfcd in rcmillionc eius.Nihilominus,citra multasobfcruatio
ncs,abaucloribus probatasenc inuarijs affcftionibus gcftationcs
rcpcrirur.Coclius Aurcl.in libris, quos dc morbis diururnis infcri pfir,cas in
incubonc(quo morbo plurimos Romac quali cx cotagio nc quadam aliquando
pcrijirc, rcfcrt Silimachus Hippo. fcdhitor)
commcdauir,fimilitcr&:inuocisamputationc, inhacmoproicis,in
quibuscandcmdamnauirAfclcpiadeSjinafthmatCjin ftomachicis, in clcphantiafi,in
colicis,in arthriditc. Thcodorus Prifcianus quoquc, &:antcipfum
ArctacusgcftationcsadhibcndasuoluitinmeanchoIia,inatrophia,
infplcncricis,necnon in ftomachi doloribus.lifdcm cxcrcitationibus in illis,qui
valdc cxficcati funt,arq. re7.Mcth. fcdioncopus habcnr,Galcnum
vfum,aIiquandolcgirur.Quin &:ip fcmctCcIfusprofacroigne curando gcftationem
laudauir, utnoit fempcr condicioncs ab ipfo dcmonftraras obfcruatu ncccflarias
fo re hifce auAoriratibus conuinccrc ualcamus.Non cft tamcn igno* rb % cur
randum>magnopcrc rcfcrrcquonam in loco quis gcftationi bus vtd ciiron.c.7
tur. quod Arctacus cocliacorum cxcrcitntioncs dcmonftransv eim
cætcritpractulit, quac inrcr Iauros,myrtos,arque thymunref ficitur. Dc
gejiationum inn/thiadoi USlicA^dtqut fellapaYtt^ cularibusymbus. X. Xplicatis
ijs,quac ab aii£toribus dc gcftationu flic^ltati* businvniuerfumtraditatucrunt,
iam ad parcicularcs dcfccndcrc opportunu cll,iiprius illud in mcmoriarc=w^
uocaucrimus, fcriptorcs.f.mcdicinac,qn finc additione gcflationis ulum in
fanis,atq, ualctudinarijs nominant,dc qualibcc cius fpccic intclliycrc : qni
nuUa fcrc inucnitur,quac ipfis utilitcr accomodari nopolluiquando ucroin
acgrotis loquutur,iiucrdum ocs,fcd in rcmiilionibus
morboru,intcrduplacidiorcsl]gnificarc, Vchiculoru multa fucrc apud maiorcs
nollros gcncra, quoru luxuria vfq.adco intcrdii Romac crcuit,ut,rcf'crcntc
Plinio,aurca,ac ar li.^^.cir B gctca taccrc nolintucriti.fcd hoc practcrinftiiutunoftrucft.Nam,
quac pro fanis,aut acgris in ufu habi ta funt a mcdicis uchicula,alia ab
anmialibus, mulis.f.autcquisagcbantur,aliaab hominibus, U utraq. ucl
tardmfculc,ucl cclcritcr.Gcllationc vchiculofa^taquis cctcris acriorc clTc
dixcrit Ccllus,njhilominus,fccundu Galcni fcn ii.i.c.i tcntia,intcr dcbilcs
cxcrcitationcsrcccnfcrimcrctur.quofit,utfa^^^j" nis,ni(ialitcrcxcrccri
impcdiantur,minimcomniucoucniat.Va!c^^d/iuci rudinarijs,atq. fcnibus nugis,
qucadmodu Antiochii fcfc cxcrcuiffc,&: Cacciiiu Pliniuacccpimus:
maximcucroægrotatibus, dcquibus fcrmonc facicns Antyllus dixit,gcftationcm in
uchiculo fadam uimquandaamolicdi,c6moucndiq. morbosftabiIcs,&: pcrmancntcs
habcrc.Qua proptcr Scncca cpilij 6.ad bilc taucibus infixa di* fcuticnda,&:ad
fpintusdcnliratccxtcnuandafibimirificcprofuifTc C fcribir,qui, fi aliqui
fimplici permanenti, &: diuturna fcbre iadentur, tu i.cht. modo uircs
fcrant,gcftari pluhmum debet,ut Coelius phthificis co of/bSus
fuIuit.quandoquidC geftatio,minus mouens corpora,quandoq. febrcm magis cxcitat,
Ergo in fcbricitatibus,qui ad integritatc pcrueniunt, uel quorum longa admodum
remiffio eft, uel qui fcbribus tenentur longis, etiani fi non magna intcrualla
habeant, conuenit hæc gcftatio.quam fimiliter in multis alijs aficftibus, nempe
in dolore capitis;in cpilcpfia,fi fcrri qucar, in mania, in paralyfi a Coelio
Aurel. commcndari, ex eius dc chronicispaOionibus inkriptislibris clare
habctur. ut ctiam nos tuto, ubi rcs poftulat, fimilibus geftationibus
acgrotanrescxcrccrc valcamus, dum tamcn maturo morbo,atquc iam inclinantc illud
agarunalioqui, fi,adhuc fæuicn te,aut incipicnrc affc6tionc,gcftatio
adminiftrcrur,accidentia acer biora, &: pcriculofiora confcquunrur, quoniam
morus, ut diftiparc urilircr concodos humores,ac cxcrcmcnrorum rcliquias
potcft, fic Calorcm augcrc, fpirirusquc &: humorcs nondum quieros, &:
rcpurgarosexagirare natuscft* ex quo fummumftudium adhibendum cft,ne
crefcctibus crudisuc morbis, pracfcrtim calidis gcftario, aut
aliaquæuiscxcrcirarioadminiftrerur, fcd in narurisfolummodo, frigidis,atquc
illis, qui manfcfte inclinarc animaduertuntur. De leSit penjtlis ^ cunamm, ac
Hauis gefiationumfx^ cultatibus. (^ap. XL Vi primuslcaulos pcfilcsexcogitauit
Afclepiadcs,duabus rarionibus(utrcfcrt Plinius)illud cfrecifsc uifus eft; tum
ut blado eorum iadatu fomnos alliccrct : tum eria,
urmorbosextenuarer.quibusrarionibus addudipofteriorcsin curandis acgris corum
ufum frcqucnriorem reddidcrunti totfo cic. quamqua grauis auAor Cornclius
Cel.cxcrcitationc hanc tantum modo adminiftranda aliquado iudicauir,ubi ncq.
nauis,ncq.
ledicac,ncq.fclIaccopiadarur:liccrpoftcaJinapoplcxiacuægcrrefurgit,ipfum Icai
moru cocuricndu pracccpifsc inucniarur Vcrum.n. ucro AnryIlus,Actius,atq.
Coclius, ctia li nil aliud deficiat,^p multis afrcdionib.dcbclhldis^lcaispcnfilibusinfirmos
excrceri uoluerunt,quinimmo(quod paucis coccdirur) hanc gcftarionc tam antc
cibu^qua a cibo prodcfsc dixit Anryllus.na pri mo fcbricitantcs,aut diuturno
morbo dccubctcs, in quo corp.ora columpta fefe crigere non ira valct, autEllcborufumcrcsatali
gcftationcutilitatcrccipe Ætms U. reiudicaru eft:dcindc in his,qui vircsa
lcbrili aflrcdlioncrccolligere incipiiir,nccn6 in lcthargicis,&: in
appctctia ciboru dcicda candc prodcflc cxpcrimctisinucntu fiiit.ncquc
dcfucrut,q ipfam in furiolis,ac phthificis laudaucrint . Qucmadmodu,&:
Actius,&: Prifcia nus Thcodorus phrcniticisadhibcdaccfucrunt, quo blada
illaagi locomat, rationc fpirituu pcrrurbatio lcnircrur,&: fomnus
alliccrctur. Ex gcYmQ^i:^^^ nerepcfilislcclilcympodiu quoq.
circ,m6lbauimus:&:iccircoubi a Coelio,arquc alijs gcibtioncs I pcfili lcdo
^pbatas uidcrimus, idc ic dc hac i ntclligcrc poterimus.Lcdtulo pclili non
diflimilc alia 1 cilofaCta gcilationis (pccic inucnio,quam primus(quod
cgofciam) intcr mcdicos Cclfus monftrauir,vbi dcficicnribus cacrcris gcihrio ni
dicatisinllruincris, voluir vni pcdi lcdi funiculucflcfubijcicdu, ^ arquc ita
Icdu huc, &: illuc manu impcllcndu.id quod criam Amydacnu Actium fignihcarc
uoluiircarbitror,quand(j fcriplir,duascfl^cocitac. fc lccti gcftationes, aut
pendlcs, aut fulcra mobi lia iuxta angularcs pcdcs habctis. Hoc cquidc illud
cxcrcitationis gcnus cxiftimo,qd^ ab Auic.fub cunaru rcuolurionc dcfcripru
fuit,arquc idc nomcn uf li.i.ren.j. quc ad rcpora noftra rctinuit: crli. n. ab
ipfo inrcr dcbilcs cxcrcirationes rcccfcat,dcmulccdisq. pucris potius cx Galcni
fnla,n6 fanis, aut infirmis cxcrcitadis aptu viilc.iturmihilominus ijs c6ucnirc
cre dirur,quos febrcs dcbilirarunr, licur ct illi,qui ncc duin fc moucre, nequc
federc valcr,quiq.ab hcllcbori potionc valde^pflrarifuerut, aut fccundu Cclfum
alicuius mcbri rcfolutionc patiutur.quin,fi talisgcfbtiofuauircr
adminiilrcrur,prcr fomni iucudiratcqaffcrt, fla Q tus quoq.
difl"oluit,rcliquijsmorboru capiris,vcluri (hipori,&: obliuioni
prorfus cxflingucdis,c6ducit,appctitri mouct,&: naruram fopi
tæxfufcitat.Auic.i.4.trac.2.c.i5.ad c6pcfccdum niiniij iudorcpci pit,ut acgri
ponarur fupcr illud inilrumcntri,quo pucri,vcl iuucncs foict in acrc cocuti,
atque ita in acrc frigido c6cuti,q J quidc puro eflc genusillud
inflrumcri,cuiusfadacflmcriofuprali,^fub Ofccl laru nominc. Inrcr gcftarionum
fpccics vlrimo loco pofucruiu fcrc ocsnauigationc,cj; cacrcraru omniu Icni/lima
fccir C:orn.Ccl.fcd.&: Jq^^ huius quaplurimainucniuntur
difcrimina:fiquidcn6parri interclt, anquisin llagno,anin flumincan in mari nauc
gcratur: &: in nuri, an in portu,an in litorc,an in alto,an turbato,an
tranquillo . Nauigatio fadtain ftagnis,lacubus,autpaludibuscactcris in
falubritatc poftponiturquonia ut plurimum cx aquis ftagnantibus,nifi fint maris
alicuius inlhir,purridi vaporcs clcuarur,qui acrc inficicrcs nauigationc magis
fufpcdam rcddunt, Tt non immcritofcriprum lit ab ^ Anlt, ioi ;pirt;c.
Arift.paluftrla loca incolcntcs fubpallidos, ac fomnolcntiom cua D probleiti.
dcre.minus noxia cxfittit io fluminibus nauigatio, nempe q au^torc in probh
PJ^^i^^ho timoribus carcns naufcam ullo pafto non commoueat. wt. uerumtamcn ta
hacc,^; illa,quac cxercetur in ftagnis,in capite ma* lib.i. C.I, le affcfto
incogruac a Cocl.Aurel.iu dicatur, g> humcdantcs caput
tcrrcnæxhalationeinfrigidant.Duabuspracdiciis maritimanaui gatio valde
pracftatior crcdif,quonia mari fcmpcr uaporcs ficci, Sc calidi educuntur,qui
Iatcnter,ac fenfim nauigantiu corpora
rccludunt,necn6falfæproprietatiscaunacxcrcmctaabfumut,atquc ho minu habitus
quada facili muratione reficiut,&: i ccirco huiufcemo di
excrcitatioincun6tisferc morbishumidis,ac frigidisamedicis
probaf,&:priuatim a Celfoin tufliomni,aCoelioac Arctæoindo lorc capitis,!
cpilcpfia,fi ferri quc it,in fanguinis fputo,in phthifi, in kl:critia,in
hydropifi a Tralliano in frigida vctriculi intcmpcrie coE
medatur.Inphthifinamquc praoftantifiimuremcdiumnauigatione Ii.28.c.4
fcmperaMaioribus habita tui(le,tcrtatusfuiiPiinius,quihac ratiolib.3i.c.6 nc
phthificos Acgyptupctcre cofucuiffercfcrt, quo cuni Annæus crplV/.'^' Gallio
poft cofulatu lam fcre phthificus, &: ZofimusPIini js nepotis
libcrtusfiuiguinis rcicftatione laboras profcdli c{renr,ad fanitatc rc
ftitutifucrunt:qqbarbarusilleau6tor Plinij Sccundinomincfalfo infcriptus h.dc
rc mcdica lib. dicatphthilicismagis cofcrreinfal tibus,vbi
pixnafcitur,habitarc,q in marinauigari.Porrocx
maritimisnauigationibusIcnifiimadixitCelfuscam,quæinportu efficitur ^q tamcnin
capitisaftcctionibus una cuflLiuiali,&: (tagnali improbauit Aurclianus.
Quac uero in litoribuscxcrccrur nauigatio iucundifiima
habctur,dcquacclcbratuhoc proucrbiQ narratPlui.Sympo. tar,
7rAoOsiJilvi7rctso!yuvy7a%gi7rxTogitis,oculoru,pcdo ris,&: denique
omnibus,jpptcr quac bibitur cllcboru,mcdctur. Vc rum gcftatioin alto mari
pcrada rcliquaru uchcmentifiimacxfiftit, &: mutationcsplurimas, atq.
maximasfacit,nimirum, cum animus mixtos affedus habcat,&: triftitia,&:
/pc,timorc,atquc periculoano do gaudcntibus,&: lactis,modo in
anguftijs,&: pcriculis ucrsatibus, lib.^ cau. nauigatibus,quac fimul omnia
magna uim habcnt,vt quoq. Plutar. cognouirjngentcs uomirusconciMndi,ac
confcquenteromnc vetcrcm morbum prof ligidi : &: proindc iurc dixit
Auic.nauigationc hanc adcxllingucndas pracdictas acgritudincs cfficaciorcm
cflc. quin&mixrioilla motus,&:quictis, quapracdita cft,fiquid aliud,
probc corpus nutrirc idonca cil.Quac tranquillo mari pcragiturin nauigcftatio
nonadmodii(diccbat Antyllus)magnam rurbarionc,Oribafiw ncquc coculfioncm
atTcrtrcx quo Kr,urt*crmcacc6modata (it ijs,qui-^*^'^'*^ bus ctiam gcftatio in
cui ri bus c6ucnir:ni(i 9 hoc nugis habct, iti purgato acrc,ubi n6humidi
uaporcs,fcd ficci,6 halitii euocarcfirmarccalefaccrc attcnuarchomuu mq. tandcm
niuriæ minus obnoxiu faccrc p6t:a Plinio fcriptii cft kixata homi^ nucorpora,&
quadrupedunatado in cuiuflibctgencris aquafaciU
rmciL«sredux^NatatiocaUdæmoiIircindurata,c;to^^ ios A fngcnta crcdlra
cft.&ob id a CocHo Aur.in curadis arrhrlricisconicndaca,ab Actio cx uiciitc
Gal. in i)s,qui cutcm corporis dcnfLita liabcnt^at abca'caputoiTcndi,uircs(]Uodapattocncruari,ncmo
ncgarct : alio ctia non carerc uirio dixit Coclius.uidclicct Inimorcs
lundcrcncc ipfos rcfolucrc. Fri^ida ^ intns calorcnariiium rcpc!- Icnsiplitm
ualidiorcm cfli iatciborumoprimam,iS^cita cocodio- ncmpracltat: cxubcranrcs
humorcsdilHp.it, et intus rcfrigcratas parccscalctacit. undc iurcctia ipf-im in
arthritici.slandauit Aure- lianus car.itionc mo:us,oua Hippoc. frii;idam rc
ranoaflfcaislargc artuiam rcmcdium cfTc rcgio morbo labo-
rantib^sinacftatc,(S(: Hcrodutusapud Actium ad euitandumacftu frigidam
natationcfn commcndauit. cxpcricnria ramen confl:at,(i quis ca frcqucntcr
utarur ncruos lacdi, 6c inrcrdum furdirarcm c6- B trahi, quod Agarhinus apud
Oribadum confclTus cft . Atquchacc omnia a nobis dida accipianrur dc illis
narationibus,quac ad gym nallicam quidcm mcdicapcrrincbanr,fcd m inimcfcmpcr in
i^viti- nafijs cxcrccbantur.illac ucro, quas in gymnalijs iplis ficri confuc-
uiffcin 3, lib. probauimus, (iuc in pifcinis, (iucin ampIilHmislabris
agcrcnrur, duos praccipuos fincs fccundum opiniorcm noftram ha bucrunr,alrcrum
ut motuillo blando^quo narantcsagitatur,aqua magis corpora pcrmcarcr, licq.
mcmbra copiolius huincC"tarcnrur: alrerumutmaiorcuoluptatcin
moucndofcfcfrucrcnturquando- quidcm aqua mota, pracfcrtim balncorum fuaui illa
artrcdatio- nc fingularcm quandam dclcctationcm artcrt.Dc pifcatoria cxcrci
tationc,quam diximus cx Platonis fcntcntia ncc animo,ncc corpo- Ii.jTm^ ri
prodcflc, &: proindc ab illo optari, nc iuucncs huic incumbanr, Q pauca
ucrba faciam, tum quia fcrc fub nauigationcm rcducirur, ut cadcm rcpctcrc non
lit opus : rum quia a mcdicis propc nullis cam tnufu habitacflc coftarnificf
Auic.intcrdcbilcscxorcitationesad-^^^® ^*"- numcrauir, quando quis in
nauicula pifcaroria moucarnr,&:ob hoc g pi fcationc nullam calorc natiuu
augcrc crcdcndu clt,cum &: Arifl. pr^ob.x! * icrip(crit,pifcatorcs
marinos,idco rufo colorc cxillcrc,quoniam in- tus frigcnf,cxrra
ucroquafiadururur:habcnr.n.qui in maripifcan- turhanc praccipuam c6moditatc,q»
coru corporaualdccxiccatur, &c proptcrca
minimcomniucorruptionibu.s/ubijciutur: quin fipu- trcdo aliqua intus
larear,protinus cxugitur, cofumiturq. ut magna cu rationc fcripfcrit Gal.
pifcatoru habirus duros, ac ficcos cflt, co- i-dc dmp rumquc vlccrapcrindc
cxiccata cotinuo apparcrc,ac /ifilitaforcr. "'^"^^*^- i}upd ucro
(cripfit Sucr.Auguftij intcrduhamo pifcari confucuiflb,mcj^. r7' id poti' animi
laxadi caufa, qua ualctudinis gratia ab co a^cbatur X 2 nc De yenaiiomr
conditionibus. Cap. xni. D libro i.dc paruæ pi tæ ludo. .ENATIONIS
cxercitationcm comparansludopariiæ pilac Gal.
illudfoliiminteripfasdifcrimenpofiiifse ui- dctur,9 altcr modico apparatu
indigerct, et ob id cuius ^ excrcitatufaciliscfsct:a!tcra
vcropluribusinftrumentis opus haberer,neq. ab omnib.fcd ab ingcnuis dumtaxat,atque
diui- tibus cxcrccri poffct.hoc aiit hcct Galcni forfan tcpcftarcatque ct in
ahqua ucnationis fpecic tcporib» noftris ucru forct,nihilominus in maiore cius
partc fccus rc fcfc habcrc compcrru cft, qn facpenu-
mcrounOjUciduobuscanib.aurpauUo plurib. inftrumcntisrufti- cos,
atq.paupcrcsucnadicxcrcirationcfrcqucrarcconfpicimus.ut hac rarionc ipfa
minores laudcs pilac ludo n6-mercarur,neque pau \fT^^' eicrib.ucrbis cius
facultarcs a nobis cxphcari dcbcant.Cum.n.Gal. ^^^' '
ucnationcintcrca,quæipfecxcrcirationcs&:opcranuncupauit, rcccnfucritxumq.
illiuspcrfpcaanaruramanifefte monftret,n6ab. fque uchcmcntia,magnitudine,arquc
celeritate ipsa cffici,nimiru in qua mulrac ahæ cxercitationes,curfus uidchcet,
ambularioncs, fahus,iaculatio,uocifcrario,& aliæ ncccflario rcquirantur,
rationi confcqucns cft cam his faculrarib.pracdira cflc, g> corpora uchcme
tcr calcfaciar,cxcremcra dirtipcr,carncs,&: fuccos exubcrnanrcs mi
nuar,fomnosprofundosgcncrer,&:proinde concoqucdis
cibis,crudisuc.humonb.magnoperc conferar:quodq. ait Xcnophon,auditu ac vifum
acuat,fimulq. fenedutc rctardcr.ob quas cgrcgias faculta tcs illud cflc ucrum
cxiltimarc dcbcmus,cf Razes Arabs audor gra In vcon. uiffimus cx Gal.fcntctia
memoriac mandauit,uidcHcet in quadam ^ tin. irac/ pcftc contigi flc,ut omncs
fcrc pcricrint,&: foli ucnatores o b afliidua Li '5^^*
cxcrcitatroncincolumcs cuafcrint.Caetcrum quoduchemcnribus *' ^ excrcirationi
bus a mcdicis attributum repcrirur,neque Tcnancii la- bor carcre viderur, vt
fcilicer caput offcndcndi ui poUcat maximc, fi importunc cfficiatur,quemadmodum
in 4. dc acutoru vi£lu apud illum audtorcm lcgitur. Quantum ucro ad
parricularium ucnatio- nisfpccicrum qualirarcs arrinet,de
duabusfoluucrbafaciam,tam- quam i n his folis rora ucnadi ad fanitatcviut acgritudinc
pertmens faculras confiftatiillae funt,cc|ucftris,ac pcdcftrismam fciut omncs,
qualibct ucnarionc,fiuc canibus, fiuc rctib. fiuc auib.fiue arcubus, fiiic ali
js inftrumcnris excrccatur,ab hominibus agi, cpi aut pcdib. proprijs cant,aut
cquisinfideant.Equeftrcm igitur(italiccar mihi appcU irc)vcnarionecxcrcctcs,cum
modo currcntib. equis,modo radicntiL>.agant,modo uocifcrarc,modo quiefcere
cogantur^omnib. cpil njb. partlb.labonre uidcrur,&: iccirco multi hac
exerciratione crc didcruntcorroboraripeftiis, ftomachum,inrcftina,dorrum,atc]ue
crura: cgo vcro ca cuirarc iUis praccipio, quibus capur facil.tcr of- lcnditur
: quibus fradionis ucnarum in pcdorc pcriculu immincr, quibus lapilli in
rcnibus aggrcganrur,quibuspcritonacum dcbi'e, aut uUahcrniac fufpiciocft, i4id
tc frcna iuuant temcrana f Jacpius illis Trifcedatum ef} cquitcm rumpere, quam
Uporem. Porro vcnario pcdcftris cadcm fcrc c6moda, 3i: incomoda in cqueftri
repcrra contincr, nifi s», dum curfibus, ac faltib. fcras inicdatur uenator,per
montes,per uallcs, pcr deuia, pcr filuas, pcr filtus, minori cerrc pcriculo,
quam in cqucftri, fubijcirur : ar maiori labore Q afficirur,magis incalclcir,
magis pcdes, &: crura corroborar :pracrcr haec lihidinis ftimuIos,cocrcct,
quando Hippo!\ tum ftudiouirgiSencca m nitatis hoc ucnarionis gcnus
cxercuiflcfcrunr.Excirar quoq. ucna"^S^* tio appetirum,(icur coquus illc
Dionj lio dapcsaucrfanti rcfpodir, ipfidcfuinl' laborcmin iicnatu, qui
appctirum gcncraficr. Ncurra tamen,g» uchcmcnrior cxfiftar,lcnibus,aur dcbilibusaccomodata
inucnirur, fcdillis ranrum,qui robuftasomncscorporispartcsfortiti
finr,quiq.oprimc ualcar.urnon abfquc iudiciofuramoCorncl. u. i.c i. Ccl.
dixcrir,fanum hominc, lic bcncualcnrc modo nauigarc, modo cpiihiib. > ucnari
dcbcrc . quod li Plinius ncpos fanitarcfuam uenarioni, qua ruri in Tufcis
objbar,aliquandoacccptani rcruiifsc uidcrur,iudicandum eft, aur iJla
modcraiilTimc ufumfujfsc,autporiuscorporc robulto,ac fano ita ualuifsc,ur nullo
padlo a tanti laboris uchcmcntialacdcrerur.Eritiraq. ommb.hanc cxercitationcmmirc
cupicntibus tibus duo neceffanum diligentcr confiderare, prlmum an corporis D
roborc polleant,inculpataq.fanitate fruantur:fecus,ne grauiflima
t3ericulafuftineant,iuredubitandumuidetunfccundum,numquid modcftia quadam,&
iucunditate, aut potius citra dcleaumuUu, 8c cafuquodam,ut plcrumquc
fit,vcnationi opcranauct.Qaicuquc.n. fuarum uirium, aeris, temporis,
quantitatis, loci, &c modi rationem aliquam habere uolimt, multa profcao
corum malorum uitarc poffunt, quibus cctcri cafu fcfe excrcentcs fubijc.untur :
eo magts. quod u^natio Ulud praecipuum in fc habct, quod nulla aha cxcra
?atioineummodumobtimufl-eapparct, utfc.hcct totum fcrcd e nonrarof.birequirat.
vnde aut vcnatorcs mter excrcendum cibum capcre, &c a cibo magnos laborcs
aggrcd. coguntur, quo ualctudini nihil pcrniciof.us effc poteft ; aut tota
d.eic.unant, quod tamctfi fortafleminusoiTcndat, ncquc tamcn ipfum noxapenitus
b circt,quando practer confuctudincm illud efficitur.nccnopoftca ufquc adco
prac fo.nccxfaturantur, ut uentriculum concoqucndo mirum in ./odum fatigcnt,
f.cquc &c cruditates, &c aha mnumcra malafubcant. Artis Gymnafticæ
finis. fcx artis Gymnaftica:Jibroriim clcnchus, cjuorum primus libcr continct .
r: E prwc pijs Mcdicina. Capiit prifnum, \ De t Ofi/eruatiua Vartihus, et (jtiid
tr.iBjfuiuni . Cilp. X. ^t}dfitgyr)ifia§U(a (^r.otiipUx. f.3. Dt ^ymrajttcx
ftbu^o, et tius laHdibi*s cap 4, SiHr ttmpore,et quo pa^o caperit CymnaHica
c^P*')' Dc Cyn:n.iS 'S annqui rum cap. 6. Dc V. 1 Ps hiniinum j^t nerilus y qux
in gyn.na/iaconurnicb^nt ^^P^J* De^yfnnalioTHdiucrfis partlbus. f.8. DepuU^ra,
et alVjS gymnasi» part.bus cjp.^. Dc h^b eis ^ymnafiorum, atque etiam dejiadto
cap. 10. De accuf iius in ccma antiquori m, CT Itmd dimtnxjt in die cpundi cor^
fuc'udinii origine De au^oribus gymnaflicjt, fjr ^ymna" ftorum mth:fiiis
cap.li. De t*ium ^^yvihuflicdt ffefie*urn d.jfi' tcniui.beUicaJtji^iuma fiue
mediia^ CT vitiofa feu athlt tica cap. 1 3 Dc vitiola gymf.aslica, ftue
^thlctnacaf.l^. Dc riuendi ^thlctarum ratione Qf^id fit excrcitatiQ,Cf q^o
differat ^ a Ubore,& r/iottt. cap. l. Dt vyonMitic^ mcdi^je dhificne cap.i.
Defaltatoria car.]. Defphxnflica c^p.^. De piU ludo fccundum l^thos dp.y
GymnafticA, De orchifiica, fiue ttrtia faltatottapar te cap,6. Dt
finefaltationisy C^ de loco cap.j. DeluSatoria cap.9. De pugilatu,&
Tancratio, et Caiiibus cap.^. DcLurfis cap.io. Dc faltu cap.11. Dc difcOy&
halteribus cap. i De lAcuiatione. cap.i^, {TirS. Dt agendis, et dc rationc
prufentis trati^tionis cap.i. De drary.bulatione cap.2. ^ncrcclum slate fit
exercitatio cap, ^, Dc pu^narhmgeueribus cap.j^ De nofinuliis a.tjs
e.xtrcitationum ipe^ citbits cap,^. De Ipiritus cohibitione cap,6. De
vociftratiot.c, et alijs vocis cxerci'* tatioribus cap,j. De Cric ljj:a,
Trocljo, et Vilamailco cap.S. Dc eqmta tione cap.g^ De curruii vcctatione cap,
i o# Dcgffiatio^'C in ititica,& flla . c,i i. De agjtatn nc per ia tos
ptnfilcs, C^ per cunxs facta,^de sciv.podio. ca.tt. De nauigationc,&
pifcationc. cap. i j . Dc natatione cap. 1 4. Dcvcnatione capij» D LIBE !{
Qr^riTffs. E rationc agrndorum, et deexer* iUaiionis vfu cap.t, r €on*
Confutatio opiniows eoritm, qui exeni^ tationem in fanis damnabant; et de
exercendi necelfitate^ atquc commo^ ditate ^ cap»2, Jmprobatio eorum quiomnes
homines cxerceri debere ftntiehant cap. 3 • J{edarguuntur qui affuetos folum
exerceri voUbant cap.^ De exercitationum differentijs ctrp. 5 . De corpdrum
morborum, et fanuatis generibus cap.6. ^n corpora agra vllo paUo exemrt co
ueniat cap.j. Decorporibus valetudinarijst&fenili' hus exercendis cap.S.
T>e corporibus fanisexercendis cap.c). De locis in quibus excrcitationes
fieri debent cap.io. De tempore cxercitationibus apio, cap. 11 Qumta fieri
debet excrcitatio cap,\ 2. Demodoexercendi cap.12* DEordineagendorum y &de
nonnullis fcitu dignis cap. i. De ftngularum exercitationis differen' tiarum
effcciibus cap>2. De faltaiorui: effcHibus cap. l . De ludorum pilx
cjfeBibus cap.^. De luH^ commoditatibus,& incommo' ditatibtts cap.^.
Depu^ilatus,Vancratij^& Cafluum fa cultatibHs cap.6. Dc curfus natura ^^pl'
Quid praflet faltus ' cap.i» De halterum conditionibus cap.pta Abrnhi vt Dc* jb
Aicx. Sc fo cbjtur lii d Aiaci;nua Pljtonisi».c Av nbitus con.uttudn
viidcnunant 5 3 b AvCubitUN viroi u fomw S > et dcmccps Accombcnimm numcrus
quis tflci. 54.oribus palam cxjhjhcbaniurA qiia dc cauf» I c Ac^yptus, Homcro
aatorc,mu!ta$ hcrbjs ic mcdicjmcntj habuit » b Actcct rxiri'.rcs.uscorp^iri
.iccidcntib.6. f Ac:as i cxcrcitationc cit c6;idcradj i ' i.t.
Asbii^dcscrrauii.rifum dicca$nct)i o po ri,ncqucanim" prodcfTc. i.b.i«8 d
AKoniiTjrib-. Ab-ti crant vna faCtto Rcmana i6d c Aldus
M inuii* luncnis cruditiflim». . 7« d Alcx ndcrScuc. us Impcrat. cxcrcitjtionis
Ciula aliquando pirc-b.uur 181. ciuos Dcos colcrci 1 iii d ad maiorum cmgics
facrafacicbac 'b.d. Akxandri Scucri Imp cxcrcitia port lcctio ncsquxfucrint . 1
^ (>Jtm balnca viro rum JcmulicrumicHrauit jo.d Alcxan.Sci«cri.s Impcr fcrc
fcmpcr frigida Ijuaiioncvicbatur,rurocalida jy c Alcxan-Scucrus Impnoluit
mijcnuos cur(ucxcrccri AlcxandtrScucrusImpcrat. ncmora pub. ihcrmisiunxit ^^^l
Alcxandcr S.ucru^ Imp.qiu viAns rarmnc 1. jfDpndio auihorc, vccrctur 2 1
Alcxandcr Maccdonum Rcxqnid ante cibi (un^pticncm agcrct . C A k x.mdcr prop'
cr cruris vul nus lcdica m mtlitari txpc»mionc vtcbatut 197-^ Alipiiu^ in gy
mnalTjs quis circt,& quid •^gc rtt io fjtta, anibulationi m portKU fjdx a
Ccllo przfcnur 16 ^.a Ambuijuo lubdiahsinuitas habcc fpccies ibidcm Anibul..tio
fub Solc, vcl in vmbra faAa ab authoribus Jiucrh^ diucrnmodc acccipitur ibid.
Amoubtio fub Solc minus Ijrdit, quam fta tio,& qua dc cjula cx Ariliot.
fcntcncu 266f.i7l.J. 17*.C AmbuUuo m vmbrj Tafta, quxnam fitboaa ibi.
Ainbu?atio pcr jrboics rorc fufFufjs fafta Icprjti* fjciic inducit,& cur
167.2 AnibuIat:o cpiIcptiCiS,& vcrtiginofis conuc nicnsquarfit ifj.i»
A.itbuljdo antccibum ficri dcbct, et qua dc cjufa ibid. Ambuljtio pcft n.i qb
conucniat. i67-C Ambulationis matutina;,& vcrpcrtinac cifc Aust]ui(int
ibid. A-niciis Bibriciorum Rcx ccftu claruit, 8C fuit a Polliicc intcrfcftiis
iio. f Ammon apud Ouuccltu vahiic ii/.a Andrc.Ts B iuiius vir multar dodtrinar.
34 Andr Pjlljdius Architc pcrii (Ti iius. 19 C Ani;iiiJ Ijborjntcs lin^a
cffngunt. 145. C AnimuN H^k^ corporis aux ijo nihil laiidc di pniim clficcrc
potcll ij.a Afincus^-illio fanguincm cxpucns nauigatKJHC fanus f .^usclt i7y.b
Antlicus lccundum platoncm fuit lu^Jtionisarusauftor ioj.a V X Antiol
AiKiochiis lucdicirs quo cx;rcicio vtcretur 2rf>.e f Aiitioch^ mcdic*
vehiciilo geft.ibat.2«?7.h Antiq: bis indiean femcl f iturarent. 5 2.f
Antiquoru inos viuciedi rpa iucgna. 57 a Antiqui in rtratfs coenab:inc 53. a
Antiquiomnes voluptates in couiuijscxcogitarunt ^g.e Antiquoru ftudiu in cibis
ac potibus dclica tilTiniis coquircadis inignuni fuit. 58.6 Antiquorum fcripta
quonam modo interic ' runt 161.C Antiquorum maior pars raane vel nihiJ,cxt guum
quid fumebat 225. c Antiquorum maior parsin vefperc folum faturabatur ij^.e
Antonius Pius Impe. balneiimpopulo fine mcrcede conrticuit 48. d Aphorifmi
Hippocratis txplanatio 13 i Apodytcrium in palacilra quid fucrit. 291.C
Apodyterium in balrieo quid elTet 40. f Apollini cur Athcnicnrcs gymiiafium con
• fecrarunt g.d Apollo iacubtionis, et medicinæ Dcus ab antiquis indicatus 130.
f Apollo iaculationiab antiquis eft pr.^poG • tus,& qaare 258.6 Apollonius
vt Dcusab Alcx.Seue. colcbatur iSid Apoplciaici Tral. fententia le^ica vti
pofrunt,& qua dc caufa 229 Aponaxisquid Sj.c Apoltemata in pedore rupta
habentes vocifcrationc iuuantur 281.C Apricari quid faciat i4o.d Apuleius
Ccifus in Sicilia qucndam a canc rabido motfum curauit 4 0 Aquas
fornudo,Pompeio viucnte, primo fe nobis manifeftauit 4 c Aquis mcdicatis etiam
vtcbantur in lauatione ad voluptdtem Aqua c cx extrmfecus cor^i accidctib. 6.{
Aqujc omnes Ipontc nafcentes caJidæ funt Ariftot.authorc S^yc Aquarium quid
cifct 4^.^ Archigencs fuit Had.Imp. archiater. 1 9 i.f Archimcdcs facpc figuras
mathcmaticas in corporc vnfto dcfignabat ^i.d Ariftotelis fcntcntia dc
gymnaftica Sc p.Tdotribica, 10. d Ariftfentcntia Jcartc gymnnftica. i^.a
Ariftot.fcntcnti.idc motupoftcibG. 2 2i.a Ars gymnaftica,GaIc.fcntcntia,cft
maxima BUs £jcult^^s confcru;itrici$ y.b Ars gimnafticn qb. na rebns pficiatur.
ib^ Ars gymnuftica quouiodo fcicntia aGalc?' no vocctur 10. d Ars gymrtaftica
quid nam circa corpus humanuoa operctur 12 f Arsgymnaftica ad boniJ corporis
habitum a cquirendura, ac finitatem conltruanda maximc j^dcft muitorum
tcftimonio.i^ Ars gymnattica homini cft naturalis. 13.C Ars gyninaftica quo
tempore inccpcrit i r* b.c.d.& quomodo ord/ncm ac regulas ac ccpcrit i5.c.
c Sis vtcrcntur 6^,c Athlctx quo n lc a Pbto voctntur. 6'j.b Aihlctaruni vii^ns
ratio.qu.c c^ct 7iC Athlct» cur pjllidi fiant poft bborcs cx Arift rcntcntia 74
c Aihlctar a Vcncrc pfu^ ahftinucrunt. 7 5 b Aihlcrjru xgrjruJincs fccundii
G.il. 7^ J AtMct.cymn.^njca raltationcs habuit. 85. a Athlci.v amlnil :tionjb.
no vicbjniur 13 rb Aihlctr sducrfus palu fc cxcrtcbani -a AthlctT c« fpiritus
cohibitionc nonpaiu auxil j capicbant M4 J Athlctacftatim po{\ cxcrcitationcm
potuin vi?abjnt,& qua dc CJufa 124 d AthJctx frcqucni.rrmc vtcbantur
putilbtu,luc1a,& Pjncratio i4^ d Athlctar olkntationis ctiam gratia fpiritu
rctincbjnt u^f Atrophia bborantcs vocifcrationc libcrun Tur *Sic Atrophiam
gcftationc curabant Thcodorus Prifcianu>,& ArcixuN ay^.d Attoniios
aliquo ftuporc Actius oca.itiunc curabat Author huiusoperis cur dcgymnafijs
fcribc c fibi propofucrit 7 * /uditus f .iriiu rctcnto mclior fit 179 b Aucs in
acrc fiarc apparcntcf an aliquo mo do moucantur 1 ^ 7.3 b Aucrrois fcntcniia
dci;squi cxcrciiationc dinntiunt iP4C Aucrroisrcprchcnditur, qui ccnfuitmorbofa
corpora quoudicad fudorn initiu cffpcxcrccnda ^^9.c Aug Imp.lci;cfjnciuit,Tr
militcs cduccrcn tur ambuljtum in mcnfc ^ i^T C Auc.Imp. fimpodl" qnq;
vchcbat. I77 C AuKufius Impcr.foUcfccxcrccbat, et qua dccaufa .^y^ Au^.Imp. in
finc dcambubrionis fubfultim currcrc vldcbatur et qua dc caufj.i W c Aup Imp.
coxcndicc,fcmorc,&crurcfini/tro bboras ambubtionc in li.ircnama «invc
pfuudafccxcrccbat,&quo. z6^.f (jymnAlitcA, Aup.Impc. poft coenamlcaica
lucubratoria vtcbatur Z99.^ Aurcli.inus Impcrat. thcrmas hycmalcs in
tranllybcrina rcgionc fccit lo^.f Aurium dolorc p.iticntcs lufta Ixdit.a^^.C
Aunumdolorcvcxaios gciUtionc Galcn. Tral. et Actiui curabant i.b Bjlucoru fitus
fcJm Vitruuij Inlam . 43-f> B.ilncoru acr cxtrinfccus et intrinfccus.ibi.
Bjlnca multum calida Gal.icmporc in dcfuctndincm abicrunt 44»C Balncorum
magnitudo,mobilius,imroobi~ liias.figura ibid. Bjlnca non cundcm fincm habcnt.
4Cf.e Bjlncis calidis .tcpidis,& fngidis antiqui diucr fa rJtionc vtcbantur
47. b B.dncum rcs qujdr.'itjrij cur vocctur. 47. c B jlnco-um hora qux fucrit y
o f balncj fcmp antc folis occafum claudcban tur,ncc vnqujm anrc.iurora
apcricbantur jntc AKx.Scucri Iinp tcmporj 5o.f Bjlncis ;'cnfi]ibus Afclcpudcs
in xgris curandis utcb.uur. i^^.f.d.a ScrgioOrata funt inucnta 177.*
Bjptilkrium jn balnco qiiid cffct, 33?. C Bcll'iro; hron fuit cqtatiouis
inuctor 167. c Bigis PlJio animjs airimibuit Bi^ix in pub facris frcqucntilli
ncccriaucrunt ibid. Blandi Forliuicnfis crror dc thcrmis ly.b Botubrij I
gymiufijs botulos vcdcbat.^4 c Braclua,dum quis manibus vjcuis currit,
quodjmnu>di dt didi -wccul us loi.a Cyrws rcifurumRtx ct oris laborcs
magnopcrc xllii: juit K.d Ciliuscrai vchiculi fpccics 208. c Cbudius
C.tl.vcliJtulo vrdiquctcdo primus.fc i|u..iido cinfus 172 f Clauduslnipc
H.npt>cii lil cjio fuo conccflit,vt |> vil c JtN n iPi i ni pt ftjculatic
nc cur;bat Arxictus 24C.d et \t cifcr; iicnc. 281. c et cxcrciiatK i:c jmcr n )
rios,Iaiiros, et ih)nun>f-6a Coitu VI tri vcfpcic rcn bi nam cr-i io.f C6tc6ioncm
In-p cdit cxcrciiatio cx Frafiflraiifcnftrtia J5>i b.c Conct Aio^ a ijuictc,
et ab cxcrciiaiicnc mtdcratt f-^a multum iuuitur. 192. f Ccnccciucics
c.fliculicr vocifcrai:onc iuu:;niur 281.C Cf niflcriu i pal^flra vbi ra crat
20.f 34. c C61ctuai.u.i n (d:cjrxpaiJ aqbufda lola digna tidttjVt ncic mcdicjr»
ncUt 5.C Ccnfcrujijua n cdicii ap pais a cjuibufJam in trcs paritstfl diuifa 6c
Confciu.niiua tcf fiiiucnti.-. quatuor nominibus a n cdicis cc mprchcnduniur.
6,( Conflartini Impc icmporcaccipi irtscdo ccric^pciiint ifcSc Ccnluciudo nopra
cx paiic conucnit nalur.T txcrcitati corpc ris i>8 c f Cofuctrdirt
pn.uiiic'» valdc Ixdutur.ib:d. Ccnluciudo n .2d Coipori» hibiiusab
cxcrcitaiioiic coniipruaiur ^ i^ic Corpcris virtuic* pcr cxcrcitaiioncm
forticrcj fitri et opcdititrcs i^2.f C( rporis n ( n l la pcr cxcrcitationcm
fir* mitatcm &i robur accjuirunt. ibid.ii^^.cl Ccipons hjbiiusab ot:o
dcflruitur.i>2.C H7C Corporiim tria gcncra a mcdicis confidcrantur,&
tjux 2*4 d Corpora argra an aliquo pafto dcbcat cxcr ccri 105-^ Cotpora Gcc2
motibus lcuibus et raodcrans vti pt flunt io6'( Corporib. c-hdiN et ficcis
null.T imodcratat (xcicitaiiocscoucnjut 2c6.f 2 i 5 b 22p.C Corf oribus
fripidis et ficcis cxcrciiationci icmjfia-corucniunr. ibid 115.C x^od Corpora,
t]uoru vnu mcmbi u intcpcricm paiicur,(]uomodo lunt cxcrccnda. 207 a Co;pu*
nulJu tjuauismtcpcric laboraNdct vthcmcti cxcrcitationctxcfccri. 207.b
Corpcracb malam formationcni morbofa, qu(.modo luni cxcrccnda . ^^]^* Ccrpcra
in nun cro n.oibofa cxcrcitationibus vti pofluut 208. d Corpcra zpriiudinc in
fitu laborantia nulIt. ocrcjtationis gcncrc vii dcbct,& cjua (ic caufa
/^'^' Corpoia valctudinaria ^ n3 fub fc/m huV 4 itts t. Hi> au^oris fnhm
pfit: coiuiiicre. ioy.a Cor^ora rciiiun ciir niuica cxcrcaiciita gencrcnc iio.d
corpbra femim t]iiibi!s exercicacionibus vti debeanc zio.e corporum f.inorum
differencias multasancitjui medici conditucrunt 2 1 i.c corpus perfeda fanitate
prxditum potius mente confiderari poceft,> quam re ipla inueniri ziz.d
corpora multa temperaca in ftia regione inueniri dixit Gal. ibid. corpora
cominuniter fana difta excrcmcn ta quotidie gcneranr,fe ob id excrcitatio nibus
indigenc ibid. corpora frigida, vehcmenter, &multum exerceri debcnt zi^.f
corpora humida excremencis abundanc, et ob hoc mulca cxercitatione
indigent,ibi. zzy.c corpora humida .1 labore fufFocari^hæc AriItocel. fencentia
quomodo ficincelligendaconciliator exponit ibid. corpora in æftatc potms, quam
in hyeme funcexercendæx Anft.fententia.izo.f corpora quibus temponbus finc
cxercenda &locis zzi.e corpora calida et humida moderatis exerci tacionibu»
indigenc ibid.& z z corpora fngida et humida mulcis, et vchementibus
exercitationibus mdigcnt ibid. et zjo.d corporaabijrde,c]uadoq, lacdutur,
qhdoq,' iuuantur,proucinisapplicancur. zj 5.a corporis carno/itas mulcis
cxcrcicationibus remouctur Z38.C corporainduto minusa fole calefiuntfccu duin
Arilt.rnlam,& qui dc cnufa z/z.e Cttrpora luxara tum hominum tum quadru
pedum nocando in arcus fjcillimc rcfti • tuuncur 3^54^ coriceum in paL^ftra
vhiham crdc.zo. f. et quidclicc zp.c.87.b corycus quid cfTct cx Antilli
fementia. 8^. e. ioi C.Z4Z. d cornarius corycum malc follcm intcrprctatus eftm
Hip.conuerfione 33. c cornarius malearguit Budxu. 1/ 8.& i ij) coxas
debilcs faltatio coufirmat 1^0,6 coxis cx Hippocfenccntia equicacio eft ini
mica 25^. a craneu gymnafio apud Corinthios. 1 8.f craffi luando cibu
dcbcncrumere. ZZ3 c cmcn mediareruus hornbili q^uod^ uioibi genCre
captusfiiit,quo carncs ab oftlbuscadcbant J.a cracin*' poeca cur faJtator fic vocatus.
loi.b crepacuras patietes faJtu dent vitare.zjy-a &dircun. Z5:8.c. et
/piricum recentum. zBo.d quomodo fiant Z84 e. f criptoportids antiqui ad
deambulandum vtcbantur,& qua dc caufa z^^j.a crifijafii forma ex Oribafio,
quasnata fuerit. KJ^z.d.eius vciJicas zc9. h crico mcdicus Komar fub Traiano
floruit • Z4f.c crudos piJæ Jufus Jardit 243. b crura infirma fdtatio
corroborat 240.0 crurum vlcera haJccre Gahcurabac. z 5 ^.e cruftuJari; in
gymnafijs cruftra vcndcbanr. 64 c cunisquomodo in ægris curandis anciqui mcdici
vccftntirr jyS.e.^oi.b curatiua mcdicinæ pars ob neceftitate prius eft inuenta,
et a quibufdani impcftura quedam dicitur J.b.c curz fjnnm corpus conferuanc ^.f
currendifaculcas a natura daca cft aninvalibns ijya curfus ccrcamcn
Elciinfticuerunt iiy.c currcns ab ambulaiitc quo diftcrac. z y i. a currcntcs
hycmemigis rigienc ftautibus, &quadccjura zzo.f currentium fpiritus anheJat
zjz.d curribus faciedis marcria apta e abies.iyi.a curribus manu dudis
rebricitantes, vt inquit Herodotus, vtebantur et quancuni fpaci; pci ficerenc
171. e curribus ois gcneris fani vtebantur. ibidi" curribus tcais
principes vtcbantur potius, quaHi npcrtisantiquitus ibid, curru tcfio Plinius
iunior propter oculorum infirmitatem vtcbatur ibid. currus niulta apud antiquos
crant gcncra, et q et quo rimilia,& djftimiha erac. 1 73.^ curruhs vedatio
ab Eiichthonio cft inuen. i7i-a currulis vedatio.ipud mulieres Romanas in
maximo honorc h ibcbaLur J^i .b currulcm ve»ftationcn) R' m.mi mulicnbus
abftuIerunt,ob nimium luxum, poUca il lis rcftiiuci uiu,& qua dc cauia ibi.
cwrulis vcdatio jpud gymnaftiLosacftimata erat 171.^ currus duarum rocarmn
antiquitus erat in v^^i» 171.» currus quacuoi: rourum Phryges muene(uat ibid;
Curcus. Currus fcx rotjrG Scythac inucncrunt ibid. Curiustoimacl^ vuiia ibid.
Cui uu ccrtamCm ludos oly mnios quando htinucaum i^ic Curfor i]ui lic cx
Ariftot.fcntcntia. 70. d CurluN G^l. rcntcntia no parQ cofcrt ad i\
nitatc,& bonum habitum. i i5.c.245>.b Curfus t|uis motus lit.io i.ccius
vtiiita',& i4y.c.&infra. Curlus trcs funt fpccics cx Antylli
fcntcnIi6.f Curfus apud vetcrcs Grrcos cjd fit. .b Curfus omnis fcbritntibus
nocct. 149. c Corlum pro vcrtiginofis curandis atqi cpiIcpticis
Arctacuslaudauit ijo.d Curlus circulariscrtcctus cjuifint& omnino rcpudiari
dcbct ibid. Curlus co$,t|ui fungos comcdcrunt, et qui a rcriptionibusnfti
iunt,iuuac iso.f Curlus quo rcncs ixdjt,& luucc. ibiJ. Curlu non in pulucrc
fa«fto faucium intcrio run: cxulccratiocuratu. ibid. Curluspcdcs et crura luuac
ibid. Curfu^ qua dc caula cx Anfto.fcntcntia ca putUdac zT*'dCurfus a quibus
vitari dcbcc lyi.d Curfus inpoltcriorafjclus quarnain auxilia cx Aniylli
lcntcntia corporis partibusprxUcc iji.c Dutius pcracdiuia, et dccliuia
difiircnuac Cu! fu^ corporc nudo faftus quid c/Hciac . Curlus nuo tpc magis
Gtfacicndus. D DArcs apuJ Vcrg.ccftu valuit. irr.a Ocaaijulationis vtilitas.
c.i^y. pcr totum capur. Dcambulationib.loci apii qui fint. 16 3. b Dcainbulatio multa^ habuit (pcs
c et infra. Mi^.c Dcambulaiionc qh vti dcHcmus. xtfc.d Dcainbulationis ctfc
ftiis qui fint. ibi. Dcambulauo mcdiocriscit magis in vfu,& quxfic Jbid. Di
amtiu!ationc pro inrjnij,& afthimatc cu randis C^l Aurcl.vicbaiur itfo.f
Dcambulationc proidcricis curandis Archigcncs vtcbutur ibi. DcamboLtio pauca
quibus nam conucniat Ui d Dcambulatio cxtrcmis digiiis fafta lippicn
nbusconfcrc 26 3. a DcdnibuLuoDUin dificrcntir, a loco liiin- pt.r qux fint
z(ondcrit. 187.C 307. b D;orcu.s aducrfarium vn^uni et finc pulue rc lupcrJUit
33.^ Dioxippus aducrfarium un^ura, et finc puliicrc fuj)pcrjuit ibid. Dilius
quot ngn:ficjt.& quæ 123. a Difci cxcrciuciu fuit antiqua. cius vti litas
xj7. b Difci figura qualis fucrit 125. c Difcus tobuftjs corporibus conucnit. f
Dilci cxcrcitationc loco pcrg itioni.s,& plilc botomii, fi quid impcdut,
vti pofrtimus cx Gal auihoritatc 257.C Difcobjli I2Z Dilcus a ijcuhtiouc tum in
iuuado tum in Ijt Jcndo p.irum diftcrt ibid. Difcus ab haltcrc dirtcrt
D(»ictibus vjrius lcrmo fiibucnit. 283 b.c DoIichu>cui(us quis fit ii^.e
Domitianus Inipcr. laculationc cxcclluit. 13 i.b Domitianus fmp. locum pro
vocis cxcrci- tJtionc inltituit 1 5 8 c Do: fun) dilcus . o: tobor.n 25 7 0
Dorfumdcbik- h. bcntcs crc^ti fiarc noii dcbcnt,& (juadc caufa i69.b
Dracunculi cu ca ci tira et br.uhia multis cir ca marc rubium Jpparucrunc,&
quid fa- ccrciic 4.t* Dropax I. Dropax qind fit 213.C Dubiiaricncs duac circa
cxcrcitationes or- ta? foluuntur 102. f Duellum a quo (itinuentf:,&
cuipugngan tiquorum generi refpondcat i/f^a E ELxothefium in palcftra vbi nam
eifet Il.d. 2C.f Illeborum qui fumpferunt geftationc inle ftica fada iuuantur.
2^^.a et in lcdis pen filibus. 301. a JElcphantiafjs Acgypto famiharis quo tcm-
porc Itahs innoiuit 4 Blcphanticos vfu coryci Argtcuscurabat. C.&
vociferationc.282 c. Cclfus de ambulationc.26 j.c. Afclepiades gcftatio nc 2^6.
f Elcphaticos natatio maritima iuuat. ^o4.d Entelkis apud Verg.ceftu v.duit. i
j i.a Ephcbus Athcnis lcrpcntem pufillum, et Ibtim ambulante cfi feniinc
cmifit. f.a EphiEbuminpalcltra ybi nam crat,& quan- tum 2o.f.24.e Epilcpfia
jnfolationc modcrata fccundum meihodicos cuiaiur 271. c Fpilcpfii gladiatoris
lugulati fanguinc cpo- to recDiicirm quofdani curaiur b Epilcpfia /pirmi
rctento C^l.Aurel.autho- re non curatur. 280. d Epilcpfia quo pafto
vociferationc curciur 282 e EpilepfiiE vthiculo pcr lonf^a via vehi non
conducit C^I.Aur-cli .luthorc 2^7 c cpilepticos gclUtibnc Gal.Tral. et Æt.cu-
rabant ibid. epilepti.curfus vchcmcns ex Thco Prifcia- ni li ia Iibcr.n. 2So.e
et loga et rcdaam- buiatio tx Cxl.& Ccl.authurit 2>)2.c cpilept. A £ius
curabat n^ancu gcfticulatio ne.24 o.d i.Tdit de ambulatio. ifi.a.e cpilcpticis
Aiu)]Io auihorc nataiio omnis obcft 304. c Cpifcyrus lufus quis 8j cquitaiio on
fit cx rcitatio 79 a cft motus Uiix us fctundunj Gu c. i^o.f ipi.d equitatio
q.d cfficiat et ciu.s inuctor. 167. c lcnip in h(jnorc tll hab:ta ibi. et 170,
d cius vtilitaic.v,& dan na. i^i.c.f cquitutio (ucculfantc cquo fafta qu
dcffi- ctat 2i?5.b cquitntio pcr afiurconcs cquos fuda qiiid ctfici.it ibid.
cquitationis pcr gradarios ccjuos L&x cfic dus 1^3- c cquitantcs
curaliquando lacrhymas em/t- tant 2^4.d cquitatio an fit geftatio ibi.
erafiftratus mifiione fanguinis e mcdicina aufcicnda,atq.- ctiam oem
cxcrcitatione inutilem ad fanitatcm iudicauit i^i.b crafiftrati r6ncs,quaiuor
qLus cxcrcitatio- ncm inutilcm cffc ad fanitatcm dixit.ibi. crafiftrntus per
inedia trium aut quatuor dieruin nniltos affcftus curab..t 15 3. c crafiftraius
eft damnandus,qui multos gro tos dcambulationibus poft cibum cxcrcebat
crafiftrati loncs foluuntur. bid. et infra. c erafiftratus malc a C^Iio
reprchcditur . paralyticos de, mbuhtionc in locis harc nofis f.(^a cxcrcendcs
ludicabat. 26^ £ Err.fmicrror 154 f crcftum Ifarcan fit cxcrcitatio.i^^.f.
vtih- tas et nocumenta 16$ crcdi liatcs quodamcdo mouenrur. .C ercftumftare
antecibi fumptjoncm quo- modoiuuat ^. c crcdum ft:arc multas habctdiffercntias,
et vndc capiantur i6p c creftuni ftarc poft cibos fumptos quid fa- ciat
crichthonius currulcm vcdationem inuenit i7ia cryfimachus mcdicusad fingultnm
curan- du fpiriius cohibitione vtcbaiur. 1 j ^.e cfculcnta lu cibi tum rcmcdij
caufa a:grotis txhibcntur ^.f curhorbus lubas regis medicus,& Antonius Mufa
fratrcs vfum aqux fngidx poft bal nca caiida nionftrarunc 47 b curipidis
fcntentia dc athktis 7 i.b c cxcrcmcnta diucrfis modis e corporibus au fcruntur
ipo.f&infra cxcrementa in corporihus detcnca multas morborum fpccics
gcncrant. I5>2.c. i >.b Cxcrccntcs fc fuK Cdc m.igis incaLlcunt
ciaicffcntcUjqu^ n qui luoucntur, fs: ijiu dccaufa ibiJcin cxcrcmcnca in Iiycmc
cur paucagcncrcn- tur 21 i.b cxcrcitatio cx mcdicorum fcucntia fcm- pcr ancc
cibu n a lanis fic-ri dcbjc. cxcrcitjtioancc cibum dupliccm vtihracc aftcrt
2i2.f excrcitjiidi tria dcbcnt obfcruarc 1 cxcrciiationis fadx poll cibum
nncnmcn- ta,qu.t fint .ii excrcitacio non dcbct ficri vbi Itomachns cil valdc
vacuus,ir(ium hoaunu n quant.i clfc dcbcat,& dcoilium ibid. Excrcitatio
fcnum minc^r cfTc dcnct quim, cum luucncs clfcnc ibidcni Excrciiatio hycmc
fada'citra fudorcm ficri dcbct Excrcitario ucre fafta vfque ad fudorcm
fic.idcbct ibid. Excrcit.it o Autumno fafta minor cffc de- bct ra.quar xlbic
fit ibid. ExcrcitJtio iiulfuccorum qu.T, et quanta c(fc dcbct 2jo.e txcrcitatio
immodicj oibns nocct. 2 3 o.c Excrcitaiionis jmmodicjc fun.i. ibid.
ExcrcitJtioncm luucncJ quando dcbcant incipcrc ExcrcicJtioni pcragcndx qui
modus cft adlitbcndus ibid. Excrcicationcm viri quandodcbcant inci- pcrc ibid.
Excrci- Excrcitationem antequam incipercnt anti- quiquidnam fjceient ibid.
Exercitationem Ifatim poft cibum nemo dcbetmfjpcrc f Excrcitatio prius remiflTe
ac debiliterincipi dcbet,dtmde paulatim jugeri. ij^ a Exercicatjonis
particularis cognitio, fiue vniuerrjlicoonitione,null.im aftert vtili
tatem,& conira a34.e BxercitJti ibtmi poft excrcitationem ve- Iks
niadcfjdas debcnt dcponere, &in loco tcpido et temperato *33 «b
Exercitationcm anctijiiam quis [incjpiat, quid nam faccrc debcat ^33*3
Exerciiati non ftatim poft cxercitationcm debenc quiefccre, ncc cibuni aut
potum lumcre z^^.b.c Excrcitationis modus Sc ordo totus .itK)nc incjuibus
morbis cunndis A • (clcpiadcs vicrciur 295 c.& infra Gclbtio ui
nuripcrcurbato ofTinino fu- gicnda,bid. GclUito ia iTiari traquillo fada quid
cifi • ciJt ibide.n Gclhtiofine additionc acccpta quomodo ab authonbui capinur
i^T-a GclhtK) vchiculo f.K^ i qtiibui conucnut, 5c quibusnon conucniat ibi.
Gclhdone in qutbu^ mor bis curardis G.il. vrcrctur 297 c et infra GclUtio
morbif diuturnis prodcll ibid. Gc ihiionc lcllj,5c lci5^ica fj {gfli yti pof
(unt morbu iam inclinjntc jco.c Gcliationi^ in aJto auri fadar cflfcctus .
Gymnafta nuHut antiqucrum fcriptorum fulficicntcr tradiuit 7.a GymnaGa qur
njiii fucris : Gymnafia quare » et a quibus pnmum fint inucota ibid c GymnaliJ
dicbus feftiuis magis frequcntata crant,& quarc a Gymn:r:iim cui jntiqui
Tibcri propinquu ctfcccnnt 4oC.ri.nLcntia dc houmie co.iicUcntc,&
nonlaboiaate i^i^ Hipp.patn.i cemperata fuit Hippo.iudicat, Ibhs r.idios
capitibus humants m i^nasnoxjsalFcrrc 26 6 e Hippo.Hcrodici Scly^nb: lani
difcipulus aricm mcdicjm illultrauic 2.d.4'i.c Lsboribiis ir.:ifluctos aliquando
cxcrccrc dcbcmus,& qua dccaufu i^^-^-^yO.S Laborc^ mcdcrati quibus
nmcorponbus conucniant 21 5.b laborcs vchcmentescjuibus nam corporibu^
conucniant ibidcm Laccdcmonjj vcnationc fc cxcrcebat . c Laccdimona? djmn.at
Ariftot. cjuod pucros niirijs liboribus affligtbant. 2 28.f Laccdzmonuno
Jcxcrat, ne in balnca pix inferictur /^4.rbu Ijbor.intibus ohlic d Lcdi apud
anti(]Uos varij crant 5 8 b LcC^lus fulcra mobilia habcns quiJ fit. 1 76.
e.joi.b Lc^lis pcnfilibiK pro ari^mium cxcrcitip antiijui mcdici vich.intur.
17. .d.quid c(rcnt,& quomodoficrcnt joo.f LcdispcnniibusjCelfoauLhoie,
quando vii dcbcmus ibidctu Lcftis pcnfilibus gcftiiio f.jifta tam antc
cibum,i)u.Tm a cibo prodcll ibid. Lcftici qujrc ci\ inucnia. ^ . a. &• quot
numero /crui ca portarcnt. 1 73. c et inf cius vfus. lyS.f et 2y9.b Lcc^ica pcr
vfbcin gcftari lilcrtis crat vctitum LcOica noftra cui anticjuorum
fcllccorrcfpondcat I7y.3 Lci^ica in languciibus aniiqui mcdici vichjntur
i7^-b.2yj?.b Lcclicaa fclla diffcrcbat i7J.c.& 2yp.b LcCtica muhi vfus apud
antiquos firit. 2^8 Lcfticj,in cj (cdttcs.cjn.i vii polfiiit ^j^^^.b Lcd^uh
pcnfili) agitatio quaudiu ficri dcbcat I77.b Ledionis fpecies,& caruni ad
fanit;tcni vlus .285.2 Lcftio quomodo ficri dcbeat 2 8y.c Lcclionc rcmilfa polt
cjborum fun.prionc vti poifiiirtis ibid et inf. Lcnti laborcs quibuldam
corporibus ronucniant 2if.b Lcilurgica fcbrc I horjnies in Ic(flica dccuml
cntcs vchcbjniur 2^p.a Lcucophlcgmaiia corpus totum dcturpat. 107. b Libcrat .i
morbo, ijuid /ibiauxflio fucrit,' tabcUuI s notabaiit, ac tcmpiu Apoiiinis
dit.Tl)ant 2 d Libarij in Gy mnafijs liba vcndchant. 64 c Libcrtis c.it
intcrdi^^um quominus pcr vrbcU' ItftJCj vchcrtniur i74 f Libcrdc ji)l€2 prope
paludcs& rtagna, et huiuiuiodi .nlia funtuula 2i8.r X-oca pro|)e marc ad
Mcridicm,velOcciden tcm fpcftantia lunt mala ibidciii )Loci ad cxcrccndum apti
funt tres conditionc.s& (\i\x ibid.& 2 i6.f Locorum vis cjuantumpoflit
215. c iofus, Tbi uocis cxcrcitatio ficb:^t, Luduii) cur intcr nthlcac.is
exerciiationes cnnmeraucrit hniiis opcri^ anthor 88. d Ludi B.iCiho dicnti
ctc7xo'A/A di^i I2i.a Ludi matutinj qui cfunt, et qui magui 64. c.&^5«a
Ludoru victoresr,uo honorarentur irb.c Ludajpræfcdus,& eiusonus ^o.f L^^d
fincs trcihabuit lof .a.quatuor modis fieri potcU ^ 24*.e f Lud^fjriæarcis
au^orCs,quifuerint loj.a 115 c Lud^im G.ilcn.artis gymnafticæ minimam partcm
c^ic ludicauit f.cius jpud antii)U()s matnus vlus fuit 244 d Ludam noltro
lempore cx^rcent rullici, quoinodo apud auticjuos aihktx excrtcbant i44.c Lufta
vchemcnter, et corporc crcdo fafta quid corpori pr«lK t 244. f Liida
habentib.crura d( bilianoccc i4^.c LuCta cjui rationc pefton uocet 2 4^.c Lu
non vencfic.i,& quomodo 8.e Medicina! cjuando opus non cr.it i.b Mcdicinx
jurtes, cum Imt duicrfap,diucrfa cti.Mn nomina fcrtii.T lunt j b Mcdicus
quomodocorpus hununum co«fidcicc li.C Mcdicus I « M I w w Mi M W u I McdioKcft
artifcx trcs fcnfaias iraftans 2X1 d Mcdtcumcnta «luofdani luuant, quofiljm
Kxdunc iif6.c >1cdi.jltini in balncis c^d faccrct 30. c 6^.2 MchncholicosiuCta
1 hcodorus Pulcianus curabjt i45'3 ^lclaniholici, dtim lcgcrcincipiunt, ^ur
lomno capuncur t^6.d MdanJiulian» I I» odcrui Piifciai.us, et Arccjtu^ gclbucnc
curnbant i96.t Miichior Cuilanpe baincu cr^nt lici%& i]ua rjiK iic j*d Jdc
nfa \ Icdi lin.ui a-)ud antiijuos parabaniur 56. ( Menlhua ranicatcm
corrunipunc 48^ Mcnftrua fdliixs cuocat. 2 M* ^ dcambuUcto * 26or.t^3.a
Mcntagra x^riiudo Plinij .xuic noU^ mnotuit 4f Mctforcs ciuayccaufaa uiAu
iaordinato 5: prauonon la.djncur Mcthodi vniucrfalcs cx Gai. fcntcncia nifi {
.iiticubribus fpcculationibus lungan tur parum luuant i8y b Militaris diidphnx
cupidi gymn.i/ia ingrcdicbaoiur 2tf.c Milo Crotoniata f ir robu(li(Iimus. 67 2
NatJtionis locui c^uid fit i^i^c et 184 ^ cius f^Cviti S^i. N.tacio ijuibu-da
argritudinibus cx Aniylll lcuttntiJ,&: O-i.o nucnit ib^.a.ib^.C Nataiuri
i)uid agcrc dtbcot,antC4uam natcnc Nacatio inicr cxcriitationcs numcrai 18 j.a
Nacationcm cur anutjui addifccrcnt ibid* iSj.a.^f 3.b N:.t:uo i l^uuio f-^a
fomnu inducit So}.c Nacatjoncm in ai^uis fpontc nalccnubus fa dani Aniyilus
iipprobac 3®3«c Nat.tio pcrnicioliil ma i]uz fit jc^.d Njiariolub Dio fjCta
cjuid c pcictur C N..CJC10 fjcihus in mon cjuam in iluuip iic Aniijuihorc
ibidcin Nacacio cahda indurata cmoiht, et frit,cfaaa calcf-CiC &: tius
nocuincnca 304 f Nacacio (rigida caiorcm nacurjlc validum (Hlicir,&
conicdiou( n) adiuu.t ibidcm Njtaiionc frtc]ucnti, ii ^uis viatur, ncrui
ixduntur .3?^»* Naiuiar caijdac fircundum Hipp. cjuiciccrc dcbcnt i96.( Naturar
hon.inum adco diuci fx funt,vt oc mo .Jtci I j^iorfu^ iit limiiis ly^.e Narura
coijoribus lioliiis mcatus muitos curdcdcnt 152. c Naiun» calidis cjuics
cmucnit 206. t N. u luatio an (it cxcrcjtatio 78 f Nauigaiio «juibus nioibis
autliorc Auiccu* X fiotit. proGt ^ 3oa.f.i7P.b N.iuigitionis modus
valctudinanjs conucnieris qui fic cx Herodoti lentetia 179 c N.iuigitionis
fpcciesliinc mulcæ, et qune& 175? C.301.C Nauigacio pc^ flu nen fact i
minns perturbacquam qu^ per ni ire, Sc quare, quibufdam murbis conueriiac i8o.d
Nauigjtio incer cxercitationcs ab Antyllo numeratur I7y.a Nauigacio corpus
raouct,& pcrturbac ibi. et quare i8o.d Nauigjtioncquinam vtintur jbid.
Njuigantes Ciwn mjgiscolorati ijs, qui m paludibus dcgunr,& qua de caula 1
8 i.e Nauig jtioneranii> fjiftjs cfl Anneu Gallio fangainem exoucns 17^ b et
^oi.e Naumjchia: cur a Po^.Rom.iint inftitut e. 180eNe)iei ludiapud
Cleonasagebmtur ly.b Ncphretici Trdl. rencentia icdtica vii pollunt,& qua
de caula . 29-^ a Nepiiriticis njuigatio maritima prodeit . 303,3 Ncrolmp.
gymnafiaquindo; ingrediebitur,vtathierasccrtantes videret 26 c Nero Imp.muficu
cercame mftituit. i/S.c Nerolmp. ia lcvftica cum macrc quandoq'^ vehcbatur 299
c Ncro Jamina pe Aori iuipofita fubea caniicacxclamabjc ^60. d Nicomjchus
Smyrn.^cus uilde crafTus qua vu ab Æiculapio fic curacus a mmii illa crafiicie
207.C Nitro,& aphronitro fricabanrur 3 4.C Numa fccudum Plutar.
voluitadorationes fcdendoficri X59.b Numeruscxprimit rcru fimilicudincs. 96. d
O OCuIi lachrymantcs Irduntur faltationc i4o.e Ocuii lippictcs, et lachr-ymofi
d quantumuis mimmo motu l£duncur,quiete vero rccreantur. a.b Oculorum
circumuolutioncs vertigine lari^untur lio.d Pcrljp v;rtu\ rationcm,
cxcrcitationc.n il'Iigcntcr proti:cbintur i^S.a Pcrfis bborct lOr^Hiris Cyrus
inditUiUnrc abi luin.)tioncm.'»riu^nf c «tatis nrnimcntu 1x4 PotuLiicj (u ciui
tu ii rciucJij CiUia xgro iiscxh:bcntur 4.f PhcnmJa vjuiJ V vnJc diratur S^-f
Phcrous d lco Hyjctnc'iu intci fecit in^ c Philagnus nudicus pofluuium lcininis
cicrcit .iionc partiu * lupcriuruin cui a bat 147 c curluk Aiuyllus 190 f
PhiUiiiv)ua Pilx tMgonalis figura 9^ Tila p.igjnica iju.e nam cffct. ^4 d
tudjtlt nauigations fpccics,«ia Pilcjiorcsroanrini cur pilos rutfos habcac
Pilcina pub.Romr vbi mm fucnt 1S4.C Py.h.igoras c|uidain athleci» primui carncm
cxlubuir 7x.f Pythagoras voluit aj jratiuncs fcJcnJo ticri i b
Pyrh"Chiacfjltat'oi t im»,i Put.ichuv M ylc.i^* PhrV'»i)nc Arhcnicna d uc
5c p.r-r.uij'tc cxccll.v.cit, b c)ujm fc itJtu i i {*')' jnc »ci ercda luit. 1
o.d Py hici InJi Dwlphis j^cb iKur i^.b Pjiuaufi vc citcrjtion> luuantur 181
c I'1'roni lcnt. ntia dc aitc jvmnaflicj. 12 f P aio Ijudjr in v.Jcrcp. vt
mujicrcs nuJx cnm vins in pjl^lha cxcrccantur C Pl iio f .11 oiMfdjni Jthlcta
fuiC 7 1 .c l'lato uit Hip fcdacor 80 c Piato buJauir vc et pucri et virgincs,&
niu lic cs, et ho iiincs tam nuJo cor|>orc quainannitocx-rccrcntur . 116. d
P.aro knbcns llitum motui contrariu n n6 prorlus vcrj locurus cll H d Pijco
diCic njcurjs diuinjs cx motu et ijuic cc c onftjrc ibid. Pi.iuti vcrlus dc
ariticjuorum pucrorum nio nbus in p.iiaftra 29 b Plimuv fciibjt aihlctas
alitjuando coitu vti iolitj iuniori-i ctercitatio ^ fiicrit. zii.d Pilinms
miior diim vocc ik it >m^clio Uboraret,lc«ftione chra liberjciis cft zSf.b
Plini us Co^cilius vchiculo gcU.ibac. zyo.b Plinius Romac Sclla vtebatur, vt
intcr cundum rtudijs vjciret i99.c Plmius lunior corporis (anicatem ven.itioni
rcfc-rebat 1 8 7. c. 3 07 c PoJalirius vcnationc deleft.ibatur i Sj.a Podji»nci
faltum dv^benr fugere. i n»3 trochum 289.C Pidagrico. Icnes et rcmifT* iuuat
deambula tio,5t vehemens I«.iit z^^i.c PodjgriciTral. fentcntia Icdtica vti
poflfunt et tiu.i de caufa ^99.\ Pofis fecundum Simonidcm eft faltatio loqucns
96. f Pompeij magni exercltia i i^r.c Ponb nau.nachiarius quarc fic vocatus flt
. Poppca Domitij Nero. vxor, quid faccrer, vt cutis candorem acquircret 1 7 . A
Porphyrius philofophus carnis vfum cur prohibuit lyj.c Porticus tres extra
palacflra quomodo di* fponerentur zo.i Porticns erant partes gymnafiorum
piincipa les,& quomodo fe habcrcnt 2 8.e Porticus Pompeiana ad
deambulationem ædificata Porticus in viridario Vaticano qualis fit . 135. A
Potabant veteres cornibus boum $$.h Pr«edo quidam in Pamphilia homincs pcdi bus
priuabat c Prandium apnd antiquos quij c^fet r i-f Prafinæ fa£tioni maxima
ciuitatispars fauebat i68e Prafini crant una faftio Romana ibid. Pratinas pocta
cur fi vocatus faltator.ioi.b Praxagoras rcprchnditur, qui cpilepticos
deambulationibus plurimis,& vehemen cibus curare nitcbatur 26 i c Pracmia
ccrtatoribus cur fucrint mftituta. 14 c M.A PriapifiTJum p'\\x magnr Itifu
Tralianuscu rabat.242 d.atquc •tem halterc |i5^.e Prodicusacgra corpora
cxerccri iudicabat. loj.b.propter quod ab Hippo.rcpr chcn diiur 2 4T.b Prodicus
valctudinis ftudiofifid nus fuit . iio.e Propn^geulpalæftra vbina crat. xo.f.^J.A
Propinatio iuxra veterem nrum', m cohni* uio f^ftj cx Rh minufiano lapide $
Pronerbium in harcnani dcfcendeie vnde fit ortum i6.d Prouerbium illud difcum (
fljuani philofophu audirc malunt) vnde fitortum.z». C Proucrbiu Ne qras in
ftadto dolic hu. 1 1 7-a Pjouerbium trjnfiremeram ii^.b Prouerbium contra
eo$,qui nec litcras, nec natarc fcicbant idz.c Proucrbiu a mari et terra
fumptum. 302.6 Pueraquam prxbcns ^6.b Pueroru geftatio in vlnis nutricutn eft
qiix dam ipforuin cxcrcitatio Pucn poft H;ppocr. æcatcm podraga labor.irc
incc^crunc propter ingiuuiem. 4 e Pucri frcqucntifli.nc faltationi opera dabac
loi.b Pueri muficam Pbtonis, et Ariftot. fcntentia dcbcntaddjfccfe 1^0. d Pucri
a ploratu ex Ariftot. fcnrcntia proht beri no deber,& qiia dc ca. i/^o.f .6
Pucri Gal tempore in aquispueriles ludos exerceb-int 183 b Pueri vfque ad
vigefimum primum ætaiis annum labores muJtoi indiffercntcr fer^ repolfunt 228.
c Pucris perironf um aut fcrotum fpiritu rctento rumpitur 28o.e Puellaj funt ex
Piatonis fentcntia gymnaftica bcUica cxercendæ 66.£ VucWx pulcherrim^ fingulari
ccrtamine cer tabant 144.C Pulmonc vlcerati,inculpati viucbantin Ly bia i73,,c
Pugil quifitcx Arift.fententia 70. d Pugilatusante bellum Troianum fuit in vfii
iu7 b.fanitati parum confert. 247 A pugilatorcs quomodo certabant 1 07 c
pugilatusin gymnaftica mcdica exi?uuin vfum habet "loS.e pugilcs vocabac
veri nthlc f fm Gal. loS.f pugilcs,& athlctT aliquand j in Deoru numcrum
relati 7 1 /\ pugihuu imago i02.b pulueribusin multis cxcitationibus antiqui
vtebantur,& qua de caufa 236^4 puluis uim habet cmplafticam cx Galeni
fententia 23 8. d ^u^ilatus nocumenta,qua; fint 247 c pu^ilarus fuit paruui
LulUs in gymnaftica mcdica d pugn.B nomcn plura fi.^nificat i4'>.f pugna,
dcqiuhicaudoragit, quidcflcj et quoc Qot eiuj fpcclcj cxOubafij fcnicntia
ibidciv.&: X73.a Fuona > mbracilu cjuomodo ficbat . ibidcm lOI. c Pugna
tcK.rum quomodo ficret ibid. Pugna firgului is tjm n t d«ficrct ibid. Puiinas
fingul.ucs t xcrccbant Ijccrdoics in Fcrp mo G.il.iemporc 14» c Fugna jdiicrfus
pjluni ^uinam >tcicniur. 14 >.c.X7J.a Yiigna vmbrjtilit ubi i Cjleno
budctur . i4'.C27?b Fugns arm.)tj a Dcmea inucnta. 1 ^6 c Fu^nis fingularcs
eiiani Romani cxc.cc bant 14^5 d ibid. Fngna fingutarit rudibus armis fMi a NLn
tu^^t^ crt inucnta I4rb Pu!u:s in vn^^ionc quid prapftarct j.a et 1 > 8.d.
vnJc portantur 3 f.e Pyrrhus Ligoriu^ annquitatis pcrrtifs c Fyrrhrchix
U!talionc$ tjux fucrint,&^ S"^ laucntx QVatUans crat mcrccs baJncacori
data. 47C Quadrata corpora abcxcrcitationc quomoiio iuu..ntur ^i^^ Q^ad. igx m
pup. faais ficpc ccitaucrunr. c Qii:^rtana bborantcs, vocifcratio iuuat
Qumqucrtio qui fit cx Ariflo. fcnicntia. 7o.d.c Quotidiana fcbrc laborantcs in
lcAicadccumbcntcs vchcbjntur a^y a R RAucnnj Strabonis authoritate acrem
fjlubrcm habcbat 7^.2 Kjiis fcntcntia dc vcnationc C Rcncsdcbilcs I.Tdii
faliatio 240.^ Rcit.cd.oruii omnium njtura eft, vt profint,& abquid cnam
c^ftcndant 1 51 a Rcnibus malc-ttcaisIuOa nocct 14 rc Rcnum lapiili
optimcialiatione otrudunrur 240 Ci54f Rcru imbefillitate, vcl feruore, vcl
\Kcrc artcC^i liliu vitcnt 25 5 J et dilcu. 2^7.c Rcnu.n jnfl.imni tionc
laborantcs crc^i ftjrc noo dcbcnt 169 b Rhjmnufi nu^ lapis, in quo fculpta cl\
fbrm.jTrKhni),3nti(]U!friinus 56 Khcforcs in palacitras ad difputandum con ucn:cbant
20.c28c Res i6nc finis raria noU Cirrire funt a Rcfoluti Tral. fentcntia lcAica
vti pofujir, et qua de caula 19^ a Rdpirjtio ctcbraium ofcitationuin cft
rcmcd.um a7P.a Ilcurdurcs in balncis qui clTent 50.^.63.« Kigorcs f.iltatio
atcct 240. d Kilu^ qCo fiji,& quid cfificiat 16 i.a .6 Konuni { ('liicmi
oimhO ^yn n^ifia ad GiaB corum inntJiionrm ihuxctunt 18. £ Kcmjni in bulncis
mulio græcis lafciuiorct Romani fuos miliies et mari et tcrra cxcrccbant iSo.f
Konunorum n^uliercs Varronis tcnimonio in cc dcni loco cum viris lauabaniur. 48
f oppofi:ioncm J3 c Ros vim habct colliquatiuam, et idco bibitus gracilitJtcm
inducit 2^7 a Rot^ curruum Homcri icmporc ftanno or^ njbantur i7i.a RuHus
tphcfius Romac fub Traiano floruit 145. c Ru.tati eraot voa fj^io Romana l^S e
S SAItantes pondera aliqua habcbant quorluiii 1x8.4 bjita^oria: cxcicitationis
fpecicS|& cius diuiiio 81 Saltatoria facultas in imitatione foio mrtu fjda
confiliit fi6,£ Saltatio fccundum Simonidcm eli pf>efis tjccns 96 f et inf,
Saltatio vcra i mufica fccunduui Plutarchum dcprjuata cli 97't S. Itjtioiiis
inucntor quis fucrit 97.2 Sj/tationum diuerfa nomina vndc fitoria» 97.C
Sjltationis finis 100 d Saltjtioncs vbi nam ficrcnt loi.b Saltationcm antiqui
in conuiuijs exerccbic 10 I c SaltJtio qurqi antiqiiorum ordine, ronc, et
proportn nc indigcbjt ijy.b Saltaiio opportunc fjdU inultas affcrt vtili.
tatcs, cadcm inoppoitunc jdminifirat^ multa dctrimcnta iionum prriiat . c
SjIius viilitjs,»ntingunt, (]Ui Ic cxc:cucrunt,5c ijua Jccaula 19 r A Somni pr«.tundi
concodioncn» mcliorcm efficiunr.S: quj dc ciufa ibi. Soao capiutur Irpc mtctc
fpcculatcs. Somnolciiii ciir fiiu dccolor.jti i44-5i.c SpiMtus cohibmo »'jciat
• } • a. cius rpcc:cs.i5} b.cim vtiliiJS.X78 d suibus conucniat cius
nocumcnia.ib d b Spiriius cc hibiuoncintcr c £tcras cxcrcita iioncs Athlcix
d«abus dc caufis vicba t«r, Snlcnis xgtitudinibus cx Aciij kiucntia curlus clt
vtilis no.d.f Splcnctu-oNgcf^..tioncThccdoius Prilcunus,& Arctruscurabant
Spuni apud antujuos m.igna infamia nocabantur et a nobiLum commcrno
cxtrudcbantur, Spurma qua vi^us rationc Spurini nnJiOi fanitnrc cofcruaJa.Spura
corpuscxinaniunt StadiumgymnjfDspars 5*. Stanscxcfcttium ' Starc maio: ci.
corpori bborcm affcrt^.iua ambidarc,& quarc Starcc.lcib.s3ut;..m.n.,d.gitis
innitcn. do nihitn.li molcitumattcrt »71.»
StclUsdcfic.cntcsminromn,svidctcs.,uo „.odoabHippoc.c»ircntur ^n-A
Sccphaiuofuuinucntor togatx (altation.i StcVcoracorpascxInaaiunt
Scomichaccxgritudo Plinij rtaic aoftro orbi not.i f.iCta cik ^-^ Stomachusin
coqncndo dcbili» i falta. 10- nc corroboratur Sio.nachu n frigidis morbis
opprcnum cu- latcurfus ^^^-f Scomachicos fpiticB rctcnto Cxl. A'»r. cu-
rabat.i79.c.& vocifcratiotic i8i.c.Arcle pij gcftaiionc Stomach 1 dulorc
Thcodnrus Pr .fcianus, « ArctJTUs gcduionc curab.mt »bid. Scomachi .itK a;ombui
curandis gcftntionc Actius vtcb.itur X98.C Scomacho l.>borancibus vnftiones
cxcrcita tioncs,S£ vocifcrationci commcndat Oa lcnus . . »8'' Stomachicos
n.itatio maritima iuuatjo^ c Strii;ilcs balncorum quid cUcnt, et cx qua inatcria
hcrcnt 3'^' Siudia corpus confcruant fanum 7 A Sudorcs corpus cx luniunt Sudor
cft motu piouocandus,5c q»a dccatt Ta . Sudor finc motu proucnicnf dctcrior co
dt quj a laborcproucnit »53^ Sudor ijua dc caufa manus cxcrccniibus cx Arift
fcntcntia cffluat »47 c Sudor liccus qnisfucrit Suc omjlocusdcrcincdioh.ncnaru
et aru dinii.Aiigu :ti,qu.j fit mtciligcdus. 264 t Suftii(i o'1's co.o ts
fubcos ludicant a^i.i SurdtcatccaptosGjj.Tral. 6c Actius gciU- tionc curabant ^
a Theon Alcxan deathlccica fcripfic 70. c Th' rpiui pocta riltator cur /ic
vocatusioi. b Thv /Tcilus mcdicus Ncronis actatc floruit . is^.a Theffali qna
dc caiifa ccntauri fint Tocati. 167 c Tjbcrius Impcr. fcimpodio quandoq; re-
hcbatur Timonis a v.\i Juobus nicnfibus, finouiis annis in cufC-nis IiticabJt
" y.a Tyrrhcni lub eodei» regmncnto cum mu- lieribus jccumbcbanc f^.c
Tjrrheni nd tibiam pugnis certabant 107. c Titus Imp.hujbatur,vbi et plcbs 16 f
Titus In.p.qua dc ciuIj /it mortuus 47 a Tonfillas pjtjcntibus iuda noccc
Thoraccm hJtcre lardit . 25^. f& difcus. Thorax humidus ambuKirione fada
cilci- bus incunibcndo fauatur 2^3.3 Thorax difficultcr fpiras deamhulati' ne p
accliue fada luu it cx Antvili /iua 2^^3 .5 Ti i.; erant Kt mx Joca,vbi
licterarix cxci ci tatioi:rs h.banr,& t|n« z^.b Tricliniuin marm orcum
vetufti/fimu Pa tauij in nedibus Khaniniifijnis ^6 Tryphon dc atbleiica
fcripfic Tripudia nfa faltationibus antiquoru cor- rcfp6det& in quo .ib
illisd fferar 239. b Trochus græcus (|uomodo fiftus cflct no- bis cft ignotus
i62.f.& iatinus ibj.& qui- bus conucniat 2op.c Tubi perquos
circufundcrctur calorpro- diens ex bypocaurto 4^.3 Tubicinibus ipiricu rctcnro
pcritona:um runipitur 280. c Tumorcs laxos gcftatione Actius curabat 298.e
Tuflfis (icca, fpiritu reteto,curfu no in pul uerc fa{ko curatur ex Celfi fnia
2/o.e Tuflis i frigidacnufi orta fpniius cohibi- tionccuratur 278.^ Tiifli^ a
filcntio cxtinguiiur i^^.f Tybcrius Impcrator omnium primuscolis d'.vIorcm
cxpcrtus 4 f V ^TAIerius apcr milcs cæcus quo rcmc- dio, oraculo pra?nunciante,
fucnt a cicit..tc libcraius f.c Vjlcriob rc^cpniar contra Fuchfiuin, fol- Icm
et Corycum diffcrre Valcrudin.jnj quomodo Cwt C/fcrcendi . 20p.b.23o.d Vjljrium
quid cfret 43.^ Varices pjticntes fjltum erftjoianr: 25 f.i Vjricibus
Ijborantes cre£li ftare non dc- bcnt 16^ b V.iriccs quomodo gcnercntur ibid.
Variar lc Romana if^.c Ventres fngidos luda curac 2 4y.a.& curfus 2JO.f
Vertiginofos manuu gcfticulationc curabat Arct;tus 240. d
VerriginolosI.Trditfaltatio 24o.c.&pilv lufus Vcrtiginofi luftam vitarc
dcbent 1^6. c et curfum ciicularcm. 2j:2.f. 2^2 f& trochum. 201; c
Vcrtit;inof?js m.^Ic curabat Aret.rus pugi- Jjtn 247 c. cuiabat c:iam difci
cxcrcit.-i- tionc 25 7. c Vcrci- I N D E X ^cmginora p.ifllo vndc omtur i^Ti.f
Vci tioinofos ycajiione Gal.Tral.& Aci.cu rubant ^ ^ VcrcJuN cr.u vchiculi
fpccics i Vcrus I npC: priinuscuin duodccim (olcni conuiuio .iccubuic 54«a
Vcficx lupiUi optime,rjltattonc cxtrudun tur VixapuH vctcrcs grarcos qux hnt
2i7'C Vitjili.r l"«nuin corptis conlcrujnt 7 or.inccs lcdica vti potTuni.
I9f a ViJ»cr.iriiin morlibus tibt.iruin moduli pro- lunt.vt Gtllius rcfcrt lc
jpud Thtnphra itum inucniirc i^^.c Virgo lons ladu crat iucundtlTima y o.f
VirgmcN lccundu m 1'btoncm lunt in gym- n^ifticabcllica t xcrccnJx 66S Viri
tJnrum apud aiuiijuo accuinbcb.it,non muhcTcs y?c Viri apudantiquosquoium niodo
accum- bcrcnt H-^ Virinoic quid intcliigat hic auftor. iiS.c Viri funt tcrc
omuibus iuor>l>us apti. z i i.r Vilus dcbdicati . Jt oOicuritjti
gelbtiorc- tio icrla facic tjcla, Auicen.autho.^c.con tcrt 298 d Vitruuiosfl
iruitxtatcCjf.Aug.iS.d cius auihorituv apud jntiquos parua luir.iKid. VlccribuN
quictc curandis llarc et lcdcrc ad ucrfantur 13^ Vlccribus intc. nisjCf 1 et
Cel. auihonbus, dcambulauo rcnv^a, et molLtcr f-^da prodcft i6\.c Vnftione qui
nam vtcrentur 30 d Vrd onts mJtcr.aqux fucrit Ji.d Vnaionis finif 3 3 c Vndio
poft balnca quid prxftabJt 3 1 .f Vnd 10 ab aotiquis quomodo ticrct, cii !n-
ccnum ^d VnAionibus in miiltis cxcrcirarif»nil us jn- iKiui vtcb.«nrur,&
qua dc caula x 3 icic^asna- ui-Jiionc lihcratusclt lyj^.c.joi.C a>T4rvf qu;d
iii 64 f.5>4. f- cius vtihtas. AKnSnp mcndicum,& crroncum ligniticat 1
i8 d f ^ifdflU quid fignificct.i 4y courtesy of the Bibli REGISTRVM *
ABCDEFGHIKLMNOPQJ^STVX. Omnes/untquaternionespr.Ttcr * &X qui
funttcrnioncs, ac Dquintcrnionenu. VENETIIS, APVD IVNTAS. M D C i. Grice: “Mussolini
said that ‘ginnasta’ and indeed ‘ginnasio’ were effeminate – ‘ginnico’ is the
word!” – Nome compiuto: Geronimo Mercuriale. Mercuriali. Girolamo Mercuriale. Mercuriale. Keywords:
il ginnasio, attivita ginnica, bagni romani, Refs.: H. P. Grice, “Me and the
demijohns,” Luigi Speranza, “Ginnasia,” The Swimming-Pool Library, Villa Grice.
Mercuriale.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Meriggi – il deutero-esperanto – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Como). Abstract: “When I was at
Brighton – Anna McCormack responded, but few quote her! – I played with
‘Deutero-Esperanto.’ Earlier in my William James set on logic and conversation,
I had played with myself, ‘lying in the tub’ and coming up with a new highway
code – ‘that nobody uses’ – This is my more specific reflection on what I mean
by a ‘procedure’ which springs from the idiosyncratic utterer and may project
or not into an intended population. At Brighton, I was more direct, if more
controversial, although McCormack never picked up the irony. I stated that I
could invent a new language, call it ‘Deutero-Esperanto’ that nobody ever
speaks! Of course, for Witters and his followers – at the time, some of my
former colleagues, such as D. F. Pears – that would be nonsensical! Now, we
don’t think Italian philosophers as being per se Gricieans – as Katz and Fodor
spell my surname in adjectival dress – but there were possibly more inventors
of new languages in Italy than in the rest of the world. Compared to Meriggi,
Bishop Wilkins should have continued preaching!” Filosofo italiano. Como, Lombardia. Citato da VAILATI (vedasi),
“SCRITTI” – “un appasionato”. Progetto di lingua a priori, il blaia zimondal è
elaborato da M., professore dell'istituto tecnico di Como. Il blaia zimondal parte
da un principio fono-simbolico. Ciascun *suono* possede un significato naturale
(Grice) o *senso* generale corrispondente al suo modo naturale di formazione
fisiologico – fisi, NATURA -- luogo e modo di articolazione dei foni. Così ad
esempio -- a, vocale aperta, esprime ciò che è grande, alto, forte, bianco,
evidente. -- i, vocale ANTERIORE alta, per il fatto che è prodotta serrando
quasi completamente la bocca, esprime ciò che è piccolo, basso, leggero,
interiore -- u, vocale POSTERIORE alta, esprime ciò che è basso, scuro,
pesante, lontano, futuro -- p, consonante occlusiva bi-labiale sorda,
suggerisce idee di forza, pressione, pesantezza, caduta, blocco repentino -- k,
consonante occlusiva velare sorda, simboleggia l'idea di solidità, di siccità
-- l, consonante laterale, esprime le idee di fluidità, di morbidezza,
d'elasticità -- r, consonante vibrante, esprime le idee di rotazione, rapidità,
rumore. L'udito dei vertebrati si è evoluto principalmente con questo scopo:
identificare la natura degl’eventi a partire dal suono che emettono. Solo più
tardi l'udito è stato ri-ciclato dalla nostra specie per servire
all'apprezzamento di parole o musica. Ma il ri-ciclaggio è stato solo parziale.
NOBILE (vedasi), VALLAURI (vedasi), Onomatopea e fono-simbolismo, Roma, Carocci,
Bussole. La capacità di associare dei suoni della propria lingua a suoni
naturali è, a detta di VALLAURI (vedasi), professore a Roma, propria degl’esseri
vertebrati. In sostanza, cioè l'uomo è in grado di produrre suoni che ri-producono
avvenimenti della realtà e di associare a questi - più o meno consciamente -
determinate idee. Così,malgrado l'alto grado di formalizzazione che i suoni del
latino deve possedere per funzionare da supporto del sistema morfo-sintattico e
lessicale, esso conserva dunque una prossimità sufficiente ai suoni naturali –
nel senso da H. P. Grice, ‘fisiologia razionale’ – natura -- per surrogarne
l'originaria funzione biologica di indizi percettivi degl’eventi rumorosi. Sul
fenomeno del fono-simbolismo è comunque consigliabile una certa cautela. Ad
esempio, sebbene il suono vocalico [i] puo ri-condurre alle idee di piccolo,
carino, soave (cfr. it. 'gattino', 'micio'), e il suono vocalico [o] a idee di
grandezza, mascolinità, robustezza (cfr. it. 'colosso'), non possiamo ignorare
i numerosissimi alegati contro-esempi, sia latini o italiani (cfr. it.
'massiccio') che non (cfr. ing. big 'grande' e small 'piccolo'). «fl» esprime
il senso di fluidità e liquidità insieme (cfr. lat. FLUMEN, it. 'fiume'. L'associazione
di significati – SEGNATI -- a singoli fonemi e nessi consonantici è un tema
ricorrente nella filosofia a partire dal Cratilo di Platone, che riconosce ad
esempio alla lettera greca lábda |! un valore di scivolamento, come dimostrano
le parole greche léia 'cose lisce', olisthánein 'scivolare' o liparón 'unto'. Anche
il matematico e crittografo inglese Wallis nel De etymologia sostiene che il
nesso consonantico [sl] veicola l'idea di scivolamento -- cfr. ing. slide,
slip, slime, slow. Ne discorre ampiamente, in tempi più vicini al filosofo,
anche Brosses nel suo Traité de la formation mécanique des langues et des
principes PHYSIQUES [fisi: natura] de l'étymologie, in cui sostiene che il
nesso [fl] evochi l'idea di fluidità - cfr. lat. fluere 'fluire', fr. souffler
'soffio', ing. to fly 'volare') e l'italiano CESAROTTI (vedasi) nel suo Saggio
sulla filosofia delle lingue nel quale, trændo proprio da Brosses la maggior
parte degli esempi, riporta proprio il caso del nesso [fl] della parola latina
FLUMEN come espressione di liquidità -- Per approfondimenti sull'ideologia
linguistica di CESAROTTI (vedasi) vedasi BAGLIONI, L'etimologia nel pensiero
linguistico di Cesarotti, in Cesarotti. Linguistica e antropologia nell'età dei
Lumi, cur. Roggia, Bari, Carocci] «bl» esprime il senso della parola; «kr»
ricorda le armi e le macchine; e così di
seguito, con l'abbinamento di ogni suono a una determinata capacità espressiva.
Se il singolo suono contiene gia da sé un significato [NATURALE, o megliore,
FISICO, O FISIOLOGICO], combinando i suoni a due a due è possibile costruire
dei significati più complessi, risultati dalla somma dei singoli significati. A
questo modo :«pr» la pressione rumorosa. Con questi elementi è possibile
formare delle radici monosillabiche corrispondenti a delle idee precise. Ad
esempio congiungendo le sillabe «kl» (composizione delle idee di solidità e
fluidità insieme che corrisponde praticamente all'idea della costruzione,
artificiale e naturale -- e «am», che esprime l'idea dell'amore. La sequenza
«klam» INDICA il concetto di 'casa'. Ma «klim», che rende l'idea del piccolo e
della costruzione, significa 'stanza da bagno'. È evidente che tutte le radici
di sensi vicini si formano tramite la combinazione e la variazione delle vocali
e delle consonanti. Sebbene si tratti di
una lingua a priori, cioè non derivata da altre lingue storico naturali, vi è
un caso in questi due sistemi linguistici si incontrano, ed è, ovviamente,
nelle onomatopee. Essendo il blaia zimondal una lingua di tipo filosofico –
alla J. L. Austin, “Sound Symbolism,” Bodlein, consultato da H. P. Grice -- che
vuole dimostrare la vicinanza dei suoni della lingua ai REFERENTI extra-linguistici,
le espressioni linguistiche di suoni già presenti in NATURA non possono che
essere modellate su questi stessi. Così ad esempio si ha «uul» per 'ululare',
«meua» per 'miagolare, ecc. Non mancano comunque casi di somiglianze con
altre lingue realmente parlate, e in particolare con le lingue romanze e
germaniche, forse retaggio della provenienza linguistica e della formazione
dell'autore: «bank» per 'banca', «ordo» per 'ordine’. Nome compiuto: Cesare
Meriggi. Meriggi. Keywords: deutero-esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Meriggi”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Merker:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – l’etologia
filosofica – o tempora o mores -- il filo d’Arianna – Arianna abbandonata a
Nasso – la scuola di Trento -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Trento). Abstract: Grice: “I like to consider myself a
philosophical ethologist. As Merker reminds us, ethos is possibly related to
‘ethnos,’ but possibly not!” Grice: “In fact, I while I sort of detest
etymologies, which usually refute my theories – cf. ‘mean’ – I must say that
‘ethnic’ and ‘ethos’ are etymologically relate – both originating from the same
proto-indo-european root s(w)we- a reflexive pronoun referring to one’s own, or
a social group. While ‘ethnic’ focuses on shared origins and group identity,
‘ethos’ emphasizes the characteristic customs, values, and morality of a
person, group, or culture. Therefore, while they have distinct meanings in
modern English, they share a common etymological thread in ancient Greek,
reflecting concepts of community and shared cultural identity!” Grice: “At
Oxford, we wouldn’t consider Merker an Italian philosopher, as we don’t
consider Ayer an English philosopher – Anglo-Jewish at most. Merker is
different, though!” Filosofo italiano. Trento, Trentino. Grice: “My favourite
of his books is ‘storia della filosofia ai fumetti.” -- Grice: “The fact that
he found Italian words for all that Kant says in “Metafisica dei costume” is
admirable!” -- Grice: “I love Merker, and for many reasons; he has
philosophised on what makes me an Englishman: my blood, or the fact that I was
born in Harrborne?” Grice: “I love Merker: he uses metaphors aptly like ‘il
filo d’Arianna’ to refer to what I pompously call ‘the general theory of
context.’ --Si laurea a Messina. Trascorse
un periodo di ricerche in Germania. Allievo di VOLPE, insegna a Messina e Roma.
Cura edizioni italiane di classici dell'età della Riforma, dell'Illuminismo e
dell'idealismo, nonché di Marx, Engels e del marxismo. Dopo essersi occupato
dei problemi lasciati aperti dalla Seconda guerra mondiale, si occupa dell'idea
di nazione, dell'ideologia colonialista e infine del fenomeno populista. Da
ricordare la sua opera di divulgazione della storia della filosofia. Inoltre
egli ha scritto ben trenta voci per l'enciclopedia filosofica della Bompiani,
fra cui le più importanti sono su Heine, Mann, Zweig. Altri saggi: Le origini
della logica, Milano, Feltrinelli; L'illuminismo, (Bari, Laterza – la metafora
della luce della ragione ; Lessing e il
suo tempo, Cremona, Convegno; Marxismo e storia delle idee, Roma, Riuniti, Storia della filosofia, La filosofia moderna.
Il Settecento, Milano, Vallardi, Alle origini dell'ideologia. Rivoluzione e
utopia nel giacobinismo” (Roma, Laterza); Storia della filosofia, Roma, Riuniti);
STORIA DELLA FILOSOFIA: L’ETA ANTICA -- Storia delle filosofie, Firenze, Giunti
Marzocco; Marx, Roma, Riuniti; Erhard, in L'albero della Rivoluzione. Le
interpretazioni della rivoluzione francese, Torino, Einaudi; La Germania.
Storia di una cultura da Lutero a Weimar, Roma, Riuniti; Lessing, Roma, Laterza;
Il socialismo vietato. Miraggi e delusioni da Kautsky ai marxisti” (Roma,
Laterza); Storia della filosofia moderna e contemporanea, Roma, Riuniti, “Il
sangue e la terra. Due secoli di idee sulla nazione, Roma, Riuniti, -- sangue
lombarda – piccolo vedetta lombarda – sangue romagnola -- Atlante storico della
filosofia, Roma, Riuniti, Europa oltre i
mari. Il mito della missione di civiltà, Roma, Editori, Filosofie del
populismo, Roma, Laterza, Marx. Vita e
opere, Roma, Laterza,. Il nazionalsocialismo. Storia di un'ideologia, Roma,
Carocci,.La guerra di Dio. Religione e nazionalismo nella Grande Guerra, Roma,
Carocci, La Germania. Storia di una cultura da Lutero a Weimar, Roma, Riuniti, Hegel,
Estetica, Milano, Feltrinelli, Torino, Einaudi, Kant, La metafisica dei costume (Grice: “My
favourite Kant, by far!”), Bari, Laterza, Hegel, Rapporto dello scetticismo con
la filosofia, Bari, Laterza, Paracelso, Scritti etico-politici, Bari, Laterza,.Lukács,
Scritti politici Bari, Laterza, Herder,
James Burnett, Lord Monboddo, Linguaggio e società, Bari, Laterza, Lessing,
Religione, storia e società, Messina, La Libra, Kant, Lo Stato di diritto, Roma,
Riuniti,Forster, Rivoluzione borghese ed emancipazione umana, Roma, Riuniti, Humboldt,
Stato, società e storia, Roma, Riuniti, Marx, Engels, Opere, Roma, Riuniti, Roma,
Scritti economici di Marx. Roma, Editori Riuniti, Fichte, Lo stato di tutto il
popolo, Roma, Riuniti, Hegel, Il dominio della politica, Roma, Riuniti, La
scimmia e le stelle, Roma, Riuniti, Maj,
Il mestiere dell'intellettuale, Roma, Riuniti, Kant, Stato di diritto e società
civile, Roma, Riuniti, Fichte, La missione del dotto, Roma, Riuniti, Marx, un
secolo, Roma, Riuniti,Kant, Per la pace perpetua. Un progetto filosofico Roma,
Riuniti, Hegel, Detti di un filosofo, Roma, Riuniti, Marx, Engels, La sacra famiglia, Roma,
Riuniti, Marx, Engels, La concezione
materialistica della storia, Roma, Riuniti, Kant, Che cos'è l'illuminismo?,
Roma, Riuniti, Lessing, La religione dell'umanità, Roma, Laterza,, Forster,
Viaggio intorno al mondo, Roma, Laterza, Engels, Viandante socialista, Soveria Mannelli,
Rubbettino, Hegel, Dizionario delle idee, Roma, Riuniti, Osborne, Storia della
filosofia a fumetti, Roma, Riuniti, Bauer, La questione nazionale, Roma, Riuniti.
La discreta classe delle idee. E’ Merker,
asul sito di Rifondazione Comunista Il
contesto è il filo d'Arianna. Studi in onore di M., S. Gensini, Raffaella Petrilli, L. Punzo,
Pisa, ETS, T. Valentini, “Ideologia della nazione” e “populismo etnico”. Le
riflessioni storico-filosofiche di Merker, in R. Chiarelli, Il populismo tra
storia, politica e diritto, Rubbettino, Soveria Mannelli, Curriculum vitae, su
uniurb. Curriculum vitae. Nato nel circondario di la scuola materna e le elementari, nonché al Wilhelms-Gymnasium la
prima classe ginnasiale. Trasferitosi a
Trento, continua ivi la scuola media e il ginnasio-liceo fino alla maturità classica conseguita al
Liceo "Prati" di Trento.
Iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'università di Messina,
si laurea ivi con 110 e lode in
filosofia e una tesi su "Hegel e lo scetticismo". Con una borsa di
studio è a Napoli all'Istituto italiano per gli studi storici ("Istituto
Croce"), e poi in Germania un periodo di ricerche. Alla Facoltà di Magistero di Messina è presso
la cattedra del filosofo Galvano della Volpe assistente volontario, poi
straordinario, incaricato e infine ordinario. Nella medesima Facoltà,
conseguita la libera docenza in Storia della filosofia, è stato professore
incaricato di Storia delle dottrine politiche,
temporaneamente anche di Estetica, e, a concorso vinto, professore
straordinario di Storia della Filosofia. Vi ha diretto l'Istituto di filosofia
e per incarico temporaneo anche quello di Letteratura francese. Chiamato alla cattedra di Storia della
filosofia moderna e contemporanea della Facoltà di Lettcre e Filosofia
dell'università di Roma "La
Sapienza", vi ha conseguito l'ordinariato ed ha poi continuato la sua
attività Facoltà di Filosofia di
quell'ateneo seguito per l'insegnamento di Storia della filosofia
moderna. Uscito dai ruoli, è professore emerito dell'università "La
Sapienza" con decreto ministeriale.
Nella Facoltà di Lettere e Filosofia ha presieduto per un paio di anni
la Commissione di Facoltà per
l'ammissione degli studenti stranieri, nella Facoltà di Filosofia è stato per
un lungo periodo presidente della Commissione scientifica del "Centro di servizi interdipartimentali
Biblioteca di Filosofia". Nella Facoltà di Filosofia ha fätto parte di un
collegio di Dottorato. E stato più volte in commissioni universitarie di
concorso per docenti universitari di prima e seconda fascia, nonché in vari
atenei per concorsi di ricercatore. Ha partecipato con relazioni a congressi
internazionali di filosofia e storia delle idee, a iniziative culturali di
università europee (Innsbruck, Zagabria), all'attività didattica di vari
Dottorati in Filosofia, a conferenze e dibattiti con studenti dei licei. Ha
tenuto un seminario di lezioni presso l'Istituto italiano per gli studi
filosofici di Napoli. Per formazione e
storia personale è bilingue (italiano e tedesco) riguardo a lettura, scrittura
ed espressione orale. Ha buona lettura dell'inglese, francese e spagnolo, familiarità con il francese e inglese orale.
Adopera il computer per uso personale di lavoro, non ha capacità e competenze
artistiche. Studi e ricerche Iniziali attenzioni per la logica e
dialettica di Hegel si sono concretate nella monografia Le origini della logica
di Hegel. Hegel a Jena. Successivi interessi per periodi fondamentali della
cultura in Germania, - dall'epoca della Riforma (ad es. con un'edizione
italiana di testi politici di Paracelso) fino al secolo illuministico - hanno
condotto alle monografie L'illuminismo tedesco. Età di Lessing e Introduzione a
Lessing. Un percorso parallelo e ulteriore
- intramezzato in Dialettica e
storia da un tentativo di bilancio dei problemi - ha collocato via via le
vicende della filosofia dentro un più ampio quadro di storia della cultura nel
quale assumono particolare rilievo le idee e dottrine politiche dell'età
moderna. Ne è un esempio la monografia La Germania. Storia di una cultura da
Lutero a Weimar. Studi specifici sono
stati dedicati al pensiero politico liberale di Kant, Fichte e Humboldt, poi ai
giacobini tedeschi in edizioni di testi e nella monografia Alle origini
dell'ideologia tedesca. Rivoluzione e utopia nel giacobinismo. Con un'appendice di testi e documenti. La linea d'indagine di
storia delle idee si è estesa verso Marx e il marxismo, con i libri Marxismo e
storia delle idee, Marx e Il socialismo vietato. Miraggi e delusioni da Kautsky
agli austromarxisti, nonché con la cura di parecchie edizioni italiane di opere
di Marx ed Engels. L'interesse per i
problemi rimasti aperti nell'epoca della Seconda Internazionale ha poi
stimolato ricerche sull'idea di nazione, sulle ideologie del colonialismo e sul
fenomeno politico-culturale del populismo (con, rispettivamente, le monografie
Il sangue e la terra. Due sécoli di idee sulla nazione; Europa oltre i mari. Il
mito della missione di civiltà; Filosofie del populismo. Vi si è aggiunta una
ricostruzione storico-critica della vita e delle opere di Marx e delle sue
incidenze (Karl Marx. Vita e opere. Monografia Il nazionalsocialismo. Storia di
un'ideologia che ha collegamenti con le ricerche precedenti sul populismo. L'analisi delle tendenze e dei nessi che
emergono dalla storia delle idee si è accompagnata anche a riflessioni sul
metodo della storiografia filosofica e a tentativi di renderla fruibile per la
didattica. Di questo filone hanno fatto parte un manuale di Storia della
filosofia e più volte riedito, e un Atlante storico della filosofia. Bibliografia Complessivamente le pubblicazioni - tra monografie, articoli vari, saggi, recensioni, voci di enciclopedie, relazioni a
convegni, testi in opere collettive -
ammontano finora a molti. Di cui
sono monografie: Il nazionalsocialismo,
Storia di un'ideologia, Roma; Karl Marx. Vita e opere, Roma; Filosofie del
populismo, Roma 2009; Europa oltre i mari. Il mito della missione di civiltà,
Roma; Atlante storico della filosofia (Roma; Il sangue e la terra. Due secoli
di idee sulla nazione, Roma; Il socialismo vietato. Miraggi e delusioni da Kautsky agli
austromarxisti, Roma; Introduzione a Lessing, Roma; La Germania. Storia di una
cultura da Lutero a Weimar, Roma; L'illuminismo in Germania. L'età di Lessing,
ediz. rinnovata e accresciuta, Roma; Marx, Roma; Alle origini dell'ideologia
tedesca. Rivoluzione e utopia nel
giacobinismo. Con un'appendice di testi e documenti, Roma-Bari, Marxismo e
storia delle idee, Roma; Dialettica e storia, Messina; L'illuminismo tedesco.
L'età di Lessing, Roma; Le origini della logica hegeliana. Hegel a Jena, Milano.
Nome compiuto: Nicolao Merker. Keywords: storia della filosofia – l’eta antica
--. il filo d’Arianna, Teseo e il minotauro – omo-sociale – Teseo – Arianna
abandonata, giacobinismo, populismo etnico – etnico ennico etnicita ennicita –
etnos, Greek ethnos, Latin ethnos -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Merker”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Messalla: la ragione conversazionale e l’orto romano –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “I refer to the Athenian dialectic
rather broadly, and just to compare it to the Oxonian dialectic – and I
concentrate only in three philosophers: Socrates, of the Agora, Plato, of the
Academy, and Aristotele, of the Academy and his own Lycaeum – but there were at
least two further sects which I should have taken into account. One is referred
to by the Italians as ‘Il Portico,’ since that is what ‘stoa’ means – The other
is referred to by Italians as ‘L’Orto’ since its founder, Epicurus, had a thing
for ‘gardening’! The topic quite overlaps with the Oxonian dialectic, seeing
that for most of the late nineteenth-century, Oxonian dialetic was of the very
gardening type – as a cursory glimpse of Pater’s Marcus the Epicurean will
testify!” -- Filosofo italiano. Garden. Friend of Orazio. They study philosophy
together. He opposea GIULIO (si veda) Cesare but eventually makes his peace
with Ottaviano. He writes philosophical treatises. Allow me to address
briefly the L’ORTO philosophy within the context of the difficult tines
covering the years which witness the downfall of the republic and the birth of
the principate. In 'L’ORTO in Revolt'
(J.R.S.) Momigliano takes as a starting point the conversion to L’ORTO of CASSIO
who rapidly comes to the conclusion that GIULIO Caesar has to be eliminated
because of what appear to be his tyrannical tendencies. The author emphasises
that during this crucial period the adherents of the L’ORTO philosophy did not
maintain a passive political aloofness. While some followers of L’ORTO actively
support GIULIO in a noderate way, a mumber oppose him, among whom are I. Manlio
Torquato, Trebiano, L. Papirio Paeto, M. Fadio Gallo, and, as the evidence
suggests, L. Saufeio and Statilio. Monigliano concludes with the statement that
on the whole, the events prove that Cassio is not an exceptional case among the
contemporary L’ORTO. The majority stand for the Republic against
Caosarisa." Horace seens to have felt an antipathy tovarda Mbullus and his
patron M. which may be explained to sone extent by political factors, in
particular the strong republican sympathies which the latter still professs
under the principate. Of M., Monigliano notes that ORAZIO writes of him,
'quanquan Socraticis madet sermonibus', a dubious expression, but the Ciris
(whatever its date and author) shows him well acquainted with the L’ORTO circle,
and his leader is, as he proudly proolaimed, Cassio (Tac.Ann.; Dio; Plut,Brut.).
I suspect then that he is a definite member of L’ORTO. It is, then, I think
possible that M.'s political persuasions are coloured by his philosophical
thinking and that his intellectual interest in L’ORTO is not nerely of an
ethical nature. Monigliano, arguing along the lines of Diels, maintains that in
a passage of his treatise on the gods FILODEMO of L’ORTO is expressing a
political viev: "the words reflect the indignation of a man who sees the
defenders of the Republic play into the hands of the tyrant. Similarly in his
treatise on death the same philosopher recoends that sen should be ready to
face death in the event of political persecution. Followers of L’ORTO are
capable of reacting decisively to political circumstances, this being a major
point advanced by Monigliano who maintains for instance that the sane Saufeio is
not outside politics absorbed in the 'interrundia' but that he mingles
philosophy and political action which probably acoount for his being exiled and
falliag riotin to the proscriptione, and that Cicerone’s friendship with a
number of L’ORTO is based on the faot that adherents of the philosophy
possessed political feelings with which he sympathised. Both democracy and the
non-tyrannical state find approval in the L’ORTO theory of the social contract,
though the adherent of the philosophy is generally advised to renain outside
politios. When ve consider M.’s resignation fron the office of 'praefectara
urbis' on the grounds that the pover with which he vas invested was
unconstitutional (incivilis; see Putnam, C.A.H) I suspect that republican
scruples combine with his adherence to a philosophical mode of thought which
preached political aloofness, affected hio decision. His is a detached
involvement" comments Putnam on M.'s republican sympathies and resignation
from office, and suggests political as vell as stylistic sympathy between M.
and Tibullus. The philosophical overtones in Mbullus' work in uy opinion
reflect this sympathy and remind us that both poet and patron have reservations
about contributing wholeheartedly to the advancement of the new regime and its
ideals. In the programme elegy it is a detachment from the sort of life which
would contribute to the welfare and strength of the state which the poet
manifests. Disambiguazione – Se stai cercando
l'omonimo, si veda M. console. Console della Repubblica romana Scultura che
probabilmente ornava la parte superiore di un piedistallo marmoreo contenente
l'urna cineraria di M., rinvenuta nella villa di quest'ultimo ed ora conservata
nel Museo del Prado. Figli Marco Valerio M. Messallino. GensValeria PadreMarco
Valerio M. Corvino Consolato. Proconsolatoin Gallia Comata. Militare e filosofo
romano, patrono della letteratura e delle arti. Membro dell'antica gens
Valeria, di ideali repubblicani, nella battaglia di Filippi combatté al fianco
di Bruto e Cassio. Passa poi dalla parte di Antonio ed infine entra nelle file
di Ottaviano. Trionfo di M. -- rappresentazione sul frontone del Palazzo
Krasiński a Varsavia, opera di Schlüter Si trovava nell'Illyricum a combattere
gl’Iapidi a fianco di Ottaviano come tribunus militum. Consul suffectus assieme
ad Ottaviano, e prese parte alla Battaglia di Azio a fianco di quest'ultimo. In
seguito ha il comando di una missione in Asia Minore. Combatté contro il popolo
alpino dei Salassi, come proconsole della Gallia, dove soppresse anche una
rivolta tra gl’Aquitani. Per queste imprese celebra un trionfo. Tacito
riferisce che e nominato praefectus urbi, ma M. rinuncia alla carica dopo pochi
giorni adducendo motivazioni legate alla sua incapacità di esercitare
l'incarico. In quanto princeps senatus, autorevole esponente dell'aristocrazia
romana, avanza la proposta dell'attribuzione a Ottaviano del titolo di pater
patriae. M., letterato Alla partecipazione alla vita pubblica, accompagna
l'interesse per la filosofia. Influenza considerabilmente la filosofia che incoraggia
sull'esempio di Mecenate. Il gruppo che lo circonda e noto come il circolo di M..
Tra gli altri comprende Tibullo e Ligdamo. Amico di ORAZIO (si veda) ed OVIDIO
(si veda). Elogiato da Tibullo per le sue vittorie in una elegia nel Corpus
Tibullianum e in un poemetto -- il Panegirico di M. Suoi omonimi sono il padre,
console, il figlio Valerio Messallino, e un discendente M., console come
collega dell'imperatore Nerone. Una sua parente, forse una sorella, sarebbe la
Valeria, sposa di Quinto Pedio, console
insieme ad Augusto, che aveva proposto la lex Pedia contro i
Cesaricidi. Syme Wilkes Velleio Patercolo, Tibullo, Tacito, Annales:
quasi nescius exercendi. Svetonio, Augustus. Fonti antiche, Appiano di
Alessandria, Historia Romana (Ῥωμαϊκά) Dione Cassio, Storia romana. (testo
greco e traduzione inglese). Svetonio, De vita Caesarum libri VIII.
(testo latino e traduzione italiana). Tacito, Annales. (testo latino,
traduzione italiana e traduzione inglese). Tibullo, Corpus Tibullianum. Velleio
Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo. Fonti
storiografiche moderne Cantarella, «M., Ovidio e il circolo dei poeti»,
Corriere della Sera, Syme, L'aristocrazia augustea, Milano, BUR, Wilkes,
Dalmatia, in History of the provinces of the Roman Empire, Londra, Routledge Voci
correlate Casal Rotondo. M. Corvino, Marco Valerio, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Olivetti e
Lenchantin De Gubernatis -, M., in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, M. Corvino, Marco Valerio, in Dizionario di storia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M. Corvino, su sapere.it, De Agostini.
Marcus Valerius M. Corvinus, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di Marco Valerio Messalla Corvino, su PHI Latin Texts,
Packard Humanities Institute. Opere di Marco Valerio M. Corvino, su Open
Library, Internet Archive. Predecessore Consoli romani Successore Gneo Domizio
Enobarbo, Gaio Sosio con Gaio Giulio Cesare Ottaviano III Gaio Giulio Cesare
Ottaviano IV, Marco Licinio Crasso. Circolo di M. V D M Guerra civile romana
VDM Conquista romana dell'Illirico. Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Età augustea Categorie: Militari romani Scrittori
romaniMilitari del I secolo a.C.Scrittori del I secolo a.C.Romani Consoli
repubblicani romaniValeriiGovernatori romani della SiriaAuguriGovernatori
romani della Gallia Mecenati romani[altre] Marco Valerio M. Corvino, console. Marco
Valerio M. Corvino Console della Repubblica romana Nome originaleMarcus
Valerius Messalla Corvinus FigliMarco
Valerio Messalla Corvino GensValeria Pretura Consolato Censura Marco Valerio M.
Corvino (in latino Marcus Valerius M. Corvinus
o anche Marcus Valerius M. Niger; filosofo
romano. Pretore quando Cicerone e console e, console quando Publio Clodio viola
i misteri della Bona Dea. Censore assieme a Vatia Isaurico, e sempre in carica,
tentarono di regolare lo straripamento del Tevere. Non tennero il lustrum. Smith,
Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, Boston: Little, Brown
and Company, Robert S. Broughton, The magistrates of the Roman Republic, II,
New York, Predecessore Console romano Successore Decimo Giunio Silano e Lucio
Licinio Murena con Marco Pupio Pisone Frugi Calpurniano Lucio Afranio e Quinto
Cecilio Metello Celere Portale Antica Roma Portale Biografie Categorie: Politiciromani
Consolirepubblicani romani Valerii [altre] Consul. Roman Senator who lived in
the Roman Empire. He might have been the brother of empress Messalina. A
member of the Republican gens Valeria. The namesake of the Senator and Augustan
literary patron. He may have been a son of the Senator and consul Marco Aurelio
Cotta Massimo Messalino, who was a son of M. or possibly the son of the consul
Marco Valerio Messalla Barbato, thus making him the brother of Valeria
Messalina, the third wife of the emperor Claudio. A member of the Arval
Brethren. Served as an ordinary consul with the emperor Nerone and then as a
suffect consul with Gaio Fonteo Agrippa. Starting with his consulship, he is
granted an annual half a million sesterces to maintain his senatorial
qualifications. Biographischer Index der Antike, Lucan, Civil War
Paterculus, The Roman History, Lucan, Civil War Shotter, Nero Der
Neue Pauly, Stuttgart, Tacitus, Annales, Tacitus, Annals of Imperial Rome D.
Shotter, Nero, Routledge, Lucan, Civil War, Penguin, Velleius Paterculus, Yardley
e Barrett, The Roman History, Hackett Publishing, Biographischer Index der
Antike, Gruyter, Political offices Preceded by Nero II, and Lucius Caesius
Martialis as Suffect consulsConsul of the Roman Empire with Nero III, followed
by Gaius Fonteius Agrippa. Succeeded by Aulus Petronius Lurco, and Aulus
Paconius Sabinus as Suffect consuls Categories: Valerii MessallaeAncient Roman
patricians1st-century Roman consuls1st-century clergy Marcus Valerius
Messalla Corvinus Article Talk Read Edit View history. Not to be confused
with Marcus Valerius M. Corvinus, consul. Marcus Valerius M. Corvinus. A Roman general, author, and patron of
literature and art. The triumph of Corvinus in the pediment of the
Krasiński Palace in Warsaw Print of the Roman General, made by Hendrick
Goltzius. Corvinus was the son of a consul, Marcus Valerius M. Niger, and his
wife, Palla. Some dispute his parentage and claim another descendant of Marcus
Valerius Corvus to be his father. Valeria, one of his sisters, married Quintus
Pedius, a maternal cousin to the Roman emperor Augustus. His great-grandnephew
from this marriage is the deaf painter Quintus Pedius. Another sister, also
named Valeria married Servius Sulpicius Rufus, a moneyer. Corvinus marries
twice. His first wife is Calpurnia, the daughter of Marco Calpurnio Bibulo.
Corvino had two children with Calpurnia: a daughter, Valeria Messalina, who
married Titus Statilius Taurus; and a son called Marcus Valerius M.
Messallinus, consul. His second son was Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino,
consul, who is believed to have been born to a second unknown wife on the basis
of the 22-year gap between the consulship of the elder son and the consulship
of the second son. The writings of the poet OVIDIO (Ex Ponto) reveal that the
second wife of Corvino is a woman called Aurelia Cotta. Another fact supporting
the theory that Aurelia Cotta is the mother of Marcus Aurelius Cotta Massimo
Messalino is that he was later adopted into the Aurelii Cottae. Corvino is
educated partly at Athens, together with ORAZIO and CICERONE. He becomes
attached to republican principles, which he never abandones, although he avoids
offending GIULIO Cesare or OTTAVIANO by not mentioning them too openly. He
is proscribed, but manages to escape to the camp of BRUTO il giovane and CASSIO.
After the Battle of Philippi, he goes over to MARC’ANTONIO, but subsequently
transfers his support to OTTAVIANO. Corvino is appointed consul in place of
MARC’ANTONIO and takes part in the Battle of Actium. He subsequently holds
commands in the East and suppresses the revolt in Gallia Aquitania. For this
latter feat, he celebrates a triumph. Corvino restores the road between
Tusculum and Alba, and many handsome buildings are due to his initiative. He
moves that the title of “pater patriae” be bestowed upon OTTAVIANO. Yet he also
resigns from the post of prefect of the city after six days of holding this
office because it conflicts with his ideas of constitutionalism. It may have
been on this occasion that he utters the phrase (but in Latin) "I am
ashamed of my power". His influence on literature, which he encouraged
after the manner of Gaius Maecenas, is considerable, and the group of literary
personalities whom he gathered around him — including Tibullus, Lygdamus and
the poet Sulpicia — has been called "the M. circle". With ORAZIO and TIBULLO
he is on intimate terms, and OVIDIO expresses his gratitude to him as the first
to notice and encourage his work. The two panegyrics by unknown authors (one
printed among the poems of Tibullus as iv. 1; the other included in the
Catalepton, the collection of small poems attributed to VIRGILIO) indicate the
esteem in which he was held. Corvino IS HIMSELF THE AUTHOR OF VARIOUS WORKS –
ALL OF WHICH ARE LOST. They include memoirs of the civil wars after the death
of GIULIO CESARE, used by Svetonio and Plutarco; bucolic poems in Greek;
translations of Greek speeches; occasional satirical and erotic verses; and
essays on the minutiæ of grammar. As an orator, he follows CICERONE instead of
the Atticizing school, but his style is affected and artificial. Critics
consider him superior to CICERONE, and Tiberio adopts him as a model. He writes
a work on the great Roman families, wrongly identified with an extant poem De
progenie Augusti Caesaris which bears the name of Corvino, but in fact is a much
later production. Places associated with Corvinus The so-called
Apotheosis of Claudius, the top part of an Augustan-era funerary monument that
may once have contained Corvinus' funerary urn. Found in a country villa at
Marino once owned by C. Valerius Paulinus, a descendant of Corvinus, it is now
in the Museo del Prado in Madrid. Corvinus had a house on the Palatine Hill in
Rome that used to belong to Mark Antony before Augustus presented it to
Corvinus and Marcus Vipsanius Agrippa. An inscription (CIL = ILS) records
Corvinus as the owner of the famed Gardens of Lucullus (Horti Luculliani)
located on the Pincian Hill where the Villa Borghese gardens are today.
The Casale Rotondo, a cylindrical tomb near the sixth milestone on the Appian
Way, is often identified as being the tomb of Corvinus, but this is debatable. Corvinus
is also recorded in an inscription as being one of the three friends of Gaius
Cestius responsible for erecting statues that once stood at the site of the
famous Pyramid of Cestius which is located close to the Porta San Paolo in
Rome. In 2012, a luxurious villa of Corvinus was found on the via dei
Laghi near Ciampino. The finds included seven colossal statues of Niobids that
had toppled into the piscina apparently due to an earthquake. Another luxurious
villa of Corvinus on the island of Elba was identified as his. It was burnt
down. Since its original excavation it was believed to belong to his family
since he was a patron of OVIDIO who wrote of his visit to Corvinus's son on
Elba before his exile on the Black Sea. Recent excavations below the collapsed
building reveal five dolia for wine which are stamped with the Latin
inscription "Hermia Va(leri) (M)arci s(ervus)fecit, made by Hermias, slave
of Marcus Valerius. Legendary ancestor of Hungarian royalty The
triumph of Marcus Valerius Corvinus in the pediment of the Krasiński Palace in
Warsaw The Wallachian-Hungarian family of Corvin, which came to prominence with
Janos Hunyadi and his son, Matthias Corvinus Hunyadi, King of Hungary and
Bohemia, claimed to be descended from Corvinus. This was based on the assertion
that he became a big landowner on the Pannonian-Dacian frontiers, the future
Hungary and part of Romania, that his descendants continued to live there for
the following 1400 years, and that the Hunyadis were his ultimate descendants –
for which there is scant if any historical evidence. The connection seems to
have been made by Matthias' biographer, the Italian Antonio Bonfini, who was
well-versed with the classical Latin authors. Bonfini also provided the
Hunyadis with the epithet Corvinus. This was supposedly due to a case in which
the tribune, Marcus Valerius Corvus, while on the battlefield, accepted a
challenge to single combat issued to the Romans by a barbarian warrior of great
size and strength. Suddenly, a raven flew from a trunk, perched upon his
helmet, and began to attack his foe's eyes with its beak so fiercely that the barbarian
was blinded and the Roman beat him easily. In memory of this event, Valerius'
agnomen Corvinus (from Corvus, "Raven") was interpreted as derived
from this event. The Hunyadis called themselves "Corvinus" and had
their coins minted displaying a "raven with a ring". This was later
taken up in the coat of arms of Polish aristocratic families connected with the
Hunyadis, and also led to Marcus Valerius Messalla Corvinus' triumph over the
Aquitanians being commemorated in the pediment of the Krasiński Palace in
Warsaw. See also Korwin coat of arms Ślepowron coat of arms
References Jeffreys, Roland. "The date of M.'s death". The
Classical Quarterly "Valerius Corvinus". lib.ugent.be.Syme, R.,
Augustan Aristocracy, Syme, Augustan Aristocracy, Skidmore, Practical Ethics
for Roman Gentlemen: The Works of Valerius Maximus, p. Sullivan,
Apocolocyntosis, Penguin, Anonymous Panegyric of M.: translation by
Postgate. Schröder, Katalog der antiken Skulpturen des Museo del Prado in
Madrid. Vol. 2: Idealplastik. Mainz: von Zabern, Cassius Dio The excavator Canina,
deduced from a small piece of inscription with the name "Cotta" that
the monument had been built by Marcus Aurelius Cotta Maximus Messalinus for his
father, Marcus Valerius Messalla Corvinus, but this inscription and other
architectural fragments are now assumed to have come from a smaller monument at
the site, and they may have nothing to do with Corvinus, cf. Grifi, "Sopra
la iscrizione antica dell auriga scirto", Diss. del. Acc. Rom., Rome
Marcelli, "IV MIGLIO, 14. Casal Rotondo", in: Susanna Le Pera
Buranelli et Rita Turchetti, edd., Sulla Via Appia da Roma a Brindisi: le
fotografie di Thomas Ashby: Rome: L'Erma di Bretschneider, Papers of the
British School at Rome Seven Statues Linked to Ovid Recovered from Roman Pool –
Archaeology Magazine". archaeology.org. Retrieved 28 June 2023.
"Ben-Hur villa at risk of demolition in Rome". The Daily Telegraph.
London. Lorenzi, "Excavating an
Ancient Villa: Photos". Seeker. This article incorporates text from a
publication now in the public domain: Chisholm, Hugh, ed. M. Corvinus, Marcus
Valerius". Encyclopædia Britannica. Cambridge Wiese, Berlin, Valeton, Groningen,
Fontaine, Versailles, Schulz, De MV aetate; M. in Aquitania, Postgate in
Classical Review, Sellar, Roman Poets of the Augustan Age. Horace and the
Elegiac Poets, Oxford; the spurious poem ed. by R. Mecenatë. Syme, The Augustan
Aristocracy, Clarendon, Political offices Preceded by Gnaeus Domitius Ahenobarbus
Gaius Sosius Roman consul with Octavian III Succeeded by Marcus Titius
(suffect) Biographie Other IdRef Categories: Roman governors of Syria Roman
augurs Romans Ancient Roman generals Patrons of literature Ancient Roman
patricians Urban prefects of Rome Valerii Messallae People of the War of Actium.
Luigi Speranza, “Grice e Mesalla: L’Orto”
– The Swimming-Pool Library. Nome compiuto: Marco Valerio Messalla Corvino. Keywords:
portico, l’orto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mesalla.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mesarco: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del figlio di Pitagora –
Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Abstract: Grice: “It is often said that Pythagoras was
not an Italian, but an Italianate – since he had been born in Samo – the same
cannot be said of his son! In fact, may Italian historians of philosophy
consider M. as the first truly Italian philosopher! At Oxford, the comparison
is always made with two Scot philosophers, James Mill and John Stuart Mill, who
like Pythagoras and Mesarco, were father and son – in that order!” Filosofo
italiano. Crotone, Calabria The son of Pythagoras. M. leads the sect after the
death of Aristeo. Mesarco. Refs.: “Grice e Mesarco.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mesibolo: la ragione conversazionale e la scuola di
Reggio -- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. Reggio Calabria,
Calabria. Pythagorean according to Giamblico. Mesibolo. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Mesibolo.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Messere:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – l’implicatura di Sileno – la scuola di Torre
Santa Susanna -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torre Santa Susanna). Abstract: “While I claim that most of what I refer to
as the Athenian dialectic is due to Aristotle, it may well be thought to
originate with Socrates. The Italians know this well – as when they call M.
‘our Socrates’!” -- Filosofo italiano. Torre
Santa Sussana, Brindisi, Puglia. Ricevuti i primi rudimenti del sapere dai
chierici locali, i suoi genitori (Pietro Messere e Teodora Di Leo), sebbene non
agiati, decisero di fargli frequentare il seminario di Oria, assecondando così
il suo vivo desiderio di intraprendere la carriera ecclesiastica, qui dimostrò
sin da subito una profonda passione per lo studio. Ordinato sacerdote per poi
ritornare al paese natìo, dove divenne un maestro di grande dottrina. Da
autodidatta si applicò allo studio della filosofia, della matematica, della
storia ecclesiastica e civile, nonché anche alla musica e al canto. Incolpato
dell'omicidio di un giovane chierico, fu messo in prigione nelle carceri del
Vescovo di Oria, dove rimase rinchiuso per sette anni, tuttavia non si lasciò
mai abbattere dallo sconforto; anzi, procuratosi alcuni libri, M. si applicò
allo studio della lingua greca, per la quale già aveva dimostrato una forte
predisposizione. Dopo un lungo e dibattuto processo, la sentenza finale lo
dichiarò innocente e assolto da qualsiasi reato. Risentito con i suoi
concittadini per averlo ingiustamente ritenuto reo, dichiarò che il suo paese
mai più lo avrebbe rivisto. Fu così che M. partì per Napoli, dove rimase fino
alla morte. Nella città partenopea ebbe modo di affinare e approfondire la sua
cultura, divenendo un personaggio di rilievo nel mondo intellettuale napoletano
del tempo. La grande conoscenza della lingua greca gli conferì grande notorietà
nonché una cattedra di Lettura Greca, che mantenne fino all'anno della morte,
presso l'Università degli studi di Napoli. Tale cattedra era stata nuovamente istituita a spese di Giuseppe Valletta, filosofo,
letterato e giureconsulto dell'epoca ed amico di M.. Valletta aveva una
profonda stima per il Messere, il quale fu assiduo frequentatore della sua casa
non solo quale insegnante dei suoi figli e nipoti, ma anche perché divenuta
luogo di riunioni dei più eruditi intellettuali del tempo. Fra i suoi molti allievi
che assistevano alle sue lezioni, ne ebbe alcuni divenuti celebri, si annoverano
Andrea, Barra, Caloprese, Gravina, Valletta, Capasso, Cerreto, Egizio, Donzelli
ed altri. Vico, noto filosofo suo amico, gli dedicò un breve madrigale dal
titolo Ghirlanda di timo per Argeo Caraconasio.Il mondo culturale napoletano fu
caratterizzato da importanti innovazioni a livello filosofico, scientifico,
civile e politico. Tale fervore culturale aprì la strada alla nascita di un
numero notevole di accademie, che divennero luoghi di discussione aperta e di
diffusione di nuove idee filosofiche e scientifiche. A Napoli le principali
accademie del tempo furono soprattutto quella degli Investiganti e quella di
Medinaceli. Che sia stato memM. bro autorevole di entrambe le accademie e
frequentatore di circoli e salotti letterari napoletani è testimoniato da non
pochi documenti, tra cui manoscritti e altri a stampa conservati nella
Biblioteca Nazionale di Napoli; le sue lezioni ebbero un così folto seguito di
giovani tanto da far suscitare invidie fra i letterati fanatici dell'erudizione
i quali, a furia di schernirlo per la sua ellenofilia, diffusero in Napoli
addirittura la moda letteraria della macchietta dello pseudogrecista,
satireggiata pure da Vico nella terza Orazione inaugurale. Fu anche tra i primi
membri dell'Arcadia fondata dal Crescimbeni e dal Gravina, ove gli fu
attribuito il nome pastorale greco di “Argeo Coraconasio,” “dalle campagne dell'isola
Coraconaso”. E fondata a Napoli la Colonia “Sebezia” dell'Arcadia e anche qui
il M. e tra i primi iscritti. L'aver
ripristinato l'insegnamento della lingua greca in Napoli valse al M. non solo
il titolo di “ristoratore della greca erudizione”, ma contribuì alla ripresa
dello studio di Omero, influenzandone il pensiero poetico e filosofico del
tempo. Notevole fu l'influenza che egli ebbe sulla formazione del pensiero del
Gravina. Essenziale nella vita culturale di M. fu anche l'amicizia con
Valletta, suo allievo. La conoscenza che M ha della filosofia fu ugualmente
vasta tanto che gli valse l'appellativo di “Socrate” e quando si riferivano a
lui veniva anche chiamato il “Socrate dei nostri tempi”. Non fu solo un insigne grecista, ma anche un
poeta. Compose infatti varij componimenti, tra distici, tetrastici, serenate,
sonetti, madrigali ed epigrammi in italiano, utilizzando talvolta uno stile che
il Lombardo definisce “stile mezzano e semplice”, di carattere pastorale. Un
suo epigramma è contenuto in una lettera che Canale inviò al Magliabechi. Non
mancò di scrivere componimenti di carattere burlesco e giocoso, in cui
contrapponeva l'immediatezza della satira e del dialetto alla ricercatezza
esasperata della poesia del Seicento. Si esercitò soprattutto nell'Accademia di
Medinacoeli, dove era uso chiudere la seduta accademica con la recitazione di
componimenti poetici. Compose finanche versi che celebravano importanti eventi
del regno; tra i più salienti, si ricordano quelli contenuti nel volume scritto
in occasione della recuperata salute di Carlo II. Da ricordare sono anche gl’emblemata
contenuti nel volume scritto per i funerali di D. Caterina d'Aragona, e a cui
si ispirò Vico in occasione dei funerali di due uomini illustri Tra le tante collaborazioni con letterati del
suo tempo, degna di nota è quella che ha con VICO per la pubblicazione di un
volume in occasione del genetliaco di Filippo V, tre sono i componimenti
contenuti in esso. Fu anche collaboratore di una Miscellanea dal titolo Vari
componimenti in lode dell'eccellentissimo Benavides conte di S. Stefano. Fatta
eccezione per alcuni componimenti inseriti in Miscellanee poetico-celebrative,
di M. non esistono opere a stampa. E a ciò ne dà spiegazione il Lombardo quando
afferma che egli fu uomo umile e schivo tutto dedito all'educazione dei giovani
più che ai propri interessi personali, anzi la sua modestia fu tale che pensò
bene di distruggere i propri scritti. Le
lezioni accademiche di cui si dispone sono quelle che tenne nell'Accademia istituita a Palazzo Reale
dal viceré duca di Medinaceli. I codici delle lezioni sono conservati
attualmente presso la Biblioteca di Napoli. Due di queste lezioni trattano di
poesia. Qui argomenta sulla funzione e natura della poesia, dei suoi rapporti
con la storia nonché sul problema delle origini della poesia stessa. Tre altre
lezioni sono di carattere storico, esattamente: due sulla vita di NERVA e una
sulla vita di DECIO. Il codice napoletano contiene anche un Discorso vario in
cui sono presenti motivi autobiografici e una lezione sull'origine delle
maschere. L'Accademia di Medinaceli non ebbe lunga vita e, nonostante la sua
chiusura avvenuta a causa di rivolgimento politico, continuò ad essere
personaggio illustre nel panorama intellettuale e culturale napoletano, come
dimostra il fatto di essere annoverato tra i primi membri dell'Arcadia sotto la
custodia Crescimbeni e successivamente della colonia napoletana “Sebezia”. Storia della litteratura italiana Biografia degli uomini illustri del regno di
Napoli Le vite degli Arcadi illustri
scritte da diversi autori, e pubblicate d'ordine delle generale adunanza da Crescimbeni, pRoma, (biografia scritta da Lombardo). Cantillo,
Filosofia, poesia e vita civile in M.: un contributo alla storia del pensiero
meridionale, Morano, Napoli, Prezzo, Storia delle origini di Torre Santa
Susanna, Tiemme, Manduria,. Imma Ascione, Seminarium doctrinarum: l'Napoli nei
documenti, Edizioni scientifiche
italiane, Napoli; Lomonaco, M., la poesia e l'impegno civile tra Gravina e VICO,
in "Diritto e Cultura", VLezioni dell'Accademia di Palazzo del duca di
Medinaceli: Napoli, Rak, Napoli,
Istituto italiano per gli studi filosofici. (regio esim liepiera preso Niccola
Gjervasi'altirante 1.os. re ( lessen Blusere Filologo Filosofo Namquein Tore diliuramnemlá
iTera d Ohrante nel mio Mori in Napoli. Ebbe per convincenti indizj, co di
Gregorio la sospizione Fu rinchiuso perciò nulla egli fosse reo. me che di, laddove
impreseda prigioni per sette anni nelle del greco linguaggio, stessolostndio
non conosceva neppur lo avanti, che inbreve con tanta sollecitudine però,e sn
tranoi il maestro ne diyenne solenne restauratore della greca erudizione. onde
cadde sopra se del quale per le figure. Vi attese Lo studio delle greche
lettere era a quel tempo venuto tranoi insomma decadenza, l'erudizione esi
renduta goffa e grossolana ; onde egli adoperó ogni sua cura per richiamarla
alla sua dignità primitiva. La profonda sua scienza nella mentovata favella gli
seçe meritamente occupare. la catte be i
suoi natali in un mediocre luogo della Regione de' Salentini, oggi Terra d'Otranto,
detto la Torre di S. Susanna, discosta da Brindisi intorno a miglia dodici.Suoi
genitori furono Pietro Messere, e Dianora di Leo amendue di onesta e civil
condizione. M., comechè non proveduto nella sua primiera età di sufficienti
maestri, seppe col proprio suo ingegno, e colla sua mente, velocis sima e
disposta a d apprendere le più difficili cose supplire a somigliante difetto.
Egli attese da se solo aiprofondissimi studj della filosofia delle mattemati
che in buona parte, della Teologia, della Storia Ecclesiastica e Civile.Nè
intralascio fra la severità di sì fatte discipline l'onesto diletto della
poesia e della musica, e tanto in questa ando avanti, che giunse a cantar con
lode la parte di basso. M., tutto che si fosse dedicato al Sacerdozio,
gl'intervenne una disgrazia, la quale fieramente l o travaglio. S'invaghi un
compagno di luididonzellafigliuoladiricco,e nobilpersonag-:
gio,enefudipariamorericambiato. Il padre di lei, avutone sentore, lo fece
assalir da due sgherri, I quali si accompagnavano con M., ilquale go dea il
favore parimenti del mentovato Signore. Ilgio vine amatore ne rimase trucidato
I و Fu de'primi ad essere annoverato tra gli Arcadi col nome di Argeo
Caraconessin,e la sua vita ritrovasi descritta fra quelle degl’Arcadi illustri
P. 1Scrive a richiesta degli amici sonetti, madrigali ed epigrammi nell'una e
nell'altra lingua, i quali componimenti riscossero a que'tempi non poca laude.
Mirate la dottrina che si asconde Sotto il velame degli versi strani. Queste
poesie furon da lui recitate nella dotta adunanza che CERDA, allora vice-rè di
Napoli, tenenel Regal Palazzo. E certamentefuscia gura, dra di greco linguaggio
nell'Università de'nostri Stu dj. Bentosto si vide la studiosa gioventù correre
a folla alle sue lezioni, e zione,che non solamente I giovanetti,ma puranche
crebbe talmente la sua riputa persone distinte per merito di letteraria coltura,
a n davano con maraviglia ad ascoltarlo. Allo studio della greca sapienza
congiungeva M. quello delle scienze più sublimi ; perciò i più doiti scienziati
che erano allora fra noi ed ancora stranieri contava egli fra i suoi amici. Tra
quelli si annoverano Lionardo di Capoa, Francesco d'Andrea, Buragna e tanti
altri ;'e fra gli stranieri il P. 'Mabillon il quale par la di lui con somina
laude nella sua opera Iter Ita licum ;e moltissimi presso de'quali e il suo
nome in somma estimazione. Il suo verseggiar burlesco e maccaronico era un
dotto poetare, e sempre ridondante di greca e di la tina erudizione, sicchè
isuoi versi in questo genere tranne lamateria ridevole,erano molto colti egenti
li, sì che avrebbe poluto egli dire con ALIGHIERI: O voice avete gl’ntelletti sani.
Il suo modo di comporre era quello che da' maestri vien detto mezzano e
semplice, e varie poesie dettò in istile boschereccio e pastorale. Molto però
egli valse nel verseggiare giocoso, ed in quella spezie di poesia, già
inventata da Folengio, il quale si dice Coccai, che volgarmente maccheronica
vien chiamata . che dipartendosi quell'erudito e generoso Si gnore, seco
portate avesse, con le altre cose i c o m ponimenti di quella dotta brigata, e
che Gregorio non ne avesse gl’originali serbati, e non ne rima nesser che pochi
in mano di alcuno de'suoi amici, Ma egli, intento qual novello Socrate ad
istruire la gioventù e far rinascere fra di noi lo studio e la scienza della
greca favella, la quale è detto brac cio destro della buona letteratura, poco cura
le sue cose, e poco ambi di rendersi per le stampe famoso. Dilettavasi egli
infatti più della sostanza che dell و, e
più d'istruire la gioventù S!11 renza della dottrina erudizione. diosa, che di
far pompa di lussureggiante арра Le virtù cristiane e socievoli di M. pareg giarono la sua erudizione e la sua
dottrina. Era el FILOSOFO e religioso al tempo stesso; ottimo Sacerdote, ed
affabile senza ombra di bassezza o di poca digni tà,sprezzatore
grandissimodellericchezze, tal che pel noto fallimento del banco
dell'Annunziata avendo perduto quelpiccolo avere che collesue ono rate fatiche
erasi acquistato, uimase in una fredda in differenza, motteggiando giocosamente
come se nulla gli fosse intervenuto. Nè minore fermezza d'animo egli nella
morte di tre nipoti per sorella Biagio, Giovan Batista e Capozzeli, giovinetti
di grandi speranze i due primi nella medicina,ed il terzo nella legalfacoltà, da
lui sommamente ama. ti, ed allevati alla gloria ed alle lettere. Poco curante
egli si fu dell'amicizia de'potenti, e di ogni fasto, dimostrò e di ogni civile
onore. Maravigliosa era in tutto la sua temperanza, talche i suoi costumi
pareano più l'ultimo fine siccome un necessario termine dell'uomo, e narrasi,
che es antichi che nostri.Riguardava sendo un giorno aperto, per alcun bisogno
di fabbri ca,l'avello di Giovanni Gioviano Pon'ano, ritrovan dosi ogli con un
amico, lo prese vaghezza di scen dervi.Di fatti discesovi, sudettesi in una
delle nicchie da riporvi i morti intorno alle pareti, e narrasi che mosso da
involontaria allegrezza,dicesse: E chi sase questo è il luogo che dee a me
toccare? Somme lodi son queste certamente per M., il quale nato essendo nel mezzo
della magna Grecia, nell'antica patria degl’Architi, degl’Aristosseni,degl’Ennj,
de'Pacuvj, e intendentissimo non meno della grea, della latina e della Italiana
poesia, che della più saggia FILOSOFIA, la quale insegna non pur colle parole,
ma col sobrio onorato Con grandissimocordoglio di tutti gliamatori delle buone
lettere, preso di ac cidente apopletico passò a miglior vita,e fu sepellito
nella detta Cappella del Pontano, siccome in vita avea desideralo. La sua morte
fu onorata dal pianto di afflitte vedove Ο Φερδινάνδος ΣανΦελικιος ευγνώμων
ακροανης DIAGISTRO DOCTRINAE PULAETIVNI. Ταυτην την Ακαδημιαν ο ποιησαντι e
virtuoso suo contegno di vita. Fu per Γρηγοειω Μεσσερε Σαλεντινω Εν ελλαδι φανη
εις ακρον ταις παιδειας εληλακοτι il Socrate de’suoi tempi, e datuttiriguar
chiamato . Tanta era e cosi dato con istima e con ammirazione perfetta in lui
la notizia delle lettere greche, che mosse invidia e stupore in parecchi
sapientissimi Greci na zionali,iquali,passando per Napoli,vollero vederlo ed
ascoliarlo. Siccome abbiamo accennato,aluisideve in buona parte il risorgimento
delle buore lettere della greca dottrina, per tanti ragguar spezialmente che si
formarono sotto la sua di. devolissimi letterati sciplina,eperciòhaeglispeziale
eprecipuaragio ne ai nostri elogj ed alla nostra riconoscenza. Nel no vero de’suoi
discepoli furono i Biscardi, Gennaro d'Andrea, i Calopresi, i Gravina, i
Majelli, i Cirilli, i Capassi, gl’Egizi, e tanti altri lumi della n o stra
letteratura iqua’i malagevole sarebbe qui no minare . tal ragione e di
miserevoli bisognosi, a quali questo uomo incomparabile in ogni maniera di
virtù distribuiya tutto ciò che al puro uopo della sua vita soperchia. va.
Intervennero ai suoi funerali tutti i professo ri della R. U. non che ragguarde
volissimi personaggi. Uno di costoro già suo scolaredi nobilissimo tegnaggio,
insigne per lettere e per la scienza della pittura e dell'architettura,innalzò
a tanto maestro la see guente iscrizione in greco ed in latino. Τα Διδασκαλω
Διδακτρον. SALENTINO IN GRAECA LINGVA AD SVMMVM ERVDITIONIS PROGRESSVM DE
ACADEMIA HAC OPTIME MERITO) FERDINANDVS SANFELICIVS GRATVS AVDITOR ANDREA
MAZZARELLĄ PA CERRETO. Quantunque non abbiasi cosa alcuna alle stam IV.
sti. pe di M. Torre di S. Susanna, luogo della Terra d'Otranto, tuttavia
egli ha buon diritto che di lui si parli in Gregorio Messo nella ro
edaltriGreci st'opera. La disgrazia avvenutagli que di dover soffri re,sebbene
innocente una lunga prigionia to di omicidio, lo determinò Greca, e così
felicemente venir riconosciuto qual ristauratore dizione nel Regno di Napoli, e
il Mabillon nel suo Iter Italicum parla con somma lode del Gregorio . Occupò
egli la Cattedra di questa lingua nellaUni versità della Capitale, e la insegnò
con tanto grido, che oltre la gioventù contò fra lisuoi discepoli non poche
persone per coltura e per sapere distinte ; e fra i più celebri alunni da lui
istruiti si noverano Gennaro di Andrea, il Caloprese Capassi ed altri
molti.Benemerito, il Gravina, il perciò della Greca Letteratura congiunse na
del poetare, e conobbe le altre scienze con gran vantaggio attenzione
specialmente Religione all'epoca della sua morte accaduta ordine di persone il
compianse . ogni funerali i Professori ai suoi, ed, ed ebbe onorata s e per
sospet a studiare la lingua vi riuscì, che meritò di poi anche alla erudizione
lave dei giovani che con zelo ed istruiva ed educava alle lettere ed alla
insieme, perlocchè crate. La sua dottrina e le sue cristiane virtù, m a
specialmente una carità generosa giunsero a tale,che appellavasi novello S o .
Intervennero tutti della R. Università altri ragguardevoli poltura nella
cappella dove riposano le ceneri Pontano discepolo con iscrizione Greca e
Latina da un del suo composta. personaggi della Greca e r u Fu egli ascritto
fra i primi Arcadi sotto il nome di Argeo Caran conessio. Biografia degli Uom.
ill. del Regno di Napoli. Allorchè si aprì il concorso per la cattedra di
lingua greca. Grice: “When they
called Messere ‘Socrate’ I hope they don’t mean Alcibiades’s implicature, ‘my
dear Sileno!’” – Nome compiuto: Gregorio Messere. Messere. Keywords: implicature, Sileno, Socrates,
Socrate Sileno, Socrate, Silenus. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Messere”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Messimeri:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Seminara -- filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Seminara). Abstract. Grice: “At Oxford, we rarely study
philosophical aeconomics, but they do so at Cambridge – witness Keynes!” Filosofo
italiano. Seminara, Reggio Calabria, Calabria. Grice: “He was of a noble family
– he was into the free market – so his is a philosophical economy.” Domenico Grimaldi (Seminara), filosofo. Esponente
dell'illuminismo napoletano. Francesco Mario Pagano. Nato in una famiglia
aristocratica che faceva risalire le proprie origini alla nota famiglia di
Genova, ricevette la prima educazione dal padre, il marchese Pio Grimaldi, un
uomo colto che aveva cominciato a introdurre criteri di conduzione innovativi
nelle sue proprietà terriere, peraltro non molto estese, di Seminara. Non
essendo molto ricco, il padre lo avviò agli studi giuridici, in previsione di
una possibile professione forense, all'Napoli. Nella capitale napoletana M. fu
raggiunto dal fratello minore Francescantonio, fece parte con il fratello
dell'Accademia dell'Arboscello, frequenta le lezioni di economia di Genovesi.
Si trasferì a Genova, dove ottenne la riammissione nel patriziato della
Repubblica di Genova, ottenendo così il permesso di esercitare alcune
magistrature. In Liguria, tuttavia, M. ha modo di approfondire gli aspetti
tecnici, economici e sociali legati all'agricoltura il cui studio lo spinse a
viaggi in Francia, specie in Provenza, in Piemonte e in Svizzera. Si interessò
in particolare alla colture dell'ulivo e del gelso per l'allevamento dei bachi
da seta. Venne accolto fra l'altro nell'Accademia dei Georgofili, che premiò
una memoria, nella Società economica di Berna, un centro di cultura
fisiocratica, e nella Société royale d'agriculture di Parigi. Saggio di
economia campestre per la Calabria Ultra François Quesnay, maggior
rappresentante della fisiocrazia Frutto delle sue ricerche fu il Saggio di
economia campestre per la Calabria Ultra, esposizione di un piano che, partendo
dalle condizioni di arretratezza dell'economia calabrese, secondo la dottrina
fisiocratica, ne indica i mezzi atti a la trasformare situazione economica
della Calabria. All'epoca il settore produttivo più importante era
l'agricoltura in quanto i posti nell'industria erano pochi, le alternative
limitate all'edilizia, ai lavori pubblici e al settore terziario; l'agricoltura
era tuttavia quasi esclusivamente di sussistenza, e lo scarso reddito
determinava un esodo massivo dalle campagne. Per Grimaldi l'ammodernamento
dell'agricoltura e l'integrazione tra agricoltura e allevamento erano le
condizioni prime per avviare la produzione industriale e il commercio. il
successivo aumento del reddito agrario avrebbe dovuto essere reinvestito
nell'industria tessile e in quelle serica, lattiero-casearia e olearia. La
presenza di industrie avrebbe innescato un circolo virtuoso in quanto avrebbe
potuto richiamare un afflusso di capitali per la ristrutturazione fondiaria e
l'aumento delle dimensioni delle aziende agricole, con successiva formazione e
sviluppo di attività miste agricolo-manifatturiere, specialmente alimentari,
con impiego di mano d'opera locale. L'imprenditore Vecchio frantojo
ligure dismesso M. si impegna a tradurre in pratica questi progetti, con
l'aiuto finanziario del padre, impegnandosi nel miglioramento della
coltivazione degli olivi, chiamate dalla Liguria maestranze e tecnici per
creare a Seminara nuovi frantoi "alla genovese"; rese poi pubblici i
progetti e i risultati delle sue innovazioni con un'opera edita con una dedica a Beccadelli, marchese
della Sambuca. Si dedicò più tardi alla produzione della seta. M., che
inizialmente intendeva assegnare l'ammodernamento dell'agricoltura
all'iniziativa privata, si rese conto che l'approccio utilizzato per
l'ammodernamento dell'industria olearia (in questo caso, introduzione in
Calabria della lavorazione della seta alla "piemontese") non sarebbe
stato sufficiente nella lavorazione della seta per ostacoli di natura fiscale
nel regno di Napoli, ossia del dazio sulla seta calabrese. Diede pertanto
inizio a vivace polemica nei confronti dei controlli oppressivi doganali e dei
monopoli statali nei settori delle manifatture e del commercio. Il
politico Sir John Acton La riflessione sull'influenza dello stato nel
mercato della seta, diede avvio al dibattito sul problema della libertà nel
commercio internazionale, in particolare nel commercio del grano che aveva
assunto una notevole importanza dopo la carestia. Una delle proposte più
importanti di M. fu la costituzione, nella Calabria Ultra, di società
economiche concepite come centri promotori il miglioramento della tecnica
agraria; ma la proposta non trovò il necessario sostegno né nei proprietari
terrieri né nel clero. In seguito allargò lo sguardo dalla Calabria Ultra
all'intero Regno, proponendo di svolgere un'attività conoscitiva sulla
struttura economica del Regno mediante la predisposizione di piani di visite
alle province napoletane affidati a ispettori di nomina regia, con proposte di
azione sulle "cause fisiche" dell'arretratezza, principalmente la
mancanza di strutture per l'irrigazione innanzitutto nelle Puglie, per le quali
suggeriva il ricorso anche al lavoro coatto. Filangieri Grazie alla
notorietà raggiunta con i suoi saggi M. fu nominato dal primo ministro Acton
assessore al neocostituito Supremo Consiglio delle Finanze assieme a
Filangieri, Palmieri, Delfico e Galanti. Il terremoto che causò gravi danni e
lutti alla famiglia Grimaldi. Grimaldi fu favorevole all'istituzione della
Cassa sacra, proponendo che ricostruzione fosse eseguita secondo un piano
pubblico che prevedesse iniziative strutturali per l'ammodernamento della
produzione agricola e industriale. Si adoperò per l'apertura a Reggio Calabria
di un istituto professionale nel quale si insegnasse "l'arte di tirar la
seta alla piemontese"; la scuola, diretta da M., ebbe un certo successo,
ma venne chiusa nel L'interruzione negli anni novanta dell'attività
riformatrice di Ferdinando IV di Napoli in seguito alla crisi collegata alla
rivoluzione francese comportò un atteggiamento di sospetto, da parte del
governo napoletano, nei confronti dell'intellettualità progressista. A Grimaldi
venne rifiutata la nomina, proposta dal Galanti, di presidente della
costituenda Società patriottica per la Calabria in quanto massone. Fu
addirittura arrestato, come gran parte dei massoni reggini (una cinquantina
circa) in seguito all'assassinio del governatore di Reggio, Pinelli e trasferito
nel carcere di Messina dove si trovava alla nascita della Repubblica
Napoletana. Suo figlio Francescantonio aderì alla Repubblica Napoletana. Saggi:
“Memoria ai gergofili sopra una specie di pianta pratense chiamata sulla”
(Firenze); “Economia campestre per la Calabria” (Napoli: Orsini); “La manifattura
dell'olio nella Calabria” (Napoli: Lanciano); “Manifattura e commercio delle
sete del Regno di Napoli alle sue finanze, scon alcune riflessioni critiche
sopra il bando delle sete” (Napoli: Porcelli); “La pubblica economia delle
provincie del Regno delle Due Sicilie” (Napoli: Porcelli); “Piano per impiegare
utilmente i forzati, e col loro travaglio assicurare ed accrescere le raccolte
del grano nella Puglia, e nelle altre provincie del Regno” (Napoli: Porcelli); “L’industria
olearia, e dell'agricoltura nelle Calabrie, ed altre provincie del Regno di
Napoli” (Napoli: Porcelli); “L’economia olearia antica sull'antico frantoio da
olio trovato negli scavamenti di Stabia” (Napoli: Stamperia Reale); “L’Ulteriore
Calabria con alcune osservazioni economiche relative a quella provincia”
(Napoli: Porcelli). Franco Venturi, Illuministi italiani, V: Riformatori napoletani, Napoli: Ricciardi,
Piromalli, La letteratura calabrese: Dalle origini al posivitismo, Cosenza:
LPE, Istruzioni sulla nuova manifattura
dell'olio introdotta nel Regno di Napoli da M. patrizio genovese, socio
ordinario, e corrispondente dell'Accademia de' Georgofili di Firenze, della
Società di Agricoltura di Parigi, e di Berna, In Napoli: presso Orsini, a spese
di Porcelli, Osservazioni economiche sopra la manifattura e commercio delle
sete del Regno di Napoli alle sue finanze, scritte dal marchese Domenico
Grimaldi, con alcune riflessioni critiche sopra del Bando delle Sete” (Napoli:
Porcelli); “Relazione d'un disimpegno fatto nella Ulteriore Calabria con alcune
osservazioni economiche relative a quella provincial” (Napoli: Porcelli);
“Piano di riforma per la pubblica economia delle provincie del Regno di Napoli,
e per l'agricoltura delle Due Sicilie, scritto da M., Napoli: Porcelli); Piano
per impiegare utilmente i forzati, e col loro travaglio assicurare ed
accrescere le raccolte del grano nella Puglia, e nelle altre provincie del
Regno scritto da M., patrizio genovese”
(Napoli: Porcelli); “Relazione d'una scuola da tirar la seta alla piemontese
stabilita in Reggio per ordine di Sua Maestà, sotto la direzione di M., e l'approvazione
del Vicario generale delle Calabrie don Francesco Pignatelli” (Messina per
Giuseppe di Stefano). L'opera apparve anonima ed è attribuita a M. da Melzi,
Note bibliografiche del fu Melzi, edite per cura di un bibliofilo milanese con
altre notizie, H-R, Milano: Bernardoni)
Galanti, Giornale di viaggio in Calabria; introduzione di Luca Addante, Soveria
Mannelli: Rubbettino, A. Ubbidiente, Il pensiero e l'opera di M. e
Francescantonio Grimaldi. Testi di Laurea. Università degli Studi di Salerno,
Facoltà di Magistero. Perna, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma:
Istituto dell'Enciclopedia, Basile, «Un illuminista calabrese: M. da Seminara,
in: Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Cingari, Giacobini e
Sanfedisti in Calabria, Reggio Cal., "Casa del libro", Morisani,
Massoni e Giacobini a Reggio Calabria,
Reggio Cal., Morello, Romeo,
Alcune precisazioni su M. un riformatore Calabrese, in "Historica",
Antonio Piromalli, L'attualità del pensiero e delle opere del marchese Domenico
Grimaldi, Cosenza: L. Pellegrini, Luciano, M. e la Calabria, Salerno, Carucci. M.
la voce nella Treccani L'Enciclopedia Italiana. Grice: “Isn’t ONE Sicily
enough?” Giovanni Antonio Summonte, storico vissuto a cavallo tra il XVI e il
XVII secolo, all'interno del secondo volume della sua Historia della città e
Regno di Napoli, inserisce un trattato dal titolo Dell'Isola di Sicilia, e de'
suoi Re; e perché il Regno di Napoli fu detto Sicilia. In questo scritto
l'origine della distinzione tra due «Sicilie» separate dal Faro di Messina
viene individuata nella bolla pontificia con cui papa Clemente IV investì Carlo
I d'Angiò del Regno di Napoli: «Papa Clemente IV, il quale investì, e
coronò Carlo d'Angiò di questi due Regni, chiamò quest'Isola, e il Regno di
Napoli con un sol nome, come si può vedere in quella Bolla, ove dice, Carlo
d'Angiò Re d'amendue le Sicilie, Citra, e Ultra il Faro: e questo eziandio
osservarono gli altri Pontefici, che a quello successero, e si servirono
degl'istessi nomi. Imperciocchè 7 altri Re, che al detto Carlo successero che
solo del Regno di Napoli, e non di Sicilia padroni furono, chiamarono il Regno
di Napoli, Sicilia di qua dal Faro. Il Re Alfonso poi, ritrovandosi Re
dell'Isola di Sicilia, per essere egli successo a Ferrante suo padre, e avendo
anco con gran fatica, e forza d'armi guadagnato il Regno di Napoli da mano di
Renato, si chiamò anch'egli con una sola voce, Re delle Due Sicilie, Citra, e
Ultra; E questo per dimostrare di non contravenire all'autorità de' Pontefici.
Ad Alfonso poi successero 4 altri Re i quali furono Signori solo del Regno di
Napoli, e si intitolarono, come gli altri, Re di Sicilia Citra. Ma Ferdinando
il Cattolico, Giovanna sua figlia, Carlo Vimperadore e Filippo nostro re, e
Signore, i quali anno sic avuto il dominio d'amendue i Regni, si sono
intitolati, e chiamati Re delle due Sicilie Citra, e Ultra: la verità dunque è,
che questi nomi vennero da' Pontefici romani, i quali cominciarono ad
introdurre, che 'l Regno di Napoli si chiamasse Sicilia.» La stessa tesi
è sostenuta da Giannone nella sua Istoria civile del Regno di Napoli, in cui si
citano vari stralci della bolla pontificia, con la quale Clemente IV concesse
l'investitura a Carlo d'Angiò «pro Regno Siciliae, ac Tota Terra, quae est
citra Pharum, usque ad confiniam Terrarum, excepta Civitate Beneventana». In un
altro passo la bolla proclamava: «Clemens IV infeudavit Regnum Siciliae citra,
et ultra Pharum». Secondo Giannone è dunque questa l'origine del titolo rex
utriusque Siciliae, che tuttavia Carlo d'Angiò non usò mai nei suoi atti
ufficiali, preferendo gli antichi titoli dei sovrani normanni e svevi. Nome
compiuto: Marchese Domenico Grimaldi. Grimaldi di Messimeri. Messimeri. Keywords:
implicature, economia olearia antica – antico frantoio da olio a Stabia -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Messimeri” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!: ossia, Grice e Metello: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “At Oxford, we follow Cicero’s
statement that philosophy in western Europe started when the Greeks sent an
embassy led by Carneade to Rome. Greece is not considered part of Western
Europe – and that’s why we keep the frieses of the Parthenon! Now M. knew
Carneade, so he may well be regarded as the first Roman, and thus Western
European philosopher!” -- Filosofo italiano. A Roman general and politician. A
pupil of Carneade. Grice: “Fortunately, we have enough material to be able to
reconstruct what M. found appealing in Carneade. In the first speech, Carneade
PRAISED Roman justice – dike --; in his second speech, the next day, he
condemned it. This left an enduring mark in M. who dedicated the rest of his
life to abuse Carneade!” – Grice: “I deal with M.’s and Carneade’s alternate
concepts of ‘dike’ or the ‘ius’ in my ‘Philosophical eschatology and Plato’s
Republic – Thrasymachus and neo-Thrasymachus defend what I see as a
politico-legal concept of the ius, not a moral one. It may be argued that the
legal or politico-legal concept, is PRIOR to the moral – and it takes a special
kind of metaphysical construction routine to prove otherwise!” Nome compiuto. Quinto Cecilio Metello Numidico. Metello.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Metopo: la ragione conversazionale della diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Oddly, I kept in my files a copy of
Bosanquet’s Virtues and Vices, with the purpose of criticizing it. At Oxford,
it’s very rare – but not at Corpus, my alma mater – that ‘virtus’ is directly
associated with ‘andreia,’ as it should. Cicero knew this: Aristotle’s ‘aner’
becomes the Roman ‘vir’ – and the ‘virtue’ is anything that a ‘vir’ displays.
Note that virtue is not innate, nor is virility – in fact, the Romans made such
a fuss about coming of age that they involved the poor boy into having to wear
a special dress to prove it!” Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. Cited
by Stobeo – M. writes a treatise on virtue [VIRTUS, ANDREIA] which survives. Giamblico lists him as a Pythagorean.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Metrodoro: la ragione conversazionale degl’ottimati di
Crotone -- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. A Pythagorean
and son of Epicharmo, cited by Giamblico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Metrodoro.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Metronace: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale nella scuola di Napoli – Roma – filosofia campanese --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Napoli). Abstract. Grice:
“When I refer to the Athenian dialectic and the Oxonian dialectic,
Minnio-Paulello criticized me for obliterating the Roman dialectic. I said:
‘And what about the Neapolitan dialectic?’” -- Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Metronace. Porch.A popular teacher of philosophy at Napoli, where
Seneca attends some of his lectures.
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