GRICE ITALO A-Z L LE
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leanace: la ragione conversazionale e la setta di Sibari
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Sibari). Abstract. Grice: “Cuoco says that Pythagoras, oddly a
non-Italian, is the father of Italian philosophy. By ‘Italian philosophy,’
Cuoco means Magna Graecia, as in Sibari!” FIlosofo italiano. Pythagorean. Giamblico.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Lecaldano: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della
traspatia – l’impassibile di Cicerone – filosofia veneta – la scuola di Treviso
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Treviso). Abstract. Grice: “Lewis Carroll, who had read Mill and
had a tutorial studentship at Christ Church, knew well that names – such as
‘Alice’ do mean something – contra Mill. Indeed, Lecaldano is one of the most
meaningful Italian philosophical names! The Italian surname “Lecaldano” likely
has roots in Italy, in the regions of Piemonte and Lombardia, where it is
thought to have emerged during the mediaeval period. The name’s etymology is
believed to be connected o geographical features, with the term ‘sasson’ (which
often appears in conjunction with “Lecaldano” in some variations, like
“Lecaldano Sasso la Terza,” meaning ‘stone’ in Italian. This suggests a possible
link to rocky landscapes or settlements. Furthermore, the term ‘Lecaldano’ may
have local dialectal origins, potentially associated with a specific area or
family. However, the exact maning and the specific historical context that led
to the formation of the surname require further investigation!” Filosofo
italiano. Treviso, Veneto. Grice: “Lecaldano is interested in altruism as the
basis for morality; I’m interested in morality as the basis for altruism; he
ain’t Kantian; I am!” -- Grice: “I love Lecaldano; perhaps because he is an
Italian, he focused on Scots! His analyses of Smith and Hume on ‘sympathy’ is
‘simpatico,’ as the Italians say.” Grice: “Lecaldano engages in the kind of
linguistic botanising I do when I reflect on ‘cooperation’ versus ‘benevolence’
versus ‘empathy’ versus ‘sympathy’ versus ‘compassion.’ Unlike Lecaldano, I end
up with a rationality-based account of cooperativeness – or rather a narrowing
of ‘co-operation’ to ‘rational co-operation’ – there are others!” Si laurea a Roma, insegna a Siena e Roma. Fonda La
Società Italiana di Filosofia Analitica (“to keep us apart from non-analytics
like Plato!”). Membro della Società Filosofica Italiana. Le riflessioni di L.
spaziano dalla storia della filosofia morale sino alle discussioni
contemporanee sulla bioetica. Avvalendosi anche del rigore concettuale della
filosofia analitica, indirizza la sua ricerca alla ricostruzione storiografica
della morale, con particolare riferimento ai filosofi scozzesi (Hume, Smith). Ha
inoltre indagato criticamente i problemi della meta-etica. In bio-etica, L. si
prefigge l'obiettivo di una chiarificazione delle implicazioni morali legate
alle bio-tecnologie, che sfocia in una prospettiva laica per la pacifica
gestione del conflitto morale che le "tecnologie della vita" hanno
prodotto. Saggi: “Le analisi del linguaggio morale – “Buono" e
"dovere" (Roma, Ateneo), “La fallacia naturalista” (Roma, Laterza);
“La lume della ragione, gl’iluminati”” (Torino, Loescher), “Lo scetticismo”
(Roma, Laterza); “Etica, Torino, POMBA); “Bio-etica: la scelta morale” (Roma,
Laterza); “La morale” (Gaeta, Bibliotheca); “Dizionario di bio-etica” (Roma,
Laterza); “Un'etica secolare – senza Dio” (Roma, Laterza); “Prima lezione di
Filosofia Morale” (Roma, Laterza); “Simpatia, impassibile” (Milano, Cortina);
“Senza Dio – gl’atei romani” (Bologna, Mulino); -- la religione officiale in
Roma antica – “Sul senso della vita, Bologna, Mulino); “Bioetica Comitato
Nazionale per la Bioetica Biotecnologie); “La bioetica. Il punto di vista
morale di L. sulla nascita, la cura e la morte di Corchia. Riflessioni di L.
sul Senso della Vita In Riflessioni. I significati di simpatia tra
conversazione comune e letteratura “La molteplicità di usi di simpatia” È
possibile riconoscere diversi significati nel termine simpatia che di solito è
accompagnato da un significato positivo, anche se in realtà è possibile
estendere il suo significato fino a usarlo con connotazione negativa. Nel
dizionario troviamo distinte 13 accezioni del termine, dall’attrazione
sentimentale alla condivisione di un atteggiamento o posizione politica. Come
nota Hume, è molto difficile parlare delle operazioni della nostra mente in
termini del tutto esatti, perché il linguaggio comune raramente fa delle
sottili distinzioni. Il termine “simpatia” viene compreso dalla gran parte
delle persone, ma paga la sua ampia diffusione con l'indeterminazione che ad
esso si accompagna. E enorme l'utilizzazione che ha avuto la simpatia, sia in
forma implicita che esplicita. Hunt suggerisce che la nozione di simpatia sia
la prosecuzione di quella che nei testi illuministi viene analizzata come
simpatia; Hunt, poi, privilegia la simpatia assimilata alla compassione. Già
nel diciottesimo secolo Rousseau, assimilando la simpatia e la compassione, la
considerava una forma di pietà suscitata solo da pene e dolori. Mentre Hume e
Smith la considerano come la capacità, più sviluppata negli uomini che negli
animali, di partecipare attivamente alle condizioni altrui, sia dolorose che
gioiose. E’ illuminante la tesi di Hunt secondo cui il rafforzarsi della
simpatia fra gli esseri umani nella cultura europea (reso possibile dai
romanzi) portò a riconoscere l'eguaglianza di molti esseri umani che fino a
quel momento erano stati emarginati. Molti romanzi in secoli successivi
accesero le emozioni e la partecipazione simpatetica del
pubblico.Verosimilmente anche molta della forza espressiva del cinema può
essere identificata nella capacità di quest'arte di rendere conto, con le sue
tecniche, degli stati d'animo e della trasformazione delle emozioni dei
personaggi. (discorso su Kundera) “Un percorso di approfondimento” Lo sforzo di
conoscere il funzionamento della simpatia si connette con la questione relativa
a quanto la simpatia si debba ritenere essenziale per la genesi della pratica
morale diffusa tra gli esseri umani. Cercheremo di capire se la simpatia sia
necessaria o meno per la moralità ed esporremo le argomentazioni pro e contro
questa tesi. Fermo restando che la simpatia può essere considerata necessaria
per la nostra vita etica, ma non sufficiente. Simpatia può riferirsi a
un'attitudine conoscitiva tramite la quale riusciamo a cogliere le condizioni
mentali altrui, oppure a una reazione affettiva ed emotiva nei confronti dei
sentimenti altrui. Concordando con Stueber, andremo verso la simpatia intesa
come preoccupazione per le altre persone e le loro menti. Vi sono due criteri
in base ai quali individuare tipi diversi di simpatia: Da una parte quello che
considera la simpatia come un'operazione mentale semplice e istintiva, un
contagio emozionale automatico; Dall'altra quello che considera la simpatia
come un processo psicologico più complicato e che comporta un minimo di
riflessione. L'impostazione adeguata è quella che non confonde i due livelli di
simpatia e non semplifica le cose, presentando una concezione riduttiva.
Insisteremo inoltre sulla connessione tra simpatia e la pratica non solo della
moralità, ma della giustizia, della politica, così come sulla sua incidenza
nelle forme di civilizzazione. Prenderemo le distanze dall'esportazione della
simpatia sul piano normativo che vede in essa ciò che è necessario e
sufficiente per la costruzione di una moralità umana. La nozione di simpatia ha
una lunga tradizione nella storia della filosofia. La prima importante nozione
di simpatia è quella che le riconosce una forza cosmica che tiene insieme tutte
le cose del mondo. Nella cultura classica greca e latina, la simpatia
utilizzata per richiamare una connessione armonica che unisce fra loro esseri
umani e realtà naturali. Inoltre, la nozione di simpatia nella filosofia antica
viene usata per richiamare un processo che si sviluppa nel mondo fisico e solo
secondariamente in quello umano, infatti gli stoici si riferiscono ad una
simpatia universale per indicare l'affinità oggettiva esistente fra tutte le
cose. Gli stoici sono importanti per l'influenza che ebbero sui moderni
interessati alla simpatia come Hume e Smith. In Plotino troviamo un'immagine
che verrà ripresa da Hume. Questo concetto naturalistico della simpatia è il
fondamento della magia e verrà ripreso dai maghi del Rinascimento. Nella
cultura antica la simpatia ha un'estensione prevalentemente cosmologica e
ontologica, identificandosi con un fenomeno universale e con la forza che tiene
insieme tutte le cose in una relazione automatica. Fin dall'antichità, quindi,
la simpatia ha un'accezione positiva. Prima del passaggio alla modernità c'è
un'importante innovazione nell'uso della simpatia ad opera di Assisi, che nel
“Cantico delle creature” chiama suoi fratelli e sorelle, animali, piante, ma
anche il sole, la luna, l'acqua e il fuoco. Questo atteggiamento è “empatia”
(oriente e Schopenhauer) “Una relazione attiva fra due poli” La simpatia
conquista il suo posto come forza dinamica della natura umana. Critica a Hobbes
che negava qualsiasi presenza di empatia nell'uomo, visto come essenzialmente
egoista. Significativi qui sono Shaftesbury e Hutchenson che però, pur
riconoscendo agli esseri umani un grado di apertura affettiva l'uno verso
l'altro non ne avevano realizzato quella completa soggettivizzazione che
troviamo in Hume e Smith. Shaftesbury, infatti, con l'impostazione
platonizzante tende a considerare la simpatia come una trama che si estende al
di là del mondo umano, creando armonia fra vite umane ed ordine universale.
Hutchenson, invece, preferisce il termine simpatia quello di “senso pubblico”,
facendo riferimento ad un contagio emotivo. Hume contesterà ad Hutchenson una
trattazione della simpatia erronea perché incapace di cogliere il suo collegamento
con l'immaginazione e la riflessione. Ciò non toglie che le analisi di
Hutchenson siano tornate attuali. Troviamo la trattazione più approfondita
dell'idea di simpatia e si può individuare nelle analisi di Hume e Smith due
diverse concezioni che influenzeranno molti pensatori. Hume e Smith concordano
nel considerare la simpatia solo come un dato della natura della psicologia
umana e non una forza cosmica. Per Hume la simpatia è un principio psicologico
che permette la comunicazione e la partecipazione fra gli esseri umani; per
Smith è altresì un principio psicologico, ma tende a distinguere fra ciò che
possiamo approvare e ciò che dobbiamo disapprovare. Queste diversità tra i due
autori incidono sulla connessione fra simpatia e moralità: Smith la concepisce
come necessaria e sufficiente, Hume solo necessaria ma non sufficiente. Hume
dedica alla simpatia molte analisi nel “Trattato sulla natura umana”, in cui
troviamo una linea interpretativa ben riconoscibile che sarà illuminante. La
simpatia viene considerata da Hume un principio costitutivo della vita umana ed
egli fissa due punti fondamentali. La simpatia non riguarda le relazioni fra
cose o oggetti, ma solo quelle fra esseri umani, nonostante coinvolga anche
relazioni con gli animali e tra loro stessi; Nella natura umana esiste una gran
tendenza a prestare agli oggetti esterni le stesse emozioni che osserviamo in
noi stessi -- tendenza che si manifesta nei bambini, nei poeti e nei filosofi.
L'estensione della simpatia anche al rapporto tra uomini e animali ed alla
condotta di questi ultimi, è evidente che la simpatia si manifesta anche
negl’animali suscitando le stesse emozioni provocate nella nostra specie. Hume
distingue due livelli di simpatia: quella istintiva e automatica presente fin
dall' infanzia, riscontrabile anche negli animali e quella che opera in modo
indiretto, ricorrendo all'immaginazione riflessiva e non immediata che genera i
sentimenti morali. A quest'ultima forma di simpatia può essere ricondotto la
trattazione della questione sul coincidere tra morale e simpatia. Hume offre
una lunga analisi per spiegare che la simpatia non è in grado di rendere conto
della distinzione che facciamo tra virtù e vizio. Nella teoria dei sentimenti
morali, Smith presenta una concezione della simpatia alternativa a quella di
Hume. Infatti, a Smith non interessa la simpatia come contagio emozionale, ma
anzi la identifica come una specie di emozione che si prova quando si concorda
con le emozioni e passioni altrui. Provare simpatia per qualcuno significa
provare piacere su nel condividere emotivamente la risposta che l'altro dà alla
situazione. In Smith, approvare moralmente una condotta significa simpatizzare
con essa. Per Smith la simpatia si presenta come uno stato complesso e
articolato: vi è un primo stadio che è la capacità di ricostruire la passione e
condotta dell'altro, o spiacevole se comporta sofferenza o piacevole se provoca
gioia; un secondo stadio dato dall'approvazione o disapprovazione che si dà
della condotta altrui; infine, uno stadio in cui si troverà un piacere
simpatetico, se le nostre approvazioni concordano e un dispiacere se
discordano. Considerando la simpatia come approvazione, Smith cattura una
nozione più determinata di quella generica analizzata da Hume, ma molto più
aperta per ciò che riguarda il ruolo che gioca in essa l'immaginazione. La
simpatia come approvazione morale in Smith si allarga ad includere in ogni
relazione simpatetica l'intervento di uno spettatore immaginario capace di far
valere le esigenze di una più completa ricerca delle informazioni rilevanti.
Concezione diversa la possiamo trovare in Rousseau, il quale si riferisce alla
simpatia col ter. Grice: “While his
research on sympathy is erudite, he shows little sympathy! As far as his
philosophy of laicity (an Italian obsession) is concerned, he forgets for
Romans religio WAS a matter of state – those who did not submit were thrown to
the lions!” – Grice: “Lecaldano fails to recognize, but then he would, being a
post-Lateran-pact traumatized Italian – that not only religion was for the
romans in the ‘eta antica’ a matter of state, but that the STATE was a matter
of religion. This was well perceived by that branch of fascism who culticated
the ‘paganismo’ which is a misnomer and only applies to the birth of Christ! I
would hardly say a Roman in ‘eta antica’ saw himself as ‘ethnic, ‘ethnicus,
ennico, a pagan, or heathen!” LE
DISCIPLINE FILOSOFICHE o doo lerprene CUCA CO SC {y/ertse e Ul insonne do SAU
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fare valere 77) generale Pa ‘va (esa a lenee distinte concettualmente CALO, da.
In questo senso ‘etica’ occuba lo spazio. Ordinario di Storia delle dottrine
morali all'Università «La Sapienza» di Roma. I suoi lavori sulla filosofia
inglese dei secoli XVII e XVIII vanno dall’edizione italiana delle Opere di
Hume), all’edîzione italiana delle Lettere a Serena di Johni Roma. I suoi
lavori sulla filosofia inglese dei secoli XVII e XVIII vanno dall’edizione
italiana delle Opere di David Hume, all’edîzione italiana delle Lettere a
Serena di Toland, all’ampia antologia L’ilyminismo inglese (1985), al volume
Hume e la nascita dell'etica contemporanea. All’etica contemporanea ha
dedicato, tra gli altri, i volumi Le analisi del linguaggio morale e
Introduzione a Moore ETICA STEAS TEA - Tascabili degli Editori Associati S.p.A.
Corso Italia 13 - Milano UTET, corso Raffaello, Torino. UTET dal Volume ITI
della Fi/osoffa, diretta da Rossi TEA ETICA. Con il termine etica ci si
riferisce all'insieme di scritti e discorsi nei quali si presentano riflessioni
sui problemi che si pongono per gli esseri umani quando agiscono e cercano
regole e principi da seguire nelle diverse dimensioni della loro vita pratica.
Fa parte integrante di questa ricerca la valutazione delle regole e dei
principi già disponibili o fatti valere da altre persone. ETICA Affronteremo
più volte nel corso del saggio la questione di quanto l'etica assorba in sé e
si distingua dall'economia per fare valere in generale una prospettiva tesa a
tenere distinte concettualmente etica ed economia. In questo senso ‘etica’
occupa lo spazio semantico che nella tradizione dotta italiana si collega a
‘filosofia morale’. L'etica in questo senso ampio comprende dunque tutta una
serie di più determinate specificazioni che riguardano di volta in volta i
problemi morali, quelli di pertinenza del diritto e della legge e quelli che
più propriamente rientrano nel campo della politica o dell’azione del governo.
Usando un altro linguaggio si può dire che l'etica riguarda l'universo dei
valori e delle norme complessivamente inteso e dunque in questo senso sia la
morale, sia il diritto e la politica. È chiaro che, invece, gli aspetti più
tecnici e specifici del diritto e della politica, quali, poniamo, la teoria
dell’ordinamento giuridico o le varie tecniche da adottare per rendere efficaci
le sanzioni, o ancora le riflessioni sulle varie forme di governo e i rapporti
tra i vari poteri non sono di pertinenza dell'etica come qui intesa. Verranno
dunque brevemente trattate le questioni relative al diritto e alla politica
solo per individuare con più precisione gli ambiti specifici di problemi
pratici in gioco in queste aree dell'etica, La pretesa per quanto riguarda queste
sezioni è di col. locarle con chiarezza nel campo più generale dell'etica
piuttosto che affrontare partitamente i loro problemi specifici. La scelta
concettuale fatta comporta che si lasci completamente da parte la pretesa di
occuparci dell'etica 0 della morale in un senso più sociologico, ovvero come
insieme di costumi di un popolo, o in un senso più psicologico, ovvero come
stili di vita 0 inclinazioni e abitudini a determinati tipi di associazione
mentali effettivamente riconoscibili nella biografia di esseri umani
concretamente esistenti. L'etica nel senso in cui ce ne occuperemo coinvolge
piuttosto la riflessione e il pensiero impegnati nella caratterizzazione,
critica, difesa e revisione del costume o delle pratiche effettive. La
scrittura di questo testo è stata orientata da due linee guida. Da una parte si
è cercato di fare valere l'ottica di chi scrive alla fine del secolo XX. Anche
se probabilmente una partizione che prenda troppo sul serio lo stacco tra
secoli va incontro a forzature, si muove, comunque, da una prospettiva che è
largamente influenzata dalla considerazione di quei problemi morali che nel
nostro secolo si sono dovuti affrontare, e si stanno ancora affrontando, per la
prima volta, quali ad esempio le questioni della bioetica, o dell'etica
ambientale, del trattamento degli animali ecc. In secondo luogo chi scrive
assume la prospettiva fatta valere da Derek Parfit secondo la quale una vera e
propria etica nel senso moderno può essere vista nascere solo con il XVII
secolo. Ma un'etica che unisca insieme la consapevolezza della sua autonomia e
un certo impegno in senso professionale riguarda solo la seconda parte di
questo secolo (Parfit). Ed è dunque a questa etica moderna e contemporanea più
che a quella antica e medievale che in questo scritto si farà principalmente
riferimento per dare spessore storico alle distinzioni e conclusioni che si
avanzeranno. Anche se l'etica si presenta come una disciplina già consolidata e
con una tradizione di sapere costituito, si può indicare una strada che permette
di accedere ai problemi di cui si occupa muovendo dall'esperienza comune e
quotidiana. Infatti la pretesa dell'etica come del resto di quasi tutti i rami
della riflessione filosofica è quella di occuparsi di problemi che tutti gli
uomini affrontano e incontrano nella loro vita. Nel caso dell'etica teorica è
frequente anzi trovare affermata la pretesa di essere più vicina e direttamente
rilevante per la vita delle persone di quanto siano altri ambiti della
filosofia, quali poniamo la gnoseologia (con la sua elaborazione teorica sulla
conoscenza), 0 l'epistemologia (con le sue riflessioni sulla teoria della
verità) ecc. Questa pretesa di una più stretta vicinanza con la vita di tutti
si accompagna spesso nelle elaborazioni teoriche nel campo dell'etica con
un'ulteriore pretesa per cui tali elaborazioni vengono presentate come la parte
più importante delle riflessioni filosofiche 0 comunque come quella che ha
priorità e centralità regolativa rispetto alle altre. Nella vita quotidiana si
presentano numerose situazioni problematiche che possono essere considerate
come punti di partenza per la riflessione etica. Suggeriamo di classificare
queste situazioni problematiche ricorrendo a due distinte tipologie, quella dei
conffitti e quella dei disaccordi. Casi di conflitto per così dire il versante
privato o soggettivo dell'etica sono quelli in cui noi stessi non riusciamo a
trovare una soluzione valida a un problema etico 0 perché i nostri principi
tradizionali risultano inadeguati o perché non riusciamo a risolverci appunto
tra differenti principi egualmente rilevanti. Casi di disaccordo per così dire
il versante oggettivo o pubblico dell'etica sono quelli, molto frequenti e
diffusi nelle nostre società complesse, in cui petsone diverse tendono a fare
valere principi etici contrastanti per risolvere la stessa situazione
moralmente rilevante, î Il cammino verso l'elaborazione di un'etica più
riflessa sembra aprirsi non già quando le regole e i principi tradizionali
rispondono alle nostre esigenze, ma piuttosto in una situazione in cui gli
esseri umani incontrano difficoltà nel campo delle loro scelte e decisioni
pratiche. Se, infatti, la vita pratica procede in modo del tutto ordinato
all’interno di una routine consolidata non vi è quella base necessaria per un'elaborazione
critica, Il presentarsi di una diffi. coltà nell'applicazione dei codici
normativi tradizionali è, in genere, il punto di partenza per l'elaborazione
dell’etica nel pensiero moderno e tale quadro problematico è diventato
costitutivo della teoria etica nel pensiero etico contemporaneo. La stretta
connessione della riflessione etica con situazioni di conflitto e di disaccordo
sembra voler suggerire che proprio all'etica in quanto tale spetta di proporre
una soluzione e che quindi rientra negli obiettivi specifici dell'etica teorica
prescrivere esplicitamente ciò che è bene o giusto fare in situazioni
particolari. Una pretesa che nel corso della nostra ricostruzione delle varie
posizioni riconoscibili nell’etica moderna e contemporanea avremo l’occasione
di valutare criticamente. L'elaborazione etica di cui renderemo conto in modo
più sistematico in questo scritto si colloca in un quadro generale
individualistico. A monte infatti della nostra rivisitazione dell'etica vi è
l’assunzione filosofica che in generale i problemi con cui si ha a che fare
riguardano individui ovvero persone umane. L'etica così intesa si muove in un
contesto che può essere considerato come proprio del pensiero moderno da
Cartesio in avanti in cui i problemi di fronte ai quali ci si trova sono
problemi che nascono per esseri umani particolari e finiti. Anche se nei primi
secoli della ricerca moderna la riflessione era volta a fissare il campo
dell'etica tenendo conto della natura umana complessivamente intesa, fin dal
secolo XVII essa muoveva da problemi pratici di individui ben determinati. Il
lettore troverà dunque privilegiata nell'esposizione seguente una tradizione
empiristica e naturalistica nella quale, tra il XVII e il XXX, si sono
collocati tra gli altri: Hobbes, Locke, Hume, Smith, Bentham, Mill, e Sidgwick.
La riflessione sulla morale di Kant malgrado non rientri in questa tradizione
sarà tenuta presente per la sua capacità di far valere l'ottica di una
responsabilità individuale autonoma nella vita morale, Esponenti del
neoempirismo e della filosofia analitica hanno contribuito nel corso del XX
secolo a questo approccio più generale nei confronti dell’etica e il loro
contributo sarà largamente presente nelle pagine seguenti , che è stato più
recentemente caratterizzato esplicitamente come «individualismo metodologico».
Una linea di ricerca ampiamente percorsa anche se non senza differenze in
ITALIA, ad esempio, da Juvalta, Abbagnano, Preti, Scarpelli e Bobbio. È vero
che i casi in cui gli esseri umani individuali e le persone si trovano
effettivamente di fronte a problemi etici quali quelli che rendono possibili
laserie di riflessione di pertinenza dell'etica sono probabilmente più rari di
quanto in genere si ritenga. Ma la rinascita dell'etica e il fiorire della
riflessione pratica a cui abbiamo assistito nella seconda metà del secolo XX
(dai disaccordi pubblici sulle questioni di giustizia distributiva e di
discrimina. zione che hanno caratter izzato gli anni Settanta, ai conflitti che
negli anni Ottanta ci hanno coinvolto tutti sui principi e le regole da far
valere di fronte alle nuove condizioni del nascere, morire e curarsi degli
esseri umani) mostrano l'ampio radicamento nella vita comune di questa
dimensione filosofica. Probabilmente riflessioni e decisioni si svolgono in
modo meno esplicito e più impersonale (attraverso la meditazione della
discussione pubblica intersoggettiva) di quanto risulterà dal taglio
individualistico di questo saggio. Ma nelle pagine seguenti, senza la pretesa
di tutto abbracci are o risolvere, renderemo conto in modo sistematico e
critico delle diverse concezioni elaborate per avere a che fare con quelle
scelte individuali che sono influenzate da ragioni etiche. 2. Lanatura
dell'etica. 2.1. Meta-etica e meta-morale. La riflessione sulla natura
dell’etica ha una priorità logica una volta assunta la prospettiva riflessiva e
critica alla cui genesi abbiamo fatto riferimento nel paragrafo 1. Si tratta
infatti, in primo luogo, di capire l'ordine di problemi intorno a cui si
riflette econseguentemente di individuare quali siano i criteri cui si può
ricorrere per risolverli 0 mettere alla prova la validità delle soluzioni
alternative che ci si presentano. Un esempio particolarmen te rappresentativo
di questo percorso logico troviamo delineato da Moore nei suoi Prircipis
Ethica. Moore chiarisce che il problema centrale dell'etica a suo parere,
l’unico problema dell'etica è quello di fornire una definizione delle
principali nozioni che ricorrono nei nostri discorsi morali, ovvero le nozioni
di buono, giusto, obbligatorio, dovere ecc. Moore sostiene poi che tutte le
nozioni etiche sono riducibili, in modo più 0 meno diretto, a quella
fondamentale e primaria di «buono». Ecco quindi quanto scrive Moore: Ciò che
‘buono’ significa è in effetti, a parte il suo contrario «cattivo», il solo
oggetto semplice di pensiero che appartenga peculiatmente all'etica. La sua
definizione, di conseguenza, è il punto essenziale nella definizione
dell'etica; e inoltre un errore su questo punto porta con sé un numero di
giudizi errati di gran lunga più grande che qualsiasi altro errore in materia.
Se questa domanda preliminare non è pienamente compresa è non se ne vede
chiaramente la risposta, tutta il resto dell’etica ha un valore praticamente
nullo dal punto di vista della conoscenza sistematica [...] in ogni caso, è
impossibile che, finché non si conosca la risposta, si possa sapere quale è la
prova richiesta per un giudizio etico qualsiasi. Ma il principale obiettivo
dell'etica come scienza sistematica è dì fornire ragioni corrette per pensare
che una cosa 0 un'altra è buona; e se non si risponde alla nostra domanda tali
ragioni non si possono dare (Moore, 1964: 48-49). Secondo l’impostazione di
Moore dunque che faremo nostra i metodi di prova e confutazione che hanno
efficacia in etica potranno essere identificati solo dopo che avremo capito la
natura dell'etica, ovvero il tipo di problemi di fronte ai quali ci troviamo
laddove è in gioco la parte morale della nostra esistenza. Cominciamo quindi
con il passare in rassegna criticamente le più importanti concezioni sulla
natura dell'etica. In filosofia è corrente una nozione per riferirsi a questa
parte della ricerca e, specialmente in questo secolo, ci si è molto dilungati
sulle diverse meta-etiche o meta-morali (assumiamo qui queste etichette in un
senso generico e che le rende equivalenti senza investire la distinzione tra
etica e morale su cui invece ci soffermeremo nel $ 6). Una determinata
concezione meta-etica o meta-morale si colloca sul piano conoscitivo e logico.
Essa si propone infatti, prima di tutto, di farci capire qual è la natura
dell'etica e quali sono i metodi di prova e dimostrazione in essa in vigore.
Tutto ciò è preliminare e solo dopo si ritiene possibile passare a
sottoscrivere una determinata soluzione. La riflessione meta-etica viene quindi
non solo concepita come preliminare o logicamente prioritaria, ma in genere
come del tutto neutra da un punto di vista normativo, Si tratterebbe dunque,
per usare formule che piacciono molto ai filosofi, di identificare preliminarmente
ciò che è comune a tutti i punti di vista etici in quanto etici, per
eventualmente passare poi a sottoscrivere una determinata etica a preferenza di
altre. Naturalmente vi sono anche pensatori che negano che una meta-etica
neutrale e del tutto priva di implicazioni normative sia possibile. In
questalinea troviamo un autore di tendenze analitiche come Scarpelli che
sottolinea la natura prescrittiva di tutte le scelte a monte della costruzione
di una particolare meta-etica (Scarpelli,). Ma anche autori del filone
postanalitico come Hilary Putnam e Donald Davidson che negano la validità
dell'assun zione che distingue tra forma e contenuto, distinzione a monte della
tesi della neutralità delle teorie meta-etiche (H. Putnam, 1985; D. Davidson,
1992). Questa controversia riguarda però più propriamente il modo di intendere
il lavoro filosofico e il modo di concepire le relazioni e connessioni tra
analisi concettuali e logiche e opzioni valutative e normative e dunque in
questa sede laasciamo da parte. Così come non affrontiamo esplicitamente la
questione di quale si debba considerare l'oggetto proprio delle analisi
meta-etiche. Se cioè esse debbano vertere esclusivamente sulle parole e il
linguaggio morale come ha sostenuto una parte dei filosofi di questo secolo e
specialmente gli esponenti della filosofia del linguaggio ordinario come ad
esempio Stevenson, Hare e Nowell-Smith, o possano essere caratterizzate in modo
meno ristretto. Più recentemente, ad esempio, Bernard Williams ha suggerito di
considerare come oggetto proprio delle analisi sulla natura dell'etica in
coerenza con una concezione più liberale dell'analisi filosofica non solo i
discorsi, ma anche esperienze, azioni, emozioni ecc. (B. Williams, 1987).
Tenendo conto del livello generale di questo scritto potremo fare tesoro di
questa proposta liberalizzatrice e considerare come campo della meta-etica o
della meta-morale l'insieme delle diverse dimensioni della vita etica degli
uomini. La concezione dell'edonismo egoistico. La via più ovvia per
identificare la natura generale dei problemi che sorgono quando stiamo
scegliendo o decidendo tra differenti alternative che ci stanno di fronte è
quella di sostenere che in realtà siamo esitanti solo perché non ci risulta
chiaro cosa ci conviene fare di più. Ovvero lasciando da parte la questione di
una differenza tra le più specifiche caratterizzazioni di che cosa intendiamo
con la formula «ciò che ci conviene di più» -ciò su cui stiamo deliberando è
solo l'individuazione del corso di azione che farà maggiormente il nostro
proprio interesse, 0 ci darà più piacere o ci farà guadagnare di più ecc.
Questa concezione meta-etica riconduce quindi le azioni in gioco in questa
dimensione della nostra vita pratica all'interno di un contesto che riguarda le
azioni umane in generale: tutte le azioni umane sono rivolte a ottenere il
proprio personale piacere e a evitare il dolore. Si tratta di una concezione
che riconduce l'etica all’interno di quel quadro dell’edonismo egoistico che
con una certa approssimazione interpretativa viene attribuito a pensatori come
Epicuro e Hobbes. Troviamo ad esempio che Hobbes negli Elements of Law Natural
and Politic (Elementi di legge naturale e politica) sostiene: «Ogni uomo, dal
canto suo; chiama ciò che gli piace ed è per lui dilettevole, bene; e male ciò
che gli dispiace; cosicché, dato che ognuno differisce da un altro nella
costituzione fisica, così ci si differenzia l’uno dall’altro anche riguardo
alla comune distinzione di bene e male. Né esiste una cosa come l’agaton aplos,
vale a dire il bene assoluto» (Hobbes,). Questa concezione della natura
dell'azione umana in generale in realtà porta a negare che vi sia una
dimensione etica nella vita degli esseri umani. Infatti ci troviamo di fronte a
una posizione che propone di tradurre tutti gli enunciati 0 giudizi etici in
questioni che hanno a che fare esclusivamente con valutazioni, pro 0 contro una
certa linea di azione, sulla base di un criterio esclusivo che è quello del
proprio personale tornaconto. La natura dell'etica non viene certo
caratterizzata in questa direzione da tutti coloro che presentano delle teorie
meta-etiche o meta-morali. Infatti al di lì delle diversità da un punto di
vista epistemologico, gnoseologico, psicologico 0 genetico, tutte le diverse
concezioni concordano nel presentare, in termini contenutistici e sostantivi,
il campo dell'etica come quello che ha a che fare con scelte e valutazioni che
hanno come punto di riferimento degli obiettivi che vanno al di là del solo
interesse personale. Naturalmente una caratterizzazione dell'etica che insiste
sulla natura non interessata, imparziale e generale del punto di vista che essa
coinvolge pone come questione preliminare quella più propriamente empirica e
psicologica della possibilità che gli uomini effettivamente agiscano mossi da
motivazioni non strettamente egoistiche. Vedremo più volte nelle pagine
seguenti che una delle grandi questioni intorno a cui sono convergentemente
confluiti gli sforzi di melti pensatori è proprio quella di riuscire a
salvaguardare nel comportamento umano uno spazio per le azioni mosse da ragioni
etiche e dunque non strettamente egoistiche. In questa sezione ci limitiamo
dunque a fissare in via del tutto preliminare il punto su cui convergono le
diverse concezioni sulla natura dell'etica e della morale di cui renderemo
conto in questo paragrafo. In modi diversi le numerose concezioni meta-etiche
cercano di rendere conto di un fatto considerato più o meno acclarato ovvero
che nella vita degli esseri umani esiste una sfera di azioni, scelte,
valutazioni che è di pertinenza dell'etica e della morale. Questa sfera ha a
che fare comunque con valori, principi, criteri, norme, regole che riguardano
la condotta degli uomini ove la si veda come non esclusivamente indirizzata
verso la realizzazione di obiettivi strettamente egoistici ponendosi dal punto
di vista di ciascuno degli agenti. Vi è cioè secondo le diverse teorie
meta-etiche che ora passeremo in rassegna una dimensione sovraindividuale e
intersoggettiva (se non addirittura universale) coinvolta nelle azioni umane e
che sarebbe appunto quella di pertinenza dell'etica. Sulla base di questa
premessa comune le meta-etiche si differenziano poi per il modo di rendere
conto di questa dimensione e conseguentemente delle vie per fondare e giustificare
scelte e giudizi etici corretti. 2.3. L'etica come insieme di comandi divini.
Una delle teorie meta-etiche più antica e fortunata è quella che ritiene che al
centro dell’etica vi siano una serie di doveri e di obblighi che ricavano la
loro origine, validità e forza dal fatto di essere comandi di un’autorità
superiore. In genere poi all'interno di questa concezione meta-etica si tende a
identificare l'autorità i cui comandi vengono messi in pratica nell'etica con
una qualche divinità, si tratti del Dio di una delle diverse religioni
positive, o piuttosto l'Autore della Natura della religione naturale, o ancora
qualcuna delle divinità minori delle religioni politeistiche. Nel mondo moderno
una tale concezione meta-etica è stata presentata nella forma più chiara dai
teorici del giusnaturalismo provvidenzialistico del XVII secolo e in
particolare la si trova difesa approfonditamente da Locke negli Essays on the
Law of Nature (1660-1664, Saggi sulla legge naturale). Si tratta di una
concezione meta-etica che proprio per il riferimento essenziale ai comandi di
una autorità sovrannaturale considera primarie e centrali per rendere conto di
questo campo della vita umana le nozioni di legge, obbligazione, dovere e
mette, dunque, in secondo piano altre nozioni quali quelle di buono, giusto,
diritti, virtù ecc. In questa prospettiva l'etica è poi strettamente connessa
con la religione. Infatti se tutto ciò che è in gioco nelle nozioni etiche è un
qualche comando o legge di un’autorità divina che rende obbligatori i suoi dettami
attraverso sanzioni a cui nessun essere umano può sfuggire allora un'etica così
intesa dipenderà fortemente dalla disponibilità di prove dell'esistenza
dell'autorità divina presupposta e andrà incontro a insormontabili difficoltà
nel momento in cui entra in crisi la credenza nell'esistenza di un essere che
trascende la natura. I fautori della concezione che vede nell’etica una serie
di comandi o leggi o ordini di una qualche autorità divina, giunti a questo
punto o riterranno scomparsa l'etica dall'orizzonte della vita degli uomini 0
dovranno indicare una qualche autorità terrena da cui fare dipendere la
validità dei principi etici 0, infine, dovranno abbandonare del tutto la
metaetica che rende conto dei principi morali come di comandi di una qualsiasi
autorità. Una trasformazione del genere fu al centro della riflessione di
Hobbes portando inizialmente a una forma implicita di positivismo giuridico. Ma
più in generale guardando alla riflessione morale dal XVII secolo ad oggi, con
una qualche semplificazione, si può rendere conto dell'etica moderna e
contemporanea come un processo di progressivo allontanamento della meta-etica
in termini di comandi di una qualche autorità distinta dal soggetto che
sceglie, decide o giudica eticamente. Laddove si istituisce il collegamento tra
l’etica e la legge divina si aprono le due diverse possibilità
dell’intellettualismo e del volontarismo. Chi ritiene che l’etica non sia altro
che un insieme di comandi divini può infatti ritenere che Dio comandi ciò che è
bene perché lo riconosce come tale oppure alla lucedi una concezione
volontarista può concludere che ciò che è buono è tale proprio in quanto è Dio
a volerlo. Non ci soffermeremo sulle difficoltà presenti in queste due distinte
vie teoriche. In particolare l’intellettualismo sembra andare incon tro alta
difficoltà di rendere in qualche modo il bene precedente e superiore a Dio.
Viceversa il volontarismo si scontra con la teodicea ovvero con la questione
dell’esistenza del male nel mondo e dunque con la necessità di ammettere un
qualche limite alla potenza di Dio di fronte ad esso. Si può ipotizzare che
proprio le difficoltà incontrate una narrazione di queste difficoltà si può
trovare nei volumi di S. Landucci e Scribano nel corso del XVII secolo nel
delineare in modo coerente e accettabile queste diverse strategie per fare
dipendere il bene morale dalla legge divina, hanno segnato una delle cause del
crollo della concezione meta-etica che stiamo esponendo. Sulle macerie di
questa concezione si sono andate consolidando le meta-etiche che ritengono
costitutiva per una ricostruzione adeguata di questo campo il pieno
riconoscimento dell'autonomia delPetica. Cerchiamo di delineare sia pure
sommariamente le principali argomentazioni che giustificavano questo sforzo di
ricondurre l'etica alla legge divina. Nella sezione successiva ricostruiamo
invece il tentativo di connettere comunque l’etica ai comandi di un'autorità,
non già però sovrannaturale, ma solo terrena e positiva. Come si è detto la
biografia intellettuale di Locke è particolarmente significativa per chi sia
interessato a una riflessione critica sulle ragioni pro e contro un’etica del
comando divino. Lo sforzo di Locke era quello di conciliare questa concezione
meta-etica con ragioni che potessero essere accettate anche, al di fuori della
metafisica innatistica del pensiero medievale e cartesiano, da chi si muoveva
accettando un’epistemologia empiristica. Vi erano alcuni vantaggi a favore di
una concezione della morale e dell'etica come una legge divina presente nella
natura umana. Quest'impostazione permetteva di risolvere in modo semplice le
complesse questioni della motivazione propria della condotta etica e
dell’universalità ed eternità dei principi morali. Locke mostra con chiarezza
che questa concezione meta-etica veniva abbracciata in defini tiva proprio in
quanto permetteva di rendere conto di un'etica in cui i principi venivano
appunto considerati come eterni e universali e obbligatori per tutti gli esseri
umani. Infatti come insistentemente ripete Locke e non solo negli Essays on the
Law of Nature, ma anche in An: Essay concerning Human Understanding (1690,
Saggio sull'intelletto umano) e negli scritti pubblicati dopo il 1690
un'adeguata filosofia morale deve riuscire a delineare le condizioni che
rendono vincolante principi e regole, ovvero la legge naturale, per tutti gli
esseri umani in qualsiasi epoca. Ma il punto decisivo è che l’obiettivo di una
filosofia morale non è solo mostrare che un certo principio è vincolante e
obbligante, ma anche che ciò che esso ci comanda va fatto perché noi
ricoposciamo che è giusto. Tutto ciò possiamo realizzarlo solo concependo la
legge naturale al centro dell'etica come un comando di Dio. Solo questo infatti
garantisce che il comando sarà giusto, direttamente presente în tutti gli
esseri umani e vincolante in modo efficace in quanto tutti sanno che qualsiasi
defezione alla legge sarà punita da Dio senza scampo in una vita eterna. Locke
nella sua presentazione della natura dell'etica come una legge naturale non
solo si sforzava di insistere sulla natura obbligante di questa legge facendola
derivare da un comando divino, ma di rendere possibile la conoscibilità di
questa da parte della coscienza umana senza doverla presupporre come innata o
ammettere un consenso universale non riscontrabile empiricamente. Proprio il
fatto di fare derivare la conoscenza della legge naturale da un processo che
univa senso e ragione portava Locke a considerare tale legge come costitutiva
della natura umana. Locke finiva dunque con il congiungere la concezione che
vede l'etica come il campo dei comandi divini con un’altra concezione che vede
piuttosto l’etica come l’esplicitazione di quelli che sono i caratteri
necessari della natura umana. Nelle sue analisi Locke non distingueva tra due
strategie radicalmente diverse, quella che concepisce la legge morale naturale
come un comando divino che ci viene direttamente comunicato da Dio o da un suo
interprete autorizzato e quella che invece vede la legge naturale come qualcosa
solo indirettamente scopribile ricostruendo le leggi morali incorporate nella
condotta umana. 2.4. L'etica come comando di una qualche autorità. L'insistenza
sulla tesi che la natura propria dell'etica può essere colta solo mettendo al
suo centro principi morali che sono obbliganti e vincolanti in quanto comandati
è presente anche in un’altra linea di caratterizzazione meta-etica e
meta-morale. Si tratta di quella concezione che, negata la possibilità di
riconoscere una autorità sovrannaturale e divina, mantiene pur tuttavia l'apparato
concettuale dell'etica religiosa per cercare di rendere conto in termini
mondanizzati della natura vincolante della morale. Questa strategia di
traduzione dell'etica del comando divino nella meta-etica che definisce
comunque le nozioni morali in termini di imperativi o comandi sia pure di una
autorità terrena e umana fu percorsa già nel corso del XVII secolo, ad esempio
secondo alcuni studiosi di etica da Hobbes. Ma l'interpretazione di Hobbes in
questo senso è controversa e dunque risulta dubbia la possibilità di rendere
conto della sua concezione della legge etica o morale considerandola come una
concezione che la riduce al comando di un'autorità positiva riconosciuta. Né
ritengo che, diversamente da quanto pensano altri studiosi di storia dell’etica
(ad esempio M. A. Cattaneo, 1962), una concezione del genere si possa ritrovare
nell'opera del fondatore dell’utilitarismo Jeremy Bentham in quanto è chiaro da
un punto di vista concettuale che per un utilitarista il criterio decisivo
dell'etica non è il rinvio a qualcosa che è comandato secondo procedure
riconosciute idonee ma direttamente a ciò che è accettabile in termini di
utilità generale. Tale concezione può dunque essere più correttamente
attribuita ad autori come John Austin o, per venire al secolo XX, ai
sostenitori del positivismo giuridico come Hans Kelsen. Si tratta di una
concezione legalistica dell'etica; ciò che ha una validità etica può essere
obbligante solo se vi è un’autorità che è in grado di fare rispettare, con
opportune sanzioni, la legge o le regole codificate. Tale impostazione non solo
esige una qualche codificazione dell'etica, ma richiede anche che vi sia una
autorità in grado di fare rispettare i suoi decreti. Numerose sono le obiezioni
che sono state mosse a questa concezione legalistica dell’etica e in generale a
una concezione come quella che sarà sviluppata sistematicamente dal positivismo
giuridico che tenta di ricondurre la totalità del valore etico ai comandi di
un'autorità positiva in grado di fare rispettare con l'uso della forza i suoi
decreti. Già nel XVII secolo viene messa a punto un’ampia batteria di critiche.
Esse rendono difficile accettare questa concezione come in grado di spiegare la
natura dell’etica in generale e finiscono con il delimitarne la portata
esplicativa, eventualmente, al solo diritto positivo strettamente inteso (cfr.
infra, $ 6.2). Ricordiamo alcune di queste critiche. Il punto decisivo sta nel
fatto che ricondurre l'etica a un insieme di comandi non permette di
discriminare come ha mostrato nel dettaglio ad esempio F. Snare (Snare) tra tre
situazioni che sono concettualmente distinte. 1) Una posizione è quella di chi
accetta un comando in quanto teme l'eventuale sanzione di chi promulga il
comando, ovvero quella di chi considera il comando obbligatorio e vincolante in
quanto prevede che chi lo ha emesso ricorrerà a una forza efficace coercitiva
per farlo rispettare. 2) Completamente diversa è poi la posizione di chi
accetta un comando in quanto riconosce un'autorità a chi promulga il comando.
In questa posizione ricadono non solo i fautori di cui abbiamo già detto nella
sezione precedente di un legalismo religioso alla Locke che vedono il comando
divino come obbligante non potendosi non avere «fiducia» nell’autore della
natura che non può regolarsi in modo diverso da quello proprio di un padre
buono. Vi ricadono anche i fautori del positivismo giuridico (per una
presentazione ed una critica di questa posizione sono utili Bobbio, 1965;
Scarpelli, 1965} che ritengono di non potere non obbedire alle leggi promulgate
da un'autorità che riconoscono come legittima in quanto rispetta le procedure
costituzionalmente previste per promulgare leggi. 3) Infine del tutto diversa è
la posizione di coloro che accettano un comando in quanto discriminano tra
comandi giusti e comandi ingiusti e dunque rispettano le leggi del loro paese
fino a quando le considerano eticamente accettabili. Si tratta di tre
situazioni ben distinte e una meta-etica che non riesca a mantenere autonoma
l'obbligatorietà della morale dalla mera accettazione di un comando legittimo o
dal timore di una qualche sanzione data da un potere che ha la forza di
costringerci risulta una meta-etica inadeguata. Le critiche alle concezioni
religiose o legalistiche della natura dell’etica sono una chiara via pet
giungere a cogliere l'autonomia dell'etica. L'autonomia che così viene in primo
piano è quella di decisione di ciascun soggetto individuale responsabile.
L'etica ha a che fare con decisioni autonome di individui che non possono
ritenere risolti i loro problemi meramente facendo appello a una qualche
autorità che comanda loro che cosa fare. In realtà resta sempre aperta da un
punto di vista etico la domanda che conta ovvero se obbedire o meno al comando
riconoscendolo giusto. Il senso peculiarmente etico di tale domanda ci si
rivela laddove comprendiamo che con essa ci si chiede non tantose l'autorità
che ci sta di fronte sarà in grado di scoprirci o punirci ove non rispetteremo
i suoi comandi, quanto piuttosto se il comando è giusto o meno, ovvero se è o no
moralmente accettabile. Le concezioni legalistiche dell'etica e il positivismo
giuridico non riescono dunque a discriminare tra potere giusto e ingiusto.
Collocandosi al loro interno non trovano una spiegazione tutte le situazioni su
cui ha molto insistito Ronald Dworkin (Dworkin, 1990) nella sua critica al
riduzionismo metaetico del positivismo giuridico quali quelle in gioco quando
ci si rifiuta di obbedire a un comando ingiusto (le forme di totalitarismo del
XX secolo hanno di continuo fatto sorgere per gli esseri umani dilemmi del
genere}. Ma più in generale partendo da una concezione meta-etica del genere
non si riesce a spiegare proprio la genesi di istituzioni quali la giustizia e
il governo. Naturalmente intendiamo riferirci a una genesi che cerchi sul piano
logicocritico le ragioni della validità morale di un certo governo e della
giustizia, non già a una genesi che si contenti di qualche risposta di ordine
storico 0 fattuale. Le concezioni che riconducono la validità dei principi
morali a comandi vincolanti dati da una qualche autorità tendono infatti a
considerare che l'unico problema in gioco laddove ci interroghiamo sulla genesi
della validità del potere di un certo governo o di determinate regole di
giustizia non è altro che il mero interrogarsi sul fatto storico se questo
governo esiste o meno e se queste sono o meno le leggi che vigono nel nostro
paese. Chi riduce l'etica ai comandi di una qualche autorità non riesce più a
rendere conto del perché distinguiamo tra governi e leggi giuste e governi e
leggi ingiuste. In questo quadro legalistico non ha nemmeno molto senso porsi
il problema, che pure sembra centrale per l'etica moderna e contemporanea,
dello spiegare quali sono le basi per cui si debba obbedire a una qualche norma
anche quando si sa che non c’è nessuna autorità in grado di osservare il nostro
comportamento e dunque premiarci o punirci per la nostra fedeltà o la nostra
defezione. Se l'unica validità di una legge etica è data dalla forza che chi la
comanda ha di farla rispettare, è evidente che non c’è nessuna ragione di
seguire una norma etica quando l’autorità non è in condizione di raggiungerci
con le sue sanzioni, Questa concezione meta-etica dunque non solo non spiega il
passaggio da una situazio ne priva di etica a una in cui vi è un qualche
principio etico, ma finisce con il lasciare sempre aperta in definitiva come
fisiologica e legittima la possibilità di defezionare dai comandi dell'etica
ove si sia in condizione di sfuggire al controllo dell’autorità che li ha
promulgati. 2.5. L'etica come legge naturale 0 razionale. Un'altra concezione
sulla natura dell'etica che ha una lunga storia dietro di sé è quella che
identifica il bene e il giusto con ciò che è naturale per gli uomini ovvero con
ciò che è razionale per essi. Le derivazioni della morale in termini di ragione
umana e in termini di natura umana rappresentano certamente due diverse
concezioni meta-etiche se le si vede da un punto di vista contenutistico;
infatti è ben diverso presentare come un tratto definiente del bene e del
giusto la natura o la ragione umana. Per una lunga parte della storia
dell’etica però le due vie sono state fatte coincidere e fino al XVII secolo la
natura umana è stata appunto presentata principalmente come natura razionale.
Solo nel XVIII secolo si sono andate divaricando le due diverse strategie che
hanno ricondotto l’etica o ad aspetti della natura umana non strettamente
razionali (i sentimentalisti e Hume) o proprio alla parte razionale in quanto
non influenzata da desideri e passioni (Kant). Per quanto riguarda queste
concezioni che riconducono l'etica alla natura o alla ragione umana va rilevato
che diversamente da quanto accade nel caso dell'etica del comando divino la
definizione del campo proprio del bene e del giusto non viene data rinviando a
realtà al di sopra o al di là degli esseri umani, quali sono appunto i comandi
di un Essere Supremo. Ci troviamo infatti di fronte a concezioni che ritengono
di potere rendere conto del campo della morale ricavandolo integralmente da ciò
che è interno all’universo della vita umana. Si viene così a superare una
concezione eteronoma dell'etica nel senso di una concezione che rinvia a
qualcosa che è al di sopra o al di fuori della natura e ragione umana. Non
tutte però le concezioni che collegano l'etica alla natura o ragione umana e
che potremmo caratterizzare in un senso molto generale come naturalistiche o
immanentistiche ne riconoscono pienamente l'autonomia, e non mancano fino al
XVIII secolo concezioni riduzionistiche che tendono ad assimilare l'etica a tratti
generali della vita o della natura umana niente affatto peculiari. Alle
concezioni metaetiche di Hume e Kant possiamo fare risalire il pieno
riconoscimento dell’autonomia dell’etica pure nell’alveo di spiegazioni che
fanno ricorso alla natura o alla ragione umana. Nel senso più radicale di
collegamento dell'autonomia dell'etica con le scelte e le decisioni individuali
dobbiamo invece guardare a un processo che si è sviluppato solo nel XIX e XX
secolo. Cerchiamo di individuare i tratti distintivi di questa concezione
meta-etica o meta-morale rendendo brevemente conto delle tradizioni che l'hanno
maggiormente sviluppata. In primo luogo la tradizione naturalistica che ha
guardato e guarda tuttora all'etica nei termini metafisici e ontologici propri
della filosofia di Aristotele con le trasformazioni e manipolazioni più o meno
profonde operate dalle filosofie tomistiche e neotomistiche. In secondo luogo
la tradizione razionalistica che possiamo fare coincidere con il
giusnaturalismo razionalistico del XVII secolo. Come si è detto vanno tenute
distinte da queste due strategie meta-etiche che potremmo caratterizzare come
riduzionistiche quelle che pur rinviando alle nozioni di natura o ragione umana
riconoscono uno spazio del tutto autonomo per la morale o l'etica. Così va
considerata a parte la forma di naturalismo presente nelle opere di Hume che
riconosce nell’etica una dimensione del tutto peculiare della vita umana della
quale non si può rendere conto nei termini di una generale ricostruzione
ontologica e metafisica della natura umana complessivamente intesa. Va
ugualmente tenuta distinta dalle concezioni riduzionistiche dell'etica la
ricostruzione che della morale realizza Kant. Infatti questi, pur ammettendo lo
stretto collegamento tra razionalità ed etica, salvaguarda l'autonomia del
campo della morale distinguendo nettamente tra il piano della ragione pura
conoscitiva e quello della ragione pratica. Presenteremo dunque quattro
distinte caratterizzazioni dell'etica: nel senso di un giusnaturalismo ontologizzante
e metafisico; nel senso dell’estrinsecazione di un'unica Ragione
ontologicamente radicata; nel senso di un collegamento con una natura umana
universalmente intesa al cui interno si cercano però tratti che consentano di
salvaguardare l'autonomia del campo della morale; e infine nel senso
dell'estrinsecazione di una razionalità pur sempre sovrastorica e universale ma
che viene connotata in una dimensione specificamente pratica distinta da altre
dimensioni. In Aristotele troviamo chiaramente formulata la tesi che la virtà e
il bene consistono per gli uomini nel realizzare il comportamento che è proprio
della loro natura. L'essere umano è dunque naturalmente etico (come del resto è
naturalmente politico), e l'etica nella sua realtà può essere derivata solo
dalla conoscenza dell'essenza stessa della natura umana. Una prospettiva che
tra l’altro rende praticamente impossibile distinguere il piano dell’analisi
metaetica da quellodelle analisi normative: identificare lo spazio dell'etica
coincide con l’identificare il bene che gli esseri umani sono naturalmente
inclini a riconoscere. Nell’Etica Nicomachea (Aristotele, 1979) Aristotele
presenta la più chiara formulazione di una concezione che ricava la definizione
dell'etica dalla definizione della natura umana. L'elenco delle virtù umane e
la loro gerarchia viene infatti derivata da una preliminare conoscenza di
quella che è la natura sostanziale dell'uomo. Anche se in Aristotele si
riconosce come propria della vita pratica una dimensione di indeterminatezza e
probabilità che la rende del tutto diversa dal sapere teorico in cui si possono
attingere sia la certezza, sia la conoscenza dimostrata, poi non troviamo tale
indeterminatezza quando si passa a delineare i fondamenti dell'etica. Che per
gli uomini la virtù somma stia nella vita contemplativa e che la giustizia
rappresenti la virtù suprema della vita associata viene derivato logicamente
dalla definizione dell'essenza dell’uomo come appunto animale razionale
propriamente adatto al sapere teorico e al vivere in società. Vi è nell’etica
aristotelica non solo una derivazione della definizione dell’etica da quella
che si ritiene la natura essenziale e sostanziale dell'uomo, ma anche una
particolare strategia teleologica per rendere conto della vita etica in modo
tale da salvaguardare l'impianto dinamico e progressivo della vita pratica. In
Aristotele infatti il bene per l’uomo e quindi l'orizzonte di realizzazione
dell'erica non rinvia a qualcosa di già dato e posseduto, ma richiede piuttosto
l'impegno dell'uomo a realizzare quello che è lo scopo ad esso più proprio.
Questo impianto teleologico dell'ontologia aristotelica permette alla filosofia
di Aristotele di venire riproposta nel tomismo e nel neotomismo come struttura
portante della concezione mediante cui il cristianesimo elabora il suo
peculiare tentativo di ridurre l’etica alla natura umana (si veda Maritain,
1971). Nella tradizione cristiana non è necessario percorrere la strategia che
riduce l’etica direttamente ai comandi divini: si può infatti percorrere anche
la strada che vede la natura umana come di per se stessa fornita di caratteri
etici imprescindibili. L'Autore della Natura con la sua bontà e provvidenza ha
creato la natura umana in modo tale da fornirla intrinsecamente di quel
particolare te/os che le permette di realizzarela felicità e i risultati
migliori per gli uomini. Realizzare i fini propri della natura umana diventa
così un comandamento anche per la religione cristiana in quanto appunto nella n
atura umana sono rintracciabili chiaramente i tratti distintivi propri della
vica etica. Ciò che è innaturale risulta negativo e malvagio e nello stesso
ordine naturale delle cose possiamo rintracciare la regola di ciò che è buono e
giusto. Ma questa via di ricondurre l'etica a qualche tratto tipico della
natura umana viene percorso nel pensiero moderno e contemporaneo anche su basi
diverse da quelle metafisiche e ontologiche proprie dell'etica aristotelica. Se
il carattere comune în base al quale caratterizziamo una meta-etica come
naturalistica è quello di ricondurre i tratti distintivi dell'etica a qualcosa
che è peculiare della natura umana allora numerose meta-etiche naturalistiche
sono state presentate anche dal Seicento in avanti. Ma queste forme moderne e
contemporanee di naturalismo rifiutano poi di irrigidire la natura umana alla
luce di una concezione sostanzialistica e di conseguenza non percorrono la
strada che presenta l'etica come qualcosa di ontologicamente o concettualmente
necessario per una definizione della natura umana ed evitano anche di ricorrere
alla strategia finalistica 0, nella versione cristiana, provvidenzialistica,
per fondare il campo della morale. Presentiamo alcune di queste meta-etiche
naturalistiche delineate nella cultura moderna econtemporanea e alcune critiche
ad esse mosse. Abbiamo un filone di meta-etiche naturalistiche, inaugurato
dalla filosofia di Anthony Ashley Cooper Shaftesbury, che pone al centro
dell'etica un qualche istinto 0 sentimento originario e irriducibile ad altro:
un «senso morale» proprio di tutti gli esseri umani, Qui ci troviamo non solo
di fronte a una meta-etica chiaramente immanentistica, ma anche a una con
cezione che non deriva la definizione dell’etica da una caratterizzazione di
tipo essenzialistico della natura umana, ma da una ricognizione empirica degli
esseri umani. Resta poi vero che attraverso questa procedura empirica si
ritiene di potere individuare qualcosa che è comune a tutti gli uomini e quindi
come tale proprio della natura umana e almeno nel caso di Shaftesbury, e dopo
di lui di Francis Hutcheson, anche qualcosa di originario. Va sottolineato che
l'etica viene qui collegata alla disposizione da parte degli uomini a reagire
alle cose del mondo sulla base di qualche sentimento o senso piuttosto che in
termini meramente intellettuali o razionali. Ancora per tutto il secolo XVILI
vi è stata una metaetica riconducibile a una forma di naturalismo
sentimentalistico. L'etica infatti ha a che fare con sentimenti e emozioni
proprie di tutti gli uomini anche, ad esempio, per Hume e Smith. Nel caso di
Hume tale caratterizzazione in termini naturalistici dell'etica risulta
temperata, sia dalla portata complessivamente ipotetica delle sue spiegazioni
filosofiche, sia dal presentare i sentimenti e le emozioni proprie dell’etica
come in larga parte non originarie, ma piuttosto come il risultato di un
processo artificiale di sviluppo della natura umana. Di conseguenza da una
parte l'etica si presenta come qualcosa che ha a che fare con un risultato
artificiale e non originario della vita umana, ma dall'altra questo stesso
artificio è presentato come del tutto naturale per gli uomini nel senso che
Hume ne ricostruisce la genesi ricorrendo a cause naturali. Tale concezione
naturalistica è stata così vista ad esempio da Ruse come un precedente di quella
evoluzionistica elaborata da Darwin e che si trova sviluppata poi a un livello
filosofico (non privo di inclinazioni assolutistiche) in Herbert Spencer. Nel
naturalismo evoluzionistico l’etica viene considerata come un insieme di
istinti e abitudini cooperative acquisite dagli uomini nel corso
dell’evoluzione, ma una derivazione evolutiva dell’etica non esclude che essa
venga considerata specialmente laddove si insiste sulle sue radici biologiche
come propria di tutta la specie umana. ‘Tutte queste diverse forme di
meta-etica naturalistica sono state sottoposte a critiche radicali lungo due
linee convergenti, tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX. Da una
parte si èobiettato, come ad esempio fa J. $. Mill nel primo dei suoi Three
Essays on Religion (1874, Tre saggi sulla religione) dedicato alla natura
(Mill, 1972: 13-52), mostrando la vaghezza e genericità della nozione di natura
che come tale è del tutto incapace di fornire un qualche criterio preciso per
avere a che fare con i problemi etici, dato che sta le azioni più crudeli sia
quelle più generose rientrano nella Natura latamente intesa. Dall'altra si è
obiettato, come fa ad esempio G. E. Moore nei Prircipia Ethica (Moore, 1964:
91-120) che da un punto di vista logico econcettuale il naturalismo cade nella
cosiddetta «fallacia naturalistica» riducendo appunto a naturale ciò che non lo
è (cfr. oltre $$ 3.4 e 3.11). Malgrado queste critiche nel XX secolo concezioni
naturalistiche dell’etica sono state pur tuttavia riproposte, sia in termini evoluzionistici
(ad esempio nel caso della sociobiologia, specialmente da E. Wilson, 1975), sia
attraverso forme aggiornate di neoaristotelismo (ad esempio P, Foot, 1978 e A.
Mac. Intyre, 1988). In contrasto con queste meta-etiche naturalistiche vanno
viste quelle concezioni che rendono conto dell’etica non tanto riconducendola
alla natura umana, in generale, quanto piuttosto collegandola strettamen te, in
modo più specifico, con la ragione umana. Tale strategia è stata percorsa lungo
due di. verse linee, Da una parte i razionalisti etici del XVII secolo, quali
ad esempio i giusnaturalisti Ugo Grozio e Samuel Pufendorf, consideravano
questa ragione umana come una facoltà ontologicamente garantita in grado di
cogliere l'essenza stessa dell’uomo e dunque i suoi obiettivi più propri
(Bobbio, 1963). Questa concezione della ragione è rintracciabile anche alla
base dei numerosi tentativi nel corso del XVII secolo di dare vita a un'etica
dimostrata, un compito verso cui tendono pensatori per altri versi molto
differenti quali ad esempio Hobbes, Baruch Spinoza, Locke e Samuel Clarke.
L'idea era quella di presentare una morale che derivasse le leggi del
comportamento umano da principi o auto-evidenti, o assunti comevalidi per
definizione, o radicati nella struttura metafisica del mondo. Il razionalismo
etico è stato però successivamente elaborato anche al d i fuori di questo
quadro metafisico, essenzialistico o dimostrativo. Questa è ad esempio la
strategia percorsa nel modo più rigoroso ed approfondito da Kant nella Kritik
der praktischen Vernunft (\788, Critica della ragion pratica), ma poi
ampiamente ricorrente nella storia dell'etica contemporanea. Nel caso di Kant
l'etica ha a che fare non più con la struttura essenziale del mondo, quanto
piuttosto con la forma pura della razionalità umana. Kant precisa anzi,
salvaguardando la sua meta-etica dalla critica di ridurre il dovere al fatto,
la morale alla scienza, che la ragione di cui egli tratta nell'etica non è la
ragione pura conoscitiva ma è la ragione pratica. L'etica secondo Kant non ha
un contenuto diverso dai principi generali che presiedono alla possibilità
stessa di una razionalità pratica per gli uomini, ed è in questo senso che
l'etica ha a che fare con una dimensione trascendentale che riguarda la volontà
umana in generale. L'etica fissa e precisa le leggi che presiedono al
funzionamento di qualsivoglia volontà umana che non si proponga questo o
quell'obiettivo particolare, ma piuttosto di conformarsi alla sua struttura
generale. L'etica rende così esplicita la struttura categoriale della
razionalità pratica umana. Vedremo nel paragrafo 4.6 quali sono i contenuti
normativi precisi a cui Kant giunge muovendo da questa concezione meta-morale;
qui ci limitiamo a sottolineare alcuni tratti della meta-etica kantiana. Nel
caso della caratterizzazione della natura della morale fornita da Kant risulta
del tutto salvaguardata l'autonomia dell'etica rispetto alle dimensioni della
conoscenza empirica e della fede religiosa (Landucci, 1993): la razionalità
pratica umana è infatti in grado da sola di fondare la validità della vita
morale. Anzi nella concezione kantiana gli stessi contenuti principali della
religione sembrano presentarsi come risultati dell’azione della razionalità
pratica umana in quanto suoi postulati che garantiscono la validità della vita
morale. Nell’approccio kantiano l’esigenza di non ridurre l'etica a qualche
altra cosa viene dunque salvaguardata sia attraverso l'affermazione della netta
distinzione tra ragionpura conoscitiva e ragion pura pratica, sia con la
negazione della riconducibilità dell'etica a sentimenti ed emozioni naturali
degli uomini. Rifiutando di assumere un qualsiasi sentimento o emozione
particolare degli uomini come in grado di rendere conto della natura della
morale, Kant ritiene anche di poter giungere a garantire l'universalità della
legge morale. Questa teoria meta-etica ha come sua conseguenza un pregiudiziale
rifiuto rigoristico di considerare come bene una qualunque cosa che possa
soddisfare un sentimento, un'emozione 0 un desiderio individuale. Malgrado
l'impegno con cui Kant si è sforzato di salvaguardare l’autonomia dell’etica
non sono mancate nei confronti della sua meta-etica le critiche di coloro che
vi trovano una forma di riduzionismo non diversa da quella presente nell’etica naturalistica.
Si insiste dunque che in Kant il dovere etico è ridotto a quella che è la legge
e la struttura della volontà. E ancora che nei suoi scritti vi è la riduzione
di tutte le ragioni pratiche dei singoli esseri umani finiti a una razionalità
universale e assoluta. Si rileva poi che l’uso di una nozione come quella di
trascendentale è una traccia del permanere di tentazioni di tipo ontologizzante
ed essenzialistico. Va segnalato che come avremo modo di documentare
ulteriormente l’impostazione kantiana ha avuto comunque una grande fortuna nel
corso del XX secolo. Autori su posizioni filosofiche molto diverse quali ad
esempio J. Rawls, H. Putnam, K. O. Apel la ripropongono in nuove vesti. La
tendenza è quella di depurare l'imposta» zione kantiana dalle tentazioni di
ordine metafisico e considerare l'etica come qualcosa che ha a che fare non
tanto con la struttura di fondo della razionalità pratica quanto con le
condizioni stesse della comunicazione umana in generale o con le
presupposizioni della vita civile. Coloro che elaborano il modello della
razionalità pratica kantiana giungono così per quanto riguarda la natuta
dell'etica a conclusioni non molto diverse da quelle raggiunte da alcuni
teorici del prescrittivismo non cognitivistico di cui renderemo conto nella
prossima sezione. 2.6. L'etica come prescrizione universalizzabile. Nel corso
del XX secolo il tipo di concezione dell'etica che ha avuto la prevalenza è
quella preoccupata principalmente di rendere conto della vita morale in modo
tale da segnarne una netta autonomia e differenziazione rispetto al piano della
conoscenza empirica e scientifica; potendosi oramai ritenere già del tutto
acquisito, sul piano teorico, il processo che ha portato a segnare il distacco
dell’etica dalla religione. La distinzione dell'etica rispetto al campo della
scienza e della conoscenza empirica è stata poi tracciata su basi molto
diverse, rimanendo dunque costante la tendenza a definire la natura dell'etica
come campo del tutto irriducibile e peculiare della cultura umana. Così Moore
consolida in modo definitivo la tendenza a segnare una completa autonomia
dell'etica rispetto alla conoscenza empirica 0 metafisica, anche se poi egli
legava le principali nozioni etiche con una forma di conoscenza intuitiva del
tutto peculiare. Conclusione quest'ultima che verrà rifiutata da coloro che più
rigorosamente negheranno che l'etica abbia a che fare con una forma qualsiasi
di conoscenza, ovvero da quei teorici del non-cognitivismo preoccupati
piuttosto di salvaguardare la dimensione prevalentemente normativa o
prescrittiva al centro della morale. Ma la soluzione di Moore era quella di
indicare nelle proprietà oggetto dell’intuizione etica ovvero nel bene e nel
dovere delle proprietà del tutto uniche e irriducibili ad altri tipi di
proprietà naturali, presentandole quindi come peculiari e indefinibili qualità
non-naturali. Tutte le meta-etiche che non avevano riconosciuto
l’indefinibilità e l'irriducibilità delle proprietà etiche secondo Moore
avevano compiuto, in generale, l'errore logico da lui chiamato «fallacia
naturalistica», errore consistente prima di tutto nel ridurre ciò che non è
naturale al naturale. Su basi diverse all'analoga conclusione dell’affermazione
di una netta distinzione tra conoscenza empirica o scienza e ambito della
morale arriveranno anche quei neo-positivisti che —— come ad esempio Alfred
Jules Ayer in Language, Truth and Logic (1946, Linguaggio, verità e logica) —
allargavano la loro analisi verificazionista del discorso fino a presentare
conclusioni a proposito della natura dell'etica. La tesi generale di Ayer era
quella dell'impossibilità di rend ere conto dei giudizi morali con le stesse
concezioni esplicative che rendono conto delle normali asserzioni empiriche e
scientifiche. Ma Ayer non si limitava a tracciare una distinzione tra l'ambito
delle asserzioni empiriche e l'etica. Egli infatti concludeva sulla base della
generale teoria del significato accettata dai neo-positivisti — secondo la
quale solo le proposizioni empiricamente verificabili, sia pure in linea di
principio, hanno un significato — che l'autonomia dell’etica è data dal fatto
che i suoi enunciati, proprio per l’uso di nozioni quali buono, giusto e dovere
non sono verificabili in termini empirici e dunque sono privi di senso. Ayer
non si limitava però alla conclusione negativa, ma aggiungeva anche una
caratterizzazione in positivo dell’etica. Ayer infatti riconosceva alle
proposizioni dell'etica un ruolo loro proprio: quello di esprimere le emozioni
di chi parla e di suscitare emozioni in chi ascolta. Proprio sulla base di
questa caratterizzazione emotivistica della natura dell'etica Ayer finiva con
il sostenere sul piano epistemologico che non esistono modi razionali per
cercare di superare il disaccordo in morale (cfr. srfra, $ 3.9). Anche
Stevenson salvaguardava in Ethics and Language (1944, Etica e linguaggio)
l'autonomia dell'etica collegandola agli atteggiamenti, mentre le altre specie
di discorso hanno a che fare principalmente con le credenze. Gli strumenti
teorici generali di Stevenson erano però quelli del pragmatismo e non già
quelli del neopositivismo, e proprio perciò permettevano di delineare una
ricostruzione meno rinunciataria e negativa del discorso etico. Infatti secondo
Stevenson l’etica è costituita da un insieme di giudizi in cui chi parla espone
appunto i propri atteggiamenti e cerca di provocarne di analoghi anche negli
altri. Rispetto all'analisi riduttiva di Ayer, in quella dell’«ernotivismo
moderato» di Stevenson viene riconosciuto il ruolo peculiare del discorso etico
come pienamente significante sia pure collocandolo su dì un piano non
conoscitivo. Rispetto al neopositivismo (ma anche all'intuizionismo di Moore)
il punto di svolta sta nel riconoscimento che non solo le conoscenze sono
significanti. Rispetto a quanto era stato fatto dalla riflessione meta-etica
precedente quello che per Stevenson e i non- cognitivisti diventa centrale non
è solo riuscire a rendere conto di quanto l'etica sia distinta dalla
conoscenza, ma anche specialmente dello stretto collegamento che essa ha con
l'azione e la pratica effettiva. Su questo piano diventa prioritario nella
riflessione meta-etica la salvaguardia della distinzione tra l'è di cui appunto
si occupa la conoscenza e il deve che è di pertinenza della morale. I fautori
della meta-etica non-cognitivistica si impegnano particolarmente lungo una
linea analitica rivolta a rendere esplicito il collegamento del discorso etico
con l’azione fissando in termini di regole precise e non già di espressione di
emozioni questo ruolo del linguaggio umano. In questa direzione sono stati
elaborati numerosi tentativi di caratterizzazione. Tutta la riflessione europea
sull'analisi del linguaggio morale nel periodo successivo alla fine della
seconda guerra mondiale è dedicata principalmente a questo obiettivo. Rendiamo
qui conto della più fortunata tra le concezioni non-cognitivistiche, quella di
Richard Mervyn Hare, già delineata fin dal 1952 con The Language of Morals (Il
linguaggio della morale) e poi ripresa e sviluppata, prima sul piano epistemologico
nel 1963 con Freedom and Reason (Libertà e ragione) € poi su quello normativo
nel 1981 con Mora! Thinking. Its Levels, Method and Point (Il pensiero morale).
Secondo Hare l’etica è caratterizzata dalla presenza di nozioni la cui funzione
è tale che non può trovare realizzazione in nessuna altra parte del discorso
umano: la funzione propria del discorso etico è quella di dare voce a
«prescrizioni universalizzabili soverchianti». Tutti questi tratti dell'etica
vengono spiegati dettagliatamente da Hare nei suoi scritti. Le impostazioni
filosofiche generali di L. Wittgenstein e di J. L. Austin gli forniscono gli
strumenti per dare corpo alla sua meta-etica. Con il sottolineare la natura
prescrittiva dell'etica Hare salvaguarda quello stretto collegamento delle
nozioni morali con le azioni effettive di chi esprime una propria posizione e
di chi ascolta. Si tratta di quel nucleo proprio dell’etica per cui essa è
necessariamente collegata con una qualche motivazione ad agire, e per cui si
imparenta con i comandi e con gli imperativi e include il ricorso alle nozioni
di dovere e obbligo. Si tratta appunto di quel nucleo prescrittivo che veniva
perso di vista da quelle concezioni meta-etiche quali l'intuizionismo sostenuto
da Moore che tendevano invece a rendere conto dell'autonomia e specificità
della morale in termini di una conoscenza peculiare. In realtà l'etica non è in
alcun modo una conoscenza di ciò che è, ma è un insieme di prescrizioni rivolte
a ciò che deve essere. Un altro punto importante della concezione meta-etica di
Hare è quello che insiste sul farto che i nostri discorsi morali non solo sono
prescrittivi, ma in realtà trasmettono prescrizioni universali, ovvero
prescrizioni che si ritengono valide per tutti i casi simili. Il riconoscimento
di una universalizzabilità dei giudizi morali così come affermata dalla
meta-etica non-cognitivistica vuole rendere conto di un'esigenza peculiare di
coerenza e strutturazione propria della vita morale, per cui i giudizi
dell'etica si distinguono dai giudizi di gusto 0 di preferenza relativamente ai
quali tale esigenza non viene abitualmente fatta valere. Una distinzione tra
giudizi morali e giudizi di preferenza della quale invece non riuscivano a
rendere conto le meta-etiche emotivistiche. Attraverso questa via dell'universalizzabilità
Hare e i non-cognitivisti recuperano e includono nelle loro spiégazioni un
tratto dell'etica che è stato fortemente richiamato e sottolineato da Kant ed è
centrale per coloro che ne riprendono la concezione della morale. Non diversamente
come un tentativo di rendere conto di un'etica che ha molti dei tratti della
moralità così come già la presentava Kant, va visto l'ultimo carattere che Hare
riconosce come proprio dell’etica nel suo modello non-cognitivistico: il fatto
di essere soverchiante. Ciò significa riconoscere che l'etica è costituita non
solo da prescrizioni universalizzabili, ma anche che in quanto «soverchianti»
sono gerarchicamente preordinate rispetto ad altre prescrizioni. Il
non-cognitivismo di Hare è stato ampiamente discusso nella seconda metà del
secolo XX come tentativo fertile di cogliere la natura propria dell'etica, La
concezione dell'etica come insieme di prescrizioni universalizzabili
soverchianti è stata fatta propria anche dai teorici tedeschi dell'etica del discorso
come K. O. Apel e J. Habermas (Apel, 1977; Habermas, 1985). Non sono mancate le
critiche a questa concezione che è stata considerata ad esempio da B. Williams
(1987) non tanto come una spiegazione o un’analisi neutra di quella che è
l'etica per noi, quanto piuttosto come una posizione che cerca di imporre una
ben precisa concezione, rigida e superata, della moralità. Altre critiche hanno
rilevato come tale meta-etica sembri volere negare, sul piano logico, la
possibilità invece del tutto aperta a ogni essere umano di restare al di fuori
di una vita etica così intesa. Hare ha cercato di rispondere a questo ultimo
tipo di critiche precisando che la sua tesi non sostiene che non si può fare a
meno di sottoscrivere nel corso della propria vita prescrizioni
universalizzabili soverchianti, quanto piuttosto che non si può rendere conto
in modo logicamente corretto della natura dell'etica e della morale
fuoriuscendo da questo quadro esplicativo. Altri problemi aperti riguardano
dimensioni ulteriori della meta-etica noncognitivistica e avremo occasione di
fermarci su di essi nei prossimi capitoli. Proprio in quanto la meta-etica
non-cognitivistica si presenta, secondo chi scrive, come quella più adeguata e
fertile si tratterà di completarne l'esame affrontandone anche le altre
implicazioni, relative alla genesi dell’etica (cfr. $ 3.10), alle forme
argomentative ad essa proprie fcfr. $$ 3.9 e 11) e ai suoi eventuali
suggerimenti normativi (cfr. $ 4.7). 2.7. La negazione dell'etica: libertà e
determinismo. Nel rendere conto delle posizioni che si sono occupate in
generale della natura dell'etica dobbiamo soffermarci su quelle concezioni che
hanno negato che in realtà vi sia uno spazio per le scelte etiche degli uomini.
Per quanto riguarda queste posizioni molto differenziate e sempre più diffuse
nel secolo XX distinguiamo tra coloro che negano decisamente che gli uomini
possano mai agire realmente in modo libero e dunque essere imputabili di una
qualche respon. sabilità, e le posizioni che invece, pur ammettendo che gli
uomini possano agire liberamente, negano che possano essere effettivamente
motivati dalla ricerca di obiettivi non strettamente personali. Le negazioni
dell'etica dell'ultimo tipo nascono da quelle teorie psicologiche che non
ammettono che gli esseri umani possano essere mossi ad agire da prospettive
imparziali o valori più o meno universali. Le concezioni che negano qualsiasi
spazio per una libera scelta da parte dell'uomo sono chiamate abitualmente
deterministiche. Va subito precisato però che qui ciò che è in gioco non è
tanto la questione su cui sembrano contrapporsi deterministi e non-
deterministi se vi possano mai essere per gli esseri umani azioni del tutto
immotivate e dunque arbitrarie, quanto piuttosto la questione se gli uomini
possono scegliere liberamente di fare le azioni che vogliono fare sulla base
delle ragioni e motivazioni a cui sono più sensibili, comprese le motivazioni e
ragioni specificamente morali. Nella lettura che noi proponiamo dunque la
questione della libertà e della responsabilità etica degli uomini non si
colloca nel quadro di discussione sul determinismo e indeterminismo proprio
della filosofia medievale, incline a identificare la libertà degli uomini con
un irrealizzabile libero arbitrio, ovvero con una libertà di volere in assenza
di qualsiasi motivazione. In alternativa va invece accettata l’impostazione
delle analisi sulla questione libertà-necessità dell'agire umano fatte valere
nella linea empiristica da Thomas Hobbes, John Locke, David Hume. Secondo
questi pensatori è del tutto compatibile (0 se si vuole addirittura essenziale)
con il riconoscimento di una libertà e responsabilità morale nelle azioni
umane, una posizione che considera le azioni umane sempre determinate o
motivate da una qualche causa o ragione (W. K. Frankena, 1981: 155162). Il
punto decisivo nella diatriba non è dunque se le azioni umane siano o no sempre
motivate da ragioni o cause, ma se gli uomini possano 0 meno scegliere
liberamente di fare le azioni per le quali hanno motivi o ragioni. In questo
senso la libertà delle azioni umane non si contrappone tanto all’esistenza di
motivi o ragioni che determinano la volontà, quanto al fatto che gli esseri
umani sono costretti a fare certe azioni da altri esseri wmani o che vi siano
comunque delle cause che essi non possono in alcun modo controllare che li
costringano a fare delle azioni che, ove fossero liberi, non farebbero. Si è
costretti a concludere che gli uomini non sono liberi € l'etica non ha alcuna
possibilità di sussistere laddove si ritenga non tanto che tutte le azioni
umane abbiano {o debbano avere) dei motivi, delle cause o delle ragioni, ma si
ritenga che tali cause e motivi agiscano necessariamente anche laddove gli
uomini credano di avere altri motivi e ragioni per agire. Dunque non sussiste uno
spazio per l'etica quando si abbraccia una concezione che ci porta a ritenere
tutte le azioni umane come effetto necessario di cause esterne ai differenti
individui umani esistenti, cause sulle quali né ciascuno di questi esseri umani
singolarmente né in collegamento con gli altri può avere una qualche influenza.
Esistono numerose concezioni che specialmente nel corso del XIX e XX secolo
hanno insistito sulla completa assenza di spazio per una libera scelta nelle
azioni umane nel senso che abbiamo appena definito. Non possiamo qui rendere
conto di tutte le concezioni del genere; ricordiamo solo quelle più importanti
e certamente inquietanti per chi crede a una qualche realtà ed efficacia delle
distinzioni morali. Già Darwin, nei primi appunti stesi in collegamento con le
sue prime riflessioni tra il 1833 e il 1840 sulle sue scoperte intorno alle
trasformazioni delle specie viventi, suggeriva le implicazioni per la morale di
una concezione evoluzionistica (Desmond e Moore, 1992: 293-320). Tutto il processo
evolutivo è dominato dal caso e dalla sopravvivenza dei più adatti in termini
meramente biologici e sessuali. Come risulta chiaro poi la lotta per la vita in
termini evolutivi riguarda non già i singoli individui, ma le specie nel loro
complesso. In questo quadro tutte le azioni umane si presentano come frutto di
cause che riguardano complessivamente la specie umana. Questa prospettiva
biologica sulla vita degli uomini è stata sviluppata e approfondita da autori
che hanno elaborato quella che è chiamata sociobiologia (Wilson, 1979). A) di
là delle opzioni apparentemente libere che si presentano alle scelte umane, in
realtà tutte le azioni umane sono casuali e soggette a condizionamenti in
termini di ciò che è vantaggioso per la sopravvivenza della specie complessivamente
intesa. Così se identifichiamo l'etica con la presenza di una dimensione
cooperativa nelle azioni umane, tale dimensione non è altro che un effetto
dell'evoluzione biologica naturale e le azioni che ne conseguono sono del tutto
istintive e sottratte al nostro controllo. Del tutto illusoria è dunque la
prospettiva dell'etica che vi siano dei contlitti, disaccordi e scelte
drammatiche di fronte agli uomini e che essi possano responsabilmente e
liberamente dare ad esse una soluzione. La vita umana è sottoposta alle leggi
generali della vita e del tutto casualmente si realizzano processi e
trasformazioni, i quali tutti vanno dunque al di là di qualsiasi libera scelta
individuale. Un'altra concezione che sembra negare qualsiasi spazio alle scelte
libere e responsabili di cui tratta l'etica è quella che viene considerata come
una conseguenza dell’accettazione dell’impostazione psicanalitica di Sigmund
Freud. È dubbio che una tale schematica concezione sia presente in Freud, che,
se leggiamo opere come Das Unbebagen in der Kultur (1929, Il disagio della
civiltà) sembra piuttosto impegnato a rendere conto della genesi della
coscienza morale all’interno della sua generale teoria sulla dinamica psichica,
senza volersi dunque impegnare su di un piano essenzialistico (Freud, 1978). Ma
vi è comunque una vulgata che considera una conseguenza dell’impostazione
psicanalitica la tesi che le azioni umane individuali non possono essere viste
come frutto di scelte consapevoli, ma sono il risultato piuttosto di motivazioni
inconsce che sfuggono a qualsiasi controllo individuale. Quando noi riteniamo
di avere di fronte determinate alternative tra le quali scegliere razionalmente
la migliore, in realtà siamo spinti a percorrere una certa strada da pulsioni
profonde (amore- odio ecc.) che sfuggono completamente al nostro controllo
consapevole e che dettano anche tenendo conto della nostra storia psicologica
personale i nostri comportamenti in modo necessario. Una analoga riduzione
delle motivazioni consapevoli ad altre più profonde cause si troverebbe nella
concezione di Carl Gustav Jung e in tutte quelle dottrine che elaborano una
qualche tipologia o caratteriologia. Rispetto a questi approcci alle azioni
umane che negano all’etica un qualunque ruolo va mossa una critica preliminare.
Queste tesi hanno un valore se sono presentate come ipotesi scientifiche, ma se
vengono presentate come tali la loro validità non può essere estesa appunto al
di là di quella propria di spiegazioni empiriche per un campo ben determinato
di comportamenti umani. Rendere conto delle azioni umane secondo una
spiegazione evoluzionistica non può essere presentato pena l'abbandono del
piano scientifico di discorso come l’unica e necessaria spiegazione di
qualsiasi azione umana, come una sorta di caratterizzazione essenzialistica e
sostanzialistica della natura delle cose. Gli stessi teorici, metodologicamente
più avvertiti, dell’evoluzionismo come ad esempio Richard Dawkins (Dawkins,
1992) non hanno mancato di temperare in vari modi questa semplicistica
negazione dell'etica. Da una parte hanno così insistito sull'incidenza solo
statistica e non necessaria delle cause evolutive. Dall'altra hanno anche
riconosciuto una capacità degli esseri umani, non solo di essere consapevoli
dei processi evolutivi, ma di sottrarsi proprio sul piano procreativo ai
meccanismi dettati dall’evoluzione, Infine si sono impegnati ad elaborare
spiegazioni che rendono conto della superiorità, sul piano evolutivo, di quelle
culture che realizzano al loro interno un equilibrio selettivo stabile intorno
ad abitudini cooperative, rispetto alle culture dominate dal completo egoismo
individuale. Una estensione dunque su di un piano ontologico o metafisico
dell’evoluzionismo risulta effettivamente incompatibile con qualsiasi altra spiegazione
o interpretazione delle azioni umane, ma in quanto tale rappresenta una
fuoriuscita dal piano del discorso scientifico e la trasformazione
dell’evoluzionismo in una religione. Non diversamente si può ritenere indebita
la generalizza zione del modello esplicativo proprio della psicanalisi a tutte
le situazioni in cui gli uomini scelgono, decidono e deliberano. La fertilità
della psicanalisi è indubbia laddove è presentata come una spiegazione di ben
precise azioni e di situazioni patologiche del comportamento umano. Ma non si
può se non impropriamente estenderla in modo tale che essa pretenda di spiegare
tutte le azioni umane in qualsiasi situazione con le forze e pulsioni inconsce
su cui richiama l’attenzione, Un'altra strada è stata percorsa sempre più
insistentemente negli ultimi due secoli per negare qualsiasi spazio all'etica.
Si tratta qui di quella posizione che sostiene che gli uomini sono in
definitiva mossi solo da motivazioni del tutto personali ed egoistiche e che
dunque cercano sempre e solo la soddisfazione dei loro interessi. È poi molto
diffusa la tendenza a caratterizzare questi interessi in termini strettamente
economici. La negazione dell'etica in questo senso deriva da una concezione
essenzialistica dell'azione umana che identifica come unico movente di tutte le
scelte la realizzazione del massimo vantaggio da un punto di vista economico.
Secondo alcuni ad esempio Louis Dumont (Dumont, 1984) è questo il tipo di
prognosi sulla civilizzazione umana nell'Occidente che troveremmo già in Bernard
de Mandeville (Mandeville, 1987) e in Smith e che dovremmo realisticamente fare
nostra. La tesi generale è che la realizzazione e il consolidarsi delle società
dominate dalla logica del mercato rende praticamente impossibile la ricerca da
parte di ciascun essere umano di obiettivi non strettamenté autointeressati. Vi
sarebbe quindi, paralletamente al progressivo consolidarsi delle strutture
delle società di mercato, una vera e propria morte dell’etica. In luogo di una
spiegazione pluralistica ancora legittima nel secolo XVII dell’azione umana che
la riconduceva a ragioni etiche, economiche, di moda ecc. ora saremmo dunque
costretti a fare nostra una spiegazione monistica per la quale le uniche
ragioni delle scelte e decisioni sono economiche, e tra l'altro quasi mai sotto
il controllo dell'individuo. Secondo questa filosofia della civilizzazione sono
dunque del tutto scomparse le condizioni che permettono azioni mosse da ragioni
etiche, altruistiche 0 universalistiche. Ancora una volta una spiegazione che
può avere una sua fertilità se tenuta su di un terreno del tutto limitato
finisce poi con il risultare inaccettabile una volta estesa su di un piano
essenzialistico. Tutte queste concezioni contestano la possibilità dell'etica
sulla base di una pretesa ingiustificata di caratterizzare in termini
sostanziali ed essenziali l'azione umana. La ricostruzione che dell'azione
umana viene offerta da chi ammette l'incidenza delle ragioni etiche è una delle
possibili spiegazioni che restano aperte nella nostra cultura. Certo non
l’unica, forse nemmeno quella più importante e significativa, ma di sicuro una
spiegazione fertile sul piano esplicativo e non priva di forza prognostica. Se
si cerca di rendere conto delle azioni umane sulla base dell'assunzione che gli
uomini sono mossi ad agire anche da ragioni etiche si riesce come ha
recentemente in vari modi mostrato Amartya K. Sen (Sen, 1986, 1988, 1992, 1994)
a rendere conto di alcuni comportamenti effettivi e a prevedere alcune
situazioni future in modo non diverso (e non meno esteso) di quanto accade con
le altre spiegazioni. 3. Fondazione, giustificazione e spiegazione:
l’epistemologia dell'etica. 3.1. Dalla meta-etica all'epistemologia. La ricerca
rivolta a identificare la natura della morale, il senso delle nozioni che
operano nell'etica, rappresenta un passaggio preliminare prima di affrontare un
altro genere di questioni decisivo per l'etica, quello relativo alle vie
disponibili per fondare, giustificare, o eventualmente spiegare, le scelte e i
giudizi normativi. Sapere che tipo di domande ci poniamo quando siamo alla
ricerca di ciò che è bene © giusto fare in una data situazione è appunto
preliminare da un punto di vista logico e concettuale per arrivare a
individuare le procedure mediante le quali si può trovare la risposta adeguata.
Rendiamo dunque conto in questo paragrafo delle diverse linee lungo le quali si
è risposto al problema dei modi in cui si possono conoscere, fondare 0
giustificare le norme e i valori con cui l'etica ha a che fare. Nel corso del
secolo XX vi è stato, prima, uno spostamento deciso dal problema di come sono
conoscibili i valori etici, a quello di come sono fondabili i nostri giudizi
normativi e le nostre decisioni pratiche. Successivamente l'elaborazione
filosofica ha visto affermarsi una prospettiva che in luogo della tesi della
fondabilità delle conclusioni etiche ha preferito limitarsi a sostenere la
possibilità di giustificarli o di argomentare pro o contro i valori in gioco.
In questo paragrafo renderemo anche conto di un altro approccio che si è andato
sempre più consolidando nella riflessione etica del secolo XX rivolto non più a
fondare o giustificare le conclusioni normative, quanto piuttosto a spiegare la
genesi dell'etica e delle distinzioni che in essa vengono istituite. Quest'ultimo
approccio che abbandona le pretese di elaborare criteri gnoseologici ed
epistemologicì per passare ad un'analisi propriamente esplicativa non coinvolge
solo le posizioni (di cui abbiamo reso conto nel $ 2.7) di coloro che negano la
validità delle distinzioni etiche. Un analogo approccio esplicativo troviamo in
chi occupandosi dell'etica filosofica si rifiuta di passare sul piano più
direttamente prescrittivo e normativo, fissando così i limiti dell'intervento
riflessivo nella determinazione della natura dell'etica, dei tipi di procedure
gnoseologiche ed epistemologiche che essa coinvolge e dei meccanismi genetici
che l'hanno costituita. Nel rendere conto dei diversi modelli gnoseologici ed
epistemologici riconoscibili nell’etica moderna e contemporanea mescoleremo
ancora la prospettiva storica con quella critica e teorica. Per procedere con
questo bilanciamento delle due prospettive le partizioni di questo paragrafo
non seguiranno l'ordine di quelle esposte nel precedente paragrafo, né
riprenderanno in modo esclusivo le distinzioni già fissate a livello di
meta-etica. Dal punto di vista gnoseologico ed epistemologico alcune delle
partizioni fatte valere sul piano meta-etico risultano infatti o troppo strette
o troppo larghe, nel senso che un approfondimento analitico permette di
riconoscere diverse procedure epistemologiche alla base della stessa concezione
meta-etica o procedure epistemologiche analoghe laddove siamo costretti a
tracciare delle distinzioni sul piano meta-etico. Il lettore si accorgerà che
il quadro precedentemente delineato di concezioni meta-etiche trova comunque un
riscontro in questo paragrafo. 3.2. La conoscibilità della legge divina. Come
si è già avuto modo di sottolineare il secolo XVII rappresenta un punto di
riferimento essenziale per chi voglia rendere conto dello sviluppo dell’etica
teorica nel senso in cui ne stiamo trattando in questo scritto. Numerosi
pensatori riconoscono che le soluzioni a proposito dell'etica devono essere
tali da poter essere accettate da esserti umani, finiti razionali, che siano in
grado di ripercorrere la strada che viene ad essi indicata per superare
coniflitti e disaccordi. Questa prospettiva di ricerca sull’etica e sulle sue
basi epistemologiche e gnoseologiche è ad esempio del tutto operante in Cartesio,
che però non la percorre arrestandosi alla sua soglia. Infatti Cartesio non
sottopone anche le verità etiche all’analisi in termini di dubbio e di ricerca
della certezza a cui egli sottopone le altre verità, e proprio in quanto non
intraprende tale indagine si arresta a quella che lui stesso chiama una «morale
provvisoria». Una morale assunta acriticamente dalla tradizione e che andrà
confermata o sostituita dopo che si sarà percorsa sisternaticamente la strada
della ricerca critica sulle verità morali. Questa rinuncia dichiarata a
percorrere una strada fondazionale non esclude, del resto, la presenza
nell'opera di Cartesio di una vasta ricerca sulle basi antropologiche della
vita morale e una rivisitazione, per molti versi scettica, delle concezioni
tradizionali di virtù e felicità (Canziani, 1980). Una ricerca sulle basi
razionali dell'etica viene invece esplicitamente avviata, nel secolo XVII, da
pensatori come Hobbes e Locke. Negli scritti di Locke troviamo in realtà
percorse diverse strategie gnoseologiche ed epistemologiche per l'etica e il
suo problema fondamentale fu proprio quello della conoscibilità della legge
morale e degli articoli della fede religiosa (Colman, 1983; Fagiani, 1983).
Locke dunque affronta sistematicamente la questione di come sia conoscibile la
legge morale naturale in un contesto che assume che la legge naturale è un
comando divino. Dopo avere ricostruito analiticamente diverse strategie
alternative mediante le quali si potrebbe giungere a conoscere tale comando
Locke finisce poi però con il dichiarare la loro inadeguatezza. Possiamo quindi
ricavare dai suoi scritti sia una indicazione delle diverse procedure
epistemologiche a cui può fare appello chi accetta la tesi che l’etica sia in
definitiva un insieme di comandi divini, sia l'indicazione dei limiti propri di
queste procedure e dunque la difficoltà complessiva di dare una base razionale
al tentativo di derivare l’etica da tesi di ordine religioso. Una prima
strategia consiste nel legare la conoscibilità e autorevolezza della legge
morale quale comando divino ad alcuni testi in cui tale legge è rivelata. Locke
si mostra petò consapevole dei limiti presenti in questo appello ai testi
rivelati. Egli riconosce, ad esempio in The Reasonableness of Christianity, as
deliver'd in the Scriptures (1695, La ragionevolezza del Cristianesimo), che il
ricorso ai testi sacri per la tradizione cristiana può al massimo valere sul
piano pedagogico e retorico. Argomenti analoghi possono essere fatti valere per
tutte le religioni positive. Il ricorso ai testi sacri e rivelati può
rappresentare un aiuto e una facilitazione per chi si preoccupi di convincere 0
persuadere altri, ma non può però rappresentare una via adeguata per
giustificare una conclusione etica per tutti gli esseri umani, Il collegamento
della verità etica conoscibile con la lettura di qualche testo in cui la
divinità ha espresso i suoi comandi oltre il problema della molteplicità delle
interpretazioni possibili della lettera del testo comporterebbe l’assurda
conseguenza di considerare tutta quella parte dell'umanità che è vissuta prima,
0 vive al di fuori, della rivelazione come del tutto priva di etica. Una
ulteriore conseguenza assurda: considerare del tutto privi di morale coloro che
sono in disaccordo con noi su alcuni dei punti caratterizzanti la religione
rivelata che noi accettiamo. Lo stesso Locke fa valere una obiezione più
generale nei confronti del tentativo di ricondurre la base di validità di una
tesi etica al fatto che si tratti del comando di una certa divinità. Si tratta
di una critica contro il volontatismo di quei teologi che considerano invece
questa strategia come in grado di fondare la moralità. La critica generale
presente negli scritti di Locke già negli Essays (Saggi) del 1664 (Locke, 1973)
è che il fatto di trovare un certo comando espresso in un testo che più o meno
fondatamente crediamo espressione della volontà divina è del tutto irrilevante
sul piano etico; su questo piano il problema che si pone non è tanto se ci si
trova di fronte ad un comando di qualcuno, quanto piuttosto se ciò che viene
comandato è giusto. I sostenitori dell’origine divina dell’etica hanno sempre
considerato come necessaria e sufficiente la coincidenza tra volontà divina e
legge morale, ma la riflessione moderna e contemporanea ha invece fatto valere
sempre di più l'autonomia dell'etica. Questa autonomia viene affermata già a
livello concettuale distinguendo nettamente le nozioni etiche dalle nozioni che
fanno riferimento a ciò che è comandato da qualcuno, sia pure l'Autore della Natura.
Il riconoscimento di tale autonomia ha poi un riflesso sul piano epistemologico
e gnoseologico e porta a fissare con precisione la diversità delle procedure
gnoseologiche con cui si conosce la volontà divina rivelata nei testi sacri
rispetto a quelle con cui si conosce la legge morale valida. Prima di
illustrare le vie percorse in positivo da Locke per cercare di fondare
razionalmente le conclusioni etiche soffermiamoci invece su una strada da lui
rifiutata. Si tratta di quella concezione che indica in una particolare
coscienza 0 facoltà morale il modo più sicuro per arrivare a conoscere
direttamente i comandi mortali della divinità. Una strategia per fondare e
conoscere l'etica tuttora molto frequentata e cara ai fautori di una riduzione
dell'etica alla religione. Per quanto riguarda Locke nel I libro dell’Essay
nega che alla «coscienza» ci si possa appellare come a una prova valida in
morale e la nozione di coscienza viene fatta rientrare nell'armamentario delle
assunzioni innatistiche che non possono avere alcun riscontro sul piano
empirico (Locke, 1971; 92-93). La concezione che Dio stesso ci comanda
direttamente senza per questo servirsi della rivelazione la legge morale, e che
noi abbiamo una cognizione diretta di tale legge attraverso la nostra
coscienza, è stata sviluppata, nel secolo XVII, da alcuni neo- platonici di
Cambridge, e in particolare da Herbert di Cherbury con la sua dottrina delle
notiones comsmunes. La stessa linea fu poi riproposta nel secolo XVIII su basi
nuove da intuizionisti e sentimentalisti che conservavano un quadro
provvidenzialistico. Così Joseph Butler legava la conoscenza delle verità
etiche all’attività intuitiva di una peculiare «coscienza» capace di obbligare
e fornita di autorevolezza, e Hutcheson indicava nel «senso morale» la base di
quel particolare sentimento che ci fa cogliere la virtà in un mondo ordinato
dall’Autore della Natura. Contro la tesi che Dio ci rende noti direttamente
nella coscienza i suoi ordini morali vi sono alcune argomentazioni già
formulate da Locke. L'appello alla coscienza non può essere certo un criterio
definitivo in etica perché dovremmo disporre di almeno altre due ulteriori
specificazioni. In primo luogo un qualche criterio che ci permettesse di
discriminare quei dettami della nostra coscienza che sono affidabili da quelli
che sono errati. In secondo luogo un qualche fondamento che ci autorizzasse a
ritenere laddove sorgessero disaccordi che ciò che ci fa conoscere la nostra
coscienza è veramente la legge morale per tutti gli uomini, anche per quelli
che con i loro discorsi e con le loro azioni testimoniano di non trovare nelle
loro coscienze principi analoghi ai nostri. Rifiutata la via della coscienza
Locke invece si impegna positivamente nel cercare di conciliare una concezione
che vede la morale come caratterizzata da comandi divini con una strategia
empiristica. L'accettazione di una epistemologia e gnoseologia empiristiche
porta Locke ad elaborare una strada indiretta di fondazione e giustificazione
della legge morale naturale come corando divino. Secondo questa via di
fondazione indiretta noi giungiamo ad accettare il comando morale divino
espresso nella legge naturale dopo avere percorso un ragionamento che ci porta
a risalire a Dio come all'Autore della Natura buono che ha creato gli esseri
umani in modo tale che essi effettivamente siano in condizione di ottenere la
loro felicità. Ovviamente questa strategia comporta l’assunzione che ciò che
Dio comanda non può che essere il bene per gli uomini, un passaggio verso
l'accettazione dell’intellettualismo etico che non vede più nella volontà
divina l'unico fondamento del bene e rende del tutto secondario il valore dei
testi rivelati. La strategia di giustificazione della validità della legge
naturale morale avanzata da Locke comprende diversi passaggi: in primo luogo
trovando un ordine o un disegno nel mondo si risale a un autore della natura;
poi si postula una natura divina buona e razionale per cui l’autore della
natura non può che volere la felicità degli esseri umani; ancora si crede che
l’autore della natura non solo abbia trasmesso agli esseri umani un insieme di
leggi naturali, universali ed eterne, per realizzare la loro felicità, ma anche
che abbia messo gli esseri umani in condizioni di conoscere tali leggi con
certezza con il ricorso alle loro facoltà naturali del senso e della ragione;
infine si assume che conoscere tali leggi naturali equivale a essere obbligati
a obbedire a ciò che ci richiedono. Le lacune e le cir. colarità presenti in
questi vari passaggi risultavano già evidenti allo stesso Locke che nel corso
di tutta la sua vita si affannò a cercare di ovviare ad esse. In effetti la
procedura di giustificazione lockiana della validità delle leggi naturali come
comandi divini comporta il continuo passaggio dal piano empirico a quello
sovrannaturale, dal piano dell'essere a quello del dovere. Con l’aiuto di
questa strategia si potrà al massimo disporre di ragioni del tutto ipotetiche a
favore di ciò che noi siamo già giunti ad accettare come un comando divino del
tutto indipendentemente e prima del ricorso a queste procedure gnoseologiche ed
epistemologiche. Consapevole di ciò Locke presentava nell’ultima parte della
sua vita il suo tentativo di elaborare un'etica dimostrativa come una via per
confermare le opzioni morali trasmesse dalla tradizione cristiana. Una volta
che cadono le assunzioni che sorreggono l'argomento del disegno e le pretese
sulla bontà provvidenziale dell'Autore della Natura questa strategia sembra
crollare, Non c'è più nessuna divinità da cui far dipendere la validità della
legge morale, nulla garantisce che l’autore della natura sia buono piuttosto
che malvagio, nulla è più in grado comunque di farci superare l'abisso tra
l'eventuale conoscenza di una norma come comando divino e il nostro accettarla
come obbligante. Locke stesso cercò di superare questo abisso, ma legando la
validità e l'efficacia della legge morale naturale non tanto al riconoscimento
che si tratta di un comando divino in sé giusto, quanto piuttosto al timore per
la sanzione che sarebbe derivata in un'altra vita in caso di infrazione verso
di essa. Ma questo tentativo di agganciare la validità e l'obbligatorietà di un
principio etico a una qualche sanzione che segue una infrazione verso di esso,
è una strategia che non possiamo più percorrere indipendentemente
dall’accettabilità o meno delle credenze sull’immortalità dell'anima e
sull'esistenza di uno stato futuro ove riconosciamo l’autonomia dell'etica.
Fare appello a qualche sanzione ultraterrena infatti al massimo riesce a
giustificare o fondare che noi si faccia qualcosa perché temiamo la sanzione o
cerchiamo i premi che una certa autorità lega a questi comportamenti, Ma
percorrere questa strada impedisce di vedere che il piano concettuale investito
dall’etica è quello che comporta fare ciò che è giusto o bene fare e non già
quello che comporta fare una certa cosa solo perché teniamo la sanzione di una
qualche autorità (per quanto illuminata} ove non dovessimo obbedire ai suoi
comandi. La fondazione dell'etica attraverso un calcolo prudenziale. Un'altra
strada percorsa per fondare l'assunzione di un punto di vista etico è quella
che cerca di riconnettere la ricerca individuale del bene personale con la
considerazione pet il bene comune. Naturalmente non si tratta di quelle
concezioni che sulla base di considerazioni empiriche e a posteriori concludono
che la ricerca del bene personale risulta essere l’unica via che consente di
realizzare un incremento del bene comune. Una concezione del genere è spesso
alla base della difesa dell'economia di mercato e viene attribuita a Smith ed è
stata esposta in modo approfondito da FÀ. von Hayek (Hayek, 1986). Affrontiamo
invece in questa sezione la questione se si possa o meno fornire un fondamento
razionale all'esigenza di essere morali: dove si considerano razionali solo le
argomentazioni che rinviano alla soddisfazione di propri interessi o piaceri e
con «morale» si intende il rispetto di qualche regola generale o norma di
cooperazione quali ad esempio mantenere le promesse, rispettare i contratti e obbedire
alle leggi del proprio paese. Questa impostazione è presente in modo del tutto
esplicito nelle pagine di Hobbes. Così la risposta che Hobbes dà allo «sciocco
razionale» nel capitolo XV del Leviathan, or tbe Matter, Forme and Power of a
Common-wealth Ecclesiasticali and Civili (Il leviatano; Hobbes) è rivolta a
cercare di mostrare che, calcolando sulla base degli interessi in gioco, la
salvaguardia di un minimo di principi etici e cooperativi è vantaggiosa per i
diversi individui. Troviamo dunque nelle pagine di Hobbes il tentativo di
elaborare una giustificazione di ordine prudenziale a favore del riconoscimento
dell'opportunità di rispettare i principi dell'etica. La razionalità in gioco
nel calcolo prudenziale è stata sistematicamente delineata nei suoi assiomi e
nelle sue deduzioni nel corso del XX secolo dalla «teoria della scelta
razionale 0 teoria delle decisioni» (Axelrod, 1985; Resnik, 1990). Proprio tra
i teorici della scelta razionale di questo secolo vediamo ripresentarsi il
problema di Hobbes formulato in un diverso modo (Kavka, 1986). Si tratta cioè
di individuare se e in che modo sia possibile provare la razionalità
dell’accettazione di un minimo di regole cooperative anche quando
quest’accettazione sembra essere in contrasto con i nostri interessi più
immediati e diretti e ci si trovi in una situazione in cui un’eventuale nostra
defezione unilaterale potrebbe sfuggire al controllo altrui. Già in Hobbes
troviamo dunque un tentativo di argomentare a favore dell'accettazione di
regole © principi etici contro le pretese dello «sciocco razionale» di fare
sempre e comunque ciò che è per lui più vantaggioso e dunque di defezionare o
sospendere la propria fedeltà nei confronti della regola o del principio etico
quando ciò è per lui più conveniente o quando comunque può sfuggire alla
sanzione altrui. Torneremo su queste argomentazioni quando affronteremo i
tentativi di presentare come una vera e propria teoria etica normativa la
teoria della scelta razionale. La situazione dello «sciocco razionale» è molto
simile a quella di cui si occupano i teorici della scelta razionale quando
affrontano i problemi posti dal «dilemma del prigioniero», e si impegnano
nell’analisi del comportamento del free rider. Già Hobbes elaborava alcune
argomentazioni che insistevano sulla rischiosità di un comportamento di
defezione unilaterale e sulla probabilità di ricavare un danno nel momento in
cui gli altri prima o poi giungeranno a scoprirlo. Negli ultimi decenni il
paradigma hobbesiano è stato in vari modi interpretato e sviluppato da diversi
teorici dell'etica. Particolarmente stringente è stato il modo in cui David
Gauthier (Gauthier, 1986) ha cercato di fondare la preferibilità di avere una
morale in luogo di esserne privi all'interno di quella posizione che ha caratterizzato
come «contrattualismo reale» per distinguerla dal «contrattualismo ideale» di
Rawls (Rawls, 1982). Secondo Gauthier il quadro concettuale di Rawls con
l'assunzione in partenza della validità del principio di equità implica già
l'accettazione di un piano etico e dunque dà per dimostrato quella che vorrebbe
giustificare. Gauthier cerca di elaborare invece una teoria in cui
l'accettazione dell’etica e del contratto sociale originario che garantisce la
vita civile e la cooperazione non viene fatta dipendere da condizioni ideali
presupposte, ma piuttosto dal beneficio che ciascuno dei contraenti ricava in
termini di ragioni prudenziali o di utilità personale. Il programma di Gauthier
è quello di riuscire a mostrare all’interno della teoria della scelta razionale
come sia più conveniente e vantaggioso essere un «massimizzatore vincolato»
dall’accettazione di qualche principio etico interpersonale, piuttosto che un
«massimizzatore diretto» che tende sempre e solo alla soddisfazione dei propri
interessi immediati. Gauthier elabora tutta una serie di argomenti che fanno
emergere l’ottimalità dei risultati raggiunti attraverso la via della
massimizzazione vincolata, una volta messi a confronto con le disponibilità di
partenza o con i risultati raggiungibili attraverso la massimizzazione diretta
propria di chi procede come un free rider, Gauthier sostiene che il modo in cui
un agente delibera influenza le opportunità da lui attese. Così se guardiamo al
modo di deliberare proprio di un massimizzatore vincolato potremo aspettarci
che egli consenta volontariamente con i termini di un accordo precedente, anche
se questo comporta che egli così vincoli il diretto perseguimento dei suoi
interessi. Ma sulla base di tali aspettative il massimizzatore sarà il
benvenuto come partner în progetti cooperativi reciprocamente benefici. Se
invece consideriamo il modo di deliberare proprio di un massimizzatore diretto,
da costui non potremo aspettarci che consenta con i termini dei suoi precedenti
accordi a meno che ciò non contribuisca direttamente a soddisfare i suoi
interessi. Ma proprio sulla base di questa aspettativa sul suo comportamento il
massimizzatote diretto sarà estromesso come partner nelle iniziative
cooperative in quanto non si può gemuinamente avere fiducia in lui. La conclusione
di Gauthier è dunque che il massimizzatore vincolato può aspettarsi di godere
di opportunità che invece il massimizzatore diretto può solo prevedere che gli
saranno negate. Si tratta di una differenza che evidentemente opera a tutto
vantaggio del massimizzatore vincolato. Sulla base di questa argomentazione
Gauthier conclude che si può ritenere razionale incorporare nelle proprie
deliberazioni i vincoli con cui si è razionalmente concordato come filtri tra
possibili azioni tra cui scegliere, Ed è chiaro che qui razionale significa un
calcolo con un saldo positivo a proposito della soddisfazione dei propri
interessi. La teoria di Gauthier si presenta come molto potente in quanto
presume di potere dimostrare la razionalità dell'assunzione di vincoli etici
come mezzo per realizzare un surplus di soddisfazione dei propri interessi. Ma
l'elaborazione di Gauthier va incontro a una serie di difficoltà che mostrano
come sia ancora irrisolto il tentativo di fondare in termini prudenziali la
preferibilità di una vita etica. Infatti da una parte, legando il saldo attivo
che ricava il massimizzatore vincolato alla fiducia di altri nei suoi
confronti, Gauthier sembra dovere fornire un criterio sicuro per discriminare
tra situazioni in cui la fiducia è bene riposta e casi in cui invece una tale
fiducia è errata. Un criterio del genere non viene offerto da Gauthier, ma si
può ipotizzare che esso non sia disponibile e che, nel caso in cui si tratti di
fiducia da concedere a un qualche partner, si debba oscillare tra una
valutazione diretta, caso per caso, 0 una assunzione di trasparenza delle
motivazioni del partner o una qualche circolarità. L'altra difficoltà di ordine
generale dell’argomentazione di Gauthier (e più in generale di quelle strategie
che tentano di giustificare l’etica in termini prudenziali o di salvaguardia
dei propri interessi) sta nella pretesa di potere dimostrare che il surplus di
ottimalità conseguente all'assunzione di un vincolo etico riguardi tutti i
possibili contraenti con qualsiasi interesse di partenza. Gauthier si impegna
ad elaborare una concezione non riduzionistica di «interessi» (concerns) non
definendoli in termini strettamente economici, ma lastiandone indeterminato il
contenuto mediante un rinvio alle preferenze di ciascuno. La cooperazione e
dunque l'etica secondo Gauthier rende possibile soddisfare con esiti migliori i
propri interessi di partenza di qualsiasi tipo essi siano che vanno quindi
vincolati secondo le aspettative degli altri. Resta difficile da capire come si
possa mettere su uno stesso piano interessi che esigono soddisfazioni molto
differenziate e, ciò che più importa, vincoli ben diversi. È difficile cioè
riuscire a capire come si possa assemblare e considerare vincolabili alla
stessa stregua preferenze di partenza per beni diversi (poniamo, beni
condivisibili e beni esclusivi). Difficile capire come si possa costruire in
modo unitario il «massimizzatore vincolato» tenuto conto che in genere gli
interessi degli esseri umani si intende dello stesso essere umano in tempi
diversi sono molteplici e probabilmente bisognosi di un qualche ordinamento
interno. Ma la difficoltà più generale riguarda la pretesa della teoria di
Gauthier di fornire la mossa vincente per convincere chiunque solo sulla base
di un calcolo strettamente interessato della convenienza a interiorizzare una
disposizione a rispettare gli accordi. Sembra opinabile che questa mossa possa
risultare efficace anche laddove per esempio non si avesse già una disposizione
a rispettare gli accordi o non vi fosse una qualche base motivazionale, emotiva
o psicologica, sulla quale fare leva per radicarla o rafforzarla. Vedremo poi
in una sezione successiva un'altra difficoltà intrinseca all'approccio
prudenziale o della teoria della scelta razionale. Vedremo infatti che per
restare coerenti con questo approccio finiamo, in alcune situazioni, con il
tendere a risultati niente affatto ottimali. Vi sono però strategie per la
fondazione dell'etica molto più antiche di quelle che abbiamo appena ricordato
e ad esse si continua a ricorrere anche nell'etica moderna e contemporanea. Ad
esempio quelle strategie che ritengono che nella natura umana siano
rintracciabili dei caratteri e delle proprietà che fondano una particolare
considerazione e rispetto per gli esseri umani, conseguenza del riconoscimento
di uno status privilegiato e unico dell’uomo nell'universo. Abbiamo visto
soprache vi sono cacatterizzazioni dell'etica che vedono al suo centro una
legge naturale razionale e dunque concepiscono il comportamento morale come
realizzazione di alcuni tratti propri delia natura umana. È costitutivo di
questa strategia argomentativa il tentativo di derivare ciò che si deve fare da
quella che è la natura umana in quanto tale. Due passaggi sono caratteristici
di questa strategia sul piano fondazionale. In primo luogo questa strategia
implica che si abbracci una forma di cognitivismo essenzialistico e può essere
percorsa solo da chi ritenga di disporre di una concezione che coglie in modo
assoluto e compiuto la natura umana. In effetti le etiche che procedono lungo
questa strada presentano come loro premessa una qualche definizione sostanziale
della natura umana e in genere rendono conto del suo posto nell'universo in
termini metafisici o ontologici. Troviamo percorsa questa linea nella tradizione
aristotelico-tomistica di cui Jacques Maritain ha reso conto, nel XX secolo, in
modo simpatetico (Maritain, 1971). In questa strategia il contenuto dell'etica
viene derivato da una definizione dell’uomo concepito come persona con una
propria peculiare natura sostanziale che ne garantisce la dignità. La
difficoltà per questa strategia sta nella discutibilità della caratterizzazione
della natura della persona, una natura della quale linee di pensiero diverse
hanno reso conto in termini dei tutto alternativi e incompatibili (come
argomentano Scarpelli, 1985: 181-203; Preti, 1989: 63-95). Nell'elaborare la
concezione della persona morale si procede di solito o impoverendo l'essere
umano di tutti gli elementi concreti, o presentando l'individuo umano in vesti
tanto astratte e ideali che una tale rappresentazione finisce con il non avere
alcuna presa sul piano delle azioni concrete. Un'altra via che pone al centro
della morale una definizione della natura personale dell’uomo è quella che
connota la persona con una serie di tratti che non sono altro che
l’ipostatizzazione di assunzioni di ordine ideologico o religioso. Una tale
costruzione e conseguente uso della nozione della persona come fondamento
dell'etica è ad esempio presente nel XX secolo nei documenti ufficiali su
questioni morali della Chiesa Cattolica. Un altro limite di questa impostazione
sta nel commettere in modo evidente l'errore logico di ridurre ciò che deve
essere a ciò che è. Si tratta di quella «fallacia naturalistica» ovvero di
quella offesa alla cosiddetta «legge di Hume. Infatti le diverse
caratterizzazioni della natura umana in termini ontologici e sostanziali non
fanno che richiamare ciò che è già proprio di tutti gli esseri umani. Ma allora
non si riesce a capire in che modo da ciò che è già proprio dell’uomo in quanto
tale si possa ricavare ciò che l’uomo dovrebbe fare e che in quanto dovrebbe
ancora realizzare non può logicamente già essere. Proprio questa indebita
riduzione del dovere all'essere è stata al centro di una serie di contestazioni
contro tutte le forme di riduzionismo dal Settecento in avanti. Tali critiche
sono particolarmente decisive contro quelle forme di ragionamento che presumono
di potere conoscere quale sia il bene 0 il dovere per gli omini ricorrendo a
una definizione di quella che è la loro natura essenziale. In generale va
quindi detto che chi procede per la strada di una fondazione ontologica
dell’etica compie tutta una serie di errori logici; il tentativo di ridurre i
valori a fatti ovvero a realtà empiriche o metafisiche; il non cogliere la
peculiare funzione prescrittiva e normativa che è propria di tutti i giudizi
etici; l'assimilare le procedure mediante cui si può giustificare o argomentare
in etica a quelle seguite dalle scienze empiriche o da presunte discipline
metafisiche per descrivere o spiegare il mondo come è. La natura umana come
fondamento dell'etica: la via empirica. Vi è stata un'altra strategia che ha
cercato di indicare come procedura propria della fondazione della morale un
esame della natura umana. In questa linea non ci si propone di risalire a una
qualche definizione metafisica o ontologica della natura umana, ma di cercare
di cogliere, attraverso l’esperienza e l'osservazione, quale è per gli esseri
umani il comportamento più consono ed adeguato. Anche questa via di fondazione
epistemologica dell'etica si presenta come destinata al fallimento. Da una
parte la ricerca empirica sulla natura degli uomini ben difficilmente potrà
ottenere dei risultati di ordine universale, ma finirà sempre con l’identificare
la natura umana con alcuni tratti propri degli esseri umani in un determinato
momento del tempo e in una ben precisa cultura. Inoltre questa strategia non
può sfuggire alla fallacia tipica di tutte le forme di naturalismo che riducono
ciò che deve essere a ciò che è. Tra le concezioni che hanno cercato di
sviluppare sistematicamente il tentativo di provare attraverso un’indagine
empirica che cosa è bene o giusto si colloca certamente l'evoluzionismo erede
di Darwin, specialmente nella forma che esso ha preso con Herbert Spencer.
Berirand Russell agli inizi di questo secolo negli Elements of Ethics (1910,
Gli elementi dell'etica) criticava, in quanto riduzionistica, la pretesa di
ricavare indicazioni etiche da un presunta linea dell'evoluzione umana
empiticamente corroborata. Nella concezione evoluzionistica, rilevava Russell,
la strategia argomentativa procede attraverso continui passaggi dal piano del
riscontro empirico a quello delle definizioni implicite. Così laddove si
identifica ciò che è giusto e ciò che è buono con la linea evolutiva che si
ritiene avere scoperto empiricamente in realtà si è introdotta una definizione
etica per cui ciò che è più evoluto è moralmente superiore, Proprio per queste
difficoltà generali a cui va incontro l’evoluzionismo etico dopo l’ubriacatura
dei sociobtologi, neo-evoluzionisti epistemologicamente avvertiti come R.
Dawkins (Dawkins, 1992; cfr. $ 2.7) rifiutano di presentare le loro concezioni
come una fondazione dell'etica. Tra l’altro non è certo possibile percorrere
questa strategia con un minimo di utilità pratica, ovvero rintracciare in
termini empirici la soluzione a un problema etico connettendola con un corso di
azioni migliore evolutivamente, ovvero che favorisce la sopravvivenza del
genere umano o del gruppo di cui facciamo parte biologicamente. Non vi sono
procedure empiriche che consentono di arrivare a confrontarsi con
un’aliernativa secca tra ciò che favorisce la sopravvivenza del genere umano e
ciò che l’ostacola. Non esistono di certo sicuri metodi empirici per decidere
se una certa linea di comportamento è più o meno in contrasto con i bisogni
della specie umana. Né può rappresentare una fuoriuscita dalle difficoltà
etiche con cui ci confrontiamo, sostenere che però a posteriori può essere poi dimostrato
ammesso che ciò sia possibile che ciò che gli uomini fanno è quanto rende
possibile la loro sopravvivenza. Si tratta di procedure dubbie perché finiscono
con il razionalizzare catastrofi e guerre e comunque si tratta di ricostruzioni
che vengono date dopo che le azioni sono state compiute e che poco dunque
possono aiutarci sul piano deliberativo o della costruzione di una qualche
concezione etica. Difficoltà insormontabili si presentano per tutti gli altri
tentativi di ricondurre il bene e il giusto a delle proprietà del mondo che,
non diversamente dalla forza e dall’energia, possono essere verificate,
misurate e quantificate. Ma più in generale e su un piano meno materiale sono
destinati al fallimento tutti quei tentativi di ricondurre le procedure di
fondazione dell'etica a quelle in uso in scienze, quali la psicologia e la
sociologia, più direttamente rivolte allo studio degli uomini. La via di
ricondurre l'etica alla psicologia è stata più volte percorsa nel corso del
secolo XX. Così procedeva Moritz Schlick nei suoi Fragen der Ethik (Problemi di
etica) quando indicava nel bene ciò che è considerato più idoneo ai bisogni di
un individuo che vuole mantenere l'armonia con il gruppo sociale di cui fa
parte. Una definizione che, ammesso sia in grado di suggerire un qualche
criterio di valutazione, dà per scontata la preferibilità sempre e comunque
dell'armonia rispetto alla disarmonia, con ovvie implicazioni conformistiche.
Un più recente tentativo di ricondurre le procedure della deliberazione etica a
quelle in uso nella psicologia è stato fatto da Richard Brandt in A Theory of
the Good and Right (1979, Una teoria del bene e del giusto). Brandt si è
sforzato di mostrare come il processo deliberativo dell’etica sia assimilabile
alla tecnica usata nella terapia psicologica cognitiva per mettere alla prova i
desideri e gli obiettivi sulla base di una valutazione della loro razionalità.
Brandt sostiene che nell’etica come nella terapia cognitiva si tratta di
valutare razionalmente se i desideri che abbiamo sono o meno adeguati: ovvero
tali che li confermiamo avendo tutte le informazioni empiriche necessarie, tali
che ci propongono obiettivi per realizzare i quali disponiamo dei mezzi
necessari e infine tali che non comportano delle conseguenze inaccettabili.
Questi sono certamente passaggi a cui si può ricorrere quando è in corso una
deliberazione etica, ma va aggiunto che parte dell’etica sembra consistere nel
valutare se noi riteniamo che determinati desideri debbano essere accettati da
tutti coloro che si trovino in situazioni analoghe. I riscontri empirici ci
dicono quali desideri gli uomini hanno, ci presentano le distribuzioni
statistiche di questi desideri, ma nulla dicono su quali siano i desideri da
privilegiare e quelli da mortificare, quelli da rafforzare e quelli da
controllare ad ostacolare. Non mancano coloro che non si fanno influenzare da
questi dubbi sulla validità conclusiva in etica di un metodo di deliberazione e
giudizio che cerchi di controllare empiricamente come stanno le cose per quanto
riguarda gli uomini e le situazioni in discussione. Fautori di un naturalismo
ingenuo, sostengono che noi di fatto già sappiamo che certe azioni sono
negative e malvagie (per esempio l'assassinio o il furto) e che certe
istituzioni (per esempio i contratti, il mantenimento delle promesse e la
fedeltà verso un certo governo) sono giuste. Si può ammettere che questa
strategia naturalistica aiuti a individuare inclinazioni e tendenze ira le più
radicate negli esseri umani, ma il punto è che tali inclinazioni e tendenze non
possono essere giustificate con la mera argomentazione che di esse già
disponiamo di fatto, o che sono universalmente presenti tra gli uomini (il che
tra l'altro non si riesce a dimostrare). Ancora una volta si fa appello a
predisposizioni o inclinazioni così generiche e indeterminate che il rinvio ad
esse ci può essere di scarso aiuto nel risolvere i concreti problemi etici di
fronte ai quali ci troviamo. Così, ad esempio, nessuna indagine empirica sulla
natura umana potrà riuscire a risolvere la questione se vanno considerati o
meno come omicidi alcuni casi controversi (per esempio l'aborto nelle prime
settimane dal concepimento, o alcuni casi di eutanasia volontaria). Inoltre
forse egualmente naturali e per così dire universali si presentano inclinazioni
all’aggressività e predisposizioni all’odio, al risentimento, e alla gelosia
che non risultano certamente giustificate per la loro diffusione e
riscontrabilità empirica. 3.6. L'appello a una ragione universale come via per
la fondazione dell'etica. Un'altra concezione epistemologica per l’etica è
quella che fonda le sue conclusioni non tanto genericamente sulla natura umana,
quanto più specificamente sulla ragione umana, ovvero su quello che è
considerato il tratto più peculiare degli uomini. Così larga parte del
giusnaturalismo del XVII secolo si presenta come un vero e proprio
giusrazionalismo. Grozio e Pufendorf si impegnarono, infatti, nel tentativo di
edificare il diritto, e più in generale l'etica come scienza razionale
dimostrativa. Questo stesso tentativo è presente anche accanto ad altre vie in
Locke. La possibilità di edificare la morale come scienza dimostrativa viene
fatta dipendere da Locke dalla natura del tutto artificiale delle principali
nozioni morali (come egli sostiene si tratta di «modi misti»), ciò che permette
dunque di stringere con un collegamento logicamente necessario tutti i giudizi
in cui ricorrono nozioni morali (Locke, 1971: 632-636). Ma questo rigore
dell’etica, questa sua struttura dimostrativa, e la sua completa dipendenza
dalla razionalità, è possibile solo in quanto si sono svuotate di qualsiasi
portata realistica le nozioni etiche ricavandole integralmente da convenzioni
linguistiche che permettono di dare vita a definizioni essenziali di tipo
arbitrario. In generale questa forma di razionali smo etico si unisce con una
qualche fondazione contrattualistica dei principi dell'etica nel senso di un
qualche accordo sulla definizione delle sue nozioni centrali. Ma la procedura
contrattualistica può fondare una validità solamente convenzionale ovvero
limitata a coloro che accettano di sottoscrivere il patto e dunque le basi
della conseguente scienza etica dimostrativa risultano del tutto esili (cfr. $
3.8). Il razionalismo seicentesco ha presentato anche tentativi di dare una
portata realistica alle conclusioni etiche scoperte mediante la ragione. Così
ad esempio in autori come Samuel Clarke e William Wollaston la ragione si
presenta come la facoltà che permette di scoprire la verità in etica. Questo è
possibile solo in quanto si ritiene che il bene e il male, il giusto e
l'ingiusto siano identificabili individuando quali sono le relazioni adeguate
alle cose in se stesse. Nel caso di Clarke il giusto non è altro che una
relazione di adeguatezza tra l’azione e lo stato delle cose; per Wollaston il
giusto non è altro che un collegamento veritativo tra l’azione e lo stato
complessivo delle cose (così come l’ingiusto è dichiarare, con la propria
azione, il falso). Ma questa prospettiva che riconduce il giusto e l’ingiusto a
un giudizio di adeguatezza o inadeguatezza tra le azioni e lo stato delle cose
comporta due assunzioni che saranno fortemente contestate nel pensiero
successivo. Da una parte la convinzione che gli esseri siano ordinati secondo
una gerarchia ben definita la grande catena degli esseri che distingue
nettamente tra livelli separati ontologicamente e forniti di valore diverso.
Solo sulla base di questa assunzione si può ad esempio, all’interno di questa
prospettiva, considerare inadeguata quella azione in cui l'animale sia
preferito a un essere umano, o un essere umano trattato in modo inadeguato al
suo status ontologico. Questa tesi della gerarchia tra gli esseri è contestata
decisamente da tutta la ricerca evoluzionistica del XIX e XX secolo, Non
necessariamente la scala evolutiva corrisponde a una scala di valore; non
mancano inoltre i casi di confine difficilmente decidibili; nulla vieta di
riconoscere valore anche agli esseri che si presume siano al fondo della scala
degli esseri. La seconda assunzione dei razionalisti realisti è che dare un
giudizio sulla giustezza o meno di un atto {o di un evento) si possa
identificare con l’individuare una qualche relazione tra le cose. Questa
pretesa è criticata e dissolta da Hume che mostra con chiarezza (Hume) come un giudizio
di relazione tra cose non possa in alcun modo esaurire lo spazio di un giudizio
morale. È infatti indubbio che relazioni dello stesso tipo di quelle in gioco
nell’incesto sono rintracciabili tra animali, o che tra le piante ritroviamo
collegamenti analoghi a quelli che si hanno nel parricidio, eppure non possiamo
certo concludere con un giudizio morale sulle «azioni» degli animali e delle
piante. La pretesa di ridurre i giudizi morali a formule matematiche o a
conclusioni razionali dimostrative risulta del tutto fallace. Un tentativo ma
in una forma del tutto diversa dalle precedenti di fondare l’etica sulla
ragione è stato anche quello di Kant e di coloro che ne riprendono il
razionalismo etico. In questo caso si sostiene che è la stessa ragione pratica
o volontà pura, in quanto tale, che implica certi principi morali che vanno
rispettati se si vuole dare coerenza alle nostre conclusioni etiche. Ciò che è
bene e ciò che è giusto può essere quindi individuato conformando la nostra
scelta e decisione alle presupposizioni che vincolano qualsiasi volontà umana
razionale. La razionalità pratica in quanto tale implica certi principi formali
che sono rispettati solo da coloro che compiono le azioni effetti vamente
giuste o ingiuste (Kant; Landucci). È questa la strategia fondazionale seguita
da Kant per ricavare le diverse formulazioni dell'imperativo categorico (si
veda $ 4.6) dalle regole trascendentali che presiedono alla volontà umana.
Critiche alla procedura epistemologica alla base dell'etica kantiana vengono
mosse su due piani. In primo luogo si obietta che la prospettiva kantiana in
realtà concepisce la volontà umana in termini sostantivi e dunque inttoduce fin
dall’inizio nelle sue analisi apparentemente formali e neutrali del volere
umano dei tratti che non possono che portare a un ben preciso esito morale. In
secondo luogo viene obiettato che un mero appello alla coerenza formale è del
tutto inefficace in etica perché alla costrizione in gioco nell’appello alla
coerenza si può sempre sfuggire rifiutandosi di considerare come effettivamente
insostenibile uno stato di incoerenza. In questa rivisitazione del razionalismo
etico faccio dunque mia la prospettiva critica che rileva che la ragione in
quanto tale può solo permetterci di trarre delle conclusioni che si esprimono
in quelle che chiameremo deduzioni o giudizi analitici. Ma se così stanno le
cose ciò che è eticamente rilevante o è già dato nelle premesse del nostro
discorso e allora occorrerà spostare la discussione su come sono state
costruite queste premesse o non potrà certo essere raggiunto ricorrendo al solo
aiuto della deduzione razionale. La razionalità e la ragione umana in quanto
tali non solo risultano eticamente vuote, ma se si guarda poi alla ragione come
facoltà intellettuale questa presenta l’insufficienza più generale, dal punto
di vista fondazionale, di portare a conclusioni © esiti che non risultano
direttamente motivanti. Scoprire che vi è una certa relazione tra le cose, o
che date certe premesse se ne ricavano per via analitica determinate
conclusioni è cosa ben diversa dall'essere mossi a fare ciò che è bene, giusto,
doveroso fare. La ragione può dunque solo aiutarci a identificare ulteriori
situazioni a cui estendere i nostri principi etici, una volta che noi già
abbiamo sulla base delle nostre sensazioni, emozioni e passioni discriminato
tra quello che approviamo 0 disapproviamo, apprezziamo o svalutiamo. Il
collegamento con la ragione umana concepita come la parte migliore e più alta,
quasi una patte divina, della natura umana è spesso sembrata la via maestra per
garantire alle conclusioni dell'etica sia una strategia peculiare sia una
superiorità rispetto a tutto il resto. Ma nel pensiero moderno e contemporaneo
la consapevolezza dell’autonomia della morale ha portato ad abbandonare questa
strada. Questa esigenza di riconoscere l'autonomia dell'etica veniva già
raccolta da Kant, sia pure in un quadro generalmente razionali. stico,
attraverso l'identificazione di una peculiare razionalità pratica. Ma altri
pensatori hanno preferito incamminarsi sulla strada di una derivazione
dell'etica e delle distinzioni in essa in gioco da una facoltà ad doc del tutto
peculiare ed irriducibile sia alla ragione o intelletto sia ai vari sensi che
contribuiscono a dare agli uomini il bagaglio delle loro esperienze. La strada
dell'individuazione di una vera e propria facoltà ad hoc per la vita morale è
stata percorsa in modo sistematico e nel dettaglio da Hutcheson. Nei suoi
scritti infatti egli presenta articolatamente uno specifico «senso morale» che
permette di cogliere direttamente le distinzioni morali e che non è riducibile
né alle operazioni dell'intelletto, né agli altri sensi. La ricostruzione che
Hutcheson fornisce del senso morale come facoltà del tutto peculiare che
permette di fondare oggettivamente le conclusioni etiche sembra giustificare
l'attribuzione a questo pensatore di una concezione intuizionistica (Norton,
1982). In definitiva il senso morale di Hutcheson è in grado di cogliere
direttamente delle vere e proprie qualità delle azioni e situazioni naturali da
giudicare, Hutcheson si impegna anche a ricostruire il modo in cui proprietà e
qualità etiche sono collegate necessariamente con le altre proprietà oggettive
e reali delle cose di cui abbiamo esperienza. Dunque in Hutcheson possiamo
trovare un quadro intuizionistico che vedremo ripreso, al di fuori di alcune
pretese sensistiche, nel secolo XX. Infatti intuizionisti come Sidgwick e Moore
{o in parte H. Prichard, A. Ewing e D. W. Ross; si veda Hudson, 1980: 74-104)
insisteranno nel trovare nel campo dell'etica la presenza di peculiari
proprietà non-naturali, ben distinte dalle qualità naturali ordinarie, che solo
una intuizione del tutto speciale può cogliere. La strategia di fondazione
propria dell’intuizionismo etico viene criticata in quanto perde di vista che
al centro dell'etica non c'è tanto la questione di riuscire a cogliere la
presenza di questa o quella proprietà non-naturale sia poi questa proprietà
considerata come sopravveniente o come una accanto a quelle naturali , quanto
piuttosto di essere motivati o sentirsi obbligati a fare certe cose considerate
buone, giuste o doverose. Naturalmente questa difficoltà può essere supetata
sostenendo che le proptietà nonnaturali con cui l'intuizione etica ci mette
direttamente in contatto si presentano come costitutivamente motivanti e
obbliganti. Ma un aggiustamento del genere non sembra nulla di più che uno
stratagemma convenzionalistico. Per ovviare a questa difficoltà è stata
elaborata una strategia già in parte riconoscibile secondo alcuni interpreti
negli scritti di Hutcheson che concepisce la facoltà in gioco nella conoscenza
morale non tanto come uno strumento intellettuale e conoscitivo di
registrazione e individuazione, quanto piuttosto come essa stessa emotiva o
sentimentale e dunque motivante e carica di energia attiva. In questa linea si
collocano tutte le analisi sviluppate a proposito dell'etica dai
sentimentalisti del Settecento come ad esempio Shaftesbury, Hume e Smith. Ma in
questa stessa direzione vanno le analisi di coloro che nel XX secolo sostengono
(come è il caso di David Wiggins, 1987 e John McDowell, 1981) sia
rintracciabile nell’etica una peculiare sensibilità che risponde appunto con
una qualificazione di valore a certe azioni o situazioni. La strategia epistemologica
del sentimentalismo sembra però fuoriuscire dal quadro fondazionale e muoversi
piuttosto in quell'orizzonte più moderatamente giustificativo 0 esplicativo di
cui renderemo conto nelle successive sezioni di questo paragrafo. Infatti
questa sensibilità peculiarmente morale si presenta come qualcosa che va
ricostruita e delineata nella sua specificità attraverso un esame a posteriori
degli esseri umani. L'appello poi a questa base di giustificazione non permette
certo di edificare giudizi etici forniti di quei caratteri di necessità e
universalità definitiva a cui tendono invece coloro che si muovono in un
orizzonte fondazionale. Rifiutando la strada di una fondazione assoluta e
aprioristica dell'etica vi sono alcune concezioni che considerano le opzioni
etiche come esiti a cui si può arrivare dopo avere seguito una determinata
procedura razionale. Percorrono questa strada quei pensatori che sul piano
meta-etico considerano l'etica € la morale come un universo di principi e norme
frutto di decisioni 0 scelte individuali e intersoggettive. Questa linea di
giustificazione è propria ad esempio del contrattualismo etico. Il
contrattualismo è stato inizialmente presentato specialmente nel XVII e XVIII
secolo da pensatori come Hobbes, Locke, J. J. Rousseau e Kant come una teoria
mediante la quale rendere conto della genesi della società civile e delle
istituzioni politiche (Gough). Ma il ricorso a qualche forma di contratto è
stato spesso presentato anche come una procedura in grado di dirimere in
generale i disaccordi pubblici su tutti.i tipi di distinzioni etiche. In
particolare nel XX secolo il contrattualismo è stato ripreso e sviluppato, ad
esempio da Rawls e Gauthier, come la teoria etica e la procedura di
giustificazione di regole e principi capaci di impostare meglio le questioni di
giustizia sociale. In questa sede ci limitiamo a presentare sinteticamente le
concezioni di Hobbes e di Rawls viste come due forme tipiche di tentativi di
derivare la giustificazione delle conclusioni etiche da procedure contrattuali.
In realtà il contrattualismo si lega strettamente alle forme di giustificazione
prudenziale di cui abbiamo dato conto nel paragrafo 3.3. Le differenze che qui
richiameremo non riguardano il tipo di ragionamento in genere appunto
prudenziale che porta ad accettare il contratto come una procedura idonea per
risolvere i contrasti etici. Le differenze concemono piuttosto il contesto in
cui la procedura contrattuale interviene, le sue implicazioni e le conseguenze
che se ne ricavano per quanto riguarda il carattere vincolante degli esiti. Nel
caso di Hobbes il ricorso a una procedura contrattuale in etica si sviluppa
dopo la presa d’atto dell’impossibilità di trovare una fondazione del bene e
del giusto in termini di rinvio al piacere di ciascuno e ai desideri e alle «
passioni individuali. Fare riferimento ai piaceri e desideri individuali non
permette di superare quella condizione di guerra di tutti contro tutti che è
propria dello stato di natura in cui ciascuno definisce bene, male, giusto e
ingiusto, appunto a suo modo. Se si vuole mantenere uno stato di pace e
convergere su qualche bene considerato comune (che certo comunque non potrà
essere trattato come un bene assoluto) bisognerà limitare la completa
discrezionalità naturale concordando sull’accettazione di una procedura che
permetta di realizzare patti condivisi. Secondo Hobbes, dunque, solo un
contratto è in grado di vincolare i singoli individui all'accettazione di
principi etici che non siano direttamente riconducibili agli interessi egoistici
di qualcuno. Nel fare ricorso al contratto come risolutivo Hobbes delineava
tutta una serie di condizioni che presiedono alla sua genesi e alla sua
efficacia. Da una parte il contratto incorporava tutta una serie di principi
secondo Hobbes le «leggi naturali» che venivano considerati giustificati
razionalmente, in linea esclusivamente strumentale, come mezzi idonei alla
conservazione in vita dei contraenti e al mantenimento della pace tra loro.
Dall'altra parte la necessità di rendere vincolanti gli equilibri che vengono
identificati mediante la procedura di contrattazione porta a un completo
trasferimento della forza coercitiva a un potere che in nome della sua funzione
di garantire il rispetto del contratto non è sottoposto ad alcun limite. Anche
questa è una conseguenza derivante dalle assunzioni generali di Hobbes che vede
appunto gli esseri umani come del tutto egoisti e mossi da un irrefrenabile
impulso possessivo in una condizione di scarsità di beni. Infine va rilevato
che laddove in Hobbes il potere non può avere limiti esterni, esso ha un ampio
limite interno. Ciò dipende dalla convinzione di Hobbes che leggi
contrattualmente definite possono valere solo per i corpi di coloro che
stipulano il patto, mentre sentimenti, emozioni e pensieri sono al di fuori
della portata dell’applicazione di principi e regole create con la procedura
condivisa. AI modello di contrattualismo hobbesiano sono state mosse numerose
critiche. In particolare è la sua peculiare derivazione artificialistica dei
principi etici ad essere oggetto di diverse obiezioni. La prima linea di
obiezioni viene da coloro che ritengono necessaria una fondazione assoluta
dell'etica e che rilevano la parzialità e la limitazione di una derivazione da
un qualche contratto di regole e principi etici. Le leggi concordate mediante
il patto possono valere solo quando si è sotto il controllo di un potere totale
e completo come quello appunto ipotizzato nel Leviafazo di Hobbes, ma non
riusciamo così ad escludere defezioni quando il potere è inefficace. Hobbes
sembra tentare una risposta a queste critiche quando ammette la validità delle
leggi naturali anche «in foro interno» {Hobbes, 1976: 150-154; ma si veda
Warrender, 1974), ma risulta difficile capire qual è la base di obbligatorietà
in questo caso delle leggi naturali. Una seconda linea di obiezioni viene da
quei pensatori che come ad esempio Hume pur condividendo una spiegazione
artificiale della genesi di principi e regole etiche, prendono poi le distanze
da Hobbes e dal suo contrattualismo per il particolare tipo di artificialismo
razionalistico in gioco. L’obiezione in questo caso è che il «costruttivismo
razionalistico» hobbesiano il considerate cioè i principi etici come il frutto
di una scelta consapevole di una serie di individui razionali risulta del tutto
inadeguato quando si tratta di rendere conto della genesi di regole e principi
etici. Vedremo nelle ultime due sezioni di questo paragrafo în che senso il
convenzionalismo etico di Hume presentava un modello artificialistico di
spiegazione dell'etica del tutto alternativo rispetto a quello di Hobbes. Un
altro modello di giustificazione procedurale dell'etica è quello presentato nel
modo più sistematico ed argomentato da Rawls. Si tratta di un modello che viene
ora abitualmente chiamato «contrattualismo ideale» per distinguerlo da quello
di Hobbes e da quello detto «contrattualismo reale» sviluppato da Gauthier, Il
modello epistemologico del «contrattualismo ideale» sostiene pur sempre che i
principi giusti dell'etica possano essere individuati attraverso accordi, ma
poi fa valere tutta una serie di vincoli relativamente alla procedura
considerata idonea per realizzare accordi equi. Rawls delinea tale procedura
come una «posizione originaria» del tutto artificiale. In primo luogo, gli
individui che entrano nella posizione originaria da cui si scelgono i principi
di giustizia vanno considerati come individui rappresentativi e non già come
singoli individui concreti. In secondo luogo, gli individui rappresentativi
scelgono tra le diverse opzioni a loro aperte in una condizione caratterizzata
da «un velo d’ignoranza», ovvero si immagina che gli individui nella posizione
originaria non debbano sapere quale sarà la loro condizione effettiva e il loro
status concreto nella società. Infine Rawls ritiene che le scelte nella
posizione originaria debbano essere ispirate da un principio generale, che egli
chiama del maxinmin, secondo il quale si debba sempre preferire
quell’alternativa che permette di massimizzare le esigenze degli individui
rappresentativi dello stato peggiore. La linea argomentativa di Rawls in realtà
non si presenta come un tentativo di giustificare o fondare il nucleo centrale
dell'etica, ma piuttosto come un tentativo di decisione o risoluzione dei
conflitti una volta assunta una determinata definizione della morale. Troviamo
che fin dalla delineazione della «posizione originaria» sono presenti alcune
opzioni morali sostantive che vengono incorporate nella procedura prevista per
l'individuazione dei principi di giustizia. Ad esempio è fuori discussione fin
dall’inizio che le soluzioni da preferire saranno quelle più imparziali ed
eque. Rawls non spende nemmeno un’argomentazione a giustificare queste opzioni
di fondo che sono costitutive del suo contrattualismo. Ancora, in quanto Rawls
si preoccupa principalmente di questioni di giustizia sociale o di
distribuzione delle risorse, troviamo che egli fa valere il citato criterio di
waxiziz. Contro questo criterio numerosi studiosi di etica (ad esempio
Harsanyi, 1988: 109-136) hanno obiettato che esso ha delle conseguenze
controintuitive. Infatti il criterio del maximin ci costringe a preferire
sempre e comunque quel corso di azione che può migliorare sia pure di
pochissimo le condizioni di chi sta peggio senza minimamente tenere conto di
quanto questo corso d'azione peggiori le condizioni di tutti gli altri o senza
minimamente instaurare un confronto tra i diversi corsi d'azione possibili ad
esempio sulla base della probabilità effettiva che si realizzi ciascuno di
essi, Dunque la procedura epistemologica a cui si richiama Rawls, ben lungi dal
giustificare le opzioni etiche, in realtà dà già per acquisita la natura
dell'etica e il suo ambito. Del resto questo è ampiamente ammesso dallo stesso
Rawls che ha riconosciuto che la sua ricostruzione della natura dell’etica è
adeguata a rendere conto delle intuizioni morali di un cittadino di una società
caratterizata, come quella statunitense, dalle istituzioni
liberal-democratiche. Spiega Rawls che la sua etica è tale da non avere una
portata metafisica, ma che si presenta come prevalentemente rivolta a rendere
conto di un ben preciso contesto storico e dunque politico (Rawls, 1994:
155-182). La procedura giustificativa delineata da Rawls può dunque operare
solo presupponendo una serie di intuizioni o credenze morali già date. La linea
argomentativa del contrattualismo ideale è rivolta ad ottenere un risultato che
Rawls stesso presenta come una sorta di «equilibrio riflessivo» tra le nostre
intuizioni di partenza e i risultati più equi e giusti raggiunti attraverso una
correzione delle distorsioni e parzialità di tali intuizioni. Caratteristico di
questo modello è la caduta della pretesa di una fondazione assoluta e compiuta
dei principi etici. Il contrattualismo ideale di Rawls in definitiva riesce a
generare accordi solo in quanto parte già da un accordo dato in partenza tra
tutti i membri della stessa società. Nulla può essere fatto per convincere ad
accettare l'etica da parte di coloro che non sono già cittadini della stessa
società ideale che condivide il contratto. Laddove la posizione hobbesiana
sembrava incapace di generare accordi se non presupponendo il ricorso a uno
strumento extra-teorico quale la forza; la posizione di Rawls è sterile perché
si limita a ricostruire il modo in cui già di fatto si realizzano accordi,
nelle società liberal-democratiche, tra coloro che accettano politiche
progressiste e nulla dice per dirimere i contrasti tra individui
rappresentativi di società profondamente diverse (quali, poniamo, quelle del
mondo occidentale e quelle dei paesi dell’Africa o dell'Asia). La procedura
contrattualista di giustificazione etica ha sicuramente un ampio spazio laddove
contrasti e conflitti sorgano tra individui già vincolati a un certo patto e
all’accettazione di una certa procedura per dirimere i contrasti. Ma poco o
nulla può offrire laddove si affrontino le questioni più sostanziali: da una
parte di come giustificare la scelta di avere un contratto da rispettare in
luogo di non avere nessuna forma di contratto; dall'altra di come giustificare
l'opzione di continuare a rispettare il contratto, in luogo di defezionare,
anche quando ciò danneggia i nostri interessi personali. 3.9. Il
non-cognitivismo e la giustificazione logico-argomentativa del punto di vista
etico. Una teoria della giustificazione © argomentazione etica è stata messa a
punto anche dai teorici del non-cognitivismo (cfr. $ 2.6). Laddove gli
emotivisti consideravano del tutto fallace la convinzione che si potesse avere
una reale discussione su questioni etiche, i teorici del non-coBnitivismo
trovano possibile indicare una serie di procedure come peculiari del
ragionamento etico. Vale la pena di fermarsi brevemente sulle differenze
www.scribd.com/Filosofia_in Ita3 56 ETICA sul piano della giustificazione e
dell’argomentazione, dunque sul piano epistemologico, tra le posizioni degli
emotivisti e quelle dei non-cognitivisti. Infatti lo sviluppo di questa
differenza rappresenta una delle vicende centrali dell'etica del XX secolo che
viene completamente trascurata da quanti come ad esempio A. MacIntyre
(MacIntyre, 1988) assimilano rigidamente emotivismo e non-cognitivismo, Nel
caso degli emotivisti occorre distinguere tra le posizioni di Ayer e di
Stevenson. È appunto nelle pagine di Ayer (Ayer, 1961) che troviamo la
posizione più radicale che ritiene che l’unico punto di dibattito effettivo in
una discussione etica possa essere quello di una verifica fattuale sul come
sono andate le cose e, per il resto, sia da considerare comeeffettivo in una
discussione etica possa essere quello di una verifica fattuale sul come sono
andate le cose e, per il resto, sia da considerare come del tutto illusoria la
pretesa di aprire una qualche discussione criticamente valutabile sulla
rilevanza etica di ciò che è accaduto, In definitiva connotando eticamente
qualcosa ciascuno esprime solo i propri gusti morali del tutto personali e,
come è noto, sui gusti non si può certo disputare. La posizione di Stevenson
(Stevenson, 1962; cfr. qudo eticamente qualcosa ciascuno esprime solo i propri
gusti morali del tutto personali e, come è noto, sui gusti non si può certo
disputare. La posizione di Stevenson (Stevenson, 1962; cfr. qui sopra $ 2.6) è
meno riduttiva, ma finisce con il sostenere che tutto ciò che possiamo fare da
un punto di vista argomentativo o epistemologico in morale è divenire
pienamente consapevoli del come usare nel modo appropriato, come un potere
causale, la forza emotiva presente nelle nozioni etiche, vuoi per persuadere
altri ad accettare i nostri standards, vuoi impedendo che altri ci persuada con
il mero ricorso a delle definizioni persuasive, Ma non resta nessuna
possibilità pet discutere in una qualche forma argomentativa l'appropriatezza
etica di un determinato giudizio morale. Laddove consideriamo l’etica come un
linguaggio emotivo sia pure, come fa Stevenson, come un linguaggio guidato da
regole nel suo uso tutto ciò che possiamo fare sul piano epistemologico è
richiamare l’attenzione sulla presenza di tecniche di persuasione che possono
essere utilizzate sia da una persona che voglia fare passare dei valori giusti,
sia da chi invece voglia imporre dei valori ingiusti, L'argomentazione etica,
così come ce la presenta Stevenson con il suo emotivismo moderato, non ci
permette di discriminare tra questi valori, ma solo di sostenerli nel modo
migliore ed egli quindi riconosce in questo campo solo uno spazio per procedure
di tipo retorico o propagandistico. Nel caso invece del non-cognitivismo, come
sostenuto ad esempio da Hare (Hare, 1971 e 1989), troviamo l'impegno a
elaborare un'epistemologia per l’etica che fornisca criteri di discussione e
critica anche per il nucleo peculiare di valori che è in gioco nel discorso
morale. Come si è già spiegato (cfr. sopra, $ 2.6) secondo questa concezione
meta-etica la morale è costituita di prescrizioni universalizzabili
soverchianti. Partendo da questa caratterizzazione della natura della morale un
non-cognitivista ha di fronte a sé due problemi distinti. Si tratta, in primo
luogo, di esaminare se vi sono vie argomentative per convincere razionalmente a
farsi guidare nelle proprie azioni da una morale così intesa chi non la vuole
fare propria preferendo un completo amoralismo. In secondo luogo si tratta di
delineare quali procedure argomentative sono disponibili per sottoporre a
controllo le diverse opzioni mortali possibili al fine di individuare, per la
situazione in cui ci troviamo, quale è la migliore prescrizione
universalizzabile soverchiante. Esponiamo qui di seguito le due diverse
strategie argomentative così come vengono delineate da Hare. Per quanto riguarda
il livello di discussione che si apre nei confronti di chi non intende in alcun
modo ispirarsi a regole morali, sul piano argomentativo non c'è molto da fare.
Non si può cioè costringere logicamente qualcuno a usare il linguaggio della
morale; si può solo, una volta che egli lo usi, mostrare che lo ha usato in
modo inadeguato rispetto alle regole che ne governano l'uso. Hare dunque sembra
voler fissare come limite invalicabile per l’argomentazione morale il confine
al di lì del quale si collocano tutti coloro che non fanno in alcun modo uso
del linguaggio morale. Nei confronti di costoro si potrà fare qualcosa solo
collocandosi da un punto di vista non strettamente argomentativo. L'educazione
e l’uso della forza sono due diverse strategie cui si ricorre per far si che le
persone facciano propria la forma di vita che include la morale. All’interno
della prospettiva non-cognitivista di Hare si può invece argomentare contro chi
pretende di formulare giudizi morali ed invece in realtà non rispetta le condizioni
logiche necessarie perché un proferimento faccia parte del linguaggio etico.
Come sappiamo un'espressione linguistica farà parte del discorso morale solo in
quanto si presenta come una prescrizione universalizzabile soverchiante.
Possiamo identificare con chiarezza coloro che pretendono di dare una portata
morale alle loro affermazioni, ma compiono degli errori logici (oltre che
morali}. Le analisi di Hare sono rivolte a delineare il tipo di argomentazione
che può essere sviluppata contro il più comune errore nell'uso del linguaggio
morale, quello proptio dei fanatici morali. Le posizioni dei fanatici morali
nascono in quanto si prescrivono dei principi che non vengono fatti valere come
la loro natura di principi morali esigerebbe in modo analogo per tutte le
situazioni simili indipendentemente dal posto occupato da coloro che sono
coinvolti. Un tentativo, coerente con la concezione della morale propria del
non-cognitivismo, può essere fatto per contrastare il fanatismo morale ad
esempio nella forma più ricorrente che è quella del razzista (Hare, 1971; ma
Hare più recentemente ha trattato anche del caso di un medico che in nome dei
suoi doveri professionali fa proprio l’accanimento terapeutico: Hare). Si
tratta di chiedere al fanatico di immaginarsi in una situazione in cui egli
occupa il posto di colui nei confronti del quale egli vuole fare valere in modo
diseriminante i suoi pretesi principi morali. Che cosa fa il razzista
anti-semita quando una nuova informazione fornisce le prove che lui stesso è di
origine ebraica? Il non-cognitivista può con. siderare l'articolazione di un
esperimento mentale del genere come un’estensione epistemologica della sua
concezione meta-etica. Si badi infine che l’argomentazione propria dell'etica
che viene individuata muovendo dalla concezione della natura dei giudizi morali
avanzata da Hare non si limita come nel caso del formalismo kantiano ad
avanzare la richiesta di una mera coerenza formale, ma enuncia un requisito
contenutistico. In linea del tutto pregiudiziale un giudizio potrà essere
incluso nell'universo dei giudizi propri del discorso morale solo se prescrive
un qualche principio che si è pronti a far valere in modo analogo per tutti i
casi simili indipendentemente dalla propria collocazione nelle situazioni
investite. Lavorando su questa condizione epistemologica della concezione che
vede la morale come insieme di prescrizioni universalizzabili soverchianti, più
recentemente Hare ha elaborato ulteriori passaggi critici a cui sottoporre le
prese di posizione etiche. Nello sviluppare queste implicazioni epistemologiche
si è incamminato lungo una linea che giunge a presentare come adeguate su basi
sostantive quelle conclusioni che vengono ricavate dall’utilitarismo dell’atto.
In quanto ci troviamo di fronte ad un’argomentazione che ricava da una
meta-etica una ben precisa etica normativa, ce ne occuperemo in un prossimo
paragrafo. Dalla giustificazione allo spiegazione dell'etica. Proprio nel
nostro secolo la riflessione filosofica sull'etica ha elaborato una serie di
analisi conseguenti a un radicale mutamento di approccio. L'effetto di questo
cambiamento è che anche per quanto riguarda le procedure argomentative in uso
in morale l’obiettivo cui si tende è di ricostruirne il complesso delineando
anche il contesto in cui si sono formate. Con questo approccio non ci si
propone dunque di fondare o giustificare aleunché 0 di modellare al meglio
strutture argomentative, quanto piuttosto di presentare spiegazioni complessive
rivolte a comprendere qual è il posto che l’etica occupa nella nostra vita. In
definitiva è la prospettiva che Hume aveva sviluppato nella sua scienza della
natura umana che viene recuperata, tradotta nel linguaggio del nostro secolo e
resa più rigorosa e determinata. L'etica viene così considerata come un presupposto
della nostra forma di vita che non tanto va giustificato o fondato quanto
piuttosto spiegato nella sua concretezza. Si tratta dunque di un programma
esplicativo che considera l'etica e le sue distinzioni come costitutive della
nostra esperienza del mondo, con un approccio in parte analogo a quello
kantiano impegnato a identificare le forme generali della nostra esperienza. Ma
questo approccio esplicativo non percorre poi la linea aprioristica kantiana
dell'analisi trascendentale, proponendosi piuttosto di avanzare ipotesi
empiriche sulla natura dell'etica e le forme di argomentazione in essa correnti
(Preti, 1986). ; Questo tipo di ricerca ha avuto nel nostro secolo una notevole
espansione parallelamente al tentativo della filosofia di trasferirsi dal piano
fondazionale a quello esplicativo (cfr. Gargani, 1975 e Nozick, 1987). Una
prima differenza tracciabile in questa linea filosofica, come si è detto, è
relativa al tipo di spiegazioni, ovvero alla natura logica delle
presupposizioni a cui ci si richiama, caratterizzate o in una direzione
trascendentale oppure come ipotesi empiriche. Su basi kantiane un tentativo di
spiegare l'etica è presente nelle analisi di Putnam. La tendenza a esprimere
giudizi morali è secondo Putnam un modo del tutto aprioristico e comune al
genere umano di categorizzare; in modo analogo va spiegata la stessa
predilezione sostantiva per certi contenuti (benevolenza, giustizia ecc.).
Invece sul piano empirico si trovano, tra le altre, le seguenti spiegazioni
della morale. Da una parte abbiamo una concezione come quella di Mackie che
ritiene che l'etica sia una produzione artificiale della cultura umana con cui
gli vomini cercano di fare affermazioni su specifiche proprietà del mondo,
ovvero i valori o le qualità etiche; ma queste affermazioni sono tutte false in
quanto tali proprietà non sussistono realmente. Dall'altra abbiamo le posizioni
proiezioniste, quale ad esempio quella di Blackburn, secondo le quali invece si
guarda all’etica come un prodotto della nostra cultura che ci consente di fare
riferimento a qualità o proprietà quasi reali (le proprietà morali) che noi
abbiamo proiettato sulle cose e sul mondo. Sono ancora da ricordare le analisi
sensiste di Wiggins e McDowell i quali ritengono viceversa che si debba considerare
l’etica come il campo che gli esseri umani costituiscono in quanto forniti di
un peculiare senso o sentimento che li mette in grado di cogliere delle
proprietà nel mondo (appunto ciò che rende moralmente rilevante una qualche
situazione) che hanno poi su di essi una forza motivante e vincolante. Infine
in un contesto più evoluzionistico Gibbard indica nella morale un insieme di
norme che gli uomini anno elaborato nel corso di una loro attività peculiare
che li muove a discutere pubblicamente sul come condurre le loro vite e come
sentire a proposito delle scelte fatte nel corso delle loro vite. Tutti questi
diversi modelli esplicativi dell'etica e della sua genesi come si può vedere ne
rendono conto in ter. mini universalistici; l'etica si presenta cioè come
un'istituzione del genere umano che include al suo interno il ricorso a
procedure pubbliche pet controllare la validità delle opzioni privilegiate.
Larga parte di queste concezioni esplicative sono rivolte a trovare una
collocazione per la credenza che il controllo fattuale giochi un ruolo
importante nella discussione etica. Una credenza del genere sussiste anche se i
fatti morali non esistono, 0 sono solo delle nostre proiezioni o tali che noi
li cogliamo perché forniti di una peculiare attrezzatura percettiva. In questo
secolo un ampio dibattito si è sviluppato intorno a due nuclei problematici
centrali per chiunque si ponga l’obiettivo di una fondazione o giustificazione
di conclusioni etiche. In primo luogo hanno avuto un’ampia diffusione le
discussioni relative alla cosiddetta «legge di Hume» che coinvolgono tutti i
tentativi di fondare una conclusione etica su basi scientifiche, osservative o
empiriche. Il punto di partenza per questa linea di riflessione viene indicato
in un passo del Treazise di Hume (Hume, 1987: I, 496-497), il cosiddetto
«is-ought paragraph», in cui si richiama l’attenzione sulla differenza tra
proposizioni in cui è presente la copula è {:5) e quelle in cui compare la
nozione deve (ough)). A questo passo si sono richiamati tutti coloro che hanno
criticato come logicamente inaccettabile la derivazione di una conclusione
normativa, e in generale etica, da premesse descrittive, assertive o in
generale non-etiche (cfr. Hudson, 1969; Carcaterra; Oppenheim; Scarpelli;
Celano). Sul piano storico occorre precisare che è molto probabile che Hume non
fosse direttamente impegnato a formulare un vero e proprio principio logico
relativo all’inderivabilità del dovere dall'essere, quanto piuttosto a segnare
con precisione la «grande divisione» concettuale tra conclusioni con l'è e
quelle con il deve. Importa però qui richiamare che nel XX secolo invece si fa
rilevare che proprio da un punto di vista strettamente logico-formale e
sintattico si deve ritenere del tutto scorretto qualsiasi ragionamento o
argomentazione che pretenda di ricavare una decisione, una scelta o un giudizio
etico da considerazioni che riguardano lo stato dei fatti o delle cose. Questa
posizione è stata ampiamente sostenuta nel corso del XX secolo con
articolazioni lievemente diverse. Così ad esempio Max Weber insisteva con
decisione sulla differenza di piani tra fatti e valori e dunque tra conclusioni
avalutative e scientifiche sulla natura e sulla società e decisioni o
assunzioni di responsabilità intorno a ciò che si deve fare (Weber, 1958;
Rossi, L'EPISTEMOLOGIA DELL'ETICA 61 1971: 249-315; Hennis, 1991). Partendo
dalla stessa tesi della inderivabilità dei valori o doveri dai fatti si sono
rifiutate numerose concezioni spesso accusate di essere cadute nella «fallacia
naturalistica» (Moore). Così da una patte vengono denunciate come frutto di un
errore logico tutte quelle posizioni riduzionistiche o conformistiche che
concludono che ciò che si deve fare è o ciò che è naturale per l'uomo o ciò che
è già indicato dai valori accettati più o meno diffusamente nella società. Non
diversamente viene considerata fallace quella specie di argomentazione etica
propria dell'approccio consequenzialista che considera come completamente
risolvibile un qualche problema morale ricostruendo con precisione ammesso che
tra l'altro questo sia fattibile quali sono le conseguenze delle diverse
opzioni tra cui dobbiamo scegliere. In realtà sapere con precisione quali sono
le conseguenze delle alternative che ci sono davanti non basta per ricavare una
conclusione su ciò che dobbiamo fare perché una tale previsione se attendibile
ci dirà solo ciò che ci sarà nel futuro, ma nulla ci dice sul punto se certe
conseguenze che ci saranno vanno poi preferite o meno ad altre e dunque
approvate o disapprovate. Tra l’altro era proprio questa l’argomentazione che
faceva valere Hume nella sua Exquiry concerning the Principles of Morals
(Ricerca concernente i principi della morale; Hume) contro i tentativi di
derivare le distinzioni etiche dal principio di utilità. Contro l’uso di questa
critica come ghigliottina decisiva per numerose concezioni etiche si sono
schierati quei pensatori particolarmente numerosi nell'ultirna parte del XX
secolo che hanno negato che si potesse nettamente distinguere un piano di
descrizioni neutrali del mondo da un piano di opzioni valutative su di esso.
Questo tentativo di superamento del quadro concettuale che sorregge la
cosiddetta «legge di Hume» è stato principal mente rivolto a contestare la
concezione della scienza dei neopositivisti che sembra sorreggere una forte
divaricazione tra fatti e valori, essere e dovere. Questa divaricazione è stata
criticata e giudicata superata da numerosi pensatori pragmatisti, tra i quali
in particolare Putnam. In secondo luogo indubbiamente rilevante per il problema
della fondazione e della giustificazione dell’etica è tutto il dibattito
specialmente vivo nella seconda metà del XX secolo relativo alla possibilità di
costruire una logica delle norme. Collocandosi dunque sul piano della ricerca
di una sintassi di un discorso etico che voglia fare valere al suo interno
principi di coerenza e non-contraddizione è stata contestata la stessa
possibilità di enunciare una logica delle norme. Una posizione del genere è
presente nelle conclusioni a cui era giunto H. Kelsen nell'ultima parte della
sua vita (Kelsen, 1985). Rilevando che le norme sono, dal punto di vista del
significato, dei comandi, e che dunque come tali non possono essere valutati in
termini di verità e falsità, Kelsen negava che si potesse costruire un
sillogismo logico in cui premesse e conclusioni fossero degli asserti
normativi. Le implicazioni della sintassi logica possono valere solo in
presenza di proposizioni empiriche o asserzioni scienrifiche, ovvero laddove
premesse e conclusioni si collocano sul piano della verità e dunque da premesse
vere (o false) si traggono conclusioni vere (o false). Ma un enunciato
normativo non è in alcun modo vero 0 falso e dunque non può funzionare da
premessa di nessuna conclusione logicamente derivata, Così se presentiamo nella
premessa maggiore un enunciato normativo di caratrere universale, laddove nella
premessa minore troviamo l'individuazione di una fattispecie rilevante sulla
base della norma generale enunciata nella premessa maggiore, secondo Kelsen non
siamo autorizzati a presentare come una conclusione logicamente necessaria una
qualche azione o omissione {con relativa sanzione). Coloro che contestano la
possibilità di una logica delle norme obiettano infatti che comunque il
linguaggio normativo esige sempre che ci sia un qualche comando effettivo
ripetuto subito prima del compimento di qualsiasi azione. Sia le «legge di
Hume» sia le obiezioni alla possibilità di elaborare una «logica delle norme»
risultano particolarmente rilevanti nei confronti di chi si muove all’interno
di un contesto fondazionale e pretende dunque di dare una qualche fondazione
assoluta o conclusiva dell'etica. Ma se ci collochiamo sul piano
dell’argomentazione o della giustificazione (per non dire del piano della
spiegazione delle procedure effettivamente adottate) le cose risultano più
complesse. Per quanto riguarda, ad esempio, la cosiddetta «legge di Hume»,
sembra difficile non ammettere l'efficacia di quelle critiche rivolte al
tentativo di ricavare le proprie conclusioni etiche semplicemente da una
ricostruzione dei fatti in gioco, o da una mera raccolta di informazioni, o
dall’accumulo di una congerie più o meno estesa di previsioni. Dovrà introdursi
prima o poi la nostra preferenza per un qualche principio da fare valere in
modo analogo in tutte le situazioni simili, una preferenza che sia radicata
nelle nostre emozioni e che siamo pronti a mettere in pratica quando starà a
noi agire facendola prevalere su nostre opzioni non strettamente etiche. Questa
ammissione di una qualche frattura, divisione o salto tra il piano delle
ricostruzioni empiriche della situazione e quello di una valutazione e
conseguente decisione delle diverse opzioni che ci stanno di fronte non deve
essere spinto però fino ad esiti eccessivi. Così risulterà insostenibile sul
piano metodologico una ricostruzione della natura dell’indagine empirica e
scientifica che non tenga conto di quanto le nostre osservazioni e le nostre
esperienze siano dipendenti dalle teorie, ipotesi e opzioni (anche valutative)
da cui muoviamo. Né sarà accettabile un divisionismo spinto fino all’estremo di
non riconoscere la rilevanza in un certo senso come condizione necessaria anche
se non sufficiente di un’argomentazione etica dell'impegno sia a verificare
come stanno realmente le cose nella situazione in esame, sia a immaginare quali
conseguenze seguiranno una volta incamminatici lungo l’uno o l’altro corso di
azione. Non diversamente a proposito della questione della possibilità di
costruire una logica delle norme è difficile negare la nostra capacità sia di
squalificare certe prese di posizione etiche perché in contraddizione con
principi già assunti, sia di estendere i nostri principi a situazioni nuove
sulla base della tesi logica che esse sono del tutto simili a quelle che
abbiamo già giudicato. È probabile che nel riconoscere questo ci muoviamo a un
livello che non è esattamente quello della sintassi logico-formale, ma
piuttosto come ha suggerito Nowell-Smith delle implicazioni di una logica
pragmatica che dà vita a una valutazione dei giudizi in gioco in termini di
stranezza logica. Ma la rilevanza e la portata di strategie di tipo sintattico
o logico resta innegabile se si abbandona la pretesa di muoversi sul piano di
un'etica dimostrata in modo assiomatico e geometrico. Va, infine, sottolineato
che malgrado le obiezioni di fondo dei puristi della logica larga estensione
hanno avuto nella seconda metà del XX secolo i tentativi di elaborare
simbolismi e formalismi idonei al trattamento di norme. Ben al di là dei
tentativi o delle enunciazioni di principio si sono spinti tutti coloro da
Wright a Alchourron e Bulygin che si sono impegnati a elaborare la logica
deontica e la logica delle norme. I risultati raggiunti con tutta la loro
complessa articolazione mostrano la fertilità di un tentativo di dare vita a un
trattamento simbolico della sintassi delle norme e di inserire in un contesto
logico le relazioni tra obbligazioni etiche. Difficile peraltro che tali
modelli di linguaggi perfetti o ideali per le norme o le valutazioni etiche
possano essere di aiuto per ciascuno di noi quando, nella vita comune, siamo
alle prese con i nostri problemi etici concreti. Tali linguaggi invece
illuminano certamente il lavoro di giuristi, politici, scienziati sociali
impegnati nel mettere a punto sistemi di norme più o meno stabili, efficienti,
chiari e comprensibili da tutti coloro per cui tali norme debbono valere. 4. Le
etiche normative: concezioni in contrasto. 4.1. Eriche conseguenzialiste e
deontologiche: principi, mezzi e fini nell'etica. Quando si tratta di
classificare le diverse concezioni etiche possiamo ricorrere a differenti
criteri formali che si intersecano. È quanto faremo n questo paragrafo,
esponendo le differenti concezioni normative esistenti usando diverse strategie
di classificazione. In primo luogo distingueremo le etiche normative in
generale sulla base di una loro struttura di fondo che col. lega la valutazione
etica 0 a un riferimento a principi 0 a una considerazione delle conseguenze.
Renderemo così conto della differenza tra etiche deontologiche o tuotanti
intorno a principi ed etiche teleologiche o rivolte principalmente alle
conseguenze, e accenneremo anche ad alcuni tentativi di elaborare etiche miste.
Passeremo poi a rendere conto delle diverse etiche normative classificandole sulla
base di un diverso criterio formale che ritiene essenziale la distinzione tra
etiche che fanno uso di una nozione di valore intrinseco, in quanto
contrapposta a quella di valore estrinseco, ed etiche che invece rifiutano tale
distinzione. Esamineremo, infine, alcune concezioni normative che
identifichiamo come le più diffuse e vitali nelle discussioni di etica teorica
nel secolo XX. Ovviamente di pari passo con l’esposizione cercheremo sia di
fornire le ragioni delle inclusioni ed esclusioni nella lista, sia della nostra
preferenza critica per una di queste etiche. Un modo ricorrente per distinguere
tra le diverse concezioni normative è dunque quello che contrappone l’etica che
ruota intorno a un appello ai principi a quella che tiene piuttosto conto delle
conseguenze dell’azione. Si tratta di una distinzione che è centrale, ad
esempio, nella riflessione di Max Weber, che però se ne è valso non tanto per
distinguere due tipi diversi di etica quanto piuttosto per richiamare
l'attenzione su due piani diversi della vita etica: quello proprio del
moralista che fa appunto appello alla rilevanza dei principi e quello di chi
come il politico o chi sia comunque impegnato in una dimensione tecnico-pratica
invece, muovendosi nel quadro di un'etica della responsabilità, deve badare
principalmente alle conseguenze dei diversi corsi di azione in cui si impegna
(Weber, 1966). Dietro queste due diverse strategie possiamo anche ritrovare
come subito vedremo un diverso modo di considerare il rapporto mezzi-fini nella
vita pratica. Sono state presentate concezioni deontologiche dell'etica
diversamente strutturate. Avremo così diversi tipi di etiche dei principi a
seconda che pongano al loro centro uno o più principi, e a seconda che
concepiscano tali principi o come assoluti e aprioristici o come ricavati
dall'esperienza e in generale rivedibili. È così chiaro che l'etica kantiana si
presenta come un'etica deontologica che ruota intorno a un solo principio di
fondo, assoluto e a priori, dato dall'imperativo categorico, e le diverse
formulazioni offerte, dell'imperativo categorico, non presentano in realtà
principi diversi (Kant, 1970a). Nel caso di alcune etiche del comando divino
(come ad esempio l’etica cristiana o cartolica) vi è invece una tendenza a
presentare come costitutivi della vita morale diversi principi tutti assoluti
(i vari comandamenti divini o le norme che costituiscono la legge naturale).
Un'etica deontologica pluralista si trova di fronte al problema (quasi mai
invece affrontato esplicitamente in queste etiche) della necessità di disporre
di un criterio chiaro per ordinare i diversi principi e risolvere quei casi in
cui più principi assoluti entrano tra di loro in conflitto. Ma una concezione
etica deontologica non è logicamente costretta a considerare i principi al
centro della vita morale come assoluti, immutabili e di derivazione non
empirica. Non mancano infatti analisi della vita etica (ad esempio quella
dell'evoluzionismo filosofico di H. Spencer H. Spencer, 1893 o di certe forme
contemporanee di intuizionismo si vedano ad esempio W. D. Ross, 1930 e A. C.
Ewing, 1948) che pur ritenendo costitutivo della vita morale l’appello a
principi, non rendono conto del costituirsi di questi principi lungo l’asse
dell’impostazione kantiana o di quella religiosa. I principi dell'etica vengono
piuttosto considerati o come regole fissatesi nel corso dell'esperienza quali
abitudini o come assunzioni più o meno convenzionali preliminari, o anche come
ipotesi più o meno rischiose da avanzare in situazioni risolvibili difficilmente
con gli strumenti ordinari. La questione centrale per una valutazione critica
delle etiche deontologiche è quella di chiederci fino a che punto le si possa
seguire nella loro assunzione che i principi e la coerenza sono il criterio
determinante della vita morale senza che st debba tenere conto delle
conseguenze di un'applicazione di questi principi. Le etiche deontologiche
incontrano in realtà difficoltà insormontabili in quanto si presentano come la
struttura di riferimento di tutte le forme di fanatismo morale, ovvero di
quelle concezioni che ritengono che l'unico modo per elaborare decisioni e
giudizi eticamente validi sia quello di dedurre coerentemente le implicazioni
suggerite da principi considerati come indiscutibili e non modificabili. Il fanatismo
nasce laddove si spinge la fedeltà ai principi fino a non tenere in alcun conto
le eventuali conseguenze disastrose di questa fedeltà. Le etiche deontologiche
partoriscono quindi spesso moralisti che riaffermano continuamente vecchi
principi che, in realtà, non sono più in consonanza con la vita effettiva degli
esseri umani, Paternalismo e rigidità sembrano essere sul piano pragmatico
alcune delle possibili implicazioni delle etiche deontologiche. Tali
conseguenze sono evitate attraverso l’impegno a formulare elaborate casistiche
che prevedono un'ampia gamma di condizioni in cui si può fare un'eccezione alle
regole, Mentre sul piano psicologico non è infrequente che tali etiche generino
forme più 0 meno estese di ipocrisia per cui regole e principi assoluti sono
enunciati solo verbalmente e in pubblico, ma non seguiti nelle scelte effettive
e in privato. Proprio come correttivo di questi eccessi formalistici e
rigoristici sono state presentate come più adeguate le teorie etiche che
mettono al centro della vita morale una considerazione delle conseguenze delle
azioni. Si tratta di etiche in cui è centrale la considerazione per la
dimensione della responsabilità. In luogo di una stretta fedeltà ai principi
l'atteggiamento etico è quello di chi è impegnato in una continua valutazione
dei risultati. Si tratta di quelle concezioni dell'etica che già nel mondo
antico, ad esempio con gli stoici, richiamavano l’importanza della prudenza per
rendere conto del nucleo centrale della vita morale, Queste posizioni conseguenzialiste
hanno avuto un grande sviluppo dalla fine del secolo XIX in quanto sono
divenute la struttura portante delle etiche utilitaristiche. Sul piano logico
non è però corretta un’assimilazione tra conseguenzialismo e utilitarismo.
Infatti l'utilitarismo è una delle varie forme che può prendere il
conseguenzialismo, quella che considera come criterio di valutazione dei
risultati la realizzazione del massimo bene per il maggior numero. Altre forme
di conseguenzialismo possono assumere, come criteri di valutazione dei
risultati, concezioni del bene o del valore da realizzare del tutto alternative
rispetto a quella felicifica dell'utilitarismo. Però proprio la possibilità di
distinguere tra utilitarismo e conseguenzialismo richiama quella che sembra essere
la difficoltà principale delle concezioni conseguenzialiste, ovvero la loro
incompletezza. Infatti una concezione che mette in primo piano per la
valutazione morale la considerazione delle conseguenze delle nostre azioni non
sembra in grado di rendere conto pienamente del giudizio etico, in quanto tale
giudizio non può limitarsi a esaminare quali saranno le conseguenze di certe
scelte, ma dovrà anche valutarle sulla base di ben precisi criteri di valore.
Ci troviamo dunque di fronte alla difficoltà che già richiamava Hume (Hume,
1987: II, 301-311), ovvero che una considerazione delle conseguenze può
informarci solo relativamente ai mezzi e resta poi da valutare del tutto
indipendentemente l'accettabilità dei fini. Ma per quanto possa essere
incompleta, un'etica conseguenzialista richiama su quello che è un passaggio
necessario per le nostre valutazioni e decisioni; la considerazione appunto di
ciò che la loro accettazione comporta. Anche se poi questo approccio non può
esimerci da una valutazione dell’accettabilità o meno dei risultati che si
raggiungeranno. La concezione conseguenzialista dell'etica riesce a rendere
conto delle nostre valutazioni su ciò che è giusto o ingiusto ed esige di
essere integrata con una teoria della bontà o del valore dei risultati. Per
quanto riguarda poi l’uso della distinzione tra mezzi e fini in etica va anche
detto che specialmente nell'ultimo secolo varie forme di naturalismo etico si
sono impegnate nell’approfondire e render meno semplicistica una considerazione
esclusiva dei mezzi come passaggio obbligato verso i fini, riflutando così di
considerare i mezzi come una dimensione incompiuta della vita pratica. In
questa linea si collocano le analisi di John Dewey nella sua Theory of
Valuation (1939, La teoria della valutazione) che ha insistito nel richiamare
l'attenzione sul processo mediante il quale gli stessi mezzi possono
trasformarsi in fini e nel mettere quindi in crisi una concezione che vede i
fini come un risultato finale, per sostituirvi una prospettiva che nella condotta
umana trova un conzinuute di azioni che da mezzi si trasformano in fini che a
loro volta si trasformano in mezzi ecc. Dall'altra parte vi sono stati teorici
che hanno concepito il conseguenzialismo come autosufficiente laddove non si
considerino i fini come valori intrinseci o valori in sé, ma piuttosto come
valori estrinseci. Il valore intrinseco nell'etica. Dal punto di vista
normativo le diverse etiche possono essere differenziate anche sulla base del
ricorso o meno alla nozione di valore intrinseco. La nozione di valore
intrinseco trova un uso centrale nell’etica di Moore, ma anche ad esempio sul
versante fenomenologico nell'opera di F. Brentano e poi di Max Scheler
(Scheler, 1944: 121-130). Nella seconda metà del XX secolo l’uso di tale
nozione nella teoria etica è stato più volte fatto oggetto di critiche in
particolare da pensatori pragmatisti {su questa discussione è da vedere G.
Pontara, 1974, che presenta anche una difesa dell’uso in etica di tale
nozione). Vi sono stati altresì tentativi di delineare una nuova
caratterizzazione della nozione ad esempio da parte di R. Nozick (Nozick,
1987). La nozione di valore intrinseco è legata al tentativo di dare all’etica
una dimensione oggettiva. Infatti in questo senso Moore (1964) collegava la
nozione di valore intrinseco con quella di «unità organica». Le cose fornite di
valore sono uniche in quanto presentano una unità organica che non è definibile
riducendo l’intero alle sue parti. In questo senso il valore intrinseco è la
contropartita a livello ontologico della tesi gnoseologica che riconosce nel
bene una qualità del tutto unica, semplice e indefinibile. D'altra parte il
riferimento al valore intrinseco fa sì che si consideri il bene come qualcosa
che viene conosciuto come presente nel mondo oggettivo e non già come un modo
di sentire soggettivo. In questo senso Moore riteneva che le proprietà etiche
avessero una loro realtà e sussistessero indipendentemente dall'essere
percepite, La tesi che vi sono degli interi forniti di valore intrinseco (come
ad esempio per Moore le relazioni personali e le cose belle) permette di
identificare il normativo e l'etico con qualcosa che ha uno statuto peculiare e
che dunque non può essere ridotto a nessuna altra realtà. La posizione che
ammette l’esistenza del valore intrinseco nega che ogni azione possibile sia
fornita solo di valore estrinseco e strumentale e che possa essere sostituita
da qualsiasi altra azione. La concezione del valore intrinseco si accompagna
dunque all’elaborazione di una teoria normativa che riconosce l'autonomia
dell’etica e ritiene anche che vi sia un modo compiuto e definitivo per fondare
le conclusioni dell'etica. Anche Nozick (1987) usa la nozione di valore
intrinseco come mezzo teorico per arrivare a riconoscere alle realtà al centro
dell'etica un'oggettività e una forza vincolante indipendenti dalle motivazioni
individuali. Nozick, come Moore, collega la nozione di valore intrinseco con
quella di unità organica e anzi propone una gerarchia delle realtà sulla base
del diverso grado di valore intrinseco, nel senso che sarà fornito di maggiore
valore intrinseco quell’intero che connette in modo più organico, ovvero più
stretto e unitario, un maggiore numero di parti differenti. In questo senso la
nozione di valore intrinseco secondo Nozick può essere attribuita a un gran
numero di esseri e permette misurazioni e graduazioni. La moltiplicazione di
esseri forniti di valore intrinseco nella teoria etica di Nozick è confermata
dalla tesi che questo valore può essere creato o costituito (in quanto «valore
contributivo» alla totalità di valore intrinseco già esistente nel mondo).
Nozick poi delinea una precisa lista di realtà fornite di valori, suggerendo
che in particolare sono le persone e i sé ad avere una maggiore quantità di
valore intrinseco e a poterne creare di nuovo. Riprendendo la gerarchia degli
esseri della tradizione aristotelico-tomistica Nozick indica nella persona
umana il vertice tra le realtà fornite di valore intrinseco nel senso che i sé
personali possono scegliere di costituire unità organiche molto originali e
strette, unificando l’insieme molto differenziato di parti rappresentato dal
fluire delle loro vite. Nozick sembra dunque essersi impegnato a riproporre su
una base laica e empiristica la concezione religiosa e spiritualistica che
indicava negli esseri personali realtà fornite di un valore intrinseco e non
sottoponibili a una valutazione strumentale. Un'etica che faccia uso della
nozione di valore intrinseco va incontro alla difficoltà di coinvolgere chi la
sostiene in una serie di pretese metafisiche dif ficilmente accettabili una
volta sottoposte a controllo empirico. Così nel caso di Moore la nozione di
valore intrinseco in definitiva rinvia a una struttura essenziale e sostanziale
delle cose buone che può essere direttamente conosciuta solo ricorrendo a una
intuizione niente affatto empirica. Nozick riesce in parte a depurare la sua
utilizzazione della nozione di valore intrinseco da queste implicazioni
ontologizzanti e metafisiche in quanto colloca tutta la sua teoria non già su
di un piano fondazionale, ma piuttosto su quello esplicativo, Ma procedendo per
questa strada non si capisce più perché sia strettamente necessario usare in
etica la nozione di valore intrinseco. Infatti se rale nozione viene introdotta
solo per spiegare alcune assunzioni e intuizioni che si dà per scontato siano
presenti nel nostro modo di vivere la dimensione etica, potremmo rifiutarla
negando di trovare in noi tali assunzioni e intuizioni, oppure sottoponendo le
assunzioni e intuizioni presupposte a una critica che ne faccia risultare
l’artificiosità e l’inaccettabilità. La nozione di valore intrinseco può avere
un suo uso nel campo dell’estetica quando si tratta di spiegare il valore di
cui una certa opera d’arte come un tutto è fornita, valore che non è
riconoscibile nelle diverse parti che la costituiscono. Ma sembra difficile
accettare come pacifica un'estensione di tale nozione alla vita morale, In
realtà affermando l'imprescindibilità dell'etica dalla nozione di valore
intrinseco si ripropone sotto una nuova forma l’obiezione che contro le
concezioni conseguenzialiste muove chi fa appello all’ineliminabilità dei
principi. Il sostenitore dell'etica dei principi rimarca che la considerazione
delle conseguenze esige comunque una loro valutazione ticorrendo a principi. In
modo analogo chi ritiene ineliminabile dall’etica l’uso della nozione di valore
intrinseco rimarca che una considerazione etica in termini di valore
strumentale rinvia sempre a qualcosa che è fornito invece di valore intrinseco
0 finale. Con questo lessico la critica al conseguenzialismo si carica di
allusioni ontologiche, metafisiche e oggettivistiche che è difficile possano
avere un riscontro sul piano dell’analisi empirica, L'etica giusnaturalistica e
la legge naturale. Passando al piano più sostantivo un'etica normativa
chiaramente identificabile è quella giusnaturalistica o della legge naturale.
Abbiamo già avuto modo (cfr. $ 3.4) di sostenere come il giusnaturalismo e la
concezione della legge naturale vadano incontro a profonde difficoltà
epistemologiche, ma resta fermo che anche nel corso del XX secolo benché con
minore fortuna che nel passato sono riconoscibili dei sostenitori di un
concezione giusnaturalista o della legge naturale (ad esempio Finnis, 1983), Si
tratta di quella posizione etica che ritiene che gli uomini hanno per natura
determinati doveri e obblighi e che tali doveri e obblighi siano determinabili
prima e indipendentemente dal costituirsi di qualsiasi istituzione giuridica o
politica. La tradizione giusnaturalistica ha avuto, dopo la presentazione da
parte di Tommaso d’Aquino di un’etica cristiana della legge naturale, una
ripresa e una formulazione sistematica nel corso del XVII secolo da parte di
autori come Grozio e Pufendorf. La concezione della legge naturale è stata poi
varie volte ripresentata nei secoli successivi e tuttora costituisce l'etica
prevalente nelle visioni cristiane e religiose. Le concezioni della legge
naturale ruotano intorno al riconoscimento di una serie di obblighi e di doveri
propri della natura umana. Proprio conseguentemente a questo riconoscimento i
teorici della legge naturale fanno ampio uso del linguaggio dei diritti, anzi
possiamo ritenere che la diffusione nell'età moderna e contemporanea di tale
linguaggio sia una ricaduta del giusnaturalismo del XVII secolo. Va però
sottolineato come sia del tutto differente il ruolo che i diritti hanno nelle
concezioni giusnaturalistiche rispetto a quello che essi hanno nelle teorie
etiche dei diritti propriamente dette. Infatti i diritti affermati da un'etica
giusnaturalistica non sono mai illimitati e assoluti, ma trovano una
delimitazione nell’obbligo o dovere che occorre comunque rispettare facendo
valere il proprio diritto. Le diverse classificazioni dei diritti rinviano
quindi a un contesto di leggi, doveri e obblighi che resta primario. I teorici
della legge naturale concordano nel ritenere che gli uomini in quanto tali
hanno tutta una serie di diritti e doveri paralleli: ad esempio, l’esistenza di
un diritto alla vita da parte di qualcuno sì accompagna al dovere del rispetto
della vita di costui da parte degli altri. Tra gli obblighi più frequentemente
richiamati dai teorici della legge naturale ricordiamo i doveri verso se
stessi, i doveri verso gli altri (distinguendo in questo ambito tra i doveri
verso i propri familiari e i doveri verso i propri concittadini) e i doveri
verso Dio. I doveri verso se stessi sono spesso identificati con tutta una
serie di massime di tipo prudenziale, sulla base di un più generale principio
che considera la vita umana più specificamente la propria vita come non
disponibile. All’interno del quadro delle etiche giusnaturalistiche infatti il
suicidio è general mente considerato inaccettabile. Per quanto riguarda poi la
dimensione dei doveri verso gli altri una prima proposta è quella che distingue
tra i doveri in senso più stretto nei confronti dei propri familiari e i doveri
in senso più generale verso i propri simili. Un'altra distinzione ricorrente
tra i teorici del giusnaturalismo è quella tra doveri perfetti e imperfetti. Ci
si trova di fronte a doveri perfetti laddove a questi doveri non si può
disattendere in quanto sono legati a un corrispondente diritto da parte degli
altri e dunque con una qualche codificazione. Così in questa classe rientra il
dovere di non ledere gli altri o di ottemperare a una promessa o patto
sottoscritto. Nella nozione di lesione si fa spesso rientrare non solo il danno
fisico, ma anche il danno relativo ai beni ovvero alla proprietà. Vi sono
invece tutta una serie di doveri imperfetti: essi riguardano azioni che non
siamo sempre tenuti a realizzare perché gli altri non le possono pretendere da
noi come un loro diritto (ad esempio le azioni mosse da generosità 0
beneficenza); oppure si tratta di doveri speciali legati al partico. lare posto
che si occupa, ovvero al ruolo professionale, o al ruolo nella famiglia (padre,
madre, figlio ecc.), o alla carica che si ricopre nella società. Non mancano
tentativi fatti dai teorici della legge naturale specialmente nel XVII secolo
con Grozio, Pufendorf, Althusius e Thomasius (Bobbio, 1980) di esporre in forma
compiuta e sistematica tutto il codice di obblighi e doveri. I teorici della
legge naturale riconoscono uno statuto del tutto peculiare al dovere nei
confronti del governo o dello Stato, ovvero al dovere di obbedienza 0 lealtà
nei confronti delle leggi del proprio paese. Ma proprio la riflessione intorno
a questo dovere, alla sua assolutezza o ai suoi limiti, segna nel corso del
XVII secolo il processo di crisi per l'etica della legge naturale. Infatti
Hobbes mette in luce la difficoltà di conciliare all'interno di un'etica della
legge naturale due distinte esigenze entrambe considerate essenziali: da una
parte il dovere di obbedienza al governo e dall'altra un qualche diritto a
resistere al governo ingiusto. Hobbes indicava la soluzione nel rimettere al
governo attraverso il patto tutti i diritti e dunque complessivamente anche il
diritto di resistenza, lasciando però all'individuo la possibilità di salvare
con la fuga la propria vita quando in pericolo. La concezione giusnaturalistica
dunque è entrata in crisi non solo sul piano epistemologico (cfr. $ 3.4), ma
anche per la sua incapacità di fornire soluzioni pratiche effettive ai problemi
etici che di volta in volta si sono presentati agli uomini. Quanto più le
condizioni di vita degli esseri umani sono andate collocandosi in un ambiente
artificiale, tanto meno il richiamo alla natura è risultato decisivo e
chiaramente comprensibile. Non solo il dovere di resistenza del cittadino nei
confronti dei governi ingiusti o delle guetre ingiuste è risultato inderivabile
da una presunta legge naturale, ma molti dei doveri a cui rinviava la legge
naturale sono apparsi desueti o inutili o lacunosi quando le condizioni di vita
si sono andate trasformando radicalmente nel corso di un processo di
civilizzazione che ha segnato il prevalere di condizioni artificiali di vita.
Si pensi, ad esempio, alle profonde trasformazioni che hanno subito le
relazioni familiari. Da queste trasformazioni deriva la vuotezza di quelle
concezioni che pensano di potere risolvere i conflitti facendo appello a ciò
che è naturale. Le questioni legate alle relazioni familiari o ai rapporti tra
i sensi non trovano certo più una soluzione ovvia e condivisa rinviando a una
presunta famiglia naturale ideale o a un comportamento appropriato e lodevole
secondo un qualche modello naturale di padre, madre, figlio e dei rispettivi
doveri. Ancora, per cogliere le difficoltà a cui va incontro il giusnaturalismo
si pensi come al suo interno sia arduo trovare risposte per i problemi che
nascono con le nuove professioni o le nuove responsabilità etiche (pensiamo a
chi si occupa di gestione o trasmissione delle informazioni o delle immagini, o
a chi si occupa di terapia delle malattie mentali). L'etica della legge
naturale pretende di trovare nella natura umana da sempre e per l'eternità
doveri e diritti relativi a condizioni e situazioni che solo cinquant'anni fa
erano inimmaginabili. Né una riduzione a una presunta essenza della condizione
umana può risolvere queste difficoltà in quanto per questa via le norme
ricavate dalle leggi naturali si presentano con una formulazione tanto astratta
e generica da risultare del tutto inefficaci. Proprio perciò la tradizione
giusnaturalistica si è andata sempre più svuotando della sua forza pratica e
l'appello alla legge naturale è divenuto solo uno strumento retorico e
ideologico, unito alla reiterazione di regole (spesso del tutto incapaci di
guidarci) molto generali quali «non uccidere», «non rubare» ecc. 44. L'etica
contrattualistica e le sue forme. Il contrattualismo come teoria etica fu
elaborato inizialmente nel corso del XVII secolo proprio come superamento del
giusnaturalismo cristiano e medievale. La possibilità di indicare nella natura
umana un fondamento adeguato per l’etica veniva messa in crisi da Hobbes
indicando la completa assenza, nella natura originatia degli uomini, di
tendenze che rendessero possibili la pace, l'ordine e la cooperazione sociale.
Proprio in quanto la natura umana immaginata in uno «stato di natura» è
incapace secondo Hobbes di dare fondamento alla distinzione tra il bene il
male, tra il giusto e l'ingiusto, queste distinzioni vanno collegate a una
procedura artificiale che coincide con il contratto. Il contratto fu ampiamente
usato nel corso del XVII secolo come criterio etico decisivo da autori molto
diversi tra loro come Hobbes, Pufendorf, Spinoza e Locke {Gough, 1986). Un
tratto tipico comune del contrattualismo del XVII secolo sta nel fatto che il
contratto è presentato come un criterio che può riuscire a fondare solo una
parte del contenuto dell'etica quello che ha a che fare con le leggi giuridiche
e con le istituzioni politiche , ma non la totalità dell'etica e în particolare
non può rappresentare un criterio adeguato per fondare la morale nel senso
stretto in cui ne trattiamo in questo scritto. Proprio perciò i teorici nel
XVII secolo, al di lì dello spazio garantito dal contratto, rinviano a una
diversa base come fondazione per la morale propriamente detta. Ad esempio nella
teoria di Hobbes troviamo che o secondo la maggior parte dei suoi interpreti vi
è una completa assenza di morale nello stato di natura e prima del patto che dà
vita all’ordine civile, oppure ad esempio secondo H. Warrender (1974) la morale
viene fatta dipendere dagli ordini di Dio, o infine ad esempio secondo Bobbio
(1989) la si fa dipendere da un calcolo prudenziale. Pufendorf e Locke invece
ritengono che il contrattualismo per quanto riguarda l'obbligo giuridico e
politico possa (e debba) essere accompagnato dall'accettazione del
giusnaturalismo per quanto riguarda l’obbligazione morale propriamente detta.
Una prospettiva che restringe la portata della procedura artificialistica del
contratio è presente anche in un autore come Jean-Jacques Rousseau che pure
indica, nel contratto sociale (Rousseau, 1966), l’unica via per correggere le
distorsioni generate dalla corruzione prodotta dallo sviluppo della società e
ricostituire così condizioni etiche più consone alla natura degli uomini
(Rousseau, 1988). Solo con il XX secolo il contrattualismo si è presentato come
criterio etico generale non ristretto alle situazioni di pertinenza del diritto
e della politica. È infatti con Rawls e la sua «teoria della giustizia» (Rawls,
1982) che la concezione contrattualista viene proposta come strategia adeguata
per individuare i principi etici in generale. Va però rimarcato che il
«contrattualismo ideale» di Rawls riesce a funzionare da criterio generale per
l’etica solo in quanto si delinea come una procedura che ha incorporato in sé
un altro requisito ritenuto caratteristico dell’etica: quello dell’imparzialità
o dell'assunzione di un punto di vista generale. Abbiamo già indicato (cfr. $
3.8) i limiti del contrattualismo di Rawls per quanto riguarda le procedure
epistemologiche a cui si richiama; sul piano normativo va rilevato che tale
criterio è in grado di indicare soluzioni ad esempio nella distribuzione dei
beni disponibili solo in quanto tutti coloro che sono coinvolti accettano già
alcuni vincoli. Perché la procedura contrattualistica possa risultare decisiva
bisogna, dunque, ritenere che ci sia già un qualche accordo nel considerarsi
cittadini di una stessa comunità; oppure, in alternativa, bisogna ritenere che
ci sia un’armonia prestabilita (un residuo del provvidenzialismo settecentesco)
che garantisce la confluenza degli interessi individuali nel bene generale.
Proprio come correttivo di queste limitazioni Gauthier ha presentato una
procedura delineata come una forma di «contrattualismo reale» (Gauthier).
Questa strategia si sforza di mostrare che un certo esito identificato come un
equilibrio di contrattazione risulta per tutti coloro che sono coinvolti più
conveniente in termini di soddisfazioni personali. Resta però da dire che in
questo caso il criterio etico decisivo sembra presentarsi al di lì del
contratto in una sorta di «egoismo razionale» che accetta i vincoli di una
contrattazione come mezzo migliore per l'ottimizzazione di risultati anche
dovendo fare conto su eventuali sostegni o ostacoli da parte degli altri (cfr.
$ 3.3). In generale dunque il contrattualismo presenta un criterio normativo
che non è in grado di esaurire nella sua interezza lo spazio dell'etica, ma che
ha bisogno di rinviare a criteri aggiuntivi (imparzialità o egoismo razionale)
ove lo si voglia fare valere al di là del piano giuridico e politico. Un'etica
dei diritti. Anche l'etica dei diritti si è andata sviluppando nella cultura
moderna e contemporanea come un correttivo della concezione giusnaturalistica.
Una prima fase dell'etica dei diritti nel corso del XVII secolo fu la via
attraverso la quale si cercò dì garantire la sfera di autonomia delle persone
nei confronti dell'intervento della legge e del potere politico. I diritti che
vengono fatti valere sul piano etico si presentano dunque prevalentemente come
diritti negativi e di libertà contro l’ingerenza di un potere esterno. Così, da
una parte, autori come Hobbes e Locke si fermarono a lungo sui diritti negativi
alla autoconsetvazione e alla proprietà dei beni ed altri autori come ad
esempio Anthony Collins (1990) e in generale i free-tbinkers cercarono di far
valere il diritto alla libertà di pensiero. Il processo teso a garantire i
diritti negativi ebbe esito sul piano storico con le varie Dichiarazioni dei
diritti degli Stati Americani (1776-1789) e con la Dichiarazione dei diritti
della Rivoluzione francese (1789; cfr. Cassese, 1988). Nel corso del XIX secolo
e nella prima metà del XX vi è stata una contestazione della teoria etica dei
diritti, da una parte dagli utilitaristi sul piano epistemologico e,
dall'altra, dai marxisti sul piano di una critica storico-sociale. Ma come
rileva Brenda Almond (Almond, 1991} una ripresa dell'etica dei diritti si è
avuta dopo la seconda guerra mondiale in particolare come reazione alla
soluzione finale e al penocidio voluto dai nazisti. Si è così assistito a un
progressivo ampliamento dell'etica dei diritti fino al punto che Bobbio ha
potuto indicare come adeguata per la nostra epoca l’espressione di «età dei
diritti» (Bobbio, 1990). Infatti più recentemente hanno fatto ricorso al
linguaggio dei diritti anche quelle concezioni che in precedenza lo avevano
criticato, come ad esempio l’utilitarismo che l'aveva riftutato come del tutto
privo di sensatezza o l'etica cattolica che l’aveva attaccato come espressione
del trionfo di una mentalità moderna anarchica e priva di eticità. Nella
seconda metà del secolo XX si è altresì assistito a una espansione della sfera
dei diritti affermati come degni di salvaguardia. Infatti la più recente etica
dei diritti non si limita più a rivendicare i tradizionali diritti negativi ma
ha esteso le pretese anche a tutta una serie di diritti cosiddetti positivi (ad
esempio alla salute, all'educazione, ad un lavoro ecc.). Ma in questa sede non
possiamo limitarci a prendere atto della larga diffusione a livello di opinione
pubblica del linguaggio dei diritti; dobbiamo piuttosto impegnarci a
identificare e valutare criticamente le concezioni teoriche che hanno visto
nell’affermazione dei diritti il criterio etico fondamentale. Nel corso del
secolo XVII laddove i sostenitori della legge naturale preferivano richiamare
sul piano etico il primato dei caratteri essenziali della natura umana intesi
in modo complessivo, o per così dire olistico, i sostenitori di un'etica dei
diritti pur conservando la convinzione di una legge naturale o divina che fonda
in modo assoluto l’etica facevano proprio sia pure in modo grezzo e schematico
il quadro teorico dell'individualismo metodologico. Muovendo da questa
prospettiva, almeno per una parte della storia dell'etica dei diritti possiamo
accettare il quadro esplicativo proposto da autori come L. Strauss (1990) e C.
B. Macpherson (1973) che identificano questa storia con quella della lotta di
una nuova classe in ascesa la borghesia 0 ceto medio, ovvero il ceto di
produttori per giungere a un ticonoscimento delle sue esigenze da parte della
legge o del potere politico. Dunque una prima fase dell'affermazione dei
diritti fu rivolta a far valere pretesi diritti naturali degli uomini contro lo
strapotere della legge e dello Stato. Si tratta di quella fase che possiamo
ritenere conclusa con le Rivoluzioni americana e francese in cui si affermano i
diritti negativi alla vita, alla libertà, all'autonomia, alla resistenza, alla
proprietà ecc. In questo quadro, oltre ai teorici del liberalismo
settecentesco, possiamo collocare anche autori che, come Rousseau, sono
impegnati a recuperare una serie di esigenze naturali degli uomini contro le
limitazioni progressivamente delineatesi nella storia della corruzione umana.
Nel corso del XX secolo invece i fautori dell'etica dei diritti hanno cercato,
sempre su un piano morale o pregiuridico e prepolitico, di argomentare a favore
del riconoscimento di una serie di esigenze minime che gli esseri umani
avrebbero in quanto tali e che le collettività dovrebbero garantire con le loro
istituzioni e forme di vita organizzate. Tra questi diritti positivi rientrano
ad esempio quelli alla salute, al lavoro, a una casa o più genericamente alla
liberazione dalla povertà o addirittura al benessere o alla felicità. Laddove
nella prima fase erano i diritti dell’individuo o del cittadino che si cercava
di considerare come criterio decisivo dell'etica, nella fase più recente si
prendono a guida piuttosto i diritti della persona umana più ampiamente intesa.
Va però rilevato che ci si trova di fronte a una sorta di contrasto 0
incompatibilità tra l'affermazione dei diritti negativi e quella dei diritti
positivi. Come ha più volte sottolineato Bobbio (1990) l'espansione dei
programmi di difesa dei diritti sociali o positivi (a parte le difficoltà di
concordare una lista precisa dei diritti da includere in questo programma e di
convergere su una loro gerarchia) non può che essere realizzata dando al potere
politico e giuridico una qualche autorità per limitare eventualmente i diritti
negativi individuali che, se illimitati, non permettono il raggiungimento per
tutti i membri di una società dei diritti sociali. Dal punto di vista teorico
nel nostro secolo l'appello ai diritti è stato collegato, sul piano
fondazionale, non solo con la legge naturale, ma anche con altre strategie
etiche. Non è mancato chi ha cercato di fondare i diritti in un quadro
generalmente contrattualistico (ad esempio Rawls, 1982), o di recupecarne un
qualche riconoscimento anche in un quadro utilitaristico (ad esempio Hare,
1989), anche se in queste concezioni i diritti non hanno più una collocazione
primaria e originaria ma solo un ruolo sussidiario e derivato. Non sono poi
mancate profonde divaricazioni per quanto riguarda il tipo di tradizione
etico-politica al cui interno sono state calate le affermazioni dei diritti. Da
una parte si è fatto ricorso alla tradizione liberale che ha piuttosto
insistito sui diritti negativi degli individui nei confronti della società civile
e spesso contro lo Stato (così da I. Berlin, 1989, fino alle posizioni
anarchiche di R. Nozick, 1981). Dall'altra si colloca la strategia che ha
trovato espressione nei movimenti democratici e socialisti e in forma più
totalitaria nei regimi comunisti che in nome della realizzazione dei diritti
sociali dei cittadini ha proposto limitazioni più 0 meno estese delle libertà
negative. Una storia del progressivo espandersi e modificarsi delle
rivendicazioni dei diritti può essere una strada molto fertile per ripercorrere
la storia della morale e del costume sociale nelle società occidentali, ma non
permette di arri. vare a identificare un preciso criterio etico. In questa
direzione già Bentham mostrava le fallacie e le insufficienze di una teoria
etica dei diritti che a suo parere non poteva che confluire in un'etica della
legge naturale e dunque in una forma di etica autoritaria o dell’ipse dixit
{Bentham, 1981). Un'alternativa alle concezioni giusnaturalistiche che può
essere percorsa dall’etica dei diritti è quella che, secondo alcuni interpreti,
sarebbe propria di Hobbes, il quale identifica i diritti con le prerogative che
ciascuno individuo si trova di fatto ad avere a ragione delle sue condizioni
storiche, del suo status sociale, delle sue capacità, forza ecc. Una
impostazione che però rende praticamente impossibile un qualche bilanciamento
dei titoli che qualsiasi individuo può far valere come decisivi. Ovviamente si
presentano qui come insolubili pretese confliggenti di diritti in una
condizione come quella umana nella quale per la scarsità delle risorse e i
vincoli emotivi degli esseri umani non sono contemporaneamente soddisfacibili
tutte le esigenze di tutti. L'etica dei diritti manifesta la sua maggiore
inadeguatezza sul piano critico e teorico proprio nella seconda metà del XX
secolo, quando realizza il maggiore successo dal punto di vista della sua
diffusione come forma di discorso prevalente nell'opinione pubblica. Infatti
proprio in questo periodo vi è stato un fiorire di nuovi diritti ed un indubbio
processo di democratizzazione (ovvero di allargamento della base di coloro che
avanzano le pretese di diritti), fenomeni che ben lungi dal risolvere problemi
etici ne hanno fatto sorgere di nuovi. Abbiamo assistito, proprio come
conseguenza del prevalere della forma di rivendicazione etica che fa appello ai
diritti, a un riacutizzarsi dei contrasti in campi quali quelli della nascita,
della morte, della cura, dell’ambiente, del trattamento degli animali, della
considerazione delle generazioni future ecc. Da un punto di vista puramente
descrittivo e lasciando sospeso il giudizio di merito su questi fenomeni si può
rilevare una crescita esponenziale di nuovi soggetti di diritti e di diritti
che ciascun soggetto avanza con la pretesa che siano riconosciuti da tutti e
salvaguardati dalle istituzioni politiche e giuridiche. Dietro questo
diffondersi delle pretese ai diritti, invece, da un punto di vista teorico e
fondazionale restano valide le strategie del passato con cui si era già cercato
di giustificare il primato dei diritti presentandoli, di volta in volta, come
una pretesa di verità (White, 1984), uno strumento emotivo particolarmente
persuasivo (Hagerstròm, 1953), una sorta di «asso di briscola» (Dworkin, 1982),
un titolo richiamato come valido (Nozick, 1981), Ma il tentativo di costruire
una qualche etica dei diritti come risolutiva va incontro a difficoltà
insuperabili quando si tratta di fornire criteri sicuri per decidere quali
nuovi diritti riconoscere effettivamente come meritevoli di codificazione giuridica
o di tutela morale. Non diversamente, il contesto teorico dell'etica dei
diritti non è in grado, di fronte a casi concreti, di offrire una strada
argomentativa per superare contrasti e conflitti proprio relativamente a
diritti da riconoscere convergentemente. Per questi suoi limiti epistemologici
l’etica dei diritti si presenta, più che come una teoria valida e coerente,
come una retorica pubblica largamente usata oggi nella nostra cultura. 4.6.
L'etica kantiana e la persona umana. Un modello del tutto peculiare di etica
normativa è quello che si trova negli scritti di Kant. Come ha sottolineato
Frankena, nel caso di Kant ci troviamo di fronte a una ben precisa forma di
«deontologismo della regola» {Frankena, 1981). L’universalità richiamata
dall’etica kantiana si collega, su un piano epistemologico, con una forma di
intuizionismo che attraverso la via del trascendentalismo sfocia in un realismo
etico che esclude la possibilità di conciliarlo con una meta-etica
noncognitivistica. Va così rifiutato il tentativo di Rawls {Rawls, 1980) di
trovare in Kant un'etica sostanzialmente costruttivistica e puramente
procedurale. La legge etica di fondo dell’etica kantiana ovvero l'imperativo
categorico «agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere nello
stesso tempo come principio di una legislazione universale» (Kant, 1970a: 167)
si presenta come decisiva e capace di indicare le soluzioni dei diversi
conflitti e disaccordi etici. Ma è proprio questo universalismo dell’etica di
Kant che è stato più frequentemente criticato. L'etica kantiana si presenta
secondo i critici come una mera etica della coerenza formale e propria di una
volontà che per rendersi il più universale possibile si depotenzia, si svuota
di contenuti e si rende del tutto incapace di incidere in qualche modo sulle
effettive opzioni presenti nelle situazioni reali. La comprensione della
proposta etica kantiana passa attraverso una più precisa individuazione della
natura dell'imperativo categorico. In Kant si tratta di una massima che è universalizzabile
solo se può essere voluta senza contraddizione come legge universale, cioè se e
solo se qualcuno può volere, senza incoerenza nella volontà, che ognuno adotti
questa massima e agisca secondo essa. L’universalizzabilità in questo senso «è
la prova dell’accettabilità morale di una massima dell’azione e
conseguentemente della condotta» (cfr. M. G. Singer, 1985: 55). Per Kant
l’universalità è un principio morale e come tale non ha molto a che fare con
l’universalizzabilità che Hare riconosce come carattere proprio dei giudizi
morali, in quanto tale carattere, almeno nelle prime affermazioni che ne fa
Hare (cfr. $ 2.6), si presenta come una tesi sulla logica del discorso morale.
Ma per rendere conto adeguatamente dell’etica normativa kantiana non ci si può
limitare alla componente universalistica. Vi sono altri tratti che la rendono
storicamente riconoscibile, e almeno altre due tesi ne rappresentano il nucleo
essenziale: il complessivo approccio rigoristico a preferenze, desideri e
passioni umane; l'affermazione della centralità morale della persona. Nel caso
dell’etica kantiana la legge morale e gli imperativi categorici nascono proprio
negando in nome della libertà interessi egoistici e desideri individuali e non
già rendendo possibile, con il fare valere punti di vista imparziali e
generali, una loro conciliazione. Uno degli aspetti caratteristici dell'etica
normativa kantiana sta nel riprendere il discorso delle etiche ascetiche
cristiane che indicavano un'incompatibilità tra la ricerca del proprio
benessere e il piano morale. In questa linea l’etica kantiana non si spinge
solo a fissare una distinzione tra il cosiddetto piano prudenziale e il piano
etico, ma procede fino a prescrivere la salvaguardia di un piano morale che
nega recisamente contrapponendovisi tutta l'impostazione delle etiche eteronome
che fanno del benessere il fine delle azioni umane. Proprio in questo senso
l'etica di Kant si presenta come un'etica del dovere e della scelta
responsabile e razionale della legge universale, in contrasto con qualsiasi
tendenza a considerare la felicità individuale come obiettivo finale
dell'etica. La posizione kantiana si presenta, dunque, come del tutto
alternativa rispetto a quella fatta valere sempre più decisamente nella
tradizione empiristica da Hume all’utilitarismo, al prescrittivismo universale
secondo la quale solo desideri, sentimenti e preferenze sono in grado di
motivare le scelte (etiche o non etiche) e la ragione invece risulta inefficace
su questo piano, Non bisogna per dere di vista questa componente dell'etica
kantiana che rende del tutto eccentrici aleuni tentativi contemporanei ad
esempio quelli di J. Rawls e R. M, Hare di conciliare l’universalismo kantiano
con un bilanciamento dei desideri e delle preferenze effettive di coloro che
sono coinvolti. Kant rifiutava tutte quelle etiche che facevano discendere la
determinazione della moralità da motivi diversi da quelli propriamente etici.
La sua teoria è del tutto in linea con l'affermazione nella cultura moderna e
contemporanea dell'autonomia della morale. In particolare Kant rifiutava come
eteronome tutte quelle etiche che assimilavano il bene morale a qualcosa che
dipendeva o dall'educazione (Montaigne), o dalle leggi civili (Mandeville), o
dal sentimento fisico (Epicuro), o dal senso morale (Hutcheson), o dalla
perfezione oggettiva (Wolff e gli stoici), o dalla volontà di Dio (Crusius e
altri moralisti teologici; Kant, 1970a: 178). Secondo Kant l’amore di sé, i
sentimenti e le preferenze personali non sono in grado di costituire il punto
di vista morale: laddove l’azione è motivata da questi scopi essa è chiaramente
eteronorna e dunque non morale. Solo una legge della ragione può motivare
autonomamente. Nel primo caso si hanno solo imperativi ipotetici e precetti
prudenziali, mentre nel secondo caso si giunge agli imperativi categorici
morali nella loro peculiarità. La concezione etica kantiana infine riconosce un
posto centrale alla persona. Kant presenta una caratterizzazione della persona
umana in termini essenzialistici e semplici ovvero come qualcosa che ha una sua
realtà sostanziale continua e inconfondibile {tra l'altro che sopravvive alla
stessa morte}, anche se questa realtà sfugge alia nostra conoscenza e si
presenta come collocata sul piano noumenico. Ecco ad esempio una definizione
dell’essere umano, non priva di implicazioni assiologiche, offerta da Kant
nella Axtoropologie in pragmatischer Hinsicht abgefasst (1798, Antropologia dal
punto di vista pragmatico): «Che l’uomo possa avere una rappresentazione del
proprio io, lo innalza infinitamente al di sopra di tutti gli altri esseri
viventi sulla terra. Perciò egli è una persona e, grazie all'unità della
coscienza in tutti i mutamenti che subisce, una sola e stessa persona» (Kant,
1970a: 547). Malgrado alcune limitazioni epistemologiche nell’affermazione di
un personalismo essenzialistico Kant considera decisamente come tratto
definiente della persona umana che è l'unico soggetto-oggetto dell'universo
morale la sua razionalità. La centralità della nozione di persona nell’etica
kantiana risulta esplicita in una delle formulazioni dell'imperativo categorico
che suona: «agisci in modo di trattare l'umanità nella tua persona come nella
persona di ogni altro sempre come fine e mai soltanto come mezzo» (Kant,
19704). Proprio sulla base della persona è fondata la tavola dei doveri
presentati in Die Merapbysik der Sitten (1797, La metafisica dei costumzi).
Kant riprendeva le distinzioni avanzate dai giusnaturalisti (in particolare
Pufendorf e Thomasius) tra doveri positivi e negativi (che si intreccia con
quella tra doveri verso Dio, verso gli altri e verso se stessi), riformulandola
come una distinzione tra doveri perfetti {quelli verso se stessi stabiliti da
massime universali per le quali persare un'eccezione equivale a una contraddizione)
e doveri imperfetti (doveri verso gli altri in cui la contraddizione si
presenta laddove vogliazzo un'eccezione) (Kant, 1970b: 269-374). Le critiche
alla concezione kantiana dell'etica sono state mosse lungo diverse linee.
Ricordiamo quelle che ci sembrano più decisive: la mera forma dell’universalità
o è vuota 0 può essere soddisfatta dalla coerenza e fedeltà verso qualsiasi
valore anche negativo; l’uso dell'autonomia dell’etica in chiave rigidamente
rigoristica rende del tutto astratta e ininfluente la norma kantiana che non
potrà includere nessuno dei desideri effettivi di esseri umani concreti.
Inoltre, l'ancoraggio dell'etica da parte di Kant alla persona razionale
comporta per la sua prospettiva alcuni limiti: non può essere estesa a rendere
conto di situazioni etiche in cui siano presenti esseri non razionali (animali,
ambiente ecc.); resta pur sempre un residuo di colorazione egoistica in una
prospettiva che si muove esclusivamente in un contesto di persone in qualche
modo distinte e separate l'una dall'altra. Quest'ultima critica è stata fatta
valere in particolare da Parfit (1989). La tesi è che solo un quadro
concettuale che come quello elaborato da Parfit dia una spiegazione
riduzionistica e complessa per quanto riguarda la natura dell'io e della
persona potrà permettere di non considerare le singole persone umane come unità
di misura finale pes l'etica. Dunque solo chi sappia liberare la morale dai
confini ontologici della persona umana potrà porre le basi per la costruzione
di un'etica effettivamente universalistica e altruistica. 4.7. Le etiche
utilitaristiche. Una concezione etica molto diffusa e fortunata è quella
utilitaristica. Si può trovare un appello generico all’utilità come criterio di
scelta etica in molti pensatori dall’antichità ai giorni nostri. Ma prendendo
in esame l’utilitarismo propriamente detto facciamo riferimento a quelle
concezioni che riprendono da Bentham lo sforzo di sviluppare, in termini
precisi e rigorosi, un criterio di scelta e valutazione morale con al centro
l'utilità, a sua volta definita ricorrendo a nozioni quali piaceredolore,
felicità-infelicità, soddisfazione di preferenze ecc. La storia
dell’utilitarismo, anche in questo senso più stretto e determinato, è molto
ampia e non si può qui ripercorrerla se non in modo sommario limitandosi a
delineare alcuni dei filoni principali in esso riconoscibili. Nel rendere conto
delle varie forme di utilitarismo proviamo a differenziarle sulla base della
diversa caratterizzazione che viene offerta della nozione del bene che alla
fine si deve ottenere. La nozione di utilità è, infatti, sempre ricondotta ad
una più determinata nozione di bene che identifica con più precisione in che
cosa risiede l'utilità che va massimizzata. Un'altra linea di distinzione che
sviluppererno in questo paragrafo è quella tra le concezioni che applicano il
criterio utilitaristico alle singole azioni o agli atti particolari e quelle
che viceversa fanno valere tale criterio per le regole o norme in generale.
Occorre precisare preliminarmente una precisazione particolarmente necessaria
in una cultura come quella italiana in cui l’utilitarismo, ben lungi
dall'essere studiato e discusso, è aprioristicamente liquidato e stigmatizzato
come una forma di egoismo del tutto inconciliabile con la moralità (è ancora
l'atteggiamento avanzato da Alessandro Manzoni nelle sue Osservazioni sulla
morale cattolica nel 1819 a fare testo) che l'etica utilitaristica va tenuta
nettamente distinta dalle cosiddette concezioni egoistiche. È tipico dei
fautori dell'etica utilitarista fare riferimento a un’utilità che non riguarda
mai il singolo agente, ma che riguarda a seconda della formula privilegiata la
massima utilità generale, l’utilità del maggior numero, l’utilità di tutti,
l'utilità di tutti coloro che sono coinvolti ecc. Si possono individuare
diverse concezioni dell’utilitarismo anche tenendo conto della prospettiva
sottoscritta per quanto riguarda l'universo dei soggetti da tenere presente nel
calcolo utilitaristico. Vi è la tendenza a considerare la massima utilità che
va cercata come coinvolgente tutti coloro nei quali può essere rintracciato il
tipo di stato mentale che va massimizzato, che si tratti di piacere, dolore,
preferenze, desideri o altro. Proprio in questo senso è tipico
dell'utilitarismo il presentarsi come una concezione della morale che estende
la sua portata anche al di là dell’ambito delle persone umane, fino a
coinvolgere tutti gli esseri viventi in cui si trovi lo stato mentale (ad
esempio la sofferenza o il piacere) che il criterio deve minimizzare o
massimizzare con il corso di azione prescelto. Già in Bentham {Bentham) era
presente quell'apertura a una considerazione etica del mondo animale che
troviamo poi largamente sviluppata nell’utilitarismo contemporaneo. Per quanto
riguarda la caratterizzazione del bene che va massimizzato una differenza
classica è quella tra concezione edonistica che distingue tra i piaceri solo su
basi quantitative e quella che riconosce differenze qualitative. Così in
Bentham troviamo sviluppata l’idea che la misurazione quantitativa del piacere
€ del dolore è l'unico criterio in grado di dare una base esterna, valida e
pubblicamente discutibile, alle prese di posizione etiche. Bentham quindi
critica tutte le etiche alternative all’utilitarismo in quanto inclini a far valere
un criterio del rutto arbitrario in morale. La formulazione di un criterio di
misurazione della quantità del piacere, in gioco in corsi di azione che
coinvolgono più esseri senzienti, non è priva di difficoltà. Proprio
sull’inadeguatezza, ad esempio, del criterio offerto da Bentham si sono
concentrate le critiche degli avversari dell’utilitarismo. Si è rilevata tra
l’altro l'impossibilità di ridurre a una base unica piaceri diversi e
l'impraticabilità di quei confronti interpersonali di piacere e dolore che
sarebbero necessari. Resta poi anche costante la critica che la ricerca del
solo obiettivo della massimizzazione dei risultati sembra lasciare
completamente da parte le esigenze di una distribuzione giusta del bene
massimizzato. Considereremo eticamente preferibile un corso di azione che
realizza un incremento della quantità di piacere, anche se questo risultato si
accompagna a una distribuzione del tutto iniqua di tale piacere o benessere e
addirittura accentua la distanza tra individui che ottengono grandi quantità di
piacere e individui che ne ottengono una ridottissima. Dunque vi sarebbe
un’opacità di fondo dell'utilitarismo rispetto a questioni di giustizia
distributiva, e più in generale a questioni di diritti. Una diversa forma di
utilitarismo fu delineata da John Stuart Mill in Ut litarianism in parte già
come risposta a queste critiche e difficoltà del particolare edonismo di
Bentham (Mill, 1981b). Le variazioni più significative riguardano
l’introduzione di una distinzione qualitativa tra piaceri e un'insistenza sul
principio che ciascun individuo è sovrano nella determinazione delle proprie
gerarchie di piacere e che le sue opzioni laddove non procurino danno agli
altri vanno incorporate nel criterio utilitaristico. Mill nei suoi scritti non
si limita ad assumere come rilevante la distinzione qualitativa tra piaceri più
elevati e più bassi, ma sviluppa anche una tecnica con l’aiuto della quale
risolvere eventuali contrasti, e ciò che più conta usa questa distinzione per
proporre sostanziali innovazioni del costume morale a proposito del trattamento
delle donne, della questione dei lavoratori manuali, della povertà e della
scelta responsabile delle nascite. Per quanto riguarda i contrasti relativi ai
piaceri qualitativamente diversi coinvolti Mill ritiene che essi possano essere
risolti facendo appello all'opinione che si esprime nella discussione pubblica
con l'approvazione o la disapprovazione morale di coloro che conoscono tutte le
forme di piacere in gioco. La posizione di Mill per quanto riguarda la
distinzione qualitativa dei piaceri è stata spesso criticata e denunciata come
contraddittoria, in quanto mescolerebbe due differenti criteri di valutazione
(cfr. Musacchio, 1981). Occorre ammettere che Mill presenta un’etica mista,
ovvero che unisce due diversi criteri di scelta e di decisione, ma non.va data
come ovvia e scontata l'inaccettabilità di una posizione normativa che cerchi
di conciliare due distinti principi ad esempio facendoli valere a diversi
livelli etici. Ma la grande svolta nella storia dell'utilitarismo è segnata da
quel momento in cui il criterio passa a prendere in considerazione non tanto le
componenti del piacere e del dolore, quanto, più genericamente, le preferenze
di coloro che sono coinvolti nelle situazioni in esame. L'utilitarismo delle
preferenze che si sviluppa in particolare nel secolo XX realizza uno
spostamento decisivo del criterio che non pretende più di fare riferimento a
una unità di misura comune e oggettiva quale il piacere, ma muove piuttosto
accettando come tutte di eguale valore le preferenze dei diversi soggetti
coinvolti e dunque identificando come giusto quel corso di azione che
massimizza la soddisfazione delle preferenze quali che siano. Le preferenze
possono tendere verso oggetti completamente diversi e dunque l’utilitarismo
delle preferenze dispone di uno strumento di valutazione etico più flessibile,
recuperando e ampliando in un senso ancora più liberale e individualistico
quell’esigenza di pluralismo fatta valere da Mill contro il riduzionismo oggettivistico
e paternalistico dell’utilitarismo di Bentham (Harsanyi, 1988 e Hare, 1989).
L'utilitarismo delle preferenze è stato poi elaborato nel tentativo di trovare
una risposta per numerose questioni dell’etica teorica; in particolare sono
stati messi a punto criteri per distinguere preferenze di ordine diverso, quali
quelle antisociali di un sadico e quelle benevole o altruiste. Così John
Harsanyi (Harsanyi, 1985: 75-126} ha considerato rilevanti per l'etica solo le
preferenze benevole considerate imparzialmente, mentre Hare ha identificato
come eticamente significative le preferenze universalizzabili (Hare, 1989).
Infine non sono mancati utilitaristi che hanno proposto complesse tecniche di
valutazione critica delle preferenze: ad esempio Brandt ha proposto di
accettare, dopo averle sottoposte a una sorta di vaglio terapeutico, le sole
preferenze razionali ovvero basate su desideri non egoistici e pienamente
informati (Brandt, 1979). Anche la storia dell’utilitarismo mostra dunque come,
a livello teorico, prevalga l’elaborazione di concezioni miste. Nel caso
specifico al criterio della massimizzazione si affianca quello della selezione
delle preferenze in base alla loro universalizzabilità formale o imparzialità
sostanziale. Malgrado questi tentativi di evitare il riduzionismo,
l'utilitarismo è stato insistentemente attaccato (Smart e Williams, 1985; A.
Sen e B. Williams, 1984) contestando la legittimità di un approccio che
considera come decisive le preferenze che di fatto un certo individuo si trova
ad avere. Procedendo in questo modo l’utilitarista non terrebbe conto che le
preferenze esistenti possono essere indotte dall'esterno o comunque niente
affatto adeguate ai bisogni reali degli individui che di fatto le rivelano. In
particolare A. Sen (1986) ha obiettato che la mera registrazione delle
preferenze rivelate finisce con il consolidare le distribuzioni di beni inique
di fatto già istituzionalizzate. Gli utilitaristi hanno cercato di rispondere a
queste critiche indicando che l'esigenza della massimizzazione delle
soddisfazioni delle preferenze può essere ottimiz. zata solo laddove si accetti
l’esistenza di una soglia per ciascun individuo al di là della quale un
incremento della soddisfazione delle sue preferenze realizza risultati meno
validi di quelli realizzabili incrementando la soddisfazione delle preferenze
di individui che stanno peggio (Pontara, 1988). Nella storia dell’utilitarismo,
specialmente nel XX secolo, si è proceduto anche su di un altro piano nel
cercare un correttivo che permettesse di fare valere nella massimizzazione una
qualche regola o principio distributivo. In questa linea si sono sviluppate ad
esempio varie forme di utilitarismo della norma © della regola. Sul piano
storico vi è stata una tendenza a considerare Bentham come un tipico esponente
dell’utilitarismo dell’atto e a trovare invece in Mill una posizione che
anticipa le esigenze dell’utilitarismo della regola o della norma (J. Urmson,
1953). Il problema principale affrontato da questa parte della riflessione
teorica interna all’utilitarismo è stato quello della possibilità o meno di
ricondurre l’utilitarismo della regola all’utilitarismo dell’atto. Nel caso poi
in cui si è concluso per la specificità dell'utilitarismo della regola, la
questione è stata se una teoria che fa valere un qualche riferimento a regole,
principi e norme non comporti una fuoriuscita dal quadro conseguenzialista
proprio dell’utilitarismo (Lyons, 1965). Nella riflessione sullassibilità di
conciliare l'accettazione primaria dell’utilitarismo dell’atto con un
riconoscimento di un qualche ruolo nella vita etica a principi e norme, partico
larmente interessante risulta un tentativo come quello di Hare. Hare ha
presentato una teoria dei due livelli di pensiero etico: uno, più intuitivo e
di senso comune, all’interno del quale valgono le regole e le norme, e l'altro
che si colloca invece sul piano della riflessione critica nel quale, viceversa,
si applica ditettamente alle singole azioni il criterio utilitaristico della
massimizzazione della soddisfazione delle preferenze di tutti coloro che sono
coinvolti (Hare, 1989). Più fertili sono da ritenere però quei tentativi di
presentare un utilitarismo della norma e della regola come itriducibile sul
piano normativo all’utilitarismo dell'atto. Così ad esempio procede Brandt, che
ha più volte fatto valere la sua posizione come una forma di utilitarismo della
norma ideale. In questa teoria il criterio etico decisivo è quello che
identifica le soluzioni rappresentandosi le norme da accettare in una società
ideale rivolta a soddisfare massimamente i desideri razionali dei suoi
cittadini (Brandt, 1992). Nel rendere conto delle varie specie di utilitarismo
va infine ricordato quell’utilitarismo che è sembrato preoccupato non tanto di
realizzare un saldo attivo di piaceri, quanto di minimizzare le sofferenze e i
dolori (R, N. Smart, LE ETICHE NORMATIVE). Questo tipo di utilitarismo negativo
è stato spesso criticato ad esempio da J. J. Smart (Smart, 1985) come
paradossale in quanto implica che la soluzione migliore è quella che riduce al
massimo il numero di esseri senzienti esistenti, in quanto per questa via si
procede certamente a una riduzione della quantità delle sofferenze. Ma se si va
al di là del piano speculativo sul quale si muove l’etica teorica sembra chiaro
che proprio il criterio di una riduzione delle sofferenze inutili ha avuto un
ruolo decisivo nei dibattiti più recenti sull’etica pratica. È stata questa la
via principale mediante la quale si è allargato l'ambito del discorso etico
anche alle questioni del trattamento degli animali ed ancora è questa la via
mediante la quale riprendendo le critiche di Bentham nei confronti delle etiche
ascetiche si continua a fare emergere l'inaccettabilità di quelle soluzioni
fittizie ricavate dall’imposizione di antropologie astratte. 4.8. La scelta
razionale come criterio normativo. Consideriamo poi quella concezione normativa
che sostiene che ciò che è bene o giusto fare, in una qualsiasi situazione che
ci presenta diverse alternative, può essere deciso cercando ciò che è razionale
o ragionevole fare, nel senso di ciò che soddisfa massimamente i propri
interessi e bisogni. Una concezione etica della scelta razionale è
riconoscibile in particolare negli scritti di alcuni teorici che difendono
l'economia di mercato, sostenendo che proprio la ricerca da parte di ciascun
individuo della massima realizzazione delle proprie esigenze consente di
ottenere i risultati migliori per la società nel complesso (Arrow, 1977 e
Buchanan, 1989). Naturalmente un punto decisivo per questa concezione normativa
sta nell'impegno a definire con maggiore precisione la natura di ciò che è
razionale massimizzare nella ricerca di una soddisfazione personale. In questa
luce si presentano come nettamente distinte: da una parte, una posizione che
tende a ritenere razionale qualsiasi scelta che ciascuno consideri come
massimizzante la propria utilità interpretata in termini di benessere o
vantaggio economico personale una teoria etica che muove dal riconoscimento di
una qualche sovranità del consumatore; dall’altra una posizione che interpreta
la scelta razionale come quella che massimizza, ad esempio, i bisogni più
profondi ed elevati della persona che sceglie. La teoria che ritiene eticamente
preferibile come criterio per le scelte pubbliche il comportamento che tende a
massimizzare l’utilità attesa da ciascuno degli agenti negli ultimi decenni è
stata attaccata lungo due linee: una rivolta a mostrarne le difficoltà interne
laddove venga presentata come teoria normativa da adottare per identificare
l'alternativa di azione ottimale; l’altra rivolta a farne risaltare la scarsa
portata analitica e esplicativa. Il primo ordine di difficoltà si esprime
specialmente osservando che, col. locandoci all’interno della teoria della
scelta razionale e regolandoci non diversamente da giocatori che cercano di
vincere la partita contro avversati egualmente razionali, finiamo con il
trovarci di fronte al ben noto dilerzizza del prigioniero (Axelrod, 1985 e
Resnik, 1990). Se più individui razionali in una situazione che li coinvolge in
competizione si fanno guidare per decidere la via da seguire dalla ricerca del
migliore risultato prevedibile sulla base del. l'attribuzione di un calcolo
eguale agli altri individui saranno costretti a privilegiare corsi di azione
che porteranno a un risultato niente affatto ottimale. Ll risultato migliore a
cui tenderà ciascuno cercando di garantirsi la massima utilità attesa,
presupponendo anche da parte degli altri un analogo comportamento, non
garantirà affatto quel buon esito che si potrebbe realizzare solo introducendo
l'accettazione di qualche vincolo cooperativo da parte di tutti gli individui
presenti nella scena. L'altro tipo di critica avanzato ad esempio da Sen (1986)
è rivolto a mostrare i forti limiti esplicativi presenti nella teoria della
scelta razionale in quanto risulta del tutto incapace di rendere conto di tutte
le nostre scelte in situazioni che coinvolgono beni pubblici. Infatti se
pensiamo a scelte che riguardano la disponibilità di beni quali strade, servizi
ecc. ci rendiamo conto che ciò che di fatto facciamo laddove privilegiamo una
decisione che porti alla creazione o all'uso regolato di uno qualunque dei beni
pubblici creazione e uso regolato che risultano costitutive della nostra forma
di vita non può essere in alcun modo spiegato come esito di una scelta ispirata
dalla teoria della scelta razionale. Infatti ispirandoci a tale criterio
dovremmo sempre tutti regolarci come free riders, ovvero come battitori liberi
che si preoccupano esclusivamente dei propri interessi, e ciò renderebbe
impossibile la convergenza sulla creazione e l’uso regolato di un bene
pubblico, Tale teoria non riesce dunque a rendere conto dell’esistenza di una
larga fetta della nostra realtà sociale. Va però segnalato che i teorici della
scelta razionale sono tuttora impegnati a elaborare modelli, coerenti con le
loro assunzioni, con cui rispondere a tutte queste obiezioni. In particolare si
sono sforzati di mostrare come nel quadro teorico della cosiddetta teoria della
scelta razionale o dei giochi ovvero in una situazione in cui sono presenti più
agenti razionali con obiettivi in competizione è possibile spiegare
l'insorgenza di norme e regole cooperative che permettono di convergere sui
risultati ottimali. In questa linea si è mosso ad esempio R. Sugden {Sugden,
1986) che ha molto lavorato nel cercare di mostrare come una teoria della
scelta razionale che preveda scelte ripetute, con la ricerca da parte degli
agenti di un aggiustamento reciproco in vista di un equilibrio più stabile,
permette di arrivare a rendere conto dell’accetrazione sociale di norme con un
minimo di contenuto cooperativo. Questo modello cerca di rendere conto
dell'ordine sociale in generale sviluppando alcuni tratti della ricostruzione
della genesi delle istituzioni cooperative già presente in Hume (Magri, 1994).
Questi modelli esplicativi valgono solo in quanto a posteriori rendono conto di
quello che si è già realizzato, ma è difficile usarli come criteri normativi
per scegliere comportamenti rivolti al futuro. I modelli della scelta razionale
sono stati adottati in modo indubbiamente fertile per rendere conto,
all’interno di un generale quadro evoluzionistico, di come tra gli animali
superiori si rafforzano abiti cooperativi in alternativa a quelli o del tutto
egoistici o assolutamente benevoli (Dawkins, 1992). Ma questa teoria nulla può
dirci quando si tratta di decidere quale, tra le differenti alternative di
comportamento che ci sono davanti, dobbiamo scegliere. L'esistenza di
differenti concezioni etiche il loro conflitto sempre risorgente non solo fa
nascere la questione della disponibilità o meno di criteri per affrontare
razionalmente i contrasti, ma fa sorgere anche il problema di come conciliare
la presa d'atto di una pluralità di concezioni etiche con il riconoscimento all'etica
di una qualche validità. In primo luogo il riconoscimento del pluralismo etico
sembra essere ineliminabile nella società attuale. Non solo si tratta di una
constatazione di fatto, ma il pluralismo etico è considerato anche un valore.
Viene cioè considerata più apprezzabile una società pluralistica che una
società che in forme più o meno coercitive impone il prevalere di una sola
etica. Quest'ultima assunzione valutativa non è però condivisa dalle cosiddette
concezioni comunitarie (Ferrara, 1992) che invece privilegiano società in cui
si realizzi una forte convergenza sui valori e anzi al limite siano
caratterizzate da un'unica morale {MacIntyre, 1988). Ma al di là dei timori per
un pluralismo etico eccessivo e delle tentazioni per una società segnata da una
forte uniformità, vi sono argomentazioni e distinzioni che sorreggono una
preferenza per situazioni caratterizzate da una pluralità di etiche in
competizione. Tutta la tradizione liberale trova nella fioritura pluralistica
una condizione che favorisce lo sviluppo di tutte le differenti potenzialità
creative presenti nella natura umana. Tale posizione presente ad esempio in
pensatori come W. von Humboldt (Humboldt, 1974) e J. S. Mill (Mill, 19814)
ritiene che solo un'effettiva libertà per gli esseri umani di vivere Îl tipo di
vita che essi ritengono giusta, libertà garantita anche accentuando le
differenze, permette che vi sia una piena realizzazione e un progresso delle
capacità umane. L’uniformità porterebbe invece a una completa atrofizzazione di
queste capacità. Una posizione a favore del pluralismo etico presuppone che si
riescano a tenere ben distinte due dimensioni dell'etica: da una parte, quella
che riguarda quel minimo comune denominatore di principi e regole cooperative
che sembrano essere una condizione necessaria perché vi sia una qualche
stabilità della vita associata; dall'altra parte invece quella che ha a che
fare coni modelli e gli ideali che ciascuno può assumere per quanto riguarda lo
stile di vita da preferire. Proprio sul piano che riguarda i valori e gli
ideali etici un confronto tra progetti anche alternativi può segnare un
arricchimento e uno sviluppo della cultura umana. Sul piano più ristretto
dell'etica minima in gioco laddove si tratta delle basi della convivenza è
invece difficile ritenere adeguato un pluralismo di fondo. Ritorna qui dunque
una distinzione già presente nella tradizione giusnaturalistica tra il piano
dei diritti o doveri perfetti e quello dei doveri imperfetti. Questa posizione
di apprezzamento per un contesto sociale e culturale segnato dal pluralismo
etico o pluralismo dei valori va tenuta però distinta da una concezione che
sottoscriva un completo relativismo. Va, infatti, tenuta chiaramente distinta
una posizione che, sul piano descrittivo, prenda atto che si confrontano
diverse concezioni etiche, dunque tutte relative e non assolute, da una
posizione che assuma da un punto di vista normativo le conclusioni del
relativismo. Il relativismo normativo infatti sostiene che non abbiamo ragioni
per ritenere che nelle questioni etiche sia preferibile una posizione a
un'altra. Il relativista dunque, in definitiva, non riconosce alcuna validità
alle distinzioni morali o etiche tra bene e male, giusto e ingiusto. È invece
caratteristico del nostro tempo il fatto che si riesca a sostenere con
decisione e forza di convinzione la propria soluzione etica ai problemi pur
rispettando è tollerando quelle diverse dalla nostra. Ma in questo caso
l'ammissione di altre posizioni etiche non equivale a ritenere che l’una vale
l’alira. Come si è ben detto (in particolare da parte di Berlin, 1989 e Rorty,
1989, ma a livello teorico la posizione era stata già illustrata da Juvalta, ed
è stata più recentemente derivata da una meta-etica non-cognitivista, da
Scarpelli, 1982) la situazione è per paradossale che possa sembrare quella di
chi si impegna con decisione a fornite ragioni a favore del proprio punto di
vista etico pur riconoscendo, ammettendo e rispettando un interlocutore che fa
valere un altro punto di vista e differenti ragioni. La consapevolezza che il
proprio punto di vista etico non è quello assolutamente giusto e buono consente
di tollerarne altri. Ciò non toglie che, comunque, è il nostro punto di vista a
valere di più ad essere più buono e più giusto fin quando non ci verranno
presentate ragioni o non faremo esperienze che ci costringeranno ad
abbandonarlo. Le distinzioni che stiamo suggerendo partono dal presupposto che
si sia completamente abbandonata la pretesa di un'assolutezza dei valori in
generale e dunque anche del proprio punto di vista etico. Una condizione
propria del nostro tempo che M. Weber esprimeva con l’espressione «politeismo
dei valori» (Weber, 1958). Viceversa risulterà impossibile conciliare
pluralismo, relativismo empirico, tolleranza e impegno per il proprio punto di
vista se si muove dalla convinzione che l’etica deve avere a che fare con
qualcosa di assoluto. Ma quest’ultima prospettiva nel XX secolo è largamente
inattuale e perdente, in quanto certamente non può essere conciliata con una
meta-etica che pretenda di avere dalla sua una qualche verità e capacità di
rendere conto della nostra effettiva esperienza morale. Proprio la persistenza
di questa prospettiva assolutistica dell'etica continua a generare confusione e
conflitti e contrasti etici spinti fino a mettere in pericolo la coesistenza,
in quanto mossi da forme di fanatismo morale che non tollerano le differenze.
La trasformazione che stiamo vivendo con il passaggio da un contesto etico
caratterizzato dall’aspirazione all’assolutezza ad uno che accetta la finitezza
e mutevolezza dei punti di vista morali può essere vissuta in due diversi modi.
Da una parte ci sono i nostalgici che vivono il tempo e la società presente
come caratterizzati da una perdita e da un regresso; sono coloro che identificano
il passaggio da valori assoluti a valori frutto delle scelte umane come l’atto
di nascita di un completo nichilismo e di una cultura del tutto
irrazionalistica. Per costoro non vi è alternativa tra un fondamento assoluto e
la più completa irrazionalità e mancanza di senso. Dall'altra e chi scrive si
riconosce in questa seconda linea vi sono coloro che vedono la nuova condizione
come un guadagno in quanto ci si è finalmente liberati di miti e illusioni. La
credenza in valori assoluti è stata, ed è tuttora, all'origine di pericolosi e
insanabili contrasti. L'alternativa non è il nulla o la perdita di senso della
nostra esistenza ma piuttosto un'etica che muove da un piano più realistico e
empirica. mente fondato. I valori derivano quindi da scelte e decisioni che gli
uomini assumono responsabilmente tenendo conto delle loro emozioni, delle loro
limitate capacità intellettuali e delle loro condizioni effettive. Credere
questo non equivale ad avere perso qualcosa, ma viceversa ad avere puadagnato
una prospettiva che permette agli esseri umani di muoversi, su un piano di
parità, verso soluzioni realizzabili e adeguate per i loro problemi pratici.
Dall’etica teorica all'etica pratica. Dall’etica teorica all’antropologia:
motivazione e obbligazione. La storia dell'etica è ricca di pensatori che
uniscono alle tesi normative, specifiche concezioni antropologiche relative
alle motivazioni, i bisogni, i desideri e gli interessi degli esseri umani.
Potremmo anzi sostenere che è comune che a un'etica teorica si accompagni un’etica
antropologica, ovvero una psicologia della morale che su basi più o meno
empiriche pretende di descrivere come gli uomini sono fatti e procedono nelle
loro scelte. Questa commistione tra piano normativo e piano descrittivo ed
empirico risulta largamente praticata specialmente dal secolo XVII in avanti,
dopo che è entrata in crisi Ja conce. zione innatistica della legge naturale,
che riteneva la legge morale naturalmente obbligante in quanto presente
originariamente nella coscienza di tutti gli esseri umani. Il quadro filosofico
del XVII secolo segna il tramonto di questa soluzione innatistica nel
collegamento tra legge morale obbligatoria e base motivante negli esseri umani
e dunque per l’etica moderna e contemporanea diventa essenziale non solo la
questione di ciò che è bene o giusto, ma anche di ciò che rende effettivamente
obbligante per gli uomini il bene e il giusto (cfr. Fagiani, 1983). Si avvia
quindi una ricerca sistematica sulla motivazione e la base psicologica che
rende obbligatoria una condotta etica, Nel pensiero moderno è ricorrente, per
quanto riguarda la motivazione morale, una concezione che nega che ciò che
viene scoperta 0 trovato con l’aiuto della sola ragione possa avere di per sé
forza obbligante o motivante, Un residuo di attribuzione di forza obbligante
alla ragione in quanto tale si può trovare nella concezione di giusnaturalisti
come Grozio (Grozio, 1625) o in quei pensatori che come ad esempio Joseph
Butler (Butler, 1970) nel corso del Settecento indicano nella coscienza non solo
un principio in grado di trasmettere la consapevolezza della legge morale, ma
anche di obbligare ad essa. Ma la via percorsa dai teorici dell'etica è
piuttosto quella alternativa di negare alla ragione la capacità di motivare
all’azione e dunque di negare forza obbligante alle norme e leggi scoperte
attraverso l’uso del solo intelletto. Muovendo da questa premessa è dunque
necessario procedere a uno studio empirico della natura umana e in particolare
della condotta per vedere che cosa muove ad agire. Viene così ampiamente
ripresa nel corso del XVII secolo la tesi edonistica secondo la quale solo il
piacere e il dolore muovono all'azione (cfr. $ 2.2). Sia Hobbes che Locke,
quando fanno riferimento al piacere e dolore come cause motivanti guardano, in
modo del tutto esclusivo, alla persona che agisce. Proprio su questa base tanto
Hobbes quanto Locke sembrano appoggiare la forza obbligante della legge
naturale esclusivamente sul potere di sanzione. Nel caso di Hobbes il potere
sanzionatorio viene legato a un calcolo prudenziale relativo ai benefici e ai
danni che nel corso della vita terrena si ricevono uniformandosi alle leggi
naturali. Locke lega invece il potere sanzionatorio della legge naturale, e
dunque la sua forza obbligante, alla considerazione del premio e delle pene che
si potranno ottenere in un’altra vita (Locke, 1971). La concezione che lega la
forza obbligante e la capacità di motivare della morale e dell'etica in
generale a qualche sanzione viene spesso riproposta nel pensiero moderno e contemporaneo,
ad esempio rinviando alla forza sanzionatoria data da qualche piacere o dolore
fisico comunque in gioco. Erede di questa tradizione può essere considerato
Bentham con il suo tentativo di agganciare al potere sanzionatorio del sovrano
la forza della legge giuridica. Non diversamente in questa linea va collocato
il positivismo giuridico del secolo XX. Proprio l’approfondimento della
conoscenza della natura empirica degli uomini porta tra la fine del XVII secolo
e la metà del XVIII a elaborare una concezione della forza obbligante
dell’etica che, pur non riconducendola a una capacità automotivante della
ragione o delle facoltà intellettuali, non la tiduce però al sanzionamento in
termini di piacere e dolore fisici, genericamente intesi. Questa ricerca di una
base specifica di motivazione per la morale è già presente alla fine del secolo
XVII in Shaftesbury, che proprio dall'osservazione empirica degli uomini fa
derivare la scoperta di un peculiare «senso morale» che non solo porta gli
uomini ad approvare le azioni virtuose, ma anche a sentirsi spinti a compiere
tali azioni e ove tali azioni non sono compiute a provare emozioni di disagio e
sradicamento da ciò che è più proprio del genere umano, È dunque la struttura
passionale degli uomini a presentare un'inclinazione in parte già colta
dall’antropologia aristotelica a compiere azioni in generale cooperative.
Questa stessa linea analitica verrà sviluppata ancora nel corso del XVIII
secolo da Hutcheson e Hume. Il nucleo distintivo di questa ricostruzione della
forza obbligante del comportamento etico sta nel mostrare nella psicologia
degli esseri umani una base motivazionale del tutto autonoma e specifica che
spinge a fare azioni eticamente rilevanti. Questi autori poi si
differenzieranno tra loro in quanto presenteranno o meno come motivazione
universalistica tale base psicologica. Così mentre da una parte troveremo
pensatori come Shaftesbury, Hutcheson e Smith che rinviano a un altruismo o
benevolenza più o meno universali, dall’altra troveremo chi, come Hume,
riconoscetà come motivante solo una benevolenza limitata che si estende
piuttosto ai legami familiari. L'idea di tutti questi autori è comunque comune.
Il senso morale approva determinate azioni perché esse risultano motivate non
solo da un esclusivo amore di sé, ma da una benevolenza più o meno estesa. La
stessa approvazione del senso morale costituisce poi una motivazione aggiuntiva
al comportamento virtuoso. Risulta dunque chiaro in questa strategia analitica
che la condotta etica trova una sua base motivazionale in inclinazioni naturali
degli uomini per una forma più o meno estesa di altruismo e interessamento per
gli altri. Un aspetto teorico significativo per il quale questi autori si
distingueranno sarà il loro modo di rendere conto della naturalità della
motivazione etica. Accanto a coloro come ad esempio Shaftesbury o Hutcheson che
considereranno la motivazione a fare azioni cooperative come originaria per la
natura umana, vi saranno coloro che la presenteranno piuttosto come risultato o
prodotto di un processo evolutivo o di civilizzazione piuttosto lungo. Nel
corso del XVIII secolo la spiegazione delle basi motivazionali del
comportamento morale sarà inserita sempre di più in un quadro artificialistico
ed evolutivo, Una spiegazione genetica evoluzionistica e artificialistica della
motivazione alla condotta etica è, ad esempio, già presente in Mandeville e
viene sviluppata estesamente da Hume e poi in una direzione ancora più ampia da
pensatori come J. J. Rousseau, A. Smith e A. Ferguson. Questi ultimi sono
impegnati nel progetto, che sembra centrale per gli intellettuali del XVIII
secolo, di ricostruire la storia della civilizzazione umana avvalendosi della
teoria stadiale, ovvero di quella concezione che scandisce in quattro stadi
diversi (della caccia e pesca, dell’allevamento, dell’agricoltura, e del
commercio) la storia dell'umanità (Meek, 1981). La prospettiva impegnata a
delineare il processo artificiale attraverso il quale gli uomini giungono a
disporre di una base psicologica e motivazionale specifica per il comportamento
etico (0 coopera tivo) viene realizzata nel corso del XVIII secolo anche lungo
una diversa linea associazionistica. In questa chiave il costituirsi delle
motivazioni propriamente etiche viene spiegato come un risultato di ripetute
associazioni. Significativo anche per un lettore del XX secolo il contributo
analitico di David Hartley, il cui associazionismo è propriamente fisiologico,
e poi di alcuni esponenti dell'Illuminismo francese (ad esempio Claude-Adrien
Helvétius, Etienne Condillac, Paul Heinrich Dietrich D'Holbach ecc.) e ancora
di utili taristi come James Mill e J. S. Mill. Nel XIX secolo la genesi delle
motivazioni cooperative sarà collocata in un quadro più esplicitamente
evoluzionistico da Darwin e Spencer (Ruse, 1986). Questa linea di spiegazione
evoluzionistica che coinvolge il livello biologico della genesi di una base
motivazionale ad hoc per il comportamento morale è stata ampiamente ripresa nel
corso del XX secolo. Abbiamo così chi, come E. Wilson (1975), ha presentato una
vera e proprio concezione socio-biologica, o chi, come K. Lorenz (1990), si è
piuttosto impegnato a mostrare analogie e differenze tra gli istinti
cooperativi presenti negli uomini e quelli rintracciabili negli animali. La
ricerca rivolta a individuare una base motivazionale nella natura emotiva degli
uomini a cui agganciare l'obbligazione etica si estende ben al di là delle
concezioni che abbiamo appena delineato. Non sono mancati coloro che hanno
indicato come carattere distintivo della specie umana la capacità di essere
motivati a compiere azioni degne di apprezzamento per il solo gusto o senso del
dovere da compiere, e dunque per il solo essere richiamati da ciò che vale: una
strategia che risulta percorsa da Kant e da coloro che a lui si richiamano come
ad esempio K. O. Apel {Apel, 1977). Al polo opposto si colloca la strategia di
analisi, scettica e riduzionistica, che ha del tutto negato che negli uomini
sia rintracciabile una qualche capacità di auto-motivarsi o scegliere liberamente,
e dunque tanto meno una inclinazione a partecipare ai piaceri e ai dolori degli
altri esseri umani. Nel XX secolo entra in crisi la pretesa di disporre di una
antropologia universalistica che sia in grado di indicare con nettezza passioni
e sentimenti presenti in tutti gli uomini o viceversa di negare agli esseri
umani generalmente intesi una qualche motivazione. L'analisi antropologica,
piuttosto che rinviare a una base motivazionale comune, si impegna ad elaborare
più strategie mediante le quali si può spiegare la forza obbligante delle
regole morali. Risulta pur sempre difficile riuscire rendere conto del ruolo
obbligante dell'etica laddove si ritiene che gli esseri umani siano mossi dal
più rigido egoismo; stanno a dimostrarlo la crisi e le difficoltà a cui è
andata incontro la teoria della scelta razionale (cfr. $ 4.8). In positivo,
dunque, risulta del tutto acquisito che per dirla con Williams (Williams)
nessun discorso può riuscire a rendere motivante per un essere umano un
principio etico cooperativo se nella struttura emotiva di questo essere umano
non è già presente (probabilmente come frutto della sua formazione e
iniziazione alla cultura umana) un minimo di interessamento per i piaceri e i
dolori di un altro essere urnano. Da questa prospettiva come da altre il
contesto dell'etica coinvolge direttamente non solo la capacità di chi agisce
di presentarsi come essere fornito di una sua identità, ma anche di riconoscere
l'identità degli altri. Passiamo dunque a rendere conto della portata delle
analisi sulla natura dell’identità personale nell’etica teorica. 5.2. Il ruolo
dell'identità personale nell’etica. Nell’etica medievale il rinvio all'anima
sostanziale rappresentava un fondamento e un preciso criterio per risolvere le
questioni morali. Infatti, da una parte, proprio al fondo della sostanza
spitituale si presentavano le norme da applicare in etica e dall'altra
l'individuazione dell'universo di esseri forniti di sostanza spirituale metteva
a disposizione un chiaro criterio di applicazione ed estensione dell’ambito mo.
rale. Questa concezione semplice dell'etica che ruota intorno a una sostanza
che è la persona umana e che non è riducibile ad altro, nello stesso tempo
oggetto e soggetto esclusivo della vita morale, è entrata in crisi tra il XVII
e il XVIII secolo quando l’identità personale non è più risultata riconducibile
a una sostanza. Alla filosofia di Locke prima e a quella di Hume poi si può far
risalire il superamento critico della concezione sostanzialistica della persona
umana e dell'identità personale e l'avvio di quell'approccio che concepisce
tali realtà come complesse e cerca di spiegarne la natura riconducendola a
qualcosa d'altro. Ma sulla strada dell’elaborazione delle concezioni complesse
e ridu zionistiche dell’identità personale si presenta la difficoltà di
riuscire a rendete conto del soggetto morale con quel minimo di stabilità
necessaria per dare una base a nozioni essenziali per l'etica quali
responsabilità, merito, demerito ecc. Un altro problema a cui vanno incontro le
concezioni riduzionistiche e complesse dell'identità personale sta nella
difficoltà con cui riescono a rendere conto del valore morale senza farlo
dipendere esclusivamente da una considerazione degli atti di per sé stessi, ma
riuscendo a collegarlo anche con una considerazione del carattere e dei motivi
dell'agente. La connessione tra la considerazione del carattere e dei motivi e
i giudizi morali è al centro, ad esempio, dell’analisi delle virtù e dei vizi
delineata da Hume e Smith e sembra tanto profondamente radicata nel senso
comune morale da non poter essere soppiantata da una qualche teoria che indica
come eticamente rilevanti le sole azioni. La riflessione di marca empiristica e
analitica sulla natura dell’identità personale si è dunque sempre più impegnata
dal Settecento a oggi nell’elaborazione di una spiegazione della continuità e
stabilità dell’io che, senza dover ricorrere alla nozione sostanzialistica e
semplice di io, fosse conciliabile con l’uso di categorie centrali del
linguaggio etico-giuridico quali responsabilità, merito, demerito, punizione,
condotta virtuosa ecc. Un’estensione dell'analisi complessa e riduzionistica
dell'Io anche a livello di ricostruzione della vita morale oltre che sul piano
conoscitivo viene avviata da Henry Sidgwick nel 1874 con i suoi Methods of
Ethics (I metodi dell'etica), ed è stata poi sistematicamente realizzata nella
seconda metà del secolo XX da pensatori come Nagel, Parfit, Nozick ecc. Si può
ipotizzare che questa recente fortuna di un'analisi dell'etica che muove da una
concezione complessa dell'identità personale sia un riflesso, a livello
filosofico, di quel fenomeno più generale a cui si allude sinteticamente con
l’espressione «perdita del Soggetto». La rapidità delle trasformazioni nelle
società occidentali, la grande quantità di novità che quotidianamente ciascun
essere umano deve raccordare con l’esperienza passata e con i punti di
equilibrio in essa raggiunti hanno reso sempre più frammentaria la continuità
della vita interiore e difficoltosa l'operazione di recuperarne una qualche
stabilità. Va peraltro sottolineato che le concezioni complesse e analitiche
dell'identità personale più che essere impegnate in lamentele e declamazioni
sulla «Perdita del Soggetto» cercano di elaborare una concezione dell’essere
umano eticamente responsabile che sia adeguata alle trasformazioni culturali
degli ultimi secoli, trasformazioni che hanno reso il rinvio a un qualche
Soggetto sostanziale solo un mito privo di qualunque fondamento empirico. Le
analisi di Parfit sfociate nel volume del 1984 Reasons and Persons (Ragioni e
persone) presentano lo sforzo più approfondito di sviluppare gli spunti
presenti nell'opera di Sidgwick e di ridefinire, muovendo da una nuova
concezione appunto riduzionistica e complessa dell’identità personale nozioni
come quelle di responsabilità morale, merito e demerito ecc. Se tuito ciò che
troviamo dietro la soggettività e l'identità di una persona umana è una qualche
continuità psicologica più o meno stretta, ne consegue che i nostri giudizi
morali © giuridici dovranno essere del tutto a posteriori e investire
interrogativi quali: «quanto la persona che ci sta di fronte è la stessa di
quella che ha compiuto l’azione? », «quanto l’azione che la persona ha compiuto
si inserisce nel flusso più continuo e stabile delle sue abitudini e del suo
carattere e quanto invece ne rappresenta una rottura?» ecc. L'approccio
empiristico all’identità personale comporta dunque non già l’eliminazione delle
nozioni etiche tradizionali dal nostro lessico morale, ma una loro ridefinizione
in modo tale da presupporre connessioni più deboli e meno definitive: tra le
azioni e la persona che le ha compiute; tra la persona come attualmente è e la
sua storia passata; tra il tipo di intervento che possiamo fare sulla persona
attuale e la sicurezza che, utilizzando determinati mezzi, potremo ottenere
certi risultati che coinvolgono il suo io futuro. In generale ci si muove verso
una concezione meno assolutistica e necessitante dell'etica di quella che
accetta chi crede nella persona come sostanza. Ed è ovvio che una prospettiva
del genere risulta del tutto in linea con l’epistemologia empiristica, ma e si
tratta di ciò che più conta anche forse, oggigiorno, fertile sul piano
esplicativo e predittivo, L’approccio all'identità personale che la considera
come una successione di io che hanno tra di loro una connessione psicologica
più o meno stretta è ben lontano dall'essere diventato «senso comune» e ranto
meno sembra corrispondere intuitivamente a quella concezione della persona che
troviamo radicata nella parte morale del nostro «senso comune», una parte che
tende a trasformarsi con più lentezza e prudenza di quella intellettuale. Vanno
però messe in luce le implicazioni normative che accompagnano le analisi di
tipo complesso e riduzionistico dell'identità personale, anche se per ora
occorre confinatne la portata solo alle premesse intellettuali di un sistema
morale che pretenda di essere costruito su credenze vere. Un approccio
all'identità personale che metta in secondo piano una concezione sostanzialista
e semplice della persona umana favorisce anche un complessivo riassetto
normativo. In primo luogo questa linea epistemologica porta al rifiuto di una
concezione statica e sostanziale del bene morale, la presa di distanza da un
modo di intendere la responsabilità morale come legata a colpe, peccati o
meriti che solo un Essere Assoluto, in grado di conoscere la struttura
sostanziale della persona e i più riposti pensieri degli esseri umani, può
giustamente distribuire. La responsabilità morale in questa prospettiva ha
invece a che fare non già con riposte intenzioni, ma principal. mente con ciò
che effettivamente si compie in un campo di azioni pubblicamente osservabili.
In secondo luogo poi tale approccio contribuisce anche a scalzare le basi
analitiche che sorreggono l’impianto normativo dell’egoismo razionale. Ancora a
Parfit si devono dettagliati argomenti che mostrano, una volta assunta la
prospettiva complessa e riduzionistica dell'io, quanto risulti ingiustificata
una preferenza per le parti future della propria vita nei confronti delle vite
attuali di altri esseri umani. La ragionevolezza ed evidenza di una
preoccupazione esclusiva su base egoistica e prudenziale per i nostri io futuri
non risulta affatto giustificata una volta che si diventi consapevoli della
complessità di passaggi che muovendo dal nostro io attuale porta ai nostri io
futuri laddove non si postuli più la persistenza di una stessa sostanza
semplice. Tra il nostro io attuale e quello che saremo fra numerosi anni vi
sono connessioni più dubbie e dunque relazioni più deboli rispetto a quelle che
possiamo istituire oggi con i Sé degli altri esseri umani. L'impegno nella
costruzione di un'etica più imparziale e meno rigidamente egocentrica sembra
dunque avere tutto da guadagnare dalla revisione dell'identità personale
intrapresa dalla filosofia empiristica. Infine risulta del tutto indebolito il
ruolo della nozione di persona come categoria essenziale per la determinazione
dell'universo di esseri per i quali valgono le nozioni etiche. Se ciò che conta
in morale non è più solo la presenza di qualche peculiare sostanza semplice di
natura spirituale, ma gli atti che si compiono più o meno responsabilmente,
nulla vieta che divengano eticamente rilevanti anche atti che non coinvolgono
persone umane. Passando attraverso atti responsabilmente connessi con
dimensioni quali la sofferenza e il danno o il piacere e la soddisfazione di
bisogni e desideri, possono diventare rilevanti per l’etica gli animali, o gli
oggetti che costituiscono l’ambiente, o realtà di certo non personali nel senso
di essere effettivamente presenti ora come sostanze semplici con una loro
propria individualità quali, ad esempio, i membri di generazioni future molto
lontane. È questa dunque la via epistemologica che porta ad abbandonare quella
concezione ristretta dell'etica che si ha quando si è costretti a passare
sempre attraverso la cruna d'ago fornita dalla persona. In particolare sono le
etiche utilitaristiche e conseguenzialiste che si sono impegnate in questo sforzo
di fornire indicazioni normative congruenti con le concezioni di derivazione
empiristica dell'identità personale e dell’universo degli esseri moralmente
rilevanti. Etica del carattere 0 dell’azione. Come abbiamo visto le diverse
concezioni etiche si distinguono sulla questione di quale sia da considerare
l'oggetto proprio di una valutazione. Su questo piano la differenza più
rilevante è quella tra chi ritiene che l’unico oggetto peculiare di valutazione
etica sono le azioni e le loro conseguenze e chi invece ritiene essenziale il
riferi mento al carattere 0 comunque a qualche qualità interna (intenzione
ecc.) di chi agisce. Le due diverse concezioni hanno entrambe dei punti a loro
favore. Si può anzi suggerire che la concezione più adeguata sia quella che non
ricorra in modo esclusivo o all'uno a all’altro approccio o azione o tratti del
carattere ma piuttosto sappia integrare entrambe le esigenze. A favore della
concezione che ritiene esclusiva l’attenzione per le azioni vi è l'esigenza
fatta valere in modo decisivo non solo dall’utilitatismo, ma anche dal
garantismo giuridico (Fetrajoli, 1989) che ciascuno possa essere ritenuto
responsabile solo di quello che ha effettivamente compiuto e non possa essere
giudicato negativamente sulla sola base di presunte predisposizioni 0
inclinazioni ad agire, che tra l’altro rinviano a una pretesa capacità di
cogliere l'essenza o vera natura di una persona. Il riftuto della concezione
sostanzialistica della persona umana è tra l’altro accompagnato dallo sforzo di
ricollocare l'etica su un piano più esterno e comportamentale. La
considerazione prevalente delle azioni effettivamente compiute segna anche il
tramonto di valutazioni che investono i piani del peccato o della colpa.
Considerando come positivo il superamento di un approccio etico che pretenda di
presentare valutazioni assolute basate su di una presunta conoscenza finale del
carattere o della natura di una persona, va però segnalato un limite di questo
approccio. Un'etica che pretenda di derivare in modo esclusivo le sue
valutazioni dalla considerazione dei comportamenti esterni degli esseri umani
sarà costtetta a omologare azioni criminose e incidenti colposi e non sarà
comunque in grado di discriminare tra azioni compiute in contesti motivazionali
e intenzionali differenti. La valutazione etica non sembra potere prescindere
dall'esame di quanto le azioni in gioco siano responsabili e dunque frutto di
intenzioni e non del tutto casuali o determinate da costrizioni al di là della
portata di chi agisce. Proprio la necessità che l'etica riesca a coinvolgere
anche la responsabilità delle azioni considerate rappresenta un argomento a
favore delle concezioni che pongono al centro della loro considerazione il
carattere di chi agisce. In questo si sono impegnate le cosiddette etiche della
virtà. Una tradizione che diversamente da quanto è stato recentemente sostenuto
(MacIntyre, 1988) non è certo confinata alla cultura antica e medievale, ma ha
trovato anche nella cultura moderna e contemporanea dei sostenitori. La concezione
dell'etica che ritiene centrale la considerazione del carattere sembra
salvaguardare alcune esigenze essenziali per una adeguata teoria della
valutazione morale. Anche questo approccio ha però bisogno di correttivi, ÎNon
solo risulta dubbia un'attenzione per il carattere tanto esclusiva da giudicare
una persona condannabile per il solo fatto che ha determinate intenzioni, ma
una considerazione etica esclusivamente attenta al carattere può portare a
considerare virtuoso anche chi si limiti a manifestare certi principi o
convinzioni etiche e poi di nascosto agisce in modo completamente diver: gente.
Un’etica dell’intenzione può anche portare a ritenere giustificati atti
gravemente dannosi rinviando a presunte intenzioni benefiche di chi li compie.
Un'etica dell'intenzione o del carattere corre il pericolo di sottoscrivere
posizioni morali esclusivamente predicatorie o addirittura ipocrite, alle quali
comunque non corrisponde alcun effettivo comportamento.Nella conciliazione,
tutt'altro che semplice, delle due concezioni sull’oggetto della valutazione
morale sono impegnati in particolare i fautori dell’utilitarismo della regola o
delle norme (cfr. $ 4,7). Nel senso di un'integrazione delle considerazioni
etiche sugli atti con quelle relative ai caratteri e alle intenzioni vanno
anche molte delle discussioni di casi concreti nelle quali si sono impegnati
specialmente nella seconda metà del secolo XX (cfr. $ 5.4) gli esponenti
dell'etica contemporanea. Ad esempio, larga parte della discussione etica
contemporanea su situazioni concrete quali quelle legate alla nascita e in
particolare all'aborto € alla morte e in particolare all’eutanasia è legata
alla riflessione sul ruolo più o meno decisivo delle intenzioni in gioco.
Proprio la tesi di un ruolo essenziale delle intenzioni nelle valutazioni delle
scelte relative all'inizio e alla fine della vita umana ha portato ad elaborare
la dottrina del «doppio effetto» (Anscombe, 1958 e Foot, 1978). Con questa
dottrina si è ritenuto di potere distinguere tra diverse ricorrenze della
stessa azione, considerandola rispettivamente o come una conseguenza diretta e
voluta dell'intenzione di ottenere questo risultato o viceversa come effetto
secondario e non direttamente voluto dell'intenzione rivolta a un risultato
benefico. Laddove l'effetto diretto della nostra intenzione è, ad esempio,
garantire la nascita di un bambino, solo un doppio effetto non voluto è la
morte della madre; o all’altro confine della vita laddove effetto diretto della
nostra intenzione è l’azione rivolta a un'attenuazione delle sofferenze di un
morente, è solo un effetto secondario non direttamente voluto la morte della
persona, quale conseguenza dell’uso di farmaci per attenuare il dolore. Ma
questa concezione va incontro a un’insormontabile difficoltà di ordine
epistemologico, in quanto ovviamente non sono disponibili procedure affidabili
per discriminare tra una dichiarazione di intenzione del tutto ritualistica o
ipocrita e una dichiarazione veritiera. In questo senso la prospettiva che
ruota intorno alla centralità dell’intenzione si presenta come il residuo di
una fase in cui l’etica teorica era impegnata a far valere per il giudizio
sulle azioni umane un punto di vista ideale o divino. Un'’etica fatta su misura
per le esigenze della specie umana, pur riconoscendo la rilevanza delle
motivazioni delle azioni, indebolisce però la portata delle intenzioni
considerandole come componente aggiuntiva e sussidiaria del giudizio etico e
non già come aspetto decisivo ed esclusivo. Fa parte della riflessione sull’oggetto
proprio delle valutazioni etiche anche la discussione sulla possibilità di
distinguere nettamente da un punto di vista assiologico tra azioni e omissioni.
Questa distinzione viene considerata sempre meno influente per l'etica (Glover,
1977; Singer, 1989) proprio da quelle concezioni che come l’utilitarismo hanno
messo al centro della valutazione le azioni e la considerazione delle
conseguenze. L’utilitarismo contemporaneo fa propria in realtà una nozione non
riduttiva di azione, data la quale risulta chiaro che il non fare qualcosa
quando si ha la possibilità di farlo è eticamente rilevante non meno del
compimento effettivo di un atto. Ciò che conta è la nostra responsabilità che
si agisca o non si agisca per conseguenze nella situazione futura, in quanto
esse dipendono comunque da nostre scelte e decisioni. Si può avanzare l’ipotesi
che nel corso degli ultimi secoli della storia della cultura occidentale la
struttura del nostro discorso morale si sia trasformata nel senso di
un'estensione della portata del lessico legato primariamente alle azioni e di
una correlativa riduzione dell'incidenza di quella parte del lessico legato a
emozioni, sentimenti, stati d'animo, intenzioni, caratteri ecc. Da questa
ipotesi si ricava che per quanto forte possa ancora essere, al livello della
predicazione, la riaffermazione di un’etica di tipo agapistico o dell'amore
universale (un’etica cristiana genericamente intesa), tale etica risulta poi in
secondo piano, quando ci si impegna in una riflessione critica rivolta a indivi.
duare regole e principi etici concreti a cui ispirarsi. L'appello a sentimenti
quali l’amore o una benevolenza universale sembra essere del tutto irrilevante
quando siamo impegnati a identificare il migliore comportamento effettivo nelle
situazioni eticamente rilevanti che ci sono di fronte. Certamente tale appello
può continuare a mantenere un ruolo decisivo laddove siano in gioco concezioni
super-erogatorie e ideali sul dovere (che coinvolgano ad esempio la santità e
l’eroismo), che hanno però un ruolo sempre più marginale nella morale di senso
comune di società altamente complesse e popolate come quelle nelle quali
viviamo. La nostra ricerca etica è piuttosto rivolta a regole più modeste e
limitate che incidano però effettivamente sulle azioni o omissioni della nostra
vita quotidiana, in modo tale che le conseguenze dei nostri stili di vita siano
benefiche o quanto meno non disastrose € dannose per le generazioni future. La
svolta normativa e l'irruzione dell'etica applicata. Nel corso del XX secolo
l'orizzonte di riflessione che muove dai problemi pratici concreti degli esseri
umani è stato riafferrmato come primario e decisivo da una serie di pensatori
che hanno contestato l'utilità di una ricerca esclusivamente metaetica e
astratta. Si è soliti fare riferimento a questa svolta, realizzatasi nella
riflessione sulla morale specialmente a partire dagli anni Settanta, con
l’espressione «l'irruzione dell'etica applicata» (De Marco e Fox, 1986). Questo
appello all'etica applicata è stato fatto valere, successivamente, con due
diversi obiettivi critici. In un primo periodo l'appello era rivolto a fare sì
che punto di partenza e punto di arrivo della riflessione etica fosse
considerato non già la conoscenza della natura della morale e delle forme di
ragionamento in essa valide, ma la ricerca di soluzioni normative. In un
secondo periodo a partire dagli anni Ottanta si sono contestate le stesse
risposte normative offerte dalle opere sistematiche degli anni Settanta e la
richiesta avanzata è stata che in luogo di criteri normativi generali validi
per tutte le questioni etiche la riflessione critica fosse rivolta a delineare
soluzioni più determinate e settoriali in grado di risultare rilevanti per una
delle diverse dimensioni problematiche riconoscibili all'interno dell'etica
pratica. La prima esigenza fatta valere negli anni Settanta è stata dunque
quella di trasformare la teoria etica in modo tale che in essa l’obiettivo
principale fosse non già quello logico-conoscitivo di mettere a punto una
meta-etica e dunque una conseguente epistemologia, quanto piuttosto lo sviluppo
sistematico di un risposta esplicitamente normativa. Il neo-contrattualismo di
J. Rawls e Gautbier, il neo-utilitarismo di }. Harsanyi e poi di R. M. Hare e
R. Brandt, le diverse teorie dei diritti di R. Nozick e di R. Dworkin ecc.
tutte concezioni a cui abbiamo già fatto riferimento specialmente nel paragrafo
4 sono alcuni dei tentativi più influenti di elaborare teorie etiche impegnate
prevalentemente sul piano normativo. Le differenti teorie etiche normative
presentate nel corso degli anni Settanta sono, di volta in volta, la riproposta
sotto una nuova veste di opzioni già formulate a partire dal secolo XVIL Il
neocontrattualismo di Rawls e Gauthier tiene largamente conto dell'elaborazione
contrattualista precedente da Hobbes a Kant. Il neo-utilitarismo ha largamente
discusso e riproposto le precedenti impostazioni di J. Bentham e J.S. Mill. I
teorici dei diritti non hanno mancato di tenere conto delle analisi di Locke
ecc. Restano dunque in larga parte operanti le stesse concezioni che nel corso
dell'età moderna e contemporanea sono state indentificate come utilizzabili da
chi fosse alla ricerca di un criterio generale per risolvere i problemi pratici
degli esseri umani. Al livello dei principi o procedure più generali non sembra
si possa segnalare la nascita di nuove etiche, ma si assiste solo allo sviluppo
e all'approfondimento delle linee etiche normative già disponibili. La novità
principale nell’«etica teorica» {e qui si intende una teorizzazione etica con
obiettivi esplicitamente normativi) del XX secolo sta dunque nelle forme che
prendono le diverse concezioni normative, una trasformazione che in realtà era
stata già anticipata da H, Sidgwick con i suoi Methods of Ethics (Sidgwick,
1963). In primo luogo le diverse proposte normative non fanno più parte di una
ricerca filosofica generale. Chi si occupa di etica e contribuisce ad essa non
colloca la sua ricerca in una più ampia prospettiva che ad esempio affronti
questioni generali sulla conoscenza umana, la natura umana ecc. Si parte dando
per scontata una sorta di specializzazione per cui chi si occupa di etica e di
problemi normativi guarda esclusivamente a questi. I teorici dell'etica
contemporanea sono dunque eredi dei professori di filosofia morale come
Hutcheson o Smith, più che di filosofi come Hobbes, Locke € Hume (per non dire
che nulla hanno a che fare con personalità quali quelle dei fondatori di morali
come Cristo, Budda o Gandhi}. Laddove Hobbes, Locke e Hume ma ovviamente anche Kant
collocavano la loro attenzione per i problemi etici in un contesto filosofico
generale, i teorici dell'etica contemporanea limitano invece le loro analisi ai
soli problemi pratici. Questo si accompagna non solo con la specializzazione
che abbiamo sottolineato, ma anche con un più limitato orizzonte critico che
viene fatto valere nelle proposte etiche contemporanee. Tutti i diversi teorici
dell'etica muovono nelle loro analisi assumendo la validità di tesi più
generali sulla conoscenza, la ragione ecc. In questo senso le diverse etiche
teoriche acquistano senso solo vi. ste sullo sfondo delle diverse prospettive
filosofiche generali elaborate dai pensatori che abbiamo più volte richiamato
del XVII e XVIII secolo, Questa più marcata limitazione del contesto dell’etica
teorica contemporanea è in molti di questi pensatori esplicitamente
riconosciuta e programmati. camente affermata anche per quanto riguarda il
piano dei valori di riferi. mento. Così molti dei teorici dell’etica
contemporanea ammettono di muoversi in contesti storici e culturali ben
definiti identificando lo sfondo che dì validità alle loro teorie normative con
quello delle credenze etico-politiche condivise nelle società
liberal-democratiche occidentali (Rorty, 1989; Rawls, 1994). Emerge dunque in
molti teorici contemporanei la tesi che l’etica è una riflessione critica che
non solo muove da intuizioni 0 credenze morali di par tenza che sono già date,
ma che in realtà non può operare al di fuori di un qualche contesto di credenze
condivise. Questo orientamento segna di fatto non solo una specializzazione
dell’etica teorica, ma anche l'abbandono in essa del quadro universalistico in
cui si muovevano i filosofi del XVII e XVIII secolo. Parallelamente con questo
restringimento della base del discorso dell’etica teorica troviamo viceversa e
specialmente nelle opere sisternatiche elaborate negli anni Settanta uno sforzo
di approfondimento analitico molto più marcato, con la pretesa di realizzare
un'elaborazione coerentemente sistematica e un’argomentazione persuasiva di
ampio respiro. Se ci volgiamo infatti alle opere principali dell'etica teorica
contemporanea vediamo che la loro. mole e complessità rispetto agli scritti
dell'etica tradizionale è fortemente cre. sciuta. La base di partenza è più
ristretta ma la pretesa di approfondimento analitico è maggiore. Le nozioni che
la tradizione etica precedente trovava del tutto comprensibili vengono ora
sottoposte ad analisi dettagliate. In questa direzione contributi del tutto
nuovi vengono offerti, ad esempio: o con una dettagliata tassonomia dovuta in
particolare agli utilitaristi delle diverse forme di preferenze; o con una
classificazione che troviamo principalmente negli scritti dei
neo-contrattualisti e dei teorici dei diritti delle principali differenze tra
bisogni e interessi; o con lo scavo e qui sono i teorici della scelta razionale
ad offrire il maggiore contributo delle diverse forme di ragionamento con cui
possiamo valutare le linee di azione che coinvolgono conseguenze future più o
meno lontane e più 0 meno sicure. Ll terreno dell'etica teorica appare dunque
certamente come più limitato e ristretto un campo che si cerca di tenere
distinto da quelli confinanti ma esso viene scavato con una profondità maggiore
che nel passato in tutte le sue parti. La convinzione che muove questo
approccio è che le radici delle questioni etiche possano essere raggiunte non
già derivandole da un altro campo di ricerca, ma andando sempre più a fondo
nello scavo dell’area dell’etica considerata come autonoma e autosufficiente.
Quello che lascia particolarmente insoddisfatti è che i tratti generali del
paradigma della ricerca si trovano messi in pratica e ripresi acriticamente
senza nessuna elaborata valutazione della loro adeguatezza. Né vi è una
sensibilità per la questione a mio parere decisiva di come la vicenda
dell'etica teorica contemporanea possa essere raccordata acquistando con questi
raccordi senso e rilevanza con i lasciti e i residui della passata
elaborazione. Molto più accentuata che nel passato è poi la pretesa di
sistematicità e di coerenza interna, così come della massima completezza
possibile. In questo senso l’etica teorica si muove prendendo a modello le
teorie scientifiche in generale. Proprio per questo tentativo di strutturarsi
in analogia con gli universi scientifici prevale tra le diverse concezioni
normative una tendenza al monismo etico e nello stesso tempo assistiamo ad un
progressivo allargamento dell'ambito di casi e fenomeni investiti. Una tendenza
verso il monismo normativo era presente anche nelle etiche tradizionali che
insistentemente andavano alla ricerca di un solo principio fondamentale. Una
volta caduto l’orizzonte fondazionale il monismo etico si presenta come la
ricerca di un unico criterio di decisione per tutte le situazioni problematiche
nella convinzione che la presenza di più criteri non può che originare
conflitti e disaccordi insanabili. Nei sistemi normativi degli anni Settanta
troviamo infine approfondito lo sforzo di argomentare in modo persuasivo e
convincente a favore della posizione fatta valere. La dimensione per così dire
retorica e persuasiva diviene esplicita e diventa primario l'impegno a fornire
già all'interno di ciascuna teoria una risposta alle critiche avanzate dalle
concezioni alternative. Prevalgono quindi nell’etica teorica contemporanea le
esigenze di una discussione pubblica. Le diverse etiche si presentano infatti
in primo luogo come discorsi sistematici e razionalmente giustificati nel modo
più compiuto, sviluppati per convincere gli interlocutori nella discussione
pubblica a proposito della preferibilità delle opzioni normative proposte.
Questi tratti spiegano nello stesso tempo, da una parte la maggiore concretezza
delle etiche teoriche contemporanee rispetto a quelle tradizionali e,
dall'altra, il loro minore respiro e la loro collocazione in un contesto
storicamente più limitato. 5.5. I principali campi dell'etica applicata. Ma
come si è detto un’ulteriore svolta ha segnato l'etica teorica a partire dagli
anni Ottanta. Vengono contestate ora le stesse teorie impegnate nella
presentazione di grandi sistemi normativi, denunciando la loro astrattezza e la
loro irrilevanza per i problemi pratici effettivi. L'impegno in una riflessione
etica che abbandonasse il piano delle concezioni astratte veniva a caratterizzare
sempre di più gli anni Ottanta. Anzi in questa direzione era la medicina a
salvare l'etica come si esprimerà Toulmin {$. E. Toulmin, How Medicine saved
Etbics, in De Marco e Fox) nel senso che i nuovi problemi etici generati dagli
sviluppi della medicina e della biologia ponevano in modo urgente una richiesta
di soluzioni che non poteva essere soddisfatta dai grandi sistemi normativi
classici o contemporanei. Laddove infatti i sistemi normativi degli anni
Settanta avevano al loro centro i problemi della giustizia sociale e della
cittadinanza, le questioni della guerra giusta e delle relazioni
internazionali, viceversa i nuovi problemi posti dalle mutate condizioni nella
nascita, morte e cura degli esseri umani coinvolgevano dimensioni etiche
completamente diverse, Inizia così un processo di articolazione e sviluppo di
una miriade di settori nuovi nell’etica applicata che, in parallelo con la
tendenza della cultura americana alla specializzazione e alla
professionalizzazione, porta al consolidarsi e istituzionalizzarsi di vari
campi dell'etica pratica considerati come autosufficienti. Compare così la
nuova figura professionale dell’eticista, ovvero dell'esperto dei problemi di
un particolare settore. Certamente la riflessione etica guadagna così in concretezza,
ma una ricerca esclusivamente impegnata nell’evidenziare i criteri ed i
principi etici validi per specifici e peculiari problemi applicativi va
incontro ai limiti del settorialismo e della iper-specializzazione. Dopo lo
sforzo di scomposizione e di indagine ravvicinata dei singoli campi
problematici che ha accompagnato il fiorire delle varie dimensioni dell'etica
pratica è ora auspicabile un lavoro di sintesi e di ricomposizione che
identifichi i principi e i criteri etici validi in generale e che sappia
fornire visioni d'insieme della vita etica. La maggior parte dei diversi
settori dell'etica applicata consolidatisi negli ultimi decenni del secolo XX
ha a che fare con i problemi pratici del tutto nuovi che sono sorti con lo
sviluppo della tecnologia e detta ricerca medicobiologica. Tutta una serie di
azioni e pratiche umane che risultavano neutre da un punto di vista etico o che
comunque erano affidate quasi integralmente a processi naturali e biologici, e
dunque considerate al di là delle decisioni responsabili, sono entrate a far
parte dell’universo di eventi influenzati dai diversi criteri per discriminare
tra scelte giuste e ingiuste. In primo luogo si sono andate consolidando come
aree largamente indipendenti dell’etica applicata alcune dimensioni
problematiche già colte dalla riflessione del secolo scorso, Laddove nel
Settecento trovavamo solo degli accenni in Bentham sulle sofferenze degli
animali, nella seconda metà del XX secolo si è assistito al fiorire di una vera
e propria etica impegnata nel realizzare la liberazione degli animali (Singer,
1992). St sono sviluppate diverse concezioni generali rivolte a giustificare un
trattamento non discriminante per le sofferenze degli animali: da posizioni
mistiche o religiose, a quelle utilitaristiche a quelle che ruotano intorno
all'elaborazione di una teoria dei diritti anche per gli animali (T. Regan,
1990). In questo caso la presentazione di una risposta normativa alla questione
del trattamento degli animali va di pari passo con una ridescrizione della loro
condizione. I libri dei teorici della liberazione animale sono infatti
insostituibili per la ricchezza di dati e esemplificazioni che forniscono sulle
pratiche invalse il più delle volte inutilmente crudeli per quanto riguarda
l'uso degli animali nella ricerca medica e farmaceutica, nell'industria
cosmetica a dell’abbigliamento, nella produzione industriale di cibo ecc.
(Singer, 1992). Una grande fioritura, in quest'ultima parte del XX secolo,
hanno avuto i tentativi già presenti ad esempio in uno scritto del 1869 di J.
S. Mill su The Subjection of Women (La soggezione delle donne) di affrontare in
modo esplicito e sistematico i problemi etici legati al differente trattamento
nelle istituzioni e nelle pratiche sociali di persone di sesso diverso. Il dibattito
critico sulle discriminazioni legate alle differenze sessuali ha assistito non
solo a una ricerca rivolta a ricavare soluzioni giuste dalle diverse concezioni
normative disponibili, ma anche alla presentazione di tesi femministe che hanno
insistito sulla radicale inconciliabilità tra l’elaborazione di un'etica delle
donne e le concezioni tradizionali. Così da una paste si è discusso
sull’alternativa tra l’universalismo che sarebbe proprio dell'etica maschile e
l'assunzione delle differenze di genere come orizzonte decisivo che è proprio
dell'etica femminile {Irigaray 1985). Dall'altra si è insistito sulla tesi che
il recupero del punto di vista femminile farebbe emergere valori del tutto
peculiari e in luogo di una centralità del valore della giustizia tipicamente
maschile segnerebbe l'affermazione del valore della cura (Gilligan, 1982).
Molti altri tradizionali problemi etici sono stati rivisitati alla luce della
situazione contemporanea e coloro che se ne sono occupati hanno dato vita a
un'ampia produzione specialistica. Tra i campi più significativi per la
costituzione di un'ideale «Enciclopedia Pratica» del nostro tempo ricordiamo le
riflessioni dedicate a: le guerre giuste e l'uso lecito o no della violenza
{Walzer, 1990); le particolari regole che governano le relazioni internazionali
tra stati (Bonanate, 1992); le questioni più strettamente legate alle
discriminazioni di tipo razziale e culturale (Walzer, 1987); i problemi del
trattamento della povertà anche riconoscendone le articolazioni geografiche
(Sen, 1981); il tuolo della pena nel diritto (Ferrajoli, 1989). Una ben precisa
area di etica degli affari si è costituita per i problemi morali posti
dall'attività economica e produttiva, e qui i maggiori avanzamenti sono venuti
dall’uso di una tecnica del tutto nuova fornita dalla «teoria della scelta
razionale» (Sacconi). Infine un incremento notevole hanno avuto le riflessioni
morali già presenti in Ar Essay on the Principles of Population del 1798 di
Thomas Robent Malthus (Saggio sul principio di popolazione) e nei Principles of
Political Economy di Mill (Prizcipi di economzia politica) relative alla
questione etica di una procreazione responsabile. Tali riflessioni hanno forte
mente approfondito le questioni collegate al contesto di decisione costituito
dall’intreccio tra le previsioni sullo sviluppo demografico e quelle sulla
disponibilità di risorse. Tutta questa tematica ha portato ad elaborare una
vera e propria etica delle generazioni future. Le questioni della giustizia tra
generazioni, della regolazione delle nascite in previsione della presenza nel
2050 di oltre dieci miliardi di esseri umani, dei rischi dello sviluppo
tecnologico per gli esseri umani futuri sono al centro di riflessioni che hanno
anche contribuito a modificare il quadro complessivo delle etiche tradizionali
(Parfit; Jonas). Del tutto nuovi sono invece due settori di etica applicata. Da
una parte abbiamo il consolidarsi e determinarsi della bioetica come disciplina
autonoma che affronta sistematicamente i problemi etici posti dallo sviluppo
della medicina e della biologia. Non possiamo qui fare altro che accennare ai
principali tra questi problemi del tutto nuovi che coinvolgono la nascita, la
morte e la cura degli esseri umani: la fecondazione artificiale ix vitro: l'uso
nei reparti di terapia intensiva di strumenti vicarianti le funzioni essenziali
della respirazione, alimentazione e idratazione; il ricorso ai trapianti; la
diagnostica prenatale; la ricerca sul DINA e l’ingegneria genetica;
l’accresciuta conoscenza dello sviluppo embrionale e la possibilità di
realizzare in laboratorio le prime fasi di questo sviluppo con eventuali
conseguenti sperimentazioni ecc. Vita umana, persona umana, sanità, malattia,
benessere, diritti dei malati, dignità della morte, doveri dei medici ece. sono
solo alcune delle nozioni che vengono sottoposte a riesame nella riflessione
bioetica che si è concretizzata in una sterminata letteratura e nella nascita
di una ben precisa disciplina. Nel corso di questa ricerca sono emerse tendenze
a far valere alcuni nuclei tema: tici specifici come nucleo della discussione
(ad esempio la contrapposizione tra un’etica che si impegna principalmente nel
sostenere la non disponibilità e sacralità della vita umana e un'altra che
ritiene invece centrale la preoccupa zione per una buona qualità della vita
umana; Kuhse, o a enucleare principi più specificamente rilevanti per le
problematiche della nascita, morte e cura degli esseri umani (in questo senso
è, ad esempio, frequente il richiamo a un principio di beneficenza o ad un
principio di autonomia: Engelhardt, 1991, ma anche Gracia, 1993). Infine le
conseguenze devastanti che sull'ambiente hanno avuto gli sviluppi scientifici e
tecnologici e l'incremento demografico a livello planetario hanno reso
eticamente rilevante una serie di azioni umane con effetti più o meno diretti,
immediati o futuri sulla natura. La riflessione di etica ambientale è stata
caratterizzata da una molteplicità di concezioni (Bartolommei, 1989): quella
più religiosa e sacrale rivolta a dare un valore intrinseco alla natura; quella
utilitaristica tesa a calcolare le differenti conseguenze (in termini di danno
e beneficio) sull'ambiente di differenti strategie operative; quella che cerca
di estendere il linguaggio dei diritti anche a oggetti naturali ecc. Non
abbiamo fatto altro che elencare le differenti dimensioni dell'etica applicata.
Infatti dalla prospettiva complessiva da cui muoviamo dobbiamo limitarci a
rilevare la fertilità di questo recente dibattito, sia nel senso di un
arricchimento delle nostre conoscenze sui problemi pratici effettivi degli
esseri umani, sia nel senso di un incremento del processo di democratizzazione
dell'etica (al centro di tutti i diversi settori dell'etica applicata troviamo
individui umani che affrontano autonomamente i loro problemi). Il pericolo che
sta dietro questo specializzarsi e professionalizzarsi dei vari campi
dell'etica applicata è quello della frammentazione. Ciò che fa questione non è
tanto il fatto che ciascun individuo elabori da sé la propria etica, quanto
piuttosto quella confusione che nella vita pratica di ciascuno può derivare
dall’appello, in situazioni diverse, a principi o criteri etici differenti come
risolutivi. Una frammentazione in questo senso può spingersi fino a esigere
dallo stesso individuo comportamenti incompatibili. In contrasto con questa
tendenza l’obiettivo di una unificazione richiede un recupero di tutte le
diverse dimensioni dell'etica teorica di cui abbiamo reso conto nei paragrafi
precedenti. Un contesto unitario per le riflessioni etiche può infatti essere
offerto da teorie generali che sul piano meta-etico, epistemologico e normativo
identificano quel nucleo comune valido per qualsiasi approccio o discorso che
pretenda di farsi valere come etico. Nel corso dei paragrafi precedenti abbiamo
reso conto dei problemi generali al centro dell'etica in modo unitario non
tracciando distinzioni al suo interno. Così finora in modo unitario si sono
affrontate le questioni di una caratterizzazione, definizione, giustificazione
o fondazione, applicazione e formulazione sistematica dell’etica. Ma le norme e
i valori con cui ha a che fare l’etica complessivamente intesa vengono in vari
modi distinti in campi più o meno nettamente differenziati nei nostri discorsi
e nelle forme di vita. In questo paragrafo renderemo conto brevemente della
distinzione più comune e consolidata che vede l'etica comprendere i diversi
piani della morale, del diritto e della politica. Ricorrendo all'aiuto della
storia dell'etica possiamo rilevare che nell’età moderna e contemporanea vi è
una certa convergenza nel discriminare tra morale, diritto e politica, mentre
notevoli differenze vi sono per quanto riguarda i criteri a cui ci si è
richiamati per tracciare queste differenze. I differenti criteri risultano come
vedremo nelle pagine seguenti — in definitiva funzionali alle diverse opzioni
meta-etiche, epistemologiche e normative da cui sono mossi coloro che hanno
proposto una ricostruzione dei campi dell'etica. Un primo modo per
caratterizzare il campo dell'etica che proponiamo di chiamare morale in senso
stretto è quello di considerarlo come quel settore in cui sono in gioco
principi e norme che guidano, 0 dovrebbero guidare, azioni che producono negli
altri conseguenze positive o negative diverse dal danno in gioco con le azioni
di rilevanza giuridica e dai benefici o danni provocati dalle azioni di
rilevanza politica. Proprio in quanto diverso è il raggio di influenza con cui
ha a che fare la morale strettamente intesa essa ha anche a che fare con una
sanzione del tutto particolare che va tenuta distinta da quella in gioco con la
legge giuridica e con quella politica: una sanzione semplicemente in termini di
disapprovazione pubblica piuttosto che di concrete pene 0 multe o di
allontanamento dalla cittadinanza politica. Questa caratterizzazione dei vari
campi dell’etica è largamente corrente tra gli utilitaristi ed è stata
delineata già in On Liberty di J. S. Mill (Saggio sulla libertà). La
caratterizzazione così avanzata della natura delle regole e dei principi specificamente
morali ovviamente nel senso meta-etico di cui qui ci occupiamo è in realtà pur
sempre carica di normatività in quanto si presenta come una ridefinizione
stipulativa. Alcuni avvertiranno in questa caratterizzazione un limite dato dal
fatto che essa esclude comunque una qualunque rilevanza etica per quelle regole
e principi che riguardano stati d'animo o azioni del tutto privati, ovvero tali
che non hanno nessun tipo di conseguenza né benefica, né negativa sugli altri.
Possiamo offrire un chiaro esempio di questo campo di azioni del tutto private
e che non sarebbero di pertinenza della morale così intesa rinviando ad atti di
auto-erotismo o al modo in cui impieghiamo il nostro tempo libero. È così
chiaro che stiamo proponendo una caratterizzazione della morale più stretta
rispetto a quella a cui giungono coloro che, muovendosi all’interno di una
tradizione spiritualistica e giusnaturalistica, trovano l'etica
complessivamente intesa come un insieme di doveri verso Dio, se stessi e gli
altri. Anche all'interno di questo approccio all’etica, comunque, il livello
della moralità per così dire del tutto privato si presenta come diverso
rispetto a quello della moralità che coinvolge altri; nel complesso poi
l’insieme della morale va tenuto distinto dalle azioni con cui hanno a che fare
il diritto e la politica. Il piano delle regole morali del tutto private e
personali può essere considerato come campo di applicazione di principi e
regole super-erogatorie che hanno a che fare con una vita santa, eroica o perfetta
(Urmson): una forma di vita che solo cedendo al fanatismo può essere prescritta
universalmente. La morale super-erogatoria va dunque tenuta distinta dalla
morale che ha a che fare con azioni di benevolenza o generosità che per quanto
considerate doverose e obbligatorie non lo sono certo nello stesso senso delle
azioni che evitano il danno fisico per gli altri. Vediamo così ricomparire una
distinzione tra diversi piani della vita etica, sia pure su basi differenti.
Muovendoci all’interno dell'approccio utilitaristico già delineato suggeriamo
però di collocare al di fuori dell'etica generalmente intesa non solo le azioni
strettamente interessate a obiettivi economici, ma anche molte azioni del tutto
indifferenti moralmente che ciascuno di noi può compiere nel modo che
preferisce laddove queste non coinvolgano in alcun modo gli altri. In questo
senso questa concezione dell'etica si presenta come fornita di limiti anche per
quanto riguarda l'ambito della moralità strettamente intesa (Williams, 1987). i
Possiamo dunque collocare l'ambito della morale nel campo delle azioni benevole
e generose che non siamo tenuti a compiere con la stessa coercività dei nostri
obblighi giuridici e politici. La morale cioè ha a che fare con un universo di
azioni che saranno poi distinte in buone e cattive a seconda dei diversi valori
sottoscritti che gli altri non si aspettano da noi come soddisfacimento di loro
diritti giuridicamente o politicamente riconosciuti. Le nozioni di obbligo,
dovere, diritto possono avere un uso nel contesto della morale, ma con un
significato che va tenuto nettamente distinto da quello che tali nozioni hanno
nel contesto giuridico e politico. Molte confusioni e conflitti sociali nascono
dall’incapacità di tenere distinti questi diversi livelli dell'etica, In un
campo della morale così inteso le diverse concezioni dei valori potranno
confrontarsi presentando appunto diversi modelli e stili di vita virtuosa. La
vita virtuosa si distinguerà poi, da una parte, dalla vita santa o eroica e
dall'altra da quel tipo di vita che è richiesto a ciascuno di noi dalle leggi
del suo paese e dalle regole politiche della sua società. : In un approccio del
genere diventerà decisivo riuscire ad individuare, e tenere ben distinto, un
ambito di danno o offesa che è coinvolto dalle azioni di pertinenza della
morale strettamente intesa. Si tratta di sviluppare l’idea messa a punto dagli
utilitaristi e più recentemente da Hart e Feinberg che ci sono alcune aree
delle nostre azioni interpersonali in cui non sono in gioco danni di rilevanza
giuridica, ma solo danni e offese morali. Gli altri si aspettano da noi un
certo comportamento anche se questo comportamento non è sanzionabile mediante
l’intervento della legge. Il piano di questi obblighi morali coinvolge
principalmente le relazioni più strettamente personali ovvero quelle relazioni
che riguardano i rapporti familiari, i rapporti tra persone di sesso diverso,
le relazioni tra persone di diversa età, le relazioni collegate a diverse
responsabilità professionali o di status sociale ecc, Tutta un'area di
relazioni personali coinvolgono per ciascuno di noi obblighi relativi al suo
status (figlio, padre, marito, amico, medico, docente ecc.) che non fanno
riferimento a danni giuridici, ma a danni morali. Possiamo provare a suggerire
l'estensione e l’importanza di un ambito della morale così determinato pensando
al rilievo che nelle relazioni umane hanno le promesse che non siano state
codificate in un contratto, o alle aspettative che ci legano con gli altri
esseri umani con cui abbiamo istituito più strette relazioni personali. Proprio
quest'ambito della moralità è quello che rende possibile la convivenza civile.
Infatti laddove cerchiamo di ancorare la permanenza di una qualche forma di
società civile o ordine sociale al riconoscimento di obblighi e danni
esclusivamente legali non riusciamo a rendere conto di niente altro che di uno
stato di polizia. Senza basi morali la convivenza può essere garantita solo da
uno Stato ossessivamente preoccupato che nessuna azione dei suoi cittadini sfugga
al controllo delle sue sanzioni. E si tratterà comunque di uno stato di polizia
la cui accettazione come legittimo da parte di coloro che si riconoscono come
suoi cittadini risulterà del tutto incomprensibile a meno che con un
ragionamento circolare e vizioso non si voglia fare appello alla autorità
derivata dalla sola forza. Il divitto e î sistemzi codificati. Un ambito
dell'etica completamente diverso da quello in gioco nella morale è quello in
gioco nel diritto e nell'insieme delle norme giuridiche. Qui come peraltro con
la politica ci muoviamo nel campo dell’etica pubblica, laddove con la morale
abbiamo a che fare con l’etica privata (Veca). Largamente condivisa è la tesi
di una marcata differenza tra piano delle regole morali e piano del sistema giuridico,
nel senso che quest’ultimo rinvia necessariamente a un momento di
codificazione. Anche i teorici del giusnaturalismo, che pur vedono la sfera
giuridica come strettamente correlata con la legge morale naturale, accettano
Ja distinzione sia pure cronologica 0 tecnica tra il piano naturale della
morale € quello civile proprio delle procedure che caratterizzano il diritto e
la politica, Significativa in questa luce la posizione espressa da Locke nei
Due trattati sul governo. Locke vede già presente nello stato di natura il
diritto di punire come diritto di ognuno, ma individua nel passaggio alla
società civile la realizzazione di una completa delega di questo diritto a un
magistrato che potrà usare unico autorizzato la forza e fare rispettare le sue
decisioni, che non saranno più caratterizzate dagli inconvenienti che
accompagnano nello stato di natura l’uso del diritto di punizione da parte di
ciascuno.Uno dei grandi problemi al centro dell'etica è proprio quello delle
connessioni tra morale e diritto. La questione preliminare è quella di spiegare
in che senso le norme del sistema giuridico ovvero le norme che si occupano
della giustizia penale e pubblica e che sono sanzionate con l’uso della forza
sono collegate con le norme morali (ovvero pre-giuridiche o non-giuridiche). La
soluzione più semplice è quella del positivismo giuridico che ritiene che di
vero € proprio diritto non si possa parlare se non dopo il costituirsi di un
governo riconosciuto, legittimato e autorizzato a promulgare norme giuridiche.
Queste norme saranno poi valide giuridicamente laddove siano state promulgate
osservando le procedure previste nello Stato dalla Costituzione o dalle sue
leggi fondamentali per l’amministrazione della giustizia (Scarpelli). La
posizione del positivismo giuridico non è priva di difficoltà in quanto
confonde due nozioni etiche concettualmente diverse, ovvero la legge promulgata
correttamente, e cioè nei modi previsti dalla Costituzione, e la legge giusta.
Norme del tutto in regola dal punto di vista della validità formale richiesta
dal positivismo giuridico come quelle promulgate dal regime nazista possono
risultare del tutto ingiuste e tali da esigere un obbligo di resistenza da
parte dei cittadini (Dworkin). Alcune posizioni che si presentano come alternative
al giusnaturalismo si distinguono dal positivismo giuridico proprio in quanto
riconoscono un collegamento tra morale e diritto. Questo è ad esempio vero per
l'utilitarismo fin da Bentham. Infatti Bentham riconosceva l’ineliminabilità di
questa connessione rappresentando la morale e la legge come due sfere
concentriche, l'una più ristretta costituita dal diritto e l’altra più ampia
costituita dalla morale. Questa immagine permette di capire sia in che senso la
morale condiziona la sfera giuridica, sia in che senso l'ambito del diritto
debba essere considerato più ristretto di quello proprio della morale. Questa
stessa linea di analisi è stata elaborata in modo compiuto da Mill, I
collegamenti tra queste due dimensioni dell'etica la morale e la legge giuridica
sono complessi e ineliminabili, Non solo i limiti di applicazione della legge
giuridica ovvero la distinzione tra l'ambito di pertinenza della sanzione
giuridica e quello in cui c'è completa libertà dalle sanzioni e in cui dunque
vale la sola critica che si manifesta nella discussione pubblica , ma le stesse
procedure mediante le quali vanno accertate le azioni che sono rilevanti dal
punto di vista della responsabilità giuridica e infine gli stessi modi in cui
va articolata la sanzione e la pena giusta esigono un rinvio continuo a
considerazioni di ordine morale (Ferrajoli, 1989). Il riconoscimento di
un’effertiva responsabilità giuridica rientra anch'esso in un discorso che
esige il ricorso ad assunzioni di ordine morale. Non diversamente assunzioni di
ordine morale sono in gioco laddove si discute la questione della pena adeguata
o giusta o meritata pet un determinato reato. Tutta la discussione sull’uso
della tortura, della pena di morte e dell’ergastolo da parte di sistemi penali
sta lì a mostrare questo intreccio. La politica e i fini del governo. L'ambito
dell’etica che invece possiamo denominare «politica» è quello che rinvia ai
principi e alle norme che all’interno di una società riguardano non tanto i
rapporti giuridici, quanto l’azione del governo e il riconoscimento della sua
legittimità. Una parte della dottrina etica che coinvolge la politica riguarda
dunque l'individuazione dei principi che sono in grado di dare ai governanti
l'autorità per governare, e conseguentemente gli obblighi di lealtà dei
cittadini nei confronti dei loro governanti (e di riflesso gli obblighi dei
governanti nei confronti dei loro cittadini) e infine l’esistenza o meno (e in
quali limiti) di un diritto dei cittadini a resistere alle leggi dello Stato.
Basta volgersi alla riflessione di filosofia politica per vedere quanto già in
quell'epoca fosse centrale la ricerca di una base morale che desse validità
alla pretesa dei governanti di avere un'autorità sui loro cittadini, Il primo
dei Tivo Treatises di Locke rappresenta un chiaro tentativo di contestare la
pretesa avanzata da Filmer nel Patriarca che i sovrani potessero ricavare il
loro diritto ad un'autorità assoluta sui loro sudditi da una investitura
diretta da parte di Dio ad Adamo che era poi stata trasmessa secondo una linea
diretta, di successione ai suoi eredi. La cultura filosofica presenta non solo
l’attacco più radicale alla concezione assolutistica del potere politico come
di origine divina, ma anche i primi decisi tentativi di ricavare da principi
più mondani il potere dei governanti. Così Hobbes e Locke percorrevano la
strada del contratto come base del potere politico, ma le due forme di
contratto a cui si richiamavano erano tali da condurre a due diversi tipi di
potere politico, l’uno totalitario ed illimitato e l'altro invece determinato e
limitato dal rispetto di una serie di diritti che comunque il cittadino deve
salvaguardare. Perciò, mentre Hobbes non sembra riconoscere un vero e proprio
diritto di resistenza, Locke lo accetta, come del resto dopo di lui faranno
tutti i teorici dello stato liberale. Quasi tutta la filosofia politica
contemporanea, da J. Rawls a R. Dworkin, da A. Downs a R. Dahl, si muove
elaborando le basi etiche di una teoria liberal-democratica (Brown). È oramai
fuori discussione che solo l’investitura popolare mediante votazioni
democratiche può giustificare il potere politico. Così come è largamente
accettata la convinzione che il potere politico deve limitarsi nelle sue leggi
in modo tale da non toccare i cosiddetti diritti negativi dei suoi cittadini.
Non viene nemmeno posto in discussione specialmente dopo l’esperienza dei
regimi totalitari del XX secolo quali il nazismo e lo stalinismo il
riconoscimento del diritto dei cittadini di resistere ai comandi ingiusti dei
loro governanti, anzi addirittura viene riconosciuto il loro dovere di
boicottarli e di lottare contro di essi. Per quanto riguarda poi la riflessione
etica sugli scopi del governo essa ha subito una radicale trasformazione
laddove si è considerato come uno dei compiti primari dei governi garantire ai
cittadini non solo la pace sociale, la vita, la salvaguardia dei diritti di
proprietà, ma anche il benessere, la salute, la qualità della vita ecc. Quando
sono entrati in gioco quelli che si considerano più propriamente i diritti
positivi dei cittadini si è posto il problema di quanto si dovesse ritenere
autorizzato il potere di un governante che, ad esempio, ponesse dei limiti ai
diritti negativi dei suoi concittadini al fine di far progredire i diritti
positivi della maggioranza. Si tratta di questioni etiche che la riflessione
sul potere politico si è trovata davanti in particolare all’interno della
questione sociale e sulla base delle lotte sostenute dalle classi operaie e dal
movimento socialista (Bobbio). Molte delle questioni etiche in gioco nella
politica coinvolgono direttamente le relazioni internazionali tra Stati. È
oramai del tutto superata la posizione considerata ovvia nel XVII secolo per
esempio da Hobbes, ma anche da Locke, che riteneva i rapporti tra Stati come costitutivamente
collocabili nella sfera di uno «stato di natura». Nel corso dell'età moderna e
contemporanea non solo è cresciuta l’esigenza di una valutazione etica delle
motivazioni che ispirano le azioni internazionali dei governanti (Bonanate), ma
si è anche affermata sempre più la spinta a far valere anche tra Stati una
serie di principi consensualmente accettati che garantissero, nei limiti del
possibile, la pace. È stato Kant {Kant) che ha fatto valere con decisione
l'esigenza di estendere anche alle relazioni internazionali quel requisito
della pace che si riteneva necessario per i rapporti all'interno della società
civile. Le Filosofia_in_Ita3 riflessioni etiche sull'uso della forza nelle
relazioni internazionali tra Stati nel XX secolo hanno poi dovuto affrontare le
questioni nuove segnate dalla creazione di armi nucleari. Molto insistita è
stata la conclusione che l’uso di armi che, come quelle nucleari, mettono a
rischio l’esistenza della stessa umanità, non può essere giustificabile al di
lì della sola funzione deterrente (Kavka; Pantara). Anche sul piano delle
relazioni internazionali si è poi ripresentata in questo secolo una riflessione
etica che non investe solo quei fini dei governi esclusivamente rivolti a
salvaguardare o difendere i diritti negativi dei cittadini del mondo, ma ancor
più i cosiddetti diritti positivi. In particolare l'incremento della
popolazione mondiale, una differenza sempre più incolmabile tra qualità della
vita nei paesi ricchi e sviluppati dell'Occidente e povertà nei paesi
sottosviluppati dell’Africa, dell'Asia e dell'America del Sud hanno posto come
problema etico primario per la politica la questione di quanto si debba
ritenere obbligatoria una qualche forma di giustizia sociale internazionale
(Pontara; Singer; Sen), Da un punto di vista teorico generale, così come si è
assistito a un allargamento dello spazio per l’etica nel senso di una
progressiva democratizzazione delle responsabilità e decisioni che essa
richiede in modo paritario a tutti i cittadini del mondo, si assiste altresì a
un analogo allargamento di questo spazio nella direzione di un incremento delle
questioni che ad essa si demandano. L’ipotesi che avanziamo ovviamente carica
di un’opzione normativa è che ci si muova verso un allargamento delle aree problematiche
che vengono affidate alla discussione pubblica e dunque a una regolamentazione
pacificamente concordata, sottraendole al terreno in cui si fa ricorso alla
forza. Così sul piano internazionale vediamo sempre più riconosciuta almeno al
livello del dover essere l'esigenza di un governo mondiale democraticamente
costituito e rispettoso della libertà dei suoi membri impegnato a garantire
pace e giustizia sociale a livello planetario. Oggigiorno sembrano quindi
privilegiate quelle teorie etiche normative in grado di rendere conto in modo
adeguato delle nuove estensioni problematiche presenti nella situazione storica
degli esseri umani, Una competizione con le sole armi dell’argomentazione
razionale e della conoscenza tra concezioni normative può favorire l’in-
dividuazione di soluzioni giuste ed efficaci. In generale poi una richiesta di
maggiore riflessione sull’etica può trovare una sua giustificazione in quanto
questa riflessione sia pure in modi più o meno indiretti contribuisce a rendere
più realizzabili gli obiettivi della pace, della libertà e della giustizia
sociale per l'insieme dell'umanità senza dovere ricorre alla forza delle armi 0
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INDICE DEI NOMI: Abbagnano Cooper A.A., v. Shaftesbury Alchourron Crusius
Almond Althusius Dahl Anscombe Darwin Apel Davidson LIZIO Dawkins Arrow De
Marco Austin Descartes Austin Desmond Axelrod Dewey Ayer D'Holbach Downs Baier
Dumont Bartolommei Dworkin Bentham Engelhardt Berlin Epicuro L’ORTO Blackburn
Ewing (CITED BY GRICE) Bobbio Bonanate Fagiani Brentano Feinberg Brown Ferguson
Buchanan Ferrajoli Buddha Ferrara Bulygin Filmer Butler Finnis Foot Canziani
Fox Carcarerra Frankena Cartesio, v. Descartes R. Freud Cassese Clarke Gandhi
Collins Gargeni Colman Gauthier Condillac (Etienne Bonnot de), 92. Gibbard
om/Filosofia_in_Ita3 Gilligan Glover Gough Gracia Grice, H. P., Grice (Welsh)
G. R. Grozio Habermas Hagerstròm Hare Hart Hartley Hayek Helvétius Hennìs
Herbert di Cherbury Hobbes Hudson Humboldt Hume Hutcheson Irigaray Jonas Jonsen
Jules Jung Juvalta Kant Kavka Kelsen Kuhse Landucci Locke Lorenz Lyons Mackie
Macpherson Magri Malthus Mandeville Manzoni Marirain McDowell Melniyre Meek
Mill Mill Montaigne Moore Moore Musacchio Nagel Norton Nowell Smith Nozick
Oppenheim Parfit Pontara Preti Prichard Pufendorf Putnam Rawls Regan Resnik
Rorty Rass Rossi Rousseau Ruse Sacconi Scarpelli Scheler Filosofia_in_Ita3
INDICE DEI NOMI Schlick Sen Shaftesbury Cooper Sidgwick Singer Singer Smart
Smart Smith Snare Spencer Spinoza Stevenson Strauss Sugden Thomasius Aquino
Toulmin Urmson Veca Viano Walzer Warrender Weber White Wiggins Williams
Wittgenstein Wolff C., Wiollaston Wright .Filosofia_in_Ita3 Introduzione La
natura dell'etica si ci. Fondazione, giustificazione e spiegazione:
l’epistemologia dell'etica CRA ERA Le etiche normative; concezioni in contrasto
Dall’etica teorica all’etica pratica Di Le dimensioni dell'etica Nota
bibliografica Indice dei nomi. Keywords: etica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Lecaldano”. Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lecaldano (Treviso). Filosofo italiano. Eugenio
Lecaldano è un filosofo italiano, attivo soprattutto nel campo della
bioetica. Biografia Nel 1964 consegue la
laurea in Filosofia presso l'Università degli Studi di Roma "La
Sapienza" e nello stesso ateneo frequenta il corso di perfezionamento
nella medesima disciplina, conseguendo il diploma nel 1968. Successivamente è
ricercatore per il CNR presso il "Lessico intellettuale europeo" a
Roma. Dapprima docente di Storia della filosofia moderna e contemporanea e poi
di Filosofia morale a Siena, prosegue la sua attività presso la Sapienza dal
1986, ove insegna anche Bioetica dal 1999 al 2002 ed è Direttore del Master di
II livello di Etica pratica e Bioetica dal 2002 al 2010. Dal 2010 è professore
emerito di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell'Università
Sapienza di Roma. Dall'aprile 2015 è socio corrispondente della Classe di
Scienze Morali, Storiche e Filologiche - sezione I Filosofia - dell'Accademia
delle Scienze di Torino. È membro dei
comitati scientifici delle riviste Ethical Theory and Moral Practice. An
International Forum (dal 1998), Iride. Filosofia e discussione pubblica (dal
1987), Ragion Pratica e dei comitati direttivi di Bioetica. Rivista
interdisciplinare (dal 1995), Filosofia e questioni pubbliche, Rivista di
Filosofia (dal 1998), Hume Studies (2006-2011). È stato membro del Comitato
Nazionale di Bioetica. È stato fra i fondatori della Società Italiana di
Filosofia Analitica, che ha presieduto dal 1992 al 1994; e membro del direttivo
della Società Filosofica Italiana sezione di Roma dal 1991 al 1993 e poi dal
2006. Ha diretto la collana Etica Pratica per l'editore Laterza, e la collana
Etica pratica e bioetica per l'editore Le Lettere di Firenze. Nel 1997 per il
volume Etica (UTET Libreria, 1995) è stato insignito dall'Accademia delle
Scienze di Torino del premio "Cesare Gautieri" per la Filosofia del
centenario 1896-1996. Pensiero Le
riflessioni di Lecaldano spaziano dalla storia della filosofia morale sino alle
discussioni contemporanee sulla bioetica. Avvalendosi anche del rigore
concettuale della filosofia analitica, indirizza la sua ricerca alla ricostruzione
storiografica della morale anglosassone dal XVII al XIX secolo, con particolare
riferimento ai filosofi scozzesi (David Hume, Adam Smith). Ha inoltre indagato
criticamente i problemi della metaetica. In bioetica, Lecaldano si prefigge
l'obiettivo di una chiarificazione delle implicazioni morali legate alle
biotecnologie, che sfocia in una prospettiva laica per la pacifica gestione dei
conflitti morali che le "tecnologie della vita" hanno prodotto. Opere Le analisi del linguaggio morale.
"Buono" e "dovere" nella filosofia inglese dal 1903 al
1965, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1970. Introduzione a Moore, Roma-Bari,
Laterza, 1972. L'Illuminismo inglese, Torino, Loescher, 1985. Hume e la nascita
dell'etica contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1991. Etica, Torino, UTET
Libreria, 1995. Bioetica. Le scelte morali, Roma-Bari, Laterza, 1999. Saggi di
storia e teoria dell'etica, Gaeta, Bibliotheca, 2000. Dizionario di bioetica,
Roma-Bari, Laterza, 2002. Un'etica senza Dio, Roma-Bari, Laterza, 2006. Prima
lezione di Filosofia Morale, Roma-Bari, Laterza, 2010. Simpatia, Milano,
Raffaello Cortina Editore, 2013. Senza Dio. Storie di atei e ateismo, Bologna,
Il Mulino, 2015. Sul senso della vita, Bologna, Il Mulino, 2016. Identità
personale. Storia e critica di un’idea, Roma, Carocci editore, 2021 Bene, in Le
parole della filosofia, a cura di Corrado del Bo’, Simone Pollo, Paola Rumore,
Corriere della sera, 2022 Traduzione e curatela David Hume, Opere filosofiche,
insieme a Enrico Mistretta, Roma-Bari, Laterza, 1971. Note ^ curriculum vitae,
su accademiadellescienze.it. URL consultato il 25 agosto 2021. Voci correlate
Bioetica Comitato Nazionale per la Bioetica Biotecnologie Collegamenti esterni
Eugenio Lecaldano, su accademiadellescienze.it, Accademia delle Scienze di
Torino. Modifica su Wikidata Opere di Eugenio Lecaldano, su MLOL, Horizons
Unlimited. Modifica su Wikidata La bioetica. Il punto di vista morale di E.
Lecaldano sulla nascita, la cura e la morte di Luca Corchia. Riflessioni di
Eugenio Lecaldano sul Senso della Vita In Riflessioni.it. Eugenio Lecaldano.
Pagina docente Dipartimento di filosofia, Sapienza - Università di Roma.
Portale Biografie Portale Filosofia
Categorie: Filosofi italiani del XX secoloFilosofi italiani del XXI secoloNati
nel 1940Nati il 29 agostoNati a TrevisoBioeticaStudenti della Sapienza -
Università di RomaProfessori dell'Università degli Studi di SienaProfessori
dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza"Membri
dell'Accademia delle Scienze di Torino[altre]. Nome compiuto. Eugenio Lecaldano.
Lecaldano. Keywords: simpatia, simpatico, antipatico, compassione, compassivo,
empatia, impassibile, transpatia, patia, patico, il patico, diapatia.
Psi-transmission. Grice: “Scheler uses ‘transpathy,’ but then he would use
anything!” filosofi italiani della simpatia, croce, l’intersoggetivo, simpatia
ed amore, empatia, impassibile, im- negative, im- enfatico – teorie della
simpatia morale in Italia, illuminati e illuministi --. Refs.: transpatia,
dia-pathia, trans-passione – trans-passio. Luigi Speranza, “Grice e Lecaldano”
– The Swimming-Pool Library. Lecaldano.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Lelio: la ragione conversazionale al portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “It
must be remembered that when I started the serious study of philosophy at
Oxford, it was through the classics. Clifton, my alma mater, would certainly have
found it odd to offer a pupil a scholarship in philosophy – but ‘a classical
scholarship’ was ‘okay,’ as the Americans put it – in terms of societal norms.
Of course, I never met philosophy well into my fifth term in the classics! But
once I did, Lelio was second nature to me!” -- Filosofo italiano. Ha fama soprattutto per l’intima amicizia che lo lega
all’Africano Minore. Conosce i tre filosofi inviati a Roma, ma e attirato
principalmente da Diogene, del Portico. In seguito L. ha rapporto con Panezio e
ne diffuse la dottrina nell’aristocrazia romana.Come legato di Scipione, C. L. partecipa
alla guerra contro i punici e si distinge nell’assedio di Cartagine, ottenendo
in premio la pretura. Appartenne agl’auguri è diviene console. Nelle lotte
civili determinate dall'azione di Tiberio GRACCO (si veda), L. si schiera
contro questo e i suoi fautori. E ammirato, se non come oratore, come uomo
politico, e dove il soprannome di "sapiente" datogli
dall’aristocrazia, al suo atteggiamento politico più che ad altro. Console
della repubblica romana. Filosofo del portico, politico e militare
romano. E uno dei migliori amici e più stretti collaboratori di Publio
Cornelio SCIPIONE (si veda) Africano, che
segue durante la guerra punica come prefetto della flotta, legato e
questore. Si distingue particolarmente nella conquista di Cartagine e in
seguito, nella campagna contro Siface e nella decisiva battaglia di Zama. Dopo
un viaggio di XXXVII giorni, partito da Tarraco in Spagna, in seguito alla
presa di Carthago, raggiunse a Roma. Quando entra in città insieme ad una
grande schiera di prigionieri attira l'attenzione del popolo che si riversa
lungo le strade al suo passaggio. Il giorno seguente venne ricevuto in senato,
dove racconta che Cartagine e presa in una sol giorno. Oltre a questa notizia
rifere che sono state riprese alcune delle città che si sono ribellate ai romani,
mentre altre sono state accolte come nuove alleate. I prigionieri riferirono
cose analoghe a quelle comunicate in precedenza dalla lettera di Marco Valerio
Messalla, secondo il quale Asdrubale Barca si sta preparando per passare con un
grande esercito in Italia, tanto da destare preoccupazioni nei senatori, visto
che a stento si e riusciti a resistere ad Annibale ed al suo esercito. L. rifere
degli stessi argomenti anche all'assemblea del popolo. Alla fine il senato
decreta che venissero ordinate per un giorno pubbliche cerimonie di
ringraziamento a GIOVE CAPITOLINO per l'esito felice della guerra e ordina a
Lelio di far ritorno dal suo comandante SCIPIONE il prima possibile, con le
stesse navi con cui e venuto. Dopo la fine della guerra e edile plebeo, pretore
e console e fornisce importanti informazioni sulla vita dell'amico SCIPIONE Africano,
a Polibio. L. è il padre di L. SAPIENTE, console insieme a Quinto Servilio
Cepione. Smith, Dictionary
of greek and roman biography and mythology, The Ancient Library.Polibio, Livio.
Polibio. Appiano di Alessandria, Historia
Romana. Livio, Ab Urbe condita libri. Polibio, Storie, Strabone, Geografia.
Brizzi, Storia di Roma, dalle origini ad Azio, Bologna, Patron; Piganiol, Le
conquiste dei romani, Milano, Saggiatore; Scullard, Storia del mondo romano.
Dalla fondazione di Roma alla distruzione di Cartagine, Milano, BUR, L,, in
Who's Who in The Roman World, Londra, Routledge, Romanzi storici Posteguillo,
L'Africano, Casale Monferrato, Piemme; Posteguillo, Invicta Legio, Casale
Monferrato, Piemme, L., Enciclopedia Britannica. Predecessore Console romano Successore
Manio Acilio Glabrione e Publio Cornelio Scipione Nasica con Lucio Cornelio
Scipione Asiatico Gneo Manlio Vulsone e Marco Fulvio Nobiliore; guerra punica,
guerra romano-siriaca ("Guerra contro Antioco III") Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Politici romani Militari romani Militari.
Consoli
repubblicani romani Laelii Persone della seconda guerra punica. A statesman and
orator who takes a keen interest in philosophy, becoming an acquaintance of
members of the Porch PORTICO like Diogene and Panazio. L. was given the
nickname ‘sapiens’ -- know it all. According to CICERONE (vedasi), this was not
because L. knew it all, but because of his self-control in matters of judicial
sentencing. CICERONE (vedasi) greatly admires L. and features him in a number
of his philosophical works. Gaio
Lelio. Lelio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lelio.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leocide: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone. Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana–
Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “Metaponto
was a powerful centre of philosophy in Magna Grecia – and my pupil, Strawson,
arged that meta-physics does not derive from the book by Aristotle, but from
META-ponto!” -- Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to the “Vita di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Luigi Speraza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leofronte: la ragione cnversazionale e la setta di
Crotone – Roma – filosofia calabrese – scuola di Crotone -- filosofia italiana–
Luigi Seranza (Crotone). Abstract. Grice: “Before
Italians acquired proper surnames, they bore the strangest of names, such as
Leofronte!” -- Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leone: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone – Roma – filosofia basilicatese – scuola di Metaponto -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Metaponto). Abstract. Grice: “I was never
interested in the history of ancient philosophy just because at Oxford, after
the German invasion, it became fashionable to spend most of your time with the
‘scholia’, rather than the philosophy itself! And therefore, in the London
Society pages, you would be described as a ‘historian of philosophy’ not a
‘philosopher’. Take the case of Leonzio. All we know about him is that Alcmeone
wrote an essay which he cares to dedicate to L.! Big deal!” -- Filosofo italiano. A Pythagorean,
according to the Vita di Pitagora by Giamblico di Calcide. Alcmeone di Crotone
dedicates a ‘saggio’ to him.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leonzio: all’isola -- la setta di Leonzio -- Roma –
filosofia siciliana – filosofia leonzia – scuola di Leonzio -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Leonzio). Abstract. Grice:
“When in a PUBLIC lecture – as opposed to a SEMINAR – I felt like providing an
answer to what I called the ‘fundamental’ question of what the basis is for a
conversationalist to assume that the other one will follow the principle of
conversational helpfulness, I sketched a transcendental argumentation – or
metaphysical argumentation, as I later called it. It is a WEAK transcendental
argumentation, if I may follow Bird’s jargon --. A true transcendental
argumentation is one which JUSTIFIES the very EXISTENCE of an item x --. If the
item x is the ‘conversational move’ I cannot claim that the principle of
conversational helpfulness makes a conversational move POSSIBLE – but a WEAK
argumentation may claim that it makes a GOOD conversational move possible!
Oddly, this is precisely the sort of argumentation, way before Kant, and his
jargon of transcendentalism – that Leonzio uses against Socrates and vice
versa. “Hey, Soc – as Leonzio called the Athenian sophist – ‘if you are not
going to tell the truth, what is the POINT of conversing with you?’”. Filosofo italiano. Filosofo siciliano. Filosofo
leonzio. Leonzio, Sicilia. Pupil of Girgenti. He seems to have written one essay on philosophy. In
it, he argues that nothing exists, or that if anything did exist, there could
be no knowledge of it, or if there could be knowledge of it, that knowledge
could not have passed from one person to another. Poche e scarne le notizie relative a L. sotto il
dominio di Roma. Inquadrata in primo momento tra le città decumane, sottoposte
al pagamento della decima parte del raccolto, si trasforma a poco a poco in
città censoria, il cui territorio viene dato in affitto a cittadini di altre
città dietro pagamento di un canone prestabilito. Alla fine del I secolo a.C.
il territorio di Leontini viene usato per i donativi agli alleati dei
triumvirato. La città entra in un periodo di grande decadenza, scompare
praticamente come città, mentre la popolazione preferisce trasferirsi nelle
campagne e nelle fattorie sparse nel territorio. Quasi del tutto assenti le
notizie relative alla città in periodo imperiale. Le poche informazioni giunte
fino a noi sono inserite nel contesto delle vicende dei santi martiri Alfio,
Filadelfo e Cirino, chiaramente leggendarie e quindi di poca utilità. Secondo
la tradizione, la chiesa leontina è una delle prime ad affermare che Maria è
madre di Dio, prima che questa verità di fede venga ufficialmente proclamata
dal concilio di Efeso. La riscoperta tra studi e scavi Paolo Orsi,
R Carta, R Santapaola in una foto degli anni 30 Dopo un secolare abbandono del
sito, torna l'interesse per la storia del luogo grazie ai primi studi favoriti
da vari studiosi. Le prime indicazioni sull'antica L. provengono da C.M.
Arezzo, Fazello, Alberti, Maurolico e Cluverio. Nel XVIII secolo Vito Amico
identificò la valle S. Mauro come l'agorà e la Valle S. Eligio come sede
dell'antico fiume Lisso. Nel 1781 Ignazio Paternò Castello evidenzia lo stato
di decadenza della città. Schubring studiando il testo di Polibio sulla città
ne identifica la struttura assieme alla strada citata anche da Tito Livio per
la morte di Geronimo nel 215 a.C. La testa del kouros della
collezione Biscari Le prime segnalazioni in merito alle necropoli di Leontinoi
risalgono al 1879 ad opera di Giuseppe Fiorelli, con tombe nella zona nord di
Lentini. Nel 1884 Francesco Saverio Cavallari rinviene un ipogeo cristiano e
nel 1887 una necropoli sicula nella Valle Ruccia. Nel 1891 il Columba presenta
uno studio sulla topografia della città con un rilievo del Castellaccio.
Le ricerche effettuate misero in evidenza l'esigenza di mettere ordine al
patrimonio per bloccare i traffici illeciti di materiali verso collezioni
private. Lo stesso Paolo Orsi evidenzia questo problema suggerendo già nel 1884
la fondazione di un museo archeologico. Sono proprio gli studi di Paolo Orsi a
dare impulso alle ricerche tramite gli scavi condotti in varie parti del sito.
Nel 1902 viene ritrovato il kouros di Lentini, oggi al Paolo Orsi cui viene
associata la testa della collezione Biscari. Nel 1925 lo Ziegler pubblica una
sintesi sulle conoscenze di Lentini. Gli scavi riprendono nel 1940 con
Pietro Griffo presso le fortificazioni del S. Mauro e ulteriori indagini
relative alla topografia. Dal 1950 al 1955 viene messa in luce la porta sud (la
cosiddetta porta siracusana) e viene esplorata la necropoli esterna. Ulteriori
ricerche di Adamesteanu e Rizza mettono in luce altre strutture. Mentre nel
1960 viene rinvenuta casualmente una stipe votiva ad ovest del colle della
Metapiccola. Vengono scoperti dei blocchi in Piazza Vittorio Veneto, nel 1971 e
nel 1974 vengono esplorate delle tombe presso la Valle di S. Eligio, e nel
1977-78 si riprende l'esplorazione della necropoli di contrada
Piscitello. In contrada Crocifisso viene riportata alla luce
un'abitazione che rispecchia le descrizioni di Polibio. Tra il 1981-82 le ricerche
vengono effettuale a sud della porta meridionale in contrada Pozzanghera,
mettendo i luce delle tombe di età arcaica sino a quella ellenistica. Si
prosegue con scavi nel 1986 sul colle Metapiccola, nel 1987 sul Castellaccio da
cui emergono anche le strutture murarie della porta nord. Gli scavi sono
proseguiti su varie aree sino al 1989, poi nel 1993 in Piazza Umberto è stata
rinvenuta una necropoli musulmana sopra a quella greco-arcaica, sino ad
arrivare agli ultimi anni con ulteriori aggiornamenti. Il sito
Mappa di Leontinoi «La città di Leontinoi è interamente rivolta verso
settentrione: vi è nel mezzo di essa una valle piana, nella quale si trovano le
sedi dei magistrati e dei giudici e tutta l'agorà. Da un lato e dall'altro
della valle vi sono alture scoscese: I ripiani di queste alture sopra i colli
sono pieni di case di templi. Due porte ha la città, di cui una è al termine
della valle anzidetta verso mezzogiorno e porta a Siracusa, l'altra, al Nord,
porta ai campi detti Leontini e alla regione coltivabile. Sotto uno degli
scoscendimenti, quello verso Occidente, scorre un fiume che chiamano Lisso.
Parallele a questo, E la maggior parte sotto lo stesso pendio, giacciono delle
case contigue, tra le quali e il fiume vi è la strada anzidetta.»
(Polibio, Historiae) Il sito di Leontinoi è stretto tra Carlentini a sud
e Lentini a nord. L'area dell'agorà si trova in una vallata circondata a sud
est dal colle della Metapiccola e a sud ovest dal colle San Mauro. Mentre a
nord vi è l'area del Castellaccio. Il parco archeologico copre parzialmente
l'intera estensione dell'antica città ed è accessibile da sud, con ingresso
dalla porta siracusana, una porta a tenaglia di cui sono ben visibili i tratti
murari. Sull'ingresso sono rintracciabili anche dei monumenti funerari e
delle vicine necropoli del IV e III sec a.C. Le prime tombe di questa zona
risalgono al VI sec a.C. L'agorà si trova al centro della vallata. Le
fortificazioni arcaiche sul monte S. Mauro Sul colle della Metapiccola è presente
un villaggio preistorico identificato con l'antica Xouthia. Gli scavi hanno
evidenziato la presenza di capanne rettangolari col basamento infossato. Le
capanne erano di legno, difatti sono visibili anche i segni dei pali sul
terreno. La cinta muraria La cinta muraria ha un andamento complesso e
mostra quattro interventi costruttivi. La più antica risale al VII sec a.C. e
circondava solo l'acropoli, sono emersi dei tratti sul lato est del colle S.
Mauro con incisioni che distinguono la cava di estrazione. La seconda cinta
è degli inizi del VI sec a.C. e dal fondovalle risaliva sino al colle della
Metapiccola. La fortificazione ben visibile a piccoli blocchi presenta una
torre circolare. Un restauro delle mura avvenne nel III sec a.C. durante la
guerra tra Roma e Siracusa. Lentini nell'Enciclopedia Treccani, su
Treccani. LENTINI Enciclopedia dell' Arte Antica, Treccani. Bibliografia
Massimo Frasca, M. Congiu, C. Miccichè e S. Modeo, Tucidide e l’archaiologhìa
di Leontinoi, in Dal mito alla storia. La Sicilia nell'Archaiologhia di
Tucidide (Atti del VIII Convegno di Studi, Caltanissetta). Massimo Frasca,
Leontinoi. Archeologia di una colonia greca, Roma 2009 Massimo Frasca,
Interazione tra Greci e Indigeni nella Sicilia orientale Il caso Leontinoi.
Maltese, I Tetradrammi di Leontinoi. Dinamiche produttive e storico-artistiche,
Trieste Sicilia, Touring Club d'Italia, Voci correlate Monte San Basilio Storia
di Lentini Museo archeologico di Lentini Altri progetti Collabora a Wikiquote
Wikiquote contiene citazioni di o su Leontinoi Leontinoi, su sapere. Agostini.
Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Leontinoi,
su sicilia fotografica Filmato audio Leontinoi. Memorie da una città
dimenticata. Frasca, Leontinoi, città dei Calcidesi in Sicilia. Città della
Magna Grecia Siti archeologici della Sicilia greca Portale Antica
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LeontinoiSiti archeologici del libero consorzio comunale di SiracusaCittà della
Sicilia grecaCittà romane della SiciliaLentini [altre]. L. Se stai cercando
altri significati, vedi L. (disambigua). Busto di L. ad opera dello
scultore lentinese Caracciolo. L. (in greco antico: Γοργίαςs; Leontini –
Larissa), retore e filosofo siceliota. Discepolo di Empedocle di GIRGENTI
(si veda), è considerato uno dei maggiori sofisti, teorizzatore di un
relativismo etico assoluto, fondato sulla morale della situazione contingente,
spinto fino al nichilismo. Figlio di Carmantida, nasce a LEONZIO, Leontini
(odierna Lentini, nella provincia di Siracusa), città greca della Sicilia. Fu
discepolo del filosofo Empedocle di GIRGENTI (si veda) e dei retori siracusani
Corace e Tisia, inventori della retorica, ma subì anche l'influenza delle
scuole pitagorica ed eleatica. Prese parte ad un'ambasceria ad Atene per
richiedere aiuti militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un grande
successo per la sua eloquenza (vedi Prima spedizione ateniese in Sicilia).
Viaggiò anche in Tessaglia, in Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto di
frequentare le sue lezioni), a Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette
statue. Vendendo i propri insegnamenti di città in città, pare guadagnasse
ingenti ricchezze facendosi pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in
realtà alla sua morte lasciò una somma piuttosto modesta. Muore in Tessaglia,
dove soggiornava presso il tiranno Giasone di Fere, pare ultracentenario[8]; a
chi gli chiedeva il motivo di tale longevità, egli rispondeva: «il non aver mai
compiuto nulla per far piacere ad un altro. Di sicuro visse con sobrietà dominando
le passioni, lontano da simposi e incurante di tutto ciò che potesse turbarlo.
Tra i suoi numerosi discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia,
Alcibiade, Tucidide, Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che
intrattenesse ottimi rapporti di amicizia con Pericle. Tipico dell'oratoria di L.
era l'ampio uso di complesse figure retoriche, desunte dal linguaggio poetico
ed epico. Si prendeva gioco, inoltre, di quanti sostenevano di poter insegnare
la virtù, e vantava di saper tenere un discorso su qualsiasi argomento, come
testimoniato anche da Platone. Insieme a Protagora, Prodico e Ippia di Elide,
viene tradizionalmente ricordato come uno dei grandi sofisti. Contenuto delle
opere principali Opere conservate sono l'Encomio di Elena e In difesa di
Palamede. Solo frammenti, invece, abbiamo del Sul non essere o sulla natura di
un Epitafio per i morti della guerra del Peloponneso, di un Encomio degli Elei,
di un Discorso Olimpico e Discorso Pitico. Encomio di Elena Lo
stesso argomento in dettaglio: Encomio di Elena. L'amore di Elena e
Paride, olio su tela di David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L.
difende Elena dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la
sua decisione di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente,
perché agì o mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o
dell'Ananke, la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi
(logoi), o vinta dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua
responsabilità. Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro
argomenti: Elena si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu
persuasa da Paride; fu rapita per volontà divina. Nel primo caso Elena è
una vittima, poiché Afrodite promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro
avrebbe fatto innamorare di lui la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel
secondo caso Elena viene rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare
a Paride. Nel terzo caso se è stata la potenza della parola a convincerla anche
in questo caso non è colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se
fu per l'ultimo caso non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui
progetti non possono essere impediti con la nostra precauzione o provvidenza. Sul
non essere o sulla natura Nell'opera Sul non essere G. dimostra, tramite la
reductio ad absurdum, tre ipotesi, volutamente opposte alla scuola di Elea. Il
suo argomentare svolge il seguente percorso logico: Nulla è; Se anche
qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile,
non sarebbe comunicabile agli altri. Questi tre punti fondamentali della
filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto Empirico, vengono delucidati
attraverso una sequenza di ragionamenti che portano ad una conclusione
ultima. Che niente esista G. dimostra in questo modo: se qualcosa esiste,
esso sarà o l'essere o il non-essere o l'essere e il non-essere insieme. Ora il
non-essere non c'è, ma neppure l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non
potrebbe essere che o eterno o generato o eterno e generato insieme. Ora, se è
eterno, non ha alcun principio e, non avendo alcun principio, è infinito e, se
è infinito, non è in alcun luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma
neppure generato può essere l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o
dall'essere o dal non-essere. Ma non è nato dall'essere, ché, se è essere, non
è nato, ma è già; né dal non-essere, perché il non-essere non può
generare. Se le cose pensate non si può dire siano esistenti, sarà vero
anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia pensato. È giusta e
conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste, l'essere non è
pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti, se il pensato
esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò è
contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli
o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a volare o dei carri
si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il pensato esista. Di più,
se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser pensato, perché ai
contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché si pensa anche
Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere non è
pensato. Posto che le cose esistenti sono visibili e udibili e in genere
sensibili e di esse le visibili sono percepibili per mezzo della vista e le
udibili per l'udito, e non viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un
altro? Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è
l'oggetto, la cosa, non è realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino,
ma solo parola, che è altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile
non può diventare audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto
esterno a noi, non può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non
potrà esser manifestato ad altri.» (Sesto Empirico, Contro i
matematici) Interpretazione dell'opera Lo stesso argomento in
dettaglio: Relativismo etico sofistico
Il nichilismo di G. E' decoro allo Stato una baldanzosa gioventù, al corpo
la bellezza, all'animo la sapienza, alla parola la verità. (G. Encomio di
Elena) Le interpretazioni di G. si possono dividere fondamentalmente in
due tipi, a seconda che si considerino le sue opere scritte con intento serio o
ironico. Nel secondo caso, il trattato Sul non essere sarebbe unicamente una
parodia delle dottrine e dello stile argomentativo tipico di Parmenide e della
sua scuola e non, piuttosto, una presa di posizione convinta che invece farebbe
di G., secondo alcuni, un precursore del nichilismo. Nel Sul non essere
G. giunge alla conclusione (secondo l'interpretazione dello Pseudo-Aristotele)
che solo il nulla è. Di conseguenza, l'essere non esiste: poiché se è infinito
nessun luogo potrebbe contenerlo, e non può essere finito poiché gli stessi
eleati lo negano come tale. Ancora, se anche esistesse, non sarebbe
conoscibile: chi è all'interno dell'Essere, dello Sfero parmenideo, non può
conoscerlo. Infine, se anche fosse conoscibile, non sarebbe dicibile né
comunicabile ad altri: mancherebbero le parole per esprimerlo, e anche se fosse
esprimibile non si potrebbe comunicare se non ciò che è oggetto d'esperienza,
sicché per L. appare una conoscenza espressa in termini negativi: la verità non
esiste, ogni sapere è impossibile, tutto è falso perché tutto è
illusorio. Se la verità non è raggiungibile né con i sensi ingannatori né
con la ragione, su quali princìpi certi si reggerà la morale dell'uomo? L.
risponde che non esistono valori, princìpi immutabili di comportamento, ma che
ognuno dovrà affrontare la situazione in cui si trova e semplicemente reagire
ad essa. È questa la «morale della situazione» per cui il comportamento di
ognuno varierà a seconda del soggetto, della sua età, della sua cultura, delle
circostanze. Significativo è il fatto che, quando G. fu incaricato dal
governo ateniese di celebrare i caduti della guerra del Peloponneso, egli disse
che questi non furono eroi, ma che erano da onorare perché accettarono la
situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano
– seppero cioè rispondere all'occasione (kairós) offerta dalla situazione. Di
fronte al dramma della vita, l'unica consolazione è la parola (logos), che
acquista valore proprio perché non esprime la verità ma l'apparenza (doxa). La
parola, afferma nell'Encomio di Elena, è magica: essa è «un potente signore,
che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a compiere le imprese più
divine. La parola esprime al meglio le passioni che guidano la vita dell'uomo,
è in grado di evocarle e modificarle, e così di sottomettere chiunque. Essa è
dunque onnipotente e addirittura in grado di creare un mondo perfetto dove
vivere. L'uomo è una pedina nelle mani del caso (tyche), il quale domina ogni
vicenda umana. Egli, però, sarà felice se sarà in grado di sfruttare a proprio
vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli offre: è per questo, in
ultima analisi, che Elena merita un elogio, in quanto ha saputo sfruttare a
proprio vantaggio ciò che le assegnava il destino. In conclusione,
un'interpretazione filosofica del pensiero di G. tenta di tracciare un percorso
che, partendo dal naturalismo proprio di Empedocle, conduce alla cosiddetta
crisi eristica, di stampo nichilista, sino a uno sbocco in un più sereno
scetticismo del linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse un'effettiva
sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto, un'enorme
fiducia nelle possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare tutto e il
contrario di tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra parte, resta
anche incerto quanto G. fosse cosciente dell'onnipotenza della parola o se essa
non fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività retorica.
Infine G., a differenza di alcuni filosofi di epoca successiva come Platone, ha
una buona opinione dell'arte: sostiene che se esistesse l'essere, l'arte
sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma siccome l'essere non esiste,
l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo artista è colui che riesce ad
ingannare gli spettatori facendoli partecipi delle proprie opere, mentre lo
spettatore più "saggio" è colui che sa farsi ingannare. Note
Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Assenzio, Quintiliano DK Diodoro
Siculo, XII 53, 1-3. ^ Olimpiodoro, commento a Platone, G., Pausania, VI 17, 7
per Olimpia; X 18, 7 per Delfi. ^ Probabilmente il prezzo di 100 mine d'oro,
testimoniatoci da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva non a singole lezioni ma
all'intero ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi è il fatto che lo stesso
Isocrate testimonia che alla morte del maestro non si trovarono le ingenti
ricchezze che tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri. Cfr. Antidosis,
155-156. ^ Le fonti riportano un'età variabile tra i 107 e i 109 anni.
Apollodoro di Atene, FGrHist . DK 82 A11. Filostrato, Vite dei sofisti
Filostrato, Vite dei sofisti, I 1. Forse provenienti da manuali di retorica
(frr. D.-K.) contenenti numerose orazioni da memorizzare come esempi. ^ La
scuola eleatica, a differenza del suo fondatore Parmenide, concepisce l'essere
come infinito, soprattutto a seguito delle considerazioni di Melisso. ^ M.
Sacchetto, La morale della situazione, in L'esperienza del pensiero. Le polis e
l'età di Pericle, p. 72. ^ DK 82 B6. ^ DK 82B11 ^ J.C. Capriglione, Elena tra L.
e Isocrate ovvero se l'amore diventa politica, in L. Montoneri-F. Romano (a
cura di), L. e la sofistica, numero monografico di «Siculorum Gymnasium» Cfr.
DK82 B23. Bibliografia L., Testimonianze e frammenti, a cura di Roberta Ioli,
Roma, Carocci. L. di Leontini, L. "Su ciò che non è", edizione
critica, traduzione e commento a cura di Roberta Ioli, Hildesheim: Georg Olms,
2010. Barbara Cassin, Si
Parménide. Le traité anonyme De Melisso, Xenophane, L., Lille: Presse
Universitaire de Lille, 1980. I
presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle
testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di
Giovanni Reale, Milano, Bompiani ( = DK) Stefania Giombini, L. epidittico.
Commento filosofico all’Encomio di Elena, all’Apologia di Palamede,
all’Epitaffio, Presentazione di Livio Rossetti, Passignano, Aguaplano, 2012.
Giuseppe Mazzara, L.. La retorica del verosimile, Sankt Augustin, Academia
Verlag, 1999. Maurizio Migliori, La filosofia di L., Milano: CELUC, 1973. Mario
Untersteiner (a cura di), Sofisti: testimonianze e frammenti, Milano: Bompiani,
Voci correlate L. (dialogo), il dialogo platonico di cui è protagonista Ippia
di Elide Prodico Protagora Relativismo etico sofistico Sofistica Gòrgia di
Leontini, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Calogero, L. di Leontini, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, L. di Leontini, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Gòrgia (sofista e retore), su sapere.it,
De Agostini. L.s of Leontini, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. L., su Internet Encyclopedia of Philosophy. Modifica su
Wikidata (EN) Opere di L., su Open Library, Internet Archive. Modifica su
Wikidata (EN) Audiolibri di L., su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) L., su
Goodreads. Modifica su Wikidata Registrazioni audiovisive di L., su Rai Teche,
Rai. Higgins, L.s su
Internet Encyclopedia of Philosophy. Taylor, Lee, The Sophists, in Zalta (a
cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language
and Information (CSLI), Università di Stanford. V · D · M Presocratici V · D · M Sofisti Portale
Biografie Portale Filosofia Portale Letteratura
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siceliotiFilosofi del V secolo a.C.Sicelioti del V secolo a.C.Morti a LarissaFilosofi
greci antichi del V secolo a.C.SofistiCentenari greci antichiMagna
Grecia[altre]L.. L. o Leonzio? Cf.
Empedocle o Girgentu. Cf. William or Occam? L.. Conversational reason as a
PRESUPPOSITION for conversation. Trascendental argumentation. L. as a character
in Plato’s dialogue where Socrates and L. argue that, unless understanding that
the other is abiding by a principle of conversational helpfulness, it is not
worth conversing! Or even POSSIBLE! L.. Grice e Leonzio.
Grice e Lionzio. Grice e Lionzo. Grice e Lionzi Grice e Leonzi: l’arte
dell’implicatura – filosofia siciliana – la scuola di Leonzio – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Leonzio). Filosofo siciliano. Filosofo italiano,
Leonzio, Sicilia. Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi L.
(disambigua). Busto di L. ad opera dello
scultore lentinese Salvatore Caracciolo. L. Γοργίας; Leontini – Larissa è stato
un retore e filosofo siceliota. Discepolo di GIRGENTI, è considerato uno dei
maggiori sofisti, teorizzatore di un relativismo etico assoluto, fondato sulla
morale della situazione contingente, spinto fino al nichilismo. Figlio di
Carmantida, nasce a Leontini, odierna Lentini, nella provincia di Siracusa,
città greca della Sicilia. Fu discepolo del filosofo Empedocle e dei retori
siracusani Corace e Tisia, inventori della retorica, ma subì anche l'influenza
delle scuole pitagorica ed eleatica.[3] Nel 427 prese parte ad un'ambasceria ad
Atene per richiedere aiuti militari nella guerra contro Siracusa e riscosse un
grande successo per la sua eloquenza (vedi Prima spedizione ateniese in
Sicilia). Viaggiò anche in Tessaglia, in Beozia, ad Argo (dove fu fatto divieto
di frequentare le sue lezioni), a Delfi e a Olimpia, dove gli furono erette
statue. Vendendo i propri insegnamenti di città in città, pare guadagnasse
ingenti ricchezze facendosi pagare fino a 100 mine ad allievo, anche se in
realtà alla sua morte lasciò una somma piuttosto modesta.[7] Morì in Tessaglia, dove soggiornava presso il
tiranno Giasone di Fere, intorno al 375 a.C., pare ultracentenario; a chi gli
chiedeva il motivo di tale longevità, egli rispondeva: «il non aver mai
compiuto nulla per far piacere ad un altro»[9]. Di sicuro visse con sobrietà
dominando le passioni, lontano da simposi e incurante di tutto ciò che potesse
turbarlo. Tra i suoi numerosi discepoli si ricordano Polo di Agrigento, Crizia,
Alcibiade, Tucidide, Alcidamante, Isocrate e Antistene. Pare inoltre che
intrattenesse ottimi rapporti di amicizia con Pericle. Tipico dell'oratoria di L. era l'ampio uso di
complesse figure retoriche, desunte dal linguaggio poetico ed epico. Si
prendeva gioco, inoltre, di quanti sostenevano di poter insegnare la virtù, e
vantava di saper tenere un discorso su qualsiasi argomento, come testimoniato
anche da Platone. Insieme a Protagora, Prodico e Ippia di Elide, viene
tradizionalmente ricordato come uno dei «grandi sofisti». Contenuto delle opere principali Opere
conservate sono l'Encomio di Elena e In difesa di Palamede. Solo frammenti,
invece, abbiamo del Sul non essere o sulla natura di un Epitafio per i morti
della guerra del Peloponneso, di un Encomio degli Elei, di un Discorso Olimpico
e Discorso Pitico. Encomio di Elena Lo stesso argomento in dettaglio: Encomio di
Elena. L'amore di Elena e Paride, olio
su tela di Jacques-Louis David, oggi esposto al Louvre (Parigi) Nell'Encomio L.
difende Elena dall'accusa di essere stata causa della guerra di Troia, con la
sua decisione di tradire il marito Menelao e seguire Paride. Elena è innocente,
perché agì o mossa da un principio a lei superiore (che si tratti degli dèi o
dell'Ananke, la Necessità), o rapita con la forza, o persuasa da discorsi
(logoi), o vinta dall'amore. In ogni caso il movente rimane esterno alla sua
responsabilità. Schematizzando, l'argomentazione L.na è ricondotta a quattro
argomenti: Elena si era innamorata di Paride; era stata rapita da Paride; fu
persuasa da Paride; fu rapita per volontà divina. Nel primo caso Elena è una vittima, poiché
Afrodite promise a Paride che in cambio della Mela d'Oro avrebbe fatto
innamorare di lui la donna più bella al mondo, appunto Elena. Nel secondo caso
Elena viene rapita, quindi è una vittima e la colpa è da assegnare a Paride.
Nel terzo caso se è stata la potenza della parola a convincerla anche in questo
caso non è colpa sua poiché la parola è una grande dominatrice. E se fu per
l'ultimo caso non fu per sua volontà ma per quella degli dei i cui progetti non
possono essere impediti con la nostra precauzione o provvidenza. Sul non essere o sulla natura Nell'opera Sul
non essere L. dimostra, tramite la reductio ad absurdum, tre ipotesi,
volutamente opposte alla scuola di Elea. Il suo argomentare svolge il seguente
percorso logico: Nulla è; Se anche
qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile,
non sarebbe comunicabile agli altri. Questi tre punti fondamentali della
filosofia di L., secondo la testimonianza di Sesto Empirico, vengono delucidati
attraverso una sequenza di ragionamenti che portano ad una conclusione
ultima. «Che niente esista L. dimostra
in questo modo: se qualcosa esiste, esso sarà o l'essere o il non-essere o
l'essere e il non-essere insieme. Ora il non-essere non c'è, ma neppure
l'essere c'è. Ché, se ci fosse, esso non potrebbe essere che o eterno o
generato o eterno e generato insieme. Ora, se è eterno, non ha alcun principio
e, non avendo alcun principio, è infinito e, se è infinito, non è in alcun
luogo e, se non è in nessun luogo, non esiste. Ma neppure generato può essere
l'essere: ché, se fosse nato, sarebbe nato o dall'essere o dal non-essere. Ma
non è nato dall'essere, ché, se è essere, non è nato, ma è già; né dal
non-essere, perché il non-essere non può generare. Se le cose pensate non si può dire siano
esistenti, sarà vero anche l'inverso, che non si può dire che l'essere sia
pensato. È giusta e conseguente la deduzione che “se il pensato non esiste,
l'essere non è pensato”. E che le cose pensate non esistano è chiaro: infatti,
se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si
pensino; ciò è contrario all'esperienza, perché non è vero che, se uno pensa un
uomo che voli o dei carri che corran sul mare, ecco che un uomo si mette a
volare o dei carri si mettono a correre sul mare. Sicché non è vero che il
pensato esista. Di più, se il pensato esiste, il non-esistente non potrà esser
pensato, perché ai contrari toccan contrari attributi. Ma ciò è assurdo, perché
si pensa anche Scilla e la Chimera e molte altre cose irreali. Dunque l'essere
non è pensato. Posto che le cose
esistenti sono visibili e udibili e in genere sensibili e di esse le visibili
sono percepibili per mezzo della vista e le udibili per l'udito, e non
viceversa, come dunque si potranno esprimere ad un altro? Poiché il mezzo con
cui ci esprimiamo è la parola, e la parola non è l'oggetto, la cosa, non è
realtà esistente ciò che esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è
altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può diventare
audibile, e viceversa, così l'essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non
può diventar parola, che è in noi. E non essendo parola non potrà esser
manifestato ad altri. (Sesto Empirico, Contro i matematici) Interpretazione dell'opera Lo stesso argomento in dettaglio: Relativismo
etico sofistico Il nichilismo di L.. E' decoro allo Stato una baldanzosa
gioventù, al corpo la bellezza, all'animo la sapienza, alla parola la
verità.» (L., Encomio di Elena, 1) Le interpretazioni di L. si possono dividere
fondamentalmente in due tipi, a seconda che si considerino le sue opere scritte
con intento serio o ironico. Nel secondo caso, il trattato Sul non essere
sarebbe unicamente una parodia delle dottrine e dello stile argomentativo tipico
di Parmenide e della sua scuola e non, piuttosto, una presa di posizione
convinta che invece farebbe di L., secondo alcuni, un precursore del
nichilismo. Nel Sul non essere L. giunge
alla conclusione (secondo l'interpretazione dello Pseudo-Aristotele) che solo
il «nulla è». Di conseguenza, l'essere non esiste: poiché se è infinito nessun
luogo potrebbe contenerlo, e non può essere finito poiché gli stessi eleati lo
negano come tale.[13] Ancora, se anche esistesse, non sarebbe conoscibile: chi
è all'interno dell'Essere, dello Sfero parmenideo, non può conoscerlo. Infine,
se anche fosse conoscibile, non sarebbe dicibile né comunicabile ad altri:
mancherebbero le parole per esprimerlo, e anche se fosse esprimibile non si
potrebbe comunicare se non ciò che è oggetto d'esperienza, sicché per L. appare
una conoscenza espressa in termini negativi: la verità non esiste, ogni sapere
è impossibile, tutto è falso perché tutto è illusorio. Se la verità non è raggiungibile né con i
sensi ingannatori né con la ragione, su quali princìpi certi si reggerà la
morale dell'uomo? L. risponde che non esistono valori, princìpi immutabili di
comportamento, ma che ognuno dovrà affrontare la situazione in cui si trova e
semplicemente reagire ad essa. È questa la «morale della situazione» per cui il
comportamento di ognuno varierà a seconda del soggetto, della sua età, della
sua cultura, delle circostanze.
Significativo è il fatto che, quando L. fu incaricato dal governo
ateniese di celebrare i caduti della guerra del Peloponneso, egli disse che
questi non furono eroi, ma che erano da onorare perché accettarono la
situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano
– seppero cioè rispondere all'occasione (kairós) offerta dalla situazione. Di
fronte al dramma della vita, l'unica consolazione è la parola (logos), che
acquista valore proprio perché non esprime la verità ma l'apparenza (doxa). La
parola, afferma nell'Encomio di Elena, è magica: essa è «un potente signore,
che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a compiere le imprese più
divine. La parola esprime al meglio le passioni che guidano la vita dell'uomo,
è in grado di evocarle e modificarle, e così di sottomettere chiunque. Essa è
dunque onnipotente e addirittura in grado di creare un mondo perfetto dove
vivere. L'uomo è una pedina nelle mani del caso (tyche), il quale domina ogni
vicenda umana. Egli, però, sarà felice se sarà in grado di sfruttare a proprio
vantaggio le opportunità (kairoȋ) che la tyche gli offre: è per questo, in
ultima analisi, che Elena merita un elogio, in quanto ha saputo sfruttare a
proprio vantaggio ciò che le assegnava il destino. In conclusione,
un'interpretazione filosofica del pensiero di L. tenta di tracciare un percorso
che, partendo dal naturalismo proprio di Empedocle, conduce alla cosiddetta
crisi eristica, di stampo nichilista, sino a uno sbocco in un più sereno
scetticismo del linguaggio. Resta tuttavia dubbio se L. avesse un'effettiva
sfiducia nelle possibilità conoscitive dell'uomo o non, piuttosto, un'enorme
fiducia nelle possibilità del linguaggio, in grado di dimostrare tutto e il
contrario di tutto, svincolato da ogni criterio di verità. D'altra parte, resta
anche incerto quanto L. fosse cosciente dell'onnipotenza della parola o se essa
non fosse piuttosto un ovvio corollario della sua attività retorica. Infine L., a differenza di alcuni filosofi di
epoca successiva come Platone, ha una buona opinione dell'arte: sostiene che se
esistesse l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma
siccome l'essere non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi il bravo
artista è colui che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi
delle proprie opere, mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa
farsi ingannare. Fazello, Della Storia di Sicilia, Palermo, Giuseppe Assenzio,
Quintiliano, DK Diodoro Siculo, Olimpiodoro, commento a Platone, L., .Pausania,
per Olimpia; per Delfi. Probabilmente il prezzo di 100 mine d'oro,
testimoniatoci da Isocrate nell'Antidosis, si riferiva non a singole lezioni ma
all'intero ciclo di insegnamento. A riprova di ciò vi è il fatto che lo stesso
Isocrate testimonia che alla morte del maestro non si trovarono le ingenti
ricchezze che tutti si aspettavano, ma solo 1000 stateri. Cfr. Antidosis. ^ Le
fonti riportano un'età variabile tra i 107 e i 109 anni. Cfr. Apollodoro di
Atene, FGrHist 244 F33. ^ DK 82 A11. ^ Filostrato, Vite dei sofisti,
Filostrato, Vite dei sofisti,Forse provenienti da manuali di retorica (frr.
D.-K.) contenenti numerose orazioni da memorizzare come esempi. ^ La scuola
eleatica, a differenza del suo fondatore Parmenide, concepisce l'essere come
infinito, soprattutto a seguito delle considerazioni di Melisso. ^ M.
Sacchetto, La morale della situazione, in L'esperienza del pensiero. Le polis e
l'età di Pericle. ^ DK 82 B6. DK 82B11 ^ J.C. Capriglione, Elena tra L. e
Isocrate ovvero se l'amore diventa politica, in L. Montoneri-F. Romano (a cura
di), L. e la sofistica, numero monografico di «Siculorum Gymnasium. DK82 B23.
Bibliografia L., Encomio di Elena, testo greco a fronte, a cura di Giuseppe
Girgenti, Milano, Alboversorio, 2014. L., Testimonianze e frammenti, a cura di
Roberta Ioli, Roma, Carocci, 2013. L. di Leontini, L. "Su ciò che non
è" , edizione critica, traduzione e commento a cura di Roberta Ioli,
Hildesheim: Georg Olms. Barbara Cassin, Si Parménide. Le traité anonyme De Melisso, Xenophane, L.,
Lille: Presse Universitaire de Lille. I
presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a fronte delle
testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a cura di
Giovanni Reale, Milano, Bompiani (DK) Stefania Giombini, L. epidittico.
Commento filosofico all’Encomio di Elena, all’Apologia di Palamede,
all’Epitaffio, Presentazione di Livio Rossetti, Passignano, Aguaplano, 2012.
Giuseppe Mazzara, L.. La retorica del verosimile, Sankt Augustin, Academia
Verlag, 1999. Maurizio Migliori, La filosofia di L., Milano: CELUC, 1973. Mario
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Biografie Portale Filosofia Portale Letteratura Portale Magna Grecia Categorie: Retori
sicelioti Filosofi sicelioti Filosofi del V secolo a.C.Sicelioti del V secolo
a.C.Morti a Larissa Filosofi greci antichi del V secolo a.C.Sofisti Centenari
greci antichi Magna Grecia [altre]. Gorgia di Leonzi. Keywords: transcendental
argumentation veracity and conversation. Socrate e Gorgia di Leonzio. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Leonzio”. Leonzio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Leonzio: la ragione conversazionale la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia pugliese – scuola di Taranto -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Taranto). Abstract. Grice: Protagoras
of Leonzio should be carefully distinguish from Leonzio da Taranto! Oxonian
historians of philosophy start on the wrong foot by speaking the wrong language
anyway!” -- Filosofo italiano. A
Pythagorean, according to The Vita di Pitagora di Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!: ossia, Grice e Lettine: all’isola – la diaspora di Crotona – Roma – filosofia
siciliana – scuola di Siracusa -- filosofia italiana – Luigi Spearnza (Siracusa). Abstract. Grice: “Cuoco called Pythagoras – a
non-Italian – the father of the philosophy in Italy (Magna Graecia) – he could
have added – ‘and the isola!” -- Filosofo italiano. Siracusa, Sicilia. A Pythagorean, according to “Vita
di Pitagora” by Giamblico di Calcide.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leoni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia marchese
– scuola di Ancona -- filosofia italiana – il vincolo mi fa libero -- Luigi
Speranza (Ancona). Abstract. Grice: “It’s funny that while one of my
pupils – A. G. N. Flew – and many members of Austin’s Play Group – Thomson,
Pears, and what have you – were interested in ‘if I can’ as a wedge to imply
the freedom of the will, I only realised how important ‘freiheit’ was when I
elaborated on the basis for such things as my principle of conversational
helpfulness. My idea of freedom developed not along the lines of Aristotle or
Epitteto – his idea of the semi-free will—but that of Kant, and Hegel. My
conversational imperative, or command, or commandment, is FREELY adopted by a
RATIONAL AGENT. Indeed, it wouldn’t be a matter of rationality if such a
principle were NOT adopted freely. “My lips are sealed” is the utterance I
utter to refute Kant on the decalogogical category, ‘Thou shalt not give false
testimony.” Of course such things are defeasbible. They ARE the things a decent
chap should do – but they are the things that a chap – see my ‘Ill-Will’ – may
decide NOT to do – he would still be a chap, if not a decent one! – On occasion
I refer to the ‘ordinary chap,’ not the ‘decent chap,’ until I gave a seminar
on ‘Decency’!” – In my linguistic botany on freedom I consider ‘liberal’ and
‘liberated’ – and Speranza has spoken of meaning liberalism to echo Bennett’s
meaning-nominalism – so there’s that! Leoni is interested in the libero- root
that we find in ‘liberal’ and ‘liberated,’ and I do use ‘liberated – from
nature’s constraints – in my pirotological progression of action, from the
free-moving, free-wheeling, phototropic, and animal freedom, and even the
action where one more or less freely sets a goal to pursue. But, like Leoni, I
make a fine distinction between ‘libero’ e ‘spontaneo’ or autonomo. A truly
rational agent is free in the sense that it’s a ‘strong’ conception of freedom
that is needed. One in which the END (or goal) is FREELY chosen by the agent –
and EXPECTS that his parner – in the conversational game – will have adopted
HIS ENDS or goals just as freely!” -- Filosofo italiano. Ancona, Marche. Grice:
“I love Bruno Leoni; my balance between the principle of conversational
self-love and the principle of conversational benevolence is what all his
philosophy is about!” – Grice: “Leoni has technical concepts here: his is an
individualism, i. e. subjectivisim, and he believes that the ‘scambio’ or
‘inter-subjective,’ inter-individual exchange’ is ‘spontaneous – he calls it
‘ordine spontaneo.’ He doesn;’t see it necessarily as ethical or meta-ethical –
but descriptive; similarly I speak of conversational maxims as different from
‘moral’ maxims!” “La situazione paradossale del nostro
tempo è che siamo governati da uomini non, come pretenderebbe la classica
teoria aristotelica, perché non siamo governati dal diritto, ma esattamente perché
lo siamo. Vive a Torino, Pavia, e la Sardegna. Per la sua filosofia, viene
associato ad un modello liberale e anti-statalista della società. All'interno
della filosofia, si inserisce nella
tradizione del liberalismo classico. Allievo di SOLARI, di cui e pure
assistente volontario, e collega di Firpo, insegna a Pavia. Nel corso del
conflitto, fa parte di A Force, un'organizzazione segreta alleata incaricata di
recuperare prigionieri e salvare soldati. Insegna filosofia e ricoprendo
l'incarico di preside della facoltà di Scienze Politiche. Muore in circostanze
tragiche, ucciso. Un collaboratore del suo studio legale, Quero, di professione
tipografo ma che svolge amministrazioni di condomini e palazzi, ha perpetrato
truffe e sottrazioni di denaro. Quando se ne accorse e minaccia di denunciarlo,
Quero lo assassina colpendolo ripetutamente alla testa e nascose poi il corpo
in un garage, inscenando un sequestro di persona, ma venne subito scoperto. Negli
anni della ricostruzione postbellica, mentre in tutti i paesi europei si
affermavano politiche economiche di stampo statalista, anda contro-corrente
sostenendo il liberalismo, che ormai quasi più nessuno e pronto a difendere. L.
critica la logica dell'intervento pubblico mentre esalta la superiore
razionalità e legittimità degli ordini che emergono dal basso, per effetto del
concorso delle volontà dei singoli individui. Fondatore di Il Politico, svolge
ugualmente un'intensa attività pubblicistica, soprattutto scrivendo corsivi per
Il Sole 24 ORE. Membro della Societa Mont Pelerin di cui fu segretario e poi
presidente, il filosofo torinese e pure molto impegnato nel Centro di Studi
Metodologici della città piemontese e, in seguito, nel Centro di Ricerca e
Documentazione Einaudi. Filosofo poliedrico (giurista e filosofo, ma anche
appassionato cultore della scienza politica e della teoria economica, oltre che
della storia delle dottrine politiche), L. Promuove le idee liberali
all'interno della filosofia italiana: proponendo temi ed autori del liberalismo
contemporaneo, ma soprattutto aprendo prospettive ad una concezione della
società centrata sulla proprietà privata e il libero mercato. Per comprendere
quanto sia stata importante la sua azione tesa a favorire una migliore
conoscenza delle tesi più innovative, è sufficiente scorrere l'indice della
rivista da lui diretta, Il Politico, in cui da spazio ad autori spesso a quel
tempo poco noti, ma desti segnare le scienze economiche. Con i suoi saggi,
inoltre, L. apre la strada a molti orientamenti: dalla Teoria della scelta
pubblica all'Analisi economica del diritto -- filoni di ricerca che esaminano
la politica ed il diritto con gli strumenti dell'economia -- fino all'indagine
interdisciplinare di quelle istituzionitra cui il diritto che si sviluppano non
già sulla base di decisioni imposte dall'alto, ma grazie ad un'intrinseca
capacità di auto-generarsi ed evolvere dal basso. E stato quasi
dimenticato: soprattutto in Italia. Il suo saggio più conosciuta (frutto di
lezioni ). L’ndividualismo integrale di L. risulta ben poco in sintonia con la
cultura del suo tempo. Il liberalismo dell'autore di Freedom and the Law è
pervaso da quella cultura che egli assimila in profondità grazie all'intensa
frequentazione di alcuni tra i maggiori filosofi di quell'universo
intellettuale. Inoltre, segue sempre con il massimo interesse i
protagonisti della scuola austriaca -- Mises e Hayek, soprattutto -- cheanche
se europei proprio in America hanno scritto alcuni dei loro maggiori contributi
e in quel contesto hanno trovato folte schiere di allievi. In questo senso,
bisogna rilevare che il percorso filosofico di L. e stato molto differente
senza la Societa Mont Pelerin, nei cui convegni egli ha l'opportunità di
entrare in contatto con filosofi e scuole di pensiero estranei al clima
dominante nell'Italia. In effetti, l'associazione fondata da Hayek ha
rappresentato un'occasione di scambi e approfondimenti per quanti cercano
interlocutori radicati nella cultura del liberalismo. Dimenticato o quasi
in Italia, la filosofia di L. continua a vivere fuori dei nostri confinigrazie
alle iniziative, ai saggi dei suoi amici e, oltre a loro, all'interesse che i
suoi saggi suscitano nelle nuove generazioni di studiosi liberali. La
situazione è cambiata sotto più punti di vista. Grazie soprattutto alla pubblicazione
de “La libertà e la legge,” filosofi di vario orientamento sono tor riflettere
sulle pagine del torinese, dando vita ad
una vera e propria riscoperta che sta producendo numerosi frutti e grazie alla
quale si va finalmente riconoscendo a L. la sua giusta posizione tra i maggiori
filosofi del liberalismo. Oggi. non è
più considerato semplicisticamente un epigono di Hayek o un semplice ripetitore
delle sue tesi. In questo senso, è interessante rilevare che perfino filosofi
lontani dalle posizioni liberali e libertarian di L. avvertano sempre più il
carattere innovativo della sua filosofia, che nell'ambito della filosofia del
diritto ha saputo offrire una prospettiva alternativa ai modelli kelseniani del
normativismo dominante e all'ispirazione social-democratica che ancora prevale
all'interno delle scienze sociali. In particolare, mentre il diritto è
stato ripetutamente identificato con la semplice volontà degli uomini al
potere, uno dei contributi maggiori di L. è quello di aver indicato un altro
modo di guardare alla norma giuridica, sforzandosi di cogliere ciò che vi è
oltre la volontà dei politici e ben oltre la stessa legislazione. Per questa
ragione, si guarda alla teoria di L. come ad una radicale alternativa rispetto al
normativismo formulato da Kelsen, più volte criticato da L.. Quella di L.,
per giunta, è ancora oggi una proposta teorica talmente liberale da indurre più
di uno studioso a parlare di “La liberta e la legge” come di un classico della
tradizione libertariana, al cui interno sono racchiuse idee e intuizioni che
restiamo ben lontani dall'aver compreso e sviluppato in tutte le loro
potenzialità. Al fine di tenere viva la lezione dell'autore è stato
fondato l'Istituto L., con sedi a Torino e a Milano, animato da Lottieri,
Mingardi e Stagnaro, che si propone di affermare, all'interno del dibattito filosofico,
i principii liberali difesi da L, stesso e di promuovere la conoscenza della
filosofia di L. e, in generale, delle teorie liberali e libertariana. Altri
saggi:“Lo stato” (Mannelli, Rubbettino); “Filosofia del diritto” (Mannelli,
Rubbettino); “La libertà e la legge, InMacerata, Liberilibri); “Scienza
politica e teoria del diritto” (Milano, Giuffrè); “Le pretese e i poteri: le
radici individuali del diritto e della politica” (Milano, Società Aperta); “La
sovranità del consumatore” (Roma, Ideazione);
“La libertà del lavoro” collana IBL “Diritto, Mercato, Libertà”,
Treviglio Mannelli, Facco Rubbettino, “Il
diritto come pretesa, A. Masala (Macerata, Liberi); Il pensiero politico
moderno e contemporaneo, Masala, Bassani, Macerata, Liberi libri, Istituto L.. L'idea di uno stato privo di co-ercizioni
nella filosofia del diritto; Un "austriaco" di adozione Articolo su l'Unità. Il Luogo dei Ricordi di
O. Quero, su in mia memoria. Tra i pochissimi, in Italia, che hanno continuato
a sviluppare le ricerche di L. è da ricordare Stoppino. Per merito di Cubeddu,
che ha anche dedicato molti saggi e articoli alla teoria leoniana. E necessario liberarelo dall'ombra di Hayek,
rendendo in tal modo possibile una più adeguata valutazione delle sue tesi e
del suo originalissimo contributo all'elaborazione di una filosofia coerente
con i principi del liberalismo e con i suoi stessi esiti libertari. Masala, Il
liberalismo (Mannelli, Rubbettino); saggio su L.. Masala La teoria politica (Mannelli, Rubbettino); Lottieri,
“Libertà e stato” in Masala, cur., La teoria politica; Mannelli, Rubbettino; Lottieri,
Le ragioni del diritto. Libertà e ordine giuridico”, Mannelli, Rubbettino; Approfondisce
il tema di un libertarismo non ancora compiutamente espresso in L., ma già
ampiamente riconoscibile nelle sue tesi fondamentali. Favaro, L..
Dell'irrazionalità della legge per la spontaneità dell'ordinamento, della
Collana “L'ircocervo. Saggi per una storia filosofica del pensiero giuridico e
politico italiano”, Napoli, ESI, Gulisano, Tra positivismo e gius-naturalismo.
Il diritto evolutivo, Foedrus. Gulisano, La teoria empirica di L. La centralità
dell'approccio metodologico, Biblioteca delle liberta. riscoprire.bruno.l. Nome
compiuto: Bruno Leoni. Leoni. Keywords: implicatura, freedom, il concetto di
‘freedom’ in Grice e il liberalism italiano – il concetto di Freiheit in Kant e
la tradizione liberale, Croce, Enaudi, il partito liberale italiano, partito
nazionale fascista, protezionismo, fascismo, storia d’italia, storia del
liberalismo italiano, libero e vincolato, libero e fozato, libero e spontaneo --
Refs: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Leoni: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia umbra –
scuola di Spoleto – filosofia perugiana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Spoleto). Abstract. Grice: “In Italy, in those days, it was very
common for a philosopher to be called in the singular – Leone – or in the
plural – Leoni –. In England, and
specifically Oxford, we don’t have that problem with Occam!” -- Filosofo
italiano. Spoleto, Perugia, Umbria. Grice: “In Italy, they like ‘renaissance
men,’ but there’s a peril in that: Leoni was a philosopher and a physician (to
Medici) – when he died, Medici did, Leoni was accused of malpractice
(poisoning), strangled to death, and thrown into a ditch. Categorie: philosophers in ditch – Thales, Leoni.” Di
famiglia aristocratica, studia a Roma. Insegna a Padova e Pisa. E qui che ha modo di entrare in contatto con
la cerchia di filosofi che gravitano attorno a Lorenzo de’ Medici, a Firenze. Ha
contatti e una fitta corrispondenza con Ficino e Pico. Venne considerato uno
dei più valenti filosofi. I più illustri personaggi e sovrani dell'epoca, come
il duca di Calabria, il re di Napoli, Ludovico il Moro, forse anche IInnocenzo
VIII, richiedeno le sue cure, tanto che divenne il medico personale dello
stesso Lorenzo de Medici. All'indomani
della morte di Lorenzo de Medici venne ingiustamente sospettato di essere stato
il responsabile del suo avvelenamento, e venne quindi strangolato e gettato in
un pozzo il giorno seguente. Diverse fonti dell'epoca sostengono che il mandante dell'uccisione di
L. e il figlio di Lorenzo, Piero il Fatuo. F. Bacchelli, Dizionario Biografico
degl’Italiani, riferimenti in. Dagli
Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz. Pirri (Estratto dall'Archivio per la
Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Era adpresso del dicto Lorenzo uno
excellentissimo et famosissimo medico de grandissima scientia in FILOSOFIA,
nominato magistro Pierleone de leonardo da Spolitj, reputato el più singulare
valente homo in dicte scientie che ogie dì viva. E questo uomo in tanto prezzo
adpresso del dicto Lorenzo che, senza quisto clarissimo doctore, non podiva
stare. E conducto ad Pisa ad legere, ha mille ducatj de provisione per anno:
poj e conducto ad Padova, ha mille et ducento ducatj per anno. Ad Pisa stecte annj
ad legere e similemente ad Padova. Dagli Annali di Mugnoni da Trevi, trascriz.
D.Pietro Pirri (Estratto dall'Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria.
Lorenzo se amala, mandò per luj, e anda a Firenze. E questo mastro L. de tanta
scientia, che predisse la morte sua essere infra IV misi. E anda mal voluntierj
ad Firenze. Tandem jonto ad Firenze trova Lorenzo stare male: sono lì
clarissimj medicj et valentj et excellentj: poj ce venne el medico del duca de
Milano: et predice mastro L. la morte de Lorenzo. Ipso non presta mai et non se
mestecù in alcuna medicina ne potione sue. Il cronista forse vuol dire che L,
non s'ingerì affatto in ciò che riguarda l'assistenza sanitaria dell'infermo,
limitando l'opera sua alla pura DIAGNOSI della malattia ed a consultazioni
astrologiche. E con ciò vuole, forse, velatamente intendere che niente ha a che
vedere L. con quelle strane pozioni a base di gemme e perle triturate
somministrate da un altro medico, il Piacentino, le quali, attese le lesioni
viscerali che tormentano il paziente, servirono forse ad accelerarne il
tracollo -- ma solo ipso in consulendo et predicendo. Tandem venendo alla morte
Lorenzo, Perino, figliolo del dicto Lorenzo, homo de poca prudentia, reputato
homo bestiale e senza prudentia, ordina che el dicto mastro L. fosse morto.
Lorenzo e in villa ad uno suo casale, e lì tucto dì sta mastro L. Essendo morto
Lorenzo, et lì insino alla sera stando mastro L., volendo tornare luj allu
solito loco, e menato per uno Carlo o vero Alberto martellj ad uno suo casale,
et lì e strangulato dicto mastro L., et buctato in uno pozo. Poj e retracto e
portato in Firenze, e retenuto il suo corpo con guardia et veneratione assai.
Et de tanto tradimento et iniusta morte se ne dolse tucta la città, perché la
bona memoria de Lorenzo ama questo uomo più che uomo vivesse, et tucti li
secretj soj sapiva, savio, sapientissimo e pieno de verità, bontà et
integrità." Nella sua "Storia
della Letteratura Italiana" Tiraboschi, Firenze, Landi, riporta fonti
dell'epoca, fra cui Ammirato. Cavossi voce che egli vi si fosse gittato da se
medesimo ma si rinvenne esservi gittato da altri, secondo dice Cambi, da due
famigliari di Lorenzo. Lo stesso testo riporta le affermazioni di Sanazzaro, il
quale non nomina l'autore di questo misfatto. Ma è chiaro abbastanza ch'ei
parla di Pietro de Medici, figliuol di Lorenzo, e di Allegretti, storico senese
contemporaneo di L., che riporta. L. da Spoleto, che lo medica (si riferisce a
Lorenzo) e gittato in un pozzo, perché e detto, che l'avvelena, nientedimeno si
conclude per molti non esser vero. Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Corti: Sannazaro. Branca V: Dizionario critico
della letteratura italiana. POMBA, Torino, Cotta, Klien: I Medici in rete, Olschki,
Firenze, C. Dionisotti, “Appunti sulle rime del Sannazaro”, Giornale storico della
Letteratura italiana, Mauro, Opere volgari, Laterza, Bari; Montevecchi, Storie
fiorentine, Rizzoli, Milano; Nibby, Analisi storico-topografica-antiquaria
della carta de' dintorni di Roma, Belle Arti, Roma, Orio, Le iscrittioni poste
sotto le vere imagini de gli huomini famosi il lettere, Torrentino, Firenze, Pesenti,
Professori e promotori di medicina nello Studio di Padova, Repertorio bio-bibliografico, Radetti, Un'aggiunta
alla biblioteca di L. In.: Rinascimento: Rivista dell'Istituto Nazionale di
Studi sul Rinascimento, Firenze, Ranalli: Istorie Fiorentine con l'aggiunte di
Ammirato il giovane, Batelli, Firenze, Rotzoll M.: Pierleone da Spoleto: vita e
opere di un medico del Rinascimento. Olschki, Firenze. Sansi: Storia del comune
di Spoleto dal secolo XII al XVII: seguita da alcune memorie dei tempi posteriori.
Nome compiuto: Pierleone Leoni, Piero Leoni, Pierleone, Pier Leone. Leone.
Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Leoni” – The Swimming-Pool Library. Leoni.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Leopardi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del favoloso – Leopardi fascista – filosofia maceratese – la
scuola di Recanati -- filosofia marchese – scuola di Recanati -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Recanati). Filosofo italiano. Recanati, Macerata, Marche. Grice:
“Oddly, Leopardi’s philosophical semantics is negative; admittedly, he is
wedded to the Fido-‘Fido’ theory of meaning, so he thinks, pretty much like the
first Vitters, that language is a prison. Man has a need for ‘non-linguistic
thought,’ to think without naming – without conceptualizing! The oddest
philosophy of language for Italy’s greatest poet, one would first think!” -- Grice: “One could write a whole
dissertation on Leopardi’s implicata – not I My favourite expression would be
‘gli infiniti silenzi’” -- Grice: “While there is a philosophical griceianism,
seeing that my theories were stolen by non-philosophers, there is ‘leopardismo
filosofico,’ seeing that he wasn’t one!” -- essential Italian philosopher, and
founder of a whole movement, ‘leopardismo.’
L. Al dibattito sulle lingue universali
partecipò anche Giacomo L. nello Zibaldone de' pensieri. Sostenne che a rendere internazionale una
lingua non è la potenza della nazione che la parla o la diffusione dei suoi
domini, e nemmeno il suo prestigio letterario: se così fosse la lingua
italiana, che per molto tempo fu intesa e letta nelle corti di tutta Europa e
oltre, sarebbe assurta a lingua
utilizzata da più nazioni, ma così non è stato.L. spiega che invece ciò
che fa di una lingua universale è un aspetto ad essa intrinseco, ovvero la sua
capacità di essere geometrica e regolare e di possedere una struttura semplice
e ideale. Esattezza, precisione, chiarezza i suoi punti costitutivi fondamentali: Quello poi che ho detto che una lingua
strettamente universale, dovrebbe di sua natura essere anzi un'ombra di lingua,
che lingua propria, maggiormente anzi esattamente conviene a quella lingua
caratteristica proposta fra gli altri dal nostro Soave I...I, la qual lingua o
maniera di segni non avrebbe a rappresentar le parole, ma le idee, bensì alcune
delle inflessioni d'esse parole (come quelle de' verbi), ma piuttosto come
inflessioni o modificazioni delle idee che delle parole, e senza rapporto a
niun suono pronunziato, né significazione e dinotazione alcune di esso. Questa
non sarebbe lingua perché la lingua non è che la significazione delle idee
fatta per mezzo delle parole.linguaggio (così nominiamola) la quale giustamente
si è riconosciuta per quella maniera di segni ch'è meno dell'altre impossibile
ad essere strettamente universale.
63 Ella sarebbe una scrittura, anzi
nemmeno questo, perché la scrittura rappresenta le parole e la lingua, e dove
non è lingue né parole quivi non può essere scrittura. Ella sarebbe un terzo
genere, siccome i gesti non sono né lingua né scrittura ma cosa diversa
dall'una e dall'altra. Quest'algebra delLa proposta L.ana si avvicina alle idee
di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua universale solamente
qualora questa sia rappresentata da segni matematici, algebrici. Conscio però
della forza implacabile del mutamento linguistico, a cui tutte le lingue sono
soggette, L. aggiunge: Resta dunque provato che la lingua strettamente
universale, per cagione di quelle stesse condizioni ond'ella sarebbe divenuta e
con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e senza cui l'universalità sua
non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico, di queste medesime
condizioni, subitamente corrompendosi, dividerebbesi ben tosto, per causa di
tal corruzione, e quindi per causa di quelle medesime condizioni, che
naturalmente e necessariamente l'occasionerebbero, in diverse lingue, e
perderebbe conseguentemente la sua universalità, la durata della quale sarebbe
fatta impossibile da quelle medesime condizioni che a tal durata indispensabilmente
richieggonsi.oIn sostanza quindi, dopo aver individuato il miglior tipo di
linguaggio universale auspicabile, cioè quello composto matematicamente da
segni e caratteri, L. rimane scettico sulla possibilità, se non d'adozione di
una tal lingua, della sua resistenza al cambiamento. Di questo tratta anche
Stefano Gensini quando spiega che per L. In termini teorici l...] un'autentica
universalità è impossibile, perché quand'anche i dotti riuscissero a convenire
su un sistema artificiale di comunicazione esso, una volta calato nell'uso,
inevitabilmente comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini - (L.]
anticipa a livello teorico l'idea saussuriana che tempo e massa parlante
sianostrettamente universale. books.google.it/ books?id=hnS1DwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad
=0#v=onepage&q&f=false consultato in data 06/05/2020. La proposta L.ana
si avvicina alle idee di Soave e crede realizzabile un progetto di lingua
universale solamente qualora questa sia rappresentata da segni matematici,
algebrici. Conscio però della forza implacabile del mutamento linguistico, a
cui tutte le lingue sono soggette, L. aggiunge: Resta dunque provato che la
lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse condizioni
ond'ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e
senza cui l'universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per
causa, dico, di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi,
dividerebbesi ben tosto, per causa di tal corruzione, e quindi per causa di
quelle medesime condizioni, che naturalmente e necessariamente
l'occasionerebbero, in diverse lingue, e perderebbe conseguentemente la sua
universalità, la durata della quale sarebbe fatta impossibile da quelle medesime
condizioni che a tal durata indispensabilmente richieggonsi.otIn sostanza
quindi, dopo aver individuato il miglior tipo di linguaggio universale
auspicabile, cioè quello composto matematicamente da segni e caratteri, L.
rimane scettico sulla possibilità, se non d'adozione di una tal lingua, della
sua resistenza al cambiamento. Di questo tratta anche Stefano Gensini quando
spiega che per L. In termini teorici (.../ un'autentica universalità è
impossibile, perché quand'anche i dotti riuscissero a convenire su un sistema
artificiale di comunicazione (...] esso, una volta calato nell'uso,
inevitabilmente comincerebbe a mutare In questo modo, spiega Gensini - (L.
anticipa a livello teorico l'idea saussuriana che tempo e massa parlante siano
elementi 'interni' dell'organismo linguistico, svuotando di senso, fra l'altro,
ogni atteggiamento normativo di tipo puristico.5STEFANO GENSINI, «Sul campo
semantico del linguaggio nello Zibaldone», in Lo «Zibaldone» di L. come
ipertesto. Atti del Convegno internazionale, a cura di Marìa de las Nieves
Muñiz Muñiz, Barcellona, 2012, pp. 162-163.Il conte Giacomo L., al battesimo
Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro L. (Recanati), filosofo. È
ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti
figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del romanticismo
letterario; la profondità della sua riflessione sull'esistenza e sulla
condizione umanadi ispirazione sensista e materialistane fa anche un filosofo
di spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un
protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e
internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca. L.,
intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del
classicismo, ispirato alle opere dell'antichità greco-romana, ammirata tramite
le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto, Luciano ed altri,
approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali
Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un esponente principale,
pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialistederivate
principalmente dall'Illuminismosi formarono invece sulla lettura di FILOSOFI
come il barone d'Holbach, VERRI e Condillac, a cui egli unisce però il proprio
pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo
affliggeva ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico.
Muore di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di
colera di Napoli. Il dibattito sull'opera L.ana, specialmente in relazione al
pensiero esistenzialista fra gli anni trenta e cinquanta, ha portato gli
esegeti ad approfondire l'analisi filosofica dei contenuti e significati dei
suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano
precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento
esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che L., al pari
di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere
visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell'Esistenzialismo. L.
nacque a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle
Marche), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli.
Quelli che arrivarono all'età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo, Paolina,
Luigi, e Pierfrancesco. I genitori erano cugini fra di loro. Il padre, il conte
Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro,
era uomo amante degli studi e d'idee reazionarie; la madre, la marchesa
Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla
superstizione, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di
dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non
ricevette tutto l'affetto di cui sentiva il bisogno. In conseguenza di alcune
speculazioni azzardate fatte dal marito, la marchesa prese in mano un
patrimonio familiare fortemente indebitato, riuscendo a rimetterlo in sesto
solo grazie a una rigida economia domestica. La rigidità della madre,
contrastante con la tenerezza del padre, i sacrifici economici e i pregiudizi
nobiliari pesarono sul giovane Giacomo. Fino al termine dell'infanzia Giacomo
crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli, soprattutto
con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d'età e che amava intrattenere
con racconti ricchi di fervida fantasia. La formazione giovanile La casa natale
Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori,
Torres e Sanchini che influirono sulla sua prima formazione con metodi
improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo
studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione
scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo L.ano a
Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla
chimica, composto insieme al fratello Carlo. I momenti significativi delle sue
attività di studio, che si svolgono all'interno del nucleo familiare, sono da
rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in
occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati ed
accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione
della riunione della Congregazione dei nobili. Il ruolo avuto dai precettori
non impedì, comunque, al giovane L. di intraprendere un suo personale percorso
di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila
volumi) e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei
Roberti e probabilmente da quella di Vogel, esule in Italia in seguito alla
Rivoluzione francese e giunto a Recanati come membro onorario della cattedrale
della cittadina. Compone il sonetto intitolato La morte di Ettore che, come lui
stesso scrive nell'Indice delle produzioni di me L. è da considerarsi una
composizione. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti
chiamati puerili. La produzione dei puerili Puerili e abbozzi vari Il corpus
delle opere cosiddette puerili dimostra come il giovane L. sapesse scrivere in
latino fin dall'età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di
versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di
Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al
precettore e ai fratelli. Iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo,
come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni
filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica
teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria
dell'elettricità, eccetera). Tra queste è nota la Dissertazione sopra l'anima
delle bestie. Con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse
davanti ad esaminatori di vari ordini religiosi ed al vescovo, si può far
concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo
sei-settecentesco ed evidenzia l'amore per l'erudizione oltre che uno spiccato
gusto arcadico. Si immerse totalmente in uno "studio matto e
disperatissimo" espressione da lui stesso coniata, che assorbì tutte le
sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il
latino (sebbene si considerasse sempre "poco inclinato a tradurre" da
questa lingua in italiano) e, senza l'aiuto di maestri, il greco. Seppure in
modo più sommario apprese anche altre lingue: l'ebraico, il francese,
l'inglese, lo spagnolo e il tedesco (nello Zibaldone si trovano inoltre cenni
ad altre lingue antiche, come il sanscrito). Nel frattempo cessa la formazione
dell'abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del
giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia
dell'astronomia, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, diversi
discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, alcuni versi e tre
tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana, Pompeo in
Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta). Per quanto riguarda la
compilazione della Storia dell'astronomia L. si avvalse di numerose fonti: il
testo di base fu sicuramente la Storia dell’astronomia di Bailly, ridotta in
compendio dal signor Francesco Milizia, a partire dalle Histoires del celebre
astronomo francese Jean Sylvain Bailly. L'opera termina con la scoperta del
pianeta Urano da parte di Herschel. Invece il lavoro di L. presenta ulteriori
aggiornamenti, come ad esempio la scoperta di Cerere, Pallade, Giunone e della
cometa. Per l'elaborazione del suo testo, L. fece uso, anche, dell’Abrégé
d’astronomie di Jérôme Lalande (presente nella biblioteca di casa L.), del
Dictionnaire de Physique di Aimé-Henri Paulian e delle storie di matematica
inserite nel Tacquet e nel Wolff. Inoltre L. adoperò diverse opere generali
come la Storia della letteratura italiana di Tiraboschi, gli Scrittori d’Italia
di Mazzuchelli e varie raccolte biografiche di alcuni ordini religiosi: Wadding
per i francescani, Quétif e Échard per i domenicani e così via. L'elenco di
questi testi dimostra l’erudizione raggiunta dal giovane L.. Nella Storia
dell'astronomia L. lasciò anche trasparire i limiti del suo interesse per la
matematica. Nulla, probabilmente sapeva a proposito dei logaritmi (ai quali
invece il Bailly-Milizia aveva dedicato due pagine illustratrici), e
sull'argomento si limitò a scrivere che «Enrico Briggs avendo udita la
invenzione de’ logaritmi fatta da Neper» aveva pubblicato un’opera al riguardo.
Probabilmente infatti L. non studiò mai i logaritmi, così come si arrestò alla
geometria cartesiana e al calcolo differenziale. Iniziò nello stesso periodo
anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco,
dimostrando sempre di più il suo interesse per l'attività filologica. Sono
questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco,
corredate di discorsi introduttivi e di note, tra i quali gli Scherzi
epigrammatici, tradotti dal greco e pubblicati in occasione delle nozze
Santacroce-Torre da Frattini di Reca, la Batracomiomachia e pubblicata su «Lo
Spettatore italiano», gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni
dell'Odissea, la Traduzione del libro secondo dell'Eneide, il Moretum (un
poemetto pseudo-virgiliano), e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo
Spettatore italiano». La conversione letteraria: dall'erudizione al bello Tra
Si avverte in L. un forte cambiamento, frutto di una profonda crisi spirituale,
che lo porterà ad abbandonare l'erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si
rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni
filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di
autori moderni come Alfieri, Parini,Foscolo e Vincenzo Monti, che serviranno a
maturare la sua sensibilità romantica. Ben presto egli legge I dolori del
giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de
Staël. In questo modo L. inizia a liberarsi dall'educazione paterna accademica
e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese ed a
porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a
questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze, L'Appressamento
della morte e l'Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai
compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata ai redattori della rivista
milanese, in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di
Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno.
Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica per la sua fragile salute,
rifiuterà di intraprendere questa strada. Fu colpito da alcuni seri problemi
fisici di tipo reumatico e disagi psicologici che egli attribuì almeno in
partecome la presunta scoliosiall'eccessivo studio, isolamento ed immobilità in
posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo. La
malattia esordì con affezione polmonare e febbre e in seguito gli causò la
deviazione della spina dorsale (da cui la doppia "gobba"), con dolore
e conseguenti problemi cardiaci, circolatori, gastrointestinali (forse colite
ulcerosa o malattia di Crohn) e respiratori (asma e tosse), una crescita
stentata, problemi neurologici alle gambe (debolezza, parestesia con freddo
intenso), alle braccia ed alla vista, disturbi disparati e stanchezza continua.
Era convinto di essere sul punto di morire. Il marchese Filippo Solari di
Loreto scrive poco dopo a Monaldo L.i: «L'ho lasciato sano e dritto, lo trovo
dopo cinque anni consunto e scontorto, con avanti e dietro qualcosa di
veramente orribile.» Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di
cui parlerà anche a Giordani, per la lunga cantica L'appressamento della morte
e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui ripensa a questo e definisce la sua
malattia come un "cieco malor", cioè un male di non chiara origine, che
gli fa pensare al suicidio assieme all'angusto ambiente: «Mi sedetti colà su la
fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque la speme e il dolor mio. Poscia,
per cieco malor, condotto della vita in forse, piansi la bella giovanezza, e il
fiore de' miei poveri dì, che sì per tempo cadeva. L'ipotesi più accreditata
per lungo tempo (diffusa e sostenuta da medici di Recanati e da Citati) è che
L. soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi
dell'epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi
dell'età evolutiva), cioè tubercolosi ossea o spondilite tubercolare, oppure
dalla spondilite anchilosante (secondo Sganzerla), una sindrome reumatica
autoimmune che porta a una progressiva ossificazione dei legamenti vertebrali
con deformazione e rigidità del rachide, uniti ad ampi disturbi infiammatori
sistemici, oculari e neurologici-compressivi in casi gravi, il tutto unitamente
a problemi nervosi. Alcune di queste sindromi hanno predisposizione genetica,
derivabile dal matrimonio tra consanguinei dei genitori. Tutti i fratelli L.
furono deboli di salute, con l'eccezione di Carlo, forse però sterile, e
Paolina, la quale presentava solo una leggera asimmetria del viso. Citati
afferma che avesse anche dei disturbi urinari e di probabile impotenza, e
sarebbero stati questi, più che l'aspetto fisico (a cui poteva ovviare essendo
un nobile benestante) la causa del suo rapporto difficile con le donne e la
sessualità. Nel decennio seguente l'apparire dei disturbi, alcuni medici
fiorentini, come altri medici consultati in gioventù, a parte la deformità
fisica asserirannoprobabilmente in maniera erroneache numerosi disturbi del L.
erano dovuti a neurastenia di origine psicologica (sempre in questo periodo
comincia a soffrire di crisi depressive che taluni attribuiscono all'impatto
psicologico della malattia fisica), come lui stesso a tratti sostenne, anche
contro il parere di numerosi dottori. «Ma io non aveva appena vent’anni, quando
da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non
mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a
mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo
oramai per sempre.» (Lettera dedicatoria dei Canti, agli amici di Toscana)
Secondo il neurologo Sganzerla, propositore della tesi sulla spondilite al
posto della tubercolosi, L. non mostrava invece alcun segno di vera depressione
psicotica, sfatando il mito sostenuto da Citati e dai lombrosiani come Patrizi
e Sergi. Queste patologie comunque, se non condizionarono il suo pensiero in
maniera diretta (come ribadito spesso da L.), influenzarono comunque il suo
pessimismo filosofico e lo spinsero a indagare le cause della sofferenza umana
e il significato della vita da una prospettiva originale, divenendo, come
affermato dal critico Sebastiano Timpanaro, "un formidabile strumento
conoscitivo". Dopo il primo passo verso il distacco dall'ambiente
giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò
a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia quel
passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale
che il poeta definì l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici. E
per L., che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la
sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne
derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti.
Consapevole ormai del suo desiderio di gloria ed insofferente dell'angusto
confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere, sentì
l'urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall'ambiente recanatese. Gli
avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività
intellettuale in modo determinante. In questo periodo è anche la prima
formulazione della "teoria del piacere", una concezione filosofica
postulata da L. nel corso della sua vita. La maggior parte della teorizzazione
di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di
esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di
sviluppo del pensiero L.ano in questi termini avviene. Scrisve al classicista
Giordani che aveva letto la traduzione L.ana del II libro dell'Eneide e, avendo
compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così
una fitta corrispondenza ed un rapporto di amicizia che durerà nel tempo. In
una delle prime lettere scritte al nuovo amico, il giovane L. sfogherà il suo
malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico ed aggressive. Mi
ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di
filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s'io m'arrischio di
confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi
si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo. Unico divertimento in
Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il
resto è noia» Egli vuole uscire da quel "centro dell'inciviltà e
dell'ignoranza europea" perché sa che al di fuori c'è quella vita alla
quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo. Fissa
le prime osservazioni all'interno di un diario di pensiero che prenderà poi il
nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà della cugina, provando per la
prima volta il sentimento d'amore. Pietro Giordani riconosce l'abilità di
scrittura di L. e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo presenta
all'ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al
dibattito culturale tra classicisti e romantici. L. difende la cultura classica
e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l'unica persona che
riesce a comprenderlo. Il primo amore «Oimè, se quest'è amor, com'ei
travaglia!» (Il primo amore, v.3) Geltrude Cassi Lazzari con i figli,
illustrazione di Chiarini per la Vita di Giacomo L.. Inizia a compilare lo
Zibaldone, nel quale registrerà le sue riflessioni, le note filologiche e gli
spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il sonetto "Letta la
vita scritta da esso" che toccava i temi della gloria e della fama. Un
altro avvenimento lo colpì profondamente: l'incontro, nel dicembre dello stesso
anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso
la famiglia per alcuni giorni e per la quale provò un amore inespresso. Scrisse
in questa occasione il "Diario del primo amore" e l'"Elegia
I" che verrà in seguito inclusa nei "Canti" con il titolo
"Il primo amore". La posizione di L. verso il Romanticismo, che stava
suscitando in quegli anni forti polemiche ed aveva ispirato la pubblicazione
del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi
passi dello Zibaldone ed in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della
"Biblioteca italiana", in risposta a quella di Madama la baronessa di
Staël, ed il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in
risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron. Le due opere
mostrano l'avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo.
La posizione di L. rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia,
come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà, poi,
profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo
spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia con la mentalità romantica.
Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All'Italia
e Sopra il monumento di Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e
la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso
dal Giordani. Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al
Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche
il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà
politica e dell'unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione
storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei
contenuti e nella lingua. E il naufragar m'è dolce in questo mare.» (L.,
L'infinito. Si riacutizzarono i problemi agli occhi.Tra il luglio e l'agosto
progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per il Lombardo-Veneto, da
un amico di famiglia, il conte Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il
progetto di fuga fallì. Fu nei mesi di depressione che seguirono che il L.
elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità delle
speranze e l'ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del
dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in
seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L'infinito, La sera del dì
di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera
del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento
notturno. Sono i cosiddetti "primi idilli" o "piccoli
idilli". Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa
di coscienza dell'impossibilità di essere felici. Ottenne dai genitori il
permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all'aprile dell'anno
successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A L. Roma apparve squallida
e modesta al confronto con l'immagine idealizzata che egli si era figurata
studiando i classici. Lo colpirono la corruzione della Curia e l'alto numero di
prostitute che gli fece abbandonare l'immagine idealizzata della donna, come
scrive in una lettera al fratello Carlo. Rimase invece entusiasta della tomba
di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall'innata infelicità (verso
il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore
a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi
componimenti, come Nerina e Silvia, tratti dall'Aminta). Nell'ambiente
culturale romano L. visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra
cui i filologi Christian Bunsen (poi ministro del regno di Prussia e fondatore
dell'Istituto di Archeologia a Roma) e Niebuhr; quest'ultimo si interessò per
farlo entrare nella carriera dell'amministrazione pontificia, ma L. rifiutò.
Ritorna a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non
era quello sperato. Tornato a Recanati, L. si dedicò alle canzoni di contenuto
filosofico o dottrinale compose buona parte delle Operette morali. Lontano da
Recanati: Milano, Bologna, Firenze, Pisa. Il poeta, invitato dall'editore
Antonio Fortunato Stella, si recò a Milano con l'incarico di dirigere
l'edizione completa delle opere di Cicerone ed altre edizioni di classici
latini e italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo perché il clima gli
era dannoso alla salute e l'ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al
Monti, gli recava noia. Ritratto di L. a metà degli anni '30, da alcuni
indicato come una realistica proto-fotografia, probabilmente una riproduzione
in eliografia (o altri tipi) di un'incisione; in alternativa realizzata con la
tecnica della camera oscura da artista: tramite bulino oppure immagine fissata
secondo il metodo di Joseph Nicéphore Niépce (sali d'argento o bitume e lunga
esposizione). Recanati, casa L.. Decise, così, di trasferirsi a Bologna dove
visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Reca
mantenendosi con l'assegno mensile dello Stella e dando lezioni private.
Nell'ambiente bolognese L. conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato,
al quale dedicò un'epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse
nell'Accademia dei Felsinei. Nell'autunno iniziò a compilare, per ordine di
Stella, una "Crestomazia", antologia di prosatori italiani dal
Trecento al Settecento alla quale fece seguito una "Crestomazia"
poetica. A Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della
quale si innamorò senza essere corrisposto. L. frequentò i Malvezzi per quasi
un anno, ma poi la donna lo allontanò spinta anche dal marito, mal tollerante
del fatto che il poeta si trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte.L. si
sfoga in una lettera ad un corrispondente, usando parole molto dure verso di
lei. Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la
casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta,
patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici,con la
famiglia Brighenti e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani. L. in un
ritratto postumo del 1845 (olio su tavola), commissionato da Antonio Ranieri al
giovane pittore Domenico Morelli sulla base della maschera mortuaria, del
ritratto di L. sul letto di morte di Angelini e delle descrizioni fisiche fatte
da Ranieri, da Paolina, sorella di quest'ultimo; Morelli vi lavorò per molto
tempo, a causa delle insistenze di Ranieri sui particolari, ma alla fine il
quadro venne ritenuto, dal Ranieri stesso e da altri testimoni, come il più
fedele e realistico dei ritratti di L., con l'aspetto che aveva verso la fine
della sua vita, soprattutto nei tratti del volto, oltre che il vestiario e
l'acconciatura che portava negli anni napoletani; i critici hanno però
argomentato che sia un ritratto comunque "idealizzato", in quanto
Morelli non vide mai L. dal vivo, ma solo nella maschera mortuaria in gesso e
nei ritratti eseguiti da altri. Nel giugno dello stesso anno si trasferì a
Firenze, dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux
tra i quali Capponi, Niccolini (amico e corrispondente di Foscolo allora
esiliato a Londra), Colletta, Tommaseo ed anche Manzoni, che si trovava a
Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi.
Divenne amico particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con
Capponi e Manzoni, sebbene quest'ultimo non condividesse le idee di L. Fu
invece conflittuale il rapporto col Tommaseo, cattolico liberale, ma fortemente
avverso al razionalismo ed al materialismo, il quale giunse a provare una forte
avversione per L., attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se
riconosceva l'abilità stilistica nella prosa); Tommaseo arrivò a denigrare L.
per il suo aspetto fisico (cosa che farà, però solo in lettere private rivolte
ad altri, anche il Capponi stesso irritato per la Palinodia). L. risponderà nel
1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre che nell'ottava strofa
della detta Palinodia. Al marchese Gino Capponi. Si recò a Pisa, dove rimase.
Qui strinse un'affettuosa amicizia con la giovane cognata del padrone del
pensionato, Teresa Lucignani, a cui dedica una breve lirica rimasta a lungo
inedita. Grazie all'inverno mite, la sua salute migliorò e L. tornò alla
poesia, che tace (con l'eccezione della poco riuscita epistola in versi Al
conte Carlo Pepoli e del Coro di lo studio di Ruysch contenuto nel Dialogo di
Federico Ruysch e delle sue mummie delle Operette morali); compose la
canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia (figura
forse ispirata, secondo i critici che si basano su appunti dello Zibaldone e
dichiarazioni del fratello Carlo, alla figlia del cocchiere di Monaldo, morta
giovane, Fattorini), inaugurando il periodo creativo detto dei Canti
"pisano-recanatesi", chiamati anche "grandi idilli", in cui
il poeta si cimenta nella cosiddetta canzone libera o L.ana, il cui primo
sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a
conoscenza. Vaghe stelle dell'orsa, io non credea tornare ancor per uso a
contemplarvi» (Le ricordanze) Il periodo di benessere era finito ed il poeta,
colpito nuovamente dalle sofferenze e dall'aggravarsi del disturbo agli occhi,
fu costretto a sciogliere il contratto con Stella e già durante l'estate del
'28 si recò a Firenze nella speranza di riuscire a vivere in modo indipendente.
Chiese aiuto ad alcuni amici: Tommasini,il più bello, gli propose una cattedra
di Mineralogia e Zoologia a Milano, ma il compenso era troppo basso e la
materia poco consona alle conoscenze di L.; Bunsen gli offrì la possibilità di
una cattedra a Bonn o Berlino, ma il poeta dovette subito declinare l'invito,
poiché il clima tedesco era troppo rigido e freddo per la sua salute malferma.
L. allora progettò di mantenersi con un lavoro qualsiasi, ma le sue condizioni
di salute non gli permisero nemmeno questo e fu quindi costretto a ritornare a
Recanati, dove rimase. In questi «sedici mesi di notte orribile. Si dedica
nuovamente alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti, tra
cui Le ricordanze (la cui ultima parte è dedicata ad una giovane recanatese
morta poco prima, Maria Belardinelli, da L. chiamata Nerina), La quiete dopo la
tempesta, Il sabato del villaggio, Il passero solitario (forse su un abbozzo
giovanile) e il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Queste poesie,
a lungo denominate dai critici "grandi idilli" o anche "secondi
idilli", sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come "canti
pisano-recanatesi". In questo periodo l'insofferenza per la sua città
natale, da lui definita "natio borgo selvaggio", aumenta,
proporzionalmente all'avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo
ritenevano un intellettuale superbo, tanto che anche i ragazzini del paese,
secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti
del tipo: "Gobbus esto fammi un canestro, fammelo cupo gobbo fottuto. A
Firenze dal Perì l'inganno estremo, ch'eterno io mi credei.» (A se stesso).
Fanny Targioni Tozzetti Intanto, il Colletta, al quale il poeta scriveva della
sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli "amici di
Toscana", l'opportunità di tornare a Firenze, dove fu eletto socio
dell'Accademia della Crusca. Per mantenersi accettò la sottoscrizione e
progettò un giornale che avrebbe curato quasi da solo, Lo spettatore
fiorentino, ma che non realizzerà a causa della burocrazia e del timore della
censura. A Firenze cura un'edizione dei "Canti", partecipò ai
convegni dei liberali fiorentini e strinse infine una salda amicizia col
giovane esule napoletano Antonio Ranieri, futuro senatore del Regno d'Italia,
che durerà fino alla morte. Grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto
deputato dell'assemblea del governo provvisorio di Bologna (sorto dai moti), su
designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa in tempo ad
accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci restaurano il
governo pontificio. I genitori decidono infine di concedergli un modesto
assegno mensile che gli permette di sopravvivere; L. accetta ma, reputandolo
umiliante, decide di non tornare mai più a Recanati. Risale sempre a questo
periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti (terzo e ultimo
amore secondo i biografi, dopo la Cassi Lazzari e la Malvezzi), moglie del
medico fiorentino Antonio Targioni Tozzetti e forse amante di Ranieri,
conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto "ciclo di
Aspasia", una raccolta di poesie che contiene: Il pensiero dominante,
Amore e morte, Consalvo (in cui l'amore è visto ancora positivamente), la
drammatica e scarna A se stesso e Aspasia. In questa raccolta si manifestò il
L. più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli
Idilli, nella perdita dell'ultima illusione che gli era rimasta, quella
dell'amore (l'inganno estremo). Aspasia, seppur piena di rancore e sarcasmo
contro Fanny, è considerata l'unica poesia d'amore (seppur per un amore ormai
finito) scritta per una donna che egli frequentò realmente e intimamente, anche
se solo in maniera romantica e intellettiva (per parte di lui; lei lo descrisse
sempre come un amico e dopo la morte come una persona "disgraziata" a
cui non voleva dare alcuna illusione); tuttavia nei primi versi, contenenti la
descrizione fisica e caratteriale della Targioni, presentata come una
"donna fatale", si nota anche una tensione erotica molto rara in L.,
il quale ribadisce ripetutamente il fascino esteriore esercitato dalla
nobildonna. L'identificazione della donna con l'Aspasia poetica è data, più che
dalle lettere di L., dalle affermazioni di Ranieri nei Sette anni di sodalizio
e da alcune lettere tra lui e la Targioni Tozzetti. Tuttavia, se Aspasia
accenna anche a toni polemici e misogini, in cui L. si dice felice di essersi
perlomeno liberato della dipendenza affettiva verso l'amica, che descrive quasi
come un servilismo morale di cui si vergogna, un giogo ormai spezzato, in una
lettera a Fanny dei primi tempi si scorgono invece le riflessioni sull'amore e
la morte del periodo, che trovano l'esatta corrispondenza con alcuni versi di
Consalvo e con Amore e morte: «E pure certamente l'amore e la morte sono le
sole cose belle che ha il mondo, e le sole solissime degne di essere
desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose
che non sono né belle né degne dell'uomo. Ranieri da Bologna mi aveva chiesto
più volte le vostre nuove: gli spedii la vostra letterina subito ierlaltro.
Addio, bella e graziosa Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo
che non posso nulla. Ma se, come si dice, il desiderio e la volontà danno
valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi. Ricordatemi alle bambine, e
credetemi sempre vostro.» (Lettera da Roma) «Due cose belle ha il mondo: /
amore e morte. All'una il ciel mi guida / in sul fior dell'età; nell'altro,
assai / fortunato mi tengo.» (Consalvo) Lo spostamento del Consalvo nei Canti
molto precedenti al ciclo, avvenuto dall'edizione napoletana, ha fatto pensare
che il personaggio di Elvira sia ispirato anche a Teresa Carniani Malvezzi e
non solo a Fanny. Per circa 4 anni frequenta molto spesso casa Targioni,
cercando di avvicinarsi alla padrona di casa procurandole moltissimi autografi
di scrittori e personaggi famosi, che lei collezionava. In questo periodo L.
diviene amico anche della contessa Carlotta Lenzoni de' Medici di Ottajano,
affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma
poi se ne allontanò. Secondo un'opinione minoritaria, la donna descritta
negativamente come Aspasia sarebbe stata la Lenzoni. Si reca a Roma con Ranieri
per ritornare a Firenze e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi
dialoghi delle "Operette", Il Dialogo di un venditore d'almanacchi e
di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Continuò a
corrispondere epistolarmente per un periodo con la Targioni Tozzetti, seppure
in maniera più fredda e distaccata. Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due
iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra L. e
Ranieri vi fosse un rapporto amoroso. Pietro Citati però precisa che si sarebbe
trattato di un semplice e intenso affetto "platonico" assai diffuso
nel XIX secolo, senza traccia di omosessualità, come quello rivolto a suo tempo
al Giordani. In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri: Antonio
Ranieri, tra gli anni '40 e '60 «Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai,
né ti raffredderai nell'amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi
desidero ardentemente che tu provvegga prima d'ogni cosa al tuo benessere; ma
qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l'uno
per l'altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia.
Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà
eternamente tuo. Dopo aver ottenuto il modesto assegno dalla famiglia, partì
per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse
giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Ranieri dichiarò: «Quivi L.,
mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia
(cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi
lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana
allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua
cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da
ravviare i capelli, e le cesoie. Pare infatti che la padrona di casa volesse
cacciarli, per timore che L. fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva
e lui stesso sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua
proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie, e non ci faceva
caso. Ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse. «L.
ist klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend er den Tag zur Nacht
macht und umgekehrt führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei näherer
Bekanntschaft verschwindet jedoch alles die Feinheit seiner klassischen Bildung
und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein. L. è piccolo e gobbo, il
viso ha pallido e sofferente fa del giorno notte e viceversa conduce una delle
più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da
vicino la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare
dispongon l'animo in suo favore. Busto del poeta presente a Villa Doria d'Angri
Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle autorità
borboniche, a cui seguirà la messa all'Indice dei libri proibiti dopo la
censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni
"dialoghi". L. così ne parlava in una lettera a Sinner: «La mia
filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un
nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto». Durante
gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri, che raccolse
probabilmente riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese
i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto.
A quest'ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di
vita. Di quest'opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dallo
pseudo Omero della Batracomiomachia, (che già L. aveva tradotta in gioventù, e
di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni
Battista Casti, rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre
che gli altri, di sua mano, furono scritti sotto dettatura del L.. Le ultime
ottave sarebbero state dettate da L. morente poco dopo aver terminato l'ultima
poesia, Il tramonto della luna. Qualche dubbio può nascere, se si pensa che
Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare come
autentici, con poco successo finanziario. Quando a Napoli scoppiò l'epidemia di
colera, L. si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa
Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase dall'estate di quell'anno al febbraio
del 1837 e dove scrisse La ginestra o il fiore del deserto. Paolina Ranieri
assisterà, personalmente e con profondo affetto, L. nei suoi ultimi anni,
all'aggravamento delle sue condizioni fisiche. Paolina e l'unica donna che lo
amò, sebbene si trattasse di un amore fraterno. A Napoli L. lavora incessantemente,
nonostante la salute in peggioramento, componendo varie liriche e satire; non
segue le raccomandazioni dei medici, e conduce una vita abbastanza sregolata
per una persona dalla salute fragile come la sua: dorme di giorno, si alza al
pomeriggio e sta sveglio la notte, mangia molti dolci (particolarmente sorbetti
e gelati), talvolta frequenta la mensa pubblica (anche durante il periodo del
colera) e beve moltissimi caffè. La morte L. sul letto di morte, ritratto a
matita di Tito Angelini, anch'esso simile alla maschera mortuaria e quindi
molto realistico e verosimile In Campania egli compose gli ultimi Canti La
ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico, nel quale si coglie
l'invocazione ad una fraterna solidarietà contro l'oppressione della natura) e
Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava
anche di tornare a Recanati, per vedere il padre, o partire per la Francia. L.
aveva infatti intenzione di riconciliarsi umanamente col padre di persona (il tono
delle lettere a Monaldo diventa molto affettuoso negli ultimi tempi, dal
formale e nobiliare signor padre e al voi delle lettere giovanili passa
all'incipit "carissimo papà" e al tu). In questo periodo cominciò ad
ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque decidere il suo
destino. In una lettera al conte L., una delle ultime di Giacomo, il poeta
avverte la morte come imminente e spera che avvenga, non sopportando più i suoi
mali. Ritorna a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si
aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far sospettare ai medici
o a Ranieri il reale stato di salute. L. si sentì male al termine di un pranzo
(che abitualmente consumava all'inconsueto orario delle 17); quel mattino,
aveva mangiato circa un chilo e mezzo di confetti cannellini comprati da
Paolina Ranieri in occasione dell'onomastico di Antonio e bevuto una
cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita fredda) verso
sera. Fu colpito da malore poco prima di partire per Villa Carafa d'Andria
Ferrigni, come era stato programmato, e nonostante l'intervento del medico
l'asma peggiorò e poche ore dopo il poeta morì. Secondo la testimonianza di
Antonio Ranieri, L. si spense alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole
furono "Addio, Totonno, non veggo più luce". La morte fu dichiarata
all'ufficio dello stato civile il giorno successivo da Giuseppe e Lucio
Ranieri, i quali fecero registrare l'indirizzo del decesso (vico Pero 2, nel
territorio della parrocchia della SS. Annunziata a Fonseca) e indicarono che il
fatto era avvenuto "alle ore venti". Tre giorni dopo il decesso,
Antonio Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale Il Progresso. La morte del
poeta è stata analizzata da studiosi di medicina. Molte sono state le ipotesi,
dalla più accreditata, pericardite acuta con conseguente scompenso, oppure
scompenso cardiorespiratorio dovuto a cuore polmonare e cardiomiopatia, seguite
a problemi polmonari e reumatici cronici, a quelle più fantasiose[146], fino al
colera stesso.Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire
il referto ufficiale, diffuso dall'amico Antonio Ranieri: idropisia polmonare
("idropisia di cuore" o idropericardio), il che è comunque
verosimile, dati i suoi problemi respiratori, dovuti alla deformazione della
colonna vertebrale; è anche possibile che l'edema fosse una delle conseguenze
dei problemi cronici di cui soffriva, e che la causa principale fosse un
problema cardiaco, forse accelerata da una forma fulminante di colera che avrebbe
ucciso il debilitato L. (che notoriamente soffriva di disturbi cronici
all'apparato gastrointestinale, i quali potevano mascherare la gastroenterite
colerosa) in poche ore. L. era morto all'età di quasi 39 anni, in un periodo in
cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che
fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spogliequesta
la versione accettata dalla maggioranza dei biografinon furono gettate in una
fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa
dell'epidemia, ma inumate nella cripta e poi, dopo una breve riesumazione alla
presenza di Ranieri che volle anche aprire la cassa, nell'atrio della chiesa di
San Vitale Martire (oggi Chiesa del Buon Pastore), sulla via di Pozzuoli presso
Fuorigrotta. La lapide, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro
Giordani: «Al conte Giacomo L. recanatese filologo ammirato fuori d'Italia
scrittore di filosofia e di poesie altissimo da paragonare solamente coi greci
che finì di XXXIX anni la vita per continue malattie miserissima fece Ranieri
per sette anni fino all'estrema ora congiunto all'amico adorato.” Il ministro
avrebbe accettato la richiesta del Ranieri solo dopo che un chirurgo, non il
medico curante Mannella, ebbe eseguita una sorta di sommaria autopsia per poter
dichiarare che la morte non fu dovuta a colera. In realtà fin dall'inizio il
racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi
che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue versioni furono
molte e diverse a seconda dell'interlocutore, facendo sospettare che il corpo
del poeta fosse finito nelle fosse comuni del cimitero delle Fontanelle, o in
quello dei colerosi (o nell'attiguo cimitero delle 366 Fosse), destinati in
quel periodo ai morti per colera o per altre cause, come attesta il registro
delle sepolture della chiesa della SS. Annunziata a Fonseca di Napoli
(riportante la dicitura "cimitero dei colerosi" e "sepolto
id.") o addirittura occultate nella casa di vico Pero, e che Ranieri
avesse inscenato, per un motivo recondito, un funerale a bara vuota, con la
partecipazione dei suoi fratelli, del chirurgo e di un parroco compiacente a
cui avrebbe regalato dei pesci freschi. La lapide originale, traslata nel parco
Vergiliano Comunque, Ranieri continuò ad affermare che le ossa erano nell'atrio
della chiesa di S. Vitale e che il certificato d'inumazione fosse un falso
redatto dal parroco su richiesta del ministro di Polizia, onde aggirare la
legge sulle sepolture in tempo di epidemia. Nel 1898 avvenne una prima
ricognizione; secondo il senatore Mariotti, smentito da altri, durante i lavori
di restauro di alcuni anni prima, un muratore ruppe inavvertitamente la cassa,
danneggiata dalla troppa umidità, frantumando le ossa e provocando la perdita
di parte dei resti contenuti, forse gettati nell'ossario comune o addirittura
con i calcinacci, mescolando i resti con altre ossa. La tomba di L. (Parco
Vergiliano a Piedigrotta o Parco della Tomba di Virgilio, Napoli). Alla
presenza dei rappresentanti regi e del comune di Napoli, venne effettuata la
ricognizione ufficiale delle spoglie del recanatese e nella cassa (in realtà un
mobile adattato allo scopo clandestino dai fratelli Ranieri), troppo piccola
per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti
soltanto frammenti d'ossa (tra cui residui delle costole, delle vertebre
recanti segni di deformità, e un femore sinistro intero, forse troppo lungo per
una persona di bassa statura, e un altro femore a pezzi), una tavola di legno
(con cui gli operai avevano tentato di riparare il danno alla cassa), una
scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre nessuna traccia vi era del cranio e
del resto dello scheletro, per cui in seguito si arrivò anche a formulare la
teoria di un suo trafugamento da parte di studiosi lombrosiani di frenologia
amici del Ranieri. Nonostante i dubbi, la questione venne ben presto chiusa;
secondo l'incaricato professor Zuccarelli, era plausibile che quelli fossero
parte dei resti di L.. Il medico parla esplicitamente di aver rinvenuto una
parte di rachide e una di sterno entrambe deviate. Alcuni, pur pensando ad
un'effettiva morte per colera, credettero comunque che Ranieri fosse riuscito
davvero nell'intento di salvare il corpo dalla fossa comune corrompendo, se non
il ministro, perlomeno dei funzionari incaricati. La scarpa ritrovata, o quello
che ne rimaneva, venne poi acquistata dal tenore Beniamino Gigli, concittadino
di L., e donata alla città di Recanati. Dopo vari tentativi di traslare i
presunti resti a Recanati o a Firenze nella basilica di Santa Croce accanto a
quelli di grandi italiani del passato, la cassa, per volontà di Benito
Mussolini che esaudì una richiesta dell'Accademia d'Italia, venne con regio
decreto di Vittorio Emanuele III che ne stabiliva l'identificazione, riesumata
di nuovo e spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco
della tomba di Virgilio) nel quartiere Mergellinail luogo fu dichiarato
monumento nazionaledove tuttora sorge appunto il secondo sepolcro del poeta,
eretto quello stesso anno; nei pressi venne traslata anche la lapide originale,
mentre parte del monumento venne portata a Recanati. Questa versione è quella
sostenuta ufficialmente dal Centro Nazionale Studi L.ani. Nel 2004 venne anche
chiesta (da parte dello studioso leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato
anche della riesumazione e identificazione dei resti di Caravaggio, Boiardo,
Pico della Mirandola e Monna Lisa) la terza riesumazione, onde verificare se
quei pochi resti fossero davvero di L. tramite l'esame del DNA e del mtDNA,
comparato con quello degli attuali eredi dei conti L. (Vanni L. e la figlia
Olimpia, discendenti diretti del fratello minore del poeta Pierfrancesco) e dei
marchesi Antici, ma la richiesta fu respinta, sia dalla Soprintendenza sia
dalla famiglia L. (tramite la contessa Anna del Pero-L., vedova del conte
Pierfrancesco "Franco" L. e madre di Vanni). La posizione ufficiale
della famiglia L. (esplicitata dal 1898 in poi) e della Fondazione Casa L. da
loro presieduta (presidente fino al conte Vanni L.) è invece che i resti nel
parco Vergiliano non siano comunque del poeta e Ranieri abbia mentito, che il
corpo si trovi alle Fontanelle e che quindi la riesumazione sia inutile,
occorrendo altresì rispettare la tomba-cenotafio lì situata. Un altro membro
della famiglia, chiamato anche lui Pierfrancesco, si è invece detto
disponibile. Tale esame non è stato finora autorizzato. «Cantare il dolore fu
per lui rimedio al dolore, cantare la disperazione salvezza dalla disperazione,
cantare l'infelicità fu per lui, e non per gioco di parole, l'unica felicità. n
quei canti veramente divini il L. trasformò l'angoscia in contemplativa
dolcezza, il lamento in musica soave, il rimpianto dei giorni morti in visioni
di splendore.» (Papini, Felicità di L.) Il pensiero di L. è caratterizzato,
attraverso le fasi del suo pessimismo, dall'ambivalenza tra l'aspetto
lirico-ascetico della sua poetica, che lo spinge a credere nelle «illusioni» e
lusinghe della natura, e la razionalità speculativo-teorica presente nelle sue
riflessioni filosofiche, che invece considera vane quelle illusioni, negando ad
esse qualunque contenuto ontologico. La contraddizione tra anelito alla vita e
disillusione, tra sentimento e ragione, tra filosofia del sì e filosofia del
no, era del resto ben presente allo stesso L., il quale, secondo Karl Vossler,
si adoperò costantemente per ricomporle, non rassegnandosi mai allo
scetticismo, convinto che la vera filosofia dovesse in ogni caso mantenere i
legami con l'immaginazione e la poesia. Come ha rilevato De Sanctis. L. non
crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa
amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto
un desiderio inesausto. È scettico e ti fa credente; e mentre non crede
possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo
amore per quella e t'infiamma a nobili fatti. Francesco De Sanctis,
Schopenhauer e L.,Luoghi L.ani A Recanati Targa della piazzuola del Sabato del
Villaggio Palazzo L.: è la casa natale del poeta. Tuttora il palazzo è abitato
dai discendenti e aperto al pubblico. Esso venne ristrutturato nelle forme
attuali dall'architetto Carlo Orazio L. verso la metà del XVIII secolo.
L'ambiente più suggestivo è senza dubbio la biblioteca, che custodisce oltre
20.000 volumi, tra cui incunaboli ed antichi volumi, raccolti dal padre del
poeta, Monaldo L.. Piazzuola del Sabato del Villaggio: sulla quale si affaccia
Palazzo L.. Ivi si trova la casa di Silvia e la chiesa di Santa Maria in
Montemorello, nel cui fonte battesimale fu battezzato Giacomo L. nel 1798.
Colle dell'Infinito: è la sommità del Monte Tabor da cui si domina un panorama
vastissimo verso le montagne e che ispirò l'omonima poesia composta dal poeta a
soli 21 anni. All'interno del parco si trova il Centro Mondiale della Poesia e
della Cultura, sede di convegni, seminari, conferenze e manifestazioni
culturali. Il Colle dell'Infinito è diventato un Bene del Fai aperto a tutti.
Palazzo Antici-Mattei: casa della madre di L., Adelaide Antici Mattei, edificio
dalle linee semplici ed eleganti con iscrizioni in latino. Torre del Passero
Solitario: nel cortile del chiostro di Sant'Agostino è visibile la torre,
decapitata da un fulmine e resa celebre dalla poesia Il passero solitario.
Chiesa di San Leopardo): venne fatta edificare dalla famiglia L. insieme e nei
pressi della villa affidando la progettazione all'architetto Gaetano Koch. La
cripta, a cui si accede esternamente, è la tomba gentilizia della famiglia L..
Chiesa di Santa Maria di Varano (XV secolo): costruita nel 1450 per i Minori
Osservanti insieme al Convento annesso, cacciati i frati e abbattuti due lati
del convento, l'orto divenne quello che ancora è il civico cimitero di
Recanati. Vi si conserva ancora il pozzo di San Giacomo della Marca ed
affreschi nelle lunette del portico. All'interno è la tomba di famiglia dei L.
ove sono sepolti Monaldo e Paolina, Altrove Spoleto, Albergo della Posta (corso
Garibaldi), Palazzo Antici Mattei (Roma, via Michelangelo Caetani), dove fu
ospite.Roma, tomba del Tasso in Sant'Onofrio al Gianicolo, "uno dei posti
più belli della terra, in mezzo agli aranci e ai lecci". Bologna
("ospitalissima"), convento di San Francesco (piazza Malpighi), primo
soggiorno bolognese. Casa dell'editore Anton Fortunato Stella, vicino al Teatro
alla Scala a Milano ("veramente insociale") (Casa Badini, vicino al
teatro del Corso (oggi via Santo Stefano, 33) a Bologna ("tutto è bello, e
niente magnifico"). Locanda della Pace, via del Corso, a Bologna, Ravenna
(qui si vive quietissimi), ospite del marchese Antonio Cavalli. Firenze,
"sporchissima e fetidissima città", Locanda della Fonte, nei pressi
del mercato del grano e di Palazzo Vecchio Targa sull'ultimo domicilio di L. a Napoli
Casa delle sorelle Busdraghi, via del Fosso (oggi via Verdi), Firenze. Palazzo
Buondelmonti, abitazione di Giovan Pietro Vieusseux, a Firenze. Pisa ("una
beatitudine"), via Fagiuoli (casa Soderini). Il Lungarno pisano
("spettacolo così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che
innamora"). "Una certa strada deliziosa" da lui battezzata
"Via delle Rimembranze", dove va a passeggiare a Pisa (lettera a
Paolina L.). Levane, Camucia e Perugia, di passaggio. Roma (città oziosa,
dissipata, senza metodo), via dei Condotti 81 (spendo qui un abisso), con
Ranieri. Napoli, piazza Ferdinando; poi Strada nuova di Santa Maria Ognibene
(casa Cammarota); poi vico Pero (tre appartamenti affittati con Ranieri e la
sorella di lui Paolina). Villa Ferrigni, detta villa delle Ginestre, a Torre del
Greco, alle pendici dello "sterminator Vesevo". Opere di Giacomo L..
Copertina della prima edizione dello Zibaldone di pensieri. Epistolario Di L.
ci sono rimaste oltre novecento lettere, composte nell'arco di una vita e
indirizzate a circa cento destinatari, tra amici e familiari (soprattutto al
padre e al fratello Carlo). L'intero corpus epistolare di L. è raccolto
dall'Epistolario, che malgrado le origini si può leggere come un'opera
autonoma: questa raccolta di prose private, infatti, costituisce un fondamentale
documento non solo per seguire le vicende biografiche del poeta, ma anche per
comprendere l'evoluzione del suo pensiero, dei suoi stati d'animo e delle sue
riflessioni culturali. L. prese parte all'acceso dibattito culturale innescato
dalla pubblicazione del saggio Sulla maniera e utilità delle traduzioni di
Madame de Staël: questa polemica vide schierarsi da una parte i difensori del
classicismo, quali Pietro Giordani, e dall'altra i sostenitori della nuova
poetica romantica. L., amico del Giordani, si allineò alle tesi classiciste,
mettendo per iscritto il proprio pensiero nella Lettera ai compositori della
Biblioteca italiana e nel Discorso di un italiano intorno alla poesia
romantica, rimasti entrambi inediti sino al 1906. Nella prima L., pur riconoscendo
la bontà dell'intervento dell'autrice ginevrina, assume una posizione contraria
alle istanze della lettera, nella quale si invitava il popolo italiano ad
aprirsi alle nuove letterature europee. Secondo il poeta di Recanati, infatti,
si tratta di un «vanissimo consiglio», essendo la letteratura italiana quella
più vicina alle uniche letterature universalmente valide, ovvero quella greca e
quella latina. Nel Discorso, invece, L. approfondì la sua riflessione poetica
in merito al dibattito, introducendo temi che poi diverranno centrali della
poesia L.ana, come l'opposizione tra i concetti di «natura» e civilizzazione.
Zibaldone Lo Zibaldone di pensieri è una raccolta di 4526 pagine autografe
nelle quali L. depositò ragionamenti e brevi scritti sugli argomenti più vari.
Inizialmente l'opera non era dotata dell'organicità di un testo letterario,
essendo semplicemente il frutto di una scrittura immediata, di getto: L. iniziò
a datare i singoli testi solo a partire dal 1820, così da orientarsi agevolmente
nel mare magnum di appunti (da lui definiti un «immenso scartafaccio»),
arrivando perfino a stilare due indici. Il Discorso sopra lo stato presente dei
costumi degl'italiani Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi
degl'italiani, composto a Recanati e rimasto inedito, è un breve trattato
filosofico dove L. analizza le peculiarità che contraddistinguono la società
italiana, e le compara con il carattere, la mentalità e la moralità delle altre
nazioni d'Europa. Alla fine dell'opera L. giunge all'amara conclusione che
l'Italia, dilaniata da un esasperato individualismo, è troppo poco civile per
godere dei benefici del progresso (come in Francia, Germania ed Inghilterra),
ma troppo civile per godere dei benefici dello «stato di natura», come accadeva
nelle nazioni meno sviluppate, quali Portogallo, Spagna e Russia. Secondo
manoscritto autografo dell'Infinito Le Operette morali, per usare le parole
dello stesso poeta, sono un «libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci
malinconici»: è ancora L. a descrivere la propria opera in una lettera
indirizzata all'editore Stella, sottolineando «quel tuono ironico che regna in
esse» e specificando che Timandro ed Eleandro sono una specie di prefazione, ed
un’apologia dell’opera contro i filosofi moderni». Le Operette, oggi
considerate la più alta espressione del pensiero L.ano, racchiudono l'essenza
del pessimismo del poeta, trattando argomenti quali la condizione esistenziale
dell'uomo, la tristezza, la gloria, la morte e l'indifferenza della Natura. I
Canti, considerati il capolavoro di L., racchiudono trentasei liriche composte
da L.. Tra i componimenti poetici inclusi nei Canti ricordiamo Sopra il
monumento di Dante, l'Ultimo canto di Saffo, Il passero solitario, La sera del
dì di festa, Alla luna, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia, Il sabato del villaggio, La ginestra e infine L'infinito, uno dei
testi più rappresentativi della poetica L.ana. Le ultime opere Durante gli anni
napoletani L. scrisse due opere, i Paralipomeni della Batracomiomachia e I
nuovi credenti. Il primo è un poemetto in ottave con protagonisti animali:
«Paralipomeni», infatti, significa «continuazione» mentre Batracomiomachia è
battaglia dei topi e delle rane, ovvero un'opera pseudoomerica che L. aveva
tradotto in gioventù. Dietro la finzione comica L. qui stigmatizza il
fallimento dei moti rivoluzionari napoletani. I topi infatti, simboleggiano i
liberali, generosi ma velleitari, mentre le rane sono i conservatori papalini,
che non esitano a chiamare a sé i granchi-austriaci, feroci e stupidi. nuovi
credenti, invece, sono un capitolo satirico in terza rima dove L. esprime una
spietata satira contro gli esponenti dello spiritualismo napoletano, dei quali
condanna la religiosità di facciata e lo sciocco ottimismo. Parole d'autore A
Giacomo L. si devono numerosi neologismi divenuti patrimonio diffuso (perlomeno
in un linguaggio colto e sorvegliato), come "erompere",
"fratricida", "improbo", "incombere",Al suo
tempo, questa vena creativa di L. non fu apprezzata e fu oggetto degli strali
di un atteggiamento purista che opponeva resistenze all'adozione, e
all'accoglimento nei lessici, di neologismi d'uso forgiati in epoca successiva
all'«aureo Trecento» In un caso, un frutto della sua creatività,
"procombere", gli guadagnò accuse postume mossegli da Niccolò
Tommaseo, coautore del Dizionario della lingua italiana. Poesia e musica A sé
stesso, romanza, versi di L., musica di Frontini, Milano, Edizioni Ricordi.Coro
di morti, versi di G. L. (dal Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie,
Operette morali), musica di Goffredo Petrassi, per coro e strumenti. Tre
liriche di Goffredo Petrassi, per baritono e pianoforte, testi di L., Foscolo e
Montale. Epistolario di Giacomo L.. L. nell'immaginario collettivo Il fatto che
l'opera di L. sia stata e sia ogni anno oggetto dello studio di migliaia di
studenti ha determinato (come per Dante) che molte locuzioni delle sue opere
siano divenute d'uso corrente. Fra le principali: studio matto e disperatissimo
(in: lettera a Pietro Giordani e Zibaldone di pensieri); passata è la
tempesta... (in: La quiete dopo la tempesta, 1829); che fai tu, luna, in ciel?
dimmi, che fai... (in: Canto notturno di un pastore errante dell'Asia); natio
borgo selvaggio... (in: Le ricordanze); la donzelletta vien dalla campagna...
(in: Il sabato del villaggio); godi, fanciullo mio; stato soave... (in: Il
sabato del villaggio);...e naufragar m'è dolce in questo mare (in: L'infinito).
Il pittore e scultore maceratese Valeriano Trubbiani realizzò una serie di 12 pirografie
sul tema Viaggi e transiti, dedicata ai viaggi del poeta nelle varie città
della penisola: Recanati, Macerata, Roma, Bologna, Pisa, Firenze, Milano,
Napoli. Tali opere sono esposte nel CARTCentro permanente per la Documentazione
dell'Arte Contemporanea di Falconara Marittima, che conserva anche altre opere
di Trubbiani dedicate a L.: 10 disegni originali realizzati sul tema "L.
figurativo", 8 incisioni a colori, una scultura in rame, bronzo e argento
con il Poeta pensoso in osservazione di un gregge di pecore (“Move la greggia
oltre pel campo e vede greggi”, ispirata al Canto notturno di un pastore
errante dell'Asia, un'installazione scultorea sulla Batracomiomachia
("battaglia dei topi e delle rane") ispirata ai Paralipomeni della
Batracomiomachia L.ani. L'ispirazione prodotta in Trubbiani dall'opera L.ana è
raccontata dall'artista nel breve documentario "Le Marche di L.",
patrocinato dalla Regione Marche. L. nella musica pop italiana L. è citato
nella Canzone per Piero di Guccini e in Stai bene lì di Renato Zero; i suoi
versi sono citati anche nei titoli di Canto notturno (di un pastore errante
dell'aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), entrambe di Roberto
Vecchioni. Giorgio Gaber, nella canzone "Benvenuto il luogo dove",
contenuto nell'album "Gaber" del 1984, dedicata all'Italia, parla
della penisola come il luogo "dove i poeti sono nati tutti a Recanati.
Opere cinematografiche su L. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un
passeggiere, cortometraggio di Ermanno Olmi. Pisa, donne e L. (),
mediometraggio di Roberto Merlino. L. è interpretato da Orazio Cioffi; Il
giovane favoloso, film di Mario Martone. L. è interpretato da Germano. Vari
brani del film sono presenti nel programma televisivo"L., il
rivoluzionario" di Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la
storia"; "Le Marche di L.", breve documentario diretto da
Alessandro Scilitani, patrocinato dalla Regione Marche. Video in rete su L.
"L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica
televisiva "Il tempo e la storia" con Massimo Bernardini e lo storico
Lucio Villari; "Giacomo L. e l`importanza di Recanati", per Rai
Storia, vita e opere di Giacomo L. nel commento del critico teatrale Guido
Davico Bonino. L’attore Umberto Ceriani legge: L'infinito, La sera del dì di
festa, Alla luna, La vita solitaria; "Ecco il vero Colle dell'Infinito
descritto da L."]: Guzzini del Centro Studi L.ani mostra l'itinerario che
il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto di osservazione del
paesaggio che gli ispirò L'infinito; "Marche, le scoprirai
all'infinito", spot turistico della Regione Marche con il noto attore
statunitense Dustin Hoffman che tenta di recitare in italiano L'infinito. Regia
di Giampiero Solari; "A casa di Giacomo L.", intervista di Pippo
Baudo alla contessa Olimpia L. all'interno del Palazzo L. di Recanati; "Un
L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata
di "Visionari" programma televisivo condotto da Corrado Augias su Rai
3. "L'arte di essere fragilicome L. può salvarti la vita", intervista
allo scrittore Alessandro D'Avenia sul suo omonimo libro e spettacolo teatrale.
Inoltre, sono pubblicate in rete numerose letture/interpretazioni dei
principali canti L.ani da parte dei più importanti attori italiani. Fra questi
si possono ascoltare: Gassman: L'infinito, A Silvia, La sera del dì di festa,
Amore e Morte, La quiete dopo la tempest, A se stesso; Carmelo Bene:
L'infinito, Passero solitario, La ginestra (o Il fiore del deserto) Alla luna,
La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, Le ricordanze, Canto notturno
di un pastore errante dell'Asia, Inno ad Arimane, Amore e Morte; Foà:
L'infinito, Passero solitario, A Silvia, Il sabato del villaggio, La sera del
dì di festa, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Le ricordanze, La
ginestra (o Il fiore del deserto), Il tramonto della luna, All'Italia, Alla
luna; Giorgio Albertazzi: L'infinito; Nando Gazzolo: L'infinito; Gabriele
Lavia: L'infinito, Lavia dice L.; Alberto Lupo: Ultimo canto di Saffo; Elio
Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario Martone: L'infinito], parte de
La ginestra (o Il fiore del deserto) la prima parte de La sera del dì di festa,
un brano di Amore e Morte, l'ultima parte di Aspasia. L.
"testimonial" della Regione Marche La Regione Marche, dopo aver più
volte utilizzato l'immagine del poeta recanatese per la promozione turistica
del proprio territorio ed anche della propria offerta enological commissionò
una discussa campagna pubblicitaria attraverso un video, per la regia di
Solari, trasmesso sui principali canali televisivi italiani ed anche esteri,
con protagonista il noto attore statunitense Dustin Hoffman[236], già
conoscitore delle Marche per aver interpretato ad Ascoli Piceno il film di
Germi "Alfredo, Alfredo", assieme ad una giovane Sandrelli. Questa la
descrizione della sceneggiatura dello spot per la promozione della stagione
turistica: «Un uomo legge una delle poesie più note della letteratura italiano,
l’Infinito di Giacomo L., la cui emozionalità è strettamente legata alle visioni,
alle luci, ai colori della terra marchigiana. L’uomo legge la poesia
camminando, cerca di capire e pronunciare bene la lingua non stando fermo,
dietro una scrivania, ma immergendosi nella terra che ha visto nascere questo
capolavoro; legge, riprova, si arrabbia, vuole assolutamente penetrare la
lingua, il sentimento di questa poesia, l’anima di questa terra e riprova e
riprova. Nel sottofondo le note sublimi del Tancredi di Rossini, che
accompagnano il silenzio di questa meditazione nuova che l’uomo cerca per sé:
l’uomo cerca emozioni, vuole fare un’esperienza nuova, e leggere l’Infinito
nelle Marche che l’hanno generato è un’esperienza nuova, formidabile, ma
difficile e faticosa. Ma ne vale la pena. Provare e alla fine sorridere, la
poesia è mia, le Marche sono la mia meta faticosamente conosciuta, capita e
raggiunta.» (dal comunicato stampa della Regione Marche) Nello spot Hoffman
tenta di recitare i versi dell'Infinito in un italiano "condito" dal
suo marcato accento californiano. Un accento tanto forte e straniante da
suscitare numerose critiche all'operato della Regione. Tra queste, quella di
Mina, che nella sua rubrica sulle pagine de "La Stampa", ebbe a
scrivere: «L. bisogna meritarselo. Sarebbe andato benissimo anche Oliver Hardy.
Al quale, paradossalmente, in questa demoralizzante «performance», mi sembra
che assomigli. Non so come l'avrebbe fatta Ollio. Non peggio, credo... Sentire
la nostra potente, meravigliosa lingua strapazzata dal pur bravo divo americano
mi ha rigettato giù nella nostra condizione di sempiterna colonia... il mondo
della pubblicità è un mondo di matti. A volte geniale, ma più spesso volgare e
irrispettoso. Dustin Hoffman, from Los Angeles, sarà pure un nome che tira, ma
non li avevamo noi degli attori al suo livello? E che parlano l’italiano? E che
conoscono la musica dell’andamento di un’esposizione poetica?» (Mazzini) Al
contrario, l'operazione promozionale fu elogiata da Rienzo, linguista e critico
letterario, da Francesco Sabatini e Francesco Erspamer, rispettivamente presidente
onorario e presidente emerito dell’Accademia della Crusca; quest'ultimo
commentò lo spot con queste parole: «Sprovincializza la lingua italiana»
Comunque sia, lo scopo perseguito fu raggiunto: anche grazie alle polemiche, la
versione non definitiva del video della Regione Marche, inserito su YouTube,
totalizzò quasi 21.200 visualizzazioni in tutto il mondo solo nella prima
settimana. Visto il successo del, Dustin Hoffman fu confermato per la campagna
promozionale della stagione turistica. Niente più lettura dei versi L.ani, ma,
come sottolineò Grasso sul "Corriere della Sera", nella nuova
edizione «il volto del testimonial diventa più importante dell’oggetto da
reclamizzare. Attraverso gli scatti di Bryan Adams, si snoda un racconto tutto
personale: i cinque sensi di Dustin Hoffman dichiarano infinito amore per le
suggestioni concrete che la regione riesce a offrire: la gastronomia, l’arte,
la musica, i vini e i paesaggi. Nella campagna promozionale del Dustin Hoffman
fu sostituito dall'attore marchigiano Neri Marcorè. Continuò comunque
l'utilizzo a scopi promozionali dell'immagine di L.: sull'onda del successo del
film "Il giovane favoloso", diretto dal registra Mario Martone e
interpretato dall'attore Germano, la Regione mise in campo una serie di
iniziative per promuovere la visione del film e di conseguenza del territorio
marchigiano che ne aveva ospitato le location, tra cui un
"movie-tour", consentito gratuitamente a tutti gli spettatori muniti
del biglietto del cinema. La Regione ha patrocinato la realizzazione di un
breve documentario, "Le Marche di L.", diretto da Alessandro
Scilitani, nel quale l'assessore alla cultura dell'epoca tratteggiava il
riepilogo delle iniziative regionali per valorizzare la figura del poeta
recanatese. Seguono una breve biografia di L., con le immagini di Recanati, e
gli interventi di vari operatori culturali marchigiani che, rifacendosi a veri
o presunti collegamenti con la vita ed il pensiero del Poeta, introducono ad
altri importanti personaggi nati o presenti nella Regione (Gioacchino Rossini,
Antonio Canova, Terenzio Mamiani, Valeriano Trubbiani, Osvaldo Licini), il
tutto "condito" dalle musiche di musicisti marchigiani (Giovan
Battista Pergolesi, Gaspare Spontini) e da squarci paesaggistici di varie località
della regione.Opere biografiche su L. Giacomo L., Puerili e abbozzi vari, Bari,
G. Laterza et f.i,Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L.,
Milano-Napoli: Ricciardi, 1920; poi Milano: Garzanti, (con una nota di Alberto
Arbasino); Milano: Mursia (Raffaella Bertazzoli); Milano: SE, Mario Picchi,
Storie di casa L., Milano: Camunia; poi Milano: Rizzoli, 1990 Renato Minore,
L.. L'infanzia, le città, gli amori, Milano: Bompiani, Rolando Damiani, Album
L., Milano: Mondadori «I Meridiani», Attilio Brilli, In viaggio con L.,
Bologna: Il Mulino, Rolando Damiani, All'apparir del vero. Vita di Giacomo L.,
Milano: Mondadori «Oscar Saggi» Marcello D'Orta, All'apparir del vero: il
mistero della conversione e della morte di L., Piemme,. Pietro Citati, L.,
Milano, Mondadori,. Il Centro Nazionale di Studi L.ani nel primo centenario
della morte del poeta, fu istituito a Reca Centro Nazionale di Studi L.ani.
Esso ha come scopo la promozione di ricerche e studi su Giacomo L. in campo
storico, biografico, critico, linguistico, filologico, artistico, filosofico.
Roberto Tanoni, L'aspetto di Giacomo L., Effettivamente il titolo di conte con
cui L. veniva talvolta appellato, e che egli stesso usava, in quanto
primogenito dei conti L., era un "titolo di cortesia", in quanto il
vero titolo nobiliare era ancora in capo a Monaldo, finché fu in vita. Uno
sconosciuto: l'ateo filantropo barone d'Holbach, su elapsus. ). Giulio Ferroni,
La poesia del dolore: Giacomo L., su emsf.rai). Forse la malattia di Pott o la
spondilite anchilosante. Erik Pietro Sganzerla, Malattia e morte di L..
Osservazioni critiche e nuova interpretazione diagnostica con documenti
inediti, Booktime,: «Questo libretto rende giustizia a un uomo che soffriva di
numerosi problemi fisici, che ebbe una vita non felice e una cartella clinica
in cui sono posti in evidenza i sintomi e il loro decorso temporale, l’età
d’esordio della progressiva deformità spinale e dei problemi visivi e
gastrointestinali, l’influenza delle condizioni psichiche e ambientali
nell’accentuazione o remissione dei segnali. altamente probabile la diagnosi di
Spondilite Anchilopoietica Giovanile»; viene poi sostenuto che L. «affetto da
una pneumopatia restrittiva con insufficienza respiratoria cronica, aggravata
da episodi infettivi intercorrenti, sia morto per uno scompenso
cardiorespiratorio terminale in paziente affetto da cuore polmonare e possibile
miocardiopatia. Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, Che
dell'esser mio frale, qualche bene o contento avrà fors'altri; a me la vita è
male» (L., Canto notturno di un pastore errante dell'Asia) Renato Minore, L..
L'infanzia, le città, gli amori, Milano, Lettera di G. L. (Recanati) a Pietro
Colletta (Livorno), ed atteso ancora che il patrimonio di casa mia, benché sia
de' maggiori di queste parti, è sommerso nei debiti. Emilio Cecchi e Natalino
Sapegno, Storia della letteratura italiana. Milano L'Ottocento Zibaldone «Il
Chimico italiano. Rossella Lalli, Si spegne la contessa L., erede e custode
della memoria del poeta, newnotizie,Scritti vari inediti di Giacomo L. dalle
carte napoletane, Firenze, successori Le Monnier, Maria Corti in «Giacomo L..
Tutti gli scritti inediti, rari e editi», Milano, Bompiani 1972 Citati20-25.
Cecchi, Sapegno, oGiuseppe BonghiBiografia di L., su classicitaliani. Lettera a
Pietro Giordani a Milano, Recanati,in Epistolario di Giacomo L. con le
iscrizioni greche triopee da lui tradotte e lettere di Giordani e Pietro
Colletta all'Autore, raccolto e ordinato da Prospero Viani, I, Napoli, Lettera
all'Avv. Pietro Brighenti a Bologna, Recanati, in Epistolario di L. con le
iscrizioni ecc. Il padre Monaldo lo vide parlare, con sorpresa, in questa
lingua con un rabbino di Ancona, secondo quanto riportato dallo storico Lucio
Villari nella trasmissione RAI Il tempo e la storia di Massimo Bernardini
(puntata "L., il rivoluzionario", 15 ottobre, RaiTre-RaiStoria) Sarà
la lingua utilizzata nelle lettere allo Jacopssen Il programma delle
celebrazioni L.ane, su giornale. regione. marche. Il sanscrito nella teoria
linguistica di Giacomo L., in L. e l'Oriente. Atti del Convegno Internazionale,
Recanati a c. di F. Mignini, Macerata, Provincia di Macerata, M. T. Borgato, L.
Pepe, L. e le scienze matematiche, 5-8. Aimé-Henri Paulian su data.bnf.fr. Un
episodio della sua vita farà da spunto a una delle Operette morali, Il Parini
ovvero della gloria Cecchi, Sapegno, Spesso nell'epistolario afferma di
soffrire il freddo e di coprirsi le gambe con una coperta di lana. C 33 esegg.
Giuseppe Bortone, Il "morire giovane" in L.i, su moscati..:
"frequenti mi occorrono febbri maligne, catarri e sputi di sangue…"
scrive nel testo Alessandro Livi, giacomo L., le malattie ed i misteri sulla
morte e sepoltura, alessandrolivistudiomedico, Paolo Signore, Giacomo L.: il
genio di Recanati favoloso e malato, su Rotari Club Fermo, «Di contenti,
d'angosce e di desio, / Morte chiamai più volte, e lungamente / Mi sedetti colà
su la fontana / Pensoso di cessar dentro quell'acque / La speme e il dolor mio.
Poscia, per cieco Malor, condotto della vita in forse, / Piansi la bella
giovanezza, e il fiore / De' miei poveri dì, che sì per tempo Cadeva: e spesso
all'ore tarde, assiso / Sul conscio letto, dolorosamente / Alla fioca lucerna
poetando, / Lamentai co' silenzi e con la notte / Il fuggitivo spirto, ed a me
stesso / In sul languir cantai funereo canto» (Le ricordanze, L. torrese, su
torreomnia. Giuseppe Sergi e Giovanni Pascoli furono i primi a ipotizzare la
malattia, "diagnosi" ripresa poi da Pietro Citati e altri, e
considerata probabile causa della deformità fisica e dei problemi di salute di
L. anche da una ricerca scientifica condotta nel 2005 da due medici pediatri
recanatesi, Edoardo Bartolotta e Sergio Beccacece. Es. sindrome della cauda
equina Alcuni propongono altre diagnosi: diabete giovanile con retinopatia e
neuropatia, tracoma oculare con sindrome di Scheuermann alla schiena e disturbo
bipolare, sindrome di Ehlers-Danlos di tipo cifoscoliotico, rachitismo e
neuropatia periferica originate da celiachia o malassorbimento, sifilide
congenita con tabe dorsale (Ranieri, negli anni napoletani, arrivò a
pensaresalvo poi smentireaffermando che L. morì vergine (cosa dibattuta), Sette
anni di sodalizio con L.i che avesse contratto la sifilide o che l'avesse
ereditata dal padre. cfr. R. Di Ferdinando, L'amarezza del lauro. Storia
clinica di Giacomo L., Cappelli, Bologna, Con un'analisi postuma molto
contestata poiché basata sulle teorie pseudoscientifiche dell'antropologia
criminale e della frenologia, Cesare Lombroso e i suoi allievi Patrizi e
Giuseppe Sergi affermarono che L. aveva l'epilessia, e avesse disturbi
ereditari come tutta la sua famiglia. Cfr.: M_ L_Patrizi. Prof. M. L. Patrizi,
Saggio psico-antropologico su L. e la sua famiglia, Torino, Fratelli Bocca
Editori, Patrizi. G. Chiarini, Vita di G. L.453. E. Galavotti, Letterati
italiani Lettera di Paolina L. a G.P. Vieusseux, G. L., Lettera ad Adelaide
Maestri, Lettera ad Antonietta Tommasini, G. L., Zibaldone, autografo, Scritti
vari inediti di Giacomo L. dalle carte napoletane, cUn'analisi critica del
Discorso, insieme a un saggio sui Paralipomeni alla Batracomiomachia si trova
in: Riccardo Bonavita, L.: Descrizione di una battaglia, Nino Aragno Ed.,
Torino, Aldo Giudice, Giovanni Bruni, Problemi e scrittori della letteratura
italiana, 3, tomo 1, Paravia, Cfr. pag. 118 del ms. dello Zibaldone, con
pensiero. Dove privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della
lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso.
Cecchi, Sapegno Lasciando da parte lo spirito e la letteratura, di cui vi
parlerò altra volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma), mi
ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia
facile di far con esse nelle città grandi. V'assicuro che è propriamente tutto
il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una
befana che vi guardi. Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma
come a Recanati, anzi molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e
dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un
interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e
divertirsi non si sa come, non (omissis) (credetemi) se non con quelle infinite
difficoltà che si provano negli altri paesi. Il tutto si riduce alle donne
pubbliche, le quali trovo ora che sono molto più circospette d'una volta, e in
ogni modo sono così pericolose come sapete.» Il passo omesso dalla
pubblicazione dell'epistolario venne censurato alla prima edizione ed è stato
ripristinato solo in edizioni recenti, come quella dei Meridiani, poiché troppo
esplicito ("non la danno"); cfr. Il senso di L. per la donna di
città. Pierluigi Panza, La casa di Silvia (amata da L.) restaurata e aperta, in
Corriere della Sera L'eliografia, metodo di riproduzione messo a punto da
Joseph Nicéphore Niépce fu da questi usato per la prima fotografia (precedente
di 13 anni il dagherrotipo). Bonghi, Biografia di L., su classicitaliani. La
donna nelle parole di L., su casatea.com. Paolo Ruffilli, Introduzione alle
Operette morali, Garzanti Citati 226 e segg. Bortolo Martinelli, L. oggi:
incontri per il bicentenario della nascita del poeta: Brescia, Salò, Orzinuovi,
Vita e Pensiero, Fotografia della maschera (JPG), Centro Nazionale di Studi
L.ani Recanati. 1º gennaio (archiviato il 1º gennaio ). Donatella Donati, L. a
Napoli, Centro nazionale di studi L.ani Centro mondiale della poesia e della
cultura "G.L."Recanati Città della poesia, Per lui scrisse la celebre
Palinodia al marchese Gino Capponi Niccolini era già stato l'ispiratore del
personaggio di Lorenzo Alderani delle Ultime lettere di Jacopo Ortis «Ora
bisogna che io scriva a quel maledetto gobbo, che s'è messo in capo di
coglionarmi» (Lettera di Gino Capponi a Gian Pietro Vieusseux) Una stroncatura
per L. Archiviato in.; mentre fu più meditato e indulgente il giudizio dato dal
Capponi stesso, in tarda età, sulla poesia e su L. stesso. Introduzione alla
Palinodia L., Epigramma contro il Tommaseo, su fregnani. Giuseppe Bonghi,
Analisi di "A Silvia", su classicitaliani.Carlo L. così ricordava, su
ilgiardinodigiacomo. wordpress.com. Cfr. lettera di G. L. (Recanati) a Colletta
(Livorno), in cui dichiara di aver percepito venti scudi romani (diciannove
fiorentini) al mese. Lettera aColletta dcome citato in Marco Moneta, L'officina
delle aporie: L. e la riflessione sul male negli anni dello Zibaldone,
FrancoAngeli, Milano, in CitaTO Luperini, Cataldi, Marchiani, La scrittura e
l'interpretazione, Palermo, Palumbo, Le ricordanze, v. 30. Gente che m'odia e
fugge, per invidia non già, che non mi tiene maggior di sé, ma perché tale
estima ch'io mi tenga in cor mio, in Le ricordanze, Camillo Antona-Traversi, I
genitori di Giacomo L.: scaramucce e battaglie, Recanati, A. Simboli, Cecchi,
Sapegno. L., in Catalogo degli Accademici, Accademia della Crusca. CNote ad
Aspasia, nei Canti, edizione Garzanti Donne fatali 2: L. e Aspasia"Io non
ho mai sentito tanto di vivere quanto amando...", su sulromanzo. "Tu
vivi / bella non solo ancor, ma bella tanto, / al parer mio, che tutte l'altre
avanzi"Aspasia, G. Sarra, Dizionario Biografico degli Italiani,
riferimenti e link in. Giovanni Mèstica, Gli amori di G. L., in Fanfulla della
domenica, (Fonte DBI). Altri ritengono che il canto alluda piuttosto alla sola
Fanny Targioni Tozzetti, tra questi, Giovanni Iorio nel commento ai Canti,
edizione Signorelli, Roma. L.: dama invaghita del poeta non fu ricambiata ma
evitata, su adnkronos.com. 1M. de Rubris, Confidenze di Massimo d'Azeglio. Dal
carteggio con Tozzetti, Milano, Arnoldo Mondadori, Paolo Abbate, La vita
erotica di L., C.I. Edizioni, Napoli. Orto, Sempre caro mi fu, pubblicato in
"Babilonia" Robert Aldrich e Garry Wotherspoon, Who's who in gay and
lesbian history, 1, ad vocem L. gay? Vietato dirlo, su ricerca. repubblica.
Simone D'Andrea, Normalmente diverso, su L.. Epistolario, BrioschiLandi,
Sansoni Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con L., Garzanti, Milano.
D'Orta12. Cfr. anche la lettera di Stanislao Gatteschi a Monaldo L. in L.
Epistolario, Brioschi Landi, Sansoni È stravagantissimo nelle abitudini del
vivere. Si leva verso le due pomeridiane, mangia ad orari irregolari, va a
letto verso il fare del giorno. La sua vita non può esser longeva per i
complicati mali onde è gravato." e Antonio Ranieri, Sette anni di
sodalizio con L., Garzanti, 1 "Durante tutta la sua vita, egli fece,
appresso a poco, della notte giorno, e viceversa." Traduzione in Michele
Scherillo, Vita di Giacomo L., Greco Editori, Milano, Epistolario, lettera. L.
e le donne una storia tormentata, su ricerca.repubblica. Moro, Ranieri Paola
(Paolina), su treccani. 2 D'Orta25. L. Il poeta della sofferenza, su archivio
storico. corriere. Teorie alternative sulla morte del conte L. sono state
trattate e documentate negli studi condotti da Cesaro (cfr. Sfrondando gli
allori della poesia) Lettera di Antonio Ranieri a Fanny Targioni-Tozzetti,
Napoli Confronta anche Citati, L., Mondadori,, Milano, Secondo originale
dell'atto di morte di L., su dl.antenati.san.beniculturali. Il Progresso delle
Scienze, delle Lettere e delle Arti, Napoli dalla Tipografia Plautina, cfr.
anche Notizia della morte del Conte Giacomo L. Angelo Fregnani Ad esempio cibo
avariato, congestione, coma diabetico o indigestione Cenni storiciFu
un'indigestione a causare la morte di L.?, su spaghettitaliani.com. Napoli e
L., su ildelsud.org. Ecco i confetti che uccisero L.. Al Suor Orsola la
collezione Ruggiero, su corrieredelmezzogiorno.corriere. in Lettera di Ranieri
a Fanny Targioni-Tozzetti, Napoli, 1 idem in Lettera di A. R. a Monaldo L.,
Napoli, in Opere inedite di Giacomo L., G. Cugnoni, I, Halle, Max Niemeyer
Editore, Nuovi documenti intorno alla vita e agli scritti di Giacomo L., G.
Piergili, Firenze, Le Monnier, in.; "Idrotorace" in Lettera di A. R.
a De Sinner, Napoli, idropisia di petto" dice Paolina L. in una lettera a
Marianna Brighenti Biografia sulla Treccani, su treccani. are LB, Matthay MA.
Acute pulmonary edema. N Engl J Med Giovanni Bonsignore, Bellia Vincenzo,
Malattie dell'apparato respiratorio terza edizione, Milano, McGraw-Hill,
Picchi, Storie di casa L., BUR, Dalla foto pubblicata qui, su
rete.comuni-italiani. Cfr. anche Effemeridi scientifiche e letterarie per la
Sicilia, Palermo, dalla tipografia di Filippo Solli, Opere di Pietro Giordani,
Scritti editi e postumi di Giordani, pubblicati da Antonio Gussalli, Milano
presso Francesco Sanvito, Riproduzione, che presenta lieve variazione di testo,
sotto forma di disegno in Opere di Giacomo L., edizione accresciuta, ordinata e
corretta secondo l'ultimo intendimento dell'autore, da Antonio Ranieri, Firenze,
Successori Le Monnier, 1889, fuori testo Archiviato il 10 ottobre in.. Pasquale
Stanzione, Giacomo L.Una tomba vuota a Fuorigrotta, su pasqualestanzione. Foto
del Registro (JPG), su pasquale stanzione. Ingrandimento (JPG), su
pasqualestanzione. Nuove scoperte su L.? Occorre cautela in. da Cronache
maceratesi Garofano, Gruppioni, Vinceti Delitti e misteri del passato: Sei casi
da RIS dall'agguato a Giulio Cesare all'omicidio di Pier Paolo Pasolini,
Rizzoli PIER FRANCESCO L.: SONO DISPONIBILE ALLA PROVA DEL DNA, MA I RECANATESI
SONO D’ACCORDO? Loretta Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di L.,
Guida,,Ida Palisi, L., strane ipotesi su morte e sepoltura, “Il Mattino di
Napoli”, recensione a: Loretta Marcon, Un giallo a Napoli. La seconda morte di
Giacomo L., Guida, Picchi, Storie di casa L. Si riporta anche il verbale
ufficiale delle persone presenti. E' vuota la tomba di L.. Guerra sulla
riesumazione dei resti, su ricerca.repubblica. La Vita L., sito gestito dal
CNSL Si torna a parlare dei resti di L., nato comitato per l'esumazione dal
sacello del parco Virgiliano di Napoli, su ilcittadinodirecanati. Il ritratto
della pinacoteca di Recanati, su cdn.studenti.stbm. In Opera Omnia, Milano,
Mondadori, Cfr. in proposito anche gli studi che il filosofo Gentile ha
dedicato a L., in particolare: Manzoni e L.: saggi critici (Milano, Treves,
Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni). Paolo Emilio Castagnola,
Osservazioni intorno ai Pensieri di Giacomo L., Tipografia del Mediatore,
Tellini, Filologia e storiografia. Da Tasso al Novecento, Roma, Ed. di Storia e
Letteratura, Sebastian Neumeister, Giacomo L. e la percezione estetica del
mondo Peter Lang, In Saggi critici, Russo, Bari, Laterza Chiese e Santuari
Comune di Recanati, su comune.recanati.mc. Per L., su pergiacomo
L..altervista.org. Tutte le indicazioni su luoghi e viaggi sono prese da
Attilio Brilli, In viaggio con L., Il Mulino, Bologna Tra virgolette le parole
di L., tratte da sue lettere. Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare,
da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile
parlare, da L. a Ungaretti, Milano, RCS Libri, Operette morali, su
internetculturale. Sambugar, Sarà, Visibile parlare, da L. a Ungaretti, Milano,
RCS Libri, Marri, Neologismi Enciclopedia dell'Italiano (), Istituto
dell'Enciclopedia italiana. Catalogo della mostra "Viaggi e transiti opere
L.ane di Valeriano Trubbiani" realizzata in occasione dell'inaugurazione
del Centro culturale "Pergoli" di Falconara Marittima Comune di
Falconara Marittima, Aniballi Grafiche, Ancona, Vedi la scheda dedicata al
CARTCentro permanente per la Documentazione dell'Arte Contemporanea di
Falconara Marittima nel sito "La memoria dei luoghi" del Sistema
Museale della Provincia di Ancona: CARTCentro permanente per la documentazione
dell'Arte contemporanea, su Associazione "Sistema Museale della Provincia
di Ancona. Le Marche di L., breve documentario diretto da Scilitani,
patrocinato dalla Regione Marche: youtube.com /watch?v= Km1EK0MH6Sg ascolta la
canzone nel sito della Fondazione Giorgio Gaber:// Giorgio gaber/
discografia-album/ benvenuto-il- luogo-dove-testo Archiviato il 6 settembre in.
vedi il testo dell'Operetta morale in Operette _morali /Dialogo _di_ un_
venditore_ d%27 almanacchi_ e_di_un_passeggere. Il corto metraggio di Ermanno
Olmi Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere: youtube. com/
watch? v=hiJOBK JZNaU Il cortometraggio di Ermanno Olmi Dialogo di un venditore
di almanacchi e di un passeggiere è inoltre visibile all'interno del programma
"L., il rivoluzionario" di Giancarlo Mancini, puntata della rubrica
televisiva di Rai Storia "Il tempo e la storia" con Massimo
Bernardini e lo storico Villari://raistoria.rai/ articoli/l.-
il-rivoluzionario/default.aspx "L., il rivoluzionario" di Giancarlo
Mancini, puntata della rubrica "Il tempo e la storia" con Bernardini
e lo storico Lucio Villari://raistoria.rai/ articoli/ L. -il-rivoluzionario/
default.aspx in. Rai Storia, "Giacomo L. e l`importanza di Recanati"://raiscuola.rai/articoli/
giacomo-L.-parte-prima/3205/default.aspx Archiviato l'8 settembre in. Nel sito
web de "La Stampa", Guzzini del Centro Studi L.ani mostra
l'itinerario che il Poeta compiva per recarsi dalla propria abitazione al punto
di osservazione del paesaggio che gli ispirò L'infinito:// lastampa//07/16/
multimedia/ societa/ viaggi/ecco-il-vero- colle-dellinfinito-
descritto-da-giacomo-L.-fncjkba7 fEJyVoUSrazy1H/ pagina.html. Lo spot turistico
sulle Marche con Dustin Hoffman con la regia di Giampiero Solari: youtube."A
casa di Giacomo L.", intervista di Pippo Baudo alla contessa Olimpia L.
all'interno del Palazzo L. di Recanati: youtube. com/watch?v=oNlkBu0E "Un
L. inedito" raccontato da Novella Bellucci e Franco D'Intino nella puntata
di "Visionari" del 15 giugno, programma televisivo condotto da Augias
su Rai 3: youtube. com/watch? v=KwFnKv0T BaI Intervista allo scrittore
Alessandro D'Avenia sul suo libro e spettacolo teatrale “L'arte di essere
fragilicome L. può salvarti la vita” nel sito di RepubblicaTv (): youtube.com/watch?v=oX
Gh3g6lQsM Gassman interpreta L'infinito, su youtube.com. Gassman interpreta A
Silvia: youtube. com/watch?v=7hEbvxBi2ZQ Archiviato il 29 marzo in. Vittorio
Gassman interpreta La sera del dì di festa: youtube. com/watch?v=TPpCs6tws_U
Gassman interpreta Amore e Morte: youtube Gassman interpreta La quiete dopo la
tempesta: youtube.com/watch?v=- 8jasZDrV2U Gassman interpreta A se stesso:
youtube .com/watch?v=F0lhF2s_5s4 Bene interpreta L'infinito: youtube.co Bene
interpreta Passero solitario: youtube. com/ watch?v=IZz Qbnzpaok Bene
interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube. com
/watch?v=ZqzVXF3Fx4Y Bene interpreta Alla luna: youtube.com/watch?v= v9Iria
UNWQk Bene interpreta La sera del dì di festa: youtube.com/ watch?v=
qydGUiV1wwI Bene interpreta Il sabato del villaggio: youtube.
com/watch?v=vI9PJfCtWw4 Bene interpreta Le ricordanze: youtube. com/watch
?v=jyB0eM9AOoM Bene interpreta Canto notturno di un pastore errante dell'Asia:
youtube Carmelo Bene interpreta Inno ad Arimane: youtube.com/
watch?v=f2-QAubKbLE vedi su Inno ad Arimane: Canti_ (superiori )# Le_
posizioni_ contro _ l.27 ottimismo _progressista Archiviato in. leggi il testo
di Inno ad Arimane init.wikisource.org/wiki/ Puerili_(L.) /Ad_Arimane
Archiviato il 15 settembre in. Bene interpreta Amore e Morte:
youtube.com/watch?v=epYU4-n2jGw Foà interpreta L'infinito: youtube Arnoldo Foà
interpreta Passero solitario: youtube.com/watch?v= nOr3Qbceuhg Foà interpreta A
Silvia: youtube Arnoldo Foà interpreta Il sabato del villaggio: youtube.
com/watch?v=kmk_gd-48XE Foà interpreta La sera del dì di festa: youtube.
com/watch?v=a WOJfMZeCVo Foà interpreta Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia: youtube Arnoldo Foà interpreta Le ricordanze: youtube.com /watch?v=
hL 855FC_juA Foà interpreta La ginestra (o Il fiore del deserto): youtube.com/
watch?v= zB nDqu8X5fk Arnoldo Foà interpreta Il tramonto della luna: youtube
Arnoldo Foà interpreta All'Italia: youtube. com/watch?v=iN HqhHiIqok Arnoldo
Foà interpreta Alla luna: youtube. Com /watch?v=oxzCzwR05WE Albertazzi
interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v= BLmhOx6IuCw Archiviato il 1º
giugno in. Gazzolo interpreta L'infinito: youtube. com/watch?v=Te8tyDDsh2A
Lavia interpreta L'infinito: youtube.com/ watch?v=oSV7eBa-_Ao Lavia discetta sull'opera
di L., prima della "dizione" delle opere di L.: youtube Alberto Lupo
interpreta Ultimo canto di Saffo: youtube Elio Germano, nel film Il giovane
favoloso di M. Martone, interpreta L'infinito: youtube.com/watch?v=jIvz Qvi75rQ
Germano, nel film Il giovane favoloso di Martone, interpreta La ginestra (o Il
fiore del deserto): youtube IGHm4 Elio Germano, nel film Il giovane favoloso di
M.n Martone, interpreta la pri ma parte de La sera del dì di festa:
youtube.com/watch?v NgI8uekF6H4 Germano, nel film Il giovane favoloso di Mario
Martone, interpreta un brano di Amore e Morte: youtube Germano, nel film Il
giovane favoloso di Mario Martone, interpreta l'ultima parte di Aspasia:
youtube nito», su corriere,/ turismo.marche/ Portals/1/L./ L.%2 0nel%20mondo.pd
Il backstage dello spot promozionale della Regione Marche con Dustin Hoffman ed
il regista Giampiero Solari: youtube.com/ watch?v=zi- UJTIBatM La stroncatura
di Mina allo spot della Regione Marche: you tube.co riportato in: "Il
cittadino di Recanati", Anche Mina nella sua rubrica su "La
Stampa" affonda lo spot con L'infinito, su ilcittadinodirecanati, "Il
Resto del Carlino" Ancona, "L. bisogna meritarselo" Mina critica
lo spot della Regione, su ilrestodelcarlino,"Il Resto del Carlino"
Ancona, Spot di Hoffman, su YouTube 21 mila visualizzazioni, su il resto del
carlino, Dustin Hoffman ancora sponsor delle Marche. Ma sembra lo spot di se
stesso, su blitzquotidiano. 6 settembre (archiviato il 6 settembre ). vedi la serie
di spot "Le Marche non ti abbandonano mai" interpretati dall'attore
marchigiano Neri Marcorè, con la regia di Rovero Impiglia e Cagnelli: youtube
Minnucci, La regione Marche rispedisce Hoffman in America e pone fine allo
stupro di L., su qelsi, su Giacomo L.. Edizioni delle opere Giacomo L., [Opere.
Poesia], Bari, G. Laterza, Epistolario Epistolario di Giacomo L., Francesco
Moroncini, Firenze: Le Monnier, Lettere, Solmi e Solmi, Milano-Napoli:
Ricciardi, poi Torino: Einaudi «Classici Ricciardi» Il Monarca delle Indie.
Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo L., Graziella Pulce, introduzione di
Giorgio Manganelli, Milano: Adelphi «Biblioteca» Brioschi e Landi, Torino:
Bollati Boringhieri, Damiani, Milano: Arnoldo Mondadori Editore «I Meridiani»,
Zibaldone Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Giosuè Carducci e
altri, Firenze: Le Monnier, Pensieri di varia filosofia, Ferdinando Santoro,
Lanciano: Carabba, Attraverso lo Zibaldone, Piccoli, Torino: Pomba scelto e
annotato con introduzione e indice analitico Robertis, Firenze: Le Monnier, Il
testamento letterario, pensieri scelti, annotati e ordinati in sei capitoli da
«La Ronda», Roma: La Ronda, con prefazione e note di Flavio Colutta, Milano:
Sonzogno, Opere: Zibaldone scelto, Robertis, Milano: Rizzoli, Francesco Flora,
Milano: Mondadori, in Antologia L.ana: Canti, Operette morali, Pensieri,
Zibaldone ed Epistolario, Giuseppe Morpurgo, Torino: Lattes, in Opere, Sergio
Solmi e Raffaella Solmi, Milano-Napoli: Ricciardi, poi parzialmente Torino:
Einaudi, «Classici di Ricciardi», in Tutte le opere, introduzione e cura di
Walter Binni, con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze: Sansoni);
Moroni, saggi introduttivi di Solmi e Robertis, Milano: Mondadori «Oscar» (con
uno scritto di Ungaretti) e edizione fotografica dell'autografo con gli indici
e lo schedario, Emilio Peruzzi, Pisa: Scuola normale superiore, Il testamento
letterario, pensieri dello Zibaldone scelti annotati e ordinati da Vincenzo
Cardarelli, con una premessa di P. Buscaroli, Torino: Fogoli, Pensieri
anarchici scelti Francesco Biondolillo, Napoli: Procaccini, edizione critica e
annotata Giuseppe Pacella, Milano: Garzanti «I Libri della Spiga», Damiani,
Milano: Mondadori, «I Meridiani», Teoria del piacere, scelta di pensieri con
note, introduzione e postfazione di Vincenzo Gueglio, Milano: Greco e Greco,
edizione tematica stabilita sugli indici L.ani, Fabiana Cacciapuoti, prefazione
di Antonio Prete, Roma: Donzelli Editore, Lucio Felici, premessa di Trevi,
indici filologici di Marco Dondero, indice tematico e analitico di Dondero e
Marra, Roma: Newton Compton, «Mammut», Tutto e nulla, antologia Mario Andrea
Rigoni, Milano: Rizzoli «BUR», edizione critica Ceragioli e Ballerini, Bologna:
Zanichelli, Canti con note per cura di Francesco Moroncini, L., Giacomo, Canti:
commentati da lui stesso, Palermo: R. Sandron, Gallo e Garboli, Torino:
Einaudi, Poesie e prose. Poesie, Mario A. Rigoni, Milano: Mondadori «I
Meridiani», n Tutte le poesie e tutte le prose, Lucio Felici, Roma: Newton
Compton, «Mammut», Canti e poesie disperse, ed. critica Franco Gavazzeni (con
C. AnimosiItalia, M.M. Lombardi, F. Lucchesini, R. Pestarino, S. Rosini),
Firenze: Accademia della Crusca, Giacomo L., Canti, Bari, G. Laterza e Figli,
Operette Morali L. Operette morali; edizione critica di Francesco Moroncini, Bologna:
Cappelli, 1929 introduzione cura di Prete, Milano: Feltrinelli «Universale
economica classici», Milano: Mursia, in Poesie e prose. Prose, Rolando Damiani,
Milano: Mondadori «Meridiani», in Tutte le poesie e tutte le prose, Emanuele
Trevi, Roma: Newton Compton, «Mammut», poi da sole nella collana «GTE», Giacomo
L., Operette morali, Bari, Laterza, Pensieri Giacomo L., Pensieri, Bari, G.
Laterza e Figli Edit. Tip., introduzione cura di Antonio Prete, Milano:
Feltrinelli «UEF classici», 1994 Crestomazia italiana Giulio Bollati e G.
Savoca, Torino: Einaudi, «Nuova Universale Einaudi», Memorie del primo amore
Galimberti, Milano: Adelphi, Epistolario di Giacomo L. L. (famiglia) Opere
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Italiana. Giacomo L., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Giacomo L., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
L., su The Encyclopedia of Science Fiction. L., Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. accademicidellacrusca.org,
Accademia della Crusca. L., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di
Giacomo L., su Liber Liber. Opere di L., su openMLOL, Horizons Unlimited
srl.Progetto Gutenberg. Audiolibri di L., su LibriVox. L., su Goodreads.
italiana di L., su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica,
Fantascienza.com. Spartiti o libretti di Giacomo L., su International Music
Score Library Project, Project Petrucci LLC. Centro nazionale di studi L.ani
Recanati, su centro studiL.ani. Classici Italiani e opere complete
interbooks.eu Lo Zibaldone, su rodoni.ch. I canti di L. dai manoscritti
autografi della Biblioteca Nazionale di Napoli, su bnnonline. Il Pessimismo in
L. e Schopenhauer [collegamento interrotto], su gheminga. Opere integrali in
più volumi dalla collana digitalizzata "Scrittori d'Italia" Laterza
Opere di Giacomo L., testi con concordanze, lista delle parole e lista di
frequenza L.: Dialogo di un Fisico e di un Metafisico. Arte di prolungare la
vita o arte della felicità?, su giornaledifilosofia.net. Concordanze delle
Lettere su classicistranieri.com. Autobiografia (Monaldo L.)/Monaldo L., la
satira a servizio della fede, su totustuus.biz. Nietzsche e L. a confronto, su
agenziaimpronta.net. L. ottimista: un mito del Novecento, su cle.ens-lyon.fr 10
gennaio ). Angelini, "Sereno in L.", su cesareangelini. Buonofiglio,
"L'inquietudine ritmica dell'in(de)finito", su academia.edu. Il primo
di questi scritti usci nella Rassegna bibliografica della letteratura italiana
d’Ancona,. Il secondo nella Critica. Il terzo nella stessa Critica. Tutti e tre
furono riprodotti nei Frammenti di Estetica e Letteratura, Lanciano, Carabba,
Si ha alle stampe un’ Esposizione del sistema filosofico di Giacomo L. *. E una
dissertazione di laurea, e reca infatti l’impronta comune a tutti i lavori
giovanili. L’inesperienza apparisce nello stesso titolo del libro, un po’
troppo prosaico, e incongruo col contenuto del libro, che non vuol essere
propriamente un’esposizione fatta dall’autore del sistema filosofico del L.; ma
appunto questo sistema, portato innanzi al lettore con le stesse parole del L.;
non volendo l’autore da parte sua aggiungervi se non prefazione, note ed
epilogo. Metodo anche questo alquanto ingenuo e da scrittore che non vede
ancora la necessità, chi voglia rappresentare nella sua unità logica e
nell’organismo delle sue parti il pensiero d’un filosofo, d’appropriarsi questo
pensiero, entrarvi dentro, mettendosi allo stesso punto di vista del filosofo,
e quindi in grado di rielaborare il suo pensiero, chiarendolo con le attinenze
storiche a cui è legato, e con le dilucidazioni intrinseche di cui logicamente
è suscettibile, salvo a mostrarne, ove occorra, la inconsistenza: in modo che
l’esposizione riesca una vita nuova del sistema filosofico nella mente
dell’espositore. GATTI, Esposizione del sistema filosofico di L., saggio sullo
Zibaldone” (Firenze, Le Monnier). Lavoro difficile, certo, e che non riesce
felicemente se non agli scrittori provetti; ma che nessuno ordinariamente crede
di potere schivare, se non limiti il proprio ufficio a quello di semplice
editore; e tutti ne escono alla meglio, esponendo i vari sistemi come ciascuno
li ha intesi. L’autore di questo libro, invece, ha voluto mettere insieme i
passi dello Zibaldone L.ano, mostrando come fil filo un pensiero si svolgesse
dall’altro; e dove la connessione non appariva evidente nelle parole del testo,
ha supplito di suo i legamenti opportuni, ma continuando a parlare, in prima
persona, a nome del L.: proprio come se questi avesse riordinata e organizzata
quella copiosa congerie di riflessioni già via via segnate sulla carta a
schiarimento del proprio pensiero e a sfogo della sua malinconia. Né ha
lontanamente sospettato il rischio, e stavo per dire la responsabilità, a cui
andava incontro, facendo parlare per la sua bocca lui, il L.. Ha creduto che
nello Zibaldone stesse, pezzo per pezzo, tutto un sistema; e non ha saputo
resistere al seducente disegno d’innalzare, con la semplice composizione degli
stessi materiali L.ani, la statua del filosofo sul piedestallo finora vuoto.
Laddove è chiaro che, se anche nei pensieri inediti del L. fosse implicito un
sistema perfetto di filosofia, la via di ritro- varvelo e dimostrarvelo non
poteva essere questa scelta dall’autore. Ma veniamo all’argomento. L’autore,
come già altri, ha creduto che, se le opere edite ci avevan dato il L. poeta,
questi inediti Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura venuti
ultimamente in luce, ci scoprissero il L. filosofo. Questa era anche la tesi
dello Zumbini nel suo studio Attraverso lo Zilbaldone, da cui il nuovo studioso
manifestamente prende le mosse, distinguendo due fasi principali della
filosofia pessimistica del L.: nella prima delle quali il dolore sarebbe
conseguenza della civiltà; nella seconda, della stessa natura; donde prima una
concezione storica del pessi- niismo, e poi una concezione cosmica. Ma lo
Zumbini non insisteva sul valore sistematico di questa filosofia L.ana; e,
d’altra parte, nel secondo volume dei suoi Studi su L., esaminando le Operette
morali, veniva in realtà a mostrare come tutto il succo di quelle riflessioni
dello Zibaldone, le conclusioni di quel lungo soliloquio che L. aveva fatto
seco stesso per iscritto, fossero appunto condensate nelle Operette. Gatti, invece,
ha esagerato fuor di misura la tesi dello Zumbini, cominciando col cancellare
quelle differenze cronologiche, che lo Zumbini aveva badato bene a mantenere
tra i vari Pensieri (datati, com’ è noto, dal L.) : cancellarle a disegno, per
poter adoperare i singoli pensieri liberamente come parti integranti d’un
sistema logico. Ora, lo Zibaldone comprende centinaia e centinaia di pensieri
annotati come si formavano giorno per giorno nella mente del L. attraverso ben
(juindici anni periodo lungo per ogni vita, lunghissimo per quella del
Leopai'di, che in 39 anni forse non visse meno che il Manzoni in 78. Esso è
anzi il diario degli anni in cui si svolse la vita morale del poeta, e offre
perciò, com’ è stato notato, un riscontro a tutti i sentimenti, a tutti i
pensieri già noti dai canti e dalle prose da lui stesso pubblicate. Ed è chiaro
che, se in questi sette volumi abbiamo, per dir così, i segreti documenti di
tutto il lavorìo intimo di quello spirito, non potremo apprezzarli nel loro
giusto valore, se prescindiamo dalle loro rispettive date; perché a chi scrive
ogni giorno le proprie riflessioni, la verità è quasi la verità di quel giorno:
e quel lavoro di sistemazione e organizzazione, per cui di tutti i pensieri
slegati si possa fare un tutto coerente, manca. Gentile, ifa» 2 ont e L.. Il
Gatti protesta che non va imputato a sua «poca accortezza qualche salto
anacronico, a dir così, facile a rilevarsi, che qua e là avvicinerà pensieri
cronologicamente molto lontani fra loro ». E la sua ragione sarebbe questa :
Tali salti, mentre da un lato ci forniscono ancora una prova evidentissima e
incontrastabile della profonda ripugnanza.... provata da L. per una concezione
cosmica del dolore, rivelano nettamente, d’altronde, il proposito nell’Autore
di rifare spesso a ritroso coll’ immaginazione la via già percorsa dal pensiero
allo scopo di viemmeglio assicurarsi che non battesse falsa strada, e così
riprendere, sempre jiiù sicuro di sé, il cammino, allorché quella linea
immaginaria d’orientamento non gli avrà mostrata altra via da battere per
giungere alla mèta prefìssa». Cioè, se ho capito bene; a dilucidazione di
pensieri anteriori Gatti stima di poter addurre pensieri di un tempo più
avanzato, anche quando occorra ammettere avvenuto nell’ intervallo un cambiamento
sostanziale di pensiero, iierché L. rifà talvolta con l’immaginazione la via
già percorsa col pensiero, e già superata. Ci sarebbero certi « pensieri di
ritorno », o « ritorni immaginari », per cui, secondo il Gatti, non bisogna
credere che il L. contraddica al suo pensiero posteriormente acquisito, anzi lo
lasci intatto, ma, per certa ripugnanza sentimentale alle più accoranti verità,
per un bisogno del cuore ili certi temperamenti, torni per un momento agli
ameni inganni, o alla mezza filosofia d’una volta. Ma per immaginario che sia,
un ritorno siffatto nella mente del L., se noi crediamo di poter fissare questa
nella coerenza di certi pensieri definitivi, è evidente che non può essere
altro che una contraddizione. Di che, qua e là, il Gatti è costretto, quasi suo
malgrado, ad accorgersi, e a cercarvi una sanatoria. Sanatoria inutile, se egli
avesse rinunziato a pretendere dal L., nelle sue stesse intime confessioni,
queU’unità sistematica che non era nella natura di tali confessioni. E non era
neppure nella natura dello spirito del L., che fu un poeta, un grande, un
divino poeta, ma non fu un vero e proprio filosofo. Che fa che egli abbia tante
volte protestato di possedere una sua filosofia ? Allo stesso modo del L., più
o meno, chiunque si ritiene in grado di giudicare dei sistemi dei filosofi,
ossia di mettersi, non dico alla pari, ma al di sopra di costoro, e insomma di
affermare una filosofia propria che possa aver ragione di quei sistemi. E dal
proprio punto di vista chiunque, così facendo, ha ragione; e aveva ragione il
L. ; perché in fondo a ogni mente umana, sopra tutto in fondo a quella dei
grandi poeti, è incontestabile l’esistenza di una filosofia: e però è lecito
parlare così di una filo.sofia del L., come di una filosofia del Manzoni, dell’Ariosto,
di Shakespeare, di Omero. Ma questa filosofia dei poeti non è la filosofia dei
filosofi, e bisogna trattarla, per non snaturarla e non distruggerla, con molta
delicatezza. Una delle differenze più notabili tra la filosofia dei poeti e
quella dei filosofi è che il poeta può averne una, se è capace di averla, in
ogni singola poesia; laddove il filosofo che dice e disdice, e muta sempre la
sua dottrina, non ha nessuna dottrina. Il L. è in pieno diritto, come poeta, di
affrontare il problema del dolore, sempre da capo, con nuovo animo, con
considerazioni nuove, da un nuovo aspetto, ora maledicendo alla virtù, ora
inneggiando all’amore onde l’umana compagnia deve stringersi contro il fato.
Ogni poesia, ogni prosa di L. è infatti una situazione d’animo nuova; quindi
una nuova vista dello stesso dolore che domina l’anima del poeta; un nuovo
concetto, una filosofia nuova, che solo trascurando le differenze essenziali,
che in una poesia e in una prosa del genere di quelle del L. son tutto, si può
rappresentare come sempre identica. Egli è che il poeta, checché si proponga e
dica di aver fatto, non espone propriamente una filosofia: ma esprime soltanto
un suo stato d animo, occupato, determinato e quasi colorito da certi pensieri
dominanti. Abbozza in se medesimo (e quindi in un diario intimo) una filosofia
provvisoriamente sufficiente ad appagare i bisogni della propria ragione (che
non sono poi grandi in uno spirito prevalentemente poetico); e questa
filosofia, in quanto profondamente sentita, in quanto vita della propria anima,
diventa materia di poesia. Di poesia anche in prosa; perché, in sostanza la
prosa L.ana è anch’essa poesia, cioè espressione piena di certi stati d’animo
del Poeta, diversi da quelU manifestati nei Canti per lo sforzo che nella prosa
come nei Paralipomeni il L. fa di costringere il sentimento spontaneo dentro r
intenzione ironica, satirica, che gli fece appunto pre- f0rire la prosa al
verso. Ma in realtà, nelle Operette come nei Canti c’ è L. con la sua filosofia
tetra e col suo candore, col suo disprezzo degli uomini e col suo grande amore
per essi; con tutte quelle contraddizioni, che altri ha studiosamente cercate
in lui, e che sono il vero segno caratteristico del suo spirito poetico e non
filosofico. La filosofia vera e propria non deve aver niente dell’anima
individuale di chi la costruisce. Essa è una liberazione assoluta compiuta dal
filosofo dai limiti della soggettività; è una contemplazione, diciamo così,
d’una verità eterna, in cui il filosofo, come persona particolare, si dimentica
di se stesso, e dei suoi dolori, e di tutte le tendenze affettive dell’animo
suo. La filosofia di Spinoza, la cui \dta e il cui animo han parecchi punti di
somiglianza con quelli del L. non presenta nes- Cfr. Tocco, Biografia di
Spinoza, nella Rivista d’ Italia, asuna traccia, non offre nessuno indizio di
sentimenti personali. K veramente una visione del mondo sub specie
aeternitatis, come egli diceva, in cui la personalità del filosofo scompare. La
filosofia dei poeti, si potrebbe dire, scompare nell’animo dei poeti stessi;
l’animo dei filosofi. invece, scompare nella loro filosofia. Onde una volta noi
abbiamo innanzi una persona determinata, viva in tutto l’agitarsi dell’animo
suo; un’altra volta, un sistema di concetti, in sé. Certo, tra le due filosofie
non c’ è un taglio netto, che divida i filosofi dai poeti; ma il pessimismo
L.ano è, come è stato tante volte osservato, così imprgnato di elementi
ottimistici, così logicamente frammentario e contradittorio, e d’altra parte
così poeticamente coerente e vivo, che lo scambio non è possibile. Noi possiamo
studiare, dunque, la sua filosofia, ma come vita del suo spirito, materia della
sua poesia. Studio, ripeto, molto delicato; perché in esso non bisogna mai
lasciarsi sfuggire che la realtà vera, a cui bisogna aver l’occhio, non è
questa filosofia in se medesima, astratta materia della poesia, ma la poesia
appunto, in cui quella filosofia è per acquistare la vita che uno spirito
poetico è capace di comunicarle. La filosofia quindi va studiata per intendere
la poesia, e valutata in quanto poesia, per quella vita poetica che riuscì a
vivere nello spirito del Poeta. La pubblicaizione dello Zibaldone ha fortemente
contribuito a fare smarrire questo criterio. Ci s’ è trovata innanzi la materia
grezza della poesia L.ana, quella tal filosofia, che il L. rimuginava dentro se
stesso, e che, per quanto confidata a uno Zibaldone, non aveva pregato nessuno
di mettere in pubblico: quella filosofia, che egli destinava a far materia di
espressione più perfetta, cioè di opera poetica; e che infatti divenne in parte
materia di canti e di dialoghi (com’ è stato osservato, ma merita di essere
particolarmente studiato). E dimenticando che pel L. tutti questi materiali non
avevano valore per sé, ma l’avrebbero acquistato soltanto quando egli li
avrebbe trasformati, qualcuno s’è detto : o eccoci finalmente innanzi la
filosofia del L.! No, questi sono i detriti della sua poesia: tutto ciò che la
sua forza poetica non avvivò, non trasfigurò, o rinnovò interamente,
avvivandolo e trasfigurandolo nel suo canto e nella sua satira. E produce
davvero una strana impressione il procedimento seguito dal dott. Gatti, che
riferisce nel testo certe informi osservazioni dello Zibaldone, e a sussidio di
esse, in nota, luoghi delle Operette o versi dei Canti, in cui gli stessi
pensieri assursero a forma artistica. Il perfetto fatto servire all’imperfetto;
la poesia ridotta a documento d’un suo documento! Ecco un esempio di filosofia
documentata con poesia. In un pensiero L. S’era domandato. Che vale per noi
questa «miracolosa e stupenda opera della natura, e l’immensa egualmente che
artificiosa macchina e mole dei mondi? A che serve, dunque, questo infinito e
misterioso spettacolo dell’esistenza e della vita delle cose », se « né
resistenza e vita nostra, né quella degli altri esseri giova veramente nulla a
noi, non valendoci punto ad esser felici ? ed essendo per noi l’esistenza, così
nostra come universale, scompagnata dalla felicità, eh’ è la perfezione e il
fine dell’esistenza, anzi l’unica utilità che resistenza rechi a quello
ch’esiste ?» Qui, in verità c’ e tutta la Idosofia del L.. Ma che significano
queste sue interrogazioni ? Esse non possono aver altro significato che questo,
che, non sapendo concepire il fine dell’esistenza umana [ Zibald., Queste
giunture frapposte alle parole del L. sono del Gatti, che riassumo e in questo
caso mi pare modifichi leggermente il senso del testo. e mondiale se non come
felicità, e non vedendo, d’altronde, che tal fine sia o possa mai esser
raggiunto, egli, Giacomo L., finisce col non sapersi più spiegare quale possa
essere il fine di quest’universo, che pur nella sua artificiosa costruzione e
nella sua vasta armonia farebbe pensare a un’ intima finalità. Qui non è
affermata una verità obbiettiva; è bensì manifestata la situazione personale
del poeta: situazione, che sarà jierfettamente espressa quando il L. ci dirà
tutta la risonanza che questo suo ondeggiare tra il concetto di una finalità
eudemonistica universale e il dubbio suUa validità di tal concetto ha neU’animo
suo; quando da questo suo perpetuo ondeggiare (che non è filosofia, ma
atteggiamento filosofico, o filosofia soltanto iniziale e potenziale), egli
sarà ispirato al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia che il Gatti
reca a confronto e conforto di quelle note dello Zibaldone. Nel Canto notturno
L. dice con l’energia della fantasia commossa quello che nelle note fugaci del
diario era sommariamente accennato, quasi appunto o traccia del canto. E quando
miro in cielo arder le stelle. Dico fra me pensando: A che tante facelle ? Che
fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito seren ? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono? Cosi meco ragiono: e della stanza Smisurata
e superba, E dell' innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa. Girando senza posa. Per tornar sempre là
donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so. Qui veramente c’ è
l’anima tormentata dal dubbio che non ci sia un fine nel mondo; e non è il
dubbio astratto di un filosofo, ma il dubbio che irrompe neH’anima di un poeta,
che mira in cielo arder le stelle, quasi tante faci accese a illuminare il
mondo; e sente l’infinità dell’aria, il sereno profondo infinito (elementi di
grande commozione, com’ è noto, per L.), e l’immensità della solitudine attorno
alla propria persona non dimenticata {ed io che sono P) né dimenticabUe perché
palpitante; ecc. Qui c’è, non più il germe d’una filosofia, ma l’uomo L.,
intero, con l’ansia e il terrore che gh desta lo spettacolo dell’ infinito
misterioso, muto al dolore di lui che vi si sente dentro smarrito. C’ è anche,
innegabilmente, un dubbio filosofico : semphce dubbio («qualche bene o contento
avrà /o;'s’altri. Forse s’avess’ io l’ale.... più febee sarei, o forse erra dal
vero b mio pensiero, Forse in qual forma.... è funesto a chi nasce il dì
natale); ma come elemento o momento della lirica grande. La pubblicazione dello
Zibaldone, badiamo bene, è stata, in fondo, una certa quale indelicatezza, che
nessun onesto avrebbe giustificato, vivo L., e che non si permise infatti il
Ranieri, intimo del Poeta e conscio deUe sue intenzioni e del valore da lui
attribuito al proprio diario. Ognuno che scriva e stampi, pubblica soltanto
queUo che gli par compiuto secondo il fine a cui, più o meno consapevolmente,
mira scrivendo. Un poeta non beenzia al pubbbeo le tracce e gli abbozzi delle
sue poesie. Anzi, questi antecedenti naturali del suo prodotto artistico, ha un
certo schivo pudore di mostrarli al pubbbeo: sono il suo segreto. Sono infatti
cosa sua personale; laddove quello che egli crede arte, gb par bene appartenga,
o possa appartenere, a tutti gb spiriti. Certo, r interesse storico, il
legittimo e nobile desiderio d’intendere le opere del genio, mediante la
conoscenza più larga che sia possibile della sua anima, bastano a giustificare
la pubblicazione di siffatti abbozzi, come degb epistolari intimi, che svelano,
senza riguardi, i più gelosi segreti delle persone, le quali a un certo punto
si finisce col credere che appartengano agli altri più che a se stesse. Ma
questa giustificazione non deve farci dimenticare che gli abbozzi del poeta,
sono abbozzi delle sue poesie, come gli appunti provvisori del filosofo sono
antecedenti spesso superati e rifiutati della sua filosofia. Ad ogni modo non
si dovrà mai pretendere d’attribuire ad essi altro valore che di sussidio a
intendere quelle opere, che rappresentano la conclusione definitiva del poeta e
del filosofo. Tutto questo, si potrebbe osservare, sarà un bel discorso; ma è
troppo generale ed astratto. Bisogna vedere al fatto, se il L., dopo gli studi
di Gatti, ci apparisca nello Zibaldone un vero filosofo. Potrei rispondere con
un altro discorso astratto, sostenendo che è ben difficile che uno stesso genio
possa essere insieme poeta e filosofo; richiedendosi alla poesia un’attività,
che la filosofia necessariamente combatte e mortifica. Ma penso a Dante: unico,
secondo me, e se non sempre, quasi costantemente mirabilissimo esempio
dell’energia, onde è capace lo spirito umano, di individualizzare e stringere
nella fantasia e nel sentimento di un’anima singolarmente potente il sistema
più intellettuahsticamente universale ed astratto che la storia della filosofia
ci presenti: penso a quella fusione e unità quasi sempre perfetta d’un sistema
miracolosamente vario e armonico di fantasmi che son pure astratti concetti:
unità, che non si finisce e non si finirà mai di studiare nella Divina Commedia
». E preferisco perciò una risposta particolare e concreta, che è questa. Tutto
il mio discorso generale io r ho fatto appunto a proposito del L., dopo Alla
quale per questo rispetto non credo si possa paragonare, ma a distanza
grandissima, altro che il Faust: dove l’unità dell’opera, come arte e come
filosofia, rimase lungi dall’esser raggiunta. aver letto attentamente il saggio
di Gatti. Libro, che non ò certo inutile, perché molti schiarimenti particolari
a concetti del L. da uno studio così attento e minuzioso dei Pensieri si hanno;
c molti istruttiva raffronti, oltre quelli già fatti dal Losacco e dal Giani,
vi sono opportunamente istituiti tra pensieri del L. e luoghi di Helvétius, di
Rousseau, di Maupertuis e degli altri autori del Poeta; ma insufficiente a
dimostrarci la tesi che il Gatti s’era proposta, che nella mente del L. si
fosse organizzato un sistema filosofico; atto anzi a dimostrare il contrario,
per lo stesso esame accurato che ci dà dei Pensieri L.ani con l’intento di
cavarne un sistema. 11 sistema non c’ è. C’ è la travagliosa meditazione sui
fantasmi del Poeta; ci sono le accorate riflessioni, che gli suggerirono quei
jiroblemi che furono il tormento e la musa perpetua del suo spirito: ma non più
di questo. Il L. lo ritroveremo sempre nel disperato lamento de’ suoi canti e
nel sorriso amarissimo e pur soave delle prose. 11 materialismo della sua
metafisica, il sensismo della sua gnoseologia, lo scetticismo finale della sua
epistemologia, l’eudemonismo pessimistico della sua etica sono nei pensieri
inediti, come in tutti gli altri scritti già noti, i motivi costanti del breve
filosofare leoparebano : ma sono spunti filosofici, anzi che principii d’un
pensiero sistematico; sono credenze d’uno spirito addolorato, anzi che veri
teoremi di un organismo speculativo. Le sue pretese dimostrazioni non vanno mai
al di là dell’osservazione empirica; e non servono ad altro che a dirci come
vedev^a le cose Giacomo L.. In lui non trovi né anche una critica della
ragione, come in Montaigne o in Pascal, a cui per molti riguardi somiglia. Ma
un prendere di qua e di là proposizioni contestabili, e accettarle come verità
assiomatiche e principii di deduzioni pessimistiche. Passione v^era per a
speculazione il L. non ebbe mai. Non studiò nessun grande sistema filosofico:
egli, conoscitore e studioso dei classici, non si sforzò mai d’intendere il
pensiero di Platone e di Aristotele. La sua storia della filosofia antica ò
tratta da Diogene Laerzio, da Plutarco o altri dossografi. Del Medio Evo non
studia nessuna filsofia. Di Cartesio, di Spinoza, di Hume non conosce neppur
nulla. Lesse Locke, ma come si leggeva. Di Leibniz sorrise come Voltaire, non
sospettando in alcun modo la profondità del suo pensiero Ebbe una vernice di
cultura filosofica, come l’avevano allora tutti i letterati; ed ebbe velleità
di filosofo; ma la sua vera indole, quella che noi dobbiamo guardare in lui, è
r indole poetica, convinti che fuori della sua poesia il suo pensiero, a
considerarlo nel valore filosofico, è molto mediocre. Non entrerò nei
particolari della esposizione di Gatti. Ma non voglio tacere che quella
filosofia pratica edilicatrice, che egli, conZumbini, giirstamente mette in
rilievo di contro alle conseguenze negative della sua filosofia teoretica, non
ha niente che vedere coll’odierna filosofia prammatistica, a cui egli
studiosamente la raccosta, per dimostrare così la modernità del pensiero L.ano.
Quella filosofia pratica è il retaggio dello scetticismo da Pirrone in poi: il
quale ha contrapposto sempre la vita alla scienza, e salvata almeno quella dal
naufragio di questa. Salvataggio operato ora con la natura, ora col sentimento,
ora con la volontà, e in generale con un principio irrazionale, o concepito
come tale, che, appunto perciò, non contraddice aUo scetticismo fondamentale.
L. ricorre all’ immaginazione e a un certo qual senso dell’animo, che fan
contrappeso agli argomenti dolorosi della ragione e bastano a confortarci a
vivere. Né anche questo principio, del resto, è sviluppato. Certo, esso non
giova a chi presuma di vedere nel Recanatese un precursore del James e degli
altri pram- matisti d’oggi, i quali non sono scettici, benché in realtà abbiano
una dottrina negativa del conoscere; non vedono nell’attività pratica un
surrogato dell’attività teoretica: ma unificano le due attività, e immedesimano
la verità con l’utile, in modo che quel che giova credere, sia esso stesso il
vero; laddove quel che gioverebbe credere, secondo L., sarebbe né più né meno
che un’ illusione. La differenza tra L. e James è la differenza profonda tra lo
scetticismo di tutti i tempi e il nuovo prammatismo, che si professa dottrina
essenzialmente dommatica e positiva. Gli studi del Gatti furono ripresi da
Giulio A. Levi *, uno degl’ ingegni più fini tra gh studiosi di letteratura
italiana, e dei più valenti e competenti interpreti del pensiero L.ano; ma con
altro criterio e altro intendimento. E io son lieto di leggere al principio del
suo libro le seguenti parole; «Fu tentato da Pasquale Gatti, e parzialmente dal
Cantella, di ordinare e comporre in un sistema filosofico i pensieri dello
Zibaldone L.ano; con esito che non poteva essere altro che infelice; quando si
pensi che sono riflessioni scritte giorno per giorno, senza disegno
prestabilito, per lo spazio di circa quindici anni, da quando prima il poeta
adolescente cominciò a voler pensare col suo cervello, fino aUa sua piena
maturità. Che fu uno degli argomenti principali che a suo tempo io opposi al
tentativo di GATTI. E sono interamente d’accordo con LEVI che lo Zibaldone, con
gli ondeggiamenti e gli sforzi speculativi di cui ci conserva i documenti, può
esser materia alla storia (anzi, alla preistoria) del pensiero del poeta, la
cui forma definitiva va piuttosto cercata nei prodotti più maturi, dove parve
all’autore d’avere impressa l’orma definitiva del suo spirito, nei Canti e
nelle Operette. Questa è, in sostanza, l’idea centrale del saggio del Levi, e
conferma pienamente il mio giudizio sul valore e sull’ interesse dello
Zibaldone. Questa idea bensì nel libro del Levi non apparisce netta e ferma
quanto si potrebbe desiderare, costretta com’ è dall’autore ad andare in
compagnia di certi prin- cipii direttivi, che oscurano, a mio avviso, la
visione esatta di taluni momenti dello sviluppo del pensiero L.ano e turbano il
giudizio sulla sua forma ultima. Cosi, quando comincia a notare che io ho
ecceduto « negando a priori allo Zibaldone ogni interesse speculativo, per la
qualità stessa dell’autore; il quale sarebbe bensì un osservatore acuto, ma
troppo essenzialmente poeta, dominato interamente dal sentimento, e perciò di
pensiero incoerente, mutevole e spesso contradittorio », egli, da una parte, esagera
e àltera il mio giudizio sullo Zibaldone e, in generale, su tutta l’opera del
L.; e dall’altra, accenna a un concetto (che non manca subito dopo di
dichiarare esplicitamente), il quale non gli può consentire una ricostruzione
storica non arbitrariamente soggettiva, ma razionalmente giustificabile del
pensiero L.ano. In primo luogo, non è esatto che io abbia negato o voglia
negare ogni interesse speculativo allo Zibaldone e tanto meno alle poesie e
alle Operette morali', anzi sono disposto a riconoscere che tutta la poesia di
L. non abbia altro contenuto, in tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi,
che il problema speculativo, nei termini, s’intende, in cui egli poteva e
doveva porlo. Quel che ho negato e nego è; i) che nello Zibaldone ci sia del pensiero
del L. qualche cosa di più che non fosse negli scritti da lui pubblicati;
qualche cosa che, dal punto di vista del L., fosse già pervenuto a quel punto
di maturità spirituale, di verità, in cui il L. s’acquetò, a giudicare dalle
opere con cui egli stesso volle entrare nella nostra letteratura; qualche cosa
che possa nello Zibaldone farci vedere nulla di diverso {si parva licei
componere magnis) da quelle note, onde ognuno di noi si prepara ai suoi lavori,
e che, compiuti questi, quando ci pare d'averne spremuto bene tutto il succo,
si buttano al fuoco; e tanto più volentieri, quando dalle note alla stesura dei
nostri scritti le idee nostre si siano venute correggendo e integrando in più
logica compattezza ' ; 2) che si possa adeguatamente valutare la grandezza di
L., facendogli il conto del tanto di verità speculativa che è nella sua poesia:
poiché, a prescindere da ogni dottrina sulla natura della poesia, basta
considerare le critiche profonde e ineluttabili, onde quella verità fu superata
da uno spirito, che ebbe inizialmente una profonda simpatia congeniale col L.,
il Gioberti (specialmente nella Teorica del sovrannaturale. Levi scrive: « Fii
detto che la pubblicazione del Diario sia stata un'indelicatezza, quando il L.
medesimo di questa pubblicazione non aveva pregato nessuno. Oh si, sarebbe un
indelicatezza esporre quelle cose agli occhi bene aperti d’un pubblico di
pedanti, i cjuali spiegherebbero con trionfo gli errori del grand'uomo che si
viene formando. Ma chi ha già imparato ad amarlo e a venerarlo, può accostarsi
senza scrupoli a tutte quante le sue reliquie. Se il Levi con le prime parole
si riferisce a quel che scrissi io nella Rass. bibl. tett. U., mi rincresce di
dovergli rispondere che egli non ha inteso lo spirito della mia affermazione.
La quale mirava soltanto a chiarire che dello Zibaldone non ci si può servire
se non come di documento della formazione del pensiero del L., la cui forma
ultima dobbiamo per altro cercare sempre nelle opere che da <iuegli abbozzi
trasse l'autore, e pubblicò egli stesso come sole degne di sé. nel Gesuita e
nella Protologia), in pagine che il Levi non anteporrebbe di certo né pur a
quelle dello Zibaldone. L vero che « nei sistemi filosofici le parti più
caduche sono spesso quelle dovute alle esigenze di sistema ». Ma ciò non
dimostra che la filosofia non è sistema, anzi dimostra che è: perché gli errori
di questo genere non si scoiarono dal critico se non come errori della
costruzione del sistema, ossia come divergenze dalla costruzione che, secondo
lui, sarebbe più conforme alle verità fondamentali intuite d<al filosofo. E
se U critico non rifacesse per suo conto la costruzione del sistema, non
avrebbe modo di discernere nel sistema criticato il vero dal falso, nato dunque
non dal sistema, ma dal falso sistema. Giacché un giudizio che affermasse
immediatamente : questo è vero, e questo è falso, senza dimostrazione di sorta,
non credo che pel Levi sarebbe un giudizio per davvero. E vero, d’altra parte,
che la coerenza del pensiero non è privilegio dei filosofi, di contro ai
yioeti; se per filosofi s’intende i filosofi storicamente esistenti, Socrate,
Platone, Aristotele ecc., e per poeti quelli che sono realmente vissuti o
vivranno. Omero, Dante, Shakespeare, ecc. Per tutti costoro, non c’ è dubbio,
secondo me, Iliacos intra muros peccatur et extra. D’incoerenze, di maglie
rotte nel sistema, ce n’ è state, e ce ne sarà sempre, da una parte e
dall’altra. Ma noi non possiamo parlare di Omero poeta e di Platone filosofo
senza un concetto del poeta e del filosofo, e cioè della poesia e della
filosofia: le quali, come funzioni dello spirito, trascendono la storia, che è
la concretezza stessa della realtà spirituale. E soltanto alla poesia e alla
filosofia come funzioni trascendentali dello spirito si possono assegnare caratteri
distinti, dei quali quello che è della poesia in quanto tale non sarà della
filosofia, e per converso. Nella storia tutte le funzioni concorrono in
un’unità concreta, in cui il poeta, essendo anche filosofo, partecipa del
carattere dello spirito che è filosofia; e il filosofo, essendo pure poeta,
partecipa del carattere dello spirito che è poesia, sempre. E la rigida e salda
distinzione delle funzioni astratte cede il luogo alla plastica e mobile
distinzione della storia, che fa essa stessa la divisione dei grandi spiriti
nelle due schiere dei poeti e dei filosofi, secondo che negli uni prevale il
momento poetico e negli altri il momento filosofico; onde la distinzione e però
la categorizzazione del giudizio critico sono poi, ogni volta, funzioni di
giudizio storico, concreto. Perché il L. va considerato come poeta, e non come
filosofo ? Perché, se conosco il L. storico, quale si formò e quale si espresse
nel suo canto, io ci vedo bensì dentro una filosofia; ma questa filosofia la
vedo chiusa, compressa, fusa e assorbita nella intuizione immediata che questo
spirito ha della sua personalità materiata di cosiffatta filosofia; per cui
dico che egli non rappresenta una filosofia, ma la sua anima; e poiché il suo
occhio è tutto intento alla risonanza tutta soggettiva, in cui vive per lui un
certo, oscuro, vago e frammentario concetto del mondo, la verità è per lui, e
dev’essere per me che lo giudico, non in questo concetto, ma nella vita di
esso, in quella tale risonanza, nella sua Urica. Beninteso che, per quanto
oscuro, vago e frammentario, quel concetto sarà pure un concetto, che avrà una
chiarezza e saldezza organica sufficiente alla logicità dello spirito lirico, e
quindi per lui assoluta. E non ci sono principii astratti ed estrastorici che
possano segnare a priori i limiti della filosoficità del concetto che vive neUa
Urica del poeta. Ma ciò non toglie che la distinzione non perda mai la sua
ragion d’essere, e che non si possa mai trascurare, volendo rilevare, a volta a
volta, il valore deUo spirito rispetto alle sue forme es- senziaU ed assolute.
Ma, dice Levi, «la grandezza in tutte le sue forme è in fondo una sola,
grandezza morale ed umana; e se è suprema esigenza etica che la nostra vita sia
azione, ed abbia un senso; non sarà fuor di luogo nei poeti, di cui sentiamo la
grandezza, sospettare qualche cosa di più che la passività del sentimento, o
l’attività dell’espressione: sospettare e cercare un’attività etica con un suo
senso determinato e costante ». Ond’egli si propone di cercare negli scritti
del L. «per quah vie egli giunse alla sua profonda intuizione, e potè prendere
un atteggiamento interiore costante e sicuro di fronte all’universo Ebbene,
tutto questo è molto vago perché possa servire di criterio alla storia del
pensiero di un poeta. Se la grandezza in tutte le sue forme è una sola soltanto
« in fondo », bisogna pure che si rispettino le differenze tra le varie forme,
in cui unicamente è possibile che quello che è in fondo venga su, e si
manifesti, e assuma così una forma storica determinata. E se è suprema esigenza
etica che la nostra vita sia azione, posto, com’ è necessario, che le suddette
forme della I grandezza, o, più modestamente, dello spirito, siano più d’una,
oltre la suprema esigenza etica, ci saranno (dato pure c non concesso che
questa sia la radice di tutte) altre esigenze supreme : come quella che la vita
sia poesia, e che la vita sia filosofia; le quah, se il Levi ci riflette bene,
s’avvedrà che non sono meno supreme, anche per la sua posizione, in cui
l’azione è fondamentalmente un ^ atteggiamento dell’uomo di fronte all’universo
: poiché; quest’atteggiamento o è un pensiero, o l’imphca; e questo pensiero,
dovendo essere una filosofia, non può non essere anche una poesia. In realtà,
quel che cerca il Levi nel poeta, non è la ! soddisfazione di una esigenza
etica, bensì una metafisica, I una rivelazione della ragione dell’esser nostro
o del regno soprannaturale dei fini: e con l’occhio a questa mèta. Gentile,
Manzoni e L.] pur accennando qua e là all’ identità del valore poetico e del
valore del contenuto filosofico della poesia, egli non si propone nemmeno, in
nessun punto del suo libro, il problema dei rapporti tra arte e filosofia, e
non mira quasi mai al giudizio estetico dell’arte L.ana; ma si restringe a
tracciare la linea di svolgimento del pensiero che c’ è dentro, e che egli
crede abbia assunto la sua forma finale in una specie di individualismo
romantico corrispondente alle tendenze dello stesso Levi. Dirò bensì che la
distinzione tra arte e filosofia accenna a svanire nel pensiero dell’autore
appunto pel concetto meramente estetico, più che etico, di questa filosofia
romantica a cui egli aderisce: quantunque pur in questo concetto la differenza
permanga e obblighi il Levi a far violenza, qua e là, al pensiero del L. per
dargli queUa sistematicità, che è necessaria anche a una filosofia
individualistica. Il risultato degli studi del Levi, in breve, è questo. Nel
pensiero del L. si devono distinguere due periodi; uno come di distruzione e
dissoluzione dell’uomo, l’altro di affermazione e ricostruzione dell’uomo
stesso; il quale allora si contrappone aUa natura pessimistici^- ! mente e
agnosticamente concepita in cui termina il primo periodo, e si aderge in tutta
la sua grandezza, che è la j sua stessa infeUcità, o piuttosto la coscienza
della sua p infelicità. 11 primo periodo terminerebbe verso la fine | del 1823,
e sarebbe rappresentato, sostanzialmente, dallo 1 Zibaldone', il secondo
comincerebbe, presso a poco, nel J gennaio 1824, quando il L. pose mano alle
Operette morali', a proposito delle quali il Levi scrive giusta- # mente ; « Fa
onore al buon gusto e al senso critico del 1 L. l’aver lasciato da parte tutto
quello ch’egU l sentiva estremamente ipotetico nelle sue teorie inrorno jS alla
storia dell’ incivilimento e agli intenti dcUa natura, ?. e l’aver esposto
definitivamente per il pubblico solo il nocciolo essenziale dei suoi pensieri
intorno alla virtù e alla felicità umana. Insomma, anche pel Levi, lo Zibaldone
è il periodo jelle indagini e dei tentativi (de’ suoi sette volumi i primi sei
giungono al 23 aprile 1824): il periodo, in cui il L. cerca tuttavia se stesso,
e ancora non si ritrova qual era nella sua giovinezza e all’ inizio del suo
speculare: «pieno d’ardore per la virtù, e assetato di felicità, di bellezza e
di grandezza ». La riflessione, in questo periodo, che comincia intorno al ’20,
si stringe addosso a quest’ ideali, che erano la vita dello spirito L.ano; e
non riesce a giustificarli, anzi h corrode e distrugge. Che cosa è il bello ? e
il bene ? e il vero ? e il talento ? Movendo dal sensismo, che negava lo
spirito e non vedeva altro che la natura, tutti i valori dello spirito si
dileguano facilmente dagli occhi del giovane pensatore, poiché perdono tutti la
loro assolutezza, la loro apriorità. Ma da ultimo la vita stessa, che prende in
lui il dolore di questo dileguo di tutti gl’ ideah, si desta nell'esser suo di
coscienza, e prorompe in una espressione ingenua della verità disconosciuta:
espressione, che ferma giustamente l’attenzione del Levi; e giustamente gli fa
segnare questo momento come principio d’un nuovo periodo dello svolgimento del
L., ma comincia ad essere interpretata alla stregua del difettoso concetto che
egli ha delle attinenze della poesia con la filosofia, e a far deviare quindi
tutta la sua interpretazione del secondo periodo. 11 L., il 27 novembre 1823,
scriveva nel suo Diario : « Bisogna accuratamente distinguere la forza
dciranima dalla forza del corpo. L’amor proprio risiede neH’animo. L’uomo è
tanto più infelice generalmente quanto è più forte e viva in lui quella parte
che si chiama Storia, anima. Che la parte detta corporale sia più forte, ciò
per se medesimo non fa ch’egli sia più infelice, né accresce il suo amor
proprio. Nel totale e sotto il più dei rispetti [l’infelicità e l’amor proprio]
sono in ragione inversa della forza propriamente corporale. La vita è il
sentimento dell’esistenza. La materia (cioè quella parte delle cose e dell’uomo
che noi più pecuharmente chiamiamo materia) non vive, e il materiale non può esser
vivo e non ha che far colla vita, ma solamente coll’esistenza, la quale,
considerata senza vita, non è capace di amor proprio, né d’ infelicità. Quello
che in questo luogo il L. chiama sentimento vitale, o vita», avverte
esattamente il T.evi, è manifestamente la coscienza ». Ma continua : Di qui
innanzi egli negherà ancora in astratto la nozione metafisica dello spirito (al
che egli ha avuto cura di tenersi aperta la strada colle circonlocuzioni quella
parte dell’uomo che noi chiamiamo spirituale e quella parte delle cose e
dell’uomo che noi più peculiarmente chiamiamo materia'). A questo lo movevano
il suo bisogno di concretezza, e l’avversione a tutto 1 accattato e il falso
ch’ei sentiva negli entusiasmi spiritualistici dei romantici. Ma, praticamente,
rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale, egli ha fermato con sufficiente
sicurezza la nozione di ciò che in esso è di natura spirituale e della sua
dignità». Ora qui è il piincipio del maggiore equivoco EQUIVOCO GRICE, in cui
si dibatte poi il Levi in tutta la sua interpretazione del L.. Nel luogo citato
del Diario c’ è la coscienza della vita, ma non c è la coscienza (il concetto)
di questa coscienza; il L. sente la propria grandezza come uomo sugh animaU e
sugli esseri inferiori, e la propria grandezza come L. sugli uomini comuni,
come potenza di essere infehce. ma non pone mente che egli è grande, non perché
infelice, ma perché conscio della sua infelicità ; cioè non vede 1 esser cuo
nella coscienza che si eleva al di sopra del dolore, e lo impietra, nell’arte;
e però non si può a niun patto asserire che possegga la nozione della propria
natura spirituale e della propria dignità di contro alla natura. Infatti il
possederla praticamente (e soltanto praticamente) come vuole il Levi, che
significa se non che non la possiede come nozione, bensì con quella
immediatezza onde 10 spirito ha, qualunque sistema si professi, coscienza di sé
? Che se egli ne raggiungesse la nozione, il suo pessimismo, che è il contenuto
della sua poesia (attualità reale del suo spirito), sarebbe superato; poiché
sarebbe risoluto nella poesia diventata essa stessa contenuto od oggetto dello
spirito consapevole della propria vittoria sulla natura, come opposizione e
limite dello spirito, e quindi sorgente dell’ infelicità. Il pessimismo è
assolutamente inconciliabile col concetto del valore dello spirito; e questa è
la vera e profonda ripugnanza che prova il L., pur quando intravvede nella
vivacità stessa della sua spiritualità l’essenza propria del reale, che è
sentimento, com’egli s’esprime, dell'esistenza ad affermare quella realtà che
non ha posto nella visione pessimistica del mondo in cui si chiude e fissa
l’anima sua; e però ricorre a quelle circonlocuzioni « quella parte dell’uomo
che noi chiamiamo spirituale » ecc. ; circonlocuzioni, che sono la patente
documentazione del fatto, che il L. non si solleva al concetto dell’essenza
dello spirito. Che se questo concetto si fosse rivelato comunque alla sua
mente, con tutta la sua « avversione all’accattato e al falso che ei sentiva negli
entusiasmi spiritualistici dei romantici », con tutto « il suo bisogno di
concretezza », come avrebbe potuto egh chiudere gli occhi alla luce, e non
vedere che 11 sentimento dell’esistenza, non essendo materia..., non è materia,
e che la presunta concretezza della materia come tale non è altro che
un’astrazione, dal momento che essa non ci può esser nota altrimenti che pel
sentimento che ne ha il vivente? Orbene questa contraddizione intrinseca tra il
sentimento, non elevato a concetto, dell’umana grandezza, e il concetto
(contenuto della poesia L.ana) della nullità dell’uomo di fronte alla natura e
quindi della fatalità assoluta del dolore, questa è la grande situazione
poetica di L. rappresentata così splendidamente dal De Sanctis nel saggio su
Schopenhauer: L. produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede
al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare.
Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un
desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non
puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purilìcarti,
perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e
mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti
desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così
basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura la onora e la
nobilita ». Appunto, questo flagrante contrasto tra il suo concetto e la sua anima
è la forma e il valore speciale della sua poesia: ma non perviene mai a
distinta coscienza degli opposti motivi che vi concorrono senza scoppiare
dentro il contenuto (astrattamente considerato come filosofia) in manifesta
contraddizione logica, come avviene nella Ginestra: con quanto vantaggio della
poesia non so. Certo, la forma L.ana si regge sull’equilibrio di questi opposti
motivi, che sono la personalità del poeta e il suo mondo pessimistico:
equilibrio che si mantiene perfettamente, per esempio nell’ Ultimo canto di
Saffo, Saggi critici, à nel canto A Silvia, nel Canto notturno e, in modo
tipico, nei versi All' infinito, dove la personalità si dimentica nel suo
mondo, lo pervade e ne è la forma poetica : laddove, appena vi si contrapponga,
come parte di contenuto (che qui coscienza che il poeta ha di se medesimo)
accanto all'altra parte affatto ahena, tende necessariamente a spezzare l’unità
del fantasma, che è la logica del pensiero poetico. Di tale contrasto il Levi,
poeteggiando anche lui per interpretare il L., non vedo abbia chiara coscienza;
e però scambia la forma col contenuto dell’arte L.ana, e vede una filosofìa
(quella con cui piace a lui d’interpretare l'anima umana) dov’ è soltanto
l’anima, e cioè la poesia del L. Tralascio i bei capitoli, che il Levi consacra
alla storia della concezione storica del pessimismo, quale si disegna già nella
critica dello Stato e della civiltà, della scienza e della filosofia e nella
teoria delle illusioni attraverso 10 stesso Zibaldone per trovare in fine la sua
espressione nei primi canti; Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore
nel pallone. Bruto minore. Ultimo canto di Saffo, Alla primavera e Inno ai
Patriarchi. ’E vengo al secondo periodo. 11 Levi studia gl’ indizi della
coscienza che il L. comincia ad acquistare della propria grandezza dopo la
dimora che fa in Roma: coscienza culminante da ultimo, in questa nota del
Diario: «Ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano
intelletto, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e
fortemente sentire la sua piccolezza.... E veramente quanto gli esseri più son
grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri è l’uomo, tanto sono più capaci
della conoscenza, e del sentimento della propria piccolezza » ». Quindi
s’inizia il secondo periodo, il cui Zibald.] pensiero il Levi vede maturarsi
tutto nelle prose {Storia del genere umano, Dialogo della Natura e di un'Anima,
Dialogo della Natura e di un Islandese, Frammento apocrifo di Stratone) e nelle
note sincrone dello Zibaldone. In questo secondo periodo dall’uomo L. ritrae la
causa del dolore universale nella natura; alla concezione storica del
pessimismo sottentra quella cosmica; ma di fronte alla natura inesorabile
artefice del nostro doloroso destino e imperscrutabile prosecutricc di fini
divergenti dai fini dell’uomo s’accampa questo con la coscienza del proprio
valore: dell’uomo, secondo intende il Levi, in quanto individuo, e pur creatore
del suo valore nel virile disdegno d’ogni illusione, nella magnanima sfida al
Potere ascoso: nell’affermazione, insomma, di sé come coscienza del dolore.
Onde il L. acquista una serenità, una sicurezza ignota a quell’angoscioso
piegarsi e stridere dell’anima sotto il dolore, che è l’atteggiamento del primo
jieriodo. Questo mi pare, se ho bene inteso il cenno più che esposizione del
Levi, il suo modo d’intendere questa forma suprema dello spirito L.ano. Ma
contro questa interpretazione vedo due princijiali difficoltà, la prima delle
quali confesso di proporre con qualche esitazione, perché non sono sicuro di
cogliere interamente il pensiero del Levi. Ed è che non vedo i documenti dell’
interpretazione del Levi per ciò che riguarda l’individualità dell’uomo, che in
questo secondo periodo starebbe di contro alla natura. Nell’allegoria dell’Amore,
alla fine della Storia del genere umano, la designazione dei « cuori più teneri
e più gentiU, delle persone più generose e magnanime », che vengono a provare «
piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine », comprende bensì il L.,
anzi rappresenta soltanto il L.: ma non come individuo che crea se stesso, col
suo valore. Non è coscienza del dovere dell’ individuo. che può nello spirito
vincere l’avversa natura e toccare (juindi la beatitudine da questa contesagli
; ma è l’im- niediata condizione spirituale del Poeta, la cui serenità estetica
si diffonde per tutta la Storia e ne placa il dolore. 11 ragionamento dimostra
la vanità delle illusioni, e di ogni desiderio della felicità ignota e aliena
alla natura dell’universo, e l’amarezza dei frutti del sapere; ma della
beatitudine che spira intorno al nume, figliuolo di Venere celeste, non v’ è
giustificazione, né quindi concetto. Dove egli si posa, dintorno a quello si
aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla
consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla
terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla Verità, quantunque
inimicissima a quei fantasmi. Qui dunque c’ è l’anima che non s’arrende alla
verità; ma non la verità, come concetto dell’anima. E l’anima è appunto quella
dolce serenità che si diffonde per tutta la prosa: ossia la forma, la poe.sia,
non il contenuto, la filosofia, del pensiero L.ano. Altrettanto, mulatis
mutandis, ' mi pare sia da osservare di quella individualità che il Levi vede
nelle varie prose al di sopra del pessimismo cosmico, fino a Tristano che non
si sottomette alla sua infelicità, né piega il capo al destino, né viene seco a
patti, come fanno gli altri uomini. L'affermazione di Tristano è piuttosto negazione:
E ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore
e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al
mondo se non da pochissimi. In altri tempi ho invidiato.... quelli che hanno un
gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con alcuno di
loro. Oggi non invidio più né stolti né savi.... Invidio i morti, e solamente
con loro mi cambierei. In secondo luogo, di questo disdegnoso gusto, o come
altrimenti si manifesti la vittoria dell'uomo sulla natura, perché e come potrà
farsi una caratteristica del secondo periodo se nel primo periodo resta, per
esempio, il Bruto minore col « prode » di cedere inesperto, che guerreggia teco
Guerra mortale, eterna, o fato indegno; e resta 1 ’ Ultimo canto di Saffo, in
cui l’uomo si erge magnanimo contro i numi e l’empia sorte, e, conscio della
propria grandezza al di sopra del « velo indegno », emenda il crudo fallo del
cieco dispensator dei casi ? Però credo che nell’esame dei canti del secondo periodo,
cui è consacrato l’ultimo capitolo dell’acuto e suggestivo studio del Levi, la
poesia L.ana sia più d’una volta tormentata affinché risponda docilmente ai
preconcetti filosofici costruttivi dell'autore. Nel Risorgimento sarebbe
celebrata « con gioconda sicurezza la superiorità della vita affettiva sulla
conoscenza e su tutto, e la forza invitta con cui l’io profondo si afferma, non
ostante la contraddizione di tutto l’universo ». Ma, se il L. canta: Proprii mi
diede i palpiti Natura, e i dolci inganni; Sopire in me gli affanni L’ingenita
virtù. Non l’annullàr, non vinsela Il fato e la sventura; Non con la vista
impura L'infausta verità. Pur sento in me rivivere Gl’ inganni aperti e noti; E
de’ suoi proprii moti Si maraviglia il sen. la chiave, l’intonazione della
poesia è in questo meravigharsi dell’animo di fronte al risorgimento dell’
ingenita virtù: a questo miraeoi novo, che, appunto perché tale. j^on è
menomamente sicura coscienza della superiorità della vita affettiva sulla
conoscenza. Data la sicurezza, perché meravigliarsi ? E se togliete questa
meraviglia, questo stupore innanzi al subito rianimarsi del mondo al risorgere
del vecchio cuore, la poesia è svanita. Un altro esempio significativo. Nei
versi .4 se stesso, secondo il Levi, « ancora una volta si sfoga riaffermando,
disperatamente, ma pure ancora superbissimamente, l’assoluta solitudine della
sua grandezza » ; e cita i versi; Non vai cosa nessuna I moti tuoi, né di
.so.spiri è degna La terra. Amaro e noia La vita, altro mai nulla; e fango è il
mondo. Ma dov’ è qui la solitudine della grandezza, se il L. vi nega ogni
finalità ai moti stessi del cuore, se cioè non crede che il cuore possa
aspirare a nulla, e tutti i versi sono uno schiacciamento del cuore stanco
sotto r immane fatalità ? Infine : « La Ginestra », dice il Levi, « è da
taluni, non senza un po’ di retorica, esaltata per il suo contenuto morale; da
altri è trovata troppo arida e raziocinativa. A me sembra una cosa grande,
anche per quella maschia e dantesca sprezzatura, onde il poeta non rifugge, per
rispetto all’ intento morale, dall’ interrompere la sua melodiosa poesia colle
pagine ossute di ragionamenti in versi. Certo le parti più belle sono le
meditazioni intorno all’ immensità dell’universo e alla piccolezza dell’uomo, eppoi
la straordinaria descrizione delle eruzioni vesuviane. La bellezza di questa
nasce da cosa molto più alta che non sia l’eccellenza espressiva : e questa è
l’intensità tragica del pensiero universale simboleggiato, e la potenza di una
personalità, che si colloca di fronte alla natura, e ne abbraccia e comprende
la terribile grandezza senza lasciarsene opprimere ». Ma io direi che la
Ginestra non può esser cosa grande per la cosiddetta sprezzatura dantesca
d’interrompere la poesia con pagine di ragionamenti. Se vi sono ragionamenti
che interrompono davvero la poesia, il L., mi pare, sarebbe stato più grande
non interrompendo la sua poesia; dato che la grandezza della poesia non possa
essere altro die il carattere eccellente di una poesia, tanto più poetica, di
certo, quanto più ò fusa e una, e tutta poetica. Vero è che soltanto la
retorica può persuadere ad esaltare la Ginestra per il suo contenuto morale;
poiché questa parte appunto (oltre che la polemica contro la filosofia e contro
Mamiani ROVERE (si veda)) è quella in cui è compromesso l’equilibrio lirico
della poesia; ma mi pare anche un errore staccare la bellezza delle meditazioni
sul contrasto tra la grandezza sterminata dell’universo e la piccolezza
deU’uomo, o ciucila della descrizione dell’eruzione, dall’organismo, dalla vita
di tutta la ])oesia, dove é la vera e sola bellezza, da cui le altre
particolari sono irradiate: e che è, credo, la bellezza della ginestra, del
fior gentile, immagine del L., che, mentre tutto intorno una mina involve, al
cielo Di dolcis.simo odor manda un profumo. Che il deserto consola:
l'espressione più delicata della divina poesia leojìardiana. E dove il Levi
afferma con intenzione, che la bellezza non so se della descrizione delle
eruzioni vesuviane o se di tutta la Ginestra, « nasce da cosa molto più alta
che non sia l’eccellenza espressiva » alludendo a una dottrina estetica, che
dice altrove di non poter accettare, noterò che egli mostra di non aver forse
compreso che s’intende in questa dottrina per espressione : perché l’intensità
tragica che egli vi contrappone non è niente di diverso dalla espressione, se
di questa intensità tragica intende parlare in quanto la vede nella Ginestra]
poiché l’espressione va cercata nell’atteggiamento individuale che lo spirito
assume di fronte a una certa materia, e questa, quindi, in lui. Ma c’ è poi
quella personalità, che si colloca di fronte alla natura senza lasciarsene
opprimere? Qui sarebbe il proprio della interpretazione del Levi. Né
supplicazioni codarde, né forsennato orgoglio. Ma la ginestra non supplica
semplicemente perché, più saggia dell’uomo, non crede sue stirpi immortali, e
sa pertanto che supph- cherebbe indarno al futuro oppressore. Non c’ è, dunque,
né pur qui, l’individuo che si contrappone alla crudel possanza, ma la serenità
pacata della coscienza della sua inesorabihtà ; insensibiUtà di saggio antico,
più che affermazione romantica dell’umana personalità. In conchiusione, anche
al nuovo schema filosofico la poesia L.ana si sottrae e repugna, per
richiudersi sempre ostinata nella naturai veste del suo pathos lirico. ^l//o
scritto precedente il prof. Levi rispose con alcune osservazioni ingegnose ^ a
cui fu replicato con la seguente lettera: Egregio Professore, Mi par difficile
discutere delle interpretazioni particolari di questa o quella poesia o altro
documento del pensiero L.ano senza rimettere in discussione il concetto
generale e quindi i canoni critici del Suo lavoro. Perché le mie osservazioni
singole non miravano a confutare singole opinioni e determinati giudizi, né a
mostrare piccole infedeltà ed inesattezze, sì bene a far vedere in atto r
illegittimità del criterio fondamentale con cui aveva Ella ricostruito la
sostanza dello spirito leo- [Si possono leggere nella Critica,] pardiano. Così,
nella risjiosta che Ella dà a talune delle mie critiche particolari, mi pare si
sia lasciato sfuggire r intento generale e il significato complessivo del mio
articolo. Per esempio, perché, pur consentendo che nel luogo citato dello
Zibaldone con vita o sentimento dell’esistenza H L. intenda la coscienza, 10
negavo che si dimostrasse la coscienza, ossia il concetto, della coscienza ?
Perché questo concetto, in quanto tale, in quanto parte di una generale
intuizione del mondo, era ciò di cui Ella aveva bisogno per cominciare a vedere
nel L. la filosofia individualistica, in cui Ella intende riporre l’essenza
della più alta poesia L.ana. Con ciò io non dovevo attribuire al L. soltanto 11
possesso immediato della coscienza (com’Ella mi fa dire), che sarebbe stato
invero troppo poco: ma solo un senso vago o, se vuole, una nozione imperfetta,
o magari un concetto, che però non era un vero concetto, della coscienza. Il
Leoparch insomma vede lì la coscienza, ma non la pensa; sicché per lui
pensatore questa coscienza è come se non fosse ; e non può dirsi perciò, che «
praticamente, rispetto a sé e rispetto all’uomo in generale, egli ha fermato
con sufficiente sicurezza la nozione di ciò che in esso è di natura spirituale
e della sua dignità. Il senso della spiritualità e della dignità spirituale di
sé e dell’uomo in generale sì; e questo appunto io dicevo essere non il
contenuto (la filosofia, il concetto) della poesia L.ana, ma la forma (la
poesia, la lirica, l’espressione della personalità del poeta, superiore alla
sua filosofia). Così, sarà verissimo che il L. si creda infelice perché grande,
piuttosto che grande jierché infelice. Ma questo non ha che vedere con la mia
osservazione che, se egli avesse avuto il concetto della coscienza, avrebbe
veduto la propria grandezza in un grado spirituale che è al di sopra del dolore
e della infelicità. La coscienza per lui era la stessa sensibilità, non la
coscienza vera e propria, il superamento della sensibilità, la filosofia del
dolore, che, come filosofia e quindi oggettivazione e visione sub specie
aeterni del dolore stesso, non può non liberare da esso il soggetto. Nel
Dialogo della Natura e di un Anima il L., phi che far dipendere l’infelicità
dalla grandezza, identifica l’una con l’altra. L’Anima domanda Ma, dimmi,
eccellenza e infehcità straordinaria sono sostanzialmente una cosa stessa? o
quando sieno due cose, non le potresti tu scompagnare l’una dall’altra?» e la
Natura risponde; Nelle anime degli uomini, e proporzionatamente in quelle di
tutti i generi di animah, si può dire che l’una e l’altra cosa sieno quasi il
medesimo : perché l’eccellenza delle anime importa maggiore intensione della
loro vita; la qual cosa importa maggior sentimento dell’ infelicità propria ;
che è come se io dicessi maggiore infelicità ». Dove è chiaro che la infelicità
maggiore è maggiore sensibilità, cioè eccellenza, grandezza spirituale: perché
l’infelicità è tale in quanto è sentimento di essa, cioè quella vita, nella cui
intensione consiste l’eccellenza dell’animale. E però L. deve ad ogni modo
commisurare la propria grandezza con la propria infelicità ; ciò che egli non
avrebbe fatto, se avesse fermato con sicurezza, sia pure praticamente, la
nozione della vera realtà spirituale, che in lui spontaneamente s’afferma
quando, come per esempio nella sua lettera del 15 febbraio 1828, tra i «
maggiori frutti » che si proponeva e sperava da’ suoi versi annoverava «il
piacere che si jirova in gustare e apprezzare i propri! lavori, e contemplare
da sé, compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con
altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo ; sia essa o non
sia conosciuta per tale da altrui. Dove c’ è quel dolore impietrato, di cui io
parlavo come dell’unica forma possibile del dolore in quanto contenuto della
coscienza « ; ma di questa coscienza, e quindi di quella vita del dolore che
non è più dolore nella vita dello spirito il L. non ha coscienza. E però il
contrasto interiore che io vedo nella poesia del L. è identico a quello che ci
vedeva il De Sanctis, anche se, nel passo citato da me, rappresentato da un
solo aspetto; il contrasto tra la ricchezza spirituale della personalità del
poeta e la povertà, per non dire negazione, di ogni sostanzialità spirituale,
propria del contenuto della sua poesia. Del Dialogo di Tristano e di un amico
non è esatto che il primo periodo citato da me sia; E ardisco desiderare la
morte ecc. ». Le parole precedenti erano state pur da me riferite
immediatamente prima fino a Tristano che non si sottomette alla sua infelicità,
né piega il capo al destino, né viene seco a patti, come fanno gli altri uomini
» Ma queste parole non potevano impedirmi di vedere in quel che segue, e in cui
confluisce il pensiero di quelle stesse parole, e però in tutto il Dialogo, una
negazione piuttosto che un’affermazione: e negazione non soltanto, come Ella
dice, della propria persona empirica; perché la morte, pel L., non distrugge
soltanto la persona empirica, ma tutto l’essere dell’ mdividuo. Mi piace
ricordare la felice osservazione di Sanctis {Studio sul L.). L. ha la forza di
sottoporrei il suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e
generalizzarlo, e fabbricarvi su uno stato conforme del genere umano. Ed aveva
anche la forza di poetizzarlo, e cavarne impressioni e immagini e melodie, e
fondarvi su una poesia nuova. Egli può poetizzare sino il .suicidio, e appunto
perché può trasferirlo nella sua anima di artista e immaginare] Bruto e Saffo,
non c’ è pericolo che voglia imitarU. Anzi, se ci sono stati momenti di
felicità, sono stati appunto questi. Chi più felice del poeta o del filosofo
nell'atto del lavoro ? — L’anima, attirata nella contemplazione, esaltata dalla
ispirazione, ride negli occhi, illumina la faccia. Quanto alla differenza di
disposizione spirituale tra ;j pruto minore, per esempio, e il Dialogo tra
Plotino e Porfirio o VAmore e morte, dove si anela alla morte, ma la si attende
serenamente, deposto ogni disperato pensiero di suicidio, non occorre negarla
per non vedere né anche nei componimenti più tardi quella coscienza jel valore
della propria individualità, che Ella ci vede. ^'el detto Dialogo non si cela,
almeno io non riesco a scorgere, « quella robusta fede nella grandezza umana,
riconosciuta possibile sempre, perché bastevole a se stessa ». Se l’essere
dell’uomo è la sua vita, quivi si dice che «la vita è cosa di tanto piccolo
rilievo, che l’uomo, in quanto a sé, non dovrebbe esser molto sollecito né di
ritenerla né di lasciarla. E, se non m’inganno, la nota fondamentale del
dialogo è nelle ragioni della tollerabilità della vita, per misera che sia: le
quali ragioni sono bensì la critica del pessimismo materialistico del L., ma
restano nella forma di sentimento, bastevole a conferire al dialogo quell’
intonazione affettuosa che gli è propria, e sono veramente l’opposto di quella
affermazione dell’ individualità dello spirito, di cui si va in cerca : « Aver
per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti,
degl’intrinsechi, dei compagni; 0 non essere atto a sentire di sì fatta cosa
dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far ninna stima di
addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante
d’altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da
se stesso non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la
utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e
tutto il genere umano; tanto che in questa azione del privarsi di vita,
apparisce il più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale
amore di se medesimo, che si trovi al mondo. Se prendessimo atto di questa
critica del suicidio che. risolvendosi in una serie di asserzioni, vale certo
come effusione di stati immediati deU’animo, ma non come filosofìa che
filosofia diverrebbe questa del Poeta che ha ragionato sempresul presupposto
che la vita dell’uomo sia racchiusa nella sua sensibilità, e che tutto il mondo
all’uomo non si rappresenti se non nella breve sfera del piacere e del dolore
suo individuale ? Ma, d’altra parte, senza questa contraddizione interna tra la
filosofia dominante nel dialogo e il senso affettuoso onde il poeta è avvinto
ai suoi prossimi e a tutto il genere umano (cfr. la Ginestra) e che pervade
tutta la conversazione intima di Plotino con Porfirio, dove se n’andrebbe la
poesia del commovente dialogo ? Nell’ intendere come ho inteso il Risorgimento
posso sbagliarmi; e la sicurezza con cui Ella crede si debba intendere
altrimenti, mi fa dubitare forte del mio giudizio. Ma la ragione che mi oppone
non mi riesce molto persuasiva; c’è, di sicuro, nella poesia una risposta alle
domande: «Chi dalla grave, immemore Quiete or mi ridesta ? Che virtù nova è
questa ? Chi mi ridona il piangere Dopo cotanto oblio ? » ecc.; Da te, mio cor,
quest’ultimo Spirto e l’ardor natio. Ogni conforto mio Solo da te mi vien; ed è
vero che nella quartina precedente l’accento maggiore è nel terzo verso. Ma è
anche vero che questa risposta è la soluzione del problema, in cui consiste la
poesia : l’inaspettato, il miracoloso risorgimento del vecchio cuore. E quindi
il sentimento che regge tutta la poesia mi pare la meraviglia. Ragione, invece.
Ella ha certamente nel correggere il significato da me attribuito In un periodo
ora non più ristampato dello scritto precedente. agli ultimi versi del canto A
se siesso; ma pur dopo la correzione, il significato del canto non è punto
favorevole alla tesi dell’affermazione della propria grandezza, gi a quella del
grido della disperazione, comune a quasi tutta la poesia L.ana. E nella
Ginestra chi negherà il motivo da Lei richia- luato, della personahtà del Poeta
che non si lascia opprimere dalla crudel possanza della natura ? Ma bisogna
vedere quanto questo motivo sia attenuato qui dall’umile coscienza delle
proprie sorti («che con franca hngua. Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale...; ma non eretto Con forsennato orgoglio inver le
stelle. Né sul deserto.... » ecc.), e quasi rammoUito e sciolto nell’amore con
cui l’animo abbraccia tutti gli uomini fra sé confederati, e nella poesia
consolatrice che, commiserando i danni altrui, manda al cielo, come la
ginestra, un profumo di dolcissimo amore, che consola il deserto. Anche la
ginestra, che piegherà il suo capo innocente sotto il fascio mortai, insino
allora non piegherà indarno codardamente supplicando innanzi al futuro
oppressor; ma ciò non toglie nulla alla gentilezza del fiore di tristi lochi e
dal mondo abbandonati amante, né alla solenne rassegnata pacatezza del vero
sapiente cantata da L. Certamente, tutte queste cose meriterebbero di essere
chiarite con un’anahsi più accurata degli scritti L.ani; e io voglio sperare
che questa discussione possa invogliar Lei, che ha studiato tutte le cose del
nostro grande Poeta con tanto acume e con tanto amore, a non staccarsene senza
prima avervi gittate su la luce di nuove ricerche. Maestro di vita L.?
Bertacchi > si è proposto appunto di « raccogliere dagli scritti di Giacomo
L. e di comporre in multiforme unità gli elementi dell’opera sua nei quali
parlino più alto le feconde ragioni della vita»: «quanto di sereno o di mcn ;
triste ricorre neUe pagine del Nostro; quanto di attivo e di energico, pur
nello stesso dolore, risulta dal senti- j mento, e dal pensiero di lui.... allo
scopo di integrar, ^ se pos’sibUe, la figura del grande Scrittore ». Per dire
la ' cosa più semplicemente e chiaramente, egli intende illu- | j strare tutti
gli elementi ottimistici propri della poesia .‘1 L.ana. 1; Elementi che non
mancano certamente nella detta 'i poesia; e costituiscono la singolare
caratteristica del suo j pessimismo, come già osserva Sanctis nel suo dialogo
sullo Schopenhauer (dopo che allo stesso concetto aveva accennato un ventennio
prima Alessandro Poerio, in una sua lirica rimasta inedita); e conferiscono
infatti agli scritti di questo dolente e de- I solato pessimista un’alta virtù
educativa e consolatrice. E molti studi diligentissimi furono fatti in questo
senso i da Negri, nelle sue Divagazioni, che pare siano t rimaste ignote al
Bertacchi. Ma c’è ottimismo e ottimismo; e la ricerca del Bertacchi mi pare
avviata m una J direzione, che potrà condurre a falsificare interamente il,
carattere dello spirito L.ano, attribuendogli un ot- l timismo edonistico od
estetico, che solo un lettore di-A proposito del libro di Bertacchi, Un rft
vita-. Sag^o L.ano, Il poeta e la natura, Bologna, /a nichelli, igi?- stratto e
superficiale può vedere in alcuni aspetti della sua sublime poesia. Giacché
l’ottimismo del L. è la fede e l’esaltazione della virtù, della grandezza e
della lenza dello spirito, di quelle necessarie illusioni, come egli le chiama,
a cui non trova posto nel mondo, guardato come cieco crudele meccanismo
naturale; ma che non perciò egli abbandona, anzi afferma sempre più
vigorosamente: di guisa che il suo mondo triste e doloroso viene da ultimo
purificato e rasserenato in questa intuizione schiettamente spiritualistica. La
quale, d’altra parte, non a\Tebbe il suo proprio particolar significato,
disgiunta dalla negazione pessimistica della vita dei piaceri e delle gioie
naturah, che ne è come la base o il contenuto. In questa contraddizione intima
tra la natura cattiva e lo spirito buono che in sé accoglie la visione di
cotesta natura, consiste proprio la radice, da cui trae alimento tutta la
poesia del L.; per intender la quale non bisogna lasciarsi sfuggire né l’uno né
l’altro dei due elementi contradittorii. 11 Bertacchi invece crede di poter
quasi cogliere in fallo il Poeta ogni volta che il vivo senso delle bellezze
naturali (poiché in questa prima parte egli studia il Poeta in rapporto con la
natura) fa lampeggiare dentro ai suoi canti una sensazione di letizia; per modo
che, contro r intenzione del Poeta, la sua poesia tratto tratto scoprirebbe
nella stessa realtà naturale ravvivata dall’anima dello stesso Poeta le ragioni
della vita; ossia una fonte di dolcezza, a cui il Poeta inconsapevole pur seppe
attingere. Poiché, per lui, « vita è sentire e far sentire il bello e il sereno
di natura; vita ravvisare e creare le fide corrispondenze con essa », e poi «
l’uscirle incontro così, con gli occhi luminosi di gioia o impregnati di
pianto, narrarle le anime nostre, consenta o contrasti essa con noi,
moltiplicarci, nel suo cospetto, di atteggiamenti e di modi, circuirla di umani
argomenti. ] dedurre dal suo stesso sensibile le conchiusioni jiiù nostre e i
significati inattesi » ecc., e il Poeta studiato « ne’ suoi fedeli commerci con
la natura esteriore » apparirebbe maestro di vita «spirito vigile e attivo.
])ronto a fecondarsi d’intorno e a moltiplicarsi le cose » che sdoppia e
ingrandisce e abbellisce con la sua fantasia. Insomma la vita di cui sarebbe
maestro il L. è una vita di piacere | del piacere procurato dalla intuizione
estetica della natura. Tesi in parte ingenua e oziosa, in parte falsa. Perché
se si volesse dire soltanto che il L. insegna a guardare esteticamente la
natura e in generale a dar vita estetica al mondo sensibile, questo sarebbe
verissimo, ma così del L. come, più o meno, di ogni grande poeta; e non c’ è
nessun bisogno di dimostrare questa tautologia, che un’opera d’arte, qualunque
essa sia, è rappresentazione estetica; e quel che può avere un interesse e un
significato, è dimostrare nel caso particolare in che modo un artista
rappresenti il suo mondo. Ma la tesi di Bertacchi ha in più la pretesa
d’indicare attraverso questo vagheggiamento fantastico della bella natura una
vita diversa da quella apparsa triste al Poeta: quasi che questi ne avesse
avuto innanzi due, una bella e luminosa e 1 altra squaUida e buia, e gli occhi
di lui, senza ch’egli se ne accorgesse, fossero attratti più dalla prima, e la
luce di questa s’effondesse sull’altra. Che è una pretesa affatto erronea; e
giustificabile soltanto col criterio dal Bertacchi candidamente esposto fin
dalla prima pagina del suo libro, come norma fondamentale del suo metodo
critico. Quivi infatti dice essere «comunissima sentenza che l’opera d’uno
scrittore non valga solo per sé, ma anche per il modo diverso ond’essa, quasi,
si adatta a ciascuno di noi », poiché « spesso dalla parola d’un autore, acco-
r stata alle anime nostre, si svolgono sensi ulteriori che l’autore non
previde, ma che le affinità degli spiriti e le somiglianze dei casi vi sanno
naturalmente ritrovare. Il creatore è creato a sua volta, è rinnovato via via
di significazioni e di uffici ». Sicché L. maestro di vita è il L. dei sensi
ulteriori e non il L. storico; L. creato più che il creatore: creato,
s’intende, in questo caso, da Bertacchi. 11 quale, una volta sul punto di
creare, non è più legato da nessuno dei vincoli onde ogni critico e storico è
legato alle opere che intende interpretare; e può scegliere tra gli scritti
L.ani quelli soli o di alcuni di essi quelle parti soltanto, in cui meglio può
vedere adombrata l’imma- I gine del maestro di vita che desidera raffigurare.
Così comincerà con lo scartare le prose ; perché « nella voluta terribile
aridità » di queste, « il pensatore sinistro svolge i suoi tristi argomenti, e
noi non abbiamo agio di aggiungervi nulla del nostro » (nessun senso tiUeriore
!) ; «egh non suscita in noi altro moto che non sia d’attenzione a quella sua
logica amara ». E il Bertacchi vuol dire che lì c’ è il pensiero del L., e non
c’ è la natura nei suoi aspetti suscitatori d’immagini belle: il che non è poi
vero, se si considerano almeno la Storia del genere umano, il Dialogo della
Natura e di un Islandese, La Scommessa di Prometeo e V Elogio degli Uccelli.
Pel Bertacchi le Operette morali sono filosofia e non poesia. Da scartare poi
le poesie in cui il Poeta «trasferisce nel canto quella materia medesima»,
malgrado «la maggior seduzione portata dall’onda del verso, dal periodar
musicale, dalle pur rare imagini che infiorano il discorso qua e là ». E con
questi caratteri il Bertacchi non si perita di designare, oltre 1 ’ Epistola al
Pepoli, la Palinodia ed / miovi credenti, canti come II pensiero dominante.
Amore e morte, il Bassorilievo antico e il Ritratto di bella donna ; definite «
Uriche anch’esse di pensiero e infuse di sentimento » ! Scartate, almeno questa
volta, le poesie in cui il L. parla bensì diretto al nostro cuore {Sogno,
Consalvo, A se stesso, Aspasia), ma cantando se stesso non esce dall’ambito
umano e sdegna ogni elemento esteriore : giacché « chi legge, anche in tal
caso, è legato alla parola del poeta, e solo la rielabora in sé in quanto essa
gli desti nel cuore un moto di passioni consimili che il cuore abbia provato
esso stesso ». Da escludersi infine i canti civili {AW Italia, Monumento di
ALIGHIERI, Ad .-l. Mai, Alla sorella Paolina, A un vincitore nel pallone) ;
sempre per lo stesso motivo, che « si resta, sebbene con ampiezza maggiore
nell’ordine voluto dal poeta ». Restano le altre poesie, dove il L. « canta
all’aperto » ed effonde il canto dell’anima al cospetto della natura: «vive con
la natura, o almeno, nella natura. E questa natura, poi, è quasi sempre serena
». Qui il ])oeta Bertacchi, creatore del creatore, può spaziare a suo agio nel
vasto cielo dei sensi ulteriori. Ecco; 1 paesaggi campestri, le scene umili o
grandi in cui si veniva a comporre l’anima del dolente poeta, sono sempre
evocati nei loro aspetti più belli ; soleggiati sono i suoi giorni; le sue
notti sono stellate e inargentate di luna. La pioggia, che appar malinconica in
un dei giovanili b'ranintenti, e procellosa in un altro, riappare in Vita
solitaria con fresca dolcezza mattutina, attraversata dal sole che entro vi
trema sorgendo». E questa presenza della natura « non è senza effetto per noi
». Creare qui si può. « Egli, il poeta, potrà bene, contro ogni serena
bellezza, accampar le sue tristi fortune, o le innate sventure di tutto il
genere umano, o l’arcano terribile dell’esistenza; noi potremmo bene, com’ei
vuole, seguirlo nei suoi tristi argomenti, veder quella bella natura velarsi
del dolore di lui, sentir vivo il contrasto che si agita tra quel poeta e quel
mondo: ma, poi, non possiamo impedire che alcunché di quel bello, di quel
sereno che egli evoca, si apprenda alle anime nostre, e festi in noi quasi a
sé, quasi distinto dai sensi che il poeta vi associa, congiungendosi, anzi,
dentro di noi con quante visioni di giorni dorati e di pure notti profonde vi
si raccolsero negli anni ». Che sarà anche, come si sarà avver- t^ito, neh’
onda del verso — una poesia bertacchiana, un senso ulteriore, che L. non ci
mise (come ALIGHIERI (vedasi) della novella sacchettiana), ma non ha più niente
che vedere colla poesia del L. E dove pare si accenni a un giudizio critico,
non può essere altro che una vaga e soggettiva impressione priva d’ogni valore.
Così il Bertacchi ci dirà che nel Sabato del villaggio e nella Quiete dopo la
tempesta « il poeta ha compromesso il filosofo versandoci con troppa pienezza
nel cuore tutta la poesia soave, tutta l’ondata di vita che trabocca dalle ore
descritteci. Che, come giudizio, è un errore, perché tutta quella poesia
traboccante è l’incarnazione deU’ idea stessa del filosofo, che nel Sabato non
si esibisce già nella sentenza finale (« Questo di sette è il più gradito
giorno, Pien di speme e di gioia; Diman tristezza e noia Recheran l’ore »), ma
vive in tutta la rappresentazione precedente: dove tutta la gioia è la gioia
d’una speranza guardata coi mesti occhi della provata delusione: è la soavità
della fanciullezza ma non quale la sente il fanciullo, bensì come la rimpiange
l’uomo già esperto della vita, in cui ad una ad una si son dileguate le
speranze lusingatrici della prima età. E bisogna non vedere questa pietosa
malinconia, che prorompe da ultimo, ma s’annunzia già dalla malinconica
donzelletta tornante dalla fatica dei campi sul calar del sole, cioè chiudere
gli occhi su tutta la poesia, per parlare d’un dualismo tra poeta e filosofo, e
d’un poeta che prende la mano al filosofo. O. c., p. IO. Altro esempio, o
L'idillio A llu Lufiu e 1 altro La vtla, solitaria..., pur movendo da uno stato
di tristezza, lasciano tanto agio alle malie naturali, da non permettere a
queUa di farsi vero dolore, la mantengono in una sospensione fluttuante, nella
quale diresti che il poeta sia perplesso sul proprio stato » >. Ora, il
breve idiUio Alla \ luna non fluttua punto, ma esprime nettissimamente il
piacere deUa ricordanza sia pur nel noverare l’età del proprio dolore; il grato
«rimembrar delle passate cose, ancor che triste, e che l’affanno duri». E la
Vita solitaria fluttua soltanto agli occhi di chi non vegga l’umtà e la sintesi
che ne è tema (neU’anima, s’intende, del poeta, e quindi in ogni parte della
sua poesia) tra la fresca c solenne beUezza della natura e il sospirante
solingo muto, che non trova in essa pietà (« E tu pur volgi Dai miseri lo
sguardo; e tu, sdegnando le sciagure e gh affanni, alla reina FeUcità servi, o
natura »). Ma in tutto il volumetto non si trova una pagina in cui propriamente
il Bertacchi affisi la poesia del L. invece di vagare nei suoi cari sensi
ulteriori. Dei quali a volte sente come il bisogno di scusarsi, dicendo per
esempio delle Ricordanze che, dopo avere sentito col poeta, «poi è naturale, è
umano che noi, da parte nostra, riviviamo tutti quei sensi di vita che, sia
pure a cagione di rimpianto, quivi il poeta rievoca; che essi nell’anima
nostra, non afflitta da quelle cagioni, lascino pure qualcosa della originaria
dolcezza; è umano che le stelle dell Orsa e le lucciole del giardino e il canto
della rana remota e j viah odorati e i cipressi e il chiaror delle nevi si
aggiungano, come sorte da noi, alle sensazioni già nostre, ai retaggi
deU’essere nostro»». Umano, troppo umano, certamente. Ma che lavoro sarà questo
? Sarà poesia sulla poesia ? Dovrebbe essere. Ma la poesia, per dir la verità,
non so vederla nella prosa agghindata, saltellante e retoricamente sonante del
Ber- tacchi. « Ma il dono che L. fece a se stesso ed a noi, godendo e
mettendoci a parte di tante scene serene, non è il significato maggiore della
complessa sua opera, cede, per importanza, alla virtù ivi profusa di vivere
della natura e di comunicare con essa, quali ne siano gli aspetti, quali ne
siano gli effetti ». « Corrispondenza tra la natura e lui, che era in se
stessa, per lui, elemento e ahmento di vita ». « Quelle mitologie che, sia pure
fingendo e trasfigurando, ci definiscono innanzi la visione delle cose, non le
sgombrano forse di quell’aura d’arcano e di vago che è tanto cara al poeta,
conforme all’ inconscio e aU’ ignoto onde è come infusa ed effusa la
fanciullezza dei singoli, la giovinezza dei popoli. Momenti e motivi reali, più
che di pura idea, sono que’ tocchi ed accenni di cui venimmo parlando; son temi
di canto, perché ci son dati da tale che tutto era uso ad avvolgere in aura di
poesia i temi son temi e temi che, comunque, ci attestano come la stessa malia
delle sensazioni infinite fosse cagione per lui a meglio indugiar sulle cose ed
a sorprenderle meglio ne’ loro attimi sacri » ». Né sarà poesia la ritmica
prosa, in cui il Bertacchi ama troppo spesso cullarsi per jiagine e pagine,
dove forse i sensi ulteriori gli soccorrono più lenti alla fantasia. Ecco, per
un esempio, la chiusa d’un capitolo. Come Saffo e Bruto, pur la Ginestra e il
Pastor, le grandi liriche sorelle nate dalle notti d’ Italia, aggiungono alle
notti medesime qualcosa che prima non c’era. Molti di noi certamente, in
qualche grande ora deU’anima, guardando i cieli notturni, sentirono ripioversi
in cuore un’eco di quei canti stellati, e ripensando al poeta congiunto da quei
canti a quei cieli, ridissero a se medesimi. Egli è passato di là ». Squarci,
dunque, di eloquenza, anzi di oratoria ritmica ; alla quale potranno non
mancare gli ammiratori; ma in cui non direi che sia ricreato i] L.. Proprio il
L. ! Meglio, molto meglio che quest’oratoria si volgesse a qualche altro tema
di risonanze ulteriori: per esempio a un Cavallotti. Prolusione al Corso di
letture L.ane che il Comitato della Dante Alighieri di Macerata istituì nel
1927 presso quella Università; nella cui Aula Magna questo discorso venne
pronunaiato; quindi pubblicato nella Nuova Antologia. A inaugurare oggi in
Italia un corso perpetuo di letture L.ane c’ è da essere assaliti da un certo
sgomento, per la responsabilità che si assume. E ciò per un doppio motivo.
L’uno, il più ovvio, è che il L. si rajjpresenta generalmente come un maestro
di pessimismo; ed alzare una cattedra a illustrazione del suo pensiero e della
sua poesia può parere perciò tutt’altro che opportuno in un paese che ha
bisogno di reagire a vecchie e radicate tradizioni d’indifferentismo e
scetticismo e di allargare il petto ad energici sentimenti di fiducia nelle
proprie forze e ad alte convinzioni di fede nella vita che è chiamato a vivere.
Oggi sopra tutto, che il popolo italiano è raccolto nella coscienza di grandi
doveri da assolvere e nel senso della necessità di rifare nella disciplina, nel
lavoro, negli ordinamenti civili, nella educazione della gioventù a maschi
propositi e metodi di vita l’antica fibra del carattere nazionale. E sarebbe
questo il momento di diffondere nei giovani e nel popolo gli ammaestramenti
pessimistici del poeta, la cui poesia non si gusta senza sentire con lui tutta
la miseria di questa vita e l’inanità d’ogni sforzo che si faccia per
medicarla? Motivo grave di esitazione e titubanza; ma che, lo confesso, non
turba tanto l’animo mio quanto l’altro che vi si aggiunge a far temere un
pericolo nella istituzione che oggi si inaugura. Giacché chi abbia anche una
elementare conoscenza della poesia L.ana, sa bene che il suo pessimismo non ha
mai fiaccato, anzi ha rinvigorito gli animi; e lungi dallo spegnere, ha
infiammato nei cuori la fede nella vita, nella virtù e negl’ ideali che fanno
degna e feconda la vita umana degl individui e dei popoh. Ma il più
preoccupante sospetto è che L., come già altri poeti e sopra tutto Dante,
argomento di letture pel pubbhco, diventi anche lui materia di quel malfamato
genere letterario che troppo è stato coltivato negh ultimi tempi dagl’
Italiani, e che dicesi delle «conferenze»; genere che vorremmo avesse fatto il
suo tempo, e potesse ormai relegarsi tra le smesse abitudini dell’anteguerra.
Giacché bisogna che gl’ Italiani si persuadano che, se si vuol far davvero, e
stare tra le grandi Potenze, ed essere un popolo vivo, serio, temibile,
realmente concorrente con gli altri popoli che sono alla testa della civiltà
nel dominio del mondo materiale e morale, bisogna romperla col passato. Dico
col jiassato dell’accademia e della «letteratura», dei sonetti e delle
cicalate, degli eleganti ozi e trattenimenti per dame e colti signori in cerca
di onesti passatempi, più o meno noiosi; in cui ogni argomento era buono purché
leggermente, discretamente, spiritosamente trattato, o agitato con oratoria
adatta a mover gli affetti e guadagnare gli applausi: ma in cui né dicitore
mai, né ascoltatori debbano sentirsi impegnati, pel solo fatto di parlare o di
ascoltare, a sentire seriamente, schiettamente, con tutta l’anima, e a pensare,
a trarre da quel che si dice o si apiilaudisce, conseguenze che siano norme di
condotta e quasi cambiali che prima o poi scadranno e si dovranno scontare. La
conferenza, si sa, non è un discorso da comizio, in cui oratore e pubblico, in
buona fede, e anche in mala fede, compiono un’azione e si preparano a compierne
altre; e non vuol essere una predica, che debba edificare un uditorio di
fedeli. L’ ideale è che nessuno vi sbadigh ma neppure vi s interessi tropjio,
nessuno vi si riscaldi; e a trattenimento finito, ognuno Si ge ne torni a casa
con lo stesso animo — vuoto con è venuto alla conferenza. Ideale vecchio per
gl’ Italiani. Sorse e si sviluppò durante il Rinascimento, quando dall’umanista
venne fuori il letterato, e nacquero, fungaia che si estese rapidamente per
tutto il suolo del bel Paese, tutte quelle accademie dai nomi strani e
burleschi che attestavano es«i stessi la frivolezza dei propositi e la
spensieratezza jegli studiosi perditempo che \’i si riunivano; accademie, che
pullularono in tutte le città e borghi d’ Italia dalla nietà del Cinquecento in
poi, e di cui molte ancora resistono al sorriso, al sarcasmo e al fastidio
degli spiriti nioderni e alla storia, e vivacchiano oscuramente sul margine dei
bilanci dello Stato nelle provincie e anche nelle maggiori città ricche di
tradizioni letterarie, a danno delie istituzioni più utili e più serie.
All’ombra delle accademie vegetò tutta la vecchia cultura italiana, esanime e
priva d’un profondo contenuto e interesse religioso, morale, filosofico, umano;
poesia senza ispirazione, filosofia alla moda, erudizione per l’erudizione,
scienza per la scienza, nessuna fiassione, né anche nella letteratura politica,
che legasse il pensiero alla persona e la persona al suo pensiero. Una
repubblica delle lettere, in cui l’uomo non era cittadino della sua patria, né
padre della sua famiglia, né credente della sua religione, ma puro spirito
innamorato di astratte forme, senza attinenza con la pratica della vita e con
la realtà degl’ interessi personali. Cultura intellettualistica, di cervelli
magari pieni zeppi di notizie peregrine e di squisite nozioni e raffinatezze di
arte, ma senz’anima, senza cuore, senza né odi né amori. Cultura estranea alla
vita; che era poi vita senza cultura, cioè senza riflessione e senza idealità ;
la vita degli uomini proni alla frivolità e agl’ interessi particolari, chiusi
ad ogni alto e generoso sentimento e ad ogni idea la cui attuazione richiedesse
fatica e sforzo. Gentile, MaiXrZoni e L.. Chi non conosce queste debolezze
dello spirito italiana nei secoli della decadenza ? Chi non sa che 1’ Italia
risorta tra le nazioni quando s’ è vergognata di quella cultura e di quella
letteratura, e con Parini ed Allieri ha cominciato a sentire che il poeta
dev’essere pur uoiuo e che poesia, come ogni altra forma d’ingegno, vuoi dire
pure volontà, carattere, umanità ? Chi non sa che j)ur dopo la miracolosa
risurrezione di quest’attesa fra le genti, come fu delta 1’ Italia, si sentì
che essa sarebbe stata una creazione effimera ed insignificante senza gl;
Italiani ? Cioè senza Italiani che cominciassero a unire e a fondere insieme
quel che avevan sempre diviso, l’in. teUigenza e la volontà, la letteratura e
la vita, la scienza e gl’ interessi concreti e attuali deH’uomo, facendola
finita jier sempre con l’accademismo e con la rettorica e con tutta la vecchia
sapienza scettica dell’altro è il dire e altro è il fare », per cominciare a
prender sul serio tutto, a lavorare tenacemente, a sentire come proprio r
interesse comune, a stringere la propria sorte a quella della patria, a
sentirla perciò questa patria come intima a sé e tale da meritare che per lei
si viva e che per lei si muoia ? Chi non sa che la vecchia Italia rifatta di
fuori si doveva pur rifare di dentro? Questa almeno l’aspirazione del
Risorgimento. Ma venuto meno lo slancio morale di quell’età eroica, tale
aspirazione si attenuò e fu meno sentita; e nei riposati tempi di pace e di
raccoglimento succeduti al periodo agitato della rivoluzione e della formazione
del Regno, certi vecchi spiriti dell’anima italiana tornarono a galla; nel
rifiorire della cultura (che certamente molto s’avvantaggiò di quei decennii
ultimi del secolo scorso, in cui r Italia parve godersi le prospere condizioni
acquistate con l’unità) risorse con gioia l’antico gusto idillico c arcadico
della letteratura, della cultura intellettualistica ed elegante; e da Firenze,
centro di questa rifioritura letagraria, fecero epoca le conferenze prima sulla
vita italiana e ]50Ì sulla Divina Commedia. L’esem]no fu imitato jn tutte le
principali città, e i conferenzieri più brillanti f celebrati viaggiavano da
una tribuna all’altra recando j„ giro le loro arguzie, i loro motti ed
aneddoti, le loro pagine patetiche e scintillanti, a gran diletto, si diceva,
del lor^^ pubblico di dilettanti di cultura a buon mercato. Perché a certe
conferenze, con certi nomi, di dire che l’ora é lunga a passare pochi hanno il
coraggio. L. non può esser materia di conferenze. Vi si ribella la pudica
delicatezza della sua anima sensibilissima, che cerca i luoghi solinghi e i
silenzi della notte dove il suo canto possa spandersi in una religiosa
elevazione di tutto il cuore verso l’eterno e l’infinito; dove il pastore
po.ssa interrogare la luna, e l’uomo stare a fronte della natura, e ragionare tra
sé e sé de’ più gelosi segreti del suo cuore. Vi si ribella la religiosa
austerità del suo spirito tormentato dal mistero del dolore universale. Non
amerebbe egli, schivo com’era e orgoglioso della sua solitaria grandezza,
mostrarsi al pubblico e far suonare la sua voce esile e tremante di commozione
in mezzo a un numeroso uditorio distratto e proclive a mondani pensieri e a
cure di frivola oziosità o di vanità letteraria. No, quanti amano il Poeta, non
tollereranno che anche L. venga alle mani dei pedanti, dei letterati, dei
conferenzieri; e che ei diventi materia e pretesto di vane esercitazioni onde
gli animi si alienino dai problemi che fanno yiensoso ogni uomo che viva e
rifletta sulla sua vita con vigilante coscienza morale. E io inizio questo corso
formulando il voto e, per cyuanto è da me, fermando il programma, che qui sia
sempre vivo e presente L. poeta, che è il L. degli uomini, e non L. dei
letterati, degli accademici, dei curiosi, dei pettegoli e dei perditempo.
Giacché L. fu anche un erudito ap. passionatissimo ; anzi, ricorderete, si
rovinò la comples. sione e si precluse la via a ogni godimento della vita per
la furia con cui nella età più giovanile si gettò sugli studi per puro amore di
sapere. Per molti anni aspirò, finché la perduta salute e la vista indebohta
non gli ebbero create difficoltà insormontabili, ad essere un filologo
consumato. Delle questioni letterarie, un tempo delizia degli accademici, fu
anche lui studiosissimo, ancorché ironicamente guardasse dall’alto, per la
coscienza che ebbe del suo più squisito gusto e della sua più perfetta
dottrina, le accademie italiane antiche e recenti. Ma la sua anima non si
chiuse né nella filologia, né nella letteratura. Se ne servì come di strumenti
a vedere e sentire più addentro nel proprio animo, e di grado in grado elevarsi
alla sua forma di poetare. Egli (e la prova più manifesta è in quel suo diario
dello Zibaldone) visse sempre raccolto e concentrato in se stesso: osservando
la vita, studiando gli uomini, speculando sulla natura e sull’anima umana,
indagando i destini dei mortali e le forme onde l’uomo rifrange nel suo cuore e
nel suo iiensiero la luce di tutte le cose, da cui si vede attorniato. Il suo
pensiero è una continua, commossa meditazione su se stesso, in forma che ora
rimane un filosofema, ora assurge a fantasma, e vibra e rifulge agli interni
occhi trepidanti. L., con diversa temperie spirituale e cultura diversissima, è
dell’età stessa del Manzoni : figlio di quella nuova Italia che guarda la vita
religiosamente, e ne sente il valore e la serietà; profondamente differente da
quella anteriore aH’Alfieri e al Farmi, quando i poeti italiani cominciarono ad
accorgersi che nella stessa poesia c’è il vuoto se non c’è tutto l’uomo;
l’uomo, che è legaio da intìniti vincoli e in tutti gl’ istanti della sua vita
a una divina realtà, governata da leggi che domano e annientano ogni arbitraria
velleità dei singoli; a una realtà, in cui il singolo uomo viene a trovarsi
nascendo da cui si diparte morendo, ma in cui deve inserire e jnserisce, con 0
senza frutto e vantaggio, ogni sua azione, ogni suo gesto, ogni sua parola,
ogni suo pensiero o sentimento, durante tutta la vita, dal dì della nascita a
quello jella morte. Anche L., razionalista e irrisore di superstizioni e di
dommi, è uno spirito profondamente religioso, sempre faccia a faccia del
destino: incapace di abbandonarsi a qualsiasi sorta di dilettantismo, e di
prendere alla leggiera i problemi della vita. Sul suo viso è sempre un sorriso
di austera, solenne mestizia, e si scorge il pacato accoramento dell’uomo che
non riesce a distrarsi in vani divertimenti, neppure nel mondo subbiettivo del
pensiero e dell’ imaginazione : tutto preso dalla considerazione ine\'itabile
del mondo, in cui l’uomo, ed egli in particolare, si sforza di vincere il
dolore. Per questa sua costituzionale religiosità L. non fu soltanto un poeta,
ma fu anche un filosofo, allo stesso titolo e per la stessa ragione di MANZONI.
Bisogna intendersi. Se domandate ai filosofi, diciam così, di professione, ai
filosofi cioè che tengono a distinguersi dal resto degli uomini, essi vi
risponderanno che L. filosofo non fu, non ebbe un sistema; e le idee
speculative che si formò per la lettura dei filosofi recenti più affini al suo
modo di sentire, non ebbero da lui svolgimento e impronta personale, perché non
furono fecondate da una sua speciale ispirazione. Accettò, riecheggiò, Ria
senza elaborare quel che accettò, senza svilupparlo, ordinarlo e potenziarlo a
nuova forma sua propria di verità. In una storia della filosofia ei perciò non
può trovar posto; quantunque di lui non si possa non parlare di stesamente in
un quadro della cultura filosofica della prima metà del secolo passato. In
questo senso, d’accordo, L. non fu un filosofo. Ma c' è un altro senso in cui
si deve parlare della filosofia; ed è quello poi per cui la stessa filosofia
dei filosofi è una cosa seria, va rispettata, e può interessare tutti gli
uomini, e non essere una malinconica fantasticheria di gente che viva fuori del
mondo. Ed è quello per cui c’ è la filosofia di quelli che inventano nuovi
sistemi filosofici; ma c’è anche la filosofia di quelh che, senza inventarne,
li cercano questi sistemi nei libri dove sono esposti, e leggono questi libri,
li studiano, ne fanno prò, li gustano, han bisogno di farsene nutrimento e
forza dello spirito, in cerca di risposta a domande che sorgono spontanee dal
fondo della loro anima, insistenti, invincibili, e che essi perciò non
saprebbero reprimere e far tacere. Talvolta questi filosofi-lettori sentono il
pungolo dei problemi dei filosofi-autori, e fanno perciò ressa intorno a
costoro, jjer averne soddisfazione ai bisogni da cui sono senza tregua
assillati. Giacché, insomma, la filosofia, come la poesia, non è privilegio né
monopoho dei pochi quos aequus amavit luppiter] ma è in fondo allo spirito
umano, e quindi nell’animo di tutti. Soltanto, c’ è chi si distrae e corre e si
disperde per le cose e gl’ interessi esteriori, senza mai per altro dissiparsi
a tal punto nelle esteriorità da non portare in tutto l’accento, per quanto
leggiero, della sua personalità; e c’ è chi si ripiega e raccoglie in sé, e
dentro di sé cerca, trova e coltiva il germe della sua vita e del suo mondo. In
questo senso più largo e fondamentale il L. fu squisitamente filosofo: e stette
sempre anche lui con gli occhi intenti, ansiosi, sopra il mistero della vita,
quale ad ogni uomo che sente e che pensa esso si presenta in jiìczzo a tutte le
idee quotidiane, di tra il confuso agitarsi passioni svariate che gli
tumultuano incessantemente pel cuore. Giacché ogni uomo che sente, non può
vivere così spensierato e abbandonato all’ istinto da non avvertire che la sua
vita non scorre tranquilla com’acqua sopr^ un letto già scavato e terso. Sono
sempre ostacoli da superare, bisogni da soddisfare, desideri! non ancora
appagati e ondeggianti tra la speranza e il timore; e la gioia offuscata sempre
dal dolore, che, vinto, risorge in mezzo allo stesso ]ùacere; e nell’alterna
vicenda di vittorie e sconfitte, cadute e risorgimenti, speranze e disinganni,
giubilo e scoramento, in fondo, alla fine, uno sparire totale di tutto, un
disseccarsi e inaridirsi definitivo della sorgente stessa, a cui l’uomo accosta
ad ora ad ora le sue labbra assetate; il nulla, la morte. La morte, che ci
atterrisce prima di colpirci, toghendoci per sempre e annientando intorno a noi
tante delle nostre persone care, con cui ci era comune la vita, in guisa che la
morte loro ci pare la morte di una parte di noi. E che è questa morte ? e che
questa vita che precipita fatalmente nella morte ? Che è questo bisogno di cui
viviamo, di non arrenderci a questo fato, che infrange ad una ad una tutte le
nostre speranze, disperde tutte le nostre gioie, ci priva di tutti i nostri
beni, ci chiude dentro mille ostacoli. ci combatte, c’ insegue, ci sbarra la
via, e non ci concede tregua finché non ci abbatta per sempre ? Nascere è
entrare in una lotta, che di giorno in giorno richiede sempre nuove e maggiori
forze, e una volontà sempre più agguerrita, per vincere una battaglia sempre
più aspra. Svegliarsi ogni mattina è, presto o tardi, pronti 0 lenti,
rispondere all’appello delle cose, della natura, del destino, che ci attende, e
ci spinge a nuove fatiche per soddisfare i nuovi bisogni che riempiranno tutta
la nostra giornata. Per gli uni la vita sarà più facile, o men difficile: ma
per tutti è una scala, che bisogna salire; salire sempre; da un gradino
all’altro: sempre più senza fermarsi mai. Ma, appena l’uomo che ha un cuore,
sente quest affanno e scorge, anche da lungi, la tragedia e la catastrofe” non
può non interrogarsi e riflettere se a questa lotta ché par destinata a una
sconfitta assoluta egli abbia forz. sufficienti, o se non sia un’ illusione
questa jier cui egfi confida a volta a volta di poter affrontare la lotta
stessa per conquistarsela la sua gioia, e farsi insomma una vita sua, quale ei
la vagheggia, filiera dai mali la cui minaccia mette in moto la sua attività; e
se egli non debba aprire gli occhi, e riconoscersi vittima del giuoco
inesorabile della natura, granello di polvere sperduto nel turbine, o ruota di
un ingranaggio universale, il cui combinato movimento non s’arresterà né
devierà mai, e dentro i] quale ogni sforzo di volontà non può essere, esso
medesimo, al pari delle idee e dei sentimenti che lo sollecitano, se non un
necessario effetto di una causa necessaria predeterminato ab eterno in eterno.
£ il mondo, in cui si svolge la nostra vita, una realtà massiccia, tutta chiusa
neUa sua natura e nelle sue leggi, immodificabile, e noi dentro di esso,
tutt’uno con tutte le altre cose, anche noi mossi dalla forza irresistibile del
destino ? 0 siamo noi veramente capaci di metterci di fronte a ciuesto mondo,
modificarlo con la nostra opera, con la nostra volontà, e al di sopra delle
ferree leggi del meccanismo naturale col nostro amore, con l’impeto dell’animo
nostro innamorato dell’ ideale, instaurare una legge che sia la norma del bene
e di un mondo spirituale dotato di un valore assoluto ? E se non fosse
possibile questo mondo superiore, in cui il bene si distingue dal male, e c è
una verità che si oppone all’errore, come si potrebbe pensare lo stesso mondo
inferiore e quella natura spietata tutta chiusa nel suo meccanismo, la cui
affermazione implica che si ritenga vera? E se a questo mondo superiore, alla
cui esistenza occorre l’attività libera dello spirito che sceglie il bene e si
apprende alla verità resping^n*^ contrario, se ne contrappone un altro che è la
nepzione della hbertà, come si farà ad ammettere che sia libera la natura
umana, circondata e condizionata da una natura che è l’opposto della hbertà ?
Pensieri, che il filosofo più esperto mette in formule stringenti, e scruta a
fondo; ma che confusamente, e non perciò meno tormentosamente, affiorano in
ogni umana coscienza, e ora vi gettano lo sgomento, ora v’ infondono la fede di
cui ogni uomo ha bisogno per non fermarsi e cadere. Giacché 1 uomo non dà un
passo senza credere di poterlo dare; senza pensare che c’è una mèta innanzi a
lui da raggiungere, e che quella è la via buona per giungervi. E quando questa
convinzione gli manchi, e gli manchi del tutto, allora non gli resta che
rifugiarsi nell’ Èrebo, come la misera Saffo. O la fede, o la morte. Ci sono
mezzi termini, ma per gh uomini che pensano e sentono poco, e perciò si
cUstraggono. Nessuno invece sentì mai cosi acutamente come il nostro L..
nessuno vi pensò mai con tanta insistenza, e ne trasse espressioni di tanta
umanità. Poiché il L. se fu un filosofo in largo senso, fu poi, viceversa, un
poeta in senso stretto. Il che vuol dire, che le sue convinzioni filosofiche
non gli rimasero nella testa; ma gli scesero al cuore, e \'i si abbarbicarono,
e furono la sua persona, lui stesso, la sua anima, 1 immediato sentimento, in
cui \ibrò a volta a volta tutto il suo cuore. La sua concezione della vita,
come or ora vedremo, si chiuse in poche idee, ma queste si fusero e colarono
ardenti sulla stessa fiamma della sua passione viva, e quindi fiammeggiarono in
accenti e fantasmi di poesia. La quale questo ha di proprio, a differenza della
scienza ragionata e del sapere speculativo; che in questi il pensiero si
spersonahzza e si stende in una tela universale, che ogni intelligenza può SÌ
ritenere, e far sua, e viverne anche, ma elevandosi sopra di sé e quasi uscendo
da sé, e mediandosi, cioè svolgendosi, e quasi aprendo e dilatando il nucleo
vivente della sua individualità, in guisa da parere che non senta più né
affetti, né passioni, né gioie, né dolori, assorta nella contemplazione del suo
oggetto. Laddove la poesia, lungi dall’alienare da sé il soggetto, lo stringe a
se stesso, e lo fa vedere immediatamente così come esso è, dentro di se
medesimo, chiuso nel suo sentire, fremente nel brivido della sua subbiettiva
interiorità, nel suo essere e nel suo atteggiamento non ancora mediato,
sviluppato, riflesso, ragionato e disindividuato. Lo scienziato cerca e trova
la verità che è di tutti, astrattamente obbiettiva, in guisa che non par più né
anche spettacolo di occhi umani od oggetto conformato alla mente che lo pensa;
e il poeta in^’ece non cerca e non trova se non se stesso: l'amore o qual’altra
passione gli detta dentro le parole in cui egli si esjirime. In questa
immediatezza, spontaneità e quasi naturalità dello spirito poetico è il segreto
della miracolosa potenza della poesia, raffigurata dagli antichi nella virtù
incantatrice della lira di Orfeo, che traeva a sé e trascinava non pure gli
uomini che riflettono, ma le fiere che solo sentono. Perciò la poesia,
quantunque richieda anch’essa cultura e finezza spirituale, risultato di studio
e di educazione, s’appiglia al cuore dei semplici e delle moltitudini, invade
gli animi, conquide e trae seco non per virtù di persuasivi e irresistibili
raziocinii, ma, appunto, d’un tratto, immediatamente, quasi per divino
miracolo. Perciò Tefficacia e la virtù diffusiva dell’arte è senza paragone
superiore a quella della filosofia. Perciò quella filosofia, che fu nel L.
sentimento e diventò sublime poesia, ha una potenza infinitamente maggiore di
qualunque più sistematica filosofia; e se si chiudesse nel gretto circolo di
una concezione pessimistica della vita, non sarebbe, a dir vero, prudente
accorgimento di educatori del popolo italiano erigere qui una cattedra a
commento ed esaltazione di essa. I filosofi, per raggiungere la loro verità,
devono salire l’erta faticosa del monte; e giunti alla cima, vi restano per
solito in una solitudine magnanima, anche a malgrado della moltitudine che dal
basso sogguarda e sogghigna. I poeti si traggono dietro il popolo, toccandone
il cuore anche lievemente, con quella loro arte che « tutto fa, nulla si scopre
». L. è tra essi; ma materia del suo canto è la sua filosofia. E qual è dunque
il contenuto di questa sua filosofia ? Quello che abbiamo già detto dei
problemi filosofici, che spontaneamente sorgono dal fondo del pensiero umano,
ci apre la via a chiarire le idee che furono la vita intellettuale e
sentimentale del nostro Poeta. 11 quale su quei problemi martellò il suo
pensiero; e di quei problemi vagheggiò soluzioni, che scossero profondamente il
suo animo. E sono i problemi fondamentah o massimi della filosofia: che è pensiero
umano derivante dal bisogno di assicurare all’uomo la fede che gli è
indispensabile per vivere: la fede nella propria libertà; ossia nella
possibilità che egli ha, e deve avere, di esercitare un suo giudizio, di
conoscere una verità, di agire, e farsi un suo mondo, conforme cioè alle sue
aspirazioni e a’ suoi ideali e non dibattersi vanamente in una rete di
illusioni e di sforzi infecondi. Bisogno, rispetto al quale ogni filosofia
materiahstica, evidentemente, è una filosofia fallita; la quale, logicamente,
se l’uomo non si risolvesse da ultimo a non lasciarsi più guidare dalla logica
e ad abbandonarsi all’ istinto, dovrebbe condurre l’uomo, come ho detto, al
suicidio. Ora Giacomo L., ogni volta che si trovò a fare di proposito una
professione di fede, fu esplicito nel manifestare la sua adesione alla
filosofia sensualistica e materialistica; e il Frammento apocrifo di Stratone
di Lampsaco, inserito nelle Operette morali, è una dichiarazione del suo
proprio pensiero, quale, per altro, si ripercuote in una buona metà de’ suoi
scritti in prosa e in verso. Poiché da per tutto egh si vede innanzi quella
natura simbolicamente rappresentata nel Dialogo della Natura e di un
Islandese', la quale non sa e non si cura dei desiderii né delle sofferenze
umane; natura grande, enorme, infinita, la quale racchiude in sé tutto, e non
conosce perciò l’uomo che pretende di contrapporsele, di deviarla dal suo
corso, piegarla alle proprie tendenze, conformarla a quei fantasmi di una vita
bella ideale, che egli si finge e pretende di far valere in concorrenza della
dura, quadrata realtà che lo fronteggia. Questa perciò, conosciuta che sia,
spezza ogni umana velleità, e aggioga l’uomo al dominio universale delle leggi
di natura: dove non c’è bene né male, ma tutto è necessario, tutto accade
perché, data la causa che lo determina, non può non accadere; e la stessa
necessità ha ogni umano pensiero o volere, che non deriva da un principio
autonomo, che si faccia centro di una vita superiore e indipendente, avente in
sé la propria misura, ma è effetto del generale meccanismo, che si abbatte
sulla così detta anima umana attraverso le sensazioni e gh appetiti che queste
producono. Filosofia materialistica, dunque. Ma è questa, in conclusione, la
filosofia del L. ? Io \’i invito a riflettere che c’ è due modi di giungere a
conclusioni materialistiche : uno proprio degh spiriti poco sensibih, che,
raggiunte quelle conclusioni, vi si rassegnano: le trovano inevitabili, e si
fanno un dovere, il cui adempimento non costa a loro grande fatica, di
accettarle senza reazione di sorta; e l’altro invece proprio di quegli altri,
che se non trovano la via di affrancarsene, e scoprirne l’errore e la
manchevolezza, ne soffrono, e vi reagiscono contro, e vi si ribellano con tutta
la forza del loro sentimento, che ò come dire della loro stessa personalità. I
secondi non riescono ad affisarsi tanto nella visione di quella natura che è
opposta alle esigenze morali proprie dell’uomo, da restarvi come assorbiti,
dimenticandosi affatto di queste esigenze, e cioè della lor propria natura. Il
loro tormento, la loro angoscia nasce appunto da questo stridente contrasto, di
cui essi infine vengono a fare l’esperienza, e a vivere. La realtà finale, al
cui cospetto vengono a trovarsi, non è una sola, ma duplice: da una parte, la
natura disumana, in cui tutte le luci onde s’illumina la via dello spirito si
spengono; e dall’altra, questa realtà fiammeggiante e splendida, che arde
dentro di loro, e alla cui luce, infine, essi comunque guardano e vedono la
prima. Giacché anche questa è oggetto di una affermazione, in cui lo spirito
umano manifesta la fede che ha nelle proprie forze e nella propria capacità di
distinguere il vero dal falso, e di appigliarsi al primo in quanto esso è
opposto al secondo. La realtà che è lì di fronte allo spirito, è sì quella
realtà naturale, materiale, meccanica, chiusa e impervia ad ogni idealità,
inconciliabile con qualsiasi concetto di libertà; ma il contrapporsi di essa
allo spirito importa pure l’opporsi dello spirito ad essa: dello spirito, che è
una realtà dotata di attributi contrari a quelli con cui vien pensata l’altra.
E per ammettere questa, bisogna ammettere prima quella ; senza la quale
mancherebbe lo stesso pensiero, a cui si chiede tale ammissione. E chi dice
pensiero, dice libertà. Dunque ? Siamo liberi ? Possiamo cioè col nostro
pensiero, con la nostra volontà, crearci il mondo che ci sorride alle menti
innamorate; il mondo della verità, delle cose belle e buone, a cui il nostro
cuore tende con irresistibile slancio ? E come spiegar l’ali, onde noi vorremmo
innalzarci nel libero cielo dell’ ideale, se esse urtano sul muro di bronzo di
questa materiale natura, che ci attornia e stringe da tutte le parti, dalla
nascita alla morte? Ecco l’esperienza del L., ecco la sua lìlosofìa, che è
molto ]ùù complessa del semjjlicismo materialistico; ed essa è il reale
contenuto della poesia L.ana: quella filosofia fatta sentimento e persona, che
ho detto esser materia al canto del Poeta recanatese. 11 quale non si rassegna
alla pura affermazione materialistica, perché la ricca e sensibilissima vita
morale che gli riempie il cuore, è la negazione del materialismo; e poi perché
egli è un poeta, e come ogni poeta crede nel suo mondo, lo prende sul serio; e
questo suo mondo è la ])rova più luminosa della sua capacità creatrice e della
sua libertà. Si consideri che questo è uno dei caratteri principali dell’arte :
che laddove l’uomo pratico, lo scienziato, l’uomo religioso, lo stesso filosofo
può sentirsi legato a una realtà che prcesiste alla sua azione, alla sua
ricerca scientifica, alla sua preghiera o alla sua speculazione, che è in sé
quello che è, con le sue leggi, a cui l’uomo deve arrendersi e subordinarsi,
l’artista crea il suo mondo e, prescindendo nella sua fantasia dalla realtà
preesistente, celebra la sua assoluta libertà, arbitro della nuova realtà che
egli si finge, e in cui vive, e si aliena dal mondo naturale dell’uomo comune e
della sua stessa vita ordinaria: sì che il suo sogno diventa a lui cosa salda,
e si slarga a orizzonti infiniti, e gli fa sentire il gusto deH’cterno e del
divino. La poesia del L. ribocca e freme di trepidante tenerezza per le vaghe
immagini figlie dell’arte sua: per quelle dolci parvenze che un po’ gli
sorridono e poi, a un tratto, lo abbandonano rapite via dalla corrente di
quella disumana realtà, che ignora il dolore che essa cagiona ai cuori teneri e
gentili. E insieme con le immagini belle, gli arridono tutte quelle che una
volta egli dice le « beate larve », familiari agli uomini non ancora giunti
alla conoscenza del tristo vero, ossia non ancora spinti dalla malsana
riflessione alla disperazione (ji quella mezza filosofia, che è il
materialismo: le beate lar\e, che allietano e confortano la vita agli uomini,
nelle antiche età, e nei primi anni della fanciullezza e della gioventù quando
non ancora si sono appressate le labbra all’amaro calice della vita; e nelle
prime ore del mattino, (juando incomincia il giorno e Tuomo non ha riassaporato
per anco la realtà, e se ne foggia con 1’ immaginazione una che lo anima e
alletta alla nuova fatica. Le beate larve delle illusioni naturali e necessarie
: di tutte, cioè, le idee che formano il pregio della vita, e che quella
filosofia materialistica non potrà giustificare come dotate di un legittimo
fondamento, e pur non potrà sradicare dallo spirito umano. Perche illusione la
virtù ? Perché illusione ogni idea onde ebbe pregio il mondo ? Perché la vita
che noi conosciamo, risponde il L., ne è la negazione. Ricordate il dialoghetto
di un venditore d’almanacchi e di un passeggere? L’almanacco promette per
l’anno nuovo tante cose belle; ma il passeggere è scettico; «quella vita eh’ è
una cosa bella non è la vita che si conosce, ma (jueUa che non si conosce; non
la vita passata, ma la vita futura ». La quale però un giorno sarà passata, e
allora si conoscerà, e apparirà quale sarà aneli'essa, una volta sperimentata;
brutta, come tutta la vita passata. 11 futuro è il mondo che vi finge lo
spirito; il mondo, dice L., delle illusioni. Lì è la virtù che vince il male e
trionfa; lì è il sacrifizio dell'uomo per l’uomo; lì è l’amore; lì è la fede e
l’amicizia; lì è la gioia, ecc. Ma quello non è il mondo reale. Infatti il
futuro bisogna che avvenga, e diventi passato. La realtà realizzata, quale noi
possiamo averla innanzi a noi, ed effettivamente conoscerla, quella ci
disillude, e ci dimostra che la virtù è un nome vano. e che tutte le più vaghe
speranze e gl’ ideali più cari finiscono nel nulla. Tant’ è che Tuomo conchiuda
o per condannare come semplici ombre fallaci tutte le illusioni, e dire che la
vita non si può governare se non in rapporto al reale all’esistente, al mondo
qual è (che è poi il passato); o per risolversi animosamente a dir no a questo
mondo reale (che è il passato senza futuro) e a governarsi con l’occhio all’avvenire,
dove lo trae la sua natura di essere pensante, e perciò creatore di ideali e
vagheggiatore di una vita superiore a quella puramente naturale. E L. dice
questo no con tutta la forza del suo animo, con tutto r impeto della sua
possente poesia. Egli è tutto proteso verso il futuro, verso l’ideale, e torce
con coscienza prometeica lo sguardo dalla legge fatale che incatena l’uomo come
essere naturale alla ferrata necessità di morte. Egli, di cedere inesperto,
disprezza il brutto poter che ascoso a comun danno impera e V infinita vanità
del tutto. Per lui Nobil natura è quella Ch’a sollevar s’ardisce Gli occhi
mortali incontra Al comun fato. E quanto a sé non cederà certo ; e alla morte
può dire: Erta la fronte, armato, E renitente al fato. I.a man che flagellando
si colora Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non benedir. Solo
aspettar sereno Quel dì eh’ io pieghi addormentato il volto Nel tuo virgineo
seno. Egli è conscio dell’ invitta potenza dell’anima umana pur nell’estrema
miseria. Vivi, dice la Natura all’Anima jn uno de’ suoi dialoghi; vivi, e sii
grande e infelice. Infelice perché grande; perché sentire la infehcità è solo
jelle anime grandi, che con la loro gagharda natura si jnettono al di sopra del
mondo, che le fa soffrire, e regnano sovrane in quella superiore realtà che è
propria dello spirito. L. sa che la grandezza del suo dolore si commisura alla
grandezza del suo pensiero che lo sente e analizza e ne fa materia al suo
altissimo canto; e che un’anima volgare e torpida non saprebbe provare tutto il
dolore del Poeta, che il volgo infatti non intende e irride. L. sa che la
coscienza dell’umana miseria è già segno di grandezza. Sa che ancor che tristo,
ha suoi diletti il vero: che l'acerbo vero, a investigarlo, dà un amaro gusto
che piace. E poi quando l’anima, disillusa e stanca della vita che non mantiene
mai le sue promesse, si riduca infatti all’estremo della infelicità, che non è
la disperazione, ma la noia >, la morte ncUa vita, non dolore né piacere, ma
il sentimento della nullità, questo terribile privilegio degli uomini, a cui la
natura non ha provveduto perché non ha neppur sospettato che l’uomo vi potesse
cadere; quella noia che, a simiglianza dell’aria «la quale riempie tutti
gl’intervalli degh altri oggetti, e corre subito a stare là donde questi si
partono, se altri oggetti non gli rimpiazzino », « corre sempre e
immediatamente a riempire tutti i vuoti che lasciano negli animi de’ viventi il
piacere e il dispiacere » ’ ; ebbene, anche allora l’anima non cade, non è
vinta. Giacché, secondo L., « la noia è in qualche modo il più sublime dei
sentimenti umani. Il non potere essere soddisfatto da ’ « La disperazione è
molto, ma molto più piacevole della noia. La natura ha provveduto, ha medicato
tutti i nostri mali possibili, anche i più crudeli ed estremi, anche la morte,
a tutti ha misto del bene, a tutti fuorché alla noia» (Zibald.). Zibald.,
Giuntile, Manzoni e L.. alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra
intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole
maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità
dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e 1 universo
infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande
che sì fatto universo; e sempre accu- sg^re le cose d’insufficienza e di
nullità, e patire mancamento e vóto, e pero noia, pare a me il maggior segno di
grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco
nota agh uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali » Su
tutte le delusioni, su tutti i dolori, su tutte le miserie, al di sopra della
mole sterminata di quest’universo, in cui s’infrangono tutte le speranze e si
spengono tutti gl’ideah, l’infinità dello spirito. Quindi la hbertà, quindi la
possibilità di crearsi una vita superiore degna delle più nobili aspirazioni
connaturate all’animo umano. Anche pel L., poca scienza pregiudica e mortifica,
ma molta scienza ravviva e ringaghardisce la fede di cui l’uomo ha bisogno per
vivere. E questa natura, che la mezza filosofia del materialista ci rappresenta
in voley mutyignu, è pur quella natura che mette nell’animo nostro le
illusioni; e se non sopravvenga la riflessione e l’opera dcU’ irrequieto
ingegno dell’uomo non più contento delle condizioni naturali della vita che
egli dapprima vive istintivamente, conforta l’uomo con l’amore, con la pietà,
con tutti gli affetti gentili che riempiono il cuore di dolci consolazioni e di
magnanimi ardimenti. Pensieri, N. 68. Questa natura che governa Tuomo, madre
benigna e pia nell’età dei Patriarchi, nei tempi oscuri e favolosi del genere
umano, e risorge amorosa nella prima età di ciascun uomo a infondergli con la
virtù del caro immaginare la speranza nel futuro a cui egli va incontro; questa
natura, che nell’amore torna sempre a rinverdire le speranze, e che ci fa
conoscere una « verità piuttosto che rassomighanza di beatitudine»; essa torna
da capo, quando l’uomo ha tutto conosciuto il tristo vero e vuotato il calice
amaro, torna a confortare l’uomo, amica e consolatrice. La natura del
materialista è via; ma non è punto di partenza, né punto d’arrivo. 11 savio
torna fanciullo, e alla fine, come al principio, l’uomo è alla presenza di un
mondo il quale non è quello del meccanismo, che tutto travolge e distrugge
quanto a lui è più caro, ma quello del pensiero, dello spirito umano,
dell’amore, della virtù. Onde ai suggerimenti egoistici della filosofia (nel
Dialogo di Plotino e di Porfirio) che indurrebbe il filosofo al suicidio,
Plotino può rispondere : <iPorgiamo orecchio piuttosto alla natura che alla
ragione»'. alla natura primitiva « madre nostra e dell’universo », la quale ci
ha infuso un certo senso dell’animo, che è amore degli altri e che ferma la
mano al suicida ricordandogli la famigha, gli amici e quanti si dorrebbero
della sua morte. Perciò a Porfirio, il filosofo che vorrebbe togliersi la vita,
il filosofo più savio, il maestro, Plotino dirà: Viviamo, e confortiamoci a
vicenda; non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita
dei mali della nostra specie ! Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un
l’altro; e andiamoci incoraggiando e dando mano e soccorso scambievolmente; per
compiere nel miglior modo questa fatica della vita.E quando la morte verrà,
allora non ci dorremo : e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci
conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, cosi
molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora. Perciò Sanctis paragonando
Schopenhauer a L., notava questo grande divario tra n filosofo tedesco e il
poeta italiano: che questi quanto più mette in luce il deserto desolante e
disamabile della vita, tanto più ce la fa amare; quanto più dichiara illusione
la virtù, tanto più ce ne accende vivo nel petto il desiderio e il bisogno.
Perciò la lettura del L. non sarà mai pericolosa, anzi salutare e corroborante
a chi saprà leg- gergh nel fondo dell’anima. E di lui può dirsi che preso per
metà è il più nero dei pessimisti; preso tutto intero, è uno dei più sani e
vigorosi ottimisti che ci possano apprendere il segreto della vita operosa e
feconda. La morte, anche la morte, il simbolo della fatalità avversa che
opprime ogni sforzo umano, e che pare minacci sempre da lungi e ammonisca della
inanità d’ogni speranza e d’ogni fatica, e della nullità della vita a cui ci
sentiamo tutti legati, la stessa morte al Poeta, nella maturità piena della sua
poesia, quando il suo animo ha più nettamente ravvisato e sentito nel profondo
la sua verità, e quasi toccato il fondo di se stesso, diventa germana di Amore,
che è pel L., come s’ è veduto, ciò che dà verità più che rassomiglianza di
beatitudine. Fratelli, a un tempo stesso. Amore e Morte Ingenerò la sorte. Cose
quaggiù si belle Altre il mondo non ha, non han le stelle. Morte diviene una
bellissima fanciulla, dolce a vedere; e gode accompagnar sovente Amore: E
sorvolano insiem la via mortale. Primi conforti d’ogni saggio core. Non vedo
che abbia attirata l'attenzione della critica, come merita, uno studio recente
del prof. Cirillo Berardi, Ottimismo L.ano, Treviso, bongo e Zoppelli, Il Poeta
sente che Quando noveUamente Nasce nel cor profondo Un amoroso affetto.
Languido e stanco insiem con esso in petto Un desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale D’amor vero e possente è il primo effetto. Il Poeta vuol
rendersi ragione di questa coincidenza, e non vi riesce. Ma ben sente che
quando si ama, non ha più valore la vita naturale dell’ inditdduo chiuso nei
suoi limiti, di là dai quah spazia quell’ infinita natura che fiacca ogni umana
possa. Che anzi l’individuo per l’amore scopre che la sua vera vita è di là da
questi hmiti; e che bisogna ch’egli perciò muoia a se medesimo, e spezzi r
involucro della sua individuahtà naturale, centro di ogni egoismo, per
attingere la vera vita. Perciò la morte opti gran dolore, ogni gran male
annulla. Perciò la morte è liberatrice, affrancando lo spirito umano dai
vincoli onde ogni uomo è da natura incatenato a se medesimo, chiuso in sé, in
mezzo agli altri esseri e forze naturali, incapace di libertà e di virtù. Amare
è redimersi, entrare nel mondo morale, che è il mondo della libertà. Questo il
concetto che il Poeta sentì e visse: questa la materia del suo canto. Formiamo
oggi l’augurio, che attraverso il corso di queste letture, che inauguriamo, tale
concetto apparisca in luce sempre più chiara. Pubblicato la prima volta negli
Annali delle Università toscane (Pisa) e come proemio alla edizione con note
delle Operette morali di G. L., da me curata, Bologna, Zanichelli, Se si
volesse considerare le Operette morali come una raccolta delle varie parti, in
cui il libro è diviso, sarebbe tutt’altro che agevole stabilirne la cronologia.
Certo, non sarebbe consentito di starsene alle indicazioni fornite con
perentoria precisione dallo stesso autore innanzi alla terza edizione iniziata
a Napoli. Queste Operette », egli diceva, « composte nel 1824, pubblicate la
prima volta a Milano, ristampate in Firenze coll’aggiunta del Dialogo di un
Venditore di almanacchi e di un Passeggere, e di quello di Tristano e di un Amico;
tornano ora alla luce ricorrette notabilmente, ed accresciute del Frammento
apocrifo di Stratone da Lampsaco, del Copernico e del Dialogo di Plotino e di
Porfirio. Intanto, non tutte le Operette furono pubblicate la prima volta a
Milano; giacché tre di esse, come « primo saggio », avevano visto la luce a
Firenze nel gennaio 1826, nell’ Antologia e quell’anno stesso erano state
riprodotte a Milano nel Nuovo Ricoglitore. Ed è pur vero che tutte le Operette,
ad eccezione di quelle che nella notizia testé riferita sono assegnate
dall’autore furori composte; perché l’autografo originale, che è tra le carte
L.ane della Biblioteca Nazionale di Napoli, ce ne Scritti letterari, ed.
Mestica, li, fa sicura testimonianza con le date apposte alle operette singole,
e tutte correnti dal 19 gennaio al 13 dicembre di quell’anno Ma si dovrebbe
pure distinguere il tempo in cui ciascuno scritto fu steso, da quello in cui
prima fu concepito, o ne cadde il motivo fondamentale e inspiratore nell’animo
del L.. Giacché con qual fondamento si toglierebbe l’una o l’altra delle
Operette a documento di quel periodo spirituale che si suole infatti atribuire
agli anni tra il canto Alla sua donna con i Frammenti dal greco di Simonide
(appartenenti probabilmente a quello stesso tempo), e l’epistola Al Conte
Pepoli o II Risorgimento, se quei pensieri che sono caratteristici delle
Operette risalgono ad epoca più remota ? Fu già osservato j che negli Abbozzi e
appunti per opere da comporre, che sono fra le carte napoletane, «scritti in
piccoli foglietti staccati senza indicazione di tempo » 3, è segnato un Ecco le
singole date, già in parte pubblicate dal Chiarini, Vita di G. L., Firenze,
Barbèra, e da me riscontrate tutte sul manoscritto autografo (che si conserva
tra le Carte della Biblioteca Nazionale di Napoli): Storia del genere umano);
Dialogo d' Ercole e di Atlante; Dialogo della Moda e della Morte; Proposta di
premi; Dialogo di un Lettore di umanità e di Sallustio; Dialogo di un Folletto
e di uno Gnomo; Dialogo di Malamhruno e di Farfarello; Dialogo della Natura e
di un’.dnima; Dialogo della Terra e della Luna; La scommessa di Prometeo;
Dialogo di un Fisico e di un Metafisico; Dialogo della Natura e di un
Islandese; Dialogo di Tasso e del suo Genio familiare (i-io giugno); Dialogo di
Timandro e di Eleandro; Il Parini, ovvero della gloria; Dialogo di Ruysck e
delle sue Mummie; Detti memorabili di Ottonieri. Dialogo di Colombo e di
Gutierrez); Elogio degli Uccelli; Cantico del Gallo silvestre; Note, Da N.
Serban, L. et la France, Paris, Champion, I Avvertenza premessa agli Scritti
vari ined. di G. L. dalle carte napoletane, Firenze, Le Monnier, Dialogo della
natura e dell’uomo, sul proposito di quella parlata della natura, all’uomo, che
Volney le mette in bocca nelle Ruines sulla fine, o vero nel Catéchisme »
dialogo, che si trova nelle Operette col titolo di Dialogo della Natura e di
un'Anima) il quale, dunque, al tempo di quell’appunto non era scritto. Pure
nello stesso foglietto, segue un « TrattateUo degli errori popolari degli antichi
Greci e Romani » (che non può essere la stessa cosa del Saggio), e quindi
subito dopo: « Comento e riflessioni sopra diversi luoghi di diversi autori,
sull’andare di quelle ch’io fo in un capitolo del F. Ottonieri»; ossia nel
penultimo capitolo dei Detti memorabili, che è delle ultime operette del '24.
Ora, se questi appunti sono pertanto da ascrivere ad epoca posteriore a tale
data, in qual modo spiegarsi che del suo Dialogo della Natura e di un’Anima
l’autore parlasse come di opera da comporre ? O egli non aveva neppur composti
i Detti memorabili, e si riferiva ai materiali che vi avrebbe messi a profitto,
e che già, come vedremo, possedeva? Comunque, in altra serie di appunti,
relativi, come par probabile, a dialoghi tuttavia da scrivere, e tutti segnati
nel medesimo foglietto, s’incontrano, tra gli altri, i seguenti argomenti:
Salto di Leucade) Egesia pisitanato) Natura ed Anima) Tasso e Genio) Galantuomo
e mondo) Il sole e l’ora prima, o Copernico. Ed ecco, da capo, il Dialogo della
Natura e di un’Anima, ma accanto a un altro dialogo. Galantuomo e mondo, che
l’autore abbozza, per tornarvi sopra nel '24, senza condurlo tuttavia a termine
e la sua prima idea pertanto deve risalire. E secondo lo stesso documento,
contemporanei sono i disegni primitivi di altre [Vedi abbozzo negli Scritti
vari, Il foglietto relativo, riscontrato per me dall’amico prof. V. Spampanato,
è nelle Carte L.ane della Bibl. Nazionale di Napoli, nel pacchetto X, fase. 12.
quattro operette, due del '24 e due del '27. Giacché, oltre il Dialogo del
Tasso e del suo Genio e il Copernico, qui son pure facilmente ravvisabili in
Egesia pisitanato la prima idea del Dialogo di Plotino e di Porfirio > ; e
nel Salto di Leucade quella del Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro
Gutierrez e in Misénore e Filénore quella del Dialogo di Timandro e Eleandro 3.
E il documento certamente dimostra che del Plotino e del Copernico, scritti
entrambi, come s’ è veduto, nel '27, non solo il concetto, ma anche la forma in
cui il concetto si ])re- sentò alla mente del L., non è posteriore alle
Operette. E c’ è altro. Stando alla cronologia dataci dai documenti, r
Ottonieri fu composto nell’ultimo mese d’estate del 1824; ma un’anahsi molto
accurata dei singoli Detti, riscontrati coi Pensieri di varia filosofia e di
bella letteratura, ha dimostrato, in modo incontestabile, che in questo scritto
« liberamente il L. raccolse dal suo Zibaldone gh appunti più singolari e
umoristici; certo intendendo a una vaga e libera somiglianza e rispecchiamento
delle proprie opinioni, ma più col fine di pubblicare qualche parte del
materiale accumulato giorno per giorno». Sicché s’è creduto poter conchiudere
che nell’ Ottonieri al L. « venne fatto un centone, non un’operetta come le
altre organicamente intessuta » 4. Scegliamo infatti un paio d’esempi, tra i
tanti che si potrebbero riferire. Nel cap. Ili dell’ Ottonieri si legge :>
Egesia infatti è ricordato nel Plotino. Cfr. quel che dice di questo Salto il
Colombo e Pensieri. Questo dialogo infatti originariamente recava il titolo di
Dialogo di Filénore e di Misénore. Luiso, Sui Pensieri di L., nella Rassegna
Nazionale. Dice che la negligenza e l’inconsideratezza sono causa di commettere
infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo hanno apparenza di malvagità o
crudeltà; come, a cagione di esempio, in uno che trattenendosi fuori di casa in
qualche suo passatempo, lascia i servi in luogo scoperto infracidare alla
pioggia; non per animo duro e spietato, ma non pensandovi, o non misurando
colla mente il loro disagio. E stimava che negli uomini l’inconsideratezza sia
molto più comune della malvagità, della inumanità e simili; e da quella abbia
origine un numero assai maggiore di cattive opere; e che una grandissima parte
delle azioni e dei portamenti degli uomini che si attribuiscono a qualche
pessima qualità morale, non sieno veramente altro che inconsiderati. Idee che
fin dall’ ii settembre 1820 L. aveva sbozzate nello Zibaldone dei suoi
Pensieri, scrivendo: La negligenza e l’irriflessione spessissimo ha l’apparenza
e produce gh effetti della malvagità e brutaUtà. E merita di esser considerata
come una delle principali cagioni della tristizia degli uomini e delle azioni.
Passeggiando con un amico assai filosofo c sensibile, vedemmo un giovinastro
che con un gros.so bastone, passando, sbadatamente e come per giuoco, menò un
buon colpo a un povero cane che se ne stava pe’ fatti suoi senza infastidir
nessuno. E parve segno all’amico di pessimo carattere in quel giovane. A me
parve segno di brutale irriflessione. Questa molte volte c’induce a far cose
dannosissime e penosissime altrui, senza che ce ne accorgiamo (parlo anche
della vita più ordinaria e giornaliera, come di un padrone che per
trascuraggine lasci penare il suo servitore alla pioggia ecc.), e avvedutici,
ce ne duole; molte altre volte, come nel caso detto di sopra, sappiamo bene
quello che facciamo, ma non ci curiamo di considerarlo e lo facciamo cosi alla
buona; considerandolo bene, noi non lo faremmo. Così la trascuranza prende
tutto l’aspetto e produce lo stessissimo effetto della malvagità e crudeltà,
non ostante che ogni volta che tu rifletti, fossi molto alieno dalla volontà di
produrre quel tale effetto, e che la malvagità e crudeltà non abbia che fare
col tuo carattere Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, no
Voltando appena pagina, nell’ Ottonieri si torna a leggere; Ho udito anche
riferire come sua, questa sentenza. Noi siamo inclinati e soliti a presupporre,
in quelli coi quali ci avviene di conversare, molta acutezza e maestria per
iscorgere i nostri pregi veri, o che noi c’ immaginiamo, e per conoscere la
bellezza o qualunque altra virtù d’ogni nostro detto o fatto; come ancora molta
profondità, ed un abito grande di meditare, e molta memoria, per considerare
esse virtù ed essi pregi, e tenerli poi sempre a mente: eziandio che in
rispetto ad ogni altra cosa, o non iscopriamo in coloro queste tali parti, o
non confessiamo tra noi di scoprirvele. E anche questo pensiero, quantunque in
forma compendiata a mo’ di appunto, era già nello Zibaldone; Noi supponiamo sempre
negli altri una grande e straordinaria penetrazione per rilevare i nostri
pregi, veri o immaginari che sieno, e profondità di riflessione per
considerarli, quando anche ricusiamo di riconoscere in loro queste qualità
rispetto a qualunque altra cosa. E il numero di simili riscontri è tale che
pochi sono i luoghi dell’ Ottonieri di cui non si trovi la prima prova nei
Pensieri degh anni anteriori. Non sarà dunque da dire che nel ’24 l’autore
abbia dato soltanto la forma definitiva a questa operetta, facendone, come ad
altri è sembrato, un centone di sue osservazioni di tre e quattro anni prima ?
Né la domanda vale unicamente per l’ Ottonieri. Anche del Parini è stato notato
che la sostanza è già nei Pensieri [ b Caratteristico questo luogo del cap. IX,
dove l’autore fa dire al Parini; Come città piccole mancano per lo più di mezzi
e di sussidi onde altri venga all’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine; e
V. tra gli altri B. Zumbini, Studi sul L., Firenze, Barbèra, - 04, II, 42; e
Losacco, in Giorn. stor. letter. Hai., come tutto il raro e il pregevole
concorre e si aduna nelle città grandi; perciò le piccole sogliono tenere tanto
basso conto, non solo della dottrina e della sapienza, ma della stes.sa fama
che alcuno si ha procacciata con questi mezzi, che l’una e l'altre in quei
luoghi non sono pur materia d’invidia. E se per caso qualche persona
riguardevole o anche straordinaria d’ingegno e di studi, si trova abitare in
luogo piccolo. Tesservi al tutto unica, non tanto non le accresce pregio, ma le
nuoce in modo, che spesse volte, quando anche famosa al di fuori, ella è, nella
consuetudine di quegli uomini, la più negletta e oscura persona del luogo. E
tanto egli è lungi da potere essere onorato in simili luoghi, che bene spesso
egli vi è riputato maggiore che non è in fatti, né perciò tenuto in alcuna
stima. Al tempo che, giovanetto, io mi riduceva talvolta nel mio piccolo
Bosisio; conosciutosi per la terra eh’ io soleva attendere agli studi, e mi
esercitava alcun poco nello scrivere; i terrazzani mi riputavano poeta,
filosofo, fisico, matematico, medico, legista, teologo, e perito di tutte le
lingue del mondo; e m’interrogavano, senza fare una menoma differenza, sopra
qualunque punto di qual si sia disciplina o favella intervenisse per alcun
accidente nel ragionare. E non per questa loro opinione mi stimavano da molto;
anzi mi credevano minore assai di tutti gli uomini dotti degli altri luoghi. Ma
se io li lasciava venire in dubbio che la mia dottrina fosse pure un poco meno
smisurata che essi non pensavano, io scadeva ancora moltissimo nel loro
concetto, e all’ultimo si persuadevano che essa mia dottrina non si stendesse
niente più che la loro. Mirabile pagina, piena di verità. Ma essa trae origine
da riflessioni jiersonali e autobiografiche già dal L. segnate sulla carta fin
dall’ottobre 1820; Spessissimo quelli che sono incapaci di giudicare di un
pregio, se ne formeranno un concetto molto più grande che non dovrebbero, lo
crederanno maggiore assolutamente, e contuttociò la stima che ne faranno sarà
infinitamente minor del giusto, sicché relativamente considereranno quel tal
pregio come molto minore. Nella mia patria, dove sapevano eh’ io ero dedito
agli studi, credevano eh’ io possedessi tutte le lingue e m’interrogavano
indifferentemente sopra qualunque di esse. Mi stimavano poeta, rettorico,
fisico, matematico, politico, medico, teologo ecc., insomma enciclopedicissimo.
E non perciò mi credevano una gran cosa, e per T ignoranza, non sapendo che
cosa sia un letterato. non mi credevano paragonabile ai letterati forestieri,
malgrado la detta opinione che avevano di me. Anzi uno di coloro, volendo
lodarmi, un giorno mi disse: A voi non disconverrebbe di vivere qualche tempo
in una buona città, perché quasi quasi possiamo dire che siate un letterato.
Ma, s’ io mostravo che le mie cognizioni fossero un poco minori ch’essi non
credevano, la loro stima scemava ancora e non poco, e finalmente io passavo per
uno del loro grado Né soltanto la cronologia diventa un problema di difficile
soluzione, una volta sulla via di siffatti riscontri. I quali però non sono
possibili se non dove si consideri ciascun elemento del pensiero del L.
astratto dalla forma che esso ha nelle Of erette. Che se si guarda a questa, è
facile scorgere, per esempio, la superficialità del giudizio, che abbiamo
ricordato, per cui l ’Ottonieri non sarebbe nient’altro che un centone di
luoghi dello Zibaldme. E si badi, d’altra parte, a non prendere né anche questa
forma in astratto, quasi la forma speciale del tale passo delle Operette, il
quale abbia un antecedente più o meno prossimo nello Zibaldone (quantunque, pur
così intesa, essa sia sempre nei due casi profondamente diversa). Anche questa
è una forma astratta; perché la vera forma assunta in concreto da ciascuna
parte di un’opera è quella tal forma soltanto in relazione con tutta l’opera,
in conseguenza del motivo fondamentale, ossia di quel certo atteggiamento
spirituale, in cui l’autore si trovò componendola. Sicché un centone si può
certamente trovare anche in un’opera che abbia una salda e vivente unità
organica, ma solo pel fatto che si prescinda da questa unità, e si cominci a
indagarne il contenuto, decomposto meccanicamente nelle singole parti,
Pensieri, dalla cui somma a chi se ne lasci sfuggire lo spirito pare che
l’opera risulti. Che è quello che è stato fatto per le prose L.ane da tutti i
critici che se ne sono occupati, ora considerando e giudicando le singole
operette ad una ad una, ora sminuzzando Cuna o l’altra di esse in una serie di
frammenti facilmente rintracciabili in altri scritti, in verso e in prosa,
dello stesso L. (dando l’idea d’un L. che ripeta inutilmente se stesso), o in
precedenti scrittori, massime francesi del secolo XVIII (in confronto dei quali
poi tutta l’originalità dello scrittore svanirebbe). Il maggior critico che il
L. abbia avuto, il De Sanctis; se ha sdegnato ogni ricerca analitica e
mortificante di fonti e confronti, fermo nella dottrina, che è sua gloria,
dell’ inseparabilità del contenuto dalla forma nell’opera d’arte, e perciò
della necessità di cercare il valore e la vita di quest’opera nell’accento
personale, nell’ impronta propria, onde ogni vero artista trasfigura la sua
materia; non s’è guardato tuttavia né pur lui, di cercare la vita nelle parti,
la cui serie forma il contenuto del libro, anzi che nel tutto, nell unità, dove
soltanto può essere l’anima e l’originalità dello scrittore. E ha creduto di
poter cercare, per così dire, un L. in ciascuna delle operette, presa a sé,
invece di cercare il L. di tutte le operette, che sono un’opera sola. In primo
luogo, sta di fatto che, ad eccezione del Venditore di almanacchi e del
Tristano, con cui nel '32 l’autore volle tornare a suggellare il pensiero delle
Operette, tutte le altre pullularono dall’animo del L. nello stesso tempo, da
un medesimo germe d’idee e di sentimenti, da una stessa vita. Abbiamo visto che
il Copernico e il Plotino erano già in mente al poeta quand’ei vagheggiava il
suo Tasso, il Colombo e fin lo stesso Ti- mandro; e meditava insomma quegli
stessi pensieri, che presero corpo nelle Operette del '24; con le quah infatti,
poiché nel '27 l’ebbe scritte, l’autore sentì che dovevano accompagnarsi. 11
all’amico De Sinner, che gh chiedeva scritti inediti da potersi pubblicare a
Parigi, scriveva : « Ho bensì due dialoghi da essere aggiunti alle Operette,
l’uno di Plotino e Porfirio sopra il suicidio, l’altro di Copernico sopra la
nullità del genere umano. Di queste due prose voi siete il padrone di chsporre
a vostro piacere: solo bisogna eh’ io abbia il tempo di farle copiare, e di
rivedere la copia. Esse non potrebbero facilmente pubbhcarsi in Italia. Ma
avvertiva subito, che da soU questi dialoghi non potevano andare; e tornava a
scrivere al De Sinner: «Dubito che le mie due prose inedite abbiano un
interesse sufficiente per comparir separate dal corpo delle Operette morali, al
quale erano destinate»*. Quanto al Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco,
esso è del ’25; cioè immediatamente posteriore alle altre prose compagne;
anteriore ad ogni tentativo fatto dall’autore per pubblicare le Operette. Alle
quali, nelle edizioni parziali e totali fattene a Firenze e a Milano, era ovvio
che l’autore non potesse pensare ad includerlo a causa del crudo materialismo
che vi è professato, c che le Censure non avrebbero lasciato passare. Ma,
lasciando per ora da parte queste cinque operette [Stratone, Copernico,
Plotino, Venditore d’almanacchi e Tristano) che vennero successivamente ad
aggiungersi alle prime venti, è certo che queste venti, composte tutte di
seguito in un anno di lavoro felice, furono dall’autore scritte e considerate
come parti d’un solo tutto. E quando ebbe in ordine il suo manoscritto
completo, escluse che le singole operette potessero venire in luce alla
spicciolata. Nel novembre del ’25 sperò poterle pubblicare Epistolario, Firenze,
Le Monnier, * Epistolario, nella raccolta delle sue Opere, che un editore amico
voleva fare allora in Bologna; e, andato a monte quel disegno, fece
assegnamento sugli aiuti efficaci del Giordani, al quale consegnò il
manoscritto affinché gli trovasse un editore: con tanto desiderio di vedere
stampata la sua opera, che scrive impaziente a Papadopoli : « I miei Dialoghi
si stamperanno presto, perché se Giordani, che ha il manoscritto a Firenze, non
ci pensa punto, come credo, io me lo farò rendere, e lo manderò a Milano »
>. Ma da Firenze scrivevagh il Vieus- seux il 1° marzo : « Giordani, usando
della facoltà lasciatagli, mi passò il bel manoscritto che gli avevate
confidato, dal quale abbiamo estratto alcuni dialoghi, che troverete riferiti
nel n. 61 dell’Antologia, ora pubbhcato, eh’ io ho il piacere di mandarvi.
Graditelo come un pegno del mio fervido desiderio di vedere il mio giornale
spesso fregiato del vostro nome; e più del nome ancora, dei vostri eccellenti
scritti. Sento che queste Operette morali verranno probabilmente pubbhcate
costà, e ne godo assai pel pubblico, e per voi, tanto più che sembrano meglio
fatte per comparire riunite in una raccolta, che spartite in un giornale » ».
Quella prima pubblicazione, dunque, non fu altro che un saggio. Del quale L.
scrive all’amico Puccinotti: «I miei Dialoghi stampati ntW Antologia non
avevano ad essere altro che un saggio, e però furono così pochi e brevi. E
soggiungeva 1 « La scelta fu fatta dal Giordani, che senza mia saputa mise
l’ultimo per primo; affermando così che tra i dialoghi c’era un ordine, e
ciascuno doveva tenere il suo posto. Proponendo pertanto la stampa dell’opera
intera all’editore Stella di Milano, gli scriveva: « Ha ella veduto [Lett. del
9 nov. al fratello Carlo, in Epist., II, 47. » Nell' Epist. del L. 3 Epist.,
II, 142-43. il numero 6i dell’ An tologia, gennaio 1826 ? E penetrato, ed ha
avuto corso in cotesti Stati ? Vi ha ella veduto il Saggio delle mie Operette
morali ? Le parlai già. in Milano di questo mio manoscritto. Ne abbiamo pubblicato
questo saggio in Firenze per provare se il manoscritto passerebbe in Lombardia.
Giudica ella che faccia a proposito per lei ?... Tutte le altre operette sono
del genere del Saggio, se non che ve ne ha parecchie di un tono più piacevole.
Del resto, in quel manoscritto consiste, si può dire, il frutto della mia vita
finora passata, e io 1’ ho più caro de’ miei occhi » '. Questa lettera è del 12
marzo ’26. 11 22 di quel mese lo Stella rispondeva : « Ho letto il Saggio ; ed
ella ha ben ragione d’amar cotanto quel suo manoscritto. 11 fascicolo
dell’Antologia era stato ammesso dalla Censura, ma l’editore non credeva di
poterne tuttavia sperare altresì l’approvazione per la stampa Avrebbe provato:
intanto gli facesse sapere la mole del manoscritto. E il L. subito a
riscrivergli, il 26 : « Confesso che mi sento molto lusingato e superbo del
voto favorevole che ella accorda alle predilette mie Operette morali. 11
manoscritto è di 311 pagine, precisamente della forma del ms. d’Isocrate che le
ho spedito, scrittura egualmente fitta di mio carattere. Sarei ben contento se
ella volesse e potesse esserne l’editore.... La prego a darmi una risposta
concreta in questo proposito tosto ch’ella potrà » i. Lo Stella, per saggiare
le disposizioni della Censura milanese, chiese licenza di ristampare nel suo
Nuovo Ricoglitore i dialoghi usciti nell’ A ntologia ; « de’ quali », scriveva
all’autore il 1° aprile, « poi formerò un opuscolo a parte che mi farà strada a
pubblicar tutte queste, da 0 . c., Lei chiamate Operette, che lo saranno per la
mole, non pel pregio certamente » «. Perciò il 7 il L. affret- tavasi a
mandargli la nota dei molti errori incorsi nella stampa fiorentina, insistendo
nel desiderio che lo Stella assumesse Tedizione del libro intero ; che il 26 si
disponeva a inviargli : « Debbo però pregarla caldamente di una cosa. Mi dicono
che costì la Censura non restituisce i manoscritti che non passano. Mi
contenterei assai più di perder la testa che questo manoscritto, e però la
supplico a non avventurarlo formalmente alla Censura senza una assoluta
certezza, o che esso sia per passare, o che sarà restituito in ogni caso » ^ E
il prezioso manoscritto partì infatti sulla fine del mese per Milano 3, e lo
Stella j)oté informare l’autore d’averlo ricevuto. poi gli scriveva; « Nei
brevi ritagli di tempo che mi restano, vo leggendo le Operette sue morali, le
quali quanto mi allettano.... altrettanto temo che trovar debbono degli
ostacoli per la Censura. Forse il rimedio potrebbe esser quello di darle prima
nel Ricoglitore, per poi stamparle a parte, e in fine fare una nuova edizione
di tutte in piccola forma » 4. Ancora uno smembramento delle care Operette ? La
proposta ferì al vivo l’animo del L., che, a volta di corriere, il 31 rispose:
«Se a far passare costì le Operette morali non v’ è altro mezzo che stamparle
nel Ricoglitore, assolutamente e istante- mente la prego ad aver la bontà di
rimandarmi il manoscritto al più presto possibile. O potrò pubblicarle altrove,
o preferisco di tenerle sempre inedite al dispiacer di vedere un’opera che mi
costa fatiche infinite, pubblicata a brani.... » 5. Furono infatti pubblicate
in volume l’anno seguente, come l’autore ardentemente desiderava, conscio
dell’organicità del corpo di tutte le venti operette, nate come venti capitoli
di un’opera sola. All’unità della quale ei certamente mirò nell’ordinamento
definitivo che fece delle singole parti, quando le ebbe condotte a termine
tutte. Abbiamo veduto come tenesse a rilevare e attribuire al Giordani
l’inversione avvenuta nei tre dialoghi ceduti dlVAntologia. Il Ti- mandro
doveva essere l’ultimo, egli avA^erte. Infatti era stato scritto dopo il
Tasso-, ma era stato pure scritto prima del Colombo. Anzi nell’ordine
cronologico • era quattordicesimo, sui venti del 1824: ma evidentemente fin da
principio era destinato al ventesimo o, comunque, ultimo posto, che tenne nella
edizione milanese del '27. È invero un’apologià del libro; e l’apologià non
poteva essere se non la conclusione e il giudizio, che, nell’atto di Ucenziare
il libro, l’autore voleva se ne facesse. Ma, nel passaggio dall’ordine
cronologico a quello ideale che L.ebbe da ultimo ragione di preferire, non
soltanto il Timandro venne spostato. Infatti tra il Dialogo di un Fisico e di
un Metafisico e il Dialogo della Natura e di un Islandese, scritti
successivamente, con un solo giorno di riposo tra l’uno e l’altro, parve
opportuno frammettere il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, a
cui il L. pose mano appena finito quello della Natura e di tm Islandese. È
ovvio che senza una ragione né anche quest’ordine sarebbe mutato; ed è ovvio
Mtresì che la ragione non potrà consistere se non negli scambievoh rapporti da
cui questi dialoghi eran legati, agli occhi di chi li scrisse. Va da sé poi che
i vari scritti devono per lo più esser nati già con questi rapporti, l’un dopo
l’altro, secondo che il pensiero germoghava via via nella sua spontaneità
organica; ma dove Cfr. sopra, p. io6, n. i. una ripresa di idee già non
sufficientemente svolte, e il risorgere di un’ ispirazione che era parsa
esaurita, traeva l’autore a tornéire su se stesso, è pur naturale che l’ordine
cronologico non corrispondesse più allo svolgimento e alla coerenza del
pensiero. Così il Tasso, scritto appena levata la mano dall’ Islandese, nasce
come un anello che salda questo dialogo a quello del Fisico col Metafisico; e
se l’autore scrive il Timandro, bisogna pensare che, saldato così l’ Islandese
agli antecedenti dell’opera, egli dovè per un momento credere esaurito il suo
tema; credere perciò di potersi arrestare a quella fiera rappresentazione
finale AtW Islandese: e quindi volgersi indietro a giudicare e difendere il
libro. Passarono infatti dodici giorni senza che si sentisse riattirato verso
il suo lavoro, ripreso il 6 luglio col Panni, e condotto innanzi a sbalzi fino
alla fine dell’anno, quando fu compiuto il Cantico del Gallo silvestre ; altre
sei operette in tutto, che s’ è condotti a pensare formino un gruppo distinto,
nato da questo risorgimento, seguito al Timandro, del motivo ispiratore delle
operette. Ma tutto ciò, si può dire, non prova nulla per l’organismo e unità
dell’opera L.ana, se questa unità non si trova effettivamente nel suo intimo.
Ed è vero. Com’ è pur vero che quando tale unità fosse messa bene in luce con
lo studio interno del hbro, potrebbe anche apparire inutile tutto questo
preambolo, indirizzato ad argomentare che l’unità ci doveva essere. Ma è infine
non meno vero che non si trova quel che non si cerca; e che l’unità delle
Operette L.ane, ritenute generalmente una semplice raccolta, aumentabile (con
la Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto, come tutti
fanno), o riducibile (come pure han creduto gli autori delle varie scelte di
prose L.ane) non si è mai indagata, perché si sono ignorati o trascurati tutti
questi indizi di un disegno, che lo stesso autore ritenne essenziale. Intanto,
lo spostamento osservato del Timandro epilogo, in origine, delle Operette, ci
ha condotto a scorgere un gruppo, che non è forse il solo tra questi singoli
scritti, così come vennero quasi rampollando Tuno dall’altro. Sottraendo, oltre
il Timandro, destinato ad epilogo, la Storia del genere umano, che, ])er il suo
distacco formale dal resto dell’opera (è la sola infatti che abbia la forma di
un mito), e la sua rajipresentazione complessiva, in iscorcio, di tutto il
destino del genere umano a parte a parte ritratto poscia nelle varie prose, si
può a ragione considerare come un prologo; le diciotto operette intermedie,
formanti il corpo del libro, si distribuiscono naturalmente in tre gruppi, di
sei ciascuno, come tre ritmi attraverso i quali passa l’animo del L.. Innanzi
al terzo, nato, come s’ è veduto, da una ripresa dell’ ispirazione originaria,
si spiega il secondo, che comincia col Dialogo della Natura e di un’Anima e si
compie, (]uasi ritornando al suo principio, con l’altro Dialogo della Natura e
di un Islandese. Precede, e inizia la trilogia, un primo grujipo, aperto dal
Dialogo d’Ercole e di Atlante e conchiuso da un dialogo parallelo, in cui
all’eroe classico della potenza e della forza. Ercole, sottentra un eroe della
potenza dello spirito immaginato dalle superstizioni moderne, un mago,
Malambruno, dialogante con un Atlante spirituale, un diavolo. Farfarello.
Disposizione simmetrica, sulla quale non giova certo insistere troppo, ma che
non può apparire arbitraria o fortuita quando si osservino gl’ intimi rapporti
spirituali onde sono insieme congiunte e connesse, in tale ordinamento, le
diverse operette. Ascoltiamo dalle parole stesse del L. la nota fondamentale di
ciascuna operetta; e vediamo se le varie note degli scritti appartenenti a
ciascun gruppo non forniino per avventura un solo ritmo. Cominciamo dal primo
gruppo. Ercole va a trovare Atlante per addossarsi qualche Qja il peso della
Terra, come aveva fatto già parecchi secoli fa, tanto che Atlante pigli fiato e
si riposi un poco. j(a la Terra da allora è diventata leggerissima; e quando
Ercole se la reca sulla mano, scopre un’altra novità più nieravigliosa. L’altra
volta che l’aveva portata, gli « batteva forte sul dosso, come fa il cuore degh
animali; e metteva un rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora quanto al
battere, si rassomiglia a un orinolo che abbia rotta la molla »; e quanto al
ronzare, Ercole non vi ode uno zitto. E già gran tempo, dice Atlante, « che il
mondo finì di fare ogni moto o ogni romore sensibile; e io per me stetti con
grandissimo sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che
m’infettasse col puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi seppellire, e
l’epitaffio che gli dovessi porre. È lo stesso grido, come si vede, de La sera
del dì di festa'. Kcco è fuggito 11 dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar
succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov’ è il suono Di
quei popoli antichi ? Or dov’ è il grido De’ nostri avi famosi, e il grande
impero Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio Che n’andò per la terra e
l’oceano ? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa li mondo, e più di lor non si
ragiona. Perché questo silenzio e questa morte ? Ecco che la Moda, sorella germana
della Morte, vien a dirlo essa questo perché alla Morte stessa: poiché i soh
frivoli e accidiosi costumi dei nuovi tempi possono spiegare i « lacci
dell’antico sopor » che, pel Poeta, non stringono soltanto «l’itale menti»; i
costumi «di questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio », e
pgj. cui il Poeta domandava agli eroi già dimenticati e riscoperti dai
filologi, « se in tutto non siam periti » t La Moda spiega infatti aUa Morte:
«A poco per volta ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato
in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere
corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabih che abbattono il corpo
in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali
ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come
dell’animo, è più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con
verità che sia proprio il secolo della morte ». Morti gli uomini, spenta la
forza dei corpi, infranto il vigore degli animi. In compenso, si fabbricano
macchine, e H secol morto può dirsi «l’età delle macchine». L’Accademia dei
SUlografi ne fa la satira nel suo bizzarro bando di concorso per l’invenzione
di tre macchine, che restituiscano al mondo quel che agli occhi del Poeta
costituisce il pregio maggiore della vita, anzi la vita stessa, quale fu una
volta: ramicizia, lo spirito delle opere virtuose e magnanime, e la donna:
quella donna, che fu r ideale degli spiriti gentili, e fu pur ora cantata come
la « sua donna » da esso il L. : Forse tu l’innocente Secol beasti che dall’oro
ha nome. Or leve intra la gente Anima voli ? o te la sorte avara Ch’a noi
t’asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti ornai Nulla spene m’avanza 3 .
Sopra il monumento di Dante (rSrS), vv. 3-4. » Ad Angelo Mai 3 Alla sua donna.
fbbene, una macchina ne adempia gli uffici, essendo «espedientissimo che gh
uomini si rimuovano dai negozi jjeUa vita il più che si possa, e che a poco a
poco diano luogo, sottentrando le macchine in loro scambio. Questa I la morte
dell’uomo ; la morte dell’amicizia e dell’amore, la morte degh ideali che già
fecero virtuoso e magnanimo l’uomo antico, finito con Bruto minore; il quale
non può sopravvivere alla maledizione scaghata alla stolta virtù, che ei respinge
da sé nelle cave nebbie e nei campi dell’ inquiete larve. Onde se un romano, e
5Ìa Catihna, può credere, secondo Sallustio, d’infiammare i soci alla
battaglia, parlando ad essi non solo delle ricchezze, ma dell’onore, della
gloria, della libertà, della patria, affidate alle loro destre, un moderno
lettore d’umanità non può senza peccato d’ipocrisia vedere nel testo di
Sallustio quella gradazione ascendente che il luogo, a norma di rettorica,
richiederebbe. La patria ? Non si trova più se non nel vocabolario. La libertà
? Guai a proferir questo nome. Di essa, dice il L., che ne sa anche lui qualche
cosa « non si ha da far conto ». La gloria ? Piacerebbe, se non costasse
incomodo e fatica. Insomma, la ricchezza è il solo vero bene: è quella cosa
«che gh uomini per ottenerla sono pronti a dare in ogni occasione la patria, la
hbertà, la gloria, l’onore ». Sicché il testo è da restituire, per travestirlo
alla moderna, facendo dire a Catilina: Et quum proelinm inibitis, memi-
neritis, vos gloriam, decus, divitias, fraeterea spectacula, epulas, scorta,
animam denique vestram in dextris vestris portare. Animam vestram, la vita:
quella vita, che non hanno ! Quella \dta, che Sabazio, l’eterno Dioniso, dio
della vita [Ancona, nel Fanfulla della domenica del 29 novembre *895: G.
Carducci, Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. L., Bologna,
Zanichelli, 1898, pp. 207-08. e della morte, è in sospetto anche lui sia
cessata da un pezzo in qua; e però manda su dalle viscere della terra uno
spiritello, uno Gnomo, ad accertarsene. E uno spi rito dell’aria, un Folletto,
può dirgli infatti che «gjj uomini sono tutti morti e la razza è perduta ».
Mancati tutti: «parte guerreggiando tra loro, parte navigando parte mangiandosi
l’un l’altro, parte ammazzandosi nori pochi di propria mano, parte infracidando
nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e
disordinando in mille cose; in fine, studiando tutte le vie di far contro la
propria natura » ; studiandole tutte con queir « irrequieto ingegno, demenza
maggiore » che « (juel- l’antico error, di cui « grido antico ragiona », onde
fu negletta la mano dell’altrice natura, come il L. aveva appreso dal Rousseau.
Oh contra il nostro Scellerato ardimento inermi regni Della saggia natura !
Morto l’uomo; e «le altre cose.... ancora durano e procedono come prima ». E
l’uomo che presumeva il mondo tutto fatto e mantenuto per lui solo ! Il
Folletto invece crede fosse fatto e mantenuto per i folletti; come lo Gnomo per
gli gnomi ! La vanità umana pareggia essa la nullità dell’uomo. Ecco, gli
uomini « sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nuUa, e i fiumi
non sono stanchi di correre.... e le stelle e i pianeti non mancano di nascere
e di tramontare... ». La saggia, l’altrice natura non si commuove allo
sterminio di sé a cui l'uomo è tratto dal suo ardimento. Fu certo, fu {né
d’error vano e d’ombra L’aonio canto e della fama il grido Pasce l’avida plebe)
amica un tempo Inno ai Patriarchi. Al sangue nostro e dilettosa e cara Questa
misera piaggia, ed aurea corse Nostra caduca età. Non che di latte Onda rigasse
intemerata il fianco Delle balze materne, o con le greggi Mista la tigre ai
consueti ovili Né guidasse per gioco i lupi al fonte Il pastorei; ma di suo
fato ignara E degli affanni suoi, vota d'affanno Visse l’umana stirpe. Amica è
la natura a chi sta contento della vita spontanea e irrifiessa, qual’ è appunto
la vita della natura. Lo svegliarsi dell’ intelligenza (scellerato ardimento !)
è il principio della perdizione. E invano l’uomo cercherà col pensiero di
restaurare la sua vita e riconquistare la dilettosa e cara piaggia d’un tempo!
Faust lo sa* *; Malambruno che mvoca gli spiriti d’abisso, che vengano con
piena potestà di usare tutte le forze d’inferno in suo servigio, lo riapprende
da Farfarello, impotente a farlo felice un momento di tempo. La felicità è la
vita che si V’iva sentendo che mette conto di viverla: è la vita col suo
valore. E il L. pare la intenda come un diletto infinito ; il cui bisogno nasce
dall’ infinito amore che ogni uomo ha di se stesso, ma non può esser
soddisfatto mai, perché nessun diletto è infinito, nessun piacere tale che
appaghi il nostro desiderio naturale. Onde il vivere sentendo la vita è
infelicità; e questa non è interrotta se non dal sonno, o da uno sfinimento o
altro che sospenda l’uso dei sensi: non mai cessa mentre sentiamo la nostra
vita ; e se vivere è sentire, « assolutamente parlando », il non vivere è
meglio del vivere. La vita non ha valore. È, a rigore, l’ultima conclu-
[Malambruno è Faust, non Manfredo, come mostra d' intendere il Losacco, L.ana,
in Giornale storico della letteratura italiana, sione di quella premessa, che
la felicità o valore della vita consista nel diletto; il quale non può essere
altro che limitato, e quindi mai mero diletto, senza mistura di amarezza. Tale
il concetto del primo gruppo delle Operette, che pone l’animo del poeta in
faccia alla morte e al nulla: ossia al vuoto della vita, non più degna d'esser
vissuta: poiché degna sarebbe la vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso,
coscienza. La vita nella felicità è la natura; e l’uomo se ne dilunga ogni
giorno più con la civiltà, con r irrequieto ingegno, che assottiglia la vita, e
la consuma. Ed ecco il problema e il tormento dell’anima di L.: l’uomo in
faccia alla natura. La natura, che è quella del dialogo dello Gnomo e del
Folletto; e l’uomo, che è, non quella ciurmaglia già spenta, da cui lo Gnomo
avrebbe caro > che uno risuscitasse per sapere quello che egli penserebbe
della già sua vantata grandezza: è anzi quest’uno, Malambruno, che pensa e vede
tutti gli uomini morti e la natura viva, muta, indifferente. Problema
affrontato nel Dialogo della Natura e di un’Anima, il primo del nuovo gruppo,
dove la natura dice all’anima, dandole la vita: «Va’, figliuola mia prediletta,
che tale sarai tenuta e chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande
e infelice ». Giacché, come poi le spiegherà, nelle anime degli uomini, e
proporzionatamente in quelle di tutti i generi di animali, si può dire che
l’una e l’altra cosa sieno quasi il medesimo: perché l’eccellenza delle I Ben
avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello
che penserebbero vedendo che le altre co.se, benché sia dileguato il genere
umano, ancora durano e procedono come prima, dove si credevano che tutto il
mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli » (Operette morali, ed. Gentile,
Zanichelli, Bologna). jjiinie importa maggior sentimento dell’ infelicità
proria; che è come se io dicessi maggiore infelicità»; e l’uomo « ha maggior
copia di vita, e maggior sentimento, che niun altro animale; per essere di
tutti i viventi il niù perfetto; e però è il più infelice. E il meglio è per
l’anima spogliarsi della propria umanità, o almeno delle (loti che possono
nobilitarla, e farsi « conforme al più stupido e insensato spirito umano » che
la natura abbia jjjai prodotto in alcun tempo. Di guisa che quella morte
dell’umanità, che nei dialoghi del primo gruppo poteva parere una colpa dei
degeneri nepoti, ecco, apparisce il destino dell’uomo : la cui storia non può
avere altra conchiusione che la rinunzia alla propria umanità. La quale, dice
il poeta col suo amaro sorriso, scacciata dalla Terra, non si rifugia e
raccoglie nella Luna, come immaginò l’Ariosto di tutto ciò che ciascun uomo va
perdendo. La Luna, a cui la Terra, nel dialogo che da esse s’intitola, ne
domanda, non solo la convince che l’immaginazione ariostesca è semplice
immaginazione, ma in tutto il dialogo dimostra che il linguaggio umano e
relativo allo stato degli uomini, che la Terra usa, non ha significato fuori di
questa: e che insomma non ha base in natura quello che gli uomini considerano
pregio della loro ^^ta, e che, non trovandolo fondato in natura, riconoscono
quindi mera illusione. Ma il concetto più direttamente è trattato nella
Scommessa di Prometeo: scommessa perduta con Momo (che è lo stesso spirito
satirico pessimista con cui L. guarda la \'ita nella sua vanità).'Perduta,
perché Prometeo deve confessare che alla prova il suo genere umano, che avrebbe
dovuto essere il più perfetto genere dell’universo, « la migliore opera degl’
immortali, gli era fallito, dimostrandosi, dallo stato selvaggio degli antro-
pofagi a quello più incivilito dei suicidi per tedio della vita, il più
sciagurato e imperfetto. Prometeo paga la scommessa senza volerne sapere più
oltre, quando a Londra vede gran moltitudine affollarsi innanzi a una porta ed
entra, e scorge «sopra un letto un uomo disteso su! pino, che aveva nella ritta
una pistola; ferito nel petto e morto; e accanto a lui giacere due fanciullini,
medesimamente morti»: sciagurato padre, che per dispera- zione ha ucciso prima
i figliuoli e poi se stesso: (juan- tunque fosse ricchissimo, e stimato, e non
curante di amore, e favorito in corte: ma caduto in disperazione «per tedio
della vita, secondo che ha lasciato scritto. Il tedio della vita ! Ecco la
scoperta che si è fatta andando in cerca di quella felicità, di cui si pose il
problema nel primo dialogo di questo secondo gruppo. E i due seguenti dialoghi
hanno questo argomento. Il Dialogo di un Fisico e di un Metafisico dimostra la
vita non essere bene da se medesima, e non esser vero che ciascuno la desideri
e l’ami naturalmente: ma la desidera ed ama come « istrumento o subbietto »
della felicità, che è ciò che veramente vale. E questa, guardata più da vicino,
consistere nell’efficacia e copia delle sensazioni, nelle affezioni e passioni
e operazioni, e insomma, non nel puro essere, ma nella sensazione dell’essere e
nel far essere (come ben si può dire) l’essere stesso. Non l’inerzia e la vuota
durata, ma la mobilità, la vivacità, il gran numero e la gagliardia delle
impressioni, e cioè il tempo pieno, questo è l’oggetto dei nostri desiderii: e
la vita degli uomini « fu sempre non dirò felice, ma tanto meno infelice,
quanto più fortemente agitata, e in maggior parte occupata, senza dolore né
disagio ». La vita vacua, che è la vita «piena d’ozio e di tedio», è morte;
anzi peggio della morte, che è senza senso. Infine, dice lo stesso Metafisico
(che ha cominciato negando che la felicità sia vivere), «la vita debb’esser
viva»: cioè la vera felicita, in fondo, è sì nella vita ; ma la vita (il L.
così sente) non è vita; è la morte; quella morte di cui s’ è acquistata la
certezza nelle operette del primo gruppo; e che non è pura morte, ma la morte
sentita; la morte nella coscienza dell’uomo che non conosce altra realtà che
l’eterna natura, di là dall’opera sua, e non può sperare perciò di far nulla
che abbia valore. La morte è dolore perché è tedio: quel \moto dove dovrebbe
essere il pieno; la morte al posto della vita. E questo tedio è la malattia, il
segreto tormento del Tasso, che ne ragiona col suo Genio: del Tasso già dal
’zo, quando fu scritta la canzone Ad Angelo Mai, apparso al L. come suo spirito
gemello, al par di lui « miserando esemplo di sciagura: O Torquato, o Torquato,
a noi l'eccelsa Tua niente allora, il pianto A te, non altro, preparava il
cielo. Oh misero Torquato ! il dolce canto Non valse a consolarti o a sciorre
il gelo Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda. Cinta l’odio e l’immondo Livor
privato e de’ tiranni. .Amore, Amor, di nostra vita ultimo inganno.
T’abbandonava. Ombra reale e salda Ti parve il nulla, e il mondo Inabitata
piaggia. Tasso medesimo, che non trova nel mondo altro più che il nulla, e si
rifugia nei sogni e nel vago inunaginare, dal quale più duro bensì gli riesce
il ritorno alla realtà; questo Torquato parla nel Dialogo del Tasso e del suo
Genio ', e non si lagna già del dolore, ma della noia, che sola lo affligge e
lo uccide. La quale gli pare abbia la stessa natura dcU’aria: «riempie tutti
gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in
ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gh sottentra, quivi
ella succede immediatamente. Così tutti gl’ intervalli della vita umana
frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però. come
nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vóto alcuno; così nella
vita nostra non si dà vóto»; e poiché piacere non si trova, la vita è composta
parte di dolore parte di noia. E la vita tutta uguale monotona del povero
prigioniero immagine d’ogni uomo di fronte alla immutabile natura — si viene
via via votando cosi del piacere come del dolore, e riempiendo tutta della
tristezza soffocante del tedio. L’uomo prigioniero della natura ritorna
ncll’ultinio dialogo del gruppo, in cui si presenta da capo la Natura a render
conto di sé all’uomo: al povero Islandese, che la vicn fuggendo per tutte le
parti della terra, e se la vede sempre innanzi, addosso, incubo schiacciante: e
l’ha innanzi, prima di morire, in effigie di donna, di forme smisurate, seduta
in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna;
viva, di volto tra bello e terribile, occhi e capelli nerissimi, con 10 sguardo
fisso e intento. Perché, le chiede il povero errante, tu sei « carnefice della
tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e
delle tue viscere », e « per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché
ci opprimi ? Se io vi diletto o vi benedico, io non lo so », risponde la
Natura. La vita dell’universo è un circolo perpetuo di produzione e
distruzione. Ma, riprende 1’ Islandese, poiché chi è distrutto patisce, e chi
distrugge sarà distrutto, « dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi
piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con
danno e con morte di tutte le cose che lo compongono ? E prima di aver la
risposta 1’ Islandese è mangiato dai leoni, già così rifiniti e maceri dall’
inedia, che con quel pasto si tennero in vita ancora per quel giorno, e non
più. Questa Natura, che non sa il bene e il male dell’uomo, è la Natura che al
principio ha detto aU’anima: Sii grande, e infelice. La vita infatti È
infelicità, in quanto è noia; e noia è, perché vuota; e non può non esser
vuota, se l’uomo è di fronte a questa Matura terribile nel cui perpetuo giro
esso rientra, molecola ignorata, e senza valore, non appena con la sua
coscienza si stacchi dalle cose, e vi si contrapponga. L’uomo dunque è
veramente infelice, come s’è detto nel primo dialogo, perché con la sua
attività (che è l’anima, il sentire) non ha posto nella natura, che è poi
tutto. Perciò l’anima è vuota, e la vita è tedio. E qui potè parere al L., come
osservammo, di aver esaurito il proprio tema; e, prevedendo le facili critiche,
che non sarebbero mancate al piccolo e doloroso libro, ritenne opportuno
difenderlo col Timandro. Ma poi considerò che la sua dimostrazione non era
veramente perfetta. Il dolce canto non era valso a consolare Torquato; ma potrebbe
dunque il canto consolare Panimo addolorato ? Gino Capponi, l’amico del
Tommaseo, che fu giudice sempre acerbo e ingiusto al grande Recanatese b
scrisse una volta. L.comincia uno de’ suoi Dialoghi, inducendo la natura che
scaraventa nel mondo un’anima con queste parole: Vi\d e sii grande ed infelice.
Io per me credo proprio il rovescio, e che le anime nostre non sieno infelici
se non in quanto sono esse piccole £ cosa facile esser grandi uomini, se basti
a ciò essere infehci, ed L. insegnò a molti la via della infelicità; ma non
l’aveva imparata egh quando produsse quelle canzoni per cui Acerbo e ingiusto
anche nel giudizio, che pur contiene sensazioni profonde di alcuni aspetti
dell'arte L.ana, raccolto nel volume La donna, Milano, .Agnelli, Vedi i miei Albori
della nuova Italia, Lanciano, Carabba, Scritti ed. ed ined., Firenze,
Barbèra,-- sta in alto il nome suo »>. E il De Sanctis doveva osser\’are più
tardi: «Quel suo nullismo nelle azioni e nei lini della vita, che lo rendeva
inetto al fare e al godere, era riempiuto dalla colta e acuta intelligenza e
dalla ricca immaginazione, che gli procuravano uno svago e gli fa, cevano
materia di diletto quello stesso soffrire. Egli aveva la forza di sottoporre il
suo stato morale alla riflessione e analizzarlo e generalizzarlo, e fabbricarvi
su uno stato conforme del genere umano. Ed aveva anche la forza di poetizzarlo,
e cavarne impressioni e immagini e melodie, e fondarvi su una poesia nuova.
Egli può poetizzare sino il suicidio, e appunto perché può trasferirlo nella
sua anima di artista e immaginare Bruto e Saffo, non c’è pericolo che voglia
imitarli. Anzi, se ci sono stati momenti di felicità, sono stati appunto
questi. Chi più felice del poeta o del filosofo nell’atto del lavoro ? Ma né il
Capponi, né il De Sanctis avvertivano cosa sfuggita al L.. È suo questo
pensiero vero e profondo ; L’uomo si disannoia per lo stesso sentimento vivo
della noia universale e necessaria ». E suo è ciuesto altro che lo precede ; «
Hanno questo di proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al
vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano
sentire 1 inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più
terribili disperazioni, tuttavia ad un animo grande, che si trovi anche in uno
stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della
vita o nelle più acerbe e mortifere disgrazie servono sempre di consolazione,
raccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte,
gh rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta » I Studio su
L.. Napoli, Morano, Pensieri. Cfr. lett. M avveggo ora bene che, spente che
sieno le passioni, non resta negli studi aura Ebbene, sentire ripullular questa
vita, che il raziocinio aveva dimostrata morta, era pur sentire il bisogno (ji
riprendere la dimostrazione. L. non affronta nelle Operette, né in altro dei
suoi scritti, il problema di questa vita incoercibile che risorge dalla sua più
fiera negazione. Ma sente oscuramente questa diificoltà, non superata nei primi
due gruppi de’ suoi dialoghi. Tutto l’argomentare della sua filosofia non
genera la convinzione che ne dovrebbe deri\ are: la convinzione che arma la
mano di Bruto contro se stesso, e fa gittare dalla misera Saffo « il velo indegno
», per rifuggirsi ignudo animo a Dite, e così emendare il crudo fallo del
destino. L’amor della vita non è vinto: la Natura ha detto all’Anima che le
infinite difficoltà e miserie, a cui vanno incontro i grandi, « sono
ricompensate abbondantemente dalla fama, dalle lodi e dagli onori che frutta a
questi egregi spiriti la loro grandezza, e dalla durabilità della ricordanza
che essi lasciano di sé ai loro posteri. Ebbene, questa gloria, che già non
arride all’anima, quando natura gliel’addita, questa gloria abbelliva pure agli
occhi del L. questo mondo di morti, in cui gli sembrava di vivere. Filippo
Ottonieri, che è lui stesso, potrà esser « vissuto ozioso e disutile, e morto
senza fama », come dice il suo epitaffio, ma sentiva bene d’esser nato alle opere
virtuose e alla gloria ». Questa gloria, che è il premio della grandezza e la
sublime consolazione dei grandi infehci, che tanto più saran grandi quanto più
sentiranno la loro infehcità, e più quindi saranno infelici, è la lode che
nell’animo degli altri e pei secoli riecheggia la lode stessa che il grande
tributa egli alla loute e fondamento di piacere che una vana curiosità, la
soddisfazione della quale ha pur molta forza di dilettare: cosa che per
Taddietro, finché mi è rimasta nel cuore l'ultima scintilla, io non potevo
comprendere, Epist,,-- propria grandezza nella coscienza felice del suo genio.
La sua sostanza è veramente in questa lode interna e soggettiva: la sua
esteriorità è in quella eco che si ripercuote lontano, e ferma, e pare
consolidi il valore onde il genio vede illuminata la propria opera. L., nudrito
la mente dei concetti classici e delle idee materialistiche, cerca la realtà di
questa gloria, in cui lo spirito attinge la propria liberazione da tutte le
miserie, in quella eco esterna, in quel consenso che in fatto altri verrà
tributando alla nostra grandezza. E perciò si trova in faccia al problema del
valore tuttavia superstite della grandezza spirituale, veduto in questa forma;
l’anima grande e infelice è destinata essa alla gloria ? o la speranza è
fallace, come tutte quelle che ei rimpiangerà dileguate nelle Ricordanze? ' Ed
ecco il Farmi, che tante difficoltà mostra opporsi all’acquisto di questa
gloria, specialmente nell’età moderna e nel mondo presente, da farla apparire
mèta inattingibile. Talché vien meno anche questa aspettazione, e al grande non
rimane che seguire il suo fato, dove che egli lo tragga, con animo forte,
adoprandosi nella virtù, perché la natura stessa lo fece nascere alle lettere e
alle dottrine. Dileguata quest’ultima consolazione, la sola che si possa
chiedere alla stessa eccellenza dell’animo, quando altra realtà, e fonte
eventuale di gioia, non si vegga da quella che l’animo mira esterna a se
stesso, qual porto rimane allo stanco spirito umano? Vivere infeUce ? Dovecanterà:
O speranze, speranze; ameni inganni Della mia prima età ! sempre, parlando.
Ritorno a voi; ché per andar di tempo. Per variar d'alletti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo, Son la gloria e l’onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto. Inutile miseria. E sia; ma se non si può
né anche farsi un monumento della propria infelicità ? Sola nel mondo, eterna,
a cui si volve Ogni creata cosa.In te, morte, si posa Nostra ignuda natura.
Lieta no, ma sicura Dall'antico dolor. La risposta viene dai morti, che si
sveghano per un quarto d’ora nello studio di Ruysch, e cantano, e descrivono
questa loro sicurezza dall’antico dolor, nella quale vivono immortah; senza
speme, ma non in desio, come le anime del limbo dantesco: Profonda notte Nella
confusa mente Il pensier grave oscura; Alla speme, al desio, l’arido spirto
Lena mancar si sente: Così d’affanno e di temenza è sciolto, E l’età vote e
lente Senza tedio consuma. Vita vuota, dunque, anche quella: ma senza
sentimento. Vero porto, in cui il povero Islandese finalmente avrà pace, e in
cui si può giungere in un languore di sensi senza patimento, com’ è degli
ultimi istanti della vita, quando sopravvive solo un senso « non molto
dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno, nel
tempo che si vengono addormentando. Dolce morte hberatrice ! Ma prima che la
morte ci abbia sciolti dal tedio ? Filosofare, come Filippo Ot- tonieri, il
socratico, che « spesso, come Socrate, s’intratteneva una buona parte del giorno
ragionando filosoficamente ora con uno ora con altro, e massime con alcuni suoi
familiari, sopra qualunque materia gli era somministrata dall’occasione ». E
per tal modo filosofava sempre. non per farne trattati (ché, al pari di
Socrate, non credeva giovasse mettere la filosofìa in iscritto e irrigidir]^ in
formule che non risponderanno piti ai mutevoli bisogni dell’animo), ma per
intendere senza pregiudizi e senza illusioni la vita, e adattarvisi da saggio,
tralasciando ogni vana querimonia: come aveva detto Spinoza: non ridere, non
liigere, neque detestari, sed intelligere. Questo r ideale dell’ Ottonieri, che
vivrà ozioso e disutile e morrà senza fama, ma « non ignaro della natura né
della fortuna sua »>. E con la sua pacata magnanimità e la sua bonaria
ironia rinnoverà l’immagine di Socrate anche in questa modesta, anzi umile
coscienza del sapere, e quindi, per lui, del potere umano. L’ Ottonieri vuol
essere quasi la filosofia delle Operette fatta vita e persona. Ma, oltre la
filosofia, non v’ è altro rimedio alla noia ? Sì : c’ è la rupe di Leucade. Ce
lo insegna Colombo, in una bella notte vegliata sull’oceano .sterminato e
inesplorato col fido Gutierrez, confidando all’amico che anche in lui vacilla
la fede e che, in verità, ha posto la vita sua e de’ compagni sul fondamento
d’una sem- phee opinione speculativa » che può fallirgli. Ma, egli soggiunge, «
quando altro frutto non venga da questa navigazione, a me ]iare che ella ci sia
profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia,
ci fa cara la vita, ci fa prege\'oli molte cose che altrimenti non avremmo in
considerazione. Scrivono gli antichi, come avrai letto o udito, che gli amanti
infehei, gittan- dosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di
Leucade) giù nella marina, e scampandone, restavano, per grazia di Apollo,
liberi dalla passione amorosa. Io non so se egli si. debba credere che
ottenessero questo effetto; ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno
per un poco di tempo, anco senza il favore di Apollo, avuta cara la vita, che
prima avevano in odio; o pure avuta più cara e più pregiata che innanzi.
Ciascuna pavigazione è, per giudizio mio, quasi un salto dalla fxipe di
Leucade. E navigazione è ogni rischio della vita, ogni azione eroica. O
filosofare, dunque, come Ot- tonieri; o navigare come Colombo, e far guerra al
tedio, P riafferrarsi insomma alla vita, finché la morte non ce ne liberi. E lo
stesso giorno * che finiva di scrivere il Dialogo a Colombo e Gutierrez L., nel
fervore dell’animo commosso da questa coscienza del valore e quasi gusto della
vita riconquistato mercé l’attività, di questa grandezza felice, mette mano al
bellissimo Elogio degli uccelli: Urica stupenda, sgor- gatagU dal pieno petto,
al guizzo d’una immagine Ucta e ridente: di queste creature amiche delle
campagne verdi, delle vallette fertili e delle acque pure e lucenti, del paese
bello e dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci e di tutto ciò che è
ameno e leggiadro, e rasserena e allegra gli animi; e che, col perpetuo movimento
e col canto che è un riso, sono simbolo di quella vita piena d’impressioni, che
non conosce tedio, anzi è tutta una gioia. E ci fanno amar la natura, che ebbe
un pensiero d’amore, assegnando a un medesimo genere d’animali il canto e il
volo ; « in guisa che quelli che avevano a ricreare gU altri viventi colla
voce, fossero per l’ordinario in luogo alto ; donde ella si spandesse all’
intorno per maggiore spazio, e pervenisse a maggior numero di uditori ». Così
viva è r intuizione della gioia gentile che il poeta riceve da questa vaga
immagine degU ucceUi, che è già appagato il desiderio finale di questo Elogio:
lo vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare
quella contentezza e letizia della loro vita ». Non ha cantato qui anch’egU la
gioia ? Cfr. Pens. E un favoloso uccello, il Gallo silvestre, di cui parlano
alcuni scrittori ebrei, che sta sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e
col becco il cielo, con un altro cantico vibrante gli dirà Tultima parola di
questa filosofia della vita, attenuando bensì il tono della lirica precedente,
c smorzando l'entusiasmo, al quale mai come in questo caso s’era abbandonata
l’anima del poeta; e additandogli anzi lontano il pauroso nulla di tutte le
cose, e la morte a cui ogni parte deH’universo s’affretta infaticabilmente, ma
pur rasserenandogli l’animo con la fresca sensazione del puro e frizzante aer
mattutino, ravvivatore e rin- francatore. Sensazione già nota al Poeta: La
mattutina pioggia, allor che l'ale Battendo esulta nella chiusa stanza La
gallinella, ed al balcon s’affaccia L’abitator de’ campi, e il sol che nasce I
suoi tremuli rai fra le cadenti Stille saetta, alla capanna mia Dolcemente
picchiando, mi risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo Degli
augelli sussurro, e l’aura fresca, E le ridenti piagge benedico. Canta il Gallo
silvestre per destare i mortali dal sonno; « Il dì rinasce : torna la verità in
sulla terra, e parton- sene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma
della vita : riducetevi dal mondo falso nel vero ». La fiera soma! Meglio,
meglio dormire, e non destarsi; ma verrà la morte a liberar dalla vita. Ad ogni
modo », dice il Gallo, la terribile voce che riempie di sé il mondo, c canta
questa corsa universale alla morte, « ad ogni modo, il primo tempo del giorno
suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano
nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne La Vita
solitaria producono e formano di presente; giacché gli animi in quell’ora
eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto
alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei
mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovasi occupato dalla
disperazione; destandosi, accetta uovamente neU’anima la speranza, quantunque
ella in niun modo se gli convenga ». Ed ecco, dunque, la speranza risorgere
ogni giorno, anche se la sera finì nella disperazione ; e se il Gallo silvestre
paragona la vita dell'universo al giorno, che comincia col mattino ma va alla
notte, e alla vita umana che muove dalla heta giovinezza incontro alla
vecchiaia e alla morte: e se termina annunziando che tempo verrà, che la stessa
natura sarà spenta, e « un silenzio nudo e una quiete altissima empieranno lo
spazio immenso »; il dolce gusto della speranza mattutina e giovanile non è
distrutto: perché quel tempo è molto remoto e (secondo avvertì più tardi
l’autore in una nota della seconda edizione) non verrà mai: e la vita mortale
ritorna sempre dalla notte al mattino, e la speranza risorge, e la vita rinasce
di continuo. Le operette dunque del terzo gruppo ricostruiscono, nella misura e
nel modo che si può secondo L., quello che le prime dodici hanno abbattuto.
Ricostruiscono, movendo dall’estrema mina in cui è caduta anche la speranza
della gloria, nel Parini. Il quale lega il terzo gruppo ai precedenti; e fu
ritirato dopo le prime due edizioni verso il principio, e attratto nell’orbita
del secondo gruppo, poiché tra la Storia del genere umano e il Timandro l’autore
non voUe più il Sallustio] e lo rifiutò e gli sostituì il Frammento di
Stratone, collocato al diciannovesimo posto, innanzi al Timandro. Allora il
gruppo ricomprese il Dialogo della Natura e di un'Anima e il secondo II Parini.
E il Frammento, lì sulla fine del- l’opera, innanzi all’epilogo apologetico, fu
come l’interpretazione metafisica che da ultimo il pensiero, ripiegatosi su se
medesimo, diede della propria intuizione filosofica: concezione, sullo stile
delle teorie cosmologiche greche più antiche, di un universo go\'ernato da pure
leggi meccaniche, com’era quello che giaceva in fondo a ogni concetto
pessimistico del L.; onde si tenta suggellare, nell’ intenzione del Poeta,
l’immagine di quella Natura che eternamente passa, e che negli ultimi detti del
Gallo silvestre è rimasta «arcano mirabile e spaventoso. Si noti che il
Sallustio fu conservato tra le venti operette primitive anche nell’edizione di
Firenze. quantunque in questa fossero aggiunti i due nuovi dialoghi del
Venditore d’Almanacchi e di Tristano] e si noti che in questa edizione invece
non potè entrare il Frammento di Stratone molto probabilmente per le difficoltà
già accennate, derivanti dalla materia di esso, poiché è il solo scritto
crudamente materialistico, che sia tra le Operette. 11 che, se si pensa pure al
fatto che il Frammento fu scritto quando L. aveva tuttavia presso di sé il
manoscritto delle Operette, e a\ rebbe già fin d’aUora pensato ad
incorporarvelo, se questa aggiunta non avesse disordinato il disegno simmetrico
del hbro), dimostra all’evidenza che i dialoghi fiorentini, che sappiamo
scritti a Firenze due anni prima, formano un nuovo gruppo a sé, che si viene ad
aggiungere alle prhnitive operette, senza fondervisi: come avverrà del
Frammento, appena l’autore crederà potere e dover tralasciare il Sallustio, e
sostituirlo. Perché tralasciarlo ? « Forse », risponde il Mestica I Cfr.
Chi.\rini, O.C., Scritti letter. di G. L., perché gli parve troppo scolastico e
di materia non [ abbastanza originale, sebbene i pensieri in esso contenuti
siano conformi al suo filosofare ». « Il dialogo ha poco movimento e scarso
valore artistico », osserva lo Zingafelli ' : « l’invenzione è misera, e
sull’attrattiva dello strano e del fantastico prevale nel lettore un senso
d’incredulità. Per queste ragioni l’autore dovette rifiutarlo, e forse anche
per rispetto a Sallustio medesimo. Forse anche col passar degli anni, il L. non
credè più che tutta la grandezza antica perisse con Bruto e per opera di Cesare
e dei cesariani ». Più si è accostato al L vero questa volta il Della Giovanna:
« Forse egli si sarà I pentito delle parole crudissime che usa parlando della I
libertà e della patria. È ben vero che anche altrove egli f lamenta la mancanza
d’amor patrio e di libertà, ma in modo più vago ». Il Sallustio, in questo
cinico pessimismo, contraddice al motivo fondamentale delle Operette: logico
nell’ordine di pensieri da cui sorse, ma ripugnante a quei sentimenti più
profondi, onde la personahtà del poeta abbraccia in sé e contiene, e tempera
quindi e solleva a un suo particolar significato, siffatti pensieri. I quali
non sono qui un sistema filosofico astratto, ma l’alimento segreto di un’anima
che si riversa ed esprime in una poesia di grande respiro, la quale in tutta la
sua unità risuona all’anima del lettore come una musica, secondo che osservò un
amico del poeta, il Montani i, appena I operette morali di L., ’ Le prose
morali di L.Vedi la sua recensione ncWAntologia del gennaioche incomincia; «Non
vi è mai avvenuto una sera d’opera nuova, di entrare in teatro a sinfonia
cominciata, e imaginandovi un motivo musicale diverso dal vero, trovar men
bello e men significante ciò che poi dee sembrarvi meraviglioso ? — Quando
VAntologia, or son due anni, pubblicò un saggio dell’operette del L. ancora
inedite.... io non ne fui che leggermente colpito; mi mancava il motivo della
musica. Intesone il motivo, al pubblicarsi delle operette insieme unite, mi
parve d'aver acquistato nuovo orecchio e nuovo sentimento. E ne scrissi al
Giordani, ch’era a Pisa, ov’oggi è il L., il quale allora stava potè leggere
tutta la collana delle Operette. Questo rrio tivo fondamentale facilmente si
riconosce nel preI^^]i^^ e nell’epilogo, onde è inquadrata nella sua naturale
cor nice la trilogia delle operette : ossia nella Storia del genere umano e nel
Timandro: due operette, che sono affatto estranee a qucUo spirito, che si può
dir proprio di tutte le altre, ad eccezione dell’ Elogio degli uccelli, dove
ji^re qua e là s’insinua a frenare l’impeto Urico di gioia e d’entusiasmo; a
quello spirito, che si può definire con le parole stesse con cui il L. ritrae
se medesimo in una lettera al Giordani (del tempo in cui forse raggiunse nel
Frammento di Stratone l’estremo termine di questo suo stato d’animo) : « Quanto
al genere degli studi che io fo, come sono mutato da quel che io fui, così gli
studi sono mutati. Ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente mi annoia,
mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non cerco altro più fuorché il
vero, che ho già tanto odiato e detestato. Mi compiaccio di sempre meglio
scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle cose, e di
inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e terribile della
vita dell’universo ». Lo stesso animo, non altrettanto felicemente, ma con
maggior abbandono, esprimerà tuttavia, nel ’26, nell’ Epistola al Pepoli : Ben
mille volte Fortunato colui che la caduca Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d’anni; a cui serbare eterna La gioventù del cor diedero i fati qui
nel più quieto degli alberghi (già ridotto d’allegra gente a’ di del
Boccaccio), dicendogli che dalla porta di questo alla camera del suo amico più
non salirei che a cappello cavato. Le operette del L. sono musica altamente
melanconica. La recensione contiene più d’una osservazione notabile.
SuU’amicizia del L. col Montani, vedi G. Mestica, Studi L.ani, Firenze, Le
Mounier, (si ricordi il Cantico del Gallo silvestre)] Della prima stagione i
dolci inganni Mancar già sento, e dileguar dagli occhi Le dilettoso immagini,
che tanto Amai, che sempre inlino all’ora estrema Mi fieno, a ricordar, bramate
e piante. Or quando al tutto irrigidito e freddo Questo petto sarà, né degli
aprichi Campi il sereno e solitario riso. Né degli augelli mattutini il canto
Di primavera, né per colli e piagge Sotto limpido ciel tacita luna Commoverammi
il cor; quando mi fia Ogni bel tate o di natura o d’arte. Fatta inanime e muta;
ogni alto senso. Ogni tenero affetto, ignoto o strano; Del mio solo conforto
allor mendico. Altri studi men dolci, in eh’ io riponga L’ingrato avanzo della
ferrea vita, Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi Destini investigar delle mortaU
E dell’eteme cose.. In questo specolar gh ozi traendo Verrò: che conosciuto,
ancor che tristo. Ila suoi diletti il vero. Questo era stato il suo ideale nelle
Operette] speculare, scoprire, frugare la miseria degli uomini e di tutto, e
inorridire, ma con petto irrigidito e freddo. Se non che nel '25, nel caldo
ancora dell’opera, poteva credere di aver raggiunto già questo stato d’animo;
l’anno dopo egli, più ingenuamente, o meglio con maggior consapevolezza, sente
che il suo petto sarà forse un giorno, non è ancora, al tutto irrigidito e
freddo; non è eterna la gioventù del cuore, né in lui, né in altri, ma non è
ancora del tutto tramontata. Così nelle Operette il freddo inorridire e il
disprezzo d’ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente è un desiderio, un
programma, un propo sito; ma non è, né può essere il suo stile, poiché né ogni
bellezza ancora gli è inanime e muta, né ogni alto senso ogni tenero affetto
ignoto e strano. E questo sente liené e proclama il Poeta nel dialogo di
Timandro e di Eleandro; dove a Timandro che, secondo la filosofia di moda fa
alta stima dell’uomo e del progresso di cui egli è capace' ed è insomma un
ottimista, il pessimista, che sente invece per l’uomo un’alta pietà, il futuro
cantore della Ginestra protesta di non essere un Timone (per quanto non abbia
sdegnato la parte di Momo di fronte a Prometeo) ; « Sono nato ad amare, ho
amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva Oggi,
benché non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, né forse anco
tepida » (aveva appena ventisei anni !) ; « non mi vergogno a dire che non amo
nessuno, fuorché me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è
possibile ». Dove ognun vede che realmente certo invinciliile pudore arresta
Eleandro innanzi alla conseguenza delle sue dottrine; e si ripigha subito
infatti: « Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io,
che esser cagione di patimento ad altri. E di questo, per poca notizia che
abbiate de’ miei costumi, credo mi possiate essere testimonio ». L’amore degli
altri si ribella alla negazione che se n’ è voluto fare, e s’appella all’
intima e irreprimibile attestazione del cuore. Altro che freddezza e petto
irrigidito! E da ultimo Eleandro conchiude; «Se ne’ miei scritti io ricordo
alcune verità dure e triste, o per isfogo deU’animo, o per consolarmene col
riso, e non per altro ; io non lascio tuttavia negli stessi libri di deplorare,
sconsigUare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la cognizione
del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo, [Ed
ecco perché, scritto il dialogo, sentì di non doverlo più intitolare, come
aveva pensato da principio, di Misinore e Filénore : egli non era davvero
quell’odiatore dell’uorao (ixio-TjVcop) che poteva parere; né vero Filénore
poteva dirsi l’ottimista. iniquità e disonestà di azioni, e perversità di
costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché
false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, \nrtuosi, e utili
al bene comune o privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane,
che danno pregio alla vdta; le illusioni naturali dell’animo; e in line gli errori
antichi, diversi assai dagh errori barbari; i quali, solamente, e non quelli,
sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e della filosofia ».
Dunque, ogni alto senso e tenero affetto, destato da queste illusioni, non sarà
spiegabile nel mondo a cui si volgono gh occhi del L., il mondo di Stratone da
Lampsaco, o la natura dell’ Islandese, come non è spiegabile nel mondo che solo
esiste per la scienza; ma non perciò è ignorato, o è divenuto estraneo al cuore
del Poeta. 11 quale non è Timandro, ma è bene Eleandro; e a dispetto di quella
natura, che è il vero, ama gli uomini e la virtù, dichiarandola un’illusione,
ma naturale, e quindi vera, quantunque contradittoria a quell’altra natura, che
non conosce né amore, né bene. Inorridire freddamente, sì; ma inorridire, ed
elevarsi quindi al di sopra della universale miseria, sentita come tale, e non
assentirvi, non semplicemente intelligere, come Spinoza avrebbe voluto. Così
nella Storia del genere umano, vero preludio alla sinfonia delle Operette, quando
l’uomo è pervenuto all’ uno fondo di cotesta miseria, rappresentato dall’ap-
parire in terra della Verità, spunta egualmente una divina pietà al soccorso
dell’ infelicità intollerabile dei mortali : « La pietà, la quale negli animi
dei celesti non è mai spenta, commosse, non è gran tempo, la volontà di Giove
sopra tanta infehcità; e massime sopra quella di alcuni uomini singolari per
finezza d’ intelletto, congiunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i
quali egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti più IO.(‘tKSTli.y..
iicnz* ni r L'-'p ’rtìi. che alcun altro, dalla potenza e dalla dura
dominazione di quel genio»: ossia appunto, della Verità. Giove, «compassionando
alla nostra somma infelicità, propose agjj immortali se alcuno di loro fosse
per indurre l’animo a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in
tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano
essere, quanto a se, indegni della sciagura universale. Tacciono tutti gli
altri Deima si offre Amore, figliuolo di Venere Celeste, «questo massimo iddio
», che « non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti
all’ imperio della Verità ». Di rado egli scende, e poco si ferma, e perché la
gente umana ne è generalmente indegna, e perché gli Dei molestissimamente
sopportano la sua lontananza. EgU è dunque premio, che l’uomo conquista con la
sua grandezza. La quale perciò è condannata sì all’ infelicità del vero; ma è
pur redenta e beatificata da Amore. « Quando viene in sulla terra, sceglie i
cuori più teneri e più gentih delle persone più generose e magnanime; e quivi
siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed
empiendoh di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora
provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che
rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme,
abbracciando l’uno e l’altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole
ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con grandissima istanza da
tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli,
trattone alcuni pochi; perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di
troppo breve intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l’essere pieni del
suo nume vince per se qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai
migliori tempi. Ed ecco perché il Poeta inorridisce, sia pur freddamente, allo
spettacolo del tristo vero. La sua anima è calda (iel divino beneficio di
Amore. Né può in lui la verità (quella mezza verità) contro le sacre illusioni,
che né egli può respingere, né altri egli ha consigliato mai a respingere. «
Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri,
le stupende larve, già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio
riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo
essere vietato dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e
nell’animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei
geni di contrastare agli Dei ». Non può, cioè, la nostra logica non render
l’arme all’arcano, che resta pel Poeta questa natura, la quale mette in cuore
il bisogno della virtfi, e la fa apparire poi stolta a Bruto. Infine, quella
stessa giovinezza e freschezza mattinale, arrisa e ringagliardita dalla
speranza, ecco, risorge per x’irtù di questo Amore ; « E siccome i fati lo
dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua
natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu di essere
tornati alla condizione della puerizia. Perciocché negli animi che egh si
elegge ad abitare, suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egh vi siede,
l’infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri. Molti
mortah, inesjierti c incapaci de’ suoi diletti, lo scherniscono e mordono tutto
giorno, sì lontano come presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non ode i
costoro obbrobri; e quando gli udisse, niun sup- phzio ne prenderebbe: tanto è
da natura magnanimo e mansueto. Qui non c’ è satira, né riso, né fredda anahsi;
ma la più ferma fede e l’anima stessa del Poeta, che con la pietà di Giove
accenna già da lungi alla pietà di Elean- dro: e raccoghe in questo suo
magnanimo e mansueto amore tutta la infehcità degli uomini e delle cose, e la
purifica e sana nel gran mare tranquillo del cuore, dove le illusioni
rinverdiscono ad ora ad ora in una perpetua giovinezza; e la vita vera non è
quella dell’egoismo e della barbarie, ma dell’affetto che lega le anime con
nodi divini, e della bellezza, della libertà, della patria, e di tutte le cose
nobili e alte che fan grande l’uomo. Questo amore, che dà piuttosto verità che
rassomiglianza di beatitudine, e ristaura tutta la vita umana, questo è il vero
spirito delle Operette morali. Pessimista, sì, ma alla Pascal, che
disse; L’homme n’est qu’un roscau, le plus faible de la nature] mais c’est un
roseau pen- sant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser ;
une vapeur, une gcmtte d'eau, suffit pour le tuer. d/a/s, quand l’univers
l’écraiserait, l' homme serait encore plus noble que ce qui le tue, par ce qu’
il sait qu’ il meiirt, et l’avantage que l’univers a sur lui] l’univers n’en
sait rien\ sicché la grandeur de l’homme est grande en ce qu’ il se connaU misérable
E il L. nell’agosto del ’23, alla vigilia delle Operette, e quando il concetto
di esse era già maturo ; Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la
potenza dell’umano intelletto, ossia 1 altezza e nobiltà deH’uomo, che il poter
l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua
piccolezza. Quando egli considerando
la pluralità dei mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo che è
minima parte degh infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa
considerazione stupisce della sua piccolezza e profondamente sentendola e
intensamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se
stesso nel pensiero della immensità delle cose, e si trova come smarrito nella
vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo
pensiero egli dà la maggior piova della sua nobiltà, della forza e della
immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo
essere. I Pensées, (Brunschvicg). è jiotuta pervenire a conoscere e intendere
cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col
pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Questa
coscienza dell’umana grandezza e sovranità sulla trista natura il L. non smarrì
mai; ed è l’anima di tutta la sua poesia, in cui queste Operette rientrano. E
chi voglia intenderle, deve nel loro insieme e in ogni singola parte che le
costituisce, aver l’occhio a questo punto centrale, da cui s’irradia la luce
che tutte le investe e compenetra. Tutte, ad eccezione del Sallustio, che è
negazione fredda, senza l’orrore, la ri- beUione dell’animo, il dolore, sia pur
mascherato da amaro sorriso, che si diffonde in tutte le altre. E questo parmi
il giusto motivo che indusse l’autore a sopprimerlo. Quando nel ’27 una nuova
ripresa della primitiva ispirazione diede il Copernico e il Plotino, venutisi
quindi ad aggiungere alle prime Operette già formanti un organismo, r
ispirazione non era punto mutata. Giacché il Copernico dimostra, secondo il
detto dello stesso autore, la nullità del genere umano; e la dimostra
ripigliando un’ idea che contro i Timandri medievali attardati aveano già nel
Cinque e Seicento svolta Bruno nella Cena delle ceneri e Galileo nei Massimi
sistemi] donde la conclusione necessaria che Porfirio ricava nell’altro dialogo
(che sarebbe poi la conclusione rigorosamente logica di tutta la parte negativa
delle Operette) : che sia ragionevole uccidersi. Ed egh vince a furia di
argomentare (movendo da premesse, che son quel che sono, ma a lui paiono ben
fondate) il suo stesso maestro, Plotino. Ma Pensieri, Plotino può opporgli una
sapienza assai più profonda più vera: «Sia ragionevole l’uccidersi; sia contro
ragion^ 1 accomodar l’animo alla vita : certamente quello è u ^ atto fiero e
inumano. E non dee piacer più, né vuoP elegger piuttosto di essere secondo
ragione un mostr^' che secondo natura uomo. Perché contro natura e contro
umanità il suicidio ancorché conclusione di logica inesorabile?
Porgiam’orecchio, dice Plotino, «piuttosto aUa natura che alh ragione. E dico a
quella natura primitiva, a quella madre nostra e deU’universo; la quale se bene
non ha mostrato di amarci, e se bene ci ha fatti infelici, tuttavia ci è stata
assai meno inimica e malefica, che non siamo stati noi coir ingegno proprio, colla
curiosità incessabile e smisurata, colle speculazioni, coi discorsi, coi sogni,
colle opinioni e dottrine misere: e particolarmente, si è sforzata ella di
medicare la nostra infelicità con occultarcene, o con trasfigurarcene, la
maggior parte. E quantunque sia grande 1 alterazione nostra, e diminuita in noi
la jjo- tenza della natura; pur questa non è ridotta a nulla né siamo noi
mutati e innovati tanto, che non resti in ciascuno gran parte dell’uomo antico.
Il che, mal grado che n’abbia la stoltezza nostra, mai non potrà essere
altrimenti. Ecco, questo che tu nomini error di computo; veramente errore, e
non meno grande che palpabile; pur si commette di continuo; e non dagli stupidi
solamente e dagl’idioti, ma dagl’ingegnosi, dai dotti, dai saggi; e si commetterà
in eterno, se la natura, che ha prodotto questo nostro genere, essa medesima, e
non già il raziocinio e la propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a
me, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nulhtà
delle cose, della vanità deUe cure, della solitudine dell’uomo; non odio del
mondo e di se medesimo, che possa durare assai: benché queste disposizioni
dell’animo sieno ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma
contuttociò, passato un poco di tempo, mutata leggermente la disposizion del
corpo; a poco a poco, e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime, e
appena possibili a notare; rilassi il gusto della vita, nasce or questa or
quella speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e
mostransi non indegne di qualche cura; non veramente all’ intelletto, ma sì,
per modo di dire, al senso dell’animo » •. E infine, conclude Plotino, questo
senso, non 1 ’ intelletto, è quello che ci governa. Sicché è evidente che non
la filosofia negativa, che spazia dal Dialogo d’ Ercole e di Atlante fino al
Cantico del Gallo silvestre e al Frammento di Stratone, e poi nel Copernico,
opera di puro intelletto, è la somma della sapienza L.ana; ma questa stessa
filosofia in quanto dichiarata stoltezza dalla natura e da questo « senso
dell’animo ». Senso dell'animo, che è sempre amore per L. Giacché non la sola
natura ci riattacca alla vita, sì anche un bisogno d’amore, che a noi spetta di
alimentare: « E perché », chiede Plotino, « anche non vorremo noi avere alcuna
considerazione degh amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei frateUi,
dei genitori, della moglie; delle persone familiari e domestiche, colle quali
siamo usati di vivere da gran tempo; che, morendo, bisogna lasciare per sempre
: e non sentiremo in cuor nostro dolore alcuno di questa separazione; né
terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la perdita di persona cara o
consueta, e per l’atrocità del caso ? ». E dice la parola, che si va cercando
attraverso tutte le Operette, ma di cui può dirsi quello stesso che Tacito
dell’ imma- Il solo, a mia notizia, che abbia rilevato l’importanza che questo
«senso dell'animo» ha nel sistema dello spirito L.ano, come principio di
redenzione dal pessimismo, è stato il prof. Giovanni Negri, nelle sue
Divagazioni L.ane (6 volumi, Pavia, 1894-99), passim, e specialmente voi. V,
pp. lys-yy. 1gine di Bruto mancante ai funerali della sorella: prae- fulgebat
eo ipso gitoci non visebatiir. « E in vero, colui che si uccide da se stesso,
non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità
propria; si gitta per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il
genere umano: tanto che in questa azione del privarsi della vita, apparisce il
più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se
medesimo, che si trovi al mondo. Dunque quella grandezza non è infelicità;
perché l’uomo infelice dovrebbe darsi la morte; e si ucciderebbe se vivesse per
la felicità e si attenesse quindi al calcolo dell’utile. Ma la vera vita è non
sembianza, sì verità di beatitudine se è amore, in cui l’uomo non distingue più
sé dagli altri, né agli altri antepone più se stesso. E questa è la A’irtù, la
magnanimità, di cui parla tanto spesso L., che non è più il dolore incomportabile
che ci fa invidiare i morti, ma questo amore che ci stringe ai viventi, e ci
ammonisce dal fondo del nostro cuore di uomini, come Plotino con voce tremante
di affetto dice al suo Porfirio: «Viviamo, e confortiamoci a vicenda; non
ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabìhta, dei mali della
nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l'altro; e andiamoci
incoraggiando e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior
modo questa fatica della vita». Questo amore, che ci regge e riempie la vita,
ci conforta la morte e ci abbellisce l’idea di questo mondo, da cui non
spariremo senza sopravvivere. « E quando la morte verrà, allora non ci dorremo:
e anche in quell’ultimo momento gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci
rallegrerà il pensiero che, poi che saremo sjienti, così molte volte ci
ricorderanno, e ci ameranno ancora ». Vili. Amore è la prima e l’ultima parola
delle Operette. Le quali ebbero ancora una ripresa nei due dialoghi fiorentini:
il Venditore d’Almanacchi e Tristano. Nel primo ritorna il motivo del Cantico
del Gallo silvestre. Il venditore d’almanacchi col suo grido festoso annunzia
l’anno nuovo, il tempo che ricomincia, e risveglia le speranze e promette. Ma
il passeggero in cui s’incontra oppone la sua fredda riflessione a quell’
impeto di vaghe e indefinite speranze, e lo conduce a considerare che « quella
vita eh’ è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si
conosce ; non la vita passata, ma la futura ». La vita che si conosce è la
passata, mista di beni e di mali, e a cagione di questi ultimi tale che nessuno
vorrebbe riviverla: vita brutta, dunque. La futura è quella che non si conosce,
e che sarà egualmente brutta quando sarà passata; e sarebbe perciò non meno brutta,
se noi ce la vedessimo venire incontro quale in effetti sarà. Dunque ? L. non
conchiude ; ma la conclusione è quella che viene dalle Operette: sperare non è
ragionevole, poiché, come cantava il Gallo silvestre, già si corre alla morte;
ma non sperare non si può; perché, è evidente, il futuro sarà brutto quando
sarà passato; ma bello è finché futuro; né di questo futuro potrà mai tanto
passarne che non ce ne sia sempre dell’altro, in cui possa rifugiarsi la
speranza, o innanzi a cui non possa il Gallo intonare il suo canto consolatore.
E la vita resta sempre con queste due facce ; a vedersela innanzi, qual’ è, una
miseria disperante; a viverla, a \'iverci dentro col nostro cuore, i nostri
fantasmi, le nostre speculazioni e il nostro amore, una beatitudine divina. Fu
per Giacomo l’anno della tragica prova della sua fede. Dopo dieci anni tornò la
misera Saffo a rivivere nel suo animo; non però luminosa immagine della
fantasia, come nell’ Ultimo canto, ma vita del cuore stesso di Giacomo. Bello
il tuo manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. Airi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna Alla misera Saffo i numi e l’empia Sorte non
fenno. A’ tuoi superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta, E
dispregiata amante, alle vezzose Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo Non meno supplichevole Giacomo guarda ad Aspasia; onde
ricorderà: Or ti vanta, che il puoi. Narra che prima, E spero ultima certo, il
ciglio mio Supplichevol vedesti, a te dinanzi Me timido, tremante (ardo in ridirlo
Di sdegno e di rossor), me di me privo. Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto
Spiar sommessamente, a’ tuoi superbi Fastidi impallidir. E cadde l’inganno, e
la vita, orba d’affetto e del gentile errore, fu « notte senza stelle a mezzo U
verno ». Ma Saffo proruppe nel grido disperato ; Morremo ! -- e violenta cercò
l’atra notte e la silente riva. L. scrisse invece Amore e morte] dove la morte
non è più l’orrido Dite di Saffo, anzi si palesa in tutta la sua gentilezza
fino alla donzeUa timidetta e schiva. È sorella d’Amore ; 1 Ultimo canto di
Saffo. Aspasia. Bellissima fanciulla, Dolce a veder, non quale La si dipinge la
codarda gente. Gode il fanciullo Amore Accompagnar sovente; E sorvolano insiem
la via mortale. Primi conforti d'ogni saggio core £ la morte sospirata
dall’amante, nel languido e stanco desiderio di morire, che si sente Quando
novellamente Nasce nel cor profondo Un amoroso affetto, perché già a’ suoi
occhi la vita diviene un deserto: a se la terra Forse il mortale inabitabil
fatta Vede ornai senza quella Nova, sola, infinita Felicità che il suo pensier
figura; Ma per cagion di lei grave procella Presentendo in suo cor, brama
quiete. Brama raccorsi in porto Dinanzi al fier disio. Che già. rugghiando,
intorno intorno oscura. E a questa morte consolatrice, che insieme con amore è
quanto di bello ha il mondo, a questa morte, senza armare la mano, anzi con
umile e mansueto animo, vol- gesi il Poeta con un sospiro di religiosa
preghiera: Bella morte, pietosa Tu sola al mondo dei terreni affanni. Se celebrata
mai F'osti da me, s’al tuo divino stato L’onte del volgo ingrato Ricompensar
tentai. Amore e morte -- Non tardar più, t’inchina A disusati preghi. Chiudi
alla luce ornai Questi occhi tristi, o dell’età reina. Non già che amore e
morte abbian potere di cancellare la fatale infelicità: né che l’uomo e il L.
abbiano mercé loro, a lodarsi del fato. Quando Morte spiegherà le penne al suo
pregare, lo troverà Erta la fronte, armato, E renitente al fato. La man che
flagellando si colora Nel suo sangue innocente Non ricolmar di lode. Non
benedir. La morte è consolatrice e liberatrice da questo fato crudele: ma già
L. aspetta sereno quel dì ch’ei pieghi addormentato il volto nel vergineo seno
di lei; e il fato è vinto nel suo animo gentile da questa aspettazione: vinto
nella stessa vita. E questo è Tanimo di Tristano; il quale, dopo avere con
amara ironia fatta la palinodia del suo libro, conchiude che il meglio sarebbe
di bruciarlo : « non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni
poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione
dell’infelicità dell’autore»; perché, soggiunge al suo amico Tristano, con
accento che viene dal cuore e vibra di commozione, « perché in confidenza, mio
caro amico, io credo febee voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me,
con licenza vostra e del secolo, sono infebeisshno: e tale mi credo; e tutti i
giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario ». Egb è flagellato
dallo stesso fato di Amore e morte. «E di più vi dico francamente eh’ io non mi
sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a
patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e
desiderarla sopra ogni altra cosa.... Né vi parlerei così se non fossi ben
certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirà le mie parole.... In altri
tempi ho invidiato gli sciocchi e gh stolti, e quelli che hanno un gran
concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro.
Oggi non in\'idio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né
potenti. Invidio i morti»: i morti di Ruysch, già sicuri àzH’antico dolori E
quest'invidia, questo desiderio intenso della morte, è fiducia confortata da
una speranza che non falhrà, e che già allieta di sé Tanimo sottratto per lei a
quella vita che è dolore: a quella cosa arcana e stupenda, che i morti di
Ruysch possono ricordare senza tema, poiché è un passato irrevocabile: «Ogni
immaginazione piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade
nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte»:
che è un avvenire, adunque, quale il venditore di almanacchi lo prometteva. In
conclusione, ancora una volta, e sempre, l’amore trionfa del dolore, anche
nella morte, che ci libera infine da quella vita che la natura e il fato danno
all’uomo « di cedere inesperto ». Cederebbe il suicida egoista, non il
magnanimo che allarga la sua persona nell’amore, e guarda sereno alla morte
amica che lo sottrarrà, e lo sottrae, alla miseria di Saffo e dell’ Islandese.
Quanta differenza tra la morte di cui Ercole ragiona con Atlante 0 quella che
s’incontra nella Moda, al principio delle Operette) e questa morte, a cui
l’animo si volge desioso alla fine delle Operette stesse ! Il filo aureo che
dall’una conduce all altra è già nella Storia del genere umano'. Amore figlio
di Venere celeste. Questo scritto fu pubblicato prima nel Messaggero della
domenica, poi nei Frammenti di estetica e letteratura, A proposito di L. toma
sempre in campo la questione delia differenza e del rapporto tra filosofia e
poesia: poiché questo poeta voUe essere, e per certi rispetti nessuno può
negare sia stato infatti un filosofo; ma, d’altra parte, egli stesso pare abbia
voluto distinguere una cosa dall’altra, come res dissociabiles, e in un libro
di prosa volle in forma più sistematica e più razionalmente convincente esporre
quel suo pensiero da cui traeva intanto ispirazione il suo canto nelle poesie.
E non importa se non ci sia una sola delle sue poesie in cui il L. non ragioni
la sua fede e non si sforzi di dimostrare la verità del concetto ch’egli s’era
formato della vita, e che attraverso una determinata situazione personale, un
paesaggio, un ’immagine, si sforza costantemente di mettere in piena luce. Non
importa se nessuna delle prose raccolte nelle Operette morali si presenti sotto
la forma di scolastica dimostrazione e scevra di quel sentimento, di quella
viva commozione, in cui \dbra la personalità del poeta così nelle Operette come
nei Canti. La distinzione pare tuttavia innegabile, poiché, non po- tenilo
altro, se ne fa una questione di quantità e di più e di meno: affermando che
l’elemento filosofico predomina nelle Operette, e l’elemento hrico nei Canti. E
si crede così di salvare la tesi generale, che bisogna rinunziare alla
filosofia per esser poeti, e viceversa: giacché la loro natura è così diversa e
ripugnante, che l’una non può esser l’altra e una sempre deve essere
sacrificata. Ma io non voglio ora affrontare la questione, che potrà sembrare
tanto teoricamente difficile e dehcata uanto praticamente inutile e oziosa. Nel
caso di L. la questione di principio è priva d’ogni interesse, perché il L.,
anche nelle sue prose, è indubbiamente poeta ; temperamento poetico sempre,
che, canti o ragioni, cioè si proponga Luna o l’altra cosa, in realtà non
riesce se non ad esprimere se stesso; a vivere di quella verità che gli invade
l’anima e non gli lascia modo di dubitare e di assoggettarla a quella più alta
razionalità, a quella critica oggettiva che s’inquadra in un sistema, e in cui
consiste propriamente una filosofia che non vuol dire che non abbia anche lui
la sua filosofìa; ma è una filosofìa fatta vita e persona, fatta vibrazione e
ritmo del suo stesso sentimento, incapace come tale d’acquistare intera
coscienza di sé, e perciò di superarsi. E, cioè, un certo suo atteggiamento
spirituale, che s’effonde nella divina ingenuità della poesia, e che riesce
perciò superiore a quella dottrina che l’autore si sforza consapevolmente di
formulare. Superiore perché, ormai è noto agh studiosi più attenti della sua
poesia questa ha pel poeta un contenuto pessimistico, e per noi, invece, ha un
contenuto ottimistico. La vita infelice, necessariamente e fatalmente infelice,
è ciò che il poeta aveva innanzi agli occhi, vedeva e si proponeva di cantare.
Ma poiché quella \nta che ogni poeta canta non è quella che ha innanzi agli
occhi, bensì quella che ha dentro al cuore, e però ogni poeta canta non la vita
quale egli la vede, ma il cuore con cui egli la guarda; e poiché il cuore di L.
era, come egli disse una volta, nato ad amare, ed aveva amato, e forse con
tanto affetto quanto ]iuò mai cadere in anima vdva », così, in realtà, tema del
suo I Vedi ora il mio scritto Arte e religione, nel Giorn. crii. d. filos-
Hai., e nel voi. Dante e Manzoni, Firenze, Vailecchi,-- canto non fu mai quella
brutta vita, che è piena di dolore, ma quell’altra che egli più profondamente
sentiva, redenta dall’amore, la quale «dà piuttosto verità che rassomiglianza
di beatitudine. Poiché appunto qui è il divario tra pessimismo e ottimismo: che
il primo vede la vita quale apparisce nella natura considerata dal punto di
vista materialistico, brutale, sorda ai bisogni e alle finalità dello spirito,
chiusa in sé di contro alle aspirazioni dell’anima umana bisognosa di amore e
di consenso, ossia di un mondo conforme alla sua vita e a lei consentaneo; e
l’altro invece crede nello spirito, nel valore de’ suoi ideali, e nell’energia
dell’amore che sola è capace di reahzzare un tale valore. 11 mondo del
pessimista è il mondo dell’egoismo, per cui il dovere e la \nrtù sono mere
illusioni, e il mondo dell'ottimista è il mondo in cui la più salda e vera
realtà è quella che risponde alle esigenze dell’animo. E la verità è questa:
che il L., pessimista di filosofia, e ijuasi alla superficie, fu invece ottimista
di cuore, e nel profondo dell’animo: tanto più acutamente pessimista, col
progresso della riflessione, e tanto più altamente e umanamente ottimista.
Basta confrontare la canzone All’Italia con La Ginestra. Di qui la sublime
bellezza della sua poesia, dove la bestemmia e lo strazio della disperazione si
smorzano e dissolvono nella commossa e tenera effusione di un’anima
angosciosamente agitata da un bisogno di amore universale e da un’ incoercibile
fede nella virtù e nella realtà dell’ ideale. Egli non ha la filosofia di
questo superiore ottimismo in cui rimane assorbita la sua iniziale visione
pessimistica; e continua a dire che la sua è sempre la filosofia del Bruto
Minore^-, ma l’anima, che non perviene al concetto filosofico di quella storia
del genere umano. Lett. al De Sinner -- realtà che è per lei la vera e suprema
realtà, raggiungo bensì la forma poetica della sua espressione in modo pieno e
perfetto. Se cerchiamo in lui il filosofo, avremo lo scettico, ironista,
materialista piuttosto mediocre nell’ invenzione, dove riesce facile scoprire
quanto egli debba ai libri che lesse, e come pronto fosse ad attingere dalle
fonti ph, disparate tutto ciò che comunque paresse giovare a conferma delle sue
idee: mediocre nell'esposizione od elaborazione della materia, per evidente
inesperienza del metodo lìlosofìco e insufficiente familiarità coi grandi
pensatori di tutti i tempi. Ma chi legga il L. e si fermi a ciò che in lui è
mediocre, non ha occhi né anima per vedere che cosa c’ è propriamente in lui che
è vivo ed eterno e grande: ciò per cui anche a chi pedanteggi la sua poesia
s’impone e suscita un’eco solenne nell’animo. In questo senso bisogna pur dire
che in L. non si deve cercare e non c’ è il filosofo: ma c è un anima, che
rifulge in tutto lo splendore della sua grandissima umanità. C’ è insomma il
poeta. Anche nelle sue Operette. Le quali io credo di avere definitivamente
dimostrato con argomenti esterni, attestanti nella maniera più esplicita 1’
intenzione di esso L., e con argomenti interni, desunti dallo svolgimento del
pensiero e dagli evidenti legami onde le singole operette sono congiunte tra
loro per graduali passaggi di atteggiamenti spirituali e di sentimenti dal
primo all’ultimo anello, che non sono una raccolta, ma un organismo, un tutto unico,
che si articola dentro di se stesso e si conchiude. Si conchiude tra un
preludio e un epilogo in una opera, che è un poema, e non è un trattato: un
libro di poesia, anch’esso, e non di contenuto didascalico e speculativo. Il
quale si compone o ginariamente di venti capitoli, scritti tutti in un anno di
lavoro felice, ma con un intervallo tra i primi quattordici e gli altri sei: in
guisa da suggerire il sospetto che la ripresa, da cui trasse origine Tultima
parte, svolgendosi in sei capitoli, potesse trovare riscontro nella prima
serie: dalla quale sottraendo il primo e l’ultimo capitolo, quello perché
introduzione e questo perché apologia e conchiusione di tutta la serie, si
ottengono infatti dodici capitoli, che naturalmente si dividono in due gruppi
di sei capitoli ciascuno; e ciascun gruppo è destinato a svolgere un certo
motivo, e quindi forma un ritmo a sé. Sospetto confermato da alcuni spostamenti
dall’autore introdotti nel primitivo ordine cronologico, e poi costantemente
mantenuti, salvo una sostituzione che nella terza edizione del libro mise uno
scritto, per l’innanzi non potuto mai pubbhcare, al posto di un capitolo del
primo gruppo: capitolo abolito allora perché infatti non armonico né col
gruppo, né con tutta l’opera. La distribuzione, è ovvio, non può avere se non
una importanza relativa. £ ragionevole pensare che fosse voluta e curata
dall’autore. Il quale egualmente non volle mai rispettare l’ordine cronologico
nelle edizioni da lui curate dei Canti, e diede loro un ordinamento ideale, che
per lui aveva un \'alore, e che per i lettori ed interpreti non può essere
perciò trascurabile. Ma il fatto stesso che tutte e venti le operette furono
scritte successivamente, l’una dopo l’altra, nello stesso periodo di tempo, e
hanno tutte un prologo generale e un unico epilogo, dimostra evidentemente che
i loro singoli gruppi non si possono considerare separatamente, quasi ognun
d’essi formasse un tutto a sé. La distribuzione del nucleo principale delle
Operette in tre gruppi di sei capitoli ciascuno, con a capo un capitolo
introduttivo e in fondo un altro capitolo conclusivo, può servire soltanto a
renderci attenti per leggere le varie parti del libro cercandovi tre motivi
fondamentali che nel pensiero deU’autore si fondo no in un solo ritmj complessivo,
e formano l’unità organica del libro; e in questo modo può servire quasi di
chiave a un libro, che fino a ieri si leggeva qua e là, scegliendo l’uno o
l’altro capitolo, come se ciascuno stesse da sé. E non occorre dire che ci
vuole discrezione, e non bisogna pretendere un taglio netto tra un gruppo e
l'altro, e una soluzione di continuità che non si sa perché l’autore avrebbe
dovuto introdurre una prima e una seconda volta nel corso della sua unica
opera. Discrezione che non vedo, per esempio, nel professor Faggi ', quando del
Dialogo di Malambrmio e Farfarello che resta collocato alla fine del primo
gruppo e da servire quindi come passaggio al secondo, mi domanda: « Ma non
potrebbe stare anche nel secondo, poiché è una affermazione chiara ed esplicita
dell’ infelicità assoluta dell’esistenza, onde si conchiude che, assoluta-
mente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere ? ». Ma io non avevo
eretto nessuna muraglia tra il primo gruppo concluso da questo dialogo di
Malambruno e Farfarello e il secondo aperto da quello della Natura e di
un’Anima: anzi, dopo aver mostrato il pensiero dominante nel primo gruppo,
additavo in Malambruno quell’anima che si ritrova di fronte alla Natura al
principio del nuovo ciclo; e tra i due dialoghi successivi non un salto, anzi
un passaggio naturale e come insensibile ove non si osservi che quella che nel
primo ciclo è una constatazione, un'osservazione di fatto, diventa nel secondo
ciclo il problema. Il Faggi, tratto forse in inganno da alcune parole [Una
nuova edizione delle fn Operette movali n di G. L., nel Marzocco -- da me usate
incidentalmente, mi fa dire che la differenza tra primo e secondo periodo in
questa trilogia delle Operette consisterebbe, secondo me, in ciò: che nel primo
« r infelicità del genere umano si considera particolarmente nell’età moderna
come effetto più che altro della volontà pervertita dell’uomo e della civiltà
», e nel secondo invece, « questa infelicità si considera come legge
imprescindibile e ineluttabile dell’umanità o del mondo in genere»; sicché «la
Natura, che nella prima ipotesi apparisce fonte in se ancora inesausta di vita
e di fehcità, apparisce invece nella seconda vero principio di ogni male e di
ogni dolore. Cotesta sarebbe la nota differenza osservata dallo Zumbini tra la
prima fase « storica » del pessimismo L.ano, e la seconda metafisica o cosmica.
Ma non corrisponde per l’appunto alla distinzione da me indicata, tra il
concetto del primo e quello del secondo gruppo delle Operette. Nel primo, io
dissi, l’animo del poeta vien posto in faccia alla morte e al nulla : « ossia
al vuoto della vita, non più degna d’essere vissuta; poiché degna sarebbe la
vita inconscia, e la vita dell’uomo è senso, coscienza. La vita nella fehcità è
la natura; e l’uomo se ne dilunga ogni giorno più con la civiltà, con
l’irrequieto ingegno, che assottiglia la vita, e la consuma ». Qui il
pessimismo storico è già superato, e Malam- bruno può dire che « assolutamente
parlando » il non vivere è meglio del vivere. Lo può affermare, perché la vita
umana, fin da principio e per sua natura, è senso, coscienza, e si è strappata
a quell’ ingenuità istintiva e affatto inconsapevole, che è pura animalità. «
Può parere », scrissi io, « che la morte dell’umanità, la sua nul- htà o
infelicità sia, nei dialoghi del primo gruppo, una colpa dei degeneri nepoti »
: poiché infatti civiltà è aumento progressivo di coscienza e di pensiero. Ma
in realtà, fin dalle origini, insieme col sapere, che fa uomo l’uomo. c’ è già
il dolore, ed il destino dell’uomo è fissato. Malambruno perciò è benissimo al
suo luogo alla fine del primo ciclo. Il secondo ciclo ricava la conseguenza
pratica della verità scoperta nel primo. E si apre infatti col Dialogo della
Natura e di un’Anima, nel quale dalla proporzione del dolore con la grandezza
dell’uomo (il cui progresso e perfezione consiste nell’acquisto di sempre
maggior copia di sentimento che gli fa sentire sempre più acuto il dolore
dell’esistenza) deduce, che dunque è meglio spogliarsi deU’umanità, o delle
doti che la nobilitano, e farsi « conforme al più stupido e insensato spirito
umano che la natura abbia mai prodotto in alcun tempo. Negare l’umanità,
rinunziare a ciò che fa il pregio della \ùta, rinunziare ad affiatarsi con la
Natura indifferente, che ci respinge da sé, ossia rinunziare alla vita: e
rassegnarsi alla vita vuota, al tedio, all’ inerzia. Laddove il primo ciclo
addita aU’uomo l’abisso che con la coscienza s’è aperto tra lui e la natura, il
secondo gli fa sentire il destino a cui gli conviene di rassegnarsi,
rinunziando a quella natura che non è per lui, e a quella vita che soltanto
nella natura potrebbe spiegarsi. Il primo ciclo è una negazione, per così dire
teoretica; il secondo è la negazione pratica, che consegue dalla prima
negazione. La conclusione dovrebbe essere quella di Bruto minore e di Saffo, il
suicidio; non ò però la conclusione del L., il quale non finisce con r Ultimo
canto di Saffo, ma con la Ginestra. E perché quella di Bruto non sia la sua
conclusione è detto nel terzo ciclo delle Operette. Il quale svolge questo
motivo: che quella vita che certamente non ha valore, perché è dolore e perciò
negazione della vita che noi vorremmo vivere, ripullula rigogliosa e
incoercibile dalla sua stessa negazione. La \àta è abbarbicata aH’anima umana;
e questa, attraverso le attrattive e le lusinghe della gloria, la stessa
contemplazione della morte liberatrice, porto sicuro da tutte le tempeste, come
la cantano i morti di Ruysch, attraverso una filosofia che sappia intendere e
sorridere con la magnanimità bonaria di un Ottonieri, attraverso gli stessi
rischi in cui la vita si perde e si riconquista col gusto di una cosa nuova, e
in generale attraverso l’attività, il movimento, la passione e la speranza che
non vien mai meno; ma sopra tutto, attraverso l’amore che ci fa ricercare
nell’uomo, neW’umana compagnia, quello che la natura ci nega anche nella piena
coscienza della propria infelicità fatale e immedicabile, vive e sente la gioia
d’una vita che trionfa del destino fatto all’uomo dalla natura. Una soluzione
dunque del problema della vita nei tre cicU delle Operette morali c’ è. Ma è
una filosofia ? È evidente che no: perché la via che filosoficamente si
dovrebbe seguire per superare il pessimismo radicale dei primi due cich è,
senza dubbio, quella per cui l’anima dello scrittore si avvia e spontaneamente
e vigorosamente procede nel terzo; ma questo non è una dottrina, bensì 10
slancio naturale dello spirito che risorge con tutte le sue forze dalla
negazione pessimistica. E il pessimismo, in linea di teoria, rimane la verità
assoluta e insuperabile. L. sente bensì e vive la verità superiore, ma non
riesce a darle forma riflessa e speculativa. Egli sperimenta in sé ed attesta
coi moti del suo animo la potenza dello spirito, che anche nell’uomo che
s’immagina scliiavo e vittima della natura, trionfa della forza tirannica e
feroce di questo brutto potere, e vive, e gusta la gioia di questa sua vita in
cui consiste la realtà dello spirito. E in questo balsamo, che il suo animo
sparge così su tutte le piaghe che ha aperte e che ha fissate inorridito, in
questa dolcezza che sana ogni dolore, in quest’ idealità che sopravvive a ogni
negazione, qui la personalità, qui è la poesia del L.. Così, ripeto nelle
Operette, come nei Canti. Si rilegga l’affettuosa parlata di Eleandro onde si conchiuse
da prima tutta la serie delle Operette-, o il di. scorso di Plotino, con cui il
libro tornò ad essere suggei. lato nelle aggiunte posteriori; e si neghi, se è
possibile, che il centro e l’accento principale dello spirito leojiar- diano è
in quel « senso dell’animo », com’egli dice, che, agli occhi suoi, lega l’uomo
all’uomo, e con l’amore, vincolo soave insieme ed eroico, instaura un ordine
morale inespugnabile a ogni riflessione scettica, e superstite infatti (coni’ è
detto nella Storia del genere umano) a quella fuga di tutti i lieti fantasmi
che è prodotta dal sorgere della verità tra gli uomini. L’animo del L., come
quello di Porfirio, non si scioglie dalla vita, anzi vi si stringe vieppiù, e
la trova, malgrado tutto, degna d’esser vissuta, per quel che dice appunto
Plotino: «E perché non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei
congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie;
delle persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran
tempo: che morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro
dolore di questa separazione; né terremo conto di quello che sentiranno essi,
per la perdita di persona cara e consueta, e per l’atrocità del caso ? ».
Questo non è un argomento filosofico, ma un cuore che trema in ogni parola; e
ogni parola si sente come velata dal pianto dell’anima che il dolore apre ed
espande nell’amore. Ma è proprio vero, torna a domandarmi il professor Faggi,
che amore sia la prima e l’ultima parola delle Operette ? Ecco: che la Storia
del genere umano faccia consistere tutto il pregio, la bellezza e la felicità
della vita nell’amore, mi pare sia così chiaro dalle ultime pagine del mito,
che nessuno possa dubitarne. E non vedo che ne dubiti lo stesso Faggi. Il quale
dubita piuttosto che amore sia l’ultima parola del libro. Non gli pare che sia
nella prima forma di questo, quando finiva col Dialogo a Timandro e di
Eleandro\ né che sia nella forma definitiva, quando all’ultimo posto fu
collocato il Dialogo di Tristano e di un Amico. La compassione di Eleandro,
egli dice, « non è amore : tant’ è vero che questo dialogo dovea dapprincipio
intitolarsi Misénore e Filénore, e Mis nore, cioè odiatore dell’uomo, doveva
essere L. ». Ma il Faggi non ha badato che (come avrebbe potuto vedere da tutte
le varianti che io ho tratte dall’autografo) cotesto titolo, poi mutato
dall’autore nell’altro con cui pubblicò il dialogo, non solo fu ideato quando
ancora il dialogo era da scrivere, ma mantenuto fino alla fine della composizione
del dialogo stesso. Sicché il concetto di Mist'nore è puntualmente quel
medesimo che vediamo incarnato in Eleandro: in chi cioè non si oppone
propriamente all’amatore degli uomini, ma si oppone soltanto a chi, anzi che
Filénore, merita d’esser detto Timandro, perché eccessivamente valuta, col
domma della perfettibilità progressiva, il potere umano di impadronirsi della
feheità. L’uomo del L. non è l’uomo vantato e millantato dagl’ illuministi del
secolo XVIII e dai progressisti del suo secolo: l’uomo dalle magnifiche sorti e
progressive del Mamiani: è l’uomo vittima della natura e però degno di
compassione. La compassione non è amore; certo. Ma ne è la radice. E perciò
Giove, mosso da pietà, nella Storia del genere umano, manda Amore fra gli uomini.
Perché solo l’amore lenisce i dolori, per cui si commisera l’infelice; e se
Eleandro, dopo aver protestato con un grido che gli si sprigiona dal più
profondo del cuore: Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto
quanto può mai cadere in anima viva », soggiunge. Oggi non mi vergogno a dire
che non amo nessuno, fuorché nie stesso, per necessità di natura, e il meno
possibile»- l’aggiunta è un’asserzione voluta dalla coerenza del si' sterna
pessimistico della vita che Eleandro oppone al dommatico ottimismo di Timandro;
ma si smentisce subito continuando. Con tutto ciò sono solito e pronto a
eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimenti ad altri ». E
questa è compassione, che è pnrg una sorta di amore. Che se Tristano non sa più
pensare se non alla morte questa morte (come credo di aver chiarito abbastanza
col riscontro di quel dialogo con i canti dell’amore fiorentino, Aspasia e
Amore e morte), non è la disperazione della vita, cantata da Bruto minore e da
Saffo, ma è la bellissima fanciulla che Gode il fanciullo Amore Accompagnar
sovente; la bella morte, pietosa, sospirata in quel languido e stanco desiderio
di morire che sorge col nascere d’un amoroso affetto. E r ironia, così nel
Timandro come nel Tristano, non è rivolta contro la vita confortata dall’amore,
bensì contro quel volgare ottimismo che parla il fatuo linguaggio di Timandro e
deH’amico di Tristano. Vero è che per leggere L. non bisogna tanto badare a
quello che egli dice, ma al modo piuttosto in cui lo dice, al tono delle sue
parole, in cui propriamente consiste la sua anima, e quindi la vita e il valore
della sua prosa. Che io perciò desidero considerare più come poesia che come
argomentazione. E perciò non posso accettare quel che il Faggi dice del Dialogo
di Tasso e del suo Genio familiare e dell’ Elogio degli uccelli. Come mai, mi
domanda del primo, «appartiene al secondo gruppo e non al terzo ? Anche questo
dialogo è senza dubbio.... una ricostruzione; e, per questo lato. vale il
Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez ». Infatti, egli osserva, «
non dee spaventare la differenza che c’ è fra un uomo chiuso nelle quattro mura
d’una prigione e un altro che corre a vele spiegate 1’ Oceano infinito. 11
Tasso prova nello spirituale colloquio col suo genio familiare press’a poco la
stessa soddisfazione che il grande Genovese nel suo fortunoso viaggio. Tutt’e
due han trovato la maniera di fuggire la noia, questa compagna indivisibile
dell’esistenza. Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, dice
Cristoforo Colombo a Pietro Gutierrez, a me pare che ella ci sia
profittevolissima in quanto che per lungo tempo essa ci tiene Uberi dalla noia,
ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in
considerazione. E il povero Tasso ha ricevuto tale conforto dalla conversazione
col suo Genio, che, si può ritenere, il consigUo da questo datogli di
ricercarlo, ov’ei lo voglia, in qualche Uquore generoso, non andrà perduto.
Tutt’e due, tra fantasticare o navigare, van consumando la vita: non con altra
utiUtà che di consumarla; che questo è l’unico frutto che al mondo se ne può
avere: e l’unico ‘intento che l’uomo deve proporsi ogni mattina in sullo
svegliarsi ’ ». Ora tutto ciò, se si guarda alla nota fondamentale dei due
dialoghi, non credo si possa sostenere. Lo spunto del Colombo ci è indicato
dallo stesso L., che, come io ho mostrato, aveva prima concepito questo scritto
col titolo di Salto di Leucade\ e il senso o nucleo del dialogo va quindi
cercato nel passo che segue alle parole citate dal Faggi, dove Colombo dice: «
Scrivono gU antichi, come avrai letto o udito, che gli amanti infelici, gittan-
dosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella
marina, e scampandone, restavano per grazia di Apollo, liberi dalla passione
amorosa. Io non so se egli si debba credere che ottenessero questo effetto; ma
so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di tempo, anco senza
il favore di Apollo avuta cara la vita, che prima avevano in odio; o pm-g avuta
più cara e più pregiata che innanzi. Ciascuna na vigazione è, per giudizio mio,
quasi un salto dalla rupe di Leucade; producendo le medesime utihtcà, ma pj(,
durevoli che quello non produrrebbe; al quale, per questo conto, ella è
superiore assai. Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra,
essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita
propria, che non fanno gli altri della loro. Io per Io stesso rispetto giudico
che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da’
navigatori e soldati ». Non il consumai'e la vita è l'utilità del rischio, a
cui Colombo espone sé e i suoi marinai, ma la gioia di riafferrarsi aUa vita
che nell’oceano sterminato si teme sfuggita per sempre: il gusto che si prova
per ogni piccolo bene, appena ci paia di averlo perduto, se lo riacquistiamo.
11 Colombo è questa gioia del pericolo vinto, ma che bisogna perciò affrontare
per vincerlo. Tasso è tutt’altra cosa. Il navigatore pregusta il piacere della
vista di un cantuccio di terra: ma il povero prigioniero non conosce né spera
mutamento alla sua sorte, e lasciando, com’egli dice, anche da parte i dolori,
la noia solo lo uccide. La noia, di cui egli può parlare perché ne ha
esperienza; ma che gh pare il destino universale degh uomini, quasi la sua
prigione fosse simbolo della natura, che circonda e chiude dentro di sé l’uomo:
A me pare che la noia sia della natura dell’aria : la (juale riempie tutti gli
spazi interposti alle altre cose matcriah, e tutti i vani contenuti in ciascuna
di loro: e donde un corpo si parte, e l’altro non gli sottentra, quivi ella
succede immediatamente. Così tutti gl’ intervalli della vita umana frapposti ai
piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo
materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vóto alcuno; così nella vita
nostra non si dà vóto : se non quando la mente per qualsivoglia causa
intermette l’uso del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l’animo,
considerato anche in se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere
qualche passione; come quello a cui l’essere vacuo da ogni piacere e
dispiacere, importa essere pieno di noia; la quale anco è passione, non
altrimenti che il dolore e il diletto. Che egli consumi pure un po’ di tempo
nel colloquio col suo Genio, è vero. Ma lo consuma senza dolcezza, ]ier
confermarsi nella convinzione della sua immedicabile tristezza: «Senti. La tua
conversazione mi riconforta pure assai. Non che ella interrompa la mia
tristezza, ma questa per la più parte del tempo è come una notte oscurissima,
senza luna né stelle ; mentre son teco, somiglia al bruno dei crepuscoli,
piuttosto grato che molesto. Acciò da ora innanzi io ti possa chiamare o
trovare quando mi bisogni, dimmi dove sei solito di abitare. Il Genio
risponderà con amara ironia che la sua abitazione è in qualche liquore
generoso. Ma il Faggi crede sul serio che ci sia qui un consiglio da prendersi
alla lettera ? « Cruda ironia », scrisse il Della Giovanna, che ebbe pure la
strana idea di cercare negh scritti del Tasso l’eventuale fondamento storico di
questo tratto. Il quale, per chi legga la prosa L.ana con animo sensibile
all’angoscia desolata che vi è sparsa dentro, non può significare altro che un
realistico strappo che 1 autore vuol dare alla stessa poetica illusione consolatrice
del- r infelice prigioniero. E porgendo l’orecchio all’accento commosso dello
scrittore io credetti di poter dire 1 Elogio degli uccelli lirica stupenda
sgorgata al L. dal pieno petto al guizzo d’una immagine lieta e ridente, e come
un canto di gioia. No, oppone il Faggi, « è un elogio degli uccelli un’opera
non d’ispirazione, ma, in massima parte (jj riflessione; benché questa sia
ravvivata dal soffio della poesia inerente al soggetto. Il L. non intendeva di
fare altro ». Piuttosto egli penserebbe al Passero no litario) ma avverte
subito da sé il carattere del tutto estrinseco del ravvicinamento, e nota che «
anche quello non è un canto di gioia ». Anche nell’ Elogio, secondo il Faggi,
il L. è filosofo, e non è poeta. « Non ha creduto di spogliare del tutto la
giornea del filosofo- che anzi egli parla per bocca di un Amelio, filosofo
solitario come egli dice, che si potrebbe credere il neoplatonico, scolare di
Plotino, se non lo cogliessimo a citare Dante e Tasso. .Scrive, e ha davanti i
suoi libri, soprattutto le opere del Buffon; si difende in una lunga
digressione sull’origine e la natura del riso, suggeritagli dall’osservazione
che il canto è, come a dire, un riso che fa l’uccello ; e, intorbidando
l’immaginazione lieta e serena in cui l’animo suo volea riposarsi, si lascia
attrarre a considerare il riso umano nello scettico, nel pazzo e nell’ebbro;
che non è più manifestazione sincera, o spontanea dell’animo, e non ha jùù
quindi relazione col canto degli uccelli ». Donde s’avrebbe a concludere che il
L. abbia voluto scrivere sul serio l’elogio degli uccelli, proponendosi una
tesi ritenuta da senno per vera, e industriandosi di dimostrarla nel miglior
modo per tale. No, per Dio, non mi prendete alla lettera ci ammonirebbe il
poeta. Il quale ad altro proposito scriveva al padre scandalizzato dalle forme
pagane di Giacomo : « Io le giuro che l’intenzione mia fu di far poesia in
prosa, come s’usa oggi, e però seguire ora una mitologia ed ora un’altra ad
arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani,
buddisti ecc. » Senza essere creduti perciò zoologi o filosofi, possiamo
aggiungere noi. E del resto a quella conclusione io non credo che il Faggi
abbia voluto andare incontro intenzionalmente, poiché egli pure vede « l'imaginazione
beta o serena in cui l’animo del L. volea riposarsi » ; e rispetto alla quale
gli uccelli non sono davvero gli uccelli dello zoologo; ancorché nella
tessitura dell’ Elogio l’autore si giovi spesso di reminiscenze delle sue
letture del Buffon (che è poi un poeta, anche lui, della storia naturale) ; ma
sono appunto un’ immagine, simbolo di quella vita piena d’impressioni, che non
conosce tedio, anzi è tutta una gioia. La cui espansione e penetrazione nel
cuore del poeta si vede bene dove a questo si svegha nell’animo un senso di
gratitudine verso quella Provvidenza, che volle il dolce canto degli uccelli a
conforto degli uomini e d’ogni altro vivente. «Certo fu notabile prowedimento
della natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in
guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero
per l’ordinario in luogo alto, donde ella si spandesse all’ intorno per
maggiore spazio e pervenisse a maggior numero di uditori. E in guisa che
l’aria, la quale si è l’elemento destinato al suono, fosse popolata di creature
vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci porge, e non meno, per
mio parere, agli altri animali che agli uomini, l’udire il canto degli uccelli.
La prosa tranquilla e contenuta vuol essere nella sua forma esteriore l’eloquio
didascalico di un filosofo, ma tanto più perciò essa fa sentire la dolcezza
gioiosa che vi si agita dentro, con quella stessa mobilità irrequieta, che fa
dal poeta contrapporre all’ozio pigro e sonnolento degli uomini la vispezza dei
volatili. « Gli uccelli per lo contrario, pochissimo soprastanno in un medesimo
luogo; van- [ I Episiol., lett. no e vengono di continuo senza necessità veruna
; usano T volare per sollazzo; e talvolta, andati a diporto più cen tinaia di
miglia dal paese dove sogliono praticare, i] medesimo in sul vespro vi si
riducono. Anche nel piccol tempo che soprasseggono in un luogo, tu non h ved^
stare mai fermi della persona; sempre si volgono cjua I là, sempre si aggirano,
si piegano, si protendono, si croK lano, si dimenano; con quella \ds]iezza,
queU'agUità quella prestezza di moti indicibile. E con la stessa intenzione del
contrasto tra l’esposizione solenne e dotta del filosofo e il sentimento che ’
deve vibrare dentro, si spiegano i ricordi anacreontd che il Faggi dice eruditi
e freddi, e che tali vogliono essere infatti, nella conclusione dell’ Elogio,
nel desiderio finale di Amelio: Similmente io vorrei, per un poco di tempo,
essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della
loro vita ». Ultime parole dell’ Elogio, che ne sono quasi la chiave, e che
reca meraviglia non vedere intese esattamente nepjmr dal Faggi Già il Della
Giovanna, che, mi rincresce dirlo, troppo pedanteggiò irriverentemente nel suo
commento erudito ma offuscatore assai più spesso che rischiaratore del nitido
pensiero L.ano, postillò: n Per un poco di tempo. Meno male ! chè dopo la
vantata perfezione degli uccelli, c era da aspettarsi una conclusione meno
restrittiva. E il Faggi rincara: «Fa quasi sospettare che Amelio non sia
riuscito a convincere pienamente se stesso, o il suo entusiasmo non sia stato
davvero troppo profondo ». Come se si trattasse di convincere! A me pare ci sia
un modo più ragionevole d’intendere quell’inciso; ed è quello che verrà subito
in mente ad ognuno, che rifletta che se il filosofo avesse espresso il
desiderio d’essere convertito per sempre in uccello, avrebbe fatto ridere. Che
diamine, il poeta invidia degh uccelli la contentezza, la letizia; e ora essi
non sono altro per lui, ma né anche la contentezza e la letizia per lui sono
tutto, ed egli ama troppo la propria umanità per essere disposto a barattarla
con esse per sempre. Anche la morte potrebbe essere per lui, come per Porfirio,
la soluzione del problema dell’esistenza. Ma il «senso dell’animo» lo ammonisce
colle parole di Plotino: «In vero, colui che si uccide da se stesso non ha cura
né pensiero alcuno degh altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta,
per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano;
tanto che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il
più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si
trovi al mondo ». Commemorazione tenuta nell’Aula Magna del Palazzo Comunale di
Recanati; e pubblicata nel fascicolo giugno- luglio dello stesso anno del
periodico “Educazione fascista”. Il modo più degno di commemorare un poeta è
quello di entrare nella sua poesia, cioè nel suo animo, nel mondo dei suoi
fantasmi, come egli li vide e li sentì. Gli elementi della sua biografia,
tutti, dalla data di nascita a quella di morte, i casi della sua vita, le
persone e le cose in mezzo alle quali questa vita si svolse, le idee stesse che
egh accolse e che professò, le correnti spirituali antecedenti o contemporanee
di cui partecipò, sono semplici generahtà, paragonabili alle note d’un
passaporto; le quah, ove non si accompagnino e precisino con una fotografia,
rimangono appunto generalità, riferibili a migliaia di persone. Ogni uomo è una
determinata personalità in quanto è un’anima. La quale, quando si conosca da
vicino e cioè per davvero, è singolare e inconfondibile: unica. E la sua
singolarità in fondo consiste non nella periferia del mondo di cui l’uomo fu
centro, ma in quello piuttosto che egli fu, al centro di questo mondo, col suo
modo di reagire a questo mondo che era il suo, raccolto nel suo pensiero e nel
suo sentimento. Due possono nascere nello stesso anno e nello stesso giorno,
vivere nello stesso luogo e quasi cogli stessi spettacoli dinanzi agli occhi,
tra gli stessi uomini e quasi con le stesse voci negli orecchi; e ricevere la
stessa educazione, incorrere magari nelle stesse malattie, e insomma viv'ere
tutta materialmente la stessa vita e concorrere perfino nelle stesse idee, ed essere
come due anime gemelle. Eppure ciascuna di queste anime, se vi provate ad
entrare nel suo intern è se stessa, diversa, assolutamente diversa dall’altra
quel certo suo dèmone ascoso, che tratto tratto si senr nel timbro della voce o
lampeggia nelle pupille, svelane!^ subitamente l’essere dell’indi\dduo :
quell’essere eh” ognuno di noi, nella vita, spia e riesce a scoprire atti e
nelle parole delle persone che frequenta. Quest dèmone interno, sorgente
segreta da cui scaturisce in verità tutta la vita effettiva dell’uomo non
soltanto quale essa è, ma quale è sentita e perciò nel valore che ha, è quello
che i filosofi dicono 1’ Io: il soggetto, che è la base d’ogni individualità
umana. Qualcosa d’inafferrabile in se stesso, perché infatti non si manifesta
se non in quanto si realizza nelle concrete determinazioni del carattere, nel
complesso degh atti e delle parole, che formano la trama della vita dell’
individuo. 11 centro non è rappresentabile se non in rapporto alla sua
circonferenza. Ora questo demone segreto che si cela e si svela nella vita di
ciascun uomo, è la fonte viva dell’ispirazione del poeta. Il quale non si
distingue dagli altri uomini se non jierché riesce a stampare una più profonda
impronta di questa segreta potenza nelle espressioni del suo essere. E pare che
per lui innanzi agli occhi meravigliati della moltitudine si levi e grandeggi
in una solitudine infinita l’immagine di un’anima divina, creatrice, che di sé
fa il suo universo; e quelli che per gli altri sono sogni e ombre, per la virtù
sua onnipossente son corpi saldi, viventi e luminosi, e riempiono tutta la
immensa scena del mondo che il poeta sostituisce a quello della comune
esperienza. Nel poeta, in quanto tale, tutto ciò che egli vede e tutto ciò che
può dirci è la sua anima, anzi questo dèmone che si cela nella sua anima. Nel
caso di L., quanto difficile cercarla e trov'arla questa scaturigine della sua
poesia: e quanto perciò s e girato e si gira tuttavia intorno al segreto della
sua grandezza ! Questa poesia da un secolo e più conquide tutti i cuori, trova
la via di tutte le anime, che spontaneamente si aprono alle soavi commozioni di
essa. Ma studiata lungamente, pertinacemente, ingegnosamente da mille ingegni,
alla luce di mille sistemi e sulla base di mille preconcetti, analizzata,
tormentata dalla pretensiosa volontà indagatrice della critica, impegnata per
lo più nella superba impresa di ricostruire l’arte dagli sparsi frammenti
esanimi ottenuti attraverso una fredda operazione anatomica, essa si è
sottratta e sfugge ancora alla intelligenza riflessa, che si sforza di
coglierne l’essenza e chiuderla in una definizione. Negli ultimi tempi vi si
son provati critici di grande levatura e dottrina; e si sono avuti saggi, di
cui non disconoscerò io il merito insigne. Questi scritti giovano indubbiamente
alla comprensione della poesia L.ana; ma solo in quanto ne scoprono alcuni
aspetti. 11 loro comune difetto è quello di trascurare la verità, che io
ritengo evidente e indiscutibile, dalla quale ho creduto opportuno prender le
mosse. Trascuranza il cui effetto è questo: che il critico non sente la
necessità di risalire sino alla sorgente da cui la poesia L.ana sgorga, e in
cui soltanto è possibile scorgere l’unità della sua ispirazione e rendersi
conto della varietà dei motivi in essa dominanti. Così accade che si aprano i
canti e le prose del L., e si dica. Nelle prose, manco a dirlo, non c’ è
poesia. C’ è una pretesa filosofia, che è una filosofia per modo di dire.
Lambiccatura di cervello che si sforza di dimostrare sistematicamente uno stato
d’animo personale; e perciò si mette fuori di questo stato d’animo; e quindi
riesce amaro, falso, estraneo al vero e profondo sentire dello stesso
scrittore, e perciò freddo, sofistico. Né filosofia, né poesia. Nei canti,
bisogna distinguere: c’è poesia e non poesia. Vi sono strofe o versi in cui il
poeta trova se stesso e parla serio e commosso; e lì è il poeta; il poeta le
cui parole non si dimenticano e tornano da sé a risuonare nell’animo, a
commuoverci col calore e la passione della vita che ogni uomo vive e sente. Ma
ci sono negli stessi canti poesie giovanili rettoricamente patriottiche; ci
sono poesie filosofiche non meno fredde e artifiziate delle prose: ci sono
pezzi ora- torii, in cui il poeta cerca l’effetto e pensa al lettore e non si
dimentica nello schietto moto della sua anima Manca qua e là negli stessi canti
più felici il caldo di queir ispirazione, che s’apprende immediatamente
all’animo di ogni uomo. Risorge il ragionatore a freddo che vede il mondo
dall’angustissimo foro che le sciagure fisiche e le tristi condizioni personali
gli han lasciato aperto sulla grande scena della vita, e vien meno il poeta che
accoglie beato nel suo petto la voce naturale del mondo e il vasto respiro
delle cose. £ fortuna se alla prova di questa critica si salva qualche
frammento della poesia di L.. Ma si salva davvero ? Io vorrei invitare questi
critici a ristampare L. purgandolo da tutte le scorie della sua poesia, per
darcene il fiore, un’antologia; contenente i soli pezzi ^'eramente poetici a cui
si fa grazia. Temo che al fatto questa antologia riescirebbe estrema- mente
difficile, se non impossibile: poiché non solo il significato di ciascun verso
risulta dal contesto a cui appartiene, e ogni strofa ha il suo valore nel
complesso del componimento; ma, si sa, ogni parola ha sempre un accento, in cui
è la sua anima e individuahtà; e quell’accento non si può sentire se non nel
ritmo dell’ insieme. Isolare una parola è impresa vana ed assurda. E se si
crede il contrario, ciò accade perché in realtà quella parola che ci pare di
isolare, noi la facciamo nostra e la fondiamo in un nuovo nesso, in un ritmo da
noi creato, in cui non è più la parola di quel poeta, ma l’espressione del
nostro animo. L. non è soltanto il poeta degl’ idillii, dove il suo petto si
allarga e s’inebria del profumo della natura, e il suo cuore batte all’unisono
col grande cuore del mondo, commosso dal senso della vita che ride a primavera
nei campi, brilla a notte nel mite chiarore della luna, imporpora il viso alle
fanciulle innamorate, tuona tra le nubi nell’ infuriar della tempesta, e
ridesta ad ora ad ora negli animi stanchi e delusi la speranza e la dolcezza
dell’amore. Il L. è anche Tristano ed Eleandro; ed è Copernico e Ottonieri; ed
è Colombo e Tasso visitato nel mesto carcere dal suo Genio familiare; ed è
Stratone e Plotino; ed è 1’ Islandese al cospetto della Natura dal volto mezzo
tra bello e terribile; ed è il gallo silvestre che sta in sulla terra coi
piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo, e riempie del suo canto
l’universo e dice di questo « arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza
universale » che, « innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e
perderassi ». E insomma il Leopardi pacato e placato nel sentimento solenne e
religioso del dolore e del mistero e della vanità dell’opera umana, e pur
raccolto nell’ intima soavità dell’amore, onde gh uomini vincono ogni travagho
c gustano una beatitudine divina, ancorché confusa a certo mistico senso del
proprio dissolvimento nella vita universale. Ed è anche il poeta che come
italiano vede le colonne e i simulacri e le ruine della grandezza antica, ma
non vede più la gloria e le armi dei padri; e non sa rivolgersi indietro a
(juella schiera infinita d’immortah, che onorarono già la nostra terra, senza
pianto e disdegno per la presente viltà; e sente in cuore la disperazione di
Bruto per l’impotenza della virtù sconfitta dalla perversa fortuna e lo strazio
della misera Saffo, spregiata amante, vile e grave ospite nei superbi regni
della natura bellissima. Ma non sì che l’animo non gli si esalti nell’ idea
della guerra mortale che il prode di cedere inesperto, guerreggerà sempre
contro l’indegno fato, e in cui anche il virile animo di Saffo si sentirà
sparso a terra il velo indegno, di emendare il crudo fallo del cieco
dispensator dei casi. E anche l’uomo che si leva col pensiero al di sopra della
ferrea vita e sentendo che conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il
vero, si compiace d’investigar Yacerbo vero e i ciechi destini delle mortali e
delle eterne cose] e trae gli ozi in questo speculare. E in fine l’uomo che si
rifugia con questo altissimo sentimento della invitta potenza del pensiero
umano nella rocca inespugnabile della noia: di questo che egli dice « in
qualche modo il più sublime dei sentimenti umani », poiché « il non poter
essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra
intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, n numero e la mole
maravighosa dei mondi, e trovare che tutto è ])oco e piccino alla capacità
deU’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo
infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande
che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità,
e patire mancamento e vóto, e però noia, pare a me il maggior segno di
grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. E perciò anche L., nel
colmo della sua delusione, può giungere a fermare in se stesso ogni desiderio e
ogni moto, a disprezzare perfino se stesso, come la natura, il brutto Poter
che, ascoso, a comun danno impera, E V infinita vanità del tutto: e, pur caduto
l’incanto che gli fece vedere e amare in una donna mortale la Dea della sua
mente, pur vedendo ormai nella propria vita una notte senza stelle a mezzo il
verno, può trovare al suo fato Pensieri. mortale bastante conforto e vendetta
nella coscienza di se medesimo: su l’erba Qui neglùttoso immobile giacendo, Il
mar, la terra e il ciel miro, e sorrido. Se noi rinunciamo a questi ed
altrettali motivi della poesia L.ana, per restringerci al dolce gusto di quell’
idillico che è la prima e immediata forma di questa poesia, noi avremo sì
elementi di una poesia squisita, ma perderemo la poesia propria del L.. Nella
quale quella prima forma è solo uno degli elementi del dramma e del fiero
contrasto, nella cui superiore soluzione la poesia L.ana per l’appunto
consiste. L’i dilli o è certo alla base di L. poeta. Ne risuona il motivo di
continuo nell’ Epistolario, nello Zibaldone, nei Canti, nelle Operette morali.
Se volete rendervi conto della natura dell’ idillio, come L. r intese e lo
sentì, rileggete l’ Infinito, quei quindici versi che gittano la fantasia del
Poeta al di là della siepe in spazi interminati, sovrumani silenzi e
profondissima quiete: dove l’infinito silenzio e l’eterno assorbono in sé e
annichilano la voce del vento che stormisce tra le piante e il suono delle
lotte e delle fatiche umane: Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio
E il naufragar m’ è dolce in questo mare. L’uomo scioglie il suo pensiero,
ond’egli riflettendo si distingue e si oppone alla natura, e si confonde con
essa. Ricordate il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che dice
alla sua greggia: Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe. Tu .se’ quieta e
contenta; E gran parte dell’anno Senza noia consumi in quello stato. Ed io pur
seggo sovra l’erbe, all’ombra, E un fastidio m’ingombra La mente, ed uno spron
quasi mi punge Si che, sedendo, più che mai son lunge Da trovar pace o loco.
Nell’ Inno ai Patriarchi il Poeta rammenta l'antico mito della colpa che
sottopose Vuman seme alla tiranna Possa de’ morbi e di sciagura ; e attribuisce
all’ irrequieto ingegno dell’uomo la prima origine dei suoi dolori. La noia, la
sublime noia, è il privilegio del pensiero. Finché la riflessione non è sorta,
e il pastore errante non è ancora in grado di domandare alla luna il fine di
tanti moti, e che sia Questo viver terreno. Il patir nostro, il sospirar che
sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir dalla
terra, e venir meno .‘Vd ogni usata, amante compagnia; egh può esser queto e
contento come la sua greggia. Pensare è distinguersi dalla vita, opporvisi,
sentirsene fuori, cercare e non trovare, sentire la vanità di tutto: non aver
più né contentezza né pace. Il L. intanto sa bene che senza pensiero non c’ è
grandezza. Perciò in uno de’ suoi dialoghi la Natura dice a un’Anima. Va’,
figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e chiamata per lungo ordine di
secoli. Vivi, e sii grande e infelice. Perciò il Poeta dice ai « nuovi credenti
» che non credono al dolore: A voi non tocca DeU’umana miseria alcuna parte,
Ché misera non è la gente sciocca. Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna
Kon è dagli astri alcun poter concesso. Non al dolor, perché alla vostra cuna
Assiste, e poi sull’asinina stampa 11 pie’ per ogni via pon la fortuna. E se
talor la vostra vita inciampa. Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio Il non
sentire e il non saper vi scampa. Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio
Rompon l’alme ben nate. Ma se il pensiero è la sorgente del dolore, bisogna pur
distinguere tra pensiero e pensiero. E anche questo è avvertito dal L.. C’ è un
pensiero che è la stessa natura deU’uomo ; deiruomo che sente e crede nell
amore e nella virtù ; che sente e crede nella bellezza della natura e della
vita; che spera e apre l’animo alla gioia delle illusioni, che tali si
dimostreranno al cimento della esperienza, ma che la natura stessa risusciterà
sempre dal fondo del cuore umano a rendere amabile o almen sopportabile la
vita. Questo è pensiero. Ma c’ è un altro pensiero, che si sovrappone a questo
primo e lo critica e lo demolisce e lo irride, e, scoprendone tutte le
debolezze e gli arbitrii, gitta lo sconforto nel cuore umano e lo inonda
d’immedicabile amarezza. Non occorre pertanto che l’uomo si abbrutisca come il
gregge per sottrarsi al dolore. Può essergli simile, e al pari di esso rimaner
congiunto con la natura e godere del benefizio di essa, se si abbandona, per
dir così, al pensiero naturale, e vede la vita con quegli occhi che la natura
gh ha dati. Vive nel suo stesso pensiero la vita spontanea e istintiva che è
propria di tutti gli esseri naturali, senza che questa natura sia sconvolta o
turbata dal suo irrequieto ingegno. Così fa il fanciullo, così tutti gli
spiriti semplici e sani. Questa è la giovinezza sempre rinascente del genere
umano; dell’anima aperta alla speranza e fortificata dalla fede: dell’anima
quale ogni uomo la ritrova in se stesso al mattino sul primo svegliarsi, all’
inizio d’ogni suo giorno, come d’ogni nuovo periodo della sua vita « Il primo
tempo del giorno », canta anche il gallo silvestre « suol essere ai viventi il
più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella mente pensieri
dilettosi o lieti- ma quasi tutti se ne producono e formano di presente
perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e
determinata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che
negli altri tempi alla pazienza dei mah. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto
dal sonno, trovavasi occupato daUa disperazione; destandosi, accetta novamente
nell’animo la speranza ciuantunque cUa in niun modo se gli convenga. Molti
infortuni e travagli propri, molte cause di timore o di affanno, paiono in quel
tempo minori assai, che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce
del dì passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso, come effetto
di errori e d’immaginazioni vane. La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo
contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza. Cresce
l’esperienza della vita, sopraggiunge la riflessione, la speranza dilegua:
sottentra il dolore e la noia: tanto più acuto quello, tanto più grave questa,
quanto più viva fu la speranza e ardente la fede nella vita. Quindi la grande
importanza del momento idillico, o giovanile, spontaneo, naturale in una poesia
che, come quella del L., accentua poi il momento negativo del distacco e della
opposizione, che è il momento del dolore. Questo dolore è materiato, si può
dire, dalla stessa dolcezza dell’ idiUio. Odi et amo. La negazione non avrebbe
mai il suo significato lirico se non corrispondesse a un’affermazione vigorosa
e potente. Appunto perché la vita è così bella agli occhi del Poeta, ed egh ne
sente sì forte il fascino nel fondo del suo cuore, egli si duole tanto di non
possederla. Al disperato affetto di Saffo non arride spet- tacol molle: ma
questo spettacolo pur le è fitto negli occhi e nel petto; Placida notte, e
verecondo raggio Della cadente luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in su
la rupe, Nunzio del giorno; oh dilettoso e care Mentre ignote mi fur l’erinni e
il fato. Sembianze agli occhi miei. Del resto questo molle spettacolo non fugge
da’ suoi occhi senza che questi si volgano desiosi ad altri spettacoli di natura,
meglio rispondenti al suo stato d’animo. Noi r insueto allor gaudio ravviva
Quando per l’etra liquido si voi ve E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de’ Noti, e quando il carro. Grave carro di Giove a noi sul capo.
Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar
giova tra’ nembi, e noi la vasta Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto Fiume
alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell’onda. Saffo ha l’animo
popolato di ridenti immagini di questa natura di cui ella si vede prole
negletta:, Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Sei tu, rorida terra. A me
non ride L’aprico margo, e dall’eterea porta Il mattutino albor; me non il
canto De’ colorati augelli, e non de’ faggi Il murmure saluta: e dove all’ombra
Degl' inchinati salici dispiega Candido rivo il puro seno, al mio Lubrico pie’
le flessuose linfe Disdegnando sottragge, E preme in fuga l’odorate spiagge.
GkktIx<s, Manzoni e L. Bruto minore, fermo già di morire, percote l’aura
sonnolenta di feroci note. Ma tra queste note se ne odono di soavi, affettuose,
per quanto solenni, come queste: E tu dal mar cui nostro sangue irriga. Candida
luna, sorgi, E l’inquieta notte e la funesta All’ausonio valor campagna
esplori. Cognati petti il vincitor calpesta, Fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica mina; Tu si placida sei ? Tu la nascente Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori; E tu su l'alpe l'immutato raggio Tacita
verserai quando ne’ danni Del .servo italo nome. Sotto barbaro piede Rintronerà
quella solinga sede. Ecco tra nudi sassi o in verde ramo E la fera e l’augello.
Del consueto obblio gravido il petto. L’alta mina ignora e le mutate Sorti del
mondo: e come prima il tetto Rosseggerà del villanello industre. Al mattutino
canto Quel desterà le valli, e per le balze Quella r inferma plebe Agiterà
delle minori belve. D’altra parte, fin da quando il Poeta ascolta nel suo
profondo questa voce antica ed eternamente giovanile della santa natura e del
mondo, contro cui si volgerà sempre più risentito e dolorante, egli sente nel
petto Nell’ imo petto, grave, salda, immota Come colonna adamantma, quella noia
immortale, di cui parlerà nell’epistola Al Conte Carlo Pepoli. E nello stesso
Infinito, nella Sera del dì di festa e negli altri piccoli e grandi idilli che
altro, infine, si canta se non il dolore ? Dolce e chiara è la notte e senza
vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan
rivela Serena ogni montagna. O donna mia. Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t’accolse agevol soimo Nelle tue
chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga
m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che si benigno Appare in
vista, a salutar m’affaccio, E l’antica natura onnipossente. Che mi fece
all’affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro Non
brillin gli occhi tuoi se non di pianto. La serenità, il dolce chiarore lunare
dei primi versi e lo stesso sonno tranquillo e scevro d’affanni de lla donna
formano lo sfondo del quadro, in cui risalta la personalità di quest’uomo, a
cui la speranza è negata e i cui occhi non brilleranno mai se non di lagrime.
L’amarezza di questa anima desolata nasce dal contrasto. La donna sogna forse a
quanti oggi piacque e quanti piacquero a lei. Fantasmi e sentimenti pieni di
dolcezza; ma sorgono alla mente del Poeta soltanto per fargli sentire che egli
ne è escluso: non io, non già eh’ io speri, .à.1 pensier ti ricorro. Egli non
dorme, non posa, non sogna. Si getta per terra, grida, freme. E il suo pensiero
si insinua nella gioia altrui e vi soffia dentro il vento della riflessione che
l’inaridisce: Ahi, per la via Odo non lungo il solitario canto Dell’artigian,
che riede a tarda notte. Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente
mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non
lascia. L’artigiano probabilmente non fa questa malinconica riflessione.
Probabilmente egli, come la donna, rimembra i sollazzi del giorno, la cui
memoria non è spenta e basta tuttavia a riempirgli e consolargli l’animo. Ma su
quel mondo festivo e gorgogliante ancora di sensazioni dilet- tose il Poeta
riversa l’angoscia fredda del suo cuore desolato. E altrettanto si i)uò
osservare di tutte queste sue poesie, che L. stesso definì idillii, e in cui
più forte risuona la corda dell’animo commosso e vibrante della stessa vita del
mondo. Citerò ancora il primo periodo della Vita solitaria che comincia; La
mattutina pioggia, allor che l’ale Battendo esulta nella chiusa stanza La
gallinella, ed al balcon s’afìaccia L’abitator de’ campi, e il Sol che nasce I
suoi tremiili rai fra le cadenti Stille saetta, alla capanna mia Dolcemente
picchiando, mi risveglia; E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo Degli augelli
susurro, e l’aura fresca, E le ridenti piagge benedico; per rivolgersi subito
contro le cittadine infauste mura, e per concludere; In cielo. In terra amico
agh infehci alcuno E rifugio non resta altro che il ferro. Principio idillico,
conclusione tragica. Tragica quanto è idillico il principio. I due termini si
corrispondono e si congiungono insieme in un nesso inscindibile. Togliete a L.
la commozione e l’amore per la natura, per la vita, per la donna, ])er la
bellezza, per la forza magnanima, per l’ardimento generoso, per la virtù,
j>er la patria, per i parenti, per gli amici, per tutto ciò che rende
amabile e santa la vita, e non intenderete più lo strazio delle sue delusioni.
Prescindete dal fermo convincimento, che la sua filosofìa gli ha piantato nel
petto, della arbitraria soggettività degli ideali in cui l’uomo, non ancora
caduto in preda al pensiero, crede provvidenzialmente; chiudete gli occhi
sull’amarissimo gusto con cui egli, tornando sempre ad esaminare i suoi
pensieri e la vita e il proprio essere e il fato universale degli uomini,
ribadisce sempre quel suo convincimento; e non potrete più sentire il tumulto
con cui il suo cuore s’attacca a questa vita fallace e il tremito giovanile e
sto per dire virgineo con cui tutto il suo essere si stringe al mondo, che non
può, malgrado tutto, non amare. Leggete II pensiero dominante e V Aspasia, dove
culmina l’arte del Poeta. Quel pensiero, cagion diletta d' infiniti affanni, è
gioia ed è dolore. Quella donna, per cui egli ha vaneggiato, ma il cui incanto
è caduto, risorge nella sua memoria e nel suo cuore superba visione, sua
delizia ed erinni'. e l’angehca sua forma, sempre viva e presente, torna sempre
a imprimergli a forza nel fianco lo strale, che già lo fece per tanto tempo
ululare. L’atteggiamento negativo ed ostile, quando non si scompagni dal suo
contrario, che gli dà vigore e significato, si può intendere e s’intende anche
in quelle forme di fredda ironia e di affettata irrisione, che assume in
qualche raro tratto dei Canti e in parecchie delle Operette morali. Di cui si è
potuto parlar con sì distratta intelligenza da vedervi lampeggiare non so che
sorriso cattivo e sinistro: mentre chi legge ed ama L., sa che nulla è più
alieno dal suo spirito. Ma questi critici sono i critici del frammento. Si
fermano a una pagina delle Operette L.ane, e non curano di guardarne l’insieme;
e così si lasciano sfuggire quella vivente unità organica, da cui esse nacquero
tutte ad una ad una, sotto la stessa ispirazione, nel pensiero e nel sentimento
dell’autore. Così vedono Momo, i sillografi, Stratone; ma non vedono il
principio e la fine del libro. E si lasciano sfuggire il significato e
l’accento del mito iniziale, la Storia del genere umano, vaga immaginazione
tutta per- v'asa di una commozione contenuta e pudica di un amore gentilissimo;
come si lasciano sfuggire le meditazioni finali di Eleandro e di Plotino, tutte
umanità ed affetto. Non vedono perciò lo spirito complessivo e centrale e
quell’onda viva di universale e irresistibile simpatia, che abbraccia uomini e
cose, e in sé scioglie i sentimenti più duri, più pungenti, più amari, onde
l’animo del Poeta è colpito allo spettacolo del freddo vero. L’incanto della
jioesia è qui, in questa unità dei due opposti motivi, che si fondono insieme e
infondono nello spirito del L. l’impeto della sua lirica sublime. La quale nel
momento stesso che pare prostri gli animi nel più disperato dolore, li solleva,
conforta ed esalta, aspergendoli di non so che affettuosa soa\ ita. Idilho e
dolore. L’uomo che vive lietamente e serenamente la vita; e l’uomo che diffida
di essa, e se ne apparta ed estrania; e fattosene spettatore deluso e
sconsolato, sente dentro di sé un vuoto infinito. Due cuori diversi, ma non
posti l’uno accanto all’altro, bensì unificati in un cuore solo. Questa
tragedia, che non è ottimismo, né ])cssimismo, ma il commosso e serio concetto
della nobiltà, del valore e della superiore letizia della vita, tremenda
insieme e adorabile, angosciosa e febee : questa è 1 essenza della poesia
L.ana. In verità, l’origine del dolore è nel pensiero. Ma L. sa, e soprattutto
sperimenta in se stesso, che quel pensiero che ferisce, sana esso stesso le sue
ferite. 11 pensiero che sfronda l’albero della vita di tutte le sue illusioni,
e specula e scopre l’infinita vanità di tutto, è lo stesso pensiero dentro eh
cui quell’albero ad ora ad ora rinverdisce di nuove fronde. Non si può negare
che esso faccia guerra continua alla nativa confidenza deH’uomo nella natura;
ed esso certamente spegne nei cuori la fede e la speranza. Ecco, da una parte.
Saffo supphchevole ; e dall’altra, il ruscello che al piede della misera donna,
la quale tenta d’immergervisi e sentirne il refrigerio, sottrae disdegnoso le
flessuose acque, e fugge e s’affretta per le piagge odorate. Se non che questo
pensiero devastatore e distruttore della originaria unità dell’uomo con la
natura, è esso stesso una nuov'a natura: è la natura di quell anima grande
perché infelice, e infehee perché grande, onde il Poeta insuperbisce sopra la
turba degli sciocchi. E in verità sempre che il pensiero non si guardi dal di
fuori, ma si pensi, si attui, si viva, esso non è più nulla di estraneo alla
vita, ma è la vita stessa. E in esso, ancorché rivolto ed affisso alle idee più
dolorose e più aride, rifluisce l’onda della vita e si risveglia il palpito
della gioia. Allora, ecco, il L. acquista coscienza della felicità superiore in
cui si purifica e rinvigorisce il suo spirito attraverso al pensiero e al
canto; poiché (come egli dice) « ninna cosa maggiormente dimostra la grandezza e
la potenza dell’umano intelletto, ossia l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il
poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua
piccolezza. I Pens. di varia filos., Allora egli sente che lo stesso intìnito,
in cui gli è dolce naufragare, è contenuto nel suo pensiero, che lo abbraccia
spaziando più oltre. Allora egli, piccolo ed esile fiore sull’arida schiena del
Vesuvio sterminatore, s’inebria del profumo della sua poesia, che consola il
deserto. Allora egh ritrova in sé, nel genio che nessuna forza maligna gli può
strappare, nel demone divino e onnipotente che fa insieme la sua infelicità e
la sua grandezza, la gioia e il fervore della vera vita; in cui, a dispetto dei
ragionamenti, risorgono le speranze e si riaccende l’amcre con cui gli uomini,
malgrado tutte le delusioni, si riattaccano alla vita e han la forza di vivere
e di morire. A Porfirio che a conclusione d’un rigoroso ragionamento si vuol
togliere la vita, Plotino ammonisce che « non dee piacer più, né vuoisi elegger
piuttosto di essere secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo. Mostro
chi non cerca se non la utilità propria, e si gitta, per cosi dire, dietro alle
spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano. Uomo chi l’amore di se
medesimo pospone all’amore degli altri. Ma questa natura, che ci fa uomini, è
proprio contraria alla ragione che ci farebbe mostri ? O non ci sono, per dir
così, due ragioni: una, inferiore, che ci trarrebbe al suicidio attraverso il
più sordido amore di noi medesimi, e una superiore, che ci libera dal giogo di
questo amore, e ci fa amare la vita e gli uomini che ci amano ? Si cliiami
ragione o poesia, certo questa non è la natura primitiva e inconsapevole, ma
Tumanità che soffre ed ama e canta. Quale in notte solinga Sovra campagne
inargentate ed acque. Là 've zefiro aleggia, E mille vaghi aspetti E
ingannevoli obbietti 1 Operette. Fingon l’ombre lontane Infra Tonde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville; Giunta al confin del cielo. Dietro
Apennino od Alpe, o del Tirreno Nell’ infinito seno Scende la luna; e si
scolora il mondo; Spariscon Tombre, ed una Oscurità la valle e il monte
imbruna; Orba la notte resta, E cantando, con mesta melodia. L’estremo albor
della fuggente luce. Che dianzi gli fu duce. Saluta il carrettier dalla sua
via; Tal si dilegua, e tale Lascia l’età mortale La giovinezza. La luna è
tramontata, e il carrettiere canta. La giovinezza si dilegua; ma l’uomo resta,
e intona il suo canto. In questo canto, nella sua mesta melodia, è il più alto
segno dello spirito del Poeta. Qui la sua poesia. Conunemorazione centenaria
letta alla R. Accademia Nazionale dei T .inr ei neUa seduta reale e pubbUcata,
oltre che ncgU Atti dell’Accademia, nella Nuova Antologia del i» lugUo dello
stesso anno. Ripubblicata in Poesia e filosofia di Giacomo L. (Firenze, Sansoni
Tra pochi giorni sarà un secolo dalla morte di L. Secolo, segnatamente per 1’
Italia, pieno di grandi eventi ; storia mossa e agitata da fedi e interessi in
massima parte estranei all’animo del L., anzi osteggiati e a volte irrisi da
lui. Altra filosofia, altro uomo. E gli effetti sono stati così cospicui, così
importanti, anche secondo il modo di vedere del L., da riuscire un’aperta
condanna delle sue convinzioni e de’ suoi giudizi storici. Secolo, si può dire,
anti-L.ano, culminante in questa Italia, potente, imperiale, creazione audace
della stessa Italia che alla fantasia giovanile del L. apparve inerme, anzi di
catene carche ambe le braccia, seduta in terra, negletta e sconsolata, la
faccia nascosta tra le ginocchia, piangente. Eppure lungo questo secolo la fama
del L. è venuta crescendo; s’è dilatata nel mondo, ma in Italia ha messo radici
sempre più profonde nei cuori. L’intelligenza della sua poesia, della sua anima
ha acquistato d’anno in anno, e quasi giorno per giorno, di penetrazione, di
comprensione e di intima simpatia a mano a mano che gl’ Italiani da prima si
svegliavano e in una coscienza più seria e positiva della vita e de propri
doveri e delle proprie forze risorgevano a dignità civile e politica. Scendevano
quindi in campo contro gli oppressori e li affrontavano nei congressi, e
accordavano rivoluzione e forze conservatrici dimostrando maturità di
accorgimento e di patriottismo da meravigliare 1 Europa ; e tra audacie e
negoziati facevano dell’ Italia archeologica, letteraria ed artistica una
nazione viva, operante e presente nella storia dell’ Europa e del mondo.
Intanto sentivano il bisogno di farsi un nuovo pensiero, una nuova scienza, una
nuova cultura, adeguata all’altezza dell’assunto politico; e creavano un
esercito nazionale; e sviluppavano, in una più attiva collaborazione alla vita
economica internazionale, le loro industrie e i loro traffici; e creavano le
scuole, organizzando tutto un sistema nuovo di pubblica istruzione e portando
via via la luce neUe menti delle plebi abbandonate da secoli all’ignoranza e
alla superstizione ; e negli esperimenti di un sistema politico aperto alle
lotte e alle competizioni di tutte le energie individuali si venivano educando
al senso e alla tecnica dello Stato; e infine, in una riscossa della coscienza
nazionale che si era venuta formando negli animi più giovanili in un fermento
nuovo d’idee religiose sociali c filosofiche, si trovavano pronti alla più
grande guerra della storia; combattevano con grande onore, e contribuivano più
d’ogni altra nazione alleata alla vittoria finale. E dopo questa prova stupenda
dell’antico valore, arditamente si accingevano con una profonda rivoluzione
politica e sociale a fare una nuova Itaha e una nuova Roma. Quanto cammino! E quanta
vita in quella moribonda Italia, di cui parlava L.! Eppure, dicevo, il
miracoloso progresso di quesb cento anni, lungi dall’allontanare 1’ Italia dal
L., r ha portata sempre più vicino a lui, a misurare la sua grandezza. La
bibliografia L.ana è una delle più ricche tra quante se ne siano formate
intorno ai maggiori poeti e pensatori itaUani, da gareggiare con la dantesca.
Segno visibile del vasto interesse che ha suscitato e suscita la personalità
del L. con i suoi scritti e con i casi della sua vita. Selva foltissima, di
grandi alberi che soprastano con le loro alte cime al vento, da Sanctis a
Carducci e a Pascoli, per non citare viventi, e di fitta boscaglia pullulante
per tutto, ai piedi dei grossi tronchi. Intorno al L. non pure letterati, deside-
sori di esattamente conoscere tutti i particolari della biografia e dello
svolgimento graduale del genio, e di risolvere tutti i problemi che lo studio
di tal materia fa nascere; ma filosofi e storici della filosofia, poiché il L.
ebbe il gusto degli alti concetti speculativi, e nel suo stesso vocabolario
riecheggiano detti e pensieri di dottrine celebri a cui egli, a suo modo,
aderì; e insieme scienziati (antropologi e fisiologi) entrati a un tratto in
sospetto che certi limiti nell’orizzonte spirituale del Poeta derivino da non
so qual limite somatico; sospetto nascente da improvvisate teorie e appoggiato
a improvvisate osservazioni di fatto; ma fecondo tuttavia di costruzioni e
interpretazioni, se oggi cadute di moda, utili tuttavia a chi voglia farsi un
pieno concetto del lavoro compiuto in questo secolo intorno al L..
Fortunatamente, peraltro, se ci sono state deviazioni ed eresie critiche e
storture di metodi materialistici suggeriti da pigrizia intellettuale di
letterati ottusi, o da presunzione pseudo-scientifica di cervelli rozzi e
ignari dei rudimenti di qualsiasi serio concetto intorno ai valori dello
spirito, ci sono stati pur saggi di quella critica magistrale che attraverso le
forme storiche e letterarie e i conseguenti atteggiamenti della espressione
artistica sa scoprire il principio profondo dell’ ispirazione, che è l’anima
del poeta e 1 essenza di quell’eterna poesia che lo fa immortale. Critica che
in Italia, in questo secolo, da L. a noi, ha avuto esempi da fare epoca, e che
hanno infatti educato nell’universale la coscienza del solo metodo che ci sia
per raggiungere il poeta là dove egli e poeta. Così in questa selva della
letteratura L.ana noi non abbiamo smarrito il Poeta. Anzi, a capo di questo
secolo anti-L.ano si può dire che egli sia stato prima scoperto, e poi veduto
più e più giganteggiare come uno dei più grandi spiriti della storia del mondo,
e come il creatore della più intensa poesia che si sia prodotta mai in Italia.
Fu scoperto quando un nostro grande critico, che lo aveva conosciuto di
persona, gentile e mansueto come era, e molto ne aveva studiato ed amato gh
scritti, e acutamente investigato lo spirito che ci vive dentro, non poteva
paragonarlo allo Schopenhauer senza sentire la infinita differenza tra il
pessimismo amaro del filosofo tedesco e il pessimismo sui generis del poeta
itahano. L., dice, produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non
crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa
amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto
un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non
puoi accostar tigli, che non cerchi innanzi di raccogherti e purificarti,
perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e
mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti
desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha così
basso concetto dell’umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora e la
nobilita. E se il destino gli avesse prolungata la vita infino al Quarantotto,
senti che te l’avresti trovato accanto, confortatore e combattitore.
Atteggiamento contradittorio ? Lo aveva confessato il L. medesimo, in quel
libro in cui più freddamente si provò ad abbattere le umane illusioni, che agli
occhi dell’uomo il quale si affidi allo istinto dell’anima senza indagare il
mistero dell’universo, fanno la vita bella e degna di esser vissuta, ossia
nelle Operette morali. Dove esce candidamente a dire « che non è fastidio della
vita, non disperazione, non senso della nuUità delle cose, della vanità delle
cure, della solitudine dell’uomo; non odio del mondo e di se medesimo; che
possa durare assai; benché queste disposizioni dell’animo siano
ragionevolissime e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò, passato un
poco di tempo, mutata leggermente la disposizione del corpo; a poco a poco, e
spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibih a notare;
rilassi il gusto alla vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose
umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche
cura; non veramente all’ intelletto, ma sì, per modo di dire, al senso
dell’animo ». Benedetto «senso deU’animo», che salva l’uomo dal sapiente:
l’uomo che non odia e non fugge l’uomo, poiché sente di dover affermare, come
fa L. Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai
cadere in anima viva, sohto e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che
essere cagione di patimento agli altri ». Questo senso dell’animo gh fa dire :
<( Se ne’ miei scritti io ricordo alcune verità dure e triste, o jier isfogo
dell’animo, o per consolarmene col riso, e non per altro; io non lascio
tuttavia negli stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo studio
di (juel misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte o di noncuranza
e infingardaggine, o di bassezza d’animo, iniquità e disonestà di azioni, o
perversità di costumi; laddove, per Io contrario, lodo ed esalto quelle
opinioni, benché false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi,
virtuosi, ed utili al ben comune e privato; quelle immaginazioni belle e
felici, ancorché vane, che dànno pregio alla vita; illusioni naturali
dell’animo; e infine gli errori antichi, diversi assai dagli errori barbari; i
quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà
moderna e della filosofia ». Così aveva pensato quando scriveva con animo di
credente il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Così continuava a
pensare, da miscredente, sette anni dopo, nella canzone Alla primavera, o delle
favole antiche. Non si può credere al Poeta, quando, raccogliendo il succo
dell’amarissima esperienza amorosa fiorentina e assaporandone il fiero gusto,
rivolge .4 se stesso nel '33 quegli accenti disperati ed empi; In noi di cari
inganni Non che la speme, il desiderio è spento. Amaro e noia La vita, altro
mai nulla ; e fango è il mondo. Al gener nostro il fato Non donò che il morire.
Ornai disprezza Te, la natura, il br\itto Poter che, ascoso, a comun danno
impera, E r infinita vanità del tutto. Momento satanico, ma un solo momento:
voce sì dell’anima L.ana, ma che il lettore attento non può ascoltare se non
commista in armonia profonda a voci più alte che sgorgano da polle maggiori; e
che lo stesso Poeta ascolta dentro il suo petto come espressione più schietta
della sua propria natura. Alla quale egli non può rinunziare, convinto che sia
da fare « poco stima di quella poesia che, letta e meditata, non lascia al
lettore nell’animo un tal sentimento nobile, che per mezz’ora gl’ impedisca di
ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna. Il momento satanico
ricorre spesso nel L.. Ma esso è la prima e fondamentale ribellione di questa
forza incoercibile che egli sente insorgere di dentro a se medesimo, di fronte
e a dispetto della natura, ossia di questo universal meccanismo che regge il
mondo concepito, come L. aveva appreso a concepirlo, in maniera rigorosamente
materialistica: quel mondo in cui non c’ è posto per la libertà, né quindi per
la virtù, né per l’immortalità; per nulla di ciò che forma l’essenza umana
dell’uomo, e gli conferisce la forza d’una fede, e la fiducia nella sua forza
di contrastare alla natura, di dominarla e farne strumento di una vita spirituale
sempre più ricca. Lampeggia sì da lungi allo spirito del Poeta l’immagine
enorme e tremenda di quella Natura disumana, che stritola e annienta l’uomo e
tutte le pretese del suo audace ingegno. Si vegga, p. e., come ella gli si
presenta nel Dialogo della Natura e di un Islandese: dove all’uomo che aveva
fuggito quasi tutto il tempo della sua vita per cento parti la Natura e la
fuggiva da ultimo nel- r interno dell’Africa, sotto la hnca equinoziale, in un
luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ecco che gli interviene qualche
cosa di simile che a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona Speranza; e
s’imbatte nella stessa Natura in petto e in persona: «Vide da lontano un busto
grandissimo; che da principio immaginò doveva essere di pietra, e a somiglianza
degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima neh’ isola di Pasqua. Ma
fattosi jiiù da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in
terra, col busto ritto, appoggiato il dorso e il gomito a una montagna; e non
finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e capelli
nerissimi ; la quale guardavalo fissamente ». La Natura è infatti qui nelle
parti dove si dimostra più che altrove la sua potenza. E alle molte parole con
cui 1’Islandese si lagna delle tribolazioni che affliggono l’uomo in questa
vita a cui non egli ha chiesto di nascere, risponde breve che « la vita di
quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate
ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed
alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di
loro, verrebbe parimente in dissoluzione ». Intanto sopraggiungono « due leoni,
così rifiniti e maceri dall’ inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi
quell’ Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita
per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un
fierissimo vento, levatosi mentre che r Islandese parlava, lo stese a terra, e
sopra gh edificò un superbissimo mausoleo di sabbia; sotto il quale colui
disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da
certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa. Ma lo
stesso tono malinconicamente beffardo della prosa dimostra con qual animo il
Poeta accolga questa immagine deUa Natura. E spesso gli torna alle labbra una
dichiarazione esphcita: che cioè egli si compiace d’indagare questo mistero
enorme delbumverso non per addolorarsi del disperato destino deU’uomo, anzi per
riderne. L’ideale deUa sua personalità è Ottonieri, filosofo socratico, che con
occhi di lince scopre tutto il vano e il doloroso della vita, ma ne ragiona con
impcrturbabUe pacatezza di savio che sta al di sopra e al di fuori della vita,
e la ironizza. Insomma, l’uomo L. non fa la fine dell Islandese; non soggiace
aUa natura, pasto dei leoni o còlto improvvisamente dalla sabbia del deserto.
Guarda dall’alto e sorride, e sente la propria umanità superiore nell’
intelligenza vittoriosa e nello stesso potere di reagire al fato col
sentimento. £ BRUTO MINORE che dispregia n plebeo il quale, non valendo a
cessare gli oltraggi del destino, si consola con la necessità dei danni, quasi
fosse men duro un male senza riparo o non sentisse dolore chi è privo di
speranza. No, Guerra mortale, eterna, o fato indegno, Teco il prode guerreggia.
Di cedere inesperto. È Saffo la misera Saffo, misera e magnanima, riso luta ad
emendare il crudo fallo del cieco dispensator de casi. A quel modo di emenda a
cui s’induce Saffo, L., a pensarci, non potrà consentire, come sappiamo. Ma per
lui resterà sempre, che al fato l’uomo non devecedere. Resterà sempre la
grandezza dell’animo che col pensiero si leva al di sopra del fato, intende,
comprende e sorride; Che se d'affetti Orba la vita, e di gentili errori, È
notte senza stelle a mezzo il verno. Già del fato mortale a me bastante E
conforto e vendetta è che su l’erba. Qui neghittoso immobile giacendo. Il mar,
la terra e il cielo miro e sorrido. Grandezza eroica, a cui il petto del Poeta
si allarga allo spegnersi del caldo raggio di amore di donna che fece battere
un momento il suo cuore di speranza e di felicità. Ma questa eroica grandezza
non basta; poco stante, nella piena maturità delle sue esperienze morali,
tornata la calma dopo la tempesta della patita delusione e del sospettato
scherno femminile, egli lascerà venir su dal cuore la risposta più vera che si
deve al cieco dispensator dei casi. Quando, presso Portici, mirerà i campi
cosparsi di ceneri infeconde e ricoperti d’ impietrata lava, là dove erano
state liete ville e ricche messi e armenti e città famose, e ora tutto intorno
una ruma involve, il suo occhio poserà sul gentile fiore della ginestra, che,
quasi i danni altrui commiscrando, di dolcissimo odor manda un profumo, che il
deserto consola: simbolo della sua poesia, del suo animo, che da questa
spietata empia natura sa che c’ è un conforto e un riparo nella umana compagnia
e nell’amore che la stringe insieme incontro al destino: Nobil natura è quella
Che a sollevar s'ardisce Gli occhi mortali incontra Al comun fato, e che con
franca lingua, Nulla al ver detraendo. Confessa il mal che ci fu dato in sorte.
E non si rivolge stoltamente contro gli uomini, ma contro la natura che sola è
rea: che de’ mortali Madre è di parto e di voler matrigna. Costei chiama
inimica; e incontro a questa Congiunta esser pensando. Siccome è il vero, ed
ordinata in pria L'umana compagnia. Tutti fra sé confederati estima Gh uomini,
e tutti abbraccia Con vero amor, porgendo Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce Della guerra comune. Oh l’alta meraviglia
del L., dopo circa un lustro di sforzi fatti per affisarsi in quel concetto
desolato del mondo che le meditate dottrine gli mettevano innanzi, e spogliarsi
d’ogni personale sentire, e obliarsi nella speculazione dell’acerbo vero (non
più acerbo del resto a chi lo gusti, poiché conosciuto, come dice lo stesso
Poeta, ancor che tristo ha suoi diletti il vero) ; dopo avere scritto le
Operette che sono la filosofia del L., ma sono pure un momento essenziale dello
svolgimento della sua poesia; dopo avere scritto il prosaico programma della
sua vita avvenire nell’epistola Al conte Carlo Pepoli; dopo aver preso quel
freddo bagno nella filologia italiana, che furono per lui le cure spese intorno
alle Rime del Petrarca e la compilazione della Crestomazia italiana. oh l’alta
meraviglia, quando si sentì rifluire in petto la vita ! Non che risorgesse la
speranza; non che la natura gli apparisse sott’altra luce; non che si
accorgesse comunque d’errore alcuno ne’ suoi filosofemi. Ma insomma. Proprii mi
diede i palpiti Natura, e i dolci inganni. Sopirò in me gli affanni L’ingenita
virtù ; Non l'annullàr: non vinsela Il fato e la sventura; Non con la vista
impura L’ infausta verità. Dalle mie vaghe immagini So ben ch’ella discorda;
che natura è sorda. Che miserar non sa Il mondo, in ogni parte, è proprio qual
egli 1 ’ ha raffigurato nelle Operette: Pur sento in me rivivere Gl’inganni
aperti e noti; E de’ suoi propri moti maraviglia il sen. Da te. mio cor, quest’ultimo
Spirto, e l’ardor natio. Ogni conforto mio Solo da te mi vien. Saffo ha ragione
quando afferma; Mancano, il sento, aH’anima Alta, gentile e pura. La sorte, la
natura. Il mondo e la beltà. Saffo però ha dimenticato il suo cuore: Ma, se tu
vivi, o misero. Se non concedi al fato. Non chiamerò spietato Chi lo spirar mi
dà. Ecco, Tanima si calma, torna la vita con le sue attrattive, con la sua
gioia; risorge la poesia. Torna al cuore del Poeta Silvia, la giovinetta Silvia
splendente di bellezza negli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa; toma
l’onda di beate speranze, di pensieri soavi che gli riempivano il petto, al
suon della sua voce; quando questa voce gli faceva lasciare gli studi leggiadri
per affacciarsi al balcone della casa paterna: Mirava il ciel sereno. Le vie
dorate e gli orti, E quindi il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortai
non dice Ouel eh’ io sentiva in seno. E pur lo aveva detto la sua lingua, dieci
anni prima, in quel capolavoro che è l’idillio scolpito nei quindici versi de
L’ infinito, quando, nel fondo dell’empia matrigna, della spietata natura,
aveva intravvista, sentita, amata un’altra Natura; l’immensa Natura, verso la
quale dal limite stesso della prossima siepe l’anima è lanciata con un impeto
di raccoglimento infuso di mistica dolcezza: interminati Spazi di là da quella,
e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete ove per poco Il cor non si spaura.
E come il vento Odo stormir tra queste piante, io quello Infinito silenzio a
questa voce Vo comparando; e mi sovvien l’eterno, E le morte stagioni, e la
presente E viva, e il suon di lei. Cosi tra questa Immensità s’annega il
pensier mio; E il naufragar m’ è dolce in questo mare. Di questo momento
mistico del L. poco s’è parlato; ed è momento di grande valore per la comprensione
della sua anima, che in quest’atteggiamento religioso placa definitivamente il
fiero contrasto tra la sua indomita soggettività e la realtà onnipotente e
infinita, in cui quella par destinata ad infrangersi. Lo placa in una
situazione idillica che, riportando l’individuo alla natura madre, infonde in
lui la fiducia rinfrancatrice, di cui l’uomo ha bisogno per vivere,
abbandonarsi all’azione e sentire nel proprio petto il respiro eterno e r
infallibile sostegno divino del tutto. Negli idilli perciò, com’egh stesso
chiamò i primi, e quelli posteriori, i grandi idilli che dal canto a Silvia
vanno a quello del pastore errante dell’Asia, scritti tra il ’zq e il ’30, anni
della più potente espansione e della lirica più piena e felice del Poeta, è la
chiave di vòlta di tutta la poesia L.ana. Quando si legge la lettera al
Giordani : Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della
mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria
tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune
immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a
gridare come un forsennato, domandando misericordia alla Natura, la cui voce mi
parve di udire dopo tanto tempo »; non si può non essere commossi da questo
prorompere di così alta vena mistica la cui scaturigine evidentemente si cela
nel centro vivo più remoto della personalità L.ana. E allora s’intende
l’invocazione ansiosa della canzone Alla primavera: Vivi tu, vivi, o santa
Natura ? Allora si ode quasi il lento respiro queto e dolce e l’arcana soave
mestizia della Vita solitaria: Talor m’assido in solitaria parte, Sovra un
rialto, al margine d’un lago Di taciturne piante incoronato. Ivi, quando il
meriggio in ciel si volve. La sua tranquilla imago il sol dipinge. Ed erba o
foglia non si crolla al vento; E non onda incresparsi, e non cicala Strider, né
batter peima augello in ramo, Né farfalla ronzar, né voce o moto Da presso né
da lunge odi né vedi. Tien quelle rive altissima quiete; Ond’ io quasi me
stesso e il mondo obblio Sedendo immoto; e già mi par che sciolte Giaccian le
membra mie, né spirto o senso Più le coramova, e lor quiete antica Co' silenzi
del loco si confonda. Allora, infine, si scorge il tono vero del Canto del
Pastore, così buio e pur così luminoso, così accorato e pur così sereno, con i
suoi perché disperati, e col suo funereo sigillo (è funesto a chi nasce il dì
natale) e la sua alata poesia : Forse s'avess’ io l’ale Da volar su le nubi, E
noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in giogo. Più
felice sarei. Poiché il pastore vede che la sua greggia è beata, quasi libera
d’affanno, e che, sopra tutto, tedio non -prova, a differenza di lui, che non
ha pace anche sedendo sopra l’erba, all’ombra, poiché un fastidio gl’ ingombra
la mente e uno sprone lo punge di dentro e non gli lascia riposo. E ogni
animale giacendo, a bell’agio, ozioso, si appaga. Vede il pastore che nel seno
della natura è la felicità; e l’affanno nasce dall’opporsi a lei con
l’irrequieto ingegno destinato ad avvolgersi in un insolubile intrigo, in una
fatica vana senza speranza. Tutta la poesia del L. attinge in quel punto
mistico del ritorno alla gran madre la pace e la gioia. Allora egli parla dei
pensieri immensi e dolci sogni che gli ispirò sempre, nello stesso modesto
giardino della casa paterna, « la vista di quel lontano mar, quei monti azzurri
». Per lui, come pel jiassero solitario, non sollazzi, né riso, né amore: ma
cantare sì, come ruccellino che dalla vetta della torre antica va cantando,
alla campagna, finché non muore il giorno; ed erra l’armonia per la valle,
mentre Primavera d’intorno Brilla nciraria, e per li campi esulta. Si ch’a
mirarla intenerisce il core. L'uccellino non si tormenta col pensiero della
giovinezza che passa e della morte che s’avvicina: poiché di natura è frutto
ogni sua vaghezza e in lei non è affanno: e da lei sgorga pure il suo canto; il
canto che aduna nel cuore la dolcezza della primavera che fa brillare l’aria e
esultare le campagne. Anche uomini di alto intelletto, come Capponi, han voluto
dar sulla voce al L. per quel suo concetto della infehcità che cresce negli
uomini in proporzione della loro grandezza: ossia del loro ingegno e sapere.
Come se questo stesso lamento non uscisse dalle Sacre Carte ! E gli han voluto
far osservare che felice era certo egh stesso mentre componeva i suoi canti, e
riusciva ad essere L.. Come se non fosse questo il significato di tutta la
poesia L.ana, e la sorgente del suo irresistibile incanto! L. lo sapeva bene, e
sotto la data del 30 novembre 1828 ne’ suoi Pensieri annotava: «Felicità da me
provata nel tempo del comporre, il miglior tempo eh’ io abbia passato in mia
vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’ io vivo ! Passar le giornate
senz’accorgermene e parermi le ore cortissime, e meravigliarmi sovente io
medesimo di tanta facilità di passarle ». E nell’agosto del '23 non aveva egli
scritto, tra gli stessi Pensieri, che « ninna cosa maggiormente dimostra la
grandezza e la potenza deU’umano intelletto.... che il poter l’uomo conoscere e
interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza? Tale il suo
canto; il più squisito frutto dell’operare della natura santa e onnipossente,
raccolta, per dir così, a far la più alta prova del suo potere dentro il genio
dell’uomo. Il quale, pertanto, in se stesso, infine, trova se stesso, scoperta
che abbia la fonte della sua vita: quel divino, che ha in sé e gli colora il
mondo delle beate larve, e lo solleva da questa vicenda perpetua di nascere e
di morire, di fallaci promesse e di v'ane speranze, al regno immortale della
vita dello spirito. E quando scopre questa sorgente, egh è veramente lui, il
genio; e sente l’amore che abbellisce e conforta, e crede nella potenza e nella
grandezza dell’umana intelligenza, e torna ad amare la vita nobilitata dall’
ideale. E pur con le dolenti parole suggeritegli dallo spettacolo del mondo
esteriore in cui l’uomo rischia di smarrirsi, sente l’ineffabile gusto dello
spirito che si ritrae in se stesso e nel sentimento del proprio valore, quale
si svela al contatto di quella natura eterna, in cui è il suo principio e con
cui perciò deve immedesimarsi per trovare le radici del suo proprio essere. E
il naufragar m è dolce in questo mare. Qui la grandezza del Poeta; qui
l’incanto della sua poesia, che i giovani amano per l’amore della giovinezza
che vi spira dentro; che gh uomini maturi ed esperti della vita amano non meno
per il lucido specchio che essa offre degli aspetti dolorosi dell’esistenza,
attraverso i quah si deve avere il coraggio di vivere, malgrado ogni
disinganno; che tutti gli uomini, piccoh e grandi, dotti o ignoranti,
considerano come uno dei doni più preziosi di Dio all’umanità. Piccolo libro,
in cui un gran cuore parla a tutti i cuori, e li unisce (poiché unirsi devono per
sedvarsi) in un sentimento acuto della miseria innegabile della vita e della
non meno innegabile azione dello spirito che affranca da ogni miseria e infonde
la fede per cui si ha la forza di vivere. Piccolo hbro, sacro per gl’ Itahani e
per tutti gli uomini, come tutti i libri in cui grandi pensieri si sono fatti
semplici e chiari e perciò faciU, com’ è al passero solitario il suo perpetuo
canto : anima della sua anima. Piccolo libro da leggere bensì non a brani e
frammenti, ma intero, affinché non sia frainteso, dimostri tutta la sua
bellezza e spieghi insieme la sua dolce virtù consolatrice e animatrice.
Conferenza tenuta al Lyceum di Firenze e pubblicata nel volume di letture
Giacomo L. a cura di Blasi (Firenze. Sansoni). Ripubblicata in Poesia e filosofia
di Giacomo L. (Firenze, Sansoni). A parlare della filosofia di un poeta, e di
un grande poeta, o, che è lo stesso, delle relazioni del pensiero di questo
poeta con la filosofia, un pover uomo, per discreto che voglia essere, si
espone al rischio di toccare un tasto falso e di riuscire uggioso e molesto fin
dalle prime parole. Ripugna infatti al senso poetico di cui ogni spirito
bennato è più o meno riccamente dotato, questa ricerca che ha tutta l’aria
d’una pretesa pedantesca, illegittima e affatto arbitraria : questa ricerca di
mettere quel che pensa un poeta, sopra tutto, ripeto, se è un grande poeta, e
cioè un poeta vero, quel che egli riesce a dire, ossia quello che egli sente, e
sente profondamente, al paragone degh astratti schemi in cui ogni filosofia va
a finire. Non già che i poeti non abbiano anch’essi la loro filosofia, un loro
concetto della vita, una loro fede. Oh se 1’ hanno ! Non c’ è uomo che non ne
abbia una. Anzi con la vivezza e col vigore del suo sentire la sostanza della
propria vita spirituale, nessuno così fortemente come il poeta afferma la
propria fede e la oppone ad ogni più meditata dottrina che si esibisca da
coloro che passano per gh autorizzati interpreti della filosofia; nessuno più
di lui è convinto d’avere una sua filosofia capace di sbaraghare tutte le
altre. Ma le battaglie che il poeta combatte e vince, si svolgono dentro al
chiuso della sua fantasia. E gh possono bensì procurare la gioia della
vittoria, ma una gioia tutta soggettiva come di chi in sogno viene a capo del
suo più arduo desiderio e coglie il fiore più bello del giardino della vita. E
nella storia — che giudica tutti gli individui e le opere loro, perché con la
ragione sovrana prima o poi valuta le ragioni di ciascuno — di fronte al poeta
rimane sempre il filosofo, che scopre le contraddizioni del primo, il carattere
dommatico e gratuito delle sue asserzioni, l’immediatezza irrazionale della sua
fede; e insomma i difetti e le debolezze del suo pensiero ; e viene così a
trovarsi nella impossibilità di scorgere la grandezza della sua personalità se
a misurarla non adotti un metro diverso. E che cosa di più irriverente e
ottusamente inumano e brutale che accostarsi ai grandi uomini per guardarli da
tutti i lati, anche da queUi che lasciano scorgere i loro difetti, e non
guardarli mai da quell’unico aspetto in cui rifulge la loro grandezza ? Fu
detto che non c’ è grande uomo per il suo cameriere; e potrebbe parere che in
fine il filosofo sia, per tale rispetto, il cameriere del poeta; gli spazzola i
vestiti, gli allaccia le scarpe, ma non lo guarda mai in faccia. Oh la servitù
numerosa che sta intorno al poeta ! C’ è il filosofo; ma c’ è anche
l’antropologo e lo psicologo ; c’ è lo storico puro e c’ è il filologo ;
schiere e schiere di scienziati, servitori dalle più vistose livree; i quah,
per quel garbo e quella riservatezza che sono tra i requisiti più elementari
del mestiere che esercitano, non alzano mai gli occhi verso il padrone, per
entrargli nell’anima e scrutarne la passione, intenderla, sentirla, parteciparvi.
Certo non si permetterebbero mai tanta confidenza! Nessuna mera^'iglia ]ioi se
il poeta guarda dall’alto tutto questo servitorame, e sta sulle sue, per non
confondersi, per salvare se stesso e \fivere la sua vita superiore, di cui è
geloso come del suo tesoro. Talora può concedere un sorriso di umana indulgenza
o signorile degnazione; ma il più spesso guarda con que’suoi acuti occhi che
penetrano negh ascosi pensieri così laboriosi, così opachi, così grevi; e negh
angoh della bocca il sorriso diventa ironia, sarcasmo. E allora la povera
filosofia, anche pel poeta, come per tutti gli uomini che la filosofia assedia,
assilla e infastidisce con le sue incessanti inchieste e pretese, diventa
materia di satira. Allora, il L. esce in un’osservazione di gusto volteriano,
come questa che è nello Zibaldone. L’apice del sapere umano e della filosofia
consiste a conoscere la di lei propria inutilità se l’uomo fosse ancora qual
era da principio; consiste a correggere i danni ch’essa medesima ha fatti, a
rimetter l’uomo in quella condizione in cui sarebbe sempre stato s’ella non
fosse mai nata. E perciò solo è utile la sommità della filosofia, perché ci
libera e disinganna dalla filosofia. Osservazione che ama ripetere, dandola
come un suo principio. La sommità della sapienza consiste nel conoscere la
propria inutihtà, e come gli uomini sarebbero già sapientissimi s’ella non
fosse mai nata: e la sua maggiore utilità, o almeno il suo primo e proprio
scopo, nel ricondurre l’intelletto umano (s’ è possibile) appresso a poco a
quello stato in cui era prima del di lei nascimento ». E in assai più nitida
forma tornerà a ribadirla infine come uno de’ capisaldi delle sue più profonde
convinzioni, nel ’zq, nel Dialogo di Timandro e di Eleandro: «L’ultima
conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta, si è, che non
bisogna filosofare ». Nei Paralipomeni degli ultimi anni, anzi degli ultimi
giorni della sua vita, più amaramente dirà; Non è filosofia se non un'arte La
qual di ciò che l'uomo è risoluto Di creder circa a qualsivoglia parte. Come
meglio alla fin 1 ’ è conceduto. Le ragioni assegnando empie le carte O le
orecchie talor per instituto Con più d'ingegno o men, giusta il potere Che il
maestro o l'autor si trova avere. Eppure, s’ingannerebbe sul vero pensiero del
L. chi si limitasse a leggere questa sola ottava dei Paralipomeni, come chi si
diverte a ripetere col Petrarca. Povera e nuda vai filosofia, dimenticando o
ignorando che PETRARCA continua; Dice la turba al vii guadagno intesa. Dopo
l’ottava che ho letta, il L. infatti si ripiglia nella seguente, e precisa,
compiendolo, il pen- sier suo in questo modo: Quella filosofia dico che impera
Nel secol nostro senza guerra alcuna, E che con guerra più o men leggera Ebbe
negli altri non minor fortuna, Fuor nel prossimo a questo, ove, se intera La
mia mente oso dir, portò ciascuna Facoltà nostra a quelle cime il passo Onde
fosto inchinar 1 ’ è forza al basso. La filosofia, dunque, che il L. schernisce
è quella teologica, come allora si diceva, dommatica, spiritualistica; la
filosofia della Restaurazione e del Romanticismo. La filosofia imperante al suo
tempo: non ogni filosofia. Anzi la filosofia imperante, tutta ottimistica,
presuntuosa, intollerabile alla mentalità L.ana perché in contrasto coi fatti e
con le necessità di ogni libera mente, proveniente, come pur quivi si dice, da
quella Forma di ragionar diritta e sana Ch’a priori in iscola ancor s'appella,
Appo cui ciascun’altra oggi par vana. La qual per certo alcun principio pone E
tutto l'altro poi a quel piega e compone; cotesta filosofia non è satireggiata
qui propriamente dalla poesia, ma dalla filosofia stessa, o, se si vuole, da
un’altra filosofia. Si tratta deUa filosofia falsa che è combattuta e debellata
dalla vera: ossia da quella che all’autore par vera. Neanche si può dire quel
che dice MANZONI degli avversari della filosofia respinta in tutte le sue forme
e in generale, quando osserva che anch’essi, questi avversari della filosofia,
senza saperlo, hanno una loro filosofia, servitori senza livrea. Il L. sa di
avere la sua filosofia; anzi, per cominciare ad intenderci, egli propriamente
professa di averne due. Dico cU più: senza r intelligenza di questa sua duphce
filosofia si rischia di fare, a proposito del L., di quella esegesi filosofica,
ov\’ero sia di quella filosofia, che s’ è soliti fare, e che s’ è sempre fatta
fin dal tempo del L.; una filosofia infarcita di luoghi comuni e di massiccia
pedaneria: filosofia da camerieri che allacciano le scarpe e non guardano in
faccia. Con la filosofia cosiffatta va a braccetto una critica che si chiama
infatti filosofica, presuntuosa non meno, tutta chiusa alla intelligenza
dell’anima del Poeta e però della sua poesia. La quale critica io mi permetto
di condannare per una ragione di metodo, che ritengo fonda- mentale. Ed è
questa: che l’essenza della poesia non è nel pensiero del poeta, ma nel
sentimento che il poeta ha del suo pensiero: non è nel mondo che egh vede, ma
negh occhi con cui lo vede e lo accoglie, lo fa vibrare e vivere nel suo
interno. Fuori del quale ogni realtà, sensibile o ideale, è semphce astrattezza
inafferrabile. Lì, nel trepido moto dell’ intimo sentire, in cui il mondo ha il
suo centro di vita, è l’attuahtà di quanto si vede o si pensa, o si può vedere
e pensare; e lì è la sorgente della poesia. Perciò una critica che innanzi alle
Operette morali si ferma allo «spirito angusto, retrivo e reazionario », cioè
alle idee negative che vi spaziano dentro, e per ciò non riesce a scorgere
quanto v’ è di umano e cioè di positivo ed eterno, è critica radicalmente
sbaghata, che scambia le ombre con i corpi saldi. Poiché le idee, una volta
astratte dall’atteggiamento che l’anima assume verso di esse, ossia dal
concreto atto vitale a cui esse partecipano e da cui traggono il loro
significato vivente, sono pallide ombre che il critico si fingerà
astrattamente, ma non {lotrà mai abbracciare al suo petto. Nel caso del L. poi
c’ è di più; perché, come ho accennato, se egli ha una filosofia tutta
negativa, natu- rahstica e materialistica, che gli sembra inoppugnabile e che
fa materia di assiduo pensare e ispirazione altresì del suo canto, egli ha la
filosofia di cotesta sua filosofia. E in questa filosofia superiore che è
negazione della negazione, e che afferma perciò, come abbiamo udito da
Eleandro, ultima conclusione della filosofia v'era e perfetta esser quella, che
non bisogna filosofare; in questa filosofia superiore è il senso serio e
profondo di quella che a primo aspetto ci è parsa condanna beffarda della
filosofia, giudicata inutile anzi dannosa. Lo stesso L., teorizzando questa
filosofia superiore, in cui fa consistere la cima della sapienza, la chiama,
nello Zibaldone, «ultrafilosofia»: una filosofia « che conoscendo l’intero e
l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura: filosofia naturale, spontanea, primitiva,
barbara; più che alle origini, si trova nella maturità della intelhgenza umana.
Sentiamo da capo Eleandro, che nel suo stesso nome vuol essere 1’interprete
della filosofia L.ana contro la pretensiosa filosofia ottimistica alla moda di
Timandro: «S’ingannano grandemente », egli dice, « quelli che dicono e
predicano che la perfezione dell’uomo consiste nella conoscenza del vero, e
tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dalla ignoranza, e che il
genere umano allora finalmente sarà febee, quando ciascuno o i più degli uomini
conosceranno il vero, e a norma di quello solo comporranno e governeranno la
loro vita. E queste cose le dicono poco meno che tutti i filosofi antichi e
moderni ». Timandro ha concesso ad Eleandro che tutti sono infelici; gli ha
concesso la necessità della nostra miseria, e la vanità della vita, e
l’imbecillità e piccolezza della specie umana, e la naturale malvagità degli
uomini; gli ha concesso che in queste verità si assommi la sostanza di tutta la
filosofia; ma deplora egh che tali verità vengano divulgate col solo frutto di
spogliare gli uomini della stima di se medesimi («primo fondamento della vita
onesta, della utile, della gloriosa ») e distorh dal procurare il loro bene. Ma
dunque, ribatte Eleandro, quelle verità che sono la sostanza di tutta la
filosofia, si debbono occultare alla maggior parte degli uomini; e credo che
facilmente consentireste che debbano essere ignorate o dimenticate da tutti:
perché sapute, e ritenute nell’animo, non possono altro che nuocere. 11 che è
quanto dire che la filosofia si debba estirpare dal mondo. Dunque, non bisogna
filosofare, come s’ è detto. Dunque, incalza Eleandro, « la filosofia
primieramente è inutile, perché a questo effetto di non filosofare non fa di
bisogno di essere filosofo; secondariamente è dannosissima, perché cjuella
ultima conclusione non vi s impara se non alle proprie spese, e imparata che
sia, non si può mettere in opera; non essendo in arbitrio degli uomini
dimenticare le verità conosciute, e dcponenclosi più facilmente qualunque altro
abito che quello di filosofare. Non si può mettere in opera. Il che significa
che rultrafilosofia — che è la conclusione perfetta e perciò la vera filosofia
— non estirpa e distrugge l’altra, falsa o insufficiente. La quale, buona o
cattiva che sia, è quella che è: e, una volta piantata nel cervello dell’uomo,
vi resta confitta incrollabilmente, anche suo malgrado, quantunque insieme con
essa e al disopra di essa ci sia una verità certamente più umana e degna
dell’uomo, diretta a ricostruire quel che la prima ha demolito. Verità ? Se per
verità s’intende solamente quel che si conosce per mezzo deU’esperienza e di
quello schietto ragionare che s’appoggia sempre ai fatti osservati, questa
della filosofia superiore non è verità, ma esigenza dell’animo, e voce
misteriosa della più profonda natura, che la filosofia più tenace e più
pervicace non riuscirà mai a spegnere. Ma se verità è la mèta raggiunta
filosofando, questa è la verità assoluta, perché messaci innanzi dalla stessa filosofia
quando sia riuscita ad elevarsi fino alla sommità della sapienza. Dove, volendo
pur non contraddire alle verità via via accertate e sempre più strettamente
connesse e saldate insieme in irrepugnabile sistema, bisognerà sì rassegnarsi a
dire errori in sembianza di verità, illusioni, fantasmi, tutte quelle altre
verità che come tali si rappresentano all’uomo il quale a quella sommità sia
pervenuto; e quindi veda rivivere il mondo nella pienezza rigogliosa della sua
vita primitiva, felice, ridente, soffusa di una divina aura di giovinezza
ignara e fidente. L’uomo L. non può non filosofare; non può non passare
attraverso la prima filosofia; ma non può né anche non giungere infine alla
seconda e superiore. Dove egli ritrova tutto quello che ha perduto. Lo ritrova,
s’intende, com’ è possibile soltanto dopo averlo perduto; poiché dimenticare
quel che ha saputo e sa, non potrà mai ; a quel modo che può tornar fanciullo
un uomo che ha vissuto e sofferto tutte le delusioni e le amarezze del mondo, e
può riacquistare il gusto della virtù chi abbia una volta bevuto al calice del
bene e del male. Chi distingue nel pessimismo L.ano due fasi o forme, la prima
di un pessimismo storico in cui tutto il male è frutto dell’ « irrequieto
ingegno e dello scellerato ardimento degli uomini contro gl’ inermi regni della
saggia natura (di cui si parla nell’ Inno ai Patriarchi), e l’altra di un
pessimismo cosmico che fa gli stessi uomini vittime incolpevoli della immane
natura, si lascia sfuggire l’unità fondamentale dello spirito del Poeta, dov’
è, ripeto, il segreto della sua poesia; di quella dolcezza che ci suona dentro
alla lettura dei canti dal primo all’ultimo, e in forma più palese e più
sistematicamente determinata, almeno nell’ intenzione dello scrittore, nelle
Operette morali: dolcezza che vince, per così dire, tutta l’amarezza che negli
uni e nelle altre si riversa nelle più varie forme dell’anima di quest’uomo,
che fu certamente tanto grande quanto infelice, e seppe accogliere nella vasta
onda della sua poesia tutto il dolore del mondo, ma non per avvolgere il mondo
stesso nella tenebra della disperazione, anzi per illuminarlo coi raggi d’una
indomata fede nella vita con i suoi ideali e con i suoi entusiasmi. La verità è
quella che ci viene apertamente attestata nello stesso disegno delle Operette.
Le quali cominciano col mito delle origini della umanità governate dall’amore e
finiscono nella conclusione di Eleandro. Se ne’ miei scritti io ricordo alcune
verità dure e triste, o per isfogo dell’animo, o per consolarmene col riso, e
non per altro [e dunque egli ha sfogato, e s’è consolato e ora può parlare con
animo pacato e sereno], io non lascio tuttavia negli stessi libri di deplorare,
sconsigliare e riprendere lo studio di quel misero e freddo vero, la cognizione
del quale è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza d’animo,
iniquità e disonestà di azioni, e perversità di costumi: laddove, per lo
contrario, lodo ed esalto quelle opinioni, benché false, che generano atti e
pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune e privato;
quelle immaginazioni belle e felici, ancorché vane, che dànno pregio alla vita;
le illusioni naturali dell’animo; e in fine gli errori antichi, diversi assai
dagli errori barbari. i quali solamente, e non quelli, sarebbero dovuti cadere
per opera della civiltà moderna e della filosofia. E più tardi l’autore
aggiungerà il Dialogo di Plotino e di Porfirio, dove l’accento torna sull’amore
come sovrana legge della vita e rintuzza la volontà suicida dell’egoista giunto
al fondo della disperazione della sua vita senz’amore. Prima parola ed ultima,
amore. Quella stessa che risuona in fondo ai Canti, nella Ginestra. E
contraddice certamente al freddo vero dell’ Epistola al Popoli e dello
Zibaldone, e delle Operette e dei Pensieri e dei Paralipomeni e dei Nuovi
credenti e insomma a tutto il contenuto prosaico della poesia L.ana; voglio
dire a tutto quel sistema di filosofia che era, nel vocabolario del L., la
verità in opposizione agli errori: a tutto il complesso degli insegnamenti di
quella filosofia che, per altro, negli stessi Paralipomeni, dove più
espressamente essa viene esaltata, non impedisce al L. di uscire in quel famoso
grido del cuore. Bella virtù, qualor di te s’awede. Come per lieto avvenimento
esulta Lo spirto mio. Cotesta filosofia, non occorre esporla. Tutti la
conoscono. E quella concezione del mondo, che giustifica un empirismo assoluto.
Lo spirito vuoto; e tutto quello che in esso può mai trovarsi, un derivato
meccanico dall’esterno attraverso i sensi. Quindi lo stesso spirito, il quale
da chi tenga fermo al concetto delle sue esigenze imprescindibili, non può non
raffigurarsi dotato di liberta, e quindi appartenente a quel mondo dei valori
per cui è possibile un pensare logico che sia vero in opposizione al falso, o
un volere buono in contrasto col malvagio, e un’arte creatrice di bellezza che
si libri nel puro aere ideale e sovrasti alla miseria di tutte le cose brutte;
lo stesso spirito, dico, tratto a sentirsi, nel vuoto assoluto che si trova
dentro, nulla: assoluto nulla, in cui libertà e verità e virtù e bellezza non
possono essere, in fondo, altro che vane larve e falsi miraggi di un’
immaginazione ingenua e fanciullesca. E il tutto è natura: cioè questa realtà
che si rappresenta a un tratto tutta spiegata ncUo spazio e nel tempo,
materiale, risultante da infinite parti e particelle che si condizionano a
vicenda in guisa che ciascuna sia 0 si muova in conseguenza di tutte le altre;
in un meccanismo universale, dove tutto quel che accade, è fatale di una necessità
che schiaccia e stritola ogni vana pretesa dell’uomo che si ])rovi a mutare il
corso del destino. Tutto. Anche il sentimento che sboccia nel cuore degli
uomini, e che soltanto l’irriflessione e l’ignoranza ci possono far giudicare
buono o cattivo; anche il giudizio con cui ci s’illude di distinguere il vero
dal falso. Anche la volontà che non sceglie, come si favoleggia, tra bene o
male, ma scoppia in un senso o nell’altro con la stessa cieca necessità del
fulmine nelle tempeste della natura. La natura dunque è tutto, e l’uomo nulla.
La natura, perché meccanica, incomprensibile, opaca, ripugnante a ogni
razionalità (perché la ragione è discriminazione, scelta, libertà). Un mistero.
Così dice cotesta filosofia, come se tutto questo, che essa dice con tanta
sicurezza, fosse possibile; come se cioè fosse possibile un mondo in cui, se
non altro, la verità sia una parola vana, e ci sia nondimeno posto per l’uomo
che, in mezzo a questo universale meccanismo, nel mistero di questa tenebra
profonda e per definizione invincibile, abbia pure il diritto di affermare che
la verità sia proprio quella che egli asserisce ! Come se fosse possibile
salvare una verità qualsiasi dal naufragio d’ogni verità. Filosofia dunque
essenzialmente contradditoria, che nei filosofi empiristi, naturalisti,
materialisti, tipo secolo XVIII, è ignara di questa sua immanente
contraddizione, tra la ragione che si nega e la ragione che per negarsi
rivendica di fatto il proprio potere e valore. Filosofia accettata dal L., ma
con un’anima che troppo sente le conseguenze dolorose di essa e troppo è
naturalmente dotata di quella forza con cui lo spirito reagisce ai hmiti che si
oppongono alla sua libertà, e quindi al dolore, per non aver coscienza di tale
contraddizione. E questa coscienza è in lui acutissima. L’uomo, pertanto, che
dovrebbe prostrarsi di fronte alla natura nel senso angoscioso del proprio
niente, non piega, invece, non s’accascia, non rinunzia alle sue verità, anche
se battezzate fantasmi. Il dolore, attraverso la potente reazione di tutto il
suo spirito nel senso gagliardo e tenace con cui l’apprende e lo ferma nel
cristallo della sua divina fantasia, si trasfigura: non è più il limite della
sua forza e della sua libertà; è poesia, cioè umanità; è grandezza umana,
trionfo della potenza creatrice, che è Ubera e infinita potenza. Qui l’anima di
L., qui il fascino deUa sua poesia. La quale non trae la sua ispirazione
centrale dall’astratto concetto di quel crudo materialismo, che annienta l’uomo
e fiacca perciò ogni velleità di vivere a proprio modo, a norma de’ propri
ideaU, in un mondo qual egU perciò lo vagheggi, liberamente, ma da questo senso
profondo, or cupo e straziante, or placato e sereno, che gli \aene dalla sua «
ultrafilosofia », dal bisogno di respingere come antiumana e contradditoria
alla incoercibile natura dell’uomo cotesta filosofia negativa e soffocante. Ora
è Bruto minore, nudo di speranza, ma prode, di cedere inesperti), neUa sua
guerra mortale contro il fato indegno, in atto di sfida magnanima contro il
Destino, che egU vince, violento irrompendo nel Tartaro: e la tiranna Tua
destra, allor che vincitrice il grava. Indomito scrollando si pompeggia. Quando
nell’alto lato l’amaro ferro intride, e maligno alle nere ombre sorride. Ora è
la misera Saffo, grave ospite di natura, estranea alla infinita beltà di
questa, consapevole del prode ingegno che pur le venne in sorte assegnato,
delle proprie virili imprese, del dotto canto, della virtù insomma che può
vantare; ed ecco, è risoluta di spargere a terra il velo indegno ricevuto da
natura, primo principio della sua infehcità; e morire, ed emendare così «il
crudo fallo del cieco dispensator de’ casi. Ora è il Poeta stesso, che invoca
la morte hberatrice. Ma certo troverai, qual si sia l’ora che tu le penne al
mio pregar dispieghi. Erta la fronte, armato, E renitente al fato. La man che
flagellando si colora Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode. Non
benedir, com’usa Per antica viltà l’umana gente; Ogni vana speranza onde
consola Sé coi fanciulli il mondo. Ogni conforto stolto Gittar da me. O che,
stanco di sperare e disperare, sente in sé spento anche il desiderio, e vuol
acquetarsi nell’ultima disperazione e cliiudersi in un superbo disdegno di se
medesimo, della natura e di questa infinita vanità del tutto. Nel disprezzo del
brutto poter che, ascoso, a comun danno impera. Ora invece, il Poeta s’accosta
a questa Natura misteriosa, arcana, e si scioglie in un mistico sentimento
della sua vita infinita e divina. Giacché si sa che il naturalismo è stretto
parente della mistica, che ugualmente oppone la realtà all’uomo al punto da non
lasciargli più modo di distinguersene e spingerlo perciò al desiderio
d’immergersi e immedesimarsi col tutto infinito che gli è davanti e lo attrae.
E allora L. ricompone il suo volto dal ghigno della ribellione, e scioglie il
suo dolore, ossia quella sua soggettività solitaria e disperata di uomo che,
perduta la giovinezza, vede intorno a sé il deserto e il buio della sera e
deH’orrida vecchiezza, nella languida consolazione degli Idilli: de l’infinito,
dove il poeta non canta più il suo dolore, ma il dolce gusto dell’eterno: Così
tra questa Immensità s’annega il pensier mio; E il naufragar m’ è dolce in
questo mare; de La sera del dì di festa, dove il cuore si stringe A pensar come
tutto al mondo passa e quasi orma non lascia; e il suono delle umane glorie e
degl’ imperi più famosi cede come il canto dell’artigiano che riede a tarda
notte al suo povero ostello poiché la festa è finita: Tutto è pace e silenzio,
e tutto posa Il mondo; e risvegha nella memoria del poeta una immagine
accorante insieme e viva divenutagli familiare: ed alla tarda notte Un canto
che s’udia per li . sentieri Lontanando morire a poco a poco; de La vita
solitaria, dove « l’altissima quiete » del meriggio presso all’ immoto specchio
del lago di taciturne piante incoronato gli fa obliare se stesso e il mondo: e
già mi par che sciolte Giaccian le membra mie, né spirto o senso Più le
commova, e lor quiete antica Co’ silenzi del loco si confonda. Estasi; estasi
mistica che fa risalire dal petto il trepido grido dell’angoscia religiosa, che
echeggia nel canto Alla primavera, 0 delle favole antiche: Vivi tu, vivi, o
santa Natura ? e quello anche ])iù antico della stupenda lettera al Giordani,
che convien rileggere: «Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la
finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e
sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si
svegharono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore,
onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura,
la cui voce mi parve di udire dopo tanto tempo. A questa religione, da cui la
filosofia inferiore allontana, riconduce quella superiore, la ultrafilosofia.
Quando L. annota nello Zibaldone che « la filosofia.... s’ ha per capitai
nemica della eeligione, ed è vero, egli parla, com’ è evidente dal seguito
della sua nota, della FILOSOFIA inferiore. Egli stesso ha il pensiero a una
diversa filosofia quando, sotto la datasegna cjuesto pensiero profondo: «1
tedeschi si strisciano sempre intorno e appiedi alla verità; di rado
l’afferrano con mano robusta: la seguono indefessamente per tutti gli
andirivieni di questo laberinto della natura, mentre l’uomo caldo di
entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni,
situato su di una eminenza, scorge d’un’occhiata tutto il laberinto, e la
verità che sebben fuggente non se gli può nascondere ». La mano robusta dunque
non si contenta della ragione, ma vuole anche cuore, fede, natura o « senso
dell’animo », genio ; e cioè, non sa che farsi della piccola ragione, poiché ha
bisogno della grande. La quale non s’illude di aver spiegato tutto quando ha
spiegato la natura, e non ha spiegato e si mette in condizioni di non poter più
spiegare l’uomo, e deve rassegnarsi a dire errori quelle verità che sono
fondamento alla \'ita umana. L’uomo, che è poi colui che si propone il problema
della natura, e senza del quale {pertanto il problema stesso non sorgerebbe
mai. L’uomo, che quella mezza filosofia della ragione piccola rinserra e
schiaccia nel meccanismo della natura e condanna alla schiavitù del nulla, ma
che risorge in tutta la sua libertà e nel suo valore infinito appena la grande
ragione gh faccia sentire la sua grandezza nella sua stessa infehcità: « Niuna
cosa » infatti, come si legge nello Zibaldone « maggiormente dimostra la
grandezza e la potenza dell’umano intelletto.... che il poter l’uomo conoscere
e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza » ; e provare
la gioia del comporre, del cantare, del pensare, del sentire. L’infehcità, essa
stessa, poiché sentita, intesa, espressa, è grandezza, eccellenza. E perciò
l’uomo non soggiace alla natura, e può non temere la morte, e può, come la
ginestra, consolare il deserto col profumo del suo divino alito spirituale.
Perciò infine il poeta c’ insegna, in una forma lapidaria che fa parere il suo
detto quasi proverbio, che « nessun maggior segno d’essere poco filosofo e poco
savio, che voler savia e filosofica tutta la vita. Verità infatti che merita di
passare in proverbio tra i filosofi. E pel L. vuol dire che nella vita non c’ è
soltanto la filosofia : c’ è altro ancora, che è poi sempre filosofia. La vera
però, che afferra la verità con mano robusta, non quella falsa che sola par
vera all’angusto intelletto del filosofo chiuso nel bozzolo del suo
intellettualismo. La quale FILOSOFIA, si ponga mente, una volta, come s’è
veduto, il Poeta la chiama ultrafilosofia; ma non è poi altro propriamente che
la sua personalità, il suo modo di vedere e di sentire la vita, quell’ingenita
virtù che prorompe nel Risorgimento, quando l’anima si risvegliò e rivide
meravigliata salire su dal profondo i palpiti naturali, i dolci inganni, la
speranza, e il sentimento della natura. Meco ritorna a vivere, La piaggia, il
bosco, il monte; Parla al mio core il fonte. Meco favella il mar ») : quella
ingenita virtù, che gli affanni poterono sopire; Non l’annullàr: non vinsela Il
fato e la sventura; Non con la vista impura l’infausta verità. La virtù da cui
sgorga la poesia; e che è, io dico, la stessa poesia, depurata dalle forme in
cui il pensiero la determina e attua. Giacché io non vorrei che nelle parole,
nelle formule, nei concreti pensieri, come sistematica- mente si possono
comporre ad unità nelle esposizioni che l’autore non fece delle sue idee, e
che, sempre a fatica e non senza arbitrarie glosse, continuano a imbandirci
quei camerieri di L. che sono i suoi interpreti, pronti a sobbarcarsi a scriver
loro sulla FILOSOFIA di L. i volumi che questi non pensò mai di scrivere; non
vorrei, dico, si ricercasse una vera e formata FILOSOFIA come opera riflessa e
logicamente costruita su’ suoi fondamentali convincimenti e orientamenti Mi
perdoni la grande e austera ombra del Poeta questa parola cara oggi a certi
spiriti spigoUsti e vanitosi, che ogni giorno che il Padre manda in terra,
suonano a stormo per adunar gente e catechizzarla tra un sorriso mellifluo e un
ohibò di pelosa carità, e disporla a cercare con essi l’orientamento che essi
non riescono mai a trovare. Xtnnznni. No. LE PAROLE, i pensieri più o meno
frammentari e sparsi, le sentenze assai spesso felicemente formulate non
possono essere pel critico altro che accenni, spie dell’anima del filosofo. La
cui individualità è caratterizzata e, propriamente, individuata da un certo
atteggiamento, che è la concreta FILOSOFIA dell'uomo: quella che, conferendo
all’uomo un carattere, non ci spiega tanto le sue parole, spesso espressioni di
cose pensate e non sentite, ma le azioni in cui l’uomo opera come sente nel suo
più intimo essere; là dove egli, arrivi o no ad averne coscienza in un sistema
chiaro e bene organato di idee, è quello che è : quello che l’uomo nella sua
singolare e inconfondibile individualità si mamfesta e si fa conoscere non per
quel che dice ma per il modo in cui lo dice, non pel contenuto delle sue parole
ma pel colore che esse hanno sulla sua bocca, per l’accento con cui la sua
anima vi suona dentro. Stile, essenza della poesia d’ogni uomo. Sicché, infine,
a parlare degnamente della filosofia del Leopardi, non bisogna ridursi alla
parte del cameriere. Conviene guardare il Poeta negh occhi, dove la pupilla
trema della commozione segreta: ascoltare il suo canto, dove la sua filosofia è
la sua stessa poesia. Giacomo Leopardi. Leopardi. Keywords: il favoloso. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e gli usi di Leopardi nella filosofia
italiana," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Leopardi: l’implicatura conversazionale – 1150 – implicatura –
filosofia italiana – filosofia maceratese -- Luigi Speranza (Recanati). Abstract.
Grice: “Apparently, unlike in Scotland, it is very rare in Italy that a
philosopher is father to another philosopher, as James Mill was father to John
Stuart Mill – the closest you get in Italy is Leopardi, the philosopher, who
was the father of a poet, Leopardi, who some deem ‘philosophical’ in spirit –
as Austin said Donne was philosophical!” Filosofo italiano. Recanati, Macerata, Marche. Grice: “We don’t have at Oxford a ‘chip off
the old block’ as they have in Recanati!” -- Importante
esponente del pensiero controrivoluzionario e padre di Leopardi. Leopardi,
targa commemorativa apposta sui portici di piazza Leopardi a Recanati Figlio
primogenito del conte Giacomo e di Virginia dei marchesi Mosca, nacque in una
delle famiglie più preminenti di Recanati. Rimasto a quattro anni orfano del
padre, crebbe con la madre (che non volle risposarsi per accudire i quattro
figli), gli zii paterni rimasti celibi e i fratelli. Educato in casa dal
precettore Giuseppe Torres, padre gesuita fuggito dalla Spagna a seguito della
cacciata dell'ordine dal regno, ricevette una formazione improntata agli ideali
cristiani, cui rimase fedele per tutto il resto della sua vita. Fu sottoposto
alla tutela di un prozio, non potendo amministrare direttamente il patrimonio
familiare per disposizione testamentaria. Ottenne tuttavia da papa Pio VI la
deroga alla disposizione paterna e, all'età di 18 anni, assunse
l'amministrazione della propria eredità. Dopo un primo progetto di nozze andato a
monte, sposa la marchesa Adelaide Antici, sua lontana parente. Il matrimonio fu
un matrimonio d'amore strenuamente osteggiato dalla famiglia di Monaldo, in
base ad antiche dispute tra casati e per questioni economiche (mancanza di una
dote adeguata), che per manifestare la propria contrarietà non partecipò al
matrimonio, che venne infatti celebrato nella sala detta "galleria"
di palazzo Antici a Recanati. Il patrimonio di famiglia, dalle mani di Monaldo,
passò in quelle della moglie, a causa dei debiti del prozio che il conte non
riusciva a ripianare. Frutto di questa unione tra opposti caratteri furono
numerosi figli: di questi, raggiunsero l'età adulta Giacomo, Carlo, Paolina,
Luigi, e Pierfrancesco. A causa della impossibilità di gestirli (dovuta alla
sua indole caritatevole verso i poveri, agli sperperi dei parenti e
all'invasione giacobina), l'amministrazione dei beni di famiglia passò nelle
mani della consorte, donna energica e severa; Monaldo poté così dedicarsi
totalmente alla sua passione, gli studi e le lettere. Tra i suoi molti meriti
vi è aver grandemente contribuito alla formazione del nucleo fondamentale della
biblioteca di famiglia dei L., nella quale il giovane Giacomo passò i suoi anni
di "studio matto e disperatissimo" (compresi i libri proibiti per i
quali il conte ottenne la dispensa della Santa Sede, per metterli a
disposizione dei figli) e che Monaldo donò all'intera cittadinanza recanatese,
come ricorda la lapide apposta nella cosiddetta "prima stanza".
L'impegno civico Angolo della biblioteca di palazzo L. con i ritratti di
L., Adelaide e Giacomo Il medico e naturalista britannico Jenner La sua
opera è rappresentativa del concetto di reazione (per es., la demolizione
dell'egualitarismo nel Catechismo sulle rivoluzioni), inoltre gli vanno
riconosciuti diversi meriti acquisiti durante lo svolgersi della sua vita
politica, indirizzata nei confronti di Recanati, città in cui visse.
Monaldo fu consigliere comunale a diciotto anni, governatore della città, amministratore
dell'annona. Fu tra coloro che si mantennero fedeli al papa Pio VI nel periodo
dell'occupazione francese. S'adopera per mantenere tranquilla la popolazione in
tumulto contro le forze dei rivoluzionari francesi e, in accordo con i suoi
principî morali e religiosi, rifiutò di assumere incarichi pubblici durante la
Repubblica Romana e il primo ed effimero Regno d'Italia. Fu gonfaloniere di
Recanati, la massima carica amministrativa, e si occupò della costruzione di
strade e di ospedali, dell'illuminazione notturna, del sostegno ai meno
abbienti, della riduzione delle tasse, del rilancio degli studi pubblici e
delle attività teatrali. Sebbene fosse preoccupato per le conseguenze
della meccanizzazione sull'occupazione, ritenne che le ferrovie e le macchine a
vapore fossero tutt'altro che inconciliabili con una società cristiana. Stimolò
inoltre il diboscamento del suolo, la messa a coltura dei prati, lo
stabilimento di case coloniche e l'applicazione di nuove colture, come il
cotone o la patata. Fu anche il primo a introdurre nello Stato Pontificio il
vaccino antivaioloso dell'inglese Edward Jenner e lo fece sperimentare sui
propri figli; poi, da gonfaloniere, rese obbligatoria la vaccinazione che
svolgeva personalmente (in ciò smentendo la raffigurazione caricaturale di
"retrogrado" che si attribuì ideologicamente alla sua figura da parte
della critica novecentesca). Sostenne anche un progetto per la fondazione di
un'università nella sua città natale, che però alla sua morte non ebbe
seguito. Infine, durante la carestia, fece erogare gratuitamente i
medicinali ai più bisognosi e creò occasioni di lavoro, sia maschile, con la
costruzione di strade, sia femminile, con la tessitura della canapa. Come
scrisse una volta, quelle attività riformatrici non erano in contrasto con le
sue idee controrivoluzionarie; infatti dichiarò: «Oggi si pretende di costruire
il mondo per una eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene
presente sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale» Morì
il celebre figlio Giacomo: nonostante tra i due i rapporti non fossero distesi,
la perdita gli causò grave dolore. Si spense nella città natale e fu sepolto
nella tomba di famiglia presso la chiesa di Santa Maria in Varano a
Recanati. Dei molti scritti religiosi, storici, letterari, eruditi e
filosofici di Leopardi, i più famosi sono i “Dialoghetti sulle materie
correnti” usciti con lo pseudonimo di "1150", MCL in cifre romane,
ovvero le iniziali di "Monaldo Conte Leopardi". Ebbero immediatamente
un grande successo, ben sei edizioni in cinque mesi, furono tradotti in più
lingue e divennero notissimi nelle corti europee. Il figlio Giacomo, da Roma,
ne informa il padre in una lettera dell'8 marzo: «I Dialoghetti, di cui
la ringrazio di cuore, continuano qui ad essere ricercatissimi. Io non ne ho
più in proprietà se non una copia, la quale però non so quando mi tornerà in
mano.» Per umiltà lasciò i molti guadagni allo stampatore, il Nobili. È
probabile che con quest'opera Monaldo volesse contrapporsi alle Operette morali
del figlio, che giudicava negativamente e riteneva contrarie alla fede
cristiana. In essi, infatti, esprimeva gli ideali della reazione (o anche
controrivoluzione). Tra le tesi sostenute, la necessità della restituzione
della città di Avignone al papato e del ducato di Parma ai Borbone, la critica
a Luigi XVIII di Francia per la concessione della costituzione (che violerebbe
il sacro principio dell'autorità dei re che "non viene dai popoli, ma
viene addirittura da Dio"), la proposta della suddivisione del territorio
francese fra Inghilterra, Spagna, Austria, Russia, Olanda, iera e Piemonte, la
difesa della dominazione turca sul popolo greco, in quegli anni impegnato nella
lotta per l'indipendenza. Risalgono alcune opere di satira politica:
Monaldo era infatti ottimo satirico e disseminava le sue opere di scherzi
letterari. Tra esse, il Viaggio di Pulcinella e le Prediche recitate al popolo
liberale da don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della
Poca Pazienza (versione digitalizzata). Fu inoltre autore di ricerche erudite,
ammonimenti ai fedeli cattolici e articoli su varie riviste, tra cui si
segnalano «La Voce della Verità» di Modena e «La Voce della Ragione» di Pesaro,
che Leopardi stesso diresse. La rivista ottenne un buon successo, come
dimostrano i 2000 abbonamenti sottoscritti in tutta Italia, tuttavia fu
soppressa d'autorità. Rimasero inediti, invece, i suoi Annali recanatesi
dalle origini della città ae la sua Autobiografia: in quest'ultima la prosa di L.
si arricchisce di leggerezza, ironia e umorismo. Negli ultimi anni di
vita Monaldo visse appartato (non amava allontanarsi da Recanati: la sua più
lunga assenza dalla casa paterna consistette in 2 mesi a Roma), deluso dalle
caute aperture liberali del governo pontificio e degli esordi del regno di papa
Pio VI. Collaborò al periodico svizzero Il Cattolico, di Lugano, tornando poi,
negli ultimi anni, agli studi storici su Recanati, coltivati in gioventù.
Opere digitalizzate Monaldo Leopardi, La Santa Casa di Loreto. Discussioni
storiche e critiche, Lugano, presso Francesco Veladini e C. Monaldo Leopardi,
Istoria evangelica scritta in latino con le sole parole dei sacri Evangelisti,
spiegata in italiano e dilucidata con annotazioni, Pesaro, pei tipi di A.
Nobili. Monaldo Leopardi, Dialoghetti sulle materie correnti dell'anno, Leopardi,
Prediche recitate al popolo liberale da don Muso Duro, curato nel paese della
verità e nella contrada della poca pazienza. Rapporto con il figlio
ritratto di Giacomo Leopardi. Nonostante la vulgata dica il contrario, il
rapporto con il figlio illustre appare buono: senz'altro nei primi anni Monaldo
dovette essere orgoglioso della precocità del ragazzo, e nelle opere giovanili
di Giacomo, ad esempio il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, si
avverte ancora l'influenza delle idee del padre. Ben presto, però, i loro
spiriti presero strade diametralmente opposte: la crescente autonomia di
pensiero di Giacomo preoccupava Monaldo. La lettura del carteggio fra i
due rivela una relazione affettuosa, soprattutto negli ultimi anni. La lettera
più sincera scritta da Giacomo al padre è quella che quest'ultimo non lesse
mai: si tratta della missiva datata luglio 1819, quando il poeta progettava la
fuga, e che non fu mai spedita, perché egli dovette rinunciare ai suoi
piani. «Mio Signor Padre. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di
quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede
intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto, ed hanno
portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Era cosa
mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me,
immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e
com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella
irremovibilmente. Io so che la felicità dell'uomo consiste nell'esser contento,
e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi
corporali possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia
e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che
attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro
pensiero.» Finalmente, Giacomo lascia Recanati, per farvi ritorno solo
saltuariamente. Da lontano, il padre assiste alla crescita della sua fama nel
mondo intellettuale italiano, ma non riesce a comprendere la grandezza del
figlio: disapprova la pubblicazione delle Operette morali, scrivendogli in una
lettera (perduta) le "cose che non andavano bene", suggerimenti che
nella risposta Giacomo promette di prendere in considerazione, ma che di fatto
non sono mai accolti. La pubblicazione dei Dialoghetti di L. è causa di
attrito fra padre e figlio. Giacomo Leopardi si trovava a Firenze:
nell'ambiente iniziò a circolare la voce che fosse lui l'autore dell'opera,
espressione delle tesi reazionarie, cosa che egli fu costretto a smentire
seccamente sul giornale Antologia di Vieusseux. Si sfogò poi per lettera con
l'amico Melchiorri: «Non voglio più comparire con questa macchia sul viso.
D'aver fatto quell'infame, infamissimo, scelleratissimo libro. Quasi tutti lo
credono mio: perché Leopardi n'è l'autore, mio padre è sconosciutissimo, io
sono conosciuto, dunque l'autore sono io. Fino il governo m'è divenuto poco
amico per causa di quei sozzi, fanatici dialogacci. A Roma io non potevo più
nominarmi o essere nominato in nessun luogo, che non sentissi dire: ah,
l'autore dei dialoghetti.» In toni decisamente più miti ne scrive poi a
L. il 28: «Nell'ultimo numero dell'Antologia... nel Diario di Roma, e
forse in altri Giornali, Ella vedrà o avrà veduto una mia dichiarazione
portante ch'io non sono l'autore dei Dialoghetti. Ella deve sapere che attesa
l'identità del nome e della famiglia, e atteso l'esser io conosciuto
personalmente da molti, il sapersi che quel libro è di Leopardi l'ha fatto
assai generalmente attribuire a me. E dappertutto si parla di questa mia che
alcuni chiamano conversione, ed altri apostasia, ec. ec. Io ho esitato 4 mesi,
e infine mi son deciso a parlare, per due ragioni. L'una, che mi è parso
indegno l'usurpare in certo modo ciò ch'è dovuto ad altri, o massimamente a
Lei. Non son io l'uomo che sopporti di farsi bello degli altrui meriti. [
L'altra, ch'io non voglio né debbo soffrire di passare per convertito, né di
essere assomigliato al Monti, ec. ec. Io non sono stato mai né irreligioso, né
rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principii non sono
precisamente quelli che si professano ne' Dialoghetti, e ch'io rispetto in Lei,
ed in chiunque li professa in buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io
dovessi né debba né voglia disapprovarli.» Nelle ultime lettere Giacomo
esprime la volontà di rivedere il padre, passando dai toni formali a quelli
affettuosi ("carissimo papà" nell'ultima lettera). Monaldo
sopravvisse 10 anni al figlio. L'incompatibilità fra i due rimaneva però ancora
evidente otto anni dopo la morte di Giacomo, non accettando lui le idee
areligiose del poeta; la sorella di lui, Paolina, scriveva a Marianna
Brighenti: «Di Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più
che mai tutto quello che di lui veniva fatto di sapere, come di quello che non
combinava punto col pensiero di papà e colle sue idee. Pertanto, non abbiamo
fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere, e quando le abbiamo
comprate le abbiamo tenute nascoste e le teniamo ancora, acciocché per cagion
nostra non si rinnovi più acerbo il dolore.» Su richiesta dell'ultimo
amico di Leopardi, Antonio Ranieri, pochi giorni dopo la morte del figlio,
Monaldo gli spedì un Memoriale con cenni biografici su Giacomo, con aneddoti e
curiosità, in cui si avverte il dolore per la rottura fra i due e l'incapacità
del padre di capire la direzione intrapresa dal figlio; il Memoriale si
interrompe: "Tutto ciò che riguarda il tratto successivo è più noto a Lei
che a me", scrive infatti. Nonostante ciò, Monaldo piangerà con dolore la
perdita di Giacomo, al punto che quando redigerà il proprio testamento, alla
settima volontà scrisse: «Voglio che ogni anno in perpetuo si facciano
celebrare dieci messe nel giorno anniversario della mia morte, altre dieci il
giorno 14 giugno in cui morì il mio diletto figlio Giacomo. Manetti, Giacomo L.
e la sua famiglia, Bietti, Milano. La famiglia Leopardi è protagonista del
romanzo fantastico di Michele Mari Io venìa pien d'angoscia a rimirarti. L., di
Sandro Petrucci Monaldo In viaggio per
Leopardi, Leopardi fu chiamato alla collaborazione a tale rivista dal suo
fondatore, il Principe di Canosa Antonio Capece Minutolo. Giacomo Leopardi, Carissimo Signor Padre.
Lettere a Monaldo, Venosa, Osanna ed., Giacomo Leopardi, Il monarca delle
Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo Leopardi, Graziella Pulce,
introduzione di Giorgio Manganelli, Milano, Adelphi,Monaldo Leopardi. La
giustizia nei contratti e l'usura. Modena, Soliani, Monaldo Leopardi,
Autobiografia, con un saggio di Giulio Cattaneo, Roma, Dell'Altana ed., Antonio
Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, Mursia ed., (L'ultimo amico del poeta narra di un suo
incontro con Monaldo mentre era di passaggio a Recanati). Monaldo Leopardi,
Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni, Fede et Cultura, L.,
Dialoghetti sulle materie correnti e Il viaggio di Pulcinella, in, L'Europa
giudicata da un reazionario. Un confronto sui Dialoghetti di Monaldo Leopardi,
Diabasis, Raponi, Due centenari. A proposito dell'autobiografia di Monaldo
Leopardi, Quaderni del Bicentenario. Pubblicazione periodica per il
bicentenario del trattato di Tolentino, n. 4, Tolentino, Giuseppe Manitta, L..
Percorsi critici e bibliografici, Il Convivio, Anna Maria Trepaoli, Gubbio, i
Leopardi, Recanati: un legame da riscoprire, Perugia, Fabrizio Fabbri editore, Pasquale
Tuscano, Monaldo Leopardi. Uomo, politico, scrittore, Lanciano, Casa Editrice Rocco
Carabba,, Giacomo Leopardi Leopardi (famiglia) Pierfrancesco Leopardi. Monaldo Leopardi, su Treccani Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ferretti, Monaldo Leopardi, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Corno, L. in Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Monaldo Leopardi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo
Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.
Opere di Monaldo Leopardi, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di
Monaldo Leopardi,.Dizionario del pensiero forte, IDISIstituto per la Dottrina e
l'Informazione Sociale, sito "alleanzacattoliga.org". Il conte
Monaldo Leopardi. Monaldo Leopardi, conte di San Leopardo. Cf. Il Leopardi
anti-italiano. che
dopo questa vila comincia un'altra vila, bisogna ripudiare lulli isofismi elutte
le menzogne della filosofia. Queste sono le norme del saggio, questi sono i
doveri del galantuomo, e queste sono le verità proposte, dimostrate e
raccomandate dalla Voce della Ragione. FILOSOFIA Ponam Civitatem hanc in
stur em etinsibilum. La Filosofia e il Cervello. La Filosofia.Già vihodelto chedo
potanti anni di fatiche e di pensieri per accomodare il mondo a mio modo,
questo veccbio con serva ancora certi suoi pregiudizi, e non trovo in esso una
sola cillà la quale sia in lutto e per tullo secondo le mie regole
e secondo il mio cuore. Perciò ho risolutodi fabbricarpe una nuova, e chi
sa che a poco a poco non diventi la capitale di un grande impero. Cer. Tutto
questo va bene, e polete fabbricare e fondare quanto volete, ma come ci entro
io con le vostre fabbriche e con le vostre fondazioni? Fil.Oh Diavolo! volete
che la filosofia vada avanli in una impresa similesenza cervello? LA
CITTÀ a DELLA Il Cervello. In somma, si può sapere cosa volele da me? Cer. Finora
avele sempre operalo senza di me, e potete seguitare a procedere da pazza. Cer.
Fin quì non dite male, ma alla fine dei conli che giudizio è questo vostro con
cui volete mandare sollosopra il mondo? Fil. Oh bella, ognuno ba i suoi gusti,
e de gustibus non est disputandum. Epoiiode sidero diguastare il mondo, perchè
voglio àca comodarne un altro meglio di questo. Cer. Vi darà poi l'animo di
fare un altro mondo migliore del primo? Fil. Proviamoci: cosa sarà? Non si
tratta poi di una gran cosa, e se non riesceci penserà chi vuole. Via
cervellaccio mio, ve nile con me e datemi una mano a fabbricare “Filosofopoli”.
Già adesso non avete altro da fa re, perchè nessuno vi vuole; e al mondo si fa
tutto senza di voi. Cer. Anche questo è vero, e giacchè non si trova più a
campare coi savi sarà meglio accomodarsi al servizio dei malti. Fil. Bravo,
bravissimo. Vedrele che bella città stabiliremo assieme. Ha da essere il regno
della età dell'oro, il paese della cuccagoa, e la vera meraviglia del mondo.
come in addietro, senza curarvi neppure adesso della mia compaggia. Fil. Chi lo
dice che ho operato da pazza e senza cervello? A buon conto io chevole. va
guastare il mondo l'ho mandato sotto sopra, e quelli che avevano obbligo é
desiderio di conservarlo lo hanno mandato e lo mandano soltosopra peggio di m
e. Chi vi pare dunque cbe abbia più cervello, chi guasta quello che vuol
guastare, o cbi guasta quello che vuol conservare? Fil. Oh per questo non
dubitale. Sono cent'anni che ho mandalo fuori gli editti e saccio mille smorfie
per chiamare la gente, co me fa la civella sul mazzuolo per uccellare i
merlolli ; sicchè gli abitatori di “Filosofopoli” non potranno mancare. Anzi
ecco qualchedu. no che si avvicina. Meltiamoci dunque sul sodo, e incominciamo
le nostre operazioni filosofiche e cervello liche. La Filosofia, il Cervello e
il Governo. La Filosofia. Chi siete e cosa volete? Gov. Quanto a questo farete
quello che vi pare, ed io starò nelle vostre mani a rice. vere quella forma che
vorrete darmi, come l'argilla in mano dello stovigliere. Già oggi Cer.
Chi verrà poi ad abitare in questa nuova città ? Il Governo. Io sono il
governo,e domando di essere ammesso nella vostra nuova città, perchè immagino
che non vorrete stabilirla senza governo. Fil. Sicuro che un poco di governo ce
lo vogliamo, almeno pour bien séance, e per servire alle apparenze,e alle
formalilà come l'apparatura nelle feste. Ma intendiamoci bene ; noi non
vogliamo un governo all'antica, il quale pretenda di governare davve ro, ma
bensì un governo filosofico; e vale a dire un ombra, un simulacro, un brodo di
ranocchie e niente di più. questa è una cosa da nulla, ed è più facile
preparare un governo che lavorare un boccale. Fil. E bene ; nella cillà e nel
regno di “Filosofopoli” la vostra forma sarà quella di una monarcbia. Cer.
Bravo! quesla scelta mi piace perchè il governo monarchico è il più naturale e
il più semplice, ed è ancora il più robusto di tullj . Fil. Oibd, oibù ; se
fosse questo non vor remmo saperneniente, e si vede bene che voi v'intendele
poco di filosofia, e non avele una giusta idea del mondo nuovo. Nel mondo
vecchio i monarchi erano certamente forti, rispettatietemuli, perchèsostenevano
diavere ricevuto il loro potere da Dio, e nessuno si azzardava di slendere la
mano contro una au lorità la quale si riputava stabilita per diritto divino. Ma
nel mondo nuovo i monarchi si contenlano di regnare per grazia e volere del
popolo,ricevonoilsalario esilasciano incar. tare dal popolo e conseguentemente
devono essere il trasiullo e lo scherno del popolo.Il governo monarchico
adunque,lavoralo secon do le regole della filosofia, riesce ilpiù comodo e il
più leggiero di tulli, e i filosofi si adallano a lasciarsi governare da un re
falto dal popolo, perchèchipuòfarepuò guastare, ed è più facile sbalzare dal
trono un monar. ca costituzionale, che licenziare dal servizio un gualtero di
cucina.Sentite dunque signor governo, e imparate bene cosa ha da essere il
governo monarchico nella cillà e nel regno della filosofia. Fil. Prima di
tutto, il re ha da essere un re di carta, o vogliamo dire che tulta la sua
autorilà deve consistere in un pezzo di carta, esso medesimo deve riconoscerla
tutta intiera dalla carta, e guai a lui se si allontana un capello da quella
carta. Fil. Inoltre non deve pretendere di dettar le leggi, ma deve riceverle
belle e fatte dalla nazione;e,se si tratti di farne delle nuove, gli è permesso
di mandare i suoi ministri a sfiatarsi e raccomandarsi nella camera dei d e
putati, ma alla fine deve sempre cedere alla voloplà della camera. Quando poi
la camera ha fatto una legge e il re l'ha soltoscritta per amore o per forza, e
per una semplice for malità, sua maestà di carta deve subito pi gliare la
frusta e andare in piazza a menare le mani facendo eseguire idecreti del
popolo. Gov. Benissimo. Fil. Di più non deve impicciarsi nè bene nè male con la
giustizia,e deve lasciare che i giudici facciano di ogni erba un fascio senza
essere ripresi e molestati da nessuno.Anzi se l'istesso monarca cittadino
riceverà una coltellala ovvero una schioppeltata non potrà far altro che dare
una querela a quell'imper linenle,ese igiudici condanneranno coluia tre giorni di
pane e acqua, il re dovràam mirare e ringraziare la imparzialità e la se verità
della giustizia. Gov. Benissimo. Gov. Dile pure, che iosono qui a ricevere
i vostri comandi. Gov. Benissimo. Fil. Similmente il monarca filosofico
costi. tuzionale non avrà l'ardire d'imporre nessu na tassa, e di toccare un
quattrino senza il beneplacito e la licenza del popolo. Quando ci sarà bisogno
di denari per l'andamento del go verno anderà a domandarli come un pitocco alla
cainera dei deputali, e dopo ricevuli li spenderà bene o male,che questo
importa poco, e sulla revisione dei conti non si guarda tanto in sollile.Se
però la camera non vorrà darglieli,lascerà che il governo cammini da per sè
stesso, e resterà colle mani incrociale sul petto come fa il cuoco, allorchè il
pa drone non gli dà iquattrini per fare la spesa. Fil. Per ultimo se qualche
volta il popolo vorrà divertirsi un poco con sua maestà, ac . compagnandolo con
le fischiate ovvero con le sassale, dovrà averci pazienza, e se anche in una
giornata gloriosa il popolo vorrà strac ciarelacarta,cambiare la dinastia,edi
scacciare il re con tutta la sua maestà e la Gov. Benissimo. Fil.Siccome
poi lacartaaccordaalmonar ca il diritto di far grazia, il re cittadino de ve
sapere che quel dirillo gli viene accordato per burla, e che egli pad usarne
soltanto a beneplacilo e a capriccio del popolo. Percið se itribunali
condanneranno giustamente uno scellerato il quale sia benveduto dal popolo, sua
maestà di carta lo dovrà liberare, e se condanneranno ingiustamente un
innocente malveduto dal popolo, sua maestà di carta dovrà farlo impiccare. Gov.
Benissimo. sua inviolabilità, il monarca cittadino dovrà andarsene col bordone
in mano, e avere di caro e grazia di salvare la pelle,perchè alla five dei
conti nell'impero della Filosofia la careta, il trono, il governo, tutto è del
popolo, e ilmonarca costituzionale è un bawboccio vestito dareper servire di passatempo
al popolo. Gov. Benissimo,benissimo,ameraviglia;e vado subito nella cillà a
preparare uo trono di cartone per Pulcinella l.monarca cittadino di “Filosofopoli”.
Fil.Cosa nedilecompare Cervello? Vi pare cbe abbiamo stabilito una monarchia
vera mente solida, dignitosa e utile al buon reg gimento dei popoli? Fil. Sappiatechecisivapensando,eforse
col progresso dell'incivilimento si troverà il modo di fare una macchina che
muova la le. sta e ci serva da re,senza bisogno di pagare un re cilladino, il
quale non è poi tanto a buon mercato quaplo si crede. Intanto però bisogna
contentarsi di un re costituzionale, fin. chè non si può averne un altro lutto
affallo di legno. Ma zillo che si accosta altra gente per veoire a populare
ilregno della Filosofia. Cer. Mi pare cbe quando i monarchi filo sofici
debbano essere lavorali sopra queslo m o dello, un re dipinlo,ovvero un re di
paglia potrebbe servire nello stesso modo. La Filosofia. Chi siete, e cosa
volete? La Giustizia. Io sono la Giustizia e domando di essere ammessa nella
vostra nuova cillà. Fil. Cosa ne dite compare Cervello ? non si potrebbe fare a
meno di questa femmina? Fil. Alcuni litiganti, i quali hanno inolla pratica dei
tribunali,mi banno assicuratoche considerando bene certe giustizie presenti, sa
rebbe meglio cavare a sorte la vincita e la perdita delle cause,ovvero
giuocarsi alla morra il torto e la ragione. Così almeno si ri sparmierebbero le
spese. Cer. Con questo metodo pazzo e scellerato si confonderebbero il giusto
con l'ingiusto, l'innocente col reo,e il galanluomo con l'as sassino. Giu .
Parlate pura giacchè sono venula a p La Filosofia, il Cervello, a la
Giustizia.Cer. Come! vorreste stabilire una città ed un governo senza tribunale
e senza giustizia? Fil. Questo sarebbe poco male perchè ora mai lulle queste
cose sono tanto confuse che non se ne raceapezza più niente. Considero però che
se non ci fosse qualche cosa,chia mata giustizia, gli avvocati e i procuratori
resterebbero in camicia, e questo non si ac comoderebbe con le idee filosofiche
sulla dif fusione dei godimenti e dei beni.È d'uopo dunque per un altro poco
adattarsi al siste ma antico, e perciò venile avanli madonna Giustizia e
facciamo i nostri palli. posta per imparare cosa deve essere la
giu. stizia nel paese della filosofia. Fil. Prima di tutto lenetevi bene in m e
n te che i liberali tauto palesi come occulli non devono avere mai lorlo,e la
giustizia deve essere una vera cortigiana consacrata e ven. dula sfacciatamente
al servizio dei liberali. Giu.Benissimo,ed io mi venderò e mi prostituiròin verecondamente
per compiacere iliberali.Ma ditemi un poco:come ho da fare per favorirli nelle
cause, quando stan no evidentissimamente dalla parte del torto ? Giu. Quei
giudici però i quali procederan no con ingiustizia manifesta potranno essere
discacciati e puniti. 102 re che questo non è proibilo ; e non manca il
modo di stancare e assassinare un povero liligante buttando la polvere sugli
occhi al mondo, e sostenendo che si opera per la giustizia.Se però qualcbe
volta vi troverelealle strelle, rinunziale pure a qualunque pudo re,invocate
ilnome di Dio,egiudicatenel nome del diavolo,purchè la villoria sia sem pre
assicurala per i liberali. pu. Fil. Finchè potete conservare cerle appa renze e
salvare la capra e l'orto, falelo Fil.Non dubitatediquesto,eigiudicinon temano
di niente quando sono protetti dai liberali. Primieramenle nel regno della filo
sofia i giudicisono una potenza assolutache non dipende da nessuno ; e poi i
liberali si mellono per tutto, e coperlamente, ovvero scopertamente comandano
in lulli i dicasteri, sicchè alla fine del conto lutto si fa a modo
loro, e a chiunque la prende con essi toc cano sempre la mazza e le
corna. Giu.Ho capilo: e lasciatevi servire.Segui tale pure la vostra lezione.
Fil. Inoltre se s'incontrano a litigare un uomo indifferenle e un inimico dei
liberali, dale sempre ragione all'uomo indifferente an corchè fosse uù
ruffiano, ovvero un capo la dro, e date sempre lorlo agl'inimici dei li. berali,
acciocchè quesla capaglia impari a rispettare la filosofia e la liberalilà.
Fil. In questi casi potete consollare i vo stri affelli privali, ovvero
ilvostro interesse; potete farvi merito con qualche Ciprigna ;e in somma fale
pure quello che vi pare, che alla filosofia non gliene importa niente.Cosa ne
dile compare Cervello ? Fil.Questo sarebbe un partito troppo gras. so per i
galantuomini i quali giuocherebbero alla pari,enelregno filosoficoiliberalihan.
no da godere sempre qualche vantaggio. A vete capito bene madonna Giustizia ?
Giu. Ho capito anche questo e non mi al lonlanerò dai vostri suggerimenti : ma
come si dovrà procedere in parilà di circostanze o sia quando s'incontrany a
litigare due uo. mini indifferenti, ovvero due liberali ? Cer. Vedo bene che
hanno ragione quelli iquali desiderano, che ildirillo eiltorlo si estraggano
allasorte oppure vengano giuo catiallamorra.Difalliquando la Giustizia non ha
da essere veramente giustizia è m e glio ridurla al giuoco della bianca e della
nera . Giu. Ho capito benissimo,e fascialevi per servire. E nelle cause
criminali come dovrò regofarmi ? Fil. Generalmente parlando lenele sempre per
la parte dei malfaltori,e ricordalevi che nel regno della filosofia non si
vuole la m a n naia del boia, e piuttosto si gradisce ilcol tello degli
assassini. Se la giustizia dovesse essere quella di una volta non si trovereb
bero le gloriose giornate, e noi vogliamo sla re allegramente, e non vogliamo
morire di malinconia. Nei casi poi particolari regolate vi come vi bo già detto
per la giustizia ci vile. Se alcuno abballe una croce, Salegli grazia eseun altroguardatortolabaq
diera di tre colori, ammazzatelo.Se uno be stemmia ovvero calpesla il
Sacramento, te. neteloin prigione mezz'ora,quando pon pos siate faredimeoo; eseunaltrodicemez
za parola contro la carta, fatelo fucilare. Se laluno prende a calci un prete,
un frale, vescovo dite che non ci è luogo a procedere; e se i preli, i frali, i
vescovi negano la se poltura ecclesiastica a qualche scomunicato mandateli in
galera o fateli scorticare.Se il re viene accusato a dirillo,o a torlo di ave
re fatto una sconcordanza, caccialelo in esi. lio, ovvero tagliategli la testa,
e se ilpopolo prende a sassale il re e si ribella contro il re, distribuite le
pensioni e le decorazioni ai capi dei sollevali. In somma regolatevi in modo da
far conoscere che nel regno del la fi'osofia tutto è permesso fuorcbè toc care
colla puola delle dila i liberali e la fi Giu . H o capitotullo benissimo,
e vado a stabilire i tribunali e a portare in trionfo la giustizia nel regno
della filosofia. Fil. Vedo bene compare mio che i miei ordinamenti fondamentali
non incontrano trop. po il vostro genio; ma finchè sarele un cer vello
all'anlica tullo pieno di pregiudizi, nonvimetterele livellocoilumidelsecolo, c
non potrele figurare nel regno della filoso. fia. Speriamo però che a poco a
poco ancho il cervello perderà il cervello, e allora le dottrine e le pratiche
della filosofia si diran no regolale col cervello. Fraltanlo diamo u. dienza
agli altri che vengono per abitare nel. la nostra nuova cillà. L a Filosofia,
il Cervello e la Proprietà . La Filosofia. Certamente ebe nel inio regno ci
hanno da essere i proprielari,ma anche 105 1 losofia. Se poi talvolta
doveste per rispetto umano proferire qualchecondanna nou viaf fliggete per
questo, perchè ire dominati na. scostamente dai liberali faranno sempre la
grazia, e non ci sarà mai pericolo, che la scure del manigoldo ardisea di
toccare il col lo di un liberale. La Proprietà. Io sono la Proprietà e vengo a
stabilirmi nel vostro puovo impero,imma ginando che anche nel vostro regno ci
do. vranno essere i proprietari, e non vorrela che sia pieno lullo quanto di
mascalzoni. Pro. Mi pare cbe non ci sia gran cosa da rinnovare intorno
alla proprietà, e lulle le leggi devono consistere in questo, che ognu. no
possa tenere e godere tranquillamente ilsuo. Fil. Sopra cid ci sarebbe qualche
cosa da dire, m a siccome ancora non siamo arrivati al punto, basterà stabilire
per adesso alcu ne misure e alcuni miglioramenti preliminari. Cer. E che !
vorreste forse che nei vostri paesi la proprietà non fosse più proprietà,e il
proprietario non fosse più il padrone delle proprie sostanze? Cosa pensereste
di fare per introdurre nel vostro nuovo impero anche questo sproposito ? Fil.
Si potrebbe benissimo stabilire una di visione generale dei beni ovvero una
legge agrarja, intorno alla quale sono già tantise. coli che sospirano lutti i
disperati e tutli i falliti del mondo,ma per quanto la filosofia propenda per
questo partito definitivo, l'in civilimento ancora non è giunto al segno, e il
mondo non è ancora maluro per tanta fe licità. Basta dunque per ora che tutte
le leg gi, tutti i regolamenti e tutte le pratiche go. vernative tendano a
procurare lamaggiordif fusione de'beni. Pro. Cosa si avrà da fare perchè i beni
si diffondano e diventino come una nebbia di cui abbia ognuno la sua porzione
uguale ? 106 voi signora Proprietà dovrete adattarvi alle regole
fondamentali della Olosofia, Fil. Parlando in generale si deve sempre avere in
mira di spogliare iricchi,i signori e i benestanti; e di arricchire
i cialtroni, e a questo scopo salulare e filosofico devono essere sempre
diretle la politica e l'arte dei governanti. Parlandopoi inparticolare,a desso
vi dard alcuni precetti con l'osservanza dei quali si è fallogià ungrancammino,
e si arriverà quanto prima all'incivilimento completo del genere umano. Cer.
Stiamo a sentire queste altre filosofi cbe buscarale. Cer.E che bene verrà da
questo volontario dissipamento? Fil.Ne verranno due risultati filosofici di una
importanza incredibile. Primieramente il governo scialacquando il denaro dello
Sta to senza misuraesenzagiudizio,dovrà imporre tasse gravissime, e siccome
alla fi ne Fil.Prima di tuttosideve ingannareilgo verno per farlo spendere
come un matto e butlare iquattrini da tutte le parti, inducen dolo a fare tutti
gli spropositi possibili e a scegliere tuiti imodi di amministrazione più
rovinosi e più dispendiosi. dei conli le tasse si pagano sempre da chi ha,il
denaro delle tasse levato per forza a chi ba >, anderà naturalmente in mano
di chinonba, conchela diffusione dei beniver rà egregiamente
aiutata.Secondariamente poi con questo scialacquo del pubblico denaro, e con
questo scorticamento dei benestanti si dif fonderà immancabilmente il
malcontento nel popolo,e la filosofiaci avrà un gusto matto, perchè di un
popolo scontento si fa presto a faroe un popolo liberale e ribelle. Avele ca
pito,signora Proprietà? Pro. Ho capito a meraviglia, e passate ad
un altro precello. Fil. Il secondo precello filosofico consiste in questo, che
bisogna stabilire nello Sta. to un diluvio veramente spaventoso d'impie gati
ancorchè sieno inutili e non debbano far altro che grattarsi la pancia e
divorare la so stanza della nazione.Più ce ne sono e più bi sogna amniellerne;
e invece di pigliare a calci nelle natiche tulta quella canaglia che asse-, dia
le anticamere, perchè si oslina a voler vivere nell'ozio e nella opulenza a
spalle dei mincbioni, se gli impieghi non bastano per contentare lulli questi
parassiti bisogna crear ne degli altri.Fra i postulanli poi sidevono sempre
preferire i più indegni, i più asini e i più lemerari, e così si deve correre
ra pidissimamente verso la diffusione universale dei beni, e verso il
perfezionamento filoso fico della civillà. Cer. Quelli però che governano lo
Stalo non si contenteranno che venga così manomesso e saccheggiato . Fil. Messo
in molo una volta l'appelilo de. gli ingordi e dei poltroni, diffusa l'idea che
tulli gli sfaccendali e spiantali devono mantenersi a carico dello Stato, e
rotto l'argi ne al torrenle scandaloso delle raccoman . dazioni, igoverni e i
ministri del governo verranno strascinati da quella piena, e non potranno più
impedire l'assassinio di tutte le proprielà e ladiffusione dei beni.La più
bella di luttesarà poi,cbe quellistessi,iqualide clamano contro questo
disordine e sono vera 108 mente affezionati allo Stato, daranno
mano al l'assassinio economico dello Stato. Imperciocchè tutli i grandi hanno
la loro affezioncella pri vata,ed hanno qualcheduno che li mena pel paso sicchè
in gražia della affezioncella e del condottiere nasale, lulli metteranno avanti
qualche loro protello, tutti diranno che quella è la eccezione della regola, e
tulli"daranno mano perchè la pubblica finanza si dilapidi sempre di
più.Costui dovrà essere provvedulo perchè altempo delle rivoltenonsi è rivol
tato, e colui che si adoperò per fare una ri voluzione deve essere provveduto,
acciocchè non simaneggiper farneun'altra;questode ve essere impiegalo perchè
furono impiegali ilpadre,ilnonno eilbisnonno,e lasua fa miglia ha acquistato il
privilegio di vivere a spalle del pubblico, e quello devee ssere impiegato
perchè non ebbe mai niente, e non è dovere che nel giorno della cuccagna un
galantuomo rimangacoldenteasciulto.Ilme rito dell'individuo e il bisogno dello Stato
non dovranno contarsi per niente; le petizioni, i clamori e le raccomandazioni
assordiranno l'aria; il ministero non saprà più dove dare la testa,e le
sostanze di chi ha anderanno per amore o per forza, a depositarsi nella pan cia
di chi non ha. Pro. Vedo bene che questo sarà un ottimo metodo per operare la
diffusione dei beni, o sia per assassinare le proprietà del pabbli co e dei
privali;ma se mai la multiplicazione inutile degli impieghi non bastasse per sa
- tollare l'ingordigiadi tutti gli infingardi e sfacciali, non vi sarebbe
qualche altro modo da contentare questa povera gente ? Fil. Sicuramente che ci
è un altro modo ancora più efficace del primo, e questo con siste
nell'acconsentire senza riserva a tutte le invereconde domande delle pensioni e
delle giubilazioni. Appena un impiegato vuole ri tirarsi a casa per vivere da
vero poltrone, e produce l'altestato di un medico per provare che patisce di
pedignoni ; ovvero di raffred dori, non importa che quel pelulante abbia
prestato un servizio di pochi mesi,non im porla che sia un giovanotto, ovvero
un uomo sano e robuslo ; e non importa che lascian do un impiego per mentita
impotenza, assu ma poi sfacciatamente altri incarichi più la boriosi dei primi,
ma subito sideve m a n darlo a casa accordandogli la giubilazione ri chiesta,
con che si ottiene il doppio vantag gio di sprecare quella ginbilazione, e di
avere un posto vacante per provvedere un altro pro tello affamato.Le mogli
poidegli impiegati, i figli degli impiegati, le sorelle degli impie gali,le
mamme e le nonne degli impiegali, gli amici e le amiche dei grandi e dei con
dottieri nasali dei grandi, e sino le zitelle, le vedove e le vecchie,
pericolate, perico lose, e pericolanti, tulli e tulle devono ave. re una
pensione veramente sprecata,e lulli devono vivere a spalle dello Stato.E avver
tite bene che secondo gli stabilimenti della fi losofia i salari degli impieghi,
e le pensio ni,e legiubilazioninondevono ridursiapic cole cose baslevoli
soltanto a mantenere la vila nella frugalilà,ma gl'impiegati,igiubilati, e
i pensionati devono sguazzare e scialare, d e vono andare in carrozza o almeno
in carret tella, e devono fare i fichi in faccia ai po veri contribuenti
annichiliti e distrulli per la diffusione filosofica dei beni e della
proprietà. Pro. Questi sono gli stabilimenti veramente grandiosi e giganteschi,
e ci voleva proprio un Ercole per immagioare un modo così pron lo per
sconquassare da capo a fondo la pro prielàe mandareperariauno stato.Suppon go
che basteranno queste pratiche e che non avrele altriprecelli da darmi per
operare la diffusione dei beni. Fil.Questi metodi sono senza dubbio effi
cacissimi;ma sitrovaancoraqualchealtra ricelta per arrivare più presto alla
dirama zione e livellazione filosofica dei beni,o sia al disfacimento generale
della proprietà.Una tas sa, per esempio, pazza e spropositata per le funzioni e
le competenze dei notarie dei pro curatori servirà a maraviglia per disossare a
poco apocoilitigantifacendo passareleloro sostanze nelle tasche dei difensori,
e ridurre isignori a piedi mandando incarrozzaino. tari,gli avvocali e i
coriali; e così di mano in mano vi anderd dando aliri non meno gio vevoli e
preziosi suggerimenti. Fraltanto vi raccomando di non perdere di occhio le
casse di risparmio, le quali oggi sembrano una cosa da niente, ma coll'andare
del tempo potrebbero essere di grande uso permettere il mon dosottosopra
mantenere il livellamento sociale. Fil. Sicuramente;equantunque l'artifi
zio sia un poco sollile,potevate sospellarne, vedendo tanto raccomandate queste
cose dai raccomandatori perpetui della filosofia. Udite. mi, siguor Cervello, e
imparate come pen sano quelli che hanno cervello.Idenariche si vanno
depositando dalla plebe nelle casse di risparmio non devono tenersi morti in
quelle casse, m a devono investirsi dandoli a frullo con le convenienti
ipoteche sopra le sostanze possedute dalla proprietà, perlochè ogni b a iocco
depositato nella cassa da un ciallrone diventa un debito della classe dei
propriela rii verso la classe dei cialtroni. Finchè sare mo nei principi gli
effetti di questa mano vra non saranno sensibili,ma quando lecasse di risparmio
avranno un capitale di più m i lioni, e saranno creditrici di tutti i proprie
tari e ancora dello stato, allora si manife steranno le forze di questa nuova
occulta p o tenza,allora si vedranno compenetrale in quel le casse tulle le
proprielà, e allora si toc cherà con mano che la classe dei ciallroni è
diventata la vera padrona delloStato.Soccor. rere adunque i poveri con
elemosine propor zionate, stabilire imonti d'impreslito per aiu. larli nei loro
bisogni,e ricoverarli nell'ospe dale quando languiscono infermi, queste sono le
opere della prudenza e della carità ; ma dichiararsi i fattori e gli economi di
talli i pezzenti, aprire un salvadenaro ovvero una Cer.Come!ancbe lecasse
di risparmio so no un mezzo filosofico per arrivare alla dif fusione dei beni
? a banca per il moltiplico di tutti i mezzi ba iocchi risparmiali alla
bellola ovvero rubati nelle bolteghe, e aiutare la feccia della plebe, perchè
monti a cavallo sul collo delle clas si elevate e diventi formidabile agli
stessi go. verni, questo è propriamente secondo la dol trina della diffusione
del potere e dei beni, ed è la vera quintessenza della filosofica malignità.
Cer. Confesso il vero che mi avele sor preso, e non credeva cbe la filosofia la
sa. pesse tanto lunga, e pensasse di assassina re il mondo anche sotto pretesto
di fare la carità ai poverelli. Ma in conclusione quali saranno i vantaggi
sociali che proveranno da questa dilapidazione universale della proprie tào
vogliamodiredalladiffusionedeibeni? Fil. Compare mio,chiunque sitrovaco. modo
non cerca di mutar posto, 3 e così quelli che stanno bene ed hanno molto da
perdere non sono mai gli amici delle ri volte. Inoltre le ricchezze acquistate
onesla mente e stabiliteda più generazioni nelle fa miglie nobili e benestanti,
rendono per l'or dinario ereditarie in quelle famiglie la buo na educazione e
la buona morale, il deside rio dell'ordine, l'altaccamento al governo e la
considerazione del popolo; e perciò finchè quelle famiglie non sarannoavvilite
e degra date dalla miseria, sarà sempre difficile sol levare il popolo, sovvertire
l'ordine, distrug gere i governi e corrompere totalmente la moralee icostumi della
nazione. Quando però tutte le proprietà sarango livellate, o per meglio
dire quando lulli isignori saranno spiantati; quando le famiglie patrizie e le
classi superiori ridotle incamicia saranno diventate il ludibrio dei mascalzoni
; quan : do sarà scomparsa ogni idea di dignità e di rispello; quando tutti o
quasi tulli a. vranno da guadagnare nei torbidi e nei su surri e quando infine
tolta la barriera della ricchezza e della nobillà, o vogliamo dire tolta la
barriera della aristocrazia, le sassate della plebe potranno arrivarea diril
tura alla'cervice dei re, allora tulto il mondo sarà un perpétuo bordello, sarà
più faci le fare una rivoluzione che cambiarsi un v e stilo, e le gloriose
giornate saranno sempre a libera disposizione della filosofia. Questo e non
altro è quello che si cerca procurando la diffusione dei beni, o vogliamo dire
l'as sassinio di tutte le proprietà. Fil.Capisco quello che volele dire,
ma Cer. Certo che I vostri proponimenti no veramenti giudiziosi e benefici,ed
il ge nere umano vi deve essere sommamente ob bligato che lo abbiate acconciato
per le fesie ; ma in ogni modo levale le proprietà ai possessori presenti
passeranno in di altri; a poco a poco si formeranno altre ricchezze,sorgeranno
nuove famiglie, si costi tuiranno di nuovo le classi distinte e l'aristo
crazia,e ladiffusionedeibeni,ossial'assassi nio filosofico della socielà, non
potranno es sere permanenti e durevoli, perchè l'egua glianza delle proprietà è
in opposizionecon gli ordinamenti della natura. sfasciata da capo a fondo
una casa ci vuole il suo tempo per edificarla di nuovo, sì quando avremo
subissata ben beno la società, non si polrà riorganizzarla in un giorno ; e ci
saranno disordini e pianto per tutti quelli che vivono e per i figliuoli di
quelli che vivono. Sterminate le famiglie il lustri e potenti, degradate le
educazioni e i costumi, distrutte nelle menti del volgo le idee e le abiludini
del rispetto, tolte le proprie là agliattuali possessori per metterle nelle
mani degli usurai, degli ebreie deipidoc. cbiosi arriccbiti, e consegnato il
dominio del mondo all'arbitrio dei sanculotti, non baste ranno cent'anni per
ristabilire le cose, e la filosofia non avrà fatto poco se avrà polulo
assicurare il bordello, il susurro, e la m i seriadi un secolo.Quanto poi ai
secoli successivi, speriamo,che anch'essi avranno iloro filosofi, e non
mancherà chi pensi alla futura prosperità del mondo. Orsù dunque,madama
Proprietà, ci siamo iplesi. Entrate allegra mente nel mio paese, soltoponetevi
ai miei be nefici regolamenti, e ricordatevi che nel re gno
dellafilosofiasidevelavorare con lemani e coi piedi per la diffusione dei beni
e delle proprietà, o sia per assassinare tulle quante le proprielà. La
Filosofia, il Cervello, l'Insegnamento e l'Incivilimento. Fil. Ecco altre
persone che si avvanzano per venire a stabilirsi nella nostra cillà. Cer. Chi è
colui che finge di sludiare e tiene il libro a rovescio? E chi è quell'altro
talto smorfie e vezzisguaiati che rassembra un maestro di ballo? Fil. Questi
sono l'insegnamento e l'incivi limento ; sono fratelli carnali, e amici tan to
sviscerali che non vanno mai uno senza dell'altro. Cer. L'insegnamento
el'incivilimentouna volta erano persone di garbo e godevano buon nome, ma
bisogna dire che l'aria del paese della filosofia abbia la prerogativa di
corrom pere tulle le cose buone, perchè questi due cbe si avanzano hanno la
cera d'impostori e birbanti. Fil. Al contrario:questisonoilfiorede' galan l’uomini
e senza di essi non si potrebbe stabiliregiammaiil regno della Filosofia.Ve
nite avanti, signori, facciamo i nostri patti, e poi andale subito ad
ammaestrare ed inci vilire i Popoli della mia nuova cillà. L'Ins. Parlate
pure perchè noi siamo pron . fi ad eseguire tulli i vostri comandi. Fil. Prima
di tulio bisogna incomincia re dall'insegnamento, giacchè la diffusione de lumi
è quella appunto con cui si olliene Fil.Dibò,oibo.Tutti
vidico,tuttiquanti sonogliuomini, tüllidevonoessereammae strati e civili. Cer. Ma,echicifarà
poilescarpe, Fil.Oh bella! nel nostro paese come in tutti gli altri ci saranno
i calzolari, i cuochi, e i facchini. Cer. E pretendete che gliuominiinciviliti
e genlili si preslino volentieri agli uffizi bassi della società, e che anche i
guatleri, i cia vallini e i mozzi di stalla debbano essere fi. losofi,
letlerati e dottori ? Fil. Tant'è; questo è il voto prediletto della filosofia,
e senza questo non si può archi scoperà le strade, e chi attenderà alla cucina?
la diffusione della civillà.Voi dunque, signor Josegnamento, dovete mettervi in
testa d'in segnare a tutti di rendere tulti eruditi, let terati e saccenti, e
di fare in modo che non ci resti un solo ignorante e sempliciano in talla la
nostra filosofica dominazione. Cer: Piano un poco, madonna Filosofia, Voi
vorrete dire che si ammaestrino e si coltivi no nelle scienze tutti quelli che
dalla natura, dallalorocondizionee. Dagli ordinamentiso. ciali sono destinati a
trarne vantaggio e di letto per se medesimi,e a rendersiutilicol
lorosapereallasocietà; ma quantoalleclassi del basso volgo che la natura e
lacondizione destino agli esercizi rustici e grossolani, que stinon vorrete che
apprendanoquelledottri ne le quali non servirebbero ad altro che a renderli
oziosi,indocili e scontenti diseme desimi, e gravosi e molesti agli
altri. rivare alla diffusione generale dei lumi,e al
l'incivilimento universale del mondo. Cer. Facciamoci a parlar chiaro. Qualora
si giungesse ad ottenere questo incivilmenlo universale tanto raccomandato dai
vostri scon siderati seguaci, qual utile ne verrebbe per un grandissimo numero
d'individui, e qual utile ne verrebbe per tulto il corpo sociale? Fil. A dirla
schiella per moltissimi indivi dui sarebbe meglio restare nella loro rusticità
e semplicità, giacchè una infarinatura di dot trina non può servire ad altro
che ad empir- ' gli la testa di errori e a renderli scontenti del loro basso
stalo,e così la società in generale sarebbe più tranquilla col suo popolo di
vil lapi ignoranti, e col suo popolo di artegiani contenti di sapere quanto
basta al rispellivo mestiere.Quello però che conviene agli indi vidui e alla
società non conviene alla filoso fia, la quale vuole il movimento e non vuole
la quiete, vuole il susurro e lo scandalo, e non l'ordine e la tranquillità. Se
predicando l'incivilimento e la collura tutti gli uomini p o lessero giungere
alla vera sapienza, che con siste nella cognizione della verità e nel do. minio
dellepassioni;ecosìsepotesserogiun gere alla vera civillà cbe consiste nella m
o rigeratezza dei costumi e nella custodia dei modi convenevoli al proprio
grado, la filoso fia non vorrebbe saperne niente e prediche rebbe contro la diffusione
dei lumi e della ci viltà. Siccome però è certo che la grande plu ralità degli
uomini non arriva alle perfezio ni, e che ostacoli insormontabili naturali
e civili si oppongono alla troppa diffusione dei lumi e della civiltà, così
è certa che la propagazione smodera la dell'ammaestramento e dell'incivilimento
empirà il mondo solamente di mezzi dolli, di scioli, di sapulelli teme rari e
presuntuosi, iqualiappunto ci voglio no per secondare la grand'opera della
filoso fia.L'uomo grossolano e di buona fede crede più al curato che alle
pappole dei liberali,e rispellando e temendo il sovrano non pensa, neppure
quando si trova ubriaco, di essere esso stesso un sovrano.Chi non sa leggere o
non presume un poco di letteratura e di ci villà non legge le gazzelte e non
modella il suo modo di pensare sui giornali e sui liber coli della propaganda;e
senza le gazzelle,senza i libercoli e senza igiornali,come si rendereb bero
fuoridimoda iprecettideldecalogo eil calecbismo del Bellarinino ? e dove si
trovereb bero gli uomini e le sassale per atlerrare le croci,per
abballereitroni,eper fareleglo riose giornate?Vedete dunque,carocompare
Cervello,che la filosofia non opera senza cer vello, e che sa ben essa cosa
vuole quando predica la diffusione dei lumi,e della civillà. L'Inc. Orsù, non perdiamo più tempo perchè io
muoro di voglia d'incominciare la mia missione, e di andare a diffondere i lumi
e la sapienza del secolo. Ditemi piutlo sto quali scienze vi piace che vengano
inse goatea preferenza, equalilibricredeleme glio adattati per affascinare la
mente e cor rompere il cuore della gioventù. Fil. Quanto allescienze, generalmentepar:
L'ins. Ho capito bene quanto alle scienze e lasciatevi pure servire;e
quanto ai libri co me dovrò regolarmi? Fil. Tutti i libri che mettono in
ridicolo i preti, i frali, la chiesa e le pratiche della chiesa;tulli quelli
che parlano contro l'aulo rità del Papa e dei principi; e lulti quelli che
trattano scopertamente ovvero copertamen. te di materie scandalose e lascive
lusingando lando, potete secondare il genio dei giovani, purchè avvertiate
sempre di oscurargli la verità e di allerare nel loro cuore igermi della virtù.
Parlando poi specialmente, le vostre lezioni più frequenti devono essere sulla
m e tafisica e su i dirilli dell'uomo, le quali scienzc adoperate dalla
filosofia liberale riescono benissimo adattate per diffondere le dollrine
dell’empielà e per suscitare lospiritodellale. merità.Sevoinon
capilenientedimelafisica, importa poco; purchè viriesca d'imbrogliare la testa
dei vostri allievi,di farli dubitaredi fattoediridurlianonsapere,seilmondo fu
l'opera di un essere necessario, ovverouscì dai vorlicidelcaso, comeesconoilerniele
cinquine del lotto e se essi medesimi sono animali viventi, oppure ciolloli del
torrenle o ravanelli dell'orto. Così se di dirillo natu. rale e civile non ne
sapele un acca, queslo purenon importa niente, purchèivostridi scepoli
ubriacali coi vostri sofismi rimangano persuasi che la ragione delle genti
consiste nella libertà, nell'uguaglianza,nella sovrani tà del popolo e nel
diritto sacro d'insorgere contro i re e di fare le gloriose giornate.L'Ins. Ho
capito tutto a meraviglia, e vado subito a mettere in pratica le vostre
lezioni. Immagino poi che l'ammaestramento dovrà farsi sempre in lingua
volgare. Cer. Come ! Nelle scuole filosofiche non si dovrà più usare la lingua
latina? Fil. Signor no che non si deve usare, per chè questa lingua già morta è
stata abiurata e ripudiata dalla filosofia,e a poco a pocoè d'uopo sbandirla affallo
non solamente dalle scuole, madatutto il commercio letterario sociale.Che
ragioni avele voi,compare Cervello, per desiderare che venga conservato l'uso
della lingua latina? gli appelili e scatenando la furia delle pas sioni,
tutti questi libri generalmente grandi epiccoli,inversieinprosa,anlichiemo
derni, lulti sono altrettanti evangeli della filosofia, e lulti vi serviranno
meravigliosamente per diffondere i lumi, per incivilire la società, o sia per
ridurre iullo il genere umano una massa abbominevole di corruzione.Per re
golarvipoineicasi particolari voi dovete scegliere un buon giornale
letterarioilqualesia scrillo con erudizione e con grazie per ac cappiare meglio
imerlolli,ma ildicuivero fine sia la rigenerazione filosofioa, o voglia mo
direl'assassiniodel mondo. Alloraandate a colpo sicuro e non polele
sbagliare,perchè è quasi impossibile che un libro lodato da quel giornale non
abbia il suo veleno e non possa servirvi in qualche modo a sollecitare il
pervertimento degli uomini. Fil. Questo già s'intende senza nemmen o parlarne .
Cer. Le ragioni che raccomandano la con servazione e l'esercizio della lingua
latina sono mollissime, mavenericorderòdue princi pali,le quali dovranno venire
riconosciule da chiunque non abbia ripudialo l'uso della ra gione. In primo
luogo la lingua latina, essen do la lingua della chiesa e delle scienze, vie pe
inseguata e diffusa in lullo il mondo, serve a legare tutle le nazioni del
mondo coi vincoli religiosi e letterarî, civili, commer ciali e sociali. Perciò
sbandire l'uso di questa lingua universale e comune sarebbe lostesso che
rinnovare la confusione di Babele, e lo gliere alle nazioni il modo
d'iolendersi l'una con l'altra ut non audiat unusquisque vocem proximi sui. In secondo
luogo è necessario appunto l'uso di una lingua morta per custo dire le
tradizioni, i monumenti e le opere delle lingue viventi,perchè quella si conser
va sempre immutabile,passando direttamente dagli scrilli dei nostri anlichi
padri fino al l'intelligenza nostra e alle nostre calledre, lad dove le lingue
volgari regolate dalla moda, allerale dal mescolamento di voci nuove 0 straniere,
e logorate e guastale dall'uso, si mulano e s'invecchiano
giornalmente,ebasta il corso di pochi secoli per soltrarle all'intel ligenza
comune.Di falli mentre tulli glisco lari intendono il latino di Cicerone e le
ope re scritte in latino dieci secoli addietro dagli italiani, dai francesi,
dai goli e dagli arabi, i libri scritti in ilaliano e in francese sei o sette
secoli addietro sono diventali arabici e golici, e non si possono intendere
senza distil ė Fil.Ma noncapitechelalingualatinac'in comoda precisamente per
questo, e che vo gliamo levarcela di altorno appunto, perchè è la lingua dei
preli e della chiesa ? Finchè quel corpo gigantesco della dottrina ecclesia
stica resterà in piedi, vantando diciotto se. coli d’inalterata antichità, i
preti e i frati, i vescovi, i papi e i cristiani ce lo sbatte ranno sempre sul
viso ; le dottrine della filosofia saranno sempre subissatedaquellamas sa; e
gli eretici e i filosofi liberali verranno sempre riconosciuti come apostati e
disertori dalla dottrina dei padri e dalla luce della ve. rilà e della ragione.
Quando però la lingua latina non sarà conosciuta più da nessuno, e quando la
bibbia e l'evangelio, la collezione dei concili e delle decretali, e la
bibliotheca patrum avranno servilo per accendere il fuoco e per involtare il
salame, allora saremo tulli del paro; la parola di un prele edi un papa varrà
quanto quella di un filosofo liberale, e allora si potrà liberamente rigenerare
il mondo secondo il gusto della filosofia. Cer. Non può negarsi che l'angelo
della malizia non vi abbia dato un suggerimento larsi il cervello è senza
il soccorso malsicuro dei commenli. E sevenissedisprezzatoequasi eli minato
l'uso della lingua lalina,chi garanti rebbe l'autenticità e l'intelligenza
delle scrit ture divine ? e cosa diventerebbero i canoni dei concili, i placiti
dei pontefici, le opere dei padri e dei dottori, e tutto il corpo a u gusto e
maraviglioso della dottrina del cristia nesimo ? giudizioso e veramente da suo
pari, ma in primo luogo è assicurato dall'alto che le po lenze alleale
dell'inferno e della filosofia non prevaleranno contro la chiesa e contro le
dot trinedellachiesa, e in secondo luogoi go verni conoscendo l'ulililà della
lingua latina e sospettando sulle trame della filosofia non permetteranno mai
l'espressa o tacita abolizione di quella lingua. Fil. Non sapete che i governi
si lasciano menare per il naso, e che con lutti gli edilti e con tuttele scomuniche
il regime degli stati resta sempre a disposizione dei liberali? An zi in questi
ullimitempi on governo il qua le più di tutti gli altri dovrebbe essere in
leressato a sostenere la lingua latina l'ha discacciata dai tribunali dove
aveva regnalo pacificamente per due dozzine di secoli,e con ciò le ha dato un
grande incamminamen lo verso l'ultima sua rovina. Cer. Questo certamente
è stato un passo falso carpito dai clamori dei liberali e da quel maledetto
giusto mezzo nazionale e straniero, che presume di salvare la casa aprendo la
porta ai ladri :e una tale concessione rub bata dalla violenza e falta contro
la volontà, è appunto una di quelle riforme che bisogna guastare, se non si
vuole che l'ardire della filosofia e i danni religiosi e sociali diventi.
nosempremaggiori.Siateperòcertachepo co prima o poco dopo le ossa si rimelteran
no al loro poslo, la lingua lalina sarà rista bilita nei tribunali, e con
questo neppure i litiganti faranno nessuna perdita, essendo
indifferente per essi che gli alli giudiziali si facciano in volgare
ovvero in lalino. Fil. Credete forse che i liberali non lo co noscano e che
vogliano la lingua volgare nei tribunali per l'interesse e per ilcomodo dei
litiganti? I litiganti stannoin mano degli avvocati e dei procuratori come gli
ammalati stanno in mano dei medici e degli speziali ; e siccome per gl'infermi
è lull'uno che le ricelte sieno scritte in latino ovvero in vol gare, giacchèin
qualunque modo bisogna che prendano il beverone sulla parola del dot tore e
sulla fede del farmacista, così litiganti è lo stesso che le citazioni e le
cause si scrivano nell'una ovvero nell'altra lin. gua, giacchè alla fine dei
conti devono sem . pre fidarsi dei loro difensori e dei loro cu riali. Abbiamo
però altre buone ragioni per desiderare sbandita la lingua latina dal foro :
Fil. La prima è quella ragione generale di cui già abbiamo parlato,giacchè
tollialla lingua latina i tribunali si toglie a questa lingua il cinquanta per cento
della sua importanza e della sua familiarità, si rende sempre più sconosciuta e
straniera,e si spin ge a gran passi verso il suo totale deperi mento. L'altra
poi è quella di dilataremag giormente l'incivilimento aprendo la carrie ra
forense, l'accessoai tribunali,a e tutti gli impieghi giudiziali a qualanque
sortadim a scalzoni. Imperciocchè dove gli alti giudi ziali si faranno sempre
in latino, dove ico. dici e i commentari saranno scrilti in la per i Cer.
E quali sono queste ragioni? tino, e dove il foro sarà chiuso per chi non ha
sludiato illatino,icursori,iprocuratori, i curiali, gli avvocati e i
giusdicenti nelle proporzioni rispettive avranno sempre un poco d'educazione e
di dottrina,saranno per sone bennale e non saranno ciallroni cavali dal fango,
e somari calzali e vestiti.Quando però sarà levato l'ostacolo insormontabile di
quella lingua, gl'impegni, le protezioni e la cabala faranno il resto; il foro,
i tribunali e le sedie del pretorio saranno aperte a tutti gli asini e a lulli
i facchini;e la piena del l'incivilimento correrà senza ritegno a diffon dersi
sopra tulla quanta la canaglia sociale. Vedo già, compare Cervello, che le mie
ra gioni vi hanno lasciato a bocca aperta,e per cið senza altre chiacchiere,
voi signor Jo segnamento, andate a prostituirvi in volgare nella città della
filosofia, e a diffondere spie tatamenteilumie la peste sopra tutteleclassi del
popolo; e voi signor Incivilimento, venite avanti a ricevere la vostra lezione.
L'Inc.Eccomi a ricevere le vostre istruzioni e i vostri comandi. Fil. Prima di
tutto dovete avvertire di non lasciarvi sedurre dal vostro nome, persuaden
dovi, che la civillà di adesso non deve essere come quella di una volta, e che
l'incivilimen. tonel regno della filosofia ha da essere ilfra. tello carnale
dell'insegnamento,regolato secon do i precetti della filosofia.
L'Inc.Spiegatevi pure chiaramenteenon mi allontanerò dai vostri precetti. Fil.
Una volta adunque la vera civiltà con. e L'Inc. Ho capito
benissimo,e non dubitate che sarele servila. Fil. Inoltre una volta la decenza
e la m a gnificenza del portamento e del vestiario era no l'indizioelagaranzia
dellaciviltà,ma oggi la decenza e la magnificenza non le vogliamo più, e la
civillà presente deve consistere nel ripudio della decenza e della
magnificenza. Per ciò accreditate pure la moda e lasciate pure
cheigiovaniconsuminoiltempoeildenaro, sludiando sul figurino e riformando il
vestito una volta per settimana,ma quando si viene alla conclusione, un'abito
d'arlecchino, una balla di pelo sul volto e un sigaro nella bocca sieno sempre
il vestito di gala e il gran co slume accreditato dalla civiltà. L'Inc. Ho capito
anche questo e non dubi tate che sarete servita. Fil. Per ultimo,una volta il
modello della civillà erano le corli e igran signori,e ipro.
sistevanell'onesláen el pudore;maoggique ste cose non servono, e al più si deve
con servare l'apparenza dell'onestà e l'affeltazione del pudore. Percið
scansate con qualche cura le inverecondie sfacciate e i discorsi d'oscenità
dichiarata e brutale, predicando per lutti gli angoli che queste riserve sono
il frutto della civiltà, m a rendele poi familiari negli scritti e nei
trattenimenti sociali le allusioni impu diche,ifrizzilascivi,ledanze
seducentiei sali e i motteggi dell'empietà, e queste allu sioni e
questifrizzi,questi motteggi e queste tresche siano per opera vostra il vanto e
il diletto delle più colle e delle più civili società. L'Inc. Hocapito
tullo,vadoaservirviin tutto,efrapocotuttoilmondodivenleràuna gran beltola per
opera della civiltà. Fil. Andate pure, e vi accompagnino cou
lelorobenedizionituttigliangeli custodidella filosofia. N Cervello, la Filosofiae
il Cullo. Fil. Cosane dite,compareCervello?Mi pa re che la nostra fondazione
vada riuscendo a meraviglia, e che la città di Filosofopoli non sarà scarsa di
abitatori. Cer. Credo bene, che coi privilegi accordati dalla filosofia, nel
suo paese non ci sarà scar sezza di cilladini;ma sospello che una selva gressi
dell'incivilimento spingevano ad imitare i modi e le costumanze dei grandi, ma
oggi la civiltà deve consistere nel giusto mezzo, e l'incilimento deve
esercitare il doppio uffizio di esaltare gli umili e di umiliare sempre i
superbi. Voi dunque, andando sempre contro natura,dovele mettere in
tuttiifacchini la vo. glia e la superbia d'imilare i signori, e d o vele
meltere in tutti i signori il prurilo e la viltà d'imitare i facchini, siccbè
queste due estremità sociali s'incontrino nei caffè e nei bordelli, passeggino
a bracciello nelle strade, e avvicinate e amalgamale2,per opera vostra
costituiscano una sola famiglia filosofica,o vo gliamodire,una sola canaglia
sociale.E que. sto è il risullato definitivo cui devono sempre mirare la
diffusione dei lumi e della civillà. abitata dagli orsi sarebbe meglio di
una città regolata con questi principi e conqueste leggi. Fil. Non lo conosco
neppur io,e dubilo che sia qualche mallo,ma adessoloconosceremo. Galantuomo
venite avanti, e dile chi siele e che desiderate. Fil. Cosa sono tutti quegli
imbrogli e tutte quelle vesti nelle quali siele imbacuccato ? Fil. Voi vi
ostinale apensare all'antica, mi la grandissima meraviglia che il n 1 0 vo
pensare del mondo ancora non vada d'ac cordo col cervello.Noi per altrofaremo
tan to e diremo tanlo finché a poco a poco an che il Cervello perderà le sue
abitudini di una volla,enon glidarà l'animodivederelecose con altri occhiali
che con quelli della filosofia. Jilanlo atlendiamo a quelli che seguitano a
presentarsi per entrare nel nostro regno. Cer. Cbi sarà mai costui ilquale
siavan za foggiato in tanti modi, e ammanlalo con lanta varielà di vestiti che
si prenderebbe per un buffone ovvero per una cortegiana? Culto. Io sono il
Culto e vengo a prendere servizio nella vostra nuova cillà. Fil. Veramente i
veri filosofi non sanno che farsi di voi,e quando il mondo sarà lullo il
luminato polrele cercarvi un alloggio nel di zionario della favola . Finlanlo
però che non si olliene una vittoria intiera contro i pregiudi zi volgari vi
terremo come un servitore pro visorio,eservireleper trastullareilpopolo e per
fare ridere le persone civilizzate. Culto.Giacchè oramai per me non sitrova di
meglio, bisognerà contentarsi di questo, e verrò provisoriamente al vostro
servizio. Cullo. Sono gli ordegni,e gli abili del mio mestiere, eliboportati
di diversesorteper adaliarmi a quel Culto che vorrelé stabilire nel vostro
paese. Fil. Quando è così avele falto bene a por tarvi una bottega di ordegni e
un guardaroba di paludamenti,perchè nella città della Filo sofia deve esserci
libertà amplissima per tutti i culti. Cer. Come! Nel vostro paese voleleammel
terci tolti i culii ? Cer. Perchè la veritàèunasola,emet terla del pari con
l'errore è lo stesso che ri pudiarla. Il Cullo consiste nel professare una
religione enell'osservarne iprecetti,lepra tiche e i riti; e siccome una sola
religione può esser vera e tutte le altre devono essere false, così un solo
cullo può essere sauto e gralo a Dio, e lulli gli altri devono essere
allrellanle imposture e mascherate, ridicole agli occhi degli uomini e
oltraggiose alla maestà di Dio. Fil. Per adesso non ho voglia di entrare in
discussioni di leologia e di scandalizzarvi con le doitrine
filosoficheintornoalla religio. ne.Di questoparleremo a suo tempo,ma in tanto
dovele considerare che il fondamento della filosofia liberale è la libertà, che
la principale di tutte le liberlà è quella della coscienza, e che una città
dove non ci fosse la libertà della coscienza e del culto non p o
Fil.Giàsisa, olullio nessuno.Percbè si dovrebbe usare parzialilà e sceglierne
uno. facendo torto agli altri ? trebbe essere la citla della
Filosofia. Orsù dunque, signor Culto, entrate pure nella mia residenza con
tutti i vostri ordegni e con tutti i vostri vestiti: credele quello che vi
pare, operate come vi pare, e incensate quel che vipare,che ditutto questo ame non
im porla niente. Cul. Quando è cosi vengo subito ad inca sarmi nel vostro
slalo,e vi conduco tutto il mio seguito. Fil. Chi è tutta questa gente dalla
quale siele corteggiato? Cul. Sono tulte persone di diverse religio
pi,didiversiculti,lequalivengonoago dere i vostri favori, accettando la
tolleranza e la libertà. Falevi avanti signori un pochi per volta, e venile a
ringraziare la signora Filosofia e a dirle qualche parola sulle vo stre
rispettive dottrine. È giusto che essa sappia che venite a fare in casa sua.
Fil. Queslo veramente non è necessario, percbè nei paesi della filosofia ci è
il datur omnibus, e ciascheduno può fare di ogni er. ba un fascio. Nulladimeno
questa specie di rassegna ci servirà per ridere come le vedu te della lanterna
magica. Chi siele dunque voi cbe venite avanti di tutti ? Tur. lo sono un turco,
e la religione dei turchi è la più comoda di lulle. Pensiamo a mangiare a bere
e dormire, e per l'avveni resaràquelchesarà.Intantoviviamo vo luttuosamente nei
nostri serragli, come vi vono i galli nel pollaio e i becchi nel peco rile, e
la dollrina del padre Maometto ciassicura che troveremo pollaie pecorili ancora
nell'altro mondo, e che l'abbondanza delle galline e delle pecore sarà il
guiderdone del. la virtù. Fil. E pure, compare mio,questa mi sem bra una
religione più comoda e più giusta di tulle le altre. Anzi a dirla schietta,
questa, poco più poco meno, è la religione dei fi losofi liberali, i quali non
sanno capacitarsi, perchè non debba essere accordata alli due sessi del genere
umano quella libertà che si godono ibruti animali. Esaminate pure e analizzate
quanto volete le doltrine e i sofi. smi del secolo illuminato, il libertinaggio
animalesco libera è il compendio di lulti i voti e lo scopo principale del
liberalismo. Per questo mondo un pecorile o vogliamo dire un serraglio, e per
l'altro sarà quel che sarà: in quesso consiste tutto l'evangelio della filosofia.Voi
dunque,signor Turco mio caro, entratepurenellamia nuova cillà, esercitatevi il
vostro culto liberamente, e non dubitale che i pollai, i pecorili e i porcili
non saranno mai perseguitati dalla fi losofia. E voi che venile appresso chi
siete ? Dei. Io sono un Deisla e credo che ci sia un Dio, ma siccome non so
cosa vuole questo Iddio, non m'intrigo nè di culli,nèdi
religioni,nèdicomandamenli,emi vado regolando alla meglio secondo il mio giu
dizio. Cer. Basta non esser bestie per conoscere che questa è una
religioneeuna dottrinada bestie Fil. Anche questa dottrina non mi dispia. ce e
si può accordare molto bene con la fi losofia. Imperciocchè un Dio il quale
cred il mondo per passatempo e poi lo lascia anda re senza pensarci più, e non
gli volge mai nè uno sguardo, nè una parola ; questo Id dio è come se non ci
fosse, si può benissi mo riconoscerlosenzaempirsilatestadipre giudizi, e la
dottrina del Deismo non con trasta con quella del libertinaggio e del pe
corile.Perciò,signor Deista,siateilbeuve nuto con tulli i vostri compagni, ed
entrale pure a stabilirvi vei domini della filosofia. Avanti dunque un altro.
Chi siete? Aleo. lo sono un Ateo e non credo all'esi. stenza di Dio. Non so se
il mondo è elerno ovvero se incomincið casualmente per una combinazione
fortuita della materia ; non so se ha durare sempre questo mondo, ovvero se col
tempo prenderà qualche altra figu ra, e non so cosa sia l'uomo e se finirà di
essere quando finirà di muovere le gambe : ma so che chiudo gli occhi per non
vedere nell'esistenza degli esseri e negli ordini del la natura la mano di Dio,
e a dispetto di tutte l'evidenze e di tutti i raziocini, voglio dire che non
c'è Dio. Fil. Quanto a questo ognuno è libero di credere e di direquello che
gli pare; e inol tre se il Dio dei deisti ha da essere un Dio senza braccia e
senza lingua come se fosse di s'ucco, l'essere Ateo e l'essere Deisla è una m e
desima cosa . Sopra tutto quando la dottrina degli atei ci lascia il pecorile,
o il sarà quel che sarà, può accomodarsi benissimo con la dottrina della
filosofia. Entrate dunque voi pure a godere la tolleranza e la protezione
filosofica, e venga avanti chi siegue.Chi sie te voi? Ido. Io sono tutto al
contrario di quelli che mi hanno preceduto,giacchè insieme coi miei compagni
riconosciamo un diluvio di divini tà e facciamo professione d'idolatria. Noi a
doriamo il sole e la luna, gli animali, i sas si e le piante; ci facciamo le
divinità di le gno e di cocco, e onoriamo con gli incensi į galli, i sorci e le
lucerte, è fino le cipolle e gli erbaggi dell'orto, Cer.Comare,questo è un
branco dimatli, e immagino che non vorrele riceverli nel vo. stro
paese. Fil. E perchè no ? Questa povera gente non fa nè bene nè male, e se
la idolatria non è secondo i dellami della filosofia, almeno non riesce molesta
alla filosofia. Anzi al Dio M e r curio protettore dei ladri, nel regno dei
filo sofi non mancheranno adoratori,e a quella cara Venere, deessa della
voluttà si dovreb bero erigere altari in luttiicantonidelmon do. Ditemi un poco
galantuomo : suppongo che la morale di tutti voi sarà abbastanza rilasciata, e
che contro il libertinaggio non ci avrete niente che dire ? Idol. Potete
immaginare cosa debbano es sere la morale e i costumi dove le divinità sono
lavorate nelle botteghe dei falegnami e degli sloviglieri. Nulla dimeno il
fanalismo e l'imposlura si intrudono per lullo sotto lea p Ris. Noi
siamo riformati e protestanti, lu terani, calvinisti, zuingliani,anglicani,
quac queri, puritani, presbiteriani; insomma fra di noi ci è di ogni sorta un
poco, é venia mo astabilireinostricollinellavostranuo. va città. Fil. Immagino
che sarete tuiti quanti per suasi di essere una gabbia di matli, e co noscerele
che essendo una sola la verità, la maggior parte almeno di voi altri deve esse
re lontana dalla verità. Rif. Certo che a parlare sul sodo la veri tà non può
trovarsi fuorchè in una sola dot trina, e lo stesso tollerarci che facciamo con
indifferenza uno con l'altro è una prova che siamo tulli quanti fuori di
strada. Per que. sto se ci mettiamo a predicare e fare i zelanli ridiamo di noi
medesimi e conosciamo di reci tare in commedia, ma l'interesse, il comodo
parenze della pielà, e anche noi abbiamo i nostri sacerdoti e le nostre
vestali, e abbia mo i nostri penitenti e i nostri continenti. Fil. Tanto peggio
per essi ; e poi ognuno ha i suoi gusti, e noi non dobbiamo inquie tarci se i
Bonzi e i Dervis vogliono digiuna re e scorlicarsi in onore delle loro
divinità. Quelle credenze e quelle pratiche religiose che non disturbano la
società devono essere accolte e protette nel regno della filosofia. Andale
dunque tutti liberamente ; incensate quanto vi pare sorci, gatti, porci e
somari, e vivele si cuci della nostra filosofica fraternità. Adesso venga
avanti chi seguita.Che cos'ètutta que sta turba di gente ? Rif. Per
ultimo il nostro clero è disinvol. to e sociale e non intende di rinunziare
alle soddisfazioni della natura ; perlocchè, abbia mo in abbondanza
pretesse,curalesse e ve scovesse, e se fra noi ci fossero il papa e i cardinali
avremmo ancora le papesse e le cardinalesse. Eb. Io sono un Ebreo, e insieme coi
miei compagni vogliamo aprire le nostre sinagoghe nei vostri domini. e
l'impegno ci conservano nel nostro rispet livo partilo, e quanlunque fra di noi
venia mo spesso a capelli siamo sempre d'accordo in quanto a mantenerci
disertori dalla Chiesa romana. Fil. Questo è benissimo fatto,perchèvo lendo
godere i privilegi dell'errore, e non volendo assoggettarsi alle seccature
della ve. rità è d'uopo lenersi lontani da quella dot tora che presame
d'insegnare essa sola la verità. Rif. Inoltre non abbiamo nè scomuniche, nè
frati, nè confessionari, e conoscele bene che questa è una grandissima comodità
per la vila. Fil. Sicurissimamente; e levato quel tram pino del confessionale,
il libertinaggio non si contrasta più da nessuno, Fil. Bravissimi, bravissimi,
e questo si chiama essere cristiani a buon mercato: pro priamente secondo il
gusto della filosofia. Entrale dunque anche voi col vostro mezzo evangelo,
perchè lanto è mezzo quanto è niente, e venga avanti chi resta. Fil.
Senlite, figliuoli miei, nel regno della filosofia ci deve essere senza dubbio
il luogo per lulli,ma voi altri giudei avevale tanti pregiudizi e tante
pretensioni che non so se starele d'accordo cogli altri, e non vorrei che mi
melteste sussurri. Eb. Levatevi pure ogni dubbio,perchè gli ebrei di adesso non
sono più di quelli di pri m a, e anche noi abbiamo ripudiato Mosè con tulli li
patriarchi per arruolarci sollo le in segne della Filosofia. Ci resta un poco
di cir concisione, perchè ce la ficcano quando non possiamo parlare, ma questa
non si vede,e in tull'altro siamo una vera canaglia, nata fatta per venire a
figurare nei vostri paesi. Fil.Questo anderebbebene, ma intanto puzzatecenlo miglia
lontano, non vorrei che facesle venire il vomilo a lulli i miei popoli. Eb.
Neppur questo è vero,perchè oggi nei paesi meglio civilizzati noi siamo il
fiore della nobillà, veniamo ammessi nelle corti, portiamo titoli e
decorazioni, trattiamo fami gliarmente coi signori,e se volessimo degnar. cene
faremmo ancora i nostri parentali coi gran signori. Fil.Quando è così entrale
pure anche voi, fate le vostre sinagogbe, circoncidetevi a modo vostro,e non
dubitale che non vimanche ranno libertà e protezione nel regno della fi
losofia. E voi che siete rimasto cbi siete ? Cat. Io sono un cattolico, e
insieme coi miei compagni desideriamo di professare li 137 e per
ultimo Cat. Eperchèmaiinunpaesedovesifa professione di ammettere tutte le
religioni e tulli icalli, la sola religione cattolica dovrà essere esclusa?
Fil. Perchè voi altri cattolici siete intol leranti. Cat. Ciò non è vero nel
senso in cui voi lo intendele, e non polrete provare in nes sun modo cbe noi
siamo intolleranti. Fil. Non è forse vero che pretendete di es sere i soli a
credere e insegnare la verità, che fuori della vostra chiesa lulli sono p o
veri ciechi deviati dalla strada della salute ? Cat. Questo si chiama essere
conseguenti e non già essere intolleranli ; imperciocchè al di là della verilà
non può trovarsi niente al iro fuorcbè l'errore,e chiunque è persuasodi
trovarsi nella strada della verità deve essere ancora persuaso che quelli i
quali cammina no fuori di quella strada procedono nella via dell'orrcre.Anzi
perconvincersi cheiseguaci delle altre religioni sono lungi dalla verilà basta
solo considerare qualınente essi accor dano che anche fuori delle loro dottrine
si trova la verità. In conclusione poi noi non costringiamo nessuno a
farsicattolico perfor za,compiangiamo enon perseguitiamoquelli che vivono in
un'altra credenza, e neppure ci vendichiamo quando veniamo oltraggiati e
beramente nei paesi della filosofiala religio ne callolica. Fil. Un cattolico! un
cattolico!e avreste la presunzione di stabilire nel regno dei filosofi la fede
e il culto cattolico? e perseguitati ; perlocchè in luogo di essere in
tolleranti, noi fra tulti í credenli siamo i più mansueti e i più tolleranli.
Fil. Inoltre voi vorreste empire lo stato di monache, di frati e di claustrali
di tutti i colori,e queste associazionie corporazioni non vanno a genio della
filosofia. Cat. Ma, se è vero che nei paesi costituiti filosoficamente, ognuno
deve godere amplissi ma liberlà,perchèalcuni uominiealcune donne unanimi nel
pensiero, e animali dallo stesso desiderio, non potranno albergare in una
medesima casa,vestire un medesimo abi to, vivere come gli pare e godere
anch'essi la loro libertà? esegiusta i principi della vostra tolleranza non
podresle escludere dal vostro regno i Bonzi dei Cinesi e dei giappo nesi, e i Dervis
dei maomettani, perchè lo vostre esclusioni saranno riservate privaliva mente
per i soli frati cristiani ? Fil. Tutta la vostra capaglia di frati vuol vivere
senza far niente e campare a spalle degli altri. Cat. I preti e i frati
callolici predicano la parola di Dio, istruiscono la gioventù, so stengono il
ministero del culto, assistono gli infermi, consolano i moribondi e tutto
questo dovrebbe essere qualche cosa ancora agli oc chi della filosofia ; e
quanto al vivere a spe sedeglialtri, forseinostri prelieinostri frati campano
per forza, assassinando i pas saggieri in mezzo alla strada ? forse i predi
canlieisacerdotidellealtrereligioni rice vono il villo e il vestito dalle
nuvole e non 1 $ Fil. E non contate per niente il celibato
del vostro clero il quale naoce alla socielà col l'impedire la molliplicazione
del popolo? Cat.Sarebbefacileildimostrarvichelapro sperità di uno Slalo non
consiste nell'eccessiva moltiplicazione degli abitanti, ma bensì nella giusta
proporzione fra le risorse nazionali e il numero della popolazione. Senza però
entrare in queste discussioni, e seguendo solamente i canoni della libertà,
forse secondo le regole della filosofia sarà libero ai lurchi di avere cento
mogli, e non sarà libero ai preti callo. lici di vivere senza moglie? E forse
sarà li bero alle infami dicongregarsiaviverein un bordello, e non sarà libero
alle vergini cri sliane di chiudersi in un convento per prega re il Signoree vivere
lontane dal bordello? Fil. Dite pure quanto volele, ma quel vo stro culto è
troppo serio, troppo pubblico, troppo pomposo e solenne, e non può essere mai
gradito nel regno della filosofia. Cat. Nelle terre del paganesimo,e dovela
religione callolica èappena conosciuta, sappia mo contenlarci di esercitare il
nostro culto privatamente,ma inquelleterrecristianein cui la religione
cattolica è la dominante, ov. Vero è la religione dello stato, o al meno è la viene
ad essi somministrato dai rispettivi credenti? O forse ci sarà libertà di
donare ai conventi di Dervise di Bonzi, alle moschee, allepagode, allesinagoghe,
epoifarelaca rità alla chiesa e ai ministri della chiesa sa rà contrario alla
filosofia e ai dellami della natura? religione della maggior parte dei
nazionali, sarà giusto che si eserciti con pubblicilà o con solennità il culto
dominante, ovvero il culto dello stato, o almeno il culto della maggior parte
dei nazionali. E poi non avete voi proclamala la libertà dei culti, e non avele
dichiarato cbe quelle credenze e quelle pratiche religiose le quali non
disturbano la società, devono essere accolte e protette nel regno della
filosofia? Ebbene. Noi stiamo alle vostre parole e non vi domandiamo niente di
più. Fil. Dite pure esfiatatevi quanto volele; in ogni modo. Cer. Ma via,comare
mia ;questa vostra mi Fil. Perchè non vogliovo accordare il libertinaggio.
Tant'è : il libertinaggio è la con clusione di tutti gli argomenti e il
lapisphi. losophorum della filosofia;e chi non l'accorda il libertinaggio avrà
sempre ipimici i filosofi liberali e la filosofia.Voi dunque,signor cat.
tolico, avete inteso, e oramai sapete come vi dovele regolare. Se volete
accordarci que sla bagallella entrate pure nei nostri paesi con tutti i vostri
frati, col vostro cullo e col 1 pare una perfidia, e si vede che volele pro
priamente chiudere gli occhi alla ragione. Fil. Cosavoletefarci?Argomentate pure
e convincetemi di contraddizione quanto vi pare, i filosofi liberali non si
accordano mai coi cattolici, e non li possono vedere. Cer. E perchè tutto
quest'odio e tutto que slo controgenio? Fil. Volete saperlo veramente il
perchè? Cer. Dite pure e sentiamo. vostro evangelo, perchè accomodata quella
piccola differenza tulle queste cose cidaran no poco fastidio e serviranno per
ridere e stareallegramente;ma sevioslinateneivo stri pregiudizi e non volete
accordarci il bru tismo, le terre della filosofia non fanno per voi. Oramai è
venuto il tempo di par lar chiaro; e non c'è più bisogno di pallia menli, di
sutterfugi e di misteri. O libertini o niente. I frati dunque, i preti e i cat
tolici pensino ai casi loro; il mondo capisca una volta questa dottrina, e
inlanto Turchi, atei, deisti, idolatri, scismatici, giu dei e filosofi
liberali, entriamotutti allegra mente della città di FILOSOFOPOLI e por tiamo
in trionfo IL LIBERTINAGGIO, nel regno della filosofia. per si 1, Bert mert
doi efis scar cont dang rita fusi Si aprono le porte della nuova città, o la
sciati di fuori il Cervello e il Culto 'cattolico entra la filosofia
accompagnata da tutto il suo ministero liberale, e viene festeggiata con
allegrissimo Charivari all'usanza di quelli con cui il popolo sovrano accoglie
i suoi rappre sentanti, quando tornano dalla camera dei de putati.La sovranità popolare
in qualità di signora della festa offre lo spettacolo gratuito dellebarricate, distribuisce
un generosorinfre. sco di mattonelle, e dà segno per l'incomincia mento del
ballo. La Giustizia dopo quattro sal ti si lascia cadere le bilance,perde
l'equilibrio, sirompeleanche,evazoppicandoperlasa la appoggiatasulle stampelle.
La Proprietà bal lando ballando viene distribuendo i suoi vestiti con dare a
questo il cappello e a quell'altro la ca rive pres spec sce CAS
un miciuola, finchè restata in pennazza si ritira per non servire di
scandalo. L'Insegnamento fa un ballo equestre a cavallo sull'asino, epoi si
mette in disparte a compitare il libro di Bertoldo. L'incivilimento con un
corleggio n u meroso di guatteri e di facchini vestiti secon do il figurino, fa
la sua danza pippando, e fischiando, e poi corre ai bettolino a rinfrea
scarsicon un bocale.ICultiliberiballanouna contradanza, e poi si mettono a
ridere guara dandosi uno con l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare
il vallz, e con cið la dif fusione del potere, dei beni, dei lumi, e della
civiltà si rende asfatlo completa. Frattanto a r riva il Disinganno
accompagnato dal Cervello, prendono a calci la Filosofia, mandano all'o spedale
dei maiti i filosofi liberali, e così fini sce la comedia. Gli spettatori nel ritornare
a casa vanno dicendo:è stata troppo lunga. llanouna
contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con l'altro. Il
libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la diffusione del
potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo completa.
Frattanto a r riva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a calci la
Filosofia, mandano all'o spedale dei maiti i filosofi liberali, e così finisce
la comedia. Gli spettatori nel ritornare acasa vanno dicendo:è stata troppo
lunga. llanouna contradanza, e poi si mettono a ridere guaradandosi uno con
l'altro. Il libertinaggio in vita tutti a ballare il vallz, e con cið la
diffusione del potere, dei beni, dei lumi, e della civiltà si rende asfatlo
completa. Frattanto arriva il Disinganno accompagnato dal Cervello, prendono a
calci la Filosofia, mandano all'ospedale dei maiti i filosofi liberali, e così
finisce la comedia. Gli spettatori nel ritornare a casa vannodicendo:è stata
troppo lunga. La Libertà. La Sovranità. La Costituzione. Il Governo. La
Rivoluzione. I Poleri. La Patria. Conclusione. La Città della Filosofia. La
Filosofia ed il Cervello. L'insegnamentoe l'incivilimento. La Filosofia. La
Civiltà. e la Giustizia. La Società. Lo stato il Governo. L'Uguaglianza. I Diritti
dell'uomo. La Leggiltimità. Le Opinioni. .La Indipendenza e la Proprietà. Il Cervello,
la Filosofia e il Cullo. DROSTE- della Pace fra laChiesa e gli Stati. Considerazioni
sulla rivoluzione. Sulla scomunica contro gl’usurpatori del dominio
ecclesiastico. E sul monopolio universitario. Parenti. Leopardi. Keywords: 1150. –
the coding of a name. The philosophical Leopardi. The Leopardi fascista – interpretazione fascista da
Gentile dell’ultra-filosofia di Leopardi – l’ultrafilosofia di Leopardi padre. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Leopardi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; Grice
e Lettieri: all’isola -- la ragione conversazioanle e l’implicatura
conversazionale – filosofia siciliana scuola di Messina -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Messina).
Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “Lettieri rightly contrasts sensualism in the
practical sphere of reason as ‘egoism’ – my ‘principle of conversational
self-love’ – but focuses on benfeficence, and solidarity – as ‘rational’ – my
principle of conversational benevolence, -- or conversational helfpfulness.” Grice:
“I like Lettieri for two reasons: he uses ‘diritto razionale’ which we at
Oxford don’t! – He cherishes the ‘dialogo filosofico’ as a genre as we
Aristotelians at Oxford don’t – he wrote one on ‘l’intuito’ – While he wrote on
‘sensualism,’ he also explored the idea of ‘man’ and ‘ragione,’ or ragiun, as
he put it in his vernacular!” Insegna
a Messina. Presidente della Real Accademia Peloritana dei Pericolanti. Molto
apprezzato da Mamiani, Gioberti e Galluppi.
Altri saggi: Il sensualismo – cf. Grice, “Some remarks about the empire of the
five senses” – Austin, “Sense and sensibilia” --, dissertazione, Messina, Capra;
“La fisiologia calunniata di materialismo, Messina, Nobolo; La potenza del
pensiero, Palermo, Console; Etica e diritto naturale, Messina, Amico; L’intuito:
dialogo filosofico, Messina, Arena; L'omu nun avi l'usu di la ragiuni -- cicalata
di lu professuri cav. A. Catara- Lettieri (Messina, Amico; Introduzione alla
filosofia morale e al diritto razionale, -- Grice: “I like the idea of
‘rational’ right!” (Messina, Amico; “La cognizione del dovere -- poche nozioni
dirette all'operaio e ad ogni classe di cittadini” (Messina, Amico; “Ricordi
storici intorno al movimento filosofico in Siciliam Messina, Amico; “L’uomo” Pensieri”
(Messina, Amico; Via Lettieri, Messina. Lettieri basis his moral system on rationality –
solidarity, beneficence and all the conversational principles appealed by Grice
find room in Lettieri’s system – ‘dovere verso l’altri” o “il prossimo” – The
fundamental one is that of equality, as when Chomsky says that competence is an
ideal natuve speaker with another one --. Grice: “Lettieri would hardly
consider hiseself an Italian philosopher, seeing that he wrote a trattarello on
‘filosofia in Sicilia’ meaning that Italy does not belong to him, nor does he
belong to her!” – RELAZIONE
LETTA NELLA R. ACCADEMIA
PELORITANA DI MESSINA, ... Antonio Catara Lettieri
Digitized by Google RELAZIONE V
LETTA NELLA R. ACCADEMIA PELORITANA DI MESSINA (
Tornata del 28 gennaro ) dal Segretario Generale della stessa
PROF. GAY, A. CATÀRA-LETTIEKI INTORNO AL DISCORSO DEL
COMM. NEGRI CRISTOFORO della Societt Geografica
Italiana AU/AOUNANEA OEHERÀLB DKI MEMBRI DELLA
MEDESIMA IL 15 DRKMBRE 18«>7 MESSINA
PRE88O IGNAZIO d' AMICO Impressore d<»lla R.
Accadevi» 180* i. Digitized
by Google •: / i ; f \ . Ì . : !'. : • •
. . . ■ r • > Digitized by
Google m» i H:rt- laeafc Darò
cominciaraento alla relazione interno la Società Geografica Italiana ,
toccando dapprima alcune cose che con- cernono questo Sodalizio; il quale
da più mesi si occupa con attteso animo e colla coscienza del proprio
dovere , a poter renderò gli onori funobri alla memoria non
peritura dell' illustre estinto socio Professore Felice Bisazza t
Segre- tario della quarta classe ; non senza ricordare con parole
di lodo gli egregi soci Barone G. Natoli, Senatore del Re gno , Antonio
Uaivjcri , Kracamp, anche essi rapiti dallo indico morbo.
Taluno pratiche, o certi incidenti inaspettati, sono stati di ostacolo
a poter avere luogo la tanto bramata generale tornata. Però convenne
rassegnarsi; ma ora abbiamo ragione di potere annunziare cho in brevo
sarà reso all' inclito nostro consocio quell'onore, che per noi si potrà
maggiore di conserva agli altri soci nostri suddetti. Ci
corre il debito manifestarvi, che il Segretario Gene- rale col consenso
dell' onorando Presidente , è ormai più di un mese , ha iniziato delle
trattative , che sono di già condotte a buon punto , per raccogliere
tutte le Opere del Bisazza, edite ed inedite , e farne un' edizione a
vantaggio Digitized by Google - 4 -
dell' egregia Vedova , consenziente , e dei figli dell' insigne
poeta , di cui deploriamo la dipartita. E se V opera perse- verante ed
affettuosa nostra non andrà disgiunta dal concorso dei nostri consocii, e
di quanti nel lor cuore hanno un culto alla sapienza ed alla virtù, qui
fra non molto sorgerà il mezzo busto in marmo del Bisazza nostro ; poiché
è da più settimane che il bravo Letterio Gangeri, fratello all'
estinto egregio Antonio, si ò messo all'opera. L'accademia,
malgrado i mezzi esigui disponibili, si coopererà ancora ed
efficacemente perchè le spoglie mortali dell' illustre poeta abbiano
riposo in luogo degno, e sieno trasportate con quel decoro che si
addice a chi onorava tanto questo consesso, la patria, l'Uni- versità
degli Stodii, e V Italia I Ora darò mano alla Relazione circa la
Società Geografica Italiana, e al discorso del Commendatore Cristoforo
Negri Presidente della stessa. Noi, figli di Dicearco, di
Maurolico, di Borelli, quando apprendiamo che alcuna cosa di utile, di
grave e di grande si sollevi, e si scuota dall' inerzia il pensiero e
voglia farsi sempre più indagatore della natura, come lo furono quei
som- mi nostri padri, che tante solenni verità disvelarono anche
nel giro delle cose sensate ; noi par che un che di soave allora
proviamo, un nobil sentimento si susciti in noi e scorra per tutto le
nostre fibr3, e lo spirito degli avi aleggi d' intorno a noi, e c' ispiri
amore e riverenza verso quegli uomini e quel- le associazioni, che
intondono a tutt' uomo riportare nuove vittorie sulla natura, estendendo
ognora il pensiero ed il potere umano, e coli' incremento di questi
volgerò in meglio le condizioni dell' umana famiglia.
Digitized by Google 5 Allora di
presente ci ricorre alla memoria, che Dicearco anche egli si rese
benemerito in fatto di Geografia, ricordando la storia le carte
geografiche da lui fatte, e che, come ri- ferisce Cicerone , esistevano
ai suoi tempi , e furono da lui vedute ed ammirate, E , senza tener
dietro ai portenti di quei sovrani intelletti, del secondo Archimede e
del Borelli, questo nostro sodalizio ha titolo alla comune benemerenza
, perocché esso con Arrosto (Gioacchino) fu il secondo che in
Europa felicemente esegui 1' esperienze galvaniche ; con Jaci creava una
Meridiana in Messina ; con Arrosto (Antonino) arricchiva di nuove
famiglie di piante la scienza; con Cocco popolava di nuove specie il muto
armento. E se il morbo del 54 , non avesse reciso anzi tempo quelle care
vite di Giamboi (Giuseppe), Preetandrea (Antonio), De Katale (Giu-
seppe), ohe tanto confortavano le speranze della patria, ed erano
degnamente continuatori di quegli osservatori e dili- genti scrutatori
della natura , ma che entravano nel campo interminato di essa con con
quelle nuove vedute , con quei nuovi elementi che la maturità delle
scienze naturali offriva, il nostro consesso avrebbe certo a quest'ora
titolo ad altre lodi. Ricordando i socii nostri che si
distinsero veramente nelle scienze, che alla natura volgono il loro
amorevole sguardo, non devo non fare onorata menzione di Francesco
Arrosto , figlio a Gioacchino, rapito immaturamente da morte quando
già avea dato in luce la Monografia sugli Agrumi , che pel suo intrinseco
valore ha avuto l'onore di molte ristampe, senza dire che venne in allora
premiata dalla Società Economica di questa Provincia. Ma oggi? Pure il
nostro Consesso e la Regina Digitized by Google
- 6 - del Peloro hanno in Cuppan un eminente intelletto, che
tieno il primato in Italia quanto ad Agraria, e l'Arrosto
(Giuseppe) e Seguenza (Giuseppe) han rappresentato bene, il primo
alla Esposizione Italiana in Firenze , ed a quella internazionale
in Londra eoi lavoro suHe acque minerali, e l'altro alla Esposizione
universale in Parigi (1867) con una colle- zione di fossili , cho
chiaramente dimostrano i' esistenza di un nuovo torrcno interposto tra il
Piacenziano del Mayer ed il Tortoniano dello stesso autore , han
rappresentato , io dico , bene questo nostro Consesso , e ne vennero
premiati con medaglie, lo son parco nelle lodi, massimo coi viventi
e presenti forse , ma certo amici; e saria stata colpa non lieve non din»
una parola, quando i fatti sono cosi elo- quenti a prò dell' egregio
figlio del chiarissimo Gioacchino Arrosto, o del valente naturalista
Seguenza, si bene conosciuto ed apprezzato pei suoi lavori, che
riguardano principalmente la Geologia e la Paleontologia Stratigrafica
della provincia 4i Messina. Kè oseremo dimenticare il Socio
Costa-Saya (Antonio) Segretario della 1? olasse di quosta Accademia
, cotanto benemerito, anch' egli autore del Filo di Prova, stru-
mento addetto a dimostrare, come la elettricità statica si ditribnisca
anco alla superficie interna dei conduttori cavi, in opposizione a ciò
che credevano di ave*e. dimostrato i fisici. £ noi abbiam fiducia
che i sapienti gli renderanno piena giustizia. Ho toccato di
questi antecedenti storici e contemporanei della nostra Accademia a fine
di poterò affermare, che essa non fu e non è straniera a quei movimenti
intellettivi, che mirano ad eccelsa mota, come oggi veggiamo avvenire
colla fon- Digitized by Google - 7
- «lazione della Società Geografica Italiana. Di vero, mentre
esistono in Europa tredici società geografiche, tre in Asia o quattro in
America, chi il crederebbe che nella nostra Italia, quasi sin l' altro
ieri, non si fosse pensato nè punto nò poco a costituirne una ? Come fra tanto
movimento intellettivo, fra tanto associarsi e dissociarsi, in mozzo alla
nuova forza uni- ficante, che puro esiste, malgrado di quelle
dissolventi, indi- gene ed esotiche, e delle aberrazioni che il moto
politico ha rice- vuto da forze estrinseche, meccaniche, certo non
dinamiche, come non era caduto in meato a tanti dotti, che
risplendono fra di noi per eminente virtù di peregrina sapienza, la
for- mazione di una società geografica , di cotanta importanza alla
scienza ed alla prosperità dei popoli? Forse l' idea poli- tica,
assorbendo a ae di troppo V attività dei nostri sommi avea fatto
negligentare nel periodo del Rinnovamento la crea- zione di un sodalizio,
cho 1' Italia nazione ed il progresso della scienza altamente
reclamavano. Forse. ma qui i forse ricorrono e molti e spontanei
allo spirito. Certo si $ che non si pensò cotant' alto, mentre per taluni
si fu cosi solleciti, andando terra tnrra, a volere fare rivivoro appo
noi sistemi da più tempo morti nella nazione stessa, ove ebbe- ro
nascimento , annunziandoli qua! punto culminante , sia dato allo spirito
poter giugnere , facendo opera indegna di screditare tatto lo nostre
glorio , anco quella del Vico. Ed a noi appena redenti dalla servitù del
pensiero francese , si volea faro il regalo d' imporri un altro giogo
mentale , non francese, ma certamente giogo I , , Ma se i sapienti
combattono corpo a corpo i sistemi d' Alemanna, cho si vogliouo importare
da Italiani in Italia, Digitized by Google
- 8 - dopo avere avuti 1' ostracismo nella terra nativa, gli
statai sacerdoti di Minerva fondarono di già nel bel Paese la
Società Geografica Italiana. Lode alta, sincera a chi combatte a visiera
alzata V errore, . lode a chi ebbe il nobile pensiero e lo condusse in
atto con crear* 1' associazione in discorso, e con operosità oltre ogni
dire rcommendevole la fe' in breve perìodo tanto progredire, a potere con
fondamento sperare di ammirarla, in un tempo non lontano, gareggiare
colle società sorelle ormai adulte. Il principe di Metternioh
almeno ammetteva che l' Ita- lia fosse un' espressione geografi™. E
quost' Italia, che non volle appagarsi d' appartenere meramente alla
geografia dovea essere il solo paese che mancasse d' una Società
Geografica! Ma, noi lo rispetiamo, essa esiste e viverà di vita
prospera. Non ne ineepto desistere vietosf Si orta sociteas fuisset
con- dita tomolo, coram Europa ubinam gentium essemus ? Tolga Dio
tanta vergognai Noi non saremo dejettati al retroguardo del- la scienza,
noi che con Galileo abbiamo scosso 1' immobilità di questa terra,
lanciandola fra i rotanti pianeti; noi che abbiamo letto pei primi nel
fulgente volume del cielo le sue forme, partizioni e misura; noi che con
Polo 1' abbiamo inon- dato di luce a levante, con Colombo Y abbiamo tolta
in Po- nente all'eternità delle tenebre, con Pigafetta l'abbiamo
cir- condata, misurata con Cassini .eon Volta vi abbiamo fatto
discorrere per elettriche fibre fin nei gorghi del mare Y i- stantaneità
del pensiero. Qui Flavio Gioja insegnava ai navi- ganti la misteriosa
virtù dell' ago magnetico di volgersi al polo; qui Torricelli trovava la
bilancia delle altitudini; qui Brocchi poneva le basi della scienza
geologica; da qui alza- Digitized by Google
_ 9 - vasi la prima volta all' empireo nel telescopi
1' arma conqui- statrice dei campi eterei; e nella forma dèi pianeti,
noila loro rotazione , nella varietà dell' asse polare e dell'
equatoriale , nel corteggio dei satelliti, e nelle fasi di questi,
leggevanai e modi ed ordini di questa bassa dimora, ubbidiente pur
essa alla generale legislazione del cielo. Col Zeno abbiamo prece-
duto alla nobile schiera degli artici navigatori, con cui l'In- ghilterra
ha poscia il più ammirabile poema d' energia, di perduranza e sapienza ;
con Baratti abbiamo preceduto in Abiasmia a Brace: abbiamo guidato con
Cadamosto i Porto- ghesi, coi Cabot gì' Inglesi , con Vcrazzani i
Francesi a sco- perte ed acquisti. Noi dunque, il dirò coli' illustro
Negri nostro Socio corrispondento, non getteremo nel fango la nobiltà
dello spirito, e caccieremo gì' inerti, dovessimo pur fare il deserto
1 Pensiamo, anche per far dispetto, ai nemici del pensiero! Ope-
riamo: dagli operosi avremo plauso ed onori: dagli infingardi avremo quel
silenzio che vale onore, ed anche quel biasimo che vale trionfo ! (Pag.
28) Eppure, dirò di nuovo, la Società Geo- grafica Italiana oramai
esiste. Nel mese di maggio p.p. quando ne avvenne la fondazione i soci
erano al numero di 120, oggi sono 377, ed undici di questi lo sono a
vita. E, facendo a- strazione di molti soct di nobilissima fama , e non
distin- guendo la massa dei medesimi se non nelle classi cui
apparten- gono per le professioni e condizioni di vita , abbiamo titolo
a contento e speranza. Il Corpo diplomatico e Consolare d rappresentato
da soct 21, la Regia Marina da 19, la Camera dei Deputati da 47, il
Senato da 27. i professori di varie scienze fisiche sono 36 , e 17 gli
Ingegneri. Veramente ci gode Y animo, pensando che essa abbia di già nel
suo seno Digitized by Google - 10 -
navigatori provati ali© brume biancastre del Baltico, ed allo
«ostanti bufere australi d' America; ed abbia Apostoli che battezzarono
le negre fronti, i nudi selvaggi chiamando dalla vita dei sensi a quella
delle idee coli' evangelizzarli della dottrina amica del oielo e della
terra , di Dio come padre , e degli uomini come fratelli : pei quali non
vi ha che un» sola terra di promissione, ma tutti sono chiamati all'
eredità dei medesimi premt. Fra essi vi sono astronomi cho drizzano
alle altissime sfere l' ottica lente, e vi mostrano quelle danze dei
pianeti , e loro amc*i e simpatie , che nello Bcabro loro linguaggio
chiamano poi orbite, attrazioni, aberrazioni. Certo questi sacerdoti
<Y Urania saranno abbandonati, quando par- lano del pianeta
intormercurialo , del sistema planetario di Kirio, o del sole in cammino
vorso la costellazione di Ercole; saranno lasciati in allora , che con
nuovi caratteri si fanno o sognano ad una cometa che fuege il
sentiero invisibile nell' immensità dello spazio , ma sarà con loro la
società , perchè rispondente allo scopo di essa, quando più di fre-
quente si fanno del cielo stellato no' orario quadrante , su cui naviga qual
indice mobile il nostro compagno pianeta a donarci le posizioni precise
dei punti alla superfìcie del glo- bo. Tra loro sono i geologi , sì
poetici , e ad un tempo sì positivi e sì utili, questi geogran delle età
sconosciute, che vedono addentro la scorza terrestre, fatta per essi
diafana . le trasformazioni che nell'abisso dei secoli ha subito la
terra. Sono eziandio con essi, naturalisti, che perigliando la vita
tras- sero da stranie contrade ricchezza pei nostri Musei;
Etnografi che procedendo da tronco a ramo, e da ramo a foglia,
tatto Digitized by Google - 11 -
rischiarano l' intrecciato albero di favello , che si allargò sulla
terra ; idrografi come Paleocapa , come Lombardini , certamente non
secondi a qualunque nome più glorioso nel mondo. Arrogi che
ogni famiglia di scienze , ogni accademia principale d' Europa o d'
America , ogni colonia italiana in qualsivoglia lontano paese, ha degni
rappresentanti in essa Società. È adunque evidente,
evidentissimo che la Società, cho porge materia al nostro dire, noo solo
per numero dei mem- bri, cho la compongono, ma anche pel loro valore
morale divenne capace ad ottenere gli scopi, ai quali mira, o ad
il- lustrare ancora la scienza. E chi conosce V avanzamento ,
il progresso della Geo- grafia nei tempi moderni , vedrà di leggieri
come, e quanti scienziati, o meglio una pleiade nobilissima di sapienti
con- corrono al suo perfezionamento ; a tal che essa , per molti
aspetti e forse i più importanti, sia tutt' altro della geogra- fia degli
antichi, che rozza e sensibile pò tea dirsi in con- fronto della
geografia moderna. In effotti, vel dirò colie stesso sapienti parole del
dotto Presidente Negri, dal cui discorso ho quasi tolto il contenuto di
questa breve relazione, o ciò per rispondere bene allo scopo
propostomi. t La nostra scienza, la nostra Società d cosmopolita,
ò amica di tutti : non distingue sulle bocche il partito , sui
cappelli le nappe, od il culto nei penetrali del cuore: non adatta
secondo il vento la vela, non muta ad ogni suono la danza : qui tutti i
meriti son fratelli : noi non ci curviamo ad ossequio servile ad alcuno.
La nostra scienza corro il ■ Digitized by
Google - 12 — prati mare dell' essere t
descrive, per dirlo con Dante, fondo a tatto 1' universo : invade tutti i
campi del sapere e della vita civile : riceve da ogni scienza tesoro, e
ad ogni scienza ne dona. Essa è nell'istinto del secolo: in questa età
l'uo- mo nasco viaggiatore: chi non lo può colla persona, viaggia
col pensiero, entra i regni remoti, scorre i mari in procella, spazia
nelle contrade della state perpetua, e sulle silenti del polo al cozzo
paventoso dei ghiacci lottanti, vuol conoscere intero il nostro pianeta,
e si sdegna che ad onta del fortu- natissimo successo di tanti viaggi,
segnatamente di Inglesi, di Russi e Tedeschi , ancora vi siano nel centro
d' Asia , noli' Australia , nell' Africa, vaste regioni , la cui
configura- zione è molto più ignota che non lo sia quella del disco
lunare. Ma il moto d impresso e nulla sarà che lo arrosti. Chi mai
potrebbe Sistero aquaoi fluviis, et vertere aidera retro?
E quanto si è vasta, alta scienza è la nostra. Anche gli antichi
viaggiavano per commercio, per religione, per po- litici rapporti, per
guerra : anch' essi scoprivano, e le notizie delle cose crescevano. Ma
quant' era più umile la cognizione degli antichi ! Era meno ristretta di
spazio, che non lo fosse la scienza : non è che da un secolo si viaggia a
scopo di- retto di scienza, e nelle serie dei fatti concatenati e posti
a raffronto, si svelano le leggi che governano il globo. Ormai
quella geografia antica così irta di nomi e vuoto di cose , quella
geografia letargica, che porgevasi ai giovani, che era discesa anche al
di sotto dei tipi , che ci lasciarono i Greci , quella Geografia è morta
: gli Azara , i Niebuhr , » Digitized by Google
- 13 - Forster 1' aveano ferito, Ritter ed Humboldt la
uccisero. La Geografia moderna rivisse, vera fenice, variopinta e più
gaja; guizza luce come stella che tremola : è corruscante d' ogni
bellezza, ingemmata d' ogni sapere : ò una scienza, o meglio la parte
positiva di tutte le scienze. Noi l'avevamo inviata dall' Italia
pellegrina succinta e modesta a mercanteggiare , ad iscoprire, ad
evangelizzare la terra: ora ritorna regina gemmata e pomposa :
accoglietela degnamente: essa ha por- tato a tutto il mondo la fama
italiana ! Stringiamoci ad essa, ed alcuno di voi la farà ili nuove gioie
fulgente, nè troverà il secolo lento alla gloria, ma la consueta vincendo
oblivione degli anni, prenderà fama tra colon» Che questo
tempo chiameranno antico. Così pon line ai gravi e modesti
ragionamenti l' insigne Presidente della Società Geografica
Italiana. Noi, rendendo le debite e sincere laudi all' illustre
Ne- gri , ed a quanti egregi uomini con lui si fecero compagni ed
iniziarono e condussero, con indicibile operosità ed intel- ligenza, la
Società al segno, non isperabile al certo , ove la veggiamo , facciam
caldissimi voti che lo splendido esempio abbia sempre più un eco
maggiore. E come non debba averlo, so il passato scientifico d'Italia
parla chiaro a prò di essa, ed oggi per virtù singolare ci vien fatto
ormai ammirare il neonato Sodalizio quasi adulto, e per numero di socii,
«• per loro peregrino valore , e pei indirizzo sapientemente avuto
? Digitized by Google re
- 14 - Io bramerei, o son certo aver con me tutti coloro ,
cui sta a cuore la patria , la scienza ed il bene altrui, bramerei
che i dotti fossero accesi dal desiderio di concorrere a tutto potere ad
opera si utile. Sarei presto, se la mia voce fosse autorevole, a fare un
appello ai più grossi comuni del Re- gno, a tutte le accademie, invitando
gli uni e le altro a far parto del nuovo Sodalizio, con quei diritti che
sono con- sentiti dagli Statuti e con i doveri rispettivi. Nulla dirò
dei consessi scientifici , essendo certo della loro presunta annu-
enza ; mentre il patriottismo dei Mnnicipii senza alcun du- bio darebbe
piena adesione, trattandosi di una tenue som- ma annua, che in nulla
potrebbe squilibrare la loro finanza. Ed a condurre in atto il mio
disegno potrebbe essere effi- cace 1' opera coadiutrico del Governo, del
Giornalismo , o di qualunque associazione, degna di questo nome. E già il
Go- verno destinavalo un locale entro il palazzo stesso del Mi-
nistero. Il giornalismo si ò reso benemerito. — Ricorderemo con lode il
socio Sig. Mussi, Direttore del Diritto che ha dato luogo nello stesso
giornale agli atti della Società — come ancho ad altri direttori di altri
giornali si debbo esser grati. Cosi la Gazzetta di Venezia, il Giro del
Mondo di mano han ripetuto per intero le pubblicazioni della Società ;
la Gazzetta di Torino, il Corriere delle Marche ec le riprodus-
sero per estratto. Ancho ncil' Argia di Melbourne e nella Gazzetta
Italiana di San Francesco in California si fece onorevole menziono della
Società Geografica Italiana. Eccomi, onorovoli Socii, al termine
della mia relazione, cho vo' chiudere con un mio desiderio ispirato da
giustizia. Digitized by Google 15 -
S*» al capitano Tortello, che spaventò i più audaci na-
viganti, facendo con piccolissima barca un giro attorno il globo, nel
(inalo rettificò anche la carta delle Caroline di Luthe , si debba una
medaglia d' onoro ; come la si deve pure al Vicario Borgatti per la bella
relazione del suo viag- gio d' Abbeocuta e del Delta del Niger , ed anche
a Don Paolo Abona , residente a Mandalay nell' impero birmano , le
cui notizie sull'alto Jrawaddy hanno contribuito a sta- bilire comunicazioni
fra l' Europa o la China occidentale , che sono cinque volto più pronte
delle già esistenti esclusi- vamente per Canton ; se all' illustre
Antinori , che per la Fauna e l* Archeologia geografica , non ha temuto
nella Nu- bia e nella Tunisia del Sud , nè i miasmi pestiferi delle
paludi , nò le zanne dello pantere , ed ha il valent' uomo tanto operato
a prò della società di conserva al sullodato Comm. Negri , se a lui
debbasi per giustizia una medaglia ò cosa evidentissima, — Nè si potrebbe
non retribuire con pari onoreficenza Raimondi che rischiara con tanto
successo l' intrigata idrografia delle acque peruviane scendenti
alle Amazzoni, Ori cho avanza operoso la scienza sul Nilo, Boc-
cari o Dorìa cho V accrescono ad lava ed in Bornoo.... nè a qualche altro
benemerito socio si potrebbo negare l' onore di una medaglia — io bramo,
ed il desiderio mio sarà di tutti, perchè eco di giustizia, che una
medaglia sia conferita pure da quel Consesso al Comm. Cristoforo Negri
Presidente della Società Geografica italiana por tanti titoli sì
benemerito, cho nulla più. Possano gli uomini onorandi , che
racchiude nel proprio seno quel nobile Consesso far lieta accoglienza al
desio di Digitized by Google - 16 -
colui, che ammiratore del merito, brama ammirare che non
vada senza essere onorato! Quindi questa nostra Accademia manda,
per mio orga- no, a quoll' illustre Sodalizio un saluto fraterno,
veggendolo «urto con si lieti auspici in si breve tempo! SULL'UOMO
PENSIERI DEL CAV. PROF. A. CATARA- LETTI ERI
Antonio Catara Lettieri Digitized by Google
Digitized by Google j AW
Illustrissimo SIGNOR PRESIDENTE DELLA R. ACCADEMIA PÉLORITANA
CAV. PÀRKOCO GAETANO MESSINA PROFESSORE ni DIRITTO
ecclesiastico sella n. università degli stcd di Messina
preside DELLA FACOLTÀ GIURIDICA fjl fu A \ i ò s i nto
ó temente Offrendo alla S. I . Ili™ questo mio lavoro
mi e caro il dire, che soddisfo un voto del mio eiwre , perocché si e per
Lei massima- mente che si videro cominciare le domenicali
Conferenze nel nostro Sodalizio, cotanto bene accolte nel nostro Paese, e
che saranno con- tinuate nel novello anno. Io non debbo ricor- dare
tutto che si è tatto di bene durante la Sua Presidenza , che la Sua
modestia mei vieta, cume per medesimezza di ragione noìi devo dire
della dottrina vasta e profonda di Lei e delle specchiate virtù, che han
sede nel Suo petto — ma mi permetterà dirle che mandando
alle stampe la prima conferenza, che per me si lesse in quella prima
tornata, ed il seguito che avrei dovuto leggere per. C anno
vegnente, che essi scritti si appartengono alla Accademia — però che
sento il debito fre- giarli del nome di Colui, che degnamente
rappresenta il Peloritano Sodalizio. Mi con- tinui la Sua amicizia ,
mentre ho V onore essere Messina 21 novembre 186ÌL
\ i De wli «siino A. .
Cat«ra-Lettierl. Digitized by Google UNA
PAROLA AI SOCI Son lieto potervi annunziare che la
risoluzione di aprire in questo luogo , sacro al Sapere , le con-
ferenze domenicali , ò stata accolta con plauso da coloro , che son socii
del Peloritano Consesso , ed anche dai non socii. Pure non
toccava a me esordire quest' oggi , perocché non era affatto preparato ,
ma dovetti sob- barcarmi , piegando la cervice , non senza il
timore di non colpire nel segno, trattandosi d' un lavoro fatto d 7
un fiato. Quindi alla mia pochezza, io nqn dubito, sop-
perirà la vostra indulgenza. Il mio discorsetto suir uomo non sarà
invero dire una conferenza, ma piuttosto V inizio delle con-
ferenze, che saranno ogni domenica date dai nostri egregi Socii.
Se dovessi dirvi schiettamente la cosa, la mia conferenza sarà lo
schema di una serie di conferenze ' relative ali' Uomo. •
Digitized by Google VI Noi dicendo
conferenze domenicali scnz' altro , abbiamo intono lasciare intera la
libertà dei socii, non legandola a nessuna specie d' argomento sia
letterario, o scientifico, od artistico, o classico, o tecnico — abbiamo
inteso eziandio che le lor confe- renze sian popolari , o pur no , o
siano miste di cognizioni che rispondano alla comune apprensiva
degli animi colti , e di quelle che sono patrimonio esclusivo dello
scienziato. Abbiamo tutto questo vo- luto lasciare alla discrezione d'
ognuno. Rispettando tale libertà non solo si risponde alla
varietà dei bisogni , delle tendenze e delle ca- pacità , ma si rende un
omaggio alla Società che seppe e volle attuarle. La quale,
ponendo mente all'attuale movimento degli spiriti, ben comprese il dovere
di prender parte a quel commercio di lumi cotanto importante al
progresso dell' umano consorzio. Io adunque prendo l' iniziativa ,
facendo asse- gnamento stili' animo vostro benevolo , che saprà
accordare alle mie povere parole larga indulgenza. Digitized
by Google L'UOMO (*) 1. Sento una voce
che altamente dice, una voce ripetuta da mille lingue : 1/ uomo 4 un
bruto! 2. Mirato qu^st' essere ! Ora ignorante , ipocrita ,
su- perstizioso — ora credulo , avaro , ambizioso , il buo cuore
essere sede delle più abbiette passioni. 3. Egli sacrifica il bene
altrui alle sue brutali passioni! Caino e Giuda non furvn soli nel mondo
, il loro seme non si è spanto mai. 4. Lodino pure ed
innalzino a cielo quest'essere umano, ludibrio di tutto le più
scompigliate passioni, dei più tetri e rei disegni , non potranno giammai
negar la storia che alta- mente ad ogni piò sospinto smentisce la vanità
degli umani pensieri. 5. Egli porta la mano sacrilega sul suo
simile , e Te- nore , la persona , gli averi altrui non isfuggono alle
sue cupidigie ingorde. (•) Conferenza letta nella Rcalt
Acromi» Prioritari» il giorno 13 aiu»no 1JM30.
8 6. Fa sa ben dissimulalo , ti sbatte in viso il
turiboli ■MI' adulazione — c , in raen che tei dico, ti tradisce.
7. Oh il bacio di Giuda non restava infecondo! 8. Se non à
potuto agguantare il potere, ti vien fatto wd rio tutto umanità, ogni 6uo
discorso esser tutto micio di rwi umanitario, di eguaglianza, di
libertà, di civiltà, e di tutto le più bollo parole che suonano così
gradite alle crecchie casto , ai cuori retti! 9. Oh Dio!
Eccolo già in alto saggio, su cui vi per- venne coli' ipocrisia e col
delitto — e con questo e con quella si mantiene , dando sfog » ai suoi
istinti brutali. 10. Ove n'andato quei sensi umanitari , quelle
promesse di migliorar lo umane condizioni, lo stato del popolo?
3 1. Povero Popolo] tutti dicono che son per te, e da to , ma tutti
finiscono con crocifiggerti ! 12. Povero Popolo! sei zimbello di
tutte le adulazioni, di tutte le più smodate lodi — bugiardo osanna, cui
tien dietro il crveifìi/e! Perocché alla fine col tuo sangue si
chiude ogni dramma sociale. 13. Tu, o Topo lo , paghi tutto!
Per te lo caste, per te la servitù , per t« il feudalismo , e quinci e
quindi il pauperismo. H. Ludibrio dello passioni dei potenti,
vi si aggiunge lo scherno chiamandoti — Popolo Sovrano/ 1 5.
Sovrano che à tra per lo mani la canna per scettro, in capo la corona di
spine! con quella sei battuto, e con le acutissime spino ti si traiigo il
capo ! lo. Si lasci almeno al popolo la sua più preziosa ere-
diti, qual si e quella dello »uo credenze! Ah non si attenti a questa
sacra proprietà ! 17. Eccolo ferocemente bruto portar la sua mano
sa- crilega sul Santo dei santi , e far di tutto per alterar o per
annullare le più sublimi e consolanti verità, patrimonio
della umanitaria coscienza, che. dovria restare inviolabile ai
deliri delle bugiardo passi' mi ! 1S. Mirato come la vita
dell' uomo di lettere è sparsa di dolori, e spesso di tormenti che gli
sono un vero martirio! 19. Egli cho tien dietro al bello, al vero ,
al bene in questa vita terrena, e non mai può coglierli del tutto, ma
pur ognora vi] aspira, e fu di tutto per incarnarne alcun che nelle
sue opere , nelle sue azioni, vedesi tormentato dalla società, dai fatti
che essa più o meno offre in opposizione a queir ideale per lui
vagheggiato nel proprio spirito 1 20. Adunque doppio martirio è per
lui , quello di una idea che gli sta ognora presente , e sempre gli
sfugge , e quello dei fatti sociali, degli uomini che lo fan segno delle
loro calunnio , o dei fatti che vede in antagonismo a quelle alto
idee che vagheggia ! 21. La vita di lui è attorniata di tutti i
pericoli. Tenta portar la face nrlle tenebre della vita , e di
presente tutto lo passioni si svegliano , si scatenano e vogliono
anni- chilire la potenza di quel pensiero apportatore di luce.
22. Lasciatolo , dico uno , è pazzo ! non vedete che il suo
pensiero ò in antagonismo alla realità della vita ! 23.
Schiacciamolo colla potenza dell'oro, dice un' altro I Ma la virtù
dell'uomo divino sfugge all'azione corruttrice dell' oro , non avendo la
potenza morale aflinità alcuna con lo ricchezze , anzi ripulsione,
24. Non abbiamo che farne di costui , grida alto una voce I
gittiamoio in una prigione , egli scandalizza e conrompo il popolo , e io
solleva ! 25. Ed ci, l'uomo virtuoso, vi sta incatenato pfr
s^i lustri come Campanella ! E la potenza d«l suo sovrano intel-
lo Mto non si spegli» 1 , ansi divien più luminosa a
mille doppj in quel luogo tetro. 26. N«>n vi è eh.» farne
di uomini così caparbj, insen- sibili a tutte le p^ne dei ferri,
dell'esilio, delle carceri, delta torture, però levasi la v >ce di
molti: mandiamolo a morte! 27. E 1 uomo divino muore si , ma come
Socrate be- vendo la cicuta , e predicando 1' immortalità dell' anima
— o come Mario Pagano, disputando coi colleglli di martirio la nera
che precesse la sua morte sul palco eretto dalla ferocia dei tiranni ,
sul tema socratico ed a prò di esso ! 28. Oh animo benedetto di
Anassagora, di Socrate, di Pagano , di Cirillo e di cento altri , noi vi
salutiamo , ed il nostro saluto sia un omaggio reso alla virtù, che ebbe
sede nei vostri intemerati petti ! 29. Oh martiri della fede,
della patria, della scienza! Voi mostrando la potenza della fede , del
patriottismo , del vero, mostraste la potenza dell' intelletto e del
cuore umano! Voi mostraste che 1' uomo non è argilla soltanto , ma
questa animata e vivificata dallo spiro divino I Voi mostraste che
1' uomo non ò soltanto bruto, ma alla natura animalesca con- giunge un
cho di divino ! 30. Se guardi la stupidezza, la corruzione, le roe
ten- denze, l' abbiezione, 1' abbrutimento di alcuni uomini sei
tentato a dire che 1' uomo sia un bruto o un demone. 31. Ah
sospendi , per amor di Pio, il tuo giudizio — - osserva meglio , estendi
1' orizzonte delle tue idee , allontana Io sguardo dalle miserie umano,
in che l'avevi ristretto, volgiti altrove, e vedrai 1' altro lato dell*
uomo ed il più im- portante, lo vedrai un angelo. '\2. Fa
ragione che quegli uomini stessi la cui mente ^'ìaco avvolta nel hujo
dell' ignoranza , son capaci di essere Digitized by
Google 11 illuminati , il loro spirito può
eascro stenebrato. Quelle umane creature il cui cuore è avviticchiato dal
reo costume, e per- Vertito tanto che oflVe il tristo spettacolo di una
furia di sverno — esse stesse son capaci di smetterò quelle
colpevoli azioni , quello ree abitudini ed entrare in una via di
morale perfezionamento. 33. Basterebbe questo solo a mettere
in chiaro non essere l' uomo del tutto bruto , esistere in lui un che di
supe- riore alla natura tutta sensata, all' immensa schiera
animalesca. Pon mente a quel che dico. A lui solo il
rimorso, il pentimento, perche a lui solo apparisce la legge, a lui
appartiene la libertà. Egli adunque nei suoi stessi traviamenti
comprende che è uomo o non bruto. Che vaio dunque addurre le sue colpe,
se in esse stesse si legge che uon ò bruto , se in esse sta
scolpita la sua umanità , la eccellenza del suo essere ? 34. Ma vi
ha di più , anzi quasi dirò il meglio , che forma V iucantesimo di quanti
voglian essere giudici imparziali e son scienti. Mirate i
prodigi dell' umana potenza in tutte le opere che Ella ha largamente
sparse , e quasi vorrrei dire gettate sulla terra ! 35. Se
volgi lo sguardo alle Piramidi d' Egitto , al Colosso di Rodi, al
Panteon, al Circo si appresenteranno grandi e magnifici insieme il
Vaticano , il l'aìazzo di cristallo, il Tunnel .... e cento di simili
opere colossali fra gli antichi od i moderni. 30. Mira la
trasfigurazione dell'Urbinate, forse e senza 1' opera più perfetta che
sia uscita dalle dita d'un pittore! Volgiti alle logge del
Vaticano! 37. Son semidei , non ò egli vero , son angeli
coloro che fecero opere sì stupende , por non ricordarne altre !
Non 12 pare che la Provvidenza per rendere mono
incresciosa la vita mandi quando a quando qualche spiriti superiori, che
con le loro opere faccian dire ai contemporanei: Eglino son angeli!
38. E non furono angeliche lo opero di un Bellini , e quello della
sovrana mente del Rossini ? Si , la Pittura , la Scultura , la
Musica sono «stupendo manifestazioni della potenza del pensiero umano ,
eh" non si può stoltamente confondere con nulla did creato.
39. Eppur vi ha un' arto che pinge , scolpisco ed è armonia. La è
questa la Poesia. Omero , primo ptttor delle memorie antiche , è ad
un tempo scultore del pensiero armonicamente. 39. Che dirai
della Stampa, della Pila di Volta, del Vapore ? Mi dirai cho intendi ad
alto line , quello cioè di accomunar le ideo, dando a queste, possibilmente,
in atto quella universalità che si hanno in potenza. Vuoi in un
certo modo fare che il pensiero non sia esclusivamente mio o tuo ,
ma umanitario. In pochi istanti il pensiero fa il giro del mondo. Pria
giravano gli uomini per acquistar le idee ; oggi viaggiano queste per
istruir gli uomini. L' uomo vive sotto l 1 impero della leggo del
tempo e dello spazio — ma ei colla forza del suo spirito ha fatto
di tutto per ridurre , quasi direi , a nulla e spazio 'e tempo. L'
anima sua vivo noi t^mpo e nello spazio, e non già per questo e quello,
corno l'unità dello epoche e quella dei corpi; brama ed opora in modo per
trasfondere nelle coso circostanti la sua potenza unificatrice, figlia
dell'unità dell'essere pensante. 40. Né spaziando solo nel campo
dell'arte, sia bella o meccanica , o predomini in essa il raggio del
bello o V ele- mento dell' utile , ti vien fatto toccar con mani la
grandezza dell' uomo, ma pure se alle scienze sollecita ti fai a
volgere lo sguardo — svolgendole sarai meco che 1' uomo esercita un
Digitized by Google 1.1 imprrio su
lu natura tutta quanta , ed < gli solo lo esercita , perciò a lui solo
è dato quello spirito immortalo che primeg- gia sulla natura intera.
41. Dalla molecola al globo coleste, dall'insetto all'ele- fante, dalla
fogliuzza all'albero più alto e maestoso tutto ei ha tentato conoscere.
La potenza del suo genio gli fa crear degli strumenti , e penetra nelle
più esili parti della materia, ne rileva le leggi di composizione p
decomposizione ; le leggi generali della natura comprende.
42. Non isfagge il globi terrestre alle sue indagini — t-i tenta
penetrarne 1' intima natura , la struttura , la forma- zione — quasi
geografo dolio età sconosciute, vede addentro la scorza della t rra,
fatta por lui diafana, lo trasformazioni che nel corso dei secoli ha ella
subito. 43. Invano la sterminata distanza fra terra e cielo ,
chè drizza alle sfere l* ottica lenta, vi ascende vittorioso, vedo le vie
dogli astri , ne conosce lo moli , le orbito , le attrazioni , le
aberrazioni , — addiviene legislatore degli astri. 44. Quindi non
più impallidisce delle eoclissi , e della malaugurata luce d 'Ile
fiammeggianti comete , ma seguitandolo col pensiero nel cammino dei
secoli, i più tardi nepoti del loro apparire ammonisce. 45.
Oh i prodigi della mente dei sacerdoti d' Urania f di questi profeti
astronomici ! 46. Ricco ornai di tanto sapere attinto negli astri
, scendo sulla terra, e malgrado cho essa col senso sia incom- mensurabilo
, pure col pensiero la stringe in piccol campo . e la misura, come si fa
del più piccolo oggetto che si ha tra mani. 47. Dalle
astronomiche cognizioni egli ottenne guida su pei mari — norma stabile
nei pesi e nello misure. 48. Le leggi del moto ci rivela, e quindi
allevia di li dure fatiche gli uomini , dà nonna
certa agli editizj , uustodia alle città dai fulmini dei guerrieri
offensori. 49. Ed è pur bello il dire che egli ha ottenuto
tali miracoli su pei cieli, sulla terra e sul moto muovendo dai
con- cetti dello spazio e del tempo, ed atjgiraudoM nH campo
ideale, ai ù fatto ricco di quel materna; ico sapere, cui l'acuto
senno della iMatomca fìlosotìa die il n me di Ih'anoja, per
significarne il carattere medio fra 1' intelligibde ed i sensibili , fra
la scienza e 1' opinione, 50. Dimmi ora, sa il cuor ti basta,
che l'uomo è bruto ? che uno spirito non informi il suo corpo , e come
di- cea il Pascila! , che l' uomo non sia una canna pensante ?
51. egli ù fragile quauto una canna fisicamente consi- derato, ma
forto e potente rispetto al pensiero. Il quale non contento di
scendere, or nei profondi abissi della terra e del mare , or d'
innalzarsi nelle interminate vie del firmamento, pur ardito sollevasi
all' Eterno, e lo vede in ispecchio ed in enigma, per usar lo parole
dell' Apostolo. 51. Non vi ha molecola , non erbetta , non insetto
, di cui non intenda comprenderli 1 le leggi, la struttura, gli usi,
i lini, le attinenze col creato intero. Quindi scoprendo le leggi
dei minerali , dei vegetabili . degli animali , piega la natura ai suoi
desideri! , la doma, la impera — egli tanto può, quanto sa.
52. Volete adunque sapere la forza , 1* astensione del suo pensiero
? mirate il suo prodigioso potere. Se dal campo della natura
corporea ei è principe mercè V anima, vasta e potente, si ò colla stessa
forza divina ohe penetra nel mondo morale ed in quello sociale.
ó:'». Chi potrebbe dimostrare brevemente come il pen- siero
scandaglia se stesso , il mondo , DJb ? Senza fotocopi] ,
microscopi , crogioli, fornelli , reattivi , Digitized by
Google 15 scalpelli il pensiero ha virtù di
penetrare in se , nelle ragioni supremo degli esseri , nella ragion
prima creatrice Egli è vero che penetra in tutto questo, ei è capace di
questi sublimi voli , di eseguire questi difficili e miracolosi
viaggi scientifici , che all' occhio volgare sembrano impossibili, o
fan- tasie, ma tutto quest > lo fa coli' ajuto della luce ideale,
che lo anima e vivifica , tuttavolta è certo che senza la potenza
cogitativa di riflettere non potn'a sì allo sollevarsi. 54. Oh
auimc sublimi di Platone e di Vico, d'Aristotile e di Cartesio, di
Senofane e di Miceli, di Bruno e di Spinoza', di Kant e di Hegel , di
Anzelmo e di Tommaso , di Danto e di Bonaventura di Lock , di
Romagnosi , Galluppi , Bosmini , Gioberti , t'ousin o cento altri ,
noi rispettosa- mente vi «aiutiamo , e con noi tutti coloro che sono all'
al- tezza di comprendere la misaioue della scienza principe, della
scienza dello scienze ! di questa legislatrice di lutto lo scibile !
Potrà alcuno ignorarla , potrà pur calunniarla — ma chi non ha attinto a
quella fonte , avrà sempre inaridita 1' anima , e si morrà come
Tantalo. 55. Ed è appunto n i campo sociale, che ei scendo
armato col sapere filosofico. — E qui è dove i doveri ed ì diritti
individuali , sociali , pubblici interni ed est-mi — la società nella sua
natura, nel principio vitale, mi suo tripli, e stato economico, morale o
politico — la legge che serbano nella loro evoluzione — oppur le leggi
dell' ordine n casari > delle ricchezze. 56. Un altro
passo — ed ecco ascendere alto allo — dalla contemplazione dell' Idea
studiar la vita dell' umanità, e formolarne la legge, o scandagliar la
legge che serba l'urna mtà nello evolgimento del vero, del bene, del
bello, nelle quali ella compie tutta quanta se stessa — Tali sono le
impr-a* 16 giganti àel pensiero nell'ordine
morale, giuridico, economie), umanitario. 57. Pur maestoso è
ammirare il pensiero procedendo da tronco a ramo, o da ramo a foglia,
tutto rischiarare T intrec- ciato albero delle favelle, che si allargò
sulla terra. 58. 0 colla stampa produrrò V immensa rivoluzione
noi mondo intellettivo, cosicché cessando il sapere d'essere la
pro- prietà di pochissimi privilegiati, divenne patrimonio comune,
ed il solo di Minerva illuminò rapidamente tutto il globo. Se allora 1'
acquisto d' un' idea costava un tesoro , oggi poco o nulla vaio — allora
viaggiavano i sofi per imparare , oggi i libri per insegnare — oggi le
idee viaggiano, facendo il giro della terra, colla rapidità dell'
elettrico. 59. Ammirato questa fragil canna pensante , coli'
aiuto della stampa , trascorrere 1' oceano ed il nuovo mondo , e far
stupire l'antico — penetrare la terra dello sabbie, ravvivare le ceneri
di Cartagine , e far parlare lo ossa dei Faraoni — rovistare l* Asia , e
squarciare il velo Sanscrita , palesare i misteri dell' Indostan —
dapprima col cannone britannico , quindi con amichevoli relazioni
atterrare 1' egoista muraglia del celeste impero, già da tanto tempo
addormentato alle cantilene dei suoi Bonzi ed allo sbadiglio dei suoi
imperatori — tirare di mezzo alle onde un nuovo continente , i; l'
Oceania colle nuove sue pianto , coi suoi nuovi animali , collo mille
isole , sorge quinta figlia del mondo, ed all'amore dello maggiori
sorolle presenta il suo seno ancor vergine, |' incanto della sua
gioventù. 60. L' umana intelligenza adunque non cammina più a
stento od al nulla, ma cammina alla perfezione, e svolgendoci sempre più
vinco il passato, domina la barbarlo e la forza, »■ coragpoia &i
stende all'avvenire. Digitized by Google
17 61. Quando io lui penso che ebbi culla in una terra
, patria di quegli arditi e potenti pensatori , che destarono il
mondo dal profondo letargo in che viveasi , imprimendogli quel moto che
die vita a tutte le genti — io ne lodo la Provvidenza di un tanto bene !
* Quando ini ricorrono alla mente Dante creatore delle
lettere ed arti cristiane , sintesi suprema di tutti i tipi della
estetica moderna, ingegno eminentemente dinamico — Flavio Gioja elio
insegna ai naviganti !a virtù misteriosa dell' ago magnetico — Colombo
che d ma al mondo antico un nuovo mondo — Galileo che scuotendo !'
immobilità della terra , ai fò ardito a lanciarla fra' rotanti pianati —
Archimede che rivive in Maurolico — e Telesio , e Campanella, e Bruno,
e Macchiavclli, e Sarpi, e Torricelli , e Volta colla famosa Pila,
e Vico Creatore di una scienza e conscio di esserlo o tutti
coloro che levarono vanto d'esser maestri delle genti — il mio
cuore s'inonda di gioj.i, e ne ringrazio Colui che tutto muove.... Si, la
Divina Commedia, la Scienza' Nuova, la Pila di Volta bono tal triade
gloriosa dell'ingegno creatore italiano, che rolla maggioro !
62. Non è boria nazionale, ma verità di fatto. — Qui la sovrunità
dell'ingegno siede maestosa sin da' tempi vetusti, e si perde nelle
venerande memorie del Pitagorismo, e più in là. Qui la Provvidenza
suscita in p chi lustri ciò che al- trove ha luogo in secoli , e forse ,
per alcuni rispetti , non inai — Qui per tristi casi , per nequÌ2Ìe di
tempi non venne mono giammai ! 63. A me pare di vedere con
Dante assorto nella con- templazione della sua Beatrice — con Colombo che
si volge alla scoperta dei Nuovo Mondo — con Galilei che non paven-
tando nò la tortura nè il rogo, pronunzia il sublime: Eppur la si
muove/ — con Cavalieri che medita 1' invenzione della 2
18 Geometrìa dogi' indivisibili — con Michelangelo
inteso allo innalzamento della Olinola dol Vaticano — con Raffaello
elio pingo la trasfigurazione a ino paro di vedere il simbolo
dello scienze , d ;lle lettere e delle arti I Ogni simbolo
doflo ombre venerande dei grandi figli di Italia ò una potenza, una storia,
una scienza, un'arte — o più che una face, un faro, un Sole nel tempio
dell' universo sapere I G-i. Potea adunque qui durar per
sempre la schiavitù del pensiero, la servitù allo straniero, la patria
scissa iu brani ? La sovranità della mente richiedo autonomia , che
ra- zionalmento reclamavano il pensiero , la nazionalità , e perciò
nelP ordino operativo dimostra fondarsi la grandezza di quello
intellettivo. G5. Spingo ancora lo sguardo dilla mente nel
processo dell' umano pensiero. Il quale tende ad accomunarsi
eolla tradizione nella specie, o quindi a rappresentar se stesso con
immagini, d' onde la scrittura ideografica o rappresentativa, o con
simboli , la scrittura simbolica o geroglifiea, Mia Bempre
imperfettamente, finché non perviene a c mprendere non dovero imprimere
s< stesso immediatamente , ma i segni dei suoni , che saranno
segui dei pensieri — ecco la scrittura alfabetica. Si avvantaggia
grandemente , che il pensiero , che pria era individuo, addiviene sociale
— pur non è ancora umani- tario. Non ò certo 1' isolamento della prima
epoca , ma ù pensiero, da cui deve venirne la comunione, è quasi
solitario. La scintilla, arcanamente divina, tende a produrre gran
fiamma, ad accendere un faro universale, ma mancalo 1' ossi- geno , 1'
aria. »'•<>. il |*'iisiero di quell'epoca rispetto
all'umanità, ò lampade che illumina più sè stessa, che vii altri — o
latn- Digitized by Google 19
pade cho illumina gli scheletri d' un sepolcro. La virtù cogi-
tativa risplende rinserrata in se, come la potenza di ro soli- tario in
isola deserta ; o come ro , cui manchi il popolo , od oratore nel
deserto. So non che, verrà giorno in cui gli scheletri si
tramu- teranno in esseri rigogliosi di vita por opera dello stesso
pensiero, che troverà modo, come acquistare in atto quella signoria che
si ha in potenza , annullando tutto che si oppone alla sua universalità,
alla sua forza espansiva ed unificatrice, * ognora perenno anche quando
sembri che non operi , o pur che facci l' opposto. 07. Allora
ti verrà fatto ammirare quel re solitario, re cT immenso popolo,
umanitàrio , re dell' umanità ! E ciò sarà un fatto. Io il dico con piena
convinzione , che in me o pro- dotta dal presente unito con vigorosa
sintesi al passato , unione di presento e di passato che mi fa presentire
il futuro. Ciò che fummo , spiega ciò che siamo — quel che siamo ,
dichiara quel che saremo. G8. Facciasi ragione che se all' epoca di
assorbimonto ò .succeduta quella di antagonismo o di guerra: a questa
terrà dietro un epoca di pace o di conciliazione, più o meno. per-
fetta o proporzionevole all' imperfetta e perfettibile umana natura —
alla quajo n.l secondo ciclo ò sol concessa quella perfezione , cho nel
tempo ò follia sperare , ma cho pure essa brama, ò il mjvent^ precipuo
delle magnanime op^re, tanto nel campo del sapere, quanto in quello
pratico. 00. Volgasi con me uno sguardo fuggevole al passato
ed al presente , e tantosto si riv-i-lerà all' anima il futuro , e ai
accrescerà la fedo in esso. Di vero so ti farai ad esaminare con
occhio superticial-i il corso degli ultimi tre secoli, non vi vedrai che
lo spaven- Lovolc caos, che novella Babele — Sistemi che si
seguono. . incalzane , e miti ai urtano , m contraddicono —
Scien» che si c.DU-ndf/no a viva forza il primato , anzi par che
vo- gliano assorbire tutto in se stesse lo scibile — Tutte le
credenze tir. osse , tutte le autorità chiamate a render severo conto di
ce, della loro ragion d' essere , anco quella della steppa ragione , che
chiamava tutto a novello sindacato — e talvolta tutte esautorate,
coni" la ragione uccise se stessa. 70. Lunghe c fi>re son
citali battaglie, che io chiamerei umanitarie; in esse si combattono
sempre l'idea c<">n la scusa- zione, la libertà cn l'autorità,
la ragione col senso, la fede con la ragione, la civiltà con la
barbarie. Ed imminente ti aspetti la morte dei combattenti,
pe- rocché) semi raso dirette dal soffio venefico d< 1 genio
della distrattone , che fra non guari t' immagini assiso sui
rottami del mondo delle nazioni , e eoli' inno d< Ila vittoria
intonare i funerali dell' umanità. 71. Ma DO ! allontana 1'
«occhio dalla buccia delle cose, o spingilo addentro in esse — penetra
c<dla tua mente, ti dirò col linguaggio Kantiano , n^lla realità noum.
nica , non curando quella fenomenica, che è quati la Maja
degl'Indiani, ed aliora leggerai apertamente nel compito dei secoli, uou
già un lavoro doli' indolo di quello di Penelope, o di quello delle
Dftnajdi , immagini pagane della fatale itasi, o di un Cerchio fatalo ed
eternamente identico, ma vi leggerai, il ripeto, le vittorie dell'uomo,
di questo misto di miseria e grandezza, nel mondo lìbico, intellettivo,
politico.... 72. Ah si, leviamo con grato animo alto la mente
a quegli uomini, che furono i profeti delle grandi idee nou solo,
ma i martiri ; perocché noi al loro patire ed al loro sangue- dobbiamo la
libertà ed i beni di cui godiamo. Qua=i direi novelli imitatori di
Cristo, a' immolarono pel riscatto dell'umano pesueiro, e eoa ea-o delle
umane associazioni ! 11 loro sangue, Digitized by
Google 31 quasi direi , ai trasformò in quella
sostanza vitale , chi? forma il nutrimento sostanziale , .salutare della
moderna società , la quale a quel sanguo benedetto ed a quei dolori
santissimi va debitrice, se oggi non ha più inutile e sacrilego
spargimento di sangue , e non ò più martoriata da atroci dolori.
73. Un'altro istante con me, signori, o toccherete con mani la
realità di belle , eloquenti vittorie. Allora si uccideva 1' uomo
che pensava — oggi nem- meno si uccido 1' uccisore del pensiero.
Allora il rogo a chi pensava ; oggi nemmeno al bruto che non
pensa, Allora si martoriava l'accusato colla corda, col
ferro, col fuoco — ora nemmeno il ivo vien punito con tali pene.
Allora il diritto mentiva le apparenza di divino, ma <ra in
fatto regio, patrizio, nobile, di sangue, era privilegio — oggi il dritto
è tutto in tutti, ed ò veramente divino sol perchò è diritto.
Allora il dirilt » del re era solo sulla sua spada — oggi
precipuamente nel volerò del popolo. Allora il diritto del re era
la forza, ed i! dovere del popolo una fatalo necessità prodotta dalla
forza imperante — oggi il dovere del popolo ò il diritto del principe ,
corno il dovere di questo si risolve nel j'.is del popolo.
Allora dicevasi : io sono re per volere di Dio — oggi per volere
del popolo. Oggi un pazzo direbbe : io sono lo Stato — ma invece
io sono pel popolo e dal popolo. Allora la forza di uno che mentiva
il giure di tutti — oggi il dritto del popolo che ne investe chi merita,
chi è galantuomo, Allora il diritto divino — oggi il
divmo-umano — ciò* 1 hi* 22
allora il ro dice»: Dio e*l Jo — oggi dir dove — /sto, il po- polo
ed io. 73. Allora...! Oggi ! Oh l' immenso divario che
corre fra 1* un tempo e l'altro ' Divario che si accrescerà ognora ,
essendo Y avvenir» simile al passato. 74. Infine medito mille
insegne adottato da tre nostri italiani sapienti, o vi leggo il pensiero
magnanimo e sublime, elio ò stato 1' anima del mio discorso.
Divoro quando richiamo al mio spirito , 1* insegna di Tommaso
Campanella — una campana col motto: Kon tacd>o. L'intitolarsi che
facea Giordano Bruno: Dormi tantium r uni- morum cxumbitor. L' impresa da
Bernardino Tele» io posta all' accademia di Cosenza, una luna crescente
col motto: Dome lotum imnkat orbcm — quando a tali simboli io penso,
com- prendo allora la voce , che parl i forte o soave ad un tempo
all' umanità , anco quando sembri che stia silenziosa. Veggo la sua
potenza, che custodisce e scuote l' inerzia d^gli animi , e li tien desti
, anche quando questi faccian le viste d' ossero profondamente
addormentati. E veggo infine che il verbo interno umanitario
sempre loquente, sempre custode e potente, tende mai sempre a
riempir di se tutto il globo, ad attuaro quella suprema signoria, che si
ha in potenza. E pur veggo che ù 1' Ideale, che è nell'umanità,
sopra l'umanità ed al di là di essa, e pertanto è distinto dalla
stessa. È l'Ideale, che muove l'umanità, la penetra, la informa, la
vivifica, la anima — e pur non è l'umanità! Compreso da riverente affato
adoro tal sublime parola , che muovendo arcanamente 1' umanità , le dà
nobile indin/jw ! Me lo prostro , e voi con me.
Digitized by Google L ' UOMO ( ' )
Dovendo preludere alla solenne apertura doi eorbi d' questa R.
Università» il mio discorso, quanto alla sostanza ed all' intento
propostomi , riesce opportuno — oggi elio por taluni si mettono innanzi
vecchi errori, degni solo di occupare un posto nella storia delle
aberrazioni dello spirito umano — oggi par proprio debito dello scrittore
impugnar la penna c vi^o- rosamento combatterli, cacciandoli nell'
obblio, da cui la pas- siono vollo cacciarli fuori. Taro
veramente una contraddizione , ma puro ò una verità di fatto , che mentre
i' attuale generazione concepisce , ed intende con generosi sforzi
attuare le più bolle aspirazioni che siano cadute in mente umana,
rispetto al progresso sociale, quali sono il vivere libero, la pace
perpetua ed universale, il risorgimento delle nazioni, la trasformazione
delle plebi in popolo.... e cosi via via, che sarebbo lungo il ridire a
lodo dei nostri tempi — pare impossibile , io dico , che si dia
opera per alcuno a rinnegare la nobiltà dell' essere umano ,
confon- dendolo colla natura brutale del gorillo o dell' orang-outang
; pare impossibile che le scienze naturali si faccian tanto scon-
finare , asserendosi per taluno che la materia à tutto, il sistema
nervoso ò 1' unico fattore nell' uomo. [■'■) Alcuni brani di questo
lavoro furono per ino letti il 16 no- vembre in occasiono dell* solenne
apertura doi corsi di questa Regia l'nivcrwtd de^li Studi. Iti*
1A Coma si può rendere ra"ione .li Ini mostruosa
contrad' dizione ? Da una parte la brama <Y invadere il
campo altrui . costume vecchio quanti il mondo, ed a cui non può far
lieto viso che 1' ignoranza , o ppgpìor cosa ; corno d' altra parto
i prosperi successi ottenuti nella sfera delle scienze che han per
obbietta la natura materiale, possono illudere al segno di trasportare in
altre scienza, di eoa e ben diverse dalla materia ed in altra guisa
conosciute, il proprio metodo, il proprio criterio, Io abitudini
proprie Vi son altri fattori che dàn spiegazione , ma che per
ora non è necessario significare. Solo devo diro che por molti si tien
dietro al cattivo vezzo , perchè usciti da un' epoca di servitù, alla
quale non si tornerà giammai, l'invaghiscono di una libertà fescennini,
sconfinando nelle loro azioni ; simili a quei giovinetti tenuti per lunga
pezza sotto oppressiva tu- tela , venuti poi a libertà, olirono una
condotta per nulla edificante, ina pur scandalosa, immorale.
Pure è da sperare che dopo aver toccato 1' estremo opposto , si
accorgano quando che sia dei mali commessi , che il sentiero da loro
battuto non conduco alla s spirata meta , e però scelgano una posizione
che stia fra gli estremi opposti , percorrano una via dignitosa o che
risponda a capello a quei lini , che all' uomo si appartengono.
Se non che ad ottenere l'intento bramato, ad accelerare il momento
sospirato è mestieri alzar la voce e forto contro i pretesi saggi, che
facendo le viste di emancipar 1" uomo dal- l' crr re , richiamano
essi stessi a lurida vita rancidi errori . nati in essi da abitudini
inveterate. Si, se in noi è amoro al vero, dubbiamo a tutto
potere abbattere ciò che altra volta venne felicemente abbattuto.
Non è tempo di sacrificare in silenzio i nostri sinceri affetti ,
lo Digitized by Google nostro più
profonde e ragionevoli convinzioni. Non è tempo «li dissimulare i danni
prodotti da uno speculare licenzioso, da un pessimo indirizzo — è debito
escir dall' inerzia. E poiché i creduti sapienti c^ngiung no con
falsa sintesi la loro opinione alia politica, allo scopo umanitario,
asserendo che distruggendo anima o Dio potranno i popoli esser
vera- mente liberi e riuscir al rea! ? godimento dei beni civili e
politici sinora non avuti ; cosi corro allo scienziato il debito a
dileguar questo futilo o funesto errore, che potendo preva- lere nello
inenti inesperto sarebbe causa di esiziali danni nel civil
consorzio. Il tempo in che viviamo rende grave e di somma im-
portanza T argomento di cui parlo, perocché oggi la quistione politica ti
ri 1' onore del campo, quinci e quindi è facile il farsi abbindolare
dall' errore impudente , facilità che cresce a mille doppi , avendo V
occhio che il nostro risorgimento ha preso una tal quale ilsonomia
religiosa , e ciò massimamente per la lotta con Roma , a tal che si
vorrebbe p< r taluni an- nullare Dio ed anima col pretesto di attuare
con facilità la legittima aspirazione nazionale. Noi mirando
allo sc«jpo nazionale non dobbiamo darci della falce sui piedi , che tale
sarebbe il dar io sfratto a quello idee sovrane, che sono la base e la
vita di ogni umano consorzio. Il materialismo e 1' ateismo
son la negazione di tutto che all' ordino morale e sociale si
spetta. Noi non dobbiamo imitare quei tali dei nostri nemici
in commettere orrori, che tornino a noi stessi nocivi, chè se essi in
grazia di un granello d" arena sacrilegamente fan ser- vire la
religioni ai loro rei disegni, noi non dobbiamo in grazia della giustizia
della nostra causa adoprar dei mezzi indegni , cho portano la nostra
stessa rovina. Se miriamo ad 20 e?sor grandi,
dobbiamo mettere in opera i messi veri per esserlo consentiti dalla
ragiono, dalla storia , e dal consenso dell' amenità. La
scienza, la patria, la religione tre afletti, tre idee, tre nobili
aspirazioni del cuoro umano, che Etan racchiuse in quello sapremo
categorie elio l'umanità contengono e rivelano; ^sso sono in lotta
perenne, porche nella lotta sta ii progresso, dalla lotta poi la
vittoria, ch^ vicn coronata dal premio — le intelligente miopi gi
scandalizzano reggendo la lotta, ma il filo- sofo vi scorge la legge
provvidenziale d^I pr^gn sso, richiamando alla monto le parole di Paolo,
che anco le eresie son necessarie. Forse in una sintesi suprema, in
uno schema sublimo ideale mollo tre grandi nozioni si unificano, erme V
Essere da cui • vennero ò uno — ma V essere umano imperfetto e
perfettibile , non potendo elevarsi tant'alto incespica negli errori, e
questi servono spesso a condurlo al vero — In somma ei lotta, e
dalla lotta viene il progresso, e dall' ottenuta vittoria il
premio. La scienza ha un grande compito , quello cioè del
trionfo della ragione sul senso, del diritto sulla forza, della civiltà
sulla barbarie , e francamente vi dirò che barbarie rediviva sono il
materialismo e 1* ateismo che per alcuni si vogliono propagare nei popoli
e nelle nazioni. E tutto questo mi stndierò dimostrare nella
presento orazione inaugurale , a cui mi chiama il dovere d'
amicizia verso V ogregio collega professore P, Interdonato ,
chiamato altrovo per impreveduto {accendo domestiche, e la voce
dello illustre Rettore , che sul mio animo esercita tanto potere.
Che cosa avrei potuto io fare in duo settimane, dopo di essermi per
molto l'iato provato nel difficile aringo? Mi fu forza fra tanti
mwi inediti lavori sceglier quello che piti si aflacesse alla
circostanza, accomodandolo al possibile con molta fatica all' ufficio
impostomi. Digitized by Google 27
Fortunatamente vi ha una larghezza di vedute tali, una tal quale
universalità di sapere, che ben può in gran parto rispondere allo
scopo. So non che , essendo ben lungo il lavoro , ho dovuto
accorciarl o e forse privarlo di cose che sono di molto interesse ; nò ho
potuto fare altrimenti che in alcun luogo non manife- stasse la sua
erigine , cioè una tal quale popolarità, essendo nato per far seguito
alla mia conferenza sull' Uomo, letta il giorno 13 Giugno nella nostra
Feloritana. L' uomo in vero dire, essendo un soggetto troppo
com- plesso , non potea per me ossero svolto in quella tornata cV
in parte, e nello relazioni più importanti, o, meglio, in ciò che
costituisce il titolo precipuo della sua grandezza ed eccel- lenza — il
che al certo per coloro che han diraestichozza con la scienza era un'
affermazione solenne della spiritualità del- l' anima ed una disdetta
all'abbietto materialismo; quindi ri- chiedevansi nuovi svolgimenti, io
li promette» ; ed eccomi presto a darli. Se non che oggi
devo, più che altro volto, aver fiducia nel generoso compatimento di
coloro cho mi onorano. § L La Scienza Pupolan.
Vi ha chi ehi opera a voler rendere la scienza popolare. ( Ili animi
buoni o superficiali vi prestan fede ; dico buoni , stantechò si propongono
un fine retto, qual si ò quello di giovare al prossimo ; dico intelletti
supertìciali , perchè imma- ginano le BCicDZQ e lo intelligenze comuni,
non quali realmente soni , ina in altro stato. Popolarizza^,
la scienza , democratizzarla , sono parole die molto illudono ai nostri
tempi ; è necessario quindi met- (erto giusto loro aspetto,
toglierne i' orpello, mostrandone il vero senso. Si può
flemocrattaer la scienza n<>] senso di portare alla comune
intelligenza i risultati, almeno alcuni, pratici ed Otiti delle scienza
stesse. Così si può faro una Fisica , una Chimica popolare .
anco un catechismo d' Economia Politica , e co^ì via. In tali casi il
democ ratizzare equivale a castrare le scienzo , o ron- fiarle ad un
tempo acefalo. In sostanza non è la scienza che in tali casi si trasforma
, ma è V uomo che intendendo far goderò al maggior numero i benefici
effetti della scknza , allontana pr»r anni. si quel che in c*so o di
sublime, veramente scientifico, e riunendo ciò che è privo dell' elemento
essenziale, lo porgo agli spiriti comuni. Valga
quest'esempio. Eccovi un individuo, il qual<- volendo far gustare
alcuni cibi ad un' altr' uomo , ma attesa I' incapacità di questo ad
ingojarli o a digerirli , ed attesa la impossibiliti del cibo ad esser
condott.) allo stomaco di quel- 1' infermo uomo , si studia con amore
ricavare , e , direi , ra- schiare da quello sostanze alimentari tutto
che possa esserne cavato fuori , ed ing jato e digerito. Ciò
mostra che la scienza , in se considerata , occupa un alto seggio, è
aristocratica; essa n r n può scendere, masi d V" a 4 essa salire.
La si può far scendere , ma a brani , a ritagli, a minuzzoli, omettendo
quello che scienza la costituisce. Chi intende metter soft' occhio
ad una congrega di uomini il corpo umano e darne una tal nozione di esso,
quale vien data dalla scienza d" oggi , non può supplirvi giammai
, mostrandone un dito, un dente, o il carpo, o il tarso, od una
vertebre. Democratizzare la scienza per me non ista nello
snaturare Digitized by Google 29
la seleni», ma piuttosto uH rimuoverò tutti gli ostacoli, tutte le
paatoje, tatto ciò che ne rende non solo difficile, ma Miche impossibile
l'acquisto delle scienze alla generalità dei cittadini. Quindi bando ai
monopolj , ai privilegi , agi' impacci. Da questo aspetto Guttembcrg
democratizzò la scienza nel vero senso della parola. Egli la rese
accessibile a tutte le intelligenze, diffondendo i libri ad un prezzo
tènue. Egli tolte queir aristocrazia della scienza , che non era naturale
, della essenza della cosa, ma quella che era accidentale e viziosa
- come arbilrarie e viziose sarebbero quelle leggi che respinges-
sero il povero dai Ginnasj . dai Licei, dalle Università, o dagli
Stabilimenti Tecnici , e che a ftp» di regolamenti in- ceppassero la
libertà degli studenti. A me sembra che la scienza rispetto agli
uomini si possa figurare a questo modo. Ella è come augusta
matrona, che abita in luogo emi- nente , che per la giacitura e gV ingombri
, che presenta , ò quasi inaccessibile agli umani sguardi. Essa non può
scendere a noi uomini, ma siamo noi che dobbiamo avere il coraggio,
la forza e l'animo tenace a salirvi. In modo che l'ascendere presto o
tardi, c u maggiori o minori sforzi, averne la beata, visione , più o
meno di essa sovrumana donna , o non averne allatto è opera nostra , e
quindi offrir deve delle disu- guaglianze necessarie, nate dalla varietà
delle disposizioni intellettive c volitive dei singoli individui. E
questa disugua- glianza è tale che V umana potenza non può scemare o
can- cellare. So non che , vi ha una disuguaglianza o
aristocrazia , ohe non ha sua base nella democrazia. E,
tornando alla figura, rendendo il terreno più agevole a tutti gli uomini
, senza distinziono alcuna , a poter salire , togliendo al possibile gì'
ingombri che nffre il Ur>go selvaggio. 30
rendendo tutti gli nomini «'gualment* capaci , se vogliano , a
potervi ascendere — è questa la democrazia attuabile , legittima o giusta.
Guttemberg a tanto mirò ; il resto ò l'opera sapiente d' opportuno e
giuste leggi ; le quali facondo scemare gì* incagli, agevolando tutti
egualmente, e menomando 1' azione governativa sul sapere, mirano alla
democrazia attuabile della scienza , di cui parlo. Facciam
caldi voti che tutti sien chiamati al banchetto intellettuale , senza
distinzione di sorta ; vi sia un luogo vuoto ognora attorno del grande
desco , per chi vuole o può , quan- tunque poi ognuno userà di quei cibi
, che si affanno ai su»» gusto ed alle proprie forze digestive.
E per dire un' altra parola sull* argomento, che ho tra mani , mi
par giusto osservare, che noli' apologo , nella favola o parabola io
veggo chiaro, cho non potendo la sapienza degli antichi, far. scendere la
scienza morale o politica negli animi volgari, facea tutti gli sforzi per
renderno accessibile alcun bricciolo , presentandolo sotto quella forma
sensibile a tutti ben conta. Era anche questa un' opera
democratica , ma sempre rispondente a quel che per me ò stato
detto. L'apologo ù un piccol ritaglio, che la sapienza strap-
pava al manto di quella regalo donna per coprirne la nudità dei
bisognosi. Però , io ben dicca in altri luoghi , essere la
scienza por un lato monarchica , per un' altro aristocratica , o
per un terzo aspetto democratica. II sapere è monarchico ,
quanto al principio, emanando dall' Eterno Vero i raggi primi della
scienza : è democratico , rischiarando tutte le umane menti, e porcili
tutte han diritto ad illuminarsene: ma perchè tutti gli .spiriti han lume
in r.i- giono delle loro disposizioni , d< lla lor volontà e degli .
L'orzi, zed by Google 31 e
Insogni speciali , è por questo verso il aaporo disuguale o
aristocratico. Si potrebbe dire che nello stato intuitivo ò
democratico, ina iu quello riflessivo è aristocratico , essendo opera
della riflessione la disuguaglianza dolio svolgimento della tela
idea- le , e dell' applicazione dello verità attinto in alta
regione ai vari rami dello scibile. Ciò rispondo a capello ai
diversi caratteri della riflessione e dell' intuito o visione
ideale. In somma il sa pero è monarchico nel principio, da
cui muovo ; è democratico nella diffusione e nel diritto eguale in
tutti gli uomini ad essente partocipi ; e aristocratico in fatto
giustificato dal diritto. È un fonte , ove tutti gli uomini han
diritto di attin- gervi acqua , ma ognuno ve 1' attinge a seconda lo sue
forzo e dei bisogni e voleri propri. 0 come la luce ed il
calorico , che vengono dal sole » cho illumina e riscalda tutti i corpi,
ma in ragione delle loro speciali disposizioni, 1 quali
pensieri sulla popolarità d- Ha scienza sono t>p- portuni , o p ossono
avere di grandi svolgimenti ; ma mi fu f >rza attenermi a brevità ,
essendo il mio sc^po discorrere della parte più nobile dell' uomo , cioò
dello spirito , che ani- mando e vivificando il corpo organico ,
costituisco un' uniti concreta , sostanziale , cho e la persona umana,
l' uomo. § II. R Naturalismi , il MatcriaUòiiw <• li
Spiritualismo. Non iscrivo pei dotti nelle socratiche carte, ma
per cloro che corrono facilmente dietro a quello, che giudicano
nuovo, o purché han letto o meditato poco , credono che sien c*xm nuovo ,
aucho quello cho aon vecchio quanto il inondo. <
32 Del quale erroneo giudieio non possiamo chiamare
in colpa il Bùchner, che malgrado i suoi stessi futili errori,
confessa non avere il pregio della novità. Is'on pochi si lascian
spesso abbindolare da parole alto- sonanti ! Arrogi a ciò l'umana
inerzia, che brama sapero senza studio , ed ove se ne richiegga molto ,
mostrasi meglio ■ presta a negare. E qual
miglior libro , a cagion d' esempio , ohe libera con pochi tratti di
penna di tanto indagini, di tante luculra- zioni , analisi o sintesi , e
studj incessanti o profondi , qual libro, io dico, come quello che s'
intitola Fui za e Materia, che intende annientar tutto che non parla ai
sensi , tutto ciò che non si palpa e non si vede ? Se non
che, dal detto al fatto vi ha un grande abisso, che non potrà giammai
essere colmato , non dico già dalle vane ciancio dei ciurmadori della
scienza , ma nemmeno da coloro che stanno in cima , per meritata fama ,
delle naturali scienze. Veramente saria molto comodo cacciar
via tante scienze, e rendere più semplice Y albero genealogico del
sapere. Di vero , se 1' unica via del sapere è il senso , se
non vi ha altro mezzo d'istruzione che esso veicolo, spariranno la
Ontologia , la Cosmologia, la Psicologia , la Teologia razionale e tutte
le scienze, che ne derivano. Resteranno allora i corpi , sento
dirmi — e coi corpi organati ed inorganici, animati o pur no, c cui loro
modi, si costruirà tutto l' albero enciclopedico. Tale insano
tentativo venne messo in atto più volte nelle epoche di declinazione di
lle scienze razionali . cioè quando lo spirito, fuorviando, ripudiò la
coscienza, l'intuizione , il raziocinio , ed ogni altro mezzo di
pervenire al vero , e con- centrò tutto se stesso su 1' unica sorgente
del senso, o megli"» Digitized by Google
33 si fece assorbir ila questo — eppure quante volto
queato upeculare vizioso apparve nel campo scientifico, tanto e con
forza fu respinto dall' unanime consentimento dei sapienti , e fra questi
da uomini insigni anco nelle naturali scienze. So non cho allora,
diranno taluni, le scienza naturali non erano così progredite , come oggi
lo sono ; però oggi po- tranno esse condurre ad effetto ciò che in altri
tempi non potevano , od al più le era dato soltanto intravedere.
Così s' immaginano taluni , o almeno si potria per alcuno
fantasticare. Or egli ò vero , cho 1' incremento dello scienze
naturali dovrà seco trarrò la distruzione delle scienze razionali e
morali ? Senza entrare in lunghe e profondo discussioni , io
mi so , e la storia il dimostra , che V aumento di una scienza
influisce, o influir può al miglioramento d' altra scienza sorella • come
ò avvenuto nelle scienze che han per obbietto la natura rispetto alla
medicina , cho ha usufruito dei trovati di quelle , ma di progredire d'
un ramo di scibile, che produca la morte d' altra scienza, non vi ha
fatto storico che il dimostri. So che lo scienze percorrono varj
periodi; so che con 1' avanzar dei lumi una scienza ne partorisce altre,
quasi fos- sero racchiuse nel suo seno , oppur si distingua una
scienza dall' altra colla quale dapprima confondevasi, ma senza
perdere esse duo scienze lo relazioni scambievoli, come ò avvenuto
al Diritto rispetto alla Morale. ìson ignoro conio una
scienza non percorra tal fiata quella via , che sola può condurla alla
desiata meta , e che dopo un periodo più o meno lungo di aberrazioni
smette il brutto vezzo di camminare in via tortuosa e sdrucciolevole
e non conducente al segno, e con piò franco e sicuro e con alacrità
percorre il cammino, che la conduce alla sospirata meta , come: ò
avvenuto alle scienze tìsiche dal (Jaliloo e 3 0
<fv 34 Bacone in poi, eccetto la Geologia,
che malgrado il retto avviamento dal nostro Scilla datole, pure fin
l'altro ieri pro- cedeva non per la via dei fatti , ma piuttosto per
fantasie ; ma di una scienza, convien ripeterlo, che col suo
progressivo perfezionamento uccida altre scienze , non vi ha esempio.
So cho l'Alchimia addivenne Chimica, l'Astrologia Astronomia, ma
ciò altro non fa che drizzare lo sguardo al vero scopo di esse scienze,
rimuovendo il futile fantastico che lo deturpava, ed allora il mezzo
addivenne fine, e lo Rcopo cui miravano svanì. E di ciò la ragiono
è semplice e chiara quant' altra mai ; conciossiache ogni scienza ha il
proprio obbietto, il suo metodo, i suoi pnncipj ed il criterio, quindi bo
anco una scienza possa alcuna volta errare quanto al criterio , V errore
tosto o tardi potrà cssrr corretto, c sì del metodo e via.
Adunque ci ò forza concili udore, che l'avanzare di un ra- mo dell'
albero dell' umana enciclopedia non può menomamente recar danno ni
portati inconcussi d' altre scienze , non può il progresso delle scienze
, che mirano alla natura materiale , inorganica od organica , animata od
inanimata , produrrò il menomo danno alle scienzo razionali o
morali. Se non che , un pensiero si affaccia alla mia mente ,
quantunque dinanzi dichiarato , ed ò questo. La distruzione delle
scienze razionali e morali viene dal perchè osse non reggono alle
osservazioni dei sensi , con le quali procedo vittorioso nel campo della
natura il naturalista. Adunque paro che anche le matematiche pure
messe a viva forza nel letto di Trocuste del senso, non solo si do-
vranno impicciolire, ma pur annullare; eppure è cosa ormai evidente che
questo erroneo modo di speculare ò nell' impos- sibilita di rendere
ragione dell' esistenza delle scienze dello matematica pura , cotanto
belle , cospicuo ed utili. Ma se ò Digitized by Google
35 un fatto 1' esistenza di questo scienze , ne
conseguita eli' esso solo ha virtù a ridurrò in nulla il futile empirismo
della vana declamazione dell' aberrato naturalista. Si dica
tal modo di speculare empirismo, sensismo, 0 positivismo poco importa,
giacché cangiando la parola per nulla muta il significato, salvo ebo la
parola positivo oppo- nendosi al negativo, nelle menti volgari suscita
quella della realità , che esclusivamente poi essi fanno appartenere
alla filosofia dei sensi. Finche non si sappia, che positivo
ò ciò che ò nel senso, pel senso , e non può andare al di là di esso ,
può la parola aver qualche prestigio nelle nienti pregiudicate o deboli ,
ma certo le verrà meno , quando si avrà saputo esser tutt' uno col
lurido sensismo. Non è adunque 1' avanzare delle scienze della
natura , che vuole l'annientamento delle scienze razionali e morali,
ma il falso criterio, il sistema erroneo che tutto sensualizza
l'uomo, ed in questa fantastica concezione negar deve tutto quello
non è coi sensi apprezzabile. Si dirà che cosiffatto
naturalista è come colui che cieco a nativilatc vuole a tutto potere
negare i colori, o come colui che non sentendo i suoni colla vista e col
palato, ne nega la esistenza ? O piuttosto il naturalista
inorgoglito dai felici risulta- menti ottenuti nel campo fisico ,
inconsideratamente si fa a trasportare quelle tali abitudini , quei tali
metodi , che fanno gran prò nell'oggetto delle suo indagini, in altro
campo tutto affatto diverso dal proprio, o che procedo per altra via e
con altro abitudini ? Pognamo due campi vicini , limitrofi 1'
uno all' altro , 1 proprietarj di essi fondi hanno dei doveri ,
delle relazioni reciproche , nato dalla vicinanza dei poderi. Ma tali
relazioni /.ve 36 m vero
dire, so impongono un dovere d' aiuto reciproco , non importano che 1* un
padrone possa invaderò od usurpare il campo altrui, cacciarne a viva
forza il contiguo domino, e dire questo campo ò mio. La
relaziono non è medesimezza, La dualità non è unità. L' anima è in
relaziono col corpo, massime col cervello; ma quella è unità , questo è
molteplice. Como ò stolto 1' idealismo , clic immedesima il molte-
plice all' uno, ò flel pari stolto il materialismo, che fa l'uno ad
immagine del molteplice. L' idealista idealizza il corpo — il
materialista materializza lo spirito — errore dall'una parte e
dall'altra. Errore si, perchè osservano per metà, cioè l'uno coi soli
sensi , 1' altro o;!la sola coscienza — quindi la meta negletta dovetto
essere immedesimata coli' altra rispettiva meta percepita — in tal modo
1' idealista ha spiritualizzato la ma- teria , il sensista ha
materializzato lo spirito. Come ammesso , che i scusi esterni sono
coscienza il moltiplice devo logicamente essere annullato; per
medesimezza di ragiono ammesso che la coscienza ò la stessa cosa del
senso esterno , 1' uno dovrà esser soppiantato dal moltiplice.
Ecco l' immagine dell' invasione , ecco spiegato (' esein- i pio
dei due campi. Turo si può spiegare la cosa in altro modo , o mi
par giusto dirlo. Quando allo spirito umano e dato in alcun
ramo otte- nere dei felici risultamcnti', suolo accadere che si susciti
in lui un impulso interno a trovar modo di trasportare in altri
rami dello scibile quei metodi produttivi di buoni effetti. Ciò è
naturalo. La medicina ne offro palpabili esempi nel chinina nel mercurio
od altro farmaco specifico in alcune malattie , ma che si volle applicaro
in altri morbi , e si ottennero dei fatti in opposizione al caritatevole
, inconsiderato desiderio. Ciò Digitized by Google
37 «> prodotto da astrazione precipitata, perchè
non avente 1' ad- dentellato nei fatti , la ragion d* essere nell'
osservazione di essi ; e però figlia di un nobile desiderio di avanzar
nello scibile e produrre un bene all' umanità , ma non condotto in
atto nei modi prescritti ali' umano intelletto per afferrare il vero, e
coglierlo senz' ambagi, senza vio tortuose, e secondo il metodo proprio
di quel dato ramo di sapere: e perciò lungi dal condurre alla desiata
meta, ti fa forviare , ed inabissar noli' errore. Quasi lo
stesso deoei dire del naturalista, che pieno di santa ebbrezza osa
temerariamente trasportare il suo buon metodo , produttore di eccellenti
effetti nella scienza per lui coltivata, in altra scienza cno ha un
obbietto diverso dal suo , che cammina con altro metodo. Non
ò adunquo 1' incremento dello scienze fisiche o na- turali , che dia un
diritto ad usurpare il campo altrui , ad imporre un metodo , a dire
battete la via che io ho calcato meglio che per tre secoli , e vi
troverete bene , e farete dei progressi rapidi e belli, simili a quelli
per noi ormai ottenuti , ma è il sensismo , 1' empirismo , il positivismo
elevato ad assioma filosofico, che, per non salire troppo alto, avea
dato Hobbes , dichiarando essere la filosofia la scienza dei corpi
dei lor vwdi, che signoreggiando la mento di alcuni naturalisti conduceli
a negar tutto ciò che non provenga dai sensi , senza disdire 1' influenza
cho possano esercitare le proprie abitudini e 1' avanzamento della
propria scienza. Adunque non ò come naturalisti cho ossi negano ,
ma come sensisti, Quanto eccede la sfera dei semi è falso c
di mal» provenienza «lice Bùchner (1), senza awr juvsento la storia
(1) F.y. x » Matxrta — Prefctione dell' EOi/. Italiana p.i« "1
Digitized by Google o vv —
38 doli' umanità , 1 principi Jello scibile , l«' matematiche
pnr<* » misto-, elio sono tanti scogli, ove va a rompere il
vecchio, fruite e sdrucito l-gno dell' empirismo. Lo spirito
spesso tocca gli estremi, 0 va dall' uno al 1' altro opposto ; perocché
al naturalismo elio dominava non « % gran tempo molto nobili
intelligenze, elio traeva la naturo dallo spirito, oggi è succeduto nn
naturalismo, che fa 1» spirito ad immagino della natura ; se quello era
idealismo , questo ò materialismo. E poiché la materia , quasi direi ,
si specchia nello Hpiritr» , e quo?to in certo modo si specchia
nelle. cose che lo circondano; cosi confondendo Io specchio con la cosa
riflessa , la materia addivenne spirito nell'idealismo germanico, come
oggi lo spirito addiviene materia. Le quali fasi del pensiero
filosofico mi richiamano quel combattimento fra lo spinto e la
materia , fra 1* idea e la sensazione, c la vittoria dell' una a
scapito dell'altra, ma momentauca , finché un mezzo conciliatore o
dialettico non le ridurrà in pace. Tutto il fin qui
detto dimostra, che il naturalista, come naturalista, cioè
scienziato che si occupa della cognizione d- Ila materiale natura , non
può , non devo entraro col suo metodo , coi suoi principi nel campo
filosofico , cioè in quelli della natura intellettuale e morale, e so
egli tanto osa, è ciò un' usurpazione derivata da un principio falso ,
cioè dal sen- sismo. È corno 1' appropriazione , che fa un uomo della
roba altrui in forza dell' assioma Prudoniano: la proprietà cssero
un furto. Ma se la proprietà è un diritto? allora il rapire l'
altrui sarà un delitto. Così se il sensismo ù falso? aliterà le
pratese del naturalista saranno assurde. Digitized by
Google 39 § ÌIÌ. Delle attinenze fra
le scienze razionali, inorali e quelle naturali. V argomento
è grave e merita che si guardi da tutti i lati. Or
eccomi a mostrare lo vere attinenze fra lo scienze razionali e quelle
naturali , giacché se noi siam contro le ec- cessivo pretese , che vanno
all' errore , comprendiamo e con- fessiamo le relazioni fra esse Bcienzo,
rappresenta trici delle relazioni fra la dualità , che costituisce l'
unità umana. E qui calza a proposito il ricordare la divisione
dello « scibile in varj rami essere stata oberata per nostro
comodo, per sorreggere la limitazione del nostro spirito, e
conoscer meglio la natura materiale o spirituale ; ma quando questa
divisione subbiettiva si trasporta assolutamente negli obbietti, anzi che
aver guadagno , si ha grande scapito. Vo' dire che gli esseri tutti han
delle relazioni, tutti son legati, il finito all' Infinito, V essere
finito materiale a quello finito spirituale; sminuzzando adunque le
scienze non dovete credere che gli obbietti di esse sieno per effetto
della nostra divisiono slega- ti, divisi, perocché essi sono sempre ciò
che erano pria della divisione , cioè aventi le stesse attinenze.
Adunque per ovitàr 1' errore ò mestieri avor presento » che la
divisiono dello scibile è artificiale e subbiettiva, nata dalla nostra
pochezza , e quindi nel discutere 1' oggetto spe- ciale di una qualsiasi
scienza è gioco forza guardarlo non isolatamente, ma insieme alle
relazioni che esso ha con altri oggetti: bisogna in somma usar dello
sguardo di vigorosa sintesi. Se è erroro massimo 1' immedesimare gli
esseri distin- Digitized by Google
Oro 40 ti. e jiViie errore trasp- rtnre
Bell- cose un'assoluta dicotomia. [)cw lo scienziato mutare, \vì processo
scientifico, la natura Delia produzione delle ricchezze j deJle qaaK se
la divisione w è una causa , 1' associazione n' è un' altra, anzi n«»n vi
lui divisione senza associazione. Cobi le ricchezze intellettuali ,
i tesori dell'umana scienza si ottengono e colla divisiono o con
l'associazione, o coli' analisi e colla sintesi nel modo suddetto per noi
dichiarato ; come la povertà si ha esagerando od usando uno dei due mezzi
, cioè eoli' esagerar la sintesi si ha 1' immedesimazione, ed usando
all'eccesso la sola analisi, »i attiene la biasimata dicotomia.
So taluno riflessivamente si studj richiamare al pensiero quelle
sentenze della S. Scrittura — aÌiumus gaudenti mtar tem Jloridam facit,
sjriritus tristis exicat ossa (1). Corpus cui tu qvod comtftipttur ,
aggravai anima.ni , et terrena in- hahitatio depriviti soisum multa
cogitantein (2) — Scntio aliati» legnn in numbris mcis repugnantem legi
intuii s mee (3) chiaro ben comprende lo relazioni reciproche fra 1'
anima ed il corpo, fra il me spirituale ed il corpo organico,
Se ricorda che gli antichi faceano le loro pitture o scolture degli
eroi con fronte spaziosa c prominente, e che la favola fece Ercole con
grande corpo e piccola testa, e fece venir fuori Minorva dal cervello di
Giovo — ben vede i sim- boli della grande verità delle relazioni
esistenti fra il fisico ed il morale. So spinge lo sguardo
nelle sentenze dei sapienti, relative alla sede dell' anima, vedrà che
Pitagora, Platone, Galeno la giudicavano nel cervello , Erofilo nei
grandi ventricoli del cer- ti) Trov. XVTI 22. (2) Sftj». IX
15. (3) Rom. VII 23 Digitized by Google
velleità , Scrvett» nell' aquidotto di Silvio, Auranti nel
ter- zo ventricolo del cervello , Cartesio nella Glandola jrinctdc
, Vartham e Schelharamer nella jmnta dolici nascita della vridolut
spinale, Drclincourt , Malacarne nel cervelletto, Bentkoè, Lan- cisi ,
Lapeyronnie nel corpo calloso o grande commisura del cerccllo, Willis nei
corpi striati, Vieucessiens nel centro ovaie della sostanza midollare ,
Ackermann nei tubercoli dei sensi (strati ottici o corpi striati) ed
altri — ricorderà pure che Aristotile , Ippocrate e gli Btoici ne
collocavano la sede nel cuore , ove l'animo si pasce d' una materia pura
e luminila separata dal sangue, Erosistrato nelle Meningi, Van
Helmont nello stomaco e cosi via altri in altro regioni del corpo —
Ricordando tutto questo , ben comprenderà , elio esse vario opinioni sono
1' espressione della relazione fra 1' anima ed il corpo. Se
richiama alla mente i fatti narrati da Tucidide e Diodoro Siculo di
quegl' individui , che camparono dalle pesti- lenze di Atene e di
Siracusa, e non riconoscevano più nè amici, nù parenti , ben si accorge
della cospicua relazione , di cui parliamo. Se volge il
pensiero allo ipotesi con le quali si preteso spiegar la dipendenza in
che trovasi la facoltà riproduttrice dallo stato cerebralo , vedrà
cellette , impressioni digitali od altro di materiale , ma immaginato ,
che sempre accenna alla verità per noi dichiarata. Ed oltre
alla storia, che ci mostra oratori e professori colpiti sui pergami e
sulla cattedra da apoplessia, chi ò che ignori che dopo lunga ed intensa
meditazione , la fronte dà segno di speciale calore e la testa duole ?
ciò ò conforme a quella legge per cui cresce il calore, aumentandosi
l'aziona d' un organo, e si sviluppa il senso di fatica.
42 Chi ù che non sappia che l' nomo travagliato ila
gravo dolor di testa , non può meditare affatto , o almeno non può
in quel modo , quando ne è privo ? Chi ignora che dopo lauto
pranzo, è più viva la facoltà immaginatrice, o non quella di giudicare? e
che, trasandando certi limiti nel bere, si alterano siffattamente e l
'una e V altra e tutto le facoltà dell' anima da produrre ghiribizzi e
peggio ? Ognuno bene sa gli effetti dell' ubriachezza
considerata nei suoi noti gradi, e gli effetti dell'uso dell'oppio ed
altri narcotici Chi non sa che digestioni faticose, che
incessantemente si succedono , sono accompagnate da incapacità a
riflettere in quello stesso modo , quando lo stomaco e gì' intestini
erano sgombri da quella smodata quantità di sostanze alimentari?
Per qual ragione i filosofi antichi coli' astinenza si pro-
paravano alla meditazione? E Carneado usava 1' elloboro per
rispondere meglio allo obbiezioni di Crisippo ? Ho voluto
mettere sotto i vostri sguardi dei fatti co- muni, ben conosciuti da
chiunque, i quali tutti accennano allo relazioni fra lo due sostanze
componenti 1' uomo. Solo devo aggiungerò che 1' influenza dell' anima sul
corpo , quantunqne per me accennata, puro molti e molti fatti ognora la
dimostrano ad evidenza. Son noti gli effetti delle passioni sul corpo,
anzi su taluni organi ; corno lo spavento di un incendio vicino al
luogo degli ammalati , o per un forte tremuoto diè l' uso dello gambe a
paralitici, che da anni giacnano in letto, senza spe- ranza di guarigione
dal male , da cui erano travagliati. E gli stessi sistemi che han
voluto determinare ciò che vi ha nell' organismo , e nel cervello
massimamente giudicato V organo , lo strumento delle facoltà cogitative ,
che rende Digitized by Google i uomo
l'essere pili. intelligente, o meglio l'essere intelligente, chiaro
dicono anche essi questo commercio , queste relazioni fra lo spirito ed
il corpo organico. Se ben si considerino essi sistemi , o nonne
materiali dell' intelligenza, si vede di leggieri che V assoluta
dimensione del cerei «ro , o la proporzione fra il peso del corpo e
quello del cervello , l* angolo faciale di Camper , 0 quello
occipitale di Daubenton , o Y unione di tutti e due angoli , o la
freno- logia del Gali, della quale si volle vedere il germe in San
Bonaventura , come insegna 1' Alighieri , ed anco la fisiogno- raonia del
Porta e Lavater sino alla norma del numero delle circonvoluzioni del
cervello , o alla quantità del fosforo relati- vamente alla maggiore
intelligenza , non già come essere pen- sante .... questo ed altr ) di
simil risma in fondo non dico altro, che relazione fra l'io immateriale
ed il corpo organico, poco montando, se i fisiologi o naturalisti sieno
stati più o meno felici in determinare ciò cui intendevano. I
fatti adunquo per me accennati, posti nel loro ordino naturale, le
sentenze e le opinioni dei filosofi , i pensieri dei fisiologisti e
dei naturalisti , le convinzioni umanitarie ben meditato non dicono
nò che 1' anima è materiale , nò che il corpo ò spirito, ma che
l'unità umana risultante dalla dualità deve soggiacerò ai
cambiamenti avvenuti in uno degli elementi di questa. Dalle
coso per me esposte in questo paragrafo, ò facile dedurre le relazioni
fra le scienze razionali e morali e le scienze naturali : stantechò se l'
anima immateriale è in attinenza col corpo organico , seguir no deve che
le scienze che han per obbietto 1' umano organismo sono in relazione con
quelle , che mirano alla cognizione dell'anima, presa questa in senso
lato, cioè considerata in tutti i suoi fattori. Che so poi si
volesse allargare , come ò di ragiono , il concotto delle relazioni
fra 44 osse scienze a questo modo , cioè che l'
organiamo, informata dallo spirito, trovasi in effettiva relazione colla
natura latta quanto , ben si dedurrebbe che tutto le scienze naturali ,
pio o meno , sono in attinenza colle scienze razionali e morali.
Scrivendo per tutti , non posso dispensarmi d" esempi di
facile intellig» nza , e che rondan ciliari i pensieri per me
dichiarati. L' unità della sp eie umana è una tal verità, che è
in intima connessione coli' unità di legislazione e di religione
Pongasi per poco che le vario razze sieno varie specie, allora vicn meno
e 1' unità delle leggi e quella dello religioni , anzi la schiavitù è di
diritto , non solo naturale , ma divino , come ha proclamato ai nostri
giorni il Courte t de V Isle , ammet- tendo , come ei fece , le varie
razze come diverso specie. Nò ad illazioni meno esiziali si arriva,
facendo lieto viso all' opinione dei superlativi lodatori della cagiono
climatologica rispetto al morale umano — niente meno si tratta di
largire la civiltà , la scienza , la libertà , il progresso ai
fortunati abitatori di alcuni luoghi, in certi gradi paralleli e in
taluno circostanze topografiche , e condannare quei popoli alla
barba- rie , all' ignoranza , al dispotismo , alla stasi , che
sventura- tamente trovansi in condizioni opposte. Ciò che
dico è di sì grave importanza die nulla più , e mostra le relazioni
intime di che ragiono , come si può anco in altro modo facile
dichiarare. La giustizia , dovere e diritt» dell' uomo , bisogno
su- premo di lui ed aspirazione perenno d' ogni umano consorzio,
non potrebbe essere attuata , il che significa che la vita , l'onore, le
sostanze dei cittadini non potrebbero esser tutelate senza gli oracoli ed
i responsi del medico e del naturalista. E chi T avrebbe mai
sospettato nei tempi antichi , che per attuare il giusto peso e la giusta
misura , 1* uom i avesse dovuto ricorrere all' Astronomia ?
45 Tutto è legato , tutto ò unito nulla natura , tutto
può risponderò tosto o tardi agli svariati e molteplici'bisogni
umani. Non vi sono cognizioni inutili. L' impulso , la leggo che fa
bella la verità, anche quando non so no vegga l'utile, ò provvi-
denziale. L' uomo deo adunque avere un ossequio , un affetto per tutto lo
scienze , perocché tutte son belle , tutte sono utili, tutto son legato
con rapporti di solidarietà. Ciò il diciamo con animo franco in
omaggio alle scienze naturali, delle quali ne abbiam sempre compreso e
manifestata T alta importanza , quantunque lungi il nostro pensiero
da quella esclusività , da quella supremazia , o spirito di assor-
bimento che inconsideratamente si va bocinando per taluni §
IV. Confutazione del materialismo fisiologico — lìclle atti-
nenze reciproche fra la Psicologia e la Fisiologia dedotte dalla natura
ed ìndole di esse scienze, e dei loro limiti. Qui fisiologisti o
naturalisti cho pretendono ridurre il morale al fisico, l'anima spirituale
all'organismo o parte di esso, sia cervello, cellula, sia fosforo o
qualunque altra mate- riale sostanza , gravemente errano , ed importa non
poco conoscerò il loro badiale errore. E di buon grado io il farò ,
presentando degli argomenti, cho a me pajon perentori. E per
procedere colla masssima chiarezza il vo' faro quasi per domande e per
risposte. Dapprima domando : Qual' è la materia propria su
cui si travaglia la loro scienza ? Tutti unanimamente
risponderanno : è la vita, 0 le fun- zioni organiche, tanto nollo stat)
sano o fisiologico, quanto in quello morboso o patologico.
Digitized by Google 16 In secondo luogo m
dimando: Qual'è.il mezzo che ella adopera por pervenire a
;>! nobile intento ? L' osservazione diretta a' fenomeni
vitali, osservazione che dalla virtù cogitativa (sorretta da
svariatissime verità porte dalle scienze sussidiarie) vien fecondata,
offrendo in tal guisa quello leggi che vitali o fisiologiche son
dette. Ma pure una terza domanda : Come adunquo si osa
per alcuno dire, che lo spirito o la sostanza immateriale pensante è una
chimera ? Sento rispondermi : Perchè non cado sotto la
sensata osservazione , la quale non vedo altro che organi e lo loro
azioni. Al che io rispondo : Per questo appunto , cho l'
anima immateriale non può esser presa dall' ispeziono dei sensi,
voi avreste dovuto tacere, cioè non affermarne, nò negarne la esi-
stenza, limitati nello vostre indagini, come siete, ai sensi. Pe- roccchò
suppongo che sappiate (e come no?) che vi ha una altra scienza detta
Psicologia, la quale si occupa a conoscere 10 facoltà cogitative o
le loro leggi, come la natura ed il de- stino dell' essere pensante.
Quindi , conoscendo ciò , avreste dovuto almeno percorrere il campo
psicologico, e ragguagliando poi bene lo cose, comprendere che l'anima
pensante non è oggetto della fisiologia o d' altra scienza che tratta
della ma- teriale natura, ma obbietto della psicologia, cui si appartiene
11 diritto d' indagare le manifestazioni , lo leggi , la natura e
simili di quella realità spirituale. Perciò non conveniro al fisiologo
decretare lo sfratto di ciò , che in altra scienza ò stabilmente
saldo. Di nuovo si controrisponde : Non esser mestieri
conoscere la Psicologia , perchè lo verità dalla Fisiologia svelate
annullano per sempre sin auco zed by Google
47 la possibilità del soggetto immateriale pensante. Così
tutto le esperienze mostrano , che cotesta virtù cogitativa , elevata
al grado di spirito, altro non essere che nervi e cervello e
simili, nei quali non che essa risederò, ma da essi derivare, come
da lor precipuo fattore. E si dice precipuo e non unico fattore ,
giacché alla produzione del pensiero concorre lo esterno collo suo
azioni, che poi son trasformate dalla sostanza cerebrale in percezioni,
in idee ec. appunto come il polmone riceve l'aria dall' esterno , e sur
essa operando , trasformala , rioavandono l'ossigene, mercè di cui
avviene rematosi. Io replico : Ma di grazie , mi giova non poco
sapero quei fatti , ohe distruggono la spiritualità dell'anima,
metten- dovi invece di lei gli organi cerebrali. E che ! hanno
forso colali fisiologisti veduto e palpato il cervello pensante ?
Sproposito! sento gridarmi all'orecchio, il cervello si vede o si
palpa, il pensiero non mai. Come adunque, io dirò, si è potuto
asserire, che l'anima non possa esistere, perchè non cade sotto l'
esterna osservaziono, se il pensiero che non è nò veduto , nò toccato si
stima esi- stente ? Non vi ha mezzo : 0 si ammettano due
specie di osser- vazione, 1' esterna e l' interna, i sensi e la
coscienza, o si dica che noi non pensiamo , o si dica che i pensieri son
vedu- ti o palpati nella midollare sostanza , come i cibi mezzo
digeriti nello stomaco e negl' intestini. Ma poiché noi abbiamo certezza
che pensiamo , come siam certi che i pensieri non si son veduti nel
cerebro, cioè delle tre proposizioni le due ultime sono assurde, resta
evidente che il pensiero è dalla coscienza manifestato. Or
fate meco ragione , so il pensiero ò dato dalla co- scienza, il cervello
ò da essa pure offerto ? Certo che no. Perchè dunque il pensiero
dalla coscienza 4* rivolato è da alcuni
teologhiti attribuiti al corvello , quandi queet' organo non e da quella
veduto? 8« non che, ecco come rispondono infine : Perche il
pensiero soggiace a tutte lo vicossitudini cerebrali : esso na- sce, si
svolge , si altera, vien meno , secondo che la sostanza midollare va
soggetta ad alcuni cambiamenti: il pensiero è adunque un prodotto dal
cerebro. E continuando , osservano, che le leggi dell' organismo sono
generali : cosi cibi ed azione dello stomaco e degl' intestini . . .
danno per prodotto la digestione; aria ed aziono dei polmmi . . .
producono la respi- razione ; sensazioni ed aziono cerebrale , e si ha
per prodotto il pensiero. Ma alterato o distrutti lo stomaco od altri
visceri addominali, alterati o distrutti i polmoni, si alterano o
di- struggono la digestione o la respirazione ; dunque queste fun-
zioni si appartengono ad essi organi , perciò detti digestivi o
respiratori. Perche adunque, se alterato o distrutto il cerebro, viene
alterati o spento il pensiero , non dovremo noi diro ohe la funzione
cogitativa si appartenga alla sostanza cere- brale ? Non sarebbe contro
l' analogia il pensare diversamente ? Udite la risposta.
No, non ò contro l' analogia , anzi 1* asserito processo del
fisiologista è contro ogni analogia. Conciossiacchò nello funzioni,
addotte in esempio, pongasi mento cho materiali sono gli organi,
materiale è lo stimolo, materiale è il loro prodotto, e sì quelli che
questo sono apprezzabili coi sensi; ma non così del pensiero, il quale
non è materiale, non è osteso, non ha nossuna delle qualità dei corpi, e
però i sensi non possono prenderlo , avvertirlo, sfugge alla loro azione
; è dalla sola co- scienza rivelato. Ove ò adunque l' analogia di che
parlasi ? Anzi e violare enormemente l'analogia il volersi ad ogni modo
inca- ponirò per ispiegarlo a somiglianza delle altro fisiche funzioni;
porche in queste trattandosi di cose estese od aventi le altn:
Digitized by Gc 49 qualità doi corpi,
conviene a forza ricorrere ai sensi materiali, ma il pensiero essendo in
se privo d'estensione ed immune di qualsiasi qualità primitiva o seconda
che sia , conviene far ricorso alla coscienza, senza di cui non sapremmo
giammai di essere pensanti , e non potremmo renderci conto dello
nostro cogitazioni Che direbbero di colui, cho volesse conoscere i
co- lori colle narici, o coli' udito? o coi sensi esterni aver
contezza della fame o della sete ? Ogni senso ha la sua sfora
speciale, offrendo ciò a cui da natura fu disposto: il veder fare
altri- menti ò opera di mente insana. Or so talo sarebbe colui, cho
volesse sostituire uno dei sensi esterni ad un altro, cho direm- mo se si
volesso all' interiore riflessione stupidamente sostituire T esterna
osservazione ? E si faccia ragione, lo scienziato, come ogni altro
uomo, non esser libero nella scelta dei mezzi cho il conducono ad un fine,
ma aver soltanto piena liberU nella scolta di questo ; il quale essendo
determinato, i mezzi saranno tali e non altri, cioè quolli necessari per
ottenerlo. Così p. es. chi vuol recarsi in Palermo, muovendo da Messina,
dove fare un viaggio o per terra, o per mare , e secondo cho si determina
andar per quello o per questo, ha mezzi diversi e tali, che non dipende
dal suo volere il cambiarli. In pari modo si è dei viaggi scientifici ,
nei quali se da noi dipendo il farli, badisi pertanto che scelto il
punto, determinato lo scopo, non ista più in noi il volere
impiegarvi taluni o tali altri mezzi , ma quelli offerti dalla natura ,
che sono quelli opportuni e rispondenti all' intento. Posto
ciò, qual' ò il fine o l' oggetto, cui mira il fisiolo- go? le funzioni
degli organi. Fin poi era libero, giacché po- teva proporsi tutt' altro
fine. Ma determinatalo una volta , io dirò, quai ne sarà il mezzo per
conseguirlo? Qui non ò più libe- ro, essendo la natura cho impera su di
lui, come nel fine cho ebbe in mira fu il suo libero volere che
comandò. Il mezzo è i fi<th
50 r esterna osservazione , che ae^i-: necessaria dai fine
voluta Non è perciò di sua competenza 1' anima spirituale,
nò il menomo raggio di pensiero. - Nò vale il dire, che
l'esperienza attesta i cangiamenti, cui il pensiero soggiace per opera
delle modificazioni succedute nella midollare sostanza, perocché , senza
tener conto entro quali limiti stieno le attinenze fra il fisico ed il
morale , ò certo che cotale dipendenza non dà giammai al fisiologo
il diritto di usurpare 1' altrui campo, o- mo al psicologo di fare
al- trettanto. Se non che, ciò merita spi<-g:izione, e son presto a
darla. Il fisiologo, come fisiologo, ha per obbietto la
cognizione delle azioni degli organi, mercè l' esterna osservazione ; se
non che questa essendo legata alla coscienza , egli prende, in que-
sto punto di contatto i fatti psicologici, non direttamente, ma quasi
sfiorandoli , e per meglio dire , egli tocca il lembo della .
coscienza, 11 psicologo, in quanto psicologo, colla riflessione
inte- riore , della quale è oggetto lo spirito che pensa , non va
più in là della coscienza; ma poiché questa ha relaziono coi sensi,
egli accorger si deve mediatamente delle variazioni di questi, egli
insomma lambe il margino dell' oggetto fisiologico, È adunque
evidente, che in questo punto misterioso di contatto fra la coscienza ed
i sensi, fra lo spirito e la materia, fra 1' interno e 1' esterno stà 1'
attinenza mutua fra la Psico- logia e La Fisiologia , ed i loro limiti
rispettivi son segnati. Il psicologo non può colla coscienza scenderò sul
terreno della Fisiologia , ma può , atteso il legame di sopra dichiarato
, servirsi dei lumi fisiologici. Medesimamente il fisiologo non
potrà giammai eoli' osservazione sensibile trasferirsi nel mon- do
psicologico ; egli trasferendosi col suo mezzo nel campo psicologico ,
romperà nello scoglio di materializzar lo spirito ; Digitized
by Google 51 ina può , pel legamo in cui 1'
osservazione sensata è colla co- scienza , mettere a profitto le verità
offerte dalla Psicologia. Anzi dirò meglio : il fisiologo deve
mettere a profìtto le verità psicologiche , perocché quando egli intendo
a dichiarare i fenomeni della vita animale , ò astretto ad avvalersi
degli ajuti della Psicologia , senza di cui , perchè privo di guida
nello suo ricerche , imbatterebbe in errori funesti. Al certo ,
come potrà egli far parola di tutto il corredo nobile degli atti
intellettivi , affottivi e volitivi , senza far ri- corso ai lumi della
coscienza, senza la riflessione psicologica ? Pongasi mento che col solo
dire cho ei fa, sonsaziono, percezione, desiderio, volontà, giudizio,
raziocinio, riflessione, analisi, sintesi, immaginaziono riproduttrice od
inventrice, associazione delle idee, unità sintetica e simili, si 6 di
già trasportato nel campo psico- logico, si è accostato ed avvalso del
lume della visiono interiore. E notisi , cho i' esterna
osservaziono gli darà moto , o non mai volere , moto e non mai
sensazione. E so questi son fatti , cioò il moto volontario e la
sensazione , che hanno re- lazione cogli organi, e tanto che ò percepita
coi sensi cosiffatta relazione , come noi volere , e nella cagione della
sensazione , cho diremo quando gli atti del soggetto pensante si
limitano nel soggetto istesso , cioò non trasandano 1' uomo interiore,
e cominciano dall' interno ? 11 solo dire moto volontario , ò
un accennare alla co- scienza , ò un attingerò dalla stessa quella guida
sicura per ispiegare quei fatti , che altrimenti sarebbero inesplicabili
, e senza ragion d' essere nel fisiologo che gli accenna. §
v. Obbiezione e llisposta. Voglio fare un' obbiezione a
me, poiché il muoverla par- liti clic renda più chiari i miei
concetti. Digitized by Google 52
Si potrebbe dire per alcuno : conio la ideologia potrà dar luce
alla Fisiologia , se gli frumenti di cui esse si gio- vano , son del
tutto diversi ? E poi pare che la stessa natura dello cognizioni
delle due scienze ha tal diversità , che non ammette V
applicazione, di cui parlasi. È giusto in conseguenza che si lascino ,
non che distinte , separate. Al che è facile la
risposta. 8e alcuno dicesse al fisico t Voi applicando Io
verità puro della matematica ai fatti dellt natura , commettete un
errore gravissimo , stantechè riunito cognizioni di natura di- versa,
essendo le cognizioni del matematica o priori, indipen- denti da qualsia
esperienza,-., e quelle della natura sono a posteriori , sperimentali
..... ragionerebbe a somiglianza di chi non vuol riconoscere nel
fisiologista il bisogno delle psicolo- giche notizie. Se non
che ò degno d' osservarsi, che la diversità, che corre fra le ideo della
pura matematica ed i fatti sensibili, è mag- gioro di quella che passa
fra i fatti della coscienza e quelli fisiologici, giacchò tanto questi,
quanto quelli sono a posteriori e percepiti, quantunque gli interiori e
spirituali, gli altri esterio- ri e materiali, mentre le idee della
matematica sono a. priori ed intuite, i fatti della natura a j^teriori e
sentiti. E si noti ancora , che l' attinenza fra i fatti psicologici, e
quelli fisiolo- gici è sì intima, che gli uni e gli altri avvengono
nelfuomo, vale a dire, cho quei fisiologici sono fatti spettanti allo
stru- mento , cioè al corpo, e quelli psicologici bì appartengono
allo spirito, che servesi di esso strumento , a cui quaggiù è
unito, costituendosi la persona detta uomo. Ed e si stretto tal legame,
cho nel misterioso punto di contatto , di cui dinanzi si tenne parola, il
fisiologista prende, ma in modo rasente, la coscienza. Ma siccome la
mente di lui è rivolta all' osservazione sensata, Digitized
by Google 53 può facilmente avvenire che egli,
in grazia dell'oggetto principale dello sue meditazioni, ed ancora della
lunga abitudine di atten- dere agli oggetti dei sensi, e per mezzo di
essi, perda di vista l'accessorio , o lo immedesimi coli' oggetto proprio
principale , senza porre mento , che ciò che è accessorio per lui ,
nella spiegazione poi di quegli atti organici, che concernono la
vita psicologica, é principale. Ed e facile eziandio
osservare la strana inconseguenza nel fisiologo, che ripudia lo
psicologiche verità , considerando quanto egli sia sollecito ad
accogliere e far tesoro di tutto che possa offrirgli la fisica, la
chimica e simili scienze. Perchè si fa buon viso a queste, e si dà
lo sfratto a quelle ? non si può dir per la ragione cho gli obbietti
di quello scienze, i fatti che prendono in eaame sono nell'umano
organismo, perche i fatti psicologici non sono in rogiono estra- nea all'
umana natura, anzi ne sono parto nobilo ed eccelsa di §. VI.
JDileinvia che dimostra la necessità in che trovasi il Fisiologo di
far tesoro delle verità psicologiche. Presento un dilemma al senno
imparziale di chi ascolta. O il fisiologo intende alla spiegazione di
tutte le funzioni de- gli organi dell'ornano corpo, o pure di
alcune. Se mira a renderne ragione di talune , cioè di quelle
della vita vegetativa od automatica, pare cho possa far senza dei dettati
psicologici ; se non che, essendo la vita fisica nel- r uomo in relazione
con quella intellettiva o spirituale , non potrebbe il fisiologista
essere del tutto digiuno di senno psicologico. Che se poi
egli , corno il fatto dimostra , intende alla spiegazione di tutte 1*»
funzioni organiche , fra le quali han luogo quelle della
vita, a buon diritto detta intellettiva, morale, psicologica , spirituale
, ò in allora Biottamente tenuto a far tesoro delle verità psicologiche,
senza delle quali non gli verrà giammai fatto dare un sol passo , che non
lo precipiti nello abisso degli errori, il che e evidente dalle cose
dianzi discorse. Scelgano adunquo quei fisiologi, che non sono
d'accordo con noi e cogli illustri nomi d<;gli Haller , Sthal, Bonnet
, Foderò, Matthey, Berard, Virey, Buisson, Hartemann
scelgano : 0 stringere il loro discorso alle sole funzioni nutri-
tive, rompendo il legamo che queste hanno con quelle animali, e così mutilar
la loro scienza : 0 assumere tutte le funzioni nel doppio ordine di
nutritive ed intellettuali, ritirando queste alle verità psicologiche ,
senza di cui perderebbero la loro di- gnità , il loro primato , e Y
orroro di trasformare la causa strumentale in causa efficiente sarebbe
inevitabile. Si persuada chiunque è tuttora ostinato , the non
si può parlar di facoltà intellettive e morali , senza metter pié
nel campo psicologico, il che significa senza usar d'altro stru- mento ,
attingere ad altra sergente cho è quella vera. Si persuada ognuno ,
dirò ancora , che ò massima in- conseguenza ricorrere alla Fisica, alla
Chimica, quando trattasi di spiegaro de' fenomeni , oggetto di quelle
scienze , e rifiutar poi la psicologica scienza , quando si discorro di
coso , cho sono di sua esclusiva competenza. Si persuada
infino , cho il fisiologo non può star cam- pato in aria, dovendo egli
decidersi a riguardare il corvello, od altro agente materiale, o corno
strumento, o come causa effi- ciente , nò ciò può fare staudo limitato
all' osservazione dei sensi , cioè senza far ricorso alla
Psicologia. Digitized by Google 55
§ VII. Una preghiera ai psicologi ed ai fisiohgisti. •
Kon la finirei più , se volessi diro tutto quello che mi ricorre
alla mente sui limiti di esso scienze, e sulle loro scam- bievoli
relizioni. Solo, quasi a preghiera, dirò ai fisiologi ed aj psicologi
quanto Beguo : Egli è certo che vi ha una psicologia terrena ,
come ve ne ha una celeste — ma di quest' ultima all' uomo è dato
saperne , nella vita presente , ben poco ; ciò a cui egli può aspirare a
conoscere, si è l'animo pensante strettamente legato al corpo e soggetto
agi' influssi di questo. Pure i psicologi par che sovente dimentichino la
psicologia terrona per sosti- tuirvi qui quella celeste. Vi
ha una fisiologia materialista, ed una spiritualista : la prima e un'
impresa assurda e veramente impossibile , la seconda , non solo non
trascende le umane forze, ma ne è doverosa la sua attuazione, come è
stato fatto da insigni uomini testé ricordati. Eppure non vi ha penuria
di fisiologi, che si av- volgono nelle assurdità del lurido e
stomachevole materialismo. Laonde , se ò giusto ricordare ai
Psicologi , che non fossero tanto celestiali , cioò che non dimentichino
, quando occorro , 1' anima essere avviticchiata al corpo ; per
medesi- mezza di ragiono è giusto dire ai fisiologi , cho non
fossero tanto terreni o materialisti , cioè non facciano astrazione
dello spirito , cho è il soggetto arricchito di quelle nobili facoltà
, per le quali 1' uomo principalmente eccelle cotanto sulla natura.
§ vm Spiegazione del materialismo Fisiologico.
Conoscendo la generazione degli umani errori , egli riu- scirà
facile lo evitarli. Bacon o a ciò intese coi famosi quattro
Digitized by Google 56 idoli — Idola
Tribu8 , Idola Specus , Idola Fori , Idola Thea- tri. Sarò brcvo o chiaro
al possibile. L' uomo ebbe da natura largiti sensi , coscienza ;
con quelli prende cognizione del mondo esterno , materiale , con
questa del mondo intento , intellettuale. Coi sensi percepisce i
fatti esterni, cioè i corpi colorati, caldi , freddi , odorosi ,
saporosi , est-si, in moto a dir tutto in poche parole , percepisce
coi sensi ciò che avviene fuori di lui — colla coscienza prendo
cognizione de' fatti in- terni , intellettivi , psicologici , cioè delle
sensazioni , delle no- zioni , delle idee , dei giudizi , dei raziocini ,
dei desideri , dei voleri e simili insomma di ciò che intimamente avviene.
Col mio discorso io non intendo escludere l* intervento d' altro
facoltà, tanto pei sensi, quanto per la coscienza, come l'intui- zione o
la riflessione per ottenero la cognizione del mondo ma- teriale e di
quello spirituale — ma in vista di semplificare la cosa, ne ho fatto
senza. Or siccome 1' uomo munito di sensi , non è por questo
solo fisico , chimico , naturalista ... così quantunque dotato
di coscienza , non ò per quest i solo titolo filosofo , perchè è
mestieri volgere la riflessione a ciò che offre il senso , a ciò che
svela la coscienza. Quindi applicando la riflessione ai sensi, ai fatti
esterni , forma la grande famiglia delle scienze , che han per obbietta i
corpi ; applicandola poi sui fatti interni , su quelli svelati dall'
inlimo senso, e non senza V apprensione intuitiva da vita alla
psicologia propriamente detta. Al certo questo ritorno dell' io di
sè, in se e per sè, questo ri- pensare il già pensato, rifaro e ritcssere
il già fatto e costruito, é baso precipua della scienza dell' anima. Qui
tutto è chiaro , nessun, credo, che il possa negare. Ora gli
uomini fanno essi eguale uso dei sensi e della coscienza ? meditano tutti
sulle rivelazioni di quelli e di questa? Digitized by
Google 57 No, certamente, perciocché avvi taluni
uomini ebo sin dai loro teneri anni han rivolto il pensiero agli obbietti
posti * di fuori; essi tutto ciò ebo sanno, lo conoscono pei sensi,
perchè la loro riflessione han concentrato esclusivamente sugli oggetti
di questi. Dal che seguo che eglino dànno importanza solo allo scoperto
ed allo cognizioni ottenuto pei sensi , e ciò può giungere al grado di
credere che non possano ottenersene altre, in altra maniera, e di non
lieve importanza. Ciò ó sem- plice o naturale, giacché i bisogni
dell'uomo attirano la sua mente all'esterno; l'esercizio frequente rendo
facile siffatta inclinazione, e si forma quindi l'abito di
cou<->scere per mezzo dei sensi. È perciò necessario fermo e
risoluto volere e riflettere rientrando in se stesso , e per molto tempo
, a fine d' inter- rompere tale abito, ed acquistare l'opposto, cioè
quello psicolo- gico, o di ripiegarsi in so stesso. Lo stesso avviene in
coloro, che, assuefatti all'abito psicologico, devono passare allo
acqi- sto di quello ontologico. Tali scienziati hanno il senso
intimo, ma non riflettono sullo sue rivelazioni. Quindi ò elio tali
uo- mini associano finalmente la certezza a ciò che viene dai
sensi, e, sopprimendo in tal modo la coscienza e qualunque altra
visione, credono fermamente che nulla si possa sapere, se non quello che
si vede o tocca, ossia si statuisce nel lor pensiero, come verità
inconcussa: ogni notizia viene dai svisi e pei sensi. Adunque
ò evidente che per troppo esclusivo meditare sui sensi, si finisce con
dire : Tutto l'uomo sta nei sensi, ogni certezza viene dai sensi.
Tale ò la spiegazione, o la gènesi del fisiologico mate- rialismo,
e di qualunque materialismo. A mo pare, che cotali materialisti son
simili a quegli idealisti , che quantunque muniti dei sensi , pure
meditando unicamente sulla coscienza, si stringono soltanto a questa,
nè Digitized by Google 58
veggendo più in là di essa, immedesimano V uggctù, conosciuto al
tubbietto conoscitore , come quegli scienziati , avvolti nella materia,
il subbiato fanno ad immagine dell' oggetto. Tatti han torto,
perehè abusano, quelli dei sensi, questi della coscienza. Tutti han
torto, perchè mutilano 1' uomo, quelli materializzandolo , questi
spiritualizzandolo. Tatti han torto , perchè- seco stessi contradditori ,
i primi sentend > l' attività interna dell' essere pensante , eli
altri non interrompendo lo pratiche della vita esterna. Un
BorcheW , un llubb s potranno avere dei discepoli più o meno ardenti per
le loro dottrine, più o meno dotti, ma non potranno giammai avere a
discepola l' umanità ; la qualo respingerà mai sempre eoo tutte le più
splendide dichiarazioni, le più costanti ed universali manif-stazioni lo
spiritualismo assolato ed il material isino. È agevole ora
l'intendere a che si riduca il tanto van- tato materialismo fisiologico ;
esso è nò più, nò meno che cieca abitudine, nata dalla diuturna
osservazione sensata. Adunque il materialista è schiavo dei sensi ,
schiavo dell' abitudine ? Chi può dubitarne ! Egli che
vagheggia la libertà del pensiero , e dico ad ogni piè sospinto: io s
>n lib-rj pensatore, ò mestieri tutto sacrificare alla libertà del
pensiero. Egli che fa le viste di ser- barsi immollo all'influsso di
qualunque idea, di qualsiasi con- cetto. Egli elio dispregia il volgo,
perchè schiavo a non so quante o quali abitudini. Egli è in fritto più
schiavo del volgo stesso, porche avviticchiato alla più abbietta delle
schiavitù , che è quella dei sensi. Tutto questo dimostra
quanto sia diificile, anche a' più millantatori del libero pensiero , il
mostrarsi coerenti ai lor principi. Digitized by
G §. IX. 59 Urta
jxirola conciliatrice. Non creda alcuno ch'io intenda accennare ai
congressi di pace, al famoso Progetto della Pace perpotua di
Emmanuel© Kant, o d' altro autore franceso — nulla di tutto questo
— ma io ritorno , consentaneo a me stesso , a quello che meglio che
27 anni addietro io mi facoa a proporre: alleanza fra la Micologia e la
Fisiolojia (1), paco fra le scienze razionali e morali e lo scienze
naturali Ciò in vero non è un caritatevole desiderio , che
muo- vendo da buona radico, pur tuttavia è inattuabile , ma ò una
necessaria deduziouo dalle coso nuora discorse , dalle relazioni intime fra
esse soienze. Conciossiacchò, se è errore materializzare lo spirito, ò
del pari errore spiritualizzare la materia- Spiritua- lismo assoluto o
material temo sono sistemi esclusivi, incompleti, mancanti, che or ti
trasportano alle nubi , or ti pittano nel fango , come se non vi sia uu
luogo da star bene fra quello o questo. L' uomo non ó né tutto sensi , nò
tutto coscienza ; deve dunque avvalersi di quelli e di questa ; riliutare
1' uno dei duo, è render l'uomo monco, e bruttamente svisarlo.,
Se adunque lo spirito e unito alla materia; so i sensi sono
congiunti alla coscienza , è tempo, giustizia altamente il reclama, che
Fisiologi o Psicologi si dieno il bacio della concilia- zione, e cessi lo
scandalo che l* uomo separi ciò che natura ha strettamente unito, che
egli voglia distruggerò cièche natura ha creato. E sì, valgano lo
sapienti parole dell' illustro fisiologo Tommasi « non voglio diro con
questo cho io intenda procla- mare divorzio fra lo scienze naturali o lo
speculative e lo morali , qualuuquo possa essere la grande povertà delle
mie parole: (1) V. La Fisiologia calunniata «li Materialismo —
Nutulu IS 12. Digitized by Google
60 al contrario la natura e l'uomo, la geologia o la storia
compon- gono necoasariamonto un tutto organico ; o non c'è bisogno
di trovaro il principio dell' unita per poterne affermare così
intui- tivamente. Che maraviglia adunque elio il filosofo abbia ad
importare dalla sola esperienza il materiale o il contenuto dei suoi
concetti universali, e d' altra parte che i naturalisti ricono- scano ,
anzi invochino una /orma ideale al frutto delle loro esperienze ? nessuno
di noi deve rifuggire dal nobile desiderio di organare le diverso parti
del sapere, e sta bene che questo sapore svariato armonizzi con le leggi
del pensiero. Il naturalista sotto questo punto di vista vorrebbe esser
filosofo anche lui ». Nò certo vi alieneranno, dalla reclamata,
giusta pace lo vane voci cho qua e là sorgono , perocché sono
declamazioni, che finiranno con ammazzar se stesse. Veramente
quaT impressiono potranno fare Bull' animo di un uomo , cho alle
filosofiche cognizioni coogiungo ancora quelle notizie anatomiche o
fisiologiche necessarie all'argomento, qual' impressione, io dico, con
serietà tutti quegli esperimenti eseguiti sui conigli e sullo rane o
sovr' altre bestie ? Sia togliendo alcuni fili nervosi , o amministrando
la stricnina, o toccando parte dol loro corpo coli' acido solforico, o
avvelenan- doli col curaro , o coli' etere solforico in altro modo
? Signori , gli esperimenti son veri , cioè vi dànno taluni
determinati effetti , apprezzabili quasi da chiunque non abbia perduto il
bene dell'intelletto — il modo di spiegarli è falso: la loro
interpetraziono non regge alla sana logica ; lo deduzioni sono
illegittime, Tutti gli esperimenti fatti , o possibili non
potranno dimostrare altro, che questa antica verità antropologica
quanto il mondo, che il morale dipendo dal fisico, le facoltà
pensanti dall'organismo, ma che il pensiero si appartenga, come effetto
a causa, a tale o tal altro organo , a tale o tal altra parto di
Digitized by Google 61 un organo ,
corno alla sostanza grigia del corvello ed allo celialo di cui esso
è composto tutto questo, od altro di simil risma, ò arbitraria
deduzione non legittimata dalla logica. E qui permettete che
chiaramente voi dica , il tanto decantato positivismo so ne va in fumo,
onde essere surrogato da un audace razionalismo. E qui le
scienze dette positive addivengono le più in- temperanti , le più
razionali e fantasticamento a priori. Tutti gli esperimenti ormai
fatti o faciendi potranno darci a conoscere più specificatamente la
notissima dipendenza , porgerò nuovi e splendidi casi, ignoti sin ora, di
tali rolazioni fisico- morali, ma senza dare il diritto di menomamente
offendere la inconcussa esistenza del Me spirituale. Io
ammiro l' ingegno umano , che cotanto sa spingersi nei recessi del
misterioso sistema nervoso — ma cessa la mia ammirazione o sottentra lo
sdegno ed il disprezzo , quando si voglion dedurrò < cose fuori
dell'esperimento , quando la in- vasione va all' eccesso.
Avete voglia di spiegaro , corno taluni si lascian tra- sportare
tant' oltre ? É facile dalle coso discorso il comprenderlo: sono
vitti- me di cieca abitudine ; pria degli esperimenti, poscia
tortamente interpretati , se non tutti , molti , eran materialisti, o la
loro mente non informata dallo spirito delle socratiche carte.
Non può essoro diversamente , leggendo quelle pagino ove uno di
essi dice che • la sostanza grigia del cervello, agisco » come una
bilancia delicatissima ; essa pesa le singole im- » pressioni che riceve
dal di fuori — e queato posare ò un t processo che noi sentiamo in noi
stessi, del quale abbiamo » coscienza p cho chiamiamo pensare ad una cosa
» (1). (1) Fisiologia del Sistema Nervoso del «Ioli. Alessandro
ILìraen. Milano 1868 , pag. 15 , E. Trovo»? e C.
Digitized by Google 62 Benissimo ! i
nostri padri avean detto cogitare, cogitatio, quasi accennando all'azione
che ha luogo nell'animo , quando pensa — nella nostra lingua si disse
pensare quasi pesare , alludendo al confronto che fa l' anima delle idee
, preso il vocabolo in senso traslato — oggi ci si fa conoscere che
pensare è pesaro in senso proprio, perchè il pesatore è mate- riale
Benissimo I E la coscienza come c'entra ? La coscienza
che nulla dice di bilancia cerebrale; i sensi , e sarebbe cosa di loro
competenza , nulla pure dicono di bilancia nella sostanza grigia ; adunque
chi lo dice ? La fantasia dell'autore, che certo è senza bilancia-
si accorse l' autore , che trasandava i limiti della sua scienza,
invadendo la Psicologia, e soggiunge : t Noi siam giunti senza
avvedercene in mezzo alla psi- • oologia, o sarebbe stato difficile
avvedercene, giacché nella » natura non esiste alcun limite fra la
fisiologia c la psico- » cologia — Oggidì la scienza è* in grado di
dichiarare la * loro identità t (1). Un uomo cho invade
il campo altrui , vicino al suo , tradotto innanzi al magistrato , dirà
quel campo esser suo , perchè senza alcun limite. Così pare che faccia il
citato autore. Alla fine i limiti fra una scienza ed un'altra
saranno forse le colonne di Ercole ? L' autore ha dimemticato che
la divisione fra' diversi rami dello scibile è più soggettiva, che
og- gettiva. Stanco alle sue pirolo nemmeno vi ha limito fra la
fisica e la chimica, eppure son duo scienze belle e fatte. E si noti che
la chimica , la fisica , la mineralogia, la geologia , 1' astronomia han
tutto un oggetto materiale, tutte si servono delle osservazioni dei sensi
; ma la psicologia ha un' oggetto (i) Pag. i<;.
Digitized by Google 63 spirituale, c la
fisiologia corporeo, la psicologia procede mas- simamente colla coscienza
, la fisiologia coi sensi — dunque esse due scienze hanno un limite tale
che non è nelle scienze, che della natura materiale si occupano.
L'autore, senza avvedersene, entrò nella psicologia, non perchè
avvi un'identità fra essa e la psicologia , ma perchè le duo scienze
hanno delle relazioni , come abbiamo preceden- temente dimostrato — se
non che, egli vi entrò collo suo a- bitudini, col suo metodo,
materializzando tutto. Quindi la scienza non è in grado di
dichiarare la identità delle due scienze , come non può dichiarare
identici l'anima ed il corpo, la coscienza ed i sensi. Io
avrei lasciato in pace 1* autore della conferenza sulla Fisiologia del
Sistema Nervoso fatta in Firenze nel 1S67. Ma . il pensare che trattasi
di scienza popolare, che libercoli di tal natura fanno il giro dell'
intero regno , e con essi s' intendo porgere al popolo un cibo
sostanziale , ciò m'indusse a dirne due parole , come ora no dirò qualche
altra , sembrando che invece di cibo di sostanza, si amministri la
stricnina o il curaro. Udite con attenzione. » Possiamo
esprimere cosi il risultato, dice l'IIerzen, » generalo di ciò che mi
sona sforzato di spiarvi oggi. t Ogni nostra azione dipende da tre
fattori essenziali: » (Già m' immagino, voi col pensiero volato
all'intelletto, alla volontà, alla facoltà locomotrice — al n )sse,
velie, posse . . disingannatovi, nulla di tutto questo). »
1.* Dalla nostra organizzazione individuale; » 2.° Dallo stato in
cui un' impressione dal di fuori trova i nostri nervi in un dato
moment") ; t 3.° Dal complesso d* impressioni che in quel
dato momento riceviamo dal mondo esterno (1). (2) Fn»
4f,-47 64 Voi vi accorgete di leggieri che
questi tre fattori es- senziali di ogni umana operazione , por usar le
parole dello autore , sono tutti e tre organici e fatali , essendo
escluso qualunque arbitrio , atto di volontà , che imperando
modifichi colla sua azione quelle subiettive organiche disposizioni
insieme all'esterne impressioni. L' aut ro , pensa tutto questo,
com- prende la cosa, e dove vada a finire, ma con parole, che
stanno fra h stupido ed il buono, continua. » E se finalmente
da questo conclusioni vogliamo trarre » un' applicazione alla vita
pratica — essa sarà veramente di » natura tale, da fare andare la scienza
superba del suo » lavoro •. Ognuno già colla sua mente
tenterà arrivare al trovato peregrino nella vita pratica, che farà andare
superba la scienza del suo lavoro — chi penserà già ad un modo di rialzare
la finanza, chi ad altro per iscemare il numero dei reati , a chi
ricorrerà al pensiero un nuovo metodo educativo, a chi infine sembra che
l'autore ha bello e fatto il trovato di mettere in su il principio
autoritativo , circondandolo dall' aurèola Bua propria, senza scemar
punto la libertà — datevi pace, frcuate il corso dei vostri pensieri,
rassegnatevi ad ascoltarlo. > Essa non sarà altro cho una
raccomandazione di » usare della massima indulgenza verso lo parole e gli
atti • del prossimo, tenendo sempre in mento cho l' azione sua ò il
t prodotto di tre fattori indipendenti di lui, di tre fattori dei » quali
esso non ò punto padrone, di tre fattori cho al con- » trario dominano
lui » (1). So dividessi il parere dell'autore, sarei indulgente
con lui, che comincia col materialismo e finisce apparentemente
colla morale. (1) rag. 17. Digitized by
Google ♦35 Sì, in apparenza , giacché il suo
discorso ò oltremodo immorale, Le sue parole fan tremare i polsi agli
uomini onesti, c fan gongolare di gioja selvaggia gli assassini.
Il lavoro della scienza è il materialismo ed il fatalismo — quindi
gli atti del prossimo fatali e necessari non meritano nò lode , nò biasimo
, non premio , nò pena, non sono nò vir- tuosi, nè malvaggi — perciò in
vista di ciò clic farete ? Massima indulgenza, massima indulgenza
vi raccomanda la scienza per bocca di Herzen. Voi, assassini,
continuate nell'opera vostra chò il dottor Herzen vi assicura l'impunità
sino alla consumazione dei secoli! E la società debbe ancora
sapergli grado, perchù viene a liberarla da tante inutili spese per la
magistratura giudi- ziaria , o per altra autorità che intende -alla
sicurezza , anzi, spingendo il pensiero di lui alle ultime illazioni ai
potrebbe stabilire una magistratura d'indulgenze, ma senza timore
che si rinnovi e susciti un'altra Riforma. E questo ò cibo
sostanziale che si porge al popolo , o stricnina o curaro? Se il popolo
facesse gran caso delle parole di lui , so vedesse perchè si voglia
ricorrerò all'indulgenza , darobbo un prodotto da fare andar veramente
superba la scienza, e chi per essa ! A voi il giudizio.
> §. X. Il progresso delle scienze
"naturali non può menomar^ la spiritualità dell' anima.
Poniamo ora che la cognizione delle leggi fisiologiche ai conduca
grado a grado a maggior perfezione, ma <-prt-» restando nel giro dei
fatti esterni , di esterna esperienza , 66 solo
avanzate al seguo di esprìmere i modi della eintesi della umana dualità,
costitutiva l'unità antropnlogicafche avrebbesi che potesse ledere in
modo alcuno la spiritualità dell' essere nostro ? Sarà impossibile al
fisiologista venir fatto mostrare, dicea io in altro luogo, che la
superiorità psicologica, intellet- tuale e morale, dell' uomo suli'
orang-antang derivi d' un po' di più di polpa cerebrale esistente nel
cranio degli nomini, e che spieghi i fatti psicologici col moto , o colle
leggi organiche. • I motodi, i processi delle scienze naturali finora
conosciuti » non danno nessuna traccia, dalla quale potessimo
arguire » una benché lontana spiegazione del pensiero. Un'illustre
» fisiologo e giudice molto competente in questa materia , il >
Virchow , dice che non si ha il diritto , almeno nello stato » attualo
dello scienze naturali, di entrare nel dominio della » coscienza, e ciò
si potrà fare soltanto allora, quando si sarà » trovato un metodo
sufficiente a spiegarne i fenomeni. Ed un » altro fisiologo tedesco , il
Volkmann , non solo dichiara la > incompetenza della fisiologia
sulla personalità, ma soggiunge » che il solo fondamento, che possa
venire proposto come dub- » bio è la dissoluzione dell' organismo nella
morte. In ogni > caso però dalla fisiologia V anima personale
non è posta , » ma soltanto determinata mediante 1' organismo » (1).
Non potrà giammai il fisiologo, o il naturalista entrare col suo
metodo nel dominio della coscienza , essendo il metodo di studiar questa
o il pensiero in antagonismo a quello dei cultori della natura materiale.
Però vennero meno tutte quelle pretensioni che il Morgan ed il Cabanis
misero avanti. Io il ripeterò: oggetto, metodo, strumento tutto
distin- gue lo studio dell' anima da quello dei corpi, senza
annullarne le relazioni ed i limiti. (I) Dell' immortalità
dell' anima umana — Discorso della Mar- ciosa Marianna Fiorenti
Waddington. Firenie Le Mounier pag. 13. Digitized by
Google G7 Per altro [conviene esser giusti , ed
in confidenza dir fra noi, che quando si tentò dai fisiologi
materializzar lo spi- rito , la colpa stesse più da parte dei filosofi
che da quella dei fisiologi ; perocché se questi attingevano all' impura
sor- gente del sensismo , dai filosofi era stato proclamato, e
quindi non potevano che logicamente i fisiologi incarnare nell'
organo la sensazione, alla quale avean ridotto il pensiero —
insomma il materialismo di quei fisiologi tTa conseguenza del
sensismo, che signoreggiava in allora le migliori intelligenze da
sovrano assoluto. Quindi a me sembra chiaro , che non si
possa, non ai debba dire da alcuno : io perché son medico , o fisiologo ,
o naturalista , perciò son materialista. No : il medico, il
fisiologo, il naturalista può abbracciare il materialismo, non perchè
pro- fessa quelle scienze della natura , ma perché ó sensista , e
perché invade il campo altrui coi suoi metodi , coi suoi stru- menti ,
col suo modo di procedere. Io richiamo agi' imparziali pensatori a
rivolgere lo sguar- do della loro meditazione dentro di loro stessi , nel
santuario della lor coscienza , e dirmi col cuore sulle labbra , se
noto- mizzando se stessi , nella grande varietà e moltiplicità
prodi- giosa dei modi di essere che ognuno vede in se , e che pare
dovriano condurlo ad ammettere un aggregato di forze , di esseri, di
subbietti, ai quali appartengono essi modi o facoltà non coglierà col suo
pensiero V io uno — perocché di leggieri ei si accorge che V io che sente
, poi pensa , quinci e quindi vuole .... è sempre lo stesso soggetto :
egli è uno. E facciasi , ragione che se un' epoca è una , un
corpo è uno , vo' dire che se alle epoche ed ai corpi si riferisce
per noi 1' unità , non è quella che alla sostanza pensante si conviene ,
quantunque pure tale unità agli avvenimenti ed ai corpi attribuita sia m relazione
coli' unità spirituale. La quale 68 non è
riunione di elementi nel tempo — essa ha vita e du- rata , ma senza
decomporsi o dividersi , essendo sempre la stessa — nella successione
resta la stessa , in tutti gì' istanti la stessa, perocché cambiano gli atti
, mutano gì' istanti , e 1' io pertanto vedo se sempre lo stesso — Non
moltiplica cogli clementi della durata, anzi veggendo cangiare e
moltiplicar la durata , vede aè lo stesso. Uno è adunque nel
tempo ; e tale è puro nello spazio. Conciossiachè in lui non vi ha
moltiplicità o composizione nello spazio: non ò un tutto, di cui le
molecole sucoessiva- niento decrescono od in un modo qualunque cambiano,
come tutto dì vedesi succedere nei corpi, giacché un assieme avente
sempre delle parti connesse in una perfetta simultaneità, è cosa
contraddetta dai fatti, e repugnanto alla natura del mol- teplice, che è
necessariamente divisibile. Pertanto di quale divisione è capace Y
io f dove ò in lui la pluralità ? Quante e quali unità il compongono ? —
For- se le facoltà che irraggiano da lui , e per lo quali
bellamente risplende ? — Certo che no , perchè le facoltà non sono
di- verse da lui stesso. — Forse i suoi attributi , i suoi atti ?
Nulla di ciò , giacché facoltà , attributi , ed atti di lui sono esso
stesso. Né v' illuda il vedere che si enumerano gli atti , le
fa- coltà, perocché con tale enumerazione non si accenna
all'essere, che é uno, ma alle apparizioni, ai modi di sua
manifestaziono, essendo il nr.mcro tanto in antagonismo con lui , che è
indi- visibile , quanto lo è il composto col semplice. A
questa forza unica adunque, che facilmente è com- presa da chi sa bene
interrogar se stesso , mal si conviene T unità delle cose successive , o
quella delle composte ; le quali ultimo perché estese , figurate ,
impenetrabili , perchè aggregati di forze , se costituissero il me , o ei
fosse a loro 69 immagine e somiglianza , non
unico io , ma tanti , quanti non unica forza, ma tante indefinite
coscienze di sentire , di pensare , di volere : ma una coscienza ò
in noi , unico io , un' unità pensante. È adunque uno il
nostro subbietto e nel tempo e nello spazio , e non già per questo o per
quello. E pongasi mente che la stessa unità che egli
riferisce alle cose successive, o epoche, od alle cose composte, o
corpi, od a quelle coso che sono une pel tempo e per lo spazio, da
lui stesso viene , quantunque trovi un che in esso — dico da lui ,
essendo egli che scopre le attinenze degli avvenimenti , o la
composizione delle parti di qualunque composto , e vi riferisce il
pensiero unificato ed unificatore, perchè egli è uno. A dir breve e
chiaro: Perchè egli ò uno nel tempo o nello spazio, e non già
in virtù di questo e di quello , qualifica , dando 1' impronta dell'
unità , ciò che non è uno nel tempo e nello spazio. § XI.
Spiritualismo nelle Bell* Arti. Come che io non iscriva pei
sapienti, ai quali son noto tante dottrine , tante discussioni , profondi
pensieri in modo cho nulla più , pur tuttavia mi sarà concesso
considerare la spiritualità del soggetto pensante da aspetti , quasi
direi , nuovi ed intimamente legati alla vita pratica , o meglio
alla vita delle arti belle , della scienza , della società e dei
popoli della terra. Nella vita dei popoli, nelk- svariate
fasi di essi vi ha ilei tempi in cui predominando un' id«>a , un
sentimento , come il concetto politico, quello utilitario qualunque,
.sembra ohe ciò Digitized by Google
70 che quello predominante non sia , e che con forza
attraente assorbisce tutto in se , sembra , io dico , che meriti lo
sfrat- to eppur non è così. L' uomo non può rassegnarsi a non
ripensare il bello, che risplende al suo intelletto, ed aste- nersi d'
incarnarlo nei marmi , nelle tele , od in altra materia ed in altra
guisa. I lavori artistici sono allora vere e solenni proteste contro
coloro che , se potessero , vorrebbero materia- lizzar tutto, e dare ad
intendere di vedere unicamente nell' uomo, che è corpo e spirito ad un
tempo in unità armonica , che ha senso , ragiono ed idea, che fona- e
materia, e di scorger* nei suoi indefiniti , svariati e nobili prodotti t
che macchine e conti. Ah sì , egli è evidente adunque , che Y
arte sbugiarda anch' essa il materialismo ed i materialisti!
L' arte invero , questo nobile slancio dell' anima verso 1' alta
regione del bello , ne coglie alcun raggio e lo incarna nella materia , e
, quasi direi , la divinizza , e con .questo an- nulla il sozzo pensiero
che intende materializzar 1' uomo. L' artista è novello Prometeo,
che rubba il fuoco a Dio per farne partecipi gli uomini , annulla il
materialismo , che concentrandosi unicamente nei fisici bisogni, vorrebbe
imperare da sovrano assoluto, obbliando i bisogni morali , le
magnani- me tendenze , che alto reclamano alla lor volta i loro
diritti manomessi , che hanno ragion d' essere nella stessa umana
natura, così bruttamente mutilata. L' arte adunque riduco in
frantume 1' apoteosi del ▼entro. L' artista è qual novello
Francklin che eripuit cerio julmen — se non che 1' americano commise il
generoso e sapiente furto per tutelare il capo degli uomini dalla
malefica potenza del fuoco elettrico , mentre gli artisti furano i
raggi estetici del cielo per farne partecipi i mortali. 1/ QUO e
gli Digitized by Google 71
altri ricorrono al cielo coli' intento lodevole di beneficare l' u-
manità, ma in modo diverso; cioè il cittadino del nuovo mondo
allontanandone dei mali terribili ed improvvisi , gli altri col far
piovere sovr' essa dei beni squisiti e puri E però è gioco-forza
considerare 1' artista qual sacer- dote , che fa scendere dal cielo sulla
terra un che di divino, salvo che il magistero ieratico ò nell' ordine
del mistero , quando 1' artista opera nel mondo della natura — eppur
sarà sempre vero che V arte è il sacerdozio dell' estetica.
Adunque la manifestazione delle ispirazioni estetiche, anche nei
tempi nei quali si corre a voto materializzar tuttd è una nobile protesta
contro il materialismo, è un' affermazione solenne della spiritualità
dell' anima, E qui mi pare opportuno richiamare alla mente
alcune idee per me manifestate altra volta , e che son legate all'
ar- gomento. Laude si deve a chi fa opera trovar dei mezzi ,
attin- gendo nelle scienze , che si occupano della natura materiale
, organica od inorganica , onde render comuni quelle immaginii quei
fatti , quelle cose che interessano ogni uomo ; a questa guisa, io direi,
che V arte si democratizza, per quanto è pos- sibile. Se non che , 1'
utile che si può ottenere , abbassandone il prezzo, perchè si è scemato e
tempo e fatica ed altro in produrle, non deve far s\ che annulli ciò che
non si possa ottenere in altro modo, e concerne le più nobili
aspirazioni dell' uomo. Di vero coi moderni trovati si è ottenuto
più Y utile , che il bello , più la merce a buon patto , che il bello ,
più il buon negozio che lo sviluppo dell' arcana relazione fra 1'
ani- ma ed il bello — e ciò anziché esser da me biasimato , n' è
lodato , ma pure entro certi limiti , cioè di estendere a tutte le classi
in data colai maniera e grado di perfezione una pai-
72 lida immagine d»-i dip ; nti <• d<-llo incisioni, ma
non già nel tengo clic le arti bello sieno mandate giù. Ciò non può ,
non devo essere , dovendosi trovar modo d' associare, sejpure è
possibile , come parnii che lo sia, 1' utilo al bello , ma quello non
dove aver nò punto nè poco prevalenza su questo o di- struggerlo.
E sino ad un certo segno 6 mestieri far plauso allo intento di
render comuni a tutte lo classi i benolìcii della scienza e dell' arto —
e qui si fa bone , percliò si opera pel popolo. Ma è mestieri aver
presento ognora, che il bello non è V utile, e che per troppa brama di
stendere 1' utile, questo non usurpi i diritti del bello. Si
ponga attenzione che 1' nomo non ò tutto senso , tutto corpo ; c' ò in
lui alcuna cosa d' intangibile, d' invisibile, d'intelligibile, che non
può cadere sotto 1' apprensiva dei sensi, e che sfugge alla dnra forinola
del dare ed avere , del peso r> della misura. Si riflotta
ancora che altro è il pretendere, che si svol- gano gli elementi dell'
umana natura , altro è poi che 1' uno viva a scapito dell'altro,
richiedendosi anzi cho si armonizzino, perocché 1' armonia compie 1'
npera dello svolgimento , Benza della quale non vi ha vero
progresso. A me sembra, che pensare altrimenti si è
sconoscere quella leggo di solidarietà , che ha luogo fra gli esseri o
fra gli elementi, cho compiono 1' umana natura tutta quanta. Ilo
fede che la vittoria riportata dall'uomo sulla na- tura coli' intento di
far partecipi i più dei grandi trovati dell' ingegno , per quanto le arti
belle riguarda , se apporta alcun che di danno allo parti più nobili
dell' arte, sarà ciò per poco , non durerà gran fatto , non patendo 1'
uomo rinun- ziare alla sua intima natura, che cacciata anche a viva
forza, tornerà ognora vincitrice. Digitized by
Google 73 Le quali riflessioni sa la tendenza
attuale a spingerò al possibile le cose artistiche al meccanismo,
mostrano che la signoria assoluta di questo su 1' elemento estetico
segnerà il volgere in basso dall' arte, che sarà sempre il nobile
attributo dell' uomo, risorgendo a nuova vita dalle sue stesse
ceneri. § XH. Spiritualivmo nella ruttura.
E fate meco ragione, che il pensiero umano non è quale per taluni
si crede, perocché esso ben comprende anche nella materia uno
spiritualismo, non già che spiritualizza questa, ma per veggendola,
pensandovi su, riflettendovi, di presente comprende un che non materiale
, ossia 1' uomo col pensiero va più oltre delle cose materiali, dei
sensibili. Appunto come» veggendo un altro uomo, gli si attribuisce uno
spirito, o me- glio si spiritualizza in certo modo 1' organismo di lui,
in pari guisa avviene dell' universo : la mente umana non si ferma
alla terra, al sole, alla lana, alle stelle, e cosi via. Se ella vede un
fiorellino vario pinto , ne ammira pur la vaghezza , le foglie , lo stelo
, il calice non senza essere ammaliata dal grato odore , e via via. Eppur
non si ferma l' umana mente a tali percezioni, a tante grate sensazioni,
poiché dal fiore passa al seme, da questo ad altri esaeri, e quindi
infine a quei primi esseri che chiudean virtualmente tutti i fiori ,
che furono e che saranno al mondo .... in fine alla causa su- prema
di tutti i fiori, come di tutte le cose. Nò qui ha posa V umano
intelletto, che si spingo , por naturale virtù, a legare gli effetti alle
cagioni, a comprendere le cagioni finali degli esseri, e legge in essi i fini,
cui mirano, e la corrispondenza fra mezzi e fini ; e però vede nella
natura impressi i caratteri indelebili della Mente Sovrana.
74 Laonde e chiaro, che allo sguardo dell' umanità gli
es- seri tutti , che compongono V universo , dall' atomo al globo
celeste, dal fiorellino al boabab, dall' insetto all' elefante, . . .
quindi all' uomo non è un' accozzaglia di esseri sdruciti , in
congiunzione, per usar questa parola nel significato di Davidde Hume, ma
un tutto , quasi direi , organico , connesso , diretto ad un fine pensato
dall' intelletto divino ed attuato dal su- " perno volere.
Adunque la materia che si percepisce, che si vede e si tocca, in
distanza od in vicinanza, grande o piccola , orga- nica od inorganica non
è dall' uomo intesa in modo da tro- vare un limite in ciò che vede
soltanto, scompagnata da qua- lunque concetto, anzi la intende animata e
vivificata da quei nobili ed alti concetti, che da inerte , fredda dal
gelo di morte la elevano a quel grado superiore, la circondano di una
splen- dida aureola, la spiritualizzano. La è questa la
poesia dell' umanità, ma naturale e su- blime poesia. Dire si deve ancora
metafisica dell' umanità; conciosiachd, come ben dicea il Vico, la poesia
essere una me- tafìsica in abbozzo , la si dee perciò chiamar poesia e
meta- fisica ad un tempo. E ciò risponde a capello al pensiero del
Kant , che ammetteva una metafisica naturale , ed ai pensieri del Gali ,
che nel cervello vide pure 1' organo della teosofia , e vi assegnò un
cantuccio. Ed anche se taluno non facesse lieto viso alle idee
si- stematiche dell' autore della Craniologia o Cranioscopia , non
si verrebbe per questo a menomare per nulla il valore del nostro
discorso; il quale poggia tutto sulla disposizione dello spirito \tfnano,
non disgiunta dall' attinenza in cui esso è col- 1' organismo — Se poi
questo è come V intende Gali , o pure, come si pretende da altri, una
semplice disposizione cerebrale, senza la creduta divisione del cerebro
in tanti organi Digitized by Google
73 ciò in nulla influisce a scornare la forza del nastro
argo- mento. Signori, allo sguardo del genere umano la natura
tutta quanta , 1' intero universo non è una macchina , che opera da
se e per se, come orologio senza artefice , ma orologio con un artefice ;
e più che orologio ed artefice , è musica , parto di maestro sublimo ; e
più che musica e maestro, poesia di divin poeta; e più che poesia e
poeta, palagio di grande architetto; e più che edifizio di sommo
architetto, pianta svolta da spiro potente , pensiero* che la muove,
anima che la vivifica , e n' è ragione d' essere. Vedete
adunque, se io mi abbia il diritto a dire, api- ritualismo nella
natura. Ed osservasi che io nel pensiero umano, che spiritua-
lizza, nel senso per me dichiarato, la natura, ho dovuto porro un limite
necessario al mio discorso , trattandosi di ragion comune, d' umanitari
pensieri. Quindi ho messo innanzi ciò che vi ha in tutti,
eaclu- dendo al possibile l'opera della riflessiva potenza del filosofo
; la quale, quantunque nelle varie scuole non sia immune d' er-
rore, pure eccetto una breve falange di seguaci dello schietto
naturalismo, che, secondo alcun sapiente, è merce soltanto mo- derna,
pure, io dico, la massima parte dei filosofi è pel retto spiritualismo
della natura nel giusto senso della parola, spi- ritualismo che ha poi un
riscontro superlativo in colui, che idealizza la materia, in chi fa 1*
apoteosi della natura , in chi le dà un'anima, ma non già in coloro che
spiritualizzano i primi starai dell' universo colla famosa monadologia
del filosofo di Lipsia. A me pare che il nostro Bisazza ,
questo spiritualismo per me messo in rilievo, cantava esprimendo al vivo
il concetto umanitario, di cui parlo: 7G Chi
ha dato all' onda Confin «li sponda ? Chi all' erbe o al ùniv
Diede 1' odore ? Chi a voi diè stolli- Rosee fiammelle?
Egli é il vergine fiato dell* eterno Che infronda , o svesto le
infrondite cime , Atira di primavera, algor d' inverno, l'iacido
nel nucel, nel tuon sublime. Alpi che arcate Vi
sollevate, Ripidi monti Padri dei fonti, Chi vi diè o
rupi Frane e dirupi ? Chi vi appese le splendide corone
O noia della notte , nstri pietosi ? Chi ti precinse d'
infocate Bone, Sole , che or levi il capo , or ti riposi ?
É il suo beato Spiro increato , Che il ciel gioconda ,
Cho il mar feconda , Che in terra cade , Sciolto in rugiade.
Veggo i cernii monti alluminarsi , Poiché fiato ò di Dio la luce
nnch' essa. Veggo gli augelli a turbini levarsi Che un* aura di
quel fiato in lor sta impressa. Scorrete o rivi Placidi e
vivi, Levate o monti Al ciel le fronti , Dite siam
figli Dei suoi consigli ! Deh fra le corde di commossa lira
, Che di terrena polvere S* ammanta , Deh tn soffio di Dio ,
discendi e spira , Mentre rapita in te, l'anima canta 1 (1) A
me pare che il mio diacono procede chiaro ed inat- taccabile , anche se
taluno venga innanzi con qualche errore, (1) Fide e Dolore, pag. 20
— 21. Digitized by Google 77
elio la rozza mente comune possa produrre, conciossiachè il fatto
dell' errore non distrugge Y esistenza dello spiritualismo noila natura ,
ma sol che esso ha bisogno di riflessione e di emendamento. Como il fatto
di alcun costume barbaro od inu- mano non annulla la moralità ; così
alcun errore, quanto allo spiritualismo della natura , non menoma punto
la natia di- sposizione od attuosità dell' intelletto , ad animare , o
meglio a concepire a traverso della materia questo cotale spiritua-
lismo nell' universo, prestandogli con sintesi quelle nobili ideo, che
gli danno vita ed essere. A me sembra chiaro assai, cho quando ad
un uomo vien fatto dire : Oh quanto è belio quell' essere ! Quanta
0 sublimo quell' altra cosa I per mo d evidente che le nozioni del
bollo e del sublime eziandio accennano implicitamente allo spiritualismo,
di cui parlo. § XIII. Spiritualismo nel Senso Comune
dei popoli. Il concetto dell' anima spirituale ò cosa essenziale
alla vita pratica dello umano associazioni , anzi lo circonda , le
avvolge e compenetra in ogni verso e sin negli intimi pe- netrali.
Ragioniamo da noi , ma in modo facile , piano e colla massima
evidenza nel tempo stesso. Concentriamo lo sguardo della nostra
mente su quell' uo- mo ; egli e padre , il quale leva a cielo le doti
morali della figlia , per nomo Giulia , che è modesta , ubbidiente ,
capace di sacrificio pel bene dei simili , alla vista dello cui
miserie è tocca da indicibil dolore. 78 Un
altro genitore si addolora , e quanto , pensando di aver perduto il
figlio , chiamato Eugenio , il cui animo era seggio di apecchiate virtù
morali , di belle qualità mentali. Povero genitore ! egli ne
rimembra le virtù peregrine di quell' angelica creatura , e gli astanti
dividon con lui quei sensi di mesto affetto! Tutto questo ha
per base , che quelle creature avessero uno spirito dotato di nobili
facoltà , anzi d' una facoltà che è il pregio morale dell' uomo , e ,
quasi direi , lo emancipa da tutto il creato, e lo rende arbitro del suo
destino, voglio dire della volontà. La quale rende 1' uomo capace di
legge morale, responsabile delle sue azioni , e queste degne di premio e
di pena — la quale volontà libera costituisce la virtù ed il vi-
no, il merito e la pena , a tal che tutto il sistema morale e di
legislazione è fondato sovr' essa , e compenetrato in essa stessa.
Questo dice, manifesta il senso comune, universale dei popoli tutti
quanti della terra che furono , che sono, e che saranno. Coli*
intimo convincimento di tale cospicua verità, pene- trato il loro spirito
di tanta morale scienza, tutti i legislatori delle nazioni dettarono le
leggi ad esse, sapendo di applicarle ad esseri liberi , ad esseri capaci
di legge , e degni di pena e di premio , e capaci di rientrare nei diritto
sentiero ormai smarrito ; insomma il legislatore seppe aver che fare con
esseri intelligenti e liberi , ebbe piena e lucida coscienza di ciò ,
e non mai con automi. Così alla lor volta , i popoli accolsero di
lieto animo le leggi nella coscienza del loro dovere, della loro libera
volontà. Questa manifestazione del senso interno , quest'
intimo convincimento , questo dogma di ragione naturale , conduce
79 1' umanità ad ammirare il virtuoso , a venerare l 1
eroe , a rizzare altari a quegli uomini, che si segnalarono per le
loro peregrine virtù ! Come, per medesimezza di ragione, a
condannare all' oblìo, alla meritata pena coloro , che abusarono del loro
potere , che con volere e scienza violarono la legge ! Gli
umani apprezzamenti adunque, i gindizj degli uomini ànno quel fondo
comune , quel sustrato , poggiano su quella concezione dell' anima
spirituale , una , superiore e distinta di ciò che vediamo e
tocchiamo. Or , se vi fa cuore , fatevi a sostituire all' essere pen-
sante immateriale i portati della materialistica dottrina: ove sarà più
il pregio singolare dell' umano pensiero , dell' umano volere , la
bellezza e V incanto delle doti mentali e di quelle morali ?
Re il pensiero non ò nè più, nè meno di un prodotto del cervello
sullo sensitive impressioni, un modo di digerirle , come lo stomaco e gì'
intestini digeriscono i cibi, e danno il chimo ed il chilo, o un modo di
secrezione, come il fegato rispetto alla bile. Se il pensiero ,
intelletto e la volontà e tutte le fa- colta morali e mentali non sono al
più che fosforo, e l'anima una cellula , od altro supposto impasto di
materia , o imma- ginato prodotto di leggi fisiche, chimiche, vitali, ove
sarà più quel primato ed eccellenza che l' umanità tutta quanta
accorda , vede , riconosce e sanziona nella virtù cogitativa ? Non
è uno stolto quel genitore , or ora ricordato , che innalza a cielo le
belle doti della figlia di lui ? Non è un insensato quell' altro ,
che va tanto altero dei pregi morali ed intellettivi del figlio
suo? Sì , sorgo io a nome del materialismo , fate Benno uo-
mini illusi , che date tanto valore a ciò che di cesi mente ,
80 anima , spirito , ragione , intelletto , volontà , virtù
di mente , virtù di cuoro , tutte queste coso prese a singolo , o
sinteti- camente altro non sono che forza e materia , nò più, nò
meno dei prodotti della digestione , delia respirazione , della
secre- zione dello urine , od altro di simil natura. È
evidento che materializzando tutto V uomo , si dovrà per legittima
illazione materializzar tutto elio all' uomo si ap- partiene.
Se non che materializzar tutto ciò, che non ò materia, quantunque
trovisi in relazione con questa, è snaturare, ò an- nullare ; dunque
logicamente il pensiero colla sua potenza , 1' anima colla sua nobiltà ,
grandezza ed eccellenza vanno in fumo — e vi ha tanta ragione od
apprezzare ed ammirare i voli del genio, i portati del sovrano ingegno,
quanto ve ne ha ad ammirare un poco di cispa, di urina, o di qualunque
so- fìti^nz8( o s o r in di t i /j i il « Eppure lo stesso
Voltaire manifestava una grande verità, quando in un suo romanzetto ,
facendo lo viste d' immaginar quel mostruoso gigante che toccava Sirio ,
scendendo sino alla terra , e che veggendo un vascello , prendevalo e
poggiavalo Bull' unghia del suo pollice, e compiacevasi di guardare
guegli insetti cho formicolavano, per lui microscopici, cioè gli
uomini, i quali alla vista di quella mostruosa creatura , senza un
fia- tar di mezzo, facendo uso di strumenti e di calcoli, ne deter-
minarono con meravigliosa esattezza o celerilà l'altezza del gigante.
Manifestava il Voltaire una grande verità, facendo escire dalla bocca di
quello spaventovolo essere, dopo cho vide il miracolo della potenza dell'
umano ingegno, cho in un atti- mo colse la misura intellettualmente di
quella smisurata altezza : Uomo sei un insetto, quanto al corpo, ma un
angelo ti mostri riguardo allo spirito. Digitized by
Google SI Permettete ora che io interroghi lo
stesso Voltaire- oggi la cosa ò facile, che collo spiritismo si evocano
le ombre dei trapassati , e si ottengono delle risposte , come se
fossero in vita tra noi. Caro Voltaire, gli dirò coi
materialisti, la grandezza dello spirito, 1* eccellenza di lui è cosa
apparente e non reale, essa è un pò di sostanza cerebrale con qualche
imponderabile, o una cellula od altro di simil natura; poni giù adunque
la. poesia delle lodi e dell' ammirazione superlativa ed Hfclusiva.
Voltaire risponde : Cari miei , io mi tengo stretto ai fatti ; V
eccellenza dell' ingegno umano è un fatto ; ma che V umano pensiero sia
materia, o prodotto di essa, almeno fin- che io fui peregrinando in
terra, non era un fatto. Rispondono a coro i materialisti moderni :
Altro cho fatto oggi, ma è dimostrato da un subisso di fatti.
A cui 1' arguto francese : Almeno additatemene uno , perchè"
io da tanti anni nell'altro mondo, potrò ignorare ciò che si è fatto in
questo in tanto tempo — ve ne saprò grado, perchè mi dileguerete i dubbii
che mi tormentarono in vita. Certo non obblierete quel cho per rne si
fece a prò della vo- stra scuola E qu\ i valenti materialisti
presti a sciorinare tanti splendidi esperimenti, ben noti a voi che ascoltate,
quello, a mò d' esempio , del taglio del nervo . . . quello dell' etere
solfo- rico . . . quello del curaro ... e così via. A questo
punto Voltaire subisce un cangiamento nel volto, e con brutto cipiglio
risponde: Ma, miei signori , questi fatti io gì' ignorava , è vero
. ma ne sapea dei simili : ma questi fatti da voi allegati non
annullano 1' eccellenza del pensiero , e vel dico in confidenza h-A noi,
sema che il sappiano gli spiritualisti , essi esperimenti
82 accrescono soltanto la scienza delle mutue relazioni fra
il tìsico ed il morale, ma non dimostrano punto che questo è cosa
ti- sica, ma che solo in contatto col corpo. In ogni tempo si
è saputo che, dando a bere una quantità di alcool ad un genio , come ad
un Newton , dopo un istante sparirà la potenza del genio , ed il sommo
inglese addiverrà meno di un fanciullo , o meglio meno d' un otten-
toto. Perciò chi ha detto mai da senno , fra di noi parlando che nof ci
ascoltino gli spiritualisti , chi ha detto che per tali fatti, ed altri
di simil risma, si possa logicamente de- durre cho T anima ù la stessa
cosa del corpo ? Tante cose si dicono, tanta e quante io ne dissi per
ispargere a larghe mani il dubbio; ma fra noi, miei valenti medici,
l'eccellenza del pensiero e un fatto , ma 1' opinione che il pensiero è
pro- dotto da materia o modo di essa, ò un' ipotesi — ora un' ipo-
tesi non può distruggere un fatto, perchè essa non è un fatto. Che
so si voglia dire, che 1' ipotesi sia fatto rispetto alla sua effettiva
esistenza, dicasi pure, ma non ò fatto per ciò a cui mira, anzi aspetta
dai fatti il trasformarsi in fatto, per- dendo 1' ipo ed allora addivien
tesi. Lasciatemi adunque , io ritorno d' onde venni , e coi
miei dubbi ancora , e colla dolorosa certezza che il materia- lismo non ha
fatto alcun progresso, da che lasciai questo mondo ! §
XIV. Spiritualismo nella Morale e nel Diritto. lo dioea
che il concetto dell' anima spirituale ò essen- ziale alla vita pratica ,
il che è verissimo , e parrai averlo di- mostrato ; ma vi ha di più ,
anzi , quasi direi , il meglio , se pur si possa dire.
Digitized by Google 83 Vo' qui mostrare la
relazione intima m che btanno i doveri ed i diritti coli' anima
spirituale, una, immateriale. Tutto le scieuze, che han per oggetto
i diritti ed 1 do- veri umani suppongono la eccellenza del soggetto
pensante Di vero , se il mio pensiero , so la sostanza de. 1
essere pensante e cosa corporea , o parte di esso corpo, qual nozione
potrò io avere del dovere e del giure ? Se son logico , il mio dover© ed
il mio diritto non saranno uè 1' imperativo, nò la facoltà morale di
operare , ma 1' impeto dei miei istinti, la necessità ineluttabilo della
mia natura. Bo con queste ideo , sa con questi preliminari si
possa attuare un ordino mnrftle , giuridico , rispondente ai
bisogni dell' umanità , si lascia alla discrezione di chi ascolta.
Trasportiamoci nel caso della vita pratica, o vedrem « so la
dottrina materialistica sia d' alcun prò. Ecco un accusato alla
presenza del magistrato. Udito questo dialoghetto , e giudicate.
Magistrato — Voi siete imputato d' omicidi'» con fur- to —
difendetevi. Accusalo — Signore , può essere che i>> sia
accusato , ma la mia difesa sta nella mia natura, nella vostra, in
quella di tutto il genere umano. M. Ìsoiì v' intendo —
spiegate meglio il vostro pen- siero. A. Il mio pensiero ò
chiaro. Quelle azioni che dicono che io abbia commesso , e tutte quelle
che si possono com- mettere , son prodotto dalle stesse cagioni , sono
identiche del tutto. M. Como ! ò identica 1' azione di
spogliare il simile con quella di coprirne la nudità ? Quella di uccidere
un uo- mo con quella di salvami la vita? Un pazzo sulo può pen-
sare a questo modo. 34 A. No , anco un savio
pensa a questo modo, corno son io. L' aziono di chi spoglia e quella di
chi copre la nudità del simile , di chi uccido e di chi salva sono
movimenti ne- ecaifcri del sistema nervoso nell'uno e nell'altro uomo
— perfettamente identici nell' uno e Boll' altro. M. li atto di
spogliare e quello di ucciderò , come quello di far bene al prossimo sono
prodotti dall' umana vo- lontà — cioò gli atti imperati, vi dirò collo
scuole, sono moti organici, ma non mai quegli eliciti , che son gli
schietti voleri. A. Non signore, anche 1' atto elicito, la stessa
volontà, 1' anima stessa sono modi necessari del sistema nervoso.
M. Ma il dovere che si ha di rispettare la roba e la vita altrui
? A. Signore , il dovere viene dagli uomini , la passione
dalla natura. Perciò ò leggo naturale , è dovero quello che risponde agi'
impulsi del mio animo , e non già quello che fecero gli uomini.
M. Ma in tal guisa v^ngon giù tutte lo leggi, ed anco la
possibilità di una legislazione attuabile fra gli uomini , mancandone il
fondamento razionale. Perocché senza liber- tà nel volere , non vi ha
responsabilità , imputabilità , mo- ralità A. Il volere è
libero , quando non incontra ostacoli — è un moto organico non impedito,
ma che è prodotto da cause, a cui non si può sottrarre colui che lo
commette. Tutt' altro , io non T intendo , è linguaggio di
pretume, che fa la guerra al progresso della scienza. M. Io
non son prete , ma saeerdoto di Temi. Ma con chi e dove avete studiato ,
o meglio imparato sì strane , an- tisociali , inattuabili idee ?
A. Signore , io sono stato in Firenze , in Torino , in Napoli , in
Milano — ho appreso da Chiff . da MoJlescolt . $5
da Eletteli, dai liberi pensatori, e più dalla lettura dell'aureo
libro — Forza e Materia, che per me vale un tesoro. .Signore , vi
dirò in due parole U mia professione di fedo — il mio credo, che é il
simbolo della novella fede e del - progresso. lo mangio
materia , respiro materia , eento materia , tocco materia , e palpo
materia , mando fuori dal mio corpo materia, sono circondato ed immerso
nella materia . . . adunque non conosco altro che materia . . . sou tutto
materia ! So dopo di ciò volete condannarmi , io non vi
biasimo, come se mi assolveste , io non vi loderei , perchè 1' una
e 1' altra azione sono necessarie e prodotte in voi da cagioni che
vi dominano , come 1' omicidio ed il furto per mo perpe- trati furono
effetti di prepotenti ed irresistibili cause — i fat- tori delle azioui
del genere umano son fatali e necessari. Ilo voluto sotto la forma
di dialogo presentare la con- nessione , che vi ha fra il dovero ed i
diritti , ossia fra V ordine morale e la spiritualità dell' anima
umana. Se volessi spingere il mio sguardo più oltre,, farei
toc- car con mani , che le tristi influenze del materialismo vanno
più in là di quello, che comunemente si crede. Ciò sarà svolto in altri
§§. § XV. tSjkntualismo neW Jù:onomta litUtica.
►Seguitemi ora colla vostra attenzione , entrando in una scienza ,
che ha pure un grave compito sociale , vo' dire la Economia Politica , ed
i scopriremo le belle attinenze fra essa e la spirituale sostanza.
Uno sguardo fugace sovr essa scienza , che mirando a rilevare le
leggi dell'ordine necessario delle ricchezze nel tri-
Sii plico appetto della produzione , del consumo e della
diatriba* tìntiti , vedrà, , che essa scienza ha per obbietti V
uomo considerato in una relazione determinata coi beni materiali ,
ma non comprenderà la squisita attinenza fra essa scienza ed il Eoggetto
spirituale pensante. Ciò invero sarà un difetto di sintesi molto
ordinario , mostrando 1' esperienza che molti ma- terializzano cotal ramo
di sapere ; perocché rivolta la loro mente a* termini del rapporto di
questa scienza , quali sono 1' uomo ed i beni materiali , non si addanno
che 1' uomo con- siderato dal lato esteriore è materiale , ma nell' uomo
inte- riore il principio pensante è immateriale. E poiché 1' uomo
esteriore è legato a quello interiore , perciò è dell' ultima evi- denza
che uno dei termini dei rapporti molteplici e svariatis- simi economici é
immediatamento legato allo spirito. Perciò d evidente ancora che la
scienza economica non può prescinderò •Lilla relazione colla spirituale
sostanza. A mo non cale tener qui parola dell' alleanza fra
la Giurisprudenza e 1' Economia , come ben dichiarò 1' alta mente
del Romngnosi , nò se altri ai nostri giorni colpì nel segno , ammattendo
un diritto economico, facendo sconfinare la scienza dalla sua cerchia,
trasformando la relazione in medesimezza — solo devo ancor mostrare col
fatto stesso della scienza la re- lazione , che essa ha col soggetto
spirituale: insomma l'ho dimostrato per !a natura della scienza
considerata ne' termini, dai quali svolgo le attinenze , che concernono
la ricchezza , ora lo mostrerò nel fatto stesso della scienza
esplicata. La più chiara nozione del capitale lo presenta ,
comò un lavoro accumulato , cioè il lavoro dell' ieri, conio il
lavoro dell'oggi ò il capitale del domani. Quindi ciò mostra la
stret- ta attinenza fra lavoratori o capitalisti, l'amicizia naturale
in che si trovane, e che l'ignoranza, l'ingordigia od altra bassa
passione può disconoscere, ma contro ragiono. So non che,
Digitized by Google 87 l'uomo ò un agente
della produzione, è un capitale anch'esso, ò una macchina semovente , è
un capitalo immateriale — fin qui d'accordo. Ma sorge un dubbio, ed è
questo: Come il capitalista deve trattare l'operajo, cioò in quale
relazione star debba questo con quello ? Forse come l'asino ed il bue
stanno a petto del lor padrone ? Al certo che no, direte voi,
perocché* egli è vero che il bue e l'uomo sono macchine lavoratrici
en- trambe e semoventi, egli è vero che sono tutti e due capitali,
ma differiscono nella natura del capitale e nell'indole del pro- dotto —
giacche l'uomo che si offre anch' esso dall'Aspetto di macchina, di
capitalo ha un'intelligenza immateriale, ha un volere libero , ha comuni
con ogni altro uomo le aspirazioni al vero, al bene, al bello, in che si
compie l'umana natura, appalesando la propria eccellenza.
Però ne conseguita da ciò che il capitalista non può , non deve
trattare l'operajo che come uomo, cioè in modo pro- porzionevolo alla sua
natura. Dal clie tutti quei contratti che violassero i naturali
, reslì e razionali rapporti fra il capitalista e l'operajo cioè
che non fossero in equazione alla sua natura morale, spiritatilo
sarebbero nulli. Da ciò lo ore di lavoro per ogni giorno, cho non possono
assorbir tutta la giornata, dovendo l'operajo rifocillare le sue forze
non solo, ma pur soddisfare i suoi bi- sogni morali, volgerò il pensiero
o l'opera al suo moral per- fezionamento. Qui hanno eziandio ragion
d'essere i giorni di riposo o festivi o simili. L' uomo non
può, non deve in alcun modo, e per alcun pretesto essere trasformato in
fossile ed in mero congegno meccanico. Ciò rilutta
all'eccellenza del suo essere, sarebbe nè più, nè meno cho una nuova fasi
dell' abborrita schiavitù. 11 Cri- stianesimo, e la civiltà diffusa da
questo, riprovano altamente SS c.ò che appo i
pagani era diritto, era legge; perocché il pa- gano servendosi degli
uomini, come di macchine, esercitava un impero illegittimo, perchè era
quello della forza bruta, mentre il cristiano vede oggi in un altro uomo
il raggio sublime della nobile origine, una comune discendenza, identico
destino, però esercita il proprio poterò sulla natura materiale, potere
la cui legittimità è proclamata dalla filosofia , santificata dalla
Religione. E mi par bello ridire ciò, che tre lustri addietro
scrivea, Se fu un portato di nobile intelletto afferrare le armonie
d'una scienza, ò senza alcun dubbio parto di nobilissima mente
quello di comprendere lo armoniche relazioni di tutti i rami dello
scibile. Or, s^nza occuparmi di quel che concerne un tema cotanto vasto,
diremo solo alcuua cosa che concerne l'Economia civile , la qualo non può
giammai essere in opposizione collo altre scienze, che mirano pure
all'uomo ed alla società. Ognuna di queste scienze mira 1' uomo da
un lato, ma guardandolo da un aspetto, non può esagerar questo sino
a farà un divorzio cogli altri lati, cioè collo altro scienze.
Noi intendiamo tutto questo in linea razionale , e non di puro
fatto, mostrando questo sovente gli abusi dell'uomo ; e si è per tali
abusi dell'uomo, che noi c'impegniamo a riti- rar le coso a' veri
principi. In effetti l'Economia che intende, per alcuni rispetti,
ai mezzi materiali che servino all'uomo pel soddisfacimento dei
suoi bisogni , non deve obbliare elio cotali fini economici ser- vono a
fini più nobili, il che in altri termini significa, che essa non può ,
non deve sconoscere le relazioni che ha colle altre scienze, le quali si
occupano di talune cose, allo quali ciò che l'Economia propone è mezzo.
Così, a cagion d'esempio, la pro- duzione d'una sostanza che tendesse o
facesse rovinare la sa- lute degli uomini, quantunque avesse virtù grande
di alimentare Digitized by Google
89 Jo ricchezze , essa sostanza essendo proscritta dalla
medicina , il retto senso no vieterebbe V uso. E però, dovendo la
Econo- mia armonizzare colla Medicina , dovrebbe quella rassegnarsi
ai dettami di questa, che sarebbero anche quelli della Morale, la quale
ha poi un' incontrastabile primato su tutto lo scibile. Così, se un
esercizio qualsiasi è nocivo alla salute, o degrada la nobiltà
dell'essere umano, e perciò si oppone ai fini digni- tosi e nobili della
creatura, qualunque incremento di ricchezza potria produrrò , qualunque
incitamento o stimolo alla produ- zione , alla circolazione delle
ricchezze , è per natura vietato , dovendo l'Economia essere in armonia,
non solo colla medici- na , ma dblla Morale e col Diritto. E già il
Romagnosi chia- mava con molto senno uno dei peccati capitali il' divorzio
fra 1* Economia ed il Giure privato e pubblico (1). Sarà forso
l'uomo fatto per V economia, o questa per l'uomo ? cioè l'uomo è fatto
per la ricchezza, o questa ò fatta per l'uomo ? E quan- do dico uomo
intendo lignificarlo tutto, abbracciarlo da tutt'i lati, riassumere con
vigorosa e reale sintesi tutti i fattori che lo costituiscono. Se non
che, ordinariamente non si pratica così, si abusa della astrazione,
guardandosi un sol lato, concentrandosi l'attenzione sopra un sol
fattore, c»n obbliaruc gli altri ed i più nobili. Quindi se Y uomo ha
bisogno di pane , ma non deve averlo a prezzo di mali , d' infamia : V
uomo ha bisogno di pane , ma deve acquistarlo senza mancare a' fini
nobili del suo essere, senza vulnerare le sue più alte aspirazioni.
Io il so, che le tendenze del secolo son troppo per le cifre, non
già per quei calcali che feoro ascendere un Cava- lieri , un Leibntz , un
Newton , un Laplace , un Maurolico ed (1) Collezione ,U'jU
a) t. di Economia roliti'a. Prato 18jU } >ag 7 e vgnmti — pag,
00. Digitized by Google \00
un Galilei tanf alto , che nulla più, ma por qtj<-i calcoli vo'
«lire Bancari , che quasi, se fosse possibile , vorrebbero concen- trare
tutto in essi ; ma so die istinti nobili stanno a tutela delle umane
associazioni, che fuorviano, per ricondurle nel retto sentiero. Ed all'
istinto non manca sovente la potente voce • Iella ragiona E gode 1' animo
allora dire. — Le dottrino eco- nomiche debbono salire ad un' altra sfera
diversa da quella dei materiali capitali, nei quali un Galileo ed un
Lax'oiser ven- tano accomunati al bue ed al cavallo, e gli operai alle
mac- chine insensate. Questo modo di trattar la dottrina, oltre eh*
spando un gelo ferreo ed immorale d' inumana cupidigia , ma- nifesta la
più completa ignoranza dello leggi irrefragabili della natura. Avvi nella
politica economia dello ricchezze una parte spirituale, la quale fonda ed
assicura la morale dell' u- manitA. Le sole aspettative, o non
assicurato, o interrotto o soffocate , bastano a colpire con una
apoplessia tutta 1' indu- stria , tutto il commercio , e quindi tutta la
sicurezza di uno «tato (1). L' economia politica adunque non
e materialista ; essa sta in bella ed armonica relaziono coli* anima
spirituale. Questo concetto è adunquo essenziale nelle scienze,
che han per oggetto 1' uomo : questo concetto dol soggetto incor-
poreo anima e vivifica esse scienze ; perocché quando ho detto che la
morale , il giure , 1' economia sono essenzialmente con- nesse coli'
immaterialità del me , è facile il dimostrare , come tutte le altro
scienze sociali, che sono un' applicazione ed uno svolgimento di quelle,
sono dipendenti dalla psicologia, rice. vono da essa lume e vigore.
(1) 0]>. oit. del Ktei<n-_m»»si — S)il ,,,i,do
w*<i/<> di traila,' Ir dot trifU f^tmOmtfht.
Digitized by Google 01 §. XVI.
^'jn ritualismo nrll' manna associazione, nei governi , nella po-
litica, nel? uguaglianza , nella libertà, nella civiltà, nel. progresso —
ossia relazione di essn vice colla spiritua- lità del soggetto
pensante. Non vo* andar troppo alle lunghe, però accorcio
quanto più mi sarà possibile. E qui non voglio passar sotto
silenzio una dichiarazione 0 , meglio , una protesta che ci viene da
parte doi materia- listi ; i quali si fanno a diro essere eglino onesti
ed ubbidienti alle leggi dello Stato. Questa loro
dichiarazione ha un grande significato, ed 6 questo. Eglino
ben compresero, almeno all' ingrosso, che il ma- terialismo è dottrina di
tal natura, che attuata produrrebbe lo scompiglio in tutto l'ordine
sociale; perciò la loro protesta si traduce a questo modo: Vero egli è
che la dottrina per noi difesa e propagata è nociva agli umani consorzi ;
ma puro dal canto nostro la società non avrà nulla a temere, perocché
l'onestà e l'ubbedienza alle loggi non si scompagneranno giam- mai da
noi. Voi adunque, io mi fo a dir loro, avete coscienza della
perversità della vostra opinione, come adunque vi basta il cuore di
adoperare ogni mezzo per insinuarla ? Forse perché siete convinti della
sua verità ? Ma se è nociva , se è un male, o , meglio , condotta in atto
fa sprofondar la società in un' abisso di mali, come mai sarà una verità
? Una verità nociva 1 Una verità che scatena tutti i mali nelle umane
associazioni , non può essere una verità! Comprendo che un
materialista può essere onesto, come lo può essere un ateo ma l' onestà
del materialista o dello 92 ateo, non è come
materialista e rome atK>, ossia non è eco del materialismo ed ateismo
in essi esistenti, ma come uomini che operano in opposizione a quelle
false concezioni, ma pure in conformità a quelle primissime ideo , che
ebbero dall' edu- cazione , che si connaturarono col loro spirito , e
tanto che pensano in un modo , ed operano in un altro. E qui calza
a proposito la sentenza del Voltaire — Mettetevi in guardia dell'
ateo, che opera come ragiona. Ora mi par giusto volgere una parola
al dottor Bùch- ner: Ha egli mai pensato che cosa sarebbe una società in-
formata e guidata dallo spinto del materialismo ? Se egli noi sa, glielo
dirò io chiaro, chiaro in due parola. Una società brutale — una società
in cui la forza ed il libito sarebbero tutto. Egli cho vuole
che la t baso della filosofia, e con essa » anche quella che più importa
dello stato e della società , » non potrà più esser teologica o
metafisica , ma bensì sol- » tanto antropologica , ossia fondata sulla
riconosciuta unità » dell' umana natura non teme di dire che « le
neces- » sarie conseguenze di questo progresso non p« tranno
pro- » durre che grandi trasformazioni d' universale e benefico »
effetto, e dar nuovo impulso al progredire di tutte le sfero > della
scienza e della vita (1 ) ». Non va a dubbio , dirò al Bùchner ,
che se lo stato e la società avessero per base 1' unità dell' umana
natura , cioè la medesimezza dello spirito coli' organismo, dovrebbe
seguirne un grande cangiamento in tutto ; ma grandi trasformazioni
di universale benefico effetto ? nuovo impulso al progredire dì
tutu le sfere della scienza e della vita .» Di buon grado accet- terei il
pensiero dell' autore , purché si facessero queste va- (1) Forza e
MaUna Prefazione della Edizione italiana, j>ag. 31.
Digitized by Goo 93 rianti , cioó alla
vogo benefico si sostituisse malefico , ed a quella pro>jrcdke
retrocedere. Come, con qual diritto, con qual coscienza asserire,
che l'attuazione del materialismo trarrà seco grandi trasformazioni
a universale benefico efìetto , mentre è evidente essere il mate-
rialismo la negazione dèlia moralità , della giustizia , di tutte le
virtù, e la trasformazione dell' uomo in animale bruto , sic- come
antecedentemente venne per mo dimostrato ? ' Ditemi , sig. dottore
, voi che amate i fatti , e tanti che vorreste concentrar tutta la
scienza nei soli fatti , non vi accorgete di un fatto , ben riconosciuto
da tutti i sapienti , che senza spirito di parte han meditato sull'uomo e
sulla so- cietà , mirando al nobile scopo di arrivare alla soluzione
dei grandi problemi sociali , la cui soluzione ò il martirio dello
intelligenze ? Vo'dire, che grande parte dei mali che al presente
tra- vagliano la povera società sono l' effetto di quella dose di
ma- terialismo, che guasta e corrompe i consorzi, e scema o non fa
godere quei beni, che son frutto di vero, genuino progresso. Ah,
signore, vi pr-ghiamo ad avere più rispetto ai fatti, altrimenti vi
diremo, che voi predicate la filosofia positiva colle parole, ma poi la
rinnegato coi fatti ! È inutile aggiungere, che la materialistica
dottrina, es- sendo attuata, non potria produrre l' immaginato nuovo
indulso al progrosso delle scienze e della vita, ma la morte delle
scienze e della vita sociale. Tarmi evidente che l'alemanno medico
abbia tal fanta- sia, che in lui tiene spesso le veci della
ragione. Di vero, che lo stato e la società debbono avere una
base non più teologica e metafisica, ma materialistica, cioè non più Dio,
nò più anima sieno l'addentellato delle umane socie- tà , ma forza e
materia , che poi alla fin fine significa atomi Digitized by
Google JL1M> *• moto , <• lo stesso
pensi-ro epicureo presentato sotto altra torma. Non entra nei
disogno per me ideato esaminare qual sia la base dello stato e della
società — il pensiero dall'au- tore enunciato in questi termini, che lo
stato e la società »on dovranno più avere una base teologica e
metafisica, ma antropo- logica, vale che Dio ed anima dovranno essere
cacciate dagli umani consorzi, e soppiantati dalla sola ed unica materia,
dal- l' ateismo e dal materialismo. Se non che, siccome la
Religione nei primordi dell' umana società assorbiva tutto , scienza e
go- verno , che poi a bel bello se ne emanciparono , costituendosi
potenze a se, quantunque per la prima è tutt'ora un desiderio, così in
questi due stadi dell' umano incivilimonto vi ha sem- pre la Jerocrazia ,
ma in proporzioni diverse. Questo offre la storia ; ciò è positivo. Or
può aver luogo un terzo periodo, in cui la Religione sparisse del tutto
dalle associazioni umane, dai popoli o dalle nazioni, dall'umanità, anche
come motore o fattore dello stato morale della società? Al
certo che no, come estesamente mostrerò in un' altra lettura, che ha per
titolo : La Morale e la Legge. Pertanto osservo che la sapienza civile
dei più grandi uomini presso l'antichità, e quella presso i moderni, anco
di liberi pensatori, ha messo il suggello a tal grande verità, cioè
fu sempre d'accordo in giudicare la Religione come essenziale alle umane
società. Solo per ora diremo al Sig. Bùchnor e consorti: Voi
avete una prova, cho la base materialistica ed ateistica, per voi
reclamata, non può avere dogli effetti benefici; aprite gli occhi
evedretola nel fatto d'Italia nostra, nella quale molti mali si deplorano
precipuamente , perchè l'ateismo ed il ma- terialismo han fatto cap olino
più del consueto. Questa venefica atmosfera d' empirismo fatale tenta
avvolgere in se la scienza , Digitized by Google
95 i governi,, i popoli, e se la virtù c l 1 amoro non
vi si opponessero, ^uai, guai all'umanità sedotta dallo bugiarde promesso
degli apostoli del nulla. Di vero, fate che i popoli abbiano
l'universale, interno convincimento che V uomo tutto intero sia un'
impasto di ma- teria organata ; che come lo spirito non anima il corpo ,
così una mente Sovrana creatrice non muove e governa l'universo, e
però tutto non essere che forza e materia sin dall' eternità . . . Oh,
allora vedrete come si ò la preoccupazione di un'idea si- stematica
vagheggiata, e la forza di essa sola, non convalidata dalla storia, anzi
smentita , sbugiardata da questa vi conduce a vedere il bene, ove è il
male, la luce, ov' è le tenebre, la vita ov'è la morte. Il dì
nel quale l'Idea divina si spegnesse del tutto noi civili consorzj,
sarebbe questo il momento della loro morte. Ed ò bello il ridiro
coli' illustre traduttore di Esiodo: Dio, parola ed arcano,
concento Di mille arpe, ponster del pensiero: Da to solo in un solo
momento Tutto il corso dei secoli usoi. • Mille
mondi sollevi ad un fiato, E mill? altri nel vano risolvi: E
immutabil tu resti increato, Senza il primo ne l'ultimo di.
Ore poetici Messina 1842. Spiriti superficiali, che non
comprendete le squisite re- lazioni fra le cose , ed immaginate che sia
facoltativo , o me- glio un'ostacolo al bene dolio società, ciò ch'ù una
naturale necessità dell'umanità, compiacetevi por mente a quel che
dice chiaramente o senz'ambagi di sorta un autore non sospetto,
Voltaire. 96 • L'ateismo è un mostro
pericolosissimo in coloro, che • governano ; ed è in tal modo nelle
persone di gabinetto , • quantunque la loro vita sia innocente,
perchè dal loro ga- » b netto possano penetrare sino a coloro, cbo stanno
nelle piaz- i za. È evidente essere la santità del giuramento necessario,
e » che dovesi d'avantagio aver fiducia in color), che pensano
• un falso giuramento sarà punito, che a coloro che pensano » che
essi possano spergiurare impunemente » (1). Ed altrove t Io nnn
vorrei avere affari con un principe » ateo, che troverebbe il suo interesse
in farmi pigiare in un • mortajo , perocché io son ben sicuro che
vi sarei pigiato. » Io non vorrei , se fossi sovrano , avere affari con
cortigiani » atei, il cui interesse sarebbe d' avvelenarmi , mi saria
ne- • cessano prendere , per premunirmi , il contro veleno
ogni » giorno. — È adunque necessario, tanto pei principi, quanto »
pei popoli, che Y idea d* un Essere Supremo, creatore, go- •
vematore, rimuneratore e vindicatore aia profondamente im- » pressa negli
spiriti » (2), Ed in altro luogo: « Togliendo agli
uomini il pensiero d* un Dio vindice » e rerauneratore, Siila e Mario si
tuffano nel sangue dei loro » concittadini : Augusto, Antonio o Lepido
sorpassano i furori ■ di Siila : Nerone ordina a sangue freddo l*
assassinio di » sua madre. Egli ó certo che la dottrina d' un Dio era
e- • stinta allora appo i Romani. L' ateo furbo , ingrato ,
calun- t niatore, brigante, sanguinario, ragiona ed opera
conseguen- » temente , se egli è sicuro dell' impunità per parte degli
uo- » mini ; poiché senza la crodenza di un Dio , questo mostro » ò
Dio a so stesso. Egli immola a se stesso ciò che brama, (1) Tom. 40
pag. 343 — 846, (2) Tomo 48. pag. 345. Digitized
by Google 97 » o tutto ciò che gli è d"
ostacola Le preghiera più tener*, » i migliori ragionamenti, non
han potenza sopra di lui, de » sopra un lupo famelico di carname. È
verisimilissimo cha t 1' ateismo sia stata la filosofia di tutti
gli uomini potenti , » che han passato la lor vita in questo
cerchio di delitti che » gì' imbecilli chiamano politica, colpi di
Stato (1). E valgano quest' altre parole dell' autore del
Contratto Sociale, anche non sospetto e libero pensatore quant' altri mai
. « Nulla esiste , se non per Colui che ò. L desso che
» dona un fine alla giustizia, una base alla virtù, un prezzo
» a questa corta vita impiegata a piacergli ; è desso phe di
» continuo grida ai colpevoli che i loro delitti secreti sono
• stati veduti, e che fa dire al giusto obbliato : le tue virtù »
hanno un testimone! È desso, è la sua sostanza inaltera- » bile, che è il
voro modello della perfezione, di cui noi por- t tiamo in noi stessi 1*
immagine. Lo nostre passioni hanno » un bel fare a sfigurarlo, perocché
tutti i suoi tratti legati » all' essenza infinita , lo rapprcseutano
ognora alia ragione , > servendogli a reintegrare ciò che l'
impostura o 1' amore ne • hanno alterato. Tenete la vostra anima in
istato di deside- » rare che vi sia un Dio , e voi non ne dubiterete
giammai. » Fuggite coloro cho sotto pretesto di spiegare la natura
, » spargono nei cuori degli uomini dello desolanti dottrine, e il
» cui scetticismo apparente è cento fiate più affermativo e » dogmatico,
che il tuono decisivo dei loro avversari. Sotto » il superbo pretesto cho
essi soli sono illuminati, possessori » del vero, di buona fede, essi vi
sommettono imperiosamente > alle loro perentorie decisioni , e
protendono darci per vari » principi delle cose gì' inintelligibili
sistemi , che eglino han » fabbricato nella loro immaginazione. Del
resto, abbattendo , (1) Tom. ih 7
98 » distruggendo , calpestando sotto i piedi tutto
ciò che gli » uomini rispettano, eglino negano agli afflitti l* ultima
conso- » laziono della loro miseria , ai potenti ed ai ricchi il
solo » freno allo loro passioni ; eglino strappano , svellon odal
fondo • dei cuori i rimorsi, die produce il delitto, la speranza
della » virtù, e menano vanto ancora di essere i benefattori del »
genere umano (1). Udite lo stesso Ginevrino, eh- merita ancora un
attento sguardo : » Ciascuno devo sapere che esisto un
Arbitro della sorte > degli uomini, di cui noi siamo tutti figli — che
ci prescrive » a tutti di essere giusti, di amarci gli uni agli altri, d'
es- » sere benefattori e misericordiosi , di mantenere le nostre »
promesse verso tutti gli uomini , anco coi nostri nemici ed » i suoi —
che 1' apparento felicità di questa vita ù un » niente , ma che ve no ha
un' altra dopo di questa , nella » quale l'Essere Supremo sarà il
remunerat^ro dei buoni ed » il giudico dei cattivi. Questi dogmi sono
quelli che importa » d' insegnare alla gioventù , ed insinuare a tutti i
cittadini. » Chiunquo combatto questi dogmi merita castigo senza
dub- t bio ; egli ò perturbatore dell' ordine ed il nemico della
so- » cietà ». Udiste ? Fcrturbatori dell' ordine e nemici
della società Bono i materialisti o gli atei I Quanto al
meritar castigo dall' umana autorità , io non to' prender parte, gli è un
affare che eglino si sbrigheranno con Rousseau e consorti. E
potrei qui chiuder questa parte , quanto a citazioni » ohe concerne il
fondamento dell' umana società e dello stato l se non che, la grandezza
dell' argomento, cotanto rimpicciolito (1) J. J. Rousseau
Ktoilc 90 e svisato per alcuni ai nostri giorni,
in' induco se non ni' im- pone il dovere di far sentire eziandio la voce
d' un uomo , per nulla sospetto, e degna d'essere ricordata nei momenti
di declinazione degli animi umani, e di perturbazione sociale, come
era il tempo in che egli proclamava questi sentimenti. » Cittadini,
dicea il Robespierre, è nella prosperità che i popoli, a somiglianza d'i
privati, debbono, per dir così, rac- cogliersi per ascoltare nel silenzio
delle passioni la voce della saggezza. Il momento , ovo il rumore delle
nostro vittorie ri- suonò nell'universo ò adunque quello, nel quale i
legislatori della repubblica francese devono vegliare con una novella
sol- lecitudine sovr' essi stessi e sulla patria, consolidando i
prin- cipi sui quali dove riposare la stabilità e la felicità della
re- pubblica. Mi farò a sommettero oggi alla vostra meditazione
delle verità profondo, che sono importanti alla felicità degli uomini ,
ed a proporvi delle norme , che naturalmente no con- seguitano
11 fondamento unico della società civile ò la morale. Non
consultate cho il bene della patria e gì' interessi dell' u- raanità.
Ogni istituzione, ogni dottrina cho consola e che eleva gli animi deve
essere accolta ; rigettato tutte quelle che ten- dono a corromperli ed a
degradarli. Rianimate, esaltato tutti i sentimenti generosi e tutte Jo
grandi idee morali cho si d dato opera a spegnere; ravvicinato, mercò V
incanto dell'ami- cizia ed il legame della virtù , gli uomini che intendevasi
di- videre. Chi dunque ti ha dato la missione di annunciare al
popolo , che la Divinità non esiste , o tu che ti lasci preoc- cupare
dalla passiono , cho ti appassioni per questa arida dottrina , e non ti
appassioni giammai per la patria ? Qual vantaggio trovi tu dunque a
persuadere 1' uomo , cho una forza presiede , governa i suoi destini e
percuota a caso il de- 100 htto e la virtù, che
l'anima di lui è un'aura leggera, che sì spegne sul limitare della
tomba? » L' idea del suo proprio niente gì' ispira essa dei
sentimenti più puri ed elevati , che quelli della sua immorta- lità?
d'ispirerà essa più rispetto verso i suoi simili e verso se stesso , più
devozione per la patria , più d' audacia per affrontare la tirannia , più
di disprezzo por la morto e per la voluttà ? Voi che piangete un amico
virtuoso , voi che vi compiacete a pensare che la più bella parte di lui
è sfuggita alla morte , voi che piangete sul feretro di una donzella o
di una sposa , siete voi consolati per questo che voi dite , che
non resta più di loro che vile polvero ? Infelici che spirato sotto i
colpi d' un assassino , il vostro ultimo sospiro ò un richiamo alla
giustizia eterna! » L' innocenza sul patibolo fa impallidire il
tiranno sul suo carro trionfale: avrebbe ella quost' ascendente se la
tom- ba eguagliasse Y oppressore o 1' oppresso ? Infelice sofista !
con qual diritto ti fai a strappare all' innocenza lo scettro della
ragiono per metterlo nelle mani del delitto , gettare un velo funebre
sulla natura , disperare la sventura , rallegrare il vizn , sconfortare
la virtù, degradare i' umauità ? Quanto' più un uomo ò dotato di
sensibilità e di genio, tanto più egli si attacca alle id^e che
ingrandiscono il suo essere e che elevano il suo cuore ; e la dottrina degli
uomini di talo tem- pra addiviene quella dell'universo. Kb! come quest»
ideo non sariano punto delle verità ? Io non concepisco nemmeno
come la natura avrebbe potuto suggerire all'uomo delle finzioni più
utili di tutto le realità ; e se 1' esistenza di Dio , se 1' im-
mortalità dell'anima non fossero che dei sogni, sarebbero eziandio lo più
belle di tutto le concezioni dello spirito umano. » Io non ho
bisogno di osservare, che non si tratta qui di fare il proc«»so ad alcuna
opinione filosofica in particolare, Digitized by
Google 101 nò di quistionare so tal filosofo può
esser virtuoso, qualunque Biano le suo opinioni, ed anco ad onta di esse,
e ciò in virtù di felici disposizioni naturali, e di una ragiono
superiore; si tratta solamente di considerare l' ateismo corno
anti-nazionale e legato ad un sistema di cospirazione contro la
repubblica * L' Mea d' un Essero supremo e dell' immortaliti
dell' anima ò un richiamo incessanto alla giustizia ; essa idea
sociale è repubblicana ». (Si applaudisco). Vi contesso, esimi
colleglli, cho mi fa pena scendere a confutare pensieri sì futili , cho
appena potrebbero cadero in mento di un giovinetta imberbe , uscito dal
Ginnasio. Vegga una volta il materialista Moleseott, che non ò
il pretume, nò altro cho gli muove questa guerra, ma la scienza.
Vegga 1' autore della circolazione della vita cho non sono coloro che
odiano la scienza e la verità, perche importune ai loro materiali interessi,
ma gli fan contrasto coloro cho amano la scienza e la verità , a nome
delle quali difendono , propu- gnano gli interessi umanitarj.
Koi non vogliamo saperne nò di pretume, nò di laicume, nò di altro
che siasi di simil risma. Koi abbiamo 1' occhio alla verità ed alla
scienza , cho nobilmente mira alla stessa. Gli atleti che han fatto bella
mo- stra, veri campioni dello scibile, sono cimo d' intelligenza ,
e sono in s\ grande numero, cho si dura,f.ttiga ad enumerarli. —
Cominciano , per non ascendere più in sù , da Platone ed Aristotile , ad
Agostino , a Tommaso , ai Padri della chiesa , che formano una forte
falange , non mai veduta , un' aurea catena le cui anolla sono
indestruttibili, e vanno a Dcs Cartes, Leibnitz , Gerdil , Vico , Keid ,
Cousin , Genovesi , Galluppi , Rosmini, Gioberti, per ricordalo alcuni
dei morti, ed altri ed altri, o tedeschi, o frane-si, o inglesi, od
italiani, o spapnuoli. 102 Io veggo in taluni
materialisti moderni grande audacia in affermare il materialismo — veggo
scrittori dotti , animati da uno zelo ardente di faro in polvere la
metafisica , anima e Dio, con furore simile a quello elio agitava,
gl'iconoclasti, fa- cendo in brani gl'idoli — veggo degl'uomini ebbri
delle sco- verte della scienza moderna, alla qualo vorrebbero ridurre
tutto, anzi con essa spiegar tutto, — simili, mi si accordi il
paragone, a qu "gli uomini eh ' ingenuament ? ci dicono di non saper
leg- ger^, che nel soh od unico 1 >ro libro — veggo in molti di
loro dogli amici ardenti del pregresso politico e sociale — come ne
scorgo accusatori d- Ila metafisica, dicendola rea di avere apprestato i
soporiferi sorismi e dello chimere , con cui ha reso gli uomini indili r
-nti ali i libertà I Fichte e Mario Pagano basterebbero a smentire essi
s/.li questa gratuita ed in- giuriosa asserzione, senza far pure bella
ricordanza del Gioberti so che i materialisti mettono la lor
dottrina al servizio del radicalismo politico — so che Vogt nel
Parla- mento di Francofort nel 1848 occupò 1' estrema sinistra, e
vi pronunziò dei discorsi pieni di fu' co ; che fu proscritto ed
ebbe asilo in Ginevra .... so tante altre coso — ma che perciò ?
Signori , lasciando a Dio ed all' anima il dominio della coscienza,
vo' ammettere che si abbia una retta intenzione , cho si voglia fare il
bene, pure ò facile il comprendere che la vostra mente non imbercia sei
vero, forse a ciò impedita da ar- denti passioni, dalle quali è con
veemenza agitata. Conciossiachè, so Dio ed immortalità dell'anima sono
tali verità , che nella vita pratica sono moralità, giustizia ed ogni
nobile slancio; se moralità , giustizia sodo le basi inconcusse d' ogni
attuabile progresso ; so Dio cJ immortalità dell'anima, perchè
produttrici del giusto e del morale, sono idee eminentemeute democratiche,
ne conseguita cho Voi , c ;n tutta la migliore intenzione del mondo,
facendo ingiusta gu'-rra a Dio od anima, siete in con-
Digitized by Google 105 traddizione a voi
stessi, scavato la foBsa o Bepellito , metten- dovi su lapide sepolcrale,
ed il progresso e la democrazia. So non che, panni sentire uua voce
elio forte mi dica: La nostra dottrina noi la mettiamo in relazione alla
politica , ma intendiamoci bene a quella politica ampia , elio va
per numeri ben larghi, elio non ù la comune ed ordinaria, cioò noi
siam teneri della politica radicale. Questo ù il segno, a cui miriamo, la
meta dei nostri sforzi Pronta e facilo è la risposta, cho mi farò a
dare. 10 il so che ogni dottrina, cho concerne l' umana
natura può avero un eco nell'ordine sociale, o che questo ò il
crogiolo delle metafisiche concezioni — quindi la grande
sollecitudine, non mai abbastanza, di studiar l'uomo in tutti i suoi
fattori — perocché l'errare speculativo, avendo un eco nella
realità, dovrà tosto o tardi produrre il malo nel civil consorzio
in proporzione dell'enormità dell'errore stesso. Or l'erroro
del materialismo ò cotanto grave, che nulla maggiore. 11
materialismo , negando l' anima, ed essendo , per non dir altro, colla
morale ed il diritto in intima connessione l'anima spirituale, seguir ne
devo che sfumeranno in questa esiziale dottrina il dovere ed il diritto,
per esser soppiantati dal libito e dalla forza. In altro modo. Essendo e
materialismo ed ateismo dottrine negative , esso però saranno la
negazione del giure e del dovere. Signori, non ci debbano
illudere le parole, ma penetriamo con nobile audacia e grave senno nel
significato intim > di essci nella lor sostanza, e ci verrà fatto
toccar con mani l'errore, che si nasconde sotto quelle parole. Uditemi.
L'uomo non può uscir dell' umana natura. Se non che talvolta
avviene, che l'umanità tutta quanta dica una cosa © la riflessone
sapiente ne ottenga un altra diversa, an»i op- 104
posta a quella umanitaria. Che faro allora ? uscir dall' umana
natura ? ciò è impossibile — mettersi in opposizione al senso umanitario
? noi consento la prudenza. Che faro adimque ? non volendo lo scrittore
rinunziare ai suoi concepimenti, nò oppor- si alle umanitarie
convinzioni, almeno apparentemennte, troverà comodo per lui e rispondente
ai suoi disegni conservare, usare quelle parole d'uso comune ed
universale, ma svisandole, sna- turandole al possibile da quel che sono,
da ciò che naturalmente devono rappresentare. Così l'umanità ha per suo
patrimonio il debito, il giure, per suo aspirazioni il progresso,
l'eguaglian- za , la libertà — quindi l'autore non darà lo sfratto a
tali parole, le conserverà, usandole e quanto, ma coli* accortezza
fiua, coli' accorgimento squisito di ritirarle al possibile allo ottenuto
false concezioni. Sb n^ ha una prova in Hobbes , in Spinosa, nel
comunismo e in tutti i filosofi di simil risma. Allora il diritto
sarà la forza, il dovere l'intinto, l'im- peto irresistibile dell'umana
natura — ecco materializzati e diritto e dovere, il che vaio
annullati. Sarà la forza di un solo , di pochi , di un popolo ,
ed ancho dell' umanità tutta quanto poco monta, giacché non sarà
per questo giammai diritto, non essendo la sede, che costituisce il giure
, o chi Ij esercita , ma la natura stessa di esso , nò per cangiar di
soggetti può la forza schietta perdere la sua natura esiziale e divenire
diritto. Allora la libertà non avrà quella formola
squisitamente razionale, cioò poter fare quel che si deve, ma una
formola selvaggia, poter fare come piace. E qui si scorge sempre il
dominio del libito o della forza, sostituiti al dovero ed al giure.
Allora 1' eguaglianza non sarà noi diritti, ma negli ogget- ti di
questi ; non sarà un trattare inegualmente esseri ineguali, ma trattare
egualmente esseri ineguali, o trattare inegualmente esseri eguali.
105 Allora la civiltà non sarà quello stato, ove si
vanno at- tuando le condizioni rispondenti ai bene, al vero, al
bello, sublimi aspirazioni in cbo si compie l'umana natura — ma la
barbarie decorata sarà pur civiltà. Allora il progresso sarà
regresso , come la civiltà bar- barie, la libertà licenza, il diritto la
stessa cosa della forza bruta, il dovero ogni voglia impetuosa ed
insana. E la democrazia, presa nel vero senso della parola,
che intende a diffondere sui maggior numero i comodi, le utilità,
estendere ogni guisa di godimenti e di prosperità su tutte le classi,
porgendo loro quel cibo intellettuale e quella morale educazione proporzionevoli
a' lor bisogni — facendo ogni opera di fare ascendere in su coloro che
trovansi in basso, di tra- sformare il servaggio sensuale delle plebi in
potenza razionale di popolo la democrazia logicamente verrebbe meno
al suo nobil compito, cessando la leva potente dell' ordine morale,
so- ciale, e politico, quali sono Dio ed anima. Ditemi
adunque, seppellendo il vostro spirito nella carne e cacciando 1'
universo intero nella cieca forza degli atomi , che cosa potrete
ottenerne ? Vel dirò in poche parole. Un subisso di
proteste dapprima. Le bello arti, che vivono più di spirito che di
corpi, vi daranno lo sfratto. Protesta la natura tutta quanta
che , senza lo spiri- tualismo che le fa corona , perde 1' incantesimo
indicibile per addivenire peggio elio cadavere calvanizzato , senza 1'
essere che lo calvanizzi. Il senso universale dei popoli
vigorosamente s' innalza contro di voi, perdendo i suoi giadizl. le sue
tendenze quella ragion di es3ere che si hanno nella spiritualità dell'
essere pensante. 106 La morale, volgendo
la faccia altrove, poderosamente vi respinge , qual pudica vergine , la
mano impertinente d' insano, furibondo uomo — il giure con la forza che è
in lui, dalla santità della sua sorgente , vi fa aperta guerra ed a morte
— come la politica economia vi guarda in cagnesco , se pur non vi
odia, per la degradazione , a cui intendete condurla. Se poi
vogliamo considerare la cosa da un altro aspetto, quello cioè di
considerare la vostra dottrina in relazione alla società , alle attinenze
coi suoi membri , alle libere istituzioni, alla civiltà , al progresso,
all' eguaglianza , alla libertà, allora vi vedrete ancora e meglio il
guasto , lo scompiglio , il caos da esse dottrine prodotto, avendo eco
nelle associazioni. Potete voi gridare con quanta forza ne abbiate
in gola : progresso , libertà , civiltà , eguaglianza !
Potrete occupare in un' assemblea legislativa 1' estrema sinistra ,
ed improvvisare dei discorsi con maggioro eloquenza del maggior oratore
della rivoluzione francese ; che perciò ? Datevi pace, che il fuoco delle
vostro orazioni non avrà virtCl di cangiar la natura dello cose.
Ne conseguita da tutto questo , fin qui per me detto , cho so allo
spiritualismo sono legati fortemente , jn dissolubile mente e dovero e
giure , e libertà e4 eguaglianza , e progresso e civiltà, insomma tuttofò
cho interessa grandemente l' uma- nità , ne viene che noi difendendo o
Dio ed anima , siamo i propugnatori degl' interessi più vitali umanitari
— cioè noi i difensori del progresso , della civiltà, dulia libertà ,
dell' egua- glianza, ed i sostenitori e propagatori di esso nobili idee —
noi gli amici dolla democrazia, che ha per sostrato la santità del
giure e del dovere — noi infine gii amici di ciò che vi ha di umanamente
nobile ed attuabile nei civili consorzi. Digitized by
Gooole % XVII. 107
Apostrofe all'Anima. 0 anima , raggio celeste , a te volgo
infine la mia parola ! Sei puro spirito , ma sei avvolta
nella creta. Spesso 1' uomo confonde la benda che ti cinge , con
te stessa : e fa offesa al vero. Ciò non sia mai al senno filoso-
fico imparziale. Perocché spesso hai le ali dorate , invece di
quelle di limo, e penetri ove l'occhio terreno non può, nò potrà
giam- mai i e sublimi verità arcane si rivelano a te stessa , e ti
fanno cosa immortale e divina. Tu sei fra la terra ed il cielo, fra
il finito e l'Infinito, fra il mondo e Dio. Sei colle cose terrene ,
finite , mondiali pel velo di creta , che ti cinge , ma col cielo , coli'
Infinito , con Dio nel sublime slancio della tua nobil natura.
Facil cosa ò adunque , che 1' uomo , che si trovi posto fra due ,
scambii V uno coli' altro ; si concentri tutto sul ter- reno o tatto sul
divino ; materializzi tutto , o spiritualizzi ogni cosa.
Rifugge il filosofo da sì mostruosi errori , chò egli in una
vigorosa sintesi abbraocia , senza nulla confondere , te a un tempo e il
tuo corpo od il terreno soggiorno , come il fi- nito e 1* Infinito , terra
e cielo , senza immedesimarli. Vedi giudizio uman comn spesso erra
! vi fu chi ti disse fango , chi ti disse Dio — nè l' uno, nè l* altro
del tutto , o 1' uno e 1' altro , ma questo ed in certo Benso.
0 anima , ti fa bella e sovrumana 1' occhio , che drizzi in alto ,
lo sguardo che levi su per le sfere , e contempli quelle verità ascose al
senso e ad ogni essere, che viva quag- Iu8 giù ,
come Io sguardo , che volgi in basso , ajutata dal tuo misterioso
compagno , il corpo. Son belli questi dae tuoi sguardi — eppur
l'umana fralezza tal fiata ne obblia uno a scapito del vero!
Non ti adirare per questo , o farfalla dei cieli , che sempre sei
bella ! sei gemma che splende pur nel fango — ma non sei fango.
Chi dice che sei fango , erra e quanto ! Ma che vuoi , ciò in
alcun uomo avviene per considerar di troppo la materia, e sempre volgere
il proprio pensiero ad essa. Simile a quegli uomini , che per lunga
abitudine di convivere colle bestie , e quasi con esse sole , si
assimilano alla fine i lor costumi , s' imbestialiscono ; così succede di
chi troppo rivolto alla materia , e unicamente alla stessa, finisce
con materializzar sè stesso. Anima , sei bella ancora , anche
quando 1' uomo diso- nora se stesso con opere ree ! Non è il fallo che ti
rendo bella, ma il rimorso , il pentimento che tengon dietro al
male fatto, rimorso e pentimento che accennano alla nobiltà del tuo
essere , perchè figli del tuo arbitrio e della leggo suprema , che
splendo al tuo intelletto I Anima , sei pur bella , quando 1' uomo
cammina nel sentiero de' vizi, perchè hai virtù di andare a ritroso , e
sbu- giardare , emendare con opere buone la vita trascorsa !
Ti veggo pur bella , o anima , quando sei immersa nell' ignoranza ,
che tanto offende il tuo intelletto , che aspira nobilmente al vero — non
ò 1* ignavia che ti rende bella e maestosa , ma il potere , che grande
serbi nella profondità di te stessa , a dileguarla , a passare alla
scienza , come dallo tenebre alla luce. Chi non è uso a medi
taro in se , per so , con se , nel silenzio delle passioni, c di tutte le
sensitive esteriori impres- Digitized by
109 sioni ; chi non è avvezzo a questa notomia psicologica ,
e ad , appuntar lo sguardo a quei semi ideali, che riescon poi
tanto fecondi nella tela scientifica , che si va svolgendo ; chi
non mette in opera tutto questo , deve dare gran prò ai sensi , e
finire con dogmatizzare , perchè immerso sino alla gola nella Forza e
Materia : quanto eccede la sfera dei sensi è falso / 0 anima , io ti
ammiro sommamente nelle opere escito dall' onnipotenza del Creatore,
perchè le vinci tutte in sapienza, in potenza , in bontà — cioè porchè
risplende in te un raggio, ed in te sola , di quel solo divino , che
illumina ogni uomo , che viene quaggiù — perchè col volere libero ti
sottrai alle leggi del Cosmo , e vivi vita morale , e di amore , e di
bel- lezza , e di virtù , che son tuo esclusivo retaggio 1 0
anima , hai nemici , che ti vorrebbero preoipitar nel nulla ; eppur non
ti mancano degli antichi e nuovi amici che li faranno arrossir per
vergogna. 0 farfalla dell' Empirò ! Vana sarà ognora 1' opera
di chi vorrebbe farti tutt' uno col corpo. Perocché la tua
potenza d' intendere , di slanciarti più oltre del senso, ed in
opposizione di questo, la celerità, 1' estrusione, 1' unità armonica dei
tuoi concotti , 1' essere il pensiero non Bolo uno in se stesso , ma
comunicar© 1* unità o la semplicità sua al moltiplico od all' eterogeneo
, abbraccian- dolo; il riunirò che fa in se stesso i contrari ed
immedesi- mare le differenze , ciò mostra che non sei un accidente ,
un modo , ma la sostanzialità intima , come quella che mediante l'
identità pcrsonalo ha il pieno possesso , e come dire la compenetrazione
di se medesimo , e a cui tutte le altre so- stanze si appoggiano e
riferiscono. Sì , dirò ancora , lo slancio costanto verso 1'
Infinito , il bene ed il male morale , il bello ed il sublime , il dovere
, il diritto, la legge , il rimorso, il pentimento , V arbitrio , la
Digitized by Google 110 virtù ed il
vizio, il premia e la pena .... tutto ben meditato annullerà ognora i
Bollerai insani di chi vorrebbe seppellirti nella carne. O
anima , io ti ammiro , ed a mille doppi veggo ri- splendere in te la
gloria di Colui, che tutto muove! Le tue facoltà a me pajon
microscopi ideali , che ben mostrano le cose , che si sottraggono ai
sensi — simili a te- loscopt , la cui forza annulla la distanza degli
esseri — è la tua potenza cogitativa qual prisma ideale, che ne scompone
i concetti sino agli esili elementi — fuoco d' una lente , che
riunisce e condensa i raggi ideali sopra un sol punto — infine come il
vette di Archimede , che muove tutto il sistema pla- netario e ad un
tempo la mano di Copernico e di Newton, che Io dirige , tu , o spirito ,
colla potenza del tuo volere muovi , e governi il mondo morale e quello
delle nazioni. FIHK. Digitized by
Google INDICE Dedica P»g- » Una
parola ai Sodi » 5 // U omo » 7 L' Uomo (scritto
secondo) , . . * » 23 |t La Scienza Pope-laro » 27 j IL
II naturalista, il materialismo e lo spiritualismo . . . ■ 31 \ IIL
Delle attinenze fra le Scienza razionali, morali e quello naturali
« » 39 2 IV. Confutazione del materialismo fisiologico — Delle
attinente reciproche fra la IV. -o\ . :\ \ e I-i F:.-'i-.v -ria
d?dotl ? dalla natura o dall'indole di essj scienza, o dei loro
liiaiti . » 45 g V. Obbiezione o Risposta » 51 \ VI.
Dilemma che dimostra la necessita in che trovasi il Fisio - logo di far
tesoro delle venta Psicologiche » 53 § VII. Una preghiera ai
psicologi ed ai fisiologisti > 55 \ VIII. Spiegazione del
materialismo Fisiologico i id. g IX. Una parola conciliatrice »
50 \ X. Il progresso delle scienza naturali non poò menomato
la spiritualità dell'anima » 65 \ XI. Spiritualismo
nella Belle Arti i 09 \ XII. Spiritualismo nella Natura % 73
g XIII. Spiritualismo nel Senso Cornane dei Popoli » 77 g
XIV. Spiritualismo nella Morale e nel Diritto i 83 \ XV.
Spiritualismo noli' Economia Politica t 85 3 XVI. Spiritualismo
nell'umana associazione, nei governi, nella politica,
nell'eguaglianza, nella liberta, nella civiltà, nel progresso «— ossia
relaziono di esse ideo colla spiritualità del soggetto pensante »
91 \ XVH.Apostrofj all' Anima » 107
AVVERTENZA. Nota Prima alla pagina 59: '
Le parole del professore Tomtnasi lì leggono nei Morgagni anno
Vili, pag. 819, 820. Nota Seconda alla pagina 74:
Dove si tien parola del dottor Gali conviene aggiungere, o dir
meglio, che il dottor Spurzheim chiamò tal facoltà surnaturalité , o
facoltà del •oprannaturale. Vedi Kouveau Manuel de Frenologie par Ooerge Combc
— Bruxelles 1837, pag. 81. OPEKE E LA VOltl DELL'AUTORE 1.
Sopra alcuni errori d'Ideologia — Innominato, au, I , n. 8, 9, 1*35.
2. 8uli' Ideologia di M. Gioja — Innominato. 3. Sul Diritto
Naturalo del prof. D' Ambra — Innominato. Sul Giornale di Statistica di
Palermo — Innominato. 5. Conno sull'Adulazione — Spettatore Zancho
, an. VII. C. Sulla vita e sul Sistema di Emanuele Kant— Sentinella
dd Piloro, 1842. 7. Rassegna di Opere — Annunzio Nocrologieo del
Galluppi — Gior- nale del Gabinetto Letterario di Messina , fase. XIH ,
1817. 8. Proemio alla Rivista Siciliana — Sul Sistema dalle Facoltà
dell'ani ma , an. I , n. 1,2. 9. Sopra le macchine —
Sentinella del Peloro , 1843. 10. Dialogo fra il Senso ed il
Cervello 4 — Beo Pelorilano, an. Ili, fase. 12. 11. Sul Lockismo —
Eco Peloritano, an. IV, fase. 4. 12. Sulle Bollii Arti — Eco
rcloritano , an. IV , fase. 8. 13. Discorso sulla vita e sullo
Opere dell' Ab. Antonio Sarao, letto n<.)U R. Accademia Peloritana —
Eco Pelorxtano , an. IV , fase. 10. 14. Biografi -i di Elisabetta
Molino — Ero Ptloritano, an. IV. fase. 11, 12. 15. L' Uomo non ha
l'uso della Ragione — Eco Pclontano, an. IV, faec. 1. 16. Dialogo —
L'Ideologo ed il Naturalista. Messina tip. Ant. d'Amico Arena,
1S39. Digitized by Google ■
114 17. Introduzione allo Studio della Filosofia — Messina
tip. G. Fiumara, 1842. 18. Osservazioni unii* Empirismo — Messina
tip. Nobolo, 1842. 19. Sopra i Frammenti di Hamilton — Messina tip.
Fiumara. 20. Memoria Estemporanea pel Concorso a Professore
Sostituto alla Cat- tedra di Logica e Metafisica nella R. Università
degli Studi di Mes- sina — Messina tip. Fiumara , 1815. 21.
Discorso Filosofico ai suoi Allievi — Messina tip. Fiumara, 1817.
22. La Liberta — I Sacerdoti — nel Giornalo L'Aquila Siciliano —
Messina, an. I, 1848. 23. Sullo Statuto — Messina tip. Capra,
1848. 24. Sulla Cicca Serrile Imitazione degli Stranieri in fatto
di Politica — Palermo 1819. 25. Premio alla Potenza del
Pensiero — Palermo M. Consolo, 1819. 26. Opuscoli Editi ed Inediti
— Messina tip. d'Amico Arena, e d'A- mico, 1854 e 1855 — voi. cinque.
27. Scritti Vari d'Etica e dì Diritto Saturnie — voi. 1 . tip.
d'Amico Arena, 1858. 28. Dialoghi Filosofici sull'Intuito —
Messina tip. d'Amico Arena , 1860. 29. Orazione Inauguralo per la
trienne apertura d.gli Studi dell'anno Scolastico 1859-60 della E.
Università di Messina — Messina tipo- grafia Ignazio d'Amico, 1860.
30. Introduziono al Giornale 1' I<ka — Messina 1S61, un. I, 2*
semestre. 31. Iutrodnzione alla Filosofia Morale ed al Diritto
Eazionale, voi. unico — Messina tip. Ignazio d'Amico 1802.
32. Discorso letto nella Società degli Operai inaugurando la solenne
Aper- tura delle Scuole pei figli dei Socii — Messina tip. Ignazio
d'Amico 1863. 33. L'Eguaglianza considerata da un nuovo aspetto —
Prolusione letta nella R. Università degli Studi il giorno 13 del 18C3 —
Messina tipografia Ignazio d'Amico, 1863. 84. Predica di un
Parroco in occasione della morte di Giuseppe La Farina — Messina
tip. Orazio Pastore, 1863. 35. Relazione letta nella R. Accademia
Peloritana intorno ad una Disser- Digitized by Google
• 115 tationo sulla Sovranità dell' A vv. Trof.
Giacomo Maeri — Messina tip. Ignazio il 1 Amico, 1863. 36.
Relazione intorno «Ila R. Scuola Tecnica di Messina per l'anno Sco-
lastico 1863-64 - Massino tip. Ribcra. 18f,5. 37. Ter la fino dell'
anno Scolastico 1861-05, Discorso scritto per la Repiri Università
degli Studi di Messina —Messina tip. Ignazio d'Amico ISO" 38.
Relazione letta nella R. Accademia Peloritnnn intorno all'Opera in
titolata: Origine e Progressi ddi Aritmetica del Colonnello Cav. Do-
menico Martines — Messina tip. Ignazio^d' Amico 18G5 39. Intorno ad
alcuno Glorie di Messina, Oraziouo Inaugurale p.-r la solenne apertura
dell' Università dell'anno Scolastico 1865-66 — Mes- sina tip. Ignazio
d'Amico, 18GG. 40. Con6idorazioni sul Precipuo Fattore dell'
Eguaglianza — Estratto dall' Archivio Giuridico — Bologna tip. Fava c
Garngnani. 41. Per nn Disegno a penna del Trof G. Benincasa —
Messina tipe grafia Ignazio d* Amico, 1SG7. 42. Relaziono
letta nella R. Accademia Peloritana intorno al Discorso del
Presidente della Società Geografica Italiana Coram. Negri
Cristoforo — Messina tip. d'Amico, 1S68. 48.
Commemorazione degl'Illustri Accademici morti nel colera del 1S>7
— Messina tip. Ignazio d'Amico, 18G8. 44. Discorso i:i
occasione dell' ottavo anno della Società Operaja di Mes- sina — Messina
tip. Ignazio d' Amico 18G8. 45. Un Fiore sulla tomba di Maria
Ellero. Messina tip. d'Amico, 1869. 46. Relaziono Finala per Panno
1869. Letta nella R. Accademia Pelori- tana — Messina tip. d' Amico,
1869. 47. L'Omu nun avi l'uau di la Ragiuni Cicalata — Messina
tipograiin d'Amico, 1869. 48. Studi sull'Intelligenza negli
Annali dell' Istruzione — Messina lUnip. e stereot Capra 1869.
- 0 1 1 p INK1M T I
1. Introdottone alla Filosofia Morab ed ul Diritto Rasiouale,
Seconda Edizione migliorata ed accresciuta pia d'una metà. 2.
Dio — Meditazione-. 3. La Legge e la Morale. 4. Il
Saluto al Capo d'Anno — Conferenza '.letta nella R. Accademia Peloritana
il giorno J del !<0. 5. L' Eguaglianza ó il Diritto. ' -
6. Intorno l'Eguaglianza — Conferenza Poppare. ?. Miscellanea
Filosofica. * t < - • _ ■ OPUSCOLI
EDITI DEL PROCESSORE ANTONIO CA TARA-LETTI ERI
# £ 61 / OPUSCOLI D
I ANTONIO CATARA LETTIERI PROFESSORE INT. DI DIRITTO
NATURALE ED ETICA NELLA REGIA UNIVER- SITÀ DEGLI STUDI1 DI MESSINA,
PROFESSORE DI FILOSOFIA E DIRITTO NATURALE NEL SEMINARIO ARCIVESCOVILE ,
PROFESSORE DI FILOSOFIA E DIRITTO NATURALE NEL MONISTERO DEI RR. PP.
CISTERCIENSI , DI- RETTORE DELLA CLASSE DI LETTERATURA E BELLE ARTI NELLA
REALE ACCADEMIA PELORITANA , SOCIO ONORARIO NELLA CLASSE DI
LEGISLA- ZIONE , SOCIO DELLA GIOENIA DI CATANIA , SOCIO ORDINARIO
DELLA SOCIETÀ ECONOMICA DELLA PROVINCIA DI MESSINA.
MESSINA STAMPERIA IGNAZIO I»' AMICO 1855
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COLLEGIO DECURIONALE DI MESSINA CHE CON SENSO CIVILE PBOVVEDE ALLA.
PUBBLICA AZIENDA E NON TRALASCIA L’ INCLORAMENTO PIÙ
NOBILE A PROTEGGERE GENEROSO COLORO CHE INTENDON CALDISSIMI ALLE
BELLE ARTI ALLE LETTERE ALLE SCIENZE VIVE SEMPRE MAI E FIORENTI
NELLA PATRIA DELL’ ANTONELLO DEL MAUROLICO E DI ALTRI ILLUSTRI
ACCIÒ IN ESSA I VEGNENTI NON MANCASSERO DI SÌ GLORIOSI
MAGGIORI QUESTE CARTE A PRESERVAMELO DEI GIOVANI INTELLETTI DA
INVASIONE STRANIERA DI PERNICIOSI ERRORI FIERAMENTE MINACCIATI
ANTONIO CATARA LETTIERA COI SENTIMENTI PIÙ VIVI DI PATRIO
AFFETTO OFFRE F. CONSACRA. , Digitized by Google
Digitized by Google OPUSCOLI EDITI DEL
PROFESSORE ANTONIO CATARA LETTIERI
OC3JC23QD£3r!3t>4*A £3tX>EC£Za®S3rS3 CON CORREZIONI E»
AGGIUNTE DELLO STESSO AUTORE MESSINA
STAMPERIA I)' IGNAZIO 1>* AMICO 1854
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RIFLESSIONI CRITICHE SUL SISTEMA PSICOLOGICO DEL CONTE
DESTCTT-TRACY (') La riconoscenza dovuta a questi uomini
illustri non distrugge il diritto di ret- tificarne le idee , quando si
scostano dal vero. Anzi cresce per cosi dire l'obbligo di
censurarli , a misura die è maggiore la loro rinomanza, giacché
questa suole ’ servire di egida agli er- rori nella mente dei lettori
comuni , più capaci di annoverare le autorità die di pesare le
opinioni. M. Gioja Nuovo Prospetto dello Scienze Eco- nomiche
Tom. 1. nella Prefazione. \ cosa ornai notissima somma
laude dover- si riferire a quegli uomini insigni, nelle cui opere
vi è profondo sapere. La qual sentenza , nel vero significato concepita,
ci spinge a rendere debiti elo- gi a meriti cospicui de' Leibnitz , de'
Kant , dei f) Quest’ Opuscolo venne la prima volta in luce
nel 1830 pei tipi di Giuseppe Fiumara. 4
Lock e consorti, ma non ci arresta di notare i lo- ro trascorsi,
perocché la celebrità di un autore non è argomento delia sua
infallibilità. E, per la veri- tà di ciò che dico , allegar posso le
censure che meritamente sonosi fatte alle opere de’sullodati fi- losofi
, censure che se non piacciono a coloro , i quali son pieni di culto
superstizioso , piaceranno a coscienziosi amatori del vero , a’ buoni
filosofi. Che in filosofia , come in ogni altra cosa , è da
fuggirsi la servitù, detestarsi la licenza, ed amar- si quella libertà di
ragionare die le opinioni di qualsiasi filosofo sottopone ad una severa
critica. Incomincio adunque a dire alcune parole sul siste- ma
delle facoltà dello spirito dell’ illustre ideologo Destutt-Tracy.
§• I. Per Destutt-Tracy le facoltà mentali sono
quattro e nella sensibilità concentrale. Gli Elementi d'
Ideologia fruttarono a questo filosofo gran plauso, non solo appo i
francesi, ma eziandio in Italia , perocché il dotto cav. Compa-
gnoni, recando l’opera in discorso nella nostra bel- lissima lingua, fe
in tal modo ricogliere al suo au- tore nuove lodi. Ma il traduttore fece
di più : e- gli , nella prefazione a bella posta dettata , rende
elogi all’ ideologo francese , asserendo che comple- ta ed esatta sia la
sua Ideologia ; ma, per quel che a me ne sembra , in essa veggonsi non pochi
er- rori. Digìtized by Googl 5 E
primieramente il Tracy è di fermo parere, che le facoltà del pensiero
sieno quattro, cioè sen- sibilità , memoria, giudizio e volontà, e che
sieno sentire e nuli’ altro che sentire. Ecco le sue pa- role
: « Ed infatti formare un giudizio vero o falso » è un atto
del pensiero ; e quesf alto consiste in » sentire che vi c una
connessione , una relazione » qualunque tra due cose che si paragonano
in- » sieme. Quando io penso che un uomo è buono, » io sento che la
qualità di buono conviene a quel- » 1’ uomo .... Pensare adunque è un
vedere una » relazione di convenienza tra due idee , è sentire »
una connessione o relazione. Voi dite pure io » penso alla nostra
passeggiata di ieri , quando la » memoria di quella passeggiata viene a
colpirvi , » e , dirò così , a toccarvi. In questo caso pcn- » sare
c dunque provare un’ impressione di una » cosa passata : è sentire una
ricordanza. Quando » voi desiderate , quando voi volete qualche
cosa, » voi non dite già comunemente parlando: io pcn- » so, che
provo un desiderio , una volontà. Que- » sto infatti sarebbe un
pleonasmo, una espressio- » ne inutile. Non è però meno vero che
desidera- » re e volere sono atti della facoltà interna che in »
generale noi chiamiamo pensiero ; c che quando » noi desideriamo o
vogliamo qualche cosa , pro- » viamo un’interna impressione che chiamiamo
un * desiderio o una volontà. In questo caso pensare » è un sentire
un desiderio » (i). c §. IL Egli
incorre in petizione di principio. Tali pensamenti , per quanto io
sappia , sono stati confutati. Si è detto, e non senza ragione, al
Tracy : il giudizio, secondo voi, è sentire, perchè è sentire un
rapporto; la memoria è sentire, per- chè è sentire una reminiscenza ; il
desiderio è sen- tire, perchè è sentire un desiderio o una volontà
: al tutto pensare è sentire , perchè è sentire. Ciò è una
vergognosa petizione di principio indegna di un filosofo. Qual prova è
adunque la vostra ? re- plichiamolo, è un pretto sofisma. Non vi era
noto il canone logico : Definilum non debet ingredi in dcfinitionem
? e voi lo violate, anzi di troppo. Ol- tre a ciò confondete mai sempre
la coscienza delle operazioni spirituali con le stesse operazioni.
Con- ciossiachè egli è vero che lo spirito sente la ricor- danza,
il giudizio, il desiderio c tutto ciò che av- viene entro di sè , ma è un
atto della coscienza o senso intimo con cui percepisce tali modificazioni
, atto che non può confondersi colle stesse. Voi dun- que non
ispiegate tutte le facoltà mentali, anzi so- lo date contezza del
sentimento che le svela , im- medesimandole con esso. Che cosa sono
adunque il giudizio , la memoria , il desiderio ? vo’ dirlo a viso
aperto, il Tracy non lo ha giammai dimostro, avendo considerato un sol
lato del pensiero , cioè il sentimento , e tutto intero in questo Iato lo
ha visto. Digitizoi by Google § III.
7 Im. sua definizione della relazione non si può con-
ciliare colla di lui dottrina sul giudizio. Or io, considerando
addentro la cosa , veggo che lo stesso autore si oppone a' suoi principi
, giacche definisce la relazione in tali parole : » La
relazione è quella veduta della mente , » quell’ atto della nostra
facoltà di pensare, per cui * noi avviciniamo un’ idea ad un’altra, c le
para- » goniamo insieme in una maniera qualunque (a). » Una
relazione non è che una veduta della mcn- » te , c non già una cosa , che
per se stessa esi- » sta » (3). Non imprendo io ad esaminare
, se il Tracy intenda parlare delle relazioni logiche, o delle rea-
li , c dimostrare la falsità o almeno la inesattezza della sua
definizione (4) ; mi contento dire con lui la relazione è una veduta
della mente e non già una cosa che per se stessa esiste ; or , se ciò
è vero, con qual diritto egli asserisce, che il giudizio consiste
in sentire relazioni ? Se è una veduta del- la mente, c non già una cosa
per se esistente, co- me si potrà sentire ? come potrà essere oggetto
del senso ? La sensazione suppone un oggetto esterno clic la
cagioni, ed a cui corrisponda ; la relazione è veduta dello spirito , è
subiettiva , e però non corrispondente ad alcun oggetto ; dunque non
si può sentire, non è una sensazione. Nè si può difendere l’
autore , dicendo clic la relazione consista in sentire , perchè svelata
dal Digitized by Google 8
sentimento , comprendendo ognuno che in tal mo- do si confonderebbe
la coscienza delle spirituali fa- coltà colle medesime facoltà , come si
osservò nel precedente § , o , che vale lo stesso , si confonde-
rebbe il mezzo conoscitivo colla cosa conosciuta. Inoltre, se si
pon mente alle altre parole del- l'autore: quell’alto della nostra
facoltà di pen- sare , per cui avviciniamo un' idea ad un altra, di
leggieri si vedrà, la relazione o avvicinamento non essere una sensazione
, ma un operazione con cui si avvicina o riferisce un idea ad un’ altra ;
stan- techc gli obbietti offroosi isolali, separati , e come esistono
in natura , quando per lo paragone deb- bonsi appressare e, per Così
dire, sovrapporre gli uni agli altri , il che è un atto dell' attività
intel- lettuale. A ciò si arrogo , che la facoltà di
giudicare, consistendo in sentire , dovrebbe essere infallibile.
Perocché quando le due sensazioni , dice il Rous- seau, sono percepite ,
la loro impressione c fatta , ciascun oggetto è sentito, i due son
sentili ; ma il loro rapporto non è sentito perciò. Se il giudizio
di questo rapporto non fosse che una sensazione , e mi venisse unicamente
dall’ oggetto , i miei giu- dizi non m’ ingannerebbero giammai , poiché
non è giammai falso , che sento ciò che sento (5}.
Restringendo adunque la somma delle ragioni son condotto a
stabilire : r. Che la facoltà di giudicare dal Tracy ri-
posta in sentire, non può conciliarsi colla sua de- finizione della
relazione. a. Le stesse parole dell' autore dicono chiaro
Digitized by Googte 9 che nel giudizio vi è un atto
, che non è sentire ; il che dimostra non essere tutte le facoltà
spiritua- li nel senso concentrate. 3. Se il giudizio altro
non fosse che sensazio- ne, dovrebbe essere sempre infallibile.
§, IV. Jl cap. VI. del V.* voi. è in aperta
contraddizio- ne al sensismo del Tracy. Ma dirò di più. Da
per tutto l’ideologo fran- cese dice , e nella formazione delle idee
composte massimamente , che per aver le idee concorrono due
operazioni dello spirito , quella di concretare e quella di astrarre, o
vogliam dire, sintesi e ana- lisi , comporre e decomporre , senza punto
aver presente di aver detto che quattro sieno le facoltà del
pensiero, sentire , ricordare , giudicare , volere e nuli’ altro che
sentire. » Quest'operazione della mente, dice il Tracy, » la
quale consiste in radunare parecchie idee per » formarne una sola , a cui
si dà il nome che le » unisce tutte insieme, viene espressa con una
de- » nominazione propria , eh’ c concretare in oppo- » sizione ad
astrarre eh’ è il nome dato all’ opera- » zione inversa .... Quest'
operazione si chia- » ma astrarre, parola procedente dal verbo
latino » ab trahere , composta dall' altro trahere , pre- » messa
la particola ab, quasi trarre da , » perchè nel caso nostro
effettivamente da due o » più idee individuali si trae tutto quello che
le 10 » confonde insieme, rigettando ciò che le
distingue, » e se ne forma un’ idea comune » (G). Parrai vero
che le facoltà di concretare ed a- strarre, sintesi ed analisi, sieno
esistenti nello spi- rito umano , attalchè se ei ne fosse privo ,
nulla distinguerebbe , perdendosi tutto in un sentimento confuso.
Ma che dirò del Tracy ? La sua contrad- dizione ( colla riverenza dovuta
a cotant uomo ) è badiale. Perocché se quattro sono le facoltà del
pensiero, come asserire l’ esistenza di altre due, a- strarre c
concretare ? Se nella sensibilità tutte le forze della mente
concentransi, in qual modo con- ciliare 1’ esistenza di esse facoltà ? La
potenza di astrarre , come si sa , non è una sensazione, anzi è una
operazione alla sensibilità opposta , perche questa offre gli obbietti
composti, confusi, quando quella decompone , separa , divide e rende
chiara ogni cosa. Medesimamente la facoltà di concretare o sintesi
è una forza dello spirito, colla quale com- bina gli clementi in
isvariatc guise ; non è perciò nè può dirsi una sensazione. E confondere
queste facoltà colle sensazioni , sarebbe dire clic le mac- chine c
gli strumenti , clic modificando le materie grezze danno le manifatture,
sono le materie grez- ze stesse. Laonde convien osservare , che il
Tracy infatuato a trovar nelle facoltà mentali f unità si-
stematica , cioè ridurre tutto ad un sol principio , non solo vedeva
assimilazioni in cose disparatissi- me , commetteva asserzioni , ma , che
più monta , imbattevasi in manifeste contraddizioni. Tanta è im-
mensa la possanza dello zelo di parte ! ( 7 ) E qui giova
riflettere , clic vedrebbe torto chi Digitized by Google
11 dicesse 1’ Astrarre c Concretare non essere facoltà
elementari e ridursi aila sensibilità. 11 severo ana- lista và immune da
tali errori : egli vedendo che dalla combinazione binaria ternaria ec.
delle quat- tro facoltà da esso autore credute elementari non possa
rendersene ragione , le riguarda elementari. Difatti sensazioni ,
ricordanze , giudizi e volontà secondo la sua opinione in sentire
limitate , non possono formare le potenze di Astrarre e Concre-
tare , che , come si sa ed ho dimostro , sono es- senzialmente distinte
dalla sensibilità. Ma, se mal non mi avviso, ho letto nella
lo- gica del Tracy le seguenti parole : » So che molti
osservatori dell’ uomo hanno » notato assai maggior numero di
modificazioni » della nostra sensibilità, eh' essi hanno creduto
do- >» ver distinguere, come sono la riflessione , il pa- » rogane,
l’ immaginazione ec. Nè io nego che non » sieno queste cose tanti stati
della nostra sensibi- » lità , ovvero sieno operazioni del nostro
pensie- » ro , le quali realmente differiscono le une dalle » altre
: ma per noi non risultano da esse imme- » datamente percezioni di un
nuovo genere , che » noi possiamo chiamare riflessioni , paragoni ,
im- » maginazioni. Quando io paragono due idee , io » le sento e le
giudico ; oppure non fo nulla. Lo » stesso è quando rifletto. Quando
similmente io » immagino , non fo che unire differentemente i- »
dee che ho già avute : separo le une , avvicino » e congiungo le altre,
ne formo nuove combina- » rioni ; ma tutto ciò in virtù di percepirle e
di » giudicarle. Sono esse dunque tante operazioni
12 » differenti , se così vuoisi, ma non operazioni e-
n lementari c primordiali, poiché ri risolvono tut- » te in quelle che
noi abbiamo osservate. Si tro- » verà la medesima casa in tutti i casi
nei quali » si vorrà ben esaminare il fatto. Concludiamo per- » ciò
che noi non facciamo mai altro che perce- » pire, giudicare, volere »
(8). L’ autore qui avrebbe dovuto provare che le due potenze
di Astrarre e Concretare non sono o- pcrazioni elementari c primordiali o
sia si risolva- no in quella di sentire ; ma siccome ei dice che 1’
immaginazione ( sintesi immaginativa o fantasia) non è potenza elementare
, mentre che il me im- maginando separa ed unisce e forma nuove
com- binazioni , e ciò in virtù di giudicarle e percepir- le ; si
potrebbe perciò dire die 1* Astrarre e Con- cretare si risolvono per l'
autore nella percezio- ne c nel giudizio. E quantunque ciò sia vano,
pu- re trattandosi di un autore , la cui autorità pres- so il volgo
de’ lettori , per usar le parole dell’ il- lustre Galluppi , ha la stessa
forza della dimostra- zione , dirò ciò che per lettori savi ed
imparziali, sarebbe meglio tacere. Pria di tutto il dire che
una facoltà, non dan- do percezioni di un nuovo genere, non sia
elemen- tare, è un’ asserzione. Imperciocché fra le potenze
intellettive alcune offrono al Me gli oggetti de’ suoi pensieri, come i
sensi, la coscienza , la memoria , altre, le meditative , separando e
riunendo produ- cono tutti i tesori dell' intelletto ; c sebbene queste
non dieno percezioni di un nuovo genere che pos- sano chiamarsi
composizioni, decomposizioni, ana- Digitized by Google
13 lisi, sintesi, pure e perchè senza di esse non vi
sa- rebbe intelligenza, e perchè è impossibile risolver- le nella
sensibilità, sono primordiali ed elementari, almeno rispetto alla stessa
facoltà di sentire. Dun- que debbe soltanto discutersi , se possano
risolver- si in altra facoltà. Per non dipartirmi dal Tracy.
« Quando io * immagino, egli dice, non fo che unire differen- »
temente idee che ho già avute : separo le une , » avvicino e congiungo le
altre c forme nuove com- » binazioni ; ma tutto ciò in virtù di
percepirle e » giudicarle ». Io non intendo come l’autore abbia ciò
asserito. Veramente colle percezioni 1' lo non separa nè unisce, anzi se
fosse limitato a questa ca- pacità di essere passivamente modificato, non
vi sa- rebbero idee per lui, ed avrebbe un’ infinità di sen-
timenti confusi (vedi il §. IV). Il giudizio poi neppu- re separa ed
unisce, giacché pel Tracy giudicare è sentire una relazione, àia si dirà:
quando si giudica è mestieri analizzare dal subielto il predicato, e
poi farne la sintesi. Al che rispondo : tale obbiezione non può
farla il Tracy, perchè il giudizio, secondo lui, è una sensazione di
rapporto; e se fosse dallo stesso fatta, dirci che il giudizio non è in
tal caso facoltà elementare , stantechè si risolve in quelle di
Astrarre c Concretare, le quali in altre non decom- ponendosi , senza
alcun forse sono elementari. Ha dunque lo spirito umano due facoltà
ele- mentari e primordiali. Analisi e Sintesi, o Astrar- re e
Concretare , di combinare e decomporre che non son sentire. Più sotto
farò un’altra osservazio- ne sul luogo teste citato.
14 §• V. Le idee generali ammesse dal medesimo
non pos- sono spiegarsi colla sensibilità , nella quale per lui
consistono le intellettuali potenze. È opinione dell’ ideologo
francese , com’ è no- to , che le mentali potenze sieno concentrate nella
circoscritta periferia della sensibilità ; ma ascoltia- mo ciò che dice altrove.
* Nè è inutile qui osservare , che essendosi » tratte od astratte
certe parti della idea parlico- » lare per generalizzarla , quando è
divenuta ge- » nerale non è più esattamente la stessa che era, »
essendo individuale » » L’ operazione di Concretare ci serve
per » formarci 1’ idea delle cose eh’ esistono ; e quella di
Astrarre ci serve a comporre de' gruppi d’ idee il modello delle quali
non esiste in natura » (9). Sopra le quali parole dirò : Se pensare
fosse unicamente sentire , i prodotti intellettuali dovreb- bero
essere sempre identici alle sensazioni . agli obietti sentiti ; e
perciò. 1. L'idea generale, che non è più esattamen- te la
stessa eh’ era, essendo individuale , il model- lo della cui idea non
esiste in natura , verrebbe meno ; a. Impossibili sarebbero i
rapporti , clic, per esso autore , sono vedute della mente , c non
già cose che per se stesse esistono ; 3 . Effcllivar non
potrebbonsi quelle nuove com- binazioni operate dalla immaginativa. Le
quali co- Digitiied by Googl 15 se
ammesse dal Tracy, cioè rapporti, idee genera- li , prodotti della
immaginazione , essendo diverse dagli oggetti della sensibilità , e per
legittima illa- zione non spiegabili mercè di essa , è 1’ autore
co- stretto , suo malgrado , ad ammettere altre facoltà ben
distinte dalla sensibilità, onde rendere ragione di questi fenomeni
intellettuali. §• vi. L' uomo , per esso autore , si
distingue dai bruti per la facoltà di Astrarre, di che è dotato,
idea contraddittoria ai suoi principi. Nè metterci fine a
queste qualsiano riflessioni, se tutti volessi scrivere i pensieri che
alla mia men- te affanciansi ; e dirò pertanto un’ osservazione ,
chè il farne trascorrere 1’ occasione sarebbe colpa. Tracy che sì
spessamente asserisce , che pen- sare è formato da quattro potenze , cioè
sentire propriamente detto, ricordarsi, giudicare , volere , e
nuli' altro che sentire, nella sua grammatica co- sì s’ esprime :
» Penso adunque che ciò che manca agli a- » nimali, sia la capacità
d’ isolare un idea parzia- » le, di distaccare una circostanza da un’
imprcs- » sione totale e composta , di separare un sogget- » to dal
suo attributo, di Astrarre in somma e di » Analizzare. E ciò fa che il
loro linguaggio non » sia mai se non una serie di interiezioni c di
pro- » posizioni implicite. Ecco tutto quello che costi- » tuiscc
tutta la differenza tra gli animali c noi (io). 16
Non è questa una contraddizione ? Al certo por- tare opinione che
le facoltà del pensiero sien quat- tro, sentire , ricordarsi , giudicare
e volere , c poi dire che 1’ altissimo intendimento dell' uomo si
dif- ferisce dalla corta intelligenza dei bruti , perchè quello è
munito della facoltà di Astrarre , è pro- nunziare una contraddizione.
Medesimamente ciò non può affatto conciliarsi colla sola nuda
sensibi- lità di che , secondo lui , è dotato 1’ uomo ; stan- tcchè
se pensare fosse sempre mai sentire , io non so in qual modo potrebbe
all’ umano intelletto con- cedersi 1' Astrarre, operazione che non è
spiegabi- le per la sensibilità, sendo il suo officio di separa- re
, analizzare , e dividere : il che è tanto diverso dalla sensibilità ,
quanto lo è 1' attività dalla passi- vità. §. VII.
Riassunto delle Riflessioni Critiche. Pertanto, pria di porre
fine a queste riflessioni, credo non sarà discaro al lettore il conoscere
ad un colpo d' occhio le opinioni del Tracy e le mie osservazioni ;
cosicché rendendo simultaneo ciò che nel discorso c successivo , cogliere
nel tempo stes- so i vantaggi dell' analisi c della sintesi.
Digitized by Googl Opinioni del Sig. Tracy I.
Le facoltà del pensieio so- no quattro: sentire propria-
mente detto, ricordarsi, giu- dicare, volere, tutte e quat- tro
nella sensibilità concen- trate. IL Il giudizio
consiste in sen- tire relazioni. La relazione è quella veduta della
mente , quell' alto della nostra facol- tà di pensare per cui
avvici- niamo un' idea ad un' altra , e le paragoniamo insieme
io uua maniera qualunque. Una relazione non è che una
veduta della mente , e non già una cosa che per se stessa
esista. III. La formazione delle idee è dovuta a
due facoltà. Con- cretare ed Attrarre. 17
Osservazioni critiche. I. Niuna ragione adduce
il Tracy, e , quel che eh' è di peggio . con una vergognosa
petizione di principio asseri- sce che pensare è sentire , perchè è
sentire. Confonde spesso il senti- mento delle facoltà colle
stes- se facoltà. II. 1. " Asserendosi
coll'autore che la relazione sia veduta dello spirito, e non giù
una cosa clic per se stessa esista, non può il giudizio
consi- stere in sentire relazioni , queste non essendo
realità nelle cose sentite. 2. ° La definizione della
re- lazione mostra eziandio che nel giudizio evvi 1’
avvicina- mento o Sintesi , che non è sentire ; e perciò falso
che le facoltà dello spirito sieno quattro, falso che si
concen- trino tutte nella sensibilità. 3. ° Se fosse il
giudizio u- ua sensazione, i giudizi del- 1' uomo sarebbero
infallibili , come senuatamenle ha detto ltousseau.
III. L'autore è in aperta con- traddizione coi suoi
principi. l.° Perché le facoltà dello Digitized by
Google 18 Opinimi del Sig. Tracy.
IV. L' idei» divelluta generale non è più esattamente la
stes- sa eli’ era essendo individuale. La facoltà di Astrarre ci
ser- ve a formare dei gruppi di idee , il modello delle quali
non esiste in natura. Il rap- porto è una veduta dello spi- rito, e
non già una cosa che per se stessa esista. Quando io
immagino, non fo che unire differentemente idee che ho già avute :
se- paro le une, avvicino e con- giungo le altre , ne formo
nuove combinazioni. V. 1a differenza intellettuale
fra l'uomo ed il bruto si è, che il primo in preferenza del secondo
è dotato della ca- Osservazioni critiche spirito non
saranno quattro, ma sei. 2.° Pensare non sarà sem- pre
sentire, c nuli’ altro che | sentire, giacché due forze vi i sono
di natura distinte dalla : sensibilità. Concretare ed A- ‘ strane ,
Sintesi ed Analisi , | le quali non decomponendosi ! in altre
facoltà, sono primor- j diali ed elementari , almeno rispetto al
sentire. IV. Le idee generali , i rap- porti, i
prodotti della imma- ginativa, essendo diversi da- gli oggetti
della sensibilità , e non spiegabili perciò per essa, ò mestieri ,
onde esser conseguente, ammettere altre facoltà distinte dalla
sensibi- lità. V. Portare opinione che le
po- tenze dello spirito sieno quat- tro , sensibilità , memoria
, giudizio, volontà ed in sen- Digitìzed by Google
19 Opinioni del Sig. Tracy. j Osservazioni critiche.
parità d'isolare un’idea par- lire riposte, e dire che rin- viale,
di distaccare una circo- ! telletto dell’uomo si distin- stanza da un'
impressione to- guc da quello del bruto, per- iate e composta, di
separare che il primo è esclusivamen- un soggetto dal suo altribu- te
romito della facoltà di A- to , di Astrarre iu somma e slrarre, si è
pronunziare una di Analizzare. palpabile contraddizione. La
potenza di Astrarre è ele- mentare e diversa essenzial- mente
dalla sensibilità: dun- que le facoltà del pensiero non saran più
quattro , nè tutte sentire. Queste sono le principali mende ,
clic il inio ingegno Ita potuto scovrire nel sistema delle facol-
tà dello spirito del Conte Dcslutt-Tracy. E non mi resta a dir altro ,
clic 1’ illustre ideologo francese fu trascinato dalla sua erronea idea ,
cioè clic le facoltà dello spirito sieno quattro , c tulle dall'
an- gusta sfera della sensibilità circoscritte. Digitized by Google
20 ANNOTAZIONI (1) Ideologia Par. I.
Gap. I. (2) Op. cit. Par. I. Cap. IV. (3) Op. cit. Par. 1. Vói.
11. Cap. XVII. (4)
Ho detto mostrarne la falliti o almeno la inesat- tezza, perchè le
relazioni, come tutti sanno , essendo di due modi , si potrebbe dire : di
quali relazioni egli parla ? delle reali , o delle logiche ? Se delle
prime, va errato, dappoiché non sono vedute dell' Io, o, come dicesi,
subiettive, ma reali od oggettive. Sia parla egli forse delle
seconde , cioè delle relazioni logiche ? Si , dirà taluno , ed il
vocabolo veduta sembra ciò confermare. Peggio ; perocché il giudizio non
consiste sem- pre in percepire cotali attinenze , ma eziandio si versa
sulle relazioni reali ; di che la definizione del Tracv, essendo
gene- rale , sarebbe inesatta. E ciò basti onde mostrare la
falsità, o almeno inesattezza di esso autore. Credo utile
avvertire , che in tutta 1’ opera del Tracy campeggia un errore , cioè
che avere due sensazioni sia lo stesso che compararle ; errore oggimai
con somma penetra- zione da un esimio filosofo confutato ; perciò io mi
dispenso farne parola. — (Gali. Fieni, di Filos. V. 2. Cap. X.
Sagg. Filos. V. 1. Cap. 2. §. 32). Parimenti si avverta, che
il Tracy confonde il desiderio colla volontà ; distinzione che era stata
giudiziosamente co- nosciuta dal celebre filosofo inglese Giov. Locke.
(Essai Phi- losophiquc Liv. II. Chap. XXI. §. 29 ) , ed il nostro
pro- fondo Galluppi ha fatto eco al sullodato filosofo ( Sagg. Fi-
los. Voi. HI. Cap. 5. § ai. — Eleni, di Filos. Voi. II. Cap. 6. §. 44.
Filos. della Volontà. Voi. 1. Cap. II. §. XI.) Digitized by
Google 21 eome pure il dotto Pezzi nelle sue Lezioni
di Filos. V. II. Quindi prego il lettore di consultare i luoghi
citati. (5) Emil. Liv. IV. (6) Op. cit. Voi. I. Cap.
VI. (7) Piacemi accennare un mio pensiero onde far vedere la
impossibilità in che furono i filosofi di ridurre tutti i fatti dello
spirito alla sensazione. Tracy , che disse pensare esser tutt' uno che
sentire , ha , siccome ho osservato , incorso in contraddizione
ammettendo le facoltà di Attrarre e Concre- tare. Or Elvezio che pure
Insegnò le potenze della mente esser due , sensibilità fisica e memoria (
la quale è per lui sensazione continuata ma indebolita ) , ammise due
facoltà , quella di decomporre, e di ricomporre gli oggetti , e di
po- terne creare de’ nuovi non aventi esistenza in natura. ( De P
Homrae Set. Vili. Chap. 19 ) ; e perciò contraddisse sè stesso. (Vedi
Galluppi Filos. della Volontà Voi. I. Cap. III. §. 28). Ma che dirò
dell'illustre Condillac? Le sennate cri- tiche da valentuomini prodotte,
ed in ispezialità dal Laromi- guiere e Galluppi , fan chiara fede dell’
erroneità della sua sensazione trasformata. Nella sua logica pertanto
leggo le seguenti parole : » Quando colia riflessione
osservate si sono le qualità , » per cui gli oggetti differiscono, si
possono, colla medesima » riflessione , raccogliere in un tolo le qualità
, che tono se- » parate in molti. A questo modo un poeta si forma ,
per » esempio , l’ idea di un eroe che non ha mai esistito. Al- »
lora le idee che uno si forma , sono immagini che non » hanno realità se
non nello spirito , e la riflessione che » forma queste immagini , prende
il nome d’ immaginazio- » ne. (Cap. VII. ) ». Quando il
filosofo è mosso dallo zelo di parte, vede nei fatti similitudini non
esistenti , trascura cose importantissi- me , e fa violenza a tutto onde
tenersi dietro a quell’ idea , che tanto lo signoreggia. Cosi Condillac ,
il quale vuol darci ad intendere che la potenza di sentire contenga
tutte le altre facoltà dell’ anima , sogna che l’ immaginazione sia
22 sensazione , senza por mente che questa non può
rentier ra- gione di quella. E invero se questa facoltà raccoglie in
un nolo oggetto le qualità che sono separate in molti; se con que-
sta potenza il poeta si forma l' idea di un eroe che non ha mai esistito
; se i prodotti di essa non hanno realità , se non nello spirito, come
potrà dirsi sensazione? Questa ha un og- getto corrispondente, c le idee
effetti della immaginazione non hanno realità , se non che nell’ animo ;
più , per aver luogo una sensazione si richiede 1' azione di un corpo su
1‘ organo, quando per ottenere gli effetti della immaginativa è
mestieri, oltre le sensazioni , ec. l’ azione di raccogliere , combinare
, concretare , sintesizzare , il che dinota la riunione operata
dalla mente. Dire adunque che la collezione dello intelletto sia
sensazione , è dire che 1’ azione dell’ operajo è la stessa materia
bruta. Nè monta il dire , che secondo il Condillac le
operazio- ni dello spirito altro non sono che sensazioni trasformate
; giacché in tal caso è forza ammettere cause , mezzi , facoltà che
operino siffatta trasformazione, e la differenza allora fra ■ne e lui
sarà poca o nulla. In fine fra i caldi ammiratori del sensualismo
non è 1’ ultimo il chiarissimo fisiologo Richerand , il quale ne’
suoi Elementi di Fisiologia fa la seguente riflessione. »
Quantunque Condillac abbia detto in molti luoghi del- » le sue opere che
tutte le operazioni dell’ anima non sono » che la sensazione stessa , la
quale si trasforma differente- » mente ; che tutte le facoltà son
rinchiuse in quella di » sentire ; la maniera con cui egli ha analizzalo
il pensiero, » lascia tuttavia molti dubbi ed incertezze sul vero
caratte- » re c sull' importanza relativa di ciascuna delle sue
facoltà. » Il merito di dissipare le tenebre , che oscuravano ancora
» questa parte delia Metafisica , era riservato al sig. Tracy. » Gli
elementi d’ Ideologia che egli ha pubblicati non ha » guari , non
lasciano nulla a desiderare su quest’ oggetto. » ( T. 2. Gap, VII. Ediz.
di Firenze ) ». Ma , colla riverenza a si valente autore dovuta ,
mi sia permesso il dire alquante parole. Il Sig. Richerand è dun-
Digitized by Google 23 que d’ avviso , che il
sistema delle facoltà del pensiero del Tracy nulla lasci a desiderare :
ma ciò' è véro ? credo che le mie poche riflessioni abbiano messo a vivo
lume gli erro- ri del Pari di Francia. E poi l’aualisi, che il dotto
fisiologo dà dell' umano intendimento , dimostra che tutto sia
senti- re ? Mai no. Eccone il perchè. Per esser breve al possibile,
nulla dico delle espressioni da lui usate parlando dell’atten- tiva
facoltà, cioè « potenza di concentrare le facoltà intellet- tuali sullo
stesso oggetto » ed altrove la dice « raccoglimen- to dell’ anima » con
le quali parole , come ognun vede, non può I* attenzione riguardarsi una
sensazione ; ma trascriverò soltanto ciò che egli dice dell’
immaginazione. » Questa facoltà creatrice porta il nome d’
immagina- » zinne; so inventa de’ mostri avviene dacché il cervello
pò- » tendo associare unire combinare , le riproduce in un ordi- »
ne di non naturale successione , le associa a capriccio , e » dà luogo a
non pochi falsi giudizi ». (Tom. 2. Gap. VII.) Che intende- qui il
chiaro autore ? Che in noi evvi una forza combinatrice , che associa ,
lega, unisce le idee. E può questa potenza confondersi col sentire? A me
pare di no. Ometto la dimostrazione per non ripetere le idee dette
con- tro Tracy e Condillac ( Vedi §. IV. ) e sicuro che il savio
lettore potrà di leggieri farne 1’ applicazione. È forza quindi dire che
nell’umana mente, restringendomi a considerar 1’ ar- gomento in relazione
alle cose sensibili e nient’ altro, debbon- si distinguere tre cose :
sentimenti , facoltà , idee , cioè ma- teriali, macchine o strumenti, e
manifatture. I sentimenti non sono idee , ma lo addivengono mercè l'
azione della facoltà , come le materie grezze non son .manifatture , ma
si fan ta- li per le macchine : le idee non sono facoltà, ma efletti
di esse , cioè hanno origine dall’ azione delle potenze sui senti-
menti , appunto Come i prodotti <T industria sono diversi dal- le
macchine lavoratrici ec. Asserire dunque , come fecero i sensualisti ,
che le sensazioni sono idee o facoltà , si è diro che le materie grezze
sono manifatture o macelline , si ò confondere tutto. Dalle
quali cose partili, che il Richerand vada errato. 24
1. « Stimando esatta l' Ideologia del Tracy , e massime 1' analisi
delle facoltà dell' anima , nella quale stanno molti errori.
2. ° Perchè egli non prova che tutto sia sentire , anzi ammette 1'
immaginativa, che non è sentire. Queste riflessioni faranno ad
evidenza conoscere , che i più celebri sensualisti sono stati nell'
impossibilità di sostene- re il loro sistema. Tanto è assurdo che tutte
le forze dello spirito si concentrino nella sensibilità I Per
mostrare ancora, sino a qual segno sia stato spinto lo zelo di parte in
quell' epoca , rispetto alla filosofia della sensazione , ci faremo a
trascrivere una scena avvenuta alla Scuola normale. » Cette philosophic dominait
allors avec une puissance » qui en faisait comme une religion ; elle
dtait non seule- » ment la véritd, mais toute la vdritd : ses nombreux
disci- » ples n* admetlaicnt pas qu' il v eùt possibilità à croire en
» quelque autre symbole philosophique ». » Le spiritualisme essaya
pourtant d' une timide rdcri- » mination. A cette dcole , les dldves
avaient le droit d’ in- » terpeller les professeurs, soit pour les
combattre, soit pour » leur demander de plus amples explications : un
jour par » semaine dtait riserve à ses ddbats. Or , parmi les audi-
» teurs de Garat , se trouvait ce fameux Saint-Martin , au- » teur
mystdrieux de tant d’ ouvrages mystiques, traducteur » et commentateur de
Jacob Boehm , celui que M. de Mai- » sire a nommd le plus dldgant des
thdosophes modemes , » et probablement seul alors à oser professer en
France » une autre philosophie que celle de Condillac. Saint-Martin
» eut d’ abord quelque peine à se faire au langage du jour. » La langue du
matdrialisme ne ressemblait en rien à celle » parlde dans ces hautes
sphères de la spdculation où l’empor- » tait son gdnie. Enfin, le
professeur ayant amèrement blà- » md cette cdlèbre proposition de
Jean-Jacques : La parole » semble avoir 4M fort ne'cenaire à V inslitution
de la paro- » le. — Saint-Martin, de son banc, et du melieu de la
fou- » le, entreprit la ddfense de Ronsseau. Profitant de l’occa-
Digitized by Google 25 » sioo , il défendait de
mème , contro une autre attaque du » professeur , la doctrine de
Hutchesson sur le sens mora!. » Mais le débat ne tarda pas à devenir plus
important , le » dialogue suivant s’ engagea entre 1' élève et le
professeur : » Vous parahsez vouloir, disait ce dernier, qu' il y ait
dant » f homme un organi d’ intelligence autre que noe leni exté- »
rieun et notrc lentibililé intérieurc? — Oui , citoyeu. — » Un organo d’
intelligence ? — Oui, citoyen. — Voui avez » pour doctrine que t entir le
chotei et le t connattrc toni dei » choset differente! ? — J' en tuit
pertuadé. — Cependant , » lortque je refoii en pritance du toleil lei
tensaJiont qu e • me donne cet altre éclatant qui échauffe et qui éclaire
la » terre, eit-ce que j’ en connata autre eh ole que le leniationt
» mémet que j‘ en remoti ? — Vani lente z lei scniationt ; » mait le
réflexiont que vout ferez eur le teleil, mah ... (1) » Saint-Martin
aurait eu sans doute bien d* autres mah > à ajouter ; mais le
professeur , prenant tout à coup uu » ton solennel : Ce qu' il importe d’abord
de dire, c'eit que » par celle doctrine doni la quelle on lappole que noi
ttn- » tal ioni et noi idéet toni de chotei différentei, c'eit le
pia- ti toniime , le cartélianiitne, le mullebranchiime que vout
ret- ti luicitez. Quand on a une foi, il ett beau de la profeiser ,
» il ett beau de la profetter du haut dei toits ; mah il n’ » ett pai bon
de porter une foi doni la mélaphytique eom- j> me en physiquc. La
philotophie obierve lei failt , elle lei » classe , elle lei combine ,
mah elle ne t’ écarte jamaii dei » réiultati immediati , loit dant leur
timplicité , soit doni » leur combinauon. Ce n’ est point là le procédé
de Maltc- » branche et de Platon : l' un et l’ autre suppoient dant
s i homme dei agent qui ne nout toni connui par aucun fait » tentible, et
dei fatti qui ne nout toni connut par aucune de » noi lensations. De
pareils agent toni préche'ment de cet » idolet qui ont obtenu li
Iung-tempt un culle supentithux (I) Débals, I. 3, p. 18.
26 » de V esprit humain , de ces ùloles doni leu
écoles étaint let » temples , et dont Bacon le premier a brité let statue
s et » let autels. Ce serait t/.v gra.wo ualuevr ti, à V ouverture
» det écoles normale » e dei é colei centrale t , cet idoles pou- » vaint
y pe'ne'trer : tonte Isonne philotophie serait perdue , » tous lei
progrèt det connaitsances seraient arre té t, et e' est » pour cela gue
je regarde comme va Dttroin sjcrè , doni » un profetseur de V anmjse , de
trailer cet idolet avec le » méprit qu’ ellet méritent » (1).
» Peu de minutes avant tette terrible conclusioni , il s’ » en
était falla de fort peu qae la question ne fùt mise aux vois. Nout somme
t ratsemblés ici en Irei grand nombre , di- ». tait le profetseur , nous
tommes deux ou trois mille per- ii tonnes ; je coita invite donc,
citoyens , à vous recueillir au » fond de voi amet , et à cotta demander
ti let sentations » que vous are: recuet et gardéet de la chaleur , de l’
éclat » et du mouvement apparent du toleil , et la connaissance de
» cet éclat , de celle chaleur , de ce mouvement , toni pour » cotta deux
chuset di/ ferenti , (tu ti ellet ne toni pai une » sente et méme chose
tous deux points de ette et tous deux » dénominations (2). I.a majorité
était , sans aacun doute , » au professeur ; Saint-Martin aprés avoir répété
sa profes- » sion de foi , n’ eut plus qu’ à se rasseoir , bien
dfiment » convaincu de ptatonisme , de cartésianisme , de
mallebran- » chisme. Aitisi condamné , Galilée , agenouillé pour
confes- » ser erreur ce qu’ il savait vérité , se relcva pour
pronon- » cer le faineux e pur ti muove ; et pourtant , dit Saint*
» Martin en se rasseyant, let sentations que je refois du to- » leil et
1’ idée que f ai de cet altre »' en sont pas maini » deux chostt é méne
meni différentes ; et pourtant il y a , » mitre let impressioni éparses
de chaleur , d’ éclat , que je » refois , l’ impression compiere où se
troucent confondile t (t) Débats. t. 3. p. 2t. (2) Debals,
t. 3, p. 21. Digitized by Google 27
» toulei cet impretsions de de'tail par une f acuite tout autre »
que la tensilrilité qui a rtpu eellet-ci ». » La question mise aux
voix, et résolae dans le sens da » professeur , n’ eùt pas été un des
raoins singuliers òpiso- » des de 1’ histoire des assemblées délibérantes
». Histoire de la Pbilosophie Allemande depuis Leibnitz
josqn’ a Hegel. — Par le Baron Barchoa de Penhoen Tom. 1. lir. HI. (8) Op. cit. P. III. Voi. I.
Cap. 3. (9) Op. cit. Par. I. V. I. Cap. VI. (10) Op.
cit. P. II. Voi. I. Cap. I. Digitized by Google
28 CENNO (i) SUGLI ELEMENTI DI F1LOSOFU
DEL BARONE PASQUALE GALLUPPI L’Italia deve oltre modo
superbire dacché il Barone Pasquale Galluppi diè in luce le sue
ope- re filosofiche , e massime il Saggio sulla Critica della
Conoscenza; la quale opera fa chiarissima fe- de che la sventura patria
del Galilei , Filangeri , Beccaria e tanti altri , non lo è meno di
filosofi profondi e potentissimi. E son ben note le Iodi con che è
stato levato a cielo. Veramente è d’ uo- po non aver senno per non
conoscere la profon- dità di questo italiano : c chi, dopo aver
meditato le opere dei grandi sapienti italiani e stranieri, non
ammirerà il merito di cotant’ uomo ? Ma se ciò è vero, come è verissimo,
mi sia lecito il dire alcu- ne parole sugli Elementi di Filosofia ( a.d»
edizio- ne) di questo esimio autore. (1) Questo opuscolo
venne in luce la prima volia dai tipi di G. Fiumara nel 1836.
Digitized by Google 29 § I.
Logica Pura. Il primo volume con che egli dà comincia-
mento agli elementi di Filosofia si è la Logica Pu- ra , operetta che
sola, se non ne avessimo altre, ba- sterebbe a farci dedurre il suo
profondo ingegno ; perciocché in essa veggonsi risoluti ardui
proble- mi , e una raccolta intellettuale di preziose verità in
vari autori sparse. Egli nel primo capitolo sta- bilisce la sennata
distinzione fra conoscenze pure ed empiriche (i) , dalla quale inferisce
la differen- za fra logica delle idee e quella dei fatti, cioè fra
la logica del matematico e quella del filosofo. Il secondo capitolo
è pure pieno di sostanzio- se dottrine. L’esame delle verità primitive a
priori, la confutazione della Kantiana dottrina, la quale sti- ma
esservi giudizi sintetici a priori che non sol- vonsi nel principio di
contraddizione, tutte le altre riflessioni sulle definizioni sono con
molto sagace di- scernimento discusse. Ammiro nel terzo
capitolo 1’ analisi che dà del raziocinio. L’ autore volgendo in pensiero
l’ insuf- ficienza dell' esame de’ filosofi su quest’ atto menta-
le , da profondo analista dimostra come un giudi- zio si deduca da un
altro giudizio , e quanti giu- dizi sieno necessari per formare un
raziocinio. E questa sua analisi debb’ esser tanto gradita a’ pen-
satori , quanto più si chiami al pensiero esser le teorie di Locke c
Condillac imperfettissime. Difatti nessuno, io credo, potrà esser
soddisfatto in udire Digitized by Google
30 che Locke reputa istruttiva quella proposizione clic
non è contenuta, nè identica con un’ altra, ma clic è una conseguenza
necessaria di essa. Invero il fi- losofo inglese avrebbe dovuto provare ,
come av- viene clic un'idea clic non è racchiusa in un’altra, possa
affermarsi di quest’ altra ; egli dice che ciò può farsi perchè la
seconda è urta conseguenza ne- cessaria della prima ; ma per f appunto si
cerca , come f idea B che non è racchiusa nell' idea A , possa
dirsi una conseguenza di A. Se fra le due idee A, e B non vi è alcuna
relazione d’ identità , 10 spirito non si vede come possa legarle
insieme. Nè può saziare la mente la dottrina Condillachia- na, cioè
che la dimostrazione altro non sia che u- na serie di proposizioni
perfettamente identiche , e solo differenti nell’ espressione, perchè ciò
supposto non si può comprendere in qual modo il razioci- nio
estenda la sfera delle nostre conoscenze. L’ autore fa eziandio
conoscere in questo Ca- tolo III. i due uffici del raziocinio, e ciò con
mol- ta evidenza ; come del pari mi piace oltremodo la soluzione da
lui data del problema relativo all’ i- struzione del raziocinio, vale a
dire in qual modo 11 raziocinio puro poggiato sull’ identità è
istrutti- vo ; problema che , se mal non mi avviso , è nei
desiderata del celebre Degerando, ed ingenuamen- te dico clic il Sig.
Galtuppi lavorando da filosofo lo ha con molta soddisfazione risoluto.
Stimo con- venevole 1’ avere aggiunti a questa a.* edizione al-
cuni §§. perchè danno maggior lume alla dottrina del raziocinio.
Dopo d’ aver egli considerato il raziocinio nel Digitized by
Google 31 pensiero, viene nel Capitolo IV. a
considerarlo nella parola. Fa un bastevol cenno de' modi di
argomenta- re ; poscia espone la dottrina del Tracy , il quale opinava
il sorite esser il modo naturale di ragionare, c che il sillogismo debba
ridursi al sorile c non già questo al sillogismo. Debbo qui dire che il
Gallup- pi in questa a.* edizione con non poca nettezza dà a
conoscere la opinione dell' ideologo francese. Che dirò della critica al
Tracy fatta ? È eccellente , c veramente degna dello spirito che f ha
dettata. In essa chiaramente si scorge 1’ equivoco preso dal Tracy,
cioè di aver confuso idee elementi del giudi- zio, col giudizio stesso;
il che lo condusse a con- fondere l ordine della deduzione delle idee con
quel- lo della deduzione delle conoscenze ; ed è ancora evidente
come il sorite vada dall' universale al par- ticolare, e non già
viceversa, e perciò il sorite al raziocinio si risolva. In
questo Capitolo IV. fa un leggerissimo toc- co delle regole sillogistiche
, ed i §§, a questa c- dizionc apposti suppliscono alla mancanza
della prima. In quanto all' ultimo Capitolo di essa logica
, il quale ha per iscopo il metodo , per me credo che il sullodato
filosofo siasi bene internato nelle ^®11 analisi e sintesi, ed il 56 di
cui que- sta edizione c adorna , è molto acconcio per mo- strare le
leggi dei due metodi. Giudico pure sen- natamentc inseriti in questo
luogo gli altri §§. sui mezzi logici di passaggio da una proposizione
no- ia ad un altra ignola. Un' all ra lode finalmente è d' uopo
riferire al Sig. Galluppi. Egli comincia lo 32
studio dell'umana intelligenza non dall'origine del- le idee o
dalle facoltà dell' intelletto, cioè dallo stato primitivo della mente,
ma dalle conoscenze, vale a dire dallo stato attuale ; c quanto questo
metodo sia esatto c possa influire al perfezionamento della scien-
za , lo han bene dimostrato insigni ideologi (a). §• IL
Psicologia. In questo volume 1’ autore analizza le
facoltà dell’ anima umana. Discute nel primo Capitolo la quistione
della percezione del me , esponendo lo stato della quistione, le opinioni
de’ filosofi (e bene le ribatte) c con gran sagacilà stabilisce la
coscien- za di ogni sensazione esser congiunta colla perce- zione
del me. Avrei desiderato che 1’ autore nel §. 6. avesse spiegato come per
Condiilac 1 Io è la collezione delle modificazioni che ciascuno prova
; stantcchè nel §. 5. si legge che, secondo questo fi- losofo, una
prima sensazione non dà alla statua la percezione del proprio essere,
immedesimandosi es- sa colia scusazione , ma come poi la statua ba
il sentimento dell’ lo, non si vede. Il secondo Capitolo è
del pari una chiara e sottilissima disquisizione della percezione del
fuor del me : stato della quistione , pareri de’ filosofi ,
confutazione di essi, ragioni che sono la base del- la di lui opinione ,
son cose tutte profondamente condotte. É per lui ogni sensazione
oggettiva , o sia la percezione di un incognito. Digitized
by Googte 3.1 Passa nel ILI. capitolo a
discorrere sull'Ana- lisi. Mi vanno a sangue i §§. io e 11. che ho
let- to nella presente edizione ; specialmente il §. 11. era
indispensabile, perchè un' opera in cui tanto e sì bene si ragiona delle
facoltà dello spirito, è co- sa alccrto non buona esser mancante delia
defini- zione di facoltà. Medesimamente penso dei §§. ag- giunti al
IV. capitolo, nel quale 1 ' autore svolge le leggi dell'
immaginazione. Aè meno eccellente è il V. capitolo in che 1 '
autore discorre della Sintesi , ossia facoltà di riu- nire le percezioni
che * l ' analisi acca separate. I’’a vedere eh’ essa è di tre specie :
reale , ideale , ed immaginativa. La prima unisce clementi reali di
un oggetto reale, e gli unisce perchè uniti sono offerti dal senso
interno, o dal senso esterno ; c tali ele- menti possono essere congiunti
o colla relazione che è fra la causa e 1 ’ effetto , o con quella clic
esiste tra il soggetto c i modi, attinenze che sono reali ,
oggettive, essenziali. Dalla seconda prowengono le relazioni d’ identità
e diversità , clic dall’ autore so- no stimate soggettive , ossia viste
dell’ intelletto ; come pure con essa sintesi ideale si formino le
idee universali , le quali sono esistenti nella men- te , c non come han
creduto tortamente Elve- zio, Robinet ec. soli vocaboli. Suddivide , in
que- sta edizione , la sintesi ideale in oggettiva c sog- gettiva:
quella fa conoscere le relazioni logiche fra gli oggetti reali , questa
le stesse relazioni fra le nostre idee. La sintesi immaginativa è la
facoltà di riunire in una percezione complessa, alla (/uà-
34 le non corrisponde alcun oggetto naturale , diver-
se percezioni, che hanno ciascuna un oggetto na- turale. La suddivide in
Civile e Poetica , mostran- do come i prodotti di quella si possono
cfTcUivare dall’ opera dell’ uomo, mentre quelli della seconda
specie nascono dal pensiero, e son diretti allo stes- so pensiero. Con
questa sintesi immaginativa poe- tica personifica il poeta gli accidenti
naturali, ani- ma la natura materiale, c crea in tal modo piace- ri
per 1’ immaginazione. .Non debbo quindi tacere, che questo capitolo è da
vero maestro toccalo , e nessuno, per quanto io sappia, ha così
ottimamen- te ragionato su tal forza corabinatrice dell' intellet-
to. Potrei ancora dire le relazioni che hanno alcu- ne di queste dottrine
della sintesi colla realtà dello umano sapere , ma dirò bensì che questo
capitolo c quello dell’ analisi sono all’ imparziale e saggio
lettore una prova della futilità del sensismo. Tien parola nel
sesto capitolo del desiderio e della volontà, c distingue con Locke l'uno
dall'al- tra ; pure mette distinzione fra volere e deliberare. Nel
settimo capitolo si trattiene sulla memoria, re- miniscenza c
dimenticanza, incominciando a dimo- strare che le sette facoltà da lui
ammesse sono e- lementari. Or io osservo il numero delle
facoltà elemen- tari clic, secondo l’ illustre autore, giungono a
set- te , cioè sensibilità , coscienza, desiderio, volontà ,
analisi , sintesi , ed immaginazione , non è esatto. Egli ha veduto che
il desiderio non è , giusta la di lui dottrina , facoltà elementare o
primordiale , giacche in questa seconda edizione ha detto « può
Digitized by Google 35 non dimeno eccettuarsi il
desiderio , il quale , se- condo la dottrina che spiccheremo nel quinto
vo- lume, essendo uno stato misto dall’anima, può spie- garsi col
concorso di altre facoltà ». Son dunque le potenze elementari , secondo
il nostro filosofò , sei e non sette. Nei luoghi in che si legge
dunque che le potenze elementari dello spirito son sette , io credo
che debbe correggersi e dirsi sei. Buone osservazioni si leggono
nell' Vili, ca- pitolo dove il filosofo discorre sui sogni : ma il
§. 56. a questa edizione aggiunto non mi soddisfa interamente. Il
chiarissimo autore in questo §. si propone discutere , se lo spirito
possa nel sonno esser privo d' ogni pensiero: confuta poi l'opinio-
ne di Locke , c si dichiara pel parere di Cartesio c Leibnizio , cioè
tien dietro a’ sostenitori del pe- renne pensiero. Trascrivo le ragioni
da lui addot- te in conferma della sua opinione. » Il
sentimento del me sensitivo di un fuor » di me non ci abbandona giammai nella
veglia , » e ne’ sogni ; su qual motivo, lo faremo noi ces- » sare
in un sonno profondo ? Non mancano ccr- » tamcnle allo spirito, in questo
stato, gli oggetti » di questo sentimento : 1’ io c presente a se
stcs- >* so: egli è unito al proprio corpo, e questo non » si
sottrae all’ azione de’ corpi stranieri su di es- » so. Noi non abbiamo
idea di uno stato dell’ a- » nima nostra , che sia diverso dal pensiero.
Ri- » guardare l’anima come priva di qualunque pen- » siero si c
riguardarla in uno stato di morte ; » stato che mi sembra impossibile
». Perche l’ lo è presente a se stesso , c perche
36 egli è unito al corpo , clic non si sollrac all’
azio- ne de’ corpi , 1' anima nel sonno profondo ha il sentimento
di sè e de’ corpi : così ragiona il Sig. Galluppi. 3Ja è facile conoscere
che ciò eh' egli dice è senza base. Dacché l’ anima ha origine è
presente a se stessa ; dunque la quistionc se 1' ani- ma alla prima
sensazione percepisca se stessa (qui- slione da lui con tanto senno
discussa ) è inutile , giacche essa sempre percepisce se medesima ,
per- chè a se stessa sempre è presente. Il dire poi clic 1’ Jo è
unito al corpo che non si sottrae all' azio- ne de’ corpi , è nulla dire
; giacché per sentire si richiede non solo 1’ azione degli oggetti sul
fisico , ma ben anco che gli organi di questo sieno ido- nei alla
loro funzione : e tale idoneità , come si sa, manca agli organi dei sensi
che sono, nel son- no profondo spezialmente , in un perfetto
riposo. Il capitolo IX , che ha per iscopo gli abiti
intellettuali , è lavorato da eccellente maestro. Ho letto con sommo
piacere, in questa seconda edizio- ne , come di tutti gli abiti
intellettuali non se ne possa rendere ragione colla rapidità di alcune
as- sociazioni , come la memoria si perfezioni coll’ e- sercizio ,
1’ effetto della ripetizione degli atti sulla sensibilità, c, quel che
più ammiro, l'esposizione c confutazione dell’ opinione de' filosofi
relativa a’ giu- dizi abituali e rapidi , che trasformando le
nostre sensazioni, fuori di noi le trasportano. K all’ ulti- mo
grado di convincimento recato, che l'abito non può produrre una facoltà
che non si ha dalla na- tura ; verità eh’ è feconda di molte
illazioni. L' ultimo capitolo è 1’ esame del sistema dei-
Digìtized by Google 37 le facoltà dello spirilo
secondo Condillac. Il Sig. Galluppi dopo aver esposto colle precise
parole del- 1’ autore il sistema della sensazione trasformala ,
profittando de' lumi di altri filosofi , in ispczialità di Laromiguicre ,
ne ba con non poca profondità rilevato gli errori. Per altro non so
perchè il chia- rissimo autore nulla ha detto sulla dottrina del
Condillac relativa al desiderio , nè in altro luogo di questi clementi mi
è venuto fatto vederne cen- no (3). §. HI-
Ideologia. Esaminate con tale e tanta penetrazione le fa-
coltà dello spirito , le quali sono i nostri mezzi di conoscere , passa
il dotto autore a vedere 1' origi- ne e generazione delle idee. Ponendo
mente alla varietà de’ pensamenti de’ filosofi, sopra tal proble-
ma dell’ origine delle idee, ognun di leggieri si ac- corge della sua
difficoltà. Il filosofo per ben riu- scire in tal gravissima impresa , è
forza che con- cili due sistemi contrari , quello cioè che fa
nasce- re le idee tutte da' sensi, c f altro clic suppone in noi
certe idee inerenti al nostro essere. Vediamo se l’autore abbia bene
risoluto il problema. Locke avea detto tutte le idee semplici derivare
dalla sen- sazione e dalla riflessione; ed il nostro filosofo con-
viene in ciò col filosofo inglese , ina si allontana quando e' si fa a
dire che lo spirito è passivo ri- guardo alle idee semplici , mostrando
in un modo 38 chiaro che le idee sono gli
elementi de' nostri giu- dizi, e che questi elementi sono il prodotto
della meditazione su gli oggetti delle sensazioni e della
coscienza. Poi si accinge ad indagare se tutte le idee semplici sieno il
prodotto dell' analisi degli oggetti della sensazione e della coscienza ;
que- stione nè da Locke , nè da suoi seguaci pensata. L’autore
osserva clic la cognizione del sistema del- le facoltà dello spirito è
sufficiente , onde risolvere tal domanda. È difatti dalla sintesi ideale
che prov- vengono alcune nozioni soggettive , che si chiama- no
rapporti , i quali non corrispondono ad alcun oggetto sensibile. Sono
dunque nello spirito idee semplici, che sono prodotte dalla
sintesi. In poche parole la dottrina dell’ autore è la
segnente. « Alla domanda, scrive egli, che cosa è idea ? io risponderò :
1' idea c un elemento del giudizio : essa è un prodotto della meditazione
su gli oggetti presentati dalla sensibilità e dalla co- scienza :
essa è un prodotto della meditazione sui sentimenti. Con queste diverse
espressioni io dirò la stessa cosa. Alla domanda : d' onde ci vengono
le idee semplici? Io risponderò: alcune idee sem- plici sono un prodotto
dell’ analisi degli oggetti sensibili ; altre sono un prodotto della
sintesi. Io risponderò ancora : alcune idee semplici sono og-
gettive : esse corrispondono ad alcune realità : al- tre idee semplici sono
soggettive ; esse non corri- spondono ad alcun oggetto fuori dello
spirito , le quali derivano dalla facoltà di sintesi ». In
seguilo 1’ A. distingue le idee universali in due specie; delle quali una
comprende le idee es- Digitized by Googl
39 senziali allumano intendimento, l’altra le idee ac-
cidentali allo stesso. Le prime son quelle, che cia- scun uomo può colla
meditazione sul sentimento del me sensitivo di un fuor di me , formarsi ;
le seconde derivano dal paragone di alcuni individui, che non si
manifestano a tulli gli uomini. Egli con buonissime ragioni stabilisce
cosiffatta distinzione ; ragioni desunte dall' indole delle lingue cc. c
, ciò che più è, con far conoscere che l'analisi stessa del- le
idee che Locke ci diè , conferma essa distinzio- ne. Il filosofo inglese
difatti non ci dà l’ analisi delle idee accidentali all' intelletto, ma
di quelle che si trovano universalmente e costantemente in tutti
gli uomini , che hanno 1’ uso della loro ragione. L' ideologia debbo
dunque occuparsi delle idee es- senziali. In questa edizione
1' Autore con fino avvedi- mento fa cenno de’ sostenitori dell’ idee
innate , e ne osserva le differenze che sono nelle loro opinio- ni.
I Cartesiani ammisero nel nostro spirito alcu- ne idee innate, che,
secondo essi, hanno una real- tà obbiettiva. Alcuni di essi le
riguardavano come atti perenni, privi di coscienza, e simili agli
amo- ri abituali. Leibnizio ammise le idee innate , c le stimò
disposizioni , non atti : disse pure clic tali virtualità sono
accompagnate sempre da alcune a- zioni , sovvente insensibili , che vi
corrispondono. Il filosofo di Koenisberg credè coi Cartesiani 1’ c-
sistenza delle idee innate, a priori, ma tolse a que- ste , in se stesse
considerate , qualunque obbiettiva realità. Determinato lo stato della
quistione , 1' A. distingue conoscenze da idee o nozioni ; quelle
so- 40 no giudizi , queste elementi di giudizi.
Vi sono delle conoscenze a priori , necessarie , universali , ma le
idee elementari di esse sono ancora a prio- ri ? Il fdosofo di Lipsia
risponde di sì. Il nostro autore non ammette idee anteriori ai sentimenti
cd assolutamente indipendenti dagli stessi, altaiche nem- meno gli
suppongano come condizione ; è per lui r idea il prodotto della
meditazione sui sentimenti, egli ammette alcune idee essenziali all'
intendimen- to, per le quali idee non mancano ad ogni uomo i mezzi
per acquistarle , cioè il sentimento del me che sente un fuor di me, c le
facoltà meditative. Dunque ci nega 1’ esistenza delle idee innate
, nel senso di idee anteriori cd indipendenti assolu- tamente da’
sentimenti, ma ammette nello spirito li- na disposizione o virtualità a
formar le idee sog- gettive. È da notarsi ancora clic , secondo
Locke, tutte le idee essenziali sono oggettive , per Kant tutte
soggettive , c perciò distrutta la realità della conoscenza, per l’A.
alcune soggettive altre obbiet- tive. Vorrei dir qualche altra cosa su
questo im- portante argomento , se non in impedisse il mio
proponimento; ma il savio lettore leggendo l'ideo- logia ed il quarto
volume del Saggio Filosofico dell’ illustre Galluppi facilmente vedrà
come egli si allontani dal sensismo. Dopo la discussione
dell' origine delle idee , I A. si impegna ne' capitoli a. 0 3.° 4-° 5.®
6.° a mostrare 1’ origine delle idee essenziali all’ umano
intelletto : cioè delle idee di spirito , corpo, unità , numero , tutto ,
identità e diversità , sostanza e ac- Diqitized by Google
41 udente, causa cd effetto, tempo, spada,
universo c Dio , c nel settimo parla di alcuni errori della volgare
Ontologia. Ed è inutile riflettere che il Ch. filosofo in tutto questo
procedimento analitico è sempre penetrante, e mi sembrano bene esaminate,
per non dir d’altro, le idee di causa ed effetto non che quella di tempo,
su le quali idee son conosciu- ti gli sragionamenti di Hume per le prime
, di Kant per tutte e tre. Debbo qui dire , che avrei desiderato
più estesi cenni sullo spiritualismo e sul materialismo. Sta bene , in
questa edizione il capi- tolo Vili, dell'influenza de' vocaboli nella
forma- zione delle idee dopo 1* esame delle idee essenziali.
È da notarsi con particolare attenzione, come l’A. in questo
capitolo si studia provare i vantag- gi del linguaggio, cioè eh' esso fa
l’analisi del pen- siero , che rende più facile 1’ astrazione , eh’ è
ne- cessario per la scienza del calcolo cc. Chiude questo
volume coll’ imposizione cd e- same della filosofia trascendentale. Si ,
è d’ uopo dirlo apertamente, è pur vergogna ignorar questa
filosofia per chi vuole spingere addentro lo sguar- do nella filosofia :
tale e tanta è la rivoluzione fi- losofica eh’ essa ha prodotta ! Il
nostro autore con nettezza cd ordine ne distende le precipue
nozioni, e ne osserva con sottilissimo avvedimento taluni er- rori
, quantunque avrei bramato veder qui alcune riflessioni che ho apparato,
massimamente leggendo il terzo volume del suo eccellente Saggio
Filosofi- co. Egli riduce la lite fra la filosofia sperimentale ed
il trascendentalismo alla soluzione del problema: 49
la prima operazione dell' attività dell’ intelligenza è 1‘ analisi,
o la sintesi ? Egli si determina per 1’ a- nalisi , c però si avvisa il
criticismo onninamente venir meno. §• IV. Logica
Mista. È d’ uopo dir qualche parola sul quarto volu- me.
Imprende il nostro filosofo nel I. capitolo a tener discorso delle verità
primitive di fatto, il che lo conduce ad esporre X idealismo di Cartesio,
Ma- lebranche e Lcibnitz, c di ciò fa una sottile confu- tazione.
Egli , non come alcuni filosofi che credo- no aver confutalo gl’
idealisti quando han detto son visionari , ribatte i loro sistemi con
caldissime ra- gioni ; ma si ticn sempre entro i limiti di un - ope-
ra elementare. In somma in questo capitolo si ve- dono con gran
penetrazione discusse le principali quistioni relative alla realità delle
umane conoscenze. Ne’ susseguenti capitoli discorre sull’
istruzio- ne del raziocinio misto ; adduce 1’ obbiezione di Hume
contro la legittimità de’ raziocini , coi qua- li da un’ esistenza che si
sperimenta, se ne deduce un’ altra che non è oggetto di esperienza, c
pene- trando nel midollo della quislionc ottimamente sta- tuisce la
somiglianza fra il futuro ed il passato es- ser una verità sperimentale :
nè omette di esami- nare i sistemi de’ filosofi su le cause naturali.
Am- miro oltre ogni credere ciò che scrive sull’ espe- rienza
primitiva c comparala , sull’ argomento di analogia ; c i §§. che hanno
per oggetto 1’ esame Digitized by Googte 43
dell'origine della scrittura figurativa , geroglifica , sillabica
ed alfabetica son condotti con non poco senno , c , secondo il mio
avviso, utilissimi a co- loro clic volgono 1’ animo alla scienza.
Stabiliti i motivi legittimi de nostri giudizi , cioè coscienza ,
sensibilità, memoria, evidenza, ra- ziocinio , ed altrui testimonianza ,
viene ad analiz- zare i motivi c l’origine degli errori. Stima il dot-
to autore clic i suddetti motivi che conducono lo spirito alla verità, lo
conducano del pari all’ erro- re ; nè ciò favorisce lo scetticismo ,
giacche esa- minando egli attentamente l' Origine de’ nostri erro-
ri , dà a divedere che 1’ errore nasce supponendo come motivo de’ nostri
giudizi ciò che non è tale. Pon fine alia logica mista parlando con
maturo giu- dizio della certezza, probabilità ed ipotesi. §•
V. Morale. Discusse le leggi del raziocinio , le
facoltà , l’origine c generazione delle idee ed il raziocinio
misto, il clic è lo stesso avere esaminato 1’ intellet- to, passa 1’
egregio Sig. Galluppi alla volontà , la cui scienza chiamasi filosofia
pratica o morale. Pren- de egli le mosse dal fatto della scambievole
influen- za delle due facoltà dell’ umano pensiero , cioè
intelletto e volontà, e nel i.° e a. 0 capitolo si trat- tiene a mostrare
minutamente cosiffatta influenza. 44 Senza
occuparmi «li tutto quello ebe di buouo con- tengono essi capitoli, farò
alcune riflessioni. Vari pensatori avean definito il desiderio 1'
in- clinazione dell’ anima verso un oggetto ; ma il no- stro
valente filosofo sennalamente osserva clic i vo- caboli forza , tendenza
inclinazione applicati ai cor- pi non destano altra nozione, se non
«juella di una causa ignota di un effetto noto , cosa potrebbero
significare applicati allo spirito? Ciò gli porge op- portunità di
meditare più addentro sul desiderio. Egli dimostra essere il desiderio
uno stato misto dell’ anima di piacere c dolore ; questa dottrina ,
per quanto a me pare, è profonda. Ma le sue in- dagini qui non si fermano
, e vanno più in là. I desideri dispongono la volontà ad agire , c 1’
effet- to di quest’azione c il cambiamento della nostra fa- coltà
di conoscere ; ma ciò è cosi di tulli i desi- deri ? Egli sembra che
alcune volte 1' oggetto del desiderio è di produrre nell’ animo de’
nostri simi- li alcune modificazioni. Così la madre porge al suo
figliuolo la mammella per destare in lui le sensa- zioni piacevoli del
nutrimento dal latte : il padre travaglia per lo ben essere della propria
figiiuo- lanza : 1’ oratore aringa per persuadere e commo- vere i
suoi uditori, il filosofo scrive per insegnare la verità al genere umano.
Quantunque ciò sia vero , bisogna cercare , se il destare certi pensieri
nello spirito de’ nostri simili sia solamente deside- ralo, come mezzo
per aver noi certe percezioni, o pure se in molti casi sia 1’ ultimo fine
del nostro desiderio. Digitized by Google
43 Non pochi filosofi dissero la morale essere fon-
dala sopra un principio unico: tanto la madre che piange la perdila del
figlio, quanto colui che soc- correre un infelice operano, solamente per
amor di se , per interesse. Tutto , secondo essi , parte da questo
principio. Non àvvi dubbio , dicono altri pensatori , che f uomo è spinto
ad agire dall’ a- mor di sè , ma egli è del pari guidato da un in-
trinseco amore disinteressato verso dei soli simili. E qui è da notarsi ,
che questa filosofica disputa erasi sì a lungo portata, per non essersi
con pre- cisione determinato lo stato della quistionc. Indi è che
il dotto A. a ciò si accinge. L’ uomo può volere una cosa perchè nè
vuo- le un'altra: allora questa seconda sarà il fine del- le sue
operazioni c la prima il mezzo. Possono esservi mezzi di mezzi , cioè una
cosa può esser mezzo rispetto ad una , fine per un' altra ; latta-
volta in questa catena di mezzi e di fini evvi un termine in cui la
volontà si riposa c che è voluto per se stesso : tal fine addimandasi fine
ultimo. — Inoltre non bisogna confondere il desiderio coll’og-
getto desiderato. Il proprio piacere entra in cia- scun desiderio, come
parte costitutiva dello stesso, ma questo piacere non si deve confondere
coll’og- getto desideralo. Permesse queste nozioni, ecco co- me determina
lo stato della quistionc. L oggetto del desiderio è esso sempre di
cambiare lo stato della nostra facoltà di conoscere ? In altri
termi- ni : il fine ultimo della nostra volontà è esso sem- pre il
cambiamento dello stato del nostro intcllet- 46
to ? Questo fine ultimo può egli essere un certo stalo dell' anima
degli altri uomini ? Stabilito così bene lo stato della quistione ,
e- gli sembra facile darne la soluzione, Quando io ve- do cader nel
fuoco o in un fiume un fanciullo , non penso certamente a me, obbiio anzi
me stesso, cerco di ajutarlo, c sono fuori di me colla mente, colla
volontà e coll' opre. Può egli negarsi che la compassione per l’ altrui
miserie sia un’ affezione primaria e naturale del cuore umano ? Infiniti
e- scmpi dimostrano ciò. — Senza questa originaria disposizione
della nostra natura , in qual modo il poeta potrebbe commovcrc gli
spettatori? — L’uo- mo non di rado ajuta il suo simile con
gravissi- mo pericolo di sò ; egli incontra qualche volta vo- lontariamente
la morte per salvare 1’ amico. Tanto è il potere di siffatta molle del
nostro cuore ! Ma, dicono altri filosofi, i motori della
volon- tà sono il piacere ed il dolore : essa va costante- mente in
cerca del primo , c fugge costantemente il secondo. A questa ricerca e
fuga costante si dà il nome di amor di se stesso, amor proprio.
Tut- te le azioni della volontà han dunque per fine ul- timo 1’
amor proprio , c noi amiamo gli altri per nostro ben essere : il proprio
me è 1’ ultimo ter- mine di ogni nostra tendenza. Questa obbiezione
nasce dall’ ignoranza dello stato della quistione. Egli è fuor di dubbio,
che i principi motori della volon- tà sieno il piacere ed il dolore, ciò
non di meno è estraneo al nostro proposito , perchè c relativo al-
l'origine e alla natura delle nostre affezioni, mentre noi cerchiamo 1’
oggetto de' desideri, cioè se 1 og- Digitized by Google
47 getto di ogni nostro desiderio sia il me. Quando al
vedere un infelice corro a soccorrerlo, la mia vo- lontà è mossa dal
dolore prodotto dalla vista di quell' infelice , ma 1' oggetto di essa è
il cambia- mento dello stato interno del mio simile. Ne dica- si
che prestato il soccorso segue un certo piacere, perchè le conseguenze
che provengono da un’ a- zione non sono sempre il fine ultimo di quest'
a- zionc. L’ uomo non pensa a sè in tali casi , egli è concentrato
sul suo simile , ed opera per liberarlo dal dolore. Aggiungi, clic se 1’
oggetto del deside- rio fosse il piacere di vederlo sollevato , egli ope-
rerebbe mosso dal piacere e non già dal dolo- re ; la vista dell’
infelice sarebbe per lui piacevole, poiché ciò , che si riguarda come
mezzo di perce- zioni piacevoli , è piacevole. — Finalmente tutto
il genere umano mette distinzione fra le affezioni be- nefiche o diffuse,
die hanno per fine ultimo il pia- cere ed il bene altrui, c le affezioni
interessate che hanno per fine ultimo il proprio piacere ed utile.
Si rispetta c venera il vero amico , il cuor benefi- co e compassionevole
; si trascura c disprczza l'af- fezione dell’avaro, dell' uomo
insensibile, dell’ adu- latore, dell’ambizioso, dell'egoista, cc. Da
queste fioche parole è facile il dedurre , che 1' A. fissan- do il
vero stato della disputa , ha potuto bene sol verta. Non
poche altre dottrine di grave importanza sono ancora ne’ primi due
capitoli. Lcggcsi in que- sta seconda edizione un migliore ordinamento
dei principi attivi indeliberati della nostra natura , i quali sono
i.® L'appetito scntitivo , a.® Il deside- « rio della
propria eccellenza, 3.° Desiderio di cono- scere il vcro'o curiosità , 4
° Desiderio della glo- ria, 5." Desiderio della società. G.° Il
desiderio del- la superiorità su gli altri uomini, il che compren-
de «lucilo del potere e l’ emulazione , 7. 0 Le Affe- zioni. È
d’osservarsi che l’Autore ha dato un nuo- vo ordinamento, attingendo ai
principi di Deaeran- do e dello Stewart. Il terzo capitolo ha
per oggetto il bene c ma- le morale. Sono in esso esposti e censurali
con somma chiarezza il sistema sulla morale del cele- bre Wolff e
(pici lo di Elvezio. Sebbene questi due sistemi partano da un principio ,
cioè nel riporre nella felicità 1’ unico principio motore c
regolatore delle umane azioni , pure sono fra essi importanti
differenze. Nel Wolfiano sistema si concede l’uma- na libertà, la bontà c
malizia intrinseca delle azio- ni ec. le quali cose non sono affatto
ammesse da Elvezio che tortamente credè tutte le potenze del- 1’
anima esser riposte nella sensibilità. Il valente nostro fdosofo ,
venendo alla criti- ca, reputa esser due i principi determinanti la
vo- lontà, la felicità ed il dovere; osserva del pari che vi sono
azioni moralmente buone c male ; di’ evvi una giustizia ed ingiustizia
universale indipendente- mente dalle leggi positive cc. ec. In fine, onde
del tutto abbattere la dottrina dello interesse persona- le , egli
dimostra che subboruinando il dovere al personale interesse, si distrugge
la moralità delle a- zioni. Mi piace offrire brevemente gli argomenti
da lui addotti. i.° La volontà dell'uomo virtuoso
differisce Digìtized by Google 49
intrinsecamente da quella dell’ uomo vizioso ; ora nel sistema del
personale interesse le due volontà sono le stesse, perché vogliono la
stessa cosa, cioè il proprio utile. Questa morale è dunque
contraria alla voce dell’ interno sentimento della coscienza.
a. 0 Nella morale, di cui parliamo, la virtù non risiede nella
volontà , ma nell’ accortezza dell’ ope- rare (4) ; poiché con un cuore
il più perfido si può esser cauto tanto da fare il proprio utile.
Ma la virtù , secondo la testimonianza della coscienza, dee
risedere nella volontà : questa morale è dun- que contraria alla vera
virtù ; e perciò falsa. 3.° La legge morale dee essere assoluta ed
u- ni versale; ora la morale poggiata su 1’ utile c fon- data su la
situazione ipotetica dell’ uomo, la quale cambiandosi , cambia parimenti
nell' uomo il prin- cipio di direzione, e la virtù diviene vizio, il
vizio virtù. Dunque, cc. ec. Io voglio dire dunque
apertamente, che la dot- trina dello interesse personale , appo noi
adotta- ta da’ più , s’ insegnava qual verità saldissima , c
oggimai crollata ; c vorrei che i leali seguaci di WolfT od altro sostenitore
di siffatto sistema , me- ditassero gl’ inconcussi argomenti che vari
filosofi, e Galluppi specialmente, hanno al loro sistema op-
posti. È pure gravido di eccellenti dottrine il IV. capitolo
che intende a mostrare le relazioni fra , la virtù c la felicità. Ira le
cose ottime eh’ esso com- prende hanno un luogo distinto l’ indagine , se
la morale sia fondata sul scutimcnto o sulla ragione ,
50 c si fa contro Humc vedere che consiste nella ra-
gione ; la liberti della volontà è difesa dalle ob- biezioni dei
fatalisti ; in ultimo 1’ immortalità dal- l'anima. Laonde nel V. capitolo
dagli esposti prin- cipi deduce tutti i doveri dell’ uomo , e nel VI.
i mezzi per esser felice. Nulla in questi capitoli ei lascia a
desiderare ; vedendosi pure sviluppata la dottrina del bello c del
sublime secondo le dottrine svolte nella Psicologia. Analisi sottile
vedesi nel VII. capitolo delle passioni, dove l’A. fa uso di alcune
riflessioni di I’eder. Dà termine al quinto ed ulti- mo volume con
parlare sulla Religione. Egli esa- mina le relazioni del Cristianesimo
col cuore uma- no , ed il risultamcuto della sua investigazione è
il seguente. La religione è il dono più augusto della
be- neficenza del Creatore , per condurci alla virtù ed alla
felicità. Essa ci annuncia due specie di dommi, clie servono a questo
doppio oggetto , quelli cioè che la ragione può insegnarci , altri che
sono so- pra della ragione. Il benefìcio della rivelazione pei
primi dommi consiste in ciò eli’ ella li conferma , li annuncia in un
modo positivo, li sanziona c di- legua su l’oggetto qualunque incertezza.
Pe’ secon- di ella riempie il vólo, che la ragione ci lascia su di
alcuni punti , e ponendo in armonia le nostre affezioni, soddisfa tutti i
bisogni del cuore umano. Da quanto ho esposto, e più da quanto
ognu- no è capace di conoscere avvicinandosi allo stesso autore,
avendo io detto poco o nulla, potrassi de- durre quale c quanta utilità
possa cogliersi dallo studio degli Elementi di Filosofìa dell' esimio Gal-
Digitized by Google 51 lappi. E se ciò c
verissimo, perchè non porre es- so autore in mano della gioventù ?
Io, che schiettamente parlo, non debbo tacere che gran parte della
gioventù nostra è male av- viata nello studio della filosofia spettatrice
c mo- rale; perocché, tranne qualche precettore, usano in questo
secolo dare taluni autori elementari di filo- sofia, i quali non
rispondono affatto a que' bisogni che dal profondo pensatore si
sperimentano , vol- gendo uno sguardo alle vicende avvenute in
filoso- fia da Cartesio sino a Kant , c da questo a noi. E in vero
non è pur vergogna, che nel secolo di Laromiguicrc, Degerando, Galluppi,
Cousin si fac- cia studiare un Troi.sc, un Capocasalc od altro si-
mile autore? Nulla produrrà sul nostro spirito l'e- sempio di vari luoghi
della nostra Sicilia, ne’ qua- li essa scienza con prospero successo si
coltiva ? Diasi dunque bando a colali autori , si studi Gal- luppi
, c si vedrà fra noi risorta la saggia c buo- na filosofia.
Digìtized by Google 53
ANNOTAZIONI Tesasse^ (1) Il signor Accordino ,
parlando ne' suoi Elementi di Filosofia delle verità a priori , scrive
cosi : » Noi possiamo , egli è certo , percepire molte verità
a » priori , ossia che precedano ogni esperienza; ma ben pon- ti
derate tali verità si scorre , che non tono che «no sommo » di esperienze
già fatte , che somministrauo alla mente dei » dati , che potranno
servire per altre esperienze da farsi ; » non in diverso modo , che la
mente si forma le idee ge- » nerali considerando un numero sufficiente di
oggetti parti- » colati, e si giova poi delle stesse idee generali per
analiz- » zare altri oggetti, che presentatisi posteriormente ». Voi.
/. Cap. XIV, Le verità pure , a priori , speculative sono
dunque , se- condo il detto Autore , una somma di esperienze già fatte
, il che importa non sono a priori, avendo esse origine dall’ e-
sperienza , come l’ esempio delle idee generali chiaro ci fa scorgere. L’
Autore pertanto nel Cap. XVI. dello stesso vo- lume confessa l’ esistenza
delle verità indipendenti da qua- lunque esperienza, e perciò offre una
palpabile contraddizione. » Ogni cosa , ei dice, che comincia ad
esistere esige u- » na causa. Questa verità i speculativa , generale ,
indien- ti dente da qualsivoglia tperienza x. (2) Cousin ,
Cours de I’ histoire de la philosophie lef. 16 . Galluppi , Lez. di
Logica e Metafìsica Lez. VII. In una lettera che l'esimio signor Tedeschi
ha inserito nel giornale del Maurolico , An. I. N.° 14 , 30 Dicembre 1831
, lettera piena di filosofiche dottrine , ha reso elogio al celebre
Gal- luppi , perche nelle sue lezioni di logica e metafìsica adottò
tal metodo , e del pari ha sviluppato con molto senno gl' iu-
Digìtized by Google 54 convenienti in che
incorsero vari filosofi per aver seguito l'op- posto metodo.
(3) lo non oso asserire che il sistema delle facoltà del- l' Autore
sia perfetto , ma dirò bensì esser quello che più si avvicini alla perfezione
, o almeno scevro di quelle mende che spesso aflacciansi alla mente del
sensatissimo ed impar- ziale lettore, meditando le opere di WolIT ,
Bonnet , Condil- lac, Tracy, Stewart, La Romiguiere ec. L’illustre autore
ha saputo trarre molti lumi da questi ed altri filosofi , ma pur
tuttavia il di lui sistema è suo. Egli si è giovato delle Le- zioni del
Prof. La Romiguiere ; eppure quali differenze non sono fra i loro sistemi
? Omettendo tante diversità, una del- le precipue si è che nel sistema di
La Romiguiere tutte le facoltà ( intendi le attive ) si fanno derivare dall'
attenzione , la quale trasformandosi diviene comparazione , raziocinio :
e perciò meritamente detto il sistema dell’ attività trasformata.
Tal sistema è stato pure adottato dal Signor Amice nel suo Manuale di
Filosofia Sperimentale ( 4. Dissertazione ]. Ma il Sig. Galluppi, sebbene
con La Romiguiere distingue l’attività dalla passività, pure con fino
giudieio divide quella, quasi di- rei, in due rami, cioè nell’ analisi o
facoltà d’ isolare le per- cezioni, e nella sintesi o facoltà di unirle;
cosicché sono due modi di esercitare 1’ attività distinti, senza veruna
trasforma- zione ; sono facoltà elementari attive. Io poi non senza
ra- gione osservo, che i sostenitori dell’ atticità trasformata non
sono alfatto conseguenti ai loro principi ; perciocché conven- gono che
presentati all' intelletto i materiali delle sue cogni- zioni, egli
agisce, e che questa sua azione o isola, decompone, astrae, o pure
riunisce, concreta, combina. — Ora decompor- re è lo stesso che unire ?
Dividere è la medesima cosa che ■ comporre, combinare? Se sono due atti
non solo diversi, ma opposti , come si asserisce che 1' uno è una
trasformazione dell’altro? — E posto che si volesse concedere l'
esistenza di questa trasformazione , dovrebbe ammettersi nello
spirito qualche facoltà trasformatrice. Ed in tale ipotesi cosa
avver- rebbe dell’ attività soggetta ad una forza che la trasforma
? Da ciò concludo che l’ atticità trasformata è del pari inso-
Dìgitized by Google 55 stenibile che la
tentazioni trasformala del Condillac , c che Galluppi ha bene rettificato
quest’ errore del Professore La Romiguiere. (4) Ammettendosi
per vero che 1’ uomo virtuoso ò spin- to a fare il bene da un calcolò
interessato , non si verrebbe a calunniare Washington e 1' apostolo
Giovanni ? SI , perchè essi in tal caso non sarebbero stati più virtuosi
di Robespier- re e di Giuda, ma solamente migliori calcolatori. È d’
uopo ripetere col Ginevrino filosofo : te non vi <f un bene morale
, di cui bisogna tener conto , non si spiegheranno giammai per l'
interesse personale, se non che le azioni de’ malvagi.
Digitized by Google ADDIZIONI 56 AL
CENNO SUGLI ELEMENTI DI FILOSOFIA DEL BARONE PASQUALE GALLUPPI
Questo Cenno sugli Elementi di Filosofia del Galluppi è un
estratto dell’ opera in discorso. Chi pon mente allo stato intellettivo
del nostro paese in quel tempo , avrà una chiara spiegazione de' miei tre
primi Opuscoli. Gli autori , che qui allora signoreggiavano, erano Tracy
, Pezzi o altro autore di simil tempra e peggio ; quindi era mestieri
mo- strarne gli errori , c biasimarli , ed esporre insieme le dot-
trine del Galluppi c quanto fossero superiori a quelle domi- nanti, c
come una nuova e forte spinta dessero agli ingegni, emancipandoli dalla
servitù intellettuale straniera. F.ra necessario adunque che colla
voce e cogli scritti si mirasse al nobile intento ; e ciò, per quanto era
in mio po- tere , feci. Se non che , essendo trascorsi quasi venti
anni dalla pubblicazione de’ mici tre primi Opuscoli sin oggi, per-
ciò mi è forza apporre qualche nota, fare alcuni cambiamen- ti ; in somma
studiarmi di migliorare al possibile tutte le operette edite. Tuttavia
dichiaro , che se volessi dire tutto che mi ricorre al pensiero, andrei
troppo per le lunghe : ma il lettore potrà di leggieri supplirvi,
svolgendo tutti gli scritti messi ora in luce , specialmente quelli che
ora vengono per la prima volta pubblicati. Digitized by
Google 57 . NOTA PRIMA Alla Logica Pura.
Dapprima nulla dirò sulla definizione della filosofia po- sta dal
Galluppi, perchè in altro luogo ( nei Contigli alla gio- ventù die volge
t'animo alla Filotofia J ne dirò alcuna cosa. Mi farò ad esporre
un’ osservazione sulla distinzione dei giudizi inpuri ed empirici,
argomento di grave importanza. Che una profonda meditazione ,
applicata alle umane co- gnizioni , di leggieri ci conduce a distinguerle
in due classi o specie , è ormai cosa fuor di dubbio. Perciocché in
taluni giudizi si scorge fra il soggetto ed il predicato ,
anticipata- mente a qualunque esperienza , una necessaria relazione ,
a tal che 1’ opposto è impossibile , è inescogitabile. Cosi , in
questa proposizione: ogni e/felto dee avere una causa, si per- cepisce
un' attinenza necessaria fra effetto e causa , o che ciò che comincia ad
essere, ha di necessità di ciò che lo con- duce all’ essere.
Nè vale il dire essere 1’ esperienza , 1’ abitudine , quella che c’
induce a pensare che ogni effetto abbia la sua cagio- ne ; giacché se
fosse l’esperienza, allora potrei io esser cer- to che gli effetti finora
osservati sieno prodotti da una ca- gione , ma chi mi assicurerebbe con
certezza assoluta , che in avvenire e sempre e in tutti i luoghi sarà
così ? Intanto è fuori della mia potenza cogitativa il pensare , che vi
sieno effetti non prodotti da cagione. Non così in altri
giudizi , ne’ quali l’ intelligenza più grande non potrebbe
anticipatamente a qualunque esperienza scovrire relazione alcuna fra i
termini del giudizio , nè, do- po averla scorta , impossibilità dell’
opposto. L' uomo non potrebbe conoscere , senza la debita esperienza ,
che il fuoco lia la virtù d’ incenerirlo , che 1’ acqua ha il potere di
disse- tarlo , o affogarlo. Quantunque sì è veduto che tutti i
corpi sono centripeti , pure si può pensare che un corpo stii in
aria. Dal che è facile il raccogliere esistere nello spirito u- mano due
specie di cognizioni , aventi caratteri non solo di-
.58 versi, ma opposti. Perocché i giudizi empirici sono
sperimen- tali, mentre i puri indipendenti dall' esperienza : gli
empiri- ci sono contingenti , cioè i' opposto è pensabile , laddove
i giudizi puri sono necessari , cioè 1’ opposto è impossibile o
inescogitabile : i giudizi empirici infine sono particolari , e quando
sono generali , la loro generalità è 1’ espressione si- nottica de' casi
particolari, mentre i giudizi puri sono sempre mai universali, o d’ una
universalità assoluta Dalle quali cose è facile il desumere quanto
sia lontana dal vero la scuola empirica , che , per esser logica ,
dovette negare 1’ elemento puro , necessario ed universale che
infor- ma 1’ umana cognizione, senza accorgersi, per non dir d’ al-
tro, che veniva in tal motto a distruggere la scienza , perchè la
scienza, senza l'elemento razionale, è il corpo senza vita ed anima.
Laonde quell’ empirismo Lockiano che muovendo dall’ Albione avea invaso
la Francia , l' Italia e la Germania, grazie alla potente ed autorevole
voce del filosofo di Koni- sberge , cominciò dapprima a tentennare , e
poi per terribili colpi ricevuti d' altri filosofi , venne del tutto
meno. Laude somma nella nostra Italia si merita il Galluppi, per tacere
di altri insigni sapienti a lui posteriori , che primo mirò a si
nobile intento , e f ottenne. Se non che , per mio avviso , questo
non è tutto , giac- ché devesi andare più avanti. Conciossiacchè , se la
filosofia lia rimosso da sè quel cieco e futile empirismo ,
riconoscen- do quell’ elemento razionale , necessario , immutabile ,
essa evitar deve f altro scoglio , nel quale è facile rompere e far
naufragio , intendiamo 1' imperfetto e monco razionalismo : il quale,
coinechè benemerito alla scienza per aver riconosciuto e posto fuor di
dubbio 1’ cimento vitale della stessa , si è ingannato poi nell’
indagarne la sorgente , perchè lo ha fatto derivare dal subbietto. Tale è
f origine di quel subbiettivi- smo , che ha prodotte tante aberrazioni. —
Dal quale chi brama tenersi lontano, è mestieri che dapprima ponga
mente alle seguenti riflessioni : 1 Se I’ elemento razionale
non può derivare dall’ espe- rienza esterna, perchè questa è contingente,
non potrà nem- Digitized by Goo 59 meno
avere origine dall' interna esperienza , essendo questa pure colpita
dallo stesso carattere di contingenza. 2.° È necessario distinguere
nell’ essere pensante stato intuitivo o primigenio da stato riflessivo o
secondario, in mo- do che nello stato riflessivo il pensiero ripiegandosi
sopra se stesso osserva gli elementi razionali nella coscienza , ma
ciò è nel secondo stato , che è quasi riverbero del primo — e
sarebbe assurdo il riferire al secondo ciò , che spetta al pri- mo, o che
siano le cose nel primo, come appariscono nel se- condo. £
forza che la filosofia, degna del nomo di scienza prin- cipe, si
allontani non solo dall’ empirismo, ma anco dal mu- tilato razionalismo ,
e si trasporti con volo sublime in una sfera piò elevata e più pura , che
è base a tutto quanto lo scibile, vogliamo dire nella primigenia
apprensione , dove sta la prima notizia rudimentale del vero.
NOTA SECONDA Alla Logica Pura. Ciò che dicemmo
nella precedente nota rispetto alla di- stinzione delle cognizioni ,
della quale il Galluppi discorre nel 2.° capitolo, può avere eziandio uno
schiarimento , se ci faremo a volgere uno sguardo al principio del terzo
capitolo, ove si tratta di principi , o meglio della loro necessità
nella scienza. • La scienza essendo una catena di raziocini ,
sarà perciò un conserto di giudizi tutti fra di loro legati da costituire
un tutto armonico, compatto , solido in modo che nulla più. Or
tutti i giudizi componenti una scienza non possono essere dc- . dotti,
perchè in tal caso non vi sarebbe da quali cose, o da che sieno dedotti ;
dunque ammesso il giudizio dedotto , vi dee essere quello non dedotto. 1
giudizi di una scienza , che non sono dedotti, diconsi principi.
In altro modo. 1 giudizi che compongono una scienza non possono
essere tutti d' una evidenza mediata , perchè 60
mancherebbe la sorgente di questa ; dunque ammessa 1' evi- denza
mediata si deve ammettere I' evidenza immediata. I giudizi d' una scienza
che sono d’ una evidenza immediata , diconsi principi. In
altro modo. I giudizi componenti una scienza sono dipendenti gli uni
dagli altri , ma non possono essere tut- ti dipendenti , perchè non vi
saria in tal caso d’ onde muo- vere ; dunque ammessi i giudizi dipendenti
si devono ammet- tere i giudizi indipendenti. Questi giudizi indipepdenti
diconsi principi. Saranno adunque i principi quelle
primigenie verità di una scienza, che non sono dedotte , che non sono
d’eviden- za mediata, che non sono dipendenti. Quindi a
ragione si può dire essere i principi quelli, che virtualmente
racchiudono tutte le verità dedotte, altalchè so- no i semi fecondi
dell'umana scienza. Essi principi sono, ri- spetto all'
ordineintellettuale , come il sole nell' ordine fìsico rispetto a’
pianeti , e siccome la luce si diffonde dal sole in tutti i corpi opachi
, così essi, come altrettanti soli , sfolgo- reggiano d' una luce lor
propria che si diffonde in tutte le altre cognizioni. I principi sono i
cardini su cui stanno le scienze , sono i perni su cui esse si agirano.
Essi sono ne- cessari, immutabili, assoluti , eterni, e perciò per questi
loro caratteri non possono originariamente derivare da qualunque
esperienza sia interna che esterna , essendo proprio di qua- lunque
esperienza il porgerci delle cose contingenti. Adunque essi si trovano
non negli oggetti dei sensi, non mai nel sog- getto pensante, quantunque
si affacciano a questo , che li ri- ceve , gli svolge , ed appariscono
nella coscienza nello stato riflessivo ; la quale apparizione dà luogo
all’ errore di coloro che per questo li giudicano subiettivi. ( Vedi la
mia Orazio- ne Inaugurale §§. 7. 8. 9. c seguenti }.
Digitized by Google f.L NOTA TERZA Alla
Logica Pura. Quantunque questa nota , nella quale si dimostra
ogni raziocinio dovere esser composto di tre giudizi, non contenga
cosa alcuna in opposizione alle idee dell’ illustre filosofo , pu- re
crediamo utile inserirla. Essa venne per noi dettata agli alunni.
Proponendoci dimostrare quanti giudizi debbano forma- re un
raziocinio , noi muo veromo da una semplice verità , cioè che il
raziocinio consiste nel dedurre una cognizione che è compresa in
un'altra, o che è in attinenza colla stes- sa. Or se ciò è vero, come è
verissimo , ne conseguita che la conoscenza dedotta non può essere nè
perfettamente iden- tica, nè del tutto diversa alla cognizione , o giudizio
, da cui è cavata; perocché se il giudizio dedotto o illazione fosse
on- ninamente identico al giudizio principio , in tal caso non vi
sarebbe nemmeno P ombra del raziocinio, ma una noiosa ri- petizione di
uno stesso giudizio per ben due volte. Chi di- cesse : /.’ anima è
immortale, adunque l' anima i immortale, non avrebbe ragionato, ma
enunciato due volte la stessa pro- posizione ; egli non avrebbe nè
dimostrato , nè provato cosa alcuna , sotto qualunque senso si assumano
le voci prova u dimostrazione ; egli non avrebbe nè svolto , nè esplicato
ciò che chiudeasi nella prima proposizione, e perciò quel dunque,
aggiunto alla seconda proposizione, è senza alcuna ragione, è
arbitrariamente unito ; adunque la seconda proposizione non è veramente
illazione , quantunque ne mentisca P apparenza. Venendo alla
seconda supposizione , cioè che il giudizio dedotto sia totalmente
diverso dal giudizio principio , chiaro si vede non esservi in tal cosa
raziocinio alcuno , ma una sintesi arbitraria di due giudizi diversi, non
aventi alcuna re- lazione , salvo quella estrinseca posta dal volere di
chi do- vrebbe ragionare , ma non ragiona. Se alcuno si facesse a
dire : Il cerchio ha tutti i raggi eguali , adunque la neve è fredda ,
egli non ragionerebbe in alcun modo , non essendo Digìtized by
Google 62 la seconda proposizione nè compresa ,
nò in relazione alcuna coll’altra; egli darebbe una prova di una sintesi
capricciosa, non fondata nelle idee , ina germinata dal proprio
libilo. Or se il giudizio dedotto non può essere nè al tutto
i- dentieo nè diverso dal principio , se noi legittimamente spes-
se fiate ragioniamo , come pare fuor di dubbio , ne dee se- guire che fra
il principio e I' illazione vi debba essere una certa identità , o pure
una certa diversità , il che significa non dovere l’ illazio ne essere nè
perfettamente la stessa o diversa dal giudizio principio. Adunque l.° se
il predicato del- l' illazione è lo stesso di quello del principia, i due
soggetti di esse proposizioni debbono essere diversi : 2.° se il
sogget- to del principio è lo stesso di quello dell’ illazione , i
due predicati debbono essere diversi: 3.° se il soggetto del prin-
cipio è identico al predicato dell' illazione, allora il soggetto di
questa deve essere diverso dal predicato di quello , 4.° sa il predicato
del principio è lo stesso del soggetto dell’ illa- zione , in tal caso il
predicato di quest’ ultima è identico al soggetto del principio. Questi
quattro casi ben ponderati ci condurranno a dimostrare , che tre giudizi
debbano necessa- riamente formare un raziocinio. In elfetti ponendo mente
al primo caso, cioè allorquando i predicati del principio e dei- fi
illazione sono identici , è facile comprendere clic questo primo caso è
solubile in due ; perocché due soggetti aventi lo stesso predicato , è
necessario che fra di essi corra una tal quale attinenza , ma non potendo
essere perfettamente i- dentici , segue che i due soggetti debbano essere
o due idee aventi identità specifica o generica, o debbano essere lo
stes- so soggetto sotto due forme diverse considerato. Ora se
ci facciamo a concentrare il nostro pensiero sui cinque enunciati casi,
che tutta comprendono la forza dedut- tiva , toccheremo con mani tre
giudizi entrare nella forma- zione di ogni raziocinio. Conciossiaccbò
essendovi in ogni pro- cesso deduttivo due idee identiche, sieno
predicati, o soggetti, o soggetto e predicato, o questo e quello, sarà
gioco-forza am- mettere che fra le altre due idee siavi una relazione, la
qua- le, essendo dalla mente ragionatrice compresa, può essa attri-
Digitized by Google 03 bnire, o negare al
snbbietto dell' illazione Io stesso predicato del principio , o al
predicato dell’ illazione Io stesso soggetto del principio, c cosi via. É
così necessario questo pensiero, che comprende la relazione fra le due
idee diverse che sono una nel principio , 1’ altra nell' illazione , che
senza di esso pensiero non si può dedurre, non si può dir dunque , e
per- ciò noi lo chiameremo la ragione della deduzione. Per ren- der
chiaro ciò che dico , mi studierò ragionar con qualche esempio la
cosa. Se died : l’ animale è sensitivo , dunque il rane è
semi- tiro , ognun vede che io attribu isco al cane la sensibilità
, che ho dato all'animale , perchè veggo che il cane è com- preso
nell’ estensione del genere animale, il che significa che io veggo una
relazione fra cane ed animale. In fatti se ta- luno mi richiedesse : il
perchè dall’ aver io data la sensibili- tà all’ animale , io concludo che
il cane è sensitivo , io non potrei rispondere in altro modo, se non
dicendo : essere il cane sensitivo , perchè animale. Adunque si vede che
il ra- ziocinio riducesi a questo : L’ animale è sensitivo, — Il
cane è animale, — lì cane è dunque sensitivo. Quest’
applicazione della ragione generale , che noi ab- biam fatto a questo
caso particolare , è facile estenderla ad ogni caso , essendo sempre
necessario che lo spirito vegga una relazione fra un’ idea dell'
illazione ed un’altra del prin- cipio , essendo le altre due identiche ,
e dovendo egli attri- buire ad una idea riconosciuta identica a quella
del principio un’ idea che è diversa dall’ altra dello stesso
principio. Dalle quali cose ci è facile il dedurre tre essere i
giu- dizi che in ogni caso compongono il raziocinio: giudizio prin-
cipio , giudizio dichiarante o applicativo e giudizio dedotto o
illativo. 04 NOTA QUARTA % Alla
Logica Pura. L’ Autore è d’ avviso che due sieno le funzioni del
ra- ziocinio puro , cioè una che consiste nel legare e porre in
ordine le nostre cognizioni ; 1* altra nel somministrarci delle
cognizioni , che sono 1’ esclusivo risultamento del raziocinio (Cap.
4.°). Or si può domandare : in qual cosa il secondo ufficio
si distingue dal primo ? Si risponderà che nel primo caso la
conoscenza si avea indipendentemente dal ragionamento e sol- tanto mercè
di questo si riduce alla sua classe , mentre col secondo ufficio la
cognizione si ottiene esclusivamente per mezzo del raziocinio.
Ma ancora si può domandare : quando nel primo caso si classifica,
non si ottiene una relazione che pria non si a- vea ? Certo che si. E può
questa cognizione ottenersi senza ragionare ? Non mai. Adunque la
cognizione della relazione che si ottiene nel primo caso è pure esclusivo
risultamento del raziocinio. Se ciò è vero , in qual cosa il primo caso
si distinguerà adunque dal secondo? Può distinguersi in questo, che
nel primo caso la conoscenza dedotta è nota , ma col ridurla alla
respcttiva classe', si ottiene un’ignota relazione fra essa dedotta
cognizione e il principio , a cui fu riferita , mentre nel secondo
ufficio la conoscenza dedotta è ignota , c 1’ opera del raziocinio mi dà
la relazione ignota fra i ter- mini , che la compongono. In somma tanto
nel primo che nel secondo caso avrò una ignota relazione ; in quello
fra giudizi, in questo fra termini del giudizio. Ma, si dirà
per taluno, che il secondo ufficio del razio- cinio , porgendoci delle
ignote cognizioni , ci dà nuove idee : il che è chiaro dall’ esempio
delle monete , problema di pri- mo grado a due incognite, addotto dal
Galluppi , e da quello per lui tratto dalla Metafìsica , nel quale
prendendo le mos- se da questo giudizio , che se qualche cosa esiste ,
deve esi- stere un Essere infinitamente perfetto , c tirando innanzi
il Digitized by Google 65 suo
ragionamento , pmienc a conoscere la realità d’ una vi- ta avvenire ,
nella quale le anime de’ giusti saranno premia- te , e quelle de’ ribaldi
punite. Quanto all’ uflicio del razio- cinio puro, consistente in porgere
allo spirito idee veramente nuove , è mestieri porre mente alle seguenti
riflessioni. Se il giudizio dedotto debb’ essere in connessione
colle premesse ; se l' identità formale necessariamente dee aver
luogo in ogni raziocinio , ciò vale che il giudizio dedotto non può non
essere racchiuso nelle premesse, o nei giudizi dai qua- li si deduce. Ma
se i giudizi principi chiudono in se le verità dedotte, il lavoro della
mente nel ragionare altro non è, che esplicare , svolgere ciò che è
contenuto in germe nei princi- pi. Or se ciò è vero , com’ è verissimo ,
come si potrà mai dire esser nuove le idee , che si attengono mercè la
dedu- zione ì I,e idee sarebbero veramente nuove , se non fossero
acchiuse nei principi ; ma so non fossero chiuse nei princi- pi , come
mai sarebbe possibile il raziocinio ? É evidente a- dunque che col
raziocinio puro I’ umano spirito non ottiene idee nuove , ma solamente
svolge , esplica ciò che era avvi- luppato ed implicato nei principi,
vale a dire rende chiaro c distinto ciò che era oscuro e confuso. Il
raziocinio puro è nel campo ideale, rispetto allo spirito, ciò che il
teloscopio è nel campo astronomico riguardo all’ osservatore degli astri.
L’ a- stronomo, ad occhio nudo, percepisce, per cagion d’ esempio,
la luna avente un palmo di diametro, ma armandosi l’occhio di teloscopio
, la vede di una prodigiosa grandezza. Or 1’ uf- ficio del teloscopio non
è stato in tal caso di creare, o pro- durre nuovi raggi lunari, ma di
estendere, ingrandire, ren- der chiari c distinti quelli , che ad occhio
nudo eran piccoli, oscuri e confusi: cosi lo spirito umano, col
teloscopio meta- fisico del raziocinio puro, non produce nuovi raggi ideali,
ma soltanto rende chiari e distinti , svolgendo ed esplicando ,
quelli che nell’ apprensione ideale , ossia nell’ intuito , nella
primigenia rudimentale cognizione , lo spirito vedea oscura- mente e
confusamente. < 66 Se non che conviene
osservare ancora , die nell’ esem- pio, spettante alla vita avvenire,
addotto dal Galluppi, il ra- ziocinio non è puro , ma misto , e perciò ci
dà una nuova conoscenza ; quindi si è non essere esso esempio atto a
pro- vare clic il raziocinio puro conduca a nuove idee. E noi non
sappiamo persuaderci , come il Galluppi, uomo cosi beneme- rito alla
scienza , il cui spirito era fornito di eminenti doti , volendo provare
l' utilità del raziocinio puro, abbia addotto in esempio argomento di
raziocinio misto. Vero è che, nello e- sempio in discorso della vita
avvenire , il raziocinio m’ istrui- sce, dandomi una nuova cognizione,
che non è racchiusa nel contingente, nel sensibile, ma in tal caso il
raziocinio è mi- sto e non è puro , essendo un' applicazione delle verità
ra- zionali a quelle contingenti , mercè la quale applicazione 1’
e- sperienza vien fecondata , porgendoci delle nuove verità , che
non sud contenute in essa. E qui cogliamo l' opportunità d’
osservare la differenza che, secondo noi , corre fra il raziocinio puro e
il misto. Il primo, versandosi tutto nel campo ideale, non può dare
idee nuove nel rigore del termine, ma soltanto svolgere ed espli-
care , estendere e rischiarare : tale è la novità, che può ot- tenere lo
spirito umano che medita sul campo ideale. Il se- condo, cioè il
raziocinio misto , applicando le verità di ragio- ne a quelle
sperimentali , ci dà in risultamene delle cogni- zioni, die non sono
acchiuse nell’ angusto cerchio dell’ espe- rienza ; e perciò il
raziocinio misto porge delle idee nuove , rispetto all’ ordine delle cose
contingenti. Concludiamo adunque non esser vero, che uno degli
uffi- ci del raziocinio puro sia quello di dare idee del tutto
nuove; è questo 1’ estremo opposto a quello scelto dall’ empirismo
, il quale mirando a deprimere la ragione ed innalzare i sensi,
l'esperienza, avea decretato inutili i principi razionali, e tutto il
lavoro mentale , che si versa sull' ordine puro. Le quali due opinioni
sono estreme , esclusive , c lontane dal vero ; perciocché non erra solo
chi nega il valore del potere ra- zionale , ma chi lo esagera ; il primo
pecca per poco , l’ al- tro per troppo ; tutti e due han torto. Se è
dunque errore Digitized by Google 67 biasimevole
annullare l' ordine razionale e le sue conseguen- ze, come tortamente
intese il cieco empirismo , è errore pu- re il credere essere la mente
umana dotata dal potere di trarre (non sappiam d’onde) idee nuove: la
novità , di cui è capace lo spirito nel campo ideale , altro non è che
espli- cazione, svolgimento di ciò eh’ era implicato ed avviluppato
, o render chiaro e distinto ciò che era oscuro e confuso.
NOTA QUINTA Alla Logica Pura. L' onorevole filosofo da
Tropea avea già , sin dal 1807, pubblicato in Napoli un Opuscolo
soll'Ana/m e sulla Sintesi, nel quale veggonsi le primizie del suo
eminente ingegno. Ei si faceva in esso a rettificare talune mende del
Condillac e degli Enciclopedisti francesi, mostrando ognora la tempra
ro- busta della sua mente .- pure noi diremo alcune parole intor-
no all' altimo capitolo della Logica pura , ove si tien parola dell'
Analisi e della Sintesi. L’ argomento è estesissimo , ed è I' anima di
tutta quanta la scienza ; e però è mestieri toc- carne alcuni punti
capitali , affinchè le menti giovanili si di- spongano ad accogliere
quelle idee , altamente reclamate da’ bisogni attuali della filosofia,
come a noi ne sembra. Il secolo XV1I1 avea levato a cielo I’
analisi , e ciò ri- spondea a capello alt' esperienza dallo stesso
qualificata base unica della scienza. Galhippi ammette che il sapere
umano cominci colf esperienza, ma vuole che non tutto derivi dalla
stessa : Galluppi ammette f ordine delle verità contingenti , ma oltre a
questo statuisce I' ordine delle verità necessarie. Se non che, ciò che
non deriva dall’esperienza, essendo sub- biettivo e f ordino delle verità
necessarie medesimamente snbbiettiTe , conseguir ne dovea doversi egli
determinare per l’ analisi e non già per la sintesi. Quella perciò
muovendo dal particolare, dal composto per giugnere all’ universale ,
al semplice, comincia dal noto per arrivare all’ ignoto , mentre la
sintesi procede in modo opposto. Or , senza dir parola
68 sulla subbiettività clic a torto si attribuisce all'
ordine ideale, io non so con quauta buona ragione egli possa asserire
che )’ analisi segua sempre una sola legge : cominciar dal noto e
poi passare all' ignoto, il che non avviene della sintesi ; per- ciocché
come la sintesi cominciar può da ciò che s’ ignora ? e 1* universale non
è , a mente di esso filosofo , reale per lo spirito ? come adunque è
ignoto ? Si dirà forse ignoto , per- chè, secondo lui, il sapere cominci
dall’esperienza, a cui se- guiranno, senza dirivarne, le verità
universali ? Ciò non può essere, essendo egli d’ avviso che 1’ esperienza
senza le veri- tà razionali non può costituire scienza , e perciò quelle
sono cotanto note , quanto gli stessi particolari che da esse son
fecondati. Si dirà, in ultimo, ignoto f universale, perchè non è nella
regione dei sensi 1 Ma in tal caso s’ imbattereb- be nell’ empirismo ,
cui l'illustre A. non fa lieto viso. Adun- que, stanilo alle stesse idee
di lui, l’universale è noto quan- to i particolari , e non è esatto
perciò il dire che la sola a- nalisi cominci, dal noto. — Si arroge a ciò
, che lo stesso autore è d' avviso , che 1’ analisi faccia uso degli
assiomi , quando vien costretta da circostanze particolari ,
quantunque non ne usi ili principio , come la sintesi , e per Ispirazione
, ma ove il bisogno lo esige. Or se la stessa analisi fa uso degli
assiomi, che sono certamente universali, in qual modo l’ universale sarà
ignoto ì come la sintesi prenderà comincia- mento dall’ ignoto , mentre f
analisi fa uso di ciò , da cui muove la sintesi ì Ma questo non è tutto.
L' uso degli assio- mi da parte deli’ analisi , ammesso dall’ autore , mi
porge f occasione a fare le seguenti altre considerazioni. Se
1' analisi usa degli assiomi , coi quali risolve i proble- mi , come
nell' esempio addotto dall’ A. , essa adunque va dall’ universale al
particolare. In qual cosa adunque si distin- guerà dalla sintesi , almeno
in taluni casi ? Se 1’ analisi ha di bisogno dell' universale per
ispiegarc tal fiata i fatti , come non riconoscere nelle idee la
spiega- zione di questi ultimi ? Perchè adunque non muovere dalle
idee ? Se l' analisi usa degli assiomi, se l'universale, a cui
può Digitized by Google 69 essere essa condotta,
non va al di là della somma de’ casi particolari , è gioco forza concludere
che in tali casi l' analisi si giova della sintesi , ossia il processo
metodico è nn misto d’ analisi o di sintesi. Io non intendo
dare un largo svolgimento a ciò che ho detto in questa nota ; solo devo
dire che se l’antore da una parte teneasi dietro allo spirito del tempo ,
proclamando 1’ e- sperienza e 1* analisi , pure da quella non facea
derivar tut- to ; e perchè conobbe 1’ elemento razionale , aggiungeva
al processo analitico , quale era concepito dal secolo XVlil ed
anco nei primi lustri del presente , i principi razionali. Ciò spiega ad
evidenza le opinioni dell’ autore e sull’ analisi c sulla sintesi.
Infine coloro che tanto innalzano 1’ analisi a discapito della
sintesi , senza nemmeno porre mente all’ indole delle scienze, delle
quali si tratta , si ricordino del Condillac, uno dei più famosi
panegiristi dell’ analisi , che precede sovente , senza saperlo e volerlo
, sinteticamente ; che Galluppi , oltre alle cose predette, arriva ad
ammettere una tinteti tenti! iva quale stato primitivo dello spirito (
Vedi ne) Dizionario di Conversazione art. Anima ). Io non vò esaminare,
se sia ve- ra o pur no questa sintesi sensitiva, quantunque veggo in
es- sa espressione che la forza del vero lo spingea alla sinte- si
e quella del sistema al senso , e veggo pure die essa c- spressione
depone a prò della sintesi : il che è bastevole al mio intento.
•se®«?S*S91> 70 NOTE
ALLA PSICOLOGIA Oneste poche nozioni vennero dettate agli alunni
in oc- casione degli argomenti relativi e quali addizioni agli stessi
, almeno in taluni casi. Siccome con le note apposte alla
logica, non intendem- mo che accennare di passata qualche osservazione ,
cosi le riflessioni brevissime , che aggiungeremo alia Psicologia ,
sa- ranno allo stesso modo. $• I. Che coso sia
Psicologìa Empirica. — Che cosa Psicologia Razionale. — Della differenza
che corre fra Psicologia e Psicologismo —• Fra Psicologi e Psicologisti.
La Psicologia , come suona 1' etimologia della sua paro- la, significa
« Scienza dell' Anima » ma , potendosi f anima studiare in due modi ,
perciò la Psicologia , avendo sempre per obbietto 1’ Anima, sarà o
Empirica , o nazionale, secon- dochè userà l'uno, o 1’ altro dei due
modi. Nella prima, cioè nell’ Empirica , guidati dalla coscienza ,
studieremo 1‘ anima nelle sue manifestazioni, nei suoi fenomeni , senza
andare al di là dell’ interna esperienza, faremo tesoro di tutto ciò,
che essa riflessivamente ci manifesterà. Nella seconda , cioè neila
Psicologia Razionale, guidati dal lume della ragione , trasan- deremo i
limiti dell’esperienza, offrendo un complesso di ve- rità , che 1’
esperienza non ci manifesta : tali sono i risulta- menti, che si
ottengono dalle indagini sull’ origine , sulla na- tura, sul destino
dello spirito umano e simili. La differenza poi clic corre fra
Psicologia e Psicologi- Digitized by Google
71 smo , fra Psicologi e Psicologisti , é questa : la
Psicologia è la scienza dell'anima, ed è una vera scienza. Il
psicologismo è un errore spettante al metodo, che consiste nell'
attribuire alla Psicologia ciò che non le appartiene ; cioè il primato
su gli altri rami dello scibile filosofico. — Psicologi son quelli
che scrivono cose pertinenti all' anima. — Psicologisti son poi coloro ,
die attribuiscono alla scienza dell' anima ciò che non ha.
§• H- Che cota eia la coscienza. — Dei diverti significati , che
re- ta attuine nelle teienze filosofiche. L' etimologia
stessa della parola coscien za facilmente ci conduce all’ intento che
bramiamo ; perocché coscienza , de- composta nei suoi componenti con
scienza , o sia cum scien- ti a, significa, scienza di se stesso, in se
stesso, con se stes- so. Adunque lo spirito umano ha la consapevolezza, o
l'ac- corgimento di tutto quello che in lui succede : ecco ciò che
intendesi per coscienza. — Se non che la voce coscienza suole avere nelle
materie scientifiche altri due significati, cioè, cosdenza riflessiva, e
coscienza morale. La coscienza riflessiva, o come anco la chiamano,
rifles- sione psicologica , si distingue dal semplice accorgimento
in quanto che questo è involontario, mentre la coscienza riflessi-
va è volontaria. La coscienza riflessiva è il ripiegamento del- lo
spirito sopra se stesso , ossia è la riflessione applicata al- la
coscienza: la riflessione psicologica è lo strumento che usa il Psicologo
nelle sue indagini psicologiche. Negli animi del volgo ha luogo la
coscienza involontaria, o sia il mero accor- gimento di tutto ciò che in
essi succede ; ma non mai, o di raro , la coscienza riflessiva. 11
termine adunque della rifles- sione psicologica è lo spirito , il quale
in tal caso è subhiet- to ed obbietto , mentre nella riflessione
ontologica 1’ obbietto è 1' Assoluto. la quale distinzione è di somma
importanza , ma sventuratamente non è compresa da tutte le
intelligenze. 72 Li riflessione psicologica è lo
strumento del psicologo nelle indagini che versano sullo spirito , cioè sulla
realità subiet- tiva ; mentre la riflessione ontologica è la riflessione
applica- cata all' Assoluto, ed è lo strumento, di cui si serve 1’
onto- logo, che medila sulla realità obbiettiva. — La coscienza mo-
rale poi si distingue dalla mera coscienza , e dalla coscienza riflessiva
in questo. La coscienza morale non è il solo accor- gimento di ciò , che
avviene nello spirito , non è il ripiega- mento che fa lo spirito in
quanto vuol conoscere se stesso psicologicamente, ma è un riflettere
dentro di sè per vedere se T azione fatta , o da farsi, sia contraria , o
uniforme alla legge. Lo spirito umano adunque , quantunque in tale
stato rientri in sè , ritorni sopra se stesso , non è ciò fatto con
l’intento di notomi/zare gli svariati e misteriosi fenomeni del- la vita
psicologica , ma soltanto ha per iscopo riandare le a- zioni passate , o
slanciarsi in quelle avvenire ; confrontare le unc , o lo altre con la
legge ; e quindi tirarne l’ illazione , che in tal caso è sentenza.
§■ in. Che tota tieno sensibilità interna ei esterna. — E
della re- lazione , nella quale queste due facoltà sono con la
coscienza. Lo spirito umano, essendo riunito ad un corpo
organico, sperimenta i cambiamenti , ai quali esso corpo soggiace.
Ma, poiché questi cambiamenti possono avere per causa una cau- sa
estrinseca al corpo , e senza punto alterarlo , o pure una causa
intrinseca , sia nello stato sano quanto nel morboso , o clic pure tragga
sua origine da cagione estrinseca, perciò vi sono due specie di
sensazioni , cioè , sensazione esterna , e sensazione interna. Cosi , a
ragion d' esempio, i colori , che si sperimentano per mezzo della vista ,
gli odori per mezzo dell’ olfatto, lo stesso dicasi degli altri sensi ,
ci danno degli esempi palpabili delle esterne sensazioni. Ma
il dolore al fegato, allo stomaco , agl’ intestini, alla milza , o ad
altri visceri che alloggiano nella cavità toracica, Digitized by
Google 73 o in quella cefalica , sono esempi d’
interno sensazioni nello stato morboso ; come quello stimolo che precede
lo sterna- to, la fame, la sete, e generalmente tutte le sensazioni,
che accompagnano la soddisfazione di taluni nostri bisogni nello
stato normale , son tutti esempi d' interne sensazioni nello stato
sauo. Da ciò siegne doversi distinguere sensibilità interna ,
e sensibilità esterna : questa ci dà i cambiamenti , che vengo- no
dal di fuori ; la sensibilità interna ci dà i cambiamenti , che
riguardano i nostri visceri, tanto nello stato sano, quan- to nel
morboso. Or che ho spiegato in che consistano l’ interna , od
e- stema sensibilità, mi farò a dichiarare in quale relazione es-
se siano con la coscienza. — E, per dimostrare ciò , ricorro all’ analisi
del linguaggio. Se io dico : lo so che reggo la la- na , 1’ analisi di
questa proposizione , mi dà tre cose : 1° la luna , obbietto della mia
visione — 2° la visione , obbictto del mio sapere — 3° il sapere, o
consapevolezza, che pren- de immediatamente la visione , e mediatamente
1’ oggetto di • questa , cioè la luna. Medesimamente se dico : Io so d'
aver fame, tre elementi mi dà 1’ analisi di questo fatto
psicologico enunciato in questa proposizione ; i quali elementi sono
lo stato del mio corpo, manifestato dalla sensazione della fame, e
la coscienza che manifesta allo spirito essa sensazione. Adanque si vede
chiaro che tanto le interne, quanto le ester- ne sensazioni sono nella
stessa relazione con la coscienza, va- le a dire, che si le une, che le
altre vanno nella coscienza, come nel loro centro, a riverberare.
E qui pare opportuno ventilare una inesattezza del Gal- luppi, e un
errore d’ altri Filosofi. Siccome il Galluppi chia- ma la coscienza
eziandio sensibilità interna , perciò venne in mente ad alcuno dire che
esso Filosofo confonda esse due fa- coltà e i loro fenomeni contro del
senso da noi spiegato di sopra. Ciò è falso, perocché non è vero che il
Galluppi con- fonda i fenomeni dell’ una con quelli dell’ altra ; ma
soltanto si fa a chiamare la coscienza ancora sensibilità interna ;
o perciò vi ha solo confusione di nome , ma non di cosa. In
74 effetti i fenomeni, da noi riferiti alta sensibilità
interna , sono dal Galluppi attribuiti all* esterna sensibilità. Par che
questo Filosofo consideri la fame , la sete, e simili', spettanti all’ e-
sterna sensibilità per essere il corpo fuori dello spirito ; il che non è
esatto , poiché sarà sempre vero che altro è nn cambiamento avvenuto
soltanto nei nostri visceri , ed altro è un cambiamento avvenuto nel
nostro corpo per 1* azione degli oggetti esterni , e del quale
cambiamento il corpo è soltanto il veicolo. 5. IV.
Esposizione del tittema psicologico del Galluppi. Pria d'
esporre il sistema di quest’ insigne filosofo , il dovere di gratitudine
mi muore a dire alcuna cosa intorno allo stesso sapiente.
Quando il sensismo signoreggiava tutti gli spiriti , e la patria di
Archimede, Cicerone, Tommaso, Bonaventura, Fici- no , Campanella ,
Telesio , Vico e cento altri era serva del pensiere straniero , allora
sursc il Galluppi richiamando gli spiriti all' antica sapienza , mettendo
a nudo i sistemi , che aveano recato la desolazione e la rovina nell’
impero filoso- fico, destando gli animi dal vergognoso letargo , in cui
erano immersi. La missione di lui fu nobile, mirando sempremai a
sperperare quella falsa Filosofia , che ci venne propinata dai barbari d’
oltre monte e d’ oltre mare. Egli è vero che e- mancipato una volta il
pensiero filosofico italiano dalla servi- tù intellettuale straniera,
camminò da sé, prese un corso no- vello , ma è pur verissimo al Galluppi
esser dovuta la glo- ria d’ avernelo sottratto , coni’ è pur verissimo
essere egli stato il primo movente di quest’ epoca di restaurata
Filosofia Italiana. E, dovendo io sporre il sistema
psicologico di questo Fi- losofo. osserverò essere egli stato il primo,
che in Italia trat- tò la Psicologia con senno veramente italiano.
Nutrita l’ani- ma sua grande agli alti concepimenti d’ un S. Tommaso ,
di Digitized by Google 75 un S. Agostino
, d’ un Leibnizio , d’ un Kant, non potea far buon viso a quello sterile
empirismo , a quello stomachevole materialismo, che sensualizzano tutto ,
ed annullano la spiri- tuale atiività ; perciò questa ebbe nel suo
sistema quella parte , che la Filosofìa della sensazione le negava. Quindi
è facile comprendere che , secondo la mente del Galluppi , due son
le facoltà, che offrono gli obbietti in confuso, su cui ver- sar si dee
l’umana attività : queste facoltà sono la coscien- za e la sensibilità ;
la prima che offré il me con le sue modificazioni , I' altra il fuor del
me , e le sue relazioni col me. La nostra vita sensibile comincia da
questo punto ; e queste due facoltà ci danno la percezione dello stato
presen- te. Ma noi saremmo troppo miseri, se non avessimo la ricor-
danza degli stati passati ; ecco in noi una facoltà riproduttri- ce, die
soccorre a questo nostro bisogno. Or, presentati al- lo spirito gli
obbietti dalle sudettc facoltà , egli può agire su di essi in due modi, o
decomponendoli, o componendoli; ec- co altre due facoltà attive, analisi,
e sintesi , che sono sotto l’ impero di una facoltà, che è la volontà, la
quale è provo- cata all' azione del desiderio. Dalle quali
cose emerge esser chiaro e semplice il si- stema psicologico del
Galluppi. Coscienza , sensibilità ed im- maginazione son le facoltà , che
prima hanno luogo in noi , presentando al subbietto conoscitore i
materiali, su cui spie- gar dee la sua attività ; le prime due offrono le
percezioni presenti ; la facoltà riproduttrice poi offre lo stato
passato. Ricevuti cosiffatti materiali , che sono , quasi direi , porti
in confuso, 1* analisi decomponendo , e la sintesi riunendo , pro-
ducono tutti i tesori dell' intelligenza , cioè , le idee semplici e le
composte , le subbiettive e le obbiettive ; ed anco il concetto di Dio ,
che l’ insigne Filosofo calabrese stima sub- biettivo in origine , ma
obbiettivo in valore. Se non che è da avvertire , che i sentimenti
offerti dalla coscienza e dalla sensibilità , rispetto all' idea di Dio ,
non sono i materiali , ma le condizioni, essendo l' idea di Dio, secondo
l’ avviso del Galluppi , un prodotto della sintesi , ma avente una
realità obbiettiva. Ma 1’ analisi e la sintesi son poste in
movimento 76 alalia volontà , che esercita un
impero non solo sovra esse facoltà, ma su altre ancora, come pure sul
corpo. La volon- tà finalmente , potenza attiva c libera , è eccitata ad
agire dal desiderio, che c uno stato misto, iu cui hanno luogo per-
cezioni piacevoli c dolorose. A sette adunque riduconsi le facoltà
dello spirito , se- condo il (ìalluppi , Sensibilità , Coscienza ,
Analisi, Sintesi , Immaginazione, Volontà, Desiderio; quantunque quest’
ultimo non sia da lui considerato qual facoltà elementare, come sa-
rà detto nel seguente paragrafo. §• V. Continua V
esposizione (lei sistema del Galluppi. Se nell’ esporre il sistema
dell’ onorevole Filosofo Tre- peano ci limitassimo alle cose dichiarate
nella precedente te- si , mancheremmo di chiarezza ; nè la nostra critica
potreb- be cogliere nel segno. E perciò ora daremo opera a discor-
rere dei segni , pei quali una facoltà è elementare, secondo 1* avviso di
esso Filosofo , e 1’ applicazione eh’ egli ne fa alle facoltà per lui
statuite. Alla domanda che sia una facoltà elementare ? il
Gal- luppi risponde : Noi non possiamo conoscere le facoltà dello
spirito in altro modo, se non per mezzo delle loro operazio- ni. Noi
distingueremo dunque due facoltà dello spirito fra di esse, allora che ci
faranno percepire oggetti diversi, o allora che una operazione può andar
disgiunta dall' altra. Noi ri- guarderemo come elementare una facoltà ,
allora che la sua operazione non può decomporsi , ed in conseguenza nou
può spiegarsi coi concorso di più facoltà. Ennuciati questi
segni , egli scende a farne applicazio- ne. Cosi la coscienza è distinta
dalla sensibilità, perchè quel- la ci dà il me , e questa il fuor del me
, oggetti diversi 1’ uno dall’ altro ; adunque esse due facoltà, dandoci
oggetti diversi, sono elementari. Sono elementari ancora la
coscien- za e la sensibilità , perchè può lo spirito volgere il suo
Digitized by Google 77 pensiero agli
oggetti offerti dai sensi, c formarsi degli stes- si dell’ idee esatte ;
c pertanto si può ignorare il sistema delle facoltà dello spirito : così
un fisico , od un naturali- sta, che non sono giammai rientrati nel
santuario dei loro pensieri , ed hanno rivolto mai sempre la loro
attenzione alle cose sensibili, ignorano le leggi dell’ intelligenza,
quan- tunque sappiano quelle della natura materiale organica , od
inorganica. So adunque il meditare su i sensibili esteriori non è la
stessa cosa che il meditare sulla coscienza, adun- que la coscienza è
distinta dalla sensibilità ; adunque coscien- za e sensibililà sono due
facoltà elementari. Ma 1' immaginazione è aneli’ essa facoltà
elementare, do- manda il Gallnppi ? Al certo che sì ; perocché , su un
ob- bietto non può essere immaginato senz' essere stato perce-
pito, pure può esser percepito senza essere immaginato. Po- tendo adunque
la sensibilità , e la coscienza , o per meglio dire, gli atti di queste
facoltà esser disgiunti dall’ immagina- zione, perciò ne siegue essere 1’
immaginazione distinta dal- la coscienza e dalla sensibilità. Convien qui
notare che il Galluppi applica alla immaginazione , considerata in
attinen- za alla facoltà di percepire, non il segno della diversità
de- gli obbietti , come fece per la coscienza e per la sensibili-
tà, ma il segno della disgiunzione o separazione. Se non che l’
immaginazione, avendo due attinenze, cioè una eoo la facoltà di percepire
, e 1’ altra con la facoltà di attendere ; ed avendo il Galluppi mostrato
che , quanto alla facoltà di percepire, l’ immaginazione è facoltà
elementare , potendosi percepire, e non immaginare, restava a vedere
se 1’ immaginazione fosse facoltà elementare fn riguardo all’ at-
tenzione. Le due facoltà di immaginare e di attendere non possono andar
disgiunte 1’ una dall' altra, essendo necessario per la riproduzione un
grado d’ attenzione ; come' adunque l’ immaginazione sarà , rispetto all'
attenzione , facoltà ele- mentare ? Si risponderà essere 1' analisi una
condizione so- lamente per aver luogo il richiamo dell' idee. Ma, se
l’at- tcntiva potenza si considerasse come cagione deli’ immagina-
zione riproduttrice , questa sarebbe allora elementare ? Il
78 Galhippi asserisce di si. Da ciò si vede che coutenza ,
sen- sibilità, immaginazione, ed analiii, son facoltà elementari.
Quest’ ultima facoltà , cioè 1’ analisi, non solo è distin- ta
dall’ immaginazione, secondo il nostro Filosofo, ma anco- ra dalla
coscienza, e dalla sensibilità, perchè gli obbietti di quest’ ultime
facoltà possono esser presenti allo spirito sen- za esser decomposti,
come possono essere le percezioni de- composte senza essere ricomposte ;
e perciò la sintesi è pu- re facoltà elementare. Lo stesso vale del
desiderio , il quale può stare senza del volere ; dunque volere non è
desidera- re : ma il desiderio, essendo uno stato misto dell’anima
co- stituito di percezioni piacer oli e dolorose , perciò il
deside- rio non è facoltà elementare. A sei adunque si
riducono le facoltà elementari dello spirito, secondo la mente del
Filosofo Calabrese : esse sono la Coscienza, la Sensibilità , la
Immaginazione, la Yolonlà , V Analisi e la Sintesi, e per usare le sue
stesse parole « Ninn- ila operazione delle facoltà enunciate può
decomporsi, nè spie- garsi col concorso delle altre ; esse son dunque
tutte ele- mentari ». §■ vi. Esame del sistema
di esso Autore. Non potendo stringere in poche parole tutto ciò,
che ri- corre al mio pensiero rispetto al sistema psicologico del
no- stro Galluppi , mi occuperò soltanto di alcune mende prin-
cipali, die in esso han luogo. 1“ Questo sistema psicologico,
quantunque ammetta l’at- tività, e perciò si allontani dal sensismo
volgare , pure con- sidera le facoltà cogitative in relazione coi
sensibili soltan- to, cioè con gli stimoli sensitivi , escludendo
qualunque sti- molo ideale , che eccoti e svolga 1' umano pensiero ; e
per- ciò questo sistema, come altrove vedremo , non può andare al
di là dei sensibili, interiori o esteriori che sieno. 2° Il
Galluppi ammette più segui, pei quali una facol- Digitized by Google
79 tà può esser considerala come elementare. Ora
debbano con- correre tutti , allineile una facoltà sia considerata come
ele- mentare ? o pure due , o uno bastano all' intento ? E se un
segno è in opposizione ad un altro, vale a dire, se una fa- coltà sia
elementare per un segno , e noi sia per un altro , sarà essa in tal caso
elementare? A tutto questo il Gallup- pi non pose mente. Anzi pare che
egli , non potendo riu- scire con un sol segno, ne abbia escogitato più
d’ uno. 3° In effetti egli considera la sensibilità e la
coscienza quali facoltà elementari, perchè ci danno oggetti diversi;
va- le a dire, perchè la prima ci dà il fuor del me , e la se-
conda il me. Ma il Galluppi non considerò che queste facol- tà non possono
andar disgiunte ; il che egli dimostrò con- tro Leibnizio , cioè che di
ogni percezione lo spirito ne ha coscienza. Adunque, se la coscienza e la
sensibilità non pos- sono andar disgiunte , quantunque ci danno oggetti
diversi , saranno esse mai elementari ? Qui un segno è in opposi-
zione con un altro , a quale dei due convien dare la pre- ferenza ?
4° Ma la coscienza e la sensibilità , dandoci percezioni cT oggetti
diversi, sono per questo elementari ? Pare di nò , giacché tutte e due
non sono altro che facoltà di percepire internamente, o esternamente, e
perciò si risolvono nella fa- coltà di percepire. 5° Il dire
poi che lo spirito , potendo meditare su gli oggetti dei sensi , ed
acquistare delle idee chiare e distinte di essi , ed ignorare ciò che
riguarda la coscienza, e perciò la coscienza esser distinta dalla
sensibilità , non è un valido argomento; giacché, se la diversità delle
facoltà dovesse de- sumersi dalla diversità degli oggetti , su cui si può
versar T umano pensiero, c dalla varietà delle cognizioni che se ne
ritraggono , allora non una facoltà di sentire esternamente , ma tante,
quanti sono gli oggetti relativi ad ogni senso ; il che vale che si
dovrebbero ammettere cinque facoltà elemen- tari spettanti alla
sensibilità esterna, e non una. G° Quanto all' immaginazione,
rispetto alla sensibilità o all’ attenzione, considerandosi come un
prodotto di esse due 80 facoltà, essa si
spiegherà per quelle, e non sarà elementare. 7° Le due facoltà
d’analisi e di sintesi, essendo attive, o volontarie , esse si potranno
riguardare come effetti della volontà , con la quale nascono , ed hanno
medesimezza di natura. 8° Del desiderio non mi occuperò,
perchè* l’ Autore stes- so conviene non esser facoltà elementare.
Dalle quali poche riflessioni fatte, cosi di volo, sul siste- ma
psicologico dell’ insigne Galluppi , sono condotto alla se- guente
conclusione , cioè che se le facoltà spirituali si con- siderano in
relazione agli oggetti, allora ne vedremo nascere tutte le facoltà
enunciate dall’ Autore, e altre ancora, e noi siamo lontani dal negarne
1' esistenza ; ma se poi vogliamo considerar le facoltà non rispetto agli
oggetti, ma in se stes- se , allora ci sembra chiaro che a due si debbano
ridurre tutte le facoltà elementi dello spirito, cioè intelletto , e
ro- lontà, facoltà di percepire o di conoscere, e facoltà di vo-
lere. Questo sistema non solo è adombrato nella Filosofia antica con
Platone e con Aristotile , e nella moderna da al- tri Filosofi espressamente
dichiarato , ma pure è il sistema del senso comune. §■
VII. Efpotizione del siitema pticologico del Condillac.
Pria di farmi ad esporre il sistema dell'abate di Con- dillac, è
mio dovere dire alcuna cosa intorno alla Filosofia del sensismo.
Questo sistema, detto sensismo o sensualismo , non è un trovato
dello spirito umano nei secoli diciassettesimo o di- ciottesimo ; ma
risale alle prime concezioni, della Filosofia Indiana, dalla quale passò
alla Filosofia Greca, a quella Ro- mana , a noi. Non intendo io dire che
tutti i Filosofi ab- bian seguito colai sistema , clic anzi i più potenti
intellet- ti mai sempre gli si opposero ; ma intendo soltanto
signifi- care che tale aberrazione ebbe culla appo gli antichi , è
Digitized by Google 81 riapparsa quasi in lutto
l' epoche ; ed ebbe finalmente nel secolo passato il suo massimo
svolgimento , e la più estesa applicazione. Senza dunque
tener parola dei famosi sensisti, che ap- parvero appo gli antichi ,
basterebbero soltanto gli Elvctius, i Volney , gli Holbach , i Tracy
consorti per farci com- prendere le laide illazioni, a cui conduce la
miserabile Filo- sofìa dei sensi. lilla è Ateismo in
Religione, Materialismo in Psicologia, Egoismo in Morale, il dominio
della forza, o il potere ar- bitrario nelle scienze giuridiche ; in somma
il sensismo è l'esclusione dell’Assoluto nel doppio giro del conoscere e
del volere. laonde non sarà discaro esporre in brevi detti il
si- stema psicologico del Condillac ; e poi in altra tesi fame la
confutazione, quantunque dal semplice lato psicologico. Tutte le
facoltà dello spirito seno tentazioni trasforma- te. ossia derivano dalla
sensazione ; sono , quasi direi , rac- chiuse in essa : appunto come il
ghiaccio si trasforma in acqua , e questa in vapore , cosi la sensazione
si trasforma per divenire ciascuna delle facoltà mentali ; o come il
lino si trasforma in tela , e questa in carta , cosi la sensazione
si trasforma in tutte le facoltà. Cosi 1’ attenzione non è già F attività
in opposizione alla passività , e soltanto preceduta dalla sensazione, ma
è la stessa sensazione ; con la sola dif- ferenza , che quando lo spirito
sente , ha molte sensazioni ; quando attende, ne ha una sola
esclusivamente : quindi 1’ at- tendere è uno stato dello spirito
concentrato nella stessa sen- sibilità, ma che ha una sensazione.
Presso a poco la stessa cosa egli dice pel paragone, pel giudizio,
per la riflessione , immaginazione , e pel raziocinio , facoltà che tutte
racchiude sotto il nome d’ intelletto. Adun- que le facoltà dell’
intelletto sono trasformazioni della sen- sazione, considerata come
rappresentativa degli oggetti ester- ni , come le facoltà della volontà
sono trasformazioni delle sensazioni, considerate come piacevoli e
dolorose. E siccome 6 82 intelletto
e volontà con vocabolo comune si chiamano pernie- rò, perciò tutte le
facoltà del pensiero sono sensazione tra- sformata. Fu tanto
e tale 1’ accecamento di quest* Autore, e la sua predilezione pel
sensismo , che 1’ io stesso fece derivare dal di fuori, essendo l’ io del
Condillac a La collezione delle sen- sazioni , che ciascuno prova'
». §. VUI. Confutazione del tistema psicologico del
Condillac. Noi opporremo al sensismo Condii lacchiano le segueuti
riflessioni : 1° Chi dicesse questo sistema è semplice , dunque
è vero , errerebbe , essendo la semplicità cosa relativa al no-
stro spirito, e la verità assoluta, indipendente da noi. Sol- tanto si
deve dire , essere il sensismo , attesa la sua super- ficialità, come la
buccia della Filosofia ; c perciò ben si afia con le menti superficiali,
e che non penetrano sin nel midol- lo della scienza. 2°
Questo sistema è smentito dalla coscienza individua, e da quella del
genere umano ; dalla prima perchè ognuno ben si accorge essere il proprio
spirito ora passivo, ora at- tivo ; ed il sistema del Condillac riduce
tutti i fatti psico- logici alla passività. È smentito dalla coscienza
umanitaria, perchè le lingue , nelle quali si rivela lo spirito dell’
uomo , porgono da per tutto , a chi ben vi mediti , una distinzione
fra vedere e guardare ; fra udire ed ascoltare ; fra odorare e fiutare ,
c simili ; in somma le lingue dei popoli chiaro ad- dimostrano la
differenza , che vi ha fra sentire passivamente e sentire
attivamente. 3° È assurdo ancora che 1’ attenzione sia sensazione
, perchè 1’ attenzione è raggio dell’ umana attività , che deter-
mina , fissa , chiarifica c distingue ciò che nel sentire è va- go,
indeterminato, oscuro e confuso. 4° Se l' attenzione fosse sensazione
, essa dovrebbe cs- Digitized by Google
83 sere in ragione sempre del sentire ; il che non essendo
ve- ro, mostrandoci l’ esperienza degli spiriti , nei quali è mas-
sima la forza di sentire, e minima quella di attendere, per- ciò 1*
attenzione è tutt' altro che sentire. 5° L’ essere poi la facoltà
attentiva applicata alle sensa- zioni, e in relazione perciò con gli
organi, e con gli ogget- ti, ciò non dimostra che sia la stessa cosa
della sensazione, ma soltanto dimostra il mutuo soccorso, lo scambievole
aiu- to che si porgono le mentali potenze. Anco nelle funzioni
organiche del corpo umano vi ha dipendenza, vi ha ordine ; cosi non può
aver luogo la chilificazione senza la chimifica- zione, e questa senza la
deglutizione, e questa senza il ma- sticare e l' insalivare i cibi ; ma
chi sarebbe cosi sciocco da dire che la chilificazione, e tutte le altre
funzioni digestive si riducessero alla masticazione ? 0° Nè
il giudizio, nè il raziocinio si possono ridurre al- la sensazione ,
perchè non solo nel giudicare e nel ragionare si attende , si astrae, si
analizza , ma si riducono ad unità sintetica i concetti, la quale unità
sintetica è tanto lungi dal- la sensazione, quanto f attività lo è dalla
passività. 7° So le potenze di giudicare e ragionare fossero
ten- tazioni trasformate , in qual modo potrebbe avvenire che i
nostri giudizi , c i nostri raziocini sarebbero talvolta in op- posizione
alle stesse sensazioni ? In qual modo lo spirito li- mano avrebbe potuto
formare l’Astronomia Copernicana, che è razionale , in opposizione all'
Astronomia Tolomaica , che è empirica? Dai quali argomenti ho
il dritto di concludere, essere il sistema del sensismo una di quelle
aberrazioni dello spirito umano, che non hanno alcun valore scientifico ,
senza tener parola delle assurde illazioni , che degradano 1’ uomo , e
nel- le quali esso và a sprofondarsi. 8i
§• nc. Continua la confutazione del seminilo del Condillac.
Nò metterei fine a questa tesi, se volessi enunciare tut- ti gli
argomenti, che annllano la Filosofia della sensazione : solo addurrò
quest’ argomento , che vai per mille ; ma che non mi è dato svolgere come
trovasi nella mia Dissertazione sul Sensualismo. Se pensiero
c sensibilità sono , secondo i sensisti , la medesima cosa, seguir ne
deve che i prodotti tutti del pen- siero devono corrispondere
perfettamente alle cose sentite, e alle sensazioni ; ma 1' esperienza ci
dimostra dei pensieri, il cui tipo intero non esiste in natura , come
avviene nei pro- dotti della sintesi immaginativa civile, e della sintesi
imma- ginativa poetica; adunque pensare non è lo stesso che senti-
re , tutte le facoltà dello spirito non sono concentrate nella
sensibilità. In altro modo: se pensiero e sensibilità sono, se- condo i
sensisti , la stessa cosa, tutti i prodotti del pensiero dovendo
corrispondere alle sensazioni ed agli oggetti sentiti , non potrebbe
essere nell' umano spirito alcun pensiero in opposizione ai portati del
senso , o che trascenda in alcun modo le sensazioni, gli oggetti dei
sensi ; ma 1' esperienza ci dimostra come esistenti negli umani
intelletti dei concetti iu opposizione alle sensazioni , o che trasandano
le cose senti- te , come se ne ha un esempio nell' Astronomia Copernica-
na , ed in molte verità delle Matematiche Pure , e simili ; adunque
pensiero e sensibilità non sono tutt’ uno , tutte le facoltà dell'
intelligenza non sono racchiuse in quella di sentire. Iti altro
modo finalmente. Se pensiero e sensibilità sono la stessa cosa, tutti i
concetti umani , dovendo corrispondere alle sensazioni , devono perciò
essere in ragione della perfe- zione dei sensi ; c perciò animali aventi
pari perfezione di sensi, dovrebltero avere uguale intelligenza ; e
animali aventi sensi meno perfetti d’ altri animali , dovrebbero avere
meno intelligenza: ma l’esperienza dimostra a inissimo lume., la
perfezione , o imperfezione dei sensi, almeno sino ad un cer- i by
Google 85 to segno, in nulla influire sulla
perfezione, o imperfezione del* f intelligenza ; adunque pensare non è
sentire; pensiero e sen- sibilità non sono la medesima cosa. Che poi i
gradi dell' in- telligenza non corrispondano alla perfezione , o
imperfezione dei sensi , è facile a dimostrarlo ; perocché la scimia ha
i sensi uguali, o quasi uguali a quelli dell'uomo; c pure è im-
mensa la : distanza , che separa quel bruto dalla specie uma- na : cosi
il negro ha i sensi più perfetti dell' Europeo, ed il selvaggio gli ha
più perfetti dell’ uomo incivilito ; e pertan- to le loro intelligenze
sono immensamente distanti. E la sto- ria non ci mostra celebri pittori
con vista fioca ? e famosi maestri di musica con debole udito ? e l’
oratore greco non avea sortito dalia natura imperfettissimo l’ organo
della favel- la? forse diremo che le scoperte dei grandi, come di un
Ga- lileo, e di uu Newton sieno dovute a maggior perfezione sen-
sitiva ? Concludo adunque esser futile il sensismo ; e perciò
do- versi considerar 1’ anima come dotata di facoltà attice, le qua-
li, operando sulle sensazioni, producono quelle idee comples- se non
aventi un tipo intero nella natura ; le quali, malgra- do 1* imperfezione
relativa dei sensi, rendono 1’ essere, che ne. è fornito, più
intelligente d' altri esseri di sensi piti perfetti. Le quali facoltà in
fine , operando sulle primigenie notizie , che sfuggono ai sensi , e alla
coscienza , danno nella cogni- zione riflessa quei pensieri che
trascendono ogni esperienza. §• X. Sublime sentenza
dell' Apostolo delle Centi che annulla il sensismo. Non si
dilungherebbe dal vero , chi dicesse che le sacro pagine, non solo
contengono ciò che è necessario alla salute delle anime, ma ancora tante
preziose verità , che dalla spe- culazione svolte ed applicate
convenientemente, han virtù di condurla ove ardentemente brama.
80 Ciò diciamo a proposito d' una sentenza dell'
Apostolo delle genti , la quale , comechè da altri in altro modo
spie- gata e bene , pure nessuno ha subodorato che essa è capace d'
essere in altra guisa esplicata : tanto è semenzaio fecondo di verità I
Eccomi alle prove. Sentio aliarti legem in mtmbrit meis repugnantem Itgi mentis mee.
( Rom. VII. 23 ). In
questa verità psicologica, se ben vi si mediti, si ve- drà a chiarissimo
lume la morte del sensismo. S. Paolo annunzia un antagonismo fra la
legge della mente e quella dell’ organismo, fra la ragione e il senso,
fra la legge dello spirito e quella del corpo. Or so ciò è vero ,
com’ è verissimo, semplice è il raziocinio che dobbiam fare per mostrare
che essa conduce ad annullare il sensismo. Pe- rocché se ia legge dello
spirito è in opposizione a quella del senso , ossia se la legge razionale
è in antagonismo a quella sensitiva , ne segue che la legge della ragione
non può veni- re da quella dei sensi: ma se la legge razionale non
pud scaturire dal senso , ciò vale che dehbe essere diversa dalla
legge sensuale : ma se la legge razionale é diversa da quel- la sensuale,
ciò vuoi dire che la vita intellettiva, la vita mo- rale non è la stessa
della vita sensitiva : ma se la vita ra- zionale non è la stessa della
sensuale , chiaro ne emerge che tutto non è sentire, ogni cognizione,
ogni atto spirituale non essere acchiuso nella vita sensitiva , ossia l’
intelligenza non esser la stessa cosa della sensibilità.
Questi argomenti sono inconcussi : essi sono poggiati sulla
sentenza dell'Apostolo, la quale è evidente, annuncian- do un fatto che
ogni uomo può in sé osservare. Ognuno è spettatore di una serie di
combattimenti , che durano quanto la vita ; nc’ quali se la parte
sensuale vince , 1’ uomo va a precipitarsi nelle vie de’ vizi , se vince
la razionale , la virtù riesce vittoriosa. Ciò non solo nella vita
individua , ma vaio eziandio per quella delie nazioni , giacché civiltà e
barbarie son due perìodi, nei quali ha il predominio la ragione sai
sen- so o questo su quella. Digitized by Google
87 Adunque mi par bello concludere : se la legge della ra-
gione è in opposizione a quella del senso, la legge della ra- gione non
può venir dal senso — se la legge della ragione non può venire dal senso,
essa non sarà identica a questo-— dunque l' intelligenza e la sensibilità
non sono la stessa co- sa — adunque il sensismo è distrutto , svolgendo
le parole dell’ Apostolo. Digitized by Google
Digitized by Google 89 OSSER
VAZI0H1 SOPRA IL CENNO FILOSOFICO (1). DEL MERITO
COMPARATIVO DI PASQUALE GALLUPPI E CARLO
ANTONIO PEZZI «s s a mw » Volle il Sig. A. S. dare a luce un
cenno sul meri- to comparativo di Pasquale Galluppi e Carlo Antonio
Pez- zi, sul quale cenno dirò apertamente, ma educatamente , alcuni
miei pensieri. E senza dir altro entro in materia. Dapprima
l’autore si fa a discorrere sulla necessità dell'arte critica, e,
toccando altre cose, dice: » Se riguardiamo I’ opera di quest’
ultimo compresa » in cinque volumi , edizione di Messina 1’ anno 1830
. » osservasi , che raggira nei primi quattro volumi sulle »
facoltà dello spirito e suoi fenomeni, nell’ultimo sull’e- » tica , che
vuol dire quanto basta alla filosofia raziona- li le e morale, con
nessuno o pochissimi cenni sui reci- » proci rapporti, che ha l’uomo
fisico e morale, rappor- » ti che han cagionato la vera filosofica
rivoluzione negli (1) Questo Cenno fa inserito nel giornale dello
Spettatore Zan- cleo ne’ numeri 39. 40. 45. 49 anno primo , e numeri 5. e
6 anno secondo. Digitized by Google
90 » ultimi tempi, di cui ne parla egli medesimo; ed a
sa- » per la quale impegna i giovanetti studiosi ; rapporti » senza
di cui spesso un Glosofo captai nubem prò lu.no- » ne, o si diffonde in
cose vane ed insulse, anziché pro- » ficue all’umana vita; o pur con ali
di cera tenta pog- » giare ove poggiar non lice. Se sia ciò vero,
svolgiamo- » ne l’ indice ». Che i primi quattro volumi degli
Elementi di filosofia del Sig. Galluppi trattino dell' intelletto , cioè
dello spirito considerato essere che percepisce, conosce, e l’ ultimo
del- la volontà , io nel nego , anzi dico che esatta e naturale ue
è la divisione , come il sullodato autore in varie sue opere ha detto
(1). Ma l' espressione del critico A. S. manca di esattezza , giacché ei
dice « raggira nei primi quattro volumi sulle facoltà dello spirito e
suoi fenomeni, nell’ ultimo sull’ etica ». Al che rispondo : non solo
i primi quattro volumi, ma eziandio l'ultimo discute le fa- coltà
dell' anima , perchè esso volume ha per oggetto la volontà, la quale,
come si sa, è potenza del subietto pen- sante. Questa inesattezza essendo
di poco rilievo in con- fronto degli errori, clic a larga mano sono
sparsi in que- sto cenno , credo miglior consiglio applicarmi ed
appa- lesarli. Il sig. A. S. asserisce ancora che I’ esimio
Gallup- pi faccia pochissimi cenni dei reciproci rapporti delle due
nature , fisica e morale ; e se fosse come ei dice , segui- rebbe che
spesso captai nubem prò Junone ? o che si diffonde in cose cane ed
insulse ? o con ali di cera pog- giare tenta, ove poggiar non lice? Qual
logica è mai que- sta ! Al più avrebbe potuto dire che f autore sia
man- cante. In vero il dire che un filocofo non trattando este-
samente de’ detti rapporti spesso captai nubem cc. cr. ec. si è dire che
tutta la filosofia razionale c morale si re- stringe in tali rapporti , o
che ogni dottrina filosofica si Digìtized by Google
91 spiega mercè degli stessi. Quanto ciò sia falso, è facile
di- mostrare. In primo luogo la filosofia è, secondo il
Galluppi, la scienza dell' umano pensiero , che è all’ uomo svelato
dal senso interno. Difatti è questa facoltà del suo essere pen-
sante, che lo avvisa sentir piacere e dolore, aver memoria, giudizio ,
volontà ec. Applicando perciò il raziocinio allo rivelazioni di essa
coscienza , viene in tal modo a cono- scere le funzioni del suo pensiero
: Logica , Metafisica , Morale riconoscono questo fondamento. Basta
riflettere , che se i fatti intellettuali e morali dall' uomo
avvenissero esternamente, sfuggirebbero alle operazioni sensibili ,
non avendo alcuna qualità de’ corpi , onde renderci chiari die il
mezzo di scoprirli si, è la coscienza. Ma, dirà alcuno , de'
reciproci rapporti del fisico sul morale nulla dovrà dire il filosofo?
Ecco la mia risposta. Che il morale sia dipendente dal fisico , è un
fatto che non puossi trascurare dal filosofo : egli intanto debb'
es- sere molto cauto , vale a dire non dee credere potersi tutto
spiegare in si difficile materia ; perchè questa di- pendenza, quantunque
in alami casi di leggieri spiegasi , tuttavia in molli si nasconde. Cosi
farà egli ottimamente discorrere sulla differenza delle due vite dell'
uomo , ve- getabile ed intellettuale, come pure parlando della
sensibi- lità dimostrare che i nervi sono gli strumenti di questa
potenza ; che il moto in essi organi impresso deve tra- smettersi al
cervello onde avere I' anima la sensazione : in tal modo si aprirà la via
a poter agevolmente parlare delle anomalie delle sensazioni. Aggiungerà
al cenno de- gli organi del senso , un altro al luogo debito , sugli
or- gani del moto. Ancora dovrà , trattando delle passioni ,
dimostrare com' esse producono alterazioni sul fisico ec. ma queste ed
altre cose entro brevi ceuni alfine di otte- nere il suo scopo. Veramente
analizzare 1’ umano spirito. 92 senza dire
parola del corpo , si è stoltamente immagina- re esse sostanze fra loro
indipendenti, o credere clic nul- la , dopo tante laboriose indagini , si
sappia su tal mate- ria ; e si la prima che la seconda cosa mostrerebbero
, in chi ciò credesse, pochezza di mente. Ma se il filosofo stima
che si possa in tutti i casi particolari render ragio- ne di cosiffatta
dipendenza , andrà errato ; ei farà ipote- si, congetture maggiori in
numero delle cognizioni certe, e spesso ridicole , rendendo in tal guisa
la scienza del pensiero un miscuglio d' ipotesi e congetture. Un
filosofo difatli che volesse conoscere lo stato del cervello,
quando lo spirito giudica, o ragiona , ossia decompone e combina le
sue idee, o quando è agitato da desiderio, o passione, o sia che vuol e ,
tenterebbe l’ impossibile. Facciasi il pa- ragone delle opinioni di
coloro, che si sono addetti a que- ste indagini , e facilmente si vedrà
che inutili sono stati gli sforzi, coi quali si è osato strappare il velo
alla natura in tali cose , almeno sinora. Laonde il filosofo
meditando che l’ oggetto positivo della filosofia , come vuoisi , è
l'u- mano pensiero e che la coscienza nè il mezzo , discuterà le
forze dell' intendimento , I' origine e generazione delle idee, le leggi
del raziocinio, quelle della volontà avendo a guida la vista interna
precipuamente : e ponendo mente poi al fatto della dipendenza dell' anima
dal corpo , egli lungi dalla presunzione di spiegarlo in tutte le sue
parti- colarità , limiterà le di lui investigazioni a pochi fatti
senza imbaltere in ipotesi arbitrarie e stranissime. Questo parere avrà
più sotto maggior lume. Ora venendo al sig. (jalluppi , dico eh’
egli stima il fondamento della filosofia essere la coscienza ; egli
ammet- te il fatto generale della dipendenza del fisico dal mora-
le , ma crede nascondersi interamente ne' casi particola- ri (2). E
quantunque io pensi un pò diversamente riguar- do a ciò , pure mi è forza
dire eh’ egli non caplat nu- Dìgitized by Google 93
bem prò Junone ec. ma die solamente sia alquanto man- cante.
Imperocché se il sullodato filosofo non fa estesi cenni de' rapporti
aventi il corpo collo spirito, pure con- fessa, siccome ho detto, la di
loro dipendenza ; parla dei sensi come degli organi della sensibilità;
che il moto fat- to sui nervi dee esser condotto al cervello: che negli
es- seri sensitivi della stessa specie o differenti perchè provve-
duti di organizzazione diversa, hanno sensazioni dissimili ec. ; che per
effetto della ripetizione le sensazioni scema- no, mutando lo stato degli
organi ; che le passioni produ- cono notabili alterazioni sul corpo ec.
Queste ed oltre i- dee sul reciproco influsso leggonsi negli Elementi di
filo- sofia del Galluppi ; e comechè ei ne faccia pochi cenni ,
pure non ispiega tali fatti senza I' ajuto del fisico. A ciò aggiungi,
che Cartesio, Locke, Condillac, ancora pel cri- tico ristoratori della
filosofia, analizzando I’ umana intelli- genza, parlando de’ detti
rapporti non più, se non meno, del sig. Galluppi , spesso si diffusero
dunque , secondo la logica del sig. A. S. , in cose rane ed insulse ,
anziché proficue all' umana rila, o con ali di cera poggiare ten-
tarono ore poggiar non lice. Se ciò è vero , con qual diritto egli asserisce
che furono i ristoratori d’ ogni filo- sofia ? Io poi vorrei sapere dove
il Galluppi per mancan- za delle cose sudettc captai nubem prò Junone ec.
e do- ve con ali di cera poggiare lenta ore poggiar non lice : anzi
il chiarissimo filosofo non imprende giammai a spie- gare l’ unione dell’
anima col corpo , I' essenza de’ corpi , la natura Divina, la creazione
ed altre cose , la esistenza delle quali , quantunque da lui riconosciuta
e con valide ragioni provata, è pur non dimeno limite dell’ umano
sa- pere. Il filosofo debbo contentarsi di conoscere l’esistenza di
Dio, dell’ anima, de' corpi, ma dee astenersi di pene- trare ciò che
trasanda la sua mente : Dio esiste , ma è incomprensibile ; 1’ anima
esiste , ma la sua unione col Digitized by Google
94 corpo è un mistero : £' uomo non è fallo ni per lulio
sapere, nè per lutto ignorare. Tali sono gli ottimi pensa- menti del
profondo Galluppi, e perciò non può dirsi che con ali di cera poggiare
tenia ove poggiar non lice (3). Ma il Critico dice : « Se sia ciò vero,
svolgiamone 1" in- dice ». Udiamolo dunque per esser ben disposti al
giu- dicò). Scende dopo di ciò il sig. A. S. ad esporre le
dot- trine dell’ ideo logo di Tropea , ed offrendo la ideologia di
lui dice : » Passa quindi all’ ideologia , si occupa della
origine » delle idee, da quali facoltà esse dipendano, senza però »
distinguere nozioni da idee ». Le quali parole sono evidentissima
prova della super- ficialità con che egli ha letto gli Elementi di
filosofìa del signor Galluppi. Trascrivo le parole di quest’
ultimo. » Si può finalmente riferire il vocabolo d’ idea agli
» oggetti estesi , e quello di nozione agli oggetti ineste- » si , e dire
p. e. l’ idea dell’ arbore , la nozione della » virtù » (4j.
Segue il Critico A. S. » Ei le fa nascere or dal- » f analisi , or
dall’ analisi e sintesi ; che avvi delle idee » semplici generate dalla
sintesi, che i rapporti sono sem- » plici vedute dello spirito ; e perciò
possano dirsi non » idee, ma sentimenti di esso ». Mi duole
oltremodo ch'egli non abbia concepito le profonde dottrine del Ch.
Galluppi. Non và a dubbio che questi , 1. ° Ammetta
idee semplici generate dalla sintesi; 2. ° Che i rapporti sieno
viste dello spirito; ma che dica che i rapporti possano dirsi non idee,
ma sentimen- ti di esso (dello spirito) ò nella testa di A. S. e
non già in Galluppi. Perocché avendo egli nella Psicologia giu-
diziosamcule osservato, eh' esistono alcuni rapporti ideali,
Digitized by Google 95 estrinseci, logici, vedute
dello spirito, e non reali nei cor- pi, effetti in somma della sintesi
ideale ; era d' uòpo Ta- cendo indagine dell' origine delle idee,
ammetterne alcune dall’ attività sintetica originate. E perchè l’
illustre Laro- romiguiere avea detto i idea essere un sentimento
distinto e sviluppato da altri sentimenti , e perciò l' idea di
rap- porto essere rinchiusa nel sentimento di rapporto ; il
Galluppi ha per questo con non poca penetrazione osser- to che l’ idea di
rapporto, sebbene supponga i sentimenti come condizioni , da essi pure
non è sviluppata , avendo origine dalla sintesi. Ond’ è eh' essa idea
relativa è nel sentimento, non già in origine, ma bensì nel
risultamen- to, o immediatamente alla sua nascita. Veramente la
dot- trina del Prof. La Romiguiere pativa troppa imperfezio- zione,
essendo in contraddizione coi pensamenti di esso autore sui rapporti (5),
come il sullodato Galluppi ha con fiuo accorgimento rilevato (6). Perchè
non nasca alcun dubbio, ecco ciò che ho Ietto nella sua ideologia.
» Parlando della sintesi abbiamo spiegato la sintesi » ideale, ed
abbiamo mostrato, che i rapporti sono sem- a plici vedute dello spirito ,
a cui non corrisponde alcun a oggetto reale al di fuori. Si deduce da ciò
che non si a possono dare sensazioni di rapporti. Ma i rapporti,
es- » sendo vedute dello spirito, sono reali in lui , e sono a
perciò un oggetto della coscienza ; quindi pare che si » possa dire , che
noi abbiamo il sentimento del rappor- a to , come diciamo di avere il
sentimento del giudizio , » del raziocinio , della volontà cc. Meditando
su questo a sentimento pare che potremmo formarci le idee dei a
rapporti a. a Ma se il rapporto è un idea , per poter avere
il a sentimento del rapporto, fa d'uopo che questa idea sia »
formata, ed abbia esistenza nello spirito a. » Ora si tratta di
spiegare appunto l'origine di quo 96 » sla idea
di rapporto , la quale è antecedente al senti- » mento del rapporto, cioè
alla coscienza di questa idea. » In conseguenza non è esatto il dire ,
che l’ idea relati- » va sia racchiusa nel sentimento del rapporto, come
di- » ce l’ illustre La Romiguierc. Eccovi alcune osservazio- » ni
su quest' oggetto : 1° I rapporti nascono dalla com- » parazionc dello
spirito ; e perciò vero quello che ab- >< biamo asserito di sopra ,
che le nostre idee sono un ì> prodotto , dell' analisi o dell' analisi
e sintesi insieme. » 2° Supponendo la sintesi un analisi antecedente, e
que- » st’ analisi esercitandosi sulle sensazioni , è vero ancora »
quello che abbiamo asserito , cioè che le nostre idee » nascono dall'
azione dello spirito sui nostri sentimenti, » e perciò i materiali delle
nostre idee, ed in conseguen- » za delle nostre conoscenze sono i
sentimenti. 3° Le » idee de' rapporti avendo esistenza nello spirito son
sen- » tite dalla coscienza , esse non sortono dunque dalla sfe- »
ra dell'attività del sentimento; esse sono nella coscien- » za , e perciò
nel sentimento non già nell' origine , ma » nel loro risultamento , o
immediatamente alla loro na- » scita » (7). Dalle quali
riflessioni raccogliesi , che il sensatissimo autore non dice non potersi
chiamare il rap/iorto idea dello spirito, ma sentimento, che anzi dice
idea relativa, sentimento relativo ; e solamente , mostrando l’ origine
di tale idea . effetto della sentisi ideale, stabilisce esser sen-
timento nel risultamento, o immediatamente alla sua na- scita , e già in
origine. Il sig. A. S. come ognun vede, ha dimostrato chiaramente di non
intendere la dottrina del Galluppi, o, se vuoisi, di non averla saputo
esporre ; c si P una che P altra cosa meritano biasimo , che si ri-
ferisce a chi imprende a dettar critiche , spezialmente su materie
cotanto delicate, c su un autore pieno di profon- de dottrine.
Digitìzed by Google 97 Dopo d'avere esposte le
dottrine de' sigg. Galluppi e Peni, viene il critico a darne il suo
giudicio. » Ingenuamente, cosi egli, in prima dico che il
sig. » Galluppi nello enunciare le sue dottrine dà ad esse » tanto
peso che mi fu maggior pressa a riscontrarle ne- » gli Elementi di sua
filosofia per rilevarne f importan- » za. Voglia il cielo che i
metafisici rinvengano verità » sempre conducenti a felicitare il mondo ,
e scemarne i » malanni, c non mai a mettere in tortura le menti per
» leggerissime baje, o per articoli inestricabili e vani ». Non
senza potentissime ragioni il eh. Galluppi dà alle sue dottrine tanto
peso ; perciocché coscio egli del- l'origine delle dottrine che in
filosofia han cagionato ter- ribili rivoluzioni , ed han tanto nociuto al
progresso del- la scienza, introducendo errori mostruosi, e volendo
dare ad essa solida base, ha avvisalo ai giovanetti, che spesso non
veggono lutti i rapporti, della gravissima importan- za delle dottrine ,
eh' egli sempre mai con somma pene- trazione discute. Chi è addentro in
fatto d' ideologia , sa meglio di me quanto importi avere un analisi
perfetta al possibile delle potenze dell’ intendimento. Basti
osser- vare che la falsa idea di concentrare le funzioni dell'ani-
ma umana nella sensazione , la spogliò del potere di co- noscere Dio, la
privò della libertà, condannandola ad una cieca necessità, e per ciò
distrusse la moralità delle azio- ni , ridusse i bisogni a fisici ed ogni
atto dal vile inte- resse originato : il che vuol dire , abbassò f uomo
alla condizione del bruto. Ne son chiaro esempio Elvezio, Tra- cy e
consorti. I filosofi sanno parimenti f importan- za delle quistioni
relative all’ origine delle idee : si trat- ta degli clementi dell’ umano
sapere. É d' uopo esa- minare le opinioni di Cartesio , Locke , Leiboitz
, Kant ed altri filosofi ; questioni che ( agli inesperti )
potrebbe- 7 98 ro sembrare di poco
conto , ma oramai d' altissima im- portanza. Cosi le logiche definivano
le idee, le percezioni per le rappresentazioni , le immagini degli
oggetti , ma che dedusse il filosofo di Kocnisberg da questa
definizio- ne ? L’ io essere un’ apparenza , e noi nell’ impossibilità
di conoscere la sua esistenza : strano dcliramento , ma legittimamente dedotto
da un principio scritto ne' filosofi. Chi ignora la dottrina di Hurae
sulla causalità ? Con es- sa il filosofo inglese , oltre le perniciose
illazioni per le scienze fisiche, ci vieta di dedurre dall'esistenza del
mon- do quella dell’ Ente Supremo ; ed i filosofi sanno la filo-
sofica rivoluzione che Kant formò, prendendo le mosse dal falsissimo
principio di Hume. E chi mai avrebbe creduto che il sistema di Berkeley,
per non dir ancora di Hume, è basato sulla teoria delle idee di Locke? In
fine, dando uno sguardo alle varie scuole filosofiche, cioè
scetticismo, dommatismo, empirismo, razionalismo, materialismo,
idea- lismo ec. agevolmente si verrà a capo di conoscere l'im-
portanza della discussione di quelle questioni, la soluzione delle quali
può mettere un filosofo in istato di cogliere la verità. Al certo , che
farà il filosofo ? Accetterà tutte le opinioni de' filosofi ? Non già ,
perchè sarebbe ammettere nel pensiero la contraddizione. Rigetterà tutti
i sistemi? Nou è da savio , sendo in essi delle cose vere miste
alle false. Nè 1’ una nè 1’ altra cosa essendogli permessa , ecco
il vero mezzo. Egli meditando e ravvicinando tutti i si- stemi senza
studio di parte , ne coglierà ciò che hanno di vero , rimuovendone le
falsità e migliorandone al pos- sibile le dottrine (7). Ecco l’ immensa
fatica del Galluppi. L’ignoranza dello stato della filosofia fa dunque
riguarda- re cose vane , leggerissime baje , cose d' altissima
impor- tanza. Il critico ha pure osalo dire inutile la quislione
del modo con che l'anima conosce se stessa ; ma di ciò Digitized
by Google 99 iti appresso. Ma quali sono queste
leggerissime baje? Qua- li gli orlinoli inestricabili e vani ? Eccoli :
» Intanto s' accinge , segue A. S. , egli all' analisi » delle
umane facoltà facendo capo dal raziocinio; e do- li po aver parlato sui
giudizi , passa a quella , per lui e » per qualche altro, famosa
distinzione di raziocini' puri, » empirici, e misti. Ma dico io, se
questa distinzione far » non si volesse , qual danno si recherebbe al
progresso » di essa scienza ? » Queste parole fan chiarissima
fede dell' estesa cogni- zione che ha il critico della filosofìa. É in
filosofia la di- stinzione delle verità pure da quelle empiriche di
tanta importanza, quanto lo è avere buoni elementi filosofici. Non
sa il sig. A. S. che il Tracy per non aver fatto tale di- stinzione ha
adottato I 1 empirismo ? Sa le assurde conse- guenze della scuola
empirica ? Conosce egli che sull’ abuso di essa distinzione è fondata la
filosofia trascendentale ? Ignora le illazioni di quest’ ultima ? Or f
illustre Gallup- pi, il quale quanto estesamente conosca le metafisiche
vi- cende lo dicono le sue opere , principalmente il Saggio
Filosofico , ha senza trascorrere stabilito siffatta distinzio- ne ; cosi
tenendosi lungi e dall’ empirismo e dal trascen- dentalismo, ha adempiuto
le parli che a filosofo suo pari conveuivansi. » Proseguendo,
parla A. S., nella lettura m’ imbatto » al §. 6. ove nou mi soddisfa quel
tuono decisivo, eoa » cui pronuncia 1’ autore , che nelle conoscenze di
fatto , » se non si passa al mondo esterno, neppur sospettar si »
può di sua esistenza. Cosi un negro che non è giammai » uscito
dall’Africa, dice egli, (il Galluppi ) che non ha » veduto altri uomini
che quelli della sua nazione .... » crede fermamente che tutti gli
uomiui sieno uegri : » Che un italiano , clic nou avesse giammai
udito altro 100 » linguaggio che il suo,
crederebbe fermamente che tut- » li gli uomini chiamano 1’ astro del
giorno sole ». Il Critico qui fa dire al Galluppi ciò che questi
non ebbe mai in animo dire. L’ autore, sig. A. S., non dice che «
nelle conoscenze di fatto , se non si passa al mon- do esterno neppur
sospettar si può di sua esistenza » e voi solo lo dite , ed applicando
alla vostra espressione 1’ esempio del negro e quello dell’ italiano ,
credete far scorgere in esso autore un errore : ma chi v’ intende,
sen ride, c ragiona adducendo fatti. Il sig. Galluppi
stabilita nel §. V. la distinzione fra i giudizi puri ed impirici, viene
nel §. seguente a dimo- strare il diverso modo con che si fa acquisto
delle ne- cessarie e contingenti conoscenze; e dopo aver detto del-
la maniera di aver le prime, spiega che, per non imbat- tere in errore
nelle conoscenze di fatto, è mesteri percor- rere il mondo de’ sensi.
Trascrivo le sue parole onde ne giudichi il saggissimo lettore.
» Giovanetti , la distinzione delle conoscenze , della » quale vi
ho parlato, è della più alta importanza. Essa » vi farà conoscere il
diverso modo con cui dovete fur » acquisto delle conoscenze pure , da
quello con cui ac- » quistar dovete le conoscenze sperimentali. Voi non
a- » vele bisogno per le prime di gettarvi nel mondo ester- » no e
di percorrerlo parte per parte. No, queste cono- » scenze sono
indipendenti dall' esperienza de’ sensi u. » Voi dovete discendere
nel fondo del vostro pcn- » siero: dovete contemplare attentamente le
vostre idee; » queste conoscenze consistono appunto nel solo rapporto
» delle idee vostre. » Così per conoscere, che due quantità uguali
ad una » terza sono uguali fra di esse, che i) tutto è maggiore »
di ciascuna delle sue parti, voi non avete bisogno di fa- » re alcuna
osservazione : il vostro pensiero è in ciò Digilized by
Google 101 » sufficiente a se stesso. Paragonate l’
idea del soggetto » con quella del predicato : la convenienza del secondo
a! » primo noti solo vi colpirà, ma voi sentirete la
necessità » di questa convenienza, e 1' impossibilità dell’
opposto. » Avviene altrimenti nelle conoscenze sperimentali.
» Voi avete bisogno , per farne acquisto , di recarvi nel » mondo de’
sensi e di percorrerlo parte per parte , di » osservarlo attentamente.
Ciò non ostante, se non pren- » derete le dovute precauzioni , correrete
rischio di ab- » bracciarc Io errore che volete sfuggire, e di non
prcn- » dere la verità che bramate conoscere, lo mi son pro- li
posto di nulla dirvi , che non possa spiegarvi con de- li gli esempi di
facile intelligenza. Un negro che non ò » giammai uscito dal mezzo dell'
Affrica, che non ha ve- ti duto altri uomini , che que’ della sua nazione
, e che » non ha inteso parlare degli altri popoli , senza dubbio »
crede fermamente, che tutti gli uomini sono negri, cd » egli ha di questa
proposizione la certezza più forte , » che possa derivare dal fatto e
dall'esperienza. Un gior- # no egli vede uomini bianchi ; 1' abitudine
produce in » lui la sorpresa , ma la sua ragione non soffre alcuna
» ripugnanza; egli vede qualche cosa d'insolito, ma non » vede un
impossibile, e si assuefa al bianco, come si era » assuefatto al nero.
Sarebbe lo stesso per noi , se non » avessimo giammai avuto conoscenza
dell'esistenza dei » negri, e che giungessimo a discovrirli.
» Noi siamo certi , o almeno crediamo di esserlo , » che non vi sia
alcun popolo di color verde. Intanto » che cosa vi sarebbe d’ impossibile
e di assurdo . se si » scovrisse qualche giorno un' isola , in cui gli
abitanti » avrebbero la tinta verde? Se alcuno di voi non uscisse »
fuori dell' Italia , non avesse giammai udito un' altro » linguaggio, che
l' italiano, non fosse stato istruito, che » altre nazioni , parlano un
altro linguaggio , crederebbe 102 » certamente ,
che lutti gli uomini chiamano I' astro del » giorno sole, e che ne
scrivono il nome, come qui sent- ii to lo vedete ; ed io non dubbio che i
ragazzi credano » il proprio linguaggio , il linguaggio naturalo di tutti
i » popoli. » Per evitar l’ errore nelle conoscenze sperimentali
, » bisogna dunque percorrere il mondo dei sensi , e fare » un
numero sufficiente di esperienze » (8). Dove è dunque quel pensiero
al Galluppi attribuito , che nelle conoscenze di fatto, se non si passa
al mondo esterno, neppur sospettar si può di sua esistenza? Secon-
do il solito, nella testa del sig. A. S. Segue il Critico « Io non
veggo il perchè debbesi » così credere, e parmi che in questo §. abbia
fatto l’uo- » mo inferiore all’ arang-outang , o ad altro bruto me-
li no sagace , il quale quantunque non abbia veduto ani- » male di altra
specie , e d' altra forma , pure sospetterà » clic ve ne sia e se 1’
immaginerà alla fantasia ». Bene sig. A. S. ! I filosofi ve ne
sapranno grado infinitamente. Io sapea per lo passato che i bruti più
vi- cini all’ uomo fossero forniti della facoltà di sentire , di
qualche grado di attenzione , di memoria, appetiti, spon- taneità , ed
eziandio , secondo altri filosofi , di un grado infimo di giudizio ,
raziocinio limitato ad alcuni oggetti entro la sfera dei sensi , al tutto
ristretto ai loro biso- gni : ma che avessero la fantasia n’ era al certo
ignaro. E si, che poi V arang-oulang od altro bruto meno sagace, il
quale quantunque non abbia veduto animale d' altra specie, o d’ altra
forma , pure sospetterà che ve ne sia e se l' immaginerà alla fantasia ,
è scienza tutta peculiare del valente Critico : e chi non vede aver egli
con queste parole alle bestie attribuito ciò che all’essere intelligente
per eccellenza si conviene? Se ai bruti non possiamo con- cedere altre
facoltà , se non quelle che le loro operazioni ’Dìgitizec Tby Go
egle 103 ci manifestano, io rorrci sapere da
quale operazione ani- malesca il critico è stato indotto a dar loro la
fantasia. Ma se poi si vorrà inventare, credendo esser ciò permes-
so, allora fìneremo col chiamare a nuova vita le volitanti immagini
sensibili di Democrito e di Epicuro, V armonia prestabilita di Leibnitz,
e tutte le belle invenzioni de' fi- losofi antichi e moderni.
»... Quante cose non vedute nè intese l’ uomo im- » maginar si può
colla vantata da lui sintesi ideale ! » Dove avete pescato , sig.
Critico , che pel Galluppi la sintesi ideale immagina ? In Galluppi non
già ; certo nel concavo della luna. « Quell' operazione dello
spirito » dalla quale nascono le relazioni o i rapporti , io la
i> chiamo sintesi ideale (9). — Concludiamo , lo spirito » umano ha la
facoltà di riunire in una percezione cora- » plessa , alla quale non
corrisponde alcun oggetto natu- » rate, diverse percezioni , che hanno
ciascuna un ogget- » to naturale : io chiamo questa specie di sintesi,
sintesi » immaginativa » (10). Cosi il Galluppi. Quindi ad evi-
denza conoscesi, che la sintesi ideale non immagina , ma da essa provvengono
i rapporti di identità e diversità ; cose note ai lettori ragazzi degli
Elementi di Filosofia di esso autore, perchè cose di fatto. Non senza
ragione per- ciò osservo essere quest' errore un' altra prova della
su- perficialità con che il sig. A. S. ha studiato la Filosofia del
sig. Galluppi. Ma vediamo quel che il signor A. S. asserisce riguardo ai
giudizi puri. » Se poi i giudizi nominati puri sieno tali, a
prio- » ri e indipendenti dall’ esperienza, come egli vuole, è un »
nodo per me più da tagliarsi che da sciorsi. É vero » che tali dal più
dei metafisici si son tenuti, perchè si » reputano vedute dello spirito ,
e nozioni generali , che » portano un convincimento sommo per 1' evidenza
con » cui si presentano ; non per un popolo , nè per un’ e-
104 » poca del mondo , ma per tutti i tempi. Pur non di
» meno chi ci assicura, che non abbiano per base ciò che v si vede e si
palpa, da die l'uomo comincia la sua vita » animale colla facoltà di
sentire, e che dai confronti che » quindi ne fa la ragione risultino
quali assioni Decessa- li ri ? Chi mi fa certo che non sia nato dal
rapporto » giornaliero che si fa di cose vedute e tocche , quando »
poca è 1' attenzione , quel giudizio detto puro che due » quantità uguali
ad una terza sono uguali fra di esse ? » 0 che al più altro non vi ha di
priori , se non una » predisposizione naturale a concepire rapidamente
siffatti » rapporti ? Per assicurarci bisognerebbe ritornare alla »
nostra prima età, o pure risovvenirci di ciò, che pas- » sava allora
dentro di noi ; ma, per disgrazia, non ci è » concesso nè 1' uno uè
altro. Per me son fermo die se » 1’ uomo in riguardo a’ sensi fosse una
statua prima di » tali organi, o, se avendoli, non vi fosse mondo ester-
» no, cesserebbero queste vedute di spirito, questi giudizi » a priori,
meuoccliò si volessero ammettere idee, priu- » cipi innati, ed il credulo
pretto idealismo ». Ci ideano altro che queste poche parole per
mette- re in forse una verità sì bene stabilita nell' opuscolo sul-
f Analisi e la Sintesi, nella Logica, nel Saggio Filosofico e nelle
Lezioni di Logica e Melafisica, opere tutte , co- me ognun sa , del
Galluppi. Primamente il critico dice , che tali conoscenze dal più de'
metafisici si riguardino co- me pure , cioè indipendenti dall’ esperienza
, e ciò pel convincimento sommo, per l'evidenza con cui si
presenta- no, non per un popolo, nè per un epoca del mondo, ma per
tutti i tempi e tutti i luoghi; il che è vero. Or es- si metafisici
considerando che altre conoscenze ( le speri- mentali o contingenti ) non
sono per tutti i popoli , nè per tutte le età , che per acquistarle e
mestieri fare un gran numero di sperimenti , come lo provano le
fisiche 105 Tenta, per questo, io dico, hanno
stimato le une a prio- ri , le altre a posteriori. Tolgo a trascrivere i
pensieri dell’egregio Galluppi, onde far chiara la distinzione fra
le verità necessarie e quelle contingenti. » Noi abbiamo due
sorti di proposizioni generali. » Ogni cerchio ha tutti i raggi uguali ,
ceco una propo- li sizione generale. Ogni corpo è grave , ecco un’
altra » proposizione generale. Questa seconda, almeno per rap- »
porto al nostro spirito , è d' una natura diversa della » prima. Nella
prima io trovo nell’ idea del cerchio la d ragione onde affermare l’
uguaglianza de' suoi raggi ; » conosco evidentemente che fra 1' idea del
cerchio , e » quella dell' uguaglianza dei suoi roggi vi ha una
con- » nessione necessaria in maniera , che se si negasse del »
cerchio 1’ uguaglianza de’ suoi raggi lo spirito vedreb- » be in questa
negazione una contraddizione reale. Non » avviene però lo stesso nella
seconda: ogni corpo è gra- » ve , è una verità generale , ma è una verità
, che noi » non conosciamo col semplice paragone delle due idee »
universali di corpo e di gravità , ma col solo rapporto » dell’
esperienza : noi non vediamo fra l’ idea che attac- » chiamo a questo
vocabolo Corpo , eh' è quella di un » essere esteso, figurato ,
divisibile, impenetrabile, c l’ i- » dea della gravità , un legame
necessario in maniera , » che negando al corpo la sua gravità, si
verrebbe a di- » struggere la sua idea di essere esteso , figurato ,
divi- » sibile , mobile , impenetrabile. L' esperienza mi fa co- b
noscere abbastanza , che tutte queste qualità coesistono » sempre in
natura colla gravità ; ma non vi veggo fra » le prime e la seconda una
necessaria connessione (11). É inutile far comenti a pensieri
cotanto chiari. Che poi siffatte conoscenze non abbiano per base , come
vuole H critico , ciò che I' uomo vede c palpa da che comincia la
sua vita intellettuale, non è difficile conoscere. Peroc-
106 chè infinite cose 1' uomo percepisce dal principio
della sua intelligenza , eppure non ne vede un necessario rap-
porto , nè un impossibile o contraddizione nell’ opposto. Vaglia quest’
esempio. Non avvi cosa che dall’ uomo cosi si appara, perchè si sente
incessantemente, cioè il peso de* corpi, pur tutta volta per poter dire i
corpi pesano, quante esperienze furori necessarie ? Furono gli
esperimenti bel- lissimi di Paschal che ci dettero tal diritto. Il che
dimo- stra tali conoscenze essere a posteriori , o 1’ espressione
sinottica de' fatti particolari. Ma nelle verità matematiche, come va la
faccenda? Al certo in altro modo. Il geòmetra per affermare dell’ idea
del cerchio , che il diametro è la massima di tutte le corde, non osserva
tutti i circoli esi- stenti , operazione impossibile , meditando bensì
sulle sue idee ne è colpito dall' evidenza , e dalla contraddizione
dell’ opposto. Egli , io replico , per conoscere che tutti i raggi del
cerchio sono uguali, ha forse bisogno di esami- nare tutti i cerchi
possibili e di misurare col fatto tutti i loro raggi ? Chi oserebbe
asserirlo ? Queste verità , e- sprimendo rapporti d’ idee , la loro
generalità non è de- dotta da' casi particolari : è la contemplazione
sulle idee astratte che somministra al matematico tali conoscenze.
E Condillac medesimo, che nel trattato de' sistemi adotta 1' empirismo ,
area insegnato e bene distinto 1’ evidenza di ragione dall ' evidenza di
fatto nell’ Arte di Ragiona- re. Or , tralasciando la contraddizione di
quest' illustre pensatore, io dico, è la riflessione sulle idee che
produce 1' evidenza di ragione. Inoltre io penso che dagli esempi
de’ fanciulli cal- colatori estemporanei possano desumersi molte
induzioni per abbattere l' empirismo. Vincenzo laccato che , per
nou dir degli altri , in età si tenera e , che più monta , inalfabeta,
conosce i rapporti de’ numeri, a tal che appe- na enunciato il problema ,
lo risolve , dimostra il potere Digitized by Google
107 dello spirito di conoscere indipendentemente dall'
esperien- za i rapporti delle numeriche quantità. Quantunque nel
divino intelletto di quell' amabile fanciullo questo potere sia in. sommo
grado, significa sempre, a chi ben vi con- templi, eh’ esse verità sono a
priori e non dipendenti dal- le osservazioni de' sensi. Un fanciullo
fisico estemporaneo, inalfabeta, non è stato veduto, e certamente non
sorgerà giammai , perchè senza molte e molte sperienze c racco-
gliendo fatti è impossibile conoscere il mondo fisico. Laon- de ciò che
si sente, e sia detto in buona pace dei signor Critico, è la base ancora
delle idee che formasi l'intellet- to , e non di alcune relazioni che
vede a priori. È ne- cessario distinguere, secondo il Galluppi, elementi
del giu- dizio da quest’atto mentale stesso. Gli elemeuti, cioè f
i- dee, sono sempre a posteriori, fattizie , non ingenite , le
conoscenze noli sempre a posteriori, come avviene nelle ve- rità
matematiche. Egli fermamente crede, che vari filosofi hanno detto tutte
le conoscenze aver origine dall’esperien- za, la qual cosa è empirismo,
perchè filosofi sommi, i qua- li si fecero a provare le conoscenze
universali, necessarie, a priori, riputarono ingenite, innate, a priori
le idee ele- menti di queste conoscenze. Ma la quistione sull’
origine dell’ idee è indipendente , non ha rapporto con quella se
tali conoscenze sieno a priori o a posteriori ; e I’ esimio Galluppi ha
inteso scegliere una via di mezzo (12). Egli ha ammesso le conoscenze a
priori, ma ha rigettato ben- sì , facendone vedere estranea la
connessione, le idee in- nate credute necessarie da Arnaldo , Leibnitz ,
Kant. Si arroge a ciò che il capo scuola , il celebre Locke , del
quale è oggimai notissima la teoria sull’ origine delle idee, adotta la
distinzione tra le conoscenze di cui parlo (13); e Condillac e Tracy
avrebbero dovuto por mente a ciò. Degerando , fautore della Lockiana
teoria sopra l’ origine dell’ idee, pure ammette essa distinzione
(14). 108 Dopo di ciò ognun si accorge della
futilità de' dub- bi del sig. A. S., se avvi bisogno di ritornare alla
nostra primà età ec. ec. bastava leggere, non dico i Nuovi Saggi
del gran filosofo di Lipsia e le opere di molti altri , ma le opere de'
signori Degerando c Galluppi per cavarsi di errore. Quelle
ultime parole poi del Critico « Per me son » fermo che se l’ uomo in
riguardo ai sensi fosse una » statua priva di tali organi, o se avendoli,
non vi fosse » mondo esterno, cesserebbero queste vedute di
spirito, » questi giudizi a priori, menochè si volessero aromette-
» re idee , principi innati , ed il creduto pretto ideali- tà smo » son
parto, scusi il sig. A. S., di bassa e meschi- na logica. Per Galluppi ,
Signor mio , le idee sono a po- steriori e , come dicesi , provvedenti
dall' esperienza ; le conoscenze sono alcune contingenti, a posteriori,
altre ne- cessarie, a priori: le prime conoscenze hanno origine
dal- 1' osservazione sui fatti , le sccoude dalia contemplazione
sopra le idee operata dalla mente. Se dunque rimuovere- te dallo spirito
le idee elementi de' giudizi , non avrà e- gli più nissuna specie di
conoscenze , mancandogli i ma- teriali su cui agire , ma non perciò potrà
dirsi privo del potere di formare essi giudizi , o che questi sieno a
po- steriori. Ragionerebbe a modo del Critico il sensualista , il
quale per dimostrare che le facoltà dell’anima sono tut- te rinchiuse
nella sensibilità , dicesse : lo son fermo che se 1' uomo in riguardo ai
sensi fosso una statua priva di tali organi , o se avendoli non vi fosse
mondo esterno , cesserebbero queste facoltà dello spirito, menochè si
vo- lessero ammettere idee, principi innati, ed il creduto pret- to
idealismo. E spingendo il raziocinio del signor A. S. sino alle sue
ultime illazioni , si verrebbe a provare non esser necessaria l' azione
delle macchine per avere dei prodotti : perocché per me son fermo, che se
non vi fos- 109 sero materie grezze , cesserebbero
queste manifatture od altro , menochè ai volessero ammettere nelle
macchine o negli strumenti materie innate ec. Nulla dico di più ,
perchè la falsità del ragionamento del Critico salta agli occhi de’
lettori , che appena distinguono cinque da sei. Passa il Critico A.
S. a parlare del famoso proble- ma di Kant, vale a dire, se sieno
possibili i giudizi sin- tetici a priori che non solvonsi al principio di
contraddi- zione. Ei crede non esser soddisfatto dall’ esempio
della neve , e gli sembra andare dritto il sentimento di Kant , che
asserisce giudizi sintetici necessari, sebbene non sie- no a priori, nè
di necessità assoluta , ma fisica, lo vor- rei schiarimenti su ciò ,
sembrandomi che giudizio sinte- tico non sia conciliabile con necessario.
Tutti i giudizi sintetici sono empirici e contingenti ; perchè 1'
essenze de' corpi ci sono ignote , e non possiamo perciò giammai
vedere una relazione necessaria fra i termini di siffatti giudizi. Non è
cosi nel piano ideale della ragione : 1' es- senze degli esseri
matematici son cognite. È dunque l’ i- gnoranza dell’ essenze che fa
essere le verità sperimentali, riguardo allo spirilo, contingenti, nel
mentre le verità pu- re , delle quali son conosciute 1’ essenze , son
necessarie. Ed io penso , che se i filosofi empiristi avessero
posto mente alla ignoranza dell' essenze de' corpi ed alla scien-
za di esse negli esseri ideali , avrebbero portato diversa opinione di
quella, che stima tutte le conoscenze essere a posteriori.
Medesimamente avrei desiderato sapere il perchè non giova
contrastare a Kant il suo problema de’ giudizi sin- tetici puri , che al
principio di contraddizione non risol- vonsi. La distinzione poi della
logica delle idee da quella dei fatti scende dall' inconcusso principio,
che i giudizi so- no di due modi , puri cd empirici ; il che , come ho
di- mostrato , il Critico nou arrivò ad intendere. In quanto
110 alla distinzione fra giudizio e definizione nulla dico ,
per- chè il lettore filosofo sa i sensati pensamenti degli illu-
stri Wolff e Laromiguiere (15) , e Galluppi ha cammi- nato sulle loro
tracce. 11 sig. A. S. scende a parlare sopra la distinzione
della definizione in nominale e reale , e cosi conchiude : » Ma Signor a
pretto dire io nulla veggo d’importanza; » altro non iscorgendo che una
conversione di proposizio- » ne , dove l’ attributo può sostituirsi al
soggetto , ed il » soggetto all' attributo , non le converto , perchè
ogni » leggitore può da sé convertirle ». O non si può, o non
si vuole intendere ciò che di- ce il signor Galluppi ; e mi fa pena
ribattere critiche si futili , che al certo son vere baje. Le parole deH’
autore confermano la mia osservazione. » L’ idea di uno è
semplice , ora se io vi fo osser- » vare, che voi potete aggiungere uno
ad uno e formar- » vi così l' idea di un insieme , di un tutto, le
cui par- » ti son uno ed uno , e che a questo tutto potete
dare » il nome di 2 ; io vi presento la definizione del 2. lo
» vi do ugualmente la definizione del 2, se vi dico: il 2 » è 1 + 1
. Ma osservate che nel primo caso io vi condu- » co dall' idea al
vocabolo , laddove nel secondo vi con- ti duco dal vocabolo all' idea
». » Osservate di più , che nel primo caso vi spiego » distintamente
la generazione dell’ idea, facendovi osser- » vare, che l’idea del 3
nasce in voi dal potere, che ha » lo spirito di replicare l’ idea dell’
uuo , e di riunire » queste due idee in una. Egli è vero , che definendo
il » due nel secondo modo la generazione dell’ idea dei 2 » anche
si vede ; ma vi ha delle definizioni , in cui an- » dando dal vocabolo
all' idea, questa generazione non ap- » parisce. Se io dico : il circolo
è una superficie piana, » terminala da una linea curva , la quale superficie
ha Digitized by Google! Ili » un punto in
mezzo, da cui tutte le linee rette, che si » (trono a questa curva sono
uguali ; allora io vado dal » vocabolo all* idea e non presento la genesi
dell' idea ; » laddove avviene il contrario nella seguente definizione
: » se una linea retta terminala si concepisca muoversi in » una
stessa superficie piana, restando immobile uno dei » suoi estremi , e
movendosi l' altro intorno del primo , » finché ritorni allo stesso punto
donde incominciò e muo- » versi , la figura che nasce da questo molo , si
chiama » circolo. In questa definizione io vado dall’ idea al vo- »
cabolo , e cosi facendo spiego insieme la generazione » dell’ idea
». » È molto importante di distinguere questi due mo- » di di
deGnire ; allorché avrete fatto qualche progresso » nella filosofia vi
accorgerete di questa importanza. La » definizione , in cui si va dall'
idea al vocabolo , e si » spiega insieme la generazione dell' idea si
chiama defi- » nizione reale o genetica. Quella in cui si enuncia
so- » lamento il complesso dell' idee , legato al vocabolo che » si
definisce, senza occuparsi della generazione di questa » idea , si chiama
definizione nominale. Ve ne do un al- to tro esempio: Se io, volendo
definire la logica, dicessi : » la logica c la scienza del raziocinio ,
farei una defini- to zionc nominale, menandovi dal vocabolo logica
all'idea, » che a questo vocabolo voglio legare. Ma se , per darvi
» la definizione della logica , io procedessi a questo mo- to do : gli
uomini fanno naturalmente de' raziocini difet- to tosi : ciò ha obbligato
coloro che si sono applicati allo » studio della filosofia , di esaminare
1’ atto intellettuale » chiamalo raziocinio; c di determinarne le leggi
del ra- to ziocinio : a questa scienza del raziocinio hanno dato »
per l'appunto il nome di logica. Così procedendo io vi » menerei dall'
idea , che lego al vocabolo logica , al vo- 112
» cabolo stesso , e vi farei conoscere la generazione di » questa
idea (16j. Da queste parole ognun si avvede , quanto siasi
di- lungato dal vero il sig. A. S., asserendo io nulla veggo d'
importanza , altro non i scorgendo che una conversione di proposizione,
dove l'attributo si può sostituire al sog- getto , ed il soggetto all’
attributo. Egli ha , per non dir di peggio , olla scapestrata pensato che
il signor Galluppi creda definizione nominale, p. e., la logica è la
scienza del raziocinio , e definizione reale o genilica , la scienza del
raziocinio dicesi logica : ma da qual parola del Galluppi può ciò
desumersi ? Da nissuua. Le definizioni dell’auto- re sono evidenti , gli
esempi evidentissimi. Nella defini- zione reale si t-a dati' idea al
vocabolo e si spiega la ge- nerazione dell' idea ; come può chiaramente
conoscersi dagli esempi del circolo e della logica da esso filosofo
ad- dotti , ne’ quali si dà contezza della genesi di tali idee , c
non vi ha affatto la pretesa conversione. Nella definizio- ne nominale si
enuncia solamente il complesso delle idee semplici , senza occuparsi
della generazione di questa i- dea. S' intende il significato della voce
generazione ? . . . Per rilevare in fine la diversità delle due
definizioni ba- stava scorrere imparzialmente, oltre il §. 24 che ho tra-
scritto , il §. 52 in cui f autore dà la genesi dell’ idea del punto ; in
tal modo avrebbe evitato di venderci si bello errore. » Va a
ribocco poi, dice A. S., la mia confusione a » quella per me
inconcepibile legge ideologica da lui pro- » rnulgata. Conchiudiamo che i
vocaboli, che costituisco- » no una definizione possono essere o segni
immediati » d’ idee o segni immediati di vocaboli. In conseguenza »
lo spirito può passere dalle idee a' vocaboli , e da’ vo- » caboli
ad altri vocaboli e questa è un’ osserva- » zinne assai importante.
Che laberinto, donde neppure la Digitized by GoogIe|
113 n stessa Minerva ciò trarmi ! Vocaboli segni d' altri vo-
li caboli ! Sarà cosi ; io però mi perdo in un profondo » abisso
filosofico ». Vi lm di che ridere leggendo queste parole. Il
cri- tico avrebbe dovuto esporre i motivi della sua confusione,
come pure far vedere la falsità de’ principi da cui il Gal- - luppi
deduce cosi fatta legge , o che non scende da essi legittimamente ;
perchè essa non è asserzione , ma bensì illazione. Egli non ha fatto nè
1' una cosa nè 1' altra , e perchè ? . Ecco i principi donde il filosofo
profondo trae la sua legge, e giudichi a suo senno il leggitore
del supposto laberinlo, se avvi d' uopo di Minerva cc. cc. »
Perchè una definizione possa farmi legare al vo- li cabolo definito un
idea complessa , è necessario che io » intenda il senso de’ vocaboli ,
che la compongono : ora » ciò può accadere in due modi: 1° se i vocaboli
di cui » si fa uso sono segni d' idee semplici: 2° se essendo se- »
gni d' idee complesse sieno stati antecedentemente de- li finiti. In
questo secondo caso il degnilo è segno di al- » tri vocaboli , i quali
son segui di altri vocaboli. Se io » dico : il parallelogrammo è un
quadrilatero , » cui » lati Opposti son paralleli ; un uomo che ignorasse
la » geometria, ed in conseguenza le definizioni del quadri- »
Intero , e delle linee parallele , non legherebbe alcuna » idea al
vocabolo parallelogrammo ; ma se questa defini- » zione del
parallelogrammo vi sarà presentata , dopo di » avervi definito il
quadrilatero per una superficie pia- li na terminata da quattro linee
rette , e le linee paral- » lei e, per quelle rette, le quali prolungate,
per quanto » si vuole, non s'incontrano giammai, serbano sempre la
» stessa distanza fra di esse ; allora il vocabolo paralle- » logrammo vi
desterà un' idea ; ma osservate che que- ll sta idea non è immediatamente
legata al vocabolo pa- li 114 » railelogrammo
; questo vocabolo è legato a questi vo- » caboti quadrillatero , « cui
lati opposti son paralleli ; » o per dir meglio questo vocabolo è segno
di questi al- fe tri vocaboli : questi vocaboli sono inoltre segni di
que- » st’ altri superficie piana terminala da quattro linee »
rette ; delle quali le due opposte fra di esse prolunga - » le per quanto
si mole non s’ incontrano giammai , e » serbano sempre la stessa distanza
fra di esse. Questi » ultimi vocaboli sou segni immediati delle idee ,
che » costituiscono l' idea complessa , che si vuol legare al »
vocabolo parallelogrammo. Adduciamo altri esempi. Se » io, volendovi dare
la nozione di Dio, vi dicessi : Iddio » è spirito eterno creatore di
tutti gli esseri : se poi vi » dicessi , che lo spirilo è una sostanza
semplice iutelli- » gente, e che la creazione è la produzione delle
sostan- » ze finite ; e che I’ essere eterno è ciò clic non inco- »
mincia ad esistere, c che non è prodotto ; il vocabolo » Dio sarebbe
allora segno di altri vocaboli di spirilo e- » terno creatore di lutti
gli esseri. Questi secondi voca- li boli sarebbero ancora segni di altri
vocaboli , cioè dei ii seguenti, sostanza semplice intelligente , che non
inco- » mincia ad esistere , nè è prodotta , e che ha prodotto »
tutte le sostanze finite. Questi ultimi vocaboli finalmen- » te sarebbero
segni immediati d' idee. » Concludiamo che i vocaboli , i quali
costituiscono » una definizione , possono essere , o segni immediati
di » idee, o segni immediati di vocaboli. In conseguenza lo »
spirilo può passare delle idee a vocaboli , c dai voca- » boli ad altri
vocaboli, e cosi di seguilo; e può ancora » scendere da un vocabolo ad
altri vocaboli, e da questi » di seguito ad altri e giungere così alle
idee : è questa i> una osservazione molto importante (17) ».
Le quali parole son troppo ciliare, non dico per chi ha mente
filosòfica, ma per chi non è privo di senso co- Digìtized by
Google 115 munc : in grazia intanto di colui che
non ha concepito le dottrine del Galluppi, mi sia lecito dire un nonnulla
, senza offendere perciò la sagacità del lettore. Non può
mettersi in dubbio che per intendere un vocabolo deGnito , ò mestieri
conoscere il senso de' voca- boli che compongono la deGnizione ; cosi per
legare 1’ i- dea al vocabolo logica debbono intendersi le parole
scien- za del raziocinio , le quali formano la definizione , senza
della quale intelligenza la mente ignorerà l' idea della logica siccome
da principio. Parimenti è certo , che può coucepirsi il senso de’
vocaboli costituenti una deGnizione. in due modi : primamente se i
vocaboli di che si fa uso son segni di idee semplici , come 2 è 1 f 1 ,
nel qual caso è chiaro che le parole 1 f 1 non essendo definibili ,
perchè segni d’ idee semplici , eccitano immediatamente le idee , che
dallo spirito son legate ni deGnito due. In secondo luogo, o essendo
segni d' idee compiesse, sieuo sta- ri antecedentemente dcGuiti : in
questo secondo caso i vocaboli, de' quali componesi la deGnizione, sono
segui di idee complesse , e suppongono , per essere dall'
intelletto legata un' idea complessa al vocabolo deGnito, la loro
de- finizione , il che vuol dire, essi vocaboli son segui , cioè
eccitano , altri vocaboli , e questi l' idea che al definito congiungesi.
Difatti è evidente , anzi evidentissimo , che nell' esempio della logica
, se io ignorassi la definizio- ne del vocabolo scienza e quella della
parola raziocinio , nullo saprei dopo la medesima definizione dalla
logica ; stnntcchè i vocaboli che formano la definizione predetta
son segni d'idee complesse, e debbono essere definiti on- de legarsi f
idea complessa al vocabolo definito. È dun- que in tal caso che i
vocaboli ec. , e la legge del signor Galluppi , anziché confonderci , è
chiara e ottimamente stabilita. Viene, dopo di ciò, il sig.
A. S. alla esposizione del- 116 le dottrine del
Pezzi per rilevarne il merito. Egli è fuor di dubbio, che alcune
cognizioni relative al fisico umano, secondo che io credo , sono
indispensabili alla completa cognizione dello spirito ; ma è errore
grande il credere che le dottrine del signor Galluppi debbano riputarsi
di lieve momento , e , come tortamente asserisce il Critico ,
leggerissime baje , articoli inestricabili, cose inutili , fra- sche d‘
inette quislioni metafisiche. Io ho di già aperto il mio parere sulla
loro importanza , e dirò ora che co- lui , il quale si avvede la Glosofia
intellettuale essere alla morale, olla politica, alla economia, alla
legislazione, alla letteratura ciò che le matematiche sono alle scienze
fisi- che , e conosce lo varie scuole filosofiche , darà biasimo
alla opinione che inutili stima quelle minute indagini , e ne riconoscerà
l' altissima e grave importanza. Il Pezzi ha pure inteso la necessità di
ricerche sottili. » Ma la » dultrina semplice e saggia di Federico , che
pure fu » quella di Socrate , non può serv ire di base alle nostre
» istituzioni , da che si sono moltiplicate le dotte ricer- » che ed
assottigliate le indagini a segno tale , che gli » stessi articoli
fondamentali della morale sembrano di- » venuti problematici. Perciò la
piò temperante filosofia » ò presentemente costretta ad intraprendere
minuti esa- » mi, onde scoprire la verità smarrita tra il laberinto
di » inestricabili controversie e di sottili raffinamenti (18).
Quantunque il dotto Pezzi si mostri qui conoscitore della
indispensabilità di minuti bensì , ma oggimai interessanti esami, pure
non mi è venuto fatto di vedere cenno nella sua opera di molte quislioni
di non lieve im|>ortauza , e la cui soluzione può formare la base
inconcussa della fi- losofia. Ila dunque molla ragione , e sia detto per
sem- pre , il Galluppi di scendere a sottili discussioni , perchè
in tal modo si può dare solido sostegno alla scienza , al- lontanandosi
da qualunque scuola , mcnochò da quella che Digitized by
Google 117 raccoglie ciò, che in ogni sistema ovvi di
vero c si stu- di a tutto potere di perfezionare la scienza. Per chi
ha fior di senno le mie parole som troppo evidenti. Inoltre
il profondere elogi al Pezzi, perchè « la vi- » ta dell* uomo sia
vcgitabile , sia animale , la riconosce » da un sol principio detto anima
» è rendere laudi ad una contraddizione di esso autore. Imperocché egli
stabi- lisce prima la distinzione tra la vita vegetativa e P ani-
male , e con buone osservazioni appoggia detta distinzio- ne , poi
dimenticando ciò che area detto , asserisce una sol vita esser nell’
uomo. Ecco per disteso le precise pa- role di esso filosofo.
» Un vegetabile si sviluppa , cresce, si mantiene, si » riproduce ,
invecchia e muore. Tutti questi fenomeni » compariscono derivanti dalla
simultanea azione degli or- » gani, suscitala da qualche agente
meccanico, nel che è » riposta la vita vegetativa .... » Ma
sia inerente nei vegetabili questo loro prin- » cipio vitale , oppure sia
estrinseco al loro organismo, » ho detto eh’ è un agente meccanico
, perchè nelle loro » funzioni i vegetabili ubbidiscono essi pure
alle leggi fi- » siche universali della natura : per cui si possano
pre- » sagire i loro fenomeni senza timore d'inganno. Ma ben »
diverso è 1’ aspetto sotto cui un animale si presenta. » Oltre gli
accennati fenomeni, che in voi ed in lui pure » scorgete , vi
compariscono i mirabili effetti della sensi- » bilità nervosa. Siete
convinti di sentire , di pensare , » d' imprimere il moto spontaneamente,
e vedete nei vo- » stri simili i segni non dubbi' delle medesime
operazio- o ni. Fi è dunque in voi ed in essi un altro principio d
attivo diverso dal primo che le produce : principio » costituente la
nostra essenza ; che vi fa autori delle » particolari vostre funzioni ;
che può sottrarsi alle leggi » fisiche universali , del quale perciò non
si vorrebbero 118 » con certezza a vaticinarne
gli effetti : principio cha » non traiuce nei vegetabili; ed appunto alla
sua presen- ti za meritamente si ascrive una seconda vita, quella
che » dicesi vita animale ». v Qui 1' autore , come ognun può
da sè rilevarlo , distingue 1° la vita vegetativa dall' animale ; 2°
attribui- sce la prima ad un agente meccanico, da cui provengono i
fenomeni comuni a’ vegetabili , 3° riferisce la seconda ad un principio
attivo diverso dal principio meccanico , principio attivo che non traluce
ne’ vegetabili , il quale produce i fenomeni del sentire, pensare, volere
ec. Quin- di fa nel §. 39 vedere i punti di contatto fra queste due
vite ; poi nel §. 40 cosi scrive : » Se abbandonato il corpo dui
principio animatore , » spariscono ben presto i fenomeni della vita
vegitotiva , » e gli organi senza moto e perciò inetti a riparare
le » perdite , cedono agli agenti che gli riducono materia »
inorganica ; è indubitabile altresì , che sospeso codesto » moto e quella
vita perduta, vengono pure a dileguarsi » talmente i fenomeni del
summentovato principio da non » potersi dubitare aver egli cessato di
appartenere più a\ » corpo. Dal che vi è forza il conchiudere , che in
noi » sopprattutto tanta è la promiscuità delle vite di cui vi »
parlo, che in onta ai manifesti indizi della precisa lo- fi ro
distinzione , possono considerarsi come costituenti » una vita sola
». É qui certamente il signor Pezzi si contraddice. Se egli
ammise per la vita vegetativa un principio meccani- co, e per la vita
animale un principio aitino, detto anima, diverso da quello , come ora
asserisce che una sol vita cvvi nell' uomo ? Come ora dice che qualunque
vita , sia vegetabile , sia animale proviene dall’ anima ? Non avea
detto nel §, 38 che la vita animale non è confondibile colla vegetabile ?
E quantunque abbandonato il corpo dal- Digitized by Google
119 r anima spariscono i fenomeni della vegetazione, e
sospe- so il moto della vita vegetativa dileguatisi le funzioni dcl-
I' essere pensante , non segue da questo che una sia la vita dell’ uomo,
ma che ciò avvenga per legge di unione dell' anima col corpo ; unione
costituente 1’ uomo. Que- sta osservazione dovea farsi dal Critico.
Nè sembrami da buon filosofo il §. 39 del VII. ca- pitolo , dove il
signor Pezzi si fa a dimostrare le diffe- renze Gsiche tra 1' uomo ed il
bruto. 11 dotto autore in tal modo scrive : » L’Orang-outang,
che pur sovente cammina su due » piedi, oltre di essere peloso per modo
che il suo tatto » non ò squisito, ed aver mani per ruvidezza e per
for- » ma mollo inferiori alle nostre , ha eziandio il sommo »
svantaggio che non può articolare parola , perchè un » doppio sacco
membranoso , situato presso la faringe , » soffoca la sua voce. Se 1'
organo di qualche volatile gli » concede di pronunziare alcuni nostri
vocaboli , non si » può dire per questo che parli. Parlare non è già
sol- » tanto pronunziare parole , ma conoscere altresì la re- »
lazione che passa tra ognuno di questi suoni c l' idea , » la nozione ,
1' affetto di cui è esso segno ; ed appunto » questo conoscimento manca a
quei bruti che ripetono » le nostre parole , perchè non ne intendono il
signifi- » cato , nè sanno usarne come segni espressivi dei loro »
pensieri o bisogni ». Chi considera bene queste parole , si accorgo
facil- mente che il Pezzi nulla diee confacente allo scopo del suo
capitolo. Egli vuol mostrare le differenze fisiche fra l’uomo ed il
bruto, e dopo averne accennato alcune, vie- ne al §. che ho trascritto
col titolo — Privilegio della favella — dice che 1’ orang-outang non può
articolare pa- rola pel doppio sacco membranoso presso la faringe, e
ciò è esalto : poi, quasi prevedendo l' obbiezione. Se l' orga-
120 no di qualche volatile cc. cc. É vero anzi , verissimo
, che gli animali, i quali pronunziano alcune nostre parole, non
parlano , perché non sanno il rapporto fra il suono e d' idea, di cui è
segno, ma, Signor mio, non ò per la mancanza di organi, ma pel corto
conoscimento della loro anima : il che importa non essere più una
differenza fi- sica fra l'uomo ed il bruto, ma bensì intellettuale.
Spie- go ciò più largamente. L'autore, per rispondere al titolo del
suo capitolo, avrebbe dovuto concludere in altro mo- do. Se alcuni bruti
ripetono alcune nostre parole , pro- nunziano alcuni nostri vocaboli ,
ciò prova 1' attitudine de' loro organi vocali, c per questo non vi ha
differenza fisica fra 1’ uomo ed il bruto. Che poi essi non parlano
, cioè, non conoscendo le relazioni fra le parole e le idee,
stupidamente le rq>etono , dimostra la loro corta intelli- genza ; e
questa è una differe nsa intellettuale. Il parlare perciò nell' uomo non
proviene dall’ avere esclusivamente organi vocali , ma dall' essere
munito , oltre degli organi a ciò idonei, di altissima intelligenza,
quando qualche bru- to , sebbene possessore di tali organi , non parla
per di- fetto delle sue mentali potenze. Quindi i pensieri del Pez-
zi buoni, a mio avviso , per far vedere che non agii or- gani soli della
voce debbe attribuirsi il parlare che fa l’uomo, ma bensì al suo sommo
intendimento, nulla gio- vano al di lui scopo, anzi lo contraddicono. Ma
lasciamo l’esame delle dottrine del sig. Pezzi, perchè sarebbe di-
lungarci di troppo, per ritornare al Critico. » Mi si opporrà a tal
parlare, ed io il credo : sig. d Critico non siete più certo degli atti d
i vostra coscien- » za , quando riflettete su di voi, che del vostro
fisico ? » Sì il confesso , e so esservi stalo chi negò I'
esistenza » de' corpi , ma non vi fu stolto che abbia negato la se-
» rie de’ suoi pensieri , de' suoi giudizi, de’ suoi razioci- » zi. Qui
però altro è il punto della quistionc: è il pre- Dìgitized by
G 1*21 » sumersi da alcuni di spiegare si fatti
fenomeni , voler- » li analizzare minutamente , e saperne il come con
a- » stratte ed ipotetiche sottigliezze. Or questo per me è » 1’
islimum fodere degli antichi , è tentar 1' impossibile. » All’
incontro, se non tutti, alcuni fenomeni dello spiri- » to cogli ajuti
delle nozioni fisiologiche si spiegano , e » si perviene, se non al grado
di certezza, a somma pro- li Labilità e lucidezza ». Su
queste parole rifletterò : 1° É falso che Io spirito sia più certo
di sò che del fuor di lui, perché nella certezza nou vi ha più e
meno, ed il suo parere può condurre all’ idealismo. 2° Se 1'
umano spirito è fornito della facoltà di sen- tire , o sensibilità
esterna , cd applicando ai dati di essa facoltà il raziocinio discopre le
leggi di corpi, perchè, a- vendo la coscienza , vista interna , facoltà
che lo rende consapevole di ciò che in lui avviene , non possa
mercè l' induzione conoscere le leggi del suo pensiero ? Come ,
sig. Critico, sapete che voi sentite piacere e dolore, che giudicate ,
ragionate , volete , avete memoria, in somma pensate ? É la coscienza ,
senza alcun dubbio , che ve lo svela. In qual maniera , signor mio ,
conoscete le leggi del raziocinio, quelle delle idee, della volontà ?
Meditando sulla coscienza si ottiene, se non altro, la Psicologia
em- pirica. I sensi esterni danno le percezioni de corpi e delle
loro qualità essi ce li offrono colorati, molli o du- ri, aspri o lisci,
di tal odore e sapore, ma quale di que- ste proprietà appartiene al
pensiero ? Nessuna. È dunque falso interrogare ai sensi, onde scoprire le
funzioni dell' u- mana mente. Ma intanto ogni uomo che una
sensazione, un desi- derio, un volere, un giudizio, un raziocinio, sa che
que- ste cose esistono in lui , egli le sente col senso interno. Fa
d‘ uopo dunque a questo rivolgere la riflessione. Qui
122 non vi sono astratto ipotesi ; il metodo è sperimentale
, quello cioè proclamato da Cartesio , adottato da Locke ,
Condillac, Tracy ed eziandio da vari materialisti. Il Criti- co ha detto
essere impossibile , ma senzu alcuna prova. Ed io vorrei sapere come
senza i lumi della coscienza si possa pervenire alla cognizione delle
funzioni dell' lo ; e parmi tanto impossibile che la filosofia si serva
del meto- do della fìsica , quanto è impossibile spiegare i
fenomeni del mondo materiale colla coscienza. Ma sento dirmi
: I' anima non dipende dal corpo ? SI non 1’ ignoro , ho detto il mio
parere su tale dipen- denza. Un savio contegno è forza usare in siffatte
inda- gini per non incorrere in astratta ed inutili ipotesi. In
primo luogo egli è necessario adottare le rivelazioni del- la coscienza ;
ma essendo fra il morale ed il fisico dei reciproci rapporti , procede da
ciò la necessità di alcu- ne cognizioni relative al fisico dell' uomo ,
senza però la mania di voler rendere ragione della predetta
dipenden- za in ogni caso particolare , o voler dare contezza di
ciò, che sfugge ai sensi coi sensi. Dcbbe ancora aggiun- gersi I' analisi
del linguaggio appo i vari popoli , perchè dai segni, cioè dalle parole,
possono cavarsi molte dedu- zioni sulle cose significate , vale a dire
sui pensieri ; co- me pure la lettura de’ poeti ed oratori eccellenti ,
veri dipintori del cuore umano, non che la storia dell’umano genere
.... In tal modo polrassi pervenire in parte alla cognizione dell' intendimento
dell' uomo; dico in par- te, perchè non si esce dal cerchio
sperimentale. Proseguendo la lettura del Cenno Filosofico del
sig. A. S., m’ imbatto in una osservazione critica da lui fatta al
Pezzi ed al Galluppi. Crede il signor A. S. che non possano aver luogo
nello spirito sensazioni simultanee, ed adduce in prova della sua
opinione la similitudine del tiz- zone acceso c velocemente aggirato ,
che rappresenta in Digitized by Google 123
un circolo ignito contemporaneamente più volte se stesso. Ma pormi
che questo paragone sia del tutto fuor di pro- posito , come il dotto
Pezzi ha detto (18). Quindi, per dimostrare la fallacia dell' idea del
Critico , ragiono così. Voglio conoscere in che la percezione A.
sia simile o diversa da quella di B : percepisco queste due idee ,
quindi le confronto e discopro che sono identiche. Or se 1' lo non avesse
coutemporeamente sentito A e B, non sarebbe venuto giammai a capo di
giudicarle ; perchè se egli sente solamente A, conosce questa e niente
altro, se sente B, sa quest’ ultima sola e non potrà mai portar
giu- dizio, cioè non conoscerà l' identità o diversità delle due
percezioni. Nel giudizio debbe dunque I’ anima aver si- multaneamente
presenti le idee. Credo perciò che negare le simultanee sensazioni ,
percezioni , idee, si è negare i fatti evidenti che osserva ognuno uel
santuario del suo pensiero. » Cortesissimi Soci , segue il
Critico , debbo dirvi » alla schietta che gli ultimi 4 capitoli della
Logica pu- » ra del sig. Galluppi mi saziarono di dottrine. Egli
ap- » profonde con sagace e sottilissima mente 1' essenza del »
raziocinio , scrutinandone i più intimi recessi per rile- » vame gli
elementi e le diverse specie di argomenta- vi zioni, in cui si trasforma;
e posso senza esitazione af- » fermare che ne ha fatto una profonda , non
meri che u una ben ordinata disquisizione ». Io credo sig.
Critico che se aveste la pena di leg- gere e rileggere attentamente gli
Elementi di Filosofìa , il Saggio , le lettere Filosòfiche , e tutte le
oltre opere del Galluppi, vi accorgereste della falsità di molti e
mol- ti vostri pensieri , esclamereste ad ogni momento : Gal- luppi
è veramente profondo filosofo ! Ma , per condurre ad effetto ciò è d'
uopo , oltre alle buone disposizioni incutali, spendere molto
tempo. 124 » Ma che poi il raziocinio, come egli
vuole nel §. 33 » capitolo 3. , oltre le conoscenze che si ottengono
dalla » di lui indole analizzandolo, e dandogli tutte le possibi- »
li forme, di cui è capace , ci conduca a conoscenze di » altra specie,
non mi accordo ; poiché esso serve a di- » mostrare bensì la verità, ma
non già a scoprirle; poi- » chè dal semplice passa al composto, ed è di
norma al » metodo sintetico che non ci fa scoprire, ma dimostrare »
la verità ; mentre 1' induzione ed il sorite , che dui » composto ci
guidano al meno composto ed al semplice » discoprendole servono all’
analisi , senza di cui non al- » tro che cognizioni intuitive avrebbe 1’
uomo. Intanto » l’autore reca, in conferma di quanto asserisce, un
pro- » blemn algebrico tolto, se mal non mi appongo, dal cor- » so
degli studi del sig. Condillac ( cui si bene e tanto » volte staffila).
Egli la soluzione di questo, messo in e- » quazionc, riconosce da un
raziocinio , il di cui princi- » pio è I' assioma : se a quantità uguali
, $' aggiungono » quantità uguali, la somma sarà eguale. Alto sig.
Filo- » sofo, non è quest’ assioma che mi conduce a sciorre il »
problema ; poiché dopo di averlo per mezzo degli ol- » gebrici artifici
sciolto , veggo che per dimostrarlo pos- » so adattargli quest’ assioma ,
altrimenti le idee univer- » sali per intensità equivarrebbero alle
particolari ». » 1)' altronde egli stesso, nel §. 53 cap. a°,
s'espri- » me così : 1' analitico non fa uso degli assiomi , se non
» nel momento in cui le circostanze delle sue ricerche » l'obbligano ad
usarli, or ciò fa nel metodo istruttivo, » non dirò punto in quello d'
invenzione ; poiché l’appli- » razione de’ principi generali vien dopo la
soluzione del » caso particolare ». Con queste parole nulla
si prova. Primieramente é mestieri, secondo il Galluppi, distinguere
conoscenze univer- sali da idee universali: le prime, cioè le conoscenze,
sono Digitized by Google 125 df due
specie, necessarie che hanno origine dalla riflessio- ne sulle proprie
idee astratte , e la loro generalità non è perciò dedotta dai casi
particolari. Ancora è necessario av- vertire, che la mente si forma le
idee universali, partendo dalle idee particolari. Quindi è chiaro, che
trattandosi del- l’ordine cronologico delle idee, conviene che lo spirito
va- da dal composto al semplice, dal particolare all’universale, ma
nell’ordine della deduzione delle conoscenze non è cosi, perchè le verità
pure o necessarie sono formate, non già dall'esame de 'casi particolari,
ma paragonandole idee uni- versali. Lo spirito inconseguenza , dopo aver
scoverto al- cuni rapporti immediati fra le sue idee generali ,
applica queste sue conoscenze ai casi particolari. E il sig. A. S.
che crede esalta la critica fatta dal Galluppi al Tracy , non ha veduto
eh' essa ha per base la differenza fra l'or- diue della deduzione delle
idee c quello della deduzio- ne delle conoscenze. 11 dire poi che il sorite
conduce dal composto al semplice, ossia dal particolare all’
universale, è falso: perocché esso si risolve al sillogismo, cioè al
ra- ziocinio , il quale va dall’ universale al particolare ; ed i
filosofi sono stati di accordo su ciò, tranne Tracy, il qua- le, come fra
poco dimostrerò, è stato compiutamente con- futato dal Galluppi.
In secondo luogo è l'assioma che mi conduce alla soluzione del
problema , perchè senza di esso non potrei avere de' risultamenti
generali, il che vuol dire non avrei sciolto il problema. Se voi, sig.
Critico, credete che col- V esempio particolare il problema sia sciolto ,
v’ inganna- te, giacché in matematica non si ammette regola o pro-
posizione alcuna che, come dice il Celebre La Croiv, non sia la
conseguenza necessaria delle prime nozioni sulle quali si è appoggiato ,
o la cui verità non sia stabilita in generale, in seguilo di raziocini
indipendenti dagli e- sempi particolari, che non possono giammai formar
prò • 126 va , e che non servono, che a
facilitare al lettore V in- telligenza de' raziocini., o la pratica delle
regole (19). Dopo di ciò il sig. A. S. scrive : « Ho
dichiarato » che ottimamente 1' autore conduce I' analisi del
razioci- » nio , e quell’ osservazione che fa non poter essere per-
ii lettamente identici il principio coll' illazione , nè asso- li
lutamente diversi è condotta ad evidenza . e come tre n idee principali ,
altrimenti nomati termini , e non più » possono entrare io esso , è
recata al massimo grado di » convincimento ; come del pari la genesi
degli assiomi » che nascono dalle definizioni; nè crede che altri,
come » lui , sia riuscito in questo processo logico ». Mostra
qui il Critico di aver concepito alcune os- servazioni dell' autore , di
cui è parola : ma egli , prose- guendo, dice cose che son valido
argomento di non averlo sempre inteso, » Dissentisco, dico A.
S., intanto dal più de’ meta- » fìsici, quando asseriscono che nei
raziocini puri dall’u- » niversalc si va al particolare , senza negare,
secondo il » linguaggio scolastico, che la conseguenza debba
seguire » la parte più debole ; cioè se havvi premessa particola- »
re o negativa , tale debba esser la conseguenza. Ma » perchè non hauno
indagato , se potessero darsi razioci- » ni costanti lutti di giudizi
universali ? Jl sig. Gallup- » pi, che tanto a lungo discute la natura
del raziocinio, » non si è occupalo di ciò, contentandosi di riferire
sol- » tanto la legge scolastica: se una delle promesse è par- ìa
ticolare ; anzi se mal non ni appongo ha dello , che » nei raziocini puri
dall' universale si conchiude al par- ìa ticolare ». Signor
A. S. avete letto , non dico tutte le opere del Galluppi, ma la logica di
esso autore ? lo porto opi- nione , che voi o non avete studialo la
logica pura , o , che è probabile, di volo ; giacché è falso che il
Galluppi 127 non siasi occupato d' indagare , se
possano esservi de' ra- ziocini costanti tutti di giudizi universali.
L'esimio filo- sofo , dopo aver ad evidenza provalo che il principio
e I' illazione non possono essere nè perfettamente identici , nè
diversi, cosi parla : » É necessario dunque che vi sia un’
identità, o nei » predicati o nei soggetti de' due giudizi di cui parlia-
» ma. Supponiamo il primo caso , cioè che il giudizio » dedotto abbia lo
stesso predicato del principio. Uno » stesso predicato suppone una certa
identità nei sogget- » ti ; vi ha dunque identità nei soggetti del
principio e » dell’ illazione ; ma non potendo essere, per quel che
si » è detto, perfettamente identici, rimane, che vi sin fra »
questi soggetti quell’ identità , che passa fra la specie » ed il genere
, fra la specie e I' individuo , o pure che » questi due soggetti sieno
lo stesso soggetto riguardato » sotto due aspetti : esaminiamo il primo
caso a. Viene quindi all’ esame del primo caso , cioè quan-
do i predicati del principio c dell’ illazione sono identici e tra i
soggetti ovvi 1' identità , che passa fra la specie ed il genere, fra la
specie e l'individuo, e da profondo filosofo dimostra il soggetto del
principio dover essere in tal caso più universale di quello dell’
illazione, come pure che debbono essere tali raziocini di tre giudici
composti, e conclude in queste parole : » La legge generale
di questi raziocini si è : ciò che » conviene al genere, conviene anche
alla specie, ciò che » ripugna al genere ripugna alla specie »
(20). l)a quanto ho detto si fa chiaro la legge di tutti i
raziocini non esser pel nostro autore quella , la quale prescrive che dall’
universale debba concludersi al parti- colare , ma che tal legge sia di
alcuni raziocini , perchè egli dice la legge generale di questi
raziocini. Nel §. seguente imprende a parlare del taso, in
cui 128 il principio c l' illazione hanno lo
stesso ollrilmto e i lo- ro subbictti sono uno stesso soggetto riguardalo
sotto due aspetti- Ecco le sue jwrole : » Nel caso in cui il
principio e 1' illazione abbiano » lo stesso predicato , ed i loro
soggetti sieno lo stesso » soggetto riguardato sotto due aspetti , per
concludere » si richiede un giudizio, che dimostri l' identità de’
due » soggetti , ed il raziocinio è composto anche in questo » coso
di tre giudizi : 7 f 1 è 8 : 6 + 2 è lo stesso che » 7 + 1,0-5-20 dunque
8. Il secondo [giudizio (5 f 2 » è lo stesso che 7 + 1 , enuncia I'
identità de' soggetti » del principio, e dell' illazione. Vi fece altrove
osserva- » re ( §. XX. ) che 7 f 1 è la deflnizione di 8 ; questo »
raziocinio è fondato dunque sul seguente principio ge- » iterale : a chi
conviene la definizione, conviene il de- » finito, e viceversa ».
Or in questo caso il principio c I’ illazione hanno lo stesso
predicato , ed i loro soggetti sono il medesimo subbielto sotto due
vedute riguardato ; c perciò le pro- posizioni sono uguali in estensione
, e si può affermare del secondo soggetto ciò che si è affermato del
primo. Inoltre quando, nel secondo caso, il principio ed il
giudizio dedotto hanno uno stesso soggetto ed un diver- so predicato ,
sono eziandio universali. Ecco l’ esempio recato nel §. 29. »
7 f 1 è maggiore di 7 ; ma 7 è 6 + 1 , 7 + 1 6 dunque
maggiore di 6 + 1 ». Altri esempi, che confermano ciò che iodico;
leggon- si nello stesso jj. dove I’ autore mostra che in alcuni ca-
si il soggetto del principio è predicato nell' illazione , c viceversa.
Ma il sig. Critico, se mal non mi avviso, non ha letto 1' opera , cotanto
celebre del Galluppi , titolata Saggio Filosofico sulla Critica della
Conoscenza. Digitized by Google 129 Cosa
dice il nostro filosofo in esso opera ? Ei, discu- tendo il raziocinio,
dà un analisi severa di quest’atto men- tale , e con somma penetrazione
parla di tutti i rasi , e conclude così : » L’analisi che ho
fatto del raziocinio, è molto im- » portante, io ho creduto esser questo
il vero mezzo di » illuminarlo , e di dileguare qualunque dubbio.
Questa » analisi fa conoscere 1° che nel raziocinio astratto si »
conclude dall’ universale al particolare , non già vire- » versa ; 2° che
tutte le proposizioni possono essere u- » qualmente universali » (21).
Quindi il valente filosofo dimostra l’ inesattezza delle leggi dei logici
de orniti et nullo , e quella una conlineat, altera conlentam
dcrlaret con dire tali parole. « L' analisi, che ho fatto del
razio- cinio , dimostra dunque che le regole da’ logici insegnate
finora non sono universali ». Dirò ancora esser falso che il
Galluppi siasi conten- tato di riferire la legge scolastica , perchè essa
, secondo il sulloilato filosofo, è questa : » L' analisi, ei dice, clic
ho » fatto del raziocinio, mi conduce a stabilire questo prin- »
cipio. Nel raziocinio vi dee essere un’ idea comune al- » l’ illazione ed
al principio , ed un giudizio che affermi » l’identità delle altre due idee,
parziale o perfetta » (22). E la stessa legge stabilisce 1' autore
nel §. 8Ò del suo Saggio Filosofico. Aggiungi a ciò che il Galluppi
de- duce tutte le leggi scolastiche (inclusa quella se una delle
premesse è particolare , I’ illazione debb’ esser tale ) dalia legge testò
trascritta (23). Il critico dunque ci ha venduto due errori con
po- che parole, che ha detto, relative all'analisi del raziocinio
fatta dal sig. Galluppi. io concludo. 1° E falso eh’ esso autore non
abbia indagato, se possano darsi ragionamenti composti di proposizioni universali
; 2° È falso ancora di essersi contentalo riferire lu legge scolastica
ec. , che an- zi egli desume tutte le regole de’ logici da un
principio generale da loro non conosciuto. E chi , dopo di ciò, si
ostinerà a non voler biasimare la critica del sig. A. S. ? àia quel che
ho detto non è tutto, giacché egli ci ha dalu altre prove di conoscere o
intendere poco o nulla le sensa- tissime dottrine dell' esimio sig.
Galluppi. 9 130 Eccole : » Da
generoso, cosi A. S., e con piè fermo calcan- » do il polemico campo
brevemente combatte, nel §. 43 » cap. 4., il signor Destutt-Tracy, che
ridurre pretende » tutte le forme del ragionare al sorite ; facendo
all'op- » posto eijli vedere esser il raziocinio contrario al sori-
» te ; e posso qui dire di averlo attaccato On dentro le » sue trincee ,
e d' essersi avvalso delle stesse armi dei- » l’avversario per finirlo.
Egli facendo capo dall'equivo- » co preso dal sig. Tracy fra idee c
conoscenze, le qua- » li ultime , sebbene non I’ ho vedute dall’ autore
nostro » definirsi , pure scorgo esser significate verità di giudi-
» zi. Quindi, dopo avergli appalesato lo equivoco, a chia- » re note gli
dimostro , che il raziocinio incomincia da » conoscenze universali , e
quello all' incontro nella ca- » lena de’ suoi giudizi dal particolare va
gradatamente » progredendo alle universali nozioni ». Tracy
portò opinione il sorite esser il modo natura- le di ragionare del!’
umano spirito, come pure che in es- so sorite si vada dal particolare all'
universale ; e che perciò ei crede il sillogismo debba al sorite ridursi
, e non già, siccome i filosofi avean detto, il sorite risolver- si
al sillogismo : ciò è vero. Galluppi espone lo dottrina dell' illustre
francese ideologo , e con mollo senno la ri- batte , cosa ugualmente vera
: ma che poi Galluppi fac- cia vedere esser il raziocinio contrario al
sorite, è falso; pure che esso filosofo dica che il sorite nella catena
dei suoi giudizi' proceda dal particolare all’ universale , ò fal-
sissimo. Perocché il Prof. Galluppi dopo aver svelato l’e- quivoco preso
dal Tracy fra ordine della deduzione delle idee ed ordine della deduzione
delle conoscenze , cioè fra idee clementi del giudizio e quest - atto
intellettuale stes- so, e la differenza fra verità speculative c verità
empiri- che, cosi s’ esprime : » Ritorniamo all’ esempio
recato di sopra. Io do- » mando la ragione di questa conclusione : Pietro
è una » cosa mortale , essa nel sorite rapportato , consiste in »
queste due premesse : ciò che ha un corpo, il quale na- » sce e sparisce
dalla terra, è una cosa mortale. Pietro » ha un corpo, il quale nasce e
sparisce dalla terra. La Digitized by Google
131 » premessa: Pietro ha un corpo, il quale nasce e spari-
ti tre dalla terra, è taciuta nel sorite enunciato; ma seb- » bene sia
taciuta, essa esprime un giudizio, che lo spi- » rito dee fare
necessariamente |>er poter concludere, che » Pietro è una cosa mortale.
Inoltre qui si conclude dal- li I’ universale al particolare ; poiché il
principio : ciò » che nasce e sparisce dalla terra è una cosa
mortale, » è una proposizione universale, laddove l' illazione Pie-
ri tro è una cosa mortale, è una proposizione particolare, n Se domando
di nuovo la ragione di questa premessa , » taciuta nel sorite : Pietro ha
un corpo ii quale nasce n e sparisce dalla terra, essa consiste in queste
due pro- » posizioni ; ciò che ha un corpo organico , ha un cor- »
po il quale nasce e sparisce dalla terra. Pietro ha un » corpo organico ,
La seconda proposizione : Pietro ha » un corpo organico, è taciuta nel
sorite, ma essa espri- » me un giudizio , che lo spirito è obbligato ,
per con- » eludere , di fare necessariamente. Similmente , se do-
li mando la ragione di questa premessa taciuta nel sori- » te , cioè di
questa proposizione : Pietro ha un corpo » organico ; essa si spiega
nelle due seguenti proposizio- » ni : Ogni animale ha un corpo organico.
Pietro è a- u nimale. La seconda proposizione è taciuta nel sorite
; » ma il giudizio da essa espresso è nello spirilo di colui » che
ragiona. Affinchè la conclusione del sorile sia in » connnessione colla
prima proposizione è necessario, che » lo spirito giudichi convenire al
soggetto della prima » proposizione tutto ciò clic successivamente si
trova con- » tenuto nel predicato di questa stessa proposizione.
Ciò a fa si , che un’ esatta analisi di un sorite lo risolve in »
tanti sillogismi. Il sorite è dunque un compendio di » sillogismi, ed è
il sorite che si riduce al sillogismo; non » giù il sillogismo, che si
riduce ni sorite (24). Non farò chiose a parole si chiare ; ma dirò
che il sorite non è, pel sig. Galluppi, contrario al raziocinio: c
solamente diverso nell’ espressione, perchè taccionsi alcune
proposizioni, che han luogo nella mente di chi lo forma, e senza delle
quali non vi sarchile alcuna conseguenza. In somma distinguendo I’ alto
intellettuale , detto raziocinio nello spirilo e nel discorso, siccome ha
detto il Galluppi 132 in vari luoghi della logica
, si conoscerà che non solo il sorite , ma eziandio gli altri modi di
argomentare , sono nel pensiero raziocini , sebbene nel discorso
diversamente enunciati. Dirò per conseguenza che il sorite nella
cate- na de’ suoi giudizi va, come il raziocinio, dall' universale
al particolare. Or io non so persuadermi, non tanto per- chè il A. S.
dissenta in molte cose dal signor Galluppi , ma come egli incorre in
errori di fatto sì badiali. E se egli erra sì facilmente trattandosi di
cose di fatto , nel conoscere cioè qual sia la dottrina di tal filosofo,
che sa- rà poi discutendo il merito di qualche dottrina ? . . . .
ognuno giudichi da sè. Dopo di ciò il sig. A. S. si accinge a far
qualche cenno sulle dottrine nella Psicologia contenute. » E
tempo ornai, commendevoli Signori , fare qual- » che cenno su le dottrine
del sig. Galluppi in riguardo » alla Psicologia. Costui pretende, da che
l’iiomo pcrce- » pisce un fuor di sè, percepire se stesso distinto
dagli » oggetti esterni. Primamente dico esser questa una del-
>< le inestricabili quistioni , ed il parteggiar clic fanno i »
gran filosofi, chi per Cuna opinione, chi per l'altra dà » a divedere la
difficoltà di sciorla; secondariamente dico » esser futile, e vana la
ricerca di tal soluzione, poiché non » mi giova punto saliere, se nel
principio della vita ani- » male, quando non era che bambolo
cinguettante, avessi » la coscienza del me, e del fuor di me; in terzo
luogo » mi dichiaro dell’ avverso partito del signor Galluppi , »
menochè ammettessi, che nel principio della vita tutte » le facoltà
insiememente si sviluppano nell' uomo ». Non si potea peggio
esporre la dottrina del Gallup- pi; giacché i filosofi contrari ol di lui
parere convengono nel dire « da che 1’ uomo percepisce un fuor di sè
per- cepire se stesso distinto dagli oggetti esterni » ma tutta la
quistione consiste in conoscere qual sia 1’ atto che ci svela il me ed il
fuor del me. Perchè alcuni credono che la percezione del me sia un otto
del giudizio ; altri filo- sofi che la coscienza di ogni sensazione sia
congiunta colla percezione del me.... Galluppi è di quest' ultima
opinio- ne. In quanto alla percezione dell’ esistenza straniera,
pu- re vi ha tre opinioni : quella che stima alla facoltà di
Digitized by Google 133 giudicare appartengasi il
rivelarci un’ esistenza esterna , una seconda die del solo tatto sia tal
istruzione , la ter- za , eh’ è quella del Galluppi , ogni sensazione essere
la percezione di un’ esistenza esterna , ossia oggettiva. È dunque
evidente che invece di asserirsi , che secondo il precitato filosofo, «
da che l'uomo percepisce un fuor di sè percepire se stesso distinto dagli
oggetti esterni » do- vea il Critico dire : Il Galluppi pretende da che
1' uomo ha la percezione di una sensazione percepire se stesso ,
come pure che ogni sensazione rivela un’esistenza esterna. Ma è
esatta 1’ asserzione del sig. A. S. , cioè esser vana e futile la ricerca
della soluzione di tal quistione ? Dice il vero il Critico , Candidar, Tracy,
Degerando cc. ed anco il Galluppi furono sciocchi, perchè volsero
l’ani- mo a cosa inutile ; era riserbato al signor A. S. svelare
ciò ; ed i filosofi gliene sopranno grado. Ma , buon Dio, si sanno i
sistemi de’ filosofi ? Si vedono le relazioni fra le conoscenze ? Ora
siffatta quistione essendo intimamen- te legata alt’ idealismo e allo
scetticismo , ec. è perciò d' altissima importanza. Vediamo intanto le
ragioni con che egli confuta la dottrina del sig. Galluppi.
Primamente dice qualche parola sulla simultaneità delle percezioni
, e stimo inutile trattenermi su cosa che ognun sente , e che ho di sopra
provato. Quindi viene alla confutazione. » La stessa maniera
sua di ragionare mi convince » del contrario. Udiamolo. Ei dice, io posso
provare più » sensazioni, e sieno pure, soggiungo io,
contemporance. » Ma dove appoggia, gli domando, lo posso aver
coscien- » za nello stesso tempo di tulle queste modificazioni. Ed
» anche che sia possibile . è certo che a posse ad esse » non colei consequentia
: ma ecco , signori dove 1’ ap- » (foggio nel §. 9. È incontrastabile ,
egli dice, che nel » momento in cui vi parlo coi avete la percezione del
vo- » stro me; ma se l'avrete in questo momento, è necessa- » rio
che i abbiate avuto fin dal primo istante della vo- to sira vita
sensibile; ed è necessario che questa coscien- » za abljia accompagnala
ciascun vostra sensazione ». Qui il sig. A. S. mostra ad evidenza
che il prin- cipio che lo muove ad agire è tutt' altro dello amor
del 134 vero : egli è accecato dallo zelo di
parie , e mette in o- pera mezzi irregolari ed inefficaci. Dico
irregolari, perchè non si censura I’ opinione di un autore, prendendo
alcune linee di un paragrafo , altre di un ultro , e di paragrafi
dove 1’ autore che si vuol criticare non stabilisce la sua dottrina. Dico
inefficaci, perche Galluppi si legge da tut- ti, e massime da coloro che
sono addetti alla filosofia , e confrontando le parole del Critico cou i
testi del Cele- bre autore, si scorge 1’ errore di chi censura. Eccomi
al- le prove. 11 primo capitolo della Psicologia del Galluppi
che ha titolo — Della Coscienza o della Sensibilità Interna — è
formato da nove §. pag. 17. Ne' primi tre §§. del pre- detto capitolo l'
insigne autore si fa a dimostrare, come la scienza del raziocinio lo
conduca alla Psicologia, e che il metodo da lui seguito è perfettamente
analitico. Nel 4° §. cosa sin la coscienza, e nel quinto mette a chiara
lu- ce lo stato della quistione della percezione dell' lo non che
l' opinione di Condillac, Degerando , e quella di altri filosofi coi
quali il Galluppi è d’ accordo. Nel sesto con non poca profondità abatte
l' opinione di Condillac , il quale credeva l ' Io essere la collezione
delle sensazioni che ciascuno prova , facendo quasi palpare che
cosiffatta opi- nione dà T lo in apparenza c lo toglie in realtà. Il
set- timo §. è unu solida risposta al sig. Degerando, provando
nello stesso tempo che la coscienza di qualunque sensazio- ne è
inseparabile dalla percezione del me. Ognun vede che 1’ A. S. ,
dichiarandosi di avverso parere del Galluppi, avrebbe dovuto a que' §§.
indirizza- re la sua critica, nei quali l’autore appoggia il suo
pare- re : il Critico non ha detto cosa alcuna su questi §§. e
quali sono i §§. da lui confutati ? Alcune parole del §. 8. altre del 9.
Ma, signor mio, in questi il Gal- luppi uon stabilisce la sua opinione ,
cioè che l’ atto , il quale rivela la propria esistenza , è un atto del
senso in- terno , ma solo stabilisce nell’ ottavo che lo spirito
inco- mincia le sue operazioni dalla percezione del me non già dal
giudizio sul me, e nel nono fa un corollario delle ma- terie spiegate. E
poi perchè alcune parole di un §. altre di un altro ? Io ben veggo ( e
chi noi vede ? ) che egli Digitized by Google
135 non potendo criticare la profonda dottrina del Galluppi,
si è avvalso, siccome ho detto, di un mezzo irregolare ed ineffi-
cace. Onde il lettore vegga chiaramente ciò che dico, tra- scrivo i
testi, ne’ quali leggousi le parole riferite dall' A. S. 11
Chiarissimo filosofo dopo avere , siccome ho det- to , nei sette primi di
questo capitolo ben discusso la quistione del me , viene , nel §. 8. a
far vedere che quantunque si abbia dalla prima sensazione il
sentimento del me , pure non può farsi giudizio su di esso , cioè
sul me. » Ma sebbene , ei dice , «dia prima sensazione lo »
spirito abbia il sentimento del me, pure fa d’ uopo av- » vertire , che
un tal sentimento ritrovandosi nel princi- » pio confuso col sentimento
della sensazione , non può » nel primo istante esserne distinto. Lo
spirito non può » separare al primo istante due cose , eh’ esso sente
iu- » sitine : egli non può dire : io provo la sensazione
» dell' odore. Lo spirito non può incominciare dal giudi- » zio, ed
egli incomincierebbe dal giudizio , se al primo » istante potesse dire :
io provo la sensazione dell" odo- » re, o io sono una cosa che ha la
sensazione dell" odo- a re. Le operazioni del nostro spirito
incominciano dalla » percezione del me, non già dal giudizio sul me.
Rendia- » mo più chiara questa importante dottrina. »
Allorché lo spirito guarda semplicemente un og- » getto , e vi vede
riuniti i suoi diversi elementi , egli » non ha ancora , che una
percezione ; ma allorché pre- » sta successivamente la sua
attenzione a questi diversi » elementi , decompone quest' oggetto ,
divedendolo , per » dir cosi , ne’ suoi elementi diversi , cioè in un
sogget- » lo , e nelle sue diverse qualità. Ma lo spirito non de-
li compone , che per ricomporre di nuovo , egli dopo di » avere osservato
separatamente le qualità, le riunisce al » loro soggetto , quest’ atto
dello spirito chiamasi giudi- » zio. lo posso provare nel tempo stesso
molte sensazio- » ni, vedere molti oggetti , udire de’ suoni, provare
de- li gli odori , gustare de’ corpi saporosi , toccare de' corpi »
caldi ec. ; io posso aver e coscienza nel tempo stesso » di tutte queste
modificazioni ; in tal caso io ho la per- ii cezioue del me , e di molte
sue maniere di essere ; 136 » questa coscienza
non è ancora altra cosa che perce- « zinne » Noi abbiamo ,
cosi nel §. 9 ed ultimo del capi- » tolo , trallato sotto tulli i punii
di veduta una que- ll slione fondamentale nella Psicologia ; è utile
perciò di » passare in rivista le verità, che abbiamo stabilito.
Noi » proviamo diverse sensazioni ed affezioni: è questo un » fatto
; queste cose sono in noi , e le percepiamo ir» » noi , è questo un altro
fatto. Voi percepite il sole , e » voi sapete che percepite il sole ; o
per dir meglio : » voi avete la percezione della percezione stessa del
sole, » la quale è in voi. La facoltà di percepire ciò che ac- »
rade in noi, chiamasi coscienza, sensibilità interna, sen- ti so interno,
senso intimo. V esistenza di questa facoltà » è dunque un fatto
incontrastabile. » Le nostre affezioni interne sono in un flusso
con- » tinuo, noi cangiamo incessantemente le nostre maniere » di
essere ; la coscienza di questi cambiamenti si risol- ti ve in due
percezioni interne , nella percezione di una » cosa costante e che dura e
nella percezione di 8lcu- » ne cose che cessano di essere c si succedono
vicende- » volmcnte ; la prima è la coscienza del me, la seconda »
la coscienza delle sue modificazioni ; o per dirlo altri- o menti , la
prima è la coscienza del proprio essere ; la » seconda la coscienza de’
modi di quest’ essere. È dua- li que incontrastabile , che nel momento in
cui vi parlo , » t'o» avete la percezione del vostro me. Ma, se i
avete n in questo momento , è necessario che l abbiale avuta » sin
dal primo istante della vostra vita sensibile, è ne- ll cessano, che
questa coscienza abbia accompagnato cia- ti scuna vostra sensazione. Vi
ho fatto sentire l’ eviden- ti za di una tal verità di fatto, e perciò
abbiamo conclu- » so, che sin dal primo istante della nostra vita
sensibi- li le , abbiamo avuto la percezione del me e che questa »
percezione è , in conseguenza, primitiva, non seconda- li ria. Ma qui non
ci siamo arrestati : vi ho fatto osscr- » vare , che la percezione del me
, la quale accompagna » la nostra prima sensazione è confusa colla
percezione » della sensazione , non già distinta, che in
conseguenza » lo spirito incomincia dalla percezione del me , non
già Digitized by Google 137 » dal
giudizio sul me. Io vi prego di rendervi familiari » queste verità; esse
sono fondamentali nella Psicologia. Le quali parole del sig.
Galluppi mettono in chiara luce il mio pensiero, cioè che il Critico non
potendo in al- cun modo ribattere le profonde ragioni di esso autore,
pre- se alcune parole del §. 8, dove l’autore non dimostra af-
fatto la sua opinione , c dimenticandosi a bella posta dei sette §§.
antecedenti, ti trasporta al §. 9 lin. 28 toglien- do, eh' è più, la
parola dunque , e con dire che qui l'au- tore appoggia la suo dottrina.
Ognuno si può di leggieri accorgere che il §. 9. è un corollario del
capitolo ; in fatti le parole dell’ autore che succedono a quelle dell’
A. S. Vi ho fatto sentire l' evidenza di una lai verità di fatto,
chiaro danno a conoscere essere la dimostrazione di già data, e non
appoggiar qui egli la suo prova. E poi, perchè togliere la parola dunque
? Non senza ragione il Critico ha ciò fatto : non rimovendo il dunque
ognuno si sarebbe accorto essere un’illazione e non poter 1' auto-
re poggiare le sue ragioni. » Dopo la discussione delle due
percezioni del me , » che 1’ autore, come dissi , vuole contemporanee al
pri- » mo vagir dell' uomo, entra nel secondo capitolo a trat- »
tar del come , essendo modificazioni dell’ animo non di » meno lo
conducono a conoscere un fuor di me ». Co- sì il Critico A. S.
L’ autore non discute nel 1° capitolo la percezione del fuor del me
; egli come può vedersi dal §. nono da me citato , in esso capitolo,
esamina soltanto la percezio- ne del me. Nel capitolo secondo poi entra a
parlare del- la percezione del fuor del me : la prima ò un atto
della coscienza, la seconda della sensibilità. È poi eziandio
frivola quella critica della percezione del fuor di me. » Il
nostro autore Galluppi , egli dice , senza sgo- » meritarsi del
diffìcilissimo problema, nel §.12 afferma » che ogni sensazione è di sua
natura la percezione di » un’ esistenza esterna. Per provare la sua
dottrina , ra- » giono così : Noi diciamo lutti io perno ciò ; io
sento » questa rosa. Allorché voi dite , io penso , posso tosto »
domandarvi , che cosa pensate eoi ? Allorché dite , io
138 » senio , sono anche nel dirillo di domandarvi che
cosa » sentite ? Qui parrai che 1’ autore si scordò di dover »
trattar con bamboli , e tratta perciò con adulti , che » ragionano , e
che anno un linguaggio che fa I’ analisi « de' loro pensamenti. Convengo
con lui che 1' oggetto » della sensazione è diverso dell' oggetto della
coscienza , » eh' è la sensazione ; convengo, che 1' oggetto della
sen- » sazione è fuor del me ; ma non nasce da ciò , che lo »
spirito dell’ infante debba pure percepir 1' oggetto co- » me cosa fuori
di sè; giacché, come sostenni dapprima, » s’ immedesima coll’ esterne
cose , finché il tatto , e le » non volute sensazioni di dolore lo
rendano avvertito dei » suoi falli », L’ autore , sig. A. S.
, non si scordò di parlar con bamboli ; egli esamina la sensazione e lo
fa mercè 1' a- natisi del linguaggio , mezzo acconcio, perchè
sviluppando le parole si viene alla cognizione delle operazioni del
pen- siero. Se egli deducesse che ogni sensazione ò oggettiva ,
perché lo è attualmente, allora sarebbe in errore; ma e- gli da profondo
filosofo discute la sensazione, e vede che essa, come sensazione, debba
ad un oggetto riferirsi, giac- ché altrimenti non sarebbe sensazione, e
sarebbe un nulla. » Ogui pensiero , ei dice, ed ogni sensazione si
ri- ferisce essenzialmente , e di sua natura ad un oggetto quale
che siasi. Il dire io sento, ma non sento cosa al- » cuna , è lo stesso
che dire : io sento e non sento in- » sicme , è pronunciare un evidente
contraddizione. La » sensazione è dunque di sua natura relativa all'
oggetto » sentito ; essa o è sensazione di qualche cosa, o non è »
sensazione adatto » (25). Chi si fu a meditare attentamente queste
parole del sullodato Calluppi , scorge che la dottrina di esso
autore ha per base questo principio : sentire e non sentire in -
steme, è una contraddizione. E cosi quei filosofi che ne- gano I'
oggettività di qualunque sensazione , come pure coloro che la concedono
al solo tatto , commettono una contraddizione, perché per essi lo spirito
sente , ma nul- la percepire di esterno , il citò è lo stesso , sente e
non sente insieme. Ma dirò dippiù. 11 Critico conviene che 1’
oggetto Digitized by Google 139
della sensazione e diverso dall' oggetto della coscienza , che è la
stessa sensazione ; conviene ancora, che l’ogget- to della sensazione è
fuor del me : ma ei dice , non na- sce da ciò , che lo spirito dell’
infante debba pure perce- pir l’ oggetto, come cosa fuori di sè. E facile
rispondere al sig. A. S. colle stesse parole del Galluppi del §.
12. » L’oggetto della coscienza è la sensazione; ma del- » la
sensazione deve esservi un oggetto diverso dalla sen- » sazione medesima
, poiché altrimenti la sensazione non » avrebbe oggetto, il che è
assolutamente falso. Da que- » sto principio incontrastabile segue, che
ogni sensazione » in quanto sensazione ha necessariamente uu oggetto
e- u sterno al principio che sente. Di fatto se ogni sensa- » zione
dee necessariamente avere un oggetto ; se tutti » gli oggetti non possono
essere diversi dal me , dalle » sue modificazioni, e da ciò che è esterno
al me. Se l’ io » e le sue sensazioni sono 1’ oggetto della coscienza ,
egli » non rimane altro oggetto per le sensazioni che un og- «
getto esterno al me. Ogni sensazione dunque in quan- » to sensazione è la
percezione di una esistenza esterna. Io per altro non scorgo ,
perchè debba al tatto solo attribuirsi 1* ufficio di svelarci 1’
esistenze esterne ; anzi ^ se mal non m'appongo, nel §, 13 il signor
Galluppi ri- sponde all'abate Gondillac, sostenitore di questa
opinio- ne, facendogli evidentemente vedere che la di lui opinio-
ne è contraddittoria al principio da cui parte, e che tut- ti i sensi
potendo al tatto ridursi , niun privilegio debbo concedersi al tatto
propriamente detto. Altre ragioni ad- duce il nostro filosofo contro i
filosofi d' avverso parere del suo , nel §. IH. Nè qui poli fine alla
discussione , giacché nel capitolo IX di essa Psicologia, e
precisamente ne' §§. G9 e segg. del medesimo capitolo dimostra con
somma chiarezza e profondità la percezione del fuor di me non poter
essere 1' effetto dell’ abito, ed esser chime- re i giudizi abituali e
rapidi che, associandosi alla sensa- zioni, le alterino. Quindi credo che
il sig. A. S. leggen- do attentamente i §§. da me citati, e farà meglio
insie- me col secondo volume del Saggio Filosofico, appieno sco-
prirà le potenti ragioni di tal filosofo , e la verità delle mie parole.
Egli , è d' uopo ripeterlo, nulla lascia a de- 140 siderare
su tal materia colaute importante , mettendo il lettore in islalo a poter
giudicare con cognizione di causa. Ma, prima di chiudere queste
riflessioni , parmi es- ser mio debito paragonare il merito del signor
Galluppi con quello del signor Pezzi, lo non farò questo paragone
estesamente, e ciò per molti motivi, il primo de' quali è la brevità : mi
contenterò di offrire in poche parole la somma delle cose importanti de'
due filosofi. Qua/ìro dimostratile il merito comparativo di
Pastinale Galluppi e Carlo Antonio Pezzi. Pezzi
Molte idee anotomichc c fisiologiche. Pochissime parole
sulle leg- gi del raziocinio, ossia quasi assoluta mancanza di
logica. Mancanza di dottrine re- lative all' ideologia : per
e- sempio non si vede esame — della teoria di llume sulla
causalità, non discusse le i- dec del tempo e dello spazio secondo
Kant ec. General- mente l'autore non tien con- to delle quistioni
che sono a- gitatc da’ fìlosoG. Nemmeno veggonsi cenni sull'Idealismo,
Trascendentalismo, Empiri- smo ec. Quanto alle facoltà dell'anima,
sebbene non trat- tate con profondità , pure qualche lode ò da
riferirsi al- l'autore pei rapporti di che spesso fa cenno, aventi
il fi- sico col morale. Insomma io avrei desiderato che
l'autore fosse piti profondo ed esteso in logica e
metafisica. Galluppi Poche idee anotomichc c
fisiologiche. Analisi completa del razio- cinio con
sensatissima discus- sione d'interessanti quistioni.
Laboriosa indagine sull'ori- gine dell' idee con esame di
problemi di grave importan- za. Analisi diligente delle fa- coltà
dell’ anima, e confuta- zione del sensismo. Mede- simamente
esposizione e pro- fonda confutazione dell'ldeali- mo ,
Trascendentalismo , ed Empirismo. L’autore in som- ma nulla lascia
in dietro , per quanto un’opera elemen- tare il comporta, di
quelle ricerche di che in Pezzi ev- vi penuria, e, che più
mon- ta, con grande penetrazione sempre le ragiona. Più este-
si cenni sulle relazioni fra le due nature si desiano nella sua
opera. by Google 141 Questo confronto , clic
ognuno può istituire avvici- nandosi ad essi autori , fa vedere che se il
Pezzi abbon- da di alcune conoscenze , è mancante di moltissime
indi- spensabili alla solida base della scienza ; nel mentre il
Galluppi, se scarseggia di alcuue idee, siccome da taluni si dice,
tuttavolta i suoi clementi sono un corso comple- to di logica ,
metafisica c morale. Nulla dico della pene- trazione di spirito , perchè
è oggimai risaputo da tutti che Pasquale Galluppi ad istesissiraa
erudizione GlosoGca, congiunge profondità di mente tale , in guisa che
non solo dagl' italiani , ma eziandio dagli stranieri è stato a
cielo levato. Fo Gne a queste osservazioni con una ingenua
con- fessione. lo rispetto fra gl' italiani filosofi moderni Pezzi,
Soave ec. ma ammiro e venero oltre modo Genovesi , Galluppi e 1' Autore
del Nuovo Saggio sull' origine delle idee, perchè tre grandi filosofi
(’). (‘) Quest’opuscolo vide la prima volta la luce nel 1836 pei
ti- pi del Fiumara. ANNOTAZIONI 142
*««833. S®» 1 * (I) Opus, d* Introd. alla Filus. Cap. IV. —
Elcm. di Filos. voi. V. cap. I. §. 1. — Filos. della Voloutà, voi. 1.
Prcf. (2; Elcm. di Filos. voi. 4. cap. V. §. 78. (3) Il
sig. Critico sarà compiacente indicarmi il volume, il cap. il §. in che
il sig. Galiuppi impegno i giovanetti studiosi a saper h fi- losofica
rivoluzione , di cui Io stesso Critico parla , perchè non mi è venuto
fallo vederla in esso filosofo. Il sig. A. S. dovrà pure dirmi perchè la
rivoluzione di cui ei parla è nera. Perchè l’nddicttivo vera ? (4)
Eleni, di Filos. voi. 3. cap. 1. §. 8. pag. 18 e 19. (5) Lezioni di
Filos. tom. 1. Lcz. 3. tom, 2. Lez. 2. (6/ Saggio Filos. voi. IV.
cap. 1, $. 4. (7) Elcm. di Filos. voi. 3. cap. 1. §. 6. pag. 14 c
15. (8) Op. cit. voi. 1. $. VI. pag. 15, 16 e 17. (9)
Op. cit. voi. 2. cap. V. 35. pag. 82. Vedi il 4. voi. cap. V. §. 31 del
Saggio Filos. (10) Elementi di Filos. voi. 2. cap. V. 8* 39 - “ s
«8B io ™ l - 4 * cap. V. §. 32. (II) Opuscolo sull' Analisi e
Sintesi §. IX. (12) Chi vuole approfondirsi in questa materia
legga, oltre alla lo- gica, all* opusc. sull’ Analisi c Sintesi) il
secondo cap. del 1. voi. del Saggio sulla Critica della Conoscenza di
questo illustre ideologo. Egli in questo cap. solve sei difficili ed
importanti problemi , alcuni de' quali sono desiderata del celebre
Degerando. lino di questi quesi- ti si è : Il sistema che ammette l'
esistenza e l’ utilità de’ principi a priori , è esso compatibile eon
quello che rigetta le idee innaie ? (13) Essai Philosophique chap.
6. $. 16. (14) Hist. Comp. Des Sist. liv. 2. chap. 4.
(15) Psyc. Rat. scoi. 1.
cap. 4. §. 398 , 399 e 400. — Lcz. di Filos. voi. 2. • (16)
Eleni, di Filos. voi. 1. cap. 2. §. 24. pag. 55, 56 e 57. (17) Op.
cit. voi. 1. cap. 2. $. 25. pag. 58, 59 c 60. (18) Voi. 2. cap.
XLV1IL §• 361. (19) Troité Elcmeniaire di Arilmétique par la Croi*
§. 28 — Vedi » capitoli IL IH. VI. del 1. voi. del Saggio Filos. sulla
Critica della Conoscenza. (20) Cap. 3. §. 28.
(21) Voi. 1. cap. 3. §. 85. . {Ì2J Elem. di Filos. voi. 1.
cap. 3. §. 30. (23 J Saggio Filos. voi. 1. cap. 3. §. 86. — Elem.
di Filosofia , voi. 1. cap. IV. §. 44 c s*gg. del cap. „ (24)
Voi. 1. cap. IV. 43. (25) Psicolog. cap. 2. 12.
Digitized by Google u fisiologìa calunniata di
materialismo Animus gaudens acmtetn floridam facil ,
spirilus tristis cxiccat ossa. Prov. xvu. 22. Corpus
eniro quod corrumpilur, aggravai animam . et terrena inhabitatio
depri- mil stogimi multa rogitanlem. Sap. li. 15. (vedi H
Cor. r. ^ Bom. ni SS) §• i. Le indagini de' fisiologi
sii, relative alle attinenze dell' or- ganismo colle facoltà pensanti ,
sono utili e necessarie al psicologo e non conducono al
materialismo. É ormai valico più d’ un lustro, che io sentivami
da uu tale sussurrare all’ orecchio : volgete l animo alla At-
tornia , alla Fisiologia ecc. e conoscerete esser chimera platonica lo
spirito; c poi da uu altro, che uditami dire un che sulla immaterialità
dell' io : se foste medico, non ragionereste così. Alle quali cose
quantunque io rispondes- si, pure per dar pace alla mia coscienza , e
perchè avea conosciuto, avere il me delle attinenze
coll'organizzazione, la cui cognizione è essenziale alla Filosofia , mi
rivolsi alle predette scienze — studiai gli organi e le loro fun-
zioni , studiai .... ma qual fu la mia sorpresa in vede- re , che il
vantato materialismo della Fisiologia è un so- gno, anzi un insulto fatto
a si bella ed utile scienza ! La Fisiologia, attenendoci alla parola,
significa scien- za della natura , c dovrebbe occuparsi di tutto che è
in natura ; ma essa anziché spaziarsi in campo tanto esteso, si è
ristretta alle funzioni, alle leggi degli esseri organiz- zali nello
stato sano, lì siccome questi sono o vegetabili, o animali , o uomini ,
però è nata la litotomia o Fisica vegetabile, la Zoonomia o Fisica
animale, dottrina dell’e- conomia animale , c Fisiologia Comparata , se
indaga le dilTerenze fra gli alti vitali dell' uomo c quelli degli
ani- mali , e finalmente Antropologia o Fisiologia Medica, se
Hi ha per obbietto gli alti vitali dell’ uomo (1).
Laonde era naturale, che quest' ultima sì occupasse delle funzioni
in- tellettive ed affettive dell' uomo , che sono atti vitali e i
più nobili ; e dopo aver durate non poche fatiche conobbe- si alla line,
il cervello esser lo strumento principale di sì nobili facoltà, dico
principale, perchè non si può escludere il concorso degli altri organi
inservienti alla vita relativa, come sensi, ossa, muscoli ec. Il
(ìsiologista di mente de- bole può qui dire : ogni funzione ha i suoi
organi , il pensiero è una funzione , ha dunque il suo organo, che
è il cervello ; or se accordiamo al cervello un’ anima per agire ,
dobbiamo concederla agli altri organi ; e però lo spirilo è una chimera
da' metafìsici ideata. No , io ri- spondo ; è una realità, e voi
v'ingannate negandola. Di- temi , come sapete che il cervello è l’ organo
delle fa- coltà pensanti ? perchè 1' esperienza vi ha mostrato ,
che tutto ciò che altero, o distrugge il cene.lo, altera, o di-
strugge il pensiero, che dopo lunga meditazione la fron- te dà segno di
speciale calore e la testa duole ( il che è conforme a quella legge
notissima per cui cresce il calo- re , aumentando I' oziane di un organo
o si sviluppa il sentimento di fatici), che negli animali ver trinati la
per- fezione graduale delle industrie, degl’ istinti è in propor-
zione del perfezionamento graduale del cervello ec. avete adunque
conchiuso, il cervello è il principio efficiente del pensiero. Questa
conclusione è illegittima : due fenomeni, che costantemente si veggono
congiunti , non segue per questo solo, che l'uno sia causa dell’altro; è
questo quel sofisma che nessuno ignora : cum hoc, ergo propter hoc.
— Adagio, risponde egli: c’è i analogia, perchè nelle al- tre funzioni
riguardandosi gli organi quali cagioni efficien- ti, dobbiamo in quelle
pensanti riguardare il cerebro cau- sa efficiente. No , quest’ analogia ,
non c è affatto. Nelle nutritive funzioni voi avete qualche cosa di più,
che non si ha in quelle pensanti : ed in queste è una particolari-
tà, che non si ha in quelle. Così, in quelle digestive, voi avete veduto
non solo che I’ alterazione, o distruzione del tubo digerente è seguila
da disturbo , o nullità nella ri- rispettiva funzione, ma avete eziandio
osservalo la sostan- za introdotta cambiarsi in passando nelle diverse
porzioni Digitized by Google 145 di detto
canale , c quindi assorbirsene una parte, cioè la chilosa , e I' altra ,
le lecce , espellersi. Lo stesso dicasi della respirazione, i cui organi
, i polmoni, sonosi osser- vati pieni d’ aria , c parimenti della
circolazione , di cui le arterie e le vene hanno offerto il sangue, c
cosi delle altre automatiche (unzioni. Ma, quanto al cervello, voi
sa- pete, che i 9ensi trasmettono mercè i nervi allo stesso le
impressioni , quindi si mostra il pensiero , la volontà na- sce , la
quale mercè i nervi trasmette ad alcuni organi de’ movimenti ; che le
alterazioni avvenute nell' apparato cerebrale sono da rispettive
alterazioni nel pensiero segui- te ec. ; ma non avete osservato le
sensazioni , le idee e qualsiasi prodotto mentale, nel cervello, come il
cibo ne- gl' intestini , 1' aria ne' polmoni , il sangue nelle vene.
E ciò debb' e«ser cosi , perocché evvi una diversità fra il mezzo
con che prendesi cognizione degli atti del pensiero e quello della vita
nutritiva, (ili atti di qucjta si perce- piscono coi sensi , quelli della
vita intellettiva , invisibili ed intangibili, son conosciuti per
coscienza. Essi non aven- do alcuna delle qualità de' corpi, cioè non
essendo duri o molli, freddi o caldi, lisci o scabrosi, colorati, sonori
ec. non possono conoscersi co' sensi. Chi col senso tenta co-
noscere il mondo intellettivo , opera I' impossibile , com- mette
peggiore errore di colui che vuol conoscere gli o- dori colle mani, o
cogli occhi, o colle orecchie. Possibile che la mente senta sè fuor di sé
? o trovi se stessa , ove ella non è? Non abbiamo adunque l'asserita
analogia. Dal che deducesi , che il saggio fìsiologista , conoscendo ,
che gli atti intellettuali non offrono gli stessi caratteri degli
atti automatici, vai quanto dire, quantunque soggiacciono alle
alterazioni del loro organo , pure non se ne osserva- no in esso i
prodotti e sfuggono alla sensibili- esterna os- servazione , e si
manifestano all' interna soltanto , terrà conto insieme di ciò che è
fisiologico e di ciò che è psi- cologico, o per dirlo in altri termini,
userà I’ osservazio- ne esterna e la interna. Si, è mestieri applicare la
rifles- sione a qualunque specie di fatti positivi , e gl’ interni
non sono meno positivi degli esterni : anzi son tanto po- sitivi, quanto
che senza di essi non sapremmo che esistes- ti) Digitized by
Google UG sero gli esterni. Si dirà per taluni : il
fisiologo / rroccde coi sensi, coi quali nulla vede di s/nrito, e perù
per lui quesl' essere intelligente immateriale è una chimera. Deb-
bo , o no rispondere a si futile argomento ? Il farò per te. Giovinetto,
cui intendo istruire — altri non avrà forse bisogno delle mie istruzioni.
Cbe diresti di colui, che in- tendesse alla investigazione delle
nutritive funzioni colla coscienza, e perchè in essa non le vedesse,
neghercbbele ? Diresti ha perduto il ben dell' intelletto ; cosi dee
dirsi dei pseudo-fisiologo. Sì , perchè osserva per metà , ed in
questa sforzasi ridurre I' altra metà , che in quella non trova, nè
trovar può , e perciò nel suo pensiero distrug- gete. Ma da chi egli ha
tal potere? Da nessuno. L'uomo con tutta te sua ragione non può creare
una facoltà , nè annientarne alcuna , solo può percepire e ragionare
.... Se fosse lecito sopprimere una facoltà per negarne le i-
slruzioni , grandissima ragione avrebbero gli idealisti di* sciogliersi
da ogni uso de' sensi, e perciò dire, come han detto , i corpi non sono.
Ma chi è quell’ uomo di buon senso , che voglia acconsentire a' sogni di
questi visiona- ri? Nessuno. — Nessuno adunque farà buon viso a'
sogni del pseudo-fisiologo. Se poi egli vuol limitare te
Fisiologia ai sensi , fac- cialo pure a suo senno , ma non avrà diritto
in (al ipo- tesi discorrere delle mentali funzioni, perchè da' sensi
non rivelalo : sarà in tal caso la scienza della vita ristretta
alle vegetative funzioni, e niente altro, ed allora non sarà nemmeno
conducente al materialismo. Ma no , ei dappri- ma ammette la coscienza ,
apparandone da essa la realità delle spirituali funzioni, che non vi ha
altro mezzo a cui ricorrere, e poscia, per ridurre il morale al tisico,
ponen- dola in non cale, abbandonala ; vuol conoscere il subbia- to
a cui esse appartengono coi sensi, i quali non potendo mostrare che
materia, osa dire: lo spirilo non è — come se te coscienza l'osso guida
infedele: e se tale, perchè am- metterne le istruzioni ? come se fosse
lecito ammetterla in un caso e a capriccio rifiutarla in un altro —
come se te coscienza ben meditala non isvelasse quell’ io sem- pre
identico, sempre uno in mezzo alla farragine ili diver- se modificazioni
alle quali soggiace. La coscienza riflessiva. Digìtized by
Google 147 conviea ripeterlo, è la stella polare di
chi intende alla co- gnizione del pensiero dentro il cerchio della
empirica psi- cologia ; è la fiaccola che dee guidarlo nel santuario
dei suoi pensieri. K simile il raziocinio del supposto fisiolo- go
a quello di un idealista , il quale dopo essere istrui- to da’ sensi dei
fatti esterni , si volge alla coscienza per conoscerne l' essere , a cui
appartengono , ed in que- sta non vedendolo , perchè veder noi può , lo
nega , an- zi lo immedesima col me. Fra 1’ idealista e il pseudo-
fisiologo lo intento è diverso , ma il metodo è lo stesso. Nè pur monta
il dirmi : coi ammettete il sopradcllo me- todo, perchè credete I' anima
spirituale , ma se questa è materiale, cadrà la coscienza, e dovremo
ricorrere a’ sen- si : anzi fate ma petizione di principio, ammettendo
lo spirilo per la coscienza , e questa per quello. Al che è facile
rispondere. Io non ho detto : 1’ anima è immate- riale, la coscienza
dunque esiste, e ad essa bisogna rivol- gersi , ma ho detto, e dirò
finché mi basti il fiato : che da natura avendo l' uomo due modi di
percepire , 1' uno coi sensi , I' altro con la coscienza , e clic le
funzioni del pensiero essendo impercettibili co’ sensi, non puossi ad
es- si interrogare , se vuoisi vera risposta , ma volgersi alla
coscienza. La Psicologia non adotta adunque la coscienza, deducendola
dalla semplicità dell' io. Clic tal metodo poi opra al psicologo la via
allo spiritualismo, è un'altra cosa, perchè coi sensi non verrà mai fatto
scoprire ciò che ad essi si sottrae ; e l’ errore nel metodo conduce a
falsi ri- sultamenti. La petizione di principio non ha dunque luo-
go. Ricorre perciò il psicologo alla coscienza, seuza porre 1’ anima
semplice , quantunque siffatto metodo lo conduca olla cognizione della
metafisica unità. Ma se il filosofo pro- clama base precipua della
psicologia empirica la coscienza, non dee arrestarsi ad essa soltanto,
ehè debb' avvalersi di altri mezzi , che servono a sviluppare e rendere
com- piuto I' esame del pensiero. Invocare in tutto c soltanto la
coscienza , invocare in tutto e soltanto i sensi , si è essere esclusivo
, si è svisare brullamente la scienza. È perciò mestieri al mezzo del
senso intimo congiungerc, ol- tre alla ideale visione , i mezzi
esterni. L'uomo è veramente il capo d’ opera della creazione;
148 in esso , per chi ben Io contempli , risplende a
vivissimi tratti : • La gloria di Colui che tutto muove
». Ma questa stessa complessione di fenomeni , che in lui
osservansi e i loro reciproci rapporti, ne rendono ma- lagevole c f
analisi e la sintesi. Cosi guardarlo da un sol luto, è poco, ridurlo a
questa qualsiasi veduta, è errore ; convien dunque conoscerne i
costitutivi e complessivamen- te guardarli. Se volgete il pensiero a
quella vita dell’io, che fenomeni maravigliosi si appresentano al vostro
sguar- do 1 studierete non il mondo che sta rimpetto a voi , ma il
«ubbielto e i modi con che lo comprende ; eppure ciò non basta. Quest' io
è unito strettamente al corpo orga- nico, e quantunque da questo distinto
per natura , pure, vivendo in esso, ha reciproche attinenze con lui, la
qua- le cognizione relativa è tanto importante , quanto quella
dell’ io e delle sue funzioni. Perocché chi si propone stu- diare una
cosa, che ha de' rapporti con un'altro e trascu- ra cosilfatle relazioni,
imperfettamente la studia, se pur iioii incorre in gravissimi falli,
attribuendo esclusivamente a quella ciò che è prodotto per l’ influenza
di questa. Il quale errore de’ metafisici muove dal timore d’
imbatterò in materialismo; ma questo timore é panico, perchè egli-
no stessi confessando f uomo esser costituito di duplice sostanza, fisica
e morale, interna ed esterna , materiale e spirituale, deve perciò in
esse aver luogo vicendevole re- lazione, e la lilosofia non può, senza
mutilar se stessa, o- mctter la cognizione di cosiffatti reali rapporti.
Fa al cer- to meraviglia vedere (die i filosofi conoscano, die
l’anima ha per lo mezzo de - sensi le sensazioni , esegue per lo
mezzo di taluni organi i suoi voleri, e poi credere che sia materialismo
ammettere le vicende, alle quali l’essere spi- rituale soggiace per
taluni cambiamenti nella stessa orga- nizzazione avvenuti. Diicmi, mi
volgo a colali lilosofì, da dii avete apparato die f anima ha pe’ sensi
le sensazioni? che essa, mercè taluni organi, mette ad dTelto i suoi
vo- leri , che le alterazioni avvenute negli organi sensori e
motori soli seguile da alterazioni nelle relative facoltà di sentire e
volere ? — Dall’ esperienza , diranno , abbiamo avute tuli istruzioni —
Ebbene , io rispondo , non è la Digitized by Google
149 stessa esperienza quella firn mostra a' fisiologisti le
relazio- ni del sistema nervoso coll' intelligenza ? Nessuno,
purché abbia studiato alcun che di Fisiologia, può negar ciò. Ho
detto purché abbia studiato le dottrine fisiologiche, perchè si
disprezzano, si grida al materialismo, perchè s’ ignora- no. Qui non si
tratta di conoscer l ' io e le sue funzioni, ma le attinenze che
l'organismo, e principalmente il siste- ma nervoso, ha con esso. Vedi
curioso fenomeno ! i psi- cologi accusano la Fisiologia di materialismo,
e i pseudo- tisiologi ne convengono : e perchè ciò ? perchè quelli
la ignorano, questi, rinegando la coscienza, voglion conosce- re
l’anima co' sensi. Ma se lo studio della Fisiologia con- duce il savio ed
imparziale filosofo a purgarla dell’ ingiu- sta taccia di materialismo,
lo rafforza pure nell'idea che allo elemento psicologico dee congiungersi
il fisiologico. Il Glosofo che trascura l’elemento fisiologico
commet- te grave errore. L ’ io esiste ed opera : chi oserebbe ne-
gar ciò? ma nell’organismo esiste e mercè di esso opera: è questo pure un
fatto , o se vuoisi deduzione legittima d’ infiniti fatti : ma il
psicologo astrae I' io dall’ organis- mo , e dandogli un'esistenza
indipendente, esamina l'io, non qual è in realità, ma idealmente: ecco il
suo errore. Il volgo cammina diversamente, perchè esso percepisce l ’
io ma insieme all’ organismo il percepisce, e ciò per associa-
zione o sintesi necessaria operata sin dai primi istanti del- la vita
mentale, e non analizza ; ecco il suo errore, il suo materialismo —
quando il psicologo non sintesizza , ecco il suo idealismo. La deficienza
di analisi produce l’errore del volgo, quella di sintesi I' errore del
psicologo. E, sul difetto di sintesi, siami permessa questa riflessione.
È me- stieri insegnare a coloro che noi sanno, e ricordarlo a co-
loro che non lo ignorano, ma non ne fanno debita appli- cazione, che la
divisione dello scibile in vari rami è sta- ta operata per nostro comodo
, per sorreggere la limita- zione del nostro spirito, per conoscere
meglio la natura ; ma quando questa divisione subbiettiva si trasporta
asso- lutamente negli obbietti , anziché aver guadagno . si ha
grande discapito. Vo' dire che gli esseri tutti hanno delle relazioni, tutti
sono legati , divedendo adunque le scienze non dovete credere che gli
obbietti di esse sieno per ef- 150 letto della
vostra divisione slegati, divisi, essi sono sem- pre ciò che erano pria
della divisione, cioè aventi le stes- se connessioni. Che bisogna far
dunque per evitar lo errore ? Aver sempre presente, che lo divisione
dello sci- bile è artificiale e subbiettiva , nata dalla nostra
pochez- za ; e perciò bisogna , nel discutere f oggetto speciale di
una qualsiasi scienza, guardarlo non isolatamente, ma com- plessivamente,
nelle sue relazioni; bisogna io somma sinte- tizzare. Applicando questo
discorso al nostro argomento si vede ad evidenza d’ onde proceda l'errore
de psicologi, i quali immersi nella loro astrazione , non conoscono
che quantunque la loro scienza si occupa dello spirito, ed altre
scienze del corpo, in cui quegli è ed opera, pure f io a - vendo rapporti
col corpo , la scienza psicologica non dee trascurarli. Credo
non aver detto quanto basti. La scuola di Sco- zia che si avvisò, la
Fisica doversi includere nella Filoso- fia, nou pose mente che con più
ragione la Fisiologia do- vrebbe esservi comp.esa, giacché ciucila (la
Fisica) si occu- pa delle leggi generali dei corpi , mentre che questa (
la Fisiologia ) dà la cognizione delle leggi degli esseri orga-
nizzali, ed il peusiero obbictto della psicologia appartiene agli esseri
di tal natura. E poi la Fisiologia si giova dei lumi della Fisica. Ma il
principio , d' onde muove detta scuola, è falso. Perocché il porgersi due
scienze degli aiu- ti, non importa che debbano ridursi ad una, purché il
lo- ro oggetto sia diverso. E pere» la filosofia giovandosi del- le
idee dell' Anatomia , Fisiologia , Fisica ec. non è nè I' una, nè altra
di esse scienze : e ripeto che essendo gli esseri tutti legati con
iscambievoli relazioni , le scienze tutte debbano fra loro esser legate.
Tutta la differenza sta in questo, che talune relazioni sono immediate ,
altre mediate e prossime, ed alcune rimole. Cosi la Filosofia che
si occupa delle funzioni dell' intelligenza , questa avendo relazioni
colf organismo , perciò essa scienza è congiunta immediatamente colla
Fisiologia , ma questa avendo dei rapporti colf Anatomia, Fisica, Chimica
cc. la Filosofia è mediatamente legata con quest' ultime scienze.
Dalle quali cose è forza dedurre che, essendo oggetto, non unico,
della Filosofia f umana intelligenza , pure alla Digitìzed by
Google 151 completa cognizione di essa non si perverrà
giammai , se pur non s' imbatterà in molti e gravi falli, senza giovarsi
dei lumi che son porti dalla Fisiologia, Anatomia, Zoologia, Fisica ec.
cioè senzu legarla ad esse scienze , quantunque non possa confondersi
colle stesse (2). Imitiamo I’ anda- mento della natura nel produrre le
ricchezze, delle quali se la divisione dei travagli ne è una causa,
l’associazio- ne ne è pure un’ altra. Proseguiamo il nostro
argomento, anzi interniamoci in esso a tutt’ uomo. Il volgo stesso per
significare che uno ha, o pur no giudizio, suol dire che ha o non ha
cervello, che ha lena furie, se ha mente elevata. Gli antichi
facea- no le loro pitture , o sculture degli eroi con fronte spa-
ziosa e prominente, e la favola fece Ercole con gran cor- po e piccola
testa, fece escir Minerva dal cervello di Gio- ve. Eran questi , simboli
di una gran verità all’ ingrosso concepita; ma gli autori n’eran
materialisti? No, e perchè debb’ esserlo il fisiologo ? Egli non fa altro
che internar- si negli organi e scoprirne le più recondite azioni , ossia
rende scientifico , sistematico , ragionalo , dimostrato ciò che era puro
sentimento. Eppure quanto tempo è passato, affinchè si prendesse la vera
via ! Si traviò co' sistemi fi- siognomonici del Porta e del Lavater ,
sistemi oggi pre- cipitali nella dimenticanza , ma che sempre movean
dal vero concetto di esistere nell' organismo relazioni colle
intellettive ed affettive facoltà — eran false soluzioni di un esatto
problema. E se spingiamo il nostro sguardo presso gli antichi e taluni
moderni , quantunque in di- verse sentenze , li vedremo sempre occupali
ad assegnare nel corpo la sede dell’ anima. Se Pitagora , Platone,
Ga- leno stimavano sede dell' animo il cervello ed altri altre
parti di esso, come Erofilo i grandi ventricoli del cervel- lo, Servetto
1’ acquidollo di Silvio, Àuranli il terzo ven- tricolo del cervello,
Cartesio la glandola pineale. Varthan e Schellhammer la punta della
nascita della midolla spi- nale , Drelincourt, Malacarne il cervelletto ,
Benlekoè, Lan- cisi, Lapeyronnie il corpo calloso o grande commisura
del cervello, Willis i corpi striati, Viecesscns il centro ovale
della sostanza midollare, Ackcrmann i tubercoli dei sensi (strati ottici
e corpi striati) pure Aristotile, Ippocrate e 152
«li stoici ne collocavano la sede nel cuore , ove I' animo pastosi
<T una materia pura e luminosa, separata dal san- gue, Erasistrato
nelle menitjgi, Yan Helmont nello stoma- co ec. Quantunque diversamente
Tra loro opinassero , pu- re convenivano in quest’ idea ; nel corpo
essere una par- te, ove il principio pensante ha seggio, e però tal
parte detta impropriamente sede, essere in attinenza col pensie- ro
e concorrere al suo sviluppo. Chi oserebbe dirli ma- terialisti ? Ma come
conoscere le funzioni di quest’ orga- no, se la sua anatomia sino a
Fracassati e Rolando con- sisteva a tagliarlo verticalmente ,
orizzontalmente , e ri- durlo nelle più sottili feltoline ? Se tutta la
scienza di es- so consisteva nel dare un nume vago , e talora
bizzarro alle sue parti ? Cercavasi in esso ventricoli, corpi striati,
corni d' aminone , piedi d' ippocampo , volte, ponti, pila- stri,
salteri, natiche, testicoli, e die so io! Quanto a’ ner- vi , prendevano
tutti origine dal cervello , ed il sistema nervoso della colonna
vertebrale, non ne era che uu pro- lungamento. Foco innanzi a Meckel e
Soeramering , si credeva che non restassero a farsi altre scoperte sul
cer- vello, die quelle che hanno per oggetto l’origine dei ner- vi.
E dopo le fatiche di Vicq d’ Azir , di Prokaskà , dei Vènzel, tutti
riguardano come presunzione il cercare qual- che cosa di nuovo , o un
ordine di organizzazione diffe- rente io questo molle apparecchio, già ci
eduto a sufficien- za perlustralo. Lo stesso Pietro Frank con questo
consi- glio invitava Gali a desistere da’ suoi lavori. Ma nè Ro-
lando nè Gali vollero arrestarsi (3,i; il che fu sommamen- te utile per
la scienza. Ma torniamo al nostro assunto, da cui sembra esserci alquanto
dilungati. Se è fuor di dubbio die il sistema nervoso è I’
or- gano dell’ intelligenza, è lo strumento principale delle fun-
zioni istintive, affettive , intellettive e de’ movimenti , le indagini
dei Fisiologisli non solo non conducono al mate- rialismo, ma offrono al
psicologo quei materiali, coi qua- li può compiutamente innalzare f
edilìzio dell’ umana in- telligenza, 1 filosofi prendono dai Fisiologi
che i nervi sono gli strumenti delia sensibilità , non possono perciò
, senza contraddirsi, rifiutare le altre istruzioni. Si è
pure imputato di materialismo il sistema dei ce- Digitized by
Google 153 lebre Gali , ma agli occhi del
pensatore tale imputazione è calunniosa. Si posseggono in primo luogo
quelle idee, che solo possono mettere in istato il sapiente a portar
ve- ro giudizio sur esso sistema? Si ha in secondo luogo stu- diato
? Chi è privo d' una di queste due condizioni non osi dirne parola — Ma
Gali , si dirà, ammette venzette organi destinali ad altre tante facoltà
, come la musica , la poesia ec. ognuna delle quali è fornita di
sensibilità , memoria, giudizio ec., e, secondo lo sviluppo di taluno
di questi organi, nell'individuo avrà luogo lo sviluppo d' un
talento particolare — Benissimo , io rispondo , ma non veggo il
materialismo, che voi gli apponete. Perocché gli organi, nei quali Gali
divide il cervello, sono strumenti e niente altro che strumenti, e la
perfezicne, e lo sviluppo di essi metterà lo spirito in istato ad
esercitare quelle sublimi facoltà di die è dotato. E si sa che un abile
so- natore eserciterà tanto meglio la sua abilità , quanto lo
strumento di che usa sarà più perfetto , e per tanto non si derogherà
nulla alla sua abilità , facendola dependente dalla perfezione dello
strumento. Facciamo per poco astra- zione delle idee galliane. Quei
fdosofi e fisiologi che pria di Gali, riguardando il cervello, quale
strumento del pen- siero, si studiavano stabilire norme materiali, quali
misu- re della intelligenza, eran materialisti ? Certo nessuno ri-
ferirà la taccia di materialismo a que’ filosofi e fisiologi antichi, o
moderni che la dimensione assoluta del cervel- lo credevano dovesse
rappresentare i gradi delle intelligen- ze, o il peso del cervello
relativamente al peso del corpo, o la proporzione fra il cervello e i
nervi , o il rapporto tra la midolla allungata ed il cervello, o il
rapporto del- le parli del cervello fra di esse , o I' angolo facciale
di Camper, o 1‘ occipitale di fktubenlon , o il numero delle
fagliene del cervelletto di malacarne, o in fine la propor- zione tra il
cranio e il viso. Essi credean certo che la perfezione dell' organo
intluisse sullo spirito si riguardo alle facoltà, come a' talenti
speciali, essi intanto per que- sto solo non eran materialisti : perchè
adunque il sarà Gali? Egli non ha fatto che considerare il cervello, o
me- glio massa encefalica, non qual unico strumento, ma com- plesso
di strumenti ; ei non solo ha preteso determinare liii
il grado dell' intelligenza, il che erosi tentato pria di lui, ma
lo scopa, egli, mi si permetta l' espressione, ha par- ticolarizzalo ciò
che altri diceau in generale. Or se il considerar I’ encefalo non unico
organo, ma un aggregato di essi, se I’ assegnare non il grado soltanto,
ma lo sco- po dell' ingegno, è dottrina materialista, io non so
allora come potrò ogni sapiente, che fa 1’ anima dipendente dal
cervello, scusarsi di materialismo, non so se i filosofi ra- gionano , o
farneticano. E sì, sragiona al certo colui che ti crede non materialista
, finché ammetti in generale il fatto della dipendenza del morule dal
fisico , specialmente dal cervello , ma che poi ti grida al materialismo
, se ti farai a par titolari szar e. Ma dicono taluni : nel
sistema dell’ organologia per ogni organo dovrebbe esservi un io fornito
di sensibilità, memoria ec. mentre la coscienza ci dice uno esser l ’ io
: il sistema frenologico si oppone adunque ai fatti di co- scienza,
che provano la metafisica uttità — Vi chiedo scu- sa, il vostro
ragionamento non mi va a genio- Dovrebbe- ro esservi tanti io nel caso
che il Gali non ammettesse anima, il che non è, chè anzi dichiara che gli
organi so- no meri strumenti dello spirilo. Sta bene perciò che
mal- grado la rooltiplicitò degli organi l'io, è uno, perchè gli
organi non sono che strumenti. Non si oppone dunque ai fatti di
coscienza, se non nel caso che noi lo crediamo ma- terialista , ed allora
il materialismo è in noi , e non già nel gailiano sistema. Ma soggiungono
: Gali fa I' anima troppo dipendente dagli organi, perchè un individuo,
che dalia natura ha sortito la disgrazia di avere lo sviluppo di un
organo delle basse e ree tendenze, sarà da inevita- bile necessità tratto
a' delitti — Rispondo a ciò che sarà la frenologica dottrina in tal caso
conducente al fatalismo, e non al materialismo , e si sa che ogni materialista
è fatalista, ma ogni fatalista non è materialista. In tal ca- so
sarà d’ uopo correggerne il fatalismo. Sia insorgono : le idee di Gali
sono state rimbeccate sì riguardo alla mol- tiplicità degli organi, che
al numero, al sito ed alla cor- rispoudenza delle protuberanze nel
cranio, anzi taluni su questo ultimo punto han gridato al ciarlatanismo ,
e qui faran sentire molti nomi benemeriti alla Notoroia e Fi-
Digitized by Google 155 siologia — Come
ognun di leggieri conosce, qui cambiasi lo stato della quistione ,
giacché io non pretendo che tal sistema sia vero, ma voglio purgarlo
dalla taccia di ma- terialismo. lo ho mostrato che la cranioscopia non
condu- ce al grossolano materialismo ; il tempo farà vedere se sia
vero o no; ma, qualunque siane l'esito, son certo che non precipiterà si
presto nella dimenticanza , in cui sono i sistemi del Lavaler e della
Porta. Chiudo questo §. colle parole dell’ egregio professo-
re di Fisiologia Martini « Gli autori di psicologia, quei » medesimi che
levarono grido di sé, errarono più volte, » perche trascurarono gl'
insegnamenti della Fisiologia. » Non si può per niun conto avere
un’esatta cognizione » dell'uomo, senza conoscerne la struttura. Sinché
vivia- » mo guaggiù 1’ animo abbisogna dal ministerio del cor- »
po, e perciò non solo giova, ma è necessario aver col- » tirato lo
tisiologia per trattar profondamente la psico- » logia a (4).
§• Il- Genesi della calunnia apposta alla Fisiologia.
Conoscere il modo della generazione degli umani er- rori è tanto
importante , quanto lo evitarli , e però non sarà discaro che dica alcun
che sull' origine del pensiero, oltre modo ingiurioso , alla fisiologia
apposto : cosi sare- mo in istato di tenerci lungi da cosiffatto errore,
che ha prodotto f esclusione nella psicologia dello elemento fisio-
logico, il che significa, ha dimezzato, mutilato la scienza della vita
mentale. L’ uomo ebbe da natura largiti dei modi di perce-
pire : uno gli dà la cognizione del mondo esterno , ma- teriale, l’altro
del mondo interno, intellettuale. ...Se egli coi sensi percepisce i fatti
esterni, cioè i corpi colorati , caldi, freddi, odorosi, saporosi,
estesi, in moto ec., a dir tutto in poche parole, ciò che fuori di lui
avviene, colla coscienza prende cognizione de’ fatti interni vule a dire
, delle idee , de’ giudizi , de’ raziocini, desideri', risoluzioni
ec. in somma di ciò che intimamente in lui avvieuc. Or, siccome 1’ uomo
munito di sensi non è per questo solo lofi
fisico, chimico, naturalista ec. cosi, quantunque dotato di
coscienza, non è perciò solo filosofo: è mestieri volgere la riflessione
a ciò che porge il senso , a ciò che svela la coscienza. Quindi è che
egli applicando la riflessione o meditazione a' fatti esterni , cioè a
quelli manifestali dai sensi, forma le scienze che han per oggetto i
corpi; con- centrandola sui fatti interni , su quei svelati dall’
intimo senso, e mercè I' apprensione intuitiva , dà vita alla psi-
cologia propriamente detta : si , questo ritorno che fa V io di sè in sé
e con sè , fonda la scienza del pensiero. Ida gli nomini fanno cgual uso
dei sensi e della coscien- za? meditano tutti sulle rivelazioni di q
.elli e di questa ? No certamente, perciocché avvi taluni uomini che sin
dai loro teneri anni han rivolto il pensiero agli obbietti posti di
fuori ; essi lutto ciò che sanno, io conoscono pei sensi, perchè la loro
riflessione bau concentrato esclusivamente sugli obbietti di questi. Dal
che segue che ei danno im- portanza solo alle scoperte che ottengono pei
sensi, e ciò può giugnere al grado di credere che non possano otte-
nersene altre, in altra maniera, e di non lieve importan- za. Ciò è
semplice e naturale, giacché i bisogni dell' uo- mo attirano la sua
meditazione all’ esterno , 1’ esercizio frequente rende facile siffatta
inclinazione , c si forma quindi 1' abito di conoscere per mezzo dei
sensi. É per- ciò necessaria ferma e risoluta meditazione , c per
molto tempo, affine d' interrompere tal abito ed acquistare l'op-
posto , cioè quello di ripiegarsi in se stesso. Hanno tali scienziati il
senso intimo , per non dir d' altro , ma non riflettono sulle sue
rivelazioni. Quindi è che tali uomini associano finalmente la certezza a
ciò che viene dai seu- si. e, sopprimendo in tal modo la coscienza e
l'ideale vi- sione, credono fermamente che nulla possa sapersi, se
non quello che si vede o tocca, ossia si statuisce nei lor pen-
siero, come verità inconcussa : ogni idea viene da' sensi, o pei sensi.
Per troppo esclusivo meditar sui sensi, si fi- nisce con dire: lutto
l'uomo sta ne' sensi, ogni certezza viene dai sensi. Tale è la genesi del
pensiero, di cui parlo. Souo simili a quegli idealisti, che
quantunque muni- ti de’ sensi, pure meditando unicamente sulla coscienza,
si stringono a questa, nò reggendo più in là di essa, imme-
Digitized by Google ir>7 desi ma no V oggetto
conosciuto al subbietlo conoscitore, co- me quegli scienziati il
subbielto Tanno ad immagine del- l' oggetto. Tutti han torto, perchè
abusano, quelli dei sen- si, questi della coscienza. Tutti han torto ,
perchè muti- lano l’uomo, quelli materializzandolo, questi
spiritualizzan- dolo. Tutti han torto , perchè sè stessi contradditori ,
i primi sentendo l’ atticità interna, i secondi non interrom- pendo
le pratiche esterne. S- "f- Alleanza fra la
Psicologia e la Fisiologia. Se alcun fisiologista (o) pretendesse
troppo ? non do- rrebbe aver negato il giusto poco. Che diresti di un
giu- dice che ti nega a, che ti appartiene, perchè hai chiesto a •f
6 ? Noi chiameresti ingiusto ? Ebbene tal rimprovero deve a' più grandi
psicologi diriggersi. Che se questi si dolgono del materialismo della
fisiologia, questa è pronta e non senza ragione, alle discolpe da noi
riferite in que- sto scritto. Non furon tutti materialisti, ella ancora
dirà, e qui farà sentire gl’ illustri nomi degli Mailer , degli
Stilai, dei Foderè, de' Maltliey, de Berard, de’ Vircy, dei lluisson, de'
Hartmann ec., e per torre d’inganno ognuno Bonnet il primo
Psicologo-Fisiologico, o Fisiologo-Psicolo- gico. Al certo se colpa non
lieve è l'abuso, non lo è me- no il non uso. Ma cosi è l'indole
dell'umana mente, gir sovente per opposti sentieri, e cosi dal vero
disviarsi. Or se è errore materializzar lo spirito, è del pari errore
spi- ritualizzar la materia. Spiritualismo assoluto e materia-
lismo sono sistemi esclusivi, incompleti , mancanti che or ti trasportano
alle nubi, or ti gittano nel fango, come se non vi fosse luogo di star
bene fra quelle e questo. L’uo- mo non è tutto sensi, nè tutto coscienza,
dee dunque av- valersi e di quelli e di questa ; rifiutare I' uno de’ due
6 render l'uomo monco, è bruttamente svisarlo. Fisiologi e
Psicologi è tempo ornai che vi diute il bacio delia conci- liazione ,
unitevi come nell’ uomo i sensi sono uniti alla coscienza , e cessi alla
fine lo scandalo che I’ uomo separi ciò che natura ha strettamente unito,
che voglia distrug- gere ciò che natura ha creato. Vero è che non tutto
si- nora ci hanno insegnalo i fisiologi sulle funzioni del cer-
158 vello, ma non dobbiamo per questo dolerci con essi
, pe- rocché la somma difficoltà del soggetto ne ritarda i moti
progressivi , ed è stoltezza rifiutare la parte, quando non si può
ottenere il tutto. Le quali considerazioni ben si addicono a que’
filosofi, che proclamano il metodo sperimentale, la filosofia
dell’e- sperienza , ed intanto si stringono all' anima unicamente.
Oso dire, che sin ora non hanno conosciuto in tutta l'e- stensione il
vero spirito del loro metodo sperimentale. Han creduto far bene dare per
base alla filosofia la co- scienza ( quantunque non unica , nè principale
) senza di questa la riflessione non potrebbe volgersi in sé e non
si avrebbe quella notomia psicologica che è esclusiva al- 1* uomo , ma si
fa veramente male, fermarsi unicamente a ciò. Voi , direi a tali filosofi
, rendete monca ed im- perfetta la scienza , perchè non comprendete in
tutta la estensione il metodo che adottate. Voi poggiate sull' in-
terna esperienza , ma , questa essendo legata all’ esterno ammettete il
fuor del me , altrimenti restereste soli nel- f universo : in altre
parole ammettete la coscienza qual motivo immediato e medialo: cosi vi
tenete lungi dall'i- dealismo. Ma ragionate meco. Se I' indole della
coscienza è di prendere ciò che con essa è connesso , se su tale *
fondamento statuite il non me, se in tal modo etitate lo sconsolante
idealismo , perchè adunque rifiutate I' altre i- struzioni che la
coscienza, guidata da’ sensi, vi porge? Am- metterla iu un caso, e
rifiutarla in un altro, è evidente contraddizione. Le relazioni fra
l’organismo ed il me son manifestate da’ sensi, la coscienza le prende ,
il rifiutarle adunque è rifiutar la coscienza, è contraddirsi. Ecco
l’al- leanza fra il senso e la coscienza , fra 1’ uomo esterno ed
interno , insomma fra la Fisiologia e la Psicologia ; ecco la vera
estensione del metodo sperimentale , il quale pec- ca non solo , perchè
vuol far senza del lume ideale , ma perchè mutila la stessa esperienza
(*). (•) Quest’ opuscolo (u reso di pubblica ragione pei tipi del
No- bolo nel 1812. Digitized by Google
A NNOT AZIONI ISO •sC«sS3J8"i^®J' ì ’
(1) Taluni autori hanno alla parola Fisiologia, sostituto quella
di Biologia, che significa scienza della vita, cd altri Biosofìa quasi
ana- loga ucl senso a quella. (2) Ho spesse fiate nelle mie
lezioni avuto eziandio bisogno della Botanica. Non so, come possa
rispondersi scientificamente a chi ti di- ce, che la Buia graveolens (L.)
, la Sjiarmannia Africana (L.) , In Val/isneria spirali s (L.l , V
Amuryllis aurea (L.) , In Diaamia mu- scipula (L.' , la 3fgmosa pudica
(L.) godono del privilegio di senti- re, hanno de’ movimenti spontanei,
senzà le risorse di detta scienza. E si noli che lai dubbio elevasi
facilmente nel pensiero de* giovanet- ti , apparando essi dal bel
principio delle filosofiche lezioni la distin- zione fra esseri sensitivi
e non sensitivi. Prendo qui occasione per mani restare i miri sensi
di vera senti- ta gratitudine verso il sig. Natale Aloysio sotto la cui
scorta appa- rai alcun che di Botanica. Questo rullo ed abile farmacista
è molto innanzi nelle naturali scienze , e specialmente nella Botanica ,
inteso alla cui scienza fra non molto darà un saggio delle sue durate
fati- che. E come avrei potuto dimostrare le cere fisiche differenze
fra l'uomo e gli animali, senza i sussidi delle naturali scienze? Per
fi- nirla dirò, che in una mia Opera, che spero in breve pubblicare
col titolo Elementi di Ideologia Comparata ossia Saggio sulle
differen- ze fra Vvomo e gli animali, opera che ini è costata lunghe c
peno- se meditazioni , ho colla ragione e col fatto dimostralo le vere
atte- nenze fra la Filosofia c le Naturali Scienze. (3) Lcz.
sulle malattie nervose del prof. F. Puccinolti Lez. ni. Però in Italia
due aulii prima che Gali e Spurzheim pubblicassero la loro grande opera
sul cervello, aveva 1' italiano Rolando dato in luce le sue ricerche
anatomiche sullo stesso organo, e devesi a lui assolu- tamente la prima
scoperta delle ramificazioni cerebrali de’ processi fi- brosi , e del
nuovo modo di trovarle c sezionarle. Dietro queste trac- ce del nostro
Italiano , Gali non In fatto che perfezionare il nuovo sistema anatomico.
Così V illustre Puccinolti, e ciò sia detto ad ono- re dell’
Italia. (4) Manuale di Fisiologia, par. 11, cap. xxvi.
(5) Il sagace lettore ha conosciuto che in questo mio discorso so-
vente ho confutate le idee madri del dottor Brussais, sparse nel primo
volume della sua opera. — Bella Irritazione e della Pazzia — sen- za
citarlo , perchè avrei dovuto scrivere un volume e non un cenno per
seguirlo nei suoi sragionamenti declamatori mossi da manifesta bile. In
vero sapessi pria di lui che esistessero delle rclazomi fra il
Digitized by Google 160 Esico «1 il morale, e che i
materialisti stresserò opposto tal argomento agli spiritualisti, e le
risposte, sovente dall' autore omesse, di questi, ma nessun vero e
coscemioso sapiente , per quanto io sappia , crasi Patto lecito dire
dell’ immaterialità dell'anima » Frattanto i’ uoatomi- » co comparisce
col suo scalpello : egli squarcia 1’ uomo morto ; fa » esperienza sull’
animale vivente ; il paragona coll' uomo sano c in- » fermo , che ne
possa dire il metafisico , il quale crcdesi disonorato » di una simile
comparazione, e gli dimostra il di lui preteso sonalo- » re da esso
gratuitamente stabilita nella glandola pineale, o nel pon- » te di
Varnlio , non essere altra cosa se non 1* insieme dell' apparec- » chi»
encefalico ( Op. eit. v. 1, rap. v, sez. 1.) ». Quando si han- no le
traveggole agli occhi pretendesi auco veder 1’ anima o toccarla ( si
rirordi il mio lettore di ciò che per me venne detto nel §. H. ).
Veramente quest’ opera oltre una noiosa ripetizione degli argumenli che
il materialismo ha fallo allo spiritualismo , contiene non poche
asserzioni, omissione de’ ragionamenti a prò dello spiritualità dell’ io,
soventi declamazioni , ove era moslieri dimostrare , rd un ultra sen-
sismi) da me confutato nel mio quinto Opuscolo — Dissertazione sul
Sensualismo ; ma, facendo astrazione di tutte queste mende dell'opera del
snllodato medico, si coglie pure un bene dalla sua lettura, quel- lo cioè
che io ho dimostralo , 1’ alleansa fra la Psicologia e la Fi- siologia. L'OMU NUN AVI L'USU DI LA
RAGIUNI CICALATA DI LU PROFESSURI CAV. A. CATARA-...
Antonio Catara Lettieri m
!f»o*Coogl[ L OMU il HI L ISI DI
LI Ridili CICALATA HI 1,0 UOrXMDBI
MESSINA TIPOGRAFIA d' AMICO 1860
Digiiizcd by Google ALI/EGitEflIU CITTADINI;
SIG.' VINCENZI! CHEMI Olii- olitili a Vul stu
povlru ts t; l'Iti u min , olii m andii alla stampa pri Hoellwrax*!
In desi- derili eli l'amici, spora olii Vul l'accoltli-ltl cu elela
sasso, bona volimi ;\. olii vi fa os»lr*i distinti! patrioti» .
.saggiti patri eli famig- isliia oel amlou sincera — Oun- tinuatl
In vostra afrotm a In vostra amlcn A.
Catara-Leitiebi. Un pensiero ho ruminato per parecchi
anni in mento, quello cioè di offrire al pub- blico un ragionamento sul
tema: L'uomo non ha H uso della ragione. Più io vi meditava, più
vedeva l'attuazione doverne riuscir facile — più tempo iva scorrendo,
nuovi materiali nel mio intelletto e da questo sì riunivano. Se non
che tante e si svariate cagioni ognora mene allontanavano dalla
esecuzione. Quando pochi giorni addietro mi sentii punto da
vergogna, comprendendo che lo svolgimento di tal tema, nel modo da
me ideato, mirasse al bene dell'umano consor- zio — adunque, senza
metter più tempo in mezzo, mi feci a distenderlo in dialetto no-
strano, che giudicai (iiù opportuno a colorire il mio
disegno. Gli uditori imparziali, che mi onorano, ai (piali è noto, il
processo, il mo- vimento attuale degli spiriti e delle umane
associazioni, giudicheranno della santità del mio scopo, e «e io fui da
tanto a rispon- dere allo stesso. Se taluni amici, a' quali
lessi alcun Urano del presente cicaleccio, non mi avessero in-
cuorato colla loro non sospetta approvazio- ne, io me ne .sarci rimasto
senza farne un motto (1). Lo mie armi son contro del vizio,
dello orrore, dell'arbitrio, sotto qualunque forma si
presentino. Dirò con Tommaso Campanella: la nuqqi ■
àeUilu tre nidi «Irnnì, (1) Qn»(o laverò fu lolt-> nei
giorni 11 e 21 FeMnw, in due Irmnte furiali slrii'inlmarin (HI» li.
Ari'nJi>nùn IVIoritunn. Digitized by Google
In sugna piruccuni, mi tegnu strilla, attaccati! cu la Santa
Scritturo, L'omini tutti presenti, passati e pura fatali mi parimi tanti
ibddi — hi dici la vìntali oh' infiniti! è In numera di li foddi. Oi si
vanta lu prugrcssu, la ragioni, la civiltati, o chi saecìu icu ! ma
iu puvircddu nun ci cridn un flou — pri mia c' 6 sem- pri rigressu,
disragiunì o pazzia. Nun ci crìditi? Vi cumpatisciu ,
anehi ìeu era foddu na vota — avia china la testa di sti paratimi , e mi
paria già chi putia sfunnari lu celli cun pugnu. Ma la scola di la
c spari eli za , e lu sludiu profumili di H sapienti cadi di tanti omini
summi mi ficiru a la fini cunusciri la granili viriti, chi 1' omini nun
ànnu 1' usu di ]a rogiuoi. Bastiria la Kanta Scrittura pii
cunvincìri ognunu di la pazzia dill' omu, di la mancanza di
ragioni. Ma oggi mio cai o Professore , mi sentii diri di na
vuoi 'inpurtuna, oggi mio caro Professore, non ti penta più come si
pensivi! una volta — oggi si 7ii fede ntl progresso, ni erede alla
ragione, ed i ami detti sono oracoli. A quali ragioni
vuliti ca leu mi siiti unici) la ? a cliidda di li dotti, di li filosofi?
o a chidda di l'iimnnità ? A mia pari, e vi lu mustru cu nrgmncnli
lampanti, comu quattri! e quattru famiu otta, chi li filosofi tutli
ìnsemmulft , e l'omini tutti pari jiari nun ùnnu mai ragionato.
2. Fermrru cu la menti tutti L'ejroohi, tutfu In nummi,
orientali, grecu, rumano, e Cristiano, e sempri erruri, sem p ri
pazzia. Kun vi vogghio scnnzari tanto , Signuri mei gar- bai
ibs imi , ricurdunduvili tutti — basta dirivi chi In granili Ciciruni a
li so' tempi dici: Nihìl tam absttrdum dici potasi , gitoti no» dicatur
al aliquo philosopJwrum. Ora immaginativi voi chi s'avi pvilutu diri
'ntra nautri vinti secoli — Mirabilia I Lassarmi duuea in
paci a Fitagnro, cu lu Boi ipse dixtt, nfttu criseiutu e pasciutu 'ntra
sotti anni di nsso- lutu silenziu, a lu quali ohbrìcava li so' sculari a
stari muti, e a sìntiri li so' lizioni a la scum, e a raancìari
orbi a ova, e a hiviri acqua frisca — daunuci pri su- praiavuln la musica
e la ginnastica. E 'ulra sfu moda a In fìlosufii di Sanili ci paria chi
avissi a rifiinnari lu ninnnu, e cauciannu li tiranni, e distruggennu la
mala siinenza. I.assamu punì a Piatimi cu In so' bedda
Repub- blica, chi ò na 'naalaledda di tutli pititti — c'ó robba cu
la pala pri tutti — pei cu voli riviri a spiai d'autru, o spassarisi cu
tutti li fimmini , o viviri senza liggi e senza Din , ci trova In so'
spassu. La Repubblica di Platani ù In, veni cuccagna — un la
cuccagna chi facla lu Re Ferdinandu Nasuni , oiiannu lu Diavulu ci
mon- dava quarchi figgliiu — ma na cuccagna di novu geniti —
è In spasali cu lo robba d' autru , e cu la Veniri comuni . . .
basta. Lassaniu di parti ad Arislotili , lu filosufu di Sta-
glia , cu la so' schiavitù naturali ! St,' autru affniutu ci yulia
a la povira umani tati 1 (Jlii bcdda cosa clii riga] io a lu mulina sta
filosofimi — divisi lu geniri amami in dui parti, in patroni
c servi. Cu pri casu avi Da schizza di mìdudda di cliini, ò palruni
; ddu svinturalu chi appi na fidduzza menu di ciriveddu, è cundanuatu a
la schiavitù. A mia pari chi Fiatimi ed Arislotili, lu mastro
e lu fiadarn, ponnn tutti dui tiniri un carni. a
A munti dunca li pagani filosofi — parramu nieg- gliiu di li
muderai. E la solita vuoi in sentu — I tedeschi , i tedeschi
eoi Padre della Filosofia Alemanna, Eliminimele Kant, e laccherete con
mani di che possa 1' umana ragione da voi calunniata. E via, signor
Professore, fate senno : la filosofia tedesca da Kant sino a noi è tal
periodo storico sì luminoso da lasciare indietro assai C antichità
tutta quanta. Basta il solo Kant a Ciò. Ci rispunnu ? Ci aju
a rispanniri pri forza. Beddu meu, lu to' alimamm Kant, lu zozza di
li filosofi Tidischi, nun ragiunau mai, o si iddìi ragiunan, hi
geniri umanu è privu di la rngiiuii. 10 Cu avi
lellu l 1 opiri di lu filosofi! di Conisberga , sapi mpgghìu di min li
beddi proinissi obi iddu fa a li so' lettori. Nun pari ohi iddu vi fari
luccari cu li marni e vidiri cu l'occhi Ut stissa virila? o paoificari
tatti li scoli, ehi sunnii seinpri a lichiledissi, chi onnu seitipvi
pareli avanti la sciarra? E mnudari a casa di lu diavola lu brutta o
Utenti scctticìsimu ? E cn lu bo' mctudu criticu, chi dici min essiri ne
scettica, nò dummaticu , mandar! 'nzcmmula e scettici e dunimatici
Vi pari gii ehi hi Prussiani! filosofi! vi darà la scienza vera,
solida, inconcussa, o pri usar! li so' et issi paioli, coma la Geometria,
stabili e ferma chiù di na rocca, chi min canoia culi' omini e ou H
tempi. Già vi pari chi addiventirili naulra divinila I Po-
VÌru vui ai ci «riditi I Liiti cn mia li panini di la so'
Jìiuldtica trattiti- diniatì cliiu avanti I Chi vinni pari?
Chi l'umanità tutta inscnimula nun ha mai rngiunatn , a min
po' ragionari, pirchl la raglimi 6 in idda stissa sufistica, o 'ntra la
so' 'ntrinsica natura. Si la ragioni si applica all' anima, a lu munnu, o
a Din, nun dugna autru chi apparenti, sofismi, illusioni, chi iddu
chiama, cu lu so' liugu;i:rgui sapienti, ^ni-nloijismì, antinomie, ide-
ale — Umica stu munnu chi cosa è pri Kant? Illusione. — Dunca st'
anima chi cosa i pri iddu ? Illusione. — Dunca stu Diu , chi tuttu
lu geniii umauu adura e timi, e chi tutti li cosi di la terra e di lu
cela mani- festami cu la so' favella? Illosiani — Nsumsia la umana
raglimi ohi po' dori , chi dugna di risultati ì Illusioni a tuttu
pasto. Wapiti comu ò la ragiuni pri stu guarnii
filosofi!? È coma cllidda chi avia Giufà, obi nspittava cu li mani
aperti chi chiuvissiru ficu sicchi, passuli e ova mundati; ma li ficu
sicchi , li passuli o 1' ova mandati non dilu- verà mai , nnn caderu di l
1 aria — occussl la ragiuni umana ehi cerca, aspella a braaza aperti lo
vero, min arriva mai a Denti dì veru, di certo, d' incontrastabili
— chini la rapinili si sfura, cliii'i la rinlifii si nlluntana, conni 1'
acqua chi sfai di li labbra Biechi di In sitibondi! Tnntalu. E si pri
casa iddìi dici quarohi vota iti e fon- ia, sumiu supposizioni, dici
Galluppi , li pigghia a Inerì dici Giuberti ; e in ini permettu di
inneiri , chi sunnu gtardiueddi di dilinìa 'ntra lu so' sistema,
ca- steddi 'ntra 1' aria, menu di li busciolii ili sapuiii.
Ohi cosa è sta filosofila Kantiana? & na filosofia a
va]iuri. Cotichiudemu. 0 vui voliti chi Kant ragiona , o nun
ragiona: 'ntra lu prìmu casu, cioù si iddu ragiuna, 1' usu di la
ragiuni ; passandu poi a lu secundii casu , cioè si Kant nnn ragiuna, si
la so' Dialettica Trancia- dintali è idda glissa sufistìca , la anatri o
la nanna di tutti li sofismi, allura cu quali facci di cantunera di
spitalì sustiniri ehi Kant fu un granni filosofa ? Vurria dirivi
qaarchi mitra cosa di sin aliinamui sapientuni , e ferivi vidiri , coma
quattro e quattro fannn ottu , chi iddìi nun fu chiddu chi ei va pri
In nummi dicennu da chiudi tali chi vonml darì a cridiri chi lu
Buli spunta d'intinna ammari — sulu vi dicu chistu. Boppu aviri
fattn (anfu fracassìi, e terrimotu, doppu aviri tantu ditiu e riditta,
friltu e rifritti! chi la ra- la fini qnannu sci nni u a
panari di li dorili, di la mu- rali, alluni dissi; e chi dissi? Chi la
radium it ragi uni, non ò gonna , non ó favilla , nun duglia
illusioni. Iu fazzu un cunfruntu , un paragoni tra Kant o lu
monaco. — Lo monaca aria na manu longa e 1' autra corta; cu ima
pigghiava, cu l'autranun dava. — Kant 1' avia tulli dui longlii , giacchi
chiddo ehi vi aria li- vaio cu na mano, vi la risfitnisci co l'autra. —
Cliisto vi mostra Kant aviri cori hono , ma poco cirivcddu , pirchi
sani' cranio unn 1 cramu. Avia dunea ragioni lo so famusu scoloro
Fichto , (joamiu dicia chi tul{<t è somm di sannu, ma sema
chiddu chi 'nconna; era lu ligitimu discipulo di Kant , lu quali
non accunsintcun o a la spicenzìoni di lu so' Aniidco , avia torto granni
c sfaeciatu. Mi ricorda d' aviri lettu 'ntra un filosofa tìdisco
, Voltai si nun sbagghio, chi Deus cui l'hilosophus abso- lulae
tummut. Ora si iddìi ò vero chi Diu è lu filosofa assulutamenli sommo, lu
maslru ili li filosofi; si ìddu 4 vera chi Diu, comu dici lu Mumalisi
filosofa, quannu cria ci duglia jochi , chi lu Miceli chiama ludi ,
ja ndi cimeli i odo , chi si lu filosofo divino non pò fari nutro
cu la so' onnipotenza chi jucari , li filosofi orna- rli tutti
'oscillinola non hanno dato c non potrannu ilari chi jocareddi.
E si li jocareddi di Kant ficiru lu giro di lo mimmi, poro la so
pirocca giriau pri tutta la terra. E sì li jocareddi di Kant haonu
avutu tantu va- lori , poro ca la so' pirocca s 1 insaccava beddi dinari
, chi nisninnu li cariasi chi hi vujiann ridiri , e si la
□igìlìzed by Google ir. vnliauu inculili
supra la so testa! Nuu sauna ohisti pazzti saprà parali P
4. Giacchi purramu di tidisclii , vi vngghiu
cantari ila sturiedda eh' avvinili a mia. Ju non mi renda ri-
snuiisabili , comu oggi sntmu li ministri cuslituziunali e li gerenti ili
li giornali, ili chìddn chi mi dissi n' ami- di min, orna dotln pri
davc.ru — ma vi prega di midi- Iddìi dnnca, lu min amica, mi dicia:
oggi li cosi di lu mulina vanmi a scapitai», a ruttura dì codilo. E sai
cu i'u la causa di tutti li mali chi ci sunmi stati 'atra tri
peculi? Luteri, ddu monaca, e sempri li monaci fora neiddazzi di
malaugurio, Lulcru chi misi avanti lu cri- leria Individuali a damiti di
chiddu universali di la chiesa tutta 'nzemniulu. — Da chistu ndi viimi uà
libirtà di pinz.iri c di opirari chi nun avi limiti , — lidi viimi
la morti di F autorità, e Tarda conni ndi nascili cliistu. — Tassalu slu
principiu di la religioni 'iitra la politica , chi putia produci ri ? Lu
dannu e lì guai di tutta l' umanità. La ragiuni umana , chiamanti!»
allui-a a sindacata tutti l' auturità, pri mala vintura , conni si
rampi un faseiu di virghi, l'ima doppu 1' antra, lì vosi rampi ri tutti,
ma si rompili idda si issa. Oh pazzia! É tanta tempii olii lu principiu
di l'autorità, lu principiu ■lì lu dritta sinn' annuii a fimdu , lì non
c' ù ama ehi lu pò piscarì. Ndi vuliti ita prova bedda e chiara? Vi
la dagiui subita. Digitizod t>/ Google
14 llubbis vidennu tulli li danni chi eurginn .li la
sfri- nuta libertà, e BOantatn di tutto chiddu chi vitti 'ntra la
rivoluzioni 'ngrisa di li so tempi, si cnntintan meg- gliin di
trasformar! l' omo il) seccai , e dissi obìirdienm 2iassira ; nccussl
furmulau (ulta, la vita politica di li popoli. La potenza di lu Suvranu,
cu fossi, fossi iddo, o irrisistibili, iddu eumanna a bacchetta, o guai a
co min fa conni lu sccceareddu ! I.n Suvranu ù chiù di Domioaddiu ,
pirchi Dio voli 'ozò eh 1 iS giustu , e pirch! è giustn lu voli — ma 1»
Suvrnou di Masi Ohbisi ò proprio chiddu chi voli risto chi ci piaci , c
di la so pi.'iciri non avi a renditi onntu a nudilo, — Almenu aju
'olisu diri di taluni, chi lu Sovrano avi Arrendi ri conta a Diu , ma pri
Obbisi min avi a rcndiri cnnfu manco a lo Pinvulu 1 K
Continuava 1' omo doftu dicennu : cu cridi chi lìussò 'nzirlnu, lii
sha^'liia ili ;rmin Iddo ò vitii chi 1' autori di lu Onolrallu Sociali
noo trasforma 1' omo in sccccu , oomu avia fattu Olhis ; voli Russò truvari
na cosa stabili, ferma, e punì, sì volili, murali; ma chi voliti
chi vi dicissi, vi 1 lussò scanna lu c.rapicciu di lu tirannu e 1'
ubbidienza passiva di 1' asiou , sbatti 'ntra naufrii scog^hiu, i; .si
fracassa lutili In eiriveddu, pircbl vi duglia lo piacili, la erapicciu
ili lu populn : iddu 6 vero chi P uuluri di lo sociali enotrattu vi metti
avanti dda bedda frasi SuvranSà Papillari , ma li frasi non cao-
ciani! la natura di li cosi, o lu ninniti! non si pasci e campa cu li
frasi. La Sovranità di Ohbisi o V arbi- traria vidimi à di non siili). —
La Suvranità di Russò è 1' arbitraria volontà di lo populu, La Sovranità
di Digitized 0/ Google lo
Oubist è un mostro individuali , ohidda di Russi è un mostra
pupillari. — L' Obbesiana 6 un nrostro cu na te- stasusa, cliidda di
Japìon ù mi mostra cu niigghiara di tosti , grossi e picciriddi , di
tutta tagghia. Leggi sta pagina di Russò, mi dioia lu meu
annui sapienti, e vidimi olii V auturi di 1' Emilia motti a
principili di la so Sovranità popolari In crapicciu di lu populu.
Un popolo A mai sempre il padrone di cangiare le sue legni, anche k
migliori, perocché se gli piace far male a lui sitwo , chi ha il diritto
d' impedirm-lo ? Quannu durica Petra Loroux dissi , chi Russò
era cliiìi di Gesù Cristu, non ghiastiinava? Oh qnanlu jastimi
sannu dittu punì 'nfra li nostri tempi, chi pas- sami pri 'lluminati 1 Ju
cridu olii Luronx dissi ddn ba- vorau , pi rcH avia prisenti ddi paniluni
di Japicii — Chi chiddu chi lu prìmu dissi 'ntra stu munnu: sta cosa 6
mia, fici un delitti! di Iosa umanitati. A mia pari chi ohista !i
la lastima di tulli li povireddi , chi vonnu vivili u scialarsi cu la
robba d' autru. Ed ò la lastima di tutti li tempi ! Non
vurria essiri mala lingua — Russò facia sti Instimi e chiagnistei contra
li ricchi e li proprietnrj, pir- oni campava atfrittu , ma rittu,
copiannu cacti di mu- sica a Parigi. Dunca è chiara chi
Ohhisi, Russò, Leroux s' impi- gliavano a riabilitari lu piacili, lu
orapicciù, hi libiti! — cosa vecchia u ridilla di 1' anahalisti, ma da
clliddi traspurtala 'nlra hi eanipu sociali. E siccomu di
cosa nasci cosa, e l'emiri pari sem- pri bvddu, pura Carili l'otiricr,
l'inventai di lu Fala- 16 stero, dissi ehi li
passioni veninu di la nutrì natura, li duviri di 1' omini — dunca guerra
a lu duviri , minte- mu 'nlronu li passioni. 5. A
stu locu lu bravu miu amico si firmnu — nisciu la tabaccherà,
jiie/^hiriii latiaecu. poi addnmau la so' pipa — Seguitati iu ci dissi —
E iiidu a mia — Ohi vi ftju a diri ; tutlu è negazioni 'ntra la scienza,
c pur ciò 'ntra la società chi si specchia oli idda è in iddo. I,u
drittu, lu duviri, la ligio murali slissa, chi duvria tssiri la sovrana
assulula, ò muli, c poi nenli, e seni- Pari chi ddu filosofa Green, chi
dissi chi la tiggi È coma la Minia di la tarautula, la quali fa cadiri
'ntcrra li corpi pisauti, ma tratteni chiddi leggi comu la
paghivi», dissi na granni verità. Comu Spinosa e Obbisi chi dissìru chi
lu drvltu è la Btissa cosa di la forza, disdirà ria bedda verità di
fallii. Iddi, e vero, ficiru sbagghiu assai grossu 'ntra 1' ordini
radunali, ma pri lu fattn e pri la storia 'nzirtaru. l'ri mia
la forza avi a essiri lu meuzu pri fari valili li nostri dritti, pri
difendirli, tutelarli, o ricupe- rarli —senza forza min ci poti essiri
csereiziu di drittu, couia senza pinneddu min ei pò essiri pittura, senza
pinna scrittura. Ma viditi d' undi e coinu ndi vinili l' orrori chi
cunfumìi lu drittu cu !a forza. Siccomu pri figura si dici di un bonu
pitturi chi ò un bonu pintieddu, e d'un bonu scritturi chi è na bona
pinna; accussl cu avi chiù forza ai dissi, o si dici, e bì dirà sempri,
chi avi drittu. 17 Senti, amica min, la forza è
compagna di lu drittu, ma 6 na oumpngna poriculusa, infidili, chi apissu
ammazza lu stcssu dritta. Si Cesari min dispania di tanta
forza, nuu ci vinia lu siila di passari lu Rubicuni. Si Napuliuni Primu
nun aria dda granni forza non cacciava a culazzati di fucili li
cincucentu. Si lu Terzu Napuliuni n' avia dda forza chi sapemu, lu seculu
nun aviria vidutu lu dui dicembri ; et sic do singulis.
Granni forzi avianu Cesari e li dui Napuliuni; dunca avianu drìttu.
Uedda, ma fatali figura rettorioa! SÌ nun obagghia lu coi-pu di
statu di lu dui dicembri fu lodata 'ntra lu Parlamenlu ngrisi da Lordu
Palmiston, e n l avia ragiuni, pirchi lu mali cuntngiusu putia
passari lu strittu e 'mpistari l' Inghilterra — Fici beni dunca la
Prisidenti di la repubblica chi l' ammazzali. Avia ragiuni lu Diprumalicu
'ngrisi, lu diavulu fa diavulicchi ! E puru ddu granni Ministra, ohi avia
l'occhi di Argu, nun vitti o nun s'addunau pri notiti, chi la limuta
posti ci trasia 'ntra In regna di nautra parti cu lu Fenianismu ! Cosi
di lu 'nfami munnii ! L' i ngrisi chi scialavanu e ridianu di li
rivuluzioni di l'antri paìsi, e iddi stissi ci li attizzavanu o ii
stutavanu a so' piaciri — di sti tali 'ngrisi quantu cosi si putissi™
diri! Senta parrari spissu di giuramenti, di cuntrattu, di
pattu sociali! AiniÈ ! fulinii di tarautulal si, fidimi dì tarantula ,
senza dda liggi suprema chi Ciciruni dici» Santina Ratio, e l'Aquinati
nec ejus lev est aliud al ipso, unde celerità non ordinato ad aìhm finem
(1), e (1) Uwl.r irillll ■ I Si'l M.iM.ili- [iFl.i! .-si ■ Jll-.t..
ti l.nliu ] -|- «terna in raliouali crcaliira - ijouuu. IW. lf a,
ll.uuMi. Sii, nrl. 11. Digitizod by Google
18 Dante divina roluntas sii ipnmjtu; la quali riverbi-
ranno 'atra l' umana cuscenza \<ò parlari fcUoementi l' animi 'mporlu,
coma la vila servi di guida a la navi. E cca si zittlu lu mia amica — e
segui tu ieu. u li rimproviii olii ci odìotìqd d'ogni
bandai Si na vota un filosofo tidìsohn dissi a vuci furti di
la oatUdra: Oggi creeremo Dio'. Jn Faccio cLi naulru filosofo viventi,
italiano, avunt' cri tlissi poro di la cai- lidra , isandu lu vrazzu
ritlu all' aria , e strincciinu lu pugnu: Dio ritirati! e pri tri
voli. vSi Fichte si mnstrau, coma un chimicu, chi voli ri-
cumpoLiiri chiddu chi avi decuinpostu, o di un furnaciara chi dicissì: oi
facemu ria pignatedda o un lìganedàu— lu nostra ilaliami Ferrari chi ci
dici, chi manda a spasso Dio, mi pari un pattimi chi licenzia lu criato —
almeno ci avissì dato la benservita ! Poni la Convenzioni
francisa, Irasfurmannusi in Cnnoiliu Ecumenica , dicritau na vota chi Diu
esisti , coinu chi s 1 arissi trattata di na liggi civili o
criminali chi fusai. Oh , <3<1Ì iranoisi n' haunu fattu pura
grossi assai 'etra menu d'un seculul Hannu distrutta dinastii,
altari, liggi, statuti, ed hannu crìatu principi, religioni, liggi. Hanno
mandati! a diavulu re, repubbliehi, cunsulì, presidenti e ehiddu ehi
niaudivainiu appressi lu sapi 19 Diu I Eppuru, mischini
! sunnu ancora comu l' anima di Si sbirri 1 Fri mia vi dicu
uhi tutti 1' omini sunnu foddi , ina chi lì chiù foddi sumiu li sedicenti
filosofi; e si chistu nun lu dici la Santa Scrittura, vi lu dicu ju, chi
macari, si min autru, aju sfuggliiatu quarchi carta di Platuni, di
Aristotili, di Agustinu, di Vicu, di Gioberti, di lìosmini, di Galoppi ,
o paru di chiddi chi si fannu 'neiuriari fi- losofi, o sunnu foddi 'ntra
la carni e 'ntra 1' ossa. Hi ricordu chi Fidi ri ou lu filosofu
dieia: Qiiannu vogghiu punirì li mei popnli, ci mandu pri gu viro arili
li filosofi. Ah chi beddu spezienti sestieri ddi filosofi di dda
tempra di Lamathric, chi oripau ahi so tavola riali cottu comu un jammaru
c nbbuttalu comu un porcu! Oli chi beddu espedienti , chi dhuuslra chi lì
filosofi sunnu li chiù foddi 'nlra l'omini! Lassamu di parti
li filosofi chi sunnu d' autri paìsi, parramu na picca di cliiddi
nostri. Oggi poniiu spajari tutti pari pari Anzelmu, Tuni-
wasi, Bonavintura, Danti, Vicu, Gisrd.il, Galoppi, Gio- berti, Eosmini, o
tutti li so sculari. Chi ci vasi ad Anzelmu essici lu funnaluri di
l 1 On- tologismo 'ntra lu Alediu Eva cu la so famosa prova a
priori, accittata dallu stissu Aquinati, c a Bonavintura lu so'
Itinerario di la mente a Din, chi superò lu stissn Platuni — a Danti chi
nellu concetto filosofieu di lu dritta lassù arreri lu stissu stagirita,
e tutti li filosofi chi foni e chi nasciraunu a lu munita , comu dici
ed affirma lu filosofa lidiscu Stilai — Chi a Vicu l'assiri
acclamali! lu fondatori di la so bedda u sublimi Scienza
20 Mova, chi mancu diluisciti Sant' A gustino 'atra la so
sur- prìndenti Città di Din, nò l' insigni auturi di lu Discurat
stilla Storia Generali — iddi, sti dui Viscuvi, trattami l'arguiuentu
teolcgicamenti. Già puru lu stissu summu Eoraagnosi avia
avrriu paroli prima di la sciarra cu Vicu, chinuiandulu anturi li'
un presentimenti! fa ni astiai, o tanti autri beddi paroli. Ma oi ?
Oggi di Vicu bì arrivò a diri , chi iddìi lu granili napolitani , min
avia filosofia. Nun mi cri- diti? Lìggiti Augustu Vera, e vi convincati
chi tutti li filosofi Buona Denti , raaoari lu bIìbsu Vicu , anturi
senza filosofia. A Rosmini o a Gioberti nnn ci must rami li
nostri moderni filosofi tanta 'ncagna , aniri mi pari chi volimi l'ari
1' ani u ri cu iddi pri lirarili a la so' parti. Tri Gioberti ,
placatimi lu valenti Spaventa 'ntra 1' Opiri Postumi di In Turi ni si
quarchi i'rnsi nun svilup- pata , quarchi concetta nun chiara, ci voli
rialari la Bumìgghiania 'atra Gioberti o lu so' prediletti! Hegel,
senza accor{ririsi chi V Opiri stampati di lu smnmu auturi di hi Prima tu
stallini ehmiituli snpra lu principili di la CrìamoDÌ, chi si la fa a
caaKotti cu la filosofia pantiistica di Giorgi. 'Nfra P italiani!
filosofu e chiddu alimannu e' ò n 1 abissu chi li dividi, o chi tutta
la |>otcnza di la nienti di Spaventa min pò culinari. Nun
panni di Giurdauu Brunii, a iddu l'alliffenu , pirclil 1' bannu nautru
Kpinosii; aii^i, mentii p ri mia, Spi- nosa esaltali!, chi uuarchumi ha
dittu Spinosa 'inbriacu t l'ovini monacheddu di Kola fu iireu viva
comu un pinci! Din ci avia datu tanta 'utellottu, (anta fantasia
Digitized by Google 21 c
(nata cori, c la fantasia, lu focu di la passioni , c chiù In traili in
ondi a li farisri,... lu lìc-iru bruciar! vivile 'ndi ficiru spargiri li.
cinniri a lu Tenta! Qunnnu li ju- dici ci annunziavanu la sintcnza di
morti trimavami , comu na fogghia di canna — c Giurdanu cu (Ida forza
chi veni di l' innuccenza e di la superiorità chi sin! ìn 'ntra iddìi in
cuufruntu di ddi carnifici , cu la forza di nn liuni o tisu coma tin
taddn di Giuda, ci dissi : Jlfii- jori forsaii con timore seiitatiitim in
me tìkctis, guani aio accipiam. Chistu mi ricorda, chi 'ntra ddi tempi
jittnri 'ntra li Gammi un omu era conia flmiarisi oi un sicarru !
Ju Din pozza loitari la cundutfa di Brami, di Vn- nìni, di Arnaldo,
di Paleario e d'autri, ma darili a 1» loca sulu pironi pinzavami a modu
so', ah ebisdì no, «un è agiri di cristiana , manca d' omu 1
Pri mia cridu chi Din misi'i-icimliiisii uvirà faltu chili bona
cera alli vittimi 'nfilici chi ali carnifici spietati ! Vcru iddu i
ehi bisogna guardari li cosi e l'avvini- menti cu V occhi di ddi tempi,
comu in grazia di esempi ir, a ddi tempi e 'ncostu ad iddi, li stissi
rcpubblichi famusi, lu sacchi ju, avianu liggi veri barbari: cu allibava
na junta di liri avia tagghiata na marni, cu 'ndi ranfuliav.i lu
duppin, o era rieidivu, senza misiricordia oi taggiiiavann tutti li dui
manu — si sciiirhnvanu allura l'omini, comu 'nzinavantcri si li varano
l'occhi cu la ferru 'afucatu a li cardiddi, rappareddi, zumi e spunzuni.
— Allura lu vas- salli! chi ammazzava la palamma di lu so' princìpi,
en cundanuatu a morti, ma si lu principi ammazzava lu vassallu, eh'
era un 1 nomo, comu tulli li principi di la terra, si la passava pagannu
pochi liri. Chi liggi di Draouni qnannu lu tagghiuni era inlerpelratu
material- 22 menti! Racchi elusili c sacchi ani
ni m acari , ma chi voliti , bruciari un orna vivu , pirehl pinzava a
modu so, era na barbarli inqualificabili. Ma tant'è Bninu fu arsii
vivo, mentri tra Pontifici Clementi Vili, chi li storici imparziali o min
sospetti , ci di\nnu di bona pasta, e cu la direzioni di li Cardinali San
Severinu , Aldobrandino , e Bellarmino , quantnnchi cìùstu era ge-
suita , e si snpi chiddu cbi successi 'ntra lu Conclavi , quannu lu vii
liana erinri Papa — sì jìsau un Cardinali c ei dissi a vuoi forti, corau
un spiritatu a li so' cul- leghi : Digmts , sed Gesuita. Jfa
chi valiti erann accosti ali ir.it i l'omini 'ntra autri tempi, chi hi
stissn San ltinnardn, lu locllifluu duttnri, cnnsigghiava di brueiari
viva ad Arnaldi! di Brescia 1 Quannu jeu penzu alla lini di Brunii
, chi la elo- quenti o sapienti parola di Cousin inzcrfa dicennu ,
la trace Imnineuse et simulante 'ntra la storia di la ci- vilizzazioni ,
ni' acci liana hi dìavulu I Como Adamu nun putti agghiuttiri ddu
grossu pil- lilo , accussl 1' omini di ddu (impazzii nun pettini
oolari ddi piunuli chi Bruno ci dava, o chiui chidda grossa grossa
, di Lu spaccili dì la Bestia Triunfantì. Ju non fazau ecu a li so'
errori, ma comu talianu vi vogghiu ricurdarì ddi so' btddi palori.
Italia, Napoli, Nola, quella regione gradita dui cielo , e posta
insieme inh-oìta capo e destra di questo globo, governatrice c
dominatrice de le altre generazioni, i sempre da noi et altri stata
stimata maestra, nutrice e madre di tutte le virtiuti , discipline ,
nmanitadi. E poi cu qual' impigna mi putiti nigari cbi l'
omi- ni sonni! pazzi, sunnu privi di l'usa di la rngiuni ?
□igiiized by Google 23 Ju sugnu cntolicu,
min mi virgoguu, anzi punì mi vantu di dirilu, c l'aju »t:iiii]):iln. mi
dispiaci, e quandi, dì l 1 erisia; brainiria e vurria vidiri 'ntra tutta
la terra un pasturi sulu ed un covili — ■ preju pri li traviali e
li raccumandu a Dia — ina ju min fussi capaci alli eretici , sulu pirchl
eretici , sciupparici un pilu di la barba. Ju mi tegmi forti
cti la Santa Scrittura o cu li Patri — ju aju 1' occhi all' istituzioni e
non all' omini. Ju sugnu cu In gran Viscuvu d' Ipponn, chi dici :
Dili- gile homines, inlerfietìe errore*. — Sì, amuri all'omini,
morti all' emiri. . 7. Ma villania la facci di l'errori
e virgogui di l'omi- ni , e turuamu arreri pri vidirinni aulri.
Ju vi dicia chi li nostri filosofi siimi ponnu andari a eogghiri
cauliceddi, o procchia, o peaza pri li strati, i) mozzoni di sicurri pri
la via. Voliti sapiri cu 1* avi ditta ? l'avi dittu lu signuri Augustu
Vera, a cui sempri ci leni la birritta. Wdu dici, chi lu filosofu
veramenti filosofi!, hi filosolu chi tuccau la cima di dda sapienza
, a cu nuddu avia pututu arrivar! e Giorgiu Hegel. E nun o' è nutra
filosofia chi chidda so'. Ju mi ricordu di na proposta di llgu
Fosculii ijual- menti velia tirati tutta lu sucu di tutti li libbri ,
e ficcarilu 'nfra un miggliiaru di volumi — n liruciari pui tutta
dda riibb.i//,;! v. ci hia chi listava. Ma megghiu fannu pri nui li
paioli di iu nostra siciliana Mnanmeci , chi tantu foddt pri I' opira sni
dì 24 la Gran Teoria di la Cunserradoni, ci
dicia un ghiornu ii n' amidi so 1 a Napuli , mentri cranu 'ntra la
lucanna ; Bruciali tutti li libbri di tuffi l 1 anturi , chi ci
sunna Stati a lu mimmi , pirehl sunnu pari pari tutti 'nipu- Bturi
— 1' opira mia è la siila viriti ! Chi vìndi pari, nun c'azaicca? E
si ali palori di 1' Onorevoli Vera si junci punì chi Michelet ,
filosofu tidiscu, parranmi di Oiurgi, di la sa' catrida a Birlinu,
i sanno l'occhi a lu oda c junoenda na marni cu l'autra dicia: Giorgia
Hegel era un santo! E quasi quasi nun chiancia ddu affemonalu scularu pri
la santità di lu so mastra ! Viditi , ora mi vaju pirsuadennu
megghìu , elii la filosofia di Hegel nun ò eludila ehi va spacciannu lu
si- gnur Vera. — Nun avi tonta tempo chi certi filosofi pri
'usitiuari li duttrini di 1' anturi famusu di l'Etica, di 1' oechialani
d'Amsterdam, dìciann chi idilu era mu- rigeratu, tanta murali, chi iddu
era 'nsumma un sanili! Viditi chi lu stissu Vittoriu Cousin si fici
licitu para- gunari Spinoza cu 1' autori di l' Imitazioni di Cristi!
! Mi pari chi a stu moda sinni va a Diavulu la li- bidi di
pinzar! o qualuiujiii discussioni libica, 0 senza preoccupazioni —
s'arriva a la infallibilità di lu mastra pri naiitra via !
Poviru Mariu Nizzoliu chi prima di Cartesiu avia proclamata ntra la
nostra Italia cu l'opira so' — I)e vcris principila et vera rutiuiie
philowphandì — la libertà di filo- sofarli dicennu 'ntra tanti beddi
cosi, coisti chi vi vogghiu ricurdari : ■ Generali: piiiu ipium voritatis
est libertas i et vera licentia sentieiidi ac judicandi de omnibus
rebus i ut veritas ipsa remmque natura postulai. Uoc est,
25 • ut is qui mete phiiosophandi studet, ante
omnia ■ libertini se conservet ac solutam ab croni
philosopho- ■ rum aecta, nec alla cujuspnam viri quamlibet
magni • dottrina) fama Sfa teneatur ast rictus , et quasi
com- ■ peditus , qui quia ipsi prò rei veritate probanda nut
> improbanda videbantur , ea libere , et sino ullo im- ■
pedimento probaro , aut impvobare • (1). E pura li so scalari, di
Hegel, min ci cridiim a tutta cliidda , chi si va cliiacchiariannu 'utra
di noi , pivelli ognuno d 1 iddi penza a modu so'. Si haimu divisa
in destra e sinistra, conni 'ntra na cammira legislativa, 0 poi bì
la fannu a cazzotti , o cu poti chiù si la porla. Ndavi difattu
'ntra li so sculari alii, materialisti, fatalisti, panteisti, o tutti
figghi di la stissu patri! Lu quali, dicemu la viriti, aria ditta, olii
la so' dottrina era tanta profunna chi nuddu di li so' discipuli 1'
avia caputo — farsi uniiidu sulu, ina min beni. Banca ju
cunchiiidu : la filosofia di Hegel min era pri 1' omu da nui cunusciutu,
ma forsi pri nautra razza nova , o meggliiu , pri nautra specii. La
nostra è trop- pi! assai foddi, chidda chi venirà di la dilaniata
tra- sformazioni, sarà meggliiu organizzata — e perciò mena
Ora cumpreridu H paroli di Kan Paula, quannu dici: Guardativi chi
quarchidunu nun v' inganna cu la filosofia, E dicia beni Paulu, si
li filosofi smura 'ntra 1' omi- ni li chiù pazzi ; era giusta e sanu 1'
avvilimento. E poiobl la lingua dissi Paula , e li palori
sunna coma lì eirasi , voggkiu diri punì chi Paula senza (1)
Lib. I, rap, Do thi nt. pilli. Diaiiizcd by Google
20 vantatisi filosofa, pridicau 'mncnzii li filosofi
'ntra l'Areu- pagu , e li so' beddi o sublimi cuncetti passami chi
gonna di chistu o di ohidda ! E ilda fratìllanza universali 'litri
lutti 1' omini e li populì di la terra — la solidarietà 'ntra iddi,
pirchl sunnu membri di mi stissu eoipu , chi avi nn sulu a stissu
capii , o si unu d' iddi sì doli , 1' nutru udì pati. E accusai vìa dice
nnu... sunna farina di lu gru nni sacca di Faulu , c non di li sacchi di
tanti antri chi dannu a cridiri mari e munti , e poi finiscimi cu
manifistari la so' pazzia. E sapiti midi è la pazzia di tali
o quali filoso- fimi ? È in chìstu , chi scurciaru di 1' Apostulu di
li genti ddi granili viviti , oi livaru la parli positiva, li fkiru
astratti e peju, c li vannn pridicannu pri la mimmi vecchiu e novu senza
autorità, senza liggi o BCtiza Din, conili pazzi chi sunnn o sarannu,
muslrunnu nun a viri 1' usu di la bedda ragiuni. 8.
Basta pri lu municntu di li politici o di li filosofi, videmu si
putemu 'nzirtari la casedda unni si trova am miicciata la bedda vantata
ragiuni. Mi votu a lu campa ecunomicu, e a mia pari chi mancu cc& c'
è spirnnza di truvari la tana o lu jazzu di sta crìduta rigina di li
omini. Quanuu si parva di riccliizzi !Ì muderni 'ndi vonnu
ccntu a majorca. A mia pari chi cca punì la ragiuni ha futtu
fiascu. Ju lu sneciu chi oi la summa di lì ricchizzi, di li
menai di godimenti! , di li cosi pri sudisfari li bisogni
Digitizod t>/ Google 27 6
granili rissai, c supira in quantità, pian e misura BOCCU avianu
l'antichi nostri patri. Oggi un arripezEaturi e un cuslureri liannu
chiù cum- muditati di lu granili Agamenmini, di lu ro dì li ve — a
lu quali 'ntra li jurnati d' inverni! tuccava stari 'ntra li so cammiri a
lu scuru — quannu avia la flussioni o forti catarru 3' avia a siujari lu
nasu cu li jdita, o cu lu manta riali. Senza cammisa di fila 0 di
musulina stava 'mmnggluntu 'ntra la lana di slati e d' invcrnu; scnaa
fari pinitenza era un veru cappuccina Un cus turi rie chìu avi la
so' 'nvitriata, c godi di la bedda luci puru 'ntra li jurnati chiù scuri
— avi lu so fazzulettu pri lu nasu — avi la so cnmmisa di tila o di
mu sul ina, e rebbi pri lu friddu c pri lu caudu. Lu granili Àgnmenmmi
0 un so pari, re, magnatu, 'mpcraturi, quannu c'indehulia la rista, nun
avia chi furi, mandi si piilia illii !n insanii, piivliì n-miu turchi 0
brei. Quanti beddi cosi ci sunmi ora? Vai li s api ti,
e perciò vaju avanti. E puru cu tuttu chistu l' orali min avi
avanzata, s' avi 'mbrugghìatu pen, e ruvinatu. Eecurai a li
provi. E quanti provi e riprovi pulirla dorivi ! Si ecidi chi
quannu si junci a mcntiri ricchtzzi , supra rioehÌBzi, d'aviri cliiu
'ndnstria e traficu, chi s'avi fattn tuttu. Gnirnò, gnirnò pri ecntu
milia voti. Auniin- tannu li suli godimenti, li siili utilità, piaciri c
eom- modila, cu chistu sulu l'omini s' imbriaeann 'ntra H piaciri
di li senni , min sentimi chiui o pocu li nobili aspirazioni pri lu
beddii, pri lu veni, pri la santu, e pri lu giustu, e Vangati 'naina a la
gula, comu li porci, 28 '□ira la materia,
sentimi! sul u li cosi materiali, e ma- cari 'ntra In sonnu, conni 1'
annnluzzu di Kant' Antoni , 'nzonnanu la ghianda. E aconssl, accusai a picca
a picca, di mali in peju, 'ridi veni ddu spaventi villi regressu,
chi Diu mindi libira. E pirolil (uliii «Mutui'
l'i ioli! ([iiamiii li beni, nialcrjalì crisi-imi in abbini' danaa
, si timi si leni forti 'ntra la so fi olii na granili dosi di giustìzia,
di bontà, di bòni costumi, o chi sac- ciu jn, sindi venirla couiu tanti
diavuli li discordi, na- scimi tatti li gilusj, e tutti li passioni
«satinati cusler- nanu la povira umanità. Chidda chi ju vi
dicu e In vangeliu di la Santa Mi B8a — E si non aviti fidi a mia,
sinlitulu pam di la bucca di dui omini granai, non di lu lielgiu, o
l'antro Italiana. Dici lu primu, lu Signori Ah arena: ■ Il
materia- ■ liamo disapprovalo in teoria, regnt geueralmentc nella
■ pratica: la novella potenza industriale, senza contrap-
> peso morale, ha favorito siffatta tendenza, 0 la cor-
> ruzioiiu si accrebbe coi due estremi dell' opulenza c ■
della miseria : ogni cosa attcsta una scostumatezza , ■ una
corruttela che invaso tutte lo parti del corpo ■ sociale •
(1). Chi vindi pari? Sintiti ora lu sapienti Conti T.
Mamìani di la lio- veri: > Ella è una verità confessata oggimai da
quanti ■ col pensiero innovano in traccia di un rimedio o di
• una correziono efficace a guarirli la nostra generazione (]}
Alunni . Curi» di Dritto Kitantt, vii. 1 , p. I , rap. Il . ! X.
□igifeed t>y Google 29 • da
quel!' anarchia morale ed intellettuale , ondo gli ■ animi sono pur
troppo afflitti o travagliati, the il ■ malo attesi; le profonde
radici che ha messo prima- » mento negl' intelletti e nei cuori, poi di
mano in mano • nei costumi c udì' ordinamento civile medesimo ■
(1). Ju varria chi tutti avissuru prisenti li paroli di li
dui citati sapienti, olii sunmi verità vangolichi. Ahimè ! L' omini
Boriati fatti accusai storti e mala- rettehi, chi s' abbagghianu di
l'apparenti, vardanu la la forma, e no la Bastanza, vardanu la parti
acciden- tali e nun chidda essenziali, e tutti 'ncan ti simati di
li 'llusioni di cosi fausi chi li soiorbanu, cunfunnunu la vera
civiltà cu cliidda fausa, chi si spaccia pri chidda vera. Ancora
aju ntra 1' oricchi li paroli di lu Bummu Eomagnosir ■ Quando tu ini
mostri solamente scritiure, ■ pitture, sculture, so io forse se un
popolo sia prov- ■ veduto di vitto, di vestito e ili abitazioneV
Quando mi » mostri armate, corteggi, consilii, feste, conosco forse
> so egli gode pace, equii» e sicurezwi, mediante buono ■
leggi , un' equa amministrazione , ed un potente or- . dinamento ? .
(2). E pura smura digni di ricurdarisi st' antri ditti di n 1
autru auturi, li quali sunnu accussl beudi, chi panniti fatti a posta pri
nui. . Il falso oolle apparenze del vero, il malo collo
> apparenze del bene , scuoto 1' occhio volgare , ma >
alla vista penetrante del sapiente ò la cronica infer- ii) Snjy-i
.li Filusutn Ui«lc tolti di^li /Itti jtcMdnuri d. Hku/n /fot™, o
IHllMirali ,h\ sa» H^lari» l'rof. CI. Itoqcirdo _ Cuora 1SW, l«g.
3- (2) DilITnJMh e dei VMatì dell' IjwmtimHLte, p. 1. Digitizod
t>/ Google 30 • miti della vita degli stati
con il lieto colore nel ■ sembiante <li florida salute ; è un
vizio organico del > corpo sociale, clie ne consuma la vitalità,
mentre ■ clie i sintomi estcriui-i a e eoli nano vigore di libbre
e • di nervi ; ì> un moto retrogrado , o mal diretto della
• società, che si avvicina alla morie politica, e copro >
la ritirata o il traviamento con artefatti splendori , ■ che agli
occhi del filosofo sono i presagi dei suoi fune- ■ rali. E cosi
brillando, si estinguono, a similitudine > della fiiimma
artificiale, che, mancando dì alimento, . più crepita o brilla, quanto 6
prossima a perderò la . sua vita splendidi» ■ (1). Sintistu?
Jeu spera chi li cosi 'ntra sin munnu nun andassiru accussì di mali
inpoju.echi avanzwmu cu la pala lu beni matiriali inizi si vidissi vinili
menu chiddu murali — 'nsunima chi nun fussiru in ragioni
'nversa. 0, Sperami] ! la spiranza , dissi un filosofi!
chi era poeta, forma parti di l'umana filisi t a. — L'anturi di
!' Antodi» di Firenzi dissi chi era la in di la vita — pri
mìa è na ddiccafa di meli obi Jiannu li veleni di la vita — All' omu
ngghiulfuinu veleno , ci pari cu dda ddicata di moli , di manciari cosi duoi.
Nun finiscimi cca li mali di lu munnu economicn cu tutti li granni
Economisti , aceuminzannu di Serra , Ortis , Ginuisi , Smith o
finennu a lu viventi nostra siciliana Ferrara, e poni a lu min
valenti amico Maja- rana Calatala tana. (1) Ve* Àntokigi» dì
Tmaa, n.' 11 M 2.* decennio. 31 Vi ricordu lu
misi di Giugnu , quanuu 'ntra Parigi lu repubbli cairn Gcnirnli Cavìgnac
appi a ncsciri cu 11' armata dì stintali e on tanti cannimi pri
elim- inati iri ; chi cosa? li ligitlimisti ? gnirnò — pri cum-
ìnattirì a cni ? lì Orlianisli ? gnirnò , gnirnò. A cu dorica la
Repubblica Fraticisa vulia distruggili ' J Vui lu snpil.i , lu Sucialismu
, lu Cuuiunismu. Ttun ei trattava chiui di ddu campirai chi avìa fattu
llicu Saint Simon, chi bastaru na curupagnia di gronateri a li tempi
di Luigi Filippu a sdirrignarilu non lassanna petra supra petra.
Iddu già Sansimuni, comu prnfeta, mentri stava rinnennu l'anima a Din o a
lu diavulu, ci l'avia dittu a littiri di scatula a li so' scolari: La
poìre est mure, iwtó la adìicres, ohi vi vogghiu traduoiri accasai:
Beddi figgili mei, ju moni, mmdi occhiami leggiti leggili, badali a
rvi, la pira è fatta, viti min sautu la pittiti cogghiri, Sa- jiiti vui
chi 6 la pira sansimuiiiana ? 6 la robba d'antro. Nui semu
'nnuccenti assai 1 robba d' autru , vali a diri ubi la propietà è un
drittn , ma si idda e un furi li , allura li propietari su tanti latri —
(tanca ù logicu, ad iddi ! ad iddi 1 ! !! Ju min cuntu
favuli, ma ricordu verità dulurusi e di fattu. Cu assaggia
ddi liggi fatti supra dda basì, cu ddu spiriti!, psu dì chiddu a prova di
pruvuli, comunista si addicca li idita. Simun pri menu mali tassì non
supra li frutti chi dugnami H propietà, ma sopra la pro- pietà
stissa, cioè, mi spiegu uiegghiu, nun sonno tassi sopra Iti fruttati! ,
ma sopra la cosa stissa, livannuc- oinni na ritagglùa; c na ritaghiedda
oi , imulra doma- ni.... Ah chi brullii jocit, chi laida iindenza chi
vili! Si, diciti a chiù min pozzu chi I' omu avi l'usu di
E poi vutamu naulru fogghiu. Comu vuliti chi a vissi 1' usu
di la ragiuni chidda chi chiamasi vulgu , si vui aviti latta ogni cosa
pri purtarilu al a guerra con tra Dia, centra li ricchi, li pro-
pietarj , li capitalisti. .. -sirvennuvi di dda inalintisa eguaglianza e
fralilliinza , pri nu riourdari autru ? Chi spiegati a modu vostra, lu
renninu salvaggin, barbara o quarchi cosuzza di chiù tinta. Hi vui ci
aviti ditta para chi iddu è Diu ! Lu puvireddu ripensa a li vostri
ditti , chi b' avi agghiuttutu , e ci cogita supra pirchi fannu pri 1'
utili so', e dici 'ntra iddu stissu : si ju su- gna Diu , coma lu ticou ,
comu lu propietariu , lu ca- pitalista , coma lu rocu gnuri, chi ragiuni
ci ìs chi jeu aju a travagghiari lultu lu jornu o li ricchi
starìsinni a spassi! ? chi ragiuni ci 6 chi jeu aju a caminari a
podi scausi, mala vistutu, tuttu tipizzata, e iddi 'ntra li heddi
carrozzi chi si paparianu , vistati cu lussu a la Lion? Chi ragiuni chi
iddi sì annu a fumar i li heddi sigarri di la vana , o jeu, a quamiu mi
tocca, un muz- zuni di sigarru scarfidutu ? c pri iddi In tiatru, li
festi o giochi e jeu «enti '. J chi raglimi chi a mia avi a tnc-
cavi un pezzu di pani e formaggio e un hicchcri di vinu acitu, e ad iddi
li beddi pitanzi di carni, pisci, caccia, jaddini, e picciuirì,
pastiniti, vini d' ogni sorti e d'ogni man era, e tutti li piaciri '<
.tVrcUi iikli limimi a cuman- nari e miatri povireddi a servili ? Sunuu
forai figgili di la jaddina bianca ? Unii' è chi lu siili quanuu nesci
iddu nesci pri tutti? E chi l'acqua cld clùovi è man- naia pri tutti? E
'osino a eoa ci summ pinzeri o nenti autru chi pinseri. Ma
si lu Diavulu ci ispirassi ? Jeu dica lu veru chi ci hannu fattu
perdiri lu ciriveddu. E guai cu la pula ci saranno, si tutti li sonni e l
1 er- rori , si pri malasorti si andassi™ allargannu , pri poi
viniri avanti 'ntra la povira società, chi avi a essiri serupri, o si
voli o nun si voli, fulidata su la riligioni, la famigghia, la propietà —
e perciò supra Umorali, sopra lu duviri, supra lu Guvemu. Poi
ju dìcu, chi è na vera 'mpirtmenza e na granili 'ingiustizia suffriri a
vidi ri un Diu morlu di fami, tutlu strozzata c tuttu lorda , o chimi di
mali e chiù scemi di li scecchi t Cu quali curnggiu oi putiti
diri : Stadduni ignobili Oh foddi, foddi , si sta divinila
poviredda si ri- svigghia, e senza misericordia, unni andirannu li ricchi
V Jeù lu sacci ti , e 1* aju sjrittu , chi trasfurmari la
plebi in populn è cosa giusta.... ma dda riabilitazioni chi Tanna
chiaccliiariannn min avi chi fari cu la Irasfur- m azioni , sunnu cosi di
romanzu. E iddu li romanzi o li giornali, tali e curili, hannu vastatu la
menti o lu cori di la povira genti ! Hannu vulutn alcuni auturi
rivilari quarchi chiaja, comu iddi dicinu, di la società, o pri mala
vintura senza dari rimediu, hannu 'nchi/ijatu tutta para pani, 'ni ra
tldi paisi maggiurmentì, l 1 afflitta società. Ah, si fttssi
oca lu min amicu Masi Gullu, chi dici chi la ragioni, la quali scinniu di
1' aulu, lu purU autu autu a trnvari in motu perpctuu — ci dina valenti
omo, und'ò sta ragiuni chi tantu magnifichi, si tutti l'omini sunnu
pri lu menu foddi? mi suppogim la so' risposti SI
clii saria coniti chidda di Archimedi , senza 'mpirìi an-
dari a la nuda pri li stradi — V aju Iruvalu , C aju franate V
Ju fazzn un dilemma : 0 Gullu lia travata o non La travata lu mota
perpetui — Hi iddu 1! avi truvatu, 1' umanità ndi aviria un beai ; si nun
1' avi travata , allura pri lu miu arguiuentu ci saria un beni ,
pirchi eviriamo, nautru foddi di chiù. Ju disìdiru stu casu.
Chi voliti tini bracia pri In min cudduruni ! Dunca ù pazzia, min darici
'ntisa.. Spora chi finissi sta cunieddia di In uiotu perpetua,
c chi li ine' partili fnssiru ben ignam enti ascultati , pir- clil quannu
si voli, senza fari na nova liggi a posta, si po' truvari lu menzn di
sintirilu senza pregiudiziu di nuddu. 10.
Continua la mia cicalata, ma triniamo, pirchi via tanti omini dotti
, mastri mei e di chiddi chi gonna saputi. Sunna così bernischi li nostri
paroli, jucamu, o nenti aulru chi pri jucari acchianu cca supra. "Vi
prega non piggbiari la cosa pri lu seriu e pri daveru. Oi ed
ottu ci aggiustai li cusluri a Pitagura, a la repubblica di Platnni, ad
Arislotili, e poi a lì soli tidisohi, a lu filosofa di Coenisberg cu la
so' Dialettica Tras con (1 intali — Poi mi la piaghisi cu li giuristi e
li politici — e ci desi dui scoppoli a Obbis, a Russò, a Pietra
Leroux e ad antri sapientuni. Poi . passai a li i'Vmininisti , e cca
dàlia chi dàlia, e quanta! Ora a cu pifffihiu , a cu afferru pri
dimustrari megghiu lu miu arirumentu ? C'è robba assai — ma
ju strinciu quanti! pozzu. Chi vuiiti li pazzli di l'emini sunna tanti
e po' tanti, chi semprì nun rostu cuntentu di chiddu chi dicu!
Ci fu cu dissi 'ntra 1' antichi, chi Y animali hannu 1' usu di ia
ragiuui ; ju pri mia la negu puru all' omu, e 1' aju diniustratu.
Ju nun vidu beni chiddu chi tanti autori, maestri di color che
sanno, hannu vululu diri di li diffirenzi 'ntra 1' omu e 1' animali. Vaja
finitila! 1' omu è n'ar- roalazzu , comu tutti 1' autri , o vi lu mustru
cu tanti beddi auturi sani e chini di vita, e puru cu tanti ar-
gomenti mei. Si guardati 1' omu di la parti di la menti , chi
ci viditi chi vt pozza fari diri : chi iddu è quarchi cosa di ehi
al di li best'ii? Prì mia Denti. Iddu è vera cbi tanti autri
dissiru viirabilin, mari e munti, nautra picca dìoìanu ehi l'omu
fussì Diu, si nun lu dissiru — ma chiaccbiarì, Tan'.asf, llnsìoDÌ, nutrì
pazzi! , autri provi chi ad iddu nun ci durinoli la ragiaui.
Ri vantami li oasi e li palazzi suntuusl , chi avi fattu 1' omu,
nun e' bannu a siurdari li casiceddi di li castori, li cupigghiuni di 1'
apozzì, c li nidi di 1' aceddi; lì «piali opiri di 1' auimalozzi sunna
accussl beddi, fatti cu tanta maistria c talento , chi hannu fattu la di
li zia e lu stupuri di tutti 1* omini , accnminzannu di Sala- muni
, Teufirastu , Virgilm . . . 'nzina a nui. E si iddi nun migghiurnno 1'
opiri soi , chistu succedi , o pirchl pri saggizza e pri moderazioni si
cuntentanu di fari quantu ci basta pri li so veri bisogni , o pirchl
hannu tanta abiliti o granili 'ngegnu chi senza stentu e cu
36 un rara periria ranno 1' opirì soi perfetti di priniu
ac- chitta — qaannu l'omo avi lantti a stintari, sbagghìannu, e poi
rlfocennn e curreggennu, c scmpri ristanno scun- lentu 'ntra 1' nnimu
su', chi è uà pigliata, chi scmpri vugghi , e nini eocì nentì , ma si
distruggi idda stissa. Si iddi min hanno fn lui strumenti e
ìnachini ed autri stìgghi di casa, chistu è effetto di la
perfezioni di 1' animali , chi nun avenno bisogno di na cosa, non
la fa. Accussl iddi suunu un terni uni il ni, un baroni tru, un
sismografo , sapennu prima assai di l 1 unni chi avi a chioviri , e hi
oauda , e lu friddu , e V umidu , e la t impesta, o li terremoti, e lidi
avvertimi 1' omu dista so sdenta , cu li mozziconi , cu li gridi e li
fracassi ed antri sigili. Misuranu lu tempo e cerniscimi li
stagiuni, oomu lu gaddu, li rinnineddi, li quaggiù ed autri aceddi di
passa. Hnn è veru chi nun cancianu inai li so' opirazkmi, chi
sunuu in perfetta stasi , giacchi quannu la natura ci 6 contraria, fanno
cu prudenza all'opportunità li giusti e saggi canciamenti. Accussl lu
struzzu , 'ntra li paisi caudi assai, pri fari sai vari 1* ova, opira di
na mancra , mentri 'ntra li chiù timpirati di nautra. Li quaggiù
olii pasanu 'ntra li nostri paisi a lu tempu di la primavera, quii si
movimi mai di li diserti di 1' Africa, nun sulu 'ntra dda stagiuni, ma
quannu spira lu ventai sud-est — accussi fauno tanti autri aceddi
d' acqua, pri passari di na spiaggia a nautra, apprufit- taunu di la
rema, si fanno strascinar! di 1' acqui. Fannn puru di 1' ammassi ,
hannu capitali — comu li castori , li furmiouli chi si sanno fari tanti
beddi mogoscui sutla la terni. Vado adfomkam, o piger, d
considera rias ejtis et discc sapkniim». E si iddi cog- ghinu
furmenlu chiù di In bisogna, s' intra Iti 'uvernu restarm assidìrati ,
non è curpa so , ma di la stagiuni. E poi min ci aunnu 'ntra V omini 1'
avari , eh' ammas- sami pri tanti anni immenzi ricchizzi , c Bucami
la sarda e montili dì misoiaciu ? Qttantu cosi hannu apprisu
1' omini di 1' animali ? Vi lu dici la cicogna cu lu so' beecii longu ,
chi ìnsignó a V ornu a farisi li cristeri — P api o li [or- miculi
a sapiri beni guvemari cu li so ordinati asso- ciazioni e beddi governi —
li taranluli a fari la fila — li castori cu li casi a due o tri appartati
ci (lettini lu mudellu di l'abitazioni — ii quatrupìdi ci insignarn
a natari — lu Nautillu 1' arti di navigali , di maiiiarì li rimi , di
riciviri P urtu di li venti. Ah di quantu casi non sunnn capaci li
animali! zzi li chiù picoiriddi ! Vi lu dici la tarantula di
Pellisson , a ohidda di Pellicu — - chi di Vanta di la prigioni a lu sonu
di lu bicchieri , chi tuccavanu ohiddi cun firruzzu , scinnianit
supra lu filu di la so' tila, ed andavanu a pusarisi supra li yrazza di
ddi 'llustri prigiuneri, o poi si accustavanu a la so' vucca, ci la
basciavanu, e ci sucavanu la saliva. Cu T occhiu Buttili di la
sapienza tanti cosi granili si vidimi 'ntra 1' animaluzzi — ma bisogna
studiati o jttari sangu supra li libbri e supra 1' animali stissi ,
saponmili intirrogari, chi iddi a cu li sapi intirrogari ci rispunninu.
Rispunni la natura bruta a li fisici , c non vnliti chi rispundissi
ohidda animata a noi ? Vi vogghiu ora diri li beddi risposti chi
bannu avida tanti granni anturi — Kintitili pri pìaciri.
Digitizod by Google Eraiimu Darwin ci dici citi l'
animali , comu li cani, filtrati contratti '"Ira d' iddi, o cu 1'
omu puru — iddi li bistioli hanno 1' idei iicddi c netti di la
giusti- zia e di 1' onestà — Sulu ci jtmci sta clatisula , chi li
cuntratti chi fanno lì bestii cu imi , stimiti comu chiudi chi fatimi
diti omini di liuguaggiii diversi!, chi nuli s' intendi mn.
Li cavaddi 'ntra nui , dici lu stissu anturi , niu- strami pocu
signi d' aviri comuni regulamonti — ma 'ntra la Tartaria o la Siberia,
undi suniiu cacciati di li tartiri, fannii na sorli di società, mettimi
min sulu li .siutinelU ed hanno capi chi li dirigenti e li
sullicitunu a curriri , o andari oca e dda — Punì 1' apuzzi hanno
un regulamcntu clii uni nini cimusccniu, è vera, ma chi esisti — Hannu
nsumni.i 1' animali na specii d' arami- lustrazioni, chi nun è ccrlu
chiiìda di l'omu.nia l'anno si min autrii in germi — pri quanta ad iddi
ci basta — soma cummettiri ddi emiri chi pocn onurauu la no- Etra
specii. E Gioja acconsenti , c ai firma ut sopra !
Vindi dicu nautia. Si dicina tanti cosi di lu putiri
tradizionali di Tornii, comu patrimonio esclusivi! di la so specii, o chi
forma un granni titulu dì la so grannizzo t Nenti , non ci
criditi , 'ntra 1' armaluzzi e' ò pam la tradizioni di generazioni in
generazioni , comu 1' os- servarti hi Sig. Adanson , lu nostm M. Gioja
'ntra li gaddini d'India, 'ntra li enniggliia nostrali e 'ntra
chidili di 1' Isula di Sor vicini! a lu Senegal , e famiu trasiri
puru a Linneu pri testimoniti (1). (1) Vedi Giojn, Idwloji. ; Tom.
1. Fir. 1- p.g 13. 39 E la S
ig. Dupont da Nemours , faccnno pr meditazioni
sopra In canta di li Corvi , cumisci iddi hannu na
lingua so cu diversi desinonzi , qu di pari uniformi e monotona.
Sin litigi di li Corvi è composto di 25 paroli ,
vicini l 1 c » uno li stasi, e una confundirisi |
Kdi 70 liti sapiri nautra, clii sarà comu la bu
Si Darwin avia raauifestatu chi l' animali si dilet- tanti
puro di fari cuntralti , senza 1' incommudu di li nutari e lu pisu di li
tossi, ed autri cosi ehi aju ditto, c Gioja l'appoggia, e quanta, 'Ntoni
Coste, lu tradut- tori trancisi di Look, dici, chi iddi scntunu virgogna
e pintimcntu , Adanson ci dugna lu putiri tradizionali e Dopont do
Hemonra la lingoa a li Corvi — Pliniu dici a littri di scalula chi 1'
Elefanti nanna idei di Reli- gioni , sunnu riligiusi , ma senza aviri
chiesi , altari o panini. Ch' ingegno profumili di st'
anturi, chi hannu aocossi beni saputo leiri 'atra 1' animali , la
giustizia, l'oiòstà, la tradizioni, lu pintimcntu, la virgogna, la
riligionit Jeu non vi lo dìcia chi qoannu ei sanno
intirrugari, si vidi chiaro e beddu chiddu chi sfui a 1' autri , o
si vidi comu quattro e quattru fannu oentusissantaquattru ?
Ju vi parru cu 1' esperienza 'ntra li marni , o non pozzu
shagghiari. llitiniti comu certu ehi tottu sannu fari
l'animali, e cu chiù ordini e mudirazioni di 1' orou. Si quarchi
cosa nun la fannu , chistu soccedi a pirchl non vonno , (1)
QualqiiM ÌIsrnoirts sui jiJtrail;» njL-ts, Ir. pina pari il'UiiUiire
imlurollc, c de ['hi-hi'ic ^upillIl' ci [':uti' iiIiotc . ~. É OÌÌ1ÌY1I in S.V
Pa- ri* 1S13, 228 40 a pirchl la gnuranza
di I' omu lutti ci la sapi eomuni- cari o risvìgghiarì 'iitra li so'
spiriti, min dicu brutali, cani JVi/t* chi Uggia , scrivia , facia
1* abbacu c jucav* di lutti, e pri virgogna ili chiddi chi min
salimi Irggiri e scriviri 'ntra di nni, chi assumili anu almcmi in Italia
a IT milinni. Fu tanta hi frncasau c lu stupuri chi facia lu sapienli
J'ìViti, undi andava e dava prova .tesassi bedda di la so' sapienza , chi
quarchi Viscuvu 'ntra li Calabrj hi proibiva, e hi fici Cacciari, conni
opira 'lidi- moni afa e poju. Era beddu e purlintusu vidiri
Fidu , quannu avia a mirili na parola cu duppia cunsunanti — andava
'ntra 1' alfabeti! pigghiava la prima cunzunanti , poi tiirnava e nun
vidennu ia secunda, bajava, si dispirava, faoemm chiarii a comisciri chi
cindi vulia nautra — ai miltia dda cunzunanti a nautm locu di l'nbbizzc,
e iddìi cu rari! accurgimcnlu c cu l' ali i grinza, chi e figghia
di li seuverta di lu veni, la picchiava, e ciimpunia la parola.
E oca min fini» 1' opira di hi mastra di Fidu, lu signuri Farina
Italiani!, giacchi lu rara 'ngegnu di iddu rinisciu a sapiri BVÌgghinri
la sapienza di autri dui cani, pri nonni unii Moniiti , V Mitra Biantu. —
Di Monitu min vi pana, piretri vili scrittu chi facia a Parigi ile*
cìioses inci-oyables — ju criu ehi appi a dari quarchi lezioni a la
Sorbona, o pura 'ntra lu Culloggiu di Luigi il Orando ! 0
calli sapienti, o sapienza di li coni! /'ì<ri< cumpunia tutti
li parali di la lingua italiana, chi ci vinismi addittatì. e traducili
cinquanta paruli in 41 sei lìngiiì, cioè fra nei
sa , italiana, latina, 'ngrisa, ali' manna e greca. Lu
sapienti Fìdu facia Y addizioni, la suttrazioni, la moltiplicazioni e la
divisioni accussl beni e cu tanta sullioitudini , quanta lu caia
esercitatu 'ntra la scienza di li calculi. Fidtt e Bianca
jucavanu a li carti 'ntra iddi e cu qualunqui pirauna , comu li megghiu
jucaturi. Iddi cupiavanu tutti H Boriiti chi ci vinÌBsiru
pri- sintati. Cunusoianu tutti 1' oggetti , tutti li cosi ,
tutti li culmi , tutti li sciuri , lu valuti di li muniti Si
pruvaru a jucari cu Fidu tanti bravi jucaturi franciai, e foni abbattuti,
pura un giovani eullcgiali, chi avia beni studiatu 'ntra lu libra di li
quaranta fogghi ! Quanti dumandi ci fioim, a tuttu rispuairu!
Un dottn naturalista ci dumandau l'epoca di lu regnu di Franciscu
Primu, e chidda di lu regnu di Er- ricu Quartu e ci 'martori tutti li dui
epuohi. 0 cani sapienti, o sapienza di li cani ! Nun vi
maravigghiati di chiddu chi dicu , chi è virità lampanti. Ddi
cani nun facianu chiddu chi aju ditto pri si- gnali di In patruni, chi
non ndi facia affattu — mane» l'armali lu guardatami, chi di rara.
Dunca? Ndi veni chiddu chi ajn dittu, l' animali o nun vonnu fari
na cosa, o l'omini 'gnuranti nun ci sannu fari nasciri la voluntà di
farla — Iddi hanno la sapienza in putenza, ma videndusi chiusi 'ntra ddu
carpii pilusu e laidu si siddiami, si pigghiaiiu di malincunia, o
min 42 danna provi di la so granili
intilligenza , o fannu sulu quanti] ci basta pri li so' stritti
bisogni. Qnannu 'nipìro hannu simpatia prì qiiarchì onta, chi
si l'avi saputu aflizzìunari e» li boni trattamenti e cu li boni maneri,
allura li cani fantiu vidirì la grannizza so qnanta è purtinttisa.
Ndì vttliti quarclii autra prova ? Non vi ricordu li cani di
li: munti San Birmania , nè di obiddo chi vitti la l'isico Signor Aragu
'nlra n'albergu, quattri! leghi lnntanii di Montpellier , ohi è
rifiata di Monzù Bureau do Lamallc nentì di chistu e d'aulru,
ma chiddu chi vitti In Filosofa di Lipsia, e Leibniziu. E obi
vitti? Vitti pressu Zcitz 'nini la Mismia nn cani di pasturi chi parrava
— Un giovani alimannu si avia tantu saputu affizzianari ad iddu ddu cani
, chi chistu risponnennii all' amuri cu n'autru omuri ci pro-
nunciava na trentina di paroli beddi e chiari, qoantu chili Ei pozza
imagginari. E riflittitì chi avia tri anni lu cani quannn
parrai! — giacchi, ju oriu, chi si lu stuzzicavanu di picciriiidu,
e la bestiedda si ci mittia pri daveru , arriuiscia un poliglotta di putirsila
fari a pam o sparu cu lu colibrì cardinali Mezzofanti. Oh, lu
mcgghiu mi scurdava ! . Va l'omo tantu superbo pri la musica!
Ebbene quau- nu li caui vomiti, sunnii punì musici! comu fici vidiri
lu dutturi Bennati, abili 'ntra la musica, cu na so barbetta; iddn
, a la prisene* di la so scolara , passannu sopra sette campani
diufoiiiehi n' archiceddo faciaci vibrali di 43
li soni , e la 30 canicedda In novi jorna di lezioni cantò la
Solfa. No eoa iìniu la sapienza musicali di la barbetta, chi arrivali ad
esequiri di li terzetti e accumpagnari correttisaimamenti lu cantu di lu
so patruni, chi avia una di li vuoi chiù estesi obi si cunuscissiru
(1). Nò na vota Buia si hannu vidutu caci musici — M. Guerry
fa testimonìu puru di chiddu chi facia. un cani spagnola — la quali
portava tantu amori e rispcltu a la so patrona, chi quannu la dama vulia
iddu canta- va na sorti di solfa cromatica. . . Ora vaju
cumprinnennu pirohl l' animali sunnu stati tantu onorati. Pirohl li poeti
l' hannu misu 'ntra li fa- vuli — cumprennu pirchi l' antichi, chiù
sapienti di nui, consultavanu lu volu di 1' aceddi, o li vudedda di V
a- nimali... o si iddi manciavana o nun manciavanu chi era bonu o
malaggurio... o pirohl quannu niscennu di casa e vidianu na baddottula,
sindi turnavanu a la casa cumprinnennu la disgrazia chi l' avia a
cogghiri — 0 si ralligravanu quannu certi aceddi aliavann supra la
te- sta di li so figgili... Li principi e li republichi 'ntra li so
bannerj ci hannu misu a stampa qnarchi animali , corou acali, cu na
testa, cu dui, niri, bianclii, o liuni, e puru 'ntra li decorazioni —
hanno 'ntra stu modu volu- tu fari n'omaggiu a 1' eccellenza di li
bestii. Fri chistu mutivu 1' antiohi sapientuni incheru hi cclu di
animali, corau a' avissiru volutu signifioari la so' origini
cilesti. Cumprennu pirchì l' Evangelisti hannu macari li so animali
— pirchi 'ntra l'Indi! c'eranu spitali pri l 'ani- ci) Domi de Limila,
lUaain aur It temlvpptmint &i faoitu nUìhttvtUu éu niti'tintu: lauro
jm ir tWl,.K T.u aV Intlìlnt , le S ■ai ISSO, A™. d,a Sciata KatunUa, i.
XXII, ISSI. 44 mali Ora cumprcnuu pirclil In.
sapienza 'ntra dui poptili Orientali si facia significati cu lu sirpenti,
e 'ntra E , acchiananmi chiù autu, univa a cumpremiiri Un- ii
cosi, chi si leino 'ntra li sacri carti. Comti quannu si dici di
essiri prudenti coma ti ser- penti, e simprici eoiiiu li palummi (1).
Pirchl min si curò la divina Anturi, pri In diaideriii di cunvertiri a li
pic- caturi, di prisintarìsi iddu stissu sutta P immagini di n/i
gaddinedda (2) — La bedda parabula di lu pasturi e di li picurcddi (3J.
Ddi beiìdi pareli di San Petra , quannu parrà di chiddi chi abbannunano
lo liggi di Cristu, li paraguna a li cani , a li porci e peju (4).
Quannu Isaja si paraguna a la rinninedda o alla pa- lomma (5) —
Beni cumprennu pirchl la salmista si cun- franta a lu Pillicanu (6), e a
lu passareddu supra li tetti (7) , — ed autri sublimi massimi arrivu a
pir- ciari cu la mia povira monti, chi si ammirami 'ntra lì Salmi,
'ntra Gcrimia, Isaia, Giobbi, 'ntra li Proverbj. Pura chiddu chi
chini vi surprennirà, comu a mia mi fa diri chi nun jocu, ma parru cu lu
sangu all'occhi, sunnu Bti paroli di li Proverbj chi vi vogghiu tutli
di- ri in italianu. Quattro cose delle più piccole sono sulla
terra, e questo superano in sapienza i sapienti: Le formiche,
(l) s. Mattai x. 18. (S) S. HuUeo una. 37. S. Luca XIIL
Si (1) S. GiennnJ X. 1. 2. 8. ■!. 5.) (1) n S. Piai™ IT. 22 Frov.
XXVI 11. {5] SXXVI11. u. i«) Sai. CJ, 7. 17) 1W- 8
46 popolo debolissimo , il quale al tempo della messe
si prepara il suo vitto : I conigli, razza paurosa, la quale pianta
il suo covile nei massi: Le cavalletta non hanno re , e si muovono tutte
diviso ili isquadroni : Lo stel- lione, che si reggo sulle sue mani, e
abita nelle case dei re (1). 11. Oh quantu ndi
vurria diri di l'animali! Quotimi li Pittagorici didar.u dda metempsicosi,
chi oggi tanti si loeltinu a bufliniari, tcctftu ddi tilischi chi
vonno lu cìrculu 'ntra la vita mondiali, li pitagorici tbafrghiavanu
pirchl fac ianu passari l' anima di I omini tra li : di . animali, mentre
è all' oppostu, qoaooa Dia castiga l' animali, li fa passari 'atra li
corpi di l'o- mini. E na bedda pmva di chiodo ohi dira s' avi
in chiddo, chi aju ditta, ma pura 'ntra ehiddn chi vaju a dirivi.
E' prova di faftu, chi sompri l'omini hanno quar- anta di lì
qualità di li bestii, d'undì derivaru. Ci sunnu omini cani , omini
accechi , omini vurpi , omini lupi, omini ticri, omini liunì, omini
tarpi, omini ecìdi» — 'nsumma ci sunnu ntra 1' omini li signi evi-
denti di l'origini umana, chi si cunfunni cu chiddu bru- tali — Quannu l'
uomini s* imbestialisoinu vera vcru renuinu n'omaggio a l' eccellenza di
li bestii. Vuru S. Pau- lu cunfessa chi sintia ntra iddu atissu la liggi
di l' ani- mali. E nun era na ritagghiedda di sta liggi stessa di
1' animali chiddu , chi sintia in iddu stissu ddu beddu [1) Prof.
XXX, Zi, 25, Cu, ^7. 38. Digitized 0/ Google
46 santa di Giara Borromeo:, chi la raaliditta natura 1'
a- viria purlatu acmpri a ranfuliari V Alinenu a Borromeu ci
bastati la forza di la rili- lìgioni a frinarilu di dda brutta tindenza —
ma pri nser- ti tali e quali non v 1 è riligioni chi teglia, nò
camiuni chi ponnu ali untoli arili di fari snnlu liuffndi] E chiddu
ohi è pejn, chiù ndi robbanu, chiù non si saziami, e Bem- pri li divora
la fami dill' oro pejp di prima. Viditì quantu la sbnggliiaru Ferecidi
e Pereira e tutti poi lì Cartisiani, chi calunnimi tantu l' animali
'nzina a diri chi sunna automi, chi min sentunu, nun cumpren- nunu,
nun desideranti , f orsi stirimi na picca chiù slitta di la nolimitangerì
e di la pigghia muschi. Eranti accussl foddi ddi omini , chi lu
stissu Cola Malebranche nun si fici scrupulu di tirari ddu ranni
cauoi a la cani gravida di dda 'micu bo, sulu pirchl dda povira bestia,
chi di tantu tempu nun lu vidio, ci anda- va di slitta e ci sbattia la
cuda tra 1' ancb.it Lu povirn patroni mandali un gridìi di duluri!
ma ddu filosofuni fridda frìddu, senza scumponirisi, ci rispusi:
Mi mararigghiu di vui , chi nun Bapiti chi li bestii non sentunu,
nun annu scntutu mai, e nun sentiranno mai 'nzinu a chi lu muunu sarà
mtinnul Oh pazzii di l'omini quannu finititi ? Ju
parrannu d' animali nun cridu ricurdari l'angulu faciali di Camper, o
maucu chidda occipitali di Dauben- ton, quantunqui iddi ai siryeru pura
di In studiu pro- funnu di l'animali, e ntin rinisceru a dimostraci chi
l' omu di la parti di lu citiveddu è quarchi cosa di chiui di tutti
1' animali — Nù divu parrari d' autri nonni mate- riali, comu la massa
assoluta ciribrali, nè di hi pisu di la lidi chìdda di
lucorpu, tutti . camprisu Ju stissu numiru di li fogghiceddt
di lu e leltu,chi CU tanta pacenza cuntau Malacarni, e f
ficiru li signori Porta e Luvater, e poi Gali — cu la diffi- renza
chi chistn esaminava l'internu ciribrali e lu craniu, e chiddi l'esterna
di V orna, paragunandulu cu chiddu di l'animali. Porta e Lavator, si nun
m' ingannu, mustraru la vera grannizza di li bestii, pirchl vittim la
samigghianza 'ntra naso, occhi, manu, frunti, varvarottu... di l'omu
co chiddi di l' animali bruti — coma poi lu dutturi Gali vitti
'ntral'internu di l'omu, cioè tra lu cirìveddu-e oirividduzzu, dda
suraigghianza di li so 27 organi, chi poi Spruzzeim assommò meghio, o
rinisceru 3f>, cu chiddi di l'animali. E chistu chiurli musini
chi ai l'omu ò quarclil cosa di la parti di lu corpo, iddu lu è pirchl
avi lu pregio d'aviri dda parti, chi liannu lì bestii. Dunca
avia ragiuni jeu chi dicia, chi ci sumiu omini gattumamuni, omini cani,
omini asini, omini vulpi, omini tigri, omini liuni, e acoussì aimamra
discurrennu — grazii a ddi omini sommi ohi aju citata nun bì po' chiù
dubi- tari di chistu. Pirciò dioinu 'nsoccu vonno «Idi dotti
naturalisti, chi l'omini tutti pari pari li vonnu figgili di lì signi,
giacchi pri mìa ci sunnu omini figgili di li signi, omini figgili di
li Bceeohì, di li cani, di li boi, di li vulpi, di li lupi, di li tigri ,
di U becchi , di li camilionti , e di liuni o puro di li porci — pri mia
starnai a □igifeed t>y Google 48
fatti Gustatali, l' omini sunna figgili di tutti 1' animali, e coma
si dici pri matta di un bastarda, di na picca a l'uno. Ju nun possa
e non divu vinili a dispula cu la famusa teoria di 1' onorevoli Signor
Darwin di la trasformazioni di la specii , pinseri olii nun è so; tua fu
di Lamarck , Herbert, Grant e tanti autri, e olii si nun sbagghiu,
puru Laiuulrio andau dcoramandu cu la so' profunna scienza, chi lu
purtò a fari lu burlimi a lu ru Fidino» e a cri- pari di ddu modu chi
videmmu, chi lì omini rtasoiaa di li bestiì 'ntra sta ninnerà.
L' animali faoonnu porcarii 'ntra iddi, ndi vinni a la fini e
nasciu lu beddu mostru chiamatu omu. Monca aiu a vinili a sciarra
cu lu sig. Lyell cu la so 1 antichità di 1' omu, chi macarì sustcni dda
teoria, chi avi puru 'ntra la Svizzera li so' sequaci; e 'ntra la nostra
bedda Italia lì signuri Mollescott, Schifi", De Filippi A
tatti chisti ju ci manda c ci assiu di supra tanti antri dotti
naturalisti — comu p. esempiu D' Archiac e l'iourens chi fici a posta un
beddu libru contra l' idei chi Dar viti manifesta 'ntra la so opira De V
origine de» éspcces, dioennu c ripitennu che Darwin tra la so Opira
di luttu parrà o chiacchiaria, fora chi di l'origini di li specii.
Ci putria puru, e oi li divu mettiri avanti Godron, Quattre-fages ,
Malebranche, Feo, Ewdards.... e li nostri italiani Stoppali! e Biancone —
Liggitili, si puru nun l' aviti studiati!, a vidiriti chi iddi nun
diuramanu, nun fannu gratuiti asserzioni, ma ragiunanu o dimustranu
cu li fatti a li manu. È beddu a vidiri lu colibrì scienziato
Biancone, nostra Italianu, fari cundannari lu Daruanismu dalla stissa
osteo- logia comparata 'ntra l'omo e li bruii!
40 Putria parrari di na t'amusa donna, Ulureima foyer,
chi pura difendi a spada tratta li pinseri di Darwin, a fa tutti li
sforzi pri prupagarì per urbeni et orbem lu Daruitiaismu — ma olii vuliti
di fimmini littrioutì o scienziati , senza pregiudizi» di sia dotta
signura, ndi aju na coppaia china. Jen l'uiumiru, pivelli
ouura lu so sessu ! Ma aernpri rumili lìmmini , u finiscimi cu cosi di
fimmini. Mi ricordu di la Blomor chi giriau hi ioannu aiiticu
a chiddu nova , vistuta d 1 omu 'nsemmula a so inaritu, pii fari nubili
tari la donna. Chi ottinni e ricavau di li so viaggi ? Chi li signuri
l'istaru seuipri fimmini, it mcg- ghiu, niellai uomini a menai
fimmini. Pirelli lu cappiduzzu all' oniinina ailu misuru , lu
jppuni punì ; ma la faudedda ? Ali cbistu no , dissiru tutti li fimmini a
coni ! Ha la lilomer gridava, coma na disperala, dicenuu ;
pezzi di sceechl l'istinti dilnoil ermafroditi? Voi ini diriti,
guadiignaru li fimmini uduttanmi lu cappidduz7.il all' ominiiia e la
giacchi! teddu? Chi sacciu jeu?ISnlu vi dicu chi oca, min c'è ohi diri,
ci fu e c'è na vera trasformazioni, non di .■•pedi, ma di scssu, quiuiUni-
qui non futili , ma menzli , lu ivslu appressu , secimdu lu liggi di lu
continuità obi rogna min sulu 'ntra li cosi naturali , ma 'ntra la
sooietfc macarì. E ragginnannu di fimmini olii sunmi l 1 onuri di
lu so sessu, vogghiu riourdari la fiignura Maruhisa Fiorerai, chi è
digna di la vostra attenzioni. Iddu ha traduttu beddì operi di Filosofia
tidisoa , o s 1 ha iinpegiiaUi di propagati l' Egeliaiiismu 'ntra la
nostra Italia — c pari 50 f;lii avissi
ii"ngpgmi virili filosofici] — e ognuna la loda, pirchi onura In
beddu sessu. E po.ru vi dico no, rosa, cbi nu:i la cridirili. Idda,
sta dotta signora, finisci fin mostrarisi limmina: giacché 'litro
l'ultima libro > ; ou lu (itola lmmortaOà deWamma, titolo chi ò tanto
giostri, qnantu chiddi. d' Klvcaiu L'c- tprit, pri coi Voltaire andava
dicennu : lu libro di El- vczin ? opra lo sparito senza spirito - dnnca
ju dico la FIomiizÌ 'ntra afa libro sopra l' Immortalità di
l'anima, Bensa ìminorlaliià di l'anima, da vora AmmaEzwii ci dujrna
cu la mazza d' Krculi un (.Tanni corpo a t'uerWh, r 'mina a eco lo corpo
fu d' rmu; nia idda non s' avvidi, chi omnia /.za mio a lu nemico, lo
corpu ribbommaii tanto, clii r' nmniaz7.no irida glissa: o. cca fu
lìmmina. Nstnoraa li fimmini sempre ninno (immilli: I)i coita
ritmi menti nn Iòsa t ta, l'alia conni voi saiijiri è ciiciccn, r portami
In piccato di Adamo. 13 la parola Adamo mi ffvigghia nautra vota
la Signora (IlarcnKa lioyor e lo Burnanismu. (Jliindi avia a
fari ddo guardiano di pecuri di Mosi di seri viri dda tienisi e ficcarici
ad Adamu di limo ! L'omii di fango vcramimli min si In polliru
ngirìiiuUiri, ed tra na pnreberia, piroió si voli fìggimi di la
signa. Iddìi ó la nobiltà di sinliri, ohi porta ddi valorosi
uiiiini a ricumisciri meggltin pri proto-parenti la scinda, c no lu
fango.. È inutili obi lu min illustri amiou lo Oav. Garbi-
glieli! dicissi, obi mm hannu potata li paliantologi sco- prire l'ancddii
paleo zologicu 'ntra l'omo e li pchnii, conili atleslanu li celebri
Fruner Hay e lu Professori □igìfeed ti/Cooglu
Bianconi (1), lì Daruiuisti sunna surdi, e lu vera su ò chiùdi chi
nun voli sentiri. Nui ora ridewu, ligonnu ddi attacchi olii ci
ficii la Scrittura, sirvennusi di la chiù antica e di !a c
i a la v ti r . ohio ini cunvinciu
di sta granili Oh obi minchinnaria chi die Iddu voli andari avanti,
voi E sapiti chi cosa ò lu prog, sacciu diri. Forai pirchl
nun mi 1). Torsi pirchl È na cosicedda si. l'acqua di li
laaooarruni? Gnirni Pirchl aviasi a ohiaoohiariar la testa
chiù di chiddn olii aju f Sia vui ndi vuliti pri forza su
parola e fuju. avanti si ci sumiu oiuotagni a rocchi
chinatali ili tanti sconti ! Dunca prima coiidÌBÌoni di
progredir! e ohidda di Bohiantari e distruggiri 'nziuu a l'urliinu tutti
li osUculi. Digitized by Google Quali
tmnnu ddi cosi chi ostaoalanu pri andari avanti, e pri la megghia ?
Chiddi chi sunnu chiù vecchi, chiù antichi. Dauco guerra all'
antinu, a lu vecchiumi e rancidumi. Tutta chistu è logica, non è
voto? Ma viditi comu scinni sula, idda pri idda, la con- chiu
sioni. Lu chiù vecchia di tutti È Diu , e pirciò ti pinci
'atra la Chissà latina cu na varvazza bianca , poi veni l'anima, la
famigghia, la propietà... Dunca cacciamuli na vota pri sempri,
Hindi 'ndassiru a diavulu Din, animo, famigghia e propietà chi s'
avi 'ndari avanti, s' avi -a progredirli Pirciò viditi, ohi
rngiuni nd' lumnu di cu marni ari a Diu chi s' arritirassi cheta, ohatu,
chi ndi livassi 1" inco- modo , chi 'odavi data pri tanti
seculi. E st' autra cosa vecdiiu ili In pnipiel'i, antica
qunntu lu marnili, chi puro, comu Din, avi l'ardiri d' aiFacc ir-
risi 'ntra tatti li populi min sul», ina puru 'ti tri la genti Barvnggia,
st'aut.ra nanna di fanti mali — di l'egoismo, di li liti e soiarri, di li
discordii, e ehi alimenta ou lu so sciatu 'nvilinalu ogni manera di
piccati e di disparità 'ntra l'omini, chi sunnu fratelli — sindi 'ndassi
a dia- scacci comu lu ventai La propielii 'nscmninla a la famigghia
sunnu n' antri dai croci di l'umanità, la qiuvl i min po aviri rifrisen
si non quando si li leva dinooddo. Cu la faniighin ci va
riessa e connessa la propietà, la s accessi oni , cose diabotiohi, chi lu
tumnu, l'abìtu- dini o la tirannia fanali stari 'untili.
53 Oli, tiliui V omini qniinnu 'ndavann cuggliieunu
ramu- razzi prì H vnsclii, nza ci" i^.-.siri lift to nÈ mcu, senza
re, senza pari-ini, sfilza jiulici, senza avvocati, senza matri-
moniu civili cccnicsiasticu... e gudianu la paci di t 'anelli.
Tutto chistu, già s' intendi, cu la pirmissu di Masi Hobis.
Oh, mi scurdava In megghiu ! E l'anima? idda si nd' avi punì
andari, e scumpariri di la scena di lu munnu. Nun pari veni quantu
voti à stulu cacciata sta brutta magara di lu munnu , sempri e Co facci
di na pctra di sciara nun senti nenti, siudi torna frisca frisea,
La caccìanu di l' Indii, e cumparisci 'tilra la Grecia; la caccianu
fora a eanci l' Epicurei ili la Grecia , o e torna bedda, sana e china di
vita '«tra lu Medio Evii — Si junceru finalmcnti tri seonli, avenuu
L'urtimi! un battagghiuni di Enciclopidisti , cuiuannaln di Vol-
taire cu lu nervu 'ntra li manu, e a via di cauci , di beffi , dì
sputaazati , di sucuzzuni , tirapulati , di Ugnati c corpa di nervn e cu
la corda 'nturciniata e 'ncatara- mata...... o scnmparisci l'anima.
Oli, quantu cindi foru, chi allora cantaru vittoria, dicennu pressu
a pocu sti pardi : Cu lu cridiria, ehi doppu sta sullonni
cacciata, chi nautra vota s'affacciassi viva viva e fiatami 'ntra
lu nnstru sccnlu ! Dipzed by Google
Olii fari! pacìenza cu li penarli molesti! Ma cì sunna li
chiù amili , chi sacaru lu latti di lu senza — e da capu all' anima
dalli, cu dalla, ad idda ad idda ! Mi ricorda d' un Medica Trancisi,
colibrì pirclil tutti lì raalatii vidia nasciri di lu stoinacu c di li
budedda, e li curava cu sancisuchi a tuttu pasta ; 5 tu dotlu oiuu
pri fatila andari a mauu a uianu, senza tanti cirimonj , jnpriu c
sciaccau cintinara di crozzi di morti , chini forsi di qaanti ndi a via
aperta Gali pri la so Craniologia, ebbi la filici prova, firrianmi tutti
li pirtusa e li caseddi c casidduzzi di lu ciriveddu, di min avirla
viduta, e nun- chiusi: si l'anima nun si vidi, dnnea l'anima nun c'
è. E iloppn tuttu chistu, cacciata cu li farcini, comu dici
Oraziu, idda sindi torna catainiuari calammari. Chi nun ci hannu
dittu pri t'arila andari ! chi e venti) t aria, foou, nenti, e chiù sutta
di' lu aeriti... fmalmenti ci dissiru nautra cosa.... 0 sapiti chi ci
dissiru ? Ci dissiru chi lu fosfora è idda stissa, o chi lu
fosfora ù na granili cosa, È chiddu chi 'ntra lu ciriveddu fa chi
csistissi 'ntra l'omu un gradu autu e sublimi d' intelligenza, e cu 'ntra
V animali ndi avi chiù o menu, È chili o menu intilligcnti.
Ma chista era fantasia, e li stissì senzi niegghiu 'nterrugati da
li valenti professuri Sgarzi e Borsarelli dettini un risultatu chiara,
comu la ìuoi di lu siili: o chi lu fosfora nun havi alcuna 'nfluenza pri
lu gradii di ì"ntelligenza, 0 chi tatti 1' animali hannu lu stissn
gradu intellettuali. E sapiti conili s'arrivò a sta bedda c lucida
con- clusioni ? □igifeed t>y Google
I.'h 1' jii'iIhi p*J in' l.i •.uyrt ■ in.< J-li ■! -iihih li
diversi razzi c d'animali, offrcnim di li tamii ehi farina vìdiri
li risultali di la diversa quantità di fosfora òhi cunteninu li direni
ciriveddi (1). Maleschott — min mi senlu ala valia — iddu è Jugiou,
coma Hroussais o tutti li sinsisti, 'ntra li so pinseri — Sia la
logica aula, sulìdda, rum basta! Giacchi postli citi lutili e nenti
autru chi sonai, ò loico di circari I' anima, o Villi- rila tuccari cu li
maini, 0 vidimila cn i' occhi ajutati di lenti iiiicrosopica la chili
pirfutta, chi l'arti pui dari, ed è logici! paro conni dici In stinsi!
anturi di La CiradfUion rie la Vie: chi la cìrietddtt nwt è un Menati di
cu l' anima si aerei pri jrfnanrt, tua chi 'atra In seum chiù
rigurutu di la parola, idilli è V orbami rli In pinseri, chi l'
attività intcUetluali i uà wuiijt'.fUi-i'nii diii-niiiai
iiidixsntlubilmaiH iigata a un stistratu materiali (2). Ma
iddu è vera, chi tutta lu pinseri amano è chiusi!, strìttu è '«catinaio
'ntra li acuzi, comu un carcìratu 'litri li gradi di la prigioni, o un
ferra 'ntra la morsa di lu firraru? Nuddu lu polti sioora dimostraci (3).
— c lu stissu Malescott la dimustra accussl evidenti, comu quat-
tro c quattro fanno centu quarantaquattro {Douxiéme lettre pag. 0).
Hi iddu mustrau na gran forza pri acchianari quarchi vota supra di
Liebig, e vitti chiddu chi ci sfuiu a stu (Il II Cerv^i 'li 'in
V,-n> rMl. filli.] '. .U I>,i'lor> 1. B-Tnanl,. D»«a — Rllazime
Ititi utili •,.[,■(., .!,)ril. I), biv l-i, S. .Mia R. Accadami" ili
Malicim di Tetino da] Sc»:ij D-jtn.r Cu-. Autoniu «arl>i B lietti. |>»6-
S. T. (2) Lì CircnLition do li vis. Tom. 2.' Dil — UtiSmo
Ittita (3) Vali i mia Opnwoli Sditi ed insilili Vsl I, II,
IV. P anim qnanni beddn
Coinu a mia pari clii ri successi nvanl ' ori a il.* Don- de» cu li
sol dui sfrumenti, li quali serrino a mujurari li cilirità relative di li
percezioni e chidiln di 1» pinscri. Oh, li granni progressi olii
s'anno fatto 'nlra In Psicologia cti la potenza di li fisici 1
Si iddi oggi misurano la eilerifà di In pinseri, ap- pressi! ndi
daranno In pisn, la granni&sa o lu cnlnri di 1' anima pinsanli
sfissa! Cu tutta hi X<iniatocho<!rnphe e lu
Nóéfìialochométrc, aju 1' omiri di diri a M.° Donders chi mi consola
assai, annamu avanti corno lu curdaru!!! 13.
Quannu mi metto a leggiri accussì pri spasso, qitnr- obi
lìbricedda, e viu scritto chi sfo Becolu 6 lu secala dì li vapori c di li
felegrifi elettrici, e chi saccio jn ! mi pari chi si sbagghia in generi,
in numera e casu la formula vera di l' indoli e geniu di stu tempu.
Pri mia sentimcntu la formula di lu spirito di lu nostra secala è
chista — Seoulu Divoraturi I Attenti a li provi. Cu li
vapuri e li telegrifi elettrici ha divorata lu toropu. o la — cu li
focili ad aoa a rptrunarica e cannoni di nova 'nvcnjioni ha
divorata I' omini — cu li rivoluzioni ha liivoraln lì diimlu e li regni —
cu li CT|)i di stalli ha onorato li rcpcbblicìii — co lu Daghcr-
rotjpo a la Futografia ba dìvoralu la loci e certi arti — ... 'ndi vuliti
chiù provi ? 'atra quarchi naziunali Congresso. BÌ ha la ìiedd' arti di
divorari a cliiu nun pozza ii caparli :Y sui! abilità, e tutta lu joniu
si studia In moda oomu aghiuttirisiuili quaivhi autra. 15 'rutilili a eoa
è divo- raturi in atta — è divoratori 'n potenza chi tenta di mettìri
in att.u, ma nun ci ha potutu rinesciri giuslu giuslu di manciarisi Diu ,
V anima , la fainigghia , la propietà. Oi sì divorano li
miliuni, coma ogghiu pitrolu I E pircià fu saggizza fari scnnipariri 1'
argenti! e l'ora, e darioi in cancia carta. Almeno ca divora la carta,
nnn mancia la mitallu, chi nun po' digiriri. Ch'ista fu na sag- gia
previdenza e pruvidenza! U. Sogna jantu quasi alla fini
di la mia cicalata — naa- tri dui paroli pri la nostra Italia, e finiremn
sta storia dalurusa. Tatti li temi chi aju trattatu
meriliriann na longa dioiria , ma chistn di la bedda nostra patria chi fa
la saspira di Danti , Macohiavelli e tanti sommi omini chi snpiti,
e chi fn addivata e crisciuta oo li lacrimi, li torturi e lo snngu
binidittu di li martiri , meritiria pri Digitizod by
Google idùa sola un discnrsu chiù lunga di la
misiricordia di Diu. Lassami! la Finanza, l'Interim o
l'Esteri, la Guerra... lassamu l' Istruzioni pubblica e lu bcddu codici civili,
dignu monumenti! di la sapienza italiana... Lassamu tuttu chi c'è coni
ch'abbruciami, e tuccaniu di tro omini chi iiunnu signu di tanti dicurii
e di calumili, di tre omini chi la fami canina si vurria ìn.mciari c
divurari tutti sani sani. Ju non saccin si 'nsoccu dici lu prufeta
Mazzini avrà loca oi, dumani, nautrn misi, 'ntrii nautru annu, o a
gghiri dda nautru ledila™ mi dichiaro nun aviri la domi di la
profitti a ! E sta mia simplici cunfessioni, min fa torta a In
min poviru talenta, ninznudu chi quannu lu nostra La Farina si
prisintau di notti, amniucciuni, ammucciuni u lu Conti di Cavour pri 1'
affari di la Società Nazionali, lu Conti Beoni, chi era ddu grnnni
politicnni chi sapermi, puro ci dissi a lu nostru insigni l'ippino, chi
iddu nun sapia si 1' Italia si facissi 'atra nautru misi, o n' annu,
ovintanni.. Dunca pri mia dicu; a lì postiri l' ardua sintenza —
iddi risolvirannu e vidirannu di l'idea Mazuiniana! Ju nun
saccìu nimmenu si 'idra li pinseri di Mazzini cindè di chiddi chi fnnmi
scìauru o fetn di sucialismu — Nenti sacciu e vogghiu sapiri di stì cosi
— ma sac- ciu chi tutti fummo so scolari cu la so' Giovìni Italia e
l' Apostolato popolari ■— e pri dirla chiù chiara , tutti bivemmu a ddu
so fonti, tutti respirammu l'aria Maz- ziniana chi era allara la aula aria
criduta, respirabili. Hacciu chi iddu sulu pinzau all' Unilà d'
Italia 'ntra ddi tempi , chi paria on sonnu d' iiifirnm , o si
sforzati 59 cu li scritti, cu li pareli e
cu li fatti a prupagarla per urbem et orbem. Sacciu punì tuttu chiddu chi
avi fattu, e pensa sempri di fari ddi so' noliti Sacci u....
e quantu ndi BacoìuIM Ma nun è giustizia, nun ù ragiuni furi conni
1' asìntt, chi doppu d'aviri bivutu 'ntra lu sicchiu, si vota e ci
duglia na pa ricci Lia di cauci. Piggbiamu lu beni d' undì veni;
semu giusti cu tutti, pani cu lu diavula I Nun nigamu li pregi di na cosa
sulu pirchl avi punì difetti — lu difettu nun havi amuc- ciari lu
pregiu, né chistu sì avi a fari sorviri pri distrug- giti lu
difettu. Avanti, fnicm uh! Eppuru. quantu c' 'ndè chi vurrianu
fari sosizzeddi di Peppi Mazzini ? D' iddu sulu 1 E di Peppi
Garibaldi ? Tutta si scurdaru I e Marsala o Calatafimi , e
Palcrmu o Milazzu e..... e tutti 1' 'mprisi eroici di lu Capi- tana dì la
populu! Nun ci basto pri saziari l'animu crudili di ddi tali
ilda nfamuna padda d' Aspramunti ! Si iddu nun avi na granni menti,
avi in cumpenzu un cori granni assai ! Qnannn Jeu penzu chi
l' Eroi di Caprera andau a Londra, pirchl ci fu chiamatu; li granni
priparativi; li festi di lu populu 'Ngrisi pri la vinnta di
Garibaldi — chi un postu pri vidirilu si pagava cintinara di Uri...
e chi tattu chistu finiu pcju chi a coda di surci, o meg- ghiu comu la
scena dì Don Basiliu 'nlra lu Varveri di fìivigghia, mi cunferniu 'ntra
lu raiu propositu, ohi l' omii min avi V iisu di la ragiuni.
Digitizod t>y Google Oli E quitti! u
nuii u' indi dicinu punì e iteli 1 nfust occli ianu pri Vittoria
Kiuanui'lr, indirti He?' Tutti li gu;ti citi hannu, (tiliu chiddu
citi patiscili!), lullii 1' imputano a Vittoriu I A lu
Parlamenta, a lu Cimsigghiu Provinciali, a chiddu fuma itali.... mai ci
penzaiiu , mai ci dicinu nenli, coma sì non csistissiru !
Addirsti e crisciuti sulla 1' assolutismo , undi ogni boni vinia di
lu re, ogni mali d' iddu pura — citi la vita di lu popola, sipuuru allora
avia vita, vinia pri motu miccanicu. òhi scinnia di l'aulu a lu vasciu,
min cum- prennintt, clii la cosa oggi procedi diversamenti.
Dunca min hannu l'usa di In ragioni. Un Re chi fa ncchianari
la rivoluzioni 'ntra lu tronu, c, quasi saria pri diri, si l'abbrazza —
Chi fa supra lu I umulu di so Patri ddu fmnusu giuramento, e lu
man- tini a costu di tuttu, anchi spargennu lu sangu soi e chiddu
di li so beddi figgili , comu lu surdato lu chiil valurusu — Chi nini
vota facci a tutti li pericoli , ohi min si scanta di nenti.... un Re
democraticu 'ntra hi veru senzu di la parola. Nun po'
apprizzarilu beni , nun po' ammiruri li so' virtù, cu min avi studialu
l'educazioni ehi si dugna a li principi reali. Iddi avvezzi a lu
sic volo, sk jubco Kppuru lu nostra Vittoriu, sunun già rintaniti,
c mai si è mnstratu nun essiri ddu Ite, chi regna c nun governa.
Si poi lu diavtilu chi s"mmisca 'ntra tutti li cosi di stu
'nfami marniti, ha futili pigghiari lu capii stomu a chiù d' uno di ddi
li barai uni, di co è la curpa ? Quannu acoliiananu ddi scanni
ministeriali omini sa- pienti, chi hannu strascinato un cantari! di
maggbi di ca- Una a li pedi ini tinti anni 'nlra li galeri,
a hamiu futili la muffa nlra li sultirranii, o limosinata jiri lu munnn
— ti sti torri chi hannu ainniututu , bla unirti chi hai uni
cugghiulu jooti juoti, e bla fami chi bannu suppuri il u. .. tutta
è statu pei causa di la liberta quamiu sii tali at ninni 3 lu
Pptiri , di cu è la curpa, ai l'affari O ragiuui , ragiuui , buJdu
raggia divinu , pirebì l"nunucoiasti, unni si mai Wnata? Quali
furettu ti po fari Desoirì a lu chiauu ? 'Nlra li filosofi
min ti trovu — 'nlra li pulitili min ti viju — firrianmi rvcuuumisti
mandi 'ntra iddi cindn na lagrima di la to' essenza — di li naturalisti
faci sti sfiauffii — di li populi spiristi. Unaoa aju uju
raglimi dianmu, nhi l'omo min avi I' usu di la ragioni '/ A
sta dumanna rispunniruum nautra vota, mualramiu : chi la suiti oiKK avi
l'usa di la raglimi. yen DigitizGd t>y
Google <g. 7 fik I In leggi Jn 7 . fi in .
Ju 8 ■ 1 shunti filosofi
g • C Giorni fu filosofo 10
10 caudda cauda 11 11 i 2
mani mnnn 11 G brano 13
siMdilKKMi wmm 11 15 lilosotìia
ti lo «olia 12 5 In Ju
13 1 mentfri molli ri 15
min 4 In • ioli
20 14 lima filosofi 4
covili > ovili 21 monliri >
mei tiri 32 15 moli 32
20 jaddini 32 20 jniMina
ynddiiu 38 17 N..11 13 »
hiihmk ■ Lflibnidu ifi 15 ranni
47 2'.' W Antonio Catara Lettieri. Antono
Catara-Lettieri. Antonio Catara-Lettieri. Lettieri. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lettiere: la
ragione conversazionale” – The Swimming-Pool Library.
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