GRICE ITALO A-Z L LA

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Landucci: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- i misteri del delitto Gentile e le bestie senza stato di Vespucci – la scuola di Sarzana -- filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sarzana). Abstract. Grice: “Every Italian knows of the ‘delitto’ Gentile – but does every Italian – or Oxonian, for that matter – know whence ‘delitto’ comes?” Grice: “The Italian word ‘delitto’ is rooted in Latin and refers to a crime or offense. Etymological explanation. “Delitto” comes from the Latin word ‘DELICTVM”. “DELICTVM” is he neuter singular past participle of the verb ‘DELINQUERE,’ meaning ‘to fail, tbe wanting, fall short, offend.’ The Latin verb ‘delinquere’ combines ‘de,’ an intensive or completive prefix meaning ‘completely,’ with ‘linquere,’ meaning ‘to leave.’ Cognate verbs and lexemes. Several words in both Latin and English share this common root. Latin: delinquo: to transgress, err. Delictum: fault, offense, misdeed, crime, transgression. English: delict: a transgression or offense, particularly in civil law. It can also refer to the branch of law dealing with such offenses. DELINQUENT: one who fails to perform a duty or discharge an obligation; an offender against the law. RELINQUISH: to leave behind, give up, abandon. This word shares the ‘linquere’ root. DERELICT: neglectful of duty, abandoned. This word also shares the ‘linquere’ root. In summary, the Italian ‘delitto’ stems from the Latin ‘delictum, which signifies a failing, offense, or crime. This lineage connects it to English terms like ‘delict,’ and ‘delinquent,’ all stemming from the core idea of failng short or committing a transgression!” Grice came from a milieu where political violence was rare. He had of course fought the Hun with the Royal Navy, but few philosophers were assassinated, as they were in Italy. If many consider Gentile as the ‘greatest living Italian philosopher’ – when he was alive – the ‘misteri del delitto Gentile’ should fascinate any student of philosophy. Keywords: i mistderi del delitto Gentile. Filosofo italiano. Sarzana, La Spezia, Liguria.  Grice: “If I had in Hardie a wonderful mentor to Aristotle, I missed Landucci’s mentoring me into Kant!” – Si laurea a Pisa con Luporini. Insegna a Firenze. Altri saggi: “Cultura e ideologia in Sanctis” (Milano, Feltrinelli); “I filosofi e i selvaggi” (Bari, Laterza); “L’origine della scienza sociale” (Firenze, Sansoni); “La co-scienza e la storia” (Firenze, Nuova Italia); “La contraddizione” (Firenze, Nuova Italia); “Teodicea” (Napoli, Bibliopolis); “La Critica della ragion pratica” (Roma, NIS),  Sull'etica di Kant, Milano, Guerini, La mente in Cartesio, Milano, F. Angeli,  I filosofi e Dio, Roma-Bari, Laterza, La doppia verità: conflitti di ragione e fede tra Medioevo e prima modernità, Milano, Feltrinelli, A. Gnoli, Intervista, "Repubblica", Scheda biografica su Einaudi. Sergio Landucci. Grice: “Basically, Landucci covers all the topics of my interests, including that of the alleged ambiguity in Kant’s idea of a ‘reason’!” UCCI, UCCI SENTO ODOR DI L. – I MISTERI DEL DELITTO GENTILE, IL LEGAME CON LUPORINI, IL '68 IN CATTEDRA ("FUMMO INVASI DAGLI ANALFABETI") IL GRANDE FILOSOFO SI RACCONTA: “MI PIACEREBBE SCRIVERE UN saggio SULLA DEMENZA SENILE CHE STA ATTANAGLIANDO L' OCCIDENTE. RICORDO UNA FRASE CHE DICE: "GRANDEZZA È CIÒ CHE NOI NON SIAMO". HO LA SENSAZIONE CHE L'ABBIAMO DIMENTICATA…” Gnoli per Robinson-la Repubblica  landucci LANDUCCI  Per molto tempo il suo nome è rimasto associato a un grande libro che quando apparve nei primi anni Settanta fu come una meteora, tanto sembrò strano nel panorama delle cose che allora si pubblicavano. Sto parlando de I filosofi e i selvaggi (uscì allora per l' editore Laterza ed è stato ripubblicato, e aggiornato, qualche mese fa da Einaudi). La sua lettura mi colpì allora e mi rimanda all' oggi con i "selvaggi", sempre meno variopinti ed esotici, spinti dalla disperazione ad abbandonare le loro terre martoriate. Il paragone turba L.. Seduto nello studiolo mi guarda con la sua faccia triste. Sono venuto a Firenze per incontrarlo. Si stupisce e quasi si scusa per il fastidio che mi avrebbe arrecato: è un uomo timido, deluso, gentile ma altresì con un retrogusto di indefinita rabbia. Landucci è stato allievo di Luporini, ha insegnato all' università di Firenze, subendone, dice, tutti i contraccolpi politici: «Divenni ordinario. Quasi immediatamente percepii un generale clima di ostilità e rassegnazione. Con una rapidità incredibile la facoltà di filosofia adottò una selezione alla rovescia: vennero avanti a passo di carica gli analfabeti, i carichi didattici furono alleggeriti, i ruoli stravolti. Ho vissuto tremendamente male gli anni dell' insegnamento e decisi per la pensione anticipate. È stato così frustrante il lavoro universitario?  «Lo è stato certamente per uno come me. Mi consideravo, come si diceva allora, un "cane sciolto". Mi stupì constatare che la facoltà si era ridotta a una grande cellula del Pci, su cui si incistò dopo il '68 la contestazione studentesca».  I punti di riferimento furono però due grandi personalità di sinistra: Garin e Luporini.   «Maestri indiscussi. Mi chiedo tuttavia quanto sia stata acuta la loro vista politica. Garin fu il grande interprete di una filosofia come sapere storico, il suo storicismo era totalmente in sintonia con le posizioni culturali del Pci. Quanto a Luporini c' era un inquietudine ben maggiore che lo portò a misurarsi e a simpatizzare con le ragioni degli studenti. Non stigmatizzo il loro magistero, cui peraltro devo moltissimo, sostengo semplicemente che furono anni in cui la politica prese il sopravvento. Era lo spirito del tempo. Ne facevo parte anch' io, ma senza tessere o bandiere. Del resto non sono mai stato iscritto a nulla. Giunsi all' Università di Firenze nel 1960, come libero assistente, chiamato da Luporini. Quali erano i vostri rapporti?  E mio professore a Pisa e con lui mi laureai. Mi affascinava quest' uomo che andò in Germania a occuparsi di esistenzialismo e seguì i corsi di Heidegger». Credo sia stato uno dei pochi italiani a frequentarne i seminari. C' è un episodio rivelatore del rapporto con HEIDEGGER Quando il filosofo tedesco pronuncial il famigerato discorso con cui si insediava da Rettore a Friburgo, Luporini restò sconcertato da quell' adesione al regime. Qualche giorno dopo incontrandolo gli comunicò che lascia Friburgo per Berlino. Heidegger gli chiese perché. Lui rispose che era interessato ai corsi di Hartmann. Il maestro lo liquida con un ironico "tanti auguri"».A proposito di filosofi si è spesso detto che il vecchio lupo, così era soprannominato Luporini, fosse rimasto l' ultimo a sapere i dettagli dell' omicidio Gentile. Lei è a conoscenza di qualche particolare?  « C' è innanzitutto da ribadire il legame che Luporini ebbe con Gentile, il quale lo chiamò come lettore di tedesco a Pisa, in sostituzione di Oscar Kristeller, ebreo che dovette riparare negli Stati Uniti dopo le leggi razziali. GENTILE aiuta Kristeller, come pure tanti antifascisti che si rifugiarono alla Treccani e all' Università, fornendogli soldi e assistenza. Poi chiama Luporini alle due di notte dicendogli di decidere in fretta perché altrimenti sarebbe venuto qualcuno dalla Germania, quasi certamente un insegnante di fede nazista».Questo è lo sfondo. Poi cosa accadde? Quando la situazione precipita. Luporini va a casa di Gentile e lo scongiura di non entrare nella Repubblica Sociale. Gli dice. Professore c' è gente che non aspetta altro per ucciderla. GENTILE aderisce alla Rsi e viene ucciso in un attentato. Si è detto che Luporini conosce i mandanti e gl’esecutori dell' omicidio. Credo che il vecchio lupo non sa nulla, o almeno nulla di diretto. Ci e una sua dichiarazione radiofonica in tal senso, ma credo e il frutto di un fraintendimento. La frase di L. e questa: Cose che forse non si possono ancora dire. Cosa le fa supporre che e frutto di equivoco EQUIVOCO GRICE? Il fatto che accreditasse la versione offerta da Mattei, che sull' argomento cambia più volte opinione. Fino a sostenere che dietro quell' omicidio ci e BANDINELLI. Mai uno straccio di prova. Credo si sia perfino inventata che fu lei a indicare al commando gappista la figura di GENTILE, che non ha mai conosciuto. Poi c' è la testimonianza della moglie di LUPORINI Maria Bianca Gallinaro, la quale mi disse sconsolata che la storia che Luporini sapesse era solo una leggenda, del tutto infondata». Possibile che non ci fosse un grano di verità?  « La sola cosa che riesco a pensare è che LUPORINI e emotivamente coinvolto. Dopo l' attentato, GENTILE e trasportato moribondo all' ospedale. Il fratello della signora, medico al Careggi, chiama LUPORINI dicendogli se vuole vedere per l' ultima volta GENTILE. E lui anda e vede il filosofo in fin di vita. Non credo sia stato un bello spettacolo. Questo è tutto. Dopo quella dichiarazione radiofonica mi permisi di consigliare Luporini a non pronunciare più quella frase».E lui?  « Non so se fu una mia impressione ma gli lessi negli occhi un certo imbarazzo». Negli anni di Pisa chi frequentava?  «Tra le persone che hanno avuto un peso: CANTIMORI e TIMPANARO.  Di quest' ultimo divenni grande amico». So che Cantimori incuteva una certa paura per il modo di fare lezione e interrogare.  «A me, che non sono stato suo scolaro, suscitava tenerezza». Cosa pensa della sua vita ideologica piuttosto travagliata?  « Se allude al passaggio dal fascismo al comunismo non saprei cosa pensare. Come ad altri intellettuali gli è mancato il pensiero liberale. Era dominato dai fatti e dall' idea che la storia sia guidata dal potere. Usce dal Pci. Non solo per i noti episodi di Ungheria ma perché non ne poteva più del partito. Era un sopravvissuto a se stesso. Cosa intende? Deluso. Era convinto che io fossi una specie di longa manus del Pci, non gli ho mai dato la soddisfazione di smentirlo. A volte con ironia diceva: "Landucci, è vero che non basta dire viva la bandiera rossa per essere intelligenti?". Gli ultimi anni della sua vita li passò a insegnare a Firenze, in un ambiente che non lo amava. Prima di morire andò a Princeton per un ciclo di lezioni e quando tornò gli dissi: "Le ha fatto bene stare lontano da Firenze". Sì, rispose, ho evitato la noia». Poi c' è TIMPANARO.  «Era stato allievo di PASQUALI, ma invece di inseguire la carriera universitaria, divenne un outsider della cultura. Motiva la sua scelta con una certa difficoltà a parlare in pubblico. Ma io so che aveva orrore della professione accademica. Ebbe rapporti difficili con il mondo e bellissimi con le persone che amava. Per lungo tempo mi considerò tra queste. Solo negli ultimi anni scese tra noi il silenzio. Non digerì, non accettò o forse non seppe accogliere il fatto che mi fossi separato da mia moglie. Ma la vita va dove deve andare e a volte non ci possiamo fare niente. Da lui ho appreso il rigore filologico. Fu grandissimo nelle questioni leopardiane e in tutta la riflessione sul materialismo. Ma anche sorprendentemente originale nella lettura di Freud. È strano, ma ogni volta che penso alla vita di chiunque, mi chiedo quanta parte vi avrà avuta il caso. Le coincidenze prese o mancate, per lo più senza rendersene conto». Per lei il caso è stato così incisivo? Direi che il caso domina fin dalla famiglia di origine: un ambiente che non scegliamo, e nel quale ci troviamo gettati». La sua famiglia com' era?  « Papà avvocato, ma frustrato perché ricopriva un impiego modesto. Mia madre maestra. Vivevamo a Sarzana. Ricordo un padre anziano e la mamma che gli proibì di venire a prenderci a scuola, me e mio fratello, per paura che lo scambiassero per il nonno. Lo vivevo come un uomo di altri tempi. Anche nel lessico ricordava la belle époque. Invece di autista dice chauffeur, vis à vis a posto di specchio e quando chiedeva l'asciugamano dice passami il Amava il melodramma italiano. Invece, melodrammatica di suo e mia madre. Risultato: ho sempre detestato la musica lirica! Forse perfino più di quanto non abbia detestato che mi chiamassero Sergio». ROUSSEAU  Dà l' impressione di un uomo provato dalla vita.  Sono molto amareggiato dalla mia vita professionale e privata. Non ho né la forza né la voglia di entrare nei dettagli, ma ho l' impressione di essere stato irriso e torturato dalla vita. Il lavoro nelle biblioteche di mezza Europa e negli archivi è stata la mia droga, la mia unica grazia. Non ho avuto nessun successo ma almeno mi ha consentito di vivere».     Non è vero, il suo libro sui " Filosofi e i selvaggi" è un grande libro.  «Non diciamo sciocchezze, troppo carico di note, di troppe citazioni in originale e, in fondo, di inutile erudizione. La sola cosa che ricordo è una stroncatura di Diaz. Scriverlo, fu un' idea casuale. Un libro nato senza nessun presupposto. Diciamo che mi appassionava Montaigne». È il primo ad accorgersi della figura del selvaggio e a prenderne le difese.  « Non è il primo, ma in qualche modo rovescia la posizione di Amerigo Vespucci che presenta i selvaggi simili alle bestie. Diversamente da Colombo che sposa la tesi antica del mito del buon selvaggio. Montaigne dice che il selvaggio non ha Stato, non ha costrizioni, non ha religione, non ha falsità, è privo cioè di tutti quei caratteri che soffocano la civiltà occidentale».È la scena che prevarrà?  «È solo una tesi che a Montaigne serve per screditare la chiesa e gli stati. Gli eccidi, la violenza, il terrore che scuotono l' Europa delle guerre di religione e che culminano nella notte di San Bartolomeo, sono messi in contrapposizione con la mitezza del selvaggio ». È una tesi che riprenderà Rousseau.  «Fino a un certo punto, anche perché il suo selvaggio è un uomo felice ma violento. Non conosce la corruzione né è posseduto dalla brama di potere, ma è sostanzialmente un individuo aggressivo. Chi porterà alle estreme conseguenze questa impostazione è Hobbes che rovescia la costruzione di Montaigne Hobbes parla di uno "stato di natura".  firenze  FIRENZE Dove tutti si fanno la guerra e dove la vita delle persone è permanentemente in pericolo. L' immagine di questa condizione brutale Hobbes la ricava dalle descrizioni che vengono fatte dei selvaggi di America. Si può dire che l' Occidente fin dall' antichità si sia servito di questo mito con le peggiori intenzioni?  « È passata l' idea, con qualche eccezione, che fossero troppo diversi da noi per ogni ipotetica assimilazione». Al punto che ancora oggi questa diversità è vissuta come una minaccia di contagio e sostituzione? Qualcuno, come lei sa, ha perfino parlato di "uomo bianco" in pericolo di estinzione.  «Nelle fasi di grave fibrillazione sociale, quando il discredito si abbatte su ogni aspetto della vita politica, il delirio - come strumento patologico - rischia di trionfare. Mi pare di poter dire che è quanto sta accadendo e che contribuisce ahimè ai miei stati depressivi. Sono convinto che non ci sia nessuna giustificazione al male né all' imbecillità. Ho scritto un libro contro la teodicea, mi piacerebbe scriverne uno sulla demenza senile che sta attanagliando l' Occidente.  Ma non credo di averne più la forza. Mi resta questa infelicità che è come un che sovrasta le mie parole che non so più maneggiare con delicatezza. Ricordo una frase che Luporini aveva ripreso dal vecchio Burckhardt, è bellissima. Dice: "Grandezza è ciò che noi non siamo". Ho la sensazione che l' abbiamo troppo spesso ignorata o, peggio ancora, dimenticata». Grice: “Landucci has aptly explored the concept of the ‘barbarian’. It all starts with Montaigne, an anarchist – he assumes a fake philosophical position just to justify his anarchisms: savages are fun, happy, and they have no state! Vespucci moe or less thought the same, but for different reasons. Just like an ape doesn’t have a state, Vespucci says, so a savage!” – Nome compiuto: Landucci. Keywords: i misteri del delitto Gentile. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Landucci” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lalla: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella selezione sessuale di Nerone, il musicista – filosofia friuliana – la scuola di Trieste -- filosofia triestina – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste). Abstract. Grice: “Use ‘God as exegetical device,’ I wrote to myself. I would not utter these things in public, seeing that Oxford – and Bologna, before her – was so LAICA, as the Italians put it!” “But note that if I had written ‘use ‘Nature’ as exegetical device, Darwin would have been amused – even if Quen Victoria would not!” -- Grice’s pirotological project may be deemed ‘evolutionary’ in that it’s aimed at identifying those features in a pirot’s behaviour that promote the survival of the members of the pirot’s species. Simillarly with Lalla. Keywords: evolution. FIlosofo italiano. Trieste, Friulia Venezia Giulia -- Grice: “I have been called a Darwinist, which offended de Lalla!” -- Figlio unico di Achille de Lalla  e Anna Millul.  Il padre, nato a Napoli da famiglia originaria di Tolve, aveva intrapreso la carrriera militare, giungendo a ricoprire il grado di Tenente colonnello dell'esercito e congedandosi con il grado di Generale dell'esercito. Prese parte alla Prima guerra mondiale nonché alla Seconda guerra mondiale, dove rimase ferito alla spalla destra in Russia. Fu in seguito Dirigente dell'Istituto per la Ricostruzione Industrial. Achille de Lalla era figlio di Ludovico e di Maria Buonomo, figlia a sua volta di Alfonso Buonomo, compositore e musicista napoletano di fama.  La madre Anna Millul era nata a Roma in una famiglia ebrea originaria di Livorno. Si laurea, allievo di Kalinowski di cui traduce in italiano il saggio "Interpretazione giuridica e logica delle proposizioni normative".  Scappa a Parigi, prendendo parte al Maggio. Tuttavia, fu tra i primi ad intuire che il Partito Comunista francese non aveva alcuna seria intenzione politica di sostenere la Contestazione e, in anticipo sul fallimento dell'iniziativa giovanile, lascia la Francia rientrando in Italia deluso. Studioso di Evoluzionismo e Politologia, e è proprio sulle sue teorie sull'Evoluzione umana e sul pensiero di Darwin che scrive l'opera “La selezione sessuale”. Insegna a Siena e Napoli. A testimonianza del grande successo che riscuotevano i suoi corsi universitari, rimane la petizione indetta dagli studenti affinché il Senato Accademico li prorogasse per un biennio.  Gl’ultimi anni Ritiratosi a vita privata, muore a Napoli nella tarda serata del 25 settembre  d'infarto mentre attende alla redazione della sua ultima opera. Est Deus in nobis Contributo alla Nuova Evangelizzazione e, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto costituire il completamento della trilogia iniziata con Evoluzione e proseguita con La Comunità Democratica.Convinto assertore della superiorità del Diritto pubblico rispetto a quello privato, si è sempre posto a tutela delle prerogative statuali.  Convinto assertore dei rischi della dilagante esterofilia in campo politico e fondamentalmente euroscettico negli ultimi anni di riavvicinamento al cattolicesimo, ideò un progetto di edificazione di un nuovo partito politico che, nelle sue teorizzazioni avrebbe assunto il nome di PARTITO CRISTIANO COMUNITARIO (DEMOCRATICO) ITALIANO PCC(D)I.  Saggi: “Il concetto legislativo di azione penale” (Jovene, Napoli); “La scelta del rito istruttorio” ( Jovene, Napoli); “Logica della prove penale” (Jovene Napoli); “La pena militare” (Jovene, Napoli); “Topografia politica della repubblica” (Scientifiche, Napoli); “Il completamento istruttorio del giudice nelle indagini preliminari in "Riv. it. dir. e proc. pen."); “Evoluzione,” “Darwin e la selezione sessuale” (Salerno, Roma); “ Selezione sessuale” (Scientifiche, Napoli); “La comunità democratica: idee per una politica nuova” (Guida, Napoli) – concetto di KRATOS --“Comunitarismo” (Guida, Napoli); “Nerone, o Musica nella antica Roma”  (Guida, Napoli); “Composizioni musicali Per pianoforte Sonata n.° 1 Suite "italiana" Sonata n.° 2 Sonata n.° 3 "napoletana" Musica da camera Sonata per violino e violoncello Sonata per violino e pianoforte Sonata per violini, viola e violoncello Note  de Lalla F., Una famiglia borghese, Ed. Ibiskos   de Lalla F.,   in "Il foro penale" ilcambiamento,// ilcambiamento/ articoli/ evoluzione_2_ darwin_de_ lalla_millul. ateneapoli,// ateneapoli/news/ archivio-storico/ reintegro-del-prof-de-lalla-il-consiglio- di-facolta--si-esprime- negativamente.  petizioni.com/ petizione _pro_prof_paolo de_lalla. Grice: “When I hear that a philosopher has written yet another trattarello on the filosofia della musica, I always thought not of Orpheus and his lute, but of NERO and his lyre!” – Nome compiuto: Paolo de Lalla Millul. Paolo de Lalla. Lalla. Keywords: evolutionary, sexual selection, Nerone, filosofia della musica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lalla” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – Grice e Lanzalone. C VERSO IL LINGUAGGIO UNIVERSALE I tentativi, più o meno ingegnosi, di creare, artificialmente, una lingua universale, sono tutti destinati a fallire miseramente ; come è già avvenuto del tcolapuk, del Vesperanto, e come fatal¬ mente avverrà di qualunque tentativo simile. Non si otterrà altro, per tal via, che accrescere la confusione di Babele, aggiungendo nuove lingue artificiali alle mille naturali già esistenti : le quali lingue artificiali, non che raggiungere l’universalità, non rag¬ giungeranno mai, neppure alla lontana, la diffusione delle natu¬ rali. Una lingua è un organismo vivo : e finché l’uomo non sco¬ prirà la chiave della vita, finché lo scienziato non arriverà, a forza di alambicchi e di storte, a costruire Vhomunculus, neppure alcun filologo arriverà a fabbricare una lingua che non sia morta prima di nascere. Lingua artificiale è una contraddizione in termini. Un linguaggio, parlato e inteso da tutta la gran famiglia umana, è una magnifica utopia ; anzi è parte di un’utopia assai più magnifica e vasta, verso cui tutte le crescenti energie della civiltà tendono con moto sempre più ampio e accelerato : Taf¬ fratellamento di tutti i popoli della terra . Giacché nulla stringe l’uomo all’uomo quanto la parola, sola per cui un’anima si effonde in un’altra anima. Ma se un linguaggio comune a tutte le nazioni è un’ utopia, ciò non vuol dire che sia un’ utopia inattuabile. Molte cose che oggi chiamiamo utopie, ideali inafferrabili, non sono che la realtà presentita di lontani o lontanissimi domani, alla quale noi ci avviciniamo con moto più o meno lento e progressivo. E se dalle famiglie nacquero le tribù, e da queste le città, i popoli, gli stati, le federazioni di stati, e in ultimo nascerà la federazione di tutti gli stati del mondo, e se dai singoli e rozzi dialetti nacquero le gloriose lingue nazionali e letterarie, parlate da milioni di uomini; non si vede perchè dalle lingue nazionali non debba nascere, quando i tempi saranno maturi, la lingua universale, sublime vincolo di fratellanza fra tutti i popoli, grandiosa espres- Digitized by v^.ooQle 584 VERSO IL LINGUAGGIO UNIVERSALE sione della gran coscienza umana. Le lingue esistenti non saranno che i dialetti di questa grande lingua dell’avvenire. Ma ciò non avverrà per opera di filologi. 0 per dir meglio, avverrà anche per opera loro ; ma non debbono essi pretendere di anticipare, con un colpo di bacchetta magica, ciò che sarà frutto del lavorio dei secoli, nè di violentare i metodi della natura e della storia con misere costruzioni artificiali. Nelle cose della vita, l’uomo, studiando bene le energie naturali e sociali, può modificare, secondare e accelerare l’evoluzione progressiva, ma non sopprimerla, nè violentarla artificialmente; come, com¬ prendendo sempre meglio le forze naturali del vapore e dell’elet¬ trico, l’uomo se ne serve sempre meglio per i suoi fini e suoi comodi, ma non avrebbe potuto mai, nè potrebbe mai, creare o sopprimere il vapore o l’elettrico. Per evoluzione progressiva, ripeto, la lingua universale nascerà dalle lingue particolari; come queste nacquero dai dialetti. Il che però non significa che il glorioso avvento della lingua univer¬ sale non possa essere ritardato o accelerato dalle volontà umane : giacché anche la volontà umana è una magnifica forza desti¬ nata a sempre maggiore sviluppo, la quale si oppone ad altre forze, o coopera con esse. Soppresse, o quasi, le distanze, per virtù delle ferrovie, dei piroscafi, dei telegrafi, dei telefoni, dei palloni dirigibili e degli areoplani, dei commerci sempre piu frequenti e rapidi, delle alleanze, dei giornali, dei continui scambi letterari ed artistici, anche il cuore d’un popolo batterà più vicino al cuore d’un altro popolo, e il pensiero splenderà più vicino al pensiero, e anche le lingue, che esprimono il cuore e il pensiero dei popoli, attenueranno a poco a poco le loro dissomiglianze, e si sentiranno sorelle, perchè saranno quasi corpi di anime sorelle. Ma non possono i filologi, i letterati, gli scrittori, cooperare a questo lavorio d’evoluzione linguistica, da cui sorgerà la futura lingua, possente espressione del cuore e del pensiero di tutta l’umanità? Certamente si. Come vivono e si trasformano i corpi viventi? Per assimi¬ lazione ed eliminazione di molecole. Così anche le lingue. Le molecole delle lingue sono le parole. Ora non è oggi evidente in tutte le lingue dei popoli civili la tendenza ad assorbire un sempre maggior numero di molecole simili, cioè di parole co¬ muni? Se cresce con la civiltà la comunanza dei bisogni, dei sentimenti, dei pensieri, non può non crescere, parallelamente, la comunanza dere espressioni. Le scienze hanno già un lin- Digitized by v^.ooQle VERSO IL LINGUAGGIO UNIVERSALE 5S5 guaggio quasi identico presso tutti i popoli della cultura. L’Italia, ha prestato agli altri popoli molti termini di musica. La Francia distribuisce al mondo civile le denominazioni dei nuovi oggetti di moda. L’Inghilterra ha date tante parole per le nuove inven¬ zioni. I popoli, che producono più cose utili e più pensiero, sono quelli che più infiltrano molecole nuove negli altri organismi linguistici. Ecco, sotto i nostri occhi, rivelarsi la vera evoluzione verso la lingua universale, che non può essere creata se non dalla coscienza universale evoluta. Si calmino i puristi. Come la gran coscienza umana non sopprimerà, ma disciplinerà le coscienze nazionali, nè queste sop presserò mai le coscienze regionali e iudivk^jiali ; come le grandi lingue nazionali non hanno mai aboliti gl’idiomi particolari; così anche la lingua universale non farà sparire le particolari fiso- nomie delle lingue nazionali. Essa sarà lo splendido fiore di tutte le lingue : sarà costituita, come già il volgare illustre, da ciò che in ciascuna Ungila appare e in nessuna riposa . Che importano le misere quistioni di purismo davanti al lumi¬ noso ideale, di preparare una lingua, che sia l’espressione della fratellanza di tutti gli uomini? Sport, telegrafo, tramvay, fono - grafo , cinematografo, debutto, hangar, réclame, flirt, e tante altre parole, sono ormai molecole linguistiche penetrate nell’uso di tutti i popoli più o meno inciviliti; e il numero di queste mo¬ lecole comuni diverrà sempre più grande. Ad accrescerne il numero e la diffusione cooperino filologi e scrittori, se vogliono spianare la via alla formazione e al trionfo del linguaggio universale. Questi vocaboli comuni a più lingue non sono barbarismi ma cicilismi . Si consolino i puristi. Invece di attaccarsi ai nudi vo¬ caboli, si sforzino di dare alle altre nazioni pensieri e prodotti nuovi; così daranno essi anche i vocaboli nuovi; e sarà gloria della loro nazione e della loro lingua. Ecco il nuovo campo del vero patriottismo linguistico. Esiste già un corredo di vocaboli, che possono dirsi internazionali. Un vocabolario internazionale, che li raccogliesse tutti, registrando anche (pelli comuni a tre o quattro lingue, riuscirebbe, credo, utilissimo ; e i vocaboli co¬ muni a tre o quattro lingue potrebbero così, per opera di scrit¬ tori e giornalisti, diffondersi a tutte. A diminuire la distanza dall’anima d’un popolo a quella dei popoli fratelli, assai gioverebbe che ciascun popolo, mediante frequenti congressi di letterati e scrittori, si adoperasse a sem¬ plificare la propria scrittura, e renderla, quanto più fosse possi- Digitized by Google 586 VSBSO IL LINGUAGGIO UNIVERSALE bile, diretta e facile espressione grafica della pronunzia. Così Papprendimento d’una lingua sarebbe facilitato a nazionali e a stranieri con immenso vantaggio generale. Questo potrebbe aprire la via a congressi filologici mondiali, che mirassero a dare a tutti i popoli un alfabeto unico. Che gran festa di trionfo per il genere umano il giorno che si otte¬ nesse questo ! Quanto sciupo di forze mentali evitato ! Che accre¬ scimento nella facilità delle comunicazioni ! Che passo gigantesco verso la lingua universale e la pace universale! Il combinare studiate morfologie artificiali, gli è come un costruire appariscenti fiori di carta o di seta, belli ma senza vita. Coltiviamo invece ifc fiore vivo, con quelle amorose cure che la natura, sempre meglio intesa dall’uomo, ci suggerisce ; e otter¬ remo meravigliosi effetti, affrettando e migliorando durevolmente il cammino delPevoluzione. E nient 7 altro si può fare, almeno in linea provvisoria? — Se si riuscisse a stabilire ciò che già si è tentato in qualche recente congresso, cioè adottare nelle relazioni in*emozionali una delle lingue vite, sarebbe certamente questo un belPavviamento verso la soluzione definitiva del problema. Tutti i numeri per questo alto ufficio avrebbe con sè la lingua inglese, già diffusa in tanti paesi del mondo, se non fosse di ostacolo Penorme difficoltà d 7 im¬ pararne la scrittura e la pronunzia, troppo fra loro lontane; nè il riavvicinarle è agevole impresa. Quasi la stessa difficoltà sus¬ siste per la lingua francese. Moltissime simpatie e i migliori vantaggi offrirebbe P italiana : ma è troppo difficile che le altre nazioni vogliano riconoscere questo primato alP Italia. E, in gene¬ rale, la gelosia fra le nazioni sarà il più grande ostacolo, quasi invincibile, alla scelta d 7 una lingua viva come lingua interna¬ zionale. Si parlò anche del latino. E questa, secondo me, sarebbe la migliore soluzione provvisoria ; perchè il latino eviterebbe la gelosia, ed è già, si può dire, lingua mondiale, stante che, in qualunque parte del mondo civile, chi sappia il latino ha un mezzo di farsi intendere dalla gente colta. Capisco, che il voler esprimere il pensiero moderno, così com¬ plesso e ricco, con una lingua di circa duemila anni fa, e quindi relativamente povera, gli è appunto come il voler vestire un uomo adulto coi panni di quand’era bambino. Ma qui non si tratterebbe di tornare al latino di Sallustio e di Cicerone: si tratterebbe d 7 un latino, sgombro di tutti gli antichi impacci sin¬ tattici, e arricchito di tutti i neologismi necessarii ; d 7 un latino Digitized by v^.ooQle VERSO IL LINGUAGGIO UNIVERSALE 587 rimodernato, reso quasi lingua viva, capace quindi di assorbi¬ mento e di eliminazione. Il mio antico maestro nell’Università di Napoli, monsignor Mirabelli, nella sua elegantissima Petreide T per indicare il cannone, usò un’ ingegnosissima perifrasi di otto esametri (oh il tempo è moneta!); ma il nuovo latino interna¬ zionale non si farebbe alcuno scrupolo di ammettere nel suo dizionario: canno, onis ; telegrafus, ecc. Parrebbe goffo a prin¬ cipio ; ma potrebbe, col tempo e con 1’ uso, acquistare una svel¬ tezza e un’eleganza a sè, come lo stesso latino antico dalle gof¬ faggini di Pacuvio e Ennio, arrivò alle squisitezze di Livio e di Virgilio, e come si osserva nello svolgimento d’ogni idioma giunto a cultura letteraria. Ma prima di finire, io voglio proporre, ai pazienti e inge¬ gnosi ricercatori di nuovi schemi linguistici artificiali, una mia idea, la quale, se potesse svolgersi e attuarsi, segnerebbe una grande conquista della cultura universale. Non potrebbero tutte le lingue, rimanendo pure come sono, avere per ciascuna loro parola un’ unica comune espressione gra¬ fica? Non potrebbe crearsi ima lingua scritta, che fosse letta da ogni popolo in modo diverso secondo la lingua propria? Una scrittura insomma che non esprimesse il suono, ma l’idea, la cosa, che ogni lingua speciale tradurrebbe nei propri suoni? Si rinnoverebbe, in altro modo, il miracolo che gli apostoli fecero per opera dello Spirito Santo: Come la luce rapida Piove di cosa in cosa E i color varii suscita Ovunque si riposa, Tal risonò molteplice La voce dello Spiro; L'arabo, il Parto il Siro In suo sermon l’udì. Si avrebbe una lingua scritta universale, espressione gràfica unica di tutte le più svariate lingue parlate. Recherò qualche esempio. Il segno . è da un italiano letto punto, da un francese point, da uno spagnuolo punto, da un inglese point, da un tedesco punkt, e cosi da ogni popolo nel suono della sua lingua. Dunque è possibile esprimere con un segno unico un’idea espressa in varii suoni. Ora, dato il segno del nome punto, si può stabilire, per esempio, che un accento acuto sul segno esprima l’aggettivo da esso derivato : quindi scri- Digitized by v^.ooQle 588 VERSO IL LINGUAGGIO UNIVERSALE vendo/leggo: puntuto; un accento grave esprima l’avverbio; quindi il segno '. si leggerebbe : a foggia di punto, o simili ; un accento circonflesso posto sul segno esprimerebbe il verbo: quindi ? significherebbe punteggiare. Insomma bisognerebbe stabilire segni speciali per certi nomi ; tutti i loro derivati, nomi, verbi, aggettivi, avverbi, segnarli con un sistema unico e identico. Mettiamo che il segno o significhi pane ; il segno ó significherebbe panificare, il segno o signifi¬ cherebbe il luogo dove si fa il pane, panificio; il segno -o la persona che fa il pane, panettiere; un punto a destra del cir¬ conflesso (indicante, come si è detto, il verbo), <5* potrebbe indi¬ care nome derivato dal verbo: panificazione. Il segno v , posto sul segno della parola, indicherebbe nome astratto. E così di seguito. Poniamo che il segno ~ significhi onda; avremo: * — ondoso « = ondosamente 2 ondeggiare - • ” ondeggiamento ~ = luogo che ondeggia, mare — ciò che fa le onde, tempesta x — ondosità Le parole comuni a tutte o a molte lingue, e i nomi propri, si scriverebbero, per semplificare, tali e quali. Non si giungerà, per tal via, a esprimere tutte le sfumature del pensiero e del sentimento : ma certo si giungerà a intendersi e a farsi intendere, da straniero a straniero: il che è ciò che preme sopratutto. L’impresa è ardua, ma non impossibile, se ci si metta un filologo poliglotta di genio e di pazienza. Si può ottenere così una vera stenografia poliglottica, anzi panglottica, una chiave che tutti i popoli della cultura saprebbero usare ; e, in attesa della lingua parlata universale, si avrebbe un vocabo¬ lario grafico universale, che chi lo studiasse e conoscesse potrebbe farsi comprendere da tutti gli uomini colti della terra. Io getto un seme. Chi sa che non cada in terreno fecondo e germogli e cresca in pianta rigogliosa? Giovanni Lanzàlone. Digitized by v^.ooQleC.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Latini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’implicatura rettorica di Publio e Cicerone -- implicatura – filosofia toscana – la scuola di firenze – filosofia fiorentina – scuola fiorentina --  filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice: “Italian phonology, Italians tell me, seems to be easier – or more complex (according to what source you are consulting) than English. Take Lat-, this gives Latin, and Latin-i, the name of the philosopher – but the natural development would involve the disappearance of the ‘t’ sound or rather its transformation into the ‘z’ sound as in Lazio!” The distinction in pronunciation of the ‘t’ sound in Italian, where it is retained in names like Brunetto Latini, but appears as /ts/ or /dz/ in other words, is rooted in the evolution of the Italian language from Latin. Here’s why. Palatalisation of Latin /t/ before /i/. The most significant factor in the development of the /z/ sound in Italian – as in ‘Speranza’ – is the palatalization of the Latin sequence /ti/ -- sperantia --, where /i/ is a glide sound like the /y/ in ‘yes’. In words where this sequence occurred, such as ‘sperantia’ (hope), the /t/ sound, when followed by the /i/, shifted its articulation point towards the palate, eventually evolving into the affricate /ts/ (or /dz/ depending on the voicing of the preceding consonant). Thus ‘sperantia’ becomes ‘speranza.’ Latin loandwords with /dz/. Latin itself had a /dz/ sound in words borrowed from Greek, and this sound was initially represented by the letter /z/. As Italian developed, the existing ‘z’ sound (derived from Latin /ti/ and this borrowed ‘dz’ were both represented by the letter ‘z’, creating a situation where ‘z’ could represent both sounds depending on the word’s origin. Retention of /t/ in other cases. The simple /t/ sound in Latin, not followed by a palatalizing environment like the /i/ in the above example, generally remained as /t/ in Italian. This is the csea in surnames like Brunetto Latini, where the /t/ was not part of a cluster that underwent palatalization. In essence, the Italian language underwent sound changes where certain Latin consonant clusters and sequences evolved into the affricates /ts/ and /dz/, while other consonnts remained unchanged, leading to the co-existence of the /t/ and /z/ (representing /ts/ or /dz/) sounds in the language.” Some of us were gladly disposed when Leech started to refer to Grice’s oeuvre as falling within what Leech called the ‘conversational rhetoric.’ The tag of ‘rhetoric’ is exactly what Grice is APPLYING to the philosophical discourse of his time – notably Austin, but also his early self. When in his Prolegomena to Logic and Conversation he sets suspect examples of his manoeuvre he lists his own “Causal Theory of Perception.” Latini was similarly concerned with those aspects of the ‘significato’ that included either the dictive content itself, or what Latini calls the ‘insinuazione,’ which is none other than the implicature. Rhetoric was a mandatory topic at Oxford, springing from Bologna. Kewyords: Grice, Latini, rettorica conversazionale. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “Latini reminds me of Hardie; he was Aligheri’s mentor; Hardie mine!” -- Grice: “People say it all starts with Alighieri; but the real ‘filosofo’ behind Alighieri surely is Burnetto – he has chapters on ‘Platone,’ ‘Aristotele,’ and the rest of them.” «Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde» (Divina Commedia). Figlio di Buonaccorso e nipote di Latino Latini, appartenente ad una nobile famiglia. Le fonti storiche e una serie di documenti autografi testimoniano la sua attiva partecipazione alla vita politica di Firenze. Come egli stesso narra nel Tesoretto, fu inviato dai suoi concittadini alla corte di Alfonso X per richiedere il suo aiuto in favore dei guelfi. Tuttavia, la notizia della vittoria dei ghibellini a Montaperti lo costrinse all'esilio in Francia. I cambiamenti politici conseguenti alla vittoria di Carlo I da Benevento sconsentirono il suo ritorno in Italia. Fu risarcito del torto subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della repubblica, stimato ed onorato dai suoi concittadini. La sua influenza divenne tale che a partire si trova a malapena nella storia di Firenze un avvenimento pubblico importante al quale non abbia preso parte. Contribuì notevolmente alla riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta "pace di Latino". PPresiedette il congresso dei sindaci in cui fu decisa la rovina di Pisa. Elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati, in numero di dodici, erano stati previsti nella costituzione. La sua parola si fa frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli arringatori, od oratori, più frequentemente designati. Nel Canto XV dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono. Alighieri, che era stato allievo di Latini, è profondamente scosso, e non nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Latini è il primo nella Commedia a toccare fisicamente Alighieri, tirandolo per la veste. Altre opera:“Il Tesoretto,” poema (incompiuto o mutilo) scritto in volgare fiorentino, in settenari a rima baciata, narrato in prima persona. L'autore definisce l'opera Tesoro, ma il nome “Tesoretto” è presente già nei manoscritti più antichi, presumibilmente per distinguerla dalle traduzioni italiane del “Tresor”. Il protagonista, sconfortato dalla notizia della disfatta di Montaperti, si perde in una "selva diversa". Nella sua peregrinazione si imbatte nelle personificazioni della Natura e delle Virtù, che gli illustrano la composizione del Mondo e i modelli di comportamento cortesi. Il “Tesoretto” si interrompe nel momento in cui il protagonista incontra Tolomeo, che sta per spiegargli i fondamenti dell'astronomia. Influenzato da un lato dal romanzo cortese, dall'altro dai poemi allegorici, realizza un'opera che da una parte della critica è ritenuta tra i precursori diretti della Commedia (Venezia, Melchiorre Sessa il Vecchio); “Li livres dou Tresor” e la più celebre, scritta durante l'esilio in Francia, in lingua vernaculare, perche "è la parlata più dilettevole e più comune tra tutte le lingue.” Consta di tre libri e risulta la prima enciclopedia volgare in senso proprio. Altri testimoni sono stati segnalati in seguito da Squillacioti, Divizia e Giola. Il primo libro tratta dell’origine di tutto. Tra gl’argomenti affrontati vi sono un'ampia storia universale, dalle vicende dell'Antico e del Nuovo Testamento alla battaglia di Montaperti, elementi di medicina, fisica, astronomia, geografia, e architettura, e un bestiario. Si trova, in questo primo libro, una delle menzioni più antiche che conosciamo di una bussola e l'indicazione della sfericità della terra. Nel secondo libro si tratta dei vizi e delle virtù, attingendo sostanzialmente dall'Etica Nicomachea. Il terzo libro riguarda principalmente la retorica. Utilizza come fonti Platone, Aristotele, Senofane, il romano Publio Vegezio e Cicerone. Altre opera: è inoltre autore di un altro breve poemetto, “il Favolello”, di una “Rettorica” volgarizzamento e commento del De inventione di Cicerone, nonché dei volgarizzamenti di tre orazioni ciceroniane (Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiòtaro). Jauss, Alterità e modernità della letteratura medievale, Boringhieri S. Sarteschi, Dal "Tesoretto" alla "Commedia": considerazioni su alcune riprese dantesche dal testo di Latini, in "Rassegna di letteratura italiana", B. Latini, Tresor; G. Beltrami Squillacioti Torri e S. Vatteroni” (Torino, Einaudi); A. D'Agostino, Itinerari e forme della prosa, in Storia della letteratura italiana” (Roma, Salerno); Tresor. Beltrami, Squillacioti, Torri, Plinio, Torino). Aggiunte (e una sottrazione) al censimento dei codici delle versioni italiane del "Tresor”, Medioevo romanzo, La tradizione dei volgarizzamenti toscani del Tresor con un'edizione critica della redazione alfa. Verona. Edizione del volgarizzamento toscano. La colonna posta dove è stata riscoperta la sua tomba, Santa Maria Maggiore; “Livres dou Tresor” (Vineggia, per Gioan Antonio et fratelli da Sabbio, ad instanza di N. Garanta et Francesco da Salo); Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Tesoretto. In G. Contini, Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano. A scuola con ser Brunetto. Indagini sulla ricezione dal Medioevo al Rinascimento. Atti del convegno di studi, Basilea, I. Maffia Scariati, Firenze, Galluzzo, D'Arco Silvio Avalle, Ai luoghi di delizia pieni, Ricciardi, Milano, A. Carrannante, "Implicazioni dantesche: Brunetto Latini (Inf. XV)", "L'Alighieri", Enciclopedia dantesca, ad vocem, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, P. Fornari, Dante e Brunetto, Co-Op, Varese, Poi in: Pro Dantis virtute et honore, Co-Op Varese, L. Frati, Brunetto Latini speziale, "Il giornale dantesco", F. Maggini, La «Rettorica» Latini, Firenze, Galletti e Cocci, U. Marchesini, Due studi biografici, Atti dell'Istituto Veneto", "La posizione del Latini nel canto XV dell'Inferno dantesco"). Merlo, E se Dante avesse collocato Brunetto Latini tra gli uomini irreligiosi e non tra i sodomiti?, "La cultura", Poi in: Saggi glottologici e letterari, Hoepli, Milano, Fausto Montanari, "Cultura e scuola", Antonio Padula, Il Pataffio, Dante Alighieri, Milano, Roma e Napoli, Manlio Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel canto XV dell'Inferno, "Lettere italiane"(poi in: Letture classensi, Longo, Ravenna; "Representations", R. Santangelo, "Tutti cherci e litterati grandi e di gran fama": "Il sogno della farfalla. Rivista di psicoanalisi", M. Scherillo, Alcuni capitoli della biografia di Dante, Loescher, Torino Thor Sundby, Della vita e delle opera (Monnier, Firenze); Alighieri Storia di Firenze Divina Commedia, Il Favolello Il Tesoretto. Treccan Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, sRegesta Imperii, su opac.regesta-imperii.de. Portal, su florin.ms. G. Orto, L.. Tommaso Giartosio, Dante e Brunetto Latini. Tratto da: Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, Feltrinelli, Milano, Concordanze del libro del Tesoretto, su classicis tranieri, Li livres dou trésor, ed. par Polycarpe Chabaille, Paris M. Giacomelli. La rettorica. Qui comincia lo 'usegnamento di rettorica, lo quale è ritratto in vulgare de' libri di Tullio e di molti filosofi per ser Burnetto Latino da Firenze. Là dove è la lettera grossa si è il testo di Tullio, e la lettera sottile sono le parole de lo sponitore. Incomincia il prologo. Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se la copia del DICERE e lo sommo studio dell’ELOQUENZA àe fatto più bene o più male agl’uomini et alle città. Però che quando considero li dannaggii del nostro comune e raccolgo nell' animo l’antiche aversitadi delle grandissime città, veggio che non picciola parte di danni v’è messa per uomini molto parlanti sanza sapienza. Qui parla lo sponitore. RETTORICA èe SCIENZA di due manière. Una la quale insegna dire, e di questa tratta Tulio nel suo saggio. L’altra insegna dittare, e di questa, perciò che esso non ne trattò cosi del tutto apertamente, si nne tratterà lo sponitore nel processo del saggio, in suo luogo e tempo come si converrà. Rettorica s' insegna in due modi, altressì come l’altre scienzie, cioè di fuori e dentro.Verbigrazia: Di fuori s'insegna dimostrando che è rettorica e di che generazione, e quale sua materia e lo suo officio e le sue parti e lo suo propio strumento e la fine e lo suo artifice. Ed in questo modo tratta BOEZIO nel quarto della Topica. Dentro s'insegna questa arte quando si dimostra che sia da fare sopra LA MATERIA DEL DIRE e del dittare, ciò viene a dire come si debbia fare lo exordio e la narrazione e L’ALTRE PARTI DELLA DICIERIA o della pistola, cioè d'una lettera dittata. Ed in ciascuno di questi due modi ne tratta Tulio in questo suo saggio. Ma in perciò che Tulio non dimostra che sia rettorica né quale è '1 suo artefice, sì vuole lo sponitore per più chiarire l'opera dicere l'uno e l'altro. Ed èe rettorica una scienzia DI BENE DIRE, ciò è rettorica quella scienzia per la quale noi saperne ORNATAMENTE dire e dittare. Inn altra guisa è così diffinita. Rettorica è scienzia di ben dire sopra la causa proposta, cioè per la quale noi sapemo ornatamente dire sopra la quistione aposta. Anco àe una più piena difiìnizione in questo modo. Rettorica è scienza d'usare piena e PERFETTA ELOQUENZA nelle publiche cause e nelle private. Ciò viene a dire scienzia per la quale noi sapemo parlare pienamente e perfettamente nelle publiche e nelle private questioni. E certo quelli parla pienamente e perfettamente che nella sua diceria mette parole adorne, piene di buone sentenzie. Publiche questioni son quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna città o comunanza di genti. Private sono quelle nelle quali si tratta il convenentre d'alcuna spiciale persona. E ttutta volta è lo 'ntendimento dello sponitore che queste parole sopra '1 dittare altressì come sopra '1 dire siano, advegna che tal puote sapere bene dittare che non àe ardimento o scienzia di profiferere le sue parole davanti alle genti; ma chi bene sa dire puote bene sapere dittare. Avemo detto che è rettorica, or diremo chi è lo suo artifice. Dico che è doppio, uno è rector e l'altro è orator. Verbigi-azia. Rector è quelli che 'nsegna questa scienzia SECONDO LE REGOLE e comandamenti dell'arte. Orator è colui che poi che elli àe bene appresa l'arte, sì l’usa in dire ed in dittare sopra le questione apposte, sì come sono li buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale perciò fue agozetto di Federigo II imperadore di Roma e tutto sire di lui e dello 'mperio. Onde dice Vittorino che orator, cioè lo parlatore, è uomo buono e bene insegnato di dire, lo quale usa piena e perfetta eloquenza nelle cause publiche e private. Ora àe detto lo sponitore che è rettorica, e del suo artifice, cioè di colui che la mette in opera, l'uno insegnando l'altro dicendo. Ornai vuole dicere chi è l'autore, cioè il trovatore di questo saggui, e che fue LA SUA INTENZIONE in questo saggio, e di che tratta, e la cagione per che lo saggio è composto e che utilitade e che tittolo à questo saggio. L' autore di questa opera è doppio. Uno che di tutti i detti de' filosofi che fuoro davanti lui e dalla viva fonte del suo ingegno fece suo libro di rettorica, ciò fue Marco Tulio Cicerone, il più sapientissimo de' romani. Il secondo è Brunetto de’ Latini, cittadino di Firenze, il quale mise tutto suo studio e suo intendimento ad isponere e chiarire ciò che Tulio dice. Ed esso è quella persona cui questo saggio appella sponitore, cioè ched ispone e fae intendere, per lo suo propio detto e de' filosofi e maestri che sono passati, il saggio di Tulio, e tanto più quanto all'arte bisogna di quel che fue intralasciato nel saggio di Tulio, sì come il buono intenditore potràe intendere avanti. La sua intenzione fue in questa opera dare insegnamento a colui per cui amore e' si mette a fare questo trattato de parlare ornatamente sopra ciascuna questione proposta. Et e' tratta secondo la forma del saggio di CICERONE di tutte le parti generali di rettorica. Verbigrazia. L’invenzione, cioè, il trovamento di ciò che bisogna sopradire alla materia proposta; e dell'altre iiij° secondo che sono nel secondo saggio che CICERONE fa ad Erennio suo amico, sopra le quali il conto dirà ciò che ssi converrà. La cagione per che questo saggio è fatto si è cotale, che Latini, per cagione della guerra la quale fue traile parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte guelfa, la quale si tenea col papa e colla chiesa di Roma, fue cacciata e sbandita della terra. E poi si n'anda in Francia per procurare le sue vicende, e là trova uno suo amico della sua città e della sua parte, molto ricco d'avere, ben costumato e pieno de grande senno, che Ili fece molto onore e grande utilitade, e perciò l'apella suo porto, sì come in molte parti di questo saggio pare apertamente; et era parlatore molto buono naturalmente, e molto disidera di sapere ciò che' savi aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore Latini, lo quale era l)uono intenditore di lettera et era molto intento allo studio di rettorica, si mette a fare questo saggio, nella quale mette innanzi il testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua scienzia e dell'altrui quello che fa mistieri. L' utilitade di questo saggio è grandissima, però che ciascuno che sa bene ciò che comanda lo libro e l'arte, sì sa dire interamente sopra la questione apposta. E in questo punto si parte elli da questa materia e ritorna al propio intendimento del testo. In questa parte dice lo sponitore che CICERONE, vogliendo che rettorica fosse amata e tenuta cara, la quale al suo tempo e avuta per neente, mise davanti suo prolago in guisa di bene savi, nel quale purga quelle cose che pareano a lui gravose. Che si come dice BOEZIO nel commento sopra la Topica, chiunque scrive d'alcuna materia dee prima purgare ciò che pare a lui che sia grave; e così fa CICERONE, che purga tre cose gravose. Primieramente i mali che veniano per copia di dire. Apresso la sentenza di Platone, e poi la sentenza d'Aristotele. La sentenza di Platone e che rettorica non è arte, ma è NATURA per ciò che vede MOLTI BUONI DICITORI PER NATURA e non per insegnamento d'arte. La sentenza d'Aristotile fa cotale, che rettorica è ARTE, ma REA, per ciò che per eloquenza parca che fosse a venuto più male che bene a' comuni e a' divisi. Onde CICERONE purgando questi tre gravi articoli procede in questo modo. Che in prima dice che sovente e molto ae pensato che effetto proviene d'eloquenza. Nella seconda parte pruova lo bene e '1 male chende venia e qual più. Nella terza parte dice tre cose. In prima, dice che pare a lui di sapienzia; apresso dice che pare a lui d' eloquenzia. E poi dice che pare a lui di sapienza ed eloquenzia congiunte insieme. Nella quarta parte sì mette le pruove sopra questi tre articoli che sono detti, e conclude che noi dovemo studiare in rettorica, recando a ciò molti argomenti, li quali muovono d' onesto e d' utile e lo possibile e necessario. Nella quinta parte mostra di che e come egli tratta in questo saggio. E poi che nel suo cuminciamento dice come molte fiate e lungo tempo pensa del bene e del male che fosse advenuto, immantenente dice del male per accordarsi a' pensamenti delli uomini che si ricordano più d'uno nuovo male che di molti beni antichi; e cosi Tulio, mostrando di non ricordarsi delli antichi beni, s' infigne di biasraare questa scienzia per potere più di sicuro lodare e difendere. E per le sue propie parole che sono scritte nel testo di sopra potemo intendere apertamente che in queste medesime parole ove dice che i mali che per eloquenza sono advenuti e che non si possono celare, in quelle medesime la difende abassando e menimando la malizia. Che là dove dice dannaggi si suona che siano lievi danni de' quali poco cura la gente. E là dove dice del nostro comune altressì abassa del male, acciò che più cura l'uomo del propio danno che del comune; e dicendo NOSTRO comune intendo ROMA, però che Cicerone e cittadino di Roma nuovo e di non grande altezza; ma per lo suo senno fue in sì alto stato che TUTTA ROMA si tenea alla sua parola, e fue al tempo di Catellina, di Pompeio e di Giulio Cesare, e per lo bene della terra fue al tutto contrario a Catellina. Et poi nella guerra di Pompeio e di Giulio Cesare si tenne con Pompeio, sicome tutti ' savi eh' amano lo stato di Roma. E forse l'appella nostro comune però che ROMA èe capo del mondo e comune d'ogne uomo. Et là dove dice l'antiche adversitadi altressì abassa il male, acciò che delli antichi danni poco curiamo. Et là dove dice grandissime cittadi altressì abassa '1 male, però che, sì come dice il buono poeta LUCANO, non è conceduto alle grandissime cose durare lungamente; e l'altro dice che le grandissime cose rovinano. E così non pare che eloquenza sia la cagione (iel male che viene alle grandissime città. E là dove dice che danni sono advenuti per nomini molto parlanti 'sanza sapienza, manifestamente abassa '1 male e difende rettorica, dicendo che '1 male è per cagione di molti parlanti ne' quali non regna senno. E non dice che il male sia per eloquenza, che dice Vittorino. Questa parola eloquenza suona bene. E del bene non puote male nascere. Questo è bello colore rettorico, difendere quando mostra di biasmare ed accusax'e quando pare che dica lode. E questo modo di parlare àe nome INSINUAZIONE, O IMPLICATURA, del quale dice il saggio in suo luogo. Et qui si parte il conto da quella prima parte del prologo nella quale CICERONE dice il suo pensamento ed dice li mali avenuti, e ritorna alla seconda parte nella quale dimostra de' beni che sono pervenuti per eloquenza. Sì come quando ordino di ritrarre dell'anticiie scritte le cose che sono fatte lontane dalla nostra ricordanza per loro antichezza, intendo che eloquenza congiunta con ragione d'animo, cioè con sapienza, piìie agevolemente àe potuto conquistare e mettere inn opera ad edifficare cittadi, a stutare molte battaglie, fare fermissime compagnie et anovare santissime amicizie. Poi che Cicerone divisa li mali che sono per eloquenza, sì divisa in questa parte li beni, e CONTA PIU BENI CHE MALI perciò che più intende alle lode. E nota che dice son messe ordinatamente acciò che prima si raunaro gli uomini insieme a vivere ad una ragione et a buoni costumi et a multiplicare d' avere ; e poi che furo divenuti ricchi montò tra lloro invidia e per la 'nvidia le guerre e le battaglie. Poi li savi parladori astutaro le battaglie, et apresso gl’uomini fecero compagnie usando e mercatando insieme; e di queste compagnie cuminciaro a ffare ferme amicizie per eloquenzia e per sapienzia. 3. Ma ssi come dice e signifficano queste parole, per più chiarire l'opera è bene convenevole di dimostrare qui che è cittade e che è compagno e che è 15. amico e che è sapienzia e che è eloquenzia, perciò che Ilo sponitore non vuole lasciare un solo motto donde non dica tutto lo 'ntendimento. Che è cittade. Cittade èe uno raunamento di gente fatto per vivere a ragione; onde non sono detti cittadini 20. d'uno medesimo comune perchè siano insieme accolti dentro ad uno muro, ma quelli che insieme sono acolti a vivere ad una ragione. Che è compagno. Compagno è quelli che per alcuno patto si congiugne con un altro ad alcuna cosa fare; e di questi dice Vittorino che se sono fermi, per eloquenzia poi divegnono fermissimi. Che è amico. Amico è quelli che per uso di simile vita si congiugne con un altro per amore insto e fedele. Verbigrazia: Acciò che alcuni siano amici conviene che siano d'una vita e d'una costumanza, e però dice «per uso di simile vita » ; e dice « giusto amore » perchè non sia a cagione di luxuria o d' altre laide opere ; e dice « fedele i'-in compimento dell'altre parole ecc. Jf' cioè hediDcar .»/ aslroppiarc, m a storpiare caunano, corretto poi in raunarono Af ad avere una ragione, m "al avere una medesima ragione M l'uno, -If' fuor {cfr. Tesor., vii, 54) il' montò loro M-m parlando anno attutato - le guerre il.' M forme amicitio, »» forme d'amie i^:mdichono i^.- m dimostrare quello io.- Af' 7 che sapientla 7 che eloq. .»/' volle intralasciare de genti V-m raccolti - SI: m rachollì 25: M son S7 : M-m che è coiiipannia M' si i> 28 : .V ad un altro 3U' porciò 31 . .tf ' conduco insto am. fcerlo per scambio dell'abbreviatura di et con quella di con) U ad altre amore » perchè non sia per gnadagneria o solo per utilitade, ma sia per constante vertude. Et cosi pare manifemente che quella amistade eh' è per utilitade e per dilettamento nonn è verace, ma partesi da che '1 diletto e l'uttilitade menoma. Che è sajoiemia. Sapienzia è comprendere la verità delle cose si come elle sono. Che è eloquenzia. Eloquenzia è sapere dire addome parole guernite di buone sentenzie. 10. TnUio. Et così me lungamente pensante la ragione stessa mi mena in questa fermissima sentenza, che sapienzia sanza eloquenzia sia poco utile a le cittadi, et eloquenzia sanza sapienza è spessamente molto dampnosa e nulla fiata utile. Per la qual cosa, se alcuno in l.ó. tralascia li dirittissimi et onestissimi studii di ragione e d'officio e consuma tutta sua opera in usare sola parladura, cert' elli èe cittadino inutile al sé e periglioso alla sua cittade et al paese. Ma quelli il quale s' arma sie d'eloquenzia che non possa guerriere contra il bene del paese, ma possa per esso pugnare, questo mi pare uomo e 20. cittadino utilissimo et amicissimo alle sue (>) et alle publiche ragioni. Lo sponitore. Poi che CICERONE ha dette le prime due parti del suo prologo, si comincia la III parte, nella quale dice tre cose. Imprima dico che pare a llui di sapienzia, infino là dove 25. dice : « Per la qual cosa ». Et quivi comincia la seconda, nella quale dice che pare a llui d'eloquenzia, infino là ove dice : « Ma quello il quale s' arma ». Et quivi comincia la terza, ne la quale dice che pare a llui dell'una e dell'altra giunte insieme. 3: M' om. e 4: M- pdesi m diloclamento 7 l'util., .tf' l'utilitade 1 diloclo 8-9: .»/ ad ongno parole, m ogni paroleM-m om. sia.... sapienza i-J : M' om. molto ^ i5: M-m lassa indireotissimi (m idireuissimi) IG: M-m sola la parlatura 18: 3l-m sama .)/ giuriare, m ingiuriare Ì9-20.- .1/ luiomo cittadino, »i mi pare cittadino .V-»i a' suoi .?3 • .1/ conincìa S4 : M insini, .)/' inlìn là ove (cfr. Tcsnr.. xi, 1074) So: yr-ìii dice jiarla M-m qui - 26: M insino m là dove M-m la (|ual dice. (1) Questa lezione è oonfennata dal § 5 del coniuiento: « utile a ssè et al suo paese. Onde dice Vittorino: Se noi volemo mettere avacciamente in opera alcuna cosa nelle cittadi, sì ne conviene avere sapienzia giunta con eloquenzia, però che sai)ienzia sempre è tarda. Et questo appare manifestamente in alcuno V 5. savio che non sia parlatore, dal quale se noi domandassimo uno consiglio certe noUo darebbe tosto cosìe come se fosse bene parlante. Ma se fosse savio e parlante inmantenente ne farebbe credibile di quel che volesse. 3. Et in ciò che dice Tulio di coloro che 'ntralasciano li studii di ragione e d' officio, intendo là dove dice « ragione » la sapienzia, e là dove dice « officio » intendo le vertudi, ciò sono prodezza, giustizia e l'altre vertudi le quali anno officio di mettere in opera che noi siamo discreti e giusti e bene costumati. Et però chi ssi parte da sapienzia e da le vertudi e studia 15. pure in dire le parole, di lui adviene cotale frutto che, però che non sente quel medesimo che dice, conviene che di lui avegna male e danno a ssè et al paese, però che non sa trattare le propie utilitadi uè Ile (i) comuni in questo tempo e luogo et ordine che conviene. 5. Adunque colui che ssi mette 1' arme d' eloquenzia è utile a ssè et al suo paese. Per questa arme intendo la eloquenzia, e per sapienzia intendo la forza; che sì come coli' arme ci difendiamo da' nemici e colla forza sostenemo 1' arme, tutto altressì per eloquenzia difendemo noi la nostra causa dall'aversario 2.5. e per sapienzia ne sostenemo (2) di dire quello che a noi potesse tenere danno. Et in questa parte è detta la terzia parte del prologo di Tulio. 6. Dunque vae il conto alla quarta parte del prologo, per provare ciò eh' è detto davanti et a conducere che noi dovemo studiare in rettorica i : M Lande M' avacciatamente, ma L avacciamente S: m si cci conv. 0; m ODI. cosio, M e' noi darebb»; cos'i tosto M' credibile quello, m di quello .)/' disse 10: .Vi om. il 2' et 12: .»/' et altro 13: .»f' che non siano i4.- .V-m dall'altre vertufli 15:m adiviene 16 : jn a lini : solo L nelle ; (jli altri mss. e S nelli (.)/' nel!) -19: M Adunque che colui 22: M-m torma M ne dil'ondono, m noi ci difendiamo 23: il l'armi - 23-24: Af difendo m così altresì la eloquenzia difendo noi dal nostro aversario la nostra cliausa 25: m om. ne; S non sostenemo 26: m a noi potesse avejjire (li danno, .V che noi potessimo tenere danno 28-29: m dinanzi e; Jfi om. et. (1) Cos'i richiede il senso; la lezione nelli ò nata certamente dall'aver preso l'aggettivo comuni per un sostantivo. (2) Intendo ne sostenemo = « ci tratteniamo, ci asteniamo », coni' è richiesto dal senso e secondo gli esempii citati dal Vocabolario della Crusca. per avere eloquenzia e sapienzia: e sopra ciò reca Tulio molti argomenti, li quali debbono e possono così essere, e tali che conviene che sia pur così, e di tali eh' è onesta cosa pur di cosi essere ; e sopra ciò ecco il testo di Tulio CICERONE in lettera grossa, e poi seguisce la disposta in lettera sottile secondo la forma del libro. Tullio CICERONE. Dunque se noi volemo considerare il principio d'eloquenzia la quale sia pervenuta in uomo per arte o per studio o per usanza lo. per forza dì natura, noi troveremo che sia nato d'onestissime cagioni e che ssia mosso d'ottima ragione, (e. li) Acciò che fue un tempo che in tutte parti isvagavano gli uomini per li campi in guisa di bestie e conduceano lor vita in modo di fiere, e facea ciascuno quasi tutte cose per forza di corpo e non per ragione l.j. d'animo; et ancora in quello tempo la divina religione né umano officio non erano avuti in reverenzia. Neuno uomo avea veduto legittimo managio, nessuno avea connosciuti certi figliuoli, né aveano pensato che utilitade fosse mantenere ragione et agguallianza. E così per errore e per nescìtade la cieca e folle ardita signorìa dell'animo, cioè la cupìditade, per mettere in opera sé medesima misusava le forze del corpo con aiuto dì pessimi seguitatori. Lo sponitore. In questa parte del prologo vogliendo Tulio CICERONE dimostrare che ELOQUENZA nasce e muove jper cagione e 2.5. per ragione ottima et onestissima, sì dice come in alcuno tempo erano gli uomini rozzi e nessci come bestie; e del 3: ìl-m tale .1/' jdii' che cosi sia - 4 : m pure ili dovere così essere-, .1/' de pur essere .5 J/ ' la spositione 9-tO: .»/' o per l'orca di natura o per usanca H: m d'ottime chagioni 7 ragione 12: il-m in tempo 13: it^ lor vita per li campi in modo de bestie 7 de fiere 14: i/' om. e [non p. r.| M maritaggio M iihylosofi, m lilosafi 18: M j gualianoa - 19: il^-L ignoranza, m necessitade .»A' la cieca la folle 7 ardita 20: M-m per mette M-m (fuivi susavano, l. masusavano 21:31' seguitori 23: M-1U nm. quarta 24: m om. e per ragione 26: il' nefa, m noscii. l'uomo dicono li filosofi, e la santa scrittura il conferma, che egli è fermamento di corpo e d' anima razionale, la quale anima per la ragione eh' è in lei àe intero conoscimento delle cose. 2. Onde dice Vittorino: Sì come menoma la forza 5. del vino per la propietade del vasello nel quale è messo, cosie r anima muta la sua forza per la propietade di quello corpo a cui ella si congiunge. Et però, se quel corpo è mal disposto e compressionato di mali homori, la anima per gravezza del corpo perde la conoscenza delle cose, sì che appena puote discernere bene da male, sì come in tempo passato neir anime di molti le W quali erano agravate de' pesi de' corpi, e però quelli uomini erano sì falsi et indiscreti che non conosceano Dio né lloro medesimi. Onde misusavano le forze del corpo uccidendo l'uno l'altro, tol 15. liendo le cose per forza e per furto, luxuriando malamente, non connoscendo i loi'o proprii figliuoli né avendo legittime mogli. Ma tuttavolta la natura, cioè la divina disposizione, non avea sparta quella bestialitade in tutti gli uomini igualmente; ma fue alcuno savio e molto bello dici 20. tore il quale, vedendo che gli uomini erano acconci a ragionare, usò di parlare a lloro per recarli a divina connoscenza, cioè ad amare Idio e '1 proximo, sì come lo sponitore dicerà per innanzi in suo luogo; e perciò dice Tulio nel testo di sopra che eloquenzia ebbe cominciamento per 25. onestissime cagioni e dirittissime ragioni, cioè per amare Idio e '1 proximo, che sanza ciò l' umana gente non arebbe durato. 4. Et là dove dice il testo che gli uomini isvagavano per li campi intendo che non aveano case né luogo, 1: M' i figluoli (corretto poi lilosofi) M' sucra S : M' eh ehi ì\ l'ormato 3: intero è in M'-L; il lùlo (incerto?), m inerito 4: M Ondee 7 : m al (|uale 8: M-m mali hiiomini 9: m per la gravezza .«' de corpo iO: M bone dal mali', hi il bone dal male il: M'-L animo .V-m i quali erano agravate, M'-L li quali orano aggravati i2: W del peso de corpi, L de' pesi del corpo V in lor medesimo 14: lU-m Ivi susavano 18: M-m nonn ào M bestilitade 10: M' oiii. savio o SI: W tralloro 23: M' qa\ dinanzi - S4: W e cornine, >S ha cornine. 26-27: »l' non averla durata, L non avrìa durato i« K colà. (1) È lezione congetìurale, ma l'unica possìbile : le quali si cambiò facilmente in li quali (o i quali) per effetto del molti che precedeva, e da li quali, naturalmente, venne in M'-L anche il maschile angraoati invece di aggravate. Che si tratti solo delle animo risulta da tutto il periodo, e in particolare dallo parole - la anima per gravezza del corpo ». ma andavano qua e là come bestie. 5. Et là dove dice che viveano come fiere intendo che mangiavano carne cruda, erbe crude et altri cibi come le fiere. 6. Et là dove dice « tutte cose quasi faceauo per forza e non per ragione » 5. intendo che dice « quasi » che non faceano però tutte cose per forza, ma alquante ne faceano per ragione e per senno, cioè favellare, disidejare et altre cose che ssi muovono dall' animo. Et là dove dice che divina religione non era reverita intendo che non sapeano che Dio (D fosse. Et là dove dice dell' umano ofiìcio intendo che non sapeano vivere a buoni costumi e non conosceano prudenzia né giustizia né l'altre virtudi. Et là dove dice che non mauteneano ragione intendo « ragione » cioè giustizia, della quale dicono i libri della legge che giustizia è perpetua e 15. ferma volontade d'animo che dae a ciascuno sua ragione. Et là dove dice « aguaglianza » intendo quella ragione che dae igual i)ena al grande et al piccolo sopra li eguali fatti. Et là doye dice « cupiditade » intendo quel vizio eh' è contrario di temperanza; e questo vizio ne -conduce 20. a disidei-are alcuna cosa la quale noi non dovemo volere, et inforza nel nostro animo un mal signoraggio, il quale noi permette rifrenare da' rei movimenti. 12. Et là dove dice « nescitade » intendo eh' è nnone connoscere utile et inutile; e però dice eh' è cupidità cieca per lo non sapere, 25. e che non conosce il prode e '1 danno. 13. Et là dove dice « folle ardita » intendo che folli arditi sono uomini matti e ratti a ffare cose che non sono da ffare. 14. Et là dove dice « misusava le forze del corpo » intendo misusare cioè i-2: M-m om. Et là.... come licre 3 : M erbi ciiiili, .1/' 7 erbe crude 4-6: m l'aceano quasi per forza; poi, saltando al 2° forza, continua: ma al([uanle ecc. 7: .i/'-L dice quasi perciò ke ne faciano | tutte cose per forza 7 non per ragione intendo Ice dice quasi, ma alquante ne faceano M' che muovono 9: M-m chi idio 11: .1/' ne prudenza 14: m' de legge 14-15: m' ferma 7 perpetua voluntà /": .1/ egual 18: M' mìsfacti M lae .V quello e poi rasura su cui altra mano scrisse apetito, t quello che contrario, S quello appetite V om. noi - 22: M-m non permette M-m necessilade, .V ignoranza che non conosce il prode ol danno ~ m intendo che non è m dal danno 27: .M-m e tratti, L orati 2é?: J/ emusavano, jiiemisusavano .u misusere, .V' misure, L misusare m che misusare è usare. Cioè « che Dio esistesse ». Così mi par preferibile per il senso; e la lezione di M-m è facilmente spiegabile da un che Mio diventato eh' idio, chi dio; è vero però che le ragioni paleografiche varrebbero anche per il caso inverso. usare in mala parte ; che dice Vittorino che forza di corpo ci è data da Dio per usarla in fare cose utili et oneste, ma coloro faceano tutto il contrario. Ora à detto lo sponitore sopra '1 testo di Tulio le cagioni per le quali eloquenzia cominciò a parere. Omai dicerae in che modo appario e come si trasse innanzi. Nel quale tempo lue uno uomo grande e savio, il quale cognobbe che materia e quanto aconciamento avea nelli animi delli uomini a grandissime cose chi Ili potesse dirizzare e megliorare per comandamenti. Donde costrinse e raunò in uno luogo quelli uomini che allora erano sparti per le campora e partiti per le nascosaglie silvestre ; et inducendo loro a ssapere le cose utili et oneste, tutto che alla prima paresse loro gravi per loro disusanza, poi T udirò 15. studiosamente per la ragione e per bel dire; e ssì Ili arecò umili e mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà che aveano. Lo sjaonitore. 1. In questa i)arte vuole Tulio dimostrare da cui e come cominciò eloquenzia et in che cose ; et è la tema cotale 20. In quel tempo che Ila gente vivea così malamente, fue un uomo grande per eloquenzia e savio per sapienzia, il quale cognobbe che materia, cioè la ragione che l' uomo àe in sé naturalmente per la quale puote l' uomo intendere e ragio nare, e l'acconciamento a fare grandissime cose, cioè a ttenere i)ace et amare Idio e '1 proximo, a ffai-e cittadi, castella e magioni e bel costume, et a ttenere iustitia et a vivere ordinatamente se fosse chi Ili potesse dirizzare, cioè ritrarre da bestiale vita, e mellioi-are per comandamenti, cioè per insegnamenti e per leggi e statuti che Ili 2: M' om. ci 3-4: M-iii Or o della la sposilione 5: M-m loninciò (hi coro). 7 pare M' oggimai 6: M-m apparve 8: il' uno buono iO: 31' adrinure 12: M-m per campora 12-13: M-w le nascose selve 13: M-m et facciendo loro assapere 14: M' grave - L'i: M' si Hi recò 16: M' crudelilà 23: M-m nm. l'uomo 24 : M-m el lo ncomincianiento, L el chominciamenlo 25: M'el ad amare ~ 26: M' 7datener 27: M' chi le polesse adrifrure - m om. potesse 28: M' enirare da b. v. afrenasse (1). 2. Et qui cade una quistione, che potrebbe alcuno dicere: « Come si potieno melliorare, da che non erano buoni? >. A cciò rispondo che naturalmente era la ragione dell'anima buona; adunque si potea migliorare nel 5. modo eh' è detto. 3. Donde questo savio costrinse - e dice che i « costrinse » però che non si voleano raunare - e raunò - e dice « raunò » poi che elli vollero. Che '1 savio uomo fece tanto per senno e per eloquenzia, mostrando belle ragioni, assegnando utilitade e metendo del suo in 10. dare mangiare e belle cene e belli desinari et altri piaceri, che ssi raunaro e patiero d'udire le sue parole. Et elli insegnava loro le cose utili dicendo: « State bene insieme, aiuti l'uno l'altro, e sarete sicuri e forti; fate cittadi e ville *. Et insegnava loro le cose oneste dicendo : « Il pic 15. colo onori il grande, il figliuolo tema il suo padre » etc. Et tutto che, dalla prima, a questi che viveano bestialmente paresser gravi amonimenti di vivere a ragione et ad ordine, acciò eh' elli erano liberi e franchi naturalmente e non si voleano mettere a signoraggio, poi, udendo il bel dire 20. del savio uomo e considerando per ragione che larga e libera licenzia di mal fare ritornava in lor gi"ave destruzione et in periglio de l'umana generazione, udirò e miser cura a intendere lui. Et in questa maniera il savio uomo li ritrasse di loro fierezza e di loro crudeltade - e dice « fierezza » perciò che viveano come fiere; e dice « crudeltade » perciò che '1 padre e '1 figliuolo non si conosceano, anzi uccidea l'uno l'altro - e feceli umili e mansueti, cioè volontarosi di ragioni e di virtudi e partitori (2) dal male. 1 : m rafrenasse, S affrenassono J/ " Et acade, L e ecci una (\. 2 : il poneno (cerio per falsa lettura di potieno; cfr. Wiese in Zeilsch. f. Rom. Pini., VII, 330, g i33), m il' poteano 4: m dunque 6: it-iii om. che i 9: W l'utilitade i^l' metendo '1 suo 10: m mangiare cene e desinari 19: il sottomettere 20-23: it-m om. e considerando.... il savio uomo 23-24: m si ritrassono 24: il lore fier., M' lor fior, me dalloro crud. 24-25: H-m om. e dice.... crudeltade 26: il' e li figluoli (ma L el figliuolo) - 28: il' partito, l. e'dipirtironsi, s partiti. (1) Parrebbe preferibile la lezióne di &'; ma è significativo il fatto che tutti i mss. abbiano il singolare. Invece di condannarlo come corruzione comune, basta pensare che sostantivi astratti come « insegnamenti, leggi e statuti » siano considerati formanti un complesso unico, sì da farli equivalere al singolare (p.es. «ciò»); e quest'uso del verbo è attestato da un altro passo di Brunetto, IO, 3, e dal Varchi, Ercolano, ediz. Bottari (Firenze Senza ricorrere ai facili accomodamenti, conservo la lezione di M intendendo « partitore » in senso riflessivo : « colui che si parte, che si allontana ». Cfr. Manuzzi. Or à detto CICERONE chi cominciò eloquenzia et intra cui e come; or dicerà per che ragione, eanza la quale non potea ciò fare. Tullio. Per la qual cosa pare a me che Ha sapienzia tacita e povera di parole non arebbe potuto fare tanto, che così subitamente fossero quelli uomini dipartiti dall'antica e lunga usanza et informati in diverse ragioni di vita. Lo sponitore. In questa parte dice Tulio la ragione sanza la quale non si potea fare ciò che fece '1 savio uomo; e dice sapienzia tacita quella di coloro che non danno insegnamento per parole ma per opera, come fanno ' romiti. Et dice « povera di parole » per coloro che '1 lor senno non sanno addornar di parole belle e piene di sentenze a ffar credere ad altri il suo parere. Et per questo potemo intendere che picciola forza è quella di sapienzia s'ella nonn è congiunta con eloquenzia, e potemo connoscere che sopra tutte cose è grande sapienzia congiunta con eloquenzia. Et là dove dice « così subitamente » intendo che quello savio uomo arebbe bene potuto fare queste cose per sapienzia, ma non cosi avaccio né così subitamente come fece abiendo eloquenzia e sapienzia. Et là dove dice « in diverse ragioni di vita » intendo che uno fece cavalieri, un 25. altro fece cherico, e così fece d'altri mistieri. Tullio. 7. Et così, poi che Ile cittadi e le ville fuoron fatte, impreser gli uomini aver fede, tener giustizia et usarsi ad obedire l'uno l'altro per propia volontarie et a sofferire pena et affanno non solamente 2 : M-m om. e come sanza (luale 5: M-m Per ((ualcosa - 7 : M' luioniiiii quelli 13: M' i romiti, m li romiti 14: M-m alloro senno, L in loro senno i7: M-m om. che i9: M' giunta 22: Af' si avaccio 23: M-m om. e sapienzia 28: m ad avere lede 7 tenere.... adusarsi M l'uno a l'altro. A qualcuno e sapienzia potrà sembrare un'aggiunta arbitraria; ma siccome non è inutile, preferisco mantenerlo. per la comune utilitade, ma voler morire per essa mantenere. La qual cosa non s'arebbe potuta fare d) se gli uomini non avessor potuto dimostrare e fare credere per parole, cioè per eloquenzia, ciò che trovavano e pensavano per sapienzia. 8. Et certo chi avea forza e 5. podere sopra altri molti non averla patito divenire pare di coloro ch'elli potea segnoreggiare, se non l'avesse mosso sennata e soave parladura; tanto era loro allegra la primiera usanza, la quale era tanto durata lungamente che parea et era in loro convertita in natura. Donde pare a me che così anticamente e da prima nasceo e mosse eloquenzia, e poi s'innalzò in altissime utilitadi delli uomini nelle vicende di pace e di guerra. Lo sponitore. I. In questa parte dice Tulio che cciò che sapienzia non avrebbe messo in compimento per sé sola, ella fece 15. avendo in compagnia eloquenzia; e però la tema èe cotale: Si come detto è davanti, fuoro gli uomini raunati et insegnati di ben fare e d'amarsi insieme, e però fecero cittadi e ville; poi che Ile cittadi fuor fatte impresero ad avere fede. Di questa parola intendo che coloro anno fede che 20. non ingannano altrui e che non vogliono che lite né discordia sia nelle cittadi, e se vi fosse sì la mettono in pace. Et fede, sì come dice un savio, è Ila speranza della cosa promessa; e dice la legge che fede è quella che promette l'uno e l'altro l'attende. Ma Tulio medesimo dice in un altro libro delli offici che fede è fondamento di giiistizia, veritade in parlare e fermezza delle promesse; e questa ée quella virtude eh' é appellata lealtade. E così sommatamente loda Tulio eloquenzia con sapienzia congiunta, che 2: ilf'-£ potuto - M' om. non 4: Jlf> Certo 5: M-m vinavea charebbono potuto divenire paii 6: M-m chelli poteano, M^-L cui potea M-m santa 7: M^-L allegrezza 8-9 : M era converita la loro natura, m era convertila in loro natura 9 : m onde 14-15: M^ il fece in compagnia d'eloquentia.... si ò cotale M-m detto oe dinanci 19: 3/' fede, 7 di q. p. PO : M^ om. e o discordia 21-22: M-m in pace et in fede m om. è - 23: M^ quello, ma L quella 26: M-m et intermezza M' delenpromesse 27: M legheltade (?«a cfr. Texor., XVII, 15) M somatamente, m asommatam. congiunta con sapienzia. (1) Sarà certo da legger così, e non sarebbe si sarebbe, poiché di quest'uso dell' ausiliare avere presso gli antichi non mancano esempli sicuri : cfr. la nota di M. Barbi nella sua ediz. della Vita Nuova, 2, e ciò che aggiunse il Parodi in Bullett. della Soc. Bant. Lo stesso si dica per s'arebhono del commento, sanza ciò le grandissime cose non s'arebbono potute mettere in compimento, e dice che poi àe molto de ben fatto in guerra et in pace. Et per questa parola intendo che tutti i convenenti de' comuni e delle speciali persone corrono per due stati o di pace o di guerra, e nell' uno e nell'altro bisogna la nostra rettorica sì al postutto, che sanza lei non si potrebbono mantenere. Tullio. Ma poi che Ili uomini, malamente seguendo la vìrtude sanza 10. ragione d'officio, apresero copia di parlare, usaro et inforzaro tutto loro ingegno in malizia, per che convenne che ile cittadi sine guastassero e li uomini si comprendessero di quella ruggine, (e. Ili) Et poi che detto avemo la cumincianza del bene, contiamo come cuminciò questo male. Poi che CICERONE avea detto davanti i beni che sono advenuti per eloquenzia, in questa parte dice i mali che sono advenuti per lei sola sanza sapienzia; ma perciò che Ila sua intentione è più in laudarla, sì appone elli il male a coloro che Ila misusano e non a Ilei. 2. Et sopra ciò la tema è cotale: Furono uomini folli sanza discrezione, li quali, vegga ndo che alquanti erano in grande onoranza e montati in alto stato per lo bell.o parlare ch'usavano secondo li comandamenti di questa arte, sì studiaroO solo in parlare e tralasciare lo studio di sapienzia, e divennero sì copiosi in dire che, per l'abondanza del molto parlare sanza condimento di senno, che (2) cumìnciaro a mettere cioè 2: M-in che poi {ni, om. poi) a molli a Dio ben facto -J: M om. duri stali i 1 : M conviene, M' conveiiia IS: M-m om. e li uomini si comprendessero 13: M \a cunincianza (e cluininciò)3/' il cuminciamento 16: m ave... dinanzi 18: M^ dopo advenuti ripete per eloquenlia in quesUi parte (ma ri son trticiie di etpunzione) 19: m om. elli 20: M El perciii 24: M' il comandamento.... studiavano 25 : ilf intralassai-o, m e lasciaro - 20: M' de molto m om. elio. (1) Invece di si studiavo credo preferibile studiavo in senso assoluto, come già si è trovato, 3, § e studia puro in dire le parole. Sintatticamente questo che ò pleonastico; ma ò attestato da ambedue le famiglie di codici e non costituisce una rarità per il nostro volgare antico (anzi, per Brunetto stesso, cfr. IO, 1: avegna che ma tutta volta). sedizione e distruggi mento nelle cittadi e ne' comuni et a corrompere la vita degli uomini; e questo divenia però ch'ellino aveano sembianza e vista di sapienzia, della quale erano tutti nudi e vani. 3. Et dice Vittorino che eloquenzia 5. sola èe appellata « la vista », perciò che ella fae parere che sapienzia sia in coloro ne' quali ella non fae dimoro. Et queste sono quelle persone che per avere li onori e F uttilitadi delle comunanze parlano sanza sentimento di bene; così turbano le cittadi et usano la gente a perversi costumi. Et poi dice Tulio: Da che noi avemo contato '1 principio del bene, cioè de' beni che avenuti erano per eloquenzia, si è convenevole di mettere in conto la 'ncumincianza del male chende seguitò. Et dice in questo modo nel testo: Tullio tratta della comincianza del male 15. adveniito per eloquenzia. Et certo molto mi pare verisimile: in alcuno tempo gli uomini che non erano parlatori et uomini meno che savi non usavano tramettersi delle publiche vicende, e che W gli uomini grandi e savi parlieri non si trametteano delle cause private. E con ciò 20. fosse cosa che sovrani uomini regessero le grandissime cose, io mi penso che furo altri uomini callidi e vezzati i quali avennero a trattare le picciole controversie delle private persone; nelle quali controversie adusandosi gli uomini spessamente a stare fermi nella bugia incontra la verità, imperseveramento di parlare nutricò arditanza 25. 11. Sì che per le 'ngiurie de' cittadini convenne per necessitade che' maggiori si contraparassono agli arditi e che ciascuno atoriasse le sue bisogne; e così, parendo molte fiate che quello eh' avea impresa sola eloquenzia sanza sapienzia fosse pare o talora più innanzi che quello che avea eloquenzia congiunta con sapienzia, i-2: m nelle loro ciltadi M' om. et a corr.... uomini 2: m avenia 3 kelli aveano sombianca de giusta sap. 4: m om. Et 6: M' li quali 7: M' questi 10: m om. Et 11: M' bone kavenuto era - 12: 1/' il cominciamento i3: Jlf chende seguita, j/i che ne seguita - 16: M et certo mo, la Certo modo M meno di savi, m ch'erano meno che savi 17-18: M-m non sapeano, L non osavano M-m om. e 19: Jlf sintrametteano dele cose 21: M-m om. uomini M verrali 3f' vennero 22: M' om. delle pr.... controversie 23: M-m om. spessamente 24: M' il persev. - 26: M' aiutasse m adornasse 29: M' giunta. Un costrutto più regolare si avrebbe sopprimendo il che o inserendone un altro dopo verisimile; appunto. per questo conservo' il che, non sembrando probabile che un copista volesse complicare di suo. Questa maggiore libertà sintattica non è nuova. aveni'a che, per giudicio di moltitudine di gente e di sé medesimo paresse essere degno di reggiere le publiche cose. E certo non ingiustamente, poi che' folli arditi impronti pervennero ad avere reggimenti delle comunanze, grandissime e miserissime tempestanze adveniano molto sovente; per la qual cosa cadde eloquenzia in tanto odio et invidia che gli uomini d'altissimo ingegno, quasi per scampare di torbida tempestade in sicuro porto, così fuggiendo la discordiosa e tumultuosa vita si ritrassero ad alcuno altro queto studio. Per la qual cosa pare che per la loro posa li altri dritti et onesti studii molto perseverati vennero in onore. Ma questo studio di rettorica fue abandonato quasi da tutti loro, e perciò tornò a neente, in tal tempo quando più inforzatamente si dovea mantenere e più studiosamente crescere; perciò che quando più indegnamente la presumptione e l'ardire de' folli impronti manimettea e guastava la cosa onestissima e dirittissima con troppo gravoso danno dei comune, allora era più degna cosa contrastare e consigliare la cosa publica. Della qual cosa non fugìo il nostro Catone né Lelius né, al ver dire, il loro discepolo Àffricano, né i Gracchi nepoti d' Àffricano, ne' quali uomini era sovrana virtude et altoritade acresciuta per la loro sovrana virtude; sì che la loro eloquenzia era grande adornamento di loro et aiuto e mantenimento della comunanza. Lo sponitore. In questa parte divisa Tulio come divennero quelli due mali, cioè turbare il buono stato delle cittadi e corrompere la buona vita e costumanza delli uomini; et avegna che '1 suo testo sia recato in sie piane parole che molto fae da intendere tutti, ma tutta volta lo sponitore dirae alcune parole per più chiarezza. 2. Et è la tema cotale: La elo 1 : M-m avogiia 2: M per essoi-o degno d'essere 7 di reggiere, M' paresse degno de reggere 3: M' poi ke fuor iaiditi in pronti, m enpronti 4-5 : M' pervennero i reggìm. 7 de miserissime tempeste spessamente 7 : M' lempcstande * : M-m la discordia (m echontumulosa) 9 : Tutti i mss. questo, S posato - M-m possa i i : itf ' do tutto loro " i4: M dì [olii 18-19: M ne nelilio - M-m om. nò i G. n. d'AII'ricano Jlf' erano sovrane vertudi 26: M' la vita 7 la buona costumanca - 27: M< suo stato m in se 28: itf' om. tutti, ma M' alcuna parola S9: Af' Et la tema 6 cotale. De la el. ecc. È possibile tanto la lezione di Af quanto quella di m; ma proferisco questa perchè corrisponde alle parole del commento, § 6: « pareano essere degni». Il testo latino ha studium aliquod quieUtm. Lo scambio di queto por questo era facilissimo, e forse risalo r.llo iirimo copio. quenzia mise in sì alto stato i parladori savi e guerniti di senno, che per loro si reggeano le cittadi e le comunanze e le cose publiche, avendo le signorie e li officii e li onori e le grandi cose, e non si trametteano delle cause private, cioè 5. delle vicende delli uomini speciali, né di fare lavoriere né altre picciole cose. Ma erano altri uomini di due maniere: l'una che non erano parlatori, l'autra che non aveano sapienzia, ma erano gridatori e favellatori molto grandi; e questi non si trametteano delle cose publiche, cioè delle signorie e delli officii e delle grandi cose del comune, ma impigliavansi a trattare le picciole cose delle private persone, cioè delli speciali uomini. 3. Intra' quali furono alcuni calidi e vezzati - cioè per la fraude e per la malizia che in loro regnava parea ch'avesse in loro sapienzia-; e questi s' ausarono tanto a parlare che, per molta usanza di dire parole e di gridare sopra le vicende delle speciali persone, montare in ardimento e presero audacia di favellare in guisa d'eloquenzia tanto e sì malamente che teneano la menzogna e la fallacia ferma contra la veritade. Onde, per li grandi mali che di ciò adveniano, convenne che' grandi, ciò sono i savi parladori che reggeano le grandi cose, venissero et abassassero a trattare le picciole vicende di speciali persone, per difendere i loro amici e per contastare a quelli arditi. Et nota che arditi sono di due ma 25. niere : l' una che pigliano a fifare di grandi cose con provedimento di ragione, e questi sono savi; li altri che pigliano a ffare le grandi cose sanza provedenza di ragione, e questi sono folli arditi. 5. Donde in questo contrastare i buoni e savi parlavano giustamente, ma i folli arditi, che non aveano 30. studiato in sapienzia ma pure in eloquenzia, gridavano e garriano a grandi boci e non si vergognavano di mentire e di dire torto palese; sicché spessamente pareano pari di senno e di parlare e talvolta migliori. Sì che per sentenza 4 : M' om. e non s. t. d. cause 5: M-m ont.aò 6: m odaltre p. o. 7 M< parliei-i iO: M' de comuni dele piccole cose cioè che jier la lYaude ecc. parean (/^ parea) cavassero sapienlia lo.- 3f< pei' la molta 17: M^ presero baldanza 19: M' contro alla verità 20: A/' ohi. che d. e. adveniano m avenia savi e parladori m le cittadi 23: M' appilgliano a taro le g. e. 26: M^ om. di ragione L l'altra 27: L provedimento 31-32: Me dire,moHi. mentire e di 33:M' talocta m. visi che p.s Cosi leggo con M, piuttosto che lavogarie di ilf' o lavorìi di m: oltre a lavareria, il Manuzzi registra esempii di lavoriera. del popolo, la quale è sentenzia vana perciò che non muove da ragione, e per sentenza di sé medesimo, la quale è per neente, pareano essere degni di covernare le publiche e le grandi cose, e così furo messi a reggere le cittadi et alli 5. officii et onori delle comunanze. Et poi che cciò avenne, non fue meraviglia se nelle cittadi veniano grandissime e miserissime tempestadi. Et nota che dice « grandissime » per la quantità e che duraro lungamente, e dice « miserissime » per la qualitade, ch'erano aspre e perilliose chende 10. moriano le persone ; e dice « tempestanza » per similitudine, che sì come la nave dimora in fortuna di mare e talvolta crescono (i) in tanto che perisce, così dimora la cittade per le discordie, et alla fiata montano sicché periscono in sé medesime e patono distruzione. « Per la qual cosa eloquenzia cadde in tanto odio et invidia »... Et nota che odio non é altro se nno ira invecchiata; e così i buoni savi erano stati lungamente irosi, veggiendo i folli arditi segnoreggiare le cittadi. Et invidia è aflizione che omo àe per altrui bene; donde i buoni savi aveano molta aflizione per coloro ch'erano segnori delle grandi cose et erano in onore. 8. Et perciò li buoni d'altissimo ingegno si ritrassero di quelle cose ad altri queti studii per scampare della tumultuosa vita in sicuro porto. Et nota: là dove dice « altissimo ingegno » dimostra bene eh' arebboro potuto e saputo contrastare a' folli arditi, e perciò che no '1 fecero furo bene da riprendere. Et in ciò che dice « queti studi » intendo l' altre scienze di filosofia, sì come trattare le nature delle divine cose e delle terrene, e sì come l'etica, che tratta le virtudi e le costumanze; et appellali « queti studii » che non trattano di parlare in comune, e perciò che ssi stavano partiti dal remore delle genti. Et appella « vita tumultuosa » che 2: Jl/i per ragione ~ 4: M furoro, M^ fuoro 7 : M-m ismisuratissime ~ 8: SI durano, m duravano quantitade.... s\ elione moriano - 10: M' tempestade 14: M' medesimo ~ 15: m om. Et 16: m buoni e savi 18: m om. Et m i'uomo... l'altrui SO: M> et in lionore erano m ad altre M-m questi, M' certi om. Et noia la dove 25 : M-m non fecero 26 : Tutti i mss questi 27 : M de trattare 28: M-m sicome dice che l. 29: M^ appellasi, L appellansi mss. questi Cosi hanno tutti i codici; ma forse dopo crescono è andato perduto un soggetto, richiesto dal senso o dalla sintassi, come i venti o l'onde (abbiamo anche altrove la prova che le due famiglie di codici risalgono a un capostipite già corrotto). Pure non sarebbe impossibile sottintendere dal precedente fortuna un soggetto le fortune. spessamente l'iiuo uomo assaliva l'altro in cittade coll'arme e talvolta l'uccideva. 9. Et poi che' savi intralassar lo studio d'eloquenzia, ella tornò ad neente e non fue curata uè pregiata. Ma l'altre scienzie di filosofia, nelle quali studiaro, montaro in grande onore. Et ora riprende Tulio questi savi e dice che fecior questo a quel tempo che eloquenzia avea più grande bisogno per lo male che faceano i folli arditi nelle cittadi, e perchè guastavano la cosa onestissima e dirittissima, cioè eloquenzia che ssi pertiene alle cose oneste e diritte. U. Dalla qual cosa non fugio il nostro Catone né quelli altri savi ch'amavano drittamente il comune et aveano senno e parlatura; ma dimoraro fermi a consigliare et a difendere il comune da'garritori folli arditi; e però montaro in onore et in istato sì grande che le loro dicerie erano tenute sentenze, e perciò dice che in loro era autoritade, che autoritade èe una dignitade degna d' onore e di temenza. Ma da questo si muove il conto e ritorna a conchiudere per ragioni utili et oneste e possibili e necessare che dovemo studiare in eloquenzia, lodala in molte guise. CICERONE conclude che sia da studiare in rettorica. Per la qual cosa, al mio animo, non perciò meno è da mettere studio in eloquenzia s' alquanti la misusano in publiclie et in private cose; ma tanto più clie ' malvagi non abbiano troppo di podere con grave danno de' buoni e con generale distruzione di tutti. Maximamente cun ciò sia la verità che rettorica è una cosa la quale molto s'appartiene a tutte cose, è publiche e private, e per essa diviene la vita sicura, onesta, inlustre e iocunda; e per essa medesima molte utilitadi avengono in comune se fia presta la modonatrice di tutte cose, cioè sapienzia; e per lei medesima abonda a coloro che H'acquistano lode, onore, dignitade; e per essa medesima anno li amici certissimo e sicurissimo aiutorio. 1: M-m spesse volte 2: m tralassaro 8: m le chose honestissime 10: M (Iride, m diritte 3f' Dela q. e. 11: M' dirittamente, m om. 12: M' dimorato y f.: M 7 folli arditi, £ e da f. a. 14: M^ J montaro perciò 18: m e torna, M 7 condoura tornerà per ragioni, L e mosterrà per rag. Jlf-;» honesti ~ 19: M -m necessarie 20: m lodarla ^3: M* misuna, corretto poi misusa 27: M' molto pertièno devegna 28: M> y hon. 7 illustra 7 gioconia, m illustra 29: M sia 31: M^-m 7 honore 7 dignitade. La tema di questo testo è cotale, (H che dice Tulio: Se alquanti di mala maniera usano malamente eloquenzia, non rimane pertanto che 11' uomo non debbia studiare in 5. eloquenzia, al mio animo (cioè per mia sentenza), acciò che ' rei uomini non abbiano podere di malfare a' buoni né di fare generale distruzione di tutti. Et nota che distrutti sono coloro che soleano essere in alto stato et in ricchezza e poi divennero in tanta miseria che vanno men 10. dicando. 2. Et poi dice le lode di rettorica, come tocca al comune et al diviso, e come per lei diviene l'uomo sicuro, cioè che sicuramente puote gire a trattare le cause, et appena troverai (2) chi '1 sappia contradiare ; e dice chende diviene la vita « onesta », cioè laudato intra coloro che '1 15. cognoscono; e dice «illustre», cioè laudato intra li strani; e dice « ioconda », cioè vita piacevole, però che ' savi parlieri molto piacciono ad sé et altrui. 3. Et altressi molto bene n'aviene alle comunanze jier eloquenzia, a questa condizione : se sapienzia sia presta, cioè se ella sia adiunta con eloquenzia. Et dice che sapienzia è amodenatrice di tutte cose però che ella sae antivedere e porre a tutte cose certo modo e certo fine. 4. Et poi dice che questi che anno eloquenzia giunta con sapienzia sono laudati, temuti et amati; e dice che Ili amici loro possono di loro avere aiutorio sicurissimo, però che appena fie chi Ili sappia contrastare, poiché sanno parlare a compimento di senno. Et dice « certissimo » però che '1 buono e '1 savio uomo non si lascia M-m Lo testo èe cotale, M'-L La tema de questo è cotale 3: M' aliijuanti 6: M' de fare male 7: m om. nota 9: il' divegnono 11: M huomo siguro 13: M' troverà 14: M-m laudata.... che cognoscono 15: M' illustra, L illustro 17: A/' ad altri M-m nm. Et altressi e n 19: Hin presta M' giunta 21 :M siae ad intivedere, m a ad antivedere 22: m om. Et 23: M^ 7 temuti 25: m Tia chelli sappia, M' fie chelli il sappia 37: M non so lascia. Anche la lezione di ilf è possibile, ma forse nacque da un accomodamento arbitrario del testo già corrotto. Invece quella di M' è spiegabilissima collomissione della parola testo (la somiglianza con questo rese più facile l' errore) e riceve conforma dal principio del capitolo seguente, con quell'uniformità di espressione che è caratteristica di tutto il commento. (2) Troverai è preferibile come « lectio difflcillor ». Del resto anche in M' potrebbe trattarsi non di troverà, ma troverà'. corrompere per amore ne per prezzo né per altra simile cosa. Et qui si parte il conto e fae nn' ultima conclusione in questo modo: Tullio conclude in somma. Et però pare a me che gli uomini, i quali in molte cose sono minori e più fievoli che Ile bestie, in questa una cosa l'avanzano, che possono parlare ; e donque pare che colui conquista cosa nobile et altissima il quale sormonta li altri uomini in quella medesima cosa per la quale gli uomini avanzano le bestie. La tema in questo testo è cotale : La veritade è che gli uomini in molte cose sono minori che Ile bestie e più fievoli, acciò che sanza fallo il leofante e molti altri animali sono più grandi del corpo che nonn è l'uomo; e certo il leone e molte altre bestie sono più forti della persona che ir uomo; e più ancora che in tutti e cinque ' sensi sono certi animali che avanzano lo senso dell'uomo. Che sanza fallo lo porco salvatico avanza l'uomo d'udire e '1 lupo cerviere del vedere e la scimmia del saporare, e l'avóltore 20. dell' anasare ad odorare, e '1 ragnol del toccare. Ma in questa una cosa avanza 1' uomo tutte le bestie et animali, che elli sa parlare. Donque quello uomo acquista bene la sovrana cosa di tutte le buone, che di ben parlare soprastae alli altri uomini. 25. Tullio dice di che elli tratterà 16. Et questa altissima cosa, cioè eloquenzia, non si acquista solamente per natura né solamente per usanza, ma per insegnamento d'arte altressi. Donque non è disavenante di vedere ciò che dicono coloro i quali sopra ciò ne lasciaro alquanti comandamenti. Ma anzi S: il-m un'altra condictione 7 : M' costui il-m conquesta 8: M-m la quale; om. li 9 : )» om. cosa e gli uomini 11: il' de questo t. M' molti huomini.... minori 7 più fievoli chelle bestie 15: U-m om. altre 16: M' che tucti 19-20: M-m 7 l'avóltore dell'odore, M']j lavoltoio delanasare adodorare, L del savorare e odorare, S et l'avoltoio del nasare et d'odorare M-M' 7 rangnol, m il rangnolo (ohi. tulli gli e), L a ragnolo M'-L ne! toccare 22: M' chelli sanno - 25: M dico che {ma cfr. ^ \) 27 : M' per la natura 2S: M-m nm. d'arte 29: m certi. che noi diciamo ciò che ssi comanda in rettorica, pare che sia a trattare del genere d' essa arte e del suo officio e della fine e della materia e delle sue parti; imperochè sapute e cognosciute queste cose, più di legieri e più isbrigatamente potrà l'animo di ciascuno 5. considerare la ragione e ia via dell'arte. Lo sponitore. 1. Poi che Tulio avea lodata Rettorica et era soprastato alle sue commendazioni in molte maniere, sì ricomincia nel suo testo per dire di che cose elli tratterà nel suo libro. 10. Ma prima dice alcuni belli dimostramenti, perchè l'animo di ciascuno sia più intendente di quello che seguirà, e così pone fine al suo prolago e viene al fatto in questo modo: Tullio ae fiìiito il prolago, e comincia a dire di eloquenzia. Una ragione è delle cittadi la quale richiede et è 15. di molte cose e di grandi, intra Ile quali è una grande et ampia parte l' artificiosa eloquenzia, la quale è appellata Rettorica. Che al ver dire né cci acordiamo con quelli che non credono che Ila scienzia delle cittadi abbia bisogno d'eloquenzia, e molto ne discordiamo da coloro che pensano ch'ella del tutto si tegna in forza et in arte del 20. parladore. Per la qual cosa questa arte di rettorica porremo in quel genere che noi diciamo ch'ella sia parte della civile scienzia, cioè della scienzia delle cittadi. Lo sponitore. I. In questa parte del testo procede Tulio a dimosti-are ordinatamente ciò che elli avea promesso nella fine del prolago. Et primamente comincia a dicere il genere di questa arte. Ma anzi che Ho sponitore vada innanzi sì vuole fare intendere che è genere, perchè l' altre parole siano meglio intese. Ogne cosa quasi o è generale, sicché comprende molte altre cose, o è parte di quella generale. Onde questa 1-2: M' (la tratto, poi corr. da trattar.; 3: M-m generalmente della decta- arte 3: m però che - 4: M-m più diligente, M' nm. più 8: M A rinconincia 11 : M' (luelle, ma L quello 14-13: M'-L richiede molte cose grandi 16: M-m cai ver diro 18: M-m abbiano 30: M-m [lorromo quel genero SG: m quella S8: M-m y perchè 29: M ìì quasi generale, m è quasi geu. 30: M onde jvirte quella gen. parola, cioè « uomo », è generale, per ciò che comprende molti, cioè Piero e Joanni etc, ma questa parola, cioè « Piero, » è una parte- A questa somiglianza, per dire più in volgare, si puote intendere genere cioè la schiatta; che 5. chi dice « i Tosinghi » comprende tutti coloro di quella schiatta, ma chi dice « Davizzo » non comprende se no una parte, cioè un uomo di quella schiatta. 3. Onde Tulio dice di rettorica sotto quale genere si comprende, per meglio mostrare il fondamento e Ila natura sua. Et dice così che Ila 10. ragione delle cittadi, cioè il reggimento e Ila vita del comune e delle speciali persone, richiede molte e grandi cose, in questo modo: che è in fatti e 'n detti. 4. In fatti è la ragione delle cittadi sì come l'arte W de' fabbri, de' sartori, de' pannar! e l' altre arti che si fanno con mani e con piedi. In detti è la rettorica e l'altre scienze che sono in parlare. Adonque la scienza del governamento delle cittadi è cosa generale sotto la quale si comprende rettorica, cioè l'arte del bene parlare. Ma anzi che Ilo sponitore vada più innanzi, pensando che Ha scienza delle cittadi è parte d' un altro generale che muove di filosofia, sì vuole elli dire un poco che è filosofia, per provare la nobilitade e l'altezza della scienzia di covernare le cittadi. Et provedendo ciò ssi pruova l'altezza di rettorica. Filosofia è quella sovrana cosa la quale comprende sotto sé tutte le scienze; et è questo uno nome composto di due nomi greci : il primo nome si è phylos, e vale tanto a dire quanto « amore », il secondo nome è sophya, e vale - tanto a dire quanto « sapienzia ». Onde FILOSOFIA tanto vale a dire come « amore della sapienzia » ; per la qual cosa neuno 30. puote essere filosofo se non ama la sapienzia tanto eh' elli intralasci tutte altre cose e dia ogne studio et opera ad avere intera sapienzia. Onde dice uno savio cotale difiì / M-m cioè che comprende 2: Af' nm. o J cioè Piero 5: M' ovi. chi 4-6: m om. tutto il passo da che « quella schiatla 8: m om. per 9: M^ demostrare 10: jU' i reggimenti 12: M-m om. che b 13: Af ' l'arti (ma anche L l'arto) m e de'pannali, .)/ 7 de sartori de panni 16-17: m o parte d'un altro generale 1M' de ben p. 20: M in podio 22: m om. della scienzia, 3/' niii. della scienzia l'altezza 25: M sotto di sé 26: m fue fdos, .W filis 27 : m om. nome 29: M^ de la scienza 31: M-m tuote l'altre J/' 7 da ~ 32: M-m. ad amare ' M' Donde. (1) Anche arte potrebbe essere qui un plurale, come in Tesar., X, 39-40; però lo ronde poco probabile la forma arti che subito segue. La lezione amare di M-m fu certo suggerita dai precedenti amore e ama, e basterebbe a farla rifiutare la ripetizione di concetto a cui si riduce. nizione di filosofia : ch'ella è inquisizione delle naturali cose e connoscimento delle divine et umane cose, quanto a uomo è possibile d' interpetrare. Un altro savio dice che filosofia è onestade di vita, studio di ben vivere, rimembranza della morte e spregio del secolo. Et sappie che diflfinizione d'una cosa è dicere ciò che quella cosa è, per tali parole che non si convegnano ad un' altra cosa, e che se tu le rivolvi tuttavia signiffichino quella cosa. Per bene chiarire sia questo l'exemplo nella diffinizione dell'uomo, la quale 10. è questa: « L'uomo è animale razionale mortale ». Certo queste parole si convegnono sì all'uomo che non si puote intendere d'altro, né di bestia, né d'uccello, né di pescie, però che in essi nonn à ragione; onde se tue rivolvi le parole e di' cosi : « (/he è animale razionale e mortale ? certo non si puote d' altro intendere se non dell' uomo. Or è vero che anticamente per nescietà delli uomini furon mosse tre quistioni delle quali dubitavano, e uon senza cagione, però che sopr'esse tre questioni si girano tutte le scienzie. La p-rima quistione era che dovesse l'uomo 20. fare e che lasciare. La seconda quistione era per che ragione dovesse quel fare e quell'altro lasciare. La terza quistione era di sapere le nature di tutte cose che sono. Et perciò che le questioni fuoro tre, sì convenne che' savi filosofi (2) partissero filosofia in tre scienzie, cioè Teorica, 25. Pratica e Logica, si come dimostra questo arbore. i: M inquistione, m inquestione, L inqulslione 2: M^ quando 3: M enpossib'ile (5: Mss. quella cosa 7 per t. p. 8: if-M' le rivuoli, L le rivolgi il' el per bene .9-/0: if' lo quale questo, L la i[ualo questo 16: m necessità, M' neccssiladc 16-17: .¥' luiomini in esse (L messe) 18: sospeso, cnrr. sopresse 19: .1/' liuomo 20: m la seconda che lasciare 20-21: lU-m om. la 2" quistione 22.: M-m om. quistione M-iii la natura m tutte le oliose - 23: M-m Et però quelle quistioni furono tre 23-24 : M si convenne i savi phylosoi)hy che partissero jf > si conviene -^ 23: M mn. e. (1) Si potrebbe anche leggere (con una costruzione più regolare ma con una coordinazione poco opportuna) ciò eh' è quella cosa, e per tali parole ecc. (2) Questa lezione ò comune a codici di ambedue le famiglie, e perciò la preferisco a quella di M, che pure si può difendere facendo transitivo conreìtne e intendendo i -savi filosofi come complem. oggetto. Et la prima di queste scienze, cioè pratica, è per dimostrare la prima questione, cioè che debbia uomo fare e che lasciai'e. La seconda scienzia, cioè logica, è per dimostrare la seconda quistione, cioè per che ragione dovesse quel fare e quello altro lasciare. 10. Et questa scienza, cioè logica, sì ae tre parti, cioè dialetica, efidica, soffistica. La prima tratta di questionare e disputare l'uno coli' altro, e questa è dialetica; la seconda insegna provare il detto dell' uno (1) dell' altro per veraci argomenti, e questa èe efidica; la terza insegna provare il detto dell'uno e dell'altro per argomenti frodosi o per infinte provanze, e questa è sofistica. Et questa divisione pare in questo arbore. La tex'za scienzia, cioè teorica, si è per dimostrare le nature di tutte cose che sono, le quali nature sono tre; 15. e però conviene che questa una scienza, cioè teorica, sia pai'tita in tre scienzie, ciò sono Teologia, Fisica e Matematica, sì come dimostra questo arbore. 4: m cioè la ragione 6: m sollislicha, epidicha, M' eflidica (un'altra mano aggiunse sotìslicha) 7: i/' tractare.... contra l'altro - 9:m, ìt', l e dell'altro i 1 : if infinite M' argomenti frodolenti 7 jier infinita pruova 12: m apare. (1) Conservo invece di e, comune a quasi tutti i codici, appunto per la sua singolarità e perchè sembra indicare una differenza tra l'efldica e la sofisticala prima dimostra la verità di una delle due parti, la seconda pretende dimostrare l'una e l'altra parte. Onde la prima di queste tre scienze, cioè teologia, la quale è appellata divinitade, si tratta la natura delle cose incorporali le quali non conversano in traile corpora, sì come Dio e le divine cose. La seconda scienzia, cioè 5. fisica, sì tratta le nature delle cose corporali, si come sono animali e He cose che anno corpo; e di questa scienzia fue ritratta l'.arte di medicina, che, poi che fue connosciuta la natura dell'uomo e delli animali e de' loro cibi e dell'erbe e delle cose, assai bene poteano li savi argomentare la saio, nezza e curare la malizia. La terza scienzia, cioè matematica, sì tratta le nature de le cose incorporali le quali sono intorno le corpora; e queste nature sono quattro, e perciò conviene che matematica sia partita in quattro scienze, ciò sono arismetrica, musica, geometria et astronomia, sì come 15. appare in questo arbore: La prima scienzia, cioè arismetrica, tratta de' conti e de'nomeri, sì come l'abaco e più fondatamente. La seconda scienza, cioè musica, tratta di concordare voci e suoni. La terza, cioè geometria, tratta delle misure e delle proporzioni. La IV scienza, cioè astronomia, tratta della disposizione del cielo e delle stelle. Or si torna il conto dello sponitore di questo libro alla prima parte di filosofia, della quale è lungamente taciuto, e dicerà tanto d'essa prima parte, cioè di pratica, 25. che pervegna a dire della gloriosa Rettorica. E sì come fue detto già indietro, questa pratica è quella scienza che dimostra che ssia da ffare e che da lasciare, e questo è di 3:m traile corpora 7: #' dela mudicina 9: M' assai poteo bone argomentare isani 10-13 : M-m mltnno da matematica di l. 10 a l. 13 sia partita (m si e) 16: m om. scien7.ia 17: M' noveri 18: M [a musica SO: M astorlomia M' tracta Io sponilore 22: Af' si ritorna (L ritorna), m Ora torna lo spoiiiloro alla prima p. 33: m ae, Jtf' oo 24: m della prima parte 25: m perverrà. tre maniere: i>erciò conviene che di questa una siano tre scienze, cioè sono Etica, Iconoiiiica e Politica, sì come mostra la figura di questo arbore : La prima di queste, cioè etica, sì è insegnamento di 5. bene vivere e costumatamente, e dà connoscimento delle cose oneste e dell'utili e del lor contrario; e questo fa per assennamento di quatro vertudi, ciò sono prndenzia, iustizia, fortitudo e temperanza, e per divieto de' vizi, ciò sono superbia, invidia, ira, avarizia, gula e luxuria; e così dimoio, stra etica clie sia da tenere e che da lasciai-e jier vivere virtuosamente. 16. La seconda scienza, cioè iconomica, sì 'nsegna che ssia da ffare e che da lasciare per covernare e reggere il propio avere e la propia famiglia. La terza scienza, cioè politica, sì 'nsegna fare e mantenere e reggere 15. le cittadi e le comunanze, e questa, sì come davanti è provato, è in due guise, cioè in fatti et in detti, sì come si vede in questo arbore: 18. Quella maniera eh' è in fatti sì sono l'arti e' magisterii che in cittadi si fanno, (i) come fabbri e drappieri e li 1 : M-m però clic convion(3 3.m am. la ligura ;>: Af' accostumatamente M' om. ira 10: M^ da necnto 1 1: m virtmliosamonte 13: m avere, la patria e la famiglia 14: m fare, mantenere 7 r. 16: M-M' 7 in due guise M' in detti. 18: m om. tutto il g 18 M' 7 mestieri 19 : M che cittadini fanno (lì Si rimane incerti fra le due lezioni, perchè il senso è il medesimo e anclie paleograficamente la differenza è lieve: forse ì citladisi oxìgìno (i) cittadini'! Adottiamo la lezione un po' più diffìcile. altri artieri, sanza i quali la cittade non potrebbe durare. Quella eh' è in detti è quella scien^ia che ss' adopera colla lingua solamente; et in questa si contiene tre scienze, ciò sono Grramatica, Dialettica, Rettorica, si come dimostra 5. questo altro albore: Et che ciò sia la verità dice lo sponitore che gramatica è intrata e fondamento di tutte le liberali arti et insegna drittamente parlare e drittamente scrivere, cioè per parole propie sanza barbarismo e sanza sologismo. Adunque sanza gramatica non potrebbe alcuno bene dire né bene dittare. La seconda scienza, cioè dialetica, sì pruova le sue parole per argomenti che danno fede alle sue parole; e certo chi vuole bene dire e bene dittare conviene che mostri ragioni per che, sicché le sue parole abbiano provanza Ib. in tal guisa che Ili uditori le credano e diano fede a cciò che dice. La terza S(!Ìenza ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le parole avenanti alla materia, per le quali l'uditore s'accheta e crede e sta contento e muovesi a volere ciò eh' è detto. Adonque le tre scienze sono bisogno a 20. parlare et al dittare, che sanza loro sarebbe neente, acciò che '1 buono dicitore e dittatore de' sì dire e scrivere a diritto e per sì propie parole che sia inteso, e questo fae gramatica; e dee le sue parole provare e mostrare ragioni (2), 1 : Af ' artefici sanza quali le cittadi non potrebbero durare 3: M^ ] questa si contiene 6: m Et choncio sia la v., L Et cliome ciò sia 7: M' l'arti liberali 9: Mm om. e sanza sologismo; t-S silogismo 10: M' om. alcuno I-i: M ragione si che le s. p. pruova i7 : M-m advoncnti 18-19 : M' per bisogno al parliere et al dictatore S3: M-m mostrare con ragiono, L mostrare por ragione Non credo necessario, data l' impossibilità di distinguer la grafia dei copisti da quella dell' autore, ristabilire la forma esatta solecismo; la stranezza della parola spiega pure l'omissione di M-m e lo sproposito di L-S. (2) Che questa sia la giusta lezione è confermato dal § precedente, 1.16 («ragioni per che ») ; e si noti che mostrare con ragione o per ragione equivarrebbe a provare. e questo fae dialetica; e dee sì mettere et addornare il suo dire che, i)oi che 11' uditore crede, che stia contento e faccia quello eh' e' vuole, e questo fa Rettorica. Or dice lo sponitore che Ha civile scienza, cioè la covernatrice delle cit5. tadi, la quale èe in detti si divide in due: che ll'una è co llite e l'altra sanza lite. Quella co llite si è quella che sisi fa domandando e rispondendo, si come dialetica, rettoi'ica e lege; quella eh' è sanza lite si fa domandando e rispondendo, ma non per lite, ma per dare alla gente insegnamento e via di 10; ben fare, sì come sono i detti de' poeti che anno messo inii iscritta l'antiche storie, le grandi battaglie e l'altre vicende che muovono li animi a ben fare. Altressì quella civile scienzia eh' è con lite è di due maniere, eh' è ll'una artificiosa, l'altra non artificiosa. Artificiosa è quella nella quale il parliere che connosce bene la natura e Ilo stato della materia, vi reca suso argomenti secondo che ssi conviene, e questo è in dialetica et in rettorica. Quella che non è artificiale è quella nella quale si recano argomenti pur per altoritade, si come legge, sopra la quale non si reca neuna 2'^ pruova né ragione per che, se non tanto l' altoritade dello 'mperadore che Ila fece. Et di questa che non è artificiale dice BOEZIO nella Topica eh' è sanza arte e sanza parte di ragione. Alla fine conclude Tulio e dice che Rettorica è parte della civile scienzia. Ma Vittorino sponendo quella 25. parola dice che rettorica è la maggiore parte della civile scienzia; e dice « maggiore » per lo grande effetto di lei, che certo per rettorica potemo noi muovere tutto '1 popolo, tutto '1 consiglio, il padre contra '1 figliuolo, l'amico centra l'amico, e poi li rega(i) in pace e a benevoglienza. Or è detto 30. del genere; omai dicerà Tulio dello oflfizio di rettorica e del fine. 1: M ordinare, m e iliraeltero e ordinare lo siidire 3: M^ cliolll stea 5: M-m si vede in due 7: M' y reclorica 9: M' a. lo genti i 1 : m-M in iscripto M' 7 le g. b. 7 altro vicende IS : M-m alla (certo da ((Ila), M' (|UOSta civ. 13-14: mchS l'ima e art. 7 l'altro non art., 3f' l'unaarl. l'altra none art. (X non art.) 16: m su argomenti che crede ohe si chenvieno, S secóndo la cosa 19: M sopralla quale 21 : J/' di questa non artificiosa S6: m e M' alFecto, ma L el'ctto S8 : m M' contro al f. wchontro all'amico, M' contra amico. 29: m li reca, Af' recalgli a pace 7 benev., L-S recarli a p. Q n h. 80 : m M' oggimai. (1) Con libertà non nuova alla nostra ling'.ia antica, si può sottintendere il soggetto, « rettorica », dalle parole « per rettorica » che precedono. La lezione ? ecarli, appunto perchè piii semplice e chiara, mi par da scartare : non si vedrebbe CICERONE dice che è l'ufficio di questa arte. 18. Officio di questa arte pare che sia dicere appostatamente per fare credere, fine è far credere per lo dire. Intra 11' ufficio e Ila fine èe cotale divisamente : che nell'officio si considera quello che 5. conviene alla fine e nella fine si considera quello che conviene all'officio. Come noi dicemo l'ufficio del medico curare apostatamente per sanare, il suo fine dicemo sanare per le medicine, e così quello che noi dicemo officio di rettorica e quello che noi dicemo fine intenderemo dicendo che officio sia quello che dee fare il parliere, e dicendo che Ila fine sia quello per cui cagione eili dice. In questa parte àe detto Tulio che è l'officio di questa arte e che è lo suo fine; e perciò che '1 testo è molto aperto, sì sine passerà lo spouitore brevemente. Et dice 15. cotale diffinizione : officio è dicere appostatamente per fare credere. Et nota che dice « appostatamente », cioè ornare parole di buone sentenze dette secondo che comanda quest'arte; e questo dice per divisare il parlare di questo dicitore dal parlare de' gramatici, che non curanq d'ornare 20. parole. E dice « per far credere », cioè dicere sì compostamente che ir uditore creda ciò che ssi dice. Et questo dice per divisare il detto de' poeti, che curano più di dire belle pai-ole che di fare credere. 2. L' altra diffinizione è del fine. Et dice che fine è far credere per lo dire. Et certo chi 25. considera la verità In questa arte e' troverà che tutto lo 'ntendimento del parliere è di far credere le sue parole all'uditore. Donque questo è la fine, cioè far credere; che 2: M* om. ilk'Oi'O 3: M-M' 7 lar M-m per 1 udire - 3-4: M' om. Inlra 11' udicio e ripete è cotale ilivisumento che no l'ollicio M 7 è colalo 0: m il' e curare 9: t intenderemo cli6 olicio è quello ecc. m om. e JO: il ella, mi e la i3 : .tf' et che il lino 15: il apostamonle M-m saltano dal l'ai ^ apposlatanicnto. 10: .tf-m-.l/' ornate 20: m diro si ornatamente et cliom))ost. 21 : M-m mn. Kl c|uesto dice - 23: M-m che farle credere - 24: M-m per 1 udire 23: M 7 troverà - 26: M' del parlare la ragione per cui fu mutata negli altri codici, mentre ò facile ammettere che sia derivata da recahjli di M '. Quoista poi, a sua volta, non è che una variante di ìi reca, con una estensione del pronome enclitico a cui contraddice la cosiddetta legge del Mussafla (cfr., anche per Dante, in Bull. d. Soc. Dani., N. S., XIV, 90-91) 'mmantenenle che l'uomo crede ciò eli' è detto si rivolve (1) lo suo animo a volere et a ffare ciò che '1 dicitore intende. 3. Ma dice Boezio nel quarto della Topica che '1 fine di questa arte è doppio, uno nel parladore et un altro nell'uditore. 5. Il parladore sempre desidera questo fine in sé: che dica bene e che sia tenuto d' aver bene detto. Neil' uditore è questo fine: che '1 dicitore a questo intende, che nell'uditore sia cotale fine che creda quello che dice; e questo fine non desidera sempre IL PARLATORE sì come quello di sopra. 10. 4. Et per mostrare bene che è l' officio e che è il fine e che divisamento àe dall'uno all'altro, sì dice Tulio che officio è quello che '1 parliere de' fare nel suo parlamento secondo lo 'nsegnamento di questa arte. Ma fine è quello per cui cagione il parlieri dice compostamente; e certo questa cagione e questo fine nonn è altro se non fare credere ciò che dice. Et di ciò pone exemplo del medico, e dice che Ilo officio del medico è medicare compostamente per guerire r amalato; la fine del medico èe sanare lo 'nfermo per lo suo medicare. Già è detto sofficientemente dell' officio e della fine di rettorica; omai procederàe il conto a dire della materia. Materia di questa arte dicemo che ssia quella nella quale tutta l'arte e Ilo savere che dell'arte s'apprende dimora. Come se noi dicemo che Ile malizie e le fedite sono materia del medico, perciò che 'ntorno quelle è ogne medicina, altressì dicemo che quelle cose sopra le quali s'adopera questa arte et il savere eh' è appreso dell'arte sono materia di rettorica; le quali cose alcuni pensaro che 1 : M sinvolve, m si involve, M^-L si muove S : M' quello olio. 9 : M-m considera 10: M' om. l)ene 15: M-m non ae altro m se none a faro 16: Af ' in ciò 17-18 : M Olii, è medicare.... del medico 19: M-m Già ae d. s. (mi s. d.) 20: M' del fine ogimai procederà Tulio a dire S,4: m e tutta l'arte Jlf ' e sapere S3: M-m le malizie, cioè le malattie (glossa) 87: M e savere tulli i inss, apresso Questa è senza dubbio la lezione richiesta dal senso e giustificabile con ragioni paleografiche: un siriuolue in cui ri è parso un n ha originato il sinvolve di M; da questo, per correzione arbitraria, è nato si muore di Mi L. Invece di si rivolve lo suo animo (soggetto) si può anche intendere « (l'uomo) si rivolve lo suo animo », ma forse l'espressione riesce meno naturale. La correzione è suggerita dalle parole precedenti : « lo savere che dell'arte s'apprende». Il testo latino ha facuUas oratoria. fossero piusori et altri meno. Che GORGIA DI LEONZIO, che fue quasi il più antichissimo rettorico, e in oppinione che IL PARLATORE puo molto bene dire di tutte cose. Et questi pare che dea a questa arte grandissima materia sanza fine. Ma Aristotile, il quale diede a questa 5. arte molti aiuti et adornamenti, extimò che II' officio del PARLATORE sia sopra tre generazioni di cose, ciò sono dimostrativo, diliberativo e giudiciale. Lo sponitore. 1. In questa parte dice Tulio che materia di rettorica 10. è quella cosa per cui cagione furo pensati e trovati li comandamenti di questa arte, e per cui cagione s'adoperala scienzia clie 11' uomo apprende per quelli comandamenti. Così fuoro trovati li comandamenti di medicina e gli adoperamenti per le infertadi e per le ferute; et insomma 15. quella è Ila materia sopr' alla quale conviene dicere. Et sopra ciò fue trovata questa arte per dare insegnamento di ben dire secondo che Ila materia richiede e per fare che ir uditore creda. Et di questo è stata diiferenzia tra' savi : che molti furo che diceano che materia puote 20. essere ogne cosa sopr' alla quale convenisse parlare. Et se questo fosse vero, donque sarebbe questa arte sanza fine, che non puote essere; e di questi fue uno savio, GORGIA DI LEONZIO, antichissimo rettorico; et in ciò che Tulio l'appella antichissimo sì dimostra che non sia da credere. Ma Aristotile, a cui è molto da credere, perciò che diede molti aiuti et adornamenti a questa arte in perciò che fece uno libro d' invenzione et un altro della parladura, dice che rettorica èe sopra tre maniere di cose, e catuua maniera èe genei'ale delle sue parti; e queste sono dimo 30. strativo, diliberativo e iudiciale, come in questi cercoletti apiiare : 2: m cliel parlaro 3: M-m che (loggia (w dohbia) aiiiiistare 6: M' generi 7: M-m giiulicalivo - IS: M-m et per (incili comamlamenti. Af' aiiiirondo per qua com., S per qiialnni|ue com. (t bene) -- 13-14: M-m et por lo adoperamenlo et por lo inf. M' fedito 15: m. M'-L sopra la quale 19: M' dissero ?0: m sopra la ipiale l'uomo chonviene parlare, M' sopra la (pialo SS: M-m di questo S3-S4: M' 1 aix.'llava S6: M-m (lice molti aiuti M' in ciò che, m però che S7: Mdinvctione, hi d'invotione - S8: M-m materie M' de cosa {ma L S di cose) M^ ciasouna 30-31: M-m om. come ecc. e la figura. Et a questa sentenzia s'accorda Tulio, e sopra queste tre maniere è tutta l'arte di rettorica. 4. Ma ben puote essere oh' e' maestri in questo punto fanno divisamente intra dire e dittare; che pare che Ila materia di dittare sia si generale che quasi sopra ogne cosa si possa fare pistola, cioè mandare lettera. Ma dire non si puote per modo di rettorica se non delle dette tre maniere, perciò che Tulio CICERONE reca tutta la rettorica in quistione di parole. Et intendo che quistione è una diceria nella quale àe molte parole sie impigliate che ssine puote sostenere l'una parte e l'altra, cioè provare si e no' per atrebuti, cioè per propietadi del fatto o della persona. Et ecco l' exemplo in questa diceria che fie proposta in questo modo: È da sbandire in exilio Marco Tulio Cicero no, che davanti (i) al popolo di ROMA fece anegare molti ROMANI a tempo che '1 comune era in dubbio? In questa proposta à due parti, una del sì et un'altra del no. Quella del sì è cotale : « Cicero è da sbandire, perciò che à fatta la cotale cosa *. Quella del no è cotale: « Non è da sbandire, che ricordando pure lo nome signififica buona cosa 20. et isbandire et exìlio (2) sìgnifBca mala cosa, e non è da credere che buono uomo faccia quello che ssia da sbandire degno né de exìlio ». 6. Grià è detto che è la materia di quest'arte, et afferma Tulio la sentenza d'Aristotile. Et però che elli l' àe confermata, sì dicerà di catuna dì quelle 25. tre maniere sì compiutamente che per lui e per lo sponì 1 : m sachosta 2: Mi tucta 3:m tra dire od. 4:mL del dittare ~ 5 : M' si puote 6: M' lectoro 7 : 3f ' se non le docte om. perciò m tutta rettorica 9: M' ov'a il: M-m et por atrebuti, M' per ai trebuti m cioè i)roiiietadi 12: M sie o fie, m Ila, M'-L fu - 14: m om. Cicero M^ Cicerone che davanti il p. 15: M' al tempo 16: M imposta 19: M' il suo nome ò buona cosa 20: M' in exilio 21-22: m dongno da sb., M' dengno di sbandire in oxilio 24: J/' la conferma Non e' è dubbio sul testo, in cui la tradizione manoscritta è concorde; quanto all'interpretazione cfr. Maggini, La Rettorica italiana di B. L. Che et e non in sia la lezione originaria è comprovato dal seguente né de exilio (cambiato da M< in exilio per analogia colla prima alterazione). tore potrà quelli per cui è fatto questo libro intendere la materia, lo movimento e la natura di rettorica. Ma ben guardi d'intendere ciò che dice questo trattato e di Connoscere ciò che in esso si contiene, che altrimenti non potrebbe intendere quello che viene innanzi; e dicerà prima del dimostrativo. Del dimostr amento. Dimostrativo è quello che ssi reca in laude o in vituperio d'una certa personale. In questa parte dice CICERONE che, con ciò sia cosa che Ile cause e Ile quistioni sopr' alcuna vicenda indella quale l'uno afferma e l'altro niega siano di tre maniere, sì insegna Tulio avanti quale causa è dimostrativa. Ma lo sponi 15. tore non lascerà intanto che non dica la natura e Ila radice di tutte e tre, oltx'e che dice il testo di Tulio; et in ciò dicerà chi è la persona del parliere che dice sopra la causa, e dicerà che è il fatto della causa. La persona del parliere è quella che viene in causa per lo suo detto o per lo 20. suo fatto: et intendo « suo detto » quello ch'elli disse o che ssi crede ragionevolemente ch'elli abbia detto, avegna che detto noll'abbia; altressì intendo «fatto» quello che fece o che ssi crede ragionevolemente che elli abbia fatto, avegna che fatto non sia. 3. Il fatto della causa è quel detto o quel fatto per lo quale alcuno viene in causa e questione; et in ciò sia cotale exemplo: Dice Pompeio a Catellina: « Tu fai tra 1: in poUà collii è: M' c\ inovini. ~ 5: .W Jioooia, L ilice ora 6: i/del dimoslratio, m (Iella dimostrationo 8: S si moslra 13-14: il' sia in ti-o maniero.... tulio avanti, m Tulio inprima M-m cosa il' sia doni. 13: m oni. e la radice - lS-19: il-m Persona del ]). 7 quella 19-20: il' per lo suo facto o per lo suo dello, m per lo s. d. e per lo s. f. intondo suo detto e latto (pielli (nni-he il (iiielli) - SS: il-m e così intondo quello S4 : il' ijucl detto SS- il' et in ipiest., m. ohi. L siae dimento nel comune di Roma». Et Catellina risponde: « Non fo ». In questo convenente Pompeio e Catellina sono le persone de'parlieri; e la causa è questa: «Tu fai tradimento » « Non fo »; e chiamasi causa però che 11' uno ap5. pone e dice parole contra l'altro e mettelo in lite. 4. Et per maggiore chiarezza dicerà lo sponitore che èe dimostramento e che deliberazione e che iudicamento, e così sopra che è ciascuna maniera di rettorica. Dimostramento. Dimostramento è una maniera di cause tale che per sua propietade il parliere dimostra ch'alcuna cosa sia onesta o disonèsta, e per questo mostra che è da laudare e che da vituperare; e questa causa dimostrativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. La speciale dimostrativa è quella nella quale i parlieri si sforzano di provare una cosa essere onesta o disonesta, non nominando alcuna certa persona; et intendo certa persona a dire delli uomini e delle cittadi e delle battaglie e di cotali certe cose e determinate tra Ile genti, non intendo dell'altezza del cielo né della grandezza del sole o della 20. luna, che questa quistione non pertiene a rettorica. Et di questa causa speciale dimostrativa sia cotale exemplo : « Il forte uomo è da laudare Dice l'altro: Non è, anzi è da vituperare. E di questo nasce quistione, se '1 forte è degno di lode o di vituperio, e perciò èe dimostrativa, ma 25. non nomina certa persona, e perciò è speciale. 8. La causa dimostrativa che non si puote partire è quella nella quale i parlieri vogliono mostrare alcuna cosa sia onesta o disonesta nominando certa persona, in questo modo. CICERONE è degno di lode. Dice l’altro. Non è. E di questo nasce quistione, se sia da lodare o da vituperare. Et questa quistione comprende due tempi : presente e preterito. Che al ver dire di ciò che 11' uomo fae presentemente è lodato biasmato, et altressì di ciò che fece ne' tempi passati. 9. Et sopra ciò dicono 1' antiche storie di Roma che 35. questa causa dimostrativa si solca trattare in Campo Marzio, 5: 3/' perciò maggioro 7 : ìlt' cheo... cheo (ma L clie... che) - saprà che è 10: M' per sue propietadi il parladore 14: M' i parladori m spellale o dimostrativa 16: M' nm. et intendo certa persona, vi om. et 17: M' et dele ciltadi 18: m cliase diterminate 19: M-m et della gr. 20: m non apartiene ^i :?» om. speciale M-m dimostrata M k cotale lessemplo - So: M-m om. è 27: M' alcuna persona essere M-m di tre tempi m pres., preter. e luturo 32: M-m Et al ver dire 33 : M-m om. di - 42 nel quale s'asemblava la comunanza a llodare alcuna persona ch'era degna d'avere dignitade e signoria et a biasmare quella che non era degna. E già è ben detto della causa dimostrativa; sì dicerà il maestro della causa deli5. berativa. Del diliber amento. 21. Diiiberativo è quello il quale, messo (^' a contendere et a dimandare tra' cittadini, riceve detto per sentenzia. In questa parte dice Tulio che causa diliberativa è quella eh' è messa e detta a' cittadini a contendere il lor pareri et a domandare a lloro quello che nne sentono; e sopra ciò si dicono molte et isvai'iate sentenze, perchè alla fine si possa prendere la migliore (2). 2. Et questo modo di 15. causare è quello che fanno tutto die i signori e le podestà delle genti, che raunano li consillieri per diliberare che ssia da fFare sopra alcuna vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua sentenza, sicché alla fine si prende quella che pare migliore. 3. Et in ciò sia questo 20. exemplo che propone il senatore: « E da mandare oste in Macedonia? » Dice l'uno sì e l'altro no. Et così diliberano qual sia lo meglio, e prendesi 1' una sentenza. Et questa quistione si considera pure nel tempo futuro, che al ver dire sopra le cose future prende l'uomo consiglio e dili 25. bera che ssia da fare e che noe. 4. Et questa causa diliberativa è doppia: una speciale et un'altra che non si puote partire. 5. Speciale è quella nella quale si considera d'ai cuna cosa s' ella è utile o s' eli' è dannosa, non nominando 1-3: M alcuno cli'era dengno om. e signoria.... degna 6: Tutti i mss. omesso, S è messo H : M-m che in essa - m M' i loro pareri, L illoro pareri 12: M' da loro - 13: M-m dicono 14: M-m lo migliore 15: M-m cassare (M 7 quello) 16: M-m raunavano 17: M-m non daffare 20: M' ressom])ro M-m che pone -22: M' il migliore 24: m nel tempo futuro ilf ' iirendo huomo(»nn L S l'uomo) M-m Questa ì; causa, cioè cosa, diliberativa 7 doppia,. L e delib. e doppia m una e spetiale M-m om. che 27: M-m alcuna cosa 28: M-m om. sellò (1) Il testo latino non lascia alcun dubbio. La stessa corruzione, comune a tutti i codici, è nel successivo § 22 (e posto), e il costrutto insolito la rendeva facile. (2) Anche la lezione lo migliore è buona, ma preferisco quella di M' perchè corrisponde esattamente alla fino del § 2. alcuna certa persona. Et ecco l'essempio: Dice uno: “Pace è da tenere intra cristiani.”. Dice l'altro: « Non è ». Et di ciò nasce causa diliberativa speciale, se Ila pace è da tenere o no. L'altra che non si può partire è quella nella quale 5. i dicitori studiano di provare e' alcuna cosa sia utile o dannosa, nominando certe persone, in questo modo: Dice l'uno: « Pace è da tenere intra Melanesi e Cremonesi. Dice l'altro: «Non è». Et già è detto della causa diliberativa; omai dicerae il maestro del iudiciale. Ma questo sia conto a ciascuno, che Ila propietade della diliberazione èe mostrare che ssia utile e che dannoso in alcuno convenentre. Et questa diliberativa si solca trattare nel senato, e prima diliberavano li savi privatamente che era utile e che no e poi si recava il loro consiglio in parlamento e quivi si fermava la loro sentenza, e talvolta si ne prendea un'altra migliore. Judiciale è quello il quale, posto In iudicio, à in sé accusazione e difensione o petizione e recusazione. La natura di iudicamento si è una forma la quale si conviene al parladore per cagione di mostrare la iustizia e la 'niustizia d'alcuna cosa, cioè per mostrare d'una cosa s' ella è insta o centra iustizia, in cotal modo : che uno ac-cusa un altro e l’accusato si difende elli medesimo o un altro per lui; overo che uno fa sua petizione e domanda guidardone per alcuna cosa eh' elli abbia ben fatta, et un altro recusa e dice che non è da guidardonare, e talvolta dice. Anzi è degno di pena. Et questa causa si pone in iudicio, cioè in corte davante a' indici, acciò eh' elli indichino tra Ile parti quale àe iustizia; e questo si fae in corte palese in saputa delle genti, acciò che Ila pena del S. in Iva 3: M-m e so la p. 4: M' L'altra la quale 7 : Ai da melanesi, m tra mei. - Af ' e li crem. M-m l'altro dice *: J/ E già detto U-m cosa 9 : M ' oggimai dicera del giudioiale - 10: ;»/' om. a ciascuno m e damostrare 12: m ohe prima 14: m om. e m M' in loro consiglio (ma L illoro cons.) 14-15: A/' in loro sententia si fermava 18: Tuttiimss. e [tosto i9: m accnsatione, difensione, pctitiono Tutta mas. recusatione {ma cfr. testo latino) 24: m chontro a iust. m om. che V e medesimo, L elli med. 27: m fatta bene 28: m om. e dice 32: m traile genti. malfattore dia exemplo di non malfare, e '1 guidardone de' benfattori sia exemplo agli altri di ben fare. Et sopra questa materia dice uno savio: « I buoni si guardano di peccare per amore della vertude, i malvagi si guardano 5. per paura della pena ». 3. Et è questa causa iudiciale doppia: una speciale et un' altra che non si puote partire. Speciale è quella nella quale il pai'lierc si sforza di mostrare alcuna cosa che ssia insta o iniusta, non nominando certa persona; in questo modo: « Il ladro èe da 'mpendere, 10. perchè commette furto ». Dice l'altro: « Non è ». 4. Quella che non si puote partire è quella nella quale il parliere si sforza di mostrare una cosa essere iusta o no, nominando certa persona; in questo modo: « È da impendere Guido eh' à fatto furto, o no? » Od « E da guidardonare GIULIO Cesare eh' à conquistata Francia, o no? Et tutte que ste cause iudiciali si considerano sopra'1 tempo preterito perciò che di ciò che l’uomo à fatto in arrietro è guidardonato o punito. CICERONE dice la sua sentenzia della materia di rettorica riprende quella d' Ermagoras. Et sì come porta la nostra oppinione, l'arte del parliere (0 e la sua sctenzia è di questa materia partita in tre. (cai). VI) Che certo non pare che Ermagoras attenda quello che dice ne attenda C^) ciò che promette, acciò che dovide la materia di questa arte in causa 25. et in questione. 1 : VI exempro allo genti -V far malo M il guidardone S: M' tini benfacloro m om. VA 4: M' o li malvagi seno guardano 6: U' et una che 7: il' il dicitore - 9: M-m om. modo m è da mpichare 10: M' un altro 12-15: M-m om. ila nominando alla fine del paragrafo i6: il-m om. si i7: m per adietro i8:m pulito SI : M-m parlare, M' parladore, L parlatore M Amagoras Che sia da legger cosi dimostra non tanto la variante di M' quanto, specialmente, il trovare nel § 1 del commento lo stesso errore di Mm di fronte a parliere di M'. Conservo, coi codici, i due attenda, quantunque il tosto latino abbia nel primo caso attendere e nel secondo intellUjere: qui ci aspetteremmo dunque intenda, e l'alterazione, per analogia col primo verbo, sarebbe spiegabilissima. Ma anello con attenda il senso va bene; e forse una prova della somiglianza sostanziale per l'autore fra attendere e intendere si ha nel § 7 del commento, dove, riferendosi a questo passo, i due verbi sono invertiti di posto: «non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea, nò che considerasse (= attendesse) quello che promettea. Poi elle Tulio àe detto davanti le tre partite della materia di rettorica sì come fue oppiuione d'Aristotile, in questa parte conferma Tulio la sentej^izia d'Aristotile; e 5. dice che pare a llui quel medesimo, e riprende la sentenzia d'Ermagoras, il quale diceva che Ila materia del parliere è di due partite, cioè causa e quistione. Ma certo e' dovea così riprendere coloro che giungeano alla materia di quest'arte confortameuto e disconfortamento e consolalo, mento; e lui riprende Tulio nominatamente perciò ch'elli era più novello e però dovea elli essere più sottile, e riprendelo ancora però che ssi traea più innanzi dell'arte; e riprendendo lui pare che riprenda li altri. Ma però che Tulio CICERONE non disfina (D lo riprendimento delli altri, si vuole lo sponitore chiarire il loro fallimento, e dice così: 3. Vero è che, si come mostrato è qua in adietro, l' officio del parliere si è parlare appostatamente per fare credere, e questo far credere è sopra quelle cose che sono in lite, e' ancora non sono pervenute all' anima ; ma chi vuole considerai e il vero, e' troverà che confortameuto e disconfortamento sono solamente sopra quelle cose che già sono pervenute all' anima. Verbigrazia: Lo sponitore avea propensato di fare questo libro, ma per negligenzia lo intralasciava; onde da questa negligenzia il potea bene alcuno ritrattare per confortameuto, e questo conforto viene sopra cosa la quale era già pervenuta all'anima, cioè la negligenzia.Et se alcuno disconforta un altro che avea proposto di malfare, tanto che ssinde rimane, altressi viene lo sconforto in cosa la quale era già pervenuta all' anima. Adunque è provato che conforto né disconforto non pos 1 : m dinanzi 3: L dico e conferma 4: M-m la sciencia 6-7 : M-m parlaro 10: M'-L non mattamente li: M-m om. elli 14: m diffina (o anche disfina), ilf'-/y non examina delli altri m om. si 16: M^ in qua dietro m del parlare 17: M-m om. si 18: M' et che ancora, m e anchora SO: M' et trovare 21: m om. già - S3 : L pensato, S per pensato 23: M lo tralassava, m lo lasciava 24: M' bene ritrarre alcuno, w lo potea alchuno ritrarre - 27 : vi sconforta 30: M-m sconforto Manuzzi registra disfinire per « compiere » e anclie por « dichiarare », che mi sembra qui il senso piìi adatto. (2) Non mancano esempii (cfr. Manuzzi, s. v.) che permettono di mantenm-e questa parola in senso di «ritrarre», come appunto sostituirono gh altri mss. altìsono essere materia di questa arte. 5. Ma consolamento puote anzi essere materia del parliere, perciò che puote venire sopra cosa e' ancora non sia pervenuta all' anima. Verbigrazia: Uno uomo ferma nel suo cuore di menare dolorosa vita per la morte d' una persona cui elli ama sopra tutte cose. Ma un savio lo consola, tanto elle propone d'avere allegrezza, la quale non era ancora pervenuta all'anima. Ma perciò che in questo consolamento non ha lite, perciò che '1 consolato non si difende né non allega ragioni contra il consolatore, non puote essere materia di questa arte. 6. Or è ben vero che altri dissen che dimostrazione non era materia di questa arte, anzi era materia di poete, però eh' a' poete s' apartiene di lodare e di vituperare altrui. Et avegna che CICERONE no Ili riprenda nominatamente, assai si puote intendere la riprensione di loro in ciò eh' e' conferma la sentenza d'Aristotile che disse che dimostrazione e deliberazione e iudicazione sono materia di questa arte. Et sopra ciò nota che dimostrazione pertiene a' poeti et a' parlieri, ma in diversi modi : che ' poeti lodano e biasmano sanza lite, che non è chi dica contra, e '1 parlieri loda e vitupera con lite, che è chi dice contra il suo dire. Et perciò dice Tulio che non pare che Ermagoras intendesse quello che dicea, né che considerasse quello che prometea, dicendo che tutte cause e questioni 25. proverebbe per rettorica. Or dicerà Tulio le rii)rensioni d' Ermagora sopra causa e sopra questione. Tullio seguita Ermagoras della causa, etc. Causa dice che ssìa quella cosa nella quale abbia controversia posta in dicere con interposizione di certe persone; le quali 30. noi medesimo dicemo che è materia dell' arte e, sì come detto avemo dinanzi, che sono tre parti : iudiciale, dimostrativo e deliberativo. 2: M' innanzi del parlatore 3: m non 6 jiervenuta 5-6: M ellamava 6-7 : III lo chonsolò, M' il consola tutto sì clid iiropone 8: M-m che questo cons. .9: in e non allega i3: m di poota.... a poeti, M' de poeti... ali poeti M' o di vit. i-i: M nelle, m non le, M' non gli i6: M' elicgli conferma 17: m dim., dilib. et iiivochationo 19: M' ali poeti et ali pailadori 5i : M II parlieri, »i 11 parlieri?, 3/« E! parladore m pero che è chi dicha chontro al suo dire S-1: A/' chelgli prom. 26: m e questione, M' sopra questioni 30: m nm. medesimo itf' nm. o Sponitore. 1. Poi che Tulio avea detto che Ei-magoras non intese se stesso dicendo che causa e questione sono materia di questa scienzia, sì dice in questa parte che Ermagoras 5. dicea che fosse causa. 2. Et causa appella una cosa della quale molti sono in controversia, perciò che 11' uno ne sente uno intendimento e l'altro ne trae un'altra diversa intenzione; sicché sopr' a cciò contendono di parole mettendo e nominando alcuna certa persona, che non si possa 10. partire e che propiamente e determinatamente si partenga alle civili questioni. 3. Et di questo dice Tulio che ss' accorda co llui, che ciò àe elli detto davanti per sé e per Aristotile; ma dicerà omai com' elli errò in questione. Qtd rijivende Tullio Ermagoì asQuestione apella quella che àe in se controversia posta in dicere sanza interposizione di certe persone, a questo modo: Che èe bene fuori d'onestade? Sono li senni (i) veri? Chente è la forma del mondo? Chente è la grandezza del sole? Le quali questioni intendemo tutti leggiermente essere lontane dall'officio del parliere; 20. che molto n' è grande mattezza e forseneria somettere al parliere in guisa di picciole cose quelle nelle quali noi troviamo essere consumata la somma dello 'ngegno de' filosofi con grandissima fatica. Sponitore. 1. Ora dice Tulio che Ermagoras appellava questione 25. quella cosa sopra la quale era controversia intra molti, sicché contendeano di parole l'uno contra l'altro non no 5 M diceva - m ch'era chausa 7: M^ e un altro ne trae altra d. i., M na {sic) trae, m ne atrae 8: M-m contendemo 10: M' nominatamente m sautenga 13: Jf' oggimai 15: M' la quale ae 16-17: M' che ben M-iii li senni vari M' om. h M-m la l'ama 19: M-m del parlare 20: M-m oiii. raaltozza, ilf ' om. e forseneria JZ-w parlare, M' parladore SI: l/Tiusta,//i in vista 24 ^/-w appellalo: M' era questione m tra molti 26: M ne contendeano (1) Traduce il latino sensus con una forma che ritorna anche nel commento; è la stessa fusione, o confusione, cho troviamo nel francese. minando certa persona la quale propiamente s'apartenesse alle civili questioni. 2. Et in ciò pone cotale exemplo: «Che è bene fuori d'onestade?» Grande contraversia fue intra' filosofi qual fosse il sovrano bene in vita: et erano molti 5. che diceano d'onestade, e questi fuoro i parepatetici; altri erano che diceano di volontade, e questi sono epicurii. 3. Altressì fue questione se ' senni sono veri, perciò che alcuna fiata s'ingannano, che se noi credemo che ricalco sia oro sanza fallo s' inganna il nostro senno. Altressì fue questione della forma del mondo, però eh' alcuni filosofi provavano che '1 mondo è tondo, altri dicono eh' è lungo, o otangolo(l\ o quadrato. 5. Altressì era questione della grandezza del sole, che alcuni dicono che’l sole è otto tanti che Ila terra, altri più et altri meno. Et questa misura si sforzalo, vano di cogliere i maestri di geometria misurando la terra, e per essa misura ritraeano quella del sole. Et perciò mostra Tulio che Ermagora non intese quello che dicea, ch'assai legiei'mente s'intende che queste cotali questioni non toccano l'ufficio del parliere. Et nota che dice officio però che ben potrebbe essere che '1 parliere fosse FILOSOFO, e così toccherebbe bene a lini trattare di quelle questioni, ma ciò non arebbe per officio di rettorica ma di FILOSOFIAf. Donque ben è fuori della mente e vano di senno quelli che dice che'1 parliere possa o debbia trattare di queste questioni, nelle quali tutto tempo si consumano et affaticano I FILOSOFI. Or à provato Tulio che Ermagoras non intese quello che disse. Ornai proverà come non attese quello che promise, in ciò che promettea di trattare per rettorica ogne causa et ogne questione. 8. Et ciò fae a guisa de' savi, i 1 : 3/' sì plenesse - 3: M-m fuori con lioneslade, M'-l di l'iiuri 7 lioii. 4' ili l'uori d'hon. .W grande (juostione mi traili lilosali -I : m «m. et 5 : .V diceano hon. M-m OHI. questi fuoro il pai'ei)atoiici, .W parclieiialetici 6: il' diceano volontade (S ugg. cioè piacere) 7: M-m se songni - 8: M' chel ricalco 9: S il nostro sentimento iO: il perciò id: il' diceano IS: il Hangolo ('/), "i troangholo, .W'-i triangolo, S otangolo m quadro i3: il' cotanti che terra, i cotanti chella terj-a 16: m ritraevano la misura d. s. 17: il' che elgli diceva. Kt assai ecc. S3: M' Dunque ben M' chi dice 24: M' debbia parlare 25: M' et faticano S7: il-m non inteso 28: M-m perche (> rectorica 29: M-m di savi (1) La lezione di M ò incerta, ma sembra spiegata e confermata da quella di S che risalo all'altra famiglia di codici ; un segno male interpretato come abbreviatura di ri può aver suggerito la lezione triangolo. Il commento di Vittorino a questo passo non parla nò di triangolo né di ottangolo. (2) Il latino Ila in ca. - 49 quali vogliendo mostrare la loro sapienzia sì 11' apongono ad alcuna arte per la quale non si puote provare; come s' alcuno volesse trattare d' una questione di dialetica et aponessela a gramatica, per la quale non si pruova né ssi 5. potrebbe provare, e ciò mosterrebbe usando per argomenti la sua sapienzia; e sopr'a cciò ecco '1 testo di Tulio. Tullio dice in somma ciò ch'elli avea detto davanti. Che se Ermagoras avesse in queste cose avuto gran savere acquistato per istudio e per insegnamento, parrebbe ch'elli, usando la sua scienzia, avesse ordinata una falsa cosa dell'arte del parliere, e non avesse sposto quello che puote l'arte ma quello che potea elli. Ma ora è quella forza nell'uomo ch'alcuno li tolga più tosto rettorica che no-lli concedesse filosofia. Ma perciò l' arte che fece non mi pare del tutto malmendosa, ch'assai pare ch'elli abbia in essad) locate cose elette ingegnosamente e diligentemente ritratte delle antiche arti, et alcuna v'àe messo di nuovo; ma molto è piccola cosa dire dell'arte sì come fece elli, e molto è grandissima parlare per l'arte, la qual cosa noi vedemo ch'esso non poteo fare. Per la qual cosa pare a noi che materia di rettorica è quella che disse Aristotile, della 20. quale noi avemo detto qua indietro. In questa parte dice CICERONE che se Ermagoras fosse stato bene savio, sicché potesse trattare le quistioni e le cause, parrebbe eh' avesse detto falso, cioè che avesse dato al parliere quello officio che nonn é suo; e così non avrebbe mostrata la forza dell'arte, ma averebbe mostrata la sua. Ma ora è quella forza nell'uomo, cioè tal fue questo Ermagoras, che neuno che dicesse eh' e' non sappia rettorica nolli concederae che sia FILOSOFO. Ma perciò l'arte 1 : 3f siila pongono 3: m trattare una q. 4-5: M' per la quale non si porla provare M' om. per argomenti 9: M^ o \)ev insegnamento parendo 10: »i ordinato M-m del parlare 11 : M-m non avesse posto (»m in et n.) M' ([nello puote 13: M' che fece nolli cono. 14-15: M-m messe, A/' in esse M-m ^ locate le cose («4 nm. le cose) 7 lecte 17: M dell'arti, in delle urti itf' grandissimo 18: Jl/ potea, M' ]jotero 19: ni sia quella. M' qua in adietro S4: M-m ciò M' cavesse detto 25: Af a parliere 28: M' ch'olii 28-29: S che non lu veruno che dicesse ch'elli non sappia retorica non dirà giù che egli sia philosopho (1) Il testo latino ha in ea. che fece non pare in tutto rea ». In questa parola il cuopre (1) Tulio e dimostra eh' elli avrebbe bene ijotuto dire X^egio. Et dice « non è del tutto rea » perciò eh' elli àe messo nel suo libro con molta diligenzia e con ingegno li 5. comandamenti delli altri maestri di questa arte, et alcuna cosa nuova v' agiunse. Et qui pare che Tulio lo lodi là ove il vitupera, dicendo che fosse furo in perciò che delle scritte d' altri maestri fece il suo libro. Ma molto è picciola cosa dire dell' arte, ciò viene a dire eh' al parliere non s'apartiene dare insegnamenti dell'arte, sì come fece Ermagora, ma apartiensi a llui in tutte guise parlare secondo li 'nsegnamenti e comandamenti dell" arte, la qual cosa non seppe fare esso. 5. Adonque è da tenere la sentenzia d'Aristotile, che dice che materia di questa arte è dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et ornai è detto sofficientemente e diligentemente del genere, cioè generalmente, dell' officio e della fine di rettorica; or sì dicerà il conto delle sue parti, sì come Tulio promise nel suo testo qua indietro.Tullio CICERONE dice le parti di rettorica. 20. 27. Le parti sono queste, sì come i più dicono: Inventio, di spositio, elocutio, memoria e pronuntiatio. Lo sponitore. Cinque parti dice Tulio che sono et assegna ragione per che, e quella ragione metterà lo sponitore in suo luogo. 25. Ma prima dicerà le ragioni che nne mostra BOEZIO nel quarto della Topica, che dice che se alcuna di queste cin 1-2: S scuopre 4: M' con non molto.... ingegni i com. 6: J/' vi giiingnesse i>f-»i la dove 7:M* fosse ladro m poro che dello dette scritte - 8-9: M' delli altri om. Ma... arte m cosa a dire 10: M-m a dire 12 : m egli noi seppe fare 14 : m dice materia 15-17 : M' Et oggimai ae solTicientemento detto del genere, dell' officio et del (ine dì rectorica. Si dicerà l'autore déle sue parti M sulficientemcnte dilig. m ora dirà 20;mLLQ parti di rettoriclia M' inveutione, dispositione, ccc 24: S questa M-m che dico se alcuna Cioè «lo difonde». La lezione scuopre di S sarà nata da un ilcuopre letto iscuopre; come senso si ridurrebbe a una ripetizione di dimostra. que ijarti falla nella diceria, non è mai compiuta; e se queste parti sono in una diceria o inn una lettera, certo l'arte di rettorica vi fie altressì. 2. Un'altra ragione n'asegiia BOEZIO: che però sono sue parti perchè esse la 'INFORMANO E ORDINANO e la fanno tutta essere, altressì come '1 fondamento, la i)ai'ete e '1 tetto sono parti d'una casa sì che la fanno essere, e s' alcuna ne fallisse non sarebbe la casa compiuta. Et dice Tulio che queste sono le parti di rettorica sì come i più dicono, i)erò che furo alcuni che diceano che memoria non è parte di rettorica perciò che non è scienzia, et altri diceano che dispositio non è parte d' essa arte. Et così va oltre Cicerone e dicerà di ciascuna parte perse, e primieramente dicerà della 'uvenzione, sì come di piti degna; e veramente è più degna, però 15. ch'ella puote essere e stare sanza l'altre, ma l'altre non possono essere sanza lei. Tullio dice della invenzione. Inventio è apensamento a trovare cose vere o verisimili le quali facciano la causa acconcia a provare. Dice CICERONE che invenzione è quella scienzia per la quale noi sapemo trovare cose vere, cioè argomenti necessarii e nota « necessarii », cioè a dire che conviene che pure cosi sia - e sapemo trovare cose VERISIMILI, cioè argomenti ac 25. conci a provare che così sia, per li quali argomenti veri e verisimili si possa provare e fare credere il detto o '1 fatto d'alcuna persona, la quale si difenda o che dica incontro ad un' altra. 2. E questo puote così intendere il porto dello sponitore. Verbigrazia: Aviene una materia 30. sopra la quale conviene dire parole, o difendendo 1' una i: .W manca 3: m vi (ia, M' vi l'u - 3-4: M' dice Boelius, che poroiù 5: m fannola tutta essere, Af' li fanno essere tutto alti-essi ecc. 6: M' son parte 8 : m om. Et 10: m non era ~ 11: M^ dispositlone 12: M-m dell'arte 13: m primamente 16: m essere o stare 18: M' invontione (e coù semiire) m pensamento il' overo simili 19: il-m la cosa S3: SI' om. a dire 23-24: m pure che cos'i sia. E sappiano M' nm. acconci ~ 26: M-m el facto - 27-28: m chontro ad un altra - 52 parte o dicendo centra l'altra; o per aventura sia materia sopra la quale si conviene dittare in lettera. Non sia donque la lingua pronta a parlare né la mano presta alla penna, ma consideri che '1 savio mette alla bilancia le sue parole 5. tutto avanti clie Ile metta in dire né inn iscritta. 3. Consideri ancora che '1 buono difficiatore e maestro poi che propone di fare una casa, primieramente et anzi che metta le mani a farla, sì pensa nella sua mente il modo della casa e truova nel suo extimare come la casa sia migliore; e poi 10. eh' elli àe tutto questo trovato per lo suo pensamento, sì comincia lo suo lavorio. Tutto altressi dee fare il buono rettorico: pensare diligentemente la natura della sua materia, e sopra essa trovare argomenti veri o verisimili sì che possa provare e fare credere ciò che dice. 4. Et già 15. é detto quello che è inventio. Ora procederà il conto a dire quello che è dispositio. Dice Tullio de dispositio. Dispositio èe assettamento delle cose trovate per ordine. Perciò che trovare argomenti per provare e FAR CREDERE il suo dire non vale neente chi no Ili sae asettare per ordine, cioè mettere ciascuno argomento in quella parte e luogo che ssi conviene, per più affermamento della sua parte, sì dice Tulio che è dispositio. 2. E dice eh' è quella 25. scienzia per la quale noi sapemo ordinare li argomenti trovati in luogo convenevole, cioè i fermi argomenti nel principio, i deboli nel mezzo, i fermissimi, co' quali non si possa contrastare lievemente, nella fine. Cosi fae il difficatore della casa, che poi eh' elli àe trovato il modo 1 : m chontro all'altra - 2 .• M sopralla ([ualo - M' oiii. don(|uo - 3: in o la mano alla penna - 5: m tutto prima, S tutto - m o in iscritta, M' o in iscriptura 6-S:.il diliciatore prima che metta lo mani a lare mr=.)/, ma o maestro - 9: m Poi - 10: M' U suo lavoro i3: M-m si veri che possa - 14-16: M E già liecto, mi Ora e detto - M' omquello - M-m Ora procederà il conto quello che è spositio, .«' Si procederà il conto a dire che k dispositione - SO: m diro il suo criMloro - Sfì: M trovai -,W-»i ohi. i, m om. argopienti 27: M' ali (piali nella sua mente, elli ordina il fondamento in quel luogo che ssi conviene, e ila parete e '1 tetto, e poi 1' uscia e camere e caminate, et a ciascuna dà il suo luogo. 4. Già è detto che è dispositio; or diceva il conto che è elocutio. 5. Tullio dice della locuzione. 30. Elocutio è aconciamento di parole e di sentenzie avenanti alla invenzione. Sponitore. I. Perciò che neente vale trovare od ordinare chi non sae ornare lo suo dire e mettere parole piacevoli e piene di buone sentenze secondo che ssi conviene alla materia trovata, sì dice Tulio che è elocutio. Et dice che è quella scienzia per la quale noi sapemo giungere ornamento di parole e di sentenze a quello che noi avemo trovato et ordinato. E nota che ornamento di parole èe una dignitade la quale proviene per alcuna delle parole della diceria, per la quale tutta la diceria risplende. Verbigrazia. Il grande valore che in voi regna mi dà grande SPERANZA del vostro aiuto. Certo questa parola, cioè “regna”, fa tutte risplendere l'altre parole che ivi sono. Altressì nota che ornamento di sentenze è una dignitade la quale proviene di ciò che in una diceria si giugne una sentenza con un'altra con piacevole dilettamente. Verbigrazia. In queste parole di Salamene. Melliori sono le ferite dell'amico che frodosi basci del nemico. Et già è detto che è elocutio, cioè apparecchiamento di parole e di sentenzie che facciano la diceria piacevole et ordinata di parole e di sentenzie. Omai procederà il conto alla quarta parte di rettorica, cioè memoria. i-2: m in quello che si chonvienc et il luogo.... l'ascia, charaere3: M^ camminate, ciascuna in suo luogo. Et già ecc. 0-7: M-m avenonti alla ntentione (anche S intenliono) 9: M om. od 10: M' sa adornare il suo dire 15: m om. E 16: M dignità della quale, m M' dignità la quale pervieneSO: M' vi sono SI m,»f' perviene 22 .- M-m om. Ai M un'altra seutenfa con un altro, m in un'altra diceria si giungne un'altra sententia chon un altro piacevole dil. 23: M-m dice Salamene 25: M' li frodolenli basci m om. Et 26-27: M om. e di sentenzie, m om. piacevole el; M om. che.... parole Ambedue le lezioni sono possibili; ma con quella di M si spiega meglio una pretesa correzione in dice (chi avrebbe pensato, invece, a cambiare dice indi?), mentre poi il verbo dice renderebbe superflua l'espressione in queste parole. Dice Tulio della memoria. Memoria è fermo ricevimento nell'animo delle cose e delle parole e dell'ordinamento d'esse. Et perciò che neente vale trovare, ordinare o acon ciare le parole, se noi nolle ritenemo nella memoria sicché ci'nde ricordi quando volemo dire o dittare, sì dice Tulio che è memoria. Onde nota che memoria èe di due maniere: una naturale et un'altra artificiale. La naturale è quella forza dell'anima per la quale noi sapemo ritenere a memoria QUELLO CHE NO APRENDEMO PER ALCUNO SENNO SEL CORPO. Artificiale è quella scienzia la quale s'acquista per insegnamenti delli FILOSOFI, per li quali bene impresi noi possiamo ritenere a memoria le cose che avemo udite o trovate o APRESE PER ALCUNO DE’ SENNI DEL CORPO e di questa memoria artificiale dice Tulio eh' è parte di rettorica. Et dice che memoria è quella scienzia per la quale noi fermiamo nell'animo le cose e le parole eh' avemo trovate et ordinate, sicché noi ci 'nde ricordiamo quando siemo a dire. Et già é detto che è memoria; si dicerà il conto la quinta et ultima parte di rettorica, cioè pronuntiatio. Dice CICERONE della pronunziagione. Pronuntiatio è avenimento della persona e della voce secondo la dignitade delle cose e delle parole. Et al ver dire poco vale trovare, ordinare, ornare parole et avere memoria chi non sae profFerere e dicere le sue parole con avenimento. Et perciò alla fine dice Tulio Però che niente ot acconciai-e 7: w» cene, Af' cine M volere 9:mom, et il: M' senso IS: M' quella memoria i-i: J»/' udito i5: 4f' sensi 16-, m nnu Et i8 : m olle parole i9: M' noi vegnamo a dire SO- « ultra parte, hi ora dirà il conto la quinta jiarte, .W" il maestro - S6 : m o ornare 27: in a chi non sae prollbrere o diro -òsche è pronuntiatio; e dice eh' è quella scienzia per la quale noi sapemo profferere le nostre parole et amisurare et accordare la voce e '1 portamento della persona e delle membra secondo la qualitade del fatto e secondo la condizione della diceria. Che chi vuole considerare il vero, altro modo vuole nelle voci e nel corpo parlando di dolore che di letizia, et altro di pace che di guerra, ('he '1 parliere che vuole somuovere il populo a guerra dee parlare ad alta voce per franche parole e vittoriose, et avere argoglioso advenimento di persona e niquitosa ciera contra ' nemici. Et se Ila condizione richiede che debbia parlamentare a cavallo, si dee elli avere cavallo di grande rigoglio, sì che quando il segnore parla il suo cavallo gridi et anatrisca e razzi la terra col piede e levi la polvere e soffi per e nari e faccia tutta romire la piazza, sicché paia che coninci lo stormo e sia nella battaglia. Et in questo punto non pare che ssi disvegna a la fiata levare la mano o per mostrare abondante animo o quasi per minaccia de' nemici. Tutto altrimenti dee in fatto di pace avere umile advenimento del corpo, la ciera amorevole, LA VOCE SOAVE, la parola paceffica, le mani chete; e’1 suo cavallo dee essere chetissimo e pieno di tanta posa e' sì guernito di soavitade che sopr'a llui NON SI UMOVA UN SOL PELO, ma elli medesimo paia factore della pace. Et così in letizia de' 1 parlatore tenere LA TESTA LEVATA, il viso allegro e tutte sue parole e viste SIGNIFICHINO allegrezza. Ma parlando in dolore sia LA TESTA INCHINATA, il viso triste e li occhi pieni di lagrime e tutte sue parole e viste dolorose, sicché ciascuno sembiante per sé e ciascuno motto per sé muova l'animo dell’uditore a piangere et a dolore. Et già é detto delle V parti sustanziali di rettorica interamente secondo l'oppinione di Tulio, e sì come lo sponitore le puote fare meglio intendere al suo porto; sì ritorna Tulio a scusare sé medesimo di ciò che non àe mostrato ragione perché 2: m e misurare ~ 5: M' che a chi vuole 0: M' noia boce 7 : M' parlare, m Il parliere 8: m smuovere i/' om. il populo 11 : M parlantare, m p-are 12: m mn. elli 14-15: M' delle nari, vi sozzi le anari 16: il' incominci 17: M-m om. per 19-20: M' humili avenimenti m nel chorpo 21 : M' le parole pacefiche 22 : L di tanta jwssa 24 : M' om. Et mss. del parlatore 25 : M-m levata in suso il' le sue parole 26: il-m e signilichino 27: m chinata, il' inchina, L inchinata 28 : M-m parole iuste e dolorose 29: il' muove 30: m piangerò a dolore. Ora è detto 31 : il' sustanziali parti 32: M' il puote 56 quello sia genere et ofifìcio e fine di rettorica sì com' elli àe fatto della materia e delle parti, e dice in questo modo. Tullio dice che tratterà della materia e delle parti. Oramai dette brievemente queste cose, atermineremo in 5 altro tempo le ragioni per le quali noi potessimo dimostrare il genere e IPofficio e Ila fine di quest'arte, però che bisognano di molte parole e non sono di tanta opera a mostrare la propietade e Ile comandamenta dell'arte. Ma colui che scrive l'arte rettorica pare a noi che 'I convenga scrivere dell'altre due, cioè della maio teria e delle parti. E io perciò voglio trattare della materia e delle parti congiuntamente. Adunque si dee considerare più intentivamente chente in tutti generi delle cause debbia essere inventio, la quale è principessa di tutte le parti. In questa parte dice Tulio che non vuole ora provare perchè quello sia genere di rettorica che detto è davante, né Ilo officio né Ila fine, però che vorrebbe lunglie parole e non sono di molto frutto, e però l' atermina nelr altro libro nel quale tratta sopr' a cciò; et in questo presente libro tratta della materia, cioè dimostrazione, deliberazione e iudicazione, et altressì tratta delle pai'ti, cioè inventio, dispositio, elocutio, memoria e pronuntiatio. Et di tutte queste tratterà insieme e comunemente. Ma però che inventio è la più degna parte, sì dicerà CICERONE chente ella dee essere in ciascuno genere di rettorica, cioè come noi dovemo trovare quando la materia sia di causa dimostrativa, e quando sia deliberativa, e quando sia iudiciale; e tratterà si comunemente che mosterrà come sia da trovare in catuna di queste cause, e come 30. ordinare e come ornare la diceria, e come tenere a memoria e come profferere le sue parole. 1 : M-m quella 4 : M' Ogimai 7 : M admostrare, ni a dimostrare M' le propicladi 9: M-m che convenga - iO-H : M-m om. K io.... congiuntamente IS: M-m chente e i3: Af' do tutte l'arti 16: M-m quella, M -L quel M' detto davanti 18: M' lo termina 20: M-m dimostrative 23: M' congiuntamente; m om. e 24: M-m om. SI dicerà Tulio i'S : M' om. sia congiuntamente S9: Af' come iu e. d. q. e. sa da trovare 30: iii nm. e come ornare Lo sponitore parla all' amico suo. Perciò lo sponitore priega '1 suo porto, poi ch'elli àe impresa altezza di tanta opera come questa èe, che a llui piaccia di si dare l'animo a cciò eh' è detto davanti, spezialmente in connoscere il dimostrativo e '1 deliberativo e '1 iudiciale che sono il fondamento di tutta l'arte, e poi a quel che siegue per innanzi, eh' elli intenda tutto '1 libro di tal guisa che, per lo buono aprendimento e per lo bel dire che farà secondo lo 'nsegnamento dell' arte, il libro e lo sponitore ne riceveJO. ranno perpetua laude. Della constitnzione e delle quattro sue parti. 34. (e. Vili) Ogne cosa la quale àe alcuna controversia in diceria o in questione contiene in se questione di fatto o di nome di genere o d'azione; e noi quella questione delia quale nasce la causa apelliamo constituzione. E constitnzione è quella eh' è prima pugna delle cause, la quale muove dal contastamento della intenzione in questo modo. Facesti. Non feci, o Feci per ragione. Poi che CICERONE àe detto di mostrare e trattare della invenzione e della materia insieme, sì mostra lo sponitore in che ordine trattò de l'inventio; ma per maggiore chiarezza dicerà tutto avanti in che significazione si prendono queste parole, cioè causa, controversia, constituzione e stato. Causa vale tanto a dire quanto il detto o '1 fatto d' alcuno, per lo quale è messo in lite, ed è appellato causa tutto '1 processo dell' una e dell' altra parte. Et appellasi causa tutta la diceria e la contenzione cominciando al prolago e tìniendo alla conclusione; donde dice uomo: 3: M-m di darli l'animo 7-10: M^ chel baono ben dire per tua laude, M-m dello sponitore, M ne rlcevemo, m ne riceva - 13: m o questione, ilf ' om. contiene in se questione 14 : M-m di quella 15: M^ constitutione ò la prima pugna 21 : M' om. insieme M' mosterra, ma L mostra SS : M delinventia, m della inventia, M^ della inventione 23: m tutto innanzi Af' mi. si prendono S7 : M' dell'una parte 7 dell'altra 28: M-m la 'nlentione M' dal prol. La mia causa è giusta, cioè, la mia parte è giusta. Controversia vale a dire tanto come causa, e viene a dire “controversare” cioè usare l'uno coli' altro di diverse ragioni e contrarie. Questione tant' è a dire come '1primo detto di colui che comincia contra un altro e '1 secondo detto di colui che ssi difende. Et appellasi quistione una diceria nella quale àe due parti messe in guisa di dubitazione, et appellasi questione per l'una e per l'altra parte della questione. Constituzione si prende et intende in quelle medesime significazioni che sono dette davanti. Stato è appellato il detto e '1 fatto'l) dell'aversario, però che' parliere stanno a provare quel detto o quel fatto; e questo medesimo è appellato constituzione perciò che '1 parliere constituisce et ordina la sua ragione e la sua parte di quel detto o di quel fatto. Et per ciò è appellato “CONTRO-VERSIA” che diversi diversamente sentono di quel detto o di quel fatto. Qui dice lo sponitore come Tullio tratterà della Invenzione. Et poi che Ilo sponitore àe dette le significazioni di queste parole, dicerà in chente ordine Tulio tratta della 'nvenzione. Et certo primieramente insegna invenire e trovare quelle questioni le quale trattano i parlieri, et appellale constituzioni e dice la proprietade di constituzione e dividela in parti. Nel secondo luogo mostra qual causa sia simpla, cioè di due divisioni, e qual sia composta, cioè di quattro o di più. Nel terzo luogo mostra qual contraversia sia in scritta e quale in dicere. Nel quarto luogo mostra quelle cose che nascono di constituzione, cioè la diceria nella quale àe due divisioni e ragioni, e Ila giudicazione e '1 fermamento. Nel quinto luogo mostra in che guisa si debbono trattare le parti della diceria secondo rettorica. Nel VI luogo mostra quante sono esse parti e quali e che sia da ffare in ciascuna. Et disponesi cosi 2 : Af' vale quasi tanto 3: M' controversia centra l'altro diverse ragioni 4:M' k tanto a dire M-m come primo 5: m e secondo 7: M-m parti in essere M dnbitatione sanfa dubitatione 9: M' i s'intende 10: m dinanzi J8: m om. VAIO: M' sì dicerà oggimai 20: L a trovare 23: m In quattro parti M-m dimostra - M qual cosa, m ciualo luogho 26 : M-m sia scripta - 28 : M'-L e la ragiono el iudicamento el fermamente 29: m dimostra 31: M luorao (tic) . 32: M' ciascuno M Kt diponesi, m ('dispensi, M'-L Et dispone Ci aspetteremmo o 'l fatto, anche per uniformità colle frasi seguenti ; ma la concordia dei codici per e lascia incerti sulla conesiione, che non è neppure indispensabile per il senso. 59 il testo di Tulio per fare intendere onde procedono le quistioni che toccano al parliere di questa ai'te. Ogne cosa la quale àe in sé CONTRO-VERSIA, cioè della quale i diversi diversamente sentono sicché alcuna cosa dicono sopr' a cciò con inquisizione, cioè per sapere se alcuna delle parti è vera o falsa, sì à' in sé questione di fatto, cioè questione la quale muove di ciò che alcun fatto è apposto altrui. Verbigrazia : Dice l'uno contra l'altro. Tu mettesti fuoco nel Campidoglio. Et esso risponde. Non misi. Di questo nasce una cotale questione, se elli fece questo fatto o no, et è appellata questione di fatto per quello fatto che a llui è apposto, etc. Od è questione di nome, cioè che l’una parte appone un nome a un fatto (D e l'altra parte n'appone un altro. Verbigrazia: Alcuno à furato d'una chiesa uno cavallo o altra cosa che non sia sagrata. Dice l’una parte contra lui. Tu ài commesso sacrilegio. Dice l'altro. Non sacrilegio, ma furto. Et nota che sacrilegio è molto peggiore che furto, perciò che colui commette sacrilegio che fura cosa sacrata di luogo sacrato. Donde di questo nasce una questione del nome di quel fatto, cioè se dee avere nome furto sacrilegio, e però è appellata QUESTIONE DEL NOME. Od è questione del genere, cioè della qualitade d'alcuno fatto, in ciò che l’una parte appone a quel fatto una qualitade e l' altra un' altra. Verbigrazia : Dice F uno. Questi uccise la madre iustamente perciò ch'ella avea morto il suo padre. Dice l'altro. Non è vero, ma iniustamente l'à fatt; e di ciò nasce cotal questione di questa qualitade. Se l'à fatto iustamente o iniustamente, e perciò è appellata questione di genere, cioè della qualità d'un fatto e di che maniera sia. Od è questione d'azione, cioè viene a dire che contiene questione la quale procede di ciò, e' alcuna azione si muta d' un luogo ad altro e d'un tempo ad altro. Verbigrazia : Dice uno contra un altro. Tu m' ài M' diversi 6: M' se l'una parte 8: 3f' un facto 8-9: M' uno contra un altro M' Elgli, mie 12-13: m che 6 allui aposto, il/' perche il facto che allui e e apposto da questione ecc. M-m Onde questione i4 : M-m in nome o in facto, M' ialla dal 1° al 2° appone 18: m M' oin. Et M' peggio 20: m Onde 21: M' del nome del facto 22: m di nome 23: M-m Onde m di genere 25: M-m l'altro 28: iW' OHI. e 29: M-m om. se l'à fatto 30: M' o di che m. - 31 : M-m Onde mcioò che viene 32-34: M' dico calcuna ad un altro om. e.... ad altro uno a un altro È lezione congetturale, ma sicura, come dimostra l'espressione analoga del § 16. furato un cavallo »; et esso risponde: « Vero è, ma non tine rispondo in questo tempo, perciò che ttu se' mio servo, o perciò eh' è tempo feriato, o perciò eh' io non debbo risponderti in questa corte, ma in quella della mia terra. Onde di questo procede una questione, la quale Tulio dice che è d'azione, cioè se colui dee rispondere o no. Et dice Tulio che tutte le quistioni che sono dette davanti sono appellate constituzioni, cioè c'anno questo nome. Et dice che constituzione è la prima pugna delle cause, cioè quello sopra che da prima contendono i parlieri, cioè il detto dell'uno e '1 detto dell'altro, e questo sopra che de prima contendono i parlieri si è il nascimento, cioè che muove del contrastamento della intenzione, cioè del detto di colui che ssi difende contra le parole dell'accusatore. Onde contastamento è appellato el primo detto del difensore e intentione è appellata il primo detto dello accusatore. Et pare che il nascimento della constituzione vegna della difensione ch'è della accusa, non che nasca della difensione, ma perciò che del detto del difenditore si puote cognoscere se Ila causa o Ila questione è di fatto o di genere o di nome o d'azione, sì come appare nelli exempli che sono messi davanti. Et omai dicerà Tulio le nomora e Ile divisioni e Ile proprietadi e He cagioni di tutte le dette questioni. Del fatto, et è detto congettìirale. Quando la controversia è di fatto, perciò che Ila causa si ferma per congetture, sì à nome constituzione congetturale. In questa parte dice Tulio che quando la contenzione è per alcuno fatto che sia apposto ad altrui, sì come davanti si dice, sì conviene eh' ella sia provata per con 1 : M' 0(1 cigli, VI et e 3: m e però ch'io M' rispondere 6 : M' se quelli m OHI. Et 10: M i parliero, vi quello dello quale contendono da prima 14: M difontu 15: m M' il primo 16: M' appellato - 17: M-m che nascimento 19: M' owi. del 23-24: M' om. e Ilo cagioni, mn scrive le detto | cagioni I (piestioni SS: Moni. è 26-27: M-vi om. è per cometlere 30: M' apposto altrui gettare, cioè per suspezioni e per presunzioni. Verbigrazia: Dice uno contra un altro. Veramente tu uccidesti Aiaces, ch'io ti trovai e VIDI TRAIERE IL COLTELLO DEL SUO CORPO. Et questa è faticosa questione, ciò dice Vittorino, perciò 5. che a provarla si faticano molto i parlieri, perciò ch'altressì ferme ragioni si possono inducere per l’una parte come per 1' altra. E poi eh' è detto della constituzione di fatto, sì dicerà Tulio di quella eh' è di nome. Del nome, et è appellata ilifjìnitiva. Quando è la controversia del nome, perciò che Ila forza della parola si conviene diffinire per parole, sì è nominata diffinitiva. In questa parte dice Tulio che quando la conten 15 zione è del nome del fatto, cioè come quel fatto eh' è apposto altrui abbia nome, quella questione si è diffinitiva perciò che Ila forza, cioè la significazione di quella parola e di quel nome si conviene diffinire, cioè aprire e rispianare che viene a dire e che significa, non per exempli ma per parole brevi e chiare et intendevole.Verbigrazia. Un uomo è accusato che tolse uno calice d' uno luogo sacrato et è Ili apposto che sia sacrilegio, et esso si difende dicendo che non è sacrilegio ma furto. Or sopra questa controversia si è tutta la questione per lo nome di questo fatto: è sacrilegio o furto? Onde per sapere la veritade si conviene diffinire l'uno nome e l’altro, cioè dire la signifficazione e Ilo 'ntendimento di ciascuno nome, e poi che fie chiarito per le parole quello che '1 nome significa, assai bene si potrà intendere e provai e qual nome si XJonga a 30. quel fatto. Et poi eh' è detto del nome, sì dicerà Tulio del genere. 3: m e viJili trarre, M' ol ti vidi trarre 5-6: M'-L acciò che altress'i (L altre si) f. r. se ne possono 7: in ora. E *: m om. sì W: M' la controversia è ii: M'-L appellata 13: M-m om. è 3f ' 7 ilei facto 16: M' om sì 17:M' che ella airorca M-m a quella parola - 21-22: M' del luogo sacro 23: M' ma e furto 24-25: AT» se questo facto è sacrilegio furto 26: m l'altro M-m dare - 28: M-m che nome 30: m om. Ei e si Dice Tullio del genere, et è appellato generale. Quando è quistione della cosa qual sia, perciò clie Ila. controversia è della forza e del genere del fatto, sì è vocata constituzione generale. In questa parte dice Tulio che quando è questione della cosa quale ella sia, perciò che Ila controversia è della forza del fatto, cioè della quantitade, e della comparazione et altressì del genere, cioè della qualitade d'esso fatto, si è 10. vocata constituzione generale. Verbigrazia. La quantitade del fatto si è cotale questione : se uno à fatto tanto quanto un altro, si come fue questione SE CICERONE AVEA TANTO SERVITO AL COMUNE ROMA QUANTO CATONE. La comparazione del fatbo si è cotale: di due partiti qual sia migliore, si come fue questione quando i ROMANI presono Cartagine QUAL ERA MEGLIO TRA DISFARLA O LASCIARLA. Il genere del fatto si è questione della qualità del fatto sì come davanti fue messo F exemplo, cioè se colui che fece il fatto fece iustamente o iniustamente. Dice Tullio dell'azione, et è appellata translativa. Ma quando la causa pende di ciò che non pare che quella persona che ssi conviene muova la questione, o non la muove contra cui si conviene, o non appo coloro che ssi conviene.d) o non in tempo che ssi conviene, o non di quella lege o di quel peccato o di quella pena che ssi conviene, quella constituzione à nome translativa, però che ir azione bisogna d' avere translazione e tramutamento. 8: M-m o decta forfa 9: M-m sia M' aiiiiellala H : M-m senno - 14. m do fatto i7: M-m qualità 2'1: A/' l'accusa 24: M convenne, M-m nm. o non (1) La frase o non appo coloro che ssi conviene manca in tutti i codici, ma si ricava dal latino aid non apud qiios e dal § 4 dol commento. In questa parte dice CICERONE della controversia dell'azione, che quando sopr'acciò è Ila questione e' si conviene che l’azione si tramuti in tutto o in parte, e perciò à nome translativa, cioè trarautativa. Et questo è o puote essere Ijer sette maniere, le quali sono nominate nel testo, cioè: 2. Quando non muove la questione quella persona a cui la conviene di muovere. Verbigrazia: Dice uno scoiaio contra ad un altro. Tu se' venuto troppo tardi a scuola. Et esso dice. A te no'nde rispondo, che non ti si conviene muovermi questione di ciò, ma conviensi al nostro maestro. O non muove la questione contra quella persona che ssi conviene. Verbigrazia. Fue trovato che in ROMA si trattava tradimento e fue alcuno che ll'aponea contra GIULIO Cesare, et esso dicea. Contra me non si conviene muovere di ciò questione, ma contra CATELLINA CATILLINA che l’ àe fatto e fa tutta fiata ». non muove la questione appo coloro che ssi conviene, cioè davanti a quelle persone che dee. Verbigrazia : Fue accusato il vescovo di simonia davanti al re di Navarra. Il vescovo dice. Tu non m'accusi davante a giudice eh' io debbia rispondere, ma io son bene tenuto di ciò e d'altro davante l'appostolico. O non muove la quistione in quel tempo che ssi conviene. Verbigrazia. Uno fue accusato il giorno di Pasqua. Esso dicea. Non rispondo ora di questo, perciò che oggi non è tempo d' attendere a cotali convenenti» non muove questione a quella lege che ssi conviene. Verbigrazia : Uno cittadino di ROMA era in Parigi e volea piatire contra uno francesco secondo la legge di Roma; ma quel francesco dice 3: Jtf -HI 7 si conviene, 3/' om. 5: Af 7 puote, m e questo puole essere M' in sette m. 7-8: m si conviene M' in contro a un altro 9-iO: M' Ed elgli, m et elli M-m om. ti 12: M-m muovere, M' muove questione i4: Af alcuna 16: m questione di ciò, M' di ciò non si conv. m. q. ' 17: m tuttavia M-m contra coloro 18-19: M' che si dee.... Il vescovo fu acc. 21: M davante a giudici, m /> davanti a giudici, M' davanti giudice - 24: m della Pasqua egli 25: M' non ti rispondo ora di ciò 26: m M' da rispondere 29: M' la legge romana m il Francesco (1) Questa è la lezione miglioro per il senso, né si trova una valida ragione per considerarla arbitraria, quantunque dalle due famiglie di codici sembri risultare un da rispondere: sarà stato determinato dal rispondo con cui comincia la frase che non dee rispondere a quella legge ma a quella di Francia. O non muove la questione di quel peccato che ssi conviene. Verbigrazia. Fue accusato uno, che non avea il membro masculino, ch'avesse corrotta una vergine; esso dice. Io non risponderò di questo peccato -- non muove questione di quella pena che ssi conviene. Verbigrazia. Fue uno accusato ch'avea morto uno gallo et erali apposto che perciò dovea perdere la testa; esso dicea: Non rispondo a questa pena, perciò che non tocca a questo peccato. Donde tutte queste questioni sono translative, cioè che ssi tramutano in altro fatto e stato, tal fiata in tutto e tal fiata in parte, si come appare nelli exempli di sopra. Dice Tullio se l'una delle dette quattro cose non fosse non sarebbe causa. E così conviene che ssia l' una di queste inn ogne maniera di cause, perciò che in qual causa no 'nde fosse alcuna, certo in quella non porrebbe avere contraversia, e perciò conviene che non sia tenuta causa. Poi che CICERONE àe divisate le parti della constituzione et àe detto che e come è ciascuna di quelle parti e le loro nomerà, sì vuole Tulio provare che quando l'una di queste questioni, che sono del fatto o del nome o della qualità del tramutare l'azione, non è intra parlieri, certo intra loro non puote essere controversia ; e poi che 'ntra loro non à controversia, certo il fatto sopra il quale dicessero parole non sarebbe causa, e così non sarebbe materia di questa arte, cioè che non sarebbe dimostrativo né diliberativo né iudiciale. 2. Et provando questo sì dimostra Tulio i: i non si dee 4-5: m M' Klgli dico -- 7: M' Fue accusalo uno 8: M' nm_ perciò - m egli dice M' non li lispondo 9: M' non tocclia (piosto peccato ti: M' in altro slato, m om. e stalo - J2:M' paro 16: M' luna de ipicste sia - 17: M tn i|ualcosa, m in quale chosa - SS : M-M^ 7 ciascuna - S3: m provare Tulio - S3-S6: M-m om. ^ m tralloro - 30: m quando ([U'-sto che Ile predette cose in questa arte sono si congiunte insieme che qualuuiiue causa è dimostrativa o deliberativa o iudiciale sì conviene che sia constituzione o del fatto o del nome o della qualitade o dell' azione, et e converso che 5. qualunque constituzione è del fatto o del nome o della qualità o dell'azione sì conviene che sia dimostrativa o deliberativa o iudiciale. Et omai perseverra Tulio sua materia per dicere di ciascuna parte per sé. Del fatto. La contraversia del fatto si puote distribuire in tutti tempi: che ssi puote fare quistione che è essuto fatto, in questo modo. Ulisse uccise Aiace o no ? Et puotesi fare questione che ssi fa ora, in questo modo Sono i Fregelliani in buono animo verso lo comune o no ? Et puotesi fare questione che ssi farà, in questo 15. modo : Se noi lasciamo Cartagine intera, everranne bene al comune no? In questa pai'te dice CICERONE che Ila CONTRO-VERSIA la quale è di fatto che ssia apposto ad altrui, la quale àe nome constituzione congetturale sì come fue detto in adietro e messo in exempli, sì puote essere in tutti tempi, cioè preterito, presente e futuro. Nel PRETERITO pone Tulio r exemplo della MORTE D’AIACE, che fue cotale. Stando l'assedio di Troia sì fue morto il buon Achille, et apresso la sua morte fue grande questione delle sue armi intra Ulisse et Aiace. Et certo Ulisse fue, secondo che contano le storie, il più savio uomo de' Greci e '1 milìor parliere, sicché per lo grande senno che i-llui regnava e per lo bene dire niettea in compimento le grandi vicende, alle quali altre non sapea pervenire, e perciò adoperò e' più di male contra' Troiani per lo suo senno che non fecero M dimoslraliva 3: M' constitutione del facto 4-6: M-m om. ot e conweiso.... dell'azione 7 : M' Et oggimai perseguita 10: M' in dui tempi 11: m clie exututo 13: M* de buono animo 14: m om. che ssi farà 15: M-m, L in terra ikf' averranne, m e veramente bene S3 : M' Tulio la morto 24: M* a Troia 26-27: M' secondo che recitano le storie, fue M-m et niilior 29: M* per .ben dire 30: Mie quali, m le quali oltre non sapeano M adopio 7, m adoppio più, M' adopero elgli M' in contro a la non fé, L non fece quasi tutta l'oste per arme, et alla fine si parve uianifestameute, eh' elli fue trovatore del cavallo per lo quale fue Troia perduta e tradita; ma veramente in guerra non si 5. fatigava molto con arme e non era di gran prodezza, ma tuttavolta dimandava che Ili fossono CONCEDUTTE L’ARMI D'ACHILLE, e dicea che nn'era degno e ch'avea in quella guerra ben fatta l'opera perchè etc Et dall' altra parte Aiaces era uno cavaliere franco e prode all'arme, di gran guisa, ma non era pieno di grande senno e sanza molto** (D francamente avea portate l'armi in quella guerra, e perciò domandava l'armi d'Achille e dicea che non si conveniano ad ULISSE. Onde alla fine l'armi furono concedute ad Ulisse, per la qual cosa montò tra lloro TANTA INVIDIA che divennero nemici mortali ; et in questo mezzo tempo e morto Aiaces e fue della sua morte ACCUSATO Ulixes, et esso si difendea e negava ; e di questo sì era QUESTIONE DI FATTO in preterito, cioè che già era fatto in tempo passato. Inol presente tempo mette Tulio l' exemplo de' Fragellani, che furo una gente i quali fui'ono accusati in ROMA eh' elli aveano male animo contra il comune. Et elli si difendeano e diceano che 11' aveano buono e dritto ; e di ciò si era QUESTIONE DI FATTO PRESENTE, cioè se sono ora presentemente di buono animo o no. Nel FUTURO mette CICERONE l’exemplo di CARTAGINE, la quale fue una delle più nobili cittadi e delle più poderose del mondo, e tenne guerra contro a ROMA, sì eh' alla fine I ROMANI vinsero e presero la terra ; e furo alcuni che voleano che Ila cittade si disfacesse per lo bene di Roma, ET ALTRI CONSIGLIARO DEL NO perciò che '1 meglio ne potrebbe advenire s' ella rimanesse intera, e di ciò è QUESTIONE DEL TEMPO FUTURO, cioè se bene o male n'averrà se Cartagine rimanesse intera o s'ella si disfacesse. Ma poi che Tulio à detto della controversia del fatto, sì dicerà di quella del nome in questo modo. i: M' ne non era. 6: M' ben dengno 7 : M' ben l'opera perchè, L bene adoperato perchè 9: m orti, e sanza molto 10: M-m provale 14: m iim. mezzo 15 : m 7 dela sua morte fue aco. 16-17 : M-m onde di questo era già (piestione... in perciò che già ecc. (vi om. in perciò) 18: M' Fregiani 19: M' che fuoro accusati SO: SI' comune de Roma 22 : m om. si S6: M incontra S7 : m om. e M' vollero (ma L voleano) 28: m om. et M' di no m pero che meglo ne potrebbe loro intervenire M-m, L in terra Af' e questo nel tempo futuro M-m che bene 31: M, L'in terra (1) Così hanno i mss. e perfino la stampa, ma evidentemente manca qualche parola (anzi itf " dopo molto lascia uno spazio bianco), come dire o parlare. Basti averlo notato, senza pretendere d' indovinare. Del nome. Controversia del nome è quando lo fatto è conceduto, ma è questione di quello eh' è fatto in che nome sia appellato; et in questo conviene che sia controversia del nome, perciò che non s'accordano della cosa; non che del fatto non sia bene certo, ma che quello ch'è fatto non pare all'uno quello eh' all' altro, e perciò l'uno l'appella d'un nome e l'altro d'un altro. Per la qual cosa in questa maniera la cosa dee essere diffinita per parole e brevemente discritta, come se alcuno à tolta una cosa sacrata d'uno luogo privato, se dee essere giudicato furo o sacrilego, che certo in essa questione conviene difinire l'uno e l'altro, che sia furo e che sacrilego, e mostrare per sua discrezione che Ila cosa conviene avere altro nome che quello che dicono li aversarii. In questa parte dice CICERONE della controversia del nome ; e perciò che di questo è molto detto davanti, sì siue trapassa lo sponitore brevemente, dicendo solamente la tema del testo, sopra '1 quale il caso è cotale: Roberto accusa Gualtieri ch'elli àe malamente tolta una cosa sacrata, si come UNO CALICE o altra simile cosa la quale sia diputata a' divini mistieri, e dice che Ila tolse d'uno luogo privato, cioè d'una casa o d'altro luogo non sacrato. Viene l'accusato e confessa il fatto. Dice l'accusatore. Tu ài fatto sacrilegio. Dice l'accusato. Non ò fatto sacrilegio, ma furto. Et così sono in concordia del fatto, ma non della cosa, cioè della proprietade per la quale si possa sapere che nome abbia questo fatto, perciò eh' all' accusatore pare una, che dice ch'è SACRILEGIO, et all'accusato pare un' altra, che dice eh' è FURTO. Onde in questa maniera di CONTROVERSIA si conviene che '1 PARLIERE che dice sopra questa materia dififinisca e faccia conto IN BREVI PAROLE 3 : it 7 (li questo 9 : M-m distrecta 10: M- sacrato M-m per furto o per sacrilegio, L furto sacrilegio 11: M-m con l'altro m furto 12: M-m che sacrilegio, A/' che sia sacrilego il/' scriptione 16:Mom. detto M' nm. si 18: m sopralla quale - J/' Uberto : M' tolto 19 : m cosa simile SI: M-m ad veruno mistieri (m mistiere) 23-24: M il l'atto. Et dice laccusato m Non o, ma furto 27-28: m però chellachusatorc... una diosa 2H-29: M-m om. sacrilegio.... cli'ò 30: jV' jjarladore 3t: M' didinita - G8 che cosa è SACRILEGIO e che è FURTO; e così dee mostrare come questo fatto non à quel nome che dice l'aversario. Ed è detto della CONTROVERSIA del nome; omai dicerà Tulio CICERONE di quella del genere, in questo modo : 5. Del genere. ^Z. (e. IX) Controversia del genere è quando il fatto è conceduto e sono certi del nome d' esso fatto, ma è questione della quantitade del fatto o del modo o della qualitade, in questo modo : giusto ingiusto - utile o inutile - e tutte cose nelle quali è questione chente sia quel fatto. In questa parte dice Tulio CICERONE della questione del genere, e di questa è tanto detto dinanzi che 'n poche parole dimorerà lo sponitore ; e dice che quella controversia è del genere nella quale Y accusato confessa il fatto et è in concordia coir accusatore del nome d' esso fatto, ma sono in discordia della quantitade del fatto, cioè se grande o piccolo o molto o poco. Verbigrazia. Un gran romano quando dovea cacciare i nemici del suo comune si fuge. E accusato eh' ha fatto danno e male alla inaestà di Roma; l'accusato confessa il fatto e '1 nome del facto. Dice l'accusatore. Questo è grande DANNO. Dice l'accusato : « Non è grande, ma PICCOLO. Ed è la discordia tra loro della quantità, cioè se quel male è grande o piccolo. O sono in discordia del modo, cioè della comparazione del fatto, sì come fue detto qua indietro nell'exemplo di Cartagine, qual fosse la migliore parte tra disfare o lasciare. O sono in discordia della qualitade del fatto, sì comepare in exemplo d'ORESTE che uccide la sua madre, ed e accusato che l’ha morta ingiustamente. Ed ORESTE si difende e dice che l'à morta giustamente, ma bene con OM, 8: M'in modo della qualitndo 9: m o non giusto 12: M' tracia i3: M-m detto VI di questo M die poclie p. m dimora, Af' <limorra - 16-17: M' ohi. ma sono.... del fatto 20: M-m t>m. e male S3: M-m nm. Ed So: >/' Or sono, M-m OHI. - 26: M' nm. si - 27 : M' o disfare - 2S : M-m quantitade - 29 : M' nelexemplo di ((uestl, M-vi dotesles 30-.il : m nm. ot esso... GIUSTAMENTE giustamente, M' nm. si - M-m cliellavea fessa il fatto e 1 nome del fatto; ma sono in discordia della qualità, cioè se 11' àe fatto GIUSTAMENTE O INGIUSTAMENTE. Ben è vero che Tulio CICERONE non mette in exemplo della quàntitade nel testo, né della comparazione, se non solamente della 5. qualitade ; e questo fae perciò che più sovente ne vien tra Ile mani che non fanno l'altre, e perciò dice che tutte cose nelle quali si confessa il fatto e '1 nome del fatto, ma è questione della qualità d'esso fatto, sì è controversia del genere. E poi che Tullio CICERONE à detto di questa questione del genere secondo il suo parimento, sì procede immantenente a riprendere Ermagoras dell'errore suo in questa controversia del genere. A questo genere Ermagoras sottopuose IV parti, ciò sono DELIBERATIVO, DEMONSTRATIVO, IUDICIALE, E NEGOZIALE. Il quale suo fallimento non mezanamente pare che ssia da riprendere, ma in breve, perciò che sse noi ci ne passiamo così tacendo fosse pensato che noi lo seguissimo sanza cagione; o se lungamente soprastessimo in ciò, paia che noi facessimo dimoro et impedimento agli altri insegnamenti. Se deliberamento e dimostramento sono generi delle cause, non possono essere diritte parti d'alcuno genere di causa, perciò che una medesima cosa puote bene essere genere d'una e parte d'un' altra, ma non puote essere parte e genere d'una medesima. Et certo deliberamento e dimostramento sono genera delle cause. Ma o non è alcuno genere di cause, o è pur iudiciale solamente, è iudiciale e dimostrativo e deliberativo. Dicere che non sia alcun genere di cause, con ciò sia cosa eh' e' medesimo dice che Ile cause sono molte e sopra esse dà insegnamento, è grande forseneria. Un genere, cioè pur iudiciale solamente, non puote essere, acciò che diliberamento e dimostramento non sono simili intra lloro e molto si discordano dal genere iudiciale, e ciascuno à suo fine al quale si dee ritornare. Adunque è certo che tutti e tre son generi delle cause, e così deliberamento e dimostramento non possono 4: M> nel testo exemiilo - 5: M' in tra le mani iO: m om. secondo il suo parimente M mantenente 13: M-m II (juale lue i7 : 3/' nm. i)erciò cene passassimo 18: m stessomo - 19: M' dimora, m imped. 7 dimoro 20: M-m dim. 22 : m M' causa M-m genere 7 parte d' una medesima - 23 : M' Ma none, vi Ma anno ale. 26: M-m om. e deliberativo 27: M' ch'elli - 28: M' essi... inseffnamenti 28-29 : M 7 grandi; fors (?), m 7 grande forma, M' 7 grandi mattezze. Genere ere. .12 : M 7 certo 3:i : M' de cause... dimost. 7 del. essere a diritto tenute parti d'alcuno genere dì causa. Dunque malamente disse ch'elli fossero parte della constituzione del genere. 46. (e. X) Et s'elle non possono essere tenute diritte parti della causa del genere, molto meno fien tenute parti della diritta parte della causa; e parte della causa è ogne constituzione; donde no la causa alla constituzione, ma la constituzione s'acconcia alla causa. Ma dimostramento e diliberamento non possono essere tenute diritte parti della causa del genere, perciò che sono generi: donque molto meno debbono essere tenuti parte di quello ch'esso dice. Appresso ciò, se Ila constituzione et essa e ciascuna parte della constituzione è difensione contra quello eh' è apposto, conviene che quella che no è difensione non sia constituzione ne parte di constituzione. Et certo deliberamento e dimostramento non sono constituzione. Dunque se constituzione et ella e la sua parte è difensione contra quello eh' è apposto, il dimostramento e '1 diliberamento non è constituzione ne parte di constituzione. Ma piace a Itui che ssia difensione. Dunque conviene che Ili piaccia che non sia constituzione, né parte di constituzione. Et in altrettale isconvenevile fie condotto, se esso dica che constituzione sia la prima confermazione dell' accusatore o Ila prima preghiera del difenditore ; e così seguiranno lui tutti questi sconvenevoli. Appresso ciò, la causa congetturale, cioè di fatto, non puote d'una medesima parte inn un medesimo genere essere congetturale e diffinitiva ; et altressì la diffinitiva causa non puote essere d'una medesima parte inn uno medesimo genere diffinitiva e translativa. Et al postutto neuna constituzione ne parte di constituzione puote avere e tenere la sua forza et altrui; perciò che ciascuna è considerata semplicemente per sua natura ; se l'altra si prende, il nomerò delle constituzioni si radoppia, non si cresce la forza della constituzione. Veramente la causa deliberativa insieme d'una medesima parte in un medesimo genere suole avere la constituzione congetturale e generale e diffinitiva e translativa, et alla fiata una e talvolta piusori. Adunque, essa non è constituzione né parte di constituzione. Et questo medesimo suole usatamente advenire della causa dimostrativa. Adunque sì come noi avemo detto 3,5. davanti, questi, cioè deliberamento e dimostramento, sono generi delle cause e non parti d'alcuna constituzione. 1 : M' a diricto essere tenute parte 5: M-tn om. parto delln causa ìvi om. no 7: JV' tenuti 9 : m tenute parti, il/' im. tenuti M-m cliossi dice iO: M-m chella const. 11: M-m ? difensione M' (piella - IS: M-m non sia la constitutione 13: m om. Et 14: M 1 dunque le const., m Dunque la const. 15: M' nm. e '1 diliberamento 16-18: m om. i due periodi ^0 : m seguiteranno - l' 1 : M-m si convenevoli 23: M'^ diffinitiva, m chon dilf. 25 : M-m om. e translativa - 26: M-m om. nk - M' ne tenere 2S: m il novero il/ sic radoppia 31: m coniotturalc generale 32: i wim. illusori (i Lo sponitore. I. In questa parte dice Tulio che Ermagoras dicea che Ila controversia del genere avea quattro parti sotto sé, ciò sono deliberativo, demostrativo, iudiciale e negoziale; della 5. qual cosa Tulio lo riprende in tutte guise, e mostra molte ragioni come Ermagoras errava malamente, e questo pruova manifestamente per argomenti dialetici: che dimostramento e deliberamento sono generi delle cause si che Ile cause sono parti di loro; e poiché sono generi, cioè il tutto delle 10. cause, non possono essere parte delle cause, acciò ch'una cosa non puote essere tutto d'una cosa e parte di quella medesima. 2. Et così per molte ragioni o vuoli argomenti conclude Tulio che Ermagoras avea mal detto, e poi seguentemente dice la sua sentenza : quali sono le parti della constituzione del genere, cioè della quantitade e del modo e della qualitade del fatto, sì come qui dinanzi fue detto. Et in ciò incomincia la sentenzia di Tullio in questo modo : Le parti della constituzione generale. 20. ^S. (e. XI) Questa constituzione del genere pare a noi ch'ab bia due parti : Iudiciale e negoziale. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio àe ripresa l' oppinione d' Ermagoras delle quattro parti, si dice la sua sentenza e dice che sono 25. pur due parti, cioè quelle altre due che dicea Ermagoras: iudiciale e negoziale ; et immantenente detta la sua sentenza, la quale vince quella d' Ermagoras e d'ogn' altro, sì dice e dimostra che è iudiciale e che è negoziale, in questo modo 4: M' dimostrativo, deliberativo ecc. 6: M-m provava 9: m genero 10: M el acciò 11 : M-m tiicta 13:M^ conchiude Tulio Ermagoras avere 17 : il/' comincia 23 : m ripreso 28: M' che e iuridiciale {e cosi sempre), M-m che iudiciale 7 che {ni om. che) negotiale ludiciale è quella nella quale si questiona la natura dì dritto e d' iguaglianza e la ragione di guiderdone o di pena. Sponitore. La iudiciale coustituzioue è quella nella quale per diritto, cioè per ragione provenuta per usanza e per iguallianza, cioè per ragione naturale o per ragione scritta, si questiona sopra la quantitade o sopra la comparazione o sopra la qualitade d'un fatto, per sapere se quel fatto è giusto o ingiusto o buono o reo. Altressì è iudiciale quella nella quale è questione d'alcuno per sapere s'egli è degno di pena o di merito. Verbigrazia. Alobroges è degno d'avere merito di ciò che manifestò la congiurazione di Catenina? e questionasi del sì o del no. Et anche questo exemplo. È Giraldo degno di pena di ciò che commise furto ? e questionasi del si o del no. Et poi che à detto Tulio del iudiciale, si dicerà dell'altra parte, cioè della negoziale. Negoziale è quella nella quale si considera chente ragione sìa per usanza civile o per equitade, sopra alla quale diligenzia sono messi i savi di ragione. Dice CICERONE che quella constituzione è appellata negoziale nella quale si considera per usanza civile, cioè per quella ragione la quale i cittadini o paesani sono usati di tenere i-lloro uso o in loi'o costuduti, o per equitade, cioè per legi scritte, chente ragioni debbiano essere sopra quella 2: m quello nel (juale 3: M'-L ella ragione di diritlo, S di merito 6: m pervenuta 8.me sopra la comp. 9: m se questo giusto il: M^ si questiona d'alcuno selglie ecc. 12-14: m o di morte M-m o alabroges di Catenina et questionisi del si et del no (m di si o di no), L e questo exemplo 16: m quistionìsi... om. Et A/ 7 del no 16-17: M' Tulio a detto dela giuridicialo 20: M' Di negotiale 26: M' om. paesani 27 : M' i loro costuduti m illoro chostuduli, M' in loro constituti M-m equalitade S8 : M' cliente ragione debbia constituzione. 2. Et intra la iudiciale e la negoziale àe cotale differenzia : che Ila iudiciale tratta sopra le cose passate et intorno le leggi scritte e trovate ; ma la negoziale intende intorno le presenti e future (1) et intorno le legi et 5. usanze che saranno scritte e trovate.Et questa è di molta fatica, perciò che' parlieri s'affaticano di grande guisa a provarla et a formare nuove ragioni et usanze allegando in ciò ragioni da simile o da contrario. Et questa questione si tratta davante a' savi di legge e di ragione, ma in provare la iudiciale basta dicere pur quello che Ila ragione ne dice. 4. Et poi che Tulio à detto che è la iudiciale e che è la negoziale, sì dicerà delle parti della iudiciale per meglio dimostrare lo 'ntendimento di ciascuno capitolo dell' Arte. Di due parti di Iudiciale. La iudiciale dividesi in due parti, ciò sono assoluta et assuntiva. In questa parte dice Tulio che quella questione la quale è iudiciale, sì come davanti è mostrato, sì à due parti. Una eh' è appellata assoluta e l'altra la quale è appellata assuntiva ; e dicerà di catuna per sé. : M interno 4: i mss. futuro M' il presente 8 : m in se ragioni 9 : M assaivi, m si tratta da savi 10: M pur di quello 16: M' si divido 21 : M' luna la quale è appellata - M-m e assunptiva Per quanto la lezione di -Jf' (il presente e futuro) sembri ottima, preferisco ricorrere alla lieve correzione di futuro in future.: M* ha tendenza a cambiare, e quindi non è improbabile che, trovando già l'errato futuro, abbia voluto accordare con esso l'aggettivo precedente, le presenti. Non saprei invece come spiegare un cambiamento inutile in M-m. Assoluta è quella che in sé stessa contiene questione o di ragione o d' ingiuria. Dice CICERONE che quella questione iudiciale del genere èe appellata assoluta la quale in sé medesima è disciolta e dilibera, sì che sanza niuna giunta di fuori contiene in sé questione sopra la qualitade o sopra la quantitade o sopra la comparazione del fatto, il qual fatto si cognosce s'egli é di ragione o d'ingiuria, cioè se quel fatto é giusto o ingiusto o buono o' reo, sì come in questo exemplo donde fue cotale questione. Verbigrazia : Fecero quelli da Teba giusto o ingiusto quando per segnale della loro vittoria fecero un trofeo di metallo? Et certo questo fatto, cioè fare un trofeo di metallo per segnale di vittoria, piace per sé sanza neuna giunta et in sé contiene forza della pruova, perciò ch'era cotale usanza. Assuntiva è quella che per sé non dà alcuna ferma cosa a difendere, ma di fuori prende alcuna difensione ; e le sue parti sono quattro : concedere, rimuovere lo peccato, riferire lo peccato e comparazione. S:M-m slesso 7: M-m nm. ai fi: M-m «m. o sopra la (luantilude 7 invece ili 09: M' in f|uel facto 12: M-m Ino - »« di Teba 14-13: m et cerio questo trofeo fatto faro per sengnale della loro Victoria jiiuce per so medesimo 16: M' la forfa 1 9 : M-m ohi. olio per sé non dà alcuna CICERONE dice che quella constituzione è appellata assuntiva della quale nasce questione, la quale in sé non à fermezza per difendersi da quello peccato eli' è allui appo5. sto, ma d'un altro fatto di fuori da quello prende argomento da difendersi; si come nella questione d'Orestes, che fue accusato eh' avea morta la sua madre, et elli dicea che ll'avea morta giustamente. Et certo il suo dire parca crudel fatto, sì che queste parole per sé non anno difensione com'elli l'abbia fatto giustamente, ma prende sua difensione d'un altro fatto di fuori e dice: « Io l'uccisi giustamente, perciò ch'ella uccise il mio padre ». Et così pare che con questa giunta piaccia la sua ragione. Efc questa cotale questione assuntìva à quattro parti, delle quali il testo 15. dicerà di catuna perfettamente per sé. Concedere e concessione è quando l'accusato non difende quello eh' è fatto ma addomanda che ssia perdonato ; e questa si divide in due parti, ciò sono purgazione e preghiera. 20. Sponitore. I. Poi che Tulio avea detto che è e quale la questione assuntìva e com' ella si divide in quattro parti, sì vuole dicere di ciascuna per sé divisatamente perchè '1 convenentre sia più aperto. 2. Et primieramente dice che é concedere, e dice che quella constituzione é appellata concessione quando l'accusato concede il peccato e confessa d'averlo fatto, ma domanda che ssia perdonato ; e questo puote essere in due maniere: o per purgazione o jjer preghiera, e di ciascuna di queste dirà Tulio partitamente, e prima 30. della purgazione. 3: M> non àe in se 5: M' di quello 7 : M' Pt elli rispondea 8-iO: M-m om. Kt certo.... giustamente i4: M' nm. assuntìva 15: M' per se perfectamente 17: M' o concessione - 18 : 3f ' domanda chelgli sia p. m. 7 questo 21 : m che e quale, M' che 7 quale 6 23: m di chatuna 24: M-m concede 26: m confessa il pechato d'averlo facto Purgazione è quando il fatto si concede ma la colpa si rimuove, e questa sì à tre parti : imprudenzia, caso e necessitade. Dice CICERONE che quella maniera di concedere la quale è per purgazione sì è et aviene quando l'accusato confessa, ma lievasi la colpa e dice che quel fatto non fue sua colpa ; e questo puote fare in tre maniere, delle quali è prima Imprudenzia, cioè non sapere. 2. Verbigrazia : Mercatanti 10. fiorentini passavano in nave per andare oltramare. Sorvenne loro crudel fortuna di tempo che Ili mise in pericolosa paura, per la quale si botaro che s' elli scampassero e pervenissero a porto che elli offerrebboro delle loro cose a quello deo che là fosse, et e' medesimi F adorrebbero. Alla fine arrivaro ad uno porto nel quale era adorato Malcometto ed era tenuto deo. Questi mercatanti l' adoraro come idio e feciorli grande offerta. Or furono accusati ch'aveano fatto contra la legge ; la qual cosa bene confessavano, ma allegavano imprudenzia, cioè che non sapeano, e perciò 20. diceano che fosse perdonato. Et di ciò era questione, se doveano essere puniti o no. 3. La seconda maniera è caso, cioè impedimento eh' adiviene, sì che non si puote fare quello che ssi dee fare. Verbigrazia : Un mercatante caursino avea inprontato da uno francesco una quantità di pe 25. cunia a pagare in Parigi a certo termine et a certa pena. 6: M-m om. b 7 : M-m imi. non 8: M' Kl puotesi l'art! o In prima tO: M per mare oltramare, di passavano per maro in nave Jf sopravenne li: mi miseli, JV/' om. che 14: M' edelgli medesimi 15: M' Macliometlo, m Maometto 17: M' fecero grande oHerta. Fiioro ecc., m mii. Or 19: M' noi sapeano 21: m puliti S4 : m inprontato moneta da uno franeesclio Avenne che '1 debitore, portando la moneta, trovò il fiume di Rodano si malamente cresciuto che non poteo passare né essere al termine che era ordinato. Colui che dovea avere domandava la pena, l' altro confessava bene eh' avea 5. fallito del termine, ma non per sua colpa, se non che '1 caso era advenuto ch'avea impedimentitotU la sua venuta, e però dicea che Ila pena non dovea pagare; e di ciò è questione, se Ila dovea pagare o no. La III maniera è necessitade, cioè che conviene che ssia così et altro non potea fare. Verbigrazia : Statuto era in Costantinopoli che qualunque nave viniziana arrivasse nel porto loro, la nave e ciò che entro vi fosse si publicasse al segnore. Avenne che mercatanti genovesi allogare una nave di Vinegia e passaro con grande carico d'avere. Convenne che per impeto di tempo per forza di venti, centra' quali non si poteano parare, pervennero nel porto e fue presa la nave e le cose per lo segnore. Ben confessavano li mercatanti che Ila nave era veniziana, ma per necessitade erano venuti in esso porto, e però diceano che non doveano perdere le cose ; e di ciò era questione, se Ile doveano perdere o no. Tutto altressì i Veniziani, cui fue la nave, raddomandavano la nave o la valenza; i mercatanti diceano che l'amenda non dovea essere domandata, perciò che per necessitade e non per volontade erano iti in quel porto. Et poi' che Tullio àe detto della purgazione e delle sue parti, si dicerà della preghiera. Preghiera è quando l'accusato confessa ch'elli àe commesso quel peccato e confessa che 11' àe fatto pensatamente, ma sì domanda che Ili sia perdonato, la qual cosa molte rade fiate puote advenire. 1 : M-m avieno S : M-m polea 3: M' a. termine ordinato 5 : M' al termine 5-6: M impedimento, M* ma nel caso era avennlo 7 avea impedimentita il: M' nel loro porto 13: m una nave viniziana, 3/' una nave de Viniziani 7 passavano 14-15: M per un tempo per impetto 7 per f., if ' per impedimento, m di vento 18: M^ in quel porlo SO: M' ora la questione m dovea 22: M' che por lamenda 24 :m om. Et 28-29: m domandasi M' om. molto (1) Questa lezione di w è confermata da impedimentita di Jf*, cioè dall'altra famiglia di codici. Lo scambio, avvenuto in M, con impedimento era facilissimo e lo favoriva il fatto che il senso restava quasi il medesimo : « la sua venuta avea avuto impedimento ^>. Così leggo con w, poiché in if e ilf ' il passo è manifestamente guasto (impedimento è correzione arbitraria), mentre l'espressione impeto di tempo, analoga, a quella del § 2 fortuna di tempo, può bene corrispondere alla magna tempestas di cui parla l'esempio ciceroniano {De Inv., II, 98) sul quale è modellato il nostro CICERONE dimostra in questa picciola parte del testo che cosa è appellata preghiera in questa arte. Et dice che allotta è questione di preghiera quando l'accusato confessa 5. e dice che fece quel peccato che gli è aposto e ricognosce che ir à fatto pensatamente, ma tutta volta domanda perdono. 2. Onde nota che questa preghiera puote essere in due maniere, o aperta o ascosa. Verbigrazia : In questo modo è la preghiera aperta : Dice l' accusato. Io confesso bene ch'io feci questo fatto, ma prego vi per amore e per reverenza di Dio che voi mi perdoniate ». La preghiera ascosa è in questo modo : « Io confesso eh' io feci questo fatto e non domando che voi mi perdoniate ; ma se voi ripensaste quanto bene e come grande onore i' òe fatto al comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato ». 3. Ma ssì dice Tullio che queste preghiere possono advenire rade volte, (l) spezialmente davante a' giudici che sono giurati a lege sie che non anno podere di perdonare. Ben puote alcuna fiata lo’mperadore e’1 sanato avere prove 20. denza in perdonare gravi misfatti, sì come poteano li anziani del popolo di Firenze ch'aveano podere di gravare e di disgravale secondo lo loro parimento. Et poi che Tullio àe detto della prima parte della constituzione assuntiva, cioè della concessione e che cosa è concedere, et à delle due maniere di concedere detto, cioè di purgazione e di preghiera, sì dicerà della seconda parte, cioè rimuovere lo peccato. Rimuovere lo peccato è quando l'accusato si sforza di rimuovere quel peccato da se e da sua colpa e metterlo sopra un S : M' mostra 5 : M' elicigli lece 6' : M' nppensatainentc 8 : M' nascosa 14: M' om. bene 17 : M^ fiato (ma L volte) li ([uali sono 18: M noniianno 19: m prudenzia SS: m eclisgravare, M> 7 disgravare ni lo loro parere, L illoro parere, S il loro piacimento m om. Et So: M' m e a detto delle duo maniere ecc. : M' mettelo (ma L metterlo) Conservo volte appunto perchè questa parola in itf è meno frequente di fiate Q non si può considerare correzione arbitraria; invece fiate sarà stato sostituito per uniformità col testo tradotto (v. pag. preced., 1. 29). altro per forza e per podestà di lui ; la qual cosa si puote fare in due guise: o mettere la colpa o mettere lo fatto sopr'altrui. Et certo la colpa e la cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia fatto per sua forza e per sua podestade. Il fatto si mette sopr'altrui 5. dicendo che dovea un altro e potea fare quel fatto. In questo luogo dice CICERONE eh' è rimuovere lo peccato e come si puote fare, et è cotale il caso : Uno è accusato d'uno malificio, et elli vegnendo a sua defensione si leva da ssè quel maleficio e mettelo sopra un altro, o dice bene che 11' à fatto, ma un altro cli'avea in lui forza e signoria il costrinse a ffare quel male ; e questo rimovimento del peccato dice Tullio che ssi puote fare in due guise : l'una si mette la colpa e la cagione sopra un altro, l'altra 15. si mette il fatto sopra altrui. Et certo la colpa e la cagione si mette sopì'' altrui quando l'accusato dice che elli à fatto quel male per colpa d'alcuno il quale à sopra lui forza e signoria. Verbigrazia. Il comune di Firenze elesse ambasciadori e fue loro comandato che prendessero la paga 20. dal camarlingo per loro dispensa et immantenente andassero alla presenzia di messer lo papa per contradiare il passamento de' cavalieri che veniano di Cicilia in Toscana contra Firenze. Questi ambasciadori domandare il pagamento e '1 signore no '1 fece dare, e'I camarlingo medesimo negò la pecunia, sicché li ambasciadori non andaro e' cavalieri vennero. Della qual cosa questi ambasciadori fuorono accusati, ma elli si levaro la colpa e la cagione e 3: m la chosa 7: Af' die e rimuovere 9: M' do malilicio - i4 : m luna mette, M' l'una si e mettere ^5: M' si e mettere m om. Kt - 20: Af inmanlenenente, it/' incontanente 21 : m cliontradire - 23: M-m domandano 24: M m il segnore m e il chamarlengo 25: m il nego di dare la pecliunia 26:m li anbasciadori 27 :M' si levano miseria sopra '1 signore e sopra '1 camarlingo, i quali aveano la forza e la seguoria e non fecero lo pagamento. 3. Mettere il fatto sopr' altrui è quando l'accusato dice ch'egli quel fatto non fece e non ebbe colpa né cagione 5. del fare, ma dice che alcuno altro l'à fatto et ebbevi colpa e cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elli il mette dovea e potea fare quel male. Verbigrazia : Catone e Catenina andavano da ROMA a Kieti, et incontrarono uno parente di Catone, a cui Catellina portava grande maialo, voglienza per cagione della coniurazione di Roma, e perciò in mezzo della via l'uccise. Né Catone non avea podere di difenderlo, perciò eh' era malato di suo corpo, ma rimase intorno al morto per ordinare sua sopultura. Et Catellina si n'andò inn altra parte molto avaccio e celatamente. In questo mezzo genti che passavano [per la via] per lo camino trovaro il morto di novello, e Catone intorno lui, sì PENSARO CERTAMENTE CHE CATONE AVESSE FATTO IL MALIFICIO, e perciò fue esso ACCUSATO di quella morte; ond'elli in sua defensione levava da ssè quel fatto dicendo che fatto noll'avea e che no'l dovea fare, perciò ch'ERA SUO PARENTE, e dicea che noU'arebbe potuto fare, perciò eh' elli era malato di sua persona. Et così recava il fatto e LA COLPA SOPRA CATELLINA, perciò che '1 dovea fare come di suo nemico e poteal fare, eh' era sano e forte e di reo animo. Et poi che Tulio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì insegnerà in questa altra partita riferire il peccato. Ttillio dice che è riferire il peccato. 58. Riferire il peccato è quando si dice che ssia fatto per ragione, in perciò che alcuno avea tutto avanti fatto a liuì 30. ingiuria. i : m 7 al chamai-lingo 4-ò: M om. ch'egli... ma dice m nel fare 5 : Af ' che un altro 9: VI om. grande 12 : m di suo corpo malato 15: M^ gente J/' m om. per la via - 16: m il novello morto 18 : M' tn fu elgli - 1!) : M' chelgli facto 20-Sl : m avea nel dovea fare o?n. e dicea che Jlf ' ohe noi potea fare ~ ohi. elli 23: m pero chelli dovea fare 25: M-m om. si M' insegna 26: M' jxirte M-m refrenare (sempre) : vi pero che da\anti Le parole per la via sono con tutta probabilità una glossa o una variante di per lo camino; infatti mancano in codici delle due famiglie. Lo sponitore. Dice Tullio che riferire il peccato è allora quando l'accusato dice ch'elli àe fatto a ragione quello di che elli é accusato, perciò e' a Uui fue prima fatta tale ingiuria che dovea a rragione prendere tale vengianza, sì come apare neir exemplo d' Orestes, che fue accusato della morte di sua madre, et esso dicea che ll'avea morta a ragione, perciò che primieramente avea ella fatta a llui ingiuria, cioè ch'avea morto il padre d' Oreste; e di questo nasce cotale questione se Oreste fece quel fatto a ragione o no. Et poi che Tullio àe insegnato riferire lo peccato, sì insegnerà ornai che è comparazione. CICERONE dice che è comparazione. Comparazione è quando alcuno altro fatto si contende cfie fue diritto et utile, e dicesi che quello del quale è fatta la riprensione fue commesso perchè quell'altro si potesse fare. In questo luogo dice CICERONE che quella questione è appellata comparazione nella quale l'accusato dice ch'à fatto quello eh' è a llui apposto, i^er cagione di poter fare un altro fatto utile e diritto. Verbigrazia : Marco Tullio, stando nel più alto officio di ROMA, sentìo che coniurazione si facea per lo male del comune, ma non potea sapere chi né come. Alla fine diede dell'avere del comune in grande quantitade 25. ad una donna la qiiale avea nome Fulvia, et era amica per amore di Quinto Curio, il quale era sapitore del tradimento ; e per lei trovò e seppe dinanzi tutte le cose in tale maniera eh' elli difese la cittade e '1 comune della molt'alta tradigione. Ma alla fine fue ripreso ch'elli avea troppo ma 2 : M' allocta 4 : M' facla prima 5 : M' prenderne (ma L prendere) tale vendctla pare 6: M' dela sua madre 8: m prima J/' facto, m aliai fatto - iO: m om. El 14: M-m quanto un altro 16: M' per quell'altro - 18: JW in questa parte 19: M-m che facto 26: M^ ora parteDce 28: M' dela mortalo lamente dispeso l'avere di Roma. Et elli in defensione di sé dicea che quelle spese avea fatte per fare un altro fatto utile e diritto, cioè per scampare la terra di tanta distruzione, e quello scampamento non potea fare sanza 5. quella dispesa; e cosi mostra che '1 fatto del quale elli è ripreso fue fatto per bene. Et poi che Tullio àe detto delle quattro parti della constituzione assùntiva, la quale è parte della iudiciale sì come pare davanti nel trattato della constituzione del genere, sì ridicerà elli brevemente sopra la questione traslativa, della quale fue assai detto in adietro, per dire alcuna cosa che là fue intralasciata. Come Ermagoras fue trovatore della questione translativa. Nella IV questione, la quale noi appelliamo translativa, certo la controversia d'essa questione è quando si tenciona a cui convegna fare la questione, o con cui od in che modo, o davante a cui, per quale ragione, o in che tempo ; e sanza fallo tuttora è controversia o per mutare o per indebolire l'azione. Et credesi che Ermagoras fue trovatore di questa constituzione; non che molti antichi parlieri non l' usassero spessamente, ma perciò che Ili scrittori 20. dell'arte non pensaro che fosse delle capitane e non la misero in conto delle constituzioni. Ma poi che da llui fue trovata, molti l'anno biasimata, i quali noi pensamo e' anno fallito non pur in prudenzia;(i) che certo manifesta cosa è che sono impediti per invidia e per maltrattamento. Questo testo di Tullio è assai aperto in sé medesimo, e spezialmente perciò che della questione o constituzione translativa è assai sufficientemente trattato indietro in i : M' l'avere del comune 3:3/' diiicto 7 utile - 4: M' non si pelea fare 7: M< om. assiintiva - 8: M' iuridiciale //: M-m che ella l'uo translassala lS:M-m emargonis 13: M Uela quarta q. (e punto ilnpn translativa) 15-1 (!: M' davanti cui M-m sanfa follia 19: M' parladori 23: M' cambiano - S4 : M' per mal. (1) La traduzione non è esatta, poicliè il testo latino dice: quos non tamimprudentia falli indamus (res enim perspìcua est) quam invidia atque óbtrectatione quadam inipediri. Si potrebbe proporre per congettura non per imprudenzia ; ma non sembra contraddirvi il 8 -3 del commento parlando di '' alquanti che non erano bene savi,, ? altra parte di questo libro, e là sono divisati molti exempli per dimostrare come si tramuta 1' azione quando non muove la questione quelli che dee, o centra cui dee, o innanzi cui dee, o per la ragione che dee, o nel tempo che . 5. dee. Z.Sicchè al postutto in(i) questa translativa conviene che sempre sia : o per tramutare l' azione in tutto, come appare indietro nell'exemplo di colui che risponde all'aversario suo: « Io non ti risponderò di questo fatto né ora né giamai »; e così in tutto tramuta l'azione dell'aversario etc. O é per indebolire l'azione in parte ma non del tutto, si come appare nell' exemplo di colui che risponde all' aversario suo : « Io ti risponderò di questo fatto, ma non in questo tempo» o «non davante a queste persone». Et dice Tullio che Ermagora fue trovatore della translativa constituzione, cioè che Ha mise nel conto delle quatro constituzioni sì come detto fue inn adietro. Et di ciò fue ripreso da alquanti che non erano bene savi e che aveano invidia e maltrattamento contra lui. Nota che invidia è dolore dell'altrui bene, e maltrattamento è dicere male d'altrui. Tullio dice che davanti diceva exempli in ciascuna maniera di constituzioni. Già avemo disposte le constituzioni e le loro parti; ma li axempli di ciascuna maniera parrà che noi possiamo meglio divisare quando noi daremo copia di ciascuno de' loro argomenti; perciò 25. ch'allotta sarà più chiara la ragione d'argomentare, quando l'exemplo si potrà a mano a mano aconciare al genere della causa. Vogliendo Tullio passare al processo del suo libro, brievemente ripete ciò eh' à detto avanti, dicendo che dimo2: M-m si traclava 3: M^ che dee conLra cui dee ~ 6: M come pare 8: M' non ti rispondo iO: M-m Oo, M' Onde M imparte m non in tutto H : M' pare 13 : Mi dinanzi a ([. 14: M translatore, m traslatotore 15: M^ìa conto 17: 3f dalquanti 18 : M-m male tractamento con altrui 21: M-m construclioni 22: M exposte le e. 7 loro parti 24: Mi di loro argomenti 25: M' de l'argomentare 26:m della cosa 29: M ke detto, m che detto Jlf ' dinanzi (1) L'essere attestato in da tutti i codici rende esitanti a toglierlo, come la sintassi e il senso sembrano richiedere. Forse si può sottintendere dal periodo precedente la parola questione : " conviene che sia questione in questa translativa „ ecc. strato à che sono le constituzioni e le loro parti, ma in altra parte porrà certi exempli in ciascuno genere delle cause, cioè nel deliberativo e nel dimostrativo e nel iudiciale, quando ti'atterà il libro di ciascuno in suo stato. E da cciò si parte il conto e torna a trattare secondo che ssi conviene all' ordine del libro per insegnamento dell' arte. Qual cai/sa sia simpla e quale congitmta. Poi eh' è trovata la constituzìone della causa, ìmmantenente ne piace di considerare se Ila causa è simpla o congiunta. Et s'ella è congiunta, si conviene considerare se ella è congiunta di piusori questioni o d'alcuna comparazione. Apresso al trattato nel quale Tullio àe insegnato trovare le constituzioni e le sue parti, si vuole insegnare qual causa sia simpla, cioè pur d'uno fatto e qiiale sia congiunta, cioè di due o di più fatti, e quale sia congiunta d'alcuna comparazione, e di ciascuna dice exemplo in questo modo : Della causa simpla. Simpla è quella la quale contiene In sé una questione assoluta in questo modo: « Stanzieremo noi battaglia contra coloro di Corinto o non ? ». Dice CICERONE che quella causa è simpla la quale è pur d'uno fatto e che non è se non d'una questione solamente. Verbigrazia : La città di Corinto non stava ubidiente a Roma, onde i consoli di Roma misero a consiglio se paresse 2 : M-m om. parte m delle cose 4-5 : J/' Et di ciò si diparte l'autore, m 7 accio 8: M mantenente, m inmantanento 9: m simplice (sempre cos'i) M' sedella li: M-m compi^ratione 13: M' il tractato 15: M (|ualcosa, «i quale chosa /*: M< l'exeniplo 21: M' m (pielli 25 : vi iliinn chosa SO : M-m <m. stava A/' ali Romani loi-o di mandare oste a fai"e la battaglia centra loro, o no. Et così vedi che causa simpla è pur d'una questione del sì o del no. Della causa congiunta. 5. 64. Congiunta di piusori questioni è quella nella quale sì dimanda di piusori cose in questo modo: « È Cartagine da disfare da renderla a' Cartagiartesi, o è da menare inn altra parte loro abitamento ? Poi che Tullio à detto della causa simpla, sì dice della congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella quale àe due o tre o quattro o più questioni. Verbigrazia : I Romani vinsero a forza d'arme la città di CARTAGINE, et erano alcuni che diceano che al postutto si disfacesse; altri diceano che Ila cittade fosse renduta agli uomini della terra, altri diceano che Ila cittade si dovesse mutare di quel luogo et abitare in altra parte. E così vedi che questa causa è congiunta di tre questioni che sono dette. Della causa congiunta di comparazione. Dì comparazione è quella nella quale contendendo si que stiona qual sia il meglio o qual sia finissimo, in questo modo : « È da mandare oste in Macedonia contra Filippo inn aiuto a' compagni, è da tenere in Italia per avere grandissima copia di genti contra Anibal ? Poi che Tullio avea detto della causa la quale è congiunta di piusori questioni, sì dice di quella causa eh' è congiunta di comparazione di due o di tre o di quattro o i : M-m o fare 2 : M^ om. Et Jlf om. b 5 : M' om. questioni 6 : m di più sore 7 : M' da. rendere a Cartaginesi 12 : m due tre o quattro questioni J3: m per forza om. la cittade di J4: M' elio a! postutto diceano cliella si disfacesse 17: M-m om. che 18: m essere coniunta di tre (luestioni dette 21: 3/' o quale finissimo 22: M' incontro a Filippo 28: M-m di due, di tre m om. o di quattro (1) Certamente il traduttore ha frainteso il latino an eo colonia deducatur. di più cose, nella quale si considera qual partito sia il migliore de' due o di tre o di più, e se tutti sono buoni e l'uno migliore che 11' altro, per sape];e qual sia finissimo, cioè il sovrano di tutti. Verbigrazia : I Romani aveano mandata oste in Macedonia contrà Filippo re di quello paese, et in quello medesimo tempo attendeano alla guerra d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni savi di Roma diceano che '1 migliore consiglio era mandare gente in Macedonia, per attare l'altra loro oste la quale 10. era in questa contrada; altri diceano che maggior senno era di ritenere la gente in Italia, per adunare grandissima oste contra Anibal ; e così contendeano qual fosse il migliore o '1 finissimo partito : o tenere o mandare la gente. Della contraversia inn iscritto et in ragionamento. 15. 66. Poi è da pensare se Ila controversia è in scritta o è in ragionamento. Lo sponitore. 1. Apresso ciò che Tulio à dimostrato qual causa è simpla e quale è congiunta e quale di comf)arazione, sì vuole 20. fare intendere quale contraversia nasce et aviene di cose e di parole scritte, e qual nasce pur di ragionamento, cioè di dire parole e di cose che non sono scritte ; e cosi vuole CICERONE aj)ertamente insegnare per rettorica ciò e' altre de' dire a ciascun ponto di tutte le cause che possano inter 25, venire ; e perciò dicerà della scritta per sé e del ragionamento per sé, e di ciascuno partitamente in questo modo : Della contraversia che nasce di cose scritte. 67. Contraversia inn iscritta è quella che nasce d'alcuna qua litade di scrittura Ce. XIII). Et certo le maniere di questa che 30. sono partite delle constituzioni sono cinque : Che talvolta pare che Ile i-2: m sia ihigloru ili lUie ecc. il/' o Ire o iiifi •/: iV/' ohi. cion il sovrano 5: M'-L (li i|iielli del paoso, S di c|iielli paesi 7: m om. ad oste * : hi elio mogio iO: m J/i in ipiella contrada il : M' om. di m a rilenore gente 12 : M contra nibal, i» contro ad Anibal 15: M-m e scripla, If' e in scriplo o in ragionamento: M-m i|ual cosa 19: m quale e 22: M-m om. dire e che non sono scritte 23: M' mostrare - 24: m possono 25: M'E cosi 29: M da. questa 30:M' dale constilutioni parole medesimo iU siano discordanti dalla sentenzia dello scrittore ; e talvolta pare che due legi o più discordino intra sé stesse; e talvolta pare che quello eh' è scritto signiffichi due cose o più ; e talvolta pare che di quello ch'è scritto si truovi altro che non è 5. scritto ; e talvolta pare che ssi questioni in che sia la forza della parola, quasi come in diffinitiva constituzione. Per la qual cosa noi nominiamo la prima di queste maniere di scritto e di sentenzia; il secondo appelliamo di legi contrarie, la terza apelliamo dubiosa, la quarta appelliamo dì ragionevole, la quinta apelliamo diffinitiva. Poi che CICERONE à dimostrato qual causa sia pur d' un fatto o di più, immantenente vuole dimostrare qual contraversia è in scritta e quale in ragionamento; et in questo dice primieramente di quella ch'è inn iscritto, cioè che 15. nasce d'alcuna scrittura. Et questo puote essere in cinque modi. Il primo modo è appellato di scritto e di sentenza, pei'ciò che Ile parole che sono scritte non pare che suonino come fue lo 'ntendimento di colui che Ile scrisse. Verbigrazia: Una lege era nella cittade di Lucca, nella quale erano scritte queste parole: « Chiunque aprirà la porta della cittade di notte, in tempo di guerra, sia punito nella testa ». Avenne che uno cavaliere l'aperse per mettere dentro cavalieri e genti che veniano inn aiuto a Lucca, e perciò fue accusato che dovea perdere la testa secondo la legge scritta. L'accusato si difendea dicendo che Ila sentenzia e lo 'ntendimento di colui che scrisse e fece la legge fue che chi aprisse la porta per male fosse punito ; e cosi pare che Ile parole scritte non siano accordanti alla sentenzia dello scrittore, e di ciò nasce controversia intra loro, se si debbia tenere la scritta o la sentenza. La seconda maniera è apiiellata di contrarie leggi, perciò che 1 : M' m medesime m dalle sententie 2: me téilora -- M' si discordino 3: M' significa 4: M-m o talvolta M' che nono che scripto 6: M-m nm. in A/' mdilTìnitiva ([uestione 11: M-m qual cosa 13: M-m e Sbripta - m e in ragionamento 14 : m primamente 18 : M om. fue 20: M ai)iira, m apira 21 : M-m om. in tempo di guerra M' si sia punito della testa 23: M' si difende 30: m se si dee M' lo scritto 31 : M' om. maniera (1) Cfr. p. 46, 1. 30: nai medesimo. pare che due leggi o più discordino intra sé stesse. Verbigrazia : Una legge era cotale, che chiunque uccidesse il tiranno prendesse del senato cheunque merito volesse. Et nota che tiranno è detto quelli che per forza di suo 5. corpo o d'avere o di gente sottomette altrui al suo podere. Un'altra legge dice che, morto il tiranno, dovessero essere uccisi cinque de' pili prossimani parenti. Or avenne che una femina uccide il suo marito, il quale era tiranno, e domanda al senato per guidardone e per nierito un suo figlio. LA PRIMA LEGGE concede che ssia dato, l'altra comanda CHE SIA MORTO. E così sono due leggi contrarie, e perciò nasce questione se alla femina debbia essere renduto il suo figliuolo o se debbia essere morto. La terza maniera è apellata DUBBIOSA, perciò che pare che quel eh' è scritto SIGNIFICHI DUE COSE O PIU. Verbigrazia. Alessandro fa testamento nel quale fa scrivere così. Io comando che colui eh' è mia reda dia a Cassandro C vaselli d'oro e quali esso vorrà. Api^esso la morte d'Alessandro venne Cassandro e domanda C vaselli al suo volere e che a llui piacessero. Dice la reda. Io ti debbo dare que'ch'io vorrò. Et cosi di quella parola scritta nel testamento, cioè, i quali esso vorrà, si è dubbiosa a intendere del cui volere ALESSANDRO DICE; e di ciò nasce questione intra loro. La quarta maniera è appellata RAGIONEVOLE, perciò che di quello eh' è discritto si truova e se ne ritrae altro CHE NON E SCRITTO O DETTO. Verbigrazia : Marcello entra nella chiesa di Santo Petro di Roma e ruppe il crocifixo, e taglia le imagini di là entro. E accusato, ma non si truova neuna legge scritta sopra così fatto malificio, né convenevole non era che nne scampasse sanza pena. E perciò il suo adversario ritraeva d'altre leggi scritte quella pena che ssi convenia a Marcello ragionevolemente. La quinta maniera é appellata DIFFINITIVA, perciò che pare che ssi questioni LA FORZA D’UNA PAROLA scritta, sicché conviene i : M' si discordino - M stesso m tralloro - 5 : M^ di genti - 6-7: m L essere morti - Jl/' om. de' 7 : M'-L una femina il suo marito.... uccise 9 : m e merito 10: M' che le sia dato, l'altra leggie iS: m nasce controversia Mm sella femina 13: m se dee 14-15: M' che lo scritto i6: Jtf' cos'i scrivere 1 7 : M-m om. coUii eh' è 18: M' i quali 19: M' cento vaselli d'oro 20: J/' la rede. [o ti voglio dare - m om. dare - S3: M' 7 cosi - S5: M' che scripto - S6 : M-m Martello - S7 : M' San Piero 38 : M-m om. Fue accusato - /. trovava 29-30 : m alcuna legge.... colalo maliflcio, e convenevole non era che scampasse 32 :M' che si conviene Mm Martello che quella parola sia diffinita e dicasi il proprio intendimento di quella parola. Verbigrazia : Dice una legge. Se '1 signore della nave n'abandona per fortuna di tempo ed un altro va a governarla e scampa la nave, sia sua. Avenne che una nave di Pisa venne in Tunisi e presso al porto sorvenne sì forte tempesta nel mare, che '1 signore usce della nave et entra inn una picciola barca. Un altro ch'era malato rimase nella nave e tennesi tanto là entro che '1 mare torna in bonaccia, e la nave campa in terra. E perciò dicea che la nave e sua secondo la legge, perciò che '1 segnore l'abandona et esso l'avea difesa. Il segnore dicea che perch'elli entra nella picciola barca non abandona perciò la nave ; e cosi era questione intra loro sopra questa PAROLA dell'ABBANDONO della nave ; e per 15. sapere LA FORZA d'essa parola conviene che ssi difinisca e dicasi il proprio intendimento. 6. Già à detto Tullio di quella contraversia la quale è in iscritta e delle sue cinque parti. Omai dicerà di quella contraversia eh' è in ragionamento. 20. Della contraversia la quale nasce di ragionamento. Ragionamento è quando tutta la questione è inn alcuno argomento e non inn ìscrittura. Quella è contraversia in ragionamento nella quale non si considera alcuna cosa che ssia per scrittura, ma prendesi argomento e pruova per parole FUORI DI SCRITTA a dimostrare che dee essere sopra quella questione. Verbigrazia : Dice Anibaldo che Italia è migliore paese che Frància. Dice Lodoigo che no. E di ciò era questione ti'a lloro, e perciò conviene recare argomenti in ragionando per mostrare che nne dee essere, e questo senza scritta acciò che sopra questo no è legge né scrittura. 3: m om. della nave M' labandona S : M' de Pisani M-m di Tunisi 6 : M sovenne, m venne, L sopravenne M^ di mare 7-8 : M' usci di fuori un altro corse a governare la nave 9: m campo intera 11: m et egli 12: m pichola nave 13: 3f' non avoa abbandonata perciò 1. n., m non pero elli abandonava la grande 14: M' di questa parola, m sopra questo abandono 15: M-m la forma m ripete conviene 16: m dicha 22: m e none 24 : M' Qurlla controversia 6 in rag. 28: M' Anibal 29 : m lodovico, M'-L loodico, S dice l'altro, dico che no 31 : m 7 questo e senza scritta Delle IV parti della causa. Adunque, poi che considerato è il genere della causa e cognosciuta la constituzione et inteso quale è simpla e quale è congiunta, e veduto quale contraversia è di scritto e di ragionamento, 5. ornai fie da vedere quale è la quistione e quale è la ragione e quale è il giudicamento e quale è il fermamento della causa ; le quali cose tutte convengono muovere della constituzione. In questa parte dice CICERONE che poi ch'elli à insalo, gnato che è lo genere delle cause, cioè dimostrativo e diliberativo e giudiciale, et à fatto cognoscere che è la constituzione, cioè e qual sia congetturale e quale diffinitiva e quale translativa e quale negoziale, et à fatto intendere quale è simpla e quale congiunta, cioè qual contiene in sé una questione o più, et à fatto vedere qual contraversia è inn iscritto e quale in ragionamento, sì come tutti questi insegnamenti paionsi adietro là dove lo sponitore l'à messo inn iscritto e trattato di ciascuno sufficientemente, ornai vuole CICERONE procedere e dimostrare apertamente qual sia 20. la questione e la ragione e '1 giudicamento e '1 fermamento della causa ; le quali cose tutte muovono e nascono della constituzione, ciò viene a dire che la constituzione è il cominciamento di queste cose. Questione è quella contraversia la quale s'ingenera del contastamento delle cause in questo modo : « Non facesti a ragione Io feci a ragione». Questo è contastamento delle cause nella quaied) 2: m om. 63: m om. cognosciuta M intesto Af' qual congiunta 4: M-m quale conti'aversia <ii scripto m o di ragionamento 5: A/' oggimai sarà 5-6: M' ha sulo il primn b M-m il confermamento 6-7: M-m 7 tucte i|UOSte cose le quali conv. 9: M chelle, m chebbe asengnato, M' che elgli 10: M' diliberativo, ilimostrativo i2: in cioè qual sia 13: M-m a facto cognoscere 14: m quale simplice - 17: M' amaeslramenti M paio sàdietro, Mi-L jiaiono in adiotro 18: M 7 tracio 22: M-m um. ciò V. a d. e. la constituzione 25 : M -L Di (|uistione m si genera 26-27 : M' de cause M-m om. a M' il contrastamento ~ L nele quali, S nel quale (1) Evidentemente dovrebbe dire nel quale; ma appunto per questo non saprei spiegare come alterazione volontaria né come svista il nella quale (dato tanto da M quanto da ikf'), e lo crederei piuttosto dovuto a una distratta traduzione del latino Causarum haec est conflictio, in qua constitiUio constai. è la constituzìone, e di questa nasce contraversia la quale noi appelliamo questione, in questo modo: se fatto l'à a ragione o no. Lo sponitore. 1. Nel testo il quale è detto davanti insegna Tullio 5. cognoscere e sapere che è la questione; et in ciò dice che questione è quella che ssi conviene considerare sopr' a cciò di che le parti tencionano, e così s'ingenera del contastamento delle parti, cioè di quello che 11' uno appone e l'altro difende. Verbigrazia : Dice la parte che appone all'altra . 10. « Tu non ài fatta i-agione, che tu prendesti il mio cavallo »; e la parte che ssi difende risponde e dice : « Si, feci ragione Or è la causa ordinata, cioè che ciascuna parte à detto, l'una accusando e l'altra difendendo, e questa è appellata constituzione. Sopra questo si conviene sapere se 15. n'accusato à fatta ragione o no. Questo è quello che Tullio appella questione. Dunque potemo intendere che quando le parti anno detto e quando l'accusatore àe apposto in. contra l'aversario suo e l'accusato àe risposto o negando o confessando, sì è la causa cominciata et ordinata ; e però 20. infine a questo punto èe appellata constituzione, cioè viene a dire che Ila causa è cominciata et ordinata ; da quinci innanzi, se l'accusato niega e diféndesi, si conviene che ssi connosca se Ila sua defensione è dritta o no, cioè quando dice : « Io feci ragione » conviensi trovare s' elli à fatto 25. ragione o no, e questa è appellata questione. 3. Et perciò che la scusa dell'accusato, a dire pur così semplicemente: « Io feci ragione », non vale neente se non ne mostra ragione per che e come, insegnerà Tullio immantenente che ragione sia. 30. Di ragione. 71. Ragione è quella che contiene la causa, la quale se ne fosse tolta non rimarrebbe alcuna cosa in contraversia. In questo modo mo sterremo, per cagione d'insegnare, un leggieri e manifesto 4: M-m nel quale - 6: M' 6 quella m sopra quello 10: M' facto ragione i5: M dopo ragione ripete che tu prendesti il mio cavallo 13: m luna luna M' {(uesto 15: M^ m facto 15-16: M' Et questo.... comune questione 17: M-m posto 19: M S l'accusa - SO: M' m ciò viene a dire SS: M-m om. sì S4: M' facta S5: M' e facta questione S6: M-m om. Et - l'accusa S7 : M' m se non mostra S8 : M' si insegnerà 31 : m se non fosse 3S : M' non vi rim. 33: M-m d'insegnare leggere manifesto exemplo exemplo. Se Orestres fosse accusato di matricidio et elli non dicesse: « Io il feci a ragione, perciò eli' ella avea morto il mio padre », non avrebbe difensione; e se non l'avesse non sarebbe contraversia. Dunque la ragione dì questa causa è eh' ella uccise Agamenon. Lo sponitore. Si come appare nel testo di Tulio, ragione è quella clie sostiene la causa in tal modo che, chi non assegna e mostra la ragione della sua causa, certo non sarà controversia, cioè non à difensione; e cosi la causa dell'aversario IO. rimane ferma e non à contastamento. 2. Verbigrazia: Vero fue che Ila madre d'Orestres uccise Agamenon suo marito e padre d'Orestres ; per la qual cosa Orestres, per movimento di dolore, fece matricidio, cioè che uccise la madre. Fue accusato di matricidio, et elli confessa, ma dice che '1 15. fece a ragione; se non dice perchè e come, la sua difensione non vale neente, e se la difensione non vale neente non è contraversia né questione. 3. Ma se dice cosi : « Io lo feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre », sì mantiene la sua causa e vale la sua difensa, mostrando la 20. ragione e la cagione perch'elli fece il matricidio. Et poi che CICERONE à dimostrato che è questione e che ragione, sì dimosterrà che è giudicamento. Giudicamento è quella contraversia la quale nasce de lo 'nde25. bolire e del confirmare la ragione. Et in ciò sia quel medesimo exemplo della ragione che noi aven detta poco davanti : « Ella avea morto il mio padre ». Dice il savio: « Sanza te figliuolo convenia eh' essa madre fosse uccisa ; perciò che 'I suo fatto si potea bene punire sanza tuo perverso adoperamento ». (e. XIV) Di questo 30. mostramento della ragione nasce quella somma controversia la quale noi appelliamo giudicamento, la quale è cotale: se fosse diritta cosa che Orestres uccidesse la madre, perciò ch'ella avea morto il suo padre. i : m di martecidio 2 : M-m om. ella 4 : M-ni chelluccise a ragione 7-8 : M' mostra 7 assegna ragione 10: M' m 0111. Vero 13: M' om. cioè.... di matricidio 16: M-m om. e so la difensione non vale neente (A/' ef))unge neente) 19: m difesa 20: m om. El 22: M-m dimostra 24: M' om. quella M-m ohi. nasce 25: M-m in ciò a quel med. 26: M' aveino dello 27 : M' Dice l'avversario 2S: M-m si potrà 29 : M' sanila il tuo p. 31 : M' se fu Cicerone dice e insegna che è ragione; et perciò che della ragione nasce il giudicamento, sì tratta egli del giudicamento per dimostrare come e quando et in che 5. luogo sia. Verbigrazia : L'accusato assegna ragione perchè fece quel fatto e conferma la sua difensa per quella ragione. L'accusatore dice contra questa difensa et indebolisce la ragione dell'accusato, linde di ciò che conferma l'uno et inforza la sua difensione e l'altro la infievolisce 10. e falla debole, sì ne nasce una questione la quale è appellata giudicamento, perciò che quando ella è provata si puote giudicare. 2. Et in ciò sia quel medesimo exemplo di sopra : Orestres assegna la ragione per la quale elli uccise Clitemesta sua madre: perciò ch'ella avea morto 15. Agamenon ; e così conferma la sua defensione. Ma contra lui dice l'aversario. Tu non la dovei punire né non convenia ad te punirla di ciò, ma altre la dovea e potea punire sanza tua perversità, e sanza tua così crudele opera, come del figliuolo uccidere sua madre. Et così indebolia la ragione d' ORESTE e mettealo in vituperoso abominio, e sopra questo, cioè sopra '1 confermamento e sopra lo 'ndebolimento della ragione, nasce questione la quale è appellata giudicamento perciò che ssi puote giudicare. 3. Et omai à detto Tullio che è questione e che è ragione e che è 25. giudicamento ; sì dicerà che è fermamento. Del fermamento. 73. Fermamento è il firmissimo et appostissimo argomento al giudicamento, come se Orestres volesse dire che ll'animo il quale la madre avea contra il suo padre, quel medesimo avea contra lui 30. e contra le sue sorelle e contra il reame e contra l'alto pregio della sua ingenerazione e della sua familia, sicché in tutte guise doveano i suoi figliuoli prendere in lei la pena. 2: M-m om. è 3-4: M-m che deliboragione nasce del iuilicamento por dimostrare ecc. 5: M' om. sia M' assegno 7:3/' quella 3/ difesa 8-10: M' che rimo conferma 7 inforfa la sua ragione.... fa debole M-m isforca m la indebolisce IS : m a quello med. 13: M' assegna ragione 16: M 7 non convenia, m e non si convenia 17: m 7 convenia punirla 18-19: M' om. tua e del m la sua madre 21-22: M< sopra confermamento dela ragione 23: m om. Et 24: M i ohe ragione, m nm. 27: M-m om. è 30: M' \n serocchie.... l'altro pregio Poi che Tullio aè dimostrato che è questione e ragione e giudicamento, sì dice in questa parte che è fermamento. E certo lo 'nsegnamento suo è molto ordinata 5., mente : che primieramente è questione intra Ile parti sopr'alcuna cosa la qual'è aposta ad uno e detto sopra lui che non à fatto bene o ragione, et elli in sua difesa dice ch'à fatto bene o ragione, e di questo nasce la questione, cioè se esso à fatto ragione o no. Apresso dice l'accusato 10. la cagione per la quale elli avea ragione di fare ciò, e questa è appellata ragione. Et quando l'accusato à detta la ragione, il suo adversario dice contra quella ragione et indebolisce quello dove l'accusato ferma la ragione, e questa è appellata giudicamento. 15 Fermamento. Poi che Ila questione del giudicamento è nata, si conviene che ll'accusato tragga innanzi i fermissimi argomenti bene apposti contra il giudicamento. Verbigrazia : Orestres à detto che uccise la madre perciò ch'ella avea morto il padre, e così assegna la ragione perch'elli l'uccise; il suo adversario mettendolo in questione di giudicamento dice c'a llui non si convenia ma ad altrui, e così indebolisce la sua ragione. 3. Or conviene che Orestres dica manifesti argomenti, e dice così. Tutto altressì coni' ella 25. uccise il suo marito mio padre, così avea ella conceputo d'uccidere me e le mie sorelle, cui ella avea ingenerate di suo corpo, e mettere il nostro regno a distruzione et abassare l'altezza del nostro sangue, e mettere in periglio la nostra famiglia ». Ed in questi argomenti accoglie fermissima defensione della sua ragione contra il giudicamento, e dice: « Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et 2: M-m ragione 7 ((iiestione (m nm. 7) 3: M' s\ dicerà (mn S dico) 5: M-m questioni 6: M' sopralcuna causa la qua'.e appella ad uno 7 detto contra lui 8: Mhii om. ch'à fatto bene ragione 9: M' se elgli, m selli M' a l'acto a ragione H : M\ m* detto i3;Jf fermava i4: m questo e apellato - 17:,AV nelaccusalo trarre 18: M» appostati - i9: M' clielgli uccise.... chella uccise SI: A/ niente dolo - S3: M' om. sua JW i fermissimi argomenti 29: M 7 dinquesti, »i 7 in <juesti, 3/' 7 di questi La rubrica di M (clie di regola seguo) ha qui ludicamento, certo per effetto della parola precedente. avea pensato di fare cotanta crudelitade, sì fue al postutto convenevole che Ili suoi propii figliuoli ne le dessero pena e non altri >. Et questi sono fermissimi argomenti ne' quali dice che '1 fatto della madre fue crudele, superbo e mali5. zioso. 4. Et nota che quel fatto è appellato superbo il quale alcuno adopera centra' maggiori, sì come quella fece uccidendo il re Agamenon. Et quello è crudele fatto il quale alcuno adopera contra' suoi, sì come quella fece contra la sua famiglia. Et quello è malizioso fatto il quale è molto 10. fuori d'uso, sì com'è contra naturale usanza ch'alcuna femina uccida il suo marito e figliuoli e distrugga un alto reame. 5. Onde questi fermissimi argomenti e' quali l'accusato mette davanti per confermare le sue ragioni et incontra lo 'ndebolimento che facea l'aversario, sì è ap 15. pellato fei'mamento. In quale constiti izione non à gindicamento. Et certo neil'altre constituzioni si truovano giudicamenti a questo medesimo modo ; ma nella congetturale constituzione, perciò che in essa non s'asegna ragione (acciò che '1 fatto non si concede) 20. non puote giudicamento nascere per dimostranza di ragione; e però conviene che questione sia quel medesimo che giudicamento: « fatto è, nonn è fatto, sé fatto o no ». Che al vero dire, quante constituzioni lor parti sono nella causa, conviene che vi si truovino altrettante questioni, ragioni, giudicamenti e fermamenti. 25. Lo sponitore. 1. In questa parte del testo dice Tullio che, sì come per lui è stato detto davanti, così si possono trovare giudicamenti inn ogne constituzione; salvo che nella constituzione congetturale, della quale è molto trattato inn 30. adietro, perciò che in essa l'accusato nonn asegna (i) neuna 1 : Af' avea pensala cotanta crudeltade 2: M nelle, ÌU-L lene dessero 3 : Mi lorlissimi argomenti 5: m nel quale 7 : M Tde agnzenò {sic), m i ro Agamenon m ohi. è 8: M' luomo adopera 9: m om. è ambedue le volte il : A/ un altro IS-i^-.M' om. et, 7» e contro allo i7 : M' ì giudicamenti 22: Mi se facto e. no ~ quante questioni 26 : m om. che 28 : vi nella questione (1) Si potrebbe anche leggere non n' asegna; ma in M' è scritto qui e qualche riga più sotto non assegna, mentre la grafia col doppio n 6 frequente in M (cfr. pag. seg., 1. 6, nonn abisogna). ragione, anzi niega, al postutto non ne puote nascere giudicamento. 2. Verbigrazia : Uno accusò Ulixes ch'elli avea morto Aiaces. Dice Ulixes : « Non feci » et cosi nega quel fatto che gli è apposto. Et perciò non conviene che sopra '1 5. suo negare assegni alcuna ragione. Et poi che nonn asegna ragione, il suo adversario nonn abisogna d' indebolire la ragione dell'accusato. Dunque nonde puote nascere giudicamento ; e perciò conviene che in queste constituzioni congetturali la questione e lo giudicamento siano ad una 10. cosa: che là ove dice l'accusatore « Tu uccidesti » et Ulixes dice « Non uccisi », la questione e '1 giudicamento fie sopi-a questo, cioè se ll'uccise o no. 3, Poi dice CICERONE che quante constituzioni à una causa, altrettante v'à questioni e ragioni e giudicamenti e fermamenti. Dell'altre parti della causa. 75. Trovate nella causa tutte queste cose, son poi da considerare ciascuna parte della causa ; eh' al ver dire non si dee pur pensare prima ciò che ssi dee dicere in prima ; perciò che se le parole che sono da dire in prima tu vuoli inforzatamente congiungere 20. et adunare colla causa, conviene che d'esse medesime traghe quelle che sono da dire poi. Sponitore. 1. Or dice Tullio : Dacché '1 parliere connosce la causa et àe inteso ciò eh' elli n' àe insegnato per tutto il libro 25. insine a questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la quale convegna che dica, sì dee il buono parliere pensare con molta diligenzia e considerare nella sua mente, anzi che cominci a dire, tutte le parti della sua causa insieme e non divise. Che s'elli pensasse in prima pur quella che 4: m chelli fu aposto - 6: M' non a bisogno, m non a ragione 8: M-m om. e 9: M-m la constituzione i 1 : M' sie sopra q., m fla i3: M-m otn. v'à 17: M-m e al ver dire 18: M' in prima quello M-m om. dicere S che è da dire inprlma 19: M-m om. in prima M' tu le vuoigli M isforcatamonte, m sforfatamenie congiungnerle 20: M' i raunaro M-m elio esse medesime S4: M'-L tutto il titolo, i' tutto il telo (tic) S8: i/' causa sua S9: M' pur quello che sia da dire (Z. aggiunge in prima) prima sia da dire e non pensasse ch'elli dovesse dire poi, senza fallo il suo cominciamento si discorderebbe dal mezzo et il mezzo dalla fine. 2. Ma chi accorda bene le sue parole colla natura della causa et in innanzi pensa che ssi convenga dire davanti e che poi, certo la comincianza fie tale che nne nascerà ordinatamente il mezzo e la fine. Tutto altressì fae il buono drappiere, che non pensa prima pur della lana, ma considera tutto il drappo insieme anzi che Ilo cominci, e de' aver (D la lana e '1 coloi*e e la grandezza del drappo, e provedesi di tutte cose che sono mistieri, e poi comincia e fae il drappo. Di VI parti della diceria. Per la qual cosa, quando il giudicamento e quelli argomenti che bisognano di trovare al giudicamento saranno diligente15. mente trovati secondo l'arte e trattati con cura e con cogitatione, ancora sono da ordinare l'altre parti della diceria, le quali pare a nnoi ai tutto che siano sei : Exordio, narrazione, partigione, confermamento, riprensione e conclusione. Sjtoììitore. 20 _ I. Poi che Tullio sufficientemente à dimostrato la chiarezza delle cause et àe comandato che '1 buono parliere innanzi pensi tutte le parti della causa per accordare il mezzo e la fine colla comincianza del suo dire, si che sia l'una parola nata dell'altra, sì dice esso medesimo che poi 25. che tutto questo eh' è fatto,(3) e trovato il giudicamento della 1 : M' che sia da dire poi 4: M' m om. in 5 : M' la incomincianca, m il cominciamento 6: M' che nostera (corr. moslera), L mosterra, S mostra 7: if ' in prima 9-10: M' anzi che cominci.... accio mestieri m sono mestiere 11: M^ i\ suo drappo ordinatamente, L affare il s. d. ordinatamente 14 : M^ che si bisognano -17: M' che sono sei.... petitione invece di partigione 20 : M^ a sofficientemente dem. S3: M' el Dne con la incomincianpa M-m om. sì 24: M om. nata 25: M^-L questo e facto (1) Tutti i codici hanno 7 daver 7 davere, che può esser nato facilmente dall'aver preso il de' per la preposizione di. Tanto il senso quanto la sintassi sarebbero poco chiari leggendo e d'aver. (2) Preferisco la lezione di M perchè non è probabile che la parola ordinatamente, che si trovava in evidenza in fine al discorso, sia sfuggita al copista. Forse l'aggiunta If' (L) fu determinata AaW ordinatamente di poche righe prima. (3) Cioè " dopo che tutto questo è fatto „ . Per il che pleonastico cfr. p. 20, n. 2, p. 21, n. 1 e qui dopo p. 99, 1. 18. Le lezioni di M^ e di L si spiegano con quelle di M-m, ma non viceversa. causa e ciò che vi bisogna secondo i comandamenti di rettorica (i quali si convengono trattare con molto studio e con grande deliberazione) ; anco sopra tutto questo si convengojio pensare l'altre parti della diceria, delle quali non 5. è detto neente, e sono sei ; e di ciascuna per sé tratterà il libro interamente. Lo sponitore chiarisce tutto ciò eh' è detto inn adietro. Et sopra questo punto, anzi che '1 conto vada più innanzi, piace allo sponitore di pregare il suo porto, per cui amere è composto il presente libro non sanza grande afanno di spirito, che '1 suo intendimento sia chiaro e lo 'ngegno aprenditore, e la memoria ritenente a intendere le parole che son dette inn adietro e quelle che seguitano per innanzi, sì che sia, come desidera, dittatore perfetto e 15. nobile parladore, della quale scienzia questo libro è lumiera e fontana. 3. Et avegna che '1 libro tratti pur sopra controversie et insegni parlare sopra le cose che sono in tendone, et insegna cognoscere le cause e Ile questioni, e per mettere exempli dice sovente dell'accusato e dell' ac 20. cusatore, penserebbe per aventura un grosso intenditore che Tullio parlasse delle piatora che sono in corte, e non d'altro. 4. Ma ben conosce lo sponitore che '1 suo amico è guernito di tanto conoscimento ch'elli intende e vede la propria intenzione del libro, e che Ile piatora s'aparten 25. gono a trattare ai segnori legisti ; e che rettorica insegna dire appostatamente sopra la causa proposta, la qual causa no è pur di piatora né pur tra accusato et accusatore, ma é sopra l'altre vicende, sì coinè di sapere dire inn ambasciarie et in consigli de' signori e delle comunanze et in 30. sapere componere una lettera bene dittata. 5. Et se Tullio dice che nelle dicerie intra le parti sono le constituzioni e questioni e ragioni e giudicamento e fermamento, ben si dee pensare un buono intenditore che tuttodie ragionano le 1: M' Olii, vi S: vi làlluro 3: M liberalione - M ancora, m aiicir 4 : m le IKirli 5: M-m oiii. per sé 8-9: Mi cliel maestro.... più avanti iO: m questo libro i3: m mii. clie son M' seguiranno i4: in per lo innanzi i8: vi insegni o»n. o dinanzi a per i9:m exenpro 20: M-vi 7 penserebbe .?;: if' trattasse S2:m ha bene 24-2.^: Af si pertegnono - m 7 a singnorì M-m le giustitio 26- M' appostamento M' in sapere 2M 7 nele comunanze, (L e dello), mi delle comunanze 31 : m trailo parti - 32: M-m im. e ragioni, e l'ermamento m ohi. si genti insieme di diverse materie, nelle quali adiviene sovente che ir uno ne dice il suo parere e dicelo in un suo modo e l'altro dice il contrario, sì che sono in tencione ; e r uno appone e l'altro difende, e perciò quelli che appone 5. contra l'alti-o è appellato accusatore e quelli che difende èe appellato accusato, e quello sopra che contendono è appellata causa. Onde se l’uno appone e l'altro niega, al postutto di questo non puote nascere questione se non di sapere se quella cosa che niega elli l'à fatta o detta o no. Ma quando l'uno appone e l'altro difende, sì è la causa incominciata et ordinata tra lloro. Et questo è la constituzione della quale nasce la questione, cioè se Ila sua difesa è a ragione o no; e poi ciascuno contende come pare a llui per confermare le sue parole e per indebolire quelle del'altro, sì come appare per adietro nel trattato della questione e della ragione e del giudicamento e del fermamento. Onde non sia credenza d'alcuno che, sì come dicono li exempli messi inn adietro, che ORESTE e accusato in corte della morte di sua madre ; ma le genti ne contendeano intra loro, che 11' uno dicea che non avea fatto né bene né ragione, e questo è appellato accusatore, un altro dicea in defensione d'Orestes ch'elli avea fatto bene e ragione, e questo è appellato nel libro accusato. De consiglieri. Così aviene intra' consiglieiù de' signori e delle comunanze, che poi che sono aserablati per consigliare sopra alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è messa e proposta davanti loro, all'uno pare una cosa et all'altro pare un'altra; e cosi è già fatta la constituzione della causa, 30. cioè eh' è cominciata la tencione tra lloro, e di ciò nasce questione s' elli à ben consigliato o no. Et questo è quello che Tullio appella questione. 9. Et perciò l' uno, poi ch'elli àe detto e consigliato quello che llui ne pare, immante 2 : M ndicc M' di.cela m in suo modo ~ 3 : M' in contentione ~ 4: M n lalti-o appone, m laltio appone M-m quel 6: M quello che, m quello di che 7-9: m om. al postutto.... che nioga M che quella cosa M' selgli la facta il : m cominciata M' intra loro 7 questa 13: M-m è ragione - 16: M om. il 1" e 3° e, hì il 1" e S° 20 : m tralloro dicea chelli 21 : m o ragione 22: m ave fatto 25: M' adiviene - mi tra cons. 27: M-m. e in essa 28: m davanti a loro M-m om. cosa et 30: M' lantentione 31 : M-m selli alta consigliato m che allui nente assegna la ragione per la quale il suo consiglio èe buono e diritto. Et questo è quello che Tullio appella ragione. 10. Et poi ch'elli àe assegnata la cagione e la ragione per che, si sforza di mostrare perchè s'alcuno consigliasse o facesse il contrario come sarebbe male e non diritto ; e così infievolisce la partita che è contra il suo consiglio; e questo è quello che CICERONE lappella GIUDICAMENTO. Et poi ch'elli àe indebolita la contraria parte, sì raccoglie tutti i fermissimi argomenti e le forti ragioni 10. che puote trovare per più indebolire l'altra parte e per confermare la sua ragione ; e questo è quello che Tullio appella fermamente. 12. Et certo queste quattro parti, cioè questione, ragione, giudicamento e fermamento, possono essere tutte nella diceria dell'uno de' parlatori, sì come appare in ciò eh' è detto di sopra. Et puote bene essere la sua diceria pur dell'una, cioè pur infine alla questione, dicendo il suo parere e non assegnando sopra ciò altra ragione. Et puote bene essere pur di due, cioè dicendo il suo parere et assegnando ragione per che. Et puote bene essere pur di tre, cioè dicendo il suo parere et assegnando ragione per che et indebolendo la contraria parte. Et puote essere di tutte e quattro sì come fue dimostrato di sopra. 13. Quest' è la diceria del primo parliere. E poi ch'elli à consigliato e posto fine al suo dire, immantenente si leva 25. un altro consigliere e dice tutto il contrario che àe detto colui davanti ; e così è fatta la constituzione, cioè la causa ordinata, e cominciata la tenciouB ; e sopra i loro detti, che sono varii e diversi, nasce questione, se colui avea bene consigliato o no. Poi dimostra la ragione perchè il suo 30. consiglio è migliore. Apresso indebolisce il detto e '1 consiglio di colui ch'avea detto dinanzi da llui ; e poi riconferma il consiglio suo per tutti i più fermi argomenti che può trovare. Adunque le predette quattro cose o parti possono essere nel detto del primo parliere e nel detto 35. del secondo e di ciascuno parlamentare. 14. Cosie usata 3-4: M' la ragione 7 la cagione.... clie s'olciin 6: M' a diriclo m la parie 8:m om Et - i5: M-m cagione, ragione ecc. i4: 3f' d'uno y5:3f'pare i 6 : 3f-m om. cioè pur 17: m pero M' altre ragioni 18-19: M-m ohi. pur ~ M-m in suo parere assengnanJo perche SO: M' il suo pare 21 : M^ la contraria partita - SS: m di tulli e q. 25-26: Jlf' tutto il contrario di colui ca detto davanti 27 : M' lunlcntione m la tencionc sopra S8: M' om. sono -- M 7 se colui 31-32: in rilennu 3/' il suo consiglio 33: M' ([uattro jiarti 33: M' ciascuno che vuole parlamentare mente adviene che due persone si tramettono lettere l' uno all'altro o in latino o in proxa o in rima o in volgare o inn altro, nelle quali contendono d'alcuna cosa, e così fanno tencione. Altressi uno amante chiamando merzè alla sua donna dice parole e ragioni molte, et ella si difende in suo dire et inforza le sue ragioni et indebolisce quelle del pregatore. In questi et in molti altri exempli si puote assai bene intendere che Ha rettorica di Tullio non è pure ad insegnare piategiare alle corti di ragione, avegna che neuno possa buono advocato essere né perfetto (2) se non favella secondo l'arte di rettorica. 15. Et ben è vero ohe Ilo 'nsegnamento ch'è scritto inn adietro pare che ssia molto intorno quelle vicende che sono in tencione et in contraversia tra alcune persone, le 15. quali contendano insieme 1' uno incontra l'altro; e potrebbe alcuno dicere che molte fiate uno manda lettera ad altro nela quale non pare che tendoni centra lui (altressi come uno ama per amore e fa canzoni e versi della sua donna, nella quale non à tencione alcuna intra llui e la donna), é di ciò riprenderebbe il libro e biasmerebbe Tullio e lo sponitore medesimo di ciò che non dessero insegnamento sopra ciò, maximamente a dittare lettere, le quali si costumano e bisognano più sovente et a più genti, che non fanno l'aringhiere e parlare intra genti. 16. Ma chi volesse bene considerare la propietà d'una lettera o d'una canzone, ben potrebbe apertamente vedere che colui che Ila fa o che Ila manda intende ad alcuna cosa che vuole che 1: m adiviene - 3: M^ om. o inn altro ~ 6: m slorza 7 : m i molti 9: m in insegnare - M' piatire 10: M-m neuno buono advocato possa essere perfetto 11: M della rectorica 13 : «i intorno a (pielle 15 : m chontendono M' conlra.... 7 parebbo 16: Mi molte volte manda Inno lectere alaltro, m molto volte uno manda lettere a un altro (ma ambedue nela (piale) 17 : M che contenda tencioni 18: 1/' per amore, fa e, L uno che ama per amore fa e. 19: m tra lui 23: M-m om. et 24: m traile genti (1) Le parole inn altro, che sembrano inutili, non possono essere un'aggiunta di copisti, ai quali invece doveva venir fatto di ometterle, come in M* e in i.Dando a volgare il senso limitato di volgare italico, si intende l'altro per gli altri linguaggi, specialmente il provenzale e il francese. Brunetto vuol dire che la rettorica di CICERONE non serve solo ai legisti, quantunque nessuno possa divenire valente avvocato, e tanto meno perfetto, senza averla studiata. Questa è l'idea espressa dalla lezione di ilf • ; con quella di M-m, più semplice a prima vista, non si spiega la relazione fra buono e perfetto sia fatta per colui a cui e' la manda. Et questo i)uote essere o pregando o domandando o comandando o minacciando o confortando o consigliando ; e in ciascuno di questi modi puote quelli a cui vae la lettera o la canzone 5. o negare o difendersi per alcuna scusa. Ma quelli che manda la sua lettera guernisce di parole ornate e piene di sentenzia e di fermi argomenti, sì come crede poter muovere l'animo di colui a non negare, e, s'elli avesse alcuna scusa, come la possa indebolire o instornare in tutto. Dunque è una tendone tacita intra loro, e così sono quasi tutte le lettere e canzoni d'amore in modo di tendone o tacita o espressa ; e se cosi no è, Tullio dice manifestamente, intorno '1 principio di questo libro, che non sarebbe di rettorica. Ma tuttavolta, o tencione o no tencione che sia, CICERONE medesimo, luogo innanzi, isforza i suoi insegnamenti in parlare et in dittare secondo la rettorica ; e là dove Tullio sine pasasse o paresse che dica pur insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore isforzerà lo suo poco ingegno in dire tanto e sì intende 20. volemente che '1 suo amico potrà bene intendere l' una materia e l'altra. 18. Et ecco Tullio che incomincia a dire di quelle partite della diceria o d'una lettera dittata, delle quali non avea detto neente in adietro: e queste parti sono sei, sì come apare in questo arbore. I e. 2 ^'Olii' /^M/ Queste sono le sei parti che Tullio mostra certamente che sono nella diceria o nella pistola, specialmente in i: m per cholui che la manda 2: M' essere pregando 3: M-m o in 6: Jf' manda guernisce la sua lederà d'ornati^ parole il : M tucto lelcrre, m tutte lettere o clianzoni, M' o lo cannoni - iS: M-m o e tacita (mi o e sjirexa) - 13: m inloruo al pr. 14-15: M' o di tenciono o di non tencione da quello luogo innanci inforfa 16: M' IH secondo rothorica ~ 18: M^ insegnauiento - 19: M' islbiva - intendevole - 21: M' m comincia 22 : M' ohi. o duna lettera dittala - 23: M indietro - 24: il' pare in ipiesto albero - Nello gchetna M' ha l" l>roomio, 3» Divisione, ó" Uisjwnsionc - SO: M-m 7 nella pistola (ma c/r. l. 22) quelle che sono tencionando, sì come appare nel detto dello sponitore qui adietro ; e, sì come detto fue in altra parte di questo libro, Tullio reca tutta la rettorica alle cause le quali sono in contraversia et in tencione. Et ben . dice tutto a certo che Ile parole che non si dicono per tencione d'una parte incontra un'altra non sono per forma né per arte di rettorica. 19. Ma perciò che Ila pistola, cioè la lettera dettata, spessamente non è per modo di tencionare né di contendere, anzi è uno presente che uno manda ad un altro, nel quale la mente favella et é udito colui che tace e di lontana terra dimanda et acquista la grazia, la grazia ne 'nforza e l'amore ne fiorisce, e molte cose mette inn iscritta le quali si temerebbe e non saprebbe dire a lingua in presenzia; sì dirae lo sponitore un poco dell'oppinione de' savi e della sua medesima in quella parte di rettorica ch'apartene a dittare, si come promise al cominciamento di questo libro. 20. Et dice che dittare é un dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convene volemente aconcio a quella cosa. Questa è la diffinizione del dittare, e perciò conviene intendere ciascuna parola d'essa diffinizione. Unde nota che dice « dritto trattamento » perciò che Ile parole che ssi mettono inn una lettera dittata debbono essere messe a dritto, sicché s'accordi il nome col verbo, e '1 MASCUNINO [sic MASCHILE -- MASCULINO] e '1 feminino, e lo singulare e '1 plurale, e la prima persona e la seconda e la terza, e l'altre cose che ssi 'nsegnano in gramatica, delle quali lo sponitore dirà un poco in quella parte del libro che fie i)iù avenente; e questo dritto trattamento si richiede in tutte le parti di rettorica dicendo e dittando. 21. Et dice « ornato trat 30. tamento » perciò che tutta la pistola dee essere guernita di parole avenanti e piacevoli e piene di buone sentenze; et anche questo ornato si richiede in tutte le i)arti di rettorica, sì come fue detto inn adietro sopra '1 testo di Tullio. E dice trattamento di ciascuna cosa perciò che, 35. si come dice BOEZIO (vedasi), ogne cosa proposta a dire puote 1:M' pare 4:M oin. sono m le quali e In contr. e tencione. Et dico 5-6: M' non sodono m om. per te.ncione a un altro 8 : M'de tencione iO : M' 7 ae udito il: M' om. la grazia 12-13: M la gra M' sinlorca m/ molte cose M' m in iscriptura Mi non, ma L e non 14: m lo sponitore dira uno pocho 16: M' om. di reltorica 19: M-m aconcia a quella cosa, !/'-/> a quella cosa aconcia 23: M-m adietro, M' a diricto 24-25: M' m el mascolino (m il maschulino)col leminino 3/' el plurale el singulare M-m pulare 27 : m fia M' in tutte parti 33 : M-m nel lesto 34 : m om. Et 35 : m si puote essere materia del dittatore ; et in questo si divisa dalla sentenzia di CICERONE, che dice che Ila materia del parliere non è se non in tre cose, ciò sono dimostrativo, deliberativo e iudiciale. Et dice « convenevolemente aconcio a quella cosa » perciò che conviene al dittatore asettare le parole sue alla sua materia. Et ben potrebbe il dittatore dicere parole diritte et ornate, ma non varrebbero neente s'elle non fossero aconcie alla materia. 23. Così è divisato il dittatore da cciò che dice Tullio; e perciò di queste due 10. materie, cioè del dire e del dittare, e dello 'nsegnamento dell'uno e dell'altro potrà l'amico dello sponitore prendere la dritta via. Et per questo divisamento conviene che Ile parti della pistola si divisino da queste della diceria che Tullio à detto che sono sei, ciò sono : exordio, narrazione, partizione, conferm amento, riprensione e conclusione. 24. 1. E oppinione di Tullio che exordio sia la prima parte della diceria, il quale apparecchia l'animo dell' uditore a l'altre parole che rimagnono a dire, e questo è appellato prologo della gente. //. Et dice che narrazione è quella 20. parte della diceria nella quale si dicono le cose che sono essute o che non sono essute, come se essute fossoro ; e questo è quando uomo dice il fatto sopra '1 quale esso ferma la forma della sua diceria. E dice che è partigione quando IL PARILERE à narrato e contato il fatto et 25. e' si viene partiendo la sua, ragione e quella dell'aversario e dice : « Questo fue cosi, e quest'altro così » ; et in questo modo acoglie quelle partite che sono a lini più utili e pivi contrarie all'aversario, et afficcale all'animo dell' uditore ; et allora pare ch'ai tutto abbia detto tutto '1 fatto. IV. Et 30. dice che confermamento è quella parte della diceria nella quale il parlieri reca argomenti et assegna ragioni per le quali agiugne fede et altoritade alla sua causa. F. Et dice che riprensione (1) è quella parte della diceria nella quale il 5: Mi agoisare 6: m om. Et 7 : M' non varrebbe 8: M' j cosi e divisato da ciò 10: Jf maniere i3: M^ da quelle i6: M' Et oppinione di Tulio e, m Oppinione di Tulio e M exordìa 18: M rimagnono udite, m om. a dire 21 : M issate 22: M 1 quando M^ m l'uomo om. esso 23 M' forma la sua diceria 25 : M' edesso viene partendo, m e viene ripetendo.... del chonpagno 28 -. M7 nfììcale (?), m e ficliale, M' 7 afficcalle 29: M' paro cabbia detto m detto il fatto - 30 : M' confermagione 33: i mss. responsione M-m 7 quella (1) Non esito a scostarmi dai codici per la concorde lezione degli altri luoghi, che corrisponde al latino reprehensio. Il passaggio da reprensione a responsione è facilissimo attraverso un repensione. I)arliere reca cagioni e ragioni et argomenti per li quali attuta e menoma et indebolisce il confermamento dell'aversario. VI. Et dice che conclusione è Ila fine e '1 termine di tutta la diceria. 25. Queste sono le sei parti che dice 5. Tullio che sono e debbono essere nella diceria; e di ciascuna tratterà qua innanzi il libro sofficientemente. Ma in questo eh' è detto puote uomo bene intendere che queste sei medesime possono convenire inn una pistola, di tal materia puote ella essere. Ma tuttavolta, di qualunque materia 10. sia, nelle tre di queste sei parti s'accorda bene la pistola colla diceria, cioè nello exordio, narrazione e nella conclusione; ma ll'altre tre, cioè partigione, confermamento e reprensione, possono più lievemente rimanere e non avere luogo nella pistola. Tutto altressì la pistola àe V parti, delle quali l'una può bene rimanere e non avere luogo nella diceria, cioè «salutatio»; l'autra, cioè «petitio», avegnachè Tulio no Ila nominasse in tra Ile parti della diceria, sì vi puote e dee avere luogo in tal maniera ch'appena pare che diceria possa essere sanza petizione. Dunque 20. le parti della pistola sono cinque, ciò sono salutazione, exordio, narrazione, petizione e conclusione, sì come appare in questo arbore : 26. Et se alcuno domandasse per qual cagione Tullio intralasciò la salutazione e non ne trattò nel suo libro, certo 25. lo sponitore ne renderà bene ragione in questo modo. Certa cosa è che Tullio nel suo libro tratta delle dicerie che ssi l-S: m ragioni 7 cagioni Jlf' l'aiingatore wn. cagioni e per li ifiiali allassa M-m il fermamente 3 : 3/' il line 4-5 : m Questo.... che Tulio dico che debbono essere 6 : M' m illibro qua innanzi 7 : jn luomo -- Af ' om. bone m che tutte 7 queste sei 8-9 : M tal maniera M-m da qualunque, M^ de ([ualunque li : 3f' in exordio M' m 7 conclusione 12: M' om. tre e soitiiuisce di\hione rt partigione M salta dal lo al 2" aver luogo 22: M' pare 'in questo albero 24: ilf intrallassò, m lasciò 25: Af' ne renda, L ne rende - 26: M^ cliellibro di Tulio tracia fanno in presenzia, nelle quali non bisogna di contare'!) il nome del parlieri né dell' uditore. Ma nella pistola bisogna di mettere le nomora del mandante e del ricevente, c'altrimente non si puote sapere a certo né l'uno né l'altro. Apresso ciò, la salutazione pare che sia dell'exordio ; che sanza fallo chi saluta altrui 'per lettera già pare che cominci suo exordio. Et Tullio trattòe dello exordio compiutamente, non curò di divisare della salutazione né distendere il suo conto intorno le saluti, maximamente perciò che pare che rechi tutta la rettorica a parlare et in controversia tencionando. Et in perciò furo alcuni che diceano che Ila salutazione non era parte della pistolaj ma era un titolo fuor del fatto. Et io dico che la salutazione è porta della pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e' meriti delle persone e l'affezione del mandante. Et nota che dice « porta, cioè entrata della pistola, e che chiarisce le nomora, cioè del mandante e del ricevente; e dice i meriti delle persone, cioè il grado e l'ordine suo, sì come a dire: Innocenzio papa, Federigo Imperadore, Acchilles cavaliere, Oddofredi Judice, e cosi dell'altre gradora. Et dice « ordinatamente », cioè che mette il nome e '1 grado di ciascuno come s'a viene; e dice «l'affezione del mandante», cioè com'elli manda al ricevente salute o altra parola di bene, o per 25. aventura di male, secondo la sua affezione, cioè secondo la sua volontade. 28. Adunque pare manifestamente che Ila salutazione è così parte della pistola come l' occhio dell' uomo. Et se l'occhio è nobile membro del corpo dell'uomo, dunque la salutazione é nobile parte della pistola, c'altressi 30. allumina tutta la lettera come l'occhio allumina l'uomo. Et al ver dire, la pistola nella quale non à salutazione è altrettale come la casa che non à porta né entrata e come '1 1 : M-m bisogna contare S-3 : M' nome del dicitore M-m bisogna mettere M 7 dell' uditore 7 del ricevente, m om. 7 del ricevente M-m 7 altrimente 4: M' non si porrebbe 7-9: M-m om. dello exordio non curo divisare salutalione 7 distemdere ìli intorno alle salutationi 10: M' om. et 11-12: M' Et jìerciò funro ciie salutalione 15: m e mèli 16: m om. Et -17: M-m om. 1° e, hi 01». cioè S3 : M' om. di 24 : M' 7 altra 2,5 : M eirectione m om. secondo la sua afTezione cioè 26: M' parte (ma t espunto) 28 : M 3/' om. dell'uomo, m om. del corpo (A completo) 29: iW' e la salutatione n. p. m e altres'i 32 : il/' ne jiorta (1) La lezione bisogna contare darebbe piuttosto il senso di « conviene dire », mentre qui si richiede un «c'è bisogno di dire». - Itì7 corpo vivo che non à occhi. Et perciò falla chi dice che salutazione è un titolo fuor del fatto; anzi si scrive e s' inchiude W e sugella dentro ; ma '1 titolo della pistola è la soprascritta di fuori, la quale dice a cui sia data la lettera. Ben dico c'alcuna volta il mandante non scrive la salutazione, o per celare le persone se Ila lettera pervenisse ad altrui o per alcun' altra cosa o cagione. (2) Né non dico che tutta fiata convenga salutare, ma o per desiderio d'amore, o per solazzo, talora (3) si mandano altre parole che 10. portano più incarnamento e giuoco che non fa a dire pur salute. Et a' maggiori non dee uomo mandare salute, ma altre parole che significhino reverenzia e devozione; e talvolta no scrivemo a' nemici altro che Ile nomora e tacemo la salute, o per aventura mettemo alcuna altra parola che 15. significa indegnamento o conforto di ben fare o altra cosa; sì come fa il papa che scrivendo a' giudei o ad altri uomini che non sono della nostra catholica fede o a' nemici della Santa Chiesa tace la salute, e talvolta mette in quel luogo spirito di più sano consiglio o connoscere la via della veritade o ahundare inn opera di pietade et altre simili cose. Adunque provedere dee il buono dittatore che, similemente come saluta l'uno uomo l'antro trovandolo in persona, così il dee salutare in lettera mettendo et adornando parole secondo che la condizione del ricevente richiede. Che quando uomo va davante a messer lo papa o davante ad imperadore o a alti-o segnore ecclesiastico o seculare, certo elli va con molta reverenzia et inchina la testa, et alla fiata si mette in terra ginocchioni per basciare M' anche M-ìn si richiude M' ma titolo M 7 \a. s. 5 •m iscrive salutatione 6-7: M' venisse ilata altrui per alcuna cagione Mo per cagione dalcunaltra cosa cagione ; m id., ma oiii. cagione 8-9 : M^-L ma ora per d. d'a. or (ina L 0) per s. si mandano, M-m per solazzo di loro si mandano il: M' a maggiore M-m non debbono - 12: M* che significanza abbiano di revercntia 7 dev. 13-14: M' a nomici non scrivemo M-m 7 per aventura 16: M-m il papa scrivendo... om. altri 19: M-m di chonnoscere M' conoscere via de veritade 20: M' opere (mai opera) om. altre 21 il/' dee prevedere 22 M' un huomo un altro ^ó:ni Quando luomo 26:M' davanti imperadore od altro, >« davante a lomj)eradore 27 : Jf certo e va - ^S: in M una macchia cunpre in M' ginocohione in terra S'inchiude è più esatto di si richiude. Lo scambio fra n e l'i occorre altre volte: cfr. p. 37, n. 1.In 3f e' è qualcosa di troppo. Non importa dire che m ha accomodato di suo, perchè la parola cagione come finale è confermata da M'; forse 1' errore nacque dall'avere scritto subito pei- cagione e voler poi rimediare. (3) Scrivo così per avere un senso, ma non presumo davvero di avere indovinato; potrebbe anche mancare qualche parola. il piede al papa o allo 'mperadore. Tutto altressì dee lo dettatore nominare lo ricevente e la sua dignitade coij parole di sua onoranza e metterlo dinanzi ; apresso dee nominare sé medesimo e la sua dignitade, e poi dee scri5. vere la sua affezione, cioè quello che desidera che venga a colui che riceve la lettera, sì come salute o altro che sia avenante, tuttavolta guardando che questa affezione sia di quella guisa e di quelle parole che ssi convegnono al mandante et al ricevente. 31. Che quando noi scrivemo a' magio, giori di noi o di nostro paraggio o di minore grado, noi dovemo mandare tali parole che ssiano accordanti alle persone et allo stato loro. Et non pertanto eh' io abbia detto che '1 nome del maggiore si de' mettere dinanzi e del pare altressì, io oe ben veduto alcuna fiata che grandi 15. principi e signori scrivendo a mercatanti o ad altri minori, mettono dinanzi il nome di colui a cui mandano, e questo è contra l'arte ; ma fannolo per conseguire alcuna utilitade. Perciò sia il dittatore accorto et adveduto in fare la salutazione avenante e convenevole d'ogne canto, sicché in essa me20. desima conquisti la grazia e la benivoglienza del ricevente, sì come noi dimostramo avanti secondo la rettorica di CICERONE. Et bene è questa materia sopr'alla quale lo sponitore potrebbe lungamente dire e non sanza grande utilitade. Ma considerando che Ila subtilitade perché '1 verbo non si mette 25. nella salutazione, e che "1 nome del mandante si mette in terza persona per significamento di maggiore umilitade, e che tal fiata si scrive pur la primiera lettera del nome, par che tocchi più a' dittatori IN LATINO che’n VOLGARE, sene passex'à lo sponitore brevemente e seguirà la materia di Tullio per dicere dell'altre parti della diceria e di quelle della pistola, sì come porta l'ordine. Et in questo luogo si parte il conto della salutazione, e dirà dell' exordio in due guise. L’una secondo ciò che nne dice Tullio e che i : M' y allomperudoi'o S-3: M-m dignilailo corporale di m aggiunge di reverenza 7 ^ 4: M^ nm. S" e 3: M-m oirectione ([nella 7 : m tuttavia M' guani ino clic l'airectione 9-10: M' ali maggiori M-m ili nostro .grado i2: M' alloro slato M-m om. ch'io abbia dolio i3: in il nome M' si debbia 13-16: m sengnori M-m scrivono -- m e mellone M' elgli mandano 17: Af-w por sognile 18: mom. et adveduto 19: M' dongiii jìarle 20: M-mnm.ìa grazia e 21-SS: il/' dimoslorremo, m dimostraiiio davanti Af' m Et bene cpiesta 24: JZ-m uhella subtitade, A/' che sotti! itude 23: M<- in salutalione 7 perche! nome 26: M-m utilitade 27: M' 7 perche.... pur una lederà m la prima 28: m om. in Ialino 31-32: L Et in questa parte ilf' dala salutalione 33: M' om. ci6 pare che ss'apartegna a diceria, l'altra secondo che ssi conviene ad una lettera dittata et ad una medesima diceria, oltre quello che porta il testo di Tullio. Exordio. 5. 77. Et perciò che exordio dee essere principe di tutti, e noi primieramente daremo insegnamenti in fare exordio. Vogliendo CICERONE trattare dell' exordio prima che dell'altre parti della diceria, sì ll'apella principe dell'altre 10. parti tutte ; e certo è de ragione (i) : l' una perciò che ssi mette e si dice tuttora davanti a l'autre, l'altra perciò che nel exordio pare che noi aconciamo et apparecchiamo r animo dell' uditore ad intendere tutto ciò che noi volemo dire di poi. 15. Dell' exordio. 78. (e. XV) Exordio è un detto el quale acquista convenevolemente 1' animo dell' uditore all' altre parole che sono a dire ; la qual cosa averrà se farà l' uditore benivolo, intento e docile. Per la qual cosa chi vorrà bene exordire la sua causa, ad lui 20. conviene diligentemente procedere e conoscere davanti la qualitade della causa. Lo sponitore. 1. Poi che Tullio avea contate le parti della diceria, sì vuole in questa parte trattare di ciascuna per se divi 25. satamente, e prima dello exordio, del quale tratta in questo 2 : Af' e la diceria medesima 3: m oltre a quello 5 : M-mom.e 6: M' oxordii iO: m nm. tutte M-m certo e (m a) ragione, L e certo eglie ragione 10-li M' luna pei che, m luna che M-m 7 davanti si dice 13-14 : m quello die noi poi volerne diro M' dire poi 18: m dolce (cosi sempre in seguito) M' converrà om. procedere e 24 : M' divisamente, ma L divisatamente Questa lezione è quella che spiega meglio le altre: soppresso il de, nacque è ragione di M, che m, colla pretesa di accomodare,' peggiorò in a ragione; la variante di L deriva certo dal non aver inteso il significato di de ragione (= secondo ragione). - no modo: Primieramente dice che è exordio, mostrando che tre cose dovemo noi lare nell'exordio, cioè fare che 11' uditore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente et intento e docile a cciò che noi volemo dire. Et perciò ne 5. conviene connoscere la qualitade del convenente sopra '1 quale noi dovemo dire o dittare. 2. Nel secondo luogo divide l'exordio in due parti, cioè principio et « insinuatio », e mostrane in qual convenentre noi dovemo usare principio et in quale « insinuatio ». 3. Nel terzo luogo ne fa intendere 10. donde noi potemo trarre le ragioni per acquistare benivoglienza et intenzione e docilitade, e come noi dovemo queste tre usare in quello exordio eh' è appellato principio e come in quello eh' è appellato « insinuatio ». 4. Nel quarto luogo pone le virtù e' vizi dell'exordio. Et perciò dice 15. che exordio è uno adornamento di parole le quali il parlieri e '1 dittatore propone davanti nel cominciamento del suo dire in maniera di prolago, per lo quale si sforza di dire e di fare sì che l'uditore sia benivolo verso lui, cioè che Ili piaccia esso e '1 suo parlamento, e procacciasi di dire e di fare sì che l'uditore sia intento a llui et al suo detto; similemente si studia di dire e di fai'e sì che l’uditore sia docile, cioè che pi'enda et intenda la forza delle parole. 6. Et perciò dico che immantenente che 11' uditore è docile sicché voglia intendere e connoscere la natura 25. del fatto e la forza delle parole, sì è elli intento ; ma perchè l' uditore sia intento a udire, puote bene essere che non sia docile ad intendere. Et di ciascuno di questi tre dirà il conto quando verrà il suo luogo. 7. Ma perciò che '1 parliere che non conosce dinanzi di che maniera e di cliente 30. ingenerazione sia la sua causa non puote bene advenire alle tre cose che sono dette inn adietro, cioè che 11' uditore sia benivolo, intento e docile, si dicei'à Tullio quante e quali sono le generazioni delle cause, in questo modo: 1 : m Prima MM' nm. è 2-3 : m liiditore sia inverso noi benivolo intonlo 7 dolco a quello ecc. 4-5: m ci conviene 7-8: m nm. et e mostra 9: M' nensegna, L insegna dove JO: M' potremo ii: M',allenlione - 13: M nm. in 15: m i parlieri, M' il parladore 17: M' perla (piai cosa 19: ni jiiaoci il suo p. procliaccisi 20 : M-m 7 fare sicché m attento 21 : M' 7 fare 22 : il/' ciò che imprenda «1 le parole ^.5: hi nm. e la l'orza delle i>arole - 26: m che non 027: M' ohi. tre 28-29: M' vorrà suo luogo chel dicitore 7 di che ìnjj. - Ili Qualitadi delle cause. 79. Le qualitadi delle cause sono cinque: onesto, mirabile vile, dubitoso et oscuro. Sponitore. 5. I. In questa picciola parte nomina Tullio le qualitadi delle cause, cioè di quante generazioni sono le dicerie. Et s' alcuno m' aponesse che Tullio dice contra ciò che esso medesimo avea detto in adietro, cioè che le generazioni e le qualitadi sono tre, deliberativo, dimostrativo e iudiciale, 10. et or dice che sono cinque, cioè onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, io risponderei che Ile primiere tre sono qualitadi substanziali sie incarnate alhi causa che non si possono variare. Onde quella causa eh' è deliberativa non puote essere non deliberativa, e quella eh' è dimostrativa 15. non puote essere non dimostrativa ; altressì dico della iudiciale. 2. Ma quella causa eh' è onesta puote bene essere non onesta, e quella eh' è mirabile puote essere non mirabile, e così dico della vile e della dubbiosa e della oscura. Adunque sono queste qualitadi accidentali che possono 20. essere e non essere; ma le prime tre sono substanziali che non si possono mutare. Dell'onesta. Onesta qualitade di causa è quella la quale incontanente, sanza nostro exordio, piace all'animo dell'uditore. 25. Lo sponitore. I. Quella causa è onesta sopr'alla quale dicendo parole, immantenente, sanza fare prolago, l' animo dell' uditore si muove a credere et a piacere le parole che '1 parliere dice sopra '1 convenente ; et in questo non fa bisogno usare pa 3: M' dubbioso 7 : M' m cholgli medesimo 8: M-m om. elio - M^ li generi 10: M' dubbioso 1 1: m io rispondo che le prime tre 13 -.M' puole 13-14: M-m mllann dal lo al S° deliberativa 15 : M-m essere dimostrativa 17 : L bone essere bene non mir. 19: M-m om. queste 23: M incontenenlo 27: M-m mantenente iole per acquistare la benivoglienza dell'uditore, perciò che ll'onestade della causa l'à già acquistata per sua dignitade, sì come nella causa di colui che accusa il furo o che difende il padre o l'orfano o le vedove o le chiese. Mirabile è quello dal quale è straniato l'animo di colui che de' audìre. Quella causa è appellata mirabile la quale è di tale 10. convenente che dispiace all'uditore, perciò eh' è di sozza e di crudele operazione. Et perciò l'animo dell'uditore è centra noi et è straniato dalla nostra parte; et in questo abisogna d'acquistare benivolenzia sì che l'uditore intenda, sì come nella causa di colui c'avesse morto il suo padre 15. o fatto furto o incendio. 2. Dunque potemo intendere che una medesima causa puote essere onesta e mirabile : onesta dall'una parte, cioè di colui che difende il suo padre, mirabile dall'altra parte, cioè di colui medesimo che è coutra la sua madre propia. E di questo uno exemplo si puote 20. intendere tutti i somiglianti. Vile è quello del quale non cura l'uditore e non pare che sia da mettere grande opera a intendere. Lo sponitore. 25. 1. Quella causa è appellata vile la quale è di picciolo convenente, sì che non pare che ne sia molto da curare e l'uditore non sine travaglia molto ad intendere, sì come la causa d' una gallina o d'altra cosa che sia di poco valere. Et in questa causa dovemo noi procacciare di fare sì che 30. ir uditore sia intento alle nostre parole. 1: M' om. la id: M' o l'uiiiino - i2: vi e straniato i3: M' bisogna 14: M-m om. nella oanaa di colui c'avcsso morto 15: M a facto, m a l'atto 19: M\a sua iiropria madre 26: M-m om. ne 27 : M' non si maraviglia 28: hi di jioclio valoro, Jt/' de piccolo valoro 89: Mi nm. di l'are si Dubitoso è quello nel quale o la sentenzia è dubia o la causa è In parte onesta et In parte è sozza e disonesta, sicché Ingenera benlvolenzla e offenslone. Quella causa è appellata dubitosa nella quale l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire o a che sentenzia alla fine torni, sì come nella causa d'Orestes che dicea ch'avea morta la sua madi e giustamente per due 10. ragioni : 1' una perciò ch'ella avea morto il suo padre, l'altra perciò che '1 deo APOLLO glile comandò. Onde l'uditore non è certo la quale di queste due cagioni cagia in sentenzia. Altressì è dubitosa quella causa nella quale àe parte d'onestade e perciò piace all'uditore, et àe parte di diso 15 nestade e perciò dispiace all' uditore, si come nella causa de filio: O d'un furo che fue accusato d'un furto e '1 suo figliuolo si sforzava (ii difenderlo in tutte guise. Certo la causa era onesta quanto in difender lo padre, ma era disonesta quanto in difendere lo furo. 20. Dell'oscuro. 84. Oscuro è quello nel quale l' uditore è tardo, o per aventura la causa è Iv^plgllata di convenentl troppo malagevoli a conoscere. Dice CICERONE che quella causa è appellata oscura nella quale l'uditore è tardo, cioè che non intende ciò che portano le parole del dicitore sì bene ne sì tosto come si conviene, perciò che non è forse ben savio o forse eh' è fatigato per 2: M-m eia sentenzia 3: M' in parte socca 4: M-m o offensione 7-8: M' o in clie sententia torni ala fino 10: m il suo marito li: M chel deo apellollil, m chello lio appello il, M^-L che dio appello glile comando 13: M' quella parte dove parte 16: M do fili?, *i demi?, Mi-L dun figluolo dun ladro - do furto, el figUiolo ~ 17 : m s\ sforza 19: M' lo furto 24: ino oschura apellata 23-26: 3f-»i portava del dictatore - M' om. nò, L e si tosto, m o si tosto ~ 27:M' om. il 1" forse M-m 7 forse - faligata (1) L'abbreviatura insolita ài M e m porta a supporre una formula giuridica latina, quantunque tale abbreviatura non sembri equivalere proprio a un de filio (la lezione di M'-L è certamente secondaria). forse nella sigla si nasconde qualche nome proprio? li detti d'altri parlieri che aveano detto innanzi; o per aventura la causa è impigliata di cose e di ragioni che sono oscure e malagevoli ad intendere. Della divisione dell' exordio. 5. 85. Et perciò che Ile qualitadi delle cause sono tanto diverse, sì convene che li exordii siano diversi e dispari e non simili in ciascuna qualitade di cause; per la qua! cosa exordio si divide in due parti, ciò sono principio et « insinuatio ». Lo sponitore. 10. I. Perciò - dice Tullio - che le generazioni e le quali tadi delle cause sono tanto diverse, cioè che sono in cinque modi sì come detto è qui di sopra, e l'uno modo non è accordante all'altro, sì conviene che in ciascuna qualità di cause et in catuno de' detti cinque modi abbia suo modo 15. di fare exordio, tale che ssi convegna alla qualitade sopr'alla quale noi dovemo parlamentare o dittare. 2, Et vogliendo Tullio insegnare ciò apertamente, sì dice che exordio è di due maniere : una eh' è appellata principio et un'altra ch'jè appellata « insinuatio » ; e di ciascuna dirà elli 20. interamente. E così dovemo e potemo sapere che le cause sopra le quali dice alcuno parlieri o sopra le quali scrive alcuno dittatore sono cinque, cioè sono: onesto, mirabile, vile, dubitoso et oscuro, sì come apare in adietro. Et sopra tutte qualitadi sono due modi de exordio e non più, cioè 25. principio et « insinuatio ». Principio è un detto il quale apertamente et in poche parole fa l'uditore benivolo o docile o intento. Quella maniera de exordio è appellata principio quando il parlieri o '1 dittatore quasi incontanente alla 1 : M^ parladori 3: M' mn. oscuro o fi: m diversi, dispari 7:m di cose 8:M' cioè principio 7 insiniiatione (sempre) / i : m dolio cose M' dele qualitadi sono tante divei-se -Melo che sono 13: M' coU'altro i4-i5: M' si abbia s. m. in fare A/' «hi.cìò 18-19: m una che apjinllala ins. 7 una che ajiiiollata pr., M' uno che sajiplla pr. 7 un altro che apellnlo ins.,7 di ciascuno 21 : vi .ilchimo parlinre dice M-m 7 sopra M' dice alcuno dictalon» 22: M-m honesta - 23: M* jiare 31 : M' il dicitore ol dictatore M-m incontenonte comincianza del suo dire, sanza molte parole e sanza neuno infingimento ma parlando tutto fuori et apertamente, fa l'animo dell'uditore benvolente a llui et alla sua causa, o talora il fa docile o intento, si come fece Pompeio par5. landò a' Romani sopra '1 convenente della guerra con Julio Cesare, che fece tale exordio : « Perciò che noi avemo il diritto dalla ifostra parte e combattemo per difendere la nostra ragione e del nostro comune, si dovemo noi avere sicura spei'anza che li dii saranno in nostro adiuto ». Dell' insinuatio. Insinuatio è un detto il quale, con infingimento parlando dintorno, covertamente entra nell’animo dell'uditore. CICERONE dice che quella maniera de exordio è apellata « insinuatio » quando il parlieri o '1 dittatore fa dinanzi un lungo prolago di parole coverte, infingendo di volere ciò che non vuole, o di non volere quello che dee volere, e così va dintorno con molte parole per sorprendere l'animo dell'uditore sì che sia benevolo o docile o intento; sì come disse Sino parlando a coloro che riteneano la sua persona in gravosi tormenti: « Insin a oi"a v'ò io pregato che mi traeste di tante pene ; oimai non dimando se non la morte, ma grandissimi tesauri avrei dato a chi m' avesse scampato ». Et in questo modo covertamente s'infingea di non 25. volere quello che volea, per venire in animo di loro che Ilo scampassero per avere, da che mercè non valea. 2. Et cosie à divisato il conto che è principio e che è «insinuatio»; omai dicerà quale di questi due modi de exordio dovemo usare in ciascuno de' cinque modi delle cause, cioè nell'onesto, 30. nel vile, nel mirabile, nel dubitoso e nell' oscuro. i: M' alancomincianza m sanza alcliuno - 2-- M' om. et 3: M' benivolente, m benivolo M^ o ala sua causa : m come fé 5-6: M' a Romani parlando del convenente, cotale 9: M diede saranno IS: m intorno 15: M-m i parlieri, M' il parliere M o dictatore 17 : m quello che non vuole iW' in (juello che vuole : L Sitio m teneano... gravi tormenti 2S: M' oggimai non domando io 23: M' dati wi dato chi 26: m merco domandare 27: M' a divisatoli maestro 28 : M-m (|uali M' noi dovemo 29: M' de cause, M in ciascuno di delle causo, m in ciascheduna delle chause (1) Per tutte le citazioni di autori classici, che da questo punto alla fine son molto frequenti, rimando al mio studio su La rettorica italiana di L. ; ivi son ricercate e discusse le fonti di questi esempii, e così riesce anche piti facile rendersi conto della costituzione del testo. Della mirabile. 88. Nella mirabile generazione di causa, se il'uditore non fosse al tutto turbato contra noi, ben potemo acquistare benivoglienza per principio. Ma s'ei troppo malamente fosse straniato ver noi, allora 5. ne conviene rifuggire a « insinuatio », in però che volere così isbrigatamente pace e benivoglienza dalle persone adirate non solamente non si truova, ma cresce et infiamasi l'odio. Lo sponitore. 1. Inn adietro è bene detto che quella causa è appello, lata mirabile la quale è di rea operazione, sicché pare che dispiaccia all'uditore. Et perciò dice Tullio CICERONE che quando la nostra causa è mirabile puote bene essere alcuna fiata che Il'uditore non sia del tutto coruccioso contra noi. Et allora potemo noi acquistare la sua benivolenza per quel modo 15. de exordio eh' è appellato principio, cioè dicendo un breve prologo in parole aperte e poche. 2. Ma se 11' uditore fosse adiroso e curicciato contra noi malamente, certo in quel caso ne conviene ritornare ad altro modo de exordio, cioè « insinuatio », e fare un bel prologo di parole infinte e coverte, 20. sicché noi possiamo mitigare l' animo suo et acquistare la sua benivolenza e ritornare in suo piacere. Ch'ai ver dire, quando l' uditore èe adirato e curiccioso, chi volesse acquistare da llui pace così subitamente per poche et aperte parole dicendo il fatto tutto fuori, certo non la troverebbe, 25. ma crescerebbe l' ira et infiamerebbe l' odio ; e perciò dee andare dintorno et entrarli sotto covertamente. Della causa vile. 89. Nella causa la quale è di vile convenente, per cagione di trarrela di vilanza e di dispetto, ne conviene fare l'uditore intento. S : M-m Della mirabile ?» e solluditoro 3 : M^ del tutto 4 : 3/' se m se troppo fosse crucciato 5: Mi fuggire m ci conviene.... chosi di presente - 7: m crescesi 9: M-m ubiamo detto i2: M^ alcuna volta 13: m crucciato 14: M' potremo (ma L lìotemo) 15: M-m in breve 17 : M' iroso 7 crucciato verso noi, m adirato contra noi molto, 18: m tornarne M alaltro modo 19: M-m nni. fare converte M iulìnito 20: M' otii. la SS: M^ cruccioso, m crucciato S3: in per i)Oclie )iaroIo 7 aperte S6: M-m darò dintorno M entrali, M' intrarli, wi rilrarlo sottilmente sotto coverta S8 : M e diviene convenente m udiviene e. S9 : M' trarla de viltanca 7 de dispregio Quando la nostra causa ella è vile, cioè di piccolo convenente sicché l' uditore poco cura d' intendere, allora ne conviene usare principio et in esso fare che 11' uditore 5. sia intento alle nostre parole; e questo potenio ben fare traendola di viltanza e facciendola grande et innalzandola, sì come fece Virgilio volendo trattare de l'api: «Io dicerò cose molto meravigliose e grandi delle picciole api ». Della dubbiosa qualità. Nella dubbiosa qualità di causa, se Ila sentenza è dubbia si conviene incominciare l'exordio dalla sentenzia medesima. Ma se Ila causa è in parte onesta e in parte disonesta si conviene acquistare benivolenzia, sicché paia che tutta la causa ritorni in onesta qualitade. La causa dubitosa, si come fue detto in adietro, èe in due maniere: 1' una che Ila sentenzia è dubbia, sì come apare nelF exemplo d' Orestes, che per due ragioni e cagioni dicea ch'avea ben fatto d'uccidere la madre. Et in quel caso 20. dovea elli incuninciare il suo exordio da quella ragione dalla quale (0 elli più ferma nel suo animo di voler provare, e per la quale crede avere la sentenzia inn aiuto. 2. Ma se '1 convenente è dubitoso perciò che sia in parte onesto et in parte disonesto, in quello caso dee il buono parlieri neir exordio acquistare la benivolenzia dell' uditore per principio, sicché tutta la causa paia che sia onesta. 2: M' m om. ella m cioè di vile convenente 7 di picciolo ,9: 3f' -Ldelontendere 4-5 : M 7 mezzo, m e mezzo a fare... atento 6: m vilanza, >/' vllezza 7 inalr. et f. g. 7 : m tràre 8: M' om. molto iO: M' Dela dubitosa li: m cominciare i2 : M-in om. è in parte onesta M' parte lionesla 7 parlo dis. i7 : M-m cliella causa hi dubbiosa i8: M> om. apare cagioni 7 ragioni m om. 7 cagioni 19-20 : m in questo dovea elli com. 21 : M' la (juale 22: M-m 7 per qua! (?;i om. 7) M' sigli crede davere 23: m om. sia M'-L honesta.... disonesta 25: M' acquistare nelexordio benivolenca daluditore M libenivolentia 26 : M-m om. che sia (1) Cioè « fondandof3i sulla quale egli si propone di dimostrare la sua causa. L'oscurità della frase ha determinato la falsa correzione in ilf'. La causa onesta. Quando la causa fie onesta, o potemo intralasciare lo principio, 0, se ne pare convenevole, comincieremo alla narrazione o dalla legge, o d' alcuna fermissima ragione della nostra diceria. 5. A\a se ne piace usare principio, dovemo usare le parti di benivoglienza per accrescere quella che è. Quando il conveniente sopra '1 quale ne conviene dire è onesto, certo per la natura del fatto propia avemo noi la benivoglienza dell'uditore sanza altro adornamento di parole. Perciò quando noi venimo a dire noi potemo bene intralasciare lo principio e non fare neuno exordio né prolago di parole, e cominciare la nostra diceria alla narrazione, cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare da quella legge che tocca alla nostra materia o da quella ragione che sia più fermo argomento e più certo. Ma se nne piace usare ijrincipio e fare alcuno prologo, certo noi lo potemo bene, non per acquistare benivolenza ma per crescere quella che v' è. Et perciò in detto caso il nostro 20. principio dee essere in parole apropiate a benivolenza. Della causa ohscura. (e. XVI) Nella causa la quale è oscura conviene che nel nostro principio noi facciamo che ir uditore sia docile. Lo sponitore. 25. 1. In adietro fue dimostrato qual causa e quando sia oscura. Et perciò dice Tullio che nella causa la quale sia 2 : M' m tia 3 : i« / Se ci paro -i : M-m o alla legge, J/' o data leggo M o alcuna, )/i adalcluina, Mi o dalcuna 5: Miw paro, m non paro 6 : il/i om. che h - 9: M-m nm. certo - facto pro])io iO: M-m sanja molto ailorn. i i : Mi j perciò M noi doviamo a dire, m noi doviamo diro i2: m alchuno oxordio 13-15: M-m no cominciare ~ M' 1 cominciare do quella legge - M-m o a ([uolla ragione 16: M' la (jualo sia 18: M' ben faro 19: M-m il docto, M' in (juesto caso 25: M' mostrato (|ualo causa e 7 (juando sia (ma L ([uando sia) 26: M' la quale e (Cioè «quando cominciamo a parlare». L'accordo di Jlf e JVf ' ronde sicuro a dire, e con questo si escludo la lezione, buona in apparenza, di m {doviamo dire) come evidente accomodamento di M. oscura all' uditore a intendere noi dovemo usare quella parte de exoi'dio la quale è appellata principio, et in quello dovemo noi si dire che 11' uditore sia docile, cioè ch'elli intenda e ch'elli senta la natura del fatto, in que5. sto modo: che noi diremo in poche parole sommatamente la sustanzia del fatto dell' una parte e dell' altra. Et poi che noi vedremo che U' uditore sia apparecchiato in via d' intendere (1) il fatto, noi andremo innanzi a dire la nostra ragione sì come si conviene al fatto. 10. Le ragioni delle cose. 93. Et perciò che infìn ad ora noi avemo detto che ssi conviene fare nell' exordio, oimai rimane a dimostrare per quali ragioni ciascuna cosa si possa fare. Sponito7-e. Infino a questo luogo à insegnato Tullio tutto ciò che ssi conviene dire o fare nello exordio; e perciò ch'elli àe detto in quale exordio ed in qual causa ne conviene usare parole per acquistare benivolenza, sì vuole elli da qui innanzi mostrare le ragioni come si puote ciò fare ; e questo 20. insegnamento fa bene di sapere. De' quattro luoghi della temperanza. Benivolenza s' acquista di quatro luogora : dalla nostra persona, da quella de' nostri adversarii, da quella dell! giudici e dalla causa. Lo sponitore. In questa parte insegna CICERONE acquistare benivolenza, e perciò ch'ella non si puote avere se non per quello che ss' apartiene alle persone et al fatto, sì dice che quattro luogora sono dalle quali muove benivolenza. Il primo luogp i: if-»» om. all'uditore a intendere 2.M^As lexordio 4: Af' chela intenda et senta 5: m dopo diremo r(pe(e in ([uesto modo 6:m la natura om. Et 7-8: 3f' apparecchiato intendere, m-L appareccliiato a intendere 12: m a mostrare 15: M-m In ipiosto luogo om. tutto - 17: M-m 7 di qual causa, M' iu quale causa, i e in quale causa M-m luoghi, della nostra p. 27-28: M' da quello... alla persona (1) L' espressione certamente è ridondante {in via sembra quasi una variante di apparecchiato), e perciò quasi tutti i testi l' hanno ridotta alla forma pili semplice e comune. Il segno 7 di M' deriva da una errata lettura di a, che anche in quel codice ha una forma simile alla nota tironiana. si è la nostra persona e di coloro per cui noi dicemo. Il secondo luogo si è la persona de' nostri adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Il terzo luogo si è la persona de' giudici, cioè la persona (l) di coloro davanti da cui noi 5. dicemo. Il quarto luogo si è la causa e '1 fatto e '1 convenente sopra '1 quale noi dicemo. E di ciascuno di questi dicerà il conto ordinatamente e sofficientemente. Tallio sopra lo lìvolago. Dalla nostra persona se noi dicemo sanza superbia de' 10. nostri fatti e de' nostri officii; e se noi ne leviamo le colpe che nne sono apposte e le disoneste sospeccioni; e se noi contiamo i mali che nne sono advenuti et li 'ncrescimenti che nne sono presenti; e se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino. Sponitore. 1. Conquistare benivolenza dalla nostra persona si è dicere della persona nostra, o di coloro per cui noi dicemo, quelle pertenenze perle quali l' uditore sia benivolo verso noi. Et sappie che certe cose s' apartengono alle persone e certe alla causa; e di queste pertinenze tratterà il conto 20. sofficientemente, e fie molto bella et utile materia ad imprendere. Et qui pone Tullio quattro modi d'acquistare benivolenza dalla nostra persona. 2. Il i)rimo modo si è se noi dicemo sanza soperbia, dolcemente e cortesemente, de' nostri fatti e de' nostri officii. Et intendi (2) che dice « fatti » 25 quelli che noi facemo non per distretta di leggo o per forza, ma per movimento di natura. Et così dicendo Dido 1 : m Olii, si 2: M-m om. luogo m ohi. si 5 : m om. si J : M-in om. la jiersoiia Afiia coloro m davanti a chui, il/' davanti cui 5: M^ il facto m om. ól convonento 6-7 : M' om. di questi dioera lautore m om. e soBìcientemento 9-10: M-m Alla nostra p. di nostri faoti Ai' lo nostre colpo 12: il/' che sono presenti M' i scongiuramento M^ dola nostra persona 7 di coloro 17: m aparlenentle 20: m om. suflicientementc M-mom. materia 22: m om. moiio 2-i:M-m intende, L intendo 25: m diciamo per distretta 26: M-m dicendo didio (1) Le parole la persona sono superflue, e perciò a prima vista si preferirebbe la lozione di M-m; ma è molto più probabile l'omissione di parole inutili che la loro aggiunta in Af'.Scrivo cosi per analogia col § 4; ma anche la lezione di Mm, intende, potrebbe conservarsi come una forma di 2" persona dell' imperativo (per la desinenza e non mancano esempii). d' Eneas acquistò la benivolenza degli uditori: « Io » dice ella, « accolsi e ricevetti in sicura magione colui eh' era cacciato iu periglio di mare, et quasi anzi eh' io udisse il nome suo li diedi il mio reame ». Et cosi dice che ella 5. si mosse a pietade sopra Eneas quando elli fugia dalla distruzione di Troia. 3. Et al ver dire noi avemo merzè e pietade delle strane genti per natura, non per distretta. Ma offici sono quelle cose le quali noi facemo per distretta, non per movimento di natura. Onde dice Tullio che dell'uno 10. e dell'altro dovemo dire temperatamente sanza superbia. 4. Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a noi et a' nostri le colpe e le disoneste sospeccioni che cci sono messe et apposte sopra; et intendi che colpe sono appellati que' peccati che sono apposti altrui apertamente davanti al viso, sì come fue apposto a Boezio eh' elli avea composte lettere del tradimento dello 'mperadore. Il quale peccato removeo elli per una pertenenza di sua persona, cioè per sapienza, dicendo cosi. Delle lettere composte falsamente che convien dire ? la froda delle quali sarebbe mani 20. festamente paruta se noi fossimo essuti alla confessione dell' accusatore ». 5. Le disoneste sospeccioni sono le colpe eh' altre pensa in centra ad un altro, ma nolle pone davante al viso, sì come molti pensavano che Boezio adorasse i domoni per desiderio d'avere le dignitadi; e questa sospeccione 25. si levò elli parlando alla Filosofìa, che disse: « Mentirò che pensaro ch'io sozzasse la mia coscienza per sacrilegio (o per parlamento de' mali spiriti). Ma tu, filosofìa, commessa in me cacciavi del mio animo ogne desiderio delle mortali cose ».• Et così parve che volesse dire: « Poi che in me avea sapien 30. zìa, non era da credere che in me fosse così laido fallimento ». Tutto altressì Elena, voglìendosi levare la sospeccione che '1 suo marito avea dì lei, disse: «Elli che ssi fida in me della vita, dubita per la mia biltade; ma cui assicura prodezza non dovrebbe impaurire l'altrui bellezza ». 6. Il terzo 1 : M' deluditore 2: S m sicuro porto 4: M' il suo nomo Mìi dica m il roame mio 5: A/' dela 7: m M' 7 non 0: m L ^ non por m. 13-14: m ci sono aposto (om. sopra) M' appellate.... apjioste 16: M \e lectoro 17: M' elgli rimovca ciò fu 18: M' falsamente composte 20-21 : M-m jiartita ....stati.... dellaccusato 22: m centra un altro ^f' appone 25: m parlando olii 25-27: M-m Mentita chi solcasse om. per sacrilegio.... spiriti 28: cacciavi (il latino ha pellebas) è solo in L; M-m chaccia, Jf' cacciava con un i aggiunto tra v e a, s caccia via 29: M-m paro 31 : m schusare 7 levare 33: m della biltade mia modo è se noi contiamo i mali elie sono advenuti e li 'ncrescimenti che sono presenti. Così Boezio, contando ciò ch'avenuto era, acquistò la benivolenza dell'uditore dicendo: « Per guidardone della verace vertude sofferò pene di falso incol5. pamento ». Et Dido, dicendo i suoi mali dopo il dipartimento d'Eneas, acquistò la benivolenza per la sua misa ventura, e disse : « Io sono cacciata et abandono il mio paese e Ila casa del mio marito e vo fuggendo i)er gravosi cammini in caccia de' nemici». Altressì Julio Cesare, vedendosi in perillio di 10. guerra, contò i mali c'a llui poteano advenire, per confortare i suoi a battaglia, e disse: «Ponete mente alle pene di Cesare, guardate le catene e pensate che questa testa è presta a' ferri e' membri a spezzamento». Altro modo è se noi usiamo preghiera o scongiuramento umile et inclino, 15. cioè devotamente e con reverenza chiamare merzede con grande umilitade. Et intendi che preghiera è appellata sanza congiuramento. Verbigrazia : Pompeio, vegiendosi alla pugna della mortai guerra di Cesare, confortando i suoi di battaglia disse: «Io vi priego de' miei ultimi fatti 20. e delli anni della mia fine, perchè non mi convenga essere servo in vecchiezza, il quale sono usato di segnoreggiare in giovane etade » (0. Et queste pi'eghiere talfiata sono aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose, sì come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad 25. Eneas: «Io » disse ella « non dico queste parole perch'io ti creda potere muovere; ma poi ch'io ao perduto il buon 4 : M-m fossero peno 5 : M-m Et dicio dicondo 6-7: m dicendo M-m chaccialo 8: M el mio marito, m om. - 9: M Tullio Cosarn, m Tulio corr. in .Tulio 12-13 : itf' epresso li membri M 7 membri, m 7 i membri La sprezzamento 14: M-m 7 scongiuramento Mi panclino, m e parlino, M'-L o incliino - 13: m om. cioè chiamando 19: m abattagla — 20: M delli anni ilelli amici lino, m delli anni /siche 21: M servo in vilezza la (piale, m servo 7 in vilczza il quale 22-23: M-m om. sono aperte, m anlhe il 2° talfiata 24: M di diedi 26: M' o perduto, m chio perduto (l) Il testo di Lucano (Fars., VII, 380), da cui è tradotto questo esempio, ha ultima fata deprecar, tutti i codici della Eettorica portano ultimi fatti. Non credo che si possa pensare a uno sbaglio dei copisti, perchè un latinismo come fati (che del resto qui non sarebbe traduzione esatta) manca di ogni probabilità in quel tempo; sarà dunque da risalire a un'alterazione facilissima del latino, ultima facta, che certo riusciva più intelligibile della frase poetica originale. Quanto al servo in vecchiezza (che corrisponde a ne discam servire senex), se potesse supporsi una forma vegliezza {eelUczza) si spiegherebbe meglio come sia nato l'erroneo vilezza; ma è chiaro che la parola servo risvegliò l'idea di «condizione vile, meschina». pregio e la castitade del corpo e dell' animo, non è gran cosa a perdere le parole e le cose vili ». 8. Ma scongiuramento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio o per anima o per avere o per parenti o per altro modo di 5. scongiurare, sì come DIDONE fece ad Eneas: Io ti priego, dice ella, per tuo padre, per le lance e per le saette de' tuoi fratelli e per li compagnoni che teco fuggirò, per li dei o per l'altezza di Troia, etc. Or à detto il conto del primo luogo donde muove la BENEVOLENZA, cioè 10. della nostra persona e di coloro che sono a noi ; ornai dirà il secondo luogo, cioè della persona delli adversarii e di coloro contra cui noi dicemo. Dalla persona delli aversarìi se no! li mettemo inn odio 15. invidia o in dispetto. Lo sponitore. 1. Acquistai'e benivolenza dalla persona de' nostri adversarii si è dire delle loro persone quelle pertenenze per le quali l' uditore sia a noi benivolo et contra 1' aversario 20. malivolo; et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo modo è dicere le pertenenze delle loro persone per le quali siano inn odio dell'uditori; il secondo che siano in loro invidia; il terzo che siano in loro dispetto; e di ciascuno di questi tre modi dirà il testo bene et interamente. Tullio. Inn odio saranno messi dicendo com' ellino anno fatta alcuna cosa isnaturatamente o superbiamente o crudelmente o maliziosamente. M om. a 711 lo chose vili 7 le i»arole 4: M' o per parenti por avere m oin. rli scongiurare 6-7 : M' per lo tuo padre 7 per le 1. 7 [jor le s. de tuoi f., per li compagniper saette di tuoi I"., m per le saette de tuoi parianti 7 per li compagni - 8-0 : M' om. etc. Ed ora a detto il maestro om. la Ì0:m dalla nostra parte YS: 3i' odindispregio 19: M-m om. a noi M' deluditore.... in invidia. Et il ter^^o che sia m loro in invidia.... loro in dispetto : M' comelgli anno alcuna cosa facta vi 0»». isnatur. e o maliziosamente Noi potemo i nostri adversarii mettere ina odio dell' uditore se noi dicemo eh' elli anno alcuna cosa fatta isnaturalmeute, contra l'ordine di natura, si come mangiare 5. .calane umana et altre simili cose delle quali lo sponitore si tace presentemente. O se noi dicemo eh' elli abian fatto superbiamente, cioè non temendo né curando de' signori né de' maggiori, avendoli per neente. O se noi dicemo ch'elli abbiano fatto crudelmente, cioè non avendo pietà né mise 10. ricordia de' suoi minori né di persone povere, inferme o misere. se noi dicemo ch'elli abbiano fatto maliziosamente, cioè cosa falsa e rea, disleale, disusata e contra buono uso. 2. Et di tutto questo avemo exemplo nelle parole che BOEZIO dice contra NERONE imperadore. Ben sapemo quante ruine fece ARDENDO ROMA, tagliando i parenti et uccidendo il fratello e sparando la madre. Altressì fue malizioso fatto il qual racconta Euripide di Medea, che sta scapigliata tra' monimenti e ricogliea ossa di morti. 3. Omai à detto lo sponitore sopra '1 testo di Tullio come noi potemo met 20. tere il nostro adversario in odio et in malavoglienza dell' uditore. Da quinci innanzi dicerà come noi li potemo mettere in loro invidia. Tullio. In invidia dicendo la loro forza, la potenza, le ricchezze, 2.5. il parentado e le pecunie, e la loro fiera maniera da non sofferire, e come più si confidano in queste cose che nella loro causa. Sponitore. 1. Noi potemo conducere i nostri adversarii in invidia et in disdegno dell' uditore se noi contiamo la foi'za del 3-4: M' chaWi ahh'ia. {poi aggiunto no dalla stessa maria) isnaluratamente contra online M' tace ora presentemente m al ])rosonte M-m 7 se noi dicemo che labian 7-8: M tenendo M^ 7 non venerando de sig,... 7 avendoli, m curando.... do maggiori M-m 3/' chelabbiano 9-10: m misericordia.... di persone M' 7 misero M-m Et se dicemo cliollabbiano 12: Af' cosa rea falsa et disleale 7 disusata contra b. u., m om. cosa o disleale 7 contro a b. u. 13: M' exemplo avemo lo : M' uccidendo i parenti, talgllaiido il fratello M-m i fratelli 17 : S Euripide M-m di medici IS: M corresse monimenti in moUimenti 20: m om. in odio et - Af' in malavoglienca 21-22: M Da ipii 3f' diceremo.... li potremo mettere loro in invidia 24 : M-m om. M' si lidano: Af' i nostri avorsari conducere degliuditori Magoini, La rettorica italiana di B. L. corpo e dell' animo loro ad arme e senza arme, e la potenza, cioè le dignitadi e le signorie, e le ricchezze, cioè servi, ancille e posessioni, e'1 parentado, cioè schiatta, lignaggio e parenti e seguito di genti, e le pecunie, cioè 5. denari, auro et argento, in cotal modo che noi diremo come ' nostri adversarii usano queste cose malamente et increscevolemente con male e con superbia, tanto che sofferire non si puote. 2. Cosi disse Salustio a' Romani: Ben dico che Catenina è estratto d'alto lignaggio et à grande IO. forza di cuore e di corpo, ma tutto suo podere usa in tradimenti e distruzioni di terre e di genti ». Così disse Catenina centra ' Romani: Appo loro sono li onori e le potenzie, ma a nnoi anno lasciati i pericoli e le povertadi. Ed ora è detto della invidia contra i nostri adversarii; sì dicerà il conto come noi li potemo mettere in dispetto. Tullio. In dispetto degli uditori saranno messi dicendo che siano sanza arte, neghettosì, lenti, e clie studiano in cose disusate e sono oziosi in iuxuria. 20. Sponitore. I. Noi potemo mettere i nostri adversarii in dispetto degli uditori, cioè farli tenei'e a vile et a neente, se noi diremo che sono uomini nescii sanza arte e sanza senno, da neuno uopo e da neuna cosa; o che sono neghettosì, che tuttora si stanno e dormono e non sì muovono se non come per sonno; o diremo che sono lenti e tardi a tutte cose; o diremo che studiano in cose che non sono da neuno uso né d'alcuna utilitade; o diremo che sono oziosi in Iuxuria dando forza et opera in troppo mangiare, in nebriare, 30. in meretrici, in giuoco et in taverne. 2. Et ora à detto il Af' om. e le signorie, poi continua: E le pecunie, ciò sono i danari e seni 7 ancelle 7 possessioni. ¥A parentado di genti, in cotal modo ecc. 6: M' come i nostri aversarii 11 : M^ in tradimento 7 distructione de terra 7 <le gente, m in tradimenti distructioni: M-in a Romani : m lasciato 14: M iì detta L'i : M' o»i noi in dispregio (l. 17 idem) 17: M' om. degli uditori M disulate M octosi, m ottosi 22: M' om. degli uditori 23: 3f' siano, m sieno M' sanza sonno? sanza arte di neuno huopo - 24: m om. da neuno uopo e 25 : m si stanno, dormono - 26: M' per sonno/ 7 diceremo, L per sogno 27-28 : m alclumo uso M ' 7 dicoremo 29-30: M' de troppo mangiare .T ebriare. in puttane m 7 in bere M in cliaverne M' a decto luditore come )?t om. E conto come noi potemo acqnistare la benivolienza dell'uditore dalla persona de' nostri adversarii mettendoli inn odio et in invidia et in dispetto, et à insegnato come si puote ciò fare. Ornai tornerà alla materia per dire come s' acqui5. sta benivolenzia dalla persona dell' uditore, e questo è il terzo luogo. La benivolenza dell'uditore. Dalla persona dell'uditori s'acquista benivolenza dicendo che tutte cose sono usati di fare fortemente e saviamente e man10. suetamente, e dicendo quanto sia di coloro onesta credenza e quanto sia attesa la sentenza e l'autoritade loro. Lo sponitore Noi potemo acquistare la benivolenza delli uditori dicendo le buone pertenenze delle loro persone e lodando 15. le loro opere per fortezza e per franchezza e per prodezza, per senno e per mansuetudine, cioè per misurata umilitade, é dicendo come la gente crede di loro tutto bene et onestade, e come la gente aspetta la loro sentenza sopra questo fatto, credendo fermamente che fie si giusta e di tanta 20. autoritade che in perpetuo si debbia così oservare nei simili convenenti. Di forte fatto Tulio lodò Cesare dicendo: « Tu ài domate le genti barbare e vinte molte terre e sottoposti ricchi paesi per tua fortezza». 3. Di senno il lodò e' medesimo parlando di Marco Marcello: Tu nell'ira, la quale è molto nemica di consellio, ti ritenesti a consellio. Di mansueto fatto il lodò Tulio dicendo: Tu nella vittoria, la quale naturalmente adduce superbia, ritenesti mansuetudine ». 5. D' onesta credenza il lodò Tallio in M' in odio deluditore, M innodio 7 invidia, m in odio, in invidia M-m om. si 8: Jf' m delludilore {ma il testo auditorum) ~ 9: M' sono usi M-m 7 suavomento {m nm. 7) : i mss., ambedue le volte, quando M' di loro li: M-m intesa 13: M-m om. delli uditori M^ deluditore M' dicendo che buone M-m om. e per franchezza M' 7 per senno 17: m M' om. e 19: Jtf' credendo che la loro sententia sia si giusta m che sia SO: M-m ne in simili, M'-L ne simili 23-84: m e lodo, M' il lodano 7 medesimo parlano m marche metcllo M-m om. molto Af tu ritenesti a consellio, m tu ritenesti consiglio 26: M ilio Tullio tu ecc., m di mansueto fatto /7 nella vittoria M adato, m adato, L odduce 28: m om. credenza il lodò Tullio In tutti 1 codici l'interpunzione di questo passo è variamente errata, né metterebbe conto darne notizia. questo modo: Cesare volle alcuna fiata male a Tullio, ma tutta volta lo ritenne in sua corte; e non pertanto Tullio CICERONE era sì turbato in sé medesimo che non potea intendere a rettorica si come solea, insin a tanto che GIULIO CESARE non li 5. rendeo sua grazia. Et in ciò disse Tullio. Tu ài renduto a me et alla mia primiera vita l’usanza che tolta m' era, ma in tutto ciò m'avevi lasciata alcuna insegna per bene sperare »; e questo dicea perchè l'avea ritenuto in corte, sicché tuttora avea buona credenza. 6. D' attendere la sua buona sentenza lodò Tullio Cesare parlando di Marco Marcello: «La sentenza eh' é ora attesa da te sopra questo convenente non tocca pure ad una cosa, ma à ad convenire (D a tutte le somiglianti, perciò che quello che voi giudicarete di lui atterranno tutti li altri per loro ». 7. Or é detto come 15. s'acquista benivolenzia dalle persone delli uditori; sì dirà Tullio coni' ella s'acquista dalle cose. La benivolenza delle cose. Da esse cose se noi per lode innalzeremo la nostra causa, per dispetto abasseretno quella delii adversarii. Sponitore. Noi potemo avere la benivolenza dell'uditori da esse cose, cioè da quelle sopra le quali sono le dicerie, dicendo le pertenenze di quelle cose in loda della nostra parte et in dispetto et in abassamento dell' altra; sì come disse 25. Pompeio confortando la sua gente alla guerra di Cesare : « La nostra causa piena di diritto e di giustizia, perciò eh' ella è migliore che quella de' nemici, ne dà ferma spe 4 : M' om. non 6: M-m la causa dm t. i a me la mia primiera vila e liisanza 7: tutti, eccetto L, m'avea M-m la sua insegna 8 : M' 7 in questo (?«re i et ((uesto) M' buona speranna M-m lodo Cesare di Tullio - IS: M-m ma ad {m a) convenire, M-L ma dee convenire Mt per lui i5: 3f' dele persone i8:M-mom. so L sar|uista bonivoglienza se noi ecc. (ma nel latino manca) M' m 7 per disp. 21 : M' deluditofo, m delli uditori 24 : m nm. in dispetto M-m om. idi 25: M confermando la sua gente 26: m M'-L e piena Lo pero chella 27 : m forma speranza (1) Aggiungo un' a, che nella scrittura del codice può considerarsi fusa (come avviene nella pronunzia) con quella precedente di ma con quella seguente di ad. Bel resto basterebbe anche « convenire, quasi come un futuro (« converrà ») scomposto nei suoi elementi. -ranza d'avere Dio in nostro adiuto(i)». 2, Et ornai à divisato il conto le quattro luogora delle quali si coglie et acquista la benivoglienza, molto apertamente et a compimento; sì ritornerà a dire come noi potemo fare l'uditore intento. Di fare V uditore intento. Intenti li faremo dimostrando che in ciò che noi diremo siano cose grandi o nuove o non credevoli, o che quelle cose toccano a tutti a coloro che 11' odono o ad alquanti uomini illustri, ai dei immortali, a grandissimo stato del comune, o se noi prof10. terremo di contare brevemente la nostra causa, o se noi proporremo la giudicazione, o le giudicazioni se sono piusori. Avendo Tullio dato intero insegnamento d'acquistare la benivolenza di quelle persone davante cui noi 15. proponemo le nostre parole, sì che l' animo s' adirizzi et invìi in piacere di noi e della nostra causa e che siano contrarii e malevoglienti a'nostri adversarìi, sì vuole Tullio medesimo in questa parte del suo testo insegnare come noi I)otemo del nostro exordio, cioè nel prologo e nel cominciamento del nostro dire, fare intenti coloro che noi odono, sì che vogliano achetare i loro animi e stare a udire la nostra diceria; e di questo potemo noi fare in molti modi de' quali sono specificati nel testo dinanti, et in altri simili casi. 2. Et posso ben dire manifestamente che ciascuna per 25. sona sarà intenta e starà ad intendere se io nel mio comin1: m nm. Et 3 : 3f' nm. la hi odi. molto 4: m alento 8-9: A/' o aliquanlì.... o ali iilii imm. o a M |)iQrRremo, vi protreremo {lat. pollicebimur) iO: M-m owi. brevemente VI proiroromo la giuil. i3 •M-m Quamlo Tullio a dato 14: J/tlavento 7/1 (lavante a cimi 13-16: 3/' loro siiivii 7 dlrirvi 17: vi malagevoli 19: M' nel nostro exorilio vi nm. nel coniiiiciamento 21 : 3f' si che noi vogliamo 32-23: 3f ' Et questoi (jua'.i.... davanti vi om. el 25: M-m sono noi mio com. Lucano, Phars., VII, 349: " Causa iubet melior superos sperare secundos „. Solo la lezione di M corrisponde anche per la forma sintattica. Si rimano alquanto in dubbio sulla lezione da preferire, perchè tra un Avendo e un Quando la differenza grafica ò lieve, data la somiglianza di una forma di A con Q. Ma il gerundio Avendo, con una costruzione meno comune, più difficilmente può esser dovuto a un copista; d'altra parte il quando in senso di " dopo che „ non è dell'uso di Brunetto, clie adopra continuamente la formula " Poi che Tullio ha detto ha insegnato (S’intende clie l'inserzione di a davanti a dato diveniva necessaria leggendo Quando). -ciamento dico eli' io voglia trattare di cose grandi e d'alta materia, sì come fece il buono autore recitando la storia d'Alexandro, che disse nel suo cominciamento : « Io diviserò e conterò così alto convenente come di colui che conquistò ó. il mondo tutto e miselo in sua signoria ». 3. Altressì fie inteso s' io dico eh' io voglia trattare di cose nuove e contare novelle e dire eh' è avenuto o puote advenire per le novitadi che fatte sono, sì come disse Catellina : « Poi che Ila forza del comune è divenuta alle mani della minuta 10. gente et in podere del populo grasso, noi nobili, noi potenti a cui si convengono li onori, siemo divenuti vile populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade. Altressì fie intento s' io dico eh' io voglia trattare di cose non credevoli, sì come '1 santo che disse : « Il mio 15. dire sarà della benedetta donna la quale ingenerò e parturio figliuolo essendo tuttavolta intera vergine davanti e poi »; la quale è cosa non credevole, i^erciò che pare essere centra natura. Et si come diceano i Greci: « Non era cosa da credere che Paris avesse tanto folle ardimento che venisse 'n essa terra a rapire Elena. Altressì fie intento s'io dico che '1 convenente sopra '1 quale dee essere il mio parlamento a tutti tocca od a coloro che 11' odono, sì come disse Gate parlando della congiurazione di Catellina: « Congiurato anno i nobilissimi cittadini incendere e distruggere 1 : M traclai-e cose, m cliio voglia di trattare chosa grande 2 : M actoro, m attor.j M' recontcro conquise7 mise 5-6: M' fia inlento sic dica.... 7 contrario novelle - 7: M' 7 puote 9: M storca m e venuta.... gente minuta 10: m M'-L non potenti iy : J>f' noi a cui 13: M Altre si 14-15: M'-L sicome disse il santo che disse - i II mio dotto 16: M' partorie il figluplo M^ -j di. poi M-m om. la quale.... natura 19: M-m oni. folle m om. che venisse SO: M nessa terra, m in essa terra, M'-L nela nostra terra M arape 22: M' tocclia a tutti coloro anno nob. citt. dincendore [Nonostante l'accordo di tutti gli altri codici, mi attengo a M, la cui lezione è confermata dal testo di Sallustio: " omnes, strenui, boni, nobiles atque ignobiles „ ecc. Brunetto non traduce esattamente, ma vuol mettere in rilievo la dignità delle persone, e perciò ripete il noi; forse questa parola in qualcuno dei primi apografi fu scritta no (no') e quindi scambiata colla negazione: non potenti. Favoriva l'errore anche il tono insolito della frase " noi nobili, noi potenti,., mentre le parole " in podere del populo grasso „ inducevano a considerare " non potenti „ i nobili. Intendo in essa terra (come scrive m), cioè " nella patria stessa „, in ipsa terra. Leggendo con 21f » nella nostra terra si avrebbe lo stesso senso in forma più chiara; ma non saprei allora spiegare la variante di M-m. È possibile che, omesso il nostra, un nella sia stato letto nessa, che a prima vista non dà senso ? Invece nulla di più facile del caso inverso, e.ssendo l's di forma allungata cosi simile a l. isola patria nostra, e '1 lor capitano ne sta sopra capo. Adunque dovete compensare clie voi dovete sentenziare de' crudelissimi cittadini che sono presi dentro nella cittade » Altressì fie intento s' io dico clie Ila mia diceria tocca 5. ad alquanti uomini illustri, cioè uomini di grande pregio e d'alta nominanza in traile genti sì come disse Pompeio parlando della battaglia civile: « Sappiate che l'arme de' nemici sono appostate per abbattere l'alto e glorioso sanato ». Altressì fie inteso s'io dico che Ile mie parole toccano a'dei, 10. si come fue detto di Catellina poi ch'elli ebbe conceputo di fare cotanta iniquità: «Ma elli gridava ch'appena i dei di sopra potrebbero ornai trarre il populo delle sue mani. Altressì fie intento s' io dico nel principio di dire la mia causa brevemente et in poche parole, sì come disse il poeta 15. per contare la storia di Troia: «Io dirò la somma, come Elena fue rapita per solo inganno e come Troia per solo inganno fue presa et abattuta. Altressì fie intento s'io nel mio exordio propongo la giudicazione una o più, cioè quella sopra che io voglio fondare il mio dire e fermerò 20. la mia provanza, sì come fece Orestes dicendo: « Io proverò che giustamente uccisi la mia madre, imperciò che dio Apollo il mi à comandato, perciò che uccise il mio padre». IO. Et di tutti modi per fare l'uditore intento potemo noi coUiere exempli in queste parole che disse Tullio a Cesare parlando per Marco Marcello: « Tanta 1 : M-m 7 lor M' ne sopra capo 2-3 : m dovete pensare, Mi pensale M-m esmarn {m esimare) de nobilissimi citi. M' ohe sono dentro ala cittade (anche m dentro alla) M fue, m (la 5-6: M' cioè de gr. M-m 7 da tale nominanca 7 : M-m che latine M-m sano, M' senato M' fia intonto O-ll: M-m poi chelll anno conceputo di faie tanti iniipii mali gridava (m om. gridava) M apena ornai 3f' nel cominciamento 14: Jf' o in jioclie parole M' om. Io dirò.... e come Troia, M om. Troia [spazio bianco) m diclio 7 propongo nel mio exordio Mi sopra che infomliiro il mio dire e fondata m sopralla quale M-m che io ajmllo il mio comandato, 3f' chol dio Appello lo ma com. (/.. lo mavea), 7 perciò cliella m atento M' exemiilo M-m om. a M' parlando a lui Questo periodo è d'incerta lezione, male varianti registrate in nota sono palesi accomodamenti, specialmente il pensate di Jtf ' per evitare la ripetizione di dovete; co.si esmare esimare può esser nato da una sigla di sentenziare (0 si tratterà di fmare, fermare?). Glie sia poi da leggere crudelissimi cittadini ò confermato, oltre che dal senso, dalla parola hostibiis che vi corrisponde i\el tosto di Sallustio ; nobilissimi ò derivato dalla frase del periodo precedente. La lezione di M., che è tutta accettabile, dà ragione degli errori di Mm: il primo elli parve plurale, e quindi si fece elli anno; il ma unito con Mi divenne mali e portò con sé altri cambiamenti. Ma non giurerei che tutto sia genuino" mansuetudine e cosi inaudita e non usata pietade e cosi incredebile e quasi divina sapienzia in nessuno modo mi posso io(l) tacere nò sofferire ch'io non dica». Et poi che Tullio à pienamente insegnato come per le nostre parole 5. noi potemo fare intento l'uditore, si dirà come noi il poterne fare docile. Come l'uditore sia docile. Docili faremo li uditori se noi proporremo apertamente e brevemente la somma della causa, cioè in che sia la contraversia. E certo quando tu il vuoti fare docile conviene che tu insieme lo facci attento, in però che quelli è di grande guisa docile il quale è intentissimamente apparecchiato d'udire. Quelle persone davanti cui io debbo parlare posso io fare docili, cioè intenditori, da tal fatto: se io nel mio exordio, alla 'ncviminciata della mia aringhiera, tocco un poco d^l fatto sopra '1 quale io dicerò, cioè brevemente et apertamente dicendo la somma della causa, cioè quel punto nel quale è la forza della contenzione e della controversia. Cosi fece Saiustio docile Tulio dicendo: « Con ciò sia cosa ch'io in te non truovi modo né misura, brevemente risponderò, che se tu ài presa alcuna volontade in mal dire, che tu la perda in mal udire ». 2. Questo et altri molti exempli potrei io mettere per fare l'uditore docile, si come buono intenditore puote vedere e sapere in ciò eh' è detto davanti. E perciò che '1 conto à trattato inn adietro di due maniere exordii, cioè di principio e d'insinuazione, et àe divisato M consuetudine, m sollicituiline, L inmansuetudine L nm. lo e cosi. M mandila. M-m mi possono, M-L io posso m om. Et. M' luditore intento, M nm. l'uditore. 8: M' Docile l'aremo luditore M-m proi)onemo iO: Af' Et credo quando tu vuoli. m nm. è attentissimamente. m davanti a chui docile cioè intenditori de tutto il facto M-m sarò nel mio ex. M' incomincianza. M arrincliiera, M' aringheria m cominciamo 7 toccho Af' om. dicendo nel quale e la contentione. M' om. cosa (ma non L). m o misura. M' ti lispondo M' om. Io. m om. e sapere. M' doxordio [È chiaro che posso io fu dall'archetipo di M-m trasformato in possono perchè tutti i sostantivi che precedono parvero soggetti e non complementi oggetti ; e vi dovè contribuire una falsa lettura (cfr. un caso simile in 128, 23, seno per se io). La lezione di M'-L è solo un facile accomodamento. ciò che ssi conviene fare e dire nel principio per fare l'uditore benivolo, docile et intento, sì dirà lo 'nsegnamento della INSINUAZIONE in questo modo. Oramai pare che sia a dire come si conviene trattare le insinuazioni. INSINUAZIONE è da usare quando la qualitade della causa è mirabile, cioè, sì come detto avemo inn adietro, quando l'animo dell'uditore è contrario a noi. E questo adiviene massimamente per tre cagioni: o che nella causa è alcuna ladiezza, o coloro 10. e' anno detto davanti pare ch'abbiano alcuna cosa fatta credere all'uditore, se in quel tempo si dà luogo alle parole, perciò che quelli cui conviene udire sono già udendo fatigati; acciò che di questa una cosa, non meno che per le due primiere, sovente s'offende l'animo dell'uditore. In adietro è detto sofficientemente come noi potemo acquistare la benivolenza dell" uditore e farlo docile et intento in quella maniera de exordio la quale è appellata principio. Oramai è convenevole d' insegnare queste mede 20. sime cose nell'autra maniera de exordio la quale è appellata « insinuatio ». 2. Et ben è detto qua indietro che « insinuatio » è uno modo di dicere parole coverte e infinte in luogo di prologo. Et perciò dice Tullio che questo tal prologo indaurato dovemo noi usare quando la nostra causa è laida e disonesta inn alcuna guisa, la qual causa è appellata mirabile, sì come pare in adietro là dove fue detto che sono cinque qualità U) di cause, cioè onesta, mirabile, vile, dubiosa et oscura. 3. E buonamente nelle quattro ne potemo noi passare per principio; ma in questa una, cioè mirabile, 1 : M cioè M' om. fare e S : M-m om. s\ 6: 3f ' della ìnsinualiono 7: m ohi. s'i M-m 7 di questo diviene iS: L Kt di questa Iti: M-m a detto 20: W nella maniera 2i : m Bono dotto S3: M-m cai prologo (m prolago danrato), 3/' cotale prolagoS6: M-m nm. in adiotro M modi ([ualità (hi qui è corroso, vin lo spazio fa supporre lo slesso), M'-L qualitadi dolio cause M' cioè nollamirabile Conservo la parola qualità attestata da ambedue le tradizioni, tanto più Clio anche prima Brunetto usa lo stesso vocabolo. In M abbiamo modi qualità. Probabilmente si tratta di una sostituziono o variante, che venne poi introdotta nel testo (a mono clie non si voglia supporre un modi o qualità). ne conviene usare INSINUAZIONE [IMPLICATURA – “He hasn’t been to prison yet” – “He has beautiful handwriting”] per sotrarre l’animo dell’uditore e tornare in piacere di lui ed in grazia quel che pare essere in suo odio. Adunque ne conviene vedere in quanti e quali casi la nostra causa puote essere mirabile, e poi vedere come noi potemo contraparare a ciascuno. E sono tre casi. Primo caso si è quando sie nella causa alcuna ladiezza per cagione di mala persona o di mala cosa. Che al vero dire molto si turba l'animo dell'uditore contra il reo uomo e per una malvagia cosa. Il secondo caso è quando il parlieri ch'à detto davanti à sie et in tal guisa proposta la sua causa, eh' è INTRATA NELL’ANIMO dell'uditore e pare già che Ha creda sì come cosa vera; per la quale cosa r uditore, poi che comincia a credere alle parole che ir una parte propone et extima che Ila sua causa sia vera, apena si puote riducere a credere la causa dell'altra parte, anzi sine strana et allunga. Il terzo caso è d'altra maniera che sovente aviene che quelle persone davanti cui noi dovemo proporre la nostra causa e dire i nostri convenenti anno lungamente udito e stati A INTENDERE ALTRI e' anno detto assai e molto, prima di noi, DONDE L’ANIMO dell' uditore è fatigato sì che non vuole né agrada lui d'intendere le nostre parole; e questa è una cagione che offende l'animo dell'uditore non meno che 11' altre due Et perciò conviene a buon parliere mettere rimedi di parole incontra ciascuno caso contrario, secondo lo 'nsegnamento di Tulio. Della laidezza della causa. Se la laidezza della causa mette l'offensione, conviene mettere per colui da cui nasce l'offensione un altro uomo che sia amato, o per la cosa nella quale s'offende un'altra cosa che sia provata, o per la cosa uomo o per l'uomo cosa, sicché L'ANIMO dell'uditore si ritragga da quello che 'nnodia in quello ch'elli ama. Et infingerti di non difendere quello che pensano che tu voglie difendere, e così, poi che l’uditore sie più allenito, entrare in difendere a poco a poco e dicere che quelle cose, le quali indegnano L’AVERSARII, a noi medesimi paiono non degne. Et poi che tu avrai allenito colui che ode, dei dimostrare che quelle cose non pertiene atte neente, e negare che tu non dirai alcuna cosa dell' aversarii, ne questo ne quello, sì eh' apertamente tu non danneggi coloro che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi quanto puoi da lloro la volontade dell'uditore; e proferere la sentenzia d'altri in somiglianti cose, o altoritade che sia degna d'essere seguita; et apresso dimostrare che presentemente si tratta simile cosa, o maggiore minore. In questa parte dice Tullio CICERONE che, SE l’uditore è turbato contra noi per cagione della causa nostra che sia o che paia laida per cagione di mala persona o di mala cosa, ALLORA DOVEMO NOI USARE INSINUAZIONE NELLE NOSTRE PAROLE in tal maniera che in luogo della persona contra cui pare CORUCCIATO L’ANIMO dell'uditore noi dovemo recare un'altra persona amata e piacevole all'uditore, sì che per cagione e per coverta della persona amata e buona noi appaghiamo L’ANIMO dell'uditore e ritraiallo del coruccio ch'avea contra la persona che lui semblava rea. Si come fece AIACE nella causa della tendone che fue intra lui et ULISSE per l'arme eh' erano state d'Achille. Et tutto fosse AIACE un valente uomo dell'arme, non era molto amato dalla gente né tenuto di buona maniera. Ma ULISSE, per lo grande senno che in lui regna, e molto amato. Onde AIACE, volendosi contraparare, nel suo dicere ricorda com' elli era NATO DI TELAMONE, il quale altra fiata prese Troia al tempo del forte ERCOLE. E così mette la persona avanti amata e graziosa in luogo di sé ed in suo aiuto, per piacerne alla gente e per avere buona causa. E quando la causa è laida per cagione di mala cosa, si dovemo noi recare NEL NOSTRO PARLAMENTO un’altra cosa buona e piacevole. Si come fa CATILLINA scusandosi della congiurazione che fa in ROMA, che mise una giusta cosa per coprire quella rea, dicendo. Elli è stata mia usanza di prendere ad atare li miseri nelle loro cause. Nome compiuto. Brunetto Latini. Latini. Keywords: rettorica, le fonte della retorica di Latini: Cicerone e Publio Vegezio, insinuazione, parlari, parlatore, controversia, auditore, o destinatario, animo dell’auditore, modo, essempio di Roma antica, Giulio Cesare – rettorica oratoria togata – sacrilegio o furto --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Latini” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Laurino: la ragione conversazionale, l’homo oeconomicus, e l’implicatura conversazionale dei longobardi – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Laurino). Abstract. Grice: “Oxford was an oasis for me. Had I grown up in Germany, it would never have been easy for me to invoke a principle of conversational helpfulness without STATING clearly what my grounds for it were! Horkheimer, and others, were talking of INSTRUMENTAL means-end rationality – but my approach involved the rational response on the co-conversationalist – so it’s more the type of ‘inter-subjective’ rationality that one finds in economic models. As a classicist, I was not ready to invoke ‘economy’ like that, seeing that Aristotle’s aeconomica is apocryphal anyway. But the Italians have a motto for it – with a long history: that of homo œconomicus”! The expression ‘homo oeconomicus,” Latin for ‘economic man,’ describes a theoretical abstraction used in some economic models to represent a human being., This theoretical human is characterized by rationality, self-interest, anda drive to maximise utility (as a consumer) and profit (as a producer). Here’s a breakdown of its history and the evolution of the concept. Origins and early development. Adam Smith, the Scottish philosopher, laid the groundwork, describing humans as motivated by economic self-interest and the maximinatio of pleasure. John Stuart Mill is credited with formally defining the ‘economic man’ in his essay ‘On the definition ofp political economy and the method dof investigation proper to it.’ Mill envisioned the economic actor as one who strives to acquire the greatest amount of necessities, conveniences, and luxuries with the least amount of labour and physical self-denial. Mill argues that political economy focuses on human desires related to wealth accumulation, excluding other motivations that do not directly contribute to that end. The term ‘homo oeconomicus’ was introduced by WALKER and subsequently adopted by the French philosopher JANNET. Dominance in classical and neo-classical economies. The concept of the economic man heavily influenced classical and neo-classical economic thought, particulary in MICRO-economics. Economists like EDGEWORTH, JEVONS, Leon WALFRAS, and PARETO (an Italian émigré) built mathematical models based on these assumptions of RATIONALITY and self-interest. In the 20th century, rational-choice theory, with its core assumptions and individual preferences – completeness, transitivity, stability – and utility maximization, became a cornerstone of mainstream economics. Criticism and the rise of behavioural economics. 20th century. Over time, the homo oeconomicus model faced significant critiques from various fields, including economic anthropology, and other social sciences. Critics argued that it provided an overly SIMPLISTIC – cfr. Grice on models – and UNREALISTIC depiction of human behaviour, neglecting the complex ETHICAL and behaviourlal dimensions of decision-making. KEYNES – that Grice cites in connection with metaphysics and probability theory –, among others, questioned the RATIONALITY assumption, asserting that human often behave IRRATIONALLY and are ot always fully informed when making economic choices. This was taken up by one of Grice’s colleagues: D. F. Pears, in his “Motivated irrationality,” where he borrows from Grice’s larger philosophical picture – and the implicatural versus entailment-based analysis of concepts – arguing with Grice that a purely implicatural approach may be ‘too social to be true’. Behavioural economics and neuro-economics. The emergence of behavioural economics, pioneered by figures like Kahneman and Tversky, challenged the core tenets of homo oeconomcus. Behavioural economists demonstrate that human decisions ae often influenced by cognitive biases, emotions, and other irrational factors – cfr. Grice, The power structure of the soul, and his criticism of Kantotle’s succumbing to the mind or intellect over other parts of the soul, notably the pre-rational --, making the homo oeconomicus model inadequate for accurely PREDICTING real-world behaviour. Research in neuro-economics further supports this, showing that emotions and neural processes play a crucial role in economic decision-making. Impact and continued relevance. While widely debated and recognized as an ABSTRACTION, rather than a fully accurate representation of human behaviour, homo oeconomicus remains an influential concept in economic theory, serving as a baseline model for understanding and analysing certain economic phenomena. However, modern economic research increasingly incorporates insights from behavioural economics, aiming for more realistic models of human decision-making that acknowledge the complexities of human psychology and the influence of social context. Filosofo italiano. Laurino, Salerno, Campania. Duca di Aquara e di Laurino, appartenente alla nobile famiglia napoletana degli Spinelli. Allievo di VICO, si forma al Clementino a Roma e poi all'Accademia di Loreto. Ritornato a Napoli, divenne amico di vari illuministi napoletani, quali FILANGIERI (si veda) e Galiani. Autore di vari saggi di stampo illuministico. Le “Riflessioni filosfiche” rappresenta un tentativo di metodo geometrico. Si oppone alle teorie di Broggia. Fa attivamente parte della massoneria napoletana, all'epoca diretta dal principe di Sansevero, Raimondo di Sangro. Cavalerie del Real Ordine di San Gennaro. A Napoli, fa ristrutturare il palazzo di famiglia, il palazzo Spinelli di Laurino, trasformandolo in una suggestiva realizzazione. Muore a Napoli e venne sepolto nella cappella di famiglia nella chiesa di Santa Caterina a Formiello. Altri saggi: “Degl’affetti degl’uomini”, Napoli, Muzio; “Della moneta” (Napoli); “Cronologia dei re di Napoli,” Napoli, Bisogni; “Del nobile”, Porsile; “Lettera nella quale si dimostra non esser nota di falsità, che nel diploma di fondazione della chiesa di Bagnara si ritrovi l'anno 1085 segnato coll'indizione sesta correndo l'ottava del computo volgare; Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.   -- ria che forma la materia del presente saggio: E metodo col quale questa siè composto. I tutte le città e popoli dell'Italia ciascuno ha la sua particular forma di governo prima che sussestato vinto da’ ROMANI. Ed anche dopo ciò, molte delle città medesime, quantunque al popolo di ROMA veramente ubbedissero. Pure così fatti nomi, e tale forma aveano di domestica polizia, che libere in certo modo facevanle apparire. Ma essendo stata dalla legge giulia a ciascuna di quelle LA ROMANA CITTADINANZA conceduta che non da tutte senza con Trans 1 AN 1x IN line ill SAGGIO TAVOLA CRONOLOGICA compongono DI NAPOLI. Dalla venuta de LONGOBARDI in Italia fino che quelle terre sono da NORMANNI della Puglia conquistate. PROΟEMIO trasto è accettata, e la quale da Marco Aurelio ANTONINO Antonino Caracalla è all'intiero orbe romano distesa, col vanto di esser parte del capo, a Roma, ed a coloro, che la ressero, sono tutte senza alcuna dubitazione, anche nell'aspetto, sottoposte. [tem Civitati ante ferret CICERONE pro Bal CICERONE PRO BALBAM, Edit.Ve. bon. Edit.Venet. L. inorbeff. de Stat. hom. L., Roma. Sigon. de Antiquo Jur. Ital. Ad bomnib. Rutil. Numan. itinerar. In quo magna contention Heracliensium, Aloja Ins: DE’ PRINCIPI E PIÙ RAGUARDEVO LI UFFICIALI, che anno signoreggiato, e retto le PROVINCIE, ch’ora: Ι Mich. Fiaschino Inven. e C.I. REGNO DI, Strabon. Geograph. Edit. Parifienf. Parsin Civitatibus fæderisfui liberta e Neapolitanorum fuit, cum magna I LL ]. Transferita però la sede del  ROMANO IMPERATORE in Costantinopoli, varie BARBARE NAZIONI con più fortuna di quello, che aveano fattosotto LA ROMANA REPUBLICA, invadero l'Italia molte volte, e distrusfero. Radagasio Re de’ GOTI con MM armati, cagiona danni gravissimi all'Italia. Ma in Toscana da Stilicone resta con tutto il suo esercito vinto e sconfitto. Alarico ed Ataulfo re di que' medesimi BARBARI che ove Alarico dimora circa II anni, ed ove muore, avidamente sacchegiarono. Attila re degl’UNNI in così fatta maniera quella parte dell'Italia av'egliera entrato, devasta, che IL FLAGELLO DI DIO è nominato. Genserico re de’ vandali chiamato dall'Africa d’Eudossia moglie di Valentiniano III imperatore, per vendicarsi di Massimo, che avea costui ucciso, e lei ignara in prima dell'infame assassinamento, sposata, ed occupato d’Occidente l'Impero; viene in Italia, ne scorre molte provincie, DEVASTA LA NOSTRA CAMPANIA e molte città di essa avendo distrutte, in Cartagine carico di preda se ne ritorna. E finalmente Odoacre co’suoi Eruli, e Turcilingi, INVADE TUTTA L’ITALIA e Re de Goti, che nella PANNONIA, ove egli no dimora, aveano cominciato a tumultuare, gli concede l'Italia, acciocchè ne avesse Odoacre discacciato. Ovvero, come altri vogliono, lo stesso  TEODORICO senza la concessione dell'imperadore in vase quella provincia, ne discaccia Odoacre, che poscia uccise, e re se ne fa nominare -- Histor, Miscell. est cod. Ambrosiin. in Philostorg, hist. Ecclesiast. Ma Prosper. Aquitan. Chron.; Augut. De Civit. Dei, Marcellin. Chron. In Sirmond. Philostorg. hist. Eccl. In Vauclid. Chron. Idatius in Chron. Isidor. Chron. Goth. in rebo Got., Langobard. Jornand. de reb. Get. Agnel. Pontific. Raven. in S. Joan . Evagr. Schol. hist., Valef Ital. Murat, Cassiod. in Conf. Boet. Conf.] per essersi fermati poi nell'Occidente si dillero VESTRO-GOTI. A modo di locuste Roma II volte, ed una gran parte delle nostre Provincie -- Histor. Miscell. ex cod. Ambro. Olympiod. In Photii Biblioth. Jian, in Murat. Rer. Ital., Sigebert. Chrona Jornand. de reb.Goth. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. Axon.Valesian. Sigebert, Procop. De bella Gotb. -- Re, e circa anni pacificamente la possiede. quista, se ne titola colle proprie forze da quella l'imperatore Zenone vedendo di non poterlo Teodorico. Perchè discacciare, evolendosi render benevolo bella parie del suo impero la con Regi non. -- Chron. Histor. Miscell. Paul, Disc, de Gest. Langob. ex cod. Ambrosian., i Reginou. Chron. Socrat. hist. Ecclesiasi., Jornand.de reb.Goth. de re- Anon. Cuspiniana Eusippiusin vita S. Severini. znor. success. Anon Valesian. rer. Ital. Munic. Marcellin. Chron. in Sirmond. L. de Tironib. C. Theodos. Z fimus Jornand. de reb. Goth. e Idat. Chron .in Du-chesn. de regnur, success., Prosper. Aquitan. Chron. Procop.de belio Goth. Marcellin. Coron. in Sirmonds. Casiodor. Chron. Edit. Spicil. Ravenn. histor.Ven., Isidor, Chron. Goth. Aimon. de Gest. Francor. Sozomen. histor. Ecclesiast. Sigebert. Chron.in an.Vales. la to Marii Aventic. Chron. in Duchesne, Evagr. Scholast. hist. Eccl. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. in Valef. Histor. Miscell. ex cod. Ambros. In rer. Sigebert. Chron. Prosper. Aquit. Chron, in Du-Chefne Marii Aventicenf. Chron.in Du-Chesne, pa I Anon. Cuspin. --. Ma dopo di avere e codesto principe, ed alcuni suoi successori in tal regno per molti anni signoreggiato; circa l'anno della salutifera divina incarnazione l'imperadore GIUSTINIANO delibera di toglierlo a codėsti barbari, col pretesto, che Teodato re di essi non avea vendicata la morte daia ad Amalasunta già loro Reina; perchè vi manda Belisario, che in breve tempo occupa conquistato. n cosi fatia espedizione furono in ajuto de' Greci i Longobardi nazione che nella Pannonia dimorava: i quali dopo, che fu l'Italia pacificata, ivi, e d in casa degli Amici più difordini commettevano, che contro gl'inimici farenon avrebbono potuto, perchè Narsete caricandoli di doni, contenti nel loro paese oltre a ciòavea discacciato dall'Italia i francesi, che sotto il lur Duca Bucelino tutta, o quasi tutta, presa, e devasiata l'aveano; perchè egli era rimastoin nome dell'Iinperadore, Supremo Governadore di quella Provincia, che avea all' Impero restituita: quando perque'nembi, che da'più vili, e fecciəsiluoghi alzandosi nelle Corri, oscurano gli astri più luminosi, e più chiari, ad istanza de’ Romani fu datal Governo da Giustino che è succeduto a Giustiniano Imperatore, rimosso: e dall'ingiuria unendo il disprezzo perchè egli era Eu. le se vissuto, non avrebbe potuto distrigare. Ed alla minaccia segue l'effetto, dappoichè ritiratosi in Napoli, stimola co’ [Melli Comorimurtom Marcellini Chronic. Aimon, de Gest. Francor.  Joan. Diac. Chron. Jornand. de regnor. Success. Landul. Sagac. additam. Ad Miscell. Procop. DE BELL. GOTH. De bell. Goth. Aimon. de Gestis Franccr. Agath. de bell. Goth. Gregor. Mag. Dial. Excerpt. ex Agat. hist. Aiuion. De Gesti Francor. Anast. Biblioth. Invita Joan. III.  Paul. Disco de Gest. Langobard.] eunuco l'imperatrice Sofia gli scrive che fosse andato in Costantinopoli a dispensar la lana alle fanciulle; alla qual cosa si dice, che Narfete sdegnato risposto avesse, che tal tela egli lo avrebbe ordita, ch’ella mentre avesse vis i  longobardi a conquistare l'Italia copiosa di tutte le naturali ricchezze, la sterile Pannonia abbandonando. Il quale in vito allegri que’ BARBARI sotto il loro re Albuino vennero abbracciando in Italia. Nello spazio di VII anni la maggior parte colla [ut citm puellis in Gynaceo. Gregor. Turon. histor. lanarum faceret pensa dividere. Anast. Biblioth. in Benedict. I. Landul. Sagac. additam. ad Miscellap. Aimon. de Gest. Francor.] delle armi ne conquistarono. Forza è fama Ed indi sì inanzi estesero leloro, che Autariuno de loro Re fino conquiste, che in Regio fusse pervenuto, e che avendo e dindi parte dell'Italia, éd iessa il rimanente dall'Eunuco Narsete, che a Belisario succede, dopo xvini, anni di asprissima guerra è interamente [Aimon. de Gest. Francorum] la Sicilia rimandolli. Avea Narsete vinto i Goti, ed eziandio gl’unni [Histor. Miscell. Aimon . de Gest. Francor. Isidor. Hispal. Marius Aventic. Aimon. de Gestis Franc. Procop. de bell. Gotb. Paul. Diac. Paul. Diac. Gregor. Turon. hist. Histor. Miscell. Paul. Diac. Joan. Diac. Chron. excerpt. Cron. per Fredeg. Scholaft. Landul. Sagac. additam. ad Miscell. pa hist. Miscell. Aimon.de Gest. Franc. Paul. Diac. Sigebertus, alii. Joan. Diaz. Chron.] ivi ivi tra le onde del mare una colonna ritrovato l'avesse collasta per cossa, ed avesse detto, fin qui saranno de’ Longobardi i confini. Delle terre occupate da Longobardi in Italia se ne forma un Regno il quale poscia ha alcuni re francesi, e dopo essi altri di diverse nazioni. È l'Italia in tempo de’ Re Longobardi in II Principati solamente divisa, in quello dei longobardi, ed in quello de Greci. Ma passato il Regno a Carlo Magno, surse in quella bella parte del mondo il principato di Benevento, da cui non molti anni dopo nacque quello di Salerno, e finalmente quello di Capua. Nel tempo de’ quali Principati per le guerre, che arsero fra di loro furono in trodotti nelle nostre parti i saraceni, i quali non però, comeche molte terre avessero conquistate, a varii capitani ubbedirono, almeno pressodi noi non mai e uno stato formarono. Ed i medesimi Principati di Benevento e di Salerno e di Capua durarono finchè sono da Normanni che nella Puglia sonsi stabiliti, interamente conquistati. Imperochè alcuni pellegrini di codesta nazione ritornando dopo da terra Santa ov'erano andati per la fede a guerreggiare, ajutarono il Principe di Salerno da’ saraceni assediato; e rimandati da costui a casa con grandissimi doni, allettarono a venire nelle nostre Parti i Paesani loro, i quali discesivi, ed ora al soldo del uno de’ nostri Principi, ora a quello dell'altro rimanendo, alla fine s’istabilirono nel luogo che diceasi in Octaba, e la Città d'Aversa ivi edificarono. Uno di loro, chiamato Rainolfo per capo, conte, o sia console stabilendovi. Impresero i Greci in quel tempo di liberare la Sicilia da saraceni che la tenea no per quasi II secoli sottoposta, ed è capo dell'esercito greco Maniaco, il quale chiama a’ suoi soldi una parte de Normanni, che sono in Aversa fermati, e costorovi andarono. Mi dopo qualche tempo disgustati della sua avarizia, abbandonandolo se ne ritornarono a casa. La qual cosa avendo conosciuto un certo Auduino a’ Gieci ribelle, propose a Rainulfo di mandare una parte della sua gente in Puglia a torla al Greco Imperatore, che vi signoreggiava ed a cosi fattari chiesta Rainulfo acconsentendo, un buon numero de’ suoi capitani e i mandovvi, i quali avendo di repente occupata Melfi città di quella provincia, ed indi altre terre; fissarono in Melfi la sede loro e diedero principi o ad un altro Principato, che continuoffi sotto i figliuoli di Tancredi, Conte d’Altavilla, Gentil-uomo anche egli Normanno -- i quali in varii tempi nelle no il suo Principato. Ma I Normanni, ch'eransi stabiliti in Melfiforto i Figliuoli di Tancredi, di ben altre conquiste saziarono la loro ambizione. Conquistarono tutte le terre, che i Greci aveano in quele nostre Parti. Tolsero a’Saraceni la Sicilia ed a’ longobardi il Principato di Benevento e di Salerno, e fino a'lo ro medesimi nazionali il Principato di Capua, siccome finalmente da una gran parte del ducato di Spoleti i Re d'Italia discacciarono e di tutti così fatti principati un regno essendosi formato in sul principio Regno di Sicilia del Ducato di Puglia in didi Sicilia, e l'altro di Napoli è nominato. Di tutte le cose qui sopra sommariamente esposte, la parte più intrigata ed oscura è quella che vien compresa dalla SECONDA VENUTA de’ Longobardi in ltalia, finchèle nostre Provincie da’ Normanni, stabiliti nella Puglia, inun solcor po forono ridotte .xii )1 e stre parti poi vennero . In tanto I Successori di Rainulfo aveano tolto a’Longobardi la Città di Capua, ed Puglia, e di Calabria, e del Principato di Capua fi diske, ed in di in II Regni diviso, uno fu detto di Trinacria alcuna volta ed pl, è detto, ed il quale per anni è de LONGOBARDI, o fia d'Italia discese Carlo Signoreggiato. Ma verso da re di quella nazione il re Desiderio ultimo re Longo in quella Provincia, ed avendo preso Magno, senza mutarne la natura il Regno bardo, trasfere nella sua persona sopradetto che Regno I va. [Paul. Diac.  Paul Diacon. Supplem. Longobar. varj Principati, i quali in così fatto spazio di tempo, siccome si è veduto, te la natural forma diesse fide e a gran fatica, e molto dubbio sa mente indovinare. De’ Principati che sursero nelle Provincie le quali ora compongono il Regno di Napoli, in tempi così dubbiosi ed oscuri, io ho deliberato di scrivere in una Tavola Cronologica i Principi, ed i più ragguardevoli Officiali, gl’anni de loro Regni ed ufficii, e delle loro morti, i loro matrimonii; e sommariamente i fatti, che quelli o sovrani od in alcuna maniera dipendenti o tributarii posso dimostrare ei diritti delle loro signorie anno stabilito. Ed oltre a 7 ciò dellistesi Principati una, per quanto io ho potuto esatta e particolare Geografia. E nella Tavola Cronologica io hor accolto tutto ciò che da' varii filosofi, o Sincroni, o quasi Sincroni, o molto antichi nella proposta materia si legge scritto, e narrato, come che discordie gli no siano tra loro ramente appariscano. Senza volerli corregere, ove avesli potuto, o concordare; di esaminare ne’ loro cetti il vero, o a me medesimo in altro tempo, o a d’altrui, che mi voglia in ciò precedere, riserbando. Contentandomi per orà di fornire solamente secondi semi di un’esatta e diffusa storia delle nostra li cose me Geografia non va ancora sotto il Torchio, in un foglio quella parte di essa ch'è necessaria alla presente opera, esponere, e dimostrare ho voluto e dalla Tavola dame scritta il titolo di SAGGIO ho apposto, conoscendo che in essa moltissime altre cose essere potrebbono a diritta ragione, o d’altri, o da me stesso pervenisse a' principi l'Impero in ciaseuno de' detti Principati; e quale fuffe la natura degl’ufficii, a cui in essi il reggimento di Terre cra affidato, presso il Popolo, o presso una parte di esso, o presso un solo uomo. Dice Cicerone. “Respublica res est populi.” Cum bene, ac juste geritur, sive ab uno rege. La seconda perchè suole essere degl’optimati: ARISTOCRAZIA. E l'ultima si chiama “MONARCHIA,” osia REGNO, il qual nome non perde quantunque eomi, due, o tre. Principi regnino in essa collegati, com'è avvenuta sovente tra Romani Imperadori e quasi sempre tra Principi Longobardi, de quali noi descriviamo la Serie; imperocchè una tal forma di stato essendo molto più distante dall'aristocrazia che dalla monarchia dalla più vicina piuttosto che dalla più lontana, dee prender esenza alcun fallo il suo nome. Ed oltre aciò quello ch'è stra-ordinario non dee caggionar nell’arti divisione regolare. Nè codesti pochi principi costituiscono un collegio legittimo, in cui ciascuno la sentenza della maggior parte dee seguitare. Ma ognuno riguardo alla sua amministrazione libero senza alcun fallo rimane. Scrive Ubero. Monarchiam esse Io note, e più oscure. Ed acciocchè il tutto con chiarezza si abbia ad intendere, dappoichè la promessa. Quali siano le varie forme di governo, ed i varj modi di acquistare i regni -- fursero in quella felice parte del mondo, ora si aggrandirono, ora si diminuiropo, ora dalle potenze maggiori furono interamente absorti, e quasi distrutti. Tal volta in essi si viddero eliggersi i principi, tal volta si viddero in essi succedere a’ padri i figliuoli nella signoria. Quei, che vi regnavano, furono soventi sia te uccisi, ed i privati il loro luogo occupando, trasmisero a’ loro Posteri l'iniquamente acquistato Impero. I BARBARI chiamati per difesa di alcuni sistabilirono per ruina di tutti -- e desolazione. In fine la faccia dell'Italia divenne in que tempi assai diversa da quello ch'è prima, e che è poi, e la sua Geografia non mai stabile osservossi, e costante. Nè di tutti così varii, e moltiplici accidenti vi fu chi la storia distintamente scrivesse. Ma da pochi e quali a frammenti quelli, e BARBARAMENTE sono esposti, o piuttosto accennati. E le opere de’ filosofi di quei tempi  da sin egli genti Copistifurono traseritte, che spesse fia, > ) 9 > no . in un'altra Edizione, che sene facesse, aggiunte. Ma prima di ogni altra cosa io ho reputato di far manifesto per quali ragioni di codeste forme di regimenti con voci greche. La prima si dice “DEMO-CRAZIA”, feve a paucis optimatibes, sive ab universo populo CICERONE, DE REPUBBLICA. Edit. Venoye. Se unius imperium solo satis vocabuli argumento constat. Qicod tamen ita præci Je captari nolim, rat quasi escumque plures in uno regno romini esostitere, toties Reipublicæ formam mutaris tatuamus. Neque enim recte existimaturus videtur qui in Romano imperia si quando plures OTTAVIANO fuere, PRINCIPATVM defiisse contenderet. Cum enim longius ila societas imperantium ab ARISTO-CRATIA, quam a monarchia distet, confentaneum est, ut ab ea specie, cui proxima est, appellatio petatur. Ita Lacedemoniis II Reges fuerunt – DIA-ARCHIA --, id que Regnum vocabatur nec non verum fuisset Regnum,fi potestas vere summa fuisset. Præter quod extra ordinarius, atque ut ita loquar, accidentalis ile plurium concursus plerumque habetur. Unde formas peculiares DYARCHIAS  out TRI-ARCHIAS in Artem introducere nec congrueret, neque expediret; tamet si fatendum monarchiæ vocabulum tunc elleminus commodum. Accedit, quod isti Condomini, ut hivelbis similes a Germanis Jurisconfultis appellantur, non constituant collegium, adeoque nec mus plurium sententiam sequi compellatur. Nam ut hocjuris fit, opus est. parto, Condomini autem Imperium Civitatis habent eodem jure, quo plures eandem remi fine tractatus Societatis pro indiviso tenent. Quo casu notum est; quemque liberum Juc partis arbitrium, nec reliqucrum consensui obnoxium, retinere la 28. ff. c o m m .divid. Altri poi vi aggiungono IV altre forti d’imperi, cioè i III sopra-detti, quando sono corrotii, ovvero ingiusti, ed il IV da’ due oda III già esposti insieme uniti. Ma CICERONE stesso con diritta ragione afferma che ne’corrotti imperi la repubblica non più esiste. Onde di ella non possono essere così fatti imperi. Cum vero in iustus est Rex, quem tyrannum voca:aut injufti optimates, quorum consensus factio est. Aut in justus ipse Populus cui nomen usitatum mullum reperio nisi ut etiam ipsum “tyrannum” appellem. Non jam vitiosa, rola, dappoiche essa nulla alla mia intenzione può giovare. Or, nella monarchia, o sia nel regno, abbia avuto egli il suo principio dalla FORZA, o dal volere de cittadini, o dall'utile, o dalla paura stimolari, abbiano questi la facoltà di stabilire solamente i regnanti, o di conferirle anche l'impero. Aliter, dice Ubero, ediam etro instituunt, qui imperium immediate a deo esse volunt. Hi negant, imperium ullo modo a voluntate populi perdere, nec a civibus quicquam juris ad imperantes manare nec adeo causam monarchie, aut ullius in civitate potestatis esse populum, quos inter Ziegle rus ad Grotium Ethidictum P. Apostoliano bisali quoties adduetum, quod imperium sit humanæ creationis, interpretantur, quod sit hominibus proprium, vel ratione cause instrumentalis, quia per homines exercetur utuntur argumentis e sacris, de potestate solvendi ligandi sacramenta administrandi, quce ministro ecclefice competit. Quem ad modum igirur populus eligen dopaftorem non confert potestate millam nec conferre potest, quia non habet eam ipse, nihil que agit, quamut personam eleectam potestatia deo immediati proficiscenti applicet. Sic etiam populu, quando eligit regem, non confert pote [Huber. de Jur. Civit. Gudling. De Jur. Nat. ac Gent.] omnino nulla respublica est, quoniam non est res populi sed cum tyrannus eam factiove capesat. Nec ipse populus iam opulus est, si sit in justus, quoniam nonest multitude juris consensu et utilitatis communione sociata. E Bodino egregiamente dimostra che il composto di alcuno o di tutte le suddette III forme d'impero non può una città, o sia republica che tale sia secondo il fine che si è proposto, cio è la pace ed il giusto, costituire. Onde Gudlingio ebbea dire. Talem rei publice speciem qui appellant “mixtam”, ferendi quadantenus sunt. Si mixtum idem fonet atque irregulare, della qual cosa io non faccio più pa. [Edit. Ven. C. edit. Francf. an. Hobbes de CICERONE fragm. DE REPUBLICA. Bodino de Republ.] fta Cive. Bodino de Republ. Hobbes de Civ. Huber. Edit. Francf.] statem imperandi, sed personam electam producit eamque abhibet exercitio potestatis illia deo immediate conferendse ego qualis, quanta in ordinee juse fe debeat. Necquo minus populus imperium retineat, si id expedire judicet, deus intercesit. Multo minus quo parte mali quam imperii reservaret, umquam prohibuit; quodde ministerio ecclesiæ institutoque matrimonii nullo moda affirmare licet. Nel regno dico, a sia nella monarchia i principi anno II sorti di diritti. L’una, che ne costituisce l'impero in mezzo a' Popoli loro. L’altra, che determina il modo di averlo -- o sia per la quale il principe regna, o l’impero pofliede che modo di acquistarlo si può anche direttamente chiamare. Altera cautio est, dice Grozio, aliud efede requærere aliud ese modo habendi, quod non in corporalibus tantum sed et in in corporalibus procedit  Ed. Ubero:Poft Species Monarchie fequuntur modi,quibus. Regna acquiruntur. Hi funt velordi narii, vel extra-ordinarii. Priores duo sunt electio, do successio Extra-ordinarii per inde duo, matrimonium O jus belli. De jure belli o matrimonio dié tum quod satis sit, in superioribus. De forte nihil quidem, sed nec rarisime i nu fu est, aut pro electione fungitur; ut olim apud Per fasin Dario H. Staspide. E Gudlingio. Id queri dignum, an per duret vita O anima civitatis una, etiam fi vel electio obtineat, vel successio. Et putem id contingentibus ad numerandum que unitatem nec efficient pror sus, nec tollunt. Scilicet electio et successio per Jonas tangit, non autem modum regnandi definit, nec illum impedit imperanti dominica in subjectos, tamquam in servos proprios potestas competit. Appellatur etiam Dominatus. La qual forma di Regno se giudico, che mai si possa ritrovare fra gl’uonini, salvo la teo-crazia, bene del suo popolo, e non già di lui, dee ordinare le cose. Scrive Bodino. Rex est, qui summa potestate constitutus naturæ legibus non minus obsequentem se præbet, quam sibi subditos, quorum libertatem, ac rerum domini ac eque ac fucetuctur, fore confilit. Subditorum libertatem, ac rerum dominationem. adjecimus -- ut Jus Soc., Gent. Huber. De Jur. Civit. Gudling. de Jur. Nat. ac. Gent. Guiling, pergo Nat. Ac Gent. c. vel collate. Nec sequitur, cedunt e populi elientis voluntate. Primeva succedere videntur. Riguardando la prima di codeile II sorti di diritti ne procedono III forme di reggimento, osiano: di monarchie una in cui il regnante de’ Corpi, Beni de’ Cittadini dispoticamente dispone, e che perciò Erile o, o lia “barbarica” vien nominata, scrivendo Ubero. Dominatus finitur, quod sit imperium, quo princeps sibi subjectis ut pater familias servis imperat, omnium quetam quod ad o civilium naturam maxime ab effectibus vesti mandammo, rerum moralium, cuius limites excedere non licet imperii formam, et tenorem Si Deuscertam, electionem persone fatemur ejus juris vim in fringerenon populis, præscripserit potest auferre jus ligandi e Solvendi suispa pole, quam cætus fidelium invito adimere potest. Sed hoc de magis uxor viro principatum domus storibus aut non legimus esse determinatum. Hatenus quidem de imperio civitatis a deo, cui omnis anima debeat bere aliquem ese ordinem imperandi, atque parendi ef ita ex cestise subiecto non tamen res quam corpora dominus existens, actiones publicas ad suam præcipue utilitatem dirigit. Ed Arrigo Koehlero: Imperium dominicum seu despoticum dicitur osia governo di dio. E l’altra delle suddette forme di monarchia è quella, nella quale il Principe pel [Grot. De Jur. bell. Ac pac. Huber. de Jur. Civit.] tum promover. Imo successi opere nec mul ab antecedente electione pendet. Unde qui luc o de' in quo nec sequitur, ita pergit Zieglerus, homines ab initio Sponte adanéti in s ocietatem civilem coierunt ex hoc ortum habet potestas civilis. Ergo talis potestas origine est humana. Sic enim per indeliceret argumentari. Adam et Evas ponte adducticcierunt in matrimonium. Ergo matrimonium institutione NON est divinum. Huber. De Jur. Civit. Heinr. Toebl. Jus Soc., ut Regis, ac Domini distinctionem certam adhiberemus. Ed essa dicesi civile – leggendosi  in Ubero. Nobis igitur plures monarchie species non sunt considerande, quam hee duce, Regnum, et Dominatus, five Imperium, ut ARISTOTELE DAL LIZIO loquitier, außacidendo, aut Baplaponèv. Regnum verum et plenum est, ubi princeps habet summam, liberam potestatem faciendi in civitate quod ere  a petita., qui ed appresso. Ex his tertia resultat differentia, a fine diverso ristabiliti, est utilitas regnantis. Quae nec ipsa tamen absque commodo subjectorum potest custodiri. Ex his relique differentie, inter dominum, &. Reczorem, servos ac cives, de quibus Claudius ad Meherdatem apud Tacitum [TACITO (si veda) Annal. quæque similia per se intelliguntur. Ed anche comune; Scrive Kochlero: Imperium civile est jus præscribendi ea, quæ ad commune civitatis bonum promovendum faciunt. Eiusmodi imperium civile dicitur commune ad amplificationem boni civitatis communis tendat. E la terza delle II sopra-dette forme composta che mista vien detta. Scrivendo Grozio. Quisibi singulos subjicere potest servitute personali, nihil mirum est f li i d o universos sive ili Civitas fuerunt, sive Civitatis pars, subjicere sibi potest subjectione sive mere civili, sive mere herili, suve MIXTA. Riguardando poi la seconda forte degl’esposti diritti sorgono III altre forme di nellaquale il principe regna per elezione del suo popolo forma dicesi ELETTIVA. La II, in cui il principe riceve l’impero per legge generale dello stesso suo popolo o per CONSUETUDINE da questo ricevuta, per trasmetterlo poi a colui, che dalla medesima legge, viene stabilito; sia egli il primogenito del preterito regnante, o calui, che glinacque nel regno. Sia egli il FIGLIUOLO LEGITTIMO del PRINCIPE; ossia, il NATURALE, maschio, della stessa sua famiglia o dell'altrui; favorisca finalmente quella legge ipiù vecchi della Prosapia, o la linea del primo nato, la qual forma di regno da tutti sichia ma SUCCESSIVA, ed a molti una specie della prima, cio è una diversa sorte d’ELEZIONE essere si crede. Dappoichè scrive Ubero: Plane, origine cujufqueci vitatis inspecta, nullum non regnum ex voluntate populiortum, fuit electivum. Sed diversitas est in Regno Civili ordinaliter utilitas subjectorum. Quamquam illa fine commodo imperantium obtineri non potest. In Dominatu originalis Scopus Impe una parte di esso ma pel tempo della sua vita solamente. Venga co tale ELEZIONE, fatta o espressamente, o per via di sorte, o di deputati. E codesta electionis et successionis deincep sorta est, cum quædam ex imperiis ita funt delata principibus, ut identidem fedes vacua per electionem repleretur. Quædam it aut successio secundum ordinem certum propinqui sanguinis ab uno in alium devolveretur, ex prescripto Legis. Hanc quidem vocant electionis speciem. Quo modo Althusius in Polit. qui negant, ullum dari imperiumjure familie hereditarium, sed totum a populo dependens, quod G' in Anglia multi opinantur. Si dicerent, successione mele nihil, quamele &tionis primevæ continuationem, nihil errarent. Atfijus Imperiinum quam a populis alienari velint, resreditad STATUM [STATO] disputationis supra aliquotie speractze. Qua per electionem, ipsum jus Imperii independenter alienari posse probavimus, ad vitam, vel etiam pro heredi bus. Quie tunc est successio, non amplius a primis eligentibus dependens, sed familie propria, per actum alienationis.  Gudlingio: Id quæri dignum, an perduret vita in anima civitatis una, etiam sive lelečžic obtineat, vel successio. Bodin. De Republ.  Grot. De jur. bell. ac. pac. Regni. La prima, 3 Huber. De jur. Civit., Koehler, de Jur. Soc. Gent.Spe-o sia di princ: de jur. Nat. ac Gent. Huber. de jur. Civit.  Gudlingio, communi videbitur, Salva tamen civium libertate, proprietate rerum cim.V. de Imp. Civ. cum Et  xvii et putem id contingentibus ad numerandunt, quæ unitatem nec efficiunt prorsus, nectollunt. Scilicet eleftin, o luccelio personas tangit non autem modum regnandi definit, nec illum impedit, nec multum promovet ; imo fuccessio pene ab suo. Antecessore, ed ha l’arbitrio di lasciarlo a chi più gli piaccia, come della sua eredità privata fare ei potrebbe. E così fatti Regni diconfi EREDITARII. In tutte codeste cinque forme di regni sono comprese, siccome sarebbe agevole il dimostrare, tutte le differenze, che de' supremi Imperi delle monarchie si sogliono fare. Ele quali Ubero per modo di quistioni propone: Junt qui ex alisquo querebus differentiam fu m m e potestatis colligunt. Primo enim sotto posti. Ma quando vennero in Italia vi fondarono il regno, che è detto de Longobardi, osia dell'ITALIA e dil quale, e sotto i re loro, e sotto i re francesi, edi altre nazioni finchè dura  è sempre ELETTIVO. Che EREDITARIO è il Principato di Benevento. Che fimile a lui è il Principato di Salerno. Che non diverso da essi in tal cosa il Principato di Capua esser si vidde. Ma da poichè il più delle volte difficil cosa è il determinare daloro principii espo fie forme de sopradetti principati. Quindi è, che ne conviene  sovente immitare i più saggi investigatori del vero nelle produzioni della natura: iquali non potendo vedere le occulte caggioni di essa, da’ continui, e costanti effetti loro, quando esterna violenza non li disturbi, sicuramente le deducono. Scrive Newton tra quelli filosofi senza alcunfallo il più famoso. Ideo que EFFECTUUM NATURALIUM EIUSDEM GENERIS E ÆDEM SUNT CAUSÆ. Uti respirationis in homine doo in bestia. Descensus Lapidum in Europa in qualitates corporum, que intendi o remitti o nequeunt, queque corporibus omnibres competunt, in quibus experimenta instituere Ticet nun, a sibi semper consona. Extensio corporum non nisi per sensus innotescit, nec in omnibus sentitur. Sed quia sensibilibus omnibus competit, de universis affirmatur. Corpora plura dura este experimur; Oritur autem durities totius a duritie par tium, et in de non horum tantum corporum quæ fentiuntur, sed aliorum etiam omnium particulas indivisas es se duras merito concludimus. Corpora omnia impe netrabilia es se non ratione; sed sensu colligimus. Que tractamus impenetrabilia; Lucis in igne culinari do in sole; reflexionis lucis in ter America ra in Planetis inveniuntur, in deo oncliedimus IMPENETRABILITATEM efe proprietatem corporum universorum. Corpora omniam obilia efle et viribus quibusdam, quas viresiner tiæ vocamus, perseverare inmotu, velquiete, ex hifce corporum visorum proprietatibus colligimus. Extenso, Durities, IMPENETRABILITAS, Mobilitas,& Vis [Gudling., de jur.Nat., ac Gent.; Huber. De jur. Civit. antecedente electione pendet; unde qui succedunt, e populi eligentis voluntatepri meva succedere videntur. E finalmente la terza nella quale il principe possiede il regno per volere del git [Or dichiarari nella maniera sopradetta l'esposte cose io dico che i lombardi sono inprima nella Pannonia ad un Regno EREDITARIO vel plu, pro qualitatibus corporum universorum habende sunt TES CORPORUM NONNISI. Nam QUALIT A PER EXPERIMENT AINNOTESCUNT OQUE GENERALES STATUENDÆ, IDE MENTIS GENERALITER SUNT QUOTQUOT CUMEXPERI. possunt QUADRANT. De quemimi non possunt auferri. Certe contra experimentorum tenorem fomnia non funt, nec a Nature analogia recedendum temere confingendo est, cum ea simplex esse soleato, qua forma Reipublice Civitas gubernetur, Monarchia tant plurium dispoticum, an Civile regnum Patrimorium imperio. Et in Monarchia, sit ne Populo volente an invitofit conftitutum . Eligantur, niale, anquasi fructuarium, an perpetua sit potestas. Non an successionegaudeant imperantes.Temporalis Imperii variarivi parvitate vel magnitudine civitatum jus jummi nullis quoque Species hominum judicia sæpe perstrin fum. Denique, nominum titulorumque interesse pu iner inertie totius, oritur ab extensione, duritie, impenetrabilitate viribus inertice partium: inde concludimus omnes omnium corporumpartes minimas extendi, et durasele, o impenetrabiles et mobiles viribus inertice præditas. E nella festa maniera scrive Ubero, che s'abbiada giudicare nelle cose morali, e civili. Sed ego ita existi morerum moralinm, civilium NATURAM maxime ab effectibus cefti mandam. Perchè quando non ne è conceduto di avere documento dell'istituzione delle repubbliche, osia de'Principati, di cui ragioniamo. Da quello, che si è veduto sempre accadere in essi, quando estraneecaggioni l'ordine naturale non abbiano sconvolto, l'istituzioni suddette possiamo dirittamente argomentare. Egli è vero non però, che non di leggieri gl' Imperi Ereditari da Successori con regola cosi fatta si possono distinguere, imperocchè io alcuna forte di regni successivi all' ultimo Regnante succedono i figliuoli, od i più stretti Congionti ; E lo stesso avvienene Regni Ereditarjquandocoluisenza Testamento, o senza nomina real. cuno Estraneo Erede lascia di vivere la vita. Più folto bujo quellume fidee prendere, che si può, comechè picciolo, ed incerto egli e. Il Regno de’ Longobardi fu prima Successivo, a Ereditario, ed che, usciti dalla Scandinavia, provincia detta VAGINA GENTIUM, abitarono di qua dal Danubio ed I quali WINILI erano chiamati furono poscia detti LOMBARDI, o dalle finte o dalle vere LUNGHE loro BARBE, ovvero, secondo scrive Guntero, che altri affermino da’ popoli della Sassonia detti Bardi. Furono costoro inprimada Duchi eposcia da Refignoreggiati; ed il regno loro finchè rimasero nel loro paese, e sempre ereditario, ovvero successivo. Newton, Philus. Natur.princ.Ma Gregor. Turon. Excerp. Chron. ex Reg Fredeg. Schol. hist. Miscell. Paul. Diac. de Gefie Langob.. Gunt.  mobilitate, 9 appreso elettivo non potendosi che LA NATURALE INCHINAZIONE DEL SANGUE a figliuoli ed a Cogionti, gli Estran gli abbia permesso diante porre. Scrivendo GROZIO: Succeflio ab intefiato, de qua agimus, nihil aliud est, quam tacitum testamentum ex voluntatis conjectura. Quintilianus pater in declamatione: Proximum locum a testamentis habent propinqui: et ita, si intestatus qui sacfine liberis decefferit. Non quoniam utique jufium fit, ad hos per venire bona de functorum. Sed quoniam reliéta et velutin medio posita nulli propius videntur contingere. Quod de bonis noviter quæsitis diximusex NATURALITER proximis deferri, idem locum habebit in bonis paternis avitisque, finecipsiaquibusvenerunt, nec eorum liberi extent ita ut gratie Philuf. edit. Ami. Paulo Diac. De Gest. Langob., istelod. Huber., de jur. Civ., Reginon. Chron. inprinc. de RegnoWi., Grot. De jur. bell. Ac pac. nilorum. Constant. Porphyrog. De Themat. Gregor.Turon.Excerp.Chron.exc Otto Frifingens. De Geft. Friderici Impe credere De Popoli Q. Agle  relatiólocum noninveniat. Ondeda Equali essettinonsi possono argomentare diverse cagioni. Ma nel. Grice: “This conceptual analysis of the noble is complicated – noble is the male who merits recognition from his community.” Nome compiuto. Nono duca di Laurino. Troiano Spinelli, duca di Aquara e di Laurino. Troiano Spinelli di Laurino. Spinelli di Laurino. Laurino. Keywords: implicatura, analisi geometrico della’economia razionale, Broggio, lombardia, lombarda, lunga barba.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Laurino” – The Swimming-Pool Library. Laurino.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lavagnini: il deutero-esperanto – la scuola di Siena – filosofia toscana -- filosofia italiana –Luigi Speranza (Siena).  Abstract. “Protthetic (why?), Breathe (why?), Monario (why?)” – Grice. Grice: “It appears that the specific reasons behind Lavagnini’s choosing the name ‘Monario’ for his artificial language are not explicitly stated in the readily available information. However, some clues can be gleaned from the context. Italian origin: Lavagnini was Italian, and the name itself might have some connection to Italian words or concepts, although the exact link is not immediately clear from the search results. Focus on a ‘universal’ and ‘logical grammar’. In the preface to “Monario,” it is mentioned that the need for a nuniversal language requires a universal grammar that is “logic ad nature sekum gles arti imitanti” (logic and naturally imitating rules of art. This suggests a focus on clarity, simplicity, and a structural approach, which could be reflected in the name. Aric-Semitic influences. Some soruces mention that Monario shows influences of Aric-semitic languages. However, it is also noted that the author’s reasons for introducing non-international roots from Greek, Arabic, Sanskrit, Russian, and even what seem to be Somali and Tamil words are unclear. While a definitive answer to ‘why Monario?’ remains elusive, the name likely relates to Lavagnini’s broader philosophical goals for an easily accessible and logical constructed international auxiliary language!” At a conference in Brighton, Grice jokes about convention, if nt arbitrariness, having no bearing on ‘signfication’ of the type in which he was interested. As a proof, he claimed that he could very easily go and invent a new language – call it Deutero-Esperanto – and set what’s proper, making him the authority. Keywords: artificiale. Filosofo italiano. Siena, Toscana. L. progetta una lingua inter-nazionale su base latina che chiama “neo-latino” e ci prova con l'uni-lingue (o inter-lingue) pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'inte-rlingue od uni-lingue, Roma, e con il Monario, dato alle stampe nel Corso de Monario prima e in “Interlexico  Monario: Italiano français English deutsch kum introduxion rammatal appendo, fonetal regios, Casa Editrice Elettica (Casella Postale 331), Roma.. Persona informo Naskiĝo en provinco Sieno Morto en Meksiko Lingvojitala ŜtatanecoItalio Reĝlando Italio Redakti la valoron en Wikidata Okupo Okupoverkisto Redakti la valoron en Wikidata v • d • r Okultisto, naskiĝis en Italio, mortis en Meksikurbo, Magistro de framasonismo, ano de ACADEMIA PRO INTERLINGUA, fondinto de la Asociación Biosófica Universal kreinto de la planlingvoj "Monario" kaj "Mondi Lingua", esperantidoj kaj "Unilingue", modifita latina. La projektoj de L., laŭ oni pensas, estis tre influita de ideoj de aŭtoro pri la "perfekteco" de sanskrito kaj kelta lingvo, ĉefe laŭ verba aspekto. Pro tio, la verbaj formoj estas tre malsimplaj, kiel en Volapuko. Li estis framasonisto ano de la Martinismo en Italio. En lia tekstoj framasonaj oni vidas influojn de Teozofio, astrologio kaj jogo, ankaŭ rimarkindaj en la teorioj de la Asociación Biosófica, kion li fondis en Ameriko. Verkoj Colección de manuales masónicos Grammatica dell' Unilingue od Interlingue, Rom. Corso di Monario, Rom. Interlexiko Monario: italiano, francais, english, deutsche, Rom. Kurso astrologis, Short lessons on Mondi Linguo, Mexiko. Hacia una lengua internacional, Mexiko. Origin astronomic del Alfabeto (s.j.). Bibliotekoj PeEnEo: Kategorioj: Mortintoj en MeksikoNaskiĝintoj Mortintoj VirojNaskiĝintoj Mortintoj InterlingvaoLingvokreinto. j. Interlingue Con questo nome si conoscono una serie di progetti di lingua internazionale (- AUSILIARIA INTER-NAZIONALE, LINGUA) fra cui: l'I. di Triola (- TRIOLA), più conosciuto con il nome di «Italico» (ITALICO): l'I. di L. (- L.) sinonimo del progetto denominato Uni-lingue elaborato nel corso pro Corrispondenza d'inter-lingue od unilingue, pubblicato a Roma (Drezen), di cui ecco un esempio:  L’uni-lingue deve esser ante omnicos un lingue vivent, germinat ex principies fundamental, nascent naturalmen del leyes general, vegetant quam un plante, segun li lineas, in queles es cultivac, absorpente circum se e assimilance li materies de su vive.  (Duticenko)  Infine esiste l'I. di Wahl (WAHL) che, per motivi politici. ribattezza il suo precedente progetto chiamato «Occidental» (OCCIDENTAL) con il nome di I. (Monneror-Dumaine; Silfer). Nome compiuto: Aldo Lavagnini. Lavagnini Keywords: monario, il deuteuro-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lavagnini.” Lavagnini.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lazzarelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- ermetico-esoterica – filosofia marchese – la scuola di San Severino Marche -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Severino Marche). Abstract. Grice: “When I was asked during my lectures on conversation to provide an example of a blatant tautology which would be at the same time implicature-laden, I came up with ‘War is war.’ It seemed obvious to me that I had no need to specify the implicatum – and I did not. However, upon later reflection on old Roman mythology, I came up with a detail that does matter. The Romans worshipped a ‘god’ of ‘war’ – Marte – hence ‘martial,’ – Apparently, the Anglo-Saxons found this convenient, and soon adopted Tues, as in Tuesday, as the god of war. Note that while ‘War is war’ is a patent tautology, ‘The god of war is the god of war’ is more of a Kripkean stupididy!” -- Filosofo italiano. San Severino Marche, Marche. Grice: “I would call Lazzarelli a Pythagorean; most Italian philosophers are, as most English philosophers are Lockean!” -- Grice: “I would call Lazzarelli what Italians call ‘un filosofo ermetico.’ He certainly flouts all my desiderata for conversational clarity!” Il documento più importante per ricostruire la vita di L. è “Vita L.” scritta da Filippo L. e indirizzato all'umanista Colocci. L. e educato e vive a Campli, in Abruzzo, dove frequenta la biblioteca del Convento di San Bernardino da Siena, che egli cita nella sua opera i Fasti Christianae Religionis. Riceve da Sforza un premio per un poema sulla battaglia di San Flaviano. Ha contatti con i più importanti filosofi dell'epoca ed e seguace dell'ermetismo. Raccolse il Pimander di FICINO, l'Asclepio e tre trattati sull'ermetismo realizzando una versione che amplia il corpus testi ermetici. Autore di saggi a carattere ermetico come il “Crater Hermetis,” in sintonia con il sincretismo religioso dei suoi tempi e in anticipo sulla filosofia di PICO (si veda), con la fusione del cabalistico e il cristiano, ma anche di poemetti a carattere allegorico come l'”Inno a Prometeo” o didascalico-allegorici come il “Bombyx”. Altri saggi: “De apparatu Patavini hastiludii, Padova; “De gentilium deorum imaginibus”, dedicato a Borso d'Este e a Federico da Montefeltro; “Fasti christianae religionis” dedicato a Sisto IV,  Ferdinando I d'Aragona e Carlo VIII, Bertolini, Napoli; Epistola Enoch, Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma; “Diffinitiones Asclepii”;  De bombyce, Lancellotti, Aesii; “Crater Hermetis edito in Pimander Mercurii Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei; “Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate divina”; “ Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano” (Parigi); Vademecum ( Brini, in Testi umanistici sull'ermetico”, Roma); “Un carme per la morte della duchessa d'Atri, Biblioteca del Seminario di Padova; “Carmen bucolicum” (Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection); carmi di occasione -- tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) (Biblioteca nazionale di Napoli); epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita. Il testo dell'opera può essere letto in M. Meloni,"Lodovico Lazzarelli umanista settempedano e il “De Gentilium deorum imaginibus”, in Studia picena, pubblicato in appendice a C. Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in S. Champier, in Umanesimo e esoterismo, l’esoterico E. Castelli, Padova, pG. Roellenbleck, Opusculum de Bombyce, anche in edizione moderna integrale in C. Moreschini, Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis" -- studi sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Dizionario Biografico degli Italiani,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia ermetica, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere, L..  rivista Campli Nostra Notizie. L. Nacque di nobile famiglia di Campli. La tradizionale data di nascita è stata recentemente corretta da Tenerelli sulla base di un'annotazione manoscritta che si legge nella biografia del L. composta dal fratello Filippo (meglio trascritta da Meloni) e della notizia d'archivio riferita da Aleandri, secondo cui il padre risulta già morto. L. stesso ama definirsi "Septempedanus", dal nome dell'antica colonia romana che sorgeva nei pressi dell'odierna San Severino Marche.  Alla morte del padre, L. si trasfere a Campli, presso Teramo, dove riceve la prima educazione e - stando alla citata biografia, non immune da toni agiografici, scritta subito dopo la morte - egli dimostra precocemente inclinazioni filosofiche, tanto da comporre un carme sulla battaglia di San Flaviano che gli merita le lodi di Sforza, signore di Pesaro, oltre che l'appellativo di "antiquorum poetarum simia".  L'episodio è il primo di una serie di testimonianze che permettono di ricostruire alcune tappe, peraltro dalla cronologia, della vita fitta di spostamenti condotta dal L. E dapprima ad Atri, con l'ufficio di istitutore del figlio del signore della città, Capuano, dove compose un carme esametrico per la morte della duchessa Balzo, indirizzato con un'epistola accompagnatoria al fratello Filippo, allora studente di diritto a Padova, che, nella sua biografia, la define "sententiis quidem refertam quam optimis ultra eius aetatem". E a Teramo presso Campano, "ut eiusdem Campani fratrem amoenioribus artibus inficeret simulque ut ipse viri familiaritate doctior fieret" (Lancellotti), dove si applica allo studio della filosofia. Il fratello riferisce di essere stato testimone a Teramo di una sua disputa con un tal Vitale ebreo, che nega la Trinità, e che sarebbe stato vinto anche grazie all'allegazione da parte del L. di autorità talmudiche. Di qui passa a Venezia, dove perfeziona lo studio del latino alla scuola di Merula. Il componimento esametrico De apparatu Patavini hastiludii, scritto in occasione dei giochi e nel quale i componenti dell'Accademia padovana dei giuristi sono comparati a personaggi mitici, rivela una buona dimestichezza con l'ambiente accademico patavino. Forse su suggerimento di Merula compose un Carmen bucolicum, costituito da X egloghe dedicate ai principali misteri della vita di Cristo: l'avvento preannunciato dai profeti, la natività della Vergine, l'incarnazione del Verbo, la nascita, la passione e la morte, la discesa agli inferi, la resurrezione, l'ascesa al cielo, la discesa dello Spirito Santo, l'assunzione di Maria Vergine. Al soggiorno in Veneto è inoltre legato il più importante riconoscimento pubblico dell'attività poetica del L., l'incoronazione per mano dell'imperatore Federico III, nella chiesa di S. Marco a Pordenone.  Secondo il racconto del fratello, L. si reca presso l'imperatore, di passaggio nel suo viaggio verso Roma, e, colta un'occasione propizia, gli avrebbe declamato un suo carme esametrico, accolto con plauso dall'imperatore che spontaneamente gli avrebbe conferito l'alloro poetico. L. stesso celebra poco più tardi l'evento nell'egloga Laurea.  Una serie di stampe, del tipo dei tarocchi del Mantegna, acquistata in una bottega di Venezia, fornì al L. lo stimolo per la composizione dei due libri De gentilium deorum imaginibus, poemetto di carattere mitologico-astrologico. I più rilevanti testimoni dell'opera sono due manoscritti della Biblioteca apostolica Vaticana (Urb. lat.), entrambi di elegante fattura e corredati da una serie di sontuose miniature (che ricordano, appunto, la tipologia mantegnesca dei tarocchi). I due codici sono dedicati a Federico di Montefeltro, ma la dedica del ms. 716 è vergata in modo evidente su una dedica precedente abrasa, che Campana è riuscito a leggere parzialmente, quanto basta però per riconoscervi il nome di Borso d'Este. È così possibile datare il manufatto, e quindi l'ultimazione dell'opera, al lasso di tempo dall’assunzione del titolo ducale di Ferrara da parte di Borso alla sua morte. Anche all'interno del testo il nome di Borso è sistematicamente sostituito con quello di Federico e i passi relativi sono adattati al nuovo dedicatario. Il ms. è portatore di una seconda redazione, fin dall'inizio dedicata a Federico già insignito del titolo ducale di Urbino, quindi posteriore. Meloni ipotizza che si possa riconoscere in quest'ultimo il codice originariamente pervenuto a Urbino e che il ms. vi sia giunto più tardi, non solo riconfezionato come si è detto, ma anche corredato di un ulteriore carme finale di congratulazioni per la guarigione di Federico da una grave malattia, attribuibile alle conseguenze dell'incidente occorso al duca.  L'originaria dedica a Borso d'Este è perfettamente congruente con la cultura astrologica praticata a Ferrara, ma non estranea neppure alla corte urbinate. L'opera amplifica la consuetudine di "appropriare", nel gioco praticato a corte, dei versi alle carte, secondo il modello dei tarocchi boiardeschi. Ma iL. intende riscattare dall'uso ludico le antiche immagini delle carte, diffuse anche presso il volgo, che "triumphos / appellat tactu commaculatque rudi / priscorum formas et simulachra deorum", per restituirle alla loro funzione astrologica e sapienziale di rivelare il vero "obliquis figuris", poiché "invenere suis corrispondentia rebus / signa olim vates et simulachra deum, / quae nunc pro nihilo reputant, gens indiga sensus, / sacrilegi et ludis asseruere suis.. Nel primo libro sono presentate e descritte, in successione, le sfere celesti, dalla Prima causa alla Luna, con l'aggiunta di un carme conclusivo dedicato alla Musica come prodotto delle sfere celesti. Dei pianeti, identificati con gli dei antichi, sono descritte le immagini, indicate le rispettive domus (i segni zodiacali), sinteticamente narrati i principali miti che hanno come protagonista il dio eponimo, fornite essenziali notizie astronomiche e illustrati gli influssi astrologici. Il secondo libro presenta le immagini della Poesia, di Apollo e delle nove Muse, di Pallade, Giunone, Nettuno, Plutone e, infine, della Vittoria (alla quale è dedicato un carme in versi eroici, mentre tutti gli altri sono in distici elegiaci). Nei due codici urbinati, come si è detto, la descrizione verbale trova riscontro e integrazione nel ricco apparato iconografico che, a sua volta, può aver ispirato elementi decorativi del palazzo ducale di Urbino.  La vicenda compositiva del poemetto probabilmente si compì durante il soggiorno di L. a Camerino, dove era stato chiamato da Giulio Cesare da Varano per attendere all'educazione del nipote Fabrizio. L. intraprese quindi la stesura di un nuovo ambizioso poema, i Fasti Christianae religionis, che portò a compimento in una prima redazione a Roma, dove si recò al seguito di Lorenzo Zane, patriarca di Antiochia, presso il quale approfondì gli studi astronomici e astrologici.  La composizione del poema è dai biografi (e, in primis, dal fratello) addotta a documento dell'ortodossia religiosa del L., contro i sospetti di esercitare arti magiche: "Quidam, livore atque invidia perfusi, et palam et in occulto Lodovicum criminari coeperunt, dicentes ipsum negromanticis magicisque artibus, sive praecantationibus, operari" (Vita Lodovici). L. avrebbe, in effetti, compiuti alcuni esorcismi, vaticini e guarigioni, ma sempre attraverso il segno della Croce e la mediazione dell'assistenza divina.  Bertolini ha ricostruito la complessa vicenda compositiva dei Fasti sulla base delle testimonianze manoscritte superstiti (tra cui il ms. Vat. lat., autografo, nel quale si depositano varie fasi redazionali) e delle indicazioni cronologiche interne, che permettono di riconoscere tre redazioni: una prima, dedicata al pontefice Sisto IV, compiuta entro il 1480; una seconda dedicata al re di Napoli Ferdinando d'Aragona e a suo figlio Alfonso duca di Calabria, compiuta immediatamente dopo, entro il 1482; una terza più tarda, dedicata al re di Francia Carlo VIII, probabilmente abbandonata dopo il fallimento dell'impresa italiana del sovrano. Si tratta di un vasto poema in sedici libri, costruito secondo il modello del Fastiovidiani. Sono descritte e celebrate le ricorrenze liturgiche cristiane secondo la loro successione nel calendario; vengono inoltre introdotte osservazioni di carattere astronomico e saltuarie indicazioni relative alle attività agricole. I primi tre libri celebrano le feste mobili del calendario liturgico, i dodici successivi sono dedicati ai singoli mesi, cominciando da marzo, l'ultimo tratta del Giudizio finale.   Il poema ricevette onorata accoglienza da parte dell'ambiente romano, come dimostrano i due epigrammi del Platina e di Paolo Marsi riferiti dal fratello Filippo e pubblicati dal Lancellotti, nei quali il poeta è celebrato come una sorta di OVIDIO (si veda) reincarnato. Al Platina sono anche indirizzati un paio di epigrammi del L., il secondo dei quali in morte.  Secondo Foà, al 1481 daterebbe la conoscenza con Correggio, alla quale lo stesso L. attribuisce un ruolo fondamentale per la propria conversione alle dottrine ermetiche. L'episodio più noto relativo al rapporto fra i due e al quale il L. stesso fa emblematicamente riferimento risale però all'11 apr. 1484, domenica delle palme, sotto il pontificato di Sisto IV, quando assistette all'apparizione romana di Giovanni da Correggio che, a cavallo e coronato di spine, attraversò la città e, pur privo di qualsiasi istruzione grammaticale e retorica, predicò al popolo compiendo atti e riti simbolici e manifestando una sapienza teologica dovuta a una sorta di mistica ispirazione che gli valse anche incontri con il pontefice e vari prelati.  Gli studi di Kristeller hanno infatti dimostrato l'appartenenza al L. dell'Epistola Enoch de admiranda ac portendenti apparitione novi atque divini prophetae ad omne humanum genus, dove è diffusamente narrato il viaggio romano di Giovanni da Correggio seguito da una dichiarazione dell'autore di piena adesione e di conversione: "quod novae ac tantae rei sacramentale mysterium ego attonitis aspiciens oculis, mecumque ipse attente et ex totis animi viribus tunc revolvens, ne diuturnior obesset mora, relictis Parnasi collibus ceterisque omnibus, ad montem Syon primus eum sum protinus insequutus" (ed. Brini).  Con lo stesso pseudonimo di Enoch il L. firmò anche alcuni epigrammi dedicati agli scritti dello Pseudo Dionigi l'Areopagita e, soprattutto, le prefazioni ai testi contenuti nel ms. II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, una raccolta completa del corpus ermetico nella traduzione di Marsilio Ficino, integrato dall'Asclepius attribuito ad Apuleio e dalle Definitiones Asclepii (ignote a Ficino perché mancanti nel suo codice), tradotte per la prima volta dallo stesso Lazzarelli. Nelle tre prefazioni, una delle quali in versi, il L. indirizza la sua opera di raccoglitore e traduttore a Giovanni da Correggio, nel tono solenne e sacrale dell'iniziato, affermando il sincretismo tra teologia cristiana e teologia ermetica, sostenendo, contro Ficino, la maggiore antichità di Ermete Trismegisto rispetto a Mosè e presentando la propria conversione dalla poesia agli studi sacri come una vera e propria rigenerazione: "quondam poeta nunc autem per novam regenerationem verae sapientiae filius" (Kristeller).  L. entra quindi in rapporto con  Colocci quando questi, avendo con sé il nipote Angelo, si trovava nel Regno di Napoli come governatore di Ascoli Satriano. Secondo Fanelli, i Colocci passarono nel Regno di Napoli: poco prima andrebbero dunque collocate la composizione e la stampa del poemetto del L. De bombyce, dedicato "ad Angelum Colotium honestae indolis puerum".  La datazione dell'opera è controversa e il più recente editore, Roellenbleck, ne propone una molto più alta, che peraltro non si concilia con la tematica ermetica del poemetto né con l'anno di nascita di Colocci, che pare dovesse avere un'età idonea a essere prescelto come lettore esemplare ("lege sollicito mea carmina visu"), vero e proprio filius da rigenerare (l'appellativo di puer può avere un'estensione molto ampia). Il Bombyx si presenta, infatti, come un poemetto didascalico dedicato all'allevamento del baco da seta, ma teso a svelarne, sulla traccia di analogie già suggerite da s. Basilio, la simbologia cristologica e a farne il simbolo di una rigenerazione alla quale tutti gli esseri umani sono chiamati, compiuta la quale potranno a loro volta generare una prole divina: "Surgite, terrigenae, bombycum exempla sequuti. Linquite corporeos sensus, mens candida regnet Sancta palingenesis vos complectatur et orti / rursus humo coelum penitus penetrate relicta Gignite divinam repetito semine prolem. Quo pacto id fieri possit, mox forte docebo,  hic gradus aethereo primus statuatur Olympo. L'ulteriore opera dedicata al tema della generazione divina, annunciata in chiusura del Bombyx, può forse essere riconosciuta nel De summa hominis dignitate dialogus qui inscribitur Crater Hermetis. Si tratta di un dialogo nel quale sono inseriti alcuni componimenti poetici, di vario metro, nei momenti di maggiore intensità d'ispirazione e di proclamata esaltazione mistica. Gli interlocutori sono lo stesso L., che ha ruolo di maestro, e il re di Napoli Ferdinando d'Aragona, dopo che, ormai vecchio, ha ceduto il governo dello stato al primogenito Alfonso II. Queste indicazioni permettono di collocare l'azione, e anche la composizione, tra il 1492 e la morte del re. Il recente editore, Moreschini, ha anche riconosciuto due redazioni dell'opera, la più antica testimoniata dal ms. della Biblioteca nazionale di Napoli, la seriore dalla stampa procurata  da Lefèvre d'Étaples a Parigi. La differenza più evidente tra le due redazioni consiste nella presenza, nella prima, di un terzo interlocutore, PONTANO, con il ruolo, secondario ma non indifferente, di affiancare il re, discepolo entusiasta e convinto, come poeta desideroso di approfondire anche verità filosofiche e teologiche. L'origine del titolo è in un passo del Corpus Hermeticum in cui si parla di un crater inviato d’Ermete sulla terra affinché in esso gli uomini possano battezzarsi e ricevere così l'intelletto che li rende capaci di partecipare alla gnosi. A conclusione dell'opera il L. si autorappresenta come colto da una sublime ispirazione che lo rende capace di rivelare il mistero della generazione di anime divine da parte del vero uomo, che ha raggiunto la pienezza della conoscenza e che si rende così simile a un dio. Moreschini osserva come nella seconda redazione il L. eviti di rendere troppo espliciti i rapporti tra ermetismo e cristianesimo (lo stesso titolo, nella prima redazione, recitava: … qui inscribitur via Christi et crater Hermetis), attenuando, per esempio, le argomentazioni che tendevano ad attribuire all'ermetismo priorità cronologica (e anche genetica) nei confronti di ebraismo e cristianesimo. Lo scritto manifesta inoltre ampie conoscenze cabalistiche e talmudiche, che tradizionalmente si ritenevano patrimonio, in quegli anni, del solo PICO (vedasi).  Ultima opera del L. sembrano essere i De mathesi et astrologia libri, segnalati da LANCELLOTTI, che invano ne cerca copia presso gl’eredi del filosofo. Brini ne propone, ma senza indizi veramente probanti, l'identificazione con un trattato di alchimia, conservato nel ms. 984 della Biblioteca Riccardiana di Firenze: una raccolta di preparazioni alchimistiche tratte daLullo e da altri, presentate da L. con un breve testo introduttivo che si apre con un epigramma di sei distici. Il L. stesso, definendo questo suo libro vademecum, ne indica il contenuto: "agemus in hoc libro Vade mecum de alchimia que est naturalis magia et vocatur astrologia terrestris. In questa scienza dichiara di essere stato istruito "a Joane Ricardi de Branchis de Belgica provincia […] qui in hoc fuit magister meus currente ab incarnatione verbi" (ed. Brini).  Nella sua biografia il fratello attribuisce al L. capacità divinatorie attraverso il sogno -- habebat somnia, quae potius visiones, sive oracula dici potuissent" (Vita Lodovici) - e in sogno il L. avrebbe anche antiveduta la propria morte, intervenuta a San Severino a pochi giorni di distanza da quella del fratello Girolamo. Delle opere del L. sono a stampa: De apparatu Patavini hastiludii, Patavii; De gentilium deorum imaginibus, a cura di O'Neal, Lewiston, NY; Fasti Christianae religionis, a cura di M. Bertolini, Napoli; Epistola Enoch, Venezia, cfr. Indice generale degli incunaboli [IGI]), ora a cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo, Roma; la traduzione delle Diffinitiones Asclepii in appendice a Vasoli, Temi e fonti della tradizione ermetica in uno scritto di Symphorien Champier, in Umanesimo e esoterismo, a cura di E. Castelli, Padova; le prefazioni del ms. II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo in appendice a P.O. Kristeller, Ficino e L.. Contributo alla diffusione delle idee ermetiche nel Rinascimento, Annali della R. Scuola superiore di Pisa, quindi in Id., Studies in Renaissance thought and letters, Roma; De bombyce [Roma, Eucharius Silber, s.d.] (IGI) quindi in Bombix. Accesserunt ipsius aliorumque poetarum carmina, a cura di Lancellotti, Aesii, e ora in G. Roellenbleck, Ludovico Lazzarelli Opusculum de Bombyce, in Literatur und Spiritualität. Hans Sckommodau zum siebzigsten Geburtstag, a cura di Rheinfelder, Christophorov, Müller-Bochat, München; Crater Hermetis nel corpus di testi ermetici raccolti da J. Lefèvre d'Étaples: Pimander Mercurii Trismegisti liber de sapientia et potestate Dei. Asclepius eiusdem Mercurii liber de voluntate divina. Item Crater Hermetis a Lazarelo Septempedano, Parisiis, in officina Henrici Stephani, quindi, in edizione moderna, parzialmente, a cura di Brini in Testi umanistici sull'ermetismo, e, integralmente, in C. Moreschini, Il Crater Hermetis di L., in Id., Dall'"Asclepius" al "Crater Hermetis". Studi sull'ermetismo latino tardo-antico e rinascimentale, Pisa, Vademecum, a cura di Brini, in Testi umanistici sull'ermetismo. Ampie sillogi di scritti del L., frutto di compilazioni sette-sono contenute nei mss. della Biblioteca comunale di San Severino Marche; il carme per la morte della duchessa d'Atri è conservato nel ms. della Biblioteca del Seminario di Padova (cfr. A. Tissoni Benvenuti, Uno sconosciuto testimone delle egloghe di Calpurnio e Nemesiano, in ITALIA medioevale e umanistica. Il codice unico del Carmenbucolicum si trova nella Biblioteca universitaria di Breslavia, Milich Collection; una silloge di carmi di occasione (tra cui i versi che gli valsero l'incoronazione) è nel ms. V. E. della Biblioteca nazionale di Napoli. Gli epigrammi sullo Pseudo Dionigi l'Areopagita si leggono nel ms. della Walters Art Gallery di Baltimora.  Fonti e Bibl.: San Severino Marche, Biblioteca comunale, Mss.; due copie di Lazzarelli, Vita L. Septempedani poetae laureati per Philippum fratrem ad Angelum Colotium, da cui deriva in gran parte la biografia premessa da Lancellotti al poemetto del L. Bombix…, cit., Aesii; Vecchietti - Moro, Biblioteca picena, V, Osimo, Lancetti, Memorie intorno ai poeti laureati d'ogni tempo e d'ogni nazione, Milano, Aleandri, La famiglia L. di Sanseverino (Marche), in Giorn. araldico genealogico diplomatico italiano, Ohly, Ioannes Mercurius Corrigiensis, in Beiträge zur Inkunabelkunde, Thorndike, A history of magic and experimental science, V, New York, Donati, Le fonti iconografiche di alcuni manoscritti urbinati della Biblioteca Vaticana, in La Bibliofilia, vi è riferita la lettura di Campana della dedica del ms. Urb. lat. Kristeller, Lodovico L. e Giovanni da Correggio, due ermetici del Quattrocento, e il manoscritto II.D.I.4 della Biblioteca comunale degli Ardenti di Viterbo, in Biblioteca degli Ardenti della città di Viterbo. Studi e ricerche, a cura di Pepponi, Viterbo, Delz, Ein unbekannter Brief von Pomponius Laetus, in Italia medioevale e umanistica, Ubaldini, Vita di Colocci, a cura di Fanelli, Città del Vaticano, Moreschini, Il "Crater Hermetis" di L., in Res publica litterarum, Sosti, Il "Crater Hermetis" di L. L., in Quaderni dell'Istituto sul Rinascimento meridionale, Tenerelli, L. ed il rinascimento filosofico italiano, Bari, Saci, L. L. da Elicona a Sion, Roma; Foà, Giovanni da Correggio, in Diz. biogr. degli Italiani, LV, Roma, Walker, Magia spirituale e magia demoniaca da Ficino a Campanella, Torino, Meloni, L. L. umanista settempedano e il "De gentilium deorum imaginibus", in Studia picena; Kristeller, Iter Italicum, ad indices; Rep. fontium hist. Medii Aevi. Nome compiuto: Luigi Lazzarelli. Lodovico Lazzarelli. Ludovico Lazzarelli. Lazarelli. Keyword: implicatura ermetica, mascolinita romana, religione officiale romana, campo marzio, marte, dio della guerra, marte come pianeta, il simbolismo di marte nell’arte e la filosofia, marte e apollo, marte e Nietzsche --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Lazzarelli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Lazzarini: il deutero-esperanto – filosofia ialiana -- Luigi Speranza (Roma). Abstracct. Grice: “It’s amazing that while everbody – including Trudgill in his Language Myths – seem to agree that Italian is the most beautiful language in the world, the number of Italian philosophers who tried to invent a DIFFERENT lingo by far exceeds that of any other nation!” -- At a conference at Brighton, Grice joked that convention – if not arbitrariness – has nothing to do with signification, and claimed that he could invent a new language – “call it Deutero-Esperanto” – that nobody speaks, and set what it’s proper, which would make him the master. Keyword: artificiale. Filosofo italiano. Roma, Lazio. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato mai da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA (si veda), in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI (si veda), in Mensura de circulo iuxta Leonardo [VINCI (vedasi) Pisano, e PANEBIANCO (vedasi) che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. PANEBIANCO (vedasi) è anche un grande appassionato di Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista". Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo della sua opera, vede nella lingua internazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti internazionali, e in particolare al capitalismo spietato. Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi socio. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di PANEBIANCO (si veda) deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id sine grammatica, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac ambiguitate, excepto ad praeposito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Etiam es multo plus rapido compone et scribe in isto lingua que in proprio lingua nationale. Si capisce allora che egli auspica che il latino sine flexione assurga a lingua di comunicazione non solo internazionale, ma anche quotidiana, e forse i suoi auspici si spingono sì avanti che lo vorrebbe elevato a lingua naturale, lingua madre di tutti i popoli.  Si potrebbe continuare a lungo, ma a questo punto è già ben chiaro al lettore da dove provenga quel testo riprodotto nel riquadro di qualche paragrafo fa: da un saggio presente nel volumen ritrovato. Riportarne il titolo integrale equivale anche a dare le risposte alle due domande proposte (del refuso non vale la pena parlare). Infatti, troneggia il titolo "Il latino sine flexione" di PEANO (si veda), memora a firma di L..  Che PEANO (vedasi), che quasi con certezza è il maggiore matematico prodotto dall'Italia negli ultimi due secoli, ha profuso gran parte del suo tempo nel tentativo di creare una lingua che è a un tempo precisa e semplice, insomma perfetta sia per la matematica che per tutti gli altri scopi a cui una lingua è deputata, è cosa che si ritrova anche nelle note biografiche più frettolose sul genio cuneese. È però assai più raro, a meno che lo si ricerchi esplicitamente, imbattersi in qualche esempio scritto nel suo latino sine flexione L. invece ne riporta un lungo brano, dopo aver ricordato, tra le altre cose, che quello di PEANO (vedasi), recentissimo ai tempi della pubblicazione del volume del periodico, non è stato un tentativo particolarmente originale, visto che di lingue universali precedenti al latino sine flexione ne sono già comparse almeno altre sette, tra cui l'Esperanto. Spiega poi come il problema di una lingua universale ben strutturata se lo fosse posto già Leibniz, il quale elencava dei principi da seguire per chi si fosse voluto impegnare nell'impresa di crearla; e si vede che Peano a quei principi leibniziani si attiene diligentemente: applica l'eliminazione delle desinenze nei casi e impiega in sostituzione delle particelle specifiche. Elimina le coniugazioni dei verbi, usando solo l'infinito del verbo senza il "-re" finale (dicere→dice→dire; mensurare→mensura→misurare; scire-sci→sapere,  etc.), e attua  l'eliminazione della specificazione del genere nei nomi. In questo modo, armati di un vocabolarietto di latino in grado di ricordarci il significato di alcune parole dimenticate (oporte→ occorre; igitur→ allora, etc.) il saggio dove diventare ragionevolmente leggibile, una volta appreso che nella Pisa l'unità di lunghezza è la pertica e quella di superficie il panoro, e che un panoro equivale a 5,5 pertiche quadrate, come ricorda PEANO (vedasi). PEANO (vedasi) dimostra con pochi calcoli elementari che il fatto che FIBONACCI (vedasi) asserisca che per trovare l'area di un cerchio basta dividere per 7 il quadrato del diametro implica che per il pisano valeva l'uguaglianza n = 2. È divertente vedere PEANO (vedasi) destreggiarsi senza timore tra pertiche e panori, ed è curioso anche l'uso spregiudicato che fa dei "numeri misti", ormai passati quasi del tutto nel dimenticatoio,  2 "Discrimen generis nihil pertinet ad grammaticam rationalem", sancisce Leibniz, e chissà cosa avrebbe pensato oggi che le discussioni su quale sia il modo più corretto per trattare al meglio il genere delle persone sono molto divisive e cariche di significati che trascendono la mera razionalizzazione della lingua. Con numeri misti si intende quella grafia che consente di scrivere ad esempio "5½" - come fa PEANO (vedasi) nella citazione - semplicemente accostando un numero intero e una frazione, senza esplicitare il sottinteso segno "+". È un metodo di scrittura di numeri frazionari abbastanza naturale, ma poiché di solito l'assenza di segno è caratteristica delle moltiplicazioni, la grafia può generare confusione, ed è caduta in disuso. Nei paesi di lingua inglese è però ancora abbastanza diffusa, al punto che la maggior parte delle scuole dedicano qualche lezione all'aritmetica dei numeri misti. Atkinson, noto appassionato di matematica ricreativa e dell'Italia ha condotto una ricerca sulla sopravvivenza dell'uso dei numeri misti nella nostra nazione, con risultati curiosi e piacevolmente  piasmentmathssesantat/ divulgazione/matematica-il linguagiortini Versa pubblicato  su  MaddMaths!: forse con le sole eccezioni dei voti  sui compiti in classe e dei tabelloni di alcune  metropolitane che segnalano l'arrivo dei treni con una precisione fino al mezzo minuto.  L'escursione in quel dimenticato volumen si è rivelata già ampiamente sufficiente a dimostrare quanto possa essere gratificante il "viaggio nella libreria", anche quando si  riduce solo a una gitarella di un paio d'ore. E si potrebbe chiudere qui anche questo articolo, una volta pagato un minimo pegno di riconoscenza all'autore del sagio saccheggiato. Ma tutti i viaggi che si rispettino presentano almeno un paio di imprevisti, e nel nostro caso è proprio L. a fornircene uno.  Come recita il suo frontespizio, il "Periodico di Matematica per l'Insegnamento Secondario" non è una rivista accademica destinata ad ospitare memorie di ricercatori professionisti, ma un giornale che perseguiva la missione di facilitare il lavoro di chi si occupa di insegnamento. Per quanto nel celebrato indice rifulgano tra gli autori nomi di matematici di prima grandezza, è assai probabile che tra i collaboratori più o meno abituali comparissero anche coloro che più di altri conoscevano i dettagli della didattica, cioè proprio i professori, ed è quasi certamente tra questi che occorre collocare il nostro L.. Pur essendo assente dai maggiori siti specializzati in biografie dei matematici più importanti, una ricerca un po’più generale intercetta facilmente un saggio che lo riguarda.  L'autore è Hans van Maanen, direttore di "Skepter", la rivista dell'associazione di  "scettici", e perciò in qualche modo consorella della corrispondente associazione italiana, il CICAP fondato d’Angela. Naturalmente, la maniera di gran lunga migliore per godersi il saggio è quello di leggerlo direttamente. Ma per chi si accontenta di un riassunto veloce giusto per capire come L. scrive qualcosa che quasi un secolo dopo ha molto irritato un pezzo grosso di Nature, ne riporteremo i punti salienti.  Vista la lunga estensione temporale della storia, forse vale la pena di procedere  cronologicamente.  Premessa: Buffon, osserva che il valore di n è determinabile per via sperimentale con il metodo che resta famoso nella storia proprio con il nome d’ago di Buffon. Immaginando un pavimento diviso in sezioni trasversali di larghezza s, lanciando a caso un ago di lunghezza a e registrando le volte m che l'ago intercetta una delle linee del pavimento, presupponendo un numero di lanci n tendente a infinito, si può risalire al valore di a utilizzando i rapporti s/a e m/n.  Il nostro L. pubblica, sempre sul  Periodico di Matematica per l'Insegnamento, (ma  volume XVII,  non il  XIX  ritrovato  nel  "viaggio in  libreria"), un sagio in cui  afferma di aver applicato il  metodo di Buffon e di aver  ottenuto un valore sperimentale di n esatto fino alla sesta cifra decimale, 3,141529, con una serie di 3408 lanci di cui 1808 positivi, e con valore di a pari a 2,5 e s pari a 3,0. Nell saggio afferma anche di aver raggiunto il risultato grazie a una sua [Ho avuto invece approssimazione maggiore col disporre la retina traversalmente, vale a dire coll'utire tra loro i lati maggiori del rettangolo. Qui le espurienze vanno divise in doe serie, ginechi. Mentro ho mantenuto sempro costante la lunglezza della sbarretta. ho fatto invece variare l'altezza della striscia compresa fra le parallele: ed ecco i rimaltati ottenuti: 1• Seme I1 SREI 100 300 13000 9000 4000 611 1200 1600 2148 3,101  3,152  3,147  8,125 8,185 100 200 10? 1000 1,115  3,180  8,1446  1142 3.1415129  3,1416 3 Estratto dell'articolo di L. Grazie alla traduzione di Garlaschelli lo si può leggere in italiano, o direttamente su Query, la rivista del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze] macchina, descritta in dettaglio, che consente di meccanizzare i "lanci casuali di un ago sul pavimento piastrellato come richiesto dall'idea di Buffon. Il risultato viene accolto inizialmente con grande entusiasmo, diventa noto a livello internazionale e non sono pochi i grandi nomi della matematica che lo accolgono con sperticate parole di elogio. Il nome di L. diventa abbastanza famoso. A parte la sua, le migliori approssimazioni sperimentali arrivano, e a fatica, a una precisione di un paio di decimali. Compaiono però i primi saggi che esprimono dubbi sulla correttezza dell'esperimento.  Badger scrive il saggio, "L.'s lucky approximation of t" in cui analizza in dettaglio tutte le fragilità della memoria di L. Parte dalla strana coincidenza - già notata del rapporto 3408/1808, cruciale nel testo di L., che è identico alla nota frazione 355/113, scoperta già nel V secolo da Chongzhi come approssimazione di p; prosegue notando la stranezza di quei "3408 lanci", poi passa a calcolare la probabilità d’ottenere per via randomica quel risultato, giungendo alla conclusione che è una probabilità talmente bassa, circa tre parti su un milione, da ritenere che quella stima fosse il frutto o di un colpo di fortuna davvero eccezionale o di un "hoax" termine che si può tradurre come qualcosa a mezza via tra uno "scherzo" e una "beffa".  Badger, grazie a quello saggio, vince un premio istituito dalla Mathematical Association of America, e ovviamente il saggio viene letto anche da Maddox, redattore capo di Nature. È naturale che un redattore capo di una prestigiosissima rivista scientifica vede la manomissione dei dati sperimentali più o meno come il proverbiale diavolo guarda l'acqua santa, e la sua ira funesta colpisce Lazzarini: titola il suo articolo come "Falsa misura sperimentale di n", usa senza mezzi termini la parola "fraud" ovvero  "frode" al posto del più morbido "hoax", e lancia perfino una specie di anatema: " ...l'articolo  di Badger dovrebbe restare come un ammonimento, a tutti coloro che inquinano la  letteratura, che i loro misfatti li seguiranno fin nella tomba.  D'altro canto, il saggio di Maanen che ci ha consentito di scoprire questo affascinante giallo matematico sembra più orientato a smorzare lo scandalo. La descrizione accurata della macchina per i lanci che fa L., a ben vedere non sembra poi così efficiente da meritarsi d'essere costruita. L’aver posto in bella vista il numero 3408 nella tabella che riporta i suoi tentativi quando i valori intermedi esposti vanno per blocchi interi di centinaia o migliaia. Insomma tutto lo spirito del saggio di L. sembra più uno scherzo che la rivendicazione di una scoperta. È anche possibile che, da insegnante, cerca e suggerisse ai colleghi qualche metodo scherzoso per affascinare gli studenti, come quella complicata macchina lancia-aghi o la meraviglia di una costante matematica trovata sbattendo oggetti per terra. A voler cercare una morale da tutta la storia, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Dall'opportunità o meno di scherzare con la scienza alla troppo diffusa propensione agli entusiasmi, o alla rissa, anche tra i più autorevoli critici. O anche sulla necessità di ricordare sempre che anche gli scienziati sono donne e uomini, con tutte le caratteristiche e le debolezze degli esseri umani. E poi, a dire la verità, la morale più evidente e ovvia che ci sembra emergere è semplicemente quella che ricorda alle riviste scientifiche prestigiose e autorevoli di non concedere i loro spazi ad arruffoni incompetenti fin troppo disposti a scherzare su qualsiasi cosa pur di vedere stampate le loro sciocchezze: ma uno strano e persistente brivido lungo la schiena ci suggerisce di non evidenziare troppo questo aspetto,  chissà perché. Cortesia: Alembert, Riddle, e Silverbrahms. Nome compiuto. Mario Lazzarini. Lazzarini.

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