GRICE ITALO A-Z G GIAM

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giamboni: la ragione conversazionale (Roma) Abstract. Grice: “When I referred, informally, at my Oxford seminars and elsewhere – notably at the Aristotelian Society symposium at Cambridge – to the ‘principles of rational discourse,’ I was having Giamboni in mind.” Keywords: principio del discorso – principii del discorso, H. P. Grice. C Filosofo italiano. C PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI ALLA LINGUA ITALIANA HI D I — — / PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI ALLA LINGUA ITALIANA -- Per uso del Collegio Pio di Perugm. 6* H* JlCCOMODATI ALLA LINGUA ITALIANA fg||p}  " IjV,; 33*  doveste apprendere co W attenzione e coli' uso a sovrapporre i denti superiori al labbro inferiore j in modo da dare f adito all'aria, perchè uscisse attraverso de gV interstizi dei denti, quasi vento fremente. Piacendovi esaminare forte che si richiede per pronunziare la R , comprenderete guai difficoltà voi sormontaste per proferire esattamente l’ultima delle lettere che ordinariamente impara a ben pronunziare. Le unioni di vocali e consonanti per formare le sillabe: V infinite combinazioni delle sillabe per farne risultare i vocaboli: V associare i vocaboli alle COSE che essi RAPPRRESENTANO: il leggerli insieme in modo tale da divenire un quadro fedele del pensiero; guai vasto campo non fu alle vostre riflessioni alle quali insensibilmente vi guidò la natura! La lingua materna che voi allora apprendeste, cioè quel cumulo immenso di parole } ad ognuna delle quali ò annesso singolarmente un concetto, è prova bastante dello sforzo prodigioso ad un tempo e della vostra riflessione, e della vostra memoria conservatrice fedele dei SEGNI e delle cose SIGNIFICATE, che furono a lei affidate dalla vostra attenzione y e dalla vostra riflessione. Tutte queste considerazioni applicate a quegli estesi primordj dello sviluppo delle vostre facoltà riflessive ed enunciative, ed altre che potrebbero farsi dipendere dalle riflessioni che faceste sugli urti, e sulle percosse esperimentate, e salii stimoli di una prudente educazione primitiva, sarebbero valevoli ancora queste a convincervi che ne' primi tre anni di vostra esistenza furono forse da voi fatti maggiori progressi nella somma delle reali cognizioni di quelli che sarete per fare in tutto il resto di vostra vita. Con profonda verità asserisce d’Alembert, che lo stato cV infanzia creduto corso d? ingnoranza è forse molto più utile di quello che chiamasi corso di scenza delle nostre scuole. Tuttociò servirà a persuadervi che una GRAMMATICA RAGIONATA, che esiga da voi attenzione, riflessione, e memoria, coincide perfettamente con il magistero della natura, e colla vostra capacità, purché sia ben diretta. Se la grammatica che vi presento sia in qualche modo atta a guidarvi, ed a farvi riprendere il corso di quella logica appresa dalla natura, dalla quale vi fece deviare una donniciuola insulsa, od uno sciocco pedante, potrà ciò decidersi dagl’esperimenti, che dai saggi precettori si faranno sulla vostra curiosità di fare scoperte, e sulla vostra avida compiacenza di apprendere ragionando Trentamila forse, di quarantamila padri di famiglia della nazione italiana, che indirizzano i figli alle pubbliche scuole, non richiedono già che vengano questi istruiti per la carriera ecclesiastica, nè per la toga, nè per il foro, nè per le maggistrature, nè per e scenze elevate; ma solo propongonsi che le facoltà intellettuali di queste tenere menti ricevano sviluppo tale da derivarne fecondi e permanenti risultati per il regime domestico, per le arti cui dovranno dedicarsi, pel commercio, per una industria qualunque. A questo loro voto mal corrisponde il fatto pur troppo notissimo. In tutte o quasi tutte e scuole d' Italia la lingua latina è l’unica, o almeno la principale occupazione di tutta [I diversi mestieri, le arti meccaniche, la nautica, l'agricoltura, vogliono metodi, disegni, processi, macchine, misure, proporzioni. Tuttociò non può ottenersi senza cognizioni fisiche, chimiche, matematiche. È stato detto con profonda verità: che non pi può essere una fabbrica di panni ridotta a perfezione presso un popolo che ignori l' astronomia. 8 la scolaresca, senza distinguere quella classe che forma.il minor numero dallo scopo che ha in mira quel massimo numero di giovanetti cui rcndesi talmente INUTILE LO STUDIO DELLA LINGUA LATINA – H. P. Grice: “Not at Oxford: indeed the proficiency of a classical education should be encouraged even further!” -- che P ohliano per sempre, e senza alcun danno, ne IP atto stesso che esultando fuggono dalle scuole, e dai precettori. Questa esultanza non potrà mai condannarsi, nò da chi vorrà consultare le impressioni spiacevoli e triste che si ridestano sempre ali idea di lingua latina, di grammatica, di concordanze, e degi'insulsissimi latinucci; nò da chi darà un occhiata retrograda a quelle catene che trascinò per cinque anni almeno nella polvere delle scuole, straziando la sua mente, violentando la sua ragione. Furono queste catene che incepparono l’avidità di conoscere, che costrinsero l'attenzione a finger di attendere, che violentarono la memoria ad impinguarsi con meccanico sforzo di declinazioni, conjugazioni, e di un ammasso di fredde regole grammaticali, e di vocaboli troppo astratti per essere comprensibili col mero loro nome. Precluso così l'ingresso ad utili verità, se una qualche dovizia acquistò la memoria, è sempre a danno della calcolatrice ragione. Non è nostro scopo di seguire in questo laberinto quella minima classe che continua ad errarvi per apprendere le lingue delle repubbliche, le istorie delle repubbliche, i costumi delle repubbliche, gli csempj delle repubbliche, con inutili tristezze dei più begli anni della vita, troppo da se inchinevoli al raffronto dei casr attuali coi passatici. Ma lasciando questo scarso numero, e volgendo le considerazioni unicamente al numero maggiore, saremmo costretti a dirigerci coi padri di famiglia ai sapienti e virtuosi moderatori e promotori della pubblica istruzione – H. P. Grice: “As Clifton was not!” -- , interrogandoli se convenga di dileguare una volta quello spettro funesto che con barbaro metodo strazia da più secoli ed istupi- [Su di ciò potrebbe consultarsi il parere del soavissimo Plusch certamente non sospetto, perchò scevro per natura da ogni spirito di partito. I giovani, Plusch dice, possono ben chiamarsi sventurati per non dire traditi. Attesi con tanta aspettativa dalle case paterne per riempire le speranze dei genitori vi ritornano essi dopo più di dieci anni di applicazione, di fatica, e di dispendj, tutti boriosi e contenti perchè HANNO APPRESO AD ACOZZARE QUATRO FRASI DI CICERONE, e qualche greca paroluzza, e perchè credousi capaci di fare un epigramma, un sonetto, un disegno, una suonata comunque. Se poi loro domandate cosa sia il mondo in cui vivono, cosa vi sia accaduto, cosa siano essi stessi, e quali i loro doveri, saranno quasi tutti incapaci a rispondere perchò privi di ogni cognizione fisica, istorica, morale, e perchè sono istruiti con un metodo che fa veramente pietà. S'insegna la lingua latina colla lingua latina, devono apprendersi LE PAROLE prima di sapere le cose, ed il modo di PARLARE ELOQUENTEMENTE prima di esser giunti a rettamente pensare. Si fa ad essi studiare LA FILOSOFIA senza metodo, senza fisica, e senza matematica. Insomma non s'insegnano che parole latine e precetti, cioè parole e poi parole. Jì cosi quel giovane delle migliori disposizioui, che pur credevasi assai bene istruito, è ritornato vuoto di utili idee, senza armi contro le sue passioni, senza lumi contro l’errore. Converrà che egli col suo genio, e con una volontà veramente efficace apprenda nel suo gabinetto a dis-imparare il male imparato per poi rifare quel vero studio che atto sia a consolàrio e guidarlo retUmeute in tutto il corso di sua vita. •  io disce i tanto varj, pronti, e fecondi ingegni delle scuole d'Italia: ed istituire, colla stessa forza che abbatte, quei metodo voluto dalla ragion pubblica e dall'amor santo della verace grandezza d’Italia. Questo metodo se si volgerà primieramente a quella lingua a cui dovranno ricorrere i giovanetti in tutti i periodi della lor vita parlando, o scrivendo, s' imiteranno allora le celebri e sagge nazioni antiche e moderne. Ognun sa con quanto impegno venisse istruita la greca gioventù nel pretto atticismo; e con quale ardore inculcasse CICERONE alla gioventù di Roma d’apprendere il parlare cittadinesco, chiamato urbanitas, che consiste nel dire le cose bene, naturalmente, e con grazia – “or grace” -- GRICE. E di fatti esso CICERONE sospingeva i teneri fanciulli a formarsi nella purità dei loro sermone sugli esenipj epistolari della gran Cornelia dei Gracchi, la quale, come altra Madama Sevignè di quei tempi, ferma nelle sue epistole il nitore dell'idioma latino.  1/ istruzione è la sorgente della pubblica prosperità. La popolazione delle carceri sarà sempre in ragione inversa della popolazione delle scuole sistemate opportunamente. Questa verità è stata dimostrata ancora da Dupin che ha voluto calcolare i fatti. Se vi fu mai monarca che in odio avesse e scenze e scenziati, questi al certo col dichiararsi 1' inimico di ogni incivilimento spiuto avrebbe i sudditi a gran passi verso Ja de- gradazione. Alfonso che fu V onore di Aragona e della Sovranità, e che apprezzava Filippo di Macedonia ancor più perchè credette render degno' il figlio del Trono col farlo ammaestrare da un grand' uomo, dir soleva: amo meglio di perder tutto quanto posseggo , piuttosto che una parte di ciò che so. Ma perchè questo metodo abbia spirilo e vita, e favorisca io sviluppo della ragione, senza aberrare in licenze, sarà di mestieri che si attenda ad un certo rigore quasi matematico: analizzando l’indole, e V iificio di ciascuna parte del discorso: esponendo il come ed il PERCHÈ – H. P. Grice: “‘rationalism’, ‘reason why’, even applied to the lingo!” -- debbano usarsi queste parti: mostrandogli anelli chele congiungono: distinguendo i vocaboli radicali dai derivati, i semplici dai composti, gl’originar] dai sostituiti, i proprj dai traslati: discoprendo quelle delicate varietà per cui NIUN VOCABOLO è TOTALMENTE SINONIMO: determinando con esattezza e limpidezza il significato dei vocaboli di ciascuna espressione prima della sua applicazione. Queste esatte distinzioni; questi ingegnosi sviluppi; questi sottili confronti; questa precisione e chiarezza; in somma questo metodo ragionatore che collega esattamente le idee -- nel ebe consiste il vero segreto dell'analisi -- eccitando la curiosità, l'attenzione, la riflessione degl’appagati giovanetti , darebbe uno sviluppo efficace al loro ingegno, e quasi dolce pioggia feconderebbe in modo queste tenere pianticelle da darci con prontezza quei frutti preziosi, che attendonst con tanto ardore dai genitori, e della nazione. Una grammatica di tal natura, che atta fosse a sparger la luce sul maggior numero, potrebbe forse riguardarsi come libro il più interessante; se è vero quanto fu detto da uno scrittore: ebe il primo libro di una nazione è il dizionario della sua lingua – H. P. Grice: “Except I don’t give a hoot what the dictionary says!” --  - Ci accingeremo adunque a dare almeno un'idea di qucsia grammatica intellettuale finche uomini di più acuto senno, di più chiaro metodo si determinino a perfezionarla; essendo sempre vero che i difetti stessi di un primo esperimento servono spesso a condurre un progetto alla perfezione. Chiunque però ne assumerà l’incarico temer non dee l’onorevole rimprovero di scrivere ria Filosofo, cioè di scrivere con senno per farsi intendere utilmente. Crediamo nondimeno che non sia da dipartirsi dalla nomenclatura, e da certo andamento consacrato dall'inveterato uso grammaticale. Mentre una grammatica Condilacchiana – o GRICEIANA – che H. P. Grice chiama la grammatica del pirotese --, o modellata su quella di Tracy, forse non si comprenderebbe agevolmente da gran parte dei precettori attuali, non addomesticati per anco col- V analisi , e molto meno si accomoderebbe a chi la penetrasse; giacche, superbi delle loro cognizioni, sdegnerebbero cosa che, già effet- tuata da uomini grandi , non offrirebbe che una imitazione inferiore. E siccome siamo convinti con il Signor Perigord che uno de' mezzi più potenti per migliorare la publica istruzione debba consi- stere nello spirito d'analisi, e nell' applicare a tutti gli oggetti d'insegnamento, per quanto è possibile, il metodo de' matematici; perciò abbiamo azzardato di provarci a darne un qualche saggio in queste nostre lezioni grammaticali. Sappiamo bene che appunto perciò, presentandosi queste con aspetto di novità, incontrar dovranno l'opposizione principalmente di alcuni stabilimenti scolastici. Ma al pensare che altri e cospicui corpi di publico insegnamento già si sono aggiustati alle nostre idee con risultamcnto maravi^lioso; ed al riflettere che alcuni altri stabilimenti di publica educazione già si volgono a coincidere colle nostre MASSIME – come le chiama H. P. Grice --, e già danno ordine per il collocamento di una scuola di lingua nazionale; arditi e franchi ci poniamo da uno de' lati ogni tema, ed animosamente proseguiamo nel nostro proposto. E perchè tutte le grammatiche coincidono nei loro principj, fissati quelli dell'italiana potrà facilmente farsi dipender da questi la grammatica latina, che diverrà allora chiara, utile, e compendiosa. DELLE PARTI DEL DISCORSO Per parti del discorso intendiamo quegli elementi cherendonsi indispensabili per formare un discorso completo, onde COMUNICARE – o significare – H. P. Grice su C. L. Stevenson -- ad altri i nostri bisogni, i desiderii, e i pensieri $ e ciò o con suoni articolati e fugaci, che diconsi voci (1)5 o con segni visibili e permanenti, denominati scrittura. Tanto gli uni, che gli altri, si chiamano parole, o vocaboli. Alcuni fra questi ricevono una varietà di modificazioni finali per esprimere SENSI diversi 5 e declinando, per dir così, dalla semplicità del primitivo significato, diconsi perciò parti declinabili} mentre gl’altri, conservandosi giusta la loro origine inalterabili, vengono chiamati parti Indeclinabili – H. P. Grice: Fido is shaggy; Fido and Rufus ARE shaggy. Le voci sono segni convenzionali – o meglio, arbitrari, ma nota l’etimologia di ‘convenzione’ – venire giunto -- che vestono le idee spirituali quasi con veli sensibili per trasmetterle nello spirito degl’uomini e così legarli in comunanza fra loro. Per segni visibili e permanenti intendiamo le lettere alfabetiche, le quali conservando le parole e ridonando ad esse quei pensieri che quasi in deposito furongli affidati, ci fauno conversare insieme in distanze enormi, anzi serrono perfino a far parlare gl’uomini morti mille e più anni aranti. Dall'esatta combinazione delle parole, scritte, o pronunziate, risulta il discorso espositore fedele de’nostri pensieri. La scenza delle parole atte a dipingere fedelmente quasi in copia il quadro originale delle idee concepite già dalla mente, è là grammatica delle lingue – H. P. Grice: “Austin loved Chomsky because he set GRAMMATICA higher than PHILOSOPHIA!” --. Fra i principii di questa scenza, altri sono universali ed immutabili, come provenienti dalla natura del nostro intelletto, seguendone le leggi, e questi sono comuni a tutte le lingue – cf. L’universalità dell’implicatura conversazionale e il ‘cunning’ della ragione conversazionale --, altri sono esclusivamente proprii di ciascuna lingua particolare, perchè derivano da libere convenzioni. Questi secondi, ridotti a regole dedotte da sensate osservazioni sulle parti declinabili e sulle indeclinabili della lingua italiana, costituiscono la grammatica di questa lingua. Dunque dagl’elementi della grammatica GENERALE o RAZIONALE, che sarà la prima parte dei nostri principii del discorso, conoscerete voi la maniera di parlare in qualunque lingua; e dalla grammatica particolare che riguarda la lingua italiana, e che forma per noi la seconda parte, dovrete apprendere ad esprimere con questa lingua i vostri concètti esattamente. Gli uni e gli altri principii verranno compresi Il vocabolo “discorso” – “as I have often mention” – H. P. Grice -- deriva forse dal latino discurrere [ scor- rere ) quasiché si volesse fare intendere quella rapidità con cui il discorso quasi alato mercurio scorrendo per le vie intellettuali fa passare rapidamente nelle altrui menti il maggior numero d'idee e di rapporti col minor numero di vocaboli. Il vocabolo “scenza” – cf. H. P. Grice, the devil of sicentism -- deriva da scire (sapere) dei latini. E siccome una scenza è un complesso di verità connesse con esattezza dipendentemente dall'esame e sviluppo del soggetto di che si tratta, perciò dir dovremo che la scenza delle parole – studies in the way of words -- si associa intimamente con quella delle idee – the way of ideas, the way of things -- e viceversa, senza forse poter fissare quale delle due debba precedere.  J 7 dalle regole della nostra grammatica, la quale, non volendo insegnar parole e solamente parole, per non avvilire la ragione de’giovanetti, e coltivare unicamente la loro memoria 5 perciò vorrebbe discendere piuttosto a far conoscere il carattere delle parole atte a vestire le idee di queir abito che ad esse conviensi, acciò il discorso proceda con ordine – H. P. Grice, “Be orderly” --, e soddisfi T altrui attenzione. DEL NOME SOSTANTIVO. Interroghiamo uno dei nostri piccoli allievi, dicendogli: mi sentite voi parlarci dunque provate una sensazione 5 dunque siete sensitivo; dunque avete F essere 7 e siete. Codesta sensazione non si sperimenterebbe da voi se qualche essere, esistente fuori di voi, non vi facesse sentire la sua esistenza, con una impressione fatta nell’organo del vostro udito. Ora quanto sperimentate esistere fuori di voi in una maniera indeterminata, è appunto ciò che voi denominate COSA – non oggetto. Se la vostra sensazione è piacevole, voi dite: la cosa e buona 5 se la sensazione è molesta , voi dite: la cosa è cattiva. ÌSk an- cor contento V inoltrate a dare un' azione alla cosa, dicendo: questa cosa mi ha fatto bene, quest' altra cosa mi ha fatto male: Dunque avete patito, ossia siete stato paziente. Che se vi riguardate passivo, sotto la impressione molesta o piacevole che fa la cosa in alcuno ■ * (0 Quando si parta da un punto ben cognito, cioè dall'esatta osservazione sui fatti, e si batta dritto la strada dell’evidente connessione delle idee si giungerà ovunque con sicurezza ìoogle i8 dei vostri sensi, non j>otete non riconoscervi attivo allora che siete in azione, osservando codeste sensazioni) quando le distinguete, quando le paragonate fra loro, quando insomma pensate. Ciò che voi pensate lo chiamate OGGETTO 5 onde dite: oggetto – NON SOGGETTO -- del pensiere. – Il soggetto del pensiero sei tu. Dunque LA COSA ha una esistenza sensibile; e l’OGGETTO una esistenza intellettuale. Bl V una che V altro chiamasi ente, a essere, vale a dire isolata esistenza, o quasi sola stante, che perciò dicesi SOSTANZA – H. P. Grice and P. F. Strawson: “As when we say that ‘Socrates,’ which cannot be a predicate, is a substantial.” Quei caratteri da voi concepiti inerenti, ed essenzialmente proprii alla sostanza, perchè senza alcuno di essi cesserebbe di esistere, si chiamano proprietà' essenziali della sostanza 5 tali sono, per esempio, riguardo al vostro essere, la sensazione, ed il pensiere – cf. H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct perception” --; e riguardo alla cosa la sua estensione (res extensa, non cogitans). Mentre che a quelle modificazioni della sostanza, dalle quali vi viene manifestato quale essa è riguardo a voi, daremo la denominazione di qualità 1 accidentali. Saranno dunque qualità della sostanza il colore, l’odore, il sapore, ec. da voi CREDUTE – per istinto -- inerenti nella sostanza medesima. Ma non contenti di aver conosciute le sostanze colle loro proprietà, e qualità, vi piace di comunicare ad altri queste vostre cognizioni. È allora che vi prevalete di quella moltiplicità di vocaboli che, servendo a dare il nome alle sostanze, furono chiamati NOMI sostantivi $ mentrechè quei vocaboli Eppure ci dice Tracy che il nome molto male a proposito si chiama sostantivo; e che per dare ad esso un nome tratto dalla sua funzione dovrebbe denominarsi ASSOLUTO o SOGGETTIVO. Lasciamo al lettore il giudicare se sia soddisfacente la ragione che esso ne adduce -- Milano, ovvero se debba conservarsi la voce sostantivo comechè proprissima. DinitÌ7 C-nc 19 che servono ad esprimere le proprietà, e le qualità quasi aggiunte alle sostanze, dicousi nomi aggettivi – H. P. Grice: “My example: ‘shaggy’, meaning ‘hairy-coated.’”. U nome sostantivo serve di base e di nucleo a cui si legano e s' innestano le varie proprietà, e qualità che può avere; per es. (2) Lunghezza-f- larghezza -f- profondità=estensione. Ente 4- esteso -j- sensibile 4- divisibile 4. . . , *orpo. Corpo -(- elastico -f acuto + tagliente + ri- splendente -f- • • s= Spada. Corpo -f pesante -f- duttile -f- giallo-splendente + solubile + . . . = Oro. Cosa -f- animale, o vegetale, o minerale -f- di qualunque sapore -f- di grave o mortai danno -f- . . . = Veleno. Questo vocabolo si usa ancora, in senso traslato (3J per indicare ciò che desta una profonda [La voce “aggettivo” – H. P. Grice, “adjectival” – shaggy -- deriva dalla latina adjicere (aggiun-gere), e ci fa quasi intendere che i vocaboli aggettivi servono ad esprimere le proprietà, e qualità aggiunte ai sostantivi. Per più breve ed evidente metodo di esporre le nostre idee ci siamo valsi di due segni algebraici +, =. Sappiano i giovanetti che il segno “+” suona lo stesso che la voce “più,” ovvero con j e che l 1 altro “=” (eguale) ci dice che esiste la relazione di eguaglianza fra IL SIGNIFICATO – SEGNATO dell’espressione che lo precede, e dell'altro che lo segue. La voce traslato, che deriva dalla latina transferre (trasportare) significa che ciò che appartiene a cose fisiche – “the cream in my coffee” – Grice -- vieti trasportato agli oggetti intellettuali – “my addressee” – Grice --, od anche morali , o viceversa che le passioni dell' animo, e le azioni della mente vengono appropriate a cose fisiche. Di qui è che diciamo . 'Occhio severo: lume della ragione: passione ardente: Cuore infuocato: Mare furioso: Prato ridente: benefica Natura ec. Diciamo ancora di un mordace scrittore: la sua penna avvelenata: in questa ed altre simili espressioni viene attribuito ad un'ente ciò die NON – Grice: category mitake -- gli conviene se non che avuto riguardo all'effetto che produce; od anche ciò che è proprio di un tutto ad una sua parte dicendo per cs. mano stanca j e viceversa. 4» 0U0 ^  é smania nell' animo; p. é. la calunnia, il sarcasmo t la satira sono quei lenti veleni della società sempre detestati, sebben sempre accolti. Cosa + vegetale o minerale + amara -f. vene- fica + * . . = Tossico, p. e. attossicato avea sempre il coltello. Questa voce non suole usarsi in senso traslato. Pure abbiamo da Alfieri : Or versa — Il mortai tòsco che in tuo cor rinserri. Cosa -j- di forte splendore -(-...= Luce. Onde dicesi luce del giorno: luce risplendente, ec. Cosa -f- di debole splendore . . s= Lume. Quindi è che si dice lume di luna; lume chiaro ec. Diremo similmente in senso traslato: dar lume alla materia di un soggetto coli' ordinarla \ ridotta poi che sia allo stato di evidenza, avrà allora ricevuto luce completa. Oggetto -f buuno o cattivo + bramato o sfuggito -f di evento probabile -f contro il desiderio -{-...= timore. Timore + immediato + forte + danno fisico o morale -{-•••= paura- Paura + terribile + improvvisa massima •J- . . . ==± spavento. Onde diremo; lo spavento del fulmine che striscia sul capo. Anche un sol vocabolo aggettivo può avere il carattere di esprimere la riunione di altri aggettivi spettanti al sostantivo cui appartiene 3 per es. diremo di un Uomo: Scarseggiante -f di vitto -f- di vestito -f- vicino alla necessità + . . . e=s povero» Povero -f- privo del necessario -{- avvilito -f- servile + dispregiato compassionevole + . . = meschino. Smisurata idea del proprio merito + dispregio pegli altri -{*•,• = Orgoglio.  t 21 Impulso ad agire -f- proveniente da sentimento morale = dovere. Per es. è un dovere il rispettarsi reciprocamente. Impulso ad agire -J- proveniente da leggi positive = obbligazione ; onde diremo: in Grecia ed in Roma i giovani erano obbligali a cedere il posto ai vecchi ne' pubblici spettacoli, in segno di venerazione, dovuta ali 1 esperto senno. Opinioni e desiderii identici -f- stima fiducia recìproca -(-...= Amicizia. Gli addotti vocaboli e tutti gli altri composti potranno da voi riguardarsi come la somma che risulta dall'addizionare, o concretare una varietà di vocaboli per formarne un sol gruppo ed esprimerlo con un solo vocabolo concreto che è una vera somrna. Per comprendere in qualche modo quale immenso gruppo d'idee possa venir compreso da un sol vocabolo che ne è la somma vi basti dare un occhicata a quelle che sono racchiuse nella parola dritto – cf. H. P. Grice: ‘different priorities of ‘right’ – moral right, legal right --. Dritto naturale che guida l'uomo colle ispirazioni della natura, e col sentimento de' suoi doveri -f- Dritto politico che costituisce la forma di governo di ciascuno stato -f- Dritto civile che regola gì' interessi privati di ciascun membro -f- Dritto delle genti che pone tutti i popoli in comunicazione fra loro + Dritto divino che lega con forza sopranaturale le istituzioni della sapienza uma- na -f ... = Dritto. Questo brevissimo cenno sulla composizione dei (1) Se l'idea di un Legislatore Supremo non conservasse i dritti degli uomini, le loro passioni indipendenti spezzerebbero continuamente come una fragil rete tutte le leggi stabilite per contenerle. 22 vocaboli servirà a farvi comprendere fin :ia Iure completa sulle operazioni aritmetiche ) : ono poi astenuti diminutivi , benché abbiano la terminazione in “-otto,” le voci “signorotto,” “aquilotto” y le- pi otto 9 ed infinite di questa fatta. Sono ancora diminutive quelle voci colle finali in -ino, -itto, -elio y uccia > ina , ec. che servono ad esprimere piccolezza dell’individuo, come fanciullino, ca- scttina y bambinello, verginella ? giovanetto, casuccia y ec. I vezzeggiativi vanno a finire in etto, elio , •  35 uccio , uzzo , ino ec. es. semplicetto , vecchiardi lo, contadinuccio, vecchiuzzo, fratellino ec. I dispregiativi finiscono in accio, astro , aglia, uppola , affo , attolo ; es. popolaccio, femminac- eia , giovanastro, plebaglia, otniciatto, libriciattolo, casuppola. cap. m. Dell accompagna nome. Se il nome, tanto individuale , che personale, serve pei* se stesso a farci distinguere l’individuo in modo da presentarcelo separalo non solo da tutti gl’altri di diversa natura, ma da quelli ancora della sua specie, non oltiensi lo stesso uficio nè dal nome collettivo, nè dal qualificativo. Si ebbe perciò ricorso alla terminazione finale per indicare uno, o più di tali individui, dicendo j colonnA – H. P. Grice, “ox”,  in Oxford --, colonnE – “oxen”, as in “Oxenford” – H. P. Grice -- ec. Oguun sente che da queste due terminazioni diverse ci viene indicato soltanto che l’individuo per es. Colonna (“ox” – H. P. Grice – “but cf. ‘grice/grouse’” --, non deve confondersi con una moltiplicità d' individui colonnE – “oxen,” chicken”. Quando però diciamo: convien prendere una colonnA, veniamo a significare la scelta da farsi d’UNA colonnA fra questa moltiplicità d' individui della medesima specie. Finalmente se diremo fu presa la colonnA, è allora che verrà da noi precisata la colonnA prescelta far le altre tutte. Un Poetastro stampò contro Benedetto XIV una sutì- raccìa» H Pontefice la lesse, la corresse, e scrisse all' autore S ve la rinvio corretta acciò la vendiate meglio. Di qui è che si rende a noi manifesto che le voci “uno,” “il,” servono a ristringere sempre più il significato dei nome – H. P. Grice: “He’s meeting a woman tonight” – “a tortoise” – “broke a finger”. Infatti chi dice : V uomo è opera del Creatore, viene ad accennare quest' opera, senza indicare però se vi sono altre sue opere, senza presentarci questa distinta dalle altre, e senza precisarcela in un modo particolare. Che se dirò l'Uomo è UN’opera – H. P. Grice: mass-noun, non-mass noun -- del Creatore, farò intendere – IMPLICARE, SUGGERIRE – SIGNIFICARE, INDICARE --, e che vi sono ALTRE sue opere, e che questa è una combinata colle altre. Finalmente quando dico: Y Uomo è L’opera dei Creatore | è allora soltanto che vengo a presentarla staccata, e distinta da tutte le altre sue opere, come che per noi la più portentosa. Così, veuendo interrogato uno di voi: avete veduto Persona? se risponderà: “Non ho veduto persona,” “Ho veduto UNA persona,” ovvero “Ho veduto LA persona.” La risposta nel primo caso indicherà – IMPIEGATURA, suggerire, implicare, indicare, significare -- persona in un modo indeterminato. Nel secondo, determinerà il suo numero. Nel terzo preciserà il numero, e farà comprendere .incora la specie individuale della persona. Così dirassi: un forte volere, un alto imaginare, un maturo pensare; adoperando “un” – Grice: “the uses of ‘a’” -- in luogo di “il,” perchè così al volere, all'imaginare, al pensare, vien dato quell'estesa ed illimitato significato che si vuole appunto che abbiano tali voci. Ma, se ben si attende, potrà scorgersi facilmente non competere soltanto alle voci “il,” “uno,” – H. P. Grice on ‘a’ -- il carattere d'individuare il nome con minore, o maggior precisione \ ma esser proprio ancora un tale uficio de' vocaboli – H. P. Grice, ‘demonstratives, and quasi-demonstratives, proximal, medial, distal --, esso, desso, questo, stesso, medesimo – Grice, “Sameness and substance,” “Someone is hearing a noise”. Anzi la loro indole è tale da precisarci in modo il nome, quasi mostrandolo a dito con più, o meno energia. Tutto ciò può sentirsi dalle seguenti espressioni: “padre,” “un padre,” “il padre,” “padre,” “desso padre”, “questo padre,” “questo stesso padre,” “questo medesimo padre.” – cf. H. P. Grice: “He is meeting a woman – he is meeting his woman.” Ed è perciò che i sette addotti vocaboli, attesoché si associano con il nome per dare ad esso una maggiore o minore determinazione, potranno denominarsi accompagaanomi, od anche voci determinanti. Dal loro uficio stesso di precisare l’individuo che vien RAPPRESENTATO dal sostantivo, cui si associano, si comprende perchè NON debbano unirsi nè con i nomi individuali e personali – “Scorates” cannot be a predicate, it’s a substantial” – H. P. Grice and P. F. Strawson --5 non dicendosi: “uno Pietro”: “uno Arno”: “il Pietro” – ma “la Callas” -- ec. nè cogl’aggettivi imperfetti od incompleti) il carattere oe quali consiste appunto nel voler denotare in un modo indeterminato tanto il numero degl’individui, come la specie, o particolar carattere di ciascuno 5 onde NON può dirsi: “uno alcuno” – “one someone” – H. P. Grice on (Ex) as ‘some (at least one) --, “il qualche,” “il certuno” ec. S' intende dunque il perchè, nominando persona , o cosa ignota a coloro ai quali è diretto il discorso, si adoperi la voce (“uno”), per es. venne un amico 5 ed in seguito del discorso si faccia uso della voce (“il”), dicendo: “venne l'amico”; atteso che in questo secondo caso si suppone l’individuo amico *già noto*. È vero che talora anche con i vocaboli indeterminati “qualche,” “tale,” “certo,” ec. sogliamo unire la voce “uno,” dicendo: “un qualche,” “un tale,” [Questa maggior forza significativa [H. P. Grice, STRENGTH, vis] che ha la desso sopra r altra esso, si rileva ancora dall’ETIMOLOGIA di queste due voci. “Esso” è tratto dalla lingua latina “ipso,” mentre “desso” viene da “de ipso,” quasi di “esso,” servendo appuntò la dì ad asseverare, o confermare con più viva efficacia. Presso i latini ancora il pro-nome die serve bene spessa ad estendere la determinazione di un nome. un certo; ma ciò proviene dai SOTTINTENDERSI [H. P. GRICE CONVERSATIONAL IMPLICATURE] alla voce uno, qualche altra voce collettiva; cosichè veniamo a dire: “un qualche uomo,” “un certo individuo,” ec. Talora associamo la voce “uno” con i sostituiti vocaboli personali, od individu;ili , dicendo: “è una babilonia” 5 “è un Nerone,” – cf. H. P. Grice and P. F. Strawson, “”Socrates” cannot be predicates, but we can say that Josepth was A SOCRATES” – “è un Tito,” intendendo però che debbano esservi sostituiti altri vocaboli collettivi del significato analogo: “e UNA babilonia” +> è una confusione; “e un Nerone” +> “è un imperante crudele” 5 “e un Tito” +> “è un sovrano adorabile.” Così potrebbe dirsi: “è un Leopoldo” per indicare un benefattore nel trono, che vuole efficacemente la felicità de’sudditi. Che se ai nomi individuali, Cairo, Roccella, Mirandola, vanno unite le voci – “il,” “la” -- ciò deriva dall'essere SOTTINTESA [H.P. Grice: conversational implicature] in origine a codesti vocaboli la voce collettiva “provincia,” cioè, “Cairo” => “la provincia del Cairo;” “Roccella,” +> “la provincia della Rocella;” “la Mirandola” => “la provincia della Mirandola”\ come diciamo anche in oggi “la Marca,” “la Romagna,” “la Francia,” “la Toscana, “l’Italia,” ec. col SOTTINTENDERE [H. P. Grice: conversational implicature] i rispettivi nomi collettivi. IV accompagna nome i7, che non si associa che con il sostantivo, unendosi con qualche aggettivo darà a questo il carattere di sostantivo \ quindi [Pietro Leopoldo più Magistrato che Sovrano dette una prova di fatto che il suo gran tuore era ripieuo tutto del sentimemto della felicità de’suoi sudditi. Nella maestà e filantropia delle sue leggi liberamente concesse al popolo toscano, racchiuse quella sapienza ed umanità che regge felicemente questa bella, industre, frugale, e saggia parte d’Italia, che prospera sempre più, per il regime sapiente, benefico, e soave di Leopoldo IL Questo Principe tu lo vedi inoltrarsi tutto solo a traverso di folto popolo geloso custode della inviolabilità u» tua sacra persona, perche sa dominare soavemeute nel cuore dei sudditi che lo adorano. »  hi farà dire a Tilo :  o sia giudica . Dunque un giudizio è la cognizione di un rapporto, ossia è l’asserzione dell’esistenza di un rapporto. L’oggetto che si prefigge la nostra grammatica esigendo una certa classificazione di giudizi, secondo il diverso uficio che ci prestano 5 sarà perciò : [Ci è affatto incomprensibile la maniera con cui acquistiamo le sensazioni e le idee tanto dirette che riflesse, vale a. dire le nozioni. [Ci prevarremo alle volte dei simboli generici degl’algebristi per il motivo addotto. Piacendo al Precettore di adottare il metodo cT istruzione, simultanea in luogo della individuale, e di render sensibile l’astrazione dei simboli con molti esempi, vedrà egli allora dissiparsi ogni apparente difficoltà di rendersi intelligibile. [La voce rapporto potrebbe supporsi derivata dati* alto della mente di portare, per dir così, un idea al confronto di un altra, onde conoscere la loro relazione. Il vocabolo giudicare forse deriva àaìjut dicere (dire il giusto) dei latini. 48 i.* Classe. Giudizi di rapporto d'inclusione. Consistono questi nell’asserzione della mente che un idea B è inclusa in un altra idea A. a. a Classe. Giudizi di rapporto di uguaglianza, ed anche d' identità. Quando la vostra mente, confrontando l'idea C colla idea/?, giunge a conoscere che una è uguale all'altra, come er es. che /' idea d' una colonna è eguale ai- idea a" un altra colonna; allora asserisce l’esistenza di eguaglianza fra queste due idee, o sia, giudica del loro rapporto di eguaglianza. Qualora il giudizio si raggiri su due idee misurabili astratte, come 2 + 1 = [\ , allora lo diremo giudizio di rapporto d'identità , perchè si asserisce dalla mente che è ciò che è; infatti , chi dice 2 + 2 = 4 dice che 4 = 4 5 c *°è cne 4 è 4- (2) 3.* Classe. Giudizi di rapporto di differenza. Confrontando due idee G ed M , e scorgendo fra esse una qualche differenza in più o in meno, come per esempio fra l’idea di un tutto, e l' idea di una sua parte, allora asserisce la mente l’esistenza di differenza fra due idee. £d ecco un giudizio di rapporto di differenza. Prima che discendiamo alle altre tre classi di giudizi, immaginatevi una linea retta, che con [Identità è l'aggettivo sostantivato della voce “identico,” che deriva dall'”idem,” stesso, dei latini; e ci fa intendere che l'identità consiste nel ravvisare un'idea eguale a se stessa ( v. I»aij. 53 ). (•/) I giudizi d' uguaglianza, e quelli d'identità vengono espressi dalle voci: “egualmente,” “tanto,” “quanto,” “cosi,” “al pari,” ec. Questi giudizi si esprimono colle voci “maggiore,” “minore,” “più,” “meno,” ec. una sua estremità si trovi al principio, e coir altra al fine della fisica esistenza della natura -A-B-C-D H- N-O-P-Q. Supponete che un suo punto h indichi' il momento attuale in cui la osservate; che i suoi punti . . . a 9 b , c , d , . . . che precedono il punto di tempo h indichino i tempi- passati; e che dai suoi punti . .../ì, o, p , q, che succedono al momento k , vengano indicati i tempi futuri. Sotto questa linea, suppongasi da voi esisterne un altra dalla quale vengano indicati i pensieri o le azioni umane che si sono succedute f e che- si succederanno. In questa seconda linea di pensieri o d' azioni, che potrete riguardare identica colla prima linea del tempo, supponete notati in correspettività dei tempi i pensieri od azioni./. A, B , C 9 D . . . che hanno preceduto l'azione attuale H 9 ed inoltre i pensieri od azioni . . . N , O 3 P , Q . . . che saranno per succedere ad H. Il rapporto fra l’azione attuale H con il punto di tempo h, lo diremo di tempo presente: i rapporti fra le azioni passate .. .tA, B , C , D . . . , ed i punti di tempo che ad esse corrispondono li diremo di tempo passato. Finalmente i rapporti delle azioni N , O , P , Q . . . con i respettivi punti di tempo n, o , p , q ... ili cui devono effettuarsi -9 li diremo di tempo futuro. Si comprende da ciò quali sieno i giudizi della 4.* Classe. / giudizi di rapporto delle azioni con i tempi; come, per es. dicendo: “passeggiai ieri;” “scrivo adesso;” “studierò domani,” asseriscono 3 5o 1' esistenza di rapporto delle azioni con i respettivi tempi passato, presente e futuro. Riguardate ora i punti . . . a , /; , c ...//.. . // , o , . . . ridotti quasi a tante diverse sedi ove si trovino situati i respettivi corpi . . . A, B, C. . . il ... N , O , P .... L 1 attuale supposizione ci farà scorgere nella 5. " Classe. Primieramente rapporti di situazione fra l’oggetto A , e la sede a ; fra l’oggetto B , e ia sede b, ec. come per es. “io sto quà” — “io sono esistente” -f- “la mia esistenza è in questo loco”: “tu stai là” y “quello sta dentro,” “l’altro sta fuori,” “uno abita sujpra;” “l’altro abita sotto” ec. Questa specie di proposizioni serve ad esprimere i giudizi di rapporto di situazione. Classe. Secondariamente potremo scorgere dei rapporti di distanza fra la sede del corpo A , e quella del corpo B ; fra la sede del corpo D , e quella del corpo fi , ce. Direte esser questi giudizi di rapporti di distanza, perchè asseriscono una relazione di distanza fra la sede di un oggetto, e la sede di un altro oggetto; e si esprimeranno dicendo: “io sto lontano dalla piazza” = “io sono esistente” -J- “la mia esistenza è distante dalla piazza;” lo stesso significalo ineludono le seguenti espressioni: “io sto vicino a te”; “un luogo è /untano dall' ald o \ “una cosa è prossima all'altra,’ ec. Queste classi di giudizi dipendenti dai rapporti d 1 inclusione, di eguaglianza, di differenza, di tempo, di situazione, di distanza formeranno la parte fondamentale e principale della nostra grammatica, qualunque >iasi l’opinione in contrario di alcuni valenti ideologisti ^i). r 1 _  Non ci sembra di poter convenire con Tracy die 5i Vi piaccia ancora di dare una rapida occhiata a certe diverse forme che prenderanno i vostri giudizi dipendentemente dalla varietà delle circostanze in cui dovrete giudicare, cioè: o in un modo indefinito, o in un modo definito ed insieme dipendente da comando, o in una maniera indicativa ed isolata, ovvero accompagnata da qualche particolar sentimento dell’animo; o in un modo congiunto con una particolare determinazione o dipendente da qualche condizione. Queste diverse forme che prender può il vostro giudizio le chiameremo maniere, o modi del giudizio, onde avrete i modi indefinito, imperati- asserisce -- Milano -- » che l’atto di giudicare consiste sempre, ed unicamente nei vedere che un' idea è compresa in un’altra e che fa parte di questa. Questo celebre autore sembra tanto sicuro di questa sua definizione del giudizio da dirci con piena fiducia » io ardisco affermare che fino al giorno d'oggi niuno fra 1 grammatici ha conosciuto in che precisamente consiste l’operazione di giudicare, ed è questa la primaria cagione per cui i più belli indegni, e le teste più forti non ci hanno dato finora che cattive teoriche intorno alla lingua. £ debbo confessar francamente che tutte quelle che sono a mia cognizione le trovo non solo imperfette, ma false eziandio: ed è ciò appunto che mi ha posto in disperazione quando ho preso a scrivere il presente trattato. L'asserzione di Tracy che tutti i nostri giudizi consistono sempre ed unicamente nel vedere^He un’idea è indussi in un 1’altra, o che fa parte di questa non ci sembra conciliabile in modo alcuno con quanto crediamo di avere dimostrato sulla diversa indole dei giudizi, mediante ripetute osservazioni sui nostri stessi fatti interni. Se in ciò non ci siamo ingannati potranno allora le verità stabilite servire non solo di base per la completa teoria del discorso, ma ci apriranno l'adito ancora a sciogliere agevolmente un gran numero di complicate ed oscurissime questioni che hanno tanto imbarazzato i grammatici e gl’ideologisti, perchè appuuto non avevano analizzato abbastanza 1'atto intellettuale che chiamiamo giudizio.  fo, indicativo, congiuntivo, ottativo, condizionato. Basti per ora un sol cenno di questi diversi modi di giudicare, perchè dovremo trattarne con qualche estenzione, nell’applicare la grammatica intellettuale alla grammatica italiana. Passiamo invece a trattare della facoltà della mente denominata raziocinio. La ragione è la facoltà della mente di combinare le idee. Esercitare questa facoltà è ciò che dicesi ragionare, ragion- dare , del rapporto che la mente non può discoprire a primo aspetto fra una idea A ? ed una idea B. Infatti allora diciamo esser essa costretta di ricorrere ad una terza idea G r ragion dare del rapporto fra le due idee A , Dal vocabolo “ragionare” è derivata la voce “raziocinio.” Dunque il raziocinio è la combinazione di una terza idea C [CONCLUSIONE – e termine mezzo] colla idea A [PREMESSA MAGGIORE], e poi colla idea B [PREMESSA MINORE], per potere effettuare la combinazione di A [SOGGETTO termine minore] con B [PREDICATO termine maggiore]. E perciò diciamo che la mente ragiona quando rintraccia mediante la riflessione tanto nella idea A, come nell’idea B una TERZA idea C, la quale per il suo rapporto cognito tanto coll’una che coll’altra delle due prime, dà luogo a proferire due noti giudizi, dai quali discende necessariamente il discoprimento del giudizio ignoto, vale a dire l l’evidenza del ricercato rapporto fra l'idea A e T idea B 5 ed è ciò appunto in che consiste il raziocinio. Per es. riguardo ai giudizi d'inclusione, per accertarvi die Y idea B, è inclusa nell’idea A, trovata che avrete la TERZA idea C, cosi ragionerete. L' idea A INCLUDE l’idea C y Y idea C iu-  cldde l' idea B , dùn ec. Nè si creda perciò che simili rapporti d'identità richiedano l’ajuto del raziocinio per farsi comprendere. Questi si scorgono veri intuitivamente ossia si presentano a primo aspetto evidenti. Evidenza. Giunta che sia la mente a vedere che e ciò che è come p. e. che 2 + 2 = 4 > eioè che 4 = 4 – cf. H. P. Grice on Kant 7 + 5 = 12; 12 = 12 5 « ... M , M I I Per servire all' intelligenza de’giovanetti su di una materia che a primo aspetto sembra alquanto astratta, potrà ricorrere il precettore a qualche confronto sensibilissimo, come sarebbe, se la scatola A include la scatola C, e se nella scatola C è inclusa la scatola B, ile s^ue necessariamente chela scatola A include la scatola B. 54 ossia che 4 è 4 ? od anche che un tutto = alla totale unione delle sue parti, cioè che la colle/ione totale delle parti di una cosa eguaglia tutte le sue parti, ossia che il tutto è tutto; allora, a quest'ultimo grado si arresta la niente, appagata alla vista del vero, cioè alla vista che è ciò che è, vista denominata evidenza. L'evidenza dipendente dal rapporto d'identità, od anche dalla differenza fra due idee astratte misurabili, si chiama evidenza di ragione. L' evidenza dipendente dai rapporti di eguaglianza, d'inclusione, di differenza, di tempo, di distanza, di situazione, si denomina EVIDENZA DI FATTO. Finalmente vien distinta una terza evidenza sul rapporto fra la nostra esistenza e qualche sua esperimentata ed intima modificazione j come per es. “io sento” y “io penso,” ec. Questa evidenza vien chiamata di SENSO intimo. Non è nostro scopo il tener qui discorso della MEMORIA riflessa della quale solo intende parlar ALIGHIERI (vedasi) quando ci dice che non fu scenza sen^a ritenerlo inteso, poiché non avrebbe fatto uso dei vocaboli scenza, inteso, se avesse voluto parlare di quella memoria che suol essere lo strazio della gioventù, perchè appunto ne fà essa uso della facoltà d'intendere, nè ci fa fare acquisto di ciò che veramente intendesi per scenza. Pervenuta la mente all'evidente cognizione della verità nasce nell'animo una certa tranquillità e sodisfazione quasiché giunta fosse al punto bramato. La cognizione della dipendenza di questa tranquillità dello spirito dalla verità evidente è ciò che dicesi coscenza – con-scenza -- per esprimere la scenza che abbiamo di noi stessi riguardo all'indicato rapporto; ond'à che la coscenza può riguardarsi quasi il sigillo della verità. Questo breve cenno da noi dato sulle idee, sulla loro combinazione, e sull'indole delle principali facoltà intellettuali vi farà intendere bastantemente la maniera esatta di esprimere col discorso i concetti della mente e potrà supplire a quanto dovrebbe forse restringersi in una logica chiara, utile, e compendiosa. In qualunque circostanza di vostra vita in cui dovrete giudicare o pronunziare una decisione qualunque converrà che vi cauteliate attentamente da ogni illusione riguardo alla vostra coscenza determinante, potendo accadere che i sentimenti di tranquilità di vostra coscenza, senza avvedervene, vengano m »- cliticati dalla vostra posizione, dai vostri interessi, dai vostri pregiudizi, dalle vostre stesse passioni, anziché venir determinati dall' intima convinzione della cognita verità. Certamente se v’andasse del nostro interesse, dubiteressìmo perfino delle dimostrazioni di Euclide -- Sentenza di un profondo filosofo. Alembert facendo l'elogio della grammatica di Dumarsais e specialmente della parte logica di questa grammatica cosi s’esprime: questo / ruttato contiene sopra .a metafisica tuttociò che è permesso sapere; il che vuol dire essere l’opera brevissima. DEL VERBO E DEGLI ASSERTIVI. Non V La discorso propriamente detto se non abbia un senso compito 5 ed il SENSO [avant Frege – Grice --] compito consiste nell’enunciare un qualunque giudizio, nell’affermare l'esistenza eia maniera d’esistere di un soggetto, nell'esprimere qualsiasi rapporto. Questo servigio ci vien reso da ciò che dicesi VERBO [cf. H. P. Grice: la dichotomia del Cratilo: onoma/rhema -- vocabolo che deriva dalla latina verbum -- parola. Fra una gran moltiplicità di verbi basterebbe il solo verbo “essere” per esprimere qualunque rapporto – H. P. Grice, “Aristotle on being and good,” “Aristotle on the multiplicity of being”. La forza asserente di questo verbo “essere” viene ad abbracciare con una voce *due* giudizi; i.° cioè riguarda l’esistenza di *due* idee j ed il 2. 0 quella del loro rapporto. Infatti proferendo voi il vocabolo “pera” non asserite né _che_ la pera esiste, né come esiste – cf. hicocervo -- ; ma dicendo “Questa pera è buona,” allora voi venite ad asserire non solo l’esistenza della pera e della bontà, ma insieme affermate l’esistenza del rapporto fra queste due idee, “pera” e “bontà.” H.P. Grice: “My exmple is “Smith’s dog is shaggy” -- Ora l’affermare l’esistenza delle idee e della loro maniera di esistere sarà ciò che chiameremo stato \ e diremo che il carattere essenziale del verbo “essere” consiste nclf asserire LO STATO – H. P. Grice: “I’m not sure what Teutonism Witters used, but Pears calls it ‘state of affairs’ --, ossia nell’enunziare due giudizi con una sola vr*?e. Lo stesso discorso ha luogo riguardo all'enunciazione delle altre classi di giudizi già da noi fissate 5 come per es., “La colonna A è uguale alla colonna B,” ec. Ma il verbo “essere” oltreché basta per se solo colla sua intrinseca forza asserente ad esprimere qualunque giudizio, ha ancora l’altra proprietà singolare d'incorporarci per dir così con 1 uno, ^7 o coir altro aggettivo per dare ad esso e fórma e vita in un tutto cognito sotto il nome di VERBO COMPOSTO, o come altri vogliono di aggettivo verbale. Così per es. “leggo” =def “io sono leggente” 5 “leggere” =def “esser leggente” =def “persona essente leggente.” Queste due proprietà eminenti del verbo “essere” lo banno fatto chiamare a buon dritto verbo, cioè “parola” per eccellenza – cf. Plato, RHEMA. Ma perciò appunto crediamo che questa caratteristica denominazione non debbi da voi confondersi con quella di tutti gli altri verbi composti, i quali d'ora in poi verranno da noi indicati col nome di assertivi, e ciò per fare intendere che il loro uficio primario consiste nell’esprimere l’asserzione della mente non solo riguardo allo stato del soggetto, ma riguardo ancora alla di lui azione. Questo duplice uficio essenzialmente proprio degl’assertivi -- o verbi composti -- ci viene da essi manifestato o in un modo detcrminato ed esplicito -- cioè manifesto – H. P. GRICE EXPLICATO --, come “leggo” =def “io sono leggente” 50 in un modo indefinito ed implicito -- cioè occulto – H. P. Grice: VELATO, IMPLICATO e CANCELLABLE --, come “leggere” =def “essere leggente” =def “persona essente leggente.” Ed è perciò che questa seconda voce deir assertivo è chiamata “infinito,” benché dovesse chiamarsi con più proprietà indefinito. L’indefinito in tutte le lingue è quella voce che pronunciasi prima di qualunque altra dell 1 assertivo tanto dai fanciulli, come da quelli che in* ( rapporto di passaggio, od anche d 1 avanzamento ; a indica rapporto di concessione o di tendenza: le altre, adesso, presto, tardi 9 oggi, domani, ieri, ec. esprimono i rapporti di tempo. Quelle : insino , Jino , si* no y ec. denotano rapporti di estenzione di spazio, ec. Diremo perciò che l’uficio delle preposizioni consiste nel legare vocaboli, asserendo l'esistenza de'rapporti in un modo più o meno conciso, sempre però analogo a quello dell'assertivo, quantunque con involute forme riguardo al servigio che ci prestano, il quale, non avendo quella generica estensione che abbiam veduto a vere, gl’assertivi che in se racchiudono ancora rapporti di tempo, di numero e di persona, perciò le preposizioni sono parole indeclinabili e gl’assertivi parole declinabili. Sempre però sarà vero esser proprio delle preposizioni il primario carattere degl’assertivi, che consiste nell’esprimere rapporti, nel legar vocaboli, nel formare proposizioni. E sotto questo aspetto riguardandosi da noi le preposizioni, potremo perciò denominarle vice-assertivi – dalla lingua latina, vice-roy. Etymology From Latin vice (“in place of”), ablative form of vicis. Compare viscount.  Prefix vice-  Taking the place or rank of (another person); deputy. Usage notes Not to be confused with numerical terms beginning with vice- as a variation of Latin vigenti and intending the number 20.  Derived terms air vice-marshal English terms prefixed with vice- vice-captain vice chair vice-chair vice-chairman vice-champion vice-chancellor vicecomital vice-consul vice-director vicegerency vice-presidency vice president vice-president vice-principal viceregal viceregency viceregent viceroyalty vice-skip Translations ±deputy Anagrams – H. P. Grice: “The prefix ‘vice-‘ should be preferred to ‘pro-‘ as in ‘pro-verb’! It’s more Latin and less Hellenic and ambiguous!” Avverbi. avverbio è cosi chiamato dai latini, perchè, secondo il loro parere, è una parola che vién posta avanti al verbo -- ad verburn. Ma ancorché si potesse da noi convenire su di tal carattere dell' avverbio, pure ciò non si verificherebbe in tutta l’estensione, unendosi l’avverbio talvolta coli' aggettivo, come: “molto dotto” – H. P.Grice: “We spent quite a few Saturday mornings analysing the implicatures of ‘VERY’ and ‘HIGHLY’ as preceding +-valued, ‘highly intelligent’ – and –valued ‘highly stupid’ – We concluded: How CLEVER language is!” --, talvolta con altro avverbio, come: “molto spesso.” Abbandonate però simili indagini, rintracciamo piuttosto la natura dell'avverbio. Potremo in esso conoscere l'indicazione abbreviata di un rapporto, la quale in sè comprende altrettante parole corrispondenti ad una proposizione, di cui è una espressione compendiosa – o ‘entimetatica’ – H. P. Grice. Infatti dallo sviluppo dei maggior numero degl’avverbi ci vien presentato senza equivoco un sostantivo, un aggettivo, e la preposizione colla quale, legando il sostantivo coll’aggettivo, asserisce il loro rapporto d’unione, e viene a formare una vera proposizione, come si rende manifesto dalle qui annesse maniere avverbiali con gl’avverbi, e colle corrispondenti proposizioni. Questo nostro opinare sull’indole delle preposizioni non è uniforme in modo alcuno a quello di Tracy. Ci dice quest'autore -- Milano -- che in tutti i casi le preposizioni non sono altro che aggettivi dito venuti indeclinabili. Poi soggiunge nel paragrato che segue: a il primo effetto delle preposizioni consiste nel morto vare certe relazioni fra un nome ed un’altro nome. Lasciamo al lettore l'impegno di rintracciare la verità della prima asserzione, e poi di conciliarla colla seconda.  Di bel nuovo s=s novellamente ssa con menta nuova = la mente fu ss V idea fu = la maniera fu nuova “Di concordia” =def. “concorde-mente ssa con mente concorde = la mente fu concoi de. “Di fatto” =def. “effettiva-mente” =def. “con mente effettiva.” “Di furto” =def. “furtivamente” =def eoa mente furtiva. “Di gran lunga” =def. :grande-mente” ssa in maniera grande =def. la maniera fu grande. “Di mano in mano” ssa successivamente ssa in maniera successiva. Di per sè — separatamente ssa in maniera separata. “Di proposito” =def. “attenta-mente” ss “con mente attenta” ssa la mente fu attenta. Ciò che si rende manifesto ancora in questi versi del TASSO (vedasi). A me che le fui servo, e con sincera mente l'amai, ti die non battezzata; ove con sincera mente =def. “sincera mente” ssa la mente fu sincera = l'idea fu sincera. Dunque la maggior parte degl’avverbi si presentano chiaramente formati dall'assertivo, dall'aggettivo e dal sostantivo “mente” se il suo aggettivo è riferibile ad oggetto intellettuale, o dal sostantivo maniera se riguarda oggetto sensibile – H. P. Grice: “I implicate otherwise when I choose ‘mean’ as in ‘Those thirteen spots ‘mean’ measles – seing that ‘mean’ is cognate with ‘mind,’ and gives all sorts of complications to the Italian language!” L 1’avverbio fa da proposizione o per dare una maggior determinazione al significato di un' altra proposizione, od anche per aumentare o scemare a fòrza di altro avverbio. Valgauo i seguenti esempi. Il timore fu SEMPRE un consigliere fallace ssa il timore fu consigliere + fu fallace + IN TUTTI I TEMPI fu fallace. La Religione Cristiana vuole che gl'uomini si riguardino come fratelli; che si amino SINCERA-MENTE; promette premj in proporzione del Lene , e minac- cia castighi CORRISPONDENTE-MENTE al male che essi si faranno reciprocamente = la Religione Cristiana vuole -f che l'uomo veda V uomo eguale ad un suo fratello -|- che l'uomo ami f uomo -f- che l'amore sia SINCERO; promette premj + eguali ai servigi buoni -f~ minaccia castighi -^-eguali al male -f- fatto dall'uno all'altro. Tito, PIÙ clemente di Cesare, fu obbedito per amore = Cesare fu clemente -f- la clemenza di Tito fu SUPERIORE a quella di Cesare. Qui l’aggettivo più modifica l'aggettivo “clemente” della prima proposizione, oltreché forma la proposizione: la clemenza di Tito fu superiore a quella di Cesare. Alessandro, assai PIÙ fortunato di Serse , abusò molto di sua grandezza = Serse fu fortunato + la fortuna di Alessandro superò quella di Serse -f- questa superiorità fu grande + Alessandro abusò di sua grandezza + f abuso fu esteso. Si vede in quest'esempio che l'avverbio “assai” modifica l”altro avverbio “più” – H. P. Grice: “Highly stupid” – “Exceedingly hihgly stupid” --; che tutti due insieme modificano l’aggettivo “fortunato” \ che 1'avverbio “molto” modifica r assertivo abusò. Per sentire ancor più la forza di modificare che hanno le incluse proposizioni, basta esporre la medesima frase, senza gl’avverbi “assai” e “molto” – H. P. Grice: He is stupid. Austin: He is HIGHLY stupid” --, dicendo, Alessandro, più fortunato di Serse'j abusò di sua grandezza. IT avverbio, non avendo mai alcun rapporto col sostantivo, ed escludendo perciò ogni rapporto di numero e di persona, sopra i quali ancora si estende la forza dell'assertivo, non è da maravigliarsi se resti indeclinabile. Tuttavia ci sarà sempre lecito di chiamarlo “vice assertivo,” – H. P. Grice: “I love that prefixal use of that very Latin ‘vice-‘! -- avuto riguardo all'uficio che esso ci presta, coll’asserire 1'esistenza dei rapporti, col legare vocaboli  é col formare proposizioni, che servono a modificarne delle altre. È piaciuto ai grammatici di farci distinguere gl’avverbi col classificarli, facendo dipendere ciascuna classe dal carattere del rapporto determinato dall'aggettivo che vi si trova incluso: e perciò avremo rapporti di certezza, di probabilità, di tempo, di luogo, di numero, di similitudine, di quantità, di qualità, d’ordine, ec. Riporteremo qui alcune di tali classi Colle rispettive forme avverbiali. Rapporti di certezza affermativa e negativa. “Per certo” =def “certa-mente” 5 senza fafcj = infallante-mente 5 per appunto =x esatta-mente; affè= in fede mia = sulla mia fede 5 per niente ±=s mica =± nò sicura-mente ; oibò = per nulla = no certa- mente; sì, nò, non ì sono proposizioni clittichc -- compendiose; per es. “State bene?” “Sì” =def. +> “Stò bene.” Così: rada. . . A morte? — No. Peggio. — E dove ? — “A Roma?”— “SI.” Rapporti di probabilità' e di dubbio “Con probabilità” =def verisimil-mente. Come è facile = natural-mente. Forse — può darsi sa ciò è facile sas facil-mente. A un dipresso = circa = approssimativa-mente. Rapporti di tempo. “In questo punto” =def. “ora”. In prima — dianzi. In appresso = poscia. A beli' agio = lentamente. “Di quando in quando” =def. “interrotta-mente. “Allora” =def. “in queir ora”. Fin d* ora =ss fino da questo momento. Rapporti di numero. Spesse volte= soventemente. Qualche volta — talvolta. Assai volte ss spesso. “Con frequenza” =def. “frequente-mente. Rapporti di quantità'. Olire misura = soverchiamente. Quanto &z,?ta = Lastantemente. In minor quantità = meno. In maggior quan- tità = “più”. Tanto, cotanto, quanto, molto, troppo; con iscarsezza = scarsamente ec. Rapporti di qualità e modo. Senza errore =def. bene. A modo di =def. come. Di buon gra- do =def. volentieri =def. con buona volontà. A bello studio =def. avvedutamente. A capriccio =def. capricciosa-mente. Di soppiatto =5= nascostamente. Alla scoperta =def. scopertamente. Con prontezza sa pronta-mente ec. 7Rapporti cT ordine. A vicenda = gradatamente. In primo luogo =def. primieramente. A poco a poco =def. gradatamente = per gradi ec. Rapporti fra interrogazioni e risposte. Per qual ragione =def. perchè ec. Da questa nostra analisi soli l’indole delle preposizioni e degl’avverbi potrete comprendere con quanta verità ci dica Tracy che abbiamo parole in gran numero le quali non esprimono una idea intera, ma un solo FRAMMENTO d J idei* -- H. P. Grice: “I found myself saying the same thing when I wondered if it makes SENSE to speak of the SENSE of ‘to’ or or’! --; e tali sono le preposizioni egli avverhj -- Milano. E dovete notare puranche essere cosi accetta a Tracy questa vista tutta sua, che ci va ripetendo più e più volte Cile certe parole non esprimono una idea intera compita – H. P. Grice, UTTERANCE-PART, UTTERANCE-WHOLE -- ed unica (371, e che non sono che espressioni di porzioni df idee. In quanto a noi contesseremo ingenuamente che la nostra insufficienza ci rende incapaci di comprendere questa nuovissima metafisica trascendinte di Tracy sulle frazioni delle idee. Bramiamo bensì che altri di più acuto senno si occupi a renderla accesibile col dimostrarne la yerità. Altrimenti potrebbe accadere che taluno applicasse a questo autore quanto esso stesso ci dice riguardo al metafisico Harris – H. P. Grice: “... whom Chomsky, of all people, encouraged me to read more closely – ‘and none of your redneck behaviourists!”: il merito di questo scrittore è stato pur v un istante presso noi vantato furiosamente, quantunque non ne avesse gran titolo. Congiunzioni La congiunzione veste non solo il carattere che è proprio di qualunque assertivo, di legare cioè lue vocaboli, e formar così una proposizione; ma inoltre questa proposizione serve di legame per unire una proposizione secondaria, che diremo di senso relativo con Un altra primaria che denomineremo di senso ASSOLUTO. Il doppio uficio di legare di un tal vocabolo lo fa chiamare con giusto titolo congiuntivo: perciò denomineremo proposizione congiuntiva quella che dalla congiunzione viene a formarsi. Accertiamoci di tutto ciò cogli esempi. 10 “Non veggo come voi siete qui venuto” =def. “io non veggo una cosa questa consiste nella maniera con cui ec. Questa seconda proposizione racchiusa nella congiunzione “come” serve a congiungere la prima proposizione ASSOLUTA, “io non veggo” con la seconda relativa ‘voi siete qui venuto,” la quale dà compimento al SENSO della prima. “Cesare fu eloquente E guerriero” =def. Cesare fu eloquente + Cesare combinò l'eloquenza coli'esser guerriero. La verità è utile E bella, benché non ci lusinghi = la verità è utile “+”  la verità è bella que» sti suoi caratteri si conservano immutabili -{- nel tempo stesso che non ci lusingano. Fu detto ad un Imperante: Voi dar potete la cittadinanza ad un uomo, MA – cf. H. P. Grice: ‘the colour of ‘but’ -- non già ad una parola” =def. “Voi dar potete la cittadinanza a un uomo “+” questo vostro potere non si estende + a far cittadina una parola. Il governo di Solone fu popolare E torbido \ quello di Licurgo fu popolare e ruvido \ quello  7 1 di Romolo fu soldatesco E conquistatore =def. il governo di Solone fu popolare -|- fu torbido -, quello di Licurgo fu popolare -f- fu ruvido ; quello di Romolo fu soldatesco -f- fu conquistatore. Questo principio è vero O –- H. P. Grice: my second truth-functional connective – falso” =def. “Questo principio è vero” + “se non è vero -f questo principio è falso.” Qui la congiunzione – o DIS-giunzione “o” forma la proposizione IMPLICITAMENTE condizionale: SE non e vero, la quale è il legame della relativa colla PRINCIPALE. “Veggo CHE applicate allo studio” =def. “veggo una cosa” -\- questa cosa è -f- il vostro applicare allo studio. “Io non dico che questa cosa” =def. “Io non dico altra cosa -j" i° dico questa sola cosa. Non sempre però una delle proposizioni congiunte, cioè la PRINCIPALE, è espressa – O EXPLICATA H. P. GRICE --, specialmente quando si fa uso di congiunzioni per interrogare; per es. “Perche siete voi entrato? “Come ne usciste? =def. “Io domando una cosa -f- questa c la ragione per cui -j- voi siete entrato? IO DESIDERO SAPERE una cosa + questa è la maniera con cui -f- voi De usciste ? si vede qui che le congiunzioni per- chè , e come contengono e la proposizione principale, e la proposizione congiuntiva. Potremo dunque concludere i.° essere la congiunzione e uua frase compendiosa, che equivale sostanzialmente ad una proposizione congiuntiva, la quale lega sempre DUE altre proposizioni, espresse ambedue, o espressa la relazione soltanto, venendo inclusa la principale nella congiunzione medesima,  -- Tracy parlando del carattere delle coogiuuzioiù cosi sì esprime: s il carattere distintivo delle congiunzioni consiste nel legare una proposizioi.e con un'altra le congiunzioni sono parole elittiche, che l'anno le veci di un' intera proposizione. darebbe fo;sc dui- Poter riguardarsi la voce “che” – cf. H. P. Grice on J. L. Austin on the ‘that’-clause, significa che --  “questa cosa la quale” è quasi congiunzione per eccellenza, atteso che allora i vocaboli hanno il carattere congiuntivo quando possono risolversi in qualche modo in preposizioni esplicite mediante la congiuntone che, capace ancor essa di ulterior determinazione, sempre però analoga al fissato carattere delle congiunzioni. Vediamolo ancora coli' addurre il valore di parecchie altre congiunzioni. “Così” =def. “essendo la cosa nella maniera che ho detto, ne segue che”. – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson on ‘so’ (or therefore) as asserted, and ‘if’ as unasserted. “Ora” =def. “a quanto si è detto aggiungete che.” “Dunque” [cf. H. P. Grice: “Jack is an Englishman; he is, therefore, brave” =def. :da quanto si è detto, devesi – ground-floor -- concludere che” -- Conciosiachè , imperciocché, perchè, giacché, ec. equivalgono alle espressioni: una delle ragioni, uno dei motivi, di ciò che si è detto si è che. “Pertanto,” – “if p, THEN q” -- intanto, ciò non ostante, però – cf. “ma” – SHE WAS POOR BUT SHE WAS HONEST” – H. P. Grice --, e simili, impiegate come congiunzioni, tengono luogo delle frasi seguenti: per le cose che si sono dette, o fatte, si vede, succede, si può dire, viene opposto, che; Ad (in vece), nello stesso tempo che queste cose si sono dette, o fatte y viene opposto, si può dire, che -, Eppure 5= malgrado di ciò che si è detto, o fatto, viene opposto, si può dire, che* Acciocché =def. a questa cosa la quale è. Affinchè =def. a questo fine il quale è. Perchè =± per questo fine che è. Purché = pure che =def. se condizionale. derabile che Y tutore si fosse data la pena di conciliare queste due eipressioui. UIQ 73 , “Se” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson, “if and >” -- =def. “nella supposizione che,” “ciò posto che,” “verificata la condizione che.” “Ma” – H. P. Grice, She was poor but she was honest” =def. “a ciò che si è detto, bisogna aggiungere, per correttivo, per restrizione, per eccezione, ec. che.” Essendo adunque di tanta importanza le preposizioni e le congiunzioni, e prestandosi nel discorso ad ufici sì nobili, non è meraviglia che i sommi grammatici abbiano caldamente raccomandato ai giovani lo studio il più profondo del giacimento di esse particelle nel discorso. Ma su di ciò ne parleremo a suo luogo. Le interjezioni sono vocaboli formati da una certa emissione SPONTANEA – H. P. Grice: Non arbitraria – if he hollers, he is in pain” -- di voce, che io chiamerei la primitiva favella del cuore con la quale furono espressi dall'uomo i suoi sentimenti, i bisogni, i desiderii in quel momento in cui tutto per esso era meraviglia, o piacere, o DOLORE – “MY choice!” – H. P. Grice. Ciascuna di queste voci è il compendio di una o due proposizioni. Servono le interjezioni per esternare: i.o Sentimento di dolore fisico o morale 5 tali sono le seguenti: “ah,” “ahi,” “ohi” =def. “io sono infelice”; “io sono addolorato”. “Ahimè” =def. “io soffro” -f- +> “soccorrete me”. ■Ahi dura terra perchè non t' apristi ! 2.0 Esortazione , o preghiera, come: deh =2 io vi prego f fate ciò ; di grazia fatelo. 3.o Indisposizione contro alcuno; come eh ! 4-° Amarezza di spirito, come ; lasso— io so:io misero, infelice me. 5.° Ammirazione, come: “oh!” =def. “può esser que-‘ y4 . sto ? ovvero gioja , come “oh!” =def. “quale ineffabile dolcezza!” Eccitamento di collera; come: “deh” — vi pre*» go + lasciatemi stare. Disprezzo, o disgusto, come, oiiò=^va via + ciò non può essere , ec. Brama di avere alcuno , come : o/ó = chi sta là -f- bramo che venga qua. Dunque le iuterjezioni fanno ancor esse le veci degl’assertivi. E siccome sono espressioni generis che di chi le proferisce – H. P. Grice: il proferitore – the utterer -- , perciò , escludendo il numero e le persone, restano indeclinabili, LT analisi da noi istituita in questa prima parte del comune linguaggio, sembra che ci abbia condotti a poter concludere: Che lo studio delle lingue consister deve in un analisi che si approssimi per quanto è possibile al metodo analitico dei matematici. Infatti abbiamo avuto luogo di osservare che un vocabolo composto non è che il risultato di un' addizione 5 ona' è che nella totalità delle parole costituenti una lingua possiamo scorgere quasi tante formole risultate dal calcolo. Che sei sono le parti che si rendono indispensabili per il discorso in qualunque lingua, vale a dire: il nome sostantivo, il nome aggettivo, l’accompagnanome, il vice-nome, l’assertivo, il vice assertivo, Vedremo poi nella se- ti) La voce “calcolo” deriva dalla latina mietili – sassolini --, attesoché con i sassolini, o colle dita si effettuavano in origine le composizioni e le decomposizioni di un'ammasso di unità, ed anche delle parti eguali della unità, nel che appnnlo anche adesso il calcolare consiste. Vi piaccia confrontare i nostri sei elementi del discorso con quelli che vengono fissati da Tracy. Abbiamo, egli dice, u undici elementi delle proposizioni delle lingue parlate; cioè: nomi, pro-nomi, aggettivi, articoli, verbi, participi, prepo- ni  conda parte, parlando della lingua italiana, che il segnacaso può annoverarsi anch'esso fra gl’elementi del discorso; o si riguardi come vocabolo separato, ciò che accade nella lingua italiana, ed in altre lingue, ovvero come una varietà di modificazioni finali, o desinenze del nome, che servono ad indicare appunto la varietà de'suoi rapporti; ciò che si verifica nella lingua latina. In quanto poi a codesti variati rapporti d'identità, d’eguaglianza, di differenza, d’inclusione, di situazione, di tempo, osserveremo che quelli delle prime quattro classi furono denominati espliciti , mentrè furono chiamati impliciti i rapporti delle altre due classi.] sizioni, avverbj, congiunzioni, interjezioni, e particelle. Effettuato che abbiate il confronto potrete accorgervi se siano elementi del discorso le preposizioni, le interjezioni, le particelle, o piuttosto elittiche proposizioni. Per es. sceglieste ? Sì. Enon ? Nò. Voi ben vedete due compendiose proposizioni nelle due particelle “si,” “nò.”  jYOME E PRONOME DELLA LINGUA ITALIANA, ^- • 3N"ei nomi e nei pronomi della lingua italiana distingueremo tre caratteri principali : i. p II Genere mascolino o femminino: Il Numero: singolare, [duale], o plurale. Il Caso che varia col variare del rapporto del nome e del pronome. Genere Gli oggetti che più interessano l’uomo, dopo i suoi simili, sono al certo sii animali. Perciò dir ridendosi le prime osservazioni umane 9 e sopra gl’uomini, e sopra gl’animali, poterono scorgervi DUE SESSI distinti: maschio l’uno, femmina l'altro. Da questa distinzione di DUE SESSI derivarono due classificazioni por genere riguardo ai nomi \ vennero distinti I NOMI MASCOLINI ed i nomi femminili in due generi. Quei nomi che non appartengono nè all’una, nò air altra di queste due classi furono detti neutri e questi costituiscono una terza classe, la più numerosa dei nomi degli esseri. b^oogle Se fra i greci, e fra i romani furono i nomi maschili ed i femminili introdotti indistintamente dall' uso nella classe dei loro nomi neutri 5 vice-versa un gran numero di neutri furono collocati ad arbitrio nell'una, o nell'altra delle due prime classi. Nella lingua dell’ANGLIA trovansi classificati i nomi come si voleva dalla natura degli esseri, e perciò i nomi maschili e femminili non si usano che per gli esseri animati -, appartenendo alla classe de'neutri i nomi tutti degl’esseri inanimali. Ma la nostra lingua, rigettando affitto il genere neutro, fa dei nomi di tutti gl’esseri due sole classi, la mascolina cioè, e la femminina; facendo intendere, colla variata terminazione del nome, se esso aveva il carattere del genere mascolino ovvero del genere femminino. I maschili si fanno terminare per lo più in “-o” nel singolare, ed in “-i” nel plurale; ed i femminili in “-a” nel singolare, ed in “-e” nel plurale. E vero bensì che i nomi: “papA,” “monarcA,” “podestÀ,: ed altri simili, indicanti Sovranità, sono MASCOLINI terminanti in “-a” ma se ben si attende potrebbe supporsi che questi, nel cambiar genere, abbiano conservata la desinenza femminina del nome sovranità, dal quale derivano. Lo stesso potrebbe intendersi dei nomi maschili, “poetA,” “GeometrA,” ec. Non riesce però egualmente agevole il far conoscere il genere dei nomi terminanti in “-e” nel sin- golare ed in “-i” nel plurale, spettando questi indistintamente all'uno, e all’altro genere. Ci contenteremo dunque di dire, che SAREBBE STATO DESIDERABILE che ciascuno dei due generi avesse avuta una desinenza sua propria, per. es. in “-o” i maschili tutti, in “-a” 1 femminili. Ma , oltreché NON PUÒ SUPPORSI ESSERE STATI FILOSOFI TUTTI I PRIMI FORMATORI DI UNA LINGUA COME L’ITALIANA, deve ancora osservarsi clic nelle lingue, formate a poco, a poco, e quasi senza accorgersene e senza premeditato divisamente, non poteva ottenersi che venisse, da una regola fissa e costante, collocato ciascun nome nella sua classe convenevole, facendo terminare in una stessa maniera tutti quelli che spettavano ad un medesimo genere. Ed ecco il perchè ahhiamo in femminino, “imagO,” “manO -i, ed altre consimili terminazioni. Che se il bisogno e la curiosità portò sempre gì’uomini all' osservazione, ali 1 esame, alla distinzione delle cose, s’intende perchè alcune terminazioni maschili o femminili, restate in origine comuni ai due sessi di parecchi animali poco accessibili o poco utili all'uomo, continuino ad esserlo anche al presente, dicendosi: serpentE, tordO, lucciO, corvO, aquilA, trotA, panterA, ec. senza alcuna distinzione di maschio, o di femmina. Vi sono poi certi nomi che nell’uno e nell’al- [Saremmo bramosi di conoscere perchè da un sommo scrittore moderno siasi prescelto di applicare alla mano sinistra, l'aggettivo stanca piuttosto che l'altro manca? Se alla mano dritta venne forse associato l'aggettivo destra attesa la sua maggior destrezza nell' agire in confronto dell'altra mano mancante di una eguale attitudine, per cui fu forse denominata mano manca; allora l'aggettivo qualitativo stanca parrebbe dirci che codesta mano, meno attiva in confronto dell'altra, è, quasi fosse il corno, già lassa di agire. Ma questo significato, anziché proprio, sembrerebbe doppiamente figurato, e perciò conforme piuttosto alla lingua poetica. Potrà qui notarsi che presso noi la mano sinistra, cioè di sinistro augurio, non ha più quel significato simbolico, che annettevano gl’antichi a questa mano. Il vocabolo mancina, si adopera senza il sostantivo mano perchè fa da aggettivo sostantivato di manca. Uigitizeo by tro genere promiscua me a te si adoperano, e che perciò gli diremo di genere comune, come, fonte, fune, fine, arbore, grande, sapiente, illustre, con molti altri. È noto pure che dicesi: forte guerriero, donna forte \ illustre letterato, famiglia illustre , ec. Altri ve ne sono che variano genere colla variazione del significato dell 1 individuo cosi; oste è maschile se indica albergante; e diviene femminile se addila esercito nemico \ similmente diremo che tema -- colla è stretta -- per timore è femminile 5 mentre è maschile tèma -- colla è larga -- che esprime argomento. Cf. Grice CONtent, conTENT. Non mancano di quei nomi che variano genere e non già significato col variare la vocale finale; cosicché se sono maschili i nomi orecchio, briciolo , ec. sono poi femminili i corrispondenti orecchia y briciola , ec. Molti maschili che terminano nel singolare in “-o,” benché conservino nel plurale lo stesso genere, prendendo la terminazione in “-i” j pure se , per eleganza, si varierà la “-i” in “-a,” diverranno allora femminili; come: dito, diti, dita; membrO, membrI > membrA } cigliO > ciglI, cigliA; ossO, ossI, ossA; fruttO, fruttI, fruitA 1 cervellO, cervellI, cervellA 5 ec. Vi sono di quei nomi che, essendo maschili nel singolare, passano ad essere femminili nel plurale, coll’unica variazione dell’ “-o” in (?) $ come: moggiO, moggiA; centinaO, centinaiA j paiO, paiA ] migliaiO, migliaiA, ec. Osserveremo qui: i.° Esser costume, per distinguere gli alberi dai respettivi frutti, cT indicare i primi con la desinenza in “-o” mascolina, dicendo, “un perO”, “un castagnO,” ed i secondi con desinenza femminile in “-a” come: “una perA,” “una castagnA,” Bo eccettuando però le voci Jico , cedrO, aranciO -, ec. che hanno un sol genere mascolino, ed una sola terminazione tanto pell’albero , che pel frutto. Che quelli in “-tore” hanno per lo più il femminino in “-trice,” p. e. “attore,” “attrice.” Che i mascolini leone, cane, barone, principe, conte, marchese; ec. fanno nel femminile “leonessa,” “cagna,” “baronessa,” “principessa,” contessa,” “marchesa” -- od anche “marchese al femminile – cf. Elizabeth II who was the Duke of Lancaster -- )^, ec. Passiamo ora al secondo carattere. Numero. Il numero, nel senso grammaticale, è la differenza che passa fra il nome di un individuo, ed il nome di più individui. Si è già osservalo che l’elemento uno è quel numero singolare che forma tutti i numeri. È di qui che dir poi remo, ci le il nome individuale, che indica unità d’individuo, associandosi sempre con il numero singolare uno o espresso, o sottinteso, venne chiamato di numeio singolare, ed il nome che indica pluralità d'individui , fu detto di numero plurale – cf. DUALE. Come nella lingua italiana si vede distinto il carattere mascolino dal femminino colla terminazione dei nomi; cosi vi si scorge distinto il carattere del numero colla variata terminazione dei nomi medesimi. Onde fissar potremo, Che tutti i nomi mascolini, di qualunque terminazione nel singolare, finiscono in “-i” nel plurale. Che i nomi femminili che terminano in “-a” nel singolare, finiscono in “-e” nel plurale. Che i nomi femminili che nel singolare terminano in -e od in -o, nel plurale finiscono ia Ci). ( - ' Sarà qui opportuno di osservare non essere compatibili le terminazioni di ambedue i numeri con tutti i nomi, essendo alcuni di natura singolare j ed altri d'indole plurale. I primi sono tutti nomi individuali – DANTE ALIGHIERI --, siano personali, siano propri – DANTE ALIGHIERI --, siano astratti – SPERANZA -- perchè non possono riguardarsi che come isolati 5 onde diremo unicamente in singolare: A/e- tastasio, Goldoni, Alfieri, Nota, Niccolini, ec. Oro, argento, carità, prudenza, speranza – cf. speranza --, fame, sete, ec. Benché per dare una maggior dignità ad uomini celebri diciamo: “I Cincinnati ed i Washington collocarono la patria fuori di loro; mentre Cesare la collocò tutta in sè”; e ciò per fare intendere che ciascuno dei primi due – CINCINNATO, WASHINGTON -- fu di animo tanto grande da non potersi concepire ristretto in un solo individuo } e perciò codesti nomi al plurale – THE GRICES ARE RIGHT -- non vengono in realtà impiegati come nomi proprj, ma come nomi generali, come nomi di classi. Nomi irregolari od anomali. Rigirirdo ad alcuni nomi che escono di regola, e che con greca voce diconsi anomali – cioè, privi di regola -- fisseremo le seguenti leggi. I nomi specie, superficie, serie, progenie, ritengono nel plurale la stessa terminazione. Dee dirsi lo stesso elei nomi: virtù, servitù, schiavitù, di quelli in somma che nel singolare terminano coll’ “-ù” accentato – “Come la virtu, la filosofia e entiera – Grice --, i cui intieri sarebbero virtude, servitude, schiavitude ec. e terminerebbero perciò nel plurale in -i. a. a I nomi città, bontà, nobiltà, Bassà } ec. 8-2 non cangiano terminazione nel plurale. GÌ 1 interi di tali nomi termi nereLbero in -e nel singolare, in -i nel plurale. Lo stesso deve dirsi del monosillabo “rè,” il cui intero è JRègc. Parecchi maschili hanno nel singolare doppia terminazione v per es. mocchierO, NocchierE; ConsolO y ConsolE; ScolarO, ScolarE, ec. Nel plurale però non ne ammettono che una, cioè la -i che è comune a tutti quelli che terminano in -o, od in -e nel singolare. Altri all'opposto hanno una semplice terminazione nel singolare, e due nel plurale, una delle quali in -a j per es. dito, diti, ditA, ec. come si osservò altrove. Parecchi femminili hanno doppia terminazione nell'uno e nell'altro numero, per es. vestA e vestE, vestE e vestI \ frondA e frondE, frondE e fiondi \ ec. E ben vero però che nel plurale usasi con più eleganza la terminazione in -i)j non servendo quella in -e che per il discorso famigliare. Ed eccoci a dover tratiare del terzo carattere. Caso. Se la terminazione fi naie del nome bastò a farci distinguere nell'individuo tanto il carattere del suo genere, quanto quello del suo numero 5 resta ancora a desiderarsi che codesta variata terminazione – I me mine -- o desinenza (iì servisse, come nella lingua latina a farci agevolmente comprendere le diverse maniere di esistere di ciascuno individuo, i variati aspetti sotto i quali ce lo rappresentiamo $ i differenti suoi rapporti; in una parola i diversi casi in cui può esso trovarsi o da noi concepirsi. Desinenza vocabolo derivante dal latino “desinare,” finire, A queste variate desinenze, mancanti nella lingua italiana, è stato supplito con certi vocaboli i quali, pre-posti al nome tanto nel singolare come nel plurale – Hardie “of” – H. P. Grice --, servono appunto a farci distinguere i sei diversi casi del numero singolare, ed i sei del plurale. Codesti vocaboli, si denominano segnacasi. Incominceremo dal fissare: Che nella lingua italiana l’accompagna-nome “il,” ed anche “lo” peri i mascolino singolare, si trasforma in la per il femminino parimente singolare. Nel plurale poi prende F una delle forme i , //, gli , per il mascolino, e “le” per il femminino. Che per distinguere i diversi usi del nome e del pronome tanto singolare che plurale, le sette indicate forme dell' accompagn-anome “il” s’associano coll’una o coll’altra delle tre proposizioni di> a, da , secondo il rapporto del nome, o sia il suo caso" diverso. Che il primo dei sei casi fu chiamato nominativo, il 2.° genitivo (i), il 3.° dativo, il 4.° accusativo o CAUSATIVO, il 5.° vocativo, il 6.° ablativo. 4-° Che nel singolare, le voci iZ, /o, associandosi col nominativo per farcelo concepire in una situazione distinta, individuale, indipendente , le diremo segna-nominativo. Queste stesse tre voci vediamole in combinazione. Presso i latini il genitivo singolare è il caso primitivo o radicale da cui, col variare la sua desinenza con altro desinenze, si fecero derivare tutti i casi, tanto del singolare, che del plurale di un nome. Ed è forse perciò che questo caso . quasi GENERATORE di tutti gì' altri che da quello derivano, è chiamato “genitivo”.  i. u Colla voce di , per avere di- il— del; di la ideilo; di-la-=. della-, cioè il segna-genitivo, che esprime il rapporto di questo caso. Colla voce a per formare a~il = al ; a-lo=z allo ; a-la = alla ; che sono il segna- dativo. Colla voce da per ottenere da-il = dal 5 da-la—dalla ; da-lo=.dallo; cioè il segna ablativo. Le voci i7, /o, /a, isolate, servono non solo per il nominativo, ma pell’accusativo pur anche. Il vocativo è distinto colla semplice vocale “o” pre-messa al nome – cf. SEBASTIANUS SEBASTIANE Le vociai, a, da, ancora nel loro stato semplice si associano con i loro casi respettivi. Nel plurale le voci 1 , lì y gli sono i diversi segna-casi del nominativo, e accusativo mascolino, e la voce “le” serve al femminino dell'uno e dell'altro caso. Con questi stessi monosillabi i , li , gli , le si composero: Pel genitivo, le voci di-i = dei, di-li = dclli, di- gli = degli, di le — delle : Pel dativo, le voli a-i = ai, a-li ~ alli, agli — &gfà > &-le = alle. Pell’ablativo, da-i = dai-, da-le = dalle , da- gli = dagli , da-le = dalle. Il vocativo ritenne la vocale “o” come nel singolare. Ai nomi maschili, che incominciano da consonante, si uniscono i segnacasi il , del , al, dal nel singolare , e nel plurale i o li , dei o detti , ai o alli, dai o dalli. Ai nomi maschili, che incominciano da vocale, o dalla s seguita da altra consonante, si associano i segnacasi lo, dello, allo, dallo, nel singolare j e nel plurale gli, degli, agli dagli. Ai nomi femminili, senza distinzione d' inco- oy  nuiiciamcnto, vanno ad unirsi" i segnacasi la, della, alla, dalla nel singolare, e nel plurale le, delle, alle, dalle. Che il nominativo si chiama anche reggente atteso che regge il discorso – retto/obliquo. E siccome il nominativo è indipendente, e sostiensi per se stesso, perciò è denominalo ancora caso retto, assomigliandolo ad una linea retta perpendicolare, cioè situata verticalmente senza alcuna inclinazione; e per 1'opposta ragione sono denominati obliqui tutti gli altri cinque casi, abbisognando, per dir così, del caso retto che sostenga la loro inclinazione, o dipendenza. Premesso tutto ciò / vediamo la forma che prende ciascun segna-caso per esprimere i sei casi diversi del singolare, ed i sei del plurale del nome con cui si associano. La voce “de-clinare,” da cui deriva il vocabolo “de-clinazione,” vuol significare, nella sua etimologia, quel nostro recedere dalla desinenza radicale d’un nome per passare ad altre desinenze successive dipendenti da quella, siccome accade nei nomi greci e latini. In queste due lingue spinti gl'uomini dall'impeto dell'immaginazione nel concepire felicemente una riunione di rapporti, e nell’esprimerli riuniti in un sol vocabolo, formarono dei composti colla voce radicale, e con certe variate desinenze come mezzo opportuno per significare la varietà de'casi in cui può trovarsi un'oggetto riguardo ad altri oggetti: per es. nella voce “ama-ba-mus” troviamo la combinazione di sette rapporti, come vedremo. Nella lingua italiana, mancante di una eguale energia riguardo alle desinenze dei nomi, è supplito coll’associare al nome certe voci denominate segnacasi che, facendo le veci delle variate desinenze dei nomi latini, ci procurassero il medesimo risultamento. Tre classi di declinazioni si sono formate dei nomi italiani, dipendenti da tre desinenze in -a, -e, -o del nominativo singolare, e da due in -e ed -i del nominativo plurale \ desinenze di tutti i nomi italiani, a riserva di pochi tronchi, come “virtù” in luogo di “virtude,” ove vien troncato il “-de” finale. Di queste tre classi daremo tre esemplari da servire come modelli ai quali dovrà riferirsi la maniera di declinare tutti i nomi italiani. Denominazione dei nomi maschili. I. Declinazione che termina in “a” nel singolare ed in “i” nel plurale - Singolare Plurale. i II » Li i Del dif Delli dei 3 Al a> “profetA” Alli ai, o a'}Profeti 4 II 6 Dal da I II Li t Dalli, dai, oda') II. Declinazione. Questa nel singolare ha la desinenza in e, nel plurale in i. Singolare Plurale i II •> Li 1 a Del dif Delli dei/ 3 Al a>Genitore Alli ai, a' >Genitori 4H ( Li ( 6 Dal daj Dalli, dai, da')  III. Declinazione. Questa finisce in o nel singolare, ed in t nel plurale i. Singolare Plurale 1 Lo il) Gli, li, i \ 2 Dello di/ Degli, delli, dei/ i Allo, al, a /Scherzo Agli, alli, ai >Scherzi 4 Lo (Pianto Gli, li, i (Pianti 6 Dallo,dal,daj Dagli, dalli, dai) te Declinazioni dei nomi femminini L Declinazione. ALbraccia questa tutti I femminili che terminano in a nel singolare , ed in e nel plurale (2). ■ v Singolare Plurale 1 La } Le ' \ 3 Della di/ Delle di/ 3 Alla a^Terra, Alle a^Terre 4 La l Le t 6 Dalla da) Dalle da) II. Declinazione. In e nel singolare, ed in i nel plurale. I nomi colle desinenze del singolare in -co, -go , se hanno avanti a tali sillabe la consonante finiscono nel plurale in -chi, -ghi , p. e palco, palchi / albergo, alberghi. Si eccettui il vocabolo porco che fa porci. Quando poi hanno la vocale avanti , terminano d'ordinario in ci , gi ; p. e. medico, medici j teologo , teologi; dico d' ordinario perchè vi sono molte eccezioni ; p. e. fichi , fuochi, cuochi, luoghi, dialoghi , ec. I nomi che nel femminino finiscono in -ca , -ga , hanno il plurale in -che, -ghe ; p. e, monaca, verga; monache , verghe- 88 Singolare Plurale i La ì Le a Della di/ # Delle dil 3 Alla a >Genitrice Alle a>Genitrici 4 La 1 - Le 6 Dalla da) Dalle da III. Declinazione. In o nel singolare , ed In i nel plurale. Singolare Plurale i La "\ Le a Della dil Delle di 3 Alla a>Mano Alle a>Mani 4 La l Le 6 Dalla daj Dalle da Gli aggettivi maschili nel plurale finiscono tutti in i \ ed i femminili in e , qualora abbiano il singolare in a ; perchè se lo avranno in e fini- ranno ancor essi in i: per es fedeli , ce. Declinazioni dei vice-nomi personali ( o pronomi ), che indicano la persona , o le persone. I vice-nomi personali si declinano per casi , co- i i nomi. Daremo qui le declinazioni di quelli che , attesi i loro cangiamenti c sostituzioni di certi monosillabi , mentano di essere esposti di- stesamente. Digitized by Google «9 Io Singolare Plurale x Io ' Noi a Di me Di noi 3 A me , mi , me ne A noi , ci , ce ne 4 Me , mi Noi , ci , ce ne 6 Da me Da noi I monosillabi sostituiti : mi , me ; ci f ce ; me ne, ce ne, pongonsi e prima, e dopo il verbo \ ma, in questo secondo caso vogliono essere uni- ti alt assertivo. Es. mi rispetta , ascolta/wz , me lo permetti , me ne diede porzione , diemmene parte , ec. Tu Singolare Plurale 1 Tu Voi 2 Di te Di voi 3 A te , ti , te ne A voi, vi , ve , ve ne 4 Te , ti Voi , vi (5 Da te Da voi r Egli ed Esso Singolare ' t Plurale 1 Egli,ei,e, Esso Eglino, ei , e\ Essi 2 Di lui Di loro , loro 3 A lui , gli , lui , A loro , loro 4 Lui , il , lo Loro , li , gli 6 Da lui Da loro Digitized by Google 9° Ella , ed Èssa Singolare Plurale 1 Ella , Essa (i) Elle, elleno, Esse 2 Di lei Di loro , loro 3 A lei , le , lei A loro , loro 4 Lei , la Loro , le 6 Da lei Da loro Se . - Singolare , e plurale. • 2 Di se 3 A se, si 4 Se , si ti Da se Avvertenze sopra i Segnacasi Qualora debbano congiungersi più sostantivi , o preponessi ad ognuno il segnacaso 5 come : Tener- gia , la virtù, il valore, e le vittorie dei romani trionfatori ; ovvero a veruno j come : sorgevano da ogni lato grida , pianti e lamenti. La stessa (1) Vi sono non pochi grammatici che ascrivono a grave er- rore il dire lei invece di egli , od fila ; come anche il premet- tere al vice nome lei il segnacaso il seguito dalla preposizione di ; dicendo per es. il di lei sapere. Benché da noi si opini che nel caso retto debba sempre farsi uso scrivendo di egli , ed ella ; affine di distinguerlo dai casi obliqui ; e che meglio sia detto : il sapere di Ui \ pure vedendo ciò, che si condanna come errore, venire usato da qualche classico scrittore j ed ascoltando simili espressioni in corso pubblico an- dar vagando perle bocche delle colte ed eleganti persone, che hanno il diritto di ammettere , o di rigettare una maniera di dire ; perciò ci sembra che desse non dovrebbero poi straziar tanto le orecchie delicate. regola ha luogo per gli aggettivi ; onde diremo: //dotto, V accreditato , e futile scrittore; ovvero: fu giusta, onorevole, e conveniente la presa ri- soluzione. In somma questa regola dipende dalla maggiore o minor forza , dal senso più o meno esteso generico e determinato , che si vuole che ahLia quel sostantivo principale cui sono riferibili gli altri nomi. Si avverta però che , associato che siasi il se- gnacaso al primo nome , non saremo più liberi di trascurarlo negli altri. Non potrà poi omettersi in verun conto il se- gnacaso , riguardo a due aggettivi , riferibile Timo ad alcuni , e l'altro ad altri individui del mede- simo sostantivo plurale; come: li buoni eli mal- va ggi uomini. Similmente converrà porre il segnacaso a cia- scuno dei sostantivi che si riferiscono a rapporti diversi ; onde diremo: Gli scenziali che solleva- no ; ed i letterati che abbelliscono la vita incre- sciosa e trista (1). Avvertenze siili* uso dei vice-nomi personali. Benché i vicenomi Egli\ Ella non si usino che in luogo di persone , pure si trovano riferiti anche a cosa ( v. Albert, diz. t. 2, p. 36 ). Questi stessi vicenomi si trovano usati qualche volta per puro vezzo di lingua , senza aver forza {1) Vi accorgerete meglio del servigio prestato dagli arti- coli alla lingua italiana se contenterete una delle espressioni dei latini ( che non avevano a rigore articoli ) , p. e. il loro vimini libere con i nostri tre significati diversi: bere vino, bere il vino , bere del vino , cioè *.° non essere alieno dal vino: 2. 0 beverlo assolutamente ; 5.° beverlo con moderazione. 9* di pronome ; per es. egli non mi riesce nuovo il • vostro valore. Ciò deve intendersi ancora della voce csso\ p e. venne con esso loro, con esso lei, ec. Nel dativo femminino non dovrà mai usarsi gli invece di /e, dicendo, gli diedi , ma bensì le diedi , o diedi a lei. In tutti i casi si usa Essoj e desso soltanto nel primo e nel quarto , es. egli è quel desso. Con qualunque verbo si associa esso ; ma desso coi verbi soltanto essere , parere , sembrare. Esso , preceduto dalla proposizione con ^se- guito immediatamente da un nome, o vice nome personale , resta indeclinabile in ambedue i ge- neri , e dicesi : con esso meco , con esso teco ; con esso voi , con esso lei \ mentre che non può impiegarsi desso in composizione di altra parola. I vicenomi mi, fi, vi si associano bene spesso coli 1 assertivo che afferma cader V azione 5 o ter- minare nel soggetto che la fa; come mi ricordo, ti sdegni, vi maravigliate. Servono anche talora a pura eleganza \ come : io mi vivo tranquillo , tu te ne vai lieto. Vicenomi comuni a persone, a cose, ad oggetti. Questo (1) , questa Quello , quella Costui , costei Colui , colei Codesto , codesta questi , queste quelli , quelle costoro , costoro coloro , coloro , codeste (1) Si usa questi al singolare iatendendo un uomo, benché *i trova usata tal voce anche rapporto ad un'animale: Dante , indicando un Leone , dice : Questi parea che contro me venisse. 8lessa medesima sua mia qualcuna voslra niuna nissuna stessi medesimi suoi ' miei qualcun! ì ? 5 slesse medesime sue mie qualcune vostre vostri Escludendosi assolutamente da questi pronomi 1' esistenza di uno; perciò la moltiplicità, vale nessuna (l)la dire il loro plurale, non può aver luogo in verun mqdo. veruna Stesso Medesimo Suo Mio Qualcuno Vostro Niuno Nissuno Nessuno Veruno Chi = quello il quale ; è un vicenome invariabile. » ■ Avvertenze. • Qual siasi vicenome è sempre di terza persona. Indicar persona ragguardevole con i vicenomi costui , costei , colui , colei , ec. invece di questo, Suesta , ec. sarebbe un mancar di rispetto, aven- o T uso annesso a tali pronomi una certa idea di dispregio. Mcdemo è termine da volgo, e medesmo da verso. È errore il dire mii , in luogo di miei. Neanche può dirsi sui invece di suoi ; alle volte bensì trovasi usata la voce sui in grazia della rima» Col pronome quale , quali , va sempre associa- to il segnacaso mentre non ha luogo giammai con che ( il quale, la quale ). Quando però prenda il che il carattere di aggettivo sostantivato, come per es. il che ( la qual cosa ) ben s'intende, in 1 ■ ■ . (i) Se questi pronomi negativi verranno preceduti dalV as- sertivo . allora dovrà a questo premettersi la voce negativa non , o nè > la quale si* om mette se essi lo precederanno j per- chè in questo secondo caso, lo stesso vicenome ci fa abbastanza comprendere il carattere negativo dell' assertivo : per es, non V é niuno ; niuno y' è. Digitized by LaOOQle tal 9 caso non può ommetlersi la voce il Quando il che fa da pronome di cosa al caso obbliquo , non può omettersi il segnacaso. m Altri , esprimente altr uomo , ha per obliqui la voce altrui , per es. la cupidigia di prendere quel d' altrui. Talora può restar privo di segnacaso ; per es. : non fare altrui ciò che patir non vuoi. Prende però' il segnacaso quando veste la natura di sostantivo-, come dilapidare l'altrui. Un tal di- scorso si estende ancora ai vicenomi mio , tuo , suo , per es. consumare il suo ( avere ) ; vedere i suoi ( parenti ); ec. J ' # . . . Nulla , niente , sono vicenomi sostantivi di niu* no , veruno , ed equivalgono a nessuna, cosa. Con queste voci si associa spesso il monosillabo non , còme semplice ripieno , non producendo negazio- ne nel sentimento , come la produce nel latino} e perciò sono altrettante negazioni : non v è niu- no ; non vi veggo nulla , ec. Onde (perla qual cosa ) è un vicenome so- stantivo cbe supplisce a tutti i casi , e ad ambi- due i generi. Fa bene spesso le veci di che, di cui, a cui, con cui, ec. l'anima gloriosa onde ( di cui ) si parla. I \icenomi lo , la , gli, le , quando prendono le voci 9 me , te , ve, ce, fan cangiare in queste la (e) in (i) ; dicendosi : la mi strinsi al collo : gli ti presenterò , ec. (i). All'incontro, alle voci mi, ti, vi, ci , succe- dendo immediatamente i vicenomi indicati , dovrà la i cangiarsi in e, e dirassi : me lo permise, ve lo spedirò , ec. * ' (1} Parlandosi a taluno in terza persona si usa la, le (in senso' femminino ) , invece di lo , gli ; p. e. la prego , le rac- comando i cioè prego la Signoria sua , ec. Digitized by Googl $5 Ancora il monosillabo se , nel dativo , e accu- sativo, quando preceda immediatamente al verbo, si cangia in si: Es. si die a credere. Quando vien dopo il verbo, cangiasi in si , associandosi al ver- bo e raddoppiando la (s) nei monosillabi , e nelle voci accentate: damasi a credere } diessi a crede- re : darassi a credere. Invece del pronome singolare suo , sua signi- ficante, cosa spettante al soggetto della proposizio- ne principale può usarsi di lui , di lei , qualora non abbia luogo equivoco alcuno. Es, autorità di lui, cioè la sua autorità- Ma non diremo : il dotto autore, e le di lui produzioni , dovendo dirsi : e le sue produzioni , perchè sue non pnò rife- rirsi ali 1 autore ma alle produzioni. In plurale all'incontro se la cosa appartenga al soggetto della proposizione , si adopera loro piuttosto che i suoi. Invece di colui , colei si usa ancora lui , lei ; per es. Pur lei cercando ebe fuggir dovria (Petr,), cioè cercando colei che dovrei fuggire. 9 CAP. X. CARATTERI ESSENZIALI DELL* ASSERTIVO ( o verbo ) italiano. Fu già avvertito ( p. 56. ) Che il i.° carattere essenziale degl' assertivi consiste nel farci intende- re P esistenza del soggetto , o cosa nominata : Che il 2.° consiste nelP affermare una qualche ma- niera di esistere del soggetto medesimo, ed espri- mere un giudizio ; e che questi due caratteri di- consi stato. Che il 3.° carattere che compete a tutti gl'assertivi , fuorché al verbo essere, consiste nel- F esprimere azione» L'azione fatta dal soggetto, ossia caso retto ,o Digitized by Google 96 passa fuori di lui, cioè néV oggetto o caso obli- quo , come per es. chiama , grida , ordina , ec. ovvero T azione s' indirizza verso il soggetto me- desimo ove ha il suo termine ; cjome: dorme, pian- gc y imbcvcsi , ec. E benché i primi assertivi si chiamino transitivi ed i secondi intransitivi , sem- pre però resta vero che gli assertivi italiani posso- no riguardarsi tutti come essenzialmente attivi (i). GÌ intrasitivi o sono tali per loro natura, co- me : cammina, soffre , piange , ec. ovvero dall'es- sere transitivi , assumono T indole degli intransi- tivi mediante il monosillabo si che li precede iso- lato , o che li segue incorporandovisi ; per es. si gloria , si diletta > si discioglie , si dissipa, si di- verte , si rattrista ec. gloriarti , dUetUWz, discRh gliem , dissipar.?/ , divertim , rattristare* , per es* la vita dell' uomo si compone più di rimembran- ze e di previdenze che di sensazioni attuali; anzi per portare lo sguardo nelle tenebre del futuro conviene servirsi della face del passato. Distinguerete ancora gl'intransitivi accidentali dalla loro capacità di associarsi colle vocic/u, che cosa, per es. diletta ( chi ), discioglie ( cosa), dissipa ( che ) ] mentre queste stesse voci non po- trete concordarle con gl intransitivi dormo, pian- (i) I grammatici distinguono ancora gli assertivi in verbi dì azione , e di passione ; di cessazione di azione , e di stato ec. eie azioni in transitive, intransitive , e permanenti ; in azioni che consistono in far&, o patire, in produrre o ricevere ec. Riflettendo però su tutte queste distiate significazioni, non ▼i si troverà mai altro che afférmazione di una maniera di essere , ossia di uno stato. Per esempio le frasi : io vinco , io sono vinto : io dormo : io batto: io sono battuto; tutte signi- ficano in sostanza : io sono ; tutte asseriscono , affermano tutte una esistenza in tale , o tale altra maniera ; tutte esprimono uno stato , un* esistenza modificata dal sonno , dalle batti- ture ec. D 97 go y passeggio , riposo y ec. perchè essendo per essenza intransitivi non può la loro azione riferirsi a cosa o persona fuori del soggetto medesimo per con cordarvi si. Non dovete però confondere gli assertivi intran- sitivi con quelli di significato passivo. Il linguag- gio italiano arricchito dall'arbitrio potè ricevere il significato passivo degli assertivi attivi col porre per casa retto F aggettivo dell' azione , associan- dolo col verbo essere ( ed alle volte colP asserti- vo venire ) coir aggettivo verbale trasformato in participio, e con il soggetto da dove parte l'azio- ne ché diviene caso obliquo , e prende avanti di se la proposizione per o da ; p. e. : Pietro ama la giustizia = la giustizia «è amata da Pietro 5 così: i soldati ottimi per la disciplina , ottimi pel va- lore , terribili per la rabbia furono sempre temuti da ...=... vennero sempre temuti da. . • (1). Per distinguere gli assertivi attivi dai passivi , e dagl' intransitivi osserverete : se il nominativo è il soggetto che agisce , e che fa passare F azione fuori di se , cioè nell* oggetto di caso obliquo , F assertivo sarà attivo 5 se F oggetto fa da nomi- nativo paziente , ove termina P azione del sogget- to che fa da caso obliquo , e allora sarà passivo 5 finalmente se il nominativo che regge F assertivo è nel tempo stesso soggetto che agisce, ed oggetto che patisce , e allora sarà intransitivo. ( 1 ) La nostra lingua riguardo ai passivi manca di un pregio che ha la madre latina, che con una sola voce fa comprendere ciò che per la nostra ve ne occorrono due ; per es. : amatur = e amato. E ben vero però che ci siamo procacciati una seconda espressione di cui manca la latina, prevalendoci dello stesso -at- ti vo , e formando l* in transitivo coli aggiunta di un«i, per e.s. sì racconta , si scrive , ec queste maniere non hanno corso ch« per le terxe persone. 5 98 Caratteri accidentali dell' assertivo. Per caratteri accidentali dell' assertivo dovete intendere , o giovanetti , quelle sue modificazioni variabili colle quali ci manifesta i suoi rapporti al modo di esistere , al tempo , alle persone , al loro numero. Osservaste già che il tempo presente è un istan- te un puntò indivisibile, che separa una 6erie d 1 i- stanti o tempi passati da una serie d" istanti , o tempi futuri ( p. 49)* e cne lo stato , e T azione che viene significata dall' assertivo , avendo rap- porto coli' uno , o coli 1 altro di questi tempi , fa che air assertivo stesso , riguardato sotto questo punto di vista , non possa competere che il tempo presente , passato , e futuro. Modo indefinito. Fu avvertito che 1* assertivo incomincia a farsi conoscere a noi con una voce verbale che indica stato ed azione in una maniera astratta ed illimi- tata , in somma che in un modo indefinito enun- cia un giudizio. Questo modo , chiamato dai latini infinito , si conserva in realtà sempre indetermi- nato anche riguardo al tempo. Pure, piacendovi di dare alle voci verbali indefinite una qualche determinazione di tempo indipendentemente da qualunque altro giudizio espresso da un' altro as- sertivo che vi si associ , potrete riguardarle di tempo presente ; come : portare , temere , parti- re = port-are , tem-ere , part-ire , ec. (i) (i) l& voce verbale indefinita vien riguardata da taluni coma emplice denominazione , ossia puro nome dell'assertivo. Le voci poi che ollengonsi coli' associare alla parte radicale o signiGcativa degl'indefiniti i bis- sillabi ante , ente ,* ato ed atto > uto ed utto , i/o ed itto , atto ec. , come : portalo , portante ; te- muto > temente \ ec. (voci che diconsi participii) potrete supporre che abbraccino il tempo presente e passato con significato attivo le une , e passivo le altre. Finalmente le voci verbali che risultano dair unire al radicale degli assertivi i bissillabi andò , endo , come ; portando , temendo , ec ( voci che furono denominate gerondi ) , potranno da voi riguardarsi di un tempo che si estende dal presente al futuro : e tutto ciò per comodo di classificazione delle voci verbali medesime cioè del- l' indefinito , participio e gerondio , delle quali addurremo qui un succinto prospetto colle indica- zioni dei supposti loro tempi. Voci verbali indeterminate. Indefinito Presente Avere Essere Portare Temere Partire Amare Affliggere Vivere Participio Gerondio Presente-passato Presente-futuro avente , avuto essente ( antiquato) portante , portato temente , temuto partente , partito amante , amato affliggente , afflitto vivente, vivutoo vissuto vivendo avendo essendo portando temendo partendo amando affliggendo Avvertenze. Fra le voci verbali , che sono un composto del verbo essere e di un aggettivo puro o sostantivato 100 devono comprendersi ancora gì 1 indefiniti > i par- ticipi , i gerondi , perchè queste voci sono ancor esse implicite proposizioni indeterminate per eg. amare = essere amoroso \ temente = colui che te- me ; temuto = essendo temibile 5 temendo — aven- do timore. L'indeterminazione di simili proposizioni ri* guardo al tempo vterrà tolta da qualche altro as- sortivo che vi si associ. Se questo sarà qualche voce di avere , allora il participio dovrà accordarsi col soggetto piuttosto- chè coli' oggetto della proposizione principale ; per es. « Cercato ho sempre solitaria via ( Petr. ) È vero bensì che abbiamo da Dante : « Un altro che furata avea la gola » Il participio fu così denominato perchè, secondo il parere dei latini, partecipa dèi nome e del ver- bo ; ma questo carattere compete a tutte le voci verbali ; determinate ancora riguardo al tempo che le rende conjugabili. Questa determinazione di tempo mancando in realtà al participio, fa che non venga conjugato , benché si declini al modo de nomi aggettivi prendendo le respettive modi- ficazioni finali mascoline , femminine , e comuni , p. e. amato _ f amata , amante ; amati , amate f amanti» Il significato però attivo o passivo del partici- pio non è talmente indeterminato da non farci scorgere , in qualche modo un significato attivo p. e. nelle- voci amante 5=5 colui che ama , leg- gente » colui che legge , ec. ed un significato passivo nelle voci ammirando = essendo ammira- bile 9 venerando = essendo venerabile , ec. e fi- nalmente un significato comune, cioè tanto attivo come passivo nelle voci amato = avendo amato 9 essendo amato, ec. 101 Il gerondio esprìme un azione secondaria che viene eseguita dal soggetto principale nell' atto che esso- stesso sta effettuando l'azione principale ; p. e. non da alleato , ma da padrone procedendo , s'im- padroniva . . . mentre colle chimere andava pa- scendo » • • • *> . • > • - . Modo imperativo* Potrete incontrarvi primieramente coli' assertiv 0 che, con modo imperante , esige effettuata un* rlche operazione ; primo , per forza di coman- ; p. e. Va , non ti vegga il sol novello in Argo 5 2.° di preghiera : parla , dimmi che fu? salva te stesso: 3.° per forza di consiglio od esor- tazione : ascolta la verità sempre bella ed utile , sebbene non ti lusinghi. Le voci imperative non riguardando il passato, sul cpiale non ha luogo il comando , si riferiscono soltanto al presente ed al futuro ; per es. lasciami in pace ; ed anche : preferirai tu al bene tuo quello della patria ; ed il bene della patria lo po~ sporrai tu ^ quello del genere umano* Modo indicativo. » * . Le voci verbali di modo indicativo esprimendo un giudizio completo senza concorso di altro giu- dizio escludono ogni idea di comando, di condi- zione , ed indicano nudamente lo stato e V azio- ne , colla dipendenza dal tempo , dalle persone , e dal numero solamente» E benché il tempo non possa essere che pre* sente , passato , e futuro , pure , prendendosi per oggetto di confronto uno stato od azione H , che ioa ha luogo nel momento attuale h (i) , potrà V as- sertivo farci intendere tanto le maggiori o mino- ri distanze dei passati tempi a > b , c , d . , . dall' istante presente h , come ancora certe mag- giori o minori determinazioni degli . stati ed azio- ni A , B , C ? D ... . che ebbero luogo nei re- spettivi tempi a , b . . . Lo stesso deve intendersi detto dei tempi futuri », o , V , . . . rapporto all' attuai momento h , e delle corrispondenti azioni N , O , P. Dai riflessi fatti sul tempo potrebbe dedursi che all' assertivo di modo indicativo competono otto tempi diversi fra loro; cioè 1/ 11 presente che denota lo stato , e l'azione H , che si effettua nelT attuai momento h \ p. e. sento , penso , cammino. a.° Il passato pendente , p. e. Curvo Archi- mede sulla polvere descrìveva delle figure geo- metriche, quando da soldato romano fu barbara- mente ucciso \ T azione di Archimede è di tempo passato pendente non già riguardo al tempo , nel quale non ha luogo pendenza alcuna , ma bensì ( 1 ) Il tempo presente in cui si asserisce lo stato o 1' azione consistendo in un' istante unico e indivisibile , anzi in un istante passeggiero e fuggevole , non potrebbe racchiudere una varietà di pensieri e di azioni che esigono una certa estensione di tem- po ; pare in pratica un epoca qualunque costituita di parti che si succedono fra loro , vien riguardata quasi un tutto indivisi" bile di tempo presente per es. Léggi , natura , Dei , tutto in • non cale sempre quell'empio tiene. Queste enunciazioni rappre- sentano un tutto di tempo presente che abbraccia un illimitata estensione di azione e di tempi. Dicasi lo stesso delle espres- sioni : V attuai mese , quesf anno , if presente secolo. Questo riflesso , applicato all' assertivo indefinito , incapace di distin- zione di tempo , potrà farci ravvisare; in esso ancora delle di- stinzioni di tempi , dipendenti però da altri assertivi finiti con cui si trova congiunto , come si osservò anche altrove. Lo stesso deve intendersi riguardo al participio ed al gerondio. ■r  io3 riguardo ali 1 azione che era ancora pendente , os- sia non ultimata , quando il soldato uccise Ar- chimede in azione. Così : la rabbia , l 1 indigna- zione, il furore agitavano il Consesso mentre Egli così parlava. . .Ed è perciò che questo tempo fu chiamato dai latini passato imperfetto , acciò s 1 in- tendesse che quantunque lo stato ed azione avesse avuto luogo in tempo già passato, pure non si offriva come passato del tutto , non avendo ricevuto an- cora un compimento perfetto. Ed ecco perchè dai grammatici attuali questo tempo vien chia- mato ancora passato pendente. 3.° Passato prossimo incompleto , o indelermi* nato. Questo accenna stato ed azione passata da Srualche tempo senza farcela concepire ultimata af- atto ; p. es. temei che il male , ec. così mi sentii quasi dividere , e lacerare in due dentro me stesso. 4«° Passato prossimo determinato : questo espri- me stato ed azione effettuata nella sua totalità da tempo non molto remoto ? per es. ho sentilo, ho veduto ec. Le voci di questo tempo composte col- r indicativo di avere > e col participio dell** asser- tivo, furono chiamate dai latini di tempo passato perfetto per indicare l'azione ultimata in un tem- po passato. 5. ° Trapassato imperfetto od incompleto. Que- sto indica stato ed azione passata da gran tem- po , lasciando però nel nostro concetto una certa pendenza riguardo al totale compimento; per es. io era stato ascoltato quando venne, ec. aveva già scoperto nel suo aspetto un qualche timore, quando si manifestò ec. Questi due tempi ( 5.° e G.° ) furono dai latini riuniti in uno denominandolo più che perfetto. 6. ° Trapassato perfetto o completo. Viene in- dicato da questo tempo uno stato ed azione com- io4 pietà e passata , ed insieme più remola dal mo- mento presente in confronto di altra azione pas- sata : pei* es. Iddio aveva già crealo e Cielo e Terra allorché formò X Uomo \ qui formò è pas- sato , ed aveva creato trapassato perfetto j cosi , quando io ebbi udito me ne partii. 7. 0 Futuro semplice. Uno stato , o azione da effettuarsi in un modo assoluto e indipendente da qualunque condizione j p. e. andrò domani , scri- verò fra poco ; si dice di tempo futuro semplice. 8.° Futuro anteriore composto. È quello che suppone che uno stato, o azione futura sarà ef- fettuata avanti un 1 assegnato tempo od azione fu- tura ; p. e. domani a quest' ora sarà effettuato quanto bramate ; Chi è che in questo esempio non rilevi due tempi futuri ? X uno meno remoto dal tempo presente, cioè sarà effettuato , e l'al- tro più lontano , cioè domani a quest' ora. Modo Congiuntivo. Per mòdo congiuntivo dell' assertivo deve in- tendersi una certa sua dipendenza dalla congiun- zione di altro assertivo espresso o sottinteso nel quale s'include un atto della volontà , che espri- ma comando o preghiera , o desiderio , o per' missione, o proibizione, o condizione , o ipote- si , o ec. ; p. e. : regnerebbe fra gì' uomini la pace ? se si compatissero reciprocamente , qui re- Énerebbe è voce verbale di modo congiuntivo , l quale forma la proposizione subalterna dipen- dente dalla principale se si compatissero , che è la voluta condizione \ od anche : risolvette viver- sene umile ed ignoto là dove ancora virtù si pre- giasse. Cosi : sia pur egli stato nostro nemico , noi dobbiamo graziosamente riceverlo. io5 Ora osservando che un atto dipendente dal co- mando e dalla volontà non è riferibile che o a cose future, che sono le sole che possono otte- nersi , o a cose passate in quanto che può bra- marsi di averle effettuate ; perciò al modo con- giuntivo , rigorosamente parlando , non dovrebbe assegnarsi il tempo presente. Ma avendo riguardo non già air azione, ma alla volontà esternata da un assertivo di tempo presente , perciò accordano i grammatici anche al congiuntivo il tempo pre- sente p. e. io pensi , io tema , io parta , ec. La divisione de* tempi di modo indicativo , è analoga a quella del modo congiuntivo ; a riser- va de' due futuri , avendo qui luogo soltanto il futuro anteriore composto dell 1 indicativo. Modo ottativo, o desiderativo Crediamo che un tal modo sia lo stesso modo congiuntivo , quando con esso , in luogo di ciò che indica comando , o volontà esternata venga associata una qualche frase esprimente desiderio, come , bramo che , desidero che , Dio voglia che, ec. colle rispettive variazioni verbali esprimenti brama , desio ec. per. es. Per te cl eterni allori— Germogli il suol Romano — De 1 Numi il mondo adori — Il più bel dono in te. Persone degli assertivi, e loro numero singolare e plurale* Le accidentali modificazioni delle voci dell' as- sertivo non dipendono unicamente dal modo e dal tempo , ma dalle persone ancora e dal loro nu- mero. Queste due modificazioni non sarebbero pro- prie iu realtà che del nome. Quindi è che potrà da noi supporsi che dopo che fu fissato doversi riguardare la persona che parla , cioè io per per- sona prima , la persona a cui si parla, cioè per persona seconda j e la persona di cui si par- fa , cioè egli per persona terza] e che inoltre alle persone , io , tu , egli di numero singolare doves- sero corrispondere nel numero plurale le rispetti- ve voci personali noi , voi , eglino ( o quelli ), fu ancor convenuto doversi estendere -queste stesse denominazioni di persone a quelle voci verbali che dipendono dall una o dall'altra di queste tre persone , tanto singolari che plurali. Ed ecco per- chè abbiamo pel singolare (ioì leggo persona pri- ma : (tu) leggi persona seconda : (egli) jMS e P er ~ sana terza ; e pel V X ^ 1 ^¥4p^¥ r ^^ f l™) leggete: (quelli) leg^^T^ ™ Conjugazione degli assertivi. m Coniugare un'assertivo significa congiungere op- ■ ■ guito quei della dai basso per un paio di violato rispettò , che niuno osasse dirigersi a lui ii mente, ma beasi come ad una terza Persona non presente a chi parla , dandole del Leù I soli Poeti , per non essere in perpetua con tradizione colle regole della grammatica e del buon senso, ritennero il primitivo linguaggio , dicendo : . . Signor che pensi ? In quel silenzio Riconosco Caton. Se il Poeta avesse detto : che pensate o signor ? V espres- sione sarebbe divenuta men sostenuta ; e si sarebbe poi resa ri- dicolissinia , se, sul gusto attuale , detto avesse: che pensa l'Ec- cellenza vostra Signor D. Catone. 1 Quacqueri usano il tu dei poeti con qualunque, persona. Digitized by Google S orfanamente colla parte radicale o significativa el suo indefinito , già fissato per elemento pri- mitivo dell'assertivo, una varietà di modificazioni finali dipendenti dagli accidentali rapporti di mo- do , tetnpo , persona , e numero. La totalità delle 5l variate forme o desinenze , che risultano da tali congiunzioni per un asserti- vo , costituiscono la sua conjugazione , dipenden- temente dal suo stesso indefinito. Dunque in cia- scuna delle variate voci dalle quali risulta la con- jugazione di un assertivo , possiamo distinguere tre elementi : il primo radicale ed invariabile , significante la cosa , e questo potrà dirsi signifi- cativo : gli altri due che variano colle persone , e coi tempi , li denomineremo rispettivamente per" sonatilo e temporativo , E siccome le desinenze degli infiniti di tutti i verbi italiani ci presentano una triplice varietà , perciò si sono fissati tre esemplari o modelli di con- jugazioni , all' uno o all' altro de' quali devono' riferirsi tutti gli assertivi per conjugarli convene- volmente* Dal primo di questi modelli si comprenderanno tutti i verbi terminanti nelP infinito in (are) pen- sare , parlare , sgridare ec. ; dal secondo tutti quelli che hanno la desinenza in (ere) lunga o bre- ve , come temere , sedére , lèggere, frèmere ec. ; dal ferzo tutti quelli che finiscono in {ire) come: partire, sentire, nutrire ec* Prima però di esporre questi tre modelli per conjugare gli assertivi regolari dell' idioma italiano sari opportuno che voi conosciate la conjugazio- ne del verbo essere , e quella dell 1 assertivo averci attesoché questo si associa con tutti gli assertivi di significato attivo , mentre quello si congiunge con quei di significata passivo 7 ed anche con glV/i- io8 transitivi. Ed è appunto perciò che vengono de- nominati ambedue ausiliari dalla voce latina a«* xiUum ( ajuto ) , servendo appunto di ajuto per formare una varietà di significazioni di tutti gli assertivi.  COffJUGAZIOBE DEL VERBO IRREGOLARE ESSERE. MODO INDEFINITO. Indefinito Participio Gerundio Presente Presente- Passato Presente- Futuro Essere Essente (i) Essendo Passato - Essendo stato. Futuro Essendo per essere MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing. (a) Sii tu, o sia tu; Sia colui. Plur. Siamo noi; siate voi; Siano, osieno coloro. Tempo futuro. Sing. (3) Sarai tu , Sarà colui Plur. Saremo noi, Sarete voi , Saranno coloro. (r) Essente è voce antiquata. La yoce staio b»ncliè faccia ria particip-o passivo del verlo e ssere , pure non è che il par- ticipio dell' assertivo stare. Con la voce essendo , e coli* altra stato si (orma il gerundio composto essendo stato. (2) Siccome niuno comanda a se stesso , perciò non ha luogo la prima persona in questo tempo , per il quale si prendono le voci da quelle del congiuntivo, avvertendo di qui porre sotto ciascuna voce il suo pronome. (3) Questo tempo, cui manca la prima persona per l'addotto motivo del presente , è lo stesso che il futuro dell' indicativo del verbo essere, colla sola posposizione de' pronomi. 20? MODO INDICJTirO* Tempo presente» Sing. Sono (i) Sci (2) È (3) Piar. Siamo (4) Siete (5) Sono (6) Passato pendente ( Imperfetto ). Sing. Era , o Ero (7) Eri Era Plur. Eravamo Eravate Erano Passato prossimo indeterminato. Sing. Fui Fòrti (8) Fu. (lì La voce sono sembrava 1' unica della prima persona del- l' indicativo presente cui la dolcezza e T armonia avessero ac- cordato il mancamento , quando scrisse il Tasso « Amico hai vinto io ti / erdon , perdona » questa sua ardita licenza gli tirò addosso la più clamorosa e iuesorabil censura. Non potendo egli più reggere .a tanti strazi , si risolvette, forse per far trionfare il suo orecchio con un verso di confronto , di scrivere nella sua " Gerusalemme conquistata « Amico hai vinto e perdono io, per- dona. Abbiamo anche dal Poliziano, a S' io 1 abhandon , sia allor la fine mia ». (2) Se , antiquato. (3) Ene , antiquato. (4) Senio , Sterno , voci antiquate. (5) Sete , antiquato. Siate vocabolo erroneo. Avvertite qui che erronei sono quei vocaboli che , quasi monete false , niente hanro che legittimi il loro corso. (6) Enno , antiquato. 7) Ero , pensavo , amavo , e simili deainenae della prima persona del passato pendente dell' indicativo , usate invece di era , pensava, amava, ec. benché disapprovate da alcuni gram- matici , pure sembrano reclamate dal bisogno di distinguere la 1 »« dalla 3.* persona ' 9 ed approvate dall' uso comune. E se ciò non bastasse non mancherebbe nè 1' autorità del Buonmattei « del Pistoiesi, del Mastrofini , ne V esempio di purga tissimi aeriti tori , e specialmente quello dei Drammi di Metastasio appro- vati dalla Crusca dovrebbe dissipare ogni acrupolo gramma- ticale. (8) Fatti antiquato. Digitized by Google ITO Plur. Fummo ( i ) Foste (2) Furono (3) Passato prossimo composto e determinato. Le voci di questo tempo si formano in ambe- due i numeri con quelle del presente dell' indi* cativo, e con il participio passato stato; cioè: sono stato , sei stato , ec. , 4 Trapassato imperfetto. Colle voci del passato pendente , e colla . voce stato si compongono i numeri di questo tempo f cioè: era stato , eri stato , ec. Il trapassato perfetto ( fui stato ec. ) è poco in uso. Futuro semplice* Sing. Sarò (4) Sarai (5) Sarà Plur. Saremo (6) Sarete Saranno^). Futuro anteriore composto. Questo si forma con i vocaboli del futuro sen> plicee colla voce stato; cioè: sarò stato, sarai stato, ec. MODO CONGIUNTIVO'. Presente* Sing. Sia Sii, o sia Sia. Plur. Siamo Siate Siano (8). (1) Fusti mo , fossimo erronei. f?) antiquato. Fosti , fusti, vocaboli arronei. (0) Furo , fur , furtw , foto sono voci poetiche. Fulvo er- ronea • M Sflfì W« 0 '*' » antiquate. Fia voce poetica. Sawo (5) &raz* antiquata. . (6) erronea. (7 ) Ftano , yie«o , poetiche. [fi) Steno vocabolo poetico. Siine erroneo.. « Passato pendente (imperfetto). Sing. Fossi Fossi Fosse Plur. Fossimo Foste (i) Fossero (a). « Passato prossimo condizionale* Sing. Sarei (3) Saresti Sarebbe (§. Plur. Saremmo (5) Sareste (6) Sarebbero (7). Il passato pendente ed il condizionale sono cor- relativi fra loro ; poiché mentre il secondo espri* me la condizione , indica il primo ciò che acca* diebbe , verificata che fosse la condizione. Es. Se noi fossimo più fàcili a compatirci , sarebbe ricom- pensata la nostra indulgenza dalle dolcezze di un'a- michevole fratellanza. Anche i due tempi trapassati che sieguono sono correlativi fra loro. Passato prossimo determinato e composto. Si compone col presente del congiuntivo e col participio stato ; per es. io sia stato , tu sit sta- to ec. ' t * ' Trapassato imperfetto composto. Si compone col passato pendente , e colla voce stato , p. e. io fossi stato, tu fossi staio , ec. ( 1) Fusti , fosti , voci erronee. (a) Fòsscno , fusseno , voci erronee. (3J Fora e saria voci poetiche. Sare 9 erronea. l't) Fora e sarta voci poetiche. Sare' erronea. (ò) Sarèbbamo , sariamo , voci erronee. (6) Saresti vocabolo erroneo. (7) Sarebbono , antiq. Forano , sariano , aleno : voci poe- tiche . .... K . • *. Digitized by Google zia Trapassato condizionale composto. Si compone col passalo condizionale , e colla voce stato ; p. e. sarei stato , saresti stato , ec. 1/ unico futuro di questo modo è il futuro an- teriore , composto dell' indicativo , e della voce essere , p. e. che io sia per essere , che tu sii per essere , ec. ; COWJUG AZIONE DELL* ASSERTIVO IRREGOLARE AVERE. MODO INDEFINITO. w * Presente Participio Pres. pass. GerondioPres.fut. Avere Avente Avuto (i) Avendo Passato. Avere avuto. Futuro. Avere ad avere, o essere per avere (2). MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing. Abbi tu Abbia quegli Plur. Abiamonoi, Abbiate voi, abbiano eglino (3) Tempo futuro. Sin g* m Avrai tu Avrà quegli Plur, Avremo noi , Avrete voi , Avranno eglino. (1) Auto h erroneo* (a) L'assertivo avere si giova qui dell'infinito del rerbo essere. * (^) Aggiano, antiquato} abbino t erroneo. Digitized by CjOOQie 1,3 *0 INDICATIVO» Tempo presente. , - ■ • t Sing. Ho(i) Hai Ha (a) P/tvr. Abbiamo Avete Hanno renilo postato pendente (imperfetto). Sing. Aveva (3) Avevi (4; Aveva (5) P/ar. Avevamo (6) Avevate (7) Avevano (8) Tempo passato prossimo indeterminato. »  Sing. Ebbi (9) Averti Ebbe (io) Plur. Avemmo (n) Aveste (ti) Ebbero (i 3) t i ' (1) ^tegio. Questa voce antiquata riguardo ai buoni scrittori attuali è in uso al presente in qualche parte d' Italia , e spe- cialmente fra il popolo del regno di Napoli e quello della Marca di Ancona. (2) Queste tre voci del singolare colla terza del plurale Si scrivono anche senza la h accentando bensì ò , à , ài , anno , - per distinguere il loro significato da quello di o avverbio , di ai intoriez one , di a segna caso , di anno nome di tempo. (3) Avevo antiquato , e da discorso familiare. Avea poetico. 'A va va erroneo. (4) Avei antiquato. (5) Avea , avia , poetiche. (6) Avèamo antiquato. Avàvamo erroneo. 7) Avavàte : avevi , voci erronee. 8) Avìeno : aveano poetiche. Avàvano , avèvono, erronee. 9) Eii hei: antiquate. Avei, ovetti, erronee. (\o) Avè : avette erronee. (11) Ebbimo antiquato. Èbbamo, erroneo. (12) Avesti erronea. . (13) Èbbono: avèttono ; èbbeno antiquate, Mbbano tnoW» Digitized by Google u4 Tempi passati e trapassati composti. Ho , Aveva , Ebbi ( avuto ) , ec. Tempo futuro semplice. Sing. Avrò (i) Avrai (3) Avrà (3) Plur. Avremo (4) Avrete (5) AvraDno (6) Tempo futuro anteriore composto. Avrò ad avere , o sarò per avere 5 Avrai ad avere , o sarai per avere } ec. MODO CONGIUNTIVO. Tempo presente. Sing. Abbia (7) Abbi, 0 Abbia (8) Abbia (9) Plur. Abbiamo Abbiate àbbiano(io) Tempo passato pendente ( imperfetto )• Sing. Avessi Avessi Avesse (11) Plur. Avessimo Aveste Avessero (12) Tempo passato prossimo condizionale. Sing. Avrei (i3) Avresti Avrebbe ^4) 1 ; JO Arerò, arò antiq. A r eroe erronea. k 2) A verai , arai antiq. . Arerà, ara antiq. Auerae erroneo. Areremo : aremo antiq. Arerete , arete antiq. Areranno :, aranno , antiquate. 17) màggia antiquata. p) Aggi f autiq. 9) Abbi erron. Aggiano antiL , „ Aressi TOcabt lo erroneo. (12) Aressono ; a vessino antiquati. (13) Arerei : averla: arei: aria vocaboli antiq. Avrìa poet. (14) Arerebbe; averta : arebbe antiquati. Avita poetico. *t. ^to^ Digitized by n5 Plur. Avremmo (i) Avreste • Avrebbero (a) Tempi passati composti. Abbia , od avessi ( avuto ) ec. PROSPETTO COMPARATIVO. Degli assertivi normali delle tre conjugazioni regolari della lingua italiana. poiir-órca CRÉD-ere. part-Ih?» (3) MODI INDEFINITI. Tempi indefiniti 0 Presenti Presenti-passati Presenti futuri Indefiniti Participii-attivi-passivi Gerondi Port-are Port-ante, Port-ato Port-ando Cred-e.. Cred-e..., Cred-u.. Cred-e... Part-i.. Part-e..., Part- i.. Part-e... Tempo passato indefinito. Aver ( Portato , creduto ), esser Partito. Si noti qui : i.° Che se le voci portare , cre- (1) Avrebbamo : apriamo: avriemo vocaboli erronei. (2) Sverebbero : arebbero : avrieno , arieno : Avrtbbono an- tiq. sfuriano poet. Avrebbano erron. (3) Fu già avvertito che gì' indefiniti sono i vocaboli pri- mitivi dai quali discendono tutte le voci verbali associando alle loro respettive parti radicali invariabili port , cred , part , che marcano V azione t alcune variate modificazioni finali , chia- mate desinenze , le quali servono a modificare l'azione secon- do i diversi rapporti di modo , di tempo , di persona, di nu- mero. 1x6 dere , partire servono ad indicare e presente ed imperfetto del modo indefinito. 2.° Che se le voci aver portato , aver creduto , ec. rappresentano e passato e trapassato del modo stesso; ciò accade perchè le voci dell 1 indefinito non determinando con precisione alcun tempo perciò sono indifferenti ad associarsi a qualunque tempo di altro assertivo da cui viene il loro tempo ad essere determinato. Infatti : andare è presente , dicendo ora debbo andare ; ma se dicessi : ho dovuto andare ; non sarebbe forse Y andare un passato ? siccome è un futuro il dire dovrò andare. MODI IMPERATIVI. Tempii presenti. . Sing. Port-a , i. Piar, iamo , ate , ino (i) Cred i , a. » . . . , e . , a (2) Part-i , a. » • . . , i . , a (3) * ... Tempi futuri. Sing. Port-erai, erà. Plur. eremo, erete, eranno (4) Cred- .. » . 4  . ParUi . . , i . . » i.,.,i..,i,.. (1) In questo tempo le terse persone sono eguali alle terze dei rispettivi presenti del congiuntivo. Le desinente delle prime persone del plurale corrispondono alle prime persone del plu- rale del presente dt 11' indicativo e del congiuntivo respettivo. E le seconde persone del singolare e del plurale sono eguali a quelle del presente dell' indicativo. (z) Credino è erroneo. ?3ì Partino , erroneo. (4) Portanti : por torà ; porteremo : portante : por faranno tono voci erronee,  II 7 MODI INDICATIVI . Tempi presenti. Sia S: J 01 "* 0 » i > a - plur - ia n» CO > a»e, ano fa) W Part - . • , e. . » . . . , i. . , o. . (6) Ti empi passati pendenti ( imperfetti ). Port-ava( 7 ) avi ava, Avarao,. arate ,(8) , avallo {«). Cred-e..(io),e.. (n), e., (il). K ... ,(i5), e ... e.... (Vò). • f »••• ' I...., i.... , i.... rew/^i f ^tf prossimi indeterminati. Sing. Plur. Port-ai, asti , ò (16). Aramo (17) , aste (18), aroao (19). (lì Portàmo erroneo. 1.) Partono erroneo. & osservi che la ter» persona del plu- rale degli assertivi in are si forma sempre dalla tersa del sin- golare aggiungendovi no. (3) Credemo antiq. Frediano errofl. (4) Credano erron. (o) Parti/no antiq. (6) Partano : patiscano erron. È ben detto ancora park* *cono. Si osservi che le terze persone del plurale degli asser- tivi in ere ed in ire si formano dalla prima persola del singo- lare aggiungendovi no \ e ciò anche negli irregolare (7) Portavo antiq, (fi) Voi portavi erron. (9) Portavono erron. 10) Credevo: credìe antiq. j 1 1 ) Tu credei vocabolo erron. ^12) Credea poet. (i3) Credavamo : eredeate antiq. (>4) Credayate : eredeate antiquati. Voi credavi erroneo. 05) Credìéno antiquato. Credéano poet. Crede vono erroneo. (16) Por the : Por tao antiquati. {17) Portassimo erroneo. ( 18) Portasti erroneo. . (10) Portaro: portar poetici. Porlonno : portarono : perfora- no j portorno , portarno , vocaboli erronei. Cred-eifO, estima), è f 3). Emmo. (4)1 ««te.. (5), erono(6). t-ii (7), > U 8 )- Il8 Part-i!'^ 1 (9)*' i...('ioV, Tempi passati e trapassati composti Ho , Aveva , Ebbi ( portato , creduto ) Sono, Ero , Fui ( partito ) Tempi futuri semplici. . Sing. Plur. Port-erò , erai, era. eremo , erete , eranno Cred-. .,...,...« ......... r .... . Part-i, • . i , i (12) « i . . . , i . . . , i . Tempi futuri anteriori composti. (i3) Io Avrò o, sarò per (Portare, Credere^ Partire). Tu Avrai o, sarai per (Portare, Credere, Partire) jec. (1) Credetti è in corso come credei. Cresi antiq. Cretti er- roneo. (2) Crese antiq. [3ì Credette è in corso. Credéo poetico. [4) Credéitamo : erisamo : credessimo erronei vocaboli. (01 Credesti erroneo. (6) Crédettero è in corso. Crédettono : crédetteno : crésero antiq. Crederò poet. Creettero erroneo. (7) Parti antiq. fé) Partìe antiq. Parilo poet Partitte erroneo. [9) Partissimo erroneo, 'io) Voi partisti erroneo. Partirò : partir, antiquati. Partinno: Partirno erronei. 12) Partirne antiquato. Due sono le forme per esprimere le epoche non per an- co verificate : assoluta V una , relativa V altra ; semplice la prima, composta la seconda. Eccone gli esempi : 1.0 Domani verrò da voi 5 2. 0 Domani a quest' ora sarà effettuato quanto sfora. È di qui che il futuro composto fu da noi chiamato pas- sato futuro , riferendosi ad epoca futura , al giunger però della quale deve esser verificato quanto si annunzia dall' assertivo. -Oigitized by Goo^liì* MODI CONGIUNTIVI. IX 9 Tempi presenti. s ing* Plur. Port-i , i f i » i amo p j ate jrari a, a, a (4; »... , a e che gli assertivi * ? • I k hanno sem P^e in a ; fuorché nella a.« che può farsi terminare ancora in *. Si osservi inoltre che se alla terza persona delsinaoUre ai aggiunge no , ottiensi allora la terza del plurale. ^ U4 * reil (1) Ondiate erroneo. (3j Credino erroneo. (4) Tu parti , Egli parti erron. (5) Par tino erroneo. (6) In questo tempo gl' indefiniti Porta-re , Crede-re Parti r* conservano la loro vocale rispettiva : e da questa d.W? inatte tre le conjugazioni le" forme' finali VZa^SStu (7) Io por tot se erroneo. (8) Quegli portassi erroneo. (9) Portassemo erroneo. (10) Voi portassi, e portassivo erronei, il) Partassono: Portassino antiqu. Portasseno erroneo. lo credesse erroneo. ( i3i Quegli credessi erroneo. '14) Voi credessi erroneo. (45) Credessono : credessino antiquati. ji6ì lo partisse erroneo. 17) Voi partisti : partissi antiqu. [•8; Partissono ; pari issino antiqu. no l»ort-crei(i},ercsti(2),crebbe(3).Hremmo(4),ereste(5),ercbbero(6) Cred-....(7), , (8) (9J»%****( 1 *X* Part-i...(u),i » i C 12 )* 1 C* 3 )» 1 * > l Io Abbia , ec. ( Portato , Creduto , Sentito) Io Avessi , ec. ( Portato , Creduto , Sentito ) Io Avrei , ec. (Portato , Creduto , Sentito) alla distribuzione dei modi. a.' IN egli assertivi in are per il futuro dell' in- dicativo , ed il passato pendente del congiuntivo conviene mutare la a in e. fi) Porterìa, poet Portarci erron. ìi) Portare iti erron. ( ) Porterìa poetico. Portarebbe : portarla erronei. (4) Portaremmo : portano mo : portariemo : porterebbamo : portaressimo tutti vocaboli erronei. (5) Voi portarceli erroneo. (6) Portarebbono antiq. Porteriono Poet. Portèrtbbono er. W) Crederla poetico. Creder ebbi erroneo. (8) Crederla poetico. ÌoJ Crede rebbarn o : crederessimo erron. io) Crederesti: crederessi erronei. (la) Partirti poetico. (i5) Partirtbbumo : partiriamo: partiressimo vocaboli erron. Tempi passati composti. % » Osservazióni sugli assertivi regolari. poetico. i Digitized by Google 121 3.* Gli assertivi della terza conjueazione non hanno tutti nella prima persona dell' indicativo la medesima desinenza. In alcuni V ire si cam- bia in o $ per es. da sent-ire , dorm-ire , copr- ire , abbiamo sento , dormo , copro. In altri l 1 ire si trasforma in isco ^ avendosi a bborrisco, in* ghiottisco , ec. da abborr-/rc , inghiott-i're. 4- a Quegli assertivi che terminano in care , e {^arc , prendono un l in tutti i tempi ed in tutte e persone in cui il c ed il g sono seguiti dal- l' una o dall' altra delle vocali e , 0,1, affine di conservare una certa uniformità di suono in tutta la conjugazione. 5. a Le avvertenze che hanno avuto luogo nelle note riguardo alle voci verbali antiquate, poeti- che , erronee 9 devono estendersi a tutte le voci analoghe degli assertivi che si riferiscono all'uno o air altro dei tre modelli di conjugazioni. Coniugazione dell'assertivo finire. MODO INDEFINITO. Tempo Presente, Presente-passato, Presente-futuro Indefinito, Partici pio- Attivo, passivo , Gerondio Fin-ire, Fin-ente , Fin-ito , , Fin-endo. Futuro composto. Essere per finire. MODO IMPERATIVO. " ' i * Tempo presente. Sìng. Finisci tu , Finisca quegli 6 Digitized by Google Plur. biniamo noi, Finite voi, Finiscano eglino (i). Tempo futuro. Le sue voci sono quelle del futuro indicativo . col posponi i pronomi. MODO WD1CAT1VO. Tempo presente. Sine. Finisco Finisci Finisce pS. Finiamo (a) Finite Finiscono (3) Tempo passato pendente, (imperfetto). Sing. Finiva, ec. come partiva. Tempo passalo prossimo indeterminato. Sing. finii , ec. come partii (4)- Tempi passati composti. Ho , aveva, ebbi (Finito); ec. Tempo futuro semplice. Sing. Finirò , ec. come partirò. Tempo futuro composto. Sing. Avrò finito , ec. MOVO CONGIUNTIVO. Finisca Finisca , (,} Fìnischiiw eglino erroneo. (2) Fmimo antiquato, Uigitize 3d by Google ' * a 123 Plur. Finiamo Finiate Finiscano (i). Tempo passato pendente (imperfetto). Sing. Finissi , ec. come partissi. (2) Tempo passato prossimo condizionale. Sing. Finirei , ec. , come partirci. Assertivi in ire che conjugansi come finire. Ammonire , Brandire , Insanire , Arguire , Incattivire , Incodardire , Indolentire , Intimidire , Instolidire , Insolentire , Intimidire , Insanire , Sbandire , m altire , Tramortire , Impoltronire , Impadronire , Immalinconire Incaparbire , Ingagliardire , In fingardire , Inferocire , Instttpidire , Insospettire , Inttrannire , Insignorire , Involpire , Sbigottire , Stupidire , Statuire , Asserire , Garrire , ?, Colpire , Incallire , , Indolcire , Inori re , Ingelosire , Inorridire , Insordire , Insipidire » Invaghire , Largire , Schernire , Stordire, ec. Bandire , Imbandire , Incallire , Incanutire » Incrudelire , Infievolire , Ingentilire » Instruire , Instenlire , Intimorire , Invanire , Pulire , Scolpire , Stupire , Assertivi coli 9 indefinito in ire ed are Abbrividlre Ammorbidire Arrugginire Attristire Immaltire Inagrire Incarognire Ingiallire Intiepidire Sbalordire Spaurire {are). Ammansire (are). Ammutire (are). A rruvidire [ave). Colorire 'are). Impazzire ave). Inaridire (are) . Incoraggire (are) . Insozzire (are). Intirizzire (are). Scolorire (are). Stizzire fare) . Ammollire (are). Arrossire are). Assordire are). Dichiarire are). Impaurire (are). Inasprire (are). Infracidare (are). Insuperbire (are). Intorpidire Sare). Smagrire are), ec. are) are) (are) (are} (are] (are] are are are] are il Pinischino , erroneo. 2) Tu Finisti , erroneo. » 124 Assertivi senza la \.*pcrs. plur. nei tre presenti. Ambire y Ardire , Fiorire , Gioire , Marcire , Svanire , Sparire, Stupire, ec. La mancanza di tal persona , proveniente da una certa sua as- prezza nella enunciazione, \ien supplita coli' ajuto dell'assertivo avere $ onde diremo: aLLiamo am- bito t ardito, gioito, ec. Osservazioni. i.° Modo Indicativo. È per se manifesto che, trovandosi 1' assertivo al modo indicativo , havvi sempre giudizio espresso, come io sono grande: voi passeggiate: egli balla bene. Ed anche quando sembra che F assertivo non esprima che un sen- timento , un atto della volontà , come nelle se- guenti frasi : Io voglio : quegli desidera , pure esse non esprimono soltanto un sentimento , una modificazione dell 1 animo , o della mente , come le parole : volontà, desiderio ec. , ma asseriscono die ciascuna di queste affezioni esiste in un sog- getto /o, Quegli. Dunque l'assertivo al modo in- dicativo afferma, enuncia un giudizio , e perciò si chiama ancora enunziativo , giudicativo. 2. 0 Modo Imperativo. Con questo modo si af- ferma sempre , si esprime un giudizio ; infatti quando si dice : fate la tal cosa : Sta attento al mio discorso ; riflettendo air indole del pensiero espresso , e alla forma dell' espressione , vuoisi di- re : Io voglio : io comando : io desidero con feiv mezza che voi facciate la tal cosa ; o che tu stii attento al mio discorso. 3.° Modo Ottativo ( Questo modo è stato già da noi considerato in complesso col congiuntivo), Digitized by LaOO^le 125 L'assertivo é al modo Ottativo quando esprime desiderio, augurio, ec. Es. Faccia Dio ; oppure: Dio voglia che otteniatc lintcnto! Perchè non pos- so seguirvi! Le quali frasi signiGcando : Io arden- temente desidero > die voi otteniatc V intento: ho dispiacere di non potervi seguire; e perciò espo- nendo chiaramente una affermazione , un giudi- zio , sono proposizioni* 4«° Modo Soggiuntivo o Congiuntivo. L'asser- tivo a questo modo succede ad un altro assertivo ad esprimere un giudizio soggiuntivo, dipendente cioè dal giudizio espresso dall'assertivo precedente. Esempj : Fa duopo che io sia ascoltato : il sog- giuntivo , io sia ascoltato , esprime un giudi/io, che suppone la proposizione precedente espressa dal primo assertivo fa duopo, e alla quale si uni- sce mediante il vocabolo che. Similmente, dicendo: io penso che colui sarebbe stato condannato : il soggiuntivo colia sarebbe stato condannato è una proposizione dipendente dall'altra che precede , io penso, mediante la parola che. Inoltre , quando dicesi : conciossiacosaché io ami , e' si vuol dire: quando, o come ciò sia che io ami; od anche: posto che io arai \ la soggiuntiva , io ami , è una vera proposizione, ma dipendente dall'altra an- tecedente : (piando > o come ciò sia , mediante la voce che. 5.° L'assertivo è conjugabile. Infatti, veduto avendo che 1' oficio dell' assertivo è di esprimere la maniera di esistere, o lo stalo di un soggetto espresso dal nome ; è facile il concludere , che 1' assertivo deve essere una parola declinabile per modi, tempi, numeri , e persone, e se voghisi anche per riguardo ai generi. A vero dir-' I. La esistenza potendo essere positiva ( od as- soluta ) , condizionale, dipendente , ec. perciò ab- Liamo i diversi modi di esistenza. Dunque l'as- sertivo , per esprimere la significazione ai questi modi diversi , assumerà forme diverse con oppor- tune variazioni , cioè sarà variabile o sia con- jugabile riguardo ai modi. II. La esistenza sola può avere durala ( o sia tempo ) j di più la esistenza ha naturalmente cer- te epoche relative alla durata, come di presente , di passato , e 'di futuro. Dunque gli assertivi , esprimenti per oficio loro attributivo il tempo del- l' esistenza delle cose , e persone , aver deggiono tempi) ed essere variabili anche per questo rispet- to. Quindi è per es. che Y assertivo legg ere , colle diverse terminazioni : leggo, leggera, lessi, leg- gerò $ esprime i diversi tempi dell' esistere leg- gente o leggeri. III. Esprimendo Y assertivo una maniera di esi- stere propria, e relativa ad un soggetto, che vie- ne rappresentato sempre da un nome, espresso o sottinteso , ne segue per necessità che Y assertivo dee conformarsi al soggetto nel numero , nella persona f e se si vuole anche nel genere ) : e per- ciò deve essere variabile , o declinabile per nu- meri , persone e generi *, come abbiamo veduto intomo alle declinazioni ( o conjugazioni ) dei nomi. Ed ecco spiegate le ragioni per cui gli assertivi ( o verbi ) sono parole declinabili per modi , tem- pi , numeri, e persone; le quali ragioni risultano dalla natura , ed uficio proprio degli assertivi. Assertivi anomali ( o irregolari ). • Molti assertivi nelle loro terminazioni si allon- tanano totalmente dall' andamento dei modelli re- golari delle coniugazioni , come accade nel verbo f 37 essere. Altri se ne allontanano in parte , come T assertivo avere. Vi sono di quelli i quali ben- ché irregolari riguardo ali 1 una o all'altra coniu- l; 1 z io ne pure volendo riferire la loro conjugazionc ii tre modelli in complesso , cesserebbe la loro irregolarità, finalmente vi sono di quelli che non si modellano dipendentemente dal loro indeg- ni to cJk è in uso attualmente , ma bensì dati 1 in* definito originario , che è ora andato in disuso. Ed è perciò che gli assertivi fare, e dire , che nel loro indefinito si pronunziavano faccre , e diccre , si coniugano dipendentemente dal loro antiquato indefinito*, seguendo il secondo modello per ambidue invece d• tie- ni tu, tenga, tengano. Lo stesso dicasi di rimanere. (1) A rideremo antiq. Andaremo erron. (ai Andtrete. antiq. A ridarete erroneo. Ì5) Anderanno antiq. Andaranno erroneo. (4) Vadia erroneo. (5) Andi antiq. Podi poet. (6) Ea antiq. Padia : Vadi erron. (7) Andino antiq. Tadino erroneo. (8) Andrìa : Anderìa poet. Digitized by Google i3i Volere. Le sue irregola riti consistono in pren- dere in luogo della semplice i il gli , accompa- gnalo ove occorra da un o, ovvero un a\ es. vo- glio , vogliamo, vogliono. Anomalo è pure nelle due voci , vuoi y vuole. ( Non deve dirsi vanno per vogliono , ne* volsi e volse per volli e volle ). Dolere. Voci anomale : dolgo , dolgano y do- gliamo , dog Hate» ! Giacere , piacere , tacere. Raddoppiano la c innanzi ad io e ia. Es. giaccio y tacciamo , piacciano. Potére. Le sue anomalie sono : posso , puoi , può , poss/i 9 possiamo ; possono , possano. Si schivi potiamo , per possiamo , e puole per può. Sciogliere , cogliere , togliere. Trasportano la g dopo la / perdendo Y i a- vanti o ed a. Es. Sciolgono , sciolga. Sàpére. Sa pei , sape , per seppi e seppe sono voci erronee. Valére. Valerono per valsero è voce barbara. Volére. Volsuto per voluto è voce erronea. Addurre. Sono voci erronee: adducei, addu- ce , addussi mo , adducerono } per addussi , ad- dusse y adducemmo , addussero. Porre. Sono voci barbare : ponei, pone , po- nette per posi , e pose. Scegliere. Sono voci erronee : sceglici \ sce- gliete invece di scelsi. Sciògliere e Sciorre. È voce erronea : scio- glici invece di sciolsi. Apparire. Sono erronee le voci: appari per ap- parisci , apparsimo per apparimmo.  Venire. É erronea la voce vénnimo per venimmo. Osservazioni sugli irregolari colla desinenza della seconda coniugazione. 1. a GII assertivi di questa classe eolla desinenza dell 1 indefinito breve , come reggere, ehièdere ec. se sono irregolari , cadrà sul participio passivo , e sul passato prossimo indeterminato la loro ir- regolarità. E riguardo a questo tempo cadono le irregolarità sulla prima e terza persona del sin- golare , ed anche sulla terza del plurale, facendo seguire la e dell'indefinito*, ove cade V accento , da ssi o si , come p. e. rèssi , chiesi , e qui , dal cambiare in e la i finale , ottiensi rèsse , chiè- se , cioè le terze persone del singolare, dalle qua- li , aggiungendo ro , risultano le terze del plu- rale , cioè rèssero , chiesero. 2. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun- ga seguita dalle lettere ggere , vere , ttere , tere , mere, cangiano queste desinenze in ito, sso per il participio passivo , ed in ssi per il passato pros- simo ; come : lèggere (lètto, lèssi): scrivere (scrit- to, scrissi): discùtere (discusso, di sussi) : imprimere ( impresso , impressi ) ec. 3. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun- ga , seguita da due consonanti differenti hanno la desinenza del participio passivo in so , o io \ e quel- la del passato prossimo indeterminato in si \ avver- tendo Densi di far seguire la vocale lunga dalla sua prossima consonante per formar sillaba , co- me : spàrgere , sparsi , spar so : distin-gaere T distinsi , distin-to : svél-ìere , svelsi , svel-to , convincere , convinsi, convin-to; nVoZ-gere , ri* volsi, riyoUto ; accingere , accinsi 7 accin-to :  i33 scòr- gere , scorsi , scor-to : fran-gere 1 fransi, franato , ec. Qualora poi la vocale suddetta seguita fosse da nd , o dalla sola d , allora alla vocale lunga suc- cederà immediatamente so per il participio passi- vo 5 e si per il passato prossimo indeterminato , come : accc-ndere , acceso , accesi : /c-ndere , fèsso , fessi : sorprè-ndere ; sorpreso , sorpre- si : arre-ndere . arreso, arresi; sottintè-ndere , sottintéso , sottintesi : ro-dere , roso , rosi : decadere , deciso , decisi , ec. Se sarà seguita da gliere, allora alla vocale lun- ga succederà Ito per il participio passivo , ed Isi per il passato , come : togliere , to-llo , to-lsi : co-gliere , cò-lto , co- Isi , ec. Alla stessa vocale lunga , se fosse seguita da sce- re > succederà invece sciato ed bbi , come : cresce- re , cre sciuto , crè-bbi : sconoscere , sconosciu- to , sco nobbi , ec. 4. a JL' assertivo mettere e suoi composti cangia- no ettere in esso per il participio passivo , ed in isi per il passato indeterminato ; come : n'amm- ettere , riamrn-csso \ riam isi : manom-eXieve , ma- nom-esso , manom-isi. 5. a La desinenza ere degli assertivi giac-ore : tac-ere : nube-ere : piac-ere , e loro composti si cangia per il participio passato in itilo , e per il passato indeterminato in qui. Bensì 11 eli' asser- tivo nàsc-ere , e suoi composti , si forma il pas- sato col sopprimere la s , come nac-qui , ed bassi per participio nato. Anche nuòcere perde L'ititi varii tempi ; come : nocqui , nociuto , nociva , noe essi , ec. 6. a Alcuni altri assertivi benché siano totalmente regolari , pure hanno per passato indeterminato una doppia uscita ? la seconda cioè irregolare j i34 tali sono: assòlvere , risolvere , spandere, riprè- mere , presumere , perdere, persuadére , rènde- re , cèdere , fendere , reprìmere , dissòlvere , da i quali abbiamo : assolvei , assolsi : risolvei , risol- si : spandéi , sparisi : reprime! , repressi : presu- metti , presunsi : perdei , perdetti : persuatletti , persuasi : rendei , resi : cedetti ? cessi : fendei , fèssi : repriméi , reprèssi ec. 7/ Gli assertivi che hanno qualche altra irre- golarità , oltre quella dei due tempi participio passivo e passato indeterminato , sono in picco- lissimo numero ; come : porre , tenére , rimané- re , godere > bèvere , parére , trarre , va/ere , volere , dolére 9 vedére , cèdere , potére , sapere , dovére , sciògliere, injlàere. Assertivi irregolari della terza Coniugazione. * Sàlìre Sai- ire • Salente o cagliente (i) Salito, Salendo. Salgo o Salisco (2) , sali o salisci (3) , sale 0 saliscc (4)« Saliamo o sogliamo (5) , salite (6) j salgono o saliscono (7). (1) Queste voci benché siano in corso ambedue, pure do- rrete o giovanetti essere avveduti nel non prevaletene ad ar- bitrio, per es. direte acconciamente : gli angoli saghenti : la turba salente ci riucuora ; ma non già dir potrete : gli angoli salenti , la turba fagliente , ec. (2^ Saglio antiq. Saggio erroneo. (3ì Sagli : sai, antiq. (4) Saghe : sae, antiq. (5) Salimo antiq. Salghiamo : sagghiamo antiq. (6) Saglite antiq. 17) Sàgliono poet. Sagrano: Salgano, erron. Digitized by Googl ■ i35 Saliva (1) , ... Salivamo (2) Salivate (3), sali- vano (4). Salii (5) ... Sali (6). Salimmo (7) Saliste (8) Salirono (9) ... Salirò (10)... Salga 0 salisca (il) j salga o salisca (12). Sa- lianio o sagliamo , saliate o sagliate (i4) 7 sàlgano o saliscano (i5). Salissi, ec. Salirèi (16), Saliremmo (17), Sali- reste (18) , Salirebbero (19). Collo stesso andamento si conjugberanno gli assertivi' , assalire , soprassalire , risalire , ed anche abborrirc. • * Cucire — Cuc-ìre. Cucito , cucèndo. Cuci^ tu , cucia quegli 5 cuciamo noi , cucite voi , cuciano. (1) Salivo antiq. Salia poet. (2) Salavamo: Salimio erron. (3) Salivi erron. (4Ì Salieno antiq. Saliano poet. Salivono erron. Ì[5\ Sagli antiq. Salsi poet. Soletti erron. 6) Salute antiy. Safce ; Saiio poet. Salette, Saline erron . 7) Salissimo erron. o) Salisti erron. 9) Sàlsono antiq. Sàlsero : salirò : salir, poetiche. Solette- To erroneo, fioì Saglirò , «arra antiq. Saliròe erroneo. (111 Soglia poet. Sagga erron. (12) Salghi : saliseli antiq. Sagga erron. (13) Salghiamo, sagghiamo erron. (14) Salghiate erron. (ló) Sogliono antiq. Salgano: salghino erron. (16 J Saglirei : sarrei antiq. Salirla poet. SaUrebbi erron. fi 7) Salirébbamo : salire ss imo erron. (18Ì Saliresti erron. (19) SaUrebbono antiq. Salirìano poet. Salirébbano erron. Digitized by Google i36 Càcio (i) , cuci, cuce. Cuciamo (2) , cucite, cuciono (3). Cuciva (4)... Cucivamo (5), Cucivate (6), Cu- civano (y). Cucii , cucisti , cuci (8). Cucimmo (9),^ Cu- ciste (10), Cucirono (11). Cucirò, ec. Cucia , cucici^ cucia , cuciamo, cuciate , cuciano* Cucis- si , ec. cucissero (ia). Al modo stesso si coniugano scucire , sdrucire y riuscire. Dire — D-ire (i3). ■ Diccnte , detto , dicendo, Dì tu, dica egli ^4). Diciamo (i5)noi, di- te voi (i6>. Dicano Eglino (17). Dico, dici (18), dice; Diciamo (19), ZWfe (20), Dicono (21). (0 Oro e'rron. (2} Cucirno antiq. Cuchiamo erron. (3) Cuciano erron . (4) Cucivo antiq. Cacìa poet. (5) Cuciamo erron. (6) Cucivi erron. l-j) Cucieno antiq. Cuciano poet. Cucivano erron. ?8) Cucitte erron. (9) Cucissimo erron. (10Ì Cucisti erron. (ti) Cucirò: cucir poet. Cucirno: cuciano : cucitlono, erron. ?i2j Cucissino erron. Ii3) Viceré antiq. (14) Z>*c/u erron. fi5) Dichiamo erron. ir6) Dicete erron. (17J Dichino erron. (18) Di* è in corso. Dii : die antiq. Dichi erron, (19) Dicemo antiq. Dichiamo: dtmo erron. (20) Z>/c«?te antiq. (ai) Dica/io erron. I * Digitized by Google 1 37 Diceva (i), Dicevi (s), Diceva (3) } Diceva- mo (4), Dicevate (5), Dicevano (6). Z?ìm'' (7), Dicesti , (8). Dicemmo (c)) 7 Diceste (10), Dissero (n)- Z^i'ca (12), Dica Dica. Diciamo (i.fì, Diciate (i5), Dicano (16). Dicessi ec, Direi (17) 5 ec. Invece di cfcco *o non dovrà mai farsi uso né di diV io , né di die/*' io , espressioni affatto in- grate alle orecclàe armoniose dei scrittori. Nella stessa maniera devono conjugarsi : con- traddire , ridire , maledire , predire , sopraddi- re , soprabbenedire. Fra gP irregolari di questa classe devono an- noverarsi ancora : Morire , premorire , rimorire : udire , disudi- re : uscire , riuscire : empire , seguire, prose- guire , perseguire , inseguire , conseguire : Venire, invenire, antivenire , svenire, avvenire, sopravvenire , provenire , prevenire , pervenire , avvenirsi : Aprire, coprire: e tutti i loro composti. Dicevo antiq. Dicei erron." (3) (3) Dici a antiq. Dicea poet. (4) Dicémio errori. (5) Dicevi: di davate erron. (6) Dice ano : dicién poet. Dicevono erron. (7) Dicéi erron. (b) Dice : dicette erron. (9) Dissenna : dicessimo erron. '10) Dicesti erron. 11) Dissono: disseno anliq. D issano erron. [il.) D ga : dighi ; erron. (i5j Die hi erron. (14) Dichiamo erron. i5) Dichiate erron . Ji6j Dichino erron. 17) Dlerei antiq. Dina poet. Direbbi errore i38 Udire. Questa verbo prende la (*/) nelle voci accentate nella prima sillaba ; come ode , odi , òdono. Dunque non si dirà odiamo, ma udiamo. Uscire. "Esco, esci, esce, escono; esca, escano. Venire. Vengo, vieni, viene; venni, venne, vennero ; venga , ventiliamo , venghiate , venga* no, verrò , verrai , ec (1} G'/wo antiq. (2) Già poet. (3ì Giano : gieno poet. (4) G/0 poet. («*)) Gissimo erron. (6) Giro girno , gir , irò , ir t poet. Girno erron. (7) Gwjì erron. (8) Gisti erron. (9) Gissono anticj. fio) Gir ebbi erron. (nj Girla poet. (12) Gircbbamo errori. 13) Giresti erron. 14) Girtbbono antiq. Girluno iriano , girieno poet. Assertivi uni-persoxali cioè colla terza persona del singolare , ed anche con qualche altra per- sona , chiamati impropriamente impersonali Qpi'i- vi di persona J. Piovere. Piovente , piovuto , piovendo. Piove. Piovèva. Piovvi o piovei(i), piovesti, piovve o piove (a). Piovemmo , pioveste , piòvvero o piover ano (3). la simil guisa procedono : tonare, lampeggiare , balenare , nevicare , grandinare > ec» Dolere. ( soffrir dolore in qualche parte del corpo ). Dolente, Doluto, Dolendo* Dolgo (4)i duoli (5),  Dolsero (i5). Dorrò (16) ec. Dorrai ec. Dolessi ec. Dorrei ec. Essersi addolorato. Essere per dolersi , arere a dolersi. 1) Piovetti antiq. Piobbi poet. 9) Piove t te antiq. Piobbe poet. 5) Ptòuvono, piuvettcro , piovettono antiq. Piòbboro, piòb- bono poet. ,4) Dàgt*° P°et. Doggu erron. SJ Dotrìi , duoi erron. 6) 2}o7o/c« erron. 12) .Dove antiq. Z)o/e erron. x3) Dòisamo , dolessimo erron. 14) Dolesti erron. iSj Dolsono antiq. Dolerono erron. 6) Ztokrò antiq. Xfor/àe erron. s Digitized by Googlje i43 Alcuni assertivi hanno il participio passivo con loppia uscita, sopprimendo cioè at , come Acconciato acconcio. Adornato m adorno. Avvezzato avvézzo. Jaricàto carico. Cfì ITO Cornerà to (Conciato - concio W IU| ( 'ansato casso. Crespato ^1 WwIfU • Dpstuto desto. Fermato férmo. Gonfiato gonfio. Guastato guasto. Ingombrato ingombro. Lacerato làcero. Liberato libero. Macerato màcero. Manifestato manifesto. Mozzato Nettàto mozzo. nétto. Pagato Privato — pago. — - privo. Scemato — scémo. Sconciato — sconcio. Seccato — secco. Sgomberato «— sgombero. Sgombrato — sgombro. Stancato Toccato Troncato Voltato Vuotato Scaricato Stampato Saziato Salvato Sporcato Straccato Pestato — stanco mmm tÒCCO. — trónco. — volto, ^- vuoto. — scarico. — stampo» — salvo, spòrco. — stracco» »— pésto. Gerondio. Il gerondio (i) ecpiivale all' indefinito accompa (i) Tra le altre maniere di esprimersi , che dai latini so- no a noi passate, vi è ancora quella che, a loro imi azione, viene chiamata gerondio, della quale i latini hanno fatto un uso più esteso di noi ; poiché : mentre noi abbiamo terminai ' tutti i gerondi in o, essi ne avevano in o , in j , ed in um. I latini , per evitare la ripetizione dell' indefinito , e per a- vere una maniera dt più per esprimersi , pensarono d'intro- durre nell' indefinito alcune inflessioni analoghe a quelle dei l loro casi del nome, sebbene non egualmente variate, restrin- gendole a tre j per esempio coli' indefinito amare fecero le tre desidenze amandi ( di amare ) , amando ( dall' amare ) , a- mandum ( ad amare i e queste maniere le dissero gerundi dalla voce gerere che vuol dire fare le veci degl' indefiniti. Di queste tre maniere noi non ne abbiamo ritenuta che una, e questa è in do ; per es. fallando , che equivale all' errando discitur dei latini , ed al nostro col fallar s J impara. Ma a questo stesso nostro unico gerondio abbiamo noi data t44 gnato dalla preposizione con , e forma proposizio- ne : p. e. con lo studiare apprenderete = studian- do apprenderete. Così : Se volessi applicare potre- sti ec. = applicando potresti ec. Qui il gerondio supplisce ad una proposizione condizionale , o cau- sale* Dunque il gerondio , oltre la sua significa- zione condizionale , include in un modo occulto affermazione ed azione. E poiché in se stesso è in- differente a qualunque tempo , perciò prende i tempi dell' assertivo principale con cui si associa: p. e. studiando apprendi (sarà presente}: studian- do apprendeste (sarà passato) : studiando appren- derai (sarà futuro). Inoltre i gerondi , come che capaci di associarsi a qualunque persona , prendono quella dell'assertivo reggitore; p. e. « amando i nostri simili saremo da essi amati » qui amando è di persc-na prima e plu- rale \ sarà poi persona terza plurale: dicendo: gii uomini beneficando i loro simili ne vengono com- pensati , sperimentando essi una soave compiacen- za. Alle volte- il gerondio ama di accompagnarsi con la preposizione in; per es. in gareggiando ec. Conviene però usarne a proposito , e senza aria di ricercatezza , anzi con molta sobrietà , come vedremo. Il gerondio non si usa coi pronomi me , te in caso bbliquo non potendo dirsi : facendo te il tuo dovere ; ma dovrà sempre ado orarsi in caso ret- to , io y tu. Cogli altri pronomi però potrà il ge- rondio unirsi tanto in caso retto , come in caso ur.a estensione maggiore di quella che non aveva presso i lati- ni-, poiché, non solo lo preferiamo spesso ai participi , col dire : yeggeudo il pericolo j invece di veggente il pericolo ; ma lo facciamo bene spesso supplire a ll J espressioni dell' assertivo di modo soggiuntivo , come in qualche esempio già addotto. Digitized by Google obbliquo , secondo V esigenza , e dirassi , per es. vedendo egli il pericolo , se ne fuggi ; siccome pure : non curando egli il pericolo , non verrà compatita la sua disgrazia. ■ Preposizioni. Le preposizioni di, a, da (i) chiamate segnaca- si , servendo, come si è veduto, ad esprimere con concisione il rapporto tra due idee formano delle vere proposizioni. I latini spiegavano i rapporti espressi da queste preposizioni dando al nome cer- te particolari cadenze le quali dobbiamo riguar- dare come vice assertivi formanti proposizioni , come si è già osservato riguardo alle cadenze delle voci verbali. Sarà opportuno di esporre una varietà di (i) In vece della preposizione a si odopera anche da, di- cendosi egualmente bene venne a lui e venne da lui ; ed a si pone anche in luogo di con ; per esempio : nutrito a latte , cioè con latte. Cosi invece delta stessa da si pone per , ma in senso passivo , dicendosi: farò per me quello che si potrà, cioè si farà da me. La preposizione con , seguita dall' articolo il , od ì ama di essere combinata coli' articolo ; come ne' seguenti esempi: col figlio j co* figli , cogli studenti ; in vece di : con il figlio , con i figli , con i studenti. Suolò anche la preposizione con posporsi , e combinarsi con pronomi personali, sottraendola n ; Esempi meco, teco ec. anzi non di rado si raddoppia dicendosi : con meco , con teco ec. Osserveremo ancora in questo luogo: che non sono con- cordi fra loro i grammatici , sul numero delle preposizioni. Alcuni fra essi le moltiplicano assai , ponendo fra le prepo- sizioni molti avverbi ed anche nomi, cui si sottintende qual- che cosa ; come prima , verso , sopra , disotto , dentro , fuori ec, hanno queste voci 1' uno o l'altro significato , secondo l' uso che se ne fa. La preposizione in unita agli add iettivi dà loro il significato negativo: infelice, infausto , incomodo ec. 7 *46 Rapporti espressi mediante le preposizioni. Rapporto di luogo = Ivi: colà : quassù : altrove : dovunque : ec. Rapporti di azione con tempo limitato = fin- ché : fino a tanto che : fino : in ultimo : ec. Di modo di agire = a senno : a capriccio : a talento : a dispetto : a posta : di nascosto : volen- tieri: ec. Di qualità sss Lene : meglio : ottimamente ; ma- le ; peggio : ec. Di preferenza =: piuttosto : prima : ec. Di similitudine = siccome : come : cosi : a guisa di: similmente : parimente: ec. _ Di quantità o numero = molto : assai : troppo : quanto-: pòco: alquanto: meno: solo: soltanto, abbastanza : ec. Di probabilità = forse : circa : presso a poco : quasi : ec. Di diversità e contrarietà = altrimenti : diversa- niente : al contrario : ali 1 opposto ; nondimeno ; tut- tavia : ec. Di tempo presente =r oggi : adesso: ora : ec. Di tempo passato ssa ieri : dianzi : innanzi : pri- ma : poco ùl ; or ora ; per ¥ addietro ; per lo pas- sato : ec. Di tempo Juturo = domani : in avvenire : per V avvenire: fra poco: in breve : ec. Di continuazione delV azione con il tempo — tuttora : ancora : sempre ; ec. Di durata Jino al momento presente — finora, fino ad ora : ec. Di successione di una cosa ad un altra : di w tempo ad un altro = dopo: dipoi: appresso: quin ili ; d'allora in poi ec. i47 Di due cose od azioni ad un medesimo tempo = intanto : frattanto : mentre : ec. Di tempo indeterminato = quando : qualora : ogni qual volta : ec. Di azioni ripetute con i tempi corrispondenti ss ogni volta ; spesso , spesse volte : sovente : di ra- do : alle volte : tal volta : ec. Di azione con brevità di tempo = subito ; pre- sto : tosto : immantinente : ec. Di azione con lentezza di tempo = tardi : a da* gio : a bell'agio: piano: a poco a poco : ec. Di approssimazione = quasi , incirca ? a un di presso , ec. Di esclusione — senza , nè , neppure 5 soltan- to 9 solamente 9 ec. ec Dopo tutto ciò , si domanda: se le parole che i grammatici chiamano preposizioni, aver dovrebbero questo nome ? nò certamente, se si riguardi l’officio loro nel discorso. Dovrebbero piuttosto avere due denominazioni , e chiamarsi inter-posizioni e com-posizioni. Inter-posizioni , perchè distinte stanno fra due vocaboli } ed , a guisa di anelli di connessione , fanno 1' officio di legame , sì per il vocabolo che precede 9 come per quello che segue \ si dovrebbero poi nominare composi- zioni , perchè , incorporate ad altre parole , for- mano , come abbiamo accennato , delle vere pro- posizioni. Congiunzioni, La e non fa sempre Tuficio di copulativa, a do- pandosi talvolta per dare non so qual enfasi al discorso, per es. E fino a quando avrò a soffrire? Pure posta al principio della frase vale lo stesso che nonaimeno, o ciò nonstante ; quando si adopra i48 per ancora vuol essere preceduta da altra parola. Ma significa per lo più contrarietà. Quando fa intendere accrescimento viene allora in seguito di non solo. Nè si replica d 1 ordinario e si associa a quelle voci cui conviensi la stessa negazione per dar com- pimento ad uua frase. Se i o è condizionale, o dubitativo. La se con- dizionale regge il soggiuntivo quando V altro as^ serlivo è soggiuntivo 5 come, se potessi ajutarti; pure al modo indicativo; come: spero, sevieni, che sarai soddisfatto. La se dubitativa regge sempre il soggiuntivo^ come : non so , se io possa abbracciare il partito* Le altre congiunzioni condizionali, purché, qua- lora , quando , sòl che ec. vogliono sempre il con- giuntivo; per esempio : ti servirò, purché 10 possa. Le congiunzioni affinchè , acciocché, perchè ec. vogliono sempre il soggiuntivo. Lo stesso dicasi in generale delle congiunzioni quantunque , sebbene , bencfiè , avvegnaché , co* mechè ec. Vi sono dei casi nei quali queste con» giunzioni possono reggere anche l'indicativo ; per es. si può cercare , sebbene io sono , ( o sia ) certo che t conciosiackè , conciotiacosackè, ec. reggono il congiuntivo. Che serve sempre di legame per unire un con- cetto ad un altro , benché prenda mille forme nel discorso per es. : « Che fai? che pensi ? che pur dietro guardi; ànima sventurata che pur vai. Cosa è auello che fai , cosa pensi ? perchè pur guardi indietro , o anima sventurata , la quale pur vai ec. Qui la parola che ora fa le veci di una completa proposizione, ora fa da avverbio, ed ora da pronome congiuntivo. Digitized by Google Ma il che oltre fare le veci di pronome con- giuntivo indeclinabile per tutti i generi > numeri e casi; come: « Quel Dio che atterra e susciti che affanna e che consola » ; serve anche a for- mare delle proposizioni o suibordinate , o inci- denti , come per es. coloro , che amano gli uo- mini virtuosi , desiderano che voi siate felici; que- sto è un pensiero espresso con tre proposizioni collegate fra loro; cioè i.° Coloro desiderano; 2. 0 che amano gli uomini virtuosi ; 3." voi siate felice. Ma la proposizione: che amano gli uomini virtuosi ; potrebbe essere tolta giacché , senza di essa, si avrebbe un senso compito; e questo sa- rebbe: Coloro desiderano che voi siate felice. Or bene la suddetta proposizione seconda è incidente tra le altre due proposizioni : coloro desiderano , che voi 6Ìate felice. E la proposizione : che voi siate felice, essendo dipendente dalla antecedente: coloro desiderano , e con questa essendo legata in modo , da determinarne il senso; perciò chia- masi proposizione subordinata , ed equivale il se- condo che alla proposizione una cosa e questa è. Riteniamo adunque: essere proposizione inci- dente quella senza la quale il discorso avrebbe tuttavia senso compito; bene inteso però che non avrebbe espresso per tal mancanza completamente il pensiero ; così nelT esempio addotto, togliendo la proposizione incidente: che amano gli uomini virtuosi ; resterebbe : coloro desiderano che v possiate scrivermi come Francesco I. a sua ma- il dre dopo la battaglia di Pavia : tutto è plr- "» DUTO FUORCHÉ ONORE ». Diamo termine a questo articolo fissando-, con- venire ; (1) Il celebre Pascal così termina una sua lettera: a Per- donami se sono stato sì lungo : mi è mancato il tempo per essere più corto ». Apprendete da ciò che dovete molto ri- flettere per nou negligentare lo stile delle vostre lettere fa- migliari» Questa negligenza vi esporrebbe ai! a censura di chi le legge. Se la forza dell'amor proprio trattiene l'uomo dal- l' accordare ad altri se non che difficilmente la sua stima, lo spinge ancora ad abbracciare con piacere uu motivo qualunque per toglierla, o diminuirla. i64 i.o Che nella tela delle parole tutte siano escluse le oziose , perchè oltre il risparmio della scrittura e del tempo 9 la sentenza verrà più forte, più sentita, e più atta a ritenersi. a.° Che si usi temperanza nelle descrizioni di ogni maniera , volendo il dir nostro direttamente con pesati sensi procedere. 3.° Che le similitudini siano strette in modo che talora , anche in una sola voce si fondino. 4-° Che evitinsi possibilmente i gerondi , che sempre obbligano f iucominciamento della sen- tenza con troppa pompa , e con suono monotono e lento. 5.° Che de' traslati (vedi p. ig) sia parsimo- nia purché il discorso non prender debba impeto guerriero e sdegnoso. Armonia del discorso. L' arte di formar bello il discorso ed armonico dipende ancora da certi giacimenti , come quas meccanici , di voci che ne compiano P armonia * dote che tanto procacciò di seguire lo stesso divin Tullio , che ogni gran cosa avrebbe quasi preter- messo anziché tradire quello che egli dicea supre- ma giudizio delT orecchio. La bellezza ed armonia del discorso italiani) già fu da noi avvertito derivare precipuamente dalla avveduta disposizione delle cougiunzioni > e dalla scaltra posizione delle preposizioni. Non vogliamo però lasciare di osservare eli nuovo che il colloca- mento dell* indefinito prenderà una gran parie nel- P eleganza ed armonia del discorso medesimo. Per servire alP armonia si adducono dai gram- matici specialmente tre figure denominate pleonas- mo ? enallage 7 iperbato. i65 Il pleonasmo aggiunge in più casi ciò che non è di assoluta necessità , ma che pur serve a con- ciliare al discorso spirito e grazia. 1/ enallage si- gnifica sostituzione, figura più frequente presso noi che presso i latini, e consiste n eli' usare di una qualche parte del discorso in luogo di un' altra sua parte i come per es. l'aggettivo invece dell'av- verbio; un modo invece di altro modo; un tempo per un tempo f indefiniti per sostantivi , assertivi per assertivi ; ec. I/iperhato ( greca voce che significa trasposi- zione ) consiste nella posizione di una parola piut- tosto prima che dopo di un 1 altra parola. Riguardo all'armonia ci limiteremo a fare avverti* re: i.o Che fra le congiunzioni, segnacasi, avverbi, e preposizioni deve porsi 6empre uno stretto rap- porto , o richiamo , viziose essendo le sentenze che procedono per copulativi» 2.0 Che si preferisca la desinenza dell' indefi- nito dell' assertivo , ove accrescasi V armonia , senza pregiudizio della chiarezza. Del resto non solo dai sterili e freddi precetti apprender dovete a far procedere il vostro discorso con chiari, armonici, dolci, variati , ed eleganti modi , e che spedito e rapido scorra e saetti con tanta forza come strale al bersaglio; ma molto più dalla pratica acquistata sui migliori e prin- cipali scrittori che fanno servire primieramente ai pensieri le parole , e poi anche alle parole i pensieri (i). (l) Non dovete però obliare P avvertimento sanzionato an- che dal Monti , che gli ornamenti nella /avella non istanno bene ad ogni ora. li mostrar negligenza in alcuna leggiera cosa , col non dir sempre nel miglior modo , spesse volte me- rita commendazione # perchè codesta negligenza, quasi disso- i66 Certamente i dotti autori che scrivono per farsi intender dal popolo, e non già i grammatici sono i veri maestri delle lingue (i). hi parlò Lene, e bene si scrisse anche prima che vi fossero teorie grammaticali , le quali non sono giuste se non siano dedotte da sensate osservazioni su de 1 buoni scrit- tori, e sulle migliori maniere di parlare della na- zione vivente; quem penes arbitrium est , et ius, et norma loquendi ^ Orazio ). APPENDICE * i Ortografia. I Grammatici si estendono ancora a parlare della ortografia, che insegna: i.° a scrivere i voca- boli correttamente , componendoli cioè con un esatto numero di vocali (2) e di consonanti (3) : 2,0 A frapporre nel discorso scritto certi segni nanza musicale , può servire a dare un maggior risalto a\\c principali bellezze della favella. Che anzi col troppo calcare la lima potrebbe anche accadere di mordere spesso sul vivo, e di portar via colla parte viziosa la sana ; e allora , per sover- chio desiderio del meglio , si andrebbe a cadere nel peggio. (1) Chi avesse consumato tutta la sua vita nell' apprendere le lingue senzachè col loro mezzo fosse pervenuto alia cono- scenza delle utili verità per mancanza di tempo, a questo po- liglotta si converrebbe torse meno il titolo di sapiente che ad un buon'artista che sapesse bene la sua propria lingua. (a) Due vocali che formano sillaba e pronunciansi con una soia missione di voce che si appoggia in modo su di nna delle due vocali quasiché assorbisse 1 altra dicesi dittongo , voce greca che significa dui-sono ( due suoni ) : per es. au-ra , pìe-no , chia-TO , buo-xxo , fia to , cie-\o , ec. (3) Le consonanti si distinguono in mute e liquide. Le mute hanno l'appoggio di una vocale dopo di loro, e le liquide avanti onde sono mute le b, c, d, g, p, q, t, sono poi le , f, 1 , m , n \ r , s. Digitized by Googl 167 chiamati interpunzioni per far distinguere i sensi diversi delle trasi , e le pause del discorso. E benché abbiate voi già appreso nel compilare la maniera di pronunziare le parole e l'esatta com- binazione delle vocali e consonanti che servono a comporle, e le pause ed i variati suoni da darsi ai periodi ; pure vi saranno opportuni gli avver- timenti che sieguono. 1. Alcune voci indifferentemente si scrivono con c o con z , come : ufficio t sa uffizio , beneficio= benefizio , indicio = indizio , annunciare = an- nunziare , pronunciare = pronunziare , ec. 1, La h si scrive nelle interiezioni oh ! ahi ! deh! ah! ahimè o ohimè, ec. dando una qualche aspirazione al suono delia h \ aspirazione che non ha luogo nelle voci ho , hai> ha, hanno , le quali, volendosi oramettere la k , dovrebbero accentarsi per distinguerle da altre voci diverse, come si è già osservato -, ed è perciò che potrete scrivere avvi , avvene , piuttosto che havvi, hawene y ec» non avendo luogo equivoco alcuno in simili com- binazioni di voci. 3. La j lunga, tanto al principio della parola quanto frapposta a due vocali , fa Y uficio di con- sonante ; come Jacopo , jattante , jattura ; Ajo , strettojo , gioja , libra jo, ajuto , voci che ci danno nel plurale , strettoi , librai , ec. In fine di vocabolo la j ora equivale ad 1, ed ora aa ii , cioè può scriversi con il solo i in quei vo- caboli che terminano nel nominativo con io ed han- no T accento nell 9 antipenultima vocale , come : prèmio, òzio, scòglio figlio, occhio, frégio, ec. voci che ci danno nel plurale , prèmi , ozi, scògli, Jigli, occhi, fregi, ec. Che se l'accento cadrà nel- la i dell' io allora alla j del plurale si sosti tui- 1 i68 ranno due li , onde da pio , resilo , natio , ec. avremo pii , restii, natii,' ec. Similmente richiedono due ii tutte quelle voci che scritte con una sola i avrebbero un diverso si- gnificato , come , adempii , per distinguerla da adempi , desiderii , per non confonderla con de- sideri , principii ben diversa dalla voce Princi- pi i ec * Prendono la sola i finale nel plurale quelle voci che nel singolare hanno la desinenza in ciò , gio, glio ; onde diremo: agi , indugiagli, ec. Così le voci in aio, eio, oio, uio, finiscono in i; per es. fornai, pompei , rasoi , bui , ec. Le voci che terminano in mio, mo, prendono due 115 per es. dominio, domi ni ì , ec. cosi le voci in bio , i = evvi, dà-Wi=: dammi , và-ne = vanne , Sta ti = statti ec. 4«° Che quando la prima voce componente sia uno dei monosiliahi : a , e , i , o , eo , so, j« , da , fra , ad, allora dovrà raddoppiarsi la con- sonante , e scriversi accorrere , eccedere , irriga- re , opporre , commovere , sollevare , ^accedere, dabbene , /rammettere , raddrizzare , ec. Deve però eccettuarsi la voce comandare, e quelle nelle quali la seconda voce componente incomincia con la s impura } come aspirare , istillare , ec. 5. ° All'opposto non si raddopppia la consonante se la prima delle voci componenti o è di più sil- labe, o non finisce con vocale accentata 5 come: portami, vedilo, godesi , sottoposto, oltremodo, ec. Devesi però accettuare eo/*/rapporre , sopra- ttutto , a/frettanto, o//racciò, ec. Se la prima voce componente è uno dei mo- nosiliahi de, re, prc; come: deridere, relegare, premettere ec. 6. ° Il monosillaho di fa raddoppiare la /*, e la s, come dift idere, dissimili, ec. fuorché alle voci diletto, d/fendere; ed anche il monosillaho in, se r altra voce componente incomincia con la n, come /anato , z/inumerahile; e qualche volta ancora, henché la seconda voce componente incominci con vocale, pure si raddoppia la n del monosillaho in, come , ìnn ibbissftre , innalzare , /anamorarc, in- nanzi, e c. Il monosillabo ri raddoppia soltanto in 170 rinnegare, rinnovare , nnnestare: se in sebbene, neppure: prò in ^roccurare, ^rofElare, provvede- re , benché queste tre voci si scrivano ancora sen- za raddoppiamento. 7. 0 Gli assertivi taccio, piaccio , giaccio , i quali fuorché in taccia, piaccia, giaccia, tacciano, piaccano , giacciano , hanno tutto il resto con una sola c; pure nei loro passati, invece di raddop- piare la c , prendono la q , scrivendosi tacqui, giac- qui ? piacqui, tacque, giacque, piacque, tacque- ro , giacquero , piacquero. Lo stesso si dica del- le voci nacqui, acqua, acquisto, e di altre si- mili. Le voci aquila , aquario scrivonsi senza c. 8.° IVon si raddoppiano quasi mai le conso- nanti d, m, n, r , v , z innanzi la 1; comete- dia , premio , gloria , savio , ec. eccettuate le vo- ci mummia, bestemmia, pazzìa e qualche altra. q.° La z non si raddoppia innanzi alla 1 se- guita da vocale -, onde scriverete : azione , vizio , letizia, ec. £ quando deve raddoppiarsi è seguita da una vocale diversa dalla i$ come bellezza, *>ez- zo , pazzo , ec. Lettere maiuscole. Maiuscola sarà la lettera nel principio del vo- stro discorso, e de' suoi periodi; nei nomi pro- pri , nazionali, ec. Nei nomi di ceto rispettabile come Senato, Magistrato^ Collegio, ec. Potranno essere tutte maiuscole lenètture di un intero vo- cabolo degno di particolare osservazione , ed an- che quelle di una forte sentenza. Potrà ancora essere maiuscola la prima lettera di un qualche concetto sentenzioso posto dopo due punti. Sillabe* 171 Più di una vocale non può entrare in una sil- laba , salvo i dittonghi. Anzi talora una sillaba è formata da una sola vocale come in a-mo-re. Possono però concorrere più consonanti per for- mare una sillaba*, come p. e. nella parola strappa re. Per sillabare con esattezza bastino le seguenti avvertenze. La consonante raddoppiata deve dividersi per formare due sillabe \ per es. yen-dct-ta 7 fra-Jc/- loj stesso, ec. Se tre consonanti insieme si troveranno entro un vocabolo, la prima dovrà unirsi conia vocale che la precede, e le altre due faranno sillaba con la vocale che siegue; per es. orn-bra , scrn-pre, in- cli-to. Deve però eccettuarsi la la quale ben- ché sia la prima delle tre consonanti, pure si as- socia colle altre due e forma una sola sillaba con la vocale che viene appresso:, p. e, disastro, con- stru*zio-ne. Devono però eccettuasi i vocaboli com- posti 5 come : dis-por-re } dis giungc-re, dis- fa-re ^ instrui-re, ec. Lo stesso discorso ha luogo per la / in eguali combinazioni. Alla fine di riga, se si deve spezzarla parola, non deve spezzarsi la sillaba ; e dovendo terminarla in consonante apostrofata , conviene porre la conso- nante a far sillaba ^co 1 ' i vocale della voce che segu*. * Interpunzione (i). L' interpunzione consiste nel frapporre certi se- ti) Per meglio comprendere l'utilità della interpunzione ba- T 7 2 gni convenzionali alle nostre scritture per rap- presentare per così dire in rilievo i diversi signi- ficati delle sue proposizioni, frasi , periodi, sen- tenze , domande enfatiche ec. per avvertire il let- tore delle pause e tuoni variati che devono accom- pagnare la sua lettura. 11 punto fermo (.) ponendosi alla fine di un periodo, che presenta il senso interamente com- pito, serve a segnare il termine del periodo (i). Li due punti (;) servivano a far distinguere i diversi membri del periodo. Ma ora vengono ri- serbati per indicare un esempio, o una sentenza, che vuole addursi , od anche un concetto di par- ticolar significato. Il punto e virgola (;) è stato sostituito ai due punti per marcare i membri , e partì del periodo. La virgola (,) ci fa distinguere le parti mi- nime deì periodo, cioè una frase dall'altra, le proposizioni incidenti, e !e subalterne dalle prin* cifoli* Il punto interrogativo (?) si pone dopo una proposizione o frase , o membro che include inter- rogazione 5 o domanda j p. e. parla , dimmi che fu? (a) II punto ammirativo (!) ha luogo dopo una qual- che proposizione che merita ammirazione perchè sterebbe dare un' occhiata ai codici anteriori all'ottocento; ed anche a quei scritti posteriori al mille, ove restano ancora i vestigi della confusa maniera di scrivere di quei tempi senza punteggiatura. (0 II discorso parlato esige punti , ossia riposi per il riguar- do dovuto ai polmoni di chi parla, e agli orecchi di chi as- col ta . (a) Per ben proferire le interrogazioni enfatiche è necessario di sentir vivamente nell'animo l'odio, o l' insulto o la disap- provazione, o l'orrore, o ec. che esse racchiudono, onde pie- garvi la pronunzia opportunamente. _ DigitizeS by GoogI espone o cosa che sorprende, o cosa strana 5 od anche un grave errore (i). U punto sospensivo (...) serve ad indicare una lacuna nel discorso, essendosi sospeso il prosegui- mento o perchè è per se stesso patente, o per- ché conviene immaginarlo anziché esprimerlo. Il punto unitivo ( - ) si pone fra due parole per indicare che ne formano una composta $ p. e. al- to- tonante. Nella parentesi ( ) viene inserita una proposizio- ne che sembra così estranea al senso del periodo da interromperne quasi il significato, benché vi tro- vi a rigore una sede opportuna. Capoverso. Quando in realtà ciò che siegue non ha col discorso primitivo ne una immediata ne una prossima connessione , allora sarà opportuna una certa fermata , andando a capo per evitare un tal qual fastidio' prodotto da una successione di (jarole giammai interrotta. Tornar faticoso a chi egge , diceva Aristotele, quel non veder mai il line di una scrittura. Dovete poi assolutamente andare a capo quan- do cangiasi argomento nel discorso. Apostrofe ( ' ). Questo segno che indica soppres» sioue di vocale alla fine di una parola , od an- che avanti il, pure non sempre si esprime, ben- ché venga soppressa la vocale , per es v : nel man- dar ad effetto 1 unico progetto. La dolcezza della pronuncia, ed una maggiore speditezza èia forte ragione che esige elisione di vocale , indicando (1) Tanto il punto interrogativo , come l' ammirativo dovreb- bero, pors. ancora nell' incominciamento delle frasi o periodi da' quali vengono richiesti. Allora il lettore verrebbe avvertito in tempo a variar tono per fare spiccare meglio il variar dti pensieri. Questa interpunzione viene seguila dai Spagnoli. Digitized by Google i74 per lo più con un* apostrofe Y ommessa vocale, li perciò il suo retto uso non potrà regolarsi che con qualche avvertenza. 1. a Questa elisione ha luogo più comunemen- te nell 1 incontro di un vocabolo che termina in vocale, mentre Y altro con vocale incomincia; tan- to più se le due vocali sono le stesse ; p. e. que- st' insulto io 1 / sento nel più vivo del cor. 2. a Peli doppiamente apostrofato , fa le veci di per il quando il vocabolo incomincia con altra consonante ; come pel tempo avvenire, pel biso- gno ; che se dopo la consonante seguirà la co y allora si scriverà piuttosto per lo contrario vento, ovvero pello contrario vento; così dirassi per lo stupore ovvero pello stupore, invece di per il stu- pore, attesoché la / muta fa asprezza quando è seguila dalla s impura. Per lo stesso motivo in- vece di per li studi; ec. convien dire per gli stu* di; fi questa avvertenza si estende ancora ad altri aspri incontri di vocali, come per li uomini, di- cendosi per gli uomini. 3. a Quelli plurale fa quegli quando siegue la x impura o la z. 4-° Le voci una ed i suoi composti veruna ♦ nessuna , niuna, ec. quando sono seguite da nomi femminini che incomincino con vocale sogliono apostrofarsi , scrivendo un 1 anima , un* eccellente persona, ec. Mentre alla voce uno ed ai suoi com- posti seguiti da nomi mascolini che principiano con vocale , si sopprime la o senza apostrofe 5 per es. un uomo , ver un amico. " sT ^ I • * L avverbio ora preceduto dalle voci, alla^ tale, Jino | ec. si accoppia colla voce apostrofata: come alla-ora = a//ora , tale- ora = talora , fino a ora '= finora , ec. GH, incontrandosi con un altro i , si eliderà; ma Digitized by Google in altri casi si renderebbe il suono impedito ed aspro. In generale vi guarderete da quelle elisioni che produrrebbero equivoco ; come: eh' onora il sag- gio y potendo intendersi : chi onora , ovvero ciò che onora. Accento (*). Gl'italiani in confronto de' fran- cesi sono parchissimi nelF uso dell' accento che fac- cia distinguere il suono largo dallo stretto delle vocali , benché talora si renderebbe ciò necessario per ben distinguere il significato di un vocabolo da quello di un altro; ed anche per rendere uni- forme in tutta l'Italia la pronunciazione dei vo- caboli. Infatti in alcune parti , la e finale degli avverbi si pronuncia larga, pronunciandosi stretta in Toscana e nella Italia meridionale: tali sono le voci perchè , giacché ec. e per tal motivo ab- biamo credulo di segnar tali voci con accento gra- ve nella nostra grammatica. Già s' intende che r accento largo , che si pronuncia con maggiore apertura di voce, ha il vertice inclinato a sinistra; e che T accento stretto ( ' ) ha il vertice piegalo a destra (i). Voci di diverso significalo dipendenti DalC accento ommesso , Dall' accento largo o posto. o stretto Balia , s. Balìa , s. Tèma , s. Téma , v. Terra, s. Terrà, v. Vóto, s. Vòto> ag. (1) Giovanetti studiosi siate ben persuasi che ogni rostra scrittura nelle altrui m ni diviene quasi un processo ultimata della vostra ìncultezza; venendovi notati non solo gli errori ili concetti! e di lingua > ma quelli ancoia di ortografia* Digitized by Google 176 Faro , s. Farò , V. Merce , s. Mercè , s. Porto , s. Portò , v. Rende , s. Rendè , v. Péro , s. Però, av. Tèste , s. Testé , av. Già , v. Già , av. Di , pre. Dì , s. La , ac. Là , av. Me , rip. Nè. neg. Mèta , s. Metà , s. Céra , s. C* èra Légge , s. Lègge , v. Córre, v. Córre , v. Cólto, ag. Còlto, v. Dècade, s. Decade, v. Lède , s. Lède , v. Tòsco, ag. Tòsco, s. Vólto, s. Vòlto, ag. Frégi , s. Frégi ,. v. Fèssi , ag. Féssi , v. Tórsi, s. Tòrsi, v. Pèste , s. Péste , ag. Sóle , s. Sòie , v. Sède , s. Sède , v. Ésca 4 s. Ésca , v. Empito, s. Empito , Mézzo, ag. Mèzzo, s. Mèle , s. Mele , s. Pòrci , s. Porci, ( por- re qui ). Tèmi(Dea), Temi , v. Tórre , v. Tórre , s. Digitized by INDICE O Preambolo, Prefazione. PARTE PRIMA. Grammatica delle lingue. Parti del discorso. Cap. 1. Del nome sostantivo. Distinzione dei vocaboli. Cap. II. Del nome aggettivo. Gi^adi degli aggettivi. Cap. 111. Dell' accompagna nome. Cap. IV. Del vice- nome , o pronome. Cap. V '. Delle primarie facoltà della mente. » 4^ Sensazioni e sentimento. » ivi Percezione. » 41 Attenzione. » ^5 Idee. ìì ivi Inflessione. » 4^ Giudizio. » 47 Raziocinio. » 5a Evidenza. » 53 Memoria. » 54 Cosccnza. » ivi Cap. VI, fe/io e r/rg/* assertivi. » 5tì Proposizione. i> - 5g Argomentazione . » ho Cap.' VII. Del vice-assertivo (o vice- verbo). » 6i Preposizioni. » 62 Avverbi. » 65 Congiunzioni. * » 70 Interiezioni. a_ ?3 Pag- 3 » Z Pag. » » )> » 2 ru« 3 » 26 3o . Grammatica italiana. Cap, Vili. Nome e pronome. Pag. 76 Genere* » iv i Numero. » 80 Nomi irregolari ed anomali. » 81 Caso. » 82 Segnacasi. » 83 Declinazioni. » 85 Avvertente importanti. » 90 Cap. IX. Curatteri essenziali dell'asser- tivo ( o verbo ) italiano. » 95 Caratteri accidentali del T assertivo. » 98 Modo indefinito. » ivi Voci verbali indeterminate. » c;g Modo imperativo. » 101 Modo indicativo. » ivi AfoJo congiuntivo. » io4 A/odo ottativo, o desiderativo. * io5 Persone degli assertivi e loro numero. » ivi Conjugazione degli assertivi. » xo6 Conjugazione del verbo irregolare es- sere. » 108 Conjugazione dell' assertivo irregolare avere. » 1x2 Cap. X. Prospetto comparativo degli as- sertivi normali delle tre conjuga- zioni regolari. » 1 1 5 Conjugazione dclC assertivo sfinire. » 121 Osservazioni importanti. » 124 Assertivi anomali ( o irregolari ). » 1 26 Conjugazione delt assertivo andare. 1 128 Analisi della seconda conjugazione. » i3o Osservazioni sugi* irregolari colla de- sinenza della seconda conjugazione Assertivi che escono di regola. Assertivi difettosi. Gerondio. Preposizioni esprimenti rapporti. Congiunzioni. Ripieni o riempitivi. PARTE TERZA. Cap. XI. Costruzione del discorso o sin - Chiarezza del discorso. Forza del discorso. Armonia del discorso. APPENDICE Ortografia. Della h,j, consonanti raddoppiate ce. Lettere majuscolc. Sillabe. Interpunzione. *79 » LÌ2 » liiS » i3g » i4Ì » r£5 » 142 » r 5 1 » 1 54 » i55 i6^ » i£6 » 167 » 170 » 171 <i ~IYÌ i Napoli 15 Ottobre '83o. PRESENZA DALLA. GIUNTA PER LA PUBBLICA ISTRUZIONE. Vista la dimanda del Tipografo Giovanni Martin con la quale chiede di voler stampare 1* opera intitolata Principi del discono accomodati al linguaggio italiano del Professore E. Visto il favorevole parere del Tteglo Iieróore Signor D. Girolamo Canonico Pi rozzi; Si permette che P indicata Opera si stampi , però non si pubblichi senza un secondo permesso , che non si darà se pri- ma lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver iico- nomata Mi confronto uniforme la impressione all' originale , approvato. i » Il Presidente, M. COLANGKLO. Pel Segretario Generale , e Membro della Giunta. U Aggiunto Antonio Coppola. 4fC Nome compiuto: Enrico Gambioni. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giamboni,” The Swimming-Pool Library.

 

 

Luigi Speranza -- Grice e Giametta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- il volo d’Icaro e l’implicatura di Sanctis – filosofia napoletana – la scuola di Frattamaggiore -- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Frattamaggiore). Abstract: Grice: “At Oxford, we had ordinary-language philosophy; at Bologna, only EXTRA-ordinary language philosophy counts!” -- Keywords: ordinary-language philosophy. Filosofo italiano. Frattamaggiore, Napoli, Campania. Grice: “Giammetta is a good’un, but you gotta be an Italian to appreciate him fully, or at least have gone to Clifton, as I did!” --  Grice: Giametta’s philosophy is full of Italianateness: ‘il volo d’Icaro,’ and then there’s his ‘Croceian heterodoxies,’ and most Italianate of all, the Dantean reference to Nisso, Chiron, and Folo in the “Inferno”! Sublime!” Cura Nietzsche a Firenze. Ha scritto saggi di critica "eterodossa" su Croce. Cura Cesare. È anche romanziere, estraneo a scuole o correnti, con storie dalla forte valenza filosofica e morale;  attitudine stilistica: la prosa di Giametta pare quella di un centauro: sorprendente incontro di letteratura e filosofia.  Nella "Trilogia dell'essenzialismo" (composta da “Il Bue squartato” --  L'oro prezioso dell'essere e Cortocircuiti), elabora un proprio sistema di filosofia erede del naturalismo rinascimentale. L’Essenzialismo è una nuova filosofia, fondata esclusivamente sulla natura, intesa nei suoi due aspetti, sia come “naturans” (cf. Grice, implicans, implicaturus)  sia come “naturata” (cf. Grice implicatum, implicatura, implicaturus, implicata). Grice: “The problem: ‘is ‘naturare’ a good verb?’ --. L’essenzialismo descrive la condizione umana come determinata dalla combinazione di due elementi eterogenei: dall’essenza di tutto ciò che esiste, che è divina, e dalle condizioni di esistenza, che sono spesso fin troppo diaboliche, a cui sono sottoposte tutte le creature. Il con-temperamento di questi due elementi (essenza ed esistenza), diverso in ogni individuo, spiega le ragioni per cui si afferma o si nega la vita, si è ottimisti o pessimisti...".  Alter opera: “Oltre il nichilismo” (Tempi moderni, Napoli); “Poeta e filosofo” (Garzanti, Milano); Palomar, Han, Candaule e altri. Scritti di critica letteraria, Palomar, Bari Nietzsche e i suoi interpreti. – cfr. ‘Grice interprete di se stesso” – “Erminio; o, della fede. Dialogo con Nietzsche di un suo interprete. Spirali, Milano); “Saggi nietzschiani” (La Città del Sole, Napoli); “Croce” (Bibliopolis, Napoli); “Il mondo” (Palomar, Bari); “Madonna con bambina e altri racconti morali, BUR, Milano); “Commento allo Zarathustra” Mondadori Bruno, Milano); “Filosofia come dinamita” BUR, Milano), “Croce, il pazzo” (La Città del Sole, Napoli); “Eterodossie crociane” (Bibliopolis, Napoli); “La caduta di Icaro” (Il Prato, Padova); Introduzione a Nietzsche. Opera per opera, BUR, Milano, Il bue squartato e altri macelli. La dolce filosofia, Mursia, Milano. L'oro dell'essere. Saggi filosofici, Mursia, Milano. Cortocircuito e implicatura -- Mursia, Milano. Adelphoe, Unicopli, Milano. Il dio lontano, Castelvecchi, Roma); “Tre centauri, Saletta dell'Uva, Napoli. Filosofi, Saletta dell'Uva, Napoli. Una vacanza attiva, Olio Officina, Milano. Grandi problemi risolti in piccoli spazi. Codicillo dell'essenzialismo; Bompiani, Milano. Colli, Montinari e Nietzsche, BookTime, Milano. Capricci napoletani. Pagine di diario (Marco Lanterna), Olio Officina, Milano; “Il colpo di timpano, Saletta dell'Uva, Napoli); “Dio impassibile” (Babbomorto, Imola. Contromano, BookTime, Milano. Il bue squartato e altri macelli, Mursia, Milano.  La passione della conoscenza. Pensa Multimedia, Lecce,. Marco Lanterna, Le grandi oscurità della filosofia risolte in lampeggianti parole. Lanterna, Contributo alla critica di Sossio (in Giametta, Capricci napoletani, OlioOfficina, Milano ). Nietzsche Schopenhauer Colli Mazzino Montinari.  SANCTIS nacque a Morra Irpina (oggi Morra De Sanctis, in prov. di Avellino), al centro di. una zona che fino a dieci anni prima era stata tutta feudale e di cui gli antichi feudatari ancora sfruttavano la scarsa ricchezza boschiva, mentre il potere era gestito direttamente dal clero e dai piccoli o medi proprietari terrieri, anch'essi strettamente legati alla Chiesa sul piano economico -, sociale e Politico. In questo ambiente D. trascorse solo i primi nove anni, ma esso costituì sempre per lui un punto di riferimento, perché sempre egli lo ebbe presente come "polo reale" e, insieme, come "polo negativo" della storia: la realtà da cui partire e rispetto alla quale operare per tutte le conquiste del progresso (morale, culturale, civile).  La famiglia De Sanctis apparteneva a quel ceto di piccoli proprietari del Sud che produceva i preti, gli avvocati e i pochi medici. Avvocato era il padre di D., Alessandro, che però viveva del reddito della sua piccola proprietà, prima ampliata attraverso un "buon matrimonio" locale con Maria Agnese Manzi, poi progressivamente sempre più dissestata; preti i due zii Carlo e Giuseppe; medico lo zio Pietro (ed anche per costui la qualifica professionale servì soltanto a sostenere l'orgoglio del ceto dei "galantuomini"). Come molti esponenti del "galantomismo" meridionale, don Giuseppe e Pietro Sanctis avevano aderito alla carboneria (in funzione patriottica e antifeudale): dopo aver partecipato ai moti carbonari, vissero in esilio per dieci anni, serbando intatto lo spirito antiborbonico, ma non il patrimonio. L'altro prete, invece, don Carlo, fece fortuna in Napoli come titolare di una stimata "scuola di lettere" (un ginnasio privato).  D. è trasferito come ospite ed allievo presso lo zio Carlo.  Dai "ricordi" di D. (La vita) si può ricavare l'elenco delle discipline da lui studiate, con fortissimo impegno, per tutta la durata del corso quinquennale tenuto dallo zio ("Grammatica, Rettorica, Poetica, Storia, Cronologia, Mitologia, Antichità greche e romane" e inoltre "l'Aritmetica, la Storia Sacra, il Disegno"), nonché una serie di notazioni sul metodo d'insegnamento tutt'altro che critico e innovativo ("Un grande esercizio di mernoria era in quella scuola, dovendo ficcarsi in mente i versetti del Portoreale, la grammatica di Soave, le Storie di Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette del Metastasio; tutti i sabati si recitavano centinaia di versi latini a memoria").  Poiché i cinque anni di studi "letterari" avevano un completamento canonico in due anni di studi "filosofici" è iscritto alla scuola di Fazzini, matematico e fisico illustre, di dichiarate convinzioni sensistiche. Per due anni, perciò, egli visse immerso nello studio di Locke, Condillac, Tracy, Elvezio, Bonnet, Lamettrie", o del Genovesi, ma (e questo è un tratto molto importante, destinato a rimanere come atteggiamento mentale) nell'ottica "moderata" che era propria sia dell'ambiente familiare sia del maestro (Il professore diceva che il sensismo en una cosa buona sino a Condillac, ma non bisognava andare sino a Lamettrie e ad Elvezio Voltaire, Diderot, Rousseau mi parevano bestemmiatori, avevo quasi paura di leggerli"). Lo stesso amalgama di aperture progressiste e di scarsa chiarezza ideologica fu nell'esperienza successiva (quella degli studi giuridici), in un'altra scuola privata, dove (con l'abate Garzia) D. impara ad apprezzare soprattutto i codici napoleonici, aprendosi così alla dialettica giuridica liberale. Questi studi avrebbero dovuto rappresentare il punto d'arrivo di tutto il lavoro precedente (poiché, scartata una primitiva ipotesi di carriera ecclesiastica, si pensava di far di lui un avvocato), ma a determinare una diversa scelta di vita intervenne una grave malattia dello zio Carlo, in seguito alla quale il peso della scuola cadde sulle fragili spalle del D. diciottenne, ed egli divenne fonte di sostegno economico per la sua numerosa famiglia (dopo la morte della primogenita Genoviefa, restavano ben cinque tra fratelli e sorelle, che sempre in qualche modo gravarono su di lui, con molte preoccupazioni e ben poche gratificazioni affettive o sociali).  Un altro avvenimento, questo di qualche anno prima, aveva preparato in D. tale mutamento di interessi e di scelte: il suo ingresso nella "scuola di lingua italiana" del marchese Basilio Puoti: di un "maestro", cioè, che rappresentava in quel momento uno dei punti di riferimento più vivi della cultura napoletana e che presto prese a stimarlo, ad amarlo e a guidarlo. Ed è in ambito puotiano che nascono i primi scritti a stampa di D.: la sua volgarizzazione di un brano dell'Eudemia di Giano Nicio Eritreo (Discorso contro gl'ippocriti), apparsa sul Tesoretto, e la Dedicatoria (sua e del cugino Giovannino) al Puoti dell'edizione (da entrambi curata) del Volgarizzamento delle Vite de' santi Padri di D. Cavalca e del Prato spirituale di Feo Belcari.  Non è da qui però che si può ricavare l'immagine complessiva di ciò che egli era alla fine del suo corso ufficiale di studi e all'inizio del suo primo magistero.  Certo, la competenza grammaticale e testuale e la sensibilità alle cose della lingua (alla lingua come sistema formale in cui penetrare con il rigore dell'intelligenza, della scienza e del gusto) erano allora e restarono per sempre una componente molto importante del D. studioso e maestro (questo va ribadito, anche per opporsi a una troppo lunga sottovalutazione critica dell'eredità puristica attiva all'interno della metodologia critica desanctisiana); ma dalla sua precedente esperienza culturale egli aveva ricavato anche un complessivo eclettismo nozionistico e ideologico, un evidente taglio "settecentesco" nell'impostazione del sapere e in più una vastissima pratica di letture, che egli sottolinea con forza nella Vita e che si riverbera in tutta la sua opera. Ricostruendo dai suoi ricordi, risulta che D. Legge con profondo coinvolgimento (oltre a tanti latini, greci, filosofi, storici e giureconsulti) un'incredibile quantità di classici italiani maggiori e minori, dai trecentisti a Metastasio, e poi Parini, Alfieri, Verri, Monti, Foscolo, Manzoni, Berchet, Leopardi, e Fénelon e Voltaire, Young e Scott (ma la zona moderna ed europea andava rapidamente allargandosi: a poco più di venti anni, il suo patrimonio di lettura spaziava con sicurezza da Shakespeare a Richardson, da Milton e Klopstock a Chateaubriand, Lamartine e Hugo.  La professione dell'insegnamento diventò per D. definitiva (grazie all'intervento del marchese Puoti), più o meno contemporaneamente nel settore della scuola pubblica (prima alla scuola dei sottufficiali; poi, al Collegio militare della Nunziatella, prestigiosa accademia militare borbonica) e in quello privato (con la scuola di Vico Bisi, che Puoti apre per lui, affidandogli all'inizio i suoi allievi, poi di fatto - a grado a grado - la sua stessa funzione docente). A quest'ultima esperienza (di cui restano importanti documenti nei Quaderni discuola e una vasta rievocazione nella Giovinezza) si attribuisce, per tradizione ormai consolidata, la definizione di "prima scuola" del De Sanctis. Ma sarebbe forse più giusto comprendere nella definizione l'esperienza didattica complessiva del decennio 1838-48: il decennio che consacrò il successo indiscusso del D. maestro, il quale intanto (nelle diverse fasi della sua frenetica attività) metteva a punto il suo metodo e il suo atteggiamento critico, mentre andava costruendo intorno a sé rapporti affettivi e intellettuali che sarebbero rimasti centrali in tutta la sua vita, e mentre andava maturando fondamentali scelte ideologiche, filosofiche, politiche. I numerosi Quaderni di scuola, che documentano il primo insegnamento desanctisiano, furono in massima parte scritti dagli alunni sotto dettatura del maestro e finalizzati a raccogliere il "succo" dei diversi corsi di lezioni, rispetto ai quali si configuravano come veri e propri libri di testo costruiti in parallelo con l'esperienza scolastica. Si tratta, perciò, di una testimonianza ampia e diretta del suo progressivo evolversi (a stretto contatto con la cultura del proprio tempo) dal purismo e dall'illuminismo moderato fino all'hegelismo, attraverso l'eclettismo, il neocattolicesimo, la partecipazione alla temperie vichiana e a quella dello storicismo romantico. In vista della loro funzione manualistica, i quaderni sono divisi secondo le "materie d'insegnamento" della scuola (alcune presenti fin dall'inizio, altre introdotte successivamente, come lo stesso D. testimonia nella Vita). La grammatica è l'insegnamento originario della scuola, ma i quaderni "grammaticali" più importanti che ci restano appartengono agli ultimi anni e si configurano perciò come approdo della ricerca desanctisiana in materia (con l'acquisizione dello storicismo romantico, del giobertismo, di Hegel). I più antichi tra i quaderni in nostro possesso sono quelli di Lingua e stile, dove, dopo una serie di precetti di radice puristico-illuministica (con forte incidenza della grande Enciclopedia e in particolare d’Alembert), troviamo documentato il primo impatto con il pensiero romantico tedesco (in particolare con F. Schlegel) e tracciata la prima sintesi di storia della letteratura italiana ("Sviluppo della letteratura italiana"). Questa ha già alcune caratteristiche che resteranno immutate in D. maggiore (si muove in ambito postilluministico, con grande attenzione all'Europa e al presente letterario, ma presenta come modello privilegiato di scrittore "contemporaneo" il Manzoni, con un'accentuazione del punto di vista neocattolico, che andrà attenuandosi in seguito). Una lunga storia della poesia è nei quaderni dedicati alla Lirica, in cui l'approdo è rappresentato dal Leopardi; i quaderni sul Genere narrativo hanno le loro fonti in Villemain, Sismondi, Voltaire, F. e Schlegel. Un salto di qualità notevolissimo si avverte nei corsi d’Estetica e Estetica applicata, in cui l'esigenza di definire teoricamente i problemi dell'arte trova un sicuro sostegno nelle teorie estetiche di Gioberti, mentre Hegel fa la sua apparizione nel corso di Storia della critica, che introduce una più stimolante rivisitazione della lirica. Nei due anni successivi egli presenta ai suoi allievi l'Estetica di Hegel nella traduzione francese di Bénard. Alla luce dei nuovi principî affronta inoltre l'esame della Letteratura drammatica, soffermandosi a lungo sulle opere di Shakespeare. Dell'ultimo anno di scuola ci resta anche un quadernetto di Storia e filosofia della storia, che ha come punti di riferimento costanti Vico, Sismondi, Hegel e che aiuta a chiarire il senso dei "compendi" (autografi) della Storia d'Inghilterra di Hume e della Storia civile del Regno di Napoli di Giannone. Questo blocco di materiali storiografici conferma il livello criticamente e ideologicamente molto avanzato della ricerca desanctisiana alla fine della "prima scuola", attestando una visione laica della storia, un rigoroso rifiuto di ogni astrattismo e una forte rivendicazione della concretezza in ogni ambito d'analisi, nonché una chiara assunzione di metodo hegeliano in direzione progressista. Negli entourages di Puoti, della Nunziatella, della sua stessa scuola (e delle altre che fiorirono a Napoli, inaugurando il clima "filosofico" vichiano-hegeliano), D. aveva finito per trovarsi al centro dell'intellettualità progressista napoletana, non si sa fino a che punto compromettendosi con le frange estremistiche di essa. Fatto sta che molti giovani della sua scuola si schierarono a combattere sulle barricate (dove fu ucciso quello che era certamente il più colto e il più ideologizzato fra tutti: Vista) e che dopo quella data D. fu in qualche modo implicato in una setta segreta rivoluzionaria di ascendenza musoliniana, l'Unità italiana, e in un attentato per il quale, tra gli altri, furono condannati a morte L. Settembrini e C. Poerio ("Si facevano i più matti deliri: porre una mina sotto Palazzo Reale pareva un gioco ... Fu la prima volta e sola che fui in convegni segreti). Espulso, perciò, dalla Nunziatella e da "ogni altra scuola anche privata" (come recitano i rapporti della polizia borbonica, che cominciava ad interessarsi di lui), D. si rifugia in Calabria presso un noto e attivo "patriota", il barone Guzolini, in casa del quale è arrestato con l'accusa di essere uno dei principali agenti della setta diretta da Mazzini e da Ledru-Rollin. Trasferito a Napoli e rinchiuso in Castel dell'Ovo, subì due anni e mezzo di "carcere duro", e fu infine giudicato politicamente molto pericoloso ("attendibilissimo") e perciò bandito dal Regno e imbarcato per gli Stati Uniti. 1 suoi allievi-amici napoletani (in particolare Meis e Marvasi, a quel tempo già in esilio) lo aiutarono a sbarcare a Malta, per raggiungere il Piemonte, inserendosi nell'allora foltissima schiera degli illustri esuli politici ivi rifugiatisi (tra i meridionali, sono da ricordare: Spaventa, Bonghi, Mancini, Tommasi, Ayala, Nicotera, Cosenz).  Gli scritti del periodo calabrese e della prigionia rappresentano la punta massima della "spinta a sinistra" che segna il pensiero desanctisiano. In Calabria sono elaborati due saggi (Introduzione all'Epistolario di Leopardi e Sulle opere drammatiche di Schiller), in cui l'interpretazione dei testi esita in senso fortemente politico (sia Leopardi sia Schiller segnano la fine di un'epoca, quella dell'individualismo, dalla quale va nascendo un'epoca nuova - dell'Umanità - impegnata in senso sociale). In Calabria fu probabilmente impostato anche un dramma in prosa, il Torquato Tasso, terminato negli anni di prigionia (il modello più vicino è quello goethiano; il linguaggio è leopardiano; evidente è l'identificazione personale-politica dell'autore con l'intellettuale perseguitato. D. studia la lingua tedesca e se ne servì sia per tradurre il Manuale di una storia generale della poesia di K. Rosenkranz, sia per leggere in lingua originale la Logica di Hegel, che ridisegnò in una serie di Quadri sinottici (praticamente una sintesi completa dell'intera opera). Ma il testo più interessante elaborato in Castel dell'Ovo è certamente La prigione: un carme di 256 endecasillabi sciolti (l'unica prova poetica, se si esclude qualche poesia d'occasione), che rappresenta il punto massimo di "giacobinismo" realizzato da D., con il rifiuto e la denuncia di ogni metafisica (un'inversione fortissima rispetto al neocattolicesimo degli anni della prima scuola), e con una proposta politico-ideologica chiaramente ispirata all'interpretazione di sinistra della filosofia di Hegel. Fortissima è anche la svolta di atteggiamento nei confronti di Leopardi: all'immagine sentimentalistica e scettica divulgata nel clima del primo romanticismo napoletano si sostituisce un'immagine combattiva e materialistica del poeta di Recanati (che offre, del resto, il modello stilistico e strutturale all'intero carme. costruito come storia metaforica del pensiero umano, in rivolta per la libertà, contro la tirannia, l'oscurantismo, l'ingiustizia sociale).  A Torino D. rimase  in un vitale rapporto d'amicizia con Meis e Marvasi e con Spaventa, ma molto isolato rispetto al potere politico e culturale. Il suo unico lavoro fisso fu, allora, l'insegnamento dell'italiano nell'istituto femminile della signora Eliott (dove si verificò un episodio d'innamoramento - per la giovanissima Teresa De Amicis - che riempirà d'illusioni e di malinconie gli anni successivi); ma ebbe anche alunni privati dal nome prestigioso (come Virgina Basco - futura destinataria del Viaggio elettorale -, Ainardo di Cavour, Larissé). L'esperienza centrale del periodo torinese si realizzò, tuttavia, attraverso due corsi di "lezioni pubbliche" su Dante: conferenze organizzate dai suoi amici per soccorrerlo "nella dignitosa povertà dell'esilio" e che di fatto lo rivelarono alla cultura italiana.  Egli prese a collaborare alle appendici letterarie: sul Cimento di Torino pubblicò alcuni saggi fondamentali, vero e proprio punto d'arrivo della sua critica militante. E allo stesso anno risale anche il primo episodio di giornalismo politico della sua vita: la pubblicazione, sul Diritto di Torino, di una serie di interventi contro il "murattismo" (cioè contro l'ipotesi di una sostituzione "diplomatica" della dinastia borbonica di Napoli con la discendenza di Murat), che rappresenta la prima fase di avvicinamento di D. alla monarchia sabauda (questa viene proposta come unico possibile strumento di unificazione della nazione, in un'ottica di "patriottismo costituzionale" cui, in seguito, egli resterà sempre sostanzialmente fedele). Sempre per interessamento dei suoi compagni d'esilio, fu finalmente gratificato di un importante incarico professionale: l'insegnamento della letteratura italiana presso l'Istituto universitario politecnico federale di Zurigo. Gli anni di Zurigo sono anni di nostalgia e di isolamento (anni di réve, com'egli stesso diceva), ma produssero almeno due conseguenze molto importanti: l'elaborazione di lezioni che sarebbero rimaste come una pietra miliare della sua ricerca critica (soprattutto su Dante, Petrarca e la poesia cavalleresca) e il contatto con ambienti culturali e politici di vera e propria avanguardia in Europa (Wagner e Matilde Wesendonck, Moleschott, gli Herwegh, Burckhardt, Vischer, ecc.) che egli ebbe modo di conoscere e di valutare criticamente (per esempio, prendendo le distanze dall'irrazionalismo di Wagner e di Schopenhauer molto prima che le mode irrazionalistiche toccassero l'Italia, o cercando di capire i limiti concreti del ribellismo dei mazziniani quando Mazzini è ancora un mito in Italia.  Dei corsi danteschi di Torino non restano manoscritti, ma ciascuna lezione fu ricostruita su appunti di allievi (Marvasi, D'Ancona), in vista di una non mai realizzata pubblicazione in volume. Le conferenze torinesi (undici di argomento teorico, diciannove dedicate all'Inferno, cinque al Purgatorio) sviluppano presupposti romantico-hegeliani, con particolare riguardo ai problemi dell'unità e della forma del poema di Dante. Nell'esaltazione "passionale" dell'Inferno, emergono le grandi figure alla cui analisi è legata la fama popolare del D. dantista (Farinata, Francesca, Ugolino) e si afferma il taglio monografico che sarà proprio dei maggiori saggi desanctisiani. Semplificando la materia dei corsi, e prolungandola fino a percorrere tutta la Divina Commedia, D. insegna Dante a Zurigo (anche di queste lezioni ci resta la ricostruzione da appunti). Da tale lavoro deriva tutto ciò che egli pubblicò successivamente su Dante e sul suo tempo (ivi compresi i capitoli della Storia, che ne tesaurizzano le idee-forza), ma i risultati metodologici più avanzati da lui raggiunti negli anni d'esilio sono testimoniati dai contemporanei scritti giornalistici (che furono poi pubblicati tra i Saggi critici). Il Pier delle Vigne è addirittura una lezione torinese trascritta, per LaNazione di Firenze, da A. D'Ancona: la celebre lettura del canto esalta i grandi caratteri e le grandi passioni dei personaggi e ne analizza le sfumature, le situazioni, i contrasti; il saggio La Divina Commedia (versione di Lamennais) dichiara la fine dell'antico metodo retorico e il rifiuto del metodo "storico" di oscuola francese"; quello intitolato Carattere di Dante e sua utopia individua il centro della grandezza poetica di Dante nella sua "anima di fuoco" in cui "si riverbera l'esistenza in tutta la sua ampiezza". Il punto d'arrivo della ricerca zurighese (molto più problematica di quanto appare nelle lezioni) è suggerito nel saggio Dell'argomento della Divina Commedia, che afferma da una parte il rifiuto del sistema e dall'altra la validità degli strumenti d'analisi hegeliani, a stretto contatto col testo letterario (un approdo, in sostanza, per D. definitivo).  Negli scritti letterari d'argomento contemporaneo o d'occasione (destinati a giornali torinesi e anch'essi in massima parte raccolti poi nei Saggi), D. esplica, negli anni d'esilio, il suo impegno militante, ma sempre a stretto contatto con i problemi di metodo critico che sono al centro dell'insegnamento dantesco. Il più esplicitamente politico di questi saggi è L'ebreo di Verona, che consacra, a livello nazionale, la sua fama di polemista laico e liberale (l'autore del romanzo, il gesuita Bresciani, ignorando le conquiste del cattolicesimo manzoniano, ripropone la religione in funzione antiliberale e antiprogressista: il suo ruolo storico, dopo la sconfitta, è "aggiungere i suoi colpi codardi alle mannaie del carnefice. La militanza critica passa sempre attraverso una precisa idea (romantico-hegeliana o posthegeliana) della letteratura. In Satana e le Grazie essa è espressa con molta chiarezza: di fronte al poemetto di Prati la fantasia rimane inerte: il cuore riman freddo, perché "in questo lavoro non vi è creazione e quindi non vi è fantasia Prati ha una viva immaginazione, e per questa facoltà è forse il primo poeta di second'ordine che sia oggi in Italia"; del resto, i suoi testi poetici hanno tutti i limiti e i difetti della "declamazione rettorica". E questa non è un difetto esclusivo degli scrittori moderati: essa è condannabile anche quando sia posta al servizio delle più ardite analisi politiche, come nella Cenci di Guerrazzi, avvolta nel vecchio repertorio delle metafore e dei luoghi comuni. C'è un solo poeta italiano che abbia attinto i livelli della "grande poesia" nel mondo moderno, dice in un importantissimo saggio, e questo è Leopardi. Il saggio s'intitola Alla sua donna. Poesia di Leopardi ed è, probabilmente, lo scritto leopardiano più importante del D., che, con parametri schilleriani e byroniani, traccia qui una straordinaria immagine di poeta laico, interprete della civiltà contemporanea perché capace di farsi critico e filosofo e di far scintillare la poesia dalla "meditazione". Ma, a parte l'eccezione leopardiana, il clima del presente letterario fa temere un ritorno alla identificazione tra poesia e retorica (Sulla mitologia - Sermone di Monti. A questa pericolosa tendenza D. oppone la difesa d’Alfieri contro i critici francesi contemporanei (Veuillot e la Mirra, Janin, Janin e Alfieri, Vanin e la Mirra), ed evidentemente questa polemica ha un profondo retroterra politico: la rivalutazione della fase "eroica" del classicismo settecentesco, nella cultura "rivoluzionaria" dell'intera Europa. Perciò questa rivalutazione riguarda anche Foscolo (Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo e Storia di Gervinus, e la polemica colpisce anche un critico come A. de Lamartine ("Cours familier de littérature par Lamartine). Nello stesso ambito il modello di Hugo viene proposto come sostanzialmente positivo (Triboulet e "Le contemplazioni" di Hugo) ed è possibile perfino il recupero di un classico manierato come Racine, perché capace di creare dei grandi personaggi drammatici (La Fedra di Racine). In questo ambito, infine, si configura una delle prime, ma già precise professioni di realismo di D. critico (Saint-Marc Girardin).Il sentimento astratto non è poesia, non è cosa vivente ... La poesia dee riprodurre la realtà vivente. Il poeta dee rappresentarci un uomo vivo, perché questo, in quanto tale, è già un perfettissimo personaggio poetico.  La progressiva conquista di un punto di vista "realistico" con cui guardare al testo letterario è registrata dai ricchi appunti che ci restano (a cura di V. Imbriani) delle lezioni zurighesi sul Poema epico. Proprio in questa sede D. usa per la prima volta il termine "realismo" (ancora nuovo nella critica francese più avanzata da cui lo deriva), mentre ribadisce il rifiuto del "sistema" hegeliano come strumento di critica letteraria e conferma la validità degli strumenti d'approccio al testo ricavabili dall'estetica hegeliana. Il messaggio filosofico più complessivo, nell'ultima fase del suo esilio e del suo vitale contatto con le avanguardie europee, fu affidato da D. al dialogo Schopenhauer e Leopardi. Anche questo testo ha una struttura leopardiana (ispirata alla provocatoria ironia delle Operette morali), ma s'interessa a Leopardi solo nell'ultima parte, dedicando molto spazio all'illustrazione del pensiero di Schopenhauer, indicato come il liquidatore di un'epoca (quella dell'Ottantanove, del Trenta, del Quarantotto) che egli considera "un'illusione, o piuttosto ... una imbecillità generale". La filosofia di Schopenhauer è, perciò, "nemica della libertà, nemica dell'idee, nemica del progresso"; in politica, egli ripropone "lo Stato monarchico, la nobiltà, il clero, i privilegi", nega la libertà di stampa e odia Hegel come "corrompiteste" (la moda di Schopenhauer in Europa è, in sostanza, un grave sintomo di regresso storico: la sua tardiva riscoperta equivale a un'abiura di tutto il progressismo europeo. A prima vista, il rifiuto dell'ottimismo ideologico accosta Leopardi a Schopenhauer; ma, in realtà, c'è tra i due una vera e propria opposizione, e Leopardi è tanto interno alla fase eroica (progressista e rivoluzionaria) dell'umanità, quanto ad essa è estraneo e ostile Schopenhauer. La differenza non è solo nel materialismo di Leopardi (opposto allo spiritualismo di Schopenhauer) o nelle sue scelte di stile inamabile (mentre Schopenhauer si affida al fascino della retorica), ma anche e soprattutto nell'effetto di lettura che Leopardi produce come uomo e poeta veramente grande (egli non crede al progresso, e te lo fa desiderare non crede alla libertà, e te la fa amare, è scettico, e ti fa credente).  Dopo le speranze e le delusioni della seconda guerra d'indipendenza, sulla scia dell'impresa dei Mille, D. lascia improvvisamente Zurigo e il politecnico e ritornò a Napoli, dove svolse un ruolo, probabilmente importante, nella mediazione che portò il partito garibaldino (e lo stesso Garibaldi) ad accettare il plebiscito piemontese. Per nomina di Garibaldi, appunto in fase di preparazione del plebiscito annessionistico, è governatore della provincia di Avellino e si mostrò attivissimo organizzatore del consenso politico, della guardia nazionale locale, della lotta al banditismo (che è già esploso violento in Alta Irpinia, recuperando antiche radici sanfediste). Subito dopo, è direttore dell'Istruzione a Napoli e, in quindici giorni, tesaurizzando tutte le precedenti esperienze di riforme liberali degli studi, impostò una vera e propria rifondazione della scuola napoletana. All'università chiamò ad insegnare illustri rappresentanti della cultura liberale (da Spaventa a Ranieri, a Bonghi, a Imbriani, a Villari, a Mancini); in sostituzione del liceo gesuitico istituì un ginnasio-liceo statale; per la formazione dei maestri elementari (sua grande preoccupazione di progressista ottocentesco) deliberò l'istituzione di scuole "normali" in tutte le province della luogotenenza (non senza ragione, il 1860 resta per sempre nei suoi ricordi come il periodo eroico della sua vita).  Eletto deputato al primo Parlamento nazionale unitario, fu ministro della Istruzione pubblica con Cavour e con Ricasoli, continuando sulla linea già tracciata a Napoli, ma senza ripetere l'exploit, nell'ambito della troppo vasta e ibrida realtà nazionale (in pratica, rinunciando .all'ambizione di produrre una legge di riforma della scuola italiana, si limitò ad estendere con decreti all'Italia unita la legge Casati). Ciò che resta di più indicativo del primo periodo di attività come ministro è proprio la linea di tendenza teorizzata nel programma iniziale e vanificata dall'opposizione dei gruppi reazionari (Noi abbiamo decretato la libertà in carta. Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere una menzogna? Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando della plebe avremo fatto un popolo libero. Provvedere all'istruzione popolare sarà la mia prima cura). In questo ambito si pone anche la battaglia per istituire una rete capillare di "scuole tecniche" e "istituti professionali", nonché l'impegno per la qualificazione degli studi scientifici (ma molto avversate furono anche in questo campo le più importanti scelte progressiste, come quella che portò il materialista e rivoluzionario Moleschott ad insegnare fisiologia nell'università di Torino). Dopo questo incarico ministeriale, pur sempre rieletto in Parlamento (con la sola parentesi di un anno), D. rimase estraneo e in forte opposizione rispetto ai nuovi gruppi di potere (le "consorterie", che vedeva via via riavvicinarsi ai "retrivi" e ai "codini"), su una linea mediana di progressismo monarchico e antirivoluzionario. Su questa linea si pose il giornale L'Italia (che egli diresse, in appoggio al gruppo emergente della Sinistra costituzionale, che nel 1865 ottenne proprio nel Sud il suo primo successo elettorale. L'appassionamento garibaldino ai tempi di Mentana, la firma del manifesto di opposizione crispina e un importante discorso di denuncia contro il riemergere del clericalismo (in campo ideologico, politico ed economico) segnarono i punti più alti della sua partecipazione politica. Sposa, a Napoli, Maria Testa dei baroni Arenaprimo, ma il matrimonio agiato, da cui non nacquero figli, non è sufficiente a sconfiggere la precarietà economica in cui tutta la sua vita si svolse, né fornì uno stabile nutrimento al suo complesso bisogno di réve e di comunicazione sentimentale. All'interno di una sempre meno inconfessata delusione politica e personale, egli tornò, quindi, agli studi che gradualmente ridivennero protagonisti della sua vita: pubblica in volume i Saggi critici (dove raccolse gli scritti giornalistici dell'esilio), il Saggio critico sul Petrarca, la Storia dellaletteratura italiana, i Nuovi saggi critici. Il Saggio critico sul Petrarca ripropone un corso di conferenze tenuto a Zurigo, con pochi mutamenti e con una "introduzione. Esso si articola in dodici capitoli (tre dedicati alla personalità del poeta e al suo mondo culturale; gli altri strutturati come lettura tematica e analisi del Canzoniere) ed è finalizzato a fornire un preciso punto di vista per l'interpretazione del testo petrarchesco, sulla base della teoria elaborata da D. a partire dalla "prima scuola" e consolidata appunto negli anni dell'esilio (tesaurizzazione dell'illuminismo, del romanticismo, dell'hegelismo; rifiuto del metodo sistematico e dei suoi esiti panlogistici; rivendicazione della poesia come forma uscita dal più profondo della vita reale e come sostanza vivente, secondo i grandi modelli di Omero, Dante, Ariosto, Shakespeare). In quest'ottica, Petrarca va riscoperto, pur con i limiti che la cultura romantica ne aveva segnalato, e va rivalutato per quel che lo separa dal petrarchismo (cioè dalla sua riduzione a modello rettorico e platonico). La poesia di Petrarca va, quindi, individuata in particolari "situazioni" liriche (soprattutto nella malinconia e nei momenti d’abbandono sentimentale), pur tra gli ostacoli frapposti dall'educazione "rettorica" e da una visione "spiritualistica" della vita. Particolare interesse è rivolto alla figura di Laura (cui sono intitolati quattro capitoli): Laura è "la creatura più reale ... che il Medioevo poteva produrre", e la sua "realtà", tutta interiorizzata nella poesia del Canzoniere, non si spegne, ma si ravviva dopo la morte del personaggio (proprio in questa "situazione" Petrarca tocca le sue rare punte di "poesia sublime").  La Storia della letteratura italiana nacque come testo scolastico ed è, infatti, una sintesi didattico-pedagogica di materiali in gran parte preelaborati secondo una precisa metodologia critica (quella appena illustrata a proposito del saggio petrarchesco) e utilizzati per un progetto complessivo di informazione-formazione (il progetto dell'educazione nazionale) nel quale convergono tutte le attese (ed anche i timori) di D. letterato e politico. Divisa in venti capitoli, la Storia disegna una linea di svolgimento della letteratura italiana secondo il principio direttivo (ufficialmente dichiarato da D. in uno dei suoi saggi) della "successiva riabilitazione della materia (d’un graduale avvicinarsi alla natura e al reale, in parallelo con i progressi della scienza, della cultura, del costume, della vita politica, della stessa morale). Ma la finea risulta tutt'altro che retta e univoca: sia perché l'ipotesi del graduale svolgimento della storia letteraria verso mete progressive è fortemente contraddetta dalle fasi di stasi, d'involuzione, di "ritorno"; sia perché continuamente emergono distanze o divaricazioni tra livello storico e livello letterario (e qui s'innesta la forte rivendicazione della forma come valore specifico del testo letterario); sia, infine, perché (in base alla predilezione per il metodo monografico e per l'analisi testuale) il racconto della Storia alterna lunghe soste con rapidissimi voli, grandi indugi analitici con improvvise e fortissime elisioni. La Storia procede, perciò, per grandi nodi tematici e testuali, muovendosi in un sistema "a spirale" di allusioni e richiami tra fenomeni, autori, epoche, con un disinibito oscillare del linguaggio dal familiare e dal basso all'oratorio e al patetico, non senza momenti di carattere mimetico a ciascun livello di scrittura (sono queste, del resto, le caratteristiche peculiari del suo composito stile). Seguendo il cammino della Storia a partire dai primi capitoli, troviamo anzitutto ISiciliani come scuola poetica feudale e cortigiana, legata alla potenza della corte sveva e destinata a spegnersi prima che "venisse a maturità", radicandosi nelle "classi inferiori". Proprio questo processo di radicamento si analizza nel ben più complesso capitolo intitolato I Toscani, ma centrato soprattutto sulla cultura bolognese (e sulla scienza che si sviluppò in senso antifeudale presso l'università di Bologna). Il punto d'arrivo di questa storia del mondo lirico medievale è ALIGHIERI. Il breve capitolo dedicato a La lirica d’ALIGHIERI la definisce come la voce dell'umanità a quel tempo: ALIGHIERI rappresenta (vichianamente) l'epoca della fantasia, ed è la prima fantasia del mondo moderno". Il discorso ritorna alle origini, per esaminare La Prosa e I Misteri e le Visioni, che esprimono l'idea religiosa penetrata ne' costumi e nelle istituzioni, ma che restano a livello di fase letteraria preparatoria dell'aureo Trecento. A questo secolo è dedicato un capitolo molto puotiano (attento ai Fioretti, a Cavalca e a Passavanti. ai testi di s. Caterina da Siena e alla "maravigliosa cronaca" di D. Compagni), che però anch'esso converge, romanticamente, verso la grande figura protagonistica di Dante. La trecentesca "commedia dell'anima" esprime, infatti, l'ordito culturale da cui nasce La Commedia, con la sua "base ascetica" e la sua radicata abitudine alla "allegoria". Ma tutto ciò rappresenta (secondo l'ottica tipica del D. dantista) la "falsa poetica" attraverso e nonostante la quale Dante crea un'opera somma di poesia (una vasta analisi del poema tende proprio a mostrare come, per virtù di passione e di poesia, esso possa esprimere, "ancora pregno di misteri, quel mondo che, sottoposto all'analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi letteratura moderna"). Il capitolo defficato al Petrarca (Il Canzoniere) è breve, ma fondamentale: Petrarca non è solo un artista pieno di grazia e di "malinconia", ma è il rappresentante di una nuova generazione culturale che, dopo Dante, "volgeva le spalle al Medio Evo e si afferma popolo romano e latino. In questa scelta, secondo D., c'è una profonda ambivalenza (da una parte c'è il "rinnovamento" inteso come nascita della coscienza laica; dall'altra la letterarietà come "erudizione", imitazione, abito retorico), in cui si muoverà, per lunghi secoli, la storia della letteratura italiana. E in un'ottica così conflittuale il Decamerone appare come "l'apoteosi dell'ingegno e della dottrina" in dimensione laica, ma anche come espressione di un "niondo borghese" che, liberatosi dai vincoli dello spiritualismo, non riesce ad innalzarsi, al di là del comico, fino alle "alte regioni dello spirito". Il Cinquecento è il secolo che vede l'arte assoldata al mecenatismo, pur quando potrebbero porsi le condizioni storiche per un avvicinamento tra cultura e "popolo" (ad esempio, nella Firenze medicea) e pur quando sono già stati raggiunti grandi vertici di raffinatezza letteraria (ad es., nelle Stanze del Poliziano). Infine il Seicento, simboleggiato da Marino, produce in letteratura idilli ed elegie, voluttà e musica, mentre l'intellettuale italiano si fa "estraneo al movimento della cultura europea e a tutte le lotte del pensiero", stagnando "in un classicismo e in un cattolicesimo di seconda mano". Nell'arco, e sempre in chiave antifrastica, sono tanti gli episodi letterari che il D. analizza, e ad alcuni, comunemente ritenuti minori, dedica interi capitoli: a Sacchetti, a La Maccaronea, ad Aretino. L'opera d’Ariosto (L'Orlando furioso) è esaminata secondo i parametri zurighesi: inserita nella serialità storica, essa si propone come "sintesi dell'intero Rinascimento", mentre l'"ironia" e il "riso scettico" di Ariosto si manifestano espressione di un secolo adulto"(cioè divenuto capace di critica e ormai maturo per la libertà borghese, pur nell'accettazione di fatto della realtà cortigiana). Tasso, autore-simbolo dell'ambivalenza ideologica e sentimentale, offre l'occasione per un discorso altrettanto ambivalente sulla Contro-riforma e sul suo significato storico-culturale. Il poema del Tasso è lo specchio della "ipocrita" cultura controriformistica italiana e i suoi valori letterari vanno individuati in senso opposto rispetto a quello programmatico e ufficiale: non nella falsa" religiosità, ma nell'idillio, nell'elegia, nella voluttà (Tasso è, perciò, accostato al Petrarca, nella tradizione di storiografia politica risalente a Sismondi e Ginguené). Ma proprio al centro dell'arco storico c'è una punta alta, un grande ritratto in positivo: quello di Machiavelli, che riesce a costruire una valida ipotesi di rinnovamento, sia opponendo alla teocrazia l'autonomia e l'indipendenza dello stato (un presentimento dei nostri ordinamenti costituzionali"), sia rinnovando il "metodo" della conoscenza, col rifiuto della teologia e del principio d’autorità (per lui "la verità è la cosa effettuale, e perciò il modo di cercarla è l'esperienza accompagnata con l'osservazione, lo studio intelligente dei fatti"). Evidentemente, il ritratto di Machiavelli (liberato da tutte le riserve moralistiche precedentemente espresse su di lui) è un caso-limite d'interpretazione "tendenziosa" di un autore: se è scelto a simboleggiare la politica e la scienza moderna, è perché il D.-maestro che scrive la Storia (l'anno della presa di Roma, a cui esplicitamente egli fa riferimento) vuol proporre ai giovani un preciso progetto di produzione letteraria che leghi indissolubilmente letteratura, "scienza" e politica laica (e che indichi anche lo strumento di una lingua letteraria "precisa e concisa", antiretorica e antimusicale, che pure a Machiavelli viene attribuita con qualche forzatura). Nel nome di Machiavelli, dunque (anche se a distanza di 4 capitoli), si apre la parte moderna e propositiva della Storia, che consiste nei due ultimi lunghissimi capitoli, intitolati La nuova scienza e La nuova letteratura. Il rapporto tra essi è derivativo: la "nuova letteratura" non potrà nascere se non dalla scienza, che ha come obiettivo il progresso e il miglioramento dell'uomo, e che ha come principale strumento la libertà intellettuale e politica. Perciò, "i primi santi del mondo moderno" (i primi intellettuali capaci di "lottare, poetare, vivere, morire per la fede nel progresso) sono Bruno, Telesio, Campanella, Galilei; e poi Sarpi, Vico, Giannone; infine Beccaria e Filangieri, con alle spalle il pensiero laico europeo, da Bacone alla Rivoluzione francese. Come s'innesta in questo clima la nuova letteratura? Dopo l'affascinante ma superficiale opera di Metastasio, l'innesto si realizza con la scelta illuministica di utilizzare cose e non parole. Il primo autore vero della nuova letteratura è Goldoni (ma con dei limiti di superficialità). Il primo "uomo nuovo" è Parini, e poi vengono Alfieri e Foscolo (col Monti personaggio negativo), ma con dei limiti negli eccessi e nelle scelte di stile retorico. L'Ottocento (pur con la sua tensione d'impegno e di sperimentazione) non ha ancora offerto, in Italia, modelli attendibili per il cammino da percorrere. Il nostro futuro letterario è, perciò, incerto ma la direzione da seguire è chiara: "convertire il mondo moderno in mondo nostro, studiandolo, assimilandocelo e trasformandolo, esplorare il proprio petto secondo il motto testamentario di Leopardi, questa è la propedeutica alla letteratura nazionale moderna".  Nella seconda edizione dei Saggi critici e poi nei Nuovi saggi critici D. inserì alcuni saggi (in gran parte composti per la Nuova Antologia) che precedono o accompagnano la stesura della Storia e che nei confronti di essa risultano in diverso modo illuminanti. Il più antico è Una Storia della letteratura italiana di Cantù, che, recensendo l'opera appena pubblicata, la denuncia come fondata su pregiudizi e superficiale dottrina e su valori che nulla hanno a che fare col letterario (perciò l'inevitabile sottovalutazione di autori come Machiavelli, Ariosto, Leopardi, Alfieri, Giusti, Berchet, cui si contrapporrà, appunto, la Storia desanctisiana). Fondamentale, per chi indaghi sulla genesi della Storia, è il saggio Settembrini e i suoi critici, in cui D. condanna il grave limite del contenutismo radicale settembriniano, così come aveva condannato il contenutismo cattolico-moderato di Cantù, ed afferma che una vera storia della letteratura dovrebbe essere un lavoro interdisciplinare (con contributi di filosofia, critica, arte, storia, filologia") al quale la cultura italiana non è ancora attrezzata (risalendo queste considerazioni al periodo iniziale di stesura della Storia, esse dimostrano la problematicità di D. nei confronti della sua opera maggiore, e la profonda consapevolezza della "parzialità" di essa). Più collegati alla componente ideologica "positiva" della Storia risultano L'Armando di Prati e L'ultimo dei puristi. Nel primo si denuncia la fine dei "tempi sentimentali" e si afferma, per il presente, la necessità di un impegno tutto reale e concreto (il materialismo è uscito trionfante dal seno stesso del mondo hegeliano" e impone la "serietà della vita terrestre"); nel secondo, la stroncatura di un purista attardato (Ranalli) dà luogo a una attenta e intelligente rievocazione del Puoti e della sua scuola, che fu bandiera di libertà, scienza, progresso, emancipazione, ma che (a parte il valore sempre vivo del "metodo" puotiano) esaurì il suo ruolo storico alla vigilia della fase rivoluzionaria (al presente, ogni nostalgia puristica risulta storicamente e politicamente ingiustificata). Anche i grandi saggi danteschi (Francesca da Rimini, Il Farinata di Dante, L'Ugolino di Dante) nacquero in margine alla Storia, sia come ripresa del tema-Dante (e, in particolare, delle riflessioni zurighesi), sia come esempio di quel lavoro di monografia che D., all'epoca, considerava storicamente e scientificamente più valido delle "sintesi". I personaggi danteschi prediletti dalla cultura romantica ed hegeliana sono letti rispettivamente in chiave di amore e pietà femminile (Francesca), orgoglio politico (Farinata), complessità e profondità di sentimenti antinomici (Ugolino), nell'ambito di un'attenta, colta, sensibile lettura testuale (era in questo, appunto, che D. voleva proporsi come modello di critica attuale, paziente e costruttiva, ed è appunto questo l'aspetto dei Saggi che va ancor oggi rivendicato). Il saggio L'uomo del Guicciardini ripropone l'antitesi (presente anche nella Storia) fra Machiavelli, precursore del nazionalismo moderno, e Guicciardini, il cui particulare rifiuta ogni vincolo religioso, morale, politico (ma la vera funzione del saggio si esplicita nell'ultima frase, di amara denuncia della situazione politica presente: L'uomo del Guicciardini vivit, immo in Senatum venit, e lo incontri ad ogni passo. Venne affidata a D. la cattedra di letteratura comparata nell'università di Napoli, dove egli tenne quattro corsi (è questa l'esperienza nota come seconda scuola napoletana, che produce quattro gruppi di lezioni, rispettivamente su Manzoni, Scuola cattolico-liberale, Scuola democratica, Leopardi). Contemporaneamente pubblicò una seconda raccolta di saggi (Nuovi saggi critici, Napoli) e inaugurò quella serie di conferenze e articoli sugli orientamenti della letteratura contemporanea in chiave realistica che sarebbe continuata, per dieci anni, fino alla vigilia della morte. Realizza un nuovo momento d'impegno politico attivo, in occasione delle elezioni che prepararono l'avvento al potere della Sinistra costituzionale (in particolare, appoggia, con un'avventurosa campagna elettorale, la propria candidatura - difficile e piuttosto equivoca - nella provincia d'origine, e ne rivisse il ricordo in una serie di cronache giornalistiche pubblicate prima sulla Gazzetta di Torino e subito dopo in volume, col titolo Un viaggio elettorale. Data il terzo e ultimo episodio importante di giornalismo politico desanctisiano: ancora un impegno battagliero, ma interno alla Sinistra (contro la gestione trasformistica e antidemocratica del potere da parte di Depretis e Nicotera), condotto soprattutto sulle colonne del Diritto di Roma. Cairoli riaffida a D. il ministero della Pubblica Istruzione che egli tenne fino al 1880, riproponendo i problemi della scuola di tutti (la scuola per l'infanzia, la scuola primaria, la formazione dei maestri) e quelli dell'istruzione tecnica, in un'ipotesi di cultura "scientifica" da sostituire alla "cultura retorica"; ma ancora una volta fu sconfitto nei punti più qualificanti del suo programma (la traccia più concreta che ne rimase fu l'inserimento dell'educazione fisica tra le materie d'insegnamento: un omaggio alla rivalutazione positivistica dell'uomo fisico). Colpito da una grave malattia agli occhi, lasciò l'incarico ministeriale e dedicò i suoi ultimi anni di vita a un lavoro di riflessione autobiografica (le Memorie che andò dettando alla nipote Agnese) e critica (soprattutto ripresa e riorganizzazione della riflessione petrarchesca e leopardiana). Muore a Napoli, lasciando incompiuti i suoi ultimi lavori, cui, pur tra le sofferenze della malattia, si dedicò sino alla fine.  Come tutti i principali episodi dell'insegnamento desanctisiano, anche le lezioni della "seconda scuola napoletana" sono documentate da riassunti (redatti in genere da Torraca), rivisti e ufficialmente accettati dall'autore. Il corso è dedicato a Manzoni e rappresenta il punto d'arrivo di una riflessione iniziata all'epoca della "prima scuola", sviluppata a Zurigo e rimasta sempre centrale nella ricerca di D., pur senza trovare una sistemazione editoriale. In queste lezioni le posizioni ideologiche e gli strumenti di ricerca sono molto cambiati rispetto agli anni della "prima scuola", ma non cambia il giudizio di valore. La grandezza del Manzoni è identificata ora nella sua capacità di "calare l'ideale nel reale": da lui escono tre "grandi idee critiche che hanno importanza universale": la "misura dell'ideale", il "vero" positivo e storico, la "forma" diretta e "popolare". Manzoni rappresenta la massima realizzazione della letteratura "moderna" in Italia e le "scuole letterarie" non segnano alcun progresso né sul piano dell'arte né su quello dell'ideologia. Negli anni successivi. D. analizzò, appunto, lo svolgimento della letteratura in Italia a partire dal Manzoni, dividendola (secondo una traccia già seguita da Giudici, da Settembrini e da altri) nei due filoni cattolico e laico, definiti rispettivamente "scuola liberale" e scuola democratica. Alla Scuola liberale è dedicato l’anno di lezioni universitarie, con risultati di giudizio fortemente militanti: l'impegno dei cattolici per l'"educazione popolare" non offre risultati validi in arte e svolge un ruolo (più o meno esplicito) d'insegnamento reazionario (nuovi Arcadi sono Grossi, Carcano, Tommaseo, Cantú; Gioberti e Rosmini ripropongono una dimensione metafisica della storia e della politica; D'Azeglio resta attardato su una vecchia e superata immagine di letteratura retorica). Un interessante excursus riguarda, però, la letteratura meridionale dell'Ottocento: poeti poco noti (come Mauro, Padula, Parzanese, Sole) vengono esaminati con interesse e simpatia. Il corso è dedicato alla scuola democratica, e anche in quest'ambito il giudizio globale è negativo: Mazzini, Rossetti, Berchet, Niccolini non possono fornire il modello della "nuova letteratura". Si conferma così l'esito perplesso e sostanzialmente pessimistico che caratterizza le ultime pagine della Storia e l'affermazione del principio del realismo. I saggi più importanti elaborati da D. nell'ultimo decennio di vita riguardano, appunto, le tematiche del realismo (alcuni di essi furono raccolti nei Nuovi saggi critici). Dopo la prolusione universitaria La scienza e la vita, sono da ricordare: Ilprincipio del realismo, Studio sopra Emilio Zola, Zola e l'Assommoir, Il darwinismo nell'arte. L'assunto complessivo è che il "realismo" auspicato da D. non si può confondere né col materialismo, né col positivismo, né col naturalismo di Zola (il quale, però, è molto valido come scrittore: lo studio a lui dedicato è particolarmente vasto e attento). La letteratura del "reale" dev'essere (cfr. Manzoni) "l'ideale calato nel reale", e cioè una costruzione "eticac forza morale impegnata per rinnovare la società, contro l'individualismo, la reazione, l'autoritarismo sempre in agguato.  Nell'ultima fase della sua vita D. non si limitò a teorizzare l'importanza e la "modernità" del realismo in letteratura, né ad inserirsi con diversi strumenti critici all'interno del problema per farne emergere i pericoli (o quelli che a lui sembravano tali sul piano morale e politico), ma volle fornire delle prove concrete di narrativa realistica, utilizzando un registro di linguaggio "familiare", che già aveva usato nelle sue lettere alla moglie (con estrema semplificazione sintattica e con frequenti coloriture dialettali) e che, del resto, non era ignoto ai momenti più colloquiali della sua critica. L'operetta narrativa che elaborò in funzione di esempio e modello fu Un viaggio elettorale (1876): una serie di cronache del tragicomico attraversamento della provincia natia da lui compiuto a sostegno di una candidatura politica poco chiara e poco fortunata. Nella cronaca, il bozzettismo locale si alterna col patetico dei ricordi d'infanzia o delle esortazioni politiche; ma il senso del testo va ricercato più nella sua funzione che nei suoi esiti, né si può dimenticare che nella storia del realismo italiano esso si colloca quasi in contemporanea con Nedda, quattro anni prima di Giacinta, sei anni prima dei Malavoglia.  Alla vigilia della morte (sempre su materiali autobiografici e sempre in ambito di racconto dal vero in linguaggio familiare), il D. perseguì un progetto molto più ambizioso: la stesura di un'autobiografia, della quale, però, non riuscì a portare a termine che la prima parte (egli l'aveva intitolata Memorie; Villari ne pubblicò il frammento realizzato col titolo La giovinezza). Così come ci resta, il frammento narra l'esperienza di D. dalla nascita e consta di due nuclei narrativi essenziali. Il primo è legato ai personaggi bozzettistici della famiglia paesana e degli ambienti napoletani alti e bassi (preti, professori, avvocati, ragazze da marito, giovani avventurieri, vecchie serventi) e, al centro di essi, l'autore pone il personaggio "comico" di se stesso, pieno di tic, di timidezze, di chiusure, di sogni. Il secondo nucleo è legato, invece, alla formazione culturale e all'esperienza della prima scuola. Qui il tessuto è molto serio e impegnativo: D. (utilizzando ricordi, ma soprattutto vecchi "quaderni di scuola") vuole offrire un importante contributo alla critica di se stesso, mostrando come siano andate formandosi le linee di forza del suo metodo. In ciò la vita non è del tutto veritiera (molti sono gli imprestiti ideologici e teorici che D. fa al se stesso maestro di Vico Bisi), ma resta, comunque, il fascino di un clima in cui rivivono Puoti e Leopardi, la scoperta del romanticismo, di Vico e di Hegel, l'autoritarismo borbonico e le utopie libertarie del primo '800 napoletano.  Nell'ultimo anno d'insegnamento all'università di Napoli, argomento delle lezioni era stato Leopardi: dagli appunti delle lezioni D. ricavò, negli ultimi mesi di vita, uno Studio su Leopardi, che segue il poeta nelle diverse tappe della vita, dell'opera, del pensiero, secondo lo schema della biografia critica di taglio positivistico. La biografia rimane, però, incompiuta, chiudendosi al livello dei "nuovi idilli" (come D. definisce i grandi canti), e proprio in questo tentativo di riduzione di Leopardi alla misura dell'idillio lo Studio è stato foriero di gravi equivoci e fraintendimenti nella successiva critica leopardiana, mentre in D. si giustifica come tentativo di leggere Leopardi in quella stessa chiave di realismo che si era rivelata funzionale per il Manzoni e il suo romanzo. Celebri, proprio in quest'ambito, le riflessioni sulle figure femminili dell'"idillio" leopardiano ("Silvia non è questa o quella donna; è il primo apparire della giovinezza in un cuore femminile", ecc.); ma, a parte questo, lo Studio non aggiunge molto né alla conoscenza del Leopardi né alla critica di Sanctis. In sostanza, il meglio su Leopardi era stato detto nel saggio (ma non vanno dimenticate certe importanti considerazioni della "prima scuola", né il ruolo interessantissimo, problematico e antidogmatico, che Leopardi ha nelle ultime pagine della Storia). Altri saggi leopardiani appartengono alla fase e al clima di ricerca della Storia (La prima canzone di Leopardi; Le nuove canzoni; La Nerina). In quest'ultimo, ancora un esame (forse uno dei più importanti) della donna nella poesia leopardiana: "La vita è tutta e solo in terra... La morte è l'altro motivo tragico di questa concezione. Il motivo della Silvia è lo sparire. Il motivo della Nerina è il riapparire".  Lasciando da parte la fortuna del D.-maestro (un vero e proprio appassionamento suscitato nei giovani allievi di Napoli, Torino e Zurigo), per ricostruire la storia del dibattito su D. bisogna muovere da un dato obiettivo di iniziale sfortuna critica: lo scarto fra i tempi della genesi dei testi maggiori e quelli della loro pubblicazione. A causa di questo scarto, egli apparve subito come un idealista attardato (e perciò più meritevole di giudizi sommari che di attenzione testuale), nel clima di positivismo dominante in cui i suoi scritti si offrivano ad un'interpretazione globale (per es. F. D'Ovidio era convinto che D. ignorasse la pazienza della ricerca e dello studio, e Carducci gli attribuiva difetto di cognizione dei fatti e dei documenti"). A sintomatico che, in un dibattito così fortemente pregiudiziale, venisse del tutto ignorato non solo il tipo di formazione di D., ma anche l'ultimo decennio della sua produzione, con la dichiarata opzione "realistica" e con la forte propensione per lo scientismo. Ma proprio a causa della pregiudizialità del dibattito di fine secolo (rilevata, fin d'allora, da qualche attento osservatore straniero, come Gaspary), D. poté divenire, attraverso l'elaborazione crociana, lo strumento chiave per il rilancio di un metodo critico antipositivistico e per la progressiva riaffermazione culturale e ideologica dell'idealismo. A Croce spetta, certo, il merito di aver costretto la cultura italiana a riconoscere in D. un protagonista (la sua appassionata cura di editore e di studioso di D. durò per oltre mezzo secolo); ma, contemporaneamente, Croce prese a "rielaborare" il pensiero di D., fino a propome la riduzione a teoria del "puro" gusto estetico (Borgese, che presentò D. come punto di arrivo di "tutte le esperienze della critica romantica in Italia", fu, in realtà, uno dei primi e più autorevoli interpreti di questa tendenza riduttiva; scarsa fortuna ebbe, d'altra parte, una proposta di Gentile per un "ritorno al De Sanctis di SEGNO FASCISTA.  Proprio dall'interno della scuola crociana dai cosiddetti crociani di sinistra") è prospettata, tuttavia, l'esigenza di un dibattito diversamente impostato, volto al recupero della complessità della figura di D.: mentre Russo rivendicava "il significato pedagogico ed etico" dell'opera e la sua intelligenza dell'arte come notalità, Muscetta sottolineava l'importanza della sua poetica realistica, la sua "serietà" culturale, la sua visione della letteratura come vita morale. Importanti, in questa fase, furono anche gli studi di W. Binni sull'"amore del concreto" che nutrì tutta la ricerca desanetisiana e che problematizzò i suoi rapporti con l'hegelismo e di Getto sulla Storia, "in cui la letteratura era studiata nel suo autonomo valore e insieme nel suo necessario legame con tutta la vita e la cultura. Infine, presentando una importante antologia di scritti desanctisiani, Contini dichiara, a nome di un'intera generazione di studiosi, l'uscita dall'"equivoco formalistico" della riduzione crociana di D. e la necessità di tentare finalmente una comprensione filologica dei testi desanctisiani, con tutta la loro problematicità anche irrisolta. Ma lo spostamento ideologico dell'intero dibattito critico mosse dalla pubblicazione dei Quaderni di Gramsci (Letteratura e vita nazionale, Torino) e dalla sua celebre affermazione che il tipo di critica letteraria proprio della filosofia della prassi è offerto da Sanctis. Da qui appunto si partì per un'ampia verifica dell'"impegno" di D., del carattere militante della sua critica, dei "saldi convincimenti morali e politici" che, secondo Granisci, la sostanziavano: era una verifica, evidentemente, molto correlata al bisogno della cultura d'incidere sul presente storico, dopo e contro il "disimpegno" teorizzato, nel ventennio fascista, da crociani e non crociani. Questo momento di dibattito produsse, fra l'altro, le iniziative editoriali, cui si deve, oggi, la possibilità di leggere D. su testi di alto livello scientifico: le due collane avviate da Einaudi e Laterza (e dirette rispettivamente da Muscetta e L. Russo) per la pubblicazione delle "opere complete". E non a caso, negli stessi anni, apparivano fuori d'Italia (dove la letteratura desanctisiana è scarsissima) due importanti interventi critici: quello di R. Wellek (che nella sua grande Storia della critica moderna presenta D. come autore della "più bella storia che sia stata mai scritta di una letteratura") e quello di Antonetti (che ne pubblicò in Francia una documentata e intelligente biografia culturale). Né a caso sono condotte indagini nuove e approfondite sui legami tra D. e la cultura (Mirri, Landucci, Oldrini). In un clima culturale ancora una volta mutato, e ormai insofferente dell'insistenza sull'"impegno politico del letterato", si affermò l'esigenza di uscire dall'ottica di un D. modello per il presente, e di sottolineare (accanto ai "valori" ormai definitivamente affermati) la distanza storica e le diversità culturali che ci separano da lui. Tra gli interpreti di questa esigenza ricordiamo A. Asor Rosa e parecchi dei partecipanti al convegno napoletano su "De Sanctis e il realismo". Con maggiore cautela, le più recenti occasioni offerte dal centenario desanctisiano (F. D. nella storia della cultura, a cura di Muscetta, Bari e F. D.: un secolo dopo, a cura di A. Marinari) si sono mosse su una linea di attenzione ai testi, di chiarificazione e approfondimento della vasta ancora aperta e interessanteproblematica desanctisiana, di tricollocazione storico-culturale nel mutevole orizzonte di cultura europea in cui tutta la sua ricerca si mosse.  Il materiale manoscritto, ormai quasi tutto edito, si trova (tranne una parte di quello epistolare, sparso un po' in tutta Italia) a Napoli (Bibl. nazionale, bibl. di casa Croce e bibl. del dott. F. De Sanctis Jr.) e ad Avellino (Bibl. prov. S. e G. Capone). Restano inediti quasi solo i voll. dell'Epistolario.  Le raccolte degli scritti, dopo le incomplete ediz. Cortese e Barion (sono oggi quella laterziana (Bari, negli "Scrittori d'Italia", a cura di L. Russo, incompleta) e quella einaudiana (Torino, Opere di F. De Sanctis, a cura di C. Muscetta, priva soltanto degli ultimi due voll. dell'Epistolario). La raccolta laterziana comprende i seguenti voll.: La letteratura italiana, I (A. Manzoni, a cura di Blasucci); (La scuola liberale e la scuola democratica, cur. Catalano); (Leopardi, a cura di Binni); Storia della letteratura italiana, a cura di Croce; Memorie, lezioni e scritti giovanili, I, a cura di F. Brunetti; Saggio critico sul Petrarca, a cura di E. Bonora; Saggi critici, cur. Russo; La poesia cavalleresca, a cura di Petrini. La raccolta einaudiana, invece, comprende: Lagiovinezza (memorie postume seguite da testimonianze biografiche di amici e discepoli), cur. G. Savarese; Purismo illuminismo storicismo (scritti giovanili, frammenti di scuola e lezioni), cur. Marinari; La crisi del romanticismo (scritti del carcere e primi saggi critici), a cura di Nicastro e Lanza; Lezioni e saggi su Dante, a cura di S. Romagnoli, Saggio sul Petrarca, a cura di Sapegno e Gallo; Verso il realismo (prolusioni e lezioni zurighesi sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica, saggi di metodo critico), a cura di N. Borsellino; Storia della letteratura italiana, a cura di Sapegno e Gallo; La letteratura italiana, Manzoni (a cura di C. Muscetta e D. Puccini, La scuola cattolico-liberale e il romanticismo a Napoli (cur. Muscetta e G. Candeloro, Mazzini e la scuola democratica (a cura di Muscetta e Candeloro), Leopardi (cur. Muscetta e Perna); L'arte la scienza e la vita (nuovi saggi critici, conferenze e scritti vari), a cura di Lanza; Il Mezzogiorno e lo Stato unitario (scritti e discorsi politici a cura di F. Ferri,; I partiti e l'educazione della nuova Italia (scritti e discorsi), a cura di N. Cortese; Un viaggio elettorale(seguito da discorsi biografici, dal taccuino parlamentare e da scritti politici vari), a cura di Cortese; Epistolario (cur. Ferretti e M. Mazzocchi Alemanni); (a cura degli stessi, (a cura di Talamo, (a cura dello stesso, (a cura di Marinari, Paoloni e Talamo). Ottime antologie degli scritti del D. sono quelle curate da G. Contini (Torino) e da Sapegno e Gallo (Milano-Napoli). Per la bibl. delle opere e della critica, cfr. Croce, Gli scritti di F. D. e la loro varia fortuna, Bari (con integrazioni di C. Muscetta, in F. De Sanetis, Pagine sparse, Bari ed E. Pesce, Supplemento alla bibliografia desanctisiana Napoli. Sono da tener presenti inoltre le rassegne: M. Tondo, La lezione di D. Rassegna degli studi dell'ultimo venticinquennio, Bari; P. Tuscano, F. D. a cento anni dalla morte, in Cultura e scuola; Oldrini, La storiografia desanctisiana dell'ultimo decennio, nel miscellaneo F. D. Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari.  Per la biografia, vanno ricordati anzitutto i seguenti saggi d'insieme: Cione, F. D., Messina-Milano e Milano Montanari, F. D., Brescia; Antonetti, F. D. Son évolution intellectuelle, son esthétique et sa critique, Aix-en-Provence; E. Croce-A. Croce, D., Torino. Per gli anni della formazione, sono da tener presenti i seguenti scritti: Croce, Introd. a F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura, Bari; A. Marinari, Introd. a Purismo illuminismo storicismo cit., nonché Le correzioni del Puoti ai primi due discorsi di scuola del D., in Belfagor, Id., Alcuni problemi di cronologia desanctisiana, Firenze e Il giovane D. lettore di P. Giannone, in Letteratura e critica, Studi in onoredi Sapegno, II, Roma; Savarese, Primo tempo del D. e altri saggi, Bologna; Luciani, L'estetica applicata di F. D., Firenze Muscetta, D. e i generi letterari in F. D. nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari. Per gli anni della prigionia e dell'esilio, sono indispensabili: E. Cione, F. D. dallaNunziatella a Castel dell'Ovo, Napoli; Croce, Il soggiorno in Calabria, l'arresto e la prigionia di F. D., Napoli ora in Aneddoti di varia letteratura, Bari); F. D. a Torino, a cura di C. Vernizzi, Torino; Guglielminetti-G. Zaccaria, F. D. e la cultura torinese e R. Martinoni, Gli anni zurighesi, entrambi in F. D. nella storia della cultura cit. (dello stesso Martinoni, cfr. anche La puzza della birra e del tabacco. Gli anni zurighesi di F. D., in L'Almanacco Bellinzona Besomi, D. "in partibus transalpinis", ma non "infidelium": letture zurighesi, in Per F. D., Bellinzona. Per gli anni sono da tener presenti i voll. dell'Epistolario con le rispettive introduzioni. Lo stesso vale per gli anni successivi. Per il soggiorno del D. a Firenze, cfr. G. Spadolini, D. e Firenze capitale, in F. D. Un secolodopo. Per il D. ministro, cfr.: G. Talamo, F. D. politico e altri saggi, Roma Soldani, Scuola e lavoro: D. e l'istruzione tecnico-professionale, inF. D. nella storia della cultura Ciampi, Il governo della scuola nello Stato postunitario, Milano ad Indicem; A. Santoni Rugiu, Aspetti dell'ideologia formativa di F. D., nonché S. Valitutti, Il pensiero e l'azione scolastica di D. ed Bottasso, D. ministro e la formazione delle prime tre biblioteche nazionali (tutti in F. D. - Un secolo dopo cit.). Per la morte e le onoranze funebri, cfr. In memoria di F. D., a cura di M. Mandalari, Napoli a cura della Comunità montana Alta Irpinia). Tra gli studi critici di carattere generale, cfr.: B. Croce, F. D., in Letteratura della nuova Italia, I, Bari (per gli altri scritti desanctisiani del Croce, cfr. G. Savarese, Croce e D., in Rassegna della letteratura italiana, Russo, F. D. e la cultura napoletana, Venezia(poi Firenze, ora Roma Muscetta, F. D., inLetteratura italiana. I minori, IV, Milano  e in Letteratura italiana. Storia e testi, VIII, 1, Bari, ibid 19854; Fubini, F. D. e la critica letteraria, in Romanticismo italiano, Bari Mirri, F. D. politico e storico della civiltà moderna, Messina-Firenze; Landucci, Cultura e ideologia di F. D., Milano (sul quale cfr. M. Mirri in Critica storica, e la risposta di S. Landucci, in Belfagor); A. Asor Rosa, L'idea e la cosa: D. e l'hegelismo, in Storia d'Italia (Einaudi), Torino e Il diagramma Sanctis e il nostro, in Letteratura italiana (Einaudi), Torino Utilissime sono anche tutte le introduzioni ai singoli volumi delle edizioni cinaudiana e laterziana. Sono da tenere inoltre in grande considerazione le osservazioni di I. Svevo (in Racconti. Saggi. Pagine sparse, Milano e Debenedetti (Commemorazione del D.),  (ora in Saggi critici, Milano), nonché quelle di Binni (L'amore del concreto e la "situazione" nella prima critica desanctisiana, ora in Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze), G. Contini (Introd. a Sanctis, Scelta di scritti critici, cit.); G. Getto (Storia delle storie letterarie, Milano ad Indicem), C. Dionisotti (Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, ad Indicem) e Wellek (Storia della critica moderna, IV, Bologna. Molto ricche sono le miscellanee: F. D. e il realismo, con Introd. di G. Cuomo, Napoli 1978; F. D. nella storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari; F. D. tra etica e cultura ("Riscontri"), a cura di Giordano, Avellino; D. - Un secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari; Per F. D., Bellinzona; F. D.: recenti ricerche, a cura dell'Ist. per gli studi filosofici, Napoli 1989.  Per i rapporti fra il D. e la cultura napoletana dell'800, cfr. gli scritti di G. Oldrini (in particolare, La cultura filosofica napoletana dell'800, Bari e gli interventi apparsi nelle varie miscellanee già citate). Per quelli con l'hegelismo, oltre allo scritto già cit. del Binni, cfr.: N. Giordano Orsini, D., Hegel e la situazione poetica, in Civiltà moderna, Rossi, Sviluppi dello hegelismo in Italia (F. D., S. Tommasi, A. Labriola), Torino; Il primo hegelismo italiano, a cura di Oldrini, Firenze; M. T. Lanza, D. e Hegel, in F. D. nella storia della cultura, Landucci, cit.  Tra i tanti altri saggi, cfr. pure: M. Aurigemma, Lingua e stile nella critica di F. D., Ravenna Battaglia, Parva desanctisiana, Bologna Moretti, La lingua di F. D., Firenze Prete, Il realismo di D., Bologna Malcangi, F. D. deputato di Trani, con Introd. di A. Lapenna e A. Marinari, Bari 1972; A. Marinari, Il "viaggio elettorale" di F. D. Il dossier Capozzi e altri inediti, Firenze Ghilardi, Il superamento del kantismo e l'esperienza politica di F. D., Napoli Guglielmi, Da D. a Gramsci: il linguaggio della critica, Bologna Celli Bellucci-N. Longo, F. D. e G. Leopardi tra coinvolgimento e ideologia, Roma; M. Dell'Aquila, Giannone, D., Scotellaro. Ideologia e passione in tre scrittori del Sud, Napoli 1981; G. Nencioni, F.D. e la questione della lingua, Napoli.  Per i rapporti con le altre letterature europee: per la Francia cfr. F. Neri, Il D. e la critica francese (ora in Saggi, Milano); P. Antonetti, F. D. et la culturefrançaise, Firenze-Parigi Piscopo, D. e la culturafrancese, in F. D. - Un secolo dopo cit.; per la Germania, cfr.: G. Bach, La cultura tedesca in F. D., in Studi e ricordi desanctisiani, Avellino 1935; F. Matarrese, Goethe e D., Bari Westhoff, Schiller e D., Roma Mazzocchi Alemanni, La "fortuna" di D. in Germania, in F. D. nella storia della cultura; per il mondo angloamericano, cfr.: A. Lombardo, Shakespeare e la letteratura inglese, in F. D. - Un secolo dopo cit., Della Terza, D. e la cultura anglosassone, in F. D. nella storia della cultura cit., e D. negli Stati Uniti d'America, in F. D. - Un secolo dopo.  Per la fortuna critica dell'opera del D., cfr. Biscardi, F. D., Palermo Romagnoli, F. D., in Iclassici italiani nella storia della critica, a cura di W. Binni, II, Firenze; Castro, F. D. nella critica italiana del secondo dopoguerra, in Problemi, Longo, Il "ritorno" di D. Storia, ideologia, mistificazione, Roma Cfr. pure, al riguardo, le rassegne di G. Oldrini, M. Tondo e P. Tuscano citate a proposito degli scritti bibliografici. Nome compiuto: Sossio Giametta. Giametta. Keywords: il volo d’Icaro, l’implicatura di Croce – eterodossie crociane – Cosi parlo Zoroaster; cosi implico!”—cortocircuito e implicature, la pazzia di Croce, il pazzo di Croce – la caduta di Icaro? No, il vuolo di Icaro! – Colli e Montanari! --   Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giametta: cortocircuito ed implicatura” – The Swimming-Pool Library.

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