GRICE ITALO A-Z G GIA

 

Luigi Speranza -- Grice e Giandomenico: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’apertura semantica e l’implicatura di Galilei – la scuola di Carunchio -- filosofia chietese – filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Carunchio). Abstract. Grice: My attempt at Pirotese was inspired by Russell, rather than Carnap!” Keywords: Tealy pirots karulise elatically. Filosofo italiano. Carunchio, Chieti, Abruzzo. Grice: “I like Giandomenico; he makes excellent commentary on Bernard’s controversial, deterministic idea of life – from amoeba to man, in Russell’s words --.” Grice: “Surely this has connections with my method in philosophical psychology, from the banal to the bizarre, which actually starts with philosophical BIO-logy!” Grice: “Giandomenico shows that while Bernard never thought he had to provide a ‘conceptual analysis’ of ‘vivente,’ he does propose this or that criterio: for one he tries to prove that self-nourishment cannot be the criterion – but I’m not sure what the positive he poes, if any!” Si laurea con Corsano all’istituto di filosofia di Bari.Insegna a Brindis, Lecce, Foggia, e Bari. Studia l'insegnamento di Filosofia  nei Licei. Studia filosofia della comunicazione. Fonda il Laboratorio di Epistemologia Informatica e il Centro per la Metodologia della Sperimentazione. Studia pragmatica computazionale e Informatica umanistica. Membro della Società Filosofica Italiana. Si occupato della storia della fisiologia, la storia sdell’informatica, l’informatica pragmatica, teoria della comunicazione, teoria dell’implicatura conversazionale, e teoria del segno. Pubblicato uno studio su Tommasi, che aderì alla sperimentazione. Ha trattato il contributo scientifico di Pende.  Analizza i fondamenti dell'informatica nei suoi rapporti con le teorie filosofiche, mettendo in evidenza le strutture epistemiche reciprocamente significative. “Filosofia ed informatica”, Inoltre, ha sperimentato applicazioni delle tecnologie informatiche nella ricerca umanistica.  Le ricerche condotte nell'ambito dell'informatica linguistica si sono proposte l'analisi linguistico-computazionale. L'obiettivo è stato quello di andare al di là del livello “lessicografico” – il filosofese – o terminologia filosofica, como ‘implicatura’ -- e di implementare una rete sintattica automatica con l'ausilio di software dedicati.  Il primo progetto ha riguardato l'analisi della conversazione nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi” di GALILEI. Usando un software, creato dal Laboratorio di Epistemologia Informatica di Bari, ricava un “vocabolario” (filosofese, terminologia filosofica, vocabolario filosofico) galileiano, procedere ad una prima valutazione dello stile ed avviare l'analisi “semantica” di un “concetto” utilizzato da Galileo. Ha raccolto, infine, questi spunti in una riflessione sui linguaggi dell'artificiale, intersecati con quelli della vita, sulle nuove tecnologie della comunicazione e sull'etica.  Altre opera: “Tommasi, filosofo, Bari, Adriatica; “Filosofia e sperimento” Bari, Adriatica; “Scienza, filosofia, letteratura, Verona, Bertani; “ Introduzione a Charcot, Fasano, Schena); “Epistemologia informatica, Bologna, Transeuropa); “ Filosofia e informatica. Bari: Laterza); “L'uomo e la macchina trent'anni dopo: Filosofia e informatica, Società Filosofica Italiana, Bari, Laterza); “Dall'offerta formativa alla creazione di un nuovo lavoro: la laurea umanistica” in Convegno per il corso "Informatica umanistica” BARI: G. Laterza); “Laboratori di psicologia tra passato e futuro, Lecce, Pensa Multimedia); “La prosa di Galileo: la lingua la retorica la storia, Lecce, Argo); “La filosofia come strumento di dialogo tra le culture, Bari, Mario Adda Editore); La Società Filosofica Italiana, Roma, Armando. Triggiani, Cultura, un fronte unico. Università e Comune per una rete dei contenitori, in Gazzetta del Mezzogiorno, A.L., Dopo la laurea faccio il master in orecchiette, in Specchio. Supplemento di La Stampa, F. Di Trocchio, Dall'archivio al futuro, in L'Espresso,de Ceglia, l. Dibattista, Semi di storia della scienza.  Milano, Angeli.  L’esperire immediato e l’esperienza mediata Affronteremo in questa lezione il difficile rapporto che s’instaura tra il mondo-della-vita e quello della scienza, tra esperienza diretta ed immediata ed organizzazione razionale. Husserl ritiene che le scienze moderne (matematiche e naturali) hanno bisogno di un nuovo fondamento, diverso e ben più solido di quello che vien loro solitamente attribuito dalla comunità degli scienziati, dei logici e dei metodologi. Per trovare questo nuovo fondamento, egli si rivolge direttamente al mondo-della -vita, cioè al mondo dell’esperienza concreta, nel quale le intuizioni si presentano al loro stato originario, non ancora elaborate in concetti: in una parola, si rivolge al mondo del precategoriale. A questo proposito egli mette in guardia gli scienziati, i quali ritengono di considerare la natura come è realmente e non si accorgono dell’astrazione attraverso la quale essa è diventata per loro un tema scientifico, non si accorgono cioè che le cose cui fanno riferimento - perfino quando parlano di oggetti empirici, di risultati dell’osservazione e della sperimentazione - sono in realtà il frutto di un precedente, assai complesso e artificioso, lavoro categoriale. Possiamo ricordare, a questo proposito, le procedure operative che oggi (in maniera più evidente di quanto si poteva percepire ai tempi di Husserl) le scienze sperimentali adottano. Ecco un esempio. Vedere, nella scienza del nostro tempo, vuol dire, quasi esclusivamente, interpretare segni generati da strumenti: tra la vista di un astronomo del nostro tempo che fa uso del telescopio spaziale Kepler e una di quelle lontane galassie che appassionano gli astrofisici ed accendono la fantasia di tutti gli esseri umani sono interposti oltre una dozzina di complicati apparati mediatori del tipo: un satellite, un sistema di specchi, una lente telescopica, un sistema fotografico, un apparecchio a scansione che digitalizza le immagini, vari computer che governano riprese fotografiche e processi di scansione e memorizzazione delle immagini digitalizzate, un apparecchio che trasmette a terra queste immagini in forma di impulsi radio, un apparecchio a terra che ritrasforma gli impulsi radio in linguaggio per un computer, il software che ricostruisce l’immagine e le conferisce i necessari colori, il video, una stampante a colori e così via. Questo esempio evidenzia che la scienza ha due attività fondamentali: la teoria e gli esperimenti. Le teorie cercano di immaginare come il mondo è; gli esperimenti servono a controllare la validità delle teorie e la tecnologia che ne consegue cambia il mondo. L’intero iter della ricerca scientifica si può sintetizzare con una affermazione netta: rappresentiamo e interveniamo. Rappresentiamo al fine di intervenire e interveniamo alla luce delle rappresentazioni. Dall’epoca della rivoluzione scientifica ha preso vita una sorta di “artefatto collettivo” che dà campo libero a tre fondamentali interessi umani: la speculazione, il calcolo, l’esperimento. La collaborazione fra ciascuno di questi tre ambiti porta a ciascuno di essi un arricchimento che sarebbe altrimenti impossibile. Per questo, come aveva insegnato già il filosofo inglese Francesco Bacone (ritenuto con Galilei il padre della scienza moderna), la scienza non è osservazione della natura allo stato grezzo. I sensi dell’uomo vanno ampliati mediante strumenti. I raggi dell’ottica di Newton, così come le particelle della fisica contemporanea, non sono dati in natura, sono i dati di una natura sollecitata da strumenti. Di fronte alla natura - come aveva affermato con una delle sue barocche metafore il Lord Cancelliere inglese - dobbiamo imparare a “torcere la coda al leone”. Da questo punto di vista la storia degli strumenti non è esterna alla scienza, ma ne è parte costitutiva e integrante. Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore. La rivincita della conoscenza comune In altre parole: la definizione operativa accolta usualmente dagli scienziati tende sì a ricondurre i concetti ad un contenuto empirico, ma questo contenuto in realtà è quello filtrato da teorie e strumenti, come dall’esempio che abbiamo sopra riportato.La tesi di Husserl è, invece, che il fondamento di tutte le scienze - anche di quelle cosiddette empiriche - possa venire fornito soltanto dal «fiume eracliteo» delle intuizioni che precedono qualsiasi tipo di concettualizzazione e che ci coinvolgono nell’immediatezza della vita, personale e professionale, vissuta, la quale presuppone “il mondo circostante quotidiano della vita, in cui tutti noi, e anch’io in quanto filosofo, esistiamo coscienzialmente: non meno le scienze, in quanto fatti culturali inclusi in questo mondo, e gli scienziati e le loro teorie. Nei termini del mondo-della-vita: noi siamo oggetti tra gli oggetti; siamo qui o là, nella certezza diretta dell’esperienza, prima di qualsiasi constatazione scientifica, fisiologica, psicologica, sociologica, ecc. D’altra parte siamo soggetti per questo mondo, soggetti egologici che lo esperiscono, che lo considerano, che lo valutano, che vi si riferiscono attraverso un’attività conforme a scopi, soggetti per i quali il mondo circostante ha il senso d'essere che gli è stato attribuito dalle nostre esperienze, dai nostri pensieri, dalle nostre valutazioni, ecc., e nei modi di validità (della certezza, della possibilità, eventualmente dell’apparenza, ecc.) che noi realizziamo attualmente, in quanto soggetti di validità o che già possediamo da prima e che portiamo in noi in quanto abitualmente acquisiti, in quanto validità di questo o di quel contenuto che possono essere attualizzate a piacimento. Naturalmente tutto ciò soggiace a una molteplice evoluzione, mentre ”il” mondo continua a essere un mondo unitario, e si corregge soltanto nella sua struttura di contenuto. Ora, se consideriamo noi stessi in quanto scienziati, nella funzione di scienziati in cui ora di fatto ci troviamo, al nostro particolare modo d’essere, di essere scienziati, corrisponde il nostro fungere attuale nel modo del pensiero scientifico, del nostro porre problemi e del nostro ricavare soluzioni teoretiche in relazione alla natura e al mondo dello spirito; ciò a cui ci riferiamo non è dapprima altro che uno degli aspetti del mondo-della-vita già precedentemente sperimentato o, comunque, già presente alla coscienza e già valido scientificamente o pre-scientificamente. Fungono con noi gli altri scienziati, che vivono con noi in una comunità teoretica, che attingono o già possiedono le stesse verità, oppure che, grazie all’accomunamento di questi atti, stanno con noi nell’unità di operazioni critiche e nel proposito di un accordo critico. D’altra parte noi possiamo essere per gli altri, e gli altri per noi, meri oggetti; invece che nella comunità dell’unità di un interesse teoretico attuale, possiamo conoscerci reciprocamente attraverso l’osservazione; possiamo conoscere gli atti del pensiero, gli atti dell’esperienza e, eventualmente, altri atti, come fatti obiettivi, ma “senza interesse”, senza partecipazione, senza un’adesione o un rifiuto critico” (Husserl, La crisi delle scienze europee). Ogni pensiero scientifico e qualsiasi problematica filosofica, secondo Husserl, implicano sempre certe ovvietà, per esempio la certezza che il mondo esiste, che è già sempre preliminarmente, e che qualsiasi rettifica di un’opinione di qualsiasi tipo, presuppone sempre il mondo in quanto orizzonte di ciò che senza dubbio è e vale. Anche la scienza oggettiva pone i suoi problemi sul terreno di questo mondo, il quale, però, è sempre già da prima, che è già a partire dalla vita prescientifica. Essa, come qualsiasi prassi, presuppone il suo essere; ma, insieme, si pone come fine la trasformazione del sapere prescientifico (che è imperfetto sia nella sua portata che nella sua consistenza), in un sapere compiuto, conformemente all’idea della correlazione tra mondo, che in sé è ben determinato, e verità scientifiche che lo spiegano, presentandosi come delle verità in sé. In altri termini, il suo compito è quello di attuare questa esplicazione attraverso un processo sistematico, attraverso gradi di compiutezza, utilizzando un metodo che permetta un costante progresso. In realtà Husserl tende a realizzare una descrizione dello strato precategoriale (o antepredicativo) posto a fondamento dell’edificio logico-categoriale. Questo strato può presentarsi sia come un piano autonomo d’esperienza che ignora la destinazione predicativa, sia come un’anteriorità funzionale, cioè come un precategoriale non autonomo in quanto indirizzato verso il piano predicativo (o categoriale). In questo secondo caso, il predicativo assume il valore di interpretazione ed esposizione linguistica dell’antepredicativo cioè dell’originario d’esperienza. Il criterio che egli assume, peraltro, richiede che ogni fondazione e chiarificazione conoscitiva acquisisca, dal punto di vista fenomenologico, la forma del rinvio all’intuizione fondante. In tal modo il rapporto tra sensibilità ed intelletto (è evidente qui il richiamo critico alle due “fonti della conoscenza”, di kantiana memoria) si traduce nel rapporto tra sensibile e “categoriale”: il non-categoriale, il precategoriale è collocato nella sfera del sensibile con tutta la sua valenza fondativa per gli atti logici superiori. La rivincita della conoscenza comune Agrimensura empirica e geometria scientifica Tra le pagine più note, nelle quali Husserl analizza il rapporto fondativo del precategoriale incarnato nel mondo-della-vita ed il categoriale consacrato nei paradigmi scientifici, quelle dedicate alla genesi della geomertia e della geometrizzazione della natura sono particolarmente idonee per le tematiche che stiamo analizzando. Husserl precisa subito che la sua indagine genealogica non mira ad una ricostruzione “storiograficamente corretta” delle origini della geometria (emblematicamente assurta a simbolo della scienza “esatta”, ma non rigorosa) bensì vuole rintracciare il senso profondo, originario della sua collocazione categoriale. Il problema dell'origine della geometria (e sotto il titolo di geometria raccogliamo qui, a fine di concisione, tutte quelle discipline che si occupano delle forme esistenti matematicamente nella spazio-temporalità) non è qui un problema storico-filologico; non si tratta quindi di reperire i primi geometri che·abbiano formulato proposizioni, dimostrazioni, teorie geometriche, né quelle determinate proposizioni che essi possono aver scoperto, ecc. Il nostro interesse mira invece a risalire al senso più originario in cui la geometria si è costituita, in cui si è sviluppata attraverso millenni, in cui è ancora viva per noi e in cui continua a evolvere; noi indaghiamo cioè il senso in cui si è presentata per la prima volta nella storia - il senso in cui dev’essersi presentata, anche se nulla sappiamo, né cerchiamo di sapere, sui suoi creatori. Partendo da ciò che sappiamo della nostra geometria, oppure dalle sue forme più antiche tramandateci (per es. dalla geometria euclidea), cerchiamo di risalire agli inizi originari e ormai sommersi della geometria, a quegli inizi “originariamente fondanti” così come devono necessariamente essersi prodotti. Questo tentativo di risalire al senso originario si mantiene necessariamente nell’ambito delle generalità, ma, come La rivincita della conoscenza comune risulterà tra breve, si tratta di generalità ricchissime, la cui esplicitazione offre la possibilità di attingere problemi particolari e constatazioni evidenti che a loro volta si configurano come problemi. La geometria, per così dire, compiuta, a cui occorre rifarsi per risalire al suo senso, è una tradizione. La nostra esistenza umana si muove nell’ambito di un numero enorme di tradizioni. Tutto il mondo culturale, in tutte le sue forme, è per noi in base alla tradizione. Perciò le forme culturali non sono soltanto divenute causalmente: noi sappiamo anche che la tradizione è appunto una tradizione che si è costituita nel nostro spazio umano e in base all’attività umana, sappiamo che è spiritualmente divenuta - anche se in generale noi non sappiamo nulla della sua precisa provenienza e della spiritualità che l’ha di fatto determinata. E tuttavia, anche questo non-sapere include sempre, per essenza e implicitamente, un sapere che può essere esplicitato, un sapere di un’evidenza incontestabile. (Husserl). Questo sapere, continua Husserl, affonda le radici, nell’esempio specifico che egli illustra, nell’impiego empirico dei concetti geometrici. A questo livello possiamo certo accontentarci di determinazioni piuttosto vaghe, di una vaga tipicità; e dunque di confronti sommari, a occhio e croce. Ci possiamo contentare, ma beninteso secondo i casi. Vi sono situazioni in cui non ci contentiamo affatto. Se, ad esempio, dobbiamo vendere il nostro campicello o scambiare il nostro con quello di un altro, presumibilmente non saremo affatto soddisfatti da determinazioni tra il più e il meno. Cercheremo di escogitare metodi più precisi di confronto, dunque metodi di misurazione. Si vede subito allora in che senso la pratica della misurazione abbia a che fare con la geometria, e in particolare con la sua origine. Pur essendo motivati da interessi pratici, cominciamo tuttavia ora a porci problemi teorici, continua Husserl, sia pure in una forma relativamente disorganica. Per escogitare metodi di misurazione abbiamo bisogno di operare una certa classificazione delle forme, scoprire certe relazioni tra esse o inventare dei ben determinati congegni per stabilire tra esse una relazione. In tutto ciò sono implicite numerose riflessioni teoriche che preparano la riflessione propriamente geometrica. Lo stesso problema di una classificazione tenderà, ad esempio, ad un certo ordinamento che prefigura la distinzione tra forme elementari e forme derivate e che non solo richiede un preciso intervento teorico, ma configura altrsì un possibile campo di indagine con fini propriamente ed esclusivamente conoscitivi. Questa origine della problematica geometrica non ha evidentemente un carattere “storiografico” nel senso consueto del termine. In altri termini, non ci sono documenti che mostrino che le cose siano andate proprio così, e questo è un altro elemento di notevole interesse che emerge dalle riflessioni di Husserl e che riguarda il concetto della storicità. È innegabile infatti che siamo comunque di fronte ad una descrizione storica, ma essa è condotta sul filo di una logica interna ai concetti, non è un racconto più o meno leggendario. E persino l’origine della riflessione geometrica dall’agrimensura ha forse queste caratteristiche di una connessione genetica non storiograficamente documentata in senso stretto, ma che rientra tuttavia, in un certo senso, nel pensiero di una storia della geometria alle sue origini. Scrive Husserl: La metodica geometrica della determinazione operativa di alcune e poi di tutte le forme ideali a partire da forme fondamentali, in quanto mezzi elementari di determinazione, rimanda alla metodica esercitata già nel mondo circostante pre-scentifico-intuitivo, dapprima in modo rudimentale poi secondo regole d’arte, alla metodica della misurazione e in generale della determinazione misurativa. Le sue finalità hanno un’origine, che è rivelatrice, nella forma essenziale di questo mondo-della-vita. Le sue forme sensibilmente esperibili e sensibilmente- intuitivamente pensabili in esso e tutti i tipi pensabili, a qualsiasi grado di generalità, si connettono continuamente le une con gli altri. In questa continuità essi riempiono la spazio- temporalità (sensibilmente intuitiva) che è la loro forma (Form). Ogni forma che rientra in questa aperta infinità, anche quando è data come un fatto nella realtà, è priva di “obiettività”, perciò non è determinabile intersoggettivamente da chiunque - per es. da un altro che non la veda di fatto -, né comunicabile nella sua determinatezza. Evidentemente a costui serve la misurazione. La misurazione è qualcosa di molto differenziato, il misurare vero e proprio non è che il suo momento conclusivo: da un lato si tratta di produrre concetti adatti per le forme corporee dei fiumi, dei monti, degli edifici, ecc. che di regola devono rinunciare a concetti e a nomi rigorosamente determinanti; innanzitutto per le loro “forme” (nell’ambito della somiglianza visiva), e poi per le loro grandezze e per i loro rapporti di grandezza e; ancora, per l’ubicazione, mediante la determinazione delle distanze e degli angoli che vengono riportati a luoghi e a direzioni presupposti noti e immobili. La misurazione scopre praticamente la possibilità di scegliere come misura certe forme fondamentali empiriche, che sono concretamente definite su corpi che di fatto sono generalmente disponibili ed empirico-rigidi, e, mediante i rapporti che esistono (e che devono essere scoperti) tra queste misure e le altre forme corporee, cerca di determinare intersoggettivamente e in modo praticamente univoco queste forme - dapprima in sfere ridotte (ad es. nell’ agrimensura) poi per nuove sfere di forme. Si capisce così come, in seguito all’esigenza, ormai desta, di una conoscenza filosofica, di una conoscenza che determinasse il vero essere, l’essere obiettivo del mondo, la misurazione empirica e la sua funzione empiricamente- praticamente obiettivante, attraverso la trasformazione dell’interesse pratico in un interesse puramente teoretico, potesse venir idealizzata e trapassare così in un pensiero puramente geometrico. La misurazione prepara così la geometria universale e il suo mondo di pure forme- limite. (Husserl). Naturalmente la fenomenologia rappresenta in certo senso la guida di questo pensiero. Benché l’istante della transizione non possa essere documentato, è tuttavia chiaro che molte conoscenze geometriche siano state anticipate e presupposte nella tecnica degli agrimensori. Anzi in generale i problemi che sorgono nell’ambito della soluzione di difficoltà pratiche stimolano la ricerca sul piano teoretico–conoscitivo: la prassi tecnica genera motivi di riflessione teorica. E inversamente la riflessione teorica diventa un mezzo della tecnica; una volta che una scienza come la geometria si è costituita, quando cioè esiste un lavoro scientifico diretto in modo autonomo ad un universo di oggetti concettualmente definito, questo lavoro si ripercuote a sua volta sul terreno dei problemi tecnici suggerendo nuove idee e nuovi progetti. Logica trascendentale e mondo-della-vita Questa interconnessione tra precategoriale e categoriale non riguarda soltanto le scienze naturali e sociali, ma investono ovviamente anche le scienze formali e, tra queste, la logica, verso la quale Husserl, fin dall’inizio della sua attività filosofica, ha sempre mostrato particolare interesse. Dalle Ricerche logiche a Logica formale e trascendentale a Esperienza e giudizio, egli traccia la via di una genealogia della logica, in polemica con il logicismo e lo psicologismo, Nello sviluppo del suo pensiero si impone a Husserl anche l’esigenza di chiarire che genere di rapporto sussiste tra la logica antepredicativa e la logica predicativa. La percezione sensibile, per quanto consista nel tendere da parte dell’io verso l’oggetto intenzionato, è sempre una conoscenza instabile, insicura, che non consente mai di possedere l’oggetto conosciuto in maniera definitiva. Questo è possibile soltanto mediante una conoscenza predicativa, cioè attraverso la logica, la quale ha la capacità di fissare l’oggetto e di conservarlo anche quando non è presente nella percezione. La conoscenza antepredicativa e quella predicativa, perciò, si differenziano nettamente e ciascuna si caratterizza per una propria specificità. Se però si analizza la genesi della logica, ci si rende conto che bisogna rifarsi alla percezione sensibile per spiegare la logica predicativa. Questo significa che la conoscenza predicativa, di cui appunto la logica è l’espressione più compiuta, riposa fenomenologicamente, cioè dal punto di vista della sua fondazione, sulla conoscenza antepredicativa, cioè si esplicita in logica trascendentale. Scrive Husserl: Chiarito il contrasto tra scienza obiettiva e mondo-della- vita, occorre tuttavia localizzare la loro essenziale connessione: la teoria obiettiva nel suo senso logico (in termini universali, la scienza come totalità delle teorie predicative, dei sistemi logici in quanto sistemi di proposizioni in sé, di verità in sé e, in questo senso, di enunciati logicamente connessi) è radicata e fondata nel mondo-della-vita, nelle sue evidenze originarie. Proprio per questo la scienza obiettiva ha una costante relazione di senso col mondo in cui sempre viviamo, e in cui, quindi, viviamo anche nella nostra qualità di scienziati accomunati a tutti gli altri scienziati - si tratta cioè di una relazione col comune mondo-della-vita. Ma così la scienza obiettiva è un’operazione di persone pre-scientifiche, di persone singole e di persone accomunate nell’attività scientifica, di persone quindi che appartengono al mondo-della-vita. Le loro teorie, le formazioni logiche, non sono naturalmente cose del mondo-della-vita nel senso in cui lo sono i sassi, le cose, gli alberi. Sono totalità logiche e parti logiche costituite da elementi logici ultimi. Per parlare con Bolzano: sono rappresentazioni in sé, proposizioni in sé, conclusioni e dimostrazioni in sé, unità ideali di significato, la cui idealità logica è determinata dal loro telos “verità in sé”. Ma anche questa idealità, come qualsiasi altra, non muta nulla al fatto che sono formazioni umane connesse per essenza alle attualità e alle potenzialità umane, e che quindi rientrano nella concreta unità del mondo-della-vita, la cui concrezione dunque ha una portata maggiore di quella delle cose. Ciò vale, correlativamente, anche per le attività scientifiche, sperimentali, per le attività che in base all’esperienza plasmano le formazioni logiche, in cui esse compaiono in forma originaria e in modi originari di evoluzione, nei singoli scienziati e nella comunità degli scienziati: quale originarietà delle proposizioni, delle dimostrazioni, ecc. che sono state elaborate in comune (Husserl). Come potete notare, si tratta di un’ampia riflessione sul come le strutture logiche siano o meno adeguate alla dimensione della realtà oggettiva. In questo senso la logica trascendentale si presenta come logica dei fondamenti, ed è in seno ad essa che si costituisce la logica come scienza formale. La logica formale tradizionale, invece, ha ignorato la propria genesi, presupponendo come ovvia la validità delle proprie leggi. Al contrario, un giudizio logico deve essere valutato come un atto soggettivo di conoscenza che si impadronisce del suo contenuto. Per questo motivo le leggi logiche formali, che siano normative del giudizio, ma che non tengono conto del fatto che sono normative anche del suo contenuto, fanno sorgere interrogativi sulla validità dei loro giudizi sul mondo naturale e sulla verità ed evidenza dei loro contenuti. Seguendo questo punto di vista, Husserl sviluppa pienamente il tema della logica trascendentale in rapporto alle categorie di verità e di significato. Conseguentemente, la logica si configura qui come teoria delle teorie: essa non è solo un discorso logico sulla logica, condotto con i mezzi della logica, ma un metadiscorso sulla logica, che tuttavia non si presenta né come una sovrastruttura né come una forma speculativa. E’, a tutti gli effetti, una regressione, un ritorno ai fondamenti che l’hanno costituita nelle sue operazioni originarie, anche storiche, nonché nelle sue operazioni attuali. Le ricerche fenomenologiche, ribadisce Husserl, risultano necessarie alla logica pura, trascendentale. Ne rappresentano la sua fondazione intuitiva e precategoriale: in quanto la logica è da ricercare nelle operazioni costitutive, diventa logica filosofica, filosofia prima, teoria della teoria. Ma, badate bene, ciò non è in contraddizione con la fondazione precategoriale: è solo l’altra faccia della questione, poiché la fondazione deve sempre essere ristabilita nella presenza e nelle modalità temporali e quindi genetiche e storiche. Le scienze, invece, che non prendono in considerazione ciò che costituisce il loro fondamento trascendentale, cioè le condizioni per cui si danno, si risolvono in pure tecniche di manipolazione di simboli linguistici. Nome compiuto: Mauro Di Giandomenico. Giandomenico. Keywords: l’apertura semantica, “How Pirots Karulise Elatically” – pirots karulise elatically – pirots karulise – ‘implicazione’ – aperture semantica, Galileo, la retorica di Galilei, Galilei, lo stile di Galilei, Vinci, I corpi, la filosofia positivistica italiana  -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giandomenico: l’implicatura conversazionale: ‘Pirots karulise elatically; therefore, pirots karulise!” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura mistica – l’implicatura di Catone – la scuola di Muggia -- filosofia muggiana – filosofia triestina – filosofia friulese – filosofia veneta. filosofia italiana – Luigi Speranza (Muggia). Abstract. Grice: “At Oxford, we had Chamberlain, and I was forced to leave Oxford and join the Navy – at Bologna, they had Mussolini, who rather created a school of mysiticism to entertain the philosophical minds amongt them!” Keywords: fascism. Filosofo muggiano. Filosofo trestino . Filosofo italiano. Muggia, Trieste, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “It’s hard for me to judge Giani’s philosophy because I fought against the Italians during the so-called ‘second world war,’ so-called!” Grice: “But I would be willing to expand: if Giani developed what he aptly called a ‘mystique’ – so did we at Oxford – Churchill surely held his ‘mystique.’ Of course the Italian, being more scholastic, had to call it ‘scuola di mistica,’ – and the idea was that of an all-male chivalry order – aptly set at Milan!” Fonda la corrente filosofica nota come "Mistica". Partì come volontario di guerra e morì sul fronte. Frequentato il Liceo ginnasio di Trieste. Si trasfere a Milano, dove si iscrive a Milano e quindi ai Gruppi Universitari, laureandosi. Anticipa l'imminente apertura della scuola sul foglio dei Gruppi Universitari, "Libro e moschetto" della scuola di mistica. Ne divenne direttore, carica che lasciò alla fine dell'anno seguente dopo aver scritto il suo ampio discorso da tenersi a Roma in occasione dellaI iunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che coincide anche con il decennale della Marcia su Roma in cui enuncia i principi della nuova scuola.  Su impulso di G. si comincia inoltre a pubblicare i Quaderni della scuola di mistica. Poche settimane dopo la riunionesi dimise da direttore con una lettera inviata a MUSSOLINI, per contrasti interni con il segretario politico dei Gruppi Universitari. Imputa le dimissioni al mancato trasferimento della scuola nella vecchia sede de Il Popolo d'Italia chiamato anche "Il covo" La richiesta di entrare in possesso de "Il covo" punta ad ottenere il possesso di uno degl’ambienti più importanti dell'immaginario fascista. Continua quindi a collaborare con diversi quotidiani come "Il Popolo d'Italia" e "Gerarchia". "Lineamenti sull'ordinamento sociale dello stato" gli fa ottenere la libera docenza e e quindi la cattedra a Pavia ma parte volontario per la guerra arruolandosi col grado di capomanipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel Battaglione"Vercelli".  Rientrato in Italia, riassunse la guida della scuola, qui in occasione della chiusura dell'anno scolastico nell'aula della casa del Fascio di Milano. Rientrato in Italia riassunse la carica di direttore della "Scuola di Mistica" lanciando due importanti iniziative, rilancia la pubblicazione della serie di "Quaderni" che affrontavano differenti problematiche e sempre per sua iniziativa fu creata nell'ambito della scuola la rivista mensile, Dottrina che divenne l'organo ufficiale della Scuola, in cui pubblica  il "Decalogo dell'italiano nuovo”. Si dedica inoltre al giornalismo diventando direttore a Varese di "Cronaca prealpina" e collaborando a diverse testate, tra cui Tempo (Direttore: Acito). Dalle pagine di "Cronaca prealpina" prese parte alla campagna fondata sui propri convincimenti del ‘spirito’ contrapposto al "biologico"  La Cronaca prealpina dopo la nomina di G. a direttore arriva a quadruplicare la tiratura.   L'incontro a Roma con Mussolini in cui si decise la cessione del covo ai "mistici" della Scuola. Su impulso di G., con una cerimonia presieduta di Starace, la sede ufficiale della scuola di mistica si sposta nel medesimo edificio che ospitò ai suoi primordi il giornale Il Popolo d'Italia, chiamato il covo. Il covo negli anni e stato trasformato in una galleria. La palazzina e proclamata monumento nazionale con tanto di guardia d'onore  svolta da squadristi e combattenti. Per esplicita decisione di Mussolini, e ufficialmente consegnata ai mistici della scuola. L'evento e vissuto come una autentica consacrazione dei insegnanti riuniti intorno a G.. In realtà la consegna e già stata disposta come risulta da un foglio d'ordini del PNF e in quell'occasione il consiglio direttivo e ricevuto a Roma da MUSSOLINI. Mussolini li aveva spronati continuare nella loro attività.  A Milano, in occasione del decennale dalla fondazione della scuola, organizza il convegno di mistica che nelle sue intenzioni dove essere il primo della serie. Obiettivo che sfuma a causa dell'entrata in guerra. L'incontro vide oltre 500 partecipanti ed ha l'adesione della maggior parte dei filosofi dell'epoca. Come gran parte dei mistici, partecipa nuovamente come volontario alla seconda guerra mondiale, conflitto nel quale vede il presagio di una rivoluzione in vista di una nuova era.  Inquadrato nel  reggimento alpini prende parte alla battaglia delle Alpi Occidentali contro la Francia venendo decorato con la medaglia d’argento al valor militare.Terminata la campagna di Francia in seguito all'armistizio torna alla vita civile ma incominciata nel frattempo la guerra in nord Africa richiese più volte di partire volontario senza ottenere soddisfazione. Alla fine ottenne di partire  come corrispondente di guerra de Il Popolo d'Italia, della Cronaca prealpina e de L'Illustrazione Italiana presso i reparti della regia aeronautica. Per quest'ultima realizza anche diversi servizi fotografici. All'attività di giornalista affiance anche quella di militare prendendo parte ad alcune azioni e ottenendo una medaglia di bronzo al valor militare. E richiamato in Italia dove riassunge la guida de "La cronaca prealpina".Nuovamente incorporato nel reggimento alpini riparte infine come volontario per la campagna di Grecia, dove cadde sul fronte greco-albanese nella battaglia per la conquista della Punta Nord del Mali Scindeli. Si offre volontario per una pericolosa missione che prevede la conquista di una munita postazione greca. L'attacco ebbe inizialmente successo con la conquista della posizione ma riorganizzatisi i greci condussero un contrattacco. Nello scontro cadde. Il periodico L'Illustrazione Italiana scrive, senza riportare dove o come avrebbe potuto registrare tali parole, che l'ufficiale greco che lo aveva colpito a morte avrebbe raccontato che nello scontro G. gli si era parato davanti "come un dio o un demone".  Il corpo di G. anda disperso e gl’altri assaltatori che  prendono parte all'attacco dovettero ritirarsi rapidamente incalzati dai soldati greci. E pochi giorni dopo incaricato delle ricerche Carati che e anche vice-direttore della scuola di mistica. Le ricerche a causa della perdurante situazione di guerra sono nulle, e riuscì solo ad individuare il luogo in cui e caduto.  In quell'occasione, richiesta un'udienza al duce, chiede che puo partire per l'Albania il cognato Guido G. e il fratello Sampietro. Questi ultimi rinvennero la salma sepolta in maniera anonima in territorio greco. Di qui la salma e translata nel piccolo cimitero militare di Klisura.  MUSSOLINI e preso come principale punto di riferimento dalla scuola di mistica. Elabora un discorso programmatico in cui enuncia i principi fondanti della Scuola e della Mistica fascista. Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di mistica ed ecco il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori  che sono nell'opera del Duce.  (G. in La marcia sul mondo). Inizialmente i principi esposti da G. fanno parte di un discorso più ampio da tenersi a Roma in occasione di una riunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze. L'ampio discorsoe poi pubblicato nella serie dei "Quaderni" voluti da G. con il titolo "La marcia sul mondo della civiltà". Si impone un ritorno alle origini, ovvero al movimentismo rivoluzionario, riallacciandosi idealmente all'esperienza delle prime squadre d'azione e degli arditi della Grande Guerra quindi, secondo Veneziani "una più radicale rivoluzione coniugata al recupero di una più integralistica tradizione. Ma più che legati agli enunciati politici del manifesto di sansepolcro i mistici di quella esperienza esaltavano soprattutto la lotta contro la borghesia affaristica del primo dopoguerra. La mistica si considera rappresentante proprio di questo mondo ispirato dall'amore di patria e posta a guardia della rivoluzione permanente e in contrasto con gli opportunisti e i trasformisti. Individuava nell'epoca contemporanea *quattro* principali mistiche, destinate ad apportare in un primo tempo dei benefici ma poi a fallire: liberale, democratica, socialista e comunista. Liberalismo, democrazia, socialismo e comunismo sono le quattro mistiche dominanti nella societa. Il bilanciolo abbiamo già visto è per tutte negativo. Il liberalismo porta all'anarchia. La democrazia porta all'instabilità politica e sociale. Il socialism porta alla otta civile. Il comunismo porta alla vita primitiva. Queste quattro mistiche sono pertanto anti-storiche. A fronte di esse l'unica mistica in grado di superare tali crisi era quella come sviluppato nel capitolo intitolato "La marcia ideale" la cui conoscenza e diffusione presso le masse era compito della élite. Medaglia d'argento al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia d'argento al valor militare «Volontario nella guerra d'Africa ove prese parte volontario a diverse pattuglie esploratori, chiese ed ottenne di essere anche in quest guerra assegnato ad un reparto combattente. Destinato all'11º alpini volontario a due azioni del battaglione Bolzano chiese di partecipare alla ardita discesa di due compagnie del battaglione Trento effettuata in una valle occupata dal nemico e avanzò con la prima pattuglia sotto intenso bombardamento, sprezzante del grave pericolo di sorprese e di accerchiamento nemico, esempio trascinante a ufficiali e soldati, e prova di dedizione alla patria, di alta fede e di valore. Medaglia di bronzo al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia di bronzo al valor militare «Corrispondente di guerra presso una squadra aerea disimpegnava il suo particolare e delicato servizio con alto senso di responsabilità. Spesso presente sugli aeroporti più avanzati e maggiormente battuti dall'offesa nemica allo scopo di rendersi conto di ogni particolare, partecipava volontariamente a difficili e rischiose missioni di guerra, dando sicura prova anche nelle più critiche circostanze di sereno sprezzo del pericolo e completa dedizione al dovere.» Medaglia d'oro al valor militarenastrino per uniforme ordinaria medaglia d'oro al valor militare. Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita, alla quale era stato affidato il compimento di una rischiosa impresa. Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si lanciava alla testa dei pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi. Mentre in piedi lanciava l'ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo eroico esempio, al grido di: «Avanti Bolzano! Viva l'Italia», veniva mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo valore e di amor di Patria. Punta NordMali Scindeli (Fronte greco) Saggi: “La via della gloria, anni 20 La marcia sul mondo della Civiltà Fascista, Lineamenti su l'ordinamento sociale dello Stato, Giuffré ed. La mistica come dottrina. Perché siamo, A. Nicola. Perché siamo mistici. Mistica della rivoluzione. Antologia di scritti, Il Cinabro,  Longo, “I vincitori della guerra perduta” (sezione su  G.), Settimo sigillo, Roma.Carini, G. e la scuola di mistica fascista,  Mursia, Antonellis, Come doveva essere il perfetto, su storia illustrate, Antonellis, Come dove essere il perfetto, su storia illustrate, Carini nella prefazione su  G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini,  G. e la scuola di mistica, Mursia,Carini, G. e la scuola di mistica, Mursia, Carini, G. e la scuola di mistica fascista, Mursia, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Grandi, Gli eroi, G. e la Scuola di mistica, Cfr. a tale proposito le ricerche di Laforgia, una cui sommaria sintesi è nel sito varesenews Archiviato. Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Il saggio, edito da Dottrina Fascista, riporta in forma integra la conferenza inaugurale tenuta da G. per l'inaugurazione del corso per maestri della scuola di mistica. Cfr. a tale proposito le ricerche di Laforgia in Grandi, Gl’eroi di Mussolini, BUR, Milano, Antonellis, Come doveva essere il perfetto, su storia illustrate, Veneziani, La rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, Longo, Gl’eroi della guerra perduta, Settimo sigillo, Roma,  L'Illustrazione italiana, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica fascista, Grandi, Gl’eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica fascista, G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Marcello Veneziani, La rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini, G. e la Scuola di mistica, prefazione di Veneziani, Mursia, Milano, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica, BUR Biblioteca Rizzoli, Raido Speciale Scuola di Mistica, Raido, Roma, Arnaldo M., Coscienza e dovere. G. MISTICA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA Antologia di scritti.  In breve: Siamo mistici perchè siamo degli arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini partigiani per eccellenza e quindi anche assurdi Del resto nell’impossibile e nell’assurdo non credono gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la volontà, niente è assurdo». (Niccolò Giani) Un’antologia che raccoglie i più significati testi di G., tra i massimi esponenti della corrente più radicale, oltranzista e universale del Fascismo, la Scuola di Mistica Fascista. Questa antologia rappresenta la prima raccolta organica dei più significativi scritti di G.  È, a nostro giudizio, il modo migliore per illustrare senza filtri la sua persona, la sua filosofia, e la sua azione. È un omaggio doveroso al testimone di quello che e il Fascismo universale e intransigente che mai scese a compromessi con la vita comoda, al rinnovatore spirituale e politico di una intera generazione. Esempio di eroismo che, al di là della contingenza storica, seppe essere coerente con i propri principî vivendo l’ideale sino all’estremo sacrificio; quasi innalzando il Fascismo ad una categoria universale dell’essere, come fonte inesauribile di spiritualità cui innestarsi per fare la rivoluzione dell’uomo e del mondo. G., nato a Muggia, cadde sul fronte greco nello slancio del combattimento, trasfigurato ormai nell’eroismo muto. Dimostra con la vita affermata oltre la morte, l’armonia tra pensiero e fede, la continuità tra filosofia ed azione, e della autentica rivoluzione rimane il puro rappresentante del nuovo italiano: per questo il suo esempio e il seme fecondo dell’aspro cammino di domani. Seppe con l’azione indicare la strada, con l’intransigenza insegnare l’esempio. I tesserati sono i suoi avversari. Contro di essi combatté, contro cioè i falsi, i presuntuosi, gli esibizionisti, i retorici, gli arrivisti; contro coloro, insomma, che considerarono la rivoluzione come atto di ordinaria amministrazione, sfruttabile per fini personali. Il Cinabro Ufficio stampa Rimbotti: Mistica Fascista. L’ordine della Milizia sacra; Rossi: La Mistica Fascista dell’Uomo Nuovo. Tra milizia politica e meta-politica la scuola rivoluzionaria del Fascismo; Mezzasoma: G., discepolo di Arnaldo. Decalogo dell’Uomo Nuovo La marcia ideale sul mondo della Civiltà fascista Generazioni di Mussolini sul piano dell’Impero Civiltà fascista civiltà dello spirito Aver Coraggio A difesa dell’Europa Fuori La mistica come dottrina del fascismo Le due Europe Mistica del fascismo, Corporativismo e Autarchia Il Centro di preparazione politica per i giovani. Fucina di Campioni della Rivoluzione Valore primordiale del covo I soliti imbecilli L’equivoco Perché siamo dei mistici Il volto della guerra Testamento spirituale al figlio G.: Presente!Mistica Della Rivoluzione Fascista E questo diritto alla prima linea, ad essere i disperati del Fascismo, è l’unica pretesa che, oggi, domani, sempre, i mistici del Fascismo accamperanno di fronte alla Rivoluzione, come, con vena veramente squadrista, ha detto PALLOTTA (si veda) nella sua relazione che ha avuto lo spirito e la mordenza del «menefreghismo» più autenticamente fascista. Prima linea, sul fronte esterno ed interno, contro il nemico di fuori e di dentro. Contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, ma anche, e con uguale decisione e durezza, contro gli attentatori della nostra integrità spirituale (G.)  Le conseguenze derivate dalla fine del primo conflitto mondiale e l’immediatarossi 5 crisi strutturale delle istituzioni e dei valori che investì, con una forza che non aveva avuto precedenti nella storia, le società europee, vennero allora giudicate come l’annuncio di un radicale mutamento di tutte le forme della vita politica e civile fino ad allora conosciute e complessivamente accettate. Una deflagrazione interna dei costumi, di certezze consolidate e di mentalità che modificò in maniera irreversibile l’immaginario collettivo di popoli e nazioni. Niente sarebbe più stato come prima. Uno Spirito nuovo si affacciava con ruvida decisione e realismo eroico reclamando il proprio posto nella Storia. L’alba delle grandi rivoluzioni si affacciava sul continente europeo e i popoli si sarebbero messi in marcia affascinati da nuove e esaltanti Weltanschauung.  Per Bruck, uno dei primi e tra i più significativi esponenti della Rivoluzione Conservatrice tedesca, si tratta di una presa di posizione a carattere diffuso più che evidente. Assistiamo all’evento per cui tutto quel che non è liberale si unisce contro quel che è liberale. Noi viviamo i tempi di questa agitazione mondiale, che si produce per una estrema consequenzialità, e che si esplica in una rivoluzione radicale che prospetta la perdita da parte del nemico della sua posizione di potere: tale nuova situazione mondiale esordisce con un allontanamento dall’Illuminismo.”  Il periodo che immediatamente fece seguito al termine di un conflitto di così immensa portata, venne visto dai più attenti e acuti osservatori incredibilmente saturo di una genuina e stupefacente valenza rivoluzionaria e innovatrice, ciò significò l’inizio di una nuova stagione di entusiastiche mobilitazioni che avrebbero alla fine tonificato la fibra morale e politica del continente fino ad allora logorata ed estenuata da sovrastrutture ipocrite e corrose nel loro intimo che erano riuscite, attraverso innumerevoli sotterfugi, a sopravvivere a se stesse, sempre più annichilite da un pervasivo decadentismo culturale e morale e dal predominio di una mentalità borghese e oligarchica connotata dalle sue più perniciose vedute utilitaristiche e mercantilistiche.  Le conseguenze della fine della grande guerra significarono soprattutto una presa di coscienza collettiva e un’accelerazione formidabile dei fenomeni sociali, accompagnate entrambe da una esigenza totalmente nuova di considerare l’esistenza e i rapporti umani, esigenza che venne principalmente percepita prima dai combattenti e poi dai reduci come il frutto maturo della traumatica e allo stesso tempo travolgente esperienza della guerra di trincea, insomma un insieme di condizioni imprescindibili che prepararono il terreno e l’atmosfera per l’avvento delle ondate rivoluzionarie nazionalpopolari che misero in crisi valori e regole consolidate da tempo, assestando colpi mortali alle strutture politiche, sociali e culturali delle società borghesi liberal-democratiche.  Dalle forme statiche si passava alle forme dinamiche, nel senso jungeriano del termine.  Il Fascismo è la matrice principale che inaugurò la feconda ed entusiasmante stagione delle insurrezioni nazional-rivoluzionarie e il primo laboratorio culturale delle ancor più affascinanti sintesi nazionali e sociali.  Furono infatti i reduci del fronte, gli ex-combattenti che avevano creduto fino in fondo ad una particolare visione eroica della vita propria di una ideologia della guerra sviluppatasi nell’interiorizzazione del sacrificio bellico e del sangue versato – subendo poi la frustrazione di una vittoria conseguita sul campo di battaglia a duro prezzo che videro mutilata negli accordi di pace internazionali – a rappresentare la spina dorsale di una innovativa e volontaristica visione politica che pretendeva di coniugare un nazionalismo intransigente e guerriero partorito nelle trincee con le più avanzate e spregiudicate chiavi di lettura sociali.  La grande guerra di popolo aveva travasato nei combattenti il senso della tensione nazionale e sociale verso scopi e missioni comuni, una nuova coscienza collettiva che sarebbe stata cementata da un formidabile sentimento di fraterno e virile cameratismo, il culto della differenza e del radicamento nella specificità etnica della Stirpe italica. Gli squadristi fascisti non fecero altro che travasare tutti questi motivi nelle battaglie di piazza.  Sorti dalla guerra di popolo, divennero avanguardia di popolo. E il 28 Ottobre 1922 sarà il coronamento dei loro sacrifici, la loro apoteosi.  D’altronde era stato lo stesso Mussolini a dire che l’esperienza della guerra avrebbe generato le migliori condizioni per la rivoluzione sociale e politica. Anzi, ne sarebbe stata la prefazione. Era il novembre 1916 e Mussolini combatteva sul fronte del Carso, nei ranghi del 11° Reggimento Bersaglieri: “Noi vinceremo la guerra: ma poi dovremo vincere la pace. Sarà duro; ma ci arriveremo. La società italiana deve assolutamente mutare. Sugl’italiani bisogna contare. Questa guerra che noi combattiamo e che con tragica definizione viene detta di logoramento, porterà alla ribalta delle lotte civili una generazione che riuscirà a fare quello che la nostra non è riuscita a fare: il riscatto sociale e politico del mondo del lavoro, al di sopra e al di fuori dei dottrinarismi che oggi lo incatenano. A ciò non saremmo mai arrivati se non avessimo voluto la guerra, rovesciato i vecchi feticci sostituendo alle vuote ideologie i fatti e le loro naturali conseguenze. Questo non sarà solo di noi, ma anche di altri popoli.”  Una lucida e profetica anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto in tutta l’Europa. Tutto questo si pose, in maniera del tutto naturale, in totale opposizione al principio democratico in politica e a quello liberale nel campo economico, all’insegna di una rivoluzionaria concezione elitaria, fortemente gerarchica e anti-egualitaria che reclamava la valorizzazione delle minoranze attivistiche e carismatiche con la conseguente affermazione del principio guida del Capo, con il mito dello Stato totalitario come asse formante e legittimante della Comunità nazionale e non ultimo la funzione pedagogica del Partito unico, soprattutto mediante una costante mobilitazione politica delle masse, una sacralizzazione della politica attraverso il ricorso a liturgie collettive, miti e simbologie, e una crescente militarizzazione della vita sociale e civile, l’intervento statale attraverso gli istituti del Corporativismo per una razionale direzione disciplinata dell’economia che ponesse termine all’epoca del predominio delle oligarchie mercantilistiche e parassitarie e riportasse la vita economica al servizio dell’interesse collettivo subordinandola alle necessità politiche nazionali. Infine, l’affermazione sovrana di una particolare e severa tipologia umana di nuova impronta che avrebbe rappresentato lo spirito del nuovo tempo: l’Uomo Nuovo, l’Uomo integrale come manifestazione vivente di una Tradizione atemporale che ebbe la volontà e la capacità di tradursi in Rivoluzione. Proprio nel senso di quell’interpretazione che G. sa dare, facendosi portavoce di quegli ambienti del Fascismo intransigente e rivoluzionario che vollero interpretare al meglio gli insegnamenti mussoliniani: “Il Fascismo è un richiamo violento alla Tradizione, non un ritorno o una ripetizione. Per noi fascisti la Tradizione come lo dice il significato etimologico del termine e come Evola ha documentato, è e non può essere che dinamica. Altrimenti si parlerebbe di conservatorismo o di reazione. Invece, la Tradizione è continua coniugazione, attraverso il presente, del passato e dell’avvenire; è processo inesausto di superamento, è una fiaccola accesa con la quale ogni popolo illumina la propria strada e corre nel tempo verso l’avvenire. Ecco perché, oggi, Rivoluzione e Tradizione non si escludono, ma anzi si identificano e questo spiega il culto che noi abbiamo pel passato e dice ai soliti uomini dai paraocchi che l’italiano non può che essere fascista. Questa nuova visione della politica rappresentata dal Fascismo rappresentò inequivocabilmente la radicale negazione dei principi emersi dalla rivoluzione francese, una evidente antitesi storica e culturale di quanto fu incarnato dall’illuminismo, che costituì l’essenza di tutte le manifestazioni materialistiche ed economicistiche della decadenza moderna: da quelle individualistiche, liberali e democratiche a quelle cosmopolite, genericamente progressiste e marxiste.  Il Fascismo, anche nella sua più vasta comprensione europea, intese proporre in maniera concreta ed efficace un discorso radicalmente alternativo alla politica borghese e alla società borghese richiamandosi al concetto di avanguardia delle idee, un’avanguardia rivoluzionaria che fosse in grado, senza contraddizioni, di saldare assieme passato e presente vincendo così la sfida della modernità, sostituendo il vigore giovanile della passione idealistica e volontaristica alla decadente dissolutezza del conservatorismo borghese e il cameratismo militante radicato nella coscienza popolare alla società atomizzata e polverizzata delle democrazie liberali.  Un discorso ambizioso per un’avanguardia che ambiva ad essere al contempo simbolo della genuinità politica e della resurrezione spirituale, una speranza che venne riposta nel mito capacitante dell’Uomo Nuovo creatore di nuovi valori, l’esemplare di una specifica specie umana lanciata alla conquista del futuro senza per questo dover recidere le radici culturali e spirituali che lo mantenevano legato alla propria dimensione storica, etnica e popolare; nei confronti della quale si espresse il Duce parlando all’Assemblea delle Corporazioni: “L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero. Quindi questa figura particolare dell’Uomo Nuovo, capace di raccogliere in sé tutte le sue forze creative, che la cultura rivoluzionaria del Fascismo propone e che non mancava costantemente di ricollegare alla stagione dello squadrismo, così intrisa di eroicità e di sacrificio, riconduceva alla stessa definizione dell’Uomo integrale di mussoliniana memoria, ovvero un uomo che non esistesse unicamente perché cartesianamente pensante, ma perché arricchito di tutte quelle virtù “romanamente” intese, eroiche, civiche e politiche, sia nella ragione come nei sentimenti.  Spesso e volentieri nell’immaginario intellettuale il discorso sull’Uomo Nuovo si andava a concretizzare poi nell’ideale della gioventù, una gioventù non solamente intesa in senso spirituale ma anche come dato anagrafico, poiché il concetto di gioventù rimandava all’ansia del cambiamento e all’impeto rivoluzionario, racchiudendo in se stessa gli ideali della forza e della bellezza, di una esuberante virilità aggressiva, l’anelito vitale di un futuro tutto da conquistare, proprio l’opposto di quanto ancora proponevano i rappresentanti delle democrazie borghesi con tutte le loro desuete convenzioni e i loro logori formalismi, con tutta la loro boriosa rispettabilità e lasciva ipocrisia. Il Fascismo fu quindi profondamente giovane e irruento, meravigliosamente violento e lo fu sia spiritualmente che anagraficamente.  Il comune denominatore della più intransigente e autentica cultura fascista, quella derivata appunto dalla passionale ed eroica stagione dello squadrismo, si trovava nell’aspirazione alla realizzazione di un originale disegno politico ed esistenziale da esplicarsi mediante cambiamenti radicali frutto di una ferma volontà rivoluzionaria che armonizzava i riferimenti alla rivolta romantica dell’interventismo e alla mistica eroica evocata dalla guerra di trincea con i nuovi miti palingenetici di trasformazione della società e dello Stato. Questa cultura dell’azione che si nutriva dello spirito barricadiero di rivolta contro l’ordinamento borghese in nome di un rivoluzionario e fascista Ordine Nuovo era la caratteristica di quell’ambiente fascista che si riconosceva, anche per esperienza diretta, nel mito capacitante delle aristocrazie del combattentismo – quella trincerocrazia più volte evocata da Mussolini – e nella scuola di vita e di coraggio rappresentata dalla militanza squadristica che venne vissuta, letta ed interpretata non solamente come una reazione organizzata e armata volta all’annientamento dei focolai dell’insurrezionalismo marxista, ma soprattutto come militanza rivoluzionaria e idealistica volta alla rigenerazione della Nazione e alla creazione di uno Stato nuovo. Una specifica rilettura che si svolgeva anche in aperta polemica con coloro che ritenevano che la nascita del governo presieduto da Mussolini, all’indomani della marcia su Roma, rappresentasse la fase risolutiva del Fascismo. In questo modo, il Fascismo, doveva e poteva assumere una superiore valenza metafisica affermando il suo essere come un completamento naturale e organico della storia della Nazione italiana, andando ben oltre la semplice insorgenza anti-sovversiva e anti-modernista – non a caso lo stesso G. volle mettere l’accento sul fatto che la Rivoluzione Fascista infatti non è stata reazione come qualcuno ha creduto in origine e come tuttora si crede da molti all’estero; è stata invece l’ostetrica della nuova storia. E sorta una nuova civiltà capace di risolvere tutti i problemi della società contemporanea. Per costoro, che in fondo rappresentavano la vasta base della militanza fascista e anche quella intellettualmente più viva, l’agire politico del Fascismo non doveva assolutamente compromettersi con i residui della vecchia classe dirigente, che in virtù del processo di normalizzazione e di pacificazione avviato dal Duce si adoperavano nell’inserimento all’interno dei gangli del regime, doveva invece mantenere e tonificare una assoluta intransigenza dottrinaria senza incorrere in alcun cedimento politico e morale, perché se il Fascismo era una rivoluzione, doveva necessariamente procedere nei suoi obiettivi con mentalità e metodi rivoluzionari, come perentoriamente affermò un autorevole esponente dell’epopea squadristica della statura di FARINACCI (si veda). Bisogna insomma che la bestia proteiforme del vecchio conservatorismo sornione sia liquidata bruscamente; che le vecchie clientele d’interessi e d’ambizioni fiorite ai margini della vita politica italiana siano messe in mora, vigilate, controllate, sopra tutto tenute lontane, bisogna che sia impedito a chiunque di rifarsi, attraverso il fascismo, una qualsivoglia verginità e continuare, sotto mentite spoglie, le abitudini peccaminose del passato. La vittoria deve essere integrale. Tra gli oppositori più accaniti della deriva moderata si evidenziarono gli ideatori della Scuola di Mistica Fascista, costituitasi a Milano, tutti provenienti da quella generazione dei GUF che era cresciuta respirando l’atmosfera del Fascismo, maturando così una profonda convinzione nei miti fondatori del regime e una fedeltà assoluta nella persona del Duce.  Al loro fianco si schierarono altre personalità di spicco del Fascismo rivoluzionario: RICCI (si veda) con il suo universalismo fascista, PAVOLINI (si veda) e l’esaltazione della primavera squadristica, ROSSONI (si veda) con tutte le aspettative del sindacalismo rivoluzionario.  La Scuola di Mistica Fascista verrà intitolata a Mussolini, il figlio prematuramente scomparso di Mussolini. G., PALLOTTA (si veda), MEZZASOMA (si veda) e molti altri entusiasti, avvalendosi della guida orientatrice di Arnaldo Mussolini, seppero rappresentare, attraverso l’opera che fu sviluppata dalla Scuola, una autentica e intransigente avanguardia intellettuale e morale posta a difesa dei valori espressi dalla Rivoluzione Fascista, che sempre più doveva farsi rivoluzione culturale e antropologica per meglio adempiere alla consegna rivoluzionaria che il Duce del Fascismo aveva dato alle nuove generazioni. È G. a spiegare gli scopi dell’istituzione: “Poiché una mistica è un postulato di tanti credo, e un valore assoluto non lo si può derivare che da una fonte indiscutibile, questa fonte non può essere che il Duce. Ecco perché la fonte deve essere quella, esclusivamente quella. Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di Mistica fascista ed ecco il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori del Fascismo che sono nell’opera del Duce. Quindi una rivoluzione culturale, del carattere e dello Spirito che, attraverso interessanti rievocazioni del mito della romanità e della sacralità della Stirpe – rappresentazioni metastoriche e metafisiche della migliore tradizione aryo-romana – sarebbe approdata ad una coesione organica della Stirpe italica costituitasi in Comunità nazionale e avrebbe dato all’Italia fascista il diritto-dovere di adempiere ad una missione universale facendo del Fascismo il crocevia della storia europea del ventesimo secolo e il riformatore dei tratti essenziali della Civiltà contemporanea in ogni suo aspetto, la ripresa e il rinnovamento dell’Europa all’indomani del fallimento della democrazia liberale e delle utopiche promesse marxiste. Aprire la strada al secolo fascista. Certamente nella visione della Mistica fascista elaborata dalla Scuola vi era la ferma consapevolezza che il Fascismo fosse una autentica rivoluzione totale della società italiana: spirituale ed etica, sociale e politica, ma al contempo anche una ripresa di tutte le tradizioni essenziali, però la memoria storica proposta non si sarebbe dovuta risolvere in un ripiegamento nel passato, l’immagine del passato non finì mai per schiacciare la dimensione del presente e tanto meno si configurò come un richiamo intensamente nostalgico, bensì le potenzialità ideologizzanti della rimemorazione storica vennero fatte espandere fino a provocare una vera e propria occupazione del cosiddetto campo dei ricordi – una lotta spirituale e rivoluzionaria per il dominio del ricordo e della memoria che conduce ad una riscrittura della cronologia nazionale che rispecchiasse le concezioni del pensiero irrazionalista, anti-intellettualista e pragmatista dei decenni trascorsi, un pensiero profondamente permeato di sfumature di matrice nietzschiana e soreliana.  Anche i richiami alla Mistica insita nel Fascismo erano animati dallo spirito di rivolta, contro le mentalità borghesi ancora sussistenti, delle nuove generazioni cresciute ed allevate nelle organizzazioni totalitarie giovanili e universitarie, una rivolta che si manifesta con i forti caratteri di un idealismo morale ed etico qualitativamente aristocratico esprimente l’esaltazione di una giovinezza istintiva, disinteressata e piena di spirito vitale, aggressiva, pura e decisa a dare battaglia a qualsiasi forma di conservatorismo e di borghese buon senso pur di affermare il carattere intransigente e le finalità rivoluzionarie sociali e spirituali del Fascismo. Non vi era nessun punto di convergenza con eventuali nostalgie reazionarie, mentre invece era presente una totale e coerente aderenza alle istanze di trasformazione rivoluzionaria che il Fascismo esigeva e che ancor di più il Duce imponeva.  Per questi giovani attivisti non vi era altra strada per uscire definitivamente dalla crisi della modernità, esplosa alla fine del primo conflitto mondiale, che con un mutamento radicale del popolo italiano e una tale mutazione antropologica poteva provenire solamente da una fede ben salda che aveva iniziato a germinare in un primo tempo con l’esperienza della guerra nel mito della Nazione in armi, della guerra di popolo, proseguendo poi con l’esaltante epopea della lotta squadristica, per approdare infine nella costruzione dello Stato fascista di popolo, corporativo e totalitario, il compimento finale del rinnovamento sociale e spirituale della Stirpe e della grandezza politica della nazione. Nel corso degli anni che trascorsero fino all’entrata in guerra dell’Italia la scuola di mistica fascista assolse in maniera esemplare ai compiti che si era prefissata, ovvero l’ambizione di voler rappresentare l’infrangibile scudo morale, etico e dottrinario contro il quale si sarebbero dovute infrangere le velleità dei nemici del duce e del fascismo, soprattutto i nemici interni, i più pericolosi, quelli che si annidavano tra le pieghe del regime per minarlo alla base. Affinché lo scudo della rivoluzione fosse solido i mistici della scuola, i soldati politici dell’Idea, vollero essere loro stessi esempio di virtù civiche, morali e politiche, di fedeltà indiscussa nei confronti della guida della rivoluzione, il duce, spesso descritto come il genio della stirpe, l’Eroe che con la sua instancabile opera dava quotidianamente prova di rappresentare pienamente la coscienza e la voce dell’anima del popolo, soprattutto di un popolo a cui il Fascismo aveva restituito la dignità politica e sociale e un’unità spirituale che attingeva dalla viva coscienza di appartenere integralmente all’organismo della nazione. Da questa chiave di lettura emergeva, quindi, una superiore comunione mistica che legava il Duce al suo popolo, cementata dalla comune fede fascista, una fede intensa che a sua volta veniva elevata al rango di una sorta di religione mistico-popolare sacralizzata dal sangue offerto in sacrificio dai martiri dello squadrismo sull’altare della rivoluzione, una rivoluzione continua che, come affermava un giovane esponente della Scuola, procedeva impetuosamente la sua marcia: Gl’italiani della mistica si sono irradiati tra le file delle generazioni vecchie e nuove e hanno dato il goccio d’acqua, il pezzo di pane del conforto, hanno sorretto i deboli, hanno convinto i pusillanimi. La Rivoluzione ha attraversato le ubertose valli della sua fase politica, ora sale. Guai a chi volesse tentare di derogare alle direttive di marcia per evitare le asprezze della salita e impedire che dalla politicità si torni alla rivoluzione piena e travolgente delle ore di audacia e di lotta. Per queste nobili motivazioni gli esponenti della Mistica fascista chiesero e ottennero che la scuola divenisse la custode del famoso covo milanese di via Paolo da Cannobio, il sacrario della rivoluzione delle camicie nere, appunto il covo del fascio primogenito dove la fede fascista aveva mosso i primi passi e dove il Duce chiama all’adunata.rossi  Un luogo simbolico carico di suggestivi richiami emozionali, ben presente nell’immaginario collettivo della militanza squadristica, che avrebbe dovuto essere la fonte di irradiamento della Mistica fascista verso tutta la Nazione.  Il cosiddetto covo del fascio primogenito rivestì sempre per i mistici fascisti un ruolo centrale nel loro immaginario dottrinario, rappresentava la fonte mitica della fede mussoliniana, il principio fondante del Fascismo, era come trascendere il tempo profano per riapprodare al tempo mitico della purezza dell’idea, un riaccostamento di ordine metafisico a cui si poteva accedere soltanto attraverso i miti e i simboli, e la mistica fascista era satura di richiami, di miti e di simboli: “Qui è tutta l’attualità e la contemporaneità del covo. Attualità e contemporaneità che non dovranno mai tramontare. Non solo per noi, infatti, ma per i nostri figli e per i figli dei nostri figli il covo deve e dovrà essere l’Arca dei valori della Rivoluzione, la bussola cui guardare nei momenti di indecisione, la guida cui ispirarsi, la stella polare che il navigante dello Spirito deve vedere sempre alta e lucente davanti a se. E ad esso oggi, domani, sempre gli italiani dovranno salire in pellegrinaggio, per meditare, per ispirarsi. Ad esso le generazioni si accosteranno sempre con stupore religioso per imparare che nulla allo Spirito è impossibile.  Il Fascismo, come spesso ripeteva il Duce, era una fede coltivata nella lotta che aveva avuto i suoi caduti, i suoi martiri che immortalatisi vestendo la gloriosa camicia nera la avevano rafforzata e sacralizzata. Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il Fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il Fascismo ha oramai nel mondo l’universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano.  Adesso, questa fede, attraverso i mistici fascisti della Scuola aveva trovato i suoi intransigenti custodi e i suoi più appassionati apostoli.  Anche loro si stano preparando al combattimento – nella sua duplice veste fisica e spirituale – aspirando di potere affrontare degnamente il supremo sacrificio per il fascismo e onorare così la loro scelta di vita versando il proprio sangue per la causa rivoluzionaria. Morire all’ombra dei gagliardetti neri: Mistica dell’azione. Mistica del realismo eroico. Mistica della fede. Fedeltà che era più forte del fuoco, come narravano antiche saghe.  Che l’intensa e interessante attività svolta dalla Scuola nell’approfondimento e nell’arricchimento della Dottrina fascista fosse il risultato di un grande impegno contrassegnato da un’altrettanto grande serietà venne comprovato dai numerosi riconoscimenti che ricevette, non ultimo l’apprezzamento e la manifesta simpatia avuta da parte di Julius Evola, ma il riconoscimento più importante, i mistici, lo ricevettero dal Duce che li encomiò pubblicamente, incontrando i quadri della Scuola a Palazzo Venezia, incitandoli a proseguire nel cammino intrapreso quali custodi della purezza dell’Idea e del mito rivoluzionario: Io vi ho seguito in tutti questi anni da vicino e con vivissima simpatia perché considero la mistica in primo piano. Ogni rivoluzione ha infatti tre momenti: si comincia con la mistica, si continua con la politica, si finisce nell’amministrazione. Quando una rivoluzione diventa amministrazione si può dire che è terminata, liquidata. Potrei dimostrarvi che tutte le rivoluzioni sono passate attraverso questo ciclo: noi che conosciamo la storia dobbiamo impedire che la politica scivoli nell’amministrazione. Alle origini di ogni rivoluzione c’è la mistica: se la politica è il contingente, la mistica è l’immanente, essa rappresenta i valori eterni, essenziali, primordiali. Voi dovete lavorare per l’avvenire. Per far questo occorre la fede. È facile ad un certo momento deviare nella politica: voi dovete essere al di fuori e al di sopra delle necessità della politica. Di queste cose ho parlato in modo molto sommario; ma tutte erano presenti in voi. Avete tempo di riflettere.”  Il secondo conflitto mondiale era però già iniziato e l’Italia sarebbe entrata in guerra l’anno successivo.  I mistici fascisti volendo essere, fino alle estreme conseguenze, la prima linea del Fascismo accolsero con felicità ed entusiasmo la notizia, chiedendo ufficialmente che gli venisse concesso l’Onore dell’arruolamento volontario “nei più rischiosi reparti di terra, di mare o di cielo”. Subito, ben 169 quadri dirigenti della Scuola partiranno per il fronte, convinti che il processo rivoluzionario fascista avrebbe avuto una formidabile accelerazione proprio per effetto della guerra. Molti altri mistici seguiranno a ruota l’esempio dei loro capi.  La loro esemplare condotta evidenzierà una magnifica esplicazione degli insegnamenti della Tradizione: se hai di fronte due strade, scegli sempre la più difficile. Poiché c’è sempre una strada per chi vuole percorrerla.  Sia G., sia un’altra figura di eccezionale valore come Ricci, testimonieranno la loro intransigente coerenza esistenziale e politica con la scelta del combattimento. Il primo volontario sul fronte greco-albanese dove troverà eroicamente la morte, il secondo, sempre volontario, sul fronte africano dove coronerà la propria esistenza di credente nella fede fascista incontrando, altrettanto eroicamente, la morte a Bir Gandula sul Gebel cirenaico. Nell’arco di un solo mese il Fascismo perse due tra i suoi migliori campioni.  Le vicende belliche decimarono di fatto il gruppo dirigente della Scuola che sarà costretta a cessare le sue attività. I pochi sopravvissuti di quell’esperienza raccolsero di nuovo la chiamata del Duce aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, tra questi Fernando Mezzasoma che era stato il vicepresidente della Scuola e che ricoprì il dicastero della propaganda nella RSI, trasportando con il proprio esempio le intime motivazioni della Mistica fascista nell’esperienza repubblicana: “È questa nostra intransigenza nei confronti della Dottrina che abbiamo sposato, delle battaglie che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di marcia e di battaglia, con coloro che nell’Italia invasa perseguitano i fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli invasori e aprire la strada al nostro ritorno. Questa deve essere oggi la nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di G.. Questo è il suo insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri caduti, i superstiti della Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l’autentici italiani. Anche lui muore poi assassinato dai partigiani. Andarono tutti volontariamente incontro alla morte per onorare un patto di fedeltà e di fede che li lega al Duce e al Fascismo, così facendo coronarono una vita degna e ben vissuta, il loro abbraccio mistico con il Fascismo si consuma eroicamente in combattimento e di fronte ai plotoni di esecuzione. Se ancora oggi, dopo i tanti decenni trascorsi, la loro memoria, la memoria delle tante battaglie ideali e materiali affrontate, viene nonostante tutto ancora sentita come viva, se il ricordo di questi uomini caduti con onore non in nome di una passione generica, ma per il Fascismo, per il compimento di una Rivoluzione che è rimasta scolpita nella Storia, torna ancora ad emergere non deve assolutamente avvenire perché i vivi di oggi debbano morire nel loro cuore, struggendosi nella nostalgia del ricordo, ma deve invece impetuosamente emergere affinché i morti di ieri possano tornare a vivere tra di noi. Quella marcia, iniziata il 28 Ottobre 1922, non è ancora terminata. Non ci consta che esistessero specifiche istituzioni pubbliclie, ma in proposito possiamo ricordare numerosi provvedimenti e diverse associazioni private. Fra quelli, le leggi agrarie, le disposizioni a favore dei debitori, le distri­ buzioni semigratuite o gratuite dì grano, fatte dagli edili; i congiari imperiali (che erano copiose elargizioni di farina, olio e carne disposte dagli imperatori). Provvidenze che mi­ ravano tutte a combattere, direttamente e indirettamente, le cause dell’indigenza o almeno a paralizzarne gli effetti, ben­ ché nella loro essenza e origine avessero carattere politico, cioè fossero prese sopratutto per cattivarsi il favore e la simpatia della plebe o evitare tumulti e sommosse. Fra le associazioni, sopratutto bisogna ricordare quelle costituite a scopo mutualistico ; e tale è il carattere dei collegia funeraticia, dei collegia termiorum, delle casse di soccorso isti­tuite da GIULIO (si veda) Cesare fra i suoi legionari. Anche nel campo dell’istruzione si devono ricordare istituti privati i quali istruivano la classe dirigente romana. E’ invece nelle opere pubbliche ohe specialmente i romani ai distinsero legando ai posteri terme e acquedotti, palestre e strade, circhi e palazzi olle ancora oggi, in parte, almeno, durano e sono efficienti. L’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO SECONDO LA CONCEZIONE FASCISTA. LA TEORICA FASCISTA SULLA NATURA E SULLE FUNZIONI DELLO STATO. LA FUNZIONE SOCIALE DELLO  STATO.  PRECEDENTI STORICI DELLA FUNZIONE SOCIALE  DELLO STATO NELLA POLITICA E NELLA LEGISLAZIONE SOCIALE. In Roma sino all’editto di Costantino. Durante il medioevo.Dopo la riforma protestante. Ordinamento sociale dello Stato fascista. In Italia. L’evoluzione e la trasformazione della legislazione sociale. La legislazione sulla beneficenza e sulla assistenza pubblica e privata. La legislazione sulla mutualità e sulla previdenza. La legislazione del lavoro. La legislazione sull’istruzione pubblica. La legislazione sull’igiene e sulla sanità pubblica. La legislazione sui servizi e sulle opere pubbliche. GLI ELEMENTI DELL’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. I soggetti. Gli obiettivi . Gli obiettivi relativi ai cittadini in genere. Gli obiettivi inerenti alle condizioni generali di vita. Gli obiettivi inerenti in particolare alla fase di formazione e di preparazione del cittadino, a quella di  produttività e a quella di riposo. Gli obiettivi relativi ai cittadini benemeriti. Gli obiettivi relativi ai cittadini non risanabili e non   rieducabili. Gli strumenti . Il criterio, profondamente corporativo, adottato dal legislatore fascista per la scelta degli strumenti attuanti la  politica sociale. La famiglia. L’associazione professionale. Le istituzioni promananti, singolarmente o pariteticamente, dalle associazioni professionali. Gli enti locali. Le opere nazionali parastatali. I limiti. LE ISTITUZIONI DEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. Di alcune considerazioni preliminari. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. La- legislazione inerente alla sicurezza, all’igiene e   alla sanità pubblica . Per garantire la sicurezza. Per assicurare l’igiene e la sanità. La legislazione inerente alla previdenza . Per incrementare il risparmio. Per potenziare la mutualità. Per favorire la cooperazione. Per diffondere le assicurazioni Ubere. La legislazione inerente alla assistenza di soccorso. Per l soccorsi in natura e in contanti. Per i soccorsi medico-sanitario-ospitalieri. La legislazione inerente alla propaganda, all'integrazione culturale e al perfezionamento scientìfico . Per favorire il perfezionamento scientifico. Per la propaganda e l’integrazione culturale. La legislazione inerente all’integrazione della formazione e dell’educazione fisica e sportiva. La legislazione inerente alla costituzione e all’incremento del nucleo familiare . Per favorire la costituzione della famiglia. Per facilitare l’esistenza e lo sviluppo delia famiglia . La legislazione inerente a particolari servizi pubblici.Per garantire il soddisfacimento di bisogni primari. Per assicurare i rapporti e i contatti economico-sociali. Per valorizzare il patrimonio nazionale. Ordinamento sociale dello Stato fascista. La legislazione inerente al controlla, <UVadeguamento e al collegamento ielle istituzioni dell’ordinamento  sociale e alla selezione dei suoi soggetti. Per assicurare il controllo e l’adeguamento delle istituzioni sociali. Per ottenere il collegamento nell'ambito dell’ordinamento sociale. Per assicurare la formazione della classe dirigente mediante la selezione totalitaria del cittadini. IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA E LE ORGANIZZAZIONI DIPENDENTI. Origine, natura e funzione sociale del P. N. F . I Fasci di Combattimento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L’Associazione nazionale famiglie Caduti fascisti e Mutilati e Invalidi per la Causa Nazionale. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia I compiti  I soggetti . L’ordinamento. L’Unione nazionale fascista del senato. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Gruppi Universitari Fascisti. I compiti. I soggetti.  L’ordinamento. I Fasci di Combattimento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. I compiti. I soggetti.  L’ordinamento. L’Opera Nazionale Dopolavoro.  I compiti. I soggetti.  L’ordmamento. Le Associazioni fasciste. I compiti  I soggetti  L’ordinamento.  Il Comitato intersindacale .  I compiti. I soggetti. L'ordinamento. Gl’Uffici di Collocamento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Ente Opere Assistenziali. I compiti. I soggetti. L’ordinamento.  L'Opera Universitaria. I compiti.   I soggetti. L’ordinamento. Il Comitato olimpionico nazionale italiano. I compiti.  I soggetti.   L’ordinamento. Di alcune considerazioni sul P. N. E. La legislazione richiamata. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI  DI VITA DEL CITTADINO. Ordinamento sodale dello Stato fascista. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE  PROFESSONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. La legislazione inerente al nucleo familiare per la formazione fisico-militare del cittadino. Per sopperire alla insufficienza relativa dei mezzi economici della famìglia e sostituirla nella vacanza di alcune  sue funzioni. Per integrare l’inadeguatezza assoluta di alcuni mezzi  della famiglia.  L’OPERA NAZIONALE PER LA PROTEZIONE DELL’INFANZIA. L’origine, la natura e la funzione sociale deU’.O.N.M.I. I compiti. Per l’integrazione e il coordinamento dell’azione svolta   da altri enti o istituti o da privati. Per la vigilanza e il controllo delle singole istituzioni   di assistenza. Per la propaganda e la vigilanza suU’applieazione  delle leggi e dei regolamenti riguardanti l'assistenza  materna e infantile.  I soggetti. L’ordinamento . Dì alcune considerazioni suli’O. N. M. 1 La legislazione richiamata. La legislazione inerente all’istruzione e alla formazione professionale del cittadino. Per garantire l’istruzione professionale del cittadino sino al 14° anno di età. Per favorire e incrementare l’istruzione professionale La legislazione inerente all’educazione e alla formazione fisica, premilitare, morale e nazionale del cittadino.  L’OPERA NAZIONALE BALILLA PER L’ASSISTENZA E  L’EDUCAZIONE FISICA E MORALE DEGL’ITALIANI. L’origine, la natura e la funzione somale dell’O.N.B. I compiti . I soggetti. L’ordinamento. Di alcune considerazioni sull’O.N.B. La legislazione richiamata. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE PROFESSIONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI   PRODUTTIVITÀ’ DEL CITTADINO. La legislazione inerente all’azione sociale attuata   dalle associazioni professionali . Per garantire l’azione sociale da attuarsi direttamente   dai sindacati. Per assicurare l’azione sociale da attuarsi dai sindacati   a mezzo di speciali istituzioni.  IL PATRONATO NAZIONALE PER L’ASSISTENZA SOCIALE. L'origine, la natura e la funzione sociale del P.N.A.S. I compiti . I soggetti. L’ordinamento. Di alcune considerazioni sul P.N.A.S. La legislazione richiamata. La legislazione inerente all’azione sociale attuata dalle corporazioni. Per garantire il produttore obiettivamente e subiettivamente di fronte alle condizioni del lavoro. Per tutelare i reciproci rapporti fra i produttori nella loro dualità di datori di lavoro e di prestatori d’opera . Per favorire ii perfezionamento e l'elevazione professionale del produttore. Ordinamento sociale dello Stato fascista. La legislazione inerente alla conservazione dello spirito nazionale e della preparazione fisico-militare del  produttore.  DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI PRODUTTIVITÀ DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI  RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. La legislazione inerente all’obbligo delle garanzie previdenziali per la fase di riposo-vecchiaia. La legislazione inerente a speciali interventi statuali a favore del vecchio bisognoso. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI 'SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI RELATIVE AI CITTADINI CHE HANNO BENEMERITATO DALLO STATO. La legislazione inerente alle benemerenze collettive. La legislazione inerente alle benemerenze individuali. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI CITTADINI BENEMERITI. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI CITTADINI  MINORATI NON RISANABILI E NON RIEDUCABILI. La legislazione inerente ai minorati assolutamente   non produttori. La legislazione inerente ni minorati relativamente non produttori. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON INEDUCABILI.LA POSIZIONE E I RAPPORTI DI RELAZIONE DEL  CITTADINO NEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE. Di alcune considerazioni preliminari. LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO DALLA NASCITA ALLA MAGGIORE ETÀ. L’anione previdenziale e assistenziale dello Stato sino al quinto anno. Per la costituzione della famiglia.Per la esistenza e l’incremento della famiglia. Per li cittadino neonato. Per Viilegittimo e l’esposto. Per l’orfano. Per iì cittadino infante. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e assistenziale dello Stato sino al quinto anno. L’azione previdenziale e assistenziale dello stato dal sesto al quattordicesimo anno. Per la formazione e lo sviluppo fisico, militare, morale e nazionale. Per la formazione intellettuale e professionale. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e assistenziale dello Stato dal sesto al quattordicesimo anno. L’azione previdenziale e assistenziale dello stato dal quindicesimo al ventunesimo anno. Ordinamento sociale dello stato fascista. Per il cittadino che studia. Per il cittadino che lavora. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e assistenziale dello Stato dal quindicesimo al ventunesimo anno. DA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO PRODUTTORE. L’anione previdenziale e assistenziale dello Stato per   il cittadino ohe è produttore. L’azione previdenziale e assistenziale dello Stato   per la famiglia e i suoi membri .  LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO A RIPOSO . LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO BENEMERITO. LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO MINORATO NON RISANABILE E NON RIEDUCABILE. LA POLITICA SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. DELL’AZIONE SVOLTA DIRETTAMENTE DALLO STATO ATTRAVERSO AI SUOI ORGANI. Per la riorganizzazione, il potenziamento e l’estensione della rete consolare . DELL’AZIONE SVOLTA MEDIANTE LA STIPULAZIONE  DI CONVENZIONI BILATERALI E PLURILATERALI E MEDIANTE L'OPERA DELL’O.I.L. Le convenzioni bilaterali e plurilaterali ..Le convenzioni intemazionali, le raccomandazioni e   le risoluzioni dell'O.I.L . La legislazione richiamata.  Appartene alla categoria dei mistici per i quali è bello vivere se la vita è nobilmente spesa ma è più bello morire se la vita è donata all'Idea. Arnaldo Mussolini fu il suo Maestro: da Arnaldo im­ parò che prima di agire e costruire è necessario ele­ varsi, purificare il proprio spirito, temprare il proprio carattere; allora soltanto si potrà essere certi che l'azione sarà feconda e l'edificio sicuro. Da Arnaldo imparò che per conoscere, giudicare e guidare gli al­ tri è prima indispensabile conoscere bene se stessi, punire inesorabilmente i propri difetti, affinare inces­ santemente le proprie virtù: allora soltanto si potrà aspirare all'onore del comando. Da Arnaldo impara che solo il sacrificio può suscitare le opere grandi e buone e distruggere le cose piccole e vili. Ciò che non costa non vale; ciò che non procura fatica e sof­ ferenza non dura; quanto è al di fuori di noi non conta; gli onori, le cariche, le ricchezze sono effimere e ca­ duche cose. Quello che importa è quanto è dentro di noi, perchè è nostro e nessuno potrà mai portarcelo via, neanche a strapparci la carne viva di dosso. Es­ sere se stessi in ogni momento, rimanere se stessi sempre: ecco la più grande conquista degli uomini. Uomo di fede Un uomo di fede fu G.. E la sua fede era di quelle che non vacillano mai, di quelle che restano intatte nella buona e nella cattiva sorte e che traggono anzi dalle difficoltà e dalle sfortune un più profondo contenuto e sempre nuovi motivi. La sua fede era di quelle alte cui fonti cristalline attingono le intelligenze chiare e gli animi trasparenti degli uomini puri i quali sanno che se si vuole raggiungere l'ultima cima, mol­ te vette bisogna scalare e talvolta anche scendere da alcune per risalire su aifre vette più alte ancora. In 8 i   G. la fede nasceva da un inesausto tormento spi­ rituale, da un'ansia incontenibile di elevazione e di conquista per divenire, come dice il poeta, «cara gioia sopra ia quale ogni virtù sì fonda. Egli credeva in Dio, nel Dio di noi Italiani fascisti e cattoiici a cui dobbiamo non soltanto il dono misterioso della vita ma anche il privilegio di averci chiamati a continuare la missione di civiltà e di giustizia che la gente nostra svolge nel mondo da più di due millenni. Egli credeva nella dottrina politica enunciata da Mussolini, scaturita dall'azione, alimentata dalla fede, consacrata dal sa­ crificio e nella sua possibilità di instaurare un nuovo sistema di vita, di educare gli uomini a una visione vasta ed umana delle cose, di creare un nuovo tipo di civiltà italiana, ed europea. Crede in Mussolini perchè lo considera l'uomo della provvidenza, l'e­ sponente di una razza eletta, il fondatore di una ci­ viltà universale, il protagonista e l'artefice di una nuòva storia, il condottiero di giovani generazioni, il DUCE, a cui non occorre chiedere prima di iniziare la marcia dove ci porta e quando si arriverà perchè dal giorno in cui un destino fortunato (o pose alla testa —9 ‘1   del suo popolo, la meta era già nei suoi occhi e la vittoria nel suo pugno. Crede negl’italiani nati e cresciuti col sorgere del Fascismo, educati alla severa scuola del Partito e li voleva rivoluzionari nello spirito e nel sangue, gene­ rosi ed audaci, pronti alla lotta e alla rinunzia. Sogna­ va una classe dirigente che sapesse dimostrare con l'esempio, nelle opere e nel sacrificio, di essere de­ gna del nostro grande popolo e del nostro grande Capo; una classe dirigente fatta di uomini integrali, forti della loro indipendenza morale — la sola ric­ chezza umana che non abbia un valore misurabile in denaro — e dotati di tutte le virtù spirituali, intellet­ tuali e fisiche che sono indispensabili per poter eser­ citare con dignità e con efficacia la missione dei co­ mando. Concepiva la famiglia nel senso più tradizio­ nalmente nostro; amava cioè la sana numerosa fami­ glia italiana, ricca di onestà e prodiga di figli, sboc­ ciata dall'amore tra l'uomo che vive lavorando o com­ battendo-per la Patria e la donna che nel piccolo gran­ de regno della casa vive nella serena ed operosa attesa del ritorno di lui; e se l'uomo non tornerà la donna lo piangerà senza lacrime perchè egli sopravvi­ va nella fierezza dei figli, I quali continueranno, nella luce del suo esempio, l'opera sua. Crede nella Patria come ne « la più pura, la più grande, la più umana delle realtà », amava la Patria più della propria anima. Tutto per la Patria: fu la sua consegna. Niente per lui valeva qualche cosa se non serviva alla Patria. Perchè la Patria è tutto e tutti; sè e gli altri; le generazioni che furono, che sono e saran­ no; la storia di ieri, di oggi e di domani. La Patria è la sintesi di tutte le più nobili aspirazioni. Essa è fatta di uomini da rendere sempre più degni e di territori da fare sempre più vasti. Per essa si lavora, si soffre, si spera; per essa si combatte, si vince o si muore. Giornalista della Rivoluzione e Maestro dei giovani Niccolò Giani fu un giornalista della Rivoluzione. Egli intendeva il giornalismo come una scuola di vita, come uno strumento di educazione e di formazione. Dalle agili colonne del suo giornale, la Cronaca Prealpina, e da quelle della sua rivista DOTTRINA FASCISTA si battè accanitamente per la creazione di un giornalismo rivoluzionario, dinamico, coraggioso, un giornalismo che fosse in grado di svolgere una fun­ zione costruttiva di divulgazione, di propulsione e di controllo, un giornalismo che fosse degno di essere considerato un'arma affilata della Rivoluzione. Ma soprattutto maestro dei giovani egli fu. All'Inse­gnamento si consacra con il religioso fervore con il quale sole dedicarsi a tutte le attività rivolte agl’italiani. All'ateneo di Pavia, al centro di prepara­zione politica, alla scuola di MISTICA FASCISTA egli porta il contributo della sua beila cultura fatta di conoscen­za e di azione, illuminata dalla fede, riscaldata dal sentimento, Alla Scuola di Mistica da la parte mi­gliore di se stesso. Tutto quello che di buono e di meritevole è stato fatto dalla scuola — ha detto Mussolini, nostro Presidente — proviene unicamente da lui. Bisogna ricordarlo sempre e presentarlo co­me un mirabile esempio agl’italiani che in lui potranno vedere l'espressione più sublime di obbedienza ai comandamenti del Duce. È il migliore tra noi: il più limpido, ii più generoso, ii più puro. Delia nostra mistica fede è l'aifiere più ardilo e i'apostolo più acceso. Egli voieva che dalia nostra Scuoia uscissero ì missionari, i portatori del no­ stro credo politico ed è egli stesso il più tenace e il più convinto assertore dei principi che sono a fonda­mento della nostra dottrina. La scuola sorge con lui per la volontà di un manipoio di credenti che egli chiama i disperati del FASCISMO, così come gli squadristi un tempo amano chiamarsi FASCISTI arrabbiati. All'inizio la scuola è un'attività de! Guf milanese. Divenne quindi un'attività di tutti i gruppi fascisti uni­versitari. Oggi si è imposta al rispetto e ail'attenzione di tutti i fascisti. La sua opera è rivolta agl’italiani, ma la sua azione è seguita ed amata anche dai camerati della vecchia guardia che vedono con in­tima gioia esaltate e rinnovate ogni giorno, dagl’al­lievi della scuola, le due più preziose virtù dello squa­ drismo: la fedeltà e la intransigenza. I camerati della vecchia guardia milanese sanno che il, nome di Niccolò Giani è legato alla riapertura del Covo di Via Paolo da Cannobio, prima sede del « Popolo d'Italia », prima trincea del Fascismo, che il Duce ha voluto affidare in gelosa custodia ai giovani della Scuola di Mistica perchè le giovani generazioni, accostandosi alle sorgenti genuine delia nostra Ri­ voluzione, cogliessero, dall'umile grandezza delle ori­ gini, la poesia e il fermento delia vigilia. G. è soprattutto un fedele ed un in­ transigente. Taluni potrebbero chiamarlo un fanatico, ma solo I fanatici sanno dare movimento col sangue «alla ruota sonante della storia». Il suo spirito si ribellava a qualunque forma di com­ promesso; sul terreno della fede non ammetteva pat­ teggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata; dall'altra parte c'è il brutto, il male, la meschinità. Mi piace di ricordarlo ai Convegno di Mistica: eravamo alla vigilia delia nostra guer­ ra di liberazione e c'era in tutti noi una febbrile im­ pazienza di decisione. Il tema del Convegno era bru­ ciante: «Perchè siamo dei mistici?». I problemi dell'inteiligenza e deila cultura furono esaminati al lume della fede; i poveri dì fede furono sbaragliati e G. dichiarò guerra a viso aperto a tutti gli spiriti troppo raziocinanti, agli innamorati della ricerca fredda e del ragionamento calcolatore. La dottrina che conquista è quella che sorge dalla fede e non quella che discende dalla indagine arida ed oziosa; la cultura che costruisce è quella che pene­ tra e trasforma e non quella che resta gelida ed inerte. li Convegno si svolse in un'atmosfera di fuoco e la risposta al tema che fu oggetto dei nostri appassionati dibattiti fu data dallo stesso G.: Fascismo uguale a spirito, uguale a mistica, uguale a combattimento, uguale a vittoria. Perchè credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, e vincere non si può se non si combatte. Fu in quel Convegno, ò giovani camerati della Scuola di Mistica, che i giovani della generazione del Litto­rio affermarono solennemente il loro diritto al combat­ timento, Soldato dì Mussolini G. è tra i primi a partire. C'èin lui la preoccupazione morbosa di stabilire coi fatti una coe­ renza perfetta tra il pensiero e l'azione. Aveva già partecipalo come volontario alla guerra per la con­ quista dell'Impero, aveva chiesto ripetutamente di partire per la Spagna e non gli era stato concesso; finalmente sopraggiungeva la nuova prova lungamente attesa. Chi lo vide tenente degli alpini al fronte occidentale lo ricorda come un esempio di disciplina e di ardi­ mento. Ma la parentesi fu troppo breve: tornò insod­ disfatto, Andò in Africa settentrionale come corrispon­ dente di guerra del popolo d'Italia. Ma quando sa che il suo reggimento è già sul fronte greco chiede di raggiungerlo. Non puo vivere lontano dai suoi alpini, gli sembra un tradimento. Parte per non tornare. Tre volte si offre per azioni rischiose, tre volte è appagato, la terza volta è l'ultima. I suoi uomini lo adorano. Con lui sarebbero andati dovunque: potenza insuperabile dell'esempio! Anda con un manipolo d’alpini a raggiungere una vetta lontana per compiere una ricognizione sulle po­sizioni del nemico. Assolge il suo compito felicemente e rapidamente, ma prosegue oltre. Il suo programma è un altro. Incontra poco prima, lungo il cammino, un camerata di Milano e gli affida l'incarico di salutare per lui tutti gli amici di mistica e di comunicare loro che egli è partito per un'impresa della quale si sarebbe dovuto parlare. Mantenne la promessa. Alla testa dei suoi alpini raggiunge un'altra vetta, sulla quale alta sfolgora la luce della gloria, e a bombe a mano assalì un presidio greco. Circon­dato, lotta eroicamente, fino a quando una pallottola gli recise la gola, gli spezza la vita, soffoca il suo canto.. Così cadde G. Egli è morto come è vissuto, non per sè ma per gl’altri. È triste non potergli più vivere accanto, non poter più rinfrescare il nostro spirito alia polla purissima della sua fede. Ma egli chiuse la sua vita terrena in modo degno di luì, Arnaldo gli insegna che il segreto della vita è tutto qui; saper vivere, saper morire, nel modo più degno. G. vuole insegnare agl’italiani come deve vìvere e come sa morire un italiano di Mussolini. La nostra scuola, o camerati di mistica, non lo onora col pianto che egli non approva. Il nostro ciglio è asciutto anche se il cuore in questo momento acce­ lera il ritmo dei suoi palpiti. Ma noi sentiamo che non un vuoto egli ha lasciato nelle nostre file, li suo spirito inquieto è con noi, dinanzi a noi, oggi come non mai, ad additarci la strada che conduce alla vittoria, ad ammonirci che il suo tormento deve essere anche il nostro tormento, la sua ansia anche la nostra ansia, il suo amore anche il nostro amore, oggi, domani, sempre. E noi sentiamo che Arnaldo, il suo ed il nostro mae­stro, lo ha accolto nell'altra esistenza, accanto al suo figlio prediletto e agli altri martiri delia nostra scuola, come il migliore dei suoi discepoli. Il mito di Roma contro Si guardi Ro- il mito di Jehova in ma repubblicana. Catone, Cicerone, Quale è il suo Tacito, Giovenale ideale? Ce lo di- e negli Imperatori ce Marco Porcio Cato rie CATONE nel suo De Agri cultura laddove scrive che i romani quando lodavano un uomo dabbene, lo chiamavano buon agricoltore, buon colono. E con ciò si ritene di dare la maggiore lode a colui che così veniva chiamato. E ciò per­ chè dalla classe degli agricoltori nascono gli uo­mini più forti e i soldati più valorosi e coloro che si dedicano a tale occupazione non concepi­scono cattivi propositi. Queste parole, questo saggio romano le scrive­ esattamen­te, nello stesso periodo in cui Roma combatte l’ultima e definitiva partita con la semita Carta­gine. Ma, a questo proposito, ci si è mai chiesto perchè poi Cartagine è delendam, perchè Ro­ma s’è fissata ili questo mito della distruzione totale della città di Annibaie? La risposta è una sola. La lotta tra le due rivali infatti non è solo politica ed economica. È ben di più. È lotta di civiltà, di sistema di vita. Roma rurale, Ro­ma gerarchica, Roma guerriera ed eroica com­batte anche la Cartagine dei mercanti e della demagogia. Ecco perchè non è strano, ma, anzi, logico, necessario addirittura, che l’uomo che in senato termina i suoi discorsi col noto ceterum censeo Carthaginem delendam esse è lo stesso che nel suo De Agri cultura pone l’ideale ro­mano nella gente nata dai campi, cresciuta in mezzo alle bellezze e alle forze della terra, tem­prata nelle lotte aperte e solari della natura. Più di un secolo dopo, un altro grande roma­no, che gli ebrei aveva conosciuto perchè uno di 16   essi, Apollonio Molone, come ci dice il giudeo Lazare, aveva avuto per maestro: CICERONE, tuo­ nerà anche lui contro la loro mentalità. Il tenere testa alla turba giudaica che spesso schiamazza nelle riunioni popolari e farlo nel­ l’interesse della Repubblica è prova di saldi prin­cipi, dice infatti CICERONE rivolto a LELIO nella sua orazio­ne Pro Fiacco. E nel suo De Officiis si legge questo aneddoto che dice anche ai sordi in quale dispregio avessero i romani i traf­ficanti di denaro. Ecco infatti come Cicerone rac­conta che Catone risponde a chi lo interroga­ va sul miglior modo di amministrare i propri beni. Bene pascere. E in quale altro modo? è richiesto a Catone. Salis bene pascere, è la risposta. E poi? Arare, egli dice ancora. £ che ne pensi del prestare ad usura?cioè del prestare denaro a interesse. Risponde Catone. E tu che ne pensi dell’uccidere un uomo? Come, quindi, i romani, con mentalità siffat­ta, avrebbero potuto, non dico apprezzare, ma solo riconoscere la mentalità ebraica? E se è vero che con l’Ambasciata di Giuda Maccabeo si iniziano i primi rapporti di­plomatici tra Roma e Gerusalemme, se è vero che seguono altre ambasciate, se è vero che GIULIO (si veda) Cesare e OTTAVIANO (si veda) li tolle­rano, è altrettanto vero che gl’ebrei anziché essere grati e devoti allo stato romano ricambiario con disordini e con tradimenti la generosità dei Cesari, al punto che Claudio, da un decreto di tolleranza passa alla loro espulsione e ciò per­ chè, come testimoniano numerosi scrittori lati­ni — da Persio a Ovidio, da Svetonio a Plinio, da Tacito a Giovenale — gli Ebrei conside­ rano come profano tutto ciò che da noi è consi­ derato sacro (cfr. Tacito, Hist.); per­ chè essi hanno un culto particolare, leggi par­ ticolari, disprezzano le leggi romane (cfr. Gio­venale, Im. Lat.). Colle generazioni questo contrasto di civiltà e questa antitesi di istituzioni si acuiscono. È così che si arriva alla spedizione di Tito: all’assedio e alla distruzione di Gerusalemme. E in tal mo­ do, due secoli dopo Cartagine, anche sull’or­ goglioso regno di Giudea passa l’aratro romano e viene cosparso il sale. Così quei giudei che pretendevano di essere il popolo eletto e che per invidia di capi e per in­ comprensione ingenerosa di popolo avevano tra­ dito e condannato nostro Signore Gesù Cristo; quegli eredi del Profeta che smentirono la profe­ zia compiuta, furono dispersi per il mondo. La profezia del Golgota ebbe in tal modo realizza­ zione per mano di Tito, di quel Tito, il cui arco, forse per imperscrutabile volontà di quel Dio che egli inconsciamente servì, s’aderge ancora intatto contro il cielo eterno di Roma, quasi a testimonia­ re e ammonire le genti e il mondo intero della giustizia e della verità che promanano dai sette colli sacrati all’Impero del Littorio e alla Chiesa di Cristo. Nome compiuto: Niccolò Giani. Giani. Keywords: implicature mistica, mistico, il mistico – la mistica del liberalismo – la mistica del comunismo – la mistica della democrazia – la mistica del socialismo – filosofia politica – dottrina liberale – dottrina comunista – dottrina democratica – dottrina socialista, fascismo --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della radice italica del melodramma – filosofia torinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I love Giani; for one, he was less fanatic than Nietzsche, even if it is Nietzsche’s fanaticism that attracts Strawson! For one Giani is more careful: if ‘music’ comes from the muses, which are Apollonian, why has Nietzsche to emphasise in a piece of bad rhetoric, that tragedy has its birth in the ‘spirit’ of “music” – surely Nietzsche means ‘Dionysian,’ but there’s no ‘music’ in Dionysus, only noise! Trust an Italian to correct Nietzsche on that point!” --   Appartene ad una famiglia dell'alta borghesia torinese con spiccate inclinazioni per la musica e per l'arte: lo zio  Giuseppe (Cerano d'Intelvi) e pittore piuttosto noto, docente all'Accademia Albertina, così come il figlio di lui Giovanni (Torino). Si dedica al violino e condusse contemporaneamente gli studi  fino alla laurea. Si interessa inoltre al fermento filosofico di fine Ottocento, a Spencer, ma soprattutto Nietzsche: di Così parla Zarathustra eavrebbe in seguito dato una traduzione, a partire dalla seconda edizione italiana (Torino, Bocca). Si appassiona, inoltre, al teatro musicale di Wagner, così come altri intellettuali torinesi, e lo difende. Risale la fondazione, per opera sua e dell'amico editore Bocca, della Rivista musicale italiana, in cui inizialmente hanno parte preponderante gli scritti di G., soprattutto recensioni sul teatro musicale contemporaneo e note sui testi poetici da musicare, anche se va probabilmente ascritto a Giani anche l'editoriale programmatico del primo numero, all'interno di una rivista che si propone di ospitare scritti musicologici ispirati al metodo positivistico diffuso tra i due secoli, pur restando aperta all'apporto di altre correnti filosofiche quali quelle dell'idealismo. In “Per l'arte aristocratica”, dimostra le doti di polemista che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita: in esso si confuta un giudizio di Torchi e si afferma che la cosiddetta "arte per l'arte" non solo non è immorale, ma è anzi la naturale evoluzione e conclusione dello sviluppo storico di questa manifestazione dello spirito umano. Dedica un saggio al “Nerone” di Boito, che egli da allora considera incondizionatamente un maestro: al tempo Boito aveva reso pubblico il solo testo del Nerone, che venne accolto molto vivacemente e con alterna fortuna dall'ambiente letterario italiano. La posizione intorno al Nerone è singolare e indicativa di quali fossero i requisiti che la cerchia di G. e Bocca ricercava nell'opera musicale. Questa tragedia farebbe parte del novero delle tragedie vere, quelle in cui ritmo, suono della parola, gesto, musica concorrono alla creazione di un che di superiore. Tuttavia, quando la musica del Nerone fu resa nota postuma, dichiara una certa delusione. Uomo dalla cultura enciclopedica, versato con competenza anche negli studi di letteratura, G. cura L'estetica di Leopardi. Vede in Leopardi il luogo in cui le immagini della sua poesia si comporrebbero in un universo etico ed estetico coerente. All'interno della storia della critica leopardiana, pare avvicinabile ora alla posizione di Croce, di distinzione tra il momento della poesia e il momento della riflessione, ora a quelle positivistiche. Singolarmente,parla di musica e dell'analogia tra il ruolo del coro greco e il ruolo del coro nelle Operette morali solo nella conclusione, benché in termini acuti. Avrebbe contribuito ad un ulteriore campo degli studi letterari, quello della musica nel mondo antico. Apparve “Gli spiriti della musica nella tragedia” -- Fin dal saggio, si richiama alla nota opera di Nietzsche, “La nascita della tragedia dallo spirito della musica”. G. non condivide l'opinione di Nietzsche secondo cui il razionalismo del teatro di Euripide avrebbe spento la portata dionisiaca della tragedia. La tragedia di Euripide permane ad un livello musicale altissimo. Per affermare questo ricostruisce il ruolo della musica nei testi tragici sulla base delle fonti antiche, dedicandosi alle singole parti e forme musicali dei drammi, sempre attento a sottolineare la valenza estetica complessiva della tragedia o melodramma, ma nel contempo senza trascurare le posizioni metodologiche della scuola filologica. Fino ad allora non aveva stretto profondi legami con i musicisti coevi (eccettuato Boito), si avvicina sempre più alle compositori. Saluta con favore Bastianelli e Pizzetti, approvandone principalmente le posizioni estetiche e la ricerca di una certa spiritualità nella music, tipica dei due esponenti del circolo fiorentino della Voce, ma prese le distanze ben presto dalle loro prove compositive, in particolare dai drammi musicali di Pizzetti, che non parvero a opere d'arte totalmente compiute.  Un legame creativo e biografico molto più stretto strinse con Ghedini, anche per via delle comuni frequentazioni torinesi: per Ghedini, che sta ancora cercando una personale posizione estetica e anda raggiungendo progressivamente le conquiste di stile e di linguaggio che lo avrebbero reso famoso, Giani valse come una sorta di pigmalione, suggerendo testi da musicare per le liriche e esaminando con occhio critico le composizioni di Ghedini.  G. stesso è librettista. Ridusse L'Intrusa di Maeterlinck, musicata da Ghedini ma mai rappresentata, e scrive Esther per Pannain. Divenne molto noto in tutta Italia per i suoi saggi di radicale confutazione di Croce. Non è particolarmente ostile all'idealismo di Croce, anzi considera la teoria dell'arte come intuizione una delle chiavi per la valutazione della creatività anche musicale e teatrale. Tuttavia, a mano a mano che l'estetica di Croce viene sistematizzata dal suo stesso autore, ma soprattutto da alcuni suoi pedestri seguaci mal tollerati dal nostro, attacca tale concezione con il bellicoso pseudonimo di Luigi Pagano in La fionda di Davide, criticando che in essa non vi fosse posto per il lato tecnico e materiale della creazione e che addirittura la stessa musica non fosse stata debitamente considerata da Croce al medesimo livello delle altre arti che diedero lustro al passato italiano. Il posto di G. nella storia della musicografia è tutto particolare. Pestalozza vi ha addirittura visto un predecessore della “fenomenologia musicale.”In realtà, ad un attento esame quantitativo dei suoi scritti, pare essersi dedicato assai poco a questa o quella musica in particolare, mentre il suo contributo fu assolutamente preponderante nei temi di estetica musicale.Fu una voce originale, fuori dal coro, che inizialmente difese il dramma di Wagner, quindi auspice fermamente all'interno dei testi musicati dai compositori qualità come la purezza e la letterarietà, infine spronò, pur da lontano, i compositori ad una libertà adogmatica e ad una ricerca continua di stile e di linguaggio, rendendoli attenti alla peculiarità della musica, che doveva essere cosa che egli ripete spessissimo nei suoi scrittila figuratrice dell'invisibile, cioè l'elemento che dà corpo alle sensazioni, alle suggestioni, alle fantasie suscitate dai testi musicati e non immediatamente in essi esplicate. Una posizione la sua che può essere paragonata a quella del "critico-artista" teorizzata da Wilde, che G. ben conosce: un "critico-artista" nel senso di ri-creatore dei percorsi attraverso cui la composizione è venuta alla luce, e ignoti al compositore stesso, ma nei quali quest'ultimo riesce a identificarsi una volta che il critico li rivela a lui e al mondo. Dispose per testamento che i suoi libri venissero donati "ad una biblioteca di piccola Città preferibilmente Pinerolo" e proprio presso la Biblioteca Civica "Camillo Alliaudi" di Pinerolo ora si trovano, presso il Fondo che prese il suo nome.  Altre saggi: “Per l'arte aristocratica (in proposito di uno studio di Luigi Torchi), in “Rivista Musicale Italiana”, -- aristocrazia, democrazia, crazia – kratos – il concetto di potere --  Il “Nerone” di Arrigo Boito, in “Rivista Musicale Italiana”, L'estetica di Leopardi, Torino, Bocca, con lo pseudonimo di Anticlo:  Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Rivista Musicale Italiana, Milano, Bottega di Poesia, L'amore nel Canzoniere di Francesco Petrarca, Torino, Bocca, con lo pseudonimo di Luigi Pagano:  La fionda di Davide. Saggi critici (Boito, Pizzetti, Croce), Torino, Bocca. Dizionario Biografico degli Italiani Cesare Botto Micca, in morte di Romualdo Giani, in “Rivista Musicale Italiana”, Annibale Pastore, In memoria, Rivista Musicale Italiana, Vajro, Rivista Musicale Italiana, Pestalozza, Introduzione a «La Rassegna Musicale». Antologia, Luigi Pestalozza, Milano, Feltrinelli, Guido M. Gatti, Torino musicale del passato, in «Nuova Rivista Musicale Italiana». Guglielmo Berutto, Il Piemonte e la musica, Torino, in proprio, ad vocem. Baldi, “Fotografare l'anima” -- Romualdo Giani e Giorgio Federico Ghedini, in “Bollettino della Società Storica Pinerolese”, Cavallo,La vita, il fondo musicale, le collaborazioni musicologiche e gli interessi letterari, Pinerolo, Società Storica Pinerolese,. Con contributi di Casagrande, Baldi,  Betta, Cavallo, Balbo, Fenoglio.  GIANI, Romualdo. Nasce a Torino da Francesco e da Clementina Guidoni, originari della Valle d'Intelvi.  Laureatosi in giurisprudenza non ancora ventenne, esercita l'avvocatura patrocinando esclusivamente cause civili nel settore commerciale. Allo stesso tempo si occupò con continuità di arte e letteratura. Creativo e versatile, ebbe profonde conoscenze della storia e della tecnica delle diverse arti, ampliate dai numerosi viaggi effettuati nelle principali città d'arte europee. È tra i fondatori, con l'amico editore Bocca, della Rivista musicale italiana, alla quale collaborò ininterrottamente per trentasette anni, spesso valendosi di pseudonimi.  Esordì sul primo numero della rivista con la critica "I Medici". Parole e musica di Leoncavallo. Il dramma (Riv. mus. italiana); sullo stesso numero diede il via alla rubrica Note sulla poesia per musica(ibid.), ove poneva in luce difetti e pregi dei testi inviati da autori sconosciuti per dimostrare che la poesia del melodramma era forma d'arte.  In Per l'arte aristocratica, sostenne una vivace polemica con Torchi sull'autonomia dell'arte, alla quale parteciparono Pilo, Garoglio, Foulliée e altri; G. volle dimostrare che la formula "l'arte per l'arte" o "l'arte aristocratica" non era cosa assurda e immorale, come sostenuto dal Torchi, ma l'ultimo effetto di un'evoluzione. Pubblica il saggio critico Il "Nerone"di Boito (Torino; cfr. Riv. mus. ital.), che gli procurò l'amicizia dell'autore, il quale gli inviò numerose lettere in cui si dichiarava suo grande ammiratore. Nel volume L'estetica nei Pensieri di Leopardi (Torino; cfr. Riv. musicale italiana) G. oltre a ricostruire il pensiero estetico del poeta di Recanati, ne esaminò anche le teorie sull'arte musicale.  Per la Biblioteca di scienze moderne del Bocca, è stato pubblicato Così parlò Zaratustra di Nietzsche, tradotto da Weisel; G., ritenendo la traduzione non fedele all'originale, ne appronta una nuova versione d'accordo con Weisel, pubblicata, sempre dal Bocca. Con lo pseudonimo di Anticlo, da alle stampe lo studio Gli spiriti della musica nella tragedia greca (Milano; Riv. musicale italiana). Durante il primo conflitto mondiale usce L'amore nel Canzoniere di Petrarca (Torino; in appendice Nota sul suono e sul ritmo), considerata dalla critica, forse, la sua opera più riuscita.  G. inoltre traduce per diletto dal latino, soprattutto TIBULLO (si veda) ed ORAZIO (si veda), e dal francese; come poeta pubblicò nel 1920 soltanto due libretti d'opera: Esther (Riv. musicale italiana), tragedia lirica in tre atti ispirata dal testo biblico, mai musicata, sebbene offerta dal G. a Pizzetti, e L'Intrusa, un atto per musica, tratto dal dramma in prosa di Maeterlinck, musicato dapprima da Ghedini (non rappresentato), e poi da G. Pannain, che la rappresenta a Genova.  La pubblicazione dell'articolo Il Vangelo e il Breviario,celebrazione dell'estetica crociana (Riv. musicale italiana), apparso sotto lo pseudonimo di Luigi Pagano, rappresentò un attacco all'estetica crociana che diede origine a una polemica col Croce stesso. G., con logica inflessibile, dimostrò infondati alcuni concetti del filosofo, come l'eccessivo idealismo che considerava la musica estranea ai fenomeni fisici che la originano e alla tecnica, espressi in Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale (1902) e nel Breviario di estetica, opere che G. ironicamente chiama Vangelo e Breviario. Con Socrate e la pulce (ibid.) rispondeva allo scritto La musica e l'estetica dell'idealismo, in cui Pannain assume la difesa delle tesi crociane. Questi saggi, compreso quello del Pannain, furono raccolti in seguito nel volume La fionda di Davide Torino insieme con uno studio sul Boito, e la critica a Debora e Jaele di Pizzetti, giudicata un'opera mancata. Contemporaneamente G. pubblica il Sillabario di estetica (Riv. musicale italiana), e a conclusione della polemica aggiungeva una Nota crociana, nel capitolo terzo de La fionda di Davide, in cui evidenziava ancora altre contraddizioni nella teoria di Croce. La polemica si riaprì con lo scritto La favola dell'aridità con il quale G. insorgeva, in difesa del Seicento musicale italiano, contro un'affermazione del Croce che definiva "età di aridità creativa" il secolo; la rettifica crociana Obiettanti e seccatori non soddisfece G., che replica con Il parto settimello.  G. scrive inoltre numerose recensioni e articoli sulla Rivista musicale italiana e sulla Rassegna musicale, a cui collabora, spesso sotto gli altri pseudonimi di H. Giraud e A. Cannella. G. muore a Torino. Oltre agli saggi citati si ricordano: Savitri"Idillio drammatico indiano in tre atti di L.A. Villanis. Musica di N. Canti. La poesia, in Rivista musicale italiana; Note marginali agl’Intermezzi critici di Pizzetti; Note Leopardiane, in Campo Torino; Estetica nuova; Per una biografia di Berlioz; Melodramma e dramma musicale, Adler, G., Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Riv. mus. ital., Ronga, In morte di G., ibid., Botto Micca, G. (Lo scrittore e il critico), in Il pensiero di Bergamo, Pastore, In memoria di G., Riv. musicale italiana, Vajro, G., Angelis, Diz. dei musicisti, Roma; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti, Le biografie. Nome compiuto: Romualdo Giani. Giani. Keywords: implicatura.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannantoni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della dialettica – filosofia perugiana – la scuola di Perugia – filosofia umbra -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Perugia). Abstract. Grice: “I realised that my attacks on the philosophismata so frequent at Oxford at the time relied on a theory of ‘significaio’ that took cooperative conversation as basic – what G. calls the ‘principio dialogo’!” Keywords: principio dialogo. Filosofo perugiano. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I love Giannantoni; for one, he believes, with me, that there is Athenian dialectic, Roman dialectic, Florentine dialectic and Oxonian dialectic; like me, he has explored mostly ‘Athenian dialectic,’ and he has noted that its birth (‘nascita’) is in the ‘dialogo socratico,’ so it should surprise nobody that I have based my philosophy on the facts of conversation!” Si laurea a Roma sotto Calogero. In “Il dialogo di Socrate e la dialettica di Platone” attribuisce a Socrate una concezione molto laica della del divino e della religione (Religiosità, che Socrate, il quale era certamente una personalità religiosa, intendeva in modo del tutto diverso da come comunemente era sentita a quell'epoca»). La sua dottrina storico-filosofica si fonda sul principio che ogni seria riflessione filosofica si debba basare su un'accurata e rigorosa ricerca filologica delle fonti.Questo spiega l'enorme dispiego di tempo dedicato all'elaborare la sua opera monumentale, Reliche di Socrate” (Socratis et Socraticorum reliquiæ). G. ha sempre seguito il criterio di Croce e Gramsci, secondo cui l'esposizione di un filosofo debba avvenire tramite l'esame storico cronologico (unita longitudinale) delle sue opere, allo scopo di prendere consapevolezza dell'evoluzione della dottrina e di separare da questa ogni sovrapposizione interpretativa personale non adeguatamente basata sulle fonti.  Convinto dell'onestà intellettuale come valore fondamentale cui deve rifarsi ogni interprete della storia della filosofia, capace perciò di rinunciare di fronte alla ricostruzione filologica dei testi anche alle proprie più profonde convinzioni personali. Traccia un profilo ideale dello storico autentico della filosofia, che ha il dovere di farsi filologo rigoroso per avvicinarsi il più possibile al mondo del filosofo da lui studiato», ben sapendo che ciò non basta ancora se non è accompagnato da una sensibilità filosofica e da una consapevolezza teoretica e storica insieme. Di qui conclude il fascino di una ricerca che, rendendoci consapevoli di una grande quantità di problemi altrimenti inavvertiti, termina in un autentico arricchimento spirituale. Il suo insegnamento è stato caratterizzato dalla volontà di essere semplice e chiaro nell'espressione del pensiero considerando questo un dovere morale dell'intellettuale nei confronti degli altri studiosi. Anche allo scopo di realizzare una scrittura filosofica quanto più scientificamente precisa, ha compiuto studi approfonditi sulla logica di Aristotele e sulla storia della semantica filosofica (teoria del segno). Nella sua vita e nella dottrina si è sempre impegnato nel mettere in pratica l'insegnamento socratico, così come fece il suo maestro Calogero: insegnando la conversazione basatio sulla regola d’oro: il rispetto verso il co-conversazionalista. Cura I Presocratici di Diels e Kranz. Altre saggi: La metafisica dei lizii (Roma, Rai); “Che cosa ha veramente detto Socrate” (Roma, Ubaldini); Cirenaici (Firenze: Sansoni); “Filosofia romana” (Napoli: Bibliopolis); “Filosofia italica in eta antica” (Milano: Vallardi); Le filosofie e le scienze contemporanee, Torino: Loescher, I fondamenti della logica de’ lizii” (Firenze: La nuova Italia); Le forme classiche Torino: Loescher, Volpe Roma: Riuniti, Socrate. Tutte le testimonianze: Da Aristotfane e Senofonte ai Padri cristiani; Bari: Laterza, Aristotele. Opere; introduzione e indice dei nomi, Roma; Bari: Laterza, Epicuro. Opere, frammenti, testimonianze sulla sua vita; Bignone; Bari: Laterza, I presocratici: testimonianze e frammenti Bari: Laterza, Profilo di storia della filosofia, Torino: Loescher. La razionalitàmTorino: Loescher, Socratis et Socraticorum Reliquiæ. Collegit, disposuit, apparatibus notisque instruxit G.,  Bibliopolis. Anthropine Sophia. Studi di filologia e storiografia filosofica in memoria di Gabriele Giannantoni; Introduzione di Adorno: per G.: un dialogo, Bibliopolis (collana Elenchos). Deputati della legislatura.  Op.cit. Centrone, ed. Bibliopolis, Enciclopedia Treccani, Centrone, Bibliopolis, Edizioni di filosofia, ILIESI CNR  La traduzione dei Presocratici da parte di G. è stata criticata da Reale nell'introduzione alla sua nuova traduzione dei Presocratici, critiche riportate in due articoli-intervista comparsi sul Corriere della Sera nei quali  G., di formazione gramsciana veniva accusato come curatore della "vecchia" edizione laterziana di avervi perpetrato «una certa manomissione del sapere filosofico», in ossequio all'ideologia e all’egemonia culturale marxista. Interpretazioni del pensiero di Socrate#Socrate: l'interpretazione di G. Calogero La teoria sul pensiero greco arcaico.  Per chi abbia svolto la propria attività di ricerca o abbia compiuto la propria formazione scientifica nell’ambito della storiografia filosofica, il nome di G. (Perugia – Roma) è legato anche al Centro di Studio del Pensiero Antico, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche Roma,1 su richiesta, appunto, di G.– in sostituzione del precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica –, il Centro di Studio del Pensiero Antico si inserì nel panorama nazionale e internazionale della ricerca storica come una realtà innovativa e contribuì allo sviluppo di una disciplina, la storia della filosofia antica, appartenente al duplice contesto della storiografia filosofica e delle scienze dell’antichità. Il Centro fu attivo in modo autonomo fino al 2001, quando, a seguito di una riforma che ridisegnò la rete scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, esso fu accorpato con il Centro di Studio per il Lessico Intellettuale Europeo per dar vita all’ Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, sotto la direzione di Gregory. L’attività del Centro di Studio del Pensiero Antico fu inevitabilmente legata al percorso intellettuale e di ricerca del suo fondatore, benché in modo non esclusivo. In questo breve profilo si cercherà di rievocare, in primo luogo, i motivi culturali che furono alla base della costituzione di questa realtà, nonché alcuni modelli scientifici di riferimento che ne hanno determinato in certa misura la configurazione e l’attività; in secondo luogo, i contributi originali che il Centro è stato in grado di fornire all’area disciplinare di propria competenza, in termini di pubblicazioni, progetti e formazione, sotto la guida di Giannantoni e di coloro che ne coadiuvarono la direzione. 1 Decreto del Presidente del CNR. n. 6303, ratificato successivamente da una convenzione tra il CNR e “La Sapienza”, stipulata e confermata dal Presidente del CNR. Per il testo della convenzione si veda “Elenchos”, Sull’iter di riforma che portò alla nascita dell’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee e per i riferimenti normativi, si veda Liburdi Istituito presso la Facoltà di Filosofia dell’Università “La Sapienza” di  MOTIVI CULTURALI E MODELLI ISPIRATORI Come accennato, l’attività scientifica del Centro di Studio del Pensiero Antico fu comprensibilmente orientata da precise scelte critiche e metodologiche di colui che ne aveva voluto l’istituzione. Per dare ordine a questo sintetico profilo, credo sia opportuno riassumere i motivi che ispirarono la promozione di un organo di ricerca mirato agli studi storici sul pensiero antico, in tre principali indirizzi: in primo luogo, la possibilità di considerare la storia della filosofia antica come una disciplina dotata di un proprio specifico (e in certa misura autonomo) profilo quanto a materia di indagine, arco storico e metodologia; in secondo luogo, la nascita, o rinascita, dell’interesse verso scuole filosofiche dell’antichità greca e romana tradizionalmente classificate come minori, in particolare, le cosiddette scuole socratiche e le scuole ellenistiche, che dalle socratiche discendono direttamente sotto l’aspetto storico e dottrinale; infine, la rivisitazione del patrimonio dossografico – cioè del complesso della tradizione indiretta che ha conservato, per estratti, parafrasi o compendi, il pensiero di quei filosofi antichi di cui non è giunto a noi né il corpus né una singola opera completa –. Quest’ultimo indirizzo si inseriva in una tendenza di studi continentale che fece della dossografia antica una vera e propria categoria storiografica con risultati particolarmente innovativi. L’interesse portato alla dossografia, oltre a sostenere gli studi nell’ambito delle filosofie di derivazione socratica e quelle ellenistiche (delle quali, per l’appunto, non si è conservato alcun testo d’autore), apriva un percorso di studi a cui G. è particolarmente legato e che lo vide impegnato sia come direttore del Centro che individualmente, e cioè la riconsiderazione di tutta la dossografia relativa alla filosofia presocratica. Una rapida messa a fuoco di questi tre indirizzi permetterà di chiarire quali interessi scientifici di G. abbiano maggiormente pesato sulle strategie generali e sulle iniziative specifiche del Centro, nonché sulla formazione professionale che esso ha reso possibile. Quanto al primo indirizzo, la questione del profilo specifico della storia della filosofia antica presuppose, da parte di G., una approfondita analisi della visione storica che la cultura filosofica italiana era venuta maturando intorno alla filosofia antica. In questa analisi, i cui esiti si leggono, non a caso, nell’articolo di apertura della rivista Elenchos intitolato La storiografia idealistica e gli studi sul pensiero antico (“Elenchos”), svolge un ruolo chiave la rappresentazione che del pensiero antico seppe dare l’idealismo italiano, specie con Croce, e la sua valutazione critica. L’idealismo italiano si era infatti distinto per due caratteri, l’uno teorico, l’altro metodologico, che apparentemente non favorirono lo sviluppo di una moderna storiografia del pensiero antico. Per un verso, tanto Croce che Gentile vedevano nella filosofia antica (cioè greca) i limiti di un pensiero oggettivo, astratto e naturalistico, che mai sarebbe arrivato a concepire la positività dell’idea di infinito, né quella della soggettività. I punti più alti raggiunti dalla filosofia teoretica greca, Socrate, Platone, Aristotele, coincidevano rispettivamente con la delineazione del concetto, o universale astratto, con la sua separazione dalla realtà sensibile (la teoria delle idee trascendenti e la scienza come dialettica delle sole idee) e con una logica puramente strumentale (la sillogistica), alla quale sarebbe mancata la teorizzazione del giudizio individuale, o giudizio storico, nonché la capacità di superare l’astrattezza e attingere l’atto stesso del pensiero.4 Nella filosofia pratica parimenti i Greci antichi, pur non mancando di intuizioni profonde, non avrebbero superato il precettismo e l’empirismo, e la loro etica ingenua non sarebbe mai giunta a distinguere etica ed economica, morale e diritto, come categorie dello spirito. G., n. 13, rimanda a Croce, di cui diamo qui i riferimenti da Croce. Ciò G. ricavava, pur senza riferimenti testuali precisi, sia dagli excursus storici che possiamo leggere in Gentile e in Gentile, sia da Gentile. G., rimanda a Croce; si veda Croce e a Croce, si veda Croce ILIESI digitale Temi e strumenti copertina di “Elenchos. Per l’altro verso, però, l’idealismo formulò una critica, entro certi limiti giusta e salutare, alla filologia classica – cioè alla filologia classica moderna sviluppata in Germania, distintasi, tra le altre cose, per una predilezione della cultura greca rispetto alla latina –, colpevole sostanzialmente di non essere una disciplina veramente storica. La filologia classica, malgrado i grandi risultati raggiunti nella costituzione dei testi della letteratura antica, nella revisione della tradizione bizantina e nelle nuove acquisizioni, si affermò come una procedura tecnica complessa e molto raffinata ma priva della visione della storicità del documento, del suo autore, dell’ambiente della sua composizione, nonché del suo testimone. La questione, che emerse inizialmente nel campo delle edizioni letterarie,6 non è meno complessa per quelle filosofiche: i testi della filosofia antica richiedono anche una comprensione dei contenuti teorici e pretendono di essere inquadrati in sistemi di pensiero il cui senso trascende il ripristino del testo, o quanto meno se ne distingue in data misura. Questo fu il nodo che si dovette sciogliere perché si potesse cominciare a delineare una storia della filosofia antica che includesse tanto la capacità di fornire edizioni affidabili sotto il profilo testuale, quanto quella di storicizzare i documenti, cioè di comprenderne i contenuti alla luce di coordinate culturali congrue con le epoche di appartenenza. La storiografia idealistica è dunque imputata da G. di evidenti limiti interpretativi della filosofia antica, come fu ben presto mostrato, ad esempio, dalle due celebri monografie di Mondolfo sull’infinito nella filosofia antica e sul soggetto umano nell’antichità,7 che smentivano l’idea di un connaturato e irreparabile oggettivismo della filosofia antica. Tuttavia l’idealismo ha fornito un’importante lezione e soprattutto ha indicato con chiarezza un ostacolo da superare: 6 In particolare, la critica crociana a cui Giannantoni fa riferimento  prese le mosse da edizioni di testi poetici e si volse contro la “mera filologia” e la Kulturgeschichte che, nella pretesa di restituire il senso del testo letterario, non apportavano comprensione né storica né concettuale. Cfr. ad esempio la recensione alla monografia di Romagnoli su Aristofane e che si può leggere in Croce. Dice G. al riguardo: il problema del rapporto tra filologia e poesia, tra filologia e storiografia, tra filologia e filosofia sta al centro dell’elaborazione dell’idealismo italiano”. G. probabilmente pensava anche alle considerazioni gentiliane intorno al filologismo che affligge la storia e ostacola la costituzione di una storia della filosofia, in Gentile Mondolfo. Tracciando nel primo dei due volumi in onore di Croce per il suo compleanno, quello che è tuttora l’unico panorama complessivo degli studi di filosofia antica nel cinquantennio, Guido Calogero non ritenne di dover prendere in considerazione né Croce stesso né Gentile (e neppure Ruggiero) quali interpreti del pensiero antico; né altri ne hanno trattato in modo approfondito (mentre studi importanti esistono sulle loro interpretazioni di altri periodi della storia del pensiero) la ragione è da ricercare in una persistente separazione, non solo concettuale, ma anche di organizzazione degli studi, che lo stesso idealismo ha contribuito non poco a consolidare, tra considerazione filosofica, ricostruzione storica e indagine filologica. Gli studi di filosofia antica hanno infatti sofferto in modo particolare di una vera e propria scissione tra quelli che erano considerati i compiti esclusivi del filologo e quelle che erano considerate le competenze dello storico e del filosofo: con la conseguenza che questi studi sono potuti apparire troppo filologici ad alcuni e ad altri, all’opposto, troppo filosofici per entrare di pieno diritto nell’ambito di ciò che si era soliti chiamare la scienza dell’antichità. Quando G. scrive queste parole, era persuaso che la scissione non fosse superata e fosse causa, oltre che di una durevole influenza idealistica, anche di un pregiudizio nei rispetti della filologia, malgrado i grandi progressi e le messe a punto di tanta prestigiosa filologia classica italiana.9 Stante, quindi, una situazione di progresso “zoppicante”, per così dire, degli studi storiografici italiani sulla filosofia antica, G. nutrì l’aspirazione di delimitare un preciso terreno metodologico cogliendo la preziosa occasione che il Consiglio Nazionale delle Ricerche gli offriva. Il secondo indirizzo è quello che, almeno a prima vista, rivela maggiormente la stretta relazione tra il percorso scientifico individuale di G. e lo spettro di interessi messi in campo da quanti hanno operato nel o col Centro, a cominciare dai suoi allievi. Tanto più che l’attenzione rivolta non solo a Socrate ma alle tradizioni socratiche ed ellenistiche non è del tutto indipendente dalla questione dell’impatto dell’idealismo italiano sulla fortuna della storiografia filosofica dell’antichità. Il giudizio crociano sui limiti delle filosofie di Socrate, Platone e Aristotele, ad esempio, diventa un vero e proprio deprezzamento delle tradizioni minori. Ed è appena necessario [G.  Il riferimento a Calogero è da intendersi a Calogero. Si veda al riguardo il chiarimento di G. relativo all’opera di Pasquali, che pervenne ad un’unità di filologia e storia come unità di metodo, non di contenuti, e che si caratterizzò tramite uno storicismo della filologia classica, profondamente diverso dallo storicismo idealistico: questo, inteso come riconoscimento nella storia e nella cultura di figure e “categorie” del pensiero e dello spirito, quello, inteso come intima connessione tra le rigorose tecniche filologiche e la conoscenza storica (Cfr. Croce: “... col considerare principalmente il contrasto delle passioni verso la volontà razionale sorsero le scuole opposte dei cinici e cirenaici, ricordare che la figura di Socrate, a cui deve farsi risalire il terreno di ricerca costituito dalle scuole socratiche e buona parte di quello attinente alle tradizioni ellenistiche, fu al centro di importanti riflessioni teoretiche e storiografiche di Calogero,11 che di G. fu il maestro. Abbiamo poi vari segni di un’interazione di tendenze di studio comuni a più scuole anche fuori dell’Italia. L’interesse per le tradizioni dette “minori”, tali cioè in quanto paragonate alle filosofie di Platone e Aristotele e, in più, conservate solo tramite tradizione indiretta, si manifesta con studi sui Sofisti, su alcuni discepoli di Socrate, in particolare Antistene di Atene e Aristippo di Cirene, sulla tradizione scettica.Proprio ad Aristippo di Cirene e alla sua scuola Giannantoni dedica la sua prima importante opera scientifica (G.). In essa si profilano le problematiche, filologiche e storiografiche prima ancora che concettuali, relative alla intricata questione della eredità socratica: l’edizione critica di un corpus proveniente da molti e diversi testimoni; la possibilità di dirimere le fonti storicamente attendibili dalla ritrattistica aneddotica; la contestualizzazione del filosofo all’interno di un milieu composito in cui si intrecciano le influenze della Sofistica e della retorica classica e il magistero socratico. stoici ed epicurei e altrettali; ma le dottrine di tutte coteste scuole, se serbano qualche valore empirico come precetti di vita più o meno convenienti a individui, classi e tempi determinati, non ne presentano alcuno o scarsissimo, esaminate in quanto concetti filosofici; e cinici e cirenaici, stoici ed epicurei, piuttosto che filosofi sembrano monaci, seguaci di questa o quella regola”. Sulle “scuole socratiche minori” cfr. anche il giudizio, meno sommario, di Gentile. Com’è molto noto, Socrate occupò un ruolo centrale nella personale riflessione teorica diCalogero, che elaborò la sua “filosofia del dialogo” esattamente sul modello del Socrate dei dialoghi platonici, nel quale il filosofo italiano vide la prima formulazione di un’istanza intellettuale e morale – il dialogo, appunto, contrapposto al “logo” conclusivo e assertivo – destinata a far giustizia della pretesa di fondare l’etica sulla epistemologia e sulla metafisica, e che sarebbe stata anche alla base della moderna concezione dello stato liberale e di diritto. Ma Socrate fu anche al centro di importanti lavori storiografici di Calogero, alcuni dei quali aprirono la strada alla ricerca della posterità del magistero socratico nel pensiero tardo-ellenistico e cristiano. Una visuale critica diversa da quella di G., ma in linea con la percezione del ruolo capitale svolto da Socrate nella storia del pensiero antico. Mi limito su tutto ciò a rimandare a G. e a Brancacci. Per limitarsi alle opere principali: Untersteiner, con moltissime riedizioni; Pra; Humbert; Mannebach; Caizzi; Patzer. Questi elementi appaiono, nella storiografia e nella filologia europea, sempre più determinanti per la comprensione delle dottrine di personalità come Aristippo, Antistene di Atene, Euclide di Megara, Eschine di Sfetto. In più, il superamento della Quellenforschung tradizionale e l’approfondimento dei contenuti filosofici aprirono nuove possibilità di delineare il percorso che dalle scuole socratiche della seconda metà del IV secolo a.C. porta alle principali tendenze ellenistiche, il Giardino, il Portico, il Lizio post- aristotelico, la scepsi pirroniana ed accademica. A questo complesso terreno di ricerca è dedicata una iniziativa che precede l’istituzione del Centro di Studio del Pensiero Antico benché sempre sostenuta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche: il convegno “Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica”, organizzato dal Centro di Studio per la Storia della Storiografia (la cui direzione era stata affidata allo stesso G.), e i cui atti furono pubblicati nel 1977 dalla casa editrice il Mulino di Bologna. Le relazioni presentate al Convegno del 1976, mirate ad una ricognizione dello stato documentario delle filosofie riconducibili a Socrate o ad uno dei suoi discepoli, e dei rapporti concettuali tra queste tradizioni e le filosofie ellenistiche e di età imperiale,13 furono aperte dalla comunicazione dello stesso Giannantoni sul tema Per un’edizione delle fonti relative alle scuole socratiche minori, nella quale lo studioso esponeva i risultati di un già lungo percorso di ricerca, ma ancora lontano, nel 1976, dalla sua conclusione. In questa relazione vengono messe a fuoco le 13 Cambiano 1977; Celluprica; Sillitti; Caizzi; Ioppolo; Brancacci; Donini; Parente; Repici ILIESI digitale Temi e strumenti 11 copertina di G. Giannantoni, I Cirenaici. Raccolta delle fonti antiche, traduzione e studio introduttivo, Firenze, Francesca Alesse G.  e il Centro di Studio del Pensiero Antico peculiarità e la notevole problematicità, soprattutto sotto il profilo filologico, di una edizione di testi filosofici e di molti autori. Emerge da questo breve testo non solo uno stato dell’arte ma un criterio programmatico che non considera sufficienti, benché certamente necessarie, le sole competenze della filologia classica, ma pretende una sensibilità storica e una capacità di comprensione teorica che gli sforzi della Altertumswissenschaft tradizionale non avevano sempre garantito. L’edizione di testi filosofici di trasmissione indiretta non può limitarsi alla costituzione del testo e alla redazione di apparati critici da cui si desuma il meticoloso lavoro di collazione dell’editore, ma deve tener conto dei contesti storici e problematici nei quali sono vissuti tanto il filosofo quanto il suo testimone. Inoltre, un’edizione che sia, in più, una silloge di testi relativi a (e non provenienti da) molti filosofi, comporta di andare oltre la natura estrinsecadella singola testimonianza (epoca e ambiente del testimone, distanza cronologica dall’autore, genere letterario della fonte, parametri stilistici, etc.) e di individuare alcune strutture di pensiero che, in un lasso di tempo abbastanza lungo, si facciano riconoscere per caratteri salienti e durevoli e, al contempo, riflettano le condizioni storiche che ne determinano la specificità (secondo i dettami dello storicismo), diventando pagine e capitoli di una lunghissima storia culturale; si configurino, cioè, come tradizioni: Il fatto è che a proposito di una raccolta di testi che riguardano uno o più filosofi, emerge molto più nettamente che in altri casi l’impossibilità di considerare la testimonianza antica come un dato puramente oggettivo, e quindi la necessità di storicizzarla fino in fondo: in realtà essa deve essere considerata come un capitolo di una vera e propria storia della cultura durata all’incirca un millennio, e perciò da ricondurre di volta in volta al suo tempo e alle tendenze storicamente determinate che la produssero: parleremmo di un Diogene irreale e mai esistito se pensassimo di poter adoperare come ingredienti mescolabili a piacere Epitteto e Dione Crisostomo, Luciano e Giuliano l’Apostata, un padre della chiesa e le epistole apocrife che vanno sotto il nome del cinico.15 Il terzo indirizzo, relativo alla dossografia, è quello che presenta, almeno in apparenza, un maggiore tecnicismo, perché volto alle problematiche ecdotiche ed interpretative attinenti allo studio di [Sulla cosiddetta filologia esterna, sul ruolo da essa svolto nelle edizioni filosofiche e sui suoi limiti, si veda G., a proposito dell’opera di Vitelli, la cui importanza per la storia della filosofia antica è legata specialmente alle edizioni critiche dei commenti aristotelici di Filopono. G.  dottrine riportate da testimoni spesso assai lontani, per cronologia ed orientamento intellettuale, dagli autori di cui si vuole conoscere il pensiero. D’altra parte, la dossografia si è rivelata un capitolo importantissimo di quella millenaria storia culturale che costituisce il terreno di indagine della storia della filosofia antica. Non si potrebbe ancora oggi redigere una storia della storiografia filosofica dell’antichità senza iniziare non solo dalle grandi raccolte di testi e frammenti allestite dalla filologia ottocentesca e comparse nei primi anni del XX secolo (le raccolte di Usener,16 Diels,17 Arnim,18 per citare degli esempi), ma anche dalla prima grande opera di analisi e comparazione dei testimoni, i Doxographi Graeci di Hermann Diels; come è altrettanto vero che non si può oggi fare a meno dei più recenti e sistematici contributi all’analisi della dossografia filosofica, cioè gli Aëtiana di Mansfeld e Runia. I più importanti progetti editoriali varati negli ultimi decenni, inoltre, si sono strettamente legati alla problematica della DOSSOGRAFIA e all’analisi dei testimoni, a lato di quelle condotte sui filosofi romani e sulle tradizioni dottrinali. Allo studio di filosofi di grande notorietà e impatto della tradizione culturale antica, ai quali si deve gran parte della conoscenza dei filosofi precedenti -- come CICERONE e Plutarco -- si è venuta affiancando una sempre maggiore familiarità con testimoni meno noti ma che hanno rivelato un’importanza fondamentale, come Filodemo, Diogene Laerzio, Sesto Empirico, Galeno, Stobeo. L’indirizzo dossografico e quindi un segno della tempestività e della sensibilità di G. nei rispetti di un terreno di ricerca che si venne imponendo e che di fatto contribuì alla dimensione dello stesso Centro, la cui attività progettuale e congressuale e in buona misura dedicata alla dossografia di epoca tardo ellenistica ed IMPERIALE. Si può far rientrare in questo ultimo indirizzo anche una linea di attività di studi la cui ragione storiografica e oggetto di un vivacissimo [Usener 1887. 17 Diels. 18 Arnim 1903. 19 Diels 1879. 20 Mansfeld-Runia 1997; Mansfeld-Runia 2009; Mansfeld-Runia 2010. È appena necessario ricordare che le parole stesse “doxographus”, “doxographia”, sono coniate da Diels. Sulla dossografia e sul suo sviluppo come categoria filologico-storiografica, cfr. Mansfeld, rist. in Mansfeld-Runia, Mansfeld, rist. in Mansfeld-Runia – cf. GRICE, “LIFE AND OPINIONS” – “Vita e opinioni” – Speranza, “OXONIAN DOXOGRAPHY: H. P. GRICE” -- dibattito e che è nota come la questione delle dottrine non scritte di Platone. Sorta nell’accademia tedesca, in particolare a Tübingen, da un’ipotesi schleiermacheriana, la questione degl’ “agrapha dogmata” consiste, molto in breve, nella convinzione che Platone teorizza una dottrina dei principi (Uno e Molteplice), della quale non resta traccia nei suoi scritti – perché oggetto di pura trasmissione orale all’interno dell’Accademia antica – ma solo sparsi indizi in pagine aristoteliche. Alla nascita, per così dire, del Centro, G. invita Gaiser, ordinario di filologia  a Tübingen e uno dei maggiori sostenitori di questa ipotesi, a tenere una lezione presso la Sapienza sul tema La teoria dei principi in Platone, il cui testo venne pubblicato nel primo numero della rivista Elenchos. Tuttavia, il punto che merita attenzione in questa sede è che la questione delle dottrine non scritte di Platone e, oltre che un tema rilevante per se stesso, anche un pretesto per riconsiderare Aristotele come testimone egli stesso del passato filosofico, più precisamente per le cosiddette filosofie italiche pre-socratiche. Com’è noto, Aristotele può essere considerato se non il primo testimone in assoluto delle precedenti tradizioni della filosofia, certamente il primo testimone che ne offre una informazione organizzata secondo criteri espositivi dettati dalle proprie esigenze filosofiche e che hanno inevitabilmente condizionato la visione storiografica. Per quanto apparisse improprio, naturalmente, definire Aristotele un “dossografo”, il ri-esame della sua testimonianza della filosofia italicca precedente, anch’essa una tradizione indiretta, appare a G. una linea d’azione congrua con quelle relative alle scuole socratiche e le filosofie ellenistiche, ancorché meno visibile tra i risultati delle ricerche del Centro. A conclusione di questo primo paragrafo, ricordiamo che l’istituzione del Centro di Studio della Filosofia Antica non e del tutto priva di modelli in Italia e fuori e che con alcuni di essi si instaurò una costante collaborazione. L’esempio più immediato, sia sotto il profilo tematico e scientifico, che sotto quello del funzionamento istituzionale, e il – Robin, una unità di ricerca del  Gaiser ILIESI digitale Temi e strumenti  Centre de Recherches sur la Philosophie Antique, Centre de la Recherche  Scientifique, ma operante all’interno e sotto l’egida    Francesca Alesse G.  e il Centro di Studio del Pensiero Antico  della Sorbonne (perciò definito anche Unité Mixte de  Recherche), in modo non troppo dissimile dai Centri di Studio  del CNR istituiti in regime di convenzione con i vari atenei italiani. La  collaborazione con questo Centro si focalizza sulle tematiche  socratiche e da  luogo al ripetuto scambio di filosofi tra le due sedi nell’ambito del programma di ricerca “Socrate e la storia della filosofia antica: rottura o continuità?”; i contributi  pubblicati sotto il titolo di Lezioni socratiche, a cura di furono G. e Narcy, per Bibliopolis di  Napoli. Un’altra importante istituzione scientifica a cui G.  guarda con particolare attenzione e con cui intrecciò stretti rapporti  scientifici nonché di cordiale amicizia è stata senz’altro il CENTRO PER LO STUDIO DEI PAPIRI ERCOLANESI, fondato da, Gigante. I motivi di tale collaborazione sono dettati ovviamente dall’interesse intrinseco per  la grande opera editoriale a cui il Centro fondato da Gigante e  votato. La pubblicazione delle edizioni critiche dei papiri reperiti  nel sito ercolanese offre alla comunità filosofica un patrimonio  inestimabile per la conoscenza dell’ORTO, della tradizione  socratica, del PORTICO. Ma sono anche ragioni metodologiche a  sancire un sodalizio importante, che si concretizza in varie iniziative e  pubblicazioni cui parteciparono entrambi i Centri: i testi ercolanesi,  com’è molto noto, costituiscono un materiale che permette di  arricchire enormemente la conoscenza di molte importanti tradizioni  filosofiche, a condizione di possedere un complesso di  conoscenze e tecniche interpretative che difficilmente possono  trovarsi nella medesima personalità e che però vanno applicate contestualmente. In altre parole, l’esperienza collaborativa tra questi  due Centri, forti, l’uno, di una formazione propriamente filosofica, l’altro, di alte competenze filologiche, contribuì in modo  significativo a costituire quella storiografia della filosofia antica che  aveva, almeno per la cultura accademica italiana faticato ad assumere uno statuto proprio. Quanto detto nel precedente paragrafo trova un riflesso, diretto o indiretto, nelle attività di ricerca del Centro, nonché nelle sue pubblicazioni. L’interesse per il consolidamento della storia della filosofia antica come disciplina autonoma, dotata cioè di un suo impianto metodologico, oltre che di un preciso confine cronologico, viene perseguito tramite l’attività progettuale, congressuale e editoriale, di cui si dà qui una descrizione sintetica. Vale però la pena di ricordare, prima di tutto, una iniziativa promossa da G. dopo l’istituzione del Centro, in conformità di un indirizzo dell’organo direttivo di Elenchos, e dedicata alla problematica storiografica: Nelle riunioni del Comitato direttivo della rivista Elenchos è emersa più volte l’opportunità di aprire una discussione sul metodo o, meglio, sui metodi della storiografia filosofica relativa alla filosofia antica. Si pensa perciò di cominciare con una tavola rotonda, chiamando a parteciparvi esponenti di orientamenti diversi e significativi, ai quali è stato chiesto di intervenire liberamente su tre questioni principali -- se ha senso parlare ancora di una storia della filosofia (e quindi anche di una storia della filosofia antica) come disciplina a se stante e in sé autonoma; quali innovazioni si possono riconoscere all’ampliarsi e al differenziarsi delle impostazioni teoriche che sono sottese ai vari approcci metodici alla storia della filosofia antica; quale è il contributo che viene, una volta tramontato il vecchio mito classicistico, dall’applicazione di categorie elaborate dalle scienze umane. Alla tavola rotonda parteciparono Berti, Vegetti, Viano, e lo stesso G., ciascuno portando un contributo molto peculiare e strettamente conforme al proprio orientamento intellettuale. L’intervento di G. rispecchia le riflessioni condotte qualche anno prima e pubblicate nel già citato articolo di apertura della Rivista (La storiografica idealistica), di cui ripropone le premesse problematiche e a cui aggiunge precise prese di posizioni sulla specificità della storia della filosofia antica e sul modo di salvaguardarla senza perdere di vista il fatto che lo scopo principale (scil. dello storico della filosofia antica) resta la comprensione dei testi che ci trasmettono la filosofia antica, ritengo necessario rivendicare l’imprescindibilità di una rigorosa e metodica impostazione filologica, anche se tale impostazione non può non venire assumendo sempre più, essa stessa, una fisionomia storica: quella della storia degli studi ciò dovrebbe indurre a uscire da un tradizionale isolamento e a promuovere una organizzazione del lavoro diversa e meno diffidente verso i sussidi che la tecnologia moderna può offrire. In ogni caso, la storia degli studi è ormai elemento costitutivo di ogni indagine che voglia avere un minimo di serietà, non solo per le conoscenze che ha acquisito ma anche per le divergenze che ha proposto. L’alternativa a questa impostazione è o l’arbitrio nella scelta dei riferimenti o l’illusione di un ritorno alla lettura diretta dei testi. In queste parole possiamo rintracciare ad un tempo la finalità della costituzione del Centro e la visione di G. del modo di operare storiografico: più che il cenno alle nuove tecnologie e più che l’esortazione ad abbandonare l’isolamento, sicuramente importanti l’uno e l’altra, conta sottolineare, a mio parere, il richiamo alla storia degli studi come parte integrante della storia della filosofia, in particolare della filosofia antica, affidata in larghissima misura alla tradizione indiretta. La serietà, cioè la plausibilità dei risultati della ricerca storico-filosofica sono messi a rischio dall’illusione di poter leggere (e capire) le parole del filosofo, specie se antico, senza gli strumenti della conoscenza filologica, linguistica e culturale nel senso più lato, conoscenza cui si perviene ricostruendo, ove sia possibile, anche una storia intelligente delle letture altrui. Uscire dall’isolamento è, allora, non solo la cooperazione tra colleghi ad un progetto scientifico unitario, ma anche la conoscenza e la valutazione delle migliori offerte interpretative che di un testo e del suo contesto siano state date entro un certo arco di tempo. Sia nelle azioni istituzionali, che investirono e coinvolsero il complesso delle risorse del Centro, incluse le relazioni stabilite con il mondo universitario, sia nelle attività di ricerca individuali, un ruolo primario fu senz’altro svolto dalle tradizioni ellenistiche e dall’analisi della letteratura dossografica. Il Centro organizza un convegno sulla SCESSI, (Quintiliano, SCEPTICI --) e coopera strettamente con Pavia e in particolare con Vegetti e collaboratori, sostenendo l’organizzazione di due importanti convegni: “La filosofia ellenistica” (Pavia) e Ancora alla filosofia ellenistica è dedicata l’importante pubblicazione dei Proceedings del quarto simposio internazionale sulla filosofia ellenistica, che vide tra i suoi partecipanti esperti di caratura internazionale, alcuni di stretta collaborazione con il Centro stesso. copertina del volume di La scessi antica, Atti del convegno, a cura di G., Napoli. Le opere psicologiche di Galeno” (Pavia)  ILIESI digitale Temi e strumenti  G. G.-Vegetti Manuli-Vegetti. Barnes-Mignucci Carattere sistematico ebbe anche la linea d’azione dedicata allo studio della dossografia. Il Centro organizza il congresso sull’opera del biografo di ETA IMPERIALE Laerzio (Laerzio storico della filosofia antica”, Napoli-Amalfi, e il congresso sull’opera del filosofo scettico di ETA IMPERIALE  Sesto Empirico (“Sesto Empirico e la filosofia antica”, Sestri Levante. Si delinea in entrambi gl’eventi un’unica prospettiva, grazie alla quale l’oggetto dell’indagine storiografica è, per così dire, duplice e contestuale: l’autore, cioè il filosofo la cui FILOSOFIA è oggetto di trasmissione da parte di un testimone, e il testimone stesso, la sua epoca, il suo orientamento, nonché la struttura formale della sua testimonianza, struttura che rivela assai spesso una tesaurizzazione delle informazioni attraverso i differenti metodi per la loro esposizione. Così, mentre l’opera di Diogene Laerzio, che già da lungo tempo attira l’attenzione della filologia, conserva una concezione ampia del genere biografico, restituendo non solo informazioni biografiche e dottrinali dei singoli filosofi nonché cataloghi d’autore, ma anche specifici schemi espositivi presi a prestito dalla letteratura storica (il più caratteristico è senz’altro quello delle “successioni”), l’opera di Sesto Empirico mostra le conseguenze sul piano storiografico di un modello propriamente concettuale, la diaphonia. Un altro forte sodalizio, quello con il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi di  Gigante, permise di allestire negli anni subito successivi un grande congresso  sul tema “L’orto romano” (Napoli-Anacapri,  ILIESI digitale Temi e strumenti 19   Figura copertina di Laerzio storico del pensiero antico, Atti del congresso, “Elenchos”, Atti pubblicati in “Elenchos”. 29 Atti pubblicati nel volume 13 dell’annata 1992 della rivista “Elenchos), un evento di ampio spettro tematico e cronologico all’interno del quale poterono cimentarsi papirologi e papirologi ercolanesi, filologi classici, paleografi ed epigrafisti, storici, e ovviamente storici della filosofia romana. Proprio di questo incontro e il suo carattere transdisciplinare e, per quel che attiene alle attività in corso presso il Centro, la messa alla prova di molte ipotesi di lavoro anche individuali sulla relazione tra L’ORTO e le rilevanti tradizioni (le scuole socratiche, il PORTICO, la SCESSI dell’ACCADEMIA e pirroniana) che impegnano sia G. in prima persona che il suo gruppo di lavoro operante presso la Sapienza e il Centro. Tra gli impegni di G. in qualità di direttore del Centro ci e l’organizzazione di due altri convegni: “ “Empedocle di GIRGENTI e la cultura della Sicilia antica. Illustrazione di un frammento inedito della sua opera”, Agrigento.  Il primo raccolse un gruppo consistente di esperti della filosofia romana ed e un raro esperimento di indagine lessicale da parte del Centro, volto a delineare l’area semantica – “linguistic botanising” -- dell’affezione (emozione, sentimento, malattia) nelle diverse manifestazioni della filosofia romana. Il secondo convegno e un altro esempio del modo in cui G. intende inserire la vita del Centro all’interno di una rete di relazioni istituzionali, oltre che accademiche, perché il convegno, motivato dalla 30 G.-Gigante Atti Elenchos”. Atti “Elenchos”. Figura 5: copertina del primo volume di Epicureismo greco e romano, Atti del congresso, cur. G. e Gigante, Napoli, Il concetto di  pathos nella cultura antica” (Taormina coperta del Papiro di Strasburgo contenente una porzione del poema empedocleo, e organizzato in collaborazione con la sovrintendenza dei beni archeologici di Agrigento. Esso inoltre dove essere una prima tappa di un più ampio progetto dedicato alle tradizioni culturali e filosofiche della Sicilia e della Magna Grecia. Sarebbe un errore pensare che le strategie e i progetti del Centro avessero come unici interlocutori le istituzioni accademiche italiane. Certamente, uno degli obiettivi di G. e quello di costituire un piccolo ma vivace e solido bacino collettore degli interessi intorno alla filosofia romana, e tali interessi sono, di fatto, collocati nelle Università e organizzati secondo i modi della didattica e della formazione universitarie. Ma il Centro partecipa anche alla realizzazione di una delle maggiori iniziative che il Consiglio delle Ricerche abbia dedicato al settore delle scienze umane, e cioè il progetto “Il Sistema Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali”. Questo grande progetto  e articolato in cinque linee di indagine, la  prima delle quali dedicata al mondo romano. E in questo contesto che G., oltre a scrivere il  saggio La tradizione filosofica in Magna Grecia e Sicilia,  apparso nel volume che raccoglieva i risultati delle attività  promosse dal progetto, contenne l’idea di una linea di attività, cui si è  fatto cenno, dedicata alle tradizioni filosofiche della Magna Grecia [never “MAKRA ELLENA, but megale hellas – H. P. GRICE] e  della Sicilia, linea che avrebbe dovuto raccogliere e mettere a frutto le  metodologie sperimentate nella più generale attività del Centro Il Progetto Strategico, svoltosi e coordinato da Antonello Folco Biagini fu varato nel 1994 dal Biagini ILIESI digitale Temi e strumenti 21  Comitato Nazionale di Consulenza del CNR per  la filosofia, allo scopo di convogliare tutte le competenze rappresentate ed espresse dalla rete scientifica costituita dai Centri di Studio e dagli Istituti afferenti al Comitato stesso, in una grande area di interesse, appunto il “Mediterraneo”. Al fondo della decisione del Comitato e la convinzione che il Mediterraneo costituisse non un’entità identitaria ma un complesso sistema di realtà molteplici, tradizionalmente oggetto di indagine da parte di settori disciplinari indipendenti. Si tratta perciò di conferire unità strategica e di metodo ad una  naturale e fisiologica molteplicità di fenomeni culturali.  Origine e incontri di culture nell’antichità”.  Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero Antico studio della dossografia e delle tradizioni indirette. Rivisse in questo  progetto l’antico interesse di G. per la  trasmissione delle cosiddette tradizioni pre-socratiche, molte delle  quali per l’appunto fiorite nelle aree magnogreche (VELIA, CROTONE, GIRGENTI, LEONZIO), e per il ruolo svolto in  tale trasmissione da Platone (si veda CUOCO) e Aristotele. A questo più antico arco  cronologico, si sarebbe poi unito il costante interesse per L’ORTO, nella forma storica dell’ORTO CAMPANO.  Vale la pena ricordare, infine, l’attività formativa che il Centro  riuscì a svolgere, facilitata, come è facile comprendere, dalla  posizione accademica di G.. Il Centro di Studio della filosofia antica  si formò infatti raccogliendo i suoi allievi, che si unirono ai  ricercatori già in forza presso il precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica. L’attività progettuale, inoltre, non si limita alla sola attività di pianificazione scientifica e ancor meno alla sola organizzazione dei convegni, ma prevede lavori continuativi di studio collettivo e di confronto sulle tematiche di principale interesse e di rilevanza strategica.  I maggiori convegni venneno quindi preceduti  da seminari propedeutici sulle dossografie antiche, sull’opera di  Diogene Laerzio e su quella di Sesto Empirico, e su quest’ultimo  autore, anzi, si svolge un seminario aperto anche ai dottorandi di  ricerca della Sapienza. Nell’ambito del progetto “Mediterraneo” e quindi della linea di ricerca sul Mediterraneo antico,  il Centro ottenne dal Comitato di Consulenza per la Filosofia borse di studio. Un discorso a parte merita l’attività editoriale a cui il Centro riuscì a  dar vita. Due furono le iniziative editoriali, strettamente coerenti con  l’idea programmatica che ispirò la costituzione del Centro: la serie  “Elenchos. Collana di testi e studi sulla filosofia antica, ed Elenchos. Rivista di studi sulla filosofia antica. La scelta del  medesimo nome per le due iniziative si spiega facilmente in  riferimento all’orientamento intellettuale ed al bagaglio culturale dello  stesso G., che riteneva la discussione, il confronto  -- elenchos, appunto -- in primo luogo, uno dei lasciti più significativi  della cultura filosofica antica, quello che maggiormente ha contribuito  alla formazione della coscienza moderna. Ma in secondo luogo, e  secondo un’angolatura più tecnica, G. vedeva nell’”elenchus”, inteso come analisi critica, il metodo per eccellenza dello  studio del testo filosofico antico e della dottrina in esso contenuta,  come mostrano i primi autori di una nascente “storia della  filosofia” ancora in forma di dossografia, Platone e soprattutto, com’è  assai noto, Aristotele. In omaggio dunque, all’ideale “dia-logico” (DIA-GOGE – H. P. GRICE) trasmesso dal magistero di Calogero, l’ELENCO e, nei limiti  del possibile, il contrassegno delle ricerche realizzate o promosse dal  Centro e divenne il nome delle due pubblicazioni, entrambe affidate  alla casa editrice napoletana Bibliopolis, Edizioni di Filosofia, di Franco.  La collana e destinata in larga misura, benché non  esclusivamente, a premiare le ricerche individuali, le quali dovevano  concretarsi in studi monografici, edizioni di testi e strumenti per la  ricerca. Non deve stupire che in questa sede ci si limiti a mettere in  primo piano l’opera Socratis et Socraticorum Reliquiae, collegit,  disposuit apparatibus notisque instruxit G. Frutto di una ricerca individuale, preparato da  molte precedenti pubblicazioni, questa edizione delle testimonianze  relative a Socrate e alle scuole socratiche, corredata dell’APPARATO CRITICO e note di commento (e SENZA traduzione), rappresenta la più importante  espressione degli interessi tematici e dei principi metodologici che  caratterizzarono il Centro. Basterebbe infatti considerare i volumi  usciti nella medesima collana “Elenchos” votati alle tradizioni  socratiche, alle scuole ellenistiche, alla dossografia e alle edizioni di  testi e frammenti di FILOSOFI ITALIANI ancora  poco studiati, per apprezzare   l’impatto delle ricerche di G. su tutto il gruppo di ulteriori interessi e accolse studi accademica.   ricerca del Centro. Naturalmente  la collana non e preclusa ad   critici su tematiche di grande  rilevanza nell’ambito del platonismo  e dell’aristotelismo e delle filosofie  della tarda antichità, promuovendo  in tal modo uno scambio costante  con la più ampia comunità   Quanto alla rivista, è forse  opportuno rimandare direttamente  alla Presentazione che G.  Figura 6: copertina del primo volume di G. G., Socratis et Socraticorum Reliquiae, Napoli] antepose al primo fascicolo. Essa fa  molto ben intendere tanto la  relazione essenziale tra il programma del Centro e il periodico  che di quel programma doveva essere lo strumento di diffusione; quanto  l’apertura al dibattito che la rivista (e quindi il centro stesso) si  prefigge; quanto, infine, la tempestività di un’operazione culturale che  il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha la sagacia di sostenere: ELENCO intende dare attuazione ad uno dei punti programmatici contenuti nella convenzione stipulata tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e Roma, e che sta alla base del Centro di Studio della Filosofia antica. Essa non è, tuttavia, in senso stretto espressione soltanto di questo Centro: al contrario, chi ha la responsabilità di dirigerla intende farne uno strumento di studio e di ricerca aperto alle collaborazioni più ampie, un punto di incontro e di confronto e un’occasione a disposizione di studiosi. Questa rivista è l’unica dedicata interamente alla filosofia romana che si pubblichi in Italia e perciò essa non può non proporsi anche un compito di promozione di questi  [ I titoli della collana ELENCO, corredati da schede riassuntive, sono consultabili all’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle idee. Mi limito a citare il grande progetto di traduzione e commento della Repubblica di Platone, promosso e diretto da Vegetti. Vegetti  Questa situazione è rimasta invariata, e cioè fino alla comparsa della rivista “ANTIQVORVM PHILOSOPHIA”, edita da Serra, Pisa, e diretta da Cambiano. studi ... Ma essa si propone anche uno scopo più ambizioso; se è vero, come è vero,  che la storia della FILOSOFIA ROMANA è un campo in cui debbono potersi incontrare gli apporti e le problematiche della storiografia filosofica e del metodo filologico. Se è vero, come è vero, che tanto la storiografia filosofica quanto il metodo filologico attraversano una fase di ri-pensamento critico molto profondo dei propri presupposti e delle proprie certezze, allora ad una rivista come questa spetta, in primo luogo, il compito di proporsi come sede di verifica di discipline diverse e di modi diversi di affrontare lo studio della filosofia romana e di aprire le sue pagine ... anche a contributi che per la conoscenza della FILOSOFIA ROMANA possono venirci da storici dell’antichità, filologi classici, studiosi delle lingue e delle letterature classiche, archeologi, papirologi ... Per questi motivi di fondo – oltre e più che per la sua origine istituzionale – questa rivista si caratterizza per l’unità del campo di ricerca, non per l’unità dell’orientamento interpretative. In accordo con gli obiettivi enunciati nella Presentazione della rivista ELENCO e nel protocollo che lo istituiva, il Centro di Studio del Pensiero Antico si dota di un consiglio scientifico che affianca G. nella direzione del Centro e delle pubblicazioni che esso produsse, il quale contò tra i propri membri eminenti storici della filosofia, quali Adorno, Berti, Reale, Viano, Ioppolo, Brancacci e Celluprica, nonché eminenti filologi classici e storici della filosofia quali Gigante e Rossi. Il Centro poté disporre di sufficienti risorse e di una struttura organizzativa 40 che gli Elenchos. Fecero parte del Centro in qualità di ricercatori inquadrati nei ruoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche: Faes (direttrice del Centro), Caporali, Garroni, Celluprica (direttrice del Centro per un biennio  e poi responsabile della linea relativa al pensiero antico nell’ILIESI, Ferraria, Brancacci (Roma Tor Vergata), Centrone (Pisa), Alesse, Dalfino, Simeoni, Chiaradonna (poi docente presso l’Università degli Studi di Roma Tre). Collaborarono in modo istituzionale e continuativo con il Centro Ioppolo (Roma), Repici (Torino); Santese (Roma); Sillitti (Roma); Baffioni (Università degli Studi di Napoli l’Orientale); Spinelli (Roma) ed Aronadio (Roma Tor Vergata). Molti sono stati i allievi che, nel corso della loro formazione post lauream sono venuti in contatto con G. e con il Centro, lavorando fattivamente alla redazione di ELENCO o adoperandosi in attività editoriali e scientifiche in senso proprio. Tra questi mi è gradito ricordare Piccione (Torino), Alessandrelli (ILIESI-CNR), Quarantotto (Sapienza Università di Roma), Fronterotta (Roma), ILIESI digitale Temi e strumenti] consentirono di diventare un organismo collettore di attività di ricerca nel campo dell’edizione critica e dell’interpretazione dei testi della filosofia antica. Chi scrive non crede che l’esperienza acquisita nel Centro sia andata perduta né dimenticata. Quando nacque l’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, al suo interno fu garantita la prosecuzione e l’autonomia delle indagini relative alla storia della filosofia antica, per esplicito volere di Gregory che del nuovo Istituto fu il primo direttore. Queste indagini confluirono in una linea progettuale denominata prima “Storia del pensiero filosofico- scientifico e della terminologia della cultura mediterranea greco-latina, ebraica e araba” e successivamente Il pensiero filosofico nel mondo  antico: testi e studi. L’impegno principale della linea fu  rappresentato da una serie di progetti che in parte proseguivano le  tematiche di studio e le strategie cooperative del Centro di Studio del  Pensiero Antico, e in parte introducevano nuove tipologie di analisi,  connesse alle tecnologie digitali. La continuità culturale fu inoltre  garantita dal mantenimento delle due pubblicazioni, la collana  Elenchos e la rivista Elenchos. Da questa permanenza delle  ricerche sul pensiero antico nella nuova realtà istituzionale si deve  ricavare non solo e non tanto l’attualità di una disciplina (che si è  comunque stabilizzata nel mondo accademico con la benefica  diffusione di cattedre e centri di insegnamento, in Italia e fuori),  quanto piuttosto l’attualità di un metodo di lavoro. Questo metodo di  lavoro, che potrebbe descriversi, un po’ aulicamente, come un nuovo  diatribein socratico, cioè come la capacità di discutere in modo  competente con i “morti” prima che con i vivi, rispecchia abbastanza  bene la disposizione intellettuale e comportamentale di G.i, uomo tanto pacato nelle discussioni con i contemporanei,  quanto fermo nelle sue strategie di ricerca sul mondo antico.] Gioè, Nucci, Santoro,  Gambetti e Cunsolo (a quest’ultima si deve l’allestimento della bibliografia ragionata digitale Le tradizioni filosofiche e culturali greche della Magna Grecia e della Sicilia antica, ora in fase di aggiornamento ad opera di Gambetti). 41 A questa linea, diretta da Celluprica, fanno riferimento i ricercatori già operanti nel Centro, a cui si aggiunge Chiodi, specialista in storia delle religioni del mondo antico e del Vicino Oriente. Arnim, Stoicorum Veterum Fragmenta, Lipsiae, Teubner. Barnes, MIGNUCCI (a cura di), Matter and Metaphysics. Fourth Symposium Hellenisticum, Napoli, Bibliopolis. Biagini (cur.), Il Sistema Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali, Roma, CNR Edizioni. Brancacci, Le orazioni diogeniane di Dione Crisostomo, in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Brancacci, Il Socrate di Guido Calogero, “Giornale Critico della Filosofia Italiana”, Calogero, Gli studi italiani sulla filosofia antica, in Antoni, Mattioli (cur.), Vita intellettuale italiana. Scritti in onore di Croce per il suo ottantesimo anniversario, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, Cambiano, Il problema dell'esistenza di una scuola Megarica, in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino Celluprica, L'argomento dominatore di Diodoro Crono e il concetto di possibile di Crisippo, in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino Croce, Logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza. Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza. Croce, Filosofia della pratica: economica ed etica, Bari, Laterza. Croce, Filosofia della pratica: economica ed etica, a cura di M. Tarantino. Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Logica come scienza del concetto puro, a cura di C. Farnetti. Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Problemi di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, a cura di M. Mancini. Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Teoria e storia della storiografia, a cura di E. Massimilla, Tagliaferri. Edizione Nazionale delle Opere di Croce, Napoli, Bibliopolis. Pra, Lo Scetticismo greco, Milano, F.lli Bocca, rist. Laterza Caizzi, Antisthenis Fragmenta, Milano, Cisalpina. Caizzi, La tradizione antistenico-cinica in Epitteto, in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Diels, Doxographi Graeci, Berlin, Reimer. Diels, Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlin, Weidmann. Donini, Stoici e Megarici nel De fato di Alessandro di Afrodisia, in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Gaiser, La teoria dei principi in Platone, “Elenchos”. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, Pisa, Spoerri. Gentile, La riforma della dialettica hegeliana, Firenze, Sansoni. ILIESI digitale Temi e strumenti Alesse G. G. e il Centro di Studio del Pensiero Antico Gentile, Storia della Filosofia (dalle origini a Platone), in Bellezza (cur.), Gentile. Opere complete, a cura della Fondazione Gentile per gli studi filosofici, Firenze, Sansoni. G., I CIRENAICI. Raccolta delle fonti antiche. Traduzione e studio introduttivo, Firenze, Sansoni. Scuole socratiche MINORI e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino. La storiografia idealistica, ELENCO. 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(cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Liburdi, Materiali per una storia dell’ILIESI, ILIESI. Relazioni Tecniche, ILIESI-CNR. Mannebach, Aristippi et Cyrenaicorum Fragmenta, Leiden- Köln, Brill. Mansfeld, Doxographical Studies. Quellenforschung, Tabular Presentation and Other Varieties of Comparativism, in Burkert, Gemelli Marciano, E. Matelli, Orelli, Fragmentsammlungen philosophischer Texte der Antike – Le raccolte dei frammenti di filosofi antichi, Göttingen, Vandenhoeck et Ruprecht, rist. in Mansfeld-Runia, Mansfeld  Mansfeld, Deconstructing Doxography, Philologus, rist. in Mansfeld-Runia Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual Context of a Doxographer, Leiden, Brill, The Sources. Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual Context of a Doxographer, Leiden, Brill, The Compendium. Mansfeld, Runia, Aëtiana. 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Ma, per  quanto sia stato scritto attorno ad essa e per quanto no sia stata ago-  volata la compronsione por merito di Seliloiormacher e dei suoi successori, non si può dire clic si sia linoni riusciti a trovare una spiegazione soddisfacente di questo fenomeno, che fu una dèlio cause dèlia  tragica fine del grande pensatore. Le fonti, alle quali dobbiamo attingere nella nostra ricerca, sono,  come si sa', gli scritti di Platone o di Senofonte. Ma.qui ci troviamo  subito di fronte ad una questione molto discussa c cioè; quale dei due  autori sia rispetto alla dottrina socratica il più attendibile. Poiché i  rapporti di Platono o di Senofonte si contraddicono riguardo allo manifestazioni del Satpdviov di Socrato in un modo assai pronunciato, è  chiaro che dalla decisione alla quale arriviamo rispetto a questo divario,  deliba infine dipendere la soluzione del problema. 1 > m,to che nel diciottesimo secolo si fece strada il parere del leib-  niziuno Brucfecr, secondo il quale gli scritti di Senofonte sarebbero  per lo studio del socratismo i più veritieri, parere che ha avuto fino  ad oggi i suoi fautori. Di quest’opinione è in linea generalo anche  Hegel (IJ. 1|S. principio del secolo passato però, Schleiermacher ed  altri insistettero che por la valutazione della dottrina socratica do  vesso tenersi maggior conto delle opere di Platone. Di fronte a queste  due correnti lo Zollerai sogni un indirizzo, elio possiamo chiamare  intermediario. Senza entraro in particolari, si può dire che, sebbene  gli atti attorno a questo divario non siano ancora chiusi, diventa sempre più salda la convinzione, che senza uno studio profondo di Platone  una comprensione del socratismo non è possibile. Ma con ciò il nostro quesito non è ancora risolto.   Secondo Platone il Sxigóvwv agisce in modo esclusivamente inibitorio,  esso non è mai incitativo. Secondo Senofonte, però, funziona nei due  modi. Si è, è vero, creduto che la contraddizione tra lo due versioni  fosse soltanto apparente, perchè, se il «aigóviov non inibiva Socrate  nel 6uo fare, ciò equivaleva, si è detto, ad un'atrcrmaziono nel senso Hegel, Vorl. ti. d. Gesch. d. l'Ii tfp s. Il Schleiermacher, Abkdl. kad. su Berlin, Zm.i.ER, Die Philosophie hen li, 1, t* '.al.,  (4) Cfr. Zuocantb, Socrate, pòrte prima,di un ordine positivo. In verità, però, mi sembra, che la diversità  venga con una talo interpretazione soltanto celata, ma non eliminata,  perchè in realtà le differenze tra i rapporti doi due autori sono dovute a processi psichici in sè diversi. Corto, se qualcuno mi dice, ad  es. : non andare via ! quosto equivale praticamente al comando positivo:  rosta ! Ma con ciò la cosa non è fluita. So io non distolgo qualcheduno,  che devo guidaro, da una azione, che egli è in procinto di compiere,  do, è vero, con ciò il mio consentimento al suo proposito, ma la sua  azione scaturì da motivi sorti nella sua coscienza e prosegue secondo  leggi psichiche. E so, in un altro caso, lo freno con un semplice: no!  senza però dargli altri ordini positivi, io non permetto che egli eseguisca quello che stava per fare, ma con ciò non gli indico ancora  quanto devo in sua vece intraprendere. Il suo agiro dipende di nuovo  unicamente da lui o si sviluppa ancora da motivi che sorgono in lui  stesso. Ma so gli dico: fa cosi ! allora lo sottopongo in senso positivo  ad una volontà non sua o lo faccio compiere un’azione, i cui motivi  sorsero nella mia coscienza e non nella sua. Egli diventa lo strumento  del volere di un’altra persona, e, se consideriamo il fatto dal lato etico,  la responsabilità per lo conseguenze di una tale azione cado in questo  caso interamente su di rao o per nulla su di lui. Non occorrono altri  esempi: in fondo la diversità doi due rapporti si riduco presso a poco  al caso citato. Secondo Senofonte, Socrate riceve anche ordini positivi  dalla divinità, egli compie quindi azioni, che non furono da lui deciso, secondo Platone mai. Ogni sua azione procedo, secondo Platone, in seguito a motivi, che appartengono alla sua propria coscienza, ed è sempre la sua volontà che lo fa agiro anche dopo che egli ha abbandonato,  per l'intorvonto del Baijióvwv, una decisione presa. Como si vede, la differenza non si lascia eliminare. Per quanto si  corchi di celarla, essa riappare sempre. Mi sembra quindi più savio  di riconoscerla. Ma ciò facondo ammettiamo anche che una dello due  versioni non può essere esatta e cho si deve decidere, quale delle due  si abbia da riconoscere come vera. Delle opero cho portano il nome di Senofonte, l’Apologia viene oggi  quasi da tutti riconosciuta apocrifa. Per ciò non ne teniamo conto. Degli altri suoi scritti sono per noi importanti i Memorabili ed il Convito. Faccio qui osservare che, dopo un esame della rispettiva letteratura o specialmente in base agli studi di Schonkl, sono arrivato alla conclusione cho per il nostro problema soltanto i passi Meni. o Conv. sono con tutta sicurezza  da considerarsi come autentici. Per talo ragione lasciamo da parte in  questa breve nota i passi: Mem. Dalle opero cho vanno sotto il nome di Platone e che trattano del  Saipóviov escludiamo il Teagete, perchè oggi generalmente ritenuto apo¬ [lli Schenkl, Xenophont. Studien. Sitzungsber. d. K. Akad. d. Wiss . i  zu Wien] orilo. L’autenticità dell'A Icibinde 1 è fortemente messa in dubbio, lo  accettiamo con riserva. Non posso decidermi di respingere 1 Fall frane,  malgrado lo obiezioni di Ueborwog. Dogli altri scritti platonici limino  per noi valore VApologià, YEutidemo, il Tediato, il Fedro e la Repubblica. Senza entrare rpii noi particolari della questiono, (pialo sia I ordino  cronologico delle opere di Platone, dobbiamo intenderci sull'epoca in  cui fu scritta Y Apologia, perchè questo lavoro ci dà la più esatta in-  i rmazione intorno al Saipiviov di Socrate. La maggior parto dogli stu-  .dcigi  c ciò è per noi importante  fa salirò l’origine di quest opcra ad un’epoca non molto distante dalla condanna o dalla morte del  illusolo, l’orsino autori elio sono del parere clic Platone 1 abbia scritta  a Megara, ammettono con ciò (dio questo importante documento appartiene al suo primo periodo di attivila, scientifica. Allo stesso risultato giunse Lutoslawski per mezzo del suo metodo stilometrico. Quantunque si debba riconoscere l’unilateralità di questo metodo e per quanto sarebbe arrischiato di fondarci unicamente su di esso, ci costringono nondimeno ragioni psicologiche di non negargli ogni valore. Alla questione esposta si connetto quost’altra, cioè, so nell’Apologià  .di Platone si tratti di una fedele riproduzione di quanto Socrate realmente disse davanti al tribunale di Atene, o se si tratti soltanto di  una riproduzione piu o meno fedele del contenuto dei suoi discorsi.  La prima opinione è quella di Schleiermacher, della seconda è  Stcinhart (3), elio vede nell’Apologià un'opera d'arte, in cui lo spirito socratico o quello di Platone si trovano armonicamente fusi insieme.  Ambedue le opinioni hanno avuto i loro fautori. Considerazioni psicologiche mi hanno condotto nelle duo questioni accennato a con' inzioni  che risultano da quanto seguo. Come si vuol spiegare l'influenza che quest'opera ha sempre esercitata sui più grandi spiriti della razza umana, o come si potrebbo  comprendere la elevazione morale clic ognuno devo provare in sè,  quando vi si abbandona senza pregiudizio, so non si ammette che essa  suscita nel lettore la convinzione di sentire la parola viva di Socrate  stesso? Quale valore potrebbo avere questo scritto, se si volesse considerarlo unicamente come una creazione d'arto, come una descrizione  dell’ideale platonico? In questo caso dovremmo bensì inchinarci davanti all’autore quale artista, ma in fondo avremmo cosi un Socrate  come Platono avrebbo desiderato che egli fosso, ma non come real¬  mente era. Non stava in Socrato piuttosto la verità incorporata davanti ad Atene decadente, davanti alla stessa Atene che egli aveva  conosciuta nello splendore del periodo di Pericle? Non era quest uomo  un idealo morale di una tale grandezza elio ogni tentativo di idealizzarlo maggiormente doveva necessariamente rimpicciolì rio ? P. Ueberweg, Unters. fi. d. Echtheit u. Zeitfolge piatoli. Schriflen, F. Schle i rum ache R, Plalons Werke, I H. MQli.er e K. Stf.inhart, Plalons sàmmtl. Werke,  Per quali ragioni poi l 'Apologia non fu scritta in forma di dialogo?  Nessuna introduzione, nessuna descrizione dello scenario, nessun nesso  tra i singoli discorsi, nessun accenno a circostanze secondarie interrompono l'azione in questo meraviglioso documento. Non dovremo convenire che soltanto forti motivi psicologici indussero l’autore ad esporre  cosi lo sviluppo del processo? Non si dimentichi neppure quanto diversamente Socrate parla della morte ne\\'Apologia e nel Fedone, la  qual opera, senza alcun dubbio, fu scritta molto più tardi. Nell’yfpo/ofna  è in verità Socrate stesso che parla, mentre nel Fedone è Platone che  motto, entro la cornice della realtà storica, la propria convinzione in  bocca al suo amato maestro. Vi sono poi altri fatti psicologici da rilevare. Ricordiamo che Platone  ascoltava un maestro, che aveva seguito con tutto l'ardore del suo en¬  tusiasmo giovanile per lunghi anni, e dal quale emanava un lascino  che faceva dimenticare a lui come ad altri giovani greci la figura di  Sileno clic nascondeva il vero essere del grande innovatore. Ricordiamo  clic Platone era penetrato nello spirito della dottrina socratica come  nessun altro e clic egli solo è stato capace di salvarla interamente  per la filosofia occidentale. Gli orano quindi lamiliari tutti i particolari esteriori che sono caratteristici por ogni personalità umana o senza  i quali non possiamo neppure rappresentarcela. Conosceva esattamente  il timbro e la cadenza della sua voce, il suo vocabolario, il suo periodare, i suoi movimenti mimici e pantomimici, in breve tutti i numerosi  fattori clic, secondo la leggo della fusione psichica, cooperano a lar  sorgere in noi l’immagine di una persona a noi nota c che, tutti quanti,  esercitano la loro influenza dormito la riproduzione di un suo discorso.   È inoltro cosa saputa che ogni riproduzione di un discorso riesce  tanto più fedele, quanto piu l'attenzione rimaneva tosa, quanto mag¬  giore era l’interesse che l'oratore suscitava in chi l'ascoltava. Si può  immaginano un’attènzione piu concentrata elio nel caso presente?   Figuriamoci lo stato d’animo del giovano Platone, che pende dalle  labbra del suo maestro e che appercepisce attivamente ogni parola  da lui pronunciata; ridestiamo nella nostra immaginazione l’uragano  di emozioni che lo travolge, le fluttuazioni della sua anima tra la speranza ed il timore, tra l'ammirazione della grandezza sovrumana  che si palesa e lo schianto per la certezza della perdita irrimediabile,  e si dovrà convenire elio l’organismo umano forse non sopporterebbe  tali stati d’animo una seconda volta. Sappiamo che emozioni come  queste non passano facilmente, ma (die tornano sempre in nuovo ondato. Sappiamo inoltro che nessun moto d'animo rimane senza espres¬  sione o elio lo singolo persone a questo riguardo si comportano diver¬  samente. Anche l’anima dell’artista lui le sue reazioni ed ogni artista  le ha a seconda dell’arto, alla quale dedicò la sua vita. Ora, anche Platone era artista o come tale non potevano rimaner mute lesile emo¬  zioni. Ma egli era anello scienziato, uno scolaro, anzi Io scolaro per  eccellenza, ili quoH'uomo che durante una lunga vita non aveva ccrrato altro ohe la verità. Oli era impossibile di rinchiudere in se ciò  clic aveva vissuto quel giorno. Cosi, appena può, prende lo stile por  dare uno slogo all'emozione olia lo soffoca. li se il suo stato non diede  luogo a fenomeni precisamente nllucinnttfri, nondimeno tutto ciò che  aveva visto e sentito, torna a vivere in lui, conio per il poeta vivono  ed agiscalo lo persone croato dalla sua fantasia. Cosi, io penso, nacque VApologia platonica. Essa non è un rapporto  stonogralico, perché è certo olle anche questa riproduzione doveva su¬  bire quei cambiamenti che, secondo i risultati della trattazione sperimentale. hanno luogo in tutti i processi riproduttivi. Perciò non ogni  parola ebbe il suo posto originario, un pensiero avrà avuto un'espres¬  sione un po' più breve, un altro una l'orma un po' più lunga, eco., ma  quanto al resto il documento è. come per il contenuto, cosi puro pol¬  la forma tanto fedele, quanto, data la mente Idi un Platone, era umanamente possibile. Con ciò ho esposto II mio punto di vista rispetto  allo due questioni sovracconnatc. No risulta che dobbiamo fondarci nella  nostra ricerca4U/-quanto viene riferito in quest'opera intorno al &tipóviov di Socrate. Aggiungo die gli accenni contenuti negli altri scritti  di Platone non contraddicono in alcun modo i dati precisi dell’Apologià.   Per quanto concerno lo opero di Senofonte che ci interessano, bisogna ricordare che esse furono scritte parecchi anni dopo la morte di Socrate, o die in esse i.on veniamo mai informati intorno al fenomeno da Socrate stesso. Desideroso di dimostrare l'innocenza del grande  filosofo, come puro la ingiustizia dell’accusa c della condanna, Senofouto  metto, convinto, beninteso, di scrivere la verità, il Saipòvcov di Socrate  in relazione colla fedo popolare nello divinazioni. Ciò non può sorprendere, quando si pensa all'abuso che il popolo di qucH'epoea, già invaso  dallo scetticismo, fece dei divinatori, c quando si tiene presente elio  Souofontc non ora filosofo, ma uomo politico. Per questa ragione non  dove recar meraviglia, se Senofonte non aveva compreso ciò che era  nuovo ed essenziale nella concezione socratica del fenomeno. In Meni. è detto clic il divino (vi Saipòviov) dava segni a  Socrate ed in I, 4 viono aggiunto elio egli comunicava tali messaggi  a quelli clic lo ci re urlavano o elio aveva loro predetto ciò che dovevano faro e ciò elio non dovevano l'aro, come puro elio quelli elio seguivano questi consigli ne ebbero vantaggi, mentre gli altri elio non  li seguivano, dovevano poi pentirsene.   Meni. contiene il noto colloquio con Aristodemo. Socrate  domanda ad Aristodemo, clic cosa gli dei dovessero l'aro per convincerlo elio si curavano anche di lui. A ciò Aristodemo, alludendo al  S-x.aó e.'j'i. risponde, un po' ironicamente, che dovevano mandargli dei  consiglieri per fargli sapere quello elio doveva faro e non fare, corno  Socrate pretendeva che fosse il caso spo. In Cono. Socrate non aveva affatto parlato del suo Sxtgtìvwv o  non no parla neppure in seguito. Antistuno, però, gli fa il rimprovero,  come se egli se no servisse per trarsi d'impiccio.  È evidente che, se non avessimo lo rispettivo, opere platoniche, il  ixigiviov di Socrate sarebbe rimasto per sompro un fenomeno inesplicabile. D'altra parte però le comunicazioni di Senofonte sono di grande  valore, in (pianto che fanno vedere il modo in cui in Atene si giudi¬  cava questo fonomono, ivi assai conosciuto. Dall' Apologia ili Piatone apprendiamo che Socrate disse nel suo primo  discorso (Apoi.), che egli non si era occupato di altari politici,  perchè succedeva qualche cosa di divino o di demonico (Dstov r. -/.od  Sxqidvtov) in lui, che dai tompi della sua fanciullezza (è-/. r.x'.Sif) vi era  stata in lui una corta voce (qxov^ vi?) la quale, ogni volta che gli sopravveniva, l’aveva trattenuto da qualche cosa, ma che non l’aveva  mai spinto a qualsiasi azione. Nel discorso Socrate spiega, come la solita divinazione (r, siioSHtà poi prmxi)) l’avesse nel passato  sovento fermato, trattandosi anche di coso molto piccole (jiàvu érti opi-  xpotg), ma che il segno di Dio (vi r.ù 9-soO a^pstov) non gli era soprav¬  venuto durante tutto il giorno c neppure durante tutto il suo parlare,  mentre durante altri discorsi l'aveva spesso frenato. Dice ancoraché  la morte non poteva essere un male per lui, perché nel caso contrario  il solito segno (vò e!i»9-ò; a^pAv/J l'avrebbe cortamente trattenuto nel  parlare. Alla fine di questo discoi-so ripeto che il morire doveva  ora essere per lui la miglior cosa, perché altrimenti il segno (vo oij-  pstov) l'avrebbe avvertito. Gli altri scritti di, Platone, dei quali dobbiamo tener conto, non possono naturalmente iù avere il valore storico, elio abbiamo attribuito  all’Apologià, ma siccome i rispettivi passi, corno fu già detto, non sono  menomamente in contraddizione con quolli dell'Apologia, essi hanno  certamente un fondamento storico. In ogni modo illustrano, come Platone vuole che il Sxwdvwv di Socrate venga inteso. Nell'Atò/drtde I l’autore si servo del fenomeno per iniziare  il dialogo. Socrate dice ad Alcibiade di non meravigliarsi, se da tanti  anni non gli avesse più parlato, perchè un ostacolo di natura non  umana, ma demonica (oùx ivD-piójiswv, àX/.i vi Sxipdviov ivawttopx) gliene  aveva impedito. ììo\ l’Eutifrone questo domanda a Socrate, su che cosa Meleto  abbisi l'ondato la sua accusa. Socrate dico che Meleto gli rimprovera  di introdurre nuovi dei c di non credere negli antichi. E Eutifrono  gli risponde di aver capito ora, che è perchè Socrate parla sempre  del suo Sxtpóviov. Noi Teetelo Socrate parla della sua maieutica e dico che  molti discepoli l'avevano abbandonato, perchè, non comprendendo la  sua arto, lo tenevano in poco conto. Egli aggiunge che, se tali giovinetti tornavano da lui, il ìoupóviov (ti yiyvò|ìevóv poi Sxqwviov) gli impede di accoglierne alcuni, mentre ad altri non era contrario e che  questi facevano di nuovo progressi.   Nell 'Entidemo, un dialogo, in cui Platone fa vedere tutto  il vuoto ed il poricolo dell'arte solistica, Critono prega Socrate di parlargli di duo solisti. Socrato consento o dico clic il giorno innanzi  ora stato seduto noi liceo od in procinto di andarsene, quando gli ora  sopravvenuto il solito sogno demonico (tò siwà-ò: ay iuCcv tò ìaqiòvt'vv}.  Poreiù ora rimasto seduto o tosto quei duo, cioè Kutidemo e Dionisodoro orano entrati. Noi Fedro Platone ha già oltrepassato di molto il socialismo  puro e semplice, come risulta dalla spiegazione elio dà dell’anima o  dello ideo. Dopo una meravigliosa descrizione del paesaggio vediamo  corno Socrato o Fodro si coricano sulla sponda dell’Ilisso nell'omhra  di un albero. Socrato ticno il discorso sul bel ragazzo che aveva avuto  molti amanti. Fedro vorrebbe clic continuasse su questo tema, ma So¬  crate gli risponde che, in procinto di attravorsare il fiume, gli era sopravvenuto il solito segno demonico (tò ìxqiòvtòv t= usci tò siiottòs aijgEìovl,  gli era parso di sentire una corta voce (za{ tivx cpiovijv iìi-a aòTò!M=v  àzoùoai), elio lo impediva di andare via prima di essersi purificato da  un peccato commesso contro la divinità. Dice ancora che egli deve essere  veramente un divinatore, ma soltanto per ciò elio riguarda lui stesso,  e continuando rileva dm la sua divinazione rassomiglia all'arte di  quelli che leggono c scrivono male, perché anche questi possono servirsene soltanto per i propri bisogni. Con ciò egli passa man mano  agli splendidi discorsi elio tutti conoscono. Platone si serve in quest'opera con arte line del ìaqiòviov in modo similo a quello in cui so n'è servito ncll’AHbiado e neU’Eutidcmo. Egli introduce il fenomeno per  rendere possibili i discorsi che seguono. Nella Repubblica – cf. Grice -- Socrate dice elio IL SEGNO DEMONICO (tò  ìaqiòviov ovjiietovJ non era stato concesso a nessuno prima di lui o quasi  a nessuno.   So analizziamo più da vicino il problema, vediamo che esso racchiudo in sé tre problemi clic dobbiamo risolvere l’uno dopo l'altro.  S’impone prima di tutto il quesito, corno mai Socrate abbia potuto chiamare il fenomeno in questione tò ìaqiòviov. A questo si connette  l’altro, cioè di sapere che cosa Socrate stesso abbia realmente inteso per  questo termine. In terzo luogo dobbiamo corcare, come la psicologia  empirica moderna possa spiogare questo fatto. II primo quesito e, fino  ad un certo punto, anemie il secondo fanno parte della psicologia dei  popoli, mentre il terzo appartiene esclusivamente alla psicologia individuale. Il significato del ìaqiòviov di Socrate dal punto di vista della psicologia dei popoli. Il concetto del demone è sorto da primitive vedute attorno all’anima. Esso ha avuto poi un lungo sviluppo, duranto  il quale, sotto l’influenza di rappresentazioni magiche, subisce molte  trasformazioni e acquista varie forme. All’epoca in cui appare l’eroe,  questi 'lue concetti si fondano man mano in una rappresentazione to-  talo, nella quale il concetto del demone perde il suo carattere impersonale, mentre l’eroe acquista dolio qualità sovrumane. Cosi nasce il  panteismo. Importante è però in tutto questo sviluppo, che la rappresontazione ilei demono non si perdo dopo la formazione degli dei pagani o elio corto qualità ili questi ultimi vengono attribuite anche ai  demoni. Per ciò accado olio lu coscienza popolare non distinguo sempre  nettamente tra dei e demoni. Nella Grecia il concetto del demone – cf. Grice e Ackrill --, sotto  l'influenza della poesia e della filosofia, subisce poi un’altra modificazione, in quanto i demoni vengono considerati come esseri elio stanno  tra gli dei o gli uomini. Si confronti a questo proposito la descrizione  deH'origino dell'Eros nel Convito di Platone (come pure il primo  discorso di Socrate nell’Apologià platonica. Dal punto di vista della psicologia dei popoli si può diro elio col  «aipóviov di Socrate il concetto del demono torni nell'anima umana,  nella quale, per motivi psicologici e per processi di oggettivazione, è  nato, vi ritorna filosoficamente trasformato ed eticamente purificato. E caratteristico per tutto questo sviluppo elio Socrate nel Convito di  Senofonte chiama l'anima umana un santuario dell’Eros. Come intende Soci'de il suo 8*i|lòviov ? Prendo le mosse da un  punto ilei primo discorso AoW Apologia di Platone e precisamente dal  punto, ove Socrate invita Meleto a spiegare esattamente, se egli nella  sua accusa intenda di diro clic Socrate non creda negli dei dello stato, o so egli voglia addirittura accusarlo di ateismo. Quando Meleto annuisco a quest’ultima interpretazione, l’accusato corea di far vedere  l'assurdità dell'assorziono, dimostrando dapprima che, chi crede in qualche cosa di demonico, devo necessariamente riconoscere l'esistenza ili demoni. E quando Meleto devo nuovamente ammettere che i demoni  sono figli di doi, la partila è ila Scorato quasi vinta. Comesi può eredorè all’esistenza di tigli dogli dei, egli conclude, senza credere con ciò  anche a quella degli dei stessi ? Difatti, i giudici elio lo ritenevano  colpevole, erano in piccola maggioranza. Se prendiamo questo passo insieme con quanto Socrate dice ancora  ilei suo 2xi|ióvtov o del suo concetto della divinità, abbiamo in mano la  chiave per la sua concezione del fenomeno. Faccio qui ancora notare  che intendo il termini vó ìzciivtov nelle opere di Platone, secondo l'osservaziono di Schlcierinacher, nel senso di un aggettivo. Dico  questo per respingere l'opinione che Sperate abbia creduto in uno speciale spirito custode. Socrate scoglio il termine iò Saupòviov in conformità alla fedo popolare. Come i demoni, secondo questa, stanno tra dei o uomini e vengono detti persino ilei, perchè da dei generati, cosi anche il demonico  in lui è generato dal divino. Per questo lo chiama anche tó 3-iCov, il divino. Il nesso psicologico mi sembra qui evidente. Abbiamo qualcosa di s'inilo nella designazione del suo metodo, il quale egli crede  puro impostogli dalla divinità (Teeteto). Come a baso di tutte  Clr. W. Wu.ndt, m/terpsi/eholOjfie li,  ni; Clemente der  VSt/cerpsi/chol.,(21 Op. cd. Cfr. puro B. E. Uaonaiihtks, The Ctnssical Retitelo] lo azioni di Socrate sta il bisogno etico della cortezza(1), cosi egli è  assolutamente certo che in casi, in cui la propria ragione lo lascia in  asso, una volontà divina lo trattiene in ogni circostanza, piccola o  grande, dolla vita, quando è in pericolo di non agire giustamente, cioè  di non compiere la sua missione. In questa cortezza, che forma una  parte della sua fedo religiosa, sta la giustificazione otica dolla ironia,  colla quale egli lancia l'accusa indietro sull’avversario. Ma oltre ad  essere qualche cosa di divino, il demonico in Socrate è poi anche qualche  cosa di umano, perché si produce nell’anima umana o diventa sua proprietà, cioè un oracolo interiore. Per ciò il demonico stava veramente,  come il demone della mitologia, in mezzo tra il divino e l'umano. Si  aggiunga elio Socrate ora in fondo persuaso che prima di lui questo  dono non era stato posseduto da nessun altro mortale. Ecco ciò che  vi ha di nuovo nella concezione socratica della divinazione, di fronte  a quella della fede popolare. Como dalla Repubblica di Piatone, questo  fatto risulta anche dalle superbe parole, colle quali Socrate si esprime  sul suo valore davanti ai suoi giudici (Apoi.). Tali parole  può pronunciare un ammalato di mente, che si deve compatire, ma  quando escono dalla bocca di un Socrate, sono l'espressione di una profonda convinzione religiosa, che deve scuotere chiunque miri a tini  etici. Importante è per la fede di Socrate che egli non cerca di scolparsi in quanto al non credere negli dei dello Stato, ma solo in quanto  al sospetto di avere delle convinzioni ateistiche (Apoi.). Por quanto concorno la teologia socratica, elio al pari della sua  etica doveva rimanere ili carattere pratico, anziché sistematico,  è importante ricordare che Socrate trovò nella sua naz.iono il politeismo ellenico, corno Cristo trovò nella sua il monoteismo giudaico.  Socrate era, come ogni essere umauo, un tiglio del suo tempo. Educato  in (inolia religione ogli si riteneva, come Cristo, esteriormente legato  allo prescrizioni religioso in vigore. Come prendeva sul serio la massima di Delfo: conosci le stesso, cosi rispettava l'altra di ubbidire alle  leggi. L’ultima parola del filosofo morente era la raccomandazione di  non dimenticare il sacrificio dovuto ad Esculapio (Fedone), e poco  prima aveva domandata all'uomo, elio gli portava il calice fatale, se  ora permesso di farne una libazione. In questo modo Socrate non raggiunse l'altezza dolla dottrina del Nazareno, ma si avvicina ad essa,  perchè sulla*larga base della religione popolare si eleva, quale sintesi  della sua conoscenza, la fedo in un Dio unico, al quale si deve ubbidire più che non agli uomini (Apoi.) c di cui egli si credeva un  apostolo (Apoi.). Socrate è tolcrautc verso la fede della moltitudine, ma il suo Dio è l’intelletto che governa l’universo e per il quale  non trova neppure un nome, un divino onnisciente ed onnipresente, che  [LABRIOLA (si veda) Socrate, cur. CROCE (si veda)] si cura ilei Leno di tutti gli nomini (Sonof., Meni.). Tutte le sue  pratiche religioso sono in fondo rivolto n quest'unico Dio senza nomo,  clic si rivela agli uomini in molti modi. Con una espressione di ledo  in questo Dio onnisciente, si chiudo ì'Apntoi/ia platonica(l). Tenendosi  presente questo concetto della divinità, si comprendo la sua incrollabile fede nel S»tpóvtov come in una rivelazione della medesima. Il l'atto che il plurale oi '.Hol si trova in Platono come in Senofonte  accanto al sì neolaro 6 tei? potrebbe destare il sospotto elio Sorrato  accanto all'intelletto universale abbia ammesso ancora dolio altro forme  divino. Ma ciò è escluso. Egli sceglie il plurale in modo simile come,  per es., nella Genesi il plurale Eloliim sta por il singolare del divino. Non è qui il luogo ili entrare in altri particolari. Ricordo soltanto elio troviamo precedenti in Senofane e che audio Anassagora  aveva già riconosciuto un unico principio immateriale che tutto ordina secondo lini. Che Socrate conoscr l'opera di Anassagora, apprendiamo direttamente da Platone (Fedone). Non ho bisogno di rilevare che, con quanto fu esposto, sono senz’altro respinte le opinioni di Lèi ut o di altri, cho considerano Socrate  come un ammalato di mente, come pure il parere di Dii l’rel, che  mette il Sxqidvtov di Socrate in relazione collo proprio teorie mistiche. // 8r.pó/tov di Sacrale dal punto di vista detta psicologia empirica  moderna. So teniamo conto di tutti i fatti che Platone ci presenta,  è evidente che nel «atpivtov di Socrate si tratti ili un processo che appartiene al campo delle inibizioni psichiche. Naturalmente non può  trattarsi qui di una inibizione nel senso della dottrina intcllcttuulitstica di Horbart. Ciò che nel nostro caso è inibitorio, non appartiene  all'atto al contenuto oggettivabile della coscienza umana, ma si trova  piuttosto dalla parte puramente soggettiva di essa, cioè da quella dei  sentimenti. Da questo punto di vista dobbiamo cercare di risolvere il  problema. L’inibizione procede da un sentimento totale, che si forma  in base ad un numero più o meno grande di intensivi sentimenti parziali, legati ad clementi rappresentativi che rimangono al limito della  coscienza e che non giungono all’appercezione. Con questo è inteso,  che non può trattarsi nel caso di Socrate, come è stalo ripetutamento  affermato, di processi allucinatoci. Nel fatto che l’inibizione parte  da un sentimento, al quale non corrisponde un contenuto oggettivo,  sta la ragione, perchè Socrato non può fare alcuna indicazione precisa [Cfr. pure (I. /Cuccanti) F. I.ÉIX'T, L)it itóiiion de Si,croie ni. 1 C. Du Prel, Ine Mastiti d. alt. (ìrieclien. E caratteristico che Du Prel l'accia uso  ilei Teapele, benché riconosca che questo non sia un'opera di Platone. Cile Platone colla frase nel Fedro “ xxt -iva ipiovijv £So;a xùxcàsv ày.ofkJx: „  non vuol alludere ad una allucinazione, dimostra con molta chiarezza anche lo  Cuccante. Si aggiunga che. se il Szqicvtcv di Socrate avesse  tale origine, questo si rileverebbe in tutti i rispettivi racconti platonici, ciò che  non è assolutamente il caso. ] intorno al fenomeno, ma (leve in casi, in cui non lo chiama semplice¬  mente il demonico o il divino, contentarsi di termini metaforici. Parla,  ad es., di una voce, come oggi si usa il termine voce della coscienza. Questo sentimento, sorto dapprima per via associativa, viene poi attivamente appercopito e, riferito alla divinità, acquista il carattere di  un motivo imperativo che, coll'intensità di una forza morale, lo costringe ad abbandonare un'intenzione presa. Dal fatto cho l’inibizione  viene da Socrate creduta un segno divino, si comprendo elio in lui  non possono mai nascere dei dubbi, come accadrebbe con altro persone.  Non vi è mai in un tal caso una lotta tra motivi in lui, mai alcun  conflitto tra doveri. Appena egli s'accorge dell’inibizione, è assolutamente sicuro di aver avuto trasmesso un divino No,.. Cosi la riflessione o la fedo nel suo Sztjióv»/diventano i principi fondamentali, che  lo guidano nella sua intera attività filosòfica ed etica. In ultima analisi si tratta qui di un fatto psichico clic si verifica in  ogni coscienza normale più o meno frequentemente, benché molte persone non lo osservino o non si lascino da esso frenare. Di Mill ci viene riferito elio egli osservò il fenomeno in se stesso molto  intensamente. A me molte persone hanno dotto di aver notato in  sè tali inibizioni sentimentali. Siccome Socrate ci informa che egli  aveva osservato il fenomeno spesso in sè dai tempi della sua fanciullezza, non è escluso che vi sia stata in lui por lo sviluppo di esso una  certa disposizione. Ma d'altra parto si devo ricordare (dio egli per tempo  si abituò a fare molto sul serio l'esame di se stesso o cho il fenomeno  era una parte integrale della sua fede religiosa. Dal momento cho egli  era corto cho il sentimento inibitorio era una rivelazione divina, questa  convinzione doveva dominare tutta l’anima sua. Dato questo continuo  autoesame in connessione collo sviluppo (lolla sua convinzione teologica, si comprendo, come dovesse entrare in giuoco un principio che  governa ogni vita psichica, cioè quello dell’esercizio. L’ininterrotto  esercizio doveva renderlo capaco di riconoscere l'inibizione di ogni  grado appena sorta e di afferrarla coll'attenzione. Si aggiunga (die la  coscienziosità colla quale cercò continuamente di compiere la sua missione, e colla quale mirava sempre ai medesimi lini, doveva renderlo  straordinariamente sensibile o facilitare la formazione di tali sentimenti. Cosi si spiega il frequente ripetersi del fenomeno in tutto lo  sue azioni. Io credo clic, con quanto fu esposto, siano trovati i punti  principali «he debbono guidarci nella spiegazione psicologica del Sacgóviov  di Socrate. Tornerò sull’argomento in un lavoro più esteso, ed in questo  sarà tenuto conto delle opinioni di altri autori più di quanto mi è  stato possibile di fare in questa breve comunicazione. Zuccante,  Kiesow. SOCRATE ET l’Amour Grec. SOCRATE ET  l’amour grec (Socrates sanctus nai Sepaatrjs) D1SSERTATlON. GESNER. BONNEAU, PARIS, LISEUX, Rue Bonaparte, jegg^arean Gesner, 1’auteurde  JgE cette curieuse dissertation, est  I S&fe l un erudit Allemand du xvm e sie-  cle, dont les travaux ne sont pas tres-  connus en France. On lui doit d’excel-  lentes etudes sur les Scriptores rei rusticce, une Chrestomathie de CICERONE,  une Chrestomathie Grecque, des Lexiques, une traduction Latine des ceuvres de Lucien, des editions de PLINIO (si veda), de Claudien, de Quintilien,  de Rutilius Lupus et autres anciens a rheteurs, toutcs enrichies de notes savantes et de longs prolegomenes; plus,  un nombre formidable de dissertations sur toutes sortes de sujets, Opuscula diversi argumenti (Breslau), parmi lesquelles son Socrates  sanctus pce der asta tire forcement l’oeil  par la bizarrerie de son titre. Cette bizarrerie a valu au livre sa notoriete, et en meme temps lui a fait grand  tort. Beaucoup de gens, entre autres  Voltaire, malheureusement pour 1’erudit  Tudesque, n’ont pas ete au dela, et iis  ont construit sur cette minee donnee un  ouvrage tout entier de leur fantaisie, a  1’extreme desavantage du pauvre Gesner.  D’autres ont cru Voltaire sur parole et  sont arrives au meme resultat.  C’est Larcher, THelleniste, qui le pre-  mier chez nous mit en lumiere cet opus-  cule, dans son Supplemenl et THistoire  universelle de labbe Bapn,  en le citant parmi les ouvragcs a consulter sur le proces de Socrate ; il se  contenta d’en faire mention, sans meme  traduire ni expliquer le titre, ne s’imaginant pas qu’on put s’y meprendre, et  qu’un homme tel que Gesner fut suppose capable d’une indecente apologie. Voltaire, dont le vif et alerte esprit se plaisait a effleurer les surfaces, sans presque  jamais approfondir, ne connaissait sans  doute pas Gesner et certainement n’avait  pas lu son Socrates. Le Supplement a l’Histoire universelle n’etait d 7 ailleurs  qu une refutation tres-savante, quoique  un peu lourde, de son Introduction a  1'Essai sur les maeurs, publiee d^abord a  part et sous le pseudonyme de 1’abbe  Bazin; quelques critiques justes qu’on y  rencontre le mirent de mauvaise humeur,  et, battu sur divers points d’erudition, il  chercha une occasion de dauber Larcher,  a cote du sujet, selon son habitude. Il  crut la trouver dans le livre etrange qu’il  supposa, d’aprcs le titre cite qu’il interpretait mal, s’indigna de ce qu’on osait  donner comme faisant autorite de si mons-trueuses elucubrations (le monstrueux  n’etait que dans ce qu’il imaginait), et  tantot sous le pseudonyme d’Orbilius,  tantot sous celui de M Ilc Bazin ( Defense  de mon oncle, un de ses pamphlets), il ne  cessa de poursuivre la-dessus de ses bro-  cards son inoflensif adversaire. Tres- content d’avoir leve ce lievre, il a meme  reproduit son assertion plus que hasardee  dans le plus populaire de ses ouvrages;  on la trouve en note de 1’article Amour  socratique, du Dictionnaire philosophique. Un ecrivain moderne, nomme  Larcher, repetiteur de college, dans un  libelle rempli d’erreurs en tout genre et  de la critique la plus grossiere, ose citer  je ne sais quel bouquin dans lequel on  appelle Socrate Sanctus pcderastes ; So-  crate saint b ! Il n’a pas ete suivi dans ces horrcurs par 1’abbe Foucher. Larcher avait trop beau jeu pour ne pas repliquer. II le fit dans sa Reponse .  la Defense de mon oncle,  opuscule rare, reimprime a la suite du  Supplement a 1’Histoire universelle. Vous m’attribuez, dit-il a Voltaire,  votre infame et infidele traduction du  titre d’une dissertation de feu M. Gesnera  Je n’ai point traduit le titre de cette dissertation; il ne pouvait se prendre que  dans un sens tres-honnete, mais il etait  reserve a M lle Bazin et a Orbilius de lui  en donner un infame. Cela ne vous suffisait-il pas? Fallait-il encore me 1’imputer? Pour qui avait suivi toutes les phases  de la discussion, Larcher et Gesner etaient  innocentes; Voltaire restait convaincu  d’avoir note dfinfamie un livre sans le  connaitre. Mais ces temps sont loin; personne aujourd’hui ne lit Larcher pour  son plaisir, et le Dictionnaire philoso-  phique est dans toutes les mains. Voila  pourquoi on croit generalement que Gesner a developpe le plus scabreux des paradoxes et fait une apologie en regie d’un  vice honteux. Nous pourrions citer au  moins un de ceux qui, se fiant a Voltaire,  ont propage 1’erreur mise par lui en circulation, et affirme que cette dissertation  n’est qu’un tissu d’invectives ; mais nous  ne voulons faire de la peine a personne. Gesner, ecrivain des plus doctes et plus  estime encore pour son caractere que  pour son savoir, professeur de Belles-Lettres a Goettingue, puis  bibliothecaire, ne pouvait ecrire qu’une defense de Socrate,  une refutation des calomnies dont on a  obscurci sa memoire, et que la langue a  attachees a son nora d’une maniere en  quelque sorte indelebile par les mots de  socratisme et d 'amour socratique. Inquiet  et tourmente, comme il 1’assure, de voir  peser sur IL PADRE DELLA FILOSOFIA de si  indignes soup9ons, il a voulu remonter  aux sources, compulser tout le dossier  et reviser le proces sur les pieces memes.  II l'a fait d’une facon non moins inge-  nieuse que savante dans cette dissertation lue a 1’Academie de Goettingue, recueillie dans les Memoires  de cette academie, dans les  Opuscula diversi argumenti de 1’auteur  et tiree a part  (Utrecht).  C’est cette derniere edition que nous  avons suivie pour la reimprimer et la traduire, ce qui n’avait jamais ete fait en  Francais, ni probablement dans aucune  autre langue. Gesner a-t-il reussi a disculper entierement Socrate? Nous l’esperons; mais nous etions de son avis  avant d 7 avoir lu son livre, et, ccmme per-  sonne ne 1’ignore, c’est surtout chez ceux  qui pensent comme lui qu’un auteur, si  bon dialecticien qu’il soit, porte la conviction. Les esprits mal faits qui incli-  nent a 1’opinion contraire, et ceux-la  seront toujours difficiles a persuader,  persisteront peut-etre a trouver singulier que Platon, interprete de Socrate, ait si  souvent parle de 1’amour; qu’il ait consacre trois de ses plus beaux dialogues,  le Lysis, le Phedre et le Banquet, a cette  brulante passion; qu’il l’ait tant de fois  soumise aux analyses les plus delicates,  expliquee par les conceptions les plus  sublimes, les mythes les plus poetiques, et que jamais, sauf un moment, dans  l’admirable episode de Diotime du Banquet, il ne soit question de la femme. Alcide Bonneau. UTRECHT es hommes illustres, ceux qui sont  regardes comme tels non-seulement  par la posterite, mais par leurs  contemporains, ceux surtout dont le  plus grand eclat consiste precisement dans  leur vertu, sont souvent accuses, sur les plus  legers indices, de quelques travers, sinon  de defauts plus graves; et c’est la un travers iros illustres, et non a posteris solis sed  coaevis tales habitos, eos maxime quorum  praecipua laus virtutis est, vitii alicujus  nedum criminis gravioris suspicari levibus argumentis, vitium id quidem non leve : reos agere  et condemnare crimen et piaculum; in Christiano homine, in homine, in barbaro. Quanta istorum ignominia, tanta est gloria  piorum virornm qui versantur in probrosis his  l’editeur   qui Iui-meme ne manque pas de gravite. Se  faire a la fois 1’accusateur et le juge, c’est  une chose criminelle, un sacrilege, qu’il  s’agisse d’un Chretien, ou seulement d’un  homme, meme d’un paien. L’ignominie de ceux-la rehausse d’autant  la gloire des hommes pieux qui s’appli-  quent a repousser ces odieuses attaques.  On peut le dire de Gesner, ce savant illustre, du petit nombre de ceux qui depas-  sant par la science tous leurs contemporains, font encore plus estimer en eux les  qualites du coeur que celles de 1’esprit;  c’est un honneur pour lui d’avoir pris en  main la cause de Socrate, et un plus grand  peut-etre pour Socrate d’avoir dte le Client  de Gesner. II nous a paru bon de recueillir dans  une edition nouvelle cet ouvrage de faible conatibus coercendis. Gesnero, illustri nomini, e  numero paucorum illorum qui cum eruditione  coaevos possint excellere, animi dotibus quam  ingenii celebrari malunt, incertum an honori sit  caussam Socratis egisse, magis quam Socrati  Gesnerum habuisse patronum. Visum fuit, memoriam brevis operae sed auro  contra noti carae nova editione colere. Docuit  vir præclarus, scripto quidem, quam inani co-  natu virtus summi hominis sollicitata fuerit ab obscuris obtrectatoribus, qui non solent deesse  virtuti. Docuit autem exemplo, pertinere ad dimension, mais qui ne serait pas trop  cher paye au poids de For. Son excellent  auteur nous y montre, la plume a la main, 1’inanite des efforts diriges contre un sage  par ces obscurs detracteurs qui ne man-  quent jamais a lavertu; il nous fait voir  aussi, par son exemple, qu’il appartient a  tout honnete homme de defendre la cause  des gens de bien. II nous enseigne surtout  avec quel soin et avec quelle erudition il  est besoin d’ecrire dans de telles matieres,  ou l’on ne doit rien avancer qu’apres un  examen scrupuleux. Profite donc, lecteur, de ce travail, plus  utile qu’il ne le semblerait au premier  abord; et si, par ignorance ou par trop  forte credulite, tu as rejetd loin de toi les  ecrits Socratiques, reprends-les maintenant  et garde-les avec amour. Il nous sera per-bonos omnes bonorum virorum caussam: tum et  illud, in primis, ubi ejus modi res agitur, accurate et docte scribendum esse, nec arripi quid piam absque subtili examine, et benevolo illo,  debere.  Fruere, Lector, labore utiliori quam decet: et  si imprudentius forte abjeceris Socraticas chartas nimium credulus, abi continuo et in sinu  eas reconde. Integrum erit culpare qui Socratem  citant, tibi convenisset laudari Davidem et Salomonem: sed patiamur, bonum et pauperem  Socratem, placide subridentem, sereno vultu,  xvi l’editeur au lecteur   mis a notre tour de mettre en accusation  ceux qui font un crime a Socrate de ce  qu'ils trouveraient admirable s’il s’agissait  de David et de Salomon; mais laissons le  bon et pauvre Philosophe s’interposer doucement avec son placide sourire, son tranquille visage, et s’ecrier: Moi aussi, Vertu,  je t’ai honoree, Deesse!  Quant a ceux qui blameront cette apologie, non comme excessive, grands dieux,  car que pourrait-on dire de trop sur Socrate? mais comme inconvenante et deplacee, qirils prennent garde de tomber dans  Todieux de cette populace Portugaise tou-  jours prete, sinon a lapider ou a bruler,  du moins a exorciser a force de signes de  croix traces d’un doigt tremblant, le teme-  raire qui oserait croire que la Bienheu-  reuse Vierge Marie etait une Juive. leniter interponere, Et ego te, Virtus! colui  Deam,   Quibus fastidium movent elogia, justa Di boni!  quid enim de Socrate dici nimium potest? sed  quce magis opportune forsatn collocari potuis-  sent, videant ne in odium id evadat, quale est  plebis Lusitanae, si non rogum parantis aut la-  pides, saltim tremente digito averruncas cruces  describentis, si quis auserit credere, B. Virginem  Judaeam fuisse. SOCRATE ET L’Amour Grec  MATTHI. GESNERI V. C. Socrates SANCTUS T/E D E T{ASTA t nihil tam alte vel natura, vel  virtus, vel fortuna constituit, in  quo non vel deprehendatur aliquid labis et vitii, vel vires suas experiatur maledica invidia, cujus vocibus boni  etiam viri abripi se ad suspicandum certe  non nunquam patiuntur: ita mirum non  est, neque excelsam Socratis gloriam 1 n’est rien de place si haut par la nature, la vertu ou la fortune, qui n’ait ses taches ou ses inv perfections, ou que 1’envie ne s’efforce  d’atteindre, cette medisante envie dont  les clameurs poussent 1’homme de bien  lui-meme a soupconner le mal: c’est  pourquoi nous nc devons point nous obtrectatoribus suis carnis se. Ac de  Anyti Melitique criminibus, quibus oppressus est vir innocens, et, si forte vani-  tatis aut nugarum et cavillationum postulatus, et Scurrae nomine traductus est,  in prcesenti non erimus soliciti. Unum  crimen est, quod, varie jactatum, et plus  semel non sine specie in scenam reductum scepe me solicitum habuit, Fuerit ne  impuro ac detestabili puerorum amori  deditus? Hoc enim si verum sit, actum  est profecto de virtute viri, indignus est  cujus cum honore nomen usurpetur. Postulatum esse hujus turpitudinis,  negari non potest. Mittimus, quæ de  adolescentia viri ad libidinem proclivi Factum id esse a Zenone Epicureo, prodidit  CICERONE de Nat. Deor., ubi vid. Davis.   etonner que lagloire si haute de Socrate  ait eu, elle aussi, ses detracteurs. Toutefois nous ne voulons ni parier ici des  accusations d’Anytus et de Melitus sous  lesquelles succomba son innocence, ni  nous inquieter de savoir si ce grand  homine a ete incrimine de vanite, de  mensonge et de sophisme, affuble du surnom de Bouffon[i). Une seule accusation m’a souvent tourmente; c’est  celle qui, sans cesse discutee, a toujours  ete remise en avant, non sans apparence  de justesse: Socrate etait-il adonne d  l’impur et detestable amour des jeanes  gargons? Si cela est vrai, c’en est fait desormais de la vertu de cet homme ; c’est  un indigne, lui dont on ne prononce le  nom qu’avec respect. Qu’il ait ete accuse de cette turpitude, le fait est certain. Negligeons ce  que Porphyre, d’apres Theodoret [De la Comme le fait PEpicurien Zenon, au dire de CICERONE {De Natura Deorum; consuit, la-dessus Davies. Porphyrius apud Theodoretum [Græcar, affect. cur. ser. 4 pr.) memorat: nam  ibidem additur, illum c-ojo^ xat oioayrj  xouxou? a^aviaat xou; xurcous, impressas veluti notas libidinum studio ac doctrina  abolevisse. Neque valde huc faciunt,  quce ex eodem Porphyrio, qui Aristoxeno auctore usus sit, idem Theodoretus (Serm.) memorat, par-  tim quod ad adolescendam primam viri,  de qua nobis sermo non est, pertinent,  partim quod Archelaus Anaxagorae discipulus, honestus amator (spaax 7 ]$) ipsius  fuit. Ejusdem generis est, quod Cyrillus  (contra Julia.) ex eodem  Porphyrio (in Historia Philosopha, libro  olim deperdito) refert, Socratem -po; xr ( v  twv aopootatwv yp7jatv acpo Spdxspov p.sv sivac,  aoizov os p.rj -poasTvat. t\ yap xaT;Ya[j.sxaT;, vj xat?  •/.oivat; y prjaQat fj-ovat?. Fuisse ad res venereas  aliquantum vehementem, sed injuriam  abfuisse, qui vel uxoribus solis, vel    (1) Conf. quae in fra de mali equi Socratici notis  dicentur. § 18.    et l’amour grec 7   cure des prejuges des Grecs, Disc. iv),  raconte de sa jeunesse, laquelle aurait  ete encline au libertinage ; 1’auteur  ajoute, en effet, au meme endroit qu’il  parvint a effacer en lui, par Venergie de  sa volonte \ jusqu’aux traces meme des  passions (i). Ne nous occupons pas non  plus de ce que le meme Theodoret  (Discours xn) emprunte encore a Por-  phyre, qui lui-meme suivait Aristoxene,  c’est-a-dire de ce qui se rapporte a la  premiere jeunesse de Socrate (elle n’est  pas en cause), et a ce disciple d’Anaxa-  goras, Archelaus, qui aurait ete, en tout  bien tout honneur, un ami fervent  (!pa<j-r]s) du philosophe. A la meme cate-  gorie appartient ce que S. Cyrille (Contre Jidien) a extrait de YHistoire  philosophi que de Porphyre, livre aujour-  d’hui perdu : a savoir que Socrate et ait  violemment pousse aux choscs de iamour, mais qiiil s’abstint de faire tort a Voyez ce que l’on dit plus bas des marques  du mauvais cheval Socratique. quam diu caelebs esset communibus  uteretur. Nondum quidquam ex Porphyrio vel Aristoxeno, quem ille auctorem sequitur, allatum est de horribili  scelere, Pcederastia : quod praetermissu-  rus non erat, qui satis hic in Philosophice  parentem iniquus est, Cyrillus. Decla-  mat igitur praeter rem Socrates alter  (Hist. Eccles.), cum ita de  Porphyrio narrat, IIopcpupio; xou xopu^aio-  xaxoa xoiv <piXoao<ptov, Scoxpaxous, xov [3''ov oietu-  psv £v ifi YsypaixpiEvr] auxai <piA oaoow toxopta, xai  xoiauxa Tuept auxou ypa^a;xaxdXi7TEv, oia av p.7]xs  MeTaxo;, p.r[x£ v Avuxo; oi jpa^aixsvoi Swxpaxrjv  ItTictv e-zyjiprjGxv, ita traductum, ait, a  Porphyrio Socratem, talia de viro scripta,  quae neque accusatores ipsius Anytus et  Melitus dicere in ipsum ausi sint. Accipimus, quod negat objectam in judicio  turpitudinem talem Socrati, quo nempe  argumento constet, famam viri hac tum  macula caruisse. Sed nec a Porphyrio  plura aut turpiora his memorata, quae  jam vidimus, satis illud argumento est,  quod iniqui Socratis glorice homines, personne, en riusant jamais que de ses  propres femmes ou, durant son celibat,  des femmes qui apparticnnent a tout le  monde. Nulle part, soit chez Porphyre,  soit chez Aristoxene que Porphyre co-piait, il n'est rien allegue de cet horrible  crime : Pederastie ! II ne Paurait point  passe sous silence, ce Cyrille si injuste  envers lepore de la Philosophie. IPautre  Socrate ( Histoire ecclesiastique, m, avance donc une insigne faussete lors-qu’il dit : « Porphyre a compose la vie  de Socrate, le coryphee des philosophes, d’apres les histoires ecrites sur lui; et il  nous a transmis, d Vaide de ces documents, des choses si monstrueuses que les  accusateurs de Socrate, Anytus et Melitus, n’ont pas meme ose' les lui reprocher. Retenons seulement de ceci Taveu qu’on  n’en fit pas un grief a Socrate, lors du  jugement public, ce qui ressort de la  phrase elle-meme, et que cette tache fut  alors epargneeT a sa renommee. Mais  Porphyre n’a pas rapporte autre chose  ou des choses plus monstrueuses que ce Cyrillus ac Theodoretus, non plura protulere, quibus fuerant haud dubie causam suam, si res facultatem dedisset, ornaturi. Nempe nec Aristophanes, qui corruptce ad impietatem et calumniandi artem juventutis accusat in Nubibus Socratem. hujus criminis ullam mentionem  facit, non omissurus profecto, si illud  adhaerescere posse putasset. Nec forte  quisquam est ex omni antiquitate remotiore illa, et temporibus Philosophi propinqua, serius et severus accusator hujus  criminis. Lusit inter posteriores, pro  petulanti illo ingenio suo, Lucianus (de  CEco, ita enim potius dicendus erat ille  libellus quam de Domo) cum accusat Socratem, qui non erubuerit advocare Musas, virgines,  cuvsaojjiva; ia -aiBepaama, ut audirent  illos de puerorum amore sermones. Atqui illi sermones, uti mox videbimus.   que nous venons de dire ; nous en trou-  vons la preuve en ce que S. Cyrille et  Theodoret, deux detracteurs de Socrate,  n’en ont souffle mot, et qu’ils n’auraient  pas manque d’en orner leurs diatribes si  la chose eut ete possible. En second lieu, Aristophane qui, dans  ses Nuees, represente Socrate comme  un corrupteur de la jeunesse, comme  faisant de 1’imposture un enseignement,  n’a pas davantage mentionne cette accusation; l’aurait-il omise, si elle eut pu  s’appliquer a Thomme qu’il bafouait? II  n’y a enfin personne, si l’on prend des  temoins dans cette antiquite reculee ou  dans les temps voisins du Philosophe,  qui se presente comme un accusateur  serieux et digne de foi. Plus tard seulement Lucien, entraine par sa verve  moqueuse (dans 1’opuscule que l’on traduit ordinairement De Domo et qu’il  vaudrait mieux traduire De CEco.), reprocha a Socrate de n’avoir  pas rougi d ; invoquer les Muses, des reprehendant vehementer amorem: respicit enim ad Phædrum Platonis de quo dedita opera dicendum erit. Qua? in Amoribus in Socraticum amorem Platonicum-  que vel a Luciano, vel quicunque auctor  est, jocose et per calumniam dicuntur,  ea ad ipsum illum locum diluisse me  arbitror.  Sed veterum criminationes Maximus Tyrius (Dissertat.) refutavit, ut non videatur  opus esse aliquid addi : cum praesertim  tanto magis et agnoscant innocentiam  Socratis, et illud crimen ab illo depel-  lant ut hujus, ita paullo superioris aitatis  homines, quo magis virum ex aequalium  ac paullo juniorum de illo scriptis ut  cognoscere possent, cuique contigit. Quin  ne consultum quidem judicarem veterem  litem resuscitare, nisi viderem, nuper vierges, pour leur faire dcouter ces fa-  mcnx discours sur Vamour des jeunes  gargons. Mais ces discours, comme nous  allons le voir, blament fortement cette  sorte d’amour; Lucien fait, en effet,  allusion au Phedre de Platon dont nous  aurons a nous occuper. Ce que Fon dit  debamourSocratiqueet Platonique dans  les Amonrs, que ces dialogues soient de  Lucien ou de tout autre, n’est qu’une  plaisanterie ou une mechancete, comme  je\ l’ai demontre en temps et lieu. Maxime de Tyr ( Dissertations) a d’ailleurs refute toutes les ac-  cusations portees a ce sujet par les an-  ciens, etilserait inutile d’y rien ajouter.  Le meilleur argument, c’est que ceux qui  ont le mieux reconnu Tinnocence de  Socrate et repousse loin de lui avec le  plus de force 1’accusation infame, sont  les hommes de la generation qui a imme- [Dans ses notes sur Lucien, dont il a fait une  edition et une traduction Latine tres-estimees.  fuisse, et esse hodie homines eruditos, et  bonos viros, qui pravam de patre illo  Philosophia? opinionem conceperint, quorum non pono nomina, quia mihi non  cum ullo homine certamen esse volo,  sed cum opinione ea, quam praeterquam  quod falsam puto, etiam virtuti noxiam,  præter consilium quidem bonorum virorum, humanitati certe adversam esse,  arbitror. Qui autem fieri potuit, ut homines  neque indocti neque maligni in sinistram  falsamque de Socrate opinionem inciderint? ut apologia vir sanctus opus habeat?  Praeter naturalem illam -/.axor{0£tav nos-  tram, quae imis velut medullis fixa, et  superbiæ illius nostrae nixa radicibus.  diatement suivi la sienne. Or, ce sont  les contemporains et leurs successeurs  immediats qui peuvent le mieux juger un  homme, en pleine connaissance de tout  ce qu’on aecrit sur lui. Je n’aurais donc  pas songe a ressusciter cette vieille querelle si je n’avais vu naguere, et tout  recemment encore, des hommes instruits,  vertueux, concevoir la plus mauvaise  opinion de ce pere de la Philosophie; je  ne dirai pas leurs noms, ne voulant me  prendre corps a corps avec personne,  mais seulement avec une opinion que  je considere comme sans fondement,  nuisible a la vertu, et, contrairemcnt a  1’avis de ces gens de bien, defavorable a  1’humanite tout entiere. Comment donc a-t-il pu se faire  que des personnages qui ne p£chent ni  par ignorance ni par mechancete, aient  concu de Socrate une opinion si facheuse  et si fausse? Pourquoi cet homme veritablement saint a-t-il besoin d’etre defendu? En dehors de cette maligni te inter ultima vitia eradicatur, ceterasque  ex genere morum rationes, conveniunt  hic alia qucedam, quce facilem errandi  occasionem praebent. Magna pars doctorum etiam hominum legendi laborem  fugit, legendi uno tenore, continuata  attentione, totos veterum scriptorum  libros; sed satis habet decerpere qucedam, in quce primum incurrere oculi, aut, quod deterius frequentius que idem,  repetere ab aliis excerpta, et e media  nonnunquam sermonum velut compage  evulsa, de quorum sic sententia non facile  sit judicare. Platonis libri, unde pleraque  Socratica peti hodie necesse est, multos  arcent ob Atticum illud sermonis genus,  breve et acutum, floridum praeterea, ac semipoeticum, ipsamque disserendi ratio-  nem subtiliorem scepe, quam ut mediocri  attentione, non acutissimi homines illam  statim adsequantur. Nec licet, ut adhuc  res est, ad interpretes confugere ; qui  quoties vel nihil dicant, vel alia omnia  dicant, vix sine invidia licet commemo-  rare. Et tamen nisi attente legas, et to- naturelle qui reste fixee jusqu’au fond de  nos moelles, qui se fortifie de notre orgueil et qui ne s’arrache qidavec les derniers defauts, outre encore diverses raisons tirees de nos mceurs, il a fallu pour  cela un concours de circonstances propres a faciliter 1’erreur. La plupart des  gens instruits eux-memes evitent la fa-  tigue de lire dans leur entier, avec une  attention soutenue, tous les livres ecrits  par les Anciens ; on a plus tot fait de  choisir quelques passages, les premiers  qui tombent sous les yeux, ou, ce qui est  bien pire, de s'en tenir aux passages  choisis par d’autres, a des fragments detaches de 1’ensemble et dont il est par  consequent difficile d’apprecier le sens  veritable. C’est ce qui arrive des livres  de Platon, d’ou il nous faut aujourd’hui  tirer toutc la doctrine Socratique; iis embarrassent bon nornbre de lecteurs  par leur style trop Attique, raffine et  aiguise, fleuri pourtant et semi-poetique,  par ces controverses si subtiles souvent  que, si 1’attention se relache, 1’esprit le tos legas dialogos, et qua scripti sunt  lingua legas, non est ut de sententia  illorum, h. e. quam tribuat Plato sen-  tentiam Socrati, recte judices. Quare  mirum non est, si multi refugiant lectionem ita laboriosam; et illis veluti spinis  a familiari tractatione eorum librorum  deterreantur. Denique si quid etiam tribuatur a  Platone Socrati, tamen, si illud Xenophontis narrationi repugnet, non dubitaverim equidem, fidem potius adhibere  Grylli filio, memor illius, quod narrat  Laertius, Socratem, cum Lysin  Platonis legisset, dixisse, to; tzoXKx uoj plus eclaire n’cn suit pas aisemcnt le fil.  Et il serait inutile, dans le cas present,  de recourir aux annotateurs ; ou iis  ne disent rien, ou iis disent tout  autre chose que ce qu’il faudrait ; on ne  peut s’empecher de leur en faire un re-  proche. Cependant, amoins de lire avec  un soin scrupuleux tous les dialogues de  Platon et de les iire dans la langue meme  ou iis ont ete ecrits, il n’est pas possible  de juger saineinent de leur doctrine,  c’est-a-dire de la doctrine que Platon  attribue a Socrate. Il n’est donc pas sur-  prenant que nombre de gens reculent  devant une si laborieuse lecture et  soient rebutes, comme par des epines,  du commerce familier de ces livres. Enfin il faut dire que si Platon at-  tribue a Socrate une maniere de voir  contredite par la narration de Xenophon,  il n’y a pas a hesiter: c’est a Xenophon  qu’il faut se fier, si l’on se souvient du  mot rapporte par Diogene de Laerte. Socrate, apres avoir lu le Lysis xaxe^uBeO’ 6 veavfoxo; Quam multa de me  mentitur adolescens! Tanto magis hoc  memorabile est, quod ille Dialogus ita  scriptus est, ut non modo tanquam persona colloquens inducatur Socrates, sed  tanquam, qui ipsum illum dialogum  scripserit. Ceterum quia hic sumus, hoc  breviter indicamus, amatorium quidem  esse hunc libellum, sed nihil habere pudendum ne Platoni quidem. Argumen-  tum hoc est : Queritur Lysidis amator  Hippothales, ab illo se non amari ; Socrates ostendit, si velit amari, non adu-  landum esse puero, sic enim futurum  superbiorem; sed illi potius ostendendum, quibus rebus indigeat, et quam  parum in ipso sit boni. Deinde dela-  bitur in disputationem, Quis proprie  amicus sit vocandus? et, In quo insit  natura amicitia’ ? plenam illam quidem  cavillationum, sed praeclararum etiam  de amicitia sententiarum. Ceterum tri- Sic nempe ipse solebat Socrates in potestatem  quasi suam redigere adolescentulos, de quo que-  rentem audiemus Alcibiadem. de Platon, se serait ecrie: Comme ce  jenne homme invente souvent ce qu’il me  fait dire! » Le mot est d’autant plus  remarquable que, dans ce dialogue, So-  crate estpresente non comme un simple  interlocuteur, mais comme s’il avait  ecrit lui-meme tout le morceau. Pendant quenous y sommes, disons brievement que cetouvrage roule sur 1’amour,  mais qu’il n’y a rien dont put rougir  Platon lui-meme. Voici le sujet: Hip-  pothales, qui aime Lysis, se plaint de ne  pas en etre aime; Socrate lui demontre  que s’il veut 1’etre, il ne faut pas qu’il  fiatte ce jeune homme, ce qui le rendrait  plus orgueilleux encore; il vaut mieux  qu’il lui represente tout ce qui lui manque et le peu de bonnes qualites quhl  possede. On discute ensuite ces questions: Qui est digne d’etre appele un veritable ami? et, Quelle est la nature de Tamitie? Controverse pleine, il est vrai, C’est ainsi que Socrate avait en effet coutumc  d’assujettir les jeunes gens et son autorite, et nous  voyons Alcibiade s’en plaindre.  bui a Platone colloquentibus, de quibus  ipsi non cogitarint, vetus observatio est,  de qua vid. Athenaeus Deipnos.. Qiio dialogorum more se  excusat, etiam VARRONE in ACCADEMI dedicatione Tullius CICERONE. Neque ausim  Platonis ipsius, junioris praesertim, patrocinium suscipere de mollioribus versiculis, quos Apulejus servavit (Apol.) et Laertius Diogenes:  de quibus modo in neutram partem disputo, causamque Platonis a Socratis  causa hac in re sejungo. Quæcunque vero cum aliqua specie  testimonia Platonis contra Socratem proferuntur, ea cum ex Phædro, nescio  quam bona semper fide, corrupte quidem  et perverse non nunquam, depromi videam, propter ea pretium opera putavi,  de futilites, mais aussi de remarquables  definitions dekamitie. C ; est uneobservation qui a ete faite depuis longtemps,  que Platon attribue a ses interlocuteurs  des idees qu’ils n’ont jamais eues: on  peut consulter la-dessus Athenee (Deipnosophistes). CICERONE, qui avait le  meme defaut, s’en excuse sur le genre  meme du dialogue, dans son envoi des  ACCADEMIA a VARRONE. Je n’ose pas non  plus defendre Platon du reproche d’avoir  commis, surtout dans sa jeunesse, des  vers badins tels que ceux que nous ont  conserves Apulee (dans son Apologie) et  Diogene de Laerte; vieux ou  jeune, jen’ai pas affaire a lui et je separe  completement sa cause de celle de Socrate. Entre les divers temoignages fournis  par lui, ceux que Ton peut alleguer contre Socrate avec quelque apparence de  justesse sont tires du Phedre; pas toujours bien scrupuleusement et quelque-fois a 1’aide d’alterations ou de contre-] non semel totum illum dialogum attento  animo perlegere, et uno quidem tenore,  et lingua sua, ne quid eorum me falleret,  qua saepe fraudi esse viris doctis, modo  dicebam. Ac spero non ingratum fore  aliis, quorum rationes non ferunt tam  longam solicitamque operam, si hic possint brevi studio cognoscere velut œconomiam illius libri et argumentum, inde-  que de toto consilio vel Platonis vel  Socratis arbitrari. Concedamus enim, ne  abuti videamur illa, quam modo propo-  suimus observatione, Socratis hic veram  sententiam bona fide a Platone proponi.  Ac primo illud meminerimus, Socratem hic introduci senem,  tantum non decrepitum, quem facile juvenis Phædrus viribus superet. Jam  fingitur Phædrus audisse Lysiam disputantem, magis obsequendum gratifican-  dumque esse non amanti, quam amanti:  camque orationem Socrati prcelegere sens. Cest ce qui m’a engage a lire  attentivement ce dialogue, et plutot deux  fois qu’une, dans son entier, et dans le  Grec, afin d’echapper a ces chances d’erreur dont j’ai parle plus haut et qui font  trebucher les plus doctes. II sera peut-etre  interessant, je 1’espere, pour ceux dont  1’esprit repugnerai-t a une besogne si  longue et si difficile, de connaitre sans  grande etude le sujet et pour ainsi dire  1’economie de ce livre, et de pouvoir  apprecier toute la theorie de Platon ou  de Socrate. Nous admettrons, pour ne  pas abuser de la reserve faite par nous  plus haut, que la doctrine de Socrate a  ete ici exposee de bonne foi par Platon. Rappelons d’abord que Socrate y  est presente comme un vieillard, non  pas tout a fait tombe en decrepitude,  mais qu’un jeune homme, comme Phe-  dre, peut maitriser aisement. Phedre raconte qu’il a entendu Lysias discourir  sur cette question : Un jeune homme  doit-il avoir plus de facilite et de com-[Reprehendit  hanc Lysiae orationem, cante quidem et  multa cum ironia Socrates, et meliora se  audisse ait, quae dicere illum amabilis-  sime cogit Phcedrus. Incipit hic a Musa-  rum invocatione quam calumniatur, ut modo dicebamus, Lucianus : cum sit nihil in ea oratione non  virginum auribus dignissimum. Orditur  a definitione Amoris quem  vocat cupiditatem, quae incitate feratur  ad voluptatem  pulchritudinis, et inde,  quam mala res, quam noxia sit, ostendit et claudit hexametro:   A'j-/.ol aova oi^ouV, ojq ~aToa epAouVjtv  1 r’ 1 !   |Sf/aTra’.  Ut cordi agna lupo est, puerum sic ardet amator. Bene ista, et Musis faventibus. Sed  subito, At Amor tamen Deus est, inquit,  et palinodiam parat, quae incipit .  plaisance pour celui qui ne 1’aime pasque  pour celui qui Faime ardemment ? II lit  ensuite ce discours a Socrate. Celui-ci,  avec beaucoup de finesse et ddronie,  trouve a blamer dans la composition  oratoire de Lysias et pretend qu'il a entendu dire la-dessus autrefois de bien  plus belles choses; Phedre le conjure de  les lui rapporter. Socrate debute alors  par cette invocation aux Muses que Lucien a calomniee, comme nous le disions  plus haut, car il n’y a rien dans tout le  discours qui ne soit parfaitement digne  des oreilles chastes. II commence par la  definition de 1’amour, qu’il appelle un  desir violemment entraine vers le plaisir  que promet la beaute; il enumere en-  suite les ecarts auxquels il peut pousser  et conclut parcet hexametre: Comme le loup aivic Vagneau, ainsi Vamoureux   [cherit le jeune garcon. Voila qui est bien, grace aux Muses. Mais aussitot : L’ Amonr est cependant  un Dieu, s’ecrie-t-il ; et il entrcprend une ab eo, uti dicat, non ideo amorem  damnandum fuisse, quod sit furor ; esse  enim furorem etiam bonum aliquem:  ipsam [jLavTixrjv 5. divinatoriam facultatem  esse a verbo [i-aiveaOai dictam, velut quan-  dam [j.avi/7]v s. furiosam. Talis furoris plura genera enarrat, in his etiam ponit  amorem, cumque magnæ felicitatis causa tum amantis cum amati datum his esse divinitus, conatur ostendere. Ad eam demonstrationem sumit  primo hanc propositionem. Omnem animam esse immortalem, quam inde probat (quam bene vel male, nunc non disputamus) quod principium motus sui in  se habeat. Deinde similem ait animam nostram, etiam antequam ea in corpus ve-  niat, bigae alatae cum suo auriga. Alterum hujus biga 3 equum bonum ponit et  tractabilem, malum alterum ac  refractarium. Sic coelestia spatia ingrediuntur ista cum suo auriga bigce, et palinodic en declarant tout d’abord que  1’amour n'est pas condamnable en soi,  qu’il estun delire, et que dans tout delire  il y a quelque chose de bon; que fxavnxr],  la divination, derive du mot (jiodveaGai,  comme qui dirait [xavtxr), c’est-a-dire  folle. II compte diverses especes de  delires parmi lesquelles il place 1’amour,  et il s’efforce de montrer que c’est un  present divin fait a bhomme pour le plus  grand bonheur de celu*i qui aime et de  celui qui est aime. Sa demonstration  s’appuie sur cette proposition premiere:  Tonte dme est immortelle, dont il tire la  preuve (bien ou mal, ce n’est pas notre  affaire) de ce qu’elle a en soi le principe  de son mouvement. Il compare ensuite notre ame,  avant qu’elle ne vienne habiter un corps,  a un attelage aile, compose de deux  chevaux et d’un cocher. L’un des  chevaux est excellent et docile ; 1’autre,  d’un mauvais naturel et retif. L’attelage  parcourt ainsi les espaces celestes, avec Deorum aliquem secutce (Socratis anima  Jovem) ea spatia permeant. In hoc volatu et illa equorum dissimilium  dissensione, alia; quidem anima; retinent  alas, et ad sublimia feruntur, contemplantur que ea etiam, qua; extra supremum coeli orbem sunt. Alia;,  qua; partim in altum elata; viderunt plura, partim ab equo illo refractario impe-  dita; ac retractae, pauciora; ruptisque  per illam equorum in diversa tendentium  luctam pennis atque amissis, cadunt, et  in corpora humana veniunt. Harum, pro gradu cognitionis  illius et inspectionis rerum coelestium  diverso, novem classes constituit. Qua plurimum veritatis et rerum cœlestium vidit anima, ea inseritur semini, e  quo nascatur aliquis sapientias, pulchri,  doctrinas, et amoris studiosus, st? yovfjV] son cochcr, et s’elance a la suite de l’un  des douze dieux (1 ’ame de Socrate suivait Jupiter). Dans cette course a travers  les espaces et malgre la lutte des deux  chevaux, si dissemblables, quelques ames  parviennent a garder leurs ailes, voya-  gent dans les regions etherees et contemplent meme ce qui est au dela de la  voute du ciel. Les autres, parfois emportees jusqu'aux plus hautes regions,  parfois retenues et embarrassees par le  cheval retif, n’arrivent qu’a connaitre  une partie des mysteres ; dans cette lutte  des chevaux qui tirent en sens inverse,  elles brisent et perdent leurs ailes; ces  ames tombent alors sur terre et sont  emprisonneesdans les corps des hommes. Suivant le degre de connaissance  qu'elles ont atteint dans la contempla-  tion des essences, Socrate divise en neuf  classes ces ames dechues. Celle qui a  per9u le plus de verite et de choses  sublimes, vient animer le germe d’ou  naitra un homme tont entier consacre au avopo? ycV7]ao[j.c'vO’j ? oiXoao^ou, 7) <pt\oxaXou, tj  fi.ouaixou Ttvos, x at spamxoy. Secundi fastigii anima animabit regem, legibus, bello, imperio, potentem : tertiae classis anima  civitatis familiaeque regendae et rei fa-  ciendae peritum : quartae, laboris amantem eundemque in exercendis sanan-  disve versantem corporibus : quinti  ordinis animae vitam habebunt in vaticinando, aut in castimoniis initiisque  mysteriorum occupatam : sexti, poetas: septimi, geometras aut fabros: octavi  sophistas aut cum factione populares:  noni denique animabunt tyrannidis cu-  pidos. Multa hic nec injucunda de hoc  ordine, de his vitee generibus, disputandi  occasio: sed maneamus in argumento  nostro. Ha’ omnes anima?, cum morte discesserunt a corporibus, in locum vel pce- [culte de la sagesse, de la beaute, de la  Science et de Vamour ; Vdme du second  degre vivra dans le corps d’un roi juste,  belliqueux et capable de commandere  celle du troisieme fonnera un homme  habile a administrer sa famille, sa cite  ou la chose publique; celle du quatrieme  un athldte laborieux ou un medecin, tous  deux occupes soit d exercer le corps  humain, soit d le guerir; les ames de la  cinquibme classe passeront leur vie, soit  d predire 1’avenir, soit d initier aux  abstinences et aux mysteres ; celles de la  sixieme former ont des poetes ; celles de  la septieme, des laboureurs ou des ouvriers,- celles de la huitieme, des sophistes  ou des chefs de factions populaires ;  celles de la neuvidme, enfin, des tyrans.  Ce serait peut-etre 1 ’occasion de dispu-  ter, et non sans agrement, des rangs  assignes a ces ames et de leur genre de  vie: mais restons dans notre sujet. Toutes ces ames,quandle trepas les a  separees du corps, parviennent au sejour narum vel pr cerni orum perveniunt, et  mille exactis annis, accipiunt potestatem eligendi sibi nova corpora, vitas  novas, sive hominum sive bestiarum.  Quce anima ter sibi, exactis millenis illis  annis, primam istam sedulo philosophantis, sive pueros cum philosophia  amantis, vitam delegerit tou  <ptXocrocprjaavto; aooXc. 05, r] "atospaaxrJcjavTO;  [j.£xa <ptXoao<p''a;, ea, absoluta ista ter mille  annorum periodo, pennas denuo accipit,  quibus ut ante tolli, deum aliquem sequi,  contemplari cœlestia, queat: cum reliquarum octo classium animae, non nisi  decies mille annorum periodo absoluta, in primam illam conditionem restituantur. Hoc ipsum quod primam et felicissimam classem Pæderastarum philosophantium constituit, quod tantum prae-  mium illis, compendium septies mille  annorum, tribuit Mythi hujus s. Allegoria ? auctor, sive Socrates fuit, sive Plato ; hoc ipsum igitur jam satis monere  nos poterat, non posse hic sermonem esse  de re ita turpi, quam fuisse illud, cujus des peines et des recompenses, et au bout  de mille annees, recoivent la permission  de choisir de nouveaux corps, soitd’hom-  mes soit de betes, et de vivre de nou-  velles vies. L’ame qui, durant trois revo-  lutions de mille annees, trois fois de  suite a choisi Texistence d’un homme  quicultive sincerement la philosophie, ou  qui aime les jeunes gens d'un amour  philosophique, a 1’expiration de cette  triple periode, recouvre les ailes qidelle  possedait autrefois et peut, comme au-paravant, suivre l’un des dieux et contempler les essences celestes. Les huit  autres classes ne retournent a cette condition premiere qu’apres une revolution  de dix mille annees. Ainsi la premiere  classe et la plus heureuse est celle des  philosophes amis des jeunes gens, et l’inventeur de ce mythe ou allegorie, que  ce soit Socrate ou Platon, la favorise  d’une exemption de sept mille annees:  cela seul nous avertit assez qu’il ne peut  etre question ici de ce vice infame dont  on accuse Socrate et que d’ailleurs les 3postulatur Socrates, ipsis etiam legibus Atticis, paullo post ostendemus: sed magis hoc apparebit, si quis ea, qu ce sequuntur, apud Platonem paullo attentius  considerare mecum voluerit. Intelligentia hominum, ex pluribus  rebus sensu perceptis collecta, nihil est  aliud, quam recordatio illorum, quae  anima in illo volatu suo coelesti viderat,  quae sola verum illud ens sunt (t 6 ov-co;  ov, , A). Haec intelligentia maxima  est in illa prima philo sophantium pæderastarum classe : haec ipsa est, ob quam  alas soli recipiunt, quibus volatum illum  coelestem, deorumque comitatum tentant:  præ qua terrena hæc, et sensus externos  ferientia, ita negligunt, ut male sani  aliis et furiosi videantur, icocpa -/.ivouvts?,  quos commotos s. commotce mentis  vocat ORAZIO (si veda) (Serm.),  cum re vera divino quodam spiritu agitentur, svOouaux^oviss, qui illos semper ad  coelestem illam pulchritudinem revocet,  quam in priore volatu viderant. lois Athenicnnes reprimaient, comme je  le demontrerai tout a 1’heure; cela deviendra plus evident encore pour qui  voudra bien examiner attentivement  avec moi ce qui suit dans Platon. i3. L’intelligence humaine est formce  de la reunion des idees percues a l’aide  des sensations, et les idees ne sont rien  autre chose que les reminiscences de  ce que 1’ame a vu anterieurement dans son vol celeste, c’est-a-dire des essences  veritables. Or 1’intelligence la plus complete appartient a la premiere classe, a  celle des philosophes amis zeles des  jeunes gens, et c’est pourquoi seuls iis  recouvrent les ailes a 1’aide desquelles  iis pourront essayer de nouveau de par-courir le ciel et suivre le cortege des  dieux. Detaches des soins terrestres et  de tout ce qui frappe les organes, iis passent pour des insenses et des hommes en  delire, -apa/ivoSvis?, de ceux que ORAZIO (si veda)  appelle des fren^tiqucs, des esprits troubles, tandis que vraiment ce sont des en- [Hæc pulchritudo, qucc inest in  sensu, <ppov 7 ]<m, in mentis  qua vult et intelligit prostantia, si ita in  oculos, ut alia quce videri his possunt,  incideret, ad mirabiles sui amores exci-  tatura esset. Jam pulchritudo sola corporum, hanc (Aotpav habet, hoc velut fatum,  et conditionem, uti subeat oculos, ut amo-  rem moveat. Hinc ponamus ipsa verba,  ut existimare melius ac certius de tota  re possint etiam, quibus ad manus non est  Plato ipse, vel magnum volumen de pluteo  promere non lubet. c O piv oOv pu] vsoxeXt];, Jj otscpQappivos, oux otjiiog evOevOs Exstas ©s'psxat  7ip6; auxo xo xaXXo;, Ostopisvo; a3xou xrjv xrjoE  smavupiiav. waxs ou as'6sxat 7rpoaopojv, aXX’  7]3ov^ 7:apaoou;, zBzpdtTzodog vo ptco (Batvstv S7Ct-  y stpsT xat 7iat8oa7EOpstv. xal u6pst x:poao|j.tXaiv,  ou os'ootxsv ou 8’ ata/uvsxai IIAPA ‘I^TXIIN. Notabile est, Platoni etiam de Ijcgib. r.  thousiastes, agites comme d’un transport  divin, qui les attire sans cesse vers cette  beaute celeste precedemment entrevue  par eux dans leur vol. [Cette beaute, dont Pessence reside  dans un sens particulier, la sagesse,  source de la volonte et de 1’intelligence,  s’il etait donne a l’oeil de 1’apercevoir,  comme toutes les autres choses visi - bles, elle nous exciterait a d’admirables  amours. Mais c’est seulement la beaute  corporelle, telle est sa necessite fatale et sa  nature, qui frappe les yeux et nous porte  a 1’amour. Ici nous placerons le texte  meme afin que ceux qui n’ont point Platon sous la main ou qui ne se soucient  pas de tirer du rayon un gros volume,  puissent se faire une opinion en toute  E. hanc turpitudinem appsvwv np 6?  appevag, Ij OrjXsTwv xpog OrjXsix;, to ITAPA  •bTSIN To'X[j.7)p.a appellari. Non igitur Platonem, vel Socratem adeo, feriunt divina illa fulmina Pauli Rom. /, 26 . sq., ut neque ea, qua ? in  idolatriam vibrantur. f,5ov7]v 0 -W.ojv. '0 8e apttteXrj?, 6 twv xdxe  TroXuGcapojv, oxav OsoEtSsg r.poaioTzov' t07), -/.aX-  Xo; eu [j.E[j.vr ( [x£vov rj uva ac;o$fj.axo ios'av  oj? Geov a£'6sxai. Hcec ita verto, Hic ergo,  qui non est nuper illis mysteriis coeles-  tibus in illo volatu animarum initiatus,  aut, initiatus cum esset, corruptus est,  non celeriter, ut oportebat, hinc, ab hac  corporea, non vera, pulchritudine, illuc  fertur ad ipsam veram, coelestem pulchritudinem, cujus hic videt nomen,  umbram, similitudinem : itaque neque  inter adspiciendum eam, divinum quiddam colit: sed libidini se tradens, quadrupedis ritu inscendere formosum conatur, et genitale semen profundere, et  cum contumelia congressus formoso corpori, non veretur, nec  erubescit PRXETER NATURAM libidinem persequi. At ille nuper initiatus, qui multa eorum quae tum videbat, contemplatus est, ubi vultum divino similem conspexit, qui pulchritudinem illam veram bene imitetur, aut incorpoream quandam illius speciem, verbo, certitudc. L’homme qui n’a pas un  « souvenir recent de son initiation aux mysteres, ou qui, recemment initie, s’est laisse depraver, ne s’eleve pas facilement, comme il faudrait, de cette beaute corporelle, qui n’est pas la vraie, a cette beaute celeste, absolue,  « dont il ne rencontre ici-bas que le nom, 1’ombre, la ressemblance; en 1’apercevant il n’y respecte rien de divin. Entraine par la volupte, il se precipite, comme une brute, sur 1’objet de ses desirs, ne cherche qu’a genitale semen profundere et, outrageant ce beau corps qu ? il etreint, il n’a pas honte, il ne rougit pas de poursuivre un plaisir contre nature. Au contraire, l’homme, encore plein des saints mysteres qu’il a longtemps contemples autrefois, 11 est remarquable que Platon, meme dans ses  Lois, appelle crime contre nature le commerce honteux marium cum maribus, et feminarum cum feminis. Les foudres de Saint Paul (Ep . aux Rom.) n’atteignent donc ni Platon ni Socrate, pas plus  que celles qu’il lance contre 1’idolatrie. virtutem speciosam:  Dei instar  colit. Deinde enarrat pheenomena quædam hujus sancti et philosophici amoris,  similia, ex parte Venerei, et quomodo  illa alce, quas amiserat anima, hinc de  novo crescant, sub Allegoria perpetua  describit, qua nihil aliud tandem indicat,  quam enthusiasmum quendam, et injectam divinitus philosopho cupiditatem  versandi cum pulchris, h. e. ingenio vel  forma potentibus, adolescentulis: quos  nempe captabat Socrates, qui sciret, cum  facilius sit formare ad sapientiam et  virtutem hanc aetatem, tum hos esse, a  quibus futura civitatis fortuna pendeat.  Hinc est quod se venari pulchros non dis-  simulabat (vid. Protagora > principium,  frustra reprehensum Cyrillo contra  Julia), quod Xenophontem baculo etiam transverso objecto  et l’amour grec q'3 en presence d’un visage presque divin ou d’un corps dont les formes lui rapit pellent 1’essence de la beaute, c’est-a-dire 1’essence de la vertu, adore comme  « en presence de la divinite. Platon retrace ensuite quelques-uns des phenornenes de ce saint et phi-  losophique amour, parfois peu different  de l’autre; il montre aussi comment re-  poussent les ailes autrefois perdues par  rame. C’est une allegorie perpetuelle  dont la conclusion est que le philosophe  con^oit, par une sorte de grace divine,  le plus fervent desir de vivre au milicu  des beaux adolescents distingues par la  perfection de leurs formes ou par leurs  dispositions naturelles. C’est ceux-la, en  effet, que Socrate ambitionnait de gagner,  sachant qu’il est facile, a cet age, de les  tourner au bien et a la vertu, et que  c’est d’eux que dependent les futurs destins de la Republique. II appelait cela  prendre les beaux garcons dans ses filets  (voyez la-dcssus le commencement du. velut exceptum, sibi adjunxit (Diog.  Laert.). Ipsum illud hinc est, quod GINNASIA, conviviaque et deambulationes, quoscunque denique juvenum coetus,  sequebatur, quod ludos et jocos non refugiebat, quod se plane communem illis  faciebat, nec irrideri aut peti maledictis refugiens. Ipsa illa ironia perpetua,  quod doceri se velle simularet, certe discendi causa disputare, ut accessum ad  Sophistas illi dabat, ita adolescentulo-  rum super bulæ de se opinioni et præcipitantiæ blandiri videbatur. Sed pergamus Platonis Mython enarrare. FILOSOFI illi amatores pulchrorum non indiscretim omnes amant, sed  (p. Sdy, C) quem quisque in illo coelesti  volatu Deum secutus est, ejus Dei si-  milem sibi quaerit amasium; qui Jovem,  ut Socrates, Jovialem (Auvov x wa), Martia-  lem vero qui Martem, et sic Junonios. ET Protagoras, blame a tort par Saint Cyrille), et il se fit de la sorte un disciple  de Xenophon qu’il arreta en lui barrant  le passage avec son baton. Voila pour-  quoi aussi il frequentait les gymnases,  les banquets, les promenades, tous les  lieux de reunion des jeunes gens, ne  fuyait ni les jeux ni les badinages, s’entretenait avec tous et s’inquietait peu de  preter a rire aux medisants. Cette ironie  perpetuelle grace a laquelle il feignait  toujours de vouloir apprendre, pour  mieux enseigner, lui donnait acces au-pres des Sophistes et flattait aussi la suffisance et la presomption de la jeunesse.  Mais achevons d’exposer le Mythe de  Platon. Ces FILOSOFI amoureux des  beaux garcons ne s’attachent pas indistinctement a tous; selon le dieu quhls  accompagnaient dans les espaces etheres, chacun d’eux choisit parmi les anciens  suivants du meme dieu celui qu’il doit  aimcr. L’ame qui etait, comme celle de Bacchicos, Apollineos : et talem ubi inventum amare coeperint, faciunt omnia,  uti Deo illi, quem ipsi secuti sunt, et cu-  jus jam similitudinem quandam in ipso  deprehenderunt, sibique adeo, reddant  quam similimum. Ita Socrates, Jovis in  illo volatu satelles, quaerit Joviales, amatores natura sapientiae, et natos ad imperandum. Hactenus ergo bene res habet, sancti tales Paederaslce, J elices qui  sic amantur. Sed nec dissimulanda sunt quae  sequuntur apud Platonem. Redit Socrates ad superiorem illum de Anima Mythum, quam triplicis naturæ ponit scilicet. Sunt vellit equi duo,  est auriga. Equorum alter bonus, sanus, verecundus, gloria amator, qui sine plagis, sola ratione auriga regitur : pravus  alter, qui multum ac temere una aufera- [Socrate, dans le cortegc de Jupiter, recherche un suivant de Jupiter, et ainsi  des autres qui avaient choisi Mars, ou  Junon, ou Bacchus ou Apollon. Des  qu’ils Pont trouve, iis s’efforcent de  rendre celui qu’ils aiment semblable a ce  dieu dont iis retrouvent en eux-memes  le caractere. Ainsi Socrate, satellite de  Jupiter, recherchait pour les cherir ceux  qui avaient aussi suivi ce dieu, c’est-a-  dire ceux qui, par nature, etaient portes  a la sagesse et a la domination. Jusqu’ici  tout va bien ; de tels Pederastes sont de  vrais saints, et bien heureux ceux qui  sont aimes de la sorte!  Mais il ne faut pas dissimuler ce  qui vient apres dans Platon. Socrate retourne au precedent Mythe de hame  qu’il a coniparee aux triples forces reu-  nies de deux chevaux et d’un cocher.  L’un des chevaux est bon, sam, plein de  retenue et d’emulation; le cocher le dirige, sans avoir besoin du fouet et par  la seule persuasion: 1’autre est mechant] tur, (impetu alieno potius feratur,  smo judicio) dura ac brevi cervice, simus,  nigri coloris, glaucis oculis, suffusus sanguine, petulantia contumeliaque gau-  dens, hirsutus circa aures, surdus, flagello ac stimulis vix tandem concedens.  Operet ? pretium videtur mali equi notas  etiam Gra } ce ponere : cxoXt 65, ~oXu; eixrj  a'j[j. 7 :scpopr]|j.^vo?, xpaTEpauyrjv, ( 3 payuipayrjXo?,  aipLOTCpoacoro;, [xsXayypa);, yAauxop.p.a“0?, oepat-  [xo;, u6p ew; xal aXa^oveiac staTpo?, zept coxa  Xaaco;, xwipog, gaartyt p.S7a xdvxpwv [xdy.; UTEclXOJV.   r<S\ Apposui Graeca, ut facilius judi-  cari possit, probabilisne sit conjectura, in  quam incidi, dum in hac equi mali de-  scriptione versor. Nempe, aut vehementer fallor, aut memorat hic Socrates non  tam equi mali proprie dicti signa, quam  sui corporis formam, quatenus vitiosum  inde ingenium colligebat physiognomon  ille Zopyrus. Hic enim, ut est apud CICERONE (DE FATO), Stupidum esse  Socratem dixit et bardum, addidit et s’emporte facilement, sans raison aucune (c 7 est-a-dire qu’il semble dirige plutot par une force exterieure que par son  propre jugement); il a 1’encolure courte  et dure, les naseaux apiatis a la maniere du singe, le poil noir, les yeux glauques  le sang le tourmente et il est toujours en  rut et en querelles ; il a, de plus, les  oreilles velues, il est insensible a tout et  n 7 obeit qu’a peine au fouet et a 1’aiguil-  lon. Il est necessaire de transcrire, dans  le texte Grec, ces marques particulieres  du mauvais cheval. J’ai cite le texte afin qu’on puisse  decider si la conjecture que me suggere  cette description du cheval retif a quel-  que vraisemblance. Ou je me trompe  fort, ou Socrate ici retrace moins les ca-  racteres d 7 un cheval defectueux que son  propre portrait, dans lequel le physionomiste Zopyre trouvait les indices d’un  naturel vicieux. Zopyre, au dire de  CICERONE (Du Destin) pretendait  en effet que Socrate etait lourd et stuetiam mulierosum. Illud de stupore convenire cum Homzne xpaTepau/7)v et (3payuxpa-  mox declarabitur: quod muliero-  sum dicebat, illud cum G6psa Ixatpop con-  gruit : novimus enim quos uSp-.sxa; tum  dixerit Græcia. Porro illud aipio-pd-  aw-ov plane pertinet ad notationem Socra-  tis, in quo cum deridetur a Critobulo,  tum ipse suaviter sibi illudit, et in eo  patulisque non modo deorsum sed in hori-  qontem naribus, non minus quam in ocu-  lis ultra frontem eminentibus, et labio-  [Unum ponamus exemplum e libello, quipree  manu est, Aristotelis Physignom. c. ult. p. / 18 1,  E. 01 (Jisya cpcnvotjvxs; papuxovov, OSpiaxa^. Ava-  tpspexat £~1 xoj; ovoj;. Physiognomones e similitudine vocis asinina: argumentum ducunt ad libi-  dinem asininam. Conf. § 14, it. 32 .   (2) Xenoph. Sympos. c. 4, § /p, Socrates ad  Critobulum, formee sua: jactatorem, x; xoDxo ; w?  yap /a! Ip.o 0 ' zaXXtcjjv wv xauxa v.oxt.xCv.c,, Quid  istuc? quasi me quoque pulchrior esses, ita gloriaris.  Ad qua: Critobulus, Nrj Ata, rj Ttavxcov SsiX7jvwv  xmv sv aaxupixoh; alaytaxo; av eVtjv . Nisi te formosior essem, ait, essem Sileuorum, qui in Satyri-  cis fabulis in scenam veniunt, turpissimus. pide; il aurait ajoute : adonrtd anx plai-  sirs veneriens. Pource qui est dela lour-  deur, cela concorde avec 1’encolure  courte et dure ; adonne anx plaisirs ve-  neriens, repond a &'6peto; ItaTpo;. Nous  savons, en effet, quels etaient ceux que  les Grecs appelaient uSpiatat'. Quant a  la face simiesque, cette designation s’ap-  plique parfaitement au portrait de So-  crate ; il y a fait lui-meme agreablement  allusion en repondant aux moqueries de  Critobule. Il avoue que toute sa  beaute consiste en un nez epate et me-  nafant le ciel, en des yeux saillants et [Contentons-nous d’un seul exemple tird du livre  que nous avons sous la main, le De Physiognomia,  d’Aristote : Ceux qui ont la voix forte et grave  sont &6picrcai, par similitude avec Vane. De ce que  la voix £tait bruyante comme celle de l’ane, les phy-  sionomistes conci uaient qu’on devait avoir le temperament lascif de cet animal. Xenophon (Banquet). Socrate dit il  Critobule, qui vante sa propre beautd: Quoi donc?  Tu crois etre plus beau que moi? Critobule lui  repond: Si je n’etais plus beau que toi,je serais  le plus affreux de ces Silenes que Von voit paraitre  dans les drames salyriques.] rum tumore molli, pulchritudinem suam  prcedicat (Xenoph. Sympos? c. sicut  in Platonis Convivio Sileni  s. Satyri formam Alcibiades illi tribuit :  et in Tlieceteti Platonici principio Theodorus negat pulchrum esse Thecetetum,  cum sit Socrati similis, tQ te cijxo-rjta xat  to s£w twv o[j.[j.aTtov, naso simo et eminen-  tibus oculis, licet minus quam Socrates utraque re sit notabilis. Nempe hcec si-  gna cum haberentur, et naturales quae-  dam notce, hominis libidinosi, iracundi  et stupidi, non negabat illud Socrates,  verum eo majoris faciendam esse FILOSOFIA ostendebat, quee tantum contra  vitiosam naturam valeret. Quoniam hic sumus, non injucun-  dum forte fuerit lectoribus nostris in  rem quasi preesentem ire, et ex artis,  qualis tum erat, praeceptis, Zopyri judicium defendere. Vix autem opus est  admoneri lectores, non hoc agi, Num  veri aliquid sit in ea arte? Num ipso   des levres gonflees comme un abces ; de  meme dans le Banquet de Platon, Alcibiade compare son masque a celui de  Silene ou d’un satyre, et au commencement du Theatdte, l’un des interlocuteurs, Theodore, refuse toute grace a  Theatete en disant qu’il ressemble a Socrate, qu’il est camard et que les yeux  lui sortent de la tete; que pour etre chez  lui moins apparents que chez le maitre,  ces defauts n’ensontpas moins sensibles.  Socrate ne niait pas d’ailleurs que ces  particularites physiques n’indiquassent  un homme lascif, violent et d’un esprit  paresseux ; il en concluait seulement en  faveur de la Philosophie qui parvient a dompter un si vicieux naturel. Pendant que nous y sommes, il ne  deplaira peut-etre pas au lecteur d’aller  plus au fond sur ce chapitre et de defendre les idees de Zopyre, idees basees  sur des regles alors acceptees. Il nes’agit  pas de savoir si cette Science est sure;  est-ce que 1 ’excmplc meme de Socrate   etiam Socratis exemplo ea refellatur, et  vanitatis convincatur? sed hoc modo,  quod dixi, Utrum Zopyrus ex arte, et  ut oportebat, judicium de illo tulerit? Exstat in operibus Aristotelis libellus, <J>uaioyvoj[juxa inscriptus, quo superiorum  hujus artis consultorum collegisse prae-  cepta videtur . Hinc ea, quee ad formam  Socratis, qua ? ad equi hujus mythici naturam pertinent, huc transferamus. Igitur inter ’Avai-  c07j- ou hoc est stupidi, et sensu communi  pene carentis signa sunt ~'x nepl tov auysv a  aap'/.oj07) 7.ocl G'j[j.7ZB7zXsj[isva x a\ auvo£ 0 £|j.£va,  Ea quas adjacent collo carnosa, complexa et colligata, itemque cervix crassa,  XGxytjkoq -ayjj;. Et Oi?  Ta "£p\ ta; xXeTBoc; aug~£pi~£cppaY(x£va £<ruv,  avodaQiyroL. Nonne totidem fere verbis CICERONEZopyrus? Stupidum esse  Socratem, et bardum quod jugula concava non haberet, obstructas eas partes  et obturatas. Alia adhuc mala signifeat  ista conformatio. Olc xpd.yrj.oc r.ayyc xai ne temoigne pas du contraire ? Mais  Zopyre en a-t-il tire, en ce qui concerne  notre Philosophe, un pronostic judi-  cieux ? II y a dans les oeuvres d’Aristote  un opuscule intitule Physionomiques ou  ce philosophe parait avoir recueilli les  regles admises avant lui par les habiles.  Nous transcrirons celles qui se rapportent au portrait de Socrate et au caractere de son cheval mythique.  D ? apres Aristote (chap. m), les in-  dices d’un esprit lourd et presque prive  du sens commun sont le gonflement des  chairs qui avoisinent le cou, leur engor-  gement et leur replelion- ce qu’il con-  firme en disant au chapitre vi : « C’cst  un signe de betise que d’ avoir 1’cncolure  epaisse. Zopyre, dans CICERONE, n’ex-  prime-t-il pas la meme idee? Socrate,  dit-il, etait lourd et stupide, parce quii  navait pas le cou bien degage, que ces  parties etaient cheq lui comme engorgees  et obstruees. Cette conformation indi-  que cncore bien d’autrcs dcfauts : la  TzlioK, 0 o 1 uo£i 8 e!'s, Crassa et plena cervix iracundos signat, exemplo taurorum: Ol?  8s [Bpayjj; ayav, irdfi ouXoi, Brevis nimium quibus est, ii sunt homines insidiosi, lu-  porum instar. Talem modo vidimus  illum malum equum, xpaxepauyeva et [Bpa-  yuxpayjiXov. Talem nisi fallor se indicat  Socrates, aut potius talem significat  Plato Socratem, a natura fuisse.  Videamus reliqua. Equus malus  Socratis est  sp\ xa wxa ).asto;, hirsutus  circa aures. Libidinosi, Xayvou, apud  Aristotelem o t  xpdxoupot oaa$T?, densa pilis i. e. hirsuta  tempora. Deinde oi  xa yecXrj “aysa eyovxe; puopoi avacpdpexai  £7ii xou; ovou;. Physiognomones crassa labia  stultitiae characterem faciunt, ob simili-  tudinem asinorum. Quid de se Socrates  (Xenoph.) in ludicra cum pulchro  Critobulo contentione? Ata 76 r.ayla. syeiv  xa ylCkt], oux otst xa\ [xaXaxaSxspdv oou 'iyv.v xo  csfX7]p.a; Propter labia crassa suum putat  osculum mollius. Et, v Eotxa syw xaxa xov nuque epaisse et charnue denote un  homme violent, par similitudo avec le  taure au ; ceux qui l’ont trop courte sont  ruses, par similitude avec le loup. Or,  cette indication, 1’encolure epaisse et  courte, figure parmi les marques du  mauvais cheval. Si je ne me trompe  Socrate avoue qu’il etait bati de la sorte,  ou plutot c’est ainsi que le depeint Platon. Voyons le reste. Le mauvais cheval Socratique a les oreilles velues: Aristote designe comme libertins ceux qui  ont du poil jusques sur les tempes. De  plus, les physionomistes notent les  grosses levres comme un indice de betise,  par similitude avec 1’ane. Or que lisonsnons dans la plaisante discussion (Xenophon) de Socrate avec Critobule? A cause de ses l&vres charnues il pense  que son baiser est plus sensuel, et plus  loin: Je te par ais avoir, 6 Critobule,  une bouche plus difforme que celle de  Vane, avec ces bourrelets qui me tienncnt  lieu de levres. aov Xoyov x at Ttov Ovojv aiayiov to GTOu.a lysiv,  turpius os quam habent asini illum  mollem labiorum tumorem habere tibi,  o Critobule, videor. Simus fuit, ut vidimus, Socrates :  at|jio-po'ato7:o; est malus equus. Quid Phy-  siognomones, atque adeo Zopyrus ? Si  fides Aristoteli (c. 6. p. iiyg, B.) 01  G'|j.7jV Eyovts; piva, Xayvor avacpspezai i~\ tou;  iXa^ou;, Simi sunt libidinosi, exemplo cervorum. Patulas quoque versus nares  suas, qu£e possint odores undecunque  oblatos excipere, laudat sipojv Socrates  Xenophonteus, pra ? Critobuli naribus  humo obversis. Ot ;xev yao ao\ (xuxT7jpE; ei;  yrjv opcSat, ol 8’ eijloi ava“£"tavTat, wgte tx;  T:av~o0£v oGua; izpoa ov/yOou. At Physiognomones (I . C.), 0:; o! p.uxT7jp£$ ava"E^"a-  pL^vot, OupiojoEi;, Iracundi sunt, quorum  patula? nares, quod in ira diffundi so-  lent. Iracundum valde a natura fuisse  Socratem, non soli credamus Cy r rillo,  quamvis Porphyrium auctorem laudat,  qui ab Aristoxeno se illud dicat acce -  [Socrate, nous le savons, etait camard; son mauvais cheval a les naseaux  ecrases du singe. Quel indice en tirent  les physionomistes et Zopyre ? Aristote  dit. Les camards sont lascifs, par similitude avec le cerf. Socrate declare  quii a les narines lar gement ouvertes,  comme pour subodorer de toutes parts  les parfums. Jaime mieux cela, dit-il,  que d’avoir, comme Critobule, un ne^  penche vers le sol. Mais d’apres les phy-  sionomistes, c’est 1’indice d’un tempera-  ment porte a la colere. Que Socrate ait  etedun naturel violent, nous ne nous en  rapporterons pas la-dessus seulement a  Saint Cyrille, quoique son temoignage  soit corrobore de ceux de Porphyre etd’Aristoxene et qu’il dise en propres termes: Socrate etait devenu si irritable qu’il  ne pouvait moderer ni ses paroles ni ses   pisse, ’'Ote <pXe-/0e't7] utzo zou TrdOou; toutou [de  ira sermo est) ostvrjv etvat xr ( v aayr][jLO(Hjvr)v ouoevo; yap ouxe ovopiato; azoa^saOat oSxe  -payjj.ato;, Eo importunitatis progressum,  ut nullo neque verbo neque opere abstineret : sed ipsi de se credamus Socrati,  qui tam gravi ac molesto sibi, quam fuit  Xanthippe, patientia ? et mansuetudinis  gymnasio opus fuisse, fassus sit apud  Xenophontem [Sympos.) BouXo'|ievo;,  dv0pco7tot; y prjoOat jcat opuXe Tv, Tauxrjv x&ttj-  ptat, sii eloco;, oxt, et lauxrjv 'j"Otaco, PAAIQS  TOIS TE AAAOIS 'AIIASIN, avOptfaoic  auveaouat, Quam ferre si posset, facilis  esset cum aliis omnibus conversatio. Unum superest : e^^OaXpto; erat  Socrates. Itaque ita jocabundus disputat  cum pulchro Critobulo, ut cum primo  convenisset, Pulchras esse res, quatenus  respondeant consilio, propter quod ha-  bentur; roget eum, Cujus rei gratia ha-  beamus oculos? eoque, ut necesse erat,  respondente, Ad videndum, inferat,  Suos ergo pulchriores esse, qui Sta zo   actions ». Croyons-en Socrate lui-meme;  dans le Banquet de Xenophon, il avoue  que le caractere acariatre de Xanthippe  fut pour lui la meilleure ecole de pa-  tience et de douceur; que par la suite il  lui fut plus facile de supporter la contradici ion.  Il ne reste plus qu’une chose : So-  crate avait les yeux saillants. Il dispute  la-dessus agreablement avee le beau Cri-  tobule, et le fait convenir d’abord que  toute chose est belle pourvu qu’elle re-  ponde au but en vue duquel elle existe.  Il lui demande alors : Pourquoi faire  avons-nous des yeux ? Pour voir, repond naturellement Critobule. E/i bien  alors, dit Socrate, mes yeux sont les plus  beaux de tous, car iis me sortent de la  £7it-oXatot sivat, quod emineant, non ea  modo, quas exadversum sint videant, sed  etiam quae a latere. Et cum diceretur,  secundum hmc pulcherrime oculatum  (euo^OaXjj-GTa-ov) animal esse cancrum,  id ipsum affirmat. Jam Physiognomon  Aristoteles"Oaoi i£6z>-  OaXjjiot, inquit, aS&vepoi, Fatui sunt, quibus  oculi eminent : rationem petit ab judicio  quodam decoris et convenientia naturali,  et ab similitudine asinorum. Male de  horum gente meritus est Stagirita :  quce videtur ex hoc prcesertim libello  contraxisse infamiam illam, qua ab eo  inde tempore, et Platonis quibusdam  dictis, onerata est : honestum superiori  cetate animal, cujus majestatem, ut Var-  roniano verbo utamur, (de R. R.) adhuc agnoscebat Homerus. De hac  re adjicietur potius huic disputationi  quoddam corollarium, quam ut longius  digrediamur a Socrate.   tete, si bien que je puis voir non-seulement devant moi, mais et droite et d  gaiiche. Son interlocuteur lui repond  qu’a ce compte les crabes ont de tres-beaux yeux, et Socrate affirme que c’est  parfaitement vrai. Or, d’apres Aristote,  les yeux saillants sont 1’indice de la sot-  tise; il tire ce pronostic de certains rap-  ports naturels de convenance, de syme-  trie, et de la ressemblance que ces yeux  offrent avec ceux des anes. Le philosophe  de Stagyre a par la bien mal merite de  cette race inoffensive, et ce doit etre a  partir de ce petit traite qu’il acquit le  mauvais renoni confirme depuis par  Platon lui-meme. L’ane, cet honnete  animal, etait mieux apprecie des genera-  tions precedentes, et Homere se plaisait,  suivant le mot de Varron, a lui reconnaitre de la majeste. Nous ferons de cela  un corollaire a cette dissertation pour ne  pas trop nous eloigner presentement de  Socrate. Gesner a «Jcrit un appendice intitulc De antiqua  Nempe tempus est, ut videamus,  quorsum evadat ille de bono et malo equo Myihus. Ad conspectum pulchri bonus ille quidem aurigee  obsequitur, contineri se patitur, malo  alteri, quantum potest reluctatur. Simile  certamen est in pulchro, qui amatur:  repugnat malo isti equo bonus illius  jugalis, hic enim est 6 [xo'£u£,  et ipse auriga adeo repugnat [aet’ dtSous  xat Xdyou, cum pudore et recta ratione. Si  ergo ita vincant meliora, et ad vitam  ordinatam, quae eadem FILOSOFIA est,  ducant illum currum, beatam et concor-  dem hic vitam agunt continentes se, et  decus suum tuentes, syxpatcTs auroiv xat  xdajjuot ovtss, in servitutem redacto illo  equo, cui vitiositas animae inerat; in libertatem asserto eo, cui virtus. Tandem  vero alati ac leves denuo facti, sic de tribus illis certaminibus asinorum honestate, imprime i la suite du Socrates  sanctus pcederasta ; il ne nous a pas sembl£ otfrir  assez d’interet pour Ctre traduit. II est temps de voir ou il veut en  venir avec son Mythe du bon et du mauvais cheval. A Taspect de la beaute, ie  coursier docile obeit au cocher et se laisse  contenir; il resiste de toutes ses forces a  son mauvais compagnon. L/objet aime est lui-meme en proie aunesemblablelutte;  son bon cheval se defend contre les tentatives de son mauvais compagnon d’attelage, que de plus le cocher s’efforce de  contenir par la pudeur et la raison. Si les  meilleurs instincts remportent la victoire  et conduisent le char dans les chemins de  la vie rangee, cest-d-dire de la FILOSOFIA, les deux amant s vivent dans le bon-  heur et bunion, maitres d’ eux-memes  et regles dans leurs mceurs : iis ont  dompte le mauvais cheval, qui repre-  sente le vice, et affranchi 1’autre qui represente la vertu. Recouvrant enfin leurs  t ailes et leur legbrete primitives, iis sor-  tent vainqueurs de ces trois luttes vraiment Olympiques dont nous avons parle  plus haut. Socrate peut donc dire*sans  hesitation que ccux qui se prescrvcnt.  vere Olympicis, unum vicerunt. Absque  hcesitatione igitur beatissimos esse dicit,  qui se puros et castos ab amore Venereo  servaverint. At nunc sequitur apud Platonem,  in quo defendere illum, Platonem, in-  quam, nam Socratis causam hic segre-  gandum putamus (vid. 6) paullo diffi-  cilius est; tacuisset enim forte sapientius :  sed non iniquum (i) excusare. Nempe  his, quee modo prolata sunt, subjungit,  quee non scripta equidem malim : sed  pono, ne quid dissimulasse videar, ne  parum bona fide egisse. Quam vero caute,  quam suspensa velut manu illud ulcus  tractet, videre opera? pretium est. Eav’  os 8tatT7) <popzi7Ui)~ipx ~z xat A<I>IAO—  cptXoTtjxu) 8s yprfacjvzx'., -i/' av ~oj ev uiOat;  sitivi a)xA7) dasXsta Tci> axoXaTCto ajTOtv Gno-  JXiytco XaSovTE, xa\ tjrjya; xopojpo-j; aovaya-  yovTE et; toeutov, tf ( v u ~6 :wv -oXX oiv [xaxaot-    fi) Multum certe facilior causa Platonis, quam  alicujus Beneventani Episcopi: aut aliorum, quos  vrxterco sciens. purs et chastes, de 1’amour Venerien,  jouissent de la plus grande beatitude. Ce qui suit, chez Platon, est un  peu plus difficile a expliquer; chez Platon, disons-nous, car ici nous croyons  devoir separer sa cause de celle de Socrate; evidemment il aurait mieux fait  de se taire, mais il n’cst pas impossible  de l’excuser. A ces choses sublimes  que nous venons de transcrire, il en  ajoute d’autres que j’aimerais mieux lui  voir passer sous silence; je les exposerai  cependant, de peur de paraitre rien dissi-  muler et manquer un peu de bonne foi.  Il faut ici donner le texte pour qu’on [Son cas est en effet moins grave que celui de  certain eveque de Bdnevent et de quelques autres que  je ne veux pas nommer. L’auteur fait ici allusion  a 1’archeveque Giovanni .delia Casa et a son fameux  Capitolo dei forno ; mais il ne 1’avait probablement  pas lu, et il se meprend, comme bien d’autres, surle  sens de ce celebre petit poeme. cTr;v atpeotv £tXcTr ( v ~t /ai Ste^pa^avxo x x X.  Si vero vitam vivant LICENTIOREM et A PHILOSOPHIA ALIENAM, ean-  demque ambitiosam, forte aliqua in  ebrietate aut qua alia negligentia depre-  hensas INCAUTAS animas equi illi  uiriusque amatoris indomiti, eodem con-  ducant, et sic illam quce beata vulgo videtur electionem faciant, et (turpe illud  facimts) peragant : eoque peracto per re-  liquum tempus utantur quidem (illa  voluptate ) sed raro, quippe qui non  omnino deliberata mente (sed deprehensi  velut incauti ) hoc agant etiam hi  præmium non parvum amatorii illius  furoris (non Venerei, de quo modo dic-  tum, sed philosophi) auferunt : in tenebras enim illas et illud sub  terram iter non veniunt, etc.  voie avec quelle prudence et sans appuyer la main, il decouvre cet ulcere de  la civilisation Grecque. S’ils embr assent, dit-il, nn genre de vie moins austdre,  etrangbre a la Philosophie et livree aux  passions desordonnees, il arrivera quau  milieu de Vivresse ou de quelque autre  etourderie les coursiers indomptes sur-  prendront leurs ames et les meneront l’un  et l’ autre au meme but,' iis prendront alors  le parti de faire ce en quoi, selon le vul-  gaire, consiste le supreme bonheur et  (c’est la le crime infame) satisferont leurs  desirs. Dans la suite, iis renouvelleront  leurs jouissances, mais rarement, parce  qxCelles ne sont pas approuvdes de l’dme  entiSre et qu’ils agissent comme par surprise et sans defense. C’est pourquoi ce  qu’il y a encore d’excellent dans leur  amour (le pur amour pliilosophique et  non le desir Venerien) recevra plus tard  sa recompcnse ; iis niront pas, aprds leur  mort, dans ces tenebres et par ces routcs  souterraines, etc.  yo Apertum est his, qui et sermonem  Platonis intelligunt, et non ultro qucerunt  crimina, non illum prcemium constituere  pceder astice turpi, non Philosophice genus  facere flagitiosum puerorum amorem :  sed summam c.ulpce esse hanc, quod dicat, si qui coelestis illius pulchritudinis,  quam in volatu illo suo viderint, desiderio icti, etiam pulchros amant, et dum  arctius eos complectantur, liberius cum  iis versentur, etiam ad turpe facinus ab  ebrietate, certe ex improviso, incauti,  proster deliberatam voluntatem, abri-  piantur, id quod ipsis contingat ob genus  vivendi licentius atque a Philosophia alienum, iis tamen prodesse primum illud7'iobiliusque philosophandi propositum, ut  non cum reliquis ad inferos mittantur,  et ad poenarum locum non  cogantur post ternas millenorum anno-  rum periodos, septem alias subire ete  sed facilius alas ut recipiant, quibus evo-  lare ad coelestia, deum aliquem sequi du-  cem possint. Hactenus reprehendat Pla-  tonem, si quis volet, non ut laudatorem. II est bien clair, pour qui veut  comprendre Platon et ne cherche pas de  griefs de son plein gre, qu J il n’assigne  pas cette recompense aux fauteurs du  vice honteux, qu’il ne fait pas de 1’ignominieux amour masculin un attribut  special des Philosophes. On voit, au con-  traire, combicn il blame ceux qui, les  yeux encore eblouis de cette beaute celeste entrevue par eux dans leur vol anterieur, con^oivent des desirs pour la  beaute terrestre, recherchent les jeunes  garcons, et a force de les embrasser etroi-  tement, devivre familierement avec eux,  se trouvent entraines a 1 ’improviste, au  milieu de livresse, par surprise et sans  que leur volonte y ait part, a conimettre  l’acte immonde; cela leur arrive, parce  qu’ils ont adopte un genre de vie trop  libre et qu’ils negligent la Philosophie.  Iis tirent cependant ce profit, de s’etre  d’abord propose pour but cette noble  Science, qu’ils ne sont pas relegues aux  enfers avec tous les autres hommes ; apres  une revolution de trois mille annees, iis  Pcederastice, sed ut clementem nimis,  lentumque adeo castigatorem : qui præsertim in aliis peccatis severum satis ac  durum se praebuerit. Sed, si cequi esse volumus, si de  nostris religionum doctoribus ecquos ex-  periri judices, videamus etiam, quid dici  pro ratione illa Platonis possit, quid pro  Socrate, quatenus et ipse non horribili  flagello sectari vitia id genus solebat.  Distinguamus legislatoris personam et  Philosophi. Legibus Atheniensium primo  antiquissimis illis a Cecrope, sanctitas Bona pars libri De re publica decimi in eo consumitur, ut a"apat~r]Tou?, a^apa[xu0rjTOU?,  implacabiles sacrificiis Deos, ostendant. Vid. pras.  extr. et conf. qua: collegit Davis. ad Gic.  de Legib. j  n’ont pas a en su.bir sept mille autres;  iis recouvrent plus vite leurs ailes et peu-  vent s’elancer vers les spheres celestes, a  la suite d’un des douze dieux. Que l’on  reproche donc a Platon, si l’on veut, non  pas de s’etre fait 1’apologiste de la Pede-  rastie, mais d’avoir ete trop clement,  de ne pas chatier assez ferme, lui surtout  qui pour de moindres fautes se montre si  dur et si severe. Mais soyons equitables; prenons  d’honnetes gens pour juges de nos Phi-  losophes, voyons ce que l’on peut dire  en faveur de Platon ou de Socrate, et  jusqu’a quel point ce dernier a vraiment  neglige de flageller le vice en question. II faut distinguer le legislateur du Phi-  losophe. Les plus anciennes lois Athe-  niennes, celles de Cecrops, proclamaient  la saintete du mariage. La loi de Dracon [II emploie la majeure partie du X® livre de sa  Republique a montrer que les dieux sont insatiables  de sacrifices. Comparez avec ce qu’a <5crit Davies  sur le Tr ciite des lois, de Cicerrr.i.   matrimoniorum constituta : Draconis  lex capite plectebat adulteros : Solon li-  beram faciebat marito potestatem sta-  tuendi in adulterum in facto deprehen-  sum, quidquid liberet. Itaque mirum  fuerit si masculam libidinem non punis-  sent. Sed bene habet : supersunt monu-  menta Solonis hac etiam de re legum, diligenter collecta a Sam. Petito (de Legibus Att. et in Commentario) prcesertim ex vEschinis in  Timarchum (edit. Aurei. Allobr.) et Demosthenis contra  Androtionem orationibus :  unde hoc constat, qui vi vel persuasione  ingenuum corrupisset, produxissetve, gravissima poena (quce ad ultimum supplicium corruptoris et productoris, in-  terdum etiam corrupti, poterat progredi) affectum esse. Qui illam patiendi pro  mercede turpitudinem admisisset, si  effugisset poenam aliam, illi neque lice-  bat inter novem Archontas esse, neque punissait de mort les adulteres; Solon  laissait la faculte au mari, dans le cas de  flagrant delit, de se faire justice comme  il 1’entendrait. II serait bien surprenant  que ces deux legislateurs fussent muets  a l’egard de Tamour masculin. Mais nous avons mieux ; il reste  des lois portees par Solon sur la matiere  divers fragments precieusement recueillis  par Samuel Petit (voy. ses Lois attiques  et le Commentaire dont il a accompagne  cet ouvrage); ii les a surtout tires du  Discours contre Timarque, d’Eschine, et  du Discours contre Androtion, de Demos-  thene. Il y est dit : Quiconque, memesans  violence, aura debauche ou prostitue un  homme de condition libre sera passible  de la peine la plus rigoureuse. Le chatiment pouvait etre la mort, dans l’un  comme dans Tautre cas, et pour le liber-  tin, comme pour savictime. C elui qui  se sera prostitue pour de l’argent, s’il  echappe a toute autre peine, ne pourra ni fungi sacerdotio, neque syndicum creari,  neque ullum magistratum vel intra vel  extra urbem, neque sortito neque suf-  fragiis, capere, neque pro Praecone s.  oratore mitti usquam, neque sententiam  dicere unquam, neque in templa publica  intrare, neque in pompa coronata et ipsum coronari, neque intra sacros fori  cancellos (evto; twv t rj; ayopa? TteptppavTT]-  P’'wv) ingredi. Si quis vero damnatus im-  pudicitiae quidquam horum fecisset, capital erat. 0avato> r7)[j.'oua0w sunt verba  legis ab As schine recitata. Plura huc  transferri opus non est, cum rarum esse  Petiti opus desierit. Summa capita habet  etiam in Themide Attica Meursius. Utrum seynpcr valuerint istce leges? annon eas perruperit interdum au etre l’un des neu f archontes, ni remplir  aucune fonction sacerdotale, ni etre nomme  delegue d’une ville; il lui est interdii dexercer aucune magistrature, soit en dedans, soit en dehors de la cite, quii  ait et e designe par le sort ou par les suffrages de ses concitoyens; d’etre en- voyd nulle part comme Herault, ou comme  orateur; de prononcer aucune sentence; de penetrer dans les temples publics; de faire partie des processions et d’y porter  une couronne sur la tetc; de franchir ienceinte sacree de l’Agora. Qiiiconque, deja condamne pour fait de prostitutiori, fera ou acceptera de faire une de ces choses sera puni de mort. Puni de mort,  tel est le texte meme de la loi lue par  Eschine. II est inutile d’en transcrire ici  davantage, car Touvrage de Samuel Petit  est loin d’etre rare ; Meursius en a meme  donne, dans sa Themis Attique, les cha-  pitres importants. Ces prescriptions eurent-elles tou-  jours force de loi? Ne purent-elles etre dacia, astus subterfugerit, eluserint  rhetores? annon ipsa poenarum gravitas  impunitati occasionem non nunquam de-  derit? an non professce impudicitiae ho-  minis utriusque sexus, libidinum publica-  rum victimce, toleratce sint? An denique  poetce non multa saepe impudenter scrip-  serint, fecerint? jam non quceritur. Uti-  nam non avxtxatrjyopia quadam repellere  possent veteres Attici cujuscunque vel sec-  tae vel cetatis homines, si qui acerbius ex-  probrare iis velint, quce de Comicorum pe-  tulantia sublegerunt illi apud Athenaeum Deipnosophistce, et quae  colligere ex illa parentum cura apud  Platonem (Conviv. p. 3ig, E), Pceda-  gogos constituentium suis filiis, qui ne  quidem colloqui suis cum amatoribus  (turpibus nimirum et flagitiosis) eos patiantur: e. i. g. a. Ceterum severitate legum eo ma-  gis opus erat, quod obtentum fiagitiis enfreintes par les audacicux, adroitemcnt  tournees par les gens ruses, eludees par  les avocats? La rigueur du chatiment ne  favorisa-t-elle pas elle-meme Timpunite? Est-ce qu’on ne tolera pas des prostitues  de profession, victimes de 1’incontinence  publique et remplissant le role de l’un et  1’autre sexe ? Les poetes n’ont-ils pas ef-  frontement deerit ces turpitudes, ne les  ont-ils pas mises en action sur la scene?  Cela ne fait aucun doute. Plut au ciel  que les Atheniens de nfimporte quelle  secte et de quelle epoque ne pussent re-  tourner Taccusation a ceux qui leur re-  procheraient trop vertement ces horreurs  etalees par les poetes comiques et recueil-  lies par les Deipnosophistes d’Athenee, ou  ce qu’on peut induire de 1’inquietude des  peres de famille confiant leurs fils, d’apres  Platon, a des precepteurs severes, pour  les empecher de s’entretenir avec leurs amis, des amis infames et detestables.   3o. Les lois devaient etre d’autant plus  severes, que les coutumes de la Grece] non nunquam praeberet (ut nempe res  sancta? prope omnes, ut ipsce populorum  sceculorumque pene omnium religiones,  atque ceremonice) ille puerorum amor,  castus, legitimus, sanctus, quo tanquam  potentissimo virtutis cum bellicce tum  civilis incitamento utebantur qucedam  Grcecorum respublicce : quarum legisla-  tores, cum viderent, ignava fere esse  virtutis prcecepta, firmis licet nixa demonstrationibus, nisi ea affectu quodam  et tanquam spiritu animentur, nisi ev0ou-  aiaajxou quoddam genus accedat, quo acti  homines et commoda sua, et jacturas, et  salutem, et pericula et tormenta contem-  nerent. Hinc excogitata et in usum  civitatis recepta sunt splendida ista et  efficacissima remedia, Religio, Pudor,  Amor patrice, Gloria, res quondam po-  tentissimce, quod ex illarum effectibus  judicare pronum est: nunc prceclara quo-  rundam, qui sibi Philosophi videntur, opera fere ad inanium vocabulorum strepitus relata, et, dum relata sunt, etiam  redacta. comme toutes les choses saintes, comme  les cultes et les ceremonies religieuses de  presque tous les peuples et de tous les  temps) donnaient plus de facilite a la  depravation. La fervente amitie entre  jeunes gens, Tamitie chaste, legitime, sacree, etait favorisee, dans les republiques  de la Grece, comme le plus energique  stimulant du courage militaire et des vertus civiles. Leurs legislateurs savaient  bien que ni la vertu ni le courage ne s'inculquent a 1’aide de demonstrations, si  bonnes qu’elles soient; que 1’homme est  naturellement faible a moins qu’il ne soit  pousse par la passion et par 1’orgueil ou  entraine par cette espece d’enthousiasme  qui lui fait mepriser les aises de la vie, la  fortune, la vie elle-meme, et affronter les  perils et les supplices. C’est pourquoi l’on  mettait en jeu, dans Torganisme de la cite,  ces heroiques et sublimes mobiles, la Religion, 1’Honneur, 1’Amour de la patrie,  la Gloire, mobiles autrefois bien puis-  sants, comme nous pouvonsen juger par  ce qu’ils firent accomplir; aujourd’hui,In illis igitur rei publicce bene gerenda? incitamentis, an instrumentis?  erat Amor ille adolescentulorum tum in-  ter se, tum inter ipsos et natu majores:  inde illa sacra Amantium cohors The-  bis, et Cretensium. Quanta illius vis  esset, et quam metuendus esset miles  amator, svOouatwv, et ab Amore simul  atque a Marte bacchans, occurenti in  prcelio hosti, ita enarrat 2E liantis (H.  V. ) ut IvOo-jatav et furere ipse prope videatur. Idem Laconica  qucedam circa eam disciplina? publica?  partem instituta commemorat: V. G.  ab illis multatum esse virum alioquin  bonum, ea de causa, quod nullum habere juniorem, quem amando sui similem, et per hunc forte etiam alios,  redderet: itemque peccantis adolescentuli virum amatorem punitum, cui grace a de certains Philosophes, ou soi-disant tels, ces grandes choses ne sont plus  que de vains mots, creux et vides, dont le  sens s’affaiblit a mesure qu’on en abuse. Ainsi, 1’Amour des jeunes gens, soit  entre eux-raemes, soit entre eux et leurs  ames, etait favorise partout en Grece,  pour le bien de la chose publique; voila  ce qui donna naissance a la cohorte sacree des Amants, chez les Thebains et  chez les Cretois. Quel etait le courage de  ces sortes de soldats, quelle etait la ter-  reur qu’ils inspiraient, lorsqu’ils rencontraient Tennemi, ivres a la fois d’amour  et de sang: c’est ce que Elien nous a fait  connaitre, en partageant, pour nous les  mieux depeindre, leur impetuosite et  leur fureur. II nous indique aussi qu’il  y avait quelque chose de semblable dans  les institutions de Sparte; un Lacedemonien fut mis a 1’amende, quoique excellent citoyen, pour avoir neglige d’aimer quelque compagnon plus jeune que  lui, a qui il aurait inculque ses vertus et nempe illius imputari vitia posse cen  serent. Etiam illud Laconicum narrat, so-  litos ibi adolescentulos petere ab ama-  toribus, viris nempe bonis ac fortibus,  stareveTv auTot ?, ut se adflarent. Interpreta-  tur illud verbum, Laconibus proprium,  sElianus per epav, amare : idem factum  ab Hesychio V. sp.-v£ Tjj-ou, et epa, eia7cver. Multa similia ad utrumque Hesychii  locum viri docti, post Meursium (Mis-  cell. Lac.) sed nihil, unde ratio ap-  pellationis queat intelligi. Nec satisfacit,  quod refert, non probat Eustathius (ad  Odyss.) EtarevElxai yap tpaat, t 7j? pLOp^?  ti /at x i); wpa;, inspirari aliquid fornice et  pulchritudinis. Hcec enim Laconicce se-  veritati parum conveniunt, si fides anti-  quis, ipsique adeo JEliano in ipso illo,  de quo agimus, loco. Srap-ctaTT)? epio; ataqui eut ete capable, a son tour, de les  transmettre a d’autres. Lorsqu’un jeune  homme commettait une faute, les Spar-  tiates punissaientson intime ami, comme responsable des vices qu’il lui tolerait. Elien rapporte encore cette autre  coutume de Sparte, que les jeunes gens  exigeaient de ceux dont iis etaient aimes,  toujours choisis parmi les meilleurs et les  plus braves, ut se adflarent. II explique  le verbe ekjttvs Tv (adflare), propre aux Laconiens, par cet autre : spav (aimer), et Hesychius de meme aux mots EpjcvEtgou, ipS  et eiu7iveT. Divers savants ont accueilli cette  interpretation, a 1’exemple de Meursius;  mais je n’ai rien compris aux raisons  qu’ils en donnent. Je ne suis pas davan-  tage satisfait de Tassertion emise, sans  preuve, par Eustathe, dans son commen-  taire des chants IV e et V e de YOdyssee :  a Les inspires sont guides dans leur [On appelait indifTeremment ItaKVETxat, ii a-  7UvrjXa' (inspires) ou spacjiat (amants) ces couples ypov oux otosv x. t. X. Spartanus amor  turpe nihil quidquam novit. Sive enim  ausus fuerit adolescentulus pati turpia  (upo-v uzoaeivat) sive amator facere (£»|Bp6  oat) neutri quidem Spartee manere pro-  fuerit : aut enim patria privarentur, aut  vita ipsa. Quare illud ela-vetv s. s[j.7ivsTv,  illos £ta7iVTjXa;, quos eosdem aixa? vocat  Eustathius (Hesych. afcav, s-aTpov) ab in-  spirando s. adspirando divino quodam  spiritu, dictos arbitror, unde afflati, ut  7rveuu.atocpo'poi quidam et svOouaiwvTsc, divi-  no quodam furore perciti, ruerent. Hic  est ille furor, quem supra) tetigimus, et de quo plura sunt in Platonis  Phædro. Nempe spiritum 7iveSp.a quum dicebant antiqui, non rem illi tantum cogitantem indicabant, sed rem subtilem, magna ean-  dem movendi et agendi vi praeditam, etc. de friires d’armes, si terribles dans les batailles.  'Etcnvelv (ad/lare) peut se traduire positivement  par meter les souffles ou metaphoriquement par  avoir des aspirations communes.] choix par la beaute et 1’elegance corporelle. Cela me parait peu convenir a  cette severite Laconienne dont temoignent tous les anciens et Elien lui-meme, a Tendroit en question. On ignorait a  Sparte ce que detait que les impures  amours. Si quelque jeune homme eut ose  se prostituer, ou prendre 1’autre role, il  lui eut mal reussi de rester d Sparte; il y allait pour lui de Vexilou de la mort. C’est ce qui me fait croire que ces inspires,  designes aussi sous les noms de compagnons, freres d’armes, par Eustathe et  par Hesychius, etaient ainsi appeles du  souffle ou de Tesprit en quelque sorte  divin qui les animait, lorsqu’ilsse ruaient  sur l’ennemi comme transportes d’une  fureur plus qu’humaine. Nous avons deja  parle de cette espece de delire, dont il est  si souvent question dans le Phedre de  Platon. Il convient en effet de remarquer  que les anciens n’entendaient pas comme nous par esprit une faculte intellectuelle,  mais une essence subtile, douee d’une  grande forcc de mouvement et d’action. Non vagatur hcec extra oleas ora-  tio. Cum enim fuerit, quod, adhuc probatum est, in Græcia r.aiozptxizv.a. quaedam  honestissima, et sancta adeo, qua ad virtutem, bellicam praesertim, et quidquid pul-  chrum est, incitari homines crederentur,  cum nomina spojvuo?, Ipaaxou, raioapaaxou,  itemque spwuivoy, -atot/.wv, et similia tur-  pitudinem nondum haberent : cum illud  raiSspaaxsTv res esset adeo honesta, ut quem  ad modum capital Romae erat servo, si  militarat, ita Solonis lege multaretur  quinquaginta plagis publice, qui servus  eXsuOspou 7ra'oo; spav, amare liberum puerum, auderet : haec ita se cum haberent  omnia, nemo jam debet mirari, adolescentulorum esse amorem professum Socratem, fecisse illum, quae ante dicta sunt, eaque scripsisse tanquam So-  cratis dicta Platonem, quae ex Phaedro  commemoravimus . Quod mitior est vel  Plato, vel ipse adeo Socrates, (si quis ei  tribuat, non satis ille quidem aequa ratione, quidquid apud Platonem ex ipsius  persona dictum ponitur) in hos etiam quos  Cette digression ne nous a pas  eloigne de notre sujet. Puisqu’il existait  en Grece, comme nous venons de le  prouver, une jcatBspao-rfta tres-honnete,  sainte, on peut dire, et reputee propre a  pousser les hommes au bien et a la vertu,  surtout a la vertu guerriere; puisque les  mots d’amants, d’amis, de 7tad>epa<jTcu et  de 7:aioi7.wv n’avaient rien de honteux;  puisqu’il etait meme si honorable de se livrer a cette zcaSspaardtix, que la loi de  Solon punissait de cinquante coups de  fouet, subis en pleine place publique,  tout esclave qui aurait ose aimer un jeune  homme de condition libre; puisque tout  cela est irrefutable, personne ne doit s’etonner que Socrate ait professe 1’amour  des j eunes gens, qu’il ait lui-meme eprouve  cet amour et agi en consequence; que  Platon nous ait transmis, comme l’ex-  pression des doctrines de Socrate, ce que  nous avons cite du Phedre. Sans doute  Platon ou, si l’on veut, Socrate, quoiqu’il  ne soit pas equitable de lui attribuer tout  ce que son disciple lui fait dire, se montre  mala libido ad turpitudinem transversos  abripuit) illud primo hanc  rationem, ut innuimus, habuit, quod nec  legislatorem hic, neque publicum accusa-  torem ageret ; sed Philosophum, sed  amatorem, amicum certe quidem, qui  non metu pcence deterrere a turpitudine  homines, sed virtutis amore revocare a peccato vellet. Deinde erant forte, quibus  parcendum erat, juvenes a vitiis ejusmodi non plane puri, Alcibiades, Critias,  alii, 9[Xox''[j.o) illi quidem sed eadem «popti-  /Mxipcc et dcfikoaofM otattr) yprjaajxsvoi quos abscisse nimis ab omni fructu  Philosophice, ab omni ad virtutem reditu excludere velle, et sic plane a se et a virtute segregare, non erat consilii. Non  instituam hic comparationes, quce invidiam habere possunt: sed illud addam  unum, si forte aliquid veri sit ineo, quod  de liberiori Socratis adolescentia dictum  est /'§.: si non mendax historia, e qua  refert Origenes contra Celsum, qui superiorem vitee conditionem primis Christi discipulis objecerat [beaucoup trop clement envers ceux qu’un  infame desir pousse a Tacte honteux. Son excuse, nous Tavons deja dit, c’est que ce  n’est pas ici un accusateur public ou un  legislateur qui parle, c’est un Philosophe,  un ami, un amant, et il essaye non de  detourner les hommes du vice en les ef-  frayant par la menaee des chatiments,  rnais de les dissuader d’une faute en leur  inculquant Tamour de la vertu. II y avait  d’ailleurs peut-etre autour de lui des  jeunes gens qui n’etaient pas irreprochables et envers lesquels il ne fallait pas se  montrertrop dur, un Alcibiade, un Critias, d’autres encore, pleins de fougue,  adonnes a une vielicencieuse et etrangere  a la sagesse; les priver de quelques-uns  des benefices de la philosophie, c’eut ete  leur fermer toute voie de retour au bien,  les eloigner de la personne du maitre et  par consequent de la vertu. Je ne cherche  pas a faire des comparaisons qui pourraient sembler malseantes; je veux ce-  pendant rapporter un fait, vrai ou faux,  qui a traita la jeunesse un tant soit peu  Phcedonem e lupanari traductum ad  Philosophiam a Socrate : quid facere  illum oportebat in hac disputatione? Nihil igitur est in Phædro, quod  urgeat Socratem : si quid incautius dic-  tum sit, illa Platonis culpa fuerit: quamquam si universam circumstantiam, ut  a nobis ostensa est, quis consideret, etiam  hunc accusare, vel non excusare, iniquum videtur. De Convivio Platonis jam  non opus est multis disputare. Distin-  guat mihi aliquis personas loquentes: ad  universam libelli descriptionem, quam vocamus Œconomian, ad Allegorian  denique ab amore Venereo ductam, ac  translatam ad animos, quorum lenonem  se et obstetricem ferebat Socrates: ad  hcec, inquam, mihi attendat aliquis, et et l’amour grec q3 dereglee de Socrate. C'est Origene qui le  raconte dans son traite contre Celse.  Celse reprochait aux premiers disciples  du Christ d’avoir ete tires de conditions  abjectes; Origene repondit que Socrate  avait bien tire Phedon d’un mauvais lieu  pour le convertir a la Philosophie. Je vous  demande un peu ce que ce Phedon venait  faire dans la discussion.  On ne rencontre donc rien dans le  Phedre qui puisse incriminer Socrate; s’il  y a ca et la quelques paroles imprudentes,  c’est la faute de Platon. Encore, si l’on  examine bien toutes les circonstances,  comme nous 1’avons fait, il serait injuste,  tout en blamant Platon, de ne pas lui  trouver d’excuse. Nous ne nous etendrons  pas longuernent sur son Banquet. Que  l’on distingue bien les uns des autres les  interlocuteurs, que Fon fasse attention  a 1’ensemble du dialogue, a ce que nous  appelons 1’economie de 1’ouvrage, que  Fon analyse enfin cette allegorie tirce  de 1’amour physique, puis appliquee aux  mirabor, si quid ibi sit, unde Jiagitio  ipsi praesidium, vel crimini in Socratem  jactato firmamentum peti possit. Sed est  in illo libro, quod maxime ad defenden-  dum a Socrate fagitium pertinet, quod  ut magis pateat, tota ultimee partis, et  velut actus postremi fabulae illius convivalis, CEconomia proponenda est, e qua  ipsa appareat, velle pro veris haberi Platonem, qua ’ in Alcibiadis personam conjecta de Socrate dicuntur. Ebrius nempe Alcibiades ad eum  finem, ut neque pedes officium faciant,  comissator supervenit potantibus apud  Agathonem Socrati ceterisque. Hic, ex  lege compotationis, dextrum sibi accum-  bentem Socratem laudare jussus, obse-  quitur cum professione ebrietatis, ut  tamen vera se dicturum confirmet et redargui petat, si quid mentiatur. Ac primo sub imagine quadam lau [idees, dont Socrate se donnait comme  l’entremetteur et Taccoucheur, et je serai  bien surpris si 1’on y decouvre quoi que  ce soit en faveur du vice infame ou a 1’appui de 1’accusation portee contre Socrate. On pourra y puiser, au contraire,  les meilleurs arguments pour l’en defendre; mais il est necessaire d’exposer ici  toute 1’ordonnance de la derniere partie,  ou plutot du dernier acte de ce dialogue,  ou il est clair que Platon veut nous faire  tenir comme vrai ce qu’il a place, touchant Socrate, dans la bouche d’Alcibiade. Alcibiade arrive a la fin du festin  dans un tel etat d’ivresse que ses pieds  refusent de le porter; il veut prendre sa  part de plaisir avec Socrate et les autres,  en train de boire chez Agathon. La, par  suite d’une convention adoptee entre les  convives, il est force de faire 1’eloge de  Socrate, assis a sa droite, et demande  de 1’indulgence, en se fondant sur ce  qu’il est ivre ; il affirme pourtant qu’il ne daturus Socratem, cum Sileno aliquo  (Conf. J nominatim cum Satyro  Marsya, tibicine, illum comparat, cujus  figura, ex ligno, edolata ruditer atque  deformi, utebantur artifices pro theca,  quce intus haberet pulcherrimum aliquem  Mercuriolum: scilicet in  corpore deformi habitare animam pulcherrimam demonstrat: et esse tibicini  Marsyce similem Socratem, ob illam  vim demulcendi animos, cui resisti non posset. Deinde narrat, cum eundem pulchrorum sectatorem quendam ct capta-  torem videret, se, qui fiduciam fornice  haberet, sperasse, si pellicere virum ad  amorem sui (venereum nempe) posset, eique se prceberet obsequiosum, impetra-  turum se ab illo admirabilem illam artem, et ablaturum, quce Socrates sciret,  omnia. Hinc narrat verbis quidem honestis modestisque, et tamen venia ante dira que la verite et exige, s’il se trompe,  qu’on lui donne un dementi. II com-  mence, pour louer Socrate, par le comparer a ces grossieres figures de bois  representant Silene ou le satyre Marsyas, le joueur de flute, sculptees sans  travail et sans art, dont les statuaires se  servaient comme de gaines, et qui recelaient a 1’interieur quelque joli petit Mercure; ainsi, dit-il, dans un corps difforme  peut habiter une belle ame; de plus, Socrate ressemble au joueur de flute Mar-  syas en ce qu’il a, pour charmer, une force  a laquelle nui n’est en etat de resister. II raconte ensuite que le voyant  s’attacher a la poursuite des beaux adolescents et s’efforcer de les prendre dans  ses filets, plein de confiance en sa beaute  parfaite, il avait essaye de lui inspirer de 1’amour, comptant bien qu’avec un peu de complaisance pour ses desirs il obtiendrait de lui qu’il lui communiquat son  admirable science, et qu'il gagnerait a  cela tous les talents de Socrate. Alcibiade exorata ebrietati, et pro? Fatus uti servi aliique profani aures obturent (zuXa<; 7: avo [xEyaXai xot; walv £7ri0E<?0s)  quam varie, et quibus veluti gradibus, frustra continentiam Socratis, temperan-  tiamquefrecte fortitudinis hic nomen adjicit) tentarit. Summam facit hanc, ut Deos Deasque testes faciat,  se cum totam noctem sub eadem veste  cum Socrate jacuisset, non aliter ab  illo, quam ut filium a patre, aut a fratre  majori frater deberet, surrexisse. Itaque  se frustratum spei esse in homine, quem  hac sola forte parte capi posse putasset.  Enumeratis deinde aliis Socratis  virtutibus, bellica prcesertim, qua sibi  etiam vitam servarit, addit, non se tan-  tum contumelia tali ab eo affectum, sed  Charmiden etiam, Euthydemum et gg   place ici, mais en termes honnetes et  mesures, quoiqu’il se soit excuse sur son  ivresse et qu'il ait recommande aux esclaves et aux profanes de se boucher les  oreilles, le recit des gradations savantes  et de tous les stratagemes vainement mis  en oeuvre par lui pour induire en tenta-  tion la continence, la temperance ou plutot, comme il le dit fort justement, l’heroique fermete de Socrate. II conclut en  disant: Je prends les dieux et les deesses d temoin quapres avoir repose toute une  nuit d cote de Socrate, et sous le meme  m ante au, je me levai d'aupres de lui tel  que je serais sorti du lit de mon pere ou  de mon frere aine. Ainsi, le seul point  par lequel il croyait que cet homme fut  accessible avait tout a fait trompe ses  esperances. Apres avoir ensuite enumere les  autres vertus de Socrate et appuye sur sa  valeur guerriere, a laquelle il etait lui-meme redevable de la vie, il ajoute qu’il  n’est pas le seul, du reste, a qui Socrate alios multos, quos ille amoris simulatione  deceptos in potestatem suam redegerit,  ou? oiito; s^aTCatojv w; IpaartT)?, Tuatoty.a piaXXov  autos -/.aOiaTa-ai avi’ epaotou. Nempe adulabantur vulgo amatores, certe qui turpe  quid spectarent, pueris aetatula sua et  illa ipsa adulatione superbientibus. Alia  ratio Socratica, quae etiam supra in Lysidis argumento declarata est. Suavissima sunt reliqua in Symposio Platonis: eo autem referuntur omnia, ut intelligamus Socratis hanc fuisse consuetudinem, pulchrorum amorem uti prae se  ferret, cum illis suaviter et amice ut  versaretur, ut virtutis illos amore impleret, reliqua omnia non tanti esse ostenderet, in quibus valde sibi elaborandum vir sapiens existimaret. Sanctus ergo Paederasta Socrates,  et foedissimi, si quod usquam est, crimiait fait un tel affront; que pareille chose  est arrivee a Charmis, a Euthydeme et a  bien d’autres qu’il avait feint d’aimer  tendrement, pour mieux les asservir et  les diriger. Les amis vulgaires, ceux surtout qui esperaient de honteuses complaisances, se faisaient les flatteurs des jeunes garcons, et ceux-ci n’en etaient que plus fiers de leur beaute. Autre etait  la methode Socratique, comme nous l’avons montre plus haut en exposant le  sujet du Lysis. Ce qui suit, dans le Banquet de Platon, est charmant; tout aboutit  a nous montrer que telle etait la coutume  de Socrate de rechercher les bonnes graces des jeunes gens que distinguait un exteneur gracieux, et de vivre avec eux dans une douce et agreable intimite, afin  de leur faire aimer la vertu; ce point  obtenu, il jugeait facile de leur donner  les autres qualites qu’un sage doit s'appliquer a acquerir. Ainsi, Socrate n’avait pour la jeunesse qu’un amour chaste; il etait pur du  nis expers: a quo etiam alios avocare  studuit, quod Critice exemplo docet  Xenophon, ejus, qui post in triginta  tyrannis fuit, quem Euthydemi pudori  insidiari cum sentiret, utxov ti Tiaay eiv  dixit, suillo more prurire, eaque re inimicitias hominis factiosi et potentis sibi  contraxit; quibus carere poterat, nisi  potius fuisset officium. Sed admonet me Xenophon de  crimine alterius illo quidem generis, et  multo, ut in malis, tolerabiliore : quod  tamen ipsum etiam in illo adhaerescere, quantum in me est, non patiar. Accusatur, ut naturalis quidem, sed malce tamen libidinis suasor et leno quidam,  propter ea quce referuntur in Xenophontis Convivio. Sed nec ibi quidquam est, cujus bonum Socratem, aut  illius amicos pudere debeat. Spectacula exhibentur convivis mirabilia, partim vice infame entre tous. Bien mieux, il  s’efiforcad’en detourner lesautres, comme  Xenophon nous 1’apprend par 1’exemple  de Critias. Ce disciple de Socrate, devenu  par la suite l'un des Trente tyrans, avait  voulu attenter a la pudeur d’Euthydeme;  lorsque son ancien maitre Bapprit: II a  le prurit du porc{ i), s’ecria-t-il ; paroles  qui lui attir£rent 1’animosite d’un homme  puissant et redoutable, ce qu’il lui eut  ete facile d’eviter, s’il n’avait mieux aime  faire son devoir.  3g. Mais Xenophon me fait songer a  une autre accusation qui a ete egalement  portee contre Socrate; quoique moins  grave, elle n’en est pas moins facheuse,  et je l’en disculperai de toutes mes forces. On lui reproche, a 1’occasion d’un incident rapporte par Xenophon, dans son  Banquet, d’avoir excite ses disciples a la  debauche, ce qui serait pernicieux encore, [Concupiscit ad Euthydemum se affricare  quemadmodum porcelli solent ad saxa (Xenophon, Memorabilia). etiam periculosa, et horrorem quendam  spectantibus moventia, inter districtos gladios corpora saltu jactantium, aut in  figuli rota circumacta scribentium le- gentiumque. Non placent ea Socrati, qui  aptius convivio spectaculum putat ipyjln- Gat r.poc, tov auXov T/rJijiaTa, Iv oi; Xapixe; ts  •/.a't Qpat, xa\ Niifxcpat ypstaovtai, ad tibiam  edi motus et saltationes, eo habitu, quo  Gratiae, Horae, Nymphae a pictoribus  exhibentur. Forte suspectum alicui fuit hoc quod  Gratice nuda; pingi solent. Sed huic sus-  picioni repugnat, quod dicitur Ariadne  illa saltatrix w; vop-sr, xcy.ocju.rjU.svr,, sponsce  autem profecto apud Grcecos nudce esse bien qu’i.1 s’agisse ici de plaisirs conformes au vceu de la nature, et de s’etre fait,  en quelque sorte, entremetteur. II n’y a  rien, dans ce passage, dont doivent rougir 1’honnete Socrate et ses amis. Des mimes viennent d’executer devant les convives  toutes sortes d’exercices extraordinaires,  quelques-uns tres-dangereux et propres  a donner le frisson aux spectateurs; on  a vu les uns presenter leurs poitrines, en  sautant, a des pointes d’epees rangees en file; d’autres lire ou ecrire enfermes dans une roue de potier mise en mouvement.  Ces exercices deplaisent a Socrate ; il  pense qu’il serait plus convenable, au  milieu d’un festin, de voir des danseuses  executer des poses, au son de la Jlute,  sous le costume que les pcintres pretent  d’ ordinaire aux Graces, aux Heures et  aux Nymphes. Cela a pu paraitre suspect parce qu’on  a coutume de representer les Graces  toutes nues. Mais ce soupcon ne repose  sur rien, car la danseuse qui parut  alors, habillee en nymphe, representait I Ob  non solebant : nymphae in insectis ab eo ipso dicta?, quod involuta? sunt. Gratias decenter vestitas contemplari licet  in Grcecis monimentis apud Montfauc. Ant. Expl. To. i Tab. iog ad p. ij6.  Movit forte eum, qui primus crimen hinc excerpsit Socrati, a/r^a-coiv appel-  latio, qua? inter alia ad turpes figuras refertur, quales olim Philcenidis et Elephantidis commendatas libellis fuisse  constat, ut hic ejusmodi impudens  spectaculum suspicaretur . Sed tum interjecta de amore disputatio tum  ipsa perfectio exsecutioque consilii (c.  g) suspicionem illam eximunt. Aguntur  Ariadnes et Bacchi nuptice,sed illa ut in  scenam nihil veniat, pra?ter oscula et [De quibus Spanhem. de usu et Praest.  numism. Diss. Hic ay 7 jfi a est  omnis gestus saltantium blandus, minax, derisor. Vid. Lucia. de Saltat. extr.  Apertior, simpliciorque, et incautior adeo  Xenophontis de his rebus oratio, quam Platonica : sed cujus summa eodem pertineat, uti ab  impura libidine ad sanctam animorum conjunctionem homines revocentur. Ariadne, et les Grecs ne permettaient  pas le nu dans les roles de femmes  mariees. D’ailleurs, certains insectes  imparfaits sont appeles nymphes precisement parce qu’ils sont enveloppes. On peut voir aussi, dans YAntiquite' ex-  pliquee de Montfaucon, que les Grecs,  meme sur leurs monuments, figuraient  les Graces decemment vetues. Celui qui le premier a lance contre Socrate cette  accusation s’est peut-etre effarouche du  mot pose, qui, entre autres, est applique a des images obscenes, du genre de celles  qu’on rencontrait dans les livres de Philænis et d’Elephantis; il a soupfonne  Socrate d’avoir reclame un spectacle lubrique. Or, ladiscussion surTarnour qui  intervient alors, 1’execution et l’ache- [Spanheim (De prostantia et usu numismatum antiquorum) parle de tout cela. On appelait  poses toute esp6ce de geste lascif, provocant ou  railleur, des mimes. Comparez Lucien, De la Danse Le dialogue de Xenophon est bien plus franc,  bien plus simple et bien moins circonspCct que celui  de Platon ; tous les deux d’ail!eurs vont au meme amplexus, cetera reservantur postsceniis. but, qui est de detourner les hommes des plaisirs les  plus impurs et de les rapprocher dans une sainte  communion des ames. Tales saltationes s. repraesentationes etiam  pars sacrorum erant. Apud Lucia. in Pseudom.  xsXsx7]'v xtva cuvtaxaxat  Alexander, xai SaStyta?, xat tepocpavxta; In his mysteriis et sacris etiam est KoptoviSo?  yapto; cum Apolline item riooaXstpiOU xai  pLTjTpo; AXs^avSpou yauo; denique SsXrJvr^  xai AXs^avBpou spto? Alexander ut Endymion  alter xaOsuSwv exsixo sv xw piato  cptXrjtxaxa  xs eytyvovxo xat ~£pt~Xoxa\, st 8s ar t r. oXXat  iqaav at 8a8ss, xay’ av xt xat xwv utco xoXtcou  sjxpaxxsxo. Apposui locum, quia hic etiam  7t$pt7tXoxa'i, et tamen nihil obscenum.  vernent immediat du divertissement qu’il  avait demande, enlevent toute force a cette conjecture. Les mimes representent  les noces d’Ariadne et de Bacchus: mais  on ne voit rien de plus sur la scene que  des baisers et des etreintes amoureuses; le reste se passe derriere le rideau. Ces sortes de danses et de reprdsentations  faisaient partie des Myst6res. Dans lM lexander seu  Pseudomantis, de Lucien, on voit Alexandre, introduit comme nouvel initii, passer par les 6preuves  du dadouque et de l’hi<5rophante. Parmi les scenes religieuses auxquelles cette initiation donne lieu  figurent : les noces d’Apollon et de Coronis, celles  de Podalirius et de la mere dAlexandre, enfin les  amours d’Alexandre et de la Lune. « Alexandre,  comme un autre Endymion, etait couchd au milieu  du theatre; on dchangeait des caresses et des baisers. S’il n’y avait pas eu D des torches en quantite, peut-etre bien qu’il se fut laiss6 entrainer a  faire qucedam earum quce sub veste Jieri solent. Cest un peu ldger; cependant il n’y a rien la de bien  obscene. Gesner aurait du citer Lucien plus completement; ce passage du Pseudomantis offre un tableau  de genre exquis: Alexandre, comme un autre  Endymion, etait couche au milieu du thdatre, faisant  semblant de dormir. II tombait de la voute, comme du  ciel, une certaine Rutilia, tr£s-jolie, qui jouait le  role de la Lune et qui dtait la femme d’un intendant  de 1'einpereur. Elie aimait vraiment Alexandre et Finem et effectum negotii ita indi-  cat Xenophon : teXo; 0 i ol <jup.7ioToci’.oovte;  T:ept6e6Xr]xdT:a; ts aXXrjXou c xai oj; et; euvrjv    aTr-.ovTa:, 01 (j.r,v ayauoi yaixetv £zw[xvuaav, 01  oe ysyap-rixoTec, ava 6 xvc£; Ijci xou; ? 3 C 7 COUS, a-rj-  Xauvov Tipo; xa; lauxujv yuvaTxa;, otim; xojxojv xuy otsv. Tandem post blanditias quasdam, verecundas, maritales, complexi se invicem sponsus et sponsa, i. e. manibus  implexis, vel brachiis mutuo cervici impositis, vel tergo circumjectis, velut  cubitum discedunt: ab hoc spectaculo  incalescentes, et ut paullo ante dicebat,  av£7iTEpo)|jiivoi convivae cælibes dejerant, se ducturos esse uxores ; mariti autem equis conscensis domos  festinant, ut simili voluptate et ipsi  fruantur. Utinam vero e spectaculis et  theatris hodie ita discederetur! utinam  Socratis hac parte disciplinam sequeren-  tur publicarum Voluptatum Tribuni. Talia spectacula edere debebant Romani eu 6tait aimee. Sous les yeux de son propre mari,   iis echangeaient des caresses et des baisers. Xenophon indique de la maniere  suivante la fin et les resultats de l’histoire. Apres toutes sortes de caresses honnetes et maritales, les deux epoux se  tenant embrasses, c’est-a-dire, je pense,  les mains entrelacees ou les bras passes mutuellement soit autour du cou,  soit autour de la taille, s’eloignerent  comme pour aller se coucher. Echauffes  par ce spectacle et se sentant de furieuses demangeaisons, comme s’il leur poussait des ailes, les convives encore celiba-  taires /irent le serment de ne pas tarder a prendre femme; les maris monthrent a cheval et se haterent de regagner le logis, pour gouter d leur tour de semblables voluptes. Plut au ciel qu’aujour-d’hui on quittat les spectacles et les  theatres dans de si bonnes intentions!  plut au ciel que cette partie de la discipline Socratique fut pratiquee par les  ediles preposes aux plaisirs publics! Ce  sont de tels divertissements qu’auraient  du decreter les empereurs Romains, soucieux d’exciter toutes les classes au ma principes, cum de maritandis ordinibus, et sobole Romana augenda soliciti erant:  talia conveniebant nuper Lutetia? et Gallice adeo universae, quum Ducis Burgtindice natalem nuptiis mille puellarum  celebrarent: talia magnam Britanniam, si quid veri habent quorundam qucerelce, Swiftiance praesertim, quas eo loco protulit, ubi de abrogando clero disputat: aut  eorum, qui hodie peregrinos invitandos,  supplendi populi causa. et civitate donandos, censent. Nempe incidit aetas Socratis in ea  tempora, ubi civium paucitate laborabat  exhausta bellis Persicis et Peloponnesiacis Attica, cui etiam lege matrimoniali  obviam ire, et afferre remedium, conati  esse dicuntur. Debemus notitiam hujus  legis ipsi Socrati, quatenus nulla forte  illius mentio extaret hodie, nisi de duabus Philosophi uxoribus jam olim disputatum esset. Res cum queestioni. de qua riage ct d’accroitre la posterite de Remus: iis auraient convenu naguere a  la ville de Paris et a la France entiere  lorsqu’on feta la naissance du duc de Bourgogne en mariant un millier de  jeunes falles; iis auraient bien fait Faffaire de la Grande-Bretagne, s'il y a  quelque chose de vrai dans ces plaintes  dont Swift surtout s’est fait l’e'cho et qui reclamaient 1’abolition du celibat despretres; iis conviendraient encore a ces  pays ou l’on attire les etrangers en leur  conferant les droits civiques pour suppleer au petit nombre d'habitants. Socrate vivait a une epoque ou 1’Attique, epuisee par les guerres des  Perses et du Peloponese, souffrait de ne  plus avoir qu'une population clair-se-mee; on dit menae que les Atheniens s’efforcerent de remedier a cet etat de choses  par une nouvelle loi touchant lesmariages. Nousdevons l’unique renseignement  que l’on ait sur cette loi a Socrate, car  il n’en subsisterait aujourd’hui aucune agimus conjuncta sit, illam, quam breviter jieri potest, expediemus. Duas So-  crati uxores vulgo tribui videmus, Xanthippen e qua Lamproclem susceperit, et  Myrto, Sophronisci atque Menexeni  matrem. In hoc conveniunt Cyrillus  (contra Julia) et Theodoretus (Grcecar. Affect. curat) ac Diogenes Laertius.  Porro de Xanthippe Cyrillus ex Por-  phyrio, 7tspi7tXa-/.asav XaQstv, clanculum in  ipsius amplexus venisse ; quod plane  repugnat Platoni et Xenophonti, qui  nullius conjugis prceter Xanthippen, justam uxorem, mentionem faciunt : tum  Theodoreto, qui tamen ipse quoque sua debere ait Porphyrio, sed non tantum  pro TCspiTt^axetaav XaOsTv habet 7:po<j-XaxeTcjav  Xa6sTv, induxisse priori uxori, ut pereat  illa secreti, et furti amatorii notio : sed  etiam addit, solitas esse eas mulieres inter se depugnare, deinde pace facta conjunctim impetum facere in Socratem  ideo, quod is bella illarum non dirimeret: hunc vero utrumque genus pugna:   mention sans la controverse autrefois  agitee au sujet de ses deux femmes. Comme cette question tient a notre sujet, nous la discuterons bridvement. On  donne communcment a Socrate deux  femmes : Xantippe, dont il eut un de ses  fils, Lamprocles, et Myrto, la mere de  Sophronisque et de Menexene. S. Cyrille, Theodoret et Diogene de Laerte  sont tous les trois d’accord la-dessus.  Mais S. Cyrille, empruntant ce detail a  Porphyre, dit de Xantippe que son mariage avec Socrate fut clandestin, qu’elle  se cachait pour 1’embrasser, ce qui contredit absolument Xenophon et Platon,  puisqu’ils ne parient d’aucune autre  femme que de Xantippe, epouse legitime  de Socrate. Theodoret, qui lui aussi dit  tenir de Porphyre ses renseignements,  change 7iepi7tXoaEiaav XaOsTv en npovnXxxsT-  aav XafleTv et declare ainsi que Socrate  introduisit Xantippe chez sa premi^re  femme, ce qui ruine toute cette histoire  de mariage secret, et de furtifs baisers;  bien mieux, il ajoutc que ces deux mecum risu speci are consuevisse. Utri fi  dem habebimus? Sed nondum est finis discordiarum. Theodoretum si audimus, induxit  Xanthippen suce jam Myrto Socrates: sed Laertius negat convenire inter auctores, utram prius duxerit. Idem ait,  simul ambas habuisse Socratem, a quibusdam esse traditum. In hac sententia  etiam fuit auctor Dialogi Halcyon, qui  inter primos Lucianeos editur, in cujus  fine Socrates dicat, se Halcyonis amorem in maritum suis conjugibus Xanthippee et Myrto prcedicaturum esse.  Antiqua porro esse illa relatio memoratur Callisthenis, Demetri Phalerei, Satyri Peripatetici, Aristoxeni Musici, geres se battaient continuellement, puis la paix faite, tombaient a poings fermes  sur le pauvre Philosophe, en lui reprochant de ne les avoir pas separees: pour  lui, il restait simple spectateur du combat et voyait donner ou recevait lui-  meme les coups en souriant. A qui faut-il s’en rapporter, de S. Cyrille ou de  Theodoret? Et nous ne sommes pas au bout  de la querelle. Dapres Theodoret, So-  crate epousa Xantippe, dtant deja marie  a Myrto; mais Diogene de Laerte af-  firme que les auteurs ne sont pas d’accord et qu’on ne sait qui des deux il  epousa la premiere. Il dit aussi qu’il les  eut toutes les deux ensemble, et sur  quelles autorites repose cette assertion.  Elie a ete accueillie par 1’auteur du dialogue intitule Alcyon, imprime en tete  de ceux de Lucien; on y voit Socrate  proposer en exemple a ses deux femmes,  Xantippe et Myrto, 1’amour d’Alcyon  pour son mari. Plutarque (Vie d’Aris-  i Hieronymi Rhodii, apud Plutarchum  (vita Aristid. extr.) qui ceteris narrandi  auctorem fuisse ait Aristotelem in libro  de nobilitate, (rapi s-jyevsia;) qui tamen  liber an sit Aristotelis, Plutarchus dubitat : narrant autem ita, Aristidis neptim  Myrto, vidua cum esset et paupercula,  domum ductam a Socrate, eique cohabi-  tasse, licet aliam uxorem habenti. At non licebat a Cecrope inde  Athenis plure s una habere uxores. Qui  sit igitur, ut neque Comici exprobrarint, neque Accusatores objecerint digamian  Socrati? Hic nobis narrant Athenaeus et  Laertius legem, latam supplenda 1 multitudinis civium causa. Exstabat Athenceo  prodente ipsum decretum a Rhodio Hie-  ronymo conservatum, wax' si-eivat xai ouo ET L’AMOUR GREC I i q tide) rapporte que cettc opinion etait  ancienne, et qu ; elle fut partagee par  Callisthene, Demetrius de Phalere, Sa-  tyrus le peripateticien, Aristoxene le  musicien et Hieronyme de Rhodes; Athenee dit de son cote qu’ils Tavaient  tous puisee dans le Traite de la No-  blesse d Aristote, livre dont cependant  Plutarque doute qu’Aristote soit l’auteur. Tous racontent que Myrto, pe-  tite-fille d Aristide, etant veuve et se  trouvant dans une extreme pauvrete, fut  recueillie par Socrate dans sa maison et  qu’il cohabita avec elle, quoiquhl fut deja marie.  J Les vieilles lois de Cecrops inter-disaient cependant a Athenes les doubles  unions. Pourquoi donc ni les poetes co-  miques, ni les accusateurs de Socrate ne  lui ont-ils reproche ou oppose ce cas de  bigamie ? Cest a ce propos qu’A.thenee et  Diogene de Laerte nous parient de cette  loi nouvelle, edictee, disent-ils, dans le  but d’accroitre le nombre des citoyens. SOCRATE 'systv yuvatxa; tov [3o'jaojj.£vov. Secundum haec  male accusaretur Socrates, qui et legi  paruerit de augenda sobole Attica, et  Aristidis progeniem viduitate et pauper-  tate extrema liberaverit. Verum enim vero totum hoc de duabus Socratis uxoribus, quin de lege  maritali etiam falsum esse, prcesertim  ex dissensu commemorato, itemque ex  Platonis et Xenophontis silentio arguit  Bentleius. Et habet, quantum est de  monogamia Socratis, magnum auctorem Pancetium, quem laudat Plutarchus, qui  cum retulisset eam quce modo proposita  est de Myrto narrationem, satis illam  refutatam ait a Panaetio: cujus si opus  hodie extaret, facilior forte hodie esset  causa Socratis, quem tamen a turpi pue- [In Dissertat, de Phalaridis et exteror. Epistolis, ET l’aMOUR GREC Athenee s’avance jusqida dire qu’il y  avait un decret, conserve par Hieronyme de Rhodes, et ainsi concu: « 11 est permis d’avoir jusqua deux femmes. Si cela est vrai, on accuserait mal a propos  Socrate, qui n’aurait fait qu’obeir a la  loi portee en vue de repeupler 1’Attique,  et qui de plus aurait sauve du veuvage  et de la mis&re la petite-fille d’Aristide. Mais vraiment Phistoire des deux  femmes, tout aussi bien que celle  de la loi matrimoniale, paraissent en-tachees de faussete a Bentley; il se  fonde surtout sur le desaccord que nous  avons signale et tire une grande preuve du silence de Platon et de Xenophon.  Nous avons, pour ce qui est de la monogamie de Socrate, une excellente autorite, Pantetius, dont Plutarque fait le  plus bel eloge; apres avoir rapporte ce  que nous avons dit de Myrto, il ajoute  que cettefable a ete suffisamment refutee Dissertation sur les Epitres de Phalaris, Themistocle, Sacrale et Euripide (iu-8"). SOCRATE  rorum amore, et a lenocinio turpi, et a  libidinosa digamia, vel sic satis liberatum esse confido.  ET L AMOUR GREC par Panaetius. Si nous possedions son  livre, la cause de Socrate serait aujourd’hui plus facile a defendre; je pense  cependant avoir prouve qu’il ne fut ni  un corrupteur de la jeunesse, ni un  provocateur a la debauche, ni un bigame libertin. Alcibiade; ses avances  repouss^es par Socrate. Ame, comparde par Platon a un attelage ai!6  classification des ames  suivant le degrd de  connaissances acquises  avant la vie, p. Amour philosophique,  raisons  qui dirigent les choix  dans cette sorte d’amour les  impuretes ou il peut  s’egarer Analyse du Lysis, dialogue de Platon du Phedre du Banquet Beaute morale et Beaute  physique -- Bigamie; Socrate eut-il  deux femmes? la bigamie  etait-elle autorisde en  Grece ? Cohorte sacree des  amants, a Thebes et  en Crete -- Inspires; couples d’amis Minies; leurs exercices et  poses plastiques -- riaiospaatsta, le mot  et la chose pouvaient  etre pris en bonne part, chez les Grecs Peines portees par les  Grecs contre les infames Pronostics tirds par les  physionomistes de la  voix forte et grave de lencolure  courte des  oreilles velues -des grosses levres -- du nez camard des  yeux saillants, Representations mythologiques et divertissements dans les festius dans les  mysteres effets singuliers produits parfois sur les  convives par ces representations, p. m. Socrate; motifs ordinaires des accusations  portees contre lui pourquoi il  recherchait les beaux  garcons son  portrait physique Socrate l’ Ecclesiastique; comment il a accuse, sans preuves, Socrate le Philosophe Sparte ; coutume rappor-  t6e par Elien -- les amours impures y  etaient ignorees Paris. Imp. Motteroz, 3 i, rue du Dragon. Nome compiuto: Gabriele Giannantoni. Giannantoni. Keywords: la dialettica, dialettica, Epicuro a Roma, Calogero, il principio dialogo, Lucrezio, Cicerone. -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannantoni” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannetti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del corposcolarismo – filosofia carrarese – scuola d’Aulla – la scuola d’Albano di Magra -- filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Albiano di Magra). Abstract. Grice: “We take ontology lightly today – at least Oxonian philosophers do! But bak in the day, for philosophers like G., all they wanted to know was if ‘corpusculi,’ as they called them, did exist – out there!” Keywords: ontology. Filosofo carrarese. Filosofo toscana. Filosofo Italiano. Aulla, Massa-Carrara, Toscana. Grice: “I like Giannetti; for one, he is the only philosopher I know whose first name is ‘Pascasio.’ He taught at Pisa, but not in the tower – Oddly, while he is from Tuscany, there is a street (‘via’) in La Spezia named after him!” – Grice: “His logic was considered heretic, at least by the duke, who diligently expelled him from any obligation of teaching!” – Insegna a Pisa. Quando lascio la cattedra,  gli successe Grandi. Di formazione galileiana, fu un acceso nemico dei Gesuiti. Sollecitato da Grandi, che lo aveva anche introdotto a Newton, cura GALILEI (Firenze). Rimosso da Pisa da Cosimo III de' Medici, vi fece rientro alla morte di quest'ultimo.  N C. Preti, Dizionario Biografico degli Italiani, Memorie storiche d'illustri scrittori e di uomini insigni dell'antica e moderna Lunigiana, Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G. Essendo G. tra'maestri più singolari di filosofia a Pisa, quanto onore a quello Studio recasse non si può dire. Costui ebbea quelle scienze pro clive natura, e tanta forza e vivacità d'ingegno che a sermonare e discorrere di materie filosofiche pare nato a posta. È e'di Albiano di Lunigiana, e divenne lettore in detta Università; e così bene in cattedra sue dottri ne tratto, che per lo più savio discepolo di Marchetti e Bellini, cattedranti nobilissimi, tutti lo conoscevano. Nulla ignoto eragli di quanto GALILEI e Gassendo aveansi ritrovato, e sostenitore acerrimo fu della filosofia corpusculare. Per ques stoguerra eterna pareva intimata avesse a tutti li Peripatetici e Scolastici ostinati; che ligii si di chiaravano agli antichi sistemi, quali adesso ricor dansi appenanelle scu ole de'monasteri. Per lo che G. è tenuto per uno de'più arditi e co raggiosi sostenitori degl’insegnamenti novelli e assai molesto riuscì a'superstiziosi filosofanti, ma in particolar modo ai Gesuiti i quali, potendo al loramoltissimopressoCosmo III de'Medici, fecero in grave sospetto cadere di errori di religione G. non solo, ma quasi tutta la Pisana Università. Per tale cagione, sendo state forti let tere scritte e minaccevoli ai professori con ordi nare, che non volevasi filosofia democratica, G., cui sapea benissimo delle persecuzioni altrui schermirsi e rintuzzare le dicerie degli imperiti con la dotta e mordace sua lingua, difese con trion fo la causa per iscrittura,nè mai digua proposta sentenza cesso. Finalmente costretto di mutar cattedra e di leggere medicina, non ostan te filosofava su i nuovi sistemi anche interpretan do gliaforismi d'Ippocrate e di Galeno,e men tre con eloquio squisito e con pompa di erudizio ne le materie mediche spiegavà, senza punto de nigrare alla gravità della scienza e del loco ; l' al trui cabale e leggerezze con vaghi scherzi e arguti motti derideva. Moltissimo ancora si adoperò in fisiciani sperimenti e nelle savie cure di Tilli per ogni maniera di lode famoso: nè mezzanamente sidistinse insieme con lo Zambescari di Pontremoli suo collega a sperienze fare nti lissime su le terme del territorio Pisano e Luriena se,che servirono ad ambeduni di grande merito. Intra le altre fece minute prove su l'acqua salsa di Monzone di Lunigiana, e trovolla più efficace di quella del Tettuccio di Valdi Nievole, e poteró  Viri Paschasii G. Albianeusis Philosoph. et Medicin, in Pisau. Acudem. Professoris logeniiacumine eloquen.et ingenua philosoph. libert. Quam difficillimis temporib, fere solus inter Acadlem. retinuit Concesserat Aun. S Thomas Perellius praecept. et Amico Vasoli Io non posso tacere di aver molte cose rica vato diquesto librodalle fạtiche e dagli scritti di questo Vasoli di Fivizzano, il quale sembra avesse in mente d'illustrare sua patria, e però non deggio scordarmi di retribuirlo di grata inemoria, tanto più che molto distinto riuscì nel la medicina e buon coltivatore della poesia. Que stouomoerudito, comeraccontaincertosuoEr bariolo Lunense m . s., avendo studiato prima a Bolognae poi a Pisa allascuola del celebre Malpighi, dove si dottorò verso la fine del  si estrarre il sale catartico a guisa di quel d' In ghilterra, se non venisse incautamente adulterata. Benespesso Pascasio dilettavasi d'investigare le azioni è i consigři degli uomini più che i segreti dellanatura,equasi Epicuro con aspreparoleab batteva i vizi ele inezie altrui. Mente profonda mostrò in tutto, ma poca industria: e vivendosi fino alla vecchiezza, dopo anni di lettura in quella università, muore in una villetta che avea a Capannoli su quel di Pisa, e sepolto nella chiesa diquella terra, fugliper Tommaso Pe relli suo scolare messo questo marmo sopra il se polcro, riferito ancora da inonsignor Fabroni in sua stor. dell'Univ. Pis., dove parla di G.: = Pijs Manibus et Memoriae aeternae Cum paucisaetatis suae comparandi Obiit Octuagenario major in proxima Villula In quam post impetratam a docendo vacationem G. Nasce, da Polidoro, ad Albiano Magra di Aulla in Lunigiana. Avviato agli studi filosofici, li coltivò, insieme con quelli medici, presso l'Università di Pisa, dove era ben viva la tradizione galileiana e, in fisica e in medicina, era ben rappresentata la corrente meccanico-corpuscolarista. Fu il gruppo di docenti formatisi alla scuola di G.A. Borelli a istradarlo verso questa tradizione concettuale; soprattutto Marchetti, Bellini e Zerilli lo introdussero allo studio delle opere, oltre che di Galilei, di Gassendi e del Borelli. Parallelamente, G. attinse da G. Del Papa gli stimoli di un diverso indirizzo, anch'esso presente nell'ateneo pisano, teso a far convivere, soprattutto in campo medico, il galileismo con esigenze di ordine pratico.  Laureatosi in filosofia (promotore e il Del Papa), G. ottenne nello stesso anno la lettura di logica e filosofia naturale. Il suo magistero, argutamente antiaristotelico e apertamente atomistico, dovette risultare piuttosto efficace. Quando si delineò una reazione generale della Chiesa contro quelle interpretazioni dello sperimentalismo considerate arbitrarie e potenzialmente eversive dell'ortodossia religiosa, a causa dei possibili esiti materialistico-libertini, il G. fu direttamente coinvolto. Insieme con altri sei lettori pisani, si vide intimare dall'auditore F.M. Sergrifi di non insegnare la filosofia atomistica. Per nulla intimidito, a detta di Fabroni, G. alimentò le polemiche che seguirono con un libello, oggi perduto, in difesa dei lettori ammoniti. Poca sorpresa dovette quindi destare tra i contemporanei il provvedimento, preso dal governo di Cosimo III, di trasferire G. alla lettura di medicina teorica, mitigato dal permesso di tenere lezioni domiciliari di filosofia.  Come lettore di questa disciplina medica, il G. mostrò di voler tenere aperti spiragli per un discorso "moderno". Lesse gli Aforismi d'Ippocrate, proclamandosi così seguace dell'indirizzo che privilegiava la pratica clinica sulle questioni di teoria medica, ma nel commentarli continuò a seguire i novatori.  In particolare, a quanto sembra, già in questa fase i motivi galileiano-gassendiani si erano venuti in lui incrociando con motivi della dottrina newtoniana. Da questa aveva recepito la tesi della struttura porosa della materia, che, attraverso l'ipotesi dei diversi ordini di combinazione dei corpuscoli, è assunta come matrice delle qualità macroscopiche dei corpi. È probabile che una delle fonti attraverso le quali il G. venne a conoscenza della teoria newtoniana sia stata il padre camaldolese G. Grandi, suo buon amico (Ortes ci riferisce che Grandi solea frequentemente conversare nella casa del G.), ma, a differenza di Grandi, il G. non dovette essere pienamente in grado di coglierne l'impalcatura matematica, tanto da ritenerla conciliabile con la distinzione gassendiana tra punto matematico e punto fisico. G., insieme con Bresciani, G. Averani e altri, fu coinvolto dal Grandi nella preparazione della seconda edizione delle Opere di Galilei (Firenze). Più tardi, alla metà degli anni Venti, il suo nome venne fatto in alternativa a quello del Grandi quale autore di un libretto pseudonimo (Q. Lucii Alphei Diacrisis in secundam editionem Philosophiæ novo-antiquæ r.p. Cevae cum notis Ianii Valerii Pansii, Augustoduni), che segnò una nuova occasione di scontro tra i novatori pisani e i gesuiti del collegio di Firenze.  Il libretto, nato come replica alla prefazione del gesuita M. Dalla Briga al poemetto Philosophia nova-antiqua (Florentiae), del confratello T. Ceva, fornisce una descrizione caricaturale delle forme di opposizione allo sperimentalismo che, a detta dell'autore, circolavano nel collegio fiorentino.  Non è chiaro se sia da collegarsi a questa polemica il basso profilo assunto dal G. nel quarto decennio del secolo. La relazione sullo stato dello Studio che G. Cerati presentò ai nuovi governanti, ci informa che "già da alcuni anni" G., pur retribuito, aveva interrotto le lezioni pubbliche e si limita a dare privatamente lezioni di filosofia. Cerati attribuiva ciò a non meglio precisate indisposizioni del corpo, ma l'Ortes attesta che G. godette per tutta la vita di ottima salute. Priva di riscontri è la notizia di una sua adesione alla loggia massonica fondata a Firenze, loggia che però sicuramente accolse un buon numero di suoi allievi.  G. muore a Capannoli, presso Pisa, Quelle che sembrano essere le sue uniche opere a noi giunte si trovano a Firenze, Bibl. Riccardiana, ms.  Tractatus phisici iuxta recentiorum opinionem conscripti a G.) e a Pisa, Bibl. universitaria, ms. (PHILOSOPHIÆ TRACTATVS). Per la collaborazione do G. all'edizione fiorentina delle Opere del Galilei vedi le lettere di Buonaventuri a Grandi, Pisa, Bibl. universitaria, Carteggio Grandi; sei lettere del G. a Grandi e alcune note di argomento fisico; Acta graduum Academiae Pisanae, Volpi, Pisa; Ortes, Vita di Grandi, Venezia G. Soria, Raccolta di opere inedite, Livorno, Fabroni, Historiae Academiae Pisanae, Pisis, Sbigoli, Crudeli e i primi framassoni in Firenze, Milano; Carranza, Cerati provveditore dell'Università di Pisa nelle riforme, Pisa, Storia dell'Università di Pisa, Pisa, Morelli, Per una storia di Bonducci, Roma, Livorno, Livorno. Nome compiuto: Pascasio Giannetti. Gianetti. Keywords: corpuscolarismo, implicature corpuscolare, Isaaco Newton, Galilei, Grandi, Giannetti -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannetti: implicatura corpuscolare – The Swimming-Pool Library.

 

Grice e Giannetta -- search – another time?

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della terza Roma – e l’implicatura ligure – scuola d’Ischitella – filosofia foggese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ischitella). Abstract. Grice: “I had one pupil once at Oxford who wanted to research on Italian philosophers. ‘Stick to the heretic ones,’ I lectured him. ‘They are the only interesting ones – Rome being what it is! And G. was one of them!” Keywords: italiani eretici. Filosofo foggese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Grice: “Giannone is an interesting philosopher. He philosophised on the ‘citta terrena,’ which is a back-fromation from ‘celestial city,’ and by which he meant Rome! – Then he compared men – in their collectivity, to apes, even if ingenious ones!”  “Non solo i corpi, ma, quel che è più, anche le anime, i cuori e gli spiriti de' sudditi si sottoposero a' suoi piedi e strinse fra ceppi e catene.” Esponente di spicco dell'Illuinismo italiano, discendente da una famiglia di avvocati (anche se il padre era uno speziale), lasciò il paese natale per intraprendere gli studi a Napoli. Si laurea entrando ben presto in contatto con filosofi vicini a Vico. Fu praticante presso Argento, che disponeva di una vasta biblioteca, la frequentazione della quale fu essenziale per la sua formazione.  I suoi interessi non si limitarono soltanto al diritto ed alla filosofia, appassionandosi anche agli studi storici e dedicandosi alla stesura della sua opera storica più conosciuta Dell'istoria civile del regno di Napoli, che gli causò tuttavia numerosi problemi con la Chiesa per il suo contenuto.  Costretto a riparare a Vienna, ottenne protezione e sovvenzioni da Carlo VI, il che gli permise di proseguire indisturbato i suoi studi filosofici.  Il suo tentativo di rientrare in patria fu ostacolato dalla Chiesa, nonostante i buoni uffici dell'arcivescovo di Napoli recatosi a Vienna per convincerlo a tornare a Napoli. Fu costretto a trasferirsi a Venezia dove, apprezzatissimo dall'ambiente culturale della città, rifiutò sia la cattedra a Padova, sia un posto di consulente giuridico presso la Serenissima. Il governo della Repubblica lo espulse, dopo averlo sottoposto a stretti controlli spionistici, per questioni inerenti alle sue idee sul diritto marittimo e nonostante la sua autodifesa con il trattato Lettera intorno al dominio del Mare Adriatico.  Dopo aver vagato per l'Italia (Ferrara, Modena, Milano e Torino), giunse a Ginevra, dove compose un altro lavoro dal forte sapore anticlericale “Il Triregno: il regno terreno, il regno celeste, e il regno papale, che gli costò nuovamente la persecuzione delle alte sfere ecclesiastiche culminate con la sua cattura in un villaggio della Savoia, ove fu attirato con un tranello.  Rimasto nelle prigioni sabaude, fu costretto a firmare un atto di abiura che non gli valse tuttavia la libertà. Fu tenuto prigioniero nella fortezza di Ceva, dove scrisse alcuni dei suoi componimenti più famosi. Trasferito alla prigione del mastio della Cittadella di Torino. +“Dell'istoria civile del regno di Napoli” ebbe enorme fortuna mentre la Chiesa ne avversò le tesi ponendola all'Indice dei libri proibiti, comminando al filosofo una scomunica la quale obbligava Giannone a riparare all'estero. I temi trattati nell'Istoria, sviluppati su precisi riferimenti giuridici, forniscono una lucida descrizione dello stato di degrado civile del Regno di Napoli, attribuendone le cause all'influenza preponderante della Curia romana. Auspica in primis con quest'opera, «il rischiaramento delle nostre leggi patrie e dei nostri propri istituti e costumi». Nel Triregno, opera aspramente avversata anch'essa dagli ambienti ecclesiastici, presenta la religione secondo un prospetto evolutivo: la Chiesa, col suo "regno papale", si contrappone al "regno terreno" degli Ebrei ma anche a quello "celeste" idealizzato dal Cristianesimo e il superamento del male, che lo Stato Pontificio così incarna, si realizzerà soltanto attraverso un cambiamento di rotta deciso, mediante ulteriore consapevolezza individuale raggiunta dall'uomo nel corso della sua vicenda Storica. Indi teorizza uno Stato laico capace di sottomettere l'istituzione papale, anche mediante un'espropriazione dei beni materiali del clero. La Chiesa porta avanti una forma di negazione di quella libertà individuale che deve essere posta come fondamento giuridico e sociale. Al filosofo sono intestati vari istituti scolastici, tra cui lo storico Liceo classico G. di Caserta, quello di Benevento, quello di Foggia, e quello di San Marco in Lamis.  Nella Storia della colonna infame, Manzoni dedica a G. ampio spazio elencandone i numerosissimi plagi e gli errori che anche Voltaire gli rimprove. Inizia paragonandolo a Muratori e indicandolo come filosofo più rinomato di lui, poi aggiunge un lungo ELENCO e raffronto delle opere plagiate e degli autori, tra cui Nani, Sarpi, Parrino, Bufferio, Costanzo e Summonte: e chissà quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire chi ne fa ricerca". E conclude che se non si sa se fosse pigrizia o sterilità di mente, e certo raro il coraggio.  Altre saggi: Autobiografia: i suoi tempi, la sua prigionia, appendici, note e documenti inediti,  Pierantoni, Roma, Perino, I discorsi storici sopra gli Annali di LIVIO, Apologia dei teologi scolastici Istoria del pontificato di Gregorio Magno, “L'Ape ingegnosa” “Istoria civile del Regno di Napoli. Napoli, Gravier); G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli.Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli; Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Gravier. G., Istoria civile del regno di Napoli, Capolago, Elvetica; Nicolini, La fortuna di G.: ricerche bibliografiche, Bari, Laterza, Marini, Il GIANNONISMO (Bari, Laterza). Vigezzi, G. riformatore e storico. Milano, Feltrinelli, Giannoniana: autografi, manoscritti e documenti della fortuna di G., Bertelli, Milano, Ricciardi,  Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa di G.., Milano-Napoli, Ricciardi, Mannarino, Le mille favole degl’antichi. Cultura europea nella filosofia di G., Firenze, Le Lettere, Ricuperati, La città terrena di G.: un itinerario tra crisi della coscienza europea e illuminismo radicale, Firenze, Olschki, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vita scritta da lui medesimo, Feltrinelli, Biblioteca Italiana, filosofico.net/ giannone. htm.  De’ liguri duri e forti. Loro estensione in Italia; e come sopra tutti gl’altri popoli tenesseró esercitati I ROMANI nella disciplina militare, sicchè fossero gl’ultimi ad esser soggiogati. LIVIO in più occasioni, parlando de’ liguri, confessa che niuna provincia esercita cotanto I ROMANI nella virtù e disciplina militare, quanto LA LIGVRIA, poichè dura nelle armi, bellicosa amica di fatiche e di travagli, e di riposo impazienle, nelle sue guerre non tosto era da’ romani vinta che sorgeva più animosa e forte di prima. IS HOSTIS VELVT NATVS AD CONTINENDAM INTER MAGNORUM INTERVALLA BELLORVM ROMANIS MILIAREM DISCIPLINAM ERAT NEC ALIA PROVINCIA MILITEM MAGIS AD VIRTVTEM ACVEBAT. Non abitavano i liguri (eciòanche contribuiva alla loro bellicosa indole) in luoghi piani ed ameni e sotto temperato e molle clima, il quale avesse potuto rendere simili a sè gl’abitatori. Ma all'incontro occupando essi quella occidental parte d'Italia che ha per confine la Gallia Narbonense, vivendo in regioni montuose aspre ed inaccessibili, e per le angustie delle vie acconce a tendere aguali ed insidie; non temeno di numerosi eserciti nè d'istromenti bellici nè di macchine o d'altri apparati militari, difendendoli il suolo e l'arduità de'loro siti. E perciò essi militavo senza molto apparecchio mi cidiale. NIHIL, dice LIVIO, PRÆTER ARMA ET VIROS OMNEM SPEM IN ARMIS HABENTES ERAT. Gli antichi liguri erano divisi di qua e di là delle alpi e dell'appennini o in molti popoli o sieno comunità, non altrimenti di ciòche si è delto degl’antichi etruschi, ed occupavano vastissime regioni. Le alpi marittime e gran parte delle mediterranee erano da essi popolate. Di là delle alpi i più celebri sono i liguri SALII, i DECEALI e gl’OXIBI. Di qua sonoo i VEDIANZI, i VAGIENNI, gli STATIELLI, i MAGELLI, gl’EBVRIATI, i VELIATI, i TIGVLII, gl’INGAVNI, i SALASSI, i LIBICI, i LAVRINI ed altri. LIVIO, oltre questi popoli da Plinio rapportati fa menzione di altri liguri posti di qua dell'appennino chiamati APVANI, i quali VINCENO I ROMANI e debellarono un esercito consolare sotto Q. Marzio console, e nota che il luogo della sconfitta fino a’ suoi tempi chiamavasi perciò il campo Marziano. Fa memoria ancora di altri liguri di là dell'appennini ch'egli chiama liguri FRISINATI. Questi popoli hanno più città o VICHI, dove dimorano ciascuno nel proprio distretto. E  fra le città son da considerarsi alcune antiche ed illustri le quali, secondo la divisione dell'Italia fatta poi d’OTTAVIANO in XI regioni, forma parte della XI. Nella Liguria rivolta al mare inferiore di quà del FIUME VARO, CHE DIVIDE L’ITALIA DALLA GALLIA Narbonense, la prima città marittima che s'incontra e de’ liguri vedianzi chiamata Cimelion. Prossima a questa I MASSILIESI edificano NIZZA alle radici dell’alpi marittime, non lontana dalle foci del fiume Varo, che poi cresce dalle ruine di CIMELIO, città antichissima, la quale ha vescovi prima che da Costantino Magno e stata la religione cristiana fa ricevere nel l'impero. Rimangono ancora le vestigia de'suoi ruderi ed il nome di CIMELIO. L’'antica sua cattedra e unita a quella di NIZZA, la quale non si APPARTIENE già alla Gallia Narbonense, siccome alcuni credeltero, ma secondo PLINIO, Tolomeo ed altri geografi antichi, ALLA NOSTRA ITALIA, come quella che è costrutta di qua del fiume Varo. Antipoli fondata pure da'massiliesi si appartiene alla Gallia Narbonense, perchè eretta di là del fiume. Essa lungo tempo e sotto i massilies i loro fondatori, ed ora sotto i re di Francia è chiamata ANTIBO. Appresso NINZZA nel mar ligustico siegue MONACO GRIMALDI, detta dagl’antichi Porto di Ercole, indi AlbioInlemelio, Albingauno, Savona, Genua, Porto Delfino Tigulia, e più in dentro Segesta città de’ liguri tigulii. Chiude questo confine IL FIUME MACRA CHE DA QUESTA PARTE DIVIDE LA LIGVRIA DALL’ETRVRIA. Dall'altra parte mediterranea ove si erge l'appennino, ampio monte il quale con gioghi perpetui e continuali fino allo stretto siciliano divide l'Italia per mezzo, avevano i liguri di qua e di là d e l monte medesimo nobilissime città; especialmente da un lato del Po Libarna, Dertona, Iria, Barderate, Industria, Polentia, Potentia, Valentia,ed Augusta de’ liguri vagienni. Quest'ultima città posta alle radici delle Alpi Cozie, non molto lontana dal monte Vesulo d'onde il Po ha sua origine, e dappoi resa COLONIA DE’ ROMANI. NON CI RIMANE ORA DI ESSA ALCUN VESTIGIO, ma in sua vece surse al luogo stesso ne'secoli da noi men lontani la città di Saluzzo sede un tempo di principi e capo del famoso marchesato di Saluzzo, la quale in fine da Giulio Imeritò esser decorate della dignità episcopale. Ma sopra queste s'innalzarono nella Liguria tre città non meno antiche che illustri, Alba Pompeia, Asta, ed Aqui città de’ ligur istatielli. Alba posta nella Liguria montuosa presso l'Appennino [H. P. GRICE – SINGULARE, NON PLURALE] nella riva del fiume Tanaro fu dagl’antichi geografi chiamata Pompeia, e per distinguerla da Alba degl’Elvii posta nella Gallia Narbonense, e per aver quella G. POMPEO rifatta e la sciati ivi vestigi di sua memoria e beneficenza. Ha vescovi antichissimi, poichè rapportasi il primo tra questi essere stato nell'anno 350. Dionigi discepolo d’Eusebio, poi innalzato alla cattedra di Milano. E ne'secoli men remoti vi se dettero due uomini insigni che la illustrarono, uno per la prudenza civile, ed e  Lazarino Fieschi de’ Conti di LAVAGNA, al quale la regina di Napoli Giovanna contessa di Provenza commise il governo del Piemonte, da lui quindi amministrato con somma lode commendazione; l'altro per sapienza é somma dottrina ed erudizione, qual fu il famoso Girolamo Vida, quel chiarissimo poeta latino che ci lasciò l'incomparabile sua Criste idee di suoi dotti dialoghi De Republica. Acqui posta alla riva della Bormida in quella parte del Piemonte di là del Tanaro,la quale Monferrato oggi si ap pella, fa edificatada’liguri statielli popoli potentissimi dell’Asla posta nella Liguria mediterranea non lontana dal Tanaro furesa colonia de’ ROMANI, ed un tempo fu sede d’uno degli’antichi duchi longobardi. Ha anch'essa antichissimi vescovi, i quali quando l'imperio di Occidente passa a’ germani, furono dagl’imperatori molto favoriti ed a sommi onori innalzati; e non poco splendore reca a quella città aver seduto nella sua cattedra vescovi le il famoso Panigarola, chiaro al mondo eloquenza e per tanti monumenti che lascia di sua dottrina. > per lasua   montuosa Liguria. E detta Acqui dall’acque calde che qui vi scaturiscono assai salutifere, siccome oltre la testimonianza di PLINIO, l'istessa esperienza dimostra: e e chiamata Acqui de’ LIGVRI STATIELLI, per distinguerla dall’Acqui sestia de' Salii posta nella provincia Narbonense. E anche sede di uno de’ duchi longobardi. Ma la sua cattedra non è cotanto antica quanto le due precedenti come quella che prende sua origine da’ longobardi che sono i primi ad erigerla. I LIGVRI I si stendevano anche di là del Po, é molte città le quali secondo la divisione d'Italia fatta d’OTTAVIANO sono col locate nella XI regione alle radici dell’Alpi, anche da’ liguri traggon l'origine. Le prime che s'incontrano sono Vibiforo e Secusia, oggi detta Susa, le quali sono poi mutate in due colonie romane. Anche Torino PLINIO fa derivare dall'antica stirpe de’ LIGVRI -- ANTIQVA LGVRVM STIRPE, egli scrive e dice il vero, poichè coloro che la fan derivare da’ massiliesi, sica come Nicea ed Antipoli, vengono a togliere a questa città molto della sua antichità. Non è dubbio che I LIGVRI sieno popoli d'Italia tanto antichi, che di essi non si sa l'origine, onde si credono INDIGENI del paese, nè mischiati con altre forestiere nazioni, non altrimenti che TACITO crede de’ germani. All'incontro de’ massiliesi si sa l'origine ed il tempo nel quale profughi dalla Focide navigando nel mare inferiore e cercando nuove sedi, si fermarorro ne'lidi della Gallia Narbonense innanzi detta Bracata. Ciò avvenne, secondo la te stimonianza di Livio, mentre in Roma regna TARQUINIO PRISCO,quando la prima volta i galli passarono le Alpi, i quali dopo aver soccorso i massiliesi contro i salii che impedivano loro lo sbarco, se ne calaron pe' monti Taurini dall’Alpi Giulie nell'Insubria, discacciandone gl’etruschi. LIVIO stesso rifere che a'medesimi tempi i salluvii, avendo passate l’Alpi, si posarono intorno al fiume Ticino vicino a’ liguri levi, antica gente ed indigena di que'luoghi. Salluvii, e' dice, qui, PRÆTER ANTQIVAM GENTEM LEVOS LIGVRES INCOLENTES CITRA TICINVM AMNEM EXPVLERE. Se dunque i liguri, chiamati da Livio gente antica, quando i massiliesi poser piede nella Gallia Narbonense tenevano questi luoghi. Più antica e l'origine di Torino derivandola da’ liguriche da’ massiliesi, i quali siccome molti e molti anni dappoi che sono stabiliti in Massiglia fondarono Antipoli e NiZZA, molto maggior tempo appresso avrebber dovuto fondare Torino più lungi che quelle. Si aggiunge che quando Annibale cala per l’Alpi in Italia, secondo rapporta LIVIO, Torino e già metropoli degl’antichi popoli Taurini, i quali reggendosi per se stessi hanno allora mossa guerra agl’insubri, e ricusarono l'amicizia di Annibale contrastandogli coraggiosamente il passo, che egli sforza a gran fatica. Inoltre LIVIO stesso rende testimonianza che la prima volta in cui i romani ? mosser guerra a’ liguri e per occasione che questi depredano i campi di NIZZA e di Antipoli, città de'massiliesi soci de’ romani,e non già i campi di Torino, la qual città perciò non e de’ massiliesi, ma abitata da’ liguri taurini. Sono questi popoli chiamati Tauriniche dieder nome alla città, siccome i monti a piè de'quali essa è posta sono anche detti Taurini, a cagione che dagl’antichi i gioghi de monti erano chiamati Tauri per la figura che sogliono avere simili a'dorsi o alle schiene di tori, ond'è che quel celebre monte che divide la Siria dal rimanente dell'Asia fu chiamato Tauro sic come alcuni altri popoli presso Plinio ed altri antichi geografi son chiamati anch'essi Taurini specialmente nella Scizia, per chè abitano presso i monti anticamente appellati Tauri. Ri dotti poi questi popoli liguri sotto la soggezione de’ romani, OTTAVIO ingrandi la città, che perciò venne poi detta AVGVSTA TAVRINORVM, non altrimenti che Lutetia Parisiorum da’ parisii popoli della Gallia Lugdunense che l'abitano. Hanno i liguri salassi anche in questa XI regione un'altra città, chiamata da Strabone, Plinio, Tolomeo ed Antonino Augusta Prætoria -- ora detta AOSTA -- per distinguerla dall'altra Augusla de’ liguri vagienni già menzionata. E posta frà le due facce dell’Alpi Graie e Pennine. Sono le prime dette da' greci Graie per lo passaggio di Ercole – NISI DE HERCVLE FABVLIS CREDERE LIBET, come saviamente dice Plinio --, e le seconde, siccome volgarmente si crede, dal passaggio di Annibale co’ suoi  cartaginesi sono chiamate “PŒNINE”, secondo avvisa anche Plinio, benchè Livio ne dubiti. Checchè sia diciò, è da osservarsi che da questa Augusta Prætoria, essendo per la sua situazione la prima città d'Italia, gl’antichi geometri prendevan la misura della lunghezza di questo nostro paese, tirando una linea per Capua fino a Reggio, ultima città sullo stretto siciliano. E dessa ancora città famosa ed illustre a’ tempi de’ re longobardi, quando questi tennero il regno d'Italia. Ad Eporedia, città posta nella stessa regione all'imbocco della Valle Augustana e dalle radici dell’Alpi, oggi dell’Ivrea, Plinio da, se non così antica origine, nulla dimeno una assai più illustre, scrivendo che e da’ Romani fondata per impulso degli dei, secondo che da'libri sibillini era stato lor mostrato. OPPIDVM EPOREDIAM, e dice, SYBILLINIS LIBRIS A POPVLO ROMANO CONDI IVSSVM. E antica colonia romana, e perciò cotanto memorata da CICERONE, STRABONE, TACITO, e d’altri romani scrittori. Vercelli anche secondo PLINIO dee riconoscere la sua origine da’ liguri sallii poichè egli scrive: VERCELLE LIBICORVM EX SALIIS ORTÆ. E se dobbiamo prestar fede al vecchio CATONE, Novara anche da’ liguri ha origine, quantunque in ciò PLINIO discordi, facendola derivare da’ vocontii popoli della Gallia Narbonense. Questa era l'antica LIGVRIA che occupa tutta quella gran parte d'Italia occidentale, la quale poscia dal tempo che cangia e muta i nomi,i linguaggi, i costumi, i confini e tutto, sorti altre divisioni e nuovi domini. Furon poi queste regioni chiamate Langa, Monferrato, l'Astegiana, Piemonte superiore, Marchesato di Saluzzo, Piemonte inferiore ovvero tratto Torinese, Canavese,Valle Augustana,Vercellese e Biellese. MOLTI TRAVAGLI I ROMANI SOPPORTARONO PER SOTTOPORRE TANTI POPOLI LIGVRI, poichè questi duri nelle armi e difesi da'luoghi inaccessibili si mantenner liberi, nè prima degl’ultimi tempi della romana repubblica sono ad essa sottomessi. I romani cominciarono a sperimentarli nell’armi dopo che si sono già resi formidabili in Italiae daltrove, dopo che ebber vinto Pirro re di Epiro e lui costretto a ritirarsi nel suo regno, e dopo che nella guerra punica il console C. Lutazio diede [Plin., Hist. nat.] a’ cartaginesi quella terribile rotta nelle isole agale, per la quale costoro furono forzati a chieder pace a’ romani. Allora, finita questa guerra, i vincitori cominciarono a muovere le armi contro i liguri. LIVIO, nella seconda sua deca, seguendo il suo costume, ne avrebbe certamente fatto conoscere le minute circostanze, ma questa deca interamente ci manca. L. Floro nell’Epitome ne rammenta il principio dicendo, ADVERSVS LIGVRES TVNC PRIMVM EXERCITVS PROMOTVS EST. Ma d’altri scrittori romani e da ciò che LIVIO stesso scrive nella III e IV deca, lequali per buona sorte ci rimangono, è facile il conoscere che fin qui i romani non profittarono niente sopra i liguri, poichè è anche fuor di dubbio che nel principio della guerra punica quando Annibale passa le Alpi, i liguri gli prestano aiuto contro i romani; e LIVIO nel primo libro della III deca parra, che col loro favore prese Annibale per insidie due questori romani con II tribuni de'soldati e V figliuoli de'sanniti dell'ordine equestre. Nè dopo scacciato Annibale d'Italia si perderono di animo, sicchè non tenessero continuamente esercitati i romani nell’armi. Ambi duei consoli C. Flaminio contro i liguri frisinati ed apuani -- i quali scorre fino ne’ campi Pisani e Bolognesi --, e M. Emilio contro gl’altri liguri di qua dell'Appennino, sono destinati con II eserciti consolari a soggiogarli: e sebbene ciò avessero i consoli menato ad esecuzione, non mancaron quelli di risorger poi più animosi e forti che prima, sicchè e d'uopo nel seguente anno a'successori consoli Q. Marzio e Postumio, dopo che questi sispacciarono dalle inquisizioni de’ baccanali, riprender la guerra, la quale a Q. Marzio riusci pur troppo infelice, poichè colto il suo esercito da’ liguri apuani fra luoghi strelti e dificili, e dissipato in guisa che, siccome scrive LIVIO, QVATVOR MILLIA MILITVM AMISSA ET LEGIONIS SECVNDÆ SIGNATRIA UNDECIM VEXILLA SOCIORVM AC LATINI NOMINIS IN POTESTATEM HOSTIVM VENERVNT ET ARMA MVLTA QVÆ QVIA IMPEDIMENTO FVGIENTIBVS PER SILVESTRES SEMITAS ERANT PASSIM IACTABANTVR PRIVS SEQVENDI LIGVRES FINEM QVAM FVGÆ ROMANI FECERUNT. Marzio fuggi dunque col residuo  del suo esercito: NON TAMEN, soggiunge LIVIO, OBLITERARE FAMAM REI MALE GESTE POTVIT NAM SALTVS VNDE EVM LIGVRES FUGAVERANT. MARTIVS EST APPELATVS. Nè minori sono gli sforzi ne’ seguenti anni de’ consoli successori, SEMPRONIO Sempronio che pugna contro i liguri apuani ed AP. CLAUDIO contro i liguri ingauni. In breve, dice Livio, e già ridotto in costume non decretarsi a’ consoli altra provincia se non quella de’ liguri onde erano quelli spesso intenti a formare nuove legioni per poter abbattere sì valorosi inimici; la qual cosa non ha effetto se non sotto L. Emilio Paolo il quale, essendogli stata prorogata la consolare potestà, con potente esercito spedito contro i liguri ingauni ottenne su questi piena vittoria, siccome più tardi M. Bebio l'ottenne su’liguri apuani. E finalmente soltanto verso la fine del secolo, insieme con gl'istri, co’ galli cisalpini e con le genti alpine, sono i liguri sottomessi a’ romani. De’ liguri in fatti primieramente trionfo C. CLAUDIO console, e ne’ posteriori anni sono quelli poscia del tutto debellati. Di questa costanza e dabito de’ liguri alle fatiche della milizia ed a soffrire patimenti e disagi, ben si accorse Annibale, il quale passate l’Alpi, nelle sue prime pugne contro i romani, più che in altro popolo e più che ne’ cartaginesi stessi, pose ogni fiducia ne’ liguri de’ quali si vale. E quando profugo da Cartagine ricovrossi sotto Antioco re della Siria, il quale allora ha guerra co’ romani, il più sano consiglio che a quel principe pole dare, siccome Livio scrive e che dove attaccare in due parti i romani dividendo in due classi la numerosa sua armata, ed una, della quale e stato Antioco stesso il comandante e l'ammiraglio, diriger nella Grecia per discacciarne i romani, l'altra, dellả quale egli stesso Annibale e stato il capitano supremo, dopo avere stretta lega co’ cartaginesi, con LE NAVI DI QUESTI INVIARE NEL MAR LIGVSTICO; poichè pensa che sbarcata la sua gente nella Liguria, egli fidando mollo nel coraggio e valore de’ liguri OSTINATI DIFENSORI DELLA LORO LIBERTA CONTRO I ROMANI, bene avrebbe  potuto unendo l’armi liguri alle sue portar nuova formidabil guerra in Italia e porre nuovo assedio fino alle mura di Roma istessa; ma quello stolto e vano re non appigliandosi a QUESTO SANO CONSIGLIO e volendo piuttosto seguire le adulazioni de’ suoi propri capitani, die’ cagione alle tante sue perdite e sconfitte ed alla sua totale rovina. Ma riguardandosi a’ secoli più a noi vicini, non dovrà tacersi un pregio che rese la ligure provincia assai più gloriosa di quante mai possano vantarsi di essere state avventurose madri d’eroi e di semi-dei. Si celebrano cotanto presso i greci e le nazioni tutte del mondo Alcide, Bacco ed Ulisse per le lunghe loro peregrinazioni, per aver debellato i mostri, verte ignote terre e scorsi incogniti mari. Ma Ercole stesso chi fu colui che rese i segni di Ercole favola vile a'naviganti industri? Chi fu colui che rese navigabili quelli che prima erano inaccessibili ed ignoti mari, e fece palesi ai noi regni non meno sconosciuti che vasti ? Chi fu colui che spiegando le fortunate sue antenne ad un nuovo polo, oscurò la fama di Alcide e di Bacco, se non il ligure COLOMBO? Quanto ben gli si adattano, e con quanta maggiore proprietà e ragione con vengono à lui quelle lodi che Lucrezio da al suo Epicuro, e che dal nostro incomparabile TORQUATO assai più acconcia mente furono attribuite al coraggio ed alla grandezza d'animo del COLOMBO, quando di lui canto. Un uom della Liguria avrà ardimento All'incognito corso esporsi in PRIMA: Nè il minaccevol fremito del vento, Nè l'inospitomar, nè il dubbio clima, Nè s'altro di periglio o di spavento Più grave e formidabile or si STIMA, Faran che il generoso entro a'divieti D'Abila angusti l'alta mente accheti [Ger.] – Nasce a Ischitella (Foggia), piccolo centro del Gargano, da Scipione, speziale. Dopo aver compiuto i studi sotto la guida dell'arciprete del paese, Serra, legge filosofia. E inizialmente destinato allo stato ecclesiastico, ma la famiglia muta parere e G. si trasfere a Napoli, dove, grazie all'aiuto del pro-zio, legge diritto presso il procuratore Comparelli. Divenne allievo d’Aulisio, sotto la cui guida studia diritto civile; legge storia nella Biblioteca Brancacciana e in quella di Seripando. Negli stessi anni Angelis lo introduce alla filosofia di Gassendi e ai classici latini e italiani.  Laureatosi a Napoli, G. inizia a frequentare, anche se marginalmente, l'Accademia di MEDINACŒLI, in cui conosce alcune delle maggiori figure della cultura napoletana, fra cui Capasso, Porzio, Caloprese (si veda) e Cirillo sotto il cui influsso abbandona la filosofia gassendiana per abbracciare quella di Cartesio. G. inizia l'attività d'avvocato, conducendo il suo apprendistato presso Musto, ma, INSODDISFATTO della sistemazione, si trasfere, su consiglio di Spinelli, che già lo presentato all'Aulisio, presso Argento. Per la formazione culturale del G. l'incontro con Argento si rivela fondamentale, poiché a casa di questo, inizia a riunirsi l'Accademia de' SAGGI, che, proseguendo l'esperienza della MEDINACŒLI riune un gruppo di filosofi destinati a divenire il nerbo del governo napoletano durante il vice-regno austriaco. E in quell'Accademia che matura il progetto d'una nuova storia del Regno, cui il G. da il suo contributo iniziando a lavorare all'Istoria civile del Regno di Napoli.  Grazie alla sua attività di avvocato, G. si garantì un agiato tenore di vita. Fase decisiva per la sua carriera forense e quando divenne avvocato dei cittadini di San Pietro in Lama in una causa intentata contro il vescovo di Lecce Pignatelli intorno alla questione delle decime. In risposta a due allegazioni di Nicola D'Afflitto, avvocato del vescovo, G. pubblica la scrittura Per li possessori degli oliveti nel feudo di San Pietro in Lama contro monsignor vescovo di Lecce barone di quel feudo intorno all'esazione delle decime dell'olive, cui seguì, l'anno successivo, il Ristretto delle ragioni de' possessori degli oliveti. Tali testi, per la marcata e aperta adesione alle più avanzate tematiche giurisdizionaliste e per gli ampi riferimenti che G. fa alla storia del Regno, provocano una forte e vivace discussione. Molto scalpore suscita la causa in difesa del nipote dell'Aulisio,  Ferrara, arrestato due anni prima con L’ACCUSA D’AVERE AVVELENATO LO ZIO. Vinta la causa, come compenso G. ottenne dal suo assistito i manoscritti dell'Aulisio, di alcuni dei quali avrebbe poi curato l'edizione. A Napoli G. pubblica intanto, sotto lo pseudonimo anagrammatico di Giano Perontino, la Lettera sad un suo amico che lo richiede onde avvenisse che nelle due cime del VESUVIO in quella che butta fiamme ed è più bassa la neve lungamente si conservi e nell'altra ch'è alquanto più alta e intera non duri che pochi giorni. La lettera e frutto degli interessi che G. coltiva sin dal suo arrivo a Napoli (riscontrabili in tutte le opere sino a quelle del carcere) e dai quali, come avrebbe affermato nell'autobiografia, s'era dovuto allontanare perché assorbito dagli studi giuridici e storici.  Infatti G., pur impiegando gran parte del suo tempo nell'attività forense, lavora alacremente all'Istoria civile. E proprio per potervi attendere con più tranquillità che compra una villa presso Posillipo, detta Due Porte perché si riteneva e appartenuta ai fratelli Battista e Niccolò Della Porta. Nei anni successivi la stesura dell'Istoria lo assorbe sempre di più, tanto che i suoi continui ritiri a Dueporte gli valsero l'ironico soprannome di solitario Piero. L’Istoria civile e ormai pressoché completata. G. fa allora trasferire la tipografia di Nicolò Naso nella villa che il suo amico Vitagliano ha a Posillipo, vicino a Dueporte, e comincia la stampa. Poiché, nonostante l'istruzione ricevuta, e più avvezzo al linguaggio giuridico e al dialetto napoletano che non all'italiano letterario, G. chiede allora a Mela di rileggere l'opera, volgendola, ove necessario, in buon italiano. L'Istoria civile del Regno di Napoli vede finalmente la luce, in un'edizione di 1100 esemplari (1000 in carta ordinaria e 100 in carta reale).  Scritta con lo scopo principale di difendere i diritti e le prerogative dello Stato CONTRO LA CURIA romana, l'Istoria civile non intende tanto apportare nuovi contributi documentari alla storia del Regno, quanto offrirne una nuova interpretazione, esaminandone l'evoluzione dalla DISGREGAZIONE  dell'Impero romano sino al Vice-regno austriaco. G. non raccolge (se non per i primi libri) la documentazione direttamente dalle fonti, ma organizza quella reperibile in altri saggi, in particolare nell'Istoria del Regno di Napoli di Costanzo (L'Aquila, Cacchi), nell'Historia della città e Regno di Napoli di Summonte (Napoli), nella Historia della Repubblica veneta di Nani (Venezia) e nel Teatro eroico e politico de' governi de' viceré del Regno di Napoli di Parrino (Napoli). Il procedimento gli causa, in seguito, l'accusa di plagio da parte di Manzoni nel capitolo della Storia della colonna infame, e poi da tutta la storiografia neo-guelfa, rappresentata, tra gl’altri, da Bonacci e Caristia. Il giudizio non coglie l'importanza dell'Istoria civile, che non sta nella ricostruzione erudita degl’eventi del Regno, ma nell'affermazione del principio dell'autonomia dello Stato. In effetti, se dagli storici napoletani G. traeva le notizie necessarie, i modelli storiografici sono però altri, italiani ed europei. Fra i primi Guicciardini, Sarpi e, soprattutto, Machiavelli delle Istorie fiorentine. Come MACHIAVELLI attribuie alla Chiesa la responsabilità di avere impedito ai Longobardi la realizzazione in Italia di un forte regno nazionale, così G. accusa Roma di avere troncato lo sviluppo dello Stato napoletano, distruggendo l'esperienza normanno-sveva con la chiamata di Carlo d'Angiò. L'avversione nei confronti degl’Angioini è uno dei temi ricorrenti dell'Istoria civile. Alla dinastia francese G. imputa di avere diminuito il potere regio, accresciuto quello baronale, ma soprattutto di aver riconosciuto giuridicamente il Regno come FEUDO della Chiesa. A causa di tale acquiescenza verso il Papato, IL MERIDIONE consuma il proprio distacco dal resto d'Italia, dove invece le dinastie regnanti contrastano apertamente le pretese di Roma. Fra i modelli che ispirano G. sono Thou e Grozio, da cui G. riprende la rivalutazione dei barbari, e in particolare dei Longobardi, visti come signori nazionali, nemici di Roma e di Bisanzio. Tanto G. e avverso agl’Angioini quanto mostra simpatia per gl’Aragonesi, i quali, pur fra incertezze e contraddizioni, tentano di restituire al regno l'autonomia dell'epoca normanno-sveva. Con il dominio spagnolo si conclude tale tentativo e per questo G. e fortemente critico verso Madrid, sottolineandone la politica di sfruttamento nei confronti del regno. L'Istoria civile si conclude con le pagine dedicate al dominio austriaco, nel quale il ceto civile ripone le proprie speranze.  L'Istoria e dunque un'opera collettiva, non perché scritta a più mani - come malignamente sostenevano i nemici di G. -, ma in quanto "opera che raccoglieva e organizza le esigenze del ceto civile (Ricuperati). Con l'Istoria civile G. si e proposto di analizzare le ragioni del potere della Chiesa nell'Italia meridionale e in vista di ciò dedica ampio spazio all'epoca longobarda -- l'unica per cui G. ricorre direttamente alle fonti. Per dimostrare soprusi e sopraffazioni della chiesa sul regno, G. ricostrue l'evoluzione politica del Papato, respingendone implicitamente l'origine divina. Questo atteggiamento verso la religione, interpretata in chiave esclusivamente politica, rende l'Istoriaun'opera del tutto nuova nel panorama storiografico europeo ma motiva anche l'ostilità di Roma verso G..  Il consiglio municipale di Napoli – gl’Eletti -- concede a G. una regalia di 195 ducati e lo nomina avvocato generale della città. Mentre copie dell'Istoria sono inviate a Vienna, a Napoli divampano le polemiche. Le autorità ecclesiastiche protestarono perché il saggio non ha ottenuto la licenza del tribunale vescovile -- G., in effetti, non l'aveva chiesta, ritenendola superflua poiché ritenne che il saggio non tratta argomenti di giurisdizione ecclesiastica -- e alcuni religiosi iniziarono a tenere prediche contro G.. In seguito a ciò, il potere civile muta atteggiamento. l vice-ré austriaco, Althann, che aveva concesso a G. la licenza necessaria per la pubblicazione dell'opera, in una riunione del Consiglio del Collaterale, biasima apertamente gl’Eletti, i quali, peraltro, congelano i provvedimenti a favore di G., nominando una commissione per valutare il saggio. Nello stesso tempo, il Collaterale ordina la sospensione delle prediche contro G. e la vendita dell'Istoria.  La situazione volge al peggio al momento del rito di s. Gennaro: poiché il sangue tarda a sciogliersi, il clero napoletano comincia a sostenere che il santo e adirato con i napoletani per la pubblicazione dell'Istoria civile. Contro G. si diffuse allora in tutta la città poesie e libelli -- diversi dei quali sono oggi conservati in un codice della Biblioteca di Napoli --, mentre la curia arcivescovile si preparava a scomunicare l'opera. Ormai era a rischio la stessa vita di G., il quale, spinto anche dagl’amici, decide di recarsi a Vienna per chiedere la protezione dell'imperatore Carlo VI. Dopo alcune esitazioni, G. lascia Napoli per quella che sperava una breve assenza e che, invece, sarebbe stata UNA PARTENZA SENZA RITORNO.  Raggiunta in incognito Manfredonia, da lì si trasferì a Barletta, riparando per alcuni giorni in una villa del fratello di Fraggianni. Nel frattempo a Napoli, il sangue di s. Gennaro si scioglie. Trovata una nave su cui imbarcarsi, e a Trieste, a Lubiana e giunge a Vienna.  In questa città G. presnde subito contatto con alcuni esponenti della numerosa comunità italiana, fra cui Riccardi, Forlosia e il bibliotecario di corte Garelli, che porta una copia dell'Istoria all'imperatore Carlo VI. Nel frattempo, venuto a conoscenza della scomunica lanciatagli dalla curia arcivescovile di Napoli e della messa all'Indice dell'Istoria civile, G. ricominciò a scrivere. Dapprima ritorna sul trattato “Del concubinato de’ Romani” ritenuto nell'Impero -- dopo la sopposta conversione alla fede di Cristo -- già iniziato a Napoli. Poi scrive due nuovi saggi: De' rimedi contro le proposizioni de' libri che si decretano in Roma e della potestà de' principi in non farle valere ne' loro Stati e De' rimedi contro le scommuniche invalide e delle potestà de' principi intorno a' modi di farle cassare ed abolire -- che confluì nell'Apologia dell'Istoria civile. La posizione di G. sembra migliorare. In seguito alle pressioni viennesi, la scomunica e revocata e G. ottenne udienza da Carlo VI, che l'anno seguente gli concesse una pensione annuale sopra i diritti della Secreteria di Sicilia. Egli non riuscì, però, a ottenere un incarico ufficiale che, come aveva sperato, gli permettesse di tornare a Napoli in una posizione sicura. Decide quindi di fermarsi a Vienna e si stabilì in palazzo Linzwal. Nel frattempo, in Italia appareno diverse confutazioni dell'Istoria civile. E pubblicata a Roma l'Apologia di quanto l'arcivescovo di Sorrento ha praticato cogli economi de' beni ecclesiastici della sua diocesi dell'arcivescovo Filippo Anastasio. In risposta Vitagliano pubblica a Napoli una Difesa della real giurisdizione intorno a' regi diritti su la chiesa collegiata appellata di S. Maria della Cattolica della città di REGGIO, in cui, pur volendo difendere G., finiva invece con il criticarlo. G. e allora costretto a reagire con un proprio testo, diffuso a Napoli in forma manoscritta. Appareno a Roma le Riflessioni morali e teologiche sopra l'Istoria civile del Regno di Napoli di Sanfelice. Rispetto all'opera d’Anastasio si tratta di un lavoro ben più articolato e problematico, tanto che G. in un primo tempo decide di non replicare. Ma durante la villeggiatura a Perchtoldsdorf, nei dintorni di Vienna, scrive la Professione di fede. L'opera conosce una vasta fortuna, testimoniata da un'imponente circolazione manoscritta, e segna la definitiva rottura con la Chiesa cattolica. Un'altra Risposta di G. fa seguito alla pubblicazione delle Annotazioni critiche sopra l’Istoria civile di Napoli (Napoli) di Paoli, scritte con l'aiuto d’Egizio, esponente della parte più moderata del giurisdizionalismo napoletano, non disposta a seguire la lezione di G.  Fallite le speranze di ottenere un incarico a Vienna, G. riprende l'attività forense. Oltre a diverse allegazioni per clienti viennesi e napoletani, scrive il Ragionamento a Pilati in cui difende i diritti di quest'ultimo alla nomina, poi non avvenuta, a vescovo di Trento dopo la morte di Gentilotti e il saggio De' veri e legittimi titoli delle reali preminenze che i re di Sicilia esercitano nel tribunale detto della Monarchia, sulla complessa questione del Tribunale della Monarchia di Sicilia. Risalgono dopo due saggi: la Breve relazione de’ Consigli e dicasteri della città di Vienna, commissionatagli dal reggente Castelli, e le Ragioni per le quali si dimostra che l'arcivescovado beneventano e sottoposto al regio exequatur, come tutti gl’altri arcivescovadi del Regno, saggio scritto su incarico della Città di Napoli.  Nel frattempo, continua la fortuna europea di G. e dell'Istoria. G. comincia a corrispondere regolarmente con Liebe e i Mencke, iniziando la collaborazione agli Acta eruditorum Lipsensium. Scrive la Dissertazione intorno il vero senso della iscrizione "Perdam Babillonis nomen" posta in una moneta di Lodovico XII re di Francia, da alcuni creduta coniata in Napoli, che, tradotta in latino, usce in un'edizione degl’ “Historiarum sui temporis” di Thou. G. e ormai un filosofo inserito nel contesto d’Europa per la sua conoscenza, in quel periodo delle opere che meglio rappresentavano quella filosofia. In tal senso, un ruolo fondamentale ha la frequentazione con il principe Eugenio di SAVOIA, nella cui ricchissima biblioteca G. aveva legge i più importanti saggi della filosofia libertina e radicale europea. Da queste sue fertili frequentazioni nei primi anni dell'esilio viennese deriva il progetto dello suo saggio, il Triregno, iniziata durante una villeggiatura a Medeling, e le cui prime due parti erano quasi terminate due anni più tardi. Il Tri-regno si articola in tre parti. Nella prima, “IL REGNO TERRENO,” G. studia la religione e sottolinea come in essa NON si conosce un al di là, in quanto al popolo si promette esclusivamente il dominio sugli altri popoli senza alcun riferimento a mondi ultra-terreni. Quello che Dio promete all'uomo – o GIOVE a ENEA -- e, dunque, esclusivamente un regno terreno: ROMA! Nel successivo Regno celeste l'attenzione di G. si sposta al cristianesimo delle origini – e l’idea della potesta temporale – e del Cesare -- studiando i testi neo-testamentari, mette in evidenza come e il cristianesimo – ‘dei galilei,’ come G. chiama in parodia di Giuliano -- a introdurre l'idea di un mondo ultra-terreno cui i fedeli sono destinati dopo essere stati giudicati sulla base delle loro azioni mondane. Il Regno papale, l'ultima parte – “infamous part” – H. P. Grice --, riprende il discorso iniziato nell'Istoria civile sulle origini del potere del Papato. Dopo i primi secoli vissuti in conformità con l'insegnamento evangelico, il PONTEFICE, approfittando della decadenza del POTERE TEMPORALE IMPERIALE dopo Costantino, costitueno il loro Regno sul principio della superiorità rispetto allo stato mondano, temporale.  Nella composizione del Tri-regno concorrevano diverse tradizioni: la fondamentale esperienza del libertinismo erudito, con cui G. eentrato in contatto negli anni della sua prima formazione napoletana, per influenza d’Aulisio, dal quale G. comprende l'importanza della storia ebraica e la poca rilevanza alla mente romana! Molti temi delle Scuole sacre - l'opera d’Aulisio uscita postuma pochi mesi dopo l'Istoria civile - ricomparivano, infatti, nel Triregno, filtrati dalle conoscenze acquisite a Vienna: la storiografia protestante (i. e. non cattolica, non romana) tedesca (particolarmente evidente nel Regno celeste, dove forte è l'influenza delle Origines, sive Antiquitates ecclesiasticae diBingham e delle Observationes sacrae di Deyling) e, soprattutto, il deismo europeo post-spinoziano. In questo senso importante e stato il rapporto con gli saggi di Toland (in particolare le Lettere a Serena, Origines Iudaicae e Nazarenus), dai quali G. trasse la tesi secondo cui gl’ebrei credeno nella MORTALITA dell'anima e non hanno alcuna idea di un mondo ultraterreno, e con la storiografia che con questi si e misurata criticamente (come le Vindiciae antiquae Christianorum disciplinae di Mosheim).  Il Tri-regno non e, peraltro, del tutto slegato dall'Istoria civile. La matrice giurisdizionalista e evidente soprattutto nel Regno papale, dove G. riprende il problema delle origini del potere ecclesiastico, affrontandolo, però, con gli strumenti della storiografia protestante. Non più "istoria civile" del Regno di Napoli, ma di tutta la civilizazione d’Occidente, fondata da Roma a tradita dai papi. Di qui la persecuzione che la Curia romana muove contro di lui, riuscendo, infine, non solo a FARLO ARRESTARE, ma a entrare anche in possesso dell'autografo del Tri-regno.  Si impede così la pubblicazione del saggio. Ma non ne e, tuttavia, impedita completamente la diffusione, che avvenne grazie a un apografo (probabilmente uscito dagli archivi romani in cui l'originale e custodito). Diversi codici del Triregno circolano in Europa, e sembra addirittura imminente una sua pubblicazione ad Amsterdam.  La conquista del Regno di Napoli a opera di Carlo di Borbone determina la dispersione della comunità napoletana di Vienna. Ritenendo, con ragione, che e in pericolo la sua pensione, basata su rendite siciliane, anche G. decide, allora, di partire. Lascia Vienna e giunse a Venezia. Dove essere solo un punto di passaggio sulla via per Napoli, ma le autorità borboniche gli rifiutano il passaporto, temendo che un suo ritorno avrebbe compromesso le trattative per il riconoscimento papale del nuovo sovrano. L'ambiente culturale veneziano si rivela, comunque, ricco di stimoli per G., che stringe amicizia con Pisani, con il principe Trivulzio, con Conti, con Terzi e con il libraio Pitteri. Con quest'ultimo, in particolare, si accorda per una nuova edizione dell'Istoria civile, per la quale appronta quell'Apologia dell'Istoria civile cui lavora da tempo e in cui confluirono i tre trattati composti a Vienna. In realtà, anche a Venezia G. non manca certo di nemici. Poco dopo il suo arrivo, Pasqualigo gli offre cattedra a Padova, ma la Curia romana e riuscita a fare sospendere l'offerta. Nello stesso tempo, il nunzio a Venezia,  Oddi, fa pressioni sul governo della Serenissima perché G. e cacciato e consegnato alle autorità pontificie. Per screditare G. venne diffusa la voce che egli avesse criticato la Repubblica veneziana in alcune pagine dell'Istoria civile, obbligandolo così a difendersi. La risposta a tale accusa confluì anch'essa nell'Apologiadell'Istoria civile. G. si stabile nell'abitazione di Pisani. Riprende, allora, la stesura del Triregno, discutendone con i suoi amici veneziani. E nella villa di Pisani a Rovere di Crè, presso Rovigo, che G. scrive la Prefazione al Triregno. Anche questa volta, tuttavia, la tranquillità doverivelarsi effimera.  Dopo oltre un anno di complesse manovre sotterranee, il nunzio ottenne il risultato sperato. Una fatidica notte, poco dopo aver lasciato, insieme con Conti, la casa di Terzi, G. e catturato d’agenti del S. Uffizio, caricato a forza su un'imbarcazione e abbandonato nel Ferrarese, in territorio pontificio. Riusce quindi fortunosamente a raggiungere Modena e vi resta nascosto per circa un mese, sotto il falso nome di Antonio Rinaldi, protetto, fra gli altri, anche da L.A. Muratori. Inizia, allora, la stesura del Ragguaglio dell'improvviso e violento ratto praticato in Venezia ad istigazione de' gesuiti e della corte di Roma. Si reca a Milano, allora occupata dalle truppe sabaude, dove spera nell'aiuto della famiglia del principe Trivulzio. E ricevuto dal marchese Olivazzi, gran cancelliere, il quale gli consiglia di scrivere al marchese d'Ormea, ministro di Carlo Emanuele III di SAVOIA, per offrirsi come storico di corte. Quel che Olivazzi non poteva sapere e che l'Ormea s'era già accordato con Albani, offrendogli l'arresto di G. come contro-partita per la concessione di un concordato favorevole allo STATO SABAUDO al fine di chiudere lo scontro - aperto un ventennio prima da Vittorio Amedeo II - fra Torino e Roma. Da Torino parte quindi l'ORDINE D’ARRESTO di G., che però nel frattempo lasciato Milano per la capitale sabauda. Non considerando più gli Stati italiani un rifugio sicuro dopo l'esperienza veneziana, G. aveva decide di andare a Ginevra, dove e in contatto con l'editore Bousquet, che  annunciato la sua intenzione di pubblicare l'Istoria civile. Mentre da l'ordine di arrestarlo a Milano, Ormea non puo immaginare che G. e proprio a Torino, dove si ferma. Giunge a Ginevra dove, pur rifiutando di convertirsi al calvinismo, stringe amicizia con Turretini e Vernet. A causa delle sue precarie condizioni economiche, decide di pubblicare la traduzione francese dell'Istoria civile, per la quale s'era accordato già da tempo con Bousquet. Questi, però, aveva sciolto proprio allora la sua società con lo stampatore Pellissari, e si e trasferito in Olanda. E solo grazie all'aiuto di Vernet che G. puo trovare un nuovo finanziatore nel libraio Barillot, ma, quando tutto e pronto per l’edizione dell'Istoria, G. e attirato fraudolentemente in territorio sabaudo e arrestato.  Ormea da disposizioni per l'arresto al governatore della Savoia, conte Giuseppe Piccon della Perosa. La trama del rapimento è stata raccontata da G. stesso, nella sua autobiografia, in pagine esemplari per chiarezza e drammaticità. A Ginevra egli prende alloggio presso il sarto Chénevé, da tempo amico di un doganiere sabaudo, tale Gastaldi, il cui fratello era aiutante di campo del conte Piccon. Dapprima Gastaldi si guadagna la simpatia dal figlio di G., invitandolo spesso a Vésenaz -- il piccolo centro savoiardo di fronte a Ginevra, dov'era la dogana -- insieme con Chénevé. In questo modo egli venne a conoscenza dei movimenti di G. a Ginevra, informandone Piccon. Dopo aver rifiutato gl’inviti di Gastaldi per tutto l'inverno, G. accetta di assistere alla messa della domenica delle Palme nella chiesa di Vésenaz. Si trasfere  a casa di Gastaldi. Questi, presi con sé alcuni soldati, irruppe di notte nella stanza di G. e arrestò lui e il figlio. Il giorno dopo, Gastaldi si mise in marcia verso Chambéry. G. racconta la gioia del doganiere il quale, tenendo in mano un suo ritratto (probabilmente una copia dell'incisione fatta a Vienna da  Sedelmayer) andava di paese in paese urlando di aver catturato "un grand'uomo".  Giunto a Chambéry Gastaldi consegna i prigionieri al conte Piccon, il quale ne dispose il trasferimento nella fortezza di Miolans, tradizionalmente deputata ad accogliere i prigionieri di Stato -- quarant'anni dopo vi sarebbe stato rinchiuso anche il marchese de Sade. Ricevuta notizia dell'arresto, Ormea ne informa Albani, al quale riferì anche l'intenzione di Carlo Emanuele III di non inviare G. a Roma, ma di impegnarsi a tenerlo in carcere perpetuamente. Per quanto la corte di Roma prefere giudicare direttamente G., Clemente XII ringrazia il sovrano sabaudo per l'arresto del sedizioso. Ormea e Albani si accordano, intanto, perché G. e processato dal S. Uffizio piemontese e costretto ad abiurare.  Durante la sua prigionia a Miolans G. scrive la “Vita e Morte di G. scritta da lui medesimo” e inizia, aiutato dal figlio, una prima versione dei “Discorsi sopra gl’Annali di Livio,” che intende offrire a Carlo Emanuele III per l'educazione del principe di Piemonte, il futuro Vittorio Amedeo III. Nello stesso periodo Ormea riusce, grazie al conte Piccon e ad altri agenti sabaudi, a entrare in possesso dei manoscritti delle opere di G. -- compreso quello del Triregno -- che, dopo esser stati esaminati da Palazzi, abate di Selve, bibliotecario e storico di corte, sono inviati a Roma. G., separato dal figlio, e trasferito a Torino nelle carceri di Porta Po, prima, e nella cittadella, poi. Qui fu affidato alla cura spirituale di Prever. Presta formale abiura dei suoi errori di fronte al vicario inquisitoriale, Alfieri di Magliano.  Il testo dell'abiura non e quello che la Curia romana si attende, tanto che - contrariamente alla prima intenzione - si decide di non renderlo pubblico. A convincere G. ad abiurare e stata la speranza di poter tornare presto in libertà. Ma e trasferito al forte di Ceva, dove rimane. Le istruzioni impartite al conte Magistris, governatore del forte, sono per la migliore sistemazione possibile nel castello. G. e rinchiuso nella prigione detta "la speranza": due stanze e un anticamera interamente rivestite in legno e chiuse da una porta di pietra. Gli era permessa qualche ora d'aria al giorno, purché non parlasse con nessuno, tranne il governatore e il confessore del forte, e puo leggere e scrivere, purché le sue opere non uscissero da Ceva se non per Torino. Nel tempo di prigionia cebana G. termina i Discorsi sopra gli Annali di LIVIO (si veda) e scrive altre tre saggi: l'Apologia de' teologi scolastici, l'Istoria del pontificato di GREGORIO (si veda), e L'ape ingegnosa. In esse riaffiorano molti temi del Triregno, soprattutto nell'Apologia de' teologi scolastici - dove L’AUTORITA DEI PADRI della Chiesa e sottoposta a UNA VERA DEMOLIZIONE -- e nell'Istoria del pontificato di GREGORIO (si veda). Quest'ultima, inizialmente concepita come conclusione dell'Apologia, e una vera e propria prosecuzione del Triregno, nel cui Regno papale una vasta parte dove essere dedicata a tale PONTEFICE. Temi tipici degl’autori libertini, in particolare di Toland, grazie a un sapiente uso della Naturalis historia di Plinio il Vecchio, tornano anche nelle pagine dell'Ape ingegnosa, vasto e complesso zibaldone, come recita il titolo, di varie osservazioni sopra le opere di natura e dell'arte, denso di spunti autobiografici.  Nonostante la prigionia, la fortuna europea di G. continua. Ad Amsterdam sono aparsi i suoi libri sulla "politia ecclesiastica" (Anecdotes ecclésiastiques contenant la police et la discipline de l'Église chrétienne depuis son établissement jusqu'au XIe siècle), e l'intera Istoria civile, curata da Bochat e Bentivoglio, pubblicata a Ginevra -- ma con la falsa indicazione d’Aja. Mentre a Torino la diffusione delle opere giannoniane preoccupava le autorità ecclesiastiche, a Ceva  G. entra in contatto con esponenti della nobiltà locale, che lo incaricarono della stesura di alcune allegazioni forensi. A causa dell'avanzata delle truppe franco-spagnole, allora impegnate contro il Piemonte nella Guerra di successione austriaca, G. e trasferito a Torino. In un primo tempo le condizioni della prigionia nella cittadella si rivelarono assai più dure: il governatore Cortanze non ha, come invece il De Magistris, ordini particolari per il prigioniero, il cui trattamento non e inizialmente dissimile a quello riservato ai molti prigionieri che affluivano nella capitale da tutto il Piemonte. La situazione e aggravata dalla morte d’Ormea, tanto che G. invia al sovrano un lungo e disperato memoriale sul proprio stato e sulle angherie cui lo sottopone il maggiore della cittadella, Caramelli. Da allora le condizioni della sua detenzione migliorano sensibilmente. Il suo ritorno a Torino non e passato inosservato; in pochi mesi G. entrò in relazione con personaggi della corte e della cultura, come i bibliotecari dell'Università Ricolvi e Rivautella, e, soprattutto, Villettes, il quale gli fa avere diversi libri della propria biblioteca, grazie ai quali, oltre a quelli avuti dalla Biblioteca reale tramite Cortanze, G. puo aggiungere nuovi capitoli all'Apologia de' teologi scolastici e iniziare una nuova versione dei Discorsi. L’interesse destato da G. suscita la reazione delle autorità ecclesiastiche. Il nunzio a Torino, Merlini, protesa  presso il sovrano, il quale gli assicurò che le condizioni del prigioniero sono divenute più severe.   In realtà G. continua a scrivere e a ricevere libri da Villettes e da Roero di Cortanze. Il desiderio di G., formulato in una lettera ad Ormea che sulla sua tomba e posta un'iscrizione da lui appositamente composta non e esaudito. Il suo corpo e sepolto nella fossa comune dei prigionieri della chiesa di S. Barbara, all'interno della cittadella. La chiesa e distrutta. Altri saggi: “Saggi” a cura di Bertelli e Ricuperati, Milano, con bibliografia, in cui sono comprese la Vita scritta da se medesimo, pagine scelte dell'Istoria civile, del Triregno, del Ragguaglio del ratto, delle altre opere del carcere e alcune lettere; Istoria civile, a cura di Marongiu, Milano; Triregno, a cura di Parente, Bari; Dopo la "Giannoniana": problemi di edizione, nuovi reperimenti di fonti e l'introduzione perduta del Triregno, cur. Ricuperati, in L'Europa fra Illuminismo e Restaurazione. Studi in onore di Diaz, a cura di Alatri, Roma; un manoscritto del Ragguaglio del ratto è stato pubblicato in Un testo inedito di G., cur. Denis, Archivio storico italiano, Delle altre opere del carcere l'unica sinora pubblicata in edizione critica è L'ape ingegnosa, overo Raccolta di varie osservazioni sopra le opere di natura e dell'arte, a cura di Merlotti, Roma, con bibliografia. Per le lettere. G., Epistolario, a cura di Minervino, Fasano; Lettere autografe, cur. di Minervino  (in entrambi i casi l'edizione non è del tutto affidabile, cfr. la rec. di Rienzo, in Bollettino storico-bibliogr. subalpino, Arch. di Stato di Torino, Biblioteca antica, Manoscritti di G., inventario a cura di Ricuperati, Le carte torinesi di G., in Memorie dell'Acc. delle scienze di Torino, classe di scienze morali, storiche e filologiche. Il fondo è stato arricchito da documenti autografi del G., in gran parte relativi ai periodi austriaco e veneziano. Nicolini, Gli scritti e la fortuna di G.. Ricerche bibliografiche, Bari; Marini, G. e il giannonismo, Bari; Vigezzi, G. riformatore e storico, Milano; Bertelli, Giannoniana. Autografi, manoscritti e documenti della fortuna di G., Napoli; Ricuperati, L'esperienza civile e religiosa di G., Milano;  G. e il suo tempo, a cura di Ajello, Napoli; Merlotti, Risorgimento ghibellino: Ferrari lettore di G., in Annali della Fondazione Einaudi; Negli archivi del Re. La lettura negata delle opere di G. nel Piemonte sabaudo, Riv. stor. Italiana; Ricuperati, G.: an itinerary in European free-thinking, in Transactions of The Congress on the ENLIGHTENMENT, Oxford; Trevor-Roper, G. and Great Britain, in The Historical Journal, A. Hook, La "Storia civile del Regno di Napoli" di G., il giacobitismo e l'Illuminismo scozzese, in Ricerche storiche, Mannarino, Le mille favole degli antichi. Ebraismo e cultura europea nel pensiero religioso di G., Firenz. Grice: “One good thing about the Roman Church (you know, there’s a Jewish Church, too) is Giannone – he was rendered an ‘impious’ by the Church and imprisoned to death. This allowed him to philosophise on the Liguri – and he did!” Nome compiuto: Pietro Giannone. Giannone. Keywords: la terza Roma, autobiografia, ego-grafia – Vico, Giannone, Genovesi – Liguria – commento su Livio – regno terreno, regno celeste, regno papale --. Storia di roma antica -- giannonismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannone” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giavelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- semantica del segnare -- segnante e segnato – filosofia fortinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (S. Giorgio di Canavese). Abstract. Grice: “I presented myself at Oxford as the expert on ‘significatio’ or meaning – without needing to quote anything that G. had said – since little did they care!” Keywords: significatio. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Grice: “I love Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a northern Italian, he is a Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!” Grice: “One good thing about Javelli is that he commented on MOST works by Aristotle!” -- Essential Italian philosopher. Studia a Bologna. Fu esegeta. Argomenta contro Lutero. Opera omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al dibattito sul Tractatus de immortalitate animae di Pomponazzi, di cui scrisse, su richiesta di Pomponazzi stesso una confutazione. Partecipa al dibattito sul divorzio di Enrico VIII, esponendosi a favore della scelta del sovrano. M. Tavuzzi, in "Angelicum", DBI.Casale Monferrato.  Crisostomo Javelli was born in 1470 c., presumably in Piedmont, joins the Dominicans. On G. see GILSON, Autour de Pomponazzi: problématique de l'immortalité de l'âme en Italie, Archives d'histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age; TAVUZZI, G. OP A Biobibliographical Essay:  Biography, Angelicum, G. A Biobibliographical Essay: Bibliography », Angelicum. G. is the author of a Compendium Logicæ. The structure of G.’s work mirrors Ockham's Summa logicae in many respects, but also NICOLETTI (si veda)’s Logica Parva (unlike NICOLETTI (si veda), however, G. does not deal with obligations and insolubles.  The Compendium deals with the following topics:  Introductory remarks, which include a short history of logic;  terms (this part corresponds to the doctrine dealt with by Aristotle in De  Interpretatione);  propositions; the five praedicabilia (this section corresponds to Porphyry's Isagoge);  the antepraedicamenta, the doctrine of the categories (praedicamenta), and the postpraedicamenta (this treatise, as is clear, corresponds to Aristotle's Categories);  syllogism;  supposition theory;  ampliatio and appellatio, i.e. changes in the supposition of a term and changes  in the tenses of verbs; theory of consequentiae;  de probatione terminorum (this treatise deals with the ways in which it is possible to show the truth, or the probability of a proposition);  demonstrative syllogism (this part aims at expounding what Aristotle says in  his Posterior Analytics). The treatise is published in in Venice. The Compendium is rather successful, and goes through many editions. G. has many teaching positions within the dominican order and, most probably, he writes his Compendium logicæ for didactic purposes. The tendency to systematize the new logic of the late medieval authors and to present it as consistent with Aristotle's logic is even more evident than in SAVONAROLA (si veda)’s Compendium. G. is also influenced by the humanists, inasmuch as his treatises draw attention to the linguistic, and historical context in which ancient logic arose. If VALLA (si veda) criticizes NICOLETTI (si veda) for the latter's unfamiliarity with the Greek language, G.  dwells on the etymology of many key terms of logic, and shows a certain familiarity with both Greek and Latin. In his historical section,  G. maintains that Socrates and Plato are not strong in answering and solving  because they did not have logic, even though they were strong in asking questions or in raising doubts » (licet potentes essent ad interrogandum sive dubitandum, non tamen ad respondendum et solvendum propter logice carentiam). Logic is founded on its proper grounds by Aristotle, for whom  Javelli has words of deep admiration:  Hence, the Author of nature gave us Aristotle, who first discovered true logic with his almost divine mind and organized and brought it to completion in all its parts, so that we could discover the true rule of knowing that guides the human mind in arts and sciences."  TAVUZZI, G. OP Logicæ Compendium LIZIO, ordinatum per G. Canapicium ordinis praedicatorum, ex officina Ioannis Blaui de Colonia, Olvssipponae henceforth, G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ Ut igitur vera sciendi regula directiva humani intellectus in artibus et scientiis inveniretur, datus est nobis ab authore naturae Aristoteles, qui suo pene divino ingenio primus logicam veram invenit, et secundum omnes partes ordinavit ac perfecit. These words implicitly show the ideological background of the Compendium logicae, that is designed to expound Peripatetic logic. Javelli was aware that many topics of his treatise had not been discussed by LIZIO, but he nevertheless thinks that these doctrines are at least Aristotelian in spirit. When G. introduces the theory of suppositio, in the seventh treatise of his textbook, he states that doctrines like the suppositio  are consistent with Aristotelian philosophy, even though Aristotle did not propose them, and this will be clear to you once you progress in logic, philosophy of nature and in metaphysics under the guidance of the LIZIO. G.’s attitude in finding an agreement between the doctrines of Aristotle (and of Aquinas) and those of later thinkers has been already underlined by Tavuzzi, and may be said to be a trademark of his Compendium. After his sketchy history of logic, G. defines logic as a rational science® and states that its generic subject is mental being. The subject of logic, as a distinct discipline, is the  " ens rationis ratiocinativum, quod est idem quod  argumentatio.This remark echoes BARBÒ (si veda)’s claim that the object of logic is the ens rationis, but G. seems to harmonize the AQUINO (si veda)’s solution with the position of Albert the Great, because the ens rationis is qualified as ratiocinativum and this is said to be identical to argumentatio. According to BARBÒ (si veda), Albert the Great taught that the object of logic is 'arguments. BARBÒ notices the similarity with what he took to be Aquinas's position, but stressed nevertheless the difference between the two medieval Dominicans. G. implicitly unifies their positions.  According to G., logic is a science and not empirical knowledge, because it has proper subject and proper principles: the presence of these two elements is enough to hold that it falls under the rational sciences, and is divided into sub-disciplines according to the scheme that Aquinas introduces in the Proemium to his -- etsi non habeantur ab Aristotele, tamen doctrinae peripateticae consonant, ut tibi constabit postquam in Aristotelis disciplina tam in logicalibus quam in physicis atque metaphysicis eruditus fueris » (my translation). Cf. TAVUZZI, Herveus Natalis and the Philosophical Logic of AQUINO (si veda) in the Renaissance, Doctor Communis, G. Compendium logicae -- llogica est scientia rationalis discretiva veri a falso ». Javelli adds that logica est ars artium et scientia scientiarum, qua aperta omnes aperiuntur, et qua clausa omnes alie clauduntur; this statement echoes Peter of Spain's claim that dialectica est ars artium, scientia scientiarum, ad omnium methodorum principia viam habens (Petri Hispani Summulae Logicales cum Versorii Parisiensis clarissima expositione, apud Sansovinum, Venezia -- subiectum in illa universalissime sumptum est ens rationis, id est ens fabricatum ab intellectu et non habet esse extra intellectum -- commentary on the Posterior Analytics.8 In his treatise on terms, G. stresses that terms signify ad placitum, and that verbs are always tensed. G. has something interesting to say about propositions. According to him, a proposition  1s omething s (oratto verum vel falsum signtcans Indicando s) the Clause  'indicando' is meant to exclude prayers, utterances of wish, etc. from the set of propositions. G. adds that only present tensed propositions are propositions in the fullest sense, because past-tensed and future-tensed utterances do not signify anything that is the case or that is not the case, and thus cannot be true or false:  The phrases (orationes) in the past and future indicative tenses do not signify primarily and per se 'true' and 'false', unless they are transformed into a phrase in the indicative present tense.'  This is not sufficient evidence to suggest that G.'s understanding of propositions is analogous to SAVONAROLA (si veda)’s and, regrettably, G. does not add many details to his definition. In the same third treatise, G. deals with modal propositions as well, and in this case the didactic aim of his exposition could not be more evident. He deliberately avoids all technicalities and limits himself to stating some basic principles of modal logic: modal propositions are defined as categorical propositions to which a modal operator has been attached as a prefix.  There are four modal operators for G.: necessary, contingent, possible, and impossible." G. maintains that also 'true' and 'false' are modes, and by doing so he refers to a traditional doctrine, which has been endorsed also by Aquinas in his De propositionibus modalibus. G. adds that also 'per se' and 'per accidens' are modes, and they correspond to 'necessary' and 'contingent' respectively:  Nam licet prima [i.e. 'per se'] aequipolleat modali de necesse, et secunda [i.e. 'per accidens'] modali de contingenti, tamen ‹non> sunt formaliter modales."2  Ibid., fol. 12r-13r. Cf. ARISTOTELES. De Interpretatione. This claim, although consistent with Aristotle's littera (cf. De Interpretatione), is at odds with Savonarola's exposition. This suggests that 'Thomist logic' was not a monolith and there were several debated issues. G. Compendium logicæ Orationes etiam modi indicativi temporis praeteriti et futuri non significant primo et per se verum et falsum, nisi reducantur ad unam temporis praesentis indicativi. I suggest to add a 'non' to the sentence to make it intelligible. This observation seems to suggest that modal syllogistic is grounded on Aristotle's theory of predication. G., however, does not expand this interesting intuition. Furthermore, even though he is aware of the distinction de sensu composito/de sensu diviso, he does not consider the problems that such a distinction may create within modal syllogistic.' His exposition of modal logic is intentionally simplified for didactic reasons; after having expanded modal conversions, Javelli adds: that would be enough for now, lest you get confused, young man (hæc pro nunc sufficiant ne tu iuvenis confundaris. The tendency to simplify the core notions of medieval logic brings sometimes  G. to modify significantly these doctrines, as is the case in his supposition theory. Medieval authors did not understand the theory of suppositio as a mere theory of reference, but as a theory of meaning, namely as a theory for interpreting sentences. G., on the contrary, seems to consistently maintain that the supposition theory is what we would nowadays call a theory of reference."  According to him,  the supposition is said to be the positing of a term instead of another, i.e. instead of one of its meanings. In this sense, we say that in this utterance 'God is good', the   It is perhaps worth mentioning that such an interpretation has gained an increasing consensus among contemporary scholars: cf. Thom, The Logic of Essentialism: An Interpretation of Aristotle's Modal Syllogistic, Kluwer, Dordrecht The New Synthese Historical Library: Texts and Studies in the History of Philosophy); MALINK, Aristotle's Modal Syllogistic, Harvard, Cambridge, MA The laws of conversions for necessity propositions are valid de sensu composito; mixed necessity syllogisms (like Barbara LXL) are valid only if the modal operator is read de sensu diviso. This seems to suggest that Aristotle's modal logic is inconsistent. G., however, seems not to be aware of this philosophical problem. His exposition of the distinction between de sensu composito and de sensu diviso is as follows: « in modali de sensu composito modus aut praeponitur aut postponitur toti dicto [...], in modali autem de sensu diviso modus nec praeponitur nec postponitur dicto, sed  95  mediat inter partes dicti. G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ According to NOVAES, suppositio provides mechanic rules, by means of which we can list all possible interpretations of an ambiguous sentence. The theory of the suppositio may also serve the purpose of finding the references of the elements of a sentence in certain context; writing about Ockham, Novaes observes that supposition theory is better seen as a theory of propositional meaning in the sense that one of its main purposes is to provide an analytical procedure for determining what can be asserted by means of a given proposition - a procedure including, but by no means limited to, the determination of the entities that the proposition may be about, i.e., its possible supposita, as it would be the case if it were a theory of reference (An Intensional Interpretation of Ockham's Theory of Supposition, Journal of the History of Philosophy, Geach presented supposition theory as a theory of reference in his classical monograph  Reference and Generality. An Examination of Some Medieval and Modern Theories, Cornell, Ithaca, NY Contemporary Philosophy] term 'God' stands for its meaning, so that the sense is: what is signified by 'God' is good.'8  Javelli relies on the definitions of suppositio provided by Peter of Spain and by MANTOVA (si veda), but in his view the supposition theory is a theory of reference:  A substantive term in or outside a proposition, taken in itself, has a meaning, but it has a reference (non supponit) only in a proposition. To make this clear, note that 'to signify' precedes to have a reference For to signify is to introduce a term or a sound to represent a given something. As a consequence, it is up to the first authors who give names to things to make it possible to signify. To have a reference is to take an already given meaningful term so that it can refer to any of its meanings or references in a proposition. 10°  According to Javelli, 'supponit' may be translated with 'refers to a suppositum. G. is faced with two alternative interpretations of the suppositio. But surprisingly, he endorses the one that is more at odds with his understanding of suppositio as a theory of reference. G.  writes that Thomists are debating among them as to whether a term can suppose (supponere) only in a proposition or also in itself. G. maintains that a term supponit only in a proposition - a conclusion that is certainly more consistent with an understanding of supposition theory as a theory of meaning, 'G. points out that this debate originated from the interpretation of AQUINO (si veda), Summa Theologiæ. G. summarises AQUINO (si veda)’s position as it follows. In his answer to the third never refers to a person, unless the word is determined by its corresponding predicate, such as in 'God  TAVELLUS. Compendium logicæ, dicitur suppositio positio termini pro alio, id est, pro aliquo SVO SIGNIFICATO.In quo sensu dicimus quod in hac oratione Deus est bonus, ly Deus ponitur PRO SUO SIGNFIICATO, ut sit sensus, id quod significatur per 'Deus' est bonum -- terminus substantivus in propositione et extra propositionem per se sumptus SIGNIFICAT, sed non supponit nisi in propositione. Pro cuius notitia adverte quod SIGNIFICARE precedit supponere. Nam SIGNIFICARE est imponere terminum sive vocem ad aliquid certi REPRESENTANDVM. Unde facere significare spectat ad primos authores qui rebus nomina imponunt. Supponere autem est accipere terminum iam impositum ad significandum ut stet in propositione pro aliquo suo significato vel supposito generates, God is Father, God is Son. Hence  means (significet) a substance with a quality, a name properly means (significat) a quality, i.e. the form on the basis of which the name is attributed;  however refers to (supponit) a substance, i.e. to the thing to which such name is attributed. This leads Capreolus to maintain that this  is false: God does not generate God (ista est falsa Deus non generat Deum). 104  If we were to follow G.’s view, it is possible, I think, to maintain that a proposition like Deus non generat Deum may also be TRUE, inasmuch as the term Deus in this context may be taken to refer not to a person. Consequently, it would be true to say that god, qua trinity, does not generate god, qua trinity. This example shows that G. has original ideas, even though he never wants to explicitly detach himself to the core tenets of that Thomistic school to which he belonged. -- in responsione ad tertium dicit quod homo per se supponit pro persona, Deus autem per se supponit pro natura. Plostquam beatus AQUINO (si veda) dixerat quod Deus supponit per se pro natura, statim declarans huiusmodi suppositionem format hanc suppositionem, ut cum dicitur Deus creat. Numquam autem supponit pro persona, nisi determinetur per predicatum relativum, ut Deus generat, Deus est pater, Deus est filius, ergo Deus non ex se, sed respectu talis praedicati supponit pro persona Capreoli Tholosani OP Thomistarum Principis Defensiones Theologiae Divi AQUINO (si veda), ed. CESLAS PABAN, THOMAS PÈGUES, Cattier, Touronibus -- nomen, licet significet substantiam cum qualitate, proprie tamen significat qualitatem, hoc est formam a qua nomen imponitur; supponit vero pro substantia, hoc est pro re cui imponitur tale nomen According to the Catholic dogma, it is God the Father who generates God the Son. In other words, if we assume that the term Deus supponit pro persona independently (and, hence, in every context), it follows that a proposition like God does not generate God should be FALSE. The sections on syllogistic are the less original parts of G.’s treatise. Geli — Rossi modum definiendi, dividendo et demonstrandi, Tu tamen adverce licet fiteadem realiter, ratione tamen distingui turinquantu docens, et inquantu utens. Namin quantu docens consideratur in e, in quantu utens relpicit alias scientia. Logica docens sufficienter  diuiditur  in tres partes. Prima est in qua tradatur de terminis  in complexis, et hoc ditiiditur in duas. In prima consideratur de terminis secundo intentionis, et iste  est liber  praedicabilium. In secunda consideratur de terminis primx intentionis, et iste est liber praedicamentorum, et post  praedicamentorum. Secunda est in  qua tradatur de terminis  complexis, id est  de oratione et propositione et hic est  liber “Peri Hermenias”. III est in qua tradatur de argumentatione et hoc dividitur in quatuor. In  prima agitur de argumentatione syllogistica absoluta et simplici, idesi noh applicata alicui  materiae  et hic est  liber  pnorunviln secunda  agitur  de  syllogismo demonstratiuo, et hic est liber posteriorum. In tertia agitur de syllogifmo topico, id est probabili,  flthic  eft liber topicorum. In quarta agitur de syllogismo fallaci, quem dicimus sophisticum, co  q* per ipsum solum  gc iteratur deceptio, et hic est liber elenchorum. Hoc est summa librorum,  quos tradidit nobis LIZIO inventor logicæ. Reliquos autem minores tradarus quos appellamus parva logicalia, non habemus formaliter ab LIZIO. Sed posteriores traxerunt virtualiter ex praedictis libris LIZIO, ita  us  tradare  de  gtib9oronis, deinde  de oratide  et cmltiatione, sicut etiam tradat grammaticus modo grammatico et socundo loco tradabimus de syllogismo formali et tertio loco de  prædicabilibus, et quarto loco de praedicamentis. Nam abfqj notitia propositionis et syllogismi, n “Quida homo non currit.” Praepositiones (“to”) aurem determinant nomen ad constructionem  pro cerro  casu,  puta  ablativo  ucl  accusative. Adverbia  determinant  verbum  f>ro  determinato Io  co, ut adverbia  localia, vel pro determinaro tempore,  ut  adverbia temporis, vel  pro  determinato  modo  quantitatis ucl qualitatis tut adverbia quantitatis et qualitatis. Coniunctiones (‘and,’ ‘or’) autem  determinant  terminos et orationes, secundum,  modum copularivum (‘and’), vel disjuinctivum  (‘or’) vel  illatiuum.  exeplum  primi,  “et”, arcp  exemplum secundi,  “vel,”  “aut”, exemplu  tertii, “ergo,” igitur, iracp.  Inter syncategorematicos  terminos non comprehenduntur intejectiones (“ouch!”) : quoniam  ut  docuimus signficant  NATURALITER, nec pronomina primitiva, quoniam sumuntur loco proprii nominis et certam significant personam. De derivativis autem videtur quod sic,  quem sunt  ut  determinationes  nominum  substantivum - ut  “meus liber”, “tuus pater”, “nostra patria,” etc. Similirer  participium  ji5 eft terminus syncategorematicus, compleditur  enim  nomen substantiuum et verbum -- ut “legens”  loquiTUni» ‘homo qui  legit’ loquitur. Ex his omnibus sequitur, quod cum sine odo  partes orationis, tantum  nomen  et verbum sumendo cum nomine pronomen  primitivum, et cum verbo  participium, sunt  termini  categorematici,  alix  autem partes sine termini syncaregorematici apud logicum, et caulam huius dicemus postquod definierimus nomen et uerbum. Terminorum categorematicorum quidam eft  primat intentionis, quidam secundae. Prima intentio apud veros peripateticos (LIZIO) est primus conceptus fundatus immediate in re, quod est ens reale, ut  primo  apprathenditur  prxhenditur  ab  intellectu, -- ut  ‘animal  rationale’ est  prima  intentio quam format intellectus, et immediate fundatur, iit natura  hominis. Secunda  aurem intentio est secundus conccprus formamus ab intellectu, fundatus in re non immedia ce sed mediante primo conceptu, ut esse praedicabile  de pluribus differentibus numero in quid, est secundus conceptus quem format inrellectus de homine. Nam  postquam  appraehendit cp  ‘homo’ est “animal rationale”, advertit ut est ‘animal rationale’, convenit omni contento sub homine, et sic est praedicabilis  de quolibet suo individuo  in quid, et tunc  format secundum conceptum, dicens quod natura hominis  e eo  quod est ‘animal  rationale’ est prædicabilis de pluribus differentibus numero in quid et quod dico de homine incellige de qualibet natura specifica contenta sub animali. Terminus igitur primis intentionis est terminus significans  primum conceptum, fundatum  immediate  in  essentia  rei -- ut  “homo”, “capra”, “leo”. Terminus autem secunda intentionis  est  terminus significans secundu conceptum  fundatu  in  natura  rei  median  re pmo conceptu -- ut  “genus”,  “species”, “differentia”, “singular”, etc; Et ne confundatur intellectus novitii hic sisto. In tradaru  aute de universalibus sive praedicabilibus diffusius et altius de terminis pmx, et feciidx INTENTIONIS loquemur. Et aduerte quod  divisio termini in terminos  pmz  impositionis, et  secundo  positionis  apud  nos, qui sequimur  VIAM REALIUM non  differt  a praecedenti. Nam  “homo” in  mente vel anima excogitatus, et voce  probatus, et in scripto politus, significat (>mum conceptum ideo est terminus pmz  INTENZIONE intentionis in mente vel ANIMA, in voce, in scripto. Et iste terminus species ex cogitatus in mente vel ANIMA et in voce et in scripto et secundæ INTENZIONE intentionis, quia significat secundum conceptum modo quo diximus. Non ergo est necesse ultra divisionem factam inter terminos f>mx, 8( secundae INTENZIONE intentionis, assignare eam quæ dicitur pmz, et secundx INTENZIONE imtentionis ut penitus distinctam aprxcedenti, qux fuit inter m x, et secundx  INTENZIONE intentionis. Hoc enim continetur  in illa. Terminorum quidam cfimunis, quidam  singularis. Comunis est q de pluribus praedicatur -- ut  “homo”, “animal”, “lapis”, et apud  grammaticum dicitur  nomen appellativum, quem pluribus convenit. Grice : « Except Ramsey, who calls his naming unique ! » Terminus singularis est qui de uno solo prædicatur -- ut piato, et fortes, et apud  grammaticum dicitur nomen proprium (“Fido”), qmuui soli conuenk, et ad «erte alternas, ut qndiuiditeorpus p alata et inaiatu, et aiatu per sensitivu St no (cnfitiuu, fecundo gnis in spes spalissimas, uc  qii dividitur color per albedinem et nigrcdinem. Et hac divisionem cognosces in trac. de praedicabilibus. Divisio totius in gtes fkqncp modis, pmo qntotu dividif in ptes subicdiuas individuales, ut qn dividit ho in forte Pia Ioanne. Pecru, etc. Scdo qn totu dividitur in partes essentiales CICERONE ESSENTIA, uc ens naturale compositu dividif in materia et forma, sicut dividit homo in  animam et corpus, III qn dividitur totu co tinuuin partes suas integrales, ut domus in fundamentum, tc» dii, et pariete, et corpus animalis in partes, qufe sunt membra sua, ex qbus integrat corpus, IV qn dividitur totu dito tinuu in partes fiias, inter quas et si no fit continuitas est rame ordo et proportio. Hoc rao dividif  EXERCITVS in mtlitcs, cqtcs peditcs, 8(c. quinto qn dividif totu poretialc sive poteftariufi in partes suas poreftativas qn diuiditur anima per potentias suas et virtutes suas, ut tibi manifeftabitur  i libro de anima, et ifra manifestabimus tibi in libro de syllogismo Topico Divisio uo cis in sua significata sit tribus modis primo vocis univoce in significata univoce GRICE UNIPLEX SIGNIFICATIO versus MULTIPLEX SIGNIFICATIO, ut qn dividif ho in Socrate et platone etc, secundo vocis aequivoce GRICE MULTIPLEX SIGNIFICATIO versus UNIPLEX SIGNIFICATIO in significata aequi-vocata, -ut qn dividitur “cancer” in stella sive signum cæleste, et aquaticum aial, et morbum, III vocis analogicæ GRICE ANALOGICAL UNIFICATIO in significata analogata, ut qti dividitur “sanu”, iu alal sanu, urina sana, medicinam sanam, cibum sanum, aercm sanum, excretum sanum, et cetera Et hanc divisione cognosces in trac. de pntis.; Divisio secudu accidens sic tribus modis, primo subiecti in accidentia, ut holum alius parvus, alitis  magnus 1 alius albus, alius niger, alius medio colore coloratus, (c3o accidentis!in subiecta, ut accidentifi, quæ sunt m hoie, aliud in aia, ut seia, aliud in corpore, ut agilitas etc. tertio accidentis in accidentia, ut accidentiu, quarda dura, quaedam liquida, qnada lucida, quaedam tenebrosa, et haec divisio manifestabit tibi in philosophia naturali et præcipue in libro de generatione. Isti igitur sunt iqodi universales GRICE UNIVERSALIA famofiores apud LIZIO, quibus fieri confutuit divisio. Quantum ad pmam divisionem, quac est per affirmativa et negativam aduerre, quod affirmativa dupfr definitur, pmo sic, categorica affirmativa est. ppofirio in qua praedicatum affirmatur de subiefto: -- ut: Homo est albus. Sed adverte cj» tuc praedicatu affirmatur de subiecto quando negatio no p cedit copula, q?  fi praecedit negatio, negatur praedicatum de subiecto, et efficitur negativa – ut hic  “Socrates non est albus.” Si autem fiib sequitur no efficitur  negativa, sed permanet affirmativa,-- ut: Homo est no albus. Ire adverte «p alio modo affirma! praedicatum de subiecto in affirmativa vera et in falsa, na in vera affirmatur re et voce quia sic est in re, sicut dr, ut homo re et voce est risibilis. In falsa atite affirmatur voce tm et non re. Nam licet dicam q» Homo est asinus tarhe non sic est in re, secundo definitur sic. Affirmativa est in qua verbum principale affirmatur de subiecto, ut Homo est animal. Dr in qua verbum principale affirmatur ad differentiam verbi secundarii qtiod si negatur vel affirmatur, propter ipsum non sit propositio affirmativa nec negativa. Vnde ista non est negativa. SOCRATE CICERONE CATONE qui non currit, movetur, nec ista est affirmatiua, Socrates, qui currit, non movetur. Nam In prima  licet verbum secundarium, quod est, currit, negetur, tamen principale quod est movetur, affirmatur, ideo  permanet  affirmatiua. In IccQda  autem  fit  oppofito  modo,  ideo  permanet  negatiava. Et ratio huius est, quia ticrbii secundarium fe tenet  a parte subiecti, q3 paret  refoluedo  in  fuu  participiu  fiuc aftiuum siue pasfiuu, ut  hic. SOCRATE CICERONE CATONE qui non currit, ideft. Socrates a9 non carrcns mouccur, SOCRATE CICERONE CATONE qui currit, id est Socrates curreni non movetur: Subiectum autem coniunctum participio affirmativo negativo no facit propositionem dic affirmatius vel negarivam, sed negatio cadens super verbum principale sive immediate, ut quando subsequitur subiedum, ut “homo non est asinus”, sive mediate, ut Non homo est animal, dum modo sumatur negatio negans, et no infinitam terminum, cui opponitur, nam si infinitarer, non faceret negativam. Vnde lixc non est negative. “Non homo currit”, qm ly non homo est nomen infinitum, etc. Vnde non homo curru, aequippollet isti, asinus qui ft no homo currit. Costat aut hanc esse affirmativa Patet igitur quid sit categorica affirmativa. Categorica negatiua dupliciter definitur. Primo sic, categorica negativa est propositio in qua prædicatum negatur de suo subiecto, auc homo non est lapis. Secundo sic, est propositio in qua verbum principale negatur. Dicitur verbum principale ad differentiam verbi secundarii, quod ut docuimus sive affirmetur sive negetur, non facit propositionem affirmativam aut negativam. Et adverte, quod propositio  poreft fieri afflrirmativa vel negativa dupliciter scilicet explicite et IMPLICITE. Si explicite, sit per nomen et verbum indicativi modi, ut homo est risibilis. SIIMPLICITE potest fieri per unicum terminu, ut quando dicimus, homo est risibilis, et e converso, ly  e converso aequippollet uni propositioni, qux est haec, et risibile est homo. Item adverte quod divisio per afflrmativam et negativam non foium convenit categoricæ sed etiam hyporheticæ et modali, quomodo autem siat hypothetica affirmativa et ne gar. similirer modal s, dicemus agentes de eis. Nunc autem sustine, ne confundaris ut nouus AVDITOR (Grice, RECIPIENT, ADDRESSEE). Conversational Imperative : Thou shalt not confound they addressee – while the Queen can confound her enemies – and make them fall! -- Haec de prima divisione di&afint Quantum ad secundam divisionem categorica: sciliccc per veram et falsam, adverte quod cartgorica vera, tam affirmatiua quam negatiua dupliciter definitur. Primo sic, vera est, qua: significat verum id est significar rem sicut est, si est affirmatiua, vel significat rem sicut non est, si est negatiua. Sed de hac latis diximus in ca. præcedenti in dedaranlo definitionem propositionis secundo autem fir defiintur. Vera est illa, cuius SIGNIFICATVM PRIMARIVM EST VERVM. SIGNIFICATVM autem PRIMARIVM est illud quod exprimitur p oro nem infinitiuam. Verbi gratia haec est ucra Deus est bonus qm deum esse bonum, est verum. Sic.n. est in re. Dico cuius primarium GRICE CENTRAL significatum est verum ad differentiam secunda  rii. secundarium autem est quod continetur in primario 8c sequitur ad illud. Verbi gratia primarium huius, homo est rationalis, est esse rationalem ad hoc autem sequitur cfte animal, esse ANIMATVM, e de corpus efie subie&am. luxta igitur SIGNIFICATVM PRIMARIVM et secundarium indicanda est propositio vera, qm est vera primo et per se ex eo, ex secundario autem est tantum consequenrcr. Nam bene sequitur qcf “Si fortes est homo, fortes est animal.” sed non ceonuerfb, ut declarabimus in trac. de consequentiis. Similiter falsa dupliciter definitur. Primo sic, falsi est qux aliter significat quam sit in re, ut haec est falsa, Homo est ansinus, quia SIGNIFICAT hominem esse asinum, et tamen aliter est rn re, quia in re no est  asinus, sed homo sive rationalis, et de hac definitione iam diximus in cap. præcedenti in definitione propositionis. Secundo sic, falsa est illa cuius primarium significatum est falsum. Verbi gratia hæc est falsa “Homo est asinus”, quia holem esse asinum est falsum, cu sic ronalis, et asinus irratironalis. Quod si fiereciudicium secundu SECVNDARIVM SIGNIFICATVM (IMPLICATVRA), quod est dfe animal, esset vera. Nam haec est, vera homo est animal v non tamen sequitur, ergo est asinus, ut declarabitur tibi in trac. De consequentiis Haec de secunda divisione distasint, Quantum ad tertiam divisionem scilicet quod aliqua est  alicuius qiiamicari$, aIiquanulliu$. Alicuius quantitatis est illa, cuius subiectum stat pro aliquo ucl pro aliquibus vel pro omnibus vel pro nullo, ut declarabitur in divisione sequenti. Nullius quantitatis est illa cuius subiectum suspenditur a propria DENOTATIONE -- GRICE, ronc, pbationis termini praecedetis ipsum quails est exclusiva exceciva reduplicativa, de quaif, p- Satiqne aprietates: ut est RISIBILITAS in homine, PAR et impar in NUMERO, curvum et RECTVM in linea, sumum calorem in igne lite nancg faciunt propositionem in materia naturali. Quid ne. ro sit fluere apneipiis specjci declarabitur tibi in trac. de prædicabilibus in cap. de proprio et accidente. Illæ vero fiunt in materia remota, in quibus prædicatum non potest verificari de subiecto, Imo  id  inuicero repugnant. Istæ autem sunt in quibus subiectum et prædicatum sunt opposita contraria vel contradidoria vel  privative ucl relative  opposita. Exempla: Album  est nigrum. Homo est non homo.  Caecus est videns. Pater  est  filius. Et  aducrte, q?  dicuntur  fieri  i|i  materia  remota, scilicet  repugnanti, qm natur subiedi&i prædicatiin oibus p didis repugnant adinuioem, nec se compatiuntur. Inde est q1 omnis affirmatiua in materia remota ferng et de neccsfiUtate est falsa, negatiua autem femg  et immutabiliter ucra. In materia vero naturali est opposito modo. Nam affirmariva femg  est  vera, negatiua fepig falfcM  Jn nuter cotingeti? 4 est medio m6, qm  tam affirma, q nega,  aliqn e vera aliqn falsa, nam qn prædicatum inest liibiedio, affirmatiua est vera, negativa falsa, qn prædicatum  removetur, affirmativa est falsa, negariva est vera. Hoc de VII diuifione difta fint. Quantum ad oAauam  divisionem, quae fuit haec, Propositionum categoricarum participatium utroqj termino eodem ordine triplici materia.Cnaturali contingenti et remota adverte, quod inter eas sit quatruplexoppositio: contraria sub-contraria, CONTRADICTORIA, ubalterna. Oppositio contraria sit inter eas quarum una est universalis affirmatiua et altera universalis negatiua, de eifdcm subietlis et prædicatis univoce et æque ample et aeque strictca cceptis. Primo df quarum una est universalis et cetera. Nam ut distinguantur a contradictoriis, debent esse eiufdem quantitatis et diverfae qualitatis. Si eiufdem quatitatis, ergo utraqj est universalis vel particularis, non secundum quia non essent contrariae sed subcontrariae. Ut dicetur infra ergo primum. Si, DIVERSÆ QVALITATIS, ergo i&fca est affirmativa et altera negativa. Secundo dr de ei (dem subiectis et prædicatis: uc ois homol albus, nullus homo est albus, et dcfeftu huius iftaeduae non funt contrariae ois homo est albus, nullum rifibilc est albus. Tu tn  aduerte  quod subiectum et prædicatum  pnt  esse  idem  tripliciter, pmo fm vocem tm et non fm  SIGNATVM, secundo t m. SIGNATVM tm et non  fm vocem, tertio fm vocem et SECVNDVM SIGNIFICATVM. Exempla: Omnis canis  latrat: nullus canis latrat. Omnis homo currit, nullum  ronale currit. Omnis  homo est alal  nullus homo est  alaU Prima identitas non sufficit  ad contrarietatem,  ideo  dicitur  in  definitione, acceptis UNIVOCE, constat aut quod canis est TERMINVS ÆQUIVOCVS; aut sufficit ad contrarietatem virtuale seu  ÆQVIVALENTE sed  no  ad  formalem; vero sufficit ad contratietate  proprie dicta et formale [CF. H. P. GRICE, DICTIVE MEANING AND FORMAILITY – as candidates for EXPLICITVM – why not both, as in J.?], unde licet iftx duæ, “Omnis homo currit, nullu rationale currit, sint  cotrariæ virtualiter eo q SECVNDVM SIGNIFICATVM homo et rationale fune idem non tamen forma\itct, qm formaliter non participat E ii utroqj termino secundum vocem et SECVNDVM SIGNIFICATM. III  dicitur aeque ample &aeque ftrufie acceptis. Dcfe du huius apud multos istae dux non sunt contrarie. Omnis homo est animal, nullus homo est animal, quoniam in prima potest teneri tam pro masculis quam pro femminis; in secunda SOLVM PRO MASCVLIS. Tu tn adverte,  quod secundum usum i utracp accipi confucuit pro MASCVLIS  ideo  acceptantur: ut ue rz contrariZj Item defedu huius istæ dux non sunt contrariæ. Omnis homo EST albus, Nullus homo FVIT albus, quia in prima reftringitur  ad præsentes, in secunda autem ampliatur ad przfentcs vel  præreritos. Sed pronunc fuftinc, donec pertrademus de AMPLIAZIONI et APPELLAZIONI. Tu tn adverte, quod prxdldx non sunt contrariæ non solum ronc di da, sed quia copula non tenetur eodem modo in prima set secunda. Nam in prima est ly est, in  secunda  est  ly FVIT. Unde in  definitione  intelligendum est q' contrarix  debent  c(Te  de  ctfdem subicdis  et prædicatis  et copulis. Hoc  de  contrariis  dida  fint. Oppositio contradictoria est inter eas, quarum  una cft  viis affirmatiua, altera  particularis negativa, ut  Omnis homo est animal, Quidam homo non est  animal, uei altera est vfis negatiua, et altera particularis affirmatiua, ut Nullus homo currit, Quidam homo currit, dccifdcm subicdis  et pdicatis et copulis, uniuocc  et zque  ample, et xque  ftride acceptis. Omnia debent intclligi sicut expofitum  est  de  contrariis. Ut  autem  habeas  maiorem  noticiamdc contradidione  adverte  ex  doctrina LIZIO, quatuor condidioncs requirit, et defedu cuiullibct carum enitatur contradictoria oppositio. Prima est quod sit affirmatio eiufdem de eodem et negatio, dummodo sumatur idem secundum rem et vocem, ut “Socrates currit”, “Socrates non currit”. Defedu cuius ista apud logicu non sunt contradictoria formaliter sed virtualiter sive equipollenter tantum ex parte rei. “CICERONE currit”, “MARCO non currit”, posito enim quod sint sinonima ex parte significati quia ide homo didus est MARCO et CICERONE, tame distinguuntur voce icas isb ffffi futc: ctu  OOP   uiJ'   ipl   lo  Taa   jnci  u$  yra (Tei. t& il* ra^ jsi» iC30  is. io»  srt-   t& itio, Sa ? t V V^lArii*  Jj; ii .I' d appdlationibus J IX de consequentiis. X de probationibus terminorum. Vndeamus de syllogismo demonstrativo, in quo quo continetur LIZIO docrina in lib. poster. Qjia E Gmma recenti hac nostra editione uiligentissime, exposita fiint, atque elaborate, Grice: “For all their subtleties I lizii, or peripatetic logicians never cared about formulation. Consider G.: the dog barks, anger is represented, ‘canis latrat raepresentatur ira, gemitus infirums raepresentatur dolor. No care is taken to represent the proper signification. It is still the ‘anima’ if the vegetative one, it is still the dog’s spirit. If the dog barks, he means that he is angry. If the infirm moans he means he is in pain, and so on.” Grice: “Javelli is one of the most careful Italian philosophers. He had a fascination for two little tracts by Aristotle towards which I also felt an attraction: De Interpretatione and Categories. His comments on De Interpretatione are brilliant in that he reduces all to ‘re-presentare’. The infirmus who groans or moans represents ‘dolor’. The dog that barks represents ‘anger’. These are ‘signs’ of the natural kind – and rather than dark clouds meaning rain he is into ‘phone’ – vox – here it is vox signifying that p or q naturaliter. (my example of groaning of pain). From there he jumps to the institutional meaning, ad placitum, ex decreto et authoritate – e consuetudine, -- a system which superseds the previous one. Nome compiuto: Giovanni Crisostomo Javelli. Iavelli. Giavelli. Javelli. Keywords: implicatura, grammatica razionale, psicologia razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giavelli” – The Swimming-Pool Library. Giavelli.

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