GRICE ITALO A-Z G GIAM
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Giamboni: la ragione conversazionale (Roma) Abstract. Grice: “When I referred,
informally, at my Oxford seminars and elsewhere – notably at the Aristotelian Society
symposium at Cambridge – to the ‘principles of rational discourse,’ I was
having Giamboni in mind.” Keywords: principio del discorso – principii del
discorso, H. P. Grice. C Filosofo italiano. C PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI
ALLA LINGUA ITALIANA HI D I — — / PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI ALLA LINGUA
ITALIANA -- Per uso del Collegio Pio di Perugm. 6* H* JlCCOMODATI ALLA LINGUA
ITALIANA fg||p} " IjV,; 33* doveste apprendere co W attenzione e coli'
uso a sovrapporre i denti superiori al labbro inferiore j in modo da dare f
adito all'aria, perchè uscisse attraverso de gV interstizi dei denti, quasi
vento fremente. Piacendovi esaminare forte che si richiede per pronunziare la R
, comprenderete guai difficoltà voi sormontaste per proferire esattamente l’ultima
delle lettere che ordinariamente impara a ben pronunziare. Le unioni di vocali
e consonanti per formare le sillabe: V infinite combinazioni delle sillabe per
farne risultare i vocaboli: V associare i vocaboli alle COSE che essi RAPPRRESENTANO:
il leggerli insieme in modo tale da divenire un quadro fedele del pensiero;
guai vasto campo non fu alle vostre riflessioni alle quali insensibilmente vi
guidò la natura! La lingua materna che voi allora apprendeste, cioè quel cumulo
immenso di parole } ad ognuna delle quali ò annesso singolarmente un concetto,
è prova bastante dello sforzo prodigioso ad un tempo e della vostra riflessione,
e della vostra memoria conservatrice fedele dei SEGNI e delle cose SIGNIFICATE,
che furono a lei affidate dalla vostra attenzione y e dalla vostra riflessione.
Tutte queste considerazioni applicate a quegli estesi primordj dello sviluppo
delle vostre facoltà riflessive ed enunciative, ed altre che potrebbero farsi
dipendere dalle riflessioni che faceste sugli urti, e sulle percosse
esperimentate, e salii stimoli di una prudente educazione primitiva, sarebbero
valevoli ancora queste a convincervi che ne' primi tre anni di vostra esistenza
furono forse da voi fatti maggiori progressi nella somma delle reali cognizioni
di quelli che sarete per fare in tutto il resto di vostra vita. Con profonda
verità asserisce d’Alembert, che lo stato cV infanzia creduto corso d? ingnoranza
è forse molto più utile di quello che chiamasi corso di scenza delle nostre
scuole. Tuttociò servirà a persuadervi che una GRAMMATICA RAGIONATA, che esiga
da voi attenzione, riflessione, e memoria, coincide perfettamente con il
magistero della natura, e colla vostra capacità, purché sia ben diretta. Se la
grammatica che vi presento sia in qualche modo atta a guidarvi, ed a farvi
riprendere il corso di quella logica appresa dalla natura, dalla quale vi fece
deviare una donniciuola insulsa, od uno sciocco pedante, potrà ciò decidersi
dagl’esperimenti, che dai saggi precettori si faranno sulla vostra curiosità di
fare scoperte, e sulla vostra avida compiacenza di apprendere ragionando Trentamila
forse, di quarantamila padri di famiglia della nazione italiana, che indirizzano
i figli alle pubbliche scuole, non richiedono già che vengano questi istruiti
per la carriera ecclesiastica, nè per la toga, nè per il foro, nè per le
maggistrature, nè per e scenze elevate; ma solo propongonsi che le facoltà
intellettuali di queste tenere menti ricevano sviluppo tale da derivarne
fecondi e permanenti risultati per il regime domestico, per le arti cui
dovranno dedicarsi, pel commercio, per una industria qualunque. A questo loro
voto mal corrisponde il fatto pur troppo notissimo. In tutte o quasi tutte e
scuole d' Italia la lingua latina è l’unica, o almeno la principale occupazione
di tutta [I diversi mestieri, le arti meccaniche, la nautica, l'agricoltura,
vogliono metodi, disegni, processi, macchine, misure, proporzioni. Tuttociò non
può ottenersi senza cognizioni fisiche, chimiche, matematiche. È stato detto
con profonda verità: che non pi può essere una fabbrica di panni ridotta a
perfezione presso un popolo che ignori l' astronomia. 8 la scolaresca, senza
distinguere quella classe che forma.il minor numero dallo scopo che ha in mira
quel massimo numero di giovanetti cui rcndesi talmente INUTILE LO STUDIO DELLA
LINGUA LATINA – H. P. Grice: “Not at Oxford: indeed the proficiency of a
classical education should be encouraged even further!” -- che P ohliano per
sempre, e senza alcun danno, ne IP atto stesso che esultando fuggono dalle
scuole, e dai precettori. Questa esultanza non potrà mai condannarsi, nò da chi
vorrà consultare le impressioni spiacevoli e triste che si ridestano sempre ali
idea di lingua latina, di grammatica, di concordanze, e degi'insulsissimi latinucci;
nò da chi darà un occhiata retrograda a quelle catene che trascinò per cinque
anni almeno nella polvere delle scuole, straziando la sua mente, violentando la
sua ragione. Furono queste catene che incepparono l’avidità di conoscere, che
costrinsero l'attenzione a finger di attendere, che violentarono la memoria ad
impinguarsi con meccanico sforzo di declinazioni, conjugazioni, e di un ammasso
di fredde regole grammaticali, e di vocaboli troppo astratti per essere comprensibili
col mero loro nome. Precluso così l'ingresso ad utili verità, se una qualche
dovizia acquistò la memoria, è sempre a danno della calcolatrice ragione. Non è
nostro scopo di seguire in questo laberinto quella minima classe che continua
ad errarvi per apprendere le lingue delle repubbliche, le istorie delle repubbliche,
i costumi delle repubbliche, gli csempj delle repubbliche, con inutili
tristezze dei più begli anni della vita, troppo da se inchinevoli al raffronto
dei casr attuali coi passatici. Ma lasciando questo scarso numero, e volgendo
le considerazioni unicamente al numero maggiore, saremmo costretti a dirigerci
coi padri di famiglia ai sapienti e virtuosi moderatori e promotori della
pubblica istruzione – H. P. Grice: “As Clifton was not!” -- , interrogandoli se
convenga di dileguare una volta quello spettro funesto che con barbaro metodo
strazia da più secoli ed istupi- [Su di ciò potrebbe consultarsi il parere del
soavissimo Plusch certamente non sospetto, perchò scevro per natura da ogni
spirito di partito. I giovani, Plusch dice, possono ben chiamarsi sventurati
per non dire traditi. Attesi con tanta aspettativa dalle case paterne per
riempire le speranze dei genitori vi ritornano essi dopo più di dieci anni di
applicazione, di fatica, e di dispendj, tutti boriosi e contenti perchè HANNO
APPRESO AD ACOZZARE QUATRO FRASI DI CICERONE, e qualche greca paroluzza, e
perchè credousi capaci di fare un epigramma, un sonetto, un disegno, una
suonata comunque. Se poi loro domandate cosa sia il mondo in cui vivono, cosa
vi sia accaduto, cosa siano essi stessi, e quali i loro doveri, saranno quasi
tutti incapaci a rispondere perchò privi di ogni cognizione fisica, istorica,
morale, e perchè sono istruiti con un metodo che fa veramente pietà. S'insegna la
lingua latina colla lingua latina, devono apprendersi LE PAROLE prima di sapere
le cose, ed il modo di PARLARE ELOQUENTEMENTE prima di esser giunti a
rettamente pensare. Si fa ad essi studiare LA FILOSOFIA senza metodo, senza
fisica, e senza matematica. Insomma non s'insegnano che parole latine e
precetti, cioè parole e poi parole. Jì cosi quel giovane delle migliori
disposizioui, che pur credevasi assai bene istruito, è ritornato vuoto di utili
idee, senza armi contro le sue passioni, senza lumi contro l’errore. Converrà
che egli col suo genio, e con una volontà veramente efficace apprenda nel suo
gabinetto a dis-imparare il male imparato per poi rifare quel vero studio che
atto sia a consolàrio e guidarlo retUmeute in tutto il corso di sua vita. • io disce i tanto varj, pronti, e fecondi
ingegni delle scuole d'Italia: ed istituire, colla stessa forza che abbatte,
quei metodo voluto dalla ragion pubblica e dall'amor santo della verace
grandezza d’Italia. Questo metodo se si volgerà primieramente a quella lingua a
cui dovranno ricorrere i giovanetti in tutti i periodi della lor vita parlando,
o scrivendo, s' imiteranno allora le celebri e sagge nazioni antiche e moderne.
Ognun sa con quanto impegno venisse istruita la greca gioventù nel pretto
atticismo; e con quale ardore inculcasse CICERONE alla gioventù di Roma d’apprendere
il parlare cittadinesco, chiamato urbanitas, che consiste nel dire le cose bene,
naturalmente, e con grazia – “or grace” -- GRICE. E di fatti esso CICERONE sospingeva
i teneri fanciulli a formarsi nella purità dei loro sermone sugli esenipj
epistolari della gran Cornelia dei Gracchi, la quale, come altra Madama Sevignè
di quei tempi, ferma nelle sue epistole il nitore dell'idioma latino. 1/ istruzione è la sorgente della pubblica
prosperità. La popolazione delle carceri sarà sempre in ragione inversa della
popolazione delle scuole sistemate opportunamente. Questa verità è stata
dimostrata ancora da Dupin che ha voluto calcolare i fatti. Se vi fu mai
monarca che in odio avesse e scenze e scenziati, questi al certo col
dichiararsi 1' inimico di ogni incivilimento spiuto avrebbe i sudditi a gran
passi verso Ja de- gradazione. Alfonso che fu V onore di Aragona e della Sovranità,
e che apprezzava Filippo di Macedonia ancor più perchè credette render degno'
il figlio del Trono col farlo ammaestrare da un grand' uomo, dir soleva: amo
meglio di perder tutto quanto posseggo , piuttosto che una parte di ciò che so.
Ma perchè questo metodo abbia spirilo e vita, e favorisca io sviluppo della
ragione, senza aberrare in licenze, sarà di mestieri che si attenda ad un certo
rigore quasi matematico: analizzando l’indole, e V iificio di ciascuna parte
del discorso: esponendo il come ed il PERCHÈ – H. P. Grice: “‘rationalism’, ‘reason
why’, even applied to the lingo!” -- debbano usarsi queste parti: mostrandogli
anelli chele congiungono: distinguendo i vocaboli radicali dai derivati, i
semplici dai composti, gl’originar] dai sostituiti, i proprj dai traslati:
discoprendo quelle delicate varietà per cui NIUN VOCABOLO è TOTALMENTE SINONIMO:
determinando con esattezza e limpidezza il significato dei vocaboli di ciascuna
espressione prima della sua applicazione. Queste esatte distinzioni; questi
ingegnosi sviluppi; questi sottili confronti; questa precisione e chiarezza; in
somma questo metodo ragionatore che collega esattamente le idee -- nel ebe
consiste il vero segreto dell'analisi -- eccitando la curiosità, l'attenzione,
la riflessione degl’appagati giovanetti , darebbe uno sviluppo efficace al loro
ingegno, e quasi dolce pioggia feconderebbe in modo queste tenere pianticelle
da darci con prontezza quei frutti preziosi, che attendonst con tanto ardore
dai genitori, e della nazione. Una grammatica di tal natura, che atta fosse a
sparger la luce sul maggior numero, potrebbe forse riguardarsi come libro il
più interessante; se è vero quanto fu detto da uno scrittore: ebe il primo
libro di una nazione è il dizionario della sua lingua – H. P. Grice: “Except I
don’t give a hoot what the dictionary says!” -- - Ci accingeremo adunque a dare almeno un'idea
di qucsia grammatica intellettuale finche uomini di più acuto senno, di più
chiaro metodo si determinino a perfezionarla; essendo sempre vero che i difetti
stessi di un primo esperimento servono spesso a condurre un progetto alla
perfezione. Chiunque però ne assumerà l’incarico temer non dee l’onorevole
rimprovero di scrivere ria Filosofo, cioè di scrivere con senno per farsi
intendere utilmente. Crediamo nondimeno che non sia da dipartirsi dalla nomenclatura,
e da certo andamento consacrato dall'inveterato uso grammaticale. Mentre una
grammatica Condilacchiana – o GRICEIANA – che H. P. Grice chiama la grammatica
del pirotese --, o modellata su quella di Tracy, forse non si comprenderebbe
agevolmente da gran parte dei precettori attuali, non addomesticati per anco
col- V analisi , e molto meno si accomoderebbe a chi la penetrasse; giacche,
superbi delle loro cognizioni, sdegnerebbero cosa che, già effet- tuata da
uomini grandi , non offrirebbe che una imitazione inferiore. E siccome siamo
convinti con il Signor Perigord che uno de' mezzi più potenti per migliorare la
publica istruzione debba consi- stere nello spirito d'analisi, e nell'
applicare a tutti gli oggetti d'insegnamento, per quanto è possibile, il metodo
de' matematici; perciò abbiamo azzardato di provarci a darne un qualche saggio
in queste nostre lezioni grammaticali. Sappiamo bene che appunto perciò, presentandosi
queste con aspetto di novità, incontrar dovranno l'opposizione principalmente
di alcuni stabilimenti scolastici. Ma al pensare che altri e cospicui corpi di
publico insegnamento già si sono aggiustati alle nostre idee con risultamcnto
maravi^lioso; ed al riflettere che alcuni altri stabilimenti di publica
educazione già si volgono a coincidere colle nostre MASSIME – come le chiama H.
P. Grice --, e già danno ordine per il collocamento di una scuola di lingua
nazionale; arditi e franchi ci poniamo da uno de' lati ogni tema, ed
animosamente proseguiamo nel nostro proposto. E perchè tutte le grammatiche
coincidono nei loro principj, fissati quelli dell'italiana potrà facilmente
farsi dipender da questi la grammatica latina, che diverrà allora chiara,
utile, e compendiosa. DELLE PARTI DEL DISCORSO Per parti del discorso
intendiamo quegli elementi cherendonsi indispensabili per formare un discorso
completo, onde COMUNICARE – o significare – H. P. Grice su C. L. Stevenson -- ad
altri i nostri bisogni, i desiderii, e i pensieri $ e ciò o con suoni
articolati e fugaci, che diconsi voci (1)5 o con segni visibili e permanenti,
denominati scrittura. Tanto gli uni, che gli altri, si chiamano parole, o
vocaboli. Alcuni fra questi ricevono una varietà di modificazioni finali per
esprimere SENSI diversi 5 e declinando, per dir così, dalla semplicità del
primitivo significato, diconsi perciò parti declinabili} mentre gl’altri,
conservandosi giusta la loro origine inalterabili, vengono chiamati parti Indeclinabili
– H. P. Grice: Fido is shaggy; Fido and Rufus ARE shaggy. Le voci sono segni
convenzionali – o meglio, arbitrari, ma nota l’etimologia di ‘convenzione’ –
venire giunto -- che vestono le idee spirituali quasi con veli sensibili per
trasmetterle nello spirito degl’uomini e così legarli in comunanza fra loro. Per
segni visibili e permanenti intendiamo le lettere alfabetiche, le quali
conservando le parole e ridonando ad esse quei pensieri che quasi in deposito
furongli affidati, ci fauno conversare insieme in distanze enormi, anzi serrono
perfino a far parlare gl’uomini morti mille e più anni aranti. Dall'esatta
combinazione delle parole, scritte, o pronunziate, risulta il discorso espositore
fedele de’nostri pensieri. La scenza delle parole atte a dipingere fedelmente
quasi in copia il quadro originale delle idee concepite già dalla mente, è là
grammatica delle lingue – H. P. Grice: “Austin loved Chomsky because he set
GRAMMATICA higher than PHILOSOPHIA!” --. Fra i principii di questa scenza,
altri sono universali ed immutabili, come provenienti dalla natura del nostro
intelletto, seguendone le leggi, e questi sono comuni a tutte le lingue – cf. L’universalità
dell’implicatura conversazionale e il ‘cunning’ della ragione conversazionale
--, altri sono esclusivamente proprii di ciascuna lingua particolare, perchè
derivano da libere convenzioni. Questi secondi, ridotti a regole dedotte da sensate
osservazioni sulle parti declinabili e sulle indeclinabili della lingua italiana,
costituiscono la grammatica di questa lingua. Dunque dagl’elementi della
grammatica GENERALE o RAZIONALE, che sarà la prima parte dei nostri principii
del discorso, conoscerete voi la maniera di parlare in qualunque lingua; e
dalla grammatica particolare che riguarda la lingua italiana, e che forma per
noi la seconda parte, dovrete apprendere ad esprimere con questa lingua i
vostri concètti esattamente. Gli uni e gli altri principii verranno compresi Il
vocabolo “discorso” – “as I have often mention” – H. P. Grice -- deriva forse
dal latino discurrere [ scor- rere ) quasiché si volesse fare intendere quella
rapidità con cui il discorso quasi alato mercurio scorrendo per le vie intellettuali
fa passare rapidamente nelle altrui menti il maggior numero d'idee e di
rapporti col minor numero di vocaboli. Il vocabolo “scenza” – cf. H. P. Grice,
the devil of sicentism -- deriva da scire (sapere) dei latini. E siccome una
scenza è un complesso di verità connesse con esattezza dipendentemente dall'esame
e sviluppo del soggetto di che si tratta, perciò dir dovremo che la scenza
delle parole – studies in the way of words -- si associa intimamente con quella
delle idee – the way of ideas, the way of things -- e viceversa, senza forse
poter fissare quale delle due debba precedere. J 7 dalle regole della nostra grammatica, la
quale, non volendo insegnar parole e solamente parole, per non avvilire la
ragione de’giovanetti, e coltivare unicamente la loro memoria 5 perciò vorrebbe
discendere piuttosto a far conoscere il carattere delle parole atte a vestire
le idee di queir abito che ad esse conviensi, acciò il discorso proceda con
ordine – H. P. Grice, “Be orderly” --, e soddisfi T altrui attenzione. DEL NOME
SOSTANTIVO. Interroghiamo uno dei nostri piccoli allievi, dicendogli: mi
sentite voi parlarci dunque provate una sensazione 5 dunque siete sensitivo;
dunque avete F essere 7 e siete. Codesta sensazione non si sperimenterebbe da
voi se qualche essere, esistente fuori di voi, non vi facesse sentire la sua
esistenza, con una impressione fatta nell’organo del vostro udito. Ora quanto
sperimentate esistere fuori di voi in una maniera indeterminata, è appunto ciò
che voi denominate COSA – non oggetto. Se la vostra sensazione è piacevole, voi
dite: la cosa e buona 5 se la sensazione è molesta , voi dite: la cosa è
cattiva. ÌSk an- cor contento V inoltrate a dare un' azione alla cosa, dicendo:
questa cosa mi ha fatto bene, quest' altra cosa mi ha fatto male: Dunque avete
patito, ossia siete stato paziente. Che se vi riguardate passivo, sotto la
impressione molesta o piacevole che fa la cosa in alcuno ■ * (0 Quando si parta
da un punto ben cognito, cioè dall'esatta osservazione sui fatti, e si batta
dritto la strada dell’evidente connessione delle idee si giungerà ovunque con
sicurezza ìoogle i8 dei vostri sensi, non j>otete non riconoscervi attivo
allora che siete in azione, osservando codeste sensazioni) quando le
distinguete, quando le paragonate fra loro, quando insomma pensate. Ciò che voi
pensate lo chiamate OGGETTO 5 onde dite: oggetto – NON SOGGETTO -- del
pensiere. – Il soggetto del pensiero sei tu. Dunque LA COSA ha una esistenza
sensibile; e l’OGGETTO una esistenza intellettuale. Bl V una che V altro
chiamasi ente, a essere, vale a dire isolata esistenza, o quasi sola stante,
che perciò dicesi SOSTANZA – H. P. Grice and P. F. Strawson: “As when we say
that ‘Socrates,’ which cannot be a predicate, is a substantial.” Quei caratteri
da voi concepiti inerenti, ed essenzialmente proprii alla sostanza, perchè
senza alcuno di essi cesserebbe di esistere, si chiamano proprietà' essenziali
della sostanza 5 tali sono, per esempio, riguardo al vostro essere, la
sensazione, ed il pensiere – cf. H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct
perception” --; e riguardo alla cosa la sua estensione (res extensa, non
cogitans). Mentre che a quelle modificazioni della sostanza, dalle quali vi
viene manifestato quale essa è riguardo a voi, daremo la denominazione di qualità
1 accidentali. Saranno dunque qualità della sostanza il colore, l’odore, il
sapore, ec. da voi CREDUTE – per istinto -- inerenti nella sostanza medesima.
Ma non contenti di aver conosciute le sostanze colle loro proprietà, e qualità,
vi piace di comunicare ad altri queste vostre cognizioni. È allora che vi
prevalete di quella moltiplicità di vocaboli che, servendo a dare il nome alle
sostanze, furono chiamati NOMI sostantivi $ mentrechè quei vocaboli Eppure ci
dice Tracy che il nome molto male a proposito si chiama sostantivo; e che per
dare ad esso un nome tratto dalla sua funzione dovrebbe denominarsi ASSOLUTO o SOGGETTIVO.
Lasciamo al lettore il giudicare se sia soddisfacente la ragione che esso ne
adduce -- Milano, ovvero se debba conservarsi la voce sostantivo comechè
proprissima. DinitÌ7 C-nc 19 che servono ad esprimere le proprietà, e le
qualità quasi aggiunte alle sostanze, dicousi nomi aggettivi – H. P. Grice: “My
example: ‘shaggy’, meaning ‘hairy-coated.’”. U nome sostantivo serve di base e
di nucleo a cui si legano e s' innestano le varie proprietà, e qualità che può
avere; per es. (2) Lunghezza-f- larghezza -f- profondità=estensione. Ente 4-
esteso -j- sensibile 4- divisibile 4. . . , *orpo. Corpo -(- elastico -f acuto
+ tagliente + ri- splendente -f- • • s= Spada. Corpo -f pesante -f- duttile -f-
giallo-splendente + solubile + . . . = Oro. Cosa -f- animale, o vegetale, o
minerale -f- di qualunque sapore -f- di grave o mortai danno -f- . . . =
Veleno. Questo vocabolo si usa ancora, in senso traslato (3J per indicare ciò
che desta una profonda [La voce “aggettivo” – H. P. Grice, “adjectival” –
shaggy -- deriva dalla latina adjicere (aggiun-gere), e ci fa quasi intendere
che i vocaboli aggettivi servono ad esprimere le proprietà, e qualità aggiunte
ai sostantivi. Per più breve ed evidente metodo di esporre le nostre idee ci
siamo valsi di due segni algebraici +, =. Sappiano i giovanetti che il segno “+”
suona lo stesso che la voce “più,” ovvero con j e che l 1 altro “=” (eguale) ci
dice che esiste la relazione di eguaglianza fra IL SIGNIFICATO – SEGNATO dell’espressione
che lo precede, e dell'altro che lo segue. La voce traslato, che deriva dalla
latina transferre (trasportare) significa che ciò che appartiene a cose fisiche
– “the cream in my coffee” – Grice -- vieti trasportato agli oggetti
intellettuali – “my addressee” – Grice --, od anche morali , o viceversa che le
passioni dell' animo, e le azioni della mente vengono appropriate a cose
fisiche. Di qui è che diciamo . 'Occhio severo: lume della ragione: passione
ardente: Cuore infuocato: Mare furioso: Prato ridente: benefica Natura ec.
Diciamo ancora di un mordace scrittore: la sua penna avvelenata: in questa ed
altre simili espressioni viene attribuito ad un'ente ciò die NON – Grice:
category mitake -- gli conviene se non che avuto riguardo all'effetto che
produce; od anche ciò che è proprio di un tutto ad una sua parte dicendo per
cs. mano stanca j e viceversa. 4» 0U0 ^ é smania nell' animo; p. é. la calunnia, il
sarcasmo t la satira sono quei lenti veleni della società sempre detestati,
sebben sempre accolti. Cosa + vegetale o minerale + amara -f. vene- fica + * .
. = Tossico, p. e. attossicato avea sempre il coltello. Questa voce non suole
usarsi in senso traslato. Pure abbiamo da Alfieri : Or versa — Il mortai tòsco
che in tuo cor rinserri. Cosa -j- di forte splendore -(-...= Luce. Onde dicesi
luce del giorno: luce risplendente, ec. Cosa -f- di debole splendore . . s=
Lume. Quindi è che si dice lume di luna; lume chiaro ec. Diremo similmente in
senso traslato: dar lume alla materia di un soggetto coli' ordinarla \ ridotta
poi che sia allo stato di evidenza, avrà allora ricevuto luce completa. Oggetto
-f buuno o cattivo + bramato o sfuggito -f di evento probabile -f contro il
desiderio -{-...= timore. Timore + immediato + forte + danno fisico o morale
-{-•••= paura- Paura + terribile + improvvisa massima •J- . . . ==± spavento.
Onde diremo; lo spavento del fulmine che striscia sul capo. Anche un sol
vocabolo aggettivo può avere il carattere di esprimere la riunione di altri
aggettivi spettanti al sostantivo cui appartiene 3 per es. diremo di un Uomo:
Scarseggiante -f di vitto -f- di vestito -f- vicino alla necessità + . . . e=s
povero» Povero -f- privo del necessario -{- avvilito -f- servile + dispregiato
compassionevole + . . = meschino. Smisurata idea del proprio merito + dispregio
pegli altri -{*•,• = Orgoglio. t 21
Impulso ad agire -f- proveniente da sentimento morale = dovere. Per es. è un
dovere il rispettarsi reciprocamente. Impulso ad agire -J- proveniente da leggi
positive = obbligazione ; onde diremo: in Grecia ed in Roma i giovani erano
obbligali a cedere il posto ai vecchi ne' pubblici spettacoli, in segno di
venerazione, dovuta ali 1 esperto senno. Opinioni e desiderii identici -f-
stima fiducia recìproca -(-...= Amicizia. Gli addotti vocaboli e tutti gli
altri composti potranno da voi riguardarsi come la somma che risulta dall'addizionare,
o concretare una varietà di vocaboli per formarne un sol gruppo ed esprimerlo
con un solo vocabolo concreto che è una vera somrna. Per comprendere in qualche
modo quale immenso gruppo d'idee possa venir compreso da un sol vocabolo che ne
è la somma vi basti dare un occhicata a quelle che sono racchiuse nella parola
dritto – cf. H. P. Grice: ‘different priorities of ‘right’ – moral right, legal
right --. Dritto naturale che guida l'uomo colle ispirazioni della natura, e
col sentimento de' suoi doveri -f- Dritto politico che costituisce la forma di
governo di ciascuno stato -f- Dritto civile che regola gì' interessi privati di
ciascun membro -f- Dritto delle genti che pone tutti i popoli in comunicazione
fra loro + Dritto divino che lega con forza sopranaturale le istituzioni della
sapienza uma- na -f ... = Dritto. Questo brevissimo cenno sulla composizione
dei (1) Se l'idea di un Legislatore Supremo non conservasse i dritti degli
uomini, le loro passioni indipendenti spezzerebbero continuamente come una
fragil rete tutte le leggi stabilite per contenerle. 22 vocaboli servirà a
farvi comprendere fin :ia Iure completa sulle operazioni aritmetiche ) : ono
poi astenuti diminutivi , benché abbiano la terminazione in “-otto,” le voci “signorotto,”
“aquilotto” y le- pi otto 9 ed infinite di questa fatta. Sono ancora diminutive
quelle voci colle finali in -ino, -itto, -elio y uccia > ina , ec. che
servono ad esprimere piccolezza dell’individuo, come fanciullino, ca- scttina y
bambinello, verginella ? giovanetto, casuccia y ec. I vezzeggiativi vanno a
finire in etto, elio , • 35 uccio , uzzo
, ino ec. es. semplicetto , vecchiardi lo, contadinuccio, vecchiuzzo,
fratellino ec. I dispregiativi finiscono in accio, astro , aglia, uppola , affo
, attolo ; es. popolaccio, femminac- eia , giovanastro, plebaglia, otniciatto,
libriciattolo, casuppola. cap. m. Dell accompagna nome. Se il nome, tanto
individuale , che personale, serve pei* se stesso a farci distinguere l’individuo
in modo da presentarcelo separalo non solo da tutti gl’altri di diversa natura,
ma da quelli ancora della sua specie, non oltiensi lo stesso uficio nè dal nome
collettivo, nè dal qualificativo. Si ebbe perciò ricorso alla terminazione
finale per indicare uno, o più di tali individui, dicendo j colonnA – H. P.
Grice, “ox”, in Oxford --, colonnE – “oxen”,
as in “Oxenford” – H. P. Grice -- ec. Oguun sente che da queste due terminazioni
diverse ci viene indicato soltanto che l’individuo per es. Colonna (“ox” – H.
P. Grice – “but cf. ‘grice/grouse’” --, non deve confondersi con una moltiplicità
d' individui colonnE – “oxen,” chicken”. Quando però diciamo: convien prendere
una colonnA, veniamo a significare la scelta da farsi d’UNA colonnA fra questa
moltiplicità d' individui della medesima specie. Finalmente se diremo fu presa
la colonnA, è allora che verrà da noi precisata la colonnA prescelta far le
altre tutte. Un Poetastro stampò contro Benedetto XIV una sutì- raccìa» H
Pontefice la lesse, la corresse, e scrisse all' autore S ve la rinvio corretta
acciò la vendiate meglio. Di qui è che si rende a noi manifesto che le voci “uno,”
“il,” servono a ristringere sempre più il significato dei nome – H. P. Grice: “He’s
meeting a woman tonight” – “a tortoise” – “broke a finger”. Infatti chi dice :
V uomo è opera del Creatore, viene ad accennare quest' opera, senza indicare
però se vi sono altre sue opere, senza presentarci questa distinta dalle altre,
e senza precisarcela in un modo particolare. Che se dirò l'Uomo è UN’opera – H.
P. Grice: mass-noun, non-mass noun -- del Creatore, farò intendere – IMPLICARE,
SUGGERIRE – SIGNIFICARE, INDICARE --, e che vi sono ALTRE sue opere, e che
questa è una combinata colle altre. Finalmente quando dico: Y Uomo è L’opera
dei Creatore | è allora soltanto che vengo a presentarla staccata, e distinta
da tutte le altre sue opere, come che per noi la più portentosa. Così, veuendo
interrogato uno di voi: avete veduto Persona? se risponderà: “Non ho veduto
persona,” “Ho veduto UNA persona,” ovvero “Ho veduto LA persona.” La risposta
nel primo caso indicherà – IMPIEGATURA, suggerire, implicare, indicare,
significare -- persona in un modo indeterminato. Nel secondo, determinerà il
suo numero. Nel terzo preciserà il numero, e farà comprendere .incora la specie
individuale della persona. Così dirassi: un forte volere, un alto imaginare, un
maturo pensare; adoperando “un” – Grice: “the uses of ‘a’” -- in luogo di “il,”
perchè così al volere, all'imaginare, al pensare, vien dato quell'estesa ed
illimitato significato che si vuole appunto che abbiano tali voci. Ma, se ben
si attende, potrà scorgersi facilmente non competere soltanto alle voci “il,” “uno,”
– H. P. Grice on ‘a’ -- il carattere d'individuare il nome con minore, o
maggior precisione \ ma esser proprio ancora un tale uficio de' vocaboli – H.
P. Grice, ‘demonstratives, and quasi-demonstratives, proximal, medial, distal
--, esso, desso, questo, stesso, medesimo – Grice, “Sameness and substance,” “Someone
is hearing a noise”. Anzi la loro indole è tale da precisarci in modo il nome,
quasi mostrandolo a dito con più, o meno energia. Tutto ciò può sentirsi dalle
seguenti espressioni: “padre,” “un padre,” “il padre,” “padre,” “desso padre”, “questo
padre,” “questo stesso padre,” “questo medesimo padre.” – cf. H. P. Grice: “He
is meeting a woman – he is meeting his woman.” Ed è perciò che i sette addotti
vocaboli, attesoché si associano con il nome per dare ad esso una maggiore o
minore determinazione, potranno denominarsi accompagaanomi, od anche voci determinanti.
Dal loro uficio stesso di precisare l’individuo che vien RAPPRESENTATO dal
sostantivo, cui si associano, si comprende perchè NON debbano unirsi nè con i
nomi individuali e personali – “Scorates” cannot be a predicate, it’s a substantial”
– H. P. Grice and P. F. Strawson --5 non dicendosi: “uno Pietro”: “uno Arno”: “il
Pietro” – ma “la Callas” -- ec. nè cogl’aggettivi imperfetti od incompleti) il
carattere oe quali consiste appunto nel voler denotare in un modo indeterminato
tanto il numero degl’individui, come la specie, o particolar carattere di ciascuno
5 onde NON può dirsi: “uno alcuno” – “one someone” – H. P. Grice on (Ex) as ‘some
(at least one) --, “il qualche,” “il certuno” ec. S' intende dunque il perchè,
nominando persona , o cosa ignota a coloro ai quali è diretto il discorso, si
adoperi la voce (“uno”), per es. venne un amico 5 ed in seguito del discorso si
faccia uso della voce (“il”), dicendo: “venne l'amico”; atteso che in questo
secondo caso si suppone l’individuo amico *già noto*. È vero che talora anche
con i vocaboli indeterminati “qualche,” “tale,” “certo,” ec. sogliamo unire la
voce “uno,” dicendo: “un qualche,” “un tale,” [Questa maggior forza
significativa [H. P. Grice, STRENGTH, vis] che ha la desso sopra r altra esso,
si rileva ancora dall’ETIMOLOGIA di queste due voci. “Esso” è tratto dalla
lingua latina “ipso,” mentre “desso” viene da “de ipso,” quasi di “esso,” servendo
appuntò la dì ad asseverare, o confermare con più viva efficacia. Presso i
latini ancora il pro-nome die serve bene spessa ad estendere la determinazione
di un nome. un certo; ma ciò proviene dai SOTTINTENDERSI [H. P. GRICE CONVERSATIONAL
IMPLICATURE] alla voce uno, qualche altra voce collettiva; cosichè veniamo a
dire: “un qualche uomo,” “un certo individuo,” ec. Talora associamo la voce “uno”
con i sostituiti vocaboli personali, od individu;ili , dicendo: “è una
babilonia” 5 “è un Nerone,” – cf. H. P. Grice and P. F. Strawson, “”Socrates”
cannot be predicates, but we can say that Josepth was A SOCRATES” – “è un Tito,”
intendendo però che debbano esservi sostituiti altri vocaboli collettivi del
significato analogo: “e UNA babilonia” +> è una confusione; “e un Nerone”
+> “è un imperante crudele” 5 “e un Tito” +> “è un sovrano adorabile.” Così
potrebbe dirsi: “è un Leopoldo” per indicare un benefattore nel trono, che
vuole efficacemente la felicità de’sudditi. Che se ai nomi individuali, Cairo,
Roccella, Mirandola, vanno unite le voci – “il,” “la” -- ciò deriva dall'essere
SOTTINTESA [H.P. Grice: conversational implicature] in origine a codesti vocaboli
la voce collettiva “provincia,” cioè, “Cairo” => “la provincia del Cairo;” “Roccella,”
+> “la provincia della Rocella;” “la Mirandola” => “la provincia della
Mirandola”\ come diciamo anche in oggi “la Marca,” “la Romagna,” “la Francia,” “la
Toscana, “l’Italia,” ec. col SOTTINTENDERE [H. P. Grice: conversational
implicature] i rispettivi nomi collettivi. IV accompagna nome i7, che non si
associa che con il sostantivo, unendosi con qualche aggettivo darà a questo il
carattere di sostantivo \ quindi [Pietro Leopoldo più Magistrato che Sovrano
dette una prova di fatto che il suo gran tuore era ripieuo tutto del sentimemto
della felicità de’suoi sudditi. Nella maestà e filantropia delle sue leggi liberamente
concesse al popolo toscano, racchiuse quella sapienza ed umanità che regge
felicemente questa bella, industre, frugale, e saggia parte d’Italia, che
prospera sempre più, per il regime sapiente, benefico, e soave di Leopoldo IL
Questo Principe tu lo vedi inoltrarsi tutto solo a traverso di folto popolo
geloso custode della inviolabilità u» tua sacra persona, perche sa dominare
soavemeute nel cuore dei sudditi che lo adorano. » hi farà dire a Tilo : o sia giudica . Dunque un giudizio è la
cognizione di un rapporto, ossia è l’asserzione dell’esistenza di un rapporto. L’oggetto
che si prefigge la nostra grammatica esigendo una certa classificazione di
giudizi, secondo il diverso uficio che ci prestano 5 sarà perciò : [Ci è
affatto incomprensibile la maniera con cui acquistiamo le sensazioni e le idee
tanto dirette che riflesse, vale a. dire le nozioni. [Ci prevarremo alle volte
dei simboli generici degl’algebristi per il motivo addotto. Piacendo al
Precettore di adottare il metodo cT istruzione, simultanea in luogo della
individuale, e di render sensibile l’astrazione dei simboli con molti esempi,
vedrà egli allora dissiparsi ogni apparente difficoltà di rendersi
intelligibile. [La voce rapporto potrebbe supporsi derivata dati* alto della
mente di portare, per dir così, un idea al confronto di un altra, onde
conoscere la loro relazione. Il vocabolo giudicare forse deriva àaìjut dicere (dire
il giusto) dei latini. 48 i.* Classe. Giudizi di rapporto d'inclusione.
Consistono questi nell’asserzione della mente che un idea B è inclusa in un
altra idea A. a. a Classe. Giudizi di rapporto di uguaglianza, ed anche d'
identità. Quando la vostra mente, confrontando l'idea C colla idea/?, giunge a
conoscere che una è uguale all'altra, come er es. che /' idea d' una colonna è
eguale ai- idea a" un altra colonna; allora asserisce l’esistenza di
eguaglianza fra queste due idee, o sia, giudica del loro rapporto di
eguaglianza. Qualora il giudizio si raggiri su due idee misurabili astratte,
come 2 + 1 = [\ , allora lo diremo giudizio di rapporto d'identità , perchè si
asserisce dalla mente che è ciò che è; infatti , chi dice 2 + 2 = 4 dice che 4
= 4 5 c *°è cne 4 è 4- (2) 3.* Classe. Giudizi di rapporto di differenza.
Confrontando due idee G ed M , e scorgendo fra esse una qualche differenza in
più o in meno, come per esempio fra l’idea di un tutto, e l' idea di una sua
parte, allora asserisce la mente l’esistenza di differenza fra due idee. £d
ecco un giudizio di rapporto di differenza. Prima che discendiamo alle altre
tre classi di giudizi, immaginatevi una linea retta, che con [Identità è
l'aggettivo sostantivato della voce “identico,” che deriva dall'”idem,” stesso,
dei latini; e ci fa intendere che l'identità consiste nel ravvisare un'idea
eguale a se stessa ( v. I»aij. 53 ). (•/) I giudizi d' uguaglianza, e quelli
d'identità vengono espressi dalle voci: “egualmente,” “tanto,” “quanto,” “cosi,”
“al pari,” ec. Questi giudizi si esprimono colle voci “maggiore,” “minore,” “più,”
“meno,” ec. una sua estremità si trovi al principio, e coir altra al fine della
fisica esistenza della natura -A-B-C-D H- N-O-P-Q. Supponete che un suo punto h
indichi' il momento attuale in cui la osservate; che i suoi punti . . . a 9 b ,
c , d , . . . che precedono il punto di tempo h indichino i tempi- passati; e
che dai suoi punti . .../ì, o, p , q, che succedono al momento k , vengano
indicati i tempi futuri. Sotto questa linea, suppongasi da voi esisterne un
altra dalla quale vengano indicati i pensieri o le azioni umane che si sono
succedute f e che- si succederanno. In questa seconda linea di pensieri o d'
azioni, che potrete riguardare identica colla prima linea del tempo, supponete
notati in correspettività dei tempi i pensieri od azioni./. A, B , C 9 D . . .
che hanno preceduto l'azione attuale H 9 ed inoltre i pensieri od azioni . . .
N , O 3 P , Q . . . che saranno per succedere ad H. Il rapporto fra l’azione
attuale H con il punto di tempo h, lo diremo di tempo presente: i rapporti fra
le azioni passate .. .tA, B , C , D . . . , ed i punti di tempo che ad esse
corrispondono li diremo di tempo passato. Finalmente i rapporti delle azioni N
, O , P , Q . . . con i respettivi punti di tempo n, o , p , q ... ili cui
devono effettuarsi -9 li diremo di tempo futuro. Si comprende da ciò quali
sieno i giudizi della 4.* Classe. / giudizi di rapporto delle azioni con i
tempi; come, per es. dicendo: “passeggiai ieri;” “scrivo adesso;” “studierò
domani,” asseriscono 3 5o 1' esistenza di rapporto delle azioni con i
respettivi tempi passato, presente e futuro. Riguardate ora i punti . . . a ,
/; , c ...//.. . // , o , . . . ridotti quasi a tante diverse sedi ove si
trovino situati i respettivi corpi . . . A, B, C. . . il ... N , O , P .... L 1
attuale supposizione ci farà scorgere nella 5. " Classe. Primieramente
rapporti di situazione fra l’oggetto A , e la sede a ; fra l’oggetto B , e ia
sede b, ec. come per es. “io sto quà” — “io sono esistente” -f- “la mia
esistenza è in questo loco”: “tu stai là” y “quello sta dentro,” “l’altro sta
fuori,” “uno abita sujpra;” “l’altro abita sotto” ec. Questa specie di
proposizioni serve ad esprimere i giudizi di rapporto di situazione. Classe.
Secondariamente potremo scorgere dei rapporti di distanza fra la sede del corpo
A , e quella del corpo B ; fra la sede del corpo D , e quella del corpo fi ,
ce. Direte esser questi giudizi di rapporti di distanza, perchè asseriscono una
relazione di distanza fra la sede di un oggetto, e la sede di un altro oggetto;
e si esprimeranno dicendo: “io sto lontano dalla piazza” = “io sono esistente”
-J- “la mia esistenza è distante dalla piazza;” lo stesso significalo ineludono
le seguenti espressioni: “io sto vicino a te”; “un luogo è /untano dall' ald o
\ “una cosa è prossima all'altra,’ ec. Queste classi di giudizi dipendenti dai
rapporti d 1 inclusione, di eguaglianza, di differenza, di tempo, di situazione,
di distanza formeranno la parte fondamentale e principale della nostra
grammatica, qualunque >iasi l’opinione in contrario di alcuni valenti
ideologisti ^i). r 1 _ Non ci sembra di
poter convenire con Tracy die 5i Vi piaccia ancora di dare una rapida occhiata
a certe diverse forme che prenderanno i vostri giudizi dipendentemente dalla
varietà delle circostanze in cui dovrete giudicare, cioè: o in un modo
indefinito, o in un modo definito ed insieme dipendente da comando, o in una
maniera indicativa ed isolata, ovvero accompagnata da qualche particolar
sentimento dell’animo; o in un modo congiunto con una particolare determinazione
o dipendente da qualche condizione. Queste diverse forme che prender può il
vostro giudizio le chiameremo maniere, o modi del giudizio, onde avrete i modi
indefinito, imperati- asserisce -- Milano -- » che l’atto di giudicare consiste
sempre, ed unicamente nei vedere che un' idea è compresa in un’altra e che fa
parte di questa. Questo celebre autore sembra tanto sicuro di questa sua definizione
del giudizio da dirci con piena fiducia » io ardisco affermare che fino al
giorno d'oggi niuno fra 1 grammatici ha conosciuto in che precisamente consiste
l’operazione di giudicare, ed è questa la primaria cagione per cui i più belli
indegni, e le teste più forti non ci hanno dato finora che cattive teoriche
intorno alla lingua. £ debbo confessar francamente che tutte quelle che sono a
mia cognizione le trovo non solo imperfette, ma false eziandio: ed è ciò
appunto che mi ha posto in disperazione quando ho preso a scrivere il presente
trattato. L'asserzione di Tracy che tutti i nostri giudizi consistono sempre ed
unicamente nel vedere^He un’idea è indussi in un 1’altra, o che fa parte di
questa non ci sembra conciliabile in modo alcuno con quanto crediamo di avere
dimostrato sulla diversa indole dei giudizi, mediante ripetute osservazioni sui
nostri stessi fatti interni. Se in ciò non ci siamo ingannati potranno allora
le verità stabilite servire non solo di base per la completa teoria del
discorso, ma ci apriranno l'adito ancora a sciogliere agevolmente un gran
numero di complicate ed oscurissime questioni che hanno tanto imbarazzato i
grammatici e gl’ideologisti, perchè appuuto non avevano analizzato abbastanza
1'atto intellettuale che chiamiamo giudizio. fo, indicativo, congiuntivo, ottativo,
condizionato. Basti per ora un sol cenno di questi diversi modi di giudicare,
perchè dovremo trattarne con qualche estenzione, nell’applicare la grammatica
intellettuale alla grammatica italiana. Passiamo invece a trattare della
facoltà della mente denominata raziocinio. La ragione è la facoltà della mente
di combinare le idee. Esercitare questa facoltà è ciò che dicesi ragionare,
ragion- dare , del rapporto che la mente non può discoprire a primo aspetto fra
una idea A ? ed una idea B. Infatti allora diciamo esser essa costretta di
ricorrere ad una terza idea G r ragion dare del rapporto fra le due idee A ,
Dal vocabolo “ragionare” è derivata la voce “raziocinio.” Dunque il raziocinio
è la combinazione di una terza idea C [CONCLUSIONE – e termine mezzo] colla
idea A [PREMESSA MAGGIORE], e poi colla idea B [PREMESSA MINORE], per potere
effettuare la combinazione di A [SOGGETTO termine minore] con B [PREDICATO
termine maggiore]. E perciò diciamo che la mente ragiona quando rintraccia
mediante la riflessione tanto nella idea A, come nell’idea B una TERZA idea C,
la quale per il suo rapporto cognito tanto coll’una che coll’altra delle due
prime, dà luogo a proferire due noti giudizi, dai quali discende necessariamente
il discoprimento del giudizio ignoto, vale a dire l l’evidenza del ricercato
rapporto fra l'idea A e T idea B 5 ed è ciò appunto in che consiste il
raziocinio. Per es. riguardo ai giudizi d'inclusione, per accertarvi die Y idea
B, è inclusa nell’idea A, trovata che avrete la TERZA idea C, cosi ragionerete.
L' idea A INCLUDE l’idea C y Y idea C iu- cldde l' idea B , dùn ec. Nè si creda perciò che
simili rapporti d'identità richiedano l’ajuto del raziocinio per farsi comprendere.
Questi si scorgono veri intuitivamente ossia si presentano a primo aspetto
evidenti. Evidenza. Giunta che sia la mente a vedere che e ciò che è come p. e.
che 2 + 2 = 4 > eioè che 4 = 4 – cf. H. P. Grice on Kant 7 + 5 = 12; 12 = 12
5 « ... M , M I I Per servire all' intelligenza de’giovanetti su di una materia
che a primo aspetto sembra alquanto astratta, potrà ricorrere il precettore a
qualche confronto sensibilissimo, come sarebbe, se la scatola A include la
scatola C, e se nella scatola C è inclusa la scatola B, ile s^ue
necessariamente chela scatola A include la scatola B. 54 ossia che 4 è 4 ? od
anche che un tutto = alla totale unione delle sue parti, cioè che la colle/ione
totale delle parti di una cosa eguaglia tutte le sue parti, ossia che il tutto
è tutto; allora, a quest'ultimo grado si arresta la niente, appagata alla vista
del vero, cioè alla vista che è ciò che è, vista denominata evidenza.
L'evidenza dipendente dal rapporto d'identità, od anche dalla differenza fra
due idee astratte misurabili, si chiama evidenza di ragione. L' evidenza
dipendente dai rapporti di eguaglianza, d'inclusione, di differenza, di tempo,
di distanza, di situazione, si denomina EVIDENZA DI FATTO. Finalmente vien
distinta una terza evidenza sul rapporto fra la nostra esistenza e qualche sua
esperimentata ed intima modificazione j come per es. “io sento” y “io penso,” ec.
Questa evidenza vien chiamata di SENSO intimo. Non è nostro scopo il tener qui
discorso della MEMORIA riflessa della quale solo intende parlar ALIGHIERI
(vedasi) quando ci dice che non fu scenza sen^a ritenerlo inteso, poiché non
avrebbe fatto uso dei vocaboli scenza, inteso, se avesse voluto parlare di
quella memoria che suol essere lo strazio della gioventù, perchè appunto ne fà
essa uso della facoltà d'intendere, nè ci fa fare acquisto di ciò che veramente
intendesi per scenza. Pervenuta la mente all'evidente cognizione della verità
nasce nell'animo una certa tranquillità e sodisfazione quasiché giunta fosse al
punto bramato. La cognizione della dipendenza di questa tranquillità dello
spirito dalla verità evidente è ciò che dicesi coscenza – con-scenza -- per
esprimere la scenza che abbiamo di noi stessi riguardo all'indicato rapporto;
ond'à che la coscenza può riguardarsi quasi il sigillo della verità. Questo
breve cenno da noi dato sulle idee, sulla loro combinazione, e sull'indole
delle principali facoltà intellettuali vi farà intendere bastantemente la
maniera esatta di esprimere col discorso i concetti della mente e potrà
supplire a quanto dovrebbe forse restringersi in una logica chiara, utile, e
compendiosa. In qualunque circostanza di vostra vita in cui dovrete giudicare o
pronunziare una decisione qualunque converrà che vi cauteliate attentamente da
ogni illusione riguardo alla vostra coscenza determinante, potendo accadere che
i sentimenti di tranquilità di vostra coscenza, senza avvedervene, vengano m »-
cliticati dalla vostra posizione, dai vostri interessi, dai vostri pregiudizi,
dalle vostre stesse passioni, anziché venir determinati dall' intima
convinzione della cognita verità. Certamente se v’andasse del nostro interesse,
dubiteressìmo perfino delle dimostrazioni di Euclide -- Sentenza di un profondo
filosofo. Alembert facendo l'elogio della grammatica di Dumarsais e
specialmente della parte logica di questa grammatica cosi s’esprime: questo /
ruttato contiene sopra .a metafisica tuttociò che è permesso sapere; il che
vuol dire essere l’opera brevissima. DEL VERBO E DEGLI ASSERTIVI. Non V La
discorso propriamente detto se non abbia un senso compito 5 ed il SENSO [avant
Frege – Grice --] compito consiste nell’enunciare un qualunque giudizio, nell’affermare
l'esistenza eia maniera d’esistere di un soggetto, nell'esprimere qualsiasi
rapporto. Questo servigio ci vien reso da ciò che dicesi VERBO [cf. H. P. Grice:
la dichotomia del Cratilo: onoma/rhema -- vocabolo che deriva dalla latina
verbum -- parola. Fra una gran moltiplicità di verbi basterebbe il solo verbo “essere”
per esprimere qualunque rapporto – H. P. Grice, “Aristotle on being and good,” “Aristotle
on the multiplicity of being”. La forza asserente di questo verbo “essere” viene
ad abbracciare con una voce *due* giudizi; i.° cioè riguarda l’esistenza di *due*
idee j ed il 2. 0 quella del loro rapporto. Infatti proferendo voi il vocabolo “pera”
non asserite né _che_ la pera esiste, né come esiste – cf. hicocervo -- ; ma
dicendo “Questa pera è buona,” allora voi venite ad asserire non solo l’esistenza
della pera e della bontà, ma insieme affermate l’esistenza del rapporto fra
queste due idee, “pera” e “bontà.” H.P. Grice: “My exmple is “Smith’s dog is
shaggy” -- Ora l’affermare l’esistenza delle idee e della loro maniera di
esistere sarà ciò che chiameremo stato \ e diremo che il carattere essenziale
del verbo “essere” consiste nclf asserire LO STATO – H. P. Grice: “I’m not sure
what Teutonism Witters used, but Pears calls it ‘state of affairs’ --, ossia nell’enunziare
due giudizi con una sola vr*?e. Lo stesso discorso ha luogo riguardo all'enunciazione
delle altre classi di giudizi già da noi fissate 5 come per es., “La colonna A
è uguale alla colonna B,” ec. Ma il verbo “essere” oltreché basta per se solo
colla sua intrinseca forza asserente ad esprimere qualunque giudizio, ha ancora
l’altra proprietà singolare d'incorporarci per dir così con 1 uno, ^7 o coir
altro aggettivo per dare ad esso e fórma e vita in un tutto cognito sotto il
nome di VERBO COMPOSTO, o come altri vogliono di aggettivo verbale. Così per
es. “leggo” =def “io sono leggente” 5 “leggere” =def “esser leggente” =def “persona
essente leggente.” Queste due proprietà eminenti del verbo “essere” lo banno
fatto chiamare a buon dritto verbo, cioè “parola” per eccellenza – cf. Plato,
RHEMA. Ma perciò appunto crediamo che questa caratteristica denominazione non
debbi da voi confondersi con quella di tutti gli altri verbi composti, i quali
d'ora in poi verranno da noi indicati col nome di assertivi, e ciò per fare
intendere che il loro uficio primario consiste nell’esprimere l’asserzione
della mente non solo riguardo allo stato del soggetto, ma riguardo ancora alla
di lui azione. Questo duplice uficio essenzialmente proprio degl’assertivi -- o
verbi composti -- ci viene da essi manifestato o in un modo detcrminato ed
esplicito -- cioè manifesto – H. P. GRICE EXPLICATO --, come “leggo” =def “io
sono leggente” 50 in un modo indefinito ed implicito -- cioè occulto – H. P.
Grice: VELATO, IMPLICATO e CANCELLABLE --, come “leggere” =def “essere leggente”
=def “persona essente leggente.” Ed è perciò che questa seconda voce deir
assertivo è chiamata “infinito,” benché dovesse chiamarsi con più proprietà indefinito.
L’indefinito in tutte le lingue è quella voce che pronunciasi prima di
qualunque altra dell 1 assertivo tanto dai fanciulli, come da quelli che in* (
rapporto di passaggio, od anche d 1 avanzamento ; a indica rapporto di
concessione o di tendenza: le altre, adesso, presto, tardi 9 oggi, domani, ieri,
ec. esprimono i rapporti di tempo. Quelle : insino , Jino , si* no y ec.
denotano rapporti di estenzione di spazio, ec. Diremo perciò che l’uficio delle
preposizioni consiste nel legare vocaboli, asserendo l'esistenza de'rapporti in
un modo più o meno conciso, sempre però analogo a quello dell'assertivo, quantunque
con involute forme riguardo al servigio che ci prestano, il quale, non avendo
quella generica estensione che abbiam veduto a vere, gl’assertivi che in se
racchiudono ancora rapporti di tempo, di numero e di persona, perciò le preposizioni
sono parole indeclinabili e gl’assertivi parole declinabili. Sempre però sarà
vero esser proprio delle preposizioni il primario carattere degl’assertivi, che
consiste nell’esprimere rapporti, nel legar vocaboli, nel formare proposizioni.
E sotto questo aspetto riguardandosi da noi le preposizioni, potremo perciò
denominarle vice-assertivi – dalla lingua latina, vice-roy. Etymology
From Latin vice (“in place of”), ablative form of vicis. Compare viscount. Prefix vice-
Taking the place or rank of (another person); deputy. Usage notes Not to
be confused with numerical terms beginning with vice- as a variation of Latin
vigenti and intending the number 20.
Derived terms air vice-marshal English terms prefixed with vice-
vice-captain vice chair vice-chair vice-chairman vice-champion vice-chancellor
vicecomital vice-consul vice-director vicegerency vice-presidency vice president
vice-president vice-principal viceregal viceregency viceregent viceroyalty
vice-skip Translations ±deputy Anagrams – H. P. Grice: “The prefix ‘vice-‘
should be preferred to ‘pro-‘ as in ‘pro-verb’! It’s more Latin and less
Hellenic and ambiguous!” Avverbi. avverbio è cosi chiamato dai latini, perchè,
secondo il loro parere, è una parola che vién posta avanti al verbo -- ad
verburn. Ma ancorché si potesse da noi convenire su di tal carattere dell'
avverbio, pure ciò non si verificherebbe in tutta l’estensione, unendosi l’avverbio
talvolta coli' aggettivo, come: “molto dotto” – H. P.Grice: “We spent quite a
few Saturday mornings analysing the implicatures of ‘VERY’ and ‘HIGHLY’ as preceding
+-valued, ‘highly intelligent’ – and –valued ‘highly stupid’ – We concluded:
How CLEVER language is!” --, talvolta con altro avverbio, come: “molto spesso.”
Abbandonate però simili indagini, rintracciamo piuttosto la natura
dell'avverbio. Potremo in esso conoscere l'indicazione abbreviata di un rapporto,
la quale in sè comprende altrettante parole corrispondenti ad una proposizione,
di cui è una espressione compendiosa – o ‘entimetatica’ – H. P. Grice. Infatti
dallo sviluppo dei maggior numero degl’avverbi ci vien presentato senza
equivoco un sostantivo, un aggettivo, e la preposizione colla quale, legando il
sostantivo coll’aggettivo, asserisce il loro rapporto d’unione, e viene a
formare una vera proposizione, come si rende manifesto dalle qui annesse
maniere avverbiali con gl’avverbi, e colle corrispondenti proposizioni. Questo
nostro opinare sull’indole delle preposizioni non è uniforme in modo alcuno a
quello di Tracy. Ci dice quest'autore -- Milano -- che in tutti i casi le
preposizioni non sono altro che aggettivi dito venuti indeclinabili. Poi
soggiunge nel paragrato che segue: a il primo effetto delle preposizioni
consiste nel morto vare certe relazioni fra un nome ed un’altro nome. Lasciamo
al lettore l'impegno di rintracciare la verità della prima asserzione, e poi di
conciliarla colla seconda. Di bel nuovo
s=s novellamente ssa con menta nuova = la mente fu ss V idea fu = la maniera fu
nuova “Di concordia” =def. “concorde-mente ssa con mente concorde = la mente fu
concoi de. “Di fatto” =def. “effettiva-mente” =def. “con mente effettiva.” “Di
furto” =def. “furtivamente” =def eoa mente furtiva. “Di gran lunga” =def. :grande-mente”
ssa in maniera grande =def. la maniera fu grande. “Di mano in mano” ssa
successivamente ssa in maniera successiva. Di per sè — separatamente ssa in
maniera separata. “Di proposito” =def. “attenta-mente” ss “con mente attenta”
ssa la mente fu attenta. Ciò che si rende manifesto ancora in questi versi del TASSO
(vedasi). A me che le fui servo, e con sincera mente l'amai, ti die non
battezzata; ove con sincera mente =def. “sincera mente” ssa la mente fu sincera
= l'idea fu sincera. Dunque la maggior parte degl’avverbi si presentano
chiaramente formati dall'assertivo, dall'aggettivo e dal sostantivo “mente” se
il suo aggettivo è riferibile ad oggetto intellettuale, o dal sostantivo
maniera se riguarda oggetto sensibile – H. P. Grice: “I implicate otherwise
when I choose ‘mean’ as in ‘Those thirteen spots ‘mean’ measles – seing that ‘mean’
is cognate with ‘mind,’ and gives all sorts of complications to the Italian
language!” L 1’avverbio fa da proposizione o per dare una maggior
determinazione al significato di un' altra proposizione, od anche per aumentare
o scemare a fòrza di altro avverbio. Valgauo i seguenti esempi. Il timore fu SEMPRE
un consigliere fallace ssa il timore fu consigliere + fu fallace + IN TUTTI I
TEMPI fu fallace. La Religione Cristiana vuole che gl'uomini si riguardino come
fratelli; che si amino SINCERA-MENTE; promette premj in proporzione del Lene ,
e minac- cia castighi CORRISPONDENTE-MENTE al male che essi si faranno
reciprocamente = la Religione Cristiana vuole -f che l'uomo veda V uomo eguale
ad un suo fratello -|- che l'uomo ami f uomo -f- che l'amore sia SINCERO;
promette premj + eguali ai servigi buoni -f~ minaccia castighi -^-eguali al
male -f- fatto dall'uno all'altro. Tito, PIÙ clemente di Cesare, fu obbedito
per amore = Cesare fu clemente -f- la clemenza di Tito fu SUPERIORE a quella di
Cesare. Qui l’aggettivo più modifica l'aggettivo “clemente” della prima
proposizione, oltreché forma la proposizione: la clemenza di Tito fu superiore
a quella di Cesare. Alessandro, assai PIÙ fortunato di Serse , abusò molto di
sua grandezza = Serse fu fortunato + la fortuna di Alessandro superò quella di
Serse -f- questa superiorità fu grande + Alessandro abusò di sua grandezza + f
abuso fu esteso. Si vede in quest'esempio che l'avverbio “assai” modifica l”altro
avverbio “più” – H. P. Grice: “Highly stupid” – “Exceedingly hihgly stupid” --;
che tutti due insieme modificano l’aggettivo “fortunato” \ che 1'avverbio “molto”
modifica r assertivo abusò. Per sentire ancor più la forza di modificare che
hanno le incluse proposizioni, basta esporre la medesima frase, senza gl’avverbi
“assai” e “molto” – H. P. Grice: He is stupid. Austin: He is HIGHLY stupid” --,
dicendo, Alessandro, più fortunato di Serse'j abusò di sua grandezza. IT
avverbio, non avendo mai alcun rapporto col sostantivo, ed escludendo perciò
ogni rapporto di numero e di persona, sopra i quali ancora si estende la forza
dell'assertivo, non è da maravigliarsi se resti indeclinabile. Tuttavia ci sarà
sempre lecito di chiamarlo “vice assertivo,” – H. P. Grice: “I love that
prefixal use of that very Latin ‘vice-‘! -- avuto riguardo all'uficio che esso
ci presta, coll’asserire 1'esistenza dei rapporti, col legare vocaboli é col formare proposizioni, che servono a
modificarne delle altre. È piaciuto ai grammatici di farci distinguere gl’avverbi
col classificarli, facendo dipendere ciascuna classe dal carattere del rapporto
determinato dall'aggettivo che vi si trova incluso: e perciò avremo rapporti di
certezza, di probabilità, di tempo, di luogo, di numero, di similitudine, di
quantità, di qualità, d’ordine, ec. Riporteremo qui alcune di tali classi Colle
rispettive forme avverbiali. Rapporti di certezza affermativa e negativa. “Per
certo” =def “certa-mente” 5 senza fafcj = infallante-mente 5 per appunto =x
esatta-mente; affè= in fede mia = sulla mia fede 5 per niente ±=s mica =± nò
sicura-mente ; oibò = per nulla = no certa- mente; sì, nò, non ì sono
proposizioni clittichc -- compendiose; per es. “State bene?” “Sì” =def. +> “Stò
bene.” Così: rada. . . A morte? — No. Peggio. — E dove ? — “A Roma?”— “SI.” Rapporti
di probabilità' e di dubbio “Con probabilità” =def verisimil-mente. Come è
facile = natural-mente. Forse — può darsi sa ciò è facile sas facil-mente. A un
dipresso = circa = approssimativa-mente. Rapporti di tempo. “In questo punto” =def.
“ora”. In prima — dianzi. In appresso = poscia. A beli' agio = lentamente. “Di
quando in quando” =def. “interrotta-mente. “Allora” =def. “in queir ora”. Fin
d* ora =ss fino da questo momento. Rapporti di numero. Spesse volte=
soventemente. Qualche volta — talvolta. Assai volte ss spesso. “Con frequenza”
=def. “frequente-mente. Rapporti di quantità'. Olire misura = soverchiamente.
Quanto &z,?ta = Lastantemente. In minor quantità = meno. In maggior quan-
tità = “più”. Tanto, cotanto, quanto, molto, troppo; con iscarsezza =
scarsamente ec. Rapporti di qualità e modo. Senza errore =def. bene. A modo di
=def. come. Di buon gra- do =def. volentieri =def. con buona volontà. A bello
studio =def. avvedutamente. A capriccio =def. capricciosa-mente. Di soppiatto
=5= nascostamente. Alla scoperta =def. scopertamente. Con prontezza sa pronta-mente
ec. 7Rapporti cT ordine. A vicenda = gradatamente. In primo luogo =def.
primieramente. A poco a poco =def. gradatamente = per gradi ec. Rapporti fra
interrogazioni e risposte. Per qual ragione =def. perchè ec. Da questa nostra
analisi soli l’indole delle preposizioni e degl’avverbi potrete comprendere con
quanta verità ci dica Tracy che abbiamo parole in gran numero le quali non
esprimono una idea intera, ma un solo FRAMMENTO d J idei* -- H. P. Grice: “I
found myself saying the same thing when I wondered if it makes SENSE to speak
of the SENSE of ‘to’ or or’! --; e tali sono le preposizioni egli avverhj -- Milano.
E dovete notare puranche essere cosi accetta a Tracy questa vista tutta sua,
che ci va ripetendo più e più volte Cile certe parole non esprimono una idea
intera compita – H. P. Grice, UTTERANCE-PART, UTTERANCE-WHOLE -- ed unica (371,
e che non sono che espressioni di porzioni df idee. In quanto a noi
contesseremo ingenuamente che la nostra insufficienza ci rende incapaci di comprendere
questa nuovissima metafisica trascendinte di Tracy sulle frazioni delle idee.
Bramiamo bensì che altri di più acuto senno si occupi a renderla accesibile col
dimostrarne la yerità. Altrimenti potrebbe accadere che taluno applicasse a
questo autore quanto esso stesso ci dice riguardo al metafisico Harris – H. P.
Grice: “... whom Chomsky, of all people, encouraged me to read more closely – ‘and
none of your redneck behaviourists!”: il merito di questo scrittore è stato pur
v un istante presso noi vantato furiosamente, quantunque non ne avesse gran
titolo. Congiunzioni La congiunzione veste non solo il carattere che è proprio
di qualunque assertivo, di legare cioè lue vocaboli, e formar così una
proposizione; ma inoltre questa proposizione serve di legame per unire una
proposizione secondaria, che diremo di senso relativo con Un altra primaria che
denomineremo di senso ASSOLUTO. Il doppio uficio di legare di un tal vocabolo
lo fa chiamare con giusto titolo congiuntivo: perciò denomineremo proposizione
congiuntiva quella che dalla congiunzione viene a formarsi. Accertiamoci di
tutto ciò cogli esempi. 10 “Non veggo come voi siete qui venuto” =def. “io non
veggo una cosa questa consiste nella maniera con cui ec. Questa seconda
proposizione racchiusa nella congiunzione “come” serve a congiungere la prima
proposizione ASSOLUTA, “io non veggo” con la seconda relativa ‘voi siete qui
venuto,” la quale dà compimento al SENSO della prima. “Cesare fu eloquente E
guerriero” =def. Cesare fu eloquente + Cesare combinò l'eloquenza coli'esser
guerriero. La verità è utile E bella, benché non ci lusinghi = la verità è
utile “+” la verità è bella que» sti
suoi caratteri si conservano immutabili -{- nel tempo stesso che non ci
lusingano. Fu detto ad un Imperante: Voi dar potete la cittadinanza ad un uomo,
MA – cf. H. P. Grice: ‘the colour of ‘but’ -- non già ad una parola” =def. “Voi
dar potete la cittadinanza a un uomo “+” questo vostro potere non si estende +
a far cittadina una parola. Il governo di Solone fu popolare E torbido \ quello
di Licurgo fu popolare e ruvido \ quello 7 1 di Romolo fu soldatesco E conquistatore =def.
il governo di Solone fu popolare -|- fu torbido -, quello di Licurgo fu
popolare -f- fu ruvido ; quello di Romolo fu soldatesco -f- fu conquistatore.
Questo principio è vero O –- H. P. Grice: my second truth-functional connective
– falso” =def. “Questo principio è vero” + “se non è vero -f questo principio è
falso.” Qui la congiunzione – o DIS-giunzione “o” forma la proposizione IMPLICITAMENTE
condizionale: SE non e vero, la quale è il legame della relativa colla PRINCIPALE.
“Veggo CHE applicate allo studio” =def. “veggo una cosa” -\- questa cosa è -f-
il vostro applicare allo studio. “Io non dico che questa cosa” =def. “Io non
dico altra cosa -j" i° dico questa sola cosa. Non sempre però una delle
proposizioni congiunte, cioè la PRINCIPALE, è espressa – O EXPLICATA H. P.
GRICE --, specialmente quando si fa uso di congiunzioni per interrogare; per
es. “Perche siete voi entrato? “Come ne usciste? =def. “Io domando una cosa -f-
questa c la ragione per cui -j- voi siete entrato? IO DESIDERO SAPERE una cosa
+ questa è la maniera con cui -f- voi De usciste ? si vede qui che le
congiunzioni per- chè , e come contengono e la proposizione principale, e la
proposizione congiuntiva. Potremo dunque concludere i.° essere la congiunzione
e uua frase compendiosa, che equivale sostanzialmente ad una proposizione
congiuntiva, la quale lega sempre DUE altre proposizioni, espresse ambedue, o
espressa la relazione soltanto, venendo inclusa la principale nella
congiunzione medesima, -- Tracy parlando
del carattere delle coogiuuzioiù cosi sì esprime: s il carattere distintivo
delle congiunzioni consiste nel legare una proposizioi.e con un'altra le
congiunzioni sono parole elittiche, che l'anno le veci di un' intera
proposizione. darebbe fo;sc dui- Poter riguardarsi la voce “che” – cf. H. P.
Grice on J. L. Austin on the ‘that’-clause, significa che -- “questa cosa la quale” è quasi congiunzione
per eccellenza, atteso che allora i vocaboli hanno il carattere congiuntivo
quando possono risolversi in qualche modo in preposizioni esplicite mediante la
congiuntone che, capace ancor essa di ulterior determinazione, sempre però
analoga al fissato carattere delle congiunzioni. Vediamolo ancora coli' addurre
il valore di parecchie altre congiunzioni. “Così” =def. “essendo la cosa nella
maniera che ho detto, ne segue che”. – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson on ‘so’
(or therefore) as asserted, and ‘if’ as unasserted. “Ora” =def. “a quanto si è
detto aggiungete che.” “Dunque” [cf. H. P. Grice: “Jack is an Englishman; he
is, therefore, brave” =def. :da quanto si è detto, devesi – ground-floor -- concludere
che” -- Conciosiachè , imperciocché, perchè, giacché, ec. equivalgono alle
espressioni: una delle ragioni, uno dei motivi, di ciò che si è detto si è che.
“Pertanto,” – “if p, THEN q” -- intanto, ciò non ostante, però – cf. “ma” – SHE
WAS POOR BUT SHE WAS HONEST” – H. P. Grice --, e simili, impiegate come
congiunzioni, tengono luogo delle frasi seguenti: per le cose che si sono dette,
o fatte, si vede, succede, si può dire, viene opposto, che; Ad (in vece), nello
stesso tempo che queste cose si sono dette, o fatte y viene opposto, si può
dire, che -, Eppure 5= malgrado di ciò che si è detto, o fatto, viene opposto,
si può dire, che* Acciocché =def. a questa cosa la quale è. Affinchè =def. a
questo fine il quale è. Perchè =± per questo fine che è. Purché = pure che =def.
se condizionale. derabile che Y tutore si fosse data la pena di conciliare
queste due eipressioui. UIQ 73 , “Se” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson, “if
and >” -- =def. “nella supposizione che,” “ciò posto che,” “verificata la
condizione che.” “Ma” – H. P. Grice, She was poor but she was honest” =def. “a
ciò che si è detto, bisogna aggiungere, per correttivo, per restrizione, per
eccezione, ec. che.” Essendo adunque di tanta importanza le preposizioni e le
congiunzioni, e prestandosi nel discorso ad ufici sì nobili, non è meraviglia
che i sommi grammatici abbiano caldamente raccomandato ai giovani lo studio il
più profondo del giacimento di esse particelle nel discorso. Ma su di ciò ne
parleremo a suo luogo. Le interjezioni sono vocaboli formati da una certa
emissione SPONTANEA – H. P. Grice: Non arbitraria – if he hollers, he is in
pain” -- di voce, che io chiamerei la primitiva favella del cuore con la quale
furono espressi dall'uomo i suoi sentimenti, i bisogni, i desiderii in quel
momento in cui tutto per esso era meraviglia, o piacere, o DOLORE – “MY choice!”
– H. P. Grice. Ciascuna di queste voci è il compendio di una o due proposizioni.
Servono le interjezioni per esternare: i.o Sentimento di dolore fisico o morale
5 tali sono le seguenti: “ah,” “ahi,” “ohi” =def. “io sono infelice”; “io sono
addolorato”. “Ahimè” =def. “io soffro” -f- +> “soccorrete me”. ■Ahi dura
terra perchè non t' apristi ! 2.0 Esortazione , o preghiera, come: deh =2 io vi
prego f fate ciò ; di grazia fatelo. 3.o Indisposizione contro alcuno; come eh
! 4-° Amarezza di spirito, come ; lasso— io so:io misero, infelice me. 5.°
Ammirazione, come: “oh!” =def. “può esser que-‘ y4 . sto ? ovvero gioja , come “oh!”
=def. “quale ineffabile dolcezza!” Eccitamento di collera; come: “deh” — vi
pre*» go + lasciatemi stare. Disprezzo, o disgusto, come, oiiò=^va via + ciò
non può essere , ec. Brama di avere alcuno , come : o/ó = chi sta là -f- bramo
che venga qua. Dunque le iuterjezioni fanno ancor esse le veci degl’assertivi.
E siccome sono espressioni generis che di chi le proferisce – H. P. Grice: il
proferitore – the utterer -- , perciò , escludendo il numero e le persone,
restano indeclinabili, LT analisi da noi istituita in questa prima parte del
comune linguaggio, sembra che ci abbia condotti a poter concludere: Che lo
studio delle lingue consister deve in un analisi che si approssimi per quanto è
possibile al metodo analitico dei matematici. Infatti abbiamo avuto luogo di osservare
che un vocabolo composto non è che il risultato di un' addizione 5 ona' è che
nella totalità delle parole costituenti una lingua possiamo scorgere quasi
tante formole risultate dal calcolo. Che sei sono le parti che si rendono
indispensabili per il discorso in qualunque lingua, vale a dire: il nome
sostantivo, il nome aggettivo, l’accompagnanome, il vice-nome, l’assertivo, il
vice assertivo, Vedremo poi nella se- ti) La voce “calcolo” deriva dalla latina
mietili – sassolini --, attesoché con i sassolini, o colle dita si effettuavano
in origine le composizioni e le decomposizioni di un'ammasso di unità, ed anche
delle parti eguali della unità, nel che appnnlo anche adesso il calcolare
consiste. Vi piaccia confrontare i nostri sei elementi del discorso con quelli
che vengono fissati da Tracy. Abbiamo, egli dice, u undici elementi delle
proposizioni delle lingue parlate; cioè: nomi, pro-nomi, aggettivi, articoli,
verbi, participi, prepo- ni conda parte,
parlando della lingua italiana, che il segnacaso può annoverarsi anch'esso fra
gl’elementi del discorso; o si riguardi come vocabolo separato, ciò che accade
nella lingua italiana, ed in altre lingue, ovvero come una varietà di
modificazioni finali, o desinenze del nome, che servono ad indicare appunto la
varietà de'suoi rapporti; ciò che si verifica nella lingua latina. In quanto
poi a codesti variati rapporti d'identità, d’eguaglianza, di differenza, d’inclusione,
di situazione, di tempo, osserveremo che quelli delle prime quattro classi
furono denominati espliciti , mentrè furono chiamati impliciti i rapporti delle
altre due classi.] sizioni, avverbj, congiunzioni, interjezioni, e particelle.
Effettuato che abbiate il confronto potrete accorgervi se siano elementi del
discorso le preposizioni, le interjezioni, le particelle, o piuttosto elittiche
proposizioni. Per es. sceglieste ? Sì. Enon ? Nò. Voi ben vedete due
compendiose proposizioni nelle due particelle “si,” “nò.” jYOME E PRONOME DELLA LINGUA ITALIANA, ^- •
3N"ei nomi e nei pronomi della lingua italiana distingueremo tre caratteri
principali : i. p II Genere mascolino o femminino: Il Numero: singolare, [duale],
o plurale. Il Caso che varia col variare del rapporto del nome e del pronome. Genere
Gli oggetti che più interessano l’uomo, dopo i suoi simili, sono al certo sii
animali. Perciò dir ridendosi le prime osservazioni umane 9 e sopra gl’uomini,
e sopra gl’animali, poterono scorgervi DUE SESSI distinti: maschio l’uno,
femmina l'altro. Da questa distinzione di DUE SESSI derivarono due
classificazioni por genere riguardo ai nomi \ vennero distinti I NOMI MASCOLINI
ed i nomi femminili in due generi. Quei nomi che non appartengono nè all’una,
nò air altra di queste due classi furono detti neutri e questi costituiscono
una terza classe, la più numerosa dei nomi degli esseri. b^oogle Se fra i greci,
e fra i romani furono i nomi maschili ed i femminili introdotti indistintamente
dall' uso nella classe dei loro nomi neutri 5 vice-versa un gran numero di
neutri furono collocati ad arbitrio nell'una, o nell'altra delle due prime
classi. Nella lingua dell’ANGLIA trovansi classificati i nomi come si voleva
dalla natura degli esseri, e perciò i nomi maschili e femminili non si usano
che per gli esseri animati -, appartenendo alla classe de'neutri i nomi tutti
degl’esseri inanimali. Ma la nostra lingua, rigettando affitto il genere neutro,
fa dei nomi di tutti gl’esseri due sole classi, la mascolina cioè, e la
femminina; facendo intendere, colla variata terminazione del nome, se esso
aveva il carattere del genere mascolino ovvero del genere femminino. I maschili
si fanno terminare per lo più in “-o” nel singolare, ed in “-i” nel plurale; ed
i femminili in “-a” nel singolare, ed in “-e” nel plurale. E vero bensì che i
nomi: “papA,” “monarcA,” “podestÀ,: ed altri simili, indicanti Sovranità, sono MASCOLINI
terminanti in “-a” ma se ben si attende potrebbe supporsi che questi, nel
cambiar genere, abbiano conservata la desinenza femminina del nome sovranità,
dal quale derivano. Lo stesso potrebbe intendersi dei nomi maschili, “poetA,” “GeometrA,”
ec. Non riesce però egualmente agevole il far conoscere il genere dei nomi
terminanti in “-e” nel sin- golare ed in “-i” nel plurale, spettando questi indistintamente
all'uno, e all’altro genere. Ci contenteremo dunque di dire, che SAREBBE STATO
DESIDERABILE che ciascuno dei due generi avesse avuta una desinenza sua propria,
per. es. in “-o” i maschili tutti, in “-a” 1 femminili. Ma , oltreché NON PUÒ
SUPPORSI ESSERE STATI FILOSOFI TUTTI I PRIMI FORMATORI DI UNA LINGUA COME L’ITALIANA,
deve ancora osservarsi clic nelle lingue, formate a poco, a poco, e quasi senza
accorgersene e senza premeditato divisamente, non poteva ottenersi che venisse,
da una regola fissa e costante, collocato ciascun nome nella sua classe
convenevole, facendo terminare in una stessa maniera tutti quelli che
spettavano ad un medesimo genere. Ed ecco il perchè ahhiamo in femminino, “imagO,”
“manO -i, ed altre consimili terminazioni. Che se il bisogno e la curiosità
portò sempre gì’uomini all' osservazione, ali 1 esame, alla distinzione delle
cose, s’intende perchè alcune terminazioni maschili o femminili, restate in
origine comuni ai due sessi di parecchi animali poco accessibili o poco utili
all'uomo, continuino ad esserlo anche al presente, dicendosi: serpentE, tordO,
lucciO, corvO, aquilA, trotA, panterA, ec. senza alcuna distinzione di maschio,
o di femmina. Vi sono poi certi nomi che nell’uno e nell’al- [Saremmo bramosi
di conoscere perchè da un sommo scrittore moderno siasi prescelto di applicare
alla mano sinistra, l'aggettivo stanca piuttosto che l'altro manca? Se alla
mano dritta venne forse associato l'aggettivo destra attesa la sua maggior
destrezza nell' agire in confronto dell'altra mano mancante di una eguale
attitudine, per cui fu forse denominata mano manca; allora l'aggettivo
qualitativo stanca parrebbe dirci che codesta mano, meno attiva in confronto
dell'altra, è, quasi fosse il corno, già lassa di agire. Ma questo significato,
anziché proprio, sembrerebbe doppiamente figurato, e perciò conforme piuttosto
alla lingua poetica. Potrà qui notarsi che presso noi la mano sinistra, cioè di
sinistro augurio, non ha più quel significato simbolico, che annettevano gl’antichi
a questa mano. Il vocabolo mancina, si adopera senza il sostantivo mano perchè
fa da aggettivo sostantivato di manca. Uigitizeo by tro genere promiscua me a
te si adoperano, e che perciò gli diremo di genere comune, come, fonte, fune,
fine, arbore, grande, sapiente, illustre, con molti altri. È noto pure che
dicesi: forte guerriero, donna forte \ illustre letterato, famiglia illustre ,
ec. Altri ve ne sono che variano genere colla variazione del significato dell 1
individuo cosi; oste è maschile se indica albergante; e diviene femminile se
addila esercito nemico \ similmente diremo che tema -- colla è stretta -- per
timore è femminile 5 mentre è maschile tèma -- colla è larga -- che esprime
argomento. Cf. Grice CONtent, conTENT. Non mancano di quei nomi che variano
genere e non già significato col variare la vocale finale; cosicché se sono
maschili i nomi orecchio, briciolo , ec. sono poi femminili i corrispondenti
orecchia y briciola , ec. Molti maschili che terminano nel singolare in “-o,” benché
conservino nel plurale lo stesso genere, prendendo la terminazione in “-i” j
pure se , per eleganza, si varierà la “-i” in “-a,” diverranno allora femminili;
come: dito, diti, dita; membrO, membrI > membrA } cigliO > ciglI, cigliA;
ossO, ossI, ossA; fruttO, fruttI, fruitA 1 cervellO, cervellI, cervellA 5 ec.
Vi sono di quei nomi che, essendo maschili nel singolare, passano ad essere
femminili nel plurale, coll’unica variazione dell’ “-o” in (?) $ come: moggiO,
moggiA; centinaO, centinaiA j paiO, paiA ] migliaiO, migliaiA, ec. Osserveremo
qui: i.° Esser costume, per distinguere gli alberi dai respettivi frutti, cT
indicare i primi con la desinenza in “-o” mascolina, dicendo, “un perO”, “un
castagnO,” ed i secondi con desinenza femminile in “-a” come: “una perA,” “una
castagnA,” Bo eccettuando però le voci Jico , cedrO, aranciO -, ec. che hanno
un sol genere mascolino, ed una sola terminazione tanto pell’albero , che pel
frutto. Che quelli in “-tore” hanno per lo più il femminino in “-trice,” p. e. “attore,”
“attrice.” Che i mascolini leone, cane, barone, principe, conte, marchese; ec.
fanno nel femminile “leonessa,” “cagna,” “baronessa,” “principessa,” contessa,”
“marchesa” -- od anche “marchese al femminile – cf. Elizabeth II who was the
Duke of Lancaster -- )^, ec. Passiamo ora al secondo carattere. Numero. Il
numero, nel senso grammaticale, è la differenza che passa fra il nome di un
individuo, ed il nome di più individui. Si è già osservalo che l’elemento uno è
quel numero singolare che forma tutti i numeri. È di qui che dir poi remo, ci
le il nome individuale, che indica unità d’individuo, associandosi sempre con
il numero singolare uno o espresso, o sottinteso, venne chiamato di numeio
singolare, ed il nome che indica pluralità d'individui , fu detto di numero
plurale – cf. DUALE. Come nella lingua italiana si vede distinto il carattere
mascolino dal femminino colla terminazione dei nomi; cosi vi si scorge distinto
il carattere del numero colla variata terminazione dei nomi medesimi. Onde
fissar potremo, Che tutti i nomi mascolini, di qualunque terminazione nel
singolare, finiscono in “-i” nel plurale. Che i nomi femminili che terminano in
“-a” nel singolare, finiscono in “-e” nel plurale. Che i nomi femminili che nel
singolare terminano in -e od in -o, nel plurale finiscono ia Ci). ( - ' Sarà
qui opportuno di osservare non essere compatibili le terminazioni di ambedue i
numeri con tutti i nomi, essendo alcuni di natura singolare j ed altri d'indole
plurale. I primi sono tutti nomi individuali – DANTE ALIGHIERI --, siano
personali, siano propri – DANTE ALIGHIERI --, siano astratti – SPERANZA -- perchè
non possono riguardarsi che come isolati 5 onde diremo unicamente in singolare:
A/e- tastasio, Goldoni, Alfieri, Nota, Niccolini, ec. Oro, argento, carità,
prudenza, speranza – cf. speranza --, fame, sete, ec. Benché per dare una maggior
dignità ad uomini celebri diciamo: “I Cincinnati ed i Washington collocarono la
patria fuori di loro; mentre Cesare la collocò tutta in sè”; e ciò per fare intendere
che ciascuno dei primi due – CINCINNATO, WASHINGTON -- fu di animo tanto grande
da non potersi concepire ristretto in un solo individuo } e perciò codesti nomi
al plurale – THE GRICES ARE RIGHT -- non vengono in realtà impiegati come nomi
proprj, ma come nomi generali, come nomi di classi. Nomi irregolari od anomali.
Rigirirdo ad alcuni nomi che escono di regola, e che con greca voce diconsi
anomali – cioè, privi di regola -- fisseremo le seguenti leggi. I nomi specie,
superficie, serie, progenie, ritengono nel plurale la stessa terminazione. Dee
dirsi lo stesso elei nomi: virtù, servitù, schiavitù, di quelli in somma che
nel singolare terminano coll’ “-ù” accentato – “Come la virtu, la filosofia e
entiera – Grice --, i cui intieri sarebbero virtude, servitude, schiavitude ec.
e terminerebbero perciò nel plurale in -i. a. a I nomi città, bontà, nobiltà,
Bassà } ec. 8-2 non cangiano terminazione nel plurale. GÌ 1 interi di tali nomi
termi nereLbero in -e nel singolare, in -i nel plurale. Lo stesso deve dirsi
del monosillabo “rè,” il cui intero è JRègc. Parecchi maschili hanno nel
singolare doppia terminazione v per es. mocchierO, NocchierE; ConsolO y ConsolE;
ScolarO, ScolarE, ec. Nel plurale però non ne ammettono che una, cioè la -i che
è comune a tutti quelli che terminano in -o, od in -e nel singolare. Altri
all'opposto hanno una semplice terminazione nel singolare, e due nel plurale,
una delle quali in -a j per es. dito, diti, ditA, ec. come si osservò altrove. Parecchi
femminili hanno doppia terminazione nell'uno e nell'altro numero, per es. vestA
e vestE, vestE e vestI \ frondA e frondE, frondE e fiondi \ ec. E ben vero però
che nel plurale usasi con più eleganza la terminazione in -i)j non servendo
quella in -e che per il discorso famigliare. Ed eccoci a dover tratiare del
terzo carattere. Caso. Se la terminazione fi naie del nome bastò a farci
distinguere nell'individuo tanto il carattere del suo genere, quanto quello del
suo numero 5 resta ancora a desiderarsi che codesta variata terminazione – I me
mine -- o desinenza (iì servisse, come nella lingua latina a farci agevolmente
comprendere le diverse maniere di esistere di ciascuno individuo, i variati
aspetti sotto i quali ce lo rappresentiamo $ i differenti suoi rapporti; in una
parola i diversi casi in cui può esso trovarsi o da noi concepirsi. Desinenza
vocabolo derivante dal latino “desinare,” finire, A queste variate desinenze,
mancanti nella lingua italiana, è stato supplito con certi vocaboli i quali,
pre-posti al nome tanto nel singolare come nel plurale – Hardie “of” – H. P.
Grice --, servono appunto a farci distinguere i sei diversi casi del numero
singolare, ed i sei del plurale. Codesti vocaboli, si denominano segnacasi. Incominceremo
dal fissare: Che nella lingua italiana l’accompagna-nome “il,” ed anche “lo” peri
i mascolino singolare, si trasforma in la per il femminino parimente singolare.
Nel plurale poi prende F una delle forme i , //, gli , per il mascolino, e “le”
per il femminino. Che per distinguere i diversi usi del nome e del pronome
tanto singolare che plurale, le sette indicate forme dell' accompagn-anome “il”
s’associano coll’una o coll’altra delle tre proposizioni di> a, da , secondo
il rapporto del nome, o sia il suo caso" diverso. Che il primo dei sei
casi fu chiamato nominativo, il 2.° genitivo (i), il 3.° dativo, il 4.°
accusativo o CAUSATIVO, il 5.° vocativo, il 6.° ablativo. 4-° Che nel singolare,
le voci iZ, /o, associandosi col nominativo per farcelo concepire in una
situazione distinta, individuale, indipendente , le diremo segna-nominativo.
Queste stesse tre voci vediamole in combinazione. Presso i latini il genitivo
singolare è il caso primitivo o radicale da cui, col variare la sua desinenza
con altro desinenze, si fecero derivare tutti i casi, tanto del singolare, che
del plurale di un nome. Ed è forse perciò che questo caso . quasi GENERATORE di
tutti gì' altri che da quello derivano, è chiamato “genitivo”. i. u Colla voce di , per avere di- il— del; di
la ideilo; di-la-=. della-, cioè il segna-genitivo, che esprime il rapporto di
questo caso. Colla voce a per formare a~il = al ; a-lo=z allo ; a-la = alla ;
che sono il segna- dativo. Colla voce da per ottenere da-il = dal 5 da-la—dalla
; da-lo=.dallo; cioè il segna ablativo. Le voci i7, /o, /a, isolate, servono
non solo per il nominativo, ma pell’accusativo pur anche. Il vocativo è
distinto colla semplice vocale “o” pre-messa al nome – cf. SEBASTIANUS
SEBASTIANE Le vociai, a, da, ancora nel loro stato semplice si associano con i
loro casi respettivi. Nel plurale le voci 1 , lì y gli sono i diversi segna-casi
del nominativo, e accusativo mascolino, e la voce “le” serve al femminino
dell'uno e dell'altro caso. Con questi stessi monosillabi i , li , gli , le si
composero: Pel genitivo, le voci di-i = dei, di-li = dclli, di- gli = degli, di
le — delle : Pel dativo, le voli a-i = ai, a-li ~ alli, agli — &gfà >
&-le = alle. Pell’ablativo, da-i = dai-, da-le = dalle , da- gli = dagli ,
da-le = dalle. Il vocativo ritenne la vocale “o” come nel singolare. Ai nomi
maschili, che incominciano da consonante, si uniscono i segnacasi il , del ,
al, dal nel singolare , e nel plurale i o li , dei o detti , ai o alli, dai o
dalli. Ai nomi maschili, che incominciano da vocale, o dalla s seguita da altra
consonante, si associano i segnacasi lo, dello, allo, dallo, nel singolare j e
nel plurale gli, degli, agli dagli. Ai nomi femminili, senza distinzione d'
inco- oy nuiiciamcnto, vanno ad
unirsi" i segnacasi la, della, alla, dalla nel singolare, e nel plurale
le, delle, alle, dalle. Che il nominativo si chiama anche reggente atteso che
regge il discorso – retto/obliquo. E siccome il nominativo è indipendente, e
sostiensi per se stesso, perciò è denominalo ancora caso retto, assomigliandolo
ad una linea retta perpendicolare, cioè situata verticalmente senza alcuna
inclinazione; e per 1'opposta ragione sono denominati obliqui tutti gli altri
cinque casi, abbisognando, per dir così, del caso retto che sostenga la loro
inclinazione, o dipendenza. Premesso tutto ciò / vediamo la forma che prende
ciascun segna-caso per esprimere i sei casi diversi del singolare, ed i sei del
plurale del nome con cui si associano. La voce “de-clinare,” da cui deriva il
vocabolo “de-clinazione,” vuol significare, nella sua etimologia, quel nostro
recedere dalla desinenza radicale d’un nome per passare ad altre desinenze successive
dipendenti da quella, siccome accade nei nomi greci e latini. In queste due
lingue spinti gl'uomini dall'impeto dell'immaginazione nel concepire
felicemente una riunione di rapporti, e nell’esprimerli riuniti in un sol
vocabolo, formarono dei composti colla voce radicale, e con certe variate
desinenze come mezzo opportuno per significare la varietà de'casi in cui può
trovarsi un'oggetto riguardo ad altri oggetti: per es. nella voce “ama-ba-mus”
troviamo la combinazione di sette rapporti, come vedremo. Nella lingua italiana,
mancante di una eguale energia riguardo alle desinenze dei nomi, è supplito coll’associare
al nome certe voci denominate segnacasi che, facendo le veci delle variate desinenze
dei nomi latini, ci procurassero il medesimo risultamento. Tre classi di
declinazioni si sono formate dei nomi italiani, dipendenti da tre desinenze in -a,
-e, -o del nominativo singolare, e da due in -e ed -i del nominativo plurale \
desinenze di tutti i nomi italiani, a riserva di pochi tronchi, come “virtù” in
luogo di “virtude,” ove vien troncato il “-de” finale. Di queste tre classi
daremo tre esemplari da servire come modelli ai quali dovrà riferirsi la maniera
di declinare tutti i nomi italiani. Denominazione dei nomi maschili. I.
Declinazione che termina in “a” nel singolare ed in “i” nel plurale - Singolare
Plurale. i II » Li i Del dif Delli dei 3 Al a> “profetA” Alli ai, o
a'}Profeti 4 II 6 Dal da I II Li t Dalli, dai, oda') II. Declinazione. Questa
nel singolare ha la desinenza in e, nel plurale in i. Singolare Plurale i II
•> Li 1 a Del dif Delli dei/ 3 Al a>Genitore Alli ai, a' >Genitori 4H
( Li ( 6 Dal daj Dalli, dai, da') III.
Declinazione. Questa finisce in o nel singolare, ed in t nel plurale i.
Singolare Plurale 1 Lo il) Gli, li, i \ 2 Dello di/ Degli, delli, dei/ i Allo,
al, a /Scherzo Agli, alli, ai >Scherzi 4 Lo (Pianto Gli, li, i (Pianti 6
Dallo,dal,daj Dagli, dalli, dai) te Declinazioni dei nomi femminini L
Declinazione. ALbraccia questa tutti I femminili che terminano in a nel
singolare , ed in e nel plurale (2). ■ v Singolare Plurale 1 La } Le ' \ 3
Della di/ Delle di/ 3 Alla a^Terra, Alle a^Terre 4 La l Le t 6 Dalla da) Dalle
da) II. Declinazione. In e nel singolare, ed in i nel plurale. I nomi colle
desinenze del singolare in -co, -go , se hanno avanti a tali sillabe la
consonante finiscono nel plurale in -chi, -ghi , p. e palco, palchi / albergo,
alberghi. Si eccettui il vocabolo porco che fa porci. Quando poi hanno la
vocale avanti , terminano d'ordinario in ci , gi ; p. e. medico, medici j
teologo , teologi; dico d' ordinario perchè vi sono molte eccezioni ; p. e.
fichi , fuochi, cuochi, luoghi, dialoghi , ec. I nomi che nel femminino
finiscono in -ca , -ga , hanno il plurale in -che, -ghe ; p. e, monaca, verga;
monache , verghe- 88 Singolare Plurale i La ì Le a Della di/ # Delle dil 3 Alla
a >Genitrice Alle a>Genitrici 4 La 1 - Le 6 Dalla da) Dalle da III.
Declinazione. In o nel singolare , ed In i nel plurale. Singolare Plurale i La
"\ Le a Della dil Delle di 3 Alla a>Mano Alle a>Mani 4 La l Le 6
Dalla daj Dalle da Gli aggettivi maschili nel plurale finiscono tutti in i \ ed
i femminili in e , qualora abbiano il singolare in a ; perchè se lo avranno in
e fini- ranno ancor essi in i: per es fedeli , ce. Declinazioni dei vice-nomi
personali ( o pronomi ), che indicano la persona , o le persone. I vice-nomi
personali si declinano per casi , co- i i nomi. Daremo qui le declinazioni di
quelli che , attesi i loro cangiamenti c sostituzioni di certi monosillabi ,
mentano di essere esposti di- stesamente. Digitized by Google «9 Io Singolare
Plurale x Io ' Noi a Di me Di noi 3 A me , mi , me ne A noi , ci , ce ne 4 Me ,
mi Noi , ci , ce ne 6 Da me Da noi I monosillabi sostituiti : mi , me ; ci f ce
; me ne, ce ne, pongonsi e prima, e dopo il verbo \ ma, in questo secondo caso
vogliono essere uni- ti alt assertivo. Es. mi rispetta , ascolta/wz , me lo
permetti , me ne diede porzione , diemmene parte , ec. Tu Singolare Plurale 1
Tu Voi 2 Di te Di voi 3 A te , ti , te ne A voi, vi , ve , ve ne 4 Te , ti Voi
, vi (5 Da te Da voi r Egli ed Esso Singolare ' t Plurale 1 Egli,ei,e, Esso
Eglino, ei , e\ Essi 2 Di lui Di loro , loro 3 A lui , gli , lui , A loro ,
loro 4 Lui , il , lo Loro , li , gli 6 Da lui Da loro Digitized by Google 9°
Ella , ed Èssa Singolare Plurale 1 Ella , Essa (i) Elle, elleno, Esse 2 Di lei
Di loro , loro 3 A lei , le , lei A loro , loro 4 Lei , la Loro , le 6 Da lei
Da loro Se . - Singolare , e plurale. • 2 Di se 3 A se, si 4 Se , si ti Da se
Avvertenze sopra i Segnacasi Qualora debbano congiungersi più sostantivi , o
preponessi ad ognuno il segnacaso 5 come : Tener- gia , la virtù, il valore, e
le vittorie dei romani trionfatori ; ovvero a veruno j come : sorgevano da ogni
lato grida , pianti e lamenti. La stessa (1) Vi sono non pochi grammatici che
ascrivono a grave er- rore il dire lei invece di egli , od fila ; come anche il
premet- tere al vice nome lei il segnacaso il seguito dalla preposizione di ;
dicendo per es. il di lei sapere. Benché da noi si opini che nel caso retto
debba sempre farsi uso scrivendo di egli , ed ella ; affine di distinguerlo dai
casi obliqui ; e che meglio sia detto : il sapere di Ui \ pure vedendo ciò, che
si condanna come errore, venire usato da qualche classico scrittore j ed
ascoltando simili espressioni in corso pubblico an- dar vagando perle bocche
delle colte ed eleganti persone, che hanno il diritto di ammettere , o di
rigettare una maniera di dire ; perciò ci sembra che desse non dovrebbero poi
straziar tanto le orecchie delicate. regola ha luogo per gli aggettivi ; onde
diremo: //dotto, V accreditato , e futile scrittore; ovvero: fu giusta,
onorevole, e conveniente la presa ri- soluzione. In somma questa regola dipende
dalla maggiore o minor forza , dal senso più o meno esteso generico e determinato
, che si vuole che ahLia quel sostantivo principale cui sono riferibili gli
altri nomi. Si avverta però che , associato che siasi il se- gnacaso al primo
nome , non saremo più liberi di trascurarlo negli altri. Non potrà poi
omettersi in verun conto il se- gnacaso , riguardo a due aggettivi , riferibile
Timo ad alcuni , e l'altro ad altri individui del mede- simo sostantivo
plurale; come: li buoni eli mal- va ggi uomini. Similmente converrà porre il
segnacaso a cia- scuno dei sostantivi che si riferiscono a rapporti diversi ;
onde diremo: Gli scenziali che solleva- no ; ed i letterati che abbelliscono la
vita incre- sciosa e trista (1). Avvertenze siili* uso dei vice-nomi personali.
Benché i vicenomi Egli\ Ella non si usino che in luogo di persone , pure si
trovano riferiti anche a cosa ( v. Albert, diz. t. 2, p. 36 ). Questi stessi
vicenomi si trovano usati qualche volta per puro vezzo di lingua , senza aver
forza {1) Vi accorgerete meglio del servigio prestato dagli arti- coli alla
lingua italiana se contenterete una delle espressioni dei latini ( che non
avevano a rigore articoli ) , p. e. il loro vimini libere con i nostri tre
significati diversi: bere vino, bere il vino , bere del vino , cioè *.° non
essere alieno dal vino: 2. 0 beverlo assolutamente ; 5.° beverlo con
moderazione. 9* di pronome ; per es. egli non mi riesce nuovo il • vostro
valore. Ciò deve intendersi ancora della voce csso\ p e. venne con esso loro,
con esso lei, ec. Nel dativo femminino non dovrà mai usarsi gli invece di /e, dicendo,
gli diedi , ma bensì le diedi , o diedi a lei. In tutti i casi si usa Essoj e
desso soltanto nel primo e nel quarto , es. egli è quel desso. Con qualunque
verbo si associa esso ; ma desso coi verbi soltanto essere , parere , sembrare.
Esso , preceduto dalla proposizione con ^se- guito immediatamente da un nome, o
vice nome personale , resta indeclinabile in ambedue i ge- neri , e dicesi :
con esso meco , con esso teco ; con esso voi , con esso lei \ mentre che non
può impiegarsi desso in composizione di altra parola. I vicenomi mi, fi, vi si
associano bene spesso coli 1 assertivo che afferma cader V azione 5 o ter-
minare nel soggetto che la fa; come mi ricordo, ti sdegni, vi maravigliate.
Servono anche talora a pura eleganza \ come : io mi vivo tranquillo , tu te ne
vai lieto. Vicenomi comuni a persone, a cose, ad oggetti. Questo (1) , questa
Quello , quella Costui , costei Colui , colei Codesto , codesta questi , queste
quelli , quelle costoro , costoro coloro , coloro , codeste (1) Si usa questi al
singolare iatendendo un uomo, benché *i trova usata tal voce anche rapporto ad
un'animale: Dante , indicando un Leone , dice : Questi parea che contro me venisse.
8lessa medesima sua mia qualcuna voslra niuna nissuna stessi medesimi suoi '
miei qualcun! ì ? 5 slesse medesime sue mie qualcune vostre vostri Escludendosi
assolutamente da questi pronomi 1' esistenza di uno; perciò la moltiplicità,
vale nessuna (l)la dire il loro plurale, non può aver luogo in verun mqdo.
veruna Stesso Medesimo Suo Mio Qualcuno Vostro Niuno Nissuno Nessuno Veruno Chi
= quello il quale ; è un vicenome invariabile. » ■ Avvertenze. • Qual siasi
vicenome è sempre di terza persona. Indicar persona ragguardevole con i
vicenomi costui , costei , colui , colei , ec. invece di questo, Suesta , ec.
sarebbe un mancar di rispetto, aven- o T uso annesso a tali pronomi una certa
idea di dispregio. Mcdemo è termine da volgo, e medesmo da verso. È errore il
dire mii , in luogo di miei. Neanche può dirsi sui invece di suoi ; alle volte
bensì trovasi usata la voce sui in grazia della rima» Col pronome quale , quali
, va sempre associa- to il segnacaso mentre non ha luogo giammai con che ( il
quale, la quale ). Quando però prenda il che il carattere di aggettivo
sostantivato, come per es. il che ( la qual cosa ) ben s'intende, in 1 ■ ■ .
(i) Se questi pronomi negativi verranno preceduti dalV as- sertivo . allora
dovrà a questo premettersi la voce negativa non , o nè > la quale si* om
mette se essi lo precederanno j per- chè in questo secondo caso, lo stesso
vicenome ci fa abbastanza comprendere il carattere negativo dell' assertivo :
per es, non V é niuno ; niuno y' è. Digitized by LaOOQle tal 9 caso non può
ommetlersi la voce il Quando il che fa da pronome di cosa al caso obbliquo ,
non può omettersi il segnacaso. m Altri , esprimente altr uomo , ha per obliqui
la voce altrui , per es. la cupidigia di prendere quel d' altrui. Talora può
restar privo di segnacaso ; per es. : non fare altrui ciò che patir non vuoi.
Prende però' il segnacaso quando veste la natura di sostantivo-, come
dilapidare l'altrui. Un tal di- scorso si estende ancora ai vicenomi mio , tuo
, suo , per es. consumare il suo ( avere ) ; vedere i suoi ( parenti ); ec. J '
# . . . Nulla , niente , sono vicenomi sostantivi di niu* no , veruno , ed
equivalgono a nessuna, cosa. Con queste voci si associa spesso il monosillabo
non , còme semplice ripieno , non producendo negazio- ne nel sentimento , come
la produce nel latino} e perciò sono altrettante negazioni : non v è niu- no ;
non vi veggo nulla , ec. Onde (perla qual cosa ) è un vicenome so- stantivo cbe
supplisce a tutti i casi , e ad ambi- due i generi. Fa bene spesso le veci di
che, di cui, a cui, con cui, ec. l'anima gloriosa onde ( di cui ) si parla. I
\icenomi lo , la , gli, le , quando prendono le voci 9 me , te , ve, ce, fan
cangiare in queste la (e) in (i) ; dicendosi : la mi strinsi al collo : gli ti
presenterò , ec. (i). All'incontro, alle voci mi, ti, vi, ci , succe- dendo
immediatamente i vicenomi indicati , dovrà la i cangiarsi in e, e dirassi : me
lo permise, ve lo spedirò , ec. * ' (1} Parlandosi a taluno in terza persona si
usa la, le (in senso' femminino ) , invece di lo , gli ; p. e. la prego , le
rac- comando i cioè prego la Signoria sua , ec. Digitized by Googl $5 Ancora il
monosillabo se , nel dativo , e accu- sativo, quando preceda immediatamente al
verbo, si cangia in si: Es. si die a credere. Quando vien dopo il verbo,
cangiasi in si , associandosi al ver- bo e raddoppiando la (s) nei monosillabi
, e nelle voci accentate: damasi a credere } diessi a crede- re : darassi a
credere. Invece del pronome singolare suo , sua signi- ficante, cosa spettante
al soggetto della proposizio- ne principale può usarsi di lui , di lei ,
qualora non abbia luogo equivoco alcuno. Es, autorità di lui, cioè la sua
autorità- Ma non diremo : il dotto autore, e le di lui produzioni , dovendo
dirsi : e le sue produzioni , perchè sue non pnò rife- rirsi ali 1 autore ma
alle produzioni. In plurale all'incontro se la cosa appartenga al soggetto
della proposizione , si adopera loro piuttosto che i suoi. Invece di colui ,
colei si usa ancora lui , lei ; per es. Pur lei cercando ebe fuggir dovria (Petr,),
cioè cercando colei che dovrei fuggire. 9 CAP. X. CARATTERI ESSENZIALI DELL*
ASSERTIVO ( o verbo ) italiano. Fu già avvertito ( p. 56. ) Che il i.°
carattere essenziale degl' assertivi consiste nel farci intende- re P esistenza
del soggetto , o cosa nominata : Che il 2.° consiste nelP affermare una qualche
ma- niera di esistere del soggetto medesimo, ed espri- mere un giudizio ; e che
questi due caratteri di- consi stato. Che il 3.° carattere che compete a tutti
gl'assertivi , fuorché al verbo essere, consiste nel- F esprimere azione»
L'azione fatta dal soggetto, ossia caso retto ,o Digitized by Google 96 passa
fuori di lui, cioè néV oggetto o caso obli- quo , come per es. chiama , grida ,
ordina , ec. ovvero T azione s' indirizza verso il soggetto me- desimo ove ha
il suo termine ; cjome: dorme, pian- gc y imbcvcsi , ec. E benché i primi
assertivi si chiamino transitivi ed i secondi intransitivi , sem- pre però
resta vero che gli assertivi italiani posso- no riguardarsi tutti come
essenzialmente attivi (i). GÌ intrasitivi o sono tali per loro natura, co- me :
cammina, soffre , piange , ec. ovvero dall'es- sere transitivi , assumono T
indole degli intransi- tivi mediante il monosillabo si che li precede iso- lato
, o che li segue incorporandovisi ; per es. si gloria , si diletta > si
discioglie , si dissipa, si di- verte , si rattrista ec. gloriarti , dUetUWz,
discRh gliem , dissipar.?/ , divertim , rattristare* , per es* la vita dell'
uomo si compone più di rimembran- ze e di previdenze che di sensazioni attuali;
anzi per portare lo sguardo nelle tenebre del futuro conviene servirsi della
face del passato. Distinguerete ancora gl'intransitivi accidentali dalla loro
capacità di associarsi colle vocic/u, che cosa, per es. diletta ( chi ),
discioglie ( cosa), dissipa ( che ) ] mentre queste stesse voci non po- trete
concordarle con gl intransitivi dormo, pian- (i) I grammatici distinguono
ancora gli assertivi in verbi dì azione , e di passione ; di cessazione di
azione , e di stato ec. eie azioni in transitive, intransitive , e permanenti ;
in azioni che consistono in far&, o patire, in produrre o ricevere ec.
Riflettendo però su tutte queste distiate significazioni, non ▼i si troverà mai
altro che afférmazione di una maniera di essere , ossia di uno stato. Per
esempio le frasi : io vinco , io sono vinto : io dormo : io batto: io sono
battuto; tutte signi- ficano in sostanza : io sono ; tutte asseriscono ,
affermano tutte una esistenza in tale , o tale altra maniera ; tutte esprimono
uno stato , un* esistenza modificata dal sonno , dalle batti- ture ec. D 97 go
y passeggio , riposo y ec. perchè essendo per essenza intransitivi non può la
loro azione riferirsi a cosa o persona fuori del soggetto medesimo per con
cordarvi si. Non dovete però confondere gli assertivi intran- sitivi con quelli
di significato passivo. Il linguag- gio italiano arricchito dall'arbitrio potè
ricevere il significato passivo degli assertivi attivi col porre per casa retto
F aggettivo dell' azione , associan- dolo col verbo essere ( ed alle volte colP
asserti- vo venire ) coir aggettivo verbale trasformato in participio, e con il
soggetto da dove parte l'azio- ne ché diviene caso obliquo , e prende avanti di
se la proposizione per o da ; p. e. : Pietro ama la giustizia = la giustizia «è
amata da Pietro 5 così: i soldati ottimi per la disciplina , ottimi pel va-
lore , terribili per la rabbia furono sempre temuti da ...=... vennero sempre
temuti da. . • (1). Per distinguere gli assertivi attivi dai passivi , e dagl'
intransitivi osserverete : se il nominativo è il soggetto che agisce , e che fa
passare F azione fuori di se , cioè nell* oggetto di caso obliquo , F assertivo
sarà attivo 5 se F oggetto fa da nomi- nativo paziente , ove termina P azione
del sogget- to che fa da caso obliquo , e allora sarà passivo 5 finalmente se
il nominativo che regge F assertivo è nel tempo stesso soggetto che agisce, ed
oggetto che patisce , e allora sarà intransitivo. ( 1 ) La nostra lingua
riguardo ai passivi manca di un pregio che ha la madre latina, che con una sola
voce fa comprendere ciò che per la nostra ve ne occorrono due ; per es. :
amatur = e amato. E ben vero però che ci siamo procacciati una seconda
espressione di cui manca la latina, prevalendoci dello stesso -at- ti vo , e
formando l* in transitivo coli aggiunta di un«i, per e.s. sì racconta , si
scrive , ec queste maniere non hanno corso ch« per le terxe persone. 5 98
Caratteri accidentali dell' assertivo. Per caratteri accidentali dell'
assertivo dovete intendere , o giovanetti , quelle sue modificazioni variabili
colle quali ci manifesta i suoi rapporti al modo di esistere , al tempo , alle
persone , al loro numero. Osservaste già che il tempo presente è un istan- te
un puntò indivisibile, che separa una 6erie d 1 i- stanti o tempi passati da
una serie d" istanti , o tempi futuri ( p. 49)* e cne lo stato , e T
azione che viene significata dall' assertivo , avendo rap- porto coli' uno , o
coli 1 altro di questi tempi , fa che air assertivo stesso , riguardato sotto
questo punto di vista , non possa competere che il tempo presente , passato , e
futuro. Modo indefinito. Fu avvertito che 1* assertivo incomincia a farsi
conoscere a noi con una voce verbale che indica stato ed azione in una maniera
astratta ed illimi- tata , in somma che in un modo indefinito enun- cia un
giudizio. Questo modo , chiamato dai latini infinito , si conserva in realtà
sempre indetermi- nato anche riguardo al tempo. Pure, piacendovi di dare alle
voci verbali indefinite una qualche determinazione di tempo indipendentemente
da qualunque altro giudizio espresso da un' altro as- sertivo che vi si associ
, potrete riguardarle di tempo presente ; come : portare , temere , parti- re =
port-are , tem-ere , part-ire , ec. (i) (i) l& voce verbale indefinita vien
riguardata da taluni coma emplice denominazione , ossia puro nome
dell'assertivo. Le voci poi che ollengonsi coli' associare alla parte radicale
o signiGcativa degl'indefiniti i bis- sillabi ante , ente ,* ato ed atto >
uto ed utto , i/o ed itto , atto ec. , come : portalo , portante ; te- muto
> temente \ ec. (voci che diconsi participii) potrete supporre che
abbraccino il tempo presente e passato con significato attivo le une , e
passivo le altre. Finalmente le voci verbali che risultano dair unire al
radicale degli assertivi i bissillabi andò , endo , come ; portando , temendo ,
ec ( voci che furono denominate gerondi ) , potranno da voi riguardarsi di un
tempo che si estende dal presente al futuro : e tutto ciò per comodo di
classificazione delle voci verbali medesime cioè del- l' indefinito ,
participio e gerondio , delle quali addurremo qui un succinto prospetto colle
indica- zioni dei supposti loro tempi. Voci verbali indeterminate. Indefinito
Presente Avere Essere Portare Temere Partire Amare Affliggere Vivere Participio
Gerondio Presente-passato Presente-futuro avente , avuto essente ( antiquato)
portante , portato temente , temuto partente , partito amante , amato
affliggente , afflitto vivente, vivutoo vissuto vivendo avendo essendo portando
temendo partendo amando affliggendo Avvertenze. Fra le voci verbali , che sono
un composto del verbo essere e di un aggettivo puro o sostantivato 100 devono
comprendersi ancora gì 1 indefiniti > i par- ticipi , i gerondi , perchè
queste voci sono ancor esse implicite proposizioni indeterminate per eg. amare
= essere amoroso \ temente = colui che te- me ; temuto = essendo temibile 5
temendo — aven- do timore. L'indeterminazione di simili proposizioni ri* guardo
al tempo vterrà tolta da qualche altro as- sortivo che vi si associ. Se questo
sarà qualche voce di avere , allora il participio dovrà accordarsi col soggetto
piuttosto- chè coli' oggetto della proposizione principale ; per es. « Cercato
ho sempre solitaria via ( Petr. ) È vero bensì che abbiamo da Dante : « Un
altro che furata avea la gola » Il participio fu così denominato perchè, secondo
il parere dei latini, partecipa dèi nome e del ver- bo ; ma questo carattere
compete a tutte le voci verbali ; determinate ancora riguardo al tempo che le
rende conjugabili. Questa determinazione di tempo mancando in realtà al
participio, fa che non venga conjugato , benché si declini al modo de nomi
aggettivi prendendo le respettive modi- ficazioni finali mascoline , femminine
, e comuni , p. e. amato _ f amata , amante ; amati , amate f amanti» Il
significato però attivo o passivo del partici- pio non è talmente indeterminato
da non farci scorgere , in qualche modo un significato attivo p. e. nelle- voci
amante 5=5 colui che ama , leg- gente » colui che legge , ec. ed un significato
passivo nelle voci ammirando = essendo ammira- bile 9 venerando = essendo
venerabile , ec. e fi- nalmente un significato comune, cioè tanto attivo come
passivo nelle voci amato = avendo amato 9 essendo amato, ec. 101 Il gerondio
esprìme un azione secondaria che viene eseguita dal soggetto principale nell'
atto che esso- stesso sta effettuando l'azione principale ; p. e. non da
alleato , ma da padrone procedendo , s'im- padroniva . . . mentre colle chimere
andava pa- scendo » • • • *> . • > • - . Modo imperativo* Potrete
incontrarvi primieramente coli' assertiv 0 che, con modo imperante , esige
effettuata un* rlche operazione ; primo , per forza di coman- ; p. e. Va , non
ti vegga il sol novello in Argo 5 2.° di preghiera : parla , dimmi che fu?
salva te stesso: 3.° per forza di consiglio od esor- tazione : ascolta la verità
sempre bella ed utile , sebbene non ti lusinghi. Le voci imperative non
riguardando il passato, sul cpiale non ha luogo il comando , si riferiscono
soltanto al presente ed al futuro ; per es. lasciami in pace ; ed anche :
preferirai tu al bene tuo quello della patria ; ed il bene della patria lo po~
sporrai tu ^ quello del genere umano* Modo indicativo. » * . Le voci verbali di
modo indicativo esprimendo un giudizio completo senza concorso di altro giu-
dizio escludono ogni idea di comando, di condi- zione , ed indicano nudamente
lo stato e V azio- ne , colla dipendenza dal tempo , dalle persone , e dal
numero solamente» E benché il tempo non possa essere che pre* sente , passato ,
e futuro , pure , prendendosi per oggetto di confronto uno stato od azione H , che
ioa ha luogo nel momento attuale h (i) , potrà V as- sertivo farci intendere
tanto le maggiori o mino- ri distanze dei passati tempi a > b , c , d . , .
dall' istante presente h , come ancora certe mag- giori o minori determinazioni
degli . stati ed azio- ni A , B , C ? D ... . che ebbero luogo nei re- spettivi
tempi a , b . . . Lo stesso deve intendersi detto dei tempi futuri », o , V , .
. . rapporto all' attuai momento h , e delle corrispondenti azioni N , O , P.
Dai riflessi fatti sul tempo potrebbe dedursi che all' assertivo di modo
indicativo competono otto tempi diversi fra loro; cioè 1/ 11 presente che
denota lo stato , e l'azione H , che si effettua nelT attuai momento h \ p. e.
sento , penso , cammino. a.° Il passato pendente , p. e. Curvo Archi- mede
sulla polvere descrìveva delle figure geo- metriche, quando da soldato romano
fu barbara- mente ucciso \ T azione di Archimede è di tempo passato pendente
non già riguardo al tempo , nel quale non ha luogo pendenza alcuna , ma bensì (
1 ) Il tempo presente in cui si asserisce lo stato o 1' azione consistendo in
un' istante unico e indivisibile , anzi in un istante passeggiero e fuggevole ,
non potrebbe racchiudere una varietà di pensieri e di azioni che esigono una
certa estensione di tem- po ; pare in pratica un epoca qualunque costituita di
parti che si succedono fra loro , vien riguardata quasi un tutto indivisi"
bile di tempo presente per es. Léggi , natura , Dei , tutto in • non cale
sempre quell'empio tiene. Queste enunciazioni rappre- sentano un tutto di tempo
presente che abbraccia un illimitata estensione di azione e di tempi. Dicasi lo
stesso delle espres- sioni : V attuai mese , quesf anno , if presente secolo.
Questo riflesso , applicato all' assertivo indefinito , incapace di distin-
zione di tempo , potrà farci ravvisare; in esso ancora delle di- stinzioni di
tempi , dipendenti però da altri assertivi finiti con cui si trova congiunto ,
come si osservò anche altrove. Lo stesso deve intendersi riguardo al participio
ed al gerondio. ■r io3 riguardo ali 1
azione che era ancora pendente , os- sia non ultimata , quando il soldato
uccise Ar- chimede in azione. Così : la rabbia , l 1 indigna- zione, il furore
agitavano il Consesso mentre Egli così parlava. . .Ed è perciò che questo tempo
fu chiamato dai latini passato imperfetto , acciò s 1 in- tendesse che
quantunque lo stato ed azione avesse avuto luogo in tempo già passato, pure non
si offriva come passato del tutto , non avendo ricevuto an- cora un compimento
perfetto. Ed ecco perchè dai grammatici attuali questo tempo vien chia- mato
ancora passato pendente. 3.° Passato prossimo incompleto , o indelermi* nato.
Questo accenna stato ed azione passata da Srualche tempo senza farcela
concepire ultimata af- atto ; p. es. temei che il male , ec. così mi sentii
quasi dividere , e lacerare in due dentro me stesso. 4«° Passato prossimo
determinato : questo espri- me stato ed azione effettuata nella sua totalità da
tempo non molto remoto ? per es. ho sentilo, ho veduto ec. Le voci di questo
tempo composte col- r indicativo di avere > e col participio dell** asser-
tivo, furono chiamate dai latini di tempo passato perfetto per indicare
l'azione ultimata in un tem- po passato. 5. ° Trapassato imperfetto od
incompleto. Que- sto indica stato ed azione passata da gran tem- po , lasciando
però nel nostro concetto una certa pendenza riguardo al totale compimento; per
es. io era stato ascoltato quando venne, ec. aveva già scoperto nel suo aspetto
un qualche timore, quando si manifestò ec. Questi due tempi ( 5.° e G.° )
furono dai latini riuniti in uno denominandolo più che perfetto. 6. °
Trapassato perfetto o completo. Viene in- dicato da questo tempo uno stato ed
azione com- io4 pietà e passata , ed insieme più remola dal mo- mento presente
in confronto di altra azione pas- sata : pei* es. Iddio aveva già crealo e
Cielo e Terra allorché formò X Uomo \ qui formò è pas- sato , ed aveva creato
trapassato perfetto j cosi , quando io ebbi udito me ne partii. 7. 0 Futuro
semplice. Uno stato , o azione da effettuarsi in un modo assoluto e
indipendente da qualunque condizione j p. e. andrò domani , scri- verò fra poco
; si dice di tempo futuro semplice. 8.° Futuro anteriore composto. È quello che
suppone che uno stato, o azione futura sarà ef- fettuata avanti un 1 assegnato
tempo od azione fu- tura ; p. e. domani a quest' ora sarà effettuato quanto
bramate ; Chi è che in questo esempio non rilevi due tempi futuri ? X uno meno
remoto dal tempo presente, cioè sarà effettuato , e l'al- tro più lontano ,
cioè domani a quest' ora. Modo Congiuntivo. Per mòdo congiuntivo dell'
assertivo deve in- tendersi una certa sua dipendenza dalla congiun- zione di
altro assertivo espresso o sottinteso nel quale s'include un atto della volontà
, che espri- ma comando o preghiera , o desiderio , o per' missione, o
proibizione, o condizione , o ipote- si , o ec. ; p. e. : regnerebbe fra gì'
uomini la pace ? se si compatissero reciprocamente , qui re- Énerebbe è voce
verbale di modo congiuntivo , l quale forma la proposizione subalterna dipen- dente
dalla principale se si compatissero , che è la voluta condizione \ od anche :
risolvette viver- sene umile ed ignoto là dove ancora virtù si pre- giasse.
Cosi : sia pur egli stato nostro nemico , noi dobbiamo graziosamente riceverlo.
io5 Ora osservando che un atto dipendente dal co- mando e dalla volontà non è
riferibile che o a cose future, che sono le sole che possono otte- nersi , o a
cose passate in quanto che può bra- marsi di averle effettuate ; perciò al modo
con- giuntivo , rigorosamente parlando , non dovrebbe assegnarsi il tempo
presente. Ma avendo riguardo non già air azione, ma alla volontà esternata da
un assertivo di tempo presente , perciò accordano i grammatici anche al
congiuntivo il tempo pre- sente p. e. io pensi , io tema , io parta , ec. La
divisione de* tempi di modo indicativo , è analoga a quella del modo
congiuntivo ; a riser- va de' due futuri , avendo qui luogo soltanto il futuro
anteriore composto dell 1 indicativo. Modo ottativo, o desiderativo Crediamo
che un tal modo sia lo stesso modo congiuntivo , quando con esso , in luogo di
ciò che indica comando , o volontà esternata venga associata una qualche frase
esprimente desiderio, come , bramo che , desidero che , Dio voglia che, ec.
colle rispettive variazioni verbali esprimenti brama , desio ec. per. es. Per
te cl eterni allori— Germogli il suol Romano — De 1 Numi il mondo adori — Il
più bel dono in te. Persone degli assertivi, e loro numero singolare e plurale*
Le accidentali modificazioni delle voci dell' as- sertivo non dipendono
unicamente dal modo e dal tempo , ma dalle persone ancora e dal loro nu- mero.
Queste due modificazioni non sarebbero pro- prie iu realtà che del nome. Quindi
è che potrà da noi supporsi che dopo che fu fissato doversi riguardare la
persona che parla , cioè io per per- sona prima , la persona a cui si parla,
cioè per persona seconda j e la persona di cui si par- fa , cioè egli per
persona terza] e che inoltre alle persone , io , tu , egli di numero singolare
doves- sero corrispondere nel numero plurale le rispetti- ve voci personali noi
, voi , eglino ( o quelli ), fu ancor convenuto doversi estendere -queste
stesse denominazioni di persone a quelle voci verbali che dipendono dall una o
dall'altra di queste tre persone , tanto singolari che plurali. Ed ecco per-
chè abbiamo pel singolare (ioì leggo persona pri- ma : (tu) leggi persona
seconda : (egli) jMS e P er ~ sana terza ; e pel V X ^ 1 ^¥4p^¥ r ^^ f l™)
leggete: (quelli) leg^^T^ ™ Conjugazione degli assertivi. m Coniugare
un'assertivo significa congiungere op- ■ ■ guito quei della dai basso per un
paio di violato rispettò , che niuno osasse dirigersi a lui ii mente, ma beasi
come ad una terza Persona non presente a chi parla , dandole del Leù I soli
Poeti , per non essere in perpetua con tradizione colle regole della grammatica
e del buon senso, ritennero il primitivo linguaggio , dicendo : . . Signor che
pensi ? In quel silenzio Riconosco Caton. Se il Poeta avesse detto : che
pensate o signor ? V espres- sione sarebbe divenuta men sostenuta ; e si
sarebbe poi resa ri- dicolissinia , se, sul gusto attuale , detto avesse: che
pensa l'Ec- cellenza vostra Signor D. Catone. 1 Quacqueri usano il tu dei poeti
con qualunque, persona. Digitized by Google S orfanamente colla parte radicale
o significativa el suo indefinito , già fissato per elemento pri- mitivo
dell'assertivo, una varietà di modificazioni finali dipendenti dagli
accidentali rapporti di mo- do , tetnpo , persona , e numero. La totalità delle
5l variate forme o desinenze , che risultano da tali congiunzioni per un
asserti- vo , costituiscono la sua conjugazione , dipenden- temente dal suo
stesso indefinito. Dunque in cia- scuna delle variate voci dalle quali risulta
la con- jugazione di un assertivo , possiamo distinguere tre elementi : il primo
radicale ed invariabile , significante la cosa , e questo potrà dirsi signifi-
cativo : gli altri due che variano colle persone , e coi tempi , li
denomineremo rispettivamente per" sonatilo e temporativo , E siccome le
desinenze degli infiniti di tutti i verbi italiani ci presentano una triplice
varietà , perciò si sono fissati tre esemplari o modelli di con- jugazioni ,
all' uno o all' altro de' quali devono' riferirsi tutti gli assertivi per
conjugarli convene- volmente* Dal primo di questi modelli si comprenderanno
tutti i verbi terminanti nelP infinito in (are) pen- sare , parlare , sgridare
ec. ; dal secondo tutti quelli che hanno la desinenza in (ere) lunga o bre- ve
, come temere , sedére , lèggere, frèmere ec. ; dal ferzo tutti quelli che
finiscono in {ire) come: partire, sentire, nutrire ec* Prima però di esporre
questi tre modelli per conjugare gli assertivi regolari dell' idioma italiano
sari opportuno che voi conosciate la conjugazio- ne del verbo essere , e quella
dell 1 assertivo averci attesoché questo si associa con tutti gli assertivi di
significato attivo , mentre quello si congiunge con quei di significata passivo
7 ed anche con glV/i- io8 transitivi. Ed è appunto perciò che vengono de-
nominati ambedue ausiliari dalla voce latina a«* xiUum ( ajuto ) , servendo
appunto di ajuto per formare una varietà di significazioni di tutti gli
assertivi. COffJUGAZIOBE DEL VERBO
IRREGOLARE ESSERE. MODO INDEFINITO. Indefinito Participio Gerundio Presente
Presente- Passato Presente- Futuro Essere Essente (i) Essendo Passato - Essendo
stato. Futuro Essendo per essere MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing. (a) Sii
tu, o sia tu; Sia colui. Plur. Siamo noi; siate voi; Siano, osieno coloro.
Tempo futuro. Sing. (3) Sarai tu , Sarà colui Plur. Saremo noi, Sarete voi ,
Saranno coloro. (r) Essente è voce antiquata. La yoce staio b»ncliè faccia ria
particip-o passivo del verlo e ssere , pure non è che il par- ticipio dell'
assertivo stare. Con la voce essendo , e coli* altra stato si (orma il gerundio
composto essendo stato. (2) Siccome niuno comanda a se stesso , perciò non ha
luogo la prima persona in questo tempo , per il quale si prendono le voci da
quelle del congiuntivo, avvertendo di qui porre sotto ciascuna voce il suo
pronome. (3) Questo tempo, cui manca la prima persona per l'addotto motivo del
presente , è lo stesso che il futuro dell' indicativo del verbo essere, colla
sola posposizione de' pronomi. 20? MODO INDICJTirO* Tempo presente» Sing. Sono
(i) Sci (2) È (3) Piar. Siamo (4) Siete (5) Sono (6) Passato pendente (
Imperfetto ). Sing. Era , o Ero (7) Eri Era Plur. Eravamo Eravate Erano Passato
prossimo indeterminato. Sing. Fui Fòrti (8) Fu. (lì La voce sono sembrava 1'
unica della prima persona del- l' indicativo presente cui la dolcezza e T
armonia avessero ac- cordato il mancamento , quando scrisse il Tasso « Amico
hai vinto io ti / erdon , perdona » questa sua ardita licenza gli tirò addosso
la più clamorosa e iuesorabil censura. Non potendo egli più reggere .a tanti
strazi , si risolvette, forse per far trionfare il suo orecchio con un verso di
confronto , di scrivere nella sua " Gerusalemme conquistata « Amico hai
vinto e perdono io, per- dona. Abbiamo anche dal Poliziano, a S' io 1 abhandon
, sia allor la fine mia ». (2) Se , antiquato. (3) Ene , antiquato. (4) Senio ,
Sterno , voci antiquate. (5) Sete , antiquato. Siate vocabolo erroneo.
Avvertite qui che erronei sono quei vocaboli che , quasi monete false , niente
hanro che legittimi il loro corso. (6) Enno , antiquato. 7) Ero , pensavo ,
amavo , e simili deainenae della prima persona del passato pendente dell'
indicativo , usate invece di era , pensava, amava, ec. benché disapprovate da
alcuni gram- matici , pure sembrano reclamate dal bisogno di distinguere la 1
»« dalla 3.* persona ' 9 ed approvate dall' uso comune. E se ciò non bastasse
non mancherebbe nè 1' autorità del Buonmattei « del Pistoiesi, del Mastrofini ,
ne V esempio di purga tissimi aeriti tori , e specialmente quello dei Drammi di
Metastasio appro- vati dalla Crusca dovrebbe dissipare ogni acrupolo gramma-
ticale. (8) Fatti antiquato. Digitized by Google ITO Plur. Fummo ( i ) Foste
(2) Furono (3) Passato prossimo composto e determinato. Le voci di questo tempo
si formano in ambe- due i numeri con quelle del presente dell' indi* cativo, e
con il participio passato stato; cioè: sono stato , sei stato , ec. , 4
Trapassato imperfetto. Colle voci del passato pendente , e colla . voce stato
si compongono i numeri di questo tempo f cioè: era stato , eri stato , ec. Il
trapassato perfetto ( fui stato ec. ) è poco in uso. Futuro semplice* Sing.
Sarò (4) Sarai (5) Sarà Plur. Saremo (6) Sarete Saranno^). Futuro anteriore
composto. Questo si forma con i vocaboli del futuro sen> plicee colla voce
stato; cioè: sarò stato, sarai stato, ec. MODO CONGIUNTIVO'. Presente* Sing.
Sia Sii, o sia Sia. Plur. Siamo Siate Siano (8). (1) Fusti mo , fossimo
erronei. f?) antiquato. Fosti , fusti, vocaboli arronei. (0) Furo , fur , furtw
, foto sono voci poetiche. Fulvo er- ronea • M Sflfì W« 0 '*' » antiquate. Fia
voce poetica. Sawo (5) &raz* antiquata. . (6) erronea. (7 ) Ftano , yie«o ,
poetiche. [fi) Steno vocabolo poetico. Siine erroneo.. « Passato pendente
(imperfetto). Sing. Fossi Fossi Fosse Plur. Fossimo Foste (i) Fossero (a). «
Passato prossimo condizionale* Sing. Sarei (3) Saresti Sarebbe (§. Plur.
Saremmo (5) Sareste (6) Sarebbero (7). Il passato pendente ed il condizionale
sono cor- relativi fra loro ; poiché mentre il secondo espri* me la condizione
, indica il primo ciò che acca* diebbe , verificata che fosse la condizione.
Es. Se noi fossimo più fàcili a compatirci , sarebbe ricom- pensata la nostra
indulgenza dalle dolcezze di un'a- michevole fratellanza. Anche i due tempi
trapassati che sieguono sono correlativi fra loro. Passato prossimo determinato
e composto. Si compone col presente del congiuntivo e col participio stato ;
per es. io sia stato , tu sit sta- to ec. ' t * ' Trapassato imperfetto composto.
Si compone col passato pendente , e colla voce stato , p. e. io fossi stato, tu
fossi staio , ec. ( 1) Fusti , fosti , voci erronee. (a) Fòsscno , fusseno ,
voci erronee. (3J Fora e saria voci poetiche. Sare 9 erronea. l't) Fora e sarta
voci poetiche. Sare' erronea. (ò) Sarèbbamo , sariamo , voci erronee. (6)
Saresti vocabolo erroneo. (7) Sarebbono , antiq. Forano , sariano , aleno :
voci poe- tiche . .... K . • *. Digitized by Google zia Trapassato condizionale
composto. Si compone col passalo condizionale , e colla voce stato ; p. e.
sarei stato , saresti stato , ec. 1/ unico futuro di questo modo è il futuro
an- teriore , composto dell' indicativo , e della voce essere , p. e. che io
sia per essere , che tu sii per essere , ec. ; COWJUG AZIONE DELL* ASSERTIVO
IRREGOLARE AVERE. MODO INDEFINITO. w * Presente Participio Pres. pass.
GerondioPres.fut. Avere Avente Avuto (i) Avendo Passato. Avere avuto. Futuro.
Avere ad avere, o essere per avere (2). MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing.
Abbi tu Abbia quegli Plur. Abiamonoi, Abbiate voi, abbiano eglino (3) Tempo
futuro. Sin g* m Avrai tu Avrà quegli Plur, Avremo noi , Avrete voi , Avranno
eglino. (1) Auto h erroneo* (a) L'assertivo avere si giova qui dell'infinito
del rerbo essere. * (^) Aggiano, antiquato} abbino t erroneo. Digitized by
CjOOQie 1,3 *0 INDICATIVO» Tempo presente. , - ■ • t Sing. Ho(i) Hai Ha (a)
P/tvr. Abbiamo Avete Hanno renilo postato pendente (imperfetto). Sing. Aveva
(3) Avevi (4; Aveva (5) P/ar. Avevamo (6) Avevate (7) Avevano (8) Tempo passato
prossimo indeterminato. » Sing. Ebbi (9)
Averti Ebbe (io) Plur. Avemmo (n) Aveste (ti) Ebbero (i 3) t i ' (1) ^tegio.
Questa voce antiquata riguardo ai buoni scrittori attuali è in uso al presente
in qualche parte d' Italia , e spe- cialmente fra il popolo del regno di Napoli
e quello della Marca di Ancona. (2) Queste tre voci del singolare colla terza
del plurale Si scrivono anche senza la h accentando bensì ò , à , ài , anno , -
per distinguere il loro significato da quello di o avverbio , di ai intoriez
one , di a segna caso , di anno nome di tempo. (3) Avevo antiquato , e da
discorso familiare. Avea poetico. 'A va va erroneo. (4) Avei antiquato. (5)
Avea , avia , poetiche. (6) Avèamo antiquato. Avàvamo erroneo. 7) Avavàte :
avevi , voci erronee. 8) Avìeno : aveano poetiche. Avàvano , avèvono, erronee.
9) Eii hei: antiquate. Avei, ovetti, erronee. (\o) Avè : avette erronee. (11)
Ebbimo antiquato. Èbbamo, erroneo. (12) Avesti erronea. . (13) Èbbono: avèttono
; èbbeno antiquate, Mbbano tnoW» Digitized by Google u4 Tempi passati e trapassati
composti. Ho , Aveva , Ebbi ( avuto ) , ec. Tempo futuro semplice. Sing. Avrò
(i) Avrai (3) Avrà (3) Plur. Avremo (4) Avrete (5) AvraDno (6) Tempo futuro
anteriore composto. Avrò ad avere , o sarò per avere 5 Avrai ad avere , o sarai
per avere } ec. MODO CONGIUNTIVO. Tempo presente. Sing. Abbia (7) Abbi, 0 Abbia
(8) Abbia (9) Plur. Abbiamo Abbiate àbbiano(io) Tempo passato pendente (
imperfetto )• Sing. Avessi Avessi Avesse (11) Plur. Avessimo Aveste Avessero
(12) Tempo passato prossimo condizionale. Sing. Avrei (i3) Avresti Avrebbe ^4)
1 ; JO Arerò, arò antiq. A r eroe erronea. k 2) A verai , arai antiq. . Arerà,
ara antiq. Auerae erroneo. Areremo : aremo antiq. Arerete , arete antiq.
Areranno :, aranno , antiquate. 17) màggia antiquata. p) Aggi f autiq. 9) Abbi
erron. Aggiano antiL , „ Aressi TOcabt lo erroneo. (12) Aressono ; a vessino
antiquati. (13) Arerei : averla: arei: aria vocaboli antiq. Avrìa poet. (14)
Arerebbe; averta : arebbe antiquati. Avita poetico. *t. ^to^ Digitized by n5
Plur. Avremmo (i) Avreste • Avrebbero (a) Tempi passati composti. Abbia , od
avessi ( avuto ) ec. PROSPETTO COMPARATIVO. Degli assertivi normali delle tre
conjugazioni regolari della lingua italiana. poiir-órca CRÉD-ere. part-Ih?» (3)
MODI INDEFINITI. Tempi indefiniti 0 Presenti Presenti-passati Presenti futuri
Indefiniti Participii-attivi-passivi Gerondi Port-are Port-ante, Port-ato
Port-ando Cred-e.. Cred-e..., Cred-u.. Cred-e... Part-i.. Part-e..., Part- i.. Part-e... Tempo passato
indefinito. Aver ( Portato , creduto ), esser Partito. Si noti qui : i.° Che se
le voci portare , cre- (1) Avrebbamo : apriamo: avriemo vocaboli erronei. (2)
Sverebbero : arebbero : avrieno , arieno : Avrtbbono an- tiq. sfuriano poet.
Avrebbano erron. (3) Fu già avvertito che gì' indefiniti sono i vocaboli pri-
mitivi dai quali discendono tutte le voci verbali associando alle loro
respettive parti radicali invariabili port , cred , part , che marcano V azione
t alcune variate modificazioni finali , chia- mate desinenze , le quali servono
a modificare l'azione secon- do i diversi rapporti di modo , di tempo , di
persona, di nu- mero. 1x6 dere , partire servono ad indicare e presente ed
imperfetto del modo indefinito. 2.° Che se le voci aver portato , aver creduto
, ec. rappresentano e passato e trapassato del modo stesso; ciò accade perchè
le voci dell 1 indefinito non determinando con precisione alcun tempo perciò
sono indifferenti ad associarsi a qualunque tempo di altro assertivo da cui
viene il loro tempo ad essere determinato. Infatti : andare è presente ,
dicendo ora debbo andare ; ma se dicessi : ho dovuto andare ; non sarebbe forse
Y andare un passato ? siccome è un futuro il dire dovrò andare. MODI
IMPERATIVI. Tempii presenti. . Sing. Port-a , i. Piar, iamo , ate , ino (i)
Cred i , a. » . . . , e . , a (2) Part-i , a. » • . . , i . , a (3) * ... Tempi
futuri. Sing. Port-erai, erà. Plur. eremo, erete, eranno (4) Cred- .. » . 4 . ParUi . . , i . . » i.,.,i..,i,.. (1) In
questo tempo le terse persone sono eguali alle terze dei rispettivi presenti
del congiuntivo. Le desinente delle prime persone del plurale corrispondono
alle prime persone del plu- rale del presente dt 11' indicativo e del
congiuntivo respettivo. E le seconde persone del singolare e del plurale sono
eguali a quelle del presente dell' indicativo. (z) Credino è erroneo. ?3ì
Partino , erroneo. (4) Portanti : por torà ; porteremo : portante : por faranno
tono voci erronee, II 7 MODI INDICATIVI
. Tempi presenti. Sia S: J 01 "* 0 » i > a - plur - ia n» CO > a»e,
ano fa) W Part - . • , e. . » . . . , i. . , o. . (6) Ti empi passati pendenti
( imperfetti ). Port-ava( 7 ) avi ava, Avarao,. arate ,(8) , avallo {«).
Cred-e..(io),e.. (n), e., (il). K ... ,(i5), e ... e.... (Vò). • f »••• '
I...., i.... , i.... rew/^i f ^tf prossimi indeterminati. Sing. Plur. Port-ai,
asti , ò (16). Aramo (17) , aste (18), aroao (19). (lì Portàmo erroneo. 1.)
Partono erroneo. & osservi che la ter» persona del plu- rale degli
assertivi in are si forma sempre dalla tersa del sin- golare aggiungendovi no.
(3) Credemo antiq. Frediano errofl. (4) Credano erron. (o) Parti/no antiq. (6)
Partano : patiscano erron. È ben detto ancora park* *cono. Si osservi che le
terze persone del plurale degli asser- tivi in ere ed in ire si formano dalla
prima persola del singo- lare aggiungendovi no \ e ciò anche negli irregolare
(7) Portavo antiq, (fi) Voi portavi erron. (9) Portavono erron. 10) Credevo:
credìe antiq. j 1 1 ) Tu credei vocabolo erron. ^12) Credea poet. (i3)
Credavamo : eredeate antiq. (>4) Credayate : eredeate antiquati. Voi credavi
erroneo. 05) Credìéno antiquato. Credéano poet. Crede vono erroneo. (16) Por
the : Por tao antiquati. {17) Portassimo erroneo. ( 18) Portasti erroneo. .
(10) Portaro: portar poetici. Porlonno : portarono : perfora- no j portorno ,
portarno , vocaboli erronei. Cred-eifO, estima), è f 3). Emmo. (4)1 ««te.. (5),
erono(6). t-ii (7), > U 8 )- Il8 Part-i!'^ 1 (9)*' i...('ioV, Tempi passati
e trapassati composti Ho , Aveva , Ebbi ( portato , creduto ) Sono, Ero , Fui (
partito ) Tempi futuri semplici. . Sing. Plur. Port-erò , erai, era. eremo ,
erete , eranno Cred-. .,...,...« ......... r .... . Part-i, • . i , i (12) « i
. . . , i . . . , i . Tempi futuri anteriori composti. (i3) Io Avrò o, sarò per
(Portare, Credere^ Partire). Tu Avrai o, sarai per (Portare, Credere, Partire)
jec. (1) Credetti è in corso come credei. Cresi antiq. Cretti er- roneo. (2)
Crese antiq. [3ì Credette è in corso. Credéo poetico. [4) Credéitamo : erisamo
: credessimo erronei vocaboli. (01 Credesti erroneo. (6) Crédettero è in corso.
Crédettono : crédetteno : crésero antiq. Crederò poet. Creettero erroneo. (7)
Parti antiq. fé) Partìe antiq. Parilo poet Partitte erroneo. [9) Partissimo
erroneo, 'io) Voi partisti erroneo. Partirò : partir, antiquati. Partinno:
Partirno erronei. 12) Partirne antiquato. Due sono le forme per esprimere le
epoche non per an- co verificate : assoluta V una , relativa V altra ; semplice
la prima, composta la seconda. Eccone gli esempi : 1.0 Domani verrò da voi 5 2.
0 Domani a quest' ora sarà effettuato quanto sfora. È di qui che il futuro
composto fu da noi chiamato pas- sato futuro , riferendosi ad epoca futura , al
giunger però della quale deve esser verificato quanto si annunzia dall'
assertivo. -Oigitized by Goo^liì* MODI CONGIUNTIVI. IX 9 Tempi presenti. s ing*
Plur. Port-i , i f i » i amo p j ate jrari a, a, a (4; »... , a e che gli
assertivi * ? • I k hanno sem P^e in a ; fuorché nella a.« che può farsi
terminare ancora in *. Si osservi inoltre che se alla terza persona delsinaoUre
ai aggiunge no , ottiensi allora la terza del plurale. ^ U4 * reil (1) Ondiate
erroneo. (3j Credino erroneo. (4) Tu parti , Egli parti erron. (5) Par tino
erroneo. (6) In questo tempo gl' indefiniti Porta-re , Crede-re Parti r*
conservano la loro vocale rispettiva : e da questa d.W? inatte tre le
conjugazioni le" forme' finali VZa^SStu (7) Io por tot se erroneo. (8)
Quegli portassi erroneo. (9) Portassemo erroneo. (10) Voi portassi, e
portassivo erronei, il) Partassono: Portassino antiqu. Portasseno erroneo. lo
credesse erroneo. ( i3i Quegli credessi erroneo. '14) Voi credessi erroneo.
(45) Credessono : credessino antiquati. ji6ì lo partisse erroneo. 17) Voi
partisti : partissi antiqu. [•8; Partissono ; pari issino antiqu. no
l»ort-crei(i},ercsti(2),crebbe(3).Hremmo(4),ereste(5),ercbbero(6) Cred-....(7),
, (8) (9J»%****( 1 *X* Part-i...(u),i » i C 12 )* 1 C* 3 )» 1 * > l Io Abbia
, ec. ( Portato , Creduto , Sentito) Io Avessi , ec. ( Portato , Creduto ,
Sentito ) Io Avrei , ec. (Portato , Creduto , Sentito) alla distribuzione dei
modi. a.' IN egli assertivi in are per il futuro dell' in- dicativo , ed il
passato pendente del congiuntivo conviene mutare la a in e. fi) Porterìa, poet
Portarci erron. ìi) Portare iti erron. ( ) Porterìa poetico. Portarebbe :
portarla erronei. (4) Portaremmo : portano mo : portariemo : porterebbamo :
portaressimo tutti vocaboli erronei. (5) Voi portarceli erroneo. (6)
Portarebbono antiq. Porteriono Poet. Portèrtbbono er. W) Crederla poetico.
Creder ebbi erroneo. (8) Crederla poetico. ÌoJ Crede rebbarn o : crederessimo
erron. io) Crederesti: crederessi erronei. (la) Partirti poetico. (i5)
Partirtbbumo : partiriamo: partiressimo vocaboli erron. Tempi passati composti.
% » Osservazióni sugli assertivi regolari. poetico. i Digitized by Google 121
3.* Gli assertivi della terza conjueazione non hanno tutti nella prima persona
dell' indicativo la medesima desinenza. In alcuni V ire si cam- bia in o $ per
es. da sent-ire , dorm-ire , copr- ire , abbiamo sento , dormo , copro. In
altri l 1 ire si trasforma in isco ^ avendosi a bborrisco, in* ghiottisco , ec.
da abborr-/rc , inghiott-i're. 4- a Quegli assertivi che terminano in care , e
{^arc , prendono un l in tutti i tempi ed in tutte e persone in cui il c ed il
g sono seguiti dal- l' una o dall' altra delle vocali e , 0,1, affine di
conservare una certa uniformità di suono in tutta la conjugazione. 5. a Le
avvertenze che hanno avuto luogo nelle note riguardo alle voci verbali
antiquate, poeti- che , erronee 9 devono estendersi a tutte le voci analoghe
degli assertivi che si riferiscono all'uno o air altro dei tre modelli di
conjugazioni. Coniugazione dell'assertivo finire. MODO INDEFINITO. Tempo Presente,
Presente-passato, Presente-futuro Indefinito, Partici pio- Attivo, passivo ,
Gerondio Fin-ire, Fin-ente , Fin-ito , , Fin-endo. Futuro composto. Essere per
finire. MODO IMPERATIVO. " ' i * Tempo presente. Sìng. Finisci tu ,
Finisca quegli 6 Digitized by Google Plur. biniamo noi, Finite voi, Finiscano
eglino (i). Tempo futuro. Le sue voci sono quelle del futuro indicativo . col
posponi i pronomi. MODO WD1CAT1VO. Tempo presente. Sine. Finisco Finisci
Finisce pS. Finiamo (a) Finite Finiscono (3) Tempo passato pendente,
(imperfetto). Sing. Finiva, ec. come partiva. Tempo passalo prossimo
indeterminato. Sing. finii , ec. come partii (4)- Tempi passati composti. Ho ,
aveva, ebbi (Finito); ec. Tempo futuro semplice. Sing. Finirò , ec. come
partirò. Tempo futuro composto. Sing. Avrò finito , ec. MOVO CONGIUNTIVO.
Finisca Finisca , (,} Fìnischiiw eglino erroneo. (2) Fmimo antiquato, Uigitize
3d by Google ' * a 123 Plur. Finiamo Finiate Finiscano (i). Tempo passato
pendente (imperfetto). Sing. Finissi , ec. come partissi. (2) Tempo passato
prossimo condizionale. Sing. Finirei , ec. , come partirci. Assertivi in ire
che conjugansi come finire. Ammonire , Brandire , Insanire , Arguire ,
Incattivire , Incodardire , Indolentire , Intimidire , Instolidire ,
Insolentire , Intimidire , Insanire , Sbandire , m altire , Tramortire ,
Impoltronire , Impadronire , Immalinconire Incaparbire , Ingagliardire , In
fingardire , Inferocire , Instttpidire , Insospettire , Inttrannire ,
Insignorire , Involpire , Sbigottire , Stupidire , Statuire , Asserire ,
Garrire , ?, Colpire , Incallire , , Indolcire , Inori re , Ingelosire ,
Inorridire , Insordire , Insipidire » Invaghire , Largire , Schernire ,
Stordire, ec. Bandire , Imbandire , Incallire , Incanutire » Incrudelire ,
Infievolire , Ingentilire » Instruire , Instenlire , Intimorire , Invanire ,
Pulire , Scolpire , Stupire , Assertivi coli 9 indefinito in ire ed are
Abbrividlre Ammorbidire Arrugginire Attristire Immaltire Inagrire Incarognire
Ingiallire Intiepidire Sbalordire Spaurire {are). Ammansire (are). Ammutire
(are). A rruvidire [ave). Colorire 'are). Impazzire ave). Inaridire (are) .
Incoraggire (are) . Insozzire (are). Intirizzire (are). Scolorire (are).
Stizzire fare) . Ammollire (are). Arrossire are). Assordire are). Dichiarire
are). Impaurire (are). Inasprire (are). Infracidare (are). Insuperbire (are).
Intorpidire Sare). Smagrire are), ec. are) are) (are) (are} (are] (are] are are are] are il
Pinischino , erroneo. 2) Tu Finisti , erroneo. » 124 Assertivi senza la \.*pcrs. plur. nei tre
presenti. Ambire y Ardire , Fiorire , Gioire , Marcire , Svanire , Sparire,
Stupire, ec. La mancanza di tal persona , proveniente da una certa sua as-
prezza nella enunciazione, \ien supplita coli' ajuto dell'assertivo avere $
onde diremo: aLLiamo am- bito t ardito, gioito, ec. Osservazioni. i.° Modo
Indicativo. È per se manifesto che, trovandosi 1' assertivo al modo indicativo
, havvi sempre giudizio espresso, come io sono grande: voi passeggiate: egli
balla bene. Ed anche quando sembra che F assertivo non esprima che un sen-
timento , un atto della volontà , come nelle se- guenti frasi : Io voglio :
quegli desidera , pure esse non esprimono soltanto un sentimento , una
modificazione dell 1 animo , o della mente , come le parole : volontà, desiderio
ec. , ma asseriscono die ciascuna di queste affezioni esiste in un sog- getto
/o, Quegli. Dunque l'assertivo al modo in- dicativo afferma, enuncia un
giudizio , e perciò si chiama ancora enunziativo , giudicativo. 2. 0 Modo
Imperativo. Con questo modo si af- ferma sempre , si esprime un giudizio ;
infatti quando si dice : fate la tal cosa : Sta attento al mio discorso ;
riflettendo air indole del pensiero espresso , e alla forma dell' espressione ,
vuoisi di- re : Io voglio : io comando : io desidero con feiv mezza che voi
facciate la tal cosa ; o che tu stii attento al mio discorso. 3.° Modo Ottativo
( Questo modo è stato già da noi considerato in complesso col congiuntivo),
Digitized by LaOO^le 125 L'assertivo é al modo Ottativo quando esprime desiderio,
augurio, ec. Es. Faccia Dio ; oppure: Dio voglia che otteniatc lintcnto! Perchè
non pos- so seguirvi! Le quali frasi signiGcando : Io arden- temente desidero
> die voi otteniatc V intento: ho dispiacere di non potervi seguire; e
perciò espo- nendo chiaramente una affermazione , un giudi- zio , sono
proposizioni* 4«° Modo Soggiuntivo o Congiuntivo. L'asser- tivo a questo modo
succede ad un altro assertivo ad esprimere un giudizio soggiuntivo, dipendente
cioè dal giudizio espresso dall'assertivo precedente. Esempj : Fa duopo che io
sia ascoltato : il sog- giuntivo , io sia ascoltato , esprime un giudi/io, che
suppone la proposizione precedente espressa dal primo assertivo fa duopo, e
alla quale si uni- sce mediante il vocabolo che. Similmente, dicendo: io penso
che colui sarebbe stato condannato : il soggiuntivo colia sarebbe stato
condannato è una proposizione dipendente dall'altra che precede , io penso,
mediante la parola che. Inoltre , quando dicesi : conciossiacosaché io ami , e'
si vuol dire: quando, o come ciò sia che io ami; od anche: posto che io arai \
la soggiuntiva , io ami , è una vera proposizione, ma dipendente dall'altra an-
tecedente : (piando > o come ciò sia , mediante la voce che. 5.° L'assertivo
è conjugabile. Infatti, veduto avendo che 1' oficio dell' assertivo è di
esprimere la maniera di esistere, o lo stalo di un soggetto espresso dal nome ;
è facile il concludere , che 1' assertivo deve essere una parola declinabile
per modi, tempi, numeri , e persone, e se voghisi anche per riguardo ai generi.
A vero dir-' I. La esistenza potendo essere positiva ( od as- soluta ) ,
condizionale, dipendente , ec. perciò ab- Liamo i diversi modi di esistenza.
Dunque l'as- sertivo , per esprimere la significazione ai questi modi diversi ,
assumerà forme diverse con oppor- tune variazioni , cioè sarà variabile o sia
con- jugabile riguardo ai modi. II. La esistenza sola può avere durala ( o sia
tempo ) j di più la esistenza ha naturalmente cer- te epoche relative alla
durata, come di presente , di passato , e 'di futuro. Dunque gli assertivi ,
esprimenti per oficio loro attributivo il tempo del- l' esistenza delle cose ,
e persone , aver deggiono tempi) ed essere variabili anche per questo rispet-
to. Quindi è per es. che Y assertivo legg ere , colle diverse terminazioni :
leggo, leggera, lessi, leg- gerò $ esprime i diversi tempi dell' esistere leg-
gente o leggeri. III. Esprimendo Y assertivo una maniera di esi- stere propria,
e relativa ad un soggetto, che vie- ne rappresentato sempre da un nome, espresso
o sottinteso , ne segue per necessità che Y assertivo dee conformarsi al
soggetto nel numero , nella persona f e se si vuole anche nel genere ) : e per-
ciò deve essere variabile , o declinabile per nu- meri , persone e generi *,
come abbiamo veduto intomo alle declinazioni ( o conjugazioni ) dei nomi. Ed
ecco spiegate le ragioni per cui gli assertivi ( o verbi ) sono parole
declinabili per modi , tem- pi , numeri, e persone; le quali ragioni risultano
dalla natura , ed uficio proprio degli assertivi. Assertivi anomali ( o
irregolari ). • Molti assertivi nelle loro terminazioni si allon- tanano
totalmente dall' andamento dei modelli re- golari delle coniugazioni , come
accade nel verbo f 37 essere. Altri se ne allontanano in parte , come T
assertivo avere. Vi sono di quelli i quali ben- ché irregolari riguardo ali 1
una o all'altra coniu- l; 1 z io ne pure volendo riferire la loro conjugazionc
ii tre modelli in complesso , cesserebbe la loro irregolarità, finalmente vi
sono di quelli che non si modellano dipendentemente dal loro indeg- ni to cJk è
in uso attualmente , ma bensì dati 1 in* definito originario , che è ora andato
in disuso. Ed è perciò che gli assertivi fare, e dire , che nel loro indefinito
si pronunziavano faccre , e diccre , si coniugano dipendentemente dal loro
antiquato indefinito*, seguendo il secondo modello per ambidue invece d• tie-
ni tu, tenga, tengano. Lo stesso dicasi di rimanere. (1) A rideremo antiq.
Andaremo erron. (ai Andtrete. antiq. A ridarete erroneo. Ì5) Anderanno antiq. Andaranno
erroneo. (4) Vadia erroneo. (5) Andi antiq. Podi poet. (6) Ea antiq. Padia :
Vadi erron. (7) Andino antiq. Tadino erroneo. (8) Andrìa : Anderìa poet.
Digitized by Google i3i Volere. Le sue irregola riti consistono in pren- dere
in luogo della semplice i il gli , accompa- gnalo ove occorra da un o, ovvero
un a\ es. vo- glio , vogliamo, vogliono. Anomalo è pure nelle due voci , vuoi y
vuole. ( Non deve dirsi vanno per vogliono , ne* volsi e volse per volli e
volle ). Dolere. Voci anomale : dolgo , dolgano y do- gliamo , dog Hate» !
Giacere , piacere , tacere. Raddoppiano la c innanzi ad io e ia. Es. giaccio y
tacciamo , piacciano. Potére. Le sue anomalie sono : posso , puoi , può ,
poss/i 9 possiamo ; possono , possano. Si schivi potiamo , per possiamo , e
puole per può. Sciogliere , cogliere , togliere. Trasportano la g dopo la /
perdendo Y i a- vanti o ed a. Es. Sciolgono , sciolga. Sàpére. Sa pei , sape ,
per seppi e seppe sono voci erronee. Valére. Valerono per valsero è voce
barbara. Volére. Volsuto per voluto è voce erronea. Addurre. Sono voci erronee:
adducei, addu- ce , addussi mo , adducerono } per addussi , ad- dusse y
adducemmo , addussero. Porre. Sono voci barbare : ponei, pone , po- nette per
posi , e pose. Scegliere. Sono voci erronee : sceglici \ sce- gliete invece di
scelsi. Sciògliere e Sciorre. È voce erronea : scio- glici invece di sciolsi.
Apparire. Sono erronee le voci: appari per ap- parisci , apparsimo per
apparimmo. Venire. É erronea la voce
vénnimo per venimmo. Osservazioni sugli irregolari colla desinenza della
seconda coniugazione. 1. a GII assertivi di questa classe eolla desinenza dell
1 indefinito breve , come reggere, ehièdere ec. se sono irregolari , cadrà sul
participio passivo , e sul passato prossimo indeterminato la loro ir-
regolarità. E riguardo a questo tempo cadono le irregolarità sulla prima e
terza persona del sin- golare , ed anche sulla terza del plurale, facendo
seguire la e dell'indefinito*, ove cade V accento , da ssi o si , come p. e.
rèssi , chiesi , e qui , dal cambiare in e la i finale , ottiensi rèsse , chiè-
se , cioè le terze persone del singolare, dalle qua- li , aggiungendo ro ,
risultano le terze del plu- rale , cioè rèssero , chiesero. 2. a Gli assertivi
colla vocale antipenultima lun- ga seguita dalle lettere ggere , vere , ttere ,
tere , mere, cangiano queste desinenze in ito, sso per il participio passivo ,
ed in ssi per il passato pros- simo ; come : lèggere (lètto, lèssi): scrivere
(scrit- to, scrissi): discùtere (discusso, di sussi) : imprimere ( impresso ,
impressi ) ec. 3. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun- ga , seguita
da due consonanti differenti hanno la desinenza del participio passivo in so ,
o io \ e quel- la del passato prossimo indeterminato in si \ avver- tendo Densi
di far seguire la vocale lunga dalla sua prossima consonante per formar sillaba
, co- me : spàrgere , sparsi , spar so : distin-gaere T distinsi , distin-to :
svél-ìere , svelsi , svel-to , convincere , convinsi, convin-to; nVoZ-gere , ri*
volsi, riyoUto ; accingere , accinsi 7 accin-to : i33 scòr- gere , scorsi , scor-to : fran-gere
1 fransi, franato , ec. Qualora poi la vocale suddetta seguita fosse da nd , o
dalla sola d , allora alla vocale lunga suc- cederà immediatamente so per il
participio passi- vo 5 e si per il passato prossimo indeterminato , come :
accc-ndere , acceso , accesi : /c-ndere , fèsso , fessi : sorprè-ndere ;
sorpreso , sorpre- si : arre-ndere . arreso, arresi; sottintè-ndere ,
sottintéso , sottintesi : ro-dere , roso , rosi : decadere , deciso , decisi ,
ec. Se sarà seguita da gliere, allora alla vocale lun- ga succederà Ito per il
participio passivo , ed Isi per il passato , come : togliere , to-llo , to-lsi
: co-gliere , cò-lto , co- Isi , ec. Alla stessa vocale lunga , se fosse
seguita da sce- re > succederà invece sciato ed bbi , come : cresce- re ,
cre sciuto , crè-bbi : sconoscere , sconosciu- to , sco nobbi , ec. 4. a JL'
assertivo mettere e suoi composti cangia- no ettere in esso per il participio
passivo , ed in isi per il passato indeterminato ; come : n'amm- ettere ,
riamrn-csso \ riam isi : manom-eXieve , ma- nom-esso , manom-isi. 5. a La
desinenza ere degli assertivi giac-ore : tac-ere : nube-ere : piac-ere , e loro
composti si cangia per il participio passato in itilo , e per il passato
indeterminato in qui. Bensì 11 eli' asser- tivo nàsc-ere , e suoi composti , si
forma il pas- sato col sopprimere la s , come nac-qui , ed bassi per participio
nato. Anche nuòcere perde L'ititi varii tempi ; come : nocqui , nociuto ,
nociva , noe essi , ec. 6. a Alcuni altri assertivi benché siano totalmente
regolari , pure hanno per passato indeterminato una doppia uscita ? la seconda
cioè irregolare j i34 tali sono: assòlvere , risolvere , spandere, riprè- mere
, presumere , perdere, persuadére , rènde- re , cèdere , fendere , reprìmere ,
dissòlvere , da i quali abbiamo : assolvei , assolsi : risolvei , risol- si :
spandéi , sparisi : reprime! , repressi : presu- metti , presunsi : perdei ,
perdetti : persuatletti , persuasi : rendei , resi : cedetti ? cessi : fendei ,
fèssi : repriméi , reprèssi ec. 7/ Gli assertivi che hanno qualche altra irre-
golarità , oltre quella dei due tempi participio passivo e passato
indeterminato , sono in picco- lissimo numero ; come : porre , tenére , rimané-
re , godere > bèvere , parére , trarre , va/ere , volere , dolére 9 vedére ,
cèdere , potére , sapere , dovére , sciògliere, injlàere. Assertivi irregolari
della terza Coniugazione. * Sàlìre Sai- ire • Salente o cagliente (i) Salito,
Salendo. Salgo o Salisco (2) , sali o salisci (3) , sale 0 saliscc (4)« Saliamo
o sogliamo (5) , salite (6) j salgono o saliscono (7). (1) Queste voci benché
siano in corso ambedue, pure do- rrete o giovanetti essere avveduti nel non
prevaletene ad ar- bitrio, per es. direte acconciamente : gli angoli saghenti :
la turba salente ci riucuora ; ma non già dir potrete : gli angoli salenti , la
turba fagliente , ec. (2^ Saglio antiq. Saggio erroneo. (3ì Sagli : sai, antiq.
(4) Saghe : sae, antiq. (5) Salimo antiq. Salghiamo : sagghiamo antiq. (6)
Saglite antiq. 17) Sàgliono poet. Sagrano: Salgano, erron. Digitized by Googl ■
i35 Saliva (1) , ... Salivamo (2) Salivate (3), sali- vano (4). Salii (5) ...
Sali (6). Salimmo (7) Saliste (8) Salirono (9) ... Salirò (10)... Salga 0
salisca (il) j salga o salisca (12). Sa- lianio o sagliamo , saliate o sagliate
(i4) 7 sàlgano o saliscano (i5). Salissi, ec. Salirèi (16), Saliremmo (17),
Sali- reste (18) , Salirebbero (19). Collo stesso andamento si conjugberanno
gli assertivi' , assalire , soprassalire , risalire , ed anche abborrirc. • *
Cucire — Cuc-ìre. Cucito , cucèndo. Cuci^ tu , cucia quegli 5 cuciamo noi ,
cucite voi , cuciano. (1) Salivo antiq. Salia poet. (2) Salavamo: Salimio
erron. (3) Salivi erron. (4Ì Salieno antiq. Saliano poet. Salivono erron. Ì[5\
Sagli antiq. Salsi poet. Soletti erron. 6) Salute antiy. Safce ; Saiio poet.
Salette, Saline erron . 7) Salissimo erron. o) Salisti erron. 9) Sàlsono antiq.
Sàlsero : salirò : salir, poetiche. Solette- To erroneo, fioì Saglirò , «arra
antiq. Saliròe erroneo. (111 Soglia poet. Sagga erron. (12) Salghi : saliseli
antiq. Sagga erron. (13) Salghiamo, sagghiamo erron. (14) Salghiate erron. (ló)
Sogliono antiq. Salgano: salghino erron. (16 J Saglirei : sarrei antiq. Salirla
poet. SaUrebbi erron. fi 7) Salirébbamo : salire ss imo erron. (18Ì Saliresti
erron. (19) SaUrebbono antiq. Salirìano poet. Salirébbano erron. Digitized by
Google i36 Càcio (i) , cuci, cuce. Cuciamo (2) , cucite, cuciono (3). Cuciva
(4)... Cucivamo (5), Cucivate (6), Cu- civano (y). Cucii , cucisti , cuci (8).
Cucimmo (9),^ Cu- ciste (10), Cucirono (11). Cucirò, ec. Cucia , cucici^ cucia
, cuciamo, cuciate , cuciano* Cucis- si , ec. cucissero (ia). Al modo stesso si
coniugano scucire , sdrucire y riuscire. Dire — D-ire (i3). ■ Diccnte , detto ,
dicendo, Dì tu, dica egli ^4). Diciamo (i5)noi, di- te voi (i6>. Dicano
Eglino (17). Dico, dici (18), dice; Diciamo (19), ZWfe (20), Dicono (21). (0
Oro e'rron. (2} Cucirno antiq. Cuchiamo erron. (3) Cuciano erron . (4) Cucivo
antiq. Cacìa poet. (5) Cuciamo erron. (6) Cucivi erron. l-j) Cucieno antiq.
Cuciano poet. Cucivano erron. ?8) Cucitte erron. (9) Cucissimo erron. (10Ì
Cucisti erron. (ti) Cucirò: cucir poet. Cucirno: cuciano : cucitlono, erron.
?i2j Cucissino erron. Ii3) Viceré antiq. (14) Z>*c/u erron. fi5) Dichiamo
erron. ir6) Dicete erron. (17J Dichino erron. (18) Di* è in corso. Dii : die
antiq. Dichi erron, (19) Dicemo antiq. Dichiamo: dtmo erron. (20) Z>/c«?te
antiq. (ai) Dica/io erron. I * Digitized by Google 1 37 Diceva (i), Dicevi (s),
Diceva (3) } Diceva- mo (4), Dicevate (5), Dicevano (6). Z?ìm'' (7), Dicesti ,
(8). Dicemmo (c)) 7 Diceste (10), Dissero (n)- Z^i'ca (12), Dica Dica. Diciamo
(i.fì, Diciate (i5), Dicano (16). Dicessi ec, Direi (17) 5 ec. Invece di cfcco
*o non dovrà mai farsi uso né di diV io , né di die/*' io , espressioni affatto
in- grate alle orecclàe armoniose dei scrittori. Nella stessa maniera devono
conjugarsi : con- traddire , ridire , maledire , predire , sopraddi- re ,
soprabbenedire. Fra gP irregolari di questa classe devono an- noverarsi ancora
: Morire , premorire , rimorire : udire , disudi- re : uscire , riuscire :
empire , seguire, prose- guire , perseguire , inseguire , conseguire : Venire,
invenire, antivenire , svenire, avvenire, sopravvenire , provenire , prevenire
, pervenire , avvenirsi : Aprire, coprire: e tutti i loro composti. Dicevo
antiq. Dicei erron." (3) (3) Dici a antiq. Dicea poet. (4) Dicémio errori.
(5) Dicevi: di davate erron. (6) Dice ano : dicién poet. Dicevono erron. (7)
Dicéi erron. (b) Dice : dicette erron. (9) Dissenna : dicessimo erron. '10)
Dicesti erron. 11) Dissono: disseno anliq. D issano erron. [il.) D ga : dighi ;
erron. (i5j Die hi erron. (14) Dichiamo erron. i5) Dichiate erron . Ji6j
Dichino erron. 17) Dlerei antiq. Dina poet. Direbbi errore i38 Udire. Questa
verbo prende la (*/) nelle voci accentate nella prima sillaba ; come ode , odi
, òdono. Dunque non si dirà odiamo, ma udiamo. Uscire. "Esco, esci, esce,
escono; esca, escano. Venire. Vengo, vieni, viene; venni, venne, vennero ;
venga , ventiliamo , venghiate , venga* no, verrò , verrai , ec (1} G'/wo
antiq. (2) Già poet. (3ì Giano : gieno poet. (4) G/0 poet. («*)) Gissimo erron.
(6) Giro girno , gir , irò , ir t poet. Girno erron. (7) Gwjì erron. (8) Gisti
erron. (9) Gissono anticj. fio) Gir ebbi erron. (nj Girla poet. (12) Gircbbamo
errori. 13) Giresti erron. 14) Girtbbono antiq. Girluno iriano , girieno poet.
Assertivi uni-persoxali cioè colla terza persona del singolare , ed anche con
qualche altra per- sona , chiamati impropriamente impersonali Qpi'i- vi di
persona J. Piovere. Piovente , piovuto , piovendo. Piove. Piovèva. Piovvi o
piovei(i), piovesti, piovve o piove (a). Piovemmo , pioveste , piòvvero o
piover ano (3). la simil guisa procedono : tonare, lampeggiare , balenare ,
nevicare , grandinare > ec» Dolere. ( soffrir dolore in qualche parte del
corpo ). Dolente, Doluto, Dolendo* Dolgo (4)i duoli (5), Dolsero (i5). Dorrò (16) ec. Dorrai ec.
Dolessi ec. Dorrei ec. Essersi addolorato. Essere per dolersi , arere a
dolersi. 1) Piovetti antiq. Piobbi poet. 9) Piove t te antiq. Piobbe poet. 5)
Ptòuvono, piuvettcro , piovettono antiq. Piòbboro, piòb- bono poet. ,4) Dàgt*°
P°et. Doggu erron. SJ Dotrìi , duoi erron. 6) 2}o7o/c« erron. 12) .Dove antiq.
Z)o/e erron. x3) Dòisamo , dolessimo erron. 14) Dolesti erron. iSj Dolsono
antiq. Dolerono erron. 6) Ztokrò antiq. Xfor/àe erron. s Digitized by Googlje
i43 Alcuni assertivi hanno il participio passivo con loppia uscita, sopprimendo
cioè at , come Acconciato acconcio. Adornato m adorno. Avvezzato avvézzo.
Jaricàto carico. Cfì ITO Cornerà to (Conciato - concio W IU| ( 'ansato casso.
Crespato ^1 WwIfU • Dpstuto desto. Fermato férmo. Gonfiato gonfio. Guastato
guasto. Ingombrato ingombro. Lacerato làcero. Liberato libero. Macerato màcero.
Manifestato manifesto. Mozzato Nettàto mozzo. nétto. Pagato Privato — pago. — -
privo. Scemato — scémo. Sconciato — sconcio. Seccato — secco. Sgomberato «—
sgombero. Sgombrato — sgombro. Stancato Toccato Troncato Voltato Vuotato
Scaricato Stampato Saziato Salvato Sporcato Straccato Pestato — stanco mmm
tÒCCO. — trónco. — volto, ^- vuoto. — scarico. — stampo» — salvo, spòrco. —
stracco» »— pésto. Gerondio. Il gerondio (i) ecpiivale all' indefinito accompa
(i) Tra le altre maniere di esprimersi , che dai latini so- no a noi passate,
vi è ancora quella che, a loro imi azione, viene chiamata gerondio, della quale
i latini hanno fatto un uso più esteso di noi ; poiché : mentre noi abbiamo
terminai ' tutti i gerondi in o, essi ne avevano in o , in j , ed in um. I
latini , per evitare la ripetizione dell' indefinito , e per a- vere una
maniera dt più per esprimersi , pensarono d'intro- durre nell' indefinito
alcune inflessioni analoghe a quelle dei l loro casi del nome, sebbene non
egualmente variate, restrin- gendole a tre j per esempio coli' indefinito amare
fecero le tre desidenze amandi ( di amare ) , amando ( dall' amare ) , a-
mandum ( ad amare i e queste maniere le dissero gerundi dalla voce gerere che
vuol dire fare le veci degl' indefiniti. Di queste tre maniere noi non ne abbiamo
ritenuta che una, e questa è in do ; per es. fallando , che equivale all'
errando discitur dei latini , ed al nostro col fallar s J impara. Ma a questo
stesso nostro unico gerondio abbiamo noi data t44 gnato dalla preposizione con
, e forma proposizio- ne : p. e. con lo studiare apprenderete = studian- do
apprenderete. Così : Se volessi applicare potre- sti ec. = applicando potresti
ec. Qui il gerondio supplisce ad una proposizione condizionale , o cau- sale*
Dunque il gerondio , oltre la sua significa- zione condizionale , include in un
modo occulto affermazione ed azione. E poiché in se stesso è in- differente a
qualunque tempo , perciò prende i tempi dell' assertivo principale con cui si
associa: p. e. studiando apprendi (sarà presente}: studian- do apprendeste
(sarà passato) : studiando appren- derai (sarà futuro). Inoltre i gerondi ,
come che capaci di associarsi a qualunque persona , prendono quella
dell'assertivo reggitore; p. e. « amando i nostri simili saremo da essi amati »
qui amando è di persc-na prima e plu- rale \ sarà poi persona terza plurale:
dicendo: gii uomini beneficando i loro simili ne vengono com- pensati ,
sperimentando essi una soave compiacen- za. Alle volte- il gerondio ama di
accompagnarsi con la preposizione in; per es. in gareggiando ec. Conviene però
usarne a proposito , e senza aria di ricercatezza , anzi con molta sobrietà ,
come vedremo. Il gerondio non si usa coi pronomi me , te in caso bbliquo non
potendo dirsi : facendo te il tuo dovere ; ma dovrà sempre ado orarsi in caso
ret- to , io y tu. Cogli altri pronomi però potrà il ge- rondio unirsi tanto in
caso retto , come in caso ur.a estensione maggiore di quella che non aveva
presso i lati- ni-, poiché, non solo lo preferiamo spesso ai participi , col
dire : yeggeudo il pericolo j invece di veggente il pericolo ; ma lo facciamo
bene spesso supplire a ll J espressioni dell' assertivo di modo soggiuntivo ,
come in qualche esempio già addotto. Digitized by Google obbliquo , secondo V
esigenza , e dirassi , per es. vedendo egli il pericolo , se ne fuggi ; siccome
pure : non curando egli il pericolo , non verrà compatita la sua disgrazia. ■
Preposizioni. Le preposizioni di, a, da (i) chiamate segnaca- si , servendo,
come si è veduto, ad esprimere con concisione il rapporto tra due idee formano
delle vere proposizioni. I latini spiegavano i rapporti espressi da queste
preposizioni dando al nome cer- te particolari cadenze le quali dobbiamo
riguar- dare come vice assertivi formanti proposizioni , come si è già
osservato riguardo alle cadenze delle voci verbali. Sarà opportuno di esporre
una varietà di (i) In vece della preposizione a si odopera anche da, di-
cendosi egualmente bene venne a lui e venne da lui ; ed a si pone anche in
luogo di con ; per esempio : nutrito a latte , cioè con latte. Cosi invece
delta stessa da si pone per , ma in senso passivo , dicendosi: farò per me
quello che si potrà, cioè si farà da me. La preposizione con , seguita dall'
articolo il , od ì ama di essere combinata coli' articolo ; come ne' seguenti
esempi: col figlio j co* figli , cogli studenti ; in vece di : con il figlio ,
con i figli , con i studenti. Suolò anche la preposizione con posporsi , e
combinarsi con pronomi personali, sottraendola n ; Esempi meco, teco ec. anzi
non di rado si raddoppia dicendosi : con meco , con teco ec. Osserveremo ancora
in questo luogo: che non sono con- cordi fra loro i grammatici , sul numero
delle preposizioni. Alcuni fra essi le moltiplicano assai , ponendo fra le
prepo- sizioni molti avverbi ed anche nomi, cui si sottintende qual- che cosa ;
come prima , verso , sopra , disotto , dentro , fuori ec, hanno queste voci 1'
uno o l'altro significato , secondo l' uso che se ne fa. La preposizione in
unita agli add iettivi dà loro il significato negativo: infelice, infausto ,
incomodo ec. 7 *46 Rapporti espressi mediante le preposizioni. Rapporto di
luogo = Ivi: colà : quassù : altrove : dovunque : ec. Rapporti di azione con
tempo limitato = fin- ché : fino a tanto che : fino : in ultimo : ec. Di modo
di agire = a senno : a capriccio : a talento : a dispetto : a posta : di
nascosto : volen- tieri: ec. Di qualità sss Lene : meglio : ottimamente ; ma-
le ; peggio : ec. Di preferenza =: piuttosto : prima : ec. Di similitudine =
siccome : come : cosi : a guisa di: similmente : parimente: ec. _ Di quantità o
numero = molto : assai : troppo : quanto-: pòco: alquanto: meno: solo:
soltanto, abbastanza : ec. Di probabilità = forse : circa : presso a poco :
quasi : ec. Di diversità e contrarietà = altrimenti : diversa- niente : al contrario
: ali 1 opposto ; nondimeno ; tut- tavia : ec. Di tempo presente =r oggi :
adesso: ora : ec. Di tempo passato ssa ieri : dianzi : innanzi : pri- ma : poco
ùl ; or ora ; per ¥ addietro ; per lo pas- sato : ec. Di tempo Juturo = domani
: in avvenire : per V avvenire: fra poco: in breve : ec. Di continuazione delV
azione con il tempo — tuttora : ancora : sempre ; ec. Di durata Jino al momento
presente — finora, fino ad ora : ec. Di successione di una cosa ad un altra :
di w tempo ad un altro = dopo: dipoi: appresso: quin ili ; d'allora in poi ec.
i47 Di due cose od azioni ad un medesimo tempo = intanto : frattanto : mentre :
ec. Di tempo indeterminato = quando : qualora : ogni qual volta : ec. Di azioni
ripetute con i tempi corrispondenti ss ogni volta ; spesso , spesse volte :
sovente : di ra- do : alle volte : tal volta : ec. Di azione con brevità di
tempo = subito ; pre- sto : tosto : immantinente : ec. Di azione con lentezza
di tempo = tardi : a da* gio : a bell'agio: piano: a poco a poco : ec. Di approssimazione
= quasi , incirca ? a un di presso , ec. Di esclusione — senza , nè , neppure 5
soltan- to 9 solamente 9 ec. ec Dopo tutto ciò , si domanda: se le parole che i
grammatici chiamano preposizioni, aver dovrebbero questo nome ? nò certamente,
se si riguardi l’officio loro nel discorso. Dovrebbero piuttosto avere due
denominazioni , e chiamarsi inter-posizioni e com-posizioni. Inter-posizioni ,
perchè distinte stanno fra due vocaboli } ed , a guisa di anelli di connessione
, fanno 1' officio di legame , sì per il vocabolo che precede 9 come per quello
che segue \ si dovrebbero poi nominare composi- zioni , perchè , incorporate ad
altre parole , for- mano , come abbiamo accennato , delle vere pro- posizioni.
Congiunzioni, La e non fa sempre Tuficio di copulativa, a do- pandosi talvolta
per dare non so qual enfasi al discorso, per es. E fino a quando avrò a
soffrire? Pure posta al principio della frase vale lo stesso che nonaimeno, o
ciò nonstante ; quando si adopra i48 per ancora vuol essere preceduta da altra
parola. Ma significa per lo più contrarietà. Quando fa intendere accrescimento
viene allora in seguito di non solo. Nè si replica d 1 ordinario e si associa a
quelle voci cui conviensi la stessa negazione per dar com- pimento ad uua
frase. Se i o è condizionale, o dubitativo. La se con- dizionale regge il
soggiuntivo quando V altro as^ serlivo è soggiuntivo 5 come, se potessi
ajutarti; pure al modo indicativo; come: spero, sevieni, che sarai soddisfatto.
La se dubitativa regge sempre il soggiuntivo^ come : non so , se io possa
abbracciare il partito* Le altre congiunzioni condizionali, purché, qua- lora ,
quando , sòl che ec. vogliono sempre il con- giuntivo; per esempio : ti
servirò, purché 10 possa. Le congiunzioni affinchè , acciocché, perchè ec.
vogliono sempre il soggiuntivo. Lo stesso dicasi in generale delle congiunzioni
quantunque , sebbene , bencfiè , avvegnaché , co* mechè ec. Vi sono dei casi
nei quali queste con» giunzioni possono reggere anche l'indicativo ; per es. si
può cercare , sebbene io sono , ( o sia ) certo che t conciosiackè ,
conciotiacosackè, ec. reggono il congiuntivo. Che serve sempre di legame per
unire un con- cetto ad un altro , benché prenda mille forme nel discorso per
es. : « Che fai? che pensi ? che pur dietro guardi; ànima sventurata che pur
vai. Cosa è auello che fai , cosa pensi ? perchè pur guardi indietro , o anima
sventurata , la quale pur vai ec. Qui la parola che ora fa le veci di una completa
proposizione, ora fa da avverbio, ed ora da pronome congiuntivo. Digitized by
Google Ma il che oltre fare le veci di pronome con- giuntivo indeclinabile per
tutti i generi > numeri e casi; come: « Quel Dio che atterra e susciti che
affanna e che consola » ; serve anche a for- mare delle proposizioni o
suibordinate , o inci- denti , come per es. coloro , che amano gli uo- mini
virtuosi , desiderano che voi siate felici; que- sto è un pensiero espresso con
tre proposizioni collegate fra loro; cioè i.° Coloro desiderano; 2. 0 che amano
gli uomini virtuosi ; 3." voi siate felice. Ma la proposizione: che amano
gli uomini virtuosi ; potrebbe essere tolta giacché , senza di essa, si avrebbe
un senso compito; e questo sa- rebbe: Coloro desiderano che voi siate felice.
Or bene la suddetta proposizione seconda è incidente tra le altre due
proposizioni : coloro desiderano , che voi 6Ìate felice. E la proposizione :
che voi siate felice, essendo dipendente dalla antecedente: coloro desiderano ,
e con questa essendo legata in modo , da determinarne il senso; perciò chia-
masi proposizione subordinata , ed equivale il se- condo che alla proposizione
una cosa e questa è. Riteniamo adunque: essere proposizione inci- dente quella
senza la quale il discorso avrebbe tuttavia senso compito; bene inteso però che
non avrebbe espresso per tal mancanza completamente il pensiero ; così nelT
esempio addotto, togliendo la proposizione incidente: che amano gli uomini
virtuosi ; resterebbe : coloro desiderano che v possiate scrivermi come
Francesco I. a sua ma- il dre dopo la battaglia di Pavia : tutto è plr- "»
DUTO FUORCHÉ ONORE ». Diamo termine a questo articolo fissando-, con- venire ;
(1) Il celebre Pascal così termina una sua lettera: a Per- donami se sono stato
sì lungo : mi è mancato il tempo per essere più corto ». Apprendete da ciò che
dovete molto ri- flettere per nou negligentare lo stile delle vostre lettere
fa- migliari» Questa negligenza vi esporrebbe ai! a censura di chi le legge. Se
la forza dell'amor proprio trattiene l'uomo dal- l' accordare ad altri se non
che difficilmente la sua stima, lo spinge ancora ad abbracciare con piacere uu
motivo qualunque per toglierla, o diminuirla. i64 i.o Che nella tela delle
parole tutte siano escluse le oziose , perchè oltre il risparmio della
scrittura e del tempo 9 la sentenza verrà più forte, più sentita, e più atta a
ritenersi. a.° Che si usi temperanza nelle descrizioni di ogni maniera ,
volendo il dir nostro direttamente con pesati sensi procedere. 3.° Che le
similitudini siano strette in modo che talora , anche in una sola voce si
fondino. 4-° Che evitinsi possibilmente i gerondi , che sempre obbligano f
iucominciamento della sen- tenza con troppa pompa , e con suono monotono e
lento. 5.° Che de' traslati (vedi p. ig) sia parsimo- nia purché il discorso
non prender debba impeto guerriero e sdegnoso. Armonia del discorso. L' arte di
formar bello il discorso ed armonico dipende ancora da certi giacimenti , come
quas meccanici , di voci che ne compiano P armonia * dote che tanto procacciò
di seguire lo stesso divin Tullio , che ogni gran cosa avrebbe quasi preter-
messo anziché tradire quello che egli dicea supre- ma giudizio delT orecchio.
La bellezza ed armonia del discorso italiani) già fu da noi avvertito derivare
precipuamente dalla avveduta disposizione delle cougiunzioni > e dalla
scaltra posizione delle preposizioni. Non vogliamo però lasciare di osservare
eli nuovo che il colloca- mento dell* indefinito prenderà una gran parie nel- P
eleganza ed armonia del discorso medesimo. Per servire alP armonia si adducono
dai gram- matici specialmente tre figure denominate pleonas- mo ? enallage 7
iperbato. i65 Il pleonasmo aggiunge in più casi ciò che non è di assoluta
necessità , ma che pur serve a con- ciliare al discorso spirito e grazia. 1/
enallage si- gnifica sostituzione, figura più frequente presso noi che presso i
latini, e consiste n eli' usare di una qualche parte del discorso in luogo di
un' altra sua parte i come per es. l'aggettivo invece dell'av- verbio; un modo
invece di altro modo; un tempo per un tempo f indefiniti per sostantivi ,
assertivi per assertivi ; ec. I/iperhato ( greca voce che significa trasposi-
zione ) consiste nella posizione di una parola piut- tosto prima che dopo di un
1 altra parola. Riguardo all'armonia ci limiteremo a fare avverti* re: i.o Che
fra le congiunzioni, segnacasi, avverbi, e preposizioni deve porsi 6empre uno
stretto rap- porto , o richiamo , viziose essendo le sentenze che procedono per
copulativi» 2.0 Che si preferisca la desinenza dell' indefi- nito dell'
assertivo , ove accrescasi V armonia , senza pregiudizio della chiarezza. Del
resto non solo dai sterili e freddi precetti apprender dovete a far procedere
il vostro discorso con chiari, armonici, dolci, variati , ed eleganti modi , e
che spedito e rapido scorra e saetti con tanta forza come strale al bersaglio;
ma molto più dalla pratica acquistata sui migliori e prin- cipali scrittori che
fanno servire primieramente ai pensieri le parole , e poi anche alle parole i
pensieri (i). (l) Non dovete però obliare P avvertimento sanzionato an- che dal
Monti , che gli ornamenti nella /avella non istanno bene ad ogni ora. li
mostrar negligenza in alcuna leggiera cosa , col non dir sempre nel miglior
modo , spesse volte me- rita commendazione # perchè codesta negligenza, quasi
disso- i66 Certamente i dotti autori che scrivono per farsi intender dal
popolo, e non già i grammatici sono i veri maestri delle lingue (i). hi parlò
Lene, e bene si scrisse anche prima che vi fossero teorie grammaticali , le
quali non sono giuste se non siano dedotte da sensate osservazioni su de 1
buoni scrit- tori, e sulle migliori maniere di parlare della na- zione vivente;
quem penes arbitrium est , et ius, et norma loquendi ^ Orazio ). APPENDICE * i
Ortografia. I Grammatici si estendono ancora a parlare della ortografia, che
insegna: i.° a scrivere i voca- boli correttamente , componendoli cioè con un
esatto numero di vocali (2) e di consonanti (3) : 2,0 A frapporre nel discorso
scritto certi segni nanza musicale , può servire a dare un maggior risalto a\\c
principali bellezze della favella. Che anzi col troppo calcare la lima potrebbe
anche accadere di mordere spesso sul vivo, e di portar via colla parte viziosa
la sana ; e allora , per sover- chio desiderio del meglio , si andrebbe a
cadere nel peggio. (1) Chi avesse consumato tutta la sua vita nell' apprendere
le lingue senzachè col loro mezzo fosse pervenuto alia cono- scenza delle utili
verità per mancanza di tempo, a questo po- liglotta si converrebbe torse meno
il titolo di sapiente che ad un buon'artista che sapesse bene la sua propria
lingua. (a) Due vocali che formano sillaba e pronunciansi con una soia missione
di voce che si appoggia in modo su di nna delle due vocali quasiché assorbisse
1 altra dicesi dittongo , voce greca che significa dui-sono ( due suoni ) : per
es. au-ra , pìe-no , chia-TO , buo-xxo , fia to , cie-\o , ec. (3) Le
consonanti si distinguono in mute e liquide. Le mute hanno l'appoggio di una
vocale dopo di loro, e le liquide avanti onde sono mute le b, c, d, g, p, q, t,
sono poi le , f, 1 , m , n \ r , s. Digitized by Googl 167 chiamati interpunzioni
per far distinguere i sensi diversi delle trasi , e le pause del discorso. E
benché abbiate voi già appreso nel compilare la maniera di pronunziare le
parole e l'esatta com- binazione delle vocali e consonanti che servono a
comporle, e le pause ed i variati suoni da darsi ai periodi ; pure vi saranno
opportuni gli avver- timenti che sieguono. 1. Alcune voci indifferentemente si
scrivono con c o con z , come : ufficio t sa uffizio , beneficio= benefizio ,
indicio = indizio , annunciare = an- nunziare , pronunciare = pronunziare , ec.
1, La h si scrive nelle interiezioni oh ! ahi ! deh! ah! ahimè o ohimè, ec.
dando una qualche aspirazione al suono delia h \ aspirazione che non ha luogo
nelle voci ho , hai> ha, hanno , le quali, volendosi oramettere la k ,
dovrebbero accentarsi per distinguerle da altre voci diverse, come si è già
osservato -, ed è perciò che potrete scrivere avvi , avvene , piuttosto che
havvi, hawene y ec» non avendo luogo equivoco alcuno in simili com- binazioni
di voci. 3. La j lunga, tanto al principio della parola quanto frapposta a due
vocali , fa Y uficio di con- sonante ; come Jacopo , jattante , jattura ; Ajo ,
strettojo , gioja , libra jo, ajuto , voci che ci danno nel plurale , strettoi
, librai , ec. In fine di vocabolo la j ora equivale ad 1, ed ora aa ii , cioè
può scriversi con il solo i in quei vo- caboli che terminano nel nominativo con
io ed han- no T accento nell 9 antipenultima vocale , come : prèmio, òzio,
scòglio figlio, occhio, frégio, ec. voci che ci danno nel plurale , prèmi ,
ozi, scògli, Jigli, occhi, fregi, ec. Che se l'accento cadrà nel- la i dell' io
allora alla j del plurale si sosti tui- 1 i68 ranno due li , onde da pio ,
resilo , natio , ec. avremo pii , restii, natii,' ec. Similmente richiedono due
ii tutte quelle voci che scritte con una sola i avrebbero un diverso si-
gnificato , come , adempii , per distinguerla da adempi , desiderii , per non
confonderla con de- sideri , principii ben diversa dalla voce Princi- pi i ec *
Prendono la sola i finale nel plurale quelle voci che nel singolare hanno la
desinenza in ciò , gio, glio ; onde diremo: agi , indugiagli, ec. Così le voci
in aio, eio, oio, uio, finiscono in i; per es. fornai, pompei , rasoi , bui ,
ec. Le voci che terminano in mio, mo, prendono due 115 per es. dominio, domi ni
ì , ec. cosi le voci in bio , i = evvi, dà-Wi=: dammi , và-ne = vanne , Sta ti
= statti ec. 4«° Che quando la prima voce componente sia uno dei monosiliahi :
a , e , i , o , eo , so, j« , da , fra , ad, allora dovrà raddoppiarsi la con-
sonante , e scriversi accorrere , eccedere , irriga- re , opporre , commovere ,
sollevare , ^accedere, dabbene , /rammettere , raddrizzare , ec. Deve però
eccettuarsi la voce comandare, e quelle nelle quali la seconda voce componente
incomincia con la s impura } come aspirare , istillare , ec. 5. ° All'opposto
non si raddopppia la consonante se la prima delle voci componenti o è di più
sil- labe, o non finisce con vocale accentata 5 come: portami, vedilo, godesi ,
sottoposto, oltremodo, ec. Devesi però accettuare eo/*/rapporre , sopra- ttutto
, a/frettanto, o//racciò, ec. Se la prima voce componente è uno dei mo-
nosiliahi de, re, prc; come: deridere, relegare, premettere ec. 6. ° Il
monosillaho di fa raddoppiare la /*, e la s, come dift idere, dissimili, ec.
fuorché alle voci diletto, d/fendere; ed anche il monosillaho in, se r altra
voce componente incomincia con la n, come /anato , z/inumerahile; e qualche
volta ancora, henché la seconda voce componente incominci con vocale, pure si
raddoppia la n del monosillaho in, come , ìnn ibbissftre , innalzare ,
/anamorarc, in- nanzi, e c. Il monosillabo ri raddoppia soltanto in 170
rinnegare, rinnovare , nnnestare: se in sebbene, neppure: prò in ^roccurare,
^rofElare, provvede- re , benché queste tre voci si scrivano ancora sen- za
raddoppiamento. 7. 0 Gli assertivi taccio, piaccio , giaccio , i quali fuorché
in taccia, piaccia, giaccia, tacciano, piaccano , giacciano , hanno tutto il
resto con una sola c; pure nei loro passati, invece di raddop- piare la c , prendono
la q , scrivendosi tacqui, giac- qui ? piacqui, tacque, giacque, piacque,
tacque- ro , giacquero , piacquero. Lo stesso si dica del- le voci nacqui,
acqua, acquisto, e di altre si- mili. Le voci aquila , aquario scrivonsi senza
c. 8.° IVon si raddoppiano quasi mai le conso- nanti d, m, n, r , v , z innanzi
la 1; comete- dia , premio , gloria , savio , ec. eccettuate le vo- ci mummia,
bestemmia, pazzìa e qualche altra. q.° La z non si raddoppia innanzi alla 1 se-
guita da vocale -, onde scriverete : azione , vizio , letizia, ec. £ quando
deve raddoppiarsi è seguita da una vocale diversa dalla i$ come bellezza,
*>ez- zo , pazzo , ec. Lettere maiuscole. Maiuscola sarà la lettera nel
principio del vo- stro discorso, e de' suoi periodi; nei nomi pro- pri ,
nazionali, ec. Nei nomi di ceto rispettabile come Senato, Magistrato^ Collegio,
ec. Potranno essere tutte maiuscole lenètture di un intero vo- cabolo degno di
particolare osservazione , ed an- che quelle di una forte sentenza. Potrà
ancora essere maiuscola la prima lettera di un qualche concetto sentenzioso
posto dopo due punti. Sillabe* 171 Più di una vocale non può entrare in una
sil- laba , salvo i dittonghi. Anzi talora una sillaba è formata da una sola
vocale come in a-mo-re. Possono però concorrere più consonanti per for- mare
una sillaba*, come p. e. nella parola strappa re. Per sillabare con esattezza
bastino le seguenti avvertenze. La consonante raddoppiata deve dividersi per
formare due sillabe \ per es. yen-dct-ta 7 fra-Jc/- loj stesso, ec. Se tre
consonanti insieme si troveranno entro un vocabolo, la prima dovrà unirsi conia
vocale che la precede, e le altre due faranno sillaba con la vocale che siegue;
per es. orn-bra , scrn-pre, in- cli-to. Deve però eccettuarsi la la quale ben-
ché sia la prima delle tre consonanti, pure si as- socia colle altre due e
forma una sola sillaba con la vocale che viene appresso:, p. e, disastro, con-
stru*zio-ne. Devono però eccettuasi i vocaboli com- posti 5 come : dis-por-re }
dis giungc-re, dis- fa-re ^ instrui-re, ec. Lo stesso discorso ha luogo per la
/ in eguali combinazioni. Alla fine di riga, se si deve spezzarla parola, non
deve spezzarsi la sillaba ; e dovendo terminarla in consonante apostrofata ,
conviene porre la conso- nante a far sillaba ^co 1 ' i vocale della voce che
segu*. * Interpunzione (i). L' interpunzione consiste nel frapporre certi se-
ti) Per meglio comprendere l'utilità della interpunzione ba- T 7 2 gni
convenzionali alle nostre scritture per rap- presentare per così dire in
rilievo i diversi signi- ficati delle sue proposizioni, frasi , periodi, sen-
tenze , domande enfatiche ec. per avvertire il let- tore delle pause e tuoni
variati che devono accom- pagnare la sua lettura. 11 punto fermo (.) ponendosi
alla fine di un periodo, che presenta il senso interamente com- pito, serve a
segnare il termine del periodo (i). Li due punti (;) servivano a far
distinguere i diversi membri del periodo. Ma ora vengono ri- serbati per
indicare un esempio, o una sentenza, che vuole addursi , od anche un concetto
di par- ticolar significato. Il punto e virgola (;) è stato sostituito ai due
punti per marcare i membri , e partì del periodo. La virgola (,) ci fa
distinguere le parti mi- nime deì periodo, cioè una frase dall'altra, le
proposizioni incidenti, e !e subalterne dalle prin* cifoli* Il punto
interrogativo (?) si pone dopo una proposizione o frase , o membro che include
inter- rogazione 5 o domanda j p. e. parla , dimmi che fu? (a) II punto
ammirativo (!) ha luogo dopo una qual- che proposizione che merita ammirazione
perchè sterebbe dare un' occhiata ai codici anteriori all'ottocento; ed anche a
quei scritti posteriori al mille, ove restano ancora i vestigi della confusa
maniera di scrivere di quei tempi senza punteggiatura. (0 II discorso parlato
esige punti , ossia riposi per il riguar- do dovuto ai polmoni di chi parla, e
agli orecchi di chi as- col ta . (a) Per ben proferire le interrogazioni
enfatiche è necessario di sentir vivamente nell'animo l'odio, o l' insulto o la
disap- provazione, o l'orrore, o ec. che esse racchiudono, onde pie- garvi la
pronunzia opportunamente. _ DigitizeS by GoogI espone o cosa che sorprende, o
cosa strana 5 od anche un grave errore (i). U punto sospensivo (...) serve ad
indicare una lacuna nel discorso, essendosi sospeso il prosegui- mento o perchè
è per se stesso patente, o per- ché conviene immaginarlo anziché esprimerlo. Il
punto unitivo ( - ) si pone fra due parole per indicare che ne formano una
composta $ p. e. al- to- tonante. Nella parentesi ( ) viene inserita una proposizio-
ne che sembra così estranea al senso del periodo da interromperne quasi il
significato, benché vi tro- vi a rigore una sede opportuna. Capoverso. Quando
in realtà ciò che siegue non ha col discorso primitivo ne una immediata ne una
prossima connessione , allora sarà opportuna una certa fermata , andando a capo
per evitare un tal qual fastidio' prodotto da una successione di (jarole
giammai interrotta. Tornar faticoso a chi egge , diceva Aristotele, quel non
veder mai il line di una scrittura. Dovete poi assolutamente andare a capo
quan- do cangiasi argomento nel discorso. Apostrofe ( ' ). Questo segno che
indica soppres» sioue di vocale alla fine di una parola , od an- che avanti il,
pure non sempre si esprime, ben- ché venga soppressa la vocale , per es v : nel
man- dar ad effetto 1 unico progetto. La dolcezza della pronuncia, ed una
maggiore speditezza èia forte ragione che esige elisione di vocale , indicando
(1) Tanto il punto interrogativo , come l' ammirativo dovreb- bero, pors.
ancora nell' incominciamento delle frasi o periodi da' quali vengono richiesti.
Allora il lettore verrebbe avvertito in tempo a variar tono per fare spiccare
meglio il variar dti pensieri. Questa interpunzione viene seguila dai Spagnoli.
Digitized by Google i74 per lo più con un* apostrofe Y ommessa vocale, li
perciò il suo retto uso non potrà regolarsi che con qualche avvertenza. 1. a
Questa elisione ha luogo più comunemen- te nell 1 incontro di un vocabolo che
termina in vocale, mentre Y altro con vocale incomincia; tan- to più se le due
vocali sono le stesse ; p. e. que- st' insulto io 1 / sento nel più vivo del
cor. 2. a Peli doppiamente apostrofato , fa le veci di per il quando il
vocabolo incomincia con altra consonante ; come pel tempo avvenire, pel biso-
gno ; che se dopo la consonante seguirà la co y allora si scriverà piuttosto
per lo contrario vento, ovvero pello contrario vento; così dirassi per lo
stupore ovvero pello stupore, invece di per il stu- pore, attesoché la / muta
fa asprezza quando è seguila dalla s impura. Per lo stesso motivo in- vece di
per li studi; ec. convien dire per gli stu* di; fi questa avvertenza si estende
ancora ad altri aspri incontri di vocali, come per li uomini, di- cendosi per
gli uomini. 3. a Quelli plurale fa quegli quando siegue la x impura o la z. 4-°
Le voci una ed i suoi composti veruna ♦ nessuna , niuna, ec. quando sono
seguite da nomi femminini che incomincino con vocale sogliono apostrofarsi ,
scrivendo un 1 anima , un* eccellente persona, ec. Mentre alla voce uno ed ai suoi
com- posti seguiti da nomi mascolini che principiano con vocale , si sopprime
la o senza apostrofe 5 per es. un uomo , ver un amico. " sT ^ I • * L
avverbio ora preceduto dalle voci, alla^ tale, Jino | ec. si accoppia colla
voce apostrofata: come alla-ora = a//ora , tale- ora = talora , fino a ora '=
finora , ec. GH, incontrandosi con un altro i , si eliderà; ma Digitized by
Google in altri casi si renderebbe il suono impedito ed aspro. In generale vi
guarderete da quelle elisioni che produrrebbero equivoco ; come: eh' onora il
sag- gio y potendo intendersi : chi onora , ovvero ciò che onora. Accento (*).
Gl'italiani in confronto de' fran- cesi sono parchissimi nelF uso dell' accento
che fac- cia distinguere il suono largo dallo stretto delle vocali , benché
talora si renderebbe ciò necessario per ben distinguere il significato di un
vocabolo da quello di un altro; ed anche per rendere uni- forme in tutta
l'Italia la pronunciazione dei vo- caboli. Infatti in alcune parti , la e
finale degli avverbi si pronuncia larga, pronunciandosi stretta in Toscana e
nella Italia meridionale: tali sono le voci perchè , giacché ec. e per tal
motivo ab- biamo credulo di segnar tali voci con accento gra- ve nella nostra
grammatica. Già s' intende che r accento largo , che si pronuncia con maggiore
apertura di voce, ha il vertice inclinato a sinistra; e che T accento stretto (
' ) ha il vertice piegalo a destra (i). Voci di diverso significalo dipendenti
DalC accento ommesso , Dall' accento largo o posto. o stretto Balia , s. Balìa
, s. Tèma , s. Téma , v. Terra, s. Terrà, v. Vóto, s. Vòto> ag. (1)
Giovanetti studiosi siate ben persuasi che ogni rostra scrittura nelle altrui m
ni diviene quasi un processo ultimata della vostra ìncultezza; venendovi notati
non solo gli errori ili concetti! e di lingua > ma quelli ancoia di
ortografia* Digitized by Google 176 Faro , s. Farò , V. Merce , s. Mercè , s.
Porto , s. Portò , v. Rende , s. Rendè , v. Péro , s. Però, av. Tèste , s.
Testé , av. Già , v. Già , av. Di , pre. Dì , s. La , ac. Là , av. Me , rip.
Nè. neg. Mèta , s. Metà , s. Céra , s. C* èra Légge , s. Lègge , v. Córre, v.
Córre , v. Cólto, ag. Còlto, v. Dècade, s. Decade, v. Lède , s. Lède ,
v. Tòsco, ag. Tòsco, s. Vólto, s. Vòlto, ag. Frégi , s. Frégi ,. v. Fèssi , ag.
Féssi , v. Tórsi, s. Tòrsi, v. Pèste , s. Péste , ag. Sóle , s. Sòie , v. Sède
, s. Sède , v. Ésca 4 s. Ésca , v. Empito, s. Empito , Mézzo, ag. Mèzzo, s. Mèle , s. Mele ,
s. Pòrci , s. Porci, ( por- re qui ). Tèmi(Dea), Temi , v. Tórre , v. Tórre ,
s. Digitized by INDICE O Preambolo, Prefazione. PARTE PRIMA. Grammatica delle
lingue. Parti del discorso. Cap. 1. Del nome sostantivo. Distinzione dei
vocaboli. Cap. II. Del nome aggettivo. Gi^adi degli aggettivi. Cap. 111. Dell'
accompagna nome. Cap. IV. Del vice- nome , o pronome. Cap. V '. Delle primarie
facoltà della mente. » 4^ Sensazioni e sentimento. » ivi Percezione. » 41
Attenzione. » ^5 Idee. ìì ivi Inflessione. » 4^ Giudizio. » 47 Raziocinio. » 5a
Evidenza. » 53 Memoria. » 54 Cosccnza. » ivi Cap. VI, fe/io e r/rg/* assertivi.
» 5tì Proposizione. i> - 5g Argomentazione . » ho Cap.' VII. Del
vice-assertivo (o vice- verbo). » 6i Preposizioni. » 62 Avverbi. » 65
Congiunzioni. * » 70 Interiezioni. a_ ?3 Pag- 3 » Z Pag. » » )> » 2 ru« 3 »
26 3o . Grammatica italiana. Cap, Vili. Nome e pronome. Pag. 76 Genere* » iv i
Numero. » 80 Nomi irregolari ed anomali. » 81 Caso. » 82 Segnacasi. » 83
Declinazioni. » 85 Avvertente importanti. » 90 Cap. IX. Curatteri essenziali
dell'asser- tivo ( o verbo ) italiano. » 95 Caratteri accidentali del T
assertivo. » 98 Modo indefinito. » ivi Voci verbali indeterminate. » c;g Modo
imperativo. » 101 Modo indicativo. » ivi AfoJo congiuntivo. » io4 A/odo
ottativo, o desiderativo. * io5 Persone degli assertivi e loro numero. » ivi
Conjugazione degli assertivi. » xo6 Conjugazione del verbo irregolare es- sere.
» 108 Conjugazione dell' assertivo irregolare avere. » 1x2 Cap. X. Prospetto
comparativo degli as- sertivi normali delle tre conjuga- zioni regolari. » 1 1
5 Conjugazione dclC assertivo sfinire. » 121 Osservazioni importanti. » 124
Assertivi anomali ( o irregolari ). » 1 26 Conjugazione delt assertivo andare.
1 128 Analisi della seconda conjugazione. » i3o Osservazioni sugi* irregolari
colla de- sinenza della seconda conjugazione Assertivi che escono di regola.
Assertivi difettosi. Gerondio. Preposizioni esprimenti rapporti. Congiunzioni.
Ripieni o riempitivi. PARTE TERZA. Cap. XI. Costruzione del discorso o sin -
Chiarezza del discorso. Forza del discorso. Armonia del discorso. APPENDICE
Ortografia. Della h,j, consonanti raddoppiate ce. Lettere majuscolc. Sillabe.
Interpunzione. *79 » LÌ2 » liiS » i3g » i4Ì » r£5 » 142 » r 5 1 » 1 54 » i55
i6^ » i£6 » 167 » 170 » 171 <i ~IYÌ i Napoli 15 Ottobre '83o. PRESENZA DALLA.
GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Vista la dimanda del Tipografo Giovanni
Martin con la quale chiede di voler stampare 1* opera intitolata Principi del
discono accomodati al linguaggio italiano del Professore E. Visto il favorevole
parere del Tteglo Iieróore Signor D. Girolamo Canonico Pi rozzi; Si permette
che P indicata Opera si stampi , però non si pubblichi senza un secondo
permesso , che non si darà se pri- ma lo stesso Regio Revisore non avrà
attestato di aver iico- nomata Mi confronto uniforme la impressione all'
originale , approvato. i » Il Presidente, M. COLANGKLO. Pel Segretario Generale
, e Membro della Giunta. U Aggiunto Antonio Coppola. 4fC Nome compiuto: Enrico Gambioni.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giamboni,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Giametta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale --
il volo d’Icaro e l’implicatura di Sanctis – filosofia napoletana – la scuola
di Frattamaggiore -- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Frattamaggiore).
Abstract: Grice:
“At Oxford, we had ordinary-language philosophy; at Bologna, only
EXTRA-ordinary language philosophy counts!” -- Keywords: ordinary-language
philosophy. Filosofo italiano. Frattamaggiore, Napoli, Campania. Grice:
“Giammetta is a good’un, but you gotta be an Italian to appreciate him fully,
or at least have gone to Clifton, as I did!” --
Grice: Giametta’s philosophy is full of Italianateness: ‘il volo
d’Icaro,’ and then there’s his ‘Croceian heterodoxies,’ and most Italianate of
all, the Dantean reference to Nisso, Chiron, and Folo in the “Inferno”! Sublime!” Cura Nietzsche a Firenze. Ha scritto saggi
di critica "eterodossa" su Croce. Cura Cesare. È anche romanziere,
estraneo a scuole o correnti, con storie dalla forte valenza filosofica e
morale; attitudine stilistica: la prosa
di Giametta pare quella di un centauro: sorprendente incontro di letteratura e
filosofia. Nella "Trilogia dell'essenzialismo"
(composta da “Il Bue squartato” -- L'oro
prezioso dell'essere e Cortocircuiti), elabora un proprio sistema di filosofia erede
del naturalismo rinascimentale. L’Essenzialismo è una nuova filosofia, fondata
esclusivamente sulla natura, intesa nei suoi due aspetti, sia come “naturans”
(cf. Grice, implicans, implicaturus) sia
come “naturata” (cf. Grice implicatum, implicatura, implicaturus, implicata).
Grice: “The problem: ‘is ‘naturare’ a good verb?’ --. L’essenzialismo descrive
la condizione umana come determinata dalla combinazione di due elementi
eterogenei: dall’essenza di tutto ciò che esiste, che è divina, e dalle
condizioni di esistenza, che sono spesso fin troppo diaboliche, a cui sono
sottoposte tutte le creature. Il con-temperamento di questi due elementi
(essenza ed esistenza), diverso in ogni individuo, spiega le ragioni per cui si
afferma o si nega la vita, si è ottimisti o pessimisti...". Alter opera: “Oltre il nichilismo” (Tempi
moderni, Napoli); “Poeta e filosofo” (Garzanti, Milano); Palomar, Han, Candaule
e altri. Scritti di critica letteraria, Palomar, Bari Nietzsche e i suoi
interpreti. – cfr. ‘Grice interprete di se stesso” – “Erminio; o, della fede.
Dialogo con Nietzsche di un suo interprete. Spirali, Milano); “Saggi
nietzschiani” (La Città del Sole, Napoli); “Croce” (Bibliopolis, Napoli); “Il mondo”
(Palomar, Bari); “Madonna con bambina e altri racconti morali, BUR, Milano);
“Commento allo Zarathustra” Mondadori Bruno, Milano); “Filosofia come dinamita”
BUR, Milano), “Croce, il pazzo” (La Città del Sole, Napoli); “Eterodossie
crociane” (Bibliopolis, Napoli); “La caduta di Icaro” (Il Prato, Padova); Introduzione
a Nietzsche. Opera per opera, BUR, Milano, Il bue squartato e altri macelli. La
dolce filosofia, Mursia, Milano. L'oro dell'essere. Saggi filosofici, Mursia,
Milano. Cortocircuito e implicatura -- Mursia, Milano. Adelphoe, Unicopli,
Milano. Il dio lontano, Castelvecchi, Roma); “Tre centauri, Saletta dell'Uva,
Napoli. Filosofi, Saletta dell'Uva, Napoli. Una vacanza attiva, Olio Officina,
Milano. Grandi problemi risolti in piccoli spazi. Codicillo dell'essenzialismo;
Bompiani, Milano. Colli, Montinari e Nietzsche, BookTime, Milano. Capricci
napoletani. Pagine di diario (Marco Lanterna), Olio Officina, Milano; “Il colpo
di timpano, Saletta dell'Uva, Napoli); “Dio impassibile” (Babbomorto, Imola.
Contromano, BookTime, Milano. Il bue squartato e altri macelli, Mursia, Milano. La passione della conoscenza. Pensa
Multimedia, Lecce,. Marco Lanterna, Le grandi oscurità della filosofia risolte
in lampeggianti parole. Lanterna, Contributo alla critica di Sossio (in
Giametta, Capricci napoletani, OlioOfficina, Milano ). Nietzsche Schopenhauer
Colli Mazzino Montinari. SANCTIS nacque a Morra Irpina (oggi Morra De
Sanctis, in prov. di Avellino), al centro di. una zona che fino a dieci anni
prima era stata tutta feudale e di cui gli antichi feudatari ancora sfruttavano
la scarsa ricchezza boschiva, mentre il potere era gestito direttamente dal
clero e dai piccoli o medi proprietari terrieri, anch'essi strettamente legati
alla Chiesa sul piano economico -, sociale e Politico. In questo ambiente D.
trascorse solo i primi nove anni, ma esso costituì sempre per lui un punto di
riferimento, perché sempre egli lo ebbe presente come "polo reale" e,
insieme, come "polo negativo" della storia: la realtà da cui partire
e rispetto alla quale operare per tutte le conquiste del progresso (morale,
culturale, civile). La famiglia De Sanctis apparteneva a quel ceto di
piccoli proprietari del Sud che produceva i preti, gli avvocati e i pochi
medici. Avvocato era il padre di D., Alessandro, che però viveva del reddito
della sua piccola proprietà, prima ampliata attraverso un "buon
matrimonio" locale con Maria Agnese Manzi, poi progressivamente sempre più
dissestata; preti i due zii Carlo e Giuseppe; medico lo zio Pietro (ed anche
per costui la qualifica professionale servì soltanto a sostenere l'orgoglio del
ceto dei "galantuomini"). Come molti esponenti del
"galantomismo" meridionale, don Giuseppe e Pietro Sanctis avevano
aderito alla carboneria (in funzione patriottica e antifeudale): dopo aver
partecipato ai moti carbonari, vissero in esilio per dieci anni, serbando
intatto lo spirito antiborbonico, ma non il patrimonio. L'altro prete, invece,
don Carlo, fece fortuna in Napoli come titolare di una stimata "scuola di
lettere" (un ginnasio privato). D. è trasferito come ospite ed
allievo presso lo zio Carlo. Dai "ricordi" di D. (La vita) si
può ricavare l'elenco delle discipline da lui studiate, con fortissimo impegno,
per tutta la durata del corso quinquennale tenuto dallo zio ("Grammatica,
Rettorica, Poetica, Storia, Cronologia, Mitologia, Antichità greche e
romane" e inoltre "l'Aritmetica, la Storia Sacra, il Disegno"),
nonché una serie di notazioni sul metodo d'insegnamento tutt'altro che critico
e innovativo ("Un grande esercizio di mernoria era in quella scuola,
dovendo ficcarsi in mente i versetti del Portoreale, la grammatica di Soave, le
Storie di Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette del Metastasio; tutti
i sabati si recitavano centinaia di versi latini a memoria"). Poiché
i cinque anni di studi "letterari" avevano un completamento canonico
in due anni di studi "filosofici" è iscritto alla scuola di Fazzini,
matematico e fisico illustre, di dichiarate convinzioni sensistiche. Per due
anni, perciò, egli visse immerso nello studio di Locke, Condillac, Tracy,
Elvezio, Bonnet, Lamettrie", o del Genovesi, ma (e questo è un tratto
molto importante, destinato a rimanere come atteggiamento mentale) nell'ottica
"moderata" che era propria sia dell'ambiente familiare sia del
maestro (Il professore diceva che il sensismo en una cosa buona sino a
Condillac, ma non bisognava andare sino a Lamettrie e ad Elvezio Voltaire,
Diderot, Rousseau mi parevano bestemmiatori, avevo quasi paura di
leggerli"). Lo stesso amalgama di aperture progressiste e di scarsa
chiarezza ideologica fu nell'esperienza successiva (quella degli studi
giuridici), in un'altra scuola privata, dove (con l'abate Garzia) D. impara ad
apprezzare soprattutto i codici napoleonici, aprendosi così alla dialettica
giuridica liberale. Questi studi avrebbero dovuto rappresentare il punto
d'arrivo di tutto il lavoro precedente (poiché, scartata una primitiva ipotesi
di carriera ecclesiastica, si pensava di far di lui un avvocato), ma a
determinare una diversa scelta di vita intervenne una grave malattia dello zio
Carlo, in seguito alla quale il peso della scuola cadde sulle fragili spalle
del D. diciottenne, ed egli divenne fonte di sostegno economico per la sua
numerosa famiglia (dopo la morte della primogenita Genoviefa, restavano ben
cinque tra fratelli e sorelle, che sempre in qualche modo gravarono su di lui,
con molte preoccupazioni e ben poche gratificazioni affettive o sociali).
Un altro avvenimento, questo di qualche anno prima, aveva preparato in D. tale
mutamento di interessi e di scelte: il suo ingresso nella "scuola di
lingua italiana" del marchese Basilio Puoti: di un "maestro",
cioè, che rappresentava in quel momento uno dei punti di riferimento più vivi
della cultura napoletana e che presto prese a stimarlo, ad amarlo e a guidarlo.
Ed è in ambito puotiano che nascono i primi scritti a stampa di D.: la sua
volgarizzazione di un brano dell'Eudemia di Giano Nicio Eritreo (Discorso
contro gl'ippocriti), apparsa sul Tesoretto, e la Dedicatoria (sua e del cugino
Giovannino) al Puoti dell'edizione (da entrambi curata) del Volgarizzamento
delle Vite de' santi Padri di D. Cavalca e del Prato spirituale di Feo
Belcari. Non è da qui però che si può ricavare l'immagine complessiva di
ciò che egli era alla fine del suo corso ufficiale di studi e all'inizio del
suo primo magistero. Certo, la competenza grammaticale e testuale e la
sensibilità alle cose della lingua (alla lingua come sistema formale in cui
penetrare con il rigore dell'intelligenza, della scienza e del gusto) erano
allora e restarono per sempre una componente molto importante del D. studioso e
maestro (questo va ribadito, anche per opporsi a una troppo lunga
sottovalutazione critica dell'eredità puristica attiva all'interno della
metodologia critica desanctisiana); ma dalla sua precedente esperienza
culturale egli aveva ricavato anche un complessivo eclettismo nozionistico e
ideologico, un evidente taglio "settecentesco" nell'impostazione del
sapere e in più una vastissima pratica di letture, che egli sottolinea con
forza nella Vita e che si riverbera in tutta la sua opera. Ricostruendo dai
suoi ricordi, risulta che D. Legge con profondo coinvolgimento (oltre a tanti
latini, greci, filosofi, storici e giureconsulti) un'incredibile quantità di
classici italiani maggiori e minori, dai trecentisti a Metastasio, e poi
Parini, Alfieri, Verri, Monti, Foscolo, Manzoni, Berchet, Leopardi, e Fénelon e
Voltaire, Young e Scott (ma la zona moderna ed europea andava rapidamente
allargandosi: a poco più di venti anni, il suo patrimonio di lettura spaziava
con sicurezza da Shakespeare a Richardson, da Milton e Klopstock a
Chateaubriand, Lamartine e Hugo. La professione dell'insegnamento diventò
per D. definitiva (grazie all'intervento del marchese Puoti), più o meno
contemporaneamente nel settore della scuola pubblica (prima alla scuola dei
sottufficiali; poi, al Collegio militare della Nunziatella, prestigiosa
accademia militare borbonica) e in quello privato (con la scuola di Vico Bisi,
che Puoti apre per lui, affidandogli all'inizio i suoi allievi, poi di fatto -
a grado a grado - la sua stessa funzione docente). A quest'ultima esperienza
(di cui restano importanti documenti nei Quaderni discuola e una vasta
rievocazione nella Giovinezza) si attribuisce, per tradizione ormai
consolidata, la definizione di "prima scuola" del De Sanctis. Ma
sarebbe forse più giusto comprendere nella definizione l'esperienza didattica
complessiva del decennio 1838-48: il decennio che consacrò il successo
indiscusso del D. maestro, il quale intanto (nelle diverse fasi della sua
frenetica attività) metteva a punto il suo metodo e il suo atteggiamento
critico, mentre andava costruendo intorno a sé rapporti affettivi e
intellettuali che sarebbero rimasti centrali in tutta la sua vita, e mentre
andava maturando fondamentali scelte ideologiche, filosofiche,
politiche. I numerosi Quaderni di scuola, che documentano il primo
insegnamento desanctisiano, furono in massima parte scritti dagli alunni sotto
dettatura del maestro e finalizzati a raccogliere il "succo" dei
diversi corsi di lezioni, rispetto ai quali si configuravano come veri e propri
libri di testo costruiti in parallelo con l'esperienza scolastica. Si tratta,
perciò, di una testimonianza ampia e diretta del suo progressivo evolversi (a
stretto contatto con la cultura del proprio tempo) dal purismo e
dall'illuminismo moderato fino all'hegelismo, attraverso l'eclettismo, il
neocattolicesimo, la partecipazione alla temperie vichiana e a quella dello
storicismo romantico. In vista della loro funzione manualistica, i quaderni
sono divisi secondo le "materie d'insegnamento" della scuola (alcune
presenti fin dall'inizio, altre introdotte successivamente, come lo stesso D.
testimonia nella Vita). La grammatica è l'insegnamento originario della scuola,
ma i quaderni "grammaticali" più importanti che ci restano
appartengono agli ultimi anni e si configurano perciò come approdo della
ricerca desanctisiana in materia (con l'acquisizione dello storicismo
romantico, del giobertismo, di Hegel). I più antichi tra i quaderni in nostro
possesso sono quelli di Lingua e stile, dove, dopo una serie di precetti di
radice puristico-illuministica (con forte incidenza della grande Enciclopedia e
in particolare d’Alembert), troviamo documentato il primo impatto con il
pensiero romantico tedesco (in particolare con F. Schlegel) e tracciata la
prima sintesi di storia della letteratura italiana ("Sviluppo della
letteratura italiana"). Questa ha già alcune caratteristiche che
resteranno immutate in D. maggiore (si muove in ambito postilluministico, con
grande attenzione all'Europa e al presente letterario, ma presenta come modello
privilegiato di scrittore "contemporaneo" il Manzoni, con
un'accentuazione del punto di vista neocattolico, che andrà attenuandosi in
seguito). Una lunga storia della poesia è nei quaderni dedicati alla Lirica, in
cui l'approdo è rappresentato dal Leopardi; i quaderni sul Genere narrativo
hanno le loro fonti in Villemain, Sismondi, Voltaire, F. e Schlegel. Un salto
di qualità notevolissimo si avverte nei corsi d’Estetica e Estetica applicata,
in cui l'esigenza di definire teoricamente i problemi dell'arte trova un sicuro
sostegno nelle teorie estetiche di Gioberti, mentre Hegel fa la sua apparizione
nel corso di Storia della critica, che introduce una più stimolante
rivisitazione della lirica. Nei due anni successivi egli presenta ai suoi allievi
l'Estetica di Hegel nella traduzione francese di Bénard. Alla luce dei nuovi
principî affronta inoltre l'esame della Letteratura drammatica, soffermandosi a
lungo sulle opere di Shakespeare. Dell'ultimo anno di scuola ci resta anche un
quadernetto di Storia e filosofia della storia, che ha come punti di
riferimento costanti Vico, Sismondi, Hegel e che aiuta a chiarire il senso dei
"compendi" (autografi) della Storia d'Inghilterra di Hume e della
Storia civile del Regno di Napoli di Giannone. Questo blocco di materiali
storiografici conferma il livello criticamente e ideologicamente molto avanzato
della ricerca desanctisiana alla fine della "prima scuola",
attestando una visione laica della storia, un rigoroso rifiuto di ogni
astrattismo e una forte rivendicazione della concretezza in ogni ambito
d'analisi, nonché una chiara assunzione di metodo hegeliano in direzione
progressista. Negli entourages di Puoti, della Nunziatella, della sua stessa
scuola (e delle altre che fiorirono a Napoli, inaugurando il clima
"filosofico" vichiano-hegeliano), D. aveva finito per trovarsi al
centro dell'intellettualità progressista napoletana, non si sa fino a che punto
compromettendosi con le frange estremistiche di essa. Fatto sta che molti
giovani della sua scuola si schierarono a combattere sulle barricate (dove fu
ucciso quello che era certamente il più colto e il più ideologizzato fra tutti:
Vista) e che dopo quella data D. fu in qualche modo implicato in una setta
segreta rivoluzionaria di ascendenza musoliniana, l'Unità italiana, e in un
attentato per il quale, tra gli altri, furono condannati a morte L. Settembrini
e C. Poerio ("Si facevano i più matti deliri: porre una mina sotto Palazzo
Reale pareva un gioco ... Fu la prima volta e sola che fui in convegni segreti).
Espulso, perciò, dalla Nunziatella e da "ogni altra scuola anche
privata" (come recitano i rapporti della polizia borbonica, che cominciava
ad interessarsi di lui), D. si rifugia in Calabria presso un noto e attivo
"patriota", il barone Guzolini, in casa del quale è arrestato con
l'accusa di essere uno dei principali agenti della setta diretta da Mazzini e
da Ledru-Rollin. Trasferito a Napoli e rinchiuso in Castel dell'Ovo, subì due
anni e mezzo di "carcere duro", e fu infine giudicato politicamente
molto pericoloso ("attendibilissimo") e perciò bandito dal Regno e
imbarcato per gli Stati Uniti. 1 suoi allievi-amici napoletani (in particolare
Meis e Marvasi, a quel tempo già in esilio) lo aiutarono a sbarcare a Malta,
per raggiungere il Piemonte, inserendosi nell'allora foltissima schiera degli
illustri esuli politici ivi rifugiatisi (tra i meridionali, sono da ricordare:
Spaventa, Bonghi, Mancini, Tommasi, Ayala, Nicotera, Cosenz). Gli scritti
del periodo calabrese e della prigionia rappresentano la punta massima della
"spinta a sinistra" che segna il pensiero desanctisiano. In Calabria sono
elaborati due saggi (Introduzione all'Epistolario di Leopardi e Sulle opere
drammatiche di Schiller), in cui l'interpretazione dei testi esita in senso
fortemente politico (sia Leopardi sia Schiller segnano la fine di un'epoca,
quella dell'individualismo, dalla quale va nascendo un'epoca nuova -
dell'Umanità - impegnata in senso sociale). In Calabria fu probabilmente
impostato anche un dramma in prosa, il Torquato Tasso, terminato negli anni di
prigionia (il modello più vicino è quello goethiano; il linguaggio è
leopardiano; evidente è l'identificazione personale-politica dell'autore con
l'intellettuale perseguitato. D. studia la lingua tedesca e se ne servì sia per
tradurre il Manuale di una storia generale della poesia di K. Rosenkranz, sia
per leggere in lingua originale la Logica di Hegel, che ridisegnò in una serie
di Quadri sinottici (praticamente una sintesi completa dell'intera opera). Ma
il testo più interessante elaborato in Castel dell'Ovo è certamente La
prigione: un carme di 256 endecasillabi sciolti (l'unica prova poetica, se si
esclude qualche poesia d'occasione), che rappresenta il punto massimo di
"giacobinismo" realizzato da D., con il rifiuto e la denuncia di ogni
metafisica (un'inversione fortissima rispetto al neocattolicesimo degli anni
della prima scuola), e con una proposta politico-ideologica chiaramente
ispirata all'interpretazione di sinistra della filosofia di Hegel. Fortissima è
anche la svolta di atteggiamento nei confronti di Leopardi: all'immagine
sentimentalistica e scettica divulgata nel clima del primo romanticismo
napoletano si sostituisce un'immagine combattiva e materialistica del poeta di
Recanati (che offre, del resto, il modello stilistico e strutturale all'intero
carme. costruito come storia metaforica del pensiero umano, in rivolta per la
libertà, contro la tirannia, l'oscurantismo, l'ingiustizia sociale). A
Torino D. rimase in un vitale rapporto
d'amicizia con Meis e Marvasi e con Spaventa, ma molto isolato rispetto al
potere politico e culturale. Il suo unico lavoro fisso fu, allora,
l'insegnamento dell'italiano nell'istituto femminile della signora Eliott (dove
si verificò un episodio d'innamoramento - per la giovanissima Teresa De Amicis
- che riempirà d'illusioni e di malinconie gli anni successivi); ma ebbe anche
alunni privati dal nome prestigioso (come Virgina Basco - futura destinataria
del Viaggio elettorale -, Ainardo di Cavour, Larissé). L'esperienza centrale
del periodo torinese si realizzò, tuttavia, attraverso due corsi di
"lezioni pubbliche" su Dante: conferenze organizzate dai suoi amici
per soccorrerlo "nella dignitosa povertà dell'esilio" e che di fatto
lo rivelarono alla cultura italiana. Egli prese a collaborare alle
appendici letterarie: sul Cimento di Torino pubblicò alcuni saggi fondamentali,
vero e proprio punto d'arrivo della sua critica militante. E allo stesso anno
risale anche il primo episodio di giornalismo politico della sua vita: la
pubblicazione, sul Diritto di Torino, di una serie di interventi contro il
"murattismo" (cioè contro l'ipotesi di una sostituzione
"diplomatica" della dinastia borbonica di Napoli con la discendenza
di Murat), che rappresenta la prima fase di avvicinamento di D. alla monarchia
sabauda (questa viene proposta come unico possibile strumento di unificazione
della nazione, in un'ottica di "patriottismo costituzionale" cui, in
seguito, egli resterà sempre sostanzialmente fedele). Sempre per
interessamento dei suoi compagni d'esilio, fu finalmente gratificato di un
importante incarico professionale: l'insegnamento della letteratura italiana
presso l'Istituto universitario politecnico federale di Zurigo. Gli anni di
Zurigo sono anni di nostalgia e di isolamento (anni di réve, com'egli stesso
diceva), ma produssero almeno due conseguenze molto importanti: l'elaborazione
di lezioni che sarebbero rimaste come una pietra miliare della sua ricerca
critica (soprattutto su Dante, Petrarca e la poesia cavalleresca) e il contatto
con ambienti culturali e politici di vera e propria avanguardia in Europa
(Wagner e Matilde Wesendonck, Moleschott, gli Herwegh, Burckhardt, Vischer,
ecc.) che egli ebbe modo di conoscere e di valutare criticamente (per esempio,
prendendo le distanze dall'irrazionalismo di Wagner e di Schopenhauer molto
prima che le mode irrazionalistiche toccassero l'Italia, o cercando di capire i
limiti concreti del ribellismo dei mazziniani quando Mazzini è ancora un mito
in Italia. Dei corsi danteschi di Torino non restano manoscritti, ma
ciascuna lezione fu ricostruita su appunti di allievi (Marvasi, D'Ancona), in
vista di una non mai realizzata pubblicazione in volume. Le conferenze torinesi
(undici di argomento teorico, diciannove dedicate all'Inferno, cinque al
Purgatorio) sviluppano presupposti romantico-hegeliani, con particolare
riguardo ai problemi dell'unità e della forma del poema di Dante.
Nell'esaltazione "passionale" dell'Inferno, emergono le grandi figure
alla cui analisi è legata la fama popolare del D. dantista (Farinata,
Francesca, Ugolino) e si afferma il taglio monografico che sarà proprio dei
maggiori saggi desanctisiani. Semplificando la materia dei corsi, e
prolungandola fino a percorrere tutta la Divina Commedia, D. insegna Dante a
Zurigo (anche di queste lezioni ci resta la ricostruzione da appunti). Da tale
lavoro deriva tutto ciò che egli pubblicò successivamente su Dante e sul suo
tempo (ivi compresi i capitoli della Storia, che ne tesaurizzano le
idee-forza), ma i risultati metodologici più avanzati da lui raggiunti negli
anni d'esilio sono testimoniati dai contemporanei scritti giornalistici (che
furono poi pubblicati tra i Saggi critici). Il Pier delle Vigne è addirittura
una lezione torinese trascritta, per LaNazione di Firenze, da A. D'Ancona: la
celebre lettura del canto esalta i grandi caratteri e le grandi passioni dei
personaggi e ne analizza le sfumature, le situazioni, i contrasti; il saggio La
Divina Commedia (versione di Lamennais) dichiara la fine dell'antico metodo
retorico e il rifiuto del metodo "storico" di oscuola francese";
quello intitolato Carattere di Dante e sua utopia individua il centro della
grandezza poetica di Dante nella sua "anima di fuoco" in cui "si
riverbera l'esistenza in tutta la sua ampiezza". Il punto d'arrivo della
ricerca zurighese (molto più problematica di quanto appare nelle lezioni) è
suggerito nel saggio Dell'argomento della Divina Commedia, che afferma da una
parte il rifiuto del sistema e dall'altra la validità degli strumenti d'analisi
hegeliani, a stretto contatto col testo letterario (un approdo, in sostanza,
per D. definitivo). Negli scritti letterari d'argomento contemporaneo o
d'occasione (destinati a giornali torinesi e anch'essi in massima parte
raccolti poi nei Saggi), D. esplica, negli anni d'esilio, il suo impegno militante,
ma sempre a stretto contatto con i problemi di metodo critico che sono al
centro dell'insegnamento dantesco. Il più esplicitamente politico di questi
saggi è L'ebreo di Verona, che consacra, a livello nazionale, la sua fama di
polemista laico e liberale (l'autore del romanzo, il gesuita Bresciani,
ignorando le conquiste del cattolicesimo manzoniano, ripropone la religione in
funzione antiliberale e antiprogressista: il suo ruolo storico, dopo la
sconfitta, è "aggiungere i suoi colpi codardi alle mannaie del carnefice.
La militanza critica passa sempre attraverso una precisa idea
(romantico-hegeliana o posthegeliana) della letteratura. In Satana e le Grazie
essa è espressa con molta chiarezza: di fronte al poemetto di Prati la fantasia
rimane inerte: il cuore riman freddo, perché "in questo lavoro non vi è
creazione e quindi non vi è fantasia Prati ha una viva immaginazione, e per
questa facoltà è forse il primo poeta di second'ordine che sia oggi in
Italia"; del resto, i suoi testi poetici hanno tutti i limiti e i difetti
della "declamazione rettorica". E questa non è un difetto esclusivo
degli scrittori moderati: essa è condannabile anche quando sia posta al
servizio delle più ardite analisi politiche, come nella Cenci di Guerrazzi,
avvolta nel vecchio repertorio delle metafore e dei luoghi comuni. C'è un solo
poeta italiano che abbia attinto i livelli della "grande poesia" nel
mondo moderno, dice in un importantissimo saggio, e questo è Leopardi. Il
saggio s'intitola Alla sua donna. Poesia di Leopardi ed è, probabilmente, lo
scritto leopardiano più importante del D., che, con parametri schilleriani e
byroniani, traccia qui una straordinaria immagine di poeta laico, interprete
della civiltà contemporanea perché capace di farsi critico e filosofo e di far
scintillare la poesia dalla "meditazione". Ma, a parte l'eccezione
leopardiana, il clima del presente letterario fa temere un ritorno alla
identificazione tra poesia e retorica (Sulla mitologia - Sermone di Monti. A
questa pericolosa tendenza D. oppone la difesa d’Alfieri contro i critici
francesi contemporanei (Veuillot e la Mirra, Janin, Janin e Alfieri, Vanin e la
Mirra), ed evidentemente questa polemica ha un profondo retroterra politico: la
rivalutazione della fase "eroica" del classicismo settecentesco,
nella cultura "rivoluzionaria" dell'intera Europa. Perciò questa
rivalutazione riguarda anche Foscolo (Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e
Foscolo e Storia di Gervinus, e la polemica colpisce anche un critico come A.
de Lamartine ("Cours familier de littérature par Lamartine). Nello stesso
ambito il modello di Hugo viene proposto come sostanzialmente positivo
(Triboulet e "Le contemplazioni" di Hugo) ed è possibile perfino il
recupero di un classico manierato come Racine, perché capace di creare dei
grandi personaggi drammatici (La Fedra di Racine). In questo ambito, infine, si
configura una delle prime, ma già precise professioni di realismo di D. critico
(Saint-Marc Girardin).Il sentimento astratto non è poesia, non è cosa vivente
... La poesia dee riprodurre la realtà vivente. Il poeta dee rappresentarci un
uomo vivo, perché questo, in quanto tale, è già un perfettissimo personaggio
poetico. La progressiva conquista di un punto di vista
"realistico" con cui guardare al testo letterario è registrata dai
ricchi appunti che ci restano (a cura di V. Imbriani) delle lezioni zurighesi
sul Poema epico. Proprio in questa sede D. usa per la prima volta il termine
"realismo" (ancora nuovo nella critica francese più avanzata da cui
lo deriva), mentre ribadisce il rifiuto del "sistema" hegeliano come
strumento di critica letteraria e conferma la validità degli strumenti
d'approccio al testo ricavabili dall'estetica hegeliana. Il messaggio
filosofico più complessivo, nell'ultima fase del suo esilio e del suo vitale
contatto con le avanguardie europee, fu affidato da D. al dialogo Schopenhauer
e Leopardi. Anche questo testo ha una struttura leopardiana (ispirata alla
provocatoria ironia delle Operette morali), ma s'interessa a Leopardi solo
nell'ultima parte, dedicando molto spazio all'illustrazione del pensiero di
Schopenhauer, indicato come il liquidatore di un'epoca (quella
dell'Ottantanove, del Trenta, del Quarantotto) che egli considera
"un'illusione, o piuttosto ... una imbecillità generale". La
filosofia di Schopenhauer è, perciò, "nemica della libertà, nemica
dell'idee, nemica del progresso"; in politica, egli ripropone "lo
Stato monarchico, la nobiltà, il clero, i privilegi", nega la libertà di
stampa e odia Hegel come "corrompiteste" (la moda di Schopenhauer in
Europa è, in sostanza, un grave sintomo di regresso storico: la sua tardiva
riscoperta equivale a un'abiura di tutto il progressismo europeo. A prima
vista, il rifiuto dell'ottimismo ideologico accosta Leopardi a Schopenhauer;
ma, in realtà, c'è tra i due una vera e propria opposizione, e Leopardi è tanto
interno alla fase eroica (progressista e rivoluzionaria) dell'umanità, quanto
ad essa è estraneo e ostile Schopenhauer. La differenza non è solo nel
materialismo di Leopardi (opposto allo spiritualismo di Schopenhauer) o nelle
sue scelte di stile inamabile (mentre Schopenhauer si affida al fascino della
retorica), ma anche e soprattutto nell'effetto di lettura che Leopardi produce
come uomo e poeta veramente grande (egli non crede al progresso, e te lo fa
desiderare non crede alla libertà, e te la fa amare, è scettico, e ti fa
credente). Dopo le speranze e le delusioni della seconda guerra
d'indipendenza, sulla scia dell'impresa dei Mille, D. lascia improvvisamente
Zurigo e il politecnico e ritornò a Napoli, dove svolse un ruolo, probabilmente
importante, nella mediazione che portò il partito garibaldino (e lo stesso
Garibaldi) ad accettare il plebiscito piemontese. Per nomina di Garibaldi,
appunto in fase di preparazione del plebiscito annessionistico, è governatore
della provincia di Avellino e si mostrò attivissimo organizzatore del consenso
politico, della guardia nazionale locale, della lotta al banditismo (che è già
esploso violento in Alta Irpinia, recuperando antiche radici sanfediste).
Subito dopo, è direttore dell'Istruzione a Napoli e, in quindici giorni,
tesaurizzando tutte le precedenti esperienze di riforme liberali degli studi,
impostò una vera e propria rifondazione della scuola napoletana. All'università
chiamò ad insegnare illustri rappresentanti della cultura liberale (da Spaventa
a Ranieri, a Bonghi, a Imbriani, a Villari, a Mancini); in sostituzione del
liceo gesuitico istituì un ginnasio-liceo statale; per la formazione dei
maestri elementari (sua grande preoccupazione di progressista ottocentesco)
deliberò l'istituzione di scuole "normali" in tutte le province della
luogotenenza (non senza ragione, il 1860 resta per sempre nei suoi ricordi come
il periodo eroico della sua vita). Eletto deputato al primo Parlamento
nazionale unitario, fu ministro della Istruzione pubblica con Cavour e con
Ricasoli, continuando sulla linea già tracciata a Napoli, ma senza ripetere
l'exploit, nell'ambito della troppo vasta e ibrida realtà nazionale (in
pratica, rinunciando .all'ambizione di produrre una legge di riforma della
scuola italiana, si limitò ad estendere con decreti all'Italia unita la legge
Casati). Ciò che resta di più indicativo del primo periodo di attività come
ministro è proprio la linea di tendenza teorizzata nel programma iniziale e
vanificata dall'opposizione dei gruppi reazionari (Noi abbiamo decretato la
libertà in carta. Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere
una menzogna? Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando della
plebe avremo fatto un popolo libero. Provvedere all'istruzione popolare sarà la
mia prima cura). In questo ambito si pone anche la battaglia per istituire una
rete capillare di "scuole tecniche" e "istituti
professionali", nonché l'impegno per la qualificazione degli studi
scientifici (ma molto avversate furono anche in questo campo le più importanti
scelte progressiste, come quella che portò il materialista e rivoluzionario Moleschott
ad insegnare fisiologia nell'università di Torino). Dopo questo incarico
ministeriale, pur sempre rieletto in Parlamento (con la sola parentesi di un
anno), D. rimase estraneo e in forte opposizione rispetto ai nuovi gruppi di
potere (le "consorterie", che vedeva via via riavvicinarsi ai "retrivi"
e ai "codini"), su una linea mediana di progressismo monarchico e
antirivoluzionario. Su questa linea si pose il giornale L'Italia (che egli
diresse, in appoggio al gruppo emergente della Sinistra costituzionale, che nel
1865 ottenne proprio nel Sud il suo primo successo elettorale.
L'appassionamento garibaldino ai tempi di Mentana, la firma del manifesto di
opposizione crispina e un importante discorso di denuncia contro il riemergere
del clericalismo (in campo ideologico, politico ed economico) segnarono i punti
più alti della sua partecipazione politica. Sposa, a Napoli, Maria Testa
dei baroni Arenaprimo, ma il matrimonio agiato, da cui non nacquero figli, non è
sufficiente a sconfiggere la precarietà economica in cui tutta la sua vita si
svolse, né fornì uno stabile nutrimento al suo complesso bisogno di réve e di
comunicazione sentimentale. All'interno di una sempre meno inconfessata
delusione politica e personale, egli tornò, quindi, agli studi che gradualmente
ridivennero protagonisti della sua vita: pubblica in volume i Saggi critici
(dove raccolse gli scritti giornalistici dell'esilio), il Saggio critico sul
Petrarca, la Storia dellaletteratura italiana, i Nuovi saggi critici. Il
Saggio critico sul Petrarca ripropone un corso di conferenze tenuto a Zurigo, con
pochi mutamenti e con una "introduzione. Esso si articola in dodici
capitoli (tre dedicati alla personalità del poeta e al suo mondo culturale; gli
altri strutturati come lettura tematica e analisi del Canzoniere) ed è
finalizzato a fornire un preciso punto di vista per l'interpretazione del testo
petrarchesco, sulla base della teoria elaborata da D. a partire dalla
"prima scuola" e consolidata appunto negli anni dell'esilio
(tesaurizzazione dell'illuminismo, del romanticismo, dell'hegelismo; rifiuto del
metodo sistematico e dei suoi esiti panlogistici; rivendicazione della poesia
come forma uscita dal più profondo della vita reale e come sostanza vivente,
secondo i grandi modelli di Omero, Dante, Ariosto, Shakespeare). In
quest'ottica, Petrarca va riscoperto, pur con i limiti che la cultura romantica
ne aveva segnalato, e va rivalutato per quel che lo separa dal petrarchismo
(cioè dalla sua riduzione a modello rettorico e platonico). La poesia di
Petrarca va, quindi, individuata in particolari "situazioni" liriche
(soprattutto nella malinconia e nei momenti d’abbandono sentimentale), pur tra
gli ostacoli frapposti dall'educazione "rettorica" e da una visione
"spiritualistica" della vita. Particolare interesse è rivolto alla
figura di Laura (cui sono intitolati quattro capitoli): Laura è "la
creatura più reale ... che il Medioevo poteva produrre", e la sua
"realtà", tutta interiorizzata nella poesia del Canzoniere, non si
spegne, ma si ravviva dopo la morte del personaggio (proprio in questa
"situazione" Petrarca tocca le sue rare punte di "poesia
sublime"). La Storia della letteratura italiana nacque come testo
scolastico ed è, infatti, una sintesi didattico-pedagogica di materiali in gran
parte preelaborati secondo una precisa metodologia critica (quella appena
illustrata a proposito del saggio petrarchesco) e utilizzati per un progetto
complessivo di informazione-formazione (il progetto dell'educazione nazionale)
nel quale convergono tutte le attese (ed anche i timori) di D. letterato e
politico. Divisa in venti capitoli, la Storia disegna una linea di svolgimento
della letteratura italiana secondo il principio direttivo (ufficialmente
dichiarato da D. in uno dei suoi saggi) della "successiva riabilitazione
della materia (d’un graduale avvicinarsi alla natura e al reale, in parallelo
con i progressi della scienza, della cultura, del costume, della vita politica,
della stessa morale). Ma la finea risulta tutt'altro che retta e univoca: sia
perché l'ipotesi del graduale svolgimento della storia letteraria verso mete
progressive è fortemente contraddetta dalle fasi di stasi, d'involuzione, di
"ritorno"; sia perché continuamente emergono distanze o divaricazioni
tra livello storico e livello letterario (e qui s'innesta la forte
rivendicazione della forma come valore specifico del testo letterario); sia,
infine, perché (in base alla predilezione per il metodo monografico e per
l'analisi testuale) il racconto della Storia alterna lunghe soste con
rapidissimi voli, grandi indugi analitici con improvvise e fortissime elisioni.
La Storia procede, perciò, per grandi nodi tematici e testuali, muovendosi in
un sistema "a spirale" di allusioni e richiami tra fenomeni, autori,
epoche, con un disinibito oscillare del linguaggio dal familiare e dal basso
all'oratorio e al patetico, non senza momenti di carattere mimetico a ciascun
livello di scrittura (sono queste, del resto, le caratteristiche peculiari del
suo composito stile). Seguendo il cammino della Storia a partire dai primi
capitoli, troviamo anzitutto ISiciliani come scuola poetica feudale e
cortigiana, legata alla potenza della corte sveva e destinata a spegnersi prima
che "venisse a maturità", radicandosi nelle "classi
inferiori". Proprio questo processo di radicamento si analizza nel ben più
complesso capitolo intitolato I Toscani, ma centrato soprattutto sulla cultura
bolognese (e sulla scienza che si sviluppò in senso antifeudale presso
l'università di Bologna). Il punto d'arrivo di questa storia del mondo lirico
medievale è ALIGHIERI. Il breve capitolo dedicato a La lirica d’ALIGHIERI la
definisce come la voce dell'umanità a quel tempo: ALIGHIERI rappresenta
(vichianamente) l'epoca della fantasia, ed è la prima fantasia del mondo
moderno". Il discorso ritorna alle origini, per esaminare La Prosa e I
Misteri e le Visioni, che esprimono l'idea religiosa penetrata ne' costumi e
nelle istituzioni, ma che restano a livello di fase letteraria preparatoria
dell'aureo Trecento. A questo secolo è dedicato un capitolo molto puotiano
(attento ai Fioretti, a Cavalca e a Passavanti. ai testi di s. Caterina da
Siena e alla "maravigliosa cronaca" di D. Compagni), che però
anch'esso converge, romanticamente, verso la grande figura protagonistica di
Dante. La trecentesca "commedia dell'anima" esprime, infatti, l'ordito
culturale da cui nasce La Commedia, con la sua "base ascetica" e la
sua radicata abitudine alla "allegoria". Ma tutto ciò rappresenta
(secondo l'ottica tipica del D. dantista) la "falsa poetica"
attraverso e nonostante la quale Dante crea un'opera somma di poesia (una vasta
analisi del poema tende proprio a mostrare come, per virtù di passione e di
poesia, esso possa esprimere, "ancora pregno di misteri, quel mondo che,
sottoposto all'analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi letteratura
moderna"). Il capitolo defficato al Petrarca (Il Canzoniere) è breve, ma
fondamentale: Petrarca non è solo un artista pieno di grazia e di
"malinconia", ma è il rappresentante di una nuova generazione
culturale che, dopo Dante, "volgeva le spalle al Medio Evo e si afferma
popolo romano e latino. In questa scelta, secondo D., c'è una profonda
ambivalenza (da una parte c'è il "rinnovamento" inteso come nascita
della coscienza laica; dall'altra la letterarietà come "erudizione",
imitazione, abito retorico), in cui si muoverà, per lunghi secoli, la storia
della letteratura italiana. E in un'ottica così conflittuale il Decamerone
appare come "l'apoteosi dell'ingegno e della dottrina" in dimensione
laica, ma anche come espressione di un "niondo borghese" che,
liberatosi dai vincoli dello spiritualismo, non riesce ad innalzarsi, al di là
del comico, fino alle "alte regioni dello spirito". Il Cinquecento è
il secolo che vede l'arte assoldata al mecenatismo, pur quando potrebbero porsi
le condizioni storiche per un avvicinamento tra cultura e "popolo"
(ad esempio, nella Firenze medicea) e pur quando sono già stati raggiunti
grandi vertici di raffinatezza letteraria (ad es., nelle Stanze del Poliziano).
Infine il Seicento, simboleggiato da Marino, produce in letteratura idilli ed
elegie, voluttà e musica, mentre l'intellettuale italiano si fa "estraneo
al movimento della cultura europea e a tutte le lotte del pensiero",
stagnando "in un classicismo e in un cattolicesimo di seconda mano".
Nell'arco, e sempre in chiave antifrastica, sono tanti gli episodi letterari
che il D. analizza, e ad alcuni, comunemente ritenuti minori, dedica interi
capitoli: a Sacchetti, a La Maccaronea, ad Aretino. L'opera d’Ariosto
(L'Orlando furioso) è esaminata secondo i parametri zurighesi: inserita nella
serialità storica, essa si propone come "sintesi dell'intero
Rinascimento", mentre l'"ironia" e il "riso scettico"
di Ariosto si manifestano espressione di un secolo adulto"(cioè divenuto
capace di critica e ormai maturo per la libertà borghese, pur nell'accettazione
di fatto della realtà cortigiana). Tasso, autore-simbolo dell'ambivalenza
ideologica e sentimentale, offre l'occasione per un discorso altrettanto
ambivalente sulla Contro-riforma e sul suo significato storico-culturale. Il
poema del Tasso è lo specchio della "ipocrita" cultura
controriformistica italiana e i suoi valori letterari vanno individuati in
senso opposto rispetto a quello programmatico e ufficiale: non nella
falsa" religiosità, ma nell'idillio, nell'elegia, nella voluttà (Tasso è,
perciò, accostato al Petrarca, nella tradizione di storiografia politica
risalente a Sismondi e Ginguené). Ma proprio al centro dell'arco storico c'è
una punta alta, un grande ritratto in positivo: quello di Machiavelli, che
riesce a costruire una valida ipotesi di rinnovamento, sia opponendo alla
teocrazia l'autonomia e l'indipendenza dello stato (un presentimento dei nostri
ordinamenti costituzionali"), sia rinnovando il "metodo" della
conoscenza, col rifiuto della teologia e del principio d’autorità (per lui
"la verità è la cosa effettuale, e perciò il modo di cercarla è
l'esperienza accompagnata con l'osservazione, lo studio intelligente dei
fatti"). Evidentemente, il ritratto di Machiavelli (liberato da tutte le
riserve moralistiche precedentemente espresse su di lui) è un caso-limite
d'interpretazione "tendenziosa" di un autore: se è scelto a
simboleggiare la politica e la scienza moderna, è perché il D.-maestro che
scrive la Storia (l'anno della presa di Roma, a cui esplicitamente egli fa
riferimento) vuol proporre ai giovani un preciso progetto di produzione
letteraria che leghi indissolubilmente letteratura, "scienza" e
politica laica (e che indichi anche lo strumento di una lingua letteraria
"precisa e concisa", antiretorica e antimusicale, che pure a
Machiavelli viene attribuita con qualche forzatura). Nel nome di Machiavelli,
dunque (anche se a distanza di 4 capitoli), si apre la parte moderna e
propositiva della Storia, che consiste nei due ultimi lunghissimi capitoli, intitolati
La nuova scienza e La nuova letteratura. Il rapporto tra essi è derivativo: la
"nuova letteratura" non potrà nascere se non dalla scienza, che ha
come obiettivo il progresso e il miglioramento dell'uomo, e che ha come
principale strumento la libertà intellettuale e politica. Perciò, "i primi
santi del mondo moderno" (i primi intellettuali capaci di "lottare,
poetare, vivere, morire per la fede nel progresso) sono Bruno, Telesio,
Campanella, Galilei; e poi Sarpi, Vico, Giannone; infine Beccaria e Filangieri,
con alle spalle il pensiero laico europeo, da Bacone alla Rivoluzione francese.
Come s'innesta in questo clima la nuova letteratura? Dopo l'affascinante ma
superficiale opera di Metastasio, l'innesto si realizza con la scelta
illuministica di utilizzare cose e non parole. Il primo autore vero della nuova
letteratura è Goldoni (ma con dei limiti di superficialità). Il primo
"uomo nuovo" è Parini, e poi vengono Alfieri e Foscolo (col Monti
personaggio negativo), ma con dei limiti negli eccessi e nelle scelte di stile
retorico. L'Ottocento (pur con la sua tensione d'impegno e di sperimentazione)
non ha ancora offerto, in Italia, modelli attendibili per il cammino da
percorrere. Il nostro futuro letterario è, perciò, incerto ma la direzione da
seguire è chiara: "convertire il mondo moderno in mondo nostro,
studiandolo, assimilandocelo e trasformandolo, esplorare il proprio petto
secondo il motto testamentario di Leopardi, questa è la propedeutica alla
letteratura nazionale moderna". Nella seconda edizione dei Saggi
critici e poi nei Nuovi saggi critici D. inserì alcuni saggi (in gran parte
composti per la Nuova Antologia) che precedono o accompagnano la stesura della
Storia e che nei confronti di essa risultano in diverso modo illuminanti. Il
più antico è Una Storia della letteratura italiana di Cantù, che, recensendo
l'opera appena pubblicata, la denuncia come fondata su pregiudizi e
superficiale dottrina e su valori che nulla hanno a che fare col letterario
(perciò l'inevitabile sottovalutazione di autori come Machiavelli, Ariosto,
Leopardi, Alfieri, Giusti, Berchet, cui si contrapporrà, appunto, la Storia
desanctisiana). Fondamentale, per chi indaghi sulla genesi della Storia, è il
saggio Settembrini e i suoi critici, in cui D. condanna il grave limite del
contenutismo radicale settembriniano, così come aveva condannato il
contenutismo cattolico-moderato di Cantù, ed afferma che una vera storia della
letteratura dovrebbe essere un lavoro interdisciplinare (con contributi di
filosofia, critica, arte, storia, filologia") al quale la cultura italiana
non è ancora attrezzata (risalendo queste considerazioni al periodo iniziale di
stesura della Storia, esse dimostrano la problematicità di D. nei confronti
della sua opera maggiore, e la profonda consapevolezza della
"parzialità" di essa). Più collegati alla componente ideologica
"positiva" della Storia risultano L'Armando di Prati e L'ultimo dei
puristi. Nel primo si denuncia la fine dei "tempi sentimentali" e si
afferma, per il presente, la necessità di un impegno tutto reale e concreto (il
materialismo è uscito trionfante dal seno stesso del mondo hegeliano" e
impone la "serietà della vita terrestre"); nel secondo, la
stroncatura di un purista attardato (Ranalli) dà luogo a una attenta e
intelligente rievocazione del Puoti e della sua scuola, che fu bandiera di
libertà, scienza, progresso, emancipazione, ma che (a parte il valore sempre
vivo del "metodo" puotiano) esaurì il suo ruolo storico alla vigilia
della fase rivoluzionaria (al presente, ogni nostalgia puristica risulta
storicamente e politicamente ingiustificata). Anche i grandi saggi danteschi
(Francesca da Rimini, Il Farinata di Dante, L'Ugolino di Dante) nacquero in
margine alla Storia, sia come ripresa del tema-Dante (e, in particolare, delle
riflessioni zurighesi), sia come esempio di quel lavoro di monografia che D.,
all'epoca, considerava storicamente e scientificamente più valido delle
"sintesi". I personaggi danteschi prediletti dalla cultura romantica
ed hegeliana sono letti rispettivamente in chiave di amore e pietà femminile
(Francesca), orgoglio politico (Farinata), complessità e profondità di
sentimenti antinomici (Ugolino), nell'ambito di un'attenta, colta, sensibile
lettura testuale (era in questo, appunto, che D. voleva proporsi come modello
di critica attuale, paziente e costruttiva, ed è appunto questo l'aspetto dei
Saggi che va ancor oggi rivendicato). Il saggio L'uomo del Guicciardini ripropone
l'antitesi (presente anche nella Storia) fra Machiavelli, precursore del
nazionalismo moderno, e Guicciardini, il cui particulare rifiuta ogni vincolo
religioso, morale, politico (ma la vera funzione del saggio si esplicita
nell'ultima frase, di amara denuncia della situazione politica presente: L'uomo
del Guicciardini vivit, immo in Senatum venit, e lo incontri ad ogni
passo. Venne affidata a D. la cattedra di letteratura comparata
nell'università di Napoli, dove egli tenne quattro corsi (è questa l'esperienza
nota come seconda scuola napoletana, che produce quattro gruppi di lezioni,
rispettivamente su Manzoni, Scuola cattolico-liberale, Scuola democratica,
Leopardi). Contemporaneamente pubblicò una seconda raccolta di saggi (Nuovi
saggi critici, Napoli) e inaugurò quella serie di conferenze e articoli sugli
orientamenti della letteratura contemporanea in chiave realistica che sarebbe
continuata, per dieci anni, fino alla vigilia della morte. Realizza un nuovo
momento d'impegno politico attivo, in occasione delle elezioni che prepararono
l'avvento al potere della Sinistra costituzionale (in particolare, appoggia,
con un'avventurosa campagna elettorale, la propria candidatura - difficile e
piuttosto equivoca - nella provincia d'origine, e ne rivisse il ricordo in una
serie di cronache giornalistiche pubblicate prima sulla Gazzetta di Torino e
subito dopo in volume, col titolo Un viaggio elettorale. Data il terzo e
ultimo episodio importante di giornalismo politico desanctisiano: ancora un
impegno battagliero, ma interno alla Sinistra (contro la gestione
trasformistica e antidemocratica del potere da parte di Depretis e Nicotera),
condotto soprattutto sulle colonne del Diritto di Roma. Cairoli riaffida a D.
il ministero della Pubblica Istruzione che egli tenne fino al 1880,
riproponendo i problemi della scuola di tutti (la scuola per l'infanzia, la
scuola primaria, la formazione dei maestri) e quelli dell'istruzione tecnica,
in un'ipotesi di cultura "scientifica" da sostituire alla
"cultura retorica"; ma ancora una volta fu sconfitto nei punti più
qualificanti del suo programma (la traccia più concreta che ne rimase fu
l'inserimento dell'educazione fisica tra le materie d'insegnamento: un omaggio
alla rivalutazione positivistica dell'uomo fisico). Colpito da una grave
malattia agli occhi, lasciò l'incarico ministeriale e dedicò i suoi ultimi anni
di vita a un lavoro di riflessione autobiografica (le Memorie che andò dettando
alla nipote Agnese) e critica (soprattutto ripresa e riorganizzazione della
riflessione petrarchesca e leopardiana). Muore a Napoli, lasciando incompiuti i
suoi ultimi lavori, cui, pur tra le sofferenze della malattia, si dedicò sino
alla fine. Come tutti i principali episodi dell'insegnamento
desanctisiano, anche le lezioni della "seconda scuola napoletana"
sono documentate da riassunti (redatti in genere da Torraca), rivisti e
ufficialmente accettati dall'autore. Il corso è dedicato a Manzoni e
rappresenta il punto d'arrivo di una riflessione iniziata all'epoca della
"prima scuola", sviluppata a Zurigo e rimasta sempre centrale nella
ricerca di D., pur senza trovare una sistemazione editoriale. In queste lezioni
le posizioni ideologiche e gli strumenti di ricerca sono molto cambiati
rispetto agli anni della "prima scuola", ma non cambia il giudizio di
valore. La grandezza del Manzoni è identificata ora nella sua capacità di
"calare l'ideale nel reale": da lui escono tre "grandi idee
critiche che hanno importanza universale": la "misura
dell'ideale", il "vero" positivo e storico, la "forma"
diretta e "popolare". Manzoni rappresenta la massima realizzazione
della letteratura "moderna" in Italia e le "scuole letterarie"
non segnano alcun progresso né sul piano dell'arte né su quello dell'ideologia.
Negli anni successivi. D. analizzò, appunto, lo svolgimento della letteratura
in Italia a partire dal Manzoni, dividendola (secondo una traccia già seguita
da Giudici, da Settembrini e da altri) nei due filoni cattolico e laico,
definiti rispettivamente "scuola liberale" e scuola democratica. Alla
Scuola liberale è dedicato l’anno di lezioni universitarie, con risultati di
giudizio fortemente militanti: l'impegno dei cattolici per l'"educazione
popolare" non offre risultati validi in arte e svolge un ruolo (più o meno
esplicito) d'insegnamento reazionario (nuovi Arcadi sono Grossi, Carcano,
Tommaseo, Cantú; Gioberti e Rosmini ripropongono una dimensione metafisica
della storia e della politica; D'Azeglio resta attardato su una vecchia e
superata immagine di letteratura retorica). Un interessante excursus riguarda,
però, la letteratura meridionale dell'Ottocento: poeti poco noti (come Mauro,
Padula, Parzanese, Sole) vengono esaminati con interesse e simpatia. Il corso è
dedicato alla scuola democratica, e anche in quest'ambito il giudizio globale è
negativo: Mazzini, Rossetti, Berchet, Niccolini non possono fornire il modello
della "nuova letteratura". Si conferma così l'esito perplesso e
sostanzialmente pessimistico che caratterizza le ultime pagine della Storia e
l'affermazione del principio del realismo. I saggi più importanti elaborati da
D. nell'ultimo decennio di vita riguardano, appunto, le tematiche del realismo
(alcuni di essi furono raccolti nei Nuovi saggi critici). Dopo la prolusione
universitaria La scienza e la vita, sono da ricordare: Ilprincipio del
realismo, Studio sopra Emilio Zola, Zola e l'Assommoir, Il darwinismo
nell'arte. L'assunto complessivo è che il "realismo" auspicato da D.
non si può confondere né col materialismo, né col positivismo, né col
naturalismo di Zola (il quale, però, è molto valido come scrittore: lo studio a
lui dedicato è particolarmente vasto e attento). La letteratura del
"reale" dev'essere (cfr. Manzoni) "l'ideale calato nel
reale", e cioè una costruzione "eticac forza morale impegnata per
rinnovare la società, contro l'individualismo, la reazione, l'autoritarismo
sempre in agguato. Nell'ultima fase della sua vita D. non si limitò a
teorizzare l'importanza e la "modernità" del realismo in letteratura,
né ad inserirsi con diversi strumenti critici all'interno del problema per
farne emergere i pericoli (o quelli che a lui sembravano tali sul piano morale
e politico), ma volle fornire delle prove concrete di narrativa realistica,
utilizzando un registro di linguaggio "familiare", che già aveva
usato nelle sue lettere alla moglie (con estrema semplificazione sintattica e
con frequenti coloriture dialettali) e che, del resto, non era ignoto ai
momenti più colloquiali della sua critica. L'operetta narrativa che elaborò in
funzione di esempio e modello fu Un viaggio elettorale (1876): una serie di
cronache del tragicomico attraversamento della provincia natia da lui compiuto
a sostegno di una candidatura politica poco chiara e poco fortunata. Nella
cronaca, il bozzettismo locale si alterna col patetico dei ricordi d'infanzia o
delle esortazioni politiche; ma il senso del testo va ricercato più nella sua
funzione che nei suoi esiti, né si può dimenticare che nella storia del
realismo italiano esso si colloca quasi in contemporanea con Nedda, quattro
anni prima di Giacinta, sei anni prima dei Malavoglia. Alla vigilia della
morte (sempre su materiali autobiografici e sempre in ambito di racconto dal
vero in linguaggio familiare), il D. perseguì un progetto molto più ambizioso:
la stesura di un'autobiografia, della quale, però, non riuscì a portare a
termine che la prima parte (egli l'aveva intitolata Memorie; Villari ne
pubblicò il frammento realizzato col titolo La giovinezza). Così come ci resta,
il frammento narra l'esperienza di D. dalla nascita e consta di due nuclei
narrativi essenziali. Il primo è legato ai personaggi bozzettistici della
famiglia paesana e degli ambienti napoletani alti e bassi (preti, professori,
avvocati, ragazze da marito, giovani avventurieri, vecchie serventi) e, al
centro di essi, l'autore pone il personaggio "comico" di se stesso,
pieno di tic, di timidezze, di chiusure, di sogni. Il secondo nucleo è legato,
invece, alla formazione culturale e all'esperienza della prima scuola. Qui il
tessuto è molto serio e impegnativo: D. (utilizzando ricordi, ma soprattutto
vecchi "quaderni di scuola") vuole offrire un importante contributo
alla critica di se stesso, mostrando come siano andate formandosi le linee di
forza del suo metodo. In ciò la vita non è del tutto veritiera (molti sono gli
imprestiti ideologici e teorici che D. fa al se stesso maestro di Vico Bisi),
ma resta, comunque, il fascino di un clima in cui rivivono Puoti e Leopardi, la
scoperta del romanticismo, di Vico e di Hegel, l'autoritarismo borbonico e le
utopie libertarie del primo '800 napoletano. Nell'ultimo anno
d'insegnamento all'università di Napoli, argomento delle lezioni era stato
Leopardi: dagli appunti delle lezioni D. ricavò, negli ultimi mesi di vita, uno
Studio su Leopardi, che segue il poeta nelle diverse tappe della vita,
dell'opera, del pensiero, secondo lo schema della biografia critica di taglio
positivistico. La biografia rimane, però, incompiuta, chiudendosi al livello
dei "nuovi idilli" (come D. definisce i grandi canti), e proprio in
questo tentativo di riduzione di Leopardi alla misura dell'idillio lo Studio è
stato foriero di gravi equivoci e fraintendimenti nella successiva critica
leopardiana, mentre in D. si giustifica come tentativo di leggere Leopardi in
quella stessa chiave di realismo che si era rivelata funzionale per il Manzoni
e il suo romanzo. Celebri, proprio in quest'ambito, le riflessioni sulle figure
femminili dell'"idillio" leopardiano ("Silvia non è questa o
quella donna; è il primo apparire della giovinezza in un cuore femminile",
ecc.); ma, a parte questo, lo Studio non aggiunge molto né alla conoscenza del
Leopardi né alla critica di Sanctis. In sostanza, il meglio su Leopardi era
stato detto nel saggio (ma non vanno dimenticate certe importanti
considerazioni della "prima scuola", né il ruolo interessantissimo,
problematico e antidogmatico, che Leopardi ha nelle ultime pagine della
Storia). Altri saggi leopardiani appartengono alla fase e al clima di ricerca
della Storia (La prima canzone di Leopardi; Le nuove canzoni; La Nerina). In
quest'ultimo, ancora un esame (forse uno dei più importanti) della donna nella
poesia leopardiana: "La vita è tutta e solo in terra... La morte è l'altro
motivo tragico di questa concezione. Il motivo della Silvia è lo sparire. Il
motivo della Nerina è il riapparire". Lasciando da parte la fortuna
del D.-maestro (un vero e proprio appassionamento suscitato nei giovani allievi
di Napoli, Torino e Zurigo), per ricostruire la storia del dibattito su D.
bisogna muovere da un dato obiettivo di iniziale sfortuna critica: lo scarto
fra i tempi della genesi dei testi maggiori e quelli della loro pubblicazione.
A causa di questo scarto, egli apparve subito come un idealista attardato (e
perciò più meritevole di giudizi sommari che di attenzione testuale), nel clima
di positivismo dominante in cui i suoi scritti si offrivano ad
un'interpretazione globale (per es. F. D'Ovidio era convinto che D. ignorasse la
pazienza della ricerca e dello studio, e Carducci gli attribuiva difetto di
cognizione dei fatti e dei documenti"). A sintomatico che, in un dibattito
così fortemente pregiudiziale, venisse del tutto ignorato non solo il tipo di
formazione di D., ma anche l'ultimo decennio della sua produzione, con la
dichiarata opzione "realistica" e con la forte propensione per lo
scientismo. Ma proprio a causa della pregiudizialità del dibattito di fine
secolo (rilevata, fin d'allora, da qualche attento osservatore straniero, come
Gaspary), D. poté divenire, attraverso l'elaborazione crociana, lo strumento
chiave per il rilancio di un metodo critico antipositivistico e per la
progressiva riaffermazione culturale e ideologica dell'idealismo. A Croce
spetta, certo, il merito di aver costretto la cultura italiana a riconoscere in
D. un protagonista (la sua appassionata cura di editore e di studioso di D.
durò per oltre mezzo secolo); ma, contemporaneamente, Croce prese a
"rielaborare" il pensiero di D., fino a propome la riduzione a teoria
del "puro" gusto estetico (Borgese, che presentò D. come punto di
arrivo di "tutte le esperienze della critica romantica in Italia",
fu, in realtà, uno dei primi e più autorevoli interpreti di questa tendenza
riduttiva; scarsa fortuna ebbe, d'altra parte, una proposta di Gentile per un
"ritorno al De Sanctis di SEGNO FASCISTA. Proprio dall'interno della
scuola crociana dai cosiddetti crociani di sinistra") è prospettata,
tuttavia, l'esigenza di un dibattito diversamente impostato, volto al recupero
della complessità della figura di D.: mentre Russo rivendicava "il
significato pedagogico ed etico" dell'opera e la sua intelligenza
dell'arte come notalità, Muscetta sottolineava l'importanza della sua poetica
realistica, la sua "serietà" culturale, la sua visione della
letteratura come vita morale. Importanti, in questa fase, furono anche gli
studi di W. Binni sull'"amore del concreto" che nutrì tutta la
ricerca desanetisiana e che problematizzò i suoi rapporti con l'hegelismo e di
Getto sulla Storia, "in cui la letteratura era studiata nel suo autonomo
valore e insieme nel suo necessario legame con tutta la vita e la cultura.
Infine, presentando una importante antologia di scritti desanctisiani, Contini
dichiara, a nome di un'intera generazione di studiosi, l'uscita
dall'"equivoco formalistico" della riduzione crociana di D. e la
necessità di tentare finalmente una comprensione filologica dei testi
desanctisiani, con tutta la loro problematicità anche irrisolta. Ma lo
spostamento ideologico dell'intero dibattito critico mosse dalla pubblicazione
dei Quaderni di Gramsci (Letteratura e vita nazionale, Torino) e dalla sua
celebre affermazione che il tipo di critica letteraria proprio della filosofia
della prassi è offerto da Sanctis. Da qui appunto si partì per un'ampia
verifica dell'"impegno" di D., del carattere militante della sua
critica, dei "saldi convincimenti morali e politici" che, secondo
Granisci, la sostanziavano: era una verifica, evidentemente, molto correlata al
bisogno della cultura d'incidere sul presente storico, dopo e contro il
"disimpegno" teorizzato, nel ventennio fascista, da crociani e non
crociani. Questo momento di dibattito produsse, fra l'altro, le iniziative
editoriali, cui si deve, oggi, la possibilità di leggere D. su testi di alto
livello scientifico: le due collane avviate da Einaudi e Laterza (e dirette
rispettivamente da Muscetta e L. Russo) per la pubblicazione delle "opere
complete". E non a caso, negli stessi anni, apparivano fuori d'Italia
(dove la letteratura desanctisiana è scarsissima) due importanti interventi
critici: quello di R. Wellek (che nella sua grande Storia della critica moderna
presenta D. come autore della "più bella storia che sia stata mai scritta
di una letteratura") e quello di Antonetti (che ne pubblicò in Francia una
documentata e intelligente biografia culturale). Né a caso sono condotte
indagini nuove e approfondite sui legami tra D. e la cultura (Mirri, Landucci,
Oldrini). In un clima culturale ancora una volta mutato, e ormai
insofferente dell'insistenza sull'"impegno politico del letterato",
si affermò l'esigenza di uscire dall'ottica di un D. modello per il presente, e
di sottolineare (accanto ai "valori" ormai definitivamente affermati)
la distanza storica e le diversità culturali che ci separano da lui. Tra gli interpreti
di questa esigenza ricordiamo A. Asor Rosa e parecchi dei partecipanti al
convegno napoletano su "De Sanctis e il realismo". Con maggiore
cautela, le più recenti occasioni offerte dal centenario desanctisiano (F. D.
nella storia della cultura, a cura di Muscetta, Bari e F. D.: un secolo dopo, a
cura di A. Marinari) si sono mosse su una linea di attenzione ai testi, di
chiarificazione e approfondimento della vasta ancora aperta e interessanteproblematica
desanctisiana, di tricollocazione storico-culturale nel mutevole orizzonte di
cultura europea in cui tutta la sua ricerca si mosse. Il materiale
manoscritto, ormai quasi tutto edito, si trova (tranne una parte di quello
epistolare, sparso un po' in tutta Italia) a Napoli (Bibl. nazionale, bibl. di
casa Croce e bibl. del dott. F. De Sanctis Jr.) e ad Avellino (Bibl. prov. S. e
G. Capone). Restano inediti quasi solo i voll. dell'Epistolario. Le
raccolte degli scritti, dopo le incomplete ediz. Cortese e Barion (sono oggi
quella laterziana (Bari, negli "Scrittori d'Italia", a cura di L.
Russo, incompleta) e quella einaudiana (Torino, Opere di F. De Sanctis, a cura
di C. Muscetta, priva soltanto degli ultimi due voll. dell'Epistolario). La
raccolta laterziana comprende i seguenti voll.: La letteratura italiana, I (A.
Manzoni, a cura di Blasucci); (La scuola liberale e la scuola democratica, cur.
Catalano); (Leopardi, a cura di Binni); Storia della letteratura italiana, a
cura di Croce; Memorie, lezioni e scritti giovanili, I, a cura di F. Brunetti;
Saggio critico sul Petrarca, a cura di E. Bonora; Saggi critici, cur. Russo; La
poesia cavalleresca, a cura di Petrini. La raccolta einaudiana, invece,
comprende: Lagiovinezza (memorie postume seguite da testimonianze biografiche
di amici e discepoli), cur. G. Savarese; Purismo illuminismo storicismo
(scritti giovanili, frammenti di scuola e lezioni), cur. Marinari; La crisi del
romanticismo (scritti del carcere e primi saggi critici), a cura di Nicastro e
Lanza; Lezioni e saggi su Dante, a cura di S. Romagnoli, Saggio sul Petrarca, a
cura di Sapegno e Gallo; Verso il realismo (prolusioni e lezioni zurighesi
sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica, saggi di metodo critico), a
cura di N. Borsellino; Storia della letteratura italiana, a cura di Sapegno e
Gallo; La letteratura italiana, Manzoni (a cura di C. Muscetta e D. Puccini, La
scuola cattolico-liberale e il romanticismo a Napoli (cur. Muscetta e G.
Candeloro, Mazzini e la scuola democratica (a cura di Muscetta e Candeloro),
Leopardi (cur. Muscetta e Perna); L'arte la scienza e la vita (nuovi saggi
critici, conferenze e scritti vari), a cura di Lanza; Il Mezzogiorno e lo Stato
unitario (scritti e discorsi politici a cura di F. Ferri,; I partiti e
l'educazione della nuova Italia (scritti e discorsi), a cura di N. Cortese; Un
viaggio elettorale(seguito da discorsi biografici, dal taccuino parlamentare e
da scritti politici vari), a cura di Cortese; Epistolario (cur. Ferretti e M.
Mazzocchi Alemanni); (a cura degli stessi, (a cura di Talamo, (a cura dello
stesso, (a cura di Marinari, Paoloni e Talamo). Ottime antologie degli scritti
del D. sono quelle curate da G. Contini (Torino) e da Sapegno e Gallo
(Milano-Napoli). Per la bibl. delle opere e della critica, cfr. Croce, Gli
scritti di F. D. e la loro varia fortuna, Bari (con integrazioni di C.
Muscetta, in F. De Sanetis, Pagine sparse, Bari ed E. Pesce, Supplemento alla
bibliografia desanctisiana Napoli. Sono da tener presenti inoltre le rassegne:
M. Tondo, La lezione di D. Rassegna degli studi dell'ultimo venticinquennio, Bari;
P. Tuscano, F. D. a cento anni dalla morte, in Cultura e scuola; Oldrini, La
storiografia desanctisiana dell'ultimo decennio, nel miscellaneo F. D. Un
secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari. Per la biografia, vanno
ricordati anzitutto i seguenti saggi d'insieme: Cione, F. D., Messina-Milano e
Milano Montanari, F. D., Brescia; Antonetti, F. D. Son évolution
intellectuelle, son esthétique et sa critique, Aix-en-Provence; E. Croce-A.
Croce, D., Torino. Per gli anni della formazione, sono da tener presenti i
seguenti scritti: Croce, Introd. a F. De Sanctis, Teoria e storia della
letteratura, Bari; A. Marinari, Introd. a Purismo illuminismo storicismo cit.,
nonché Le correzioni del Puoti ai primi due discorsi di scuola del D., in
Belfagor, Id., Alcuni problemi di cronologia desanctisiana, Firenze e Il
giovane D. lettore di P. Giannone, in Letteratura e critica, Studi in onoredi
Sapegno, II, Roma; Savarese, Primo tempo del D. e altri saggi, Bologna;
Luciani, L'estetica applicata di F. D., Firenze Muscetta, D. e i generi
letterari in F. D. nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari. Per
gli anni della prigionia e dell'esilio, sono indispensabili: E. Cione, F. D.
dallaNunziatella a Castel dell'Ovo, Napoli; Croce, Il soggiorno in Calabria,
l'arresto e la prigionia di F. D., Napoli ora in Aneddoti di varia letteratura,
Bari); F. D. a Torino, a cura di C. Vernizzi, Torino; Guglielminetti-G.
Zaccaria, F. D. e la cultura torinese e R. Martinoni, Gli anni zurighesi,
entrambi in F. D. nella storia della cultura cit. (dello stesso Martinoni, cfr.
anche La puzza della birra e del tabacco. Gli anni zurighesi di F. D., in
L'Almanacco Bellinzona Besomi, D. "in partibus transalpinis", ma non
"infidelium": letture zurighesi, in Per F. D., Bellinzona. Per gli
anni sono da tener presenti i voll. dell'Epistolario con le rispettive
introduzioni. Lo stesso vale per gli anni successivi. Per il soggiorno del D. a
Firenze, cfr. G. Spadolini, D. e Firenze capitale, in F. D. Un secolodopo. Per
il D. ministro, cfr.: G. Talamo, F. D. politico e altri saggi, Roma Soldani,
Scuola e lavoro: D. e l'istruzione tecnico-professionale, inF. D. nella storia
della cultura Ciampi, Il governo della scuola nello Stato postunitario, Milano
ad Indicem; A. Santoni Rugiu, Aspetti dell'ideologia formativa di F. D., nonché
S. Valitutti, Il pensiero e l'azione scolastica di D. ed Bottasso, D. ministro
e la formazione delle prime tre biblioteche nazionali (tutti in F. D. - Un
secolo dopo cit.). Per la morte e le onoranze funebri, cfr. In memoria di F.
D., a cura di M. Mandalari, Napoli a cura della Comunità montana Alta
Irpinia). Tra gli studi critici di carattere generale, cfr.: B. Croce, F.
D., in Letteratura della nuova Italia, I, Bari (per gli altri scritti
desanctisiani del Croce, cfr. G. Savarese, Croce e D., in Rassegna della
letteratura italiana, Russo, F. D. e la cultura napoletana, Venezia(poi
Firenze, ora Roma Muscetta, F. D., inLetteratura italiana. I minori, IV,
Milano e in Letteratura italiana. Storia
e testi, VIII, 1, Bari, ibid 19854; Fubini, F. D. e la critica letteraria, in
Romanticismo italiano, Bari Mirri, F. D. politico e storico della civiltà
moderna, Messina-Firenze; Landucci, Cultura e ideologia di F. D., Milano (sul
quale cfr. M. Mirri in Critica storica, e la risposta di S. Landucci, in
Belfagor); A. Asor Rosa, L'idea e la cosa: D. e l'hegelismo, in Storia d'Italia
(Einaudi), Torino e Il diagramma Sanctis e il nostro, in Letteratura italiana
(Einaudi), Torino Utilissime sono anche tutte le introduzioni ai singoli volumi
delle edizioni cinaudiana e laterziana. Sono da tenere inoltre in grande
considerazione le osservazioni di I. Svevo (in Racconti. Saggi. Pagine sparse,
Milano e Debenedetti (Commemorazione del D.),
(ora in Saggi critici, Milano), nonché quelle di Binni (L'amore del
concreto e la "situazione" nella prima critica desanctisiana, ora in
Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze), G. Contini (Introd. a
Sanctis, Scelta di scritti critici, cit.); G. Getto (Storia delle storie
letterarie, Milano ad Indicem), C. Dionisotti (Geografia e storia della
letteratura italiana, Torino, ad Indicem) e Wellek (Storia della critica
moderna, IV, Bologna. Molto ricche sono le miscellanee: F. D. e il realismo,
con Introd. di G. Cuomo, Napoli 1978; F. D. nella storia della cultura, a cura
di C. Muscetta, Bari; F. D. tra etica e cultura ("Riscontri"), a cura
di Giordano, Avellino; D. - Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari; Per F.
D., Bellinzona; F. D.: recenti ricerche, a cura dell'Ist. per gli studi
filosofici, Napoli 1989. Per i rapporti fra il D. e la cultura napoletana
dell'800, cfr. gli scritti di G. Oldrini (in particolare, La cultura filosofica
napoletana dell'800, Bari e gli interventi apparsi nelle varie miscellanee già
citate). Per quelli con l'hegelismo, oltre allo scritto già cit. del Binni,
cfr.: N. Giordano Orsini, D., Hegel e la situazione poetica, in Civiltà
moderna, Rossi, Sviluppi dello hegelismo in Italia (F. D., S. Tommasi, A.
Labriola), Torino; Il primo hegelismo italiano, a cura di Oldrini, Firenze; M.
T. Lanza, D. e Hegel, in F. D. nella storia della cultura, Landucci, cit.
Tra i tanti altri saggi, cfr. pure: M. Aurigemma, Lingua e stile nella critica
di F. D., Ravenna Battaglia, Parva desanctisiana, Bologna Moretti, La lingua di
F. D., Firenze Prete, Il realismo di D., Bologna Malcangi, F. D. deputato di
Trani, con Introd. di A. Lapenna e A. Marinari, Bari 1972; A. Marinari, Il
"viaggio elettorale" di F. D. Il dossier Capozzi e altri inediti,
Firenze Ghilardi, Il superamento del kantismo e l'esperienza politica di F. D.,
Napoli Guglielmi, Da D. a Gramsci: il linguaggio della critica, Bologna Celli
Bellucci-N. Longo, F. D. e G. Leopardi tra coinvolgimento e ideologia, Roma; M.
Dell'Aquila, Giannone, D., Scotellaro. Ideologia e passione in tre scrittori
del Sud, Napoli 1981; G. Nencioni, F.D. e la questione della lingua,
Napoli. Per i rapporti con le altre letterature europee: per la Francia
cfr. F. Neri, Il D. e la critica francese (ora in Saggi, Milano); P. Antonetti,
F. D. et la culturefrançaise, Firenze-Parigi Piscopo, D. e la culturafrancese,
in F. D. - Un secolo dopo cit.; per la Germania, cfr.: G. Bach, La cultura
tedesca in F. D., in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino 1935; F.
Matarrese, Goethe e D., Bari Westhoff, Schiller e D., Roma Mazzocchi Alemanni,
La "fortuna" di D. in Germania, in F. D. nella storia della cultura;
per il mondo angloamericano, cfr.: A. Lombardo, Shakespeare e la letteratura
inglese, in F. D. - Un secolo dopo cit., Della Terza, D. e la cultura
anglosassone, in F. D. nella storia della cultura cit., e D. negli Stati Uniti
d'America, in F. D. - Un secolo dopo. Per la fortuna critica dell'opera
del D., cfr. Biscardi, F. D., Palermo Romagnoli, F. D., in Iclassici italiani
nella storia della critica, a cura di W. Binni, II, Firenze; Castro, F. D.
nella critica italiana del secondo dopoguerra, in Problemi, Longo, Il
"ritorno" di D. Storia, ideologia, mistificazione, Roma Cfr. pure, al
riguardo, le rassegne di G. Oldrini, M. Tondo e P. Tuscano citate a proposito
degli scritti bibliografici. Nome compiuto: Sossio Giametta. Giametta. Keywords:
il volo d’Icaro, l’implicatura di Croce – eterodossie crociane – Cosi parlo
Zoroaster; cosi implico!”—cortocircuito e implicature, la pazzia di Croce, il
pazzo di Croce – la caduta di Icaro? No, il vuolo di Icaro! – Colli e
Montanari! -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giametta:
cortocircuito ed implicatura” – The Swimming-Pool Library.
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