GRICE ITALO A-Z G GIA
Luigi Speranza -- Grice e Giandomenico: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’apertura semantica e
l’implicatura di Galilei – la scuola di Carunchio -- filosofia chietese –
filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Carunchio). Abstract. Grice: My attempt at Pirotese was inspired
by Russell, rather than Carnap!” Keywords: Tealy pirots karulise elatically. Filosofo
italiano. Carunchio, Chieti, Abruzzo. Grice: “I like Giandomenico; he makes
excellent commentary on Bernard’s controversial, deterministic idea of life –
from amoeba to man, in Russell’s words --.” Grice: “Surely this has connections
with my method in philosophical psychology, from the banal to the bizarre,
which actually starts with philosophical BIO-logy!” Grice: “Giandomenico shows
that while Bernard never thought he had to provide a ‘conceptual analysis’ of
‘vivente,’ he does propose this or that criterio: for one he tries to prove
that self-nourishment cannot be the criterion – but I’m not sure what the
positive he poes, if any!” Si
laurea con Corsano all’istituto di filosofia di Bari.Insegna a Brindis, Lecce,
Foggia, e Bari. Studia l'insegnamento di Filosofia nei Licei. Studia filosofia della
comunicazione. Fonda il Laboratorio di Epistemologia Informatica e il Centro per
la Metodologia della Sperimentazione. Studia pragmatica computazionale e
Informatica umanistica. Membro della Società Filosofica Italiana. Si occupato della
storia della fisiologia, la storia sdell’informatica, l’informatica pragmatica,
teoria della comunicazione, teoria dell’implicatura conversazionale, e teoria
del segno. Pubblicato uno studio su Tommasi, che aderì alla sperimentazione. Ha
trattato il contributo scientifico di Pende. Analizza i fondamenti
dell'informatica nei suoi rapporti con le teorie filosofiche, mettendo in
evidenza le strutture epistemiche reciprocamente significative. “Filosofia ed
informatica”, Inoltre, ha sperimentato applicazioni delle tecnologie informatiche
nella ricerca umanistica. Le ricerche condotte nell'ambito
dell'informatica linguistica si sono proposte l'analisi
linguistico-computazionale. L'obiettivo è stato quello di andare al di là del
livello “lessicografico” – il filosofese – o terminologia filosofica, como
‘implicatura’ -- e di implementare una rete sintattica automatica con l'ausilio
di software dedicati. Il primo progetto ha riguardato l'analisi della
conversazione nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi” di GALILEI. Usando un
software, creato dal Laboratorio di Epistemologia Informatica di Bari, ricava
un “vocabolario” (filosofese, terminologia filosofica, vocabolario filosofico)
galileiano, procedere ad una prima valutazione dello stile ed avviare l'analisi
“semantica” di un “concetto” utilizzato da Galileo. Ha raccolto, infine, questi
spunti in una riflessione sui linguaggi dell'artificiale, intersecati con
quelli della vita, sulle nuove tecnologie della comunicazione e sull'etica.
Altre opera: “Tommasi, filosofo, Bari, Adriatica; “Filosofia e sperimento”
Bari, Adriatica; “Scienza, filosofia, letteratura, Verona, Bertani; “
Introduzione a Charcot, Fasano, Schena); “Epistemologia informatica, Bologna,
Transeuropa); “ Filosofia e informatica. Bari: Laterza); “L'uomo e la macchina
trent'anni dopo: Filosofia e informatica, Società Filosofica Italiana, Bari,
Laterza); “Dall'offerta formativa alla creazione di un nuovo lavoro: la laurea
umanistica” in Convegno per il corso "Informatica umanistica” BARI: G.
Laterza); “Laboratori di psicologia tra passato e futuro, Lecce, Pensa
Multimedia); “La prosa di Galileo: la lingua la retorica la storia, Lecce, Argo);
“La filosofia come strumento di dialogo tra le culture, Bari, Mario Adda Editore);
La Società Filosofica Italiana, Roma, Armando. Triggiani, Cultura, un fronte
unico. Università e Comune per una rete dei contenitori, in Gazzetta del
Mezzogiorno, A.L., Dopo la laurea faccio il master in orecchiette, in Specchio.
Supplemento di La Stampa, F. Di Trocchio, Dall'archivio al futuro, in
L'Espresso,de Ceglia, l. Dibattista, Semi di storia della scienza. Milano, Angeli. L’esperire immediato e
l’esperienza mediata Affronteremo in questa lezione il difficile rapporto che
s’instaura tra il mondo-della-vita e quello della scienza, tra esperienza
diretta ed immediata ed organizzazione razionale. Husserl ritiene che le
scienze moderne (matematiche e naturali) hanno bisogno di un nuovo fondamento,
diverso e ben più solido di quello che vien loro solitamente attribuito dalla
comunità degli scienziati, dei logici e dei metodologi. Per trovare questo
nuovo fondamento, egli si rivolge direttamente al mondo-della -vita, cioè al
mondo dell’esperienza concreta, nel quale le intuizioni si presentano al loro
stato originario, non ancora elaborate in concetti: in una parola, si rivolge
al mondo del precategoriale. A questo proposito egli mette in guardia gli
scienziati, i quali ritengono di considerare la natura come è realmente e non
si accorgono dell’astrazione attraverso la quale essa è diventata per loro un
tema scientifico, non si accorgono cioè che le cose cui fanno riferimento - perfino
quando parlano di oggetti empirici, di risultati dell’osservazione e della
sperimentazione - sono in realtà il frutto di un precedente, assai complesso e
artificioso, lavoro categoriale. Possiamo ricordare, a questo proposito, le
procedure operative che oggi (in maniera più evidente di quanto si poteva
percepire ai tempi di Husserl) le scienze sperimentali adottano. Ecco un
esempio. Vedere, nella scienza del nostro tempo, vuol dire, quasi
esclusivamente, interpretare segni generati da strumenti: tra la vista di un
astronomo del nostro tempo che fa uso del telescopio spaziale Kepler e una di
quelle lontane galassie che appassionano gli astrofisici ed accendono la
fantasia di tutti gli esseri umani sono interposti oltre una dozzina di
complicati apparati mediatori del tipo: un satellite, un sistema di specchi,
una lente telescopica, un sistema fotografico, un apparecchio a scansione che
digitalizza le immagini, vari computer che governano riprese fotografiche e
processi di scansione e memorizzazione delle immagini digitalizzate, un
apparecchio che trasmette a terra queste immagini in forma di impulsi radio, un
apparecchio a terra che ritrasforma gli impulsi radio in linguaggio per un
computer, il software che ricostruisce l’immagine e le conferisce i necessari
colori, il video, una stampante a colori e così via. Questo esempio evidenzia
che la scienza ha due attività fondamentali: la teoria e gli esperimenti. Le
teorie cercano di immaginare come il mondo è; gli esperimenti servono a
controllare la validità delle teorie e la tecnologia che ne consegue cambia il
mondo. L’intero iter della ricerca scientifica si può sintetizzare con una
affermazione netta: rappresentiamo e interveniamo. Rappresentiamo al fine di
intervenire e interveniamo alla luce delle rappresentazioni. Dall’epoca della
rivoluzione scientifica ha preso vita una sorta di “artefatto collettivo” che
dà campo libero a tre fondamentali interessi umani: la speculazione, il
calcolo, l’esperimento. La collaborazione fra ciascuno di questi tre ambiti porta
a ciascuno di essi un arricchimento che sarebbe altrimenti impossibile. Per
questo, come aveva insegnato già il filosofo inglese Francesco Bacone (ritenuto
con Galilei il padre della scienza moderna), la scienza non è osservazione
della natura allo stato grezzo. I sensi dell’uomo vanno ampliati mediante
strumenti. I raggi dell’ottica di Newton, così come le particelle della fisica
contemporanea, non sono dati in natura, sono i dati di una natura sollecitata
da strumenti. Di fronte alla natura - come aveva affermato con una delle sue
barocche metafore il Lord Cancelliere inglese - dobbiamo imparare a “torcere la
coda al leone”. Da questo punto di vista la storia degli strumenti non è
esterna alla scienza, ma ne è parte costitutiva e integrante. Attenzione!
Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da
copyright. Ne è severamente vietata la riproduzione o il riutilizzo anche
parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore. La
rivincita della conoscenza comune In altre parole: la definizione operativa
accolta usualmente dagli scienziati tende sì a ricondurre i concetti ad un
contenuto empirico, ma questo contenuto in realtà è quello filtrato da teorie e
strumenti, come dall’esempio che abbiamo sopra riportato.La tesi di Husserl è,
invece, che il fondamento di tutte le scienze - anche di quelle cosiddette
empiriche - possa venire fornito soltanto dal «fiume eracliteo» delle
intuizioni che precedono qualsiasi tipo di concettualizzazione e che ci
coinvolgono nell’immediatezza della vita, personale e professionale, vissuta,
la quale presuppone “il mondo circostante quotidiano della vita, in cui tutti
noi, e anch’io in quanto filosofo, esistiamo coscienzialmente: non meno le
scienze, in quanto fatti culturali inclusi in questo mondo, e gli scienziati e
le loro teorie. Nei termini del mondo-della-vita: noi siamo oggetti tra gli
oggetti; siamo qui o là, nella certezza diretta dell’esperienza, prima di
qualsiasi constatazione scientifica, fisiologica, psicologica, sociologica,
ecc. D’altra parte siamo soggetti per questo mondo, soggetti egologici che lo
esperiscono, che lo considerano, che lo valutano, che vi si riferiscono
attraverso un’attività conforme a scopi, soggetti per i quali il mondo
circostante ha il senso d'essere che gli è stato attribuito dalle nostre
esperienze, dai nostri pensieri, dalle nostre valutazioni, ecc., e nei modi di
validità (della certezza, della possibilità, eventualmente dell’apparenza,
ecc.) che noi realizziamo attualmente, in quanto soggetti di validità o che già
possediamo da prima e che portiamo in noi in quanto abitualmente acquisiti, in
quanto validità di questo o di quel contenuto che possono essere attualizzate a
piacimento. Naturalmente tutto ciò soggiace a una molteplice evoluzione, mentre
”il” mondo continua a essere un mondo unitario, e si corregge soltanto nella
sua struttura di contenuto. Ora, se consideriamo noi stessi in quanto
scienziati, nella funzione di scienziati in cui ora di fatto ci troviamo, al
nostro particolare modo d’essere, di essere scienziati, corrisponde il nostro
fungere attuale nel modo del pensiero scientifico, del nostro porre problemi e
del nostro ricavare soluzioni teoretiche in relazione alla natura e al mondo
dello spirito; ciò a cui ci riferiamo non è dapprima altro che uno degli
aspetti del mondo-della-vita già precedentemente sperimentato o, comunque, già
presente alla coscienza e già valido scientificamente o pre-scientificamente.
Fungono con noi gli altri scienziati, che vivono con noi in una comunità
teoretica, che attingono o già possiedono le stesse verità, oppure che, grazie
all’accomunamento di questi atti, stanno con noi nell’unità di operazioni
critiche e nel proposito di un accordo critico. D’altra parte noi possiamo
essere per gli altri, e gli altri per noi, meri oggetti; invece che nella
comunità dell’unità di un interesse teoretico attuale, possiamo conoscerci
reciprocamente attraverso l’osservazione; possiamo conoscere gli atti del
pensiero, gli atti dell’esperienza e, eventualmente, altri atti, come fatti
obiettivi, ma “senza interesse”, senza partecipazione, senza un’adesione o un
rifiuto critico” (Husserl, La crisi delle scienze europee). Ogni pensiero
scientifico e qualsiasi problematica filosofica, secondo Husserl, implicano
sempre certe ovvietà, per esempio la certezza che il mondo esiste, che è già
sempre preliminarmente, e che qualsiasi rettifica di un’opinione di qualsiasi
tipo, presuppone sempre il mondo in quanto orizzonte di ciò che senza dubbio è
e vale. Anche la scienza oggettiva pone i suoi problemi sul terreno di questo
mondo, il quale, però, è sempre già da prima, che è già a partire dalla vita
prescientifica. Essa, come qualsiasi prassi, presuppone il suo essere; ma,
insieme, si pone come fine la trasformazione del sapere prescientifico (che è
imperfetto sia nella sua portata che nella sua consistenza), in un sapere
compiuto, conformemente all’idea della correlazione tra mondo, che in sé è ben
determinato, e verità scientifiche che lo spiegano, presentandosi come delle verità
in sé. In altri termini, il suo compito è quello di attuare questa esplicazione
attraverso un processo sistematico, attraverso gradi di compiutezza,
utilizzando un metodo che permetta un costante progresso. In realtà
Husserl tende a realizzare una descrizione dello strato precategoriale (o
antepredicativo) posto a fondamento dell’edificio logico-categoriale. Questo
strato può presentarsi sia come un piano autonomo d’esperienza che ignora la
destinazione predicativa, sia come un’anteriorità funzionale, cioè come un
precategoriale non autonomo in quanto indirizzato verso il piano predicativo (o
categoriale). In questo secondo caso, il predicativo assume il valore di
interpretazione ed esposizione linguistica dell’antepredicativo cioè
dell’originario d’esperienza. Il criterio che egli assume, peraltro, richiede
che ogni fondazione e chiarificazione conoscitiva acquisisca, dal punto di
vista fenomenologico, la forma del rinvio all’intuizione fondante. In tal modo
il rapporto tra sensibilità ed intelletto (è evidente qui il richiamo critico
alle due “fonti della conoscenza”, di kantiana memoria) si traduce nel rapporto
tra sensibile e “categoriale”: il non-categoriale, il precategoriale è
collocato nella sfera del sensibile con tutta la sua valenza fondativa per gli
atti logici superiori. La rivincita della conoscenza comune Agrimensura
empirica e geometria scientifica Tra le pagine più note, nelle quali Husserl
analizza il rapporto fondativo del precategoriale incarnato nel
mondo-della-vita ed il categoriale consacrato nei paradigmi scientifici, quelle
dedicate alla genesi della geomertia e della geometrizzazione della natura sono
particolarmente idonee per le tematiche che stiamo analizzando. Husserl precisa
subito che la sua indagine genealogica non mira ad una ricostruzione
“storiograficamente corretta” delle origini della geometria (emblematicamente
assurta a simbolo della scienza “esatta”, ma non rigorosa) bensì vuole
rintracciare il senso profondo, originario della sua collocazione categoriale.
Il problema dell'origine della geometria (e sotto il titolo di geometria
raccogliamo qui, a fine di concisione, tutte quelle discipline che si occupano
delle forme esistenti matematicamente nella spazio-temporalità) non è qui un
problema storico-filologico; non si tratta quindi di reperire i primi geometri
che·abbiano formulato proposizioni, dimostrazioni, teorie geometriche, né
quelle determinate proposizioni che essi possono aver scoperto, ecc. Il nostro
interesse mira invece a risalire al senso più originario in cui la geometria si
è costituita, in cui si è sviluppata attraverso millenni, in cui è ancora viva
per noi e in cui continua a evolvere; noi indaghiamo cioè il senso in cui si è
presentata per la prima volta nella storia - il senso in cui dev’essersi
presentata, anche se nulla sappiamo, né cerchiamo di sapere, sui suoi creatori.
Partendo da ciò che sappiamo della nostra geometria, oppure dalle sue forme più
antiche tramandateci (per es. dalla geometria euclidea), cerchiamo di risalire
agli inizi originari e ormai sommersi della geometria, a quegli inizi
“originariamente fondanti” così come devono necessariamente essersi prodotti.
Questo tentativo di risalire al senso originario si mantiene necessariamente
nell’ambito delle generalità, ma, come La rivincita della conoscenza comune
risulterà tra breve, si tratta di generalità ricchissime, la cui esplicitazione
offre la possibilità di attingere problemi particolari e constatazioni evidenti
che a loro volta si configurano come problemi. La geometria, per così dire, compiuta,
a cui occorre rifarsi per risalire al suo senso, è una tradizione. La nostra
esistenza umana si muove nell’ambito di un numero enorme di tradizioni. Tutto
il mondo culturale, in tutte le sue forme, è per noi in base alla tradizione.
Perciò le forme culturali non sono soltanto divenute causalmente: noi sappiamo
anche che la tradizione è appunto una tradizione che si è costituita nel nostro
spazio umano e in base all’attività umana, sappiamo che è spiritualmente
divenuta - anche se in generale noi non sappiamo nulla della sua precisa
provenienza e della spiritualità che l’ha di fatto determinata. E tuttavia,
anche questo non-sapere include sempre, per essenza e implicitamente, un sapere
che può essere esplicitato, un sapere di un’evidenza incontestabile. (Husserl).
Questo sapere, continua Husserl, affonda le radici, nell’esempio specifico che
egli illustra, nell’impiego empirico dei concetti geometrici. A questo livello
possiamo certo accontentarci di determinazioni piuttosto vaghe, di una vaga
tipicità; e dunque di confronti sommari, a occhio e croce. Ci possiamo
contentare, ma beninteso secondo i casi. Vi sono situazioni in cui non ci
contentiamo affatto. Se, ad esempio, dobbiamo vendere il nostro campicello o
scambiare il nostro con quello di un altro, presumibilmente non saremo affatto
soddisfatti da determinazioni tra il più e il meno. Cercheremo di escogitare
metodi più precisi di confronto, dunque metodi di misurazione. Si vede subito
allora in che senso la pratica della misurazione abbia a che fare con la
geometria, e in particolare con la sua origine. Pur essendo motivati da
interessi pratici, cominciamo tuttavia ora a porci problemi teorici, continua
Husserl, sia pure in una forma relativamente disorganica. Per escogitare metodi
di misurazione abbiamo bisogno di operare una certa classificazione delle
forme, scoprire certe relazioni tra esse o inventare dei ben determinati
congegni per stabilire tra esse una relazione. In tutto ciò sono implicite
numerose riflessioni teoriche che preparano la riflessione propriamente
geometrica. Lo stesso problema di una classificazione tenderà, ad esempio, ad
un certo ordinamento che prefigura la distinzione tra forme elementari e forme
derivate e che non solo richiede un preciso intervento teorico, ma configura
altrsì un possibile campo di indagine con fini propriamente ed esclusivamente
conoscitivi. Questa origine della problematica geometrica non ha evidentemente
un carattere “storiografico” nel senso consueto del termine. In altri termini,
non ci sono documenti che mostrino che le cose siano andate proprio così, e
questo è un altro elemento di notevole interesse che emerge dalle riflessioni
di Husserl e che riguarda il concetto della storicità. È innegabile infatti che
siamo comunque di fronte ad una descrizione storica, ma essa è condotta sul
filo di una logica interna ai concetti, non è un racconto più o meno
leggendario. E persino l’origine della riflessione geometrica dall’agrimensura
ha forse queste caratteristiche di una connessione genetica non storiograficamente
documentata in senso stretto, ma che rientra tuttavia, in un certo senso, nel
pensiero di una storia della geometria alle sue origini. Scrive Husserl: La
metodica geometrica della determinazione operativa di alcune e poi di tutte le
forme ideali a partire da forme fondamentali, in quanto mezzi elementari di
determinazione, rimanda alla metodica esercitata già nel mondo circostante
pre-scentifico-intuitivo, dapprima in modo rudimentale poi secondo regole
d’arte, alla metodica della misurazione e in generale della determinazione
misurativa. Le sue finalità hanno un’origine, che è rivelatrice, nella forma
essenziale di questo mondo-della-vita. Le sue forme sensibilmente esperibili e
sensibilmente- intuitivamente pensabili in esso e tutti i tipi pensabili, a
qualsiasi grado di generalità, si connettono continuamente le une con gli
altri. In questa continuità essi riempiono la spazio- temporalità
(sensibilmente intuitiva) che è la loro forma (Form). Ogni forma che rientra in
questa aperta infinità, anche quando è data come un fatto nella realtà, è priva
di “obiettività”, perciò non è determinabile intersoggettivamente da chiunque -
per es. da un altro che non la veda di fatto -, né comunicabile nella sua
determinatezza. Evidentemente a costui serve la misurazione. La misurazione è
qualcosa di molto differenziato, il misurare vero e proprio non è che il suo
momento conclusivo: da un lato si tratta di produrre concetti adatti per le
forme corporee dei fiumi, dei monti, degli edifici, ecc. che di regola devono rinunciare
a concetti e a nomi rigorosamente determinanti; innanzitutto per le loro
“forme” (nell’ambito della somiglianza visiva), e poi per le loro grandezze e
per i loro rapporti di grandezza e; ancora, per l’ubicazione, mediante la
determinazione delle distanze e degli angoli che vengono riportati a luoghi e a
direzioni presupposti noti e immobili. La misurazione scopre praticamente la
possibilità di scegliere come misura certe forme fondamentali empiriche, che
sono concretamente definite su corpi che di fatto sono generalmente disponibili
ed empirico-rigidi, e, mediante i rapporti che esistono (e che devono essere
scoperti) tra queste misure e le altre forme corporee, cerca di determinare
intersoggettivamente e in modo praticamente univoco queste forme - dapprima in
sfere ridotte (ad es. nell’ agrimensura) poi per nuove sfere di forme. Si
capisce così come, in seguito all’esigenza, ormai desta, di una conoscenza
filosofica, di una conoscenza che determinasse il vero essere, l’essere
obiettivo del mondo, la misurazione empirica e la sua funzione empiricamente-
praticamente obiettivante, attraverso la trasformazione dell’interesse pratico
in un interesse puramente teoretico, potesse venir idealizzata e trapassare
così in un pensiero puramente geometrico. La misurazione prepara così la
geometria universale e il suo mondo di pure forme- limite. (Husserl).
Naturalmente la fenomenologia rappresenta in certo senso la guida di questo
pensiero. Benché l’istante della transizione non possa essere documentato, è tuttavia
chiaro che molte conoscenze geometriche siano state anticipate e presupposte
nella tecnica degli agrimensori. Anzi in generale i problemi che sorgono
nell’ambito della soluzione di difficoltà pratiche stimolano la ricerca sul
piano teoretico–conoscitivo: la prassi tecnica genera motivi di riflessione
teorica. E inversamente la riflessione teorica diventa un mezzo della tecnica;
una volta che una scienza come la geometria si è costituita, quando cioè esiste
un lavoro scientifico diretto in modo autonomo ad un universo di oggetti
concettualmente definito, questo lavoro si ripercuote a sua volta sul terreno
dei problemi tecnici suggerendo nuove idee e nuovi progetti. Logica
trascendentale e mondo-della-vita Questa interconnessione tra precategoriale e
categoriale non riguarda soltanto le scienze naturali e sociali, ma investono
ovviamente anche le scienze formali e, tra queste, la logica, verso la quale
Husserl, fin dall’inizio della sua attività filosofica, ha sempre mostrato
particolare interesse. Dalle Ricerche logiche a Logica formale e trascendentale
a Esperienza e giudizio, egli traccia la via di una genealogia della logica, in
polemica con il logicismo e lo psicologismo, Nello sviluppo del suo pensiero si
impone a Husserl anche l’esigenza di chiarire che genere di rapporto sussiste
tra la logica antepredicativa e la logica predicativa. La percezione sensibile,
per quanto consista nel tendere da parte dell’io verso l’oggetto intenzionato,
è sempre una conoscenza instabile, insicura, che non consente mai di possedere
l’oggetto conosciuto in maniera definitiva. Questo è possibile soltanto
mediante una conoscenza predicativa, cioè attraverso la logica, la quale ha la
capacità di fissare l’oggetto e di conservarlo anche quando non è presente
nella percezione. La conoscenza antepredicativa e quella predicativa, perciò,
si differenziano nettamente e ciascuna si caratterizza per una propria
specificità. Se però si analizza la genesi della logica, ci si rende conto che
bisogna rifarsi alla percezione sensibile per spiegare la logica predicativa.
Questo significa che la conoscenza predicativa, di cui appunto la logica è
l’espressione più compiuta, riposa fenomenologicamente, cioè dal punto di vista
della sua fondazione, sulla conoscenza antepredicativa, cioè si esplicita in
logica trascendentale. Scrive Husserl: Chiarito il contrasto tra scienza
obiettiva e mondo-della- vita, occorre tuttavia localizzare la loro essenziale
connessione: la teoria obiettiva nel suo senso logico (in termini universali,
la scienza come totalità delle teorie predicative, dei sistemi logici in quanto
sistemi di proposizioni in sé, di verità in sé e, in questo senso, di enunciati
logicamente connessi) è radicata e fondata nel mondo-della-vita, nelle sue
evidenze originarie. Proprio per questo la scienza obiettiva ha una costante
relazione di senso col mondo in cui sempre viviamo, e in cui, quindi, viviamo
anche nella nostra qualità di scienziati accomunati a tutti gli altri
scienziati - si tratta cioè di una relazione col comune mondo-della-vita. Ma
così la scienza obiettiva è un’operazione di persone pre-scientifiche, di
persone singole e di persone accomunate nell’attività scientifica, di persone
quindi che appartengono al mondo-della-vita. Le loro teorie, le formazioni
logiche, non sono naturalmente cose del mondo-della-vita nel senso in cui lo
sono i sassi, le cose, gli alberi. Sono totalità logiche e parti logiche
costituite da elementi logici ultimi. Per parlare con Bolzano: sono
rappresentazioni in sé, proposizioni in sé, conclusioni e dimostrazioni in sé,
unità ideali di significato, la cui idealità logica è determinata dal loro
telos “verità in sé”. Ma anche questa idealità, come qualsiasi altra, non muta
nulla al fatto che sono formazioni umane connesse per essenza alle attualità e alle
potenzialità umane, e che quindi rientrano nella concreta unità del
mondo-della-vita, la cui concrezione dunque ha una portata maggiore di quella
delle cose. Ciò vale, correlativamente, anche per le attività scientifiche,
sperimentali, per le attività che in base all’esperienza plasmano le formazioni
logiche, in cui esse compaiono in forma originaria e in modi originari di
evoluzione, nei singoli scienziati e nella comunità degli scienziati: quale
originarietà delle proposizioni, delle dimostrazioni, ecc. che sono state
elaborate in comune (Husserl). Come potete notare, si tratta di un’ampia
riflessione sul come le strutture logiche siano o meno adeguate alla dimensione
della realtà oggettiva. In questo senso la logica trascendentale si presenta
come logica dei fondamenti, ed è in seno ad essa che si costituisce la logica
come scienza formale. La logica formale tradizionale, invece, ha ignorato la
propria genesi, presupponendo come ovvia la validità delle proprie leggi. Al
contrario, un giudizio logico deve essere valutato come un atto soggettivo di
conoscenza che si impadronisce del suo contenuto. Per questo motivo le leggi
logiche formali, che siano normative del giudizio, ma che non tengono conto del
fatto che sono normative anche del suo contenuto, fanno sorgere interrogativi
sulla validità dei loro giudizi sul mondo naturale e sulla verità ed evidenza
dei loro contenuti. Seguendo questo punto di vista, Husserl sviluppa pienamente
il tema della logica trascendentale in rapporto alle categorie di verità e di
significato. Conseguentemente, la logica si configura qui come teoria delle
teorie: essa non è solo un discorso logico sulla logica, condotto con i mezzi
della logica, ma un metadiscorso sulla logica, che tuttavia non si presenta né
come una sovrastruttura né come una forma speculativa. E’, a tutti gli effetti,
una regressione, un ritorno ai fondamenti che l’hanno costituita nelle sue
operazioni originarie, anche storiche, nonché nelle sue operazioni attuali. Le
ricerche fenomenologiche, ribadisce Husserl, risultano necessarie alla logica
pura, trascendentale. Ne rappresentano la sua fondazione intuitiva e
precategoriale: in quanto la logica è da ricercare nelle operazioni
costitutive, diventa logica filosofica, filosofia prima, teoria della teoria. Ma,
badate bene, ciò non è in contraddizione con la fondazione precategoriale: è
solo l’altra faccia della questione, poiché la fondazione deve sempre essere
ristabilita nella presenza e nelle modalità temporali e quindi genetiche e
storiche. Le scienze, invece, che non prendono in considerazione ciò che
costituisce il loro fondamento trascendentale, cioè le condizioni per cui si
danno, si risolvono in pure tecniche di manipolazione di simboli linguistici. Nome
compiuto: Mauro Di Giandomenico. Giandomenico. Keywords: l’apertura semantica, “How
Pirots Karulise Elatically” – pirots karulise elatically – pirots karulise –
‘implicazione’ – aperture semantica, Galileo, la retorica di Galilei, Galilei,
lo stile di Galilei, Vinci, I corpi, la filosofia positivistica italiana -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Giandomenico: l’implicatura conversazionale: ‘Pirots karulise elatically;
therefore, pirots karulise!” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura mistica –
l’implicatura di Catone – la scuola di Muggia -- filosofia muggiana – filosofia
triestina – filosofia friulese – filosofia veneta. filosofia italiana – Luigi
Speranza (Muggia). Abstract. Grice: “At Oxford, we had Chamberlain, and I
was forced to leave Oxford and join the Navy – at Bologna, they had Mussolini,
who rather created a school of mysiticism to entertain the philosophical minds
amongt them!” Keywords: fascism. Filosofo muggiano. Filosofo
trestino . Filosofo italiano. Muggia, Trieste, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “It’s hard for me to
judge Giani’s philosophy because I fought against the Italians during the
so-called ‘second world war,’ so-called!” Grice: “But I would be willing to
expand: if Giani developed what he aptly called a ‘mystique’ – so did we at
Oxford – Churchill surely held his ‘mystique.’ Of course the Italian, being
more scholastic, had to call it ‘scuola di mistica,’ – and the idea was that of
an all-male chivalry order – aptly set at Milan!” Fonda la corrente filosofica nota come "Mistica".
Partì come volontario di guerra e morì sul fronte. Frequentato il Liceo
ginnasio di Trieste. Si trasfere a Milano, dove si iscrive a Milano e quindi ai
Gruppi Universitari, laureandosi. Anticipa l'imminente apertura della scuola
sul foglio dei Gruppi Universitari, "Libro e moschetto" della scuola
di mistica. Ne divenne direttore, carica che lasciò alla fine dell'anno
seguente dopo aver scritto il suo ampio discorso da tenersi a Roma in occasione
dellaI iunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che
coincide anche con il decennale della Marcia su Roma in cui enuncia i principi
della nuova scuola. Su impulso di G. si comincia inoltre a pubblicare i
Quaderni della scuola di mistica. Poche settimane dopo la riunionesi
dimise da direttore con una lettera inviata a MUSSOLINI, per contrasti interni
con il segretario politico dei Gruppi Universitari. Imputa le dimissioni al
mancato trasferimento della scuola nella vecchia sede de Il Popolo d'Italia
chiamato anche "Il covo" La richiesta di entrare in possesso de
"Il covo" punta ad ottenere il possesso di uno degl’ambienti più
importanti dell'immaginario fascista. Continua quindi a collaborare con diversi
quotidiani come "Il Popolo d'Italia" e "Gerarchia". "Lineamenti
sull'ordinamento sociale dello stato" gli fa ottenere la libera docenza e e
quindi la cattedra a Pavia ma parte volontario per la guerra arruolandosi col
grado di capomanipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel Battaglione"Vercelli".
Rientrato in Italia, riassunse la guida della scuola, qui in occasione della
chiusura dell'anno scolastico nell'aula della casa del Fascio di Milano.
Rientrato in Italia riassunse la carica di direttore della "Scuola di
Mistica" lanciando due importanti iniziative, rilancia la pubblicazione
della serie di "Quaderni" che affrontavano differenti problematiche e
sempre per sua iniziativa fu creata nell'ambito della scuola la rivista
mensile, Dottrina che divenne l'organo ufficiale della Scuola, in cui pubblica il "Decalogo dell'italiano nuovo”. Si
dedica inoltre al giornalismo diventando direttore a Varese di "Cronaca
prealpina" e collaborando a diverse testate, tra cui Tempo (Direttore:
Acito). Dalle pagine di "Cronaca prealpina" prese parte alla campagna
fondata sui propri convincimenti del ‘spirito’ contrapposto al
"biologico" La Cronaca
prealpina dopo la nomina di G. a direttore arriva a quadruplicare la tiratura.
L'incontro a Roma con Mussolini in cui si decise la cessione del covo ai
"mistici" della Scuola. Su impulso di G., con una cerimonia
presieduta di Starace, la sede ufficiale della scuola di mistica si sposta nel
medesimo edificio che ospitò ai suoi primordi il giornale Il Popolo d'Italia,
chiamato il covo. Il covo negli anni e stato trasformato in una galleria. La
palazzina e proclamata monumento nazionale con tanto di guardia d'onore svolta da squadristi e combattenti. Per
esplicita decisione di Mussolini, e ufficialmente consegnata ai mistici della
scuola. L'evento e vissuto come una autentica consacrazione dei insegnanti
riuniti intorno a G.. In realtà la consegna e già stata disposta come risulta
da un foglio d'ordini del PNF e in quell'occasione il consiglio direttivo e ricevuto
a Roma da MUSSOLINI. Mussolini li aveva spronati continuare nella loro
attività. A Milano, in occasione del decennale dalla fondazione della
scuola, organizza il convegno di mistica che nelle sue intenzioni dove essere
il primo della serie. Obiettivo che sfuma a causa dell'entrata in guerra.
L'incontro vide oltre 500 partecipanti ed ha l'adesione della maggior parte dei
filosofi dell'epoca. Come gran parte dei mistici, partecipa nuovamente come
volontario alla seconda guerra mondiale, conflitto nel quale vede il presagio
di una rivoluzione in vista di una nuova era. Inquadrato nel reggimento alpini prende parte alla battaglia
delle Alpi Occidentali contro la Francia venendo decorato con la medaglia
d’argento al valor militare.Terminata la campagna di Francia in seguito
all'armistizio torna alla vita civile ma incominciata nel frattempo la guerra
in nord Africa richiese più volte di partire volontario senza ottenere
soddisfazione. Alla fine ottenne di partire
come corrispondente di guerra de Il Popolo d'Italia, della Cronaca
prealpina e de L'Illustrazione Italiana presso i reparti della regia
aeronautica. Per quest'ultima realizza anche diversi servizi fotografici. All'attività
di giornalista affiance anche quella di militare prendendo parte ad alcune
azioni e ottenendo una medaglia di bronzo al valor militare. E richiamato in
Italia dove riassunge la guida de "La cronaca prealpina".Nuovamente
incorporato nel reggimento alpini riparte infine come volontario per la
campagna di Grecia, dove cadde sul fronte greco-albanese nella battaglia per la
conquista della Punta Nord del Mali Scindeli. Si offre volontario per una pericolosa
missione che prevede la conquista di una munita postazione greca. L'attacco
ebbe inizialmente successo con la conquista della posizione ma riorganizzatisi
i greci condussero un contrattacco. Nello scontro cadde. Il periodico
L'Illustrazione Italiana scrive, senza riportare dove o come avrebbe potuto
registrare tali parole, che l'ufficiale greco che lo aveva colpito a morte
avrebbe raccontato che nello scontro G. gli si era parato davanti "come un
dio o un demone". Il corpo di G. anda disperso e gl’altri
assaltatori che prendono parte
all'attacco dovettero ritirarsi rapidamente incalzati dai soldati greci. E
pochi giorni dopo incaricato delle ricerche Carati che e anche vice-direttore
della scuola di mistica. Le ricerche a causa della perdurante situazione di
guerra sono nulle, e riuscì solo ad individuare il luogo in cui e caduto.
In quell'occasione, richiesta un'udienza al duce, chiede che puo partire per
l'Albania il cognato Guido G. e il fratello Sampietro. Questi ultimi rinvennero
la salma sepolta in maniera anonima in territorio greco. Di qui la salma e
translata nel piccolo cimitero militare di Klisura. MUSSOLINI e preso
come principale punto di riferimento dalla scuola di mistica. Elabora un discorso
programmatico in cui enuncia i principi fondanti della Scuola e della Mistica
fascista. Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare,
interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola
di mistica ed ecco il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori che sono nell'opera del Duce. (G. in La marcia sul mondo). Inizialmente i
principi esposti da G. fanno parte di un discorso più ampio da tenersi a Roma
in occasione di una riunione della Società Italiana per il Progresso delle
Scienze. L'ampio discorsoe poi pubblicato nella serie dei "Quaderni"
voluti da G. con il titolo "La marcia sul mondo della civiltà". Si
impone un ritorno alle origini, ovvero al movimentismo rivoluzionario, riallacciandosi
idealmente all'esperienza delle prime squadre d'azione e degli arditi della
Grande Guerra quindi, secondo Veneziani "una più radicale rivoluzione
coniugata al recupero di una più integralistica tradizione. Ma più che legati
agli enunciati politici del manifesto di sansepolcro i mistici di quella
esperienza esaltavano soprattutto la lotta contro la borghesia affaristica del
primo dopoguerra. La mistica si considera rappresentante proprio di questo
mondo ispirato dall'amore di patria e posta a guardia della rivoluzione
permanente e in contrasto con gli opportunisti e i trasformisti. Individuava
nell'epoca contemporanea *quattro* principali mistiche, destinate ad apportare
in un primo tempo dei benefici ma poi a fallire: liberale, democratica,
socialista e comunista. Liberalismo, democrazia, socialismo e comunismo
sono le quattro mistiche dominanti nella societa. Il bilanciolo abbiamo già
visto è per tutte negativo. Il liberalismo porta all'anarchia. La democrazia porta
all'instabilità politica e sociale. Il socialism porta alla otta civile. Il
comunismo porta alla vita primitiva. Queste quattro mistiche sono pertanto anti-storiche.
A fronte di esse l'unica mistica in grado di superare tali crisi era quella come
sviluppato nel capitolo intitolato "La marcia ideale" la cui
conoscenza e diffusione presso le masse era compito della élite. Medaglia
d'argento al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia d'argento al
valor militare «Volontario nella guerra d'Africa ove prese parte volontario a
diverse pattuglie esploratori, chiese ed ottenne di essere anche in quest
guerra assegnato ad un reparto combattente. Destinato all'11º alpini volontario
a due azioni del battaglione Bolzano chiese di partecipare alla ardita discesa
di due compagnie del battaglione Trento effettuata in una valle occupata dal
nemico e avanzò con la prima pattuglia sotto intenso bombardamento, sprezzante
del grave pericolo di sorprese e di accerchiamento nemico, esempio trascinante
a ufficiali e soldati, e prova di dedizione alla patria, di alta fede e di
valore. Medaglia di bronzo al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia
di bronzo al valor militare «Corrispondente di guerra presso una squadra aerea
disimpegnava il suo particolare e delicato servizio con alto senso di
responsabilità. Spesso presente sugli aeroporti più avanzati e maggiormente
battuti dall'offesa nemica allo scopo di rendersi conto di ogni particolare,
partecipava volontariamente a difficili e rischiose missioni di guerra, dando
sicura prova anche nelle più critiche circostanze di sereno sprezzo del
pericolo e completa dedizione al dovere.» Medaglia d'oro al valor militarenastrino
per uniforme ordinaria medaglia d'oro al valor militare. Volontariamente, come
aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita,
alla quale era stato affidato il compimento di una rischiosa impresa.
Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a
mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e
superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si
lanciava alla testa dei pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi.
Mentre in piedi lanciava l'ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo
eroico esempio, al grido di: «Avanti Bolzano! Viva l'Italia», veniva
mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo
valore e di amor di Patria. Punta NordMali Scindeli (Fronte greco) Saggi: “La
via della gloria, anni 20 La marcia sul mondo della Civiltà Fascista, Lineamenti
su l'ordinamento sociale dello Stato, Giuffré ed. La mistica come dottrina. Perché
siamo, A. Nicola. Perché siamo mistici. Mistica della rivoluzione. Antologia di
scritti, Il Cinabro, Longo, “I vincitori
della guerra perduta” (sezione su G.),
Settimo sigillo, Roma.Carini, G. e la scuola di mistica fascista, Mursia, Antonellis, Come doveva essere il
perfetto, su storia illustrate, Antonellis, Come dove essere il perfetto, su
storia illustrate, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini,
G. e la scuola di mistica, Mursia,Carini,
G. e la scuola di mistica, Mursia, Carini, G. e la scuola di mistica fascista,
Mursia, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Grandi, Gli eroi, G. e la Scuola di mistica, Cfr. a tale proposito le
ricerche di Laforgia, una cui sommaria sintesi è nel sito varesenews Archiviato.
Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Il
saggio, edito da Dottrina Fascista, riporta in forma integra la conferenza inaugurale
tenuta da G. per l'inaugurazione del corso per maestri della scuola di mistica.
Cfr. a tale proposito le ricerche di Laforgia in Grandi, Gl’eroi di Mussolini,
BUR, Milano, Antonellis, Come doveva essere il perfetto, su storia illustrate, Veneziani,
La rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, Longo, Gl’eroi della
guerra perduta, Settimo sigillo, Roma,
L'Illustrazione italiana, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola
di mistica fascista, Grandi, Gl’eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica
fascista, G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione
su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Marcello Veneziani, La
rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, G., La marcia sul mondo,
Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Carini, G. e la Scuola di mistica, prefazione di Veneziani, Mursia,
Milano, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica, BUR
Biblioteca Rizzoli, Raido Speciale Scuola di Mistica, Raido, Roma, Arnaldo M.,
Coscienza e dovere. G. MISTICA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA Antologia di scritti. In breve: Siamo mistici perchè siamo degli
arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini
partigiani per eccellenza e quindi anche assurdi Del resto nell’impossibile e
nell’assurdo non credono gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la
volontà, niente è assurdo». (Niccolò Giani) Un’antologia che raccoglie i più
significati testi di G., tra i massimi esponenti della corrente più radicale,
oltranzista e universale del Fascismo, la Scuola di Mistica
Fascista. Questa antologia rappresenta la prima raccolta organica dei più
significativi scritti di G. È, a nostro
giudizio, il modo migliore per illustrare senza filtri la sua persona, la sua
filosofia, e la sua azione. È un omaggio doveroso al testimone di quello che e
il Fascismo universale e intransigente che mai scese a compromessi con la vita
comoda, al rinnovatore spirituale e politico di una intera generazione. Esempio
di eroismo che, al di là della contingenza storica, seppe essere coerente con i
propri principî vivendo l’ideale sino all’estremo sacrificio; quasi innalzando
il Fascismo ad una categoria universale dell’essere, come fonte inesauribile di
spiritualità cui innestarsi per fare la rivoluzione dell’uomo e del mondo. G.,
nato a Muggia, cadde sul fronte greco nello slancio del combattimento,
trasfigurato ormai nell’eroismo muto. Dimostra con la vita affermata oltre la
morte, l’armonia tra pensiero e fede, la continuità tra filosofia ed azione, e
della autentica rivoluzione rimane il puro rappresentante del nuovo italiano:
per questo il suo esempio e il seme fecondo dell’aspro cammino di domani. Seppe
con l’azione indicare la strada, con l’intransigenza insegnare l’esempio. I
tesserati sono i suoi avversari. Contro di essi combatté, contro cioè i falsi,
i presuntuosi, gli esibizionisti, i retorici, gli arrivisti; contro coloro,
insomma, che considerarono la rivoluzione come atto di ordinaria
amministrazione, sfruttabile per fini personali. Il Cinabro Ufficio stampa
Rimbotti: Mistica Fascista. L’ordine della Milizia sacra; Rossi: La Mistica
Fascista dell’Uomo Nuovo. Tra milizia politica e meta-politica la scuola
rivoluzionaria del Fascismo; Mezzasoma: G., discepolo di Arnaldo. Decalogo
dell’Uomo Nuovo La marcia ideale sul mondo della Civiltà fascista Generazioni
di Mussolini sul piano dell’Impero Civiltà fascista civiltà dello spirito Aver
Coraggio A difesa dell’Europa Fuori La mistica come dottrina del fascismo Le
due Europe Mistica del fascismo, Corporativismo e Autarchia Il Centro di
preparazione politica per i giovani. Fucina di Campioni della Rivoluzione
Valore primordiale del covo I soliti imbecilli L’equivoco Perché siamo dei
mistici Il volto della guerra Testamento spirituale al figlio G.:
Presente!Mistica Della Rivoluzione Fascista E questo diritto alla prima linea,
ad essere i disperati del Fascismo, è l’unica pretesa che, oggi, domani,
sempre, i mistici del Fascismo accamperanno di fronte alla Rivoluzione, come,
con vena veramente squadrista, ha detto PALLOTTA (si veda) nella sua relazione
che ha avuto lo spirito e la mordenza del «menefreghismo» più autenticamente
fascista. Prima linea, sul fronte esterno ed interno, contro il nemico di fuori
e di dentro. Contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, ma
anche, e con uguale decisione e durezza, contro gli attentatori della nostra
integrità spirituale (G.) Le conseguenze derivate dalla fine del primo
conflitto mondiale e l’immediatarossi 5 crisi strutturale delle istituzioni e
dei valori che investì, con una forza che non aveva avuto precedenti nella
storia, le società europee, vennero allora giudicate come l’annuncio di un
radicale mutamento di tutte le forme della vita politica e civile fino ad
allora conosciute e complessivamente accettate. Una deflagrazione interna dei
costumi, di certezze consolidate e di mentalità che modificò in maniera
irreversibile l’immaginario collettivo di popoli e nazioni. Niente sarebbe
più stato come prima. Uno Spirito nuovo si affacciava con ruvida decisione e
realismo eroico reclamando il proprio posto nella Storia. L’alba delle grandi
rivoluzioni si affacciava sul continente europeo e i popoli si sarebbero messi
in marcia affascinati da nuove e esaltanti Weltanschauung. Per Bruck, uno
dei primi e tra i più significativi esponenti della Rivoluzione Conservatrice
tedesca, si tratta di una presa di posizione a carattere diffuso più che
evidente. Assistiamo all’evento per cui tutto quel che non è liberale si unisce
contro quel che è liberale. Noi viviamo i tempi di questa agitazione mondiale,
che si produce per una estrema consequenzialità, e che si esplica in una
rivoluzione radicale che prospetta la perdita da parte del nemico della sua
posizione di potere: tale nuova situazione mondiale esordisce con un
allontanamento dall’Illuminismo.” Il periodo che immediatamente fece
seguito al termine di un conflitto di così immensa portata, venne visto dai più
attenti e acuti osservatori incredibilmente saturo di una genuina e
stupefacente valenza rivoluzionaria e innovatrice, ciò significò l’inizio di
una nuova stagione di entusiastiche mobilitazioni che avrebbero alla fine
tonificato la fibra morale e politica del continente fino ad allora logorata ed
estenuata da sovrastrutture ipocrite e corrose nel loro intimo che erano
riuscite, attraverso innumerevoli sotterfugi, a sopravvivere a se stesse,
sempre più annichilite da un pervasivo decadentismo culturale e morale e dal
predominio di una mentalità borghese e oligarchica connotata dalle sue più
perniciose vedute utilitaristiche e mercantilistiche. Le conseguenze
della fine della grande guerra significarono soprattutto una presa di coscienza
collettiva e un’accelerazione formidabile dei fenomeni sociali, accompagnate
entrambe da una esigenza totalmente nuova di considerare l’esistenza e i
rapporti umani, esigenza che venne principalmente percepita prima dai
combattenti e poi dai reduci come il frutto maturo della traumatica e allo
stesso tempo travolgente esperienza della guerra di trincea, insomma un insieme
di condizioni imprescindibili che prepararono il terreno e l’atmosfera per l’avvento
delle ondate rivoluzionarie nazionalpopolari che misero in crisi valori e
regole consolidate da tempo, assestando colpi mortali alle strutture politiche,
sociali e culturali delle società borghesi liberal-democratiche. Dalle
forme statiche si passava alle forme dinamiche, nel senso jungeriano del
termine. Il Fascismo è la matrice principale che inaugurò la feconda ed
entusiasmante stagione delle insurrezioni nazional-rivoluzionarie e il primo
laboratorio culturale delle ancor più affascinanti sintesi nazionali e
sociali. Furono infatti i reduci del fronte, gli ex-combattenti che
avevano creduto fino in fondo ad una particolare visione eroica della vita
propria di una ideologia della guerra sviluppatasi nell’interiorizzazione del
sacrificio bellico e del sangue versato – subendo poi la frustrazione di una
vittoria conseguita sul campo di battaglia a duro prezzo che videro mutilata
negli accordi di pace internazionali – a rappresentare la spina dorsale di una
innovativa e volontaristica visione politica che pretendeva di coniugare un
nazionalismo intransigente e guerriero partorito nelle trincee con le più
avanzate e spregiudicate chiavi di lettura sociali. La grande guerra di
popolo aveva travasato nei combattenti il senso della tensione nazionale e
sociale verso scopi e missioni comuni, una nuova coscienza collettiva che
sarebbe stata cementata da un formidabile sentimento di fraterno e virile
cameratismo, il culto della differenza e del radicamento nella specificità
etnica della Stirpe italica. Gli squadristi fascisti non fecero altro che
travasare tutti questi motivi nelle battaglie di piazza. Sorti dalla
guerra di popolo, divennero avanguardia di popolo. E il 28 Ottobre 1922 sarà il
coronamento dei loro sacrifici, la loro apoteosi. D’altronde era stato lo
stesso Mussolini a dire che l’esperienza della guerra avrebbe generato le
migliori condizioni per la rivoluzione sociale e politica. Anzi, ne sarebbe
stata la prefazione. Era il novembre 1916 e Mussolini combatteva sul fronte del
Carso, nei ranghi del 11° Reggimento Bersaglieri: “Noi vinceremo la guerra: ma
poi dovremo vincere la pace. Sarà duro; ma ci arriveremo. La società italiana
deve assolutamente mutare. Sugl’italiani bisogna contare. Questa guerra che noi
combattiamo e che con tragica definizione viene detta di logoramento, porterà
alla ribalta delle lotte civili una generazione che riuscirà a fare quello che
la nostra non è riuscita a fare: il riscatto sociale e politico del mondo del
lavoro, al di sopra e al di fuori dei dottrinarismi che oggi lo incatenano. A
ciò non saremmo mai arrivati se non avessimo voluto la guerra, rovesciato i
vecchi feticci sostituendo alle vuote ideologie i fatti e le loro naturali
conseguenze. Questo non sarà solo di noi, ma anche di altri popoli.” Una
lucida e profetica anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto in tutta l’Europa. Tutto
questo si pose, in maniera del tutto naturale, in totale opposizione al
principio democratico in politica e a quello liberale nel campo economico,
all’insegna di una rivoluzionaria concezione elitaria, fortemente gerarchica e
anti-egualitaria che reclamava la valorizzazione delle minoranze attivistiche e
carismatiche con la conseguente affermazione del principio guida del Capo, con
il mito dello Stato totalitario come asse formante e legittimante della
Comunità nazionale e non ultimo la funzione pedagogica del Partito unico,
soprattutto mediante una costante mobilitazione politica delle masse, una
sacralizzazione della politica attraverso il ricorso a liturgie collettive,
miti e simbologie, e una crescente militarizzazione della vita sociale e civile,
l’intervento statale attraverso gli istituti del Corporativismo per una
razionale direzione disciplinata dell’economia che ponesse termine all’epoca
del predominio delle oligarchie mercantilistiche e parassitarie e riportasse la
vita economica al servizio dell’interesse collettivo subordinandola alle
necessità politiche nazionali. Infine, l’affermazione sovrana di una
particolare e severa tipologia umana di nuova impronta che avrebbe
rappresentato lo spirito del nuovo tempo: l’Uomo Nuovo, l’Uomo integrale come
manifestazione vivente di una Tradizione atemporale che ebbe la volontà e la
capacità di tradursi in Rivoluzione. Proprio nel senso di
quell’interpretazione che G. sa dare, facendosi portavoce di quegli ambienti
del Fascismo intransigente e rivoluzionario che vollero interpretare al meglio
gli insegnamenti mussoliniani: “Il Fascismo è un richiamo violento alla
Tradizione, non un ritorno o una ripetizione. Per noi fascisti la Tradizione
come lo dice il significato etimologico del termine e come Evola ha
documentato, è e non può essere che dinamica. Altrimenti si parlerebbe di
conservatorismo o di reazione. Invece, la Tradizione è continua coniugazione,
attraverso il presente, del passato e dell’avvenire; è processo inesausto di
superamento, è una fiaccola accesa con la quale ogni popolo illumina la propria
strada e corre nel tempo verso l’avvenire. Ecco perché, oggi, Rivoluzione e
Tradizione non si escludono, ma anzi si identificano e questo spiega il culto
che noi abbiamo pel passato e dice ai soliti uomini dai paraocchi che
l’italiano non può che essere fascista. Questa nuova visione della politica
rappresentata dal Fascismo rappresentò inequivocabilmente la radicale negazione
dei principi emersi dalla rivoluzione francese, una evidente antitesi storica e
culturale di quanto fu incarnato dall’illuminismo, che costituì l’essenza di
tutte le manifestazioni materialistiche ed economicistiche della decadenza
moderna: da quelle individualistiche, liberali e democratiche a quelle
cosmopolite, genericamente progressiste e marxiste. Il Fascismo, anche
nella sua più vasta comprensione europea, intese proporre in maniera concreta
ed efficace un discorso radicalmente alternativo alla politica borghese e alla
società borghese richiamandosi al concetto di avanguardia delle idee,
un’avanguardia rivoluzionaria che fosse in grado, senza contraddizioni, di
saldare assieme passato e presente vincendo così la sfida della modernità,
sostituendo il vigore giovanile della passione idealistica e volontaristica
alla decadente dissolutezza del conservatorismo borghese e il cameratismo
militante radicato nella coscienza popolare alla società atomizzata e
polverizzata delle democrazie liberali. Un discorso ambizioso per
un’avanguardia che ambiva ad essere al contempo simbolo della genuinità
politica e della resurrezione spirituale, una speranza che venne riposta nel
mito capacitante dell’Uomo Nuovo creatore di nuovi valori, l’esemplare di una
specifica specie umana lanciata alla conquista del futuro senza per questo
dover recidere le radici culturali e spirituali che lo mantenevano legato alla
propria dimensione storica, etnica e popolare; nei confronti della quale si
espresse il Duce parlando all’Assemblea delle Corporazioni: “L’uomo economico
non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è
religioso, che è santo, che è guerriero. Quindi questa figura particolare
dell’Uomo Nuovo, capace di raccogliere in sé tutte le sue forze creative, che
la cultura rivoluzionaria del Fascismo propone e che non mancava costantemente
di ricollegare alla stagione dello squadrismo, così intrisa di eroicità e di
sacrificio, riconduceva alla stessa definizione dell’Uomo integrale di
mussoliniana memoria, ovvero un uomo che non esistesse unicamente perché
cartesianamente pensante, ma perché arricchito di tutte quelle virtù
“romanamente” intese, eroiche, civiche e politiche, sia nella ragione come nei
sentimenti. Spesso e volentieri nell’immaginario intellettuale il
discorso sull’Uomo Nuovo si andava a concretizzare poi nell’ideale della
gioventù, una gioventù non solamente intesa in senso spirituale ma anche come
dato anagrafico, poiché il concetto di gioventù rimandava all’ansia del
cambiamento e all’impeto rivoluzionario, racchiudendo in se stessa gli ideali
della forza e della bellezza, di una esuberante virilità aggressiva, l’anelito
vitale di un futuro tutto da conquistare, proprio l’opposto di quanto ancora
proponevano i rappresentanti delle democrazie borghesi con tutte le loro
desuete convenzioni e i loro logori formalismi, con tutta la loro boriosa
rispettabilità e lasciva ipocrisia. Il Fascismo fu quindi profondamente
giovane e irruento, meravigliosamente violento e lo fu sia spiritualmente che
anagraficamente. Il comune denominatore della più intransigente e
autentica cultura fascista, quella derivata appunto dalla passionale ed eroica
stagione dello squadrismo, si trovava nell’aspirazione alla realizzazione di un
originale disegno politico ed esistenziale da esplicarsi mediante cambiamenti
radicali frutto di una ferma volontà rivoluzionaria che armonizzava i
riferimenti alla rivolta romantica dell’interventismo e alla mistica eroica
evocata dalla guerra di trincea con i nuovi miti palingenetici di
trasformazione della società e dello Stato. Questa cultura dell’azione che si
nutriva dello spirito barricadiero di rivolta contro l’ordinamento borghese in
nome di un rivoluzionario e fascista Ordine Nuovo era la caratteristica di
quell’ambiente fascista che si riconosceva, anche per esperienza diretta, nel
mito capacitante delle aristocrazie del combattentismo – quella trincerocrazia
più volte evocata da Mussolini – e nella scuola di vita e di coraggio
rappresentata dalla militanza squadristica che venne vissuta, letta ed
interpretata non solamente come una reazione organizzata e armata volta
all’annientamento dei focolai dell’insurrezionalismo marxista, ma soprattutto
come militanza rivoluzionaria e idealistica volta alla rigenerazione della
Nazione e alla creazione di uno Stato nuovo. Una specifica rilettura che si
svolgeva anche in aperta polemica con coloro che ritenevano che la nascita del
governo presieduto da Mussolini, all’indomani della marcia su Roma,
rappresentasse la fase risolutiva del Fascismo. In questo modo, il
Fascismo, doveva e poteva assumere una superiore valenza metafisica affermando
il suo essere come un completamento naturale e organico della storia della
Nazione italiana, andando ben oltre la semplice insorgenza anti-sovversiva e
anti-modernista – non a caso lo stesso G. volle mettere l’accento sul fatto che
la Rivoluzione Fascista infatti non è stata reazione come qualcuno ha creduto
in origine e come tuttora si crede da molti all’estero; è stata invece
l’ostetrica della nuova storia. E sorta una nuova civiltà capace di risolvere
tutti i problemi della società contemporanea. Per costoro, che in fondo
rappresentavano la vasta base della militanza fascista e anche quella
intellettualmente più viva, l’agire politico del Fascismo non doveva
assolutamente compromettersi con i residui della vecchia classe dirigente, che
in virtù del processo di normalizzazione e di pacificazione avviato dal Duce si
adoperavano nell’inserimento all’interno dei gangli del regime, doveva invece
mantenere e tonificare una assoluta intransigenza dottrinaria senza incorrere
in alcun cedimento politico e morale, perché se il Fascismo era una
rivoluzione, doveva necessariamente procedere nei suoi obiettivi con mentalità
e metodi rivoluzionari, come perentoriamente affermò un autorevole esponente
dell’epopea squadristica della statura di FARINACCI (si veda). Bisogna insomma
che la bestia proteiforme del vecchio conservatorismo sornione sia liquidata
bruscamente; che le vecchie clientele d’interessi e d’ambizioni fiorite ai
margini della vita politica italiana siano messe in mora, vigilate, controllate,
sopra tutto tenute lontane, bisogna che sia impedito a chiunque di rifarsi,
attraverso il fascismo, una qualsivoglia verginità e continuare, sotto mentite
spoglie, le abitudini peccaminose del passato. La vittoria deve essere
integrale. Tra gli oppositori più accaniti della deriva moderata si
evidenziarono gli ideatori della Scuola di Mistica Fascista, costituitasi a
Milano, tutti provenienti da quella generazione dei GUF che era cresciuta
respirando l’atmosfera del Fascismo, maturando così una profonda convinzione
nei miti fondatori del regime e una fedeltà assoluta nella persona del
Duce. Al loro fianco si schierarono altre personalità di spicco del
Fascismo rivoluzionario: RICCI (si veda) con il suo universalismo fascista, PAVOLINI
(si veda) e l’esaltazione della primavera squadristica, ROSSONI (si veda) con
tutte le aspettative del sindacalismo rivoluzionario. La Scuola di
Mistica Fascista verrà intitolata a Mussolini, il figlio prematuramente
scomparso di Mussolini. G., PALLOTTA (si veda), MEZZASOMA (si veda) e
molti altri entusiasti, avvalendosi della guida orientatrice di Arnaldo
Mussolini, seppero rappresentare, attraverso l’opera che fu sviluppata dalla
Scuola, una autentica e intransigente avanguardia intellettuale e morale posta
a difesa dei valori espressi dalla Rivoluzione Fascista, che sempre più doveva
farsi rivoluzione culturale e antropologica per meglio adempiere alla consegna
rivoluzionaria che il Duce del Fascismo aveva dato alle nuove
generazioni. È G. a spiegare gli scopi dell’istituzione: “Poiché una
mistica è un postulato di tanti credo, e un valore assoluto non lo si può
derivare che da una fonte indiscutibile, questa fonte non può essere che il
Duce. Ecco perché la fonte deve essere quella, esclusivamente quella. Compito
nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il
pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di Mistica fascista ed ecco
il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori del Fascismo che sono
nell’opera del Duce. Quindi una rivoluzione culturale, del carattere e dello
Spirito che, attraverso interessanti rievocazioni del mito della romanità e
della sacralità della Stirpe – rappresentazioni metastoriche e metafisiche
della migliore tradizione aryo-romana – sarebbe approdata ad una coesione
organica della Stirpe italica costituitasi in Comunità nazionale e avrebbe dato
all’Italia fascista il diritto-dovere di adempiere ad una missione universale
facendo del Fascismo il crocevia della storia europea del ventesimo secolo e il
riformatore dei tratti essenziali della Civiltà contemporanea in ogni suo
aspetto, la ripresa e il rinnovamento dell’Europa all’indomani del fallimento
della democrazia liberale e delle utopiche promesse marxiste. Aprire la strada
al secolo fascista. Certamente nella visione della Mistica fascista
elaborata dalla Scuola vi era la ferma consapevolezza che il Fascismo fosse una
autentica rivoluzione totale della società italiana: spirituale ed etica,
sociale e politica, ma al contempo anche una ripresa di tutte le tradizioni
essenziali, però la memoria storica proposta non si sarebbe dovuta risolvere in
un ripiegamento nel passato, l’immagine del passato non finì mai per
schiacciare la dimensione del presente e tanto meno si configurò come un
richiamo intensamente nostalgico, bensì le potenzialità ideologizzanti della
rimemorazione storica vennero fatte espandere fino a provocare una vera e
propria occupazione del cosiddetto campo dei ricordi – una lotta spirituale e
rivoluzionaria per il dominio del ricordo e della memoria che conduce ad una
riscrittura della cronologia nazionale che rispecchiasse le concezioni del
pensiero irrazionalista, anti-intellettualista e pragmatista dei decenni
trascorsi, un pensiero profondamente permeato di sfumature di matrice nietzschiana
e soreliana. Anche i richiami alla Mistica insita nel Fascismo erano
animati dallo spirito di rivolta, contro le mentalità borghesi ancora
sussistenti, delle nuove generazioni cresciute ed allevate nelle organizzazioni
totalitarie giovanili e universitarie, una rivolta che si manifesta con i forti
caratteri di un idealismo morale ed etico qualitativamente aristocratico
esprimente l’esaltazione di una giovinezza istintiva, disinteressata e piena di
spirito vitale, aggressiva, pura e decisa a dare battaglia a qualsiasi forma di
conservatorismo e di borghese buon senso pur di affermare il carattere
intransigente e le finalità rivoluzionarie sociali e spirituali del
Fascismo. Non vi era nessun punto di convergenza con eventuali nostalgie
reazionarie, mentre invece era presente una totale e coerente aderenza alle
istanze di trasformazione rivoluzionaria che il Fascismo esigeva e che ancor di
più il Duce imponeva. Per questi giovani attivisti non vi era altra
strada per uscire definitivamente dalla crisi della modernità, esplosa alla
fine del primo conflitto mondiale, che con un mutamento radicale del popolo
italiano e una tale mutazione antropologica poteva provenire solamente da una
fede ben salda che aveva iniziato a germinare in un primo tempo con l’esperienza
della guerra nel mito della Nazione in armi, della guerra di popolo,
proseguendo poi con l’esaltante epopea della lotta squadristica, per approdare
infine nella costruzione dello Stato fascista di popolo, corporativo e
totalitario, il compimento finale del rinnovamento sociale e spirituale della
Stirpe e della grandezza politica della nazione. Nel corso degli anni che
trascorsero fino all’entrata in guerra dell’Italia la scuola di mistica fascista
assolse in maniera esemplare ai compiti che si era prefissata, ovvero
l’ambizione di voler rappresentare l’infrangibile scudo morale, etico e
dottrinario contro il quale si sarebbero dovute infrangere le velleità dei
nemici del duce e del fascismo, soprattutto i nemici interni, i più pericolosi,
quelli che si annidavano tra le pieghe del regime per minarlo alla
base. Affinché lo scudo della rivoluzione fosse solido i mistici della scuola,
i soldati politici dell’Idea, vollero essere loro stessi esempio di virtù
civiche, morali e politiche, di fedeltà indiscussa nei confronti della guida
della rivoluzione, il duce, spesso descritto come il genio della stirpe, l’Eroe
che con la sua instancabile opera dava quotidianamente prova di rappresentare
pienamente la coscienza e la voce dell’anima del popolo, soprattutto di un
popolo a cui il Fascismo aveva restituito la dignità politica e sociale e
un’unità spirituale che attingeva dalla viva coscienza di appartenere
integralmente all’organismo della nazione. Da questa chiave di lettura
emergeva, quindi, una superiore comunione mistica che legava il Duce al suo
popolo, cementata dalla comune fede fascista, una fede intensa che a sua volta
veniva elevata al rango di una sorta di religione mistico-popolare sacralizzata
dal sangue offerto in sacrificio dai martiri dello squadrismo sull’altare della
rivoluzione, una rivoluzione continua che, come affermava un giovane esponente
della Scuola, procedeva impetuosamente la sua marcia: Gl’italiani della mistica
si sono irradiati tra le file delle generazioni vecchie e nuove e hanno dato il
goccio d’acqua, il pezzo di pane del conforto, hanno sorretto i deboli, hanno
convinto i pusillanimi. La Rivoluzione ha attraversato le ubertose valli della
sua fase politica, ora sale. Guai a chi volesse tentare di derogare alle
direttive di marcia per evitare le asprezze della salita e impedire che dalla
politicità si torni alla rivoluzione piena e travolgente delle ore di audacia e
di lotta. Per queste nobili motivazioni gli esponenti della Mistica fascista
chiesero e ottennero che la scuola divenisse la custode del famoso covo
milanese di via Paolo da Cannobio, il sacrario della rivoluzione delle camicie
nere, appunto il covo del fascio primogenito dove la fede fascista aveva mosso
i primi passi e dove il Duce chiama all’adunata.rossi Un luogo simbolico
carico di suggestivi richiami emozionali, ben presente nell’immaginario
collettivo della militanza squadristica, che avrebbe dovuto essere la fonte di
irradiamento della Mistica fascista verso tutta la Nazione. Il cosiddetto
covo del fascio primogenito rivestì sempre per i mistici fascisti un ruolo
centrale nel loro immaginario dottrinario, rappresentava la fonte mitica della
fede mussoliniana, il principio fondante del Fascismo, era come trascendere il
tempo profano per riapprodare al tempo mitico della purezza dell’idea, un
riaccostamento di ordine metafisico a cui si poteva accedere soltanto
attraverso i miti e i simboli, e la mistica fascista era satura di richiami, di
miti e di simboli: “Qui è tutta l’attualità e la contemporaneità del covo.
Attualità e contemporaneità che non dovranno mai tramontare. Non solo per noi,
infatti, ma per i nostri figli e per i figli dei nostri figli il covo deve e
dovrà essere l’Arca dei valori della Rivoluzione, la bussola cui guardare nei
momenti di indecisione, la guida cui ispirarsi, la stella polare che il
navigante dello Spirito deve vedere sempre alta e lucente davanti a se. E ad
esso oggi, domani, sempre gli italiani dovranno salire in pellegrinaggio, per
meditare, per ispirarsi. Ad esso le generazioni si accosteranno sempre con
stupore religioso per imparare che nulla allo Spirito è impossibile. Il
Fascismo, come spesso ripeteva il Duce, era una fede coltivata nella lotta che
aveva avuto i suoi caduti, i suoi martiri che immortalatisi vestendo la
gloriosa camicia nera la avevano rafforzata e sacralizzata. Se ogni secolo ha
una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo.
Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che
la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il Fascismo ha
avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il Fascismo ha oramai nel mondo l’universalità
di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia
dello spirito umano. Adesso, questa fede, attraverso i mistici fascisti
della Scuola aveva trovato i suoi intransigenti custodi e i suoi più
appassionati apostoli. Anche loro si stano preparando al combattimento –
nella sua duplice veste fisica e spirituale – aspirando di potere affrontare
degnamente il supremo sacrificio per il fascismo e onorare così la loro scelta
di vita versando il proprio sangue per la causa rivoluzionaria. Morire
all’ombra dei gagliardetti neri: Mistica dell’azione. Mistica del realismo
eroico. Mistica della fede. Fedeltà che era più forte del fuoco, come narravano
antiche saghe. Che l’intensa e interessante attività svolta dalla Scuola
nell’approfondimento e nell’arricchimento della Dottrina fascista fosse il
risultato di un grande impegno contrassegnato da un’altrettanto grande serietà
venne comprovato dai numerosi riconoscimenti che ricevette, non ultimo
l’apprezzamento e la manifesta simpatia avuta da parte di Julius Evola, ma il
riconoscimento più importante, i mistici, lo ricevettero dal Duce che li
encomiò pubblicamente, incontrando i quadri della Scuola a Palazzo Venezia,
incitandoli a proseguire nel cammino intrapreso quali custodi della purezza
dell’Idea e del mito rivoluzionario: Io vi ho seguito in tutti questi anni da
vicino e con vivissima simpatia perché considero la mistica in primo piano.
Ogni rivoluzione ha infatti tre momenti: si comincia con la mistica, si
continua con la politica, si finisce nell’amministrazione. Quando una
rivoluzione diventa amministrazione si può dire che è terminata, liquidata.
Potrei dimostrarvi che tutte le rivoluzioni sono passate attraverso questo
ciclo: noi che conosciamo la storia dobbiamo impedire che la politica scivoli
nell’amministrazione. Alle origini di ogni rivoluzione c’è la mistica: se la
politica è il contingente, la mistica è l’immanente, essa rappresenta i valori
eterni, essenziali, primordiali. Voi dovete lavorare per l’avvenire. Per far questo
occorre la fede. È facile ad un certo momento deviare nella politica: voi
dovete essere al di fuori e al di sopra delle necessità della politica. Di
queste cose ho parlato in modo molto sommario; ma tutte erano presenti in voi.
Avete tempo di riflettere.” Il secondo conflitto mondiale era però già
iniziato e l’Italia sarebbe entrata in guerra l’anno successivo. I
mistici fascisti volendo essere, fino alle estreme conseguenze, la prima linea
del Fascismo accolsero con felicità ed entusiasmo la notizia, chiedendo
ufficialmente che gli venisse concesso l’Onore dell’arruolamento volontario
“nei più rischiosi reparti di terra, di mare o di cielo”. Subito, ben 169
quadri dirigenti della Scuola partiranno per il fronte, convinti che il
processo rivoluzionario fascista avrebbe avuto una formidabile accelerazione
proprio per effetto della guerra. Molti altri mistici seguiranno a ruota
l’esempio dei loro capi. La loro esemplare condotta evidenzierà una
magnifica esplicazione degli insegnamenti della Tradizione: se hai di fronte
due strade, scegli sempre la più difficile. Poiché c’è sempre una strada per
chi vuole percorrerla. Sia G., sia un’altra figura di eccezionale valore
come Ricci, testimonieranno la loro intransigente coerenza esistenziale e
politica con la scelta del combattimento. Il primo volontario sul fronte
greco-albanese dove troverà eroicamente la morte, il secondo, sempre
volontario, sul fronte africano dove coronerà la propria esistenza di credente
nella fede fascista incontrando, altrettanto eroicamente, la morte a Bir
Gandula sul Gebel cirenaico. Nell’arco di un solo mese il Fascismo perse due
tra i suoi migliori campioni. Le vicende belliche decimarono di fatto il
gruppo dirigente della Scuola che sarà costretta a cessare le sue attività. I
pochi sopravvissuti di quell’esperienza raccolsero di nuovo la chiamata del
Duce aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, tra questi Fernando Mezzasoma
che era stato il vicepresidente della Scuola e che ricoprì il dicastero della
propaganda nella RSI, trasportando con il proprio esempio le intime motivazioni
della Mistica fascista nell’esperienza repubblicana: “È questa nostra
intransigenza nei confronti della Dottrina che abbiamo sposato, delle battaglie
che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente
di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona
volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a
respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al
servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di
marcia e di battaglia, con coloro che nell’Italia invasa perseguitano i
fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli
invasori e aprire la strada al nostro ritorno. Questa deve essere oggi la
nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di G.. Questo è il suo
insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri caduti, i superstiti della
Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l’autentici italiani. Anche lui
muore poi assassinato dai partigiani. Andarono tutti volontariamente
incontro alla morte per onorare un patto di fedeltà e di fede che li lega al
Duce e al Fascismo, così facendo coronarono una vita degna e ben vissuta, il
loro abbraccio mistico con il Fascismo si consuma eroicamente in combattimento
e di fronte ai plotoni di esecuzione. Se ancora oggi, dopo i tanti decenni
trascorsi, la loro memoria, la memoria delle tante battaglie ideali e materiali
affrontate, viene nonostante tutto ancora sentita come viva, se il ricordo di
questi uomini caduti con onore non in nome di una passione generica, ma per il
Fascismo, per il compimento di una Rivoluzione che è rimasta scolpita nella
Storia, torna ancora ad emergere non deve assolutamente avvenire perché i vivi
di oggi debbano morire nel loro cuore, struggendosi nella nostalgia del
ricordo, ma deve invece impetuosamente emergere affinché i morti di ieri
possano tornare a vivere tra di noi. Quella marcia, iniziata il 28 Ottobre
1922, non è ancora terminata. Non ci consta che esistessero specifiche
istituzioni pubbliclie, ma in proposito possiamo ricordare numerosi
provvedimenti e diverse associazioni private. Fra quelli, le leggi agrarie, le
disposizioni a favore dei debitori, le distri buzioni semigratuite o gratuite
dì grano, fatte dagli edili; i congiari imperiali (che erano copiose
elargizioni di farina, olio e carne disposte dagli imperatori). Provvidenze che
mi ravano tutte a combattere, direttamente e indirettamente, le cause dell’indigenza
o almeno a paralizzarne gli effetti, ben ché nella loro essenza e origine
avessero carattere politico, cioè fossero prese sopratutto per cattivarsi il
favore e la simpatia della plebe o evitare tumulti e sommosse. Fra le
associazioni, sopratutto bisogna ricordare quelle costituite a scopo mutualistico
; e tale è il carattere dei collegia funeraticia, dei collegia termiorum, delle
casse di soccorso istituite da GIULIO (si veda) Cesare fra i suoi legionari.
Anche nel campo dell’istruzione si devono ricordare istituti privati i quali
istruivano la classe dirigente romana. E’ invece nelle opere pubbliche ohe
specialmente i romani ai distinsero legando ai posteri terme e acquedotti,
palestre e strade, circhi e palazzi olle ancora oggi, in parte, almeno, durano
e sono efficienti. L’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO SECONDO LA CONCEZIONE
FASCISTA. LA TEORICA FASCISTA SULLA NATURA E SULLE FUNZIONI DELLO STATO. LA
FUNZIONE SOCIALE DELLO STATO. PRECEDENTI STORICI DELLA FUNZIONE
SOCIALE DELLO STATO NELLA POLITICA E
NELLA LEGISLAZIONE SOCIALE. In Roma sino all’editto di Costantino. Durante il
medioevo.Dopo la riforma protestante. Ordinamento sociale dello Stato fascista.
In Italia. L’evoluzione e la trasformazione della legislazione sociale. La
legislazione sulla beneficenza e sulla assistenza pubblica e privata. La
legislazione sulla mutualità e sulla previdenza. La legislazione del lavoro. La
legislazione sull’istruzione pubblica. La legislazione sull’igiene e sulla
sanità pubblica. La legislazione sui servizi e sulle opere pubbliche. GLI
ELEMENTI DELL’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. I soggetti. Gli
obiettivi . Gli obiettivi relativi ai cittadini in genere. Gli obiettivi
inerenti alle condizioni generali di vita. Gli obiettivi inerenti in
particolare alla fase di formazione e di preparazione del cittadino, a quella
di produttività e a quella di riposo.
Gli obiettivi relativi ai cittadini benemeriti. Gli obiettivi relativi ai
cittadini non risanabili e non
rieducabili. Gli strumenti . Il criterio, profondamente corporativo,
adottato dal legislatore fascista per la scelta degli strumenti attuanti
la politica sociale. La famiglia.
L’associazione professionale. Le istituzioni promananti, singolarmente o
pariteticamente, dalle associazioni professionali. Gli enti locali. Le opere
nazionali parastatali. I limiti. LE ISTITUZIONI DEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE
DELLO STATO FASCISTA. Di alcune considerazioni preliminari. LE ISTITUZIONI
SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. La- legislazione
inerente alla sicurezza, all’igiene e
alla sanità pubblica . Per garantire la sicurezza. Per assicurare
l’igiene e la sanità. La legislazione inerente alla previdenza . Per
incrementare il risparmio. Per potenziare la mutualità. Per favorire la
cooperazione. Per diffondere le assicurazioni Ubere. La legislazione inerente
alla assistenza di soccorso. Per l soccorsi in natura e in contanti. Per i
soccorsi medico-sanitario-ospitalieri. La legislazione inerente alla
propaganda, all'integrazione culturale e al perfezionamento scientìfico . Per
favorire il perfezionamento scientifico. Per la propaganda e l’integrazione
culturale. La legislazione inerente all’integrazione della formazione e
dell’educazione fisica e sportiva. La legislazione inerente alla costituzione e
all’incremento del nucleo familiare . Per favorire la costituzione della
famiglia. Per facilitare l’esistenza e lo sviluppo delia famiglia . La
legislazione inerente a particolari servizi pubblici.Per garantire il
soddisfacimento di bisogni primari. Per assicurare i rapporti e i contatti
economico-sociali. Per valorizzare il patrimonio nazionale. Ordinamento sociale
dello Stato fascista. La legislazione inerente al controlla, <UVadeguamento
e al collegamento ielle istituzioni dell’ordinamento sociale e alla selezione dei suoi soggetti.
Per assicurare il controllo e l’adeguamento delle istituzioni sociali. Per
ottenere il collegamento nell'ambito dell’ordinamento sociale. Per assicurare
la formazione della classe dirigente mediante la selezione totalitaria del
cittadini. IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA E LE ORGANIZZAZIONI DIPENDENTI.
Origine, natura e funzione sociale del P. N. F . I Fasci di Combattimento. I
compiti. I soggetti. L’ordinamento. L’Associazione nazionale famiglie Caduti
fascisti e Mutilati e Invalidi per la Causa Nazionale. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. L’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia I compiti I soggetti . L’ordinamento. L’Unione
nazionale fascista del senato. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Gruppi
Universitari Fascisti. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. I Fasci di Combattimento. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. L’Opera Nazionale Dopolavoro. I compiti. I soggetti. L’ordmamento. Le Associazioni fasciste. I
compiti I soggetti L’ordinamento. Il Comitato intersindacale . I compiti. I soggetti. L'ordinamento.
Gl’Uffici di Collocamento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Ente Opere
Assistenziali. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Opera Universitaria. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Il Comitato
olimpionico nazionale italiano. I compiti.
I soggetti. L’ordinamento. Di
alcune considerazioni sul P. N. E. La legislazione richiamata. DI ALCUNE
CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. Ordinamento sodale
dello Stato fascista. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE
FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE
PROFESSONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. La legislazione inerente al nucleo
familiare per la formazione fisico-militare del cittadino. Per sopperire alla
insufficienza relativa dei mezzi economici della famìglia e sostituirla nella
vacanza di alcune sue funzioni. Per
integrare l’inadeguatezza assoluta di alcuni mezzi della famiglia. L’OPERA NAZIONALE PER LA PROTEZIONE
DELL’INFANZIA. L’origine, la natura e la funzione sociale deU’.O.N.M.I. I
compiti. Per l’integrazione e il coordinamento dell’azione svolta da altri enti o istituti o da privati. Per
la vigilanza e il controllo delle singole istituzioni di assistenza. Per la propaganda e la
vigilanza suU’applieazione delle leggi e
dei regolamenti riguardanti l'assistenza
materna e infantile. I soggetti.
L’ordinamento . Dì alcune considerazioni suli’O. N. M. 1 La legislazione
richiamata. La legislazione inerente all’istruzione e alla formazione
professionale del cittadino. Per garantire l’istruzione professionale del
cittadino sino al 14° anno di età. Per favorire e incrementare l’istruzione
professionale La legislazione inerente all’educazione e alla formazione fisica,
premilitare, morale e nazionale del cittadino.
L’OPERA NAZIONALE BALILLA PER L’ASSISTENZA E L’EDUCAZIONE FISICA E MORALE DEGL’ITALIANI.
L’origine, la natura e la funzione somale dell’O.N.B. I compiti . I soggetti.
L’ordinamento. Di alcune considerazioni sull’O.N.B. La legislazione richiamata.
DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE
FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE PROFESSIONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. LE
ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI
PRODUTTIVITÀ’ DEL CITTADINO. La legislazione inerente all’azione sociale
attuata dalle associazioni
professionali . Per garantire l’azione sociale da attuarsi direttamente dai sindacati. Per assicurare l’azione
sociale da attuarsi dai sindacati a
mezzo di speciali istituzioni. IL
PATRONATO NAZIONALE PER L’ASSISTENZA SOCIALE. L'origine, la natura e la
funzione sociale del P.N.A.S. I compiti . I soggetti. L’ordinamento. Di alcune
considerazioni sul P.N.A.S. La legislazione richiamata. La legislazione
inerente all’azione sociale attuata dalle corporazioni. Per garantire il
produttore obiettivamente e subiettivamente di fronte alle condizioni del
lavoro. Per tutelare i reciproci rapporti fra i produttori nella loro dualità
di datori di lavoro e di prestatori d’opera . Per favorire ii perfezionamento e
l'elevazione professionale del produttore. Ordinamento sociale dello Stato
fascista. La legislazione inerente alla conservazione dello spirito nazionale e
della preparazione fisico-militare del
produttore. DI ALCUNE
CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI PRODUTTIVITÀ DEL
CITTADINO. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. La
legislazione inerente all’obbligo delle garanzie previdenziali per la fase di
riposo-vecchiaia. La legislazione inerente a speciali interventi statuali a
favore del vecchio bisognoso. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI
'SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI
RELATIVE AI CITTADINI CHE HANNO BENEMERITATO DALLO STATO. La legislazione
inerente alle benemerenze collettive. La legislazione inerente alle benemerenze
individuali. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI
CITTADINI BENEMERITI. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON RIEDUCABILI. La
legislazione inerente ai minorati assolutamente non produttori. La legislazione inerente ni minorati
relativamente non produttori. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI
RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON INEDUCABILI.LA POSIZIONE E
I RAPPORTI DI RELAZIONE DEL CITTADINO
NEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE. Di alcune considerazioni preliminari. LA
POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO DALLA NASCITA ALLA MAGGIORE ETÀ. L’anione
previdenziale e assistenziale dello Stato sino al quinto anno. Per la
costituzione della famiglia.Per la esistenza e l’incremento della famiglia. Per
li cittadino neonato. Per Viilegittimo e l’esposto. Per l’orfano. Per iì
cittadino infante. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e
assistenziale dello Stato sino al quinto anno. L’azione previdenziale e
assistenziale dello stato dal sesto al quattordicesimo anno. Per la formazione
e lo sviluppo fisico, militare, morale e nazionale. Per la formazione
intellettuale e professionale. Di alcune considerazioni sull’azione
previdenziale e assistenziale dello Stato dal sesto al quattordicesimo anno.
L’azione previdenziale e assistenziale dello stato dal quindicesimo al
ventunesimo anno. Ordinamento sociale dello stato fascista. Per il cittadino
che studia. Per il cittadino che lavora. Di alcune considerazioni sull’azione
previdenziale e assistenziale dello Stato dal quindicesimo al ventunesimo anno.
DA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO PRODUTTORE. L’anione previdenziale e
assistenziale dello Stato per il
cittadino ohe è produttore. L’azione previdenziale e assistenziale dello
Stato per la famiglia e i suoi membri
. LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO A
RIPOSO . LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO BENEMERITO. LA POLITICA SOCIALE
PER IL CITTADINO MINORATO NON RISANABILE E NON RIEDUCABILE. LA POLITICA SOCIALE
DELLO STATO FASCISTA. DELL’AZIONE SVOLTA DIRETTAMENTE DALLO STATO ATTRAVERSO AI
SUOI ORGANI. Per la riorganizzazione, il potenziamento e l’estensione della
rete consolare . DELL’AZIONE SVOLTA MEDIANTE LA STIPULAZIONE DI CONVENZIONI BILATERALI E PLURILATERALI E
MEDIANTE L'OPERA DELL’O.I.L. Le convenzioni bilaterali e plurilaterali ..Le
convenzioni intemazionali, le raccomandazioni e le risoluzioni dell'O.I.L . La legislazione
richiamata. Appartene alla categoria dei
mistici per i quali è bello vivere se la vita è nobilmente spesa ma è più bello
morire se la vita è donata all'Idea. Arnaldo Mussolini fu il suo Maestro: da
Arnaldo im parò che prima di agire e costruire è necessario ele varsi,
purificare il proprio spirito, temprare il proprio carattere; allora soltanto
si potrà essere certi che l'azione sarà feconda e l'edificio sicuro. Da Arnaldo
imparò che per conoscere, giudicare e guidare gli al tri è prima
indispensabile conoscere bene se stessi, punire inesorabilmente i propri
difetti, affinare inces santemente le proprie virtù: allora soltanto si potrà
aspirare all'onore del comando. Da Arnaldo impara che solo il sacrificio può
suscitare le opere grandi e buone e distruggere le cose piccole e vili. Ciò
che non costa non vale; ciò che non procura fatica e sof ferenza non
dura; quanto è al di fuori di noi non conta; gli onori, le cariche, le
ricchezze sono effimere e ca duche cose. Quello che importa è quanto è dentro
di noi, perchè è nostro e nessuno potrà mai portarcelo via, neanche a
strapparci la carne viva di dosso. Es sere se stessi in ogni momento, rimanere
se stessi sempre: ecco la più grande conquista degli uomini. Uomo di fede Un
uomo di fede fu G.. E la sua fede era di quelle che non vacillano mai, di
quelle che restano intatte nella buona e nella cattiva sorte e che traggono
anzi dalle difficoltà e dalle sfortune un più profondo contenuto e sempre nuovi
motivi. La sua fede era di quelle alte cui fonti cristalline attingono le
intelligenze chiare e gli animi trasparenti degli uomini puri i quali sanno che
se si vuole raggiungere l'ultima cima, mol te vette bisogna scalare e talvolta
anche scendere da alcune per risalire su aifre vette più alte ancora. In 8
i G. la fede nasceva da un inesausto tormento spi rituale, da
un'ansia incontenibile di elevazione e di conquista per divenire, come dice il poeta,
«cara gioia sopra ia quale ogni virtù sì fonda. Egli credeva in Dio, nel Dio di
noi Italiani fascisti e cattoiici a cui dobbiamo non soltanto il dono
misterioso della vita ma anche il privilegio di averci chiamati a continuare la
missione di civiltà e di giustizia che la gente nostra svolge nel mondo da più
di due millenni. Egli credeva nella dottrina politica enunciata da Mussolini,
scaturita dall'azione, alimentata dalla fede, consacrata dal sa crificio e
nella sua possibilità di instaurare un nuovo sistema di vita, di educare gli
uomini a una visione vasta ed umana delle cose, di creare un nuovo tipo di
civiltà italiana, ed europea. Crede in Mussolini perchè lo considera l'uomo
della provvidenza, l'e sponente di una razza eletta, il fondatore di una ci
viltà universale, il protagonista e l'artefice di una nuòva storia, il
condottiero di giovani generazioni, il DUCE, a cui non occorre chiedere prima
di iniziare la marcia dove ci porta e quando si arriverà perchè dal giorno in
cui un destino fortunato (o pose alla testa —9 ‘1 del suo popolo,
la meta era già nei suoi occhi e la vittoria nel suo pugno. Crede negl’italiani
nati e cresciuti col sorgere del Fascismo, educati alla severa scuola del
Partito e li voleva rivoluzionari nello spirito e nel sangue, gene rosi ed
audaci, pronti alla lotta e alla rinunzia. Sogna va una classe dirigente che
sapesse dimostrare con l'esempio, nelle opere e nel sacrificio, di essere de
gna del nostro grande popolo e del nostro grande Capo; una classe dirigente
fatta di uomini integrali, forti della loro indipendenza morale — la sola ric
chezza umana che non abbia un valore misurabile in denaro — e dotati di tutte
le virtù spirituali, intellet tuali e fisiche che sono indispensabili per
poter eser citare con dignità e con efficacia la missione dei co mando.
Concepiva la famiglia nel senso più tradizio nalmente nostro; amava cioè la
sana numerosa fami glia italiana, ricca di onestà e prodiga di figli, sboc
ciata dall'amore tra l'uomo che vive lavorando o com battendo-per la Patria e
la donna che nel piccolo gran de regno della casa vive nella serena ed operosa
attesa del ritorno di lui; e se l'uomo non tornerà la donna lo piangerà senza
lacrime perchè egli sopravvi va nella fierezza dei figli, I quali
continueranno, nella luce del suo esempio, l'opera sua. Crede nella Patria come
ne « la più pura, la più grande, la più umana delle realtà », amava la Patria
più della propria anima. Tutto per la Patria: fu la sua consegna. Niente per
lui valeva qualche cosa se non serviva alla Patria. Perchè la Patria è tutto e
tutti; sè e gli altri; le generazioni che furono, che sono e saran no; la
storia di ieri, di oggi e di domani. La Patria è la sintesi di tutte le più
nobili aspirazioni. Essa è fatta di uomini da rendere sempre più degni e di
territori da fare sempre più vasti. Per essa si lavora, si soffre, si spera;
per essa si combatte, si vince o si muore. Giornalista della Rivoluzione e
Maestro dei giovani Niccolò Giani fu un giornalista della Rivoluzione. Egli
intendeva il giornalismo come una scuola di vita, come uno strumento di
educazione e di formazione. Dalle agili colonne del suo giornale, la Cronaca
Prealpina, e da quelle della sua rivista DOTTRINA FASCISTA si battè
accanitamente per la creazione di un giornalismo rivoluzionario, dinamico,
coraggioso, un giornalismo che fosse in grado di svolgere una fun zione costruttiva
di divulgazione, di propulsione e di controllo, un giornalismo che fosse degno
di essere considerato un'arma affilata della Rivoluzione. Ma soprattutto
maestro dei giovani egli fu. All'Insegnamento si consacra con il religioso
fervore con il quale sole dedicarsi a tutte le attività rivolte agl’italiani.
All'ateneo di Pavia, al centro di preparazione politica, alla scuola di MISTICA
FASCISTA egli porta il contributo della sua beila cultura fatta di conoscenza
e di azione, illuminata dalla fede, riscaldata dal sentimento, Alla Scuola di
Mistica da la parte migliore di se stesso. Tutto quello che di buono e di
meritevole è stato fatto dalla scuola — ha detto Mussolini, nostro Presidente —
proviene unicamente da lui. Bisogna ricordarlo sempre e presentarlo come un
mirabile esempio agl’italiani che in lui potranno vedere l'espressione più
sublime di obbedienza ai comandamenti del Duce. È il migliore tra noi: il
più limpido, ii più generoso, ii più puro. Delia nostra mistica fede è
l'aifiere più ardilo e i'apostolo più acceso. Egli voieva che dalia nostra
Scuoia uscissero ì missionari, i portatori del no stro credo politico ed è
egli stesso il più tenace e il più convinto assertore dei principi che sono a
fondamento della nostra dottrina. La scuola sorge con lui per la volontà di un
manipoio di credenti che egli chiama i disperati del FASCISMO, così come gli
squadristi un tempo amano chiamarsi FASCISTI arrabbiati. All'inizio la scuola è
un'attività de! Guf milanese. Divenne quindi un'attività di tutti i gruppi fascisti
universitari. Oggi si è imposta al rispetto e ail'attenzione di tutti i
fascisti. La sua opera è rivolta agl’italiani, ma la sua azione è seguita ed
amata anche dai camerati della vecchia guardia che vedono con intima gioia
esaltate e rinnovate ogni giorno, dagl’allievi della scuola, le due più
preziose virtù dello squa drismo: la fedeltà e la intransigenza. I camerati
della vecchia guardia milanese sanno che il, nome di Niccolò Giani è legato
alla riapertura del Covo di Via Paolo da Cannobio, prima sede del « Popolo
d'Italia », prima trincea del Fascismo, che il Duce ha voluto affidare in
gelosa custodia ai giovani della Scuola di Mistica perchè le giovani
generazioni, accostandosi alle sorgenti genuine delia nostra Ri voluzione,
cogliessero, dall'umile grandezza delle ori gini, la poesia e il fermento
delia vigilia. G. è soprattutto un fedele ed un in transigente. Taluni
potrebbero chiamarlo un fanatico, ma solo I fanatici sanno dare movimento col
sangue «alla ruota sonante della storia». Il suo spirito si ribellava a
qualunque forma di com promesso; sul terreno della fede non ammetteva pat
teggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata;
dall'altra parte c'è il brutto, il male, la meschinità. Mi piace di ricordarlo
ai Convegno di Mistica: eravamo alla vigilia delia nostra guer ra di
liberazione e c'era in tutti noi una febbrile im pazienza di decisione. Il
tema del Convegno era bru ciante: «Perchè siamo dei mistici?». I problemi
dell'inteiligenza e deila cultura furono esaminati al lume della fede; i poveri
dì fede furono sbaragliati e G. dichiarò guerra a viso aperto a tutti gli
spiriti troppo raziocinanti, agli innamorati della ricerca fredda e del
ragionamento calcolatore. La dottrina che conquista è quella che sorge dalla
fede e non quella che discende dalla indagine arida ed oziosa; la cultura che
costruisce è quella che pene tra e trasforma e non quella che resta gelida ed
inerte. li Convegno si svolse in un'atmosfera di fuoco e la risposta al tema
che fu oggetto dei nostri appassionati dibattiti fu data dallo stesso G.:
Fascismo uguale a spirito, uguale a mistica, uguale a combattimento, uguale a
vittoria. Perchè credere non si può se non si è mistici, combattere non si può
se non si crede, e vincere non si può se non si combatte. Fu in quel Convegno,
ò giovani camerati della Scuola di Mistica, che i giovani della generazione del
Littorio affermarono solennemente il loro diritto al combat
timento, Soldato dì Mussolini G. è tra i primi a partire. C'èin lui la
preoccupazione morbosa di stabilire coi fatti una coe renza perfetta tra il
pensiero e l'azione. Aveva già partecipalo come volontario alla guerra per la
con quista dell'Impero, aveva chiesto ripetutamente di partire per la Spagna e
non gli era stato concesso; finalmente sopraggiungeva la nuova prova lungamente
attesa. Chi lo vide tenente degli alpini al fronte occidentale lo ricorda come
un esempio di disciplina e di ardi mento. Ma la parentesi fu troppo breve:
tornò insod disfatto, Andò in Africa settentrionale come corrispon dente di
guerra del popolo d'Italia. Ma quando sa che il suo reggimento è già sul fronte
greco chiede di raggiungerlo. Non puo vivere lontano dai suoi alpini, gli
sembra un tradimento. Parte per non tornare. Tre volte si offre per azioni
rischiose, tre volte è appagato, la terza volta è l'ultima. I suoi uomini lo
adorano. Con lui sarebbero andati dovunque: potenza insuperabile dell'esempio!
Anda con un manipolo d’alpini a raggiungere una vetta lontana per compiere una
ricognizione sulle posizioni del nemico. Assolge il suo compito felicemente e
rapidamente, ma prosegue oltre. Il suo programma è un altro. Incontra poco
prima, lungo il cammino, un camerata di Milano e gli affida l'incarico di
salutare per lui tutti gli amici di mistica e di comunicare loro che egli è
partito per un'impresa della quale si sarebbe dovuto parlare. Mantenne la
promessa. Alla testa dei suoi alpini raggiunge un'altra vetta, sulla quale alta
sfolgora la luce della gloria, e a bombe a mano assalì un presidio greco.
Circondato, lotta eroicamente, fino a quando una pallottola gli recise la
gola, gli spezza la vita, soffoca il suo canto.. Così cadde G. Egli è morto
come è vissuto, non per sè ma per gl’altri. È triste non potergli più vivere
accanto, non poter più rinfrescare il nostro spirito alia polla purissima della
sua fede. Ma egli chiuse la sua vita terrena in modo degno di luì, Arnaldo gli
insegna che il segreto della vita è tutto qui; saper vivere, saper morire, nel
modo più degno. G. vuole insegnare agl’italiani come deve vìvere e come sa
morire un italiano di Mussolini. La nostra scuola, o camerati di mistica, non
lo onora col pianto che egli non approva. Il nostro ciglio è asciutto anche se
il cuore in questo momento acce lera il ritmo dei suoi palpiti. Ma noi
sentiamo che non un vuoto egli ha lasciato nelle nostre file, li suo spirito
inquieto è con noi, dinanzi a noi, oggi come non mai, ad additarci la strada
che conduce alla vittoria, ad ammonirci che il suo tormento deve essere anche
il nostro tormento, la sua ansia anche la nostra ansia, il suo amore anche il
nostro amore, oggi, domani, sempre. E noi sentiamo che Arnaldo, il suo ed il
nostro maestro, lo ha accolto nell'altra esistenza, accanto al suo figlio
prediletto e agli altri martiri delia nostra scuola, come il migliore dei suoi
discepoli. Il mito di Roma contro Si guardi Ro- il mito di Jehova in ma
repubblicana. Catone, Cicerone, Quale è il suo Tacito, Giovenale ideale? Ce lo
di- e negli Imperatori ce Marco Porcio Cato rie CATONE nel suo De Agri cultura
laddove scrive che i romani quando lodavano un uomo dabbene, lo chiamavano buon
agricoltore, buon colono. E con ciò si ritene di dare la maggiore lode a colui
che così veniva chiamato. E ciò per chè dalla classe degli agricoltori nascono
gli uomini più forti e i soldati più valorosi e coloro che si dedicano a tale
occupazione non concepiscono cattivi propositi. Queste parole, questo saggio
romano le scrive esattamente, nello stesso periodo in cui Roma combatte
l’ultima e definitiva partita con la semita Cartagine. Ma, a questo proposito,
ci si è mai chiesto perchè poi Cartagine è delendam, perchè Roma s’è fissata
ili questo mito della distruzione totale della città di Annibaie? La risposta è
una sola. La lotta tra le due rivali infatti non è solo politica ed economica.
È ben di più. È lotta di civiltà, di sistema di vita. Roma rurale, Roma
gerarchica, Roma guerriera ed eroica combatte anche la Cartagine dei mercanti
e della demagogia. Ecco perchè non è strano, ma, anzi, logico, necessario
addirittura, che l’uomo che in senato termina i suoi discorsi col noto ceterum
censeo Carthaginem delendam esse è lo stesso che nel suo De Agri cultura pone
l’ideale romano nella gente nata dai campi, cresciuta in mezzo alle bellezze e
alle forze della terra, temprata nelle lotte aperte e solari della natura. Più
di un secolo dopo, un altro grande romano, che gli ebrei aveva conosciuto
perchè uno di 16 essi, Apollonio Molone, come ci dice il giudeo
Lazare, aveva avuto per maestro: CICERONE, tuo nerà anche lui contro la loro
mentalità. Il tenere testa alla turba giudaica che spesso schiamazza nelle
riunioni popolari e farlo nel l’interesse della Repubblica è prova di saldi
principi, dice infatti CICERONE rivolto a LELIO nella sua orazione Pro
Fiacco. E nel suo De Officiis si legge questo aneddoto che dice anche ai sordi
in quale dispregio avessero i romani i trafficanti di denaro. Ecco infatti
come Cicerone racconta che Catone risponde a chi lo interroga va sul miglior
modo di amministrare i propri beni. Bene pascere. E in quale altro modo? è
richiesto a Catone. Salis bene pascere, è la risposta. E poi? Arare, egli dice
ancora. £ che ne pensi del prestare ad usura?cioè del prestare denaro a
interesse. Risponde Catone. E tu che ne pensi dell’uccidere un uomo? Come,
quindi, i romani, con mentalità siffatta, avrebbero potuto, non dico
apprezzare, ma solo riconoscere la mentalità ebraica? E se è vero che con
l’Ambasciata di Giuda Maccabeo si iniziano i primi rapporti diplomatici tra
Roma e Gerusalemme, se è vero che seguono altre ambasciate, se è vero che GIULIO
(si veda) Cesare e OTTAVIANO (si veda) li tollerano, è altrettanto vero che gl’ebrei
anziché essere grati e devoti allo stato romano ricambiario con disordini e con
tradimenti la generosità dei Cesari, al punto che Claudio, da un decreto di
tolleranza passa alla loro espulsione e ciò per chè, come testimoniano
numerosi scrittori latini — da Persio a Ovidio, da Svetonio a Plinio, da
Tacito a Giovenale — gli Ebrei conside rano come profano tutto ciò che da noi
è consi derato sacro (cfr. Tacito, Hist.); per chè essi hanno un culto
particolare, leggi par ticolari, disprezzano le leggi romane (cfr. Giovenale,
Im. Lat.). Colle generazioni questo contrasto di civiltà e questa antitesi di
istituzioni si acuiscono. È così che si arriva alla spedizione di Tito:
all’assedio e alla distruzione di Gerusalemme. E in tal mo do, due secoli dopo
Cartagine, anche sull’or goglioso regno di Giudea passa l’aratro romano e
viene cosparso il sale. Così quei giudei che pretendevano di essere il popolo
eletto e che per invidia di capi e per in comprensione ingenerosa di popolo
avevano tra dito e condannato nostro Signore Gesù Cristo; quegli eredi del
Profeta che smentirono la profe zia compiuta, furono dispersi per il mondo. La
profezia del Golgota ebbe in tal modo realizza zione per mano di Tito, di quel
Tito, il cui arco, forse per imperscrutabile volontà di quel Dio che egli
inconsciamente servì, s’aderge ancora intatto contro il cielo eterno di Roma,
quasi a testimonia re e ammonire le genti e il mondo intero della giustizia e
della verità che promanano dai sette colli sacrati all’Impero del Littorio e
alla Chiesa di Cristo. Nome compiuto: Niccolò Giani. Giani. Keywords: implicature
mistica, mistico, il mistico – la mistica del liberalismo – la mistica del
comunismo – la mistica della democrazia – la mistica del socialismo – filosofia
politica – dottrina liberale – dottrina comunista – dottrina democratica –
dottrina socialista, fascismo --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giani” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della radice italica del
melodramma – filosofia torinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino).
Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I
love Giani; for one, he was less fanatic than Nietzsche, even if it is
Nietzsche’s fanaticism that attracts Strawson! For one Giani is more careful:
if ‘music’ comes from the muses, which are Apollonian, why has Nietzsche to
emphasise in a piece of bad rhetoric, that tragedy has its birth in the
‘spirit’ of “music” – surely Nietzsche means ‘Dionysian,’ but there’s no
‘music’ in Dionysus, only noise! Trust
an Italian to correct Nietzsche on that point!” -- Appartene ad una famiglia dell'alta
borghesia torinese con spiccate inclinazioni per la musica e per l'arte: lo
zio Giuseppe (Cerano d'Intelvi) e pittore piuttosto noto, docente
all'Accademia Albertina, così come il figlio di lui Giovanni (Torino). Si
dedica al violino e condusse contemporaneamente gli studi fino alla laurea. Si interessa inoltre al
fermento filosofico di fine Ottocento, a Spencer, ma soprattutto Nietzsche: di
Così parla Zarathustra eavrebbe in seguito dato una traduzione, a partire dalla
seconda edizione italiana (Torino, Bocca). Si appassiona, inoltre, al teatro
musicale di Wagner, così come altri intellettuali torinesi, e lo
difende. Risale la fondazione, per opera sua e dell'amico editore Bocca,
della Rivista musicale italiana, in cui inizialmente hanno parte preponderante
gli scritti di G., soprattutto recensioni sul teatro musicale contemporaneo e
note sui testi poetici da musicare, anche se va probabilmente ascritto a Giani
anche l'editoriale programmatico del primo numero, all'interno di una rivista
che si propone di ospitare scritti musicologici ispirati al metodo
positivistico diffuso tra i due secoli, pur restando aperta all'apporto di
altre correnti filosofiche quali quelle dell'idealismo. In “Per l'arte
aristocratica”, dimostra le doti di polemista che lo avrebbero accompagnato per
tutta la vita: in esso si confuta un giudizio di Torchi e si afferma che la
cosiddetta "arte per l'arte" non solo non è immorale, ma è anzi la
naturale evoluzione e conclusione dello sviluppo storico di questa
manifestazione dello spirito umano. Dedica un saggio al “Nerone” di Boito,
che egli da allora considera incondizionatamente un maestro: al tempo Boito
aveva reso pubblico il solo testo del Nerone, che venne accolto molto
vivacemente e con alterna fortuna dall'ambiente letterario italiano. La
posizione intorno al Nerone è singolare e indicativa di quali fossero i
requisiti che la cerchia di G. e Bocca ricercava nell'opera musicale. Questa
tragedia farebbe parte del novero delle tragedie vere, quelle in cui ritmo,
suono della parola, gesto, musica concorrono alla creazione di un che di
superiore. Tuttavia, quando la musica del Nerone fu resa nota postuma, dichiara
una certa delusione. Uomo dalla cultura enciclopedica, versato con competenza
anche negli studi di letteratura, G. cura L'estetica di Leopardi. Vede in Leopardi
il luogo in cui le immagini della sua poesia si comporrebbero in un universo
etico ed estetico coerente. All'interno della storia della critica leopardiana,
pare avvicinabile ora alla posizione di Croce, di distinzione tra il momento
della poesia e il momento della riflessione, ora a quelle positivistiche.
Singolarmente,parla di musica e dell'analogia tra il ruolo del coro greco e il
ruolo del coro nelle Operette morali solo nella conclusione, benché in termini
acuti. Avrebbe contribuito ad un ulteriore campo degli studi letterari,
quello della musica nel mondo antico. Apparve “Gli spiriti della musica nella
tragedia” -- Fin dal saggio, si richiama alla nota opera di Nietzsche, “La
nascita della tragedia dallo spirito della musica”. G. non condivide l'opinione
di Nietzsche secondo cui il razionalismo del teatro di Euripide avrebbe spento
la portata dionisiaca della tragedia. La tragedia di Euripide permane ad un
livello musicale altissimo. Per affermare questo ricostruisce il ruolo della
musica nei testi tragici sulla base delle fonti antiche, dedicandosi alle
singole parti e forme musicali dei drammi, sempre attento a sottolineare la
valenza estetica complessiva della tragedia o melodramma, ma nel contempo senza
trascurare le posizioni metodologiche della scuola filologica. Fino ad
allora non aveva stretto profondi legami con i musicisti coevi (eccettuato Boito),
si avvicina sempre più alle compositori. Saluta con favore Bastianelli e Pizzetti,
approvandone principalmente le posizioni estetiche e la ricerca di una certa
spiritualità nella music, tipica dei due esponenti del circolo fiorentino della
Voce, ma prese le distanze ben presto dalle loro prove compositive, in
particolare dai drammi musicali di Pizzetti, che non parvero a opere d'arte
totalmente compiute. Un legame creativo e biografico molto più stretto
strinse con Ghedini, anche per via delle comuni frequentazioni torinesi: per
Ghedini, che sta ancora cercando una personale posizione estetica e anda
raggiungendo progressivamente le conquiste di stile e di linguaggio che lo
avrebbero reso famoso, Giani valse come una sorta di pigmalione, suggerendo
testi da musicare per le liriche e esaminando con occhio critico le
composizioni di Ghedini. G. stesso è librettista. Ridusse L'Intrusa di Maeterlinck,
musicata da Ghedini ma mai rappresentata, e scrive Esther per Pannain. Divenne
molto noto in tutta Italia per i suoi saggi di radicale confutazione di Croce.
Non è particolarmente ostile all'idealismo di Croce, anzi considera la teoria
dell'arte come intuizione una delle chiavi per la valutazione della creatività
anche musicale e teatrale. Tuttavia, a mano a mano che l'estetica di Croce viene
sistematizzata dal suo stesso autore, ma soprattutto da alcuni suoi pedestri
seguaci mal tollerati dal nostro, attacca tale concezione con il bellicoso
pseudonimo di Luigi Pagano in La fionda di Davide, criticando che in essa non
vi fosse posto per il lato tecnico e materiale della creazione e che
addirittura la stessa musica non fosse stata debitamente considerata da Croce
al medesimo livello delle altre arti che diedero lustro al passato
italiano. Il posto di G. nella storia della musicografia è tutto
particolare. Pestalozza vi ha addirittura visto un predecessore della
“fenomenologia musicale.”In realtà, ad un attento esame quantitativo dei suoi
scritti, pare essersi dedicato assai poco a questa o quella musica in
particolare, mentre il suo contributo fu assolutamente preponderante nei temi
di estetica musicale.Fu una voce originale, fuori dal coro, che inizialmente
difese il dramma di Wagner, quindi auspice fermamente all'interno dei testi
musicati dai compositori qualità come la purezza e la letterarietà, infine spronò,
pur da lontano, i compositori ad una libertà adogmatica e ad una ricerca continua
di stile e di linguaggio, rendendoli attenti alla peculiarità della musica, che
doveva essere cosa che egli ripete spessissimo nei suoi scrittila figuratrice
dell'invisibile, cioè l'elemento che dà corpo alle sensazioni, alle
suggestioni, alle fantasie suscitate dai testi musicati e non immediatamente in
essi esplicate. Una posizione la sua che può essere paragonata a quella del
"critico-artista" teorizzata da Wilde, che G. ben conosce: un
"critico-artista" nel senso di ri-creatore dei percorsi attraverso
cui la composizione è venuta alla luce, e ignoti al compositore stesso, ma nei
quali quest'ultimo riesce a identificarsi una volta che il critico li rivela a
lui e al mondo. Dispose per testamento che i suoi libri venissero donati
"ad una biblioteca di piccola Città preferibilmente Pinerolo" e
proprio presso la Biblioteca Civica "Camillo Alliaudi" di Pinerolo
ora si trovano, presso il Fondo che prese il suo nome. Altre saggi: “Per
l'arte aristocratica (in proposito di uno studio di Luigi Torchi), in “Rivista
Musicale Italiana”, -- aristocrazia, democrazia, crazia – kratos – il concetto
di potere -- Il “Nerone” di Arrigo
Boito, in “Rivista Musicale Italiana”, L'estetica di Leopardi, Torino, Bocca, con
lo pseudonimo di Anticlo: Gli spiriti della musica nella tragedia greca,
Rivista Musicale Italiana, Milano, Bottega di Poesia, L'amore nel Canzoniere di
Francesco Petrarca, Torino, Bocca, con lo pseudonimo di Luigi Pagano: La
fionda di Davide. Saggi critici (Boito, Pizzetti, Croce), Torino, Bocca. Dizionario
Biografico degli Italiani Cesare Botto Micca, in morte di Romualdo Giani, in
“Rivista Musicale Italiana”, Annibale Pastore, In memoria, Rivista Musicale
Italiana, Vajro, Rivista Musicale Italiana, Pestalozza, Introduzione a «La
Rassegna Musicale». Antologia, Luigi Pestalozza, Milano, Feltrinelli, Guido M.
Gatti, Torino musicale del passato, in «Nuova Rivista Musicale Italiana».
Guglielmo Berutto, Il Piemonte e la musica, Torino, in proprio, ad vocem.
Baldi, “Fotografare l'anima” -- Romualdo Giani e Giorgio Federico Ghedini, in
“Bollettino della Società Storica Pinerolese”, Cavallo,La vita, il fondo
musicale, le collaborazioni musicologiche e gli interessi letterari, Pinerolo,
Società Storica Pinerolese,. Con contributi di Casagrande, Baldi, Betta, Cavallo, Balbo, Fenoglio. GIANI,
Romualdo. Nasce a Torino da Francesco e da Clementina Guidoni, originari della
Valle d'Intelvi. Laureatosi in giurisprudenza non ancora ventenne,
esercita l'avvocatura patrocinando esclusivamente cause civili nel settore
commerciale. Allo stesso tempo si occupò con continuità di arte e letteratura.
Creativo e versatile, ebbe profonde conoscenze della storia e della tecnica
delle diverse arti, ampliate dai numerosi viaggi effettuati nelle principali
città d'arte europee. È tra i fondatori, con l'amico editore Bocca, della
Rivista musicale italiana, alla quale collaborò ininterrottamente per
trentasette anni, spesso valendosi di pseudonimi. Esordì sul primo numero
della rivista con la critica "I Medici". Parole e musica di
Leoncavallo. Il dramma (Riv. mus. italiana); sullo stesso numero diede il via
alla rubrica Note sulla poesia per musica(ibid.), ove poneva in luce difetti e
pregi dei testi inviati da autori sconosciuti per dimostrare che la poesia del
melodramma era forma d'arte. In Per l'arte aristocratica, sostenne una
vivace polemica con Torchi sull'autonomia dell'arte, alla quale parteciparono
Pilo, Garoglio, Foulliée e altri; G. volle dimostrare che la formula
"l'arte per l'arte" o "l'arte aristocratica" non era cosa
assurda e immorale, come sostenuto dal Torchi, ma l'ultimo effetto di
un'evoluzione. Pubblica il saggio critico Il "Nerone"di Boito
(Torino; cfr. Riv. mus. ital.), che gli procurò l'amicizia dell'autore, il
quale gli inviò numerose lettere in cui si dichiarava suo grande ammiratore.
Nel volume L'estetica nei Pensieri di Leopardi (Torino; cfr. Riv. musicale italiana)
G. oltre a ricostruire il pensiero estetico del poeta di Recanati, ne esaminò
anche le teorie sull'arte musicale. Per la Biblioteca di scienze moderne del
Bocca, è stato pubblicato Così parlò Zaratustra di Nietzsche, tradotto da
Weisel; G., ritenendo la traduzione non fedele all'originale, ne appronta una
nuova versione d'accordo con Weisel, pubblicata, sempre dal Bocca. Con lo
pseudonimo di Anticlo, da alle stampe lo studio Gli spiriti della musica nella
tragedia greca (Milano; Riv. musicale italiana). Durante il primo conflitto
mondiale usce L'amore nel Canzoniere di Petrarca (Torino; in appendice Nota sul
suono e sul ritmo), considerata dalla critica, forse, la sua opera più
riuscita. G. inoltre traduce per diletto dal latino, soprattutto TIBULLO
(si veda) ed ORAZIO (si veda), e dal francese; come poeta pubblicò nel 1920
soltanto due libretti d'opera: Esther (Riv. musicale italiana), tragedia lirica
in tre atti ispirata dal testo biblico, mai musicata, sebbene offerta dal G. a
Pizzetti, e L'Intrusa, un atto per musica, tratto dal dramma in prosa di
Maeterlinck, musicato dapprima da Ghedini (non rappresentato), e poi da G.
Pannain, che la rappresenta a Genova. La pubblicazione dell'articolo Il
Vangelo e il Breviario,celebrazione dell'estetica crociana (Riv. musicale
italiana), apparso sotto lo pseudonimo di Luigi Pagano, rappresentò un attacco
all'estetica crociana che diede origine a una polemica col Croce stesso. G.,
con logica inflessibile, dimostrò infondati alcuni concetti del filosofo, come
l'eccessivo idealismo che considerava la musica estranea ai fenomeni fisici che
la originano e alla tecnica, espressi in Estetica come scienza dell'espressione
e linguistica generale (1902) e nel Breviario di estetica, opere che G.
ironicamente chiama Vangelo e Breviario. Con Socrate e la pulce (ibid.)
rispondeva allo scritto La musica e l'estetica dell'idealismo, in cui Pannain
assume la difesa delle tesi crociane. Questi saggi, compreso quello del
Pannain, furono raccolti in seguito nel volume La fionda di Davide Torino
insieme con uno studio sul Boito, e la critica a Debora e Jaele di Pizzetti,
giudicata un'opera mancata. Contemporaneamente G. pubblica il Sillabario di
estetica (Riv. musicale italiana), e a conclusione della polemica aggiungeva
una Nota crociana, nel capitolo terzo de La fionda di Davide, in cui
evidenziava ancora altre contraddizioni nella teoria di Croce. La polemica si
riaprì con lo scritto La favola dell'aridità con il quale G. insorgeva, in
difesa del Seicento musicale italiano, contro un'affermazione del Croce che
definiva "età di aridità creativa" il secolo; la rettifica crociana
Obiettanti e seccatori non soddisfece G., che replica con Il parto
settimello. G. scrive inoltre numerose recensioni e articoli sulla
Rivista musicale italiana e sulla Rassegna musicale, a cui collabora, spesso
sotto gli altri pseudonimi di H. Giraud e A. Cannella. G. muore a Torino. Oltre
agli saggi citati si ricordano: Savitri"Idillio drammatico indiano in tre
atti di L.A. Villanis. Musica di N. Canti. La poesia, in Rivista musicale
italiana; Note marginali agl’Intermezzi critici di Pizzetti; Note Leopardiane,
in Campo Torino; Estetica nuova; Per una biografia di Berlioz; Melodramma e
dramma musicale, Adler, G., Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Riv.
mus. ital., Ronga, In morte di G., ibid., Botto Micca, G. (Lo scrittore e il
critico), in Il pensiero di Bergamo, Pastore, In memoria di G., Riv. musicale
italiana, Vajro, G., Angelis, Diz. dei musicisti, Roma; Diz. encicl. univ.
della musica e dei musicisti, Le biografie. Nome compiuto: Romualdo Giani. Giani.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giani” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannantoni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della dialettica – filosofia
perugiana – la scuola di Perugia – filosofia umbra -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Perugia). Abstract. Grice: “I realised
that my attacks on the philosophismata so frequent at Oxford at the time relied
on a theory of ‘significaio’ that took cooperative conversation as basic – what
G. calls the ‘principio dialogo’!” Keywords: principio dialogo. Filosofo
perugiano. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I love
Giannantoni; for one, he believes, with me, that there is Athenian dialectic,
Roman dialectic, Florentine dialectic and Oxonian dialectic; like me, he has
explored mostly ‘Athenian dialectic,’ and he has noted that its birth
(‘nascita’) is in the ‘dialogo socratico,’ so it should surprise nobody that I
have based my philosophy on the facts of conversation!” Si laurea a Roma sotto Calogero. In “Il dialogo di
Socrate e la dialettica di Platone” attribuisce a Socrate una concezione molto
laica della del divino e della religione (Religiosità, che Socrate, il quale
era certamente una personalità religiosa, intendeva in modo del tutto diverso
da come comunemente era sentita a quell'epoca»). La sua dottrina
storico-filosofica si fonda sul principio che ogni seria riflessione filosofica
si debba basare su un'accurata e rigorosa ricerca filologica delle fonti.Questo
spiega l'enorme dispiego di tempo dedicato all'elaborare la sua opera
monumentale, Reliche di Socrate” (Socratis et Socraticorum reliquiæ). G. ha
sempre seguito il criterio di Croce e Gramsci, secondo cui l'esposizione di un
filosofo debba avvenire tramite l'esame storico cronologico (unita
longitudinale) delle sue opere, allo scopo di prendere consapevolezza
dell'evoluzione della dottrina e di separare da questa ogni sovrapposizione
interpretativa personale non adeguatamente basata sulle fonti. Convinto dell'onestà intellettuale come
valore fondamentale cui deve rifarsi ogni interprete della storia della
filosofia, capace perciò di rinunciare di fronte alla ricostruzione filologica
dei testi anche alle proprie più profonde convinzioni personali. Traccia un
profilo ideale dello storico autentico della filosofia, che ha il dovere di
farsi filologo rigoroso per avvicinarsi il più possibile al mondo del filosofo
da lui studiato», ben sapendo che ciò non basta ancora se non è accompagnato da
una sensibilità filosofica e da una consapevolezza teoretica e storica insieme.
Di qui conclude il fascino di una ricerca che, rendendoci consapevoli di una
grande quantità di problemi altrimenti inavvertiti, termina in un autentico
arricchimento spirituale. Il suo insegnamento è stato caratterizzato dalla
volontà di essere semplice e chiaro nell'espressione del pensiero considerando
questo un dovere morale dell'intellettuale nei confronti degli altri studiosi.
Anche allo scopo di realizzare una scrittura filosofica quanto più scientificamente
precisa, ha compiuto studi approfonditi sulla logica di Aristotele e sulla
storia della semantica filosofica (teoria del segno). Nella sua vita e nella
dottrina si è sempre impegnato nel mettere in pratica l'insegnamento socratico,
così come fece il suo maestro Calogero: insegnando la conversazione basatio
sulla regola d’oro: il rispetto verso il co-conversazionalista. Cura I Presocratici
di Diels e Kranz. Altre saggi: La metafisica dei lizii (Roma, Rai); “Che cosa
ha veramente detto Socrate” (Roma, Ubaldini); Cirenaici (Firenze: Sansoni);
“Filosofia romana” (Napoli: Bibliopolis); “Filosofia italica in eta antica” (Milano:
Vallardi); Le filosofie e le scienze contemporanee, Torino: Loescher, I fondamenti
della logica de’ lizii” (Firenze: La nuova Italia); Le forme classiche Torino:
Loescher, Volpe Roma: Riuniti, Socrate. Tutte le testimonianze: Da Aristotfane
e Senofonte ai Padri cristiani; Bari: Laterza, Aristotele. Opere; introduzione
e indice dei nomi, Roma; Bari: Laterza, Epicuro. Opere, frammenti, testimonianze
sulla sua vita; Bignone; Bari: Laterza, I presocratici: testimonianze e
frammenti Bari: Laterza, Profilo di storia della filosofia, Torino: Loescher.
La razionalitàmTorino: Loescher, Socratis et Socraticorum Reliquiæ. Collegit,
disposuit, apparatibus notisque instruxit G.,
Bibliopolis. Anthropine Sophia. Studi di filologia e storiografia
filosofica in memoria di Gabriele Giannantoni; Introduzione di Adorno: per G.:
un dialogo, Bibliopolis (collana Elenchos). Deputati della legislatura. Op.cit. Centrone, ed. Bibliopolis, Enciclopedia
Treccani, Centrone, Bibliopolis, Edizioni di filosofia, ILIESI CNR La traduzione dei Presocratici da parte di G.
è stata criticata da Reale nell'introduzione alla sua nuova traduzione dei
Presocratici, critiche riportate in due articoli-intervista comparsi sul
Corriere della Sera nei quali G., di
formazione gramsciana veniva accusato come curatore della "vecchia"
edizione laterziana di avervi perpetrato «una certa manomissione del sapere
filosofico», in ossequio all'ideologia e all’egemonia culturale marxista. Interpretazioni
del pensiero di Socrate#Socrate: l'interpretazione di G. Calogero La teoria sul
pensiero greco arcaico. Per chi abbia svolto la propria attività di
ricerca o abbia compiuto la propria formazione scientifica nell’ambito della
storiografia filosofica, il nome di G. (Perugia – Roma) è legato anche al
Centro di Studio del Pensiero Antico, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche
Roma,1 su richiesta, appunto, di G.– in sostituzione del precedente Centro di
Studio per la Storia della Storiografia Filosofica –, il Centro di Studio del
Pensiero Antico si inserì nel panorama nazionale e internazionale della ricerca
storica come una realtà innovativa e contribuì allo sviluppo di una disciplina,
la storia della filosofia antica, appartenente al duplice contesto della
storiografia filosofica e delle scienze dell’antichità. Il Centro fu attivo in
modo autonomo fino al 2001, quando, a seguito di una riforma che ridisegnò la
rete scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, esso fu accorpato con
il Centro di Studio per il Lessico Intellettuale Europeo per dar vita all’
Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, sotto la
direzione di Gregory. L’attività del Centro di Studio del Pensiero Antico fu
inevitabilmente legata al percorso intellettuale e di ricerca del suo
fondatore, benché in modo non esclusivo. In questo breve profilo si cercherà di
rievocare, in primo luogo, i motivi culturali che furono alla base della
costituzione di questa realtà, nonché alcuni modelli scientifici di riferimento
che ne hanno determinato in certa misura la configurazione e l’attività; in
secondo luogo, i contributi originali che il Centro è stato in grado di fornire
all’area disciplinare di propria competenza, in termini di pubblicazioni,
progetti e formazione, sotto la guida di Giannantoni e di coloro che ne
coadiuvarono la direzione. 1 Decreto del Presidente del CNR. n. 6303,
ratificato successivamente da una convenzione tra il CNR e “La Sapienza”,
stipulata e confermata dal Presidente del CNR. Per il testo della convenzione
si veda “Elenchos”, Sull’iter di riforma che portò alla nascita dell’Istituto
per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee e per i riferimenti
normativi, si veda Liburdi Istituito presso la Facoltà di Filosofia
dell’Università “La Sapienza” di MOTIVI CULTURALI E MODELLI ISPIRATORI
Come accennato, l’attività scientifica del Centro di Studio del Pensiero Antico
fu comprensibilmente orientata da precise scelte critiche e metodologiche di
colui che ne aveva voluto l’istituzione. Per dare ordine a questo sintetico
profilo, credo sia opportuno riassumere i motivi che ispirarono la promozione
di un organo di ricerca mirato agli studi storici sul pensiero antico, in tre
principali indirizzi: in primo luogo, la possibilità di considerare la storia
della filosofia antica come una disciplina dotata di un proprio specifico (e in
certa misura autonomo) profilo quanto a materia di indagine, arco storico e
metodologia; in secondo luogo, la nascita, o rinascita, dell’interesse verso
scuole filosofiche dell’antichità greca e romana tradizionalmente classificate
come minori, in particolare, le cosiddette scuole socratiche e le scuole
ellenistiche, che dalle socratiche discendono direttamente sotto l’aspetto
storico e dottrinale; infine, la rivisitazione del patrimonio dossografico –
cioè del complesso della tradizione indiretta che ha conservato, per estratti,
parafrasi o compendi, il pensiero di quei filosofi antichi di cui non è giunto
a noi né il corpus né una singola opera completa –. Quest’ultimo indirizzo si
inseriva in una tendenza di studi continentale che fece della dossografia
antica una vera e propria categoria storiografica con risultati particolarmente
innovativi. L’interesse portato alla dossografia, oltre a sostenere gli studi
nell’ambito delle filosofie di derivazione socratica e quelle ellenistiche
(delle quali, per l’appunto, non si è conservato alcun testo d’autore), apriva
un percorso di studi a cui G. è particolarmente legato e che lo vide impegnato
sia come direttore del Centro che individualmente, e cioè la riconsiderazione
di tutta la dossografia relativa alla filosofia presocratica. Una rapida messa
a fuoco di questi tre indirizzi permetterà di chiarire quali interessi
scientifici di G. abbiano maggiormente pesato sulle strategie generali e sulle
iniziative specifiche del Centro, nonché sulla formazione professionale che
esso ha reso possibile. Quanto al primo indirizzo, la questione del profilo
specifico della storia della filosofia antica presuppose, da parte di G., una
approfondita analisi della visione storica che la cultura filosofica italiana
era venuta maturando intorno alla filosofia antica. In questa analisi, i cui
esiti si leggono, non a caso, nell’articolo di apertura della rivista Elenchos
intitolato La storiografia idealistica e gli studi sul pensiero antico
(“Elenchos”), svolge un ruolo chiave la rappresentazione che del pensiero
antico seppe dare l’idealismo italiano, specie con Croce, e la sua valutazione
critica. L’idealismo italiano si era infatti distinto per due caratteri, l’uno
teorico, l’altro metodologico, che apparentemente non favorirono lo sviluppo di
una moderna storiografia del pensiero antico. Per un verso, tanto Croce che
Gentile vedevano nella filosofia antica (cioè greca) i limiti di un pensiero
oggettivo, astratto e naturalistico, che mai sarebbe arrivato a concepire la
positività dell’idea di infinito, né quella della soggettività. I punti più
alti raggiunti dalla filosofia teoretica greca, Socrate, Platone, Aristotele,
coincidevano rispettivamente con la delineazione del concetto, o universale
astratto, con la sua separazione dalla realtà sensibile (la teoria delle idee
trascendenti e la scienza come dialettica delle sole idee) e con una logica
puramente strumentale (la sillogistica), alla quale sarebbe mancata la
teorizzazione del giudizio individuale, o giudizio storico, nonché la capacità
di superare l’astrattezza e attingere l’atto stesso del pensiero.4 Nella
filosofia pratica parimenti i Greci antichi, pur non mancando di intuizioni
profonde, non avrebbero superato il precettismo e l’empirismo, e la loro etica
ingenua non sarebbe mai giunta a distinguere etica ed economica, morale e
diritto, come categorie dello spirito. G., n. 13, rimanda a Croce, di cui diamo
qui i riferimenti da Croce. Ciò G. ricavava, pur senza riferimenti testuali
precisi, sia dagli excursus storici che possiamo leggere in Gentile e in
Gentile, sia da Gentile. G., rimanda a Croce; si veda Croce e a Croce, si veda
Croce ILIESI digitale Temi e strumenti copertina di “Elenchos. Per l’altro
verso, però, l’idealismo formulò una critica, entro certi limiti giusta e
salutare, alla filologia classica – cioè alla filologia classica moderna sviluppata
in Germania, distintasi, tra le altre cose, per una predilezione della cultura
greca rispetto alla latina –, colpevole sostanzialmente di non essere una
disciplina veramente storica. La filologia classica, malgrado i grandi
risultati raggiunti nella costituzione dei testi della letteratura antica,
nella revisione della tradizione bizantina e nelle nuove acquisizioni, si
affermò come una procedura tecnica complessa e molto raffinata ma priva della
visione della storicità del documento, del suo autore, dell’ambiente della sua
composizione, nonché del suo testimone. La questione, che emerse inizialmente
nel campo delle edizioni letterarie,6 non è meno complessa per quelle
filosofiche: i testi della filosofia antica richiedono anche una comprensione
dei contenuti teorici e pretendono di essere inquadrati in sistemi di pensiero
il cui senso trascende il ripristino del testo, o quanto meno se ne distingue
in data misura. Questo fu il nodo che si dovette sciogliere perché si potesse
cominciare a delineare una storia della filosofia antica che includesse tanto
la capacità di fornire edizioni affidabili sotto il profilo testuale, quanto
quella di storicizzare i documenti, cioè di comprenderne i contenuti alla luce
di coordinate culturali congrue con le epoche di appartenenza. La storiografia
idealistica è dunque imputata da G. di evidenti limiti interpretativi della
filosofia antica, come fu ben presto mostrato, ad esempio, dalle due celebri
monografie di Mondolfo sull’infinito nella filosofia antica e sul soggetto
umano nell’antichità,7 che smentivano l’idea di un connaturato e irreparabile
oggettivismo della filosofia antica. Tuttavia l’idealismo ha fornito
un’importante lezione e soprattutto ha indicato con chiarezza un ostacolo da
superare: 6 In particolare, la critica crociana a cui Giannantoni fa
riferimento prese le mosse da edizioni
di testi poetici e si volse contro la “mera filologia” e la Kulturgeschichte
che, nella pretesa di restituire il senso del testo letterario, non apportavano
comprensione né storica né concettuale. Cfr. ad esempio la recensione alla
monografia di Romagnoli su Aristofane e che si può leggere in Croce. Dice G. al
riguardo: il problema del rapporto tra filologia e poesia, tra filologia e
storiografia, tra filologia e filosofia sta al centro dell’elaborazione
dell’idealismo italiano”. G. probabilmente pensava anche alle considerazioni
gentiliane intorno al filologismo che affligge la storia e ostacola la
costituzione di una storia della filosofia, in Gentile Mondolfo. Tracciando nel
primo dei due volumi in onore di Croce per il suo compleanno, quello che è
tuttora l’unico panorama complessivo degli studi di filosofia antica nel
cinquantennio, Guido Calogero non ritenne di dover prendere in considerazione
né Croce stesso né Gentile (e neppure Ruggiero) quali interpreti del pensiero
antico; né altri ne hanno trattato in modo approfondito (mentre studi
importanti esistono sulle loro interpretazioni di altri periodi della storia
del pensiero) la ragione è da ricercare in una persistente separazione, non
solo concettuale, ma anche di organizzazione degli studi, che lo stesso
idealismo ha contribuito non poco a consolidare, tra considerazione filosofica,
ricostruzione storica e indagine filologica. Gli studi di filosofia antica
hanno infatti sofferto in modo particolare di una vera e propria scissione tra
quelli che erano considerati i compiti esclusivi del filologo e quelle che
erano considerate le competenze dello storico e del filosofo: con la
conseguenza che questi studi sono potuti apparire troppo filologici ad alcuni e
ad altri, all’opposto, troppo filosofici per entrare di pieno diritto
nell’ambito di ciò che si era soliti chiamare la scienza dell’antichità. Quando
G. scrive queste parole, era persuaso che la scissione non fosse superata e
fosse causa, oltre che di una durevole influenza idealistica, anche di un
pregiudizio nei rispetti della filologia, malgrado i grandi progressi e le
messe a punto di tanta prestigiosa filologia classica italiana.9 Stante,
quindi, una situazione di progresso “zoppicante”, per così dire, degli studi
storiografici italiani sulla filosofia antica, G. nutrì l’aspirazione di
delimitare un preciso terreno metodologico cogliendo la preziosa occasione che
il Consiglio Nazionale delle Ricerche gli offriva. Il secondo indirizzo è
quello che, almeno a prima vista, rivela maggiormente la stretta relazione tra
il percorso scientifico individuale di G. e lo spettro di interessi messi in
campo da quanti hanno operato nel o col Centro, a cominciare dai suoi allievi.
Tanto più che l’attenzione rivolta non solo a Socrate ma alle tradizioni
socratiche ed ellenistiche non è del tutto indipendente dalla questione
dell’impatto dell’idealismo italiano sulla fortuna della storiografia
filosofica dell’antichità. Il giudizio crociano sui limiti delle filosofie di
Socrate, Platone e Aristotele, ad esempio, diventa un vero e proprio
deprezzamento delle tradizioni minori. Ed è appena necessario [G. Il riferimento a Calogero è da intendersi a
Calogero. Si veda al riguardo il chiarimento di G. relativo all’opera di
Pasquali, che pervenne ad un’unità di filologia e storia come unità di metodo,
non di contenuti, e che si caratterizzò tramite uno storicismo della filologia
classica, profondamente diverso dallo storicismo idealistico: questo, inteso
come riconoscimento nella storia e nella cultura di figure e “categorie” del
pensiero e dello spirito, quello, inteso come intima connessione tra le
rigorose tecniche filologiche e la conoscenza storica (Cfr. Croce: “... col
considerare principalmente il contrasto delle passioni verso la volontà
razionale sorsero le scuole opposte dei cinici e cirenaici, ricordare che la
figura di Socrate, a cui deve farsi risalire il terreno di ricerca costituito
dalle scuole socratiche e buona parte di quello attinente alle tradizioni
ellenistiche, fu al centro di importanti riflessioni teoretiche e
storiografiche di Calogero,11 che di G. fu il maestro. Abbiamo poi vari segni
di un’interazione di tendenze di studio comuni a più scuole anche fuori
dell’Italia. L’interesse per le tradizioni dette “minori”, tali cioè in quanto
paragonate alle filosofie di Platone e Aristotele e, in più, conservate solo
tramite tradizione indiretta, si manifesta con studi sui Sofisti, su alcuni
discepoli di Socrate, in particolare Antistene di Atene e Aristippo di Cirene,
sulla tradizione scettica.Proprio ad Aristippo di Cirene e alla sua scuola
Giannantoni dedica la sua prima importante opera scientifica (G.). In essa si
profilano le problematiche, filologiche e storiografiche prima ancora che
concettuali, relative alla intricata questione della eredità socratica:
l’edizione critica di un corpus proveniente da molti e diversi testimoni; la
possibilità di dirimere le fonti storicamente attendibili dalla ritrattistica
aneddotica; la contestualizzazione del filosofo all’interno di un milieu
composito in cui si intrecciano le influenze della Sofistica e della retorica
classica e il magistero socratico. stoici ed epicurei e altrettali; ma le
dottrine di tutte coteste scuole, se serbano qualche valore empirico come
precetti di vita più o meno convenienti a individui, classi e tempi
determinati, non ne presentano alcuno o scarsissimo, esaminate in quanto
concetti filosofici; e cinici e cirenaici, stoici ed epicurei, piuttosto che
filosofi sembrano monaci, seguaci di questa o quella regola”. Sulle “scuole
socratiche minori” cfr. anche il giudizio, meno sommario, di Gentile. Com’è
molto noto, Socrate occupò un ruolo centrale nella personale riflessione
teorica diCalogero, che elaborò la sua “filosofia del dialogo” esattamente sul
modello del Socrate dei dialoghi platonici, nel quale il filosofo italiano vide
la prima formulazione di un’istanza intellettuale e morale – il dialogo,
appunto, contrapposto al “logo” conclusivo e assertivo – destinata a far
giustizia della pretesa di fondare l’etica sulla epistemologia e sulla
metafisica, e che sarebbe stata anche alla base della moderna concezione dello
stato liberale e di diritto. Ma Socrate fu anche al centro di importanti lavori
storiografici di Calogero, alcuni dei quali aprirono la strada alla ricerca
della posterità del magistero socratico nel pensiero tardo-ellenistico e cristiano.
Una visuale critica diversa da quella di G., ma in linea con la percezione del
ruolo capitale svolto da Socrate nella storia del pensiero antico. Mi limito su
tutto ciò a rimandare a G. e a Brancacci. Per limitarsi alle opere principali:
Untersteiner, con moltissime riedizioni; Pra; Humbert; Mannebach; Caizzi;
Patzer. Questi elementi appaiono, nella storiografia e nella filologia europea,
sempre più determinanti per la comprensione delle dottrine di personalità come
Aristippo, Antistene di Atene, Euclide di Megara, Eschine di Sfetto. In più, il
superamento della Quellenforschung tradizionale e l’approfondimento dei
contenuti filosofici aprirono nuove possibilità di delineare il percorso che
dalle scuole socratiche della seconda metà del IV secolo a.C. porta alle
principali tendenze ellenistiche, il Giardino, il Portico, il Lizio post-
aristotelico, la scepsi pirroniana ed accademica. A questo complesso terreno di
ricerca è dedicata una iniziativa che precede l’istituzione del Centro di
Studio del Pensiero Antico benché sempre sostenuta dal Consiglio Nazionale
delle Ricerche: il convegno “Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica”,
organizzato dal Centro di Studio per la Storia della Storiografia (la cui
direzione era stata affidata allo stesso G.), e i cui atti furono pubblicati
nel 1977 dalla casa editrice il Mulino di Bologna. Le relazioni presentate al
Convegno del 1976, mirate ad una ricognizione dello stato documentario delle
filosofie riconducibili a Socrate o ad uno dei suoi discepoli, e dei rapporti
concettuali tra queste tradizioni e le filosofie ellenistiche e di età
imperiale,13 furono aperte dalla comunicazione dello stesso Giannantoni sul
tema Per un’edizione delle fonti relative alle scuole socratiche minori, nella
quale lo studioso esponeva i risultati di un già lungo percorso di ricerca, ma
ancora lontano, nel 1976, dalla sua conclusione. In questa relazione vengono
messe a fuoco le 13 Cambiano 1977; Celluprica; Sillitti; Caizzi; Ioppolo;
Brancacci; Donini; Parente; Repici ILIESI digitale Temi e strumenti
11 copertina di G. Giannantoni, I Cirenaici. Raccolta delle fonti antiche,
traduzione e studio introduttivo, Firenze, Francesca Alesse G. e il Centro di Studio del Pensiero Antico
peculiarità e la notevole problematicità, soprattutto sotto il profilo
filologico, di una edizione di testi filosofici e di molti autori. Emerge da
questo breve testo non solo uno stato dell’arte ma un criterio programmatico
che non considera sufficienti, benché certamente necessarie, le sole competenze
della filologia classica, ma pretende una sensibilità storica e una capacità di
comprensione teorica che gli sforzi della Altertumswissenschaft tradizionale
non avevano sempre garantito. L’edizione di testi filosofici di trasmissione
indiretta non può limitarsi alla costituzione del testo e alla redazione di
apparati critici da cui si desuma il meticoloso lavoro di collazione
dell’editore, ma deve tener conto dei contesti storici e problematici nei quali
sono vissuti tanto il filosofo quanto il suo testimone. Inoltre, un’edizione
che sia, in più, una silloge di testi relativi a (e non provenienti da) molti
filosofi, comporta di andare oltre la natura estrinsecadella singola
testimonianza (epoca e ambiente del testimone, distanza cronologica
dall’autore, genere letterario della fonte, parametri stilistici, etc.) e di
individuare alcune strutture di pensiero che, in un lasso di tempo abbastanza
lungo, si facciano riconoscere per caratteri salienti e durevoli e, al
contempo, riflettano le condizioni storiche che ne determinano la specificità
(secondo i dettami dello storicismo), diventando pagine e capitoli di una
lunghissima storia culturale; si configurino, cioè, come tradizioni: Il fatto è
che a proposito di una raccolta di testi che riguardano uno o più filosofi,
emerge molto più nettamente che in altri casi l’impossibilità di considerare la
testimonianza antica come un dato puramente oggettivo, e quindi la necessità di
storicizzarla fino in fondo: in realtà essa deve essere considerata come un
capitolo di una vera e propria storia della cultura durata all’incirca un
millennio, e perciò da ricondurre di volta in volta al suo tempo e alle
tendenze storicamente determinate che la produssero: parleremmo di un Diogene
irreale e mai esistito se pensassimo di poter adoperare come ingredienti
mescolabili a piacere Epitteto e Dione Crisostomo, Luciano e Giuliano
l’Apostata, un padre della chiesa e le epistole apocrife che vanno sotto il
nome del cinico.15 Il terzo indirizzo, relativo alla dossografia, è quello che
presenta, almeno in apparenza, un maggiore tecnicismo, perché volto alle
problematiche ecdotiche ed interpretative attinenti allo studio di [Sulla
cosiddetta filologia esterna, sul ruolo da essa svolto nelle edizioni
filosofiche e sui suoi limiti, si veda G., a proposito dell’opera di Vitelli,
la cui importanza per la storia della filosofia antica è legata specialmente
alle edizioni critiche dei commenti aristotelici di Filopono. G. dottrine riportate da testimoni spesso assai
lontani, per cronologia ed orientamento intellettuale, dagli autori di cui si
vuole conoscere il pensiero. D’altra parte, la dossografia si è rivelata un
capitolo importantissimo di quella millenaria storia culturale che costituisce
il terreno di indagine della storia della filosofia antica. Non si potrebbe
ancora oggi redigere una storia della storiografia filosofica dell’antichità
senza iniziare non solo dalle grandi raccolte di testi e frammenti allestite
dalla filologia ottocentesca e comparse nei primi anni del XX secolo (le
raccolte di Usener,16 Diels,17 Arnim,18 per citare degli esempi), ma anche
dalla prima grande opera di analisi e comparazione dei testimoni, i Doxographi
Graeci di Hermann Diels; come è altrettanto vero che non si può oggi fare a
meno dei più recenti e sistematici contributi all’analisi della dossografia
filosofica, cioè gli Aëtiana di Mansfeld e Runia. I più importanti progetti
editoriali varati negli ultimi decenni, inoltre, si sono strettamente legati
alla problematica della DOSSOGRAFIA e all’analisi dei testimoni, a lato di
quelle condotte sui filosofi romani e sulle tradizioni dottrinali. Allo studio
di filosofi di grande notorietà e impatto della tradizione culturale antica, ai
quali si deve gran parte della conoscenza dei filosofi precedenti -- come CICERONE
e Plutarco -- si è venuta affiancando una sempre maggiore familiarità con
testimoni meno noti ma che hanno rivelato un’importanza fondamentale, come
Filodemo, Diogene Laerzio, Sesto Empirico, Galeno, Stobeo. L’indirizzo
dossografico e quindi un segno della tempestività e della sensibilità di G. nei
rispetti di un terreno di ricerca che si venne imponendo e che di fatto
contribuì alla dimensione dello stesso Centro, la cui attività progettuale e
congressuale e in buona misura dedicata alla dossografia di epoca tardo
ellenistica ed IMPERIALE. Si può far rientrare in questo ultimo indirizzo anche
una linea di attività di studi la cui ragione storiografica e oggetto di un
vivacissimo [Usener 1887. 17 Diels. 18 Arnim 1903. 19 Diels 1879. 20
Mansfeld-Runia 1997; Mansfeld-Runia 2009; Mansfeld-Runia 2010. È appena
necessario ricordare che le parole stesse “doxographus”, “doxographia”, sono
coniate da Diels. Sulla dossografia e sul suo sviluppo come categoria
filologico-storiografica, cfr. Mansfeld, rist. in Mansfeld-Runia, Mansfeld,
rist. in Mansfeld-Runia – cf. GRICE, “LIFE AND OPINIONS” – “Vita e opinioni” –
Speranza, “OXONIAN DOXOGRAPHY: H. P. GRICE” -- dibattito e che è nota come la
questione delle dottrine non scritte di Platone. Sorta nell’accademia tedesca,
in particolare a Tübingen, da un’ipotesi schleiermacheriana, la questione degl’
“agrapha dogmata” consiste, molto in breve, nella convinzione che Platone
teorizza una dottrina dei principi (Uno e Molteplice), della quale non resta
traccia nei suoi scritti – perché oggetto di pura trasmissione orale
all’interno dell’Accademia antica – ma solo sparsi indizi in pagine
aristoteliche. Alla nascita, per così dire, del Centro, G. invita Gaiser,
ordinario di filologia a Tübingen e uno
dei maggiori sostenitori di questa ipotesi, a tenere una lezione presso la
Sapienza sul tema La teoria dei principi in Platone, il cui testo venne
pubblicato nel primo numero della rivista Elenchos. Tuttavia, il punto che
merita attenzione in questa sede è che la questione delle dottrine non scritte
di Platone e, oltre che un tema rilevante per se stesso, anche un pretesto per
riconsiderare Aristotele come testimone egli stesso del passato filosofico, più
precisamente per le cosiddette filosofie italiche pre-socratiche. Com’è noto,
Aristotele può essere considerato se non il primo testimone in assoluto delle
precedenti tradizioni della filosofia, certamente il primo testimone che ne
offre una informazione organizzata secondo criteri espositivi dettati dalle
proprie esigenze filosofiche e che hanno inevitabilmente condizionato la
visione storiografica. Per quanto apparisse improprio, naturalmente, definire
Aristotele un “dossografo”, il ri-esame della sua testimonianza della filosofia
italicca precedente, anch’essa una tradizione indiretta, appare a G. una linea
d’azione congrua con quelle relative alle scuole socratiche e le filosofie
ellenistiche, ancorché meno visibile tra i risultati delle ricerche del Centro.
A conclusione di questo primo paragrafo, ricordiamo che l’istituzione del
Centro di Studio della Filosofia Antica non e del tutto priva di modelli in
Italia e fuori e che con alcuni di essi si instaurò una costante
collaborazione. L’esempio più immediato, sia sotto il profilo tematico e
scientifico, che sotto quello del funzionamento istituzionale, e il – Robin,
una unità di ricerca del Gaiser ILIESI
digitale Temi e strumenti Centre de Recherches sur la Philosophie Antique,
Centre de la Recherche Scientifique, ma operante all’interno e sotto
l’egida Francesca Alesse G.
e il Centro di Studio del Pensiero Antico della Sorbonne (perciò
definito anche Unité Mixte de Recherche), in modo non troppo dissimile
dai Centri di Studio del CNR istituiti in regime di convenzione con i
vari atenei italiani. La collaborazione con questo Centro si focalizza
sulle tematiche socratiche e da luogo al ripetuto scambio di filosofi tra le
due sedi nell’ambito del programma di ricerca “Socrate e la storia della
filosofia antica: rottura o continuità?”; i contributi pubblicati sotto
il titolo di Lezioni socratiche, a cura di furono G. e Narcy, per
Bibliopolis di Napoli. Un’altra importante istituzione scientifica a cui
G. guarda con particolare attenzione e con cui intrecciò stretti
rapporti scientifici nonché di cordiale amicizia è stata senz’altro il CENTRO
PER LO STUDIO DEI PAPIRI ERCOLANESI, fondato da, Gigante. I motivi di
tale collaborazione sono dettati ovviamente dall’interesse intrinseco
per la grande opera editoriale a cui il Centro fondato da Gigante e
votato. La pubblicazione delle edizioni critiche dei papiri reperiti nel
sito ercolanese offre alla comunità filosofica un patrimonio inestimabile
per la conoscenza dell’ORTO, della tradizione socratica, del PORTICO. Ma sono
anche ragioni metodologiche a sancire un sodalizio importante, che si
concretizza in varie iniziative e pubblicazioni cui parteciparono
entrambi i Centri: i testi ercolanesi, com’è molto noto, costituiscono un
materiale che permette di arricchire enormemente la conoscenza di molte
importanti tradizioni filosofiche, a condizione di possedere un complesso
di conoscenze e tecniche interpretative che difficilmente possono
trovarsi nella medesima personalità e che però vanno applicate contestualmente.
In altre parole, l’esperienza collaborativa tra questi due Centri, forti,
l’uno, di una formazione propriamente filosofica, l’altro, di alte competenze
filologiche, contribuì in modo significativo a costituire quella
storiografia della filosofia antica che aveva, almeno per la cultura
accademica italiana faticato ad assumere uno statuto proprio. Quanto detto
nel precedente paragrafo trova un riflesso, diretto o indiretto, nelle attività
di ricerca del Centro, nonché nelle sue pubblicazioni. L’interesse per il
consolidamento della storia della filosofia antica come disciplina autonoma,
dotata cioè di un suo impianto metodologico, oltre che di un preciso confine
cronologico, viene perseguito tramite l’attività progettuale, congressuale e
editoriale, di cui si dà qui una descrizione sintetica. Vale però la pena di
ricordare, prima di tutto, una iniziativa promossa da G. dopo l’istituzione del
Centro, in conformità di un indirizzo dell’organo direttivo di Elenchos, e
dedicata alla problematica storiografica: Nelle riunioni del Comitato direttivo
della rivista Elenchos è emersa più volte l’opportunità di aprire una
discussione sul metodo o, meglio, sui metodi della storiografia filosofica
relativa alla filosofia antica. Si pensa perciò di cominciare con una tavola
rotonda, chiamando a parteciparvi esponenti di orientamenti diversi e
significativi, ai quali è stato chiesto di intervenire liberamente su tre
questioni principali -- se ha senso parlare ancora di una storia della
filosofia (e quindi anche di una storia della filosofia antica) come disciplina
a se stante e in sé autonoma; quali innovazioni si possono riconoscere
all’ampliarsi e al differenziarsi delle impostazioni teoriche che sono sottese
ai vari approcci metodici alla storia della filosofia antica; quale è il
contributo che viene, una volta tramontato il vecchio mito classicistico,
dall’applicazione di categorie elaborate dalle scienze umane. Alla tavola
rotonda parteciparono Berti, Vegetti, Viano, e lo stesso G., ciascuno portando
un contributo molto peculiare e strettamente conforme al proprio orientamento
intellettuale. L’intervento di G. rispecchia le riflessioni condotte qualche
anno prima e pubblicate nel già citato articolo di apertura della Rivista (La
storiografica idealistica), di cui ripropone le premesse problematiche e a cui
aggiunge precise prese di posizioni sulla specificità della storia della
filosofia antica e sul modo di salvaguardarla senza perdere di vista il fatto
che lo scopo principale (scil. dello storico della filosofia antica) resta la
comprensione dei testi che ci trasmettono la filosofia antica, ritengo
necessario rivendicare l’imprescindibilità di una rigorosa e metodica
impostazione filologica, anche se tale impostazione non può non venire
assumendo sempre più, essa stessa, una fisionomia storica: quella della storia
degli studi ciò dovrebbe indurre a uscire da un tradizionale isolamento e a
promuovere una organizzazione del lavoro diversa e meno diffidente verso i
sussidi che la tecnologia moderna può offrire. In ogni caso, la storia degli
studi è ormai elemento costitutivo di ogni indagine che voglia avere un minimo
di serietà, non solo per le conoscenze che ha acquisito ma anche per le
divergenze che ha proposto. L’alternativa a questa impostazione è o l’arbitrio
nella scelta dei riferimenti o l’illusione di un ritorno alla lettura diretta
dei testi. In queste parole possiamo rintracciare ad un tempo la finalità della
costituzione del Centro e la visione di G. del modo di operare storiografico:
più che il cenno alle nuove tecnologie e più che l’esortazione ad abbandonare
l’isolamento, sicuramente importanti l’uno e l’altra, conta sottolineare, a mio
parere, il richiamo alla storia degli studi come parte integrante della storia
della filosofia, in particolare della filosofia antica, affidata in larghissima
misura alla tradizione indiretta. La serietà, cioè la plausibilità dei
risultati della ricerca storico-filosofica sono messi a rischio dall’illusione
di poter leggere (e capire) le parole del filosofo, specie se antico, senza gli
strumenti della conoscenza filologica, linguistica e culturale nel senso più
lato, conoscenza cui si perviene ricostruendo, ove sia possibile, anche una
storia intelligente delle letture altrui. Uscire dall’isolamento è, allora, non
solo la cooperazione tra colleghi ad un progetto scientifico unitario, ma anche
la conoscenza e la valutazione delle migliori offerte interpretative che di un
testo e del suo contesto siano state date entro un certo arco di tempo. Sia
nelle azioni istituzionali, che investirono e coinvolsero il complesso delle
risorse del Centro, incluse le relazioni stabilite con il mondo universitario,
sia nelle attività di ricerca individuali, un ruolo primario fu senz’altro
svolto dalle tradizioni ellenistiche e dall’analisi della letteratura
dossografica. Il Centro organizza un convegno sulla SCESSI, (Quintiliano,
SCEPTICI --) e coopera strettamente con Pavia e in particolare con Vegetti e
collaboratori, sostenendo l’organizzazione di due importanti convegni: “La filosofia
ellenistica” (Pavia) e Ancora alla filosofia ellenistica è dedicata
l’importante pubblicazione dei Proceedings del quarto simposio internazionale
sulla filosofia ellenistica, che vide tra i suoi partecipanti esperti di
caratura internazionale, alcuni di stretta collaborazione con il Centro stesso.
copertina del volume di La scessi antica, Atti del convegno, a cura di G., Napoli.
Le opere psicologiche di Galeno” (Pavia) ILIESI digitale Temi e
strumenti G. G.-Vegetti Manuli-Vegetti. Barnes-Mignucci Carattere
sistematico ebbe anche la linea d’azione dedicata allo studio della
dossografia. Il Centro organizza il congresso sull’opera del biografo di ETA
IMPERIALE Laerzio (Laerzio storico della filosofia antica”, Napoli-Amalfi, e il
congresso sull’opera del filosofo scettico di ETA IMPERIALE Sesto Empirico (“Sesto Empirico e la filosofia
antica”, Sestri Levante. Si delinea in entrambi gl’eventi un’unica prospettiva,
grazie alla quale l’oggetto dell’indagine storiografica è, per così dire,
duplice e contestuale: l’autore, cioè il filosofo la cui FILOSOFIA è oggetto di
trasmissione da parte di un testimone, e il testimone stesso, la sua epoca, il
suo orientamento, nonché la struttura formale della sua testimonianza,
struttura che rivela assai spesso una tesaurizzazione delle informazioni
attraverso i differenti metodi per la loro esposizione. Così, mentre l’opera di
Diogene Laerzio, che già da lungo tempo attira l’attenzione della filologia,
conserva una concezione ampia del genere biografico, restituendo non solo
informazioni biografiche e dottrinali dei singoli filosofi nonché cataloghi
d’autore, ma anche specifici schemi espositivi presi a prestito dalla
letteratura storica (il più caratteristico è senz’altro quello delle
“successioni”), l’opera di Sesto Empirico mostra le conseguenze sul piano
storiografico di un modello propriamente concettuale, la diaphonia. Un altro
forte sodalizio, quello con il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri
Ercolanesi di Gigante, permise di
allestire negli anni subito successivi un grande congresso sul tema “L’orto romano”
(Napoli-Anacapri, ILIESI digitale Temi e
strumenti 19 Figura copertina di Laerzio storico del pensiero
antico, Atti del congresso, “Elenchos”, Atti pubblicati in “Elenchos”. 29 Atti
pubblicati nel volume 13 dell’annata 1992 della rivista “Elenchos), un evento
di ampio spettro tematico e cronologico all’interno del quale poterono
cimentarsi papirologi e papirologi ercolanesi, filologi classici, paleografi ed
epigrafisti, storici, e ovviamente storici della filosofia romana. Proprio di
questo incontro e il suo carattere transdisciplinare e, per quel che attiene
alle attività in corso presso il Centro, la messa alla prova di molte ipotesi
di lavoro anche individuali sulla relazione tra L’ORTO e le rilevanti
tradizioni (le scuole socratiche, il PORTICO, la SCESSI dell’ACCADEMIA e
pirroniana) che impegnano sia G. in prima persona che il suo gruppo di lavoro
operante presso la Sapienza e il Centro. Tra gli impegni di G. in qualità di
direttore del Centro ci e l’organizzazione di due altri convegni: “ “Empedocle
di GIRGENTI e la cultura della Sicilia antica. Illustrazione di un frammento
inedito della sua opera”, Agrigento. Il
primo raccolse un gruppo consistente di esperti della filosofia romana ed e un
raro esperimento di indagine lessicale da parte del Centro, volto a delineare
l’area semantica – “linguistic botanising” -- dell’affezione (emozione,
sentimento, malattia) nelle diverse manifestazioni della filosofia romana. Il
secondo convegno e un altro esempio del modo in cui G. intende inserire la vita
del Centro all’interno di una rete di relazioni istituzionali, oltre che
accademiche, perché il convegno, motivato dalla 30 G.-Gigante Atti Elenchos”.
Atti “Elenchos”. Figura 5: copertina del primo volume di Epicureismo greco e
romano, Atti del congresso, cur. G. e Gigante, Napoli, Il concetto di
pathos nella cultura antica” (Taormina coperta del Papiro di Strasburgo
contenente una porzione del poema empedocleo, e organizzato in collaborazione
con la sovrintendenza dei beni archeologici di Agrigento. Esso inoltre dove
essere una prima tappa di un più ampio progetto dedicato alle tradizioni
culturali e filosofiche della Sicilia e della Magna Grecia. Sarebbe un errore
pensare che le strategie e i progetti del Centro avessero come unici
interlocutori le istituzioni accademiche italiane. Certamente, uno degli
obiettivi di G. e quello di costituire un piccolo ma vivace e solido bacino
collettore degli interessi intorno alla filosofia romana, e tali interessi sono,
di fatto, collocati nelle Università e organizzati secondo i modi della
didattica e della formazione universitarie. Ma il Centro partecipa anche alla
realizzazione di una delle maggiori iniziative che il Consiglio delle Ricerche
abbia dedicato al settore delle scienze umane, e cioè il progetto “Il Sistema
Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali”. Questo
grande progetto e articolato in cinque linee di indagine, la prima
delle quali dedicata al mondo romano. E in questo contesto che G., oltre a
scrivere il saggio La tradizione filosofica in Magna Grecia e
Sicilia, apparso nel volume che raccoglieva i risultati delle
attività promosse dal progetto, contenne l’idea di una linea di attività,
cui si è fatto cenno, dedicata alle tradizioni filosofiche della Magna
Grecia [never “MAKRA ELLENA, but megale hellas – H. P. GRICE] e della
Sicilia, linea che avrebbe dovuto raccogliere e mettere a frutto le
metodologie sperimentate nella più generale attività del Centro Il
Progetto Strategico, svoltosi e coordinato da Antonello Folco Biagini fu varato
nel 1994 dal Biagini ILIESI digitale Temi e strumenti 21 Comitato
Nazionale di Consulenza del CNR per la filosofia, allo scopo di convogliare
tutte le competenze rappresentate ed espresse dalla rete scientifica costituita
dai Centri di Studio e dagli Istituti afferenti al Comitato stesso, in una
grande area di interesse, appunto il “Mediterraneo”. Al fondo della decisione
del Comitato e la convinzione che il Mediterraneo costituisse non un’entità
identitaria ma un complesso sistema di realtà molteplici, tradizionalmente
oggetto di indagine da parte di settori disciplinari indipendenti. Si tratta
perciò di conferire unità strategica e di metodo ad una naturale e
fisiologica molteplicità di fenomeni culturali. Origine e incontri di
culture nell’antichità”. Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di
Studio del Pensiero Antico studio della dossografia e delle tradizioni
indirette. Rivisse in questo progetto l’antico interesse di G. per
la trasmissione delle cosiddette tradizioni pre-socratiche, molte
delle quali per l’appunto fiorite nelle aree magnogreche (VELIA, CROTONE,
GIRGENTI, LEONZIO), e per il ruolo svolto in tale trasmissione da Platone
(si veda CUOCO) e Aristotele. A questo più antico arco cronologico, si
sarebbe poi unito il costante interesse per L’ORTO, nella forma storica
dell’ORTO CAMPANO. Vale la pena ricordare, infine, l’attività formativa
che il Centro riuscì a svolgere, facilitata, come è facile comprendere,
dalla posizione accademica di G.. Il Centro di Studio della filosofia
antica si formò infatti raccogliendo i
suoi allievi, che si unirono ai ricercatori già in forza presso il
precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica.
L’attività progettuale, inoltre, non si limita alla sola attività di
pianificazione scientifica e ancor meno alla sola organizzazione dei convegni,
ma prevede lavori continuativi di studio collettivo e di confronto sulle
tematiche di principale interesse e di rilevanza strategica. I maggiori
convegni venneno quindi preceduti da seminari propedeutici sulle
dossografie antiche, sull’opera di Diogene Laerzio e su quella di Sesto
Empirico, e su quest’ultimo autore, anzi, si svolge un seminario aperto
anche ai dottorandi di ricerca della Sapienza. Nell’ambito del progetto
“Mediterraneo” e quindi della linea di ricerca sul Mediterraneo antico,
il Centro ottenne dal Comitato di Consulenza per la Filosofia borse di studio. Un
discorso a parte merita l’attività editoriale a cui il Centro riuscì a
dar vita. Due furono le iniziative editoriali, strettamente coerenti con
l’idea programmatica che ispirò la costituzione del Centro: la serie
“Elenchos. Collana di testi e studi sulla filosofia antica, ed Elenchos.
Rivista di studi sulla filosofia antica. La scelta del medesimo nome per
le due iniziative si spiega facilmente in riferimento all’orientamento
intellettuale ed al bagaglio culturale dello stesso G., che riteneva la
discussione, il confronto -- elenchos, appunto -- in primo luogo, uno dei
lasciti più significativi della cultura filosofica antica, quello che
maggiormente ha contribuito alla formazione della coscienza moderna. Ma
in secondo luogo, e secondo un’angolatura più tecnica, G. vedeva nell’”elenchus”,
inteso come analisi critica, il metodo per eccellenza dello studio del
testo filosofico antico e della dottrina in esso contenuta, come mostrano
i primi autori di una nascente “storia della filosofia” ancora in forma
di dossografia, Platone e soprattutto, com’è assai noto, Aristotele. In
omaggio dunque, all’ideale “dia-logico” (DIA-GOGE – H. P. GRICE) trasmesso
dal magistero di Calogero, l’ELENCO e, nei limiti del possibile, il
contrassegno delle ricerche realizzate o promosse dal Centro e divenne il
nome delle due pubblicazioni, entrambe affidate alla casa editrice
napoletana Bibliopolis, Edizioni di Filosofia, di Franco. La collana e
destinata in larga misura, benché non esclusivamente, a premiare le
ricerche individuali, le quali dovevano concretarsi in studi monografici,
edizioni di testi e strumenti per la ricerca. Non deve stupire che in questa
sede ci si limiti a mettere in primo piano l’opera Socratis et
Socraticorum Reliquiae, collegit, disposuit apparatibus notisque
instruxit G. Frutto di una ricerca individuale, preparato da molte
precedenti pubblicazioni, questa edizione delle testimonianze relative a
Socrate e alle scuole socratiche, corredata dell’APPARATO CRITICO e note di
commento (e SENZA traduzione), rappresenta la più importante espressione
degli interessi tematici e dei principi metodologici che caratterizzarono
il Centro. Basterebbe infatti considerare i volumi usciti nella medesima
collana “Elenchos” votati alle tradizioni socratiche, alle scuole
ellenistiche, alla dossografia e alle edizioni di testi e frammenti di FILOSOFI
ITALIANI ancora poco studiati, per apprezzare l’impatto delle
ricerche di G. su tutto il gruppo di ulteriori interessi e accolse studi
accademica. ricerca del Centro. Naturalmente la collana non e
preclusa ad critici su tematiche di grande rilevanza
nell’ambito del platonismo e dell’aristotelismo e delle filosofie
della tarda antichità, promuovendo in tal modo uno scambio costante
con la più ampia comunità Quanto alla rivista, è forse
opportuno rimandare direttamente alla Presentazione che G. Figura
6: copertina del primo volume di G. G., Socratis et Socraticorum Reliquiae,
Napoli] antepose al primo fascicolo. Essa fa molto ben intendere tanto
la relazione essenziale tra il programma del Centro e il periodico
che di quel programma doveva essere lo strumento di diffusione; quanto
l’apertura al dibattito che la rivista (e quindi il centro stesso) si
prefigge; quanto, infine, la tempestività di un’operazione culturale che
il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha la sagacia di sostenere: ELENCO intende
dare attuazione ad uno dei punti programmatici contenuti nella convenzione
stipulata tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e Roma, e che sta alla base
del Centro di Studio della Filosofia antica. Essa non è, tuttavia, in senso
stretto espressione soltanto di questo Centro: al contrario, chi ha la
responsabilità di dirigerla intende farne uno strumento di studio e di ricerca
aperto alle collaborazioni più ampie, un punto di incontro e di confronto e
un’occasione a disposizione di studiosi. Questa rivista è l’unica dedicata
interamente alla filosofia romana che si pubblichi in Italia e perciò essa non
può non proporsi anche un compito di promozione di questi [ I titoli della
collana ELENCO, corredati da schede riassuntive, sono consultabili all’Istituto
per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle idee. Mi limito a citare il
grande progetto di traduzione e commento della Repubblica di Platone, promosso
e diretto da Vegetti. Vegetti Questa
situazione è rimasta invariata, e cioè fino alla comparsa della rivista “ANTIQVORVM
PHILOSOPHIA”, edita da Serra, Pisa, e diretta da Cambiano. studi ... Ma essa si
propone anche uno scopo più ambizioso; se è vero, come è vero, che la
storia della FILOSOFIA ROMANA è un campo in cui debbono potersi incontrare gli
apporti e le problematiche della storiografia filosofica e del metodo
filologico. Se è vero, come è vero, che tanto la storiografia filosofica quanto
il metodo filologico attraversano una fase di ri-pensamento critico molto
profondo dei propri presupposti e delle proprie certezze, allora ad una rivista
come questa spetta, in primo luogo, il compito di proporsi come sede di
verifica di discipline diverse e di modi diversi di affrontare lo studio della
filosofia romana e di aprire le sue pagine ... anche a contributi che per la
conoscenza della FILOSOFIA ROMANA possono venirci da storici dell’antichità,
filologi classici, studiosi delle lingue e delle letterature classiche,
archeologi, papirologi ... Per questi motivi di fondo – oltre e più che per la
sua origine istituzionale – questa rivista si caratterizza per l’unità del
campo di ricerca, non per l’unità dell’orientamento interpretative. In accordo
con gli obiettivi enunciati nella Presentazione della rivista ELENCO e nel
protocollo che lo istituiva, il Centro di Studio del Pensiero Antico si dota di
un consiglio scientifico che affianca G. nella direzione del Centro e delle
pubblicazioni che esso produsse, il quale contò tra i propri membri eminenti
storici della filosofia, quali Adorno, Berti, Reale, Viano, Ioppolo, Brancacci
e Celluprica, nonché eminenti filologi classici e storici della filosofia quali
Gigante e Rossi. Il Centro poté disporre di sufficienti risorse e di una
struttura organizzativa 40 che gli Elenchos. Fecero parte del Centro in qualità
di ricercatori inquadrati nei ruoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche:
Faes (direttrice del Centro), Caporali, Garroni, Celluprica (direttrice del
Centro per un biennio e poi responsabile
della linea relativa al pensiero antico nell’ILIESI, Ferraria, Brancacci (Roma
Tor Vergata), Centrone (Pisa), Alesse, Dalfino, Simeoni, Chiaradonna (poi
docente presso l’Università degli Studi di Roma Tre). Collaborarono in modo
istituzionale e continuativo con il Centro Ioppolo (Roma), Repici (Torino);
Santese (Roma); Sillitti (Roma); Baffioni (Università degli Studi di Napoli
l’Orientale); Spinelli (Roma) ed Aronadio (Roma Tor Vergata). Molti sono stati
i allievi che, nel corso della loro formazione post lauream sono venuti in
contatto con G. e con il Centro, lavorando fattivamente alla redazione di ELENCO
o adoperandosi in attività editoriali e scientifiche in senso proprio. Tra
questi mi è gradito ricordare Piccione (Torino), Alessandrelli (ILIESI-CNR),
Quarantotto (Sapienza Università di Roma), Fronterotta (Roma), ILIESI digitale
Temi e strumenti] consentirono di diventare un organismo collettore di attività
di ricerca nel campo dell’edizione critica e dell’interpretazione dei testi
della filosofia antica. Chi scrive non crede che l’esperienza acquisita nel Centro
sia andata perduta né dimenticata. Quando nacque l’Istituto per il Lessico
Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, al suo interno fu garantita la
prosecuzione e l’autonomia delle indagini relative alla storia della filosofia
antica, per esplicito volere di Gregory che del nuovo Istituto fu il primo
direttore. Queste indagini confluirono in una linea progettuale denominata
prima “Storia del pensiero filosofico- scientifico e della terminologia della
cultura mediterranea greco-latina, ebraica e araba” e successivamente Il
pensiero filosofico nel mondo antico: testi e studi. L’impegno principale
della linea fu rappresentato da una serie di progetti che in parte
proseguivano le tematiche di studio e le strategie cooperative del Centro
di Studio del Pensiero Antico, e in parte introducevano nuove tipologie
di analisi, connesse alle tecnologie digitali. La continuità culturale fu
inoltre garantita dal mantenimento delle due pubblicazioni, la
collana Elenchos e la rivista Elenchos. Da questa permanenza delle
ricerche sul pensiero antico nella nuova realtà istituzionale si deve
ricavare non solo e non tanto l’attualità di una disciplina (che si è
comunque stabilizzata nel mondo accademico con la benefica diffusione di
cattedre e centri di insegnamento, in Italia e fuori), quanto piuttosto
l’attualità di un metodo di lavoro. Questo metodo di lavoro, che potrebbe
descriversi, un po’ aulicamente, come un nuovo diatribein socratico, cioè
come la capacità di discutere in modo competente con i “morti” prima che
con i vivi, rispecchia abbastanza bene la disposizione intellettuale e
comportamentale di G.i, uomo tanto pacato nelle discussioni con i
contemporanei, quanto fermo nelle sue strategie di ricerca sul mondo
antico.] Gioè, Nucci, Santoro, Gambetti
e Cunsolo (a quest’ultima si deve l’allestimento della bibliografia ragionata
digitale Le tradizioni filosofiche e culturali greche della Magna Grecia e
della Sicilia antica, ora in fase di aggiornamento ad opera di Gambetti). 41 A
questa linea, diretta da Celluprica, fanno riferimento i ricercatori già
operanti nel Centro, a cui si aggiunge Chiodi, specialista in storia delle
religioni del mondo antico e del Vicino Oriente. Arnim, Stoicorum Veterum
Fragmenta, Lipsiae, Teubner. Barnes, MIGNUCCI (a cura di), Matter and
Metaphysics. Fourth Symposium Hellenisticum, Napoli, Bibliopolis. Biagini (cur.),
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suo ottantesimo anniversario, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, Cambiano,
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pratica: economica ed etica, Bari, Laterza. Croce, Filosofia della pratica:
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puro, a cura di C. Farnetti. Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce,
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dell’estetica italiana, a cura di M. Mancini. Edizione Nazionale delle Opere di
Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Teoria e storia della
storiografia, a cura di E. Massimilla, Tagliaferri. Edizione Nazionale delle
Opere di Croce, Napoli, Bibliopolis. Pra, Lo Scetticismo greco, Milano, F.lli
Bocca, rist. Laterza Caizzi, Antisthenis Fragmenta, Milano, Cisalpina. Caizzi,
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Fondazione Gentile per gli studi filosofici, Firenze, Sansoni. G., I CIRENAICI.
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Sansoni. Scuole socratiche MINORI e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino. La
storiografia idealistica, ELENCO. Lo scetticismo antico, Atti del convegno
organizzato dal Centro di Studio del Pensiero Antico del CNR Elenchos Napoli,
Bibliopolis. Tavola rotonda. La storiografia filosofica sul pensiero antico,
“Elenchos”. In ricordo di Calogero, Elenchos. G. e Gigante, L’ORTO romano, Atti
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peripatetici, e in particolare di Statone di Lampsaco, nell’ambito della
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e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Liburdi, Materiali per una storia
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Mansfeld Mansfeld, Deconstructing
Doxography, Philologus, rist. in Mansfeld-Runia Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual
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The Method and Intellectual Context of a Doxographer, Leiden, Brill, The
Compendium. Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual Context of a
Doxographer, Leiden, Brill: Studies in the Doxographical Traditions of Ancient
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Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis, Vegetti Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis Vegetti = Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La Repubblica,
traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis,
e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario e commento a cura
di Mario e commento a cura di Mario e commento cur. Vegetti, Napoli,
Bibliopolis. a BS’l RATTO <Ia 1 Bollettino (ti Filologia
Classica II 6xi|iòvtov di Soorate. Como già nei tempi antichi, cosi
anello più tardi il 3 r.|iàviov di Socrate lui sempre suscitato il più
vivo interesso ed è rimasto lino ai giorni nostri oggetto di studio. Ma,
per quanto sia stato scritto attorno ad essa e per quanto no sia stata
ago- volata la compronsione por merito di Seliloiormacher e dei suoi
successori, non si può dire clic si sia linoni riusciti a trovare una
spiegazione soddisfacente di questo fenomeno, che fu una dèlio cause
dèlia tragica fine del grande pensatore. Le fonti, alle quali
dobbiamo attingere nella nostra ricerca, sono, come si sa', gli scritti
di Platone o di Senofonte. Ma.qui ci troviamo subito di fronte ad una
questione molto discussa c cioè; quale dei due autori sia rispetto alla
dottrina socratica il più attendibile. Poiché i rapporti di Platono o di
Senofonte si contraddicono riguardo allo manifestazioni del Satpdviov di
Socrato in un modo assai pronunciato, è chiaro che dalla decisione alla
quale arriviamo rispetto a questo divario, deliba infine dipendere la
soluzione del problema. 1 > m,to che nel diciottesimo secolo si fece
strada il parere del leib- niziuno Brucfecr, secondo il quale gli scritti
di Senofonte sarebbero per lo studio del socratismo i più veritieri,
parere che ha avuto fino ad oggi i suoi fautori. Di quest’opinione è in
linea generalo anche Hegel (IJ. 1|S. principio del secolo passato però,
Schleiermacher ed altri insistettero che por la valutazione della
dottrina socratica do vesso tenersi maggior conto delle opere di Platone.
Di fronte a queste due correnti lo Zollerai sogni un indirizzo, elio
possiamo chiamare intermediario. Senza entraro in particolari, si può
dire che, sebbene gli atti attorno a questo divario non siano ancora
chiusi, diventa sempre più salda la convinzione, che senza uno studio profondo
di Platone una comprensione del socratismo non è possibile. Ma con ciò il
nostro quesito non è ancora risolto. Secondo Platone il Sxigóvwv
agisce in modo esclusivamente inibitorio, esso non è mai incitativo.
Secondo Senofonte, però, funziona nei due modi. Si è, è vero, creduto che
la contraddizione tra lo due versioni fosse soltanto apparente, perchè,
se il «aigóviov non inibiva Socrate nel 6uo fare, ciò equivaleva, si è
detto, ad un'atrcrmaziono nel senso Hegel, Vorl. ti. d. Gesch. d. l'Ii tfp
s. Il Schleiermacher, Abkdl. kad. su Berlin, Zm.i.ER, Die Philosophie hen li,
1, t* '.al., (4) Cfr. Zuocantb, Socrate, pòrte prima,di un ordine
positivo. In verità, però, mi sembra, che la diversità venga con una talo
interpretazione soltanto celata, ma non eliminata, perchè in realtà le
differenze tra i rapporti doi due autori sono dovute a processi psichici in sè
diversi. Corto, se qualcuno mi dice, ad es. : non andare via ! quosto
equivale praticamente al comando positivo: rosta ! Ma con ciò la cosa non
è fluita. So io non distolgo qualcheduno, che devo guidaro, da una
azione, che egli è in procinto di compiere, do, è vero, con ciò il mio
consentimento al suo proposito, ma la sua azione scaturì da motivi sorti
nella sua coscienza e prosegue secondo leggi psichiche. E so, in un altro
caso, lo freno con un semplice: no! senza però dargli altri ordini
positivi, io non permetto che egli eseguisca quello che stava per fare, ma con
ciò non gli indico ancora quanto devo in sua vece intraprendere. Il suo
agiro dipende di nuovo unicamente da lui o si sviluppa ancora da motivi
che sorgono in lui stesso. Ma so gli dico: fa cosi ! allora lo sottopongo
in senso positivo ad una volontà non sua o lo faccio compiere un’azione,
i cui motivi sorsero nella mia coscienza e non nella sua. Egli diventa lo
strumento del volere di un’altra persona, e, se consideriamo il fatto dal
lato etico, la responsabilità per lo conseguenze di una tale azione cado
in questo caso interamente su di rao o per nulla su di lui. Non occorrono
altri esempi: in fondo la diversità doi due rapporti si riduco presso a
poco al caso citato. Secondo Senofonte, Socrate riceve anche ordini
positivi dalla divinità, egli compie quindi azioni, che non furono da lui
deciso, secondo Platone mai. Ogni sua azione procedo, secondo Platone, in
seguito a motivi, che appartengono alla sua propria coscienza, ed è sempre la
sua volontà che lo fa agiro anche dopo che egli ha abbandonato, per
l'intorvonto del Baijióvwv, una decisione presa. Como si vede, la
differenza non si lascia eliminare. Per quanto si corchi di celarla, essa
riappare sempre. Mi sembra quindi più savio di riconoscerla. Ma ciò
facondo ammettiamo anche che una dello due versioni non può essere esatta
e cho si deve decidere, quale delle due si abbia da riconoscere come
vera. Delle opero cho portano il nome di Senofonte, l’Apologia viene
oggi quasi da tutti riconosciuta apocrifa. Per ciò non ne teniamo
conto. Degli altri suoi scritti sono per noi importanti i Memorabili ed il
Convito. Faccio qui osservare che, dopo un esame della rispettiva letteratura o
specialmente in base agli studi di Schonkl, sono arrivato alla conclusione cho
per il nostro problema soltanto i passi Meni. o Conv. sono con tutta
sicurezza da considerarsi come autentici. Per talo ragione lasciamo da
parte in questa breve nota i passi: Mem. Dalle opero cho vanno sotto
il nome di Platone e che trattano del Saipóviov escludiamo il Teagete,
perchè oggi generalmente ritenuto apo¬ [lli Schenkl, Xenophont. Studien. Sitzungsber. d. K.
Akad. d. Wiss . i zu Wien] orilo. L’autenticità
dell'A Icibinde 1 è fortemente messa in dubbio, lo accettiamo con
riserva. Non posso decidermi di respingere 1 Fall frane, malgrado lo
obiezioni di Ueborwog. Dogli altri scritti platonici limino per noi
valore VApologià, YEutidemo, il Tediato, il Fedro e la Repubblica. Senza
entrare rpii noi particolari della questiono, (pialo sia I ordino
cronologico delle opere di Platone, dobbiamo intenderci sull'epoca in cui
fu scritta Y Apologia, perchè questo lavoro ci dà la più esatta in- i
rmazione intorno al Saipiviov di Socrate. La maggior parto dogli stu-
.dcigi c ciò è per noi importante fa salirò l’origine di quest opcra ad
un’epoca non molto distante dalla condanna o dalla morte del illusolo,
l’orsino autori elio sono del parere clic Platone 1 abbia scritta a
Megara, ammettono con ciò (dio questo importante documento appartiene al suo
primo periodo di attivila, scientifica. Allo stesso risultato giunse
Lutoslawski per mezzo del suo metodo stilometrico. Quantunque si debba
riconoscere l’unilateralità di questo metodo e per quanto sarebbe
arrischiato di fondarci unicamente su di esso, ci costringono nondimeno ragioni
psicologiche di non negargli ogni valore. Alla questione esposta si connetto
quost’altra, cioè, so nell’Apologià .di Platone si tratti di una fedele
riproduzione di quanto Socrate realmente disse davanti al tribunale di Atene, o
se si tratti soltanto di una riproduzione piu o meno fedele del contenuto
dei suoi discorsi. La prima opinione è quella di Schleiermacher, della
seconda è Stcinhart (3), elio vede nell’Apologià un'opera d'arte, in cui
lo spirito socratico o quello di Platone si trovano armonicamente fusi
insieme. Ambedue le opinioni hanno avuto i loro fautori. Considerazioni
psicologiche mi hanno condotto nelle duo questioni accennato a con'
inzioni che risultano da quanto seguo. Come si vuol spiegare
l'influenza che quest'opera ha sempre esercitata sui più grandi spiriti della
razza umana, o come si potrebbo comprendere la elevazione morale clic
ognuno devo provare in sè, quando vi si abbandona senza pregiudizio, so
non si ammette che essa suscita nel lettore la convinzione di sentire la
parola viva di Socrate stesso? Quale valore potrebbo avere questo
scritto, se si volesse considerarlo unicamente come una creazione d'arto, come
una descrizione dell’ideale platonico? In questo caso dovremmo bensì
inchinarci davanti all’autore quale artista, ma in fondo avremmo cosi un
Socrate come Platono avrebbo desiderato che egli fosso, ma non come
real¬ mente era. Non stava in Socrato piuttosto la verità incorporata
davanti ad Atene decadente, davanti alla stessa Atene che egli aveva
conosciuta nello splendore del periodo di Pericle? Non era quest uomo un
idealo morale di una tale grandezza elio ogni tentativo di idealizzarlo
maggiormente doveva necessariamente rimpicciolì rio ? P. Ueberweg, Unters.
fi. d. Echtheit u. Zeitfolge piatoli. Schriflen, F. Schle i rum ache R,
Plalons Werke, I H. MQli.er e K. Stf.inhart, Plalons sàmmtl. Werke, Per quali ragioni poi l 'Apologia non fu
scritta in forma di dialogo? Nessuna introduzione, nessuna descrizione dello
scenario, nessun nesso tra i singoli discorsi, nessun accenno a
circostanze secondarie interrompono l'azione in questo meraviglioso documento.
Non dovremo convenire che soltanto forti motivi psicologici indussero l’autore
ad esporre cosi lo sviluppo del processo? Non si dimentichi neppure
quanto diversamente Socrate parla della morte ne\\'Apologia e nel Fedone,
la qual opera, senza alcun dubbio, fu scritta molto più tardi.
Nell’yfpo/ofna è in verità Socrate stesso che parla, mentre nel Fedone è
Platone che motto, entro la cornice della realtà storica, la propria
convinzione in bocca al suo amato maestro. Vi sono poi altri fatti
psicologici da rilevare. Ricordiamo che Platone ascoltava un maestro, che
aveva seguito con tutto l'ardore del suo en¬ tusiasmo giovanile per
lunghi anni, e dal quale emanava un lascino che faceva dimenticare a lui
come ad altri giovani greci la figura di Sileno clic nascondeva il vero
essere del grande innovatore. Ricordiamo clic Platone era penetrato nello
spirito della dottrina socratica come nessun altro e clic egli solo è
stato capace di salvarla interamente per la filosofia occidentale. Gli
orano quindi lamiliari tutti i particolari esteriori che sono caratteristici
por ogni personalità umana o senza i quali non possiamo neppure
rappresentarcela. Conosceva esattamente il timbro e la cadenza della sua
voce, il suo vocabolario, il suo periodare, i suoi movimenti mimici e
pantomimici, in breve tutti i numerosi fattori clic, secondo la leggo
della fusione psichica, cooperano a lar sorgere in noi l’immagine di una
persona a noi nota c che, tutti quanti, esercitano la loro influenza
dormito la riproduzione di un suo discorso. È inoltro cosa saputa
che ogni riproduzione di un discorso riesce tanto più fedele, quanto piu
l'attenzione rimaneva tosa, quanto mag¬ giore era l’interesse che
l'oratore suscitava in chi l'ascoltava. Si può immaginano un’attènzione
piu concentrata elio nel caso presente? Figuriamoci lo stato
d’animo del giovano Platone, che pende dalle labbra del suo maestro e che
appercepisce attivamente ogni parola da lui pronunciata; ridestiamo nella
nostra immaginazione l’uragano di emozioni che lo travolge, le
fluttuazioni della sua anima tra la speranza ed il timore, tra l'ammirazione
della grandezza sovrumana che si palesa e lo schianto per la certezza
della perdita irrimediabile, e si dovrà convenire elio l’organismo umano
forse non sopporterebbe tali stati d’animo una seconda volta. Sappiamo
che emozioni come queste non passano facilmente, ma (die tornano sempre
in nuovo ondato. Sappiamo inoltro che nessun moto d'animo rimane senza
espres¬ sione o elio lo singolo persone a questo riguardo si comportano
diver¬ samente. Anche l’anima dell’artista lui le sue reazioni ed ogni
artista le ha a seconda dell’arto, alla quale dedicò la sua vita. Ora,
anche Platone era artista o come tale non potevano rimaner mute lesile emo¬
zioni. Ma egli era anello scienziato, uno scolaro, anzi Io scolaro per
eccellenza, ili quoH'uomo che durante una lunga vita non aveva ccrrato altro
ohe la verità. Oli era impossibile di rinchiudere in se ciò clic aveva
vissuto quel giorno. Cosi, appena può, prende lo stile por dare uno slogo
all'emozione olia lo soffoca. li se il suo stato non diede luogo a
fenomeni precisamente nllucinnttfri, nondimeno tutto ciò che aveva visto
e sentito, torna a vivere in lui, conio per il poeta vivono ed agiscalo
lo persone croato dalla sua fantasia. Cosi, io penso, nacque VApologia
platonica. Essa non è un rapporto stonogralico, perché è certo olle anche
questa riproduzione doveva su¬ bire quei cambiamenti che, secondo i
risultati della trattazione sperimentale. hanno luogo in tutti i processi
riproduttivi. Perciò non ogni parola ebbe il suo posto originario, un
pensiero avrà avuto un'espres¬ sione un po' più breve, un altro una
l'orma un po' più lunga, eco., ma quanto al resto il documento è. come
per il contenuto, cosi puro pol¬ la forma tanto fedele, quanto, data la
mente Idi un Platone, era umanamente possibile. Con ciò ho esposto II mio punto
di vista rispetto allo due questioni sovracconnatc. No risulta che
dobbiamo fondarci nella nostra ricerca4U/-quanto viene riferito in
quest'opera intorno al &tipóviov di Socrate. Aggiungo die gli accenni
contenuti negli altri scritti di Platone non contraddicono in alcun modo
i dati precisi dell’Apologià. Per quanto concerno lo opero di
Senofonte che ci interessano, bisogna ricordare che esse furono scritte
parecchi anni dopo la morte di Socrate, o die in esse i.on veniamo mai
informati intorno al fenomeno da Socrate stesso. Desideroso di dimostrare
l'innocenza del grande filosofo, come puro la ingiustizia dell’accusa c della
condanna, Senofouto metto, convinto, beninteso, di scrivere la verità, il
Saipòvcov di Socrate in relazione colla fedo popolare nello divinazioni.
Ciò non può sorprendere, quando si pensa all'abuso che il popolo di qucH'epoea,
già invaso dallo scetticismo, fece dei divinatori, c quando si tiene
presente elio Souofontc non ora filosofo, ma uomo politico. Per questa
ragione non dove recar meraviglia, se Senofonte non aveva compreso ciò
che era nuovo ed essenziale nella concezione socratica del fenomeno. In
Meni. è detto clic il divino (vi Saipòviov) dava segni a Socrate ed in I,
4 viono aggiunto elio egli comunicava tali messaggi a quelli clic lo ci
re urlavano o elio aveva loro predetto ciò che dovevano faro e ciò elio non
dovevano l'aro, come puro elio quelli elio seguivano questi consigli ne ebbero
vantaggi, mentre gli altri elio non li seguivano, dovevano poi
pentirsene. Meni. contiene il noto colloquio con Aristodemo.
Socrate domanda ad Aristodemo, clic cosa gli dei dovessero l'aro per convincerlo
elio si curavano anche di lui. A ciò Aristodemo, alludendo al S-x.aó
e.'j'i. risponde, un po' ironicamente, che dovevano mandargli dei
consiglieri per fargli sapere quello elio doveva faro e non fare, corno
Socrate pretendeva che fosse il caso spo. In Cono. Socrate non aveva
affatto parlato del suo Sxtgtìvwv o non no parla neppure in seguito.
Antistuno, però, gli fa il rimprovero, come se egli se no servisse per
trarsi d'impiccio. È evidente che, se non avessimo lo rispettivo, opere
platoniche, il ixigiviov di Socrate sarebbe rimasto per sompro un
fenomeno inesplicabile. D'altra parte però le comunicazioni di Senofonte sono
di grande valore, in (pianto che fanno vedere il modo in cui in Atene si
giudi¬ cava questo fonomono, ivi assai conosciuto. Dall' Apologia
ili Piatone apprendiamo che Socrate disse nel suo primo discorso (Apoi.),
che egli non si era occupato di altari politici, perchè succedeva qualche
cosa di divino o di demonico (Dstov r. -/.od Sxqidvtov) in lui, che dai
tompi della sua fanciullezza (è-/. r.x'.Sif) vi era stata in lui una
corta voce (qxov^ vi?) la quale, ogni volta che gli sopravveniva, l’aveva
trattenuto da qualche cosa, ma che non l’aveva mai spinto a qualsiasi
azione. Nel discorso Socrate spiega, come la solita divinazione (r,
siioSHtà poi prmxi)) l’avesse nel passato sovento fermato, trattandosi
anche di coso molto piccole (jiàvu érti opi- xpotg), ma che il segno di
Dio (vi r.ù 9-soO a^pstov) non gli era soprav¬ venuto durante tutto il
giorno c neppure durante tutto il suo parlare, mentre durante altri
discorsi l'aveva spesso frenato. Dice ancoraché la morte non poteva
essere un male per lui, perché nel caso contrario il solito segno (vò
e!i»9-ò; a^pAv/J l'avrebbe cortamente trattenuto nel parlare. Alla fine
di questo discoi-so ripeto che il morire doveva ora essere per lui la
miglior cosa, perché altrimenti il segno (vo oij- pstov) l'avrebbe
avvertito. Gli altri scritti di, Platone, dei quali dobbiamo tener conto, non
possono naturalmente iù avere il valore storico, elio abbiamo attribuito
all’Apologià, ma siccome i rispettivi passi, corno fu già detto, non sono
menomamente in contraddizione con quolli dell'Apologia, essi hanno
certamente un fondamento storico. In ogni modo illustrano, come Platone vuole
che il Sxwdvwv di Socrate venga inteso. Nell'Atò/drtde I l’autore si servo
del fenomeno per iniziare il dialogo. Socrate dice ad Alcibiade di non
meravigliarsi, se da tanti anni non gli avesse più parlato, perchè un ostacolo
di natura non umana, ma demonica (oùx ivD-piójiswv, àX/.i vi Sxipdviov
ivawttopx) gliene aveva impedito. ììo\ l’Eutifrone questo domanda a
Socrate, su che cosa Meleto abbisi l'ondato la sua accusa. Socrate dico
che Meleto gli rimprovera di introdurre nuovi dei c di non credere negli
antichi. E Eutifrono gli risponde di aver capito ora, che è perchè Socrate
parla sempre del suo Sxtpóviov. Noi Teetelo Socrate parla della sua
maieutica e dico che molti discepoli l'avevano abbandonato, perchè, non
comprendendo la sua arto, lo tenevano in poco conto. Egli aggiunge che,
se tali giovinetti tornavano da lui, il ìoupóviov (ti yiyvò|ìevóv poi Sxqwviov)
gli impede di accoglierne alcuni, mentre ad altri non era contrario e che
questi facevano di nuovo progressi. Nell 'Entidemo, un dialogo, in
cui Platone fa vedere tutto il vuoto ed il poricolo dell'arte solistica,
Critono prega Socrate di parlargli di duo solisti. Socrato consento o dico
clic il giorno innanzi ora stato seduto noi liceo od in procinto di
andarsene, quando gli ora sopravvenuto il solito sogno demonico (tò
siwà-ò: ay iuCcv tò ìaqiòvt'vv}. Poreiù ora rimasto seduto o tosto quei
duo, cioè Kutidemo e Dionisodoro orano entrati. Noi Fedro Platone ha già
oltrepassato di molto il socialismo puro e semplice, come risulta dalla
spiegazione elio dà dell’anima o dello ideo. Dopo una meravigliosa
descrizione del paesaggio vediamo corno Socrato o Fodro si coricano sulla
sponda dell’Ilisso nell'omhra di un albero. Socrato ticno il discorso sul
bel ragazzo che aveva avuto molti amanti. Fedro vorrebbe clic continuasse
su questo tema, ma So¬ crate gli risponde che, in procinto di
attravorsare il fiume, gli era sopravvenuto il solito segno demonico (tò
ìxqiòvtòv t= usci tò siiottòs aijgEìovl, gli era parso di sentire una
corta voce (za{ tivx cpiovijv iìi-a aòTò!M=v àzoùoai), elio lo impediva
di andare via prima di essersi purificato da un peccato commesso contro
la divinità. Dice ancora che egli deve essere veramente un divinatore, ma
soltanto per ciò elio riguarda lui stesso, e continuando rileva dm la sua
divinazione rassomiglia all'arte di quelli che leggono c scrivono male,
perché anche questi possono servirsene soltanto per i propri bisogni. Con ciò
egli passa man mano agli splendidi discorsi elio tutti conoscono. Platone
si serve in quest'opera con arte line del ìaqiòviov in modo similo a quello in
cui so n'è servito ncll’AHbiado e neU’Eutidcmo. Egli introduce il fenomeno
per rendere possibili i discorsi che seguono. Nella Repubblica – cf.
Grice -- Socrate dice elio IL SEGNO DEMONICO (tò ìaqiòviov ovjiietovJ non
era stato concesso a nessuno prima di lui o quasi a nessuno.
So analizziamo più da vicino il problema, vediamo che esso racchiudo in
sé tre problemi clic dobbiamo risolvere l’uno dopo l'altro. S’impone
prima di tutto il quesito, corno mai Socrate abbia potuto chiamare il
fenomeno in questione tò ìaqiòviov. A questo si connette l’altro, cioè di
sapere che cosa Socrate stesso abbia realmente inteso per questo termine.
In terzo luogo dobbiamo corcare, come la psicologia empirica moderna
possa spiogare questo fatto. II primo quesito e, fino ad un certo punto,
anemie il secondo fanno parte della psicologia dei popoli, mentre il
terzo appartiene esclusivamente alla psicologia individuale. Il
significato del ìaqiòviov di Socrate dal punto di vista della psicologia dei
popoli. Il concetto del demone è sorto da primitive vedute attorno all’anima.
Esso ha avuto poi un lungo sviluppo, duranto il quale, sotto l’influenza
di rappresentazioni magiche, subisce molte trasformazioni e acquista
varie forme. All’epoca in cui appare l’eroe, questi 'lue concetti si
fondano man mano in una rappresentazione to- talo, nella quale il
concetto del demone perde il suo carattere impersonale, mentre l’eroe acquista
dolio qualità sovrumane. Cosi nasce il panteismo. Importante è però in
tutto questo sviluppo, che la rappresontazione ilei demono non si perdo dopo la
formazione degli dei pagani o elio corto qualità ili questi ultimi vengono
attribuite anche ai demoni. Per ciò accado olio lu coscienza popolare non
distinguo sempre nettamente tra dei e demoni. Nella Grecia il concetto
del demone – cf. Grice e Ackrill --, sotto l'influenza della poesia e
della filosofia, subisce poi un’altra modificazione, in quanto i demoni vengono
considerati come esseri elio stanno tra gli dei o gli uomini. Si
confronti a questo proposito la descrizione deH'origino dell'Eros nel
Convito di Platone (come pure il primo discorso di Socrate nell’Apologià
platonica. Dal punto di vista della psicologia dei popoli si può diro elio
col «aipóviov di Socrate il concetto del demono torni nell'anima
umana, nella quale, per motivi psicologici e per processi di
oggettivazione, è nato, vi ritorna filosoficamente trasformato ed
eticamente purificato. E caratteristico per tutto questo sviluppo elio
Socrate nel Convito di Senofonte chiama l'anima umana un santuario
dell’Eros. Come intende Soci'de il suo 8*i|lòviov ? Prendo le mosse da un
punto ilei primo discorso AoW Apologia di Platone e precisamente dal
punto, ove Socrate invita Meleto a spiegare esattamente, se egli nella
sua accusa intenda di diro clic Socrate non creda negli dei dello stato, o
so egli voglia addirittura accusarlo di ateismo. Quando Meleto annuisco a quest’ultima
interpretazione, l’accusato corea di far vedere l'assurdità
dell'assorziono, dimostrando dapprima che, chi crede in qualche cosa di
demonico, devo necessariamente riconoscere l'esistenza ili demoni. E
quando Meleto devo nuovamente ammettere che i demoni sono figli di doi,
la partila è ila Scorato quasi vinta. Comesi può eredorè all’esistenza di tigli
dogli dei, egli conclude, senza credere con ciò anche a quella degli dei
stessi ? Difatti, i giudici elio lo ritenevano colpevole, erano in
piccola maggioranza. Se prendiamo questo passo insieme con quanto Socrate
dice ancora ilei suo 2xi|ióvtov o del suo concetto della divinità,
abbiamo in mano la chiave per la sua concezione del fenomeno. Faccio qui
ancora notare che intendo il termini vó ìzciivtov nelle opere di Platone,
secondo l'osservaziono di Schlcierinacher, nel senso di un aggettivo.
Dico questo per respingere l'opinione che Sperate abbia creduto in uno
speciale spirito custode. Socrate scoglio il termine iò Saupòviov in
conformità alla fedo popolare. Come i demoni, secondo questa, stanno tra dei o
uomini e vengono detti persino ilei, perchè da dei generati, cosi anche il
demonico in lui è generato dal divino. Per questo lo chiama anche tó
3-iCov, il divino. Il nesso psicologico mi sembra qui evidente. Abbiamo
qualcosa di s'inilo nella designazione del suo metodo, il quale egli
crede puro impostogli dalla divinità (Teeteto). Come a baso di tutte
Clr. W. Wu.ndt, m/terpsi/eholOjfie li,
ni; Clemente der VSt/cerpsi/chol.,(21 Op. cd. Cfr. puro B. E.
Uaonaiihtks, The Ctnssical Retitelo] lo azioni di Socrate sta il bisogno etico
della cortezza(1), cosi egli è assolutamente certo che in casi, in cui la
propria ragione lo lascia in asso, una volontà divina lo trattiene in
ogni circostanza, piccola o grande, dolla vita, quando è in pericolo di
non agire giustamente, cioè di non compiere la sua missione. In questa
cortezza, che forma una parte della sua fedo religiosa, sta la
giustificazione otica dolla ironia, colla quale egli lancia l'accusa
indietro sull’avversario. Ma oltre ad essere qualche cosa di divino, il
demonico in Socrate è poi anche qualche cosa di umano, perché si produce
nell’anima umana o diventa sua proprietà, cioè un oracolo interiore. Per ciò il
demonico stava veramente, come il demone della mitologia, in mezzo tra il
divino e l'umano. Si aggiunga elio Socrate ora in fondo persuaso che
prima di lui questo dono non era stato posseduto da nessun altro mortale.
Ecco ciò che vi ha di nuovo nella concezione socratica della divinazione,
di fronte a quella della fede popolare. Como dalla Repubblica di Piatone,
questo fatto risulta anche dalle superbe parole, colle quali Socrate si
esprime sul suo valore davanti ai suoi giudici (Apoi.). Tali parole
può pronunciare un ammalato di mente, che si deve compatire, ma quando
escono dalla bocca di un Socrate, sono l'espressione di una profonda
convinzione religiosa, che deve scuotere chiunque miri a tini etici.
Importante è per la fede di Socrate che egli non cerca di scolparsi in quanto
al non credere negli dei dello Stato, ma solo in quanto al sospetto di
avere delle convinzioni ateistiche (Apoi.). Por quanto concorno la
teologia socratica, elio al pari della sua etica doveva rimanere ili
carattere pratico, anziché sistematico, è importante ricordare che
Socrate trovò nella sua naz.iono il politeismo ellenico, corno Cristo trovò
nella sua il monoteismo giudaico. Socrate era, come ogni essere umauo, un
tiglio del suo tempo. Educato in (inolia religione ogli si riteneva, come
Cristo, esteriormente legato allo prescrizioni religioso in vigore. Come
prendeva sul serio la massima di Delfo: conosci le stesso, cosi rispettava
l'altra di ubbidire alle leggi. L’ultima parola del filosofo morente era
la raccomandazione di non dimenticare il sacrificio dovuto ad Esculapio
(Fedone), e poco prima aveva domandata all'uomo, elio gli portava il
calice fatale, se ora permesso di farne una libazione. In questo modo
Socrate non raggiunse l'altezza dolla dottrina del Nazareno, ma si avvicina ad
essa, perchè sulla*larga base della religione popolare si eleva, quale
sintesi della sua conoscenza, la fedo in un Dio unico, al quale si deve
ubbidire più che non agli uomini (Apoi.) c di cui egli si credeva un
apostolo (Apoi.). Socrate è tolcrautc verso la fede della moltitudine, ma il
suo Dio è l’intelletto che governa l’universo e per il quale non trova
neppure un nome, un divino onnisciente ed onnipresente, che [LABRIOLA (si
veda) Socrate, cur. CROCE (si veda)] si cura ilei Leno di tutti gli nomini
(Sonof., Meni.). Tutte le sue pratiche religioso sono in fondo rivolto n
quest'unico Dio senza nomo, clic si rivela agli uomini in molti modi. Con
una espressione di ledo in questo Dio onnisciente, si chiudo ì'Apntoi/ia
platonica(l). Tenendosi presente questo concetto della divinità, si
comprendo la sua incrollabile fede nel S»tpóvtov come in una rivelazione della
medesima. Il l'atto che il plurale oi '.Hol si trova in Platono come in
Senofonte accanto al sì neolaro 6 tei? potrebbe destare il sospotto elio Sorrato
accanto all'intelletto universale abbia ammesso ancora dolio altro forme
divino. Ma ciò è escluso. Egli sceglie il plurale in modo simile come,
per es., nella Genesi il plurale Eloliim sta por il singolare del divino. Non è
qui il luogo ili entrare in altri particolari. Ricordo soltanto elio troviamo
precedenti in Senofane e che audio Anassagora aveva già riconosciuto un
unico principio immateriale che tutto ordina secondo lini. Che Socrate conoscr
l'opera di Anassagora, apprendiamo direttamente da Platone
(Fedone). Non ho bisogno di rilevare che, con quanto fu esposto, sono
senz’altro respinte le opinioni di Lèi ut o di altri, cho considerano
Socrate come un ammalato di mente, come pure il parere di Dii l’rel,
che mette il Sxqidvtov di Socrate in relazione collo proprio teorie
mistiche. // 8r.pó/tov di Sacrale dal punto di vista detta psicologia
empirica moderna. So teniamo conto di tutti i fatti che Platone ci
presenta, è evidente che nel «atpivtov di Socrate si tratti ili un
processo che appartiene al campo delle inibizioni psichiche. Naturalmente non
può trattarsi qui di una inibizione nel senso della dottrina
intcllcttuulitstica di Horbart. Ciò che nel nostro caso è inibitorio, non
appartiene all'atto al contenuto oggettivabile della coscienza umana, ma
si trova piuttosto dalla parte puramente soggettiva di essa, cioè da
quella dei sentimenti. Da questo punto di vista dobbiamo cercare di
risolvere il problema. L’inibizione procede da un sentimento totale, che
si forma in base ad un numero più o meno grande di intensivi sentimenti
parziali, legati ad clementi rappresentativi che rimangono al limito
della coscienza e che non giungono all’appercezione. Con questo è
inteso, che non può trattarsi nel caso di Socrate, come è stalo
ripetutamento affermato, di processi allucinatoci. Nel fatto che
l’inibizione parte da un sentimento, al quale non corrisponde un
contenuto oggettivo, sta la ragione, perchè Socrato non può fare alcuna
indicazione precisa [Cfr. pure (I. /Cuccanti) F. I.ÉIX'T, L)it itóiiion de
Si,croie ni. 1 C. Du Prel, Ine Mastiti d. alt. (ìrieclien. E caratteristico che
Du Prel l'accia uso ilei Teapele, benché riconosca che questo non sia
un'opera di Platone. Cile Platone colla frase nel Fedro “ xxt -iva
ipiovijv £So;a xùxcàsv ày.ofkJx: „ non vuol alludere ad una
allucinazione, dimostra con molta chiarezza anche lo Cuccante. Si aggiunga
che. se il Szqicvtcv di Socrate avesse tale origine, questo si
rileverebbe in tutti i rispettivi racconti platonici, ciò che non è
assolutamente il caso. ] intorno al fenomeno, ma (leve in casi, in cui non
lo chiama semplice¬ mente il demonico o il divino, contentarsi di termini
metaforici. Parla, ad es., di una voce, come oggi si usa il termine voce
della coscienza. Questo sentimento, sorto dapprima per via associativa, viene
poi attivamente appercopito e, riferito alla divinità, acquista il carattere
di un motivo imperativo che, coll'intensità di una forza morale, lo
costringe ad abbandonare un'intenzione presa. Dal fatto cho l’inibizione
viene da Socrate creduta un segno divino, si comprendo elio in lui non
possono mai nascere dei dubbi, come accadrebbe con altro persone. Non vi
è mai in un tal caso una lotta tra motivi in lui, mai alcun conflitto tra
doveri. Appena egli s'accorge dell’inibizione, è assolutamente sicuro di aver
avuto trasmesso un divino No,.. Cosi la riflessione o la fedo nel suo
Sztjióv»/diventano i principi fondamentali, che lo guidano nella sua
intera attività filosòfica ed etica. In ultima analisi si tratta qui di un
fatto psichico clic si verifica in ogni coscienza normale più o meno
frequentemente, benché molte persone non lo osservino o non si lascino da esso
frenare. Di Mill ci viene riferito elio egli osservò il fenomeno in se stesso
molto intensamente. A me molte persone hanno dotto di aver notato
in sè tali inibizioni sentimentali. Siccome Socrate ci informa che
egli aveva osservato il fenomeno spesso in sè dai tempi della sua
fanciullezza, non è escluso che vi sia stata in lui por lo sviluppo di esso una
certa disposizione. Ma d'altra parto si devo ricordare (dio egli per
tempo si abituò a fare molto sul serio l'esame di se stesso o cho il
fenomeno era una parte integrale della sua fede religiosa. Dal momento
cho egli era corto cho il sentimento inibitorio era una rivelazione
divina, questa convinzione doveva dominare tutta l’anima sua. Dato questo
continuo autoesame in connessione collo sviluppo (lolla sua convinzione
teologica, si comprendo, come dovesse entrare in giuoco un principio che
governa ogni vita psichica, cioè quello dell’esercizio. L’ininterrotto
esercizio doveva renderlo capaco di riconoscere l'inibizione di ogni
grado appena sorta e di afferrarla coll'attenzione. Si aggiunga (die la
coscienziosità colla quale cercò continuamente di compiere la sua missione, e
colla quale mirava sempre ai medesimi lini, doveva renderlo
straordinariamente sensibile o facilitare la formazione di tali sentimenti.
Cosi si spiega il frequente ripetersi del fenomeno in tutto lo sue
azioni. Io credo clic, con quanto fu esposto, siano trovati i punti
principali «he debbono guidarci nella spiegazione psicologica del
Sacgóviov di Socrate. Tornerò sull’argomento in un lavoro più esteso, ed
in questo sarà tenuto conto delle opinioni di altri autori più di quanto
mi è stato possibile di fare in questa breve comunicazione. Zuccante, Kiesow. SOCRATE ET l’Amour
Grec. SOCRATE ET l’amour grec (Socrates sanctus nai Sepaatrjs) D1SSERTATlON.
GESNER. BONNEAU, PARIS, LISEUX, Rue Bonaparte, jegg^arean Gesner,
1’auteurde JgE cette curieuse dissertation, est I S&fe l un
erudit Allemand du xvm e sie- cle, dont les travaux ne sont pas
tres- connus en France. On lui doit d’excel- lentes etudes sur les
Scriptores rei rusticce, une Chrestomathie de CICERONE, une Chrestomathie
Grecque, des Lexiques, une traduction Latine des ceuvres de Lucien, des
editions de PLINIO (si veda), de Claudien, de Quintilien, de
Rutilius Lupus et autres anciens a rheteurs, toutcs enrichies de notes
savantes et de longs prolegomenes; plus, un nombre formidable de
dissertations sur toutes sortes de sujets, Opuscula diversi argumenti
(Breslau), parmi lesquelles son Socrates sanctus pce der asta tire
forcement l’oeil par la bizarrerie de son titre. Cette bizarrerie a
valu au livre sa notoriete, et en meme temps lui a fait grand tort.
Beaucoup de gens, entre autres Voltaire, malheureusement pour
1’erudit Tudesque, n’ont pas ete au dela, et iis ont construit sur
cette minee donnee un ouvrage tout entier de leur fantaisie, a
1’extreme desavantage du pauvre Gesner. D’autres ont cru Voltaire sur
parole et sont arrives au meme resultat. C’est Larcher,
THelleniste, qui le pre- mier chez nous mit en lumiere cet opus-
cule, dans son Supplemenl et THistoire universelle de labbe Bapn,
en le citant parmi les ouvragcs a consulter sur le proces de Socrate ; il
se contenta d’en faire mention, sans meme traduire ni expliquer le
titre, ne s’imaginant pas qu’on put s’y meprendre, et qu’un homme tel que
Gesner fut suppose capable d’une indecente apologie. Voltaire, dont le vif
et alerte esprit se plaisait a effleurer les surfaces, sans presque
jamais approfondir, ne connaissait sans doute pas Gesner et certainement
n’avait pas lu son Socrates. Le Supplement a l’Histoire universelle
n’etait d 7 ailleurs qu une refutation tres-savante, quoique un peu
lourde, de son Introduction a 1'Essai sur les maeurs, publiee d^abord
a part et sous le pseudonyme de 1’abbe Bazin; quelques critiques
justes qu’on y rencontre le mirent de mauvaise humeur, et, battu
sur divers points d’erudition, il chercha une occasion de dauber
Larcher, a cote du sujet, selon son habitude. Il crut la trouver
dans le livre etrange qu’il supposa, d’aprcs le titre cite qu’il
interpretait mal, s’indigna de ce qu’on osait donner comme faisant autorite
de si mons-trueuses elucubrations (le monstrueux n’etait que dans ce
qu’il imaginait), et tantot sous le pseudonyme d’Orbilius, tantot
sous celui de M Ilc Bazin ( Defense de mon oncle, un de ses pamphlets),
il ne cessa de poursuivre la-dessus de ses bro- cards son
inoflensif adversaire. Tres- content d’avoir leve ce lievre, il a
meme reproduit son assertion plus que hasardee dans le plus
populaire de ses ouvrages; on la trouve en note de 1’article Amour
socratique, du Dictionnaire philosophique. Un ecrivain moderne, nomme
Larcher, repetiteur de college, dans un libelle rempli d’erreurs en tout
genre et de la critique la plus grossiere, ose citer je ne sais
quel bouquin dans lequel on appelle Socrate Sanctus pcderastes ;
So- crate saint b ! Il n’a pas ete suivi dans ces horrcurs par
1’abbe Foucher. Larcher avait trop beau jeu pour ne pas repliquer. II le
fit dans sa Reponse . la Defense de mon oncle, opuscule rare,
reimprime a la suite du Supplement a 1’Histoire universelle. Vous
m’attribuez, dit-il a Voltaire, votre infame et infidele traduction
du titre d’une dissertation de feu M. Gesnera Je n’ai point traduit
le titre de cette dissertation; il ne pouvait se prendre que dans un sens
tres-honnete, mais il etait reserve a M lle Bazin et a Orbilius de
lui en donner un infame. Cela ne vous suffisait-il pas? Fallait-il encore
me 1’imputer? Pour qui avait suivi toutes les phases de la discussion,
Larcher et Gesner etaient innocentes; Voltaire restait convaincu
d’avoir note dfinfamie un livre sans le connaitre. Mais ces temps sont
loin; personne aujourd’hui ne lit Larcher pour son plaisir, et le
Dictionnaire philoso- phique est dans toutes les mains. Voila
pourquoi on croit generalement que Gesner a developpe le plus scabreux des
paradoxes et fait une apologie en regie d’un vice honteux. Nous pourrions
citer au moins un de ceux qui, se fiant a Voltaire, ont propage
1’erreur mise par lui en circulation, et affirme que cette dissertation
n’est qu’un tissu d’invectives ; mais nous ne voulons faire de la peine a
personne. Gesner, ecrivain des plus doctes et plus estime encore
pour son caractere que pour son savoir, professeur de Belles-Lettres a
Goettingue, puis bibliothecaire, ne pouvait ecrire qu’une defense de
Socrate, une refutation des calomnies dont on a obscurci sa
memoire, et que la langue a attachees a son nora d’une maniere en
quelque sorte indelebile par les mots de socratisme et d 'amour
socratique. Inquiet et tourmente, comme il 1’assure, de voir peser
sur IL PADRE DELLA FILOSOFIA de si indignes soup9ons, il a voulu
remonter aux sources, compulser tout le dossier et reviser le
proces sur les pieces memes. II l'a fait d’une facon non moins inge-
nieuse que savante dans cette dissertation lue a 1’Academie de Goettingue,
recueillie dans les Memoires de cette academie, dans les Opuscula
diversi argumenti de 1’auteur et tiree a part (Utrecht). C’est cette derniere edition
que nous avons suivie pour la reimprimer et la traduire, ce qui n’avait
jamais ete fait en Francais, ni probablement dans aucune autre
langue. Gesner a-t-il reussi a disculper entierement Socrate? Nous l’esperons;
mais nous etions de son avis avant d 7 avoir lu son livre, et, ccmme
per- sonne ne 1’ignore, c’est surtout chez ceux qui pensent comme
lui qu’un auteur, si bon dialecticien qu’il soit, porte la conviction.
Les esprits mal faits qui incli- nent a 1’opinion contraire, et
ceux-la seront toujours difficiles a persuader, persisteront
peut-etre a trouver singulier que Platon, interprete de Socrate, ait
si souvent parle de 1’amour; qu’il ait consacre trois de ses plus beaux
dialogues, le Lysis, le Phedre et le Banquet, a cette brulante
passion; qu’il l’ait tant de fois soumise aux analyses les plus
delicates, expliquee par les conceptions les plus sublimes, les
mythes les plus poetiques, et que jamais, sauf un moment, dans
l’admirable episode de Diotime du Banquet, il ne soit question de la
femme. Alcide Bonneau. UTRECHT es hommes illustres, ceux qui
sont regardes comme tels non-seulement par la posterite, mais par
leurs contemporains, ceux surtout dont le plus grand eclat consiste
precisement dans leur vertu, sont souvent accuses, sur les plus
legers indices, de quelques travers, sinon de defauts plus graves; et
c’est la un travers iros illustres, et non a posteris solis sed
coaevis tales habitos, eos maxime quorum praecipua laus virtutis est,
vitii alicujus nedum criminis gravioris suspicari levibus argumentis, vitium
id quidem non leve : reos agere et condemnare crimen et piaculum; in
Christiano homine, in homine, in barbaro. Quanta istorum ignominia,
tanta est gloria piorum virornm qui versantur in probrosis his
l’editeur qui Iui-meme ne manque pas de gravite. Se faire a
la fois 1’accusateur et le juge, c’est une chose criminelle, un
sacrilege, qu’il s’agisse d’un Chretien, ou seulement d’un homme,
meme d’un paien. L’ignominie de ceux-la rehausse d’autant la gloire
des hommes pieux qui s’appli- quent a repousser ces odieuses
attaques. On peut le dire de Gesner, ce savant illustre, du petit nombre
de ceux qui depas- sant par la science tous leurs contemporains, font
encore plus estimer en eux les qualites du coeur que celles de 1’esprit;
c’est un honneur pour lui d’avoir pris en main la cause de Socrate, et un
plus grand peut-etre pour Socrate d’avoir dte le Client de
Gesner. II nous a paru bon de recueillir dans une edition nouvelle
cet ouvrage de faible conatibus coercendis. Gesnero, illustri nomini,
e numero paucorum illorum qui cum eruditione coaevos possint
excellere, animi dotibus quam ingenii celebrari malunt, incertum an
honori sit caussam Socratis egisse, magis quam Socrati Gesnerum
habuisse patronum. Visum fuit,
memoriam brevis operae sed auro contra noti carae nova editione colere. Docuit vir præclarus,
scripto quidem, quam inani co- natu virtus summi hominis sollicitata
fuerit ab obscuris obtrectatoribus, qui non solent deesse virtuti.
Docuit autem exemplo, pertinere ad dimension, mais qui ne serait pas
trop cher paye au poids de For. Son excellent auteur nous y montre,
la plume a la main, 1’inanite des efforts diriges contre un sage par
ces obscurs detracteurs qui ne man- quent jamais a lavertu; il nous fait
voir aussi, par son exemple, qu’il appartient a tout honnete homme
de defendre la cause des gens de bien. II nous enseigne surtout
avec quel soin et avec quelle erudition il est besoin d’ecrire dans de
telles matieres, ou l’on ne doit rien avancer qu’apres un examen
scrupuleux. Profite donc, lecteur, de ce travail, plus utile qu’il
ne le semblerait au premier abord; et si, par ignorance ou par trop
forte credulite, tu as rejetd loin de toi les ecrits Socratiques,
reprends-les maintenant et garde-les avec amour. Il nous sera per-bonos
omnes bonorum virorum caussam: tum et illud, in primis, ubi ejus modi res
agitur, accurate et docte scribendum esse, nec arripi quid piam absque subtili
examine, et benevolo illo, debere. Fruere, Lector, labore utiliori
quam decet: et si imprudentius forte abjeceris Socraticas chartas nimium
credulus, abi continuo et in sinu eas reconde. Integrum erit culpare qui
Socratem citant, tibi convenisset laudari Davidem et Salomonem: sed
patiamur, bonum et pauperem Socratem, placide subridentem, sereno
vultu, xvi l’editeur au lecteur mis a notre tour de mettre en
accusation ceux qui font un crime a Socrate de ce qu'ils
trouveraient admirable s’il s’agissait de David et de Salomon; mais
laissons le bon et pauvre Philosophe s’interposer doucement avec son
placide sourire, son tranquille visage, et s’ecrier: Moi aussi, Vertu, je
t’ai honoree, Deesse! Quant a ceux qui blameront cette apologie, non
comme excessive, grands dieux, car que pourrait-on dire de trop sur
Socrate? mais comme inconvenante et deplacee, qirils prennent garde de tomber
dans Todieux de cette populace Portugaise tou- jours prete, sinon a
lapider ou a bruler, du moins a exorciser a force de signes de
croix traces d’un doigt tremblant, le teme- raire qui oserait croire que
la Bienheu- reuse Vierge Marie etait une Juive. leniter interponere,
Et ego te, Virtus! colui Deam, Quibus fastidium movent
elogia, justa Di boni! quid enim de Socrate dici nimium potest? sed
quce magis opportune forsatn collocari potuis- sent, videant ne in odium
id evadat, quale est plebis Lusitanae, si non rogum parantis aut
la- pides, saltim tremente digito averruncas cruces describentis,
si quis auserit credere, B. Virginem Judaeam fuisse. SOCRATE ET L’Amour
Grec MATTHI. GESNERI V. C. Socrates SANCTUS T/E D E
T{ASTA t nihil tam alte vel natura, vel virtus, vel fortuna
constituit, in quo non vel deprehendatur aliquid labis et vitii, vel
vires suas experiatur maledica invidia, cujus vocibus boni etiam viri
abripi se ad suspicandum certe non nunquam patiuntur: ita mirum non
est, neque excelsam Socratis gloriam 1 n’est rien de place si haut par
la nature, la vertu ou la fortune, qui n’ait ses taches ou ses
inv perfections, ou que 1’envie ne s’efforce d’atteindre, cette
medisante envie dont les clameurs poussent 1’homme de bien lui-meme
a soupconner le mal: c’est pourquoi nous nc devons point
nous obtrectatoribus suis carnis se. Ac de Anyti Melitique
criminibus, quibus oppressus est vir innocens, et, si forte vani- tatis
aut nugarum et cavillationum postulatus, et Scurrae nomine traductus est,
in prcesenti non erimus soliciti. Unum crimen est, quod, varie jactatum,
et plus semel non sine specie in scenam reductum scepe me solicitum
habuit, Fuerit ne impuro ac detestabili puerorum amori deditus? Hoc
enim si verum sit, actum est profecto de virtute viri, indignus est
cujus cum honore nomen usurpetur. Postulatum
esse hujus turpitudinis, negari non potest. Mittimus, quæ de
adolescentia viri ad libidinem proclivi Factum id esse a Zenone Epicureo,
prodidit CICERONE de Nat. Deor., ubi vid. Davis. etonner que lagloire
si haute de Socrate ait eu, elle aussi, ses detracteurs. Toutefois nous
ne voulons ni parier ici des accusations d’Anytus et de Melitus
sous lesquelles succomba son innocence, ni nous inquieter de savoir
si ce grand homine a ete incrimine de vanite, de mensonge et de
sophisme, affuble du surnom de Bouffon[i). Une seule accusation m’a
souvent tourmente; c’est celle qui, sans cesse discutee, a toujours
ete remise en avant, non sans apparence de justesse: Socrate etait-il
adonne d l’impur et detestable amour des jeanes gargons? Si cela
est vrai, c’en est fait desormais de la vertu de cet homme ; c’est un
indigne, lui dont on ne prononce le nom qu’avec respect. Qu’il ait
ete accuse de cette turpitude, le fait est certain. Negligeons ce que
Porphyre, d’apres Theodoret [De la Comme le fait PEpicurien Zenon, au dire
de CICERONE {De Natura Deorum; consuit, la-dessus Davies. Porphyrius
apud Theodoretum [Græcar, affect. cur. ser. 4 pr.) memorat: nam
ibidem additur, illum c-ojo^ xat oioayrj xouxou? a^aviaat xou; xurcous,
impressas veluti notas libidinum studio ac doctrina abolevisse. Neque
valde huc faciunt, quce ex eodem Porphyrio, qui Aristoxeno auctore usus
sit, idem Theodoretus (Serm.) memorat, par- tim quod ad adolescendam
primam viri, de qua nobis sermo non est, pertinent, partim quod
Archelaus Anaxagorae discipulus, honestus amator (spaax 7 ]$) ipsius
fuit. Ejusdem generis est, quod Cyrillus (contra Julia.) ex eodem
Porphyrio (in Historia Philosopha, libro olim deperdito) refert, Socratem
-po; xr ( v twv aopootatwv yp7jatv acpo Spdxspov p.sv sivac, aoizov
os p.rj -poasTvat. t\ yap xaT;Ya[j.sxaT;, vj xat? •/.oivat; y prjaQat
fj-ovat?. Fuisse ad res venereas aliquantum vehementem, sed
injuriam abfuisse, qui vel uxoribus solis, vel (1) Conf.
quae in fra de mali equi Socratici notis dicentur. § 18. et
l’amour grec 7 cure des prejuges des Grecs, Disc. iv),
raconte de sa jeunesse, laquelle aurait ete encline au libertinage ;
1’auteur ajoute, en effet, au meme endroit qu’il parvint a effacer
en lui, par Venergie de sa volonte \ jusqu’aux traces meme des
passions (i). Ne nous occupons pas non plus de ce que le meme
Theodoret (Discours xn) emprunte encore a Por- phyre, qui lui-meme
suivait Aristoxene, c’est-a-dire de ce qui se rapporte a la
premiere jeunesse de Socrate (elle n’est pas en cause), et a ce disciple
d’Anaxa- goras, Archelaus, qui aurait ete, en tout bien tout
honneur, un ami fervent (!pa<j-r]s) du philosophe. A la meme
cate- gorie appartient ce que S. Cyrille (Contre Jidien) a extrait
de YHistoire philosophi que de Porphyre, livre aujour- d’hui perdu
: a savoir que Socrate et ait violemment pousse aux choscs de iamour,
mais qiiil s’abstint de faire tort a Voyez ce que l’on dit plus bas des
marques du mauvais cheval Socratique. quam diu caelebs esset
communibus uteretur. Nondum quidquam ex Porphyrio vel Aristoxeno, quem
ille auctorem sequitur, allatum est de horribili scelere, Pcederastia :
quod praetermissu- rus non erat, qui satis hic in Philosophice
parentem iniquus est, Cyrillus. Decla- mat igitur praeter rem Socrates
alter (Hist. Eccles.), cum ita de Porphyrio narrat, IIopcpupio; xou
xopu^aio- xaxoa xoiv <piXoao<ptov, Scoxpaxous, xov [3''ov
oietu- psv £v ifi YsypaixpiEvr] auxai <piA oaoow toxopta, xai
xoiauxa Tuept auxou ypa^a;xaxdXi7TEv, oia av p.7]xs MeTaxo;, p.r[x£ v
Avuxo; oi jpa^aixsvoi Swxpaxrjv ItTictv e-zyjiprjGxv, ita traductum, ait,
a Porphyrio Socratem, talia de viro scripta, quae neque accusatores
ipsius Anytus et Melitus dicere in ipsum ausi sint. Accipimus, quod negat
objectam in judicio turpitudinem talem Socrati, quo nempe argumento
constet, famam viri hac tum macula caruisse. Sed nec a Porphyrio
plura aut turpiora his memorata, quae jam vidimus, satis illud argumento
est, quod iniqui Socratis glorice homines, personne, en riusant jamais
que de ses propres femmes ou, durant son celibat, des femmes qui
apparticnnent a tout le monde. Nulle part, soit chez Porphyre, soit
chez Aristoxene que Porphyre co-piait, il n'est rien allegue de cet
horrible crime : Pederastie ! II ne Paurait point passe sous
silence, ce Cyrille si injuste envers lepore de la Philosophie.
IPautre Socrate ( Histoire ecclesiastique, m, avance donc une insigne
faussete lors-qu’il dit : « Porphyre a compose la vie de Socrate, le
coryphee des philosophes, d’apres les histoires ecrites sur lui; et
il nous a transmis, d Vaide de ces documents, des choses si monstrueuses
que les accusateurs de Socrate, Anytus et Melitus, n’ont pas meme ose'
les lui reprocher. Retenons seulement de ceci Taveu qu’on n’en fit pas un
grief a Socrate, lors du jugement public, ce qui ressort de la
phrase elle-meme, et que cette tache fut alors epargneeT a sa renommee.
Mais Porphyre n’a pas rapporte autre chose ou des choses plus
monstrueuses que ce Cyrillus ac Theodoretus, non plura protulere, quibus
fuerant haud dubie causam suam, si res facultatem
dedisset, ornaturi. Nempe nec Aristophanes, qui corruptce ad
impietatem et calumniandi artem juventutis accusat in Nubibus Socratem. hujus
criminis ullam mentionem facit, non omissurus profecto, si illud
adhaerescere posse putasset. Nec forte quisquam est ex omni antiquitate
remotiore illa, et temporibus Philosophi propinqua, serius et severus accusator
hujus criminis. Lusit inter posteriores, pro petulanti illo ingenio
suo, Lucianus (de CEco, ita enim potius dicendus erat ille libellus
quam de Domo) cum accusat Socratem, qui non erubuerit advocare Musas,
virgines, cuvsaojjiva; ia -aiBepaama, ut audirent illos de puerorum
amore sermones. Atqui illi sermones, uti mox videbimus. que nous
venons de dire ; nous en trou- vons la preuve en ce que S. Cyrille
et Theodoret, deux detracteurs de Socrate, n’en ont souffle mot, et
qu’ils n’auraient pas manque d’en orner leurs diatribes si la chose
eut ete possible. En second lieu, Aristophane qui, dans ses Nuees,
represente Socrate comme un corrupteur de la jeunesse, comme
faisant de 1’imposture un enseignement, n’a pas davantage mentionne cette
accusation; l’aurait-il omise, si elle eut pu s’appliquer a Thomme qu’il
bafouait? II n’y a enfin personne, si l’on prend des temoins dans
cette antiquite reculee ou dans les temps voisins du Philosophe,
qui se presente comme un accusateur serieux et digne de foi. Plus tard
seulement Lucien, entraine par sa verve moqueuse (dans 1’opuscule que
l’on traduit ordinairement De Domo et qu’il vaudrait mieux traduire De
CEco.), reprocha a Socrate de n’avoir pas rougi d ; invoquer les Muses,
des reprehendant vehementer amorem: respicit enim ad Phædrum Platonis de
quo dedita opera dicendum erit. Qua? in Amoribus in Socraticum amorem
Platonicum- que vel a Luciano, vel quicunque auctor est, jocose et
per calumniam dicuntur, ea ad ipsum illum locum diluisse me
arbitror. Sed veterum criminationes Maximus Tyrius (Dissertat.)
refutavit, ut non videatur opus esse aliquid addi : cum praesertim
tanto magis et agnoscant innocentiam Socratis, et illud crimen ab illo
depel- lant ut hujus, ita paullo superioris aitatis homines, quo
magis virum ex aequalium ac paullo juniorum de illo scriptis ut
cognoscere possent, cuique contigit. Quin ne consultum quidem judicarem
veterem litem resuscitare, nisi viderem, nuper vierges, pour leur
faire dcouter ces fa- mcnx discours sur Vamour des jeunes gargons.
Mais ces discours, comme nous allons le voir, blament fortement
cette sorte d’amour; Lucien fait, en effet, allusion au Phedre de
Platon dont nous aurons a nous occuper. Ce que Fon dit
debamourSocratiqueet Platonique dans les Amonrs, que ces dialogues soient
de Lucien ou de tout autre, n’est qu’une plaisanterie ou une
mechancete, comme je\ l’ai demontre en temps et lieu. Maxime de Tyr (
Dissertations) a d’ailleurs refute toutes les ac- cusations portees a ce
sujet par les an- ciens, etilserait inutile d’y rien ajouter. Le
meilleur argument, c’est que ceux qui ont le mieux reconnu Tinnocence
de Socrate et repousse loin de lui avec le plus de force
1’accusation infame, sont les hommes de la generation qui a imme- [Dans
ses notes sur Lucien, dont il a fait une edition et une traduction Latine
tres-estimees. fuisse, et esse hodie
homines eruditos, et bonos viros, qui pravam de patre illo
Philosophia? opinionem conceperint, quorum non pono nomina, quia mihi non
cum ullo homine certamen esse volo, sed cum opinione ea, quam
praeterquam quod falsam puto, etiam virtuti noxiam, præter
consilium quidem bonorum virorum, humanitati certe adversam esse,
arbitror. Qui autem fieri potuit, ut homines neque indocti neque
maligni in sinistram falsamque de Socrate opinionem inciderint? ut
apologia vir sanctus opus habeat? Praeter naturalem illam -/.axor{0£tav
nos- tram, quae imis velut medullis fixa, et superbiæ illius
nostrae nixa radicibus. diatement suivi la sienne. Or, ce sont les
contemporains et leurs successeurs immediats qui peuvent le mieux juger
un homme, en pleine connaissance de tout ce qu’on aecrit sur lui.
Je n’aurais donc pas songe a ressusciter cette vieille querelle si je
n’avais vu naguere, et tout recemment encore, des hommes instruits,
vertueux, concevoir la plus mauvaise opinion de ce pere de la
Philosophie; je ne dirai pas leurs noms, ne voulant me prendre
corps a corps avec personne, mais seulement avec une opinion que je
considere comme sans fondement, nuisible a la vertu, et, contrairemcnt
a 1’avis de ces gens de bien, defavorable a 1’humanite tout
entiere. Comment donc a-t-il pu se faire que des personnages qui ne
p£chent ni par ignorance ni par mechancete, aient concu de Socrate
une opinion si facheuse et si fausse? Pourquoi cet homme veritablement
saint a-t-il besoin d’etre defendu? En dehors de cette maligni te inter
ultima vitia eradicatur, ceterasque ex genere morum rationes,
conveniunt hic alia qucedam, quce facilem errandi occasionem
praebent. Magna pars doctorum etiam hominum legendi laborem fugit,
legendi uno tenore, continuata attentione, totos veterum scriptorum
libros; sed satis habet decerpere qucedam, in quce primum incurrere
oculi, aut, quod deterius frequentius que idem, repetere ab aliis
excerpta, et e media nonnunquam sermonum velut compage evulsa, de
quorum sic sententia non facile sit judicare. Platonis libri, unde
pleraque Socratica peti hodie necesse est, multos arcent ob Atticum
illud sermonis genus, breve et acutum, floridum praeterea,
ac semipoeticum, ipsamque disserendi ratio- nem subtiliorem scepe,
quam ut mediocri attentione, non acutissimi homines illam statim
adsequantur. Nec licet, ut adhuc res est, ad interpretes confugere ;
qui quoties vel nihil dicant, vel alia omnia dicant, vix sine
invidia licet commemo- rare. Et tamen nisi attente legas, et
to- naturelle qui reste fixee jusqu’au fond de nos moelles, qui se
fortifie de notre orgueil et qui ne s’arrache qidavec les derniers defauts,
outre encore diverses raisons tirees de nos mceurs, il a fallu pour cela
un concours de circonstances propres a faciliter 1’erreur. La plupart des
gens instruits eux-memes evitent la fa- tigue de lire dans leur entier,
avec une attention soutenue, tous les livres ecrits par les Anciens
; on a plus tot fait de choisir quelques passages, les premiers qui
tombent sous les yeux, ou, ce qui est bien pire, de s'en tenir aux
passages choisis par d’autres, a des fragments detaches de 1’ensemble et
dont il est par consequent difficile d’apprecier le sens veritable.
C’est ce qui arrive des livres de Platon, d’ou il nous faut
aujourd’hui tirer toutc la doctrine Socratique; iis embarrassent bon
nornbre de lecteurs par leur style trop Attique, raffine et
aiguise, fleuri pourtant et semi-poetique, par ces controverses si
subtiles souvent que, si 1’attention se relache, 1’esprit le tos
legas dialogos, et qua scripti sunt lingua legas, non est ut de
sententia illorum, h. e. quam tribuat Plato sen- tentiam Socrati,
recte judices. Quare mirum non est, si multi refugiant lectionem ita
laboriosam; et illis veluti spinis a familiari tractatione eorum
librorum deterreantur. Denique si quid etiam tribuatur a
Platone Socrati, tamen, si illud Xenophontis narrationi repugnet, non
dubitaverim equidem, fidem potius adhibere Grylli filio, memor illius,
quod narrat Laertius, Socratem, cum Lysin Platonis legisset,
dixisse, to; tzoXKx uoj plus eclaire n’cn suit pas aisemcnt le fil.
Et il serait inutile, dans le cas present, de recourir aux annotateurs ;
ou iis ne disent rien, ou iis disent tout autre chose que ce qu’il
faudrait ; on ne peut s’empecher de leur en faire un re- proche.
Cependant, amoins de lire avec un soin scrupuleux tous les dialogues
de Platon et de les iire dans la langue meme ou iis ont ete ecrits,
il n’est pas possible de juger saineinent de leur doctrine,
c’est-a-dire de la doctrine que Platon attribue a Socrate. Il n’est donc
pas sur- prenant que nombre de gens reculent devant une si
laborieuse lecture et soient rebutes, comme par des epines, du
commerce familier de ces livres. Enfin il faut dire que si Platon
at- tribue a Socrate une maniere de voir contredite par la
narration de Xenophon, il n’y a pas a hesiter: c’est a Xenophon
qu’il faut se fier, si l’on se souvient du mot rapporte par Diogene de
Laerte. Socrate, apres avoir lu le Lysis xaxe^uBeO’ 6 veavfoxo; Quam multa
de me mentitur adolescens! Tanto magis hoc memorabile est, quod
ille Dialogus ita scriptus est, ut non modo tanquam persona colloquens
inducatur Socrates, sed tanquam, qui ipsum illum dialogum
scripserit. Ceterum quia hic sumus, hoc breviter indicamus, amatorium
quidem esse hunc libellum, sed nihil habere pudendum ne Platoni quidem.
Argumen- tum hoc est : Queritur Lysidis amator Hippothales, ab illo
se non amari ; Socrates ostendit, si velit amari, non adu- landum esse
puero, sic enim futurum superbiorem; sed illi potius ostendendum, quibus
rebus indigeat, et quam parum in ipso sit boni. Deinde dela- bitur
in disputationem, Quis proprie amicus sit vocandus? et, In quo insit
natura amicitia’ ? plenam illam quidem cavillationum, sed praeclararum
etiam de amicitia sententiarum. Ceterum tri- Sic nempe ipse solebat
Socrates in potestatem quasi suam redigere adolescentulos, de quo
que- rentem audiemus Alcibiadem. de Platon, se serait ecrie: Comme
ce jenne homme invente souvent ce qu’il me fait dire! » Le mot est
d’autant plus remarquable que, dans ce dialogue, So- crate
estpresente non comme un simple interlocuteur, mais comme s’il
avait ecrit lui-meme tout le morceau. Pendant quenous y sommes, disons
brievement que cetouvrage roule sur 1’amour, mais qu’il n’y a rien dont
put rougir Platon lui-meme. Voici le sujet: Hip- pothales, qui aime
Lysis, se plaint de ne pas en etre aime; Socrate lui demontre que
s’il veut 1’etre, il ne faut pas qu’il fiatte ce jeune homme, ce qui le
rendrait plus orgueilleux encore; il vaut mieux qu’il lui
represente tout ce qui lui manque et le peu de bonnes qualites quhl
possede. On discute ensuite ces questions: Qui est digne d’etre appele un
veritable ami? et, Quelle est la nature de Tamitie? Controverse pleine, il
est vrai, C’est ainsi que Socrate avait en effet coutumc
d’assujettir les jeunes gens et son autorite, et nous voyons Alcibiade
s’en plaindre. bui a Platone
colloquentibus, de quibus ipsi non cogitarint, vetus observatio
est, de qua vid. Athenaeus
Deipnos.. Qiio dialogorum more se excusat, etiam VARRONE in ACCADEMI
dedicatione Tullius CICERONE. Neque ausim Platonis ipsius, junioris
praesertim, patrocinium suscipere de mollioribus versiculis, quos Apulejus
servavit (Apol.) et Laertius Diogenes: de quibus modo in neutram partem
disputo, causamque Platonis a Socratis causa hac in re sejungo. Quæcunque
vero cum aliqua specie testimonia Platonis contra Socratem proferuntur,
ea cum ex Phædro, nescio quam bona semper fide, corrupte quidem et
perverse non nunquam, depromi videam, propter ea pretium opera putavi, de
futilites, mais aussi de remarquables definitions dekamitie. C ; est uneobservation qui a ete
faite depuis longtemps, que Platon attribue a ses interlocuteurs
des idees qu’ils n’ont jamais eues: on peut consulter la-dessus Athenee
(Deipnosophistes). CICERONE, qui avait le meme defaut, s’en excuse sur le
genre meme du dialogue, dans son envoi des ACCADEMIA a VARRONE. Je
n’ose pas non plus defendre Platon du reproche d’avoir commis,
surtout dans sa jeunesse, des vers badins tels que ceux que nous
ont conserves Apulee (dans son Apologie) et Diogene de Laerte;
vieux ou jeune, jen’ai pas affaire a lui et je separe completement
sa cause de celle de Socrate. Entre les divers temoignages fournis
par lui, ceux que Ton peut alleguer contre Socrate avec quelque apparence
de justesse sont tires du Phedre; pas toujours bien scrupuleusement et
quelque-fois a 1’aide d’alterations ou de contre-] non semel totum illum
dialogum attento animo perlegere, et uno quidem tenore, et lingua
sua, ne quid eorum me falleret, qua saepe fraudi esse viris doctis,
modo dicebam. Ac spero non ingratum fore aliis, quorum rationes non
ferunt tam longam solicitamque operam, si hic possint brevi studio
cognoscere velut œconomiam illius libri et argumentum, inde- que de toto
consilio vel Platonis vel Socratis arbitrari. Concedamus enim, ne abuti videamur illa, quam
modo propo- suimus observatione, Socratis hic veram sententiam bona
fide a Platone proponi. Ac primo illud meminerimus, Socratem hic
introduci senem, tantum non decrepitum, quem facile juvenis Phædrus
viribus superet. Jam fingitur Phædrus audisse Lysiam disputantem, magis
obsequendum gratifican- dumque esse non amanti, quam amanti: camque
orationem Socrati prcelegere sens. Cest ce qui m’a engage a lire attentivement ce
dialogue, et plutot deux fois qu’une, dans son entier, et dans le
Grec, afin d’echapper a ces chances d’erreur dont j’ai parle plus haut et qui
font trebucher les plus doctes. II sera peut-etre interessant, je
1’espere, pour ceux dont 1’esprit repugnerai-t a une besogne si
longue et si difficile, de connaitre sans grande etude le sujet et pour
ainsi dire 1’economie de ce livre, et de pouvoir apprecier toute la
theorie de Platon ou de Socrate. Nous admettrons, pour ne pas
abuser de la reserve faite par nous plus haut, que la doctrine de Socrate
a ete ici exposee de bonne foi par Platon. Rappelons d’abord que
Socrate y est presente comme un vieillard, non pas tout a fait
tombe en decrepitude, mais qu’un jeune homme, comme Phe- dre, peut
maitriser aisement. Phedre raconte qu’il a entendu Lysias discourir sur
cette question : Un jeune homme doit-il avoir plus de facilite et de com-[Reprehendit
hanc Lysiae orationem, cante quidem et multa cum ironia Socrates, et
meliora se audisse ait, quae dicere illum amabilis- sime cogit
Phcedrus. Incipit hic a Musa- rum invocatione quam calumniatur, ut modo
dicebamus, Lucianus : cum sit nihil in ea oratione non virginum auribus
dignissimum. Orditur a definitione Amoris quem vocat cupiditatem,
quae incitate feratur ad voluptatem
pulchritudinis, et inde, quam mala res, quam noxia sit, ostendit et
claudit hexametro: A'j-/.ol aova oi^ouV, ojq ~aToa epAouVjtv
1 r’ 1 ! |Sf/aTra’.
Ut cordi agna lupo est, puerum sic ardet amator. Bene ista, et Musis faventibus.
Sed subito, At Amor tamen Deus est, inquit, et palinodiam parat,
quae incipit . plaisance pour celui qui ne 1’aime pasque pour celui
qui Faime ardemment ? II lit ensuite ce discours a Socrate.
Celui-ci, avec beaucoup de finesse et ddronie, trouve a blamer dans
la composition oratoire de Lysias et pretend qu'il a entendu dire
la-dessus autrefois de bien plus belles choses; Phedre le conjure
de les lui rapporter. Socrate debute alors par cette invocation aux
Muses que Lucien a calomniee, comme nous le disions plus haut, car il n’y
a rien dans tout le discours qui ne soit parfaitement digne des
oreilles chastes. II commence par la definition de 1’amour, qu’il appelle
un desir violemment entraine vers le plaisir que promet la beaute;
il enumere en- suite les ecarts auxquels il peut pousser et conclut
parcet hexametre: Comme le loup aivic Vagneau, ainsi Vamoureux
[cherit le jeune garcon. Voila qui est bien, grace aux
Muses. Mais aussitot : L’ Amonr est cependant un Dieu, s’ecrie-t-il
; et il entrcprend une ab eo, uti dicat, non ideo amorem damnandum
fuisse, quod sit furor ; esse enim furorem etiam bonum aliquem:
ipsam [jLavTixrjv 5. divinatoriam facultatem esse a verbo [i-aiveaOai
dictam, velut quan- dam [j.avi/7]v s. furiosam. Talis furoris plura
genera enarrat, in his etiam ponit amorem, cumque magnæ felicitatis
causa tum amantis cum amati datum his esse divinitus, conatur ostendere. Ad
eam demonstrationem sumit primo hanc propositionem. Omnem animam esse
immortalem, quam inde probat (quam bene vel male, nunc non disputamus) quod
principium motus sui in se habeat. Deinde similem ait animam
nostram, etiam antequam ea in corpus ve- niat, bigae alatae cum suo
auriga. Alterum hujus
biga 3 equum bonum ponit et tractabilem, malum alterum ac
refractarium. Sic coelestia spatia
ingrediuntur ista cum suo auriga bigce, et palinodic en declarant tout
d’abord que 1’amour n'est pas condamnable en soi, qu’il estun
delire, et que dans tout delire il y a quelque chose de bon; que
fxavnxr], la divination, derive du mot (jiodveaGai, comme qui
dirait [xavtxr), c’est-a-dire folle. II compte diverses especes de
delires parmi lesquelles il place 1’amour, et il s’efforce de montrer que
c’est un present divin fait a bhomme pour le plus grand bonheur de
celu*i qui aime et de celui qui est aime. Sa demonstration s’appuie
sur cette proposition premiere: Tonte dme est immortelle, dont il tire
la preuve (bien ou mal, ce n’est pas notre affaire) de ce qu’elle a
en soi le principe de son mouvement. Il compare ensuite notre
ame, avant qu’elle ne vienne habiter un corps, a un attelage aile,
compose de deux chevaux et d’un cocher. L’un des chevaux est excellent
et docile ; 1’autre, d’un mauvais naturel et retif. L’attelage
parcourt ainsi les espaces celestes, avec Deorum aliquem secutce (Socratis
anima Jovem) ea spatia permeant. In hoc volatu et illa equorum
dissimilium dissensione, alia; quidem anima; retinent alas, et ad
sublimia feruntur, contemplantur que ea etiam, qua; extra supremum coeli orbem
sunt. Alia;, qua; partim in altum elata; viderunt plura, partim ab equo
illo refractario impe- dita; ac retractae, pauciora; ruptisque per
illam equorum in diversa tendentium luctam pennis atque amissis, cadunt,
et in corpora humana veniunt. Harum, pro gradu cognitionis
illius et inspectionis rerum coelestium diverso, novem classes constituit.
Qua plurimum veritatis et rerum cœlestium vidit anima, ea inseritur semini,
e quo nascatur aliquis sapientias, pulchri, doctrinas, et amoris
studiosus, st? yovfjV] son cochcr, et s’elance a la suite de l’un des
douze dieux (1 ’ame de Socrate suivait Jupiter). Dans cette course a
travers les espaces et malgre la lutte des deux chevaux, si
dissemblables, quelques ames parviennent a garder leurs ailes,
voya- gent dans les regions etherees et contemplent meme ce qui est au
dela de la voute du ciel. Les autres, parfois emportees jusqu'aux plus
hautes regions, parfois retenues et embarrassees par le cheval
retif, n’arrivent qu’a connaitre une partie des mysteres ; dans cette
lutte des chevaux qui tirent en sens inverse, elles brisent et
perdent leurs ailes; ces ames tombent alors sur terre et sont
emprisonneesdans les corps des hommes. Suivant le degre de
connaissance qu'elles ont atteint dans la contempla- tion des
essences, Socrate divise en neuf classes ces ames dechues. Celle qui
a per9u le plus de verite et de choses sublimes, vient animer le
germe d’ou naitra un homme tont entier consacre au avopo?
ycV7]ao[j.c'vO’j ? oiXoao^ou, 7) <pt\oxaXou, tj fi.ouaixou Ttvos, x at
spamxoy. Secundi fastigii anima animabit regem, legibus, bello, imperio,
potentem : tertiae classis anima civitatis familiaeque regendae et rei
fa- ciendae peritum : quartae, laboris amantem eundemque in exercendis
sanan- disve versantem corporibus : quinti ordinis animae vitam
habebunt in vaticinando, aut in castimoniis initiisque mysteriorum
occupatam : sexti, poetas: septimi, geometras aut fabros: octavi
sophistas aut cum factione populares: noni denique animabunt tyrannidis
cu- pidos. Multa hic nec injucunda de hoc ordine, de his vitee
generibus, disputandi occasio: sed maneamus in argumento
nostro. Ha’ omnes anima?, cum morte discesserunt a corporibus, in locum
vel pce- [culte de la sagesse, de la beaute, de la Science et de
Vamour ; Vdme du second degre vivra dans le corps d’un roi juste,
belliqueux et capable de commandere celle du troisieme fonnera un
homme habile a administrer sa famille, sa cite ou la chose
publique; celle du quatrieme un athldte laborieux ou un medecin,
tous deux occupes soit d exercer le corps humain, soit d le guerir;
les ames de la cinquibme classe passeront leur vie, soit d predire 1’avenir,
soit d initier aux abstinences et aux mysteres ; celles de la
sixieme former ont des poetes ; celles de la septieme, des laboureurs ou
des ouvriers,- celles de la huitieme, des sophistes ou des chefs de
factions populaires ; celles de la neuvidme, enfin, des tyrans. Ce
serait peut-etre 1 ’occasion de dispu- ter, et non sans agrement, des
rangs assignes a ces ames et de leur genre de vie: mais restons
dans notre sujet. Toutes ces ames,quandle trepas les a separees du
corps, parviennent au sejour narum vel pr cerni orum perveniunt, et
mille exactis annis, accipiunt potestatem eligendi sibi nova corpora,
vitas novas, sive hominum sive bestiarum. Quce anima ter sibi,
exactis millenis illis annis, primam istam sedulo philosophantis, sive
pueros cum philosophia amantis, vitam delegerit tou
<ptXocrocprjaavto; aooXc. 05, r] "atospaaxrJcjavTO; [j.£xa
<ptXoao<p''a;, ea, absoluta ista ter mille annorum periodo, pennas
denuo accipit, quibus ut ante tolli, deum aliquem sequi,
contemplari cœlestia, queat: cum reliquarum octo classium animae, non
nisi decies mille annorum periodo absoluta, in primam illam
conditionem restituantur. Hoc ipsum quod primam et felicissimam classem Pæderastarum
philosophantium constituit, quod tantum prae- mium illis, compendium
septies mille annorum, tribuit Mythi hujus s. Allegoria ? auctor, sive
Socrates fuit, sive Plato ; hoc ipsum igitur jam satis monere nos
poterat, non posse hic sermonem esse de re ita turpi, quam fuisse illud,
cujus des peines et des recompenses, et au bout de mille annees,
recoivent la permission de choisir de nouveaux corps, soitd’hom-
mes soit de betes, et de vivre de nou- velles vies. L’ame qui, durant
trois revo- lutions de mille annees, trois fois de suite a choisi
Texistence d’un homme quicultive sincerement la philosophie, ou qui
aime les jeunes gens d'un amour philosophique, a 1’expiration de
cette triple periode, recouvre les ailes qidelle possedait
autrefois et peut, comme au-paravant, suivre l’un des dieux et contempler les
essences celestes. Les huit autres classes ne retournent a cette
condition premiere qu’apres une revolution de dix mille annees. Ainsi la
premiere classe et la plus heureuse est celle des philosophes amis
des jeunes gens, et l’inventeur de ce mythe ou allegorie, que ce soit
Socrate ou Platon, la favorise d’une exemption de sept mille
annees: cela seul nous avertit assez qu’il ne peut etre question
ici de ce vice infame dont on accuse Socrate et que d’ailleurs
les 3postulatur Socrates, ipsis etiam legibus Atticis, paullo post
ostendemus: sed magis hoc apparebit, si quis ea, qu ce sequuntur, apud Platonem
paullo attentius considerare mecum voluerit. Intelligentia hominum,
ex pluribus rebus sensu perceptis collecta, nihil est aliud, quam
recordatio illorum, quae anima in illo volatu suo coelesti viderat,
quae sola verum illud ens sunt (t 6 ov-co; ov, , A). Haec intelligentia
maxima est in illa prima philo sophantium pæderastarum classe : haec ipsa
est, ob quam alas soli recipiunt, quibus volatum illum coelestem,
deorumque comitatum tentant: præ qua terrena hæc, et sensus
externos ferientia, ita negligunt, ut male sani aliis et furiosi
videantur, icocpa -/.ivouvts?, quos commotos s. commotce mentis
vocat ORAZIO (si veda) (Serm.), cum re vera divino quodam spiritu
agitentur, svOouaux^oviss, qui illos semper ad coelestem illam
pulchritudinem revocet, quam in priore volatu viderant. lois
Athenicnnes reprimaient, comme je le demontrerai tout a 1’heure; cela
deviendra plus evident encore pour qui voudra bien examiner
attentivement avec moi ce qui suit dans Platon. i3. L’intelligence
humaine est formce de la reunion des idees percues a l’aide des
sensations, et les idees ne sont rien autre chose que les reminiscences
de ce que 1’ame a vu anterieurement dans son vol celeste,
c’est-a-dire des essences veritables. Or 1’intelligence la plus complete
appartient a la premiere classe, a celle des philosophes amis zeles
des jeunes gens, et c’est pourquoi seuls iis recouvrent les ailes a
1’aide desquelles iis pourront essayer de nouveau de par-courir le ciel
et suivre le cortege des dieux. Detaches des soins terrestres et de
tout ce qui frappe les organes, iis passent pour des insenses et des hommes
en delire, -apa/ivoSvis?, de ceux que ORAZIO (si veda) appelle des
fren^tiqucs, des esprits troubles, tandis que vraiment ce sont des en- [Hæc
pulchritudo, qucc inest in sensu, <ppov 7 ]<m, in mentis qua
vult et intelligit prostantia, si ita in oculos, ut alia quce videri his
possunt, incideret, ad mirabiles sui amores exci- tatura esset. Jam
pulchritudo sola corporum, hanc (Aotpav habet, hoc velut fatum, et
conditionem, uti subeat oculos, ut amo- rem moveat. Hinc ponamus ipsa
verba, ut existimare melius ac certius de tota re possint etiam,
quibus ad manus non est Plato ipse, vel magnum volumen de pluteo
promere non lubet. c O piv oOv pu] vsoxeXt];, Jj otscpQappivos, oux
otjiiog evOevOs Exstas ©s'psxat 7ip6; auxo xo xaXXo;, Ostopisvo; a3xou
xrjv xrjoE smavupiiav. waxs ou as'6sxat 7rpoaopojv, aXX’ 7]3ov^
7:apaoou;, zBzpdtTzodog vo ptco (Batvstv S7Ct- y stpsT xat
7iat8oa7EOpstv. xal u6pst x:poao|j.tXaiv, ou os'ootxsv ou 8’ ata/uvsxai
IIAPA ‘I^TXIIN. Notabile est, Platoni etiam de Ijcgib.
r. thousiastes, agites comme d’un transport divin, qui les
attire sans cesse vers cette beaute celeste precedemment entrevue
par eux dans leur vol. [Cette beaute, dont Pessence reside dans un
sens particulier, la sagesse, source de la volonte et de
1’intelligence, s’il etait donne a l’oeil de 1’apercevoir, comme
toutes les autres choses visi - bles, elle nous exciterait a
d’admirables amours. Mais c’est seulement la beaute corporelle,
telle est sa necessite fatale et sa nature, qui frappe les yeux et nous
porte a 1’amour. Ici nous placerons le texte meme afin que ceux qui
n’ont point Platon sous la main ou qui ne se soucient pas de tirer du
rayon un gros volume, puissent se faire une opinion en toute E.
hanc turpitudinem appsvwv np 6? appevag, Ij OrjXsTwv xpog OrjXsix;, to
ITAPA •bTSIN To'X[j.7)p.a appellari. Non igitur Platonem, vel Socratem
adeo, feriunt divina illa fulmina Pauli Rom. /, 26 . sq., ut neque ea, qua ?
in idolatriam vibrantur. f,5ov7]v 0 -W.ojv. '0 8e apttteXrj?, 6 twv
xdxe TroXuGcapojv, oxav OsoEtSsg r.poaioTzov' t07), -/.aX- Xo; eu
[j.E[j.vr ( [x£vov rj uva ac;o$fj.axo ios'av oj? Geov a£'6sxai. Hcec ita
verto, Hic ergo, qui non est nuper illis mysteriis coeles- tibus in
illo volatu animarum initiatus, aut, initiatus cum esset, corruptus
est, non celeriter, ut oportebat, hinc, ab hac corporea, non vera,
pulchritudine, illuc fertur ad ipsam veram, coelestem pulchritudinem,
cujus hic videt nomen, umbram, similitudinem : itaque neque inter
adspiciendum eam, divinum quiddam colit: sed libidini se tradens, quadrupedis
ritu inscendere formosum conatur, et genitale semen profundere, et cum
contumelia congressus formoso corpori, non veretur, nec erubescit PRXETER
NATURAM libidinem persequi. At ille nuper initiatus, qui multa eorum quae
tum videbat, contemplatus est, ubi vultum divino similem conspexit, qui
pulchritudinem illam veram bene imitetur, aut incorpoream quandam illius
speciem, verbo, certitudc. L’homme qui n’a pas un « souvenir recent
de son initiation aux mysteres, ou qui, recemment initie, s’est laisse
depraver, ne s’eleve pas facilement, comme il faudrait, de cette beaute
corporelle, qui n’est pas la vraie, a cette beaute celeste, absolue,
« dont il ne rencontre ici-bas que le nom, 1’ombre, la ressemblance; en
1’apercevant il n’y respecte rien de divin. Entraine par la volupte, il se
precipite, comme une brute, sur 1’objet de ses desirs, ne cherche
qu’a genitale semen profundere et, outrageant ce beau corps qu ? il
etreint, il n’a pas honte, il ne rougit pas de poursuivre un
plaisir contre nature. Au contraire, l’homme, encore plein des saints
mysteres qu’il a longtemps contemples autrefois, 11 est remarquable
que Platon, meme dans ses Lois, appelle crime contre nature le commerce
honteux marium cum maribus, et feminarum cum feminis. Les foudres de Saint Paul
(Ep . aux Rom.) n’atteignent donc ni Platon ni Socrate, pas plus que
celles qu’il lance contre 1’idolatrie. virtutem speciosam: Dei instar colit. Deinde enarrat
pheenomena quædam hujus sancti et philosophici amoris, similia, ex parte
Venerei, et quomodo illa alce, quas amiserat anima, hinc de novo
crescant, sub Allegoria perpetua describit, qua nihil aliud tandem
indicat, quam enthusiasmum quendam, et injectam divinitus philosopho
cupiditatem versandi cum pulchris, h. e. ingenio vel forma
potentibus, adolescentulis: quos nempe captabat Socrates, qui sciret,
cum facilius sit formare ad sapientiam et virtutem hanc aetatem,
tum hos esse, a quibus futura civitatis fortuna pendeat. Hinc est
quod se venari pulchros non dis- simulabat (vid. Protagora >
principium, frustra reprehensum Cyrillo contra Julia), quod
Xenophontem baculo etiam transverso objecto et l’amour grec q'3 en
presence d’un visage presque divin ou d’un corps dont les formes lui rapit
pellent 1’essence de la beaute, c’est-a-dire 1’essence de la vertu, adore
comme « en presence de la divinite. Platon retrace ensuite quelques-uns
des phenornenes de ce saint et phi- losophique amour, parfois peu
different de l’autre; il montre aussi comment re- poussent les
ailes autrefois perdues par rame. C’est une allegorie perpetuelle
dont la conclusion est que le philosophe con^oit, par une sorte de grace
divine, le plus fervent desir de vivre au milicu des beaux
adolescents distingues par la perfection de leurs formes ou par
leurs dispositions naturelles. C’est ceux-la, en effet, que Socrate
ambitionnait de gagner, sachant qu’il est facile, a cet age, de les
tourner au bien et a la vertu, et que c’est d’eux que dependent les
futurs destins de la Republique. II appelait cela prendre les beaux
garcons dans ses filets (voyez la-dcssus le commencement du. velut
exceptum, sibi adjunxit (Diog. Laert.). Ipsum illud hinc est, quod GINNASIA,
conviviaque et deambulationes, quoscunque denique juvenum coetus,
sequebatur, quod ludos et jocos non refugiebat, quod se plane communem
illis faciebat, nec irrideri aut peti maledictis refugiens. Ipsa illa ironia perpetua, quod doceri se velle
simularet, certe discendi causa disputare, ut accessum ad Sophistas illi
dabat, ita adolescentulo- rum super bulæ de se opinioni et præcipitantiæ
blandiri videbatur. Sed pergamus Platonis Mython enarrare. FILOSOFI illi
amatores pulchrorum non indiscretim omnes amant, sed (p. Sdy, C) quem
quisque in illo coelesti volatu Deum secutus est, ejus Dei si-
milem sibi quaerit amasium; qui Jovem, ut Socrates, Jovialem (Auvov x
wa), Martia- lem vero qui Martem, et sic Junonios. ET Protagoras, blame a tort par
Saint Cyrille), et il se fit de la sorte un disciple de Xenophon qu’il
arreta en lui barrant le passage avec son baton. Voila pour- quoi
aussi il frequentait les gymnases, les banquets, les promenades, tous
les lieux de reunion des jeunes gens, ne fuyait ni les jeux ni les
badinages, s’entretenait avec tous et s’inquietait peu de preter a rire
aux medisants. Cette ironie perpetuelle grace a laquelle il
feignait toujours de vouloir apprendre, pour mieux enseigner, lui
donnait acces au-pres des Sophistes et flattait aussi la suffisance et la
presomption de la jeunesse. Mais achevons d’exposer le Mythe de
Platon. Ces FILOSOFI amoureux des beaux garcons ne s’attachent pas
indistinctement a tous; selon le dieu quhls accompagnaient dans les
espaces etheres, chacun d’eux choisit parmi les anciens suivants du
meme dieu celui qu’il doit aimcr. L’ame qui etait, comme celle
de Bacchicos, Apollineos : et talem ubi inventum amare coeperint, faciunt
omnia, uti Deo illi, quem ipsi secuti sunt, et cu- jus jam
similitudinem quandam in ipso deprehenderunt, sibique adeo, reddant
quam similimum. Ita Socrates, Jovis in illo volatu satelles, quaerit
Joviales, amatores natura sapientiae, et natos ad imperandum. Hactenus ergo
bene res habet, sancti tales Paederaslce, J elices qui sic
amantur. Sed nec dissimulanda sunt quae sequuntur apud Platonem.
Redit Socrates ad superiorem illum de Anima Mythum, quam triplicis naturæ
ponit scilicet. Sunt vellit equi duo, est auriga. Equorum alter bonus,
sanus, verecundus, gloria amator, qui sine plagis, sola ratione auriga
regitur : pravus alter, qui multum ac temere una aufera- [Socrate,
dans le cortegc de Jupiter, recherche un suivant de Jupiter, et ainsi des
autres qui avaient choisi Mars, ou Junon, ou Bacchus ou Apollon. Des
qu’ils Pont trouve, iis s’efforcent de rendre celui qu’ils aiment
semblable a ce dieu dont iis retrouvent en eux-memes le caractere.
Ainsi Socrate, satellite de Jupiter, recherchait pour les cherir
ceux qui avaient aussi suivi ce dieu, c’est-a- dire ceux qui, par
nature, etaient portes a la sagesse et a la domination. Jusqu’ici
tout va bien ; de tels Pederastes sont de vrais saints, et bien heureux
ceux qui sont aimes de la sorte! Mais il ne faut pas dissimuler
ce qui vient apres dans Platon. Socrate retourne au precedent Mythe de
hame qu’il a coniparee aux triples forces reu- nies de deux chevaux
et d’un cocher. L’un des chevaux est bon, sam, plein de retenue et
d’emulation; le cocher le dirige, sans avoir besoin du fouet et par la
seule persuasion: 1’autre est mechant] tur, (impetu alieno potius
feratur, smo judicio) dura ac brevi cervice, simus, nigri coloris,
glaucis oculis, suffusus sanguine, petulantia contumeliaque gau- dens,
hirsutus circa aures, surdus, flagello ac stimulis vix tandem concedens.
Operet ? pretium videtur mali equi notas etiam Gra } ce ponere : cxoXt
65, ~oXu; eixrj a'j[j. 7 :scpopr]|j.^vo?, xpaTEpauyrjv, ( 3
payuipayrjXo?, aipLOTCpoacoro;, [xsXayypa);, yAauxop.p.a“0?, oepat-
[xo;, u6p ew; xal aXa^oveiac staTpo?, zept coxa Xaaco;, xwipog, gaartyt
p.S7a xdvxpwv [xdy.; UTEclXOJV. r<S\ Apposui Graeca, ut facilius judi- cari
possit, probabilisne sit conjectura, in quam incidi, dum in hac equi mali
de- scriptione versor. Nempe, aut vehementer fallor, aut memorat hic
Socrates non tam equi mali proprie dicti signa, quam sui corporis
formam, quatenus vitiosum inde ingenium colligebat physiognomon
ille Zopyrus. Hic enim, ut est
apud CICERONE (DE FATO), Stupidum esse Socratem dixit et bardum,
addidit et s’emporte facilement, sans raison aucune (c 7 est-a-dire qu’il
semble dirige plutot par une force exterieure que par son propre
jugement); il a 1’encolure courte et dure, les naseaux apiatis a la
maniere du singe, le poil noir, les yeux glauques le sang le
tourmente et il est toujours en rut et en querelles ; il a, de plus,
les oreilles velues, il est insensible a tout et n 7 obeit qu’a
peine au fouet et a 1’aiguil- lon. Il est necessaire de transcrire,
dans le texte Grec, ces marques particulieres du mauvais
cheval. J’ai cite le texte afin qu’on puisse decider si la
conjecture que me suggere cette description du cheval retif a quel-
que vraisemblance. Ou je me trompe fort, ou Socrate ici retrace moins les
ca- racteres d 7 un cheval defectueux que son propre portrait, dans
lequel le physionomiste Zopyre trouvait les indices d’un naturel vicieux.
Zopyre, au dire de CICERONE (Du Destin) pretendait en effet que
Socrate etait lourd et stuetiam mulierosum. Illud de stupore convenire cum
Homzne xpaTepau/7)v et (3payuxpa- mox declarabitur: quod muliero-
sum dicebat, illud cum G6psa Ixatpop con- gruit : novimus enim quos
uSp-.sxa; tum dixerit Græcia. Porro illud aipio-pd- aw-ov plane
pertinet ad notationem Socra- tis, in quo cum deridetur a
Critobulo, tum ipse suaviter sibi illudit, et in eo patulisque non
modo deorsum sed in hori- qontem naribus, non minus quam in ocu-
lis ultra frontem eminentibus, et labio- [Unum ponamus exemplum e libello,
quipree manu est, Aristotelis Physignom. c. ult. p. / 18 1, E. 01
(Jisya cpcnvotjvxs; papuxovov, OSpiaxa^. Ava- tpspexat £~1 xoj; ovoj;.
Physiognomones e similitudine vocis asinina: argumentum ducunt ad libi-
dinem asininam. Conf. § 14, it.
32 . (2) Xenoph. Sympos. c. 4, § /p, Socrates ad Critobulum,
formee sua: jactatorem, x; xoDxo ; w? yap /a! Ip.o 0 ' zaXXtcjjv wv xauxa
v.oxt.xCv.c,, Quid istuc? quasi me quoque pulchrior esses, ita gloriaris.
Ad qua: Critobulus, Nrj Ata, rj Ttavxcov SsiX7jvwv xmv sv aaxupixoh;
alaytaxo; av eVtjv . Nisi te formosior essem, ait, essem Sileuorum, qui in Satyri- cis
fabulis in scenam veniunt, turpissimus. pide; il aurait ajoute : adonrtd
anx plai- sirs veneriens. Pource qui est dela lour- deur, cela
concorde avec 1’encolure courte et dure ; adonne anx plaisirs ve-
neriens, repond a &'6peto; ItaTpo;. Nous savons, en effet, quels
etaient ceux que les Grecs appelaient uSpiatat'. Quant a la face
simiesque, cette designation s’ap- plique parfaitement au portrait de
So- crate ; il y a fait lui-meme agreablement allusion en repondant
aux moqueries de Critobule. Il avoue que toute sa beaute consiste
en un nez epate et me- nafant le ciel, en des yeux saillants et [Contentons-nous
d’un seul exemple tird du livre que nous avons sous la main, le De
Physiognomia, d’Aristote : Ceux qui ont la voix forte et grave sont
&6picrcai, par similitude avec Vane. De ce que la voix £tait bruyante
comme celle de l’ane, les phy- sionomistes conci uaient qu’on devait avoir
le temperament lascif de cet animal. Xenophon (Banquet). Socrate dit
il Critobule, qui vante sa propre beautd: Quoi donc? Tu crois etre
plus beau que moi? Critobule lui repond: Si je n’etais plus beau que
toi,je serais le plus affreux de ces Silenes que Von voit paraitre
dans les drames salyriques.] rum tumore molli, pulchritudinem suam
prcedicat (Xenoph. Sympos? c. sicut in Platonis Convivio Sileni s.
Satyri formam Alcibiades illi tribuit : et in Tlieceteti Platonici
principio Theodorus negat pulchrum esse Thecetetum, cum sit Socrati
similis, tQ te cijxo-rjta xat to s£w twv o[j.[j.aTtov, naso simo et
eminen- tibus oculis, licet minus quam Socrates utraque re sit
notabilis. Nempe hcec si- gna cum haberentur, et naturales quae-
dam notce, hominis libidinosi, iracundi et stupidi, non negabat illud
Socrates, verum eo majoris faciendam esse FILOSOFIA ostendebat, quee
tantum contra vitiosam naturam valeret. Quoniam hic sumus, non
injucun- dum forte fuerit lectoribus nostris in rem quasi preesentem
ire, et ex artis, qualis tum erat, praeceptis, Zopyri judicium defendere.
Vix autem opus est admoneri lectores, non hoc agi, Num veri aliquid
sit in ea arte? Num ipso des levres gonflees comme un abces ;
de meme dans le Banquet de Platon, Alcibiade compare son masque a celui
de Silene ou d’un satyre, et au commencement du Theatdte, l’un des
interlocuteurs, Theodore, refuse toute grace a Theatete en disant qu’il
ressemble a Socrate, qu’il est camard et que les yeux lui sortent de la
tete; que pour etre chez lui moins apparents que chez le maitre,
ces defauts n’ensontpas moins sensibles. Socrate ne niait pas d’ailleurs
que ces particularites physiques n’indiquassent un homme lascif,
violent et d’un esprit paresseux ; il en concluait seulement en
faveur de la Philosophie qui parvient a dompter un si vicieux naturel. Pendant
que nous y sommes, il ne deplaira peut-etre pas au lecteur d’aller
plus au fond sur ce chapitre et de defendre les idees de Zopyre, idees
basees sur des regles alors acceptees. Il nes’agit pas de savoir si
cette Science est sure; est-ce que 1 ’excmplc meme de Socrate
etiam Socratis exemplo ea refellatur, et vanitatis convincatur? sed
hoc modo, quod dixi, Utrum Zopyrus ex arte, et ut oportebat,
judicium de illo tulerit? Exstat in operibus Aristotelis
libellus, <J>uaioyvoj[juxa inscriptus, quo superiorum hujus
artis consultorum collegisse prae- cepta videtur . Hinc ea, quee ad
formam Socratis, qua ? ad equi hujus mythici naturam pertinent, huc
transferamus. Igitur inter ’Avai- c07j- ou hoc est stupidi, et sensu
communi pene carentis signa sunt ~'x nepl tov auysv a aap'/.oj07)
7.ocl G'j[j.7ZB7zXsj[isva x a\ auvo£ 0 £|j.£va, Ea quas adjacent collo
carnosa, complexa et colligata, itemque cervix crassa, XGxytjkoq -ayjj;.
Et Oi? Ta "£p\ ta; xXeTBoc; aug~£pi~£cppaY(x£va £<ruv,
avodaQiyroL. Nonne totidem fere verbis CICERONEZopyrus? Stupidum
esse Socratem, et bardum quod jugula concava non haberet, obstructas eas
partes et obturatas. Alia adhuc mala signifeat ista conformatio.
Olc xpd.yrj.oc r.ayyc xai ne temoigne pas du contraire ? Mais Zopyre
en a-t-il tire, en ce qui concerne notre Philosophe, un pronostic
judi- cieux ? II y a dans les oeuvres d’Aristote un opuscule
intitule Physionomiques ou ce philosophe parait avoir recueilli les
regles admises avant lui par les habiles. Nous transcrirons celles qui se
rapportent au portrait de Socrate et au caractere de son cheval mythique.
D ? apres Aristote (chap. m), les in- dices d’un esprit lourd et presque
prive du sens commun sont le gonflement des chairs qui avoisinent
le cou, leur engor- gement et leur replelion- ce qu’il con- firme
en disant au chapitre vi : « C’cst un signe de betise que d’ avoir
1’cncolure epaisse. Zopyre, dans CICERONE, n’ex- prime-t-il pas la
meme idee? Socrate, dit-il, etait lourd et stupide, parce quii
navait pas le cou bien degage, que ces parties etaient cheq lui comme
engorgees et obstruees. Cette conformation indi- que cncore bien
d’autrcs dcfauts : la TzlioK, 0 o 1 uo£i 8 e!'s, Crassa et plena
cervix iracundos signat, exemplo taurorum: Ol? 8s [Bpayjj; ayav,
irdfi ouXoi, Brevis nimium quibus est, ii sunt homines insidiosi,
lu- porum instar. Talem modo vidimus illum malum equum, xpaxepauyeva
et [Bpa- yuxpayjiXov. Talem nisi fallor se indicat Socrates, aut
potius talem significat Plato Socratem, a natura fuisse. Videamus
reliqua. Equus malus Socratis est
sp\ xa wxa ).asto;, hirsutus circa aures. Libidinosi, Xayvou,
apud Aristotelem o t xpdxoupot oaa$T?, densa pilis i. e.
hirsuta tempora. Deinde oi xa yecXrj “aysa eyovxe; puopoi
avacpdpexai £7ii xou; ovou;. Physiognomones crassa labia stultitiae
characterem faciunt, ob simili- tudinem asinorum. Quid de se
Socrates (Xenoph.) in ludicra cum pulchro Critobulo contentione?
Ata 76 r.ayla. syeiv xa ylCkt], oux otst xa\ [xaXaxaSxspdv oou 'iyv.v
xo csfX7]p.a; Propter labia crassa suum putat osculum mollius. Et,
v Eotxa syw xaxa xov nuque epaisse et charnue denote un homme
violent, par similitudo avec le taure au ; ceux qui l’ont trop courte
sont ruses, par similitude avec le loup. Or, cette indication,
1’encolure epaisse et courte, figure parmi les marques du mauvais
cheval. Si je ne me trompe Socrate avoue qu’il etait bati de la
sorte, ou plutot c’est ainsi que le depeint Platon. Voyons le reste.
Le mauvais cheval Socratique a les oreilles velues: Aristote designe comme
libertins ceux qui ont du poil jusques sur les tempes. De plus, les
physionomistes notent les grosses levres comme un indice de betise,
par similitude avec 1’ane. Or que lisonsnons dans la plaisante discussion
(Xenophon) de Socrate avec Critobule? A cause de ses l&vres charnues il
pense que son baiser est plus sensuel, et plus loin: Je te par ais
avoir, 6 Critobule, une bouche plus difforme que celle de Vane,
avec ces bourrelets qui me tienncnt lieu de levres. aov Xoyov x at Ttov
Ovojv aiayiov to GTOu.a lysiv, turpius os quam habent asini illum
mollem labiorum tumorem habere tibi, o Critobule, videor. Simus
fuit, ut vidimus, Socrates : at|jio-po'ato7:o; est malus equus. Quid
Phy- siognomones, atque adeo Zopyrus ? Si fides Aristoteli (c. 6.
p. iiyg, B.) 01 G'|j.7jV Eyovts; piva, Xayvor avacpspezai i~\ tou;
iXa^ou;, Simi sunt libidinosi, exemplo cervorum. Patulas quoque versus
nares suas, qu£e possint odores undecunque oblatos excipere, laudat
sipojv Socrates Xenophonteus, pra ? Critobuli naribus humo
obversis. Ot ;xev yao ao\ (xuxT7jpE; ei; yrjv opcSat, ol 8’ eijloi
ava“£"tavTat, wgte tx; T:av~o0£v oGua; izpoa ov/yOou. At
Physiognomones (I . C.), 0:; o! p.uxT7jp£$ ava"E^"a- pL^vot,
OupiojoEi;, Iracundi sunt, quorum patula? nares, quod in ira diffundi
so- lent. Iracundum valde a natura fuisse Socratem, non soli
credamus Cy r rillo, quamvis Porphyrium auctorem laudat, qui ab
Aristoxeno se illud dicat acce - [Socrate, nous le savons, etait camard;
son mauvais cheval a les naseaux ecrases du singe. Quel indice en
tirent les physionomistes et Zopyre ? Aristote dit. Les camards
sont lascifs, par similitude avec le cerf. Socrate declare quii a les
narines lar gement ouvertes, comme pour subodorer de toutes parts
les parfums. Jaime mieux cela, dit-il, que d’avoir, comme Critobule, un
ne^ penche vers le sol. Mais d’apres les phy- sionomistes, c’est
1’indice d’un tempera- ment porte a la colere. Que Socrate ait
etedun naturel violent, nous ne nous en rapporterons pas la-dessus
seulement a Saint Cyrille, quoique son temoignage soit corrobore de
ceux de Porphyre etd’Aristoxene et qu’il dise en propres termes: Socrate
etait devenu si irritable qu’il ne pouvait moderer ni ses paroles ni
ses pisse, ’'Ote <pXe-/0e't7] utzo zou TrdOou; toutou [de
ira sermo est) ostvrjv etvat xr ( v aayr][jLO(Hjvr)v ouoevo; yap ouxe ovopiato;
azoa^saOat oSxe -payjj.ato;, Eo importunitatis progressum, ut nullo
neque verbo neque opere abstineret : sed ipsi de se credamus Socrati, qui
tam gravi ac molesto sibi, quam fuit Xanthippe, patientia ? et
mansuetudinis gymnasio opus fuisse, fassus sit apud Xenophontem
[Sympos.) BouXo'|ievo;, dv0pco7tot; y prjoOat jcat opuXe Tv, Tauxrjv
x&ttj- ptat, sii eloco;, oxt, et lauxrjv 'j"Otaco, PAAIQS
TOIS TE AAAOIS 'AIIASIN, avOptfaoic auveaouat, Quam ferre si posset,
facilis esset cum aliis omnibus conversatio. Unum superest : e^^OaXpto;
erat Socrates. Itaque ita jocabundus disputat cum pulchro
Critobulo, ut cum primo convenisset, Pulchras esse res, quatenus
respondeant consilio, propter quod ha- bentur; roget eum, Cujus rei
gratia ha- beamus oculos? eoque, ut necesse erat, respondente, Ad
videndum, inferat, Suos ergo pulchriores esse, qui Sta zo
actions ». Croyons-en Socrate lui-meme; dans le Banquet de Xenophon,
il avoue que le caractere acariatre de Xanthippe fut pour lui la
meilleure ecole de pa- tience et de douceur; que par la suite il
lui fut plus facile de supporter la contradici ion. Il ne reste plus
qu’une chose : So- crate avait les yeux saillants. Il dispute
la-dessus agreablement avee le beau Cri- tobule, et le fait convenir
d’abord que toute chose est belle pourvu qu’elle re- ponde au but
en vue duquel elle existe. Il lui demande alors : Pourquoi faire
avons-nous des yeux ? Pour voir, repond naturellement Critobule. E/i bien
alors, dit Socrate, mes yeux sont les plus beaux de tous, car iis me
sortent de la £7it-oXatot sivat, quod emineant, non ea modo, quas
exadversum sint videant, sed etiam quae a latere. Et cum diceretur,
secundum hmc pulcherrime oculatum (euo^OaXjj-GTa-ov) animal esse
cancrum, id ipsum affirmat. Jam Physiognomon Aristoteles"Oaoi
i£6z>- OaXjjiot, inquit, aS&vepoi, Fatui sunt, quibus oculi
eminent : rationem petit ab judicio quodam decoris et convenientia
naturali, et ab similitudine asinorum. Male de horum gente meritus
est Stagirita : quce videtur ex hoc prcesertim libello contraxisse
infamiam illam, qua ab eo inde tempore, et Platonis quibusdam
dictis, onerata est : honestum superiori cetate animal, cujus majestatem,
ut Var- roniano verbo utamur, (de R. R.) adhuc agnoscebat Homerus. De
hac re adjicietur potius huic disputationi quoddam corollarium,
quam ut longius digrediamur a Socrate. tete, si bien que je
puis voir non-seulement devant moi, mais et droite et d gaiiche. Son
interlocuteur lui repond qu’a ce compte les crabes ont de tres-beaux
yeux, et Socrate affirme que c’est parfaitement vrai. Or, d’apres
Aristote, les yeux saillants sont 1’indice de la sot- tise; il tire
ce pronostic de certains rap- ports naturels de convenance, de
syme- trie, et de la ressemblance que ces yeux offrent avec ceux
des anes. Le philosophe de Stagyre a par la bien mal merite de
cette race inoffensive, et ce doit etre a partir de ce petit traite qu’il
acquit le mauvais renoni confirme depuis par Platon lui-meme.
L’ane, cet honnete animal, etait mieux apprecie des genera- tions
precedentes, et Homere se plaisait, suivant le mot de Varron, a lui
reconnaitre de la majeste. Nous ferons de cela un corollaire a cette
dissertation pour ne pas trop nous eloigner presentement de Socrate.
Gesner a «Jcrit un appendice intitulc De antiqua Nempe tempus est, ut
videamus, quorsum evadat ille de bono et malo equo Myihus. Ad
conspectum pulchri bonus ille quidem aurigee obsequitur, contineri
se patitur, malo alteri, quantum potest reluctatur. Simile certamen
est in pulchro, qui amatur: repugnat malo isti equo bonus illius
jugalis, hic enim est 6 [xo'£u£, et ipse auriga adeo repugnat [aet’
dtSous xat Xdyou, cum pudore et recta ratione. Si ergo ita vincant
meliora, et ad vitam ordinatam, quae eadem FILOSOFIA est, ducant
illum currum, beatam et concor- dem hic vitam agunt continentes se,
et decus suum tuentes, syxpatcTs auroiv xat xdajjuot ovtss, in
servitutem redacto illo equo, cui vitiositas animae inerat; in libertatem
asserto eo, cui virtus. Tandem vero alati ac leves denuo facti, sic de
tribus illis certaminibus asinorum honestate, imprime i la suite du
Socrates sanctus pcederasta ; il ne nous a pas sembl£ otfrir assez
d’interet pour Ctre traduit. II est temps de voir ou il veut en venir
avec son Mythe du bon et du mauvais cheval. A Taspect de la beaute, ie
coursier docile obeit au cocher et se laisse contenir; il resiste de
toutes ses forces a son mauvais compagnon. L/objet aime est lui-meme
en proie aunesemblablelutte; son bon cheval se defend contre les
tentatives de son mauvais compagnon d’attelage, que de plus le cocher s’efforce
de contenir par la pudeur et la raison. Si les meilleurs instincts
remportent la victoire et conduisent le char dans les chemins de la
vie rangee, cest-d-dire de la FILOSOFIA, les deux amant s vivent dans le
bon- heur et bunion, maitres d’ eux-memes et regles dans leurs
mceurs : iis ont dompte le mauvais cheval, qui repre- sente le
vice, et affranchi 1’autre qui represente la vertu. Recouvrant enfin leurs
t ailes et leur legbrete primitives, iis sor- tent vainqueurs de ces
trois luttes vraiment Olympiques dont nous avons parle plus haut. Socrate
peut donc dire*sans hesitation que ccux qui se prescrvcnt. vere
Olympicis, unum vicerunt. Absque hcesitatione igitur beatissimos esse
dicit, qui se puros et castos ab amore Venereo servaverint. At
nunc sequitur apud Platonem, in quo defendere illum, Platonem, in-
quam, nam Socratis causam hic segre- gandum putamus (vid. 6) paullo
diffi- cilius est; tacuisset enim forte sapientius : sed non
iniquum (i) excusare. Nempe his, quee modo prolata sunt, subjungit,
quee non scripta equidem malim : sed pono, ne quid dissimulasse videar,
ne parum bona fide egisse. Quam vero caute, quam suspensa velut
manu illud ulcus tractet, videre opera? pretium est. Eav’ os
8tatT7) <popzi7Ui)~ipx ~z xat A<I>IAO— cptXoTtjxu) 8s
yprfacjvzx'., -i/' av ~oj ev uiOat; sitivi a)xA7) dasXsta Tci>
axoXaTCto ajTOtv Gno- JXiytco XaSovTE, xa\ tjrjya; xopojpo-j;
aovaya- yovTE et; toeutov, tf ( v u ~6 :wv -oXX oiv [xaxaot-
fi) Multum certe facilior causa Platonis, quam alicujus Beneventani
Episcopi: aut aliorum, quos vrxterco sciens. purs et chastes, de
1’amour Venerien, jouissent de la plus grande beatitude. Ce qui
suit, chez Platon, est un peu plus difficile a expliquer; chez Platon,
disons-nous, car ici nous croyons devoir separer sa cause de celle de
Socrate; evidemment il aurait mieux fait de se taire, mais il n’cst pas
impossible de l’excuser. A ces choses sublimes que nous venons de
transcrire, il en ajoute d’autres que j’aimerais mieux lui voir
passer sous silence; je les exposerai cependant, de peur de paraitre rien
dissi- muler et manquer un peu de bonne foi. Il faut ici donner le
texte pour qu’on [Son cas est en effet moins grave que celui de
certain eveque de Bdnevent et de quelques autres que je ne veux pas
nommer. L’auteur fait ici allusion a 1’archeveque Giovanni .delia Casa et
a son fameux Capitolo dei forno ; mais il ne 1’avait probablement
pas lu, et il se meprend, comme bien d’autres, surle sens de ce celebre
petit poeme. cTr;v atpeotv £tXcTr ( v ~t /ai Ste^pa^avxo x x X. Si vero
vitam vivant LICENTIOREM et A PHILOSOPHIA ALIENAM, ean- demque
ambitiosam, forte aliqua in ebrietate aut qua alia negligentia
depre- hensas INCAUTAS animas equi illi uiriusque amatoris
indomiti, eodem con- ducant, et sic illam quce beata vulgo videtur
electionem faciant, et (turpe illud facimts) peragant : eoque peracto per
re- liquum tempus utantur quidem (illa voluptate ) sed raro, quippe
qui non omnino deliberata mente (sed deprehensi velut incauti ) hoc
agant etiam hi præmium non parvum amatorii illius furoris (non
Venerei, de quo modo dic- tum, sed philosophi) auferunt : in tenebras
enim illas et illud sub terram iter non veniunt, etc. voie avec
quelle prudence et sans appuyer la main, il decouvre cet ulcere de la
civilisation Grecque. S’ils embr assent, dit-il, nn genre de vie moins
austdre, etrangbre a la Philosophie et livree aux passions
desordonnees, il arrivera quau milieu de Vivresse ou de quelque
autre etourderie les coursiers indomptes sur- prendront leurs ames
et les meneront l’un et l’ autre au meme but,' iis prendront alors
le parti de faire ce en quoi, selon le vul- gaire, consiste le supreme
bonheur et (c’est la le crime infame) satisferont leurs desirs.
Dans la suite, iis renouvelleront leurs jouissances, mais rarement,
parce qxCelles ne sont pas approuvdes de l’dme entiSre et qu’ils
agissent comme par surprise et sans defense. C’est pourquoi ce qu’il y a
encore d’excellent dans leur amour (le pur amour pliilosophique et
non le desir Venerien) recevra plus tard sa recompcnse ; iis niront pas,
aprds leur mort, dans ces tenebres et par ces routcs souterraines, etc.
yo Apertum est his, qui et sermonem Platonis intelligunt, et
non ultro qucerunt crimina, non illum prcemium constituere pceder
astice turpi, non Philosophice genus facere flagitiosum puerorum amorem
: sed summam c.ulpce esse hanc, quod dicat, si qui coelestis illius
pulchritudinis, quam in volatu illo suo viderint, desiderio icti, etiam
pulchros amant, et dum arctius eos complectantur, liberius cum iis
versentur, etiam ad turpe facinus ab ebrietate, certe ex improviso,
incauti, proster deliberatam voluntatem, abri- piantur, id quod
ipsis contingat ob genus vivendi licentius atque a Philosophia alienum,
iis tamen prodesse primum illud7'iobiliusque philosophandi propositum, ut
non cum reliquis ad inferos mittantur, et ad poenarum locum non
cogantur post ternas millenorum anno- rum periodos, septem alias subire
ete sed facilius alas ut recipiant, quibus evo- lare ad coelestia,
deum aliquem sequi du- cem possint. Hactenus reprehendat Pla-
tonem, si quis volet, non ut laudatorem. II est bien clair, pour qui veut
comprendre Platon et ne cherche pas de griefs de son plein gre, qu J il
n’assigne pas cette recompense aux fauteurs du vice honteux, qu’il
ne fait pas de 1’ignominieux amour masculin un attribut special des
Philosophes. On voit, au con- traire, combicn il blame ceux qui,
les yeux encore eblouis de cette beaute celeste entrevue par eux dans
leur vol anterieur, con^oivent des desirs pour la beaute terrestre,
recherchent les jeunes garcons, et a force de les embrasser etroi-
tement, devivre familierement avec eux, se trouvent entraines a 1
’improviste, au milieu de livresse, par surprise et sans que leur
volonte y ait part, a conimettre l’acte immonde; cela leur arrive,
parce qu’ils ont adopte un genre de vie trop libre et qu’ils
negligent la Philosophie. Iis tirent cependant ce profit, de s’etre
d’abord propose pour but cette noble Science, qu’ils ne sont pas relegues
aux enfers avec tous les autres hommes ; apres une revolution de
trois mille annees, iis Pcederastice, sed ut clementem nimis,
lentumque adeo castigatorem : qui præsertim in aliis peccatis severum satis
ac durum se praebuerit. Sed, si cequi esse volumus, si de nostris
religionum doctoribus ecquos ex- periri judices, videamus etiam, quid
dici pro ratione illa Platonis possit, quid pro Socrate, quatenus
et ipse non horribili flagello sectari vitia id genus solebat.
Distinguamus legislatoris personam et Philosophi. Legibus Atheniensium
primo antiquissimis illis a Cecrope, sanctitas Bona pars libri De re
publica decimi in eo consumitur, ut a"apat~r]Tou?,
a^apa[xu0rjTOU?, implacabiles sacrificiis Deos, ostendant. Vid.
pras. extr. et conf. qua: collegit Davis. ad Gic. de Legib.
j n’ont pas a en su.bir sept mille autres; iis recouvrent plus
vite leurs ailes et peu- vent s’elancer vers les spheres celestes,
a la suite d’un des douze dieux. Que l’on reproche donc a Platon,
si l’on veut, non pas de s’etre fait 1’apologiste de la Pede-
rastie, mais d’avoir ete trop clement, de ne pas chatier assez ferme, lui
surtout qui pour de moindres fautes se montre si dur et si severe. Mais
soyons equitables; prenons d’honnetes gens pour juges de nos Phi-
losophes, voyons ce que l’on peut dire en faveur de Platon ou de Socrate,
et jusqu’a quel point ce dernier a vraiment neglige de flageller le
vice en question. II faut distinguer le legislateur du Phi- losophe.
Les plus anciennes lois Athe- niennes, celles de Cecrops,
proclamaient la saintete du mariage. La loi de Dracon [II emploie la
majeure partie du X® livre de sa Republique a montrer que les dieux sont
insatiables de sacrifices. Comparez avec ce qu’a <5crit Davies
sur le Tr ciite des lois, de Cicerrr.i. matrimoniorum constituta :
Draconis lex capite plectebat adulteros : Solon li- beram faciebat
marito potestatem sta- tuendi in adulterum in facto deprehen- sum,
quidquid liberet. Itaque mirum fuerit si masculam libidinem non
punis- sent. Sed bene habet : supersunt monu- menta Solonis
hac etiam de re legum, diligenter collecta a Sam. Petito (de Legibus Att. et in Commentario) prcesertim
ex vEschinis in Timarchum (edit. Aurei. Allobr.) et Demosthenis
contra Androtionem orationibus : unde hoc constat, qui vi vel
persuasione ingenuum corrupisset, produxissetve, gravissima poena
(quce ad ultimum supplicium corruptoris et productoris, in- terdum etiam
corrupti, poterat progredi) affectum esse. Qui illam patiendi pro
mercede turpitudinem admisisset, si effugisset poenam aliam, illi neque
lice- bat inter novem Archontas esse, neque punissait de mort les
adulteres; Solon laissait la faculte au mari, dans le cas de
flagrant delit, de se faire justice comme il 1’entendrait. II serait bien
surprenant que ces deux legislateurs fussent muets a l’egard de
Tamour masculin. Mais nous avons mieux ; il reste des lois portees
par Solon sur la matiere divers fragments precieusement recueillis
par Samuel Petit (voy. ses Lois attiques et le Commentaire dont il a
accompagne cet ouvrage); ii les a surtout tires du Discours contre
Timarque, d’Eschine, et du Discours contre Androtion, de Demos-
thene. Il y est dit : Quiconque, memesans violence, aura debauche ou
prostitue un homme de condition libre sera passible de la peine la
plus rigoureuse. Le chatiment pouvait etre la mort, dans l’un comme dans
Tautre cas, et pour le liber- tin, comme pour savictime. C elui qui
se sera prostitue pour de l’argent, s’il echappe a toute autre peine, ne
pourra ni fungi sacerdotio, neque syndicum creari, neque ullum
magistratum vel intra vel extra urbem, neque sortito neque suf-
fragiis, capere, neque pro Praecone s. oratore mitti usquam, neque sententiam dicere
unquam, neque in templa publica intrare, neque in pompa coronata et ipsum
coronari, neque intra sacros fori cancellos (evto; twv t rj; ayopa?
TteptppavTT]- P’'wv) ingredi. Si quis vero damnatus im- pudicitiae
quidquam horum fecisset, capital erat. 0avato> r7)[j.'oua0w sunt verba
legis ab As schine recitata. Plura huc transferri opus non est, cum rarum
esse Petiti opus desierit. Summa capita habet etiam in Themide Attica
Meursius. Utrum seynpcr valuerint istce leges? annon eas perruperit interdum au
etre l’un des neu f archontes, ni remplir aucune fonction sacerdotale, ni
etre nomme delegue d’une ville; il lui est interdii dexercer aucune
magistrature, soit en dedans, soit en dehors de la cite, quii ait et
e designe par le sort ou par les suffrages de ses concitoyens; d’etre
en- voyd nulle part comme Herault, ou comme orateur; de prononcer
aucune sentence; de penetrer dans les temples publics; de faire
partie des processions et d’y porter une couronne sur la tetc; de
franchir ienceinte sacree de l’Agora. Qiiiconque, deja condamne pour
fait de prostitutiori, fera ou acceptera de faire une de ces choses
sera puni de mort. Puni de mort, tel est le texte meme de la loi lue
par Eschine. II est inutile d’en transcrire ici davantage, car
Touvrage de Samuel Petit est loin d’etre rare ; Meursius en a meme
donne, dans sa Themis Attique, les cha- pitres importants. Ces
prescriptions eurent-elles tou- jours force de loi? Ne purent-elles
etre dacia, astus subterfugerit, eluserint rhetores? annon ipsa
poenarum gravitas impunitati occasionem non nunquam de- derit? an
non professce impudicitiae ho- minis utriusque sexus, libidinum
publica- rum victimce, toleratce sint? An denique poetce non multa
saepe impudenter scrip- serint, fecerint? jam non quceritur. Uti-
nam non avxtxatrjyopia quadam repellere possent veteres Attici
cujuscunque vel sec- tae vel cetatis homines, si qui acerbius ex-
probrare iis velint, quce de Comicorum pe- tulantia sublegerunt illi apud
Athenaeum Deipnosophistce, et quae colligere ex illa parentum cura
apud Platonem (Conviv. p. 3ig, E), Pceda- gogos constituentium suis
filiis, qui ne quidem colloqui suis cum amatoribus (turpibus
nimirum et flagitiosis) eos patiantur: e. i. g. a. Ceterum severitate
legum eo ma- gis opus erat, quod obtentum fiagitiis enfreintes par
les audacicux, adroitemcnt tournees par les gens ruses, eludees par
les avocats? La rigueur du chatiment ne favorisa-t-elle pas elle-meme
Timpunite? Est-ce qu’on ne tolera pas des prostitues de profession,
victimes de 1’incontinence publique et remplissant le role de l’un et
1’autre sexe ? Les poetes n’ont-ils pas ef- frontement deerit ces
turpitudes, ne les ont-ils pas mises en action sur la scene? Cela
ne fait aucun doute. Plut au ciel que les Atheniens de nfimporte
quelle secte et de quelle epoque ne pussent re- tourner Taccusation
a ceux qui leur re- procheraient trop vertement ces horreurs
etalees par les poetes comiques et recueil- lies par les Deipnosophistes
d’Athenee, ou ce qu’on peut induire de 1’inquietude des peres de
famille confiant leurs fils, d’apres Platon, a des precepteurs severes,
pour les empecher de s’entretenir avec leurs amis, des amis infames
et detestables. 3o. Les lois devaient etre d’autant plus
severes, que les coutumes de la Grece] non nunquam praeberet (ut nempe
res sancta? prope omnes, ut ipsce populorum sceculorumque pene
omnium religiones, atque ceremonice) ille puerorum amor, castus,
legitimus, sanctus, quo tanquam potentissimo virtutis cum bellicce
tum civilis incitamento utebantur qucedam Grcecorum respublicce :
quarum legisla- tores, cum viderent, ignava fere esse virtutis
prcecepta, firmis licet nixa demonstrationibus, nisi ea affectu quodam et
tanquam spiritu animentur, nisi ev0ou- aiaajxou quoddam genus accedat,
quo acti homines et commoda sua, et jacturas, et salutem, et
pericula et tormenta contem- nerent. Hinc excogitata et in usum
civitatis recepta sunt splendida ista et efficacissima remedia, Religio,
Pudor, Amor patrice, Gloria, res quondam po- tentissimce, quod ex
illarum effectibus judicare pronum est: nunc prceclara quo- rundam,
qui sibi Philosophi videntur, opera fere ad inanium vocabulorum strepitus
relata, et, dum relata sunt, etiam redacta. comme toutes les choses
saintes, comme les cultes et les ceremonies religieuses de presque
tous les peuples et de tous les temps) donnaient plus de facilite a
la depravation. La fervente amitie entre jeunes gens, Tamitie
chaste, legitime, sacree, etait favorisee, dans les republiques de la
Grece, comme le plus energique stimulant du courage militaire et des
vertus civiles. Leurs legislateurs savaient bien que ni la vertu ni le
courage ne s'inculquent a 1’aide de demonstrations, si bonnes qu’elles
soient; que 1’homme est naturellement faible a moins qu’il ne soit
pousse par la passion et par 1’orgueil ou entraine par cette espece
d’enthousiasme qui lui fait mepriser les aises de la vie, la
fortune, la vie elle-meme, et affronter les perils et les supplices.
C’est pourquoi l’on mettait en jeu, dans Torganisme de la cite, ces
heroiques et sublimes mobiles, la Religion, 1’Honneur, 1’Amour de la patrie,
la Gloire, mobiles autrefois bien puis- sants, comme nous pouvonsen juger
par ce qu’ils firent accomplir; aujourd’hui,In illis igitur rei publicce
bene gerenda? incitamentis, an instrumentis? erat Amor ille
adolescentulorum tum in- ter se, tum inter ipsos et natu majores:
inde illa sacra Amantium cohors The- bis, et Cretensium. Quanta illius
vis esset, et quam metuendus esset miles amator, svOouatwv, et ab
Amore simul atque a Marte bacchans, occurenti in prcelio hosti, ita
enarrat 2E liantis (H. V. ) ut IvOo-jatav et furere ipse
prope videatur. Idem Laconica qucedam circa eam disciplina?
publica? partem instituta commemorat: V. G. ab illis multatum esse
virum alioquin bonum, ea de causa, quod nullum habere juniorem, quem
amando sui similem, et per hunc forte etiam alios, redderet: itemque
peccantis adolescentuli virum amatorem punitum, cui grace a de certains
Philosophes, ou soi-disant tels, ces grandes choses ne sont plus que de
vains mots, creux et vides, dont le sens s’affaiblit a mesure qu’on en
abuse. Ainsi, 1’Amour des jeunes gens, soit entre eux-raemes, soit
entre eux et leurs ames, etait favorise partout en Grece, pour le
bien de la chose publique; voila ce qui donna naissance a la cohorte
sacree des Amants, chez les Thebains et chez les Cretois. Quel etait le
courage de ces sortes de soldats, quelle etait la ter- reur qu’ils
inspiraient, lorsqu’ils rencontraient Tennemi, ivres a la fois d’amour et
de sang: c’est ce que Elien nous a fait connaitre, en partageant, pour
nous les mieux depeindre, leur impetuosite et leur fureur. II nous
indique aussi qu’il y avait quelque chose de semblable dans les
institutions de Sparte; un Lacedemonien fut mis a 1’amende,
quoique excellent citoyen, pour avoir neglige d’aimer quelque compagnon
plus jeune que lui, a qui il aurait inculque ses vertus et nempe
illius imputari vitia posse cen serent. Etiam illud Laconicum narrat,
so- litos ibi adolescentulos petere ab ama- toribus, viris nempe
bonis ac fortibus, stareveTv auTot ?, ut se adflarent. Interpreta-
tur illud verbum, Laconibus proprium, sElianus per epav, amare : idem
factum ab Hesychio V. sp.-v£ Tjj-ou, et epa, eia7cver. Multa similia
ad utrumque Hesychii locum viri docti, post Meursium (Mis- cell.
Lac.) sed nihil, unde ratio ap- pellationis queat intelligi. Nec
satisfacit, quod refert, non probat Eustathius (ad Odyss.)
EtarevElxai yap tpaat, t 7j? pLOp^? ti /at x i); wpa;, inspirari aliquid fornice et
pulchritudinis. Hcec enim Laconicce se- veritati parum conveniunt, si
fides anti- quis, ipsique adeo JEliano in ipso illo, de quo agimus,
loco. Srap-ctaTT)? epio;
ataqui eut ete capable, a son tour, de les transmettre a d’autres.
Lorsqu’un jeune homme commettait une faute, les Spar- tiates
punissaientson intime ami, comme responsable des vices qu’il lui
tolerait. Elien rapporte encore cette autre coutume de Sparte, que
les jeunes gens exigeaient de ceux dont iis etaient aimes, toujours
choisis parmi les meilleurs et les plus braves, ut se adflarent. II
explique le verbe ekjttvs Tv (adflare), propre aux Laconiens, par cet
autre : spav (aimer), et Hesychius de meme aux mots EpjcvEtgou, ipS et
eiu7iveT. Divers savants ont accueilli cette interpretation, a 1’exemple
de Meursius; mais je n’ai rien compris aux raisons qu’ils en
donnent. Je ne suis pas davan- tage satisfait de Tassertion emise,
sans preuve, par Eustathe, dans son commen- taire des chants IV e
et V e de YOdyssee : a Les inspires sont guides dans leur [On
appelait indifTeremment ItaKVETxat, ii a- 7UvrjXa' (inspires) ou spacjiat
(amants) ces couples ypov oux otosv x. t. X. Spartanus amor turpe
nihil quidquam novit. Sive enim ausus fuerit adolescentulus pati
turpia (upo-v uzoaeivat) sive amator facere (£»|Bp6 oat) neutri
quidem Spartee manere pro- fuerit : aut enim patria privarentur,
aut vita ipsa. Quare illud ela-vetv s. s[j.7ivsTv, illos
£ta7iVTjXa;, quos eosdem aixa? vocat Eustathius (Hesych. afcav, s-aTpov)
ab in- spirando s. adspirando divino quodam spiritu, dictos
arbitror, unde afflati, ut 7rveuu.atocpo'poi quidam et svOouaiwvTsc,
divi- no quodam furore perciti, ruerent. Hic est ille furor, quem
supra) tetigimus, et de quo plura sunt in Platonis Phædro. Nempe
spiritum 7iveSp.a quum dicebant antiqui, non rem illi tantum cogitantem
indicabant, sed rem subtilem, magna ean- dem movendi et agendi vi
praeditam, etc. de friires d’armes, si terribles dans les batailles.
'Etcnvelv (ad/lare) peut se traduire positivement par meter les souffles
ou metaphoriquement par avoir des aspirations communes.] choix par la
beaute et 1’elegance corporelle. Cela me parait peu convenir a cette
severite Laconienne dont temoignent tous les anciens et Elien lui-meme, a
Tendroit en question. On ignorait a Sparte ce que detait que les
impures amours. Si quelque jeune homme eut ose se prostituer, ou
prendre 1’autre role, il lui eut mal reussi de rester d Sparte; il y
allait pour lui de Vexilou de la mort. C’est ce qui me fait croire que ces
inspires, designes aussi sous les noms de compagnons, freres d’armes, par
Eustathe et par Hesychius, etaient ainsi appeles du souffle ou de
Tesprit en quelque sorte divin qui les animait, lorsqu’ilsse
ruaient sur l’ennemi comme transportes d’une fureur plus
qu’humaine. Nous avons deja parle de cette espece de delire, dont il
est si souvent question dans le Phedre de Platon. Il convient en
effet de remarquer que les anciens n’entendaient pas comme nous par
esprit une faculte intellectuelle, mais une essence subtile, douee
d’une grande forcc de mouvement et d’action. Non vagatur hcec extra
oleas ora- tio. Cum enim fuerit, quod, adhuc probatum est, in Græcia
r.aiozptxizv.a. quaedam honestissima, et sancta adeo, qua ad virtutem,
bellicam praesertim, et quidquid pul- chrum est, incitari homines
crederentur, cum nomina spojvuo?, Ipaaxou, raioapaaxou, itemque
spwuivoy, -atot/.wv, et similia tur- pitudinem nondum haberent : cum
illud raiSspaaxsTv res esset adeo honesta, ut quem ad modum capital
Romae erat servo, si militarat, ita Solonis lege multaretur
quinquaginta plagis publice, qui servus eXsuOspou 7ra'oo; spav, amare
liberum puerum, auderet : haec ita se cum haberent omnia, nemo jam debet
mirari, adolescentulorum esse amorem professum Socratem, fecisse illum, quae
ante dicta sunt, eaque scripsisse tanquam So- cratis dicta Platonem, quae
ex Phaedro commemoravimus . Quod mitior est vel Plato, vel ipse
adeo Socrates, (si quis ei tribuat, non satis ille quidem aequa ratione,
quidquid apud Platonem ex ipsius persona dictum ponitur) in hos etiam
quos Cette digression ne nous a pas eloigne de notre sujet. Puisqu’il
existait en Grece, comme nous venons de le prouver, une
jcatBspao-rfta tres-honnete, sainte, on peut dire, et reputee propre
a pousser les hommes au bien et a la vertu, surtout a la vertu
guerriere; puisque les mots d’amants, d’amis, de 7tad>epa<jTcu
et de 7:aioi7.wv n’avaient rien de honteux; puisqu’il etait meme si
honorable de se livrer a cette zcaSspaardtix, que la loi de Solon
punissait de cinquante coups de fouet, subis en pleine place
publique, tout esclave qui aurait ose aimer un jeune homme de
condition libre; puisque tout cela est irrefutable, personne ne doit
s’etonner que Socrate ait professe 1’amour des j eunes gens, qu’il ait
lui-meme eprouve cet amour et agi en consequence; que Platon nous
ait transmis, comme l’ex- pression des doctrines de Socrate, ce que
nous avons cite du Phedre. Sans doute Platon ou, si l’on veut, Socrate,
quoiqu’il ne soit pas equitable de lui attribuer tout ce que son
disciple lui fait dire, se montre mala libido ad turpitudinem
transversos abripuit) illud primo hanc rationem, ut innuimus,
habuit, quod nec legislatorem hic, neque publicum accusa- torem
ageret ; sed Philosophum, sed amatorem, amicum certe quidem, qui
non metu pcence deterrere a turpitudine homines, sed virtutis amore
revocare a peccato vellet. Deinde erant forte, quibus parcendum
erat, juvenes a vitiis ejusmodi non plane puri, Alcibiades, Critias,
alii, 9[Xox''[j.o) illi quidem sed eadem «popti- /Mxipcc et dcfikoaofM
otattr) yprjaajxsvoi quos abscisse nimis ab omni fructu Philosophice, ab
omni ad virtutem reditu excludere velle, et sic plane a se et
a virtute segregare, non erat consilii. Non instituam hic
comparationes, quce invidiam habere possunt: sed illud addam unum, si
forte aliquid veri sit ineo, quod de liberiori Socratis adolescentia
dictum est /'§.: si non mendax historia, e qua refert Origenes
contra Celsum, qui superiorem vitee conditionem primis Christi discipulis
objecerat [beaucoup trop clement envers ceux qu’un infame desir pousse a
Tacte honteux. Son excuse, nous Tavons deja dit, c’est que ce n’est
pas ici un accusateur public ou un legislateur qui parle, c’est un
Philosophe, un ami, un amant, et il essaye non de detourner les
hommes du vice en les ef- frayant par la menaee des chatiments,
rnais de les dissuader d’une faute en leur inculquant Tamour de la vertu.
II y avait d’ailleurs peut-etre autour de lui des jeunes gens qui
n’etaient pas irreprochables et envers lesquels il ne fallait pas se
montrertrop dur, un Alcibiade, un Critias, d’autres encore, pleins de
fougue, adonnes a une vielicencieuse et etrangere a la sagesse; les
priver de quelques-uns des benefices de la philosophie, c’eut ete
leur fermer toute voie de retour au bien, les eloigner de la personne du
maitre et par consequent de la vertu. Je ne cherche pas a faire des
comparaisons qui pourraient sembler malseantes; je veux ce- pendant
rapporter un fait, vrai ou faux, qui a traita la jeunesse un tant soit
peu Phcedonem e lupanari traductum ad Philosophiam a Socrate : quid
facere illum oportebat in hac disputatione? Nihil igitur est in Phædro,
quod urgeat Socratem : si quid incautius dic- tum sit, illa
Platonis culpa fuerit: quamquam si universam circumstantiam, ut a nobis
ostensa est, quis consideret, etiam hunc accusare, vel non excusare,
iniquum videtur. De Convivio Platonis jam non opus est multis disputare.
Distin- guat mihi aliquis personas loquentes: ad universam libelli
descriptionem, quam vocamus Œconomian, ad Allegorian denique ab
amore Venereo ductam, ac translatam ad animos, quorum lenonem se et
obstetricem ferebat Socrates: ad hcec, inquam, mihi attendat aliquis,
et et l’amour grec q3 dereglee de Socrate. C'est Origene qui le
raconte dans son traite contre Celse. Celse reprochait aux premiers
disciples du Christ d’avoir ete tires de conditions abjectes;
Origene repondit que Socrate avait bien tire Phedon d’un mauvais lieu
pour le convertir a la Philosophie. Je vous demande un peu ce que ce
Phedon venait faire dans la discussion. On ne rencontre donc rien
dans le Phedre qui puisse incriminer Socrate; s’il y a ca et la
quelques paroles imprudentes, c’est la faute de Platon. Encore, si
l’on examine bien toutes les circonstances, comme nous 1’avons
fait, il serait injuste, tout en blamant Platon, de ne pas lui
trouver d’excuse. Nous ne nous etendrons pas longuernent sur son Banquet.
Que l’on distingue bien les uns des autres les interlocuteurs, que
Fon fasse attention a 1’ensemble du dialogue, a ce que nous
appelons 1’economie de 1’ouvrage, que Fon analyse enfin cette allegorie
tirce de 1’amour physique, puis appliquee aux mirabor, si quid ibi
sit, unde Jiagitio ipsi praesidium, vel crimini in Socratem jactato
firmamentum peti possit. Sed est in illo libro, quod maxime ad
defenden- dum a Socrate fagitium pertinet, quod ut magis pateat,
tota ultimee partis, et velut actus postremi fabulae illius convivalis,
CEconomia proponenda est, e qua ipsa appareat, velle pro veris haberi
Platonem, qua ’ in Alcibiadis personam conjecta de Socrate
dicuntur. Ebrius nempe Alcibiades ad eum finem, ut neque pedes
officium faciant, comissator supervenit potantibus apud Agathonem
Socrati ceterisque. Hic, ex lege compotationis, dextrum sibi accum-
bentem Socratem laudare jussus, obse- quitur cum professione ebrietatis,
ut tamen vera se dicturum confirmet et redargui petat, si quid mentiatur.
Ac primo sub imagine quadam lau [idees, dont Socrate se donnait comme
l’entremetteur et Taccoucheur, et je serai bien surpris si 1’on y
decouvre quoi que ce soit en faveur du vice infame ou a 1’appui de
1’accusation portee contre Socrate. On pourra y puiser, au contraire, les
meilleurs arguments pour l’en defendre; mais il est necessaire d’exposer
ici toute 1’ordonnance de la derniere partie, ou plutot du dernier
acte de ce dialogue, ou il est clair que Platon veut nous faire
tenir comme vrai ce qu’il a place, touchant Socrate, dans la bouche
d’Alcibiade. Alcibiade arrive a la fin du festin dans un tel etat
d’ivresse que ses pieds refusent de le porter; il veut prendre sa
part de plaisir avec Socrate et les autres, en train de boire chez
Agathon. La, par suite d’une convention adoptee entre les convives,
il est force de faire 1’eloge de Socrate, assis a sa droite, et
demande de 1’indulgence, en se fondant sur ce qu’il est ivre ; il
affirme pourtant qu’il ne daturus Socratem, cum Sileno aliquo (Conf.
J nominatim cum Satyro Marsya, tibicine, illum comparat, cujus
figura, ex ligno, edolata ruditer atque deformi, utebantur artifices pro
theca, quce intus haberet pulcherrimum aliquem Mercuriolum:
scilicet in corpore deformi habitare animam pulcherrimam demonstrat: et
esse tibicini Marsyce similem Socratem, ob illam vim demulcendi
animos, cui resisti non posset. Deinde narrat, cum eundem pulchrorum
sectatorem quendam ct capta- torem videret, se, qui fiduciam
fornice haberet, sperasse, si pellicere virum ad amorem sui
(venereum nempe) posset, eique se prceberet obsequiosum, impetra-
turum se ab illo admirabilem illam artem, et ablaturum, quce Socrates
sciret, omnia. Hinc narrat verbis quidem honestis modestisque, et tamen
venia ante dira que la verite et exige, s’il se trompe, qu’on lui
donne un dementi. II com- mence, pour louer Socrate, par le comparer a
ces grossieres figures de bois representant Silene ou le satyre Marsyas,
le joueur de flute, sculptees sans travail et sans art, dont les
statuaires se servaient comme de gaines, et qui recelaient a 1’interieur
quelque joli petit Mercure; ainsi, dit-il, dans un corps difforme peut
habiter une belle ame; de plus, Socrate ressemble au joueur de flute Mar-
syas en ce qu’il a, pour charmer, une force a laquelle nui n’est en etat
de resister. II raconte ensuite que le voyant s’attacher a la
poursuite des beaux adolescents et s’efforcer de les prendre dans ses
filets, plein de confiance en sa beaute parfaite, il avait essaye de lui
inspirer de 1’amour, comptant bien qu’avec un peu de complaisance
pour ses desirs il obtiendrait de lui qu’il lui communiquat son admirable
science, et qu'il gagnerait a cela tous les talents de Socrate.
Alcibiade exorata ebrietati, et pro? Fatus uti servi aliique profani aures
obturent (zuXa<; 7: avo [xEyaXai xot; walv £7ri0E<?0s) quam varie,
et quibus veluti gradibus, frustra continentiam Socratis, temperan-
tiamquefrecte fortitudinis hic nomen adjicit) tentarit. Summam facit hanc, ut
Deos Deasque testes faciat, se cum totam noctem sub eadem veste cum
Socrate jacuisset, non aliter ab illo, quam ut filium a patre, aut a
fratre majori frater deberet, surrexisse. Itaque se frustratum spei esse in homine,
quem hac sola forte parte capi posse putasset. Enumeratis deinde aliis
Socratis virtutibus, bellica prcesertim, qua sibi etiam vitam
servarit, addit, non se tan- tum contumelia tali ab eo affectum,
sed Charmiden etiam, Euthydemum et gg place ici, mais en
termes honnetes et mesures, quoiqu’il se soit excuse sur son ivresse
et qu'il ait recommande aux esclaves et aux profanes de se boucher les
oreilles, le recit des gradations savantes et de tous les stratagemes
vainement mis en oeuvre par lui pour induire en tenta- tion la
continence, la temperance ou plutot, comme il le dit fort justement, l’heroique
fermete de Socrate. II conclut en disant: Je prends les dieux et les
deesses d temoin quapres avoir repose toute une nuit d cote de
Socrate, et sous le meme m ante au, je me levai d'aupres de lui tel
que je serais sorti du lit de mon pere ou de mon frere aine. Ainsi, le
seul point par lequel il croyait que cet homme fut accessible avait
tout a fait trompe ses esperances. Apres avoir ensuite enumere
les autres vertus de Socrate et appuye sur sa valeur guerriere, a
laquelle il etait lui-meme redevable de la vie, il ajoute qu’il n’est pas
le seul, du reste, a qui Socrate alios multos, quos ille amoris
simulatione deceptos in potestatem suam redegerit, ou? oiito; s^aTCatojv
w; IpaartT)?, Tuatoty.a piaXXov autos -/.aOiaTa-ai avi’ epaotou. Nempe
adulabantur vulgo amatores, certe qui turpe quid spectarent, pueris
aetatula sua et illa ipsa adulatione superbientibus. Alia ratio
Socratica, quae etiam supra in Lysidis argumento declarata est. Suavissima sunt
reliqua in Symposio Platonis: eo autem referuntur omnia, ut intelligamus
Socratis hanc fuisse consuetudinem, pulchrorum amorem uti prae se ferret,
cum illis suaviter et amice ut versaretur, ut virtutis illos amore
impleret, reliqua omnia non tanti esse ostenderet, in quibus valde sibi
elaborandum vir sapiens existimaret. Sanctus ergo Paederasta
Socrates, et foedissimi, si quod usquam est, crimiait fait un tel
affront; que pareille chose est arrivee a Charmis, a Euthydeme et a
bien d’autres qu’il avait feint d’aimer tendrement, pour mieux les
asservir et les diriger. Les amis vulgaires, ceux surtout qui esperaient
de honteuses complaisances, se faisaient les flatteurs des jeunes garcons,
et ceux-ci n’en etaient que plus fiers de leur beaute. Autre etait
la methode Socratique, comme nous l’avons montre plus haut en exposant le
sujet du Lysis. Ce qui suit, dans le Banquet de Platon, est charmant; tout
aboutit a nous montrer que telle etait la coutume de Socrate de
rechercher les bonnes graces des jeunes gens que distinguait un exteneur
gracieux, et de vivre avec eux dans une douce et agreable intimite,
afin de leur faire aimer la vertu; ce point obtenu, il jugeait
facile de leur donner les autres qualites qu’un sage doit s'appliquer a
acquerir. Ainsi, Socrate n’avait pour la jeunesse qu’un amour chaste; il
etait pur du nis expers: a quo etiam alios avocare studuit, quod
Critice exemplo docet Xenophon, ejus, qui post in triginta tyrannis
fuit, quem Euthydemi pudori insidiari cum sentiret, utxov ti Tiaay
eiv dixit, suillo more prurire, eaque re inimicitias hominis factiosi et
potentis sibi contraxit; quibus carere poterat, nisi potius fuisset
officium. Sed admonet me Xenophon de crimine
alterius illo quidem generis, et multo, ut in malis, tolerabiliore :
quod tamen ipsum etiam in illo adhaerescere, quantum in me est, non
patiar. Accusatur, ut naturalis quidem, sed malce tamen libidinis suasor et
leno quidam, propter ea quce referuntur in Xenophontis Convivio. Sed nec
ibi quidquam est, cujus bonum Socratem, aut illius amicos pudere debeat. Spectacula exhibentur
convivis mirabilia, partim vice infame entre tous. Bien mieux, il
s’efiforcad’en detourner lesautres, comme Xenophon nous 1’apprend par
1’exemple de Critias. Ce disciple de Socrate, devenu par la suite
l'un des Trente tyrans, avait voulu attenter a la pudeur
d’Euthydeme; lorsque son ancien maitre Bapprit: II a le prurit du
porc{ i), s’ecria-t-il ; paroles qui lui attir£rent 1’animosite d’un
homme puissant et redoutable, ce qu’il lui eut ete facile d’eviter,
s’il n’avait mieux aime faire son devoir. 3g. Mais Xenophon me fait
songer a une autre accusation qui a ete egalement portee contre
Socrate; quoique moins grave, elle n’en est pas moins facheuse, et
je l’en disculperai de toutes mes forces. On lui reproche, a 1’occasion
d’un incident rapporte par Xenophon, dans son Banquet, d’avoir excite ses
disciples a la debauche, ce qui serait pernicieux encore, [Concupiscit
ad Euthydemum se affricare quemadmodum porcelli solent ad saxa (Xenophon,
Memorabilia). etiam periculosa, et horrorem quendam spectantibus
moventia, inter districtos gladios corpora saltu jactantium, aut in
figuli rota circumacta scribentium le- gentiumque. Non placent ea Socrati,
qui aptius convivio spectaculum putat ipyjln- Gat r.poc, tov auXov
T/rJijiaTa, Iv oi; Xapixe; ts •/.a't Qpat, xa\ Niifxcpat ypstaovtai, ad
tibiam edi motus et saltationes, eo habitu, quo Gratiae, Horae,
Nymphae a pictoribus exhibentur. Forte suspectum alicui fuit hoc
quod Gratice nuda; pingi solent. Sed huic sus- picioni repugnat,
quod dicitur Ariadne illa saltatrix w; vop-sr, xcy.ocju.rjU.svr,,
sponsce autem profecto apud Grcecos nudce esse bien qu’i.1 s’agisse
ici de plaisirs conformes au vceu de la nature, et de s’etre fait, en
quelque sorte, entremetteur. II n’y a rien, dans ce passage, dont doivent
rougir 1’honnete Socrate et ses amis. Des mimes viennent d’executer
devant les convives toutes sortes d’exercices extraordinaires,
quelques-uns tres-dangereux et propres a donner le frisson aux
spectateurs; on a vu les uns presenter leurs poitrines, en sautant,
a des pointes d’epees rangees en file; d’autres lire ou ecrire enfermes
dans une roue de potier mise en mouvement. Ces exercices deplaisent
a Socrate ; il pense qu’il serait plus convenable, au milieu d’un
festin, de voir des danseuses executer des poses, au son de la
Jlute, sous le costume que les pcintres pretent d’ ordinaire aux
Graces, aux Heures et aux Nymphes. Cela a pu paraitre suspect parce
qu’on a coutume de representer les Graces toutes nues. Mais ce
soupcon ne repose sur rien, car la danseuse qui parut alors,
habillee en nymphe, representait I Ob non solebant : nymphae in
insectis ab eo ipso dicta?, quod involuta? sunt. Gratias decenter vestitas
contemplari licet in Grcecis monimentis apud Montfauc. Ant. Expl.
To. i Tab. iog ad p. ij6. Movit forte eum, qui primus crimen hinc
excerpsit Socrati, a/r^a-coiv appel- latio, qua? inter alia ad turpes
figuras refertur, quales olim Philcenidis et Elephantidis commendatas
libellis fuisse constat, ut hic ejusmodi impudens spectaculum
suspicaretur . Sed tum interjecta
de amore disputatio tum ipsa perfectio exsecutioque consilii (c. g)
suspicionem illam eximunt. Aguntur Ariadnes et Bacchi nuptice,sed illa ut
in scenam nihil veniat, pra?ter oscula et [De quibus Spanhem. de usu
et Praest. numism. Diss. Hic ay 7 jfi a est omnis gestus saltantium
blandus, minax, derisor. Vid. Lucia. de Saltat. extr. Apertior,
simpliciorque, et incautior adeo Xenophontis de his rebus oratio, quam
Platonica : sed cujus summa eodem pertineat, uti ab impura libidine ad
sanctam animorum conjunctionem homines revocentur. Ariadne, et les Grecs ne
permettaient pas le nu dans les roles de femmes mariees.
D’ailleurs, certains insectes imparfaits sont appeles nymphes precisement
parce qu’ils sont enveloppes. On peut voir aussi, dans YAntiquite' ex-
pliquee de Montfaucon, que les Grecs, meme sur leurs monuments,
figuraient les Graces decemment vetues. Celui qui le premier a lance
contre Socrate cette accusation s’est peut-etre effarouche du mot
pose, qui, entre autres, est applique a des images obscenes, du genre de
celles qu’on rencontrait dans les livres de Philænis et d’Elephantis; il
a soupfonne Socrate d’avoir reclame un spectacle lubrique. Or,
ladiscussion surTarnour qui intervient alors, 1’execution et
l’ache- [Spanheim (De prostantia et usu numismatum antiquorum) parle de
tout cela. On appelait poses toute esp6ce de geste lascif, provocant
ou railleur, des mimes. Comparez Lucien, De la Danse Le dialogue de
Xenophon est bien plus franc, bien plus simple et bien moins circonspCct
que celui de Platon ; tous les deux d’ail!eurs vont au
meme amplexus, cetera reservantur postsceniis. but, qui est de
detourner les hommes des plaisirs les plus impurs et de les rapprocher
dans une sainte communion des ames. Tales saltationes s.
repraesentationes etiam pars sacrorum erant. Apud Lucia. in
Pseudom. xsXsx7]'v xtva cuvtaxaxat Alexander, xai SaStyta?, xat
tepocpavxta; In his mysteriis et sacris etiam est KoptoviSo? yapto; cum
Apolline item riooaXstpiOU xai pLTjTpo; AXs^avSpou yauo; denique
SsXrJvr^ xai AXs^avBpou spto? Alexander ut Endymion alter xaOsuSwv
exsixo sv xw piato cptXrjtxaxa xs
eytyvovxo xat ~£pt~Xoxa\, st 8s ar t r. oXXat iqaav at 8a8ss, xay’ av xt
xat xwv utco xoXtcou sjxpaxxsxo. Apposui locum, quia hic etiam
7t$pt7tXoxa'i, et tamen nihil obscenum. vernent immediat du
divertissement qu’il avait demande, enlevent toute force a cette
conjecture. Les mimes representent les noces d’Ariadne et de Bacchus:
mais on ne voit rien de plus sur la scene que des baisers et des
etreintes amoureuses; le reste se passe derriere le rideau. Ces sortes de
danses et de reprdsentations faisaient partie des Myst6res. Dans lM
lexander seu Pseudomantis, de Lucien, on voit Alexandre, introduit comme
nouvel initii, passer par les 6preuves du dadouque et de
l’hi<5rophante. Parmi les scenes religieuses auxquelles cette
initiation donne lieu figurent : les noces d’Apollon et de Coronis,
celles de Podalirius et de la mere dAlexandre, enfin les amours
d’Alexandre et de la Lune. « Alexandre, comme un autre Endymion, etait
couchd au milieu du theatre; on dchangeait des caresses et des baisers.
S’il n’y avait pas eu D des torches en quantite, peut-etre bien qu’il se fut
laiss6 entrainer a faire qucedam earum quce sub veste Jieri solent. Cest
un peu ldger; cependant il n’y a rien la de bien obscene. Gesner aurait
du citer Lucien plus completement; ce passage du Pseudomantis offre un
tableau de genre exquis: Alexandre, comme un autre Endymion, etait
couche au milieu du thdatre, faisant semblant de dormir. II tombait de la
voute, comme du ciel, une certaine Rutilia, tr£s-jolie, qui jouait
le role de la Lune et qui dtait la femme d’un intendant de
1'einpereur. Elie aimait vraiment Alexandre et Finem et effectum negotii
ita indi- cat Xenophon : teXo; 0 i ol <jup.7ioToci’.oovte;
T:ept6e6Xr]xdT:a; ts aXXrjXou c xai oj; et; euvrjv aTr-.ovTa:, 01
(j.r,v ayauoi yaixetv £zw[xvuaav, 01 oe ysyap-rixoTec, ava 6 xvc£; Ijci
xou; ? 3 C 7 COUS, a-rj- Xauvov Tipo; xa; lauxujv yuvaTxa;, otim;
xojxojv xuy otsv. Tandem post blanditias quasdam, verecundas,
maritales, complexi se invicem sponsus et sponsa, i. e. manibus implexis,
vel brachiis mutuo cervici impositis, vel tergo circumjectis, velut
cubitum discedunt: ab hoc spectaculo incalescentes, et ut paullo ante
dicebat, av£7iTEpo)|jiivoi convivae cælibes dejerant, se ducturos
esse uxores ; mariti autem equis conscensis domos festinant, ut simili
voluptate et ipsi fruantur. Utinam vero e spectaculis et theatris
hodie ita discederetur! utinam Socratis hac parte disciplinam sequeren-
tur publicarum Voluptatum Tribuni. Talia spectacula edere debebant
Romani eu 6tait aimee. Sous les yeux de son propre mari, iis
echangeaient des caresses et des baisers. Xenophon indique de la maniere
suivante la fin et les resultats de l’histoire. Apres toutes sortes de
caresses honnetes et maritales, les deux epoux se tenant embrasses,
c’est-a-dire, je pense, les mains entrelacees ou les bras passes
mutuellement soit autour du cou, soit autour de la taille, s’eloignerent
comme pour aller se coucher. Echauffes par ce spectacle et se sentant de
furieuses demangeaisons, comme s’il leur poussait des ailes, les convives
encore celiba- taires /irent le serment de ne pas tarder a prendre
femme; les maris monthrent a cheval et se haterent de regagner le logis,
pour gouter d leur tour de semblables voluptes. Plut au ciel qu’aujour-d’hui on
quittat les spectacles et les theatres dans de si bonnes
intentions! plut au ciel que cette partie de la discipline Socratique fut
pratiquee par les ediles preposes aux plaisirs publics! Ce sont de tels
divertissements qu’auraient du decreter les empereurs Romains, soucieux d’exciter
toutes les classes au ma principes, cum de maritandis ordinibus, et sobole
Romana augenda soliciti erant: talia conveniebant nuper Lutetia? et
Gallice adeo universae, quum Ducis Burgtindice natalem nuptiis mille
puellarum celebrarent: talia magnam Britanniam, si quid veri habent
quorundam qucerelce, Swiftiance praesertim, quas eo loco protulit, ubi de
abrogando clero disputat: aut eorum, qui hodie peregrinos
invitandos, supplendi populi causa. et civitate donandos,
censent. Nempe incidit aetas Socratis in ea tempora, ubi civium
paucitate laborabat exhausta bellis Persicis et Peloponnesiacis Attica,
cui etiam lege matrimoniali obviam ire, et afferre remedium, conati
esse dicuntur. Debemus notitiam hujus legis ipsi Socrati, quatenus nulla
forte illius mentio extaret hodie, nisi de duabus Philosophi uxoribus jam
olim disputatum esset. Res cum queestioni. de qua riage ct d’accroitre la
posterite de Remus: iis auraient convenu naguere a la ville de Paris et a
la France entiere lorsqu’on feta la naissance du duc de Bourgogne en
mariant un millier de jeunes falles; iis auraient bien fait Faffaire de
la Grande-Bretagne, s'il y a quelque chose de vrai dans ces
plaintes dont Swift surtout s’est fait l’e'cho et qui reclamaient
1’abolition du celibat despretres; iis conviendraient encore a ces pays
ou l’on attire les etrangers en leur conferant les droits civiques pour
suppleer au petit nombre d'habitants. Socrate vivait a une epoque
ou 1’Attique, epuisee par les guerres des Perses et du Peloponese,
souffrait de ne plus avoir qu'une population clair-se-mee; on dit menae
que les Atheniens s’efforcerent de remedier a cet etat de choses par une
nouvelle loi touchant lesmariages. Nousdevons l’unique renseignement que
l’on ait sur cette loi a Socrate, car il n’en subsisterait aujourd’hui
aucune agimus conjuncta sit, illam, quam breviter jieri potest,
expediemus. Duas So- crati uxores vulgo tribui videmus, Xanthippen e qua
Lamproclem susceperit, et Myrto, Sophronisci atque Menexeni matrem.
In hoc conveniunt Cyrillus (contra Julia) et Theodoretus (Grcecar.
Affect. curat) ac Diogenes Laertius. Porro de Xanthippe Cyrillus ex
Por- phyrio, 7tspi7tXa-/.asav XaQstv, clanculum in ipsius amplexus
venisse ; quod plane repugnat Platoni et Xenophonti, qui nullius
conjugis prceter Xanthippen, justam uxorem, mentionem faciunt : tum
Theodoreto, qui tamen ipse quoque sua debere ait Porphyrio, sed non
tantum pro TCspiTt^axetaav XaOsTv habet 7:po<j-XaxeTcjav Xa6sTv,
induxisse priori uxori, ut pereat illa secreti, et furti amatorii notio :
sed etiam addit, solitas esse eas mulieres inter se depugnare, deinde
pace facta conjunctim impetum facere in Socratem ideo, quod is bella
illarum non dirimeret: hunc vero utrumque genus pugna: mention sans la controverse
autrefois agitee au sujet de ses deux femmes. Comme cette question
tient a notre sujet, nous la discuterons bridvement. On donne communcment
a Socrate deux femmes : Xantippe, dont il eut un de ses fils,
Lamprocles, et Myrto, la mere de Sophronisque et de Menexene. S. Cyrille,
Theodoret et Diogene de Laerte sont tous les trois d’accord
la-dessus. Mais S. Cyrille, empruntant ce detail a Porphyre, dit de
Xantippe que son mariage avec Socrate fut clandestin, qu’elle se cachait
pour 1’embrasser, ce qui contredit absolument Xenophon et Platon,
puisqu’ils ne parient d’aucune autre femme que de Xantippe, epouse
legitime de Socrate. Theodoret, qui lui aussi dit tenir de Porphyre
ses renseignements, change 7iepi7tXoaEiaav XaOsTv en npovnXxxsT-
aav XafleTv et declare ainsi que Socrate introduisit Xantippe chez sa
premi^re femme, ce qui ruine toute cette histoire de mariage
secret, et de furtifs baisers; bien mieux, il ajoutc que ces deux mecum
risu speci are consuevisse. Utri fi dem habebimus? Sed nondum est
finis discordiarum. Theodoretum si audimus, induxit Xanthippen suce jam
Myrto Socrates: sed Laertius negat convenire inter auctores, utram prius
duxerit. Idem ait, simul ambas habuisse Socratem, a quibusdam esse
traditum. In hac sententia etiam fuit auctor Dialogi Halcyon, qui
inter primos Lucianeos editur, in cujus fine Socrates dicat, se Halcyonis
amorem in maritum suis conjugibus Xanthippee et Myrto prcedicaturum esse.
Antiqua porro esse illa relatio memoratur Callisthenis, Demetri Phalerei,
Satyri Peripatetici, Aristoxeni Musici, geres se battaient
continuellement, puis la paix faite, tombaient a poings fermes sur
le pauvre Philosophe, en lui reprochant de ne les avoir pas separees:
pour lui, il restait simple spectateur du combat et voyait donner ou
recevait lui- meme les coups en souriant. A qui faut-il s’en rapporter,
de S. Cyrille ou de Theodoret? Et nous ne sommes pas au bout
de la querelle. Dapres Theodoret, So- crate epousa Xantippe, dtant deja
marie a Myrto; mais Diogene de Laerte af- firme que les auteurs ne
sont pas d’accord et qu’on ne sait qui des deux il epousa la premiere. Il
dit aussi qu’il les eut toutes les deux ensemble, et sur quelles
autorites repose cette assertion. Elie a ete accueillie par 1’auteur du dialogue
intitule Alcyon, imprime en tete de ceux de Lucien; on y voit
Socrate proposer en exemple a ses deux femmes, Xantippe et Myrto,
1’amour d’Alcyon pour son mari. Plutarque (Vie d’Aris- i Hieronymi
Rhodii, apud Plutarchum (vita Aristid. extr.) qui ceteris narrandi
auctorem fuisse ait Aristotelem in libro de nobilitate, (rapi s-jyevsia;)
qui tamen liber an sit Aristotelis, Plutarchus dubitat : narrant autem
ita, Aristidis neptim Myrto, vidua cum esset et paupercula, domum
ductam a Socrate, eique cohabi- tasse, licet aliam uxorem
habenti. At non licebat a Cecrope inde Athenis plure s una habere
uxores. Qui sit igitur, ut neque Comici exprobrarint, neque Accusatores
objecerint digamian Socrati? Hic nobis narrant Athenaeus et
Laertius legem, latam supplenda 1 multitudinis civium causa. Exstabat
Athenceo prodente ipsum decretum a Rhodio Hie- ronymo conservatum,
wax' si-eivat xai ouo ET L’AMOUR GREC I i q tide) rapporte que cettc
opinion etait ancienne, et qu ; elle fut partagee par Callisthene,
Demetrius de Phalere, Sa- tyrus le peripateticien, Aristoxene le
musicien et Hieronyme de Rhodes; Athenee dit de son cote qu’ils
Tavaient tous puisee dans le Traite de la No- blesse d Aristote,
livre dont cependant Plutarque doute qu’Aristote soit l’auteur. Tous
racontent que Myrto, pe- tite-fille d Aristide, etant veuve et se
trouvant dans une extreme pauvrete, fut recueillie par Socrate dans sa
maison et qu’il cohabita avec elle, quoiquhl fut deja marie. J
Les vieilles lois de Cecrops inter-disaient cependant a Athenes les
doubles unions. Pourquoi donc ni les poetes co- miques, ni les
accusateurs de Socrate ne lui ont-ils reproche ou oppose ce cas de
bigamie ? Cest a ce propos qu’A.thenee et Diogene de Laerte nous parient
de cette loi nouvelle, edictee, disent-ils, dans le but d’accroitre
le nombre des citoyens. SOCRATE 'systv yuvatxa; tov [3o'jaojj.£vov. Secundum
haec male accusaretur Socrates, qui et legi paruerit de augenda
sobole Attica, et Aristidis progeniem viduitate et pauper- tate
extrema liberaverit. Verum enim vero totum hoc de duabus Socratis
uxoribus, quin de lege maritali etiam falsum esse, prcesertim ex
dissensu commemorato, itemque ex Platonis et Xenophontis silentio
arguit Bentleius. Et habet, quantum est de monogamia Socratis,
magnum auctorem Pancetium, quem laudat Plutarchus, qui cum
retulisset eam quce modo proposita est de Myrto narrationem, satis
illam refutatam ait a Panaetio: cujus si opus hodie extaret,
facilior forte hodie esset causa Socratis, quem tamen a turpi pue- [In
Dissertat, de Phalaridis et exteror. Epistolis, ET l’aMOUR GREC Athenee
s’avance jusqida dire qu’il y avait un decret, conserve par
Hieronyme de Rhodes, et ainsi concu: « 11 est permis d’avoir jusqua deux
femmes. Si cela est vrai, on accuserait mal a propos Socrate, qui
n’aurait fait qu’obeir a la loi portee en vue de repeupler
1’Attique, et qui de plus aurait sauve du veuvage et de la
mis&re la petite-fille d’Aristide. Mais vraiment Phistoire des
deux femmes, tout aussi bien que celle de la loi matrimoniale,
paraissent en-tachees de faussete a Bentley; il se fonde surtout sur le
desaccord que nous avons signale et tire une grande preuve du silence
de Platon et de Xenophon. Nous avons, pour ce qui est de la monogamie de
Socrate, une excellente autorite, Pantetius, dont Plutarque fait le plus
bel eloge; apres avoir rapporte ce que nous avons dit de Myrto, il
ajoute que cettefable a ete suffisamment refutee Dissertation sur
les Epitres de Phalaris, Themistocle, Sacrale et Euripide (iu-8"). SOCRATE rorum amore, et a lenocinio turpi, et
a libidinosa digamia, vel sic satis liberatum esse confido. ET L AMOUR GREC par
Panaetius. Si nous possedions son livre, la cause de Socrate serait
aujourd’hui plus facile a defendre; je pense cependant avoir prouve qu’il
ne fut ni un corrupteur de la jeunesse, ni un provocateur a la debauche,
ni un bigame libertin. Alcibiade; ses avances repouss^es par
Socrate. Ame, comparde par Platon a un attelage ai!6 classification des ames suivant le degrd
de connaissances acquises avant la vie, p. Amour
philosophique, raisons qui dirigent les choix dans cette
sorte d’amour les impuretes ou il peut s’egarer Analyse du Lysis,
dialogue de Platon du Phedre du Banquet Beaute morale et Beaute physique
-- Bigamie; Socrate eut-il deux femmes? la bigamie etait-elle
autorisde en Grece ? Cohorte sacree des amants, a Thebes et
en Crete -- Inspires; couples d’amis Minies; leurs exercices et poses
plastiques -- riaiospaatsta, le mot et la chose pouvaient etre pris
en bonne part, chez les Grecs Peines portees par les Grecs contre
les infames Pronostics tirds par les physionomistes de la voix
forte et grave de lencolure courte des oreilles velues -des grosses
levres -- du nez camard des yeux saillants, Representations mythologiques
et divertissements dans les festius dans les mysteres effets singuliers
produits parfois sur les convives par ces representations, p.
m. Socrate; motifs ordinaires des accusations portees contre lui pourquoi
il recherchait les beaux garcons son portrait physique Socrate
l’ Ecclesiastique; comment il a accuse, sans preuves, Socrate le Philosophe Sparte
; coutume rappor- t6e par Elien -- les amours impures y etaient
ignorees Paris. Imp. Motteroz, 3 i, rue du Dragon. Nome
compiuto: Gabriele Giannantoni. Giannantoni. Keywords: la dialettica,
dialettica, Epicuro a Roma, Calogero, il principio dialogo, Lucrezio, Cicerone.
-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannantoni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannetti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del corposcolarismo
– filosofia carrarese – scuola d’Aulla – la scuola d’Albano di Magra -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Albiano di Magra). Abstract. Grice: “We take ontology lightly today – at
least Oxonian philosophers do! But bak in the day, for philosophers like G.,
all they wanted to know was if ‘corpusculi,’ as they called them, did exist –
out there!” Keywords: ontology. Filosofo carrarese. Filosofo toscana. Filosofo
Italiano. Aulla, Massa-Carrara, Toscana. Grice: “I like Giannetti; for one, he
is the only philosopher I know whose first name is ‘Pascasio.’ He taught at
Pisa, but not in the tower – Oddly, while he is from Tuscany, there is a street
(‘via’) in La Spezia named after him!” – Grice: “His logic was considered
heretic, at least by the duke, who diligently expelled him from any obligation
of teaching!” – Insegna a Pisa. Quando
lascio la cattedra, gli successe Grandi.
Di formazione galileiana, fu un acceso nemico dei Gesuiti. Sollecitato da Grandi,
che lo aveva anche introdotto a Newton, cura GALILEI (Firenze). Rimosso da Pisa
da Cosimo III de' Medici, vi fece rientro alla morte di quest'ultimo. N C. Preti, Dizionario Biografico degli
Italiani, Memorie storiche d'illustri scrittori e di uomini insigni dell'antica
e moderna Lunigiana, Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. G. Essendo G. tra'maestri più singolari di
filosofia a Pisa, quanto onore a quello Studio recasse non si può dire. Costui
ebbea quelle scienze pro clive natura, e tanta forza e vivacità d'ingegno che a
sermonare e discorrere di materie filosofiche pare nato a posta. È e'di Albiano
di Lunigiana, e divenne lettore in detta Università; e così bene in cattedra
sue dottri ne tratto, che per lo più savio discepolo di Marchetti e Bellini,
cattedranti nobilissimi, tutti lo conoscevano. Nulla ignoto eragli di quanto GALILEI
e Gassendo aveansi ritrovato, e sostenitore acerrimo fu della filosofia
corpusculare. Per ques stoguerra eterna pareva intimata avesse a tutti li
Peripatetici e Scolastici ostinati; che ligii si di chiaravano agli antichi
sistemi, quali adesso ricor dansi appenanelle scu ole de'monasteri. Per lo che
G. è tenuto per uno de'più arditi e co raggiosi sostenitori degl’insegnamenti
novelli e assai molesto riuscì a'superstiziosi filosofanti, ma in particolar
modo ai Gesuiti i quali, potendo al loramoltissimopressoCosmo III de'Medici, fecero
in grave sospetto cadere di errori di religione G. non solo, ma quasi tutta la
Pisana Università. Per tale cagione, sendo state forti let tere scritte e
minaccevoli ai professori con ordi nare, che non volevasi filosofia democratica,
G., cui sapea benissimo delle persecuzioni altrui schermirsi e rintuzzare le
dicerie degli imperiti con la dotta e mordace sua lingua, difese con trion fo
la causa per iscrittura,nè mai digua proposta sentenza cesso. Finalmente
costretto di mutar cattedra e di leggere medicina, non ostan te filosofava su i
nuovi sistemi anche interpretan do gliaforismi d'Ippocrate e di Galeno,e men
tre con eloquio squisito e con pompa di erudizio ne le materie mediche
spiegavà, senza punto de nigrare alla gravità della scienza e del loco ; l' al
trui cabale e leggerezze con vaghi scherzi e arguti motti derideva. Moltissimo
ancora si adoperò in fisiciani sperimenti e nelle savie cure di Tilli per ogni
maniera di lode famoso: nè mezzanamente sidistinse insieme con lo Zambescari di
Pontremoli suo collega a sperienze fare nti lissime su le terme del territorio
Pisano e Luriena se,che servirono ad ambeduni di grande merito. Intra le altre
fece minute prove su l'acqua salsa di Monzone di Lunigiana, e trovolla più efficace
di quella del Tettuccio di Valdi Nievole, e poteró Viri Paschasii G.
Albianeusis Philosoph. et Medicin, in Pisau. Acudem. Professoris
logeniiacumine eloquen.et ingenua philosoph. libert. Quam difficillimis
temporib, fere solus inter Acadlem. retinuit Concesserat Aun. S Thomas Perellius praecept. et Amico Vasoli Io non
posso tacere di aver molte cose rica vato diquesto librodalle fạtiche e dagli
scritti di questo Vasoli di Fivizzano, il quale sembra avesse in mente
d'illustrare sua patria, e però non deggio scordarmi di retribuirlo di grata
inemoria, tanto più che molto distinto riuscì nel la medicina e buon
coltivatore della poesia. Que stouomoerudito, comeraccontaincertosuoEr bariolo
Lunense m . s., avendo studiato prima a Bolognae poi a Pisa allascuola del celebre
Malpighi, dove si dottorò verso la fine del si estrarre il sale catartico
a guisa di quel d' In ghilterra, se non venisse incautamente adulterata.
Benespesso Pascasio dilettavasi d'investigare le azioni è i consigři degli
uomini più che i segreti dellanatura,equasi Epicuro con aspreparoleab batteva i
vizi ele inezie altrui. Mente profonda mostrò in tutto, ma poca industria: e
vivendosi fino alla vecchiezza, dopo anni di lettura in quella università, muore
in una villetta che avea a Capannoli su quel di Pisa, e sepolto nella chiesa diquella
terra, fugliper Tommaso Pe relli suo scolare messo questo marmo sopra il se
polcro, riferito ancora da inonsignor Fabroni in sua stor. dell'Univ. Pis., dove
parla di G.: = Pijs Manibus et Memoriae aeternae Cum paucisaetatis suae
comparandi Obiit Octuagenario major in proxima Villula In quam post impetratam
a docendo vacationem G. Nasce, da Polidoro, ad Albiano Magra di Aulla in
Lunigiana. Avviato agli studi filosofici, li coltivò, insieme con quelli
medici, presso l'Università di Pisa, dove era ben viva la tradizione galileiana
e, in fisica e in medicina, era ben rappresentata la corrente
meccanico-corpuscolarista. Fu il gruppo di docenti formatisi alla scuola di
G.A. Borelli a istradarlo verso questa tradizione concettuale; soprattutto
Marchetti, Bellini e Zerilli lo introdussero allo studio delle opere, oltre che
di Galilei, di Gassendi e del Borelli. Parallelamente, G. attinse da G. Del
Papa gli stimoli di un diverso indirizzo, anch'esso presente nell'ateneo
pisano, teso a far convivere, soprattutto in campo medico, il galileismo con
esigenze di ordine pratico. Laureatosi in filosofia (promotore e il Del
Papa), G. ottenne nello stesso anno la lettura di logica e filosofia naturale.
Il suo magistero, argutamente antiaristotelico e apertamente atomistico,
dovette risultare piuttosto efficace. Quando si delineò una reazione generale
della Chiesa contro quelle interpretazioni dello sperimentalismo considerate
arbitrarie e potenzialmente eversive dell'ortodossia religiosa, a causa dei
possibili esiti materialistico-libertini, il G. fu direttamente coinvolto. Insieme
con altri sei lettori pisani, si vide intimare dall'auditore F.M. Sergrifi di
non insegnare la filosofia atomistica. Per nulla intimidito, a detta di
Fabroni, G. alimentò le polemiche che seguirono con un libello, oggi perduto,
in difesa dei lettori ammoniti. Poca sorpresa dovette quindi destare tra i
contemporanei il provvedimento, preso dal governo di Cosimo III, di trasferire
G. alla lettura di medicina teorica, mitigato dal permesso di tenere lezioni
domiciliari di filosofia. Come lettore di questa disciplina medica, il G.
mostrò di voler tenere aperti spiragli per un discorso "moderno".
Lesse gli Aforismi d'Ippocrate, proclamandosi così seguace dell'indirizzo che
privilegiava la pratica clinica sulle questioni di teoria medica, ma nel
commentarli continuò a seguire i novatori. In particolare, a quanto
sembra, già in questa fase i motivi galileiano-gassendiani si erano venuti in
lui incrociando con motivi della dottrina newtoniana. Da questa aveva recepito
la tesi della struttura porosa della materia, che, attraverso l'ipotesi dei
diversi ordini di combinazione dei corpuscoli, è assunta come matrice delle
qualità macroscopiche dei corpi. È probabile che una delle fonti attraverso le
quali il G. venne a conoscenza della teoria newtoniana sia stata il padre
camaldolese G. Grandi, suo buon amico (Ortes ci riferisce che Grandi solea
frequentemente conversare nella casa del G.), ma, a differenza di Grandi, il G.
non dovette essere pienamente in grado di coglierne l'impalcatura matematica,
tanto da ritenerla conciliabile con la distinzione gassendiana tra punto
matematico e punto fisico. G., insieme con Bresciani, G. Averani e altri,
fu coinvolto dal Grandi nella preparazione della seconda edizione delle Opere
di Galilei (Firenze). Più tardi, alla metà degli anni Venti, il suo nome venne
fatto in alternativa a quello del Grandi quale autore di un libretto pseudonimo
(Q. Lucii Alphei Diacrisis in secundam editionem Philosophiæ novo-antiquæ r.p.
Cevae cum notis Ianii Valerii Pansii, Augustoduni), che segnò una nuova
occasione di scontro tra i novatori pisani e i gesuiti del collegio di
Firenze. Il libretto, nato come replica alla prefazione del gesuita M.
Dalla Briga al poemetto Philosophia nova-antiqua (Florentiae), del confratello
T. Ceva, fornisce una descrizione caricaturale delle forme di opposizione allo
sperimentalismo che, a detta dell'autore, circolavano nel collegio
fiorentino. Non è chiaro se sia da collegarsi a questa polemica il basso
profilo assunto dal G. nel quarto decennio del secolo. La relazione sullo stato
dello Studio che G. Cerati presentò ai nuovi governanti, ci informa che
"già da alcuni anni" G., pur retribuito, aveva interrotto le lezioni
pubbliche e si limita a dare privatamente lezioni di filosofia. Cerati
attribuiva ciò a non meglio precisate indisposizioni del corpo, ma l'Ortes
attesta che G. godette per tutta la vita di ottima salute. Priva di riscontri è
la notizia di una sua adesione alla loggia massonica fondata a Firenze, loggia
che però sicuramente accolse un buon numero di suoi allievi. G. muore a
Capannoli, presso Pisa, Quelle che sembrano essere le sue uniche opere a noi
giunte si trovano a Firenze, Bibl. Riccardiana, ms. Tractatus phisici iuxta recentiorum opinionem
conscripti a G.) e a Pisa, Bibl. universitaria, ms. (PHILOSOPHIÆ TRACTATVS). Per
la collaborazione do G. all'edizione fiorentina delle Opere del Galilei vedi le
lettere di Buonaventuri a Grandi, Pisa, Bibl. universitaria, Carteggio Grandi; sei
lettere del G. a Grandi e alcune note di argomento fisico; Acta graduum
Academiae Pisanae, Volpi, Pisa; Ortes, Vita di Grandi, Venezia G. Soria,
Raccolta di opere inedite, Livorno, Fabroni, Historiae Academiae Pisanae, Pisis,
Sbigoli, Crudeli e i primi framassoni in Firenze, Milano; Carranza, Cerati
provveditore dell'Università di Pisa nelle riforme, Pisa, Storia
dell'Università di Pisa, Pisa, Morelli, Per una storia di Bonducci, Roma, Livorno,
Livorno. Nome compiuto: Pascasio Giannetti. Gianetti. Keywords: corpuscolarismo,
implicature corpuscolare, Isaaco Newton, Galilei, Grandi, Giannetti -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giannetti: implicatura corpuscolare – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Giannetta -- search – another time?
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannone:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della terza Roma – e
l’implicatura ligure – scuola d’Ischitella – filosofia foggese – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ischitella). Abstract. Grice: “I had one pupil once at Oxford who
wanted to research on Italian philosophers. ‘Stick to the heretic ones,’ I
lectured him. ‘They are the only interesting ones – Rome being what it is! And
G. was one of them!” Keywords: italiani eretici. Filosofo foggese. Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Grice: “Giannone is an interesting philosopher. He
philosophised on the ‘citta terrena,’ which is a back-fromation from ‘celestial
city,’ and by which he meant Rome! – Then he compared men – in their
collectivity, to apes, even if ingenious ones!” “Non
solo i corpi, ma, quel che è più, anche le anime, i cuori e gli spiriti de'
sudditi si sottoposero a' suoi piedi e strinse fra ceppi e catene.” Esponente
di spicco dell'Illuinismo italiano, discendente da una famiglia di avvocati
(anche se il padre era uno speziale), lasciò il paese natale per intraprendere
gli studi a Napoli. Si laurea entrando ben presto in contatto con filosofi
vicini a Vico. Fu praticante presso Argento, che disponeva di una vasta
biblioteca, la frequentazione della quale fu essenziale per la sua
formazione. I suoi interessi non si limitarono soltanto al diritto ed
alla filosofia, appassionandosi anche agli studi storici e dedicandosi alla
stesura della sua opera storica più conosciuta Dell'istoria civile del regno di
Napoli, che gli causò tuttavia numerosi problemi con la Chiesa per il suo
contenuto. Costretto a riparare a Vienna, ottenne protezione e
sovvenzioni da Carlo VI, il che gli permise di proseguire indisturbato i suoi
studi filosofici. Il suo tentativo di rientrare in patria fu ostacolato
dalla Chiesa, nonostante i buoni uffici dell'arcivescovo di Napoli recatosi a
Vienna per convincerlo a tornare a Napoli. Fu costretto a trasferirsi a Venezia
dove, apprezzatissimo dall'ambiente culturale della città, rifiutò sia la
cattedra a Padova, sia un posto di consulente giuridico presso la
Serenissima. Il governo della Repubblica lo espulse, dopo averlo
sottoposto a stretti controlli spionistici, per questioni inerenti alle sue
idee sul diritto marittimo e nonostante la sua autodifesa con il trattato
Lettera intorno al dominio del Mare Adriatico. Dopo aver vagato per
l'Italia (Ferrara, Modena, Milano e Torino), giunse a Ginevra, dove compose un
altro lavoro dal forte sapore anticlericale “Il Triregno: il regno terreno, il
regno celeste, e il regno papale, che gli costò nuovamente la persecuzione
delle alte sfere ecclesiastiche culminate con la sua cattura in un villaggio
della Savoia, ove fu attirato con un tranello. Rimasto nelle prigioni
sabaude, fu costretto a firmare un atto di abiura che non gli valse tuttavia la
libertà. Fu tenuto prigioniero nella fortezza di Ceva, dove scrisse alcuni dei
suoi componimenti più famosi. Trasferito alla prigione del mastio della Cittadella
di Torino. +“Dell'istoria civile del regno di Napoli” ebbe enorme fortuna mentre
la Chiesa ne avversò le tesi ponendola all'Indice dei libri proibiti,
comminando al filosofo una scomunica la quale obbligava Giannone a riparare
all'estero. I temi trattati nell'Istoria, sviluppati su precisi riferimenti
giuridici, forniscono una lucida descrizione dello stato di degrado civile del
Regno di Napoli, attribuendone le cause all'influenza preponderante della Curia
romana. Auspica in primis con quest'opera, «il rischiaramento delle nostre
leggi patrie e dei nostri propri istituti e costumi». Nel Triregno, opera
aspramente avversata anch'essa dagli ambienti ecclesiastici, presenta la
religione secondo un prospetto evolutivo: la Chiesa, col suo "regno
papale", si contrappone al "regno terreno" degli Ebrei ma anche
a quello "celeste" idealizzato dal Cristianesimo e il superamento del
male, che lo Stato Pontificio così incarna, si realizzerà soltanto attraverso
un cambiamento di rotta deciso, mediante ulteriore consapevolezza individuale
raggiunta dall'uomo nel corso della sua vicenda Storica. Indi teorizza uno
Stato laico capace di sottomettere l'istituzione papale, anche mediante
un'espropriazione dei beni materiali del clero. La Chiesa porta avanti una
forma di negazione di quella libertà individuale che deve essere posta come
fondamento giuridico e sociale. Al filosofo sono intestati vari istituti
scolastici, tra cui lo storico Liceo classico G. di Caserta, quello di
Benevento, quello di Foggia, e quello di San Marco in Lamis. Nella Storia della colonna infame, Manzoni
dedica a G. ampio spazio elencandone i numerosissimi plagi e gli errori che
anche Voltaire gli rimprove. Inizia paragonandolo a Muratori e indicandolo come
filosofo più rinomato di lui, poi aggiunge un lungo ELENCO e raffronto delle
opere plagiate e degli autori, tra cui Nani, Sarpi, Parrino, Bufferio, Costanzo
e Summonte: e chissà quali altri furti non osservati di costui potrebbe
scoprire chi ne fa ricerca". E conclude che se non si sa se fosse pigrizia
o sterilità di mente, e certo raro il coraggio. Altre saggi: Autobiografia:
i suoi tempi, la sua prigionia, appendici, note e documenti inediti, Pierantoni, Roma, Perino, I discorsi storici
sopra gli Annali di LIVIO, Apologia dei teologi scolastici Istoria del
pontificato di Gregorio Magno, “L'Ape ingegnosa” “Istoria civile del Regno di
Napoli. Napoli, Gravier); G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Gravier,
G., Istoria civile del Regno di Napoli.Napoli, Gravier, G., Istoria civile del
Regno di Napoli; Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli,
Gravier. G., Istoria civile del regno di Napoli, Capolago, Elvetica; Nicolini,
La fortuna di G.: ricerche bibliografiche, Bari, Laterza, Marini, Il GIANNONISMO
(Bari, Laterza). Vigezzi, G. riformatore e storico. Milano, Feltrinelli, Giannoniana:
autografi, manoscritti e documenti della fortuna di G., Bertelli, Milano,
Ricciardi, Ricuperati, L'esperienza
civile e religiosa di G.., Milano-Napoli, Ricciardi, Mannarino, Le mille favole
degl’antichi. Cultura europea nella filosofia di G., Firenze, Le Lettere, Ricuperati,
La città terrena di G.: un itinerario tra crisi della coscienza europea e
illuminismo radicale, Firenze, Olschki, Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vita scritta da lui medesimo, Feltrinelli, Biblioteca Italiana, filosofico.net/
giannone. htm. De’ liguri duri e forti. Loro estensione in Italia; e come
sopra tutti gl’altri popoli tenesseró esercitati I ROMANI nella disciplina militare,
sicchè fossero gl’ultimi ad esser soggiogati. LIVIO in più occasioni, parlando
de’ liguri, confessa che niuna provincia esercita cotanto I ROMANI nella virtù
e disciplina militare, quanto LA LIGVRIA, poichè dura nelle armi, bellicosa
amica di fatiche e di travagli, e di riposo impazienle, nelle sue guerre non
tosto era da’ romani vinta che sorgeva più animosa e forte di prima. IS HOSTIS
VELVT NATVS AD CONTINENDAM INTER MAGNORUM INTERVALLA BELLORVM ROMANIS MILIAREM
DISCIPLINAM ERAT NEC ALIA PROVINCIA MILITEM MAGIS AD VIRTVTEM ACVEBAT. Non abitavano
i liguri (eciòanche contribuiva alla loro bellicosa indole) in luoghi piani ed
ameni e sotto temperato e molle clima, il quale avesse potuto rendere simili a
sè gl’abitatori. Ma all'incontro occupando essi quella occidental parte
d'Italia che ha per confine la Gallia Narbonense, vivendo in regioni montuose
aspre ed inaccessibili, e per le angustie delle vie acconce a tendere aguali ed
insidie; non temeno di numerosi eserciti nè d'istromenti bellici nè di macchine
o d'altri apparati militari, difendendoli il suolo e l'arduità de'loro siti. E
perciò essi militavo senza molto apparecchio mi cidiale. NIHIL, dice LIVIO,
PRÆTER ARMA ET VIROS OMNEM SPEM IN ARMIS HABENTES ERAT. Gli antichi liguri
erano divisi di qua e di là delle alpi e dell'appennini o in molti popoli o
sieno comunità, non altrimenti di ciòche si è delto degl’antichi etruschi, ed
occupavano vastissime regioni. Le alpi marittime e gran parte delle
mediterranee erano da essi popolate. Di là delle alpi i più celebri sono i
liguri SALII, i DECEALI e gl’OXIBI. Di qua sonoo i VEDIANZI, i VAGIENNI, gli
STATIELLI, i MAGELLI, gl’EBVRIATI, i VELIATI, i TIGVLII, gl’INGAVNI, i SALASSI,
i LIBICI, i LAVRINI ed altri. LIVIO, oltre questi popoli da Plinio rapportati
fa menzione di altri liguri posti di qua dell'appennino chiamati APVANI, i
quali VINCENO I ROMANI e debellarono un esercito consolare sotto Q. Marzio
console, e nota che il luogo della sconfitta fino a’ suoi tempi chiamavasi
perciò il campo Marziano. Fa memoria ancora di altri liguri di là dell'appennini
ch'egli chiama liguri FRISINATI. Questi popoli hanno più città o VICHI, dove
dimorano ciascuno nel proprio distretto. E fra le città son da considerarsi alcune
antiche ed illustri le quali, secondo la divisione dell'Italia fatta poi d’OTTAVIANO
in XI regioni, forma parte della XI. Nella Liguria rivolta al mare inferiore di
quà del FIUME VARO, CHE DIVIDE L’ITALIA DALLA GALLIA Narbonense, la prima città
marittima che s'incontra e de’ liguri vedianzi chiamata Cimelion. Prossima a
questa I MASSILIESI edificano NIZZA alle radici dell’alpi marittime, non
lontana dalle foci del fiume Varo, che poi cresce dalle ruine di CIMELIO, città
antichissima, la quale ha vescovi prima che da Costantino Magno e stata la
religione cristiana fa ricevere nel l'impero. Rimangono ancora le vestigia
de'suoi ruderi ed il nome di CIMELIO. L’'antica sua cattedra e unita a quella
di NIZZA, la quale non si APPARTIENE già alla Gallia Narbonense, siccome alcuni
credeltero, ma secondo PLINIO, Tolomeo ed altri geografi antichi, ALLA NOSTRA
ITALIA, come quella che è costrutta di qua del fiume Varo. Antipoli fondata
pure da'massiliesi si appartiene alla Gallia Narbonense, perchè eretta di là del
fiume. Essa lungo tempo e sotto i massilies i loro fondatori, ed ora sotto i re
di Francia è chiamata ANTIBO. Appresso NINZZA nel mar ligustico siegue MONACO
GRIMALDI, detta dagl’antichi Porto di Ercole, indi AlbioInlemelio, Albingauno, Savona,
Genua, Porto Delfino Tigulia, e più in dentro Segesta città de’ liguri tigulii.
Chiude questo confine IL FIUME MACRA CHE DA QUESTA PARTE DIVIDE LA LIGVRIA
DALL’ETRVRIA. Dall'altra parte mediterranea ove si erge l'appennino, ampio
monte il quale con gioghi perpetui e continuali fino allo stretto siciliano
divide l'Italia per mezzo, avevano i liguri di qua e di là d e l monte medesimo
nobilissime città; especialmente da un lato del Po Libarna, Dertona, Iria,
Barderate, Industria, Polentia, Potentia, Valentia,ed Augusta de’ liguri
vagienni. Quest'ultima città posta alle radici delle Alpi Cozie, non molto
lontana dal monte Vesulo d'onde il Po ha sua origine, e dappoi resa COLONIA DE’
ROMANI. NON CI RIMANE ORA DI ESSA ALCUN VESTIGIO, ma in sua vece surse al luogo
stesso ne'secoli da noi men lontani la città di Saluzzo sede un tempo di
principi e capo del famoso marchesato di Saluzzo, la quale in fine da Giulio Imeritò
esser decorate della dignità episcopale. Ma sopra queste s'innalzarono nella
Liguria tre città non meno antiche che illustri, Alba Pompeia, Asta, ed Aqui
città de’ ligur istatielli. Alba posta nella Liguria montuosa presso
l'Appennino [H. P. GRICE – SINGULARE, NON PLURALE] nella riva del fiume Tanaro fu
dagl’antichi geografi chiamata Pompeia, e per distinguerla da Alba degl’Elvii
posta nella Gallia Narbonense, e per aver quella G. POMPEO rifatta e la sciati
ivi vestigi di sua memoria e beneficenza. Ha vescovi antichissimi, poichè
rapportasi il primo tra questi essere stato nell'anno 350. Dionigi discepolo d’Eusebio,
poi innalzato alla cattedra di Milano. E ne'secoli men remoti vi se dettero due
uomini insigni che la illustrarono, uno per la prudenza civile, ed e Lazarino Fieschi de’ Conti di LAVAGNA, al
quale la regina di Napoli Giovanna contessa di Provenza commise il governo del Piemonte,
da lui quindi amministrato con somma lode commendazione; l'altro per sapienza é
somma dottrina ed erudizione, qual fu il famoso Girolamo Vida, quel chiarissimo
poeta latino che ci lasciò l'incomparabile sua Criste idee di suoi dotti dialoghi
De Republica. Acqui posta alla riva della Bormida in quella parte del Piemonte
di là del Tanaro,la quale Monferrato oggi si ap pella, fa edificatada’liguri
statielli popoli potentissimi dell’Asla posta nella Liguria mediterranea non
lontana dal Tanaro furesa colonia de’ ROMANI, ed un tempo fu sede d’uno degli’antichi
duchi longobardi. Ha anch'essa antichissimi vescovi, i quali quando l'imperio
di Occidente passa a’ germani, furono dagl’imperatori molto favoriti ed a sommi
onori innalzati; e non poco splendore reca a quella città aver seduto nella sua
cattedra vescovi le il famoso Panigarola, chiaro al mondo eloquenza e per tanti
monumenti che lascia di sua dottrina. > per lasua montuosa
Liguria. E detta Acqui dall’acque calde che qui vi scaturiscono assai
salutifere, siccome oltre la testimonianza di PLINIO, l'istessa esperienza
dimostra: e e chiamata Acqui de’ LIGVRI STATIELLI, per distinguerla dall’Acqui
sestia de' Salii posta nella provincia Narbonense. E anche sede di uno de’ duchi
longobardi. Ma la sua cattedra non è cotanto antica quanto le due precedenti
come quella che prende sua origine da’ longobardi che sono i primi ad erigerla.
I LIGVRI I si stendevano anche di là del Po, é molte città le quali secondo la divisione
d'Italia fatta d’OTTAVIANO sono col locate nella XI regione alle radici dell’Alpi,
anche da’ liguri traggon l'origine. Le prime che s'incontrano sono Vibiforo e
Secusia, oggi detta Susa, le quali sono poi mutate in due colonie romane. Anche
Torino PLINIO fa derivare dall'antica stirpe de’ LIGVRI -- ANTIQVA LGVRVM
STIRPE, egli scrive e dice il vero, poichè coloro che la fan derivare da’ massiliesi,
sica come Nicea ed Antipoli, vengono a togliere a questa città molto della sua
antichità. Non è dubbio che I LIGVRI sieno popoli d'Italia tanto antichi, che di
essi non si sa l'origine, onde si credono INDIGENI del paese, nè mischiati con
altre forestiere nazioni, non altrimenti che TACITO crede de’ germani. All'incontro
de’ massiliesi si sa l'origine ed il tempo nel quale profughi dalla Focide
navigando nel mare inferiore e cercando nuove sedi, si fermarorro ne'lidi della
Gallia Narbonense innanzi detta Bracata. Ciò avvenne, secondo la te stimonianza
di Livio, mentre in Roma regna TARQUINIO PRISCO,quando la prima volta i galli passarono
le Alpi, i quali dopo aver soccorso i massiliesi contro i salii che impedivano
loro lo sbarco, se ne calaron pe' monti Taurini dall’Alpi Giulie nell'Insubria,
discacciandone gl’etruschi. LIVIO stesso rifere che a'medesimi tempi i salluvii,
avendo passate l’Alpi, si posarono intorno al fiume Ticino vicino a’ liguri
levi, antica gente ed indigena di que'luoghi. Salluvii, e' dice, qui, PRÆTER
ANTQIVAM GENTEM LEVOS LIGVRES INCOLENTES CITRA TICINVM AMNEM EXPVLERE. Se
dunque i liguri, chiamati da Livio gente antica, quando i massiliesi poser
piede nella Gallia Narbonense tenevano questi luoghi. Più antica e l'origine di
Torino derivandola da’ liguriche da’ massiliesi, i quali siccome molti e molti
anni dappoi che sono stabiliti in Massiglia fondarono Antipoli e NiZZA, molto
maggior tempo appresso avrebber dovuto fondare Torino più lungi che quelle. Si
aggiunge che quando Annibale cala per l’Alpi in Italia, secondo rapporta LIVIO,
Torino e già metropoli degl’antichi popoli Taurini, i quali reggendosi per se stessi
hanno allora mossa guerra agl’insubri, e ricusarono l'amicizia di Annibale contrastandogli
coraggiosamente il passo, che egli sforza a gran fatica. Inoltre LIVIO stesso
rende testimonianza che la prima volta in cui i romani ? mosser guerra a’ liguri
e per occasione che questi depredano i campi di NIZZA e di Antipoli, città
de'massiliesi soci de’ romani,e non già i campi di Torino, la qual città perciò
non e de’ massiliesi, ma abitata da’ liguri taurini. Sono questi popoli
chiamati Tauriniche dieder nome alla città, siccome i monti a piè de'quali essa
è posta sono anche detti Taurini, a cagione che dagl’antichi i gioghi de monti
erano chiamati Tauri per la figura che sogliono avere simili a'dorsi o alle
schiene di tori, ond'è che quel celebre monte che divide la Siria dal rimanente
dell'Asia fu chiamato Tauro sic come alcuni altri popoli presso Plinio ed altri
antichi geografi son chiamati anch'essi Taurini specialmente nella Scizia, per
chè abitano presso i monti anticamente appellati Tauri. Ri dotti poi questi
popoli liguri sotto la soggezione de’ romani, OTTAVIO ingrandi la città, che
perciò venne poi detta AVGVSTA TAVRINORVM, non altrimenti che Lutetia
Parisiorum da’ parisii popoli della Gallia Lugdunense che l'abitano. Hanno i
liguri salassi anche in questa XI regione un'altra città, chiamata da Strabone,
Plinio, Tolomeo ed Antonino Augusta Prætoria -- ora detta AOSTA -- per
distinguerla dall'altra Augusla de’ liguri vagienni già menzionata. E posta frà
le due facce dell’Alpi Graie e Pennine. Sono le prime dette da' greci Graie per
lo passaggio di Ercole – NISI DE HERCVLE FABVLIS CREDERE LIBET, come saviamente
dice Plinio --, e le seconde, siccome volgarmente si crede, dal passaggio di
Annibale co’ suoi cartaginesi sono chiamate “PŒNINE”, secondo avvisa anche
Plinio, benchè Livio ne dubiti. Checchè sia diciò, è da osservarsi che da
questa Augusta Prætoria, essendo per la sua situazione la prima città d'Italia,
gl’antichi geometri prendevan la misura della lunghezza di questo nostro paese,
tirando una linea per Capua fino a Reggio, ultima città sullo stretto siciliano.
E dessa ancora città famosa ed illustre a’ tempi de’ re longobardi, quando
questi tennero il regno d'Italia. Ad Eporedia, città posta nella stessa regione
all'imbocco della Valle Augustana e dalle radici dell’Alpi, oggi dell’Ivrea, Plinio
da, se non così antica origine, nulla dimeno una assai più illustre, scrivendo
che e da’ Romani fondata per impulso degli dei, secondo che da'libri sibillini era
stato lor mostrato. OPPIDVM EPOREDIAM, e dice, SYBILLINIS LIBRIS A POPVLO
ROMANO CONDI IVSSVM. E antica colonia romana, e perciò cotanto memorata da CICERONE,
STRABONE, TACITO, e d’altri romani scrittori. Vercelli anche secondo PLINIO dee
riconoscere la sua origine da’ liguri sallii poichè egli scrive: VERCELLE
LIBICORVM EX SALIIS ORTÆ. E se dobbiamo prestar fede al vecchio CATONE, Novara
anche da’ liguri ha origine, quantunque in ciò PLINIO discordi, facendola
derivare da’ vocontii popoli della Gallia Narbonense. Questa era l'antica LIGVRIA
che occupa tutta quella gran parte d'Italia occidentale, la quale poscia dal
tempo che cangia e muta i nomi,i linguaggi, i costumi, i confini e tutto, sorti
altre divisioni e nuovi domini. Furon poi queste regioni chiamate Langa, Monferrato,
l'Astegiana, Piemonte superiore, Marchesato di Saluzzo, Piemonte inferiore
ovvero tratto Torinese, Canavese,Valle Augustana,Vercellese e Biellese. MOLTI
TRAVAGLI I ROMANI SOPPORTARONO PER SOTTOPORRE TANTI POPOLI LIGVRI, poichè
questi duri nelle armi e difesi da'luoghi inaccessibili si mantenner liberi, nè
prima degl’ultimi tempi della romana repubblica sono ad essa sottomessi. I
romani cominciarono a sperimentarli nell’armi dopo che si sono già resi formidabili
in Italiae daltrove, dopo che ebber vinto Pirro re di Epiro e lui costretto a
ritirarsi nel suo regno, e dopo che nella guerra punica il console C. Lutazio
diede [Plin., Hist. nat.] a’ cartaginesi quella terribile rotta nelle
isole agale, per la quale costoro furono forzati a chieder pace a’ romani.
Allora, finita questa guerra, i vincitori cominciarono a muovere le armi contro
i liguri. LIVIO, nella seconda sua deca, seguendo il suo costume, ne avrebbe
certamente fatto conoscere le minute circostanze, ma questa deca interamente ci
manca. L. Floro nell’Epitome ne rammenta il principio dicendo, ADVERSVS LIGVRES
TVNC PRIMVM EXERCITVS PROMOTVS EST. Ma d’altri scrittori romani e da ciò che LIVIO
stesso scrive nella III e IV deca, lequali per buona sorte ci rimangono, è
facile il conoscere che fin qui i romani non profittarono niente sopra i
liguri, poichè è anche fuor di dubbio che nel principio della guerra punica
quando Annibale passa le Alpi, i liguri gli prestano aiuto contro i romani; e LIVIO
nel primo libro della III deca parra, che col loro favore prese Annibale per
insidie due questori romani con II tribuni de'soldati e V figliuoli de'sanniti
dell'ordine equestre. Nè dopo scacciato Annibale d'Italia si perderono di animo,
sicchè non tenessero continuamente esercitati i romani nell’armi. Ambi duei
consoli C. Flaminio contro i liguri frisinati ed apuani -- i quali scorre fino
ne’ campi Pisani e Bolognesi --, e M. Emilio contro gl’altri liguri di qua
dell'Appennino, sono destinati con II eserciti consolari a soggiogarli: e
sebbene ciò avessero i consoli menato ad esecuzione, non mancaron quelli di
risorger poi più animosi e forti che prima, sicchè e d'uopo nel seguente anno a'successori
consoli Q. Marzio e Postumio, dopo che questi sispacciarono dalle inquisizioni
de’ baccanali, riprender la guerra, la quale a Q. Marzio riusci pur troppo
infelice, poichè colto il suo esercito da’ liguri apuani fra luoghi strelti e
dificili, e dissipato in guisa che, siccome scrive LIVIO, QVATVOR MILLIA MILITVM
AMISSA ET LEGIONIS SECVNDÆ SIGNATRIA UNDECIM VEXILLA SOCIORVM AC LATINI NOMINIS
IN POTESTATEM HOSTIVM VENERVNT ET ARMA MVLTA QVÆ QVIA IMPEDIMENTO FVGIENTIBVS
PER SILVESTRES SEMITAS ERANT PASSIM IACTABANTVR PRIVS SEQVENDI LIGVRES FINEM
QVAM FVGÆ ROMANI FECERUNT. Marzio fuggi dunque col residuo del suo esercito:
NON TAMEN, soggiunge LIVIO, OBLITERARE FAMAM REI MALE GESTE POTVIT NAM SALTVS
VNDE EVM LIGVRES FUGAVERANT. MARTIVS EST APPELATVS. Nè minori sono gli sforzi
ne’ seguenti anni de’ consoli successori, SEMPRONIO Sempronio che pugna contro
i liguri apuani ed AP. CLAUDIO contro i liguri ingauni. In breve, dice Livio, e
già ridotto in costume non decretarsi a’ consoli altra provincia se non quella de’
liguri onde erano quelli spesso intenti a formare nuove legioni per poter
abbattere sì valorosi inimici; la qual cosa non ha effetto se non sotto L.
Emilio Paolo il quale, essendogli stata prorogata la consolare potestà, con
potente esercito spedito contro i liguri ingauni ottenne su questi piena vittoria,
siccome più tardi M. Bebio l'ottenne su’liguri apuani. E finalmente soltanto
verso la fine del secolo, insieme con gl'istri, co’ galli cisalpini e con le
genti alpine, sono i liguri sottomessi a’ romani. De’ liguri in fatti
primieramente trionfo C. CLAUDIO console, e ne’ posteriori anni sono quelli
poscia del tutto debellati. Di questa costanza e dabito de’ liguri alle fatiche
della milizia ed a soffrire patimenti e disagi, ben si accorse Annibale, il
quale passate l’Alpi, nelle sue prime pugne contro i romani, più che in altro
popolo e più che ne’ cartaginesi stessi, pose ogni fiducia ne’ liguri de’ quali
si vale. E quando profugo da Cartagine ricovrossi sotto Antioco re della Siria,
il quale allora ha guerra co’ romani, il più sano consiglio che a quel principe
pole dare, siccome Livio scrive e che dove attaccare in due parti i romani
dividendo in due classi la numerosa sua armata, ed una, della quale e stato
Antioco stesso il comandante e l'ammiraglio, diriger nella Grecia per
discacciarne i romani, l'altra, dellả quale egli stesso Annibale e stato il
capitano supremo, dopo avere stretta lega co’ cartaginesi, con LE NAVI DI
QUESTI INVIARE NEL MAR LIGVSTICO; poichè pensa che sbarcata la sua gente nella Liguria,
egli fidando mollo nel coraggio e valore de’ liguri OSTINATI DIFENSORI DELLA
LORO LIBERTA CONTRO I ROMANI, bene avrebbe potuto unendo l’armi liguri
alle sue portar nuova formidabil guerra in Italia e porre nuovo assedio fino
alle mura di Roma istessa; ma quello stolto e vano re non appigliandosi a QUESTO
SANO CONSIGLIO e volendo piuttosto seguire le adulazioni de’ suoi propri capitani,
die’ cagione alle tante sue perdite e sconfitte ed alla sua totale rovina. Ma
riguardandosi a’ secoli più a noi vicini, non dovrà tacersi un pregio che rese
la ligure provincia assai più gloriosa di quante mai possano vantarsi di essere
state avventurose madri d’eroi e di semi-dei. Si celebrano cotanto presso i
greci e le nazioni tutte del mondo Alcide, Bacco ed Ulisse per le lunghe loro
peregrinazioni, per aver debellato i mostri, verte ignote terre e scorsi incogniti
mari. Ma Ercole stesso chi fu colui che rese i segni di Ercole favola vile
a'naviganti industri? Chi fu colui che rese navigabili quelli che prima erano
inaccessibili ed ignoti mari, e fece palesi ai noi regni non meno sconosciuti
che vasti ? Chi fu colui che spiegando le fortunate sue antenne ad un nuovo
polo, oscurò la fama di Alcide e di Bacco, se non il ligure COLOMBO? Quanto ben
gli si adattano, e con quanta maggiore proprietà e ragione con vengono à lui
quelle lodi che Lucrezio da al suo Epicuro, e che dal nostro incomparabile TORQUATO
assai più acconcia mente furono attribuite al coraggio ed alla grandezza
d'animo del COLOMBO, quando di lui canto. Un uom della Liguria avrà ardimento
All'incognito corso esporsi in PRIMA: Nè il minaccevol fremito del vento, Nè
l'inospitomar, nè il dubbio clima, Nè s'altro di periglio o di spavento Più
grave e formidabile or si STIMA, Faran che il generoso entro a'divieti D'Abila
angusti l'alta mente accheti [Ger.] – Nasce a Ischitella (Foggia), piccolo
centro del Gargano, da Scipione, speziale. Dopo aver compiuto i studi sotto la
guida dell'arciprete del paese, Serra, legge filosofia. E inizialmente
destinato allo stato ecclesiastico, ma la famiglia muta parere e G. si trasfere
a Napoli, dove, grazie all'aiuto del pro-zio, legge diritto presso il
procuratore Comparelli. Divenne allievo d’Aulisio, sotto la cui guida studia
diritto civile; legge storia nella Biblioteca Brancacciana e in quella di Seripando.
Negli stessi anni Angelis lo introduce alla filosofia di Gassendi e ai classici
latini e italiani. Laureatosi a Napoli, G. inizia a frequentare, anche se
marginalmente, l'Accademia di MEDINACŒLI, in cui conosce alcune delle maggiori
figure della cultura napoletana, fra cui Capasso, Porzio, Caloprese (si veda) e
Cirillo sotto il cui influsso abbandona la filosofia gassendiana per
abbracciare quella di Cartesio. G. inizia l'attività d'avvocato, conducendo il
suo apprendistato presso Musto, ma, INSODDISFATTO della sistemazione, si
trasfere, su consiglio di Spinelli, che già lo presentato all'Aulisio, presso
Argento. Per la formazione culturale del G. l'incontro con Argento si rivela
fondamentale, poiché a casa di questo, inizia a riunirsi l'Accademia de' SAGGI,
che, proseguendo l'esperienza della MEDINACŒLI riune un gruppo di filosofi
destinati a divenire il nerbo del governo napoletano durante il vice-regno
austriaco. E in quell'Accademia che matura il progetto d'una nuova storia del
Regno, cui il G. da il suo contributo iniziando a lavorare all'Istoria civile
del Regno di Napoli. Grazie alla sua attività di avvocato, G. si garantì
un agiato tenore di vita. Fase decisiva per la sua carriera forense e quando
divenne avvocato dei cittadini di San Pietro in Lama in una causa intentata
contro il vescovo di Lecce Pignatelli intorno alla questione delle decime. In
risposta a due allegazioni di Nicola D'Afflitto, avvocato del vescovo, G.
pubblica la scrittura Per li possessori degli oliveti nel feudo di San Pietro
in Lama contro monsignor vescovo di Lecce barone di quel feudo intorno
all'esazione delle decime dell'olive, cui seguì, l'anno successivo, il
Ristretto delle ragioni de' possessori degli oliveti. Tali testi, per la
marcata e aperta adesione alle più avanzate tematiche giurisdizionaliste e per
gli ampi riferimenti che G. fa alla storia del Regno, provocano una forte e
vivace discussione. Molto scalpore suscita la causa in difesa del nipote
dell'Aulisio, Ferrara, arrestato due
anni prima con L’ACCUSA D’AVERE AVVELENATO LO ZIO. Vinta la causa, come
compenso G. ottenne dal suo assistito i manoscritti dell'Aulisio, di alcuni dei
quali avrebbe poi curato l'edizione. A Napoli G. pubblica intanto, sotto lo pseudonimo
anagrammatico di Giano Perontino, la Lettera sad un suo amico che lo richiede onde
avvenisse che nelle due cime del VESUVIO in quella che butta fiamme ed è più
bassa la neve lungamente si conservi e nell'altra ch'è alquanto più alta e
intera non duri che pochi giorni. La lettera e frutto degli interessi che G.
coltiva sin dal suo arrivo a Napoli (riscontrabili in tutte le opere sino a
quelle del carcere) e dai quali, come avrebbe affermato nell'autobiografia,
s'era dovuto allontanare perché assorbito dagli studi giuridici e
storici. Infatti G., pur impiegando gran parte del suo tempo
nell'attività forense, lavora alacremente all'Istoria civile. E proprio per
potervi attendere con più tranquillità che compra una villa presso Posillipo,
detta Due Porte perché si riteneva e appartenuta ai fratelli Battista e Niccolò
Della Porta. Nei anni successivi la stesura dell'Istoria lo assorbe sempre di
più, tanto che i suoi continui ritiri a Dueporte gli valsero l'ironico
soprannome di solitario Piero. L’Istoria civile e ormai pressoché completata. G.
fa allora trasferire la tipografia di Nicolò Naso nella villa che il suo amico
Vitagliano ha a Posillipo, vicino a Dueporte, e comincia la stampa. Poiché,
nonostante l'istruzione ricevuta, e più avvezzo al linguaggio giuridico e al
dialetto napoletano che non all'italiano letterario, G. chiede allora a Mela di
rileggere l'opera, volgendola, ove necessario, in buon italiano. L'Istoria
civile del Regno di Napoli vede finalmente la luce, in un'edizione di 1100
esemplari (1000 in carta ordinaria e 100 in carta reale). Scritta con lo
scopo principale di difendere i diritti e le prerogative dello Stato CONTRO LA
CURIA romana, l'Istoria civile non intende tanto apportare nuovi contributi
documentari alla storia del Regno, quanto offrirne una nuova interpretazione,
esaminandone l'evoluzione dalla DISGREGAZIONE dell'Impero romano sino al Vice-regno
austriaco. G. non raccolge (se non per i primi libri) la documentazione
direttamente dalle fonti, ma organizza quella reperibile in altri saggi, in
particolare nell'Istoria del Regno di Napoli di Costanzo (L'Aquila, Cacchi),
nell'Historia della città e Regno di Napoli di Summonte (Napoli), nella
Historia della Repubblica veneta di Nani (Venezia) e nel Teatro eroico e
politico de' governi de' viceré del Regno di Napoli di Parrino (Napoli). Il
procedimento gli causa, in seguito, l'accusa di plagio da parte di Manzoni nel
capitolo della Storia della colonna infame, e poi da tutta la storiografia neo-guelfa,
rappresentata, tra gl’altri, da Bonacci e Caristia. Il giudizio non coglie
l'importanza dell'Istoria civile, che non sta nella ricostruzione erudita degl’eventi
del Regno, ma nell'affermazione del principio dell'autonomia dello
Stato. In effetti, se dagli storici napoletani G. traeva le notizie
necessarie, i modelli storiografici sono però altri, italiani ed europei. Fra i
primi Guicciardini, Sarpi e, soprattutto, Machiavelli delle Istorie fiorentine.
Come MACHIAVELLI attribuie alla Chiesa la responsabilità di avere impedito ai
Longobardi la realizzazione in Italia di un forte regno nazionale, così G.
accusa Roma di avere troncato lo sviluppo dello Stato napoletano, distruggendo
l'esperienza normanno-sveva con la chiamata di Carlo d'Angiò. L'avversione nei
confronti degl’Angioini è uno dei temi ricorrenti dell'Istoria civile. Alla
dinastia francese G. imputa di avere diminuito il potere regio, accresciuto
quello baronale, ma soprattutto di aver riconosciuto giuridicamente il Regno
come FEUDO della Chiesa. A causa di tale acquiescenza verso il Papato, IL
MERIDIONE consuma il proprio distacco dal resto d'Italia, dove invece le
dinastie regnanti contrastano apertamente le pretese di Roma. Fra i modelli che
ispirano G. sono Thou e Grozio, da cui G. riprende la rivalutazione dei
barbari, e in particolare dei Longobardi, visti come signori nazionali, nemici
di Roma e di Bisanzio. Tanto G. e avverso agl’Angioini quanto mostra simpatia
per gl’Aragonesi, i quali, pur fra incertezze e contraddizioni, tentano di
restituire al regno l'autonomia dell'epoca normanno-sveva. Con il dominio
spagnolo si conclude tale tentativo e per questo G. e fortemente critico verso
Madrid, sottolineandone la politica di sfruttamento nei confronti del regno.
L'Istoria civile si conclude con le pagine dedicate al dominio austriaco, nel
quale il ceto civile ripone le proprie speranze. L'Istoria e dunque
un'opera collettiva, non perché scritta a più mani - come malignamente
sostenevano i nemici di G. -, ma in quanto "opera che raccoglieva e
organizza le esigenze del ceto civile (Ricuperati). Con l'Istoria civile G. si e
proposto di analizzare le ragioni del potere della Chiesa nell'Italia
meridionale e in vista di ciò dedica ampio spazio all'epoca longobarda -- l'unica
per cui G. ricorre direttamente alle fonti. Per dimostrare soprusi e
sopraffazioni della chiesa sul regno, G. ricostrue l'evoluzione politica del
Papato, respingendone implicitamente l'origine divina. Questo atteggiamento
verso la religione, interpretata in chiave esclusivamente politica, rende
l'Istoriaun'opera del tutto nuova nel panorama storiografico europeo ma motiva anche
l'ostilità di Roma verso G.. Il consiglio municipale di Napoli – gl’Eletti
-- concede a G. una regalia di 195 ducati e lo nomina avvocato generale della
città. Mentre copie dell'Istoria sono inviate a Vienna, a Napoli divampano le
polemiche. Le autorità ecclesiastiche protestarono perché il saggio non ha
ottenuto la licenza del tribunale vescovile -- G., in effetti, non l'aveva
chiesta, ritenendola superflua poiché ritenne che il saggio non tratta
argomenti di giurisdizione ecclesiastica -- e alcuni religiosi iniziarono a
tenere prediche contro G.. In seguito a ciò, il potere civile muta
atteggiamento. l vice-ré austriaco, Althann, che aveva concesso a G. la licenza
necessaria per la pubblicazione dell'opera, in una riunione del Consiglio del
Collaterale, biasima apertamente gl’Eletti, i quali, peraltro, congelano i
provvedimenti a favore di G., nominando una commissione per valutare il saggio.
Nello stesso tempo, il Collaterale ordina la sospensione delle prediche contro
G. e la vendita dell'Istoria. La situazione volge al peggio al momento
del rito di s. Gennaro: poiché il sangue tarda a sciogliersi, il clero
napoletano comincia a sostenere che il santo e adirato con i napoletani per la
pubblicazione dell'Istoria civile. Contro G. si diffuse allora in tutta la
città poesie e libelli -- diversi dei quali sono oggi conservati in un codice
della Biblioteca di Napoli --, mentre la curia arcivescovile si preparava a
scomunicare l'opera. Ormai era a rischio la stessa vita di G., il quale, spinto
anche dagl’amici, decide di recarsi a Vienna per chiedere la protezione
dell'imperatore Carlo VI. Dopo alcune esitazioni, G. lascia Napoli per quella
che sperava una breve assenza e che, invece, sarebbe stata UNA PARTENZA SENZA
RITORNO. Raggiunta in incognito
Manfredonia, da lì si trasferì a Barletta, riparando per alcuni giorni in una
villa del fratello di Fraggianni. Nel frattempo a Napoli, il sangue di s.
Gennaro si scioglie. Trovata una nave su cui imbarcarsi, e a Trieste, a Lubiana
e giunge a Vienna. In questa città G. presnde subito contatto con alcuni
esponenti della numerosa comunità italiana, fra cui Riccardi, Forlosia e il
bibliotecario di corte Garelli, che porta una copia dell'Istoria all'imperatore
Carlo VI. Nel frattempo, venuto a conoscenza della scomunica lanciatagli dalla
curia arcivescovile di Napoli e della messa all'Indice dell'Istoria civile, G.
ricominciò a scrivere. Dapprima ritorna sul trattato “Del concubinato de’
Romani” ritenuto nell'Impero -- dopo la sopposta conversione alla fede di
Cristo -- già iniziato a Napoli. Poi scrive due nuovi saggi: De' rimedi contro
le proposizioni de' libri che si decretano in Roma e della potestà de' principi
in non farle valere ne' loro Stati e De' rimedi contro le scommuniche invalide
e delle potestà de' principi intorno a' modi di farle cassare ed abolire -- che
confluì nell'Apologia dell'Istoria civile. La posizione di G. sembra
migliorare. In seguito alle pressioni viennesi, la scomunica e revocata e G.
ottenne udienza da Carlo VI, che l'anno seguente gli concesse una pensione
annuale sopra i diritti della Secreteria di Sicilia. Egli non riuscì, però, a
ottenere un incarico ufficiale che, come aveva sperato, gli permettesse di
tornare a Napoli in una posizione sicura. Decide quindi di fermarsi a Vienna e
si stabilì in palazzo Linzwal. Nel frattempo, in Italia appareno diverse
confutazioni dell'Istoria civile. E pubblicata a Roma l'Apologia di quanto
l'arcivescovo di Sorrento ha praticato cogli economi de' beni ecclesiastici
della sua diocesi dell'arcivescovo Filippo Anastasio. In risposta Vitagliano
pubblica a Napoli una Difesa della real giurisdizione intorno a' regi diritti
su la chiesa collegiata appellata di S. Maria della Cattolica della città di REGGIO,
in cui, pur volendo difendere G., finiva invece con il criticarlo. G. e allora
costretto a reagire con un proprio testo, diffuso a Napoli in forma manoscritta.
Appareno a Roma le Riflessioni morali e teologiche sopra l'Istoria civile del
Regno di Napoli di Sanfelice. Rispetto all'opera d’Anastasio si tratta di un
lavoro ben più articolato e problematico, tanto che G. in un primo tempo decide
di non replicare. Ma durante la villeggiatura a Perchtoldsdorf, nei dintorni di
Vienna, scrive la Professione di fede. L'opera conosce una vasta fortuna,
testimoniata da un'imponente circolazione manoscritta, e segna la definitiva
rottura con la Chiesa cattolica. Un'altra Risposta di G. fa seguito alla
pubblicazione delle Annotazioni critiche sopra l’Istoria civile di Napoli (Napoli)
di Paoli, scritte con l'aiuto d’Egizio, esponente della parte più moderata del
giurisdizionalismo napoletano, non disposta a seguire la lezione di G.
Fallite le speranze di ottenere un incarico a Vienna, G. riprende l'attività
forense. Oltre a diverse allegazioni per clienti viennesi e napoletani, scrive
il Ragionamento a Pilati in cui difende i diritti di quest'ultimo alla nomina, poi
non avvenuta, a vescovo di Trento dopo la morte di Gentilotti e il saggio De'
veri e legittimi titoli delle reali preminenze che i re di Sicilia esercitano
nel tribunale detto della Monarchia, sulla complessa questione del Tribunale
della Monarchia di Sicilia. Risalgono dopo due saggi: la Breve relazione de’ Consigli
e dicasteri della città di Vienna, commissionatagli dal reggente Castelli, e le
Ragioni per le quali si dimostra che l'arcivescovado beneventano e sottoposto
al regio exequatur, come tutti gl’altri arcivescovadi del Regno, saggio scritto
su incarico della Città di Napoli. Nel frattempo, continua la fortuna
europea di G. e dell'Istoria. G. comincia a corrispondere regolarmente con
Liebe e i Mencke, iniziando la collaborazione agli Acta eruditorum Lipsensium. Scrive
la Dissertazione intorno il vero senso della iscrizione "Perdam Babillonis
nomen" posta in una moneta di Lodovico XII re di Francia, da alcuni
creduta coniata in Napoli, che, tradotta in latino, usce in un'edizione degl’ “Historiarum
sui temporis” di Thou. G. e ormai un filosofo inserito nel contesto d’Europa per
la sua conoscenza, in quel periodo delle opere che meglio rappresentavano quella
filosofia. In tal senso, un ruolo fondamentale ha la frequentazione con il
principe Eugenio di SAVOIA, nella cui ricchissima biblioteca G. aveva legge i
più importanti saggi della filosofia libertina e radicale europea. Da queste
sue fertili frequentazioni nei primi anni dell'esilio viennese deriva il
progetto dello suo saggio, il Triregno, iniziata durante una villeggiatura a
Medeling, e le cui prime due parti erano quasi terminate due anni più tardi. Il
Tri-regno si articola in tre parti. Nella prima, “IL REGNO TERRENO,” G. studia
la religione e sottolinea come in essa NON si conosce un al di là, in quanto al
popolo si promette esclusivamente il dominio sugli altri popoli senza alcun
riferimento a mondi ultra-terreni. Quello che Dio promete all'uomo – o GIOVE a
ENEA -- e, dunque, esclusivamente un regno terreno: ROMA! Nel successivo Regno
celeste l'attenzione di G. si sposta al cristianesimo delle origini – e l’idea
della potesta temporale – e del Cesare -- studiando i testi neo-testamentari,
mette in evidenza come e il cristianesimo – ‘dei galilei,’ come G. chiama in
parodia di Giuliano -- a introdurre l'idea di un mondo ultra-terreno cui i
fedeli sono destinati dopo essere stati giudicati sulla base delle loro azioni
mondane. Il Regno papale, l'ultima parte – “infamous part” – H. P. Grice --,
riprende il discorso iniziato nell'Istoria civile sulle origini del potere del
Papato. Dopo i primi secoli vissuti in conformità con l'insegnamento
evangelico, il PONTEFICE, approfittando della decadenza del POTERE TEMPORALE
IMPERIALE dopo Costantino, costitueno il loro Regno sul principio della
superiorità rispetto allo stato mondano, temporale. Nella composizione del Tri-regno concorrevano
diverse tradizioni: la fondamentale esperienza del libertinismo erudito, con
cui G. eentrato in contatto negli anni della sua prima formazione napoletana,
per influenza d’Aulisio, dal quale G. comprende l'importanza della storia
ebraica e la poca rilevanza alla mente romana! Molti temi delle Scuole sacre -
l'opera d’Aulisio uscita postuma pochi mesi dopo l'Istoria civile -
ricomparivano, infatti, nel Triregno, filtrati dalle conoscenze acquisite a
Vienna: la storiografia protestante (i. e. non cattolica, non romana) tedesca
(particolarmente evidente nel Regno celeste, dove forte è l'influenza delle
Origines, sive Antiquitates ecclesiasticae diBingham e delle Observationes
sacrae di Deyling) e, soprattutto, il deismo europeo post-spinoziano. In questo
senso importante e stato il rapporto con gli saggi di Toland (in particolare le
Lettere a Serena, Origines Iudaicae e Nazarenus), dai quali G. trasse la tesi
secondo cui gl’ebrei credeno nella MORTALITA dell'anima e non hanno alcuna idea
di un mondo ultraterreno, e con la storiografia che con questi si e misurata
criticamente (come le Vindiciae antiquae Christianorum disciplinae di
Mosheim). Il Tri-regno non e, peraltro, del tutto slegato dall'Istoria
civile. La matrice giurisdizionalista e evidente soprattutto nel Regno papale,
dove G. riprende il problema delle origini del potere ecclesiastico,
affrontandolo, però, con gli strumenti della storiografia protestante. Non più
"istoria civile" del Regno di Napoli, ma di tutta la civilizazione d’Occidente,
fondata da Roma a tradita dai papi. Di qui la persecuzione che la Curia romana
muove contro di lui, riuscendo, infine, non solo a FARLO ARRESTARE, ma a
entrare anche in possesso dell'autografo del Tri-regno. Si impede così la
pubblicazione del saggio. Ma non ne e, tuttavia, impedita completamente la
diffusione, che avvenne grazie a un apografo (probabilmente uscito dagli
archivi romani in cui l'originale e custodito). Diversi codici del Triregno circolano
in Europa, e sembra addirittura imminente una sua pubblicazione ad
Amsterdam. La conquista del Regno di Napoli a opera di Carlo di Borbone
determina la dispersione della comunità napoletana di Vienna. Ritenendo, con
ragione, che e in pericolo la sua pensione, basata su rendite siciliane, anche
G. decide, allora, di partire. Lascia Vienna e giunse a Venezia. Dove essere
solo un punto di passaggio sulla via per Napoli, ma le autorità borboniche gli
rifiutano il passaporto, temendo che un suo ritorno avrebbe compromesso le
trattative per il riconoscimento papale del nuovo sovrano. L'ambiente culturale
veneziano si rivela, comunque, ricco di stimoli per G., che stringe amicizia
con Pisani, con il principe Trivulzio, con Conti, con Terzi e con il libraio Pitteri.
Con quest'ultimo, in particolare, si accorda per una nuova edizione
dell'Istoria civile, per la quale appronta quell'Apologia dell'Istoria civile
cui lavora da tempo e in cui confluirono i tre trattati composti a Vienna. In
realtà, anche a Venezia G. non manca certo di nemici. Poco dopo il suo arrivo,
Pasqualigo gli offre cattedra a Padova, ma la Curia romana e riuscita a fare
sospendere l'offerta. Nello stesso tempo, il nunzio a Venezia, Oddi, fa pressioni sul governo della
Serenissima perché G. e cacciato e consegnato alle autorità pontificie. Per
screditare G. venne diffusa la voce che egli avesse criticato la Repubblica
veneziana in alcune pagine dell'Istoria civile, obbligandolo così a difendersi.
La risposta a tale accusa confluì anch'essa nell'Apologiadell'Istoria civile.
G. si stabile nell'abitazione di Pisani. Riprende, allora, la stesura del
Triregno, discutendone con i suoi amici veneziani. E nella villa di Pisani a
Rovere di Crè, presso Rovigo, che G. scrive la Prefazione al Triregno. Anche
questa volta, tuttavia, la tranquillità doverivelarsi effimera. Dopo
oltre un anno di complesse manovre sotterranee, il nunzio ottenne il risultato
sperato. Una fatidica notte, poco dopo aver lasciato, insieme con Conti, la
casa di Terzi, G. e catturato d’agenti del S. Uffizio, caricato a forza su
un'imbarcazione e abbandonato nel Ferrarese, in territorio pontificio. Riusce quindi
fortunosamente a raggiungere Modena e vi resta nascosto per circa un mese,
sotto il falso nome di Antonio Rinaldi, protetto, fra gli altri, anche da L.A.
Muratori. Inizia, allora, la stesura del Ragguaglio dell'improvviso e violento
ratto praticato in Venezia ad istigazione de' gesuiti e della corte di Roma. Si
reca a Milano, allora occupata dalle truppe sabaude, dove spera nell'aiuto
della famiglia del principe Trivulzio. E ricevuto dal marchese Olivazzi, gran
cancelliere, il quale gli consiglia di scrivere al marchese d'Ormea, ministro
di Carlo Emanuele III di SAVOIA, per offrirsi come storico di corte. Quel che
Olivazzi non poteva sapere e che l'Ormea s'era già accordato con Albani,
offrendogli l'arresto di G. come contro-partita per la concessione di un
concordato favorevole allo STATO SABAUDO al fine di chiudere lo scontro -
aperto un ventennio prima da Vittorio Amedeo II - fra Torino e Roma. Da Torino
parte quindi l'ORDINE D’ARRESTO di G., che però nel frattempo lasciato Milano
per la capitale sabauda. Non considerando più gli Stati italiani un rifugio
sicuro dopo l'esperienza veneziana, G. aveva decide di andare a Ginevra, dove e
in contatto con l'editore Bousquet, che
annunciato la sua intenzione di pubblicare l'Istoria civile. Mentre da
l'ordine di arrestarlo a Milano, Ormea non puo immaginare che G. e proprio a
Torino, dove si ferma. Giunge a Ginevra dove, pur rifiutando di convertirsi al
calvinismo, stringe amicizia con Turretini e Vernet. A causa delle sue
precarie condizioni economiche, decide di pubblicare la traduzione francese
dell'Istoria civile, per la quale s'era accordato già da tempo con Bousquet.
Questi, però, aveva sciolto proprio allora la sua società con lo stampatore
Pellissari, e si e trasferito in Olanda. E solo grazie all'aiuto di Vernet che
G. puo trovare un nuovo finanziatore nel libraio Barillot, ma, quando tutto e
pronto per l’edizione dell'Istoria, G. e attirato fraudolentemente in
territorio sabaudo e arrestato. Ormea da disposizioni per l'arresto al
governatore della Savoia, conte Giuseppe Piccon della Perosa. La trama del
rapimento è stata raccontata da G. stesso, nella sua autobiografia, in pagine
esemplari per chiarezza e drammaticità. A Ginevra egli prende alloggio presso
il sarto Chénevé, da tempo amico di un doganiere sabaudo, tale Gastaldi, il cui
fratello era aiutante di campo del conte Piccon. Dapprima Gastaldi si guadagna
la simpatia dal figlio di G., invitandolo spesso a Vésenaz -- il piccolo centro
savoiardo di fronte a Ginevra, dov'era la dogana -- insieme con Chénevé. In
questo modo egli venne a conoscenza dei movimenti di G. a Ginevra, informandone
Piccon. Dopo aver rifiutato gl’inviti di Gastaldi per tutto l'inverno, G.
accetta di assistere alla messa della domenica delle Palme nella chiesa di
Vésenaz. Si trasfere a casa di Gastaldi.
Questi, presi con sé alcuni soldati, irruppe di notte nella stanza di G. e
arrestò lui e il figlio. Il giorno dopo, Gastaldi si mise in marcia verso
Chambéry. G. racconta la gioia del doganiere il quale, tenendo in mano un suo
ritratto (probabilmente una copia dell'incisione fatta a Vienna da Sedelmayer) andava di paese in paese urlando
di aver catturato "un grand'uomo". Giunto a Chambéry Gastaldi
consegna i prigionieri al conte Piccon, il quale ne dispose il trasferimento
nella fortezza di Miolans, tradizionalmente deputata ad accogliere i
prigionieri di Stato -- quarant'anni dopo vi sarebbe stato rinchiuso anche il
marchese de Sade. Ricevuta notizia dell'arresto, Ormea ne informa Albani, al
quale riferì anche l'intenzione di Carlo Emanuele III di non inviare G. a Roma,
ma di impegnarsi a tenerlo in carcere perpetuamente. Per quanto la corte di
Roma prefere giudicare direttamente G., Clemente XII ringrazia il sovrano
sabaudo per l'arresto del sedizioso. Ormea e Albani si accordano, intanto,
perché G. e processato dal S. Uffizio piemontese e costretto ad abiurare.
Durante la sua prigionia a Miolans G. scrive la “Vita e Morte di G. scritta da
lui medesimo” e inizia, aiutato dal figlio, una prima versione dei “Discorsi
sopra gl’Annali di Livio,” che intende offrire a Carlo Emanuele III per l'educazione
del principe di Piemonte, il futuro Vittorio Amedeo III. Nello stesso periodo
Ormea riusce, grazie al conte Piccon e ad altri agenti sabaudi, a entrare in
possesso dei manoscritti delle opere di G. -- compreso quello del Triregno -- che,
dopo esser stati esaminati da Palazzi, abate di Selve, bibliotecario e storico
di corte, sono inviati a Roma. G., separato dal figlio, e trasferito a Torino
nelle carceri di Porta Po, prima, e nella cittadella, poi. Qui fu affidato alla
cura spirituale di Prever. Presta formale abiura dei suoi errori di fronte al
vicario inquisitoriale, Alfieri di Magliano. Il testo dell'abiura non e quello
che la Curia romana si attende, tanto che - contrariamente alla prima
intenzione - si decide di non renderlo pubblico. A convincere G. ad abiurare e
stata la speranza di poter tornare presto in libertà. Ma e trasferito al forte
di Ceva, dove rimane. Le istruzioni impartite al conte Magistris, governatore
del forte, sono per la migliore sistemazione possibile nel castello. G. e
rinchiuso nella prigione detta "la speranza": due stanze e un
anticamera interamente rivestite in legno e chiuse da una porta di pietra. Gli
era permessa qualche ora d'aria al giorno, purché non parlasse con nessuno,
tranne il governatore e il confessore del forte, e puo leggere e scrivere, purché
le sue opere non uscissero da Ceva se non per Torino. Nel tempo di prigionia
cebana G. termina i Discorsi sopra gli Annali di LIVIO (si veda) e scrive altre
tre saggi: l'Apologia de' teologi scolastici, l'Istoria del pontificato di GREGORIO
(si veda), e L'ape ingegnosa. In esse riaffiorano molti temi del Triregno,
soprattutto nell'Apologia de' teologi scolastici - dove L’AUTORITA DEI PADRI della
Chiesa e sottoposta a UNA VERA DEMOLIZIONE -- e nell'Istoria del pontificato di
GREGORIO (si veda). Quest'ultima, inizialmente concepita come conclusione
dell'Apologia, e una vera e propria prosecuzione del Triregno, nel cui Regno
papale una vasta parte dove essere dedicata a tale PONTEFICE. Temi tipici degl’autori
libertini, in particolare di Toland, grazie a un sapiente uso della Naturalis
historia di Plinio il Vecchio, tornano anche nelle pagine dell'Ape ingegnosa,
vasto e complesso zibaldone, come recita il titolo, di varie osservazioni sopra
le opere di natura e dell'arte, denso di spunti autobiografici.
Nonostante la prigionia, la fortuna europea di G. continua. Ad Amsterdam sono
aparsi i suoi libri sulla "politia ecclesiastica" (Anecdotes
ecclésiastiques contenant la police et la discipline de l'Église chrétienne
depuis son établissement jusqu'au XIe siècle), e l'intera Istoria civile,
curata da Bochat e Bentivoglio, pubblicata a Ginevra -- ma con la falsa
indicazione d’Aja. Mentre a Torino la diffusione delle opere giannoniane
preoccupava le autorità ecclesiastiche, a Ceva
G. entra in contatto con esponenti della nobiltà locale, che lo
incaricarono della stesura di alcune allegazioni forensi. A causa
dell'avanzata delle truppe franco-spagnole, allora impegnate contro il Piemonte
nella Guerra di successione austriaca, G. e trasferito a Torino. In un primo
tempo le condizioni della prigionia nella cittadella si rivelarono assai più
dure: il governatore Cortanze non ha, come invece il De Magistris, ordini
particolari per il prigioniero, il cui trattamento non e inizialmente dissimile
a quello riservato ai molti prigionieri che affluivano nella capitale da tutto
il Piemonte. La situazione e aggravata dalla morte d’Ormea, tanto che G. invia
al sovrano un lungo e disperato memoriale sul proprio stato e sulle angherie
cui lo sottopone il maggiore della cittadella, Caramelli. Da allora le
condizioni della sua detenzione migliorano sensibilmente. Il suo ritorno a
Torino non e passato inosservato; in pochi mesi G. entrò in relazione con
personaggi della corte e della cultura, come i bibliotecari dell'Università
Ricolvi e Rivautella, e, soprattutto, Villettes, il quale gli fa avere diversi
libri della propria biblioteca, grazie ai quali, oltre a quelli avuti dalla
Biblioteca reale tramite Cortanze, G. puo aggiungere nuovi capitoli
all'Apologia de' teologi scolastici e iniziare una nuova versione dei Discorsi.
L’interesse destato da G. suscita la reazione delle autorità ecclesiastiche. Il
nunzio a Torino, Merlini, protesa presso
il sovrano, il quale gli assicurò che le condizioni del prigioniero sono
divenute più severe. In realtà G. continua a scrivere e a ricevere
libri da Villettes e da Roero di Cortanze. Il desiderio di G., formulato in una
lettera ad Ormea che sulla sua tomba e posta un'iscrizione da lui appositamente
composta non e esaudito. Il suo corpo e sepolto nella fossa comune dei
prigionieri della chiesa di S. Barbara, all'interno della cittadella. La chiesa
e distrutta. Altri saggi: “Saggi” a cura di Bertelli e Ricuperati, Milano, con
bibliografia, in cui sono comprese la Vita scritta da se medesimo, pagine
scelte dell'Istoria civile, del Triregno, del Ragguaglio del ratto, delle altre
opere del carcere e alcune lettere; Istoria civile, a cura di Marongiu, Milano;
Triregno, a cura di Parente, Bari; Dopo la "Giannoniana": problemi di
edizione, nuovi reperimenti di fonti e l'introduzione perduta del Triregno, cur.
Ricuperati, in L'Europa fra Illuminismo e Restaurazione. Studi in onore di
Diaz, a cura di Alatri, Roma; un manoscritto del Ragguaglio del ratto è stato
pubblicato in Un testo inedito di G., cur. Denis, Archivio storico italiano,
Delle altre opere del carcere l'unica sinora pubblicata in edizione critica è
L'ape ingegnosa, overo Raccolta di varie osservazioni sopra le opere di natura
e dell'arte, a cura di Merlotti, Roma, con bibliografia. Per le lettere. G., Epistolario,
a cura di Minervino, Fasano; Lettere autografe, cur. di Minervino (in entrambi i casi l'edizione non è del tutto
affidabile, cfr. la rec. di Rienzo, in Bollettino storico-bibliogr. subalpino,
Arch. di Stato di Torino, Biblioteca antica, Manoscritti di G., inventario a
cura di Ricuperati, Le carte torinesi di G., in Memorie dell'Acc. delle scienze
di Torino, classe di scienze morali, storiche e filologiche. Il fondo è stato
arricchito da documenti autografi del G., in gran parte relativi ai periodi
austriaco e veneziano. Nicolini, Gli scritti e la fortuna di G.. Ricerche
bibliografiche, Bari; Marini, G. e il giannonismo, Bari; Vigezzi, G.
riformatore e storico, Milano; Bertelli, Giannoniana. Autografi, manoscritti e
documenti della fortuna di G., Napoli; Ricuperati, L'esperienza civile e
religiosa di G., Milano; G. e il suo
tempo, a cura di Ajello, Napoli; Merlotti, Risorgimento ghibellino: Ferrari
lettore di G., in Annali della Fondazione Einaudi; Negli archivi del Re. La
lettura negata delle opere di G. nel Piemonte sabaudo, Riv. stor. Italiana; Ricuperati,
G.: an itinerary in European free-thinking, in Transactions of The Congress on
the ENLIGHTENMENT, Oxford; Trevor-Roper, G. and Great Britain, in The
Historical Journal, A. Hook, La "Storia civile del Regno di Napoli"
di G., il giacobitismo e l'Illuminismo scozzese, in Ricerche storiche,
Mannarino, Le mille favole degli antichi. Ebraismo e cultura europea nel
pensiero religioso di G., Firenz. Grice: “One good thing about the Roman Church (you
know, there’s a Jewish Church, too) is Giannone – he was rendered an ‘impious’
by the Church and imprisoned to death. This allowed him to philosophise on the
Liguri – and he did!” Nome compiuto: Pietro
Giannone. Giannone. Keywords: la terza Roma, autobiografia, ego-grafia – Vico,
Giannone, Genovesi – Liguria – commento su Livio – regno terreno, regno
celeste, regno papale --. Storia di roma antica -- giannonismo. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giannone” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Giavelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- semantica del segnare -- segnante e segnato – filosofia
fortinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana --
Luigi Speranza (S. Giorgio di Canavese). Abstract. Grice: “I presented
myself at Oxford as the expert on ‘significatio’ or meaning – without needing
to quote anything that G. had said – since little did they care!” Keywords:
significatio. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Grice:
“I love Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a northern Italian, he
is a Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!” Grice: “One good thing
about Javelli is that he commented on MOST works by Aristotle!” -- Essential
Italian philosopher. Studia a Bologna.
Fu esegeta. Argomenta contro Lutero. Opera omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al
dibattito sul Tractatus de immortalitate animae di Pomponazzi, di cui scrisse,
su richiesta di Pomponazzi stesso una confutazione. Partecipa al dibattito sul
divorzio di Enrico VIII, esponendosi a favore della scelta del sovrano. M.
Tavuzzi, in "Angelicum", DBI.Casale Monferrato. Crisostomo
Javelli was born in 1470 c., presumably in Piedmont, joins the Dominicans. On G.
see GILSON, Autour de Pomponazzi: problématique de l'immortalité de l'âme en
Italie, Archives d'histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age; TAVUZZI, G.
OP A Biobibliographical Essay:
Biography, Angelicum, G. A Biobibliographical Essay: Bibliography »,
Angelicum. G. is the author of a Compendium Logicæ. The
structure of G.’s work mirrors Ockham's Summa logicae in many respects, but
also NICOLETTI (si veda)’s Logica Parva (unlike NICOLETTI (si veda), however, G.
does not deal with obligations and insolubles. The Compendium deals with
the following topics: Introductory remarks, which include a short history
of logic; terms (this part corresponds to the doctrine dealt with by
Aristotle in De Interpretatione); propositions; the five
praedicabilia (this section corresponds to Porphyry's Isagoge); the
antepraedicamenta, the doctrine of the categories (praedicamenta), and the
postpraedicamenta (this treatise, as is clear, corresponds to Aristotle's
Categories); syllogism; supposition theory; ampliatio and
appellatio, i.e. changes in the supposition of a term and changes in the
tenses of verbs; theory of consequentiae; de probatione terminorum
(this treatise deals with the ways in which it is possible to show the truth,
or the probability of a proposition); demonstrative syllogism (this part
aims at expounding what Aristotle says in his Posterior Analytics). The
treatise is published in in Venice. The Compendium is rather successful, and goes
through many editions. G. has many teaching positions within the dominican order
and, most probably, he writes his Compendium logicæ for didactic purposes. The
tendency to systematize the new logic of the late medieval authors and to
present it as consistent with Aristotle's logic is even more evident than in SAVONAROLA
(si veda)’s Compendium. G. is also influenced by the humanists, inasmuch as his
treatises draw attention to the linguistic, and historical context in which
ancient logic arose. If VALLA (si veda) criticizes NICOLETTI (si veda) for the
latter's unfamiliarity with the Greek language, G. dwells on the etymology of many key terms of
logic, and shows a certain familiarity with both Greek and Latin. In his
historical section, G. maintains that Socrates and Plato are not strong
in answering and solving because they did not have logic, even though
they were strong in asking questions or in raising doubts » (licet potentes
essent ad interrogandum sive dubitandum, non tamen ad respondendum et solvendum
propter logice carentiam). Logic is founded on its proper grounds by Aristotle,
for whom Javelli has words of deep admiration: Hence, the Author of
nature gave us Aristotle, who first discovered true logic with his almost
divine mind and organized and brought it to completion in all its parts, so
that we could discover the true rule of knowing that guides the human mind in
arts and sciences." TAVUZZI, G. OP Logicæ Compendium LIZIO,
ordinatum per G. Canapicium ordinis praedicatorum, ex officina Ioannis Blaui de
Colonia, Olvssipponae henceforth, G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ Ut
igitur vera sciendi regula directiva humani intellectus in artibus et scientiis
inveniretur, datus est nobis ab authore naturae Aristoteles, qui suo pene
divino ingenio primus logicam veram invenit, et secundum omnes partes ordinavit
ac perfecit. These words implicitly show the ideological background of the
Compendium logicae, that is designed to expound Peripatetic logic. Javelli was
aware that many topics of his treatise had not been discussed by LIZIO, but he
nevertheless thinks that these doctrines are at least Aristotelian in spirit.
When G. introduces the theory of suppositio, in the seventh treatise of his
textbook, he states that doctrines like the suppositio are consistent
with Aristotelian philosophy, even though Aristotle did not propose them, and
this will be clear to you once you progress in logic, philosophy of nature and
in metaphysics under the guidance of the LIZIO. G.’s attitude in finding an
agreement between the doctrines of Aristotle (and of Aquinas) and those of
later thinkers has been already underlined by Tavuzzi, and may be said to be a
trademark of his Compendium. After his sketchy history of logic, G.
defines logic as a rational science® and states that its generic subject is
mental being. The subject of logic, as a distinct discipline, is the
" ens rationis ratiocinativum, quod est idem quod argumentatio.This
remark echoes BARBÒ (si veda)’s claim that the object of logic is the ens
rationis, but G. seems to harmonize the AQUINO (si veda)’s solution with the
position of Albert the Great, because the ens rationis is qualified as
ratiocinativum and this is said to be identical to argumentatio. According to BARBÒ
(si veda), Albert the Great taught that the object of logic is 'arguments.
BARBÒ notices the similarity with what he took to be Aquinas's position, but
stressed nevertheless the difference between the two medieval Dominicans. G.
implicitly unifies their positions. According to G., logic is a science
and not empirical knowledge, because it has proper subject and proper
principles: the presence of these two elements is enough to hold that it falls
under the rational sciences, and is divided into sub-disciplines according to
the scheme that Aquinas introduces in the Proemium to his -- etsi non
habeantur ab Aristotele, tamen doctrinae peripateticae consonant, ut tibi
constabit postquam in Aristotelis disciplina tam in logicalibus quam in
physicis atque metaphysicis eruditus fueris » (my translation). Cf.
TAVUZZI, Herveus Natalis and the Philosophical Logic of AQUINO (si veda) in the
Renaissance, Doctor Communis, G. Compendium logicae -- llogica est scientia
rationalis discretiva veri a falso ». Javelli adds that logica est ars artium
et scientia scientiarum, qua aperta omnes aperiuntur, et qua clausa omnes alie
clauduntur; this statement echoes Peter of Spain's claim that dialectica est
ars artium, scientia scientiarum, ad omnium methodorum principia viam habens (Petri
Hispani Summulae Logicales cum Versorii Parisiensis clarissima expositione,
apud Sansovinum, Venezia -- subiectum in illa universalissime sumptum est ens
rationis, id est ens fabricatum ab intellectu et non habet esse extra
intellectum -- commentary on the Posterior Analytics.8 In his treatise on
terms, G. stresses that terms signify ad placitum, and that verbs are always
tensed. G. has something interesting to say about
propositions. According to him, a proposition 1s omething s (oratto verum
vel falsum signtcans Indicando s) the Clause 'indicando' is meant to
exclude prayers, utterances of wish, etc. from the set of propositions. G. adds
that only present tensed propositions are propositions in the fullest sense,
because past-tensed and future-tensed utterances do not signify anything that
is the case or that is not the case, and thus cannot be true or false:
The phrases (orationes) in the past and future indicative tenses do not signify
primarily and per se 'true' and 'false', unless they are transformed into a
phrase in the indicative present tense.' This is not sufficient evidence
to suggest that G.'s understanding of propositions is analogous to SAVONAROLA
(si veda)’s and, regrettably, G. does not add many details to his definition.
In the same third treatise, G. deals with modal propositions as well, and in
this case the didactic aim of his exposition could not be more evident. He
deliberately avoids all technicalities and limits himself to stating some basic
principles of modal logic: modal propositions are defined as categorical
propositions to which a modal operator has been attached as a prefix.
There are four modal operators for G.: necessary, contingent, possible, and
impossible." G. maintains that also 'true' and 'false' are modes, and by
doing so he refers to a traditional doctrine, which has been endorsed also by
Aquinas in his De propositionibus modalibus. G. adds that also 'per se' and
'per accidens' are modes, and they correspond to 'necessary' and 'contingent'
respectively: Nam licet prima [i.e. 'per se'] aequipolleat modali de
necesse, et secunda [i.e. 'per accidens'] modali de contingenti, tamen ‹non>
sunt formaliter modales."2 Ibid., fol. 12r-13r. Cf. ARISTOTELES. De Interpretatione. This claim, although consistent with Aristotle's
littera (cf. De Interpretatione), is at odds with Savonarola's exposition. This
suggests that 'Thomist logic' was not a monolith and there were several debated
issues. G. Compendium logicæ Orationes etiam modi indicativi temporis
praeteriti et futuri non significant primo et per se verum et falsum, nisi
reducantur ad unam temporis praesentis indicativi. I suggest to add a 'non' to the sentence to make it
intelligible. This observation seems to suggest that modal syllogistic is
grounded on Aristotle's theory of predication. G., however, does not expand
this interesting intuition. Furthermore, even though he is aware of the
distinction de sensu composito/de sensu diviso, he does not consider the
problems that such a distinction may create within modal syllogistic.' His
exposition of modal logic is intentionally simplified for didactic reasons;
after having expanded modal conversions, Javelli adds: that would be enough for
now, lest you get confused, young man (hæc pro nunc sufficiant ne tu iuvenis
confundaris. The tendency to simplify the core notions of medieval logic brings
sometimes G. to modify significantly these doctrines, as is the case in
his supposition theory. Medieval authors did not understand the theory of
suppositio as a mere theory of reference, but as a theory of meaning, namely as
a theory for interpreting sentences. G., on the contrary, seems to consistently
maintain that the supposition theory is what we would nowadays call a theory of
reference." According to him, the supposition is said to be
the positing of a term instead of another, i.e. instead of one of its meanings.
In this sense, we say that in this utterance 'God is good', the It
is perhaps worth mentioning that such an interpretation has gained an
increasing consensus among contemporary scholars: cf. Thom, The Logic of
Essentialism: An Interpretation of Aristotle's Modal Syllogistic, Kluwer,
Dordrecht The New Synthese Historical Library: Texts and Studies in the History
of Philosophy); MALINK, Aristotle's Modal Syllogistic, Harvard, Cambridge,
MA The laws of conversions for necessity propositions are valid de sensu
composito; mixed necessity syllogisms (like Barbara LXL) are valid only if the
modal operator is read de sensu diviso. This seems to suggest that Aristotle's
modal logic is inconsistent. G., however, seems not to be aware of this
philosophical problem. His exposition of the distinction between de sensu
composito and de sensu diviso is as follows: « in modali de sensu composito
modus aut praeponitur aut postponitur toti dicto [...], in modali autem de
sensu diviso modus nec praeponitur nec postponitur dicto, sed 95
mediat inter partes dicti. G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ According
to NOVAES, suppositio provides mechanic rules, by means of which we can list
all possible interpretations of an ambiguous sentence. The theory of the
suppositio may also serve the purpose of finding the references of the elements
of a sentence in certain context; writing about Ockham, Novaes observes that
supposition theory is better seen as a theory of propositional meaning in the
sense that one of its main purposes is to provide an analytical procedure for
determining what can be asserted by means of a given proposition - a procedure
including, but by no means limited to, the determination of the entities that
the proposition may be about, i.e., its possible supposita, as it would be the
case if it were a theory of reference (An Intensional Interpretation of
Ockham's Theory of Supposition, Journal of the History of Philosophy, Geach
presented supposition theory as a theory of reference in his classical
monograph Reference and Generality. An Examination of Some Medieval and
Modern Theories, Cornell, Ithaca, NY Contemporary Philosophy] term 'God' stands
for its meaning, so that the sense is: what is signified by 'God' is
good.'8 Javelli relies on the definitions of suppositio provided by Peter
of Spain and by MANTOVA (si veda), but in his view the supposition theory is a
theory of reference: A substantive term in or outside a proposition,
taken in itself, has a meaning, but it has a reference (non supponit) only in a
proposition. To make this clear, note that 'to signify' precedes to have a
reference For to signify is to introduce a term or a sound to represent a given
something. As a consequence, it is up to the first authors who give names to
things to make it possible to signify. To have a reference is to take an
already given meaningful term so that it can refer to any of its meanings or
references in a proposition. 10° According to Javelli, 'supponit' may be
translated with 'refers to a suppositum. G. is faced with two alternative
interpretations of the suppositio. But surprisingly, he endorses the one that
is more at odds with his understanding of suppositio as a theory of reference. G.
writes that Thomists are debating among
them as to whether a term can suppose (supponere) only in a proposition or also
in itself. G. maintains that a term supponit only in a proposition - a
conclusion that is certainly more consistent with an understanding of
supposition theory as a theory of meaning, 'G. points out that this debate
originated from the interpretation of AQUINO (si veda), Summa Theologiæ. G. summarises
AQUINO (si veda)’s position as it follows. In his answer to the
third never refers to a person, unless the word is determined by its
corresponding predicate, such as in 'God TAVELLUS. Compendium logicæ,
dicitur suppositio positio termini pro alio, id est, pro aliquo SVO
SIGNIFICATO.In quo sensu dicimus quod in hac oratione Deus est bonus, ly Deus
ponitur PRO SUO SIGNFIICATO, ut sit sensus, id quod significatur per 'Deus' est
bonum -- terminus substantivus in propositione et extra propositionem per se
sumptus SIGNIFICAT, sed non supponit nisi in propositione. Pro
cuius notitia adverte quod SIGNIFICARE precedit supponere. Nam SIGNIFICARE est
imponere terminum sive vocem ad aliquid certi REPRESENTANDVM. Unde facere
significare spectat ad primos authores qui rebus nomina imponunt. Supponere
autem est accipere terminum iam impositum ad significandum ut stet in
propositione pro aliquo suo significato vel supposito generates, God is Father,
God is Son. Hence means (significet) a substance
with a quality, a name properly means (significat) a quality, i.e. the form on
the basis of which the name is attributed; however refers to (supponit) a
substance, i.e. to the thing to which such name is attributed. This leads
Capreolus to maintain that this is false: God does not generate God (ista
est falsa Deus non generat Deum). 104 If we were to follow G.’s view, it
is possible, I think, to maintain that a proposition like Deus non generat Deum
may also be TRUE, inasmuch as the term Deus in this context may be taken to
refer not to a person. Consequently, it would be true to say that god, qua trinity,
does not generate god, qua trinity. This example shows that G. has original
ideas, even though he never wants to explicitly detach himself to the core
tenets of that Thomistic school to which he belonged. -- in responsione ad
tertium dicit quod homo per se supponit pro persona, Deus autem per se supponit
pro natura. Plostquam beatus AQUINO (si veda) dixerat quod Deus supponit per se
pro natura, statim declarans huiusmodi suppositionem format hanc suppositionem,
ut cum dicitur Deus creat. Numquam autem supponit pro persona, nisi
determinetur per predicatum relativum, ut Deus generat, Deus est pater, Deus
est filius, ergo Deus non ex se, sed respectu talis praedicati supponit pro
persona Capreoli Tholosani OP Thomistarum Principis Defensiones Theologiae Divi
AQUINO (si veda), ed. CESLAS PABAN, THOMAS PÈGUES, Cattier, Touronibus -- nomen,
licet significet substantiam cum qualitate, proprie tamen significat
qualitatem, hoc est formam a qua nomen imponitur; supponit vero pro substantia,
hoc est pro re cui imponitur tale nomen According to the Catholic dogma, it is
God the Father who generates God the Son. In other words, if we assume that the
term Deus supponit pro persona independently (and, hence, in every context), it
follows that a proposition like God does not generate God should be FALSE. The sections on syllogistic are the less original
parts of G.’s treatise. Geli — Rossi modum definiendi, dividendo et
demonstrandi, Tu tamen adverce licet fiteadem realiter, ratione tamen distingui
turinquantu docens, et inquantu utens. Namin quantu docens consideratur in e,
in quantu utens relpicit alias scientia. Logica docens sufficienter diuiditur
in tres partes. Prima est in qua tradatur de terminis in complexis, et hoc ditiiditur in duas. In prima consideratur de
terminis secundo intentionis, et iste
est liber praedicabilium. In
secunda consideratur de terminis primx intentionis, et iste est liber
praedicamentorum, et post
praedicamentorum. Secunda est in
qua tradatur de terminis
complexis, id est de oratione et
propositione et hic est liber “Peri
Hermenias”. III est in qua tradatur de argumentatione et hoc dividitur in
quatuor. In prima agitur de
argumentatione syllogistica absoluta et simplici, idesi noh applicata
alicui materiae et hic est
liber pnorunviln secunda agitur
de syllogismo demonstratiuo, et
hic est liber posteriorum. In tertia agitur de syllogifmo topico, id est
probabili, flthic eft liber topicorum. In quarta agitur de
syllogismo fallaci, quem dicimus sophisticum, co q* per ipsum solum gc iteratur deceptio, et hic est liber
elenchorum. Hoc est summa librorum, quos
tradidit nobis LIZIO inventor logicæ. Reliquos autem minores tradarus quos
appellamus parva logicalia, non habemus formaliter ab LIZIO. Sed posteriores
traxerunt virtualiter ex praedictis libris LIZIO, ita us
tradare de gtib9oronis, deinde de oratide
et cmltiatione, sicut etiam tradat grammaticus modo grammatico et
socundo loco tradabimus de syllogismo formali et tertio loco de prædicabilibus, et quarto loco de
praedicamentis. Nam abfqj notitia propositionis et syllogismi, n “Quida homo
non currit.” Praepositiones (“to”) aurem determinant
nomen ad constructionem pro cerro casu,
puta ablativo ucl
accusative. Adverbia
determinant verbum f>ro
determinato Io co, ut
adverbia localia, vel pro determinaro
tempore, ut adverbia temporis, vel pro
determinato modo quantitatis ucl qualitatis tut adverbia
quantitatis et qualitatis. Coniunctiones (‘and,’ ‘or’) autem determinant
terminos et orationes, secundum,
modum copularivum (‘and’), vel disjuinctivum (‘or’) vel
illatiuum. exeplum primi,
“et”, arcp exemplum secundi, “vel,”
“aut”, exemplu tertii, “ergo,”
igitur, iracp. Inter
syncategorematicos terminos non
comprehenduntur intejectiones (“ouch!”) : quoniam ut
docuimus signficant NATURALITER,
nec pronomina primitiva, quoniam sumuntur loco proprii nominis et certam
significant personam. De derivativis autem videtur quod sic,
quem sunt ut determinationes nominum
substantivum - ut “meus liber”,
“tuus pater”, “nostra patria,” etc. Similirer
participium ji5 eft terminus
syncategorematicus, compleditur
enim nomen substantiuum et verbum
-- ut “legens” loquiTUni» ‘homo qui legit’ loquitur. Ex his omnibus sequitur,
quod cum sine odo partes orationis,
tantum nomen et verbum sumendo cum nomine pronomen primitivum, et cum verbo participium, sunt termini
categorematici, alix autem partes sine termini syncaregorematici
apud logicum, et caulam huius dicemus postquod definierimus nomen et uerbum. Terminorum
categorematicorum quidam eft primat
intentionis, quidam secundae. Prima intentio apud veros peripateticos (LIZIO)
est primus conceptus fundatus immediate in re, quod est ens reale, ut primo
apprathenditur prxhenditur ab
intellectu, -- ut ‘animal rationale’ est prima
intentio quam format intellectus, et immediate fundatur, iit natura hominis. Secunda aurem intentio est secundus conccprus
formamus ab intellectu, fundatus in re non immedia ce sed mediante primo
conceptu, ut esse praedicabile de
pluribus differentibus numero in quid, est secundus conceptus quem format
inrellectus de homine. Nam postquam appraehendit cp ‘homo’ est “animal rationale”, advertit ut
est ‘animal rationale’, convenit omni contento sub homine, et sic est
praedicabilis de quolibet suo individuo in quid, et tunc format secundum conceptum, dicens quod natura
hominis e eo quod est ‘animal rationale’ est prædicabilis de pluribus
differentibus numero in quid et quod dico de homine incellige de qualibet
natura specifica contenta sub animali. Terminus igitur primis intentionis est
terminus significans primum conceptum,
fundatum immediate in
essentia rei -- ut “homo”, “capra”, “leo”. Terminus autem
secunda intentionis est terminus significans secundu conceptum fundatu
in natura rei
median re pmo conceptu -- ut “genus”,
“species”, “differentia”, “singular”, etc; Et ne confundatur intellectus
novitii hic sisto. In tradaru aute de
universalibus sive praedicabilibus diffusius et altius de terminis pmx, et
feciidx INTENTIONIS loquemur. Et aduerte quod
divisio termini in terminos
pmz impositionis, et secundo
positionis apud nos, qui sequimur VIAM REALIUM non differt
a praecedenti. Nam “homo” in
mente vel anima excogitatus, et voce
probatus, et in scripto politus, significat (>mum conceptum ideo est
terminus pmz INTENZIONE intentionis in
mente vel ANIMA, in voce, in scripto. Et iste terminus species ex cogitatus in
mente vel ANIMA et in voce et in scripto et secundæ INTENZIONE intentionis,
quia significat secundum conceptum modo quo diximus. Non ergo est necesse ultra
divisionem factam inter terminos f>mx, 8( secundae INTENZIONE intentionis,
assignare eam quæ dicitur pmz, et secundx INTENZIONE imtentionis ut penitus
distinctam aprxcedenti, qux fuit inter m x, et secundx INTENZIONE intentionis. Hoc enim
continetur in illa. Terminorum quidam
cfimunis, quidam singularis. Comunis est
q de pluribus praedicatur -- ut “homo”,
“animal”, “lapis”, et apud grammaticum
dicitur nomen appellativum, quem
pluribus convenit. Grice : « Except Ramsey, who calls his naming
unique ! » Terminus singularis est qui de uno solo prædicatur -- ut
piato, et fortes, et apud grammaticum
dicitur nomen proprium (“Fido”), qmuui soli conuenk, et ad «erte alternas, ut
qndiuiditeorpus p alata et inaiatu, et aiatu per sensitivu St no (cnfitiuu,
fecundo gnis in spes spalissimas, uc qii
dividitur color per albedinem et nigrcdinem. Et hac divisionem cognosces in
trac. de praedicabilibus. Divisio totius in gtes fkqncp modis, pmo qntotu
dividif in ptes subicdiuas individuales, ut qn dividit ho in forte Pia Ioanne.
Pecru, etc. Scdo qn totu dividitur in partes essentiales CICERONE ESSENTIA, uc
ens naturale compositu dividif in materia et forma, sicut dividit homo in animam et corpus, III qn dividitur totu co
tinuuin partes suas integrales, ut domus in fundamentum, tc» dii, et pariete,
et corpus animalis in partes, qufe sunt membra sua, ex qbus integrat corpus, IV
qn dividitur totu dito tinuu in partes fiias, inter quas et si no fit
continuitas est rame ordo et proportio. Hoc rao dividif EXERCITVS in mtlitcs, cqtcs peditcs, 8(c.
quinto qn dividif totu poretialc sive poteftariufi in partes suas poreftativas
qn diuiditur anima per potentias suas et virtutes suas, ut tibi
manifeftabitur i libro de anima, et ifra
manifestabimus tibi in libro de syllogismo Topico Divisio uo cis in sua
significata sit tribus modis primo vocis univoce in significata univoce GRICE
UNIPLEX SIGNIFICATIO versus MULTIPLEX SIGNIFICATIO, ut qn dividif ho in Socrate
et platone etc, secundo vocis aequivoce GRICE MULTIPLEX SIGNIFICATIO versus
UNIPLEX SIGNIFICATIO in significata aequi-vocata, -ut qn dividitur “cancer” in stella
sive signum cæleste, et aquaticum aial, et morbum, III vocis analogicæ GRICE
ANALOGICAL UNIFICATIO in significata analogata, ut qti dividitur “sanu”, iu
alal sanu, urina sana, medicinam sanam, cibum sanum, aercm sanum, excretum
sanum, et cetera Et hanc divisione cognosces in trac. de pntis.; Divisio secudu
accidens sic tribus modis, primo subiecti in accidentia, ut holum alius parvus,
alitis magnus 1 alius albus, alius
niger, alius medio colore coloratus, (c3o accidentis!in subiecta, ut
accidentifi, quæ sunt m hoie, aliud in aia, ut seia, aliud in corpore, ut
agilitas etc. tertio accidentis in accidentia, ut accidentiu, quarda dura,
quaedam liquida, qnada lucida, quaedam tenebrosa, et haec divisio manifestabit
tibi in philosophia naturali et præcipue in libro de generatione. Isti igitur
sunt iqodi universales GRICE UNIVERSALIA famofiores apud LIZIO, quibus fieri
confutuit divisio. Quantum ad pmam divisionem, quac est per affirmativa et
negativam aduerre, quod affirmativa dupfr definitur, pmo sic, categorica
affirmativa est. ppofirio in qua praedicatum affirmatur de subiefto: -- ut:
Homo est albus. Sed adverte cj» tuc praedicatu affirmatur de subiecto quando
negatio no p cedit copula, q? fi
praecedit negatio, negatur praedicatum de subiecto, et efficitur negativa – ut
hic “Socrates non est albus.” Si autem
fiib sequitur no efficitur negativa, sed
permanet affirmativa,-- ut: Homo est no albus. Ire adverte «p alio modo
affirma! praedicatum de subiecto in affirmativa vera et in falsa, na in vera
affirmatur re et voce quia sic est in re, sicut dr, ut homo re et voce est
risibilis. In falsa atite affirmatur voce tm et non re. Nam licet dicam q» Homo
est asinus tarhe non sic est in re, secundo definitur sic. Affirmativa est in qua verbum principale
affirmatur de subiecto, ut Homo est animal. Dr in qua verbum principale affirmatur ad
differentiam verbi secundarii qtiod si negatur vel affirmatur, propter ipsum
non sit propositio affirmativa nec negativa. Vnde ista non est negativa. SOCRATE
CICERONE CATONE qui non currit, movetur, nec ista est affirmatiua, Socrates,
qui currit, non movetur. Nam In prima
licet verbum secundarium, quod est, currit, negetur, tamen principale
quod est movetur, affirmatur, ideo
permanet affirmatiua. In
IccQda autem fit
oppofito modo, ideo
permanet negatiava. Et ratio
huius est, quia ticrbii secundarium fe tenet
a parte subiecti, q3 paret
refoluedo in fuu
participiu fiuc aftiuum siue
pasfiuu, ut hic. SOCRATE CICERONE CATONE
qui non currit, ideft. Socrates a9 non carrcns mouccur, SOCRATE CICERONE CATONE
qui currit, id est Socrates curreni non movetur: Subiectum autem coniunctum
participio affirmativo negativo no facit propositionem dic affirmatius vel negarivam,
sed negatio cadens super verbum principale sive immediate, ut quando subsequitur
subiedum, ut “homo non est asinus”, sive mediate, ut Non homo est animal, dum
modo sumatur negatio negans, et no infinitam terminum, cui opponitur, nam si
infinitarer, non faceret negativam. Vnde lixc non est negative. “Non homo currit”, qm ly non
homo est nomen infinitum, etc. Vnde non homo curru, aequippollet isti, asinus
qui ft no homo currit. Costat aut hanc esse
affirmativa Patet igitur quid sit categorica affirmativa. Categorica negatiua
dupliciter definitur. Primo sic, categorica negativa est propositio in qua prædicatum
negatur de suo subiecto, auc homo non est lapis. Secundo sic, est propositio in
qua verbum principale negatur. Dicitur verbum principale ad differentiam verbi
secundarii, quod ut docuimus sive affirmetur sive negetur, non facit propositionem
affirmativam aut negativam. Et adverte, quod propositio poreft fieri afflrirmativa vel negativa
dupliciter scilicet explicite et IMPLICITE. Si explicite, sit per nomen et verbum
indicativi modi, ut homo est risibilis. SIIMPLICITE potest fieri per unicum
terminu, ut quando dicimus, homo est risibilis, et e converso, ly e converso aequippollet uni propositioni, qux
est haec, et risibile est homo. Item adverte quod divisio per afflrmativam et
negativam non foium convenit categoricæ sed etiam hyporheticæ et modali,
quomodo autem siat hypothetica affirmativa et ne gar. similirer modal s,
dicemus agentes de eis. Nunc autem sustine, ne confundaris ut nouus AVDITOR
(Grice, RECIPIENT, ADDRESSEE). Conversational Imperative : Thou shalt not
confound they addressee – while the Queen can confound her enemies – and make
them fall! -- Haec de prima divisione di&afint Quantum ad secundam
divisionem categorica: sciliccc per veram et falsam, adverte quod cartgorica
vera, tam affirmatiua quam negatiua dupliciter definitur. Primo sic, vera est,
qua: significat verum id est significar rem sicut est, si est affirmatiua, vel
significat rem sicut non est, si est negatiua. Sed de hac latis diximus in ca.
præcedenti in dedaranlo definitionem propositionis secundo autem fir defiintur.
Vera est illa, cuius SIGNIFICATVM PRIMARIVM EST VERVM. SIGNIFICATVM autem PRIMARIVM
est illud quod exprimitur p oro nem infinitiuam. Verbi gratia haec est ucra
Deus est bonus qm deum esse bonum, est verum. Sic.n. est in re. Dico cuius
primarium GRICE CENTRAL significatum est verum ad differentiam secunda rii. secundarium autem est quod continetur in
primario 8c sequitur ad illud. Verbi gratia primarium huius, homo est
rationalis, est esse rationalem ad hoc autem sequitur cfte animal, esse ANIMATVM,
e de corpus efie subie&am. luxta igitur SIGNIFICATVM PRIMARIVM et secundarium
indicanda est propositio vera, qm est vera primo et per se ex eo, ex secundario
autem est tantum consequenrcr. Nam bene sequitur qcf “Si fortes est homo,
fortes est animal.” sed non ceonuerfb, ut declarabimus in trac. de consequentiis.
Similiter falsa dupliciter definitur. Primo sic, falsi est qux aliter
significat quam sit in re, ut haec est falsa, Homo est ansinus, quia SIGNIFICAT
hominem esse asinum, et tamen aliter est rn re, quia in re no est asinus, sed homo sive rationalis, et de hac
definitione iam diximus in cap. præcedenti in definitione propositionis. Secundo
sic, falsa est illa cuius primarium significatum est falsum. Verbi gratia hæc
est falsa “Homo est asinus”, quia holem esse asinum est falsum, cu sic ronalis,
et asinus irratironalis. Quod si fiereciudicium secundu SECVNDARIVM
SIGNIFICATVM (IMPLICATVRA), quod est dfe animal, esset vera. Nam haec est, vera
homo est animal v non tamen sequitur, ergo est asinus, ut declarabitur tibi in
trac. De consequentiis Haec de secunda divisione distasint, Quantum ad tertiam
divisionem scilicet quod aliqua est
alicuius qiiamicari$, aIiquanulliu$. Alicuius quantitatis est illa,
cuius subiectum stat pro aliquo ucl pro aliquibus vel pro omnibus vel pro
nullo, ut declarabitur in divisione sequenti. Nullius quantitatis est illa
cuius subiectum suspenditur a propria DENOTATIONE -- GRICE, ronc, pbationis
termini praecedetis ipsum quails est exclusiva exceciva reduplicativa, de quaif,
p- Satiqne aprietates: ut est RISIBILITAS in homine, PAR et impar in NUMERO,
curvum et RECTVM in linea, sumum calorem in igne lite nancg faciunt
propositionem in materia naturali. Quid ne. ro sit fluere apneipiis specjci
declarabitur tibi in trac. de prædicabilibus in cap. de proprio et accidente.
Illæ vero fiunt in materia remota, in quibus prædicatum non potest verificari
de subiecto, Imo id inuicero repugnant. Istæ autem sunt in quibus subiectum et prædicatum
sunt opposita contraria vel contradidoria vel
privative ucl relative opposita. Exempla: Album est nigrum. Homo est non homo. Caecus est videns. Pater est
filius. Et aducrte, q? dicuntur
fieri i|i materia
remota, scilicet repugnanti, qm
natur subiedi&i prædicatiin oibus p didis repugnant adinuioem, nec se
compatiuntur. Inde est q1 omnis affirmatiua in materia remota ferng et de
neccsfiUtate est falsa, negatiua autem femg
et immutabiliter ucra. In materia
vero naturali est opposito modo. Nam affirmariva femg est
vera, negatiua fepig falfcM Jn
nuter cotingeti? 4 est medio m6, qm tam
affirma, q nega, aliqn e vera aliqn
falsa, nam qn prædicatum inest liibiedio, affirmatiua est vera, negativa falsa,
qn prædicatum removetur, affirmativa est
falsa, negariva est vera. Hoc de VII diuifione difta fint. Quantum ad oAauam divisionem, quae fuit haec, Propositionum
categoricarum participatium utroqj termino eodem ordine triplici
materia.Cnaturali contingenti et remota adverte, quod inter eas sit
quatruplexoppositio: contraria sub-contraria, CONTRADICTORIA, ubalterna. Oppositio contraria sit inter
eas quarum una est universalis affirmatiua et altera universalis negatiua, de
eifdcm subietlis et prædicatis univoce et æque ample et aeque strictca cceptis.
Primo df quarum una est universalis et cetera. Nam ut distinguantur a
contradictoriis, debent esse eiufdem quantitatis et diverfae qualitatis. Si
eiufdem quatitatis, ergo utraqj est universalis vel particularis, non secundum
quia non essent contrariae sed subcontrariae. Ut dicetur infra ergo primum. Si, DIVERSÆ QVALITATIS, ergo i&fca est
affirmativa et altera negativa. Secundo dr de ei (dem subiectis et prædicatis:
uc ois homol albus, nullus homo est albus, et dcfeftu huius iftaeduae non funt
contrariae ois homo est albus, nullum rifibilc est albus. Tu tn aduerte
quod subiectum et prædicatum
pnt esse idem
tripliciter, pmo fm vocem tm et non fm
SIGNATVM, secundo t m. SIGNATVM tm et non fm vocem, tertio fm vocem et SECVNDVM
SIGNIFICATVM. Exempla: Omnis
canis latrat: nullus canis latrat. Omnis
homo currit, nullum ronale currit.
Omnis homo est alal nullus homo est alaU Prima identitas non sufficit ad contrarietatem, ideo
dicitur in definitione, acceptis UNIVOCE, constat aut
quod canis est TERMINVS ÆQUIVOCVS; aut sufficit ad contrarietatem virtuale seu ÆQVIVALENTE sed no
ad formalem; vero sufficit ad
contratietate proprie dicta et formale
[CF. H. P. GRICE, DICTIVE MEANING AND FORMAILITY – as candidates for EXPLICITVM
– why not both, as in J.?], unde licet iftx duæ, “Omnis homo currit, nullu rationale
currit, sint cotrariæ virtualiter eo q
SECVNDVM SIGNIFICATVM homo et rationale fune idem non tamen forma\itct, qm formaliter
non participat E ii utroqj termino secundum vocem et SECVNDVM SIGNIFICATM.
III dicitur aeque ample &aeque
ftrufie acceptis. Dcfe du huius apud multos istae dux non sunt contrarie. Omnis homo est animal, nullus homo est animal,
quoniam in prima potest teneri tam pro masculis quam pro femminis; in secunda
SOLVM PRO MASCVLIS. Tu tn adverte, quod
secundum usum i utracp accipi confucuit pro MASCVLIS ideo
acceptantur: ut ue rz contrariZj Item defedu huius istæ dux non sunt
contrariæ. Omnis homo EST albus, Nullus homo FVIT albus, quia in prima
reftringitur ad præsentes, in secunda
autem ampliatur ad przfentcs vel
præreritos. Sed pronunc fuftinc, donec pertrademus de AMPLIAZIONI et
APPELLAZIONI. Tu tn adverte, quod prxdldx non sunt contrariæ non solum ronc di
da, sed quia copula non tenetur eodem modo in prima set secunda. Nam in prima est ly est, in secunda
est ly FVIT. Unde in definitione
intelligendum est q' contrarix
debent c(Te de
ctfdem subicdis et
prædicatis et copulis. Hoc de
contrariis dida fint. Oppositio contradictoria est inter eas,
quarum una cft viis affirmatiua, altera particularis negativa, ut Omnis homo est animal, Quidam homo non
est animal, uei altera est vfis
negatiua, et altera particularis affirmatiua, ut Nullus homo currit, Quidam
homo currit, dccifdcm subicdis et pdicatis
et copulis, uniuocc et zque ample, et xque ftride acceptis. Omnia debent intclligi sicut
expofitum est de contrariis. Ut
autem habeas maiorem
noticiamdc contradidione adverte ex doctrina
LIZIO, quatuor condidioncs requirit, et defedu cuiullibct carum enitatur
contradictoria oppositio. Prima est quod sit affirmatio eiufdem de eodem et
negatio, dummodo sumatur idem secundum rem et vocem, ut “Socrates currit”,
“Socrates non currit”. Defedu cuius ista apud logicu non sunt contradictoria
formaliter sed virtualiter sive equipollenter tantum ex parte rei. “CICERONE
currit”, “MARCO non currit”, posito enim quod sint sinonima ex parte
significati quia ide homo didus est MARCO et CICERONE, tame distinguuntur voce
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IX de consequentiis. X de
probationibus terminorum. Vndeamus de syllogismo demonstrativo, in quo quo
continetur LIZIO docrina in lib. poster. Qjia E Gmma recenti hac nostra
editione uiligentissime, exposita fiint, atque elaborate, Grice: “For all their
subtleties I lizii, or peripatetic logicians never cared about formulation. Consider G.: the dog barks,
anger is represented, ‘canis latrat raepresentatur ira, gemitus infirums
raepresentatur dolor. No care is taken to represent the proper signification.
It is still the ‘anima’ if the vegetative one, it is still the dog’s spirit. If
the dog barks, he means that he is angry. If the infirm moans he means he is in
pain, and so on.” Grice: “Javelli is one of the most careful Italian
philosophers. He had a fascination for two little tracts by Aristotle towards
which I also felt an attraction: De Interpretatione and Categories. His
comments on De Interpretatione are brilliant in that he reduces all to
‘re-presentare’. The infirmus who groans or moans represents ‘dolor’. The dog
that barks represents ‘anger’. These are ‘signs’ of the natural kind – and
rather than dark clouds meaning rain he is into ‘phone’ – vox – here it is vox
signifying that p or q naturaliter. (my example of groaning of pain). From
there he jumps to the institutional meaning, ad placitum, ex decreto et
authoritate – e consuetudine, -- a system which superseds the previous one. Nome compiuto: Giovanni Crisostomo Javelli. Iavelli.
Giavelli. Javelli. Keywords: implicatura, grammatica razionale, psicologia
razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giavelli” – The Swimming-Pool
Library. Giavelli.
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