GRICE ITALO A-Z G GI

 

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gioia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia ad uso de’ giovanetti – filosofia piacentina – la scuola di Piacenza -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Piacenza). Abstract. Grice: “I am called a systematic philosopher – compared to Witters, but not to Gioia. At Bologna, as in Oxford, most philosophers ARE systematic. Witters shouldn’t be the judge!” Keywords: sistematicita della filosofia. Filosofo piacentino. Filosofo italiano. Piacenza, Emilia-Romagna. Grice: “I joked with the maxim, ‘be polite’ – surely it’s difficult to make that universalisable into the conversational categoric imperative (‘be helpful conversationally) – but apparently Italians are less Kantian than I thought!” -- Grice: “I love Gioia; he is like me, an economist when it comes to pragmatics – see my principle of ECONOMY of rational effort; I studied thoroughly his fascinating account about the origin of language, before I ventured with my pritological progressions!” Dopo gli studi nel Collegio Alberoni veste l'abito talare, mantenendo tuttavia un orientamento di pensiero tutt'altro che ortodosso tanto in filosofia, per l'influenza dell'utilitarismo di JBentham, dell'empirismo di  Locke e del sensismo di Condillac, quanto in teologia per l'influenza del pensiero di Giansenio.  Il suo interesse si rivolge ben presto anche alle questioni politiche. Vince il concorso bandito dalla Società di Pubblica Istruzione di Milano sul tema "Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d'ITALIA", alla quale partecipano 52 concorrenti. La sua dissertazione, in cui sostiene la tesi di un'Italia libera, repubblicana, retta da istituzioni democratiche e basata su comuni elementi geografici, linguistici, storici e culturali, prefigura, come la maggioranza di quelle presentate, l'unità italiana, benché questa tesi non sia gradita ai francesi che in quel periodo occupano il nord Italia. La notizia del premio ricevuto gli giunge però in carcere. Nel frattempo è stato arrestato con l'accusa di aver celebrato a scopo di lucro più di una messa al giorno, anche se sono in realtà le sue idee politiche giacobine a renderlo inviso all'autorità. Viene scarcerato grazie, forse, alle pressioni di Bonaparte, e ripara a Milano. Il Trattato di Campoformio, con la cessione di Venezia ad Austria da parte della Francia in cambio del riconoscimento austriaco della Repubblica Cisalpina, lo spinge però ben presto a diventare oppositore della Francia. Dopo aver rinunciato al sacerdozio, si impegna nella professione giornalistica fonda "Il Giornale filosofico politico", stroncato dalla rigida censura austriaca per le posizioni sempre più apertamente patriottiche che Gioja vi sostiene. Dalle colonne del "Giornale Filosofico Politico" scrive una lettera aperta al duca Ferdinando d'Asburgo-Este, in cui denuncia i danni patiti in carcere. Bonaparte viene sconfitto dalle truppe austriache nella Battaglia di Novi Ligure e G. viene ARRESTATO NUOVAMENTE dagl’austriaci, per essere scarcerato in seguito alla vittoria francese a Marengo. Viene nominato storiografo della Repubblica Cisalpina: l'anno successivo pubblica "Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto", ispirato dai tumulti per il rincaro del pane, e "Il Nuovo Galateo". Viene rimosso dalla carica per le polemiche seguite alla pubblicazione e alla difesa del suo trattato "Teoria civile e penale del divorzio, ossia necessità, cause, nuova maniera d'organizzarla"  L'apprezzamento per i suoi solidi e realistici studi di economia e di statistica, ai quali sono prevalentemente rivolti il suo interesse e la sua attività, gli valgono però la nomina alla direzione del nascente Ufficio di Statistica: in questa veste inizia una febbrile attività fatta di studi corredati da tabelle, quadri sinottici, raffronti demografici, causa di nuove ed accese polemiche e della rimozione dall'incarico. Tale attività gli rese uno dei primi studiosi ad applicare i concetti di Statistica alla gestione economica dei conti pubblici (ad esempio per le tasse, gabelle, e così via). Grazie alle sue conoscenze statistiche ed economiche elabora concetti fortemente innovativi per l’epoca che ne fanno il precursore del moderno dibattito giuridico in materia di risarcimento del danno alla persona con una concezione che supera la questione patrimoniale.  Notissima in medicina legale la sua regola del calzolaio, che anticipa il concetto di riduzione della capacità lavorativa specifica:  un calzolaio, per esempio, eseguisce due scarpe e un quarto al giorno; voi avete indebolito la sua mano che non riesce più che a fare una scarpa; voi gli dovete dare il valore di una fattura di una scarpa e un quarto moltiplicato per il numero dei giorni che gli restano di vita, meno i giorni festivi. E ancora, seppur meno noti, concetti come: "Ne' casi d'indebolimento o distruzione di forze industri, considerando il soddisfacimento come uguale al lucro giornaliero diminuito o distrutto, moltiplicato per la rimanente vita utile dell'offeso, noi restiamo molto al di sotto del valore reale, giacché una forza umana può essere riguardata come Mezzo di sussistenza Mezzo di godimento Mezzo di bellezza Mezzo di difesa   Filosofia della Statistica (libro originale) “Rendendo paralitico, per es., l'altrui braccio destro o la mano, voi togliete al musico il mezzo con cui si procura il vitto divertendo gli altri, al proprietario il mezzo con cui si sottrae alla noia divertendo se stesso, alla donna il mezzo con cui gestisce e porge con grazia, a chiunque il mezzo con cui si schernisce da mali eventuali difendendosi".  Si tratta di principi rivoluzionari per l’epoca, forse frutto di quel particolare mix di cultura che deriva dalla sua formazione che inizia da sacerdote e approda a concezioni rivoluzionarie; è il primo che riesce a prefigurare nell’uomo non solo una sorta di macchina che produce reddito, ma anche un soggetto che attraverso il lavoro realizza la propria personalità. In Italia oltre un secolo e mezzo dopo, in sede giuridica inizierà il dibattito sul superamento del risarcimento del mero danno patrimoniale per tener conto degli aspetti relazionali e dinamici della persona riassunti nel concetto di danno biologico. Sul filone di queste tematiche gli veniva intestata a Pisa un'ssociazione scientifica medico giuridica che raccoglie giuristi, medici legali e assicuratori.  Il "Nuovo Galateo" Testo fondamentale nella storia dei Galatei, il Nuovo Galateo di G. fu scritto per contribuire alla civilizzazione del popolo della Repubblica Cisalpina. Il testo conosce ben tre edizioni. La prima si sofferma in particolar modo sulla definizione laica di "pulitezza" – cf. Grice, ‘be polite’ -- intesa come ramo della civilizzazione, arte di modellare la persona e le azioni, i sentimenti, i discorsi in modo da rendere gli altri contenti di noi e di loro stessi. È divisa in tre parti: "Pulitezza dell'uomo privato", "Pulitezza dell'uomo cittadino", "Pulitezza dell'uomo di mondo".  Nella seconda edizione, Gioja ridimensiona il concetto di "pulitezza" come l'arte di modellare la persona, le azioni, i sentimenti, i discorsi in modo da procurarsi l'altrui stima ed affezione. La vecchia ripartizione è sostituita da: "Pulitezza Generale", "Pulitezza Particolare", "Pulitezza Speciale". Nella terza edizione risale, a differenza dell'edizioni precedenti, enfatizza l'importanza del concetto di "ragione sociale", considerato dall'autore il fondamento etico del galateo che avrebbe portato felicità e pace sociale mediante le buone maniere. Fu membro della Loggia massonica "Reale Amalia Agusta" di Brescia, che prese il nome dalla moglie del principe Eugenio di Beauharnais, primo Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia. A lui è intestata la loggia di Piacenza all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. Crollato il dominio napoleonica, Gioja produce le sue opere maggiori: il "Nuovo prospetto delle scienze economiche”; il trattato "Del Merito e delle Ricompense"; "Sulle manifatture nazionali"; "L'ideologia". Gli ultimi tre libri vengono messi all'Indice e il suo fecondo lavoro è interrotto da un nuovo arresto per aver cospirato contro l'Austria partecipando alla setta carbonara dei "Federati".  Dopo quest'ultima peripezia, nonostante i sospetti da parte del governo austriaco, ha finalmente davanti a sé qualche anno di serenità e compone la sua ultima opera, "La filosofia della statistica.” Nel cimitero della Mojazza fra tante ossa ignorate dormono senza fasto di mausoleo le ceneri di Melchiorre Gioia. Prende il suo nome il Liceo Classico di Piacenza. Rosmini, suo avversario in politica come in religione, lo accusò di pretendere di proporre un codice morale, fondato su principi palesemente opportunistici, mentre con disinvoltura richiedeva sussidi e regali dai titolari del potere politico per elogiarne le benemerenze nelle proprie pubblicazioni periodiche, e lo dichiara pubblicamente un "ciarlatano". Altre opera: Del merito e delle ricompense, Filadelfia, s.n., Riflessioni sulla rivoluzione. Scritti politici, Nuovo Galateo, Il Nuovo prospetto delle scienze economiche, Distribuzione delle ricchezze, Milano, presso Pirotta in santa Radegonda, G., Produzione delle ricchezze,  Milano, presso Pirotta in santa Radegonda, Consumo delle ricchezze, Milano, presso Gio. Pirotta in santa Radegonda, G., Azione governativa sulla produzione, distribuzione, consumo delle ricchezze, Milano, presso Pirotta in santa Radegonda, Sulle manifatture nazionali,  Dell'ingiuria, dei danni, del soddisfacimento e relative basi di stima avanti i tribunali civili. L’Ideologia. Filosofia della statistica. Note: Francesca Sofia nel Dizionario Biografico degli Italiani.  Ettore Rota nella Enciclopedia Italiana, Cfr. Solmi, L'idea dell'unità italiana nell'età di Napoleone in Rassegna storica del Risorgimento, Fonte: Francesca Sofia, Dizionario Biografico degli Italiani, rTreccani L'Enciclopedia Italiana, riferimenti in Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo, Milano-Roma, Ignazio Cantù, Milano, nei tempi antico, di mezzo e moderno: Studiato nelle sue vie; passeggiate storiche, Saltini, Salomoni, Stefano Rossi, Via Emilia. Percorsi inusuali fra i comuni dell'antica strada consolare, Il Sole, Barucci, Il pensiero economico di G., Milano, Giuffre, Paganella, Alle origini dell'unità d'Italia: il progetto politico-costituzionale di G., Milano, Ares, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pionetti, Melchiorre G.: il progetto politico per un'Italia unita e repubblicana, Piacenza, Edizioni Lir, Tasca, Galatei. Buone maniere e cultura borghese nell'Italia, Firenze, Le Lettere, G. (metropolitana di Milano). Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  fare alcun cangiamento senza indebolirla. Egli previene così i suoi lettori contro ogni idea di riforma, e svolge nel loro avimo un timor macchinale contro ogni innovazione delle leggi. In generale tutte le metafore, i paragoni, le parziali analogie,le somiglianze superficiali non possono far breccia che nell'animo del volgo. Agl’occhi del filosofo i paragoni non sono ragioni. Essi possono schiarire una proposizione, provarla mai. Parlare. Abbiamo veduto che le macchine sono utili e necessarie al chimico, i telescopi all'astronomo, i disegni al meccanico, le figure al geometra. Le parole sono forse egualmente utili, egualmente necessarie all'esercizio del pensiero. Tre oggetti simili mi si presentano facilmente allo spirito, dice Condillac. Se passo al quarto, sono obbligato, per maggior facilità, d'immaginare due oggetti da una parte, due dall'altra. Se voglio fissarne sei, fa duopo che li distribuisca due a due, o tre a tre; crescendo questi oggetti, la mia vista si confonde, io non posso più numerarli. Al contrario, se dopo d'averne considerato uno gl’unisco un altro, e a questa unione appongo il nome “due.” Se a questi aggiungo un terzo, ed allanuova unione appongo il nome “tre,” e cosi di seguito, caratterizzando con parole distinte ogni aumento progressivo d'unità, arrivo ad annoverare moltissimi oggetti facilmente. Alla stessa maniera, se ogoi volta che voglio pensare ad una persona, sono costretto a richiamarmi ad una ad una tutte le sue qualità, onde non confonderla con un'altra. Le note tracciate sulle carte di musica rappresentano i suoni che si eseguiscono dagl’istrumenti. Le parole pronunciate o scritte rappresentano le idee che si piagono nel l'animo. 1   mi troverò nel massimo imbarazzo. Siano,a cagione d'esem pio, come segue, le qualità d'una persona: Fisiche: Sesso maschile, anni: 20, capelli biondi, fronte alta, cigli biondi, occhi neri, naso lungo, bocca grande, meoto prominente, marca nera sulla guancia destra, mano sinistra storpia, piede destro zoppo, linguaggio balbettante, accento francese. Morali = Melanconia, dissolutezza, mancanza alle promesse, viltà, abitudine alla menzogoa, jocostanza. Civili = Patria, Rodez in Francia, condizione, awmo gliato, professione, possidente. Se la mia attenzione deve afferrare tutte queste idee alla volta, si troverà insufficiente al bisogno; molto maggiore si farà la difficoltà, se per pensare nel tempo stesso ad altra persona, sono costretto a schierarmi avanti alla mente con egual melodo tutte le qualità che la caratterizzano. Se al contrario chiamo la prima “Pietro”, la seconda “Paolo”, potrò facilmente richiamarmi l'una e l'altra, distinguerle tra di loro, paragonar!e insieme. Queste parole sono poi ancora più necessarie, allorchè si vogliono esprimere le qualità comuni a molti oggetti, a cagione d'esempio, le qualità che si trovano in tutti gli u o miniod in tutti gli animali, il che costituisce le idee astratte, come si disse di sopra, ovvero allorchè si vogliono esprimere gli oggetti creati dalla nostra mente, come le idee di gloria, d'infamia, di virtù, di vizio. Sebbene quando pronuncio le parole “uomo”, animale. non mi si schiarino alla mente tutte le idee elementari che bo unito a queste parole, cionnonostante ne veggo il porto, ne seolo le differenze, ne scorgo le somiglianze, alla stessa maniera che sebbene pronunciando i numeri 100,000 e 10,000 non vegga le unità che li compongono, so però che l'uoo sta all'altro come 100 a 10, ovvero come to a 1, e conoscendo la maniera con cui questi dumeri sono stati formali, posso, ogni volta che voglio, separarne le maggiori masse, scendere alle minori, per arrivare alle minime e fipalmente agli elementi. Supponete che per isbaglio qualcuno invece di dire che 1000 è decuplo di100, dica che 100 ė decuplo di 1000. Ben tosto l'abitudine chenoi abbiamo acquistata d'attribuire a queste parole certe relazioni tra di esse, agisce sulloro suono, e cifa scorgere all'istante l'as surdità dell'accennata proposizione. Il linguaggio si è per rap  141 noi come quelle traccie che il piede del viaggiatore imprime sull'arena di un vasto deserto, le quali lo guidano, quand'egli voglia,al punto doode parti. Una parola che nella sua origine e un nome proprio, divenne insensibimente un nome appellativo. Può in conse guenza accadere in forza delle associazioni ideali e sentimen tali che uo nome generaleri chiami uno degli individui ai quali s'applica. Ma lungi che ciò sia necessario alla forza del raziocinio, è sempre una circostanza che tende ad illuderci.Si può paragonare uno spirito che ragiona ad un giudice che deve decidere tra contendenti. Se il giudice non conosce se non le loro relazioni al processo, s' egli ignora i loro pomi, s'egli li designa per lettere dell'alfabeto o pe’nomi fittizi di Tizio, Cajo, Sempronio, egli è quasi necessaria mente imparziale. Cosi in una serie di ragionanenti noi corriamo medo rischio diviolare le regole della logica, allorchè la nostra attenzione si fissa sui semplici segni,e quando l'immaginazione, presentandoci oggetti individuali, non esercita sulnostro giudizio la sua influenza e non viene a sedurci con accidentali associazioni. Le parole facilitano vie maggiormente l'esercizio del pen iero quando il loro suono imita il suono della cosa espressa, come sono le parole belato, cigolio, scricchiolare. Anche le parole tracotante, orgoglioso, baldanzoso. Colle vocali piese rinfiancate dalle acconce consonanti, e colla moltiplicità delle sillabe spirano una cerla audacia di suono analoga all'indole dell'oggelto che esprimono. Anche quando accennano l'uso o la proprietà della cosa indicata; cosi Fieberrinde o scorza della febbre nel linguaggio tedesco, che accenna l'uso e laproprielà di questo vegetabile, é preferibile alla parola Quinquina. Per la stessa ragione le parole cui il nuovo stile indica i mesi nell’anno, hanno più pregi che quelle dell'antico: fiorile ossia il mese de ' fiori, vendemmi atoreossia il mese della vendemmia, sono nomi ben più espressivi che maggio e ottobre. Al contrario, allorchè si dà il nome di Pino del Nord al'albero prezioso che tutte le nazioni maritti meriguardano come migliore per le alberature, si fa supporre che questi bei pininon possono crescere s e donne'climi glaciali, mentre trovansi nella Lituania, in altre provincie più meridionali, in quelle stesse i cui fiumi corrono verso il Mar Nero. La parola Gallo d'India rammentando che questo ani male è natio d'America, e ignoto ai Romani, venne uel l'Europa del 16.° secolo, è per più titoli preferibile all'insignificante parola “pollo”. Coquetterie in francese (civetteria) rappresenta al vivo il carattere d'una donna galante, che tiene a bada mille amanti, a guisa d’no gallo che vezzeggia cento galline ad un tempo. Al contrario allorchè gl’antichi chimici ci parlavano del fegalo di zolfo, del butirro d’antimonio dei fiori di zinco. Spingevano il pensiero sopra immagini non applicabili agli oggetti che volevano iudicare. Anche quando le parole serbano tra di esse un cerlo rapporto costante, come leparole quaranta, cinquanta, sessan ta, sellanta, Ollanta, novanta, ciascuna delle quali avendo la stessa desinenza, è formata dalla moltiplicazione del fat. comune dieci, ne'numeri naturali quattro, cinque, sei. Dello stesso ordine progressivo de numeri nalurali. Siano i nomi delle nuove misure Myriametro uoilà di Kilometro unità di Ectometro unità di L'influenza del linguaggio sulle operazioni del pensiero si scorge sulla nazione Chinese. La quale, a fronte delle altre incivilite,   0.01 di metro Centimetro unità di 0.001 di metro Si vede che dalla massima alla minima misura v'è una progressione decrescente che segue la stessa legge, di modo che essendo data una di esse, si possoo ritrovare le prece deotie lesus seguenti. Al contrario leantichemisuredipo sla, lega, lesa, pertica, passo geometrico, passo ordinario, braccio, auna, piede, pollice, linea, punto....non es sendo crescenti o decrescenti nella stessa proporzione, D00 aveodo tra di esse rapportocomune, confondono la memoria, e colla notizia d'una di esse non si può giungere alla cognizione d'alcun'altra. Dicasi lo stesso delle altre misure e de'pesi puovi ed antichi, calcolati I primi in ragione decupla e costante, i secondi senza nessuna ra gione graduata e regolare. Cesarolti. tore Decimetro unità di 0.1 di metro Metro upità di 10 metri 10,000 metri 1,000 metri Decametro 100 metri unità di diritla,ne avrò ildoppio in questa. Dimando qual è il u nunero de'gettoni che avevo da principio in ciascuoa 6 mano? Qui si banno due condizioni note, o, per parlare « come i malematici, due dati; l'uno, che se fo passare 6 un gellone dalla diritta alla sinistra, ne avrò egual o u u mero in ambe le mani; l'altro che se lo fo passare dalla « sinistra alla diritta, ne avrò il doppio in questa. Ora roi «vedete,che,s'eglièpossibiletrovareilnumero ch'iovi u dimando, ciò non può farsi, se non osservando le relazioni che haono i dati fra loro; e comprendete che tali « relazioni saranno più o meno sensibili, secondo che i dali « saranno espressi in un modo più o meno semplice. quan u do le si toglie un gellone, è eguale a quello che avete u nella sinistra, quando a lei se ne aggiunge uno, esprime « reste il primo dato con molte parole. Dite dunque più ubrevemente:ilnumero dellavostra destra, scemalod'una unità, è uguale a quello della sinistra più un'unilà; ov « vero:ilnumero della destra meno un'unità è uguale a si può dire quasi barbara, sottomessa ai pregiudizi più assurdi, sta zionaria da più secoli, altesa l'imperfezione della sua lingua. Mentre le nostre liogue d'occidente e le più belle d'oriente riproducono lulle leparole con un solo numero di lettere diversamente combinate, nella lingua chinese, quasi ciascuna parola ha il suo segno partico lare; lo studio della scrittura esige quindi un tempo infinito. L'incertezza e l'indeterminazione del senso delle parole passando a vi cenda dal linguaggio orale alla scrittura,dalla scrittura al linguaggio orale, producono una confusione da cui i più dotii possono appena schermirsi colla più grande fatica. Egli è evidente che siffattalingua non è buona che a perpetuare l'infanzia d'un popolo, desaligando seoza 'frutto le forze degli spiriti più distinti, ed offuscando nella loro sorgente ipriini Jampi della ragione. Gioja. Elein, di filosofia. Se voi diceste : il numero che avete nella destra  4. Acciò il discorso faciliti l'esempio del pensiero,è necessario che sia minimo il numero delle parole,invariabile l'oggetto indicato,precisata, ovunque è possibile, la quantità · trarrò l'esempio da Condillac: is Avendo de' gelloni nelle mie mani, se nefo passar uno dalla mano dirilla alla sinistra, ne avrò tanti nell'una quanti nell'altra; e se nefo passar uno dalla sinistra alla « Non si tratta d’indovinare codesto qumero, facendo « delle supposizioni ; bisogna trovarlo ragionando e passando « dal cognito all'incognito per uoa serie di giudizi. 11   quello della sinistra più un'unità ; o infine ancor più bre «vemevle:ladestraweno unoegualeallasinistrapiùuno. pio in questa. Dunque il numero della mia sinistra sce malo d'una unità è la metà di quello della destra accre « sciuto d'una unità; e per conseguenza esprimerete il se « condo dato dicendo : il numero della vostra mano diritta « accresciuto d'una unità è uguale a due volte quello della 6 vostra sioistra scemato d'una unità. « Tradurrete questa espressione in un'altra più sem “ plice, se direte : la destra accresciuta d'un'unità è uguale a due sinistre scemate ciascuna d'uu’unità ; e giungerele “ a questa espressione la più semplice di tutte : la dirilla « più uno uguale a due sinistre meno due. Ecco dunque le « espressioni, alle quali abbiamo ridotti i dati : u Questa sorta d'espressioni chiamasi equazioni in m a «tematica.Sono compostediduemembriuguali.Ladirilla u meno uno è il primo membro della prima equazione. La sinistra più uno, il secondo. « Le quantità incognite sono inescolate alle cognite in 6 ciascuno di questi membri. Le cogoite sono meno uno più uno, meno due : le incognite sono la diritla e la sini “ sira, coo cui espriaiete idue numeri che andate cercando. « Finchè le cognite e le incognite sono cosi mescolate w in ogni membro delle equazioni,non è possibile risolvere u ilproblema.Ma nou v'è bisogno d'un grande sforzo du « riflessione per osservare, che se vba un mezzo di traspor “ tare lequantità d'un membro all'altro, senza alterare l'eguaglianza che passa tra loro, possiano, bon lasciando in un membro che una sola delle due incogaite; sepa “ l'arla dalle cognite, colle quali è mescolala. Questo mezzo si preseula da sè stesso; perchè se la « diritlameno uno è uguale alla sinistra più uno, duoque Per tal guisa di traduzione in traduzione arriviamo alla più semplice espressione del primo dato. Ora quanto « più abbreviarete il vostro discorso, più si ravvicioeranno « le vostre idee,e quanto più saraono vicine, più vi sarà « facile di conoscere tutte le loro relazioni. Ci resla a traltare il secondo dato come il primo, e bisogna tradurlo u nella più semplice espressione. Per la seconda condizione del problema, s’io fo pas “ sare un geltone dalla sioistra alla diritta, ne avrò il dop « La diritta meno uno uguale alla sinistra più uno. « La dirilta più uno uguale a due sioislre meno due.  ATTENZIONE E  RAZIOCINIO. La diritta uguale alla sinistra più due. « La diritta uguale a due sinistre meno tre. « li primo membro di queste due equazioni è laslessa quantità; la dirilta; e vedete che conoscerete questa quan lità, quando conoscerete il valore del secondo membro e dell'altra equazione. Ma ilsecoodo membro « della prima è uguale al secondo della seconda, poiché « sono uguali l'uno é o altro alla stessa quantità espressa “ dalla dritta; duoque potete formare questa terza equa u ziove: « La sinistra più due uguale a due sinistre meno tre. « Due più tre uguale a due sinistre meno una sinistra. « Due più treuguale ad una sinistra. “ Cinque ugualead una sinistra. « Il problema è sciolto. Avete scoperto che il numero de'geltooi che ho nella mano sinistraè cioque.Nelle equa u zioni, la diritta uguale alla sinistra più due, la diritla uguale a due sinistre meno tre, troverete che sette è il nu 6 Inero chc ho vella diritta. Ora questi due numeri cioque 6 e sette,soddisfanno alle coodizioni del problema. quando un problema è così facile,come quello scioltopur 6 ora, essa ne abbisogna maggiormeote, quando iproblemi  66 65 56 dell'una « la diritla jolera sarà uguale alla sinistra più due: e se la “dirittapiùunoèugualea due sinistremeno due,dun « que la diritta sola sarà uguale a due sinistre meno tre: « Sostituirete dunque alle due prime le due seguenti equa zioni. 6.Allora non vi resta che una incognita, la sinistra, e a ne conoscerele il valore, quando l'avrete separata, vale a » dire,falte passare tutte lecogoite dalla stessa parte. Di - rete dunque Voi vedete sensibilmente in queslo esempio come la asemplicitàdelle espressionifacilitailraciocinio,ecom ú prevdele che se l'analisi ha bisogno di tal linguaggio sono complicati. Così il vantaggio dell'analisi nelle male 6 mati che nasce unicamente dal parlare s s e il linguaggio più semplice. Una leggiera idea dell'algebra basterà per farlo 6 ipleadere. In questa lingua non si ha bisogno di parole. Il più si sprime col seguoto, il meno cou--; iuguaglianza con « siindicaou le quantitá con lellere o citre:Ý, per es., sarà ilnu 6 mero de'geltoni che ho nella destra, e Y quello della sinistra. e   Non sarà fuoridi proposito l'osservare che non alla sola semplicità del linguaggio, come pretende Condillac, sono debitrici dellaloro perfezione l ematematiche, ma anche 1.o alla prudenza de'loro seguaci, la quale consiste nel ritenersi nei limiti delle sensazioni e loro rapporti; 2. all'inva riabilità de’rapporti tra gli oggetti da essi chiamati ad esa m e ; 3.o alla possibilità di sottomettere le loro conclusioni alle verificazioni de'sepsi e degli strumenti. Cominciamo dal 1.°:esistono degli oggetti estesi; ecco la sensazione: gli oggetti estesi possono misurarsi gli uni per gli altri; ecco l'osservazione che produce la geometria. L'es.senza dell'estensione, gli elementi che la compongono, sono indagini che i matematici abbandonano agli oziosi metafisici, e quindi non si espongono ai loro errori. Dite lo stesso delle altre quantità esaminate dai matematici. a Cosi X – 1 = Y to 1, significa che il numero de'gettoni che ho nella destra, scemato d'un'unità è uguale a quelloche ho nella asinistra, accresciuto d'un'unità,e X41 =2Y -2, significa che il numero della mia destra accresciuto d'un'unità è uguale due volte a quello della mia sinistra diminuito di due vuità. Ï due dati del nostro problema sono dunque rinchiusi in queste equazioni: 5Y. Finalmente da X = Y+ 2, caviamoX = 5 to 2= X = 2 Y - capiamo egnalıneote X = 10   2. « X fo 1 = 2 Y - 2 che diventano, separando l'incogoita del primo membro “Y +2= 2Y - 3 a che diventano successivamente 9 6X uX 2.Y -3. De'due ultimi menibri di queste equazioni facciamo 2Y "2*3=2Y-Y “2of3= Y la matematica non visono circoli più o meno ro tondi, linee più o meno perpendicolari, superficie più o meno quadrate, la misura di tutti i triangoli è uguale alla base moltiplicata per la metà dell'altezza. E quando un rapporto come quello del diametro alla circonferenza, cagion d'esempio, non può essere espresso con esattezza i matematici continuano ad essere esatii, additando la quantità relativa all'uso che se ne debbe fare, e che i seosi più 6X – 1 = Y to 1 66 Y+2 0 7; cda 3 . fini non potrebbero additare con precisione maggiore.I m a tematici non dicono,ilcircolo sirassomiglia al triangolo come un oratore dirà, l'uomo si rassomiglia al lione, e sarà costretto a lunga circonlocuzione per fissare la specie di ras somiglianza ch'egli annunzia, Alla sorpresa deve succedere in ciascuno la persuasione divedere un essere interamente simile a lui, essendo simili le forme e i moti esteriori. Infatti meolre it selvaggio A, a cagione d'esempio, stacca un fratto dal vicino albero, il selvaggio B, che si ricorda d'avere fatto più vollelo stesso, spinto dalla fame, conchiude che A èmosso (1) I tre antecedenti riflessi dimostrano falsa l'asserzione di Condillac, cioè che le matematiche non bando sulle altre scienze altro vantaggio che di possedere una migliore lingua, e che si procure rebbe a queste uguale simplicità e certezza, se si sapesse dar loro de’ segni simili». Languedu Calcul, Anche, le idee matematiche possono essere rese esteriori, cioè visibili, palpabili, misurabili, in una parola sono susceltibili d'essere giudicate dai sensie dagl’istrumenti. Coll'ajuto delle cifre e delle figure tracciale sulla tavolta,o rappresentate da corpi solidi, I concetti matematici compariscono rivestiti di forme visibili per chi ha gli occhi, tangibili per chi ne è privo. L'espressione dei rapporti di quantità è sol tomessa ad una verificazione sensibile, facile, immediata; nissuno ha finora osat o r i gettare il giudizio d'una bilancia, o sospettare l'imparzialità d'una tesa, o la veracità del gra fomeiro. Colla scorta de'principii esposti nell'antecedente sezione, ci sarà agevole cosa il seguire i filosofi nelle congetture con cui spiegarono l'origine delle lingue. Si suppongano due selvaggi A e B che s'incontrano la prima volta. Il primo sentimento che si svolgerà oel loro animo, sarà lasorpresa sempre figlia della novilà. Queste conclusioni si rinforzano in ragione de'movimenti e delle azioni che ciascuno eseguisce, perchè a queste azioni sono associate idee e sentimenti uguali. B intende dunque le azioni di A, leggeodo nel proprio animo e consultando la propria memoria. A intende le azioni di B per gli stessi motivi; si può dire che l'uno è specchio all'altro. B accorgendosi che comprende le azioni di A, conchiude che A comprende le sue. B compresii sentimenti di A,vedeodogli eseguire certe azioni; egli cercherà di far comprendere isuoi, ripetendo le azionistesse: ecco il linguaggio de'gesti. I sentimenti da comunicarsi o riguardano oggetti esterni presenti o lontani, ovvero riguardano gli interni sensi del l'animo. Allorchè l'oggetto è presente, gli occhi direlti verso di esso, il dito che lo accenna, la bacchetta che lo locca, il corpo che si slancia verso di esso o se ne allontana, formano tutto il dizionario della lingua. Questi segni possono essere chiamati indicatori. Allorchè si tratta d'oggetti lontani, per esempio, d'un animale che si riuscì ad uccidere, o d'un altro da cui si fu morsi, il selvaggio ne ripete l'accento, l'urlo, il grido, e ne esprime cogli atteggiamenti delle mani, delle braccia, della testa le forme più rimar che voli. Questi segni possono essere chiamati imitatori. Il rumore prodotto da un torrente che precipita, da un monte che scoscende, dal vento che fischia, TEORIA DELLA SENSAZIONE da uguale sentimento. A porta alla bocca il frutto e lo mastica; B rammentando il piacere che provò mangiandolo, con chiude che A lo prova ugualmente. Ad improvviso rumore A sospende l'operazione del mangiare, alza il capo immota col guardo fisso dal lato donde proviene il romore ed in attodi chi tende l'orecchio; B colpilo dallo stesso rumore e dagl’atti di A, sente sorpresa e timore, e conchiude che A è sorpreso e intimorito. Cessato il rumore, A riprende tranquillamente l'operazione del mangiare. La calma che succede nell'animo di B gli dice che A si è calmato. Dopo questa scoperta, il bisogno reciproco di comunicarsi a vicenda i propri sentimenti sembra naturale, perchè è naturale la reciproca debolezza e comuni i pericoli. I due selvaggi intendendosi reciprocamente, possono sperare un ajuto ne'loro bisogni, un sollievo de loro dolori, una difesa contro gl’assalti delle beslie feroci. I segni indicatori, imitatori, figurati, divengono triplice canale di comunicazione pe'sentimenti e leidee in forza delle leggi d'associazione. Classificando gli elementi di questo linguaggio secondo la natura de materiali che servono a formarlo, se ne distingueranno tre specie, i gesti, le parole, la scrittura simbolica.La storia antica ricorda spesso l'uso de' simboli anche presso nazioni già uscite dalla barbarie e sopratutto pressole nazioni orientali. Dario essendosi inoltrato nel territorio della Scizia colla sua armata, ricevette dal re degliSciti un messo che, senza parlare, gli  dal tuono che scoppia. Il canto degli uccelli, gli accenti delle passioni sono altretanti suoni che il selvaggio ripete per farne iolendere l'oggetto ad ogni momento di bisogno, accompagnandoli per lopiù coi gesti. Se1 Allorché sitratta di esprimere i propri bisogni, i propri timori, in somma le affezioni che von simostrano ai sensi, il selvaggio ripete dapprima quelle attitudini del corpo che le accompagnano. Per esempio, B vede o d o il luogo ove rimase spaventato, ripeterà i gridi e i moti dello spavento, accid A non siespoogaaldaono cui fu esposto egli stesso. Un sordo e muto volendo indicarci, che fu calpestato da un cavallo, esprime dapprima con ambe le mani,il moto preci pitoso de'piedi del cavallo, quindi accenna ilproprio corpo che cade sul suolo; posc i a ripete il moto del cavallo, escorre colle mani le varie parti del corpo nelle quali fu calpestato. Dopo i segni esterni che accompaguano gli affetti, il selvaggio, aguisade'sordie muti, cogliela somiglianzache scorge tra i sentimeoti dell'animo e le qualità de'corpi esterni, e si serve di queste per indicare quelli; per es., le passioni vive s'assomigliano alla fiamma, il loro contrasto allatempesta,la loro calma a cielo sereno, l'animo dubbioso a due mani che pesano due corpi. Ecco i gesti simbolici e figurati. La prima specie comprende le azioni e le attitudini del corpo impiegate per imitare le forme e i moti degli oggetti esteriori. La seconda, gli accenti della voce con cui si ripe tono i gridi degli animali, e i suoni che accompagnano il moto degli esseri inanimate. La terza, la pittura che si farà soventi sulla sabbia, sulla corteccia degli alberi, od altro, sia degli oggetti che si vuole indicare, sia delle azioni che vi si riferiscono. I suoni della voce altrondee le articolazioni che gli accompagnano, possono, sia per sè stessi, sia per la loro combinazione, presentare colleidee molteanalogie che non col piscono a prima vista, ma che sono facilmente sentite ed avidamente accolte dalle società che si pregiano di dire molte cose nel ininimo tempo, e colla minima fatica possi bile. Il linguaggio articolato dovette dunque arricchirsi di giorno in giorno. L'invenzione delle parole indicatrici de generi e delle specie,impossibile aspiegarsi agiudizio di Rousseau, sem bra facilissima, giacchè se un albero particolare A in dato luogoe tempo fu iodicato colla parola albero, è cosa natu. rale che la stessa parola venisse applicata ad un albero sia mile, quindi ad un terzo, ad un quarto. Cosicch è si per mancanza d'altra parola che io forza della legge d'aoa. logia il nome proprio dovette divenire no me appellativo. Si giunse finalmente a far uso di segoi affatto arbitrari e vi si giunse in due maniere; dapprima per la degenera zione successiva del linguaggio primitivo e imitatore, poscia per convenzioni espresse. dodicipezziilcadavere,e glispedi alle dodici tribù di Israele, intendendo cosi di rendere comune ad esse il suo dolore, e chiamarle alla vendetta. Il suo linguaggio fu inteso e il suo desiderio soddisfatto:la tribù di Beniamino fu sterminata. De'gesti non si può fare grande uso nelle tenebre de con persone alquanto distavti;la scritlura simbolica,benchè più perfetta de'gesti e permanente, soggiace agli stessi in convenienti, oltre di essere più difficile: al contrario gli accenti della voce, pronti, facili, variabili in tutte le maniere, pon tolgono dall'occupazione chi ne fa uso, e lasciano il potere di parlare e diagire. Queste ragioni fanno prevalere i suoni articolati. De dotti laboriosi hanno spiegato come la lingua primitiva alterata dal tempo, dalla mischianza del popolo e da diverse altre cause si trasforma nella nostra lingua italiana moderna ; presenta un uccello, un sorcio, una rana e cinque freccie; col quale simbolo il re voleva dire che se i Persiani non fuggivano come gli uccelli, non si nascondevano in terra come i sorci, non si sommergevano nell'acqua come le rane, cadrebbero vittime delle freccie degli Scili Il Levila d'Efraim volendo vendicare la morte della sua sposa, ne fa 151 e come questa alterazione seguendo un corso differente nei differenti paesi, rese le lingue sì dissimili tra di loro. Quanto alle convenzioni che furono fatte, non è necessario molto schiarimento. Si osserva che le parole non erano segni d'idee e di sentimenti, se non perchè gl;uomini ac consentivano a prestar loro lo stesso senso. Allorchè dunque conveone esprimere delle idee nuove, nulla si trova di più semplice che d'intendersi per scerre loro una parola. Questa convenzione, formata dapprima tra di quelli che avevano più pressante bisogno di designare questa idea, divenne in seguito comune agl’altri. Ciascuna arte, ciascuna scienza presenta le sue parole alla società, e lingue particolari. I segni arbitrari dovettero la loro forza solamente alla doppia abitudine di quelli che gl’impiegano e di quelli a cui si dirigono. Queste azioni, questi segni esteriori, che il ragazzo imita, sono uniti nella mente di quelli che gli servono di modello a dei sentimenti. Questi sentimenti lo sono ad alcune idee. I sentimenti e le idee a suoni articolati. Il ragazzo imita dapprima i movimenti, ripete poscia i suoni articolati o le parole, a cagione d'esempio, “padre”, “madre”, “vizio”, “virtù”, “religione”, “demonio”. Il ragazzo non ha bisogno d'inventare i segni artificiali delle idee. Egli gli impara soltanto. Ciò che per gl’antichi e un lungo sforzo di genio, non è per lui che un esercizio meccanico della memoria. Bentosto il ragazzo deve provare un principio di sentimento, ridendo all'altrui riso, piangendo all'altrui pianto, fremendo all'altrui fremilo benchè ne ignori la causa. Ma l'idea, s'ella esiste, essendo sempre la più difficile, la più lontana, la meno interessante a conoscersi, il ragazzo è imitatore come la scimia. Gli altrui moti, i gesti, l'accento, l’aria, il tono, tutti gl’attesteriori lo colpiscono nei primi anni della sua vita e d occupano la sua attenzione. Egli è spinto ad imitare ed arió petere tutto ciò che vede, ed i suoi organi mobili cootraggono l'abitudine di molte azioni, priache il pensiero sia capace di penetrarne lo scopo e d'osservarne il motivo: insginocchiarsi, fare il segno della croce, piegare la fronte, giungere le mani, levarsi il cappello, fuggire nelle tenebre, baciar l'altrui mano, fare inchini. La ripetizione frequente di questi suoni, gesti, sentimenti gli unisce con stretti nodi e tali che quando i suoni vengono a colpire l'orecchio o si presentano alla memoria, spingono gl’organi motori ai gesti relativi, e il sistema sensibile agl’associati sentimenti. Questa è la cagione per cui esempi ripetuti, antiche abitudini forzano la maggior parte degl’uomini ad ammirare, fremere, tremare, sdegnarsi, passionarsi in tutti imodi al suono delle parole le più insignificanti, le più vaghe, le più vuote d'idee, e che appunto per la violenza dei sentimenti associati si sottraggono alla analisi. Conviene anche osservare che più le parole sono confuse ed oscure, più piacciono e soddisfanno il gusto degli ignoranti. Queste ragioni ci spiegano il motivo per cui le stesse cose fanno impressioni diverse, secondo che sono pronunciate in una lingua o in un'altra. Si osserva, dice Rayoal, che i giudei stabiliti in gran numero alla Giamaica si facevano giuoco d'ingannare i tribunali di giustizia. Un magstrato sospetta che tale disordine potesse provenire da ciò che il suo Testamento, su'di cuido vevano giurare,era tradotta in idioma inglese. E quindi decretato che per l'avenire I Giudei giurer ebbero sul testo ebraico. Dopo questa precauzione gli spergiuri divendero infinitamente più rari. Per simile motivo Augusto lascia sussislere eadem magistratuum vocabula, acciò il popolo romano conchiudesse che sussisteva ancora la repubblica, sussistendo i nomi delle sue magistrature, e il rispetto ma c chioale eccitato negl’animi popolari dalle parole si, fissasse sulle nuove cariche che ritenevano le antiche denominazioni. Trovandosi Leibnizio a Nuremberg seppe che riera in quella città una compagnia di chimici, che col più profondo segreto travagliavano alla ricerca della pietra filosofica. Il desiderio d'entrarvi, gli suggerio l’idea che produce l'effetto bramato. Egli estragge dagli antichi alchimisti una serie di frasi oscure, la cui unione forma una lettera più oscura ancora e non intesada lui stesso. Questa lettera divenne un titolo peressere accolto. Leibnizio, tanto più ammirato quanto meno inteso, fu riconosciuto addetto e segretario della società. Bailly, Éloge de Leibnitz. Il ragazzo o non la verifica che tardi, come l'idea di “padre”, o non la verifica che in parte, come quella di “vizio”, o, non la verifica mai nè può verificarla, come l'idea di “demonio”, “magia”, “angelo”, “fortuna” e simili. Per eguale ragione, allorchè le idee più belle e più sublimi vengono tradotte in lingua usuale, bassa, plebea, per dono parte di quel pregio che conservano in una lingua antica o straniera. Quella specie di spregio che si attacca agl’usi volgari e quella specie di rispetto che va unito alle lingue morte od estere, sembra comunicarsi all'idea e degra darla a'nostri occhi o sublimarla. L'indeterminazione del linguaggio più in morale e legi slazione ha luogo, cbe nelle arti e nella storia naturale: gli oggetti di queste sono verificabili e misurabili coi sepsie cogli strumenti, quindi le stesse parole risvegliano in tutti presso a poco lestesse idee:al contrario gli oggetti morali non essendo verificabili con eguale precisione, restano nella nebbia della fantasia; le parole, da cui vengono indicati, partecipano della loro oscurità ed incostanza, e per lopiù risvegliano idee diverse nelle diverse teste in ragione delle circostanze in cui furono apprese. Pretendere che le stesse parole (principalmente se trattasi di cose morali) risveglino in tuttele stesseidee, egli è pretendere che quando è mezzo giorno a Milano sia mezzo giorno dappertutto. Nei giardini d'Epicuro la parola “virtù” risvegliava idee ridenti e piacevoli. Sotto i portici di Zenone, idee fosche e melanconiche. “Legge” significa la volontà di tutti per un greco, la volontà d'un solo per un persiano. le indicava per l'addietro un despota sciolto da ogni legge, attualmente quest'idea è più limitata, ed ha diversi significati a Londra, Amsterdam, Copenhague. “Libertà” nella mente del filosofo indica la somma delle azioni non vincolate dalla legge. Nella mente del volgo, la facoltà d'invadere i beni de'ricchi e di far nulla. Il massimo danno dall'indetermina zione delle parole si fa sentire ne'trattati tra, le nazioni, in cui la loro ambiguità diviene,causa o pretesto di guerre, nei codici criminali in cui l'oscurità d'una frase estende l’arbitrio del giudice a danno dell'innocente ne’ contratti, nei codici civili, nelle tariffe daziarie, in cui l'incertezza d'un'espressiooe è fonte di mille liti tra i cittadini, e vessazioni a. Havvi alla China una legge che condanna a morte quegli che non mostra sufficiente rispetto al sovrano. Comparve un giorno nella gazzetta della corte un aneddoto non raccontato con perfetta esaltezza. Il redattore fu arrestato, e i tribunali décisero che mentire nelle gazzette della corte e non mostrare sufficiente rispetto al sovrano. Quindi il redattore fu messo a morte. ATTENZIONE E RAZIOCINIO.“ commercio. La divisione uniforme del regno in dipartimenti, distretti, cantoni, comuni, l'uniformità de' pesi, in isure, monete, gli stessi libri nelle università, la stessa educazione ne’ licei lendono a dare alle parole la stessa significazione, a diminuire le dispute, e quindi una somma noo de. finibile di coilisioni sociali. Oltre l'indeterminazione del linguaggio proveniente dal modo con cui l'impariamo e dalla natura dell'oggetto che esprime, bisogna dire che in ogni lingua non v'ba quasi una parola che rappresenti sola una idea chiaro-distinta da se stessa. Tutte prendono sensidiversi dal posto che occupano nel discorso,dalle parole che le seguono o le precedono, dall'accento, dal gesto, dagli atti che le accompagnano. La medesima parola unita ad alcune ti mostra un dato espelto d'idee,uo altro, se si college con altre. Più avanti, più indietro le ne farà vedere dei diversi. Detta con un tuono asseverante, ha un senso. Con un tuono di meraviglia, un altro. Con irrisione, un terzo. Con interrogazione, un quarto. Cosicchè si potrebbe assomigliare le parole ai colori delle peone d'un colombo, che variano secondo il moto del sole, del colombo, dell'osservatore. Sono quindi quovi, fonti d'errori i diversi sensi che le stesse parole esprimono passando da un ordine di cose ad un altro. Un oratore, dopo avere esaltato i nomi di molti personaggi illustri dell’antichità, si dirige così a'suoi uditori: ingrati che noi siamo! noi cilngniamo della brevita della vita, mentrei è innostro polere di renderci immortali. Egli è evidente che questa argomentazione confonde due maniere di vivere che sono distiolissime e diverse. Lo stesso difetto si fa vedere nella seguente massima di Rousseau. Se la natura ci ha destinati ad essere sani, l'uomo che medita è un'animale depravato. Perchè questa sentenza fosse vera, converrebbe provare che il primo ed unico destino dell'uomo è di essere sano; che la virtù consiste nella sanità, e che la meditazione è in compatibile coi buoni costumi. Allora un dollo sarà un essere depravato come il soldato che espone la sua sanità e la sua vita in difesa della patria. Si potrà dire che ogni ammalato è uno scellerato, un mostro; che un monco è un Sano è qui'addiettivo del corpo, e significa uno stato fisico; depravalo è addiettivo dell'auimo, e significa uno stato morale. animale depravalo, avendoci la natura destinati ad essere sani come ci ha destinati ad avere due braccia. Aliro esempio. Bernardin de Saint Pierre vuole che assolutamente si bandisca l'emulazione dalle scuole pubbliche; e per provare ch'ella è inutile, argomenta così. Analizziamo questo argomento. L’emulazione per imparare la lezione, per fare dei temi, per studiare le scienze è inutile ugualmente che per giocare, bere, mangiare. L'emulazione è dunque da una parte e dell'altra la ripetizione della stessa inutilità, e per conseguenza si devono ritrovare pelll'un caso e nell'altro le medesime cause di questa doppia inutilità. Le funzioni dell'animo non son esse egualmente naturali, egualmente aggradevoli che quelle del corpo? Egualmente naturali? lo rispondo di no, se per naturali inten desi necessarie ed imperiose. Egualmente aggradevoli? Questo è possibile, ma la causa si rifonde   nel piacere d'essere applaudito, ammirato, ricompensato. Quindi l'autore non s'accorge che coi buoni effetti dell'emulazione lepla di provarne l'inutilità. Finalmente l'interesse, la mala fede, le passioni lulle abusano delle parole, perciò, al dire di Parini, il mercante è pronto inventor di lusinghicre fole 6 E liberal di forastieri nomi 6' A merci che non mnaivarcaro imonti.  уоро campagna, come sono necessarie talvolta per farli stu diare? Questa piccolo popolazione ha forse immaginato delle astuzie, e inventati degl’artifizi per allungare gli studi, e per ottenere un tema più difficile? Ho io avuto bisogno nell'infanzia di sorpassare i miei compagni nel bere, mangiare, passeggiare, e per corvi piacere? E perchè è egli slato necessario che imparassi asor passarli ne’miei studi, per trovarci dilello? Non ho iopo. tulo instruirmi a parlare e ragionare senza emulazioni? Le funzioni dell'animo non son esse egualmente naturali, egual mente aggradevoli che quelle nel corpo? Ora l'emulazione è inutile oel bere e nel mangiare, per che queste operazioni sono comandate dal più pressante, dal più imperioso de’ bisogoi, l'amore della vita; ma quantivi e conciliano la santità e la grassezza coll'inerzia e l'ignoranza? Gli scolari temono forse tanto le ricreazioni quanto temono la dieta? Sono mai state necessarie le minacce ed i castighi per condurli al refettorio o farli partire per la Cromwel, per coprire le sue viste atobiziose col manto della religione, aveva dato alla maggior parte de'suoi reggimenti i nomi dei santi del Testamento Vecchio. Cromwel, dice uno scrittore anonimo di quel tempo, ha ballulo illam buro in tutto il Vecchio Testamento. Si può imparare la genealogia del nostro Salvatore dai nomi de'suoi reggimenti. Il commissario di guerra non aveva altra lista che il primo ca pitolo di S. Matteo. In tutti i tempi, in tutte le religioni, in tutti i partili, il fanatismo, il quale non sipiccò mai di equità, diede a quelli che voleva perdere, non i nowi che merita vano, ma inoai che potevano loro nuocere. Socrate, che depurando le idee superstiziose, le conduceva all'unità di Dio, riceve il titolo d' aleo dai sacerdoti di Cerere: empio chiamavasi presso gli Egiziani chi von adorava un gatto, un bue o un coccodrillo. Si da dai Cartaginesi lo stesso titolo a chi abborriva il sacrifizio delle umane vittime. I romani danno a tutti i cristiani il nome di galilei o giudei, sforzandosi dire uderli odiosi non potendo dimostrarlı irragionevoli. Alla China i nostri missionari che diffondeodo la religione dei galilei diminuiscono il concorso ai tempii de' falsi idoli, e quindi i proventi de' sacerdoti, vengono da questi dipinti come ribelli ed accusati di congiura coutro lo Stato. Le espressioni odiose sono uo'arma troppo favorevole alla calunnia perchè ella non s'affretti a farne uso. Egli è sempre un vantaggio l'avere pronta una parola di sprezzo per caralterizzare i torti che si riaproverano ai propri avversari. Con una di queste parole si prova tutto, si risponde a tutto, si difende la propria opinione, si distrugge l'altrui. A Pascal, che con tanta sagacità svela nelle sue lettere provinciali la corruzione della morale, e risposto ch'egli era quattordici volte eretico. Gl’uomini saggi si guarderaono sempre dalle espressioni dipartito ed esclu sive, e che traggono seco idee accessorie infinitamente variabili e talvolta cootrarie. Essi dirapoo, a cagione d'esempio, questa legge è conforme all'interesse pubblico, e lo prov r'anno svolgendo la somma de’ beni di cui è seconda, ma non diranno, per es., questa legge è conforme al principio della monarchia o della democrazia, giacchè se vi sono delle persone nelle cui teste queste parole risvegliano idee d'approvazione, ve ne sono altre nelle quali succede tulto l'opposto. Quindi se i due partiti si mettono alle prese, la disputa non finirà che colla stanchezza de’ combattenti, e per cominciare TEORIA DELLA SENSAZIONE  Combinare od inventare. La ninfa della tignuola d'acqua che si trova ne'nostri fiumi, dice Darwin, e la quale s’involge in cerle casucce di paglia, di sabbia, di gusci,s a ben far si che questa sua abi lazione sia alla ad equilibrarsi coll'acqua ; e perciò quando èsoverchiamente pesante, viaggiunge un bocconcello dipa 'gliao dil egno, equando troppoleggiere, un pezzellodi grossa rena.  il vero esame, converrà rinunciare a queste parole appassionate ed esclusive, per calcolare gli effetti della legge in bene e in male. Osservano gli storici che nel corso della guerra del Peloponneso successe taletrambusto nelle idee e ne' principii, che le parole più usuali cambiarono di senso. Si da il nome di dabbenaggine alla buonafede, di destrezza alla duplicità, di debolezza alla prudenza, di pusillanimità alla moderazione, mentre i tratti d'audacia e di violenza passavano per slaoci d'animo forte e di zelo ardente per la causa pubblica. Una tale confusione del linguaggio è forse uno de’ sintomi più caratteristici della depravazione d'un popolo. In altri tempi si può offendere la virtù. Ciò non ostante se ne riconosce ancora la sua autorità, quando le si assegnano de’ limiti. Ma quando si giunge sido a spogliarla del suo nome, ella perde i suoi diritti al trono, e il vizio se ne impadronisce e vi si asside tranquillamente. Per capire ciò che succede allora in una nazione, basta osservare ciò che succede nelle società de’ viziosi e scellerati. I ladri, gl’aggressori, i monetari falsi, i contrabandieri si formano un linguaggio o uo gergo tutto proprio che confonde tutte le idee di vizio e di virtù. Uniti da sentimenti uniformi, volendo vendicarsi dell'opinione pubblica che li rispioge da sè, si compiacciono ad affrontarla. Quindi nel loro dizionario sono escluse tutte le impressioni del rossore, alterati i sentimenti del giusto e dell'ingiusto, associate idee scherzevoli ad atti criminosi e nefandi. Una vespa, continua lo stesso scrittore, ha colla una mosca grossa quasi com'era ella medesima. Posi le ginocchia a terraper meglio osservare, evidiche ellase paròla coda e la tesla da quella parle del corpo a cui sono annesse le ale. Prese ella quindinelle zampe questa porzione di mosca, e s'alza con essa dal terreno circa due piedi, ma un venticello leggiere scuotendo le ale della mosca, fa capovolgere l'animale nell'aria, ed egli scese ancora colla sua preda a terra. Osservai allora distintamenle che colla bocca le taglia primieramente un'ala, e poi l'altra, e quindi fuggi via non più molestata dal vento. Questi due animale lti,che sanno disporre le cose in modo, ossia ritrovare mezzi tali da oltenere il fine bramalo, ci danno le prime idee dell'arte di combinare o invenlare. Duhamel osserva che il felore delle sale degli spedali cresceva, avvicinandosi al soffitto. Egli immaginò quindi uo ventilatore che facendo comunicare questa parte delle sale con l'aria esteriore, caccia laria guasta. La combinazione di Dubamel oon suppone nella disposizione dei mezzi più cognizioni di quelle della tigauola e della vespa. Ma il fine ottenuto essendo molto vantaggioso all'umanità, la combinazione è più pregevole. Il pregio di questa combinazione cresce, se si riflette ch'ella è applicabile ad altri oggetti, a cagione d'esempio, ai vascelli in mare. lo fatti vi sono delle combinazioni saggissime profondissime, e che suppongono infinita destrezza nell'esecuzione. Ma siccome non arrecano alcun vantaggio, non hanno alcun pregio agl’occhi del saggio. Boverick, meccanico d'uva de, strezza e d’upa perseveranza prodigiosa, fabbrica una catena di duecento anelli che col suo catenaccio e la sua chiave pesava circa un terzo di grano. Questa catena e destinata ad iocatenare una pulce. Egli fa una carrozza che s'apriva e si chiudeva a inolla, era tratta da sei cavalli, porta quattro persone e due lacchè, e condolia da un cocchiere, ai piedi del quale sta assiso un cane, e il lutto venne strascioato da una pulce esercitata a questo travaglio. L'invenzione e l'esecuzione di questa macchina puerile fa desiderare che Boverick impiega meglio i suoi talenti. Grice: “”Si suppongano due selvaggi” – exactly my way of proceeding. Gioia has a lot of sense. An engraving’s caption has it: ‘statistico e filosofo’ – And I like the fact that like Socrates he did ‘elementi di filosofia ad uso de’ giovanetti’!” – Nome compiuto: Melchiorre Gioia, Melchiorre Gioja. Gioia. Keywords: filosofia ad uso de’ giovanetti, galateo, pulitezza, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gioia” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorello: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del libertino – filosofia milanese – la scuola di Milano – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Abtract. Grice: When we at Oxford discussed the freedom of the will with Pears, we neglected the weight such an expression holds for the Romans. They distinguish between freedom, and excess of freedom, as in ‘Il progresso del libertino,’ Auden’s opera at La Fenice!” Keywords: liber. Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano.  Milano, Lombardia. Grice: “I like Giorello: he philosophises on evil and good – the devil wrestles with the angel – but also on Mickey Mouse that he calls ‘topolino’ – “la filosofia del topolino” – and perhaps ore exotically for us Oxonians, on ‘la filosofia di Tex,’ a ‘fiumetto’ of 1948!” –Si laurea a Milano sotto Geymonat). Insegna a Milano. Membro de la Società Italiana di Logica” e de la Societa Italiana di Filosofia della Scienza. Giorello divise i suoi interessi tra lo studio di critica e crescita della conoscenza con particolare riferimento alle discipline fisico-matematiche e l'analisi dei vari modelli di convivenza politica. Dalle sue prime ricerche in filosofia e storia della matematica, i suoi interessi si erano poi ampliati verso le tematiche del cambiamento scientifico e delle relazioni tra scienza, etica e politica. La sua visione politica e di stampo liberal democratico e si ispira, tra gli altri, a Mill.  Si occupa anche di storia della scienza in particolare le dispute novecentesche sul "metodo"e di storia delle matematiche (“Lo spettro e il libertino”). Cura “Sulla libertà” di Mill. Ateo, filosofa in “Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo.” Altre opere: Opere  Filosofia della matematica, Milano, L’nfinito, Milano, UNICOPLI, Lo spettro e il libertino. Teologia, matematica, libero pensiero, Milano, A. Mondadori,  Le ragioni della scienza, Roma, Laterza,Filosofia della scienza, Milano, Jaca Book, Le stanze della ricerca, Milano, Mazzotta, Europa universitas. sull'impresa scientifica europea, Milano, Feltrinelli, La filosofia della scienza, Milano, R.C.S. libri et grandi opere, Quale Dio per la sinistra? Note su democrazia e violenza, Milano, UNICOPLI, La filosofia della scienza, Roma Laterza, “Lo specchio del reame: riflessioni sulla comunicazione: Longo, Epistemologia applicata. Percorsi filosofici, e Milano, CUEM,  I volti del tempo, e Milano, Bompiani, Prometeo, Ulisse, Gilgameš. Figure del mito, Milano, Cortina,  Di nessuna chiesa. La libertà del laico, Milano, Cortina, Dove fede e ragione si incontrano?, con Forte, Balsamo, San Paolo, La libertà della vita, Milano, Cortina,  Il decalogo. I dieci comandamenti commentati dai filosofi,, Non nominare il nome di Dio invano, Milano, Albo Versorio, Giulio Giorello relatore al convegno internazionale "Science for Peace", Milano, La scienza tra le nuvole. Da Pippo Newton a Mr Fantastic, Milano, Cortina, Kos. Rivista di medicina, cultura e scienze umane,  4: Dio, Patria e Famiglia, Milano, Editrice San Raffaele, Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti, Milano, Bompiani,  Il peso politico della Chiesa, Cinisello Balsamo, San Paolo, Viaggio intorno all'Evoluzione, Mascella, Zikkurat Edizioni et Lab, Harsanyi visto da G., Milano, Luiss University press, Lo scimmione intelligente. Dio, natura e libertà, Milano, Rizzoli, Ricerca e carità. Due voci a confronto su scienza e solidarietà, Milano, Editrice San Raffaele,  Introduzione a Apostolos Doxiadis e Christos H. Papadimitriou, Logicomix, Parma, Guanda,  Lussuria. La passione della conoscenza, Bologna, Il Mulino,. Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo, Milano, Longanesi,. Il tradimento. In politica, in amore e non solo, Milano, Longanesi,. Premio Nazionale Rhegium Julii Saggistica. La filosofia di Topolino, Parma, Guanda,.  Noi che abbiamo l'animo libero. Quando Amleto incontra Cleopatra, Milano, Longanesi, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.   CULTURA Addio a G., filosofo della scienza e difensore della libertà By Vincenzo VillarosaPosted on È morto il filosofo G., per le conseguenze dell’influenza da COVID-19, dopo aver trascorso due mesi di degenza in ospedale ed essere stato dimesso alla metà di maggio. Successore di Geymonat alla cattedra di Milano, il filosofo aveva sposato la compagna Roberta Pelachin. Il Premier Conte lo ha ricordato, in un messaggio sui social, come un filosofo che ha saputo riflettere sui rapporti tra etica, politica e religione.  Nato a Milano G. si laurea in Filosofia seguendo la tradizione antifascista e marxista del maestro GEYMONAT (si veda) e il difficile tentativo di contrastare le divisioni tra pensiero scientifico e umanistico. In seguito, e docente di Meccanica razionale a Pavia e poi a Catania, a quella di Scienze naturali all’Università dell’Insubria e, infine, al Politecnico di Milano. Presidente della Società Italiana di Logica e Filosofia della scienza. I suoi studi spaziavano dalla mitologia all’antropologia e alla psicologia evolutiva fino alla bioetica e alle neuroscienze. Uno tra i più bravi epistemologi italiani, insomma, capace di unire il rigore per gli studi sul metodo della scienza alle riflessioni sull’ambiente sociale e politico nel quale si muove la ricerca scientifica.  Accanto all’attenzione per le discipline fisico-matematiche e all’accrescimento della conoscenza scientifica, G. analizza le modalità complesse e contraddittorie della convivenza sociale e politica. Sulla scia del pensiero di Mill – di cui aveva curato l’edizione italiana dell’opera Sulla libertà, scrive, in particolare, pagine illuminanti sulla natura, i limiti e la possibile difesa della libertà umana.  La sua instancabile attività di saggista e basata su un’approfondita conoscenza della produzione saggistica e del dibattito internazionale intorno al discorso scientifico. La testimonianza di questa ricchezza culturale è rintracciabile nella preziosa direzione editoriale della collana Scienza e idee per Cortina e nella capacità di divulgazione espressa, tra l’altro, nella collaborazione alle pagine culturali del giornale Corriere della Sera.  Tra le opere di saggistica, ricordiamo Filosofia della scienza (Jaca Book) e due contributi di divulgazione scientifica come La filosofia della scienza con Gillies, Laterza, e La matematica della natura con Barone, Mulino.  Nelle opere Di nessuna chiesa. La libertà del laico (Cortina) e Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo (Longanesi), G. parla del valore della laicità in maniera antidogmatica e rispettosa della visione del mondo dei credenti.  La curiosità intellettuale e la personalità liberale del filosofo milanese si espresse anche nell’interesse sul rapporto tra la cultura definita alta e quella popolare presente, ad esempio, nel mondo dei fumetti. Il suo saggio pop su La filosofia di Topolino con  Cozzaglio, Guanda,  ne è una divertente ma non banale rappresentazione.  La perdita di G. toglie alla scena italiana uno dei più attenti conoscitori dell’articolato cammino della filosofia e del sapere scientifico e, allo stesso tempo, un difensore delle libertà individuali e collettive, senza le quali non è possibile alcun accrescimento e consolidamento del patrimonio culturale dell’umanità.  RELATED TOPICS: FILOSOFIA, LETTERATURA, PRIMA-PAGINA, SOCIETÀ Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo. Il settenario. Il vizio della lussuria. Origine e delineazione del vizio nel Medioevo. Vizio del corpo. Vizio dell anima. I coniugati e la lussuria. Se non riescono a contenersi si sposino, meglio sposarsi che ardere (Cor.). La lussuria come potenza nell Inferno. La lussuria come potere nel Inferno. La lussuria come piacere e dolore nel Canto V dell Inferno. La lussuria come filosofia nel Canto V dell Inferno. La lussuria come inganno e come sovversione nel Canto V dell Inferno. La lussuria nel Canto V dell Inferno. Non v è dubbio che fra gli insegnamenti che Dante può riservare agli uomini del terzo millennio ci sia anche quello di puntare su un solo profondo amore al centro di tutta un esistenza, persistente anche oltre la soglia della morte, capace di rinnovare la vita di una persona, di orientarla al meglio. Come afferma Emilio Pasquini nel suo libro Dante e le figure del vero. La fabbrica della Commedia, la lettura della Divina Commedia dantesca si mostra rilevante anche nel terzo millennio. Ovviamente, un opera di qualche secolo fa rischia di non essere più adatta alle generazioni contemporanee. Ogni epoca conosce tendenze critiche differenti per quanto riguarda la Commedia, ogni generazione legge il suo Dante 2, e quindi, come lo pone Renzi, siamo prigionieri anche noi del nostro tempo [Pasquini segnala che, di tutti gli episodi della Commedia, soprattutto quello di Paolo e Francesca risulta molto interessante per i lettori di oggi 4. L amore-passione che forma il nucleo della storia continua a intrigare. Rappresenta una delle idee riguardanti l uomo tra cui Dante, in un modo meraviglioso, stabilisce legami nei suoi versi. Quelle connessioni creano la celebre feconda ricchezza di Dante, la quale fa sì che tanto all epoca (quando si trattava della fede, della relazione tra Creatore e creatura) quanto oggi (ormai importa la nostra coscienza etica) si scoprono delle idee sorprendenti e chiarificatrici nell opera 5. Accanto a questo, la storia dei due lussuriosi illustra pure la persuasione [di Dante] della presenza, nella vita di ognuno, di un gesto decisivo che sanziona la sorte eterna dell uomo. Oggi, asserisce Pasquini, una simile prospettiva riguarda (e riguarderà in futuro), su un piano totalmente terreno, le scelte radicali che decidono il corso di un esistenza, le svolte cruciali che imprimono alla vita di un individuo una precisa e irreversibile direzione, decidendo del suo destino in terra [Pasquini, Dante e le figure del vero. La fabbrica della Commedia, Paravia, Bruno Mondadori;  Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante, cit., Pasquini, Dante e le figure del vero. La fabbrica della Commedia. Si può aggiungere che, in generale, la ricerca della sapientia mundis del giovane Dante s inserisce perfettamente nella visione contemporanea del mondo, la quale è completamente fissata sull acquisizione di nuove conoscenze e su uno sviluppo personale completo. Parallelamente, si rivela adatto alla società di oggi l avvertimento di Dante adulto che tale ricerca deve essere interrotta quando rischia di condurre non alla magnanimità ma alla folia. D’altronde, Inglese segnala che il carattere realistico del poema, dei suoi personaggi e delle sue scene illustra che Dante utilizza il mondo terreno come una metafora dell oltremondo, l altro mondo è reso sensibile e leggibile con le forme del nostro mondo 8. Anche questo aspetto della Commedia fa sì che i lettori di oggi possono capire abbastanza facilmente il mondo sotterraneo evocato dal poeta. La conoscenza del mondo, inoltre, stabilisce il legame tra il commento di Pasquini e quello del filosofo G., la cui teoria riguardante la lussuria non concorda con la visione cristiana del fenomeno, esposta nel primo capitolo della presente tesi. Ne risulta che la lussuria, dal punto di vista cristiano, si presenta come un fenomeno disprezzabile. Si tratta di una caratteristica umana da combattere e da eliminare. Il filosofo, invece, adotta un punto di vista molto differente nella sua recente monografia Lussuria. La passione della conoscenza 9. Propone un analisi molto originale del vizio, mirata a provocare, nel ventunesimo secolo, una sensazione di liberazione nel lettore della letteratura d ispirazione cristiana sul soggetto. G. considera la lussuria non solo come un peccato, ma anche, e in primo luogo, come una libertà: E per ciò [la lussuria] può costituire il nucleo di una società aperta e libertaria, insofferente di qualsiasi costellazione di dogmi stabiliti 10. Anche se il concetto centrale della tesi vi è inquadrato in un contesto quotidiano, universale e laico, non viene trascurato il significato cristiano del termine. L autore approfondisce il concetto di lussuria descrivendo come il desiderio lussurioso può manifestarsi in varie forme: parla della lussuria come potere, come filosofia, come inganno Andando al fondo della nozione di lussuria, stabilisce delle relazioni significative tra vari testi, autori e concetti. Inglese, premessa, in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Roma, Carocci; G., Lussuria. La passione della conoscenza, il Mulino, Bologna, risvolto della sopraccoperta. Introduzione A mio giudizio la lettura del Canto V dell Inferno dantesco nell ottica proposta da Giorello può offrirmi, e con me a tutti i lettori del capolavoro d’Alighieri, una lettura fresca e interessante di questi versi già ampiamente commentati. Vorrei dimostrare che le sue idee nuove permettono di attualizzare questa parte del testo dantesco anzi, tutta la Commedia- e di agganciarlo alla società del ventunesimo secolo (cf. Pasquini, cf. supra). Tutte le manifestazioni della lussuria contemplate dal filosofo verranno applicate al Canto V, poiché i suoi ragionamenti permettono di gettare nuova luce sul testo dantesco e di presentarlo a una società diventata quasi completamente laica, nella quale la religione cristiana è diventata un vago ricordo di altri tempi, un fenomeno soltanto latente (cf. supra). Anche nel libro di G. L’aspetto religioso della lussuria non è quello più importante, ma è sempre presente in modo velato. Ciò significa che predomina la ricchezza rappresentata dalle varie manifestazioni del concetto denominato lussuria, a scapito della visione cristiana del fenomeno, la quale predica la restrizione di questo vizio. Tutto ciò spiega perché i concetti delimitati da Giorello, in combinazione con commenti da parte di Pasquini, mi faranno da filo conduttore per redigere la presente tesi. L accostamento evidenzierà paralleli e complementi interessanti. Dato che il mio scopo è l elaborazione di una nuova analisi della lussuria nel celebre Canto V prendendo come guide alcuni studiosi contemporanei, l aggiunta di pensieri e di ragionamenti provenienti dal libro Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante di Renzi arricchirà ancora l esposizione, tra l altro la parte nella quale si tratta della colpevolezza o dell innocenza di Paolo e Francesca. Renzi, nel suo libro, vuole reagire sia alla retrocessione di Francesca in generale, sia all interesse privilegiato mostrato dai critici per la tirata lirica di Francesca [L autore specifica che l episodio di Francesca forma, infatti, una metonimia della Commedia, cioè la parte per il tutto: [ ] drammatizza e presenta in exemplo la palinodia di Dante, il suo abbandono degli errori giovanili, del mondo dell amore terreno e della sua poesia (lo Stil novo), per cominciare l ascensione. Riferendosi a Paolo Valesio, afferma però anche che il personaggio di Francesca si rivela tanto intrigante che la palinodia rischia di diventare il suo contrario, una palinodia della 11 Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante,  Introduzione palinodia: una nuova esaltazione dell amore terreno 12. Accanto al riferimento a Valesi il testo di Renzi offre ancora molte informazioni sorprendenti riguardanti altri autori e commentatori. Inglese, poi, è il quarto critico principale che sarà evocato. Il suo commento all Inferno mi ha procurato vari elementi chiarificatori, distinguendo, nella Commedia, una struttura e una poesia, per esempio, o puntando sull importanza, nel Canto V, di contrasti forti. Anche lui si mostra un difensore di una dantistica del terzo millennio. La maturità della disciplina ( la quantità [dei studi] è ormai misurabile solo con i mezzi dell elettronica ) non implica però stagnazione, e lo dimostra bene, per quanto riguarda la Commedia, proprio la vitalità del genere commento [In ogni capitolo della presente tesi, una nozione filosofica evidenziata nel libro già citato di Giorello si trova alla base delle idee sviluppate nel capitolo relativo. A quei ragionamenti s intrecciano varie riflessioni dalla parte di Pasquini, Renzi, Inglese e alcuni altri commentatori. Inglese, premessa, in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo Come capitolo introduttivo presenterò un resoconto generale del paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo, incluso un attenzione particolare per la storia del vizio della lussuria. Baserò questa visione d insieme sul volume I sette vizi capitali: storia dei peccati nel Medioevo di Casagrande e Vecchio, Einaudi. Il settenario Anzitutto si deve segnalare che il sistema dei vizi capitali non è un invenzione di un individuo. Si tratta piuttosto di una raccolta di idee che si è sviluppata attraverso secoli, continenti e persone diversi; di un enorme enciclopedia nella quale si trova di tutto, un efficace schema classificatorio per parlare del mondo [Un topos, per così dire. Una volta che il paradigma aveva ottenuto la sua forma definitiva, ben circoscritta, ha avuto un successo immenso, tanto presso i chierici quanto presso i laici. Si potrebbe dire che, per quanto riguarda l Occidente, la storia medievale di questi sette vizi inizia con gli scritti di tre ecclesiastici: Pontico, Cassiano e Gregorio. Cassiano, avendo delineato nelle sue opere l insieme delle teorie del suo maestro Pontico sui sette vizi capitali, ha scritto una delle opere più significative per la cultura tanto religiosa quanto laica del Medioevo. Il settenario dei vizi capitali, al quale Cassiano ed Pontico attraverso gli scritti del suo allievo- ha contribuito, ha avuto grande successo. Dante, quindi, ha vissuto in un epoca che accordava molto importanza all idea dei sette vizi capitali. Si deve specificare che tanto Pontico quanto Cassiano distinguono otto vizi capitali, al posto di sette: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia (elenco tratto dall opera di Casagrande e Vecchio). Magno, nella sua opera Moralia in Job, ne distingue sette; non menziona più l invidia come vizio capitale. Anche Moralia in Job costituisce un opera di notevole importanza per la cultura medievale: è molto più di un [Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali: storia dei peccati nel Medioevo, Torino, Einaudi, Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo commento: esegesi, teologia, etica si mescolano a comporre un disegno di larghissimo respiro [Il paradigma dei vizi capitali porta, naturalmente, l impronta dell ambito nel quale è stato lavorato, cioè l impronta della società monastica non solo quella occidentale. Infatti, Cassiano aveva apportato all Occidente conoscenze orientali egiziane, siriane-, adottate dalla cultura monastica orientale, raccolta nell Egitto. Anche il suo maestro, Pontico, aveva imparato molto sui vizi capitali in quel crogiolo culturale che fu Alessandria d Egitto alla fine del IV secolo 16, e nelle sue riflessioni, idee della filosofia occidentale si sono confuse con questa sapienza proveniente dall Oriente. Di più, le idee rappresentate dai sette vizi capitali risalgono, infatti, alle difficoltà proprie alla vita nel monastero: Per i monaci essi rappresentano gli ostacoli da superare lungo il cammino di perfezione al quale si sono votati, in una continua battaglia contro se stessi e contro quel mondo che si sono lasciati alle spalle 17. Detto questo, si può inquadrare la nascita e lo sviluppo del settenario, almeno per quanto riguarda il Medioevo. In quello che segue tratterò più in dettaglio la storia medievale di uno dei vizi capitali, cioè di quello che costituisce il nucleo centrale della mia tesi: la lussuria. Il vizio della lussuria Origine e delineazione del vizio nel Medioevo Non solo il cristianesimo ha trattato il desiderio sessuale con diffidenza. Già nella cultura pagana, gli individui si sfidavano da persone che riconoscevano apertamente di sentire tali voglie. La religione cristiana si è adeguata molto abilmente a queste preoccupazioni, riunendole in un vizio capitale chiamato lussuria. Denominando così sentimenti vari e irrequieti, la fede calma, crea ordine nel mondo, nella società, nella vita particolare di ogni persona che si riallaccia alla tradizione cristiana. Diventa molto attraente in questo modo. Lo sviluppo di paradigmi simili contribuisce alla popolarità di una concezione di vita, tanto di visioni di tipo religioso come di concezioni pagani. Il paradigma dei VII vizi capitali nel Medioevo Cassiano descrive la lussuria, situandola nell ambito della natura propria agli uomini, come un vizio intrinseco, come un aspetto essenziale della specie umana. Magno monaco e papa-, anzi, pone che essa sarebbe un attività tutto naturale del corpo, che, per di più, sarebbe intento da Dio. Da un punto di vista laico (nel senso di ateistico), si vede apparire, in questo discorso, una concezione molto moderna della sessualità umana. Rimanendo nel contesto cristiano, il papa, sviluppando una tale visione, crea infatti un idea che spiana la via per la lussuria: se forma un desiderio proprio all uomo tanto naturale quanto il bisogno di mangiare e di bere, non si può evocare più niente per intimargli l alt. Ma, a dire il vero, la visione della lussuria divisa in modo più ampio durante i secoli medievali è quella ideata da Agostino. Secondo lui, l elemento chiave che trasforma la sessualità dell uomo in un attività peccaminosa, sarebbe stato il peccato originale. Prima della ribellione di Eva e Adamo contro Dio, i due primi esseri umani sarebbero stati i padroni assoluti dei loro organi sessuali, presenti per rassicurare la procreazione della specie umana. Dopo, invece, come punizione reciproca per la loro disubbidienza a Dio, queste parti dei loro corpi diventano insubordinati, non li possono più controllare. Anzi, sono quegli organi del corpo a poter dominare l anima dell essere umano. Lì si ritrova il primo vero aspetto della pena imposta ad Adamo ed Eva. La seconda è rappresentata da una conseguenza irrimediabile del fatto che si sta parlando dell attività responsabile per la generazione: l uomo trasmette quel peccato di padre in figlio, per l eternità. Per forza, i figli nascono peccatori. Nonostante il fatto che la visione agostiniana della lussuria era molto diffusa durante il Medioevo, si comincia già a rivederla piu tardi. Si osserva infatti un processo di desessualizzazione del peccato originale 18. Implica l accettazione della concupiscenza come una delle conseguenze del peccato originale, non come l effetto principale di questo. Tuttavia, la sessualità non viene tolta dall ambito peccaminoso nel quale era stata introdotta: La natura era ormai inevitabilmente corrotta [ Vizio del corpo Cassiano attribuisce alla lussuria (denominata, in un primo momento, la fornicazione), tutto come alla gola, lo statuto di vizio carnale, un vizio cioè che implica [Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo] necessariamente la partecipazione del corpo. Rivendica non solo la cooperazione degli organi sessuali, ma pure quella di tutti gli organi legati alle esperienze sensoriali: gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca e le mani. La lussuria, infatti, si presenta come il solo vizio capitale che coinvolge ognuno dei cinque sensi. Nel Medioevo, la collaborazione tanto versatile del corpo umano alla fornicazione approda all idea che questo corpo non solo partecipa allo svolgimento del vizio, ma ne subisce anche le conseguenze. Quelle, naturalmente si tratta di conseguenze di atti peccatori-, non appaiono sotto forme agrevoli: terribili mali di testa che i medici non sanno come curare, progressiva perdita delle forze, vita breve e, su tutto, l immonda malattia che attraverso piaghe ripugnanti e maleodoranti consuma lentamente ma inesorabilmente il corpo, la lebbra [Per di più, il debole corpo umano è inestricabilmente connesso con il vizio della fornicazione: senza la presenza di un corpo, non si può manifestare la lussuria. Il vizio rivendica la sussistenza della carne umana per poter apparire. Si tratta quindi di un peccato intrinseco al fisico umano. A dire il vero, la lussuria non tocca a qualsiasi corpo. Si ritrova essenzialmente in fisici maschili. Questo aspetto della fisionomia della fornicazione non deve sorprendere: si parla di un peccato il quale carattere ed essenza sono stati messi a punto negli monasteri abitati da ecclesiastici maschili (fra le altre i padri fondatori del settenario dei vizi: Pontico, Cassiano e Magno). A lungo, le donne non entravano nel discorso sulla fornicazione, tranne come oggetti degli impulsi lussuriosi maschili. Non vengono mai considerate capaci di intervenire come iniziatrici per quanto riguarda questo peccato. La femmina, invece, ritenuta un essere più debole che il maschio, era creduta molto suscettibile delle avance peccatori esibite dal suo corrispondente maschile. Inoltre, l insieme di gioielli, profumi, tenute ecc. (l ornatus, come scrivono Casagrande e Vecchio) che mette l accento sull eleganza femminile si considerava un tutto che serviva essenzialmente a rendere i corpi delle donne ancora più attraenti e, di conseguenza, più sensibili ai suggerimenti lussuriosi dalla parte dei maschi. Peraldo descrive le donne che si vestono e si truccano per andare a ballare tramite una metafora memorabile: [sono [Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo come] un esercito di soldatesse del Diavolo che si prepara a dare battaglia per strappare a Dio l anima degli uomini 23. Quindi, nonostante il fatto che le donne non possono esibirsi come istigatrici del vizio della lussuria, sono consapevoli degli effetti che hanno i loro fisici sui loro complementi, si avvalgono di queste loro qualità, e così, inconsapevolmente, incitano negli uomini gli impulsi che li portarono ad atti lussuriosi. Vizio dell anima Fin qui, la lussuria è stata dipinta come un vizio essenzialmente corporale. A dire il vero, la sua origine non è soltanto carnale, ma si trova nell interiorità più profonda dell anima umana. Proprio i monaci abitanti dell ambito nel quale è cresciuta l idea del vizio capitale abbordata- hanno (tra l altro) riconosciuto che il nucleo della fornicazione sarebbe di natura spirituale. Nel vangelo secondo Matteo si può leggere una frase che non lascia adito ad alcun dubbio: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt.). Ma questa idea non implica che il corpo non potesse essere lussurioso. Inserisce piuttosto una fase intermedia nell insieme di fasi propri all azione peccaminosa. In primo luogo nascono le idee lussuriose nell anima dell uomo; in seguito si osserva che, da questi pensieri, sorge una specie di corpo virtuale (questa costituisce quindi la tappa alla quale si riferisce nella sentenza evangelica); infine l atto adultero si svolge per quanto riguarda il corpo reale, di carne e ossa. A proposito della nozione di carne, si dovrebbe ancora specificare la differenza, quanto al peccato della lussuria, tra carne e corpo, vale a dire: quando l anima cessa di pensare, immaginare, ricordare, assecondare, ascoltare, in una parola servire il corpo, il corpo cessa di essere carne, oggetto e strumento di quel desiderio eccessivo e disordinato che ha colpito l uomo dopo il peccato originale, per tornare a essere solo corpo, un aggregato di materia che garantisce la vita dell individuo [Il nuovo testamento, a cura di Giuliano Vigini, revisione di Rinaldo Fabris, Milano, Paoline Editoriale Libri, Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali: storia dei peccati nel Medioevo, Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo Si potrebbe dire, dunque, che, riguardo alla fornicazione, non ci entra il corpo umano vero e proprio, ma un suo equivalente virtuale, come l hanno formulato Casagrande e Vecchio. In effetti, già nell ottica agostiniana della lussuria è inclusa l idea che gli impulsi concupiscenti corporali, da soli, non costituiscono sensazioni peccaminose. È precisamente la condiscendenza dell anima alle pulsioni carnali che trasforma queste ultime in impulsi peccatori. In seguito, si deve segnalare, in questo capitolo, il punto di vista piuttosto sorprendente di Pietro Abelardo (XII secolo) sul vizio capitale della lussuria, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra anima e corpo. Abelardo sosteneva che tanto la concupiscenza quanto l atto sessuale e i compiacimenti che lo accompagnano avevano fatto parte della natura dell uomo a partire dal peccato originale. Affermava che l elemento vizioso stava solamente nella transigenza dell anima umana al corpo (carne, infatti) corrispondente. Con questa teoria, Abelardo sviluppa, a dire il vero, una concezione molto moderna della sessualità umana. Non per niente le sue asserzioni hanno provocato moltissime reazioni alla sua epoca. La notevole importanza dell anima in quest ambito viene confermata dalle conseguenze che ha il vizio della lussuria non solo per il fisico dell uomo ma anche, e specialmente, per la sua anima immortale. La fornicazione corrompe il corpo umano, lo rende impuro e infangato; ma è ancora molto più dannosa all anima: una volta imbrattata da questo peccato, lo spirito dell essere umano, debilitato e confuso, incoerente, è sull orlo della rovina. Si tratta di un vizio talmente onnicomprensivo che abbraccia tutti i livelli e strati dello spirito; si espande in tutti gli angoli della mente. Il danneggiamento dell anima dalla lussuria si rivela incontestabilmente il più grave nell indebolimento della ragione, componente più nobile e preziosa dello spirito umano. Mina il potere della capacità più eccezionale dell uomo, cioè la potenza di dominare tutti i suoi sentimenti, emozioni e impulsi facendo appello alla ragione. In effetti, non solo la chiesa si preoccupava dalla decadenza della ragione sotto l influsso di attività sessuali. Prima della tradizione cristiana, un ampia tradizione pagana aveva cercato di offrire uno sfogo a simili preoccupazioni. In questo modo, ha potuto crescere, fra le altre prima in ambito pagano, poi in contesto cristiano-, l idea che l intelligenza concetto concepito come positivo- dovrebbe essere capace di mettere l uomo nella 16  Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo possibilità di controllare gli impulsi carnali concepiti come negativi. Dato che gli ultimi avvicinavano l essere umano dall animale, il contrasto tra questi di una parte, e la nobiltà incontestabile della ragione umana d altra parte, si rivelava grandissimo. Se è vero che tale opposizione si presentava palesemente in contesto scientifico, per dirlo così intellettuale, filosofico ecc.-, la sua importanza per la vita quotidiana dell uomo medio è inequivocabile, visto la funzione [della ragione] di garantire la misura, la compostezza, l equilibrio nella vita di ciascun individuo. Trasposto in ambito letterario, il dualismo fra la ragione e gli stimoli carnali, e, più in particolare, la follia nella quale può sfociare la vittoria riportata dalla carne alla ragione, s impadronisce dei protagonisti dei romanzi cortesi. Il fenomeno rappresenta il culmine assoluto dell incostanza confusa che può essere provocata in varie misure dalla lussuria. I coniugati e la lussuria. Se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere (Cor.) Tra tutte le persone che non scelgono la castità come cura della lussuria, i coniugati formano un gruppo speciale. Il matrimonio, in effetti, non elimina la lussuria, ma nella misura in cui vieta tutti i rapporti extraconiugali e limita quelli coniugali [a quelli che servono alla procreazione e quelli che sono necessari per soddisfare le sensazioni concupiscenti dei coniughi ed evitare, in questo modo, che commettono il peccato della fornicazione], la contiene e la riduce 28. La storia del concetto di matrimonio, per quanto riguarda il vizio della lussuria, si rivela alquanto complicata. In primo luogo si deve segnalare che la ragione per la quale certi cristiani propendevano per la castità e non per il matrimonio consisteva nel fatto che il matrimonio limitava solamente la lussuria; non poteva escluderla. Ma, allo stesso tempo, questo fatto veniva anche rivendicato dai credenti che volevano proteggersi dalla lussuria: il matrimonio, dopo tutto, delimitava la portata del vizio. Poi, Agostino aggiunge che considera l unione coniugale un bene, certamente inferiore a quello della castità, ma comunque un bene, e questo non solo per la procreazione dei figli. Il nuovo testamento, Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali: storia dei peccati nel Medioevo. Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo ma anche per la società naturale che l unione tra i due sessi comporta. Di più, pone che Dio avrebbe previsto l unione carnale tra gli uomini e i loro complementi femminili prima del peccato originale, visto che entrambi i sessi erano già dotati di organi sessuali chiaramente visibili e differenti prima che Eva ed Adamo disubbidivano a Dio. Il peccato non sta dunque nel coito [...] ma nell uso che gli uomini ne fanno. Queste idee agostiniane sono state molto diffuse durante tutto il Medioevo. Finalmente, si deve ancora segnalare che il legame stabilito tra il vizio della lussuria e il matrimonio fa sì che il peccato si estende dall essere umano individuale alla comunità intera. Può corrompere tutta una società; non si tratta più di un vizio dannoso alla vita e all anima di una singola persona, a tal punto che minaccia tutta la specie umana. Da questo punto di vista, il peccato occupa una posizione particolare, anzi unica nel settenario dei vizi capitali. La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno Nella sua esposizione sulla lussuria come potenza (o impotenza) Giorello asserisce che la lussuria è mescolanza di tutte le cose del mondo, rotture d ordine, spezzatura. Nel caso di Paolo e Francesca, di certo, la lussuria è stata responsabile di una rottura dell ordine quotidiano, anzi, dell ordine del mondo come i due innamorati lo conoscevano. La spezzatura della loro realtà viene causata direttamente dalla potenza (cioè, dalla potenza nel senso filosofico della parola: potenza come volontà) che costituisce una parte essenziale del desiderio lussurioso che sperimentano. Dal momento in cui cedono alla loro volontà lussuriosa, Francesca, consapevolmente, abbandona suo marito, pone fine al suo matrimonio. Caìn attende chi a vita ci spense; il nome di Gianciotto è taciuto per disprezzo, non certo per femminile riserbo Neanche Paolo può più tornare indietro; la relazione tra lui e suo fratello è irrimediabilmente danneggiata. Il bacio dei due lussuriosi segna un passaggio chiave nella loro storia lussuriosa. Dopo una fase di dubbi e di disperazione, è arrivato il momento in cui decidono di rinunciare a tutto quello che è familiare, e di perdersi in un avventura della quale sanno che gli porterà sia la felicità assoluta sia la perdizione. La tragica combinazione di tenerezza e di rovina è illustrata dal v. 106 Amor condusse noi ad una morte: la prima e l ultima parola del verso si rispondono fonicamente AMOR condusse noi ad una MORte. Inglese chiarisce che, in questo modo, il verso s iscrive nella lunga tradizione di una diffusa paretimologia (Federigo dall Ambra, son. Amor che tutte cose: Amor da savi quasi A! mor si spone. Per di più, la parola morte, nel Canto V dell Inferno, conclude la serie di proposizioni principali il cui soggetto è Amore. In questo senso, la lussuria si presenta come una mescolanza di tutte le cose del mondo: ogni diritto ha il suo rovescio. Di rado, la realtà nella quale vivono gli esseri umani offre una gioia senza che, contemporaneamente, appaia anche qualcosa che tempera questo sentimento. È un dato che si manifesta in modo particolarmente chiaro in situazioni G. Lussuria. La passione della conoscenza, Alighieri, Commedia. Inferno, revisione del testo e commento di Inglese, Roma, Carocci Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno di Alighieri, Roma, Carocci, Alighieri, Commedia. Inferno, Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno di Alighieri, La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno lussuriose. Paolo e Francesca propendono non solo per la felicità (lussuriosa) ma anche per l aspetto penoso che essa implica. Da quanto appena enunciato risulta che la dimensione della lussuria identificata come la volontà forma una caratteristica fondamentale del fenomeno. Se manca una forte volontà, non si può parlare di lussuria. È appunto dalla volontà umana che procede il desiderio di qualcosa. Dal testo di Giorello emerge che il desiderio an sich deve, infatti, considerarsi come essenzialmente lussurioso. Nel caso di Paolo e Francesca, si tratta del desiderio dell altro. Dante presta molta attenzione all espressione di tale potenza. È probabilmente una delle più belle manifestazioni dello spirito umano: unica, forte, ma anche tragica. Forse la bellezza risiede, appunto, nella tragicità. Quello che un essere umano può realizzare grazie alla volontà commuove solo quando si mescola con altre caratteristiche come, in questo caso, il tragico. Il desiderio umano, giudicato lussurioso per definizione, è presente nel Canto V non solo nella decisione presa da Paolo e Francesca. Ci troviamo nella prima parte dell Inferno, cioè all inizio del viaggio sotterraneo di Dante personaggio. E siccome Dante parla, infatti, di ognuno di noi, ci troviamo all inizio del viaggio che ogni peccatore potrebbe desiderare, un giorno. Anche lui sperimenta un forte desiderio. Si trova sulla via della perdizione, e vuole ritrovare la retta via. Vuole andare verso la luce divina, è in cerca di una direzione nella sua vita. Questa aspirazione predomina su tutto il suo essere, come il desiderio di Francesca domina su Paolo e vice versa. Inoltre, Giorello pone che la laicizzazione è la lussuria dell emancipazione dalla soggezione alla natura e/o alla divinità emancipazione che costituisce la premessa di una società politica matura. Secondo me, l autore suggerisce che l assunto che la laicizzazione sia un processo lussurioso sarebbe ovviamente consono alla visione cristiana della lussuria che la considera un vizio capitale. Classificare la laicizzazione tra le varie forme in cui può manifestarsi la lussuria le conferirebbe lo statuto di un azione peccaminosa. L idea principale che vuol esprimere il filosofo in questa frase, però, è che il desiderio umano di venir liberati dall assoggettamento a un potere superiore si rivela lussurioso, poiché si tratta di un desiderio. Dante personaggio, tuttavia, desidera di esser assorbito completamente dalla luce divina del Dio cristiano. E aspira alla stessa sorte per tutti i suoi contemporanei. L opposizione G., Lussuria. La passione della conoscenza. La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno tra la volontà evocata da Giorello e quella di Dante personaggio illustra il punto di vista del filosofo sulla lussuria. Che il carattere di un fenomeno sia o non sia lussurioso non dipende dalla sua religiosità o laicità. Uno degli aspetti essenziali della lussuria è la forza immensa della potenza umana che fa sì che la lussuria può esistere. Oltre a ciò, l autore menziona che la lussuria istituisce il nesso tra conoscenza e oblio. L aspetto della lussuria che è analizzato e commentato in questo capitolo, la potenza, costituisce la forza che spinge un essere umano ad avere curiosità e a cercare risposte alle proprie domande. In questo senso, forma, infatti, l anello che lega l ignoranza e la conoscenza. Dante personaggio vuole conoscere il mondo sotterraneo, e desidera sapere se e come si può salvare. Dalla sua curiosità, quindi dalla sua volontà, sorgerà la comprensione dei fenomeni che vuole capire. Si può pure trasformare la conoscenza in oblio per il tramite della lussuria. Una volta che la conoscenza è ottenuta, è possibile che essa provochi l oblio di altri fatti conosciuti nell essere umano che la ottiene, com è illustrato dall epopea mesopotamica la Saga di Gilgames alla quale si riferisce Giorello. Nel Canto V, tuttavia, si osserva il contrario. Quello che era conosciuto nel passato non è dimenticato, come pone appunto Francesca dopo che Dante le ha chiesto di raccontare come lei e Paolo si sono rivelati i sentimenti amorosi reciproci: E quella a me: Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/nella miseria: e ciò sa l tuo dottore. Chiaramente, i due lussuriosi si ricordano benissimo quello che sapevano prima del momento in cui la loro volontà di conoscere li ha messi sulla via della perdizione, cioè, prima del momento in cui si baciavano e s appropriavano la conoscenza dell altro. Anzi, in questo passo, Dante autore utilizza letteralmente il verbo conoscere: Ma, s a conoscer la prima radice/del nostro amor tu hai cotanto affetto/dirò come colui che piange e dice. Ciò illustra l importanza ardente del significato del termine. Per di più, Giorello pone che la potenza della dea [Venere] è quotidiana, non solo eccezionale. Si potrebbe sostenere, quindi, che la caratteristica della lussuria rappresentata da questa volontà incredibilmente potente non si manifesta unicamente in situazioni o momenti eccezionali. Costituisce una forza sempre presente nell essere Alighieri, Commedia. Inferno. G. Lussuria. La passione della conoscenza. La lussuria come potenza nell’Inferno umano, gli appartiene. Non sarebbe capace di liberarsi da essa, se lo volesse. Questo, però, gli è connaturale: si tratta di una parte dello spirito umano troppo essenziale. Senza di essa non sarebbe più un uomo. Per di più, rappresenta un impulso troppo gradevole. All uomo piace infinitamente provare una tale energia dentro di se. Gli dà l idea che potrebbe, infatti, realizzare il progetto che ha in mente, che potrebbe trovare la risposta alla sua domanda. Gli dà il coraggio necessario per dare ascolto ai sentimenti che lo sopraffanno e per arrischiarsi in una ricerca o una situazione che possibilmente finirà male. È questo il momento in cui la volontà lussuriosa, quotidiana, alleggiando, diventa eccezionale. Questo momento speciale si osserva pure nella storia di Paolo e Francesca. Dopo un lungo tempo di voler esser insieme (da solo), arriva quel punto in cui il desiderio di Paolo di sapere come sarebbe di trovarsi nelle braccia della donna amata, diventa troppo forte. La bacia. Un momento riempito in modo molto eccezionale di volontà lussuriosa. Giorello menziona anche che la dea Venere (e quindi la lussuria) può rivelarsi maestra di inganno 40. Certo, nel Canto V, si osservano delle azioni ingannevoli: Francesca tradisce suo marito, Paolo suo fratello. All aspetto ingannevole della lussuria, però, sarà dedicato un altro capitolo della presente tesi. Ciò che colpisce nelle pagine sulla lussuria come potenza in Lussuria. Passione della conoscenza, e che potrebbe dar luogo a una riflessione interessante, è un idea che deduce da un testo di Agostino, Città di Dio. Secondo G. si può capire da quest opera che, secondo Agostino, la fiacchezza della nostra volontà (contrapposta alla forza di quella divina) sia ben peggio di qualsiasi fisica impotentia coeundi 41 perché nell ordine naturale l anima è anteposta al corpo. Agostino descrive la lotta della passione il corpo e della volontà l’anima parlando della lussuria, affermando che esiste almeno l imperfezione della passione nei confronti della pienezza della volontà. Ciò pone l accento sul valore più grande della forza mentale che è la volontà dell uomo a paragone del suo corpo fisico. Rileva la preziosità e la versatilità della potenza, la quale è valutata non solo dai fedeli cristiani ma anche da laici. Si potrebbe sostenere, quindi, che si tratta di un punto di vista comune e, di conseguenza, unificatore. L unione d idee Agostino, Città di Dio, Introduzione, traduzione, note e apparati di Luigi Alici, Milano, Bompiani, La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno cristiane e laiche (nel senso di provenienti dagli antichi) si ritrova, appunto, nella Commedia dantesca. A mio giudizio questa fusione è una delle caratteristiche più meravigliose dell opera. Si rivela in modo splendido nel passo su Paolo e Francesca. La ricchezza del Canto V proviene, tra l altro, dall enumerazione dei nomi di Semiramide, Cleopatra, Tristano, e di tutti gli altri personaggi lussuriosi della mitologia classica menzionati dalla guida di Dante, Virgilio. Inglese spiega che sono donne antiche e cavalieri: insomma, l intero mondo del romanzo epico-amoroso, che aveva, di fatto, connesso in un ciclo unico Troianorum Romanorumque gesta et Arturi regis ambages [ avventure ] pulcerrime (Dve I x 2)  La loro apparizione conferisce un atmosfera unica all Inferno cristiano. Evocano la grandezza delle storie antiche di alcune coppie famosissime. Risulta dai versi quanto sono care a Dante, tutto come la sua fede. Il ricordo della disperazione, dell amore e della perdizione caratteristico di queste storie si mescola, nel Canto V, ai sentimenti simili di Paolo, Francesca e Dante. Per quanto riguarda quella relazione emotiva triangolare tra Dante, Paolo e Francesca, si può segnalare che la sua forza emozionale è ancora aumentata dal fatto che, per Francesca, la visita del pellegrino forma un opportunità unica per confessarsi (dal punto di vista dei colpevolisti di Renzi) o per comunicare e quindi rendere immortale la sua tragica storia d amore (secondo la visione dei giustificazionisti di Renzi, cf. infra). Inglese afferma che gli incontri fra il P. [Dante personaggio] e i dannati si presentano come un momento affatto eccezionale nello svolgersi (che non ha però vero svolgimento) della pena di questi ultimi: per un motivo superiore ossia, per l edificazione del P. e poi dei viventi che leggeranno il resoconto del viaggio la Provvidenza suscita in alcuni dannati un estremo atto di personalità [ vegnon per l aere, dal voler portate  ]. Sul piano poetico, ciò si traduce in una forte drammatizzazione degli episodi: Francesca, per esempio, non avrà mai un altra occasione di confessarsi, di dare forma verbale al proprio tormento. Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno d’Alighieri, Alighieri, Commedia. Inferno. Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno d’Alighieri, La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno Da quello che precede, risulta che un estremo atto di personalità implica una volontà potente, dato che la volontà costituisce una parte essenziale dell essere umano. Si potrebbe dire che, con l ultima frase, Inglese si presenta come un colpevolista, poiché dare forma verbale al proprio tormento può significare dare forma verbale al suo peccato e al modo in cui lo strazio della punizione infernale la tortura. La seconda parte della frase di Inglese, però, potrebbe anche essere interpretata come dare forma verbale al modo in cui entrambi il ricordo del tempo d i dolci sospiri 46 e quello della fine tragica della sua storia d amore la tormentano. Allora, per quanto riguarda Francesca, Inglese si presenterebbe non solo come un colpevolista, ma anche come un giustificazionista. Ritornando alle donne antiche e cavalieri, Renzi asserisce quanto segue: Se ci sarà ancora una critica letteraria dedita a leggere con attenzione i testi, qualcuno noterà, per esempio, che la pietà di Dante per Francesca, primo segno della sua partecipazione emotiva alla storia di Francesca, seguita poi dallo svenimento, era già cominciata al v. 72 e si riferiva alle donne antiche e cavalieri, dunque a tutti quei fantasmi letterari che prima sono definiti peccator carnali. Dunque Dante non solidarizza solo con Francesca. 47 Mentre Virgilio annovera nome dopo nome, Dante personaggio sente come, nel suo cuore, cresce la compassione. Ascoltando la sua guida, diventa sempre più commosso, triste e silenzioso per tutto quell amore disperato, perso. Anche lui ha amato e perso la persona amata. Pasquini pone che non si ha soltanto il dramma cruento dei due giovani amanti riminesi; c è anche il dramma interiore di Dante che si sente personalmente coinvolto in quella tragedia 48. Questo dramma interiore che sperimenta il pellegrino di fronte alla tragedia romagnola si spiega, secondo Pasquini, dall atto d accusa di Beatrice nel Purgatorio. Qualcosa di Francesca ritorna in Dante e nel suo personale traviamento, sotto la spinta del rigoroso atto d accusa cui lo sottopone Beatrice; il che spiega con chiarezza, quasi completandolo, il suo turbamento che non è solo pietà di fronte alla tragedia romagnola. Alighieri, Commedia. Inferno. Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante. Pasquini, Dante e le figure del vero. La fabbrica della Commedia, cIbidem. La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno Secondo Ginguené, autore di Histoire littéraire d Italie, non è stato il Dante filosofo e teologo che si rivela in altri passi della Commedia che ha scritto l episodio di Paolo e Francesca, ma è stato il Dante innamorato di Beatrice. In questo senso, il Canto V parla da ENEA – VIRGILIO (si veda) e Didone, Tristano e Isotta, Paolo e Francesca, e pure d’ALIGHIERI (si veda) stesso. Di conseguenza, tratta anche di ognuno di noi, poiché il passaggio di Dante personaggio attraverso l inferno, il purgatorio e il paradiso celeste rappresenta il viaggio simbolico di ogni peccatore che desidera ritrovare la retta via. Ginguené, per di più, non evidenzia la pietà di Dante, ma nota che la pena in fondo, se non è mite, è la più piccola fra tutte quelle previste dal poeta. Renzi spiega come questo non sembra una grande osservazione, ma la riprenderanno, in genere senza conoscersi l uno con l altro, molti critici, da FOSCOLO (si veda) [Discorso sul testo della Commedia] a Barolini [Dante and CAVALCANTI (si veda) (On Making Distinctions in Matters of Love): Inferno V in Its Lyric Context. E ci aggiunge: Nardi [Filosofia dell amore nei rimatori italiani nel Duecento e in altri 54 ], che era l unico che di queste cose se ne intendeva davvero, ha notato che, tra i peccatori nella carne, ALIGHIERI ha punito i golosi più gravemente dei lussuriosi, invertendo l ordine d’AQUINO (si veda) Forma un argomento che sostiene la tesi di Ginguené secondo la quale l unico vero autore dell episodio di Francesca sarebbe stato il Dante amante di Beatrice, e certamente non il Dante teologo. Anche per Francesco De Sanctis (in Francesca da Rimini) e per Croce (La poesia d’ALIGHIERI), segnala Renzi, Dante, come teologo e come cristiano, disapprova i peccati dei lussuriosi. Inglese definisce la pietà di Dante ( pietà mi giunse e fu quasi 50 Ginguené, Histoire littéraire d Italie, citato da Lorenzo Renzi in Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante, Ibidem, Foscolo, Discorso sul testo della Commedia, in Id., Studi su Dante, a cura di Giovanni Da Pozzo, Firenze, Le Monnier,Barolini, Dante and Cavalcanti (On Making Distinctions in Matters of Love): Inferno V in Its Lyric Context, in Dante studies.  Nardi, Filosofia dell amore nei rimatori italiani nel Duecento e in altri, in Id., Dante e la cultura medievale, Bari, Laterza, il passo che interessa con i riferimenti ad AQUINO (si veda). Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante, cit., Sanctis, Francesca da Rimini, in Id., Lezioni e saggi su ALIGHIERI (si veda), a cura di Romagnoli, Torino, Einaudi, Croce, La poesia di Dante, Bari, Laterza. La lussuria come potenza nell’Inferno smarrito 58 ) un profondo turbamento in cui sono fusi l orrore per il peccato e il dolore per l umanità peccatrice giustamente punita. Per Sanctis e per Croce, da un punto di vista emozionale, invece, Dante non condanna i lussuriosi. Croce sottolinea pure il potere estasiante che ha avuto il libro narrando la storia di Lancillotto e Ginevra sui due peccatori. Asserisce però che Dante, al contrario di altri poeti, riesce a rompere e a superare l incantesimo dolce dell amore. Così, afferma Renzi, il critico italiano è riuscito a ottenere un momento di sovrano equilibrio nella storia della critica della Commedia, e in particolare dello scontro tra colpevolisti [quelli che considerano Francesca una peccatrice integralmente responsabile delle vicende] e giustificazionisti [quelli che si fanno paladino della donna D altronde, per quanto riguarda la colpevolezza o l innocenza di Francesca, Inglese segnala che la donna, affermando che Amor, ch al cor gentil ratto s apprende, da un punto di vista psicologico si rivela sincera, ma che, nella prospettiva etica del poema, è]obiettivamente falsa poiché Amore è sempre soggetto delle azioni determinanti [ prese costui della bella persona/che mi fu tolta: e l modo ancor m offende./amor, ch a nullo amato amar perdona/mi prese del costui piacer sì forte/che, come vedi, ancor non m abandona./amor condusse noi ad una morte. Da quest’angolatura, infatti, tutte le due ipotesi (tanto quello della colpevolezza quanto quello dell innocenza di Francesca) rientrano nelle possibilità. Si può considerare Amore come il vero colpevole, o giudicare che la donna si è arresa a lui, caso in cui lei si rivela responsabile per le vicende. Secondo Inglese, l aggettivo leggieri che si trova nel v. 75 e paion sì al vento esser leggieri 63 farebbe parte di un idea esclusivamente poetica (e quindi non strutturale) che vuole dimostrare, al lettore, il peso carnale del peccato d amore. Tutto come questo formerebbe un suggerimento puramente poetico, Francesca, nella poesia, vive come anima tormentata dalla passione d amore, mentre dalla struttura è dannata per adulterio incestuoso. Quindi, quello che De Sanctis e Croce attribuiscono a Dante teologo e Dante Alighieri, Commedia. Inferno, Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di ALIGHIERI, Alighieri, Commedia. Inferno, Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno diAlighieri, Alighieri, Commedia. Inferno, Giorgio Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno di Dante Alighieri. La storia di G.  In Articoli di Ciardi Dopo la scomparsa di G., ho letto molti ricordi a lui dedicati. Uno dei migliori è senz’altro quello di Vincenzo Barone, che compare nelle pagine di questo numero di Query . Ringrazio sentitamente Enzo per avere accettato di scriverlo.   image Io vorrei contribuire alla memoria del nostro grande studioso (e amico) sottolineando soltanto uno tra i molti suoi meriti. Giulio era anche un ottimo storico della scienza e delle idee.   Tale merito gli è stato riconosciuto da uno dei maestri del Novecento in questo settore, Paolo Rossi Monti (il cui nome ricorre spesso in questa rubrica e al quale è stato dedicato il primo numero di “Parastoria”, su Query. Recensendo uno dei tanti bellissimi saggi di G., Prometeo, Ulisse, Gilgameš. Figure del Mito Rossi scrive. G. è allievo di Geymonat. Insegna e si è prevalentemente occupato di filosofia della scienza. Attualmente è anche Presidente della Società Italiana di logica e filosofia delle scienze. Come il suo libro dimostra, non solo utilizza una grandissima quantità e varietà di testi, ma anche conosce come pochi (e minutamente la storia e i luoghi dell’Inghilterra e, più ancora, dell’Irlanda. Giorello è del tutto consapevole del fatto che il suo libro è una sorta di labirinto. Dentro quel labirinto (che ha una struttura geometrica) egli conduce a volte trascina il lettore. Le avventure di idee hanno la strana (per alcuni insopportabile) caratteristica di essere un po’ avventurose: di portare molto lontano dall’idea che la filosofia abbia il compito di mettere ordine nel mondo, di trasformarlo (come diceva il mio maestro BANFI (si veda)) in una linda casetta. Una parte consistente della filosofia italiana sembra impegnata a confrontare accuratamente fra loro i testi di cinque o sei rispettabili filosofi di lingua inglese, a commentarli, a commentare i risultati del confronto, a polemizzare con gli altri commentatori tentando, nel più dei casi, arzigogolate mediazioni fra tesi contrapposte. Di una cosa non mi pare lecito dubitare: G. non fa parte della vasta, soporifera e innocua schiera degli oscuri e instancabili “roditori accademici.  L’espressione “roditori accademici” era un rimando a quanto scritto sul tema da Paul K. Feyerabend, un pensatore con cui Rossi ha spesso polemizzato, ma per il quale nutriva profonda stima. E che anche G., non a caso, come ha ricordato Barone, ben conosceva. Sua la prefazione all’edizione italiana di Against method. Outline of an anarchistic theory of knowledge, pubblicato da Feltrinelli. Rossi citava spesso, con orgoglio, che il suo libro che compendiava decenni di ricerche sui rapporti tra scienza e magia, Il tempo dei maghi. Rinascimento e modernità, fosse uscito nella collana “Scienza e idee” diretta da G, per Cortina. Perché sapeva quanto G. avesse chiaro cosa significasse fare storia della scienza, come ricorda nell’analisi del saggio di Bellone, Molte nature. Saggio sull’evoluzione culturale. La parola chiave del processo storico – come nota G. nella brillante prefazione che ha scritto per questo libro – è imprevedibilità. Accade infatti spesso nel presente (ed è accaduto spesso nel passato) che gli scienziati siano stati costretti a “vedere” cose diverse da quelle che avrebbero invece dovuto scorgere sulla base delle proprie credenze personali. Come ci ha ricordato Barone, G. si laurea sia in filosofia che in matematica. Per questo motivo, come aveva presente Rossi, G, non ha mai pensato che il semplice fatto di essere scienziati equivalga, per coloro che svolgono tale professione, ad una autorizzazione «a parlare di testi che non hanno letto, a prendere posizioni su questioni che non conoscono, ad esprimere opinioni su problemi che non hanno mai avvicinato. Del resto, già oltre un secolo fa il matematico Paul Tannery, uno dei padri fondatori della storia della scienza come disciplina specifica, afferma che «per essere un buono storico non basta essere scienziato. Bisogna prima di tutto volersi dedicare alla storia, cioè averne il gusto; bisogna sviluppare in sé il senso storico che è essenzialmente differente da quello scientifico; bisogna infine acquisire una serie di conoscenze particolari, di ausilio indispensabile per lo storico, che sono invece del tutto inutili allo scienziato che si interessa solo al progresso della scienza. Anche per questo, G. era un fautore delle collaborazioni. Come quella tra le innumervoli con Sindoni, che ha portato alla realizzazione dell’affascinante Un mondo di mondi. Alla ricerca della vita intelligente nell’Universo, dove G., nella parte storica di sua competenza, mostra (anche in questo caso) una conoscenza approfondita e raffinata degli argomenti trattati. Mostrando, ad esempio, in nome di quella “imprevedibilità” alla quale si accennava poco fa, come il “romanziere” Jules Verne avesse, sul tema dell'abitabilità dei mondi, idee molto più chiare e precise dello scienziato Flammarion. Del rapporto tra le due culture G. ha sempre preso il meglio (non dimentichiamo che il celebre testo di Snow sull’argomento fu introdotto in Italia dalla prefazione di Geymonat). Ed era consapevole del ruolo decisivo della scuola nello sviluppare un processo di apprendimento diverso rispetto a quello tradizionale. C’è soprattutto da vincere la scommessa circa “l’avvenire delle nostre scuole”, come direbbe Nietzsche. Chi guarda attentamente alle grandi svolte del pensiero scientifico e alla stessa innovazione tecnologica non può non constatare come gli aspetti più creativi abbiano travolto qualsiasi steccato disciplinare. Valeva ieri per le dottrine di Copernico o per quelle di Darwin, vale oggi per le frontiere della cosmologia o per quelle della biologia, per non dire dell’informatica e dell’alta tecnologia. Potremmo dilungarci su non pochi esempi di virtuose contaminazioni nelle scienze come nelle lettere. Ma ci limitiamo qui a ricordare che la separazione delle culture è l’effetto più deplorevole dell’atteggiamento che concepisce le acquisizioni dell’avventura umana come entità fisse, sospese nel cielo platonico delle idee. Perciò G. (sempre utilizzando le parole di Rossi) provava «una invincibile ripugnanza» per «gli elenchi di scoperte e di ritrovamenti tecnici, per le sfilate di risultati eternamente veri e di errori eternamente falsi. Ancora G. Cosa c’è di meglio per qualsiasi creazione dello spirito umano che venire utilizzata, contestata, magari stravolta in un dibattito (come è appunto quello scientifico), in cui in linea di principio nessuna opinione è immune da critica o revisione? L’ospitalità che la scienza offre a qualsiasi “straniero” (ricordiamoci delle parole di Milton) è di questo tipo. Non c’è miglior rispetto che quello che prende forma nelle modalità del conflitto. Grazie di tutto, Rossi. A mio non modesto parere. Le recensioni sul “Sole-24 ore”, a cura di Bondì e Monti. Bologna: Mulino, Feyerabend, La scienza in una società libera. Feltrinelli: Milano, Rossi. Feyerabend: un ricordo e una riflessione, in Un altro presente. Saggi sulla storia della filosofia.Bologna: Mulino, Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza; Prefazione di G., Milano: Feltrinelli; Cfr. ad esempio, Rossi; A mio non modesto parere, Rossi; Ci sono molti Galilei?in Un altro presente; Tannery. De l'histoire générale des sciences, in “Revue de Synthèse”) G.  Flammarion, lo “scienziato”, sconfitto da Verne, il romanziere, in Un mondo di mondi. Alla ricerca della vita intelligente nell'Universo. Milano: Raffaello Cortina, G.  Per una Repubblica delle Scienze e delle Lettere, in Le due culture, a cura di A. Lanni. Venezia: Marsilio, Rossi. Considerazioni conclusive, in Atti del Convegno sui problemi metodologici di storia della scienza. Firenze: Barbera. G. Per una Repubblica delle Scienze e delle Lettere. Grice: “The etymology of libertine ruins it! – or ruins the concept. A slave liberated, being of a low class condition, would be criticized for his excesses of freedom!” Nome compiuto: Giulio Giorello. Giorello. Keywords: reame, re, il libertino, implicatura speculativa – specchio e il reame: la communicazione -- “il fantasma e il desiderio” “lo spettro e il libertino” “lo specchio del reame” – “il libertino” “lo scimmione intelligente” lo specchio di Narciso, Bruno, Leopardi-- -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giorello” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorgi: la ragione conversazionale al limite -- l’implicatura conversazionale di Bacco – filosofia cavallinese – la scuola di Cavallino -- filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Cavallino). Abstract. Grice: “We often forget that at Oxford they once worshiped such gods as Monday, Tuesday, Wednesday and Thursday – as they did in Ancient Rome!” Keywords: Bacco. Filosofo cavallinese. Filosofo leccese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Cavallino, Lecce, Puglia. Si laurea a Perugia con Givone con “L’estetico” --. studia con Seppilli e Arcangeli Studia etnomusicologia della “Grecìa salentina”, rivalutando i brani in "grico". Altre opere: “Pizzica e rinascita”, La Gazzetta del Mezzogiorno”. Cura “La danza delle spade e la tarantella. Insegna a Lecce. “Le strade che portano al Subasio passando dal Salento” (Ed. Del Grifo, Lecce), “Tarantismo e rinascita: i riti musicali e coreutici della pizzica-pizzica e della tarantella” (Lecce, Argo); “La danza delle spade e la tarantella: saggio musicologico, etnografico e archeologico sui riti di medicina” (Argo, Lecce). “Pizzica-Pizzica, la musica della rinascita. La tarantella del tarantismo e la sua resurrezione: struttura musicale, stato dell'arte e neotarantismo” (Lecce, Pensa MultiMedia); “L'estetica della tarantella: pizzica, mito e ritmo, Congedo Editore, Galatina); “Pizzica e tarantismo: la carne del mito dall'etnomusicologia all'estetica musicale, Galatina, Edit Santoro); “Il tarantismo come mito: dagli errori di De Martino alla rivalutazione del pensiero mitico, Galatina, Congedo); “Il mito del tarantismo: dalla terra del rimorso alla terra della rinascita, Galatina, Congedo); “I poeti del vino, Galatina, Congedo); “La pizzica, la taranta e il vino: il pensiero armonico, Galatina, Congedo, “La rinascita della pizzica, Galatina, Congedo);  Husserl e la Krisis, 3ª in “Segni e comprensione”, Milano); Il francescanesimo tra idealità e storicità,  in “Segni e comprensione”, Porzincula (S.Maria degli Angeli); “Il canto popolare salentino, in Convegno Di Studi Demologici Salentini, Copertino. F. Noviello e D. Severino, Capone, Cavallino Pierpaolo De Giorgi, Il tarantismo secondo Schneider: nuove prospettive di ricerca, in, Quarant'anni dopo De Martino: il tarantismo, Atti del Convegno, Galatina, La iatromusica carne del mito: la pizzica pizzica tra etnomusicologia ed estetica musicale, in, Mito e tarantismo Pellegrino, Pensa MultiMedia, Lecce, La pizzica pizzica immensa risorsa culturale del Sud, in, Terra salentina: i Sud e le loro arti, materiali del Convegno di Arnesano, La Stamperia, Leverano, Pierpaolo De Giorgi, “Il ritorno di Dioniso” a proposito di un libro diPellegrino, in “Segni e comprensione”, Fra aborigeni e tarantismo, in, Settimana di promozione culturale pugliese C. Minichiello, Pensa MultiMedia, Lecce, Le tradizioni popolari nei disegni di Severino, greco, Copertino, Diario di bordo, in, La czarda e il vento: antologia di autori salentini, Conte, Congedo G.i, Poesia sintetica, in, Il cuore di Amleto: testi, grafiche e fotografie di autori contemporanei salentini e ungheresi, nota introduttiva di G. Conte, traduzioni di F. Baranyi e A. Menenti, Veszprém, Pierpaolo De Giorgi, I fogli, in “L'Immaginazione”; Chiedendo e schiodando, La vita amico è l'arte dell'incontro e Maestà delle volte, in Omaggio al Salento, Torgraf, Galatina, In marcia di pace verso Assisi e Trilogia del molto e ben comunicare, in  Omaggio a Maglie cuore del Salento, Torgraf, Galatina, Fantastica pizzica, in, Salentopoesia, festival nazionale di poesia con musica e danza, Gallipoli, Conte, Lecce, Gheriglio in disegno e preghiera, in, Salentopoesia,  festival nazionale di poesia con musica e danza, Lecce, Conte, Lecce,  Isola nel Trasimeno, in, Salentopoesia, festival nazionale di poesia con musica e danza, Monteroni, Conte, Lecce, G. S'è cambiato il mondo? e Leggeri Cieli da Leggere, in Luigi Marzo: mostra di pittura, Spello, catalogo, Spello, Lascio un cielo di luce cinica, in Sulle ali di Pegaso senza mai cadere. Marzo: mostra di pittura, Città della Pieve, Tipografia Pievese, Città della Pieve 1998. Discografia Album Fantastica Pizzica (MC Discoexpress) Pizzica e Trance (MC Discoexpress) Pizzica e Rinascita (CDSorriso) Il tempo della taranta: pizzica d'autore (CDDrim) Pizzica grica: to paleo cerò (CDPlanet Music Studio) Pizzica e RinascitaRistampa (CD C&M) Taranta Taranta (CDIrma records). La pizzica la taranta e il vino. Il pensiero armonico – G. G.B.  Il libro è stato pubblicato la prima volta  e dopo  anni riteniamo particolarmente ricordarlo per la sua attualità culturale. G., peraltro, è socio della nostra ASSOCIAZIONE APSEC e collaboratore di questa nostra rivista. La ricerca innovativa e serrata compiuta da G., in tanti anni di impegno nelle acque agitate dell’etnomusicologia e dell’estetica, approda finalmente al porto sicuro dello studio La pizzica, la taranta e il vino: il pensiero armonico.    Accade allora che scoperte e sorprese, esposte con cura e rigore scientifico, si susseguano qui continuamente e senza soluzione di continuità, offrendo una concezione finalmente reale del tarantismo e della sua musica terapeutica, la pizzica pizzica, come pure del decisivo ruolo simbolico e religioso del vino nella civiltà mediterranea. Sono esperienze direttamente connesse con quelle antecedenti del dio Dioniso, il nume più significativo della Magna Grecia e dei territori da essa influenzati, archetipo dell’adesione entusiastica alla vita, della reciprocità e del dialogo.   Tramite Dioniso, nella musica e nella danza, come pure nel vino e nell’ebbrezza, l’uomo recupera il contatto con le radici più profonde dell’essere, che si manifestano armoniche, duali e complementari. Per questo i simboli della taranta, della pizzica pizzica e del vino sono rimedi psicologici che restituiscono l’armonia perduta e che si pongono come un’efficace risorsa anche oggi, per costruire un nuovo umanesimo. Sono simboli mitici, che collaborano con quelli della festa e del rito, e vengono prodotti da un soggetto collettivo. Devono essere considerati come arte tradizionale, alla stessa stregua dell’arte individuale. Nel delineare i confini di queste concezioni, G. rimedita il brillante ma non del tutto sufficiente “pensiero meridiano” di Nietzsche, di Camus e di Cassano. In Puglia, come in gran parte del mediterraneo, “il pensiero armonico” è il pensiero della rinascita e della misura, valori indispensabili anche oggi per un corretto cammino della coscienza verso la comprensione di se stessa e dell’uomo verso la propria natura divina.” IL PENSIERO ARMONICO E LA RICERCA IN PUGLIA La Puglia e il pensiero armonico Il mare, l’armonia degli opposti e la luce mediterranea Il pensiero armonico come incontro di mythos e di logos Le radici elleniche della tradizione pugliese Archeologia e storia. Etnomusicologia ed estetica della tarantella La ricerca comparativa sui brindisi e le analogie con la pizzica pizzica Il mito e il pensiero armonico del Mediterraneo nella contemporaneità L’ambivalenza del mito e la misura armonica La misura armonica e il cristianesimo Monoteismo e panteismo Noi e i miti del tarantismo e del labirinto. Verso un nuovo umanesimo  I BRINDISI E LA PIZZICA PIZZICA COME SIMBOLI DI RINASCITA I brindisi e la pizzica pizzica come simboli di rinascita in Puglia La festa e il pensiero mitico della rinascita La forza estetica di un’arte speciale del leccese, la pizzica pizzica Pizzica pizzica, tarantella e bellezza L’umanesimo mediterraneo e la bellezza mitica della pizzica pizzica e della tarantella Le civiltà del vino e l’ambiente poetico tradizionale della Puglia I brindisi, la tradizione popolare e il soggetto collettivo La ricerca etnomusicologica ed estetica e i brindisi tradizionali Il ritmo armonico della pizzica pizzica e la gestione delle contraddizioni La cumbersazione e i brindisi  IL TEMPO CICLICO, LA RIVOLTA COLLETTIVA E IL PENSIERO ARMONICO TRA ARTE E MITO Il tarantismo come rito di rinascita e il tempo ciclico come attività psichica collettiva di rivolta Nietzsche, l’eterno ritorno e il recupero del pensiero arcaico del Mediterraneo. Le analogie dello Zarathustra con il tarantismo La vita come conoscenza: grandezza e miseria di Nietzsche.  L’eterno ritorno dell’identico e l’eterno ritorno dell’analogo Gli errori di MARTINO (si veda) e le intuizioni di Camus. La rivolta come lotta contro il negativo e come affermazione dell’essere e della vita I brindisi, la pizzica pizzica e il rito del tarantismo come affermazioni della vita. La ierogamia e la rinascita I simboli della rivolta e dell’inversione terapeutica Il ruolo di inversione della pizzica tarantata: mito, ritmo e analogia La pizzica scherma di Torrepaduli e la rivolta mitica I risultati dell’analisi etnomusicologica: la biritmìa simbolica. La pizzica pizzica come analogon della dynamis armonica universale  PENSIERO ARMONICO E SOGGETTO COLLETTIVO Il ritorno al cielo del Sud e i fraintendimenti di Nietzsche. Dioniso e il pensiero armonico L’aióresis dionisiaca e la Processione dei Misteri di Taranto.  Il mare come simbolo armonico e come terapia L’intenzionalità collettiva: il teatro tragico del tarantismo e la tragedia greca Il tempo ciclico e la Magna Mater: l’evoluzione della coscienza La Grecia e il governo rituale degli archetipi. Pizzica pizzica e labirinto I brindisi tradizionali e la pizzica pizzica come arte tradizionale collettiva L’arte collettiva tradizionale come arte del mito. L’umanesimo della misura   IL SIMPOSIO, I BRINDISI E L’UMANESIMO DELLA MISURA La tradizione pugliese e il simposio greco e magnogreco Il brindisi e il simposio L’ethos del vino come armonia degli opposti La sperimentazione del divino e l’etica della misura Il pensiero armonico, l’agape e il rischio della dismisura La sublimazione del simposio La dismisura e la degenerazione del simposio   L’EMERSIONE DEL PENSIERO ARMONICO DALLA RICERCA E DALLA COMPARAZIONE La danza, le uova e le corna come simboli simposiali di rinascita. Il gesto dionisiaco delle corna nelle musiche e nelle danze della rinascita I saperi tradizionali dell’equilibrio mensurale del pensiero armonico: il ritmo e la benedizione La città di Brindisi, l’origine del nome brindisi e il Bacco in Toscana La cena della spillazione Il porto di Brindisi e le corna rituali come simbolo di rinascita. Il brindisi di Dioniso e di Semole come benedizione Indice dei nomi Iconografìa comparativa  Lecce Tarantula. Antropologia simbolo e iniziazione dalla Tradizione alla Contemporaneità Incontri culturali INCONTRI CULTURALI Tarantula. Antropologia simbolo e iniziazione dalla Tradizione alla Contemporaneità Da Ernesto De Martino ad oggi la Pizzica Salentina, la Taranta e tutto quel mondo che attorno ad essa ruota in maniera spettacolare e folklorico, in realtà nasconde studi e tradizioni che affondano le loro radici in un passato lontano. In una prospettiva più ampia si può dire che in Europa c'è un luogo che da qualche tempo a questa parte ha espresso una incredibile sequenza di suoni, stili, artisti, esperimenti e contaminazioni culturali. Questo luogo è il Salento. La Terra del Rimorso - come la definì MARTINO (si veda) - si è trasformata nella Terra dello spettacolo delle tradizioni. Riportando con forza la cultura popolare, l'attenzione per le radici, al centro dell'immaginario giovanile e del consumo pop, il Salento si è rivelata una meta a cui non si può rinunciare. A cinquanta anni dal viaggio della troupe di Ernesto de Martino nel Salento, quei luoghi si sono trasformati in altro, dimenticando l’Oltre. Negli ultimi vent'anni il Salento è stato spettatore della nascita delle dance hall del Sud Sound System, e dell'irruzione sulla scena della pizzica, sottratta da un lato al folklore, dall'altro all'accademia sino poi al più grande world music festival del mondo, la Notte della Taranta. Degli aspetti antropologici dell’argomento e di quelli iniziatici, simbolici ed esoterici se ne occuperanno Maurizio Nocera e Pierpaolo De Giorgi in un incontro dibattito senza precedenti  Mail Presidente Ass. Thorah – piscopo. grazia @libero.it    Biografie relatori G., laureato in Filosofia, è etnomusicologo, filosofo, musicista e poeta. Ha fondato e guida “I Tamburellisti di Torrepaduli”, con i quali ha suonato in Italia e in tutto il mondo, provocando la nascita-rinascita del genere musicale pizzica. Ha inciso sette dischi, che hanno venduto più di centomila copie, scrivendone i testi poetici e le musiche. Sue liriche sono state tradotte in greco e in ungherese. Assieme al pittore Luigi Marzo, ha pubblicato il noto volume Le strade che portano al Subasio passando dal Salento (Del Grifo). Ha tradotto in italiano La danza delle spade e la tarantella di Marius Schneider (Argo, 1999) e ha pubblicato numerosi volumi di ricerca, tra i quali Tarantismo e rinascita (Argo, 1999), L’estetica della tarantella (Congedo 2004), Pizzica e tarantismo (Edit Santoro, 2005), I poeti del vino (Congedo 2007), Il mito del tarantismo (Congedo, 2008), La pizzica, la taranta e il vino: il pensiero armonico (Congedo), La rinascita della pizzica: testi, poesia e storia dei Tamburellisti di Torrepaduli. La via della Taranta (Congedo 2012) che riformulano radicalmente le indagini sul tarantismo e sulla tarantella iatromusicale.  Maurizio Nocera - “Maurizio Nocera (classe 1947) … è un eccellente rappresentante di quella genia … di intellettuali militanti, che sono sempre di meno, oggi, in giro. “Impegnato” dalla punta delle (consumate) scarpe fino alla radice dei (pochi) capelli, infaticabile viaggiatore, talent scout, esploratore di mondi diversi, inguaribile sognatore, gran parlatore, insegnante, politologo, promoter culturale, contastorie, indefesso ricercatore e divulgatore di patrie memorie, bibliofilo, collezionista, scrittore, salentino al cento per cento eppure cittadino del mondo, giornalista, poeta, saggista, storico, critico letterario, editore. Vincenti, Io e Maurizio Nocera, in spigolaturesalentine. wordpress. co /spigolautori maurizio-nocer a/). Maurizio Nocera è segretario provinciale dell'ANPI di Lecce.Grice: “Giorgi is not an Italian philosopher; he is a Leccese philosopher. You have to be Leccese to be a Leccese philosopher, and only a Leccese philosopher will NOT appropriate TARANTA – as Martino did – misunderstanding it – The idea of Nietzsche on Bacco is all very well, but Giorgi notes that you have to have the Leccese experience to understand all this”. Nome compiuto: Pierpaolo De Giorgi. Giorgi. Keywords: l’implicatura di Bacco, il ritorno di Dioniso; mito. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giorgi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorgi:  la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della fiducia nella fiducia – filosofia vernolese – la scuola di Vernole -- filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vernole). Abstract. Grice: In what I call the fundamental question regarding what I propose as the goal of communication, trust features large, but as G. notes, this is a second-order trust – trust in one’s addressee’s trust, and trust in our trust in our addresee’s trust. Without such a hierarchy, interest never reaches the level of a duty!” Keywords: fiducia nella fiducia. Filosofo vermolese. Filosofo luccese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Vermole, Lecce, Puglia Grice: “Giorgi discovered a phenomenon I often overlooked: meta-trust: ‘la fiducia nella fiducia e, alla Parsons, la fiducia di ego con alter, e alter con ego. Grice: “I love Giorgi, for various reasons; unlike Sir Geoffrey Warnock, or me, who base our Kantian-type morality on trust, Giorgi recognises a very apt distinction between trust and ‘meta-trust’ – fiduccia nella fiduccia: fiduccia nell’altro!” Insegna a Salento. Si laurea a Roma con “il giuridico e il deontico” – Fonda il Centro Studi sul Rischio a Lecce. Studia i sistemi sociali. Altre opera: “Sociologia del diritto” Manuale di diritto del lavoro e legislazione sociale” “Azione e imputazione” “La società”; “Diritto e legittimazione” “Mondi della società” o, con Stefano Magnolo” “Filosofia del diritto” “Futuri passati”  Fiducia è un meccanismo, un dispositivo di riduzione della complessità. Fiducia non è un valore positivo dell'agire o dell'esperienza; non rappresenta una preferenza rispetto al suo opposto, non ha valore morale di preferibilità. Fiducia e sfiducia sono grandezze non convertibili. Dare fiducia ad altri o suscitare fiducia in altri non sono qualità morali, disposizioni buone, né preferibili o migliori in assoluto. Il riscontro della loro preferibilità è la situazione, la conferma della validità dell'orientamento alla fiducia può essere reperita solo nella dimensione temporale, l'accertamento dell'opportunità può essere dato solo dal futuro. La funzione della fiducia, infatti, si dispiega nella tensione fra presente e futuro. In questa tensione si proietta nel presente il dramma dell'incertezza e il rischio del non sapere. Il sapere, infatti, esclude il rischio e rende inutile la fiducia. Il non sapere, invece, impone al singolo, al sistema personale o sociale, la necessità di reperire un dispositivo di assorbimento dell'incertezza che rischia di paralizzare l'agire. Il problema, allora, è il tempo; lo spazio di questo tempo è il presente, una estensione temporale della cui durata ci si rende conto soltanto quando è finita, cioè quando è già diventata un passato. Lo spazio della fiducia è questo. Solo in questo spazio si può avere fiducia. In esso cioè si può costruire, sviluppare, mettere alla prova quella inevitabile avventura che è l'anticipazione delle aspettative dell'altro. Fiducia non è altro che questa anticipazione che orienta l'agire e l'esperire. Ma è un'avventura del presente che anticipa il futuro nella rappresentazione di colui che ha fiducia, perché si serve solo delle risorse di una propria prestazione effettuata in anticipo e costruita su una propria rappresentazione del mondo. Una risorsa esterna, una certezza, renderebbe inutile dare fiducia. La fiducia costituisce una mediazione tra la complessità del mondo e l'attualità dell'esperienza. Una mediazione drammatica, rischiosa, che si sostiene sul sapere di non sapere, che produce da sé le risorse che investe e con le quali si espone al futuro anticipandolo e all'altro rappresentandosi le sue aspettative. Fiducia non è affidamento all'altro. Fiducia non è il racconto dell'altro. Non ci sarebbe il dramma, non ci sarebbe neppure la possibilità di raccontare l'altro, se fiducia avesse a che fare immediatamente con l'altro. Fiducia ha a che fare con la propria rappresentazione dell'altro; essa è affidamento alle proprie aspettative dell'altro. Fiducia è esposizione del sé. Fiducia è abbandono al sé, per questo c'è il rischio, il dramma, la tensione. G., Presentazione dell'edizione italiana, in N. Luhmann, La fiducia, Bologna, il Mulino, Riferimenti Bibliografici, Berger, Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Bologna, Luhmann, Illuminismo sociologico, Milano, Schütz, La fenomenologia del mondo sociale, Bologna, La semantica del rischio Decisione razionale e azione sociale  G., Filosofia, Lecce, Centro Culturale. Sulla situazione delle scienze sociali  Se si osserva il panorama delle scienze sociali oggi, si può affermare che esse sono alla ricerca di temi attuali riferiti alla società, ma che per questo non dispongono ancora di una struttura teorica adeguata, in particolare non sono pervenute ancora a una adeguata descrizione della società moderna. Le discussioni teoriche vengono effettuate in relazione ad autori, in particolare in relazione a classici. Questo comporta, nel modo di porre i problemi, la presenza di un sovraccarico di vecchie prospettive e l’implicito orientamento ad una società che in virtù del suo ottimismo sul progresso aveva raggiunto i suoi limiti, ma poteva tener presente solo in misura limitata le conseguenze della società moderna e le poteva trattare solo come problemi della distribuzione del benessere. Le acquisizioni alle quali si è pervenuti sono date da un atteggiamento scettico verso l’organizzazione e la razionalità (Weber) o da una critica della struttura di classe della società moderna. Di queste acquisizioni vive ancora oggi la discussione teorica.  La società moderna ha reso urgenti problemi completamente diversi: il problema dell’ecologia, il problema delle conseguenze che derivano dalle nuove tecnologie, dalla ricerca biologica e genetica: ma anche il problema delle conseguenze legate a determinate politiche di investimento o quello relativo al rapporto tra uso del denaro per fini speculativi o per fini produttivi. Si tratta solo di alcuni indici degli ambiti problematici con i quali continuamente si confronta la società contemporanea e rispetto ai quali la soglia di attenzione, e quindi di preoccupazione, sembra essere più alta.  Negli anni più recenti è sembrato che la scienza sociale riuscisse ad andare oltre la discussione sui classici: si è elaborato così un orientamento problematico che può essere descritto mediante concetti quali complessità, problemi del controllo e guida, possibilità dell’azione ed altri ancora. Così la società viene descritta dalla prospettiva dell’agire politico e quindi dalla prospettiva della pianificazione, la quale ha davanti a sé campi di realtà altamente complessi, in cui tutte le azioni scatenano “conseguenze perverse” e producono problemi che danno motivo a nuove forme dell’agire. Tuttavia anche questa discussione ha raggiunto in modo incontestabile i suoi limiti, non dispone di potenziale esplicativo dell’agire reale e ripropone ormai solo l’originaria formulazione dei problemi. All’ottimismo del progresso si è sostituita la paura del futuro, all’ansia della pianificazione e del controllo, la rassegnazione verso le conseguenze perverse dell’agire che, non potendo essere previste, vengono rese oggetto di analisi empirica: un motivo ulteriore per considerare il presente con disappunto e per tentare di risolvere mediante il ricorso alla morale ciò che sembrava impossibile risolvere mediante la razionalità.   Non si può affatto prevedere che nel prossimo futuro la scienza sociale riuscirà a colmare il deficit teorico che la caratterizza e a pervenire ad una convincente descrizione della società moderna. E’ possibile però isolare temi speciali, che in questa direzione sono fruttuosi e possono essere utilizzati perché le ricerche si concentrino su di essi. Il tema rischio può costituire un tema cosiffatto. Esso è un tema nuovo rispetto alla discussione sui classici e mantiene considerevole distanza rispetto alle teorie sulla decisione razionale o sulla pianificazione razionale. Esso attualizza la dimensione del tempo, una dimensione centrale per la società moderna da tutte le prospettive. Esso altresì ha particolare riferimento rispetto ai temi che nell’opinione pubblica hanno acquistato un significato considerevole e che, gradualmente, diventano dominanti. Esso ha quindi tutte le chances di fornire un contributo rilevante alla comprensione delle condizioni sociali nelle quali oggi inevitabilmente viviamo e delle quali in un qualunque modo dobbiamo tener conto.  Stato della ricerca.  Il tema rischio ha stimolato una mole immensa di ricerche ed ha raccolto una letteratura che ormai non è più possibile controllare. Nella letteratura meno recente il tema si è sviluppato prevalentemente sotto la voce: insicurezza. La ricerca però si è concentrata su alcuni punti cruciali e non è pervenuta all’elaborazione di una chiara concettualità teoretica.   Da una parte è dato di trovare ricerche sulla valutazione delle conseguenze prodotte dalle nuove tecnologie; queste ricerche presentano ramificazioni molto concrete: ad esempio la valutazione degli effetti cancerogeni che derivano da alcuni prodotti chimici o la valutazione delle possibilità che si verifichino eventi particolarmente improbabili ed insieme altamente catastrofici. Questa letteratura è orientata nel senso delle teorie della casualità o nel senso della statistica: essa ha prodotto a sua volta altra letteratura che si occupa della posizione e del ruolo degli esperti rispetto alla politica e che di conseguenza individua una perdita di prestigio e di credibilità della scienza e degli esperti nelle diverse tecnologie, qualora questi, sotto la pressione e l’urgenza delle decisioni siano costretti a rendere manifeste le loro insicurezze o le controversie interne alla scienza stessa.   Si tratta di una letteratura e di un insieme di ricerche che tematizzano i problemi della sicurezza rispetto a situazioni di pericolo oggettivo, ma che non riguardano la prospettiva di chi, nell’agire concreto, deve decidere se rischiare o non rischiare e a quali costi.   Accanto a queste ricerche è dato di trovarne altre che sono orientate in misura crescente in senso psicologico e che indagano i modi in cui i singoli si comportano in situazioni di rischio. Risultato di queste ricerche è una distinzione di variabili che influenzano il comportamento, come ad esempio l’influsso della fiducia di sé o del controllo di sé sulla disponibilità di colui che agisce verso il rischio.   Un altro orientamento di ricerca si occupa dei deficit di razionalità e degli “errori” statistici che è possibile individuare nel comportamento decisionale quotidiano. La disponibilità al rischio dipende, secondo queste ricerche, non da ultimo dal modo in cui colui che decide pone il problema col quale deve misurarsi.  Questi orientamenti ai quali si sostiene la ricerca sul rischio permettono di comprendere perché gli esperti che si occupano della percezione e valutazione del rischio e delle strategie del suo trattamento, siano essenzialmente studiosi di scienze naturali, di statistica, di economia (in particolare per i settori relativi alle teorie della scelta razionale, del calcolo dell’utilità, ecc.) o di psicologia. Persino il tema comunicazione sul rischio viene trattato da specialisti che hanno questa formazione.  La sociologia si è occupata fino ad ora prevalentemente degli aspetti limitati dei nuovi movimenti che si formano nella società a seguito della accresciuta percezione del rischio. La scienza politica ha manifestato scarsa attenzione per i problemi che derivano dal fatto che le questioni legate al rischio sovraccaricano gli interessi politici. Accanto alla medicina si è stabilizzata un’etica che si occupa dei modi in cui la morale dovrebbe affrontare questioni che sembrano sottrarsi al calcolo razionale.  Nonostante la sua ampiezza, l’attuale ricerca sul rischio non riesce a pervenire a risultati utili sia alla descrizione dell’agire decisionale che alla determinazione di possibilità ulteriori degli stessi ambiti decisionali, perché è legata da vincoli che derivano dal modo stesso in cui il problema del rischio viene tematizzato. Questi vincoli sono definiti dai modelli derivati dalle teorie della decisione razionale e dalle teorie psicologico-individualistiche. Integrazione teorica. Tanto dal panorama delle ricerche quanto dall’eterogeneità dei diversi approcci scaturisce un considerevole bisogno di integrazione teorica. Le prestazioni innovative che è possibile effettuare in rapporto allo stato attuale della ricerca dipendono dal fatto che si riesca ad elaborare e a rendere disponibile una concettualità teorica capace di rendere possibili questi riferimenti.  Il concetto di rischio è stato definito essenzialmente in relazione agli ambiti della relazione razionale, per così dire, come concetto per la elaborazione dei problemi del calcolo razionale. Da qui derivano considerevoli difficoltà di delimitarne significato e contenuto. Nella letteratura si scambiano e si utilizzano come equivalenti e fungibili con il concetto di rischio formulazioni quali pericolo, danger, hazard, insicurezza e simili. Proprio per questo, sul piano metodologico è necessario mettere in chiaro nel contesto di quali distinzioni il rischio acquista il suo contenuto e significato proprio.  La distinzione tra rischio e sicurezza sembra inutilizzabile. Sicurezza in quanto opposta a rischio, indica solo un posto vuoto che non può certo essere riempito empiricamente. Sicurezza, nello schema rischio-sicurezza, indica solo un concetto riflessivo: esso esibisce solo la posizione dalla quale tutte le decisioni possono essere analizzate dal punto di vista del loro rischio. Sicurezza, in questo senso, universalizza solo la coscienza del rischio; d’altra parte non è un caso se, a partire dal XVII secolo, tematiche della sicurezza e tematiche del rischio si sviluppano insieme.   Per questo sarebbe necessario provare se sia possibile intendere il concetto di rischio utilizzando le prospettive fornite dalla teoria attributiva. Nel generale contesto di una insicurezza rispetto al futuro e di un danno possibile, si potrebbe parlare di rischio quando un qualche danno venga imputato ad una decisione, cioè quando questo danno debba essere trattato come conseguenza di una decisione (o da colui che decide o da altri). Il concetto opposto sarebbe allora il concetto di pericolo, che è applicabile quando danni possibili vengano imputati all’esterno. Una tale concettualizzazione permetterebbe di utilizzare la problematica dell’attribuzione che si è rivelata fruttuosa e saldamente sperimentata. La concettualizzazione proposta dà insieme plausibilità al fatto che nella società moderna la maggiore coscienza del rischio sia correlata all’accrescimento delle possibilità di decisione. Beck, Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Frankfurt a.M., Beck, Politik in der Risikogesellschaft. Essays und Analysen, Frankfurt a.M.,Covello, J. Mumpower, Environmental Impact Assessment, Technology Assessment, and Risk Analysis, NATO ASI Series, Berlin-Heidelberg, Douglas, Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio, Milano, Douglas, Wildavsky, Risk and Culture. An Essay on the Selection of Technological and Environmental Dangers, California, Evers, Helga Nowotny, Über den Umgang mit Unsicherheit. Die Entdeckung der Gestaltbarkeit von Gesellschaft, Frankfurt a.M., Giddens, The Consequences of Modernity, Stanford, Hahn, Willy H. Eirmbter, Rüdiger Jacob, Le Sida: savoir ordinaire et insécurité, «Actes de la recherche en sciences sociales, Hijikata, Armin Nassehi, Riskante Strategien. Beiträge zur Soziologie des Risikos, Opladen, Johnson, Covello, The Social and Cultural Construction of Risk, Dordrecht, Kaufmann, Sicherheit als soziologisches und sozialpolitisches Problem. Eine Untersuchung zu einer Wertidee hochdifferenzierter Gesellschaften, Stuttgart, Königswieser, Matthias Haller, Peter Maas, Heinz Jarmai, Risiko-Dialog, Köln, Krücken, Risikotransformation. Die politische Regulierung technisch-ökologischer Gefahren in der Risikogesellschaft, Opladen, Luhmann, Sociologia del rischio, Milano, Perrow, Normal Accidents. Living with High-Risk Technologies, New York, Wildavsky, Searching for Safety, New Brunswick-London,  I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca del Collegio San Carlo. Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione. Grice: “Giorgi understands trustworthiness perfectly. However, he does not seem to care to provide a moral background for it, which is okay with me, since being trustworthy and expecting others to be trustworthy is what an honest chap does! It’s different with PERJURY, and Giorgi has shed light on the notion of legitimacy – an oath of trustworthiness becomes a LEGAL BOND – not just moral. It is however better to consider the moral trustworthiness as PRIOR conceptually to the legal trustworthiness – even if conceptual priority can go both ways. EPISTEMICALLY, to have a law that condemns perjury may be the best way NOT to have faith in faith (fiducia nella fiducia) but PRESUPPOSE that the other has a moral-legal bond to be trustworthy. The perjury figure in Roman law has to be considered historically, since if there was something the Italians are good at is Roman law!” – Nome compiuto: Raffaele De Giorgi. Giorgi. Keywords: fiducia nella fiducia, il giuridico, il deontico, imputazione, azione, fiduzia nella fiducia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giorgi” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giovanni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della civetta di Minerva – filosofia napoletana – la scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “In my ‘Philosophical Eschatology, I let room for Allegory and Metaphor, on which the Hun and the Italians excell!” Keywords: civetta di Minerva. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano.  Napoli, Campania. Grice: “The Italians love ‘divenire’ as in ‘being and becoming’ – but if I say Mary is becoming a princess, ain’t Mary being?” Grice: “I like Giovanni; only in Italy, you write an essay on Marx on cooperation and on Kelsen; and then of course an Italian philosopher HAS to philosophise on Vico: ‘divvenire della ragione,’ Giovanni calls what I would call a critique of conversational reason!” Ha aderito successivamente alla Rosa nel Pugno.  Simpatizzò per la monarchia e l'11 giugno 1946 fu tra coloro che presero parte agli scontri che causarono la strage di via Medina; in seguito avrebbe spiegato la sua partecipazione con queste parole: “Già leggevo Hegel ero monarchico perché credevo all'unita dello Stato.” “Scappai quando la situazione s'incanaglì». Si laurea a Napoli con la tesi “Vico: natura e ius.” Insegna a Bari.  Direttore di “Il Centauro. Rivista di filosofia". Altre saggi: “L'esperienza come oggettivazione: alle origini della scienza”; “Il concetto di classe sociale in Cicerone”; “La borghesia italiana”; “Il concetto di prassi”; “Marx dopo Marx”  (cf. Luigi Speranza, “Grice dopo Grice.” Impilcature: Not Grice! --; “La nottola di Minerva”; -- il guffo di Minerva – la civetta di Minerva -- “Dopo il comunismo”; il comune -- “L'ambigua potenza dell'Europa”; “Da un secolo all'altro: politica e istituzioni” – istituzione istituzionalismo istituismo “La filosofia e l'Europa”; “Sul partito democratico. Aristocrazia, democrazia crazia cratos concetto di potere -- -- Opinioni a confronto”; “A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?” “Elogio della sovranità politica, -- il sovrano – lo stato sovrano – Machiavelli --  Editoriale scientifica, “Le Forme e la storia. Scritti in onore di Giovanni, Napoli, Bibliopolis,  La parabola di Giovanni.  Il dibattito Un saggio di de Giovanni paragona Severino al filosofo del fascismo. Ma a tutte le sue obiezioni è possibile rispondere È Gentile il profeta della civiltà tecnica Ne rende possibile il dominio planetario. Eppure la legge del divenire è eterna di SEVERINO Gentile e assassinato perché e la voce più autorevole e convincente del fascismo. Eppure la sua filosofia è la negazione più radicale di ciò che il fascismo ha inteso essere. Non solo. Essa è tra le forme più potenti — non è esagerato dire la più potente — della filosofia del nostro tempo. Di tale potenza lo stesso Lenin si e accorto — forse gli assassini di Gentile non lo sanno neppure. Tanto meno lo sa la cultura filosofica dominante, che mai riconoscerebbe a un italiano un così alto rilievo. Non solo. Contrariamente agli stereotipi che vedono in Gentile un avversario della scienza, l’attualismo gentiliano è l’autentica filosofia della civiltà della tecnica: rende possibile il dominio planetario della tecno-scienza, ancora frenato dai valori della tradizione. Altrove ho mostrato il fonda- mento di queste affermazioni. Il saggio di G. Disputa sul divenire. Gentile e Severino (Scientifica) è un grande e suggestivo contributo al loro approfondimento — come d’altronde c’e da attendersi dalla statura culturale e sociale dell’autore. Va facendosi largo nel mondo la convinzione che l’uomo non possa mai raggiungere una verità assolutamente innegabile; che, prima o poi, ogni verità siffatta resti travolta da altri modi di pensare, da altri costumi, cioè si trasformi, muoia: divenga. Travolta, anche la certezza che esistano le cose che ci stanno attorno; essa è innegabile solo fino a che esse non vanno distrutte: era innegabile solo provvisoriamente. Esser convinti dell’inesistenza di ogni verità assoluta è quindi, insieme, esser convinti dell’inesistenza di ogni Essere immutabile ed eterno. Dio è morto, si dice. La negazione di ogni verità assoluta e innegabile non investe dunque l’esistenza del divenire del mondo. Anzi, proprio perché si fa largo la convinzione che il divenire di ogni cosa e di ogni stato sia assolutamente innegabile (ed eterno), proprio per questo è inevitabile che ci si convinca dell’impossibilità di ogni altro innegabile e di ogni altro eterno. Gentile lo mostra nel modo più rigoroso (mentre il fascismo, come ogni assoluti- smo politico, intendeva essere la configurazione inamovibile dello stato. Ma è appunto per quell’estremo rigore che G. rileva, a ragione, l’incolmabile contrasto tra la filosofia di Gentile e il tema centrale dei miei scritti, l’affermazione cioè che la verità assolutamente innegabile esiste e che tutto ciò che esiste (nel presente, nel passato, nel futuro) è eterno, ossia non esiste alcunché che esca dal proprio esser stato nulla e che sia travolto nel nulla. Certo, la più sconcertante delle affermazio- ni. Che però G. considera fondata con altrettanto rigore. Infatti, mi sembra, egli è inte-ressato al contrasto Gentile-Severino perché vede in ogni forma di contrasto una conferma della propria prospettiva di fondo, per la quale l’esistenza umana è, da ultimo, un contrasto insana- bile tra il desiderio dell’uomo, finito, di esser sal- vato dall’Infinito e la problematicità del rapporto finito-Infinito. Quindi, a suo avviso, per quanto rigorose possano essere la posizione filosofica di Gentile e la mia, ci dev’essere in entrambe un vizio o più vizi di fondo che non possono venir estirpati. Attraverso una finissima procedura in- terpretativa de G. lo fa capire rivolgendo domande, obiezioni sotto forma di domande. So- prattutto a me. Provo a rispondere ad una soltan- to. In modo adeguato risponderò in altra sede. Ma prima rivolgo anch’io una domanda a G.. La sua prospettiva — qui sopra richiamata in modo molto sommario — intende essere una verità assolutamente innegabile o una proposta dove non si esclude che la verità innegabile esista da qualche parte? Propendo per la prima alternativa. Mi sembra infatti che anche per G.  l’unica verità indiscutibile sia la storicità del reale, cioè il divenire che travolge ogni altra presunta verità. La sua distanza da Gentile tende così a vanificarsi nonostante le obiezioni, che a questo punto hanno un carattere subordi- nato. E infatti G. mi chiede se non ci sia «qualcosa di ineluttabile» «nella condizione mortale dell’uomo», se la morte non sia la prova inconfutabile, l’irrefutabile cogenza che l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla — e anzi, lasciando da parte il domandare, afferma che il mio discorso «si scontra con il fatto che l’uomo muore.  Il contesto in cui G. avanza queste domande-affermazioni è incommensurabilmente lontano dall’ingenuità con cui a volte queste domande mi vengono rivolte. Ma in questa sede può essere opportuno richiamare — ancora una volta — che i miei scritti, ovviamente, non hanno mai negato che l’uomo muoia e come muoia e resti il suo ca- davere, ma hanno sempre negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal nulla e che la morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che questo andirivieni non è un fatto. Provo a chiarire. Che il dolore, l’agonia, la morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un fatto significa che se ne fa esperienza. Certo. Si fa esperienza dell’orrore della morte, che è sempre la morte altrui. Ma chi crede che la morte sia un andare nel nulla non crede (è impossibile che creda) che l’uomo vada nel nulla ma, insieme, continui ad essere un fatto che appartiene al contenuto dell’esperienza: gli appartenga nello stesso modo in cui gli apparteneva prima di annientarsi. Nell’esperienza rimane il ricordo di coloro che sono andati nel nulla, e il ricordo è un fatto; ma non rimane il fatto in cui consisteva il loro es- ser vivi, non si fa più esperienza del loro esser stati vivi. Chi, dunque, crede che la morte sia an nientamento crede che — pur avendo avuto espe- rienza dell’agonia e del cadavere — ciò che è di- ventato niente sia diventato anche qualcosa che non appartiene più all’esperienza, che non è un fatto. Ma allora è impossibile che l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’espe- rienza, e quindi mostri che esso è diventato niente. Di questa sorte l’esperienza non può che tacere. Cioè l’annientamento non può essere un fatto. E se il cadavere viene bruciato e, come si dice, diventa cenere; allora anch’esso, come tutta la vita passata di chi è morto, esce dall’esperienza —anche se ne rimane il ricordo. Daccapo: che es- so, diventando cenere, sia diventato niente non può essere l’esperienza ad attestarlo. Ci si convince dunque che la morte è annienta- mento non sulla base dell’esperienza, ma sulla ba- se di teorie più o meno consistenti. All’inizio i vivi si fermano atterriti di fronte alle configurazioni orrende della morte dei loro simili e restano colpiti dalla loro assenza; i morti non ritornano, vivi, come invece il sole torna a risplendere al mattino. Anche su questa base, quando si fa avanti la rifles- sione filosofica sul nulla, si pensa che ciò che non ritorna sia diventato niente e si crede di sperimentarne l’annientamento. Gentile sta al culmine di tale fede e, con la propria teoria generale dello spirito, dimostra nel modo più radicale l’impos- sibilità di ogni realtà esterna all’esperienza, sì che l’uscire dall’esperienza è per ciò stesso l’andare nel niente. Ma, appunto, si tratta di una dimostrazione, di una teoria, non della constatazione di un fatto. Dunque, la sconcertante affermazione, al cen- tro dei miei scritti, che tutto ciò che esiste è eter- no, non è un paradosso che si scontra con l’esperienza, cioè con il fatto che l’uomo muore. All’opposto, a scontrasi con l’esperienza sono coloro che — affermando la sua capacità di atte- stare l’annientamento degli uomini e delle cose — vedono in essa ciò che in essa non c’è e non può esserci. Sono molti, moltissimi? Non importa. An- che quando qualcuno ebbe a mostrare che è la Terra a girare attorno al sole e non viceversa, tutti gli altri lo negavano, sconcertati. A questo punto G.  deve mostrare per- ché (una volta escluso lo «scontro con il fatto») non accetta la fondazione che di quella sconcer- tante affermazione ho indicato nei miei scritti. At- tendo. Ma anche tutte le altre sue domande attendono la mia risposta.Il tramonto del principe: "Fin dall'inizio della sua attività G. ha accompagnato al suo discorso teorico e politico una notevole attività di carattere storico-filosofico. Si può dire, anzi, che per certi versi questi sono tre aspetti di una medesima ricerca che, secondo una tipica 'tradizione' italiana, ha intrecciato, in modo consapevole, filosofia, storiografia e politica. Ma questa è una considerazione preliminare, di carattere generale. Ciò che distingue la posizione di de Giovanni è il modo con cui ha istituito questo intreccio - il suo 'punto di vista' - e i risultati che è riuscito a conseguire." (dalla prefazione di Michele Ciliberto). Con una postfazione sulla storia de "Il centauro" di Dario Gentili Biagio di Giovanni. Giovanni. Keywords: essere/divenire – dall’essere al divenire -- divenire della ragione conversazionale: Vico, Hegel, Marx, nottola di Minerva; monarchia – stato -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovanni: il divennire della ragione conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giovenale: la ragione conversazionale e la satira del filosofo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract: Grice: The main difference between Oxonian philosophy and Roman philosophy is that the latter is older!” Keywords: Roman philosophy. Filosofo italiano.  Renowned for his satires in which it is possible to identify a variety of philosophical interests, if not influences.  «Orandum est ut sit mens sana in corpore sano» (Satire, X, 356)   Decimo Giunio Giovenale Decimo Giunio Giovenale (in latino Decimus Iunius Iuvenalis, pronuncia classica o restituta: [ˈdɛkɪmʊs ˈjuːnɪ.ʊs jʊwɛˈnaːlɪs]; Aquino, tra il 50 e il 60 – Roma, dopo il 127) è stato un poeta e retore romano.  Biografia  Satirae, 1535. Da BEIC, biblioteca digitale Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte, ricavabili dai rari cenni autobiografici presenti nelle sue sedici Satire scritte in esametri giunte fino ad oggi e da alcuni epigrammi a lui dedicati dall'amico Marziale.  Giovenale nacque ad Aquinum, nel Latium adiectum. Poiché nella prima satira, databile poco dopo il 100 d.C., si definisce non più iuvenis (v.25) - il che implica che avesse almeno quarantacinque anni - la data di nascita si può indicare approssimativamente fra il 50 e il 60 d.C. Marziale (unico autore contemporaneo a parlare di Giovenale) lo descrive intento alle faticose e umilianti occupazioni del cliens[1]: probabilmente non apparteneva ad ceto elevato, ma ricevette ugualmente una buona educazione retorica. Intorno ai trent'anni cominciò forse ad esercitare la professione di avvocato, dalla quale però non ebbe i guadagni sperati e ciò lo convinse a dedicarsi alla scrittura, alla quale arrivò in età matura, circa a quarant'anni.  Visse soprattutto all'ombra di uomini potenti, nella scomoda posizione di cliens, privo di libertà politica e di autonomia economica ed è probabilmente questa la causa del pessimismo che pervade le sue satire e dell'eterno rimpianto dei tempi antichi. Scrisse fino all'avvento dell'imperatore Adriano e non si sa con certezza la data della sua morte, sicuramente posteriore al 127, ultimo termine cronologico ricavabile dai suoi componimenti.  Il mondo poetico e concettuale di Giovenale  Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (69 - 117). Giovenale considerò ridicola la letteratura mitologica, in quanto troppo lontana dal clima morale corrotto in cui viveva la società romana del suo tempo: egli considerò la satira indignata non soltanto la sua musa, ma anche l'unica forma letteraria in grado di denunciare al meglio l'abiezione dell'umanità a lui contemporanea.  In quanto scrittore di satire, Giovenale è stato spesso accostato a Persio, ma tra i due vi è una profonda differenza: Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini, perché, a suo dire, l'immoralità e la corruzione sono insite nell'animo umano.  Proprio come in Persio è presente l'astio sociale, ma non esiste alcun intento esplicito di risolvere ciò che lui stesso condanna (non esiste un intento moralistico, ma solo satirico): a suo dire, non ci sono più le condizioni sociali che possano portare alla ribalta grandi letterati come Mecenate, Virgilio e Orazio lo erano nel periodo augusteo, perché, nella Roma dei suoi tempi, il poeta è bistrattato e spesso vive in condizioni di estrema povertà, tanto che spesso è la miseria che lo ispira.  Questa radicale avversione contro le iniquità e le ingiustizie, che lo portò anche a declamare versi di rabbia e protesta, è stata interpretata da alcuni come segnale di un atteggiamento democratico. Questo modo di intendere Giovenale è molto superficiale: al di là di qualche verso scritto in favore degli emarginati, l'atteggiamento di Giovenale è di inequivocabile disprezzo nei loro confronti, in quanto essi non hanno avuto l'intelligenza necessaria per uscire dalla loro condizione sociale.  Più che un democratico solidale, Giovenale fu un idealizzatore del passato, di quel buon tempo in cui il governo era caratterizzato da una sana moralità "agricola". Questa utopica fuga dal presente rappresenta l'implicita ammissione della frustrante impotenza di Giovenale, dato che nemmeno lui era in grado di "muovere le coscienze".  Negli ultimi anni della sua vita, il poeta rinunciò espressamente alla violenta ripulsa mossa dall'indignazione e assunse un atteggiamento più distaccato, mirante all'apatia, all'indifferenza, forse allo stoicismo, riavvicinandosi a quella tradizione satirica da cui in giovane età si era drasticamente allontanato. Le riflessioni e le osservazioni, un tempo dirette ed esplicite, divennero generali e più astratte, oltreché più pacate. Ma la natura precedente del poeta non andò del tutto distrutta e, tra le righe, magari dopo interpretazioni più complesse, si può ancora leggere la rabbia di sempre. Si parla di un "Giovenale democriteo", per designare il Giovenale degli ultimi anni, lontano dall'indignatio iniziale.   Lo stesso argomento in dettaglio: Satire (Giovenale). Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale sono le donne, in special modo quelle emancipate e libere tra le matrone romane, che, per il loro disinvolto muoversi nella vita sociale, personificano agli occhi del poeta lo scempio stesso del pudore.  Quelli che egli considerava i vizi e le immoralità dell'universo femminile gli ispireranno la satira VI, la più lunga, che rappresenta uno dei più feroci documenti di misoginia di tutti i tempi, dove campeggia la cupa grandezza di Messalina, definita Augusta meretrix, ovvero "prostituta imperiale". Messalina viene presentata appunto come una persona dalla doppia vita: non appena suo marito Claudio si addormenta, ne approfitta per prostituirsi in un lupanare fino all'alba, "lassata viris necdum satiata" (stanca di tanti, ma non soddisfatta). Questa satira è stata scritta con l'intento di dissuadere dalle nozze l'amico Postumo e come esempio negativo di degenerazione vi è anche la figura di Eppia, una donna che fugge con un gladiatore, abbandonando il marito Veientone (un senatore), la sorella e i figli.  Le descrizioni dei comportamenti delle matrone romane da parte di Giovenale sono infatti spesso aspre e crude: frequenti sono i tratti quasi irreali di scialacquatrici senza il minimo freno morale, che non badano alla povertà alle porte perseverando in esistenze condite dei più turpi misfatti. Si contano avvelenamenti, omicidi premeditati di eredi, sebbene talvolta si tratti dei propri figli, superstizioni superficiali, maltrattamenti estremi della servitù, nel segno di frustate e volontà di crocifiggere chi abbia commesso anche il minimo errore, a cui si aggiungono tradimenti e leggerezze morali imperdonabili agli occhi di Giovenale. Significativa, come riassuntiva di quanto esposto, questa frase pronunciata da una matrona: "O demens, ita servus homo est?" ("O stupido, così uno schiavo sarebbe un essere umano?")[2].  Altro comune bersaglio di Giovenale fu l'omosessualità, che si traduce per lui e per il mondo cui appartiene in una fatidica bolla d'infamia (si veda a questo proposito la Lex Scantinia). Giovenale conosce e distingue due diversi tipi di "omosessuale":  quello che per natura proprio non può dissimulare la sua condizione (quindi tollerato, poiché è il suo triste destino); quello che per ipocrisia si nasconde di giorno pontificando rabbiosamente sulla corruzione degli antichi costumi romani, per poi sfogarsi di notte lontano da occhi indiscreti. Entrambi questi tipi vengono condannati da Giovenale, poiché omosessuali, ma il secondo in modo particolare, per essersi reso ancora più odioso dall'alto del suo piedistallo di falso censore: ecco, quindi, che si ritrova quella carica anti-moralistica che è una cifra fondamentale della sua poetica. Il disprezzo per le convenzioni è bilanciato da una mitizzazione pressoché integrale del passato, secondo il tipico topos della perduta età dell'oro, quella dei popoli latini pastori e agricoltori, non ancora contaminati dai costumi orientali: infattic, Giovenale contrappone sempre l'omosessuale molle, urbano e molto raffinato, al ruvido e pio contadino repubblicano, in cui si concentrano per contrasto tutte le qualità di una civiltà guerriera, gloriosa e perduta. Tanto lontani dovevano apparire ai suoi occhi quei tempi di rustica virtù, almeno quanto appaiano a noi vicine simili libertà di costume (I-II secolo d.C.), al punto che, nella seconda satira, Giovenale dice espressamente, riferendosi alle unioni tra omosessuali:  (latino) «Liceat modo vivere; fient, fient ista palam, cupient et in acta referri» (italiano) «Vivi ancora per qualche tempo e poi vedrai, vedrai se queste cose non si faranno alla luce del sole e magari non si pretenderà che vengano anche registrate.» (Giovenale, Satira II, vv 135-136.)  Il disprezzo per gli omosessuali si spinge in lui fino al punto da coinvolgere lo stesso imperatore, sfiorando il reato di lesa maestà (satira VII, 90-92), per via del quale si suppone sia stato esiliato in Egitto alla fine della sua vita: avrebbe infatti osato prendersi gioco della relazione tra l'imperatore Adriano e il bellissimo Antinoo, suo amante, che ci è noto soprattutto per la sterminata quantità di ritratti pervenutici. Tuttavia, la notizia del presunto esilio di Giovenale ci è tramandata da un anonimo biografo, addirittura del VI secolo.  Note ^ Giovanna Garbarino, NOVA OPERA, vol. 3, 2011, p. 363. ^ Satira VI, 222. Bibliografia (LA) Decimo Giunio Giovenale, Satirae, Venetiis, in aedibus haeredum Aldi, et Andreae soceri, 1535. Persio e Giovenale, Satire, Torino, Utet, 1956. Voci correlate Satire Panem et circenses Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata a Decimo Giunio Giovenale Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina in lingua latina dedicata a Decimo Giunio Giovenale Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Decimo Giunio Giovenale Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Decimo Giunio Giovenale Collegamenti esterni Giovenale, Decimo Giunio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Pietro Ercole, GIOVENALE, Decimo Giunio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933. Modifica su Wikidata Giovenàle, Dècimo Giùnio, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Gilbert Highet, Juvenal, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Decimo Giunio Giovenale, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Decimo Giunio Giovenale, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata Opere di Decimo Giunio Giovenale / Decimo Giunio Giovenale (altra versione) / Decimo Giunio Giovenale (altra versione) / Decimo Giunio Giovenale (altra versione) / Decimo Giunio Giovenale (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Decimo Giunio Giovenale, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Decimo Giunio Giovenale, su Progetto Gutenberg. Modifica su Wikidata (EN) Audiolibri di Decimo Giunio Giovenale, su LibriVox. Modifica su Wikidata (EN) Decimo Giunio Giovenale, su Goodreads. Modifica su Wikidata Decimo Giunio Giovenale, su Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi. Modifica su Wikidata (EN) Testo latino delle D. Iuni Iuvenalis Saturae da The Latin Library Approfondimento sul sito della città natale di Giovenale, su comune.aquino.fr.it. URL consultato il 30 marzo 2006 (archiviato dall'url originale il 12 marzo 2007). Approfondimento su vita, formazione e produzione letteraria di Giovenale su ArcadiA Club Portale Biografie   Portale Letteratura Categorie: Poeti romaniRetori romaniPoeti del II secoloRomani del II secoloNati ad AquinoMorti a RomaPoeti trattanti tematiche LGBTDecimo Giunio Giovenale[altre] Nome compiuto: Decimo Giunio Giovenale. Giovenale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovenale.”

 

Luigi Speranza -- Grice e Giovio: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia nolese – filosofia napoleta --- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Nola). Filosofo nolese. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Nola, Napoli, Campania. The son of Paulino di Nola. From a letter written to him by his father, it appears that he was a keen student of philosophy. Nome compiuto: Giovio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovio.”

 

Luigi Speranzaa – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giraldi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia ventimigliana – la scuola di Ventimiglia -- filosofia ligure – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Ventimiglia). Abstract. Grice: “We never had at Oxford anything like they had at Bologna, with Mussolini!” -- Keywords: fascismo, Gentile filosofo politico. Filosofo ventimigliano. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Ventimiglia, Liguria. Grice: “Only a Ligurian philosopher would philosophise on Hegel’s real logic and lobsters!” -- Grice: Grice: “One good thing about Giraldi is that he is from Ventimiglia and moved to Noli – the most charming corners of Italy!” – Grice: “Giraldi calls his position ‘romatnic essentialism;’ having born in Ventmiglia he would, wouldn’t he?”“I like Giraldi; nobody in England would dare write “The son of Peter Pan,” but Giraldi, otherwise known as the author of ‘Essenzialismo,’ did write ‘Il figlio di Pinocchio’”! Il padre, originario di Dolceacqua e di estrazione contadina, dopo il servizio militare riuscì la scalata del successo al Casinò di Monte Carlo, affermandosi anche come uomo di grande saggezza e religiosità. La madre invece era originaria di Ventimiglia, dove G. stesso nacque e trascorse la sua infanzia. Sebbene la famiglia fosse benestante, egli soffriva per la grande conflittualità interna, continuamente vessato dalla sorella maggiore che non esitava ad usare violenza nei suoi confronti, mentre la madre non faceva parola con il padre di quanto assisteva. Racconta che in questo periodo riusciva a trovare pace solo in chiesa.  Con una bugia astuta riuscì a scappare di casa, entrando in un collegio, dunque l'anno successivo si trasferì in un altro collegio di Roma, ove tuttavia non riuscì a trovare la tranquillità sperata. Riuscì a compiere studi classici a Roma, iscrivendosi poi all'Università. Non frequenta le lezioni delle materie filosofiche curricolari, ma studia per conto proprio. Tuttavia sigue abbastanza regolarmente le lezioni di PONZO, anche se non e materia d'esame. Si laurea e presta servizio militare durante la seconda guerra mondiale. Si laurea in filosofia discutendo molto animatamente la tesi con  Spirito, il quale ironizzò sulle sue pretese di "fare una nuova filosofia". Insegna a Milano. Partendo dalla teoria gentiliana, che vede in tutto una “mediazione”, e da quella di CONSENTINO, che sostiene al contrario la totale "immediatezza", afferma che anche l'atto puro, in quanto nuovo e spontaneo, non può che nascere senza alcuna mediazione, quindi è l'equivalente dell'immediatezza, o del sentire puro. Pertanto prova a risolvere le contraddizioni di entrambe le posizioni in una sintesi hegeliana che possa superare sia il “divenirismo,” sia il coscienzialismo antidivenirista. La soluzione è che l'immediatezza sarebbe sostanziata di mediazione, e viceversa.L'immediatezza è così colma di mediazione, perché senza di essa sarebbe cieca e una mediazione senza una immediatezza sarebbe nulla. Inoltre, per avere una identità distinguibile, si dovrebbe avere già dentro di sé quanto necessario per identificarsi e per distinguersi.  In “Etica del sentimento”, ancorando il principio morale proprio alla sfera sentimentale, si focalizza sul sentimento di libertà e propone nuove argomentazioni alla tesi di derivazione stoica del sentirsi responsabili, pur entro un tutto già dato. In “Gnoseologia del Sentimento”, parte proprio dalla posizione del CONSENTINO per ripercorrere gli itinerari di una filosofia dell'essere indiveniente e per affrontare gli aspetti dinamici e volontaristici dell'Io. In “Filosofia giuridica” espone la concezione di diritto naturale quale sentimento fondamentale giuridico, condizione trascendentale di ogni diritto positive. Pertanto il diritto naturale non sarebbe un codice sovrapponibile ad altri codici, ma la precondizione che permette alle leggi positive di essere leggi e non atti religiosi, estetici, scientifici o di altro tipo. Si occupa anche della riflessione su temi politici.“Storiografia come rettorica” tende ad inquadrare l'unitarietà artistica e scientifica della ricostruzione storica, coerentemente con la tesi di CICERONE della “historia opus oratorum maxime” e con quella aristotelica dell'entimema, in altre parole quel sillogismo retorico che si differenzia da quello della necessità. In “Epistemologia” invoca una demitizzazione anche delle teorie cosmologiche e scientifiche più accreditate (l'evoluzionismo, la teoria del Big Bang, la meccanica quantistica), poiché tenderebbero pure esse a cadere in paralogismi e contraddizioni logiche, nonostante gli apprezzabili sforzi a riferirsi alla filosofia da parte di alcuni notevoli scienziati. Ad esempio nota che anche i migliori epistemologi che irridono il concetto di sostanza, di fatto, riferiscono i dati sperimentali ad una sottintesa sostanza soggiacente. In numerosi saggi dedicati alla religione, analizzata nelle molteplici forme di spiritualità, avanza la tesi che il proprium della religione sia la soteriologia, quindi non tanto il contenuto di una dottrina, ma la speranza di salvazione dal negativo della vita e della morte. Il principio cardine diventa dunque la speranza, e non più la fede, che viene ricondotta ad un ruolo funzionale alla realizzazione della salvezza.  L'analisi della religiosità tenta perciò di emanciparsi dagli usuali preconcetti filosofici: se alla religione è stato assegnato per oggetto l'uomo immediatamente e Dio mediatamente, alla teologia Dio si dà immediatamente e l'uomo mediatamente. Altresì in “Immortalità dell'anima” mostra come sia improponibile lo sforzo di svincolare l'unità del Pensiero con la determinazione individualizzata della persona. Il “Dizionario d’estetica e linguistica generale”, con alcune integrazioni filologiche presenti in alcune successive pubblicazioni, alcune in Sistematica, si distingue anche per l'attenzione dedicata all'estetica e sulle concezioni dei primitivi "di ieri e di oggi".  La proposta avanzata per una filosofia della scelta e decisione si apre con una riflessione sul dogmatismo e l'agnosticismo, dalle quali l'autore vuole prendere le distanza. Non si considera dogmatico, perché il suo metodo gli consente di aderire ad un'idea solamente dopo la caduta di ogni riserva, ma ciò non lo porta neppure ad approdare ad una concezione scettica né agnostica, in quanto la non possibilità di dimostrare (ad esempio l'immortalità, la vita ultraterrena o l'esistenza di Dio) non equivale ad affermare la loro non esistenza. Tra le numerose acquisizioni che lo difenderebbero dalle accuse incrociate di scetticismo e agnosticismo enumera la consapevolezza di un patrimonio di verità circa le possibilità di pensiero; la ricchezza dell'atto di conoscenza anche nelle forme meno esplicate; l'emancipazione dalla divisione del conoscere in intuizioni e concetto, sensazione e concetto; la pretestuosità di coloro che esigono una purezza del conoscere senza inquinamenti sentimentali; le aporie di una scienza oggettivante e insieme soggettivante al massimo e dell'arte che, mentre il mondo odierno nega il reale, si riferisce continuamente ad essa, particolarmente nella negazione.  Non potendosi dare una irruzione nel trascendente, è tuttavia possibile affermare la vasta pregnanza del trascendentale, in altre parole di un terreno comune per l'esperienza e il pensiero. Si considera pertanto idealista, nel senso che non esiste pensiero senza pensiero, spirito senza spirito, “ideato” (significato) senza “ideante” (significans). Tuttavia, differentemente dalle posizioni di Gentili, non crede che affatto il pensiero sia liquido, tutt'altro; proprio perché l'idea diventa comune, e in essa il Pensiero trova la sua pace, occorre una verità fondamentalmente ferma, non mobilizzabile. Da questi presupposti sorge così una debita attenzione per la scelta e la decisione.  Distinguendo le scelte apparenti, che sono totalmente arbitrarie, da quelle reali, quando al termine dell'analisi si opera con un atto di buona volontà, una decisione autentica ci si trova di fronte ad un bivio metafisico: impossibilità di afferrare la realtà dei tre nominati reali (Dio, Anima e Mondo) e impossibilità di negarli. Sorge appunto la decisione autentica, cui si arriva solamente secondo una corretta formulazione di intenti e seguendo una fine immanente ad ogni forma di scelta. Aristotelicamente e anche kantianamente la causa finale riveste una primaria importanza. Se ogni uomo sceglie per sé, nessuna scelta avrebbe una portata teoretica di cogenza, ma aprirebbe le vie della libertà vera, dalla quale ne derivano conseguenze radicali e speculazioni abissali a partire da una decisione, che può essere quella dell'anima unica immortale, o quella del pensiero che viene ad essere dopo la materia, o la non esistenza di Dio. Ciò permetterebbe anche di evitare il depauperamento culturale, con una rivitalizzazione delle esperienze antiche.  La decisione personale propende per una concezione dell'anima unitaria, di stampo aristotelico. Se l'immortalità naturale di tomistica memoria è da lui considerata "la più materialistica, e più grezza", preferisce pensare ad una immortalità conseguita, oppure chiesta a Chi può donarla e concessa a chi la chiede. Sul mondo reale fisico resta una indecisione, ma propende verso un residuo di natura mentale, una sorta di noumeno mentale sulla scia di Kant e Galluppi oltre il grande telone dei fenomeni. In questo caso però occorrerebbe rapportarlo ad una mente divina, perché parlare di mondo senza Dio non avrebbe connotazioni filosofiche. Infine, riguardo l'esistenza di Dio, punto in cui la scelta diviene decisione pura, egli tende a negare la validità delle dimostrazioni, pur scorgendo in esse una bella prova della potenza della mente umana. La conclusione non è però la non esistenza di Dio, ma la non dimostrazione della sua esistenza.  Chi ammette l'esistenza di Dio, tuttavia, deve assumere la radicalità di tale affermazione "guardando il mondo dagli occhi di Dio" e non facendo etsi deus non daretur. Chi prendesse la scelta teistica dovrebbe tacersi per sempre e rinunciare ad intenderlo. Giraldi mette in risalto anche la Volontà, definendola potenza fattiva dell'Idea, e constatandone il carattere generativo-spermatico, per collocare in una prospettiva differente il vitalismo dell'élan vital bergsoniano e della Wille di Schopenhauer. Questo permette di pensare l'Idea non solo quale conoscenza filosofica, ma anche negli aspetti attivi, vitali e di sentimento. Ad essere eroicamente divini non sono pertanto solo i pochi giunti al massime vette di autocoscienza teoretica, ma anche gli umili che vivono inconsapevoli della propria dignità divina, folgoranti però di una autocoscienza morale.  Bàrel Dal punto di vista poetico, l'opera principale di G. è il “Bàrel”, sorto dall'ispirazione di un progetto di Papini esposto nell'autobiografia Un uomo finito per un poema apocalittico, mai scritto. Altri spunti furono la lettura di Lord of the World di Benson e dell'Apocalisse.  Il Bàrel, presentato a Giovannetti de Il Giornale d'Italia, che propose come titolo “Il Dio Eroico”. Gli anni seguenti, segnati dalla Seconda Guerra Mondiale, furono l'occasione per trasporlo in prosa. Questa versione, appena terminata la guerra, e proposta a vari editori ma che per una serie di sfortunate coincidenze Mondadori non dispone della carta, e dopo alcuni anni, quando la carta è disponibile, cambia idea sulla pubblicazione; la casa editrice Api di Mazzucchelli nel frattempo fallì l'idea di pubblicazione venne temporaneamente accantonata. Nel frattempo alcuni versi sono pubblicati frammentariamente. Ri-ordina le due versioni in una unica opera che contenesse sia versi, sia prosa, in uno spiccato pluristilismo sperimentale. La pubblicazione avverrà sotto lo pseudonimo I. Tanarda e poi in raccolte unitarie successive.  Il tema è insolito e il contenuto, con riferimenti religiosi e culturali di ogni tipo, non è di semplice accessibilità. Se può essere collocato in un momento simbolico dell'arte, è anche classico e romantico, nei canoni dell'estetica hegeliana. Nel Apocalisse grande, il protagonista Bàrel sovrappone le passioni alle idee. In La cerca di Barel, ritorna in proporzioni umane e in La morte degli dèi, scende negli abissi vertiginosi della filosofia, che la poesia tenta di inseguire.Saggi: “Organon Philosophicum”, Ironia, morale, educazione, Gheroni, Torino, “Etica del sentimento”  Filosofia dell'Unicità; “Gnoseologia del sentimento” (Pergamena); La filosofia giuridica, Filosofia dell'Unicità, Milano “Filosofia della religione”. Filosofia dell'Unicità, Epistemologia. Una nostra riforma della Logica Hegeliana (Pergamena) La Metafisica. Pergamena, Iesous Eléutheros. La liberazione di Gesù: lettera sistematica (Pergamena) Dizionario di Estetica (Pergamena); Studi nel periodico Sistematica. Res Publica. Educazione civica, Pergamena Res Publica. Teoria dell'Ineguaglianza (Pergamena); Nel Pleròma. Da Dio alla Materia (Pergamena); Storiografia come rettorica; “Autobiografia come filosofia” (Pergamena); Memoriale Ambrosiano; “Memoriale Italico” (Pergamena); Dio, Pergamena  Estetica della Musica, Pergamena scon Colloquia Edizioni. Meditazioni Hegeliane, Editrice, Meditazioni Platoniche, Pergamena Capitoli sulla Scienza Moderna, Pergamena L'immortalità dell'anima, Pergamena Ricerche filosofiche La filosofia del sentimento di Consentino, in Quaderni, Milano, Rabelais e l'educazione del principe, Viola, Milano; ora in Paideia grande. Un mistico bergamasco: Sisto Cucchi, Secomandi, Amiel Morale, Saggiatore, Torino, L'educazione dei ciechi, Armando Roma, Società e Stato da Spedalieri a Marx, Pergamena); “L’ESTETICA ITALIANA: figure e problemi” (Nistri-Lischi, Pisa); Storia della pedagogia, Armando Roma  "le edizioni successive sono state scempiate da interventi dell'Editore riporta G. in Sistematica); “La filosofia politica” (Pergamena); Adolfo Ferrière. Psicologia, attivismo, religione, Armando Roma, Giuseppe Lomabardo Radice tra poesia e pedagogia, Armando Roma, Gentile. Filosofo dell'educazione Pensatore politico Riformatore della Scuola, Armando Roma Raffaello Lambruschini. Armando Roma, Tissi filosofo dell'ironia, Pergamena Moralistica francese, Pergamena Saggi su Sales, il Quietismo, La Rochefoucault, Prevost. Filosofi teoretici e Morali, Pergamena saggi su Condillac, Senancour, Rensi, Hume, Camus, Barié, Galli, Lazzarini, Castelli, Capitini. Gramsci e altri miti, Pergamena; Storia della filosofia, Trevisini Milano; L'Italia nella dittatura e nella non democrazia, Pergamena Paideia Grande, Pergamena Rabelais, Rosmini, Boncompagni, Gentile; “STORIA DEL LIBERALISMO” Pergamena. Moltissimi saggi e studi di politica, religione, filosofia, filologia e critica sono stati pubblicati nelle seguenti riviste fondate da G. stesso:  L'Idea Liberale, Sistematica, attiva sino al. Filologia; Giovanni Michele Alberto Carrara, De fato et fortuna. Tipografia A. Ronda, Milano, Studi sul Rinascimento, Pergamena Saggi su: Seneca e la filologia; PETRARCA viaggiatore; VINCI filosofo; Le fonti del Pontano lirico; Gli errori di ALIGHIERI in un poema umanistico inedito; Il RINALDO di Tasso; Il T. Tasso corregge il Floridante; Rime inedite di Cecco d'Ascoli; Carrara,  Pergamena, Carrara, Armiranda. Inedito umanistico, Pergamena Commedia inedita, testo latino; Carrara,  III, De choreis Musarum, Pergamena Testo latino. Segue un Saggio monografico sull'umanista. Carrara, Sermones objurgatorii, Pergamena Sui tragici; Da mio diario filologico, Pergamena Filologia. Teoria e saggi, Pergamena Su ALIGHIERI con verità, Pergamena MANZONI, in Sistematica, Pergamena Gesù, Pergamena Poesia e prosa d'arte Collana dei "Tredici". La Scala, novelle e poesie; Mutarsio, Torino Bàrel. I. Apocalisse grande, La cerca di Bàrel, La morte degli dèi; Pergamena Hendecasyllabi aliaque scripta, Pergamena L'aragosta. Romanzo Ligure, Pergamena; Il figlio di Pinocchio, Pergamena; Fratelli Frilli,  Il dono delle Muse. Cento novelle, Pergamena Quadri Intemelii, Pergamena; Miniature. Codex aureus, Codex recens. Codex quadraticus, Pergamena; Cento tavole, alcune con testi latini parzialmente editi in Hendecasyllabi. Il Codex recens presenta soggetti del Bàrel; il Codex aureus è a soggetto libero e vario; il Codex quadraticus comprende le figure degli scacchi. Con rubriche annesse che spiegano tempi, temi, tecniche. Pergamene MVSA LATINA, Pergamen; IL RAMO D’ORO, Pergamena Scritti in Italiano, Latino, Francese, Romanesco, Biblico. Profili di gente nel mio tempo, Pergamena Splendido novellare, Pergamena Cento racconti e novelle. Musis amicus, Pergamena Versi e prose in Latino. Mimì o E tutto è amore, Pergamena Sorridono i gigli. Liriche e restauro filologico di Saffo, Pergamen; TEVERE AMICO, Pergamena, Pedagogia e Filosofia esposte nel dialetto Romanesco da un popolano di Trastevere. Paradiso, Pergamena Editrice, “Faust mediterraneo”, Pergamena, Atlantidos persis, Pergamena, Villon, Il Testamento, saggio critico G., Pergamena, Amitiés françaises, Pergamena, Nel Sublime, Pergamena Il mio Ponente, Pergamena Letture belle, Pergamena; Piero Pastorino, Pinocchio, un figlio nato da una bugia, in La Repubblica, sez. Genova. Docente universitario a Milano di Storia generale della filosofia, è stato ripetutamente consulente all'Accademia di Svezia per il conferimento dei Nobel per la letteratura. Ha al suo attivo un dizionario di estetica e linguistica, una storia della pedagogia e ha scritto novelle. Vive a Noli, di cui è cittadino onorario. Piotr Zygulski, Filosofo liberale, in Termometro Politico; G. Pierre-Philippe Druet, Tissi, filosofo dell'ironia, Revue Philosophique de Louvain,  Dudley, Sui tragici. Dal mio diario filologico, Revue Philosophique de Louvain, Da "Autobiografia come filosofia" (Milano) e pagine integrative in Sistematica, Milano, Pergamena, Grimaldi, Illuministi inglesi, in Disegno storico del costituzionalismo moderno, Roma, Armando, Ottaviani, La scuola del Risorgimento. la scuola italiana Roma, Armando, Semerano, La favola dell'indo-europeo, Milano, Paravia; Mondadori. Grice: “Giraldi is obsessed with ‘essenza’, which is a coinage by Cicero – essentia, meaning essentially nothing!”  Grice: “Giraldi, who defended Gentile, rightly, as a ‘pensatore politico’ – was obsessed with idealism – his essentialism was supposed to supersede it, but he spends some time analysing the situation in Italy with idealism, ‘a la catedra – but is dead – he refers to Croce, Gentile, and the roots of  idealism in Vico, Sanctis, and Spaventa --.” Nome compiuto: Giovanni Battista Giraldi. Giovanni Giraldi. Giraldi. Keywords. essenzialismo, essenzialismo romantico, storia della filosofia romana, etica del sentimento, autobiografia come filosofia, mio ponente, filosofia ligure, ‘l’aragosta’ – romanzo ligure -- Riviera di ponente, nel pleroma: da dio alla materia,  gentile, filosofo politico -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giraldi” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Girgenti: la ragione conversazionale a limite – l’implicatura conversazionale della metrica del filosofo – la scuola di Girgenti – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Girgenti). Abstract. Grice: “G., or Empedocle, as he is known outside Sicily – the land where the lemon tree blooms – is possibly interesting to the Oxonian philosopher just because Aristotle, or the Lizio, as the Sicilians call him, criticized him!” Keywords: metaphysics. Filosofo girgentino. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Girgenti, Sicilia. Grice: Ritter thinks Girgenti is related to the Velia – and Pareto to the Crotone – so it’s amazing that Bruto never liked those three Greeks of the Athenian embassy seeing that most pre-Platonic philosophy came from Magna Grecia, that is, Italy! Some must have remained in the genes!” -- Grice: “I like Girgenti; obviously Mussolini didn’t!” Grice: “I love Girgenti – he philosophised in verse, not prosa – rhyme being unexistant, it was all about the metre – he talks of ‘amicizia,’ which is none other than Love that unites all things! And then he fell in the Etna!” “Mussolini thought it was rude of the Girgentians to call their land ‘Girgenti,’ so he formulated a self-referential ‘decretto’: “From now on, Girgentians shall be called Agrigentians.’” Peano objected: “Your decree is self-contradictory or invokes a vicious regressus ad infiniutum!” -- filosofo italiano. Siceliota. Nacque da una famiglia antica, nobile e ricca di Girgenti.Come suo padre Metone, che ebbe un ruolo importante nell'allontanamento del tiranno Trasideo, egli partecipò alla vita politica della città, schierandosi dalla parte dei democratici e contribuendo al rovesciamento dell'oligarchia formatasi all'indomani della fine della tirannide, un governo chiamato dei "Mille".  La tradizione gli attribuisce uno spirito severo verso gli aristocratici. Dai suoi nemici fu poi esiliato nel Peloponneso. Tra i suoi discepoli vi fu anche Gorgia.  Successivamente Empedocle abolì anche l'assemblea dei Mille, costituita per la durata di tre anni, sì che non solo appartenne ai ricchi, ma anche a quelli che avevano sentimenti democratici.  Anche Timeo nell'undicesimo e nel dodicesimo libro - spesso infatti fa menzione di lui - dice che Empedocle sembra aver avuto pensieri contrari al suo atteggiamento politico. E cita quel luogo dove appare vanitoso ed egoista. Dice infatti: 'Salve: io tra di voi dio immortale, non più mortale mi aggiro'. Etc. Nel tempo in cui dimorava in Olimpia, era ritenuto degno di maggiore attenzione, sì che di nessun altro nelle conversazioni si faceva una menzione pari a quella di Empedocle. In un tempo posteriore, quando Girgenti era in balìa delle contese civili, si opposero al suo ritorno i discendenti dei suoi nemici; onde si rifugiò nel Peloponneso ed ivi morì. Si iscrisse alla Scuola di Crotone, divenendo allievo di Telauge, il figlio di Pitagora. Seguì la dieta pitagorica e rifiutò i sacrifici cruenti. Secondo la leggenda, dopo una vittoria olimpica alla corsa dei carri, per attenersi all'usanza secondo cui il vincitore doveva sacrificare un bue, ne fece fabbricare uno di mirra, incenso ed aromi, e lo distribuì secondo la tradizione. Secondo altri seguì gli insegnamenti di Brontino e di Epicarpo.  La sua oratoria brillante, la sua conoscenza approfondita della natura, e la reputazione dei suoi poteri meravigliosi, tra cui la guarigione delle malattie, e il poter scongiurare le epidemie, hanno prodotto molti miti e storie che circondano il suo nome. coppiata una pestilenza fra gli abitanti di Selinunte per il fetore derivante dal vicino fiume, sì che essi stessi perivano e le donne soffrivano nel partorire, pensò allora di portare in quel luogo a proprie spese le acque di altri due fiumi di quelli vicini. Con questa mistione le acque divennero dolci. Così cessa la pestilenza e mentre i Selinuntini banchettavano presso il fiume, apparve Empedocle; essi balzarono, gli si prostrarono e lo pregarono come un dio. Volle poi confermare quest'opinione di sé e si lanciò nel fuoco. Si diceva che fosse un mago e capace di controllare le tempeste, e lui stesso, nella sua famosa poesia Le purificazioni sembra avesse affermato di avere miracolosi poteri, compresa la distruzione del male, e il controllo di vento e pioggia.  I sicelioti lo veneravano come profeta e gli attribuivano numerosi miracoli.  Le numerose testimonianze che riguardano la sua biografia sono alquanto discordanti e non consentono di attribuire un'identità precisa alla sua figura. A conferma di ciò sono le numerose leggende sul suo conto. I suoi amici e discepoli raccontano ad esempio che alla morte, essendo amato dagli dèi, fu assunto in cielo. Mentre Eraclide Pontico, Luciano di Samosata e Diogene Laerzio sostengono che si suicidò gettandosi nel cratere dell'Etna. Il vulcano avrebbe eruttato, dopo qualche istante, uno dei suoi famosi sandali di bronzo.In realtà non sappiamo neanche se sia morto in patria o forse nel Peloponneso. Si afferma che visse fino all'età di 109. Una biografia di Empedocle scritta da Xanto, suo contemporaneo, è andata perduta. A Empedocle la tradizione attribuisce numerose opere, fra cui anche alcuni trattati – sulla medicina, sulla politica e sulle guerre persiane – e tragedie. A noi sono giunti però solo frammenti dei due poemi: “Sulla natura” e “Purificazioni”. Di “Sulla natura”, di carattere cosmologico e naturalistico, sono rimasti circa 400 frammenti. Delle “Purificazione”, di carattere teologico e mistico, abbiamo poco meno di un centinaio. Il timore di Girgenti appare fin dalle prime righe di “Sulla natura”.  “O dèi, stornate dalla mia lingua follia di argomenti, e da sante labbra fate sgorgare una limpida sorgente, e a te, musa agognata, o vergine dalle candide braccia, io mi rivolgo. Ciò che spetta agli effimeri ascoltare, tu porta, guidando avanti il carro ben governato dell'amore devoto. Ma non ti turbi il cogliere fiori di nobile gloria fra i mortali con un discorso, ricolmo di santità, che sia ardimentoso; e allora tu giunga leggera alla vetta della saggezza. La filosofia di Empedocle si presenta come un tentativo di combinazione sintetica delle precedenti dottrine ioniche, pitagoriche, eraclitee e parmenidee. Distingue la realtà che ci circonda, mutevole, dagli Quattro elementi primi, immutabili, che la compongono. Chiama tali elementi "radici", non nate ed eternamente uguali  e afferma che sono in tutto solo quattro, associando ognuno di essi a un particolare dio, sulla base di concezioni orfiche e misteriche proprie dei riti iniziatici allora in uso presso la Sicilia. I quattro elementi (e i rispettivi dèi associati) dunque sono:  fuoco (Giove), aria (sua moglie, Era), terra (Edoneo), ed acqua (Nesti). L'unione delle quattro radici (Giove-Era-Edoneo-Nesti) determina la nascita di una cosa. Si tratta perciò dell’ *apparente* nascita di una cosa, dal momento che l'Essere (le quattro radici) non si crea. “Ma un'altra cosa ti dirò: non vi è nascita di nessuna cosa. Solo c'è mescolanza.”  In questo modo, i primi principi si empiono così dell'essenza e del soffio vitale del potere divino. In Empedocle, Amore (Φιλότης) e la «natura divina che tutto unisce e genera la vita. Are, o Marte, e il dio del conflitto. Per Empedocle, l'uomo, essendo di origine divina, raggiunge la vera felicità che quando si riune alla compagnia di Deo. Accanto alle quattro "radici", e motore del loro divenire nei molteplici cose della realtà, si pongono due ulteriori principi: Amore ed Odio (Discordia, Contesa). Amore ha la caratteristica di "legare", "congiungere", "avvincere" («Amore che avvince.” L’Odio ha la qualità di "separare", "dividere" mediante la "contesa".   Così Amore nel suo stato di completezza è lo Sfero, immobile, uguale a se stesso e infinito. Amore è Dio e le quattro "radici" le sue "membra", e quando Odio distrugge lo Sfero, tutte, l'una dopo l'altra, fremevano le membra del dio. Infatti sotto l'azione dell'Odio, presente alla periferia dello Sfero, le quattro radici si separano dallo Sfero perfetto e beante, dando origine al cosmo e alle sue creature viventi. Prima bi-sessuate e poi sotto l'azione determinante di Odio, si differenziano ulteriormente in maschi e non-maschi, e ancora in esseri mostruosi e infine in membra isolate. Alla fine di questo ciclo, Amore riprende l'iniziativa e dalle membra isolate, nascono esseri mostruosi e a loro volta maschi e non-maschi, poi esseri bi-sessuati che finiscono per riunirsi, con le quattro radici che li compongono, nello Sfero. Nelle Purificazioni, sostiene la metempsicosi, affermando l'esistenza di una legge di natura che fa scontare agli uomini le proprie colpe attraverso una serie continua di nascite, tramite cui l'anima, di origine divina, trasmigra da un essere vivente all'altro. In questo poema gli esseri viventi, parti costitutive dello Sfero di Amore divengono dèmoni errando nel cosmo.  “È vaticinio della Necessità, antico decreto degli dèi ed eterno, suggellato da vasti giuramenti: se qualcuno criminosamente contamina le sue mani con un delitto o se qualcuno per la Contes abbia peccato giurando un falso giuramento, i demoni che hanno avuto in sorte una vita longeva, tre volte diecimila stagioni lontano dai beati vadano errando nascendo sotto ogni forma di creatura mortale nel corso del tempo mutando i penosi sentieri della vita. L'impeto dell'etere invero li spinge nel mare, il mare li rigetta sul suolo terrestre, la terra nei raggi del sole splendente, che a sua volta li getta nei vortici dell'etere: ogni elemento li accoglie da un altro, ma tutti li odiano. Anch'io sono uno di questi, esule dal dio e vagante per aver dato fiducia alla furente Contesa.” L'Amore non interviene nella storia delle peregrinazioni del demone decaduto? Con ogni probabilità, è l'Amore stesso che ci parla in questo frammento. L'"io" dei due ultimi versi è l'autore del poema. Ma è anche, se andiamo più a fondo, l'Amore. I demoni esiliati lontano dagli dèi saranno allora dei frammenti espulsi dalla massa centrale dell'Amore e condannati a errare tra i corpi cosmici sotto l'influenza separatrice del suo nemico, la Discordia. Quando le parti dell'Amore che sono i demoni si riuniscono nell'unità immobile della sfera, il mondo stesso diviene un essere vivente.  Sotto l'influenza di Amore il mondo stesso si trasforma in dio. Questa concezione conduce al rifiuto assoluto dei sacrifici, poiché in ogni essere vivente vi è un'anima umana, che sta compiendo il suo ciclo di reincarnazione. Se nel corso di questo ciclo l'anima si è comportata secondo giustizia, al termine potrà tornare nella sua condizione divina. Dal che, come Pitagora, anche a G. ripugnano i sacrifici animali e l'alimentazione carnea. “Onde, uccidendoli e nutrendoci delle loro carni, commetteremo ingiustizia ed empietà, come se uccidessimo dei consanguinei; di qui la loro esortazione ad astenersi dagli esseri animali e la loro affermazione che commettono ingiustizia quegli uomini «che arrossano l'altare con il caldo sangue dei beati», ed G. dice in qualche luogo: Non cesserete dall'uccisione che ha un'eco funesta? Non vedete che vi divorate reciprocamente per la cecità della mente?” “Il padre sollevato l'amato figlio, che ha mutato aspetto, lo immola pregando, grande stolto! e sono in imbarazzo coloro che sacrificano l'implorante; ma quello sordo ai clamori dopo averlo immolato prepara l'infausto banchetto nella casa. E allo stesso modo il figlio prendendo il padre e i fanciulli la madre dopo averne strappata la vita mangiano le loro carni.” Rispetto alla sua precedente opera vi sono delle contraddizioni che è stato difficile per i suoi esegeti conciliare. Ad esempio, ad una visione naturalistica del poema Sulla natura si contrappone la teoria della reincarnazione delle Purificazioni: nel primo scritto l'anima è anche detta mortale, mentre è definita immortale nel secondo. C'è chi ha spiegato tali incongruenze con la versatilità di G., scienziato e profeta al tempo stesso, medico e taumaturgo. C'è invece chi ha ipotizzato una paternità diversa delle due opera. Uno dei busti ritrovati nella Villa dei Papiri a Ercolano, identificato dapprima come Eraclito, solo più recentemente con Empedocle. Lo stile di Empedocle viene lodato dagli antichi. DICANTVR EI QVOS PHYSIKOUS GRÆCI NOMINANT EIDEM POETÆ QVONIAM EMPEDOCLE G. PHYSICVS EGREGIVM POEMA FECERIT. Siano pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici, dal momento che il fisico G. scrive un poema egregio  (CICERONE, De Oratore) padre della retorica (Aristotele) LUCREZIO (De rerum natura) lo prende addirittura come modello.  Renan lo definisce uomo di multiforme ingegno, mezzo Newton e mezzo Cagliostro. Gli viene intitolato il Regio Liceo Classico di Girgenti, dove studiarono, fra gli altri, PIRANDELLO (si veda) e Camilleri.  Secondo le discordanti fonti sulla vita di G. la cronologia andrebbe fissata. Cfr. GIANNANTONI (si veda), “I pre-socratici” (Roma); Bignone (“Empedocle”, Torino); Robin; Schiefsky; Platone, Parmenide, Diogene Laerzio; Timeo, ap. Diogene Laerzio; Aristotele ap. Diogene Laerzio; Mannucci, “La cena di Pitagora” (Carocci); Satiro, ap. Diogene Laerzio; Plutarco, de Curios. Princ., Adv. Colote, Plinio, HN, e altri.  Così nella letteratura antica, come riferisce Russel nella sua Storia della filosofia occidentale, citando un poeta anonimo. Grande G. che, l'anima ardente, salta in Etna, ed è stato arrostito intero; Orazio, ad Pison., ecc. Ippoboto riferisce che egli, levatosi, si diresse all'Etna e, giunto ai crateri di fuoco, vi si lancia e scomparve, volendo confermare la fama che correva intorno a lui, che era diventato dio. Successivamente e riconosciuta la verità, poiché uno dei suoi calzari e rilanciato in alto. Infatti, egli e solito usare calzari di bronzo  (Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi). Cfr. anche Eraclide Pontico, fWehrli. “E questo tutto abbrustolito chi è? - Empedocle. Si può sapere perché ti gettasti nel cratere dell'Etna? Per un eccesso di malinconia. No: per orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere un dio. Ma il fuoco rigetta una scarpa e il trucco e scoperto (Luciano di Samosata, I dialoghi). Timeo ci attesta esser lui finito di morte naturale. Dicono alcuni che trovandosi egli in Messina a cagion di una festa sia ivi caduto da un carro, e rottasi la coscia, sia morto. Credono altri che in mare naufragasse: altri che si fosse strangolato da sé. Scinà, Memorie sulla vita e filosofia d'Empedocle gergentino, GERGENTI – non GIRGENTI -- ed. Bianco, Palermo – empedocle gergentino -- Apollonio, ap. Diogene Laerzio; Haase, Principat; Philosophie, Wissenschaften, Technik; Philosophie (Doxographica, Forts.; ed. Gruyter; Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, Mondadori. Jori, G. in Dizionario delle opere filosofiche, Milano, Bruno Mondadori. Avverte infatti Jaeger. Dobbiamo guardarci dal prendere per pura metafora poetica l'espressione della religiosità che lo trattiene dal seguire sino in fondo i predecessori troppo sicuri di sé. Cardin, G., in Enciclopedia filosofica, Milano, Bompiani, Reale, Storia della filosofia romana. D-K. Kingsley, Misteri e magia nella filosofia antica. G. e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore, In corrispondenza con le quattro primarie anti-tesi del caldo (fuoco), del freddo (aria), dell'asciutto (terra), e dell'umido (acqua). Le IV radici di G. risultano essere poi i IV elementi di Aristotele e Tolomeo.  Edoneo  è un appellativo proprio del dio degli inferi Ade, cfr. in tal senso Esiodo Teogonia; o anche inno omerico A Demetra. Forse si riferisce a Persefone; per una dotta riflessione su questo nome, certamente un teonimo poco conosciuto, si rimanda a Gallavotti in G., Poema fisico e lustrale, Milano, Mondadori; Valla. Secondo G., i due sessi (maschi, non-maschi) furono determinati dalla separazione di creature di natura integra, che si sono a loro volta evolute da forma di vita più primitive. Un papiro contenente aforismi di G., consente tuttavia di integrare le due versioni, portando a ritenerle complementari. Le due opere, quindi, farebbero forse parte di uno stesso saggio filosofico. E stata anche avanzata l'ipotesi che si tratti di Empedocle gergentino. Tale proposta trova conforto sia nella notizia di Diogene Laerzio in merito alla folta chioma del personaggio sia alla specifica collocazione del bronzo all'interno della villa dove fa pendant con il bronzo raffigurante Pitagora che e suo maestro (Museo archeologico Nazionale di Napoli.  “Sulle origini”. Ne conservavamo CCCL versi.”Martin ha consegnato complessivi LXXIV esametri dei quali XXV coincidono con quelli già posseduti.  Ma da ogni parte è uguale a se stesso, e ovunque senza confini, lo sfero rotondo che gioisce di avvolgente solitudine.  (G., D-K); Poema fisico e Lustrale, Milano, Mondadori; Tonelli,  G., Frammenti e testimonianze; Origini; Purificazioni, con i frammenti del papiro di Strasburgo (Milano: Bompiani). Bignone, G.. Studio critico, commento delle Testimonianze e dei Frammenti, rRoma, L'Erma, Bretschneider, Torino: Bocca. COLLI (si veda), G., Pisa, La Goliardica, Traglia, Studi sulla lingua di G.”, Bari, Adriatica, Bodrero, “Il principio dell’amore nella filosofia di G.” Roma; Bretschneider, La lingua di G., Bari, Levante, Volpi, G.: i suoi misteri rivelati in una biblioteca; G., Milano,1.  Filosofi: G., scoperto papiro a Strasburgo. Per gli studiosi è l'unica testimonianza diretta, Strasburgo, Adnkronos,  Pigliando il nostro G. a trattar le cose naturali, cui sopra d'oga ' altro in tendea, ebbe egli a sdegno di seguir setta e maestro. E come egli era franco di animo, e grande d'ingegno; così immagi nò giusta la moda de' tempi, e l' usanza de' filosofi un sistema novello. Questo divulgato gli acquista tal fama, ch'emulo ei divenne per gloria e per sapere de' fisici più famosi di sua età Democrito e Anassagora. I greci di fatto accolsero con ammirazione i suoi belli poemi; e chi vennero poi ricordarono con onore G. e la FILOSOFIA i lui. Incerta fra tanto, manca, é corrotta è venuta la sua dottrina sino a noi. Mancate per l'ingiuria de' tempi le opere del nostro Gergentino (GERGENTI, non GIRGENTI), chi ha voluto conoscer ne lo spirito, è stato costretto di rintracciarlo presso gli storici dell'antica filosofia. I quali non hanno affatto cura di notare il vincolo, con cui destramente iva quegli legando la sua filosofia. Anzi costoro così disparati li rapportano che si possan tenere non altrimenti che rottami, da' quali non si puo il disegno ricavar dell'edifizio, cui prima apparteneano. Però eglino non che han male e tortamente fatto conoscere la fisica di G.; ma nè pur bene e dirittamente apprezzare la forza e la virtu della sua mente. Giacchè l'eccellenza de' sistemi è riposta nell' union delle parti, che si rispondon tra loro; e da questo legame si misura l'ingegno di chi l'hanno inventato. G. inoltre scrive in versi, e ‘abbellì le sue idee, come fanno i poeti. Per lo che pigliando alcuni letteralmente le finzioni della sua fantasia gli apposero opinioni assurde e grossolane. Illusi altri dall’immagini poetiche, che per lo più sono equivoche, travidero; e più presto ci tra mandarono le loro illusioni, che i pensamenti del nostro filosofo. Varie di fatto sono le forme, sotto cui ci presentano G. i scrittori. Ora egli è dualista, e ora è scettico: ora platonizza, e or favoleggia: e non ha gnari e, non so come, anche gridato qual precursore di Newton. Sicchè G., tra biasimato, lodato, e sfigurato, è stato sempre mal conosciuto, e SEMPRE CALUNNIATO. Volendo adunque richiamare in luce la filosofia di lui, cerco e raccolto i frammenti de' suoi poemi, che per avventura ci restano, e sparsi qua e là si leggono presso diversi filosofi. Coll ' ajuto di questi, che sono gl’onorati avanzi della sua vera fisica, son ito raccapezzando pri e poi restituendo la sua filosofia, Perchè tra le opinioni, che gli storici appongono a G., ho quelle scelto, che ben s'adattano, e naturalmente si legano colle idee, le quali si traggono da? frammenti di lui, e le altre rigettato, che a queste si disdicono, o ne sono contrarie. Ho fatto in somma ciò, che suol praticara ma si da chi 'voglioso di restaurare un'antica statua o colonna raccoglie e mette insieme que' pezzi,, che tra loro s' incastrano, e ben si connettono. Questo metodo che stimerà diritto chiunque non è privo di senno, deve specialmente poter convenire a G.. Poichè Aristotele ci attesta: colui più che altro fisico della sua età, aver detto delle cose, ch' eran tra loro ben legate e concordi. Ho quin di fatto ogni sforzo per richiamare alla sua purezza e integrità la dottrina del nostro filosofo quando da lui stesso, quando dall' autorità degli antichi filosofi, sempre mettendo in accordo le idee, che si traggono da questi e da quello. Però non è da maravigliare, se con sì fatto accorgimento,  libera il nostro fisico di non poche assurdità, e se mi sia venuto fatto d'abbozzare almeno il vero sistema di lui. La prima origine, e i primi elementi delle cose, sono, per quanto pare, fuori la sfera del nostro intelletto, perchè oltre: passano la sfera de' nostri sentimenti. Pure. i greci, cominciando da Talete, s' occuparon tutti in si fatta vana ricerca, e tutti si smarrirono. Alcuni degli Jonici coll'acqua, altri coll' aria, altri col fuoco formaron le cose, e fabbricarono presto l'universo. Non così piacque a PARMENIDE DI VELIA, e a LA SETTA DI CROTONE. Costoro, lasciato il mondo materiale, come indegno delle loro meditazioni, si misero per strade diverse in un mondo astratto ed intellettuale. PARMENIDE spiritualizza l'unico elemento degli Jonici; e pone unica, e terna, immutabile sostanza. Uno è tutto, dice PARMENIDE, e tutto è uno; sicchè le mutazioni della materia non altro sno per lui', che modi e semplici apparenze. LA SETTA DI CROTONE dal mondo materiale rifuggi alla Geometria. E se bene questa scienza non fos che un parto della nostra mente; púre l’ehbe quegli, non si sa come, per lo modello, e 'l vero esemplar dell'universo. Però nella geometria legge i rapporti e le proporzioni, che debbono aver le cose, che sono materiali; e vide nell'unità i primi e veri principj de' corpi. Furon gli se ingegni presi da prima di maraviglia così pel filosofo di VELIA, come per quello di CROTONE; e corsero tutti a loro insegnamenti. Ma stanchi di poi di contemplare un mondo o metafisico, o geometrico, ritornarono naturalmente alla materia; e nasce la filosofia corpuscolare. I primi a far questo ritorno sono G.; Anassagora; Leucippo e Democrito. Costoro calando dal mondo della SETTA DI CROTONE alla materia materializzarono le unità di costui. Atomi chiamarono Leucippo e Democrito i principj delle cose; particelle simili Anassagora; e G. col nome li distinse di elementi degl’elementi. Ma in verità i loro principi altro non sono, che le unità della SETTA DI CROTONE fatte materiali, espresse e indicate con vocaboli diversi. Democrito lascia a suoi atomi l'indivisibilità, di cui le unità della SETTA DI CROTONE sono fornite nello stato suo intellettuale. Questa stessa indivisibilità secondo alcuni, nega ale parti simili Anassagora. Differente dall'uno e dall'altro e per Aristotile l'opinione di G. Costui cerca nella materia le sue unità, e dividendo e suddividendo i corpi giunge a quelle molecole, che più non si possono dividere. Ma dove i sensi mancarono, suppli colla ragione, e proseguendo la divisione delle molecole col suo pensiero, s'accorse potersi queste sempre piu di nuovo dividere. Venne però affermando che i suoi elementi degl’elementi eran divisibili, ma solo colla mente, non gia col fatto. Distingue, così dicendo, le unità della setta di CROTONE dalle sue, che sono materiali; e provvida in bel mo doalla durata della natura. Perchè essendo i principi delle cose incapaci, secondo lui, d'ogni fisica alterazione, quelle debbono sempre durare come al presente sono. Tennero tutti tre que fisici non che per cosa assurda, ma impossibile, la creazione dal nulla. Ne venne loro in mente, come ad alcuni indi piacque, di supporre la materia nuda d'ogni qualità. Chiamano essi la materia senza forma, e senza qualità ciò che non è. Ciò ch'è, dice G., è impossibile venire da quello, che non è. Ma diverse sono le qualità ch’attribuiron costoro alle loro unità secondo che diversamente riguarda ciascun di essi i corpi e la natura. Anagsagora ebbe le sue particelle non altrimenti che briccioli minutissimi, ma simili in propieta a corpi, ch'eran destinati a formare. E come varj sono i corpi e differenti le lor propietà; così yarie e differenti pose in corrispondenza le qualità delle sue particelle. Per lo che trasporta egli le qualità delle masse a' frammenti di esse, e,e ristandosi alle apparenze ricava, come suol dirsi, da grande in piccolo. Gl’atomi per Democrito sono al contrario tutti della stessa natura; e solo differiyan tra loro per sito, ordine, e figura. Idea, che ben si conviene alla semplicità della natura; la quale con pochi mezzi suol produrre fenomeni, che sono pressochè infiniti, attesa la lor varietà, la lor moltitudine. G., ciò non o stante, rigettò il pensier di Democrito; e volendo spiegare la varietà materiale, de’ corpi, piglio, com’egli dovea, e genno consiglio dall'esperienza.. Gli Jonici addensando o rarefacendo acqua, or l'aria, or l'aria insieme e'l fuoco, diedero forma e qualità a ' corpi dell'universo. Da questi e dal loro metodo si dilungo il nostro fisico. Studia egli i corpi, e separandone le particelle cerca prima, e raccoglieva poi i loro componenti. Però in luogo di fingere, ritrova ne' corpi i loro elementi; nè i corpi a capriccio componea alla maniera degli Jonici, na li analizza come fanno i chiniici. Le sue esperienze, sono egli è vero, incerte e imperfette, come si leggono ne' versi di lui. Perchè dirizzandosi per una via non ancora usata nelle fisiche ricerche, mancava d'ajuti e di stromenti; massime che la fisica era allora metafisica e bambina. Ma ciò non pertanto que' primi e rozzi saggi del nostro G. sono da stimarsi un chiaro testimonio del suo metodo, ch'era tutto pratico e sperimentale. Coll'ajuto in fatti delle sue esperien ze agginnse, a giudizio d' Aristotile, la terra all' aria, all' acqua, al fuoco, e'l primo stabilì la dottrina de’ IV elementi. IV, dice egli, son le radici di ogni cosa – I GIOVE (fuoco) II GIUNONE (terra) III PLUTONE (aria) IV NESTI (acqua)-- figurando, sotto questi simboli il fuoco, la terra, l'aria, e l'acqua. Per lo che nella sua fisica le unità materiali sono le parti, che diconsi integranti de IV elementi; e questi le costituenti di tutti i corpi, che si trovano in natura, Sebbene il fisico di Gergenti (non Girgenti – c’e un Girgenti in RIETI) avesse distinto l' aria, l'acqua e la terra per le diverse lor qualità. Pure in riguardo al fuoco l'ha e' tutte tre, come se state fossero d' unica e medesima natura. Le particelle dell'aria e dell'acqua tendono, secondo lui ', a condensarsi, come fa la terra. E al contrario crede G. essere propietà del fuoco d'assottigliare, separare, e levare ogni solidezza alle particelle dell' aria e dell' acqua. Di fatto e sua opinione che LA LUNA si condensa a cagione del fuoco, che da essa si parte, non altrimenti che avviene nell'acqua, quando si riduce in gelo. E se il fuoco indura i corpi umidi, e vetrifica talvolta i solidi, ciò accade per G., perchè scioglie e separa l'aria e l' acqua in quel li dimoranti. Gli elementi dunque aria e acqua sono stati solidi, se la forza dissolvente del calore portato non l'ha alla liquidità, che lor si conviene Non conosce, egli è vero, così pensando, qualunque corpo per via del fuoco poter pigliare, passare, ritornare allo stato solido, o liquido, o aerifornie; ma giunse a comprendere l'aria e l'acqua dovere al fuoco la loro fluidità. Questa verità, che in tempi più felici avrebbe potuto generarne tant' altre, e allor qual baleno in notte huja, che illumina in un attimo, poi l' oscurità lascia più grande. Tal verita o affatto non e avvertita, o punto non e ben compresa da’ filosofi d'allora. Aristotile si lagna di G., come di chi e ha usato de IV elementi, non al trimenti che fossero stati II; contando quegli per uno i tre, che questi avea realmente diviso aria, terra, e acqua. Anzi chi furon dopo (quasi G. non già quattro, nia un solo elemento ha stabilito nella sua filosofia) si diedero falsamente a credere il fuoco essere stato tenuto dal nostro fisico per lo principio, da cui ogni cosa venne, e in cui ogni cosa doveasi risolvere. Ma comunque ciò, sia, egli è certo, da che G. manifesta IV poter essere gl’elementi delle cose, tutti abbracciarono la sua opinione. Di leggieri ciascun' s'avvide l'aria, l'acqua, la terra il fuoco aver gran parte nella composizione de’ corpi, e ne' cangiamenti più notabali, che avvengono nel nostro globo e nel la nostra atmosfera. Di fatto non più a capriccio come prima si solea, s'accrebbe o diminui il numero degl’elementi, e tolta ogn'instabilità tra le scuole, comune e, e ferma rimase la sentenza de' IV ele Conta area la dem fial menti. Sicchè su questa dottrina, qual ferma base, venendo assai dopo a posare lfisica. Questa G. ricono scere deve', e lui onorare qual suo capo e fondatore. Hanno le scienze, come ogni cosa umana i lor giri, e le loro vicende, che si distinguono da' metodi, dalle opinioni, dalle verità, ed eziandio dagl’errori che son dominanti. La fisica nella sua infanzia nise tra gl’elementi l' aria, l' acqua, il fuoco, la terra. Questi, non ha guari, ha gia scomposto la chimica. Altri ne sostituiranno i nostri posteri ch' al presente non si conoscon da noi. Ma niuno negherà la debita lode al nostro filosofo che fondo il primo periodo della fisica colla dottrina de’ IV elementi, e regola i primi debolissimi passi dello spirito umano nello studio non che vasto ma difficile delle cose naturali. Più alto senno, e più forza d'ingegno mostra G quando si mise a cercar le forze che mettono in movimento la materia e gl’elementi. Si fatta 2, Dileta plaža matukio ered ܐܐ F Table tol fue ele 8 1 ricerca, siccome molto ardua, non era stata sin allora impresa d'alcuno. Anassagora, attese le sue particelle prive di moto e di vita, non sapendo altro che specolare, ricorre al DIVINO; e colla forza onnipoten te di lui agita e sospinse le sue parti simili, o loro impresse quel moto, che queste naturalmente non aveano. Fece costui, come chi a muover la macchina, in luogo di peso, o di molla, cerca la man dell' artefice. Però Aristotele contro lui si sdegna, e giustamente il rampogna.  Basta a Democrito di fornire il moto a' suoi atomi, nè cura di saper come e d'onde quello venne. Al più facilitò il movimento immaginando un voto, ove ogni sorta d'atomi avesse potuto agevolmente dimenarsi; e particolarmente attribuendo agl’atomi del fuoco la figura sferica, come quella, che avesse questi potuto render atti a scorrere e sdrucciolare. Ma G. e il primo al dir d'Aristotele, che con molto senno in natura conosce due come cagioni del moto degli elementi St et © S forze C 19 menti . Una di quelle chiama AMORE, amicizia, concordia, o l'altra come contraria o lio, inimicizia, lite. L'amore di G. non è quel del la favola, di Parmenide di VELIA, d' Esiodo, o d'altri fabbri di cosmogonia. E forse per costoro un principio attivo che vivifica l’universo. Ma questa e un'idea, vaga, generale, e NULLA UTILE ALLA FISICA. NON E COSI L’AMICIZIA DI G. La quale è una forza, fornita di particolari propietà, e tanto intriseca alla materia, quanto si stima da noi la sua gravità. In virtù di sì fatto amore le particelle simili tendono a unirsi tra loro, e congiungendosi formano a mano a mano le masse. Masse che vie più van sempre crescendo; perchè la maggiore sempre ne trae a se la minore, e l'una all'altra infallibilmente s' unisce. Aria, dice G., si aggiunge ud aria, etere a etere, fuoco a fuoco in modo che il minore al maggiore s’ accoppia. Sospinte del pari dall’amore le particelle di natura diversa tendono a unirsi tra loro, e compongono gli aggregati colla loro unione. L'amore in somma unisce la materia si fattamente, che se in natura si gnoreggiasse la sua sola forza diverrebbe l' universo unica męssa, unica sfera. Perchè è propietà peculiare dell’amicizia di ridurre le cose che son più a una sola. La forza quindi per G. simboleggiata dall' amore, amicizia, e concordia non è se non quella stessa che oggi da’ chimici si chiama AFFINITA. L'odio, non altrimenti che l'amore, è parimente intriseco agl’elementi de' corpi, ma le qualità d'uno son del tutto opposte a quelle dell'altro. Tende l'inimiscizia a disunir le particelle congiunte; sciogliendo le masse, e scomponendo gl’aggregati. E' singolar propietà di quella ridurre l'uno in più: tal che se l'universo fosse una sola massa e unica sfera, que sio in forza dell'odio si dovrebbe tutto quanto sciogliere in minutissimi briccioli. Odio in somma, inimicizia, lite per G. son e valgono forza dissolvente, o 1 tutt'uno 21 repulsiva. Di fatto chiama egli anche il FUOCO inimicizia; perchè questa come quello distrugge e separa ogni cosa. Dą ambidue queste forze tra loro opposte, d'ailinità una, e dissolvente l' altra, significate dall' amore e dall'odio, il nostro G. ne rica il moto ne' corpi. L'amicizia sollecita gli elementi all'unione tra lor l'avvicina, e nell' avvicinarli tra loro parimente li muove. L'inimicizia all'incontro cospinge le molecole unite, so spintele a poco a poco le stacca, staccate le del pari le muove. Forze adunque sono l'amore, e l'odio del nostro fisico; come quelle che avvicinando o respingendo gl’elementi cagionano lor movimento. Fors ze ch'egualmente son chimiche, conie quel le, che uniscono e separano; compongono e scompongono i corpi in natura. Ma come sono esse adombrate sotto le forme morali d'amore e odio, di lite e concoradia; sono state mal comprese e capricciosamente interpetrate. Alcuni videro in quel. le due forze IL DIVINO (“GOD IS LOVE”) e la materia; altri: l'ordine e'l disordine; il bene e' l male. Chi la luce e le tenebre; chi l'Oromaze e l'Arimanio de' Persiani, o altre cose simili. Tanto egli è vero che il suo linguaggio, come poetico, ha recato ingiuria alla sua filosofia. L'amore e l' odio, siccome dice il nostro fisico, han que signorie; ma alternanti e separate tra loro. Comincia l'impero dell'odio, quando finisce quiel dell'amore, e declinando la signoria dell'inimicizia, l' amicizia ritorna a' suoi primieri onori. E come una sifatta vicenda non ha mai fine; così costante si mantiene il movimento in natura, e gl’elementi in eterno s'uniscono e separano. Esprime egli tal con tin: io e scambievole impero dell'odio e dell' amore coll'immagine, e somiglianza d'un cerchio, che si revolve. Perché il cerchio la periodi finiti, che all'infinito si posso no rinovare. Ma tolte le voci d'impero e signoria, che son propie della poetica, si potrebbe la filosofia di G. raſfigurare nella vicenda delle forze, mercè la qua. 23 bene i ebre; chi ni, oabe ero, chei ell'aur Onn '. le i pianeti si'movono. In questi or preva le la forza centripeta e viene a farsi maggior la centrifuga; or prevale la centrifuga, e viene a farsi maggior la centripeta. Sicchè alternativamente prevalendo le due forze centrali, i pianeti s' accostano e discostano dal sole, e costantemente si mo vono nelle loro orbite ellittiche. Tale dell’amicizia, e inimicizia di G.. Come gl’elementi s' uniscono; comincia a preva ler l' inimicizia, che tende a separar le cose unite. E come gl’elementi dividonsi; principia a superar l'amicizia, che tende a unir le separate. Per lo che ambidue sempre operano, e si a vicenda prevalgono, che gl’estremi dell'odio occupa l'amore, e l' inimicizia que' dell' amicizia. Giusta questa legge G. fa e ternaniente operar l'amore e l'odio. Così, e ' dice, comanda o il füto, o la necessità, o l'antico giuramento degli dei. Ma il fato del nostro filosofo non è quello de. gli Stoici, o dei VELINI DI VELIA. Egli null’altro indica colla parola necessità, che l'ins etarr Itale ம் care PA umpert 2.  la que 24 tima natura di quelle due forze. Siccome eterna ei reputala materia, ed eterne le forze, da cui essa era animata; così l ' amore e l'odio volea dover sempre e necessariamente operare. Gl’elementi secondo lui o son separati, e ſrettolosa corre l’amicizia a unirli; o sono uniti, e impaziente va l'inimicizia a separarli. Se per poco lascerebbe l' una o l’'altra di congiun gere le cose separate, o segregar le congiunte, l'amore e l'odio, mutata natura, non sarebbero più nè odio, nè amore. E' quindi pel nostro fisico così necessaria l'eterna vicenda delle due forze, come invincibile si stima il decreto del fato e della necessità. Il fato adunque nel dizionario del nostro filosofo altro non significa che l' intima indole, e l'immutabile natura delle due forze senza più. Però a torto Aristotile riprende lui, come chi avesse introdotto nela la fisica il fato é la necessità. Posti questi principj va G. squadernando il suo sistema, qual poeta, qua si collocato su d'un eminenza, di la conta; ON ie. Sasa templando la natura dichiara agl’uomini le sublimi lezioni di sua filosofia. Nulla, egli dice, manca, nulla ridonda nell'universo; perchè la quantità della materia nè cresce nè manca. Tutto nasce, tutto muore, tutto in altra forma trasformato risorge, L'accozzamento di parti, che son disgiunte, n'è la nascita; e la separazion di quelle, che sono accozzate, n'è la morte, La natura quindi null’altro è, che ” se parazione e miscuglio. Essa è eterna; per che l'amore e l'odio sempre fa e disfà, strugge e compone. Mancherà il presente ordine di cose, sorgerà subito un altro. Questo distrutto, di nuovo, e sotto altra, guisa si verrà a formare. Così senz'alcuna fer posa uno in un altro ordine successivamena te, e sempre sarà permutato. Nè per que: sti continui giri si cangia la natura, ne ha od te luogo o confusione, o simmetria. La materia non è stata, nè sarà mai senza moto. La natura è stata sempre qual sempre sarà: cioè amore e odio, separazione e union d' elementi. Cosi parla G. nel suo d ali 200 € c). och eta, Jade 26 poema sulla natura, o per dir meglio cosi egli smentì anzi tempo chi dopo lui dovean supporre aver lui voluto il caos immaginato sol da' poeti. Lo stato di confusione e di caos pel nostro fisico, o non è stato, nè sarà mai, o sempre egli è stato e sarà. La natura quella è ora, ch'è sta ta, e sempre sarà: miscuglio e separazione: amicizia e inimicizia: nascita e morte. Passando G. d'una in un ' al tra idea strettamente lega i suoi pensie ri. Siccome la materia è tutta divisa ne’ IV elementi; così i corpi per lui eran composti presso a poco de'medesimi. Ma perchè ciò nulla ostante quelli tra lor son tutti diversi; quindi anda ricercando in che, e.come si differisser tra loro. Tal diffrenza ei rinvenne con gran perspicacia nella maniera diversa, con cui gli elementi com binansi. Però non è nè l'aria, nè l'acqua, nè la terra, nè’l fuoco che distingue le cose; ma la misurata lor mescolanza; in breve, la proporzione in cui trovansi due o piti di quelli componenti. Rappresentando da € st CL T 1 C 27 c de poeta le sue idee ch'eran fisiche, dicea: i dipintori mischiano colori diversi, e col mi schio di questi van figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, e anche gli stessi dei. Non altrimenti fa la natura. Ha ella, come IV colori, che sono i IV elementi, e va coll ' accozzare un poco di questo, di quello, e quell' altro forman do uomini, piante, animali, donne leggiadre, e chiarissimi dei. Tutto lo studio di G. e quel di scomporre i corpi, e scomponendoli cerca la ragione, in cui stavan tra loro le parti componenti. Per chè e persuaso, che la loro varietà venne, ed era tutta riposta nella varia proporzion degl’elementi. Aristotele che ammira un sì bel pensamento da a G. il vanto d'aver lui il primo conosciuto una tal verità. Non si può quindi negare il metodo di G., come quel lo, che volea l'analisi de' corpi, esser chimico; chimiche esser le forze amore e odio, che inprimean moto alla materia; e chimica esser tutta la sua fisica; perchè tra lai arch nemt 22 نماز کی P.; Det ue opad ando de d 2 28 P ch for pa me pre me an CO fondata sulla proporzion delle parti, che compongono i corpi pressochè infiniti della natura. Può ora essere a chiunque manifesto G. il primo aver delineato il sistema dinamico, che oggidi leva tanto rumore in Alemagna. Pone questo sistema alcune sostanze semplici e primitive, che colle loro diverse combinazioni producono la varietà de'corpi. Questo stesso fece G. ammettendo i primi elementi, e combinandoli in varia e differente lor proporzione, Forze attrattive e repulsive vogliono i Dinamici; e G. immagina affini tà e forza dissolvente, o sia odio e amore. Che se quegli a spiegare gli stati e i volumi de' corpi si fondano sul contrasto e rapporto, in cui si tiene la forza attrattiva colla repulsiva; anche G. dice che l'inimicizia sta appiattata nelle parti de' corpi pronta a vincer l'amicizia nel tempo opportuno. Ma io non mi maraviglio punto di tal corrispondenza tra Dinamici e il nostro fisico. Gl’uomini gireranno sem at c ) in D gi ti 29 pre nella stessa orbita, e torneranno sempre a riunirsi nelle medesime ipotesi ogni qual volta, che si aggireranno sì oggetti, che illustrar non si possono con osservazioni e co’ fatti. Perchè limitate essendo le forze del nostro spirito, limitato sarà del pari il numero delle sue combinazioni. ' I metafisici di fatto sogliono ricondurre sempre in iscena più o meno vaghe, più o meno adornate le opinioni medesime. Gl’antichi vollero rappresentar l'essenza de' corpi. Però Democrito immagina il sistema atomistico; G. il dinamico. Oggi, che alcuni han pensato di tentar lo stesso, in Francia è risalito in alto il sistema di Democrito, e quel di G. in Alemagna. Dobbiamo persuaderci una volta che le scienze s' accrescono non già colle nostre opinioni, che sono semplici fantasmi della nostra mente, ma coll'esservare ed espri mere co' nostri pensieri i fatti e le consuetudini della natura. Questo metodo per avventura non e ignoto in quella stagione in Gergenti. [NON GIRGENTI, come oggi] Anacrone l'amico di G., poste giù le ipotesi, fonda la medicina sull'esperienza, ed e capo della setta empirica. Il nostro fisico cerca e stabiliva la varietà de' corpi cercando e stabilendo la proporzion de' lor componenti. Ma i tempi imprimono nel nostro spirito la lor forma, il lor carattere, le loro opinioni; operando su noi non altrimenti dell'aria la qual si respira. Non è quindi da maravigliare se G. s'occupò, come allor si fa, su i principi delle cose, e sulla generazion dell' universo. Il romanzo della nascita del mondo e in que' tempi un'introduzione, che si stima necessaria alla fisica. Niuno affatto potea meritare il titolo di sapiente, se non prima avesse ordito la sua cosmogonia. Quindi i filosofi cominciavano allora i lor poemi dalla creazione del mondo. Molto più, che a ciò fare non dovean perdere gran tempo, nè durar molta fatica. Le loro cosmogonie sono un lavoro più di fantasia che di ragione. Si fatti lavori meglio che cosmogonie potevan chiamarsi romanzi, in cui i paragoni tenendo luogo di raziocini affermiare è lo stesso che dimostrare; e le capricciose finzioni si scambiano come opere della natura. G. dunque al par degl’altri intese alla formazion dell'universo; svolgendo e dichiarando l' impero della sua inventata amicizia. Da prima nascita all'etere, indi al fuoco, poi alla terra. Da questa trasse l'acqua, l'aria, l'atmosfera; indi le piante, gl’uomini, e gli animali. Pose più diligenza e più tempo a formar dalla terra; ma per opera dell'amore il genere umano. Rimescolando gl’uomini colle piante, e co gli animali, tenne costoro come unica materia, in cui tutti si fossero contenuti qua si in ischizzo, ma senza che distinta aves ser presentato la irma, leggiadria, e ata titudine delle loro membra. Queste a poco a poco idea egli essersi sviluppate, ed esserne venute fuori delle immagini, prive di moto e di vita, simili alle pitture, ale le statue. Nella terza generazione di poi furon distinti i maschi dalle femmine. Nella quarta s' ebbero degl’uomini, che nascono gli uni dagl’altri; perché, distinto il sesso, si mosse il carnale appetito. Le piante secondo lui fitte restarono in terra per trarne l'alimento; e gli animali qua e la si divisero per cercare un abituro conveniente alla loro natura. Queste cose sconce, incredibili, e simiglianti sognò il nostro fisico, che dovrebbero passarsi sotto silenzio, se non giovasse d'accennarle per dare șin' utile lezione allo spirito umano. Il quale ardito, com’egli è, malgrado gli assai folgoranti brillantissimi lumi non che della religione, ma della moderna deparata filosofia, a dì nostri va sempre fisicando geogonie e cosmogonie. Darwin di fatto adotta gl’errori del nostro Empedocle, e certamente da lui ha a trarre l'idea della successiva perfezione, e a grado a grado del regno animale. L'uno e l'altro fa nascere i vegetabili prima degl’animali nel tempo e nello stato, che le cose sono imperfette. Entrambi del pari segnarono gl’animali essersi a poco a poco svieluppati, e aver tratto tratto acquistato quella perfezione, di cui oggidi son forniti. Vogliono tutti due, che dal principio i sessi fossero stati confusi si negl’animali che negl’uomini. Ambidue affermano che l’universo giunse al grado di sua perfezione, allorchè separati i sessi nacquero gl’animali gl’uni dagl’altri. Darwin in somma dice unica essere stata la specie dei filamenti, che da origine a tutti i corpi, che sono organizzati. E parimente e opinione di G., che unica e la pasta da cui vennero vegetabili, animali, uomini, e Dei. Tanto egli è vero, che i nostri pensatori sempre, o al men per lo più copiano, e s'arrogano le speculazioni degl’antichi. Nella cosmogonia di G. siccome a chiunque è maniſesto, non intervie ne, ne opera alcuna cosa il divino. Ma così pensando, intendea egli di recarle onore più presto che ingiuria. Avendo egli la materia, come allor si pensa, per cosa vilissima, teme che la sapienza si fosse bruttata, se avessé preso a ordinare cose, che son del tutto materiali. Per lo che a intendere la formazione dell'universo, lasciata la mente divina, invoca il caso, e commise gli elementi in poter della fortuna. In sì fatti grossolani sciocchissimi errori s' imbatte chi stoltamente, e senza una precedente saggia e matura riflessio ne, vuol togliere il supremo artefice dal la fabbrica del mondo. Il caso, fantasticano essi, siccome racchiude in se tutte le combinazioni possibili ad avvenire. Così tra le molte, e assai e infinite, che son mostruose, quelle poche ancora contiene, che son regolari. Infinite, dice G., sono state le forme, che ha preso teria, e senza numero le combinazioni degl’elementi. Ma queste si son succedute senz'alcuna posa sin dall'eternità, e forse non han potuto durare perchè prive sono state di regola e simmetria. Dopo tante é tante strane vicende, gl’elementi in fine, conchiude egli, essersi disposti in la ma  quell'ordine, che il mondo ritiene, e da tutti con ragione, s’ammira. Dal caso a dunque G. forma l'universo. Al caso attribui egli quel che privativamente è sol propio della sapienza e dell'infinito potere d'un esser supremo. Da un accidente sogna egli essersi condotto il presente ordine, ma dopo lungo, vario, e successivo disordine. Queste idee và G. adornandh colla sua fantasia vivace, e poetica. Figirra egli mani, piedi, gambe, busti, occhi, braccia, spalle, teste di animali, di uomini, che tra lor misti é confusi si portan qua e là únendosi- senza regola, e senza misura. Ora egli vede petti senza spalıe; teste senza cervici; e fronti prive d' occhi. Or egli osserva piedi congiunti a colli, occhi a spalle, teste å gambe, dita a fronti, e altre irregolari unioni. Quando immagina egli de' tori in volto u e uomini colla testa di bue; e quando nota nell'uomo l'impronta della pecora, e in questa quella dell'uomo. Em mano e 2 36 1 1 a i G. in somma finge, trasfornia, è com pone mille e mille specie di mostri, che per lui una volta furono, e di quando in quando appariscono. Ma dopo forme si sconce é fuor di natura dispone egli ca guialmente quelle membra nelle proporzioni, e misure che al presente veggiamo. Che maraviglia è dunque, ei conchiude, che dopo tanta varietà di mostri sieno a sorte venute le belle e ben disposte macchine degli uomini e degli animali? In tal modo si sforza il nostro fisico di render credibile ciò ch'è falsissimo. Facendo come chi gli occhi s'acceca per meglio e più chiaramente vedere, Ma i suoi sforzi tutti quanti gli tornarono vani. Non cape ne capirà in intelletto umano, che il mondo il quale spira ordine, sapienza, e nia, sia l'opera del cieco, e dello stolto accidente. Ciascuna parte d'un essere forma un sistema; un sistema formano tutte le sue parti; un sistema tutti gl’esseri, che tra loro legati corrispondono tutti al gran di fi armo 37 c scuna, segno dell'universo. I moti varj e multiplici de corpi celesti son regolati da poche e semplicissime leggi; le quali nascono e derivano da unica propietà della materia. Se dunque ogni sistema indica combinazione, e questa suppone DISEGNO – H. P. GRICE, GENITOR, ENGINEER -- e architetto; chi contemplando la fabbrica dell'universo, ch'è un grande e maraviglioso sistema in cia. e in tutte le sue parti, potrà non ammirar la mente di chi seppe non che idearlo, má farlo? Se il mondo è così perfetto, qual dovrebbe essere, se fosse l'o pera d'un supremo fattore; se l'universo non mostra in ciascuna sua parte, avvegna chè minima, alcun segno o piccolo o lontano di casualità; chi senza empietà o stoltezza, potrà riconoscerlo per opera del caso e non della mente d'un Dio? Ma senza più travagliarci a dimostrar cid ch'è chiarissimo; l'esistenza d'un sommo fattore, oltre all'essere scritta nell' animo nostro, si.legge ne' cieli, e a noi per viene da ogn'angolo della terra. Da che Anassagora disse agli uomini la mente divina con singolar magistero è giusta leggi invariabili, áver ordinato la materia, niu. no vi fu, che nol consentisse. Il popolo d'Atene alza allora un tempio a Dio, qual supremo fabbro degli esseri, e onora quel filosofo del soprannome di mente. Anzi la ragione del volgo ha vinto in cið, e vincerà sempre i lunghi ragionamen ti di qualunque filosofo. Il volgo non lo rigetta con orrore le cavillazioni degl’atei, che tentano invano negar l'esistenza d'un eterno fattore, ma poco o nulla cura altresì le speculazioni di que' sapienti, che vogliono dimostrarla. E in vero tal verità alla classe appartiene, attesa la somma evidenza, di quelle che sdegnan le pruove, e che si possono guastar più tosto che ras sodare co' lunghi e sottili raziocinj d'una filosofia illuminata. G. e Democrito sebbene fossero stati superati d’Anassagora, perchè non già una mente divina, ma il caso avesser posto, come autor dell'universo; pure son degnissimi d'onore per i loro metodi, o bel 39 osta k.. ** dias li pensamenti nelle fisiche discipline. Poté Democrito per sua particolar virtù concepi re egli il primo un sistema meccanico del mondo, fondato sulle propietà de' corpi, o sulle leggi del niovimento. Valse G. per forza di sua mente a immaginare anch'egli il primo un sistema chimico dell' universo, che posando su i quattro elemen ti, è regolato da forze, e sottoposto alle leg. gi dell'affinità. Ambidue tennero in onor l'esperienza, che certo e naturalmente con duce alla scoperta della verità. Se chi do po lor filosofarono, fossero stati poco più sensati; avrebber dovuto mettersi dietro la loro scorta, e collegare insienre i modi chi mici di G. e i meccanici di Democrito. Si sarebbe allora abbreviato il corso degli errori, e anticipato il principio di quella filosofia naturale, che fa tant' onore a ' nioderni. Ma le sette smarrirono i filoso fanti d' allora, e costrinser costoro tanto più a errare, quanto più essi s' attennero alla metafisica, e si scostarono dall'esperi. mentare e asservare. Dovettero scorrer piů Dice? 17 bile su 40 secoli, perchè venisse in grande stato lo studio della natura. S'apparteneva veramen te a'nostri tempi, che congiunte chimica e meccanica avesser portato la fisica a quel grado d'altezza, in cui oggi si trova. Ma è sempre da confessarsi G. e De. mocrito aver gettato i primi semi di que' vantaggi, che cal favore del tenipe la fi. sica ha oggi ottenuto. Le opinioni di G. sų gli ele menti, e sull'origine delle cose, se non son vere, almeno non sono ingiuriose nè al la sua mente, nè alla sua filosofia. Splen dono tra gli abbacinamenti chiari i lampi d'ingegno, e un metodo sopra ogn' altro riluce, che l'avrebbe guidato alle più bel, se gli errori de' tempi non gliel' avessero contrastato. Ma non è così, quando il nostro filosofo alle cose si rivol ge, che trattan d'Astronomia. I suoi sen timenti su gli astri sono altrettanti assurdi. G. il fisico pare altr' uomo, e tut. to diverso da G. astronomo. Tal differenza, che veramente è notabile, se 1 le scoperte, 41 non m'inganno, nasce da ciò, che la sua fisica si trae in gran parte da' frammenti de' poemi di lui; là dove le sue opinioni astronomiche ci vengon quasi tutte dagli Storici degli antichi filosofi. ' Non senza ra gione quindi si può sospettare, che i suoi pensieri non sono strani e deformi, quan do egli stesso l'annunzia; e al contrario pajono sconci ee mostruosi, allorchè altri parlano in vece di lui. E maggiore tal congettura, qualor si considera que compilatori essere stati grossissimi delle cose a stronomiche. Costoro affastellano in confuse opinioni de’ filosofi, e o abbreviando le mozzano, o interpolando le allungano, o pure in qualunque altra manieria, senz’alcuno intendimento, ogni cosa deformando's le alterano. Non è quindi duro a com prendersi, gli storici del nostro filosofo, tra per l'imperizia delle cose del cielo, e per l'espressioni di lui, ch'eran tutte fi gurate e poetiche, averne contraffatto la sua astronomia. Non si negan con ciò gli errori, in cui egli per avventura avesse potuto cadere. So benissimo l' astronomia dei Greci, sfornita.com'era in que' tempi d ' osservazioni, ridursi, tolto il nascere o trae montar d' alcune stelle, a una raccolta d' antiche tradizioni, o di opinioni bizzarre. Si conviene pure Empedocle aver potuto di: re il movimento del Sole essere stato da prima più lento, che a' suoi tempi non e. ra. Si concede altresi aver lui potuto opi nare l'asse della terra aver pigliato una po sizione all' Eclittica inclinata, che prima non avea: (usanza de' cosmogoni acconciare a lor talento le parti dell'universo, e condur le allo stato, in cui ne' suoi tempi si trora no ). Ma non si può affatto credere, Empe docle aver tenuto i tropici quasi due mura glie, cui giunto il Sole, essere stato stretto a torcere il suo cammino; e aver segnato și fatti circoli non altrimenti che due confi. ni, che impediscono il Sole camminando verso i poli d'oltrepassare il suo termine. Chiamò egli que circoli con linguaggio fi. gurato i confini del Sole; perchè a quel li il Sole giungendo par che il suo cammino rivolga. In breve intese egli indica re l'obbliquità dell'eclittica, e segnar lo spazio in cui il Sole fornisce l'anquo ap parente suo corso. Giacchè l'anno si com putava allora da’ solstizj, i quali dall'om bre osservar comodamente si possono coll? ajuto dell'ago. Con tali e simili sconcezze si è guastata l ' astronomia di G.; Però se tra per difetto di memorie di lui, e per ignoranza degli storici, ė, ben diff cile d' indagar ciò che G. penso sul. le cose del cielo; è assai più difficile sa per, ciò ch'egli non disse, e a torto a lui appongon gli storici, Temendo gli Ateniesi, che la terra fosse stata un'abitazione mal soda, furon solleciti della sua stabilità. Provvidero e glino alla propią sicurezza, e a quella del genere umano: ma colla sola fantasia a modo del volgo. S'appresentarono la ter ra in forma d'un monte, le cui barbe vanno a profondare e perdersi negli ultimi lontani confini dello spazio. Assegnarono ina sieme alla terra già divenuta nionte il suo vertice di forma rotonda; e quivi loc:arono ferma sicura l'abitazione degli uomini. A mente dunque di quel popolo il Sole e gli astri non givan mai sotto la terra, che nol poteano; ma spuntavano e tramonta vano girando intorno intorno a quel verti. ce. Questa opinione, che in Atene era un pubblico dogma, non si potea contra star da filosofi senza grave lor danno. Il popolo pigliava alto sdegno di chi osava sen tirne in contrario, e contro lui si scaglia va, come contro chi avesse tentato di som. muover la terra é perdere a capriccio.il genere umano. I filosofi d'allora tra per che adularan la plebe, come chi più che gli altri soglion fuggire i pericoli; o per ehe su ' ciò nulla dissimili dal volgo crede van lo stesso; non mai vi fu alcuno, che avesse ardito negare il monte, le radici, il vertice, e la finta figura della terra. Non cosi fece il nostro filosofo, che molto perito nelle cose naturali, anche da Sici lia si scaglid contro sì fatta sentenza. Ri dea egli del monte, delle radici, del ver 45 tice.e aspramente ripiglio, Xenofane, che avea per immensa la profondità della ter ra. Chi, dice G., tali co se divulgano, o poco veggono, o nulla san. no dell'universo.; Altri e lontani da quelli del volgo fu. rono i sentimenti d' Empedocle intorno al la terra. Fu opinione di lui, che fuoco bruciasse nel centro di questa. I sassi i dirupi, gli scogli, ei riguardò come sco rie, che la virtù di quel fuoco avea in alto levato. L'acque, che sorgon terma li, quelle sono, a suo credere, che sotter ra scorrendo piglian calore dal quel mede simo fuoco. G. in somma im maginò sin d'allora l'ipotesi del fuoco cen. brale, che Buffon, non è guari, più bel la e vistosa ha richiamato alla luce. Pensavano gli Jonici, che la terra sospinta dal vortice che occupava tutta la sfera, era stata condotta nel centro di ques sta. Ma non sapeano essi comprendere, come quella, sfornita d' appoggio, ben li brata si stesse nel punto di mezzo. Timidi quindi i filosofi al par del volgo, ne dilatavan la base, e tormentando i loro ingegni si sforzavan di sostenerla colle ipo: tesi. Talete avvisò la terra restar sospesa nell'aria, non altrimenti che un galleggian te sull'acqua, Democrito e Anassagora ne fecero la base non che larga, ma conca va; aifinchè l' aria quivi sotto racchiusa la potesse sostentar con sodezza. Parmenide di VELIA credette sostenerla col principio della ra gion sufficiente. La terra a suo pensare stava nel centro, perchè non avea ragio ne, che la portasse per questo più tosto, che per quel verso, Ma il nostro fisico si dilung) da co storo, e con altri principj prese a spiegar sie la stabilita. L'acqua nella cosmogonia di lui s' era separata dalla terra per l'im peto del giro, che questa facea. Pe. rò la terra nel suo sistema rotaya. Rota va del pari secondo lui il cielo; è altra differenza non pose nella rotazion dell' una e dell' altro, che nella velocità, Minore la yolea nella terra, che stava nel centro; 47 1 rola, ando il cla colo come star galo raal Po maggiore nel cielo, che in giri smisurati si volgea. Da cid appunto egli ne trasse e perchè quella stesse in aria sen za cadere. Se girate, egli dicea, con pre stezza una secchia; l'acqua non cadrà, ancorchè nel girarsi si tenga capovolta. Tal è nella sfera i La conversion celerissi ma del cielo vince ogni peso e ritiene la terra. Al moto dunque del cielo egli in catenava la posizion della terra nel cen. tro, il suo rotare, e lo starne, Si sihar rì, egli è vero, in quella spiegazione al par degli altri; perchè allor s'ignorava la gravità della terra esser diretta al suo cen. tro. Ma il suo metodo di ridurre più fe nomeni a un solo, e ripescare ne' fatti la ragione di quelli, è molto degno di lode. Dall'esperienza della secchia, che pre stamente si volge, han preso argomento chi son portati per l'antichità, aver co nosciuto il nostro filosofo la forza centrifu. ga, Ma a pensar giusto, ignorandosi allos ra le leggi del moto, niuno ebbe, nè as ver potea l'idea vera e matematica di quel, 1 ajd a $ permas 30, ho murah ento: 48 d he Te la forza. Egli è vero essersi saputo in que' tempi, e da G. essersi ben dimo strato la velocità del girare impedir la ca duta de' gravi. Ma questo era fatto, non forza, e più esempio, che principio. Eran sì lontani G. e gli antichi di cono scer quella forza, che presso loro fu fer ma e costante opinione, i corpi a cagion di circolazione avvicinarsi al centro se pe santi, fuggir dal centro se leggieri. Ma se'a lui si può contrastare la co gnizion della forza centrifuga, gli si deve certamente quella concedere della rotazion della terra. Opinione era questa comune presso noi ne' tempi greci, e propia in ve rità della nostra Sicilia Giacchè Ecfanto e Iceta la divulgarono in Siracusa; ma sin da tempi antichissimi G. l'insegno nella nostra Gergenti – e NON GIRGENTI. Avea il nostro Astronomo il Sole e le Stelle, come se fossero della stessa natura. Opina egli quello e queste esser di fuoco. Ma non perciò è da credere, ch ' ei tenesse la luce per eguale o simile al R te te e 1 49 1 fuoco terrestré. Non sapendo egli qual fose se la natura della luce, che per altro è ignota anche a noi, tenea il Sole come una massa ignita, che lanciava nella sua sfera le sottili sue particelle. Queste ei credea, che dal Sole si moveano, e pro gressivamente propagandosi giungeano agli occhi. La luce, dicea, va prima nel mez zo, e poi perviene sino a noi. An ticipava così la scoperta bellissima della pro pagazione della luce, che i Satelliti di Giove doveano in tempi avvenire rivelare a Roemero. La vide, egli è vero, coll' in telletto, e senza ridurla a fatto, la lascið nel posto di semplice opinione. Ma nel tempo de' sogni e dell'ipotesi è degna cer to d'ammirazione quella opinione, che coll' andar de' tempi è stata condotta al grado eminente di fisica verità. L'emission della luce fu l'ipotesi, ch' allor tenne G., e cui oggi s' acco stano chi non vogliono vaneggiar per no velle bizzarie. Questa a dì nostri d ' alcu ni è rigettata, e in que' tempi era ancor contrastata. L'ipotesi che il Sole quanti raggi manda, altrettanti ne perde, fece al lora, e ha fatto oggi credere a parecchi, ch ' egli raggi mandando, e raggi perden do sì gradatamente impoverirà di luce, che collo scorrer de' secoli giungerà sino a spe. gnersi. Newton all'incontro dimostra in sensibile essere stata la perdita della luce solare dal principio delle cose sino a noi. Anzi egli quasi sforzandosi d'assicurar la luce alle future generazioni, cerca di sup plir la massa solare con quella delle co mete. Le quali attratte dal Sole, quan do nel suo giro sono vicinissime a lui, e su lui cadendo, colla loro materia vanno a risarcire la perdita diurna delle particel. le solari. Ma G. in un modo, che se non sarà forse il più vero, è certamente assai più ingegnoso, s' industrið provedero alla durata del Sole. Siccome i raggi lan. ciati dal Sole son poi riflessi dalla terra; cosà egli pensd, che quelli dopo la rifles, sion concentrandosi, ritornano al Sole. Però questi per riflessione acquista quel, che per enuission perde; e atteso un sì fat to circolo durerà sempre lo splendore del Sole. G. quindi potė ben dire la luce essere al presente una riflessione di quella che fu una volta lanciata dal Sole: Ma i compilatori dell'antica filosofia non capirono i sensi del nostro filosofo. Credette ro essi due essere i Soli di G., uno invisibile, visibile l' altro, che collocati in due opposti emisferi si guardavan tra lo ro. La terra, eglino dissero, riflette al se condo i raggi invisibili lanciati dal primo; e quello poi in forma di luce li rimanda alla terra. Ecco con quali sconcez ze quegli storici guastarono i divisamenti del nostro filosofo sull' emission della luce. Non meno speziosa fu la difficoltà, che s'oppose a G. ne' suoi tempi contro la succesiva propagazion della luce. Siccome nel tempo che la luce viene a noi, il Sole si move; così l'occhio astretto a seguire la direzion della luce, vedrà il Sole in un punto, in cui fu, e poi non g  è più. Empedocle a rispondere, non prese scampo nella prodigiosa velocità della luce, o in qualche sottigliezza, cui i fabbri di si stemi soglion rifuggire. Non è il Sole, ei di cea, ma la terra che in ventiquattro ore si volge: La terra' dunque nel rotare s’im hatte ne' raggi solari, ed essa prolungan doli va a trovare il Sole nel punto, in cui egli sta. Non si potrebbe di certo a di nostri in miglior forma rispondere a chi in quel modo vclesse attaccar l ' emissione e successiva propagazion della luce. G.  ha la Luna come opaca, perchè frapponendosi tra il Sole e la ter ra cagiona l' ecclisse. Plutarco a lui solo, mettendo in non cale tutti gli altri, da il vanto d' aver divolgato la Lu. na essere un corpo privo affatto di luce, che riflette i soli raggi solari. La chiarez za della Luna' ei chiamava non che dolce e bénigna, ma insieme straniera. Una lu ce straniera, dice G. qual poeta, circola intorno alla 'terra. Ma G. ebbe la disgrazia d' aver avuto guastato ogni suo sentimento. Achille Tazio dall' epiteto di straniera dato alla luce lunare da G., ricavo, non so come, il medesi mo aver tenuto la Luna qual pezzo svelto dal Sole. Ma buon per noi che ci sia re stato il verso di G., che smentisca l'interpetrazione di Tazio: Anassagora per dare una misura del So le riferì la grandezza di quest' astro al solo Peloponneso. Il nostro filosofo fu il primo, cui venne in pensiero di comparar Sole e Luna tra loro. Egli credea che il Sole fosse stato più della Luna distante dalla terra so pra due volte. Ciò non ostante affermo quello essere stato assai più grande di que sta; sebbene ambidue fossero appariti dello stesso diametro. In somma l'ineguale distanza fu per lui certo argomento della lo ro diversa grandezza. Parrà ad alcuno ciò essere stata cosa di lieve momento; e pure fu un passo, e un avanzamento che allora fece la scienza del cielo. Giacchè niun altro prima di G., ed egli fu e il solo e il primo, che insegnò gli astri lontani doverci comparire piccoli più de' vicini. E gli pure fu il primo che pose in confronto tra lor gli astri non solo, ma i loro diame tri. Dopo hui in fatti prima Eudosso misu rò i diametri apparenti della Luna e del Sole; e poi cominciarono i Greci a stabili re i periodi lunisolari, da cui nacque, e s’avanzò l'astronomia de' medesimi. Si potrebbe quì aggiungere a formar tutto il quadro dell'astronomia del nostro fi losofo, aver lui forse conosciuto che la Luna rotando intorno a se stessa si mova circa la terra. Ma punto non conviene dar a G. una gloria o dubbia o sospetta. Basta aver levato a suoi pensieri astronomici quella ruggine, di cui li bruttò l'imperi zia di quegli storici. Appresso l' onorano al cuni qual autore d'un poema sulla sfera in cui si descrive, secondo l'uso de' tem pi il nascere e ' l tramontar d' alcune stel le. Ma i critici illuminati han quello come opera d'ignoto autore e non di lui. Io non discordo da loro; anzi confesso non essere stato G. intento a osservare, 1 1 come si conviene nell' astronomia. In quell' età si costruiva il cielo da' filosofi non si osservava. Era quella la stagione della fan tasia, delle opinioni, e dell'ipotesi, che suol sempre precedere l' altra, che porta seco il raziocinio, l'osservazione, la veri tà. Però non è poca la gloria di G. nell' aver conosciuto la ' successiva pro pagazion della luce, la rotazion della ter ra, l'opacità della Luna, è scostandosi dalle volgari stravaganze nell' aver compa rato il primo le masse tra loro della Lu na e del Sole. Se non può egli quindi emulare Timocari e Aristillo, Ipparco e Tolomeo, che nella Greca astronomia fu ron chiarissimi; pure non è da negare lui aver saputo delle cose del cielo assai più che la sua età non portava. Vennero quel. li assai dopo, e in tempi assai più illu minati e felici; e non è maraviglia, che questi fossero stati di quello migliori. Una fiaccola più o meno brilla, quanto più o meno pura è l ' aria, in cui brucia. Dal cielo tornando alla terra non più 56 et troviamo il nostro filosofo, che immagina l' origin delle cose; ma che studia e in terpetra con senno la natura. La prima verità, che c'insegna, non già ragionando ma coll'esperienza, è il peso e la molla dell' aria. Mette egli in opera in difetto di macchine e di strumenti la clessidra, che s'usava allora da' nostri come orolo gio a misurare il tempo. Avea questa la sua figura conica; la base forata a guisa di minutissimo vaglio; e il collo lungo che stringendosi sempre più andava a fi nire in un sottil bucolino. Si tenea allora la clessidra col collo all'ingiù; e l'acqua, di cui era piena, lentamente gocciolando misurava le ore. Questa appunto fu la macchina di G., che nelle sue ma ini diventò indice e misura di fisiche verità. Introduce ei da poeta una donzella, che trastullando colla clessidra la vuol en piere d'acqua. Ne tura essa l'orifizio col le dita, e postane la base all' ingiù, cala quella verticalmente in un fonte. Entra allora l'acqua per la base forata; ma per SC ay is ce 9 in C  quanto la donzella prema, e travagli, la clessidra non si può mai empiere tutta. Stanca finalmente la verginella, alza le di ta, con cui chiudea quell'orifizio; ed ecco l'acqua che sale, e giunge alla cima. Proposta l' esperienza, G. ne' suoi versi ne soggiunge lo spiegamento. L' aria, dice egli, che sta racchiusa nella cavità della clessidra, colla sua molla, resiste all' acqua, e la ripara di venire all'in su. Ma appena la donzella alza, le dita, l'aria e sce, e però l'acqua non più impedita dall' aria sale, e tutta empie la clessidra. In altro modo ci presenta ei la don zella. Finge egli che questa volti la cles sidra; e allora un altra prova egli ci reca del peso e della molla dell' aria. Chiude es. sa colla mano il bucolin della clessidra, questa piena d'acqua volge colla base all' in giù; affinchè l'acqua tutta fuori si ver si. Ma non senza sua sorpresa s' accorge che l'acqua, lungi di cadere da ’ forellini della base, si ferma: Alza ella quindi la mano con fretta; ed ecco l'acqua goccio h  re il a lare, e a poco a poco cadendo tutta fuori versarsi. Dichiarato il primo, ſu agevole a G. spiegare il secondo esperimento. L' acqua, dicea egli, si sforza d' uscire da' fo. rami della base. Ma l'aria sottoposta si resiste colla sua molla, che venga a vince peso dell' acqua. Subito che la don zella alza la mano, l'aria di sopra preme l'acqua sottoposta; e questa, ajutata dall' aria soprastante, vince ogni restistenza, o vien fuori. Con tali esperienze, delle propietà dell' aria mostrava egli e il peso, e la molla. Ciò nulla ostante furon quelle nell'età d'ap presso poste ingiuriosamente in obblio. Se noti fossero stati al rinascer delle scienze gli esperimenti di G., non si sareb be certo levato tanto grido per l'invenzion del barometro. Ivi il mercurio sta sospeso dalla forza dell'aria, come l'acqua sta so spesa entro la clessidra dalla forza egual. mente dell'aria. Si fatte esperienze, che oggi son volgari, allora erano rade e uti € 59 lissime alla fisica. Smarriti i Greci in que? tempi o dalla lor fantasia, o dalla lor me tafisica, non pigliavan cura nè d ' esperien. ze, nè d'osservazioni; e privi di fatti, co storo eran pur privi di scienza · Ne' versi di G. quindi il principio si trova, e la nascita dirò così della fisica; perchè ivi si trovano i primi esperimenti. Democrito al par di G. piglia va anch'egli allora la via de' fatti: sebene ambidue ne fossero stati presto raggiunti dal divino Ippocrate. Sicché questi tre som mi uomini cercarono allor di fondare un epoca novella nella Greca filosofia, sfor zandosi di condurre gl'ingegni a studiar la natura coll' esperienza, e colla osservazio ne. Ma tal metodo, ch'è lento, ostenta to, non potea esser gradito a Greci, che impazienti erano e caldi; e però da pochi fu pregiato ed impreso. Sebbene G. avesse posto ogni studio nello sperimentare; pure fu solo in Sicilia, senza stromenti, nell'infanzia dela la fisica. Ne si creda Democrito, e Ippocrate avergli potuto giovare, essendo e co lui di region lontanissima e questi de tempi d'appresso. Pochi eran quindi i fat, ti, che potea egli raccogliere. I medesimi non gli eran mica bastevoli all' uopo, ch' era assai vasto, e che giusta l'usanza de tempi abbracciava tutta la natura. Di che veniva, ch'egli spesso era costretto a suppli re il difetto de' fatti; e ciò il fece con assai sagacità e senno: cui nercè l'arte inventò del congetturare. Questa non gia che fosse stata da lui ridotta in canoni come si svol presso noi, che in ogni cosa abbondiamo di regole; ma intriseca si tro va, e quasi nascosta ne' suoi ragionamen ti. Anzi io credo non potersi in miglior modo rilevar l'artifizio del suo metodo, che descrivendo l'andamento del suo spi rito; allor quando pigliò ei a comparare i vegetabili agli animali. Furon tanti, e di tal momento i rapporti, con cui egli quel li a questi lego, che giunse a scoprir del, le verita, che son degne non che di ricordanza, ma di stupore. Il seme, il sesso, la generazione, la nutrizione, la traspirazion de’ vegetabili fu. rono i varii sorprendenti oggetti su cui fil filo s'applicò la sua mente. Da prima avverte. G. comune essere il fine assegnato dalla natura 'e agli animali e a ' vegetabili. Un animale, o una pianta, egli dioe, voglion produrre animali, o piante simili a se. Questo fu messo da lui come base delle sue illazioni, e co nie fermo segnale d'un punto, da cui egli partendosi non s' avesse potuto mica smarri re nel proceder più oltre nelle sue nuove scoperte. Soggiunge egli appresso: come l' animale viene dall'uovo, così la pianta dal seme. Attesi questi fatti comincia o ' specolando a filosofarvi, e da quelli guidato va con franchezza formando le sue conget ture. Se l'uovo e il seme, egli prosegue, comune hanno il fine, ch' è la produzio ne; debbono l'uno e l'altro colla stessa attitudine, e col medesimo impeto tendere al medesimo fine. Da sì fatto fine ad ambi comune egli argomenta, come da un indice, comune dover essere la natura del seme e dell' uovo. Ma G. forse à tal indizio si ferma? Nullameno. Egli torna di nuovo a fatti, mette in opera da capo osservazioni; e si sforza rintracciar co. sì la natura dell' uno e dell'altro. Empedocle tirando avanti la sua stes sa traccia, trova e distingue sì nell' uovo che nel seme, non che germe, ma materia che il germe nutrisce. L'animaletto fin, chè non nasce, o la pianticella finchè non abbarbica ', traggono alimento da quella, Non è già, aver lui conosciuto le foglie seminali; o aver lui detto la placenta u terina portar nutrimento all' embrione per via del funicolo umbilicare. Egli non al tro conobbe, che due esser debbano nell' uovo e nel senię le parti principali e muni: il germe e i cotiledoni, che l'ali mento preparano alla pianticella, o all’em. brione, o nel seme, o nell' uovo. Il nostro fisico quindi più non distinse dirò così ani mali da piante. Ebhe egli il seme qual uovo de vegetabili; e chiamò le piante col soprannome d ' ovipare. Ecco avere G. svelato agli uomini assai prima d’Ar véo tutto ciò, che nasce', non d ' altro pro venir che dall'uovo. Teofrasto infatti, e Aristotile a G. solo attribuiscon la gloria della scoperta di tal verità, e gliela dan come propria. La fatica d’Arvéo, fu egli è vero, utilissima all'avanzamento del le scienze, e degna di tutta la lode. Ma egli pubblicando di nuovo lo stesso ritrova mento di G., null' altro fece che as sodar vie più colle prove ogni cosa nascer dall'uovo. Chi adesso non giudicherà mag. gior l'eccellenza dell'ingegno di chi colla mente va congetturando ciò, che del tutto s’ è ignorato in preterito, e prevede ciò che sarà da scoprirsi in futuro? Il nostro fisico, guidato com' egli era dall' induzione, spinse più oltre i suoi ra gionamenti'. Affermd le piante al par de gli animali dover essere tutte fornite di ses so. Conosciutosi da lui il seme null' altro esser che uovo, come l'uovo si feconda per l' union del maschio colla femina; così argomentò egli del pari il seme per la mescolanza di que' sessi doversi fecondare. Franco ' quindi e sagace stabili egli il pri mo, ed egli il primo distinse il sesso ma schile e feminile in ogni vegetabile. Non si dubita prima di lui essersi conosciuti ma schi e femine tra ' vegetabili: ma ciò soltan to attribuivasi a palme, fichi, canape, pi stacchi. Però dal nostro fisico prende ori gine il sistema, su cui oggi posa tutta la Botanica. Egli è vero non aver lui allora ne cercato, nè mostrato gli organi genita li nelle piante, come poi han fatto con grande studio i moderni; ma ciò facea e gli sempre col ragionare, e quelli vedea dirò così, coll' intelletto. Nella testa de' grand' uomini, come dotati d'una specie di tatto pella verità, la forza delle con getture si sostituisce talvolta all' evidenza de ' fatti. Facea Empedocle a guisa d'un gran dipintore, che solo abbozza il quadro con poche, ma pennellate maestre; e la scia poi agli altri la cura di compirne il disegno, di colorirlo, e abbellirlo. Arveo definì tutto nascer dall'uovo: Zalunziaski, Millington, Camerario, Vaillant prima, e poi Linnéo mostrarono il sesso nelle piante. Ma costoro tutti quanti assodaron la dottri na, e compiron l'idea tracciata dal nostro Gergentino. GERGENTI non GIRGENTI. In verità non è poca la glo ria che a costui torna nell' aver lui il pri mo schizzato degli originali, che di mano in mano col favore del tempo si van tro vando in natura. Contemplare Empedocle, che conget tura è uno spettacolo degno d'un filosofo. Ora egli scorto dall'analogia supera tutti i suoi contemporanei', e più oltre proce dendo va diritto a trovare altre belle ve rità. Ora privo di fatti, non ostante il vi. gor di sua mente, tentoni cammina incer to tra verità, ed errore. Conobbe egli il sesso sol nelle piante. Ma altro non pote va egli conoscere, attese le poche anzi le rade verità solamente allor note. Quante altre osservazioni, quante altre verita gli mancarono? Ignoto era allora l'antere, e gli stigmi esser gli organi genitali delle pian i 06 cer te, e questi trovarsi ne' fiori. Niun sapea il polline portato da venti aderire allo sti gma per via dell'umore, che in questo si stà. Chi aveva allora osservato la Passiflo ra, la Graziola; e ' l Tulipano, che come agitati d'estro venereo, erranti van cando la polvere, che loro fecondi? Chi s'era accorto, in que' tempi la Valisneria, e l'altre piante acquatiche sul punto de’ loro amori alzar lo stigma dall? acque, per accoglier cupide, e aperte la polvere de' loro maschi? Non è però da recar mara viglia, se nell'ignoranza di tali fatti non seppe Empedocle comprendere, come le pian. te, che fitte stan sulla terra, si potesser congiungere per far la lor generazione a guisa degli animali. Ma tenne egli come cosa non che non dubbia, ma certissima, e l'induzione già gliel' aveva indicato, che il seme per l'unione si feconda della fe mina col maschio. Però egli, posti in cia scuna pianta, come sullo stesso talamo, quasi marito, e moglie, disse tutte le pian. te dover essere ermafrodite. Fil questo, egli è vero, un errore; perchè in al cune piante i due sessi son del tutto se parati, e distinti. Ma altresì, egli è vero, la più parte delle piante alla classe ap partenersi dell'ermafrodite; oltr'a quelle, che sono androgine, e poligame. G. appresso, il mistero passo a indagare della generazion de’ vegetabili, con quella confrontandola degli animali. Gran cose in prima osò egli dire sul la generazione animalesca. ' Immaginò egli starsi divise ne' liquor seminali de’due ses si particelle analoghe al corpo d'ogni ani male. S'ideò egli queste nella unirsi, e l'embrion formare del corpo or ganizzato. Il carnale appetito egli ri pose in quelle particelle, che, separato trovandosi nel maschio e nella femina, ten. dono naturalmente a unirsi. Ad abbondan za de' due semi la cagione ei riferisce del parto o doppio, o triplo; e a scarsezza o disordine degli stessi la nascita d'ogni sor ta di mostri. La prole secondo lui al pa dre o alla madre somiglia in proporzione generazione i 2. del più o men prevalere del liquor semi nale quando della femina, quando del ma schio. La ragione inoltre crede lui dare della sterilità delle mule, che all' angustia attribuisce e obbliquita de canali della loro figura. Varie spiegazioni va in com ma egli fantasticando, che io piglierei ros sore di chiamar sogni, se chi han tratta to della generazione, non avessero sinora sognato al pari di lui. Le molecole orga niche di Buffon, i vermi spermatici di Le wenoek, l'uova di Bonnet e,di Haller, il filamento nervoso di Darwin, non sono clie ipotesi più o meno, false o tutte immagi narie. La fantasia inoltre, che tutte domi le umane, s' avvide G., poter avere anch'essa una parte nella ge nerazione. Ricordava ei delle donne, che aveaito dato in luce bainbini simili a sta. tue o pitture, cui quelle, essendo gravi. de, aveano a caso fisamente guardato. Opinò egli quindi la fantasia della femin na, non altrimenti del tornitore sul legro, na cose  2oho da ede lidt? po 12.06 maa Potere dar forma, e simiglianza al feto. Non inancan.oggi, chi credono poter più operare l' immaginazione del padre che alle quella della madre. Ma niun disconviene, ato quasi secondo il linguaggio di G., che la fantasia o della femmina o del maschio, giunge talvolta a tratteggiar, dirò cosi, le membra, e la fisonomia della prole nel ventre della madre. Da si fatte cose, stabilitasi. anzi tem po da G. la famosa analogia tra' vegetabili, e animali, trasse egli, e cona chiuse del tutto eguale a questi duver es sere la generaztone di quelli. Ne men dissimigliante tra loro, dice G., dover essere la nutrizione de gli uni e degli altri. I vegetabili e gli a nimali dicea il nostro filosofo, gli alimenti scompongono, e quel traggon da éssi, ch' è conveniente e accomodato alla loro na turá. Ciò egli credea farsi in ambi due per via dell'affinità insieme e de' pori. Dell'affinità cosi egli parlava. Siccome le cose amare all'amare si uniscono, le dol UD Eury 7 Pizze,the is on sullink ei de 1 dis Tec cer ci alle dolci; ogni sinile in somma al suo simile: cosi gli esseri organizzati quel pren dono dagli alimenti, che lor si confa, e può nutrire ciascuna delle propie parti. Chiaro fu eziandio il suo parlare de' po ri. La nutrizione, egli è certo, separarsi e dividersi negli animali, e ne' vegetabili per mezzo de' pori, che son differenti in dia metro. Le particelle, dette nutribi li, è certo altresì non potere indistinta mente entrare per qualunque di quelli: ma ciascuna insinuarsi nell' orifizio di que' bucolini, ch'è analogo alla propia gran dezza. Un vino, egli dice, è diverso da un altro, attesa la differenza non che del terreno ma della stirpe. Ecco come par, che il nostro filosofo avesse voluto vie più assodar la sua opinione della forza dell' affinità, e de' pori, massime su i vegeta bili (ch'è poi propietà d'ogni corpo orga nizzato) i quali giusta la propia organiz zazione han da quelli preparato gli ali menti, e si rendon capaci di saporé diverso. A senno dunque d'Empedocle la nu se su red nog Ila ti co re со ali 71 Fari trizione si opera tra per l'affinità, e la ti que varia ampiezza de ' pori per canali diversi, ce e va svariatamente, ma sempre in pari re preciproco modo, vigore é aumento porgendo agli organi diversi sien de' vegetabili, sien degli animali Empedocle frattanto, il modo volendo indicare, con cui la nutrizione si sparge e dividesi fra gli organi diversi, abbiam noi veduto essersi rifuggito all' affinità, ch'è certamene un'ipotesi. Ma che maraviglia; se dopo la serie di tanti secoli da questo suo pensare non sono mica iti lontani pa recchi pur tra’ moderni? Grande in verità e diligentissima è stata oggidì la fatica de nostri fisiologi nell'indagare i fenomeni del la nutrizione, Gli hanno essi ridotto a ' fat, ti, o a leggi generali, che son propie e comuni a tutti i corpi organizzati. Nè pu re eglino han trascurato di trovare nella contrattilità organica la forza, con cui gli alimenti son trasportati in canali opportuni non sol negli animali, ma eziandio ne've getabili sino all'alto delle propie foglie. Ma TX, ام د ገን muito con tutto cið o nulla o poco si sono essi avanzati nell'additar la maniera, con cui si fa la nutrizione per gli organi diversi. Non si nega oggi darsi da' più a varii organi, una specie di gusto, cui mercè quel suc chino, e tirino, che a ciascuno in partico lar si conviene. Ma poi tal fatto pensa mento mostra forse esser del tutto falso il ritrovato d'Empedocle? E' troppo vero, cho la natura yince in molte cose, e vincera sempre ogni nostra speculazione e fatica e da filosofi per lo più non si recano, cho sole congetture, ed ipotesi, Fattisi vedere eguali da Empedocle i rapporti degli animali co' vegetabili nel se nie e sesso, nel generarsi e nutrirsi, non re. stava altro a lui che applicarsi sulla tra spirazione comune ad entrambi. Conobbe egli, che gli uni e gli altri per via de' pori similmente traspirano, e quella parte degli alimenti tramandano che loro è su perflua. Alla traspirazione di fatto attribuì costui o il perdersi dagli alberi nella fred da stagione, o il serbarsi quelle foglie, che dalla natura, non a caso, ma particolar mente sono ordinate al traspirare e al nu trir delle piante. I primi, ei disse, tra spiran molto in estate, e spossati levan le foglie in autunno. I secondi traspiran po co in estate, e robusti ritengon le foglie in inverno. Fonda egli la copia o scarsez za del lor traspirare sull' ineguale diame tro, e contraria posizion de' lor pori. Gli uni a suo giudizio hanno larghi i pori del le radici, angústi quelli de' rami. Gli al tri all'opposto angusti i pori delle radici, larghi quelli de' rami. Però i primi più, succhiando, e men traspirando non levan le foglie. I secondi men succhiando e più traspirando perdon le foglie. Se una si fatta posizione di pori, che immagind il nostro fisico, fosse stata confermata dalle osservazioni, avrebbe sin d'allora egli sciola to un problema, che non poco fastidio grandissimo stento ha recato a ' moderni. Era rizio comune a quell' età organizzare ad arbitrio gli esseri della natura a fin di. poterne presto dichiarare i fenomeni. Egli k e. 0 1 è vero non esser mancati a di nostri, chi abbian conosciuto e distinto ne' vegetabili non meno di quattro specie di pori. Ma chi ha potuto, o con qual microscopio potrà mai rinvenire, che a ' pori o larghi o stretti delle radici corrispondano a rove scio quelli de' rami? Pur tuttavia a G. in parte siam noi debitori della ragione, che mostra il come dagli alberi cadan le foglie. La famosa traspirazione ne' vege tabili, da lui allora scoperta, scioglie og gi a noi con somma nostra ammirazione o senza nostra molta fatica un sì bel pro blema. Ognun vede le foglie cader più pre sto, quando la state è più calda. Ognun pur vede gli alberi robusti più de' deboli più tardi svestirsi di foglie. Anzi ognun vede altresì quegli alberi in inverno rite ner le foglie, che poco traspirano. I 100 derni al più han distinto le foglie, che cadono in pezzi da quelle, che intere si staccano, secondo che l'une o l'altre sono al tronco diversamente attaccate. Costoro 75 di più son giunti a conoscere, che alcuno foglie cadono intere, prima che le nuovo dalle lor gemme si svolgano, e altre ristan no finchè non ispuntin le nuove. Da ciò essi han tratto, che quegli alberi, i quali gettan le foglie dopo lo spuntar del le gemme, debbon mostrarsi verdeggianti in inverno. E che all'incontro quegli altri, i quali gettan le foglie pria dello spuntar delle gemme, debbon vedersi nudi nella stege sa stagione. Che perciò? i nostri fisiologi forse san. no oggi della caduta delle foglie dagli al beri assai più di quel, che ne seppe al. lora il nostro filosofo? Abbian quanto si vo glia convenuto oggi i moderni le foglie tra. spirar più quanto più abbondano di pori. Abbiano quanto si voglia pure costoro af fermata la copia o della traspirazione o de' succhi si travagliar le foglie, e i lor vasi ostruire, che finiscan di vegetare, muoja no, e cadano. Eziandio ne abbiano essi inferito tutti gli alberi dovere perder le fos glie, chi in Autunno, chi in Primavera. Ma k 2 26 de 60 fu NI tal differenza non è se non perchè le fo glie di quelli più, e le foglie di questi meno' traspirano, e l'une servon più, l' altre meno alla nutrizion delle piante? E non è questa la grande scoperta appunto d' Empedocle, e che forma uno de' suoi gran di elogi? Il pigliare i vegetabili e gli animali au mento dal calore, il goder di gioventù, il cadere in malattia, il giungere alla vecchiez za, sono altresì que' tratti di simiglianza perfetta, che il nostro fisico andava a quel. li aggiungendo. Nè lascid ei di notare, che i vegetabili al par degli animali si muv vano, resistano, si raddrizzino. Gran de com' egli era di mente, e degno d' in. terpetrar la natura, talmente s’ ingegna va di legare il primo con poche o comu ni leggi i due regni, che paion tanto di stanti e discordi tra loro, il vegetabile e l' animale. Gli antichi presero maraviglia di questo specolazioni di lui, e si ne restaron convinti, che si sforzarono aggiungervi qual che cosa del loro, G. aveva già 0 PE C te 77 detto, che il seme senza più è nella ter ra ciò, che il feto nell'utero ed egli no procedendo più oltre' non ebbero a schi fo affermare la pianta essere un animale fitto in terra per le radici, e l'animale una pianta, che cammina. I moderni poi non han tralasciato punto di assai profittar de pensamenti di G., cui mercè tira ta avanti la traccia e allungati, diciam.co sì, i suoi stessi passi, sono iti scoprendo nuovi rapporti, che agli attimali legan le piante. Le piante dormire come gli anima li; respirare coni'essi; avere i lor muli; pro. pagarsi i polpi al par delle piante; esservi animali (che son quei, che vivono attacca ti alle pietre ) che cercano la luce e vergo essa rivolgonsi, come appunto fanno le pian te: questi e simiglianti sono i grandi ogo getti, su cui i moderni profittando di G. si sono fissati. Ciò non ostante no tante, e di tal momento le differen ze, che separano gli animali da' vegetabili, che non è stato possibile di ridurli in tut. to giusta la pretesa di G. alle medesime leggi. Pare soltanto che nel presen te stato delle nostre cognizioni tutto con corra a dimostrare aver la natura espresso e racchiuso dirò così quasi sotto unica fore mola il gran fenomeno della nuova produzione de' corpi organizzati. Questa appun to cercò, e questa rinvenne il nostro fisi co. Perchè distinse il sesso nelle piante, e conobbe il seme non esser altro che uovo: e affermò apertamente le piante, come gli animali, dover essere ovipare. Tali meditazioni d'Empedocle su gli esseri organizzati', in difetto d'oga' altra pruova, basterebbero sole a indicare la forza, e l'eccellenza del suo intendimento. Dovea egli supplir la mancanza de'  fatti, inventar de' metodi per non ismarrirsi, ras. sodare i suoi pensieri incatenandoli, anti veder congetturando, Operazioni, che vo gliono tutte ostinazione, sagacità; avvedi mento. Tal è la condizione dell' umana natnra, che la nostra mente non può senza stento riflettere, ragionare, scorrer le dub bie vie delle fisiche ricerche. No creda alcuno, ch ' ei qual poeta, o cosmogono aves se ravvisato quelle somiglianze tra i vege tabili e gli animali più colla fantasia che colla ragione. La fantasia crea non isco pre; finge non ragiona; abbellisce non in catena; e se talora connette, i suoi lega mi sono immaginari e non reali. Molti sono i cosmogoni tra gli antichi, Ma G. solamente s' addita come chi com prese in egual modo operarsi la generazio ne negli animali e ne' vegetabili. Fu egli è vero intento a legare questi a quegli esse ri, come suol farsi dalla fantasia, che cor ca e ritrova più le somiglianze delle cose che le lor differenze. Ma ciò avvenne dal metodo, con cui il nostro Gergentino – GERGENTI, non GIRGENTI -- aju tava la sua mente, ch' altro non era, nè esser poteą nella sua età, che quel dell' analogia. La quale, siccome essa suole, argomentando da cose simili, potea soltana to condurlo, a veder somiglianze. Se dunque G. e col favor dell' analogia pro pose congetture, che poi si son trovate ve re dalle nostre osservazioni, e ben da dirsi ch' egli fu nobile di monte, robusto ne suoi raziocinj, e di gran sentimento nelle cose naturali., Un altro e più vasto teatro s' apre o rą di altre e nuove specolazioni, G., posti da parte e vegetabili e bruti, staccò l’ Uomo dagli esseri organizzati, con cui l'avea egli sin allora confuso. Prese costui a considerar l’ Uomo solo e isolato non che in metafisica e morale, ma in pa recchie fisiche scienze. Rivolse ei le sue prime indagini alla fisica dell'Uomo, cui i corpuscolisti con gran cura in quel tema po attendeano. G., Anagsagora, De mocrito scrissero sulla natura; ebbero tutti tre il soprannome di fisici: e tutti tre ten tarono di svolgere l'economia, giusta cui vive, si muove, si regola la macchina u mana. Fu forse un tale studio sull' uomo che sopra ogn'altro lor distinse dagli altri filosofi. I quali, senza più, aveano fino allora quello riguardato come un soggetto soltanto metafisico, o morale, o politico. Ma ' le fisiche ricerche di G. sull’ Uomo trapassarono di gran lunga quel le di Democrito e d’Anassagora. Perchè, sagace, com'egli era, si mise in investigazio ni non prima tentate d'altri, e utilissime. Tanti furono i punti di vista, sotto cui e' prese a contemplare il corpo umano; e al trettante può dirsi essere state le scienze, cui diede principio il vigor di sua mente. Egli il primo applicò la chimica, e sie a nalisi al corpo umano; segnd le prime li nee d'anatomia: fece sforzi se non sempre efficaci, sempre almen generosi a gettare i fondamenti della fisiologia dell' Uomo:: Il sistema di G. sulla natura fu chimico; così chimiche del pari furono le sue prime ricerche sull'uomo. Comincio egli a esaminar questo nelle sue parti, e quanto più allor si potèa, ne imprese an cora l'analisi. La carne, ei dicea è coma posta di parti eguali di ciascun de' quattro elementi. Di due parti eguali di fuoco e di terra sono formati i nervi, e le unghie son similmente nervi raffreddati dall'aria. VIII furon le parti, ch'ei distinse nelle cosa: due di terra, altrettante di acqua, e quattro di fuoco. Se non si corresse un qualche pericolo di travedere, chi non direbbe aver lui trovato l'ossa abbondare di fuoco, perchè abbondan di fosforo? Ma che che ne sia, non v'ha dubbio, aver lui dato principio con sì fatte analisi a un novello rano di chimica Ramo, che dopo G. fu del tutto posto in non cale: ma che oggi, attesa la sua grand' utiltà con ardor si coltiva, e che va sempre più smisuratamente crescendo sotto il nome di chimica de corpi organizzati: Erasistrato, Herofilo, Serapione fu ron tra ' Greci, che s ' applicarono con som mo studio all' Anatomia. Ma innanzi a co storo, vinti gli errori della religione e de' tempi, aveano cominciato a coltivarla De mocrito in Abdera, e G. e in Gergenti, NON GIRGENTI. Descrive quest'ultimo la spina del dorso, e tienla, come di fatto è, non ' altri menti che la carena del corpo umano. Distingue egli di più inspirazione da espi razione mostra i canali per cui si respira dalle narici. Ricerca egli inti ne l'organo del sentire, e trapassando il neato uditorio, discopre quella parte dell' udito, che attesa la sua forma torta e spi rale, chiamò egli allora, e chiamasi anco ra la chiocciola. Questo è il poco a vanzo delle sue cognizioni anatomiche, che per sorte sono arrivate sino a noi. Ma que sto stesso poco mostra il suo gran sapere in questa scienza. Un gran pezzo di capi tello o di bảse', il rottape d ' una colon na, o pilastro, bastan sovente a indicar e la magnificenza di un edificio, e la perizia di un architetto. La sola scoverta della chiocciola dimostra assai meglio, che non fecero ' gli antichi scrittori', essersi il nostro filosofo molto avanzato nelle cose anatomi che. Questa situata in luogo riposto dell' udito non si potea discoprir certamente se non da chi fosse stato molto prima versa - to e perito nelle materie anatomiche. Meno scarse son le notizie delle fun. zioni della vita e de' sensi dell’ Uomo: e che per fortuna ci restano della fisiologia di G. Il sangue umano, come ciascun sa, sempre alto, e sempre allo stesso modo co stanțe mantiene il calore. Ippocrate pien di maraviglia l'attribuì a cagione sovrana turale e divina. G. all'opposto eb be il calore, come cosa ingenita e conna turale al sangue medesimo. In cid a lui s'accostarono ne' tempi d'appresso Aristotile, Galeno, e tanti altri, Ma egli fu il primo, che a formare un sistema, trasse dal calore del sangue, come da prima ca gione, una spiegazione non già vera, ma certo artificiosa, delle funzioni della vita. Le regolate, pulsazioni delle arterie a véano gia indicato al nostro filosofo, che il muove nelle vene. Ma igno ta era a lui ', come ignota fu all'antichi tà,, la circolazione del sangue. Però in ve ce di questa suppose egli in quel fluido un movimento d'oscillazione. Il sangue, ei dicea, occupa parte, e non tutta la ca vità delle vene, e in queste va quello giul $ u continuatamente oscillando. La for: che lo stesso agita, era secondo lui il sangue si za calore:. e questo essendo ingenito al san. gue costante ne mantiene e l'oscillazione e il moto. A tal movimento legò il nostro filoso fo la respirazione, altra operazion della vi ta. Quando il sangue, ei dicea, va giù verso il fondo de' vasi, l'aria tosto s ' insi nua ne' sottili prominenti meati delle vene, ed entrando occupa quel vano, che nell' andare si lascia in queste da quello. Ne perciò egli aggiungea l' aria quivị restarsi: perchè il sangue, secondo G., spin to dal calore, e su tornando, preme dolce mente quella, e fuori la caccia col suo ri tornare. Accade, seguiva egli a dire, ciò che nella clessidra si osserva. Ivi l' aria respinge l'acqua, o da questa quella è re spinta. Non altrimenti nella respirazione l' aria esce o entra secondo che il sangue si porta o giù o su nelle vene. Però all'an dare o venire del sangue risponde alter nando il venire o andare dell'aria. Ques sta forma, entrando, l ' inspirazione; ilscendo 'l' espirazione e nell’unal e nell' altra è riposto giusta il suo sistema il respirare d'ognuno. L'aria, che nella respirazione esce ed entra nelle vene toglie al sangue a giu dizio di G.  una porzion di calore. Ciò indusse gli antichi medici, che abbrac ciarono tal sua opinjone, a curar coll'aria fresca e matutina i ' morbi d'eccesivo 'calo re. Il respirar dunque cagionava secondo il nostro filosofo diminuzion di calore. Da ciò anch'egli iuferiva la necessità, che strin. ge gli animali a dormire. Il sonno in fat ti egli diceva; null' altro essere, che dimi nuzion di calore. In quella parte quindi di fisiologia di G. che riguarda le funzioni vitali, il sonno vien dal respirare, e questo dall' oscillazione del sangue. Sicchè sonno, spirazion, movimento di sangue tra lor son connessi, e tutti quanti a un tempo dal calore provengono. Nel calore in somma e' pose la cagione di vita e di moto. La morte, egli dicea, è privazion di calore però riguardava sonno come.egli il principio di morte. Giacchè questa, a suo credere, è privazione, e quello diminu zion di calore. Tali principj di medicina, ch'eran teorici, guidavano lui eziandio nel la pratica. A quel piccol' calore., da noi già osservato, che ritenea la donna Gergentina – GERGENTI, NON GIRGENTI -- caduta in asfissia conosce G., ch'ella era ancor capace dell' aiuto della medicina. Tanto egli è vero, che la sua pratica era alla sua teorica con corde, e questa per l'andamento naturale del suo spirito era legata tutta e formava un sistema. Ecco in qual povero stato erano allo ra l' anatomia, e la fisiologia, la fisica in breve del corpo umano. Nuda era questa di fatti, e piena d'errori, e d'ipotesi. Ma tale è la condizione delle fisiche discipline: Nascono esse imbecilli, a stento s'accresco no, e vanno non di rado alla verità per la via degli errori. A chi allor poteva vee nire in mente, che l'aria nel respirare' in luogo di toglier calore, ñe porga al sanana? gue e ne porga gran copia? Come potea G. anticipar specolando in que di tante yerità, che suppongono la cognizion di tante altre, e d'un immenso numero di fatti, che allora ignoravansi? Segnd e gli quindi, non v'ha alcun dubbio, po che e imperfette linee di chimica, d' tomia; di fisiologia del corpo umano. Ma tali schizzi, avvegnachè informi, ma co me primi, e originali, son titoli degnissimi di sua gloria, e gli concedono un sublime posto d'onore nella storia delle scienze. Appartiene a nobilissimi ingegni (i quali sono ben pochi ), di mostrare almen da lon tano quelle scienze, ch'al dir di Bacone son da supplirsi, e che del tutto s'igno rano. G. fece ancor di più. Dino to egli la chiniica del corpo umano, analiz zando gli ossi e la carne; accennò l'ana tomia discoprendo la chiocciola; indicò la fisiologia legando al calore, come a un sol fatto, le principali funzioni della vita. Su periore e' quindi al suo secolo non avrebbe certamente lasciato ad altri la gloria d' accrescere queste utili scienze. Ma nol poté, come chi privo fu di stromenti, e di tut. ti que' mezzi non solo opportuni ma ancor necessari a ridurre in effetto i nuovi e và. sti disegni, che a ora a ora a lui sugge riva il suo genio, Ma se non ebbe Empe docle la fortuna di accrescerlo tutte, ebbe quella di stabilir meglio la fisiologia e get tare lui il primo le basi di quell' altra parto d' essa, che riguarda i sensi dell' uomo, Andano i corpuscolisti indagando pra d'ogn'altro nella lor fisiologia come i nostri organi avessero potuto sentir gli oga getti che, son fuori di noi. Credevan co storo tutti i corpi venire in ogn’ istante in alterazione, cangiare, ed esalare particel le sottili, e invisibili. Eran queste, sécon do loro, trasportate dall'aria, dall' acqua, dal fuoco su nostri organi, e ivi adatta te eccitavan le sensazioni di que'corpi, da quali esse spiccavansi. Piacque quindi a costoro le sensazioni null' altro essere, che impressioni eccitate negli organi da particel m go le, che si parton dagli oggetti, di cui quel le son, come quasi le immagini. G. intanto non dissenti mica da loro. Ma il suo spirito, come quello che non erane certo, non se ne mostrava del tutto convinto. Messosi costui quindi a esaminare i sensi a uno a uno, adatto a ciascun di loro la sua propia e particolare spiegazione. Fece egli così un'analisi de' sensi e sensazioni più profonda, che sin ' al lora non s'era punto fatta d'alcuno. Ma quel ch'è più aperto egli dimostrò non es ser lui punto ne' suoi pensamenti nè se. guace, nè schiavo delle comuni e dominan ti opinioni. Giacchè egli nel chiarir questo o quel senso ora abbandona i corpuscoli, or recali innanzi, o ora aggiunge agli stes si qualche nuovo argomento. Trattando G. dell' odorato, e del gusto non altro mette in opera, ch'e salazioni, e corpuscoli. Questi, agli dice, trasportati dall'aria s ' acconciano a ' pori del naso, e muovono il sentir dell' odorato. I cani, ei soggiunge, cosi e non altrimenti indagan futando l'orme della fiera, Che se il catarro, dice egli di più, irrigidisce le narici; allora i pori di questo tosto s ' alterano, si respira a stento, e l'odor non si sente. Tratta egli appresso dell'udito, e la sciati e pori, e corpuscoli, piglia dall'ana tomia il suo nuovo argomento. L'udito, ei dice, nasce dalla battitura dell' aria nel la parte dell'orecchia, la quale a guisa di chiocciola è torta in giro, stando essa so spesa dentro, e come un sonaglio percossa. L'anatomia, ch'era allor grossolana piccol conforto a lui porse nel dichiarare la vista. Conobbe G. un de' tre umori, ch'è l' aqueo, e qualche membra na, senza più, di quelle, che coprono il globo visivo. Però sfornito dell' ajuto dell' anatomia era egli dubbio e incerto. G. nondimeno giunse a comprendere dover la luce avere gran parte nella visio ne degli occhi. Ma come, e perchè, per quanto si fosse ei travagliato, nol potè af fatto conoscere. Suppone il nostro filosofo entro dell' occhio, non che, acqua, ma luce, che chia ma fuoco nativo. L'una, e l'altra a suo credere, ivi stanno in tal quantità, che per lo più sono ineguali. Così egli distingue gli occhi azzurri da' neri. Iprimi egli af ferma abbondar di fuoco, scarseggiare d ' acqua; là dove i secondi esser poveri di fuoco s ricchissimi d’aequa. Però ei soggiunge gli uni mal veggon di notte per difetto di acqua; e gli altri veggon male di giorno per iscarsezza di fuoco. Ma sía o poca, ó molta la luce che stanzia nell'occhio, ei la riguarda qual lu me dentro una lanterna. Lo splendore del lume, ei dice., fuori della lanterna si span de, e nella notte ci guida. Così i raggi di luce fuori dell' occhio si spargono,.e ci di mostran gli oggetti. G. talora aga giunge a raggi della luce i corpuscoli. I raggi secondo lui, che dall'occhio si lancia no, prima s' imbattono nelle particelle, che si spiccan da corpi. Poi raggi e corpusco li si congiungono giusta il medesimo: e insiene congiunti si portano all'occhio, e muovono il senso visivo. Aristotile disapprova tali pensamenti di G.  La visione degli ocohi, egli dice, è da riſerirsi solamente all'acqua, e niente al fuoco. Nella storia dello spirito umano accade sovente, che un er rore un altro ne " caccia, e ' l falso al falso di mano in mano succeda. Aristotile oltrº a ciò rimprovera il nostro filosofo, che dub. bio egli e incerto abbia, fatto cagion del vedere ora i raggi uniti a' corpuscoli, e.o ra i soli corpuscoli. Ma in ciò sem bra Aristotile a torto riprendere G. . Non sapea persuadersi il nostro Gergenttino – GERGENTI, non GIRGENTI --, che totalmente passiva fosse la se de del senso visivo. Non potea egli inol tre comprendere, che niuna parte avesse la luce nel gran magistero del nostro vedere. Incerto restò quindi di se, di sue idee, e delle spiegazioni volgari; ma tale incertez. za o quanto onore a lui reca ! Dubitar del le opinioni, che son false, e in voga, è il primo ma più difficil passo, che si può fare verso del vero. La fisiologia, che va a di nostri spa ziando per tutte le scienze, comunica ezian. dio colla metafisica e colla morale. Quest' unione, ch'è il frutto naturale dell'avan zamento delle scienze, fu dirò così presen tita dal nostro Gergentino – GERGENTI, NON GIRGENTI. E di fatto sul la sodissima base della fisiologia cercò egli stabilire si l'una, che l' altra. Da che Pittagora, e Parmenide di VELIA ab bandonarono i priini la testimonianza de' sensi, come ingannevole, i Greci tenzona chi contro la ragione, chi contro i sensi. Questi, è quella vennero quindi in discredito: 6 sorsero intanto i sofisti, e gli scettici. Socrate, Ippocrate', e altri di si mil sorte tentaron conciliar la ragione co ' sensi. Ma vani furono i loro sforzi. Duro la gran lite durante la Greca filosofia. La stessa rinacque al rinascer tra noi delle scienze. Di nuovo si pugnò allor quando contro i sensi, quando contro la ragione; e di nuovo si giunse allo scetticismo. Ma nggi simili dispute sono già state bandite da noi; e si terran lontane, finchè lo studio rono, 95 delle fisiche, e delle Matematiche avrà in Europa stato, e onore. Ne' tempi di G. la scuola di VELIA orgogliosa facea ogni sforzo ad atter rare i sensi, e a inalzar la ragione. Cid ch'è, dicevan gli Eleatici, è unico, eter no, immutabile. E come i sensi ci mostra no il multiplo, il mortale, il mutabile; co sì essi c' ingannano. Però conchiudean co storo la ragione poter sola conoscere cid, che è, ed essa solamente decidere della realtà delle cose. Contro i medesimi entrarono in lizza i corpuscolisti. Questi disdegnando lo sotti. gliezze di quella scuola, fisici com'erano, difesero i sensi, senza annullar la ragione. Anagsagora con sottile avvedimento distinse le particelle simili da ' loro composti; Democrito gli atomi da' loro aggregati: ed Enia pedocle gli elementi dalle lor combinazioni. Particelle simili, atomi, elementi, dicean costoro, sono eterni, immutabili. Non son tali le combinazioni, gli aggregati, i com posti, che mancano, e cangiano. Questi si conoscon da’sēnsi, quelli dalla ragione. Eglino quindi tolsero ogni contrasto tra' sen si, e ragione: assegnando a questa, e a quelli due provincie del tutto separate, e distinte. I corpi, come composti, operano a senno di G., e di Democrito su i nostri organi, che sono del pari composti. Eccitano quelli le nostre sensazioni; ma queste a parer d' entrambi non son tali, che i corpi, La'scuola di Jonia avea tal mente confuso le sensazioni cogli oggetti, che scambiava questi con quelle, e tenea le" une, non altrimenti, che immagini fe delissime degli altri. Non così pensarono i Corpuscolisti. Questi separarono, dirò co si, le sensazioni dagli oggetti, che le ca gionano; è muovono, ed ebbero quelle, come soli, e semplici modi, quali di fatto sono, del nostro sentire. Il bianco o il ne ro, il caldo o il freddo, l'amaro o il dol ce esistono, diceano essi, ne' nostri organi, nelle nostre sensazioni, e non già negli ogo getti. Costoro quindi solean chiamare co 1 97 1. eglia gnizioni, di apparenza, e di opinione, e non gia di verità, e di realtà quelle, che si traggon da' sensi. Ma non perciò crede G., co me alcuni vogliono, le nostre sensazioni es sere immaginarie. Cangiano queste, vero, secondo che a lui piaeque, come can gia lo stato de' corpi, o come s’ înmuta la disposizione degli organi. Ma vero, e reale è altresì il sentimento, che si desta da' cor pi. Tal' è della sua dottrina, al pari di quella di Newton intorno a colori. Vege giamo ne' corpi o rosso, o giallo. Ma ne i raggi di luce, che percuoton l'occhio, sono o rossi o gialli; ne' rossi ne' gialli so no i corpi, che que' raggi colorano. Il ros ò il giallo è in somma nell'occhio, e nell'impressione, che in esso fanno i rag gi di luce: Così a creder di G. le sensazioni sono reali. Ma le medesime non rappresentan mai le qualità, che ne' corpi appariscono; null'altro essendo, che altret tanti modi del nostro sentire, Diversa da quella de sensi, credeano SO, n 98. E 1. i corpuscolisti, esser la via, con cui s'ac quista da noi la conoscenza degli elemen ti, o degli atomi. Questi non si poteano secondo loro, come semplici, conoscer da' sensi, che sono composti. Ogni simile, era antico assioma, non si può conoscere, non col suo simile. Però Democrito e G., tolta a' sensi la cognizione de' sempliei, la riservarono all'anima. Per questo l'anima, giusta Democrito, era for mata d'atomi; e secondo G.  degli elementi, ma uniti alle due forze di amo. re, e di odio. Colla terra, dicea il Ger gentino, veggiamo la terra, r acqua coll' acqua, l ' aria coll' dria, il fuoco col fuo co; e coll' odio e l'amore altresì l' odio, e l'amore. G. portava, dove potea, l'oc chio alla fisica costruzione del corpo uma mo, e dava alle sue opinioni una veduta anatomica. Credetto ei di veder nel cuo. re umano un centro, diciam così, di siste ma; e ivi egli pose la sede dell'anima. Ma come G. in tutto, e sempre e concorde a sestesso, cosi loco quella particolarmente nel sangue, che asperger e bagna il cuore dell' uomo. Perchè ripostosi da lui il principio e di moto, e di vita nel calore del sangue, li ancor e gli dovea ripor l’anima; Era questa dota ta, a suo credere, di sentimento al pari de' sensi. Ma ambidue ricevevano le loro impressioni: l'anima dagli elementi i sen si dalle combinazioni. L' una acquistava la cognizione delle cose eterne, e immutabili, e gli altri la notizia delle mortali, e mu tabili. I corpi esterni in somma oporavan sulla macchina dell' uomo in due modi di versi: come elementi sull'anima, come com binazioni su i sensi: e quella et questi e ran passivi. Nacque da ciò, che Protagora, lo scoo ' lar di Democrito, portð opinione: l'intel letto altro non esser che la facoltà di sen è nelle sensazioni stare ogni cogni zione, e scienza: Per questo Crizia, qua si accostandosi al nostro filosofo, affermo, pensare esser lo stesso che il sentire tire, e 1 ni 2.' 100 anima stanziarsi nel sangue. Ma G. non si fermè quì al par di costoro: passò molto innanzi. A parte dell' anima, che conosce gli elementi, un altra ne sup pose egli entro noi, che è destinata a ver sarsi nella contemplazion delle cose intellet. tuali e divine. Iddio secondo lui, non è una combi nazione a guisa de corpi; ne un unità ma teriale cone son gli elementi. Dio, egli dice, non ha forma nè membra umane; non si può veder cogli occhi, nè toccar col. le mani. Iddio è santa mente, Costui non si può render colle parole, e muove l'uni verso co' suoi veloci pensieri. Iddio in sostan za per lus è mente, e la sua vita è il pensare. Così il nostro filosofo abbandona va la compagnia di Domocrito, e le cose materiali: per tornare alla SETTA DI CROTONE, e alle cose, intellettuali. ins. L'anima dunque, destinata da G. a conoscer cose spirituali, e divine, dovea essere, e fu per lui altresì senza dubbio spirituale, e divina. Questa procede, secondo che dicevano Empedocle, e i Pittagorici, da Dio, ed era particella del la sostanza divina. Se ne appresentavano essi la ġenerazione sotto varie immagini: or di fiaccola, che tante altre ne accende; or d'idea che tante altre no genera; or di parola, che trasmette à chi ascolta, la ragion di chi parla: o di cose simili, che sarebbe lungo il ridirle: Però paghi que' filosofi di esse agevolmente popolarono il mondo d' innumerabili spiriti, che tutti e. ran partecipi della natura divina. Di questa classe prese dirò così il nos,. stro filosofo le anime spirituali. Le due a: nime, quindi annesse da lui nel corpo dell' uomo forman la primaria base di sua me tafisica dottriną. Una egli sostenne essero immateriale, materiale l' altra, ' quella ese sere immortale ed eterna, e questa mori re insieme col corpo: la primą versarsi in contemplazion di cose intellettuali, e astrat te; e la seconda in cognizione di elemen ti, e di due forze odio, e amore.. Ma non mancherà çerto, cui si fatta opinion di dire anime in ciascun corpo di o gn' uomo semibri del tutto strana, e inde gna della gravità d'un filosofo: Ma chi al tresì avea ' manifestato allora, é chi fin' og. gi ci ha detto cose più vere, o più sapien. ti sull' union dell'anima col corpo, e sul reciproco loro influsso, e commercio? Chi presi di boria, annullato lo spirito, tutto riducono a macchina. Protagora volea, che giudicare, e ragionare fosse la stessa facol. tà del sentire. Ma questa è un'empietà; una mattezza. Tal la dimostrano l' unità del pensiero, e l'attività del ragionare dell' uomo. Taglián costoro, come suol dirsi, non isciolgono il nodo. Chi presi d' entusias mo, annullato dirò così il sistema organi co, tutto l' uomo riducono a spirito. Stahl volea, che l'anima sola operava tutte quan te le funzioni del corpo. Ma questa è u• na falsità, e una follia. Talla dimostra: no i movimenti involontarj, e organici. Voglion costoro, como suol dirsi, occultare il sol colla rete. Chi poco più 'ragionevoli, pigliata una via di mozzo, vollero.combinare ambidue le forze dell'anima, e del corpo. Leibnitz volea un'armonia prestabi lita, cui mercè lo spirito segua ne' pensie ri, voleri i moti del corpo, cui quegli è congiunto: Ma questa è una ciancia, è una fola più complicata della cosa stessa, che si vuole spiegare.. Lo spirito umano in somma ha immaginato tante ipotesi su ciò, tanto più, o meno bizzarre, quanto più o meno son le. teste scaldate di tutti filosofi. Nè vi è inoltre mai stata ipotesi, che tosto non sia stata accolta, e non ab hia avuto assai partigiani: tanto vale quel la specie di prestigio, che la novità ope ra sull’intendimento dell'uomo ! Qual ma raviglia dunque, ch’ Empedocle abbia sup posto in ogni corpo due anime? Non fu egli certo nè tanto delirante, quanto Protagora, tutto macchina; nè tanto immaginario quanto Stahl, tutto spirito; nè cost fantastico qual Leibnitz tutto armonia pri initiva. Dichiarò egli a. rincontro della falsa dottrina di Protagora, che le idee spirituali non procedono dal sentire. Svi 104 luppò anzi tempo contro Stahl le funzioni de' nostri organi, e quelle della vita con fisiologiche ipotesi non di rado fondate sull' anatomia.. Prevenne G. alla fine l' erroneo sisteina di Leibnitz, e i sensi, dis se, e le sensazioni esser capaci di eccitar nell'anima la ricordanza di ciò, che prinia el!a sa, e poscia., atteso il contatto colla materia, la stessa del tutto dimentica. Non è quindi G. colla ipotesi delle due anime o men ragionevole, o più strano di tutti i filosofanti, che sono stati finora. E ' da confessare che il problema intorno alla reciproca azion dell'anima sul corpo forse appartenga alla classe di quelli, che vincono qualunque intendimento dell' uo-. mo. Però non si sono recate da noi, ne' si recheran per lo innanzi, che ipotesi, e sogni, che il tempo, il quale suol confer mare i soli, e veri giudizi della natura andrà a mano a mano struggendo. Non è già, che queste due anime', che noi leggiamo presso molti degli antichi, e sopra ogn'altro' de' Pittagorici, sieno dana, prendersi secondo la lettera. Intendean co storo distinguere il sensibile e l'intellettuale: due maniere di facoltà, che sono entro l' uomo. Ma adombrarono essi, come ' era u sanza d'allora, sotto vive impagini quelle facoltà, o, diciam cosi, fecero le medesime divenire persona. G. di fatto secon do la testimonianza di Sesto Empirico d ' ambidue quelle facoltà compose la sola ragione. Questa, egli dice; è in parte uma in parte divina, e porta il nome di retta ragione. Perchè questa corrego ge gli errori de'sensi, e può sola discer nere il vero dal falso. Tanto egli è vero che le due anime di G., non rape presentavano, che la facoltà sensibile e la facoltà intellettuale, e ambidue faceano u. na cosa sola. Chi potrà or tolerare G. cole locato tra la classe de' filosofi scettici. Egli non mai affermd essere inutile, o va« na la testimonianza de' sensi. Apzi i sensi, egli disse, mostrarci i rapporti, che han. no i corpi, e tra loro, e coll' individuo d'ognuno. I sensi, egli disse del pari, sve. gliare nelle intellettuali facoltà le idee spi rituali, e, astratte. Al più al più diffida va Empedocle de' giudizi de' sensi, che so vente sogliono esser fallaci, o ingannevoli. Però egli volle, che i medesimi fossero sta. ti guidati unicamente dalla retta ragione. Questa potea solo a sentimento di lui discer nére il falso dal vero. Forse, dicea ai suoi tempi Cicerone parlando di G., costui ci acceca, e ci priva de' sensi; allor quan do egli crede, che non fosse in essi gran forza per giudicar di cose, che sieno sot toposte agli stessi? Par, egli è vero, Empedocle degli e lementi trattando, quali esseri semplici, ga gliardamente scatenarsi contro de'sensi. Par lui scatenarsi altresi contro gli stessi, allor ehé, dirizzandosi al suo amico Pausania, e con lui trattando dell'amore e dell' odio, ambidue forze immutabili, gli avverte a non fidarsi.de' sensi, e a guardar le cose non già cogli occhi del corpo, ma con que' della mente. Pare eziandio finalmente, giue sta cid, che., CICERONE ine dice, lui andare in furia, contro i medesimi gridando: niuna cosa poter noi nè veder, nè sentir, ne.co noscere: Ma altri, che questi 'argomenti ci vo gliono a definire come scettico il nostro fi losofo. Chi è intento a esperienze e ad a nalisi; chi cerca con somina cura de' fat ti; chi da questi tenta d'investigare l'ope razioni della natura sotto la guida dell' a nalogia: certamente non sa, nè può esse re scettico. I fisici potranno non prender cura di cose spirituali, e astratte; ma non mai l'esistenza negar di que' corpi, le cui propietà con ardore cercano, e la cui in dole con diligenza studiano. L' espres sioni quindi di quelle parole, non v'è dubbio ' dover valutarsi secondo e il pen sare, e il parlare di quella stagione. Si chiamava allora pero, e ciò che è; quel ch' è eterno, e immutabile, o sia quello, che sotto i sensi non cade: Però Empedo cle a ragione parlando di elementi, e di farze, come quelli, che sono eterni e immutabili, rigettd affatto i sensi: @ niuna cosa noi, disse, mercè loro potere o ve dere, o sentire, o conoscere. Fra tanto, chi il crederebbe? che nel volersi definire il carattere, o la dottrina d'uno stesso soggetto, si passi anche da' gran filosofi da uno all' altro estremo del tutto contrario. Anche i grandi uomini tal. volta precipitano i loro giudizi, e nel pre: cipitarli ·traveggono. E' cosa da farci stor: dire il sapere, che la dove alcuni filosofi dichiaravano scettico G.; altri all! opposto avessero lui materialista definito, Aristotile, e altri con lui tacciano di materialismo il nostro Gergentino – GERGENTI, non GIRGENTI. Nel siste ma di G. il pensare, dico Aristotile, lo stesso val che il sentire; ogni nostra cogaizione viene dalle sensazioni: e con que: ste quella s' accresce. Ma questo stesso è altresì una calunnia. Passivi sono, 4. senno di G., i nostri sepsi; pas siva è parimenté una di quelle due ani me, ch'egli suppone materiale entro noi. Pero la nostra scienza, disse egli, accrescersi colle nostre sensazioni. Ma dall' una anima e dall'altra, dalle facoltà cioè sen. sibile, e intellettuale, si forma, come a lui piacque, quella ragiono, che noi già abbiamo osservato. Questa, secondo 'lui, pesa, compara, giudica: in breve ragiona. Due sono i principj, giusta gli avanzi di sua filosofia, cui mercè la ragione rettifica i giudizi de' sensi. Primo: il nulla viene unicamente dal nulla. Secondo: il simile si può solamente conoscer col simile. La ragione quindi secondo lui, riferisce le sens sazioni a tali, e ad altri principj (se pur altri ne avesse ammesso costui ), o coll' ajuto di questi quella ci mostra il roro. @ il falso. Poteva, cio posto, tal essere lui, qual co lo dipinge Aristotile, un materia. lista? Chi ammette principi di conoscere; di giudicare, assoluti, non ricavati da' sen. si, eterni, immutabili non può affatto cre dere, che il pensare lo stesso sia che il sentire, nè punto può essere imputato co stui di materialismo. Non v'è uomo, quanto si voglia grana. de, che non abbia i suoi nei; e anche i gran genj sono soggetti sovente a censure. Si dice di G. in metafisica non essere stato lui originale. Convien forse ora smen tire tal voce? Nulla meno. Si bisogna esse re ingenuo; nè l'amor di colui, ehe si loda dee sì impaniarci, che ci debba far supera: re l'amore del.vero. Si confessi pure G., al par de' corpuscolisti, in metafi sica non essere stato mai originale. G. qnal allievo de' pitta gorici, e degli e leatici non seppe abbandonar punto le idee da lui apprese in ambidue quelle scuole. La stessa venerazione egli ritenne, che ave van costoro verso i principj astratti, Si diparti egli sol da' medesimi (e co si avvicinossi alle scuole contrarie ' ) nel non aver lui rigettato del tutto la testimonian za de sensi. Egli in que' dì si sforzo di sedare colla sua nuova dottrina l'accesa pu gna di que', che litigavano chi contro del, la ragione, chi contro de' sensi. Combind egli, e mirabilmente congiunse i sensi cola la ragione, a questa, e a quelli assegno  uffizj, e diritti separati e distinti: e sen za nulla scemare dalla realtà di nostre sen sazioni, gran forza, e autorità diede a prin. cipj generali; e astratti: Tutti i corpusco listi furono in quella stagione eziandio, chi più, chi meno concordi al nostro filosofo; e tutti egualmente in metafica tennero le parti di conciliatori tra i due partiti allor dominanti. Tal'è la natura dello spirito u mano. Fatica egli senza stancarsi, e riflet te anche sino al cavillo, quando è sospin to dall'ardor del partito, e dall' amor del sistema ! Ma poi stanco ei di meditare, o pugnare, cerca la quiete, e 'l riposo; e componendo insieme le opinioni contrarie si lusinga d'aver trovato gia il vero. Avven ne allora in somma ciò, che la storia filo sofica ci presenta a ogni passo. Sempre dall'urto. di due opposti sistemi n' è il ter zo spuntato, che li ha conciliato, giunto. Anzi quando molti in contrasto so no i sistemi; allora è appunto, che sorgon gli ecclettici, che scegliendo opinioni, or da un partigiano, orda un altro, tutti con accozzano i partiti tra loro, e li riducono et uno. Sarebbe tempo ora mai di volgerci dalla metafisica alla morale di G.. Ma portatesi assai più avanti da lui le sue ricerche, e le sue vedute sull'anima, di storna noi pure per ora d'imprender tal via. La fisica (abbiam noi osservato espo nendo la dottrina di G.), essere stata quella scienza, in cui ei sopra ognº altro si distinse, e cui mercè alto ha so nato, e sonerà eternamente il nome di lui. Mà nello studio della natura quello, che più l'allettava, e cui principalmente egli intendeva, era la contemplazione de' corpi organizzati. Riferi egli da prima (sic. come abbiam noi pure os servato ), gli a. nimali a ' vegetabili, e da questi portando le sue specolazioni sull' uomo giunse sino alla metafisica. Dall' uomo poi tornò G. ad ambidue quegli oggetti quasi al le sue considerazioni primjere,e domesti che · Ando egli indagando, se i vegetabili fossero stati provveduti di gentimento, e se gli animali e vegetabili fossero stati tutti due al par dell'uomo forniti di anima. Si fatta investigazione non fu punto difficile al nostro filosofo, come chi piglia va l'analogia per sua guida. I corpi non organizzati, egli dicea, nulla hañ di comu ne co' vegetabili; perd se quelli son privi di senso, questi all'incontro nę debbono esser partecipi. I vegetabili all'opposto, ei sogglungea, molto aver di comune cogli a nimali. Ambidue han tra loro comu. ni le primarie funzioni vitali: son dotati di sesso, si nutriscono, crescono, traspira ban gioventù, han yeochiezza, han no indozzamenti, malattie, sanità, nasco no, muojono. Però se gli animali son for niti di sentimento, anche i vegetabili in ciò debbono essere a quelli compagni. Fu quindi sua opinione essere gli alberi, 6 le piante capaci di tristezza, di gaudio, di voluttà, di dolore, di desiderio, di sde gno; e di ogn'altro animalesco appetito. Anzi spingendo egli più oltre la forza di sua analogia, posti eguali i fisici rapporti tra l'uomo, e gli animali, e tra questi e i vegetabili, fu di parere, che l' avere un'anima materiale non fosse un privilegio sol conceduto all' umana natura, ma comu ne eziandio a tutti quanti i corpi organiz zati. Anima quindi, e sentimento egli die de, non che agli animali; ma anima e sentimento altresì a ' vegetabili, e a ogni sorte d'erbe, e di piante. ANIMA e sentimento da G. a’ vegetabili ! fiori che si rattristano; erbe che si adirano; pianto, che ' o si rallegra no o piangono ! Quanti, non che qual fan. tastico piglieranno il nostro filosofo, ma ne rideranno ancora al sentirlo? Ma non rideranno certo, chi più sag. gi e più istrutti, non ignorano punto, che anche i Democriti, gli Anassagori, i Pla toni abbracciaron si fatta sentenza (90 ). La quale non è già, che faccia a lui ono re, perchè, abbia in cið avuto e compagni, e seguaci così solenni filosofi. Ciò sarebbe un argomento d'autorità, che nulla, o po co conchiuderebbe in suo pro: perchè filosofi ' ancor di gran nome stan sottoposti a errori grossolani, e massicci. E' che la co sa non è in se stessa sì strana; come a pri ma vista apparisce. L'anima materiale da que' gran filosofi negli animali, e vegetabi li ammesza, in sostanza altro non era, che la fisica sensibilità de' moderni. Questa vole van costoro, che fosse ne' vegetabili tal qua le tra gli animali si trova: In virtù di que sta ', credevan gli stessi, i vegetabili al par degli animali ésser capaci d'amore, odio, e d'ogn' altro animalesco appetito. Empe docle in breve, e que gran filosofi ebbero e uomini, e bruti, e vegetabili come do tati di senso, e la fisica lor sensibilità chia marono anima. Chi adesso potrà dirittaa mente riprendere G.? Di poi non vi sono a di nostri de ' fi siologisti famosi, che nelle piante trovano senso d' umido, di secco, di caldo, di fred do, di luce, di tenebre; perchè non po che di quelle chiudono o aprono i loro pe tali atteso il freddo o il caldo, il secco o l' umido, il lune o lo scuro? Non vi soa  no del pari quelli, che veggon nelle pian. te, chi il senso del tatto, come nella sen sitiva; chi quel dell' amore, come nella valisneria, chi una specie di gusto nell'e. stremità d'ogni radice, cui mercè questa sceglio, e trae quella nutrizione, che si con. viene a ciascuna? Non son finalmente o Darwin e le Metherie, che van cercando, é credono d'aver già trovato ne' vegetabili e senso, o sensorio? Qual assurdo egli è dunque, se G., che ne' suoi con cetti abbracciava tutta la natura, abbia u. nito insieme tutti i corpi organizzati per via della fisica sensibilità, che credea essere a quelli comtine? La natura, non v'è dub bio, aver distinto, e separato il vegetabile dall' anirnale con differenze, e caratteri ben contrassegnati, e rivissimi. Ma l' estendere la sensibilità dagli animali sino alle piante è una idea grande, bella, e degna di un sommo filosofo. Non v'è, chi a prima vi sta non ne debba restar preso, e non bra mi trovar vera quella, che vera sin ora non è. Ma comunque ciò sia, una cosa ' solit è verissima, G. aver riguardato i corpi organici in un aspetto diverso di quel, che fece Pittagora, o i filosofi prima di lui. Costoro non ebbero nè pure in pen siero di considerar le piante, di bruti, come dotati di sentimento, e di anima, G. fu il primo, almen tra pittagori ci, a pensare in tal modo. Egli fu, cho ebbe e uomini, e bruti, e piante, quali esseri congiunti tra loro dalla sensibilità, come quasi comune strettissimo vincolo, o che suppose in tutti un' anima materiala egualmente. Però egli fu anche il primo, che strinse l'uomo colle piante, o co ' brus ti ad alquanti sognati doveri, che nasco Ro da quella ideata parentela, con cui e gli legò quello con questi. Ecco ora come chiaro si vede su qual base vada a poggiar la morale di G.. Sulla fisica fondo ei la sua, metafisia ca, e su quella fondd egli ancora gran parte di quest'altra scienza. Con si fatte vedute costui pubblico due gran poemi sul. Ii8 la natura il primo, e gulle purgazioni il secondo. In questo G.  stabilì la sua etiça; in quello la fisica: ma fece precede re il primo al secondo, come argomento pri mario della sua raffinata morale. La morale d'Empedocle fu in verità nel suo fondo la stessa di Pittagora. Pu re lni citano gli antichi scrittori, come chi. avesse alterato la prima antica dottrina di quel sommo filosofo, e i tempi di lui ad ditano come la seconda epoca del pittago ricisino. Ma ciò avvenne, perchè G., aggiustata la morale di Pittagora a suo modo, e conforme al suo fisico pensa rė gi scostò al quanto dagl' insegnamenti di lui. La colpa degli spiriti; una diversa maniera di metémpsicosi: l'astinenza di qualche sorta di cibo, furono in tutto le gran novità, ch'egli introdusse nel corpo della morale di quello. Tra queste come principale, e primaria è da reputarsi l'o pinion della colpa degli spiriti. Non d ' al tra fonte, che da questa, qual prima ca. il.119 gione, il nostro filosofo fece dipendere la metempsicosi e le purificazioni, che sono i due çardini della morale pittagorica. Fu opinione di G., che varj spiriti, mentre menavano yita beata, avesser pec: cato. Però a cagion di delitto, si credet te da lui, quelli, scacciati dal cielo, e pri vi degli onori divini, essere stati così astret ti ad espiare i lor falli. Esuli, erranti, ra minghi, egli diceva, vanno lungi dal cie lo per trenta mila anni, e pagan vagando il fio meritato del propio loro delitto. L' etere quindi, e' soggiungea, precipita gli spiriti nel mare, il mare sulla terra gli sbalza, la terra gli sospinge nell'aria, l ' aria sino all' etere gl' inalza. A quelli sų giù sospinti perciò, e quà e la circolando risospinti, oyunque era d'uopo in mare, in aria, in terra vivere in miseria e in lutto. Tali spiriti, secondo che piacque a costui, andavan successivamente informan do varj corpi, e questi appunto erano le infelici anime degli uomini. Queste quindi stavano in pena delle lor colpe racchius e ne' corpi; i corpi eran le prigioni delle ani me, e la matempsicosi, di cui Empedocle formo il primo cardine di sua morale, giu ata il parer del medesimo, era una pena delle stesse, ch'aveano prima fallato. Di si fatta reità delle anime che ragion fa della metempsicosi, non si trova vestigio alcuno presso que' filosofi, che furono in nanti di G.. Questa per la prima volta si legge ne' versi di lui. Ai suoi tem pi fu, che la medesima divenne comune, o volgare: e Platono dopo fu quello, che l' abbelli sopra ogn' altro. Pero da G. comincia una nuova età del pittago ricismo; perchè da lui comincia l'opinione della fallenza delle anime, qual base e ra gione della trasmigrazion delle stesse. Egli è vero, la metempsicosi, comu ne a pittagorici, essere stata antichissima presso gli Egizi. Non si dubita ne anche aver costoro diviso in più periodi il tempo della trasmigrazion dalle anime, assegnato a ciascuno la durata di tre mila 121 anni. In ogni periodo, credeano i medesi mi ogni anima, informato prima solamen te il corpo di un uomo, andar poi tratto tratto passando non più ne' corpi d' altri uomini, ma di qualunque animale,. che abita o l' aria, o il mare, o la terra. E' vero altresì tal dottrina essere stata dall' Egitto portata da Pittagora presso de' Gre ci. Non si dubita nè pure i Greci filosofi coll' andar del tempo averla molto alterata. Altri restrinsero la metempsicosi ai soli corpi umani, altri pari agli Egizj ľ1°. estesero dagli uomini ai bruti. Vi fu pa. rimente, chi disse que periodi esseri tre, chi dieci, chi nove. Nè mancavan di quei, che ridussėro la durata d'ogni periodo da tre mila a soli mille anni. G. fra tanto afferind il nume ro di que' periodi esser dieci, e la durata di ciascuno di tre mila anni. Ma l ' anime secondo lui migravano in ognuno di que' periodi in ogni sola volta nel corpo d'un uomo, e in tutto il resto a ' finire il cir colo di ciascun degli stessi, andavano mion che ne' bruti, ma eziandio nelle piante. Sono fanciullo, dice G., sono donzella, augello, albero, pesce. Chi è or, che non vegga esser questa un altra delle alterazioni recate da costui alla metempsi cosi di Pittagora, e degli Egiziani? Questi la voleano solamente negli uomini, o ne' bruti. Empedocle agli uomini, e a ' bruti aggiunse la trasmigrazione ancor nelle pian te. Ma non si creda mica, che tale ag giunta d'Empedocle alla dottrina della me tempsicosi di Pittagora, e degli Egiziani, fosse stata in lui l'opera del capriccio, o del caso. Sarebbe cid indegno di un nuovo, e original filosofo. Chi si risovviene del fisico sistema del primo, conosce che si dovea far certamente quest' alterazione notabile alla metempsicosi del secondo, Gia si sa aver avuto G. le piante, al par degli animali, dotate di sentimento, o d'anima materiale. Ma non così aveano pensato nè Pittagora, nè gli Egiziani. Pero quegli fece passar le anime e dagli uomini, e da bruti alle piante, e questi cre dean, che le anime migrassero dagli uo mini nel corpo solamente de' bruti. Le a mirne in somma in forza del sistema d ' Em. pedocle, dovean circolare informando tutti que' corpi, che in qualunque maniera fos. sero stati organizzati. Ecco le due novità recate dal nostro filosofo alla morale di Pittagora, ma novi tà ben legate tra loro qual cagione ad ef fetto. Alla colpa delle anime aggiunse G. la metempsicosi, come al delitto va compagna la pena. Ma quel ch'è più, a questa e a quella unite insieme andò egli pure legando la demonologia: articolo fon damentale della teologia de' pagani. i Vedea egli quasi ingeniti all' uomo i semi si della virtù, che del vizio. Allor si pensava lo spirito ' tendere naturalmente à cose spirituali ed eterne, e la materia al le materiali e caduche. Credette ei quin di i semi della virtù nascer nell' uomo dall' anima, e gli altri del vizio nascere in lui della materia. Ma l'anima, a suo predere, chiusa nel corpo, restava contamina. ta dalla materia, e. però era sospinta assai più verso il male, che il bene. Oimè, di cea egli, come è misero, come. è infelice il genere umano. A quali guai, a qua li pianti non è ei sottoposto Queste due tendenze dell'uonio al be: ne, e, al mal fare raffigurò G., giu. sta il costume di quell'età, sotto le imma gini di due opposti genj. Due, egli disse, sono i genj, che quali direttori delle azio ni degli uomini, accompagnano ciascun uo « mo in tutto il corso della vita d ' ognuno di loro. Buono è l'uno, l'altro è malva gio. Il primo guida, o conforta lui alla virtù; il secondo spinge e conduce il me desimo al vizio (94). Ma ambidue questi genj non indicavano, che questa stessa dop pia tendenza. Pure tutto il volgo allora venne nel credere, che ciascun uomo dal nascere al morire fosse' stato realmente as. sistito da un genio buono, e da un altro malvagio. Tanto egli è vero, che le im magini, sotto cui adombravano gli antichi filosofi le loro specolazioni, fossero state ca gioni di superstizione, e di errori. L'uomo non solo ha tendenze al be ne e al male, ma è capace altresì d' ope. rar l' uno, o l'altro. Quante virtù, e quanti vizi di fatto ei mette in pratica ! Ma questi stessi ebbe la bizzaria Empedoc cle di designare sotto la figura di genj. Singolari, non cho speciosi furono i nomi, con cui egli distinse i demoni, che rap presentavano i vizi, ' e le sfrenate passioni degli uomini, De nomi di Chtonia, d' He liope, d'Asafia, di Nemerte, o di parec shi altri ne sjamo debitori a Plutarco. Singolari eziandio, non che speciosi, esser dovettero i nomi, con cui distinse lo stesso l'opposta classe di genj, che rappresenta vano le virtù, e le passioni imbrigliate de gli uomini, Mą il tempo, che rode ogni cosa, non ha fatto quelli pervenir sino a noi. Pure è sfuggita da sifatta ingiuria la nominazione, con cui G. appelle virtù, felice prodotto, delle regolate passioni. I pittagorici furono usi chiamare il mondo spelonca, e G., qual pittagorico, chiamò le virtù, e passioni virtuose ' potestà conducitrici delle anime: quasi giunte nel mondo, come in un an tro. Il popolo, che in ogni cosa vede portenti, e finge de' genj, accolse quasi revelazione venuta dal cielo, la de monologia del nostro filosofo. Gli antichi scrittori, pari al volgo, non compresero nè pure il vero intentimento di lui. Que sti però dipinsero G., come chi avesse popilato l'intero universo di demo nj, e attribuito a virtù de' genj ogni ope razion di natura. Ma questa stessa dottrina de' genj fu il fondamento della magia, e teurgia fa mosa di G.. Questa, in que' tempi cra un metodo di purificar le anime col favore degli Dei benefici, che dovean con dir quelle all'unione con Dio. Gli Dei bendici non eran che virtù astratte deifi. cate da lui: è nella pratica delle sante o pere era riposto tutto il culto di quelli. Credea egli, non poter le anime ritornare agli onori divini, da cui erat cadute, che coll' ajuto di quegli Dei, perchè credeva altreşi non potersi quelle inalzare a Dio, che coll' esercizio delle sante virtù. La teurgia in somma di G. e un retto, e diritto nietodo di purificar le anime colle opere buone. Sembra cosa veramente incredibile che uomini abbandonati al debile filo della pro pia imbecille ragione, e privi di qualunque superior lume di rivelazione divina, avessero potuto architettare un piano di quasi per fetta morale. Non fu gia la metempsicosi quella, che giusta i pittagorici avesse po tuto purificar le anime. Questa non era purificazione e virtù, ma pena dovuta al. delitto. Questa non si poteva in alcuna an corchè menomisssima parte, o abbreviare, o alterare. Esser questa un decreto divis no, essere un santo giuramento si spaccia va a tutti da G.. Ciascun anima avvegnachè virtuosa, e purissima (così és. si pensavano ) non potea unirsi a Dio, se non compiti i periodi, e il tempo tutto di esilin. Le purificazioni altro cardine della morale di G. eran propiamente, secon do tutti i Pittagorici, le sule, che a poco a poco lavavan le anime, e toglievan loro in quel tempo, che informavano i corpi umani, ogni macchia, di cui le medesime potevano essere dalla materia bruttate. Pur gate poi le sozzure, e finiti i periodi tut ti del bando, allora era, che le anime già nette, secondo che allar si credeva, fos sero agli antichi onori tornate, e alla vita divina... I sagri riti poi, lo studio delle scien ze, la pratica della virtù erano i tre mo di di purificazione inventati all' uopo da que' sommi filosofi. Sembra à prima vista o superfluo o inutile essere stato il primo di questi mo di, e tutti gli augusti riti, e quelle ceri-, monie solenni, che si metteano in opera al lor da Teurgici. Ma si poteva scuotere, e infiammare altrimenti l'immaginazione de gli uomini, affinchè questa si fosse resa docile agl' insegnamenti della virtù? L'110  - mo materiale si solleva dal mondo materia le merce cose eziandio materiali. Le cerimonie, ei riti sono i soli, che colle san. te immagini níuovono i sensi, e astraendo li dalle cose impure alle pure gli inalza no. I riti sono il verace linguaggio de sen si, che efficacemente parlando destano la fantasia. A questa è sol conceduto ' creare tra il mondo materiale l'altro spirituale: Disadatto pure si crederà forse essere stato lo studio delle scienze a purificar le anime. Ma non è egli questo, che aliena lo spirito: dai vizi, che l'introduce alle co se intelligibili; e che sveglia in lui le idee immateriali e celesti? Non è egli vero al tresì l'anima, esercitata nelle cose dell' in telletto, districarsi da' fantasmi del corpo, e. dalle false opinioni del volgo? Era certa mente un ridicolo sogno quello de pittago rici, che collo studio delle severe discipli ne fosse tornata alle nostr' anime la mé. moria delle cose divine. Ma certamente all' opposto è un dogma incontrastabile,. che tanto più la nostra mente si allontana dalla materia e dagli appetiti carnali, quan to più la medesima s' aggira sulla contem. plazione o de' principj delle cose, o delle matematiche, o elogn'altra scienza. Ma in verità e uso di riti, e studio di scienze, e ogni qualunque altra cosa, che avessero potuto specolare gli antichi, sa rebbe lor tornata inutile, ne sarebbe mai giunta a purificar nè meno da lungi le a nime, se a tutto ciò non avessero costoro accoppiato del pari la pratica della virtù. Questo in fine dovea essere il bersaglio, cui dovean dirizzarsi que' grandi filosofi: o questo l'ultimo e principal metodo di pu rificazione. Non si può infatti ne pure ideare quanto studio avessero posto costoro ad astenersi da ogni ancorchè minimo fal lo. Tutti quanti (tranne il loro raffinato orgoglio, e la loro squisita 'boria e super bia ) furono del tutto.virtuosi. Di e nota te si recavan essi sopra se stessi, scrupo losamente ogni lor fatto esaminando, e c gni movimento del propio loro cuore. In estimabile era la diligenza, ch' essi adoperzano a nettar d'ogni ruggine l'animo lo ro, e a far bene ogni cosa. Tutta la vita į medesimi spendevano in contemplare oggetti spirituali, e. in praticar virtù, e que pre cetti, che si leggono scritti ne' versi dorati. Si crederebbe quì finito il lavoro della loro morale, Pure come eglino avevano que sta diviso in due parti, così alla purifica zione aggiunsero altresì la perfezione. Non basta a Pittagora l' essersi lusingato, che l'anima, mercè la prima si fosse e mondata da vizi, e separata dalla materia, e liberata quasi dal vincolo, che la ren deva prigione. Volle di più immaginarsi, che l' anima, mercè la seconda già prima purificata, si fosse poi inalzata a Dio, o ripigliati gli antichi abiti, e forma, si fos se confusa colla divinità medesima. Le ar nine in somma, che secondo Pittagora e G., erano di loro natura divi ne, ma contaminate dalla colpa e mate ria ', dovean prima purificarsi, e poi sì per fezionarsi, che fossero state degne di tor nare a Dio, e agli onori primieri. Però l' immacolato, e innocente viver di G. obbligo lui a spacciarsi qual Dio, e a promettere ai puri, e perfetti il divino come premio. Sin quì G., e Pittagora furon d'accordo, e quegli fece uno con questo. L' essere stata comune l ' opinione tra loro nel principio, da cui la purificazione, e perfezione avesse avuto sua origine, non fece punto discrepar l'uno dall'altro, Cre deano ambidue le anime tutte degli uomi ni, e tutti gli spiriti altresì formare uni ca, e sola famiglia con Dio. Là poi, ove i sistemi loro non furon punto d'accordo si fatti filosofi furon del tutto discordi.G., altrimenti che Pittagora, riguardo uomini, bruti, piante come unica famiglia. Non è più quindi da far sorpresa, se si ve de ora entrare in iscena una terza novità di G., come riforma alla moral di Pittagora. Se si vuol prestar fede ad Aristotile ad Aristosseno, e Teofrasto, Pittagora e i Pittagorici della prima età uccidevano, eccettine i bovi destinati ai lavori, ogni sor ta d'animali, e tranne i loro cuori e ma trici ne mangiavan le carni: s ' astenevan solamente da' pesci. G. all'incontro fu il primo che proibì affatto qualunque uso di carne; e riputò sacrilegio l'uccidere quale che si fosse animale. Non veggo, dicea egli, perchè alcuni animali debbano serbarsi in vita, e altri all'incontro si pog sano uccidere. Una è la legge per tutti, é questa è pubblica per tutta la terra. Vedeva costui in tutti gli esseri organiz zati, facendone un sol corpo morale, quasi unica é sola farniglia, Perd non sapeva egli scorgere differenza notabile tra uomini, e bruti. Smanioso egli quindi si scaglia con tro chi avesse sagrificato in que' tempi vit. time agli Dei, che' attesa la metempsicosi, potevano per lo più esser uomini sottom bra di bruti. Cessate, gridava G., o crudeli, di fare strage, e lordarvi di san gue: Pazzo il padre, che sotto altra sem. bianza scanna il propio figliuolo, e vane preghiere disperge all'aria e al vento. Stolti non veggono, che divorando le fumanti sanguinose carni di animali le menbra pa. rimente divorano de' lor padri, figliuoli, o congiunti. Si riderebbe oggi la presente età del: la severità di G., e si reputerà cer tamente stravagante la sua pietà verso i bruti. Ma ad altro, e più nobil fine ten devan le idee del nostro filosofo. L'uomo è in mezzo a' suoi simili, e l' amore è il principale anello, che dee le garlo cogli altri. L'amor verso i simili è il principale dovere di un uomo di società: e la pieta n'è la base. Ma questa non si potrà avere giammai, se non campeggia e dilatasi sopra tutti gli oggetti, che circon dano lui. Se l'uomo deve avere pietà ver gli uomini, uop' è non che estenderla, mia cominciarla da' bruti. Qualor ' si eser-: citasse ferocia contro i medesimi, agevol mente il reo costume l'andrebbe portando ancor contro gli uomini. Anche tra noi, se non può recarsi a effetto sì fatta proibizio. ne di scannar gli animali, sempre egli vero, che debbasi tener come parte di e ducazione gentile, quella d'insinuare ne gli animi ancor teneri de' giovani la pietà verso i bruti. Non son dunque da ripren, dersi, così tentoni, gli antichi filosofi per quegli insegnamenti, che oggi, mutate le usa nze, ci sembrano stolti. La proibizio. ne che G. diede a' suoi scolari d ' uccidere gli animali, e cibarsene, ebbe in mira non sol di non essere crudeli, e feroci cogli altri; ma di dispor loro ad amarsi l ' un l'altro a vicenda, e nelle disgrazie scam. bievolmente aiutarsi. Egli non senza sotti le avvedimento si sforzò così in persona de? suoi compatriotti svegliare allora in tutta la generazione degli uomini quell'attitudine, che porta loro a prender parte nell' altrui traversie: attitudine, che di sua natura è debole, languida, spesso sopita, e quasi sempre soffogata, ed estinta. Però G. a ingentilir gli animi umani, e rasla dolcire i costumi degli uomini, volle che questi non si avessero bruttato le mani del sangue, né avessero mangiato le carni de’ bruti. Chi è beniguo co ' bruti non può certo negare agli uoinini amore, pietà, cor tesia, frattellanza. Pittagora nulla conse guente a' suoi stabiliti principj della metem psicosi, trascurando quasi tutti gli anima li, ſecesi soltanto scrupolo, e proibi, che si fosse recata alcuna ingiuria alle piante, che non fossero state nocevoli. Ma G. fa molto più, e' meglio assai di Pittagora. Egli dotate prima quelle di sen timento, proibi poi che si fosse fatto loro del male: ailinchè non si fossero avvezza ti gli uomini ad offendere esseri forniti di sensi e di organi. Fu in somma intendi mento di lui in tutte le maniere, quasi tirando tutte le linee a un centro, stabili re tra gli uomini fratellanza e amicizia Però fu, sollecito ei d ' ordinare, che oltre agli animali, si avesse avuto compassione sin anche alle stesse piante.. Sarebbe stata finalmente non che man. chevole, ma mulla la morale di G., s' egli non avesse presentato o un premio, una pena agli osservanti, o violatori de' ciò, precetti da lui stabiliti. La speranza del premio, e il timor della pena, interni po. tentissimi stimoli dell'animo umano, inco raggiano i buoni a operar la. virtù, spa ventano i mali a praticare il vizio. E' ben ragionevole quindi, che G. avesse pigliato una via come stabili re e premio', e pena, sì alla virtù, che al vizio: e il fece appunto combinando al par de pittagorici, colla dottrina della metempsicosi. Il tempo di tre mila anni di ciascuno de' dieci periodi di essa non era destinato da Empedocle a far cir colare sempre le anime da un corpo in un altro. Le anime in ogni giro di tre mila anni informavano secondo lui e vegetabili, e bruti. Di poi andavano esse in ultimo E luogo ad avvivare il corpo di un uomo. questo finalmente morto, passavan quelle ad abitare un luogo o di gaudio o di lutto secondochè le medesime avessero o bene, o male operato. Quivi doveano esse restare, finchè finito avessero il primo periodo di tre mila anni. Dovean le medesime torna. STo appresso a cominciare il secondo di al tri tre mila anni, passando tratto tratto ne corpi: d' altri bruti, di altre piante, o finalmente di altri uomini. Così successiva mente doveano esse fare in tutto il corso degli interi dieci periodi: e cosi le medesi mo doveano essere o premiato, o punite in ciascuno di essi. Ma al finire di tutti i dieci circoli quelle anime, ch'eran tenaci ne' vizi, giusta G., bandite dal cie. lo, eran dannate in mezzo alle tenebre, e in un continuo lutto, o un eterno suppli zio. Le altre poi, che virtuose al compir di quo' circoli si fossero trovate belle e det. te secondo lui, si portavano all'etere puro, e collocate in mezzo alla luce, sedcano in vi a mensa coi forti Danai, in eterno go dimiento, nell' unione con Dio. Tutto ciò si raccoglie da ' versi di G.. Così pur si pensava da' pittagorici di Sicilia; nè al trimenti si canto da Pindaro nelle sue odi dirette a Gerone, e Terone. Ecco tutto, il quadro compito della intera mora le di G. Egli è senz' alcun dubbio, essere stata questa assai raffinata, e, molto diversa da quella del volgo. E ' cosa da recar mara. viglia l'osservare, com ' essa in tempi assai caliginosi, fosse stata tanto bene architetta ta, cosi brillante, e del tutto diretta a ri. pulire il costume, a liberar l'uonio, quan to più s' avesse potuto dai vizi, e a nobi litar l'anima e la mente di lui. Cid nulla ostante ella ha eziandio i suoi gran difetti. L'essere stata la stessa riservata ai soli sapienti, e ai soli iniziati ne fu il principale. Quel sistema d'Etica, che non è fatto per tutti gli uomini, non può esser giusto, santo, verace. Tutti quan. ti gli uomini sono astretti agli stessi doveri, e a una sola virtù, Si può considerare, et gli è certo, la scuola pittagorica, qual.ce nobio, é i pittagorici quali religiosi dell' antica Grecia. Ma l'orgoglio guastava le loro azioni, rendea yane le loro fatiche, avvelenava ogni loro virtù. Pure è sem pre da reputarsi degno di lode il nostro filosofo, che osservantissimo de' precetti pittagorici non ebbe difficoltà di manifestarli, e divolgarli nel suo poema delle parilica zioni per solo e semplice amore di onestà, e di virtù, G., tranne la super bia, radice infetta dell' operare d'ogni an tico filosofo, è da celebrarsi, come quel lo, che ornato di cortesia, amante degli uomini, e virtuoso, avesse aspirato sempre a perfezionar molto se stesso. Ma gli onori, che si rendono a' tra passati; le lodi, di cui s' onora la memo ria de gran genj, non possono nè recar loro diletto, che più non sono, nè tocca re il lor cenere, che affatto è privo di senso. Tutti i loro elogi, come quelli, che eccitano l'orgoglio e la vanità de' viventi, noi guardano e a noi son diretti. Siam noi, che dagli omaggi, che si tributano a quelli, prendiamo speranza di poter forse nieritare la stessa gloria, e acquistar la fa na stessa presso le generazioni avvenire. Del nome di G. fu una volta ne è oggi, e ne sarà sempre piena la ter,. La filosofia di lui fu tenuta assai in pregio presso tutta l'antichità tra Greci e Latini. Quella occupa tal sublime posto di onore nella storia delle scienze, che G. si può dir, che appartenga a tutte le più colte nazioni. La Sicilia fra tanto è la sola che a giusta ragione lui vanta: qual suo. Felice quel suolo, beato quel clima, cho dà il natale a' grandi uomini ! La memoria e la fama loro è un fecondissimo germe, che in ogni età ne desta l' emulazione, e ne riproduce il sapere. Tal dovrebbe essere a noi il dolce nome di G., caro alla yirtù, caro alle lettere. Anatomia, fisiologia, chimica de cor pi organizzati possono lui chiamare padre inventore. L' essersi ridotta la materia a quattro elementi; l' essersi trovate due for ze in natura di repulsione, di affinità; 1" essersi intrapreso il metodo di fisiche espe. rienze, la terra n'è a lui debitrice. La scoperta della chiocciola; della successiva propagazion della luce; del peso e della molla dell' aria; del nutrirsi, del traspira e dell'essere ovipare le pianto al par de gli animali son cose tutte propie di lui. Divolgati appena sì fatti suoi ritrovamenti, tosto si rese celebre il suo nome in tutta la Grecia, ed egli uno de' concorrenti di venne tra Anassagora e Democrito, La gloria di G., che in gran parte è ancor nostra, ci dee infiammare a battere lo stesso sentiero. La Sicilia è la stessa oggi, ch'era allora ai tempi di G.. Ella in ogn'angolo, e in tutta quanta la sua superficie presenta a' nostri occhi oggetti sempre degni di nostre filoso fiche ricerche. Piante d'ogni sorte, acque d'ogni specie ', minerali d'ogni genere, e i più distinti volcani esistono nel nostro suolo. Il Fisico, il Chimico, il Botanico lo storico naturale trova ovunque ampia materia d'appagar le sue brame. E ' no stra somma vergogna il vedere oggi, che vengan tra noi gli stranieri a insegnare a noi le cose nostre. Si saran forse cambiati il cielo, il clima, la terra, che un di furono ne' tempi de' nostri antichi filosofi? O pur saran venuti meno gli ingegni tra noi? Non sono eglino I SICILIANI dotati ancora o d’acume nello specolare, e di prontezza nel riflettere, e di prestezza nell' eseguire, che loro hanno in o gni tempo distinto? LA SICILIA una volta emula della Grecia in ogni genere di colo tura non potrà anche a di nostri concorrere e gareggiar nelle scienze colle più polite nazioni? Si pigli dunque orgoglio dell' aggiustata idea di nostra antica grandezza. Questo, scossa l'inerzia, ci sarà di stimo. lo ad una nuova carriera da imprendere. La fatica è l'unica via, che conduce al sa pere, e questa ci porta, certamente alla fama. Si desti quindi in ciascuno di noi la virtuosa imitazione d’Empedocle, e si co minci la grand'opera con ardore e franchez za. Un felice evento coronerà allora ogni nostro travaglio: la posterità ricorderà noi collo stesso onore, con cui pieni d'ammi razione noi ricordiamo G. G. non che e eccellente filosofo: ma e del pari profondo politico. SICILIANI, non andate quà là ad apprender ta pini da questo e da quello ordini civili, e fogge di governo. Guardate i maestosi avanzi delle nostre antiche città; specchia. tevi su li nostri passati famosi legislatori; richiamate alla memoria i fatti chiarissimi, non che della nostra Greca SICILIA, ma del la vita di G.. Così tratto tratto di verrete atti a maneggiar le cose pubbliche, e ben presto vi sarà tra voi politica non cabala, libertà non licenza. G., convinti un dì i nobili di Gergenti GERGENTI – non GIRGENTI -- di peculato, atterrò ivi la lor signoria: Non è disdicevole quindi l'imma ginarcelo, ch'egli colla stessa voce gli ota timati così riprenda di nostra età. Finito è il tempo, in cui usurpata un ingiusta franchigia de' pubblici dazj, generosi offri vate al Re il denaro del popolo, a fine e di ottener da quello nuove insopportabi li prerogative, e di stringer questo vie più nuove insoffribili catene. Finito è il tempo in cui macchinando l'esenzion delle taglie, scaricavate gran parte del pubblico con peso sulle città immediatamente al Re sotto poste a fine di disertar qrieste, e di rau nare schiavi in gran copia nelle terre a voi immediatamente soggette. Finito è il tem po, in cui voi assumendo la voce e qualità di nazione, che non avevate, minacciosi vi rivolgevate contro del trono per non paga re, e taglieggiare il popolo ogni tre anni. Già il Principe si è congiunto col popolo. Gia la voce del Re, ch'è quella dell'ins tera nazione, è divenuta oggi più imperio, sa insieme e sicura. Essa ha già rivelato il grande arcano del vostro tirannico impe ro essere stato riposto nell'aver voi voluto fin'ora poco o nulla soffrire de’ dazj, e far li tutti a carico andare della povera gen te. Chi di voi potrà or tolerare con ani mo tranquillo tra vecchi debitori dello sta to non altri nonni leggersi che i vostri, e de' vostri antenati? Chi sarà tanto scelleras to, che rivelando il falso, voglia occulta re l'immensa estensione de' suoi ricchi fon di; affinchè a danno del meschino e del povero, pagasse egli quanto meno si possa 2 t 140 Chi sarà cosi ribaldo, che voglia sgravar d ' imposta la terra, unica e sola sorgente di ricchezza in Sicilia, per istrappare con mano rapace qualche misero tozzo dalla bocca faa melica dello stanco e affannato agricoltore? Şe cið han fatto i vostri maggiori, sono essi stati i più tristi nemici, anzi i più crudeli tiranni dell' infelice Sicilia. Si appartiene ora a voi lavar le macchie di quelli, e onorar voi stessi, contribuendo alla pubblica feli cità col pagarsi prontamente da voi a pro porzione della vostra opulenza, Ma G. dovrebbero avere ezian dio qual modello non che i nobili, chi presi del fantasma di democrazia vo lessero condurre a sfrenatezza la plebe. Quante altre cose possiamo noi idearci a ver potuto lui dire, a costoro ! Egli poten do in Gergenti GERGENTI non GIRGENTI stabilire un governo collo cato tutto nella potestà del popolo, af fatto nol volle. A' popolari uni costui gli ottimati in quella città; e teniperò così gli uni cogli altri. L'equilibrio de' poteri, con cui s'amministrano le cose pubbliche, è la ma solida base, su cui dee riposare, volendo si e florido e durevole, il presente gover no. L'equilibrio morale, non altrimenti che il fisico, viene da contrarietà ed egua glianza di forze. Il popolo ' non deve mai essere. -oppresso, ma all'incontro non dee ne pure essere costui un oppressore. Se la sua forza sbilancia, lo stato andrà tutto a soqquadro, e ruinerà senza meno. La ven detta piglierà allora il nome di forza, di senno il delirio, di libertà la licenza. I poteri legislativo, giudiziario, esecutivo si debbono a vicenda venerazione e rispetto; tutti debbono riunirsi, e cospirare a un sol centro: e se per caso ne sia uno avvalla dee tosto corrersi con mano presta a rialzarlo. Quanto è difficile mantenere og gi in Sicilia un sl fatto equilibrio! Appe na vi basterebbe un G.. Egli ad assodar vie più la novella for ma di governo stabilita da lui nella sua patria, ebbe in fin l' accorgimento di pian. tarla sulla pubblica coltura, e sul pub blico civile costume. Qual sublime lezio to, t 2  è un sogno, zione ella è questa da adottarsi da' nostri legislatori d'oggidi, se vogliono eternare, più che si può, il presente governo stabi lito di fresco. Un impero assoluto si può fondare tra selvaggi e tra barbari, e vien prosperando in mezzo a gente corrotta. Ma è un delirio il pretender fer mo un governo costituzionale senza nè col tura nè costume per base. Nello stato, in cui è il nostro suolo, non potrà certamente portare la novella libera costituzione senza che fosse prima quello preparato e divelto. Voglia Iddio che i nostri, posti giù l'e goismo, le false massime, gl ' impeti, glodj imprendessero a imitare Empedocle, e i nostri antichi felicissimi tempi. Ma se I SICILIANI tutti debbon trarre qualche utile insegnamento dal nostro fil sofo; i Gergentini – GERGENTI, non GIRGENTI -- massime ne dovrebbero emular la virtù. La patria de' grand ' uomi ni è quella su cui sfolgora, riflette e va a concentrarsi, la gloria di loro. Si dovreb bero ricordare i Gergentini – GERGENTI non GIRGENT, ch ' essi principalmente a G. son debitori d'esa ser tanto chiari, e così famosi nella nostra sicola storia. Si dovrebbero eglino pur ri cordare, che vicino a que' tempi, che vis sita oggi lo straniero, e sopra lo stesso suo. lo, che calcano i Gergentini  -- GERGENTI, non GIRGENTI medesimi, dettò allora G. a LEONZIO (si veda) l'eleganti, avvegnachè prime lezioni di Rettorica. Gli stessi quindi a ripigliare in loro l'antico u sato splendore dovrebbero richiamare tra loro e le fisiche e le matematiche discipli ne, e ogn'altra amena e polita lettera tura. Allor si potranno i Gergentini – GERGENTI non GIRGENTI -- gloriare a ragione d' aver prodotto, e dato la culla a G.. Così eglino saran vera mente degni concittadini di lui. Ne altri menti si potranno lusingare gli stessi di far risorger tra loro il verace spirito d' Empe docle, e di poter quivi dire allo straniero. Dell' eccelsa sua mente i sacri versi Cantansi d'ogn'intorno, e vi s'impara Si dotte invenzioni, e si preclare Che credibil non par, ch'egli d'umana Progenie fosse. Il n'est pas ) Freret raffigura l'attrazione e re pulsione di Newton nell'amore e odio di G.. E però dice besoin d'un long discours pour montrer que le fond du systeme Newtonien, dé pouillé de l'appareil et du détail de ses cal. culs se réduit a celui d ' Empedocle, Hi stoire de l'Académie Royale Des Inscripti ons et belles lettres, Memoires -- Και γαρ ονπερ οιηθαη λεγειν αν τις μα. λιστα ομολογουμένως αυτω. Εμπεδοκλης και TYTO TAUTO TETOVIE – G., di cui alcuno potrebbe portare opinione aver, detto sopra di ogn'altro cose tra loro e a se stes so concordi; egli cadde nel medesimo inconveniente (Arist. Metaph.) πος και 8το! O (Arist. de Coelo) -- Λευκίπι και Δημοκρίτος Αβδερίτης φασι είναι τα πρωτα μεγεθη πληθ. μεν απαρα και μεγεθα δε αδιαιρετα τροπον γαρ τινα παντα τα οντα ποικσιν αριθμους και εξ αριθ. μων και γαρ ει μη σαφως δηλεσιν ομως τετο βελονται λεγαν 00 Leucippo e Democrito dicono le prime grandezze essere infini te di numero, ma indivisibili. Essi in certo modo fanno gli esseri o numeri, o da' numeri. E se ben non lo mostrano chiu ro; pure questo vogliono dire. Εμπεδοκλης περι ελαχιστα εφη προ των τεσσαρων στοιχειων θραυσματα ελαχιστα οιονα στοιχεία προ των στοιχεων ομοιομερη και – G. prima de’ IV elementi suppone de minimi bricioli, che sono non altrimen ti che gl’elementi degl’elementi, e parti simili Stob. Εcl. Phys. Ε più chiaramente Plutarco de Pl. Ph. dice οιονα στοιχεια των στοιχείων »και elementi degl’elementi. Ει δε στήσεται που διαλυσις ητοι ατος μον εσται το σωμα εν ω ισταται η διαίρετον μεν ι μεν του διαι εθησομενον εδε ποτε καθαπερ εoικεν Εμπεδοκλης βελεσθαι λέγειν. Se lo scioglinzento delle parti si fermerà in qual che luogo, domando: o il corpo in củi ri starà è indivisibile, o è divisibile; ma in alcun tempo mai non si potrà dividere, co me pare che C. abbia voluto dire, Arist. de Coelo. Sicchè G. ammettea la divisibilità col pensiero non già col fatto. È un assioma presso gli antichi εκ τε μη οντος μηδεν γινεσθαι nulla farse da ciò che non è, Presso i Greci dev significava ciò ch ' esiste e il under ciò che non è. Epicuro talvolta piglia il des per corpo e il under per yoto. Ma diverso era il significato dell' del ov. G. ed Anassago ra chiamavano Oy la materia dotata di qualità sensibili. E Democrito ed Epicuro la materia fornita di figura. Al contrario i primi due indicavano col un oy la mate ria priva di qualità, e i secondi la mates. ria senza figura. Di fatto Aristotile de GV e 156 gener. et corrupt. dice εστι γη το ον, το δε μη ον υλη της γης και πυρος ωσαύτως. L Latini tradussero il δεν per res o corpus il jend Ev per nihil o vacuum. E come non aveano parole corrisponden ti all' oy e' un or; cosi l'indicarono colle stesse parole res et nihil. E ' nato da ciò un equivoco nell' intendere i Greci. Questi non solo dissero nulla farsi da nulla; ia tal volta alcuni di loro pensarono niuna cosa, che ha qualità, poter venire dalla materia priva di qualità. (8) Απαντα γαρ κακείνος (Σμκεδοκλής ) ταυτα ομολογήσας, ότι εκ τε μη ιοντος αμηχα • γον εστι γενεσθαι και Concedendo Empedocle tutte le cose medesime,.e che sia impossi bile venire un essere fornito di qualità de ciò, che ne è privo je Arist. de Xenophane VELIA (si veda) et LEONZIO (si veda).  Εμπεδοκλης δε τα τετταρα προς τους ειρημενοις γην προσθας τεταρτον και Empedoclc disse esser quattro gli elementi, aggiungen do la terra per quarto a’tre già detti Aristot. Metaph. Σεληνην δε φησι συστηναι καθ' εαυτην εκ τα απολειφθεντος αερος υπο τα πυρος • τατον γαρ παγηναι καθαπερ την χαλαζαν. La lu πα, dice Empedocle, essersi condensata da se a cagione dall'aria, che fu abbando nata dal fuoco; perciocchè questa 'si con densò a guisa di grandine Euseb. Praep. Evang. Lo stesso dice Plut. de Pl. Ph. Origen. Phylosoph. etc. I sassi e gli scogli sulla terra so no stati giusta Empedocle formati dalla forza del fuoco. Plut. de primo frigid. Ne per altra ragione credea il nostro filosofo, chę i cieli siensi formati in guisa di çri stallo, che per l'azione del fuoco. Plut. de Plac. Philos.  Ως εν υλης « δ λεγομενα στοιχα τετταρα πρωτος (Εμπεδοκλης ), απεν. και μεν χρηται γε τετταρσιν αλλ ως δυσιν ουσι μονοις. πυρι μεν καθ' αυτο τοις δε αντικειμένοις ως Em. μια φυσα γη τε και αερι και υδατι, pedocle fu il prinio che affermò quattro ese ser gli elementi nella materia. Nondime no di questi non fu egli uso come se fos } νω sero ' quattro, ma due soli. Mette il fuoco per se ', e' come al fuoco opposte l'acqua, ' la terra, l'aria, quasi avessero. queste uni ca natura.,, Aristot. Metaph. Origen. Phylosoph. Clem. Alex. Strom. Αναξαγορας μηχανη χρηται τω προς την κοσμοπίλαν » Anassagora usa della mente nella sua cosmogonia non altrimen ti che d'una macchina Arist. Metaph. Πολλαχου γουν αυτω (Εκπεδοκλα ) η μεν φιλια διακρινει το δε νεικος συγκρινα • μεν γαρ ε ! ς τα στοιχεία διαστήται το παν υπο τ8 14κας τότε το πυρ «ς συγκρίνεται και των αλλων στοιχων εκαστον, οταν δε παντα υπο της φιλιας συνιωσιν ας το εν αναγκαίον εξ εκαστε τα μορια διακρίνεσθαι παλιν. Εμπεδοκλης μεν 89 παρα τ8ς προτερον πρωτος ταυτην την ατίας διελων εισενεγκεν ου μιαν ποιήσας την της κινη σεως αρχη, αλλ' έτερας τε και εναντιας. Non di rado presso d'Empedocle l'amicizia sepa ra; e l'inimicizia unisce. Imperocchè quan. do per l'inimicizia l'universo si scioglie ne • OTULY gli elementi; allora il fuoco si unisce, e al par del fuoco, ciascuno degli altri elemen ii. Quando poi per via dell ' amicizia tutti gli elementi si uniscono; allora è di ne cessità che le parti di ciascun elemento si separino. Però Empedocle fu il primo, che superiore agli altri più antichi di lui, divi dendo questa causa, intro lusse non un solo, ma piii e contrarj principj di movimento: l'anticizia cioè e l' inimicizia Arist. Me taph, L ' vero che qui Aristo tile cerca di cogliere in assurdo il nostro Empedocle"; perchè cerca di mostrare che l' amicizia talvolta separa, e l'inimicizia ta lora unisce. Ma ciò non di meno confes sa che giusta Empedocle l'amicizia e l'ini. micizia eran due principj di moto. E in ciò loda il n'ostro filosofo, e l ' inalza so pra tutti que' ch'erano stati prima di lui. Molti sono i versi di G. che lo pruovano, che noi rapporteremo ne' fram menti di lui. Ma Aristotile lo dice chia. rissimo. Es un evný to vemos ev Tols peyuceo σιν, εν αν ην απαντα ως φησιν (Εμπεδοκλης ) 160,, Se non fosse l ' inimicizia inerente alle cose, tutte queste non farebbero che uno come dice lo stesso Empedocle,, Aristot. Metaph. Simplicio inoltre de Coelo Com. rapporta che giusta G. è propietà dell'amicizia ridurre tutto in una sfera lovely o zipov Εμπεδοκλης  το μεν πυρ κκκος καιλο. μενον προσαγορευων και Empedocle chiamo il fuoco lité perniciosa Plut. de primo frigido. E lo stesso Plutarco ne soggiunge la ragione. Giacchè il fuoco ha la facoltà di dividere e separare. Clem. Alexand. ad gentes Aristot. Metaphys. Plut. de Isid. et Osirid. Wolf. de Manich. ante Man. S. Bayle Dict. Art. Xenoph. Aristotile" riferendo l. 3 taph. l'opinione d'Empedocle sul circolo pe renne delle cose in virtù delle due forze amicizia e inimicizia si lagna del nostro filosofo, che introduce la necessità senza recare alcima cagione della necessità ws ay. 1 cap. 4 Me. 161 αγκαιον μεν ον μεταβαλλεινκαι αιτίαν δ ' εξ ενο αγκής εδεμιαν δηλοι. Brukero de discipulis Pythagorae. Moshem. nelle note a Cudwort. Αρχη η φυσις μαλλον της υλης. εγί άχου δηπου αυτη και Εμπεδοκλης περίπιπτα αγομενος υπ' αυτης της αληθεας, και την εσι. αν, και την φυσιν αναγκαζεται φαναι τον λογον ειναι: οιον οστουν αποδιδους τι εστιν. ετε γάρ εν τι των στοιχεων λεγει αυτο ατε δυο ή τρια ατε παντα αλλα λογος της μιξεως αυτων etc. Il principio delle cose è più presto la nä tura che la materia delle cose.. Empedocle tirato dalla forza stessa della verità spesso è costretto di confessare che la sostanza e la natura altro non sia che la ragione o proporzione: ' come fa allorchè ei dice coså šia.l osso. Poichè dice che l'osso non cen ga da questo o du quel elemento', nè da due elementi, nè da tre, nè da tutti, ma dalla ragione in cui questi nell' osso si stan. no ec. is Arist. de par. Animae l. 1. cap. E poi lo stesso Aristotile soggiunge che i filosofi prima di G. non fecerd lo stesso perchè non soleano definire ciò che fosse la cosa astion de to. pen en San τ8ς προγενέστερες επί τον τροπον τέτον, το τι ην αναι, και το ορισασθαι την ασιαν εκ OTI My •:- Plut. de Plac. 1. ì cap. 6 Gal. Hist. Ph. Plut. de Plac. Ph. Gal. ibid. Plut. de Plac. Ph. Arist. de Resp. Crede G. che gl’animali, subito che nacque ro dalla terra, si divisero e portarono in luoghi convenienti al loro temperamento. Que' che abbondavan di fuoco o nell' ac qua o nell'aria. Gli altri ch'erano più gravi, abitarono la terra ec. Darwin Zoonomia. Milano, La massa tutta del seme, che noz mostrava alcuna forma, o figura chiama va Empedocle. 8ioques che potrebbe significa. re tutta la natura organica secondo Simpl. 163 1 de Phy. aud. 1, 2. Com. Aldo: Aristotile l. 2 de Coelo cap. 8 par lando dell opinione di Xenofane che credea la terra infinita estendere sino alſ infinito le sue radici, soggiunge do xakt.Eptidoxing ετως επεπλήξεν Per lo che Empedoche co si lo sferzò, e soggiunge i versi d' Empe docle, che noi rapporteremo 'ne' frammenti di lui.  Ταυτι δε τα εμφανη κρημνες και σκο: πελες και πετρας και Εμπεδοκλης μεν υπο τα πυ ρος οιεται το εν βαθει της γης εσταται και ανε χεσθαι. Empedocle è d'opinione che que sti sassi, questi scogli, questi dirupi, che sono agli occhi di tutti, sieno stati inalza ti dal fuoco che sta nelle profondità dela la terra „ Plut. de primo frigido, Quare quaedam aquae caleant", quae dam etiam ferveant in tantum, ut non pog sint esse usui nisi aut in aperto evanuere, aut mixtura frigidae intepuere, plures causae redduntur. Empedocles existimat ignibus, quos multis locis terrà opertos tegit, aquam calescere, si subjecti sunt solo per quod aquis transcursus est. Facere solemus dracones et miliaria, et complures formas, in quibus gere tenui fistulas struimus per declive cir. cumdatas; ut saepe eundem ignem ambiens aqua per tantum fluat spatii quantum ef. ficiendo calori sat est. Frigida itaque in trat, effluit calida. Idem sub terra Em. pedocles existimat fieri. Seneca Quest. Nat. Την γην εξ ης αγαν περίσφεγγομενης τη ρυμη της περιφοράς αναβλυσαι το υδωρ la terra, da cui, come fu condensata, per l'impeto della girazione spicciò l' ac qμα 15 Ρlut. de ΡΙ. Ρh. Οτι δε μενα γη  ζητεσι την αιτίαν και λέγεσιν οι μεν τυτον τον τρόπον, οτι το πλα τος και το μεγεθος αυτης αιτιον, οι δε ωσ: περ Εμπεδοκλης την τε κραγε φοραν κυκλω περιθεασαν και θαττον φερομενην την της γης φοραν κωλυειν καθαπερ το εν τοις κυαθοις υ δωρ και και γαρ τατο κυκλω το κυαθε φερομείς πολλάκις κατω τα χαλκά γινομενον ομως ου φερεται κατω πεφυκος φερεσθαι δια την αυτην 165 Citidy, Alcuni cercano il perchè la terra stia ferma nel mezzo, e dicono esserne cagione la sua grandezza e larghezza, Al tri poi, siccome Empedocle, son di pare re, che il cielo girando più velocemente del. la terra sia la cagione, per cui la terra non cada nello stesso modo, che avviene allac qua nel calice. Poichè seben questo si giri e stia col fondo su, e il labro all' in giù; pure l' acqua, che di sua natura tende al basso, non cache per la ragione medesima della girazione,, Arist. de Coelo Plut. de fac. in orbe Lunae, Plut. de Pl. Ph. Laert. in Emp. Arist. de anima. Καθαπερ Εμπεδοκλής φησιν, αφικνειο σθαι προτερον το απο τα ηλιο φως ας το μετα ξυ πριν προς την οψιν, η επί την γην, δοξα δ ' ευλογως συμβαινειν Empedocle dice che la luce, la quale viene dal Sole prinra giunge nel mezzo, e poi all'occhio ed aļla terra. Il che pare che accada con buona ragio ne » s. Arist. de sensų et sensili tor.  G. in prima ha il Sole per una gran massa ignita' non già per una rijlessione di un altro sole šíecome attesta Laerz, in Emp. Era in secondo opinione di Empedocle che il simile si va sempre ad u nire al suo simile. Però venne a lui naturale il dire che la luce lanciata dal So. le, dopo d' essersi riflettuta sulla terra, nasse di nuovo ad unirsi al Sole, e poi di nuovo movendosi da quest' astro, tornasse a risplendere. Per altro Plutarco stesso aper. tamente dice de Pyth. orac.. che la luce del Sole secondo Empedocle risplende di nuovo αυθις ανταυγαν. Plut. de Pl. Ph. Gal. Hist. Ph. Stobeo Ecl. Phys. e tunti altri, appongono ad Empedocle l' opinione di due Soli, che si riguardavano, de quali l'uno mandava rag gi invisibili e l'altra visibili ec. G., sans recourir á l’instanatneité de cette émission ou á sa prodigieuse velocité disoit que cette objection se roit vraie, si le soleil lui même étoit en mouvement; mais que la terre tournant au tour de son axe, venoit au devant, du ra yon, et voyoit l'astre dans sa prolonga tion. On ne répondroit pas mieux aujourd hui a cette objection, si quelqu'un la pro posoit contre la propagation successive de la lumière et son emission. Montucla. Hist. des Mathematiques Απολείπεται τοινυν το τα Εμπεδοκλεος ανακλάσει τιγί τα ηλια προς την σεληνην γεγες; σθαι τον ενταύθα φωτος οιον απ' αυτης οθεν 80's. Jequor de deep porn Resta dunque co me vera la sentenza d'Empedocle. Però la luce lunare non è nè calda nè assai splen. Plut. de fac in orb. Lunae. Est - il rien de plus juste que ce vers, dont voici la traduction litterale de Greg en latin circulare circa terram yolvitur a lienum lumen dit- il en parlant de lo lu ne? Achille Tatius en tire une preuve qu' Empedocle a regardé cette planéte comme un morceau détaché du soleil. Il n'a pas conçu que cet alienum lumen vouloit dire lumière empruntée, ce qui est très-confor me a la verité. Montucla Hist. des Math. dida, Isag. in Arat. Empedocles plus duplo lunam dia stare censet a terra quam a sole. Galen. Hist. Ph. Plut. de Pl. Ph. Και τον μεν ήλιον φησι πυρος αθροισο μα μεγα και σεληνης μαζω » Empedocle di. ce il Sole essere una gran massa di fuoco più grande della Luna Laert. in Emp. Plutarco de ' fac. in orbe Lunae, afferma che la Luna al dir d'Empedocle giraya a simiglianza d'una ruota: Ora in que' tempi si esprimea la rùvoluzione d'un corpo intorno al propio asse sotto la figura ra d'una rủota, Cosi di fatto indicarono Seleuco d'Eritrea, Heraclide di Ponto, Eco fanto di Siracusa, il movimento della tere ra intorno al propio asse. Per altro i Pit tagorici sapeano che la Luna girando in torno alla terra çi presenta sempre lo stes so emisfero. Il che come ciascun sa non può aver luogo, se la Luna girando intor no la terra ſon rotasse intorno al propio asse: Sicché è da credersi cl’Empedocle non ou esse ignorato questo movimento della Lu na. Ma come Plutarco non ne fa che un sol cenno, che può essere equivoco; cosi io non ho creduto di doverlo affermare come sicura opinione di G.. Fabricio Bibl. Graeca Arist. de plant. Arist. nel med. luogo. Arist. nel med, luogo. Τα δε σπερματα παντων εχ τινα τροφην εν αυτός και συναποτίκτεται τη αρχή καθαπερ εν τοις ωοίς. η και κακως Εμπεδοκλης αρήκε φασκων ωοτοκαν μακρα δενδρα Ogni semè contiene in sè qualche cosa d' alimen to uñitaniente al principio che genera, sic come è nell' uovo. Per lo che Empedocle disse bene che gli eccelsi alberi sono ovipa ri Theofrasto 1. i cap. ' 7 de Caus. Plant. Και τατο καλως λεγει Εμπεδοκλης ποιησάς: Ούτω δ ' ωοτοκεί μικρα δενδρα πρωτον ελαίας •. Το τε γαρ ωον κυημα εστι, και εκ τινος αυτα γίγνεται το ζωον, το δε λοιπον, τροφη τα σπερ ματος, και εκ μερες γιγνεται το φύομενον, το δε λοιπον τροφη γιγνεται το βλαστω και τη y 170 pión en xpern » Questo ben disse Emperor cle affermando, che i piccoli alberi ezian dio sono ovipari. Poichè da una parte dell' uovo nasce l'animale, e dal resto si fa la nutrizione di questo. Nello stesso modo ac cade nel seme. Da una parte si formá la pianticella, ed il resto serve per nutrirla Arist. de Gen. anim. Arist, de Gen. anim. Theofrasto 1. i cap. z de Caus. Plant. Indi è che Malpighi aper: tamente dice Plantarum ova esse semina vetus est Empedoclis dogma. Anat. Plant. In questi ultimi tempi Young è stato il primo a dire che le piante ven gono, dal seme. Rozier journ. de Phys. Auril. e Bonnet Deur. ha dimostrato l'analogia del seme coll' uovo.  ο δε μαλιστα και κυρίως εστι ζη = τητεoν εν ταυτη τη επίσημη τετο οστιν » όπερ ειπεν Εμπεδοκλής ηγουν α ευρίσκεται εν τοις φύτοις γενος θηλυ και γένος αρρεν και ει εστιν ειδος κεκραμενον εκ τετων των δυο γενών και Cio che in questa scienza sia sopra d'ogn' al tro, e propiamente da ricercare, lo disse Em pedocle: cioè se nelle piante si ritrovi il sesso maschile e feminile, e se questi due sessi sien in quelle mischiati ed uniti,, Arist. de Pl. 1. cap. 2. Per lo che è da ripu. ţarsi particolar opinione d'Empedocle, quel, la del sesso nelle piante, e che queste fos sero state ermafrodite. Si legga lo stesso Aristotile de Pl. Haaly 005 - λομεν ζητειν πότερον ευρισκονται ταυτα τα δυο γενή κεκραμενα εν τοις φυτοις ως απεν Εμπε doxninis:,, Dobbiamo ricercare se i dųe ses si nelle piante sien mischiati, come vuole G..  Empedocles quidem divulsa esse so bolis membra aiebat, ut in faeminae alia alia in maris semine continerentur, atquo inde oriri animalibus venerei complexus ap.. petentiam, dum partes illae inter se di stractae conjungi atque uniri concupiscunt. Galen. de semine. Si legga parimente Aristot. de Gener, ànim. Plutarco de plac. Ph. Arist. de Gener. anim. Εμπεδοκλης τη κατα συλληψιν φαντα. σια της γυναικος μορφουσθαι τα βρεφη και πολ: λακις γαρ εικονων και αδριαντων ηρασθησαν γυναίκες και ομοία τετοις απετέκον. » Empe docle dice che dalla fantasia della donna piglia forma îl feto. Poichè spesso le don ne hanno la lor prole partorito simile a statue o. a immagini, che hanno amato Plut. de Pl. Ph. Plut. de Pl. Ph. Tutta la dottrina di G., siccome in appresso diremo, era fondata su i pori, e sugli effluvj, che si spiccano secondo lui da' corpi, o per quelli s'intro ducono, Plut. de Pl. Ph. I. 5. cap. 26. (58) Frondes amittere quibus aestatis ca. lor humorem ahsumpserit; semper fronde re quae majorem succi copiain habent, ut laurum, oleam, palmam 4 Hist. Ph. Gal. Lo stesso dice Plut. de Pl. Ph. lPlutarco Symp. Si propone la questione, perchè l' ellera conserva le fo glie, e gli altri alberi le perdono. Ei ri sponde con Empedocle per la disposizione de’ pori. Perche τοις δε φυλλoφoυσιν εκ έστι για μανοτητα των αγω και στενότητα των κάτω πι:,, ρων, οταν οι μεν επίπεμπωσιν οι δε φυλαττω σιν, αλλ' ολίγον αθρουν λαβόντες εκχέωσιν ωσ. περ εν αγδηροις τισιν ουχ ομαλοις A quel le piante, le cui foglie cadono į alimen to on basta a cagion della rarità de? pori superiori, e della strettezza degl inferiori. Poichè per questi pori s’ introduce poco ali mento, e per quelli molto se ne dissipa. Indi è che quel poco che hanno ritratto tosto lo perdono. Avyiene ciò che suole ac cadere negli attignitoi, che sono inegual mente forați. Flore française troisieme edition par MM. de La Marck et Decandolle T. Floré française Flore francaise Plut. de Pl. Ph.  Gal. Hist. Ph. Galeno Hist. Ph. Plut. de Pl. Ph. Ρlut. de Pl. Ph. 1. 5 cap. 22 Gal. Hist. Ph. Plut. ' nel med. luogo. Gal. Hist. Ph. Plat. de Pl. Ph. Ρlut. de ΡΙ.. Ρh. Ρlut. de ΡΙ. Ρh. 1. 4 cap. 16 Gal. Hist. Ph. Arist. de Respirat. Arist. 'de Respirat. cap. 7 Gal. Hist. Ph. (71) Arist, de, Resp. Plut. de PI. Ph. Pluit. de ΡΙ. Ρh. Plut. nel med. luogo. Gal. Hist. Ph. Si vegga la niemoria seconda sulla Vita di G. Ρlut. de Pl. Ph. Τα μεν γλαυκα πυρωδη καθαπερ Εμ. πεδοκλής φησι τα δε μελανoμματα πλεον υδατος εχιν η πυρος. » Che gli occhi az zurri, come dice Empedocle, abbondano di fuoco, ed i rieri abbiano più d ' acqua che 175 di fuoco, Arist. de gener. An Τα μεν ημερας εκ οξυ βλεπεις τα γλαυκα. δι ενδιαν υδατος. θατερα δε νυκτωρ δι ενδααν πυρός και che gli occhi azzurri non veggano bene di giorno per difetto d' ac qua, ed i neri di notte per difetto di fuo: εο, Arist. de Gen. an. Gal. Ηist. Ph. Ρlut. de P. Ph. Ειπερ μη πυρος την οψιν θετεον αλλ' υδατος πασαν,, Perclie la visione non e d ' attribuirsi al fuoco, ma tutta all'acqua » Arist. de Gen. anim. Arist. de sensu et sénsili l. Empedocles animum esse censet cor di suffusum sanguinem.  CICERONE (si veda) Tusc. quaest. e Ρlut. de ΡΙ. Ρh. Εν τη τα αιματος συστασε. Αλλοι δε ήσαν οι λεγοντες κατα Εμ " πεδοκλεα πριτηριον αγαι της αληθεας και τας αισθησεις αλλα τον ορθον λογον και τα δε ορθα λογα τον μεν τίνα θαον υπαρχειν τον δε αν - θρωπινον. ων τον μεν θαον ανεξοισθον ειναι. τον δε ανθρωπινον εξοισθαν. Ci sono stao 1 O 176 ti alcuni, che han dettò con G. esé sere il criterio della verità non già i sensi, ma la retta ragione. Questa poi essere in parte umana e in parte divina: la prima potersi da noi manifestare, e l'altra nòi, Sext: Emp. adv. Log. Hụezio Debolezza dello spiritous mano. Furere tibi Empedocles videtur: at mihi dignissimum rebus iis ', de quibus lo quitur sonum fundere. Num. ergo is ex. caecat nos, aut orbat sensibus, si parum magnam vim censet in iis esse ad ea, quae sub eos subjecta sunt, judicanda? CICERONE (si veda) Lucullus Empedocles quidem, ut interdum mi hi furere videatur, abstrusa esse omnia, ni hil nos sentire, nihil cernere, nihil omni quale sit, posse reperire. CICERONE (si veda) Lucullus Αρχαίοι το φρονων και το αισθανεσθαι ταυτον αναι φασιν ωσπερ και Εμπεδοκλης (δη 01.,, Gli antichi, come disse Empedocle, vogliono che sia lo stesso sentire, che ra 177 € 2. gionare. Arist. de anima, Arist. de Plant. Αναξαγορας μεν και Εμπεδοκλης επί θυμια ταυτα κινεισθαι λεγουσιν αισθανεσθαι τε και λυπεισθαι » Anassagora ed Empedo cle dicono che le piante sien mosse da de. siderio, da tristezza, e da voluttà, Arist, de P1.Αναξαγοράς δε και ο Δημοκρίτος και ο Εμπεδοκλής και νουν και γνωσιν εχεις απον τα φυτα Anässagora, Democrito, ed Em pedocle dissero le piante esser fornite di men te e di cognizione », Arist. de Pl. l. 1 cap. 1. Ρlut. de Plac. Ph. 1. 5 cap. 26. (90) Arist. de.ΡΙ. 1. 1 cap. 1 Ρlut. de P. Ph. Πρωτοι δε και τονδε τον λογον Αιγυ πτιοι ασι αποντές, ως ανθρωπα ψυχη αθα γατος εστι. τα σωματος δε καταφθινοντος ες αλλο ζωον αια γενομενον εσδυεται. επεαν δε περιελθη παντα τα χερσαια και τα θαλασσια και τα πτηνα, αυτις ες ανθρωπό σωμα γινομες γον εσβυνειν. την περιαλησιν δε αυτή γίνεσθαι εν τρισχιλίοισι ετεσι. Sono gli Egizi i pri Z 178 ηι. mi che dicono l'anima essere immortale; ma che 'morto il corpo va questa sempre informando un altro animale; dimodochè dopo d' esser passata per tutti gli animali o terrestri, o marini, o aerei torna di nuo ro ad informare il corpo d'un uomo. Que sto giro compie l anima in tre mila an Herod. Euterp. Τατω λογω ασι οι Ελληνων εχρησαντο οι μεν προτερον οι δε υστερον, ως ιδιω εωυτων εοντι. των εγω αδως τα ονοματα και γραφω. Tra Greci alcuni prima alcuni dopo han divulgato' la metempsicosi degli Egizi come opinione propria. E di quelli non vo. glio scrivere i nomi; ancorche mi sieno, co Herod. Sext. Emp. adν.. Math. 1. 8. (94) Ου γαρ ωσ. ο Μεγανδρος φησιν απαντι δαιμων ανδρι συμπαράστατα ' ευθυς γενομεγω μυσταγωγος τα βιε αγαθος, αλλα μαλλον ως Εμπεδοκλης διτται τιγες εκαστον ημων γενομες γον παραλαμβαγεσι και καταρχoνται μοίραι κα! d'alluoves.,, Non è da credere come dice Menandro, che a ciascun di noi, come ea gniti, gli nasce, assista un genio buono condut tor di tutta la vita, ma piuttosto è da te nersi l'opinione d'Empedocle, il quale di che ciascuno di noi dal punto della na scita è preso e governato da due genj e da due. fati Plut. de anim. tranquill. E sog giunge lo stesso Plutarco che co' nomi de gen; si esprimono σπερματα των παθων i se mi, delle passioni. Plut. de animi tranq. (96) Αφ ων οίμαι ορμώμενοι και οι πυθα: γορεοι και μετα τατος Πλατων αντρον και στην λαιον τον κοσμον απεφηναντο. παρα τε γαρ Εμπεδοκλα αι ψυχοπομποι δυναμας λεγεσιν Ηλυθομεν τοδ ' υπ' αντρον υποστεγον E da queste cose, siccome io stino i Pittagorici, e Platone dopo costoro, pre sero occasione di chiamar questo mondo an tro e spelonca. Poichè presso Empedocle le potestà conducitrici delle anime dicono: che siano finalmente giunte sotto quest' aniro coperto; Porph. de Ant. Nymph. ed. Van - Goens. Clem, Αlex. Strom. 1. 2. Stob. Εcl. 180 Eth. Jambl. Portrep. cap. g Hierocl. in Com. Scheffer de Secta Italica. Pindaro nella prima ode olimpica dirizzata a Gerone; dopo: d' aver descritto il supplizio di Tantalo, che chiama atau λαμον βιον εμποσομοχθον vita priva do gni ajuto e perpetuamente laboriosa » 'sog giunge „ questo supplizio forma il quarto dopo d' averne sofferto altri tre » Mesta Tpl. ων τεταρτον πονον. Non si puo comprendere a prima vista, come questo quarto suppli zio fosse stato perpetuo. Ma ciò è intera mente dichiarato nella seconda ode. olim pica diretta a Terone Gergentino. Quivi e gli dice: que', che dopo d'esser dimorati tre volte nella terra e nell'inferno ocou do ετολμησαν ες τρις εκατερωθι μειγαντες: seppero contener ľanimo loro nella pratica della virtil, arriveranno per la via di Giove al la regia di Saturno, dove laure dell' O. ceano spirano dolcemente attorno le isole fortunate, e splendono i fiori d'oro. vede quindi dal confronto di queste due o. di, che la metempsicosi giusta Pindaro con Si 181 sisteva in tre articoli: iº che l'anima del lo stesso uomo informava tre volte corpi u mani, che ' v'era un intervallo tra la morte e'l rinascimento in cui i giusti go deano di felicità, e i malvagi eran puni ti, 3º che le anime perseveranti nella giu stizia per tutto il corso delle tre vite umia ne, andavano poi. cogli eroi nell'impero di Saturno; e quelle, che s' erano mac chiate di colpe in quello stesso tempo, an davano in fine a soffrire un supplizio eter πο: απαλαμον βιον εμπεδoμοχθον. Gli sco liasti stessi di Pindaro, non altriinenti che noi abbiamo fatto ', lo dichiarano: uno di essi dice υπεραγαν μεχρι τριτης μετεμψυχοσέως Ev 8 %a740015 Tols peeport „ sostennero (le a nime ) sino alla terza metempsicosi nell' uno e nell'altro luogo cioè a dire nel la terra e nell' inferno. Ora trina di Pindaro pare che allora fosse sta ta conosciuta da' soli sapienti. Poichè dopo che il poeir avea esposta la triplice trasmi grazione soggiunge lo tengo sotto il mio gomito e dentro la faretra delle sette vo: questa dot 182 lanti, il cui fischio si sente dal solo sa piente. Ma la moltitudine ha lisogno d' interpetri ες δε το παν ερμηνεων χατιζα. Η saggio è colui che conosce la natura, gli altri, che įmparano da lui, sono loquaci nxo Root Taivajaworick e come i corvi inutilmente gracchiano. Per lo che pare, che Pindaro s'astenea di parlar chiaramente per non ri velare al volgo il dogma pittagorico della metempsicosi, ed opponea la furgawcola o loquacità del profano al silenzio del pittagorico. Tutti gli antichi fanno onorata men zione della filosofia di G.. Lascian do stare Aristotile e Teofrasto, noi sappia. mo da Laerzio l. 10 Sect. 25 ch' Herma co l'epicureo la espose in 24 libri moto - λικων περι Εμπεδοκλεας: Τra Latini poi  aparte di LUCREZIO (si veda) e di CICERONE (si veda), che ne fan sommi elogi, siano avvertiti da CICERONE (si veda) me. desinio che si era stato un SALLUSTIO (si veda), il quale area trattato la filosofia di G. nel la stessa guisa, che avea fatto LUCREZIO (si veda) per quella del GIARDINO ROMANO. Tria per quanto si raccoglie dalle parole di CICERONE (si veda) quell' auto re non era riuscito cosi bene, come LUCREZIO (si veda). Lucretii poemata, ut scribis, ita sunt multis luminibus ingenii: multae tamen ar. tis. Sed cum veneris, virum te putabo, si Sallustji Empedoclea legeris; hominem non putabo, cioè a dire se potrai sostener ne la lettura ti 'stimerò invitto e paziente. ma privo di senso. CICERONE (si veda) Ep. ad Q. Non che Plutarco ne' tempi d'appres. 80, ma tutti gli scrittori ecclesiastici ricor dano con lode Empedocle ed i suoi pensu. menti. Vi ha un luogo di Temistio nell orazione 12 all' Imperator Gioviano, in cui egli loda quest' imperadore per la lege ge da esso lui stabilita circa la libertà del la religione. In questo luogo ei dice agar σθαι μεν εν και τις αλλες το νομο προσηκ4 τον θαοτατον Αυτοκρατορα και μαλιστα δε οίς ουκ εφιασι μονον την ελευθερίαν, αλλα και τις θεσμες εξηγείται και φαυλοτερον Εμπεδοκλεας και Ma All Excave te Teals. Varia è stata l' interpetrazione di piu autori intorno a que ste parole, e principalmente per l'Empe 184 parere che docle, di cui fa menzione Temistio. Al cuni hanno sognato un altro G. di verso e posteriore al nostro. Petavio, non si sa come, crede, che sotto il nome di G. abbia quegli voluto significare G. Petit è di per G. s'inten la un cinico chiamato Peregrino. Nè marican di quei, che credono essere stato rcfurrito in quel luogo S. Policarpo martire. Iru biti gl'inteipetri Casaubono in not. ad M. Anton, pas 87 è stato a giudizio di Fabricio Bibl. Graec., corui che meglio l'hi interpetrato. AgarIsi Mesy XV x2. Toń andy (ita malo quam tos are 285, quod tamen ferri potest, nec' senten tiae, quam volumus, repugnat ), 78 roles.po: σηκ ή τον θιοτατον Αυτοκρατορα μαλιστα δε οίς (idest τετων vel εκεινων οις ) εκ εφιησι porgy etc., Degnissimo è l ' imperadore di ammirazione e di venerazione non che per le cose, che in quella legge si contengono, ma sopra di ogn'altro e per la libertà del la religione, e perchè spiega quelle leggi, che sono state da Dio dettate, con perizia 185 non minore di quella, per · Giove, che non fece quell'antico Empedocle., Di che si vede, ch'era tanta e tale la stima, in cui allora si tenea il nostro filosofo, che ad esso si comparava l ' Imperadore Gioviniano, allorchè si volea lodare. Abulfarage presso gli Arabi, secondo che dice Fabric. Bibl. Graec. T. 1 p. 474 loda G.e, come chi avea ottimamen te conosciuto gli attributi divini. Finalmente la filosofia d'Empedocle è stata vinovata da Campanella, da Magna. no o Maignano. Fahr. Bib. Graec. nel me desimo luogo. Per lo che si vede chiarissimo quanto male ORAZIO (si veda) conoscea il nostro filosofo; allorchè disse. Ep. 12 !. 1 v. 20. G.; an Stertinii deliret acumen. a a  Su i Franmenti delle opere di Empedocle Gergentino. ROM nico è l' oggetto di questa ultima mes moria: presentare a un colpo d'occhio tute ti accozzati gli avanzi delle opere d'Empe. docle. Egli ne detò molte, e quasi tutte, com'era usanza in que' di, le scrisse in versi.. Pure niun poema di lui è venuto sino à noi, e pochi sono i frammenti, che di questi ci restano L'inno ad Apollo, e 'l poema de' Persiani, furono, lui morto, bruciati. Il poema sulla sfera si reputa oggi opera d'incerto autore, Del suo discorso sulla medicina non ce n ' è restato nè anche vestigio: anzi ignorasi, se questo fosse stato scritto in versi secon do Laerzio, o pure in prosa secondo Sui da. I frammenti in somma delle opere di G., che da noi si conoscono, ri guardano e fan parte di due famosi poe e non sia. a, a 2 188 ni: l' uno sulle purgazioni, l'altro sulla natura. Il primo fu intitolato a Gergen tini; il secondo a Pausania il medico el amico di lui. La raccolta quindi de' fram menti de' versi d' Empedocle, di cui qui si parla, appartiene soltanto a questi due gran poemi. Piü Eruditi, e tuti di gran nome assai prima, e in varj tempi praticaron lo stesso. Stefano no pubblica il primo non pochi nel suo Ibro della poesia fi. losofica. Fabricio prese appresso il pensiero d'ampliar la raccolta di Stefano; e giusta il Mosenio quegli mol to l'accrebbe. Ma ogni fatica di lui, co me attesta il Reimaro, tornò vana; perchè morto Fabricio si perderono i suoi origina li,, e il pubblico non potè coglierne il frut. to. Van - Goens di poi nell'edizione, ch ' ei fece del libro della Groita delle Ninfe di Porfirio, manifestò aver già raunato più di trecento versi di G., e promiso al più presto di recarli in luce. Avea, se condo ch' attesta egli stesso, tratto gran pro 189 1 da' manoscritti che si conservano nella libre ria di Leyden, e invitato tutti i dotti ad aiutarlo in si fatio travaglio. Ma punto non si sa, se abbia o nò costui pubblica to la raccolta de' versi del nostro filosofo, giusta la promessa di lui sotto titolo di raccolta Empedoclea. E' sempre una singolar disgrazia il non potere profittar delle fatiche degli uomini grandi. Le nostre librerie een prive non che di manoscritti, ma scarseggiano ancora di libri. Non ci è venuto fatto di ritroe' vare in esse nè pure lo stesso Stefano della poesia filosofica. Però, mancan. ti gli aiuti, si è ito sù giù rifrustando an tichi scrittori per cogliere or uno or due e di rado o sei, o dieci' o più versi di Emperlocle, che sparsi si leggono in que sto, e in quell'altro. Fatica assai penosa, e ' tanto più dura, quanto ha obbligato a durar quello stento, che farebbe chi il pri mo si mettesse ad imprenderla, senza la spe. ranza di poter acquistare la gloria debita a chi il primo l'avesse intrapreso. Unico conforto ne fu un Simplicio dell'edizione d'Aldo, trovato nella libreria de' PP. Tea tini di Palermo (giacchè questi ne' suoi co. mentari d ' Aristotile rapporta molti versi d ' Empedocle ). Da questo libro furon tratti non pochi de' versi d ' Empedocle, che si tro van messi insieme. in quest'ultima parte. Ma il medesimo disgraziatamente fu ruba. to in quella libreria. Però non fu conco duto di potersi più riscontrare i versi rac colti col testo; e si è dovuto, congetturan, do quasi tentoni, quando supplir qualche parola a caso tralasciata, quando correg gere alcuni versi, che per la prima volta erano stati o male lètti, o falsamente scrit ti. Si è detto tutto ciò non perchè s' am. bisca lode di questa qualunque siesi fati ca; ma perchè se ne abbia anticipato come patimento. In altri paesi d'Europa la race colta de' versi d' Empedocle o gia è stata egregiamente recata in pubblico; o se non è stata ancor fatta, si potrà certamente fare e più abbondante, e più corretta, e più dotta, che non è questa. Non è quin 191 di la stessa da considerarsi come un ope. ra perfetta, o degna degli sguardi de' Dot ti. Si desidera soltanto, che si tenga la medesima, come un annotazione, con cui si provano i pensamenti d' Empedocle espo sti nella terza Memoria. Ma comunque ciò sia egli è certo, che i versi d'Empedocle smentiscono coloro, che portano opinione lui essere stato o di niú no o di poco valore in poetica. Si fondan costoro sopra Plutarco (1 ), il quale dice Empedocle avere ornato col metro i suoi discorsi per evitare l'umiltà della prosa. Ma non si accorgono aver loro o mal inte so o sinistramente interpetrato Plutarco, il quale pretese sol definire, che sia stata di dascalica la maniera poetica del nostro filosofo. Questa, come quella, ehe tratta e di filosofia, e di precetti sdegna le finzio. ni e l'invenzione, in cui il pregio, il bel lo, e la natura consiste d'ogni poesia. Per rò quegli disse, ch'Empedocle avea preso De Aud. Poet. 192 dalla poesia, senza più, e la pompa, e il meiro. Questo stesso avea già gran tempo prima annunziato Aristotilo, che fu non che savio ma di gran sentimento nelle co se poetiche. Egli, a distinguer la poesia d' Omero da quella d'Empedocle, affermò i uno e l'altro, tranne il metro, nulla tra loro aver di comune. Perché Omero era un Poeta, com’ei diee, ed Empedocle un fisiologo (1 ). Ma se Empedocle, qual didascalico, non merita é nome e lode, che si convie ne a poeta, non si pao negare aver lui necupato in que' dì il primo luogo tra di dascalici, Aristotile di fatto non seppe in miglior modo contrassegnare la differenza tra la vera poesia e la didascalica, che comparando tra loro il più gran poeta e il più eccellente didascalico; Omero ed Em pedocle. Nè altrimenti si pensò ne ' tempi d' appresso. Cicerone chiama egregio il poe (1 ) De Poet. cap. 1. 793 ma d'Empedocle sulla natura. Anzi mettendo egli a confronto i versi di Par menide, di Xenofane, e d' Empedocle, che furon tutti tre poeti didascalici, dice aper tamente, che più belli ed eleganti erano i versi del nostro filosofo. Che se poi mancasse ogn'altro argomento ad apprez zare il merito di lui, sarebbe certamente bastevole il sapere i poemi d'Empedocle es sersi cantati ne' pubblici giuochi di Grecia. Ognun sa, che questa, piena allora di gu sto, e severa nel gindicare, non concedea tali onori se non a soli grandiuomini. Nel resto ciascuno su cið, o del raffinamento del la poetica d'Empedocle, ne può da ise giu dicare. Il solo leggere i frammenti, che ci sono restati, basta a far che chiunque ne resti persuaso e convinto. Il dialetto de' Siciliani e de' Pittagorici era comune; e questo appunto era il Dori co. Pure G. avvegnache fosse stato Lib. 1 de Orat. (Acad. Quaest. l. 4. Ъь 194 o SICILIANO e Pittagorico, non mise in opera, che il dialetto Jonico, coine quello, ch'era tra Greci poeti il più polito e gentile. Fu inoltre la musa di G. dolcissima. E. gli ne' suoi versi non sol si servì di quel dialetto, ma nel farli scelse le parole più dolci e sonore. Platone, parlando d ' Era clito, d'Empedocle, dice che le muse di quello eran più dure, e le altre di questo più molli (1 ) ancorchè l' uno e l'altro aves sero usato il dialetto medesimo degli Jonj Plutarco stesso poi non lascia di notare, che gli epiteti apposti da Empedocle non erano, come per lo più esser ' sogliono ne' poeti, di puro ornamento, ma esprimeano la natura delle cose. Ne cita egli di fatto l'aggiunto dato da Empedocle a Ve. nere qual datrice di vita; il sempre verdeg: giante dato all'alloro; l'abbondante di san gue adattato al fegato: e altri simiglianti. Anzi il medesimo Plutarco da a G. Plut. in Sophista. Plut. Sympos. l. 6 Erotic.  il vanto d' aver meglio e più: destramento usato d'aleuni epiteti d'Omero: Ne reca ' egli in pruova l'aggiunto d'agglome rator di nubi, che questi attribuisce a Gio ve, e quegli all' aria, e l'altro di difena SOF del corpo, che Omero dà allo seudo, ed Empedocle all'anima. Ma perchè più dilungarci in rapporta: re antichi testimonj su cið? I franımenti stessi d ' Empedocle chiaro ci mostrano l' éc cellenza della sua poesia. Basta dirsi aver lui tenuto Omero per modello nelle sue o pere poetiche. Le voci, le frasi, le me taforé, la giacitura delle parole, le desi nenze de' versi son le medesime in quello, che in questo. Si può quindi dir con ra gione l'apparenza de' suoi versi, e la sein bianza de' suoi poemi essere stata tutta di Omero. Oltre che riluce in lui una viva cità nelle immagini, e una novità sin" nel le stesse parole. Moltissimi sugi epitéti ed espressivi e leggiadri non si trovano in al Plut. Symp. cun altro poeta: 1. pesci, per tacer d i tant altri, " sono chiamati da lui quando nutriti, quando abitatori dell'acqua; gli uccelli cimbe volanti; gli Dei ' di lunghissi. mi secoli. Anzi Aristotile nella sua poeti ca indica come una metafora assai bella, e allora nuova, quella con cui Empedocle esprime la vecchiaja; chiamandola l'occa. so della vita. Chiunque poi legge nelle sue opere la descrizione della natura; " che qual pittore con quattro colori, fa tutte le co se con quattro elementi; o l' altra della visione, che comparata a una lucerna, fa le sue funzioni; o quella della clessidra, o cose simiglianti ', non gli potrà certo ne gare il pregio, che si conviene a vaga e bella fantasia. Per lo che da' framinenti di G. si prende quel diletto, che pigliar si suole guardando i rottami d'una qualche nostra Greca Sicola anticaglia. Nel mettersi insieme si fatti frammen, ti si sono in prima distinti i versi, che appartengono al poema della natura, da. quelli, che fan parte dell'altro sulle pur 197 1 lande prezi Foce cck que nal elle gazioni. Ciò non è riuscito punto difficile, Perchè il primo tratta di cose fisiche, e 'l secondo di cose morali. In quello d'ordi nario, perchè diretto al colo Pausania i verbi si trovano in singolare. In questo all'oppesto perchè indirizzato a Gergentini, i verbi si leggono in plurale. Perd e dalla sintassi e dalla materia è stato age vole il se parare i frammenti d'un poema da quelli dell'altro. Si sa oltr'a ciò il poema di G. sulla natura esser. diviso in tre libri. Molti stenti ha costato il congetturare qua li sieno stati trà versi, che ci restano, quel li che appartengono o al primo, o al se condo, o al terzo, In çiò fare è stato di mestieri ricercare se per avventura gli scrit tori, che ne riferiscono i frammenti, aba biano citato il libro. Talora d' alcuni ver si, che certamente si sa dalla testimonian za degli scrittori doversi collocare in uno de' tre libri, si è rilevata la materia, che in ciascuno di essi trattavasi dal no stro Gergentino, Stabilita poi la materia la ni che ung en. he da ur. 198 stato ben facile il riferire allo stesso li bro tutti que' frammenti, che si versano sullo stesso soggetto. Ma non di rado con frontando i frammenti tra loro si è trova to, che alcuni finiscono con versi, che son principio di altri. Con tale studio quindi e simigliante artifizio si è cercato di collo care o prima, o dopo alcuni frammenti, che sono dello stesso libro. Nel resto sarà meglio il tutto giustificato nelle note, e l' ordine con cui sono rapportati i frammen ti, e l'autore, da cui sono stati ricavati e l'intelligenza, con cui sono stati interpe trati '. Fra tanto se questo qualunque siesi lavoro non sarà stimato degno di lode, po trà almeno, meritare, nell' emenda de dete ti il perdono del pubblico. RACCOLTA DE FRAMMENTI. ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ βιβλ. α. Παυσανία συ δε κλυθι δαίφρονος Αγχίτου υιε. Εστί αναγκης χρημα θεων σφραγισμα παλαιον Αϊδιον πλατεεσσι κατεσφραγισμενον ορκοις Τεσσαρα των παντων ριζωματα πρωτον ακους Ζευς αργής, ηρητε φερεσβιος η αίσθωγευς Νηστις θ' ' δακρυοις τεγγα κρενωμα βρoταον Των δε συνερχομενων εξ εσχατων ιστατο νακος Διπλ' ερεω: τοτε γαρ εν αυξηθη μονον ειναι Εκ πλεονων τοτε δ ' αυ διεφυ πλέον εξ ενος ειναι Δοιη δε θνητων γενεσις δοιη και απολαψις Την μεν γαρ παντων συνοδος τικτατ’ ολεκτιτε Ηδε παλιν διαφυαμενών θρυφθασα γε δρυπτα Και ταυτ αλλασσοντα διαμπερες εποτε λήγα DELLA NATURA Pausania figliuol del saggio Anchito tu ciò, ch’io dico, attentamente ascolta E' volere del fato, è degli dei decreto antico, che ab eterno fue segnato con solenni giuramenti. Il bianco Giove, la vital Giunone, E Pluto, e Nesti, che piangendo irriga I canali dell'uom, son d'ogni cosa, Odimi in prima, le quattro radici. Ma come quelli tra di lor s'accozzano Dall' ultimo confin sorge la lite. Dųe son le cose, ch' a narrarti io prendo: Ora l'uno dal più risulta, ed ora Nasce dall' uno il più: cosa mortale Doppio ha nascimento, e doppia ha morte. Genera, e strugge l ' union del tutto; E questa sciolta, torna pur di nuovo CC 20 2 Αλλοτε μεν φιλοτητί συνερχομεν ’ ας εν απαντα Αλλοτε αυ διχα παντα φορεμενα νακεος εχθα Εισοκες αν συμφωντα το παν υπενερθε γενητα. Ουτως η μεν εν εκ πλεογων μεμαθηκε φυέσθαι Η δε παλιν διαφυγτος ενος πλεον εκτελεθεσ: Τη μεν γίγνονται τε και και σφισιν εμπεδος αιων Η δε διαλλασσονται διαμπερες αποτε ληγει Ταυτη α εν εασσιν ακινητα κατα κυκλoν. Αλλ' αγέ μυθον κλυθι - μεθη γαρ τοι φρεγας αυξ Ως γαρ και πριν ειπα πιφασκων πειρατα μυθων Διπλ’ ερεω: τοτε μεν γαρ εν αυξηθη μονον ειναι Εκ πλεονων τοτε δ' αυ διεφυ πλεον εξ ενος αναι Πυρ και υδωρ και γαια και κερος απλετον υψος Νικοστ' αλομενον διχα των αταλαντον εκαστον Και φιλοτης εν τοισιν ιση μηκοστε πλατοστε Την συν νω δερκε μη δ ' ομμασιν ησο τεθηπως Ητις και θνητοισι νομιζεται εμφυτος αρθροίς Tητε φιλαφρονεας ιδ ' ομοιϊα εργα τελεσι Γιθοσυνην καλεοντες επωνυμον ιδ " αφροδιτην Την στις μετ ' οτοίσιν ελίσσομενην δεδαηκε. Θνητος ανηρ συ δ' ακ8ε λογων στoλoν εκ απατηλον Ταυτα γαρ ισα τε παντα και ηλικα γενναν εατσι Τιμης δ' αλλης αλλο μεδα παρα δ ' ήθος εκαστω Εν δε μερά κρατεεσι περίπλομενοιο χρονοιο. Και προς τους ατ' αρ' επιγιγεται δ'απολήγα Ogni cosa, ch' è nata, a separarsi. Tutto alterna cosť, e così dura Eternamente: ed ora in un si accozza Per la virtù dell' amicizia, ed ora Per l'odio della lite si sparpaglia, Standosi in aria, finchè non si unisca, Cosi l'uno dal più nascer costuma. Cosi dall' un già nato il più rinasce. Entrambi han vita; ma la lor durata Non è mai stabil. Perchè l' uno e l'altro Alterna, e l'alternar non ha mai fine Sopra di un cerchio eternamente gira. Ma tu il mio parlare attento ascolta, Che lo spesso sentire, e risentire La mente aguzza. Come pria ti dissi Raccogliendo la somma del discorso Due son le cose, ch'a 'narrarti io prendo. Ora l'uno dal più si forma, ed ora Nasce dall' uno il piii; ch'è terra, e fuoco, και ed aria d'un'immensa altezza, Oltre di questi, che tra lor son pari, Havi lite dannosa, ed amicizia, Ch'ha per lungo, e per largo egual misura.?' u colla mente la contempla. Invano Ed acqua, CC Η Ειτε γαρ εφθαροντο διαμπερες εκετ ’ αν καισαν. Τατο δ ' επαυξησε το παν τι κε; και ποθεν ελθον; Πη δε κεν απολοιτο επει των δ ' δεν ερημον; Αλλ ' αυτ ’ εστιν ταυτα διαλληλων δε θεοντα Γινεται αλλοτε αλλα διηνεκες αιεν ομοια. Stupidi gli occhi sopra dessa fisi. Questa d'ogni mortal nelle giunture Si vuole innata, e chi n'han senso in mente Fanno, comº essa fa, opre leggiadre. Di Venere col nome o d'allegrezza La chiamano, sebben finor niuno Seppe indicare dentro a quali cose Si aggirasse involuta. O tu niortale, Ascolta i detti, che non son fallaci: L'amicizia, e la lite sono eguali, Hanno la stessa età, l' origin stessa Sol con diverso onor l ' una sull'altra Impera, e piglia, com'è lor costume, Il comando a vicenda al fin del tempo, Scritto a ciascuna dal voler del fato. Nulla viene oltr' a ciò, ch' ancor non è Nulla di quel, che è, desser finisce; Se pur finisse., riaver non mai Potrebbe in alcun tempo l'esistenza. Doy ' andrebbe a perir, se non v'ha luogo Di ciò solingo, ch'al presente esiste? E se quel', che non è, ora venisse D ' onde verrebbe? e che? come potrebbe Accrescer questo tutto, s' egli è tutto?? Επι νεικος μεν ενερτατον ικετο βενθος Δινης εν δε μεση φιλοτης στροφαλιγγα γένηται Εν τη δη ταδε παντα συνερχεται εν μονον είναι Ουκ αφαρ αλλα θελυμμα συνισταμεν αλλοθεν αλλο Των δε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρια θνητων Πολλα δ' αμικτ ’ εστηκε κερασσαμένoίσιν εναλλαξ Οσσ ' ετι νεικος ερυκς μεταρσίον • 8 γαρ αμεμτώς Το παν εξέστηκεν επ ' εσχατα τερματα κυκλα Αλλα τα μεν τ ' εμιμνε μελεων τα δε τ ’ εξεβεβηκεν Οσσον δ ' αιεν υπεκπροθεει τοσον αιεν επηει Η επιφρων φιλοτης αμεμπτως αμβροτος ορμη Αιψα δε θνητ’ εφυοντο τα πριν μαθον αθανατ’ είναι Ζωρα δε τα πριν ακρητα διαλλαξαντα κελευθες Των δε τε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρία θνητων EΠαγτ οιαις ιδεησιν αρηροτα θαυμα ιδεθαι Sempre dunque le cose son le stesse, Si mischian, si separano, a vicenda Movendosi tra lor, e nascon sempre Novelle forme, ma tra lor simili. Avea la lite già toccato il fine Ultimo del girar, quando amicizia Del cerchio, in cui si volge, al centro arriva. Tutte le cose allor vanno ad unirsi Per fare l'un; ma a poco a poco il fanno, Base a base di quà di là giungendo. Dagli elementi, che tra lor si mischiano Razza infinita di mortali nasce. Ma in mezzo a que', che s'accozzar, vi furo Altri, che ' ncontro senzı alcun miscuglio Restaron puri; perchè lite ancora In alto li tenea Piena di colpa Ella com'è, voleva il tutto scisso Sull' estremo confin del cerchio trarre. Però de' membri, alcuni fuor spuntaro, Ed altri nò. Ma quanto innanzi corre Sempre la lite, tanto sempre è pronta L ' amicizia a venir saggia, divina, Nuda di colpe, d' immortale forza Σ Η δε χθων τατοισιν ιση συνεχυρσε μαλιστα Ηφαιστω τ ' ομβρωτε και αθερι παμφανοωντι Κυπριδος ορμησθεισα τελειοις εν λιμενεσσιν Ειτ ' ολίγον μειζων ειτα πλεον εστιν ελασσων Ίων αιματ’ εγένοντο και αλλης ειδεα σαρκος. Η δε χθων επικαιρος εν ευτυκτοις χοανοισι Τα δυο των οκτω μερεων λαχε νηστιδος αιγλης Τεσσαρα δ ' ηφαιστοιο. Τα δ ' οστεα λευκα γένοντο Αρμογιης κολλησιν αρηροτα θεσπεσιηθεν E nascer ecco, e divenir nascendo Della morte alla falee sottoposti Que', che prima sapean esserne immuni, E mutando sentier trovarsi misti Que', che puri eran pria senza miscuglio. Formasi in somma dalle cose miste Un numero infinito di mortali, Che d'ogni specie son, d'ogni figura, Si, ch'a vederli è certo maraviglia. Ne'porti estremi della bella Dea Giunse la Terra là dov' ogni cosa Or di massa crescendo, ed or mancando Il più meno si fa, e 'l meno più. Ivi la Terra in parte egual s'avvenne All' aria trasparente, al fuoco, all'acqua, E da tale union indi formossi Qualunque specie di carne, e di sangue. Quando la terra era d'amor sospinta In pevere ben salde a sorte trasse Dell'otto parti, d' acqua chiara due, Quattro di fuoco: e per divin volere Col glutin d'armonia tutte s'uniro: dd διο Βελιον μεν θερμoν οραν και λαμπρον απαντη Αμβροτα γ οσσ ' εδεται και αργέτι δευεται αυγη Ομβρον δ ' εν πασι νιφρεντα τε ριγηλοντε Εν δ ' αιης προρεεσι θελυμγα τε και στερεωμα. Εν δε κοτω διαμορφα και αν διχα παντα πελονται Συν δ εβη εν φιλοτητι και αλληλοισι ποθκται. Εκ τετων γαρ παντ' ην οσσα τε εστι και εσται Δενδρατο βεβλαστηκε και ανερες ηδε γυναικες Θηρεστ’ οιωνοίτε και υδατο θρεμμονες ιχθυς Και τι θεοι δολιχαιωνες τιμησι Φεριστοι και Αυτα γαρ εστι ταυτα δι αλληλων θεοντα Γινεται αλλείωτα E l'ossa bianche furon tosto fatte. Da per tutto si vede il Sol, che desta Calore, e lancia della luce i raggi, E quegli ancor, che senza morte sono, Quasi da fame o pur da sete spinti, L'aria ricercar bianco splendente. Puossi ovunque veder l'acqua; che in neve: Talòr si muta, e facilmente gela: o pur la terra, da cui vengon fuori Le salde cose. Quando impera lira Tutto è biforme, ed ogni cosa è scissa, Ma regnando amicizia il tutto corre Pronto ad unirsi, e l'una all' altra cosa Per interno desir s'abbraccia, e stringe. Tutto viene da quelli, e per l'amore, Ciò, che fu, cid, che è, ciò che sard, Germogliaro cosi alberi, e piante Nacquero maschi, e donne, e fiere, e uccelli, E pesci ancor, che son d'acqua nutriti; O pur gli Dei di secoli lunghissimi Chiari per gl' inni, e per gli onor prestanti. Sempre in somma le cose soil le stesse, Sempre tra loro han moto, e cangian forma. d d 2 Ως δ ' oπoταν γραφεες αναθηματα ποικιλλωσιν Ανερεσ αμφί τεχνης υπο μη τινος δεδαωτες Οιτ ' επει καιν μαρψωσι πολυχροα φαρμακα χερσι Αρμονια μιξαντε τα μιν πλεω αλλα και ελασσω. Εκ των αδεα πασ' εναλίγκιά πορσυνέσι Δενδρεάτε κτιζοντες και ανερας nde γυναίκας Θηρας τ’ οιωνες τε και υδατο θρέμμονες ιχθυς Και τε θεες δολιχαιωνας τιμησι φεριςτες Ουτω μη σ ' απατα φρενα ως νυ κεν αλλοθεν «να Θνητων οσσα γε δηλα γεγαασιν εσπετα πηγήν. ταυτ ' ισθί θεα παρα μυθον ακουσας Αλλα τορώς Εν δε μερα κρατεεσι περίπλομενοίο κυκλοίο Χα, φθιγει ας αλληλα και αυξεται εν μέρει αισης Αυτα γαρ εστι ταυτα οι αλληλων δε θεοντα Γιγοντα ανθρωποιτε και αλλων εθνέα θνητων: Αλλοτε μεν φιλοτητα συνερχομεν ασ ενα κοσμου Qual dipintor nell'arte sua perito Sa' i quadri variar, che la pietate Del tempio alle colonne, appende in dono A santi numi. Egli con man piglian do Ora più, ora men di questo, è quello Colore, insiem con ' armonia li vmischia, E poi con essi va pingendo immagini Che son del tutto simili agli oggetti: Uomini, donne, fiere, uccelli, e piante;. Ed i pesci, che son đ 0 pur gli Dii di secoli lunghissimi Chiari per glinni, e per gli onor prestanti; Cosi la mente certo non s'inganna Dº ogni nato mortal qualora dice Esserne fonte sol quegli elementi. Tu.ciò, che ho detto, tieni pur per fermo. Di tutto il nascer sai, fuorchè di Dio, Sul quale il mio parlar non è diretto. acqua nutriti Or l'amicizia, ed or la lite impera Del cerchio intorno rivolgendo i passi, E luña e l'altra, come vuole il fatoo Manca a vicenda, ed a vicenda sorge. Sempre le stesse son, sempre alternando Αλλοτε δ ' αυ διχ' εκάστα φορεμενα νικεος εχθα Εισοκεν αν συμφωντα το παν υπεγερθα γενηται. Ουτως η μεν εν εκ πλεονων μεμαθηκε φνεσθαι Η δε πάλιν διαφωντος ενος πλεον εκτελεθεσι. Τη μεν γίνονται και και σφισιν εμπεδος αιων Η δε τα διαλλάσσοντα διαμπερές δαμα λογια Ταυτη αιεν εασσιν ακινητα κατα κυκλος Σ Τεσσαρα των παντων ριζωματα πρωτον ακα! Πυρ και υδωρ και γαιαν η αιθερος απλετον υψος Εκ γαρ των οσατ' ην οσατ ' εσσεται οσσα τ ' εσσι(11 Αυταρ επε μεγα νεικος ενι μελεεσσιν ετρέφθασε Ες τίμαστ' ανορεσε τελιoμενοιο χρονοιο Ο σφιν αμοιβαιος πλατεος παρεληλατο ορκα Si muovono. Deil' uom la razza nasce, Tant' altre razze di mortali han vita. Talor per amicizia in ordin bello Tutto si unisce; ma talor per stizza Di lite il tutto si separa, è stassi Sospeso in alto, finchè non s'unisca. Cosi l'uno dal più nascer costuma. Così dall' un già nato il più rinasce. Entrambi han vita, ma la lor durata Non è mai stabil. Perchè l'uno, e l' altro Alterna, e l'alternar non ha mai fine Sopra d'un cerchio eternamente gira. Quattro, figliuol d'Anchito, in prima ascolta Son radici di tutto: il fuoco, e l'acqua, La terra, e l ' aer d'un immensa altezza; Perchè da questi sol viene, e deriva Ciò, che fu ', ciò, che è, ciò, che sard. Dopo, che lite, la gran lite ascosa Era stata ne' membri, il tempo scorso, Agli onori salt. Perchè l'impero Alternar si dovea, com'era scritto Con solenne, ed eterno giuramento. 256 Αρτια μεν γαρ αυτα εαυτων παντα μερέσσιν Ηλεκτωρτε Χθωντε και κρανος ηδε θαλασσα Οσσα Φιν εν θνητοίσιν αποπλ.αχθεκτα πεφυκέν. Ως δ ' αυτως οσα κρασιν' επαρκεα μαλλον εασσιν Αλληλοις εστερνται ομοιωθεντ' αφροδιτη. Εχθρα πλειστον επ', αλληλων διεχεσι μαλιστα Γεννητε κρασατε και αδεσιν εκμακτρισι Παντη συγγίγεσθαι αηθεα και μαλα λυγρα Νακεσ γεννηθεντα οτι σφισι γεννας οργα,. Αλλο δε τοι ερεω • φυσις αδενος εστιν απαντων Θνητων εδε τις ολομενα θανατοιο τελευτη Αλλα μογον μιξις τε διαλλαξις τε μιγεντων Εστι. φυσις δε βρoτοις ονομαζεται ανθρωποισι Οι δ ' οτε δε κατα φωτα μιγεν φως αιθερι κυρα Η κατα θηρων αγροτέρων γενος και κατα θαμνων Ηε κατα οιωνων τοτε μεν τα δε φασι γενεσθαι Tutto è perfetto, perchè tutto ha pari Íl numer delle parti, che il compone. Tal è la terra, il sole, il cielo, il mare e tutto quel, che tra mortali errando Miste ha le parti giusta sua natura. Ciò, che ridonda poi al lor miscuglio Da Venere s ' unisce al suo simile, Giacchè le cose simiglianti forte S'aman tra lor. Na spesso le divide L'inimicizia. Nascon quindi mostri Strani assai per la stirpe., e per la tempra, E per le forme, ch' hanno in loro impresse; Perchè la lite li produce allora Ch' appetiscon le cose il generare. Un altra cosa a dichiararti io prendo: Nulla ha natura, nè mortale ha morte, Che danno arrechi. Perch' è sol miscuglio, E delle cose miste è scioglimento Ciò, che natura gli uomini chiamaro. Quando a caso nell'aria s'imbatte Il miscuglio, che fa dell' uom la razza, O quella degli uccelli, o delle piante, Ευτε ο αποκριθωσι τα δ ' αυ δυσδαιμονα ποτμαν Ειναι καλεσιν Βιβλ. β. Νυν δ ' αγε πως ανδρωντε πολυκλαυτωντε γυναικων Εννυχιες ορπηκας ανήγαγε κρίνομενον πυρ Των δε κλυθ'.8 γαρ μυθος αποσκοπος εδ' αδας μων Ουλοφυες μεν πρωτα τυποι χθονος εξανατελλον Αμφοτερων υδατοστε και αδεος αι σαν εχοντες τετ' ανέπεμπε θελον προς ομοίον ευεσθα Ουτε τυπω μελεων ερατον δεμας εμφαινοντες Ουτ’ ενοπην ετ ' αυ επιχωριον ανδρασι, ηουν Πυρ μεν Πολλα μεν αμφιπροσωπα και αμφιστερνα φυέσθαι Βεγενη ανδροπρωρα τα δ ' εμπαλιν εξανατέλλας Ανδροφυη βεκρανα μεμιγμεγα τη μεν υπ ανδρων Τη γυναικοφυη σκιεροις ήσκημενα γυιοις O de' bruti selvaggi, allor si dice Che nascon essi; e quando si discioglie Il miscuglio di lor, ch' han trista morte. Come nel separarsi il fuoco trasse De' maschi i germi oscuri, e delle donne, Che piungon molto, odimi, che 'l dire Rozzo non è, nè fuor sen va del segno. Perfetti in prima dalla terra i tipi Spuntaron tutti. Ma siccome il fuoco Su n'esulò il suo simil -bramando, Restaron quelli sol umide forme, e l'immago per lor parti aventi. Però nel tipo de' lor membri ancora Non mostravan ľamabili fattezze Del corpo, non ancor l'organ di voce, Nè la natia degli uomini favella. L'acqua, Nascon de' mostri con due facce, o petti.. Bovi son questi con umano volto, Comini quelli con bovina testa, D'opachi membri son forniti, e tutti e e 2 2 20 Η μεν πολλαι κορσαι αγαυχενες εβλαστησαν Οφθαλμοι δε επλασθησαν γαρ πτωχοί μετωπων (18 Βραχιονες γυμνοι χωρίς μορφονται γε. ωμων. Τατον μεν βρoτεων μελεων αριδαιαστον ογκον Αλλοτε μεν φιλοτητα συνερχομεν' ας εν απαντα Για το σωμα λελογχε βια θαλέθοντος εν ακμή. Αλλοτε δ ' αυτε κακησι διατμηθοντ ’ εριδεσσιν Πλαζεται ανδιχο εκαστα περι ρηγμινι βιοιο. Ως αυτως θαμνοισι και ιχθυσιν, υδρομελαθροις Θηρσιτ’ οραμελεεσσιν ιδε πτεροβασμισι κυμβας  Σδε δ αναπνα παντα και εκπγ: πασι λιφαιμο ! Σαρμων συριγγες πυματον κατα σωμα τετανται Και σφιν επιστομίοις πυκνοις τετρηντα αλοξι Ριγων εσχατα τερθρα διαμπερες. ωστε φαγον μεν Σ 221 L'han di maschio, e di donna insiem confusi Sorsero teste senz' aver cervici. Privi di fronte furon fatti gli occhi. Nude le braccia senza spalle fatte, I membri umani giaccion tutti in massa Bella, e vistosa. Per anior talvolta S' uniscono tra loro, e corpo a caso Nel fior si forma della verde etate. All'opposto talor spiccansi i membri Per trista lite, e quà e là d' intorno Alla spiaggia di vita erran divisi. Apvien ciò pure agli alberi, alle fiere Che montanine son, a pesci ancora Abitator dell acqua, ed agli uccelli Che solcan l ' aria coll ' alate cimbe Ecco nel respirar come da tutti L' aer dentro si tira, é fuor si manda, Delle vene i canali si propagano Agli estremi del corpo, e metton capo Delle nari ne' solchi, in cui le punte  Σ Kευθαν αιθερι δ ευπορίαν διο οισι τετμησθαι Ενδεν επαθ οποτ.ν μεν επαίζη τερεν αμα Αιθαρ παφλαζων καταϊσσεται οίδματι μαργω. Ευτε δ ' αναθρησκ 4 πμλιν εκπν: 1. ωσπερ οταν πας Κλεψυδρας παιζοσα δι ευποτρος καλκoιο Ευτε μεν αυλα πορθμον επ' ευκαδα χερι θισα Εις υ2τος βαπτητι τερεν δεις αργυφεοιο Ουδε γ' ες αγγος ετ’ ομβρος εσέρχεται αλλα μιν εργ ! Αερος όγκος εσωθι πεσων επί τρηματα πυκνα Σισοκ α τ οστεγασι πυκνον ρέον. αυταρ επάτα Πνευματος ελλειποντος εσέρχεται αισιμων υδωρ. Ως γ' αυτως οθ' υδωρ μεν εχω κατα βενθεα καλκα Πορθμα χωσθέντος βρoτεί » χροι ηδε πορο! ο Αιθήρ δ' εκτος εσω λελιημενος ομβρον ερυκα Αμφι πυλας ισθμοιο δυσηχεος ακρα κρατύνων Εισοκε χέρι μεθ, τοτε δ' αυ παλιν εμπαλιν και πριν Πνεύματος εμπίπτοντος υπεκθι αισιμον υδωρ - Ως δ' αυτως τερέν αιμα κλαδισσομενον δια γυιων Οπποτέ μεν παλινoρσον επαιν5 μυχονδε Θατερον ευθυ, ρεμα κατερχεται οι ματι θυον Ευτε δ' αναθρων Α4 παλίν ειπν.4 ισον οπισσα Hanno sturate, Ma di sangue in parte Sono que tubi, e non del tutto pienii. Però calando giù s'occulta il sangue, E lascia all ' aer libera ed apertit Dell'entrata lu vir per le bouciucce. Avvien cosi, che quando il sangue molle In gil si lancii nell'interno, tosto L'aria, che ferve, con sue vacue bolle Entra con furia. E quando poi balzando Ritorna il sangue, torna fuor di nuovo Uscendo l'aria. Guarda quà donzella Intenta a trastullare colla clessidra Di facil bronzo, ch'al martello regge. Empier d'acqua la vuol: perciò ne tura Colla sua bella man prima la bocca Dell'orifizio, e quindi per la base Di spessi forellin tutta bucata L'immerge in mezzo della limpid' acqua. in questa intanto dentro non penétra Perché l'aria racchiusa nella clessidra Sovrastando a' forami con la molla L ' acqua preme, sospinge, ed allontana. Che se appena riapre la donzella Il già chiuso orifizio, di repente Ως δ ' οτε τις προοδον νοεων ωπλίσσάτο λυχνον Χειμεριην δια νυκτα πυρος σέλας αιθομελοιο L'aria sen fugge; e come questa manca L'acqua fatale, che presiede all' ore, Ch'entrar pria non potea, entra nel vaso. La clessidra è già piena: or la donzella In altra guisa guarda là, che gioca. Ella con man turandone la bocca Dalla base forata vuol che cada L' acqua fatale, di cui quella è zeppa. Ma cupido d ' entrar laer di fuori Quasi forte confin l ' acqua ritiene Intorno á forellini gorgogliante. Se quella poi leva la mano, allora All'opposto di pria laer di sopra Cadendo all ' acqua ý giù la manda, è questa Per gli forami della base gronda. Tal è del sangue, che colante scorre Per le membra. Se presto si ritira Affollandosi in dentro, allor di colpo Schiumosa l' aria con vigor rientra. Poi quel ratto s' avanza, e questa fuori Esce coil passo egual retrocedendo. Come d'inwerno per l'oscura notte Chi prende a viaggiar prima prepara Αγας παντοίων ανεμων λαμπτηρας αμοργός Οιτ ' ανεμων μεν πνευμα διασκιανασι αεντων Φως δ ' εξω διαθρωσκον οσον ταγαωτερον ηεν Λαμπεσκεν κατα βηλον αταρεσι ακτινεσσιν. Ως δε τον εν μηνιγξιν εεργμενον ωγυγίον πυρ Λεπτησιν οθονησιν εχευατο κακλοπα κερης Αι δ ' υδατος μεν βενθος απεστεγον αμφινααντος Πυρ δ ' εξω διαθρωσκον οσον τανάωτερον Μεν U Βιβλ. και Ου τοσε τι θεος εστιν και τοτε και τοδε Ουκ έστιν πελασθαι εν οφθαλμοίσιν εφικτος Ημετέροις η χέρσι λαβαν υπερτε μέγιστη Πειθες ανθρώποισιν αμαξιτος ας φρεγα πιπτα. Ου μεν γαρ βροτεη κεφαλη κατα γυια κεκασθα Οι μεν απαι γωτων γε δυο κλαδοι ασσεσιν Lampade,.e lume di un ardente fiamma, E poi li mette dentro una lanterna, Che da venti difenda la fiammella; Perchè di questi come van spirando Disperge il soffio. Ma di fuor si lancia La luce, intanto, e quanto più si estende, Tanto illumina più presso la struda Corai di notte vincitor non vinti; Cosi il naturale antico fuoco, Che la pupilla circolure irradia, Stassi dell' occhio in le membrane chiuso Sottili al par di vel, che dall ' umore, Il quale in copia dall' intorno scorre Tutto il difendon. Ma di là movendo Quanto più lungi puà fuori sį spande. Nè questo, o quello, nè quell' altro è Dio, A noi cogli occhi non è mai concesso Di poterlo veder, nè colle mani Di poterlo trattar: che della mente Esser suole la via grande, e comune, Per cui persuasion entra nell' uomo. Οι ποσες και θοα γουνα παι μηδεα λαχνηεντα Αλλα Φρην ιερη και αθεσφατος επλετο μενον, Φροντισι κοσμον άπαντα καταϊσσεσα θοησιν ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ. Ει δ ' αγε νυν λεξω πρωθ ηλιον αρχην Εξ ων δη εγενοντο τα νυν εσoρωμεγα παντα Ταράτε και ποντος πολυκυμων ηδ' υγρος αηρ Τιταν η δ αθηρ σφιγγων περί κυκλoν απαντα Iddio non è di mortal capo ornato, Che su membri s'estolle. A lui sul dorso Non spiegansi i due rami. Egli non have Ginocchia, che al cammin ci fan veloci. Egli piedi non ha, nè quelle parti Che vergogna, e lanugine ricopre. E mente sol, è sacra mente Iddio, Ch'esprimer non si può da nostra lingua: In un istante tutta la natura Col veloce pensier ricerca, e scorre. DELLA NATURA. V B R SI Che non si sa a quale de tre Libri appartengono. Dirotti in prima co' mięi versi d' onde Ebbe origine il Sole, e d'onde ogn'altro Che noi veggiam; l ' ondoso mar, la terra L'aria, che nel suo sen chiude, e raccoglie Ogni umido vapor, la luce, e letere Che tutto cinge, e tutto intorno avvolge. 23ο Πως και δενδρεα μακρα και ειναλιοί καμασκνες Ειπερ, απαρονα γης τε βαθη και δαψιλος αθηρ Ως δια πολλων δη γλωσσης ρηθεντα ματαιως Εκκέχυται στοματων ολιγον τε παντος ιδόντων Ουδε τι τα παντος κεγεον πελα ουδε περισσον Ως γλυκυ μεν γλυκυ μαρπτε πικρον δ ' επι πικρον Ορέσες οξυ ο επ ' οξυ εβη θερμον δ εποχευετο θερμος Γνους οτι παντων « σιν απορροια οσσ ' εγένοντο Kευθεα θηριων μελεων μυκτηρσιν ερευνων Ούτω γαρ συνεχυρσε θεων τοτε πολλακι δ ' αλλος In qual maniera furon pria formati E gli arbor alti, ed į marini pesci. Per la lingua di molti invan discorre La terra, e l ' Eter non dver con fine Quella nelle radici e questo in alto. Ciò la bocca di color si sparge per Che nulla, o poco sanno, e guardan lungi Colla veduta corta d'una spanna » Vacuo non c'è, e nulla pur ridonda; U Dolce a dolce s' unisce, ed all' amaro Corre l'amaro, e l'aspro all aspro vanne, E verso il caldo si conduce il caldo. Ogni corpo, ch ' esiste, il dei sapere, Vibra lungi da se parti vaganti, Fiutando indaga le ferine tane, Tale in quel punto s’intoppò correndo Ma in altra guisa per lo più s' avviene οπη συγεκυρσεν απαντα Η δ ' αυ φλοξ ιλααρα μινυνθαδικαις τυχε γαιης Κυπρίοδος εν παλαμης πλασέως τοιηστε τυχοντα Τη δε μεν ιοτητι τυχης πεφρονήκεν απαντα Και καθ' οσον μεν αρμοτατα συγκυρσε πεσοντα Αλλα οπως αν τυχη ΓIαντα γαρ εξακης πελειζετο γυια θεσιο (38) Και δα παρ’ ο δη καλαν έστιν ακουσαι Ενθ' ουτ' ηελιοιο διειδετο ωκεα γυια Αρμογιης πυκίγως κρυφα εστηρικτα Σφαιρος κυκλοτερης μοί1 περίγ 19 εκων Dove ogni cosa s' imbatte i Fiamma lunare s' incont Insiem con Terra, che Nelle man di Ciprigna cost Col parer di fortuna al tutto intese In quanto a caso s'accordar tra loro Nell'incontrarsi Ma come sorte volle Tutte di mano in man le membra scosse Furon del Dio Ciò, che è bello convien, che si ripeta Le pronte membra non vedeano il Sole Salde in occulto d' armonia fur fatte In tonda sfera stretto quasi il tuttó Αυξα δε χθων μεν σφετέρος γενος αθερα δ ', αι: θηρ Κατα το μαζων εμιγνυτο δαιμονι δαμων Αιθηρ μακρησι κατα χθονα δυετο ριζας Οινος απο φλοιου πελεται σαπεν εν ξυλω υδωρ (46) Αλλα διεσπασθαι μελεως φυσις ή μεν εν ανδρος Η γ ' εν γυναικος Μηνος εν ογδοατα δεκάτη που επλετο λευκον Ως δ ' οτ’ οπος γαλα λευκών εγομφώσει και εδησεν. Ουτω δε ωοτοκει μικρα δενδρα πρωτον ελαιας Νυκτα δε γαια τιθησιν υφισταμενη φαεισσι Lieto dell'unità solingo gode: Aria ad aria s ' aggiunge, e terra a terra; Il minore al maggior spirto s' unisce: Della terra le barbe aer penetra; L'acqua scomposta sotto la corteccia Vino diventa, Della prole le membra stan dis ise Parte nel maschio, e parte nella femina, Al giorno dieci dell' ottaro mese Nelle poppe si forma il bianco latte. Come gaglio rappiglia il bianco latte, Cosi da prima partoriscon l'uovo Gli arbor non alti della verde uliva Luce impedendo fa la terra notte Ήλιος οξυβελης ηδε ιλαϊρα σεληνη απέσκεδασε.αυγας Ες γαμαν καθυπερθεν απεσκιφωσε δε γαιης Τοσσον οσοντ ’ ευρος γλαυκωσιδος επλετο μηνης Гщи ру тар уцау апожариву детi Uдор Ηερι δε ηερα διον ατάρ πυρι πυρ αιδηλον Στοργην δε,στοργη κακος δε τε νεικεί λυγρω Παντα γαρ ισθι φρονησιν εχαν και σωματος αισαν Λιματος εν πελαγεσι τετραμμενα αντιθρωντος Τη τε νοημα μαλιστα κικλεσκεται ανθρωποισιν Αιμα γαρ ανθρωπους περι καρδιον εστι νοημα  Προς παρεον γαρ μητες αεξεται ανθρωποισι οθεν σφισιν ας Και το φρογαν αλλοια παριστατα Dolce è la Luna, e durdeggiante il Sole. Disperge i raggi sulla Terra, e sopra Tant è la luce, che le fura, quanto Il disco è largo della glauca Luna. Terra veggiam con terra, acqua con acqua, Aer divin con aere, e lucente Fuoco con fuoco, e con amore ' amore, E veggian lite con dannosa lite. Uomini, bruti e piante ben lo sai Han tutii mente, e parte di ragione, Stassi la mente dove più ridonda II sangue, che su giù sempre si muove, Perchè dal sangue, che circonda il core Il pensiero nell' uom sua forza prende; Il pensare dell' uom cresce e al presente Però il pensare sempre a lui diverse Mostra le cose. 238 Ενδ ' εχυθη καθαροισι τα δε τελετουσι γυναικες Ψυχεος αντιασαντα Νηπιοι και γαρ σφιν δολιχοφρονες ασι μεριμνα Οι δε γενεσθαι παρος εκ εον ελπιζασιν Ητοι καταθνησκαν τε και εξολλυσθαι απαντη Αλλα κακοίς μεν καρτα πελ4 κρατ€8 σιν απιστών, Ως δε παρ' η ιετερης κελεται πιστωματα μεσης Γναθη διατμεζεντα ενι σπλαγχνοισι λογοιο Ταυτα τριχες και φυλλα και οιωνων πτερα πυκνα Και λεπίδες γιγνονται επί στιβαροισι μελεσσιν αυταρ ελικος οξυβελας νωτοισι δ ' ακανθι επιπεφρικασι Της δαφνης των φυλλων απο παμπαν εχεσθαι Col solito calor si forma il maschio Ma se l'utero poi s'affredda a caso La famina ne vien. Stolti non lungi col pensier veggendo Prendon lusinga di poter esistere Ciò, che innanzi non fu, o quel, ch'esiste Potersi in tutto struggere, e perire. Il malvagio non crede, e non cedendo Alla forza del ver, trionfo meni, Ma cosi detta, e vuole, che tu creda La nostra musa. Tu dentro l'interno I detti scissi, ne penétra il senso. Della stessa natura sono i peli, Degli arbori le frondi, e degli uugelli Le fulte piume, o pur le squame sparse De' pesci sopra la ben soda carne. Ed il riccio marin, a cui le spine Acute gli si arricciano sul dorso, Dalle foglie d' allor la man ritieni Τετο μεν εν κογχασι θαλασσονομοις βαρυνωτοις Και μην κηρυκαντε λιθορρινων χελυωντε Ενθ οψε χθονα χρωτος υπερτατα ναιεταεσαν Βυσσω δε γλαυκης κροκο καταμισγεται Φυλος αμουσον άγουσα πολυστερεων καμασκηνων κορυφας ετεράς ετεραισι προσαπτων Μυθων μητε λεγαν ατραπον μιαν Νυκτος ερκμαιης αλαωπιδος Αλφιτον υδατι κολλησας θαλλαν Καρπων αφθονιισι κατ ηερα παντ εγιαυτον. Ουδε τις ην κανοισιν Αρης θεος, ουδε Κυδοιμος Ουδε Ζευς Βασιλευς, ονδε Κρονος, ουδε Ποσειδων Αλλα Κπρις Βασιλαα. Del mar le conche di pesante dorso, il murice riguarda, e le testuggini che son coperte di petrose scaglie. Bene in questi aninai veder tu puoi come del corpo sta la terrợ in cima. Si mischia al bisso il fior del croco azzurro. La goffa turba de' fecondi pesci Guidando Somma a sonima giungendo del discorso Per diversi sentier prender cammino Della solinga tenebrosa notte Coll acqua unendo la farina d'orzo. Germoglian ricchi di lor frutta in tutte Le stagioni dell'anno in mezzo all' aria. Marte non han qual Nume, nè Minerva Del tumulto guerriero eccitatrice: A Nettuno, a Saturno, Giove il rege hh Την οιν' ευσεβεεσσιν αγαλμασιν ιλασκονται Γραπτοις δε ζωοισι, μυροισι τε δαδαλεοδμοις, Σμυρνης τ' ακρητου θυσιαις λιβανου τε θυωσους Ξουθων τε σπονδας μελιτων ριπτοντες ες ουδας Στανωποι μεν γαρ παλαμαι κατα για κέχυνται Πολλα δε σαλεμπη α τατ ’ αμβλυνεσι μεριμνας Παυρον δε ζωησι βια μερος αθροισαντος Ωκυμοροι καπνοίo δικην αρθεντες απεπταν. Αυτο μονον πασθεντες οτω προσεκυρσεν εκαστος Παντος ελαυνομενοι και το δε ολον ευχεται ευρειν Ουτως ατ’ επιδερκτα τα δ' ανδρασιν ετ ' επακιστα Ουτε νοω περιληπτα ή και συ 80 επα ωο " ελιασθης Πευσεαι.ε πλεον γε βροτάη μητις ορωρε Negano omaggio; e prestan solo il culto A Venere Regina, che sdegnata Placan con santi simulacri, e pinti Animali, e con mille odor, che l'arte Ingegnosa travaglia, o co' profumi Di pura mirra, e d'incenso spirante Soave odore, e fanle sagrifizio Sopra la terra il biondo miel spargendo. In parte angusta delle membra è sparsa La nostra mente. Abbonda pur la cispa Ch' ottenebra il pensier, e ne' viventi Poch'è la porzioni di vital forza, Che qual fumo sen fugge, allorchè morte Di repente ei fura. E quindi ognuno, D' ogni parte sospinto, sol di quello, Cui per sorte s' avvien, resta sicuro. Altero intanto di trovar presume Tutto, e saper ciò, che non puossi ancora Nè veder, nè sentir, nè colla mente Comprendere dall ' uom. Giacchè vagando in guisa tal ti scosti Prendi consiglio da ragion; che l'uomo hh 2 Αλλα θεοι των μεν μανιην αποτρεψατε γλωσσης Εκ δ ' οσιων στοματων, καθαρην οχετευσατε πηγην Και σε πολυμνηστη λευκο λενε παρθενε μεσα Αντομαι ων θεμις εστιν εφημερoισιν ακ84ν Πεμπε παρ' ευσεβιης ελασσ' ευημιoν αρμα Μηδε σεγ ευδοξοιο βιησεται ανθεα τιμης Προς θνατων αγελεσθαι εφ ω ' οσιη πλεον απον Θαρσα και τοτε δη σοφιης επ ακροισι θοαζη Αλλα γαρ αθρεα πας παλαμη πη δηλον εκαστον Μητε τιν οψιν εχων πιστει πλεον η κατ’ ακτην Η ακοην εριδαπών υπερ τρανωματα γλωσσης Μητε τι των αλλων οποση πορος εστι νοησαι Γυιων πιστην ερυκε γορα θ ' η δηλον εκαστον Col suo saper più oltre non s'inalza. Dalla lor lingua, santi numi, tale Furor cacciate, e dalle vostre bocche La purissima vena in lor sgorgate. Te Verginella bianchibraccia musa, Cui più corteggian disiosi amanti, Te prego attente a porgermi l'orecchie A fin di quello udir, che lice all ' uomo, E come te non pungerà la gloria Fiori a coglier d'onor presso i mortali, Perciò più cose ti potrò svelare. Ma agitando i destrier docili al freno Porta da Religion lontano il carro. Prendi fidanzı: andrai ratta a sedere Di sapienza allor sull’ alta cima. Colla ragion contempla il tutto, e vedi Ciascuna cosa chiarų si, che certa Ti si dimostri. Ne maggior la fede Presta al senso di vista, che all' udito; Nè all'orecchio, che raccoglie i suoni Credi più della lingua, che discopre Le cose. Nè all'una più, ch' all'altra Credi di quelle vie, per cui ci viene Πεση Φαρμακα και οσσα γεγασι κακών και γηραος αλκας ετα μενω σοι εγω κρανεω ταδε παντα. Παυσις δ ' ακαματων ανεμων μενος οιτ' επι γαιαν Ορνόμενοι πνοιαισι καταφθινυθουσιν αρουραν Και παλιν ην και εθελησθα παλιντονα πνευματ' επαξές Θησεις δ ' εξ ομβροια κελαινα καιριον αυχμον Ανθρωποις θησας δε εξ αυχι8οίο θεραου Ρευματα δενδρεοθρεπτα τα δ' εν θερι αησαντα Αξας δ ' εξ αΐδαο καταφθίμενου μενος ανδρος La notizia de' corpi, ed il pensare. De' sensi in somma poni giù la fede: Ti sia guida ragion, onde discerna In ogni cosa chiaramente il vero. Quanti i rimedi fugator de' morbi, Come vecchiezza si conforti, udrai. Che tutto a te io solamente suelo, De' venti infaticabili frenare L'ira saprai; che con furor piombando Sopra la terra, col soffiare, i campi Guastano tutti; o pur se n'hai piacere Concitar li potrai, se son tranquilli. Saprai d'inverno tra procelle scure Produr di state il lucido sereno, O pur nel fitto della secca state Produr le piogge, che nutriscon gli alberi, E del caldo l'ardor tempran movendo Aure soavi. Giungerà tua forza Sin dall'inferno a richiamar gli estinti ΠΕΡΙ ΚΑΘΑΡΜΩΝ. Ω Φιλοι οι μεγα αστυ κατα ζανθου Ακραγαντος Ναιετ ακρην πολεως αγαθων μεληδεμονες εργων χαιρετ. εγω δ υμιν θεος αμβροτος ουκ ετι θνητος ΓΙωλευμα μετα πασι τετιμένος ωσπερ εοικε Ταινίας τε περιστεπτος στεφεσιν τε θαλαιης Τοισιν αμ’ ευτ ’ αν ικωμα ες αστεα τηλεθοωντα Ανδρασι ηδε γυναιξι σεβιζομαι. οι δ ' αμ' εποντα Μυριοί εξερεοντες σπη προς κερδος αναρπος Οι μεν μαντοσυνεών κεχρημενοι οι δε τι νουσων Παντοίων επυθοντο κλύειν ευηκέα βαξιν Αλλα τι τοις δ ' επικειμ' ωσει μέγα χρημα τι πραση σών Ει θνητων περιειμι πολυφθορεων ανθρωπων DELLE PURGAZIONI. Salvete, o miei diletti, abitatori Dell' alta rocca, e della gran cittate, Che del biondo Acragante bagnan l’acque. Salvete, o cari, cui virtute è cura. Immortale sori Dio, nè qual mortale Sto più tra voi, d'onor, siccom'è giusto, Pieno fra tutti. Allorchè cinto il capo Di larghe bende, e di festanti serti Io porto il piè sulle città fiorenti, Corrono, e maschi, e donne a darmi culto. E mille, e mille, che là van col passo Dove dritto il sentier li mena al lucro, Ali s'affollan d'intorno nel cammino: E mi seguono ancor quelli, che intenti Stansi a svelar dell'avvenir gli arcani, Ed altri, che saper bramano l'arte Sagace di guarir qualunque morbo. Ma perchè mi dilungo tali cose Nel riferire, quasichè d'eccelse Gesta pur si trattasse, se vincendo Ogni mortal, sopra di lor m’inalzo? Σ Εστι δε αναγκης χρημα θεων ψηφισμα παλαιον Ευτε τις αμπλακιησι φονω φιλα γυια μιανη Δαιμονες οιτε μακραιωνος λελογχασι βιοιο Τρις μιν μυριας ωρας απο μακαρων αλαλησθαι Την και εγω νυν αμι φυγας θεοθεν και αλήτις Νακεί μαινομεγω πισυνoς Αιθεριων μεν γαρ σφε μενος ποντον δε διωκεα Ποντος δ ' ες χθονος ουδας ανεπτυσε γαιαδες αυ γας Ηελία ακαμαντος οδ ' αιθερος εμβαλε δινας Αλλος δ ' εξ αλλε δεχεται στυγερσι δε παντες (8ο αγα λοιμωγατε και σκοτος ηλεσκέσις be E ' volere del fato, è degli Dei Decreto antico, che s'alcun peccando Di quegli spirti, che sortiron vita Lunghissima, lordò le proprie mini Quasi di sangue, sia costui cacciato Lungi dall' alte sedi, in cui beata Vivon, vita gli Dei, e vada errante In репа del fallir tapino in terra, Finché ritorni primavera ai campi Tre volte dieci mila; ed un di questi Io son, ch' ora dal Ciel men vo lontano Vagando quà, e là esul ramigo, Solo in poter di furibonda lite. } L'aria gli spirti, che falliro, caccia In mar con forza, il mar li getta in terra, La terra li rigetta su lanciando Del sole infaticabile ne' raggi, D ' aria nel turbo il sole infin gli scaglia. L'un dopo l'altro van cosi girando, E tutti traggan pien di duolo i giorni. Van per gli prati, e per lo scuro erranti ii 2 252 Ενθα φόνoστε κοτοστε και αλλων εθνεα κηρων Κλαυσα τε και κοκυσα ιδων ασυγηθεα χωρον Ω πoπoι η δειλον θνητων γενος ω δυσανολβον Οιων εξ εριδων εκ τε στoναγων εγεγεσθε. Εξ οιης τιμης και οι μηκεος ολβα Εκ μεν γαρ ζωων ετιθεα νεκρα «δε' αμκβων Σαρκων αλλογνωτί περιστελλασα χιτωνε Και μεταμπεχασα τας ψυχας Ηλυθομεν του ' νπ ' αντρον υποστεγον Ηδη γαρ ποτ' εγω γενομενην κεροστε κορητε Θαμνοστ’ οιωνοστε και εν αλι ελλοπος ιχθυς. Εν θηρσι δε λεοντες οραλεχεες χαμαιεύναι Γιγονται σαν ναι εγι δενδρεσιν ηύκομοισιν. Ivi la stragge, e l'ira, ivi tant' altri Mali hanno sede. Insolito abitar vedendo piansi. Ah! La razza mortal quant' è meschina ! Quanto infelice ! Quali affanni, e liti Siete nati a soffrir! Da quale onor son misero caduto, Da qual grandezza di felicitate, Da vita a morte son, forma mutando L'alme involgendo, e quasi ricoprendo Della straniera veste delle carni. inIn quest'antro coperto al fin siam giunti. Fanciullo io fui un di, donzella, uccello, Albero, e senza voce in mar fui pesce, Qual sopra ogn'animal s'alza il Leone Giacente in terra, abitator de monti 254 Εν9 ' ησαν χθονιητε και Ηλιοπη ταναίτις Δηρίς θ ' αιματοεσσα και αρμονίη ιμερωπις Καλλιστω τ’ αισχρητε θοωσατε Δαναητε Νημερτης τεροεσσα. μελαγκαρπος Ασαφια Ξεινων αιδοιοι λίμενες κακοτητος απαροι φιλοι οιδα μεν εν οτ ' αληθαη παρα μυθους, Oυς εγω εξερεω, μαλα δ' αργαλειτε τετυκται Ανδρωση και δυσζηλος επι φρενα πιστέος ορμη (93) Ουκ αν ανηρ τοιαυτα σοφος Φρεσι μαιτεύσατο Ως όφρα μεν τε βιωσι το δε βιοτον καλεσιν Τοφρα μεν εν εστι και σφι παρα δειγα και εσθλα Πριν δε παγασαι βροτοι λυθεντες τ ’ εδεν αρ' εισιν(94 Αλλα το μεν παντων νομημον δια τ’ ευρυμέδοντος Tal su gli arbor fronduti il lauro eccelle. Chtonia gº era là con Eliope Di larghi occhi, e la cruenta Deri Con armonia, piena d'amor, nel volto. Vera del par Thoòsa, e Deinèa E la turpe Callisto, e insiem l'amabile Nemerte, ed Asafia, che il tutto oscura O Gergentini di mal fürè ignari Degno porto d'onor degli stranieri. Io, mici cari, so ben ', che nel mio dire Stassi la verità dentro nascosa, Ala della fe la forza l'uom travaglia E pena, e dispiacer gli reca in mente. Saggio non v'è, che possa con sua mente Pensar, che l'uomo mentre vive questa, Che chiaman vita, esista solo, e colga E beni, e mali; si che l'uomo nulla Sia prima il nascimento, e dopo morte. Ma questa legge pubblicata a tutti Αιθερος ηνεκεός τετατα δια τ ' απλέτε αυγης (95). Ου παυσεσθε Φονοιο δυσηχεος'; 8κ εσoρατε Αλληλες δαπτόντες ακηδεμησι νοοιο;. Μορφήν δ ' αλλαξαντα πατηρ φιλον υιόν αερας Σφαζα επευχομενος μεγα νηπιος και οι δε πορευντα Λισσομενοι θυοντες οδ ' ανηκοστος ομοκλεων Σφαξας εν μεγαροισι κακης αλεγυνατο δαχτα Ως δ ' αυτως πατερ' υιος ελων και μητερα παιδες Θυμoν απορραισαγτα. φιλας κατα σαρκας εδεσι Oιμοι οτ’ και προσθεν με διωλεσε νηλεές ημας Πριν σχετλι’ εργα περι χειλεσι μητισασθα! Dell' aria si distende per l'immenso Splendore, e l'alta region dell Etere Che per lunghezza, e per larghezza è vasto.? Ancor si sparge per le vostre mani IL sangue gorgogliante degli animai? Ah non vedete colla mente piena Di sprezzo, che sbranandovi, a vicenda Vi diorate? E che mutata forma Il padre alzando il suo caro figliuolo Lo scanna, e pazzo grandi cose prega Tutti color, che sacrifizj fanno, Sen van supplici orando; ma quest'altro Nell'atto di scannar gridi mandando D' udirsi indegni, in segno di minaccia Malvagio in casa desinar prepara. Cosi talora avvien, che danno morte Il figlio al padre, ed alla madre i figli, E questa, e quel fucendo privi d'anima Le care in cibo ne trangugian carni. Perchè crudele il di ah non mi spense Prima, ch'avessi fatto il gran peccato D' appor tal cibo sopra le mie labbra ! kk 558 Ταυρων δ ' ακρίτοισι φονοις και δευετο βωμος Αλλα μυσος τετ ' εσκεν εν ανθρωποισι μεγιστον Θυμoν απορρασαντας εεδμεναι ηϊα γυια. Τοι γαρ τοι χαλεπησιν αλυοντες καιστησιν Ου ποτε δαλαιων αγιων λεωφησετε θυμον. Ολβιος ος θαων πραπιδων εκτησατο πλετον Διαλος δω σκοτοεσσα θεων περι δοξα μεμπλε Εις δε τελος μαντάστε και να τοπολοι και 1ητροι Και προμοι ανθρωποισιν επιχθονίοισι πίλονται Ενθεν αναβλαστασιν θεοι τιμηση φεριστοι Αθανατους αλλοισιν ομεστιοι αυτοτραπεζοι Ανδρομεων αχεων αποκληροι εοντες απειροι. Non macchiava l'altar sangue innocente De’ tori un di. Ma sommo allor misfatto Dagli uomin si credea privar dell' anima Gli animai, e divorarne i membri in cibo. Chi dalla colpa, che da se molesta, E ' tormentato, non avrà nell' animo Mai requie al suo misero dolore. Felice è quegli, che possiede i beni Della mente divina, ed infelice E' quel, che male degli Di pensando Ne porta tenebrosa opinione. I vati infine, ed i cantor degl' inni I medici, ed i forti capitani, Che de' terrestri uomini son guida Ivi rinascon Dü d'onor prestanti. Nella stessa magion, a mensa stessa Stando cogli altri Dii, d'ogni vicenda D'ogni umarło dolor futti già privi. kk 2 16ο Ην δε τις.ν κανοισιν ανηρ περιωσια αθως Ος δη μηκιστον τραπιδων έκτησατο πλετον Παντοίων τε μάλιστα σοφων επικράνος έργων Οπποτε γαρ πασησι ορεξατο πραπιδεσσι Ραγε των οντων παντων λευσεσκεν εκαστα Και τε δεκ ' ανθρωπων και τ' ακoσιν αιωνεσσι ΕΠΙΓΡΑΜΜΑΤΑ Περι Ακρωνος • Ακρον ιατρον Ακρων ακραγαντινον πατρος ακρου Κρυπτα κρημνος ακρος πατριδος ακροτατης Τιγες δε το δευτερον στιχον ουτω προφέρονται Ακροτατης κορυφής τυμβως ακρος κατεχα Tra quelli o'era l' uom sopra d'ogn ' altro Eccelso nel saper, che della mente L' altissimo tesor chiudea.nel seno. Egli pieno d'amor tutti indagava De' sapienti i fatti, e le scoperte Dotte di lor. E quando del suo spirto Ogni forza intendeva, ad una ad una Tutte schierate le cose reali In dieci o venti secoli abbracciando Rapidamente col pensier vedea. EPIGRAMMI INTORNO AD ACRONE. L'alto di gran saper medico Acrone, Nato dun alto padre in G. Alta, rupe tien alta per sepolcro Della sua patria posto in alta cima. Alcuni leggono così il secondo verso Alta tomba ritien sull' alta cima аба. Περι Παυσαγικς Παυσαγι: ιητρον επωνυμον Αγχίτου υιον Φωτ’ Ασκλεπιαδης πατρις εθρεψε Γελα Ος πολλούς μογεροίσι μαρανομένους κεματοισι Φωτας ατέστρεψαν Φερσεφονης αδυτων Δειλοί πανδειλοι κυαμας απο χειρος, εχεσθαι, Ισον τοι κυαμες τρωγειν κεφαλασθα τοκων Ναν μα τον αμετερας σοφίας ευρoντα τετρακτην Παγον αεγνας φυσεως ριζωμα τ' εχεσαν Di Pausania. Il medico che nomasi Pausania E' d' Anchito figliuol', è discendente Degli Asclepiadi, ed ha per patria Gela, Che lo nutri. Costui molti languenti I'er penosi malor dalle segrete Di Persefone stanze a forza trasse. Versi d' incerto Autore attribuiti da alcuni ad Empedocle. Scostate, o miseri, del tutto in felici Dalle fave la mun: mangiar di queste Egli è privare i genitor del capo. Giuro per quel, che nella nostra scuola Scoperse il qucttro, che racchiude il forte, E la radice eterna di natura. ANNOTAZIONI ALLA RACCOLTA DE FRAMMENTI. Questo verso si trova presso Laerz. in Emp. Egli dice ny de o lavraylas spwjeevas αυτε, ω δη και τα περι φυσεως προσπεφωνηκεν Pausania è amato da G., e que sti gli intitola il suo poema sulla natura E siccome questo verso forma la dedica; cosi si è collocato il primo. La frase per quanto pare è Omerica come si può vedere Iliad. 11 V. 450 Iliad. 1: V. 451. (2 ) Presso Simplicio de Phys. aud. l. 8 p. 272 ediz. d'Aldo. Perchè questi due ver si si suppongono dagli altri, che li seguono, si son collocati prima. Per altro Plut. de exil. afferma che cosi cominciava la filosofia d'Empedocle. (3 ) IL 2. 3 verso son rapportati da Laerz. che se 1. 8 in Emp. I primi tre da Sext. Emp. adv: Phys. 1. ģ, da Plut. de Pl. Ph. l. 1 cap. Tutti quattro poi da Stobeo Ecl. Phys. Questi si sono premessi per la ragio ne ch'esprimono i quattro elementi, che sono base di tutta la filosofia di G. Si conviene da tutti che sotto Giove è in: dicato il fuoco, e da Nesti l'acqua, condo Vossio de Idol. 1. 2. cap. 7 e Fabricio nelle note à Sesto Empirico deriva da yalay fluere. Vi è solo un disparere tra gli Scitiori per gli due simboli. Giunone e Plutone. Pois chè secondo CICERONE (vedasi) de Nat. Deor.  Plut. l. 1. cap. 3. de Pl. Ph. Macrob. Satur. l i cap. 15, da Giunone è espressa l'aria; ed al contrario giusta Athen. Apol. 22. Achill. Tazio in Arat. Laert. I. 8 in Emp. Stobeo Ecl. Phys. 1. i Heracl. Allegaz, Omeriche,p. 443., -sotto il simbolo di Giunone è indicata la terra. E però per questi Plutone era la• ria, e per quelli la terra. Aïd oyeus in luogo di aïdris Om. 11. 20 V. 61. Esiod. Theog. v. 913. Hpn epoßios Omer. Hyinn. in matr. o. mnium '. Nella traduzione si è formato GIOTATO 2 per tmesi.  col. Di questi versi il 7 e l'8 sono riferi ti da Laerz. in Emp. I. 8. Stobeo Ecl. Phys Dal 10 sino al 15 si trovano presso · Arist. Natur. Auscult. l.  cap. 1. Il. 22 presso Ciem. Alex. Strom. I. 5., ed il 21 e 22 presso Plut. Amat. Tutti poi eccetto il g e'l 10 sono rapportati da Simplicio de Phys. Aud. I. 1 p. 34 ediz. d'Aldo. Siccliè si è supplito il 10 con Aristotile, e'l lo stesso Simplicio. Questi versi che sono al numero di 36 fan parte del primo libro della natura. Poichè lo stesso Simplicio dice chiaramente sy 7pUTW TO φυσικών.99 και nel primo libro delle cose fisiche I versi 3, 4, 5 pajono d ' essere un'imitäzione d'Omero. II. 6.v.. Il 5 portá P&T Th, ma si è cangiato in.dpuntu come più confacente al senso. Nel 6 in luo go di xdcepecei dinge si è posto 8T0T€ anges.co me Omero. Il. -10. V. Nel z la paro la Qiaotati amicizia non significa in verità che ainore, siccome fa Omero. Il. 6 v. 161 c in quasi tutta l'ariade che dice QLXOTNTO felgympia rab. Dal 7 al 12 sembra di essere una semplice imitazione d' Esiodo nella Theog. Poichè Empedocle mette in contrasto l'amore e lo dio come Esiodo fa colla notte e'l giorno. Ne’ versi si trova la parola ' deau Trepes. collocata nello stesso modo che suol fa re Opiero. Il. 10 v. 325 e 331. II. 12 v. 398. II. 19 v. 272. Odys. 4 V. 209. Odys. Odys. Odys. Il. Sicchè pare che l'orecchio di G. è educato al suono de' versi Omerici, Nel verso aloy Euroly alla maniera d'Omero. Il. Nel verso reipata pewIwon siccome 0. mero παρατα τεχνης. 1 ’ αταλαντον co me Il. -- è da dirsi che intanto, l'amicizia sia di lunghezza e larghezza eguale, in quanto i corpi possono risulta re da parti eguali de quattro elementi. Al meno questa interpetrazione pare più confa cente al suo sistema; se non si vuole abbracciare quella, che deriva dal pittagoricismo, per cui il numero quattro era il più perfetto. TEINTWS per attonito e Omerico. Il. cina poves's dovrebbe esser nominativo giusta la Grammatica. Na si lasciato in accusativo; perchè gli attici alcuna, volta, coře si vede presso Aristof. in avibus, sogliono usare l'accusativo in luogo del nominativo. L'epye texti si trova spesso in Omero e in Esiodo: cosi Odys. Esiod. Theog. -- è simile a quello dell' Iliad., e pile d'ogni altro ad Esiod. Theog. laratnaon è d ' Omero. II. il Trepiadojevolo è parimente adattato al tempo e all'anno presso Omero. Odys. ed Esiod. Opera. si osserva l'id atoange in fine del verso come in Omero. Il. I versi si trovano presso Arist, Poet., e Ateneo. Tutti poi sono rapportati da Simplicio de Phys. aud. 1. i' d' Aldo. Essi sono stati posti nel primo libro del poema; perchè Simplicio li riferice come quelli che precedeano altri, che da lui sono notati per versi del primo libro προ τετων των επων. Nel verso è 11 si è scritto a Jey.TTW5 in luogo di queuent Ews come si legge in Simplicio. si trova vtsupper feri ch'è d' Omero II. 9 V. Nell'ultimo, si ha l espressione Jaunese idiogui ch'è comune presso Omero ed Esiodo: cosi Il. Odys. De scụto Herc., ed in tanti altri lunghi dell'uno e dell'altro poeta. Teocrito nell' Idyl.. non è difficile che imita G., dicendo egli εθνεα μυρια φωτων α εinmiglianzα di quel che dice il nostro poeta, Simplic. de. Phys. aud. Questi versi sono quegli stessi innanzi a'quali dice Simplicio ch'erun collocati quelli della na: ta L'epiteto Truji Payowymi è omerico. II. Orfeo nell'inno all' etere, chiama l ' etere dotepo@ eyzes I primi versi sono presso Arist. de anima CITATO DA GRICE li i, e tutti presso Simp. de Phys. aud. I. Aldo. Simplicio afferma che appartengano al primo libro di G.  λεγει εν πρωτω. Ε come sono dello stesso tenore della nota; cosi si sono situati vicino a quelli. Nel verso επικαιρος in luogo di επίκρανος è d'Omero. II., e , e il xoayolai é ' Esiod. Theog. ’ oGTEL deuxa è parimente d ' Esiod. Theog. v. e d'Omero. I primi due versi si trovano presso Plut. de primo frigid., e il 7, 8, 9 presso Arist. de gen. et corrupt. Tutti presso Simpl. de Phys aud. l. 1 p. 8, e nella pag. 34 sono pre ceduti da due seguenti versi. 1 እእእ. αγε των δ * οαρων προτερων επί μαρτυρα δερκεί Ει τι και εν προτερoισι λιποξυλον επλετο μορφη • 1 Di questi due versi non si sa che voglia dire quel Altofurov legno pingue: Perchè pa-. re ch? Empedocle voglia rapportarsi a' prece: denti colloquj dove forse v'era qualche for. ma Altrotuloy. Si è cercato di sostituire Action Yugov, ma neppure s intende. Però si sono trascurati nel testo questi due versi. Nel 3 verso si legge presso Plut. Svopa EVTA xep ply a negyté, ch? è spiegato tenebroso, ed crribile. Ma come non si sa ď' onde poss m m 274 sa derivare played soy si è sostituito plyndor, che più si conviene all'acqua. Indi è che si è scritto VIOOEYTA,xoh pigns.ovte. E' vero che il vero so diventa spondaico; ma gli epiteti dell' ac qua sono più confacenti alla sua natura, e corrispondono più all'intendimento d'Empedo cle, che in questi versi vuol dare i caratteri di ciascuno dei quattro elementi, siccome at testa Simplicio de Phys. aud. - p. 7. Nel 4 προρε8σι θελυμνα τη luogo di προθελυμνα. It' 9 vi 537. Il 5 verso è simile a quello d. Omero. Il. 18 v. 511, ilil 7 al v. 70. Il. e al. v. d' Esiod. Theog., e l'8 al v. Odys. 15. Nel 9, e 10 l ' epiteto de' pesci υδατοθρεμμονες, e quello degli Dei δο. arxay wres sono tutti due propj d'Empedocle; giacchè non si leggono presso altro poeta. Il Tlpenoi Ospirtoi pare che sia preso dal v. . Simplic. de Phys. aud. 1. 1 p. 34. Egli li rapporta dopo quelli della nota e dice, che Empedocle li soggiunge in esempio. Non v'è quindi dubbio, che debbono essere collocati nel primo libro, e dopo di quelli. Vi 275 si trovano alcuni versi ripetuti alla maniera Omerica, e nel g versa ľws YÜ XEV come nel v.  Il. 11, e nel v. 11 della Theog. d' Esiod. Nel 10 si e mutato l'acheta in fore, e nell' 11 vi si troνα μυθον ακεσας nel miodo stesso d'Omero II. 7 v. 54. Odys. 2 z v: Simplic. de Phys. aud. l. 1. Costui, dopo d' avere rapportato i versi delle note. 80ggiunge και ολιγον δε προελθων αυθις Çnti. Però si son collocati dopo, e come ap partenenti al primo libro. Il 7 di questi ver si è quello stesso, ch ' è stato inserito da 9 nes versi della notą. Il 2 verso si trova presso Plut. net lib. de adulat. et amici discrimine: il terzo presso Aristot. Metaph. 1. 3. cap. 4.- Tutti tre presso Clem. Alex. Strom. I. 6. Il secondo verso, si rapporta d'alcuni ne: pos nilov ufos, ma Empedocle nel 19 della nota (4) dice c7 NETOV, e per altro pare più armonioso ed Omerico. Questi versi, come quel li, che indicano i quattro clementi ', non si possono collocare che nel primo libro. m m Arist. Metaph. l. 3 cap. 4. Simplic. de Phys. ' aud. Plutaroo nel lib. de Reip. geć. praecept. vi allude dicen da τιμας ονομαζω κατ' Εμπεδοκλεα. Questi ver si non possono appartenere, che al primo li bro; perchè in esso dichiara Empedocle le due forze amicizia e lite. Simp. 1. i de Phys. aud. p. 34. La parola aprice del primo versa può significare pari di numero, perfetto, ed adatto. Si è tradotta pari; perciocchè si è trovato che i corpi, di cui Empedocle enumera le parti de gli elementi, da cui quelli son composti, non sono che di numero pari. Cosi l'ossa di oi to parti nota, la carne di parti eguali de quattro elementi nota et.. Arist. de Gen. et Corrupt. e De Xenoph. Gorg., at Zenon. Plut. de Pl. Ph. l. 1 e adv. Golot. Si sono collocati nel primo libro perchè Plutarco dice chiaramente de Pl. Ph. l. i λεγα δε ετως και των πρώτων φυσικών και Anno de Tol spaced è modo turto ď Omero Il., Odys. 11 V. 453. Odys. 10 2: 7 V.  ec. L'a.JavaTolo TEMBUTn è d' Esiod. in Scuto Herc., ' e nell'ultimo verso Bpomois "QvIpomolol è maniera greca che spesso si tra, va presso Omero ed Esiodo che dicono Bpotox ardpa. Il Duris nel principio come opposto a 76 deutn pare che indicasse la nascita. Ma co me in fine significa natura si è lasciato cob. la sua propia significazione di natura. Plut. adv. Colot. Questi versi, come si vede dalla materia, sono una continuazio ne di que' della nota antecedente. Si sospetta che questi versi fossero sta ti alterati da qualche copista. Vi si osserva ows per uomo in genere neutro, che suol esa sere presso i Greci di genere maschile.  Simpl. de Phys. aud. 1, 2, pag. 85 Aldo. E siccome queg!i dice « TOTO'S AS T8 Εμπεδοκλεας εν τω δευτερη των φυσικών προ της ανδριων και γυναικιων σωμάτων διαρθρωσεως TAUTU TC ETn, Empedocle nel secondo libro delle cose fisiche canta questi versi prima di parlare della formazione e articolazione de' corpi de maschi e delle femine Non vi ha 278 quindi alcun dubbio, che questi versi fan par te del secondo libro, e che il soggetto di que. sto libro si versa sulla nascita degli uomini, e de' corpi de' maschi e delle femine. Però è, che tutti i versi che riguardano la formazio ne degli uomini, e de' loro membri, e delle parti del corpo umano e loro funzioni sono stati da noi posti nel secondo libro. Il verso è un'imitazione d'Omero nel v. dell' Iliad. Quais secondo Simpli cio esprime la massa tutta, del seme, che an cora' non indicava la forma de' membri. Aeliano de Nat. anim. Le forme descritte in questi versi sono ricor date da tutti gli antichi scrittori come singo lari. Cosi Arist. Nat. ausc. Esse non poterono durare, perchè non eran tra loro convenienti. Di quando in quando ne na. sconto de' simili, e questi sono i mostri.:  Simpl. de coelo Arist. de coel. De Gen. I. Isaac. Tzetze in Comm. ad Lycophr. Epi vax65 Simpl. de coelo Simpl. de Phys. aud. 1. 8 p.  Aldo. Nel verso si è spiegato pngjely! al la maniera d'Omero Il. Nel 6 e nel 7 - sono da notarsi ud poplene Opols, opsta μελεσσι, € πτεροβαμμoσι κυμβας clie sono ma niere originali di G.. Aristot. de respir. Questo è il più bel frammento d'Empedocle, e forse l ' avanzo più, venerando dell'antica fisica, in cui non solo si spiegà da Empedocle il modo a suo credere del nostro respirare, ma si di mostra eziandio il peso, e la molla dell' a. ria. Egli è stato tradotto per quanto si può letteralmente, e solamente si è ito aggiungen. do talora la forma della clessidra, senza di che non si avrebbe potuto chiaramente com prendere Il coros del 4 verso corrisponde al cruor de’latini. Il. Chi si conosce – Omero può accorgersi come va adattando Em. pedocle tutte le parole e frasi d'Omero nel 5. sino all ': 8 verso. Lo stesso WTTEL OTAY Trays è ď Omero nel v. 362 Il. 15.. L'EPOMBAEOS, che Omero applica ail' acqua'. Ili 16 v. 174, Empedocle l'adatta alla duttilità del bronzo 200 Verso. It all'acqua, nel 9 TEPEY Ejedes dell' 11 è d' 0. mero Il. 14 v. . L'autap ETHTU nel 15 è forma parimente Omerica Il. 11 V. 304 Odys. l. 9 v. 371 ec. L'ayrilor ud wp nel 16 si trova applicato al giorno in Oniero, e qui che non può esser fatale se non per che nella clessidra è destinata a notare le ore che scorrono. Nel 18 verso Bpotew Xpor presso Esiod. Opera è preso per umano corpo, qui per la mano. Nel 20 ilil duonysos è applica to alla guerra. Il. v.  ec. Da Empedocle si acconcia al gorgogliamento dell'acqua Arist. de sensu et sensili lib. i cap. Nel 2 verso σελας πυρος αθομενοιo e d'Omero. Il. 9 v. 559. Il. II. 11 v. 219. II. 6 v. 282 ec. Il 24uepiny νυκτα e simile all' αμβροσιην δια νυκτα d' O mero. Il. 2. v. 57. Nel 3 si trova apopg85 ch'e' una metafora, quasi che le lanterne di fendendo il lume da venti se li succhiassero; giacchè quopges vuol dire succhianti. Il mayo Town dyepewr Odys. 5 v. 293 e 304. Nel 4 verso il divanid ve si aeyrwy si trova in Omero Il. 5 v. Nel 5 ci ha un epiteto de' 2. Nel dia 282 indomiti; per raggi ch ' è molto ardito UTCpert chè non sono vinti dalla notte. La stessa pa rola walioruto nel i verso per preparare è Omerica. Il. il v. 86 '. In quanto poi alla costruzione delle lanterne è da dirsi, che for se allora erano di corno trasparente. Il i e gli ultimi due versi presso Giov. Tzetze Chil. Il 2 presso Theod. de Curat. Graec.  pres SO Clem. Aless. Strom. Dal 5 sino all ' ultimo presso lo stesso Giov. Tzetze Chil. Gli ultimi due versi sono anche rap portati da Chalcid. in Tim. Pl. Essi sono sta ti tutti disposti nell' ordine, in cui sono no tati, che sembra non esser disconveniente, e fanno certamente parte del lib. 3. Poichè Tzetze nella Chil. 7 p. 382 nel rapportarli soggiunge Εμπεδοκλης τω τιτω των φυσικων δεικ: VUOY TIS ' N. sold togey το θεα κατ' επ'ος ετω λεγων. 9, Empedocle nel terzo libro delle cose fisiche. volendo indicare quale sia la sostanza di Dio dice cosi Il pendea nel senso in cui qui lo pigliu Empedocle è comune ad Omero nell' Odissea n n.  o ad Esiodo nella Theng. Clem. Alex. Strom. Il verso manca d'un piede, e si potrebbe compiere leggenda Ει ο αγε τοι μεν εγω λεξω. Vi si os serva poi la stessa maniera d’Oniero nell ' ap porre degli epiteti al mare, all'aria, aile tere. Athen. Dipnosoph. Il devd pece pecupce è d'Omero. Il. Lo stesso Athen. nel medesimo luogo attesta che tutti i pesci da Empedocle furon chiamati zce paglves. Aristot. 1. 2 de coelo e De Xenoph. Zenon, et Gorg. Gli ultimi due versi presso Clem. Aless. Strom. Plut. de Pl. Ph. I. i cap. 18. Theo dort. de mater. et mundo Serm. Plut. Symp. l. 4 quaest. 1. MACROBIO (vedasi) Saturn. E siccome in Plut. si leggono alterati; cosi sono stati correlti con Macrobio. Plut. quaest. Nat. Plut. quaest. Nat. et de Curiosit. Alcuni leggono Keuuata, altri rappese.  ra, ma si è sostituito xeu-ged, che pare più acconcio al senso dell'autore Arist. Nat. Auscult. e De Part, Anim. I. i cap. 1, Simpl. I. Phys. Simpl. de Phys. and. I. 2 p. 73. Simpl. 1. 2 de Ph. L' epiteto de incepa come dice ' Hesichio' è propio d' Empedocle.; ed il polyurgadins d'Omero Il. Simpl. l. 2 de Phys. aud. Aldo.  Simpl. 1. 2 nel med. luog. Simpl. 1., nel med. luog. Simpl. 1. 2 de Ph. aud. Simpl. l. 8 de Ph. aud. Plut. in l. non posse suaviter vivi jut. xta epicuri decreta. Simpl. de Ph. aud. Simpl. nel med. luog. Simpl. nel med. luog. (43) Arist. de Gen. et Corrupt. Simpl. de coelo Com. Arist. de Gener. et Corrupt. La frase zgova dupsyo, presso Omero Il. Plut. quaest. Nat. p. 916. Arist. de Gener. anim. Arist. de Gener. anim. I. 4 Plut. nel lib. de Amic. multitud. Arist. de Gener. anim. Alcuni leggono μακρα δενδρεα. Plut. quæst. Platon. Plut. de fac. in orbe lunae dove in luogo d' ožupeans è da leggersi očußeans e in vece di naiyo Iraupe. Plut. de fac. in orbe lunae. Questi versi sono stati corretti da Xilandro. Arist. Metaph.  de anim, Sesto Emp. adv. Gram. e adv. Log. l. 7 Chalc. in Tim. Pare che in questi versi Empedocle abbia imitato Omera Il. 13 v. 31, e Il. 16 v. . Il tip apo ndoy Omerico. Il. L'epiteto della lite rugpw, che da Omero si adatta alla vecchiaja, e talora alla ferita ec. è situato in fine del verso come in Omero II.  Sext. Emp. adv. logic. Stobéo Ecl. Plys. l. 1 p. 131. L' última verso è anche rapportato da Chalcid. in Tim. Pl. ed è un imitazione di quello d' Esiodo nella Theog. 7 spe pezy 750" T δες, περι δε εστι νοημα Aristot. de anima Aristot. de anima" nel med. luog. Aristot. de Gener. Plut. adv. Colot. Clem. Alex. Strom. Theodor. de curat. aegritud. Ethnic. Acciaolus Theod, interpres I. i contra Graecos. Arist. Meteorol., atspao TURVO è d ' Omero. Il. 11 y. 454, e otißola pous pedeerol è d ' Esiodo opera Plut. Symp. Deve lege gersi andyl. Plut. Symp. quaest. Plut. Symp. I.,1 quaest. 2, e nel lib. de fac. in orbe lunae. Put. de Orac defectu. Per finire il verso si è supplito nella traduzione artos. Plut. Simp. I.? quaest. Plut. de Orac. defect: Plut. Simp. quaest. Arist. Poet. Meteor. Theophr. de Caus. Plant. Athen. Dipnosoph. Que sti versi si son collocati come appartenenti al poema 'della natura; perchè parlano di Ve nere, che indica l'amicizia. Vi si trova il Soydan codpots parola composta da Empedocle, che non si legge in altro poeta. Si dee lege gere Κυπρις nel testo, e non Kπρις. Sesto Emp. adv. Log. 1.? Gli ul. timi due versi sono anche rapportati da Plut. nel 1. de áud. Peet. Nel verso Scalig. legge suve ETEITA, ed Erric. Stef. dely ETECL; ma ne' MSS. si trova SaneM.T, Si è quindi conservata, come sta ne' MSS., e si è ritratta da dep @ os che più s' adatta al senso dell'autore. Questi versi unitamente agli altri delle note sono riferiti da Sesto Emp. come quelli, che con poche interruzioni si suc vedono. E come Empedocle si dirizza ad un solo, ch'è Pausania;' cosi tutti fan parte del 287 Chil. 1, pra poema sulla natura, Sesto Emp. adv. Log. Sesto Emp. nel med. luog. Laerz. in Emp. 1. 8. Joan. Tzetze I versi sono anche pres. so Clen). Alex. Strom. Nel 5 si legge d' alcuni παλιγτιτα c d' altri παλιντινα; mα da Casaub. si vuole raditova, e fondasi so Suida. Nell'ultimo verso è da notare che il sanare gl' infermi si esprime, presso gli an tichi avastne dall'inferno. Plut. in amat. Horaz. l. 2 Sat. Laerz. in Emp. I versi 3 € 4 si trovano presso Sesto Emp. adv. Gramm., e presso Philost. Vit. Apoll. Se condo Laerzio cosi Empedocle avea dato prin. cipio al suo poema delle purgazioni cvcpzopese νός των καθαρμων φησίν. Sesto Emp. adv. Gram. I. 1 e Laerz. in Emp. 1. ' 8. Sesto Empirico mette questi due versi dopo quelli della nota e soge. giunge nas nary. Sicchè icon c'è dubbio che appartengano alle purgazioni. Plut. de exil. I. 2, e l'ultimo meza 288 zo verso è presso Hierocle in aur. carm., il quale lo ' rapporta unitamente al penultimo ως Εμπεδοκλης Φυσι ο Πυθαγοραος I primi tre versi presso Plut. nel lib. de vit. aere alieno, e tutti quattro presso lo stesso Plut. de Isid. et Osir., e presso Eusebio. Hierocl. in aur. carm. Hierocl. in aur. carm. Clem. Alex. Strom. Clem. Alex. Strom. I. 3 0 70xO1 peegee herdos Il. Clem. ' Alex, Strom. Clem. Alex. nel med. luog. Stob. Ecl. Phys. Porph. de Antr. Nymph. Ediz. di Van - Gcens Clem. " Alex. Strom. Origen, Phy losophumera. Phil. in V. Apoll. Athen. Dipn. In luogo di do7Os, che è un epiteto dato da Esiodo e da Poeti Greci al pesce, presso d' al.cuni si legge eurupos. A prima vista pare che l' epiteto ignito non abbia luogo; mu ove si voglia riflettere che giusta Empedocle, gli ani mali molto caldi cercarono l'acqua, ed ivi soggiornarono, si può comprendere in qual senso abbia potuto adattare al pesce l ' epiteto Europos. Eliano de Nat. anim. Questi versi appartengono al poema delle pur gazioni. Perchè Eliano nel rapportarli soggiun ge λεγει δε και Εμπεδοκλης την αριστην αναι με: τοικησιν την τα ανθρωπου ει μεν ας ζωον η ληξις αυτην μεταγαγα λεοντα γινεσθαι και δε ας φυτον dadyny. » Empedocle dice che ottima sia da stimarsi la trasmigrazione dell'uomo, se do vendo passare in un bruto la sorte lo porta nel corpo del leone, e se in una pianta lo porta nell' alloro L' epiteto ηύκομοισιν Ο. mnerico. Plut. de animi tranquill. L'epiteto έροέσσα e d' Esiodo che dice Θαλιη εροεσσα και ma non s' intende quello di μελαγκαρπος che vuol dire produttrice di frutti neri che Empe docle adatta ad Asafia o sia al genio dell' oscurità. Tzetze Chil. dice Ecco πεδοκλης προ παντωντε φιλοσοφος ο μέγας • γα γαρ την ασαφα αν μελαγκορον υπαρχαν ως κελαινωπας τον θυμον ο Σοφοκλης που λεγα G. filosofo, grande sopra d'ogn'al tro, chiama Asafia o sia l'oscurità di nera pupilla conie Sofocle dice l'animo di nero via In sostanza poi vuol qui indicare Em pedocle quello che noi diciamo animo cupo, che tutto è coperto, e tutto fa con riserva. Diod. Sic. Bibl. Hist. 1. 13 p. Clem. Alex. Strom. Plut. adv. Colot. L'ultimo verso è stato corretto da Giov. Clerc. Bibl. Choisie Arist. Rhet. l. . Si son collocati in questo poema delle purgazioni; perchè Aristotile dice che riguardano la proi bizione d uccidere gli animali. xoy ws EyeTedo κλης λεγα περι τε μη κτιγαν το εμψυχσν. τετο γαρ τισι μεν δικαιον τισι δε και δικαιον. » Co me dice Empedocle parlando della proibizione d' uccidere qualunque animale. Poichè que sto non può essere giusto per alcuni e per al tri nò L' epiteto supurtedortos é d' Omero e quello d'atletoy è d ' Esiodo. Sesto Empir. adv. Phys. Plut. de Superst. Nel verso l'entBTT05 si è tradotto per indegno d'essere udito come půs letterale. Na potrebbe avere due altri sensi cioè: da non essere compreso, o pure come colui, che è pieno di Qyaxer che vuol dire contumacia, o inobbedienza; perchè senza di ciò non si ritrae un senso che sembra ragio nevole. a legurato d'apra è d' Omero nell' Odys. Porphyr. de non necandis ad epulan dum animalibus ediz. di Lio ne 0285dic epga per scelleraggini è d'Omero Odys. Porphyr. de non necandis ad epul. anim. Il primo verso somiglia a quello ď Omero Il. Alcuni leg, gono appatolor in luogo d ' cxpitolob. Clem. Alex. exhortat. ad gentes. Awe Q10ste Odys. Clem. Alex. Strom. Clem. Alex. Strom. I. 4 Bpotol o pu. re ardpes sain horlon. Il. Clem. Alex, Strom. Questi due versi sono stati corrotti. Nel primo verso BORDONI (vedasi) Scaligero legge fyte TPUDEGcus in luogo d' AUTOTA. OO 2  che non FIG. In verità questa seconda maniera cor risponde meglio all'opertio. Nel secondo leg ge Ευγιες ανδρειων αχεων αποκηροι ατειρεις. dla ad altri è piaciuto all' aydpelwy di sostituire l' and pouleur ch'è più adatto e pie Omerico; all' електро! ľ Anouampor ch'è anche più ragione vole; ed in fine all ατειρείς I'' ατηρείς si sa donde possa derivare. Si potrebbe dire più presto artelpon. Vi sono poi di quei che in luogo di amewn leggong amoywy; dimodochè spiegano coi forti achivi. I primi due versi sono presso Laerz. 1. 8 in Emp., e tutti si leggono presso Janibl. de Vit. Pyth. Questi versi si sono col locati nel poenia delle purgazioni; perchè in questo poema Empedocle dichiara la morale pittagorica. Presso Suida voce Axpwr e Laerz. in Emp. Questo epigramma, come dicono e Suida e Laerzio, è diretto a punzecchiare Acrone, che domanda a la grazia di ergere un gran monumento a suo padre in un luo. go alto della città di Gergenti. Empedocle va scherzando.col nome di Acrone e la parola acron che in Greco significa alto e altezza. Ma questo scherzo non si può rendere nel no stro linguaggio. Laerz. in Emp. I. 8 et Towvoploy indi ca nome conveniente alla cosa. Perchè liquo gavin in greco può significare che fa cessar i mali, e i dolori. Perciò Empedocle scherza col nome del suo amico. Questi due versi s' attribuiscono dit Aulo Gellio Noct. Att. A G., e da altri ad Orfeo. Ma in verità so no della scuola pittagorica. Si legga Didym. Geoponicon Varii sono i sen timenti degli Scrittori sulla proibizione, che facea la scuola Pittagorica, di mangiar del le fuve. Secondo alcuni, perchè non sono sa lutari, e secondo altri perchè sono simili agli organi della generazione. Di fatto Gellio dice che l'astinenza delle fave era un simbolo, eon cui si volea indicare da Empedocle l'a ' stinenza delle cose veneree.  Questi versi esprimono il giuramen to che si facea nella scuola Pittagorica. Si leggono presso Jambl, de vit. Pyth. Ma non semhrano d'esser di G. cosi perchè non corrispondono allo stile del nostro poeta, come ancora perchè vi si osserva il dia. letto dor ico, che non mai egii usò ne' suoi poemi. ROMA BIBLIOTECA MEMORIA Απηρεν ασ Κροτωνα της Ιταλίας και κακοι τομές θες τοις Ιταλιωταις εδοξασθη συν τοις μας θεματας και οι περι τας τριακοσίες οντες ωκoνoμαν αριστα τα πολιτικα ωστε σχεδον αριστοκρατίας αναι την πολιτααν και Pittagora si porto in Cro tona d'Italia; ed ivi dando leggi agľ Italias ni fu egli in onore unitamente a' suoi disce poli. Trecento de' quali amministravano otti mamente le cose politiche, si che quella re pubblica era di posta a governo di ottimati, Laerz. in Pythag. La persecuzione della scuola pittagorica nacque da ciò, giusta Jamblico nella Vita di Pittagora, che i pittagorici allontanavano il popolo dalle magistrature, e da' pubblici consigli, e voleano essi soli, come sapienti, regolar le cose pubbliche.Grice: “If people call William of Ockham, Surrey, Occam, I shall call Empedocles of Agrigentum Agrigentum, or Agrigento simpliciter in the vulgar.” Vide “Italic Griceians” While in the New World, ‘Grecian philosophy’ is believed to have happened ‘in Greece,’ Grice was amused that ‘most happened in Italy!’ Empedocle da Girgenti – Keywords: Girgenti – “You say Gergenti, and I say Girgenti” -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Girgenti” – Luigi Speranza, "Grice ed Empedocle," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Girgenti: FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- Boezio e la ragione conversazionale al limite -- l’implicatura conversazionale -- la parola che non s’incatena – filosofia palermitana – scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza  (Palermo). Abstract. Grice: “I would lecture on Categories with Austin – he would talk and talk and talk, until I did identify a slip, and then the class started! On the other hand my joint seminar with my former pupil STRAWSON on ‘Categories’ were something to write home about. Keywords: category. Filosofo palermitano. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I love Girgenti for many reasons! For one, he has edited Boezio ‘as he is’! – then he has elaborated on Socratic irony, a concept that needs some elucidation, if ever one did! Also, he has edited the ‘logica retorica’ of Cicero, which is welcome!”Frequenta gli studi classici a Palermo, sotto Brighina, Franchina, Armetta, Mirabelli e Puglisi) e poi si è trasferito a Milano sotto Bontadini, Bausola, Melchiorre e Giussani. Si laurea sotto Reale con “Platonismo e Cristianesimo in San Giustino Martire” – Studia “Porfirio tra henologia e ontologia riproponendo la questione degli universali come origine del "pensiero forte". Insegna a Milano I suoi studi sono concentrati sul rapporto tra filosofia greco-romana e Cristianesimo, e in particolare nell'influenza che il platonismo ha esercitato sui Padri della Chiesa. Per analizzare questo tema, applica due categorie ermeneutiche: la "storia del’effetto" e la "fusione dell’orizzonte”. Secondo la storia dell’effeto, la Patristica latina deve essere considerata una fase importante della storia del platonismo antico, che fa da tramite rispetto alla filosofia medioevale. Secondo la fusione dell’orizzonte, il rapporto tra platonismo e Cristianesimo deve essere analizzato superando due opposte posizioni: la "praeparatio evangelica" di Eusebio di Cesarea, secondo cui la filosofia pre-cristiana sarebbe stata di per sé una preparazione al Cristianesimo e la "Ellenizzazione del cristianesimo" di Harnack, secondo cui nell'incontro con la filosofia, il Cristianesimo avrebbe smarrito la vocazione originaria (e dovrebbe pertanto “de-“ellenizzarsi, de-filosofarsi). Una posizione mediana potrebbe contribuire a superare le rigidità del cristianesimo cattolico e le chiusure del cristianesimo protestante non-cattolico. Saggi: “Porfirio: catalogo ragionato” (Vita e Pensiero, Milano); “Giustino Martire, il primo cristiano platonico” Vita e Pensiero, Milano); “Porfirio, Vita e Pensiero, Milano); Porfirio, Laterza, Roma-Bari; “Platone, G. Girgenti, Rusconi, Milano, Incontri con Gadamer, G. G., Bompiani, Milano “Platone” G. G., Bompiani, Milano; Atene e Gerusalemme. Una fusione di orizzonti, Il Prato, Padova; Il bue squartato e altri macelli. La dolce filosofia, libro-intervista con Sossio Giametta, Mursia, Milano. G. Giorello, Corriere della Sera, 1ºScheda biografica, curriculum e  nel sito dell'Università Vita-Salute San Raffaele, su unisr. Selezione di pubblicazioni  Porfirio negli ultimi cinquant’anni. Bibliografia sistematica e ragionata della letteratura primaria e secondaria riguardante il pensiero porfiriano e i suoi influssi storici, presentazione di Reale, Vita e Pensiero, Milano, Porfirio, Isagoge, prefazione, introduzione, traduzione e apparati di G. Girgenti, testo greco a fronte, versione latina di Severino Boezio in appendice, Rusconi, Milano, nuova edizione Bompiani, Giustino Martire, il primo cristiano platonico. Con in appendice “Atti del Martirio di San Giustino”. Presentazione di C. Moreschini, Vita e Pensiero, Milano, Giustino, Apologie. Prima Apologia per i Cristiani ad Antonino il Pio. Seconda Apologia per i Cristiani al Senato Romano. Prologo al “Dialogo con Trifone”, introduzione, traduzione e apparati di G. Girgenti, testo greco a fronte, Rusconi, Milano, Aristotele, Poetica, introduzione, traduzione, note e sommari analitici di D. Pesce, revisione del testo, aggiornamento bibliografico, parole chiave e indici di G. Girgenti, testo greco a fronte, Rusconi, Milano, Porfirio, Sentenze sugli intellegibili, prefazione, introduzione, traduzione e apparati di G. con in appendice la versione latina di Marsilio Ficino, Rusconi, Milano. G. Girgenti, Il pensiero forte di Porfirio. Mediazione tra henologia platonica e ontologia aristotelica, introduzione di G. Reale, Vita e Pensiero, Milano,  Porfirio, Storia della Filosofia (frammenti), a cura di A. R. Sodano e G. Girgenti, Rusconi, Milano, Introduzione a Porfirio, “I filosofi”, Laterza, Roma-Bari, La nuova interpretazione di Platone. Un dialogo di Gadamer con la Scuola di Tubinga e Milano e altri studiosi (Tubinga), introduzione di Gadamer, prefazione, traduzione e note di G., Rusconi, Milano, nuova edizione ampliata: Platone tra oralità e scrittura, Bompiani, Milano, Porfirio, Vita di Pitagora, monografia introduttiva e analisi filologica, traduzione e note di A. R. Sodano, saggio preliminare e interpretazione filosofica, notizia biografica, parole chiave e indici di G., in appendice la versione araba di Ibn Abi Usabi’a, testo greco e arabo a fronte, Rusconi, Milano, J. Patocka, Socrate. Lezioni di filosofia antica, introduzione, apparati e bibliografia di G. Girgenti, traduzione di M. Cajtham l, testo ceco a fronte, Rusconi, Milano,  nuova edizione: Bompiani, Milano, Wojtyla, Persona e Atto, a cura di Reale e T. Styczen, revisione della traduzione italiana e apparati a cura di G. Girgenti e P. Mikulska, testo polacco a fronte, Rusconi, Milano, nuova edizione: Bompiani, Milano, Struttura dell’anima dell’anima secondo Agostino e presupposti neoplatonici, in: Autori vari, Coscienza. Storia e percorsi di un concetto, Donzelli, Roma, Der Begriff der Verantwortung in der Welt der Antike und des Christentums, in Götz – J. Seifert (Hg.), Verantwortung in Wirtschaft und Gesellschaft, Rainer Hampp Verlag, München;   J. Seifert, Ritornare a Platone. La fenomenologia realista come riforma critica della dottrina platonica delle idee, in appendice un testo inedito su Platone di A. Reinach, prefazione e traduzione di G. Girgenti, Vita e Pensiero, Milano, Autori vari, Incontri con Hans-Georg Gadamer, edizione italiana a cura di G. Girgenti, Bompiani, Milano, Porfirio nel vegetarianesimo antico, “Bollettino Filosofico: Dipartimento di Filosofia Calabria”, Due fonti neoplatoniche indirette di Cusano: Porfirio e Giamblico, in Nicolaus Cusanus zwischen Deutschland und Italien Beiträge eines deutsch-italienischen Symposions in der Villa Vigoni vom (Veröffentlichungen des Grabmann-Instituts), hrsg von Martin Thurner, Akademie Verlag Berlin, Plotino, Enneadi, traduzione di Radice. Saggio introduttivo, prefazioni e note di commento di Reale. Porfirio, Vita di Plotino, cur. G., “I Meridiani. Classici dello Spirito”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano  K. Wojtyla, Metafisica della persona. Tutte le opere filosofiche e saggi integrativi, a cura di  Reale e Styczen, apparati e indici di G., Bompiani, Milano; Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi. Commentaria in Porphyrium. Schepps Samuel Brandt Leipzig European Social Fund Saxony Crane Jouve OCR-ed, Franzini Leipzig Stoyanova Robertson Mount Allison Fonticola (Ludwig Maximilians Munich). Leipzig Germany Schepps Brandt BoezioVienna Leipzig Tempsky Freytag. Secundus hic arreptæ expositionis labor nostræ seriem translationis expediet, in qua quidem uereor ne subierim fidi interpretis culpam, cum uerhum uerbo expressum comparatum- que reddiderim, cuius incepti ratio est quod in his scriptis in quibus rerum cognitio quæritur, non luculentæ orationis  lepos, sed incorrupta ueritas exprimenda est. quocirca multum profecisse uideor, si philosophiæ libris Latina oratione compositis per integerrimæ translationis sinceritatem nihil in Græcorum litteris amplius desideretur, et quoniam humanis animis excellentissimum bonum philosophiæ comparatum est,  BOEZIO IN YSAGOGAS PORPHIRII. BOEZIO IN YSAGOGE; BOEZIO COMMENTA IN ISAGOGAS  G,; INCIP COMENTV BOEZIO in isagogis porphirii; Expos Scda  L;  COMENTV BOEZIO IN ISAGOGAS  R; inscriptione carent CFHNS (nisi quod in FH recens quædam est), item e codd. Isagogen tantum a Boethio translatam continentibus ΛΣ ; ISAGOGÆ PORPHYRII TRANSLATÆ DE GRECO IN LATINVM A VICTORINO ORATORE  (sic)  ΓΦ; INCIP LIBER YSAGOGARVM (HΥS-) POR- PHYRII (I  pro  Y  Π ) AII,- Icipidt isagoge porphyrii  (m. poster.)  Ψ;  de titulo operis cf. Prolegomena fidi—reddiderim] cf. Horat. Ars poet. cf. Cic. Acad. post. fędi C foedi Hm1N infidi FGm1 7uerbo e uerbo  N incoepti CEGHPRS 10 corrupta Em1Sm1  incorruptæ  Em2 (e  in mg. add. sed del .)  Lm1   uidebor  brm  13 græcis  Lm2   ut uia et filo quodam procedat ORATIO, ex animæ ipsius efficientiis ordiendum est. triplex omnino animæ vis in uegetandis corporibus deprehenditur, quarum una quidem uitam corpori subministrat, ut nascendo crescat alendoque subsistat, alia uero sentiendi iudicium præbet, tertia ui mentis et ratione  subnixa est. quarum quidem primæ id officium est, ut creandis, nutriendis alendisque corporibus præsto sit, nullum uero rati- onis præstet sensusue iudicium. hæc autem est herbarum atque arborum et quicquid terræ radicitus adfixum tenetur, secunda uero composita atque coniuncta est ac primam sibi  sumens et in partem constituens uarium de rebus capere potest ac multiforme iudicium. omne enim animal quod sensu uiget, idem et nascitur et nutritur et alitur, sensus uero diuersi sunt et usque ad quinarium numerum crescunt, itaque quicquid tantum alitur, non etiam sentit, quicquid uero sentire  potest, ei prima quoque animæ uis, nascendi scilicet atque nutriendi, probatur esse subiecta. quibus uero sensus adest, non tantum eas rerum capiunt formas quibus sensibili corpore feriuntur præsente, sed abscedente quoque sensu sensibilibusque sepositis cognitarum sensu formarum imagines tenent  memoriamque conficiunt, et prout quodque animal ualet, longius breuiusque custodit, sed eas imaginationes confusas atque ineuidentes sumunt, ut nihil ex earum coniunctione ac compo 1 uia et filo quodam   CEm2H  uia  fort. ras. ex  uiæ, uiæ et filo quodam  N  uiæ  s. l. R  ex filo quodam  EmIGPR edd . uiæ  ex  uia  S  ex quodam filo  LS  uiæ  s. l . filo  m1  quodam  F  ratio  CEmIGLRS  ex  ab  Hm1NP  efficienti  Em1 efficientis  Fa. c . 3 post uitam  add . solum  CFHP  solam  N  corporis  GNRL a.r.Sa.r . 5 rationis  FGRS  6 procreandis  CHNP  7 nutriendisque  om . alendis  EL  sit  s. l. Gm2Nm2  9 terra  CN  10 ac  ad  FSm1  at  LSm2  et  G  11 rebus  quibus  GRS  de rebus de quibus  L   poterit  E post iudicium  add . capit  E sed del. L, s. l. m2 in HRS  13 et nutritur om.  CHP, s. l . nutritur  om. et Lm2  14 ita  CHR   poterit  E  quoque prima  FGm2H  19 præsente ante feriuntur  FHN præsentes  CHm1N  abscedente   Em2FGHmINESa.r . absente  CEm1Hm2LPSp.r . 20 repositis  GR  22 imagines  FHN ante  sumunt add. sic  brm   sitione efficere possint, atque idcirco meminisse quidem possunt, nec æque omnia, admissa uero obliuione memoriam recolligere ac reuocare non possunt, futuri uero his nulla cognitio est. sed uis animæ tertia, quæ secum priores alendi ac sen tiendi trahit hisque uelut famulis atque oboedientibus utitur, eadem tota in ratione constituta est eaque uel in rerum præsentium firmissima conceptione uel in absentium intellegentia uel in ignotarum inquisitione uersatur. hæc tantum humano generi præsto est, quæ non solum sensus iraaginationesque  perfectas et non inconditas capit, sed etiam pleno actu intellegentiæ quod imaginatio suggessit, explicat atque confirmat, itaque, ut dictum est, huic diuinæ naturæ non ea tantum cognitione sufficiunt quæ subiecta sensibus comprehendit, uerum etiam et insensibilibus imaginatione concepta et absen tibus rebus nomina indere potest et quod intellegentiæ ratione comprehendit, uocabulorura quoque positionibus aperit, illud quoque ei naturæ proprium est, ut per ea quæ sibi nota sunt ignota uestiget et non solum unum quodque an sit, sed quid sit etiam et quale sit nec non cur sit, optet agnoscere, quam  triplicis animæ uim sola, ut dictum est, hominum natura sortita est. cuius animæ uis intellegentiæ motibus non caret, quia in his quattuor propriæ uim rationis exercet, aut enim aliquid an sit inquirit aut si esse constiterit, quid sit addubitat, quodsi etiam utriusque scientiam ratione possidet, quale sit 2 admissa  CR amissa EFGm1NP amissam  Gm2LS, ras. et s. l. ex  admissam  H  memoriam  om. FGR, s. l. Sm2, memoria  H hiis  F,  sic sæpe  cogitatio  CNm2 animæ uis  CEL ante trahit  add . uires  brm  6 ea  CHm1N  est  ante constituta  CEGS, om. R  contentione  EGm1Sm1  contemplatione  R, m2 in GLS  in  s. l. Gm1PmS,  del. Lm2  ignotorum  Hm1N  imaginationes  EN  11 conformat  Gm2Pm2  13 cognitione  in cognitione FHNP 14et  ex  Em1HN  sensibilibus  CEm1Hp. c. Nm2  sensibus  Ha. c. Nm1   ante  imaginatione  add. sibi  E del. m2 NPSm2  imaginatione  in agnitione  Gm1Sm1  agnitione  Gm2R  post concepta add. nomina  Hm1, idem post  rebus  s. l. m2  sint  E  19 optat  LR  quia  qua  Gm1  atque  EHm1Pm1 scientiam  post  ratione  E  sententiam  Hm1  possedit  FRS   unum quodque uestigat atque in eo cetera accidentium momenta perquirit, quibus cognitis cur ita sit quæritur et ratione nihilo minus uestigatur. Cum igitur hic actus sit humani animi, ut semper aut in rerum præsentium comprehensione aut in absentium intellegentia aut in ignotarum inquisitione | atque inuentione uersetur, duo sunt in quibus omnem operam uis animæ ratiocinantis inpendit, unum quidem, ut rerum naturas certa inquisitionis ratione cognoscat, alterum uero, ut ad scientiam prius ueniat quod post grauitas moralis exerceat, quibus inquirendis  permulta esse necesse est, quæ uestigantem animum a recti itinere non minimum progressione deducant, ut in multis euenit Epicuro, qui atomis mundum consistere putat et honestum uoluptate metitur, hoc autem idcirco huic atque aliis accidisse manifestum est, quoniam per imperitiam disputandi quicquid ratiocinatione comprehenderant, hoc in res quoque ipsas euenire arbitrabantur, hic uero magnus est error; neque enim sese ut in numeris, ita etiam in ratiocinationibus habet, in numeris enim quicquid in digitis recte computantis euenerit, id sine dubio in res quoque ipsas necesse est euenire, ut si ex calculo  centum esse contigerit, centum quoque res illi numero subiectas esse necesse est. hoc uero non æque in disputatione seruatur; neque enim quicquid sermonum decursus inuenerit,  4 aut  om. CNR, s. l. Gm2Sm2 rerum  add. edd. post  præsentium,  ante Brandt; cf.  137, 6  6 ignotorum  Gm2Hm1Lm2N ante  inuentione  s. l. in Hm2  8 inpendat  FPSa.c . naturam  FHm1N  certa inquisitionis   Gm2H  certæ inquisitionis  FNP  inquisitionis certa CELm2, om. certa  Gm1Lm1RS fort. recte  10 quod  eius quod r exercet  Hm1  12 minimum ante non  E  minime  FSm1  diducant  FGm2  13 atbomis  plerique codd . consistere in  mg. Hm2 constare  CFP, post er . ł consistere  C  honestam  Em1P  honestatem  F  14 uoluptate om.  F uoluptatera  CEHm2  te* m1  LNR, add . corporis  L del. m2 R, s. l. Gm2, ante  uol.  edd . mentitur  CEGHPRSm1  hoc  hæc  H  16 racione  CN  comprehenderent  m1 in EHN  nero  ergo  H  maximus E  error est  CFHNP post  sese  add.  res FR,  s. l. Pm2  19 digitos  CEFN   id natura quoque fixura tenetur, quare necesse erat eos falli qui abiecta scientia disputandi de rerum natura perquirerent, nisi enim prius ad scientiam uenerit quæ ratiocinatio ueram teneat disputandi semitam, quæ ueri similem, et agnoscere quæ  fida, quæ possit esse suspecta, rerum incorrupta ueritas ex ratiocinatione non potest inueniri. cum igitur ueteres sæpe multis lapsi erroribus falsa quædam et sibimet contraria in disputatione colligerent atque id fieri inpossibile uideretur, ut de eadem re contraria conclusione facta utraque essent uera quæ  sibi dissentiens ratiocinatio conclusisset, cuique ratiocinationi credi oporteret, esset ambiguum, uisum est prius disputationis ipsius ueram atque integram considerare naturam, qua cognita tum illud quoque quod per disputationem inueniretur, an uere comprehensum esset, posset intellegi, hinc igitur profecta est  logicæ peritia disciplinæ, quæ disputandi modos atque ipsas ratiocinationes internoscendi uias parat, ut quæ ratiocinatio nunc quidem falsa, nunc autem uera sit, quæ uero semper falsa, quæ numquam falsa, possit agnosci, huius autem uis duplex esse perpenditur, una quidem in inueniendo, altera in  iudicando. quod Marcus etiam Tullius in eo libro cui Topica titulus est, euidenter expressit dicens; Cum omnis ratio diligens disserendi duas habeat partes, unam inueniendi, alteram iudicandi, utriusque princeps, ut mihi quidem uidetur, Aristoteles fuit. Stoici  20 Tullius  Top. ante  natura  add . in  HLSpr, s. l. Pm2  3 post nisi  add . quis  r  prius enim  E  4 disputandi  om. GRS ad ueri  similem  s. l . ał que ueri se similem agnouerit  Hm2  et agnoscere   FSm1   om . et et agnouerit  EGLPRSm2  om . et edd. ut ex hoc delectia rationum queamus agnoscere  Hm1, s. l . ał et agnouerint quæ fida et reliqua  m2  ut ex diligentia rationum queamus ex  quæramus  C agnoscere  CN  7 et sibimet  sibimet  C  sibi et  EGRS  9  post re s. l . si  Cm1?  10 cuique  CHm1N  cuiue  cett . 13 tunc  FHNPm1R post  an  add . id R,  s. l. Gm2Lm2, 2 litt. er. C  15 ipsis ratiotinationibus  Hm2  16 ante internoscendi add. et  brm  uiam  CFHN  19 inneniendi et iudicandi  om . in  Hm2  24 quidem uidetur   FHNPCic . uidetur quidem GRS quidem  om. CEL autem in altera elaborauerunt; iudicandi enim uias diligenter persecuti sunt ea scientia quam  διαλεκτικήν appellant, inueniendi artem, quæ  τοπική  dicitur quæque ad usum potior erat et ordine naturæ certe prior, totam reliquerunt, nos autem  quoniam in utraque summa utilitas est et utramque, si erit otium, persequi cogitamus, ab ea quæ prima est, ordiemur, cum igitur tantus huius considerationis fructus sit, danda est huic tam sollertissimæ disciplinæ tota mentis intentio, ut primis firmati in disputandi  ueritate uestigiis facile ad rerum ipsarum certam comprehensionem uenire possimus. Et quoniam qui sit ortus logicæ disciplinæ prædiximus, reliquum uidetur adiungere, an omnino pars quædam sit philosophiæ an ut quibusdam placet, supellex atque instru mentum, per quod philosophia cognitionem rerum naturamque deprehendat, cuius quidem rei has e contrario uideo esse sententias. hi enim qui partem philosophiæ putant logicam considerationem, his fere argumentis utuntur, dicentes philosophiam indubitanter habere partes speculatiuam atque actiuam.  de hac tertia rationali quæritur an sit in parte ponenda, sed eam quoque partem esse philosophiæ non potest dubitari, nam sicut de naturalibus ceterisque sub speculatiua positis solius philosophiæ uestigatio est itemque de moralibus ac  2 uias   ENPCic.p, om. cett. codd ., uiam  brm  ea scientia   Pm1Cic . eam scientiam  EPm2  edd. eam scilicet scientiam  CN  artem et scientiam FSm2  scientiam  GHLRSm1 διαλεκτικήν   Cic. dialecticen  CFGHLNPm2RS  dialecticam  E dialectica  Pm1   τοπική    Cic . topice  Gm2LNS  topica  CEFGm1HPR  4 quæque  quæ et  Cic . 5 prior  prior est  GLa.c.RS  6 inest et   CN Cic., s. l. Pm2, om. cett. codd., Boethius etiam in comment. in Cic. Top. lib. I  1047 D hæc uerba respicit  8 prima  prior  Cic . ordiemur   EHm1NCic . ordiamur  CGHm2LPRS  ordinamus  F  13 quid  FHm1NPp.c . quod  a.c . 14  ante reliquum  add . esse  GHP  pars sit quædam  GN  quædam pars sit  L  18 hii  EHL  20  ante  habere  add . duas  L m 1860  21  post  rationali  add . uel orationali  EFGH del. m2 RS del. mS  id est logica  L   s. l. m2 edd. ad  an  s. l . si  Cm2  24 inuestigatio  L   reliquis quæ sub actiuam partem cadunt, sola philosophia perpendit, ita quoque de hac parte tractatus, id est de his quæ logicæ subiecta sunt, sola philosophia iudicat. quodsi speculatiua atque actiua idcirco philosophiæ partes sunt, quia  de his philosophia sola pertractat, propter eandem causam erit logica philosophiæ pars, quoniam philosophiæ soli hæc disputandi materia subiecta est. iam uero inquiunt : cum in his tribus philosophia uersetur cumque actiuam et speculatiuam consideratio|nem subiecta discernant, quod illa de rerum naturis, hæc de moribus quærit, non dubium est quin logica disciplina a naturali atque morali suæ materiæ proprietate distincta sit. est enim logicæ tractatus de propositionibus atque syllogismis et ceteris huiusmodi, quod neque ea quæ non de oratione, sed de rebus speculatur neque actiua pars, quæ de  moribus inuigilat, æque præstare potest, quodsi in his tribus, id est speculatiua, actiua atque rationali, philosophia consistit, quæ proprio triplicique a se fine disiuncta sunt, cum speculatiua et actiua philosophia partes esse dicuntur, non dubium est quin rationalis quoque philosophia pars esse conuincatur.  qui uero non partem, sed philosophiæ instrumentum putant, hæc fere afferant argumenta, non esse inquiunt similem logicæ finem speculatiuæ atque actiuæ partis extremo, utraque enim illarum ad suum proprium terminum spectat, ut speculatiua tractat  Ep.r.FR, m2 in GLP  3 diiudicat  CHm2  5 sola philosophia  CFN  pertractet  Em1  tractat  Hm1  7 iam  tam  R  ita  FL sublectas discernat  Em2  10 dubium non est  CEL  non est dubium  F  11 a  om. LS, s. l. Gm2Pm2, postea add. R  disiuncta iunc  in ras. m1?   R est enim  etenim  GLRS post  tractatus add. est  LR, s. l. Pm2  14 orationibus  E ratione  Lm1, add . est  L  17 sint  Rm1, ex  sit  Sm2  cumque  H  q.  er .  Lm2N  18 et  atque  EFNP philosophiæ  pbr  dicantur  Lm2N  non est dubium  EFHNP  21 hæc argumenta  del. G  asserunt ss in ras. m1?  C similem  om. GR, post  finem  s. l. Sm2, ad  similem  s. l.  ł proprium  Pm2  22  ante  speculatiuæ  add . sed  R, s. l. Gm2Lm2  extremum E u  ex a uel  o  m2   GL  um  ex am m2   Pm2RSm1  23 proprium suum  C  ut  ita ut  brm quidem rerum cognitionem, actiua uero mores atque instituta perficiat, neque altera refertur ad alteram, logicæ uero finis esse non potest absolutus, sed quodammodo cum reliquis duabus partibus colligatus atque constrictus est. quid enim est in logica disciplina quod suo merito debeat optari, nisi  quod propter inuestigationem rerum huius effectio artis inuenta est? scire enim quemadmodum argumentatio concludatur uel quæ uera sit, quæ ueri similis, ad hoc scilicet tendit, ut uel ad rerum cognitionem referatur hæc scientia rationum uel ad inuenienda ea quæ in exercitium moralitatis adducta beatitu dinem pariunt. atque ideo quoniam speculatiuæ atque actiuæ suus certusque finis est, logicæ autem ad duas reliquas partes refertur extremum, manifestum est non eam esse philosophiæ partem, sed potius instrumentum, sunt uero plura quæ ex alterutra parte dicantur, quorum nos ea quæ dicta sunt  strictim notasse sufficiat. Hanc litem uero tali ratione discernimus. nihil quippe dicimus impedire, ut eadem logica partis uice simul instrumentique fungatur officio, quoniam enim ipsa suum retinet finem isque finis a sola philosophia, consideratur, pars philosophiæ esse ponenda est, quoniam uero finis ille  logicæ quem sola speculatur philosophia, ad alias eius partes suam operam pollicetur, instrumentum esse philosophiæ non negamus; est autem finis logicæ inuentio iudiciumque rationum. quod scilicet non esse mirum uidebitur, quod eadem pars, eadem quoddam ponitur instrumentum, si ad partes  corporis animum reducamus, quibus et fit aliquid, ut his quasi quibusdam instrumentis utamur, et in toto tamen corpore partium obtinent locum, manus enim ad tractandum, oculi ad  1 rerum   Em2Hin mg. m1? Lm2 edd., post  cognitionem  add . rerum  s. l. Pm2Sm2, add . naturalium rerum  F, s. l. Gm2, om. cett . 2ad alteram  de altera  Em2 3 non potest esse  FGN  4 est  om. C  5 aptari  FGm1Hm1Pm2R  6 affectio  EFHLm2Pm1Bm1  8 intendit  F  9 rationum scientia  CLP  10 mortalitatis  bm  11 parant  Ea.c . pariant  Hm1  15 alterutra  utraque  EP, add. post  alterutra  H, del. m2 ante  dicta  add . supra  EP, s. l. Lm2  18 enim  nero  CFHN  21 ei  F  24 uidetur  Em1FGm2LNPm2  28 optineant  Fp.c.S   uidendum, ceteræque corporis partes proprium quoddam uidentur habere officium, quod tamen si ad totius utilitatem corporis referatur, instrumenta quædam corporis esse deprehenduntur quæ etiam partes esse nullus abnuerit, ita quoque logica  disciplina pars quidem philosophiæ est, quoniam eius philosophia sola magistra est, supellex uero, quod per eam inquisita philosophiæ ueritas uestigatur. Sed quoniam, quantum mihi quoque breuitas succincta largita est, ortum logicæ et quid ipsa logica esset explicui,  nunc de eo nobis libro pauca dicenda sunt quem in præsens sumpsimus exponendum, titulo enim proponit Porphyrius introductionem se in Aristotelis PREDICAMENTO conscribere, quid vero valeat hæc introductio vel ad quid lectoris animum præparet, breuiter explicabo. Aristoteles enim librum qui De  X PREDICAMENTI inscribitur hac intentione composuit, ut infinitas rerum diuersitates quæ sub scientiam cadere non possent, paucitate generum comprehenderet, atque ita quod per incomprehensibilem multitudinem sub disciplinam uenire non poterat, per generum, ut dictum est, paucitatem animo  fieret scientiæque subiectum. decem igitur genera rerum esse omnium considerauit, id est unam substantiam et accidentia nouem, quæ sunt II QUALITAS III QVANTITAS IV RELATIO V VBI VI QVANDO VIII FACERE et pati, IX SITVS X HABERE, quæ quoniam genera essent suprema et quibus nullum aliud superponi genus posset, omnem  necesse est multitudinem rerum horum decem generum spequoddam  quod  Em1 aliquod  m2   G  2 utilitatem  post  corporis EG, ante  totius  L  quas  FSm2  5 quidem post philosophiæ  H  quædam  L  uero  uero est  L  8 quoque  om. L  quidem  edd . ueritas  Cm1N  succincta   CNPSm2  sua mora  EFGHR  sua mota  Sm1  succincta suam moram  L  ortum  om . L et de ortu CNF quod  CF  est  G  explicaui  CELm2PRS  11 titulum  CHm1N  lectoris  s. l. Gm2, post  animum  CN, post  præparet  H. om. E  14 paret  EFGNRS  15 scribitur  EGRSm1  17 ita quod  s. l. Gm2  itaque m1  Rm2  quod  om . ita  s. l. Sm2  20 decem  in decem  C  23 et  om. FLNP  situm habere  CRa.c . situm esse habere  Gm1S  genus superponi  H  possit  Ea.c.FGm1NPRS  ante horum add. per  s, l. Pm2, ante  species  CFLR. s. l. Gm2Sm2   cies inueniri. quæ quidem genera a se omnibus differentiis distributa sunt nec quicquam uidentur habere commune nisi tantum nomen, quoniam omnia esse prædicantur. quippe I SBSTANTIA est, II QVALITAS est, III QVANTITAS est, et de aliis omnibus ‘est’ uerbum communiter prædicatur, sed non est eorum  communis una substantia uel natura, sed tantum nomen. itaque X genera ab Aristotele reperta omnibus a se differentiis distributa sunt sed quæ aliquibus differentiis disiunguntur, necesse est ut habeant proprium quiddam quod ea in singularem solitariamque vindicet formam. non est autem idem  proprium quod accidens accidentia enim et venire et abesse possunt, propria ita sunt insita, ut absque his quorum sunt propria, esse non possint. quæ cum ita sint cumque Aristoteles X rerum genera repperisset, quæ vel intellegendo mens caperet vel loquendo disputator efferret quicquid  enim intellectu capimus, id ad alterum sermone uulgamus , euenit ut ad horum X PREDICAMENTI intellegentiam quinque harum rerum tractatus incurreret, scilicet generis, speciei, differentiæ, proprii, accidentis. generis quidem, quoniam oportet ante prædiscere quid sit genus, ut X illa quæ  Aristoteles ceteris anteposuit rebus, genera esse possimus agnoscere, speciei uero cognitio plurimum ualet, ut quæ cuiusque generis sit species, possit agnosci. si enim quid sit species intellegimus, nihil impediti errore turbamur. fieri enim potest, ut per speciei inscientiam sæpe quantitatis species in  relatione ponamus et cuiuslibet primi generis species alteri cui 4 omnibus aliis  FHLN  9 quoddam  S  10 uendicet  HLP  uindicent   ent  in ras. S  constituat CN 11 euenire  FGm2R  om. et abire  NP  12 propria ita  propria enim ita  H  proprietates  EGm1S propria uero ita  edd . insitæ  EGm1S  14 uel  om. FP  16 cupimus  E  alterutrum  FPm2S  ante accidentis add. atque  FHNP  et  L 21 interposuit  m1 in EGS  superposuit  Em2NP  præposuit  FGm2  possemus  FN  22 cognitio  post  ualet  LP  24 impedito  uel  in Ca.c.EGm1HNS  impedit  R  turbari  CS  25 inscitiam  F 26 cuilibet  cuiuslibet  Gm1N,a.r. in EFS   libet generi subdamus atque ita fiat permixta rerum atque indiscreta confusio; quod ne accidat, quæ sit natura speciei ante noscendum est. nec uero in hoc tantum prodest speciei cognoscenda natura, ne priorum generum species inuicem permutemus, uerum etiam ut in eodem quolibet genere proximas species generi nouerimus eligere, ut ne substantiæ mox animal dicamus esse speciem potius quam corpus aut corporis hominem potius quam animatum corpus, at uero differentiarum scientia in his maximum retinet locum, qui enim omnino  qualitatem a substantia uel cetera a se genera distare cognoscimus, nisi eorum differentias uiderimus? quomodo autem discernere eorum differentias possumus, si quid ipsa sit differentia nesciamus? nec hunc solum nobis inscientia differentiæ offundit errorem, uerum etiam specierum quoque tollit omne  iudicium. nam omnes species differentiæ informant, ignorata differentia species quoque necesse est ignorari, quomodo uero fieri potest, ut quamlibet differentiam possimus agnoscere, si omnino quæ sit nominis huius significatio nesciamus? iam nero proprii tantus usus est, ut Aristoteles quoque singulorum  PREDICAMENTI propria perquisiuerit. quæ propria esse quis deprehenderit, antequam quid omnino sit proprium discat? nec in his tantum propriis hæc cognitio ualet quæ singulis nominibus efferuntur, ut hominis risibile, uerum etiam in his quæ in locum definitionis adhibentur, omnia enim propria rem subrectam  quodam termino descriptionis includunt, quod suo quoque loco  25 suo loco  lib. IV c. 15 s.   1 generis  Gm1REa.r.Sa.r . fiet  CH  fit  N  permixtio  FHm2LNP  4 primorum  FNP  5 in om.  CERS, s. l. Gm2  6  ante  generi  add . cuilibet  brm  7 aut corpus om.  E, s. l. Gm2Sm2  8 corpus  om. FP,  del. Hm2  9 qui  quomodo  Ep.c.HPp.c.R  11 nouerimus  R  quomodoignorari  16 in inf. mg. Em2  autem  nero  Em2  14 offundit   E m2 Pm1  obfundit  Hm2  diffundit  Gm1  effundit  cett.; cf. p. 159,16  15 informant differentiæ  brm  16 quomodo  qui  FNP  uero om.  G  18 huius nominis  FNP  20 perquisierit  R  quis esse  FR  21 deprehenderit in  ras. E  deprehenderet  Np.c . deprehendet  ex  -it  P  22 proprii  Gm2N post  singulis  add . tantum  FHLNP  24 subiecto  EGm1RS   oportunius commemorabo, accidentis quoque cognitio quantum afferat, quis dubitare queat, cum videat inter X PREDICATMENTI  IX accidentis naturas? quæ quomodo accidentia esse putabimus, si omnino quid sit accidens ignoremus, cum præsertim nec differentiarum nec proprii scientia nota sit, nisi  accidentis naturam firmissima consideratione teneamus? fieri enim potest, ut differentiæ loco uel proprii per inscientiam accidens apponatur, quod esse uitiosissimum etiam definitiones probant, quæ cum ipsæ ex differentiis constent et fiant unius cuiusque definitiones propriæ, accidens tamen non uidentur  admittere. Cum igitur Aristoteles rerum genera collegisset, quæ nimirum diuersas sub se species continerent, quæ species nuraquam diuersæ forent, nisi differentiis segregarentur, cumque omnia in substantiam atque accidens, accidens uero in alia nouem prædicamenta soluisset cumque aliquorum PREDICAMENTI fere sit propria persecutus, de his ipsis quidem prædicamentis docuit, quid uero esset genus, quid species, quid differentia, quid illud accidens, de quo nunc dicendum est, uel quid proprium, uelut nota præteriit, ne igitur ad PREDICAMENTI Aristotelis uenientes, quid significaret unum  quodque eorum quæ superius dicta sunt ignora|rent, hunc librum Porphyrius de earum quinque rerum cognitione perscripsit, quo perspecto et considerato quid unum quodque eorum quæ supra præposuit designaret, facilior intellectus ea quæ ab Aristotele proponerentur addisceret.   Hæc quidem intentio est huius libri, quem Porphyrius ad introductionem PREDICAMENTI se conscripsisse ipsa, ut  1 opportunius  NR post  accidentis  add . teneri  L,  post  naturas  3 tenere  HN  3 quonam modo  FHLNP  5 tota  EN, m1 in GPS  6 tenemus  C  7 insciciarn  FN  11  ante  rerum  add . decem  cod. Monac. 4621 brm, recte?  15 nouem om.  S edd., s. l. Em2Gm2  16 fere  om. EFGS, er. H  18 nunc  om. GRS  est dicendum  CL  eorum  delendum esse coni. Engelhrecht  23 quo  ut  CHLNP  inspecto  FNP perfecto EGm1  24 eorum   cod. Monac. 4621  om . quæ,  om. codd. nostri  proposuit FP proposui  H  posuit  NR  25 ab  om. ENR præponerentur  CHm2NR  27 ipse  L  ita  F   dictum est, tituli inscriptione signauit, sed licet ad hoc unum huius libri referatur intentio, non tamen simplex eius utilitas est, uerum multiplex et in maxima quæque diffusa est. quam idem Porphyrius in principio huius libri commemorat dicens; Cum sit necessarium, Chrysaori, et ad eam quæ est apud Aristotelem prædicamentorum doctrinam, nosse quid genus sit et quid differentia quidque species et quid proprium et quid apcidens, et ad definitionum adsignationem et omnino ad ea  quæ in diuisione uel demonstratione sunt, utili hac istarum rerum speculatione, compendiosam tibi traditionem faciens temptabo breuiter uelut introductionis modo ea quæ ab antiquis dicta sunt adgredi altioribus quidem quæstionibus  abstinens, simpliciores uero mediocriter coniectans. Utilitas huius libri quadrifariam spargitur, namque ad illud etiam ad quod eius dirigitur intentio, magno legentibus usui Porph. Boeth. Busse. eius utilitas est   FGm2 in mg. add. HP  utilitas eius est  in mg. add. Em2  est eius utilitas  s. l. add. Lm2  eius est utilitas  N, om, RS;  est tamen simplex eius utilitas  C uerum  in mg. Em2  sed  GLS  sed et  R  multiplex et  in mg. Em2, s. l. Sm2  est  er. uid. E  5  ante  Cura  add . PROLOGVS  RS, de inscript. codicum Isagogen tantum continent. cf. ad initium libri  Chrysaori   G chrisaori  EHNPa.c .  Γ   s. l . menanti  Ώμ2ΣΦ  chrysaoni S chrisarori  uel  cris uel  chriss-,1  CFLPp.c .  R lATl m1 *!  -oui ante et add. te  C er.   FLNA del.   Σ,  s. l . scil, te  E  6  ante prædicamentorum  add . X  Δ  7 sit genus  L A  et  om .  Φ  quidue  N  8  pr .  et s. l. E, om .  A  9 diffinitionem  Em1 \ m2,  in  -nes,  hoc in  -num  mut. F  10 in  ad  FHP,  ante  in  er . ad  uid. C diuisionem  Ca.r.FHNP T a.r . A a.r . Q  uel  et  N  et ad  FHP  uel in  ΔΣΦ  demonstrationem  Ca.r . -ne  ras. ex  -ne  ut uid .  FHNP F a.r. A a.r .b  utili   edd . utilia  codd . 11 hac   HP,  s. l. Sm2  hanc  CLNΤ ΛΙIΣΦ,  del .  Δ,  om .  EFGRS  speculationem  CEa.r.Hm2L A a.r .  ΑΦ,  in  -num corr.  Σ compendiosa  ras. exsa  C A  12 traditione  uel  -cione  CLΝ Φ,  ras. ex  -nem  HT A  14 altioribus  ab altioribus  A  17 quadrifaria  S ante  ad  add . et  EGP,  s. l. L  18 etiam  om . G   est et ad cetera, quæ cum extra intentionem sint, non tamen minor ex his legentibus utilitas comparatur, est enim per hoc corpusculum et PREDICAMENTI facilis cognitio et definitionum integra adsignatio et diuisionum recta perspectio et demonstrationum ueracissima conclusio, quæ res quanto difficiles atque arduæ sunt, tanto perspicaciorem studiosioremque animum lectoris expectant. dicendum uero est quod in omnibus libris euenit. nam primum si quæ sit intentio cognoscatur, quanta quoque utilitas inde prouenire possit expenditur et licet extra multa, ut fit, huiusmodi librum sequantur, tamen  illam proxime utilitatem uidetur habere, ad quod eius refertur intentio, ipso libro quem sumpsimus exponente, cum eius intentio sit ad PREDICAMENTI intellectum facilem comparandi, non dubium quin hæc eius principalis probetur utilitas, licet non minores sint comites definitio, diuisio ac demonstratio,  quorum nobis quædam hic principia suggeruntur, sensus uero totus huiusmodi est : ‘cum sit, inquit, utilis generis, speciei, differentiæ, proprii accidentisque cognitio ad PREDICAMENTI Aristotelis eiusque doctrinam, ad definitionum etiam adsignationem, ad diuisionem et demonstrationem, quæ sit harum  rerum utilis überrimaque cognitio, compendiosam, inquit, trautilitas legentibus  FHP  3 opusculum  CEp.r.FGm2HLN, recte ? integra  om. ER, s. l. Gm2Sm2  recta  perfecta  CFGm2Hm1N 8 post  libris  add . his  HNP  hoc  R,  s. l,  sed exters. G  sit  est  H id est  add. Lm2  perpenditur  Em2Lm2  10  ante huiusmodi  add . in  CE del. G del. m2 N  librum   LPm2RSm2, om. Hm1, libros  FGm1Sm1, s. l. Hm2, libro  CE del. Gm2NPm1  sequntur  uel  sec-  R, m1 in EGS  11 uidentur  FH  ad quod  aliquod  Cm1  ad quam  FGm2Pm2  eius  eorum  FGm2HPm1  12  ante ipso  add . ut  s. l. est Lm2  in hoc  CFHLNP, s. l . ut in  Em2  hoc  Gm2  exponendum  CE dum  in er . te?  FHLNP   ex  -dus  m1  exponere  m2   Sm1 post  cum  s. l . enim  Hm2  13 præparandi  H 14  ante  dubium  add . est  FHNP,  s. l. Gm2, post s. l. L  15 minoris  CGm1N  16 nobis  om. C  hic quædam  C  principalia  NSm1  17 huiusmodi totus  EG  19 eamque  Hm1Sm1  20 ad  om. C, s. l. Gm2, et  FHN  et ad  P  et  ac  H, om. CFNP, et ad  edd . demonstrationemque CN demonstrationumque  FP  quæ  quia  Lm2R, om. CFNP  21 traditione  ras. ex  -nē  H   ditionem faciens ea quæ ab antiquis large ac diffuse dicta sunt, temptabo breuiter aperire’, neque enim esset compendiosa, nisi totum opus breuitate constringeret et quoniam introductionem scribebat, ‘altiores, inquit, quæstiones sponte refngiam, simpliciores uero mediocriter coniectabo’, id est simpliciorum quæstionum obscuritates habita in eis quadam coniecturæ ratiocinatione tractabo. Tota quidem sententia huiusce prooemii talis est, quæ et utilitate überrima et facilitate incipientis animo blandiatur, sed dicendum uidetur  quidnam celet amplius altitudo sermonum, necessarium in Latino sermone, sicut in Græco  άναγκαΐον, plura significat, diuersa enim significatione Marcus Tullius CICERONE dicit necessarium suum esse aliquem atque nos, cum nobis necessarium esse dicimus ad forum descendere, qua in uoce quædam utilitas  significatur. alia quoque significatio est qua dicimus solem necessarium esse moueri, id est necesse esse, et illa quidem prima significatio prætermittenda est, omnino enim ab eo necessario quod hic Porphyrius ponit aliena est. hæ uero duæ huiusmodi sunt, ut inter se certare uideantur quæ huius loci  obtineat significationem, in quo dicit Porphyrius; Cum sit necessarium, Chrysaori; namque, ut dictum est, neces Marcus Tullius  cf. infra apparatum.   2 enim  om. E  3 corpus  HNPm1  4 refugio  EGR  5 simplicium  Gm2LPm2  6 eas  EFGm1HNSm1 7 ad  quidem  s. l.  autem  Gm2  8 prohemii  EPS  uberrima <sit>  Brandt  9 animum  EGLm2Pm2R  uidetur  om. ERS, s. l. Gm2  11 ΑΝΑ Γ ΑΙΟΝ  uel  ANAKAION  uel sim. codd . ANA IT CION ł ANAKAION  C 12 etenim F  ad  Marcus Tullius  in mg . Marcus enim tullius pro fundanio inquit descripsistine eius necessarium id est adiutorem danium  leg . fundanium  add. Hm2, ex Mario Victorino De defin., Boeth. p. 906 B, haustum, Cic. IV 3 p. 236 frg. 6 Mueller  13 aliquod  C  aliquid  Hm1NPm2  nos   Hm1Pp.e.Sm1  nostrum  cett.; an nostrum est  scribendum ? ante cum  add . ut  EG del. m2 HLm2P  uel  F  nos  Hm2  14 dicamus  L 16  post, esse  esset  F  est  Hm1LNP  18 uero  om.  N  ergo  F   Chrysaori   CEm1  chrisaori  uel eris uel  crys-uel  crisar uel sim. cett . necessarium  harum  E   s. l . duarum necessitatum  m2   Gm1S  necessarium harum  F   sarium et utilitatem significat et necessitatem, uidentur autem huic loco utraque congruere, nam et summe utile est ad ea  quæ superius dicta sunt, de genere et specie et ceteris disputare, et summa est necessitas, quia nisi sint hæc ante præcognita, illa ad quæ ista præparantur, non possunt cognosci, nam  neque præter generis uel speciei cognitionem PREDICAMENTA discuntur nec definitio genus relinquit et differentiam, et in ceteris quam sit utilis iste tractatus, cum de diuisione et demonstratione disputabitur, apparebit, sed quamquam necesse sit hæc quinque de quibus hic disputandum est, prius ad  cognitionem uenire quam ea quibus illa præparantur, non tamen ea significatione hic a Porphyrio positum est qua necessitatem significari uellet ac non potius utilitatem, ipsa enim oratio contextusque sermonum id clarissima intellegentiæ ratione significat, neque enim quisquam ita utitur ratione, ut  aliquam necessitatem referri dicat ad aliud, necessitas enim per se est, utilitas uero semper ad id quod utile est refertur, ut hic quoque, ait enim Cum sit necessarium, Chrysaori, et ad eam quæ est apud Aristotelem PREDICAMENTI doctrinam, si igitur hoc necessarium utile intellegamus et id nomine ipso uertamus dicentes: cum sit utile. Chrysaori, et ad eam quæ est apud Aristotelem prædicamen 1 et  om. R, del. CGm2 significans  R ante  necessitatem  add . altera  R, s. l. Gm2  4 necessitas est  E  quia  om. NS  sint  post  hæc  F, post  præcognita  H  5 agnosci  CN  post cognosci  add . quæ  om. E  prædicamenta dicuntur  CEGL in sup. mg. m2  PR cognitiones  del. et s. l . quæ  add. m2 prædicamentarum rum  del. m2  dicuntur  S  namdiscuntur  om. GRS, in sup. mg. Lm2  namcognitionem  in mg. Em1?, reliqua om . 7 nec  sed istis cognitis nec  C  sed nec  S  neque  N  sit  erit  Em2GLm1RS  13 significare  FN  15 utatur  Sm1  oratione  CHm1N  16 aliud] aliquid  CHm1N  17  post  se  add . quiddam  CFHPN, s. l. Em2Lm2, quidem  edd . quod ad quod  NP defertur  Gm1Lm1RS  18 enim  om . C Chrysaori  eædem fere quæ   p. 147, set  in codd. scripturæ  19 et te et  L  20  post   doctrinam add . nosse quid genus sit  C  nosse quid sit genus et cetera  in mg. Lm2  22 Chrysaori  ut 18  et  om .  EFGS  te et  L  doctrinam prædicamentorum  C   torum doctrinam, nosse quid genus sit et cetera, recte se habebit ordo sermonum; sin uero id ad ‘necesse’ permutetur atque dicamus : cum sit necesse, Chrysaori, et ad eam quæ est apud Aristotelem PREDICAMENTI doctrinam, nosse quid  genus sit et cetera, rectæ intellegentiæ sermonum ordo non conuenit. quocirca hic diutius immorandum non est. quamquam enim sit summa necessitas his ignoratis non posse ad ea ad quæ hic tractatus intenditur perueniri, non tamen de necessitate hic dictum est necessarium, sed potius de utilitate. Nunc uero, licet idem superius dictum sit, tamen breuiter  quid ad PREDICAMENTI generis, speciei, differentiæ, proprii atque accidentis prosit agnitio, disputemus. Aristoteles enim in X PREDICAMENTI genera constituit rerum quæ de cunctis aliis PREDICARE ut quicquid ad significationem  uenire posset, id si integram significationem teneret, cuilibet eorum subiceretur generi de quibus Aristoteles tractat in eo libro qui De decem prædicamentis inscribitur, hoc ipsum uero referri ad aliquid uelut ad genus tale est, quale si quis speciem supponat generi, hoc uero neque præter cognitionem  speciei ullo modo fieri potest nec uero ipsæ species quid sint uel cuius magis sint possunt perspici nisi earum differentiæ cognoscantur, sed differentiarum natura incognita, quæ unius  1 recte  sermonum recte intellegentiæ sermonum ordo conuenit  CLP   ex 5 uero autem  C  atque itaque  FN  ut  CLH in ras.  Chrysaori] sit  GLRS  nosse  sit om.  EH  5 ordo  ante  sermonum  E    post  his  s. l. quinque  Lm2  pr. sic ad om. G,  in mg. Em1?  tractatus hic  H  intendit  L  peruenire  Lm1S  9  ante  hic  add. solummodo  F  10 nunc nam  F  11 quod  EN  12 possit  Lm2  cognitio  R  possit  Fa.c.LS Aristoteles  delend. esse coni. Brandt  eo  om. E  17 De  om. NS, de  s. l. Lm2  uero  s. l. Gm2 18  post, ad  om. GRS, s. l. Em2Lm2P  qui  S  19 neque  er .  L  nec  N   post  cognitionem  add. generis neque præter cognitionem  CFHP in mg. m2  generis nec  E   s. l. m1?N, s. l. generis et  Lm2  20 nullo  Lm2  neque  F  21 magis modi CEm2 in aliis m1 Hm1Pp.c.corr. m1?  modo  N  possint  S  possumus  Gm1Lm2  possemus  m1  possimus  E  perspici scire  EGm1 sciri  m2   L  agnosci  RS cuiusque speciei sint differentiæ, modis omnibus ignorabitur, quare sciendum est quoniam, si de generibus Aristoteles tractat in PREDICAMENTI, et generum natura cognoscenda est, cuius cognitionem speciei quoque comitatur agnitio, sed hoc cognito, quid sit differentia non potest ignorari, quamquam  in eodem libro plura sint ad quæ nisi maximam peritiam et generis et speciei et differentiæ lector attulerit, nullus omnino intellectus patebit, ut cum ipse Aristoteles dicit : diuersorum generum et non subalternatim positorum diuersæ secundum species et differentiæ sunt, quod his ignoratis  intellegi inpossibile est. sed idem Aristoteles proprium unius cuiusque PREDICAMENTI diligentissima inquisitione uestigat, ut cum substantiæ proprium post multa dicit esse quod idem numero contrariorum susceptibile sit, uel rursus quantitatis, quod in ea sola æquale atque inæquale  dicatur, qualitatis etiam, quod per eam simile et dissimile aliud alii esse proponimus, et in ceteris eodem modo, ut quæ sit proprietas contrarii, quæ secundum relationem oppositionis, quæ priuationis et habitus, quæ affirmationis et  8 10 Aristot. Categ. c. 3, l b, 16 s. 13 s. ibid. c. 5, 4 a, 10 s. 15 s. dicatur ibid. c. 6, 6 a, 26 s. 16 s. ibid. c. 8, 11 a, 15 19. 18 quæ sit 153, 1 negationis ibid. c. 10.   1 sit differentia  S  5 non potest  s. l. Gm2 quamquam cum  F et generis differentiæ post attulerit  E  8 pateat  EGLRS  dicit  Brandt dicat  codd. edd.; cf. 13. 154, 14. 21. 153, 2. 6  10  post  secundum  add . se  EGL del. ES, er. uid. H  et om.  CN, del. Lm2, er. uid. H; cf. Aristot. Cat. c. 3   τών Ιτέρων γενών καί μή ΰπαλληλα   τεταγμένων ετεροι τω εΤδεε κο· αϊ διαοοραί   et Boethii interpretat. In Categ. Arist. 177 A om. se  quid  GRS  11 possibile  EG   post  est  signum interrogat. RS  propria  FHNP  14  ante  numero  s. l.  cum  E  æquum  Em1FGLm1RS; cf. 153, 17  atque aut N 16 dicitur FHLm2P  et dissimile  F  uel dissimile  s. l. Em2  aut dissimile  s. l .  Gm2Pm1?,  om. cett.; cf. Aristot. Cat. c . 9 Τ ών μέν ouv είρημένων    τό  ομοιον χα άνο'μοιον     αοτήν   et Boethii interpretat A  simile et dissimile,  aliis  DGPm1RS  s  in ras; cf. Aristot, ibid .  έτέρω,  Boeth. ibid . alteri 18  post  relationem  add . contrarii  Em1, del. et s. l . ut sapientia stulticiæ  m2   negationis, in quibus ita tractat tamquam iam peritis scientibusque quæ sit proprietatis natura; quam si quis ignorat, frustra ea quæ de his disputantur adgreditur. iam uero illud manifestum est, quod accidens maximum PREDICAMENTI obtineat locum, quod proprio nomine nouem PREDICAMENTI circumdat. Et ad PREDICAMENTI quidem quanta sit huius libri utilitas ex his manifestum est. quod uero ait et ad definitionum adsignationem, facile cognosci potest, si prius substantiæ  rationum diuisio fiat, substantiæ ratio alia quidem in descriptione ponitur, alia uero in definitione, sed ea quæ in descriptione est, pro|prietatem quandam colligit eius rei cuius substantiæ rationem prodit, ac non modo proprietate id quod monstrat informat, uerum etiam ipsa fit proprium, quod in  definitionem quoque uenire necesse est; si quis enim quantitatis rationem reddere uelit, dicat licebit; quantitas est secundum quam æquale atque inæquale dicitur, sicut igitur proprietatem quidem quantitatis in ratione posuit quantitatis et ipsa tota ratio ipsius quantitatis propria est, ita descriptio et  proprietatem colligit et propria fit ipsa descriptio, definitio uero ipsa quidem propria non colligit, sed ipsa quoque fit propria, definitio namque substantiam monstrat, genus differentiis iungit et ea quæ per se sunt communia atque multorum in unum redigens uni speciei quam definit reddit æqualia.  ita igitur ad descriptionem utilis est proprii cognitio, quoniam sola proprietas in descriptione colligitur et ipsa fit propria sicut definitio quoque, ad definitionem uero genus, quod primum 1 ita  om. RS, s. l. m2 in EGL  tamquam iam quasi  C  5 optinet  FHm1LmSN  obtineat  ante  prædicamentorum  E libri huius  CGLRS utilitas  brm  intentio  codd . 10  post  substantiæ  add . uero  F, s. l . enim  Lm2  16  ante dicat  s. l . sc. ut  Lm2  20 proprietates  CFHNP  ipsa ita  G  nam qui  Gm2Lm1  namque qui  m2   S  26 proprietas sola  CLP  sola proprietas sola  FGm1S  27 ad sicut  s. l . ł sic  Em2  uero  s. l .  Hm2  quod  om .  F  quidem  R   ponitur, et species, ad quam genus illud aptatur, et differentiæ, quibus iunctis cum genere species definitur, sed si cui hæc pressiora quam expositionis modus postulat uidebuntur, eum hoc scire conuenit, nos, ut in prima editione dictum est, hanc expositionem nostro reseruasse iudicio, ut ad intellegentiam  simplicem huius libri editio prima sufficiat, ad interiorem uero speculationem confirmatis pæne iam scientia nec in singulis uocabulis rerum hærentibus hæc posterior colloquatur. Ad diuisionem uero faciendam tam hic liber est utilis, ut præter earum scientiam rerum de quibus in hac libri serie  disputatur, casu fiat potius quam ratione partitio, hoc autem manifestum erit, si diuisionem ipsam diuidamus, id est si nomen ipsum diuisionis in ea quæ significat partiamur, est namque diuisio generis in species, ut cum dicimus ‘coloris aliud est album, aliud nigrum, aliud uero medium’, rursus diuisio est,  quotiens uox plura significans aperitur et quam multa sint quæ ab ea significantur ostenditur, ut si quis dicat ‘nomen canis plura significat, et hunc, latrabilem quadrupedem que et cæleste sidus et marinam bestiam’, quæ omnia a se definitione disiuncta sunt, diuidi autem dicitur et quotiens totum in  partes proprias separatur, ut cum dicimus ‘domus aliud sunt fundamenta, aliud parietes, aliud tectum’, et hæc quidem triplex diuisio secundum se partitio nuncupatur, est autem in prima editione nihil eiusmodi. 1  post  ponitur  add . utile est  CN, post  species  s. l . utilis est  Lm2  et species aptatur  in mg. Em2Gm2  illud genus  C  3 eum  om. E,  s. l. Gm2, ei  R  4 uti  FGLRSm1  5 reseruasse  CPm2 edd . reseruare  E  -re  in ras .  FGm2HNPm1 ante  reseruare add. se m1, del. m2 reseruantes Gm1S seruantes Lm1  seruare  m2  reseruantes sumus  R  8 colloquatur  m1 in GLS  eloquatur  CEm2 in ras. HN  collocatur  Em1R,  m2 in GLS edd . loquatur  FP  9 utilis est  LP  10 rerum  om. E  12  post . si  om. EG, s. l. Sm2  13  ante  partiamur  s. l . si  E  partiatur  Gm1  14 aliud est  CEp.c.R edd . aliud esse  Ea.c.GHLPS  esse aliud  FN  15 rursum  CEGNPm1R  est  s. l. Sm2, ante diuisio  FHNP,  et ante  rursus  et post  diuisio  R  16 quam quod  EG a.c . quæ  p.c .  LRS  sunt  CFLNPa.c. 18 quadripedemque  Sm1  20 distincta  FHm1NP  23 partitio separatio  EGLm1Pm1RS   alia quæ secundum accidens dicitur, ea quoque fit tripliciter, aut cum accidens in subiecta diuidimus, ut cum dico ‘bonorum alia sunt in animo, alia in corpore’, uel rursus cum subiectum in accidentia, ut ‘corporum alia sunt alba, alia nigra, alia  medii coloris’, rursus cum accidens in accidentia separamus, ut cum dicimus ‘liquentium alia sunt alba, alia nigra, alia medii coloris’, et rursus ‘alborum alia sunt dura, alia liquentia, quædam mollia’, cum igitur ita omnis sit diuisio aut secundum se aut per accidens, utraque uero partitio tripliciter fiat cumque in superiore secundum se triplici partitione sit una diuisionis forma genus in species separare, id neque præter generum scientiam fieri ullo modo potest neque uero præter differentiarum, quas necesse est in specierum diuisione sumi, manifestum est igitur, quanta utilitas huius libri ad hanc  diuisionem sit quæ primo aditu genus ac species et differentias tractat, secunda uero ea diuisio quæ est secundum se in uocis significantias, nec hæc quidem ab huius libri utilitate discreta est. uno enim modo cognosci poterit, utrum uox cuius diuisionem facere quærimus, æquiuoca esse uideatur an genus,  si ea quæ significat definiantur, et si ea quæ sub communi nomine sunt, definitione clauduntur, species esse necesse est, et illud commune eorum genus, quodsi illa quæ proposita  3 sunt alia  H  uel aut  brm  rursum  FS  4 corporalium  Ca.c.Hm1N   rursum  F  6 liquentia  Ea.c.Gm1  8 fit  G  sit  ante omnis  F,  post  diuisio N 9 accidentia  S  10 superiori  Sm2  11 separare  om. EN  possit  Em2 uero  om. C post   præter s. l . scientiam  Sm2  ea  del. L, er. uid. P ante  quæ  add . est  N   om. post  quæ  P er. uid.  secundum significantias  FHN  uocis  post  significantias  C  se  et  in  om cett . 18 uno nullo  F  quo  m2 in HLP  enim quidem  N  20 si nisi  FLm2Pm2  significant  CNPm2  et  om.  si,  in ros. Hm2  si et  RS  et  s. l. m2  si  om. EL, s. l. Gm2Pm2, etenim  L ex et m2 Pm1  communi nomine  CEm2 in ras. FHNP  nomine  s. l. m2  communione cett. 21 sunt del. L, s. l.  Pm2 ante  definitione  add . una  FHL del. m2 R, s. l. Em2Pm2  diffinitione  s. l. Gm2  claudantur  EGLRS  22 earum  ES post  genus  s. l . necesse est  Gm2  præposita  EGPS   uox designat, non possunt una definitione concludi, nemo dubitat quin illa uox sit æquiuoca neque ita sit communis his de quibus PREDICARE ut genus, quandoquidem ea quæ sub se posita significat, secundum commune nomen non possunt una definitione comprehendi, si igitur ex definitione manifestum  fit quid genus sit, quid uero nomen æquiuocum, definitio uero per genera differentiasque discurrit, quisquamne dubitare potest æque in hac diuisionis forma plurimum huius libri auctoritatem ualere? illa uero secundum se diuisio quæ est totius in partes, quemadmodum discernitur ac non potius generis in species diuisio esse putabitur, nisi sint genus |et species et differentiæ earumque uis ante disciplinæ ratione tractata? cur enim non quisquam dicat domus species potius esse quam partes fundamenta, parietes et tectum? sed cum occurrit generis nomen in una quaque specie totum posse congruere, totius uero in una quaque parte sua nomen conuenire non posse, manifestum fit aliam diuisionem esse generis in species, aliam totius in partes, conuenire autem nomen generis singulis speciebus ostenditur per id, quod et homo et equus singuli animalia nuncupantur, neque tectum uero neque parietes aut  fundamenta singillatim domus nomine appellari solent, sed  1 concludi  om ., nemo  comprehendi  in inf. mg. Gm1?  nemo ita sit  in ras. Em2  2 uox communis uox non non  er. L, om. S  sit communis  Gm1 uel 2 Lm1Sm1, post  uox  add . sit æquiuoca neque non,  sed del. G  ita  om. G  etiam  S   s. l. Gm2 uel alia Sm2, in mg. Lm2  3  ante  his  add . de  E er. G del. m2 ES his s. l. Lm2  4  post  posita  s. l. sunt Hm2  non possunt definiri  uel  diff-j -ri  ex  -re  Cm2  non possunt add . neq.  Cm1, er. et una add. m2 nec  CFN 6 fit  H  est  C  sit  cett . 8 æque etiam  CFHm1NPSm1  9 auctorem  GR  utilitatem  Lm2 10 discernetur  Hm2 fort. recte  discernatur  N  ac et  FHNP  11 esse  om. R, ante  diuisio  FN  sit  FSm1  sunt  G  et ac  R  12 earum quauis  ELR, m2 in GHPS, earum quis  Fm1  quamuis  om . earum,  m2 ;  cf. 157, 3  13 quisque  CFHR  esse potius  FNR  14 dum  F  15 quaque  om. FN  17 sit  ELRm1  est  m2   S  19 id  om .  RS, s. l. Em2Gm2  singula  CEa.r. ut uid. GLPm1  singularis  Sa.c . singulaque  R  20 aut ac  FHLNP  neque  S  21 singulatim  CNR  appellari nuncupari  FHLNP cum fuerint iunctæ partes, tunc recte totius nomen excipiunt, de ea uero diuisione quæ secundum accidens fit, nullus ignorat quin incognito accidenti incognitaque ui generis ac differentiarum facile euenire possit, ut accidens ita in subiecta soluatur quasi genus in species, et postremo omnem hunc ordinem partitionis foedissime permiscebit inscientia. Et quoniam quid hic liber ad diuisionem prosit ostendimus, nunc.de demonstratione dicemus, ne per ardua atque difficilia hæreat qui in tanta hac disciplina uigilantissimo ingenio et sollertissimo labore sudauerit. fit enim demonstratio, id est alicuius quæsitæ rei certa rationis collectio, ex ante cognitis naturaliter, ex conuenientibus, ex primis, ex causa, ex necessariis, ex per se inhærentibus, sed genera speciebus propriis priora naturaliter sunt; ex generibus enim species fluunt, item  species sub se positis uel speciebus uel indiuiduis priores naturaliter esse manifestum est. quæ uero priora sunt, ea et prænoscuntur et notiora sunt sequentibus naturaliter, duobus enim modis primum aliquid et notum dicitur, secundum nos scilicet et secundum naturam, nobis enim illa magis cognita  sunt quæ sunt proxima, ut indiuidua, dehinc species, postremo genera, at uero natura conuerso modo ea sunt magis cognita quæ nobis minime proxima, atque ideo quamlibet se longius 1 tunc  er. C  accipiunt  F  3 incognita  m1 in GRS  accidente  CN  accidentia,  del . a  EGm2Rm2  accidenti differentiarum  in mg .,  ante facile  add . ea accidentia,  sed del. E  incognitaque differentiarum  om. GR  cognitaque  sic ut generis ac differentiarum  Sm1, del. m2  4 soluamus  FHNP  5 postremum  HP  hunc  ante omnem  L, post  ordinem  R  6 inscitia  FHN  7 quid hic liber  FGm1NP  quid liber hic  Em2HL hic quid liber  Gm2  liber quid hic  Em1R  liber hic quid S; quid ad diuisionem hic liber  C  8 ne hæreat rem perarduam atque difficilem illi etiam  FN ; ne  et  in  in difficil ** ia  et  hereat  in ras. C  9 hereat  s. l. Sm2  etiam  m1  tota  CFN  11 alicuius  om. CL  13 priora propriis  C  15  pr . uel  om. L, del. Pm2  19 enim uero  N  21 natura  Ea.c.GR  naturæ  Ep.c.FHLPS  secundum naturam  CN; cf. Boeth .  Post. Analyt. Aristot. interpret. lib. I c. II 714 B  non enim idem est natura prius et ad nos prius neque notius natura et nobis notius. 22 quantumlibet  Em2  quantolibet  Pm2 a nobis genera protulerint, tanto magis erunt lucida et naturaliter nota, differentiæ uero substantiales illæ sunt quas per se inesse his rebus quæ demonstrantur agnoscimus, præcedere autem debet generum ac differentiarum cognitio, ut in una quaque disciplina quæ sint eius rei quæ demonstratur convenientia principia, possit intellegi, necessaria uero esse ea ipsa quæ genera et differentias dicimus, nullus dubitat qui speciem sine genere et differentia intellegit essq non posse, genera uero et differentiæ sunt causæ specierum. idcirco enim species sunt, quia genera earum et differentiæ sunt quæ in  syllogismis posita demonstratiuis non rei solum, uerum conclusionis etiam causæ sunt, quod postremi Resolutorii locupletius dicent. Cum igitur perutile sit et definitione quodlibet illud circumscribere et diuisione dissoluere et demonstrationibus comprobare,  hæc autem præter earum rerum scientiam de quibus in hoc libro disputabitur, neque intellegi neque exerceri ualeant, quis umquam poterit dubitare quin hic liber maximum totius logicæ adiumentum sit, præter quem cetera quæ in ea magnam uim tenent, nullum doctrinæ aditum præbent? Sed meminit Porphyrina introductionem æse conscribere neque ultra quam institutionis modus est, formam tractatus egreditur, ait enim ‘se altiorum quæstionum nodis abstinere,  1 protulerunt  FLR  prætulerint  N  2 substantiales substantiæ uel  E  3 inesse  post  rebus  C  esse,  del . in  E  4 in  om. C, s. l. Sm2  6 possint  Hm1P  7  ante  genera add. et  LP  8 intellegit  in mg .  Cm2, post  esse  in ras. N  9 causæ sunt  FHL  sunt  om. R  causa  G  11 demonstrantibus  EFGLPm1RS; cf. Boeth. ibid. c. VI 718 D  demonstratiuus syllogismus 12 postremis  L  in s. l. postremis Pm2 postremo  EFGPm1RS  resolutoriis  L  resolutarii  F  resoluturi  RS  resoluituri  G  resolutius ac  E 13 dicemus  EGLPm1RS  15 demonstratione  N  16 in  om. FGPR, s. l. Hm2S  17 ualeant  m2 in EHLS  ualent  CEm1F  n  del .  GHm1NP  n  in ras .  RSm1  22 nec  N  23 egreditur  CF ægr-  HNPm1  aggreditur  L  egredi  EGRS  aggredi  Pm2  altioribus  FN  nodis  om .  Cm1Sm1 modis  FNRa.c., s. l. Cm2, in mg. Sm2   simplices uero mediocri coniectura perstringere’, quæ uero sint altiores quæstiones quas se differre promittit, ita proponit : Mox, inquit, de generibus ac speciebus illud quidem, siue subsistunt siue in solis nudisque intellectibus  posita sunt siue subsistentia corporalia sunt an incorporalia et utrum separata a sensibilibus an in sensibilibus posita et circa ea constantia, dicere recusabo, altissimum enim est huiusmodi negotium et maioris egens inquisitionis. Altiores,.inquit, quæstiones prætereo, ne eis intempestiue lectoris animo ingestis initia eius priraitiasque perturbem, sed ne omnino faceret neglegentem, ut nihil præterquam quod ipse dixisset, lector amplius putaret occultum, id ipsum cuius exequi quæstionem se differre promisit, addidit, ut de his  minime obscure penitusque tractando nec le|ctori quicquam  54  obscuritatis offunderet et tamen scientia roboratus quid quæri iure posset agnosceret, sunt autem quæstiones quas sese retiPorph. Boeth. altissimum  negotium Abælardus, Epistolæ, OpI 5 ed. Cousin.   1 simpliciores  L  præstringere  G  perscribere  CFN  2 sunt  N  3 inquit  om .  Ω  ac et  ΗΝ Ω   post  quidem  add . quod  EG del. Sm2  quæ  m1  4 subsistant  L  nudisque nudis purisqne  Ω ;  Porph. 1, 10   έν μο'να'.ς ψιλοΐς έπινοίαϊς  5 substantia  Em1  sunt  ante corporalia  Σ,  post  incorporalia  Δ  sint  LR A m2,  ras .  ex  sunt II 6 separat  R  a sensibilibus  om. Gm1 s. l. m2 Sm1 cf. proxima, ras. ex  ab insensibilibus  \ m2; om .  Porph. 1,12  ab  CEa.r. A m1 A m1  an in sensibilibus posita et  FG  posita  s. l. m2   LR Ψ  an in sensibilibus a sensibilibus  m2  et  S  an ipsis sensibilibus posita  om . iuncta  in mg.  et  om . II  Γ,  s. l .  Π m2 et  cetera om .  CEHPm1 h m1  s. l. an et in sensibilibus posita  m2   A m1   in mg . an sensibilibus iuncta  m2   Φ  an  cet. om.   NPm2   Σ  7 consistentia  CHF A m1  8 enim negotium  FHLP Q   sed  est enim  A   Abælard . negotium  ante  est  CEGRS  enim est negotium huius modo  sic   N; Porph. 1, 13   βαθύτατης οϊοης τής τοιοΰτης   πραγματείας  10  ante  eis  add . in,  sed del. E  11 primitiaque  R  perturbent  FN  12 neglegentiam  Gm1P  præter  s. l.  quam  C  præter id quam  L  13 putasset  C  14 exequi quæstionem exeeutionem uel  eis-  EGHm1LRS  15 penitus  Em1FG  ne  L  16 effunderet  Ca.c.EGLNR  infunderet  Cp.c.FS ;  cf. 145, 14  17 possit  C a.c. Fa.c . se  N   cere promittit, et perutiles et secretæ et temptatæ quidem a doctis uiris nec a pluribus dissolutæ, quarum prima est huiusmodi. omne quod intellegit animus aut id quod est in rerum natura constitutum, intellectu concipit et sibimet ratione describit aut id quod non est, uacua sibi imaginatione depingit ergo intellectus generis et ceterorum cuiusmodi sit quæritur, utrumne ita intellegamus species et genera ut ea quæ sunt et ex quibus uerum capimus intellectum, an nosmet ipsi nos ludimus, cum ea quæ non sunt, animi nobis cassa cogitatione formamus, quod si esse quidem constiterit et ab his quæ sunt, intellectum concipi dixerimus, tunc alia maior ac difficilior quæstio dubitationem parit, cum discernendi atque intellegendi generis ipsius naturam summa difficultas ostenditur, nam quoniam omne quod est, aut corporeum aut incorporeum esse necesse est, genus et species in aliquo horum esse oportebit quale erit igitur id quod genus dicitur, utrumne corporeum an uero incorporeum? neque enim quid sit diligenter intenditur, nisi in quo horum poni debeat agnoscatur, sed neque cura hæc soluta fuerit quæstio, omne excludetur ambiguum. subest enim aliquid quod, si incorporalia esse genus  ac species dicantur, obsideat intellegentiam atque detineat exsolui postulans, utrum circa corpora ipsa subsistant an et præter corpora subsistentiæ incorporales esse uideantur. duæ quippe incorporeorum formæ sunt, ut alia præter corpora esse  1 promisit  C 2 doctissimis  P  4 statutum  L  discribit  E  5 id  s. l. C   capiamus  C ipsi nos ipsos FR ipsos **  -os  ex  i  m2   S  ipsi  Hm1  nos  s. l. m2  eludimus  Hm2  cogitatione imaginatione  F  11 intellectu  ras. ex  -tu  E  ac et  R  12 parat  FHm1PRS  discernendæ atque intellegendæ.. naturæ  EFGHNRS  13 natura  L  ostendatur  N  16 utrum  FHm1NP   an aut  ex  ut  F  uero  om. N  19 excluditur Cm2GHp.c.LPRS aliquid quod alia quæ que  N FN aliud ex  aliquid quod E esse post species FHL, om. N  21 ac et  H intellegentiam atque animum intelligentiamqne  F  intellegentiamque  N ipsa corpora  EFGHN  et om. CFHLN fort. recte,  del. Pm2   subsistentia  Ca.c.Gm2L  substantiæ  Cp.c.FN s. l . ł subsistentes incorporalia  Gm2L   possint et separata a corporibus in sua incorporalitate perdurent, ut deus, mens, anima, alia uero cum sint incorporea, tamen præter corpora esse non possint, ut linea nel superficies uel numerus uel singulæ qualitates, quas tametsi incorporeas esse  pronuntiamus, quod tribus spatiis minime distendantur, tamen ita in corporibus sunt, ut ab his diuelli nequeant aut separari aut, si a corporibus separata sint, nullo modo permaneant, quas licet quæstiones arduum sit ipso interim Porphyrio renuente dissoluere, tamen adgrediar, ut nec anxium lectoris  animum relinquam nec ipse in his quæ præter muneris suscepti seriem sunt, tempus operamque consumam, primum quidem pauca sub quæstionis ambiguitate proponam, post uero eundem dubitationis nodum absoluere atque explicare temptabo. Genera et species aut sunt atque subsistunt aut  intellectu et sola cogitatione formantur, sed genera et species esse non possunt, hoc autem ex his intellegitur, omne enim quod commune est uno tempore pluribus, id unum esse non poterit; multorum enim est quod commune est, præsertim cum una eademque res in multis uno tempore tota sit.  quantæcumque enim sunt species, in omnibus genus unum est, non quod de eo singulæ species quasi partes aliquas carpant, sed singulæ uno tempore totum genus habent, quo fit ut totum genus in pluribus singulis uno tempore positum unum esse non possit; neque enim fieri potest ut, cum in  pluribus totum uno sit tempore, in semet ipso sit unum  1 a  om. CS, s. l. Em2  corporalitate  ELS  possunt  ELNPR  4 tamenetsi  Ca.c . tam  ras. ex  tam  L  tam si  Em1  tamensi  GRS   quod eo quod  L  tamen  om. G tam N  6 uti  EGLPa.r.RS  ante diuelli add. aut  Hm1, del. m2  a  om. ERS,  s. l. Gm2  separatæ  exta  H quæstiones licet  FHLPN 9 rennuente  Ca.r.Ga.c.LNS ut ita ut R   dubietatis  L  exsoluere  CF   atque et  EGLPRS   solo  s. l. Pm2  et  FHNP  uno tempore pluribus multorum uno tempore  N  18 est s. l. m2  enim  G  tota sit transit  F  est unum  Fm2H  non,  s. l . quod  S, ut non  CHm1N   carpunt  RS  capiant  F  participant  Nm1  habeant  Hm2Lm2P   possunt  F  possint  S  enim  om. FN. del. L  unoque  Gm2  sit uno  FHN  tempore  in mg. Gm2   numero, quod si ita est, unum quiddam genus esse non poterit, quo fit ut omnino nihil sit; omne enim quod est, idcirco est, quia unum est. et de specie idem conuenit dici, quodsi est quidem genus ac species, sed multiplex neque unum numero, non erit ultimum genus, sed habebit aliud super-positum genus, quod illam multiplicitatem unius sui nominis uocabulo includat, ut enim plura animalia, quoniam habent quiddam simile, eadem tamen non sunt, idcirco eorum genera perquiruntur, ita quoque quoniam genus, quod in pluribus est atque ideo multiplex, habet sui similitudinem, quod genus est,  non est uero unum, quoniam in pluribus est, eius generis quoque genus aliud quærendum est, cumque fuerit inuentum, eadem ratione quæ superius dicta est, rursus genus tertium uestigatur itaque in infinitum ratio procedat necesse est, cum nullus disciplinæ terminus occurrat, quodsi unum quiddam  numero genus est, commune multorum esse non poterit, una enim res si communis est, aut partibus communis est et non iam tota communis, sed partes eius propriæ singulorum, aut in usus habentium etiam per tempora transit, ut sit commune  ut seruus communis uel equus, aut uno  tempore omnibus  commune fit, non tamen ut eorum quibus commune est, substantiam constituat, ut est theatrum uel spectaculum aliquod, quod spectantibus omnibus commune est. genus uero secundum nullum horum modum commune esse speciebus potest; nara  numero in numero NR quoddam  FS  quodque  N  quidem  R  5  ad  ultimum  s. l . maximum  E  super se se  s. l. G  positum  GR  6 sui  LP edd . ui  cett. post  nominis  F  hominis  R  7 uocabulo  HLP edd., om. cett . concludat  H concludit  Lm1  includat  m2  includit  R  12 requirendum  F  perquirendum  N  13 ratio  Hm1N  tertium genus  CL  14 nestigabitur  FH nestigabit  N  15 quodsi quod  NR  quiddam quoddem  sic R  17 si communis sic omnis  F quæ communis  CN  si  om. R   post post, communis est  add . ut puteus et uel  H  fons  CHNP del. m2,  in mg. E, s. l. Lm2  18 proprie  CFLNR   post  singulorum  add . sunt  HP,  s. l. Lm2,  post  sunt  s. l . ut puteus et fons  Pm2  19 habent  G  etiam om.  FNP  iam  LS  21 sit  NP   ras. ex  fit est  R   ita commune esse debet, ut et totum sit in singulis et uno tempore et eorum quorum commune est, constituere ualeat et formare substantiam, quocirca si neque unum est, quoniam commune est, neque multa, quoniam eius quoque multitudinis  genus aliud inquirendum est, uidebitur genus omnino non esse, idemque de ceteris intellegendum est. quodsi tantum intellectibus genera et species ceteraque capiuntur, cum omnis intellectus aut ex re fiat subiecta, ut sese res habet aut ut sese res non habet nam ex nullo subiecto fieri intellectus  non potest  , si generis et speciei ceterorumque intellectus ex re subiecta ueniat, ita ut sese res ipsa habet quæ intellegitur, iam non tantum in intellectu posita sunt, sed in rerum etiam ueritate consistunt, et rursus quærendum est quæ sit eorum natura, quod superior quæstio vestigabat. quodsi ex re quidem generis ceterorumque sumitur intellectus neque ita ut sese res habet quæ intellectui subiecta est, uanum necesse est esse intellectum qui ex re quidem sumitur, non tamen ita ut sese res habet; id est enim falsum quod aliter atque res est intellegitur, sic igitur, quoniam genus ac species nec sunt  nec cum intelleguntur, uerus eorum est intellectus, non est ambiguum quin omnis hæc sit deponenda de his quinque propositis disputandi cura, quandoquidem neque de ea re quæ sit  1 sit  s. l. Lm1? brm, om. cett .  post  tempore add. sit  Np, s. l .  Em2  conformare  N  substantias  FHNP   ante  si add. et  Hm1,  del. m2 ad  quoniam  s. l . quod  Hm2  4 multiplex  m2 in CEGP,Lm1  8 habeat  N  aut habet  in mg. Gm2  ut  s. l. Lm2Sm2 9 habeat  N,  post add . nanus est intellectus Intellectus otn.  brm  qui de nullo subiecto capitur  in mg. Lm2, s. l. Rm1?   brm  intellectus  post  potest  C  11 ipsa res  HLN   pr . in  om. ENR,  s. l. F  13 etiam  om. CL  14 uestigabit  Lm2  inuestigabat  F  esse  post  intellectum  F,  post  uanniu  N,  om .  R  enim falsum est  CKNP  est  om .  H,  er .  L  enim  om.   si  CNPS, m1 in   GHL, nec  R  igitur intelleguntur  om . R quoniam om.  CN  ac et  S  neque  FHN  quæ  Sm1 neque  FH  cum  om. GLPS s. l. add. E, sed del . uerus nec uerus  GLR  earum  HN  est eorum  CL  non neque  N  22 fit  Lm2   neque de ea de qua uerum aliquid intellegi proferriue possit, inquiritur.  Hæc quidem est ad præsens de propositis quæstio; quam nos Alexandro consentientes hac ratiocinatione soluemus. non enim necesse esse dicimus omnem intellectum qui ex  subiecto quidem fit, non tamen ut sese ipsum subiectum habet, falsum et uacuum uideri. in his enim solis falsa opinio ac non potius intellegentia est quæ per compositionem fiunt. si enim quis componat atque coniungat intellectu id quod natura iungi non patitur, illud falsum esse nullus ignorat, ut si quis  equum atque hominem iungat imaginatione atque effigiet Centaurum. quodsi hoc per diuisionem et per abstractionem fiat, non quidem ita res sese habet, ut intellectus est, intellectus tamen ille minime falsus est; sunt enim plura quæ in aliis esse suum habent, ex quibus aut omnino separari non possunt  aut, si separata fuerint, nulla ratione subsistunt. atque ut hoc nobis in peruagato exemplo manifestum sit, linea in corpore quidem est aliquid et id quod est, corpori debet, hoc est esse suum per corpus retinet, quod docetur ita : si enim separata sit a corpore, non subsistit; quis enim umquam sensu ullo  separatam a corpore lineam cepit? sed animus cum confusas res permixtasque in se a sensibus cepit, eas propria ui et  4 Alexandro testimonia Simplicii in Categ. Aristot. 50 a, 45 ss., Dexippi 50 b  15 31 = 45, 12 28 Busse, Dauidis Brandis adfert Prantl,  Gesch. d. Logik im Abendlande  I 623 n. 24.   6 sit  CEFH ex  fit  NPR ante  ut  add . ita  FN,  s. l. Gm2Pm2 habeat  FHm1NP  7  post  uideri  add . ut si quis dicat lineam esse cum longitudine sine latitudine non est omnino falsum  F  8 compositionem conjunctionem  EGLPRS, recte?  9 quisquam  HP quisque  N  ponat  H  intellectu in intellectu  F  id  om. N  10 patiatur  NR  11  pr . atque aut  N efficiet  L  c  ex  g  m2  efficiat  CF  effigiat  Sa.c . 12 hæc  E   ad  abstractionera  s. l . ł ??positionem  Lm2  ł abscisionem  Pm2  fit  R  13 ita  post  res  C, om. R  14 ille ipse  R  16 ut  s. l. Cm2, del. Lm2,  post  hoc  F  ad  peruagato  s. l . ł uulgato  Pm2  18 hoc  om. F  est  om. ELS, s. l. Gm2, et  F  19  ante  docetur  add . et  CHNP, in mg. Lm2  20 a  om. ERS, s. l. Gm2  21 anima  Em1Gm1Pm2Sm1  22  post  permixtasque  add . corporibus  brm  capit  C  eas  in mg. Hm2   cogitatione distinguit, omnes enim huiusmodi res incorporeas in corporibus esse suum habentes sensus cum ipsis nobis corporibus tradit, at nero animus, cui potestas est et disiuncta componere et composita resoluere, quæ a sensibus confusa et  corporibus coniuncta traduntur, ita distinguit, ut incorpoream naturam per se ac sine corporibus in quibus est concreta, specnletur et uideat. diuersæ enim proprietates sunt incorporeorum corporibus permixtorum, etsi separentur a corpore, genera ergo et species ceteraque uel in incorporeis rebus uel  in his quæ sunt corporea, reperiuntur. et si ea in rebus incorporeis inuenit animus, habet ilico incorporeum generis intellectum, si uero corporalium rerum genera speciesque perspexerit, aufert, ut solet, a corporibus incorporeorum naturam et solam puramque ut in se ipsa forma est contuetur, ita hæc cum  accipit animus permixta corporibus, incorporalia diuidens speculatur atque considerat, nemo ergo dicat falso nos lineam cogitare, quoniam ita eam mente capimus quasi præter corpora sit, cum præter corpora esse non possit, non enim omnis qui ex subiectis rebus capitur intellectus aliter quam sese ipsæ  res habent, falsas esse putandus est, sed, ut superius dictum  20 superius 164, 8. 2 corpore  EGLRS  3 at nero  om. C  animi  om . cui  R  et  om. GRS, s. l. Lm2 post  disiuncta  add . ut equum et hominem quæ iungi non patitur natura,  post  composita  add . ut corpus et lineam et  sic  disiungi natura non patitur R 4 a  s.l. m2 in EGLS  5  ante  incorpoream  add . in  FLNS  7 et ut  S  sunt proprietates  CLR, add. ut equum et cetera R 8  ante  corporibus add. et C etiamsi  R  et,  s. l. si Cm2F separarentur  F ra s. l. R  separantur  Lm1N  ergo  om. FN, del. Lm2, uero  H, s. l. Lm2 corporeis  Cm1GHLPa.c.R  10 incorporeis corporeis  Cm1  11 animus inuenit  FHNP  post ilico add . ibi  F, s. l. Gm2,  add . quo E, sed del. incorporalium  Em1  speciesque et species esse  F prospexerit  HR  14  ante  hæc  add . et  H del. m2 N, s. l. Cm2  animus cum accipit  F  15 accepit  Pm1S  animus  accipit C  post incorporalia  add . ea  CHm2LPN  diuisa  Gm2  16 desiderat  Em1Ga.c . falso  ante  dicat F  falsam   CGm1Lm1   post  nosl  NRS  17 capiamus  Cm2N  19 sese om.  F  ipsæ  om .  H,  s. l. Em2, ipsa  F est, ille quidem qui hoc in compositione facit falsus est, ut cum  56  hominem atque equum | iungens putat esse Centaurum, qui uero id in diuisionibus et abstractionibus assumptionibusque ab his rebus in quibus sunt efficit, non modo falsus non est, uerura etiam solus id quod in proprietate uerum est inuenire potest.  sunt igitur huiusmodi res in corporalibus atque in sensibilibus, intelleguntur autem præter sensibilia, ut eorum natura perspici et proprietas ualeat comprehendi, quocirca cum genera et species cogitantur, tunc ex singulis in quibus sunt eorum similitudo colligitur ut ex singulis hominibus inter se dissimilibus humanitatis similitudo, quæ similitudo cogitata animo ueraciterque perspecta fit species; quarum specierum rursus diuersarum similitudo considerata, quæ nisi in ipsis speciebus aut in earum indiuiduis esse non potest, efficit genus, itaque hæc sunt quidem in singularibus, cogitantur uero uniuersalia  nihilque aliud species esse putanda est nisi cogitatio collecta ex indiuiduorum dissimilium numero substantiali similitudine, genus uero cogitatio collecta ex specierum similitudine, sed hæc similitudo cum in singularibus est, fit sensibilis, cum in universalibus, fit intellegibilis, eodemque modo cum sensibilis  est, in singularibus permanet, cum intellegitur, fit uniuersalis. subsistunt ergo circa sensibilia, intelleguntur autem præter corpora, neque enim interclusum est ut duæ res eodem in subiecto sint ratione diuersæ, ut linea curua atque caua, quæ  1 cõpositionem  GHR  facit  post  hoc  H  2 quia  Gm1R  quod  Sm2  3 id  om. N, s. l. Em2H,  post  diuisionibus  F assumptionibus  Em1Gm1P  atque assumptionibus  CL  post  solus  add. intellectus  F, scil, intellectas  s. l. Lm2  6 corporibus  FHN   post  sensibilibus  add . rebus  CHLNP  8  ante  genera  add . et  CFS ; et species et genera  R  11  post pr . similitudo  add . colligitur  N, scil, colligitur  s. l. Hm2Sm2  cognita  Cm1F  cognita uel cogitata  N  12 ueraciter  Lm2N  perfecta  Em1NP  sit  FN  13 in  om. C  14 earum  Pp.c. corr. m1?  eorum  cett . 17 substantiarum  R  18 collecta cogitatio  Cm1LP  22 autem tamen  R  23 eadem  Em1Gm1Ha.c . eidem  Gm2Lm1  fin eodem  m2   PR e * dem  sic S  in  ante  subiecto  s. l., post  eodem  er. uid. C, om. EGLPRS  24 sint  om. L concaua Cm2N  cauata  Lm1   res cum diuersis definitionibus terminentur diuersusque earum intellectus sit, semper tamen in eodem subiecto reperiuntur; eadem enim linea caua, eadem curua est. ita quoque generibus et speciebus, id est singularitati et uniuersalitati, unum quidem  subiectum est, sed alio modo uniuersale est, cum cogitatur, alio singulare, cum sentitur in rebus his in quibus esse suum habet. His igitur terminatis omnis, ut arbitror, quæstio dissoluta est. ipsa enim genera et species subsistunt quidem alio modo, intelleguntur uero alio, et sunt incorporalia, sed  sensibilibus iuncta subsistunt in sensibilibus, intelleguntur uero ut per semet ipsa subsistentia ac non in aliis esse suum habentia, sed Plato genera et species ceteraque non modo intellegi uniuersalia, uerum etiam esse atque præter corpora subsistere putat, Aristoteles uero intellegi quidem incorporalia  atque universalia, sed subsistere in sensibilibus putat; quorum diiudicare sententias aptum esse non duxi, altioris enim est philosophiæ, idcirco uero studiosius Aristotelis sententiam executi sumus, non quod eam maxime probaremus, sed quod hic liber ad Prædicamenta conscriptus est, quorum Aristoteles  est auctor.   Illud uero quemadmodum de his ac de propositis probabiliter antiqui tractauerunt et horum maxime Peripatetici, tibi nunc temptabo monstrare.    Prætermissis his quæstionibus quas altiores esse prædixit, Porph. Boeth. earum HPp.c.corr. m1?  eorum  cett. enim  om. LP  quippe  P, s. l. Lm2  concaua  Cm2N  eadcmque  FLRS  6  post  singulare  add . est  R, s. l. Sm2  9  post, alio alio modo  LR  post  uero  s. l . præter corpora  Pm2  11 subsistentia  in ras. E  substantia  GSm1  13  ante  esse  s. l . ea  E  præter  s. l. Cm2  15  ante  sensibilibus  add . ipsis  G  16 dixi  Lp.c.Sa.c . 17 uero  s. l. Cm2  20 auctor est  CLP  est  om. G  ante lemma  ISTORIA  add. S, sic   uel  HIST-  ante omnia pæne lemmata uero autem  Σ  post, de  om. E  22 probabiliter  λογιχώτίρον   Porph. 1, 15  tractauerint  Cp c . GH X m1  23 monstrare demonstrare  N  temptabo  FLN  24  ante  Prætermissis  add . EXPOSITIO S,  sic pæne ubique ante explicat, lemmatum  Missis  Sm1   exoptat mediocrem introductorii operis tractatum, sed ne hæc ipsa sibi harum quæstionum omissio uitio daretur, apposuit quemadmodum de propositis tractaturus est, ex quorumque hoc opus auctoritate subnixus adgrediatur, ante denuntiat, cum mediocritatem quidem tractatus promittit detracta obscuri tatis difficultate, animum lectoris inuitat, ut uero adquiescat ac sileat ad id quod dicturus est, peripateticorum auctoritate confirmat, atque ideo ait de his, id est de generibus et speciebus, de quibus superiores intulerat quæstiones, ac de propositis, id est de differentiis, propriis atque accidentibus,  sese probabiliter disputaturum, probabiliter autem ait ‘ueri similiter’, quod Græci  λογικώς  uel  Ινδόξως  dicunt, sæpe enim et apud Aristotelem  λογικώς  ueri similiter ac probabiliter dictum inuenimus et apud BOEZIO et apud Alexandrum. Porphyrius quoque ipse in multis hac significatione hoc  usus est uerbo, quod nos scilicet in translatione, quod ait  λογικώς, ita interpretari ut rationabiliter’diceremus omisimus, longe enim melior ac uerior significatio ea uisa est, ut probabiliter sese dicere promitteret, id est non præter opinionem ingredientium atque lectorum, quod introductionis est  proprium, nam cum ab imperitorum hominum mentibus doctrinæ secretum altioris abhorreat, talis esse introductio debet,  57  ut præter opinionem ingredijentium non sit. atque ideo melius hæc  om. S  harum que  LS  horumque  Gm1  quæstionum institutionum  Gm1Lm1RS  omissi  Em1  omisso Lm1Sm1 amissio  F  3 est  s. l. Em2, esset  Gm1  ex et  FHN,  s. l. om . ex  Em2  quorum  FHN  4 subnisus  EGm1Sm1  aggreditur  EGLPRS  8 et ac  R  10 de  R, om. cett . 11  post  ait  add . id est  C  12  λογιχώς  uel  ένδόξως   edd., ante   λογιχώς   add . uel  CGLPR ;  ΛΟΓ ΙΚΟΟ  uel  ΛΩΓΙ ΚΩΟ   uel alia sim. codd .; ΕΝ ΔΩ ΧΟΝ  C, sim. Η  endo ΧΩ Ο  E ΕΝ ΑΟΓΩ Ο  S, alia uarie cett . 13 et  om. GR  est  S   λογιχώς   S,  in cett. eadem   fere quæ 12  14 Boethum  b  boetum  p  boethon  Em2GNS   recte?  boeton  CEm1PR  boethion  F  bethon  H boetoton  Lm1  boeten  m2  Boethum -tium  mrm  uerbo usus est  CEGLRS  17  λογιχώς   item ut   13,  λογικώτερον   edd. se  L  *mitteret,  s. l . pro  Cm2  23 ingredientium opinionem  C  non  ante  præter  CEG  corr. m2 L  atque ideo ergo  Gm1  atque ita  m2   LPm1RS  melius probabiliter quam om.  R, s. l. Gm2Sm2   probabiliter quam rationabiliter, ut nobis uidetur, interpretati sumus, antiquos autem ait de eisdem disputasse rebus, sed se eorum illum maxime tractatum insequi quem Peripatetici Aristotele duce reliquerint, ut tota disputatio ad  Prædicamenta conneniat.    2 eisdem  E  eis  in ras . hisdem  cett. disputasse  post  rebus  C,  ante de eisdem  L, disputare  N   se  post  illum  add.  brm,  post  sed  Brandt  sequi  CEm2HN reliquerint  Gm1HPp.r . relinquerint  FSm1P a.r . relinquerent.  R a. r.Sm2  reliquerunt  CEGmSLNRp.r . EXPLICIT CΟΜMENTARIORV  add .  C, COMENTORVM  add. F, COMTV PLOLOGI,  sic, add . S LIB. I. INCIPIT LIB.  add. F  II.INCIPIT.  om. R  CEFGPRS   uariis cum scripturis compendiisque, subscriptio deest in HLN  Quæri in expositionum principiis solet, cur unum quodque ceteris in disputationis ordine præponatur, uelut nunc in genere dubitari potest, cur genus speciei, differentiæ, proprio accidentique prætulerit; de eo enim primitus tractat,  respondebimus itaque iure factum uideri; omne enim quod uniuersale est, intra semet ipsum cetera concludit, ipsum uero non clauditur, maioris itaque meriti est ac principalis naturæ quod ita cetera cohercet, ut ipsum naturæ magnitudine nequeat ab aliis contineri, genus igitur et species intra se  positas habet et earum differentias propriaque, nihilo minus etiam accidentia, atque ita de genere inchoandum fuit, quod cetera naturæ suæ magnitudine cohercet et continet, præterea illa semper priora putanda sunt quæ si auferat quis, cetera perimuntur, illa posteriora quibus positis ea quæ ceterorum  substantiam perficiunt, consequuntur, ut in genere et ceteris, nam si animal auferas, quod est hominis genus, homo quoque, quod species est, et rationale, quod differentia, et risibile, quod proprium, et grammaticum, quod accidens, non manebit et  2 ante Quæri  codd. et p exhibent idem lemma sine inscript. quod 171,10 habent, om. brm expositione  CGm1L  expositionis  S  principii  CGm1L  3 dispositionis  N  5 prætulerat  C tractat  in ras .,  s. l . scil, conamur  Em2  tractare  Em1Sm1  6 respondemus  F  8 cluditur i  ex  e  m2   S  naturæ naturæ suæ  F  10 igitur itaque  C  et  om .  CN  11 etiam minus  HS  12 etiam  om. R  etiam et  C  ita idcirco  CE in ras. HLm2NP  ideo  F  inchoandum fuit erat inchoandum  FHNP  13  ante cetera add . et  L  natura suæ magnitudinis  FHN  coerceat et contineat  Lm2  14 priora propria  LS  aufert  Ca.c . 19  ante  proprium  add . est  P, s. l. Lm2   post  grammaticum  add . esse  FHP, s. l. Em2 post  accidens add.  est FP,  ante N   interemptum genus cuncta consumit, si uero hominem esse constituas uel grammaticum uel rationale uel risibile, animal quoque esse necesse est. siue enim homo est, animal est, siue rationale, siue risibile, siue grammaticum, ab animalis  substantia non recedit, sublato igitur genere et cetera consumuntur, positis ceteris sequitur genus; prior est igitur natura generis, posterior ceterorum, iure est igitur in disputatione præpositura. Sed quoniam generis nomen multa significat hoc est  enim quod ait : Videtur autem neque genus neque species simpliciter dici; ubi enim non est simplex dictio, illic multiplex significatio est, prius huius nominis significationes discernit ac separat, ut de qua significatione generis tractaturus est, sub oculis ponat, sed cum neque genus neque species  neque differentia nec proprium nec accidens significatione simplici sint, cur de his tantum duobus, genere inquam ac specie, dixit non simpliciter dici, cum proprium, differentia atque accidens ipsa quoque sint significatione multiplici? dicendum est quoniam longitudinem uitans tantum speciem nomi nauit eamque idcirco, ne solum genus significationis esse multiplicis putaretur, enumerat autem primam quidem generis significationem hoc modo;    Genus enim dicitur et aliquorum quodammodo se habentium ad unum aliquid et ad seinuicem collectio,  10 s. Porph. Boeth. Porph. Boeth. esse  om. P  2  post  grammaticum  add . esse  FHP,  s. l. Em2  3 esse  post est Gm2L,  om. EGmIRS, post  esse  add . constituas  EP,  s. l. Lm2 alt . est sit  FHNP  5 et om.  FHNR  consummantur  S  9 enim est  L  10 ante Videtur  add . INCIPIT  Δ  DE GENERE  ΓΔΛΠ2Φ  Incipit diffinicio generis  Ψ   m. post., om. cett . autem  om. HN  est significatio  C  tractatus  R  14 est sit  P  oculos  HN  neque genus  om. C  15  pr . nec  FHP  neque proprium neque  N  simplicia  G a  add. m1 uel 2 LSm2  ac et C 17 non nec  G  18 atque om. C  est om.  G   solem  Gm1  quidem  om. C  24 ad et ad  S  aliquod  EN P IIS  aliquem  in ras .  Cm2,  fort . aliquid  m1   secundum quam significationem ROMANI dicitur genus ab unius scilicet habitudine, dico autem ROMOLO, et multitudinis habentium aliquo modo ad inuicem eam quæ ab illo est cognationem secundum diuisionem ab aliis generibus dictæ. Una, inquit, generis significatio est quæ in multitudinem uenit a quolibet uno principium trahens, ad quem scilicet ita illa multitudo coniuncta est, ut ad se inuicem per eiusdem unius principium copulata sit, ut cum ROMANI dicitur genus; multitudo enim ROMANI ab uno ROMOLO uocabulum  trahens et ipsi ROMOLO et ad se inuicem quasi quadam nominis hereditate coniuncta est. eadem enim quæ a ROMOLO societas descendit, ROMANI inter se omnes uno generis nomine deuincit et colligat, uidetur autem secuisse hanc generis significationem in duas partes, cum copulatiuam coniunctionem  admiscuit dicens; genus dicitur et aliquorum quodammodo se habentium ad unum aliquid et ad se inuicem collectio, tamquam et illud genus dicatur ad unum se aliquo modo habere et hoc rursus genus dicatur, quod ad se inuicem unius generis significatione coniuncti sint. hoc uero minime;  eadem enim a quolibet uno propagata societas et ad illum qui princeps est generis, totam multitudinem refert et ipsam  1 significationem diffinitionem  Φ  romanura  Cm1G   scilicet  om. Porph.   ante  inuicem  add . se  L   s. l. m2 brm Busse; cf. 173, 12  4 eam quæ eamque  CR  5 dictæ  Hm1Lm2R \ m2 W  dictam  cett.; cf. 173, 14 et Porph. 1,   τού πλήθοος_   κεκλιμένοι»  7 uno  om. FGRS, s. l. Em2, unum  H; cf. 21 ad  quem  s. l . ał quod  Lm2  8 est coniuncta  F  9 dicitur Romanorum  in mg. E, s. l. Gm2, uerba  multitudo enim Romanorum  del. Lm2  11  post  trahens  add . sit  E del. G del. m2, s. l. Lm2  12 ea  E ras. ex eadem  FHN  ab  CEH  14 colligit  CFPm2RS  alligat  L  16 genus  om .  H, s. l. N  dicitur  edd., om. H  dici  cett. s. l. N  17 ad et ad  S  aliquod  N  collectionem  FH  aliquo modo  om. EGRS  rursus  post  genus  C  rursum  S  dicatur generis  om. GRSm1  dicatur unius generis  s. l. m2  coniunctiua  EGR  coniuncta  Sm2  sint  NS  sunt  CFHLP,  om. EGR post  minime  add . est  LPm2  22 refert multitudinem  om. EGSm1, s. l. m2 sed  præfert    inter se multitudinem uno generis nomine conectit et continet. quocirca non est putandus diuisionem fecisse, sed omne quicquid in hac generis significatione intellegendum fuit, aperuisse. ordo autem uerborum ita sese habet   qui est hyperbaton  intellegendus   genus enim dicitur et aliquorum ad unum se aliquo modo habentium collectio et ad se inuicem aliquo modo habentium   rursus collectio subaudienda; est enim zeugma, cuius significationis adiecit exemplum: secundum quam significationem Romanorum dicitur genus ab  unius scilicet habitudine, dico autem Romuli, et multitudinis rursus habitudine habentium aliquo modo ad inuicem cognationem, eam scilicet quæ ab illo est, id est ROMOLO, secundum divisionem ab aliis generibus dictæ, scilicet multitudinis. hæc enim multitudo aliquo  modo ad unum et ad se inuicem habens genus dicta est, ut ab aliis discerneretur, ut ROMANI genus ab Atheniensium ceterorumque separatur, ut sit integer uerborum ordo genus enim dicitur et aliquorum collectio ad unum se quodammodo habentium et ad se inuicem, secundum quam significationem  ROMANI dicitur genus ab unius scilicet habitudine, dico autem ROMOLO, et multitudinis secundum diuisionem ab aliis generibus dictæ, habentium scilicet hominum aliquo modo ad inuicem eam quæ ab illo est, id est Romulo, cognatio 1 nomine  EGLRS uinculo  CFHN  nomine uel uinculo P 4 se  FHNP  qui  om. ER, s. l. Gm2Sm2  pr . sese  L  7  ante collectio  s. l . et  ut uid .  C  subaudiendo  N,  post  sub.  add . est  LR, ante s. l. Pm2  8 zeuma EFGHPS  14 dictam  EGm1Lm1PSm2  hæc enim multitudo  om.  ERS, s. l. Gm2  aliquo modo  om .  FP, ante add . et  C, post add . se  P del. m1?, s. l. Gm2H  15  post  unum  s. l . aliquid  Gm2 post  habens  add . cognationem Pm2 edd. separetur  Fa.c.N  separaretur  CFp.c.HLm1  sit sic  H  sit  post  uerborum,  P  sit  post  ordo, sic sit  F ; integer sit  C ; ordo uerborum,  post repet . sit  N  18 collectio  om. E  20 ab ad  F  habitudinem  F,  post repetit uerba post . aliquo   exemplum  6 8 G  22 dictam  CEGm1Lm1Sm2 post  habentium  add . se  Lm2P  23 id est  om. S, in quo post  cognationem locus 172, 4 13 secundum deuincit et collegit  sic repetitus 5  dicta est,  12  ea  script.   nem.’ Atque hæc hactenus; nunc de secunda generis significatione dicendum est.   Dicitur autem et aliter rursus genus, quod est unius cuiusque generationis principium uel ab eo qui genuit uel a loco in quo quis genitus est. sic enim  Orestem quidem dicimus a Tantalo habere genus, Hyllum autem ab Hercule, et rursus Pindarum quidem Thebanum esse genere, Platonem uero Atheniensem; etenim patria principium est unius cuiusque generationis, quemadmodum et pater. hæc autem uidetur promptissima esse significatio; ROMANI enim sunt qui ex genere descendunt ROMOLO, et Cecropidæ, qui a Cecrope, et horum proximi. Quattuor omnino sunt principia quæ unum quodque principaliter efficiunt. est enim una causa quæ effectiua dicitur,  uelut pater filii, est alia quæ materialis, uelut lapides domus, tertia forma, uelut hominis rationabilitas, quarta, quam ob rem, uelut pugnæ uictoria. duæ uero sunt quæ per accidens unius Porph. Boeth. generationis  om .  A,  in ras. C  quæ  Gm1 ll m1  5 a loco ab eo loco  CEGLRS;   Porph. 2, 1   άπ6 τού τόποα  sic  ex  si  Cm2  enim  in ras. Cm2  6 oresthē  C  oresten  LN ΣΝΑΣΦ  horestem  FH T  dicemus S genus habere  F  7 Hyllum  Gm1  yllum  m2  illum  ad quod  s. l . tantalum  A m2   cett . autem  om. G  8  ante  Thebanum  add . dicimus  2  9 principium  Porph. 2,4   αρχή τις ;  cf. infra 178, 17  10 et  Ν Ψ   er. uid. brm, s. l .  Δ,  om. cett. Busse; Porph. 2, 5   καί   om. codd. quidam habet M ;  cf. 176, 1  11 esse  om. H  sunt  om. EFGΗΝS ΑΑΣ,  s. l. Lm2,  in mg .  U m2  dicuntur  edd.; Porph. 2, 6   λέγονται ;  cf. 176, 7  12 cecropides  Σ  13 a Cecrope cecropis  Ea.c . a cecropis  p.c .  G  cæ m1  ci m2   R  ex genere descendunt cecropis  LS ΑΑΣ,  s. l. Em2   om . cecropis,  fort. ex 176, 8 ;  Porph. Κ εκροπίδαι ol άπό Κέκροπος  eorum  HL A,  in ras .  2  14 efficiunt principaliter  H  16 filii et filius  Em1FGLPRS post  materialis  add . dicitur  FPR  17  ante  forma  add. a  R, s. l. Sm2, ras. in   E uelut  i  er .  C  quam  NS, om. R, quæ  cett., fort. recte  ob rem  s. l. Rm2  18 pugnæ uictoria  N  pugna uictoriæ  cett . duo  CNP  accidentes  Ea.c.GHm1   in mg . ał accidentialiter  m2   Lm1RSm2  accidentis  m1 cuiusque dicuntur esse principia, locus scilicet ac tempus. quoniam enim omne quod nascitur uel fit, in loco ac tempore est, quicquid loco uel tempore natum factumue fuerit, eum locum uel id tempus accidenter dicitur habere principium.  horum omnium in hac secunda generis significatione duo quædam ex alterutris assumit, quæ ad significationem generis uidebuntur accommoda, ex his quidem quæ principalia sunt, effectiuum, ex his uero quæ accidentia, locum. ait enim genus  dicitur et a quo quis genitus est, quod est effectiua principalium causa, et in quo quis loco est procreatus, quæ est accidens causa principii. itaque hæc secunda significatio duo continet, eum a quo quis procreatus est, et locum in quo quis editus, ut exempla quoque demonstrant. Orestem enim dicimus a Tantalo genus ducere; Tantalus quippe Pelopem,  Pelops Atreum, Atreus Agamemnonem, Agamemnon genuit Orestem. itaque a procreatione genus hoc dictum est. at uero Pindarum dicimus esse Thebanum, scilicet quoniam Thebis editus tale generis nomen accepit. sed quoniam diuersum est illud, a quo quis procreatus est, locusque in quo quis editus,  uidetur diuersa esse generis significatio procreantis et loci, quam in secunda scilicet parte enumerans unam fecit. sed ne uideretur duplex, per similitudinem coniunxit dicens: etenim patria principium est unius cuiusque generationis, uel  in ras. E  et  C quicquid  ex quo quid  Cm2, ante add . et  F, post add . enim  L   accidentaliter  CLN  accidentialiter  EGPSm2; cf. indicem Meiseri  ex alterutris duo quædam  FP  consumit  S sunt Cm1H sumit Cm2, s. l.N generis significationem H  uidebantur  LPRS  uideantur  EG  accommodata  R  post quidem  add . causis  codd., om. unus F, del. Hm2  ante  effectiuum  add . sumit  H  accidentalia  N dici CFNP  et  om. C, s. l. Lm2  quisque  CGRS  10 loco procreatus est  L  procreatus est loco  N  quod  GKS  13 editus editus est  FHNP post  quoque  add . ipsa  FHP, s. l. Lm2  oresten  LN,  item 16  14 pelopen  E  15 agamemnonen  EG  -men 17 quoniam quia  FHN ante  Thebis  s. l. a Hm2?  18 editus editus est  CL  accipit  C  est  om. G  19  pr.  quisque  R  editus editus est  NP  est  s. l. m2  22  post  uideretur  add . tamen  EP, s. l. Lm2  adiunxit  FN  23 patria  s. l. Cm2, in mg. F  generati  Em1  generis  RSm1 quemadmodum et pater. sed quoniam in significationibus euenit fere, ut sit aliquid quod intellectui significatæ rei propinquius esse uideatur, quoniam duas generis apposuit significationes, multitudinis scilicet et procreantis, cui generis nomen conuenientius aptetur, iudicat atque discernit dicens  hanc esse promptissimam generis significationem quæ a procreante deducta sit; hi enim maxime Cecropidæ sunt qui a Cecrope descendunt, hi ROMANI, qui a ROMOLO quæ cum ita sint, confundi rursus generis significationes uidentur. si enim hi sunt maxime Romani qui a Romulo originem trahunt, et hæc significatio illa est quæ a procreante deducitur, ubi est reliqua, quam primam quoque enumerauit, quæ est multitudinis ad unum et ad se inuicem quodammodo se habentium collectio? sed acutius intuentibus plurimæ admodum differentiæ sunt. aliud est enim a quolibet primo procreante genus  ducere, aliud unum genus esse plurimorum. illud enim et per rectam sanguinis lineam fieri potest et non in multa diffundi, ut si per unicos familia descendat, huic enim aptabitur secunda illa generis significatio, quæ a procreante deducitur; prima uero illa non nisi in multitudine consistit. illud quoque  est, quod prima procreationis principium non requirit, sed, ut ipse ait, sufficit aliquo modo se habere ad id unde huiusmodi generis principium sumitur, secunda uero significatio nullam uim nisi procreante sortitur. item in illa PRIMÆ SIGNIFICATIONIS multitudine huius secundæ particularitas continetur, ut in  2 fere sæpe  C ante  euenit  LNPm2S intellectu  G significandæ FRSm2  propinquis  F  propinquus  Gm1PR  propinquum N quoniamque  Em2HLm2P, post  quoniam  add. qui  Sm1, del. m2  generi  EGH  s  er . 6 esse  om. G  7 ducta  R  cecropides  R  8 Cecrope cecropede  FR  -ide  post Romulo  add . descendunt  N  9 significationes generis  C  11 ducitur  Lm1  15 est  s. l. F, post  enim  CL  enim  om. N  aliquolibet  om . a  G  16 deducere  CLm1  et  om. N  18 si  s. l. Lm2, del. Sm2 per descendat puer unicus familiam distendat  Cm1FHN  aptatur  N  21 est est intellegendum C  primæ  Hm2  24 <a> procreante  Engelbrecht  prima  EGHLm1RS   Romanorum genere Scipiadarum genus; nam cum sint ROMANI, Scipiadæ sunt. quoniam enim ad ROMOLO et ad ceteros ROMANI secundum ROMOLO habitudinem iuncti sunt, ROMANI sunt, SCIPIADÆ uero dicuntur ad secundam generis significa tionem, quia eorum familiæ SCIPIONE et sanguinis principium fuit.    Et prius quidem appellatum est genus unius cuiusque generationis principium, dehinc etiam multitudo eorum qui sunt ab uno principio, ut a ROMOLO; namque  diuidentes et ab aliis separantes dicebamus omnem illam collectionem esse ROMANI genus. Sensus facilis et expeditus, si tamen ambiguitas una solvatur. cum enim prius multitudinis significationem retulerit ad generis nomen, post autem ad procreationis initium, nunc  contrario modo illam prius a se enumeratam significationem dicere uidetur quæ est procreationis, illam uero posteriorem quæ est multitudinis; quod contrarium uideri potest, si quis ad ordinem superius digestæ disputationis aspexerit. sed hic non de se loquitur, sed de humani consuetudine sermonis, in  quo prius eam significationem generis fuisse dicit quæ a procreante sit tracta, accedente uero ætate loquendi usu nomen generis etiam ad multitudinem habentem se quodammodo ad aliquem fuisse translatum, hoc uero idcirco, quoniam Porph. Boeth. nam natura  CFL  2 scipiades  HNP ante pr.  ad  add . et  FHNP,  s. l. Em2Lm2 post, ad om. L  4 scipiades  N  5 quia quod  E  et  om. NP, s. l. Cm2  8 generationis  in ras. Cm2  generis  PR  9 namque  sic etiam B Bussii om.  ΛΦ, add.  Hm2 \ m2  nam  2  quam  edd. Busse; Porph. 2, 8   το πλήθ-ος δ  10  post  aliis  add . generibus  F,  s. l. Lm2  11 collationem  Λ  collectionem  post  esse  HP ; romanorum esse collectionem  F  12  post  facilis  s. l . est  Lm2Pm2  facile  om . et  FN  expeditur  FNPa.c . 13 retulerat  F  retulit  R  14  post, ad  om. FHNR, s. l. Sm2  post nunc  s. l . autem  Lm2  15 prius posterius  CLm2NP  numeratam  N  16  post  uidetur  add . priorem  CGLNP  18 perspexerit  C  21 loquendique  CN  et  s. l. m1?  loquendi  H  23  ante  hoc  s. l . dicit  Lm1?, post  idcirco  in mg . dixit  Pm2   superius dixerat : hæc enim uidetur promptissima esse significatio, ut ab hac, id est secunda, quam promptissimam significationem esse dixit, illa quoque nuncupata uideretur, quæ est multitudinis. prius enim genus inter homines appellatum est quod quis a generante deduceret, post autem factum  est, ut per loquendi usum etiam multitudinis ad aliquem quodammo|do se habentis genus diceretur propter diuisionem scilicet gentium, ut esset inter eas nominis societatisque discretio. His igitur expletis uenit ad tertium genus quod inter FILOSOFI tractatur cuiusque ad dialecticam facultatem multus  usus est. horum quippe generum historia magis uel poesis tractat exordium, tertium uero genus apud philosophos consideratur. de quo hoc modo loquitur. Aliter autem rursus genus dicitur cui supponitur species, ad horum fortasse similitudinem dictum. et enim principium quoddam est huiusmodi genus earum quæ sub ipso sunt specierum, uidetur etiam multitudinem continere omnem quæ sub eo est. Duplicem significationem generis supra posuit, nunc tertiam monstrare contendit, hanc autem ad superiorum similitudinem  1 superius 174, 10. 14 18 Porph. 2, 10 13 Boeth. 26, 19 23.   1 enim autem  174, 10 2 secundum  GR  a  s. l.  secunda  E  5 quis  Cm2  prius  m1  7 duceretur  Cm1  diuisiones  EFHLm2NP  8 esset est  s. l.  et  E  has  FH  9 expeditis  N  ad  om. F  10 cuius  CF  multus  post  usus  Lm1R, multum  G  11 poesi  Cm1  13 hoc  2 litt. er. C  14 genus  ante  rursus  Λ,  post  dicitur  Φ  cui genus  16 om. N, quod indicatur uoce  usque  addita  dicitur usque earum;  sic   sæpe etiam  usque ad  pæne constanter in N aliisque codd. ubi mediæ lemmatum partes omissæ sunt  15 ab.. similitudine  GL \ m2 \Z  16 eorum  A m2 A  earum specierum  Porph. 2, 12   τών δφ’ lauto  17 ipso  om .  h m1  se  m2Lp.c. \HA>  sunt add.  Gm2 \ m2  uideturque  brm Busse; Porph .  xai SoxeT xai  etiam enim  F autem  Δ  18 omnem    h m1 ß m1  omnium  CEGLPRS h m2 U m2  earum  FHN, s. l. post omnium  Lm2  sub eo est  PA m1 AU m1 ST  est  Φ  sub eo ipso  F \ m2  se  Lm2  sunt est  E, s. l. G  specierum  EFGHLNPp.c . sunt eo sub  a.c .  RS \ m2 U m2  sunt sub eo specierum  C; cf. Porph. 2,12 s . 19 proposuit  edd . 20 superiorem  FLm1Pm1   dictam esse arbitratur. superius autem dictæ significationes sunt una quidem, cum nomen generis quadam principii antiquitate ad se iunctam multitudinem contineret, alia uero, cum genus ab uno quoque procreante duceretur, quod eorum  quæ procreantur principium est. cum igitur sint superius duæ generis propositæ significationes, tertium nunc addit de quo inter philosophos sermo est, illud scilicet cui supponitur species, quod idcirco genus uocatum esse sub opinionis credit ambiguo, quoniam habet aliquam similitudinem superiorum. nam sicut illud genus quod ad multitudinem dicitur, uno suo nomine multitudinem claudit, ita etiam genus plurimas species cohercet et continet. item ut genus illud quod secundum procreationem dicitur, principium quoddam est eorum quæ ab ipso procreantur, ita genus speciebus suis est principium. ergo quoniam utrisque est simile, idcirco nomen quoque generis etiam in hac significatione a superioribus mutuatum esse ueri simile est.    Tripliciter igitur cum genus dicatur, de tertio apud philosophos sermo est; quod etiam describentes adsiPorph. Boeth. dictam esse arbitratur ut dictum est  GRS  autem  om. C, s. l. Lm2, del. Pm2  dictæ duæ  Lm1, ante  sunt  s. l . dictæ  m2, duæ  ex  dictæ  H ras. Sm2, ante  dictæ  s. l. Pm2, ante  sunt  edd., post R  2 quidem  om. C  cum  in mg. Cm2  quæ  m1N  quadam  om. EFG  quandam  H  qua  RSm1  antiquitatem  H  3 ad se iunctam  CLm2  ad se et adiunctam  HN  ad se iniunctam  Sm1  ab uno quoque iniunctam  R  adiunctam  cett.; cf. 177, 2  continet  Cm1 corr. in mg. m2 Nm2  aliam  G  4 deduceretur  E  5 qui  P  6 tertiam  et  qua  F  7  post  scilicet  add . genus  F, s. l. Sm2  8  ante  opinionis  add . suæ  N, post CHLP, s. l. Em1?, in mg. Sm2  se  m1  9 creditur  Ca.r.FR   a multitudine  Ep.c.FHN  11 suo sub  C  nomine sub uno  FHNPm2,  ex suo  EL  ita  in mg. Cm2, s. l. Nm2  13 est esse  EGLm2RS  14  post  suis  add . constat  FHN, post genus  s. l. Em2  est  CLm1P  esse  cett . 15 idcirco id  C  nomen  post  generis  FHNP, post  quoque  L  16 in hac etiam  FHN  hanc significationem  CP  18 cum genus sit  180, 2 om. N  dicitur  S A m1 /AS  19 etiam etiam et  R   gnauerunt genus esse dicentes quod de pluribus et differentibus specie in eo quod quid sit prædicatur, ut animal. Iure tertium genus philosophi ad disputationem sumunt; hoc enim solum est quod substantiam monstrat, cetera uero  aut unde quid existat aut quemadmodum a ceteris hominibus in unam quasi populi formam diuidatur ostendunt. nam illud quod multitudinem continet genus, illius multitudinis quam continet substantiam non demonstrat, sed tantum uno nomine collectionem populi facit, ut ab alterius generis populo segregetur. item illud quod secundum procreationem dictum est, non rei procreatæ substantiam monstrat, sed tantum quod eius fuerit procreationis initium. at uero genus id cui supponitur species, ad speciem accommodatum speciei substantiam informat. et quia inter philosophos hæc maxima est quæstio,  quid unum quodque sit   tunc enim unum quodque scire uidemur, quando quid sit agnoscimus  , id circo reiectis ceteris de hoc genere quam maxime apud philosophos sermo est, quod etiam describentes adsignauerunt ea descriptione quam subter annexuit. diligenter uero ait describentes,  non definientes; definitio enim fit ex genere, genus autem aliud genus habere non poterit. idque obscurius est quam ut primo aditu dictum pateat. fieri autem potest ut res quæ  esse  ante  genus  Pm1, post  dicentes  Σ  et  om. F  differentiis  R  quid  iterum  quod  P  prædicetur  Γ  3 ut animal  om .  ΑΣ  5 est solum enim  CN  enim est solum  FP existit  E  it  in ras .  GLPS  existet  Sm1  extitit  HN  <multitudo> a  Brandt  7 una... forma  EGRS  diuidantur  G  ostendit  EGLPm1S  8 multitudinis multitudinem  G  12 procreantis  Nm1  13 atque  G  14 ad speciem  om. N  ad differentiam  Cm2FLm1Pm2 edd . 15 quæstio est  FHN  16 unum  om. EGRS  enim etenim  FN  quodque unum  G   uidemur debemus  E in ras. GPm1RS, post  uidemur  add . uel debemus  Hm1   del. m2 post  reiectis  add . quia non demonstrant substantiam  L  temptatis temporum  Sm1, del. m2  19  post  quod  add . genus  EPm1, del. m2   ait  ex  aut  Em1  addit  m2NP  addidit  F  21 ex de  H  23 dictum  om. FH dictu  GLS  autem enim  FNP   alii genus sit, alii generi supponatur, non quasi genus, sed tamquam species sub alio collocata. unde non in eo quod genus est, supponi alicui potest, sed cum supponitur, ilico species fit. quæ cum ita sint, ostenditur genus ipsum in eo  quod genus est, genus habere non posse. si igitur uoluisset genus definitione concludere, nullo modo potuisset; genus enim aliud quod ei posset præponere, non haberet, atque idcirco descriptionem ait esse factam, non definitionem. descriptio uero est, ut in priore uolumine dictum est, ex proprietatibus infor matio quædam rei et tamquam coloribus quibusdam depictio, cum enim plu|ra in unum conuenerint, ita ut omnia simul rei  cui applicantur æquentur, nisi ex genere uel differentiis hæc collectio fiat, descriptio nuncupatur. est igitur descriptio generis hæc : genus est quod de pluribus et differen tibus specie in eo quod quid sit prædicatur. tria hæc requiruntur in genere, ut de pluribus prædicetur, ut de specie differentibus, ut in eo quod quid sit. de qua re quoniam ipse posterius latius disputat, nos breuiter huius rei intellegentiam significemus exemplo. sit enim nobis in forma generis animal.  id de aliquibus sine dubio prædicatur, homine scilicet, equo, boue et ceteris. sed hæc plura sunt. animal igitur de pluribus prædicatur, homo uero, equus atque bos talia sunt, ut a se discrepent, nec qualibet mediocri re, sed tota specie, id est tota forma suæ substantiæ. de quibus dicitur animal; homo  enim et equus et bos animalia nuncupantur. prædicatur ergo animal de pluribus specie differentibus. sed quonam modo fit  9 in priore uolumine cf. 42, 8 43, 6 potius quam 153, 10 ss.; cf. Proleg. adn. 7.   1 genere  G post  supponatur  add . sed cum alii  add. P  subponitur  uel  sup-  CFHN, s. l. Pm2  non  potest  3 del. E  2 collocatur  CFHNPm2  non enim  EF  7 ei eius  HN  aliud quod  HNPm1RS  possit  EGS priori  LN  ex  om. GHS, s. l. Em2Lm2  11 plurima  L  plura  post  unum  C  16  post . ut  om. FG  late  E in ras. FHP, ecte ? 19 exemplo hoc modo  CLP  20 prædicetur  CEGPm1RS ante  equo  add . et  FHLN, er. P  21 boue et boue  L  et  er. uid. C  22 a ad  Lm1S  23 mediocri re mediocritate  H 24 forma tota  E del. tota G  26 fit  om. G   hæc prædicatio? non enim quicquid interrogaueris, mox animal respondetur: non enim si quantus sit homo interrogaueris, animal respondebitur, ut opinor; hoc enim ad quantitatem pertinet, non ad substantiam. item si qualis interroges, ne huic quidem responsio conuenit animalis, ceterisque omnibus interrogationibus hanc animalis responsionem ineptam atque inutilem semper esse reperies, nisi ei tantum apta est quæ quid sit interroget. interrogantibus enim nobis quid sit homo, quid sit equus, quid sit bos, animalia respondebitur. ita nomen animalis ad interrogationem quid sit de homine, equo atque  boue ac de ceteris prædicatur, unde fit ut animal prædicetur de pluribus specie differentibus in eo quod quid sit. et quoniam generis hæc definitio est, animal hominis, equi, bouis genus esse necesse est. omne autem genus aliud est quod in semet ipso atque in re intellegitur, aliud quod alterius præ dicatione. sua enim proprietas ipsum esse constituit, ad alterum relatio genus facit, ut ipsum animal, si eius substantiam quæras, dicam substantiam esse animatam atque sensibilem. hæc igitur definitio rem monstrat per se sicut est, non tamquam referatur ad aliud. at uero cum dicimus animal genus  esse, non, ut arbitror, tunc de re ipsa hoc dicimus, sed de ea relatione qua potest animal ad ceterorum quæ sibi subiecta non num  FHN  rogaueris  Cm1GS  3  ante  animal  add . mox  F respondetur  F  ut non  FHN  4  post  qualis  add . sit  FHNP, s. l. Em2, s. l. homo sit  Lm2 interroges  Em1Lm1P  roges  cett . nec  CG  hæc  CSm2  id  m1  hic  FN  5 interrogantibus  EG  6 ineptam  CFHNPp.c.Lm2  idiotam  E s. l. i . inertem  m2 GLm1 s. l.  inpropriam  m1? Pa.c.S Hilgard  idiotam uel ineptam  R  idiotæ  Engelbrecht  7 nisi ni  C  interrogat  Em2HN  enim autem  F post . quid quidque  R  sit  om. E  animal  C  item  EGLm1PRS  11 ac et  R ante bouis  add . atque  FHNP  14 genus autem  C ante  alterius  add . ad  CEm2HN  prædicationem  Em1PSm1 edd., post add . refertur  Pm2 edd . 18 dicas  Lm2  21 esse  om. EGRS, s. l. Lm2  re  om. EGR, s. l. Sm2 post  hoc  add . nomen  C, s. l .  Em2Pm2, ante FHNS  de  del. L, s. l. Pm2  22 relatione  in ras .  E  ratione  GLPm1R   sunt prædicationem referri. itaque character est quidam ac forma generis in eo quod referri prædicatione ad eas res potest, quæ cum sint plures et specie differentes, in earum tamen substantia prædicatur. Huius autem definitionis rationem per exempla subiecit dicens: Eorum enim quæ prædicantur, alia quidem de uno dicuntur solo, sicut indiuidua ut Socrates et hic et hoc, alia uero de pluribus, quemadmodum genera et  species et differentiæ et propria et accidentia communiter, sed non proprie alicui. est autem genus quidem ut animal, species uero ut homo, differentia autem ut rationale, proprium ut risibile, accidens ut album, nigrum, sedere. Omnium quæ prædicantur quolibet modo, facit Porphyrius diuisionem idcirco, ut ab reliquis omnibus prædicationem generis seiungat ac separet, hoc modo. omnium, inquit, quæ prædicantur, alia de singularitate, alia de pluralitate dicuntur.  7 14 Porph. 2, 17 22 Boeth. 27, 2 7.   1  post  itaque  add . ut  P, s. l. Lm2 est  om. R, post  generis  F  quiddam  Ea.r.G  quidem  CNPm1  2 prædicatione  post  res  C  3 eorum  CGNS, m1 in ELP  4 tantum  E  substantiam  NR, -a  ex  -a  CS; cf. 187, 11. 18  5 autem  om. C, in mg. Lm2  8 indiuiduum  C  indibus  s. l . indiuidua  Em2  diabus a,  ex  e  E   EG  ut Socrates  hoc  om. CLNP, risibile  13 om. E in mg . sicut socrates et hic et hoc  GH  ut sicut  Em2 in mg. RS ΑΣ  et hic et hec et hoc  F  9 uero  om. CFLNPR  autem  Σ  quemadmodum risibile  13 om. CL   sed uerba  est autem  11  sedere 14  exhibet 184, 14  NP  ut genera, om. reliqua usque  accidens 13  F  10 differentia  Sm1   m1  proprium  Γ  11 sed et  ΛΣ  proprie  L 184, 14 R Ψ  propria  ΓΑΑΠ   ras. ex  -æ  2  a  in ras .  Φ   post  alicui;  Porph. 2, 20   ιδίως est  risibile  om. R  est sedere  14 om. S  12 uero  s. l .  Δ m2 Φ m2  ante  accidens  add . ut  CL  ut id est  CLm2P  uel  E  et  R; Porph. 2,22   otov  14  ante  nigrum  add.  et  R  16 a  LPS  17  post separet  add . et  F  id facit  FHN, s. l. Em2  18  pr . alia alia quidem  FHN  alia de singularitate  om. G, s. l. Em2, post  pluralitate  CLm1 post . alia alia uero  FHNS  dicuntur prædicantur  post singularitate  FHN   de singularitate uero, inquit, prædicantur quæcumque unum quodlibet habent subiectum de quo dici possint, ut ea quibus singula subiecta sunt indiuidua, ut Socrates, Plato, ut hoc album quod in hac proposita niue est, ut hoc scamnum in quo nunc sedemus, non omne scamnum – hoc enim uniuersale  est  , sed hoc quod nunc suppositum est, nec album quod in niue est uniuersale est enim album et nix  , sed hoc album quod in hac niue nunc esse conspicitur; hoc enim non potest de quolibet alio albo PREDICARE quod in hac niue est, quia ad singularitatem deductum est atque ad indiuiduam  formam constrictum est indiuidui participatione. alia uero sunt quæ de pluribus PREDICARE, ut genera, species, differentiæ et propria et accidentia communiter, sed non proprie alicui. genera quidem de pluribus prædicantur speciebus suis, species uero de pluribus prædicantur  indiuiduis; homo enim, quod est animalis species, plures sub se homines habet de quibus appellari possit. item equus, qui sub animali est loco speciei, plurimos habet indiuiduos equos de quibus prædicetur. differentia uero ipsa quoque de pluribus speciebus dici potest, ut rationale de homine ac de deo  corporibusque cælestibus, quæ, sicut Platoni placet, animata sunt et ratione uigentia. proprium item etsi de una specie PREDICARE, de multis tamen indiuiduis dicitur, quæ sub conuenienti specie collocantur, ut risibile de Platone, Socrate et ceteris indiuiduis quæ homini supponuntur. accidens etiam  1 uero  om. FHN  2 possunt  CLm1  3  ante Plato  add . ut  FH, s. l. Lm2  et  N edd . 4 quod ut  F  ut et  N  6 sed sed et  F  7 niui  Gm2Sm1 enim est  FL  8 niui  Sm1, item 9  9 hac alia  EFGR a.c.ut uid.  ac  p.c. Sm1  post, ad  om. GHLR, s. l. Em2Nm2, in  FSm2  14 propriæ  FGa.c.Sm1  propria  CHLN post  alicui  uerba lemmatis 183, 11 14  est autem sedere  add. L  15 plurimis  FN  post  indiuiduis  add . suis  CFHP  17 qui quod  FHN  19 prædicatur  FHN  potest dici  E  21 quæ  om. R, s. l. Sm2 q.  er. N  item autem  Lm2P  specie  om. C  23 tamen  ante  de  H  post  indiuiduis  add . dicitur  CLP, s. l. Hm2  hominibus  EG  homini *    b. ? er. L  supponantur  Em1GS  supponuntur  ante homini  C   de multis dicitur; album enim et nigrum de multis omnino dici potest quæ a se genere specieque seiuncta sunt. sedere etiam de multis dicitur; homo enim sedet, simia sedet, aues quoque, quorum species longe diuersæ sunt. accidens autem  quoniam communiter accidens esse potest et proprie alicui, idcirco determinauit dicens et accidentia communiter, sed non proprie alicui. quæ enim proprie alicui accidunt, indiuidua fiunt et de uno tantum valentia PREDICARE, ea quæ communiter accipiuntur, de pluribus dici queunt. ut enim de  niue dictum est, illud album quod in hac subiecta niue est, non est communiter accidens, sed proprie huic niui quæ oculis ostensionique subiecta est. itaque ex eo quod communiter prædicari poterat   de multis enim album dici potest, ut albus homo, albus equus, alba nix  , factum est, ut de  una tantum niue PREDICARE illud album possit cuius participatione ipsum quoque factum est singulare. omnino autem omnia genera uel species uel differentiæ uel propria uel accidentia, si per semet ipsa speculemur in eo quod genera uel species uel differentiæ uel propria uel accidentia sunt, manifestum est quoniam de pluribus PREDICARE. at si ea in his speculemur in quibus sunt, ut secundum subiecta eorum formam et substantiam metiamur, euenit ut ex pluralitate prædicationis ad singularitatem uideantur adduci. animal enim,  3 enim  om. C  et  s. l. m2  enim  L  sedit  CN  simia  post  sedet  FH  et simia  R  aues auis  N  set et aues  F  sedet auis  H  4 quoque  om. FN, uero  L  quarum  Lm1 post  sunt  s. l . sedent  Pm2  scil, sedent  Sm2  5  ante  communiter  add . et  FHN, s. l. Em2Pm2  7 propria  HN pr . alicui  om. GLR  quæ  s. l. Sm2  cum  E s. l. m2FH  enim proprie  s. l. Em2Sm2  propria  N accidunt alicui  E  ea quæ et quæ  E  ea quidem quæ  N  eademque cum  P  et cum  F  cum  H  9 queunt  om. Em1G, s. l. Sm2  possunt  E m2 Pm1  potest  m2   R  niui  Sm1  niue est subiecta  HL  niui  Sm1  nunc  G  12 ostensione  GRS  ita q.  er .  C  ita quoque  Sm2, ad  itaque  s. l . quoque  Hm2  15 niui  GSm1  17 differentias  CE  s  in er . e?  GL  20 quoniam quod  G  21 ut et  FN subiectam  CEGH a.r.Lm1PSm2  22 substantiamque  om . et  FHNP  metiantur  E  mentiamur  Ca.r.Sa.c . eueniet  HN  pluritate  Gm1P   quod genus est, de pluribus prædicatur, sed cum hoc animal in Socrate consideramus   Socrates enim animal est  , ipsum animal fit indiuiduum, quoniam Socrates est indiuiduus ac singularis. item homo de pluribus quidem hominibus prædicatur, sed si illam humanitatem quæ in Socrate est indiuiduo consideremus, fit indiuidua, quoniam Socrates ipse indiuiduus est ac singularis. item differentia ut rationale de pluribus dici potest, sed in Socrate indiuidua est. risibile etiam cum de pluribus hominibus prædicetur, in Socrate fit unicum. communiter quoque accidens, ut album, cum de pluribus  dici possit, in uno quoque singulari perspectum indiuiduum est. Fieri autem potuit commodior diuisio hoc modo. eorum quæ dicuntur, alia quidem ad singularitatem prædicantur, alia ad pluralitatem, eorum uero quæ de pluribus PREDICARE, alia secundum substantiam PREDICARE, alia secundum accidens. eorum quæ secundum substantiam prædicantur, alia in eo quod quid sit dicuntur, alia in eo quod quale sit, in eo quod quid sit quidem, genus ac species, in eo quod quale sit, differentia. item eorum quæ in eo quod quid sit PREDICARE, alia de speciebus PREDICARE pluribus, alia minime;  de speciebus pluribus prædicantur genera, de nullis uero species. eorum autem quæ secundum accidens prædicantur, alia quidem sunt quæ de pluribus prædicantur, ut accidentia,  1 plurimis  R  5 si  s. l. Lm2Sm2  quæ  et  est  om. F  est  indiuidua  in mg. Cm2  7 est  post  singularis  E  9 hominibus  om. FN prædicatur  CEGL ante  hominibus Pm1RS dici possit  N  in Socrate  om. ER  unica  Em1GS unicam  Lm1  unita  R  10 cum  s. l. Em2Sm2  11 possit dici  E  singulari singulari corpore  CFHN perspectum  CE in ras. FH, m2 in LPS  perspecta  Lm1 a.c . perfecta  m1p.c . R  perfectam  Pm1Sm1  profecto  alt . o  in ras .  N  profecto perfecta  G  indiuidua  EGLm1RS  12  ante  eorum  add . ut  GRS, del. EL  13 dicuntur prædicantur  Pm2  prædicantur dicuntur  L   ex  dicantur  m2   P  14 plurimis  R  prædicantur dicuntur  N  17  pr . quod  differentia  19 in ras. Em2 post, in eo  differentia  19 om. GR  19 iterum  FN  20 pluribus plurimis  H  prædicantur  FHN  21  post  speciebus  add . quidem  FHNP  pluribus  om. GRS, s. l. Lm2, post  prædicantur  Em1Fm1 23  post  pluribus  add . speciebus  CFHN, s. l. Em2   alia quæ de uno tantum, ut propria. Posset autem fieri etiam huiusmodi diuisio. eorum quæ PREDICARE, alia de singulis PREDICARE, alia de pluribus. eorum quæ de pluribus, alia in eo quod quid sit, alia in eo quod quale sit  prædicantur. eorum quæ in eo quod quid sit, alia de differentibus specie dicuntur, ut genera, alia minime, ut species, eorum autem quæ in eo quod quale sit de pluribus prædicantur, alia quidem de differentibus specie PREDICARE, ut differentiæ et accidentia, alia de una tantum specie, ut propria.  eorum uero quæ de differentibus specie in eo quod quale sit prædicantur, alia quidem in substantia PREDICARE, ut differentiæ, alia in communiter euenientibus, ut accidentia. et per hanc divisionem quinque harum rerum definitiones colligi possunt hoc modo. genus est quod de pluribus specie differentibus in eo quod quid sit prædicatur. species est quod de pluribus minime specie differentibus in eo quod quid sit prædicatur. differentia est quod de pluribus specie differentibus in eo quod quale sit in substantia PREDICARE. proprium est quod de una tantum specie in eo quod quale sit non in sub stantia prædicatur. accidens est quod de pluribus specie differentibus in eo quod quale sit non in substantia prædicatur.  1 quæ  om. FN  una  C s. l. add . specie  FHN  possit  FRS  potest  N  2 etiam  om. LP  4  post pr . sit  add . prædicantur  CFHNP, s.l. Lm2  6 specie speciebus  Ea.r.FLNPS  7 autem  in mg. E, s. l. Lm2  9 accidentia et differentiæ  C post  accidentia  add . communiter  Pm2   edd . 10 uero  om. GRS, in mg. Em2Lm2  quæ  in mg. Em2  de differentibus specie  om. GLRS, in mg . de specie differentibus  Em2  de  om . C 11 substantiam  RSa.r . conuenientibus  Pm2  13 definitiones diuisiones  FHm1  14 specie differentibus  hic F, post quid sit  15 cett.; cf. proxima et 193, 1  15 est autem  E  substantiam  R  proprium prædicatur  20 om. GR, in mg. Em2  proprium uero  s. l. add. Lm2  est quod de pluribus minime specie differentibus in eo quod quale ait sit  s. l. Lm2  non in substantia prædicatur  LPm2  non in substantiam prædicatur  Sm1, del. m2, in sump. g .  ante  non  inserenda   hæc proprium est quod de pluribus specie minime differentibus,  deinde pauca uerba, quorum extremum  <prædi>cat<ur>,  cum mg. abscisa, sequuntur uerba  accidens est    prædicatur,  m2   ante  specie  add . et  CE del. GLP    Et nos quidem has diuisiones fecimus, ut omnia a semet ipsis separaremus, Porphyrio vero alia fuit intentio. non enim omnia nunc a semet ipsis disiungere festinabat, sed tantum ut cetera a generis forma et proprietate separaret. idcirco diuisit quidem omnia quæ PREDICARE aut in ea quæ de  singulis prædicantur, aut in ea quæ de pluribus, ea uero quæ de pluribus PREDICARE, aut genera esse dixit aut species aut cetera, horumque exempla subiciens adiungit : Ab his ergo quæ de uno solo PREDICARE, differunt genera eo quod de pluribus adsignata prædi centur, ab his autem quæ de pluribus, ab speciebus quidem, quoniam species etsi de pluribus prædicantur, sed non de differentibus specie, sed numero; homo enim cum sit species, de Socrate et Platone prædicatur, qui non specie differunt a se inuicem,  sed numero, animal uero cum genus sit, de homine et boue et equo prædicatur, qui differunt a se inuicem et specie quoque, non numero solo. a proprio uero differt genus, quoniam proprium quidem de una sola specie, cuius est proprium, prædicatur et de his  quæ sub una specie sunt indiuiduis, quemadmodum  Porph. Boeth. separemus  GNRm1Sm1  porphirii  Lm1  fuit alia  CN  4 forma generis  H  separet  NPa.c.Sm1 ante  idcirco  add . hic  FRS  5 diuisit  s. l. Em2  separauit  m1  quidem  s. l. R, ante  diuisit  L  6 prædicarentur  FHLm2Pm2  plurimis  Em1Lm2  uero autem  C  7 plurimis  FGm2N  prædicarentur  FHLm2  8 horum  F  9 Ab  om. GHP, s. l. ER  ergo uero  H  prædicarentur  N  10 prædicantur  Em1GLm2PRSm2 Busse  11 ab his accidens  189, 14   Ω,  om. cett., sed in S particulæ lemmatis plerumque  HISTORIA inscriptæ uariis locis expositionis insertæ sunt, item particulæ quædam in L; quorum locorum lectiones hic proponentur post . ab  Ω   etiam B Bussii  a  edd. Busse  12  post  quidem  add . differunt genera  Γ  prædicatur  ΛΣ  13 sed non sed  om .  Σ  non tamen  H m2 ‘i’  14 Platone de platone  A  16 sit genus  Σ  17 boue de boue  Γ  18 et om.  ΓΦ  non  Porph. 3, 1   aX\’ οΰχί  solum  edd. cum Porph .  τώ άριθ·μώ μόνον  20 hiis  Φ  21 una  om. Porph. 3, 3   risibile de homine solo et de particularibus hominibus, genus autem non de una specie prædicatur, sed de pluribus et differentibus specie. a differentia uero et ab his quæ communiter sunt accidentibus differt  genus, quoniam etsi de pluribus et differentibus specie PREDICARE differentiæ et communiter accidentia, sed non in eo quod quid sit prædicantur, sed in eo quod quale quid sit. interrogantibus enim nobis illud de quo prædicantur hæc, non in eo quod quid  sit dicimus PREDICARE, sed magis in eo quod quale sit. interroganti enim qualis est homo, dicimus rationalis, et in eo quod qualis est coruus, dicimus quoniam niger. est autem rationale quidem differentia, nigrum uero accidens. quando autem quid est homo  interrogamur, animal respondemus; erat autem hominis genus animal.    Nunc genus a ceteris omnibus quæ quolibet modo prædi3 specie  s. l.  Γ, om. optimi codd. Porph. 3,5, delend. uid. Bussio  5  locum  quoniam animal  16 post  genus  193, 18 add. LS  etiamsi  LS sΠ*ΙΓ  specie differentibus  ΛΣ ;  Porph. διαφερόντων τψ ειόει  6 differentia  Lm2S  7 sed non  Δ   ad  sed  s. l . id est tamen  m1?   Π   ad  sed  s. l . uel tamen  m1?   A Busse  tamen non  LS ΤΣΦ  non tamen  Ψ   edd.; Porph. 3, 8   άλλ’ οόκ,  cf. supra 188, 13, infra 190, 12  7 sit  om. L  sed in eo quod quale quid sit  codd. cum Porph. 3, 8 codicib. Lm2Mm2   άλλ’ έν τψ όποιον τ£ έστιν,  delend. uid. Bussio  8 quid  om. S Φ  interrogantibus sit  11 om .  Φ  ad interrogantibus  s. l . uel interrogati  Δ  nobis  LS A m2 Ii   del. m2 Busse  nos  A m1 enim  post  nos,  Ψ,  om .  ΓΔ2   decst   Φ ;  Porph. 3, 8   έρωτησάντων γάρ ήμών  uel  τινών   codd . post  illud  s. l . quomodo  m1?  uel de quo  m2   Δ  hæc  s. l. Lm2  10  post  quale  add . quid  Π del. m2   Ψ m Busse, om .  LS VM pbr, om. etiam 194, 7 cf. 195, 4. 196, 8. 15, aliquid  s. l .  Λ   deest   Φ ;  Porph. 3, 10   έν τψ ποιόν τί έατιν  11 interroganti  ΑΣ a.r . Ψ  interrogantibus  S interrogati  cett.; Porph. p, 3, 10   έν γάρ τψ έρωταν  12. dicimus  Π m2 ΣΨ,  om .  Φ, dicitur  cett.; Porph. 3, 11   οομέν  14 autem  om. N  quid est quidem  FN  qui  Gm1, s. l . est  m2  quod est  L 15 interrogamus  P A,  m1 in   EGR Z  interrogemus  S  erat  RS, m1 in Ρ ΔΛ, est  1  erit  cett.; Porph. 3, 13   vjv  genus hominis  Σ   cantur separare contendit hoc modo. quoniam enim genus de pluribus PREDICARE, statim differt ab his quidem quæ de uno tantum prædicantur quæque unum quodlibet habent indiuiduum ac singulare sublectum; sed hæc differentia generis ab his quæ de uno PREDICARE, communis ei est cum ceteris,  id est specie, differentia, proprio atque accidenti idcirco, quoniam ipsa quoque de pluribus prædicantur. horum igitur singulorum differentias a genere colligit, ut solum intellegendum genus quale sit sub animi deducat aspectum, dicens : ab his autem quæ de pluribus prædicantur, differt genus,  ab speciebus quidem primum, quoniam species etsi de pluribus prædicantur, non tamen de differentibus specie, sed numero. species enim sub se plurimas species habere non poterit, alioquin genus, non species appellaretur si enim genus est quod de pluribus specie differentibus in eo  quod quid sit PREDICARE, cum species de pluribus dicatur et in eo quod quid sit, huic si adiciatur ut de specie differentibus PREDICARE, speciei forma transit in generis; id quoque exemplo intellegi fas est. homo enim prædicatur de Socrate, Platone et ceteris quæ a se non specie disiuncta  sunt, sicut homo atque equus, sed numero quod quidem habet dubitationem quid sit hoc quod dicitur numero differre. numero enim differre aliquid uidebitur quotiens numerus a  2 quidem  om. CHN  qui  G, ex  quæ  Lm2  3  post prædicantur  add . ut socrates et hic et hoc  H  quæ  CN  5 uno uno solo  LS  est ei  L  est  om. CEHN  6  post  specie  add . et  FHP, s. l. Lm2  accidente  Lm2Pm1N  9 aspectum deducat  E  ab  CL s. l. NSm2, om. cett . 10 autem enim  P post  pluribus  add . id est  add . specie,  sed   del. E  ab his quæ  hæc s. l. E  de pluribus  Em2GPRS  11 a  R  primum  om. S, s. l. Lm2; deest 188, 12  12 prædicatur  S  non tamen sed non  S  de  om. FHNP  15 plurimis  Em2GPRS  16 plurimis EGR  dicatur prædicetur  C  prædicatur  edd . 19 fas est placet  HNPm1 post  enim  s. l . cum sit species  Em2Pm2 quod est species  Lm2  20 et ceteris  del. E  qui  Ep. c . disiuncta  ad quod s. l . differunt equus  del. E  21  post  equus  add . uel bos  LP  23 differre  in mg. H post  aliquid  FHLN  aliquis  GS  quoties -cies  EPRS   numero differt, ut grex boum qui fortasse continet triginta boues, differt numero ab alio boum grege, si centum in se contineat boues; in eo enim quod grex est, non differunt, in eo quod boues, ne eo quidem : numero igitur differunt,  quod illi plures, illi uero sunt pauciores. quomodo igitur Socrates et Plato specie non differunt, sed numero, cum et Socrates unus sit et Plato unus, unitas uero numero ab unitate non differat? sed ita intellegendum quod dictum est numero differentibus, id est in numerando differentibus, hoc est  dum numerantur differentibus. cum enim dicimus ‘hic Socrates est, hic Plato’, duas fecimus unitates, ac si digito tangamus dicentes ‘hic unus est’ de Socrate, rursus de Platone ‘hic unus est’, non eadem unitas in Socrate numerata est quæ in Platone. alioquin posset fieri ut secundo tacto Socrate Plato  etiam monstraretur. quod non fit. nisi enim tetigeris Socratem uel mente uel digito itemque tetigeris Platonem, non facies duos, dum numerantur. ergo differunt quæ sunt numero differentia. cum igitur species de numero differentibus, non de specie prædicetur, genus de pluribus et differentibus specie  dicitur, ut de boue, de equo et de ceteris quæ a se specie inuicem differunt, non numero solo. tribus enim modis unum quodque uel differre ab aliquo dicitur uel alicui idem esse,  3 continet  EGLRS  differt  C, add . neque  CP, s. l. Hm2, s. l . nec  Lm2  4 ne  differunt    post  quidem  del . hæc  m2   N  igitur  om. EG  nec in eo  recte?  quidem differunt. Igitur numero differunt  L non nisi quidem numero. Igitur differunt numero  F  non nisi eo  add. S, sed del . quidem numero differunt  RS  Numero igitur Igitur numero  C  differunt,  cet .  om. CP  quomodo quo  R  igitur uero  C  6 specie Plato  om. F  7  pr . unum  PS  8 differt  CEm2NPR post  intellegendum  add . est  CL  10 dum cum  F   ante  rursus  s. l . et  S possit  FLRS  posset fieri  in mg. Cm2 ut in  Cm2Em2G  tactu socrates  Em1G  ante  etiam  add . et  sed  et  in  etiam  del. uid. E   EG demonstraretur  LP  19 speciebus  CFHN post  genus  s. l . quoque  Lm2  et  om. Em1   s. l . et de  m2   R  specie differentibus  EF  20  pr . de  om. CL  et  om. FH  de  s. l. Em2Lm2  ceterisque quæ  F inuicem specie  FN   genere, specie, numero. quæcumque igitur genere eadem sunt, non necesse est eadem esse specie, ut si eadem sint genere, differant specie. si uero eadem sint specie, genere quoque eadem esse necesse est, ut cum homo atque equus idem sint genere   uterque enim animal nuncupatur, differunt specie,  quoniam alia est hominis species, alia equi. Socrates uero atque Plato cum idem sint specie, idem quoque sunt genere; utrique enim et sub hominis et sub animalis PREDICAZIONE ponuntur. si quid uero uel genere uel specie idem sit, non necesse est idem esse numero, quod si idem sit numero, idem et specie  et genere esse necesse est; ut Socrates et Plato, cum et genere animalis et specie hominis idem sint, numero tamen reperiuntur esse disiuncti. gladius uero atque ensis idem sunt numero, nihil enim omnino aliud est ensis quam gladius, sed nec specie diuersi sunt, utrumque enim gladius est, nec genere,  utrumque enim instrumentum est, quod est gladii genus. quoniam igitur homo, bos atque equus, de quibus animal PREDICARE, specie differunt, numero ergo etiam eos differre necesse est. idcirco hoc plus habet genus ab specie, quod de specie differentibus PREDICARE nam si integram generis definitionem demus, dabimus hoc modo : genus est quod de plu 1  ante  genere  add . id est  P, s. l. Hm2Lm2  genere esse specie  om. EGRS numero et numero  C  2 esse  post  specie  C, ante  eadem  FH  ut si differant specie  om. FHNPm1,  in mg. add., sed del. m2  genere  eadem sint  om. C  3 sunt  F  4 est esse  idem ante necesse   GSm1  sunt  EFGKHm1NRSm1  5 animalia  FHN  nuncupantur  FHNS  differentia  Hm1N  6 species  om. FG, ante  est  C  7 uterqne  EGLPRS, recte?  8 et  om. CP  sub hominis et  om. GLRS, s. l. Em2Pm2 post, sub  om. C  ponitur  Lm2Sm2  9 sit sint  S  sunt  Fm1 in mg . est m2 Nm1  10 quod si necesse est  post  disiuncti  13 transpos. et 13  enim  pro  uero  scr. brm 12 tamen tantum  CLm1  15 diuersi *   s er.,  om, sunt  C  est gladius  FN  16  ad  instrumentum  s. l . bellicum  Em2  17 bos  ante  homo  EG  atque bos  post  equus  FN  18 ergo  om. FHNP, del. Cm1? Lm1? Sm2  etiam  s. l. Lm1?   ante  idcirco  add . et  F, s. l. Sm2  ab specie  om. EGLS  a  R  de a  R  ab  CEGLS  20  post  specie  s. l . quidem  L  definitionem  uel  diff- generis  FHNP  21 dabimus  om. EG   add . dicimus  post  modo  RS, s. l. Lm2, post  modo  C   ribus specie et numero differentibus in eo quod quid sit prædicatur, at uero speciei sic : species est quod de pluribus numero differentibus in eo quod quid sit prædicatur. A proprio uero differt genus, quoniam proprium quidem  de una sola specie, cuius est proprium, PREDICARE et de his quæ sub una specie sunt indiuiduis. proprium semper uni speciei adesse potest neque eam relinquit nec transit ad aliam, atque idcirco proprium nuncupatum est, ut risibile hominis; itaque et de ea specie cuius est proprium  prædicatur et de his indiuiduis quæ sub illa sunt specie, ut risibile de homine dicitur et de Socrate et Platone et ceteris quæ sub hominis nomine continentur. genus uero non de una tantum specie, ut dictum est, sed de pluribus. differt igitur genus a proprio eo quod de pluribus speciebus prædi catur, cum proprium de una tantum de qua dicitur appelletur et de his quæ sub illa sunt indiuiduis. A differentia uero et ab his quæ communiter sunt accidentibus differt genus. differentiæ atque accidentis discrepantiam a genere una separatione concludit. omnino enim quia hæc in  eo quod quid sit minime PREDICARE, eo ipso segregantur a genere; nam in ceteris quidem propinqua sunt generi, nam et  1 specie differentibus specie non non  Lm2 s. l. et R  et  cum cett. P  numero solo solo  s. l. Lm2, om. P  differentibus  LPR  2 plurimis  S  3 in sit  om. HN  4 proprium prius  S  proprium prædicatur proprium prædicatur et de una sola specie  C  quidem est proprium  om .  G, s. l. Em2  quidem  om. etiam S  6  post  proprium  add . uero  N  enim  brm  7 uni  om. GS, post speciei  E s. l. m2 HR  9  post  hominis  add . est  edd . 11 et ut  RS  de  om. FN, s. l. Pm2  Platone de platone  G  et ceteris ceterisque  FHNP  12 qui  Em2  13 ut  s. l. Hm2Pm2  de  om. N  plurimis  CEm1GNR, add . et differentibus specie  S, in mg. Pm2   om . specie 14 prædicetur  Lm2P  15  post  tantum  s. l . specie  Lm2  appellatur  FHm1NR  17 sunt accidentibus accidunt  HN  18 genus  cf. ad 189, 5; post locum 189, 5 16   uerba  Quare prædicantur  s. add. L  discrepantia  FL  19 separatione  del. et s. l . diffinitione  Em2, post  separatione  add . uel definitione  Hm1, del. m2  20 sint  Em2HN  21 in  CL s. l. m2 N, om. cett.  de pluribus prædicantur et de specie differentibus, sed non  65  in eo quod quid sit. si quis enim | interroget : qualis est homo? respondetur rationalis, quod est differentia; si quis : qualis est coruus? dicitur niger, quod est accidens. si autem interroges: quid est homo? animal respondebitur, quod est genus. quod  uero ait: hæc non in eo quod quid sit dicimus PREDICARE, sed magis in eo quod quale sit, hoc magis quæstioni occurrit huiusmodi. Aristoteles enim differentias in substantia putat oportere PREDICARE. quod autem in substantia PREDICARE, hoc rem de qua PREDICARE, non quale sit, sed  quid sit ostendit. unde non uidetur differentia in eo quod quale sit prædicari, sed potius in eo quod quid sit. sed solvitur hoc modo. differentia enim ita substantiam demonstrat, ut circa substantiam qualitatem determinet, id est substantialem proferat qualitatem. quod ergo dictum est magis, tale  est tamquam si diceret: uidetur quidem substantiam significare atque idcirco in eo quod quid sit PREDICARE, sed magis illud est uerius, quia tametsi substantiam monstret, tamen in eo quod quale sit prædicatur.   Quare de pluribus prædicari diuidit genus ab his  quæ de uno solo eorum quæ sunt indiuidua prædicantur, differentibus uero specie separat ab his quæ  Porph. Boeth. plurimis  FH  3 respondebitur  R rationabilis  N  quis  om. R, post s. l . scil.  om. brm  interroget  Hm2brm post, est  om. HN  4 dicetur  FHN  interrogetis  N  9 autem uero  FHN  10 qualis  Cm2FHP  16 tamquam ac  F  20  uerba  Quare prædicantur  21 et 193, 18 et hic   hic om . prædicatur  habet L, eadem iam ante lemma add. S  predicari  ex  preditur  Pm2  genus diuidit  hic L  hiis  F  21 sola  F  eorum accidentibus   Ω,  in sup. mg . non sunt indiuidua  accidentibus  add. Lm2? dicuntur ut indiuidua quæ de una solummodo substantia dicuntur  R, om. cett. codd . eorum quæ sunt indiuidua  om.  L  eorum  om. L hic   A   ante  differentibus  add . de  ΓΛΦ ; differentibus quibus prædicantur  post  colligamus   inseruit S, itaque uerba quæ   quibus prædicantur  195, 5 et illic et hic  habet separatur  Φ,  in mg . genus  add .  Γ   sicut species prædicantur uel sicut propria; in eo autem quod quid sit PREDICARE diuidit a differentiis et communiter accidentibus, quæ non in eo quod quid sit, sed in eo quod quale sit uel quodammodo se  habens prædicantur de quibus prædicantur. Tria esse diximus quæ significationem hanc tertiam generis informarent, id est de pluribus PREDICARE, de specie differentibus et in eo quod quid sit. quæ singulæ partes genus a ceteris quæ quomodolibet prædicantur distribuunt ac secernunt, quod ipse breuiter colligens dicit; id enim quod de pluribus PREDICARE, genus ab his diuidit quæ de uno tantum prædicantur indiuiduo. indiuiduum autem pluribus dicitur modis. dicitur indiuiduum quod omnino secari non potest, ut unitas uel mens; dicitur indiuiduum quod ob soliditatem  diuidi nequit, ut adamans; dicitur indiuiduum cuius prædicatio in reliqua similia non conuenit, ut Socrates : nam cum illi sint ceteri homines similes, non conuenit proprietas et PREDICAZIONE Socratis in ceteris. ergo ab his quæ de uno tantum prædicantur, genus differt eo quod de pluribus PREDICARE.  restant igitur quattuor, species et proprium, differentia et acci 6 diximus 181, 15.  2 diuiditur  Φ,  s. l . genus  add. Lm2  differentibus  S  3  ante  quæ  add . et  CEGP  quæ  om. R  non  om. S hic  quod quia  R  4  post . sit  Σ  est  cett; cf. 196, 8  quodammodo  in ras. Em2  quod ad modum  CG  quemadmodum  LP  quod a modo  R  quomodo  Ψ   edd. Busse ;  Porph. 3, 19   πώς ;  cf. supra 128, 10  5 prædicantur  om .  ΓΦ   ante  de quibus  add . de his  S   ad 194, 22  ab his  Σ  his  A  hiis  Φ  de quibus prædicantur  S ad 194, 22   ΓΛ  de  s. l .  2Φ,  om. cett . 7 informant  FHm1N post,  de  Hm2LPm2, om, CEGNRS, sed  FHm1Pm1; cf. 181, 16  8 et  om. R  9 quolibet modo  CL  modo  s. l. m2  N quo *** libet libe  er. uid .  F  prædicatur  GPm1  10 colligens breuiter  EGS  12 dicitur pluribus  C  13 non potest secari  CFN  14 indiuiduum dicitur  15 om. G  15 adamas  HLm1P  -as  ras. ex  -ans, amans  R  18 ceteros  NP  20 igitur ergo  FP differentiæ  EHa.c.NP, ante add . et  H, s. l. Lm2   dens, quorum a genere differentias colligamus. singulis igitur differentiis ab his rebus segregabitur genus. ea quidem differentia qua de specie differentibus genus dicitur, separat ab his quæ sicut species prædicantur uel sicut propria. species enim omnino de nulla specie dicitur, proprium uero de una  tantum specie PREDICARE atque ideo non de specie differentibus. item genus a differentia et accidenti differt, quod in eo quod quid sit PREDICARE; illa enim in eo quod quale sit appellantur, ut dictum est. itaque genus quidem ab his quæ de uno prædicantur differt in quantitate PREDICAZIONE, ab  speciebus uero et proprio in subiectorum natura, quoniam genus de specie differentibus dicitur, proprium uero et species minime. item genus in qualitate prædicationis a differentia accidentique diuiditur. qualitas enim prædicationis quædam est uel in eo quod quid sit uel in eo quod quale sit PREDICARE. Nihil igitur neque superfluum neque minus continet generis dicta descriptio. Omnis descriptio uel definitio debet ei quod definitur æquari. si enim definitio definito non sit æqualis et si quidem maior sit, etiam quædam alia continebit et non necesse est ut semper  definiti substantiam monstret; si minor, ad omnem definitionem  Porph. Boeth. quarum  Cm1Lm1 colligamus  ante  differentias  C  colligemus e  ex  i  H; cf. ad 194, 22  2 ea quidem  dicitur  om. S  3 post  differentibus  add . prædicari  edd . separat ab his  FLm1R  dum separat ab his  S differt ab his  CN  differt  s. l. Em2  ab a  L specie et proprio  HP,  s. l. Lm2 seperat propria   4 del. Lm2, om. P, s. l . et ab his  add .  Hm2, om. EG  separatur ab his  edd.; cf. 194, 20  4 prædicantur  post  propria  H  5 nulla nulla alia  LS  8 enim uero  FHN  10 a  LNR  13 ab  FHP  b  er . 15 prædicare  GR  16 Nihil  ex  Nil  Pm1? pr . neque  om .  ΛΛΠΣΨ   Porph. 3, 19 Busse, del .  Γ m2  17 genus  F  dicta  om. E, s. l .  Σ,  post  descriptio  G locus Porph. s. plenior est cf .  τής έννοιας,  quod deest aBoeth.  18 Omnis descriptio  in mg. Em2 in contextu ras., om. GR, s. l. Sm2 post  Omnis  add . enim  L, s. l. Sm2, post  debet  C er. EGR  19 definito  om. FPS  et  om. CFN  21 definitio  uel  diff  Ca.r.N post  si  s. l . sit  L  definitio  C  definiti  uel  diff  Em2HN   substantiæ non peruenit. omnia enim quæ maiora sunt, de minoribus prædicantur, ut animal de homine, minora uero de maioribus minime; nemo enim uere dicere potest omne animal homo est. atque idcirco si sibi prædicatio conuertenda est,  æqualis oportebit sit. id autem fieri potest, si neque superfluum quicquam habet neque diminutum, ut in ea ipsa generis descriptione dictum est enim esse genus quod de pluribus specie differentibus in eo quod quid sit prædicetur, quæ descriptio cum genere conuerti potest, ut dicamus quicquid  de pluribus specie differentibus in eo quod quid sit PREDICARE, id esse genus. quodsi conuerti potest, ut ait, nec plus neque minus continet generis facta descriptio.    1 substantiam  CEm2  4  pr . est  om. C  5 oporteat  EGHL   a del .  PRS ante  sit  add. ut  E in ras. m2 FLNPR, s. l. Cm2Hm2  6 habeat  R  diminutiuum  Em1  7 enim est  G  esse  s. l. Em2L, post  genus Pm2  8 prædicatur  Em2FNa.c .  post  ut  s. l . si Lm2  quicquid quod  EGLm1RS  10 prædicatur  Em2 11 conuerti potest * ñ  er . conuertitur  C  conuertitur. est  F  conuerti non  del . potest  S neque   neque  FLm2P  nec nec  HLm1  neque nec  N  12 continet  s. l. Nm2   Sm2, om. F, post  generis  CEGL  facta dicta  196, 17  BOEZIO V. C. ET I LL  EXCONS. ORD. PATRICII IN ISAGOGAS YSAGOG.  E  PORPHYRII ID EST INTRODVCTIONEM introductiones  C  A SE TRANSLATAS EDITIONIS SECVNDÆ COMMENTARIVS SECVNDVS EXPLIC. commentum in secdo lib. explic.  C, post  PORPHYRII  add . SCDE EXPOSITIONIS LIB. II. EXPLICIT  E  INCIPIT    pleraque litt. minusc. scr .  GE   uariis cum scripturis compendiisque ; sede translationis comtarius expł incip lib IΙI.  L ; EXPL COMMENTARIVS. II. INCIPIT LIB TERTIVS. S; EXPLIC COMENTORV LIBER SCDS. INCIPIT TERTIVS N·, EXPLICIT LIBER SECDS. INCIPIT LIBER TERTIVS TERCIVS LIBER  P   FP ; INCIPIT LIBER TERTIVS  R ;  subscriptio deest in H  Superior de genere disputatio uideatur forsitan omnem etiam speciei consumpsisse tractatum. nam cum genus ad aliquid prædicetur, id est ad speciem, cognosci natura generis non potest, si speciei quæ sit intellegentia nesciatur. sed  quoniam diuersa est in suis naturis eorum consideratio atque discretio, diuersa in permixtis, idcirco sicut singula in prooemio proposuit, ita diuidere cuncta persequitur. ac primum post generis disputationem de specie tractat. de qua quidem dubitari potest. si enim hæc fuit ratio præponendi generis  reliquis omnibus, quod naturæ suæ magnitudine cetera contineret, non æquum erat speciem differentiæ in ordine tractatus anteponere, quod differentia speciem contineret, cura præsertim differentiæ ipsas species informent. prius autem est quod informat quam id quod eius informatione perficitur.  posterior igitur est species a differentia, prius igitur de differentia tractandum fuit. etenim prooemio etiam consentiret, in quo eum ordinem collocauit quem naturalis ordo suggessit, dicens utile esse nosse quid genus sit et quid differentia. huic respondendum est quæstioni, quoniam omnia quæcumque  dicens p. 147, 5. 7. 148, 17.   2 uidetur  CGHL, ras. ex  uideatur  PS  3 sumpsisse  CHN  5 nescitur  FHm1  mixtis  Fa.c.Lm1  8 posuit  H  diuidere  ante  ita  G, post  cuncta  CLP, diuise  HNa.c . prosequitur  Gm1PR  10 proponendi  CFNR  genus  R  12 nonne  Em2FHPSm2 ante æquum  add . et  HP, s. l. Em2  speciei differentiam  EFHLm2P; cf. 239, 9  13 obtineret  CLm1 14 ipsæ  CNP  est  s. l. Gm2Lm2  15 informet  E  16 post  Em1GLm1RS  igitur ergo  C  a  om. CRS, er. L  17 ut enim  N  ut  CH  etiam  om. CF  18  post  quo  add . prius  CN  eam ordine  CFN quam  CFN  19  post  dicens  add . ubi ait  E  20  ante  huic  add . sed  E   ad aliquid PREDICARE, substantiam semper ex oppositis sumunt. ut igitur non potest esse pater, nisi sit filius, nec filius, nisi præcedat pater, alteriusque nomen pendet ex altero, ita etiam in genere ac specie uidere licet. species quippe nisi  generis non est rursusque genus esse non potest, nisi referatur ad speciem; nec uero substantiæ quædam aut res absolutæ esse putandæ sunt genus ac species, ut superius quoque dictum est, sed quicquid illud est quod in naturæ proprietate consistat, id tunc fit genus ac species, cum uel ad inferiora  uel ad superiora referatur. quorum ergo relatio alterutrum constituit, eorum continens factus est iure tractatus. De specie igitur inchoans ait hoc modo. Species autem dicitur quidem et de unius cuiusque forma, secundum quam dictum est primum quidem  species digna imperio dicitur autem species et ea quæ est sub adsignato genere, secundum quam solemus dicere hominem quidem speciem animalis, cum sit genus animal, album autem coloris speciem, triangulum uero figuræ speciem.    Sicut generis supra significationes distinxit æquiuocas, ita idem in specie facit dicens non esse speciei simplicem significationem. et ponit quidem duas, longe autem plures esse  7 superius Porph. Boeth. positis Gm1Sm1 3 nomen non  Ea.c.Ga.c . 4 uideri EP  8 in  om. R 9 consistit  CLNPSm2  constat  Em1  tum  R  ac et  H  10 referuntur  FLm1  referantur  NS  refertur  Pm2R  11 continuus  CN  12  ante  De  add . sed  CH,  m1 in LRS, si  E  de  ex  sed  Sm2  sed  del. Lm2Rm2  13  ante  Species  inscriptio  DE SPECIE EXPLICIT DE GENERE. INCIPIT DE SPECIE  Ψ   additur in   11  et  om. L  14 primum  G edd . primi  L  primis  Sm1  priami  cett. Busse; Porph. 4, 1   πρώτον piv είδος άξιον τυραννίδος   Eurip. Æol. frg. 15, 2 N. ;  cf . quemlibet illum  infra 200, 22  15  post  digna  add . est  HNPR AAΦ,  s. l. LSm2, edd. Busse; om. Porph. post et ras., s. l . etiam  Γ  17 quidem  om. N, post add . esse  FR, s. l. L, esse  post  speciem  s. l. Pm2  cum animal  om. S  18 autem  om. Ε   ΑΣ  20 ita  om. HN   manifestum est, quas idcirco præteriit, ne lectoris animum prolixitate confunderet. dicit autem primum quidem speciem uocari unius cuiusque formam, quæ ex accidentium congregatione perficitur. cautissime autem dictum est unius|cuiusque, hoc enim secundum accidens dicitur. quæ enim uni  cuique indiuiduo forma est, ea non ex substantiali quadam forma species, sed ex accidentibus uenit. alia est enim substantialis formæ species quæ humanitas nuncupatur, eaque non est quasi supposita animali, sed tamquam ipsa qualitas substantiam monstrans; hæc enim et ab hac diuersa est quæ  unius cuiusque corpori accidenter insita est, et ab ea quæ genus deducit in partes. postremumque plura sunt quæ cum eadem sint, diuersis tamen modis ad aliud atque aliud relata intelleguntur, ut hanc ipsam humanitatem in eo quod ipsa est si perspexeris, species est eaque substantialem determinat  qualitatem; si sub animali eam intellegendo locaueris, deducit animalis in sese participationem separaturque a ceteris animalibus ac fit generis species. quodsi unius cuiusque proprietatem consideres, id est quam uirilis uultus, quam firmus incessus ceteraque quibus indiuidua conformantur et quodam modo depinguntur, hæc est accidens species secundum quam dicimus quemlibet illum imperio esse aptum propter formæ  1 præterit  CEGLPR primo  FHNP formam  CN figuram  cett hæc  GL   s. l. add . species  m2  RSm1  uni  om. EGRS  6 ea  om. HN  ante species specie  H   add . ac  CHN  ex  om. CH  8 forma,  s. l . species  m. 2 E pr . quæ sed quæ  E  eaque ea quæ  EFGH   Lm1Sm2   post  sed  add . est  brm, post  qualitas  S  11 unius cuiusque corpori  CNPm2R  in  s. l. Lm2  unius cuiusque in  add. Lm1, del. m2  corpore ex -ri Lm2 FHLPm1 unius cuiusque in  s. l. Sm2 corpore  EGS  accidentaliter  CLm2P  sita  FHLm1  si ita  Na.c . ea hac  F  postremoque  CNPm2 recte?  postremo quoque  Rm1  postremum quæ Rm2S  postremum  H  13 sunt  FH post  atque  add . ad  CHR  14 intelligantur  LRm1  si  post humanitatem  FHN  respexeris  N  eaque  Cm1N  ea quæ  cett . determinet  R  16 eam  om. GPRS recte?,  s. l. Em2  se  Lm1N  18 species generis  C  20 informantur  LPm2  accidentalis  Lm2Pm2 quamlibet  FLm1  quodlibet  Sm2  illum  om. CHLNP  illud  RS   eximiam dignitatem. huic aliam adiungit speciei significationem, id est eam quam supponimus generi. nos vero triplicem speciei significationem esse subicimus, unam quidem substantiæ qualitatem, aliam cuiuslibet indiuidui propriam formam, tertiam  de qua nunc loquitur, quæ sub genere collocatur. credendum uero est propter obscuritatem eius quam nos adiecimus, quia nimirum altiorem atque eruditiorem quæreret intellectum, ea tacita prætermissaque ceteras edidisse. cuius quidem speciei hæc exempla subiecit, ut hominem quidem  animalis speciem, album autem coloris, triangulum uero figuræ; hæc enim omnia species nuncupantur eorum quæ sunt genera, animal quidem hominis, albi autem color, trianguli figura. Quodsi etiam genus adsignantes speciei meminimus dicentes quod de pluribus et differentibus specie in  eo quod quid sit prædicatur, et speciem dicimus id quod sub genere est. Dudum cum generis descriptionem adsignaret, in generis definitione speciei nomen iniecit dicens id esse genus quod de pluribus specie differentibus in eo quod quid ait præ dicaretur, ut scilicet per speciei nomen definiret genus. nunc uero cum speciem definire contendat, generis utitur nuncupatione dicens speciem esse quæ sub genere ponatur.  Porph. Boeth. Dicens s.   3 subiecimus  CLN  substantialem  FLm2Bm2  4 indiuiduam  G  5 collocatur -catur  in ras. m2 E  colligatur  GLm2  colligitur  m1  Rm1s  6 est est quod  EPRS  7 quia quæ  CN quærit  C quæret  Hm1N  prætermissa quæ  Em1Sa.c . prætermissa  Rm1  dedisse  Gm1  edidisset  R, ante  edid.  add . ipsum  r  9 ut et  EGLm1Ra.c.S  11 eorum quæ  CFHN  earum quæ  EGR  earumque  LPS  12 trianguli figura  Lm1  figura trianguli  Pm2  forma trianguli  HNPm1  trianguli forma  cett.; fort, trianguli >uero>;  cf. 10. 199, 19  13 Quodsi Quid sit  FPm1  Quod sit  m2  Quod  CL  Sic  Λ2  signantes  F  14 et  om. F, s. l. R  15 sit  om. ERS  prædicatur quid sit  19 om. N  id  s. l. Hm2  16 quod sub assignato genere ponitur est  p   edd., Porph. 4, 6   το όπό τό άποοοθ-έν γένος  19 et differentibus  180, 1  20 genus definiret  C  21 nunc nam  Cm1   cui quidem dicto illa quæstio iure uidetur opponi. omnis enim definitio rem declarare debet quam definitio concludit, eamque apertiorem reddere quam suo nomine monstrabatur. ex notioribus igitur fieri oportet definitionem quam res illa sit quæ definitur. cum igitur per speciei nomen describeret  uel definiret genus, abusus est uocabulo speciei uelut notiore quam generis atque ita ex notioribus descripsit genus. nunc uero cum speciem uellet termino descriptionis includere, generis utitur nomine rerumque conuertit notionem, ut in generis quidem sit notius speciei uocabulum, in speciei autem descrip tione sit notius generis, quod fieri nequit. si enim generis uocabulum notius est quam speciei, in definitione generis speciei nomine uti non debuit. quodsi speciei nomen facilius intellegitur quam generis, in definitione speciei nomen generis non fuit apponendum. cui quæstioni occurrit dicens:   Nosse autem oportet quod, quoniam et genus alicuius est genus et species alicuius est species, idcirco necesse est et in utrorumque rationibus ntrisque uti. Omnia quæcumque ad aliquid prædicantur, ex his de quibus prædicantur, substantiam sortiuntur; quodsi definitio unius  cuiusque substantiæ proprietatem debet ostendere, iure ex alterutro fit descriptio in his quæ inuicem referuntur. ergo quoniam genus speciei genus est et substantiam suam et  Porph. Boeth. post, definitione  uel  diff-  CHNPm2  claudit  C  nec concludit  F  3 monstrabat  E  -bat  ex  -batur?  m2   R  5 sit est  FHN  6 notiorem  FR  uelit  FHNPm1  9 conuertit uidetur conuertere  CHLm2P  genere  R  10  post  quidem  add . descriptione  CFHLN, in mg. Em2, fort. recte  autem quidem  C  uero  FHNP  11 sit  om. G pr . genus  FH  16 autem  om. Porph . quod  add. edd.; Porph. είϊέναι χρή   ότι, έπεί χτλ . pr . est  om. FN, s. l .  Λ,  ante alicuius  Σ  idcirco in utrisque necesse est utrorumque rationibus uti  Σ et hoc  N om .  FPSA S  neutrorumque  Em1  utrasque  Em1  utriusque  Λ  20  post  definitio  add . uel descriptio  CFHNP, s. l. Em2Lm2   ante  inuicem  add . ad  CL, s. l. Pm2, ad se  F, s. l. Rm2   ante  substantiam  add . in  FHm1, del. m2 post, et  om. F, s. l. Hm2Sm2   uocabulum genus ab specie sumit, in definitione generis speciei nomen est aduocandum, quoniam uero species id quod est sumit ex genere, nomen generis in speciei descriptione non fuit relinquendum. quoniam uero diuersæ sunt specierum  qualitates aliæ enim sunt species, quæ et genera esse possunt, aliæ, quæ in sola speciei | permanent proprietate neque in naturam generis transeunt  , idcirco multiplicem speciei definitionem dedit dicens:  Adsignant ergo et sic speciem: species est quod  ponitur sub genere et de quo genus in eo quod quid sit prædicatur. amplius autem sic quoque : species est quod de pluribus et differentibus numero in eo quod quid sit prædicatur. sed hæc quidem adsignatio specialissimæ est et quæ solum species est, aliæ  uero erunt etiam non specialissimarum. Tribus speciem definitionibus informauit, quarum quidem duæ omni speciei conueniunt omnesque quæ quolibet modo species appellantur, sua conclusione determinant, tertia uero non ita. cum enim duæ sint specierum formæ, una quidem,  cum species alicuius aliquando etiam alterius genus esse potest, altera, cum tantum species est neque in formam generis  9 15 Porph. 4, 9 14 Boeth. 29, 2 7. 1 genus  om. H generis  FLS  ab  om. F a NR, s. l. Hm2  specie  s. l .  Hm2  species  F  definitionem  uel  diff-  FGHP  2  pr . est fuit  Lm2   post  aduocandum  Pm2 3 descriptione definitione uel  diff-  CFHLm2N  diffinicione uel descripcione P 4 relinquendum omittendum  FHN  uero  post  sunt  H  8 reddit  FN  9 ergo uero  PLm2  autem  Σ  et er.  Λ  speciem sic  F  quæ  CNR h m1  quo  m2   ΛΣ 10 quo  EGHLm2Pm1   >  qua  cett . 11 amplius prædicatur  13 om. L 12 et  om .  S  ac  EGRS 13  post  prædicatur  add . ut homo equs  sic  bos et asinus et cetera  C  14 specialissimæ  ΧΨρ -me specialissima  cett. codd. brm ;  Porph. 4, 12   aΰτη μέν ή άπόδοσις τού εΐδιχωχάτου άν εΐη  et  om.  FHR, s. l. Pm2, del. Sm2  sola  C  17 omnis  G  18 determinantur  Hm2  19  post  ita  s. l . est  Hm2  sint  om. Em1  sunt  CEm2GR   ante  specierum  add . species  Cm1, del. m2  20  post cum  s. l . sit  Lm2,  post  aliquando  EP   del. m1?, post  species  s. l . scil. sit  N   transit, priores quidem duæ, illa scilicet in qua dictum est id esse speciem quod sub genere ponitur, et rursus in qua dictum est id esse speciem de quo genus in eo quod quid sit prædicatur, omni speciei conueniunt. id enim tantum hæ definitiones monstrant quod sub genere ponitur. nam et ea  quæ dicit id esse speciem quod sub genere ponitur. eam uim significat speciei qua refertur ad genus, et ea quæ dicit id esse speciem de quo genus in eo quod quid sit prædicatur, eam rursus significat speciei formam quam retinet ex generis PREDICAZIONE idem est autem et poni sub genere et de eo  prædicari genus, sicut idem est supponi generi et ei genus præponi. quodsi omnis species sub genere collocatur, manifestum est omnem speciem hoc ambitu descriptionis includi. sed tertia definitio de ea tantum specie loquitur quæ numquam genus est et quæ solum species restat. hæc autem species ea  est quæ de differentibus specie minime prædicatur. nam si id habet genus plus ab specie, quod de differentibus specie prædicatur, si qua species prædicetur quidem de subiectis, sed non de specie differentibus, ea solum erit superioris generis species, subiectorum uero non erit genus. igitur PREDICAZIONE ea quam species habet ad subiecta, si talis sit, ut de differentibus specie non prædicetur, distinguit eam ab his speciebus  2 ponitur genere om. N  rursum CR quo Schepss  qua codd. et edd.; prædicaretur  EGLRS  prædicetur  edd . 5 ponuntur  Cm2HN  6 speciem  om. Sm1  species  m2G post  eam  add. tantum  FHNP, s. l. Lm2  7 qua  CNP  quæ  cett . 8 quo  p Schepss  qua  codd. brm; cf. 3  genus  s. l. Em2, ante add . species  G  prædicetur  FHLm2NP  prædicaretur  S  9 speciei  om. C  10 est  post  autem  E s. l. m2 R  supponi EFGHLRS 11 generi genere  CGm1  12 omnes  sed  collocatur  ELN  13  post  est  add . autem  CEGL del. m2 S del. m2  15 est  om. EGS, ante  genus  ΗR, fit  L  perstat  E  pers  in ras. HNa.c . 17 habet  ante  plus  FH, post N,  plus  post  habet  L  a  RS  18 si qua species  om. N prædicetur  om. N  prædicatur  Em1HSm2 post  subiectis  add . Species uero differentibus numero  N  19 de  om. N  21 de non non differentibus specie  N  22  ante  distinguit  add . sed hanc terciam,  sed del. E, post add . enim,  sed del. RS   quæ genera esse possunt et monstrat eam solum speciem esse nec generis PREDICAZIONE tenere. illa igitur tertia descriptio speciei quæ magis species ac specialissima dicitur, definitur hoc modo : species est quod de pluribus numero  differentibus in eo quod quid sit PREDICARE -ut homo PREDICARE enim de CICERONE ac Demosthene et ceteris qui a se, ut dictum est, non specie, sed numero discrepant.  Ex tribus igitur definitionibus duæ quidem et specialissimis et non specialissimis aptæ sunt, hæc uero tertia solam  ultimam speciem claudit. ut autem id apertius liqueat, rem paulo altius orditur eamque congruis inlustrat exemplis. Planum autem erit quod dicitur hoc modo. in uno quoque prædicamento sunt quædam generalissima et rursus alia specialissima et inter generalissima et  specialissima sunt alia. est autem generalissimum quidem super quod nullum ultra aliud sit superueniens genus, specialissimum autem, post quod non erit alia inferior species, inter generalissimum autem et specialissimum et genera et species sunt eadem, ad aliud  7 ut dictum est 188, 13 ss. 12 206, 18 Porph. Boeth. et  s. l. m2  monstrabat  S  monstratque  FHNP  solam  Sm2  3 speciei solum species est  N  speciei species ac quæ  s. l. m2  solum species magisque  in ras.  species  H  4 hoc modo  in mg. Hm2   ante  species  add . Dicitur enim  FHP  et differentibus numero  203, 12  6 Cicerone socrate  N post  ac  add . de  R  8 duæ claudit  C om. pr . et  E in ras. m2 FH solum  LNP  duabus quidem et specialissimas et non specialissimas species claudit  GR  una quidem et specialissimam et non specialis ultimam speciem claudit  Sm1, del. et in mg. corr. m2  apte sunt  post  duæ quidem, 10 id  om. LR  rem  om. EGS, s. l. Pm2, post  orditur  Lm2  12 in uno quoque solum species   RS Q,  om. cett . 14 rursum  Γ  et inter alia  om. RS 15 sunt  om .  T m1, in mg.  scil. sunt ut corpus  m2, est  ut uid .  Δ  16 super  ultra ultra quod nullum  RS  ultra nullum  ΓΦ  17 specialissima  R  quod quam  RS  18 autem  om .  Γ   ante  et genera  add . alia  p  alia sunt quæ  brm; Porph. 4, 19   άλλα, α ν,α'ι  γένη   quidem et ad aliud sumpta. Sit autem in uno PREDICAMENTO manifestum quod dicitur. substantia est quidem et ipsa genus. sub hac autem est corpus, sub corpore uero animatum corpus, sub quo animal, sub animali uero rationale animal, sub quo homo, sub homine uero Socrates et Plato et qui sunt particulares homines. sed horum substantia quidem generalissi-mum est et quod genus sit solum, homo uero specialissimum et quod species solum sit, corpus uero species quidem est substantiæ. genus uero corporis animati;  et animatum corpus species quidem est corporis, genus uero animalis. animal autem species quidem est corporis animati, genus uero animalis rationalis, sed rationale animal species quidem est animalis, genus autem hominis, homo uero species quidem est rationalis  animalis, non autem etiam genus particularium hominum, sed solum species. et omne quod ante indiuidua proximum est, species erit solum, non etiam genus. Prædiximus ab Aristotele decem prædicamenta esse dis 19 Prædiximus 151, 12.   1 quidem  post  eadem  R 5  ad  om .  Λ,  s. l. R T  uno uno quoque  R A  quoque  er .  Φ,  ad uno  s. l . isto  A m2  2 est quidem  R ΓΦ  est quiddam  repet, est  S   cett . 3 est  post  corpus  S, om .  Φ  5 uero  RST iI   s. l. m2   Φ,  om .  ΛΛΣΊ   Busse; Porph. 4. 23   δέ  6 uero  codd. nostri, om. Busse; Porph. 4, 24   δέ   post, et  om. RS  7 eorum  RS  generalissimum  codd. PQ non L Bussii edd . generalissima  codd. nostri; Porph. 4, 25   τό γινικώτατον  8 uero  om. R  9  ante  et  add . est  2   pr . specie  R  10 est  om .  2,  s. l .  Δ  11 et sed et  brm, recte ut uid.; Porph. 4, 27   αλλά καί  est  om. R  12 animal autem rursus animal  brm; Porph. 4, 28   κάλιν δέ to ζώον  13 uero ΓΔ   s. l. m2   Π*!',  om. cett . animalis  Δ   s. l. m2   ΣΊ  post  rationalis.  om. cett.; Porph. 4, 29   γένος δέ τού λογικού ζώου  14 animal  est  om. R  15 autem uero  RS  16 autem  del .  h m2 genus etiam  R  17 et  om. CEGP  indiuiduum  F  est  s. l. E  erit  CGR  solum species erit  LS  erit solum species  E  solum species est  CR  solum speciem non etiam genus esse liquet  G  19 Prædicimus  R, add.  etiam  L   posita, quæ idcirco prædicamenta uocauerit, quoniam de ceteris omnibus prædicantur. quicquid uero de alio prædicatur, si non potuerit PREDICAZIONE conuerti, maior est res illa quæ PREDCIARE ab ea de qua PREDICARE. itaque hæc PREDICAMENTI maxima rerum omnium, quoniam de omnibus PREDICARE sunt. in uno quoque igitur horum PREDICAMENTI quædam generalissima sunt genera et est longa series specierum atque a maximo decursus ad minima. et illa quidem quæ de ceteris PREDICARE ut genera neque ullis aliis supponuntur ut species, generalissima genera nuncupantur, idcirco quia his nullum aliud superponitur genus, infima uero quæ de nullis speciebus dicuntur, specialissimæ species appellantur, idcirco quoniam integrum cuiuslibet rei uocabulum illa suscipiunt quæ pura inmixtaque in ea de qua quæritur proprietate sunt constituta. at quoniam species id quod species est ex eo habet nomen, quia supponitur generi, ipsa erit simplex species, si ita generi supponatur, ut nullis aliis differentiis præponatur ut genus. species enim quæ sic supponitur alii, ut alii præponatur, non est simplex species, sed habet quandam generis admixtionem, illa uero species quæ ita supponitur generi, ut minime speciebus aliis præponatur, illa solum species simplexque est species atque idcirco et maxime species et specialissima nuncupatur. inter genera igitur quæ sunt generalissima et species quæ specialissimæ sunt, in medio  1 uocauit  Lp.c.P  dicuntur  N  3 poterit  CNSm1  res  om. E, sed   ras ., ratio  R  4  post, prædicatur dicitur  HNP  5 maxime  Em1G a.c . 7 quædam quæ  CFHN  genera  om. CN, ante  sunt  F  et  om.  CHN maximis  CFHNPm2  11 quia quoniam  HN inpermixtaque  Em2HPm2  intermixtaque  NPm1  de qua  s. l. Sm2  de quo  R  quæ  E ex alia uoce N  15 at ut  CFN  quod quoniam  E  16 nomen  om. FN  quia quoniam  F  aliis  om. C    ante  alii  add . generi  CL del. m2, post s. l. P   simplex  om. GRS, s. l .  Em2Lm2  atque idcirco maxime -ma  H  species est est  om. H   in mg. Hm1?, s. l. Lm2 ante  species  add . est  P, post C, s. l. Lm2   specialissima  EGSm1  sunt  om. EG, s. l. Pm2, post  quæ  L sunt quædam quæ superioribus quidem collata species sunt, inferioribus uero genera. hæc subalterna genera nuncupantur, quod ita sunt genera, ut alterum sub altero collocetur. quod igitur genus solum est, id dicitur generalissimum genus, quæ uero ita sunt genera, ut esse species possint, uel ita species,  ut sint genera nonnumquam, subalterna genera uel species appellantur. quod uero ita est species, ut alii genus esse non possit, specialissima species dicitur.   His igitur cognitis sumamus PREDICAMENTI unius exemplum, ut ab eo in ceteris quoque PREDICAMENTI atque in  ceteris speciebus in uno filo atque ordine quid eueniat possit agnosci. substantia igitur generalissimum genus est; hæc enim de cunctis aliis PREDICARE ac primum huius species duæ, corporeum, incorporeum; nam et quod corporeum est, substantia dicitur et item quod incorporeum est, substantia PREDICARE sub corporeo vero animatum atque inanimatum corpus ponitur, sub animato corpore animal ponitur; nam si sensibile adicias animato corpori, animal facis, reliqua uero pars, id est species, continet animatum insensibile corpus. sub animali autem rationale atque inrationale, sub rationali homo  atque deus; nam si rationali mortale subieceris, hominem feceris, si inmortale, deum, deum uero corporeum; hunc enim mundum ueteres deum uocabant et Iouis eum appellatione  1 quidem  om. EG  collata  FHm1NPm2  collatæ  Cm2EGHm2   add. e,  sed exters .  Lm2  collocata  Pm1 collocatæ  Cm1Lm1RS in ras. sunt species  CLR  hæc et  C nominantur  FHNP  3 alterutrum  Ea.r.Pm1  alterutro  Pm2   ita  s. l. Em2Lm2, ante  ut  C  ut sint   est species  7 s. l. Em2  9 igitur ergo  E   ante  in  add . ut  Lm2Pm2  uno quoque  Em2H  quoq.  del. m1 ?  PRS quod  Ea.c .  GLm2Pm1R  14 duæ  om. HN  sunt  add. C,s.l. Pm2, ante  duæ  L post pr . corporeum  add . et  C, s. l. Pm2, atque  FHN  15  ante post . substantia  add . et  ES del, ex  R  17 sub animato ponitur  om. R post . ponitur collocatur  FHNP  18 adicies  RS  19 inanimatum  Cm1Lm2NPm2S  in  s. l. minus cert .,  post add . et  s. l. Pm2  20  post  rationali  add . autem  L  22 feceris  om. GRS, s. l. Em2, scil. fecisti  ante  hominem  s. l. Sm2  constituis  L post  uero  s. l . dico  Lm2, post  corporeum  Sm2  23 deum ueteres  LN   dignati sunt deumque solem ceteraque cælestia corpora, quæ animata esse cum Plato, tum plurimus doctorum chorus arbitratus est. sub homine uero indiuidui singularesque homines ut Plato, CATONE, CICERONE et ceteri, quorum numerum pluralitas  infinita non recipit. cuius rei subiecta descriptio sub oculos ponat exemplum substantia corporea incorporea corpus animatum inanimatum animatum corpus sensibile insensibile animal rationale inrationale rationale animal mortale | inmortale homo Plato CICERONE CATONE Superius posita descriptio omnem ordinem a generalissimo usque ad indiuidua prædicationis ostendit. in qua quidem substantia generalissimum dicitur genus, quoniam præposita est omnibus,  nulli uero ipsa supponitur, et solum genus propter eandem scilicet causam, homo autem species solum, quoniam Plato,  1 dignati sunt designauerunt  Em2  deum quoque  HLm2P  2 cum tum  Em2F  platone  Lm2PSm1  tunc  CGLSm1  4 cato  om. C, ante  plato  L, tito  N  5 oculis  CFP  6 ponit  Lm1 figuram supra depictam exhibent P est altera de duabus ipsa quoque a m1 facta, prior minus dilucida est, nisi quod ad pr . animal  add . sensibile  et  rationale  post post . animal  pos., et E, in quo ordo nominum  cato plato cicero  est, simillima est in G, sed extrema pars  homo Cicero  deest, et in H, nomina tamen  socrates plato cicero  sunt; in S uoces mediæ tantum  substantia homo  extant, sub uoce homo unum nomen est  FVLCO GONCŁ,  explicare non potuimus; figura deest in CFLNR, in F post ponat exemplum  est  SVBSTANTIA 8 ad  om. H, s. l. Em2  indiuiduum  FLN  in qua et  E  10 uero ergo  H   Cato et Cicero, quibus est ipsa præposita, non differunt specie, sed numero tantum. corporeum uero, quod secundum a substantia collocatur, et species esse probatur et genus, substantiæ species, genus animati. at uero animatum genus est animalis, corporei species. est enim animatum genus sensibilis, animatum  uero sensibile animal est; ipsum igitur animatum propter propriam differentiam, quod est sensibile, recte genus esse dicitur animalis. animal uero rationalis genus est et rationale mortalis. cumque rationale mortale nihil sit aliud nisi homo, rationale fit animalis species, hominis genus. homo uero ipse  Platonis, CATONE, CICERONE non erit, ut dictum est, genus, sed est solum species. nec solum differentiæ rationalis species est homo, uerum etiam Platonis et CATONE ceterorumque species appellatur, propter diuersam scilicet causam. nam rationalis idcirco est species, quoniam rationale per mortale  atque inmortale diuiditur, cum sit homo mortale. idem nero homo species est Platonis atque ceterorum; forma enim eorum omnium homo erit substantialis atque ultima similitudo est autem communis omnium regula eas esse species specialissimas quæ supra sola indiuidua collocantur, ut homo, equus,  coruus   sed non auis; auium enim multæ sunt species, sed hæ tantum species esse dicuntur  , quorum subiecta ita sibi sunt consimilia, ut substantialem differentiam habere non possint. in omni autem hac dispositione priora genera cum inferioribus coniunguntur, ut posteriores efficiant species; nam  1 Cato tito  N  et  om. P, s. l. Lm2  5 corporis  FN  enim autem  CLSm2  ipsum  post  igitur  FL s. l. m2, om. EGRS  propter præter  H  7 quæ  ER  8  post  rationale  add. est genus  R, s. l . scil. genus  L  11 Catonis  om. CLN  titonis  N ante  Ciceronis  add . et  CFHP  12 species est solum  C  13 catonis et platonis  CL  platonis titonis  N  15  post  rationalis  add . homo  G  homo  om. EGLS  17 atque et C eorum enim  E erit est  FHNP   ante  omnium  add . et  R post  regula  add . est  EG  esse  ante  eas  FNS   s. l. m2, om. EGR  21 enim uero  CEGLRS 22 hæc  Gm1NR  hee  P  species  om. E quarum Em2FSm2 sibi om. R  disputatione  F  iunguntur  CLm1  coniungantur  m2  efficiunt  Fa.c.Sm1  efficiat  m2   ut sit corpus substantia, cum corporalitate coniungitur et est substantia corporea corpus. item ut sit animatum, corporeum atque substantia animato copulatur et est animatum substantia corporea habens animam. item ut sit sensibile, eidem tria illa  superiora iunguntur nam quod est sensibile, tantum est, quantum substantia corporea animata retinens sensum, quod totum animal est. item superiora omnia rationi iuncta efficiunt rationale postremumque hominem superiora omnia nihilo minus terminant; est enim homo substantia corporea, animata, sensibilis, rationalis, mortalis nos uero definitionem hominis reddimus dicentes animal rationale, mortale, in animali scilicet includentes et substantiam et corporeum et animatum atque sensibile. et in ceteris quidem speciebus atque generibus ad hunc modum uel genera diuiduntur uel species describuntur. Quemadmodum igitur substantia, cum suprema sit, eo quod nihil sit supra eam, genus erat generalissimum, sic et homo, cum sit species post quam non sit alia species neque aliquid eorum quæ possunt diuidi, sed solum indiuiduorum   indiuiduum enim est  71   Socrates et Plato  , species erit sola et ultima species Porph. Boeth. eadem  H idem  ex  eidem  Lm2  6 retinet  CN  habens  L  7 rationali  Pm2  coniuncta  HL efficiuntur  Ea.r.GS  8 postremoque  CHNP recte?  postremum -mo  L uero  LS  11  inter mortale  et  in animali  add . quia animal includit ur in se et substantiam et corporeum et animatum atque sensibile  R  12 atque et  H  14 describuntur distribuuntur  FN  15 cum  R sed ante breuis ras. fi  quæ cum  cett . quæ  del. et in mg. scr . parentesis  5 m2 ; an quæ  scribend .? suprema  om. S  summa  G eo quod et  A a.c . nihil nullum  N SA  sit  om. F, s. l . Λ, est  post  eam  Λ2  erat  RSm1  erit  m2F  sit  P  est  cett. codd .  edd. Busse; Porph. 5, 2   ήν   sic et species dicitur  212, 15   RS Q,  om. cett . et etiam  RS ΤΦ,  glossa ut uid. ad  et  in   Π   alia aliqua  RS; add . inferior  ΔΛΠΣ*Ρ   Busse, post  species  Γ,  om. RS Φ   edd. Porph. 5, 3 aliud  R   post  diuidi  add . in species  edd., recte ut uid., etiam Bussio placet; Porph. 5, 3 χών χέμνεοΟαι ουναμένων εις είδη   post  indiuiduorum  add . species  R  20  post  Plato  add . et hoc album  brm, fort. recte; Porph. 5, 4   xat χοοχι χό λεοχόν  solum  R  solam  S   et, ut dictum est, specialissima. quæ uero sunt in medio, eorum quidem quæ supra ipsa sunt, erunt species, eorum vero quæ post ipsa sunt, genera. quare hæc quidem habent duas habitudines, eam quæ est ad superiora, secundum quam species ipsorum esse  dicuntur, et eam quæ est ad posteriora, secundum quam genera ipsorum esse dicuntur. extrema uero unam habent habitudinem. nam et generalissimum ad ea quidem quæ posteriora sunt, habet habitudinem, cum genus sit omnium id quod est supremum, eam  uero quæ est ad superiora, non habet, cum sit supremum et primum principium, specialissimum autem unam habet habitudinem, eam quæ est ad superiora, quorum est species, eam uero quæ est ad posteriora, non diuersam habet, sed etiam indiuiduorum species  dicitur, sed species quidem indiuiduorum uelut ea continens, species autem superiorum, uelut quæ ab eis contineatur.  ipsa  om. R, post  sunt  Γ species erunt  RS; Porph. 5, 6   είη αν εϊδη  3 uero sunt  om. S, s. l . autem quæ sunt sub se erunt  m2  uero autem  RSm2 V<]?}   fort. recte  post ipsa sub ipsis  R  4 duas habent  ΔΛ2   Busse; Porph. 5, 7   έχει Sio σχέσεις  habentes  S  7 dicuntur esse  R  extremæ -me  Sm1 h m1 A2 m2 b 8 habent unam  Δ  et generalissimum id quod generalissimum est  RS; Porph. 5, 9   το τε γάρ γενιχώτατον  9 habet habet unam  Δ  10 genus  post  omnium  R, post  sit  S Σ  id hic  R  ea  R  11  post  uero  add . habitudinem  Γ  non habet  hic om., post  principium  add . non habet habitudinem  R, add . et ut diximus supra quod non est aliud superueniens genus  edd. cum Porph. 5,12  12  ante  specialissimum  add . et  brm   Busse, fort. recte, om. codd. etiam LPQ Bussii; Porph. 5, 12   «ύ τί> είδιχώτατον δέ  specialissimam  R T m1  specialissima  S  autem etiam  brm  13 eam  om. RS  14 posteriora inferiora  RS 511,  recte ? 15 non diuersam  Sm1 edd . quorum diuersam  A m1  non  del. uel om . diuersam,  Sm2 A m2   et cett. Busse; Porph. oi% άλλοίαν  species dicitur indiuiduorum  om. FHN, sed indiuiduorum  om. CT  quidem  om.  Σ,  post add. dicitur  edd.; codd. quidam Porph. λέγεται eam  N 17  post continens  add. est  Σ autem uero  L 18 his  NR  illis  F  contineantur  CEm2H  continetur  N Ω   sed corr .  K m2,  ex  -entur  II m2    Ex proportione speciei nomen et generis ostendit. nam ut genus, quoniam non habet genus supra se, generalissimum genus dicitur, ut substantia, ita species, quoniam non habet sub se speciem, sed indiuidua, specialissima species dicitur,  ut homo. quid est autem species non habere his præesse quæ neque in dissimilia diuidi possunt, ut genera diuiduntur, neque in similia secantur, ut species. quæ uero inter genera generalissima speciesque specialissimas constituta sunt, ea et species et genera nuncupantur, quoniam et ipsa aliis supponuntur et his alia subiciuntur, quorum uel in dissimilia uel in similia possit esse partitio. cumque duæ sint habitudines et quasi comparationes oppositæ, quæ in omnibus generibus speciebusque uersentur, una quidem quæ ad superiora respiciat, ut specierum, quæ suis generibus supponuntur, alia  uero quæ ad inferiora, ut generum, cum speciebus propriis præponuntur, generalissima quidem genera unam tantum retinent habitudinem, eam scilicet quæ inferiora complectitur, illam uero quæ ad præposita comparatur, non habent. generalissimum enim genus nulli supponitur. item species specialissima unam possidet habitudinem, per quam scilicet ad sola genera comparatur, illam uero quæ ad inferiora committitur, non habet; nullis enim speciebus ipsa præponitur. at uero quæ subalterna sunt genera, utraque habitudine funguntur.  1 propositione  FPm1  et  om. N, del. Sm2, etiam  FL  2 super  F  se  om. CN, s, l. Lm2  4 species specialissima  FHN  5 speciem  Lm2 post  habere  add . nisi  ex 2 al. litt. m2   L  hoc est  N  id est  R, inseruit   Pm1?  6 possint  ESm2  7  ante  neque  add . sed  P, del. m1?, s. l· Lm2  quæ constituta specialissimæ constitutæ,  cet. om. EGRS   ea et illæ illa  L  uero  EGLRS  9 et  om. FP  quoniam quæ  EGLm1R subponantur  S  10 subiciantur  S pr . uel  om. EGR, s. l. Lm2  uel in similia  om. EGRS  11 possint  EGLm1S  possunt  R  paratio  Cm1  partitiones  EGLa.r.RS  cumque comparationes  om. EGRS, in mg. Lm2  duo  Cm1 sunt  NPa.c. subpositæ  CHm1Lm1N, om. F 13 uersantur  EGL  16 una  Cm1  retinent  ante  tantum  H  retinet  R  habent  N   illam comparatur  21 om. S habet  G, m1 in CEH  19 genus enim  H  nullis  F  23 quæ illa quæ  F  utramque habitudinem  G   nam et illam possident quæ ad superiora respicit, quoniam quæ subalterna sunt, habent superpositum genus, et illam quæ de inferioribus PREICARE; habent enim subalterna genera suppositas species, ut corporeum ad substantiam quidem eam retinet habitudinem qua potest poni sub genere, ad ani matum uero eam qua potest de specie prædicari specialissimæ uero species licet ipsæ indiuiduis præponantur, tamen præpositi habitudinem non habebunt, idcirco quoniam illa quæ speciei ultimæ supponuntur, talia sunt, ut quantum ad substantiam unum quiddam sint non habentia substantialem  differentiam, sed accidentibus efficitur, ut numero saltem distare uideantur, ut pæne dici possit et pluribus præesse speciem et quodammodo nulli omnino esse præpositam. nam cum species substantiam monstret unam, quæ omnium indiuiduorum sub specie positorum substantia sit, quodammodo  nulli præposita est, si ad substantiam quis uelit aspicere. at si accidentia quis consideret, plures de quibus PREDICARE species fiunt, non substantiæ diuersitate, sed accidentium multitudine. itaque fit ut genus quidem semper plurimas sub  1  ad  illam  et  quæ  s. l . ał illud  et  ał quod  L  ad  om. CGHLPS  quoniam quæ quantum que  S  2  post  sunt  add . genera  P, s. l. Lm2  3 prædicantur  Hm1Sm1  4 superpositas  Hm1  5 qu * a i  er .  C  poni potest  E  6 quæ  EHm1LPN specie speciebus  R  7 præponuntur  Hm1Pm1  8 subpositi  E  habent  EP  habebit  Gm2  9 ultima  EGLm1S  ad substantiam substantia  F  10 quidem  GLm2S  non nec  FHLm2NP habentia  Em2  habentes  CEm1GL  es  ex al. litt. m2   PS  habentem  R  habent  FHN  11  post  sed  s. l . scii, ex  Hm1?  accidentibus  del. et s. l . ał accidentalem  Hm2 uel al ., accidentalem,  s. l . ał accidentibus  Lm1, s. l . Nam accidentibus  m2  saltim  Lm2NPR  12 possint  EFGLRS  et nec  F, m1 in HLN  13 species  EGL   es in er . em?  m2   Pm1RS  esse  om. FHN  præpositæ  EGLRSm2 -tum  m1  nam cum præposita est  16 in sup. mg. Lm2  14 monstraret  HPm1  monstrat  RS unam, quæ  S  unaque  CFHNP   ras. ex  -que unam quamque  EGR  unam *  L 15 substantiæ  GLR  sit  s. l. ante  substantia  Pm2, om. EGLR, est  S ante  quodammodo add.  fit HN, post  nulli  C, om . est CHN  16 ad  om. EGPRS  17 ac  GR  prædicatur  EGLRS   se habeat species; de differentibus enim specie PREDICARE, differentia uero nisi pluralitati non conuenit. at uero species etiam uni aliquando indiuiduo præesse potest. si enim unus, ut perhibetur, est phoenix, phoenicis species de uno tantum  indiuiduo PREDICARE; solis etiam species unum solem intellegitur habere subiectum. ita nullam multitudinem species per se continet, cum etiam si unum sit tantum indiuiduum, speciei tamen non pereat intellectus; quibusdam enim suis quasi similibus partibus præest. ut si æris uirgulam diuidas,  secundum id quod æs dicitur, idem et partes esse intellegitur et totum. idcirco dictum est speciem, licet sit indiuiduis præposita, unam tamen habitudinem possidere, unam scilicet qua species est. quoniam enim præpositis subditur, species nuncupatur, et est superiorum species tamquam subiecta  inferiorum quoque species, idcirco quoniam eorum substantiam monstrat. speciem uero substantiam nuncupamus, nec ita est species substantia indiuiduorum, quemadmodum speciei genus; illud enim pars substantiæ est, ut animalis homo reliquæ enim partes rationale sunt atque mortale, homo uero Socratis  atque CICERONE tota substantia est; nulla enim additur differentia substantialis ad hominem, ut Socrates fiat aut Cicero,  1 de differentibus enim quod de differentibus  CL  2 ni  C  4 est  post  unus  FHP, post  phoenix  N  5 solem  EGPpr  solum  cett. codd .  bm; cf. 218. 3. 219, 17 . 7 cum  om. S  ut  CFN  tantum  om .  ENRS; cf.219,11 post indiuiduum  add . unius generis  G  8 tamen  om. C  perit  Sm2, add . sensus et  F  9  post  uirgulam  add . in partes suas suas partes  P  id est id est  om. F  æneas particulas particulas  om. F, æneas uirgulas,  sed del. L   CFHLN, in mg. Pm2  10 intelliguntur  H  12 possidet  FN  unam illam  L  eam unam  F  13  ante  qua  s. l . in  Sm2  14 nuncupatur nominatur  FHN  16 demonstrat CEGLP  est  om. S, post  species  in ras. N, esset  F  17 substantia ia  ex  ie  F   ante  species  FNa.c.RS, post  indiuiduorum  C  18 animalis homo  EGLm1  homo animalis  Sm2P  animal hominis  CLm2Sm1  hominis animal  FH  inis  in ras. m2 et post  animal  2 litt. er .  NR  19 etenim  R  sunt  om. EGR post  mortale  add . adduntur  om. N  animali ad diffiniendam substantiam hominis  N edd . uero  om. CFGLRS   sicut additur animali rationale atque mortale, ut homo integra definitione claudatur. idcirco igitur species specialissima tantum species est atque hanc solam possidet habitudinem ad superiora quidem, quoniam ab his continetur, ad inferiora uero, quoniam eorum substantiam format et continet. Determinant ergo generalissimum ita, quod cum genus sit, non est species, et rursus, supra quod non erit aliud superueniens genus, specialissimum uero, quod cum sit species, non est genus et quod cum sit species, numquam diuiditur in species et quod de  pluribus et differentibus numero in eo quod quid sit prædicatur. ea uero quæ in medio sunt extremorum, subalterna uocant genera et species, et unum quodque ipsorum speciem esse et genus ponunt, ad aliud quidem et ad aliud sumpta. ea uero quæ sunt ante specialissima usque ad generalissimum ascendentia, et genera dicuntur et species et subalterna genera, ut Agamemnon Atrides et Pelopides et Tantalides et ultimum Iouis. Posteaquam naturam generum ac specierum diuersitatemque  monstrauit, eorum ordinem definitionis descriptionisque commemorat. ac primum quidem generalissimi generis terminum  Porph. Boeth. rationalis atque mortalis  N  3 possidet optinet  P  6  post  determinant  add . philosophi  C  ergo  om. CN  enim  EGLm1 <t> p.c.;   Porph. 5, 17   τοίνον  ita  om. CGHP, s. l. Em2 A m2  quod quoniam  S  7 sit genus  NR  et rursus genera ut  17   LRS ii,  om. cett . rursum  S  8 erit  LRS T est  cett.; Porph. 5, 18   οΰχ αν ειη  9  pr . quod quæ  S h a.c . post. quod et quod  10 om. L  10 diuidatur  S  11 et et de  L  13 uocant  Λ2Φ  uocantur  cett. edd. Busse; Porph.   χολοΰσι 14 ipso eorum  S  speciem  Brandt  species  codd. Busse  ponunt  A m2 U m2,  e coni. scr. Busse, ponuntur  T m1  possunt  m2   cum   cett .; species esse potest et genus  edd.; Porph. 5, 22   xal έχαοτον αδτών είδος είναι xal γένος τίθενται  17  post, et  om. R  ut  om. FS  18 et  om. CEG pelides  F post . et  om. C  19 ultimo  F  20 Post ** quam  CL  diuersitatem  GLm1R, -que  in ras. E, er. P   inducit, id esse generalissimum genus quod cum ipsum genus sit, non habet superpositum genus, hoc est speciem non esse, et rursus, supra quod non erit aliud superueniens genus. si enim haberet aliud genus, minime ipsum generalissimum  uocaretur. specialissima uero species hoc modo : quod cum sit species, non est genus, ex opposito, quoniam opposita ex oppositis describuntur interdum. nam quoniam præpositio opposita est suppositioni, genus autem præponitur, species uero supponitur, si idcirco erit primum genus, quia ita superponitur,  ut minime supponatur, idcirco erit ultima species, quia ita supponitur, ut præponi non possit, oppositorum igitur recte ex oppositis facta est definitio. Est alia rursus descriptio : quod cum sit species, numquam diuidatur in species, id est genus esse non possit. si enim omne genus specierum  genus est, si quid non diuiditur in species, genus esse non poterit. Est rursus alia definitio : quod de pluribus et differentibus numero in eo quod quid sit prædicatur. de qua definitione sæpe est superius demonstratum. nunc  18 sæpe superius]11 ss. 203, 11. 205, 4.   1 inducit  RSm1  indicit  Em1  indicat  GLa.c.  dicit  CEm2FHLp.c.   NPSm2  inducit dicens  brm  indicat dicens  p  id  om. EGRS, s. l. Lm2  3 non  om. EGRS, s. l. Lm2  superueniens  om. EGRS, s. l. Lm2  si genus  om. EGRS, in mg. sup. Lm2  5 uocetur  EGLm1Sm2; post   inlatus est locus 219,14 220, 3  quoniam ridere exemplam  in EGL,  quoniam irridere  sic  prædicatur  219, 15 qui locus tamen infra quoque extat in S  specialissima idcirco erit   in ras. C post  modo  add.  describitur  edd.  6 opposito opposita  F  opposito est  H; post   add.  Quia sicut genus (genus  in mg. F  generalissimum est cui non aliud genus superponitur, ita et species specialissima nuncupatur, cui alia species non subponitur (superponitur  F  et utrumque ex opposito dicitur alterius sicut pater ex opposito dicitur filii  F, in inf, mg. cum nota  d(esunt h(æc  Hm1?  opposita  om. EGR, s. l. Sm2  quoniam  om. EN  si  er. E  sed  La.c, Pm2  11  ante  ut  add.  rursus  RS  ut præponi non possit ut minime præponatur  CFHN (in mg. add. m2  oppositorum  om. EGLRS  recte  om. C   quod  Lm1 edd.  quæ  cett.   ante  numquam  add.  quæ  CGHm1, del. m2  diuiditur  CLRSm1  est  om. C  possit posse  CFN  potest  edd . potest  EGLRS  Est et  FHNS  et  om. N   illud attendendum est. si, ut paulo superius dictum est, speciei unum indiuiduum potest esse subiectum, ut phoenici atomum suum, ut soli corpus hoc lucidum, ut mundo uel lunæ, quorum species singulis suis indiuiduis superponuntur, qui conuenit dicere speciem esse quæ de pluribus numero differentibus in  eo quod quid sit prædicatur? sunt enim quædam quæ de numero differentibus minime dicuntur, ut phoenix, sol, luna, mundus. sed de his illa ratio est de qua etiam superius pauca reddidimus, quæ paululum inflexa commodissime nodum quæstionis absoluit. | omnia enim quæ sub speciebus specialissimis  sunt, siue infinita sint siue finito numero constituta siue ad singularitatem deducantur, dum est aliquod indiuiduum, semper species permanebit neque indiuiduorum deminutione, dum quodlibet unum maneat, species consumitur. ut enim dictum est, tametsi plura sint indiuidua, substantiales differentias non  habebunt. id uero in genere dici non conuenit, quod his præest quæ substantiali a se differentia disgregata sunt; præest enim speciebus quæ diuersis differentiis informantur.  1 paulo superius.  superius 215, 2 ss.   1 est  om. G, s. l. Lm1  si, ut sicut  FGPSm1  sic  La.c. supra  RS  3 suam  S  solis  F  mundi  FR, add.  hoc inane spacium  s. l.   Lm2, post  lunæ  in mg.  et hoc immane spacium quod uidemus  P  quorum quæ  Lm1  4 indiuiduis  om. EGRS post superponuntur  add . quod si ita est ut species de uno quolibet indiuiduo prædicetur (prædicatur  P  ut de phoenice (phe P   P edd.  qui quomodo  Hm2LP  6 prædicetur  L  8 mundus  om. EGRS, s. l. Lm2  illa his  EG  ratio est  om. EG  9 paulum  N  inplexa ( uel  im- EHm1LP  nodum  ras. ex  modum  EN  10 sub suis  EGS  in suis  R  specialissima  GPm1RS  11 sint sunt  CHa.c.Lm1R  finita  CHm2N  12 deducuntur  Lm2R  adducuntur  P, add.  ut fenix uel sol  R  aliquid  FL  semper deminutione  om. EGRS, in mg. Lm2  semper s. l.  Pm1?, post species  N, om. L (m2  13 deminutione  C  diminutione  cett.  dum  om. S  si  EGLm1R  14  ante consumitur  add.  non  EGL   del. m2 RS  ut quod  EGLRS  15 tamenetsi  G  tamen si  RS  sunt  F ante  substantiales  add.  si  G, s. l. Sm2, ras. in E  16 id uero  om. EG  quod  L  idcirco id  R  id circo  Sm1, circo  del. m2  ante  speciebus  s. l.  genus  E   si igitur earum una perierit et ad unitatem speciei reducta sit ratio, genus esse non poterit, quia de differentibus specie prædicatur. non ita in speciebus. si enim omnium indiuiduorum natura consumpta sit et ad unius singularitatem indiuidui superpositæ speciei prædicatio peruenerit, est tamen species ac permanet. talia enim sunt illa quæ pereunt ac desunt, quale est id quod permansit et subiacet. quod uero dicimus de pluribus numero differentibus speciem prædicari, duobus id recte explicabitur modis, uno quidem, quia multo  plures sunt species quæ de numerosis indiuiduis prædicantur, quam hæ quibus unum tantum indiuiduum uidetur esse suppositum, dehinc hoc, quia multa secundum potestatem dicuntur, cum actu non semper ita sint, ut risibilis homo dicitur, etiamsi minime rideat, quoniam ridere potest. ita igitur species  de numero differentibus prædicatur; nihilo enim minus phoenix de pluribus phoenicibus PREDICARE, si plures essent, quam nunc, quando unus esse perhibetur. item solis species de hoc uno sole quem nouimus, nunc dicitur, at si animo plures soles et cogitatione fingantur, nihilo minus de pluribus solibus  indiuiduis nomen solis quam de hoc uno prædicabitur. idcirco igitur species de pluribus numero differentibus dicitur prædicari, cum sint aliquæ quæ de singulis indiuiduis appellentur. Illa uero quæ subalterna uocantur ita definiri queunt : subalternum  1 eorum  EFGLm1RS  redacta  EGLPm2RS edd.  2 de  om. E  3 si enim nam si  EGLRS  5 suppositæ  LNR  superposita  S  uenerit  EGLRS  6 alia  EGLa.c.RS ante  sunt  s. l.  non  E  7 quale quam  EGLa.c.RS  et ac  CFHNP  8 de numero pluribus  Ca.c.  numero de pluribus  p.c.  9 excusatur  EGLRS  quidem uno  EG  multo  om. FN, s. l. H  11 hæ  om. ER  hee  C  eæ  H  ea  N ante  quibus  add.  e  CR, er. uid. E  tantum  om. S  suppositum esse  RS  12 dehinc deinde  EGLRS  hoc  om. FHNS  13 semper  om. CFH  14 etiamsi prædicatur  om. F de loco  quoniam ridere  eqs. in EGLS   cf. ad 217, 5 igitur etiam  E  15 nihil  EGLPRS  16 phoenicibus  om. F 17 ita a  in ras. m2 E  hoc  om. S, post  uno  F  18 ac  EGR ante  animo  s. l.  in  Pm2  19 cogitationes  Ca.c.F ante  de  add.  enim  EG  20 prædicatur  EGLRS  22 appellantur  FHN   genus est quod et genus esse poterit et species, ad eumque modum est ut in familiis, quæ procreant et procreantur, ut etiam subiectum monstrat exemplum : ut Agamemnon Atrides et Pelopides et Tantalides et ultimum Iouis. Atreus enim Pelopis filius tamquam eiusdem species quasi  Agamemnonis genus est. item Agamemnon Pelopides et Tantalides, cum Pelops ad Tantalum comparatus Tantalusque ad Iouem quasi species itemque Tantalus ad Pelopem, Pelops ad Atreum tamquam genera esse uideantur, cum Iuppiter ueluti sit horum generalissimum genus.   Sed in familiis quidem plerumque ad unum reducuntur principium, uerbi gratia ad Iouem, in generibus autem et speciebus non se sic habet. neque enim est commune unum genus omnium ens nec omnia eiusdem generis sunt secundum unum supremum genus, quem admodum dicit Aristoteles. sed sint posita, quemadPorph. Boeth. Aristoteles Metaph. II, 3, 998 b, 22.   1 et  om. RS  et genus  om. EG  ad ut  CG  ut  om. Hm2  ad eumque   et ad eum  N  modum sunt ut  Hm1N  ad eumque   eum que *   L  eundem  Pm2  modum qui  s. l. Lm2, part. in ras. Pm2  est  s. l. Pm2   LP  ad eum modum qui est  EFR  ad eum   eum  del. m2, post  que eu  er.  modum,  in ras. quæ est  m2 S  4 et Tantalides Iouis  Lm2Pm2   om.  et Tantalides  R edd., post  species  5 Lm1S, om. cett.  5 quasi quæ si  Sm1, del. m2, ante add.  et  F, s. l. Pm2, est  R  Agamemnonis tamen his   is  R EGLm1R  tamen non his  Sm1, del. m2  genus est  del. Sm2  est  om. P ante  Pelopides  add.  non  E  atrides non   non  del. m2 L  7 comparatus  s  in ras. m2 H comparatur  cõ- cett  Tantalusque ut tantalus quæ  G   idemque CP idem N Atreum creontum EG creontem Lm1 tareontum S tamquam quasi  EGLR  quæ  S  uelut  HP  11 reducuntur  ante  ad  N, post  reducuntur  add.  omnes  L, s. l. Pm2;  reducunt  coni. Busse; cf. 224, 19  reduci;  Porph.   6, 3   άναγουοι  12 ad  om. EGRS A  13 speciebus in speciebus  R  sic se  ΝΣ  habetur  EG  neque dicerentur  221, 5   RS Q,  om. cett. enim  om. R  14 neque  Busse 15 sunt generis  Γ  16 sunt  \ m2 2 ;  Porph. 6, 6   χείοθ·ω  quemadmodum  om. S, add.  dictum est  edd., idem post  Prædicamentis  h m2 W m2; om. Porph. 6, 7   modum in PREDICAMENTI, prima X genera quasi prima X principia; uel si omnia quis entia vocet, æquiuoce, inquit, nuncupabit, non uniuoce si enim unum esset commune omnium genus ens, uniuoce  entia dicerentur; cum uero X sint prima, communio secundum nomen est solum, non etiam secundum rationem, quæ secundum nomen est. Cum de subalternis generibus diceret, familiæ cuiusdam posuit exemplum, quæ ab Agamemnone peruenit ad Iouem,  quem quidem pro numinis reuerentia ultimum posuit. quantum enim ad ueteres theologos, refertur Iuppiter ad Saturnum, Saturnus ad Cælum, Cælus uero ad antiquissimum Ophionem ducitur, cuius Ophionis nullum principium est. ne igitur quod in familiis est, id in rebus quoque esse credatur, ut res omnes  possint ad unum sui nominis redire principium, idcirco determinat hoc in generibus ac speciebus esse non posse; neque enim sicut familiæ cuiuslibet, ita etiam omnium rerum unum esse principium potest. fuere enim qui hac opinione tenerentur, ut rerum omnium quæ sunt unum putarent esse genus quod  ens nuncupant, | tractum ab eo quod dicimus ‘est’; omnia enim  inquit sententia, non uerba Aristotelis.   1 quasi  in ras.   Σ  sic  A m1  sicut  Ψ  2 prima  om.   Γ,  post  decem  Π  2 uocat  A m1 II  3 nuncupauit  S, in ras. ex  -bit  Γ  4 genus omnium  Busse  entia uniuoce  R post  uniuoce  add.  omnia  edd. cum Porph.   πάντα  uero autem  Γ  enim  ΔΔΣΦ ;  Porph.  δέ sunt  FH  prima principia  Lm1  prima genera  m2P  genera  s. l. m2 , prima principia  N ΓΣ  7  ante  rationem  ante  nomen  E   add.  definitionis  uel  diff-  ELRS Q,  om. Porph. 6, 11  quam  E post  est  add . solum  CHN  8 Cum Quoniam  CLm1NS  Quoniam  del. m2  cum  H  dicens  CLm1N  dicit  in ras. S  cuius  Pm1  cuiusque  F  eiusdem  R ponit  Sm2  ab  om. F, s. l. Gm2 nominis  EGLS  nomini  R  11 ad ueteres aduertere  Sm1  aduertisse  CEFGLm2P  aduertit se  R referantur  Hm1N  12 cælium  uel  ce  LPm2RS  zethum  F  zechum  N  Cælus Hm2  cælius uel ce  LPm2Sm2  celium  R  cælum  CEGHm1Pm1Sm1  zetus  F  zehus  N  othionem  F   sed ophionis 14 esse  Pm2  est  m1  quoque  FHNP   ante  sui  exters. uid.  proprii  E  17 familia  H 19 ut et  Fa.c.S  ut et  N  20 est esse  S   sunt et de omnibus esse PREDICARE itaque et I SBVBSTANTIA est et II QVALITAS est itemque III QVANTITAS ceteraque esse dicuntur; nec de his aliquid tractaretur, nisi hæc quæ PREDICAMENTI dicuntur, esse constaret. quæ cum ita sint, ultimum omnium genus ens esse posuerunt, scilicet quod de omnibus PREDICARE ab eo autem quod dicimus est participium inflectentes Græco quidem sermone  Sv  Latine ens appellauerunt. sed Aristoteles sapientissimus rerum cognitor reclamat huic sententiæ nec ad unum res omnes putat duci posse primordium, sed X esse genera in rebus, quæ cum a semet ipsis diversa sint,  tum ad nullum commune principium reducantur. hæc autem X genera statuit I SVBSTANTIA II QVALITAS III QVANTITAS IV AD ALIQVID V VBI VI QVANDO VII SITVM VIII FACERE IX PATI X HABERE quod uero occurrebat quoniam de his omnibus esse PREDICARE   omnia enim quæ superius enumerata sunt genera, esse dicuntur,  ita discussit ac reppulit dicens non omne commune nomen communem etiam formare substantiam nec ex eo debere genus esse commune arbitrari, quod de aliquibus nomen commune PREDICARE quibus enim definitio communis nominis convenit, illa communis nominis iure species iudicabuntur et communi illo vocabulo uniuoce PREDICARE quibus uero non convenit, vox his communis tantum est, nulla uero substantia. id autem manifestius declaratur exemplis hoc modo. animal hominis atque equi genus esse PREDICARE; demus igitur  1  post.  et  om. EGRS, s. l. Lm2  2 cetera  C  3 de in  GLm1RS  5 esse  om. EGRS, s. l. Lm2  6 autem  s. l. L  enim  C  est esse  FS  principium  EG, m1 in LPS  inflectentes  post  quidem  N quidem  ante  Græco  R ante  sermone  add.  de  P, s. l. L post  Latine add. autem  FHN, s. l. Pm2  prudentissimus  FNP  rerum principiorum EGLm1Pm1RS  9 omnes  ante  res  C, om. EGRS, s. l. Lm2  dici  FGm1Pm2  10 ad  FHNRm1 ipso  Em1GPm1S  ipsa  FHN  ipsos  Rm1  sunt  CLm1R edd.  11 reducuntur  EFGLm2RPm1S  15 numerata  CEGL  innumerata  S  repulit  CEFHRP  17 eo debere eodem uere e re  add. S   EGSm1  18  post  arbitrari  add.  debet  E  19 prædicatur  E  prædicetur  FHNP  nominis communis  FN  22 his uox  FHNP  manifestis  FLp.c.  prædicatur  S  dicamus  CHN   animalis definitionem, quæ est substantia animata sensibilis; hanc si ad hominem reducamus, erit homo substantia animata sensibilis, nec ulla falsitate definitio maculatur. rursus si ad equum, erit equus substantia animata sensibilis; id quoque  uerum est. conuenit igitur hæc definitio et animali, quod commune est homini atque equo, et eidem equo atque homini, quæ species ponuntur animalis. ex quo fit ut homo atque equus utraque animalia uniuoce nuncupentur. at si quis hominem pictum hominemque uiuum communi animalis nomine nuncu pauerit, definiat si libet animal hoc modo, substantiam animatam esse atque sensibilem. sed hæc definitio ei quidem homini qui uiuus est conuenit, ei uero qui pictus est, minime; neque enim est animata substantia. igitur homini uiuo atque picto, quibus communis nominis definitio, id est animalis,  non potest conuenire, non est animal commune genus, sed tantum commune uocabulum diciturque hoc nomen animalis in uiuo homine atque picto non genus, sed uox plura significans; uox autem plura significans æquiuoca nuncupatur, sicut uox ea quæ genus ostendit, uniuoca dicitur. itaque id quod  dicitur ens, etsi de omnibus dicitur PREDICAMENTI quoniam tamen nulla eius definitio inueniri potest quæ omnibus PREDICAMENTI possit aptari, idcirco non dicitur uniuoce de prædicamentis, id est ut genus, sed æquiuoce, id est ut uox plura significans. Conuincitur etiam hac quoque ratione id  quod dicimus, ens PREDICAMENTI genus esse non posse.  2 hanc uel hanc  E  3 facultate  Em1  4 equus equi  CFPm2  5 definitio uel  diff- hæc  FHN homini et homini  CNP  atque et,  FHNPR  eidem  CEm2FH a.r.NPR  idem  Em1GHp.r.Lm1S  eadem  Lm2brm  ea eidem  p  animalis  EGLa.c.  una uoce  E  nuncupantur  C  nominentur  FHN  9 uiuum uerum  EGLm1PRS 10 si libet scilicet  CHm1N  animal  om. E   uero  FHP, om. S, quidem  cett.  13 est  post substantia  LP  16 dicitur quæ  Em1Sm1  dicitur quod  LSm2  dicitur quia  CFN  17 genus genus est  FN  uox significans  om.   CEGP, s. l. Lm2Sm2  18 autem enim  RS ante  æquiuoca  add. quæ  CEGP  nuncupantur  GS  19 ita  ELm1  23 id est  om. CFN  ut genus  om. F  24 quoque  om. N   unius enim rei duo genera esse non possunt, nisi alterum alteri subiciatur, ut hominis genus est animal atque animatum, cum animal animato uelut species supponatur. at si duo sint sibimet ita æqualia, ut numquam alterum alteri supponatur, hæc utraque eiusdem speciei genera esse non possunt. ens  igitur atque unum neutrum neutri supponitur; neque enim unius dicere possumus genus ens nec eius quod dicimus ens, unum. nam quod dicimus ens, unum est et quod unum dicitur, ens est; genus autem et species sibi minime conuertuntur. si igitur PREDICARE ens de omnibus PREDICAMENTI PREDICARE etiam unum. nam I SBVSTANTIA unum est, II QVALITAS unum est, III QVANTITAS unum est ceteraque ad hunc modum. si igitur, quoniam esse de omnibus PREDICARE, omnium genus erit, et unum, quoniam de omnibus PREDICARE, erit omnium genus. sed unum atque ens, ut demonstratum est, minime alterum  alteri præponitur; duo igitur æqualia singulorum PREDICAMENTI genera sunt, quod fieri non potest. cum hæc igitur ita sint, id Porphyrius determinauit dicens non ita in rebus, ut in familiis omnia ad unum principium posse reduci nec omnium rerum commune esse genus posse, ut Aristoteli placet; sed sint posita, inquit, quemadmodum in PREDICAMENTI dictum est, prima X ge|nera quasi X prima principia, scilicet ut nulla interim ratio perquiratur, sed auctoritati Aristotelis concedentes hæc decem genera nulli  3 ac  R  sint  post  æqualia  pos. RS, repet. FL s. l. m2 P  4 sibimetque   quæ  F FLm2Pm1  ita  s. l. Lm2  5  ante  hæc  add . æqua  C,  sed del . eidem  Pm2  eius  S neutris  Em1  8  pr . unum  post  nec,  om .  post  ens  H  dicitur  om. S dicimus  Rbrm  13 esse ens  Lm2P   post  omnibus  add . his  CP, in mg. Hm2, add . prædicamentis  s. l. m2  his  L post  erit  add . ens  CHN  et unum omnium genus  om. R  15 sed si  in ras. Em2 ut  om. FH  præponi  FH  17 hoc  Ea.c. edd. sit  edd . 19 deduci  LS  duci  Em1  genus  ante esse  CFN, post  posse  S  poterit  F  21 sint  FHm1  sunt  cett . 23 prima  om. N, post  principia  R  ut  om. EGS  24 auctoritate  Em1Hm1  ad auctoritatem  FN  accedentes  CFNS   alii generi esse credamus subiecta, quæ si quis entia nuncupat, æquiuoce nuncupabit, non uniuoce; neque enim una eorum omnium secundum commune nomen definitio poterit adhiberi. quæ res facit, ut non uniuoce de his aliquid PREDICARE si  enim uniuoce PREDICARE genus esset eorum commune nomen quod de omnibus PREDICARE; at si genus esset, definitio generis conueniret in species. quod quia non fit, commune his id quod dicimus ens, uocabulum est uocis significatione, non ratione substantiæ X quidem generalissima sunt, specialissima uero in numero quidem quodam sunt, non tamen infinito, indiuidua autem quæ sunt post specialissima, infinita sunt. quapropter usque ad specialissima a generalissimis descendentem iubet Plato quiescere,  descendere autem per media diuidentem specificis differentiis; infinita, inquit, relinquenda sunt; neque enim horum posse fieri disciplinam.  Porph. Boeth. Plato Phileb. 16 C. Polit, 262 A C. Sophist. 266 A. B adfert Busse.   1 entia nuncupat  ERS  -pet, etiam entia nuncupat  N  ab ens entia nuncupat -pet  Lm2   CGL  etiam nuncupat nuncupat  post  ens  P  ab ens entia  HP entia nuncupat ens  F  2 nuncupabit -uit  FHN   post  uniuoce  FHNP, nuntiauit  S  unam definitionem  uel  diff- poterit adhibere  FHN  3 nomen  ex  non  Em2G  5 esse  Hm1, add . ens  s. l .  L, ante  esset  P  eorum  om. CN, post  commune  L  6 nomen  in   mg. Hm2, del. Lm2  ens  CHin mg. Lm2   s. l. ante  eorum  N  7 conuenerit  Em1  8 his  om. GS  10 sunt  om. S  11 in numero  om .  Δ  quodam quædam  Pm1  sunt  om., post  indiuidua  add . est  S  tam  C  infinito  Fp. c . finito  a.c .  Hm2S TNtt p.c . Φ  in infinito  Hm1N W a.c . indefinito  C   ras. ex  -tio EGL a.c . in indefinito  et  ał definito  corr. m1   PR kIPV  in  er . 12 indiuidua quiescere  LRS Q,  om. cett . 13 sunt infinita  LRS Busse; cf. 226, 22  a  om. R  15  ante  descendere  post  usque  cf. ad 178, 14 add.  ad id  CHP  diuidentem per media  Γ  16  ante  infinita  add . indiuidua uero  Δ,  sed del., post add . uero  ΓΦ  17 enim  s. l. L, del .  Γ  horum  N ii   ante add . et  ΛΦ,  er. uid .  Γ,  post add . indiuiduorum  Γ  eorum  cett.; Porph. 6, 16   τούτων  disciplina  Cm1   Quoniam specierum nosse naturam ad sectionem generum pertinet quoniamque scientia infinita esse non potest   nullus enim intellectus infinita circumdat  , idcirco de multitudine generum, specierum atque indiuiduorum rectissima ratione persequitur dicens supremorum generum numerum notum   enim X PREDICAMENTI ab Aristotele esse reperta quæ rebus omnibus generis loco præferenda sint  , species uero multo plures esse quam genera. nam cum decem suprema sint genera cumque uni generi non una, sed multæ species supponantur proximæque species supremis generibus subalterna  sint genera usque dum ad ultimas species descendatur, nimirum unius generis multas species esse necesse est utrobique diffusas, specialissimas uero multo plures esse quam subalterna, quoniam per multitudinem generum subalternorum ad specialissimas descenditur species. quas multo plures esse quam  genera subalterna hoc maxime ostenditur, quod inferiores sunt; semper enim genera in plura subiecta diuiduntur. decem uero generum species multo plures quam unius existere manifestum est, uerum tamen etsi plures sunt, certo tamen numero continentur; quem facile si quis discutiat omniumque generum  species persequatur, possit agnoscere. indiuidua uero quæ sub una quaque sunt specie, infinita sunt uel quod tam multa  1 generis  EGLRS, recte?  2 scienti  GRS scienti alicui  Lm2  5 supremorum supra horum  EG, m1 in LPS ante  numerum  add . esse FHNP, post  notum  L  6  post  reperta  s. l . commemorat  Em2  7 generis  om. R, post  loco  L, generum  S  sunt  CFH   ras. corr. NPRSm2  8 nam cum genera  om. EGRS  9 sunt  FLP ras. corr.  11 sint  post  genera  C  sunt  F  13 subalternas  FH s in ras. m2 N, ante  sub.  add . genera  PS, s. l. Lm2  16 hoc in hoc  F  inferiora  FHm1Lm2NP  17 semper enim genera  FHN  semper si genera  Cm1  semper enim subalterna genera subalterna  P   Cm2 part. in mg. P  et semper subalterna genera  RS  et  om. G  semper subalterna  EGL  plurima  N  18 generis  G  unius generis unius  R  species unius generis  Lm1  19 sint  L  compræhenduntur  L prosequatur  NR 22 species  G  specie  ante  sunt  FHLNR  tam  FHN  ea  EGLPRS  tam ea  C   sunt diuersisque locis posita, ut scientia numeroque includi comprehendique non possint, uel quod in generatione et corruptione posita nunc quidem incipiunt esse, nunc uero desinunt. atque idcirco suprema quidem genera et subalterna et species  eas quæ specialissimæ nuncupantur, quoniam finitæ sunt numero, potest scientiæ terminus includere, indiuidua uero nullo modo. idcirco igitur Plato a magis generibus usque ad magis species id est specialissimas præcipiebat facere sectionem; per ea enim quæ finita essent numero, iubebat descen dere diuidentem, ubi autem ad indiuidua ueniretur, standum esse suadebat, ne, quod natura non ferret, infinita colligeret. ita uero genera in species diuidi comprobabat, ut specificis differentiis soluerentur. de specificis autem differentiis melius in eo titulo ubi de differentia disputatur, ac largius disseremus.  hic enim hoc tantum dixisse sufficiat, eas esse specificas differentias quibus species informantur, ut rationale uel mortale hominis. cum igitur diuidimus animal, rationali atque inrationali, mortali inmortalique separamus. hoc ergo ceteraque genera talibus differentiis quæ subiectas species informent,  Plato censuit esse diuidenda usque dum ad specialissima  13 de specificis  disputatur lib. IV c. 8.   1 sint  EFGHp.r .  ex  sunt  LPRS  numeroque  FHN  in unum  EGLm1  numero  m2   RS  numeroque in unum  CP  concludi  LS  3 uero  ex  quidem uero  P recepit Brandt, quidem  CEGLRS, om. FHN; cf. 223, 12 5 easque om . quæ,  LR specialissime  GS  7 igitur  om. C  magis a  EGLPRS  usque ad magis species  FHN  magis  om. C quam a speciebus  cett . 8 id est e  ut uid. er. C  specialissimas  CFHN  a  add. L  specialissimis  cett.; cf. 225, 13  9 essent sunt  FN  10 diuidentem diuisionem  EGHm1  diuisorem  m2   Lm1PRS  11 nec  HN  12 comprobat  ELm1  probabat  m2   R  ut  et  soluerentur  om .  EGPm1 s. l. m2 RS post  ut  add . in  edd . 13 autem  om. EGLPm1  uero  m2   RS  14 de  om. FG  differentiis  CS a.c . 16 rationabile  E  uel  om. ERS  et  Lm1  17  ante  rationali  et  inrationali  add . in  Em2 rationale atque inrationale  uel  irr-  EGN p.c.RS  18 mortali  om .  N  mortale  EGLPS inmortaleque  EGNp.c.PRS ; mortale  sic  ac  s. l.  inmortali  L  18 hoc ergo  add. Brandt, cetera <quo>que  Engelbrecht  separabimus  FHN  separauimus  R  19 informant  Fa.c.Lm1NR   ueniretur, dehinc consistere nec infinita sequi, quoniam indiuiduorum numquam esset nec disciplina nec numerus. Descendentibus igitur ad specialissima necesse est diuidentem per multitudinem ire, ascendentibus uero ad generalissima necesse est colligere multitudinem. collectiuum enim multorum in unam naturam species est et magis id quod genus est, particularia uero et singularia e contrario in multitudinem semper diuidunt quod unum est; participatione enim speciei plures homines unus, particularibus autem unus et  communis plures; diuisiuum est enim semper quod singulare est, collectiuum autem et adunatiuum quod commune est. Diuidere est in multitudinem quod unum fuerat ante dissoluere, omnisque diuisio e contrario compositionem coniunctionemque meditatur. quod enim, cum sit unum, dispertiendo diuiditur, id ipsum ex pluribus rursus partibus adunando componitur ut igitur superius dictum est, indiuiduorum quidem similitudinem species colligunt, specierum uero genera : similitudo uero nihil est aliud nisi quædam unitas qualitatis.  ergo substantialem similitudinem indiuiduorum species colligere manifestum est, substantialem uero similitudinem specierum genera contrahunt et ad se ipsa reducunt. rursus Porph. Boeth. 32, 1 8. 9 participatione 11 plures Abælardus, Theolog. christ., II 486 ed. Cousin. 18 superius 166, 8 ss.   3  ante  igitur  add . illis  L  necesse singulare est om. N  4 ire  ante  per  L T  ascendentibus plures  11   Ω,  om. cett . 6  post  multitudinem  excidisse  in unum  coni. Busse   cum Porph. 6, 18   e’:; εν ,  add. edd . 8 e contrario semper  Γ   edd. cum Porph. 6, 20  semper in multitudinem e contrario  cett. codd. Busse  9 est unum  Φ 10 unus, unus autem et communis particularibus plures  Abælard . 11 commune  P a.c . communes  Φ  enim post  est FS Φ,  om. CELR,  ante  est  cett . 12 est  om. E  14 est enim  C  est enim  L  in  om. G,  s. l. Lm2  15  post  dissoluere  add . est  C  17 plurimis  F  19 uero ergo  CEGLm1RS  20 nisi ni  C   generis adunationem differentiæ in species distribuunt, specieique adunationem in singulares indiuiduasque personas accidentia partiuntur. cum igitur hæc ita sint, necesse est semper cum a genere descendis ad speciem, diuidendo semper  facere multitudinem, cum uero ab speciebus ascendis ad genera, componendo colligere et plura quæ in specierum differentiis fuerant similitudine qualitatis adunare. in speciebus etiam idem considerari potest. ut enim ipsæ indiuidua, quæ sunt infinita, una similitudine substantiali colligunt. ita indiuidua  speciem propria infinitate distribuunt. omnia enim indiuidua disgregatiua sunt et diuisiua, species uero et genera collectiua, species quidem indiuiduorum collectiua atque adunatiua, specierum uero genera, ut ita dicendum sit : genus quidem species distribuunt et species ab indiuiduis in multitudinem deducuntur, rursus autem genus quidem multas species colligit, species autem particularem singularemque multitudinem ad singularitatis deducit unitatem. igitur plus genus adunatiuum est quam species. species namque sola indiuidua colligit, genus uero tam species quam ipsarum quoque specierum indiuiduas contrahit singularesque personas. sed in hoc conuenienti utitur exemplo dicens quoniam participatione speciei, id est hominis, CATONE, Plato et CICERONE pluresque reliqui homines unus, id est milia hominum  1  post  generis  s. l . ergo  E  species specie  G  speciem  Lm1  2  ante  indiuiduasque  s. l . in  Hm2  3 hæc igitur  LNP  4 species  ELm2R  5 a  ELS  ad  tamen  speciebus  G  6 et  om.  EGLPRS  plures  EFGLPm1RS  quæ  ante  fuerant  EGLPRS  7 fuerint  S  similitudinum -nem  Pm2  qualitates  ex  -tis  Pm2 EFGLPRS ante  adunare  add . et  EGLPR  8 poterit  Lm2 ante  ipsæ  add . species  N, post in mg. Cm1?  ipsæ  Cm2H  ipsa  cett . 9 unam similitudinem substantialem  EFGLRS  10 propriam infinite uel  -tæ, -tate  H  EGHLPRS  12  post  adunatiua  add . est  CGH   in mg. m1? Lm2 NPm2  13 specierum uero genera  s. l. Hm2  14 distribuit  EGRS  15 ducuntur  EGHN  17 ducit  HN  19 cum species tum  N 20 indiuidua  EGHLPRS  21 participationi  G  post  unus  add . est  Hm2   in eo quod sunt homines, unus homo est; at uero unus homo, qui specialis est, si ad hominum multitudinem qui sub ipso sunt consideretur, plures fiunt. ita et plures homines in speciali homine unus est et specialis unus in pluribus infinitus. sic igitur quod singulare quidem est, diuisiuum est, quod  uero commune, quoniam multorum unum est, ut genus ac species, collectiuum atque adunatiuum.   Adsignato autem genere et specie, quid est utrumque, et genere quidem uno, speciebus uero pluribus   semper enim in plures species diuisio  generisest, genus quidem semper de specie PREDICARE et omnia superiora de inferioribus, species autem neque de proximo sibi genere neque de superioribus; neque enim conuertitur. oportet autem aut æqua de æquis prædicari, ut hinnibile de  equo, aut maiora de minoribus, ut animal de homine, minora uero de maioribus minime; neque enim animal dices esse hominem, quemadmodum hominem dices esse animal. de quibus autem species præ Porph. Boeth. est. ut  et 3  fiunt, ita  r  2  pr . qui quamuis  FNm1 post . quæ  EPR  3 et ut  Cm1  4 unus est unum est ał  hæc del. m2  unus est  C post . unus unus est  LS  infinitis  CLm1  diffinitus  R  5 quidem  om. FN  diuisum  Em1  diuisuum  N  quod quia quod,  s. l . est  G  6 uero commune  FS  commune uero  Cm1   post  uero  add . est  m2   HN  commune est uero  LPm2R  commune est numero  EGPm1  ac et  R  ad  Em2GLPm1  8 Assignati  Pm1  quid est  FHPm2 \ m1  quide  CNRS  quid sit  Π m2 xV   edd . quod est  cett. Busse; cf . sunt  236, 14  9 utrumque  uno  CEGHPm1  quidem  ex  quodem  RS h m2 W m2 xP  utrumqæ quodque sit genus unum unum genus  N   FN et m1 AZΦ  utrumque et et  om .  L Π  cum cumque  Π  sit genus unum  LPm2 il m1  utrumque unum  Γ  species uero plurimæ  FLNPm2 TΔ m1 Λ2Φ ;  ad utrumque  pluribus  cf. Porph. 7, 1  11 genus  indiuiduis  231, 16   RS Q,  om. cett . speciebus  R  14 autem  Porph. 7, 4   γάρ  15 aut  RS  edd.,  om .  Ω   Busse; Porph. ή æquis æquo  R  ignibile  R  17 uero autem  S post  minime  add . prædicantur  Γ  utroque loco  dices  RS  dicis  Ω   edd. Busse; Porph. ειποις άν   dicatur, de his necessario et speciei genus PREDICARE et generis genus usque ad generalissimum; si enim uerum est Socratem hominem dicere, hominem autem animal, animal uero substantiam,|  uerum est et Socratem animal dicere atque substantiam. semper igitur superioribus de inferioribus prædicatis species quidem de indiuiduo PREDICARE, genus autem et de specie et de indiuiduo, generalissimum autem et de genere et de  generibus, si plura sint media et subalterna, et de specie et de indiuiduo. dicitur enim generalissimum quidem de omnibus sub se generibus speciebusque et de indiuiduis, genus autem quod ante specialissimum est, de omnibus specialissimis et  de indiuiduis, solum autem species de omnibus indiuiduis, indiuiduum autem de uno solo particulari. indiuiduum autem dicitur Socrates et hoc album et hic ueniens, ut Sophronisci filius, si solus ei sit Socrates filius. Breuiter quæcumque superius dicta sunt commemorat hoc modo. cum, inquit, adsignauerimus quid sit genus et quid species, cumque suis ea definitionibus comprehenderimus docuerimusque unum genus semper in plurimas species solui,  2 generalissima  Sm2  specialissimum  m1   ΓΛΛ  3 enim autem  S  4 autem uero  Λ  uero autem  Δ  5 et Socratem animal  A m2 A m2   om . et,  Ψ  hominem et et  om,  AA  animal  Α m1 Α m1 Φ  et hominem animal  RS Σ  et  om .  II  socratem et et  om .  Γ  hominem  del .  Γ m2  et  om.  T  animal  ΓΠ ;  cf. Porph. 7, 11 6  igitur  RS  enim  Ω ;  Porph.    οΰν superioribus superiora  RS TA a.c . 7 prædicantur  RS VA a.c . species et species  R  indiuiduo  cod. Q. Bussii brm  indiuiduis  RS Q   ante add.  eius  Σ ;  Porph,. 7, 13   τοΰ άτομοο  10 sunt  RS m2   p.c  subalterna de subalternis  A  11 enim autem  S  13 et de  om. R  de  om. S  14 de  Ω   cum Porph. 7, 17  et de  RS  15  pr . de  om. S post . de et de  R  17 autem enim  N TAΛΣ ;  Porph. 7, 19   ie  18 album aliud  T m1  et illud  m2   A m1  ut et  Ν ΤΑ m2 ΑΣ  19 socrates sit  CEGLPRS; Porph.   εΤη Σινγ,ράτης  20 quæ  FHN  21 et  om. R   illud, inquit, adiungimus quoniam omnia superiora de inferioribus prædicantur, inferiora uero de superioribus minime. et ea quæ sunt utilia de PREDICAZIONE modo rite pertractat. ostendit autem genus in plurimas species semper solui adsignata generis definitione. quod enim de pluribus rebus specie  iffdiertenbus in eo quod quid sit prædicaretur, esse definiuit genus. nihil autem sunt plurimæ res specie differentes nisi plurimæ species; de quibus autem prædicatur genus, in ea ipsa dissoluitur. ostensum est igitur ex definitionis adsignatione unius generis esse species plures. quæ cum ita sint,  genus quidem de specie PREDICARE, species uero de indiuiduis omniaque superiora de inferioribus, inferiora de superioribus nullo modo. id quare eueniat paucis absoluam. quæ superiora sunt, substantialiter ea genera esse prædiximus, qua uero sunt genera, ampliora sunt quam una quæque species. neque enim  in plurima diuideretur genus, nisi ab una quaque specie maius existeret. id cum ita sit, nomen generis toti conuenit speciei; non enim coæquatur solum speciei generis magnitudo, uerum etiam speciem superuadit. idcirco igitur omnis homo animal est, quoniam intra animalis uocabulum et homo et  cetera continentur. at uero nullus dixerit : omne animal homo est; non enim peruenit ad totum animal hominis nomen, quia, cum sit minus, nullo modo generis uocabulo coæquatur. itaque quæ maiora sunt, de minoribus PREDICARE, quæ minora, non conuertuntur, ut de maioribus prædicentur. at uero si  qua sint æqualia, ea secundum naturæ parilitatem conuerti necesse est, ut hinnibile atque equus, quoniam ita sibimet  1 quoniam quod  S  2 uero  om. ES  4  ante genus  add. unum  FHNPR, in mg. Cm2, recte?  5 definitio  uel  diff-  Ea.c.GLPm1S  6 esse et esse  R  definiuit designauit  Sm1  10  ante  esse  add . semper  FHNP  13 id cur  HN  idcirco  F  ea  add. Em2  quæ  L   s. l.  illa  PS  15 quaque  E  quoque  S  17 toti totum non  R  post  enim  repet . non  R  21 cetera cicero  F  cetera animalia  G  23 itemque  Lm1S  24  post post. quæ  s. l . uero  Hm2  26 sunt  FHLN  paritatem  EGLp.c.RS  27 ignibile  R  ita si  ita H   coæquantur, ut neque equus non sit hinnibilis neque quod sit hinnibile, non sit equus. fit ergo ut omne hinnibile equus sit et omnis equus hinnibilis. quæ cum ita sint, ea quæ superiora sunt, non modo de sibi proximis inferioribus PREDICARE, uerum etiam de inferiorum inferioribus. nam si illud recipitur, ut ea quæ superiora sunt, de inferioribus PREDICARE, inferiorum inferiora superioribus multo magis inferiora sunt, uelut substantia prædicatur de animali, quod est inferius; sed animali inferius est homo, PREDICARE  igitur etiam substantia de homine. rursus Socrates inferius est homine, prædicabitur igitur substantia de Socrate. itaque species quidem de indiuiduis PREDICARE, genera uero et de speciebus et de indiuiduis. quod conuerti non potest; nam neque indiuidua de speciebus aut generibus præ dicantur nec species de generibus. ita fit ut genus quod est generalissimum, de omnibus subalternis generibus prædicari et de speciebus et de indiuiduis possit. de ipso nihil. ultimum uero genus id est quod ante specialissimas species collocatur et de solis speciebus specialissimis dici potest,  species uero de indiuiduis, ut dictum est, indiuidua autem de singulis prædicantur, ut Socrates et Plato, eaque maxime sunt  1 non  om. brm post  sit si  R   add . nisi  CH s. l. m2 LNPS  ni  R inhinnibilis  EG  nec  FN  quid  CF  2  pr . sit  om. S post . sit est  CEGLm1RS ; non sit  om. brm; post add . nisi  CLNPRS,  s. l. Hm2  ergo  om. H  enim  F  sit equus  FHNP  3 hinnibile  N, post hinn.  add . sit  L, ante P  4 sunt  om. S, ante  superiora  EGP  sibi  om. H  5 si  om. S, s. l. Hm1?  8 uelut  om. LS  ut  C  9  pr .  est s. l. Lm2   post . est  s. l. Gm2  prædicatur  CELm2RS  10 etiam  om. FG  11  ante  de  add. et  EGLR  ita  R  de speciebus  hic desinit cod. F  14 aut ac  R  15 itaque  CHNP  quod est quidem  CP  quidem est  R  16  post  prædicari  add . potest  L s. l. m1  possit  m2 N  17 possit  om. N  potest  L post  ipso  add . uero  HNPR, s. l. Cm2Lm2  uero autem  L  id est  CHm2NS  id est autem est  Hm1  id autem est  EGLa.c. id est autem  ut uid. p.c . RP  ante  om. EGR, s. l. Pm1?  19 collocat  EGR  et  om. HN  20  post  uero  add . quæ  post  indiuiduis  add . dici potest  R  autem enim  Lm1  21 ea quæ maximæ  G   78  indiuidua quæ sub ostensionem | indicationemque digiti cadunt, ut hoc scamnum, hic ueniens atque quæ ex aliqua proprie accidentium designantur nota, ut, si quis Socratem significatione uelit ostendere, non dicat Socrates, ne sit alius qui forte hoc nomine nuncupetur, sed dicat Sophronisci filius,  si unicus Sophronisco fuit. indiuidua enim maxime ostendi queunt, si uel tacito nomine sensui ipsi oculorum digito tactuue monstrentur, uel ex aliquo accidenti significentur uel nomine proprio, si solus illud adeptus est nomen, uel ex parentibus, si illorum est unicus filius, uel ex quolibet alio  accidenti singularitas demonstratur, eo quod ad esse unam prædicationem habeat eiusque dictio non transeat ad alterum, sicut generis quidem ad species, specierum uero ad indiuidua. Indiuidua ergo dicuntur huiusmodi, quoniam ex proprietatibus consistit unum quodque eorum,  quarum collectio numquam in alio eadem erit. Socratis enim proprietates numquam in alio quolibet erunt Porph. Boeth.ostensione  EGPS  ostentationem  HN  indicationeque  EGPS  indagationemque  N  2  ante  hic is  ex  hic  E   add . ut  CEGR  et  L  atque quæ  Hm2LNP  atque  EGHm1  atque ea quæ  S eaque quæ  CR  propria  CH  proprietate  R  4 qui  post  forte  HP  5 forte  ante  alius  N  6 Sophronisci  LNRS; cf . ei  231, 19  7 quæant  R  si uel  ex  siue  Lm2  sensu  GL   ante add . siue  P   ras. ex  -sui  R  ipso  Cm1LPm1R  tactuque  H  tactu uel  R  8 monstrantur  R  accidenti significentur uel  om. EGR  accidente  N ante  uel  add . id est  CH   del. m2 Lm2NP  9 nomine  om. EGR,  post  proprio  S  illud  om .  S, del. Lm2  10  post  uel  add . si  HR, s. l. Lm2  11 demonstretur  S  eo quod  in ras. Cm2  eaque  H  que  add. m2, post er . quod  N  ea quæ  P; post quod  add . accidentia  in mg. Cm2  de  s. l.  accidenti  in con  textu, ał eo quod accidentia  in mg. L  ad esse unam unam ad sese  C  ad sese unam  HN  ad se unam  L s. l. et in mg . de se  a.c. P  12 habeat  EGHm2Lp.c.PRS  habet  Cm1Hm1La.c.N  habeant  Cm2L   in mg . dictio prædicatio  CNSp.c . transit  CHNR  13 species  m2 in CH in mg. P, La.c . specierum  cett . 16 quarum pluribus  235, 3   R il,  om. cett . quarum  Π m2 Ψ  quorum  cett . in alio  post  eadem  s. l .  \ m2  in alium  R, post  alio  add . quolibet  2   particularium, hæ uero quæ sunt hominis, dico autem eius qui est communis, proprietates erunt eædem in pluribus, magis autem in omnibus particularibus hominibus in eo quod homines sunt. Quoniam superius indiuiduum appellauit, huius nominis rationem conatur ostendere. ea enim sola diuiduntur quæ pluribus communia sunt; his enim unum quodque diuiditur quorum est commune quorumque naturam ac similitudinem continet. illa uero in quæ commune diuiditur, communi  natura participant proprietasque communis rei his quibus communis est conuenit. at uero indiuiduorum proprietas nulli communis est. Socratis enim proprietas, si fuit caluus, simus, propenso aluo ceterisque corporis lineamentis aut morum institutione aut forma uocis, non conueniebat in alterum; hæ  enim proprietates quæ ex accidentibus ei obuenerant eiusque formam figuramque coniunxerant, in nullum alium conueniebant. cuius autem proprietates in nullum alium conueniunt, eius proprietates nulli poterunt esse communes, cuius autem proprietas nulli communis est, nihil est quod eius proprietate  participet. quod uero tale est, ut proprietate eius nihil parti  post  particularium  add . eædem  edd .  cum Porph. 7, 24  hæc  Δ  eæ  Φ   post hominis  s. l . proprietates  Δ  dico  communis  om. R  2 proprietates  er .  Λ  proprietatis  Γ  3 eadem  Δ m1 2   pr . in et in  Γ   post . in et in  ΓΛ m2 Φ  omnibus  om. S  4 in  om .  Φ   post  sunt  add . continentur  ex 236, 7 R  6 ostendere conatur  C  7 <in> his  brm  quodque unum  Cm1  quibus  EGLPRS edd . 10 participantur  R post . communi  om . est  Gm1  proprietas  om. E proprietates  Gm1  12 caluus, simus caluissimus  EGHm1  caluus uel simus  m2   Lm1PR  13 perpenso  ESp.c . albo  Em1  caluitio  m2   G  uentre  N  corporis  linea del., sed lin. er., s. l . corruptus  Hm2  liniamentis  CEG   LNPm2S  14  post  institutione  add . probatus  EP, s. l. Lm2 uocis  Cm1EGPRS  uocisue sono  Cm2HLm2  uocis uel sonus  m1   N  conueniebant  EGm1Hm1P  hæc  G  16 in nullo alio  EGHLm1PS  cuius conueniunt  om. EGLRS  cuius eius  P  autem uero  N  itaque  P  in nullum eius  om. P post  eius  add . itaque  N  igitur  L  18 poterant  EGL  potuerunt  ex  poterunt  P  potuerant  R  autem  om. LS  proprietatem  EGLRS proprietate *  s  er .  H  20 proprietatem  EGH   LPRS  nihil nulli  Lm2P  participat  ER   cipet, diuidi in ea quæ non participant, non potest; recte igitur hæc quorum proprietas in alium non conuenit, indiuidua nuncupantur. at uero hominis proprietas, id est specialis, conuenit et in Socratem et in Platonem et in ceteros, quorum proprietates ex accidentibus uenientes in quemlibet  alium singularem nulla ratione conueniunt. Continetur igitur indiuiduum quidem sub specie, species autem sub genere. totum enim quiddam est genus, indiuiduum autem pars, species uero et totum et pars, sed pars quidem alterius, totum autem non alterius, sed aliis; partibus enim totum est.   De genere quidem et specie et quid generalissimum et quid specialissimum et quæ genera eadem et species sunt, quæ etiam indiuidua, et quot modis genus et species dicitur, sufficienter dictum est. Hic retractat omnia breuiter quæ supra latius absoluit dicens indiuiduum ab specie contineri, species uero ipsas a genere, huiusque causam reddens ait : omne enim genus totum est, indiuiduum pars. totum enim genus in eo quod genus est, continet, tametsi species esse potest; totum enim non  ut genus species est, sed ut ea quæ supponitur generi. genus igitur in eo quod genus est, totum est speciebus, semper enim continet eas. at uero indiuiduum pars semper est, numPorph. Boeth. proprietates  Em1NR  conueniunt  N  4  pr . et  om. C secund . in  om. S tert . in  om. HNP  5 uenientes ex accidentibus  C  ex accidente  om . uenientes  EGLm1RS  7 Continetur  om. R cf. ad 235, 4  continentur  A m2 K m1 Z  quidem  om .  Φ  est quidem  Δ  8 totum indiuidua  14   R Q,  om. cett . 9 pars uero pars est species autem  Δ  10  pr . totum totum est  ΛΦ 11 sed in aliis, in partibus  edd. cum Porph. 8, 2  12 quod  ΛΣ  13 et quid specialissimum  om .  A  quod  A2  14 sint. R ΓΛΙIΣ;   cf. 237, 15  quod  GS  tot  Pm1  modis  om. S  15 dicatur  N ΥΔΛΠΦΨ,  s. l. add .  Σ ;  cf. 237, 19  16 Hic  om. NR, s. l. Hm2  17 teneri  C  ipsas  om. E  ipsa  Cm1  18 huiusce  Lm2 pars  om. E  genus enim  Cm1 ante  genus  s. l. totum  m2 HN  20 totum tum  Hm1  tunc  Ν  enim autem  S  23 est  ante  semper  CN  pars  post  est  LS   quam enim ipsum aliquid sua proprietate concludit. species uero et totum est et pars, pars quidem generis, totum uero indiuiduis. et cum pars est, ad singularitatem refertur, cum totum, ad pluralitatem. quoniam enim unum genus pluribus speciebus superest, una quælibet species pars est generis, id est unius, quoniam autem species pluribus indiuiduis præest non est uni indiuiduo totum, sed plurimis. idcirco enim totum dicitur, quia plura continet et cohercet. nam ut pars sit aliquid, una ipsa unius pars esse poterit, ut uero totum sit,  unum ipsum unius totum esse non poterit. idcirco alterius quidem pars est species, aliis uero totum. Et de genere quidem et specie dictum est et quid sit generalissimum genus, quoniam id cui nullum aliud superponitur genus, et quid specialissima species, quoniam ea cui species  nulla supponitur, et quæ genera eadem sunt, eadem et species, scilicet subalterna quibus aliquid superponitur, aliquid uero supponitur, quæ etiam indiuidua, ea scilicet quorum proprietates alteri nequeunt conuenire, et quot modis genus uel species dicitur, genus quidem aut in multitudine aut in pro creatione aut in participatione substantiæ, species uero aut ex figura aut ex generis suppositione, sufficienter dictum est. quibus absolutis modum uoluminis terminabo, ut quarti area libri differentiæ reseruetur.    2  ante post . pars  add . et  C,  post er . que  L  totum  in mg. Cm2 uero  om. HN  autem  C in mg. add. m2 L  quidem  S  3 indiuidui  Cm1NS  et sed  CHN post post . cum  add . uero  R  4 quoniam quod  L  7 pluribus  HLm2NS  9 unum ipsum  brm  12 Et sed  in er . et  Lm2  specie de specie  EG  13  post  id  add . est  P, s. l. Em2  14 quod  C specialissimum  om . species,  HN  nulla species  NR  15 superponitur  ras. corr. E  nulla  EG eadem  s. l. Lm2  16 supponitur  HR  aliquid uero supponitur  om. ENR, in mg. Cm2  17 ea om.  EGLPRS  18 non queunt  G  quod  Em1GN  quod quot  R  20 aut in participatione  s. l. Gm2 post substantiæ  add . aut ex figura  S  consistit  edd . uero aut autem  N  21 figura genere  S  ex  om. E est  om. S  post  area  s. l . ubi discutiamus ea  Em2  23  ante subscriptionem initium libri IV usque ad 239, 6  iniecta  scriptum, post subscrip  tionem E  ANICII MANLII MALLII  G  SEVERINI BOETII BOECII  G  V. C. ET I LL . EXCONS EXC.  E  ORD. PATRICII IN ISAGOGEN YSAGOGAS  E ) PORPHYRII PORPHIRII  E ) ID EST INTRODVCTIONE A SE TRANSLATÆ ID  eqs. om ., SCDÆ  E ) EDITIONIS LIB. III. EXPL. INCIP. LIB. IIII.  EG ; EXPLICIT LIBER TERTIVS. LIB. IIII. EXPLICIT  L ) INCIPIT LIBER  add. LS ) QVARTVS  L   add. mS)   NPRS uariis cum. compendiis) ; LIBER QVARTVS  C; subscriptio deest in H  De differentia disputanti non æque illud debet occurrere quod in generis specieique tractatu de collocationis ordine quærebatur. illic enim meminimus inquisitum, cur esset omnibus præpositum genus, ut id primum ad disputationem ueniret, cur post genus species esset iniecta, nunc uero superuacuum est dicere, cur post speciem differentia sumpta sit, cum illud iam fuerit inquisitum, cur non ante speciem collocata sit. quodsi mirum uidebatur speciem differentiæ in disputationis  loco fuisse præpositam, quod differentia continentior et magis amplior esset specie, quid est quod possit quisque mirari, si eandem differentiam ante proprium atque accidens collocauerit, cum proprium unius semper sit speciei, ut posterius demonstrabitur, accidens uero exteriorem quandam ostendat naturam  nec omnino in substantia PREDICARE, differentia uero utrumque contineat, et de pluribus speciebus et in substantia PREDICARE? sed hæc hactenus, nunc ad ipsa Porphyrii uerba ueniamus.    Differentia nero communiter et proprie et magis  3 quod inquisitum Porph. Boeth. De differentia Differentiæ  E  Differentia  G  Differentiam  La.c . disputanti in disputando  CEGLm1N  non æque illud non illud quoque  C  3 quod ut  HN  collationis  Cm1HN  4 quærebatur  hic desinit cod. S  11  ante  specie  add . ea  EG  ab  HL  est quod  om. GR   post  quid  add .interrgatiue)  s. l. Lm2, sit  Em1  sit quod  m2 an  quisquam?  ad  quisque  add . iure possit  Em2  12  post  eandem  add . iure  E, s. l. Lm2  13 sit unius speciei semper  C  unius sit semper speciei  R  unius semper speciei sit  N  15 substantiam  NR  16 substantiam  Em1  ante  Differentia  inscriptio  DE  om .  Ψ  DIFFERENTIA  additur in   2  et magis proprie  in mg. Cm2?   proprie dicitur. communiter quidem differre alterum ab altero dicitur, quod alteritate quadam differt quocumque modo uel a se ipso uel ab alio. differt enim Socrates a Platone alteritate et ipse a se uel puero uel iam uiro et faciente aliquid uel quiescente et  semper in aliquo modo habendi alteritatibus. proprie autem differre alterum ab altero dicitur, quando inseparabili accidenti ab altero differt. inseparabile uero accidens est ut nasi curuitas, cæcitas oculorum, cicatrix, cum ex uulnere obcalluerit. magis proprie  differre alterum ab altero dicitur, quando specifica differentia distiterit, quemadmodum homo ab equo specifica differentia differt rationali qualitate. Tribus modis aliud ab alio distare PREDICARE genere. specie, numero, in quibus omnibus aut secundum substantiales  quasdam differentias alia res distat ab alia aut secundum accidentes. nam quæ genere uel specie distant, substantialibus quibusdam differentiis disgregata sunt, idcirco quoniam genera et species quibusdam differentiis informantur. nam quod homo ab arbore genere distat, animalis sensibilis qua litas in eo differentiam facit. addita enim sensibilis qualitas prædiximus dicitur  λεγέσ&ω   Porph. 8, 8; cf . nuncupatur  infra communiter distiterit  12   R Q,  om. cett . 2 ab  om .  A, s. l .  Γ  3 ipso  om. R  4  pr . a  om. R X  puero a puero  ΣΦ  5 uiro a uiro  Φ  et  R T  uel  cett.; Porph. 8, 11 χοιί  aliquod  S  6 habendi habendi se  Φ ;  Porph. 8, 12   τού πώς εχειν  7 ab  om .  ΔΛΣ  quandam  R  8 accidente  R ;  post add . alterum  edd. cum Porph. 8, 13  ab  om .  Σ  10 coaluerit  Σ m2 post proprie  add . autem  ΓΔ   fort. recte  uero  Φ ;  Porph. 8, 15   hi  11 ab  om .  ΛΣ  12 destiterit  TX m1 AZ  quemadmodum differt  del. Lm1?  13 differentia  om. Ν Σ   ante  rationali  add . id est  CEGL, s. l .  Hm2 A m1?  rationabili  CEGLPR  14 ab  LP, om. cett . 17 accidens  CEm2 accidentales  Lm2  18 disgregata  quibusdam  om. N, s. l. R  19  post  quibusdam  add . substantialibus  Hm2 edd.,recte? ad  informantur  s. l.  disregantur  N  21 ea  Hm1Lm2NP   animato animal facit, eidem detracta facit animatum atque insensibile, quod uirgulta sunt. igitur homo atque arbor genere differunt   utraque enim sub animalis genere poni non possunt, differentia sensibili secundum genus discrepant, quæ unius ex propositis tantum genus, id est hominis informat, ut dictum est. illa uero quæ specie distant manifestum est quod ipsa quoque differentiis substantialibus discrepant, ut homo atque equus differentiis substantialibus discrepant, rationabilitate atque inrationabilitate. ea uero quæ indiuidua sunt et solo  numero discrepant, solis accidentibus distant. hæc autem sunt uel separabilia uel inseparabilia, separabilia quidem, ut moueri, dormire; distat enim alius ab alio, quod ille somno prematur, bic uigilet. distat item inseparabilibus accidentibus, quod hic staturæ sit longioris, hic minimæ. Quæ cum ita sint, in ternarium numerum has differentiarum diuersitates Porphyrius colligit hisque ipse nomina quibus post utatur, apponit dicens : omnis differentia uel communiter uel proprie uel magis proprie nuncupatur, communiter quidem eam differentiam sumens quæ quodlibet accidens monstret, quæ in  quadam alteritate consistit, ut si Plato a Socrate differat, quod ille sedeat, hic ambulet, uel quod ille sit senex, hic  5 ut dictnm est 208, 17 ss.   1 eiusdem  E  et idem  G  eadem  L  inanimatum  L, in er. EP; cf. 208, 14 ss . 2  post  arbor  add . quæ  H   linea del., sed lin. er. L del. m1 N  3 animali  om . genere  N  4  ante  differentia  add . sed ex  E  nam  brm, post s. l . igitur  Pm2  5 præpositis  CLm1N positis  Em1, s. l . homine et arbore  Lm2Em2  6 distant specie  C  quod  om. CHN  7 discrepare  CHN  ut discrepant  om. EGL, s. l. R  8 discrepant  om. C  9  post  inrationabilitate  add . distant  L  10 sunt  add. Lm2, in mg. Pm2  13 distant  Hm1Pm2  distet  L  distat enim  E  14 sit  om. R, ante staturæ  HN  staturæ sit  post  longioris  L  minimæ  Ppr  minime  cett. codd. bm  16 isque  EG ipsis  C  post utatur postulatur  EGR  17 propria  Ca.c.L  18 propria  L  differentiam eam  HNP  a differentia  om. eam E  19  ad  sumens  s. l . exordium  Em2  monstraret  EGLm1  demonstraret  m2   R  20 ut si uti  EGLm1  uti si  m2   R  a  om. CGR, s. l. Lm1?Pm2  differt  ex  -rat  E  21 sit  om. C  est  EGL s. l. R   iuuenis. a se ipso etiam sæpe aliquis differre potest, ut si nunc quidem faciat aliquid, cum ante quieuerit, uel si nunc adulescens iam factus sit, cum prius tenera uixisset infantia. communes autem differentiæ nuncupatæ sunt, quoniam nullius propriæ esse possunt differentiæ, sed separabilia accidentia  sola significant. nam et stare et sedere et facere aliquid ac non facere multorum atque adeo omnium et separabilia esse accidentia manifestum est. quibus si qui differunt, communibus differentiis distare dicuntur. præterea puerum esse atque adulescentem uel senem, ea quoque separabilia sunt accidentia. nam  ex pueritia ad adulescentiam atque hinc ad senectutem, ab hac denique ad decrepitam usque ætatem naturæ ipsius necessitate progredimur. illud forsitan sit dubitabile de unius cuiusque forma corporis, an ullo modo separari queat. sed ea quoque est separabilis, nullius enim diuturna ac stabilis forma perdurat. idcirco nec peregrinus pater relictum domi puerum, si adulescentem redux uiderit, possit agnoscere; forma enim semper quæ ante fuerat, permutatur atque ipsa alteritas qua distamus ab altero, semper diuersa est. Constat igitur hanc communem differentiam separabilibus maxime accidentibus  applicari, propria uero est quæ inseparabilia significat accidentia. ea huiusmodi sunt, ut si quis cæcis nascatur oculis, si quis incuruo naso; dum enim adest nasus atque oculi, ille cæcus, ille erit semper incuruus. atque hæc per naturam. sunt uero alia quæ per accidens corporibus fiunt, ut si cui uulnus  1  post  differre  add . quidem  L  2 cum ante  in mg. Cm2  nunc si  C  3 iam  er. L, post  nunc  N  5 proprie  CL  sed  CLm2NP,  om. EG, et  R  quæ  HLm1  separabiles  E, post add . enim  Lm1, del. m2  6  pr . et  om. P  ac et  HNP  7 ideo  EGL post  omnium  add sunt  edd . et  om. H  esse  om. G, post  accidentia  EL ; separabilium esse accidentium  N  8 si  om . N quid  EG  qua  R  9 discuntur  E 10  ante  separabilia  add . ueraciter  R  14 eo  Lm1  15 est separabilis est separabilis forma  PR separabilis forma est  EGL  nullius perdurat  om. GR, in mg. Cm2, s. l. Pm2  ac stabilis et stabilis  C   ut uid .  N  ac stabili  P  estimabilis  E  18 alteritas ipsa  EG  19 altera  EGLm2R  22 nascetur  Em1  24  ante  erit  add. etiam  R  semper  om. C   inflictum cicatrice fuerit obductum, hæc si obcalluerit, propriam differentiam facit; distabit enim alter ab altero, quod hic cicatricem habeat, ille uero minime. postremoque in his omnibus uel separabilibus accidentibus uel inseparabilibus alia  sunt naturaliter accidentia, alia extrinsecus, naturaliter quidem ut pueritia uel iuuentus et totius conformatio corporis, sic cæci oculi et curuitas nasi. et superiora quidem exempla separabilis accidentis per naturam sunt, posteriora uero inseparabilis. item extrinsecus uel ambulare uel currere; id enim  non natura, sed sola affert uoluntas, natura uero posse tantum dedit, non etiam facere. atque hæc sunt separabilis accidentis extrinsecus uenientis exempla, illa uero inseparabilis, ut si qua cicatrix obducta uulneri obcalluerit. Magis propriæ autem differentiæ prædicantur, quæ non accidens, sed substantiam formant, ut hominis rationabilitas; differt enim homo a ceteris, quod rationalis est uel quod mortalis hæ sunt igitur magis propriæ, quæ monstrant unius cuiusque substantiam. nam si illæ quidem idcirco communes dicuntur, quia separabiles atque omnium sunt, aliæ autem propriæ,  quoniam separari non possunt, quamuis sint in accidentium numero, illæ iuro magis propriæ prædicantur, quæ non modo a subiecto separari non possunt, uerum subiecti ipsius speciem substantiamque perficiunt. ex his igitur tribus differentiarum diuersitatibus, id est communibus, propriis ac magis propriis,  fiunt secundum genus uel speciem uel numerum discrepantiæ nam ex communibus et propriis secundum numerum distantiæ nascuntur, ex magis propriis uero secundum genus ac speciem.  1  ante cicatrice  add . si  H  6 uel  om. C  formatio  HNPm2  sic  HPm1  et si  m2   Rm1  sieque  m2  si  EGLm1  sique  m2  tum  CN  9  post  currere  add . sunt  E  10 uoluptas  L  11 at  Em1  atqui  m2 separabilis sunt  C  13 uulneris  Lm2P  autem propriæ  La.c.R  14 substantia  Cm1  15 informant  Pm2, recte?  16 a  om. HN  rationabilis  EGLPR post  mortalis  add . est  C  hæ  Hp.r.L  hæc  cett . sunt igitur enim sunt  H  20 quoniam quod  R  22 ab  G post  ipsius  add . suis  Em1, del. m2  23 tribus igitur  CG  24 ac  s. l. Em2, et  CR    Uniuersaliter ergo omnis differentia alteratum facit cuilibet adueniens, sed ea quæ est communiter et proprie, alteratum facit, illa autem quæ est magis proprie, aliud. differentiarum enim aliæ quidem alteratum faciunt, aliæ uero aliud. illæ quidem quæ  faciunt aliud, specificæ uocantur, illæ uero quæ alteratum, simpliciter differentiæ. animali enim differentia adueniens rationalis aliud fecit et speciem animalis fecit, illa uero quæ est mouendi, alteratum solum a quiescente fecit; quare hæc quidem aliud,  illa uero alteratum solum fecit. Omnis differentia alterius ab altero distantiam facit. sed hæc uel est communis et continens uel cum quodam proprio et magis proprio differentiarum modo. quare quicquid qualibet ratione ab alio diuersum est, alteratum esse dicitur. si uero  accesserit illi diuersitati ut etiam specifica quadam differentia sit diuersum, non alteratum solum, uerum etiam aliud esse prædicatur. alteratio igitur continens est, aliud uero intra alterationis spatium continetur; nam et quod aliud est, alteratum est, sed non omne quod alteratum est, aliud dici potest.  itaque si accidentibus aliquibus fuerit facta diuersitas, alteratum  1 11 Porph. 8, 17 9, 2 Boeth. 34, 7 15.   1 ergo uero  CEGR; Porph. osv  alterum  E h m2 A  2 sed ea quiescente fecit  10   Ω,  om. cett . ea quæ est  eqs.   cum cod. A Porph. cett.   α: μέν κοιοϋσιν, a: 81 άλλο  3 alterum  Δ,  item 4  autem uero  ΔΣΦ  7 altera  Φ*  enim autem  A a.c . 8 rationale  2  facit  ΓΣΦ   item 9; Porph. 9, 1   ίποίησεν  et speciem animalis fecit  om. codd. quidam Porph., deleri uult Busse  10 faci??  ΓΔ m2 ΣΦ  qua *  ??  ? er.  re *   C  qua in re si  add. GLm1, s. l . siquidem  m2   EGL  11 ille  Gm1  illæ  Δ  solum  om. EG, s. l. Cm2, solum modo  P  fecit  ΔΛ,  om. P,  facit  cett.; Porph. 9, 2   έποίηοιν  13 uel est  L  uel ex  EG  est uel  N, om . est  CR, om . uel  HP   ante  est  add . quidem   communi  EG continenti  E  -ti *  G  cum  om. N, s. l. Em2  eo  m1  14 proprio proximo  GR, post  proprio  add . uel maximo  P  18 inter  Gm1  19 nam et  Hm1NR  igitur et  EG  igitur omne   et  add. C CHm2L  21 erit  HN   quidem effectum est, quoniam quidem quolibet modo uel ex quibuslibet differentiis considerata diuersitas alterationem facit intellegi, aliud uero non fit, nisi substantiali differentia alterum ab altero fuerit dissociatum. itaque communes et propriæ  differentiæ, quoniam accidentium, ut dictum est, sunt, solum efficiunt alteratum, aliud uero minime, magis propriæ autem, quoniam substantiam tenent et in subiecti forma prædicantur, non modo alteratum, quod est commune uel substantiali uel accidenti differentiæ, sed etiam aliud faciunt, quod ea sola  retinet differentia quæ substantiam continet formamque subiecti. atque hæ quidem differentiæ quæ faciunt aliud, specificæ nuncupantur idcirco, quod ipsæ efficiunt speciem; quam cum substantialibus differentiis informauerint, faciunt ab aliis ita esse diuersam, ut non alterata solum sit, uerum etiam  tota alia prædicetur. itaque fit huiusmodi diuisio, differentiarum ut aliæ alteratum faciant, aliæ nero aliud. et illæ quidem quæ faciunt alteratum, simpliciter puro nomine differentiæ nuncupantur, illæ uero quæ aliud, specificæ differentiæ PREDICARE atque ut planius liqueat quid sit alteratum, quid  aliud, tali describuntur termino uel declarantur exemplo : aliud est quod tota speciei ratione diuersum est, ut equus ab homine, quoniam rationalis differentia animali adueniens hominem fecit aliudque eum quam equum esse constituit. item si unus homo sedeat, alter assistat, non efficietur homo diuersus ab homine,  sed eos alteratio sola disiungit, ut eum qui assistit ab eo qui  5 ut dictum est 242, 4 ss. 19 ss.   1  post, quidem  om. HNP, del. Lm2  uel ex quibuslibet  om. H  ad  differentiis  s. l . uel diuersitatibus  Rm1 ? 7 formam  N  9 accidentali  Hm2NPm2 facit  EGLP  10 quæ  er. C  11 hee  P  12 ipsæ  om. EGLR  14 alteratum  E in ras. m2 P  alterum  GLR  15 aliud  R  sit  E  16 ut  om. EH  faciunt  HNR  facient  Em2  facie  m1  20 describantur  Em1 21 ratione specie  sic E  ab  om. EGL, s. l. HP  22 facit  HLNPm1  23 esse est  Em1  ita  R  itaque  N  24 efficitur  N  efficiatur ur  add. m2   P   sedet faciat alteratum. item si ille sit nigris oculis, ille cæsiis, nihil, quantum ad formam humanitatis attinet, permutatum est. ita secundum has differentias alteratio sola consistit. at si equus quidem iaceat, homo uero ambulet, et aliud est equus ab homine et alteratum, dupliciter quidem alteratum, semel  uero aliud. alteratum est enim, uel quod omnino specie diuersum est   et est aliud; omne enim aliud, ut dictum est, etiam alteratum est  , uel quod accidentibus distat, quod ille iaceat, hic ambulet, semel uero est aliud, quod rationabili atque inrationabili differentiis dis|gregatur, quæ specificæ sunt  et substantiales dicuntur. est igitur alteratum quod ab alio qualibet ratione diuersum est. Secundum igitur aliud facientes diuisiones fiunt a generibus in species et definitiones adsignantur, quæ sunt ex genere et huiusmodi differentiis, secundum  autem eas quæ solum alteratum faciunt, alteratio sola consistit et aliquo modo se habendi permutationes. Quoniam in principio operis huius generis, speciei, differen 13 17 Porph. 9, 2 6 Boeth. 34, 15 19. 18 in principio o. h. 147, 5.   1 facit  Em1G  item  om. EGR, in mg. Hm2, s. l. Lm2 si  om. EGL, post  ille  R, in mg. Hm2 post . ille iste  N  cæsius  La.c . ce-  Pm1  cæcis  N  cecus  C  3 item  in ras. L post  has  add . quoque  HNP, s. l. Lm2  sola  s. l. Em2  ut  GN  4 uero  om. E  5 ab de  P pr . alterum  GLm1  6  post  uero  add . est  C  enim  om .  H  quidem  add. post est   N, ante est  CGPR  7 enim  om. G  8 distet  R  9 iacet  HLm1N  ambulat  H  rationali atque inrationali  HLm2R  10 differentia  N  segregatur  CR  specificæ sunt differentiæ specificæ  C  13  post facientes  add . differentias  edd., om. codd. cum cod. C Porph. 9,3 et Dauide commentatore 177, 23 Busse; post add . et  edd. cum Porph .  τέ  14 quæ  faciunt  16   L Q,  om. cett . 15  ante  sunt  add . definitiones  Γ  definitiones scilicet  Δ  et ex  Δ m2  16  ante  alteratio  add . at  CG alteratio sola consistit  ai έτερότητες μο'νον συνίατανται   Porph. 9, 5  17 et in  CEGLR  ad  Δ ;  Porph.   v.at  aliquo modo aliquando  Γ  se  add. Em2  habentis  R  habentibus  EGLm1 permutatione  R  permutationibus  CEGLm2  18 huius  om. EGR, ante  operis  s. l. Lm2 specieique  EGLNPR; tiæ, proprii accidentisque notitiam ad diuisionem atque ad definitionem utilem esse prædixit, idcirco nunc differentiarum ipsarum facta diuisione easdem partitur et segregat, quænam differentiæ diuisionibus ac definitionibus accommodentur, quæ  uero minime. quoniam igitur diuisio generis ita in species facienda est, ut illæ a se species omni substantiæ ratione diuersæ sint, idcirco non probat assumendas esse eas ad diuisionem differentias quæ uel separabilis uel inseparabilis accidentis significationem tenent, idcirco quoniam, ut dictum est,  solum faciunt alteratum, aliud uero perficere et informare non possunt. inutiles igitur sunt ad diuisionem hæ differentiæ quæ faciunt alteratum. segregandæ igitur sunt communes et propriæ a generis diuisione, illæ assumendæ tantum quæ sunt magis propriæ. illæ enim faciunt aliud, quod generis  diuisio uidetur exposcere. ad definitionem quoque eædem magis propriæ plurimum ualent, communes et propriæ uelut inutiles segregantur; communes enim et propriæ, quoniam accidens diuersi generis ferunt, nihil substantiæ ratione conformant, definitio uero omnis substantiam conatur ostendere.  specificæ uero differentiæ illæ sunt quæ, ut superius dictum est, speciem informant substantiamque perficiunt; hæ sunt magis propriæ. eædem igitur sicut in diuisionem, ita etiam in definitionem assumuntur. ut enim dictum est, eædem diffe 9 ut dictum est superius ut enim dictum est infra 253, 12 ss. 258, 9 ss. 260, 6 ss.   2 definitionem defensionem  G  utile  E  4 ac definitionibus  om .  EG  5 diuisio igitur  E  7 eas  ante  assumendas  P, ante  esse  HN  diuisiones  NRm1  8 uel inseparabilis  om. EGR  9 idcirco faciunt uel eas differentias quæ faciunt faciant  R   EGL del. m2 R  10 aliud  alteratum  12 om. EGR  14 aliud faciunt  C  15 definitionem diuisionem  Cm1EGLm1  eadem  Em1G  16 plurimum  om. EG post  ualent  add . nam  EGL del. m2 P  17 uelut propriæ  om. EGR  enim  om. CH  18 proferunt  Lm2Pm2 procedent  m1  præcedunt  N a.c. informant  N  hee  CP  hæc  E  22 eædemque  C  eadem  Em1GL  diuisione  GN, add . generis  GL  etiam  om. HN  et  P  23 diffinitione  N  ut enim  sumuntur  om. edd .   rentiæ nunc quidem constitutiuæ ad definitionem specierum sumuntur, nunc diuisiuæ ad partitionem generis accommodantur. ita igitur cum diuisiuæ sunt generis, aliud constituunt, in substantiæ uero definitione speciei informationem faciunt, cumque magis propriæ et aliud faciant et specificæ sint, eo  quidem quo aliud faciunt, diuisionibus aptæ sunt, eo uero quo speciem informant, definitionibus accommodatæ sunt. communes autem et propriæ quoniam neque aliud faciunt, sed alteratum, neque omnino substantiam monstrant, æque a diuisione ut a definitione disiunctæ sunt. A superioribus ergo rursus inchoanti dicendum est differentiarum alias quidem esse separabiles, alias uero inseparabiles. moueri enim et quiescere et sanum esse et ægrum et quæcumque his proxima sunt, separabilia sunt, at uero aquilum esse uel  simum uel rationale uel inrationale inseparabilia. inseparabilium autem aliæ quidem sunt per se, aliæ Porph. Boeth. assumuntur  Ea.c . partitionem coparationem  N  3 ita faciunt  4 in mg. sup. Hm2  Ita igitur cum diuisio generis aliud quærat. substantia uero speciei informationem  Hm1, eadem uerba loco  ita faciunt  adiungit N  Ita igitur cum ad diuisionem generis aliud querant. aliud uero ad speciei informacionem faciunt  Hm3  3 diuisiuæ  CHm2LN   priore loco Pm1  diuisione  EG  ad diuisionem  Hm3R  diuisio  Hm1N post. l Pm1  sunt  CHm2LN pr. l., om. EGHm1 et 3 N post. l. R, s. l. Pm2  constituunt  CHm2N pr. l. Pm2  quærat  Hm1N post. l. Pm1  quærant  uel  que-,  Hm3R  quam erat  EG  constituunt quam erat  L  in substantiæ uero definitione  CHm2LN pr. l. Pm2  in substantia uero  Pm1R  substantia uero  EGHm1N post. l.  aliud uero  Hm3  4  post  uero  add . ad  Hm3  faciunt  om. EHm1N post. l.  5  pr.  et  om. HN, s. l. Pm2  faciunt  Lm1Pm1  et ac  C  eo in eo  N  6 quidem  om. L  quod  HLm1NP d  er . uero modo  N  7 quod  HRm1  9 sed sub  G  monstrat  CGm1  11 ergo  om .  H  uero  N 2 ;  Porph. 9, 7   ouv  rursus  om. H  12 aliæ... aliæ  h m1  separabiles esse  Φ  13 alias uero perceptibile  249, 2 om. C  moueri perceptibile  R Ω,  om. cett . 14  ante  quæcumque  s. l . omnia  Λ  15 at inseparabilia  in sup. mg .  h m2  acylum  ΓΦ  acilum  ΛΣ,  sim. . al . 16  post  inseparabilia  add . sunt PAS<P   edd. Busse, om.R h   cum Porph. 9,10   uero per accidens; nam rationale per se inest homini et mortale et disciplinæ esse perceptibile, at nero aquilum esse uel simum secundum accidens et non per se. Superius differentias triplici diuisione partitus est dicens aut communes esse aut proprias aut magis proprias, dehinc easdem alia diuisione in duas secuit partes dicens has quidem aliud facere, illas uero alteratum. nunc tertiam earum quidem facit diuisionem dicens alias esse separabiles, alias inseparabiles, posse autem de uno quoque cuius multæ sunt differentiæ, plurimas fieri diuisiones ex ipsa differentiarum natura manifestum est. nam si omnis diuisio differentiis distribuitur, quorum multæ sunt differentiæ, multas etiam diuisiones esse necesse est. fit autem ut animal diuidatur quidem hoc modo: animalis alia quidem sunt rationabilia, alia in rationabilia, item alia mortalia, alia inmortalia; item alia pedes habentia, alia minime; rursus alia herbis uescentia, alia carnibus, alia seminibus. ita nihil mirum uideri debet, si multiplex differentiæ est facta partitio.ac primum quidem cum in ternarium numerum differentiæ membra secuisset, communes et proprias et magis proprias nuncupauit. secunda uero diuisio communes et proprias intra nomen alteratum | facientis inclusit, magis proprias uero intra aliud facientis. hæc nero tertia diuisio, quæ ait differentiarum alias esse separabiles, alias inseparabil es,  5 Superius... dicens aut eqs. 239, 18. 7 dicens has eqs.| 244, 2.   2 perceptibile  ΦΨ  perceptibilem  cett .  in mg . capacem  T  3 uel et  Γ  simium  P post  accidens  add . est  Γ,  s. l. Lm2, ras. in E  et  om. Ν ΑΣ  4  post  se  add.  est  P  5 differentia  R  7 dicens  in mg. Hm2  8 earum quid  R  earundem  CN  quidem  post pr . alias  C  9  post post, alias  add . uero  C  14 animal in animali quod  H  diuiditur  H  quidem  ante  diuidatur  Lp, om. brm  15 animalium  N edd . quidem  post  sunt  NP, om. H  rationalia alia inrationalia  H  18 item  P  20  post  secuisset  add . ait  HP  aut  CN  et magis et proprias  om. EG  21 nuncupari  H  nuncupauerit  LPR  22 facientes  CNPm1  propria  R  proprium  Em1GLp.c . 23 facientes  CN  qua  CLNRm1   unam quidem ex alteratum facientibus separabilibus differentiis adiungit, ceteras uero intra inseparabilis differentiæ uocabulum claudit. una quidem ex alteratum facientibus. id est propria differentia, et reliqua quæ aliud facere demonstrata est, id est magis propria, inseparabiles differentiæ esse dicuntur.  quarum subdiuisio fit. inseparabilium differentiarum aliæ sunt per se, aliæ secundum accidens, per se quidem magis propriæ, secundum accidens uero propriæ. per se autem aliquid inesse dicitur quod alicuius substantiam informat. si enim idcirco quælibet species est, quoniam substantiali differentia  constituitur, illa differentia per se subiecto adest neque per accidens aut per quodlibet aliud medium, sed sui præsentia speciem quam tuetur informat, ut hominem rationabilitas. homini enim huiusmodi differentia per se inest, idcirco enim homo est, quia ei rationabilitas adest; quæ si discesserit,  species hominis non manebit. et has quidem quæ substantiales sunt, inseparabiles esse nullus ignorat; separari enim a subiecto non poterunt, nisi interempta sit natura subiecti. secundum accidens nero inseparabiles differentiæ sunt hæ quæ propriæ nuncupantur, ut aquilum esse uel simum; quæ  idcirco per accidens nuncupantur, quoniam iam constitutæ speciei extrinsecus accidunt nihil subiecti substantiæ commodantes.   Illæ igitur quæ per se sunt, in substantiæ  Porph. Boeth. ex  om. EG, in inf. mg. L  alteratum  post  facientibus  R, om. G post  facientibus  add . id est communem  L in inf. mg. P  2 adiungit ponit  La.c . cetera  R  ceterasque  Lm2  alteram  C  3 una  ras. ex  una  C  quidem quidem fit  G  quippe  HN  4 et  om. G, s. l. E  5 inseparabilis  E  esse  om. G  6  post  quarum  add . quidem  Lp  ita  brm post  aliæ  add . enim  EGL  8 inesse aliud  ex  aliquid  m2   L  11 neque non  Lm2R, ante  neque  add . quæ  Hm2  12  post  medium  add . quæ sunt propria  Hm1, del. m2  13 rationalitas  H, item 15  15 ei  s. l. Hm2  16 quidem eas  sic C  17 nullus esse  C  18 nisi ni EG 20 proprie  CN  aquilum  cf. 248, 15  22 accedunt  Hm1N  subiecto  Hm1  subiectæ  Lm1N   -te  24 Igitur illæ  C  in  om .  N   ratione accipiuntur et faciunt aliud, illæ uero quæ secundum accidens, nec in substantiæ ratione dicuntur nec faciunt aliud, sed alteratum. et illæ quidem quæ per se sunt, non suscipiunt magis et  minus, illæ uero quæ per accidens, uel si inseparabiles sint, intentionem recipiunt et remissionem; nam neque genus magis aut minus prædicatur de eo cuius fuerit genus, neque generis differentiæ, secundum quas diuiditur; ipsæ enim  sunt quæ unius cuiusque rationem complent, esse autem uni cuique unum et idem neque intentionem neque remissionem suscipiens est, aquilum autem esse uel simum uel coloratum aliquo modo et intenditur et remittitur. Differentiis rite partitis earum inter se distantiam monstrat atque unam quidem repetit quam superius dixit. cum enim tres esse dixisset differentias, communes, proprias, magis proprias, alteratum facere dixit proprias, sicut etiam communes, aliud minime, sed hoc solis magis propriis reseruauit. nunc  igitur idem repetit dicens quoniam inseparabiles differentiæ quæ substantiam monstrant, id est quæ per se subiectis speciebus insunt easque perficiunt, aliud faciunt, illæ uero superius rationem  GR h  suscipiuntur  Lm2  percipiuntur  Φ  aliud illud  E  illæ suscipiens est  12   Ω,  om. cett . 3 dicuntur accipiuntur  Φ   ex 1; Porph. 9, 16   λαμβάνονχαι   uel παραλαμβάνοντα   codd .,  λέγονται   Dauid comment. 184, 16  alteratum alterum  Wm1  et  om .  Γ  4 quidem  om .  Λ  uero  Γ  5 uero quæ quidem  Γ  si  om .  Φ  6 sunt  ΔΣΦ brm Busse; Porph. 9, 18   v.dv Jaw  7 aut  Λ   Busse  et  cett. codd. edd. cf. 4; Porph. 9, 19   ή   cod. M   m;   cett . 9 ipsæ  otuxat   Porph. 9, 20  10  post  rationem  add . id est diffinitionem  Φ  11 neque remissionem  cum Porph. 9, 21 cod. Μ,  ooxe ανεσιν οντε έπίχασιν   cett . 12 aquilum  cf. ad 248, 15  autem  om. P  13  pr . uel et  Γ  colorari  Em1  et  om. CLR  14 et uel  R  17 esse  post dixisset  HNP, ante  tres  P  18 alteratum proprias proprias alteratum facere dixit  HNP  19  post  aliud  add . uero  HNPR, s. l. Lm2   quæ sunt propriæ, id est secundum accidens inseparabiles differentiæ, neque in substantia insunt nec aliud faciunt, sed tantum, ut superius dictum est, alteratum. item alia distantia est earum differentiarum quæ secundum substantiam sunt, ab his quæ secundum accidens, quoniam quæ substantiam mon strant, intendi aut remitti non possunt, quæ uero sunt secundum accidens, et intentione crescunt et remissione decrescunt. id autem probatur hoc modo. uni cuique rei esse suum neque crescere neque deminui potest; nam qui HOMO cavallo est, UMANITA cavallita suæ nec crementa potest nec detrimenta suscipere. nam neque  ipse a se plus aut minus hodie uel quolibet alio tempore homo esse potest nec homo rursus ab alio homine plus homo potest esse uel animal. utrique enim æqualiter animalia, æqualiter homines esse dicuntur. quodsi uni cuique esse suum nec cremento ampliari potest nec inminutione decrescere,  quod per id facile monstrari potest, quoniam quæ genera sunt uel species, nulla intentione uel remissione uariantur, non est dubium quin differentiæ quoque, quæ unius cuiusque speciei substantiam formant, nec remissionis detrimenta suscipiant nec intentionis augmenta. itaque substantiales differentiæ  neque intentionem neque remissionem suscipiunt. huius causa hæc est. quoniam esse uni cuique unum et idem est, et  84  intentionem re|missionemue non suscipit huius exemplum. genus  2 nec  N  substantiam  N  sunt  EN  neque  edd . 4 est  L   s. l. m2 P edd., om. cett . sunt  om. E  5 secundum accidens quoniam quæ  om. EGP  6  ante  intendi  add . quæ  EGP post  possunt  add . secundum  s. l. E  accidens  EGP  sunt  om. CHL  7 intentione intensione  Pm2 edd., item 17 253, 6  9 deminui  Pm1  minui  L ex  diminui  m2 N  diminui  cett . quia  C  10 decrementa Em1G edd . 11 uel aut  L  12 neque  N  13 uterque  P  æqualiter dicuntur æqualiter corporales. æqualiter animati. æqualiter homines esse dicuntur  H, eadem uerba loco æqualiter  dicuntur  adiungit sic  utrique enim æqualiter  eqs. N  15 ampliorari  EGLPm1  17  ante  non  s.. et ob hoc  Em2  informant  Pm2  21 suscipient  N  cuius  HNP  22  post  unum  add . est  L  23 remissionemque  N post  exemplum  add.  sit  Lm1 edd. ante  huius  distinctio, est  Lm2, s. l. Hm2   enim dici non potest plus minusue cuilibet genus; omnibus enim genus æqualiter superponitur differentiæ quoque quæ diuidunt genus et informant speciem, quoniam speciei essentiam complent nec intentionem recipiunt nec remissionem. quæ  uero secundum accidens differentiæ sunt inseparabiles, ut aquilum esse uel simum uel coloratum aliquo modo, et intentionem suscipiunt et remissionem. fieri enim potest ut hic paulo sit nigrior, hic uero amplius simus, ille minus aquilus, at uero quod non omnes homines æqualiter rationales mor talesque sint, nec specierum nec differentiarum natura uidetur admittere.   Cum igitur tres species differentiæ considerentur et cum hæ quidem sint separabiles, illæ uero inseparabiles, et rursus inseparabilium cum  hæ quidem sint per se, illæ uero per accidens, rursus earum quæ sunt per se differentiarum aliæ quidem sunt secundum quas diuidimus genera in species, aliæ uero secundum quas ea quæ diuisa sunt specificantur, ut cum per se differen tiæ omnes huiusmodi sint, animati et inanimati, Porph. Boeth. differentiarum 19 specificantur Abælardus, Introduct. ad theolog., II 94.   1  post  cuilibet  add . esse  L edd . 2 quæ  om. GPR, del. Hm1?  3 formant  CEGLm1R  species  Lm2NP  ante  quoniam  add . quæ  EGHLPR  essentiam substantiam  N  4  ante  quæ  add.  ill<a>e  G aquilum  cf. ad 248, 15  colorari  EG  8 nigrior sit  HNP  hic  aquilus hic uero minus hic magis acilus ille autem minus hic amplius simus illo uero minus  E amplius simus amplissimus  G, add . sit  L  aquilus  ut  6 9 non quod  R  ut non  HNPm1  quoniam non  m2  rationabiles  ELm2P  12 considerantur  Λ m2   in er . -entur  2  13 hæc  EG  illæ sensibilis  om. CEG  14 et sensibilis  ibid. om. HLNP  16 rursus sensibilis  ibid. om. R  per se sunt  Λ2Φ  17 quidem  om .  Λ2  18 ea  ΓΔΨΨ   edd . hæc  ΛII2  20 animatum et inanimatum sensibile et insensibile rationale et inrationale mortale et inmortale  h m1 animati insensibilis  Porph. 10, 4   εμψύχου και αίαβητικου   ante  sint  add . animalis  edd. cum Porph .  τοϋ ζώου   quattuor  et  om.   sensibilis et insensibilis, rationalis et inrationalis, mortalis et inmortalis, ea quidem quæ est animati et sensibilis differentia. constitutiua est substantiæ animalis   est enim animal substantia animata sensibilis, ea uero quæ est mortalis et  inmortalis differentia et rationalis et inrationalis, diuisiuæ sunt animalis differentiæ; per eas enim genera in species diuidimus. Fit nunc differentiarum plena et suprema diuisio, quæ est huiusmodi. differentiarum aliæ sunt separabiles, aliæ inse parabiles, inseparabilium aliæ sunt secundum accidens, aliæ substantiales. substantialium aliæ sunt diuisibiles generis, aliæ coustitutiuæ specierum. quod uero ait : cum igitur tres species differentiæ considerentur, ad hoc retulit, quod in prima differentiarum diuisione partim eas communes esse,  partim proprias, partim magis proprias dixit, quas rursus tres differentias alias separabiles esse monstrauit, alias inseparabiles, separabiles quidem communes, inseparabiles uero proprias ac magis proprias. inseparabilium uero fecit diuisionem dicens alias esse secundum accidens, quæ propriæ nuncupantur, magis  proprias uero secundum substantiam considerari. earum uero quæ secundum substantiam sunt, subdiuisionem facit, quod  3 constituta  T m1  4  post  animata  add . et  ΓΛ   Busse, om .  ΔΠΣΦΨ Porph. 10, 6 edd . 5 ea he  ex  e  Rm2  est sunt  R  6 differentia  om .  CEGPR  et  om .  CLR \\ rationabilis et inrationabilis rac et  irrac P   Lm2P  7 diuisi  Em1  diuisæ  GPm1  has  HP; Porph. 10, 8   St’ αΰτών genera in  L s. l. m2   ΓΔΠ .  in mg. m2   Ψ   Porph., om. cett . 11  post  inseparabilium  add.  uero  C  12 generis  om. EGR, in mg. Lm2  15  post  esse  add . dixit  HNP  dicit  R  16 dixit  om. HPR, s. l. Em2  rursum  H  17 alias inseparabiles esse esse  om. N  monstrauit  HNP  18 ac et  HN  20 accidens se  EGer., s. l. Pm2, add . substantiam  Em1  alias alia  E  secundum substantiam considerari  G edd., in mg. Em2, s. l . alias secundum  Pm2, post  considerari  add . et illas esse secundum accidens  edd.  quæ considerari  om. E post  quæ  s. l . uero secundum accidens  Pm2  propria  C  proprias  Pm2  nuncupari  Pm2  21 eorum  sic  uero quæ secundum substantiam  s. l. add. Em2  post  quæ  add.  et  C   aliæ earum genus diuidant, aliæ speciem informent. ad cuius rei facilem cognitionem illa tertii libri specierum generumque dispositio transcribatur. sitque primum substantia, sub hac corporeum atque incorporeum, sub corporeo animatum atque  inanimatum, sub animato sensibile atque insensibile, sub quo animal, sub animali rationale atque inrationale, sub rationali mortale atque inmortale et sub mortali species hominis, quæ solis deinceps indiuiduis præponatur. in hac igitur diuisione omnes hæ differentiæ specificæ nuncupantur, generum enim specierum que differentiæ sunt, sed generum quidem diuisiuæ, specierum autem constitutiuæ. id autem probatur hoc modo. substantiam quippe corporei atque incorporei differentiæ partiuntur, corporeum uero animati atque inanimati, animatum sensibilis atque insensibilis. ita igitur genera substantiales differentiæ  partiuntur et dicuntur generum diuisiuæ. at uero si eædem differentiæ quæ a genere descendentes genus diuidunt, colligantur et in unum quæ possunt iungi copulentur, species informatur. nam cum animal species sit substantiæ omnia enim superiora de inferioribus prædicantur et quicquid inferius  fuerit, species erit etiam superioris  , animatum tamen atque  2 illa tertii libri.. dispositio 208, 12 ss.   1 diuidunt  N  diuident  R informant  CNR, add . atque construant  H  atque constituunt -ant  ex  -ent  P   NP, s. l. Lm2   ex 256, 3  at  E  2 facilitatem  G  cognitionem  om. EG  illa  s. l. Hm2  3 transferatur  Hm1N; post transcribatur  spatium ad inscribendam figuram ut uid. relictum in EG  sub ubi  E  hoc  Em1GLm1R  4 atque incorporeum  in mg. Em2  sub corporeo  om. GR, in mg Em2, s. l. Lm2  6 animal sub  om. E  sub animali  om. GR rationabile  E  7 et  om. HN, del. Em2  12 patiuntur  Em1G  corporeum  partiuntur  15 om. Em1, in mg . corporeum  ex  corpore  m3  inanimati animatum autem  s. l. add. m3  sensibilis  partiuntur  add. m2  13 animatum  om. G, post add . autem  Em3  enim  Lm1, del. m2, et  er. N  14  post  insensibilis  add . partiuntur  CL substantialis  Gm1Pm2  15 si  del. Lm2, post  si  del . et  R  heædem  P  dem  er .  R  h  del . hæ  HN 16 quæ  post  descendentes L 17 in  ex al. litt. Em2  18 informantur  EHN  informant  part. ras. ex informatur  Lm2  fit  E   sensibile quæ sunt differentiæ, si referantur ad genera, diuisiuæ sunt, constitutiuæ uero fiunt animalis eiusque substantiam formant atque constituunt definitionemque conformant, ut sit animal substantia animata sensibilis, substantia quidem genus, animatum uero atque sensibile eiusdem differentiæ constitutiuæ. | item animal rationabilitas atque inrationabilitas diuidit, mortali etiam atque inmortali diuiditur, sed iuncta rationabilitas atque mortalitas, quæ animalis diuisiuæ fuerant, fiunt hominis constitutiuæ eiusque perficiunt speciem atque omnem eius rationem definitionis informant atque perficiunt. at si  inrationabilitas cum mortalitate iungatur, fiet equus aut quodlibet animal, quod ratione non utitur, rationabilitas uero atque inmortalitas copulatæ del substantiam informant. ita eædem differentiæ cum referuntur ad genera, diuisiuæ generum fiunt, si uero ad inferiores species considerentur, informant species  earumque substantiam conuenienti copulatione constituunt. In hoc quæsitum est, quemadmodum dicerentur esse hæ diffe 1  post  sunt  add . eiusdem  P s. l. m2 edd . diuisiua  Em1G  2  post  sunt  s. l . si ad speciem  Lm2Pm2  uero  om. N, del. Pm1?, s. l. Hm2Rm2  fiunt  s. l. Rm2  3 definitionemque diuisionemque  EG  formant  Hm1  4 quidem uero  N  5 ante genus add. eiusdem  CN,  post add . est  s. l. LPm2 ante  differentiæ  add . generis  GP, post add . diuisiuæ  R post  constitutiuæ  add . animalis  R, s. l . speciei animalis  Lm2  6 rationabilitas diuiditur  P  rationalitas atque inrationalitas diuidit mortalitas  ex  inmortali  m2  etiam atque inmortalitas  ex  inmortali  m2  diuidit ** ·  H  rationabilitas atque irrationabilitas mortale atque inmortale diuidit  C  rationale atque inrationale diuidunt  add. N  mortale atque et  N  inmortale diuidit diuidit  om. N   NR inrationabile inrationale  L  atque inmortale diuiditur  EGLm1, in mg. ante  atque  add . irracionale. mortale etiam atque  m2  rationabilitas atque irrationabilitas, mortalitas atque immortalitas diuidit  brm  7 rationalitas  E  8 diuisiua  Em1GLm1R  9 constitutiua  GLm1R eiusque hominisque  HNP  nominis  del. Lm2  eiusque  EGL  10 atque perficiunt  s. l. Rm2  11 irrationalitas  EP  mortali  Lm2Pm1  fiat  G  aut atque  L  12 rationalitas  HP  13 inmortalitas inrationabilitas  R  dei  om. G,  post  substantiam  E s. l. m2 L  formant  HN  item  HL  14 diuisæ  E  17 esse  om. C  eæ  EGR  heæ  P rentiæ specierum constitutiuæ, cum inrationabilis differentia atque inmortalis nullam speciem uideantur efficere. respondemus primum quidem placere Aristoteli cælestia corpora animata non esse; quod uero animatum non sit, animal esse non posse; quod uero non sit animal, nec rationale esse concedi. sed eadem corpora propter simplicitatem et perpetuitatem motus æterna esse confirmat. est igitur aliquid quod ex duabus his differentiis conficiatur, inrationabili scilicet atque inmortali. quodsi magis cedendum Platoni est et cælestia corpora animata  esse credendum, nullum quidem his differentiis potest esse subiectum quicquid enim inrationabile est corruptioni subiacens et generationi, inmortale esse non poterit, sed tamen hæ differentiæ, quoniam substantialium differentiarum in numero sunt, si iungi ullo modo potuissent, earum naturam  et speciem quoque possent efficere. atque ut intellegatur, quæ sit hæc potentia efficiendæ substantiæ specieique formandæ, respiciamus ad proprias atque communes, quæ tametsi iungantur, speciem substantiam que nulla ratione constituunt. si quis enim loquatur ambulans, quæ sunt duæ communes dif ferentiæ, uel si albus ac longus, num idcirco isdem eius substantia constituitur? minime. cur? quia non eiusdem sunt generis, quæ alicuius possint constituere et conformare sub Aristoteli cf. De cælo; ed. Didot IV part. II 38 a, frg. 24 Cic. de nat. deor. II 15, 42 cum locis ab Heitzio adlatis. 9 Platoni Tim. E. 39 E ss.; cf. supra 209, 2.   1 species  G  inrationalis  CEGP  differentiæ  E  5 concedit  Lm1N  7 est esse  CN, ad  est  s. l . ał esset  L  aliud  G  8 conficeretur  H, s. l.   add . ał  ad  conficiatur  L  irrationali  Lm2P  9 accedendum  CN  ac  er .  H  ac  in ras. m2 , concedendum  edd . est platoni  CN  et  om. C  10 credendum  om. CN  11 inrationale irr P   HP 13  ante  substantialium  add . in  CHN, post  diff.  om. CHNR  16 efficientiæ  G  17 tametsi etsi  C etiam si  er. H  etsi  H   in mg . ł tametsi  m2   NP  19 loquitur  HN  20 sit  H  num  ex  non  Rm2 isdem  NP  eisdem ei  in ras. m2   L  hisdem  cett., post s. l . differentiis  add. Em2  21  ante  cur  add . id  HNP, s. l. Lm2  eius  EG  sunt  ante  eiusdem  N, post  generis  L  22 possunt  NP  confirmare  Em1GRm1   stantiam. ita igitur hæ, id est inrationale atque inmortale, etiamsi subiectum aliquod habere non possunt, possent tamen substantiam efficere, si ullo modo iungi copularique potuissent, præterea inrationale iunctum cum mortali substantiam pecudis facit: est igitur constitutiua inrationalis differentia, item inmor tale ac rationale coniuncta efficiunt deum: est igitur inmortale quod speciem formet, quodsi inter se iungi nequeunt, non idcirco quod in natura earum est, abrogatur.   Sed hæ quidem quæ diuisiuæ sunt differentiæ generum, completiuæ fiunt et constitutiuæ specierum; diuiditur enim animal rationali et inrationali differentia et rursus mortali et inmortali differentia, sed ea quæ est rationalis differentia et mortalis, constitutiuæ fiunt hominis, rationalis uero et inmortalis del, illæ uero quæ sunt inrationalis et mortalis, inrationabilium animalium, sic etiam et supremæ substantiæ cum diuisiua sit animati et inanimati differentia et sensibilis et insensibilis, animata et sensibilis congregatæ ad substantiam animal perfecerunt.   Porph. Boeth. aliquod  om. C  aliquid  LP  possunt  substantiam possent tamen substantiam possent  C  4 mortale  EGPm1  5 irrationabilis  NP  ita R 6 coniunctæ  HN  8 eorum  edd . 9 hæc  CL  heæ  P  10 generum  om. EG  fiant  Cm1Em1G  sunt  Σ  11 diuiditur insensibilis  18   2,  om. cett . 12  pr . et differentia  om.   2,  add.   X m2  13 ea... differentia  Porph. ai... διαοοραί  rationalis.. mortalis  cum cod .  M Porph., cett .  τοΰ 6-νητοδ καί τού λογικού  14 fiunt definiunt  Δ m1 ΙΛΣ  hominem  Δ m1 ΑΣ  15 dni in ras.  2,  add . sunt et angeli  Δ,  sed del., ante  dei  add.  angeli et  Π m2,  sed del.; codd. Porph. 10,13 aut   θεού   aut   άγγέλοο  quæ sunt  add .  X m2   post  mortalis  add . constitutiuæ sunt  Γ  16 inrationalium  X m2 \ m1,  add . sunt  Φ etiam enim  Φ  supremæ substantiæ  T m2  suæ substantiæ  m1   X m 2 superna substantia  m1  suprema substantia  cett. codd. edd. Busse; cf. Porph. animatum  EGR  sensibile  E  le  in ras .  R  19 congregata  ER  perficerent  G  perficiunt  in ras .  2 post  perfecerunt  add . animata uero et insensibilis perfecerunt plantam  edd. cum Porph. 10, 17, om.  BOEZIO etiam in commentario Geminum differentiarum usum esse demonstrat, unum quidem quo genera diuiduntur, alium uero quo species informantur; neque enim hoc solum differentiæ faciunt, ut genera partiantur, uerum etiam dum genera diuidunt, species in quas  genera deducuntur efficiunt, itaque quæ diuisiuæ sunt generum, fiunt constitutiuæ specierum, huiusque rei illud exemplum est quod ipse subiecit; animalis quippe differentiæ sunt diuisiuæ rationale atque inrationale, mortale atque inmortale; his enim PREDICAZIONE  diuiditur animalis, omne enim quod animal  est, aut rationale aut inrationale aut mortale aut inmortale est. sed istæ differentiæ quæ diuidunt genus quod est animal, speciei substantiam formamqne constituunt, nam cum sit homo animal, efficitur rationali mortalique differentiis, quæ dudum animal partiebantur, item cum sit equus animal, inrationali  mortalique differentiis constitui|tur, quæ dudum animal diuidebant. deus autem cum sit animal, ut de sole dicamus, rationali inmortalique efficitur differentiis, quas diuidere genus habita partitio paulo ante monstrauit. sed hic, ut diximus, deum corporeum intellegi oportet, ut solem et cælum ceteraque  huiusmodi, quæ cum animata et rationabilia Plato esse confirmat, tum in deorum uocabulum antiquitatis ueneratione probantur assumpta, de primo quoque genere, id est substantia demonstrantur uenire. nam cum eius diuisiuæ sint differentiæ  18 ut diximus 208, 22 ss. 20 Plato aliud  EHm1Rm2  alio  m1  uero  om. R  4 partiuntur  GPm1  diuidendo  N  5 deducantur  HN  dicuntur  R  diuiduntur C uid  in er . duc?  m2  diuisæ  Em1Gm2HR  6 huius C rei  om. EGR s. l. Lm2  7 ipse ille  R  diuisæ  Em1Gm2  8 mortale atque inmortale  om. EGR, in mg. Lm2  9 quod animal est animal  HNR  10  pr . aut  om. R post  rationale  add . est  HN  11 est  om. HR  quod hoc  C  13  post  efficitur add. ab his  EPm1, del. m2, s. l. Lm2  post differentiis  add . constituitur  Cm1, del. m2  14 partiebantur diuidebant Lm1R  15 diuidebant parciebantur  R  16 ut si  CH, in ros. N, recte?; cf.208, 22  20 confirmet  C  et  in ras. m2  HLm2N  22 substantiam  Em1  23 demonstrantur idem monstratur  HN  idem  super ras. Cm2, s. l. Pm2  demonstrantur  Cm1Pm1, alt. n  del. Cm2Pm2  euenire  HNPm2, add. s. l . differentiæ  Lm2  diuisæ  Em1Pm1  sunt  EHm1   animatum atque inanimatum, sensibile atque insensibile, iunctæ differentiæ sensibilis atque animati efficiunt substantiam animatam atque sensibilem, quod est animal, iure igitur dictum est, quæ diuisiuæ sunt differentiæ generum, easdem esse constitutiuas specierum. Quoniam ergo eædem aliquo modo quidem acceptæ fiunt constitutiuæ, aliquo modo autem diuisiuæ, specificæ omnes uocantur. et his maxime opus est ad diuisiones generum et definitiones, sed non his quæ secundum accidens inseparabiles sunt, nec magis his  quæ sunt separabiles.  Omnes a genere differentias procedentes genus ipsum a quo procedunt, diuidere nullus ignorat, ipsæ autem quæ diuidunt genus, si ad posteriores species applicentur, informant substantias easque perficiunt, eædem igitur sunt constitutiuæ  specierum, eædem diuisibiles generum, alio tamen modo atque alio consideratæ, ut si ad genus relatæ quidem in contrariam diuisionem spectentur, diuisibiles generis inueniuntur, si uero iunctæ aliquid efficere possint, specierum constitutiuæ sunt, quæ cum ita sint, hæ differentiæ quæ genus diuidunt, rectissime diuisiuæ nominantur quæ enim constituunt speciem, specificæ sunt, sed constituunt speciem hæ differentiæ quæ Porph. Boeth. post  constitutiuas  add . et completiuas  C  completinasque  HNP   ex 258,10  6 ergo igitur  P  needem  uel  heedem  hic et 15. 16. 261, 1 codd. quidam  alio  P   ras. ex  aliquo,  Γ  o  in ras . quidem  ΓΔΛΙIΨ,  om. cett.; Porph. 10, 18   μεν  7 aliquo inseparabiles sunt  10   Ω,  om. cett . alio  ras. ex  aliquo  ut uid .  Γ  autem modo  Φ  autem  add .  5 m2  10 sunt inseparabiles  Γ his  om .  Γ  12  post  Omnes  add . enim  R  quo quibus  EGR  procedent  Em1  15  post  substantias  s. l . earum  L  eas substantiasque quæ  N   HNR  sunt igitur  HL  16  post  eædem  add . sunt  LR  19 sint  CHPRm1  21 diuisiuæ specificæ  Lm2  nominantur nuncupantur  HΡΝ  enim  om. C   post  speciem  add. eædem speciem faciunt, quæ uero speciem faciunt  CHN   sunt generis diuisiuæ eædemque sunt specierum constitutiuæ. quare iure quæ generum diuisiuæ sunt et quæ specierum constitutiuæ, specificæ nuncupantur, has igitur in diuisione generis et in definitione specierum accipi oportere  manifestum est. quoniam enim diuisiuæ sunt, per eas diuidi oportet genus, quoniam autem constitutiuæ, per eas species definiri; quibus enim unum quodque constituitur, isdem etiam definitur, constituitur autem species per differentias generis diuisiuas, quæ sunt specificæ, iure igitur specificæ solæ et  in generis diuisione et in specierum definitione ponuntur, et de specificis quidem hæc ratio est, de his autem quæ uel separabilia uel inseparabilia continent accidentia, nihil in generum diuisione uel definitione specierum poterit assumi, idcirco quoniam quæ diuisibiles sunt, substantiam generis  diuidunt, et quæ constitutiuæ sunt, substantiam speciei constituunt. quæ uero sunt inseparabilia accidentia, nullius substantiam informant, unde fit ut multo minus separabilia accidentia ad diuisiones generum uel specierum definitiones accommodentur; omnino enim dissimiles sunt substantialibus  differentiis, nam inseparabilia accidentia hoc fortasse habent commune cum specificis, hoc est substantialibus differentiis, quod æque subiectum non relinquunt, sicut nec specificæ differentiæ, separabilia autem accidentia ne hoc quidem; sepa 1 diuisæ  Gm1  eædemque  H  hee-  NP  eædem  C  igitur eædem eædem  s. l. Lm2  quæ que  E  sunt  EGLR  constitutiuæ specierum  C  2 quare constitutiuæ  om. EGLR  quare iure iure igitur  P  4 diuisionem  HLm2P  et uel  R  definitionem uel diff-  HL   s. l . ał constitutione  P  diuisione  Em1  6 eius  Em1  7  post  definiri  add . oportet CN, s. l . scil.  add. E   EL  quibus definitur  om. EGLR, in mg. Pm2  hisdem  CHN  9 solæ  s. l. Em2  10  post, in  om. HN  12 continent concedunt  EG, s. l . uel faciunt  Gm1?  13  post  uel  add . in  L  16 substantiam  HN, om. Em1, speciem  CGLm1R  post informant  s. l. Em2, speciei substantiam  Lm2P edd . 17 formant  H  multo  om. C  18 ad diuisiones accidentia  20 in inf. mg. Gm2  definitiones diuisiones  Em1G  19  ante  substantialibus  add . a  HN, recte?  22  ante quod  add. id H   linea del., sed linea er. uid. N ad  quod æque  s. l. ał  quod hæ similiter  L  sic  G  ut  er .  L ut del. m2  23 ne nec  LN   rari enim possunt, nec tantum potestate et mentis ratiocinatione, sed actus etiam præsentia, et omnino ueniendi uel discedendi uarietatibus permutantur. Quas etiam determinantes dicunt: differentia est qua abundat species a genere, homo enim ab animali  plus habet rationale et mortale : animal enim neque ipsum nihil horum est nam unde habebunt species differentias? neque enim omnes oppositas habet nam in eodem simul habebunt opposita  . sed, quemadmodum probant, potestate quidem omnes  habet sub se differentias, actu uero nullam, ac sic neque ex his quæ non sunt, aliquid fit neque opposita circa idem sunt.    Specificas differentias definitione concludit dicens substantiales differentias a quibusdam tali descriptionis ratione finiri :  differentia specifica est qua abundat species a genere, sit enim genus animal, species homo : habet igitur homo differentias in se, quæ eum constituunt, rationale atque mortale; omnis enim species constitutiuas formæ suæ differentias in se retinet nec præter illas esse potest, quarum congregatione  perfecta est. si igitur animal quidem solum genus est, homo uero est animal rationale mortale, plus habet homo ab animali id quod rationale est atque mortale, quo igitur abundat species Porph. Boeth. nec non  brm  4 Quæ  h m1  dicuntur  A m1  est  add .  \ m2  5 que  Em1  quæ  Ga.c . abundant ha G   Em1G  a  om. N homo -nullam  11   R Q,  om. cett . ab  om .  ΓΦ  6 enim enim tamen  R  autem  A  7 horum nihil  Γ  8 enim  om .  Φ,  add .  et m2, autem  er .  T  :  Porph. 11, 3   ούτε ίί ; enim  pro  autem;  cf. ad 16, 15; an  autem  cf.   T   Boethius scripsit ? opposita  R  habet   habent  cett .  codd. et edd . 9 nam nec  R  habebit  Φ   post  opposita, non habebunt  Δ  11 habet  P p.c .  Φ*Γ  habent  cett . ac sic  om. N  sic  ex  si  Em2G  12 hiis  Φ  sint  Sa.c . opposita ex oppositis quæ  R h m1  13 circa idem sunt  Porph.    &pa περί τό αΰτο εσται  15 diffiniri  Pm2R  19 constitutiuæ  Em1GLp.c.Rm1  in se  om. C  est uero  E  23 id id est  EGP   a genere, id est quo superat genus et quo plus habet a genere, hoc est specifica differentia, sed huic definitioni quædam quæstio uidetur occurrere habens principium ex duabus per se propositionibus notis, una quidem, quoniam duo con traria in eodem esse non possunt, alia uero, quoniam ex nihilo nihil fit. nam neque contraria pati sese possunt, ut in eodem simul sint, nec aliquid ex nihilo fieri potest; omne enim quod fit, habet aliquid unde effici possit atque formari, quæ propositiones talem faciunt quæstionem, dictum est differentiam  esse id qua plus haberet species a genere, quid igitur? dicendum est genus eas differentias quas habent species, non habere? et unde habebit species differentias quas genus non habet? nisi enim sit unde ueniant, differentiæ in speciem uenire non possunt, quodsi genus quidem has differentias non habet,  species autem habet, uidentur ex nihilo differentiæ in speciem conuenisse et factum esse aliquid ex nihilo, quod fieri non posse superius dicta propositio monstrauit. quod si differentias omnes genus continet, differentiæ autem in contraria dissoluuntur, fiet ut rationabilitatem atque inrationabilitatem, mor talitatem atque inmortalitatem simul habeat animal, quod est genus, et erunt in eodem bina contraria, quod fieri non potest, neque enim sicut in corpore solet esse alia pars alba, alia nigra, ita fieri in genere potest; genus enim per se consideratum partes non habet, nisi ad species referatur, quicquid  igitur habet, non partibus, sed tota sui magnitudine retinebit, nec illud dubium est, quin in partibus suis genus habeat  1  post, quo quod  Em1  quid  m2   GHm1R  a  om. H  2 hoc differentia  om. C  huic hunc  Em1N  4 per se  ante  notis  brm  unam  GHa.r. 5  aliam  C sic Ha.r. post  quoniam  add . quidem  C  6 sit  C  nec  N  10 id  om. R  qua quod  GHLm1P; cf. 270, 12  dicendumne  Lm2  11 genus  ante  non habere  HNP  habent habet  Lm2  12 habet habebit  CEGLm1, in mg. Rm2 om. m1  13 ueniunt  R  15 uidetur  GLm1P  differentia  EGL   ex  -tiasj P 16 esse est  CLP  aliquando  Em1  18 contrarium  HLm2NPm1  contrario  R  19 mortalitatem atque inmortalitatem  CNP, s. l. Lm2, om. cett . 22 esse  post  alba  N, post  alia  P  25 detinebit  N  in  HNP, s. l. Lm2, om. cett .   contrarietates, ut animal in homine rationabilitatem, in boue contrarium. sed nunc non de speciebus quærimus, de quibus constat, sed an ipsum per se genus eas differentias quas habent species, habere possit atque intra suæ substantiæ ambitum continere, hanc igitur quæstionem tali ratione dis soluimus. potest quælibet illa res id quod est non esse, sed alio modo esse, alio uero non esse, ut Socrates cum stat, et sedet et non sedet, sedet quidem potestate, actu uero non sedet. cum enim stat, manifestum est eum non agere sessionem, sed potius standi inmobilitatem. sed rursus cum stat,  sedet, non quia iam sedet, sed quia sedere potest; ita actu quidem non sedet, potestate uero sedet. et ouum animal est et non est animal. non est quidem animal actu, adhuc namque ouum est nec ad animalis processit uiuificationem, sed idem tamen est animal potestate, quia potest effici animal, cum  formam ac spiritum uiuificationis acceperit. ita igitur genus et habet has differentias et non habet, non habet quidem actu, sed habet potestate. si enim ipsum per se animal consideretur, differentias non habebit, si autem ad species reducatur, habere potest, sed distributim atque ut eius speciebus separarim nihil  possit euenire contrarium. ita ipsum genus si per se consi 1  post homine  s. l . habet  E, post  rationabilitatem  Lm2  2 nunc  om. EGR, s. l. Lm2  4 suæ intra  C  6 quælibet illa res  HLm2NPm1  quælibet res   res  s. l. E CEPm2  quidlibet  Lm1R  quodlibet  G 7 alio uero non esse  om. Hm1, s. l . alio non esse  m2  8  secund . sedet  om. CEGR  9 enim  om. CEGLPm1 s. l . autem  m2 R  sessione  G  10 mobilitatem  CEGLm1P  mobilitate  N  cum stat  in  constat  mut .  ERm2  13 actu  om. EG  14 neque  CL  ad  om. E  animal  G  animalis quidem  L  spiritum speciem  CHR  genus et  ELm2NP  et genus et  H  genus  CGLm1R  17 non habet quidem potestate habet quidem potestate sed non habet   habet  om. C  actu  CEm2P  habet quidem actu sed non habet potestate  Em1G  18 consideretur quis  s. l.  consideret  E  19 autem enim  R  reducat  E distributim  HLm2PRm2  distributum  CN  distribute  EGLm1 distributam  Rm1  atque contrarium atque in species separatum   separatim  H  ut nihil possit esse   euenire  H  contrarium  CHN, add. locum  atque ut eius contrarium  C  nihil et nihil  G 21 si ipsum genus  HN   deretur, differentiis caret; quod si ad species referatur, per distributas species uel in partibus suis contraria retinebit, atque ita nec ex nihilo uenerunt differentiæ quas genus retinet potestate nec utraque contraria in eodem sunt, cum contrarias  differentias in eo quod dicitur genus, actu non habet, inpossibilitas enim eius propositionis quæ dicit contraria in eodem esse non posse, in eo consistit quod contraria actu in eodem esse non possunt, nam potestate et non actu duo contraria in eodem esse nihil impedit, quæ uero nos contraria diximus,  Porphyrius opposita nuncupauit. est enim genus contrarii oppositum : omnia enim contraria, si sibimet ipsis considerantur, opposita sunt. Definiunt autem eam et hoc modo : differentia est quod de pluribus et differentibus specie in eo quod  quale sit PREDICARE; rationale enim et mortale de homine PREDICATO in eo quod quale quiddam est  homo dicitur, sed non in eo quod quid est. quid est enim homo interrogatis nobis conueniens est dicere animal, quale autem animal inquisiti, quoniam ratio nale et mortale est, conuenienter adsignabimus.    Tres sunt interrogationes ad quas genus, species, differentia, proprium atque accidens respondetur, hæc autem sunt : quid  13 20 Porph. 11, 7 12 Boeth. 37, 6-12.   1 species differentias  H  2 uel  om. Lm1  uelut  HLm2  sin eo id  HN  quot  E  7 actu  ante  contraria  H, post  eodem  CLN  in eodem esse in eodem  om. EG  8  post  non possunt  add . quantum ad genus potestate solum, quantum ad species actu et potestate  Rm2  9 nil  L  contraria nos  C  11 si  om. HN, s. l. Cm2  si in semet  Lm2P  considerentur  CLm2  12 sunt  om. HN  13 autem  om. H  enim  C  et om.  CEGHNP 2,  ante  eam  4 ;  Porph. 11, 7   xo; όντως  14 quæ  EP  de  om. C  et om.  CEGLIR; Porph.   xat ;  cf. infra 267, 1  15 rationale animal  19   R Q,  om. cett . 16 prædicatur  T a.c.   m1  quiddam  om.   ΓΦ  18 homo om.  R ΔΦ,  s. l . scil, homo  \ m2 ; Porph.  άνθρωπος  19  post post, animal  add . sit  C, ante EG  inquisiti  Porph. 11, 11   πυνθανομενων  20 et  om. CEGLR; Porph. 11, 12   xac  est om.  HNR, s. l .  2 m2 assignauimus  E  assignamus  G  22 hæ  Hp.r.LR edd . heede  m P   sit, quale sit, quomodo se habeat, nam si quis interroget: quid est Socrates? responderi per genus ac speciem conuenit aut animal aut homo, si quis quomodo se habeat Socrates interroget, iure accidens respondebitur, id est aut sedet aut legit aut cetera, si quis uero qualis sit Socrates interroget,  aut differentia aut proprium aut accidens respondebitur, id est uel rationalis uel risibilis uel caluus. sed in proprio quidem illa est obseruatio, quod illud proprium dici potest quod de una specie PREDICARE, accidens uero tale est quod qualitatem designet quæ non substantiam significet, differentia uero talis  est quæ substantiam demonstret, interrogati igitur qualis una quæque res sit, si uolumus reddere substantiæ qualitatem, differentiam prædicamus, quæ differentia numquam de una tantum specie prædicatur, ut mortale uel rationale, sed de pluribus, quod igitur de pluribus speciebus inter se differentibus PREDICARE ad eam interrogationem, quæ quale sit id de quo quæritur interrogat, ea est differentia cuius talem posuit definitionem : differentia est quod de pluribus  1 se  om. G, s. l. E  habet  CEGLR  2 per  om. H  ac  N  3  pr . aut ut  CHm1N post, aut ut  Hm1N  habet  R, post  habeat  del . se habet  G  4 iure legit differentia aut legit  G  aut differentiam * ut a er. legit  E  differentia respondetur respondetur  etiam R id est aut sedet aut legit  Lm1 5 aut et  HLm1NP quale  H proprio aut accidenti  EGR  respondebitur  CLm2P  respondebit  EGR  respondetur  HLm1N  7  pr . uel  om. LN  uel risibilis uel caluus  Lm1 edd . uel mortalis uel caluus  CHLmSN  uel mortalis uel alicuius  EGR  uel mortalis uel saluus uel caluus  Pm1  uel mortalis uel risibilis uel caluus  m2 10 quæ non demonstret Differentia uero talis est  hæc om. L  quæ que  ELm1  atque  m2  non substantiam significet -cat  Lm1, add. m1  Differentia uero talis est quæ substantiam significat, del.  m2 . Differentia uero talis est quæ non  add., sed del. E  substantiam demonstret at  Lm1   EGL  post significet  in mg.  Proprium uero est quod non substandam significat  H  11 quæ quia  R  demonstrat  CLm1  interroganti  R   extis quale  R  12 constantiæ  G  13 numquam non  C  tantum de una  C  14 sed  om. EG, s. l. Lm2  15 quod quodsi  R  16  ad  prædicatur  in mg . respondetur  E  18 pluribus differentibus  cf. 265, 14   specie differentibus in eo quod quale sit praltdicatur; cuius definitionis causam rationemque pertractans ait;   Rebus enim ex materia et forma constantibus uel ad similitudinem rtfateriæ et formæ constituti onem habentibus, quemadmodum statua ex materia est æris, forma autem figura, sic et homo communis et specialis ex materia quidem similiter consistit genere, ex forma autem differentia, totum autem hoc animal rationale mortale homo est, quemadmodum  illic statua. Dixit superius differentias esse quæ in qualitate speciei PREDICARE, nunc autem causas exequitur, cur speciei qualitas differentia sit. omnes, inquit, res uel ex materia formaque consistunt uel ad similitudinem materiæ atque formæ substantiam sortiuntur, ex materia quidem formaque subsistunt  3 10 Porph. Boeth. post  quale  add . quid  Lm2in ras. E sed er. Rm1, del. m2, add . quid  post  sit  s. l. Hm2  4  post similitudinem  add . proportionemque  LNRQ   in mg . nempe communionem  Γ ;  om. Porph. 11, 13  et ac  ΓΔΙΙΨ-,  om .  L Α2Φ  formæ  A m2 HI!1 speciei  CEGHNPR h m1  specieique L Λ2Φ  formæ speciei  er. uid .  Γ ;  cf. Porph. et infra 13 ss . 5 quemadmodum differentia  8   LR Q,  om. cett. post  materia  add . quidem  edd., recte ut uid.; Porph. μέν  6 æris et  s. l. m2  ære  in ras. m2   Ψ  forma ex  in al. litt.   xV m2  forma  L xV brm   Busse;   Porph .  εΐϊοος post figura hæc Proportionale autem enim  Φ  dicitur est  Σ  quod proportionem omnium specierum teneat tenet  Σ  id est communionem omnium partium uel et  T  specierum quæ diuidi diuidendo Rhm1 diuidendæ  Th m2 \l m1 2'l>  ex ea eo  ΣΣ  contingunt contingant  R  per del.  Σ  differentiam figuras  ΓΠ m2  differentiam figuras  \   add .  LR T m1 h m1 ΑΠΣΦ,  om .  Ψ,  del .  T m2 \ m2  7 similiter  Busse  similiter proportionaliter  LR ll m1  similiter proportionaliterquc  ΓΔΙ m2 Φ'Ρρ  proportionaliter  2 brm; cf. Porph. 11, 15  8 ante genere  add . in  Γ m2  ex  m1   L Σ  toto  Ga.c . 9 ratione  E ante  mortale  add . et  CEGHLPR, om .  N Q   cum Porph. 11, 16  homo est om.  N,  ex  homine  Δ m2  11 differentiam  HN  12 prædicaretur  HN causis  Em1 post  cur  add . autem  Hm1, del. m2  qualitas speciei  H  omnis  ELm2N  uel  om. EGR  14 consistit  Ea.c.HLm2  subsistit  N  15 sortitur  HLm2N  ex  om. CEGR  formaque et forma  P   omnia quæcumque sunt corporalia; nisi enim sit subiectum corpus quod suscipiat formam, nihil omnino esse potest, si enim lapides non fuissent, muri parietesque non essent, si lignum non fuisset, omnino nec mensa quidem, quæ ex ligni materia est, esse potuisset, igitur supposita materia ac præiacente cum in ipsam figura superuenerit, fit quælibet illa res corporea ex materia formaque subsistens, ut Achillis statua ex æris materia et ipsius Achillis figura perficitur, atque ea quidem quæ corporea sunt, manifestum est ex materia formaque subsistere, ea uero quæ sunt incorporalia, ad similitudinem materiæ atque formæ habent suppositas priores antiquioresque naturas, super quas differentiæ uenientes efficiunt aliquid quod eodem modo sicut corpus tamquam ex materia ac figura consistere uideatur, ut in genere ac specie additis generi differentiis species effecta est. ut igitur est in  Achillis statua æs quidem materia, forma uero Achillis qualitas et quædam figura, ex quibus efficitur Achillis statua, quæ subiecta sensibus capitur, ita etiam in specie, quod est homo, materia quidem eius genus est, quod est animal, cui superueniens qualitas rationalis animal rationale, id est speciem  fecit, igitur speciei materia quædam est genus, forma uero et quasi qualitas differentia, quod est igitur in statua æs, hoc est in specie genus, quod in statua figura conformans, id in specie differentia, quod in statua ipsa statua, quæ ex ære  2 potest putem  G putemus  R  4 nec  om. Gm1  ne  EGm2L  5 materia est fit materia  HNP ante  igitur  add . si  E,  sed del . 6 in  om. R  ipsa  ER  figuram  Hm1La.r . peruenerit  HN  9 corporalia  HNP  ex  om. C  11 prioris  Em1G  12 antiquiorisque  G  13 tamquam  om. CLP, del. Hm2  ex ea  GL in ras. m2 R 14 materia ac figura  brm  materia  in ras. Lm2  forma ac figura ac figura  del. Lm2   LP forma ac figura  CEGHRp  figura ac forma  N  15 generi generis  EG  16 æs statua  17 om. N materiæ  G  17 et quædam statua  CH, om. Lm1   in mg . et quædam figura  m2   P  statua cet. om. EGR  18 quod quæ  edd . 22 et  om. EGR, s. l. Lm2  qualitatis  R  igitur est est  s. l. Pm2   HNP  23 figura forma  N  24  post  quod  add . est igitur  Pm2   figuraque conformatur, id in specie ipsa species, quæ ex genere differentiaque coniungitur. quodsi materia quidem speciei genus est, forma autem differentia, omnis uero forma qualitas est, iure omnis differentia qualitas appellatur, quæ cum ita  sint, iure in eo quod quale sit interrogantibus respondetur.  Describunt autem huiusmodi differentias et hoc modo: differentia est quod aptum natum est diuidere quæ sub eodem sunt genere; rationale enim et inrationale hominem et equum, quæ sub eodem sunt  genere, quod est animal, diuidunt.    Hæc quidem definitio cum sit usitata atque ante oculos exposita, eam tamen plenius dilucideque declarauit. omnes enim differentiæ idcirco differentiæ nuncupantur, quia species a se differre faciunt, quas unum genus includit, ut homo atque  equus propriis discrepant differentiis; nam sicut homo animal est, ita etiam equus, ergo secundum genus nullo modo distant. Porph. Boeth. 37, 18 38, 1. formatur  CHNP quidem quædam  CHLm2PR  3 autem nero  N uero ergo  Lm1  autem  N  qualitas  HNPm1  qualia  CEGLR  uel qualis  s. l. Pm2  5  ante respondetur  excidisse  differentia  coni. Brandt  6  post  autem  add . et  L del. R; Porph. 11, 18 post   8e   add . *αί   cod. B  differentias  Em2GHPm1 xV  differentiam  CLPm2   ΓΛΑΙIΣΦ differentia  Em1NR; Porph,.  τάς τοιούτας διαφοράς  et  LPR i,  om. cett.; Porph. *a\ οοτως  7 qua  CG  actum  R  natura  HL   del. m2   ΓΑΛΠΦ   om. cett.; Porph.   πεφοχος;  ante quæ add. ea  Γ2,  s. l.   A m2,  del. m. al., illa  s. l.   Δ m2  genere sunt  ΣΑΨ  rationale sunt genere  om. EG  9 et equum equnmque  C  10 diuidit  L  11 cum oculos  in mg. E  sit usitata sita sit situr  sic Em1  ita sit  m2  situ sit sita  G  ante  om. HNR, s. l. Lm2 oculis  HN  12 post exposita add. superius  R  ea  GNR  plenius dilucideque declarauit claruit  Em1Gm1   CEm2Gm2  plenius dilucideque declarauit  L  plenius lucidinsque declarauit  Hm2 plenius dilucidiusque claruit  R  exempli insuper luce declarauit  ex  declaruit  N   NP  plenius dilucideque exempli insuper luce declarauit  Hm1  exempli insuper luce reserauit  edd . 13 species ase differre specie  ex  specierum,  sequ. rasura  differentiam  E  species in ære differentiam  G  species ase differentiæ  Lm1  14 a ad  R  concludit  N  nam  in ras. Lm2  sed  EG   quæ igitur secundum genus minime discrepant, ea differentiis distribuuntur, additum enim rationale quidem homini, inrationale uero equo equus atque homo, quæ sub eodem fuerant genere, distribuuntur et discrepant, additis scilicet differentiis. Adsignant autem etiam hoc modo: differentia  est qua differunt a se singula; nam secundum genus non differunt, sumus enim mortalia animalia et nos et inrationabilia, sed additum rationabile separauit nos ab illis, et rationabiles sumus et nos et dii, sed mortale adpositum disiunxit nos ab illis. Vitiosa ratione et non sana quod uult explicat definitio quorundam. id enim esse dicunt differentiam qua una quæque res ab alia distet, in qua definitione nihil interest quod ita dixit an ita concluserit : differentia est id quod est differentia, etenim differentiæ nomine in eiusdem differentiæ usus est  5 10 Porph. 11, 21 12, 1 Boeth. 38, 1 5.   2 describuntur  EG  post  equo  distinguunt edd., post  equus  expectatur  igitur’  Schepps, additum  eqs. nominatiuum absolut .  cf. indicem Meiseri interpretatur Brandt  qui  Lm2P  5 autem  om .  \,   del. Lm2 A. m2  etiam  om. H  etiam et  Λ  eam et  Ν Σ ;  Porph. 11, 21   St καί  6 qua  Porph.   διαφορά έσχιν δχψ διαφέρει έκασχα;  ‘an quo?’  Busse, sed cf. infra 271, 1.7. 18. 272, 17 . 6 nam ab illis  9   LR Q,  om. cett. post  nam  add . homo et equus  cum Porph. edd. cf. etiam infra 271, 9. 12, sed etiam supra 269, 9,  etiam Bussio  homo atque equus  addendum uid . 7 enim autem  Γ  8 inrationalia  uel  irr-  R ?ΓΠ   in ras.  ros.  ex  -bilia  Δ  sed illis  9   om. R  rationabile  p.r   rationale  \ a.r. et cett . separauit disiunxit  ΓΦ  9 et  CHP, s. l. er. uid.   Δ,  om. cett . rationabiles  L \ m1 2  rationale  CP  rationales  cett., add . enim  ΕGΗ ΑίΙΦΨ ;  codd. Porph. aut   λογικοί  aut  λογικά  sumus  om. CEGHP; Porph .  έσμέν  et nos  om. E  et  om. N di  C  dei  ut uid   . 2 sed ab illis  om. EG  11  ante  Vitiosa  in ras.  Hæc  E  ratione  L edd., om. cett. recte?, in ras . est  E  et  om. G  sane  E in ras. NP  explicans  HNP  non  s. l. m2  explicat  L  12 id  cf. 263, 10  13 aliis  R  distat  HN  differt  P  14 dixerit  Lm2P  an utrum  R  concluderit  L  concludat  EGR  id quod est  om. E ante  differentia  add . ipsa  ER  differentia  om. G  15 etenim om. EGR  differentiæ nomine qua differt una res ab alia, id est id quod est differentia est differentia. Differentiæ nomine fid est nomine  in ras. m2 E  in definitione usus in eius diffinitione  N   definitione dicens : differentia est qua differunt a se singula, quodsi adhuc differentia nescitur, nisi definitione clarescat, differre quoque quid sit qui poterimus agnoscere? ita nihil amplius attulit ad agnitionem qui differentiæ nomine  in eiusdem usus est definitione, est autem communis et uaga nec includens substantiales differentias, sed quaslibet etiam accidentes hoc modo : differentia est qua a se differunt singula; quæ enim genere eadem sunt, differentia discrepant, ut cum homo atque equus idem sint in animalis genere,  quoniam utraque sunt animalia, differunt tamen differentia rationali, et cum dii atque homines sub rationalitate sint positi, differunt mortalitate, rationale igitur hominis ad equum differentia est, mortale hominis ad deum, atque hoc quidem modo substantiales differentiæ colliguntur, quodsi Socrates  sedeat, Plato uero ambulet, erit differentia ambulatio uel sessio, quæ substantialis non est. namque istam quoque differentiam definitio uidetur includere, cum dicit : differentia est qua differunt singula; quocumque enim Socrates a Platone distiterit nullo autem alio distare nisi accidentibus  potest  , id erit differentia secundum superioris terminum definitionis, quam rem scilicet uiderunt etiam hi qui definitionis huius uagum communemque finem reprehendentes certæ conclusionis terminum subiecerunt.  2 nesciatur  Lm2  non noscitur  m1 P  definitione in definitione  N  3 qui  LN  quomodo CEGPR qui d  er. H  possemus  EG  possimus  R  4 ita  om. EGR  cognitionem  NPm2, post  agnitionem  add.  a cogitatione  Hm1, del. m2, s. l.  uel cognitione  m2, del. m. al.  set  om. EG accidentales  Lm2Pm2  9 sunt  EGHLm1R  in  om. GNR  et  om. EGR  rationabilitate  CGLm1  rationale  N sunt  CEGLm1R  12 positi post  EG  post differunt  add.  tamen  L  rationabile  L  13 est  om. C  15 ambulatio uel  om. EG, s. l. Lm2  16 nam  HLm1  ista  E  quo  EGHm1 post  differunt  add.  a se  R  cumque  EG  quoque  Rm1  quocumque modo  P post  enim  s. l.  modo  Lm2  19 destiterit  CEm1HPRm2  distauerit  m1 post  alio  s. l.  modo  Em2  accidentibus ex accidentibus  P    Interius autem perscrutantes de differentia dicunt, non quodlibet eorum quæ sub eodem sunt genere diuidentium esse differentiam, sed quod ad esse conducit et quod eius quod est esse rei pars est; neque enim quod aptum natum est nauigare erit hominis differentia, etsi proprium sit hominis, dicimus enim animalium hæc quidem apta nata sunt ad nauigandum, illa uero minime, diuidentes ab aliis, sed aptum natum esse ad nauigandum non erat completiuum substantiæ nec eius pars, sed aptitudo quædam eius est, idcirco, quoniam non est talis quales sunt quæ specificæ dicuntur differentiæ, erunt igitur specificæ differentiæ quæcumque alteram faciunt speciem et quæcumque in eo quod quale est accipiuntur. Et de differentiis quidem ista sufficiunt.   Sensus propositionis huiusmodi est. quoniam superius dixit determinasse quosdam differentiam esse qua a se singula dis 90  creparent, ait alios diligentius de differentia | perscrutantes non  1 15 Porph. Boeth. perscrutantes  EGHP  perscrutantes et speculantes  cett.; Porph.   12, 1   προσεξεργοζόμενοι de differentia  CH linea del., sed lin. er.   Σ  differentiam  cett. edd. Busse; Porph. 12, τά περί τής διαφοράς  2 non non solum  R, quodlibet quod habet  ELm1 h m1 X,  post  quodlibet  er.  habet  23  diuidentium esse  om.   X,  s. l. Lm2  sed quod  dicuntur differentiæ  12   LR Q,  om. cett.  5 aptum actu  R  natum  om. LR; Porph. 12, 4   τδ πεφοχέναι πλεΐν  6 dicimus  Porph. 12,  5  εΐποιμεν γάρ dv,  unde  dicemus  coni. Brandt;   infra 12 erunt  ειεν άν ;  234, 16.  erit. 17.  235, 2  erunt 7 animalia  A  acta  Rm1  nata  om. LR  8 aliis illis  A actum  Rm1  natum  om. R  est  R  erit  h m2  10 neque  Busse  11 est  om. R  quoniam  om. LR  12 quæ  om.   Φ  igitur ergo  L  13 alteram  quæcumque  om. H  et ea  EG  quale  in er.  quid  ut uid.  Hm2 quid  EG post est add.  esse  EG  accipiunt  EG  15 Et sufficiunt  om. N  Et  om. CEGP; Porph. 12,11   Καί  de  om. EG A  differentiis  Porph.   περί μίν διαφοράς  quidem  om. H  sufficiant  CL X m2;   Porph.   άρχει  18 alios ilico  EGLa.c.  ilico alios  P  de differentia differentiam  CLm1P   fuisse arbitratos recte esse superius propositam definitionem, neque enim omnia quæcumque sub eodem posita genere differre faciunt, differentiæ hæ de quibus nunc tractatur, id est specificæ, numerari queunt, plura enim sunt quæ ita diuidunt  species sub uno genere positas, ut tamen eorum substantiam minime conforment, quia non uidentur esse differentiæ specificæ nisi illæ tantum quæ ad id quod est esse proficiunt et quæ in definitionis alicuius parte ponuntur, hæ autem sunt ut rationale hominis, nam et substantiam hominis conformat  et ad esse hominis proficit et definitionis eius pars est. ergo nisi ad id quod est esse conducit et eius quod est esse rei pars sit, specifica differentia nullo modo poterit nuncupari, quid est autem esse rei? nihil est aliud nisi definitio, uni cuique enim rei interrogatæ quid est? si quis quod est esse  monstrare uoluierit, definitionem dicit, ergo si qua definitionis pars fuerit, eius erit pars quæ unius cuiusque rei quid esse sit designet, definitio est quidem quæ quid una quæque res  1 positam  EG  2 posita posita sunt  EGL post genere add.  quæ  Lm1, del. m2  3 differentiæ id est  om. CN  hæ  om. H  id est  om. R, er. uid. H, s. l. Lm2   nominari HLm2NR 5 earum  H  6 quia quæ  CH  specificæ  ante  esse  H, post N 7 proficiant  R  et quæ eæque  G  eæ quæ  Em1, del. m2, etiam proxima  inponuntur  del. m2in  del. Lm2, om. P  diffinitiones  N  definitionibus  EGLm1  aliqua  N  partes  EGLP post ponuntur  add.  ut mortalis rationalis  Em1, del. m2  hæ ea  EGLm2P  9 et  s. l. Lm2  et ad  G  conformat hominis  om. EG  11 conducat  EHm2Lm2N  et eius  pars sit  N  et eius quod  add. quid  Rm1, del. m2, quidem  ex  quid  Hm2,  del. m3  est esse rei pars sit est  Hm1 HR  et eius rei quod est est  del. Lm2  esse pars est est  om. Lm1, s. l.  sit  m2 CL  et eius quod quidem esse rei pars est  P  eius rei quod quidem aliquid  add. E EG  13 esse  om. G, ante  autem  H  nihil  del. Em2  est  s. l. Lm2Rm2  esse  E del. m2 G  unius cuiusque  R  14 interrogatæ ad interrogationem  CHN  quis quid  Lm2  quod id quod  CHNP  qua quid  CHN  16  post  eius  s. l. rei  Lm2  quæ quod  HLm1N  quid quod  N  sit esse  L  esse fit  G  est esse  Hm1N  17 designat Lm2P  significet  Hm1N  est quidem enim est  HN  quæ quid quia  N   sit, ostendit ac profert, demonstraturque quid uni cuique rei sit esse per definitionis adsignationem. illæ uero differentiæ quæ non ad substantiam conducunt, sed quoddam quasi extrinsecus accidens afferunt, specificæ non dicuntur, licet sub eodem genere positas species faciant discrepare, ut si quis hominis  atque equi hanc differentiam dicat, aptum esse ad nauigandum. homo enim aptus est ad nauigandum, equus uero minime, et cum sit equus atque homo sub eodem genere animalis, addita differentia aptum esse ad nauigandum equum distinxit ab homine, sed aptum esse ad nauigandum non est huiusmodi,  quale quod possit hominis formare substantiam, sed tantum quandam quodammodo aptitudinem monstrat et ad faciendum aliquid uel non faciendum oportunitatem. Id circo ergo specifica differentia esse non dicitur, quo fit ut non omnis differentia quæ sub eodem genere positas species distribuit, specifica esse possit, sed ea tantum quæ ad substantiam speciei proficit et quæ in parte definitionis accipitur, concludit igitur esse specificas differentias quæ alteras a se species faciunt per differentias substantiales, nam si uni cuique id est esse quodcumque substantialiter fuerit, quæcumque differentiæ  substantialiter diuersæ sunt, illas species quibus adsunt, omni substantia faciunt alteras ac discrepantes, atque hæ in definitionis parte sumuntur, nam si definitio substantiam monstrat  1 ostendit  om. E  ostenditur  N  ac  er. E, om. N  profert  om. N demonstratque  CLm1  quid quod  Lm1Pm1R  quidem quid  N  2 per  om. EGR, in mg. Lm2 assignatione  EG  3 ad  om. EΡ  quasi  om. EGPR  5 faciant  om. EG  facient  CLm1Rm1  7 homo enim autem  LR  equus  HLNR  hominem equum  cet, om. CEGP  10 esse ad sed tantum  11 om. EG  11 quale  om. EGR, del. Lm2 ante  quod quid  P   add.  per  L   del. m2, s. l. Pm2 post  substantiam  add.  sicut rationale quæ est substantialis qualitas  C  12 habitudinem  Hm1  13 opportunitatem  CR  differentia specifica  C  18  ante  esse  add.  eas  HΝΡ, s. l. Lm2  quæ differentias  om. EGR ad  faciunt  s. l.   1  informant  Lm2  19 differentias  ex  distantias  Lm2  idem est  in   ras. m2  esse  H  idem esse est  R  21 sint  Hm1  omnes  EGP  22 substantias  P  substantiæ  Hm1  substantiæ ratione  N   et substantiales differentiæ species efficiunt, substantiales differentiæ erunt partes definitionum.  Proprium uero quadrifariam diuidunt. nam et id  quod soli alicui speciei accidit, etsi non omni, ut homini medicum esse uel geometrem, et quod omni accidit, etsi non soli, quemadmodum homini esse bipedem, et quod soli et omni et aliquando, ut homini in senectute canescere, quartum uero, in quo concurrit et soli et omni et semper, quemadmodum homini esse risibile, nam etsi non semper rideat, tamen risibile dicitur, non quod iam rideat, sed quod aptus natus sit; hoc autem ei semper est naturale et equo hinnibile, hæc autem proprie propria perhibent esse,  3 276, 2 Porph.  Boeth. et  om. EG, s. l. Pm2  2 erunt  post  partes  Lm2  sunt  m1  sunt  post definitionum  CGR, s. l. Em2  3 DE PROPRIO  om. H, add. Lm2  EXPLICIT DE DIFFEREN. DIFFERENTIIS  Ψ  INCIPIT DE PROPRIO  2<F  4 et  s. l. C  5 hominem  R h m1 A  6 uelut  H geometram  CEm1G edd. Busse  et quod perhibent esse  14   LR   locum   hic om., 277, 7 post  adest  inserit  Ω,  om. cett.  omni  Porph.   12, 14   παντί τφ εϊδει  7 etsij et  R T m1   ante homini  add.  et  R  8 homini  Porph. όνΟ-ρώπψ παντί,  unde  homini omni  coni.   Busse 9  post  uero add. est  Φ  in quo concurrit et  del., in mg.  conuenit  T m2  10 hominem  R Σ  11 risibilem  R ΓΣΦ ;  Porph. ώς τψ άνθρώπψ τό γελαστιχόν  non semper rideat  L Σ  non rideat  ΓΑ  non ridet  hic ut uid. s. l.  semper  add., sed er.   \   R AIIΨΨ  semper non rideat  Busse non rideat semper  edd.; Porph. 12, 18   χαν γάρ μή γελά αεί  risibile tamen  L Λ   edd. Busse; Porph.   άλλα γελαστιχο'ν  12 iam semper  Σ   edd.; Porph. άεί,  cod. Mm2   ίBη  rideat natus sit  om.   Φ  13 sit natus  R, add.  ad ridendum  R ΓΑ  ridere  Σ,  ante  sed  add.  ridendum  Φ ;  om. Porph.  semper ei est naturale  L  semper est ei naturale  Γ  ei semper naturale est  Σ   ante  et  add. ut  om. etiam B Bussii edd. Busse ;  Porph. 12, 20   ώς,  om. cod. A  14 autem  Porph.   81 xai,  om.   xai   cod. A  proprie esse  L Λ  esse  s. l. m2   Σ  esse  om. , proprie dominanterque nominantur  T m2  propria perhibentur perhibentur  del.   Γ m2   ΓΦ  proprie nominantur nominant  Π  propria  R ΔΙΙ  uere dicuntur propria  Ψ ;  Porph.   χυρίως ΐßιά φασιν   quoniam etiam conuertuntur. quicquid enim equus, hinnibile, et quicquid hinnibile, equus. Superius dictum est omnia propria ex accidentium genere descendere, quicquid enim de aliquo prædicatur, aut substantiam informat aut secundum accidens inest. nihil uero est  quod cuiuslibet rei substantiam monstret nisi genus, species et differentia, genus quidem et differentia speciei, species uero indiuiduorum. quicquid ergo reliquum est, in accidentium numero ponitur, sed quoniam ipsa accidentia habent inter se aliquam differentiam, idcirco alia quidem propria, alia priore atque antiquiore nomine accidentia nun|cupantur. et de accidentibus paulo post, nunc de propriis, quæ quadrifariam diuiduntur, non tamquam genus aliquod proprium in quattuor species diuidi secarique possit, sed hoc quod ait diuidunt, ita intellegendum est, tamquam si diceret nuncupant, id est  propria quadrifariam dicunt, cuius quadrifariæ appellationis significationes enumerat, ut quæ sit conueniens et congrua nuncupatio proprietatis ostendat, dicit ergo proprium accidens quod ita uni speciei adest, ut tamen nullo modo coæquetur ei, sed infra subsistat ac maneat, ut hominis dicitur proprium medicum esse, idcirco quoniam nulli alii inesse ani 3 superius eqs. fort. enim equus  om. N  equus equus  CEGHNP U   sed add.  et si homo, risibile, si risibile, homo est  cum Porph. 12, 21, post pr.  equus  add.  et  R A  est et  L  est etiam est et  sic   Φ  equus est et hinnibile est est  s. l.   F\ m2  et quicquid hinnibile equus est  ΓΔ  est equus est hinnibile et quicquid est hinnibile est equus  quattuor  est  s. l. m2   Ψ  equus est hinnibile et quicquid hinnibile est equus est et si homo est risibile est et risibile homo est  2  4 alio  N  6  ante  species  add.  et  Lm1, del. m2  7 et  om. R  genus diiferentia  om. EGR, s. l. Hm2  11  ante  antiquiore add.  in  ER  12 nunc  ex  nam  Hm2  quadrifarie  N  in quadrifariam -um  GP   EGP  diuidunt  H  ur  er.   P  ur  del. m2  aliquid  CPm1  14 ait  om. E   in mg.  dicitur  m2   G  est  R  diuiduntur  EG  15 nuncupantur  EGR  proprie  CEm1G  propriam  ut uid. Pm1  propriam  m2  dicuntur  EGHm1La.c.NR  quadrifariam  C  18 proprietas  Ea.c.  proprii  p.c.   G  dicitur  CEHLa.c. corr. m1 et 2 P  ergo  om. C  proprium  s. l. Cm2  primum  m1  20 ei  ante  nullo  HN  ac et  HNP dicimus  HN   malium potest, nec illud adtendimus, an hoc de omni homine prædicari possit, sed illud tantum, quod de nullo alio nisi de homine dici potest medicum esse, et hæc quidem significatio proprii dicitur inesse soli, etsi non omni; soli enim  speciei, etsi non omni coæquatur, ut medicina soli quidem inest homini, sed non omnibus hominibus ad scientiam adest. Aliud proprium est quod huic e contrario dicitur omni, etsi non soli; quod huiusmodi est, ut omnem quidem speciem contineat eamque transcendat, et quoniam quidem nihil  est sublectæ speciei quod illo proprio non utatur, dicimus omni, quoniam uero transcendit in alias, dicimus non soli: hoc huiusmodi est quale homini esse bipedem, proprium est enim homini esse bipedem, omnis enim homo bipes est etiamsi non solus, aues enim bipedes sunt, geminæ igitur  significationes proprii quæ superius dictæ sunt, habent aliquid minus, prima quidem quia non omni, secunda uero quia non soli, quas si iungimus, facimus omni et soli, sed demimus aliquid secundum tempus, si ei adiciatur aliquando, ut sit hæc tertia proprii nuncupatio ‘omni et soli, sed aliquando,  ut est in senectute canescere uel in iuuentute pubescere; omni enim homini adest in iuuentute pubescere, in senectute canescere, et soli, pubescere enim solius hominis est, sed ali 1 hoc  om. EG  homini  EN  quod quia  HN  nisi de homine  post  esse  N  3 medicus  Hm1N  4 inesse  CP, s. l. Hm2Lm2, om.   EGR  inest  N  etiamsi  Em2  et  m1  Hm1LR etiamsi  EHm1L  repet, post  inest  PR  coæquetur  Em2Hm1 ante medicina  add.  homini  H   del. m2 LNR  homini  om.   NR, s. l. Hm2  adest adesse potest  CLN potest esse  H; de R cf. ad 275, 6  7 est  ante  aliud  HN, post   CG, om. E  8 etiamsi  HLNR  quid  HN  10 quod illo non soli  in   inf. mg. Em2 post  dicimus  add.  enim  C  11 aliis  Em2G  12 hoc id  N   post  quale  add.  est  s. l. Hm2, post  homini  CG  hominis  R, post  homini  add.  proprium  Em2  enim  in mg. Em2  14 etiamsi geminæ  om.   EGR  17 sed Hm2 si m1 demimus  HN deminus Cm1  i demimus ί deest minus  m2  dempsimus  R  dedimus  Em1  addimus  m2  G  deest minus  LP  18 eis  HLP  ei  post  adiciatur  N   omni et soli et soli et omni  C  sed si  G  21  post. in et in  HN  22 est hominis  HN   quando, neque enim omni tempore, sed in sola tantum iuuentute. hæc igitur determinatio proprii in eo quidem modo quod omni et soli inest, absoluta est, sed ex eo minuit aliquid uel contrahit, cum dicimus aliquando, quod si auferamus, fit proprii integra simplexque significatio hoc modo : proprium est  quod omni et soli et semper adest, omni autem et soli speciei et semper intellegendum est ut homini risibile, equo hinnibile; omnis enim et solus homo risibilis est et semper. neque illud nos ulla dubitatione perturbet, quod semper homo non rideat; non enim ridere est proprium hominis, sed esse  risibile, quod non in actu, sed in potestate consistit, ergo etiamsi non rideat, quia ridere tamen posse soli et omni homini semper adesse dicitur, conuenienter proprium nuncupatur, nam si actus separatur ab specie, potestas nulla ratione disiungitur.   Quattuor igitur significationes proprii dixit, nam prima  quidem, quando accidens ita subiectæ speciei adest, ut soli ei adsit, etiamsi non omni, ut homini medicina; secunda uero,  1 in  om. EGR, s. l. L, post  tantnm  P  tamen  L post iunentnte  add.  pubescit  N  2  post  proprii  add.  integra simplexque significatio  GHP del. m1? ex 5  in eo fit proprii  om. R  modo  om.   N, del. Lm2  inest  om. EG  est  Lm1  minus  La.c. minui  N  minuens  P  aliquid uel atque significationem  in ras. Em2  uel  CNP  et  GL, om. ΕH  4 quod quam  N  simplexque et simplex  HLNR  proprii  R  6 soli et omni  N secund.  et  om. GLR,   s. l. Pm2  omni autem intellegendum est  om. Rbrm  7 et semper  om. EGR, del. Lm2, s. l. Hm2Pm2  intellegendum est  del. et s. l.  adest  scr. Hm2, in mg.  quod soli et omni adest  m. al. 8  post.  et  om. EGPR   post  semper  add.  similiter et equus hinnibile  brm  9 illud  Hm2  enim Hm1N  10 proprium est  NPR  sed si est  R  esse  del. Lm2  est  R  11 sed si  R  12 si non rideat etiam  C  quia  om. N, s. l. Hm2  tamen  om. R  autem  HN  possit  La.c.N  potest  Em2 post  omni  add.  adsit  H del. m2  adest  N  13  ante  semper  s. l. et Hm2  semper  om. R ante  conuenienter  add.  et  H er. L del. m2 NP  14 si etsi  Hm1Lm1N  separetur  Em2  a  C  15 proprii  om. EG nam prima unam  CHm1  primam  m2 N  nam  s. l.  primam  P  homini medicina hominem esse medicum  C  secundam  CHN; in mg . ał. secunda autem cum omni accidit etsi non soli ut homini esse bipedem  add. L  uero autem  CL in mg.   cum soli quidem non adest, omni uero semper adiungitur, ut homini esse bipedem; tertia uero, cum omni et soli, sed aliquando, ut omni homini in iuuentute pubescere; quarta, cum omni et soli et semper adest, ut esse risibile, atque ideo  cetera quidem conuerti non possunt : neque enim coæquatur quod soli, sed non omni speciei adest, species quidem de ipso dici potest, ipsum uero de specie minime, qui enim medicus est, potest dici homo, homo uero qui est, medicus esse non dicitur, rursus quod ita est alii proprium, ut omni adsit  etiamsi non soli, ipsum quidem de specie PREDICARE potest, species uero de eo minime, nam bipes prædicari de homine potest, homo uero de bipede nullo modo, rursus quod ita adest, ut omni et soli, sed aliquando adsit, quoniam de tempore habet aliquid deminutum nec simpliciter semper adest,  reciprocari non poterit, possumus enim dicere omnis qui pubescit homo est, non omnis homo pubescit: potest enim minime ad iuuentutem uenire atque ideo nec pubescere; nisi forte non sit pubescere hominis proprium, sed in iuuentute pubescere, aut, etiam cum nondum est in iuuentute aut etiam præteriit, tamen  sit ei proprium non tale quale tunc fieri possit, cum præter iuuentutem est, sed quale cum in iuuentute consistit, atque ideo hoc  1 cum quæ  N  soli  adiungitur  del. Hm2 omni accidit etsi non soli  CHm2L  semper  s. l. Hm2  2 hominem  C  tertiam  CHN  soli et omni  N omnio  m. LNR  homini  om. N  quartam  CG sic HN  4  post.  et  om. EG, add. Pm2  inest  CHm1N  ideo  om. E  adeo  HLR  coæquantur  HN  6 quodj quia cum  Hm1N  non omni sed soli  N  sed si  R  7 qui enim dici homo  om. EGR  8 homo dici  C  9  ad  alii  s. l.  a t illud  L, post add. una pars  R de homine prædicari C 13 adest  ex  est  Em2  distat  Hm1  assit  ex  sit  Hm2  14 diminutum  EN  nec et  Hm1  non non tamen dicimus  L  homo qui est homo  L  qui homo est qui  et  est  s. l. m2 H  18  ante  sed  add.  solummodo  Hm2, ante  in  CN, post post.  pubescere  L  aut  Hm2La.c.Pm2  ut  EGHm1Lp.c.Pm1R  autem  CN  19 cum  Hm1NR  quod  CEGHm2LP etiam  s. l. Hm2  iam  Em1  20 sit adsit  CHN  ei  om. G  fieri  om. C, in ras. Lm2  fieri possit  del., est  s. l. scr.   Hm2  potest  L   in ras. m2 P  est  C  21  post  quale  add.  tunc fieri potest posset  CHLm1N CH s. l. m2 LNP   quod non in omne tempus tenditur, etiamsi tale est, ut omni  92  speciei adsit, quod ta|men in tempus aliquod differatur, integrum atque absolutum proprium esse non dicitur, quartum est quod ita alicui adest, ut et solam teneat speciem et omni adsit et absolutum sit a temporis condicione, ut risibile quod a superiore plurimum distat; nam qui risibilis est, semper ridere potest, rursus qui potest in iuuentute pubescere, cum ipsa iuuentus non sit semper, non ei adest semper ut in iuuentute pubescat, hæc autem quarta proprii significatio quoniam nulla temporis definitione constringitur, absoluta est atque ideo  etiam conuertitur et de se inuicem proprium atque species prædicantur; homo enim risibilis est et risibile homo. Accidens uero est quod adest et abest præter subiecti corruptionem, diuiditur autem in duo, in separa bile et in inseparabile, namque dormire est separabile accidens, nigrum uero esse inseparabiliter coruo et Æthiopi accidit, potest autem subintellegi et coruus albus et Æthiops amittens colorem præter subiecti corruptionem, definitur autem sic quoque; accidens est  13 281, 7 Porph. 12, 23 13, 8 Boeth. 39, 10 21.   1 quod quia  HN  2 speciei tempori  EGR  aliquid  C  4 alicui  om. EG, del. Hm2  ali  R  alii  Lm1 pr.  et  om. EGLR post.  et ut  La.c.R  5  post.  a  s. l. Hm2  6 qui  ex  quod  Lm2  7  ante  cum  add.  sed  CH del. m2 NP, s. l. Lm2  8 adest est  EGR  in iuuentute  deleri uult Hilgard  9 quoniam quam  EGLm2P  10 definitio  uel  difd–  EGLm2R  constringit  EG  11 et de se et ideo de se  P  de se  om. R  De specie  EG  12 risibile  C  et  om. EGHR  13  inscript.   om. HL K ACCIDENTE  ΝR ΔΣ  14 uero  om.   A  15 diuiditur subsistens  281, 3   LR Q,  om. cett. duobus  L  16 in  om.   Φ  nam  A   Busse amittens colorem  A m1 T"  nitens colore c ett. edd. Busse;   Porph. άποβαλών τήν χροιάν;   cf. supra 101, 13  corruptionem subiecti  LR ϋίΓΦ ;  codd. Porph.   φθοράς   aut ante   τοΰ υποκειμένου   aut post; definitur  Porph. 13, 3   ορίζονται   quod contingit eidem esse et non esse, uel quod neque genus neque differentia neque species neque proprium, semper autem est in subiecto subsistens. Omnibus igitur determinatis quæ proposita sunt,  dico autem genere, specie, differentia, proprio, accidenti, dicendum est quæ eis communia adsint et quæ propria. Quouiam, ut superius dictum est, quæ de aliquo PREDICARE, uel substantialiter uel accidentaliter dicuntur cumque  ea quæ substantialiter PREDICARE, eius de quo dicuntur substantiam definitionemque contineant et sint eo antiquiora atque maiora, quod ex substantialibus PREDICATO efficiuntur, cum ea quæ substantialiter dicuntur pereunt, necesse est ut simul etiam ea interimantur quorum naturam substantiamque  formabant, quæ cum ita sint, necesse est ut quæ accidenter dicuntur, quoniam substantiam minime informant, et adesse et abesse possint præter subiecti corruptionem, ea enim tantum cum absunt subiectum corrumpere poterunt, quæ efficiunt atque conformant quæ sunt substantialia, quæ uero  8 superius 276, 4.   1 contigit R A   ante pr. esse add. et R, s. l.   \ m2; om. Porph.   13, 4 post.  et uel  L   post  uel  littera er. )  edd.; Porph.   η,  codd. CM   nat  2  post  genus  s. l. est A m2  neque species neque differentia  ΔΔΣ  edd.  Busse; Porph.   οοτε διαφορά οϋτε είδος   post proprium  add.  sit  LR  3 consistens  Λ  4 præposita  Δ m1  5 dico accidenti  om.   Γ  propria  Φ proprio et  L ΔΑΣ  accidente  H  et accidenti  L A m2  et accidente  m1 )  ΛΣ  de accidenti  EG  6 eis his  CHP  hiis  Φ  uel his  R,  om. EG;   Porph. 13, 7   αΰτοϊς  adsint sint  R  sunt  L Λ m1 ηιΙΧΣ ;  Porph.   πρδσεοτιν  et  om. G  7  post  propria  add.  EXPLICIT DE GENERE SPECIE DIFFERENTIA PROPRIO ACCIDENTE  Σ  8 ut  om. EG  alio  CEGR  9 accidentialiter  CP accidenter  HR  dicuntur prædicantur  R  cum  EG  11 definitione  EG  maiora atque antiquiora  C 12 quod quia  R  substantialiter  CN  efficitur  CHm2LN  13 cumque  N,  post  cum  s. l.  accidenter  E  intireunt  P  an  informabant? accidentaliter  Lm2  16 et  om. EGR, s. l. Lm2  abesse et adesse  H  17 possunt  N  tantum enim  C  18 perrumpere  E  potuerunt  LR  19 informant  HN   non efficiunt substantiam, ut accidentia, ea cum adsunt uel absunt, nec informant substantiam nec corrumpunt, est igitur accidens quod adest et abest præter subiecti corruptionem, id autem diuiditur in duas partes, accidentis enim aliud est separabile, aliud inseparabile, separabile quidem dormire, sedere,  inseparabile uero ut Æthiopi atque coruo color niger. in qua re talis oritur dubitatio. ita enim est definitum : accidens est quod adesse et abesse possit præter subiecti corruptionem. idem tamen accidens aliquando inseparabile dicitur; quod si inseparabile est, abesse non poterit, frustra igitur positum est  accidens esse quod adesse et abesse possit, cum sint quædam accidentia quæ a subiecto non ualeant separari, sed fit sæpe ut quæ actu disiungi non ualeant, mente et cogitatione separentur. sed si animi ratione disiunctæ qualitates a subiectis non ea perimunt, sed in sua substantia permanent atque perdurant, accidentes esse intelleguntur, age igitur, quoniam Æthiopi color niger auferri non potest, animo eum atque cogitatione separemus, erit igitur color albus æthiopi, num idcirco species consumpta sit? minime, item etiam coruus, si ab eo colorem nigrum imaginatione separemus, permanet tamen  auis nec interit species, ergo quod dictum est et adesse et abesse, non re, sed animo intellegendum est. alioquin et substantialia, quæ omnino separari non possunt, si animo et cogitatione disiungimus, ut si ab homine rationabilitatem auferamus  1 cum absunt uel cum adsunt uel cum absunt  H  uel cum absunt uel cum adsunt  N  cum uel uel  s. l. m2  absunt uel adsunt  L; ante  assunt  sic add.  uel  P  3  ante  adest  add.  et  P  4 dinidunt  EGLR  accidens  edd.  aliud est enim  H  ante  dormire  add.  ut  brm  6 ut  om. HR edd.  7 dubietas  CEG recte? post.  est  add. Hm2  8 et uel  N  potest  CL  9 dicit  EG  11 abesse-et adesse  E  12 ab  CRm1  14 animi hac  C  15 eas  EGN  permaneant  G  ac  R  16 accidenter  CG  intellegantur  Em1 igitur enim  HN  17 eum  om. G, ante  separemus  C, uero  E  atque et  HLNPR  18 num  ex  non  Rm2  19 consumptæ consumpta  R  sunt  EGLR edd.  ita  CEP  20 imagine  EGR  21 interiit  Lm1PR pr. et om. EGR, s. l. Lm2  22 et  om. CEG  23 si sæpe  Hm1LNP  2t rationalitatem  P     quam licet actu separare non possumus, tamen animi imaginatione disiungimus  , statim perit hominis species, quod idem in accidentibus non fit: sublato enim accidenti cogitatione species manet. Est alia quoque accidentis definitio ceterorum omnium priuatione, ut id dicatur esse accidens quod neque genus sit neque species nec differentia nec proprium; quæ definitio plurimum uaga est ualdeque communis. sic enim etiam genus definiri potest, quod neque species neque differentia nec proprium sit nec accidens, eodemque modo  species ac differentia et proprium, cum autem eadem similitudine definitionis plura definiri queant, non est terminans et circumclusa descriptio, præsertim cum longe sit a definitionis integritate seiunctum quod cuiuslibet rei formam aliarum rerum negatione demonstrat. Quibus omnibus expeditis, id est genere, specie, differentia. proprio atque accidenti, descriptisque eorum terminis quantum postulabat institutionis breuitas, ea ipsa communiter pertractanda persequitur, ut quas inter se habeant differentias hæc quinque, de quibus superius disputatum est, quas uero com muniones, mediocri consideratione demonstret, ut non solum  1 separari  EG  possimus  EL post  tamen  add.  si  L, s. l. Hm2Pm2 imaginatione cogitatione  N  statimque  C  q.  er.   H  q.  del. m2 N  periit  PR  3 item  CHm1  sit  EN ut uid.  sublata  EGR  enim  s. l. Cm2 accidenti  om. EGR, post  cogitatione  N  ante  cogitatione  er.  et  C  quoque  om. EGP sic accidentis  om. C, post  definitio  R  ad  priuatione  s. l.  quæ fit per priuantiam  Em2  id  om. EG dicat  EGR  6 fit  C  neque differentia neque proprium  LNR  8 enim  om. NR  nec  ante differentia  CH  9 neque  NR  sit  om. L,   post  accidens  R  neque  N  10 proprio  HPm1  11 plurima  L  queunt  EGLm1R  termino  Ep.c.R  et  om. EGR 12 ab LR  ac  G negatione rerum  E   demonstret  N  post  genere  add.  quidem  CP  ante  proprio  add.  et  H ante  quantum  add.  et  PR, s. l. Lm2  17  post  breuitas  repet.  expeditis  PR,   s. l. Em2  pertractanda  om. C  retractanda  HNP  18  ante  quas  s. l.  quia  Em2 de quibus  om. E  disputandum  G  quas nero quasue  CL   quid ipsa sint, uerum etiam quemadmodum inter se comparentur, appareat.  quid  H, m2 in CLP  quod  NPm1  quæ  Cm1EGLm1R  comparantur  E  2 BOEZIO  BOETI  E  V. C.ET I LL . EXINI  sic E  EXCONS. ORDINAR. PATRICII IN ISAGOGAS PORPHYRII  Y  ex  I  Gm2  ID EST INTRODVCTIONEM IN CATEGORIAS A SE TRANSLA.  sic EG  EDITIONIS SECVNDÆ LIBER IIII. EXPL.   EXPLICIT’  E . INCIPIT LIBER V.  EG ; EXPLICIT LIBER   LIBER  om. C  QVARTVS. INCIPIT LIBER   LIBER  om. HN  QVINTVS  CHLNP, add.  DE COMMVNIBVS GENRIS. DIFFER. SPEC. ACCID. ET PROPI  N ; EXPLICI  R   Expeditis per se omnibus quæ proposuit et quantum in unius cuiusque consideratione poterat, ad scientiæ terminum breuiter adductis nunc iam non de singulorum natura, id est  uel generis uel differentiæ uel speciei uel proprii uel accidentis, sed de ad se inuicem relatione pertractat, nam qui communiones ac differentias rerum colligit, non ut sunt per se res illæ considerat, sed ut ad alias comparentur, id autem duplici modo, uel similitudine, dum communitates sectatur,  uel dissimilitudine, dum differentias, quæ cum ita sint, nos quoque, ut adhuc fecimus, propter planiorem intellectum philosophi uestigia persequentes ordiemur de his communionibus quæ adsunt generi et speciei et differentiæ uel proprio et accidenti.    Commune quidem omnibus est de pluribus prædiPorph. Boeth. 40, 1 16.   3 cuiuscumqne  C  considerationem  Ea.r.G  4 id est  om. N, add.   Rm2  5  pr . uel  om. P secund.  uel et  P  6 nam quia  R  namque  Hm1N  7 sunt. om. C  8 ille  GLNP, post  illæ  s. l. sint  Cm2  ut  om. R  ad  s. l. LRm2 post  alias  add.  qualiter  CHPR, s. l. Lm2  comparantur  EGHm2, recte? cf.284, 1 post  autem  s. l.  fit  Cm2L,   in mg. Em2, post  duplici  s. l. Pm2  9 dum dum  om. EG  sectatur retractat  R  retractantur  L  n  del., s. l. a i  sectatur  P differentiæ  La.c.P  uel differentia  EG  11  ad  adhuc  s. l.  id est uel  G  hac tenus  EGm2  12 his his omnibus  R  communibus  EGR  utrumque  et  om.   EGLR  uel  om. R  et  NP  14 et uel  EGL atque  R  15  ante  Commune  add. inscriptionem  DE COMMVNIBVS GENERIS ET  add.   ΔΠ  SPECIEI DIFFERENTIÆ PROPRII ET ACCIDENTIS  ΛΠ   Busse,   N in subscript. libri IV cum alio ordine uerborum,  DE HIS HIIS  Φ  COMMVNIBVS QVÆ ASSVNT sunt  A  GENERI ET SPECIEI ET SPECIEI  om.   T  ET DIFFERENTIÆ ET PROPRIO ET ACCIDENTI accidenti proprio et differentiæ  A   ΓΑ   litt. minusc.   Φ, INCIP. DE EORV COMVNIBVS  2  DE COMMVNITATIB; OMNIVM. i',  inscript.   om. CEGHLPR   cari, sed genus quidem de speciebus et de indiuiduis, et differentia similiter, species autem de his quæ sub ipsa sunt indiuiduis, at uero proprium et de specie cuius est proprium et de his quæ sub specie sunt indiuiduis, accidens autem et de speciebus et de indiuiduis. namque animal de equis et bobus et canibus prædicatur, quæ sunt species, et de hoc equo et de hoc boue, quæ sunt indiuidua, inrationale uero et de equis et de bobus prædicatur et de his qui sunt particulares, species autem, ut homo, solum de his qui  sunt particulares prædicatur, proprium autem, quod est risibile, et de homine et de his qui sunt particulares, nigrum autem et de specie coruorum et de his qui sunt particulares, quod est accidens inseparabile, et moueri de homine et de equo, quod est accidens  separabile, sed principaliter quidem de indiuiduis, secundum posteriorem uero rationem de his quæ continent indiuidua. Antequam singulorum ad unum quodque habitudinem tractet, illam prius respicit quam omnes ad se inuicem habere uide 1 sed separabile  16 om. HNP post.  de  om. R  2 autem quidem  Δ  hiis  Φ,  item 4  3  post  indiuiduis  s. l.  prædicatur  Em2  at uero  separabile  16 om. CEG  at uero indiuiduis  5 om.   Σ · 4 de his  om.R  5  post.  de  om. R  6 bubus  Lm1 A  bobis  R, ante add.  de  L T  de bobus Busse  et canibus  cum Porph. 13, 14 om. edd., delend. uid. Bussio  7 prædicatur  post species  R pr. sic  de  om. R  8 inrationabile  L  et  om. Porph. 13, 15; ante  et  add.  similiter  R  9 de  om. R  bubus  RLm1 A  prædicatur  s. l.   \ m2  dicitur  m1 ,  post  particulares  Λ2  quæ  L TA  10 quæ  R ΓΑ  11 particularia  R, add.  homines  L 4ΛΦ ;  om. Porph. proprium particulares  12 om. R  quod est  otov   Porph.   13, 17  12  pr.  et  om.   L ΆΣ   Busse casu ut uid., cf. eius adnot. ad   Porph.  v-ai ,  add.   \ m2  13  pr.  et  om. Busse; Porph. 13, 18   τοΰ τε εΐδοος  14 qui quæ  R de homine equo  post  separabile  R  16 sed  om.   Π Σ   post principaliter  add.  accidens prædicatur  Φ,  s. l.  accidens  Lm2  17 secundum rationem secundo uero  cet. om.   N ΛΣΦ ; secundo  etiam  T m1 ; uero  post  secundum  C  posteriore  E ratione  E  orationem  Λ   ante  de  add.  et  edd. cum Porph. 13, post  indiuidua  add. speciebus  N Σ  20 uidentur  RG   antur. hæc est autem una communio quæ propositarum quinque rerum numerum pluralitate prædicationis includit; omnia enim de pluribus prædicantur, in hoc ergo sibi cuncta communicant, nam et genus de pluribus prædicatur, itemque  species ac differentia et proprium et accidens, quæ cum ita sint, est eorum una atque indiscreta communio de pluribus PREDICARE, disgregat autem ipsam de pluribus PREDICAZIONE, quemadmodum in singulis fiat, quod unum quodque propositorum de quibus pluribus prædicetur ostendit, ait enim genus  quidem de pluribus prædicari, id est speciebus ac specierum indiuiduis, ut animal prædicatur de homine atque equo ac de his indiuiduis quæ sub homine sunt atque sub equo, item genus PREDICARE de differentiis specierum atque id iure. quoniam enim species differentiæ informant, cum genus de  speciebus prædicetur, consequens est ut etiam de his dicatur quæ specierum substantiam formamque efficiunt, quo fit ut genus etiam de differentiis prædicetur ac non de una, sed de pluribus; dicitur enim quod rationabile est, esse animal et rursus quod inrationabile est, esse animal, ita genus de speciebus ac differentiis prædicatur ac de his quæ sub ipsis sunt indiuiduis. differentia uero de speciebus dicitur pluribus ac de earum indiuiduis, ut inrationabile et de equo prædicatur ac boue, quæ sunt plures species, et de his quæ sub ipsis sunt indiuiduis eodem modo dicitur; nam quod de uniuersali  prædicatur, prædicatur et de indiuiduo. quodsi differentia de speciebus dicitur, prædicabitur etiam de eiusdem speciei sub1 præpositarum  HN  5  post.  et atque  R  7 autem ut est  E  8 quod ut  Em2P  et quod  La.c.  et ut  p.c., ante  quod  s. l.  in eo  Hm2  præpositorum  HN  9 ostendat  ELm2P  10 id est  om. HNR, er. G 11 atque et  CL  equo ac de  om. EG  ac atque  CL  et  R  12 de  om. L, s. l. Cm2  qui  EGP post. sub  om. LNP  14 enim  del. E  15 prædicatur  HN  16 perliciunt  HNP  18 rationale  EGHNP  19 quod  om. R, in ras. E,  quoniam  GLm1  inrationale  HNP  est  om. R  21 differentiæ... dicuntur  R 22 inrationale  uel  irr-  Em2  rationabile  m1 HLm2NP  23 bouej de boue  N  et de deque  EG 25 et  ante  prædicatur  C  26 prædicatur  C  etiam  om. EN   iectis. species uero de suis tantum indiuiduis prædicatur; neque enim fieri potest, ut quæ species est ultima quæque vere species ac magis species nuncupatur, hæc alias deducatur in species, quod si ita est, sola post speciem individua restant, iure igitur species de suis tantum indiuiduis prædicantur, ut  homo de Socrate, Platone, CICERONE et ceteris, proprium item de specie PREDICARE cuius est proprium, neque enim esset proprium alicuius, si de alio diceretur; de quo enim una quæque res ‘et soli et omni et semper’ dicitur, eiusdem proprium esse monstratur quæ cum ita sint, proprium de specie  dicitur, ut risibile de homine; omnis enim homo risibilis est. dicitur etiam de indiuiduis speciei de qua prædicatur; est enim Socrates, Plato et CICERONE risibilis, accidens uero et de speciebus pluribus dicitur et de diuersarum specierum indiuiduis. dicuntur enim coruus atque Æthiops nigri et hic cor uus et hic Æthiops, qui sunt indiuidui, nigri secundum nigredinis qualitatem uocantur. atque hoc quidem est accidens inseparabile, sed multo magis separabilia accidentia pluribus inhærescunt, ut moueri homini et boui   uterque enim mouetur  , et rursus ea quæ sub homine sunt atque boue indiuidua,  moueri sæpe prædicantur. sed aduertendum est auctore Porphyrio quod ea quæ accidentia sunt, principaliter quidem de his dicuntur in quibus sunt indiuiduis, secundo uero loco ad uniuersalia indiuiduorum referuntur, atque ita prædicatio  1 prædicabitur  CLP  3 uero  C  5 prædicatur  Cm1EGLRm2  7 esse  E  8 nisi  HPR, ex  si  CLm2  aliquo  CHP ante  diceretur  add.  non  R, s. l. Lm2  9  pr.  et  om. EGHN secund.  et  om. G tert.  et  om. EG, del. Lm2, s. l. Pm2; ad  et semper  cf. 275,10  12 etiam autem  HPm1  13 Plato et piato  N  et  om. CEG  risibiles  CH  et  om. EGLP  14 pluribus  om. CN  dicitur  om. H, post  indiuiduis  s. l.  scil, prædicatur  m2  specierum  om. HN  15 dicuntur  in ras.   Hm2  dicitur  GNR  niger  NR  et  om. EGHN 16 et  om. EG   post  nigri  add.  autem  R, s. l. Lm2  19 et  om. EG  20 et  om.   CEGP  21 mouere  Ea.c.Gm2  actore  Ea.c.R  23  post  dicuntur  add. nam non subsistunt præter hæc quibus adsunt et nulli prius accidunt quam indiuiduis  R  24  post  uniuersalia  add.  ad speciem  G   superiorum redditur, ut quoniam nigredo singulis coruis adest, dicitur adesse coruo. nam quia omnia particularia qualitas ista accidentis nigredinis inficit, idcirco eam de specie quoque PREDICARE dicentes coruum, ipsam speciem, nigrum esse. In quibus omnibus mirum uideri potest, cur genus de proprio PREDICARE non dixerit nec uero speciem de eodem proprio nec differentiam de proprio, sed tantum genus quidem de speciebus ac differentiis, differentiam uero de speciebus atque indiuiduis, speciem de indiuiduis, proprium de specie atque indiuiduis,  accidens de speciebus atque indiuiduis. fieri enim potest ut quæ maioris PREDICAZIONE sint, ea de cunctis minoribus prædicentur, et quæ æqualia sunt, sibimet conuertuntur, eoque fit ut genus de differentiis, de speciebus, de propriis, de accidentibus prædicetur, ut cum dicimus ‘quod rationale est,  animal est’, genus de differentia, quod homo est, animal est, genus de specie, quod risibile est, animal est, genus de proprio, ‘quod nigrum est’, si forte coruum uel Æthiopem demonstremus, animal est, genus de accidenti prædicamus, rursus quod homo est, rationale est, differentia de specie,  1 superiorum    s. l.  id est specierum  GP  superioribus  cett.  subteriorura superioribus  brm  ut dicitur  om. EG  2  post  coruo  s. l.  speciali  Lm2  3 nigredinis accidentis  C infecit  HLm1  eam eamdem  Lm2Pm2  it eadem  m1  eadem  EG  eo  Rm1  ea  m2  de  om. P  4 ipsum specie  EGPRm2 post  ipsam  add.  scilicet  C  nigram  C  5 omnibus  s. l. Cm2  6  utroque loco  neque  R  7 differentias  R  8 atque  Rbrm  et de  p  differentiis indiuiduis  pr cum 286, 1, differentiis <atque indiuiduis>  coni. Brandt; cf. 287,12 21  differentias  HLPR  9 proprium de specie atque indiuiduis  om. H  11 maiores prædicationes  EGR  sunt  Ca.c. ras.  i  ex  u  Pm2R  ea  s. l. L  eadem  C  eædem  om.  de  G  eæ  Pm1  hæ  ER  cunctis dictis  EGR  12 et  om. EG   conuertuntur   Em1GLm1Rm2  conuertentur  m1  conuertantur  CEm2HL   m2NP ad  eoque  s. l.   i  ideo  G  fit quale sit  EG  13  pr.  de et de  HNP   secund.  de  om. R  et de  HLNP tert.  de  om. E  et  HNPR  et de  L   quart.  de et  NP  et de  HL  atque  R  14 prædicatur  EG  rationabile CEGLm1NR  15 animal est sit animal  E   ad  sit  s. l.  pro est  GLR  de  s. l. EGm2L post differentia  add.  prædicatur  GP del. m1?,   s. l. Lm2, s. l. prædicari  Em2  16 eat genus  om. G accidente  R  19 rationabile  Em1G post  specie  add.  prædicatur  G  quod risibile est, rationale est,’ differentia de proprio, quod nigrum est, rationale est, si æthiopem demonstremus, differentia de accidenti; item quod risibile est, homo est, species de proprio, ‘quod nigrum est, homo|est,’ si æthiopem designemus, species de accidenti, qua in re etiam quod nigrum  est, risibile est in Æthiopis demonstratione ut proprium de accidenti prædicatur. conuerti autem ad totum accidens potest, ut quoniam in indiuiduis singulorum esse proponitur, idcirco de superioribus etiam PREDICARE, ut quoniam Socrates animal est, rationalis est, risibilis est et homo est, cumque in Socrate  sit calvitium, quod est accidens, prædicetur idem accidens de animali, de rationali, de risibili, de homine, ut accidens de quattuor reliquis PREDICARE sed horum profundior quæstio est nec ad soluendum satis est temporis, hoc tantum ingredientium intellegentia expectet, quod alia quidem recto ordine PREDICARE, alia uero obliquo, quoniam moueri hominem rectum est, id quod mouetur hominem esse conuersa locutione proponitur, quocirca rectam Porphyrius in omnibus propositionem sumpsit, quodsi quis uim prædicationis et solutionis adtenderit in singulis prædicationibus comparans, eas quidem  1 differentiam  HR  3 accidentia  G post  item  add. quod rationale est homo est species de differentia  Hm1, del. m2  speciem  ELm2PR,   item 5  6 ut  om. R, del. ELm2 post  proprium  s. l.  etiam  Pm2,   post  accidenti  N, s. l. Cm2 prædicetur  CHLm1NPm2  ad  om.   N, s. l. Cm2  8 ut  ex  et  Hm2  in  N, s. l. m2 in EHP, om. cett. præponitur  Ca.c.EGHLNR  9 prædicatur  CHLNR ante  animal  add.  et  HN  10  ante  rationalis  add.  et  HNP, s. l. Cm1?  rationabile  Lm1 ante  risibilis  add.  et  HNPR, s. l. Cm1? Lm2  risibile Cm1EGLm1  et  s. l. m1?  homo est  post  rationalis est  C  et  om.   EG  11 prædicatur  CHLm2NP 12  secund.  de  om. CEGR tert.  de  om. R quart.  de  om. C  ut et  CHN prædicatur  CHN dissoluendum N expectet idem quod  spectet quoniam nam HLm2NP moueri posthominem Cm2Pm2 17 moneatur  N  ante  proponitur  s.l.  non  Hm2  proportionem  EL uim quis  EGLR  uim  om. Hm1, ante adtenderit s. l. m2  prædicatæ  H  prædictæ Lm2Pm2  et solutionis CN  solutionisque  L  solutionis  Gm1Hm2  locutionis  m1 ,  s. l. add. Pm2  solutione  Gm2R  solue  sic E attenderit  in ras. Em2  ostenderit  R prolationes quæ rectæ sunt, inueniet a Porphyrio esse enumeratas, eas uero quæ conuerso ordine prædicantur, fuisse sepositas. Commune est autem generi et differentiæ con tinentia specierum. continet enim et differentia species, etsi non omnes quot genera, rationale enim etiamsi non continet ea quæ sunt inratio· nabilia quemadmodum animal, sed continet homi nem et deum, quæ sunt species, et quæcumque prædicantur de genere ut genera, et de his quæ sub ipso sunt speciebus prædicantur, et quæcumque de differentia PREDICARE ut differentiæ, et de ea quæ ex ipsa est specie prædicabuntur. nam cum sit genus animal, non solum de eo prædicantur ut genera substantia et animatum, sed etiam de his quæ sunt sub animali speciebus  4 292, 10 Porph. 13, 22 14, 12 Boeth. 40, 17 41, 12.   1 esse  om. GN, add. Hm2  enumeratas N numeratas  cett.  2 prædicantur proferuntur  HN  3 positas  Gm1Hm1  suppositas  Pm2  4  de   Porph. cf. ad 103, 7  5 Communis  Σ,  m1 in EH \  est  om. E   Porph. 13, 33 Busse, post  autem  N  6 continet sunt  292, 8 LR Q,  om. cett.  7 etiamsi  ΔΣ  quod  i m1  quas  A m2R  8 enim  om. R,   8. l.   Δ inrationalia  2Φ,  add.  ut genus  codd. præter R Σ,  om. etiam   Porph. 14,2, delend. uid. Bussio 9 sed tamen  brm  10 deum angelum  R  angelum et deum  L; Porph. cod. A   θεόν,  cett.   άγγελον 11 genera  Σ  genus  cett. Busse sed  genera  probare uid.; cf.  ut genera  16. 293, 20, ut differentiæ; Porph.  όσα τε ν,ατηγορεΐται του   γένους ώς γένους  et eadem  in ras. A m2  12 et  Z p, s. l.   A m2,   om. cett.  (aliter  er.   T   Busse  item  brm; cf. ad quæcumque  Lm2R Z  quæque  cett.  13 de differentia differentiæ  Lm1 A  differentia  R ΓΦ ;  cf.  ut differentiæ  294, 1; Porph. 14,4   όσα τε τής διαφοράς ώς   διαφοράς  ex sub  L \  et  R; Porph.   έξ prædicantur  Γ  15 genus sit  ΔΛΣ  16 prædicatur  R  ut  om. edd.  genera  L Z   Busse  genus  cett. codd., om. edd.; cf. 394, 3 5; Porph. 14,5   γένους... ώς   γένους αατηγορεΐται ή ουσία  17 sunt  om. L  animalis  Δ  omnibus PREDICARE hæc usque ad indiuidua. cumque sit differentia rationalis, prædicatur de ea ut differentia id quod est ratione uti, non solum autem de eo quod est rationale, sed etiam de his quæ sunt sub rationali speciebus PREDICARE ratione uti. commune autem est et perempto genere uel differentia simul perimi quæ sub ipsis sunt; quemadmodum enim si non sit animal, non est equus neque homo, ita si non sit rationale, nullum erit animal quod utatur ratione. Post eam quæ cunctis adesse uisa est communitatem, singulorum ad se similitudines ac dissimilitudines quærit, et quoniam inter quinque proposita genus ac differentia uniuersalioris prædicationis sunt, siquidem genus species continet ac differentias, differentiæ uero species continent neque ab his  ullo modo continentur, primum generis ac differentiarum similitudines colligit, ac primam quidem ponit hanc, dicit enim commune esse generi ac differentiæ, ut species claudant;  1 prædicatur  LR ante  hæc  add.  et  s. l. Lm2, in mg. Γ,  post  hæc  Λ  hæc  del.   \ m2  2 rationalis  codd. (etiam Bussii LQ  rational,  in P uox pæne tota euanuit rationale  edd. Busse; Porph. διαφοράς τε οόσης τής τοΰ λογιχοΰ ;  cf. infra 293, 14  rationalis differentia;  295, 11  sub rationali differentia,  unde  rationalis  nominatiuum   potius intellegas quam cum Porph. genetiuum prædicantur  Φ  3 eo  coni. Busse  non et non  L *l  4 autem  ΓΦ,  s. l. Km2, om. cett.;   Porph. 14, 8   δε  5  ante  sunt  s. l.  sub ipsa  \ m2  sub rationabilibus  h m1, del. m2 post  rationali  add. animali  ΠΦ,  s. l. Lm2  prædicatur  ΓΔΛΣΦ   a.c.; Porph. 14, 9   χατηγορηθήσετοι  6  ante ratione  add.  id quod est  s. l.   et m2 W m2 Busse  id quod potest  LR post  commune  s. l.  illis  Γ est autem  Φ   ante  perempto  add.  hoc  Λ  genere  Porph.  ή τοΰ γένους,  om.   η   cod. Μ  8 enim  Σ,  s. l.   Ψ m2,  om. cett.; Porph. 14,11   γάρ  sit est  CEGHP  9 ita sic  L  ac  b m1 \  12 ad se ad esse  EGP  et  om. CEG, s. l. Pm2, del. Lm2  13 generis ac differentiæ  CN  uniuersaliores prædicationes  CEGNP  14  ante  species  add.  et  LR  15 nec  N  16 ac et  N  17 primum  LNP hanc hanc communionem  H  18 commune hoc commune  H  communionem  LR  ac et  CGLP concludant  HN   nam sicut genus sub se habet species, ita etiam differentia, tametsi non tantas quot habet genus, etenim genus quoniam differentiam etiam claudit et non unam tantum sub se differentiam cohercet ac retinet, plures necesse est habeat sub se  species, quam quælibet una earum differentiarum quas claudit, ut animal PREDICARE de rationabili et inrationabili. quodsi ita est, PREDICARE et de his quæ sub rationali sunt positæ speciebus et de his quæ sub inrationali. est ergo commune animali et rationali, id est generi et differentiæ, quod sicut  genus de homine et de deo PREDICARE, ita etiam rationale, quod est differentia, de deo ac de homine dicitur, sed non in tantum hæc prædicatio funditur quantum animalis, id est generis, animal enim non de deo solum atque homine, sed de equo et boue prædicatur, ad quæ rationalis differentia non  peruenit. sed quandocumque deum supponimus animali, secundum eam opinionem facimus quæ solem stellasque atque hunc totum mundum animatum esse confirmat, quos etiam deorum nomine, ut sæpe dictum est, appellauerunt. Secunda item communio est generis ac differentiæ, quoniam quæcumque  PREDICARE de | genere ut genera, eadem de his quæ sub  96  ipso sunt speciebus prædicantur; ad hanc similitudinem 15 quandocumque   18 appellauerunt Abælardus, Introduct. ad theolog., II 34. sæpe 208, 22. 259, 19.   1 habeat  Lm2  differentiæ  EGR  2  post.  genus  om. EGR, post quoniam  Cm1, corr. m2  3 differentias  CHm1L  etiam  del. Lm2, om. N  et  om. EG, s. l. Lm2 tantum  om. H, s. l. Lm2  4  ante  plures  add.  sed  EGL  adhibeat  R  ut habeat  L  5 quas  om. L quam  EGHPm1R  6 rationali  CHLN  inrationali  uel  irt-  HLN  7 rationabili  Cm1EGm2P  8 inrationabili  uel  irr-,  CEGNP  commune est,  post s. l.  ergo  C; ergo  om. EG, add. Pm2  10 et de deo  om. EG  rationabile  CEGR  11 in  om. LN  12 hæc  om. EG  14 rationabilis  R  16 opinionem  CHNPm2 Abælard.  propositionem  EGLPm1R  qua  EGLm1P  solem coelum  Abælard.  17 confirmant  EGLm1  confirmet  N  20 de genere prædicantur  C post  eadem  add.  et  L  21 ipso genere  H  ad hanc similitudinem  om. EGR; ante  ad  s. l.  et  Pm2   quæcumque de differentia prædicantur ut differentiæ, et de his quæ sub differentia sunt ut differentiæ prædicantur, cuius sententiæ talis est expositio, sunt plura quæ de generibus prædicantur ut genera, ut de animali dicitur animatum, dicitur substantia, atque hæc ut genera, hæc igitur prædicantur et  de his quæ sub animali sunt, ut genera rursus; nam hominis et animatum et substantia genus est, sicut ante fuerat animalis. item in ipsis differentiis quædam differentiæ inueniuntur quæ de ipsis differentiis PREDICARE, ut de rationali duæ differentiæ dicuntur, quod enim rationale est, utitur ratione  uel habet rationem, aliud est autem uti ratione, aliud habere rationem, ut aliud est habere sensum, aliud uti sensu, habet quippe sensum et dormiens, sed minime utitur, ita quoque dormiens habet rationem, sed minime utitur, ergo ipsius rationabilitatis quædam differentia est ratione uti, sed sub rationabilitate homo positus est; prædicatur igitur de homine ratione uti ut quædam differentia, differt enim a ceteris animalibus homo, quia ratione utitur, demonstratum igitur est quia sicut ea quæ de genere prædicantur, dicuntur de generi subiectis, ita etiam ea quæ de differentia prædicantur, dicuntur de his  quæ differentiæ supponuntur. Tertium commune est quod ante  quæcumque  add.  et  EGLdel. m2, er. uid. C  quæque  GPR  prædicantur  om. EGR, post ut differentiæ  H  ut differentiæ  om. EG post  differentiæ  add.  eadem quoque  L, post  de his  P om.  et, eadem  s. l. Nm2  2  post  sub  add.  ipsa  NR  sunt  ante  sub  H  ut differentiæ  om. H, s. l. Nm2  ut differentia  EG  4  post.  dicitur  om. L 5 ante  substantia  add.  et  LPm2  6 rursus  ante  ut  GR, post L  7 antea fuerat  H  ante fuerant n  s. l. m2 L  fuerant ante  R  8 quædam  s. l. Cm2  9 prædicentur  Cm2  ut  om. HN  11 autem habere rationem aliud uti ratione  NR.  12 ut  om. H sicut  N  est  om. H  13 sed minime utitur  om. N  sed dormiens  om. EGPE, del. Lm2  ita rationem  in sup. mg. Nm2  15 sed  om. EG, s. l. Pm2  16 positus est homo  R  esse  om.  est  EGP est  ex  esse  Lm2  esse  del. Pm2  prædicatur. Igitur  EGLP  17 ut  om. EG, s. l. Cm2 post  differentia  add.  est  EGP  a  L, om. cett.  18 homo  ante  ceteris  H  est igitur  HLN  quia quod  CL  post.  generum  EGLm2P  20 post  his  add.  quoque  HN  21  post  Tertium  add.  uero  P, s. l. Lm2 quod quia  C sicut absumptis generibus species interimuntur, ita absumptis differentiis species de quibus differentiæ prædicantur, intereunt, commune enim est hoc, uniuersalium in substantia pereuntium perire subiecta. sed prima communio demonstrauit genera de  speciebus prædicari, sicut etiam differentias, propter hanc igitur similitudinem si auferantur genera, species pereunt, sicut etiam species perire necesse est quæ sub differentiis sunt, si uniuersales earum differentiæ consumantur, cuius exemplum est: si enim auferas animal, hominem atque equum sustuleris,  quæ sunt species positæ sub animali, si auferas rationale, hominem deumque sustuleris, qui sunt sub rationali differentia collecti. Et de communitatibus quidem hactenus, nunc de generis et differentiæ dissimilitudine perpendit. Proprium autem generis est de pluribus prædicari quam differentia et species et proprium et accidens; animal enim de homine et equo et aue et serpente, quadrupes uero de solis quattuor pedes habentibus, homo uero de solis indiuiduis et hin nibile de equo et de his qui sunt particulares, et  14 297, 2 Porph. 14, 13 15, 8 Boeth. 41, 13 42, 14.   1 sicut ita  om. EG  consumptis  post  ita  Pm2  6 igitur quidem  E  sicut sic  GHm2LN  7 species etiam  HNP  10 quæ quia  H  qui  ex  quia  Nm2  12 collocati  HNP, recte? cf. 10. 300, 18  Et  om. CEGP, del. Lm2  13 perpendet  G  14 PROPRIO  C  PROPRIIS  post DIFFERENTIÆ  L  GENERI  R  DE PROPRIIS EORVM EORVNDEM  Ψ   Ρ Ψ ;  de Porph. cf. ad autem  om ·.  ΓΦ  generi  LNR A ;  cf. infra 297, 15. 16 s. 299, 17. 300, 23. 301,10. 13 302,11  est  ante  generis  s. l.   A,  om .  Σ,  om. Porph. 14,14  16  ante  quam  add . magis  L er.   A   del. m2  differentiæ  EGHLPm1R ;  Porph. 14, 15   ή διαφορά  et species differentia  LR ii,  om. cett . et proprium propriumque  A  17 de equo et de  add.   \  homine  ΔΑ  post  uero  add . uidetur  ΓΦ,  m1 in L ΔΑ,  del. m2; om. Porph. 14, 17  solis  om. R  20  ante  equo  add . solo  edd. cum Porph. μόνον,  fort. recte post, de  om. R, s. l. Lm2   accidens similiter de paucioribus, oportet autem differentias accipere quibus diuiditur genus, non eas quæ complent substantiam generis, amplius genus continet differentiam potestate; animalis enim hoc quidem rationale est, illud uero inratio nale. amplius genera quidem priora sunt his quæ sunt sub se positæ differentiis, propter quod simul quidem eas auferunt, non autem simul auferuntur; sublato enim animali aufertur rationale et inrationale. differentiæ uero non auferunt  genus; nam si omnes interimantur, tamen substantia animata sensibilis subintellegitur, quæ est animal, amplius genus quidem in eo quod quid est, differentia uero in eo quod quale quiddam est, quemadmodum dictum est, prædicatur, amplius  genus quidem unum est secundum unam quamque speciem, ut hominis id quod est animal, differentiæ uero plurimæ, ut rationale, mortale, mentis et disciplinæ perceptibile, quibus ab aliis differt, et genus quidem consimile est materiæ, formæ  uero differentia, cum autem sint et alia communia  1 autem  om .  Σ  enim  Lm1  4 continet genus  LR; Porph. 14, 20   τό γένος περιέχει 5 enim  om.   2  uero  A m1  est  in mq. Lm2  6 quidem genera  Lm1R  priora  om. L  7 sub se  ante sunt  L, post  positæ  R  positis  ΓΛΦ,  m1 in L Λ2  quidem  om. L, ante  simul  R  auferunt  h m1 V aufert  cett.; Porph. 14, 22   τα γέν-r   σοναναιρεΐ οΰτός  auferuntur  A m1 W  aufertur  cett.; Porph. 14, 23   σοναναιρεϊται  9 aufertur rationale aufernnt genus  om. R  11 si etiamsi  brm cum Porph. 15, 1   καν ; fort. etsi  scribendum  tamen  om .  Σ,  s. l.   A m2 A m2  12 sensibili  R subintellegitur  Φ  subintellegitur potest  R  subintellegi  potest   cett.; Porph. 15, 2   επινοείται quod  Δ   Busse; Porph .  οϋσια...ήτις ήν τό ζψον  14 uero  om. L  quiddam  om. R  quid  edd . est  om.   LR TΛΦ  15 quemadmodum sicut  LR  est dictum  Λ   Busse  16 quidem genus  hA m1 Z  est unum  LR  17  ante  hominis  add. est   edd. Busse; om. Porph. 15, 4  18 plures  brm cum Porph. 15, 5   πλείοος ;  cf. infra 301, 21; post  plurimæ  add . sunt  ΑΣ   Busse; om. Porph. mentis  5 m2  risus  m1  20 cum simile  R  21 autem  Cp.c . hæc  a.c . et  om. G   et propria generis et differentiæ, nunc ista sufficiant. Proprium quidem quid sit, conuenienti atque integro uocabulo definitum est. sed per abusionem illa etiam propria  quorumlibet dicuntur quæ in una quaque re ab aliis continent differentiam, licet cum aliis sint ea ipsa communia, per se quippe proprium est homini quod ei omni et soli et semper adest, ut risibilitas, per usurpatam uero locutionem etiam proprium hominis rationabilitas dicitur non per se proprium,  quippe quod ei cum deorum est natura commune, sed homini rationabilitas proprium dicitur ad discretionem pecudis, quod rationale non est; id uero propter hanc causam, quoniam id proprium unius cuiusque dicitur quod habet suum, quo igitur quis ab alio differt, proprium eius non absurda usurpatione  prædicatur, sed nunc quod dicit proprium generis esse de pluribus prædicari quam cetera quattuor, id ipsum generis tale proprium est, quale per se proprium dici solet, id est quod semper et omni et soli adsit generi, generi enim soli adest, ut differentia, specie, proprio, accidenti überius atque  affluentius prædicetur, sed de his differentiis, speciebus, propriis atque accidentibus id dici potest quæ sub quolibet  1 proprii  P  et ac  EGP  nunc  om. Porph.  sufficiunt  Λ m1 2 ;  Porph .  άρκείτω ταϋτα,  cod. B   apxet τοααδτα  3 quidem autem  C  quod  R in una quaque re  CLP  re  om. N  una quaque  E  una quæque  G  unam quamque  HR  6 differenda  EGLm1  7 omni et soli et soli et omni  C   pr.  et  s. l. Lm2 post, et  om. EG  10  post  ei  add . quoque  HNP  12 rationabile  HR post  uero add. fit  L,  s. l. Pm2  14 aliquo  Lm2  differat  Cm2Hm1N  15 nunc  om. EG,  post  quod  C  17 tale  ante  quale  P est proprium  LP post, est  om. CN  18 et  add. brm  adest  C  generi enim  in mg. Hm2  enim uero  C  autem  L  19  post  ut  add . et  H   del. m2 N  et specie  HLN  et proprio  HLR  et atque  R  accidente  HLm1  -ti  m2   NR  20 affluentius  CHNPm2  fluentius  Lm1,  s. l . ł lucidius  m2 cluentius  E   s. l . habundantius  Pm1  licentius  G  luculentius  R  de e  R  speciebus  post differentiis  pos. Brandt, ante codd. pr, om. bm  et propriis  CHLN  atque  om. P   genere sunt, id est differentiæ quidem quæ quodlibet diuidunt genus, species uero quæ diuisibilibus generis differentiis informatur, proprium autem illius speciei quæ sub illo genere est quod differentiis est diuisum, accidentiaque quæ his hæreant indiuiduis quæ sub ea specie sunt quam designatum  genus includit, hoc facilius exempla declarant, sit enim genus animal, quadrupes ac bipes differentiæ sub animalis positæ continentia, homo atque equus species sub eodem genere constitutæ, risibile atque hinnibile propria earundem specierum, uelox uero uel bellator accidentia quæ his indiuiduis  accidunt quæ sub speciebus equi atque hominis continentur : animal igitur, quod est genus, prædicatur et de quadrupede et bipede, quæ sunt differentiæ, quadrupes uero de bipede non dicitur, sed tantum de his animalibus quæ quattuor pedes habent; plus igitur prædicatur genus quam differentia, rursus  homo de Platone ac Socrate prædicatur, animal uero non modo de hominibus indiuiduis, uerum etiam de ceteris inrationabilibus indiuiduis dicitur; plus igitur genus quam species prædicatur, sed cum sit proprium hinnibile equi speciei cum 1 differentiæ  CNp  differentias  EG, m1 in HLP de  om. HPR  differentiis  m2 in HLP, Rbrm  quidem  om. B, ante add . sunt  C, post N  genus diuidunt  HN  2 speciebus  Hm2Lm2  specie  Pm2brm  diuisibilis  Hm1Pm1R   add . est, dissimilis  E   add . est  G, ad  diuisibilibus  in mg.  ał quæ diuisiuis  Lm2, sed ante generis  add  est  ERm2, add . sunt,  post  et  del. m2 P  informantur  CLm2  3 proprio  m2 in HLP ante s. l. de add. brm post  autem  add . quod est  EGP del. m2  illi  Lm1 diuisiuum  Lm1  diuiditur om . est;  N  accidentiaque  CEGHm1Lm1  accidentia quoque Pm1  de accidentibus quoque  m2  accidentia  Rp  accidensque  N  accidentibusque  Hm2Lm2brm  quæ quod  N  hereat  N  hærent  Pm2 edd . 5 sint  G  10 uelox  bellator  HNP  uel  om., et  s. l. m2 , uelox uero dux uel bellator  C  uelox uero uel bellator dux  L  uelox uero bellator dux  EG  ferax uerox  sic   s. l . equus  m2  bellator dux  R  11 accidant  H  accidencia  Pm1  12 et  om. EGP  13 et bipede  HNP, om. R  bipede  C  de bipede  EGLm1  et de bipede  m2  quadrupedes  G  14 his  om. GR, s. l. Cm2Lm2  ac et  P post  prædicatur  add. et ceteris  HNP  17 hominis  C  s  in er. b.? m2   GHm1N  19 sed prædicetur  om. EG  hinnibile  ante  proprium  N, om. LR  simile  H  equi  om. H   que genus quam species überius prædicetur, prædicatio quoque generis proprii supergreditur prædicationem, accidens quoque etsi pluribus inesse potest, tamen sæpe genere contractius inuenitur, ut bellator non proprie nisi homo dicitur,  ut uelocitas in paucis animalibus inuenitur. quo fit, ut genus differentia, specie, proprio et accidentibus amplius prædicetur. Atque hæc est una proprietas generis quæ genus ab aliis omnibus disiungat ac separet, oportet autem, inquit, nunc eas differentias intellegere quibus diuiditur genus, non quibus  informatur, illæ enim quibus informatur genus, plus quam ipsum genus sine dubio prædicantur, ut animatum et corporeum ultra animal tenditur, cum sint differentiæ animalis, sed non diuisiuæ, sed potius constitutiuæ; omnia enim superiora de inferioribus prædicantur, quæ uero de inferioribus prædicantur neque conuerti possunt, hæc ab eis quæ inferiora sunt amplius prædicantur.   Post hoc aliud proprium generis ostendit quo ab his differentiis quæ sub eodem sunt positæ, segregatur, omne enim genus continet differentias potestate, differentia uero  genus non potest continere, animal enim rationale atque inrationale continet potestate; neque enim inrationabilitas neque rationabilitas animal poterit continere, potestate autem ait continere animal differentias quia, ut superius dictum est,  23 superius 264, 16.   1 prædicatur  Cm1R  3 inesse inest  C  ante sæpe  add . semper uel  Hm1, del. m2  contractius genere  H  inneniri  C    pr.  ut  er. uid. C, om. HPm1  et  LN, s. l. Pm2  6  ante  differentia  add . et  Hm2LN ante  specie  add . et  HL  et de  N ante  proprio  add. et HL  et de  N  et  om. E  accidente  R  8 inquit om. N, del. Hm2  10  post  informatur  add . genus  C  illæ informatur  om. EGLR, post prædicantur  11 add . Ipsæ enim differentiæ a quibus informatur genus  Lm1, ante  plus quam  transpos. m2  illæ enim nam illæ  P ante  plus  add . nam  GR  11 sine dubio  om. HN  et  om. EG  12 tendit  EG ? tenduntur  R  sunt  H  15 ab  om. H  18 eodem eo  HN  eodem genere  C segregetur  HN  20 rationabile  ELm2P  atque  om. EGR, s. l. Pm2  inrationale  om. EGPm1R inrationabile  Lm2, s. l. Pm2  21 inrationalitas neque rationalitas  HN   poterunt  CHLP  post  differentias  add . proprias  CL del. m2, ante HNP   genus quidem omnes sub se habet differentias potestate, actu uero minime, ex quo fit ut alia proprietas oriatur, sublato enim genere perit differentia, ueluti sublato animali interimitur rationabilitas, quod est differentia, at si rationale interimas, inrationale animal manet, sed obici potest : quid? si utrasque  differentias simul abstulero, num poterit remanere genus dicimus: potest, unum quodque enim non ex his de quibus prædicatur, sed ex his ex quibus efficitur, substantiam sumit, itaque fit ut genus sublatis diuisiuis differentiis permanere possit, dum tamen maneant illæ quæ ipsius generis formam  substantiamque constituunt, quoniam enim animal animata  atque sensibilis differentiæ constijtuunt, hæ si maneant atque iungantur, perire animal non potest, licet ea pereant de quibus animal prædicatur, rationale scilicet atque inrationale. unum quodque enim, ut dictum est, ex his substantiæ proprietatem  sumit ex quibus efficitur, non ab his de quibus prædicatur, amplius si utrasque differentias genus potestate continet, ipsum per se neutram earum intra se positam collocatamque concludit. quodsi actu quidem eas non continet, sed potestate, actu etiam ab his poterit separari; hoc ipsum enim, potestate  eas continere, id erat actu non continere, genus uero, quod quaslibet differentias actu non continet, actu ab eisdem etiam separatur. Kursus aliud est proprium generis, quod ex pro 1 omne  GR  2 alia ut  EGP  4 rationalitas  HN  at  om. EGR  rationabile  CLm1R  5 inrationale  om. EG  inrationabile  Lm1R  quod  CEGLP  qui  R  6  post  abstulero add. rationales et inrationales  E num non  EGLm1P  7 dicimus sed dici  EP  de quibus his  in mg.   Hm2  8  post, ex de  P  9 itaque atque  GR  atque  ita C  atque ideo  EP  10  post  tamen  add . earum  P  illa  C   a. in er . æ  m2   N  quod  E  quoniam constituunt  in mg. inf. Em2  animati  Cm2LR   differentia  HN differendis  Pm1  hæc  C c er.   EGHN  manent  E  15 dictam est diximus  C  17  ante  ipsum  s. l. tunc  Hm2  18 neutra  G  neutrum  R  positum collocatumque  LPm1R  20 etiam quidem  E post poterit  add . genus  EG   post  enim  add . quod est  R, s. l. Pm2  21 erit  Lm2R  quod quæ  E  23 eat om. ENR   prietate prædicationis agnoscitur, omne enim genus ad interrogationem ‘quid est unum quodque?’ responderi conuenit, ut animal in eo quod quid est de homine prædicatur, differentia uero minime, sed in eo quod quale sit; omnis enim differentia  in qualitate consistit, sed hoc proprium tale est quale superius diximus, non per se, sed secundum alicuius differentiam dictum, alioquin commune est hoc generi cum specie, ut in eo quod quid sit prædicetur, sed quia hoc genus a differentia discrepat, quoniam differentia quidem in eo quod quale est,  genus uero in eo quod quid est prædicatur, generis proprium dicitur non per se, sed ad differentiæ comparationem, et in omnibus reliquis eandem rationem conueniet speculari; quodcumque enim ita generi proprium dicitur, ut nulli sit alii commune, sed tantum hoc habeat genus ut omne genus et  semper, id secundum se proprium nuncupatur, quicquid uero cum quolibet alio commune est, id non per se, sed ad alterius differentiam proprium dicitur. Alia rursus generis et differentiæ separatio est, quod genus quidem speciei unum semper adest, scilicet proximum plura enim possunt esse superiora,  uelut hominis animal atque substantia, sed proximum eiusdem hominis animal tantum  , differentiæ uero plures uni speciei  5 superius 297, 9.   1  post  agnoscitur  add . Omne enim genus ei proprietate cognoscitur prædicationis  P, in inf. mg. Lm2  generis  E  2 quid est quidem  E  quidem quid est  HN  unum  om. E  respondere  CLR  4 sit est  HN  7 hoc  ex  huic  Em2  8 ac G 9 est sit  N  11 et  om. EG  12 conuenit  CHNP  13 generis  Pm2  alii sit  C  14 tamen  E  habeat semper  Cm2Hm1N  habeat genus et omne genus et et  om .  Lm2R  semper  Cm1Hm2Lm2R  habeat omne genus semper  EG  habeat genus omne semper  Lm1  genus hoc  del. m2  haheat omne genus genus omne  m2  et  s. l. m2  semper  P  15 se  om. CN, illud  Cm2   s. l.  id  H post proprium  add . dicitur quod per se proprium  CHN  16 ad  om. C, in mg. Hm2  17  pr . differentia  C  18 est  om. HNR,  s. l. E  uni  R  19 proximum  Cc . proprium  a. c . ad plura  in   mg.  genera  Lm2, enim genera  P  20 ante animal  s. l . sed genus  Cm2  21  post  speciei  add.  semper adsunt  E   adesse poterunt, ut rationale atque mortale homini, itaque fit definitio ex uno quidem genere, sed pluribus differentiis, ut hominis animal rationale mortale. Rursus alia discretio est, quod genus quidem quasi subiecti locum tenet, differentia uero formæ, ita ut illud sit materia quædam quæ figuram  suscipiat, hæc uero sit forma quæ superueniens speciei substantiam rationemque perficiat. Idcirco uero pluribus differentiis a genere differentiam segregauit, quia hæc maxime generis quandam similitudinem contineat, quia est uniuersalis et præter genus inter ceteras maxima, sed cum alia plura communia pluraque propria generis inter se ac differentiæ ualeant inueniri, nunc, inquit, ista sufficiant, satis est enim ad discretionem quaslibet differentias assumere, etiamsi non quæ dici possunt omnia colligantur. Genus autem et species commune quidem habent de pluribus, quemadmodum dictum est, prædicari. sumatur autem species ut species et non etiam ut genus, si fuerit idem et species et genus. Porph. Boeth. adesse mortale  om. EGR  ut  om. HN  ut homini  C  Hominis itaque  C  hominis, itaque  P  2  ante  pluribus  add . de  Lm  post  rationale  add.  atque  edd . est  om. HNR  4 quidem  om. C  5 ita ut om.  EGLm1  ut  m2  quædam  om. EG, s. l. Lm2, ante  materia  P  quæ  om. R, s. 1. Cm1?  quod  Em1  6 suscipiens  Lm1R  7 uero  om. EGLR  8 differentias  CEGHm1Pm1  9 continet  EGLPR  10 et  om. N  præter post  HPm1  maxima inter ceteras  H  in  N  cetera Lm1Pm2 edd . maximi  G  maximæ  Pm1  12 nunc   sufficiant  HLNR   recte? an ex 297, 1? ista inquit sufficiunt  GP  sufficiunt inquit ista  C  ista quidem sufficiunt  E  14 non  post  omnia  E s. l. p, ante brm  colliguntur  Hm1R  15 ET SPECIEI SPECIEIQVE  C; de Porph. cf. ad 102, 7  17 de pluribus  om. G  18 sumatur prædicantur  303, 2 LR Q,  om. cett . autem autem et  L ΛΛΦ ;  Porph. 15,   et  om .  ΓΔ  sed  RΣ  19 ut  add .  \ m2 pr . et  L cum Porph. 15,12, om. codd. cett. edd. Busse  genus et species  Ε Σ   commune autem his est et priora esse eorum de quibus prædicantur, et totum quiddam esse utrum que. Generis et speciei enumerat tria communia, unum quidem,  de pluribus prædicari; genus enim et species de pluribus prædicantur, sed genus de speciebus, ut dictum est, species uero de indiuiduis. sed nunc de illa specie loquitur quæ tantum species est. id est quæ non etiam genus est, sed ultima species, quodsi talem speciem ponamus quæ etiam  genus esse potest, ac de ea dicamus quoniam commune habet cum genere de pluribus prædicari, nihil interest an ita dicamus, ipsum genus id secum habere commune de pluribus prædicari, talis enim species quæ non est solum species, ea etiam genus est. Est autem commune his quoque quod utra que priora sunt his de quibus prædicantur, omne enim quod de aliquibus prædicatur, si recto, ut dictum est superius, ordine dicatur, prius est his de quibus prædicatur. Præterea est illis hoc etiam commune, quod genus ac species totum sunt eorum quæ intra suum ambitum continent et cohercent;  omnium enim specierum totum est genus et omnium indiui|duorum totum species, æque enim genus et species aduna 99  tiua sunt plurimorum, quod uero multorum adunatiuum est, id eorum quæ ad unitatis formam reducit, recte dicitur totum. superius 290, 15 ss.   1 est  om. L  priora propria  La.c. Tk a.c A m1  2 esse est  C  5  ante  genus  add. et H er. N  6  post  genus  add . quidem  L  8 est, sed est ut est  H  ut est  N  12 secum  H  cum  in ras. m2   LR  secundo  CEGNPm2  -da  m1  de pluribus commune  post  prædicantur  15 E 13 quod  E  14 his commune  HN  15 omne -prædicatur  16 in mg. Hm2 dicatur prædicatur  CN  his de his  G  18 etiam hoc  N  eorum sunt  C  20 genus est  NR  et ut  Hm1  ante  species  add. est CNP, post E in ras. H  23 quod  E  reducuntur  Ca.c.N     Differt autem eo quod genus quidem continet species sub se, species uero continentur et non continent genera; in pluribus enim genus quam species est. genera enim præiacere oportet et formata specificis  differentiis perficere species; unde et priora sunt naturaliter genera et simul interimentia, sed quæ non simul interimantur. et species quidem cum sit, est et genus, genus uero cum sit, non omnino erit et species. et genera quidem uniuoce de speciebus prædi cantur, species uero de generibus minime, amplius genera quidem abundant earum quæ sub ipsis sunt specierum continentia, species uero a generibus abundant propriis differentiis. amplius neque species fiet umquam generalissimum neque genus specialissimum.   Expeditis communibus generis ac speciei nunc de eorum discretione pertractat. differre enim dicit genus ab specie, quoniam genus continet species, ut animal hominem, species  1 15 Porph. 15, 14 24 Boeth. 42, 21 43, 10. 1 PROPRIO  H  DIFFERENTIIS  C; de Porph. cf. ad 105, 16  2 Differunt  ENR edd.; Porph. 15, 15   διαφέρει   post  autem  add . genus  a  specie  Φ  continet quidem  N  3 sub se  er. uid .  5,  s. l. 2 m2, ante  species  2   ΓΦ ;  Porph. 15, 15   περιέχει τά είδη  species  s. l. Gm2  continetur  C A continetur a genere  Γ ;  Porph .  τα δέ είδη περιέχεται  et  om. EG  continet  C ΑΦ  4 in pluribus differentiis  14   LR Q,  om. cett . enim quidem  S ;  Porph. 15, 16   ετι τά γένη  5  ante  oportet  s. l . et  5 m2  et  s. l .  5 m2,  hic om., sed ante  perficere  pos. LR h m1   del. m2   A ;  Porph. 15, 17 ν.α'ι διαμορφωθ-έντα  7 sed si  R  9 est  Porph. 15, 19   πάντως εστι;   exciditne  omnino ?   pr . et  om .  LR I,  s. l .  A m2 ;  Porph. 15, 19   εστι και γένος   post . et  A   del. m2   Φ   cum Porph. 15, 20, om. cett. edd. Busse  10 uniuoce quidem  AAS ;  Porph.   τά μέν γένη  de speciebus  Porph. 15, 21   των δφέοοτά ειδών  12 quidem genera  L s m2 i\Y .  Busse; Porph.   τά μέν γένη  sunt  s. l. L  sub ipsis  LR; Porph. 15, 22   των όπαΰτά ειδών  13 a  om .  ΓΦ  ab  A m1,  del. m2  14 fiet  post  umquam  C  fit  HN  15 neque genus specialissimum  om. H   post  genus  add . fiet  CEGR  fiet umquam  ΑΑΣ  fiet species  L; Porph. 15, 24   ούτε τδ γένος ειδικάιτατον  16 ac et  CE  17 differt  GR  a  HLNR  18  pr . speciem  HN   uero non continet genera; neque enim homo de animali prædicatur. itaque fit ut species quidem contineantur a generibus, numquam uero contineant genera, omne enim quod amplius prædicatur, illius est continens quod minus dicitur, quodsi  genus amplius prædicatur quam species, necesse est ut species quidem contineatur a genere, genus uero speciei nullo ambitu prædicationis includatur, huius autem ratio est quoniam genus semper suscipiens differentiam speciem facit, hoc est, genus quod habebat latissimam prædicationem, coartatum  differentia et contractum speciem facit; omnino enim generi iuncta differentia speciem reddit et ex uniuersalitate atque latissima prædicatione in angustum speciei terminum contrahit. animal enim, cuius prædicatio per se longe lateque diffusa est, si arripiat rationalis differentiam, si etiam mortalis,  deminuit atque contrahit in unum hominis speciem, unde fit ut minor sit semper species quam genus atque ideo contineatur, sed non contineat, sublatoque genere auferatur et species; si enim totum auferas, pars non erit, quodsi species auferatur, genus manet, ueluti cum animal sustuleris, interi mitur etiam homo, si hominem auferas, animal restat, hæc etiam causa est, ut genus de specie uniuoce prædicetur, id est ut species suscipiat definitionem generis et nomen, sed  1 continent  HN enim  om. C  6 contineantur  NR  speciei  om. R  specie  Cm1  in specie  Lp.c . species  N  post nullo  add . modo  EGHPR, s. l. Lm2  7 includitur  EGLm1P  includat  N   post  autem  s. l.  rei  Cm2  8 semper  om. HN  species  N  hoc facit  10 om. EG  9 est  s. l. C, om. HN, del. Pm2  habet  Lm2Pm2  coartatum  ex  coaptatum  Lm2, in mg . ał coaptata ipsa diffinitio et contracta speciem facit  m1  coaptata  Hm2P  apta  Cm1  aptata  m2   Hm1N  10 et  LR, s. l. Pm2, om. CHN de EG cf. ad S contracta Lm2 omni Hm2Lm2 11 et om. G, s. l. ELm2 atque et EHNPR 12 post prædicatione add. generis CNP, s. l. Lm2 speciem EG contrahitur Hm2 14 differentia  C  ras. ex  -ã  R  etsi etiam E et s. l., del. si etiam Lm2, et  R diminuit  EHLPR ; diminuitur atque contrahitur  N  unam  C  am  in ras. m2   Hm2NR  16 continentur sed non continent  N  17 et  om. EGR  19 remanet  C  cum si  P  21 est causa  C  22 generis et nomen et generis nomen  E et nomen generis  N  generis nomen  R   non e conuerso. definitionem quippe speciei genus suscipere non uidetur; substantiam enim priorum inferiora suscipiunt, si enim definias animal et dicas substantiam esse animatam atque sensibilem aut si prædices de homine animal, uerum dixeris, si etiam animalis definitionem de homine prædicaueris  dicasque hominem esse substantiam animatam atque sensibilem, nihil fuerit in propositione falsi, sed si hominis definitionem reddas ‘animal rationale mortale’, ea animali non conueniunt; neque enim quod animal est, id dici poterit animal rationale mortale, fit igitur, ut sicut species generis nomen  suscipit, ita etiam capiat definitionem, et sicut genus nomen speciei non suscipit, ita nec eiusdem definitione monstretur, sed cuius nomen et definitio de aliquo prædicatur, id uniuoce dicitur, cum igitur generis et nomen et definitio de specie prædicetur, genus de specie uniuoce dicitur, quoniam uero  speciei de genere. neque nomen neque definitio prædicatur, non conuertitur uniuoca prædicatio. Differunt genera <ab> speciebus hoc quoque modo, quod genera superuadunt species suas aliarum continentia specierum, species uero genera differentiarum pluralitate, animal enim, quod est genus, superuadit  hominem, quod est species, quia non hominem solum continet, uerum etiam bouem, equum aliasque species, quas suæ spatio prædicationis includit, species uero, ut homo, superuadit genus, ut animal, multitudine differentiarum, nam quod actu genus  1 e conuerso est  om. R  conuersio  EGLPR 2 non  er. H  substantiæ  EGLm2  -tia  m1   PR  enim priorum enim proprium  EGP diffinitionem  om . en.  pr .  R  3 et  om. CHNP  4 aut  brm  at  CHLNP, om. EGR  5 definitione  E 7 nil  C  fuerat  Cm1  fueris  HN  falsi mentitus  HN  sed quod  CHN hominis definitionem om. EGR  hominis rationem  L  8 addas  EGR, post  si  om . reddas,  add. P, reddas addas  L pr . animali  Ea.c.LR  animal est G conuenit  CNPa.c.  9  ante  quod add.  id HNPR, s. l. Lm2  id dici EGLa.r.P dici  Lp.r.R  idcirco dici  HN  id circo id dici  C  11 et  om. EG  12 definitionem  uel diff- monstret  EGR  14  pr . et  om. CEG, s. l. Lm2  15 prædicatur  E  uniuoce de specie  C  17 a  add. brm, ab  Brandt  18 modo  om. NR  19 continentia aliarum  C  21 quod quæ  N  non  s. l Cm2 22 equum bouem  HN  24 namque quod  Lp.c .  non habet rationale uel mortale nullas quippe actu genus retinet | differentias, easdem species suæ substantiæ inhærentes atque insitas tenet, homo enim rationalis est atque mortalis, quod genus minime est; animal enim neque mortale  est per se neque rationale, quodsi genus quidem plus unam continet speciem, at uero species multis differentiis infor mantur, superat quidem genus speciem continentia specierum species uero uincit genus differentiarum pluralitate. Illa quoque est differentia, quod genus quoniam omnium primum  est, numquam in tantum descendere poterit, ut fiat ultimum, species uero, quæ cunctis est inferior, in tantum ascendere non poterit, ut suprema omnium fiat; numquam igitur nec species generalissimum fiet nec genus specialissimum. Sed ex his quæ dictæ sunt differentiæ aliæ sunt quæ genus ab  specie propriæ coniunctæque disterminant, aliæ uero quæ non solum genus ab specie, uerum etiam a ceteris diducunt ac disterminant, neque in his tantum differentiæ quæ sunt dictæ, uerum etiam in ceteris considerentur oportet, si proprie normam quærimus discretionis agnoscere.  uel  om. R  4 mortale rationale  CHN  5 rationale  R  inrationale  CHN  per se rationale  EGLP  unam continet speciem  EG  unam  s. l. m2   Lm1  quam unam continet speciem  Lm2R  una continet continet una  C  specie  CHNP  6 species uero  om . at  C  informatur  Lm1Pm1  7 species  G  9 quoniam quod  Hm2  11 in tantum ascendere non numquam in tantum ascendere  LNR  12 nec... nec et... et  Hm1N  et... nec  C, pr . nec  om. P  14 ex his  om. EG, s. l. Lm2  sunt  om. E differentiarum  CN  differentiis  R  genus  s. l. Cm2  a  R  15 proprie coniuncteque  ras. ex  -teque  Η   HΝR recte?  propriæque  G  coniunctæque  om. EG  16 ab a  R  diducunt  Em2R  deducunt cett. distinguunt ac deducunt  om . disterminant  HN  17 neque et quæ non  CHN, s. l . ał quæ  L  in his tantum differentiis quæ sunt dictæ  L  quæ sunt dicta  G  quæ dictæ sunt  CHNP quid sint  in ras. E  uerum etiam in ceteris add. quoque  HLm1N, del. Lm2  considerentur oportet  CEGHLNP  neque in his tantum oportet considerare differentias quæ sunt dicta uerum etiam in ceteris oportet  R ; differentiæ  scr. Brandt ; neque enim in de  bm  his tantum oportet oportet  om. p  differentiis quæ sunt dictæ, uerum etiam in ceteris considerare considerari oportet  p   edd.  18 propriæ  CEGLP  19 discretionis quærimus  HR     Generis autem et proprii commune quidem est sequi species nam si homo est, animal est, et si homo est, risibile est et æqualiter prædicari genus de speciebus et proprium de his quæ illo participant; æqualiter  enim et homo et bos animal et Cato et Cicero risibile, commune autem et uniuoce prædicari genus de propriis speciebus et proprium quorum est proprium.    Tria interim generis ac proprii dicit esse communia, quorum primum illud est, quoniam ita genus sequitur species ut  proprium, posita enim specie necesse est intellegi genus ac proprium; neutrum enim species proprias derelinquit, nam si homo est, animal est, si homo est, risibile est; ita quemadmodum genus, sic proprium ab ea specie cuius est proprium, non recedit. Illud quoque, quod æqualis est generis partici patio, sicut etiam proprii, omne enim genus æqualiter speciebus participatur, proprium uero indiuiduis omnibus æqualiter adhærescit, manifestum uero est participationem e?se generis æqualem; neque enim plus homo animal est quam equos Porph. Boeth. COMMVNITATIBVS  Ψ ;  de Porph. cf. ad 102, 7  2 Genus  Em1Gm1 consequi  Pm1  3 nam risibile  LR Q,  om. cett. pr . est  s. l.   h m2  5 illo sub illo  R participant continentur  R,  add.  indiuiduis  edd. cum plerisque codd. Porph. 16, 4  6  post animal add. est  ΓΦ,  om. Porph. 16, 5  et CATONE (vedasi) et CICERONE (vedasi) Porph .  xat Άνοτος και Μέληχος post  risibile add. est  Φ  7 autem et autem  CEGP  autem est est  s. l .  h m2  et  om. R   R h  autem his  Ψ  autem hiis et  Φ  his  s. l. m2  autem et  Γ ;  Porph. 16, 6   δέ καί  speciebus propriis  R  8  post pr . proprium  add . de his  Ν Σ,  s. l.  de propriis  Gm2  10 illud est primum  R  11  post proprium add. quoque  CH   del. m2   N  ac et  C  13 si et si  HN  risibilis  EGHNP  15  post quoque add. est commune  R, s. l. Lm2,  s. l . scil, commune est  Hm2  a genere generis  Hm2  participatio est  HN  16 proprii a proprio  Hm1N   ante  speciebus  add . a  H  ab  L del. m2 NB, post add . suis  R  17 participat **  ur  er .  E  18 adheret  N  participatione  EGR  generi  E   ex genere  m2   R  19 æquale  EG  æquale proprium  R, post  æqualem  add. s. l . et proprii  Lm2, in mg . et proprium  Pm2   atque bos, sed in eo quod sunt animalia, æqualiter animalis, id est generis ad se uocabulum trahunt. CATONE si veda etiam et CICERONE si veda æqualiter risibiles sunt, etiamsi æqualiter non rideant; in eo enim quod apti ad ridendum sunt, dici risibiles possunt, non  quod iam rideant, æqualiter ergo ea quæ sub genere sunt, suscipiunt genus, sicut ea quæ sub propriis, propria. Tertium illud, quod sicut genus de speciebus propriis uniuoce prædicatur, ita etiam proprium de sua specie uniuoce dicitur, genus enim quoniam substantiam speciei continet, non modo eius  nomen de specie, uerum etiam definitio prædicatur, proprium uero quia speciem non relinquit eamque semper sequitur nec in aliam speciem transgreditur nec infra subsistit, definitionem quoque propriam speciebus tradit; cuius enim nomen uni tantum conuenit speciei cui coæquatur, dubitari non  potest quin eius quoque definitio speciei conueniat. quo fit ut sicut genus de speciebus, ita proprium de sua specie uniuoce prædicetur.    Differt autem, quoniam genus quidem prius est, posterius uero proprium; oportet enim esse animal,  dehinc diuidi differentiis et propriis, et genus quiPorph. Boeth. eo eodem  HLm2NR  2 ad se  om. EGR, s. l. Lm2 etiam  om. H  et  om. R  3  pr . æqualiter  om. C  6 suscipiant  Em1Lm1  genera  EGLPm2  gen.  ante  suscipiunt  HNP  7 illud illud commune est  G quid  Cm1  9 enim  om. E  nomen eius  C  11 quia  om. EGLP  derelinquit  Lm2P  eamque eique  HN  ei quæ  R  ea quæ  Pm1  æquatur  Pm2  12 definitio diff-  ELm2  diffinitione  m1   Pm1 definitio enim  R  13 proprium  Ea.r.R  proprii  Ep.r.L   ras. ex  propriis,  P  traditur  EGLm2Pm1 14 cui uel ei  C  eique  HNPm2  cuique  m1 , et  del. m2  cui  L  æquatur  L  18 De proprietatibus  Δ ;  de Porph. cf. ad 105, 16  GENERIS ET PROPRII EORVM P PROPRII SPECIEI  L  19 Differunt  C edd . autem om. N autem genus et proprium  LR Δ2 ;  Porph. 16, 9 Διαφέρει δέ δτι τό μίν γένος  quidem om.  HNR  est  om. H  20 oportet interimunt genera  310, 10   LR Q,  om. cett . 21  pr . et  om. L   dem de pluribus speciebus prædicatur, proprium uero de una sola specie cuius est proprium, et proprium quidem conuersim prædicatur de eo cuius est proprium, genus uero de nullo conuersim prædicatur, nam neque si animal est, homo est, neque si animal est, risi bile est; sin uero homo est, risibile est, et e conuerso amplius proprium omni speciei inest cuius est proprium, et soli et semper, genus uero omni quidem speciei cuius fuerit genus, et semper, non autem soli, amplius species quidem interemptæ non simul inter imunt|genera, propria uero interempta simul interimunt ea quorum sunt propria, et bis quorum sunt propria interemptis et ipsa simul interimuntur.  Rursus tale proprium sumit, quod ad alterius comparationem proprium nuncupetur, dicit enim proprium esse generis prius  esse quam propria, oportet enim prius esse genus, quod ueluti materia differentiis supponatur, uenientibusque differentiis fieri speciem, cum quibus propria nascuntur, si igitur prius est  1 prædicatur  R A m2 n   edd . prædicari  cett. codd. Busse propriis, et genus distinguit, sed cf.  oportet,  Rursus differt;  Porphp. 16, 11 κατηγορεΐται  2 una sola  Porph.   ενός,  cod. C add .  μόνοο  est  om.   Φ  6 si  R  homo est homo et  ΔΑΠΨ  et  er ., homo, et  Busse  homo est est  s. l. m2  et  L; Porph. 16, 13  et  δέ άνθρωπος  et e conuerso et conuerso  L h m1  et conuersim si risibile est homo est  R  si risibile est homo est  2 ;  Porph. 16, 14   καί εμπαλιν, add. ei  γελαστικόν, άνθρωπος   cod. C  8 et soli  TA m2  et uni  Δ m1 ΑΣ  et uni et soli  LR ΠΦΨ ;  Porph. καί μόνψ speciei quidem post  speciei  add . inest  LR TA   s. l .  ΠΦΦ  in mg. m2 edd. Busse, om .  Δ2   cum Porph . soli  Porph. 16,16   και μόνω  10 species  s. l. L  propria  brm cum Porph . interempta  Φ  interimuntur  HL  11  post  genera  add.  quorum sunt species  A  propria genera  brm Busse in adn. cum Porph. 16, 17 interimuntur  HΡ  12 ea  om .  Η ΤΦ  species  brm cum Porph . quarum  brm  et his  interemptis  om. EG  et quare  edd., Porph. 16, 18   ώστε καί  13 interemptis  ante  et his  CP  et ipsa et ipsa etiam propria  Φ  ipsa propria  2  interimuntur simul  CGLR ad 10 13 cf. 312, 13 ss . 14 Rursus  om. EG, s. l. Pm2, sed  R  ad  om. H, s. l. Pm2  comparatione  HPm1  15 nuncupatur  Cm2Em2Ga.c.N   pr . esse  om. N, s. l. Pm2  uelut  N  species  Lm2  nascantur  N genus quam differentiæ, prius etiam differentiæ quam species et speciebus propria coæquantur, non est dubium quin propria generibus posteriora sint, ac per hoc quod dictum est, proprium esse generis prius esse quam propria, commune est hoc  generi cum differentia, differentiæ enim species conformantes priores considerantur esse quam propria, siquidem speciebus ipsis priores sunt, quas propria ratione determinant, sed ut dictum est, hoc proprium ad differentiam proprii intellegendum est, non quale superius per se proprium constitutum est. Rursus  differt genus a proprio, quod genus quidem de pluribus prædicatur speciebus, proprium uero minime; nam neque genus est, nisi plures ex se species proferat, nec proprium, si alteri cuilibet speciei possit esse commune, fit igitur ut genus quidem plurimas sub se species habeat, ut animal  hominem atque equum, proprium uero unam tantum, sicut risibile hominem. Quo fit ut illa quoque differentia nascatur : genus enim prædicatur quidem de speciebus, ipsum uero in nulla prædicatione supponitur, proprium uero et species alterna prædicatione mutantur, fit enim prædicatio aut a maioribus  ad minora aut ab æqualibus ad æqualia, genus igitur, quod maius est, de speciebus omnibus prædicatur, species uero, quoniam minores sunt, de generibus non dicuntur, ut animal de homine dicitur, homo uero de animali nullo modo prædicatur. at uero proprium, quoniam speciei æquale est, æque  1 etiam enim  Lm2  2et  om. EG  et si  H  4 est hoc  HL  hoc  del. m2   N  est et hoc  C  esse  Pm1  et hoc est  m2  est  EGR  5 differentia differentiis  CHN  differentiæ  om. EG  enim  s. l. Cm2, post species  EG  informantes prius  N  6 considerentur  Hm1R  esse  s. l .  Cm2  7 quam  G  8 hoc  om. EGR  10 a  om. NR  quod quoniam  L  de a  C  12 proferet  Lm2  14 species sub se  C  16 quoque del. Em2, post add . proprietas  s. l. Lm2  ex  GL, s. l. Pm2  nascantur  Ep.c . 17 de speeiebus quidem  C  ipsis  CN  in  om. CN  19 mutuantur  La.c.Pm2  prædicatio  om. EGR, s. l. Lm2  20 quod quoniam  E in ros. Gm2  21 est  s. l. Em2  prædicabitur  N  22 minora  CEGLm2P   prædicatur atque supponitur, ut risibile de homine dicitur omnis enim homo risibilis est  , eodemque conuertitur modo; omne enim risibile homo est. Differt etiam proprium a genere, quod proprium uni et omni et semper speciei adest, genus uero ex his duo quidem retinet, in uno uero diuersum  est. nam speciebus suis et semper adest et omnibus, non uero solis; hoc enim hæret propriis, quod singulas tantum species continent, hoc generibus, quod plures. igitur propria quidem singulas optinent species, genera uero non singulas, adest igitur proprium uni soli speciei et semper et omni, genus uero omni  quidem et semper, sed non soli, ut risibile homini soli, animal uero eidem homini, sed non soli; præest enim ceteris, quæ inrationabilia nuncupamus. Præterea si auferatur genus, species interimuntur nam si non sit animal, non erit homo  , si auferas species, non interimitur genus; nam si non  sit homo, animal non peribit, species uero et propria quoniam sunt æqualia, alterna sese uice consumunt; nam si non sit risibile, homo non erit, si homo non sit, risibile non manebit, consumunt igitur genera sub se positas species, non uero ab his inuicem consumuntur, species uero et proprium inuicem  perimuntur et perimunt.    1 supponitur sub HP   CHm2Lp.c.P præponitur  cett., recte?  2 enim  om. C locus  risibilis est quidem speciebus  315, 7 bis in E scriptus, pag. 229 231 E I , ubi deletus est, et 232 234 E II   3 etiam  om. R, del. Lm1, enim  m2  autem etiam  H  a genere proprium  C  a  om. R  4 speciei  s. l. Hm2  5 uero quidem  E I quidem duo  CNB,  om . quidem  E I  7 hæret propriis  E III   GL  hæret ł inerit  m2  tantum propriis  P  erat erit  R  tantum propriis proprii  N  esse  CNR  heret propriis uel aliter hoc enim erat tantum  H; ad  hæret  cf. 298, 4  tantum species quidem singulas  om. E I  tantum  del. Lm2, s. l. Pm2,  post  species  NR  8 continerent  CHm2  contineret  N  contineant  Pm2  10 soli/////  E I  solius  E II G  11 sed et  HN  soli homini  NP  13 inrationalia  H  auferamus  EGLPR  14 interimantur L  erit est  N  19 sub se positas sibi  om. H  suppositas  HN  21 perimuntur consumuntur  Lm2  perimunt perimuntur  Lm2  pereunt  HNPm2     Generis uero et accidentis commune est de pluribus, quemadmodum dictum est, prædicari, siue separabilium sit siue inseparabilium; etenim moueri de  pluribus et nigrum de coruis et de hominibus Æthiopibus et aliquibus inanimatis.  Nihil est quod inter cetera ita sit a generis ratione disiunctum, sicut est accidens, nam cum genus cuiuslibet substantiam monstret, accidens uero a substantia longe disiunctum  sit et extrinsecus ueniens, nihil fere notius commune potest habere cum genere quam de pluribus prædicari, genus enim de pluribus prædicatur speciebus, accidens uero de pluribus non modo speciebus, uerum etiam generibus animatis atque inanimatis, ut nigrum dicitur de rationabili homine, de inra tionabili coruo et de inanijmato hebeno, album etiam de cygnoj  102  et marmore, moneri de homine, de equo et de stellis ac de sagitta, quæ sunt separabilis accidentis exempla.    1 6 Porph. 16, 19 17, 2 Boeth. 44, 12 16.   1 GENERIBVS ACCIDENTIBVS  E I   E II   m1  ACCIDENTI  R de Porph. cf. ad 102, 7  2 Commune uero est generis et accidentis  2  Generi  N  Generibus  E I  accidentibus  E I   m1  3 prædicari  ante quemadmodum L siue pluribus et  LR Q,  om. cett . separabile  2 m1  4 sit sit accidens  2 inseparabile  2 m1  5  post  et  om. R  de  om .  E II HNR ΑΦ,  recte?  homine  E III  omnibus  L A   ras. ex hominibus hominibus  om. brm, delend. uid. Bussio; cf. 116, 5. 123, 22. 131, 2  homine Æthiope; Porph. 17, 1 κατά κοράκων καί Αίθ·ιοπων æthiopus EIII et et de  G, del. m2  æthiopibus  GPm2 T2  6 ante aliquibus add. de  Gm2  in animis  E I,  ante  inanimatis  add . naturis  H del. m2, post CN, prædicari  Γ   in mg . prædicatur  Φ ;  Porph.   καί tivmv άψΰχων  7 in ceteris  E III   GLm1P  9 a  om. R  10 uere  GR  uero habere potest  C enim uero  C  14 rationabile  E III   a. c. Gm1  rationali  HNP post  homine  add . et  N  irrationali  HNP  15 ebeno  E III 16 marmore de marmore  P   post  homine  add . et  N  17 sagitta  CHLm1NPm1  sagittis  m2  agitatis  E III   GR edd . ał de agitatis scil, rebus id est mobilibus  Lm2     Differt autem genus ab accidenti, quoniam genus ante species est, accidentia uero speciebus posteriora sunt; nam si etiam inseparabile sumatur accidens, sed tamen prius est illud cui accidit quam accidens, et  genere quidem quæ participant, æqualiter participant, accidenti uero non æqualiter; intentionem enim et remissionem suscipit accidentium participatio, generum uero minime, et accidentia quidem in indiuiduis principaliter subsistunt, genera uero et species  naturaliter priora sunt indiuiduis substantiis, et genera quidem in eo quod quid sit prædicantur de bis quæ sub ipsis sunt, accidentia uero in eo quod quale aliquid sit uel quomodo se habeat unum quodque; qualis est enim Æthiops interrogatus dices  ‘niger’, et quemadmodum se Socrates habeat, dices quoniam sedet uel ambulat.  Porph. Boeth. PROPRIIS DIFFERENTIA  C; de Porph. cf. ad 105, 16  QVID INTER GENVS ET ACCIDENS SIT  Φ   ex 116, 10  2 genus  s. l. Hm2  ab  om .  HRE III   Δ  accidenti  Δ  accidente  cett . 3 speciem  ΧΦ  posteriora  ante speciebus  C  inferiora  XA m1 AS  4 nam unum quodque  14   LR Q,  om. cett . si etiam etsi etiam  ΓΦ  sed  om .  Γ  si  Σ  5 prius plus  S  6 genere  A m2   Busse  genera  cett. codd. edd . quæ quibus  A m1  æque  Δ  7 accidenti  p Busse  accidentia  codd. brm; ad 5  et  7 cf. Porph. 17, 6 s. et infra 315, 12 14  enim  om. L in mg: figuram quandam habet   Δ,  aliam cf. ad 320,17   Γ  9 uero  om. R  in  om .  Γ   Busse, s. l .  Rm2 A m2 K ;  cf. 315, 21; Porph. 17, 9   έπΐ τών άτομων  10 nero  om .  Δ  11  post  naturaliter  add.  non principaliter  LR AΑΦ ;  om. Porph. 17, 9  12 sit est  LR A   ante  de  add.  et,  sed del.   ΓΔ  13 hiis  Φ  14  ante  quale  add.  et  R  sit  cod. Q Bussii edd . est  cett. codd . quomodo  om. R  quodammodo  A m2  se  s. l.   A m2  habet  A m1  15 eat  ante  æthiops  ΔΑ, post  HΝ ΤΣΦ  enim  om. L  interrogatur  Φ  dices  LRT  dicis  cett. codd. edd. Busse, cf. 317, 15  respondebimus;  Porph. 17, 12   έρεΐς  16 quomodo  Δ  habeat  ante socrates  A  habet  ΗR Φ  dices  K m2  dicis  cett. codd. edd. Busse, cf. 317, 16  dicemus;  Porph .  έρείς  17 ambulet  La.c.N   Differentiam generis et accidentis hanc primam proponit, quod genus quidem ante species sit, quippe quod materiæ loco est et differentiis informatum species gignit, at uero accidens post species inuenitur. oportet enim prius esse cui  aliquid accidat, post uero ipsum accidens superuenire; nam si subiectum non sit quod suscipiat, accidens esse non poterit, quodsi genus quidem speciebus subiectum est nec possunt esse species, nisi eis genus ueluti materia supponatur, accidentia uero esse non possunt, nisi eis species supponantur.  manifestum est genus quidem esse ante species, accidentia uero post species. Rursus alia differentia, quoniam genus neque intentionem neque remissionem suscipere potest, quo fit ut quæ participant genere, æqualiter eius nomen definitionemque suscipiant; omnes enim homines æqualiter animalia  sunt eodemque modo equi, nec non inter se homo atque equus et cetera animalia comparata æque animalia prædicantur, accidentis uero participatio et intenditur et remittitur, inuenies enim quemlibet paulo diutius ambulantem, paulo amplius nigrum et in ipsis Æthiopibus considerabis omnes non æque  nigro colore obductos. Alia quoque differentia est, quoniam omne accidens in indiuiduis principaliter subsistit, genera uero et species indiuiduis priora sunt; nisi enim singuli corui  1 et accidentis ab accidentibus  HN  ponit  C  2  pr.  quod quid  C  quoniam  del. m2  quod  E II  4  post  esse  add . aliquid  P, s. l. Lm2  5 si sit nisi sit subiectum  HN  nisi subiectum sit  R  6 quid  Cm1  potest  H  7 speciei  HN est sit  N  nec non  CEGLP  8 uelut  CEGLP  uel  R  supponitur  C  9 supponatur  uel  subp-  EGH 10  ante  manifestum  add . nam  EGLP  11  post  Rursus  add . uero  C post  alia  add . est  CGP  13 generi  CEGP  15 eodem  EHLR  18 paulo amplius nigrum paulo diutius ambulantem  HN post ambulantem  add . et  LR  19 et et si si  s. l, Lm2   LR  si  EGP  omnis  GLm2R  æqua nigredine coloris coloris  del. Lm2  HLNP  20 obductus  EGLm1R,  post  obd.  add . esse  C  est  EGLR  est  om. HN  21 in  om. CG  genera priora sunt  C  species uero et genera indiuiduis priora sunt HLm1N  genera uero speciebus et indiuiduis priora sunt  GP  genera nero et speciebus et indiuiduis posteriora sunt  Lm2  genera indiuiduis priora sunt  E  et indiuiduis posteriora sunt  R 22 singulariter  EGPR nigredine infecti essent, comi species nigra esse minime diceretur. ita fit ut accidentia post indiuidua esse uideantur. nam si prius est id cui aliquid accidit quam illud quod accidit, nop est dubium prius esse indiuidua, posterius uero accidens, genera uero et species supra indiuidua considerantur; hoc  idcirco, quoniam de his omnibus prædicantur eorumque substantiam propria prædicatione constituunt, sed dici potest genera quoque ipsa et species posteriora indiuiduis inueniri; nam nisi sint singuli homines singulique equi, hominis atque equi species esse non possunt, et nisi singulæ species sint,  eorum genus animal esse non poterit, sed meminisse debemus superius dictum esse genus non ex his sumere substantiam de quibus prædicatur, sed de eo potius, quod differentiis constitutiuis eorum substantia formaque perficitur, itaque si genus quidem diuisiuis differentiis interemptis non perimitur, sed  manet in his quæ eius constitutiuæ sunt eiusque formam definitionemque perficiunt, cumque differentiæ diuisiuæ generis speciebus sint priores   ipsæ enim species conformant atque constituunt  , non est dubium quin genus etiam pereuntibus speciebus possit in propria manere substantia, idem de speciebus dictum sit; species enim superioribus differentiis, non posterioribus indiuiduis informantur, quæ cum ita sint, species quoque ante indiuidua subsistunt, accidentia uero nisi sint  12 superius essent  in ras. Lm2, sunt  N  sint  R  2 esse  om. EGR  4 indiuiduum  CHN  5 super  CN  8 genera de genere  R  quoque  om. R  quæque  EGP  ipsa  om. EGPR  et species atque species specie  R   LR  specieaque  N  9 nam nisi nisi enim  EGR  nara nisi enim enim  del. m2   C  homines nisi singulæ  10 in mg. Em2  homines  EN  10 et  om. EG  singulis  E  singuli  G  singulares  Lm2R  11 eorumque  Lm2 earum  brm  12 ex  del .,  his om. E  13 de eo eo  Hm1N  ex eis  Hm2  de eis  Lm2  quod  del. Hm2, er. L, quo  GPR  14 eorum  om. Lm1  eius  R edd . quæ eius  Hm2  de quibus eius  Lm2 substantiam formamque perficiunt  Hm2  normaque  N  15 diuisiuæ post  differentiæ  N differentiæ interemptæ non perimunt  HLN  16 eiusque quæ eius  C  quæque eius  EGP  17 speciebus generis  LNR  20 permanere  Lm2R  23 quæque  EG   quibus accidant, esse non possunt, nullis uero prius accidunt quam indiuiduis; hæc enim generationi et corru|ptioni supp, 103·  posita uariis semper accidentibus permutantur. Illam quoque adnumerat differentiam quæ est superius dicta, quod genus  quidem, quia rem demonstrat et de substantia prædicatur, in eo quod quid est dicitur, accidens uero in eo quod quale est aut in eo quod quomodo sese habet res. nam si qualitatem interroges, accidens respondebitur, ut si qualis est coruus, ‘niger’, si quomodo sese habeat, aliud rursus accidens, aut sedet aut volat aut crocitat. nam cum accidens in nouem prædicamenta diuidatur, qualitatem, quantitatem, ad aliquid, ubi, quando, situm, habitum, facere, pati, cetera quidem omnia in ‘quomodo se habeat’ interrogatione ponuntur, qualitas uero in qualitatis sciscitatione responderi solet. nam si interrogemur  qualis est æthiops, respondebimus accidens, id est ‘niger’, si quomodo se habeat Socrates, tunc dicemus aut ‘sedet’ aut ‘ambulat’ aut superiorum aliquid accidentium.  Genus uero quo ab aliis quattuor differat, dictum  4 superius 189, 4 ss. 195, 1 ss. 18 319, 14 Porph. Boeth. pr.  accidunt  Lm1  accident  N prius  post  accidunt  C  2 post indiuiduis  add.  quia indiuidna prima sunt quantum ad prædicationem  P, in mg. Lm2  4 adnumera   ann G EG  annumerant  Hm1  dicta est superius  R est sepius  corr. m2  dicta C sepius corr. Hm2  dicta est HN 5 quidem om. EGR 6 dicitur om. N, s. l. Hm2 post  uero  add.  aut P 7se  H post  habet  add.  res  CLm1, del. m2  9se  EGHN  habet  Clm1  aliud rursus accidens aliud uero accidens rursus  C  aut uolat aut sedet  HLN  10 croccit  Hm1  groccitat  N, post add . egrotat  P  nam at  EGLm1  ac  ut uid. R  12 quanto  Em1  quantum  G  situm habitum quando  C post  omnia  add.  id est VIIII  Hm1, del. m2  13 habeant  Ep.c. Lm2P interrogationem  EGR  14 interrogemur  C edd. cf.314, 15  interrogemus  cett., recte? cf.58, ss. 99, 23  15 respondemus  HNR  16 dicimus  EHLRbrm  17 aliquod  ELa.c.N  18 uero uerus  Pa.c.  ergo  CHL in ras. m2   R Φ  enim  A ;  Porph. 17, 14   uiv ουν  quod  EGPm1Rm1 T<l>  ab  ΔΣΨ,  s. l.   Il m2, om. cett.  quattuor  om. G, s. l.   Δ m2   est. contingit autem etiam unum quodque aliorum differre ab aliis quattuor, ut cum quinque quidem sint, unum quodque autem ab aliis quattuor differat, quater quinque, uiginti fiant omnes differentiæ, sed semper posterioribus enumeratis et secundis quidem  una differentia superatis, prop??terea quia iam sumpta est, tertiis uero duabus, quartis uero tribus, quintis uero quattuor, decem omnes fiunt, quattuor, tres, duæ, una. genus enim differt a differentia et specie et proprio et accidenti; quattuor igitur sunt omnes differentiæ. differentia uero quo differat a genere dictum est, quando quo differret genus ab ea dicebatur; relinquitur igitur quo differat ab specie et proprio et accidenti dicere, et fiunt tres. rursus species quo  1 contingit ad accidens  LR Q, om. cett. contigit  R A m1 Y m1  2 aliis  om. Porph. 17, 15  quidem  om. L K   Busse; Porph.   μεν  3  post  sint  add.  res  L  unum quodque autem  il m2 xP p  Busse  unum autem  Β ΤΜΙ m1 Σ  una autem  L ΑΦ  et unumquodque  brm; Porph.   ίνος ϊέ εκάοτοο  aliis  om. Porph.  differt  Δ  4 uiginti  del.   A,  pos t XX  add.  uel quinquies quattuor  Rm1  quater V. XX uel  del. et post  fiant  add.  uiginti  m2 fient  ΑΑ m1 Φ  fuerint  Γ   post  differentiæ  add.  sed non sic se res   res  om. p  habet  edd. cum Porph. 17, 17   άλλοοχ οδτως εχει  set  om.   Γ  6 superatis subtractis  ΓΦ ex  substr  quia quoniam  L A  Busse  sumpta subtracta  Γ  7 uero autem  LR T<l'  duobus  R  8 omnes  om. L post fiunt  add.  differentiæ  Γ   s. l.   Π m2 edd. Busse sed om. etiam eius codd. LP cum Porph. 17, 20  9 enim autem  Γ  a  om.  Σ, s. l.  A m2  et specie et proprio a specie a proprio  R  specie proprio  Σ  10 et  om.   Σ  accidente  R Σ  igitur quatuor  R  differentiæ omnes  La.c.  generis differentiæ  R; Porph. 17, 22   at διοφοραί  11 quo  om. R  differat  La.c.  a  del.   Σ  differret  R differt  cett.  a  om. R  12 quo quid  L A  Busse  quod  m1,   om.  A ; ubi  quo  est hic et 11. 13. 14. 319, 1. 2. 3. 5. 7 bis, Porphyrius   π-j   scripsit 17, 23 et 22. 24. 25. 26 bis. 18, 1. 2. 3. 4 differret  LR Ψ  alt. r s. l.  differre  Λ  differt  ΓΙIΣΦ  13 igitur ergo  2  quod  R A  differt  A a.c.  ab  Brandt  a  LR il, s. l.  A m2, om. cett.  et  om. Β ΤΑΣ  a  L  14 accidente  R ΓΔ2Φ  post  tres  add. differentiæ  Λ    ei fiunt tres differentiæ. rursus  in mg. m2   11 m2  species  m1   Γ    rursus differentiæ  pos. Busse cum duobus suis codd., om. cett. codd. edd. Porph. quidem quo  ΓΔ2Φ;  Porph.   π-jj έν   quidem differat a differentia dictum est, quando quo differret differentia ab specie, dicebatur; quo autem differat species a genere, dictum est, quando quo differret genus ab specie dicebatur; reliquum est  igitur, ut quo differat a proprio et accidenti dicatur. duæ igitur etiam istæ sunt differentiæ. proprium autem quo differat ab accidenti relinquitur; nam quo ab specie et differentia et genere differat, prædictum est in illorum ad ipsum differentia. quattuor igitur  sumptis generis ad alia differentiis, tribus uero differentiæ, duabus autem speciei, una autem proprii ad accidens, decem erunt omnes, quarum quattuor, quæ erant generis ad reliqua, superius demonstrauimus.  Quoniam differentias atque communitates generis ad differentiam, ad speciem, ad proprium atque accidens persecutus est, idem quoque ad ceteras facere contendens prædicit, quot omnes differentiæ possint esse quæ inter se comparatis com 1 differt  R A  quo quid  A   Russe  quod  Lm1 \  2 differret  Lm2 Rm2 Aß p.c. tfl p.c.  differet  Lm1Rm Uα a. c. ΦΨ a.c.  differt  Δ2  differtur  Γ differentia ab specie  ΓΦΨ sed a, scr. ab  Brandt, a s. l. A m2  specie  s. l.  et  add.  Δ m2 differentia  ΔΔΣ   edd. Busse  species a   et  Ώ   differentia  L H  differentia ab ea  R; Porph. 17, 26   ή διαφορά τού είδους  quod  A m1  3 differat  L  differt  cett. ex  differet  V   a  om. R ϋϊ  quo quid  Δ   Busse  quod  A  4 differret  L yAIW  differet  R Φ  differt  ΓΑ2  4 ab specie  Γ  a specie  L ΔIΙΔΦΦ  specie  2  ab ea  R  5 differt  R, add.  species  ΓΑΠΨΨ,  s. l. Lm2; om. Porph.  a  om.   accidenti  L  accidente  cett.  dicitur  R  6 igitur  om.   2  7 autem  om. R, s. l.  h m2  ab  om.   Σ accidenti  edd.  accidente  codd. fort.  relinquetur;  cf. Porph. 18, 3   χαταλειφθήσεται  8 ab  Brandt  a  ΓΦ,  om. cett. pr.  et  om. R  differet  Λ m1  differret  m2  differt  A m1 2, s. l.  proprium  add. Lm2  dictum  Σ  9 differentia  ante  ad ipsum  Σ  differentiis  Β ΓΑΦ ; Porph. 18, 5 ... διαφορά  11  pr.  autem uero  A  ad accidens et accidentis  ΓΔ«ι7ΠΦ;  Porph. 18, 7   πρός τδ σορβεβηχος  13 erant erunt  N  reliqua  N Λm1ίΣΦΨ  reliquas  cett. in mg.  ad aliquas  T m2; Porph. 18, 8 πρός τά άλλα  16  utrumque  ad  om. NR  17 idem quoque idemque  Lm1NR  ad cetera  C  de ceteris  HLN  prædicit  om. R  nunc dicit  H  18 possunt  CHLm1N  commissisque  N   mixtisque rebus his quæ supra propositæ sunt efficiantur. sunt autem uiginti. nam cum quinque sint res, una quæque res earum si a quattuor aliis differat, quinquies quater, uiginti differentiæ fiunt, quod appositarum litterarum manifestatur exemplo. sint quinque res ueluti quinque litteræ A B C D E.  differat igitur A quidem ab aliis quattuor, id est B C D E, fient quattuor differentiæ. rursus B differat ab aliis quattuor, id est A C D E, erunt rursus quattuor; quæ superioribus iunctæ octo coniungunt. C uero tertia ab reliquis differt quattuor, scilicet A B D E; quæ quattuor differentiæ supe rioribus octo copulatæ duodecim reddunt. quarta D reliquis quattuor comparetur differatque ab eisdem, id est A B C E, fient igitur rursus quattuor; quæ superioribus duodecim appositæ sedecim copulant. quodsi ultima E ab aliis quattuor differat, scilicet A B C D, fient aliæ quattuor differentiæ;  quæ compositæ prioribus uiginti perficiunt. et sit quidem   huiusmodi descriptio:  positæ  EHLNP  efficiuntur  HN   ante  una  add.  et  HLNPR  res  om. HN  3 si  om. HN  a  om. R  uiginti  om. E  fiant  Rm2  5 uel  E  6 aliis reliquis  HN  7 fiant  R  differt  Ha.c.LN  aliis reliquis  L  8 id est  om. HN  9 ab  codd. reliquis aliis  L  ante  reliquis  add.  si  L, s. l. Pm2  12 differatque differat æque  EGP  differt  m2 R  eis  GHNPm1R  13 fiunt  N  fiant  R  igitur  om. HN post  quattuor  add.  differentiæ  HN  15 fiant  R  faciat  L  faciet  HN  aliæ  om. H  alias  LN  differentias  HLN  16 superioribus  C  et sit quidem  CGP  et quidem sit  R  et sic  ex  si   quidem est  E  quarum   quorum  LN  quidem sit  HLN  17 discriptio  C figuram om. G duæ lineæ uacuæ Hm1N, supra depictam dedimus ex E, eandem uarie exornatam habent R post uerba  quattuor differentiæ  supra 7   Γ   in mg ad locum 314, 7 ss., litteras tantum omissis lineis Quæ cum ita sint, in generibus quoque et speciebus et ceteris idem considerabitur. erunt ergo quattuor differentiæ, quibus genus a differentia, specie, proprio accidentique disiungitur; aliæ rursus quattuor, quibus differentia a genere,  specie, proprio atque accidenti discrepat; rursus quattuor speciei ad genus ac differentiam, proprium atque accidens; quattuor etiam proprii ad genus, differentiam, speciem atque accidens; quattuor insuper accidentis ad genus, differentiam, speciem atque proprium. quæ coniunctæ omnes uiginti explicant  diflferentias. sed hoc, si ad numeri referatur naturam comparationisque alternationem; nam si ad ipsas differentiarum naturas uigilans lector aspiciat, easdem sæpe differentias inueniet sumptas. quo enim genus differt a differentia, eodem differentia distat a genere, et quo differentia distat ab specie, eodem  species a differentia disgregatur, et in ceteris eodem modo. in hac igitur dispositione differentiarum, quam supra disposui, easdem sæpius adnumeraui. atque si differentiarum similitudines detrahamus, decem fiunt omnino differentiæ, quas ad præsentem tractatum uelut diuersas atque dissimiles oportet assu mere. age enim differat genus a differentia, specie, proprio  in mg. suadd. Hm2, quaternas litteras  B C D E  cett. infra singulis litteris  A  cett. positas quadratis inclusas exhibet L; in C in mg. litt. minusc. hæ duæ figuræ sunt, quarum posterior spectat ad 321, 20 ss. 323, 9 ss:   in P figura est per quinque oblonga deorsum continuata, quorum primum hic proponitur:  3 ab  CEGHP  accidentique atque accidenti   -te  N HN  4 differentiæ  G  ab  CEGHNP  ac  om. N  ad  LP  10  post  hoc  add.  fiet  E s. l. m2  fit  H s. l. m2  niget  L in mg. R  13 adsumptas  R  differat  C  14 ab a  R sæpius  om. EGPR, s. l. Cm2, post  adnumeraui  L  adnumerauit  Cm2GP  atque  EGP  at  CR  itaque  HLN  si  om. N  multitudines,  s. l.  ał similitudines  L  18 fient  edd.   atque accidenti, quattuor differentiis, quas supra iam diximus. item sumamus differentiam, distabit hæc a genere primum, dehinc ab specie, proprio atque accident. sed quo discrepet a genere, iam superius explicatum est, cum diceremus quo  genus a differentia discreparet. detracta igitur hac comparatione, quoniam supra commemorata est, relinquuntur tres distantiæ quibus differentia ab specie, proprio accidentique disiungitur; quæ iunctæ cum superioribus quattuor septem differentias reddunt. post hanc species si sumatur, quattuor quidem eius  essent differentiæ secundum numeri diuersitatem, cum ad genus, differentiam, proprium atque accidens comparatur, sed priores duæ comparationes iam dictæ sunt. nam quo species differat a genere tunc dictum est, cum quid genus differret ab specie dicebamus, quid uero species a differentia distet commemoratum est, cum differentiæ ab specie dissimilitudines redderemus. quibus detractis duæ supersunt integræ atque intactæ speciei ad proprium atque accidens discrepantiæ; quæ iunctæ cum septem nouem differentias copulant. proprii uero si ad numerum differentiæ considerentur, quattuor erunt, scilicet ad  genus, differentiam, speciem atque accidens comparati, quarum quidem tres superiores differentiæ iam dictæ sunt. nam quid proprium distet a genere, tunc dictum est, cum quid genus a proprio distaret ostendimus, rursus quid proprium a differentia discrepet, in colligenda distantia differentiæ propriique superius accidente  N  3 ab  HN  a  cett.  accidente  HN  quod  L  discrepet distet  HN  5 hac igitur  C  6 distantiæ differentiæ  L  7 a  LN  accidenti  C  accidenteque  H  disiungitur  ante  ab specie  C  8 reddunt differentiæ  C  9 sumatur mutatur  E  11  ante  differentiam  add.  et HLNP ante  proprium  add.  et  P  cõpararetur  C  cõparantur  N  12 differat  post  genere  EN   a  om. EGHNP  differret  GLm2Pm2R  differet  ΕLm1  differat  HNPm1  differt  C  ad speciem  R  ad specie  C  15 ab specie  CG  a specie  EHLm2NP  ad speciem  Lm1R  17  post  speciei  add.  id est  EGP  18 differentias copulant complent differentias  C  20 comparatæ  Ep.c. ex-ti GHm2PR quorum  EGLm1R  21 quod  C  22 proprium cum quid  om. EGR  distaret a proprio  H   demonstratum est, quid uero proprium distet ab specie, tunc expositura est, cum quid species distaret a proprio dicebatur. restat igitur una differentia proprii ad accidens, quæ superioribus iuncta decem differentias claudit. accidentis nero ad  cetera possent quidem esse quattuor, nisi iam omnes probarentur esse consumptæ. nam quid differat uel genus uel differentia uel species uel proprium ab accidenti, supra monstratum est, nec sunt diuersæ differentiæ accidentis ad cetera quam ceterorum ad accidens. itaque fit, ut cum sit quinque  rerum numerus, si prima assumatur, quattuor fiant differentiæ, si secunda, tres, uincanturque secundæ rei ad ceteras difterentiæ a prima ad ceteras una tantum distantia; nam cum prima habuerit quattuor, secunda retinet tres. tertia uero si sumatur, duas habebit differentias, quæ uincantur a primis  quattuor differentiis duabus; quarta si sumatur, unam habebit differentiam, quæ uincitur a primis quattuor differentiis tribus, quinta uero quoniam nullam omnino habebit differentiam nouam, totis quattuor a prima differentiis superatur. atque hoc numerorum gradu quidem usque ad denarium numerum tenditur :  quattuor, tres, duæ, una, ut generis quidem quattuor, differentiæ uero tres, speciei duæ, proprii una, accidentis nullap 105  sit. et primæ quidem generis comparationes quattuor nouas tenent differentias, secundæ uero differentiæ comparationes  1 uero  om. EGR  a  EGLR  2 cum quando  R  5 cetera extera  Cm1  6 differret  H  differet  N  7 accidente  CHN  monstrauimus  H  8  ante  diuersæ  add.  plus  R, s. l. Lm2  10  ad  prima  s. l.  ł una res  Hm2  sumatur  HN  fient  C  11 uincanturque  C pr.  n  om. Lm1  iungantur  m2 N, m2 in HPR  iungenturque  Rm1, uincantur  EGHm1Pm1 12 primis  L  13 habuerat  C  habeat  Lm2NP  retineat  Lm2  14 differentias habebit  C  uincuntur  Lm1R  15 duabus  s. l. E  differentiis  EHN post  duabus  add.  distantiis  GR post  quarta  add. nero  R, s. l.  autem  Pm2  16  post  tribus  add.  subdistantiis  E  distantiis  G  17 habet  HL  18 primis  brm  hoc ex hoc  HLN  numeri  HN  19 gradus  HLm1N  quidam  HN  20  post post.  quattuor  add. sint  CHm2L del. m2 P  sunt  Hm1N  22 sit  Rbrm  est  CEGLP, om. HN  et  om. EGR  quidem  s. l. Em2L, post  generis  C  23 teneant  HLm1NR   tres nouas tenent; una enim superius adnumerata est, uincitur autem a primis quattuor nouis differentiis una tantum. speciei uero tertia comparatio duas tantum habet differentias nouas, duas quippe superius adnumeratas agnoscimus, et uincitur a  quattuor primis duabus tantum differentiis nouis. proprium uero unam retineat nouam, quoniam tres habet superius adnumeratas, uincaturque a prima nouis tribus differentiis, quinti uero accidentis comparationes quoniam nullam retinent nouam differentiam, totis quattuor a primis generis transcendantur.  atque ad hunc modum ex uiginti differentiis secundum numerum decem secundum dissimilitudinem contrahuntur. ut tamen has secundum dissimilitudinem differentias non in quinario tantum numero, uerum in ceteris notas habere possimus, talis dabitur regula quæ plenam differentiarum dissimilitudinem in  qualibet numeri pluralitate reperiat. propositarum enim rerum numero si unum dempseris atque id quod dempto uno relinquitur, in totam summam numeri multiplicaueris, eius quod ex multiplicatione factum est dimidium coæquabitur ei pluralitati quam propositarum rerum differentiæ continebunt. sint  igitur res quattuor A B C D; his aufero unum, fiunt tres; has igitur quater multiplico, fient duodecim; horum dimidium  1 teneant  HLm1NR  ten.  post  nouas  CR  adnumera  tamen  eat  C  uincitur autem et uincatur  HLm1  et  del., uincitur  m2 N  2 nouis quattuor primis  HN  adnumeratas  om., in mg.  enumeratas  G  uincatur  Lm1  uincantur  HN uincuntur  C  6  ante  unam  add.  tantum  L, post EGPR  retinet  Lm2Pm2 edd.  7 uincanturque  N uincatur qua re  EG  uincitur hæc  R  uinciturque  edd.  quinta  N  8 comparatio  Lm2N  retinet  HLN, post  nouam  HN  primis  CLPH a.r.  primi  EGHp.r.NR  transcendentur  Lm2 transcendatur  N  transgrediantur  C  transcenduntur  edd.  11 tamen  er. uid. E  non  G etiam post differentias  est  non   13 uerum uerum etiam  C  ceteris quoque  brm  notas  Lm1N  notis  CEGHm2  totas  m1 Lm2PR  15 reperiat pariat  Cm2Hm1N  17  post  numeri  add.  si  CHP simul  EG  18 ei  om. EGN  19 sunt  Lm1R  20 igitur ergo  CEN  fiant  LR  hos  EGLPR post igitur  add.  si  N  tres  H  per totam summam  R  multiplica  C  multiplicato  E  fiunt  HN  fiant  R post  horum  add.  si  L   teneo, sex erunt. tot igitur erunt differentiæ inter se rebus quattuor comparatis : A quippe ad B et C et D tres retinet differentias, rursus B ad C et D duas, C uero ad D unam; quæ iunctæ senarium numerum complent. atque hanc quidem  regulam simpliciter ac sine demonstratione nunc dedisse sufficiat, in Prædicamentorum uero expositione ratio quoque cur ita sit explicabitur. Commune ergo differentiæ et speciei est æqualiter  participari; homine enim æqualiter participant particulares homines et rationali differentia. commune uero est et semper adesse his quæ participant; semper enim Socrates rationalis et semper Socrates homo. Dictum est sæpius ea quæ substantiam formant, nec  remissione contrahi nec intentione produci; uni cuique enim id quod est, unum atque idem est. quodsi differentia specierum substantiam monstret, species uero indiuiduorum, æqualiter utraque ab intentione et remissione seiuncta sunt; quo  6 in Prædicamentorum expositione 272 C. B  Porph. Boeth 14 sæpius cf. infra.   1 teneo sumo  N  sumo tenens   tenens  del. m2 H  si  ex  sumo  m2  teneo  L pr.  erunt  ante  sex  N, s. l. Hm2 post.  erunt  ante igitur   ergo  H HL  2 detinet  HN  4 complent numerum  H  5 dedisse nunc  HN  8 DIFFERENTIÆ ET SPECIEI  plerique codd. fort. ex 9 sumptum, om. Δ, SPECIEI ET DIFFERENTIÆ  Γ2Φ, r ecte ut aid.; Porph. 18, 10 Περί τής κοινωνίας τής διαφοράς καί τοΰ είδοος,  cod. Μ Περί κοινών είδους καί διαφοράς  9 est  add. Hm2  10 homine participant  12   LR Q, om. cett.  homini  R T a.c.  hominem  L \  11 rationalem differentiam  L \, post differentia  add.  nam omnes homines æqualiter homines sunt et æqualiter rationales  Σ  12 et  del. uid.  Δ, om.  Ψ  his adesse  LR <t>  post  quæ  add.  eorum  ΓΔΠΦ  13 enim  om. R rationabilis  CEGPR U  Busse, add.  est  ΓΔΦ,  s. l.  A m2  14 sæpius  i. e. 250, 24 ss. 314, 5 ss. ; sæpe  de duobus locis etiam 293, 18 dictum;  superius  P, fort. recte, cf. ad 317, 4. 337, 8  17 monstrat  HLNP  18 utræque  CP  seiunctæ  CGPR   fit ut æqualiter participentur. omnes enim indiuidui mortales æque sunt atque rationales sicut homines. nam si idem est ‘esse’ homini quod est esse rationale, cum omnes homines æque sint homines, necesse est ut sint æqualiter rationales. Aliud quoque commune habent quoniam ita differentiæ sui participantia non relinquunt ut species. semper enim Socrates rationalis est Socrates enim rationabilitate participat, semper homo est, quia scilicet humanitate participat. ut igitur differentiæ sui participantia non relinquunt, ita species his quæ ea participant, semper adiuncta est. Proprium autem differentiæ quidem est in eo quod quale sit prædicari, speciei uero in eo quod quid est: nam et si homo uelut qualitas accipiatur, non sim 11  327, 16 Porph. 18, 15 19, 3 Boeth. 46, 15-47, 11.   1 mortales sicut homines   sunt  ex  sint  Lm2, add.  homines  Lm1, del. m2,  sunt  del. Pm2; atque Lm1Pm2 et HLm2Pm1; sicut del. et sunt scr. Pm2 HLP æque mortales atque rationabiles sunt ut homines  C  æque  s. l. m2  mortales  ex  -lis  m2  sunt atque rationabilis  sic  sunt  part. ras. ex sicut m2 homines E mortales sunt atque   atque sint  N  rationales sicut homines  NR  mortalis atque rationabilis sicut homines  G  2 nam homines  4 om. N  idem est  E  est  in mg. HR  idẽ  CL  id est   ẽ  G GP  est  del. Lm2 esse  post  ration.  EL, repetit. post ration.  P, om. CH  rationali  R  rationalis  Lm1  rationabile  G  rationabili  E  rationabilis  Lm2P  5  ante  commune  add.  est  H  habent  om. HR, s. l. EL  n  del. m2  differentia  R  6 relinquit  R relinquent  Pm1  derelinquunt  Lm1  rationabilis  EG  7 rationabilitati  CGP  rationalitate  HN post semper  add.  enim  G  8 quia  ex  qua  Em2  humanitati  EGLP  differentia  HLNR  9 relinquit  HLNR  participent  E  11 SPECIEI ET DIFFERENTIÆ   DIFFERENTIIS  E ΕG ΤΖΦ, recte ut uid., DE PROPRIIS EORVM   EORYNDEM  Ψ  Ρ Ψ ;  Porph. 18, 15   Περί τής διαφοράς τού εϊδοος και τής διαφοράς,  cod. Μ   Περί τών ιδίων ειδοος και διαφοράς  12 autem  om. Η uero  C Q  quod  ex  quid  C  13 species  EGHNP  uero  om. H  autem  Busse  eo quod quo  Γ  est sit  R  14 nam generationem  327, 15   LR Q,  om. cett.  accipitur  A m1  non  R ΓΔΈ  cum Porph. 18, 17  hic non  L  non hic  A m2 H  Busse  non sic  Λ m1 Σ  non homo  Φ   pliciter erit qualitas, sed secundum id quod generi aduenientes differentiæ eam constituerunt. amplius differentia quidem in pluribus sæpe speciebus consideratur, quemadmodum quadrupes in pluribus animalibus specie differentibus, species uero in solis his quæ sub specie sunt indiuiduis est. amplius differentia prima eat ab ea specie quæ est secundum ipsam; simul enim ablatura rationale interimit hominem, homo uero interemptus non aufert rationale, cum  sit deus. amplius differentia quidem componitur cum alia differentia rationale enim et mortale compositum est in substantia hominis, species uero speciei non componitur, ut gignat aliam aliquam speciem; quidam enim | equus cuidam asino permiscetur ad muli generationem, equus autem simpliciter asino numquam conueniens perficiet mulum.  Expositis communitatibus quantum ad institutionem pertinebat differentiæ et speciei, eorundem nunc dissimilitudines colligit dicens quoniam differunt, quod species in eo quod  quid sit prædicatur, differentia uero in eo quod quale sit. huic differentiæ poterat occurri. nam si humanitas ipsa, quæ species est, qualitas quædam est, cur dicatur species in eo quod quid sit prædicari, cum propter quandam suæ naturæ sed id  del. R  3 considerantur  Δ  4 pluribus  Porph.  πλείστων,  cod. B   πλειόνων  6 specie una specie  R Γ sunt  ante specie    ΛΨ ;  Porph. 18, 21   άκο το είδος  7 prima  ante  differentia  Δ  prior  edd.fort· recte cum Porph.   κροτέρα;   cf. 328, 32  superioris ab ea et  Γ  ab ea ipsam ab ea quæ est secundum se specie  2  8  post  ipsam  add.  differentiam  Δ   del. m2   Λ  10 deus angelus  LR  ponitur  Δ  12 substantiam  edd. cum Porph. 19, 1   εις οπδστοσιν  speciei specie  R  13 aliquam  ante  aliam  T\A,  post  speciem  2  14 equus asinus  Σ  asinæ  Φ  equæ  Σ  15 equus asinus  2  autem  om. N enim  C ΔΛ2  asinæ  Pm2  conueniens numquam  2  16 mulum perficiet  CEG  perfici ad mulum  R 17 Positis  N  instructionem  H  18 eorum  L  earundem  edd.; cf. indicem Meiseri s.  neutrum 20 differentiæ  C  uero  om. CGP  autem  R post  sit  add.  qua inter se differunt differentia et species  Hm1, del. m2  21 huic nunc  G  differentia  G  22 dicitur  CLm2  prædicatur  GR   proprietatem quædam qualitas esse uideatur? huic respondemus, quia differentia solum qualitas est, humanitas uero non est solum qualitas, sed tantum qualitate perficitur. differentia enim superueniens generi speciem fecit; ergo genus quadam differentiæ qualitate formatum est, ut procederet in speciem,  species uero ipsa, qualis quidem est, secundum differentiam illius quæ est pura ac simplex qualitas, qua scilicet perficitur et conformatur, qualitas uero ipsa pura simplexque nullo modo est, sed ex qualitatibus effecta substantia. itaque iure differentia, quæ pure ac simpliciter qualitas est, in eo quod quale  est sciscitantibus respondetur, species uero in eo quod quid sit, licet ipsa quoque quædam qualitas sit non simplex, sed aliis qualitatibus informata. Rursus illa quoque differentia est, quia plures sub se species differentia continet, species uero tantum indiuiduis præsunt. rationabilitas enim et hominem  claudit et deum, quadrupes equum, bouem, canem et cetera, homo uero solos indiuiduos. atque in aliis speciebus eadem ratio est. idcirco enim definitiones quoque secutæ sunt, ut differentia uocaretur quod in pluribus specie differentibus in eo quod quale sit prædicatur, species uero quod de pluribus  numero differentibus in eo quod quid sit prædicatur. Ideo etiam superioris naturæ sunt differentiæ, quoniam continentes sunt specierum. nam si quis auferat differentiam, speciem  1 respondebimus  G  tantum  om. EG  solum,  s. l.  ał tantum  L  4 facit  CLN  5 formatum est  s. l. Gm2  6  ad  qualis  s. l.  ł qualitas  Hm2 post  quidem  add.  non  EGP del. m2, in mg. Hm2  9  post  sed  s. l.  hec  L  iure itaque  C  11 species quid sit  in mg. Gm2  12 sit est  HN, add.  iure respondetur  CG in mg. m2 LP  13 rursum  E, add.  differentiæ et speciei  C  illa  om. E  ipsa  CGP post  quoque  add.  his  HN  differentia est differunt  in ras. E est om. P  in hoc a specie distat  G  15 uero  om. CEGP  rationalitas  HΝ  post  quadrupes  add.  enim  P, s. l. Lm2  canem  om. C  camelum  R  17 sola indiuidua  Lm2R  pr.  in de  Pm2  20 prædicetur  HLN species prædicatur  om. E  21 prædicatur dicatur  GHLPm1 post  differentiæ  add.  quam species  CLP  speciebus  N post  quoniam  add.  enim  HLN  23 sunt   erunt  L post  specierum  EGL, ante  continentes  R  nam  om. LR, post  quis  s. l.  enim  Lm2   quoque sustulerit, ut si quis auferat rationabilitatem, hominem deumque consumpserit, si uero hominem tollat, rationabilitas manet in speciebus reliquis constituta. est igitur differentiæ specieique distantia quod una differentia plures species continere potest, species uero nullo modo. Alia rursus est differentia, quoniam ex pluribus differentiis una sæpe species iungitur, ex pluribus speciobus nulla speciei substantia copulatur. iunctis enim differentiis mortali ac rationali factus est homo, iunctis uero speciebus nulla umquam species informatur. quodsi quis occurrat dicens quoniam permixtus asinoequus efficit mulum, non recte dixerit. indiuidua enim indiuiduis iuncta indiuidua rursus alia fortasse perficiunt, ipse uero equus simpliciter, id est uniuersaliter, et asinus uniuersaliter neque permisceri possunt neque aliquid, si cogitatione  misceantur, efficiunt, constat igitur differentias quidem plurimas ad unius speciei substantiam conuenire, species uero in alterius speciei naturam nullo modo posse congruere. Differentia uero et proprium commune quidem  habent æqualiter participari ab his quæ eorum participant; æqualiter enim rationalia rationalia sunt et risibilia risibilia. et semper et omni adesse com 18 330, 4 Porph. Boeth. rationalitatem  HN  2 æro quis  R  rationalitas  HLa.c.N  3 est  om. CEGP  4 specieqne  R  et species  C  distant  C  distantia est  EGP  species significationes  Em1  5 differentia est  C  6 sæpe  om. EGR post  pluribus  add.  uero  R  8 enim etiam  Lm1  igitur  Lm2Pm1  10 asinæ  HLm2  11 perficit  GP  12 perficiant  Lm1R  14 nec.. nec  C  neque permisceri possunt  om. EGR  neque aliquid non aliquid  EGR  cogitatione si  HN  18 COMMVNIBVS d e Porph. cf. ad 102, 7  20 participari prædicari  L  ab his dicitur  330, 2   LR Q, om. cett.  ab  om.  Σ, del.  A m2  21 post enim  s. l.  quæ  T m2  rationalia rationalia  Tk m2 <t>W m2 edd. rationalia rationabilia  Π  rationalia  A2<V m1  rationabilia  LR et m1  rationabilia rationabilia  Busse  sunt  om. R, s. l.  h m2  22 et  er. uid.  Δ  post.  risibilia  om. LR \2, post add.  sunt  codd., om. L cum Porph. 19, 6   mune utriusque est. si enim curtetur qui est bipes, sed ad id quod natum est semper dicitur; nam et risibile in eo quod natum est habet id quod est semper, sed non in eo quod semper rideat.    Nunc differentiæ propriique communia continua ratione persequitur. commune enim dicit esse proprio ac differentiæ quod æqualiter participantur æque enim omnes homines rationabiles sunt, æque risibiles, illud, quia substantiam monstrat, istud, quia est æquum proprium speciei et subiectam speciem non relinquit. Aliud etiam his commune subiungit : æqualiter enim semper differentia subiectis adest ut proprium; semper enim homines rationabiles sunt, ut semper quoque risibiles. sed obici poterat non semper esse bipedem hominem, cum sit bipes differentia, si unius pedis perfectione curtetur. quam tali modo soluimus quæstionem. propria et differentiæ  non in eo quod semper habeantur, sed in eo quod semper naturaliter haberi possunt, semper dicuntur adesse subiectis.  utrisque  ΓΛΣΦ  si sine  R ΓΦ  qui est quies  R  quidem  L A  post  bipes  add. non substantiam   substantia  ΑΦ   perimit   perimitur  Ψ  L ΑΨ  Busse in adn. deleri mauult, non substantia perit   peribit  Σ    ΓΠΣΦ p,  om. Rbrm, Porph. 19, 8, Boeth. in comment.  2 sed tamen  R  ad id quod ad quod  L AΠ  post  est  repet.  ad id    Σ   Busse  ad id ad quod  Ψ, ad id  post est  h m1 post  est  add.  habet et id quod est  L A  del. m2  2, ‘fortasse  id quod est  recipiendum’ Russe : Porph. 19, 8   αλλά πρός το πεοοχένοι το    το  om. Μ   άει λέγεται  nam  -om. R  3 in eo eo  EGLR A m1  ad  C 72  id  Ρ Π  ad id  *F  aliquod  N  habet id quod est semper  C  id  s. l. m1? L hA   "habet est  del. m2, pro  id  exhib.  hoc  H  et id  Σ, est  om. N  habet semper  Ρ Π  habet  EG semper dicitur  ΓΦΨ,  om. R  4 sed rideat in  om. C, in mg. Hm2,  in quod semper rideat  EG non quod semper rideat  R Ψ ; Porph.   έπε'ι ναι τό γελαστικόν τώ πεφυχέναι έχει τό αεί, άλλ' ο όχι τώ γελάν άει  6 enim autem  Lm2P  dicitur  CEGR  proprii  C  7 rationales  Cm2ELm2P  8 atque  NR  9 istud illud  EGHN add.  risibilis  P  æquum  om. H  æque  EG, recte?  propriæ  EGLPR  et  om. EG  ac  N  subiectam  om. C  subiectum  EGPm1  10 reliquit  ELa.c.  etiam his hic etiam  HN  11 subiectis  s. l. Gm2  12 rationales  Cm2HN  15  ante  propria  add.  et  HNP del. m2, s. l. Lm2  propriæ  CEGPm2  proprii  R  et  om. CE, del. Pm2  16  post  in ex  HN   si enim quis curtetur pede, nihil attinet ad naturam, sicut nihil ad detrahendum proprium ualet, si homo non rideat. hæc enim non in eo quod adsint, sed in eo quod per naturam adesse possint, semper adesse | dicuntur. ipsum enim semper;  107   non actu esse dicimus, sed natura. numquam enim fieri potest, ut per naturæ ipsius proprietatem non semper homo bipes sit, etiamsi potest fieri, ut pede curtetur, etiam si deminuto pede sit natus; in his enim non speciei atque substantiæ, sed nascenti indiuiduo derogatur. Proprium autem differentiæ est quoniam hæc quidem de pluribus speciebus dicitur sæpe, ut rationale de homine et de deo, proprium uero de una sola specie, cuius est proprium. et differentia quidem illis  est consequens quorum est differentia, sed non conuertitur, propria uero conuersim prædicantur quorum sunt propria, idcirco quoniam conuertuntur. Distat a proprio differentia, quia differentia plurimas species  10 17 Porph. Boeth. curtetur quis  N  nil  C  attinet  s. l. Lm2, post  naturam  R  2 ad  om. EG  ualet  om. EGR  3  pr.  in  om. CEH, s. l. Lm2Pm2, ab  Gm1, del. m2 post.  in  om. EGNP, s. l. Lm2  4 possunt  HN  dicuntur semper adesse  R  5 actum... naturam  E  umquam  Ea.c.G  7 potest  om. EG, post  fieri  L, postea  om.  fieri ut  HN  pede  HLm1N  ambo pede  Em1GR utroque pede  Em2Lm2P;  ambobus curtetur pedibus  C ante  etiam  om. C add.  uel  CL s. l. m2 R  diminuto  CEGLPR  8 pede  om. C  sit natus nascatur  C  de inscript. app. Porphyr. cf. ad 105, 16  11 autem uero  Δ  quoniam quod  ΓΦ  12 sæpe  conuertitur  15   LR Q, om. cett.  sæpe  om. Lm1R, ante  dicitur  Lm22 ;  Porph. 19, 11   λέγεται πολλά*ις  rationabile  R  13  post, de  A,  om. cett.; cf. Porph. 19, 12 et infra 332, 3  deo  ii  angelo  R  deo et angelo  L; cf. Porph. 19, 12 adn. ante  proprium  add.  et  Δ  uero  om. R  de una  L 4 m2 4'  in una  R ΓΔ m1 ΠΣ  una  Φ ;  Porph.   έφ’ ένός   post  specie  add.  dicitur  Δ  16  post  prædicantur  add.  de his  Δ   s. l. m2 edd.  ex his  Σ  hiis  Φ,  om. Porph. 19, 14  18  post.  differentia  om. C  plurimis  R plures  L  pluribus  EG  speciebus  Em2GR   claudit ac de his omnibus prædicatur, proprium uero uni tantum speciei cui iungitur adæquatur. rationale enim de homine atque de deo, quadrupes de equo et ceteris animalibus, risibile uero unam tantum tenet speciem, id est hominem. unde fit ut differentia semper speciem consequatur, species  uero differentiam minime. proprium uero ac species alternis sese uicibus æqua prædicatione comitantur. sequi uero dicitur, quotiens quolibet prius nominato posterius reliquum conuenit nuncupari, ut si dicam omnis homo rationabilis est, prius hominem, posterius apposui differentiam; sequitur ergo differentia speciem. at si conuertam nomina dicamque omne rationabile homo est, propositio non tenet ueritatem; igitur species differentiam nulla ratione comitatur. proprium uero et species quia conuerti possunt, mutuo se secuntur : omnis homo risibilis est et omne risibile homo est.     Differentiæ autem et accidenti commune quidem est de pluribus dici, commune uero ad ea quæ sunt  16 333, 3 Porph. Boeth. clauditur  EGRm2  claude his  sic ml  2 cui iungitur coniungitur  Lm1N, add.  et  L  rationabile  CGLPR  3  pr.  de  om. CH, er. L post  deo  add.  prædicatur  R, s. l. Lm2 post  quadrupes  add.  uero  R  et ceteris ceteris  E  ceterisqne  GP  6 ac et  E  7 æque G R  -??e   comitentur  HN  comitatur  ex  commitetur  Rm2  sequi si quid EGPm1  8 quotiens  om. EG, s. 1. Pm2  qualibet re   re  s. l. Pm2)  prius nominata  HLNPm2R reliquam  HLm2NPm2  reliqua  Lm1Rm2  uero qua  m1 rationalis  Cm2HN  est  om. N  10 posterius  ex  prius  Em2  opposui  EG  posui  Lm1R  ergo enim  E  11 at et  Hm1  nomina ut  in ras. Lm2  prius differentiam nominem  HNP, in mg. Lm2  12 rationale  HN  propositi  CG proposita oratio  in ras. E  13 nulla ratione differentiam  C  proprium secantur  in mg. sup. Hm2  14 sequuntur  PRm2  sequntur  E ante  omnis  add.  ut  L, post add.  enim  HNP  15 et  om. EG, s. l. Lm2  est  om. R  16 ACCIDENTIS ET DIFFERENTIÆ  E  ΕΤ uel  P  ACCIDENTI  C de inscript. ap. Porphyr. cf. ad 102, 7  17 accidentis  Cm2 il  commune adesse  om. N  18  post uero  add.  est  Ρ ΑΠ  Busse, om. Porph. 19, 18   inseparabilia accidentia, semper et omnibus adesse; bipes enim semper adest omnibus coruis et nigrum esse similiter. Duo quidem differentiæ et accidentis communia proponit,  quorum unum separabilibus et inseparabilibus accidentibus cum differentia commune est, ab altero uero separabile accidens segregatur. tantum uero inseparabile secundo communi concluditur. est enim commune differentiæ cum omnibus accidentibus de pluribus prædicari; nam et separabilia et inse parabilia accidentia sicut differentia de pluribus speciebus et indiuiduis prædicantur, ut bipes de coruo atque cygno et de his indiuiduis quæ sub coruo et cygno sunt, nuncupatur. item de eodem coruo atque cygno album et nigrum, quæ sunt inseparabilia accidentia, prædicantur. ambulare enim uel  stare, dormire ac uigilare de eisdem dicimus, quæ sunt accidentia separabilia, reliqua uero communitas ea tantum accidentia uidetur includere quæ sunt inseparabilia. nam sicut differentia somper subiectis speciebus adhærescit, ita etiam inseparabilia accidentia numquam uidentur deserere subiectum.  ut enim bipes, quod est differentia, numquam coruorum speciem derelinquit, ita nec nigrum, quod accidens inseparabile est. differentia enim idcirco non relinquit subiectum, quoniam eius substantiam complet ac perficit, accidens uero huiusmodi,  1  post  semper  add.  in eodem genere  P  omni  R; Porph. 19, 18   παντί   post omnibus  add.  hominibus et  L  hominibus  Λ   del. m2  2 nigrum esse  ΓΛ»ηίΨ  nigris   nigros  Hm2  esse  EGHm1  nigredo esse  L  nigrum adest  \A m2  nigrum  CNΡR ΙΙΣΦ  Russe; Porph. 19, 19   τότε μέλαν είναι   sic Μ,  μέλασιν είναι  Βm2  μέλαν  eett.  4 quædam  HΝ  et atque  ΗΝ  5 separabilibus  om. G, s. l. Em2  6 uero autem  E  7 uero enim  R, recte? post  inseparabile  add. accidens  L  accidens cum inseparabilibus differentiis  in mg. Hm2  secunda communione  HLP differentiæ  CEGLm2P  11 et de his cygno  om. H, cygno sunt  om. EGR nuncupantur  G  prædicatur uel nuncupatur  C prædicantur separabilia om. N enim s. l. C  etiam  H  isdem  CPm2  hisdem  ER  dicitur  LP  17  post  inseparabilia  add.  accidentia  C  19 accidentia inseparabilia HN  deserere uidentur  C corui  N  21 est inseparabile  C  22 subiectum non relinquit  C  derelinquit  Lm1  post  huiusmodi  add.  est  edd.   quia non potest separari; neque enim possit esse accidens inseparabile, si subiectum aliquando relinquit.      Differunt autem quoniam differentia quidem continet et non continetur continet enim rationabilitas hominem, accidentia uero quodam quidem modo continent eo quod in pluribus sunt, quodam uero modo continentur eo quod non unius accidentis susceptibilia sunt subiecta, sed plurimorum, et differentia quidem inintentibilis est et inremissibilis, acci dentia uero magis et minus recipiunt. et inpermixtæ quidem sunt contrariæ differentiæ, mixta uero contraria accidentia.    Huiusmodi quidem communiones et proprietates differentiæ et ceterorum sunt, species uero quo quidem  108 differat a genere et differen|tia, dictum est in eo quod dicebamus, quo genus differret a ceteris et quo differentia differret a ceteris.    Post differentiæ et accidentis redditas communitates nunc de eorum differentiis tractat. ac primum quidem talem proponit.  3 18 Porph. Boeth. post.  posset  Lm1  potest  HLm2NPR post  accidens  repet. esse  G, 3  uel  4  litt. er. L  2 reliquerit  H  relinqueret  N  3 ACCIDENTIS ET DIFFERENTIÆ  Γ EARVNDEM  C  EORYNDEM  E de inscript. ap. Poiphyr. ef. ad 105, 16  4 Different  Cm1 Differt  L ΣΐΑηιΐ m1 Φ  post  autem  add.  differentia ab accidenti  Γ  5 et  om. GHP  continet  sunt  15 ]  LR il, om. cett.  enim  autem  L  rationalitas  ΓΑ a.c. Π2ΦΨ  6 quidem  om.   Δ2  7 sint  L ΓΔΛΠΦ»ιί m1 | ·uero  post  modo  Ψ,  del.   ΓΦ   ut uid.  9 sint  A  10 intentibilis  ΓΣ   Busse inintensibilis  edd.; Porph. 20, 4   άνεπίτατος;   ef. Roensch, Collect. phil. 299 12 post  uero  add.  sunt  ΛΦ  14 Huiuscemodi  Δ  15 quod  EGR  quidem  om. 2  quidam  Em2G  16 a  om. EGH 2 differentiæ  E  est  om. C  17 quo  quod  R A m1  differet  R  differt  CEGP 2  a  om. ΕGΗΡR ΤΠ,ΣΦ quod  EGR is m1  18 differet  R  differat  L A  differt  G a  om. EGHR TWZ  19 reddit has  E communicantes  Rm1  communiones  m2  20 primam  HN  quidem  om. HN  tale  C   differentia, inquit, omnis speciem continet. rationabilitas enim continet hominem, quoniam plus rationabilitas quam species, id est homo, prædicatur : supergressa enim substantiam hominis in deum usque diffunditur. accidentia uero aliquando  quidem continent, aliquando continentur. continent quidem, quia quodlibet unum accidens speciebus adesse pluribus consueuit, ut album cygno et lapidi, nigrum coruo, æthiopi atque hebeno, continentur uero, quoniam plura accidentia uni accidunt speciei, ut uideatur illa species plurima accidentia continere.  cum enim æthiopi accidit ut sit niger, accidit ut sit simus, ut crispus, quæ cuncta sunt accidentia æthiopis, species, quod est homo, omnia quæ habet intra se plurima accidentia uidetur includere. huic occurri potest: quoniam differentiæ quoque aliquo modo continentur, aliquo modo continent, ut  rationabilitas continet hominem plus enim quam de homine prædicatur, continetur quoque ab homine, quia non solum hanc differentiam homo continet, uerum etiam mortalem. respondebimus : omnia quæcumque substantialiter de pluribus prædicantur, ab his de quibus dicuntur non poterunt conti neri; quo fit ut differentiæ quidem non contineantur ab specie, etsi sint differentiæ plures quæ speciem forment. accidentia uero continentur, quoniam accidentia speciei substantiam nulla prædicatione constituunt; nam nec proprie uniuersalia dicuntur  1 omnis speciem  species  R rationalitas  HNP  2 rationalitas  HNP  3 substantia  N aliquando aliquando  aliquo modo quid N ante  lapidi  s. l.  pario  Em2 post  nigrum  add.  ut  CEGLP, ante edd. ante  Æthiopi  add. et  E continentur uero   HLm2NP  continenturque  cett.  9 plura  HN  10 enim  etenim  N ad simus  s. l.  naribus pressis  E  12  ex  quod  part. ras.  quæ  Cm2  quod est  quidẽ  G ante  intra  add. et  E  plurima  om. EGH  13 occurri  opponi  HN  14  pr.  aliquo modo  aliquando  EGLm2P post. aliquo modo  om. N  aliquando  Em2Lm2P  15 rationalitas  H  17 homo  nomen hominis  HN mortale  edd.  respondemus  HN  respondebimus contra hæc  GLPR  18 prædicantur de pluribus  C  20 a  R  21 sunt  H  differentiæ  om. HN  speciem forment   CEGP  speciem formant  Lm??  informent  m2 hrm N  formant speciem  H  informant speciem  R  22 contineantur  HN  23  ad constituunt  in mg.  ał subsistunt  Hm2   accidentia, cum de speciebus pluribus dicuntur, differentiæ uero maxime. quæ enim quorumlibet uniuersalia sunt, ea neoesee est eorum quorum sunt uniuersalia, etiam substantiam continere. qno fit ut quia differentiæ substantiam monstrant, intentione ac remissione careant   una enim quæque substantia  neque contrahi neque remitti potest, at uero accidentia quoniam nullam constitutionem substantiæ profitentur, intentione crescunt et remissione decrescunt. Illa quoque eorum est differentia, quod differentiæ contrariæ permisceri, ut ex his fiat aliquid, non queunt, accidentia uero contraria miscentur et  quædam medietas ex alterutra contrarietate coniungitur. ex rationabili enim et inrationabili nihil in unum iungi potest, ex albo uero et nigro coniunctis fit aliquis medius color. Expositis igitur distantiis differentiæ ad cetera restat de specie dicere, cuius quidem differentias ad genus ante colle gimus, cum generis ad speciem differentias dicebamus. eiusdem etiam speciei distantias ad differentiam diximus, cum differentiæ ad species dissimilitudines monstrabamus. restat igitur speciem proprii et accidentium communioni coniungere, tum differentia segregare. Speciei autem et proprii commune est de se intricem prædicari; nam si homo, risibile est, et si risi Porph. Boeth. pluribus speciebus  HN  2 maximæ  EH, add.  dicuntur uniuersalia et   et  om. R  proprie  Lm2 in mg. R 4 ut  om. CG, s. l. Lm2  5 una quæque enim  HNR  6 quoniam  quia  E  7 profitentur  monstrant  R ante  intentione  add.  et  HN  9 his  se  C  10 misceantur  N  permiscentur  R  et  ut  C  11 coniunguntur  LN  fiat  C  12 rationali  C  bi  s. l. er. HN  inrationali  HN  in unum   L  in  om. cett.; cf. indicem Meiseri s.  unus 13  post color s. l.  ut uenetns  Pm2  15 ad genus  differentias  om. EG  16 dicebamus  diximus  EGP  17 diximus  dicebamus  C  19 proprio  HLm1NP  accidenti  Lm1  accidenti tum  HPm2  accidentique  om.  et  N  communione  HLm1NP  tunc  R  20 disgregare  N  21  de inscript. ap. Porph. cf. ad 102, 7  23 nam dictum est  337, 4 ]  LR Q, om. cett. post  homo  add.  est  ΔΣ,  s. l.  A m2  et si ΔΕΈ  et  L ΓΛΠΦ  ita et  R post  risibile  add.  est  ΔΣΨ   bile, homo est – risibile uero quoniam secundum id quod natum est sumi oportet, sæpe iam dictum est  ; æqualiter enim sunt species his quæ eorum participant et propria quorum sunt propria. Commune, inquit, habent propria atque species ad se ipsa prædicationes habere conuersas. nam sicut species de proprio, ita proprium de specie prædicatur; namque ut est homo risibilis, ita risibile homo est; idque iam sæpius dictum esse commemorat. cuius communitatis rationem subdidit, eam scilicet,  quia æqualiter species indiuiduis participantur, sicut eadem propria his quorum sunt propria. quæ ratio non uidetur ad conuersionem prædicationis accommoda, sed potius ad illam aliam similitudinem, quia sicut species æqualiter indiuiduis participantur, ita etiam propria; æque enim Socrates et Plato  homines sunt, sicut etiam risibiles. itaque tamquam aliam communionem debemus accipere quod est additum : æqualiter enim sunt species his quæ eorum participant et propria quorum sunt propria. an magis intellegendum est hoc modo dictum, tamquam si diceret ‘æqualia enim sunt species  et propria’? nam quia species eorum sunt species quæ speciebus ipsis participant, et propria eorum propria quæ|pro p.109  priis participant, proprium atque species æqualiter utrisque sunt, id est neque species superuadit ea quæ specie parti 8 sæpiuscf. infra. 1 est  om. R ante  secundum  add. et  A   s. l. Busse, om. Porph. 20, 13  id  om. J!  2 natum Porph. 20, 14   κατά τό πεοοχέναι γελάν  sumi oportet LR  dicitur  Q ;  Porph.   ληπτεον 3 sunt  om.   Φ,  post  species  P  earum  R, ex  eorum  ut uid.  5 m2  7 ita est homo  in mg. Hm2 prædicamus  EGHm2P p.c.R  namque  om. N  nam  R  8 ita homo risibile est  E  ita est risibile homo  R  iametiam  C  sæpius HN  superius  cett. recte?; cf.  sæpe  2, et ad 317, 4. 325, 14 10 qua  CGLP  eademeodem modo  E  11 ratioputo  Em2  12 accommodata  edd.  13 qua  CGEm1P ante  indiuiduis  add.  ab  HNR, s. l. Lm2  14 participatur  H  18 ac  Lp,c.Pm2  est  om. C 19 æqualiter  N  20  post  propria  add.  quorum sunt propria  C  21 et propria  atque speciesatque proprium species  N  23  post.  speciei  EGLP   cipant, neque propria superuadunt ea quæ propriis participant. cumque hæc propria specierum sint. propria, species ac propria æqualia esse necesse est atque inuicem prædicari.    Differt autem species a proprio, quoniam species  quidem potest et aliis genus esse, proprium uero et aliarum specierum esse inpossibile est. et species quidem ante subsistit quam proprium, proprium uero postea fit in specie; oportet enim hominem esse, ut sit risibile. amplius species quidem semper actu adest  subiecto, proprium uero aliquando potestate; homo enim semper actu est Socrates, non uero semper ridet, quamuis sit natus semper risibilis. amplius quorum termini differentes, et ipsa sunt differentia; est autem speciei quidem sub genere esse et de plu 4 339, 3Porph. 20, 16 21, 3 Boeth. 49, 11 50, 2. 14 quorum differentiaAbælardus II, Introduct. ad theolog. 94; Theolog. christ. 488; De unit, et trinit. diuina 58 Stoelzle.   1 nec  CELN  2 hæc  om. LN, del. uid. E  sunt  EHa.c.N, add.  et  CE del. GH del. P del. m2  propriis  post  sint  E del. G  proprii  Ha.c.  4 DE PROPRIETATIBVS  Δ  DE DIFFERENTIA  C; de Porph. cf. ad 105, 16  5 a  om. GHLNR, s. l. Pm2 il m2  6 et  om R SΣ ; Porph. 20, 17 cod. BM   χαί  proprium prædicari  339, 2  LR Q, om. cett.  et  om. Porph.  9 post  R Σ  post  enim  add.  ante  L  ut Porph. 20, 20   Ινα xai  Voti   om. cod. M  ut sit  s. l.  \ m2  11 potestate Porph. 20, 21   xol δονάμε:  12 enimuero  L est  om. R  non uero semper ΔΛΠΨ   edd. Busse  non semper autem  Γ2Φ  semper autem non  LR; Porph. 20, 22   γελά δέ oix αεί ;  cf. infra 340, 4  13 quamquam  uel  quan   L ΓΦ  natura  in ras.  A m2  14 terminidefinitiones  uel  diff LR ΓΦ, ad  termini  s. l.  ł diffinitiones  \ m2 differentes ΓΑ  differentes sunt  Δ»ιίΠ2Φ  differunt  LR s m2 ii} ; Porph. 20, 23   ων οί οροί διάφοροι ; quorum termini, id est diffinitiones   id est diff.  om. 94  sunt differentes  ( sunt differentiæ  488, ipsa quoque sunt differentia  Abælard.  15 species  R, post  speciei  s. l. diffinicio  A m2  quidem R T\ m2 in ras.  Ψ brm Busse in adn.,  semper  \ m1 ut uid.  All/ p Busse in contextu, esse semper  L  quidam terminus  Σ ; quidem sub genere semper esse  Φ   ante sub  add.  et  L A  Busse; Porph.   εατιν δέ ειδοος uev το οπδ τό γένος είνα: ribus et differentibus numero in eo quod quid est prædicari et cetera huiusmodi, proprii uero quod est soli et semper et omni adesse. Primam proprii et speciei differentiam dicit quoniam species  potest aliquando in alias species deriuari, id est potest esse genus, ut animal, cum sit species animati, potest esse hominis genus. sed nunc non de his speciebus loquitur quæ sunt specialissimæ, atque hunc confundere uidetur errorem, quod cum de his speciebus dicere proposuerit quæ essent ultimæ,  nunc de his quæ sunt subalternæ et sæpe locum generis optineant disserit. propria uero nullo modo esse genera possunt, quoniam specialissimis adæquantur; quæ quoniam genera esse non queunt, nec propria quæ sibi sunt æqualia, genera esse permittuntur. Rursus species semper ante subsistit  quam proprium nisi enim sit homo, risibile esse non poterit, et cum ista simul sint, tamen substantiæ cogitatio præcedit proprii rationem. omne enim proprium in accidentis genere collocatur, eo uero differt ab accidenti, quia circa omnem solam quamlibet unam speciem uim propriæ prædicationis  continet. quodsi pviores sunt substantiæ quam accidentia, species uero substantia est, proprium uero accidens, non est dubium quin prior sit species, proprium uero posterius. Dis1 estsit  2   edd.; cf. 340, 13. 341, 22  2 prædicari Porph. 21, 2 κατηγορούμενον είναι post  huiusmodi  add.  prædicari  I m1, del. m2  proprium  R  quod est  om.   ΓΦΨ,  del.  \ m2;Porph. τό μονω προοείνα;.  3 soli et omni et semper  Λ  semper et soli et omni  2  scilicet semper et omni  Gm1, ante  scilicet  in mg.  sali et semper  m2  4  ad  dicit  s. l.  dicunt  Έ  5 diriuari  EGNPR  7 specialissimæ sunt  H  8 hunc  s. l. L  nunc  N  hinc  C  hic  Em2  uidetur confundere  C  9 essentsunt  L  11 genera  s. l. Lm2, ante  esse  HRS  13 non queuntnequeunt  L  non possunt  NR  14 permiitunt  C  ur  er. N  species subsistitspecies est semper ante  C  15 homo sit  LPR  16 istaita  CLa.c.  18 uero Brandt  enim  codd. edd.  accidente  CNR  quiaquod  L  19 speciem  om. H propriæ  del. Lm2  20  post  continet  add.  accidens autem quando continet, ad multas species potest diffundi  EL. in mg. inf. m2 Pbrm  21 accidens   proprium uero  om. R  22 uero  om. EG, s. l. Pm2  Decernuntur  GHLP  Disterminantur  E   cernuntur etiam species a propriis actus potestatisque natura; species enim actu semper indiuiduis adest, propria uero aliquotiens actu, potestate autem semper. Socrates enim et Plato actu sunt homines, non uero semper actu rident, sed risibiles esse dicuntur, quia tametsi non rideant, ridere tamen poterunt.  natura itaque species et proprium semper subiectis adest, sed actu species, proprium uero non semper actu, uelut dictum est. At rursus quoniam definitio substantiam monstrat, quorum diuersæ sunt definitiones, diuersas necesse est esse substantias; speciei uero et proprii diuersæ sunt definitio nes, diuersæ sunt igitur substantiæ. est autem speciei definitio esse sub genere et de pluribus numero differentibus in eo quod quid sit prædicari; quam superius frequenter expositam nunc iterare non opus est. proprium uero non ita : definitur : proprium est quod uni et omni et semper speciei  adest. quodsi definitiones diuersæ sunt, non est dubium speciem ac proprium secundum naturæ suæ terminos discrepare.      Speciei uero et accidentis commune quidem est de pluribus prædicari; raræ uero aliæ sunt communi-20  18 341, 2Porph. Boeth. species om. EHP, s. l. Lm2, ante  etiam  G  a propriis  in ras. Lm2,  a  om. R  proprio  Pm2R  actu  CHLm1N  2  post  uero  add.  non semper   actu  s. l. add. Lm2  sed  EGLPR  3 actu  om. EG, del. R, s. l. Lm2  autem semper  om. EGR  4  ante  sunt  add.  semper  N  5 quia  om. HN, s. l. Lm2  tametsietiamsi  C  potuerunt  N  possunt  R  non  del. E  poterunt  EG  6  ante  species  add.  e??  R, ras. L  adestadsunt  H  7 uelutut  NR  9 diuersas definitiones  10 om. N  11 igitur specieisubstantiæ igitur. est speciei autem  H  substantiæ  de pluribus  in mg. inf. Gm2  speciei definitiodiffinitio speciei species  C  12 sub genere esse  HΝ  14 opus non  H  ita definitur,  om.  non  Hbrm, er. E;  ita, <sed> definitur  Brandt, cf. 347, 4  15 speciei  om. H  18  de inscript. ap. Porph. cf. ad 102, 7  19 ueroautem  H  est quidem  C  20 sunt aliæ  HRT   tates propterea, quoniam quam plurimum a se distant accidens et id cui accidit.    Speciei atque accidentis similitudinem communem dicit de pluribus prædicari; de pluribus enim dicitur species, sicut et  accidens. raras uero dicit esse alias eorum communiones idcirco, quoniam longe diuersum est id quod accidit et cui accidit. cui enim accidit, subiectum est atque suppositum, quod uero accidit, superpositum est atque aduenientis naturæ. item quod supponitur substantia est, quod uero uelut accidens  prædicatur, extrinsecus uenit. quæ omnia multam eius quod est subiectum et eius quod est accidens differentiam faciunt. tamen inueniri etiam aliæ possunt speciei et accidentis inseparabilis communitates, ut semper adesse subiectis   æque enim homo singulis hominibus | semper adest et inseparabilia  110   accidentia singulis indiuiduis præsto sunt  , et quod sicut species de his quæ indiuidua continet, æque de pluribus accidentia indiuiduis prædicantur; nam homo de Socrate et Platone, nigrum uero atque album de pluribus coruis et cygnis quibus accidit nuncupatur.      Propria uero utriusque sunt, speciei quidem in eo quod quid est prædicari de his quorum est species,  20 342, 15Porph. Boeth. quam  om. ΗL ΣΑΛ'Ψ  recte?, s. l.   Π m2, quem  R  qui  ut uid. N; Porph. 21, 6   itXststov  distant  ante  a se  Δ   s. l. m2   A, a se  om. N  2  ante  accidens  add.  et  Γ id  om.   12,  s. l. Pm2, hoc  Σ ;  Porph. 21, 7   *a\ το m οομβέβηχβν  accidunt  Em1P  3 atqueet  HL  accidens  Έ  dicit  om. E, s. l. Lm2Pm2  de  s. l. Lm2  5 dicit alias,  post er.  esse  uid. C  7 atqueet  H  8 est  om. EGHP  adueniens  EPm1  accidentis  N  11 et eiuseius est  E  12 possunt sunt  E  inseparabiles  Cm1GP  13 subiectis semper adesse  HN post  adesse  add.  possunt  E  15 sicut L s. l. m2 Rbrm, om. cett. codd. p  16 continent  H ante  accidentia  add.  ut  CH  17 prædicatur  G  et  om. EGHPR  20 ET  om. R de inscript. ap. Porph. cf. ad 105, 16  21 inet  C 22 estsunt  Hm1  sit  Σ  prædicare  EGm1P, prædicatur  2  de his  om.   Σ  hiis  Φ  quorum in eoin eo accidentis autem quorum est species  Φ   accidentis autem in eo quod quale quiddam est uel aliquo modo se habens; et unam quamque substantiam una quidem specie participare, pluribus autem accidentibus et separabilibus et inseparabilibus; et species quidem ante subintellegi quam accidentia, uel si  sint inseparabilia   oportet enim esse subiectum, ut illi aliquid accidat  , accidentia uero posterioris generis sunt et aduenticiæ naturæ. et speciei quidem participatio æqualiter est, accidentis uero, uel si inseparabile sit, non æqualiter; Æthiops enim alio  Æthiope habebit colorem uel intentum amplius uel remissum secundum nigredinem.    Restat igitur de proprio et accidenti dicere; quo enim proprium ab specie et differentia et genere differt, dictum est.   Quod nunc proprium speciei et accidentis se exequi pollicetur, tale proprium intellegendum est quod, ut superius dictum est, ad comparationem dicitur differentium rerum. species enim in eo quod quid est prædicatur, accidens uero in eo quod quale est. qua differentia non ab accidentibus solis species  2 unam quamque 4 inseparabilibusAbælardns II, Introduci. ad theolog; Theolog. christ. 479. 17 superiusqualequale est  N  quidem  CEm1  quidam  m2  uel habens  om. CEGHN  2 aliquo modo quomodo  ΓΦ ;  Porph. 21, 10   πώς ;  cf. supra p.128, 10 adn.  et nigredinem  12   LR Q, om. cett.  3 unam  R  quidem  om. Abælard.  participari  L ΓΔΣ a.c. Φ prædicari  \ m1  autem uero  L Abælard.  4  tert. et om.   Γ  5  post  quidem  add.  sane  L ΓΛ  s. l. m2  ΙIΣΦ  Busse, om. R ΛΨ  cum Porph. 21, 12 post  subintellegi  add.  potest  Lpr  possunt  bm; Porph.   w\ τά piv είδη προεπινοεΐται  uel  om.   Φ   ad  uel si  s. l.  etiamsi  K m2  6 inseparabilibus  R  8 generis  om. R  aduentiuæ  R  9 æqualis  Λ  accidens  L T m1 A m1  10 alio Æthiope  Porph. 21, 16   ΑίίΚοπος  13 accidente  HNR ΔΣ, ante er.  de  P  14 enim etiam  H  a  cod. Q Bussii om. cett. edd. cf.344, 9,  ab  scr. Brandt  speciei  Ca.r.EGR  et  om. CEGHPR differentiæ  GR  15 differt  om. L  differat  ΦΣ  distat  R  est dictum  H, add.  in illorum differentiis ad ipsum  2  18 dicatur  R  20 est  om. GP, post add.  prædicatur  H   discernitur, uerum etiam a differentiis ac propriis, nec solum species ab eisdem, uerum etiam genus. præterea quod species in eo quod quid est prædicatur, accidens uero in eo quod quomodo sese habeat, id quoque commune est cum genere;  genus quippe ab accidenti in eo quod quid est et quomodo se habeat prædicatione diuiditur. Item unam quamque substantiam una uidetur species continere, ut Socratem homo, atque ideo Socrati una tantum propinquitas est species hominis. rursus indiuiduo equo una species equi est proxima, itemque  in ceteris; uni cuique enim substantiæ una species præest. at uero uni cuique substantiæ non unum accidens iungitur; uni cuique enim substantiæ plura semper accidentia superueniunt, ut Socrati quod caluus, quod simus, quod glaucus, quod propenso uentre, et in aliis quidem substantiis de numero  accidentium idem conuenit. Dehinc semper ante accidentia species intelleguntur. nisi enim sit homo cui accidat aliquid, accidens esse non poterit, et nisi sit quælibet substantia cui accidens possit adiungi, accidens non erit. omnis autem substantia propria specie continetur. recte igitur prius species,  accidentia uero posterius intelleguntur; posterioris enim sunt, ut ait, generis et aduenticiæ naturæ. nam quæ substantiam non informant, recte aduenticiæ naturæ esse dicuntur et posterioris generis; his enim substantiis adsunt quæ ante diferentiis informatæ sunt. Rursus quoniam species substantiam  1 decernitur  Rm2  ac  s. l. Lm2  a  EGH  et a  P  3 prædicatur  post  species  H  quod  om. E, s. l. Gm2  4 se  EP  habet  LR  id habeat  6 om. R  est commune  H post  est  add.  speciei  L s. l. m2 brm  5 accidenti  edd.  accidente  codd.  quod  om. E  8 propinquitate  EPm1  propinqua  L  species est  LR  9 est equi  H  item  H  10 una substantiæ  in mg. Hm2  13 quod simus  om. C  15 accidentium  ex  accommodantium  Hm2 post conuenit  add.  dicere  R  ante  om. C  16 accidit  CHLNPR, recte?  18 autem  del. Lm2  enim  P  20 uero  om. R, in mg. Lm2  posterius postremo  R  enim uero  CE  21 generis ut ait  CR  nam quæ nam  Rm1  namque  EG  nam quia  CN  22  ante  recte  add.  ideo  EGL s. l. m2 P del. m2  esse  om. H   monstrat, substantia uero, ut dictum est, intentione ac remissione caret, speciei participatio intentionem remissionemque non suscipit. accidens uero uel si inseparabile sit, potest intentionis remissionisque cremento et detrimento uariari, ut ipsum inseparabile accidens quod Æthiopibus inest, nigredo. potest  enim quibusdam talis adesse, ut sit fuscis proxima, aliis uero talis, ut sit nigerrima.    Restat nunc proprii communiones ac differentias persequi. sed quo proprium differat a genere uel specie uel differentia. superius demonstratum est, cum quid genus uel species uel  differentia a proprio distaret ostendimus. nunc reliqua ad communitatem uel differentiam consideratio est, quid proprium accidentibus aut iungat aut segreget.      Commune autem proprii et inseparabilis accidentis  est quod præter ea numquam constant illa in quibus considerantur; quemadmodum enim præter risibile non subsistit homo, ita nec præter nigredinem sub 14 345, 2 Porph. Boeth. demonstrat  H  ac et  H  2 remissionemque ac remissionem H 3 si s. l. CLm2 4 in del. m2 incremento H decremento R edd. uti R ita E 5 ante nigredo  add.  ut  Hm1N  id est  s. l. Hm2  6 fuscis  La.c. edd.  fuscus  Lp.c. et cett.  aliis uero  edd.  uero aliis  codd.  uero  s. l. Lm2  8  post  proprii  add.  et accidentis  N  ac ad  EGLm1  9 quo  Cm2 part. ras. corr.  quod  Cm1EGLm1NPR  quid  HLm2; cf. 342, 13  10 quid quod  N  quicquid  E  uel differentia uel species  H a  s. l. Lm2  12 uel et  N  quod  E  quæ  Hm2LR  13 iungit  EGHm1LPm1R  segregat  LPR  separet  N  14 ACCIDENTIS  Porph. 21, 20 cod. Μ   σομβεβηχοτος,  cett.   τοδ άχωρίστοο σομβεβηαότος ;  de Porph. cf. etiam ad 102, 7  16 est  post  commune  L, ante  accidentis  AA m1  accidentis inseparabilis est  m2  præter ea propterea  Φ  constant  CH Busse coll. 159, 7  consistant  EGNPR h m1 A p.c. W   edd.  consistunt  L A a. c.   112Φ  consistent  r\ m2  illa  post  quibus  N  17 quemadmodum Æthiops  345, 1   LR Q,  om. cett.  18 ita  om.   2,  s. l.   A m2  subsistit non subsistit  A m2; Porph. ΰποσταίη dv   sistit Æthiops, et quemadmodum semper et omni adest proprium, sic et inseparabile accidens. Quoniam proprium semper adest speciebus nec eas ullo  111  modo relinquit quoniamque inseparabile accidens a subiecto  non potest segregari, hoc illis inter se uidetur esse commune, quod ea in quibus insunt, præter propria uel inseparabilia accidentia esse non possint. inseparabilia uero accidentia comparat, quoniam, ut in specie dictum est, rarissimæ sunt speciei atque accidentis similitudines. quocirca multo magis proprii  atque accidentis communitates difficile reperiuntur. accidens enim in contrarium diuidi solet, in separabile accidens atque in inseparabile, quæ uero sub genere in contrarium diuiduntur, ea nullo alio nisi tantum generis prædicatione participant. quodsi proprium inseparabile quoddam accidens est, a separabili  accidenti plurimum differt, atque ideo nullas proprii et separabilis accidentis similitudines quærit. sed quia ipsum proprium certis quibusdam causis ab inseparabilibus accidentibus differt, horum et communitates inueniri possunt et inter se differentiæ. quarum una quidem ea est quam superius exposuimus, secunda  uero quoniam sicut proprium semper et omni speciei adest, ita etiam inseparabile accidens; nam sicut risibile omni homini et semper adest, ita etiam nigredo omni coruo et semper adiuncta est. 8 ut in specie dictum est 1 et omni  om. H  et  om. R; Porph. παντι και άεί  2 sic  om. P  sicut  C  et  om. R  3 semper  om. H  4 quodque  Hm1  5 inter se  post  commune  H  6 ea in eam m  del. m2 H  insunt sunt  R, add.  ipsa propria et inseparabilia accidentia sunt  E del. et s. l.  glosa est  scr. m2 L in mg. m2, om.  sunt  P om.  sunt uel et  LNR  7 possunt  EHLm2NP  uero  s. l. Cm2 ante  comparat  s. l.  proprio  Cm2, post s. l.  scil. proprio  L  8 sunt  post  accidentis  H  10  ante  accidens  add.  scilicet  E  11 enim uero  R  12 sub genere  om HΝΡ, del. Lm2  14 quiddam  CL  quoddam  post  est  H  16 similitudines accidentibus  in mg. Em2  17 causis  om. EG  rationibus  Lm2PR differentiæ dissentiæ uel differentiæ  H  19 est ea  H  21  post  accidens  add.  est  H  22 et semper  om. H  et semper adest  s. l. Gm2 post.  et  N edd., om. cett.  Differt autem quoniam proprium uni soli speciei adest, quemadmodum risibile homini, inseparabile vero accidens, ut nigrum, non solum æthiopi, sed etiam coruo adest et carboni et hebeno et quibusdam  aliis. quare proprium conuersim prædicatur de eo cuius est proprium et est æqualiter, inseparabile autem accidens conuersim non prædicatur. et propriorum quidem æqualiter est participatio, accidentium uero hæc quidem magis, illa uero minus.    Sunt quidem etiam aliæ communitates uel proprietates eorum quæ dicta sunt, sed sufficiunt etiam hæc ad discretionem eorum communitatisque traditionem. Proprii atque accidentis prima quidem differentia est quia proprium semper de una tantum specie dicitur, accidens uero  minime, sed eius prædicatio in plurimas diuersi generis substantias speciesque diffunditur. risibile enim de nullo alio nisi de homine prædicatur, nigrum uero, quod est inseparabile quibusdam accidens, tam coruo quam æthiopi, quæ diuersa sunt specie, tum coruo atque hebeno, quæ differunt generi bus, non tantum specie, præsto est. quo fit ut propriis quidem Porph.  Boeth. PROPRII ET ACCIDENTIS  CP W,  item Porph. 22, 4 cod. M   των αυτών   plerique cett. , ACCIDENTIS ET PROPRII  cett., nisi quod  EORV II EORVNDEM  Ψ ;  de Porph. cf. etiam ad 105, 16  2 Differunt  CG ΔΣΦ ;  Porph. 22, 5   διενήνοχεν  proprium  om.   Σ  3 risibili  N  inseparabile minus  10   LR Q,  om. cett.  4 soli  L A‘l>  5 etiam æque  R  hebeno  plerique codd., item proprium est  ΓΦ  post.  est  ΓΔ   del. uid.   ΙΙΣΦΨ   cum Porph. 22, 8, om. LR A Busse  8 autem uero  ΔΛ   Busse  conuersim non nec conuersim  A  proprii  R A m2 2  proprium uero  Φ  9 æqualiter  R 2,  coni. Busse, æqualis  cett.; Porph. και τών μέν ιδίων έπίτης ή μετοχή 10 hæ Δ  11 uel  Porph. τέ καί  earum  C  dictæ  CEGHP  hæ  N  et  R   traditionem  ex  distractionem  E  contradictionem  Gm1  14 est  om. H  16 prædicatio eius  H species  Cm1  diuersæ  HLNPm2  diuisæ  m1 20 speciei  H ante  sunt  N  tunc  R  nec non  Lm1  sed tum  m2  21 tantum specie uni tantum speciei  P   conuersio æqua seruetur, in accidentibus uero minime. quoniam enim propria in singulis esse possunt atque omnes continent, species conuerso ordine prædicantur; nam quod risibile est. homo est, et quod homo, risibile. nigrum uero non ita, sed  ipsum quidem de his prædicari potest quibus inest, illa uero ad huius prædicationem conuerti retrahique non possunt; nigrum enim de carbone. hebeno, homine atque coruo prædicatur, hæc uero de nigro minime, nam quæ plurima continent, de his quæ continent prædicari possunt, ea uero quæ  continentur, de sese continentibus nullo modo nuncupantur. Rursus proprium quidem æqualiter participatur, accidens remissionibus atque intentionibus permutatur. omnis enim homo æque risibilis est, æthiops uero non æqualiter niger est, sed, ut dictum est. alius quidem paulo minus alius uero  tæterrimus inuenitur. Et de proprii quidem atque accidentis differentiis satis dictum est. restabat uero accidentis ad cetera communiones proprietatesque explicare, sed iam superius adnumeratæ sunt, cum generis, differentiæ, speciei et proprii ad accidens similitudines  ac differentias adsignauimus. fortasse autem his institutus animus et sollertior factus alias præter eas quas nunc diximus communitates uel differentias quinque rerum quæ superius sunt positæ reperiet, sed ad discretionem atque eorum similitudines comparandas ea fere quæ sunt dicta sufficiunt. nos etiam,  quoniam promissi operis portum tenemus atque huius libri seriem primo quidem ab rhetore Victorino, post uero a nobis  1 conseruetur con  s. l. m2  æqua conversio H 2esse presunt presunt  del. m2 H  esse  Lm1  esse habent  Lm2R  4  post post.  homo  add.  est  CLR post  risibile  add.  est  LPR  5 quibus in quibus  R  ante  hebeno  add. de  H, er. uid. L  9 continentur  HN  11 proprium  post  quidem  H s. l. m2  quidem  om. G  permittatur  E  deterrimus  CLN  16 proprii *  s  er. HL differentiis  om. G  proprietate  E  accidens  G  18 replicare EGLPR iam etiam EG enumeratæ La.c. speciei et speciei NR ad accidens et accidentis  Em1La.c.R  his om.NR 23 ante eorum add. ad EGLPR 24 sufficiant HR ab in a mut. ut uid. C Latina oratione conversam gemina expositione patefecimus, hic terminum longo statuimus operi continenti quinque rerum disputationem et ad Prædicamenta seruanti. 1 conuersa ELm1  continenti  om. C  quinque V  L in ras. m1? edd., om. cett. 3 et om. C seruienti  brm  ANICII MALLII SEVERINI BOEZIO LIBER V EXPLICIT SECVNDI SVPER YSAGOGAS COMMENTI  P FINIT EXPLICIT EDITIONIS SECVNDÆ COMMENTARIORV LIBER V FELICITER. AMEN  er. uid.  DEO GRATIAS  C  ANICII MANLII SEVERINI BOEZIO ILLVSTRIS CONSVLIS EXPLICIT LIBER  ANICII. MANLII SEVERINI BOEZIO A. M. S. B.  N  V. C. ET ILL. I LL S.  N EXCONS EXCS  N ORD. PATRICII. ΈΧC.  PATR.  om. G  IN ISAGOGAS YS EG  PORPHYRII I  pro  Y  N  IDE. INTRODVCTIONES -NE  E  IN CATEGORIAS KATH N  A SE  om. N  TRANSLATAS. -TĘ  E, IDE  TRANSL.  om. G  EDITIONIS EDΙCΤ E, ÆD N  SCDĘ LIBER V QVINTVS  N  EXPLICIT  EGN, add. TIBI PAX. AMEN.  E ; QVINQVÆ  sic  FIT OPTATVS HIC FINIS ISAGOGARV  R; subscriptione caret H, item e codd. Isagogen tantum a BOEZIO translatam continentibus ΓΛΣΦΊ’ nisi quod in Φ recens quædam est; post  traditionem  habent EXPLIC. LIB. HISAGOGARV PORPHIRII  Δ, EXPLICIT  Π.  gradatim folia contrahit.Videtur hæc nonminus dilatatio ne, contra iones foliorum honorare solem, quam homines genarum gestu, moru labiorum. No folumuero in plantis, quæ vestigium habent uitæ, sed etiam in lapidibus aspicere licet, imitations, et participationem quandam luminum supernorum, quem ad modum helicis lapis radijsaureisso laresradio simitatur. lapis autem, qui uocatur cælioculus, uel solis oculus, figuram habet fimilēpu pillæ oculi, atqsex media pupillæ micatradius. Lapis quoque selenitus, id est lunaris, figura lung corniculari similis, quadam sui mutatione lunarem fequitur motum. Lapis deinde helio selenus, id est solaris, lunarisóz imitatur quod ã modo congreffum folis, et lunæ, figuratcs colore. Sic diuinornm omnia plena funt, terrena quidem cælestium, cæleftia uero super cælestium proceditæ quilibetor d o rerum uso ad ultimum . Quæ enim super ordinem rerü colligū curin uno, hæc deinceps dilatan turindescendendo, ubi aliæ animæ subnuminibusalñs ordinantur. Deinde et animalia funt sol ana multa, uel ut leones, et galli, numinis cuiusdam solaris pro fua natura participes, unde mirum est, quantum inferiora in eodem ordine cedant superioribus, quamuis magnitudine, potentias non cedant hin eserunt gallum timeri am leone quam plurimum, et quafi col0i . cuius rei causam a matería, sensu ue assignare non possumus, sed solum ab ordinis supernicontemplatione. quoni amuide licet præsentia folaris uirtutis conuenitgalto magis quam leoni: quod& inde appare Marfil. Ficin. in Interprete  FICINO. Vem ad modum amatoresabipsa pulchritudine, quæcircasensumapparet, addiuinam paulatim pulchritudinem ratione progrediuntur: fic& sacerdotesantiqui,cùmconli, derarentinrebus naturalibus cognacionemquandam compassionemç; aliorumadalia &manifestorum aduiresoccultas,& omniainomnibus inuenirent, facrameorumscien quicquidest, pulchrumeft, et bonum eft.etiamsiindecorporissequaturin commodum. Corpus enim nonpars hominis, fedinftrumentum: instrumentiuero malumnonpertinetadutentem. Quomodo differantduohæc, fcilicetfecundumfeipfum, & quaipsum. Ietioneseius modi, fcilicet secundum feipsum, et quaipsum, etiam apud Aristotelemdistin, D guuntur. Quod enim secundum seipsum alicui competit, poteste i non competere primo. Quod autem qua ipsum conuenis præter id, quod conuenit, secundum se ipfum etiam primo competitei, atque adæquatur. Pulchrum igitur, fi commensurationis animæ causæst, atq;obhoc ipsum dicitur pulchrum, efficito, ut melius inanima dominetur deceriori, perficitąnos, et animæ deformitat empurgat: hac ipfa ratione bonum est, non quidem pe raccidens, fedquarationepul. chrum .fienim qua pulchrum est commensuratum, eft et bonum. Bonãenim estmensura cercéquá pulchrum est,exiftit& bonum. Similiter turpe, qua turpe,malum est. Nam qua curpe eft, informe est qui 1   quiagallus, quafiquibufdáhymnis applaudit furgentisoli, et quafiaduocat, quãdoexantipodum mediocæloadnosdeflectitur, et quando non nullisolaresangeliapparuerunt formiseiusmodi prædici, a r c f, cum ipfi i n s e fine form a essent, nobis tamen, qui formati sumus, occurrere formati. No nunquam tione. Quæ fecundumfefuntin corporea, non localicerpræsentia corporibus, adsunt eis,quotiescunqueuolunt, adillauergentia, atquedeclinantià, quatenusuidelicet naturaliteradea uergunt, arqueinclinantur. Sed enim cum nonadfint localia conditione corporibus, habitudine quadam eisadfunt. Quæ fecundum sesuntincorporea, certenonper substantiam, et peressentiam corporibusadsunt. Non enim corporibus cómifcentur ueruntamen ex ipsa inclinatione, quasimo mentouisquædam subfiftitinde comunicataiam propinquacorporibus. Ipsa namq inclinatio secundam quandam uim substituít corporibus iam propinquam. mæ, fecundữ corporafuntdiuisibiles. Non omne, quod agitinaliud appropinquatione, &ta &ufacit,quodfacit,fedetiam qupæropinquarido, et tangendo faciuntali quid fecunduma ccidens, nonutuntur propinquirate. Anima corporialligatur conuersione quadam adpassionesprouenien resacorpore. Rursum foluiturquatenusa corpore nihil patitur. Quod natura ligauit, hoc &ipsa naturasoluit. Rursusquod conciliauitanima, hoc et animadirimit. Natura quidem corpus in anima deuincit, anima uerose ipsam in corpore. Quam obrem natura corpus ab anima separaczanimauerose ipsam à corpore segregat, saclia us modi . Qui 1 Proc. De Sacrif. et Magia.  ICOR bada mler: in: no.N enlos ur, but aliano compiz quider Locum siue causisadintelligibilianos ducentibus. FICINO INTERPRETE. De natura, e alligatione,o solutioneanime. Nimaquidemmediüquiddameftintereffentiam indiuiduam, arqueessentiamuera corpora A diuisibilem. Intellectusautem essentiæst,indiuiduafolum. Sed qualitates, materialesq for læl, ea ncense garia 1, fiu ucent oxd zateni XOM etiam dæmones nisisuntsolares leonina fronte quibuscum gallusoböceretur, repente disparuerunt. Quod quidemindeprocedit, semper quæineodem ordineconstitutainferiora funt, reuerentur superiora: quemadmodum plerişintuentes uirorum imagines diuinorum,hocipsoas. pe&uuererisolentturpe aliquidperpretare. Vt autem summatimdicam, aliaadreuolucionessolis correuoluuntur, ficutplantæ, quasdiximus: aliafiguramsolariumradiorumquodammodoimitan tur, ut palma, dactylus: aliaigneamsolis naturam, ut laurus: aliaaliudquiddam uideresanelicetpro prietates, quxcolligunturin sole, passimdistribucasinsequentib. insolariordineconstitutis, scilicet angelis, dæmonibus,animis, animalibus, plantisatque lapidibus. Quo circasacerdotijueterisautho resàrebusapparentibus superiorum uiriumcultumad in uenerunt, dum aliamiscerent, alia purificarent. Misceban t autem plura i n uicem, quia uidebant fimplicia non nullam habere numinis proprieratem, non tamen fingulatim, sufficientem ad numinis ilius ad uocationem. Quamobrem ipfa multorum comixtioneattrahebant supernos influxus: acßquodipfi componendo unumexmul tisconficiebant, assimilabantipfiuni, quod est super multa, constituebantæ statuas exmaterñismul tispermixtas: odores quoq compositos colligentes:arceinunum diuina symbola, reddentesísun um tale, qualediuinumexiftit secundum effentiam, comprehendens, uidelicet uires quam plurimas. Quorum quidem diuisiounamquamg debilitauit, mixtiouerorestituitin exemplarisideam. Non nunquam ueroherbauna, uellapisunus, addiuinum sufficitopus. Sufficicenim Cnebison, ideftcar duus, ad fubitam numinis alicuius aparacionem, ad custodiam uerò laurus. Raccinum, ideftgenus uirgultispinosum, cepa, squilla, corallus, adamas, laspis, fed adpræsagiumcortalpæ, adpurificatio. nem uerosulfur, &atos marina. Ergo sacerdotes permutuam rerum cognationem, compassionem'. conducebant inunum, per repugnantiam expellebant purificantes,cum oportebat, sulfure, atque asphalto, idestbitumine, aquaas per gentes marina, purificat enim sulfur quidem propterodorisa cumen, aquaueromarina propterigneamportionem, et animaliadrjsindeorum cultucongruaad hibebant, cxtera't similiter. Quamobrem abës, atoßsimilibus recipientes primum potentias demonum, cognouerunt, uideliceceasesse proximasrebus.actionibus naturalibus: atq; perhæcnatura lia, quibus propinquantin præsentiam conuocarunt. Deindeà dæmonibus adipfasdeorumuires actiones et processerunt, partimquidem docentibus dæmonibus addiscentes, partim uero industria propria interpretantes conueniencia symbola, inpropriam deorum intelligentiam ascendentes, ac deni q post habitis naturalibus rebus, actionibusque, ac magna ex parte dæmonibus in deorum feconfortium receperunt. PORPHYRIVS DE OCCASIONIBVS, De natura corporeorum, atque in corporeorum. Mnecorpuseftin loco, nullumuerocorum, quæfecundūsesuntin corporea, uelaliquid tale, estinloco. Quæ secundum sesuntincorporea, eoipso, quodpræstantiusestomni corpore, atqueloco, ubiquesunt, nondistanti quidem, sedindiuiduaquadam condi USCE inuss sdina labor Pt, imi adns aberi is,fip liol Sicdi liatiei,unto 10,p Omnia MMM $   Omnia quodammodo suntin omnibus pro conditionecorum, quibusinfunt. On fimiliter omniainomnibus intelligimus, sed propriese habetadomniauniuscuíu sed sentia: intellectuquidem intelle&ualiter, inanimauero rationaliter: in plantis seminarie, in corporibus imaginariè: ineodem quod his omnibussuperiuseft, modoquodamfuper intellectuali, atquesuperessentiali essentiæ, aliatandem naturx supe rioris,aliaanimæ, aliaintele&ualis: uiuuntenim et ila: etfi nullum eorum, quæabiplisexi ftunt, uirameisfimilemsorciatur. aliaueropartim quidem fle&tunturadila, partimetiamnonflestuntur aliacandem folumde flectunturadgenituras, neqzinterimadse reflectuntur. per, educere. Anima quidé habet omnium rationes. Agit autē secundã eas, uel ab alio ad ex peditionemeiusmodi prouocata, uel ipfa fe ipfamintus conuertensadrationes, et cum abaliopro uocatur, tanquamadexternacommititintroducere sensus: cum uero ingredicurinseipsam, adintel ligentiasperuenit: necigitursensus extra imaginationem funt, necß,utdixeritaliquis, intelligence quatenus competunt animali Anima eft immortalis. Anima ef t essencia inextensa, immaterialis, immortalis, in'yita habenteaseipsauiuere, arosese fimiliterpossidente. Passio animæ, atque corporisestlonge diuersa. Liudestpati corpora, aliudincorporea. passioenim corporụm cum transmutatione cötingit passiouero animęest accommodatio quædam, et affe&ioadrem ipfam, et a&ioquædã, nullo modo fimilis  calefationi, frigefactionią corporum, quamobrem sipassiocorporū, cũtrans mutatione fit, dicendum eft omnia incorporea esse passionis expertia. Quæ enim a materia, corporf busipfeparatasuntadu, eadempermanent: quæueromateriæ corporibus propinquant, ipsaqui dem non sunt passiua, sed illa, in quibus hæc apparent, patiuntur, quád o enim animal s e n d t, anima quidam fimilis esseuideturharmoniæ cuidam separatæ ex seipsam chordas mouenti cötemperatas Corpus aữrsimileharmonię, quæ inseparabilisinestchordis, fed causa mouendieffeuideturanimal propter eaquod fit animatū, quod quidem simile eft mufico, exeoquodfitcõcinnum, corporaueros quæ per passione sensualem pulsantur, fimilia contemperatis chordis apparent. Etenim ibinon harmonica quid é separata patitur, fed chorda . et mouet f a n e musicus p ipsam, quæ sibi i n eft, harmoniā: newtamen chordaratione musica moueretur etiam, fiuelletmusicus, nifi harmonia ipsaiddixit. natæstquemadmodum corpora, sed fecundum nudam ad corporapriuationem. Quãobrenihil prohibetinterila, alia quidemesse essentia, alia uerò non essentia: et aliarursusante corpora, alia ueròunacumcorporibus: itemalia a corporibus separata, alia uerò non separata. Præter eaaliasecun dum sesubfiftentia, aliaueroalijs, utsintindigentia: alia deniqa&tionibus, uitisfexfemobilibuse adem, sedaliauitis, &qualibu sa&tionibus quodammodo permutata,nempefecundumnegatione corum, quæ ipfanon sunt, non secundum assistentiameorum, quæ sunt, appellatur. Pussiones materie prime assignat esimiliter à Plotino. Ateriæ propria apudantiquos hæc funtincorporeaquidem, diuerfænimeftàcorporibus, prætereauitæexpers, negintelle&tus, neckanima, neque aliquid fecundum seuiuens. Itêin, formis, permutabilis, infinita, impotens. Quapropternec ens, feduerum nõens, imagomol lisapparens, quoniãqd primo estinmole,eftipfum impotens, itéappetitio subsistentia et ftansno instacupræterea fempinse apparens, tum paruum, rum magnữ,tūminus, tūmagis, tūdeficiens, cī excedens, quoduefiatfemp, maneatuerònunquã, nec tamen aufugere potens, quippecútotius entisfit defectus. Quamobrēquicqd pmittat, mentitur: aciimagnūappareant, interimeuadirparo uũ, quafienimludus quid ãeftinnõensaufugiés, Fugænimeius non fit loco, sed dūabencedeficis, Quamobren. in infummiseftunitas cumuirtute: ininfimis multitudo cum debilitate. N corporeæ fubftantiædescendentesquidemdiju dicentur, atqßinsingula potentiæ defe&umul tiplicantur, adscendentes autemutuntur, atæ fimul recurrunt inunumcopia poteftatis. Quegenerant, partimconuertuntur ad genita, partimminimè. Mne, quodsuæssentiagenerat, aliquid sed eterius generat, atqomne genitü adgenitorina O curaconuertitur, eorumuero, quægenerant, alia quidem nullo modo conuertuntur ad genitas Sensus, imaginatio, memoria intelligentia. Emorianonest imaginationü conferuatio quædam, ámdtāmpastwintorspobaristale vias spoluéwata, sed eft ipfas propositiones, fiue productiones ina&um corū, quæ medicatus eft animusnu: nec rurfusabsq inftrumentorum sensualium passione sunt senfus, sic et intelligentiæ non absque imaginatione, nisianalogaconditiofit: quemadmodum figura consequens quiddam est ad animal sensuale, sic phantasma ali quid consequens ad intelligentiam anima intelligentis in animali. 1N De speciebus uite. On solumincorporib æquivoca GRICE aequi-vocality conditio est, sed ipsa etiãm vita multipliciter prædicatur eftenim uita plantæ, animalisalia: aliarursus intellectualis Alia IN N>M Dedifferentijs incorporeorum. Pfain corpore orī appellatio non secundum communicatē unius, eiusdemiş generis, sic cognomi.   Quam obremquæineasunt imagines, in suntindeteriorirursus imagine, quem admodum in speculo id quodalibilitum eft, apparetalibi, et ipsum speculum plenumese uidetur, nihilqz habet, dum om nia uidetur habere. funt, aut non funt, quappter nulla corūpaticur: quodempatienseft, non oportetitafe habere, fed efetale, ütalterariqueat, atointeriminqualitatibus eorī, quae ingrediuntur, ficásinferuntpas fionem. Eiñamos quodinest alteratio non aqualibec accidit, nexigicur imaceriapacítur. Nāsecun dum fe ipfam qualitatis estexpers, nesprorsusformx, quae funtinca, ingrediences; uicissim sexe, untes, sed passio fic circa compofitum, et uniuselsein compositione confiftit, hocenim incontrarijs uiribus& qualitatib ingredientiữz inferentiumą passione perfeuerare in fubfiftendo uidetur. Quá obre mea quoru um i uere est ab externis, ne casciplis, nimirum et uiuere, et non uiuere pat i possunt. Sed ea, quorum esse in u i t a consistit, passionis experte, necessarium est permanere secunduum itam, quemadmodūm uitä uacuitati conuenit et non pac, quarenus et uitæuacuicas. Icaq ficut permutari, acpati composito ex materia, forma côtingit, ideftcorpori, neqstamenidmateriæ accidic, ficujuere, areinterire, patiofecundumhocipfum incompofitum exanima, corporeæperspicitur, neqstamé animæidcontingit, quoniam animanoneft aliquidexuita, et non uita conflatum, sed uica solum constatquippe, cum fimplex essentia fit, ipfaqsanimæ ratio fit natura ipfa se mouens. Omnis intellectuseft omniformis. Ntelle&ualis esentia fic in partibuseftconfimilis, ut et in particulari quolibet intellectu, uniuersoos intellectu fint entia: fed intele&u quidem uniuerfali endaeciam particularia uniuersalifint ratione: in particularia ut čincellectu eciāmi uniuersalia fimulacos particularias intconditione qua dam particulari: Omnisuitain corporeaquocunq; mütetur,permanetimmortalis. Nuicisin corpore ispces susmanentibus prioribus in se firmisefficiuntur, dūnihilfuiõdunt, neos pmutantad substantiâ inferiori bexhibendam, quapptern ed quæ inde subfiftūccũaliquagdi tioneueltráf mutatione subsistûr, nechoc qdēefficitur, ficutgeneratiointeritus, gmutationisą particeps, ingéciaigitur, et incorruptibilia funtaroingčitæ, incorrupcx'ssecīdū hoc ipfumeffecta. Quomodo intelligatur quod eft fuperius intelectus uigilantiãmultadicatur, fed perfomnū ipsum cognitioeius, peritia'oshabetur, fimilinãque fimile cognosci folet, quoniã omnis cognitio, assimilatio quæ dá ef t ad hoc ipsum, quod cognoscitur ens uel ut falsam concipimus passionecă, ingentem uidelicet ili, quidigreditur extrase ipsum, ipfeenimquisque quemadmodum existenter deftuere, atokperse ipfum poteftreduciad ipfum non ens ente superius, ficabence, sepsipfodigres diensiam traducitur ad non ens, quod entisipfius est casusatqzruinia. Substantia in corpore aest ubi cunque uult. Atura corpori snihil impedit, quinquod fecundum fe incorporeum eft, ficubicung, et quò modocunque. Sicuc enim corpori incomprehensibile est, quod molis eft expers, nihilą adip  Porphyr de Occasionib. Quidpatiatur, quidnon. Afsiones circa id funt omnes, circaqd accidit et interitus.Vía enim ad interitãeft admissio passionis, acohuius est interirecuius  eft paci. In cerireaūc in corpore ūnullű, sed quædã interilaaur Anima quia per effentiam eft uita, non moritur. yIrca essentiam, cuius efe confiftic in uita, et cuius passione suit a quædã funt, nimirum& morg in quali aliqua uita uersatur, non in priuatione uitæ fimul tota. Quoniamneqs passio, seu uita est omnino, illic ad non uiuendum, iplaqz illic accidit orbitas. Sillo quod eft mente superius, per intelligentiam quidem multa dicuntur: considerantur D temuacuitatequadă intelligentiæ intelligentiam eliore; quem admodum dedormienteper Non ens aut eft fuperiusenteut Deus, aüt inferius cum materia. Vod non ensdicitur, auciplínos machinam urab ipso entealiquando separaci, aut super intelligimus,dum ens possidemus qua propter fi separamur ab ente, ens ipsum non super inetelligimus non ens super ens ipsum, sed iamnon N sumpertiner: sicin corporeo ipsum, quod molle diftenditur, non fic obstaculum et quafi non acec, neque enim quod incorporeum eft locali conditione quo uulc discurrit locus enim cum mole simul exiftit, neq srurfus corporum limitibus coercecur, quod enim quomodo cūqiiacetinmole, in angustum cohiberi poteft, et conditione locali transmutationem agere, quod aucemestamole,mag nitudine prorsusexemptū, hocabójs, quæ funt inmole contineri non poteft, a motuş i localiper manet liberum. Igitur qualiquadam, certaque dispositione reperituribi, ubi cunque disponitur, loco inter eatum ubique, tum nusquam simul exiftens, qua propter quali quadam certaque affectione uel super cælum, uel in parte mundi quadam apprehenditur: quando uero in aliqua mundi pàřectenetur, non oculis quidem aspicitur, sed ex operibus eius præsentia sua fit hominibus manifestas Substantia in corpore inullo corpore cohibetur, sed produci tescamin corpore perquamse corpori applicát. Vodeft in corpóreū, li quando in corporecomprehendatur, nonopuseftutitaconcludatur, Q quem admodum inparcoferæ clauduntur, nullum namque corpus poteft ipsumficinfeco hibere, nequeficutüterliquoremaliquem trahit, et cohibet, autfacum, fed oportetipsum ia nd C TO MmM. fubftituere cavite   Vniaersales cause non conuertuntura defectus, fed eosadfe conuertunt. V l l a substantiarum, quæ universæ sunt, a t æ perfectæ ad suam conuertitur geni cură. Omnes auté perfectæ subftantiæadgenerantiarediguntur, et id quidem ad corpus uso mundanum. Quomodo differenterestubiq; Deusintelle Āus, animas Euseftubiq, quianusquam intellectus est:ubiq etiã,quianufquam anima deníqueubiqet EX PORPHYRIO DE AB ftinentia animalium quinetiam cognoscitipsum, quod in feest, naturaliterperpetuo uigilans, atque fom/ num, quo hic opprimitur, deprehendit. Cui non sane educationem, nutritionemque trademus consentancã, tūhuius locinaturæ, tum suiipsiuscognitioni conuenientem, Beatitudo non eft diuinorum cognitio, fed uita diuina. Eata nobis contemplatio non est uerborum accumulatio, disciplinarumque multitudo, quemad Bmodum aliquis forteputauerit: neque enim iracomponitur, neque pro quantitate rationūac  quare perfectio quidê aprioribus fecunda fubftituit cõferuanseade ad priora conversa, defectusautempri oraetiam ad pofteriora defledit, eficitqzut hæc ipfa diliganta superioreinterim differentia Marsil. FICINO si veda in substitucreuiresab ipsa in se ipsum unione extramanantes, quibus descendens corporiaplícatur, copula itaßeius ad corpus per ineffabilem quandam suiipsiu simpletur extensioné, quam obrénõ aliud adem ultūipfuamlligat, fed ipfum certe se ipfum, nec igiturefoluit ipsum corpus quãdofrangitur autinterit,fèdipsum pociusfemetipsumcnodat, quando a familiari erga subiectâ affectione diuercio Quod quidemcūsit perfectum ad animā estreda&um, animam in quã intellectualem, ideoas círculouoluitur, anima uero mundi ad intellectum attollitur, intelle&us auteerigitur ad principio Omnia itaque perueniunt ad hoc ipsum ab extremis exordientia, quatenus facultas suppecitunicuic perueniūt inquam eleuatione ad primū, illucusą perducta: quæ quidēautex propinquo, autex. lon ginquoeficifolet. Hæcitas non solum appetere Deum dicipossunt, sedetiam prouiribusafequizin substancijsuero particularibus, et ad multa labipotentibus in eft procliuitas deflectēs adgenicuras: ideoiginhis deli&um dicitur accidissezinhis infidelitas eft damnata. Has igitur contaminatipla materia, propter ea quod ad hác defledipossint, cũtameninterea ad diuinūs e ualeant convertisse: quoniã eft et nufquā: fed Deus quidem ubique& nusquãeftcorum omnium, quæ funt poft ipsum. Sui uerò ipfius eft folum, ficutest, atqueuult. Intellectus autem in Deo quidem ubica est, fed ineis, quæ funt poftipsum, existirnusqua pariter, et ubique anima tandem in incelecttu, acor Deo, fimiliter eft ubique, incorporeuero ubique est simul et nusquam. Corpus aut et inanima, et in intellectu, et in Deo, omnia pro se et o cūentia, tum non entia ex Deo sunt, et ideonec tamen ipse Deus eft,cum entia,tum nonentia, nec existit in eis. Si enim esset duntaxat ubiq ipfe quidem omnia, et in omnibus esset. A  quoniam est, et nusquam, omnia sane per ipsum fi unc fiunt a ž r ursus in ipso, quiam ipse existit ubios: diversarursusab ipso, quoniam ipse nusqua. Similiter intelectu subicexistens, atqs nus quam, causa est animaram, animasæ sequentium: neq s ipse anima est, neg quæ post animam, neque in cis existic: quoniam uide licet non folum ubiqueest, eorumque, quæ funt post ipsum, sed et nusquam. Rursus anima neque corpu seft, neque est in corpore, fedcausacorporis,quoniam dum ubiq eftper corpussimuleft, et incorporenus quam, processus denique universi in illud definit, quodnec ubiqfi mui, nequenusquamesseualet, sed alternis quibus damuicibus utriusque fit particeps. Nome compiuto: Giuseppe Girgenti. Girgenti. Keywords: la parola che non s’incatena, Giustino martire, la traduzione di Boezio delle Categorie di Porfirio, traduzione di Ficino delle sentenze sugl’intelligibili di Porfirio, henologia platonica, categoria, prediccamento, Agostino, Boezio, predicare, predicato. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Girgenti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Girotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della curva – la filosofia nella storia d’Italia – il caso Gentile – filosofia veneta – scuoa d’Adria -filosofia italiana – Luigi Speranza (Adria). Abstract. Grice: “The main difference between Bologna, the oldest university, and Oxford, is that they had Mussolini – we didn’t!” Keywords: fascismo. Filosofo adriase. Filosofo veneto Filosofo Italiano. Adria, Rovigo, Veneto. Grice: “I like Girotti; for one, he has explored the idea of ‘beauty,’ which Sibley should, but did not!” Si laurea a Padova, sotto SANTINELLO (si veda) e BERTI (si veda). Pubblica Filosofia (La Scuola, Brescia). Pubblica: “Gouhier e la sua storia storica della filosofia” (Unipress, Padova). “Comunicazione filosofica” “Società Filosofica Italiana.” Altre saggi: “Aristotele, dal platonismo all’autonomi” (Polaris, Faenza); “Modelli di razionalità nella filosofia”, Sapere, Padova; Discorso sui metodi, Pensa, Lecce; Medioevo vs oggi: tra tabula rasa e innatismo, Sapere, Padova; Riforma Gelmini e filosofia Sapere, Padova; Essere e volere, Pensa multimedia, Lecce; Siamo completamente liberi di volere ciò che vogliamo?, Il Giardino dei Pensieri, Bologna); Bellezza e responsabilità, Diogene Multimedia, Bologna; Cercasi anima disperatamente, Diogene Multimedia, Bologna; GENTILE; Diogene Multimedia, Bologna); “Il fico proibito dell’Eden e la giustificazione del male, Diogene Bologna; Un viaggio intorno all’io: Da Atene a Delfi dialogando, Diogene, Bologna; Sul permesso di morire, Diogene Bologna; Comunità di ricerca, Gouhier in Enciclopedia Filosofica Bompiani,  La collana si chiama Briciole di Filosofia “una storia storica che si fermi all’esibizione dei dati diventa semplice una ‘cronaca’; infatti, nel momento in cui si espone la filosofia di Grice, per poter abbracciare l'oggettività si dovrebbe rimanere all’interno di un'asettica descrizione, quella che G. definisce como “fenomenologia dello spirito metafisico. G. distingue la fenomenologia come metodo e lo spirito metafisico come oggetto. Seguendo il metodo della fenomenologia, il filosofo-storiografo sarebbe invitato a fermarsi alla lettura del dato per descrivere ciò che esso mostra. Seguendo “lo spirito metafisico”, il filosofostoriografo ritroverebbe l'oggetto o topico della sua ricerca, cioè il fatto spirituale.  È su questo fatto spirituale che G. refina Gouhier in quanto trova che Gouhier, quando ha messo le vesti dello storico della storia storica della filosofia, sia scivolato in una loro descrizione bergsoniana, ammessa anche da Gouhier. Cf. Grice on the longitudinal history of philosophy. “We should treat those who are dead and great as if they were great and living – it’s a matter of introjecting into his shoes, or sandals!” -“La distillazione filosofica”  GENTILE nasce a Castelvetrano, provincia di Trapani, ottavo di dieci fratelli, due dei quali erano già morti quando egli vide la luce. Suo padre, che si chiamava anche lui Giovanni, era farmacista; sua madre, Teresa Curti, maestra elementare.  Da quel poco, o non molto, di autobiografico che, sempre restio alla confidenza e all'effusione dell'animo, pur si deduce dagli scritti e, in particolare, dai carteggi con i suoi maestri pisani,  Jaja ed Ancona, risulta che il rapporto con i genitori fu intenso, nutrito di forti affetti; sebbene, per altro verso, travagliato, a causa soprattutto, oltre che della morte del fratello Gaetano, delle disavventure professionali del padre. Le quali derivarono dal forte e alquanto anarchico convincimento di non dover sottostare, nella gestione della farmacia di cui era proprietario e titolare, alle nuove regole introdotte dalla legge sanitaria emanata dal governo di F. Crispi; e dalla sua decisione di chiudere perciò la farmacia, che si trovava a Campobello, e ritirarsi con la famiglia nella vicina Castelvetrano, quindi di riaprirla tornando da solo là dove quella si trovava e subendo un nuovo processo per il reiterato suo rifiuto di sottostare alle nuove regole.  È probabile che nell'animo sensibile, e più impressionabile forse di quanto il G. fosse disposto ad ammettere, del giovinetto che intanto attendeva agli studi scolastici, si formassero, nei confronti della terra siciliana, ossia di un luogo così fortemente segnato da dolori e umiliazioni, sentimenti contrastanti. Non che per le sofferenze che involontariamente aveva inflitto al padre, egli prendesse allora a odiare, o anche soltanto a disistimare, il siciliano Crispi, al quale sempre invece guardò come a un grande personaggio, l'unico degno di rappresentare sul serio, nella decadente Italia di fine secolo, lo spirito autentico del Risorgimento, nelle cui battaglie era stato protagonista.  Ma nei confronti della piccola, e pur amata, patria siciliana, i suoi sentimenti furono in effetti misti; e abbastanza presto si sublimarono, assumendo forma intellettuale, in quelli che, se lo si legge con attenzione, si colgono al fondo del libro che, quando era professore a Pisa e insegnava dalla cattedra che era stata del suo maestro Jaja, egli dedicò a Il tramonto della cultura siciliana (Bologna). Libro singolare, in effetti; che, riboccante di passione e di affetti, concerne un "tramonto" atteso e auspicato di "cose" che, profondamente radicate nella storia e nelle tradizioni dell'isola, meritavano, a suo giudizio, di "tramontare" per sempre risolvendosi in assai più ampio e comprensivo orizzonte di pensieri e di cultura. Nella Sicilia "moderna", con poche eccezioni, il G. non coglieva infatti se non materialismo, illuminismo astratto, anticlericalismo estrinseco, e niente romanticismo, niente idealismo, nessun serio sentimento della vita vissuta nel segno di più alte idealità. E con questi "caratteri" spiegava le difficoltà che l'isola aveva opposto al Risorgimento nazionale e, quindi, alla vera cultura idealistica. Quando perciò, divenuto nel 1906 professore di storia della filosofia nell'Università di Palermo, il G. dette inizio all'insegnamento che doveva condurlo alla prima sistemazione del suo pensiero nell'idealismo attuale, c'era nel suo impegno filosofico qualcosa di missionario, quasi che nel fondo di sé sentisse di operare in partibus infidelium e il suo compito consistesse nel riscattare nel suo idealismo gli assai diversi principî ai quali la Sicilia era rimasta ferma.  Nell'isola il G. non rimase se non il tempo necessario al conseguimento dei primi traguardi scolastici; e quando, finalmente, ottenuta, nel 1893, un anno prima della naturale scadenza, la licenza liceale presso il liceo Ximenes di Trapani, fu ammesso, avendo vinto il relativo concorso, a frequentare la Scuola normale superiore di Pisa, era uno studente critico bensì di molti aspetti della cultura siciliana quello che approdava alla sponda toscana, ma recante tuttavia in sé non pochi segni di quella. Il positivismo che, colorandosi sotto l'influsso di R. Schiattarella di materialismo e anticlericalismo, largamente dominava la cultura siciliana non era passato sul suo animo e sulla sua mente senza lasciare qualche traccia; e se non vi era passato intero, in parte almeno vi era passato: il che spiega l'intransigenza con la quale, compiuta la sua più autentica formazione alla scuola pisana dello Jaja, egli si impegnò a cancellarne, nel suo pensiero, ogni possibile traccia.  Nel componimento scolastico consacrato a U. Foscolo con il quale ottenne la licenza liceale colpiscono in effetti le due tonalità che lo caratterizzano: quella civile, che sarebbe poi rimasta, attraverso la trasfigurazione risorgimentale, al centro dei suoi sentimenti e interessi, e l'altra, antiromantica, appresa alla scuola del suo professore di italiano, V. Pappalardo, e ribadita attraverso lo studio della Storia della letteratura italiana di Giudici. E si può e si deve, del resto, andare anche oltre. Fu forse allora, infatti, negli anni in cui fu studente in Sicilia, che il G. venne positivamente in contatto con la questione del "fatto"; che certo, nel corso del suo pensiero, subì, rispetto al punto di partenza, trasformazioni così profonde da rendere questo quasi irriconoscibile nel risultato conseguito. Quasi, tuttavia, e non del tutto: perché, assunto nella prospettiva dell'atto, il "fatto" è bensì l'astratto che quello, l'atto, perennemente supera conseguendo e conquistando la sua concretezza, ma, oltre a esser anche la sua "determinatezza", si rivela altresì, nel processo costitutivo dell'atto, indispensabile e necessario: con la conseguenza che, nell'idealismo attuale, la sua è bensì una morte, caratterizzata tuttavia nel senso, piuttosto, della "trasfigurazione".  Non s'insisterà mai abbastanza sull'importanza che, proprio per queste ragioni, la Scuola normale ebbe, con i professori che vi insegnavano, lo Jaja e il D'Ancona, in primo luogo, ma anche A. Crivellucci, nella formazione del giovane allievo siciliano. E ai professori debbono aggiungersi i compagni che egli allora v'incontrò, Volpe e Pintor, Congedo, Salza, Radice.  Anche qui, per altro, avrebbe torto chi semplicemente ritenesse che al fuoco dell'idealismo professato dallo Jaja il G. bruciasse ogni scoria positivista e rapidamente acquistasse la fisionomia che in seguito sarebbe stata la sua. È vero invece che la dicotomia determinatasi in lui quando, in Sicilia, per un verso si accendeva di entusiasmo per il Foscolo e i valori civili da lui rappresentati e per un altro si piegava al culto reverente dei fatti, in qualche modo si ripropose anche a Pisa. Ed egli dovette subirla anche qui perché alla filosofia senza storia né arte che gli veniva insegnata da Jaja corrispondevano la storia e la letteratura senza filosofia che gli provenivano dall'esempio di D'Ancona e di Crivellucci. Il che, naturalmente, non deve sorprendere, perché a predominare, anche a Pisa, era allora il positivismo con il congiunto metodo storico; e con il suo idealismo di derivazione spaventiana Jaja costituiva, in quell'ambiente, piuttosto l'eccezione che non la regola.  La produzione scientifica in cui, senza abbandonare la rivista Helios, che si pubblicava in Sicilia, a Castelvetrano, e alla quale seguitò infatti a non far mancare la sua collaborazione, allora si impegnò appare nettamente scissa fra l'erudizione pura, da una parte, e la filosofia, altrettanto pura, da un'altra (anche se, nel ricercare e commentare i testi di quest'ultima, il giovane G. mostrava chiari i segni del metodo che aveva appreso d’Ancona e dal Crivellucci, e che dette del resto chiara prova di sé nella dissertazione accademica Delle commedie di Grazzini, detto il Lasca, pubblicata negli Annali della Scuola normale superiore di Pisa. Le cose più notevoli uscite tuttavia dalla sua penna a conclusione del suo periodo pisano sono, com'è noto, la tesi su Rosmini e Gioberti, discussa con Jaja e quindi, discussa anch'essa con quest'ultimo, la più breve indagine su La filosofia di Marx.  Di questi due libri, il primo costituisce il documento, altrettanto precoce che maturo, di un'indagine condotta nel segno di Bertrando Spaventa e della sua idea relativa alla relazione intercorrente fra il pensiero italiano e quello europeo, fra A. Rosmini e V. Gioberti, da una parte, I. Kant e Hegel da un'altra. Il secondo è invece il documento della capacità dimostrata dal giovane studioso di cogliere il carattere, che a lui sembrava nel fondo idealistico, della filosofia di K. Marx, e altresì di entrare con autorevolezza in uno dei dibattiti - quello concernente la "crisi" del marxismo - fra i più vivi che allora si accendessero nella cultura dell'Europa contemporanea.  Lo studio dedicato a Rosmini e Gioberti, e alla loro polemica fu steso per il conseguimento della laurea in filosofia, che il G. ottenne con il massimo dei voti e il diritto alla stampa. Quello dedicato a Marx fu composto per la tesi di abilitazione all'insegnamento che egli conseguì l'anno successivo e gli dette la possibilità di un ulteriore periodo di perfezionamento da trascorrere presso l'Istituto di studi superiori di Firenze, dove fu per un anno e dove ebbe modo di entrare in contatto con gli illustri professori che allora vi insegnavano e che, fra gli altri, si chiamavano Villari, Vitelli, Rajna. Fra questi era anche il professore di filosofia, il neokantiano F. Tocco, con il quale i rapporti non furono né semplici né facili, ma con il quale comunque conseguì un nuovo titolo, discutendo una tesi sulla filosofia italiana del periodo che da Genovesi va fino a Galluppi, e che poi divenne un volume, pubblicato, nelle edizioni de La Critica, da Croce (Da Genovesi a Galluppi: ricerche storiche, Napoli).  Fu, anche quello trascorso a Firenze, un periodo importante; e se il rapporto con il Tocco fu, malgrado asprezze e incomprensioni, proficuo perché lo mise comunque in contatto con un Kant diverso da quello di Bertrando Spaventa mediatogli dall'insegnamento di Jaja; se quello con Villari fu alquanto burrascoso, dei grandi filologi, classico il primo, romanzo il secondo, Vitelli e Rajna dovette conservare per sempre un grato ricordo, se è vero che ancora negli ultimi anni progettò di ristampare, del secondo, il libro su Le fonti dell'Orlando furioso, ossia uno dei monumenti più insigni della vecchia scuola del metodo storico.  Con l'anno trascorso a Firenze, nell'estate 1898 i suoi Lehrjahre avevano termine; e gli anni che seguirono furono non facili; anzi decisamente difficili, perché l'esigenza per lui imperiosa di trovare un lavoro, e perciò un posto nell'insegnamento medio, era pari a quella che egli avvertiva non meno viva e urgente di non interrompere gli studi filosofici, nei quali aveva già realizzato un'impresa notevole, con quei tre lavori, così ricchi di dottrina e di idee. Ma l'esigenza di proseguire senza nocive interruzioni la intrapresa carriera dello studioso implicava l'altra che l'eventuale sede non fosse dispersa nella lontana provincia meridionale e lontana perciò dai centri vivi della cultura nazionale, dalle università e dalla biblioteche. E la preoccupazione principale del G. fu allora, in particolar modo, di non essere costretto a far ritorno nell'isola dalla quale era partito anni innanzi: sì che quando ebbe la sede di Campobasso, con l'incarico di filosofia al liceo Mario Pagano, non poté dirsene del tutto scontento, perché di lì poteva raggiungere di tanto in tanto Napoli, dove la frequentazione del filosofo hegeliano S. Maturi, professore al liceo Umberto e, sopra tutto, di Benedetto Croce, con il quale era entrato in contatto quando ancora era studente del terz'anno, largamente lo compensavano dalla solitudine alla quale era invece, per il resto del tempo, costretto.  Del resto, non fu quello di Campobasso un periodo che si protrasse nel tempo. E la fortuna girò in suo favore, perché G. poté ottenere un posto presso il liceo Vittorio Emanuele di Napoli: il che gli dette la possibilità di rendere veramente intrinseci i legami intellettuali con Croce, ossia con il già illustre studioso che, in quello stesso anno, concluso il periodo degli studi soltanto eruditi, giunto al termine della discussione intrapresa con i testi di Marx e dei marxisti, era tornato alla filosofia e aveva dato all'estetica la sua prima sistemazione.  A ragione, e del resto non è un'osservazione peregrina, è stato detto che, se senza Croce non s'intende G., altrettanto è vero per l'inverso. Ma ancor meglio potrebbe dirsi e ripetersi che, se si prescindesse dalla collaborazione, stretta, intensa e anche conflittuale, che subito si stabilì fra il libero studioso Benedetto Croce e il giovane ex normalista siciliano, poco o niente si capirebbe della cultura italiana che nel bene (secondo alcuni), nel male (secondo altri) per circa mezzo secolo fu dominata dalle loro personalità e dalle loro opere, spesso intrecciate le une alle altre nel segno prima della concordia discors e poi dell'aperta polemica. È difficile decidere chi fra i due, se il più vecchio o il più giovane, giovasse all'altro nella forma più decisiva. E forse, posta così, la questione è posta male, perché, se è vero che da G. Croce ricevette impulsi a cogliere nel pensiero che si veniva formando in lui le difficoltà che ne nascevano e ad affrontarle nel segno dell'unità, se è vero, d'altra parte, che la collaborazione prestata dal giovane studioso alla formazione della filosofia dello spirito non avvenne senza che egli ne traesse grande giovamento per le tante idee con le quali veniva in contatto e la non comune dottrina storica e letteraria con il cui carattere venivano al mondo, anche è vero che in questi bilanci del dare e dell'avere c'è sempre qualcosa di angusto, di gretto, di meschino: e conviene perciò, dalle parole generali, passare di volta in volta ai fatti determinati.  Sta comunque di fatto che, mentre il carteggio fra i due si faceva tanto intenso e frequente che non c'era, si può dire, giorno senza che uno scambio intervenisse a proporre osservazioni, suggerimenti, informazioni e, magari, contrasti; mentre l'amicizia si approfondiva nella collaborazione, la diversa indole dei due ingegni ne riusciva non soffocata, ma in qualche modo persino potenziata. E, come si è detto, c'erano, meno infrequenti di quanto non si pensi, anche i contrasti, anche le polemiche, garbate, amichevoli, ma ferme.  Se, per esempio, nella questione concernente il materialismo storico (una filosofia, per il G., e non, come per Croce, un semplice "canone empirico": una filosofia della storia, fondata per altro sullo scambio del trascendentale e dell'empirico), il dissenso rimase senza soluzione, la discussione, che in buona parte si svolse per lettera, su forma e contenuto nell'estetica condusse i due filosofi a un accordo sempre più stretto; e anche qui è, non solo alquanto meschino, ma sopra tutto difficile chiedersi, e quindi rispondere al quesito, se a condurre il gioco fosse piuttosto G., o se invece fosse Croce che, via via che veniva impadronendosi dell'intero territorio dell'estetica, suggeriva il tema e controllava lo svolgimento.  Intanto, la realizzazione del progetto di una rivista letteraria, storica e filosofica, che si chiamò La Critica (il primo numero uscì il 20 gennaio), dette a Croce, e a G., lo strumento attraverso il quale la loro collaborazione potesse rendersi visibile e concreta in risultati specifici, attraendo altresì su di sé, fra consensi e dissensi, l'attenzione del mondo culturale italiano e non soltanto italiano, perché l'anno precedente era uscita la prima edizione dell'Estetica crociana e il successo travolgente del libro, andato al di là di ogni previsione, non poteva non ripercuotere sulla rivista appena agli inizi la sua positività.  La Critica divenne così, velocemente, un severo luogo di ricerche, di studi, e anche, spesso, di impietosi esami critici; e, con il diverso accento caratterizzante lo stile del direttore e del suo principale collaboratore, svolse un'opera della quale sarebbe vano voler disconoscere l'importanza. L'oggetto della "critica" era costituito dalla cultura positivistica, che era bensì in declino quando la rivista iniziò la sua battaglia, ma non tanto, tuttavia, che se quell'urto violento e sistematico non si fosse prodotto, avrebbe trovato così presto la via della sua risoluzione. Al contrario, si direbbe: perché, malgrado la non eccelsa qualità dei suoi pensatori, e certa loro tendenza a dividersi fra un alquanto volgare materialismo e vacue accensioni mistiche e "spiritualistiche", il positivismo aveva, nella sua forma di "metodo storico", non soltanto prodotto alcune opere egregie e importanti, ma era penetrato in profondità nella cultura e nel costume dei professori e della classe dirigente del paese. E "positivista" era in sostanza il pensiero democratico e altresì, malgrado il marxismo, quello socialista; positivisti altresì, con maggiore o minore intensità, erano stati, e per qualche tratto ancora erano, gli stessi Croce e G., che in quella tradizione, e non in un'altra, avevano compiuto i primi passi. Con la conseguenza che quella loro battaglia antipositivistica, esaltata, enfatizzata e mitizzata da alcuni, deprezzata e magari deplorata da altri, fu, con le sue luci e le sue ombre, anche una battaglia che giorno dopo giorno i due filosofi amici condussero contro quel loro "sé stesso" che di essere emendato nel senso della nuova filosofia avesse avuto necessità. E molte cose della vecchia "fede" certamente furono lasciate cadere, che qui non occorre elencare. Ma alcune no; e, per fare qualche esempio, certo si deve anche alla severa disciplina erudita appresa alla scuola dei maestri del metodo storico se, come nessun altro ai suoi tempi, Croce esplorò gli angoli più riposti della "regione" seicentesca, e scrive il saggio su La novella di Andreuccio da Perugia (Bari), e il G. non disdegnò le minute ricerche rinascimentali che sottese e affiancò ai grandi quadri d'insieme, e rievocò le ombre dei suoi maestri toscani per scrivere il bel libro dedicato a Gino Capponi e la cultura toscana nel secolo decimonono.  Il soggiorno a Napoli fu, nel rapporto con Croce, quale non poteva non essere: importante, fondamentale perché ebbe per conseguenza di renderlo sempre più stretto, sempre più profondo e, perciò, più stimolante. Il che, trattandosi del rapporto di due pensatori che in quello impegnavano la parte più delicata del loro essere, significa altresì che, per ciò stesso che toccava il profondo, scopriva le differenze mentre celebrava le affinità e persino le identità, e potenzialmente conteneva in sé il germe del suo rovesciamento nell'inimicizia. La polemica sul marxismo contribuì a far meglio conoscere a entrambi le rispettive, e diverse, fisionomie intellettuali; e i due ne uscirono, sebbene avessero ciascuno mantenuto il proprio punto di vista, rafforzati nell'amicizia. Ma la polemica epistolare, e rimasta perciò privata, sulla questione della filosofia e della storia della filosofia, aveva già, sotterraneamente, impresso qualche preoccupante vibrazione alla struttura portante dell'edificio; perché a Croce, sebbene avesse alla fine dato il suo consenso alla tesi del G., era anche sembrato di cogliervi qualche tratto di vecchio hegelismo, il cui Idealtypus era rappresentato allora a Napoli da S. Maturi; e questo G. non l'aveva gradito.  L'amicizia per allora rimase salda, e anzi, via via, si approfondì, perché in realtà non solo la filosofia e la scienza riguardava, ma anche le cose dell'anima e dell'esistenza, che nella battaglia culturale non potevano, del resto, non essere coinvolte. E poiché nella Critica il G. sistematicamente svolgeva il compito che si era assunto di ricostruire le origini della filosofia contemporanea in Italia e intanto, al margine, scriveva note e recensioni per lo più molto polemiche nell'atto stesso in cui, su un altro fronte, conduceva la sua aspra battaglia, in nome della filosofia che non può non essere immanentismo assoluto, contro quello che perciò sembrava a lui l'equivoco del modernismo cattolico: delle eventuali dispute che intanto i due filosofi svolgessero in privato la rivista non risentì e non mostrò il segno.  La collaborazione che essi vi svolgevano e realizzavano fu perciò, per anni e anni, vista e avvertita come se i due fossero quasi una sola persona che, di volta in volta, faceva prevalere il rigore filosofico e l'eleganza letteraria, nutrita anch'essa di rigore. Si aggiunga che allora Croce fu impegnato, fuori della Critica, nella costruzione della Filosofia come scienza dello spirito; e che, per parte sua, mentre svolgeva il suo lavoro e si impegnava a seguire i progressi filosofici del suo amico, sul piano teoretico il G. mostrò in quei primi anni la tendenza a restare in disparte.  Avvertiva, e in una lettera del 1908 inviata al Maturi lo scrisse anche in modo esplicito, che se avesse dovuto esprimere intero il pensiero che intanto gli urgeva dentro con Croce sarebbe giunto allo scontro, e avrebbe dovuto combatterlo. Sapeva, o riteneva di sapere, che, svolto con rigore, il tratto spaventiano del suo pensiero avrebbe dato luogo a conseguenze diverse da quelle che Croce stava allora ricavando dalle sue premesse, e sistemando nei suoi libri; e della migliore qualità filosofica di quelle era altrettanto convinto come della necessità che per allora non convenisse mettere in crisi una collaborazione dalla quale frutti copiosi la cultura italiana poteva ancora attendersi. Del resto, la cautela del G. e la sua decisione di lavorare per, e non contro, l'alleanza con Croce non potevano esser tali da impedire che, talvolta anche in pubblico, sebbene non dichiarate, le differenze emergessero; e fu quel che puntualmente avvenne quando G. scrisse (e per allora non pubblicò) la prolusione al suo corso libero di filosofia teoretica nell'Università di Napoli.  Da Napoli, dove nell'insieme trascorse un sereno periodo (aveva sposato Erminia Nudi, una maestra conosciuta a Campobasso), quasi per intero consacrato all'insegnamento - aveva ottenuto la libera docenza che esercitava nel corso libero di filosofia teoretica presso l'Università e dal 1904 aveva assunto anche un incarico di filosofia e pedagogia presso l'Istituto superiore di magistero Suor Orsola Benincasa -, alla riflessione filosofica, allo studio, G. passò a Palermo, perché nel frattempo - dopo che un primo concorso per la filosofia teoretica lo aveva visto soccombere per l'ostilità dimostratagli da Tocco, e anche a causa della debole difesa fattane da A. Labriola, gravemente ammalato e quasi impossibilitato a parlare - aveva vinto la cattedra di storia della filosofia per quella Università. Così, senza averlo sul serio desiderato, era di nuovo approdato alla sponda siciliana; e meno che mai lo aveva desiderato Croce, che non solo vedeva interrotta una consuetudine di vita, di collaborazione e di lavoro che doveva a ogni costo essere difesa, ma anche temeva che il nuovo ambiente potesse distrarre in vario modo l'amico e, sotto diversi punti di vista, allontanarlo da lui.  Il timore di Croce non aveva allora nessun altro fondamento che sé stesso e l'intuizione di cui si alimentava. Era infatti qualcosa come una congettura, una supposizione. Ma la congettura, la supposizione, e il timore, non si rivelarono tuttavia per intero infondati; perché, come forse era inevitabile, nel nuovo ambiente G. non poteva non ottenere la posizione preminente e da protagonista che non solo il prestigio di cui godeva, ma anche e sopra tutto la forte personalità della quale era dotato, non potevano non assicurargli. La sua posizione divenne preminente nell'Università e, quindi, nella Biblioteca filosofica che, per le iniziative di G. Amato Pojero che ne aveva la cura principale, divenne un centro vivo di dibattiti, nel quale l'idealismo attuale definì per la prima volta sé stesso e vide la luce. Anticipato in modo più che parziale con il breve saggio che G. dedicò a Le forme assolute dello spirito e, senza presentarlo in altra sede, incluse nel volume su Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia come sua ideale premessa (e conclusione), l'idealismo attuale trovò la sua prima espressione nella memoria, letta presso la Biblioteca filosofica su L'atto del pensare come atto puro (Palermo), quindi nell'altra su Il metodo dell'immanenza, e ancora nelle pagine consacrate a La riforma della dialettica hegeliana e a Spaventa che l'aveva avviata, nonché nel Sommario di pedagogia come scienza filosofica, il cui primo volume contiene in effetti una sorta di teoria generale dello spirito sotto specie pedagogica.  Un volume, questo, che quando lo lesse in bozze Croce giudicò con qualche severità, perché gli parve che non solo il G. si fosse espresso con nettezza contro la possibilità che tra le forme dello spirito potesse darsi la "distinzione", ma anche che, senza nominarlo e perciò con tanta maggiore asprezza, avesse polemizzato proprio con lui che nella distinzione aveva fatto e stava facendo consistere il criterio supremo dell'intelligenza della realtà. Da queste dichiarazioni di autonomia e di indipendenza, che, implicitamente (ma in modo per altro trasparente), contenevano qualcosa come una sfida, Croce non poteva non essere preoccupato; e tanto più in quanto il senso di indipendenza e di autonomia era confermato da quel che scrivevano gli allievi siciliani del G.: Fazio-Allmayer e Omodeo, Saitta e Albeggiani; e anche Ruggiero, che siciliano e residente in Sicilia non era, ma attualista sì, anzi ultrattualista, come ci teneva a dichiararsi e come aveva del resto dimostrato con la memoria, pubblicata anch'essa nell'Annuario della Biblioteca filosofica, su La scienza come esperienza assoluta.  La pubblicazione degli scritti attualisti del G. e le varie manifestazioni che allora innegabilmente si ebbero del formarsi di una scuola che in quella forma d'idealismo riconosceva l'unica rigorosa e, perciò, possibile, non potevano non provocare prima o poi la reazione di Croce. Il quale aveva bensì fatto il possibile perché G. tornasse a Napoli come professore nell'Università, convinto che in tal modo la collaborazione sarebbe tornata alle vecchie forme senza le perturbazioni provocate dalla "scuola" e dagli spiriti non sempre positivi che, in effetti, vi si formano o tendono a formarvisi. Ma il suo tentativo non ebbe, com'è noto, successo, perché forti e insormontabili furono le resistenze che l'ambiente accademico napoletano dimostrò all'accettazione della sua proposta. E così accadde che, persa quella battaglia nella quale aveva speso molto del suo prestigio e delle sue energie, quando una grave sciagura privata gli dette il senso che tutto ormai, nella sua vita dovesse giungere all'estremo chiarimento, Croce decidesse di rendere pubblico il "dissidio" filosofico che lo divideva dall'idealismo attuale; e scrisse, per la Voce di Prezzolini, un articolo in forma di lettera, nel quale i termini del dissenso erano definiti con amichevole fermezza. La scelta della Voce significava, nelle intenzioni crociane, che la disputa non riguardava La Critica, ossia il luogo della loro comune opera culturale; e si svolgeva, per così dire, al margine di questa. Ma la decisione di mettere in piazza il loro dissenso ferì in modo particolare G.: anche se, decisa nella sostanza e orientata non a sanare, bensì a ulteriormente precisare, il dissenso, la replica che anche lui affidò alla Voce, si presentasse come la risposta amichevole a un'amichevole richiesta di chiarimenti teoretici. Il dissenso era comunque stato dichiarato; e non mancò di suscitare molta impressione: tanto più che, replicando a sua volta, con fermezza, Croce prese atto di un divario che concerneva non la periferia, ma il centro stesso delle loro filosofie.  Il periodo siciliano fu comunque fecondo di molto lavoro. E oltre ad aver gettato le basi dell'idealismo attuale, G. svolse infatti e approfondì alcuni essenziali aspetti della scolastica e del Rinascimento; e scrisse di Bruno, di Telesio, di Vico, mentre la collaborazione alla Critica continuava con il consueto ritmo e, dopo la tempesta teoretica, nei rapporti con Croce era tornata la calma. Deve anzi dirsi che, malgrado varie traversie di natura familiare e qualche apprensione per la sua salute, fu quello un periodo nella sostanza sereno, sebbene non possa escludersi che egli lo considerasse provvisorio e in cuor suo non desiderasse una sede diversa e migliore. Quando infatti a Napoli e a Roma si liberarono due cattedre, la prima università fu subito scartata, perché vivo era ancora il ricordo della sconfitta patitavi quattro anni prima, ma la seconda no; e fu invece presa in seria considerazione. G. riteneva infatti che l'opposizione di Barzellotti, titolare della cattedra di storia della filosofia, potesse essere in qualche modo aggirata e vinta. Ma il calcolo risultò errato: a Roma per allora non fu chiamato; e dopo un tentativo, esperito senza troppa convinzione, di essere chiamato a Torino, città molto amata da Croce, che non avrebbe visto male un suo trasferimento colà, ma assai meno da lui, che la considerava lontana, fredda ed estranea ai suoi gusti e alle sue abitudini, scelse infine di andare a Pisa, dove sarebbe succeduto a D. Jaja e, con l'atmosfera della giovinezza, anche avrebbe ritrovato la Scuola normale, luogo e fonte inesausta di cari e intensi ricordi.  A Pisa tornò con un piglio e una convinzione ben diversi da quelli con i quali vi era approdato, giovane e sperduto studente siciliano, tanti anni prima. Vi approdò con il piglio del pensatore che, ormai sicuro di sé e delle sue forze, sente di dover svolgere una missione non solo filosofica, ma anche, lato sensu, civile e politica. La forte accentuazione teoretica che nei precedenti anni aveva conferito alle sue pagine, anche di storia della filosofia, non aveva mai spento in lui, se mai aveva rafforzata, la convinzione spaventiana che ricostruire la filosofia italiana nella sua storia significasse in realtà contribuire, con le armi della cultura, alla prosecuzione del Risorgimento, riaccenderne negli animi la consapevolezza, battersi contro la corruzione letteraria che in Italia si era per secoli fatalmente intrecciata con lo splendore delle arti. Egli faceva insomma vibrare e risuonare un corda che a Jaja era rimasta sostanzialmente estranea, ma non ad Ancona, ebreo e fervente patriota risorgimentale, e nemmeno, nei suoi modi particolari, a Crivellucci. Del resto, la prolusione pisana è; e con gli avvenimenti che lo caratterizzarono e con quelli che ne sarebbero seguiti, quell'anno fatale avrebbe ben presto provveduto a trasformare dal di dentro atteggiamenti, abitudini, costumi, ad accelerare il ritmo delle passioni, talvolta in superficie, altre volte in profondità, a rendere esplicito e visibile quel che per l'innanzi fosse rimasto chiuso nel segreto delle coscienze.  A Pisa, per altro, G. non stette a lungo, perché egli passa all'Università di Roma per ricoprirvi la cattedra di storia della filosofia, dalla quale, sempre nella stessa Università, sarebbe passato a quella di filosofia teoretica, lasciata libera da Bernardino Varisco.  Ma, a parte le passioni e anche le incertezze e le angosce politiche che li caratterizzarono, quelli pisani furono anni importanti: per i risultati filosofici innanzi tutto, che G. vi conseguì. Fu allora, infatti, che, dopo averne offerto un primo saggio nel Sommario di pedagogia, e quindi nelle memorie palermitane, egli procedette senz'altro a tracciare le linee della Teoria generale dello spirito come atto puro, nata dalla scuola e pubblicata la prima volta quello stesso anno: così come dalla scuola nacquero in quel medesimo tempo i Fondamenti della filosofia del diritto, nei quali, espressione suprema dell'unità, e unità esso stesso, l'atto era indagato nella sua dimensione, oltre che teoretica, pratica, senza che fra l'una e l'altra potesse operarsi la distinzione per la quale, in Croce, i distinti erano i distinti. Ma a Pisa il G. avviò anche la composizione del Sistema di logica come teoria del conoscere, la sua opera in ogni senso più rilevante: della quale scrisse il primo volume che, nato anch'esso dalla scuola, vide la luce e dovette attendere per avere il suo compimento nel secondo volume, dedicato alla logica del concreto.  Agli anni di Pisa appartiene anche, con sicurezza, Il tramonto della cultura siciliana, un libro del quale si è già avuto modo di accennare come presenti un duplice carattere, di condanna della cultura siciliana positivistica, materialistica e, deteriori sensu, illuministica; e di speranza: la speranza che nel segno dell'idealismo attuale, nato nell'isola per virtù di un siciliano, quella si riscattasse ed entrasse a pieno titolo nella civiltà moderna.  Gli anni pisani furono quelli del primo conflitto mondiale, di quel dramma, anzi di quella tragedia, dopo la cui conclusione niente sarebbe più stato come prima. Il G. li visse con passione, fra esaltazioni e depressioni, come ogni altro italiano del suo ceto, della sua condizione e della sua cultura; ma anche con il sempre più netto convincimento che, all'inizio, non era stato scevro di dubbi anche forti, che quella di entrare in guerra a fianco della Francia e della Gran Bretagna contro gli Imperi centrali fosse stata una giusta decisione, una sorta di chiamata del destino risorgimentale della nazione. G. non è nazionalista, e meno che mai era disposto a vedere nell'evento bellico la manifestazione delle forze sanamente irrazionali che spezzano l'ordine stabilito dalla logica, sconvolgendo i suoi concetti. Dalle deteriori manifestazioni di misticismo e vario sensualismo, così frequenti allora nella "cultura" italiana e non soltanto italiana, si tenne sempre discosto. Ma quando gli indugi diplomatici furono rotti e la guerra fu dichiarata, egli scoprì in sé l'interventista che all'inizio non era stato, e progressivamente venne intensificando e attualizzando le critiche che nei confronti dell'Italia e dell'assetto politico e morale che si era dato dopo la conclusione del Risorgimento erano già in lui, allo stato potenziale e, in qualche caso, più che potenziale. Le essenzializzò e attualizzò perché, senza con ciò diventare nazionalista e seguitando anzi a oppugnare ogni idea della nazione che attingesse a concezioni naturalistiche o, peggio, razzistiche, il suo principio, gli parve tuttavia che la prova terribile alla quale l'Italia aveva deciso di sottoporsi richiedeva che di lì in avanti i piccoli pensieri cedessero a pensieri grandi e che quel che s'era ottenuto sui campi di battaglia non fosse poi amministrato dai politici di sempre, maestri non di drammi, ma di mediocri commedie.  Di qui, anche in questo campo così pericolosamente esposto ai venti violenti delle passioni, delle "cupidigie", per dirla con il poeta, e dei "brividi", la ragione profonda dell'ulteriore distacco che allora, giorno dopo giorno, si venne compiendo da Croce. Il quale, come si sa, non solo era stato contrario alla guerra, condividendo le realistiche preoccupazioni di Giolitti e di quanti, come lui, erano persuasi che, vinta o persa, la guerra avrebbe comunque rappresentato per l'Italia un troppo grave rischio. Ma anche aveva dichiarato che avrebbe considerato una grave onta per il popolo italiano se all'improvviso i suoi governanti avessero stracciati i trattati e si fossero schierati dalla parte di coloro contro i quali avrebbero, semmai, dovuto combattere. Anche nei confronti della guerra che, quando fu dichiarata, li vide entrambi consapevoli che il loro posto non potesse essere se non quello che l'Italia aveva scelto per sé, l'atteggiamento dei due filosofi fu, nella sostanza, assai diverso. E Croce considerava la guerra alla stregua di un evento irresistibile della natura, ne vedeva la trama violentemente economica e utilitaria, così che sempre il suo monito fu che non si sottomettesse alla sua particolare logica la logica dei superiori valori della verità e della cultura, del pensiero e dell'arte.  Diverso fu, invece l'atteggiamento del Gentile. Senza che perciò si inducesse a passare il segno e a farsi, come Croce diceva, "l'animo di guerra", egli la considerò tuttavia come una grande occasione rigeneratrice, come un evento assoluto, recante in sé il segno di una tal quale superiore provvidenzialità. Mentre Croce confidava, o quanto meno sperava, che nell'Europa di domani il meglio dell'Europa di ieri fosse conservato e potenziato, e nella religione degli studi, nella civiltà dei rapporti intellettuali, nell'universalità delle idee, gli odi nazionali si placassero e depurassero, G. inclinava viceversa, lui che nazionalista non era mai stato e nemmeno a rigore era diventato, verso i toni dell'esaltazione nazionale. E fu allora che, per la forza di queste sue convinzioni e passioni, si preparò la sua futura adesione al fascismo, nel quale, mettendo come fra parentesi le molte cose che certo non appartenevano al suo costume, egli credette di scorgere, e in questo convincimento fu poi irremovibile, lo strumento del riscatto "risorgimentale" dell'Italia.  Il sistema filosofico che fino a quel punto il G. aveva elaborato negli scritti dei quali qui sopra si è detto era per intero incentrato su questo concetto: che, come la filosofia antica e quella medievale e moderna (che non riusciva perciò a esser tale), era rimasta ferma, anche nelle sue dimensioni idealistiche, a un concetto intellettualistico e soltanto descrittivo del concetto, del soggetto e della sua attività, con la conseguenza che il concetto non era autoconcetto, e cioè la sua eterna autogenerazione e autoproduzione, nell'idealismo invece, che per questa ragione meritava di essere definito "attuale", questo proprio avveniva. E il concetto era autoconcetto, il soggetto, soggetto, e non concetto (astratto) del soggetto: non era una sorta di res naturalis che il concetto appunto si limiti a contemplare, a descrivere nel suo astratto organismo logico, e non a produrre nell'atto del suo atto. Di qui la tesi, caratteristica di questo idealismo, che nella sua concretezza e attualità, l'atto non può trascendere il suo atto, questa trascendenza dell'atto non potendo essere se non, essa stessa, atto; e l'altra tesi secondo cui la teoria che dell'atto intendesse darsi è perciò una teoria vera (secondo G.) ma astratta: una teoria astratta del concreto (vero anch'esso, naturalmente: e a fortiori). E di qui l'interna, forte tensione di questa filosofia; che, per un verso (e sopra tutto nelle sue prime formulazioni) era orientata a svalutare e criticare ogni teoria che, in quanto soltanto contemplativa e descrittiva, fosse perciò incapace di cogliere l'atto se non come un "fatto", e dunque come il suo opposto, falsità ed errore, se l'atto era viceversa verità e concretezza. Ma per un verso (e questo accade sopra tutto nel secondo volume del Sistema di logica, non senza che per tale via il G. provasse a rispondere al rilievo di ineffabilità e misticismo rivoltogli da Croce) la questione dell'astratto e del fatto assumeva un altro volto, e l'atto era bensì celebrato nella sua non obiettivabile attualità, ma il fatto e l'astratto gli si rivelavano a loro volta indispensabili, erano (per dirla in modo tecnico) il suo opposto, ma anche il suo diverso, un grado attraverso il quale, sia pure dissolvendolo, il concreto era, nel e per il suo costituirsi, costretto a idealmente passare. Il punto critico di questa filosofia sta qui: nel suo essere, non, come tante volte si è detto, misticismo e indistinzione, ma nel porsi come una sintesi, attuale e intrascendibile, di opposti, senza poter rinunziare - donde l'ambiguità - a trattare gli opposti come gradi, e cioè come diversi o distinti: nell'essere insomma una teoria dell'unità che in eterno supera la distinzione, e della distinzione che, proprio perché è in eterno superata, non può veramente uscire dal quadro e si rivela come la condizione insostituibile della sua possibilità.  Verità del concreto, dunque: ma anche dell'astratto; che nelle opere del secondo attualismo, e cioè nel Sistema di logica e oltre, si rivela non, quale all'inizio era, come natura, immobilità, impenetrabile assenza di coscienza, ma come circolo e mediazione, punto semovente che parte da sé e per fare ritorno a sé: come circolo, e perché no, dunque, come esso stesso logo concreto? Come logo concreto; e perché no, dunque, come logo astratto, se questo è mediazione e coscienza, e niente più di questo il logo concreto può essere?  A Pisa, negli anni della Grande Guerra, il G. rivelò a sé stesso la passione politica che gli stava dentro come assopita; e assunse perciò una dimensione che non era più soltanto quella del professore che parla dalla cattedra e magari fa conferenze, ma era bensì quella dell'"intellettuale" militante, che si rivela al grande pubblico attraverso i giornali quotidiani. Ai quali in effetti, assumendo una consuetudine che avrebbe, con diversa intensità (nel tempo), mantenuta fino alla fine della sua vita, G. allora prese a collaborare: tanto che quando, a guerra finita, raccolse in un volume che intitolò Guerra e fede (Napoli) quanto aveva scritto durante il suo corso, il libro risultò tutt'altro che smilzo, e comunque più consistente di quello che lo seguì, e nel quale, con il titolo Dopo la vittoria (Roma 1920), sistemò gli articoli composti nei due anni iniziali dell'agitato, inquieto, drammatico dopoguerra. Un periodo, quest'ultimo, nel quale sempre più decisamente G. cercò la sua parte e venne via via inasprendo la sua posizione, perché l'idea natagli nei passati anni, durante le sue meditazioni sulla storia d'Italia e sulla fatale dicotomia che nell'età del Rinascimento si era prodotta fra lo splendore artistico e la decadenza politica e morale, quest'idea doveva ora essere messa alla prova della realtà, doveva diventare uno strumento forte e tagliente di lotta e di azione politica. Il che implicava che, pur seguitando a dichiararsi liberale, sempre più egli sentiva di doversi opporre al liberalismo quale si era riflesso nel costume politico italiano, nella degenerazione dei metodi parlamentari, nell'arte del compromesso e del perenne rinvio delle decisioni: un'arte nella quale maestro insuperabile gli sembrava fosse Giolitti, che per lui fu allora non il ministro, come Salvemini l'aveva in precedenza definito, della malavita, ma l'artista di ogni cosa che fosse mediocre, si contentasse della mediocrità e rinunziasse a volare alto nei cieli della grande politica.  Furono, questi, mesi drammatici, che egli visse in uno stato d'animo teso e agitato, e nel segno di un'attività senza soste, che dette a tratti l'impressione di essersi risolta in frenetico attivismo. Che certo non si placò quando Croce è chiamato da Giolitti a ricoprire nel governo la carica di ministro dell'Istruzione pubblica e dette la sua opera alla riforma della scuola media e introdusse sia l'esame di Stato, sia l'insegnamento della religione. Alle cose della scuola G. aveva, per parte sua, cominciato a interessarsi da molto tempo: ossia fin da quando, giovane professore nel liceo di Campobasso, s'era reso conto di quante manchevolezze l'affliggessero. E poi aveva pubblicato il Sommario di pedagogia, così che a giusto titolo era, in quel campo, considerato un'autorità; che, divenuto ministro, Croce non tardò a riconoscere, chiamandolo a presiedere "la commissione per lo studio dell'autonomia universitaria e dell'esame di Stato", nonché "a far parte di quella per la riforma dei programmi presieduta da Vitelli", nominandolo commissario dell'Istituto femminile superiore di magistero di Roma e confermandolo nel Consiglio superiore dell'istruzione pubblica (Turi).  A Croce, del resto, G. non fece mancare il suo appoggio, pieno e incondizionato. Almeno nei risultati da raggiungere, e nelle conseguenze che occorreva trarre da alcune generali premesse, i due filosofi amici concordavano senza riserve. E nel sostenere, per esempio, la tesi che la religione dovesse costituire materia d'insegnamento, il suo pensiero non differiva da quello di Croce se non per il modo e per la diversa posizione che alla religione egli riserva nel sistema dello spirito. La sua idea era insomma che, come per pervenire alla pienezza del suo sé nella filosofia, lo spirito passa attraverso le fasi ideali, e contrapposte, dell'arte (soggetto) e della religione (oggetto), così anche nella scuola questo ritmo dovesse trovare una sorta di trascrizione temporale o fenomenologica, quasi che, per giungere alla filosofia, anche lì si dovesse percorrere la regione del mito di cui le religioni s'interessano. Ma la religione della quale il progetto ministeriale prevedeva l'insegnamento era quella cristiana e cattolica, la più perfetta, per G., di tutte le religioni quando, appunto, proprio nella forma assunta dal cattolicesimo la si fosse considerata. Era, questa, della perfezione cattolica, un'idea che G. aveva sostenuto quando, nei primi anni del secolo vigorosamente aveva polemizzato con i modernisti cattolici. E, per questo riguardo (oltre che per quello concernente la struttura dello spirito), il suo accordo con Croce era piuttosto sulle conclusioni che non sul metodo. Che è poi quello stesso che si dà a vedere nell'idea che presiedette all'introduzione dell'esame di Stato, perché se, nel propugnarlo, G. vi implica il concetto secondo cui in esso lo Stato realizzava una delle dimensioni della sua eticità, Croce non vi vedeva se non uno strumento di controllo e a questa luce ne interpretava la necessità.  La cosa più singolare fu allora che, nell'atto in cui più stretto si rivelava il legame dei due filosofi impegnati in una importante impresa pratica, il loro dissenso filosofico tornò invece a farsi acuto e a complicarsi con quello politico generale, perché nei confronti del fascismo la reazione di Croce fu bensì, agli inizi, cauta e anche esitante, ma certo in quel movimento egli non vide nemmeno una piccola parte delle idealità che G. riteneva gli fossero intrinseche e immanenti.  Del resto, dopo due anni che era salito sulla cattedra romana, G. fondò, assumendone la direzione, il Giornale critico della filosofia italiana: una rivista di sola filosofia che anche per questo suo carattere non si contrapponeva in ogni senso alla Critica, ma in un certo senso sì, anche perché nella nuova rivista gli scolari che subito si erano stretti intorno al nuovo professore, e in lui vedevano il sole della filosofia mondiale, riconobbero l'organo della scuola. E questo, come si sa, era il punto che Croce meno apprezzava ed era disposto a perdonare.  Il momento decisivo della vita del G. venne quando, caduto il governo del Giolitti nel quale Croce aveva ricoperto l'incarico di ministro, e succedutogli uno presieduto da Bonomi con Corbino all'Istruzione pubblica, egli ebbe modo di riflettere sulle mille difficoltà che dal mondo politico e parlamentare sempre sarebbero state opposte a ogni tentativo che si fosse fatto d'introdurre nella scuola una seria riforma. La disistima che, in linea generale, già da molto tempo G. nutriva nei confronti della classe dirigente italiana trovava così, nella recente esperienza fatta quando Croce era al governo con Giolitti, nuovo alimento. E può ben darsi che anche da questo egli fosse indotto a guardare con sempre più grande favore al movimento fascista e a considerare con politica indulgenza la violenza e le illegalità di cui nutriva la sua azione.  I documenti necessari a rendere certezza questa, che è solo una congettura, mancano, che si sappia. Ma non è improbabile che, appunto, riflettendo sulle recenti esperienze, G. allora si persuadesse che, nella questione della scuola come, in generale, in quella concernente il governo del paese, il regime parlamentare dovesse cedere il campo a un sistema politico diverso, fondato sulla rapidità delle decisioni e sulla forza necessaria a tradurle nella realtà. E altresì deve aggiungersi che, nel pensare così e nell'orientare in questa direzione le sue scelte politiche, come molti altri egli fu forse tratto in inganno dalla scarsa esperienza che, nel complesso, aveva non solo della politica, ma anche della storia; che, se gli fosse stata meglio nota, gli avrebbe con ogni probabilità in segnato che la politica è un'arte difficile, complessa e insidiosa, non in quanto si svolga in un Parlamento e da questo attenda il consenso, ma perché è politica, e ha a che fare con le passioni e gli interessi, nonché con il loro governo.  Come che sia, l'occasione di mettere alla prova i convincimenti che via via gli si erano formati dentro venne quando, avendo ricevuto dal sovrano l'incarico di formare il suo governo, che succedeva così a quello per breve tempo presieduto da L. Facta, MUSSOLINI scelse infine come ministro della Pubblica Istruzione proprio Gentile. È stato detto da taluni che, entrando in quel governo come indipendente e soltanto per le sue competenze non politiche ma tecniche, il G. accettava da Mussolini quel che avrebbe benissimo potuto accettare da Giolitti e da chiunque gli avesse offerto un'analoga occasione. Ma, sebbene egli non avesse ancora dichiarato il suo consenso esplicito al fascismo, e fascista ancora non potesse perciò essere detto, è pur vero che quel che pensava di Giolitti e della tradizionale classe politica italiana non gli avrebbe forse consentito di collaborare nel governo con uomini per i quali nutriva disprezzo, e non stima. Nel governo in cui entrava G. poteva infatti contare sugli ampi poteri che, nel dargli fiducia, il Parlamento aveva concesso a Mussolini, che governò infatti soprattutto con i decreti legge e con facilità poteva aggirare le opposizioni; e di questo, che considerava un vantaggio, egli si giovò con larghezza e altrettanta fermezza, perché, appunto, al governo era andato con l'idea di realizzare comunque la riforma; e a realizzarla era deciso.  Non è possibile, in poco spazio, raccontare le vicende complesse e intricate alle quali il progetto gentiliano della riforma dette luogo. E basteranno due rilievi: uno rivolto a ricordare la struttura a cui la riforma tendeva e alla quale infine mise capo, l'altro diretto a rievocare le fiere critiche che essa suscitò, non solo nel mondo politico, ma anche in quello della scuola. La struttura della scuola riformata prevedeva una scuola elementare obbligatoria per tutti, nella quale il senso della tradizione nazionale, della religione e della letteratura tenessero il centro e costituissero il criterio per la formazione del giovane, al quale certo non sarebbero mancate le nozioni elementari dell'aritmetica e della scienza. Accanto al ginnasio-liceo, destinato a formare le future élites dirigenti e, comunque, gli strati più alti della popolazione, la scuola riformata prevedeva quattro indirizzi fondamentali a cui, come ha scritto S. Romano, corrispondevano quattro distinti ruoli sociali; e altresì prevedeva che l'educazione impartita nelle elementari sarebbe stata completata, per i figli del popolo, con tre anni di complementare, mentre una scuola industriale e tecnico-commerciale, integrata da un istituto tecnico per chi avesse inteso proseguire nello studio, avrebbe corrisposto alle esigenze formative di queste professioni, insieme con una scuola magistrale, proseguibile in un magistero universitario, per certe parti analogo alla facoltà di lettere e filosofia.  Le critiche che a questo modello di scuola, qui sommariamente descritto, furono rivolte posero subito in rilievo il carattere conservatore, statico e anche classista di una struttura a cui faceva in effetti riscontro l'idea di una società immodificabile nei suoi equilibri politici ed economici. E forti furono subito, da parte di non pochi, le riserve avanzate circa il ruolo riservato al ginnasio-liceo, nel quale lo studio delle due lingue classiche, il latino e il greco, prevaleva su quello delle lingue moderne e, nel complesso, la parte riservata alle lettere appariva rispetto a quella fatta alle scienze naturali, predominante. Si aggiungano le critiche rivolte all'abbinamento, nel liceo, della filosofia e della storia, e anche della matematica e della fisica; e sopra tutto al primo, che sconvolgeva antiche abitudini sia degli storici, sia dei filosofi, alquanto astrattamente dedotto da una teoria e che in concreto non aveva, e non ebbe, il potere di rendere filosofi gli storici, e storici i filosofi. E infine non si dimentichi che la riforma non piacque a molti cattolici, scontenti del potere che lo Stato veniva a esercitare sulle scuole private, e a non pochi laici, scontenti essi pure che la religione cattolica fosse diventata materia obbligatoria per tutti i cittadini dello Stato italiano.  Accanto alle molte critiche, occorre tuttavia anche ricordare e sottolineare che la riforma gentiliana nasceva da una visione coerentemente unitaria, e certo non era la veste di Arlecchino che altrimenti (e come poi è accaduto) avrebbe rischiato di essere: tante idee di diversa provenienza mal combinate e peggio tenute insieme dallo spirito deteriore del compromesso politico. Per quanto concerne il rilievo (certo non infondato) di elitismo e persino di classismo, conviene dimenticare il nodo che, per parafrasare ALIGHIERI, tiene al di qua di ogni ragionevole traguardo chi, ripugnando all'idea di fare delle classi economiche più forti le vere destinatarie dell'alta cultura, intesa perciò come strumento di conservazione e di trasmissione del potere, con alquanta semplicità di spirito ritenga che la difficile questione si risolva col "democratizzare" la cultura, ossia con l'estenderne l'ambito e abbassarne il livello. L'esigenza che G. (e questo non può essere negato) cercava di realizzare, e che per alcuni versi si traduceva in istituti didattici inadeguati, era diretta a far entrare nelle menti che "cultura" significa, in primo luogo, la grande difficoltà che s'incontra nel tentativo che si faccia di conseguirla: un tentativo che va a buon segno soltanto se ci si impegna nell'acquisizione degli strumenti tecnici, storici, linguistici, filosofici, scientifici, senza i quali il mondo del sapere non dischiude i suoi tesori. Ma qui, su questo difficile problema, che tende a tornare insoluto dinanzi a chi pur lavori nel tentativo di risolverlo, occorre non insistere.  All'apparenza con una decisione improvvisa, che non fu comunicata se non a Mussolini, che doveva essere informato, e della quale nemmeno Croce fu messo al corrente, G. si iscrive al PARTITO NAZIONALE FASCISTA. E sulle ragioni che lo indussero, mentre era ministro, a compiere questo passo, che certo non era privo di gravi conseguenze, si è molto discusso; e da alcuni si è avanzata l'ipotesi che a prendere questa decisione, che rese contenti i suoi allievi romani, ma non altri che ne rimasero invece alquanto sgomenti, egli fosse indotto da due diverse, ma convergenti, persuasioni.   La prima, che quello fosse l'esito necessario non tanto dell'idealismo attuale, che con il fascismo in quanto tale poco aveva in comune, quanto piuttosto della riflessione da lui condotta nei passati anni sulla storia d'Italia e sulla possibilità che ora il fascismo aveva nelle mani di reintegrarne in unità le secolari scissioni e lacerazioni, la politica imbelle e la letteratura vuota, compiendo il Risorgimento. L'altra, immediatamente pratica e politica, che la riforma sarebbe stata meglio difesa, e altrimenti non potesse esserlo, se il liberale che egli era, ed era considerato, avesse mostrato di condividere senza riserve la convinzione mussoliniana e fascista e avesse così posto termine, o almeno un freno, alle critiche che gli si muovevano e alle diffidenze da cui era circondato.  In ogni caso, il passo che doveva decidere il destino di G. era compiuto. Ed è quanto meno dubbio che, se lo compì anche per salvare la riforma dalle forze che l'avversavano e minacciavano di impedirne l'attuazione, quel passo servisse veramente allo scopo. I mesi che precedettero l'assassinio di Matteotti, e che videro quattro giorni dopo le sue dimissioni dal governo, furono drammaticamente segnati da gravi difficoltà, a superare le quali non bastarono né il tattico appoggio datogli dal capo del governo, né gli inviti alla resistenza provenienti dai suoi scolari e amici romani, né il sostegno deciso di Croce che, malgrado il sempre più netto incrinarsi dei loro rapporti e la frattura che entrambi sapevano, in cuor loro, inevitabile, non glielo fece mancare e, nella sua impresa di ministro, lo sostenne. Le dimissioni dal governo non furono un atto di autonomia, di distacco dal fascismo che si era macchiato di un gravissimo delitto, di opposizione alla sua politica. Furono, infatti, da lui motivate con pure ragioni di opportunità politica e nell'interesse sia del governo, sia di colui che lo presiedeva: ossia con l'argomento secondo cui le opposizioni delle quali la sua riforma era da tempo l'oggetto potessero diventare un pretesto per colpire Mussolini o avessero comunque, pretesto o no, a indebolire la posizione politica di lui che, all'improvviso, era venuto a trovarsi in una situazione obiettivamente molto difficile.  Accusato apertamente dalle opposizioni di essere il responsabile e il materiale mandante del delitto, MUSSOLINI è allora non solo in pericolo, ma sembrava altresì aver perduto la sicurezza e la spregiudicatezza che, in momenti non altrettanto gravi, erano sembrate la dote precipua del suo essere un politico nuovo, estraneo alle astuzie deteriori e alle infinite mediazioni della prassi parlamentare. E, proprio perché sull'indecisione dimostrata da Mussolini egli ebbe allora, in lettere private, a formulare critiche precise - nonché il timore che quello smarrisse la via e naufragasse -, proprio per questo il proposito di rendergli il più possibile sgombro di ostacoli il cammino dovette sembrargli l'unico che un seguace fedele dovesse preoccuparsi di tradurre in comportamenti conseguenti.  Al fascismo, dunque, con quel gesto il G. non tolse il suo consenso, ma piuttosto lo rinnovò in un momento in cui non mancarono, fra i suoi allievi, quelli che, delusi dall'indecisione mussoliniana, lo esortavano a prender lui la guida effettiva, e cioè politica, del fascismo in crisi. Furono quelle settimane drammatiche, perché, oltre gli elementi obiettivi che rendevano tale la crisi, a coloro che, nel campo fascista, lo spingevano verso posizioni estreme si contrapponevano gli amici che, o antifascisti o in via di diventar tali, gli davano il consiglio opposto: non di rimanere nel partito di MUSSOLINI, ma, decisamente, di uscirne, mettendo in salvo una volta per tutte il suo "nome onorato". Drammatiche sono, in questo senso, le lettere che allora gli scriveno Radice, collaboratore fedele e amico fraterno, e Omodeo, uno degli allievi prediletti della scuola palermitana. Furono giorni, settimane, mesi molto difficili anche perché il dissidio con Croce, che, come si è detto, mai si era sul serio ricomposto e, come il fuoco la cenere, sempre aveva seguitato a sottendere i loro rapporti, giunse allora, finalmente, alla sua definitiva espressione. E quali, a determinare la rottura che in sostanza si consumò, possano essere stati gli episodi e le circostanze specifiche, sta di fatto che era la logica delle cose a rendere grave ogni episodio, ogni circostanza che, se tale logica non fosse appunto stata così forte e imperiosa, avrebbero, con ogni probabilità, potuto avere un esito diverso.  Sulle ragioni profonde che la determinarono e misero fine a un sodalizio durato quasi trent'anni, molte cose si dissero allora, molte sono state dette poi, quando parve che il distacco cronologico consentisse la serenità necessaria alla formulazione del giudizio. E questa non è la sede dove la questione possa essere analizzata in ciascuno dei suoi aspetti, filosofici, politici, psicologici; e si può ben dire che, per quanto attiene al suo concreto e determinato delinearsi e decidersi, essa risulti definita dalle due lettere che G. e Croce si scambiarono: essendo tuttavia quest'ultimo che, di fronte alla dolorosa meraviglia espressa dall'altro nell'apprendere che certi suoi comportamenti avevano seriamente messo in pericolo la prosecuzione, non solo del loro sodalizio scientifico, ma, addirittura, della loro amicizia, obiettò che al dissidio mentale nel quale da tempo si trovavano se n'era aggiunto un altro, di natura pratica e politica; e che le cose dovevano perciò fare il loro corso necessario, fino alle estreme conseguenze.  Le dimissioni che il G. presentò e che Mussolini accettò, nominando al suo posto il liberale, e grande amico di Croce, A. Casati, segnarono nella sua vita una svolta importante. Nella sua vita, s'intende dire, pubblica e politica; e non nei suoi sentimenti e convincimenti politici che, a quanto risulta, fino all'ultimo dei suoi giorni rimasero quelli che lo inducenno a chiedere la tessera del PARTITO FASCISTA. Non nei sentimenti e nei convincimenti, dunque. Ma nella vita pubblica e politica, sì. Al governo infatti G. non torna più. E alla politica del paese partecipa bensì, nei primi tempi, come presidente della commissione dei quindici (divenuta poi dei diciotto), il cui compito fu di svolgere una revisione costituzionale in senso autoritario dello Stato. Partecipò bensì come vicepresidente del consiglio superiore della pubblica istruzione: una carica importante, questa, che gli consentiva di vegliare sull'integrità della riforma, proteggendola da quanti avevano interesse a intervenirvi per alterarla e stravolgerla. Ma, intesa in senso stretto, dalla politica, in sostanza, egli allora uscì. E la sua partecipazione alla vita del regime fascista si realizzò nelle istituzioni culturali (per esempio, l'Istituto nazionale fascista di cultura, poi di cultura fascista) delle quali ebbe la cura e che presiedette; e se nei giornali e nelle riviste politiche alle quali normalmente collaborava non perse occasione per dire il suo parere su ciò che più da vicino lo toccava, l'argomento prescelto fu quasi sempre culturale, anche se mai egli mancò di collocarlo nel quadro costituito della sua fede fascista e della sua fedeltà al regime mussoliniano.  Almeno su due episodi occorre tuttavia, non essendo possibile in questa sede un più largo discorso, soffermarsi. E di questi uno era bensì di natura anche filosofica e culturale, perché implicava in modo preminente l'idea che da anni ormai egli aveva elaborato della filosofia e dello Stato che, identico alla filosofia, rappresenta il vertice stesso dell'autocoscienza; ma anche era di natura politica, e persino diplomatica, coinvolgendo direttamente l'azione del governo e del suo capo. Si allude al concordato con la S. Sede. E G. lo avversò in un pubblico discorso, che non ebbe conseguenze pratiche perché sulla via concordataria MUSSOLINI è deciso ad andare fino in fondo, e l'opposizione del filosofo formalmente rientrò: sebbene quell'episodio dovesse seguitare ad agire dentro di lui che, forse anche per questo, quasi volesse rinverdire dentro di sé quel gesto di autonomia non andato a segno, per tutta la vita polemizzò con i filosofi cattolici e, in modo particolare, con gli ambienti dell'Università cattolica del S. Cuore di Milano, in primis con Gemelli, che egli trattò con la mano rude che riservava a certe sue battaglie culturali e filosofiche.  L'altro episodio è costituito dalla battaglia che egli sostenne perché ai professori universitari fosse imposto il giuramento di fedeltà al regime fascista. E a parte le modalità con le quali e attraverso le quali si svolse; a parte il nesso con le vicende della replica che, per iniziativa di Amendola, e a nome di tanti e tanti intellettuali, Croce dette al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da G.; a parte le tragiche ferite che questa imposizione apriva nella coscienza di tanti che innanzi a sé videro o la prospettiva della miseria o quella dell'abdicazione ai dettami dell'etica, c'è qualcosa che a questo riguardo merita di essere notato. E questo è il singolare concetto della "concordia" a cui, com'era accaduto persino nei giorni cupi della crisi aperta dell'assassinio Matteotti (e come ancora sarebbe accaduto vent'anni dopo nei mesi della Repubblica sociale), anche in quel caso G. si appella per sostenere che, se l'opposizione resa evidente e, anzi, drammatizzata dal conflitto dei due manifesti, il suo e quello di Croce, fosse stata superata da un formale atto di fedeltà al regime, l'unità sarebbe stata ristabilita e nessuna discriminazione avrebbe più avuto alcuna ragione d'essere nei confronti di dissenzienti che non erano, ormai, più tali. E la cosa singolare è che, nell'argomentare così, non solo egli mostrava di credere che, se il giuramento fosse stato dato, le ragioni del dissidio politico che ai suoi occhi lo aveva reso necessario sarebbero venute meno; ma addirittura riteneva che potesse essere e definirsi unità autentica quella che fosse stata conseguita per la via della coercizione e non per quella, da lui tante volte definita come l'unica possibile, della libertà, mediante la quale lo spirito costituisce sé stesso.  Quella dell'enciclopedia è l'impresa alla quale G. dedica la parte più viva della sua energia di grande organizzatore culturale. La parte più viva, e anche la più grande, la più impegnata e costante, quella con la quale il suo "tutto" quasi per intero giunse a coincidere. Quasi per intero; perché, accanto all'opera dell'Enciclopedia, occorre non dimenticare l'altro grande suo impegno, che fu costituito dalla Scuola normale superiore di Pisa, della quale ècommissario, quindi direttore, e che nella sua stessa persona difese dall'attacco mosso da Vecchi di Val Cismon che, divenuto ministro dell'Educazione nazionale, gli mostra intera la sua ostilità, giungendo anche a destituirlo. Il provvedimento del ministro è presto ritirato perché, sollecitato da G., nella controversia intervenne direttamente il capo del governo, che rimise al suo posto il filosofo; che poté così continuare la sua opera di potenziamento e di ammodernamento della Scuola, e rendere assai più agevole il soggiorno, e migliori le condizioni di studio, agli studenti interni. Dai quali dovette sopportare non poche manifestazioni di antifascismo, perché, fra La Sapienza e la Normale, per opera di alcuni giovani professori, e in primo luogo di Calogero, Pisa era diventata un centro assai vivo di opposizione al regime fascista.  Il consenso del quale questo aveva goduto fin verso la metà degli anni Trenta era andato impallidendo quando, con la guerra di Spagna e poi, con le leggi razziali, si ha netta l'impressione che l'allineamento alla Germania nazionalsocialista avrebbe avuto per conseguenza la tragedia di una seconda guerra europea e mondiale. E, ancora una volta, il G. si trovò a dover affrontare un conflitto, difficile e penoso, con i giovani che, direttamente o no, erano anche suoi allievi e non poco, comunque, avevano ricevuto da lui. Le testimonianze, scritte e anche orali, che rimangono di quegli anni pisani dicono di un suo atteggiamento incerto fra paternalismo e autoritarismo, fra benevole indulgenze e improvvise durezze. Un atteggiamento, questo, tipico di un uomo generoso e, nello stesso tempo, incapace di comprendere le ragioni del dissenso; e che, su un piano di ben altra drammaticità, si ripeté quando, avendo accolto e cercato di "sistemare" alcuni intellettuali tedeschi che avevano dovuto lasciare la loro terra perché ebrei (Kristeller, Löwith, Rubinstein, per citarne solo tre), la medesima questione gli si presentò, per gli ebrei italiani, in seguito alla promulgazione delle già ricordate leggi razziali. Anche in questo caso, infatti, quanto fu benevolo e comprensivo nei confronti dei perseguitati, altrettanto il suo atteggiamento fu debole nei confronti di chi di quella persecuzione si era reso responsabile. E se niente egli disse in quegli anni in difesa di provvedimenti che non potevano non ripugnargli profondamente, in pubblico non se ne dissociò.  Ma si diceva dell'Enciclopedia, nell'organizzare la quale, nel dirigerla, nell'avviarla alla sua realizzazione, G. seppe altresì formare, nella sede romana di piazza Paganica, un luogo di lavoro affatto particolare, segnato in profondità dalla sua energia, ma anche dal suo vivo senso della libertà della scienza, che in sostanza, tenendosi in difficile equilibrio fra il censore ecclesiastico e quello politico, egli seppe per lo più garantire agli studiosi che vi collaboravano e che, se non certo in maggioranza, in buon numero erano antifascisti o non fascisti.  Si pensi, per fare qualche nome, a Sanctis, che all'Enciclopedia seguitò a collaborare anche dopo che, per non aver voluto prestare il giuramento di fedeltà al regime, aveva dovuto rinunziare alla cattedra romana. Si pensi a Calogero, a Giusti, a Malfa, a Antoni, e ad altri che, se, come si è detto, non erano propriamente ostili al fascismo, nemmeno gli erano amici incondizionati; e qui si possono, per esempio, fare i nomi di Chabod, di Sestan, di Maturi.  A proposito dell'Enciclopedia sono state poste, tra le altre, due questioni: se il G. la concepisse come un grande monumento, fascista, da innalzare al fascismo, o se da questa idea si tenesse tanto lontano quanto per contro era convinto che quello dovesse essere un monumento italiano, frutto e documento dell'unica, ossia della più alta, cultura italiana; e, inoltre, se l'enciclopedia, quale il G. la concepì e disegnò, abbia patito la conseguenza della chiusura e dell'angustia della cultura idealistica e fosse perciò poco disposta a concedere alle scienze naturali, fisiche e matematiche, lo spazio che queste avrebbero richiesto e, beninteso, meritato. Alla prima deve rispondersi che, certo, nata in quegli anni e resa possibile dal fascismo, l'Enciclopedia appartiene al numero delle opere che allora si produssero. Ma fascista non è nella concezione, perché esplicitamente il G. sostenne il suo carattere in primo luogo scientifico, culturale e non politico. E fascista non è nel contenuto, perché, oltre a essere scritta da molti che fascisti non erano, e anzi al regime erano avversi, anche gli studiosi che aderivano al regime vi scrissero per lo più da studiosi e non da fascisti. Sì che, al riguardo, occorre distinguere e mantenere le distinzioni: aggiungendo (e con questo si passa all'altra questione) che, come non fu fascista nella concezione, così nemmeno fu "idealistica" nel senso vulgato, per il quale si dice "idealismo" e s'intende qualcosa come un oltraggio recato alla scienza. In realtà, come accanto a studiosi idealisti tanti altri vi scrissero che idealisti non erano affatto, così non sarebbe giusto dire che in generale le scienze vi fossero depresse, e che le relative voci non fossero affidate a studiosi di provato e, spesso, di grande valore.  Il lavoro svolto nelle Università di Roma e di Pisa, l'Enciclopedia, e quindi l'Università Bocconi di Milano, l'Istituto per il Medio e l'Estremo Oriente, il Centro nazionale di studi manzoniani (di cui G. è stato nominato commissario, e che è affidato alle cure sapienti di Barbi e del suo collaboratore Ghisalberti) non resero però meno intensa la sua attività di studioso. Certo, venne meno in G. la possibilità e, con questa, anche l'interesse, di coltivare la ricerca storica nelle forme che questa aveva assunto, presso di lui, negli anni precedenti. Ma, rielaborazione di un corso tenuto nell'Università di Roma, dove (come già si è ricordato) era succeduto al Varisco sulla cattedra di filosofia teoretica, il G. pubblicava La filosofia dell'arte, documento di aspra polemica anticrociana, ma anche, nello stesso tempo, rielaborazione dell'idealismo attuale dal punto di vista del sentimento, interpretato ora come una sorta di grande Grundakkord, presentante tratti di essenzialità e precategorialità della stessa vita spirituale. E quindi pubblicava l'Introduzione alla filosofia, raccolta di scritti concernenti l'esame dei concetti fondamentali della filosofia, studiati e prospettati dal punto di vista conseguito dall'idealismo attuale. E senza la pretesa di ricordare tutti i tanti scritti, spesso di varia occasione, che egli allora compose e con i quali fu presente nel dibattito e nella vita culturale del paese, converrà tuttavia far menzione degli scritti dedicati ai poeti, e cioè, in pratica, a Dante (La profezia di Dante, Roma; Il Purgatorio, Firenze), a Manzoni e infine a Leopardi, il più amato, e quello altresì al quale dette forse il contributo, in questo campo della critica letteraria, più notevole (Manzoni e Leopardi, Milano; Commemorazione di Leopardi, Roma; Poesia e filosofia di Leopardi, Firenze).  Se la si osserva dall'alto, e la si scruta nel non breve periodo seguito alle battaglie per la riforma della scuola, contro il concordato, per l'istituzione del giuramento da imporre ai professori delle università, la vita di G. sembra, come si è detto, svolgersi prevalentemente all'interno delle istituzioni culturali delle quali ebbe la cura. E qui, fra le luci e le ombre di queste molteplici attività, che lo condussero anche all'acquisto della Sansoni, si ha quasi l'impressione che il personaggio sfugga a una definizione; che, malgrado la sua spesso ingombrante presenza, ci fosse in lui qualcosa di segreto, di irriducibile, con il quale egli era forse il primo a non voler prendere, fino in fondo, contatto.  L'uomo era orgoglioso, sicuro di sé: tollerante, come si è detto, ma anche deciso e prepotente. E non avrebbe mai consentito che qualcuno spingesse, o provasse a spingere, lo sguardo per andare al di là di quella spessa corazza attivistica, dietro la quale si muovevano forse più cose di quante amici, nemici, egli stesso supponessero. Mentre impediva che altri penetrasse nel suo animo, non era certo lui quello che fosse disposto ad aprirlo perché egli stesso vi guardasse dentro. Un contributo gentiliano alla "critica" di sé stesso sembra, francamente inconcepibile. Non senza perciò che un moto di stupore si determinasse nell'ambito di chi vi conduceva qualche ricerca, dal suo archivio sono emersi alcuni inediti dedicati alla questione della morte, ossia a un tema, per il teorico dell'idealismo attuale, insidioso fin quasi al limite dello "scandalo" (filosofico).  Da qualche altro indizio documentario può desumersi che se la fedeltà che lo legava al FASCISMO non venne meno e intatta rimase l'ammirazione per Mussolini e inconcussa la fiducia in lui, nei confronti del razzistico nazionalsocialismo il G. mostrò tutt'altro che inclinazione o simpatia. Il che peraltro non gli impedì di accettare senza discussione alcuna la guerra che coinvolse tragicamente anche l'Italia. Nei tre anni successivi - in quei tre anni così gravi di disastri, di distruzioni, di sconfitte, e anche di dolorosi lutti familiari, mentre il nesso che aveva unito le coscienze alla patria si spezzava, perché la difesa di questa non s'identificava più, per molti, con la difesa della libertà, da vent'anni perduta -, in questi tre anni G. scelse il silenzio; che fu rotto solo in poche occasioni: quando esaltò in un articolo il Giappone guerriero, che, nei modi noti era entrato in guerra attaccando gli Stati Uniti d'America; e quindi con il famoso discorso agli Italiani.  È difficile dire come, dentro di sé, G. valutasse il dissenso politico sempre più vivo nei confronti del regime, e che egli non poteva non cogliere nei giovani con i quali, a Roma e a Pisa, aveva frequente contatto: anche se è indiscutibile che di quel dissenso, di quell'avversione, del progressivo distacco dal fascismo di molti che pure in questo avevano creduto e riposto speranze, egli non partecipò, chiuso nel suo sentimento di fedeltà come in una fortezza della quale convenisse non abbassare, bensì, piuttosto, tenere ben alzati i ponti levatoi. È questa, come si sa, la ragione per la quale egli accettò l'invito rivoltogli dal segretario del partito fascista, Scorza, di pronunziare dal Campidoglio un discorso che si rivolgesse agli Italiani, impegnati nella terribile prova della guerra e che, da qualche settimana avevano ormai il nemico in casa, fortemente attestato nella terra siciliana. Accettò l'invito che altri, interpellati prima di lui, avevano declinato. Salì sul Campidoglio, e pronunziò il suo discorso, che alcuni lodarono per il coraggio che aveva dimostrato e per il rischio al quale aveva in tal modo esposto la sua persona, e altri invece fortemente deplorarono e criticarono, cogliendovi come il segno della sua perdizione, del suo ribadito essersi reso estraneo a quel suo più profondo "sé stesso" dal quale non pochi avevano tratto una lezione di libertà. Certo, con quel suo discorso, così teso, così eloquente e così, politicamente, ingenuo, G. mostra intero il dramma, anzi rivelò la tragedia nella quale, forse al di là della sua stessa consapevolezza, si dibatteva.  Poi vennero la caduta di Mussolini e del fascismo, le umiliazioni che egli dovette subire quando il suo antico segretario al ministero della Pubblica Istruzione, Severi, divenuto a sua volta ministro nel governo formato da Badoglio, rese, senza alcuna seria ragione, pubbliche tre lettere che gli erano state da lui privatamente indirizzate a proposito, sopra tutto, di questioni concernenti la Scuola normale superiore di Pisa. Il che provocò giudizi aspri su di lui sia da parte dei fascisti che lo ritennero pronto a mettersi al servizio dei nuovi governanti, sia da parte di non pochi antifascisti uniti ai primi, in questo caso, da un non diverso giudizio.  Poi venne l'8 settembre, la cui notizia il G. apprese mentre si trovava a Roma, dove si era recato uno o due giorni prima, per affari personali, da Troghi, un piccolo paese sito a pochi chilometri da Firenze, nel quale, in una casa di campagna messa a disposizione sua e della sua famiglia dall'amico G. Casoni, aveva trascorso i mesi estivi, occupato a scrivere Genesi e struttura della società, il suo ultimo libro, estremo frutto di un corso di lezioni tenute all'Università di Roma. E le settimane successive furono quelle in cui, liberato Mussolini, e formatosi, con la proclamazione della Repubblica sociale, un governo fascista con sede a Salò, egli ricevette, tramite Biggini, divenuto ministro dell'Educazione nazionale, l'invito a recarsi al Nord per un incontro con il capo del governo, il "vecchio amico" al quale, ancora una volta, non poté non concedere quel che quello gli chiedeva. Così fu nominato presidente dell'Accademia d'Italia, trasferita da Roma a Firenze, dove fu sistemata a palazzo Serristori. E qui, dopo che il "commovente" incontro con l’amico" Mussolini aveva come riacceso in lui il desiderio di non starsene in disparte e, invece, di combattere la sua ultima battaglia, egli riprese il lavoro, cercando di riorganizzare l'Accademia e lavorando con i pochi soci che vi si recavano, assumendo la direzione della Nuova Antologia, cercando di riprendere contatti, e rapporti, per avviare nuove imprese. Ridette vita e autonomia, e questa è una circostanza singolare, la cui genesi richiederebbe qualche studio e attenzione, all'Accademia dei Lincei che infine era stata in parte assorbita nell'Accademia d'Italia, e quindi soppressa. E riprese ancora a collaborare ai giornali, perché, mentre gli eserciti alleati risalivano la penisola e alla guerra che investiva le città e le campagne un'altra si aggiungeva, di Italiani contro Italiani, gli sembrò che non si potesse non far di nuovo risuonare il tema della concordia e dell'unità.  Era un suo vecchio tema, una sua convinzione tenace che, nel livido e tragico teatro che era allora l'Italia, fu qual era stata durante la crisi seguita all'assassinio di Matteotti, e quindi al tempo del giuramento fascista imposto ai professori universitari, anche se, risuonando nella solitudine e nel gelo che circondavano la sua persona, il suo accento risultasse ancora più livido, ancora più tragico. G. riprese quel tema nel fosco crepuscolo dell'Italia fascista, forte lui della convinzione che gli Italiani sarebbero tornati a esistere come soggetti politici solo se fossero retroceduti al di qua delle ideologie e qui, in questo luogo ideale, avessero ritrovato la loro unità e identità di Italiani. Era una convinzione nutrita di illusione; e che fosse tale, si comprende non solo se le sue parole siano ripensate nel clima di quel tragico inverno, ma anche se si riflette sullo scambio logico sul quale, ancora una volta, si fondavano, e che si rivela non appena si consideri che per un verso sembrava che la conciliazione, la concordia, la ritrovata unità e identità dovessero realizzarsi in un luogo ideale, irraggiungibile dalle ideologie, dal fascismo, dunque, e dall'antifascismo, mentre per un altro era la Repubblica sociale a rappresentare, nel segno dell'italianità, quel luogo ideale.  Ancora una volta le diverse componenti della sua anima, quelle che, nel loro contrasto, conferiscono alla sua personalità un'inconfondibile dimensione tragica, urtarono violentemente l'una contro l'altra. E la fedeltà mantenuta usque ad mortem al fascismo si accompagnò alla protesta che egli più volte elevò contro le atrocità alle quali intanto si dava luogo, da parte dei fascisti, con torture, uccisioni, gravi violenze.  La sua morte, avvenuta per mano di un commando partigiano comunista, che lo attese nei pressi della Villa Montalto al Salviatino, sulle colline di Firenze dalla parte di Fiesole, nella tarda mattina, al suo ritorno a casa dopo la mattina trascorsa al lavoro a palazzo Serristori, fu perciò anch'essa una morte violenta. E suscitò molta emozione, anche fra coloro che lo avevano combattuto e mai avevano perdonato a lui, filosofo dell'atto e della sua assoluta libertà, la scelta fascista, cui era rimasto fedele.  Due domande, semplici, ovvie e altrettanto inevitabili, si pongono, e sono state poste, a proposito della sua ultima scelta politica e sulle ragioni che determinarono la decisione di ucciderlo. E la risposta non è, per quanto concerne la seconda, altrettanto semplice di quella che può e deve darsi alla prima. Alla Repubblica sociale il G. aderì per le ragioni da lui stesso addotte; perché si trattava non di scegliere di nuovo, ma di ribadire, nel momento del supremo pericolo, la scelta fatta vent'anni innanzi. E non c'era calcolo politico che bastasse a mettere in crisi questa decisione, perché l'intero universo si concentra e vive nell'atto puro, e quel che resta fuori non è se non calcolo, astuzia: ossia, a rigore, niente. Alla seconda domanda rispondere si potrà in modo adeguato quando nuovi documenti interverranno a far luce nelle molte zone oscure che tuttora impediscono di vedere tutta la verità; che emergerà quando e se emergerà: e allora si vedrà fino a che punto nella decisione di uccidere il G. che aveva rinnovato il suo legame con il fascismo e con Mussolini siano entrate anche valutazioni politiche non direttamente note a quanti, sulla collina fiorentina, spezzarono il filo della sua vita. Qui basterà ricordare che nella chiesa di S. Croce, in Firenze, il nome del G. indica, sul pavimento, il luogo della sua sepoltura.  Opere. Le opere complete del G., raccolte via via durante la vita dell'autore, prima da Laterza (Bari), poi da Treves-Tumminelli (Milano e Roma), quindi da Sansoni (Firenze), furono riprogettate e stampate dopo la morte del G. e la fine della guerra mondiale da questo medesimo editore, al quale subentrò negli ultimi anni, ma senza alcuna mutazione di veste tipografica e di caratteri, l'editrice Le Lettere, sempre di Firenze. L'edizione definitiva rispetta fondamentalmente le partizioni già previste dal G., e cioè: Opere sistematiche; Opere storiche; Opere varie alle quali due si aggiungono, una IV, Frammenti, e una V, Epistolari. A queste cinque partizioni si è unita di recente, una VI di Scritti inediti e vari, nella quale sono apparsi fin qui Eraclito. Vita e frammenti (con il facsimile del manoscritto della traduzione di Diels), a cura Cavallera, premessa di Adorno, Firenze 1996, e La filosofia della storia. Saggi e inediti, a cura di Schinaia, premessa di Garin. A parte questi due ultimi, i volumi fin qui pubblicati delle Opere complete sono quarantanove, perché ancora in preparazione risulta il XXIX, dedicato a Spaventa; e aumenteranno, negli anni a venire, nella sezione comprendente i Carteggi, alcuni dei quali sono già in lavorazione, come quello con G. Calogero, a cura di C. Farnetti, e l'altro con G. Chiavacci, a cura di M. Simoncelli.   Qui converrà ricordare in quanto inserite nel testo della voce le principali opere del G.: Rosmini e Gioberti, Pisa; La filosofia di Marx, ibid. 1899; Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia, Bari; I problemi della scolastica e il pensiero italiano; La riforma della dialettica hegeliana, Messina; Sommario di pedagogia come scienza filosofica, I, Pedagogia generale, Bari; II, Didattica, ibid.; Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa; I fondamenti della filosofia del diritto, ibid.; Sistema di logica come teoria del conoscere, La logica dell'astratto, La logica del concreto, Bari; Le origini della filosofia contemporanea in Italia,, Messina; Capponi e la cultura toscana nel secolo decimonono, Firenze; La filosofia dell'arte, Milano; Introduzione alla filosofia, ibid.; Genesi e struttura della società, Firenze.   Fra i carteggi, quello con Croce, comprendente le sole lettere del G., è raccolto in Lettere a B. Croce, cur. di Giannantoni, Firenze (il testo di riferimento è Croce, Lettere a Gentile, a cura di Croce, con introd. di Sasso, Milano). Ma sono anche usciti: G. - Jaja, Carteggio, a cura di Sandirocco, Firenze; G. - Omodeo, Carteggio, a cura di Giannantoni; G.  - Maturi, Carteggio, a cura di Schinaia, Gentile - Pintor, Carteggio, a cura di E. Campochiaro, Fonti e Bibl.: Tre sono le biografie fin qui dedicate a G.: Lalla, Vita di G., Firenze; Romano, G.: la filosofia al potere, Milano; G. Turi, G. G.: una biografia, Firenze. Si aggiungano i ricordi e le testimonianze di Gentile: G.: dal Discorso agli Italiani alla morte, Firenze; Ricordi e affetti, Firenze. Sulla uccisione di G., v. Canfora, La sentenza. Marchesi e G., Palermo, dove si trova l'indicazione della precedente bibliografia relativa a questa pagina non ancora definitivamente scritta. Cfr. anche Sasso, La fedeltà e l'esperimento, Bologna. La bibliografia su G. è assai ampia: per gli scritti di G. ci si deve ancora servire della Bibliografia degli scritti di G., a cura di V.A. Bellezza, in G.: la vita e il pensiero, Firenze, e anche di Il pensiero di G. Gentile. Atti del Convegno, Roma. Per gli scritti, si veda: Bonechi, Croce - G.: bibliografia Giornale critico della filosofia italiana. In questo ambito per un primo orientamento si può innanzi tutto cercar di distinguere fra quanto di e sul G. è stato scritto dai principali discepoli delle sue due scuole, la palermitana e la romana, e cioè da V. Fazio-Allmayer, da Omodeo, Albeggiani, Ruggiero, e quindi Spirito, Volpicelli, Volpicelli, Calogero, Chiavacci, lo stesso Carlini, ecc. in ciascuna delle loro opere, e quanto invece al pensatore siciliano è stato dedicato con esplicita intenzione storiografica. Non sempre agevole da rispettare, la distinzione può tuttavia essere di qualche utilità; e qui si indicheranno gli scritti appartenenti alla seconda classe (mentre per la storia "filosofica" dell'attualismo, può vedersi Negri, G. G., Firenze; cfr. anche A. Lo Schiavo, Introduzione a G., Bari). Sono, innanzi tutto, da tener presenti gli studi raccolti nei quattordici volumi della serie G.: la vita e il pensiero, Firenze. Si veda quindi: G. De Ruggiero, La filosofia contemporanea, Bari; U. Spirito, Il nuovo idealismo italiano, Roma; Id., L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze; La Via, L'idealismo attuale di G. G., Trani; Sarlo, G. e Croce. Lettere filosofiche di un superato, Firenze; Calogero, Il neohegelismo nel pensiero contemporaneo, in Nuova Antologia; Holmes, The idealism of G. G., New York Carabellese, L'idealismo italiano, Roma; Guzzo, Sguardi sulla filosofia contemporanea, Roma, Ciardo, Un fallito tentativo di riforma dello hegelismo: l'idealismo attuale, Bari; E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari; Harris, The special philosophy of G. G., Urbana, IL; A. Guzzo, Cinquant'anni di esperienza idealistica in Italia, Padova Spirito, G., Firenze, Noce, Il suicidio della rivoluzione, Milano; Bellezza, La problematica gentiliana della storia, Roma; Noce, G. G.: per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna, Negri, L'inquietudine del divenire. G. G., Firenze, Sasso, Filosofia e idealismo, G., Napoli. Nome compiuto: Armando Girotti. Girotti. Keywords: la curva, la curva della bellezza, la linea, la linea della bellezza, storia storica, non filosofica – unita longitudinale – longamiranza, distillizione filosofica – Gentile, il Gentile di Girotti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Girotti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Gitio: la ragione conversazionale e a setta di Locri -- Roma – scuola di Locri – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Locri, Calabria -- According to Giamblico, a Pythagorean.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Giudice: la ragione conversazionale al rogo -- l’implicatura conversazionale di Bruno – filosofia napoletana – scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Keywords: Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo Italiano. Napoli, Campania. Grice: Grice: “Giudice amply proves my trust in the worth of the longitudinal unity of philosophy, for Giudice has unearthed some philosophical minutiae in Bruno – like his tract to Sir Philip Sidney on ‘Atteone,’ which are jewels of implicature!” -- “For Italian philosophy, Bruno is interesting: it’s not all saints like Aquinas; they had hereetics, too – and usually the heretics had a better philosophical background – into what the Italians called the lovely ‘hermetic tradition’ – we used to have one at Oxford in pre-lib days!” -- Grice: “If I am a Griceian, Giudice is a Brunoian – the Italians prefer ‘brunista’ or ‘bruniano,’ but I follow Katz is respecting the full surname – if it is ‘bruno,’ you add things, you don’t substract things!” Essential Italian philosopherwho has studied in depth the origin of philosophy in the Eleatic school. Si laurea a Napoli e studia BRUNO e la filosofia del rinascimento. Fonda la Societa Bruno. Altre opera: “BRUNO” (Marotta e Cafiero Editori, Napoli); “La coincidenza degl’opposti” (Di Renzo, Roma); “Bruno, Rabelais e Apollonio di Tiana, Di Renzo, Roma); “Due Orazioni. Oratio Valedictoria e Oratio Consolatoria, Di Renzo, Roma, “La disputa di Cambrai. Camoeracensis acrotismus, Di Renzo, Roma); “Il Dio dei Geometri” quattro dialoghi, Di Renzo, Roma); “Somma dei termini metafisici”; “Tra alchimisti e Rosacroce, Di Renzo, Roma, “Io dirò la verità. Intervista a Bruno, Di Renzo, Roma, “Contro i matematici, Di Renzo, Roma, “Il profeta dell'universo finite” – “Epistole latine, Fondazione Luzi,. Scintille d'infinito” (Di Renzo Editore).  BRUNO, Giordano (Philippus Brunus Nolanus; Iordanus Brunus Nolanus, il Nolano). Nacque a Nola, nel Regno di Napoli, figlio di Bruno, uomo d'arme, e di Fraulisa Savolino: è battezzato con il nome Filippo. Della città natale, dove trascorse l'infanzia e iniziò i primi studi, conserva poi sempre un ricordo nostalgico. Si reca a Napoli per studiare lettere, logica e dialettica: in quello Studio ebbe come maestri il Sarnese (COLLE (si veda)), filosofo di tendenze averroiste, e fra' Teofilo da Vairano, agostiniano, da lui ricordato in seguito con sincera ammirazione. La lettura di uno scritto di Pietro Ravennate suscitò fin da allora in lui l'interesse per la mnemotecnica. Con una incipiente formazione laica, entra come chierico nel convento napoletano di S. Domenico Maggiore, dove assunse il nome Giordano (forse in onore del domenicano fra' Giordano Crispo, maestro allo Studio) e quel nome ritenne poi sempre, salvo che per una breve parentesi. Mal compatibile, per carattere e prima formazione, con la regola conventuale incorse nelle prime infrazioni per aver spregiato il culto di Maria, nonché quello dei santi (una denuncia contro di lui venne allora stracciata dal maestro dei novizi).  Con cautela va accolta la notizia da lui in seguito fornita (Doc. parigini) di un invito a Roma per mostrare la propria abilità mnemonica a Pio:va però notato che allo stesso pontefice il B. dichiarò di aver dedicato L'arca di Noè,operetta smarrita di argomento morale (Dialoghi italiani).  Ordinato suddiacono e poi diacono, venne consacrato sacerdote dopo aver compiuto i ventiquattro anni, e celebrò la prima messa nella chiesa del convento domenicano di S. Bartolomeo a Campagna, presso Salerno. Dopo aver soggiornato in altri conventi del Napoletano, fece ritorno allo Studio di S. Domenico Maggiore in Napoli come studente formale di teologia: il curriculum quadriennale comprendeva un corso speculativo (prima e terza parte della Summa tomista) e un corso morale (seconda parte della Summa,alternabile con il quarto libro delle Sentenze di PLombardo esposte da Capreolo). È da ritenere che il B. abbia superato gli esami annuali, e quelli di licenza, per cui sostenne le tesi "Verum est quicquid dicit D. Thomas in Summa contra Gentiles" e "Verum est quicquid dicit Magister Sententiarum" (Doc. parigini).  Tali studi, se da una parte suscitarono in lui una non mai smentita ammirazione per l'opera d’AQUINO (si veda), d'altra parte dovettero ingenerargli quel fastidio per "les subtilitez des scholastiques, des Sacrements et mesmement de l'Eucharistie" (Doc. parigini,), con il conseguente disinteresse per la problematica teologica manifestato in seguito nelle proprie opere come pure, più tardi, in sede processuale. Fin dagli anni conventuali mostrò per contro interesse per opere estranee al curriculum, nonché decisamente vietate, quali i "libri delle opere di S. Grisostomo e di S. Ieronimo con li scolii di Erasmo" (Doc. veneti). Ciò che, unitamente all'espressione dei propri dubbi circa il dogma della Trinità durante una discussione sulla eresia ariana, portò all'istruzione di un processo a suo carico da parte del padre provinciale (con l'occasione venne ricostruito anche il precedente atto d'accusa già distrutto): in una scrittura smarrita inviata a Roma egli doveva figurare come sospetto di eresia.  Mentre il processo veniva iniziato, il B. non esitò ad abbandonare il convento e la città, probabilmente nel febbraio 1576, e nello stesso mese dové giungere a Roma, dove prese alloggio nel convento di S. Maria sopra Minerva, confidando forse che il proprio caso passasse ignorato tra i disordini che turbavano la città. Egli stesso venne però coinvolto in tali disordini e imputato di "aver gettato in Tevere chi l'accusò, o chi credette lui che l'avesse accusato a l'inquisizione" (Doc. veneti, I): imputazione infondata (come è mostrato dal mancato riferimento ad essa nelle successive vicende processuali), con tutto che un secondo processo contro di lui venne istruito dall'Ordine dei predicatori. Dopo i primi mesi di quell'anno, saputo che i propri libri erasmiani erano stati rintracciati a Napoli, B., deposto l'abito, abbandonò Roma, raggiunse GENOVA e si trattenne a insegnando la grammatica a figliuoli e leggendo la Sfera a certi gentilomini (Doc. veneti). Da NOLI passa a SAVONA e quindi a Torino; di lì, non avendovi trovato trattenimento a sua satisfazione", si recò a Venezia, dove si trattenne non più di due mesi, facendovi stampare, allo scopo di guadagnare qualcosa, "un certo libretto intitolato De' segni de' tempi", da lui fatto esaminare dal domenicano Remigio Nannini: opera pur questa smarrita. A Padova fu persuaso da alcuni domenicani a indossare l'abito pur quando non avesse voluto rientrare nell'Ordine: ciò che il B. fece dopo essersi recato, per Brescia, a Bergamo. Toccata Milano, lasciò l'Italia attraverso la Savoia, diretto a Lione: giunto a Chambéry e avvertito dai domenicani locali dell'ostilità che avrebbe incontrato nella regione, si trasferì a Ginevra, dove fin dal 1552 una comunità evangelica italiana era stata fondata dal marchese Gian Galeazzo Caracciolo di Vico.  A Ginevra, dimesso nuovamente l'abito, il B. si guadagnò da vivere come correttore di bozze tipografiche. Risulta tuttavia che egli aderì formalmente al calvinismo, come provato non tanto dalla immatricolazione universitaria autografa, quanto da un processo per diffamazione ai danni del titolare di filosofia Antoine de la Faye, istruito contro di lui dal concistoro: B. venne riconosciuto colpevole e virtualmente scomunicato. Dopo un debole tentativo di difesa, egli si riconobbe colpevole, pregò di essere riammesso alla cena, e il giorno 27 venne prosciolto dalla scomunica. Tale episodio (che avrebbe lasciato tracce durevoli nelle sue opere mediante la propria polemica anticalvinista) determinò la sua partenza da Ginevra.  Recatosi questa volta a Lione, non avendovi trovato modo di sostentarsi, vi si trattenne solo un mese e si recò quindi a Tolosa, che era proprio in quel tempo uno dei baluardi della ortodossia cattolica: ciò che dimostra la portata della sua reazione anticalvinista, confermata anche dal tentativo che allora fece di ottenere l'assoluzione da un padre gesuita. La mancata assoluzione, "per esser apostata" (Doc. veneti), non gli impedì di essere invitato "a legger a diversi scolari la Sfera, la qual lesse con altre lezioni de filosofia forse sei mesi" (Doc. veneti), nonché di conseguire il titolo di magister artium: ed ottenere per concorso il posto allora vacante di lettore ordinario di filosofia: onde lesse, "doi anni continui, il testo del LIZIO De anima ed altre lezioni de filosofia". Da accenni fatti più tardi dallo stesso B., è dato inferire che il suo insegnamento incluse lezioni di fisica, matematica e lulliane. Risale a quest'epoca la composizione della Clavis magna, trattato mnemotecnico-lulliano rimasto inedito e smarrito.  Si delineò una ripresa della lotta tra cattolici e ugonotti, e il B. dové lasciare Tolosa "a causa delle guerre civili" (Doc. veneti, IX). Trasferitosi a Parigi, vi intraprese "una lezion straordinaria", cioè un corso di trenta lezioni su altrettanti "attributi divini, tolti d'AQUINO (si veda) dalla prima parte, che alcuni vogliono costituisse l'operetta inedita e smarrita "di Dio, per la deduzion di certi suoi predicati universali" (Doc. veneti). A Parigi non poté accettare un lettorato ordinario per l'obbligo - che, come apostata, non volle assumersi - di frequentare la messa; tuttavia conseguì tale rinomanza mediante il lettorato straordinario, che, come ebbe a dichiarare egli stesso, "il re Enrico terzo mi fece chiamare un giorno, ricercandomi se la memoria che avevo e che professava, era naturale o pur per arte magica; al qual diedi sodisfazione; e con quello che li dissi e feci provare a lui medesimo, conobbe che non era per arte magica ma per scienza" (Doc. veneti): episodio che ben si comprende tenendo conto del fatto che la corte francese era frequentata da intellettuali come Perron e Tyard di cui sono noti gli interessi per il sapere enciclopedico e l'arte della memoria come strumenti per un piano di riforma culturale. Tuttavia i rapporti del B. con la corte - che sarebbero durati, direttamente o indirettamente, per circa un quinquennio - si spiegano altresì sul piano ideologico-politico, ove si tenga conto dell'analogia tra l'equidistanza bruniana dal rigorismo cattolico e da quello protestante, e la posizione mediana dei politiques, che controllavano la corte, tra l'estremismo cattolico dei ligueurs e quello protestante degli ugonotti.  Durante questo primo soggiorno parigino apparvero a stampa le prime operette bruniane a noi pervenute: il Deumbris idearumcon raggiunta dell'Arsmemoriae, opera mnemotecnica e lulliana stampata da Gourbin, da B. dedicata ad Enrico III, il quale "con questa occasione lo fece lettor straordinario e provisionato" (Doc. veneti, IX: egli venne cioè a far parte del gruppo dei lecteurs royaux, tendenzialmente contrari al conformismo aristotelico della Sorbonne); seguì, nello stesso anno, il Cantus circaeus, operetta mnemotecnica stampata da Gilles e dedicata, per conto del B., da Regnault ad Angoulême, fratello naturale del re, essendo B. stesso "gravioribus negociis intentus" (Opera); quindi il De compendiosa architectura et complemento Artis Lullii (Gourbin) dedicata dal B. all'ambasciatore veneto Giovanni Moro.  La prima parte del De umbris rielabora materiale lulliano e mnemotecnico ai fini di una ricerca gnoseologica che presuppone, platonicamente, una corrispondenza tra mondo fisico e mondo ideale; la seconda e terza parte costituiscono un manuale mnemotecnico per cui il B. attinge in particolare al ravennate (l'impostazione didascalica è ripresa nell'Ars memoriae, in cui elementi della tradizione astrologico-ermetica si inseriscono nella elaborazione lulliana e mnemotecnica, fermo restando l'intento gnoseologico). Il Cantus circaeus, in due dialoghi, presenta un'applicazione concreta dell'ars esposta nel De umbris, non senza un'intenzione satirica che sarà poi sviluppata nello Spaccio. Il De compendiosa architecturarielabora gli elementi tecnici del lullismo allo scopo di offrire uno strumento gnoseologico per cui l'ordine universale risulta riflesso nello schema simbolico. B. terminava la composizione dell'unica sua commedia, il Candelaio, stampata prima della fine dell'anno (anteriormente forse al De compendiosaarchitectura) da Guillaume Julien figlio. Sul frontespizio l'autore si definiva "Academico di nulla Academia, detto il Fastidito, in tristitia hilaris, in hilaritate tristis.  Il Candelaio, scritto in un volgare popolaresco ricco di napoletanismi plebei, ma non senza echi della tradizione burlesca rinascimentale (Aretino, Berni, ecc.) accanto a moduli parodici della retorica classica, riflette sul piano morale il momento di rottura con l'Ordine, né è da escludere che la composizione ne fosse stata iniziata prima dell'allontanamento dall'Italia. Dedicata Alla signora Morgana B., personaggio napoletano di non sicura identificazione, la commedia, di ambientazione appunto napoletana - la cui azione si svolge vicino al seggio di Nilo" - investe satiricamente tre materie principali e l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Bartolomeo e la pedanteria di Manfurio", in una sorta di applicazione alla vita morale del principio bruniano della corrispondenza e identificazione dei distinti nell'uno. Fin dalle pagine preliminari si notano del resto motivi che, riallacciandosi alla base teoretica dell'elaborazione lulliana e mnemotecnica delle operette latine, anticipano alcuni presupposti dei più tardi dialoghi filosofici ("Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che non può mutarsi...").  Dalla dedica del Candelaio si sono desunti due titoli di presunte opere smarrite del B. (Gli pensier gai e Il troncod'acqua viva), mentre nell'atto I, scena II, si trova citata un'ottava ("Don'a' rapidi fiumi in su ritorno") di un "poema" inedito e smarrito, cui appartiene forse anche l'ottava "Convien ch'il sol, donde parte, raggiri" citata tre anni dopo negli Eroici furori.  L'ambasciatore inglese a Parigi, Cobham, inviava un preoccupato messaggio al primo segretario del Regno d'Inghilterra, Walsingham, informandolo dell'intenzione del B. di passare in Inghilterra: la preoccupazione concerneva l'ambigua posizione bruniana in fatto di religione. L'arrivo del B. in Inghilterra, con lettere di raccomandazione di Enrico III per il proprio ambasciatore presso Elisabetta - il tollerante Michel de Castelnau (cui era affidato il compito delicato di sostenere la causa di Maria di Scozia presso la regina) -, è da porre nell'aprile. Da una parte il B. poté essere indotto a lasciare Parigi "per li tumulti che nacquero" (Doc. veneti) - o più esattamente per il delinearsi di quella reazione cattolica che due anni più tardi avrebbe indotto il re a revocare gli editti di pacificazione con i protestanti -; d'altra parte non è da escludere che il suo viaggio in Inghilterra potesse rientrare in un piano dei moderati francesi inteso a mobilitare la corrente politique inglese ai fini di una distensione politico-religiosa in Europa. Ma non è certo da trascurare la personale urgenza bruniana per una sua affermazione sul piano accademico-speculativo dopo i tentativi compiuti a Tolosa e a Parigi.  Al suo arrivo in Inghilterra B. prese dimora nella casa del Castelnau, a Butcher Row, dove "non faceva altro, se non che stava per suo gentilomo" (Doc.veneti). Fa una visita a Oxford, al seguito del conte palatino Laski: in tale occasione, pur non facendo parte degli oratori designati, sostenne un pubblico dibattito con i dottori oxoniensi, in particolare con il teologo Underhill, richiamandosi alla logica aristotelica in polemica con le posizioni ramiste. Rientrato a Londra, è da ritenere che indirizzasse allora la sua pomposa lettera Ad excellentissimum Oxoniensis Academiae Procancellarium, clarissimos doctores atque celeberrimos magistros (allegata ad alcuni esemplari della Explicatio triginta sigillorum), con la quale faceva istanza per l'ottenimento di una lettura a Oxford. Sebbene dai registri universitari non risulti che B. abbia tenuto un corso formale in quella sede, la sua stessa testimonianza di avervi tenuto "pubbliche letture, e quelle de immortalitate animae, e quelle de quintuplici sphaera" (Dialoghi italiani: vedi Doc. parigini, I, e Opera), risulta confermata dalla pur ostile testimonianza di George Abbot (cfr. McNulty), il futuro arcivescovo di Canterbury, allora membro del Balliol, da cui si apprende che, dopo la prima visita a Oxford, il B. vi tornò nel corso della stessa estate e vi iniziò un corso in latino sostenendo, tra l'altro, la teoria copernicana del movimento della Terra e della immobilità dei cieli: anticipando quindi pubblicamente quanto da lui elaborato nei dialoghi londinesi stampati l'anno seguente. Così il B. come l'Abbot concordano nell'affermare che tale corso venne interrotto per pressioni esterne (stando all'Abbot, il medico Martin Culpepper, guardiano di New College, e Matthew, decano di Christ Church, avrebbero rilevato un plagio bruniano nei confronti del ficiniano De vita coelitus comparanda: ciò che può essere inteso con riferimento ai prestiti ficiniani nella terminologia bruniana). Interrotto il corso dopo la terza lezione, rientrò a Londra, presso il Castelnau, ribadendo il proprio atteggiamento antiaccademico, in direzione quindi antiaristotelica e insieme antiumanistica.  A Londra il B. condusse la propria polemica culturale e speculativa sia in discussioni nell'ambito dei circoli paraccademici di corte, sia mediante la divulgazione a stampa delle proprie teorie già respinte dal pubblico universitario inglese. La prima opera pubblicata a Londra è un volumetto contenente l'Ars reminiscendi, l'Explicatio triginta sigillorum (preceduta in alcuni esemplari dalla già citata lettera agli Oxoniensi) e il Sigillus sigillorum. Solo per l'Explicatio e per la lettera è possibile precisare l'officina tipografica, che è quella di Charlewood, dalla quale sarebbero uscite tutte le rimanenti opere londinesi.  L'Ars reminiscendi è, con lievi varianti, una riproduzione dell'ultima parte del Cantus circaeus. Gli scritti che seguono portano la dedica all'ambasciatore francese, con parole di riconoscenza per la familiare ospitalità. L'elencazione dei triginta sigilli mostra che questi rappresentano la sintesi formale dei segni ovvero ombre delle cose e delle idee. Dalla Triginta sigillorum explicatio appare manifesto il presupposto gnoseologico del complesso simbolismo mnemotecnico bruniano. Nel Sigillus sigillorum si manifesta la fede del B. nell'unità del processo conoscitivo, cui corrisponde, sul piano ontologico, la fondamentale unità dell'universo. Alla innegabile utilizzazione di elementi propri alla tradizione platonico-alchimistica, fa qui riscontro l'assenza di preoccupazioni e tendenze d'ordine mistico-religioso: il carattere "speculativo" del Sigillusfa di quest'opera il legittimo antecedente della serie dialogica italiana.  Il mercoledì delle Ceneri, B. venne invitato a illustrare la propria teoria sul moto della Terra nella "onorata stanza" di Greville, a Whitehall, in compagnia di Florio e del medico Gwinne, essendo presenti due dottori oxoniensi sostenitori del sistema geocentrico e un cavaliere di nome Brown (in sede processuale tale riunione venne dichiarata come avvenuta invece in casa del Castelnau). La conversazione degenerò presto in un diverbio causato dalla intolleranza dei due dottori oxoniensi: sdegnato, il B. si licenziò dall'ospite e di lì a qualche giorno iniziò la stesura della Cena de le Ceneri (stampata nello stesso anno).  Tramite il resoconto della sfortunata discussione, il B. enuncia in questi dialoghi la propria cosmografia: movendo dall'eliocentrismo copernicano, egli approda intuitivamente a una concezione originale dell'universo che per molti rispetti sembra anticipare i postulati della scienza moderna. Già prima dell'arrivo del B. in Inghilterra, la corrente scientifica distaccatasi dalle università e sostenuta dalla corte elisabettiana (Recorde, Dee, Field, Digges) aveva mostrato un certo interesse per le teorie copernicane: è in questa corrente appunto che si inserisce ormai l'attività inglese di B., sia per le istanze "scientifiche" (elaborazione di una moderna teoria astronomica), sia per quelle letterarie (ripudio del latino e adozione del volgare per trattazioni scientifico-speculative) e perfino politiche (adesione alla moderata fazione puritana capeggiata da Dudley, conte di Leicester, nei contrasti tra questo e il tesoriere elisabettiano Cecil: ciò che ci è rivelato dal confronto tra la prima e la seconda redazione del dialogo II della Cena).  Suddivisa in cinque dialoghi, dedicati all'ambasciatore francese, la Cena è in sostanza un'opera cosmografica che, se da una parte contrasta il geocentrismo aristotelico e tolemaico, d'altra parte trascende l'eliocentrismo copernicano con l'affermazione della pluralità dei mondi nell'universo infinito (non senza la suggestione implicita della definizione ermetica di Dio, come sfera infinita il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non si trova in alcun luogo): sul piano teologico ne deriva l'affermazione dell'infinito effetto della causa infinita, nonché l'interpretazione prammatica di quei passi delle Scritture che concordano con la concezione vulgata dell'universo.  L'impostazione polemica dell'opera investe, nel dialogo II, tutti gli strati della contemporanea società inglese mediante una rappresentazione vivacemente realistica. B., pur adottando la forma dialogica della tradizione speculativa rinascimentale, la piega alle esigenze della propria polemica, accostandosi non di rado alla maniera parodica della tradizione aretiniana: onde non manca la satira della pedanteria grammaticale oltre che di quella peripatetica.  Gli attacchi contenuti nella Cena alla università di Oxford e alla società inglese suscitarono una forte reazione negli ambienti accademici e cittadini: reazione che coincise con una serie di offese, anche materiali, del pubblico londinese contro gli addetti all'ambasciata francese e contro, la stessa sede diplomatica. Nell'emozione del momento il B. poté ritenersi oggetto diretto di quella reazione anticattolica: è certo tuttavia che la pubblicazione della Cena gli fece perdere molte di quelle simpatie che era riuscito ad accattivarsi a Londra. Di qui l'esigenza di premettere ai già composti quattro dialoghi speculativi De la causa, principio et uno, un dialogo "apologetico" che si risolse però, caratteristicamente, in un ribadimento della propria polemica, salvo un riconoscimento esplicito della validità della tradizione speculativa oxoniense anteriore alla Riforma e la lode di alcuni personaggi conosciuti a Oxford (in particolare Martin Culpepper e Tobie Matthew). La pubblicazione dei nuovi dialoghi, dedicati anch'essi al Castelnau, seguì di poco quella della Cena. Il primo dialogo della Causa si distingue dai rimanenti quattro anche per i diversi interlocutori (tra questi Elitropio è Florio, mentre Armesso sembra identificabile con Gwinne); notevole, tra gli interlocutori dei rimanenti dialoghi, lo scozzese Alexander Dicson Arelio (nativo di Errol), discepolo londinese del B. e autore di un'opera mnemotecnica, De umbra rationis et iudicii ispirata al De umbris bruniano: l'opera era stata attaccata da William Perkins, ramista di Cambridge, il quale non mancò di accomunare i nomi di B. e del Dicson nella sua riprovazione del metodo mnemonico classico considerato in opposizione a quello ramista. La presenza di questo interlocutore, insieme con l'attacco frontale a Ramo nel dialogo III, può valere a farci considerare la Causa come opera di letteratura militante nell'ambito della contemporanea polemica ramista (per l'aspetto politico non va dimenticato che l'attività del Dicson era in linea con il programma politique).  I quattro dialoghi più propriamente speculativi della Causa concernono la definizione dei tre termini enunciati nel titolo: "causa" e "principio" sono intesi, rispettivamente, come la "forma" e la "materia" che, indissolubilmente unite, costituiscono l'"uno", cioè il "tutto". Movendo dalla critica dei postulati della tradizione aristotelica, e non senza ricorso alle formulazioni di stampo neoplatonico ed ermetico, B. giunge in tal modo a fornire una originale base teoretica alla propria cosmologia già in parte enunciata nella Cena e di lì a poco elaborata nei dialoghi De l'infinito.  Il motivo della satira antipedantesca si accentua nella Causa con una aderenza polemica alle posizioni culturali delle due università inglesi.  Il ritmo serrato con cui alla pubblicazione della Cena e della Causa segue quella dei dialoghi De l'infinito, universo e mondi e dello Spaccio de la bestia trionfante si spiega tenendo conto del fatto che B. doveva aver elaborato buona parte del materiale confluito poi nei tre dialoghi cosmologici. Anche l'Infinito porta la dedica al Castelnau, mentre lo Spaccio è dedicato a sir Philip Sidney, nipote del Leicester, mostrandoci in tal modo la portata dei contatti letterari, oltre che politici, dal B. avuti in Inghilterra.  Nei cinque dialoghi De l'infinito, in polemica con la fisica aristotelica, il B. rigetta la teoria della divisibilità all'infinito e ribadisce la propria teoria della infinità dell'universo e della pluralità dei mondi. In questa opera risulta enunciato il pensiero bruniano sul rapporto tra filosofia e religione conforme alla teoria averroista esposta dal Pomponazzi. Tra gli interlocutori figura Fracastoro, tracce delle cui dottrine sono reperibili nel dialogo; discutibile rimane l'identificazione di Albertino con Gentili (da B. certamente incontrato a Oxford): potrebbe trattarsi invece di personaggio nolano.  La nuova concezione dell'universo esposta nei tre dialoghi cosmologici si riflette sul piano etico con la trilogia dei dialoghi tradizionalmente definiti "morali", a cominciare dallo Spaccio, il cui tono satirico ravviva un'invenzione che risale, letterariamente, ai dialoghi "piacevoli" di Niccolò Franco.  Lo Spaccio espone un piano di riforma morale che implica la critica all'etica cristiana delle Chiese riformate non meno che di quella cattolica, in nome di un attivismo umanistico contrapposto al tradizionale umanesimo misticheggiante e retorico. L'ispirazione acristiana dell'etica bruniana sembra trovare conferma nella critica - metaforicamente condotta - della duplice natura della persona del Cristo. Non è escluso che questa opera sia da identificare con il Purgatorio de l'inferno,titolo fornito dal B. nella Cena.  Le allusioni politiche contenute nello Spaccio sono compatibili con l'orientamento brumano favorevole ai politiques e che risale al suo soggiorno parigino: c'è chi pur oggi continua a ritenere che la "bestia trionfante" spodestata nello Spaccio sia da identificare con l'intransigente Sisto V. Ma, a parte la cronologia, sembrerebbe contrastare all'interpretazione il quadro tracciato nella Cabala del cavallo pegaseo, con l'aggiunta dell'Asino cillenico, in cui l'"asino", identificabile con la "bestia" dello Spaccio, riassume il suo posto nel cielo: né sembra possibile supporre che la Cabala sia posteriore, data della bolla con cui Sisto scomunicò il re di Navarra.  Al di là del possibile significato politico-religioso, la Cabala interessa sia per l'accentuata satira morale rispetto allo Spaccio,sia per gli spunti speculativi (quali il problema del rapporto tra le anime individuali e l'anima universale, risolventesi nella negazione dell'assoluta individualità delle anime) che valgono a meglio illuminare questa fase del pensiero bruniano.  L'operetta è scherzosamente dedicata a un personaggio nolano, don Sabatino Savolino, della stessa famiglia materna di B. cui pure appartiene l'interlocutore Saulino presente già nello Spaccio. Il B.ebbe a dichiarare in seguito, di aver soppresso questa opera in quanto non piacque al volgo e ai sapienti "propter sinistrum sensum": essa è infatti la più rara tra le superstiti opere a stampa di Bruno.  Il soggiorno inglese del B. non poteva concludersi in maniera più degna che con la pubblicazione dei dialoghi De gli eroici furori, dedicati a Sidney, in cui risultano poeticamente esaltati i principî fondamentali della filosofia bruniana esposti nei tre dialoghi cosmologici, mentre vi si sviluppa e precisa la portata della satira morale contenuta nei due dialoghi etici.  I dieci dialoghi De gli eroici furori hanno come tema il conseguimento della consapevolezza dell'unione con l'Uno infinito da parte dell'anima umana. La terminologia di estrazione ficiniana (risalente a Platone, Plotino, Dionigi l'Areopagita, lamblico, Proclo, ecc.) rischia di far perdere di vista il carattere "naturale e fisico" del discorso bruniano, quale dall'autore stesso enunciato nella dedicatoria. La stessa adozione dei moduli platonici ("ente, vero e buono son presi per medesimo significante circa medesima cosa significata") va in realtà ricondotta a una sfera etica in cui si risolve ogni apparente residuo di trascendenza: infatti "le cause e principii motivi" sono "intrinseci" e la divina luce è sempre presente"; "ogni contrarietà si riduce a l'amicizia, "le cose alte si fanno basse, e le basse dovegnono alte.  Notevole nei Furori l'esposizione della poetica bruniana che, movendo dalla critica delle poetiche rinascimentali nella loro interpretazione normativa della poetica aristotelica, approda a una concezione della poesia come letteratura applicata: di qui il ripudio della tradizione lirica petrarchesca, pur nell'adozione prammatica di rime intonate al gusto del tardo petrarchismo (ivi inclusi prestiti dal Tansillo e dalla Cecaria di M. A. Epicuro).  Gli interlocutori sono tutti nolani, ovvero, come il Tansillo, amici della famiglia del Bruno. Notevole, come dato biografico dell'infanzia, la presenza di due figure femminili: Laodamia e Giulia.  B. rientrava in Francia al seguito dell'ambasciatore Castelnau: il quale ai primi di novembre si trovava già a Parigi; durante il viaggio la comitiva era stata vittima di una grassazione. Al suo rientro a Parigi B. veniva a trovare un clima politico mutato (nel luglio Enrico III aveva revocato gli editti di pacificazione e nel settembre era stata pubblicata la bolla contro il re di Navarra): di qui forse il suo tentativo infruttuoso "de ritornar nella religione" (Doc. veneti) tramite il nunzio apostolico Ragazzoni. Dedicò al filonavarrese Bene, abate di Belleville, la Figuratio Aristotelici physici auditus, esposizione mnemonico-mitologica del pensiero aristotelico; entrò in contatto con gli italiani di Parigi, tra i quali Botero, stringendo amicizia con Iacopo Corbinelli che lo definì "piacevol compagnietto, epicuro per la vita" (cfr. Yates), e prese a frequentare l'abbazia di St. Victor, dove quel giorno prese a prestito l'edizione di LUCREZIO (si veda) curata da Giffen e confidò al bibliotecario Guillaume Cotin (il cui diario ci conserva le notizie fornitegli da B.) l'intenzione di pubblicare l'Arbor philosophorum, del quale nulla sappiamo a parte il titolo lulliano.  Due episodi clamorosi neutralizzarono in quel tempo il residuo d'appoggio in cui il B. poteva ancora sperare presso il partito politique. Dopo aver assistito a una pubblica dimostrazione del compasso di riduzione inventato dal geometra salernitano Fabrizio Mordente, uomo senza lettere, il B. acconsentì a divulgare in latino la scoperta - parendogli atta a dimostrare il limite fisico della divisibilità, conforme alla propria incipiente monadologia -: pubblicò infatti i Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione (seguiti dall'Insomnium), presso Chevillot: opera ambiguamente laudatoria che irritò il Mordente, alla cui polemica verbale il B. rispose con i sarcastici dialoghi Idiota triumphans e De somnii interpretatione,dedicati al Del Bene e fatti stampare insieme con i due precedenti dialoghi mordentiani. B. veniva così ad attaccare apertamente un cattolico fautore dei Guisa, reclamando per sé l'ormai vacillante protezione politique. Atale imprudenza si aggiunse una disputa da B. tenuta al Collège de Cambrai, in presenza dei lecteurs royaux, sulla base di Centum et viginti articuli de naturaet mundo adversus peripateticos: programma da lui fatto stampare sotto il nome del discepolo Hennequin. Secondo il Cotin B. non avrebbe preso la parola, neppur dopo che allo Hennequin ebbe risposto Callier, giovane avvocato politique (il B. venne dunque sconfessato dal suo stesso partito), e, riconosciutosi battuto, avrebbe abbandonato Parigi. Secondo Corbinelli, il B. "s'andò con Dio per paura di qualche affronto, tanto haveva lavato il capo al povero Aristotele", mentre il Mordente decideva di ricorrere al Guisa. Lasciata Parigi, il B. giunse in Germania; toccata Magonza e Wiesbaden, veniva immatricolato all'università di Marburgo come theologiæ doctor romanensis (Doc. tedeschi). L'insegnamento bruniano si dovette mostrare incompatibile con l'aristotelismo ramista di quella università: gli fu infatti negato il permesso di leggere pubblicamente; a una protesta formale B. fece seguire le proprie dimissioni. Nella stessa estate passò a Wittenberg, nella cui università venne introdotto da Gentili e immatricolato come doctor ITALVS (Doc. tedeschi. Per circa due anni poté insegnare indisturbato (lesse, tra l'altro, l'Organon di Aristotele) e fece stampare il De lampade combinatoria lulliana - commentario dell'Arsmagna - cui premise una lettera alle autorità accademiche mostrandosi riconoscente per la liberale accoglienza. Seguì la pubblicazione del De progressu et lampade venatoria logicorum, sorta di compendio della Topica aristotelica, dedicato a Mylins, cancelliere dell'università. Allo stesso anno risale il suo corso privato sulla Rhetorica adAlexandrum (pubbl. post. da H. Alstedt: Artificium perorandi, Francofurti, come il frammento delle Animadversiones circa lampadem lullianam e la Lampas triginta statuarum, amplificazione dell'Arsmagna lulliana post.: negli Opera, con cui si conclude la trilogia delle "lampade". L'anno seguente, per i tipi di Zaccaria Cratone, uscì nella stessa città una seconda edizione dei Centum et viginti articuli (ridotti a ottanta, con le relative rationes), con un discorso apologetico di J. Hennequin: Iordani Bruni Nolani Camoeracensis Acrotismus. Allostesso periodo, sembra, risalgono i commentari aristotelici ai primi cinque libri della Fisica, al De generatione et corruptione e al quarto libro Meteorologicon (pubblicati negli Opera postumi: Libri physicorum Aristotelis explanati. B. si accomiatava dall'università con una Oratio valedictoria stampata dal Cratone: va notato che il vecchio duca Augusto era morto prima dell'arrivo del B., e che il successore Cristiano I favorì progressivamente il calvinismo, giungendo a proibire, ogni polemica a questo contraria; di qui la rinnovata precarietà della posizione di Bruno.  Partito da Wittenberg, B. giunse a Praga e vi si trattenne fino al principio dell'autunno, attrattovi forse dal mecenatismo dell'imperatore Rodolfo II, il cui cattolicesimo moderato poté sembrargli incoraggiante; non sappiamo comunque se fu registrato all'università. A Praga B. ripubblicò, presso Nigrinus, il De lampade combinatoria R. Lullii preceduto dal De lulliano specierum scrutinio: nuovo commentario dell'Arsmagna dedicato all'ambasciatore spagnolo don Guglielmo de Haro; con dedica all'imperatore, presso Daczicenus, gli Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos, in cui riprendeva la propria polemica contro l'interpretazione meccanica della natura (già anticipata nei dialoghi mordentiani e poi svolta nel De minimo):notevole, nella dedicatoria, la dichiarazione della religio bruniana, interpretabile come teoria della tolleranza religiosa e speculativa.  Ricevuta in dono dall'imperatore la somma di "trecento talari" (Doc. veneti), B. si recò a Helmstedt, attrattovi dalla "Academia Iulia" (fondata dal duca protestante Giulio di Brunswick), dove fu registrato e dove lesse l'Oratio consolatoria (stampata da Iacobus Lucius) per la morte del duca. B. fu remunerato dal nuovo duca, Enrico Giulio, con "ottanta scudi de quelle parti" (Doc. veneti), ma non gli mancarono seri fastidi: fu infatti scomunicato dal sovrintendente della locale Chiesa luterana, Voët, per motivi che B. definì di natura privata in una sua lettera di protesta alle autorità accademiche, ma che avranno avuto giustificazione formale per sospetto filocalvinismo (è comunque significativo che alla originaria scomunica cattolica e a quella calvinista ginevrina si aggiungesse ora la scomunica luterana). Il B. rimase tuttavia nella città. Durante l'anno e mezzo ivi trascorso lavorò alle opere poi stampate a Francoforte e compose il gruppo di opere magiche stampate postume negli Opera, De magia e Theses de magia (concernenti la magia naturale), De magia mathematica (parzialmente tuttora inedita nel codice di Mosca), De rerum principiis et elementis et causis;trattati tutti che tendono a dimostrare la possibilità dell'utilizzazione pratica delle forze naturali occulte. Intervenne a una disputa tenuta dal dottor Heidenreich e avendo riscossi a Wolfenbüttel 50 fiorini assegnatigli dal duca - si accomiatò dall'università con l'intenzione di passare per Magdeburgo (dove risiedeva W. Zeileisen, zio del discepolo norimberghese Besler, di cui si era servito come copista) allo scopo di farvi stampare qualcosa di suo in onore del duca. La partenza fu ritardata: ed è probabile che il B. si recasse direttamente a Francoforte sul Meno (allo scopo di farvi stampare la trilogia poetica latina, sua opera di maggior rilievo dopo i dialoghi londinesi), dove giunse al più tardi nel giugno. Il Senato della città rigettò una sua richiesta di poter alloggiare presso lo stampatore J. Wechel, il quale tuttavia gli procurò alloggio presso il convento dei carmelitani. B. attese soprattutto alla pubblicazione dei tre poemi: i Detriplici minimo et mensura... libri V e il De monade, numero et figura liber unito ai De innumerabilibus, immenso et infigurabili... libri octo, opere dedicate al duca di Brunswick, per le quali B. curò la stampa e intagliò i legni, salvo che per l'ultimo foglio del De minimo a causa di un repentino allontanamento dalla città (per cui la dedica relativa fu composta dal Wechel. Stampati il De minimo fu posto in vendita nella primavera; il De monade con il De immenso,nell'autunno.  Nei poemi francofortesi - composti alla maniera di Lucrezio - il B. sviluppa in senso decisamente atomistico la propria concezione della materia già esposta nei dialoghi londinesi. Nel De minimo sicontiene la definizione dell'atomo bruniano: pars ultimadella materia, minimum fisico assoluto, sostrato di tutti i corpi, impenetrabile. La discontinuità degli atomi lascia aperto il problema dello spazio tramezzante con tutto che B. riconosce l'esigenza di una materia che agglutina gl’atomi. Se l'atomo è l'elemento materiale insecabile, il minimo è l'essere o la figura minima in un dato genere, mentre la monade è l'unità di un genere determinato: l'atomo, che è di forma sferica, è anche minimo e monade. Gl’atomi sono infiniti essendo infinita la materia. In tale concezione non v'è posto per una forza esteriore che regoli o determini le combinazioni materiali. Nel De monade B. dà una spiegazione aritmologica delle diverse qualità degli oggetti sensibili, i cui elementi vengono mossi - come già sostenuto nella Causa rispetto alla materia infinita - da un principio intrinseco. Così l'atomismo dei poemi francofortesi si riallaccia all'animismo dei dialoghi londinesi, dei quali il De immenso riprende esplicitamente l'esposizione cosmologica, con una aderenza a tratti letterale (tanto che il Fiorentino fu indotto a riportare al periodo inglese l'inizio della composizione del poema). In quest'ultimo il B. ripercorre il cammino della propria speculazione, rinnovandone la polemica contro la fisica aristotelica e ribadendone il superamento intuitivo dell'eliocentrismo copernicano.  Applicato l'ordine di estradizione del Senato francofortese B. riparò a Zurigo, dove tenne lezioni di filosofia scolastica raccolte e pubblicate poi da Egli (la Summa terminorum metaphysicorum a Zurigo; la Summa con la Praxis descensus seu applicatio entis a Marburgo. Ritornato per breve tempo a Francoforte, B. pubblica presso Wechel i De imaginum,signorum,et idearum compositione ad omnia inventionum,dispositionum et memoriae genera libri tres, dedicati a Heinzel, patrizio di Augusta da lui conosciuto a Zurigo. Durante il secondo soggiorno francofortese B. è raggiunto da lettere del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, il quale, letto il De minimo, lo invitava a Venezia affinché gli "insegnasse l'arte della memoria ed inventiva" (Doc. Veneti. B. giunse a Venezia.  I motivi soggettivi dell'imprudente rientro in Italia sono stati variamente definiti: imponderabile è la componente nostalgica, mentre è ormai da escludere il proposito di una azione di riforma religiosa con l'ausilio delle proprie nozioni magiche (con tutto che l'accessione del Borbone al trono di Francia e la presenza del mite Gregorio sul soglio pontificio ravvivavano allora le speranze conciliatrici in Europa); sul piano contingente, più che dell'occasionale invito del Mocenigo, va tenuto conto delle aspirazioni magistrali dal B. non mai dimesse nel corso dei suoi soggiorni francesi, inglese e tedesco.  Infatti, soffermatosi qualche giorno a Venezia "a camera locanda Doc. veneti, B. prosegue per Padova, dove già si trovava al principio di settembre e dove si trattenne, con brevi interruzioni, per almeno tre mesi. Qui impartì lezioni "a certi scolari tedeschi", tra i quali sarà da includere Besler, che era allora procuratore degli studenti tedeschi (Besler gli trascrisse, e la Lampas triginta statuarum, il De vinculis in genere, abbozzato l'anno precedente, e il non bruniano De sigillis Hermetis, inedito e smarrito). All'insegnamento patavino vanno riferite le Praelectiones geometricae e l'Ars deformationum, lezioni, rinvenute solo piu pardi, in cui B. illustra geometricamente postulati ed enunciazioni del De minimo. L'attività del B. a Padova induce a ritenere che, con l'appoggio del Besler, egli mirasse alla vacante cattedra di matematica, che è assegnata a GALILEI (si veda).  Rivelatosi infruttuoso l'insegnamento padovano, al principio dell'inverno il B. si trasferì a Venezia, prendendo dimora, almeno dal marzo in contrada S. Samuele, presso il Mocenigo. Incominciò a frequentare il ridotto Morosini, sul Canal Grande, dove, in un clima di "civile e libera creanza", si disputava di cose che avevano "per fine la cognizione della verità" (F. Micanzio, Vita di Paolo Sarpi, Leida. Nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, confide al domenicano fra' Domenico da Nocera il proprio desiderio di quetarsi e di comporre un libro da offrire al neoeletto Clemente, con lo scopo ultimo di trasferirsi a Roma, ed ivi "accapare forsi alcuna lettura Doc. veneti: programma illusorio, suggeritogli forse dalla politica papale e dalla contemporanea esperienza di Francesco Patrizi. Il 21 maggio, allo scopo di far stampare a Francoforte alcune sue opere, inedite e smarrite, "delle sette arte liberali e sette altre inventive, e dedicar queste al Papa Doc. veneti, B. chiede licenza al Mocenigo. Costui, deluso dall'insegnamento ricevuto, la notte lo fece arrestare dai suoi e presenta una denuncia per eresia (allegando tre libri a stampa di B. e l'autografo della smarrita operetta "di Dio, per la deduzion di certi suoi predicati universali", nonché i nomi di due contesti: i librai Ciotti e Britano) all'inquisitore veneto fra' Gabriele da Saluzzo: la sera stessa B. veniva prelevato dagli sbirri e condotto alle carceri di S. Domenico di Castello. Si apriva così la fase veneta del processo, che si doveva concludere nove mesi dopo con la sua estradizione a Roma.  Gli episodi principali del processo veneto sono i seguenti: denuncia del Mocenigo; denuncia (B. era complessivamente accusato di disprezzare le religioni, di non ammettere la "distinzione in Dio di persone", di avere opinioni blasfeme sul Cristo, di non credere alla transustanziazione, di sostenere che il mondo è eterno e che vi sono mondi infiniti, di credere alla metempsicosi, di attendere all'arte divinatoria e magica, di negare la verginità di Maria, di disprezzare i dottori della Chiesa, di ritenere che i peccati non vengano puniti, di essere già stato processato a Roma, di indulgere al peccato della carne); interrogatorio dei contesti (favorevoli a B.) e primo costituto di B.; costituto e ulteriore accusa (di aver soggiornato in paesi di eretici vivendo alla loro maniera); interrogatorio sui capi d'accusa (a proposito dei propri saggi B. dichiara: "io ho sempre diffinito FILOSOFICAMENTE e secondo li principii e lume naturale, non avendo riguardo principal a quel che secondo la fede deve essere tenuto, Doc. veneti; interrogatorio di Morosini e deposizione di Ciotti, favorevoli a BRUNO; 30 luglio: ultimo costituto veneto del B. (ammissione di dubbi marginali già dichiarati e sottomissione al tribunale) e trasmissione del processo al card. di Santa Severina, inquisitore supremo in Roma (il quale già prima dell'ultimo costituto interferiva nella causa); richiesta formale di avocazione della causa a Roma: consenso del tribunale veneto; trasmissione della richiesta romana al Collegio presieduto dal doge; parere sfavorevole del Collegio trasmesso al Senato; comunicata a Roma la risposta negativa; rinnovata richiesta al Collegio motivata con precedenti; comunicazione a Roma dell'approvazione del Senato. BRUNO usce dal carcere veneziano e, fatto salpare per Ancona, fa ingresso nel carcere del S . Uffizio di Roma da cui, dopo lungo e intermittente processo, sarebbe uscito sette anni più tardi per subire l'orrendo supplizio. Gli episodi noti e salienti del processo romano sono così riassumibili: grave denuncia da parte di fra' Celestino da Verona, concarcerato a Venezia (imputazione di aver sostenuto che Cristo peccò mortalmente, che l'inferno non esiste, che Caino fu migliore di Abele, che Mosè era un mago e inventò la legge, che i profeti furono uomini astuti e ben meritarono la morte, che i dogmi della Chiesa sono infondati, che il culto dei santi è riprovevole, che il breviario è opera indegna; di aver bestemmiato; di aver intenzioni sovversive ove fosse costretto a rientrare nell'Ordine); interrogagatorio a Venezia dei contesti fra' Giulio da Salò, Francesco Vaia, Matteo de Silvestris (attenuazione delle responsabilità bruniane e nuova accusa: l'avere in spregio le sante reliquie); interrogatorio del conteste Graziano (ribadimento della credenza bruniana nella pluralità dei mondi e nuova accusa: riprovazione del culto delle immagini). Otto costituti bruniani (dall'ottavo al quindicesimo dell'intero processo) e conclusione del processo offensivo.  Il B. mantenne la linea difensiva già adottata a Venezia (attenuò la portata dei dubbi circa la Trinità, disponendosi ad accettare il dogma; negò le accuse circa l'inferno, Cristo, i propositi sovversivi, l'ateismo, le manifestazioni blasfeme; precisò il significato di "magia" con riferimento a Mosè, e la propria opinione, ritenuta "filosoficamente" e ipoteticamente, circa la metempsicosi; negò l'opinione attribuitagli circa Caino, e precisò quella relativa alla pluralità dei mondi; negò le pratiche superstiziose, precisando il proprio interesse per l'astrologia). Gennaio-marzo 1594: a Venezia, esami ripetitivi dei testi (Mocenigo, Ciotti, Graziano, De Silvestris): confermate nel complesso le precedenti deposizioni, solo la sospetta integrità dei testi poté far differire la conclusione del processo; giugno: supplemento di denuncia da parte del Mocenigo (accusa di aver irriso il papa nel Cantus circaeus); estate 1594: sedicesimo costituto (il B. si difese sull'ultima accusa, su quella relativa ai Magi, e forse anche sull'altra relativa alla verginità di Maria; sporse denunce contro il Graziano e Francesco Maria Vialardi concarcerato a Roma); BRUNO presenta una difesa scritta, non pervenutaci. Si stabilì che una lista dei libri bruniani fosse presentata al papa.  BRUNO è raggiunto nel carcere da Pucci, Campanella e  Stigliola. La Congregazione stabilì una commissione con lo scopo di censurare le proposizioni eretiche contenute nei libri. BRUNO è ammonito di abbandonare la sua teoria della pluralità dei mondi. Si stabilì inoltre che egli è interrogato stricte (forse con applicazione della tortura): ciò che avvenne con il diciassettesimo costituto, circa la Trinità e l'incarnazione (BRUNO precisa il carattere speculativo dei dubbi passati), nonché la pluralità dei mondi (che BRUNO persiste a sostenere). Ha luogo, forse oralmente, la risposta del BRUNO alle censure, otto delle quali sono rilevabili dal Sommario del processo: "circa rerum generationem"; circa il principio che a causa infinita debba corrispondere effetto infinito; circa il rapporto tra anima universale e anima individuale; circa il principio che nulla si genera e nulla si corrompe; circa il moto della terra; circa la definizione degl’astri come angeli; circa l'attribuzione di un'anima sensitiva e razionale alla terra; circa l'affermazione che l'anima non è forma del corpo umano (due altre censure, rilevabili da una lettera di Schopp Doc. romani, concernono l'identificazione dello spirito santo con l'anima mundi, e la credenza nei pre-adamiti. A istanza di Bellarmino, venneno sottoposte a BRUNO, per la sua dichiarazione di abiura, otto proposizioni eretiche (ci è nota la prima, de hæresi Novatiana, e la settima, estratta dal De la causa, ubi tractat an anima sit in corpore sicut nauta in navi. Il ventesimo costituto BRUNO si dichiara disposto all'abiura incondizionata; ma torna a manifestare esitazioni sulla prima e la settima. In mancanza della prova giuridica della colpevolezza, i consultori si dichiararono in favore dell'applicazione della tortura, che tuttavia non è approvata da Clemente. BRUNO si dichiara disposto all'abiura (costituto), ma con un memoriale al papa, rimette in discussione le proposizioni incriminate. Intanto al S. Uffizio di Vercelli perveniva una delazione dovuta, sembra, a un reduce dall'Inghilterra con cui BRUNO è di nuovo accusato di irriverenza verso il papa, lo Spaccio, e di aver lasciato fama di ateo in Inghilterra. Il tribunale ordina il termine per il riconoscimento degl’errori. Ventiduesimo costituto, BRUNO rifiuta la ritrattazione. Vano è l'intervento del generale e del procuratore dei domenicani. Il papa ordina che BRUNE è sentenziato come eretico formale, impenitente e pertinace, e consegnato al braccio secolare. Un estremo memoriale di BRUNO al pontefice venne aperto ma non letto dal tribunale. BRUNO viene condotto dal carcere del S. Uffizio al palazzo del cardinale Madruzzi, in piazza Navona, dove la sentenza gli è letta pubblicamente. Dell’imputazioni contenute nella sentenza, risultano accertate quelle concernenti la transustanziazione, la verginità di Maria, la vita eretica, lo spaccio, la pluralità dei mondi, la metempsicosi, l'anima umana, l'eternità del mondo, Mosè, le Sacre Scritture, i preadamiti, Cristo, i profeti e gl’apostoli.  Riconosciuto eretico impenitente pertinace ed ostinato (Doc. romani), BRUNO è condannato alla degradazione dagl’ordini, all'espulsione dal foro ecclesiastico e a essere consegnato alla corte secolare per la debita punizione. I suoi saggi sono bruciati in piazza S. Pietro e le opere tutte incluse nell'indice. BRUNO ascolta in ginocchio la sentenza. Quindi, levatosi in piedi, esclama rivolto ai giudici. Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam Doc. romani. Trasferito al carcere di Tor di Nona, e visitato ancora da teologi e confortatori, è condotto a Campo di Fiori, dove, spogliato nudo e legato a un palo, è bruciato vivo Doc. romani.  La portata speculativa della vicenda bruniana è implicita nella storia del moderno pensiero europeo. Per il lato culturale e biografico, pur dopo ricerche secolari, quella vicenda è tuttora al vaglio della filologia contemporanea.  Fonti e Bibl.: Per la biografia bruniana le fonti sono costituite dalle opere e da una serie di documenti coevi. Edizioni complete delle opere: Iordani Bruni Nolani Opera Latine Conscripta: Facsimile - Neudruck der Ausgabe von Fiorentino,Tocco und anderen,Neapel und Florenz Drei Bände in acht Teilen, Stuttgart-Bad Cannstatt da integrare con le seguenti pubblicazioni: Zubov, Rukopisnoe nasledie Džordano Bruno, Moskovskij Kodeks" Gosudarstvennoj Biblioteki SSSR im. V. I. Lenina, in Zapiski Otdela rukopisej, Moskva Bruno, Due dialoghi sconosciuti e due dialoghi noti: Idiota triumphans, De somnii interpretatione, Mordentiu, De Mordentii circino, cur. Aquilecchia, Roma con Errata-corrige stampate a parte; Id., Prælectiones geometricæ e Ars deformationum: Testi inediti, cur. di Aquilecchia, Roma; Le opere italiane di G. B., cur. Lagarde, Gottinga, edizione para-diplomatica, per le opere italiane in edizione moderna: Bruno, Candelaio: commedia, a cura di V. Spampanato, Bari; Id., Dialoghi italiani: Dialoghi metafisici e Dialoghi morali stampati con note da GENTILE (si veda) cur. Aquilecchia, Firenze; Id., Lacena de le ceneri, cur. di Aquilecchia, Torino (da tenere presente  Tissoni, Sulla redazione definitiva della Cena de le ceneri, in Giorn. stor. della letter. ital. Pregevoli le sillogi antologiche in Opere di BRUNO e di Campanella, cur, Guzzo e Amerio, Milano - Napoli, e in Scritti scelti di BRUNO e Campanella, cur. Firpo, Torino. I documenti coevi in Spampanato, Documenti della vita di BRUNO, Firenze suddivisi in Documenti napoletani Documenti ginevrini Documenti parigini Documenti tedeschi Documenti veneti Documenti romani da integrare con Elton, Modern Studies, London, Harvey, Marginalia, cur. Smith, Stratford-upon-Avon; Sigwart, Kleine Schriften, Freiburg i. B. Mercati, Il sommario del processo di BRUNO, Vaticano, Firpo, Il processo di BRUNO, Napoli Yates, BRUNO: some documents, in Revue internationale de philosophie, XVI  1951]; Aquilecchia, Un autografo sconosciuto di G. B., in Giorn. stor. della letter. ital., Id., Un nuovo documento del processo di BRUNO, McNulty, B. at Oxford, in Renaissance News]; A. Nowicki, Un autografo inedito di G. B. in Polonia, in Atti dell'Accademia di scienze morali e politiche... in Napoli, Una poesia "Ad Iordanum: Brunum", in La Ragione, Korzan, Praski Kra̢g humanistów wokóù Bruna, in Euhemer.  La biografia più estesa, sebbene in parte invecchiata, rimane quella di V. Spampanato, Vita di G. B. con documenti editi e inediti, Messina Biografie sintetiche recenti sono dovute a Garin, B., Roma-Milano, e a G. Aquilecchia, G. B., Roma da cui dipende la presente voce.  La bibliografia bruniana è vastissima: va fatto riferimento a Salvestrini, Bibliografia di BRUNO, a cura di Firpo, Firenze: opera monumentale di inestimabile utilità, aggiornata poi essenzialmente, Quanto ai titoli, con l'appendice bibliografica alla citata monografia di Aquilecchia. A questi due strumenti si fa qui riferimento, rispettivamente, per opere critiche di tradizionale autorità (Tocco, Troilo, Gentile, Namer, Garin, Corsano, ecc.), e per saggi più recenti, che propongono un ridimensionamento della problematica bruniana conforme a diverse metodologie (Badaloni, Michel, Yates, Gorfunkel', Nowicki, Papi, ecc.). Nome compiuto: Guido del Giudice. Giudice. Refs.: Luigi Speranza, "Grice, del Giudice, e la filosofia greco-romana," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Keywords: l’implicatura di Giudice, universe finite, infinito, geometrici, alchimisti, matematici – rinascimento – scintilla d’infinito” --  Refs: Luigi Speranza, “Grice e Giudice: implicatura e scintilla” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giudice: la ragione conversazionale, l’esperienza, e l’implicatura conversazionale di Telesio – filosofia foggiese – la scuola di Lucera -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucera). Abtract: Grice: “I’ve always been interested in experience – that doesn’t make me an Empiricist!” Keywords: Telesio. Filosofo lucerese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Lucera, Foggia, Puglia. Grice: “Riccardo del Giudice is a philosopher; he wrote an essay on Telesio.”  Allievo e collaboratore di GENTILE (si veda), si laurea in filosofia, rivelando i suoi vasti e solidi interessi culturali, che, insieme ad una rara volontà di studio e ad una seria attività politica formano il suo principale merito. Apprezzato per le doti oratorie e l'accuratezza nella scrittura, è parlamentare di chiara fama nella  Camera dei Deputati. Di profonda ed esemplare preparazione filosofica. Insegna a Roma.  Intestazioni: Sindacalista, politico, SIUSA. Iscrittosi al movimento nazionalista mentre frequenta nell'ateneo romano i corsi di GENTILE (si veda). Si tessera al Partito fascista, del quale apprezza l'interesse per le questioni sindacali. È appunto nell'organizzazione fascista dei lavoratori, diretta da Rossoni, che muove i primi passi nella politica militante. Nominato responsabile dei sindacati in provincia di FOGGIA, distinguendosi per la dura opposizione nei confronti dell'apparato del Pnf guidato dal conservatore Caradonna. Espulso dal partito viene nominato da Rossoni Segretario della Federazione sindacale di Torino. Passato nella Federazione di Bari si oppone allo sbloccamento dei sindacati. Si occupa di studi sulla legislazione del lavoro e sul corporativismo, partecipando attivamente alle riunioni del consiglio nazionale delle corporazioni e viene nominato presidente della confederazione fascista dei lavoratori del commercio. Dopo una intensa attività nel settore sindacale - celebri le sue polemiche con SPIRITO (si veda) sul rapporto tra sindacato e corporazione - è nominato sotto-segretario al ministero dell'educazione nazionale, allora retto da Bottai. Si occupa soprattutto di sviluppare i rapporti tra la scuola e il mondo del lavoro, seguendo le indicazioni contenute nella carta della scuola di Bottai. Lasciato il ministero in seguito alla sostituzione del ministro Bottai con Biggini, è nominato presidente dell'ente nazionale per l'oganizzazione scientifica del lavoro, Enios. Non adere alla Rsi e viene arrestato dagl’alleati e inviato nel campo di concentramento di Padula dove scrive le memorie. Epurato dall'insegnamento universitario, vi ritorna come docente prima di diritto della navigazione, poi di diritto del lavoro, presso l'ateneo romano.  Complessi archivistici prodotti: G. (fondo). Il fondo archivio conserva le carte del dirigente sindacale e collaboratore di BOTTAI ed e costituito da documentazione riguardante la politica sindicale FASCISTA, da una vasta raccolta di materiale e stampa sulla POLITICA CORPORATIVA, da documenti sulla POLITICA SCOLASTICA del regine negl’anni della guerra e da un ricco epistolario con personalita della FILOSOFIA, della politica, dell’economia, e della cultura. Bibliografia: PARLATO, Il sindacalismo fascista. Dalla grande crisi alla caduta del regime, Roma, Bonacci. G. PARLATO, G.: dal sindacato al governo, Roma, Fondazione Spirito, G. PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino. Sindacalismo fascista Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni La neutralità di questa voce o sezione sugli argomenti fascismo e politica è stata messa in dubbio. Con sindacalismo fascista si intende quel settore del sindacalismo improntato sui principi della dottrina fascista del lavoro. Filippo Corridoni con Mussolini durante una manifestazione interventista del 1915 a Milano. Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Sindacalismo rivoluzionario.  Fontana sulla cui lapide marmorea era scolpito il discorso che Mussolini pronuncia presso lo stabilimento di Dalmine, in occasione dell'autogestione operaia. Il sindacalismo fascista ha i suoi primordi nel magma del movimentismo sindacale dei primi due decenni del XX secolo: in particolare esso trova i suoi riferimenti culturali prima nella componente rivoluzionaria del sindacalismo socialista, che portò alla dirigenza del partito diversi esponenti e Benito Mussolini alla direzione dell'Avanti!, poi nelle sezioni più agguerrite del sindacalismo interventista, in particolare l'attivissima sezione milanese retta da Filippo Corridoni, nate in seno all'Unione Sindacale Italiana[1]ma da cui saranno espulse già nel 1915, per incompatibilità con i principi antimilitaristi e antistatalisti dell'USI[2]. Numerosi, pur con alcuni bassi, sono gli scioperi, le manifestazioni di piazza, gli scontri ed i comizi cui parteciparono Mussolini ed i dirigenti del fascismo a fianco, o anche in qualità stessa, di sindacalisti rivoluzionari. In Italia non sarà possibile nessuna forma di sindacalismo fino a quando il Partito Socialistanon sarà abbattuto. Corridoni a Malaparte SICKERT (si veda) a Milano poco prima di partire per il Carso, giugno 1915[4]) Un altro forte legame è quello con la Unione Italiana del Lavoro, da essi creata e di ispirazione sindacalista rivoluzionaria, diretta inizialmente da Rossoni. La nuova formazione sindacale, nel fermento dell'interventismo nei confronti della Grande Guerra, tentò di operare una prima sintesi all'interno dell'immenso magma rivoluzionario italiano, combattuto ormai da anni tra le esigenze sociali e quelle nazionaliste del popolo. In particolare si verificò una congiunzione con le teorie di imperialismo operaiodi Enrico Corradini (Associazione Nazionalista Italiana) e lo sviluppo del produttivismo nazionale, grazie anche al Popolo d'Italia di Mussolini, pervenendo all'idea non tanto di negare la lotta di classe per difendere gli interessi di categoria, quanto di ricomporli tutti all'interno del comune interesse superiore nazionale. Al suo interno la UIL portava però già i sintomi di quella che fu una battaglia destinata a concludersi più tardi, durante il sindacalismo fascista vero e proprio: quella tra la visione di un sindacalismo legato all'azione politica, appoggiata principalmente da Rossoni, e quella indipendentista di Ambris. Primo sfogo di queste evoluzioni avvenne al Dalmine, dove si verifica la prima occupazione con autogestione operaia della storia italiana, organizzata dai sindacalisti rivoluzionari. Il fatto eclatante che destò scalpore fu però soprattutto la continuazione della produzione, d'accordo con l'ottica produttivista che aveva acquisito il movimento: gli operai autorganizzati continuarono infatti il lavoro, issando sulla fabbrica il tricolore nazionale. Due giorni dopo lo stesso Mussolini è in visita agli stabilimenti: Voi oscuri lavoratori del Dalmine, avete aperto l'orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa, è il lavoro che ha consacrato nelle trincee il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande oltre i confini. Mussolini, Discorso del Dalmine, in "Tutti i discorsi) In un primo momento la posizione di De Ambris e della sua UIL fu la più apprezzata da Mussolini, aprendo nel periodo 1919-1920 una forte convergenza tra i due, con il secondo che sostenne apertamente la UIL dalle colonne de Il Popolo d'Italia[11 ed il primo che dette un apporto considerevole al programma dei FASCI ITALIANI DI COMBATTIMENTO, costituiti e dai quali prenderà spunto il fascismo durante la fase governativa. Il nucleo iniziale Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sansepolcrismoe Squadrismo.  Benito Mussolini a Dalmine con gli operai dello stabilimento autogestito. Grandi. È da questo connubio che, infatti, si costituisce in maniera strutturata il sindacalismo fascista, i cui protagonisti, dapprima immersi nei movimenti sindacalisti di varia estrazione sopra descritti, andarono a creare l'ossatura del nuovo movimento insieme agli interventisti futuristi, ad Arditi e reduci di guerra, nazionalisti e squadristi.  Fra i maggiori esponenti di questo sindacalismo squadrista, che affianca i sindacalisti puri Balbo, Bianchi, Baroncini ma, soprattutto, Grandi e lo squadrismo bolognese vicino agli ambienti de "L'Assalto", portatori di uno dei più genuini tratti del fascismo di sinistra, basato particolarmente a Bologna sulle rivendicazioni contadine, l'allargamento della piccola proprietà agricola ed al concetto de "la terra a chi la lavora. L’armonia tra sindacalismo rivoluzionario e fascismo sansepolcrista si spezzò quando, in conseguenza della grave sconfitta elettorale, Mussolini operò la strategia della virata a destra per aprirsi maggiori spazi politici e, staccandoli dalla UIL, creò i Sindacati economici, che diventeranno poi la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacalifasciste dirette da Rossoni. La crisi tra i due movimenti si attuò essenzialmente sul nodo della concezione del rapporto tra economia e politica. Da una parte il fascismo, che riteneva fondamentale che ogni dinamica attraverso la nazione sia controllata dallo Stato, dall'altra i sindacalisti rivoluzionari, che vedevano questa posizione come antitetica ai propri canoni libertari ed autonomisti, concependo la nazione come identità e sostanza storica di un popolo, ma lo Stato come sistema di potere di una classe esclusiva. Il sindacalismo rivoluzionario, portando il suo contributo decisivo alla determinazione dell'Italia per l'intervento nella guerra, salvò l'onore dei lavoratori italiani e gettò le premesse in virtù delle quali l'organizzazione del lavoro è oggi, su piede di uguaglianza con tutte le altre forze economiche, elemento fondamentale dello Stato Corporativo. In questo senso soltanto può essere affermata la derivazione del movimento sindacale fascista dal vecchio sindacalismo rivoluzionario. Masotti) Rossoni e la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali fasciste Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali.  Edmondo Rossoni.  I quadrumviri e Benito Mussolini(da sinistra a destra: Bono, Bianchi, Mussolini, Vecchi e Balbo). Il primo, il terzo ed il quinto furono sindacalisti. Si tenne il  I Convegno sindacale di Bologna, in cui si scontrarono le due visioni principali, già emerse in passato, riguardanti il grado di dipendenza dei sindacati nei confronti della politica e, in questo caso, del neocostituito PARTITO NAZIONALE FASCISTA. Si scontrarono quindi la visione "autonomista" di Rossoni e di Grandi e quella "politica" di Rocca e Bianchi, tra le quali sarà vincente la seconda.  A Bologna vennero inoltre affermati i principi basilari della politica corporativa, con la conferma del superamento della lotta di classe nei confronti della collaborazione e dell'interesse nazionale su quello individuale o di settore, e la nascita della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, una nuova formazione antisocialista ed anticattolica, costituita nella forma di sindacati autonomi formati da cinque Corporazioni suddivise per categorie lavorative e non ancora (lo saranno piu tardi) sindacati misti lavoratori-datori di lavoro. Come nel sindacalismo rivoluzionario, inoltre, le corporazioni dovevano riunire tutte le attività professionali che identificavano la loro "elevazione morale e economica con il dovere imprescindibile del cittadino verso la Nazione". La nazione, sintesi superiore di tutti i valori materiali e spirituali della razza, è al di sopra degli individui, dei gruppi e delle classi. Individui, gruppi e classi sono gli strumenti di cui la nazione si serve per migliorare le proprie condizioni. Gli interessi individuali e di gruppo acquistano legittimità a condizione che si realizzino nell'ambito dei superiori interessi nazionali.»  (Articolo 4 della Carta dei principi delle corporazioni) Sulla Confederazione si svilupparono polemiche anche negli ambienti del sindacalismo internazionale: la sinistra operaia internazionale, in sede di Organizzazione Internazionale del Lavoro, contesta il titolo alla rappresentanza operaia alle corporazioni fasciste e, quindi, la possibilità di partecipare all'assemblea. La polemica non venne però accettata, e l'ILO permise alle Corporazioni di partecipare alle sedute senza interruzioni nel rinnovo del mandato. In sede congressuale Rossoni dichiarò l'esistenza di una linea di continuità tra il sindacalismo rivoluzionario, il sindacalismo fascista ed il corporativismo: per il sindacalismo fascista, infatti, l'ultimo era legato al primo sia per il comune intendimento del concetto di rivoluzione che, al di là dell'aspetto della rivolta popolare, in ambito lavorativo ritenevano rivestisse il significato di sopravvento di superiori capacità produttive; inoltre, ugualmente, avevano l'obbiettivo di innalzare il proletario (nell'accezione negativa del termine) al rango di lavoratore inserito a pieno titolo nella vita nazionale. Il sindacalismo deve essere nazionale ma non può essere nazionale per metà: esso deve comprendere capitale e lavoro e sostituire al vecchio termine proletariato, quello di lavoratore ed all'altro, di padrone, la parola dirigente, che più alta, più intellettuale, più grande. Rossoni, Congresso dei Sindacati intellettuali fascisti) Nei mesi successivi, in concomitanza con il termine del biennio rosso e l'avanzata dell'offensiva militare del fascismo imperniata sulle squadre d'azione, ebbe luogo lo sfondamento politico in campo sindacale, con il passaggio di interi settori operai dalle strutture del Partito Socialista Italiano e della CGdL al fascismo. Tanto che la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali contava 800.000 iscritti. Ciò evidenziava il successo dei progetti di Rossoni, che aveva pensato di creare da una parte una base contadina potente ed affidabile che appoggiasse e facesse da riserva strategica allo squadrismo, dall'altra di fare del sindacalismo una delle pietre angolari dello Stato fascista. Con la Marcia su Roma, l'affermazione del sindacalismo fascista fu quasi definitiva e l'inizio della costruzione del nuovo Stato portò quindi una relativa tranquillità nell'ambiente del sindacalismo stesso che, con il termine degli scontri e delle tensioni politiche, poté incentrarsi sul proprio sviluppo culturale e la propria evoluzione politica. Rossoni così ne spiega definizione e scopo principale:  la salvaguardia della salute spirituale del popolo. Sindacato vuol dire: unione di interessi omogenei. Sindacalismo: azione che deve disciplinare e tutelare gli interessi omogenei. Noi rivendichiamo la concezione italiana del Sindacalismo alle corporazioni italianissime che sono nate ancor prima che la parola 'sindacalismo' fosse pronunciata.»  (Edmondo Rossoni, La Marcia su Roma e il compito dei sindacati, Napoli) Caratteristiche principali, che evidenziavano la differenza del sindacalismo fascista rispetto a quello socialista, furono anche la mancanza di dogmatismo, teologismo e perseguimento di finalità remote, come ad esempio il prefiggersi in anticipo un determinato tipo di obbiettivo finale, come il tipo di economia da instaurare, ma tentando sempre di adeguarsi alla realtà del mondo.  Questo clima non portò fine al dibattito interno, che anzi aumentò decisamente, tanto che gli stessi vecchi sindacalisti rivoluzionari come Rossoni, Lanzillo, Panunzio e Olivetti, discutevano e si dividevano spesso e volentieri tra loro. In tutti però un'evoluzione era avvenuta: il sindacalismo non era più considerato propulsore del libero mercato ma, aderendo al concetto di nazione come unità organica d'intenti, ritenevano che il sindacato - come gli imprenditori - dovesse trovare il suo limite nel superiore interesse della patria, rigettando il concetto di libero mercato stesso e giungendo al tal punto da definire che "la nazione è il più grande sindacato. Le prime forti tensioni con i conservatori ed il padronato Farinacci.  Renato Ricci con la sua squadra d'azione carrarese impegnata a S. Terenzio nello sgombero delle macerie del forte di Falconara. Immediatamente dopo l'apice della Marcia su Roma si accese però lo scontro tra il fascismo di sinistra ed i settori più conservatori dello Stato. Avvennero alcuni episodi chiave:  la creazione dei gruppi di competenza, da parte di Rocca, limitanti lo spazio sindacale della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali; il tentativo di bloccare il corporativismo da parte di Confindustria e Confagricoltura, contrapposti alla minaccia di Rossoni di assalti, scontri ed occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori fascisti; l'appoggio diretto al sindacalismo fascista da parte di tutta la sinistra fascista nazionale, compresi Bianchi e Farinacci; il lancio del sindacalismo integrale da parte di Rossoni, che puntava ad inglobare nelle corporazioni Confindustria e Confagricoltura (ossia le rappresentanze sindacali dei datori di lavoro); la creazione della Federazione italiana dei sindacati agricoltori e della Corporazione dell'Industria e del Commercio da parte di Rossoni; i primi tentativi di trasformare le organizzazioni sindacali da associazioni di fatto in organi di diritto pubblico da parte di Casalini; il patto siglato tra Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali e Confindustria a Palazzo Chigi, in ottica di limitazione dei conflitti di classe. Sia il Capitale sia il Lavoro, ndr) devono essere disciplinati. L'appetito all'infinito è malefico e assurdo. Per queste ragioni il sindacalismo fascista è per la collaborazione ma con gli industriali che si impuntano e dicono comandiamo noi, occorre lottare decisamente per dare ai lavoratori il posto degno nella vita della nazione»  (Edmondo Rossoni, adunata al Teatro Regio di Torino) In questo periodo di tensioni tra industriali e sindacati fascisti, difficile per l'attecchimento della collaborazione di classe vagheggiata dal fascismo per il mondo del lavoro, assurgono agli onori del sindacalismo fascista le personalità di Mario Gianpaoli, sindacalista e federale del PNF di Milano, e di Domenico Bagnasco, segretario dei sindacati fascisti di Torino. Organizzatore e combattente di piazza, Bagnasco fu deciso a prendere di petto gli industriali, accusando il padronato di "spietata intransigenza antioperaia". Spesso i sindacalisti fascisti di questo periodo pagarono con la fine della propria carriera politica l'attivismo sfrenato, a causa di un fascismo ancora non abbastanza forte da poter far fronte ad uno scontro con la grande industria, appoggiata dai molti uomini del precedente regime ancora posizionati nelle istituzioni dello Stato. Essi ebbero però il merito di infondere risolutezza in molti sindacalisti di periferia. La seconda fase del sindacalismo fascista  Monumento a Razza.  Corradini. Si entra quindi in quella che viene chiamata "la seconda fase del sindacalismo fascista, durante la quale il sindacalismo e tutte le componenti della sinistra fascista tornarono all'attivismo ed alla tensione del periodo rivoluzionario. Panunzio ricominciò a tuonare a favore della ripresa dell'anima rivoluzionaria del fascismo e del recupero del programma, esprimendosi per la creazione di una Camera sindacale e del lavoro e di un Senato politico. Cadde la Confagricoltura, inglobata dalla fascista Federazione italiana sindacati agricoli, riunendo in un'unica corporazione i lavoratori con i grandi e piccoli proprietari agricoli. Il nuovo spostamento a sinistra dello schieramento fascista, questa volta apertamente appoggiato da Mussolini stesso, portò ad un conseguente irrigidimento degli industriali sulle tradizionali posizioni reazionarie, decretando l'inizio di un'escalation. Si verificò quindi anche la ripresa militante dello squadrismo in appoggio all'azione sindacale fascista, dando luogo ad un'ondata di scioperi su tutto il territorio nazionale, i più infuocati dei quali in Valdarno, Lunigiana e ad Orbetello. In Valdarno lo sciopero venne organizzato dal dirigente Bramante Cucini, seguace di Sergio Panunzio, e finanziato direttamente dai Comuni amministrati dal Partito Nazionale Fascistae da uno stanziamento apposito del Direttorio generale del PNF, con la pubblica approvazione di Mussolini. Al termine dello sciopero si ebbe perfino la nomina statale di una commissione straordinaria di lavoratori per gestire le miniere, destando comprensibile spavento tra il padronato. Si tenne a Roma il II Congresso nazionale delle corporazioni. Qui venne messa momentaneamente da parte la strada della collaborazione di classe, per riprendere quella della lotta in difesa dell'unità dei lavoratori e dell'istituzionalizzazione delle corporazioni, quest'ultimo aspetto chiesto a gran voce durante tutto il congresso dalla maggioranza degli esponenti, soprattutto quelli rappresentanti i sindacati agricoli provinciali, come Mario Racheli. Nei riflessi della politica economica non v'è chi non afferri l'utilità nazionale di rendere responsabili le organizzazioni sindacali e di creare discipline contrattuali garantite dalla legge.»  (Edmondo Rossoni, intervento al II Congresso nazionale delle corporazioni) In questo quadro ha luogo, come in altri casi era avvenuto, un'avversione crescente nei confronti dell'inerzia e dell'inattivismo di Mussolini verso la situazione generale, legato alla fase ed alle operazioni di consolidamento del potere del fascismo all'interno della formazione statale. Ciò generò, in diversi casi, il concepimento e la presa di decisioni autonome da parte dei capisquadra, dei leader sindacali e dell'ala movimentista e la messa in evidenza della natura anticapitalista che permeava il fascismo provinciale nei confronti di quello cittadino, dove il movimentismo si scontrava coi circoli conservatori. Questa natura emerse visibilmente e prepotentemente con lo sciopero carrarese organizzato da Renato Ricci, capo delle squadre d'azione della Lunigiana. In tale frangente lo sciopero fascista portò ad una radicalizzazione estrema dello scontro con "i baroni del marmo", imperanti nel carrarese, da portare all'occupazione ed all'autogestione delle cave e delle industrie di lavorazione, ma soprattutto (dato che lo sciopero non si risolse con una vera e propria vittoria) a divenire una delle cause fondamentali della nascita di una corrente di dissidenti all'interno del fascismo ufficiale. Ha luogo il discorso alla Camera con cui Mussolini si prende carico della responsabilità politica della vicenda Matteotti.  Il Direttorio delle corporazioni e quello del Partito Nazionale Fascista si riuniscono congiuntamente studiando una serie di problemi da risolvere per valorizzare il ruolo delle classi lavoratrici ed il loro inserimento a pieno titolo nella vita nazionale, producendo poi un ordine del giorno in cui si autorizzavano i sindacati fascisti a ricorrere alla "lotta economica" contro industriali e capitalisti, rei di "colpevole incomprensione" dei fini e della prospettiva sociale e nazionale del fascismo. Ciò determina, insieme all'entusiasmo per l'intransigenza insita nel discorso di Mussolini, l'instaurazione di un clima da "seconda ondata", rimettendo nuovamente in moto la rivoluzione da sinistra e accendendo nuovamente l'entusiasmo del fascismo movimentista. Avviene quindi l'ultima grande azione di forza della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, che scavalcò le vertenze sindacali in corso tra la O.M. di Brescia e la FIOMindicendo uno sciopero a sorpresa, scatenato da una serie di multe e licenziamenti inflitti agli operai fascisti che, per protesta, abbandonarono i posti di lavoro. Le agitazioni ottennero l'appoggio di Farinacci, in quel periodo segretario nazionale del Partito, e, di contrasto, gli appelli alla moderazione di Mussolini, che consigliò cautela a Rossoni per non ripetere le vittorie di Pirro degli scioperi valdarnesi e carraresi. Le agitazioni dei metallurgici riuscirono però ad allargarsi fino a Milano, dove gli operai socialisti e comunisti vennero invitati ad aderire; le attività di contestazione cominciarono poi ad interessare anche carovita ed altri argomenti, estendendosi a tutta la Lombardia ed assumendo, soprattutto con il sindacalfascista Razza caratteri indipendenti dal governo e di aperta minaccia e violenza nei confronti degli industriali, terrorizzati dalla possibilità di combinazioni politiche unitarie impreviste. Dopo lunghe trattative le agitazioni rientrarono, decretando un grosso insuccesso per gli industriali, che dovettero fare buone concessioni, sebbene non totali, agli operai tramite i sindacati fascisti, e l'emarginazione completa della FIOM, i cui rappresentati si spostarono in massa nelle Corporazioni. Per ben tre anni l'esistenza di un sindacalismo fascista, cioè di un movimento sindacale guidato da fascisti e orientato verso le idee del fascismo, fu ostinatamente negata. Ci voleva, per dissuggellare gli occhi dei ciechi volontari e fanatici, il fatto clamoroso: lo sciopero che mettesse in campo le forze sindacali del fascismo e che desse in pari tempo allo stesso sindacalismo fascista una più risoluta nozione della sua forza e delle sue possibilità di azione.»  (Benito Mussolini, Fascismo e sindacalismo, a seguito degli scioperi metallurgici organizzati dai sindacati fascisti in Nord Italia) Altro commento che rivela il momento infuocato fu quello di Corradini, sindacalista nazionale:  «Il superamento del socialismo, non la dispersione, non la distruzione dell'opera socialista. Questo è buono affermare, in occasione dello sciopero dei sindacati fascisti. Vi è fra socialismo e fascismo un nesso storico, oso dire una continuazione storica. Il fascismo supera il socialismo, ma raccoglie i buoni frutti dell'opera socialista e secondo la sua propria legge, quando occorra, tale opera continua. Corradini, Il Popolo d'Italia. La trasformazione in organi di diritto pubblicoModifica  Edmondo Rossoni in Piazza del Popolo (Roma) annuncia la promulgazione della Carta del Lavoro. Spirito. La conseguenza principale di questi avvenimenti furono però gli accordi di Palazzo Vidoni, in cui venne riconosciuto dalla Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali e da Confindustria la reciproca esclusività di rappresentanza di lavoratori e datori di lavoro, con l'impegno al conseguimento prioritario dell'interesse nazionale. Va però evidenziata soprattutto la legge: con questa legge vennero infatti, tra l'altro, realizzata l'istituzionalizzazione dei sindacati fascisti e legalizzato il loro monopolio per la rappresentanza dei lavoratori con la nascita della contrattazione collettiva del lavoro. Ciò andava a significare che le Corporazioni divennero organi di diritto pubblico dell'amministrazione statale, con "funzioni di conciliazione, di coordinamento ed organizzazione della produzione". All'interno di questa legge era inoltre presente l'articolo 42, che prevedeva una direzione comune tra le associazioni di categoria delle due parti, contenendo in nuce il progetto corporativo a sindacato misto che verrà realizzato piu tardi. Dopo questa vittoria, per Rossoni si ebbe la redazione della Carta del Lavoro, testo fondamentale della politica sociale fascista in ottica di eliminazione della dicotomia tra le classi sociali ma, dall'anno successivo, con Farinacci non più alla segreteria nazionale del PNF, ebbero sfogo gli attacchi alla Conferenza nazionale delle corporazioni sindacali, che venne smembrata dai circoli conservatori, capeggiati da Giuseppe Bottai (sottosegretario al Ministero delle corporazioni) ed Augusto Turati(nuovo segretario del partito), in sei separate confederazioni di sindacati, facendo diminuire il potere contrattuale dell'organismo, disperdendolo in strutture più piccole e limitate. Il secondo Convegno di Studi sindacali e corporativi Nel periodo che intercorse da questo momento alla legge, istitutiva delle corporazioni, si ebbe uno blocco totale dell'azione nel settore, in cui intervenne positivamente soltanto il II Convegno di Studi sindacali e corporativi, tenutosi a Ferrara, nel quale emerse il concetto di corporazione proprietaria proposta da Spirito, nei confronti della quale il sindacalismo fascista si trovò su posizioni contrastanti a causa di un arroccamento di tipo ideologico: rimasti su posizioni classiste nel passaggio dal socialismo eterodosso al fascismo, molti degli esponenti pre-rivoluzionari del sindacalismo fascista (Lanzillo, Giampaoli, Bagnasco, ecc.) videro il progetto di annullare il sindacalismo nel corporativismo come un progetto reazionario, rimanendo ancorati alla concezione della lotta di classe come uno scontro benefico per gli interessi individuali e nazionali. L'incapacità di accettare la proposta di Spirito da parte dei primi sindacalisti fascisti, ma anche i "nuovi" come Razza e Capoferri, fu dovuta quindi essenzialmente al rigetto totale della visione statalista che andava formandosi nel fascismo ed al cui finalismo erano sempre stati avversi: per loro "la corporazione è il sindacato, e dire Stato corporativo è come dire Stato sindacale. L'esaurimento del sindacalismo fascista nelle CorporazioniModifica Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Corporativismo.  Sede dell'Opera Nazionale Dopolavoro. Viene approvata la creazione dello Stato corporativo che, con le nomine dall'alto al posto delle cariche elettive e l'abolizione del fiduciario di fabbrica, aveva dato tra l'altro alle corporazioni, divenute veri e propri sindacati formati dai rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro ed istituzionalizzati nello Stato, la facoltà di stipulare i contratti collettivi di lavoro. In ogni caso il cambiamento di assetto istituzionale e la rivoluzione nel mondo del lavoro, non pregiudicarono i risultati effettivi che il sindacalismo fascista aveva ottenuto negli anni. Tra le più importanti si possono elencare:  ferie pagate; indennità di licenziamento; conservazione del posto in caso di malattia; divieto di licenziamento in caso di maternità; assegni familiari; diffusione delle casse mutue aziendali; assistenza sociale dell'Opera Nazionale Dopolavoro(ad es. centri ricreativi, viaggi collettivi a prezzo simbolico, manifestazioni teatrali, etc). È Mussolini stesso a rivendicare alle corporazioni la funzione di esaurire in sé il compito del sindacalismo fascista, superando ed andando oltre al sindacalismo stesso, inserendosi nel solco della Rivoluzione continua:  «È nella corporazione che il sindacalismo fascista trova infatti la sua meta. Il sindacalismo, di ogni scuola, ha un decorso che potrebbe dirsi comune, salvo i metodi: s'incomincia con l'educazione dei singoli alla vita associativa; si continua con la stipulazione dei contratti collettivi; si attua la solidarietà assistenziale o mutualistica; si perfeziona l'abilità professionale. Ma mentre il sindacalismo socialista, per la strada della lotta di classe, sfocia sul terreno politico, avente a programma finale la soppressione della proprietà privata e dell'iniziativa individuale, il sindacalismo fascista, attraverso la collaborazione di classe, sbocca nella corporazione, che tale collaborazione deve rendere sistematica e armonica, salvaguardando la proprietà, ma elevandola a funzione sociale, rispettando l'iniziativa individuale, ma nell'ambito della vita e dell'economia della Nazione. Il sindacalismo non può essere fine a sé stesso: o si esaurisce nel socialismo politico o nella corporazione fascista. È solo nella corporazione che si realizza l'unità economica nei suoi diversi elementi: capitale, lavoro, tecnica; è solo attraverso la corporazione, cioè attraverso la collaborazione di tutte le forze convergenti a un solo fine, che la vitalità del sindacalismo è assicurata. Mussolini, discorso inaugurale del Consiglio Nazionale delle corporazioni) Maggiori esponenti ed ispiratori Corridoni Corradini Ambris Panunzio Olivetti Dinale Lanzillo Grandi Fontanelli, G.,  Bianchi Baroncini Cianetti Rossoni Razza Racheli Bagnasco Bramante Cucini Capoferri Landi Aimi Riviste La Stirpe Il Lavoro Fascista (poi organo ufficiale del Partito Fascista Repubblicano) Il Lavoro d'Italia Cultura Sindacale Rivista del Lavoro L'Idea Sindacalista Il Lavoro I Problemi del Lavoro NoteModifica Perfetti, Il sindacalismo fascista. Dalle origini alla vigilia dello Stato corporativo Bonacci, Roma, Breve storia dell'Usi di Fedeli Granata, La nascita del sindacato fascista. L'esperienza di Milano, De Donato, Bari, Malaparte e Suckert, Malaparte, vol. 1, Ponte delle Grazie, operante e senza legami con la UIL attuale. Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Roma e Bari, ristampa Firenze, La Nuova Italia, Nel cui sottotitolo cambiava, in questo periodo, la dicitura da quotidiano socialista in quotidiano dei produttori ^ Francesco Perfetti, Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo, Bonacci, Roma, Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, Corridoni (a cura di Andrea Benzi), ...come per andare più avanti ancora - gli scritti, Milano, Zamponi, Lo spettacolo del fascismo, Rubbettino, Roma, Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, Felice, Mussolini il fascista, I, La conquista del potere. Torino, Einaudi, Sacco, Storia del sindacalismo, Torino, Olivetti Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo, Perfetti, Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo, Roma, Bonacci, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, Anche per via del cambiamento di schieramento di Grandi: Renzo De Felice, Mussolini il fascista, I, La conquista del potere. Torino, Einaudi, Haider, Capital and Labour under Fascism, Columbia University Press, New York, Allio, La polemica Joubaux-Rossoni e la rappresentanza delle corporazioni fasciste nell'ILO, "Storia contemporanea", Bologna, Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Marginalismo e socialismo nell'Italia liberale, Feltrinelli, Milano"Il Giornale d'Italia", Il Mondo", Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, Cordova, Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, Ancora forti rimanevano i sindacati socialisti (CGdL) e comunisti soprattutto tra metallurgici e metalmeccanici del nord-ovest e lo rimarranno fino allo sciopero fascista della OM di Brescia, espansosi poi in tutto il nord Italia. In Luca Leonello Rimbotti, Il Fascismo di sinistra, Settimo Sigillo, Roma, Le idee della ricostruzione. Discorsi sul sindacalismo fascista, Bemporad, Firenze, Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze. Parlato, Il sindacalismo fascista. Dalla grande crisi alla vigilia dello Stato corporativo, Bonacci, Roma, Con l'eccezione di Lanzillo, che continuò pericolosamente a portare avanti idee liberiste anche durante il regime. Olivetti, Bolscevismo, comunismo e sindacalismo, Editrice Rivista Nazionale, Milano, Deliberazione congiunta del PNF e del Gruppo parlamentare del partito Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Laterza, Espressosi esplicitamente, in particolare, nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo occupatasi dell'analisi dei problemi sindacali. In questo ambito Michele Bianchi definì "dittatoriale" la "procedura introdotta dal sindacalismo fascista", mentre il sindacalista nazionale Maraviglia ribadì che "la doppia organizzazione, cioè quella dei datori di lavoro e quella dei lavoratori, allontana ogni pericolo che anche il Fascismo, per le pressioni e l'influenza delle organizzazioni sindacali, possa diventare un partito di classe". In Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia, Milano, Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, Rimbotti, Il Fascismo di sinistra, Settimo Sigillo, Roma, Corriere della Sera, Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, contrassegnata da un parziale ritorno alla teoria e alla pratica del conflitto di classe", in Adrian Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo Laterza, Bari, Il fascismo è una dottrina, una fede, una civiltà nuova. Riemerge ora l'anima rivoluzionaria del Fascismo. Il Fascismo deve immediatamente tornare, non per opportunismo, ma per necessità storica, al programma L'anima del Fascismo è, ricordiamolo sempre, il Sindacalismo Nazionale, la cui formula Mussolini lanciò prima, prima di Vittorio Veneto". In Sergio Panunzio, La méta del Fascismo, in Il Popolo d'Italia, Tamaro, Venti anni di storia, Editrice Tiber, Roma, Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia, Milano, Il Mondo, Rossoni sta, nel suo intervento, illustrando le future battaglie del sindacalismo fascista sui contratti collettivi di lavoro. In Ferdinando Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Laterza, In questo periodo continuarono ad affiorare, in seno al sindacalismo fascista, tendenze centrifughe verso Mussolini e il partito, la cui sorte pareva a molti gravemente compromessa" in Alberto Acquarone, La politica sindacale del fascismo ^ Alberto Aquarone e Maurizio Vernassa, Il regime fascista, Il Mulino, Bologna, Che rientrò poi in breve tempo nell'alveo della sinistra fascista ufficiale. ^ Sandro Setta, Renato Ricci: dallo squadrismo alla Repubblica sociale italiana, Il Mulino, 1986. Uva, La nascita dello stato corporativo e sindacale fascista, Carucci, Assisi-Roma Gerarchia Acquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino, Arata, Decennale della Carta del Lavoro - Sul piano dell'Impero, su "L'Italia", Milano, Felice, Mussolini il fascista. L'organizzazione dello Stato fascista Einaudi, Spirito, Memorie di un incosciente, Rusconi, Milano Lanaro, Appunti sul fascismo di sinistra - La dottrina corporativa di Spirito, Firenze, in Belfagor Parlato, Spirito e il sindacalismo fascista, Il pensiero di  Spirito, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Rimbotti, Il Fascismo di sinistra, Settimo Sigillo, Roma, Susmel Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze. BibliografiaModifica Testi in lingua italiana Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, Critica Fascista, antologia a cura di De Rosa e Malgeri, Landi, San Giovanni Valdarno, Aquarone, La politica sindacale del fascismo. Alberto Aquarone e Vernassa (a cura di), Il regime fascista, Il Mulino, Bologna, Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino, Allio, La polemica Joubaux-Rossoni e la rappresentanza delle Corporazioni fasciste nell'ILO, "Storia contemporanea", Bologna, Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Marginalismo e socialismo nell'Italia liberale Feltrinelli, Milano, Bocca, Mussolini socialfascista, Garzanti, Milano, Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze. Ferdinando Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Roma e Bari; ristampa Firenze, La Nuova Italia, Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere, Torino, Einaudi, Felice, Mussolini il fascista. L'organizzazione dello Stato fascista, Torino, Einaudi, Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, Felice, Autobiografia del fascismo. Antologia di testi fascisti, Bergamo, Minerva italica, Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, Laterza, Bari. Granata, La nascita del sindacato fascista. L'esperienza di Milano, De Donato, Bari,  Lanaro, Appunti sul fascismo di sinistra - La dottrina corporativa di Spirito, Firenze, in Belfagor, Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo Laterza, Bari, Parlato, La sinistra fascista: storia di un progetto mancato, Il Mulino, Parlato, Spirito e il sindacalismo fascista, in AA. VV., Il pensiero di Spirito, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma,  Parlato, Il sindacalismo fascista. Dalla grande crisi alla caduta del regime, Bonacci, Roma, Perfetti, Il sindacalismo fascista. Dalle origini alla vigilia dello Stato corporativo Bonacci, Roma, 1988. Francesco Perfetti, Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo, Bonacci, Roma, Sacco, Storia del sindacalismo, Torino, Salvemini, Scritti sul fascismo, Feltrinelli, Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia, Milano, Setta, Renato Ricci: dallo squadrismo alla Repubblica sociale italiana, Il Mulino, Susmel, Opera Omnia di Mussolini, La Fenice, Firenze. Francesca Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, Tamaro, Venti anni di storia, Editrice Tiber, Roma, Zamponi, Lo spettacolo del fascismo, Rubbettino, Roma, Haider, Capital and Labour under Fascism, Columbia University Press, New York, Lowell Field, The Syndacal and Corporative Institutions of Italian Fascism, Columbia University Press, New York, Roberts, The Syndacalist Tradition and Italian Fascism, University of North Carolina Press, Chapel Hill, Camera dei fasci e delle corporazioni Carta del Lavoro Corporativismo Corporazione proprietaria Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali Collaborazione di classe Fasci Italiani di Combattimento Interventismo Leggi fascistissime Politica economica fascista Politica sociale (fascismo) Dalmine Rivoluzione fascista Squadrismo Sindacalismo rivoluzionario Sindacato fascista dei giornalisti Portale Fascismo   Portale Politica   Portale Storia d'Italia Edmondo Rossoni sindacalista, giornalista e politico italiano Oliviero Olivetti politico, politologo e giornalista italiano  Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali. Nome compiuto: Riccardo Del Giudice. Giudice. Keywords: l’implicatura di Telesio, Telesio, polemica con Spirito su la distinzione tra sindacato e corporazione, le corporazione nella roma papale, I diritti dello stato pontificio, il diritto della navegazione, contratto, gentile, la scuola al lavoro – ‘dottrina e prassi corporativa” --  – la tesi di telesio – consiglio nazionale delle corporazioni.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giudice: l’implicatura di Telesio” -- The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giudice: all’isola – FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- corpi ed espressioni – filosofia messinese – scuola di Messina – la scuola d’Antillo -- filosofia siciliana – filosofa italiana -- Luigi Speranza (Antillo). Abstract. Grice: “In my ‘Personal identity’ I divide ‘I’ sentences in three types: somatic, psycho-somatic, and psychic. Giudice would not agree!” Keywords: corpo ed anima. Filosofo messinese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano.  Antillo, Messina, Sicilia. Grice: “Giudice has written an essay that poses a conceptual query for Austin’s conceptual query. It’s “Sull pudore” – “But do we have that in ordinary language?”” – Grice: “Giudice has also written on more standard forms of philosophy of language, and Nietzsche.” Dopo aver espletato studi classici si laurea con la tesi “Ideologia e Sociologia” -- Ricercatore all'Istituto di Filosofia di Messina. Direttore della collana "Filosofia Teoretica". Altre saggi: “La Nuova Filosofia, Messina, Sortino “Il discorso filosofico” “Gli echi del corpo” Verona,Paniere, “Il lessico di Nietzsche” Roma, Armando, Nietzscheana. Esercizi di lettura, Messina, Alfa, “Il tribunale filosofico” I simboli delle cose più alte, Fedeltà alla terra, Profili della contemporaneità, Cosenza, Pellegrini, “Stare insieme” Cosenza, Pellegrini, La filosofia del finito, Cosenza, Pellegrini, Gl’echi, Cosenza, Pellegrini Editore, Il corpo e l'espressione, Cosenza, Pellegrini, Scritti di filosofia ed etica, Cosenza, Pellegrini, Emozioni e cognitività: Un approccio fisiologico, Cosenza, Pellegrini Sul pudore -- Sul pudore e sull'osceno, Cosenza, Pellegrini Breve documento sulla "nuova filosofia", Cosenza, Pellegrini, Scritti di filosofia ed etica, Cosenza, Pellegrini, Su Messina e altri scritti, Cosenza, Pellegrini, Morelli, Puoi fidarti di te, Milano, Mondadori, Battaglia, Storia e cultura in Popper, Cosenza, Pellegrino, Battaglia, Guicciardini tra scienza etica e politica, Cosenza, L. Pellegrino,,  varie Giovanni Coglitore, Kant: cristianesimo come impegno morale, in Il contributo,  L'Espresso, Studi etno-antropologici e sociologici,.  Fisiologia branca della biologia che studia il funzionamento degli organismi viventi disambigua.svg Disambiguazione – "Fisiologo" rimanda qui. Se stai cercando l'omonimo trattato antico, vedi Il Fisiologo. La fisiologia (da φύσις, natura', e λόγος, 'discorso', quindi 'studio dei fenomeni naturali') è la branca della biologia che studia il funzionamento degli organismi viventi, analizzando i principi chimico-fisici del funzionamento degli esseri viventi, siano essi mono o pluricellulari, animali o vegetali.  L'Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, un'importante prima tappa nello studio della fisiologia. È detta "condizione fisiologica" lo stato in cui si verificano le normali funzioni corporee, mentre una condizione patologica è caratterizzata da anomalie che si traducono in malattie. Data l'estensione del campo di studi, la fisiologia si divide, fra gli altri, in fisiologia animale, fisiologia vegetale, fisiologia cellulare, fisiologia microbica, batterica e virale. Il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina è assegnato dall'Accademia reale svedese delle scienzea coloro che raggiungono risultati significativi in questa disciplina.  StoriaModifica  Claude Bernard e i suoi aiutanti. Olio su tela di Leon-Augus Wellcome. I primi studi fisiologici risalgono alle antiche civiltà dell'India e all'Egitto, dove venivano condotti insieme agli studi anatomici, senza l'utilizzo della dissezione o della vivisezione. Lo studio della fisiologia umana come campo medico risale almeno ai tempi di Ippocrate, noto come il padre della medicina. Ippocrate incorpora questa scienza alla sua teoria degli umori, che si basa su quattro sostanze fondamentali: terra, acqua, aria e fuoco; associate ad un corrispondente humor (bile nera, flegma, sangue e bile gialla, rispettivamente). Ippocrate nota alcune connessioni emotive ai quattro umori, che Galeno avrebbe poi ripreso nei suoi studi. Il pensiero criticodi Aristotele e la sua teoria sulla correlazione tra struttura e funzione ha segnato l'inizio dello studio della fisiologia nella Grecia antica. Come Ippocrate, Aristotele riprende la teoria umorale, che per lui consisteva in quattro qualità primarie: caldo, freddo, umido e secco. Galeno è stato il primo ad utilizzare degli esperimenti per sondare le funzioni del corpo. A differenza di Ippocrate, però, Galeno sostiene che gli squilibri umorali siano situati in organi specifici, o nell'intero corpo. Galeno ha poi introdotto la nozione di temperamento: sanguigno corrisponde al sangue; il flemmatico è legato al catarro; la bile gialla è collegata alla collera; e la bile nera corrisponde alla malinconia. Galeno afferma che il corpo umano è composto da tre sistemi collegati: il cervello e i nervi, responsabili dei pensieri e sensazioni; il cuore e le arterie, che danno la vita; e il fegato con le vene, che sono collegati alla nutrizione e la crescita.[9] Galeno è anche il fondatore della fisiologia sperimentale. Per i successivi 1.400 anni, la fisiologia galenica influenza l'intera medicina. Fernel, un medico francese, ha introdotto per primo il termine "fisiologia". Il fisiologo francese Milne-Edwards introduce il concetto di divisione fisiologica del lavoro, che ha permesso di "confrontare e studiare le cose viventi come se fossero macchine create dall'industria dell'uomo". Ispirato dal lavoro di Adam Smith, Milne-Edwards ha scritto che il "corpo di tutti gli esseri viventi, animali o piante, assomiglia ad una fabbrica ... in cui gli organi, paragonabili ai lavoratori, lavorano incessantemente per produrre i fenomeni che costituiscono la vita dell'individuo." Negli organismi più differenziati, il lavoro può essere ripartito tra diversi strumenti o sistemi (chiamati da lui appareils). Lister studia le cause della coagulazione del sangue e l'infiammazione. Le sue scoperte portano all'implemento di antisettici in sala operatoria, con conseguente diminuzione del tasso di mortalità degli interventi chirurgici. La conoscenza fisiologica ha iniziato a crescere ad un ritmo rapido, in particolare grazie alla teoria cellulare di Schleiden e Schwann, nella quale si afferma per la prima volta che gli organismi sono costituiti da unità chiamate celle. Le scoperte di Bernard hanno portato al concetto di milieu interieur (ambiente interno), che sarà poi ripreso e definito "omeostasi" dal fisiologo americano Walter B. Cannonnel. Con omeostasi, Cannon intendeva "il mantenimento di stati stazionari nel corpo e i processi fisiologici con cui sono regolati. In altre parole, la capacità dell'organismo di regolare l'ambiente interno. Va notato che, William Beaumont è stato il primo americano ad utilizzare l'applicazione pratica della fisiologia.  I fisiologi del XIX secolo come Michael Foster, Max Verworn, e Alfred Binet, sulla base delle idee di Haeckel, elaborano il concetto di fisiologia generale, una scienza unificata che studia le cellule, ribattezzata biologia cellulare nel 900. Nel XX secolo, i biologi iniziano ad interessarsi agli organismi diversi dagli esseri umani, e nascono i campi della fisiologia comparata ed ecofisiologia. Più di recente, la fisiologia evolutiva è diventata un sotto-disciplina distinta. La fisiologia opera su diversi livelli, occupandosi sia dei meccanismi di base a livello molecolare sia di funzioni di cellule e organi, come pure dell'integrazione delle funzioni d'organo negli organismi complessi.   A seconda dell'ambito specialistico, la fisiologia si avvale delle conoscenze di numerose discipline, oltre alle già citate chimica e fisica, alcune branche della biologia quali: biochimica, biologia molecolare, anatomia, citologia e istologia e costituisce anche la base fondamentale per numerose discipline mediche quali la patologia, la farmacologia e la tossicologia.  Esistono diversi metodi per classificare la fisiologia  In base al taxon: Fisiologia animale: studia i fenomeni e i meccanismi associati alle funzioni degli animali. Fisiologia vegetale: studia i fenomeni e i meccanismi associati alle funzioni dei vegetali. Fisiologia umana: studia i fenomeni e i meccanismi associati alle funzioni degli esseri umani Fisiologia microbica e virale. In base al livello di organizzazione: Fisiologia cellulare: studia i meccanismi associati al funzionamento delle cellule e le loro interazioni con l'ambiente. Fisiologia molecolare: studia i fenomeni e i meccanismi associati alle funzioni delle molecole Neurofisiologia: studia il funzionamento del sistema nervoso sia a livello cellulare che sistemico Fisiologia sistemica Fisiologia ecologica Fisiologia integrativa In base ai processi che causano variazioni fisiologiche: Fisiologia ambientale: studia le reazioni e l'adattamento dell'organismo sottoposto a differenti ambienti (temperatura, altitudine, inquinamento, ecc..). Fisiologia patologica: studia le modificazioni delle funzioni in seguito ad una patologia. Fisiologia dello sviluppo: studia i meccanismi e le fasi che conducono un organismo alla maturità riproduttiva. In base agli obiettivi finali della ricerca: Fisiologia applicata: studia la capacità umana d'interagire con l'ambiente esterno. Fisiologia comparata: studia le somiglianze e le differenze delle diverse specie animali. Fisiologia dell'esercizio: studia i meccanismi che interessano l'attività motoria e sportiva e come migliorare le prestazioni con l'allenamento. Prosser, C. Ladd Comparative Animal Physiology, ambientale Environmental and Metabolic Animal Physiology Hoboken, NJ: Wiley  Introduction to Physiology: History And Scope, in Medical News Today Hall Guyton e Hall Manuale di fisiologia medica Philadelphia, Pa .: Saunders / Elsevier. Burma; Maharani Chakravorty. From Physiology and Chemistry to Biochemistry. Pearson Education. Zimmermann. The Jungle and the Aroma of Meats: An Ecological Theme in Hindu Medicine. Motilal Banarsidass publications. Selin, Medicine Across Cultures: History and Practice of Medicine in Non-Western Cultures, Springer Science et Business Media, Physiology - humans, body, used, Earth, life, plants, chemical, methods, su scienceclarified. URL Boeree, Early Medicine and Physiology, su webspace.ship.edu. URL Galen of Pergamum | Greek physician, in Encyclopedia Britannica. Stanley C. Fell e F. Griffith Pearson, Historical Perspectives of Thoracic Anatomy, in Thoracic Surgery Clinics  thorsurg.. Wilbur Applebaum. Encyclopedia of the Scientific Revolution: From Copernicus to Newton. Routledge. Cervello. The Pulse del modernismo: fisiologici Estetica a Fin-de-siècle Europa . Seattle: University of Washington, Milestones in Physiology Archiviato il 20 maggio 2017 in Internet Archive. Brown e Elizabeth Fee, Walter Bradford Cannon, in American Journal of Public Health, Brain, The Pulse of Modernism: Physiological Aesthetics in Fin-de-Sicle Europe, University of Washington  Feder, ME; Bennett, AF; WW, Burggren; Huey, RB New directions in ecological physiology. New York: Cambridge University Press. Jr T Garland, P. A. Carter, Evolutionary Physiology Moyes, C.D., Schulte, P.M. Principles of Animal Physiology, second edition. Pearson/Benjamin Cummings. Boston, MA, lemma di dizionario «fisiologia»  fisiologia, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Fisiologia, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.  Opere riguardanti Fisiologia, su Open Library, Internet Archive. Fisiologia, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.   Portale Biologia: Biologia scienza che studia la vita  Storia della biologia Equilibrio idro-salino. Nome compiuto: Santi Lo Giudice. Giudice. Keywords: corpi ed espressioni, corpo, espressione, pudore, osceno, l’osceno nella Roma antica, l’osceno nella italia antica, fisiologia, fisiologico, natura --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giudice: corpi ed espressioni” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giulia: la ragione conversazioanle e l’implicatura conversazionale – la scuola d’Acri -- filosofia calabra – scuola d’Acri -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Acri). Abstract. Grice: “History of philosophy teaches how you make the same mistake MORE than twice!” -- Keywords: storia della filosofia. Filosofo calabro. Filosofo italiano. Acri, Cosenza, Calabria. Grice: “Julia was more of a poet than a philosopher; but then for Heidegger, philosophy IS poetry and vice versa!” -- essential Italian philosopher. Studia a Cosenza sotto FOCARACCI (si veda). Direttore di Telesio, periodico. Stringe grande amicizia PADULA (si veda). La temperie culturale in ambito locale vede la difficoltà della Calabria a integrarsi nella nuova entità politica. Area essenzialmente contadina, la regione ha una classe dirigente che preferisce assoggettarla al clientelismo e alla sua arretratezza piuttosto che metterla al passo con zone del paese più avanzate e progredite; perciò il mondo intellettuale d'avanguardia, deluso dalle speranze e conscio del sottosviluppo, si volge verso il positivismo e il socialismo. Vive tra il tardo romanticismo e l'affermarsi delle innovative correnti costituite dal naturalismo e dal verismo, nella scia di CARDUCCI (si veda) e VERGA (si veda). Le contraddizioni della sua epoca lo formano come un intellettuale spiritualista che rifiutail materialismo e in parte il mondo contemporaneo, e d'altra parte un sostenitore degli ideali socialisti, del riscatto delle masse disagiate e della glorificazione del passato della Calabria a partire dall'assedio degl’Aragonesi e dei suoi conterranei coevi illustri, fra i quali Miraglia, Padula, Quattromani, Tocco, oltre a CAMPANELLA. Accostatosi in un primo tempo al misticismo di Gioberti, si converte al verismo, alla ricerca del pragmatismo e di un modello di poesia di alto civismo che lo stesso G. proclama nei suoi Sonetti e liriche. Parte dai miti popolari e dalle ballate della tradizione romantica per marcare orgogliosamente la storia della sua terra. Considerato il padre della letteratura calabrese, si interessa alle origini della cultura letteraria della regione analizzando anche alcune opere a lui precedenti. Il suo impegno regionalistico si concretizza in uno studio su Selvaggi, nel quale si individua un collegamento fra Galeazzo di Tarsia e le produzioni romantiche. Vi fu poi un saggio su Padula e un esame delle liriche riferibili all'Accademia Cosentina. Sa però spaziare oltre i confini delle sue terre, fino a richiamare Milton nel suo scritto dedicato a Padula. Oltre a uno studio su Monti, produce dei lavori anche su Mazzini, Poerio, Correnti, legati dall'attenzione alle tematiche relative al Risorgimento e perciò in convergenza con il proprio pensiero, che dal punto di vista della poetica si richiama ai modelli che il letterato individua in Leopardi, Berchet e Giusti, oltre che in Prati.  Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza; Monografia su calabria o, su calabria. Digital Storytelling su G. a cura degli studenti del Liceo G. di Acri, CS. Ovvero delle famiglie nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al libro d'oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che gioccano un ruolo nelle vicende del Sud Italia. Famiglia G. A cura di Dodaro  Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Arma: d’azzurro alla fascia d’oro accompagnata nel capo da un destrocherio di carnagione tenente un uccello di nero e in punta da un albero radicato al naturale. Titolo: Nobile d’Acri. Arma Famiglia  La famiglia G., in origine nota come de “Giulia”, figura fra le antiche e nobili casate d’Acri, Cosenza. I G. godettero sempre nella locale società di un buon livello di prestigio sociale come testimoniato dalle alleanze matrimoniali contratte con diverse famiglie patrizie fra le quali ricordiamo le seguenti: Benincasa, Candia, Capalbo, de Simone, Dodaro, Falcone, Fusari. Simbolo della condizione privilegiata della famiglia è il grande palazzo sito tra il rione Casalicchio ed il quartiere Piazza. Tale edificio, al cui interno si conserva la ricca biblioteca di famiglia, è abbellito da un portale lapideo sul quale spicca un mascherone sormontato da un’antica riproduzione in pietra dello stemma del casato. Il suddetto blasone è timbrato dalla classica corona a cinque punte che identifica i Julia come nobili. Acri, Palazzo Julia, portale  con atto del notaio Gaudinieri, il sacerdote Nicola Maria J. fonda una cappella privata sotto il titolo dell’Immacolata Concezione all’interno della chiesa di San Nicola di Bari in Acri situata nel rione Casalicchio. Fabrizio J. vende a Sanseverino un terreno dove e edificato l’imponente complesso del palazzo acrese dei principi di Bisignano, permutandolo con la casa e il fondo Macchia. Dal matrimonio fra il dott. Raffaele e la N.D. Giuseppina Capalbo nacquero Salvatore ed Antonio dei quali il primo è rinomato avvocato mentre Antonio viene ricordato come “Medico illustre” che “in età provetta, in pochi mesi, studiò leggi presso il Focaracci e ne apprese quanto ne anno i più maturi; onde s’incentrarono in lui il medico e l’avvocato. Fra i personaggi celebri di questa famiglia ricordiamo il citato Raffaele, Governatore di S. Giorgio e Vaccarizzo. La figura cui si lega maggiormente la fama del casato è quella di G., FILOSOFO. Allo stesso è intitolato il liceo – LIZIO -- d’Acri. Svolge gli studi presso l’istituto Molinari di Acri ed il seminario di S. Marco Argentano. Frequenta il seminario di Bisignano dove ebbe come insegnante il Canonico acrese Francesco Saverio Benvenuto, quest’ultimo colto latinista nonché teologo, filosofo e parroco maggiore di Santa Maria in Acri.  Intraprese gli studi giuridici e per alcuni anni esercita la professione di avvocato poi accantonata a favore dell’insegnamento di materie filosofiche. Quanto alla sua produzione filosofica questa e quella del poligrafo (letteratura, filosofia, storia, cultura calabrese) inoltre. Nei suoi studi predilesse la valorizzazione e la riscoperta di figure regionali poiché gli pareva che la Calabria fosse dimenticata e poco apprezzata dopo la raggiunta Unità. Fra le sue opere ricordiamo: Saggio sulla vita e le opere di Gravina, Saggio di studi critici su Selvaggi e la Calabra poesia, ROVERE e i suoi dialoghi di scienza prima, FIORENTINO filosofo, Lettere al figlio Antonio su Cesare, SANCTIS in Calabria, Monti. Muore in Acri. Telesio, rivista codiretta da J. Antonio J. figlio di Vincenzo, avvocato e raffinato poeta sposa, in prime nozze, Mariantonia Dodaro, figlia dell’avv. Giovanbattista e di Cristina Benvenuto. Il loro è un matrimonio felice e allietato dalla nascita di Maria Gabriella, Vincenzo e Antonietta.  Antonio G. e sua moglie Mariantonia Dodaro  Antonio G. è legato da sincero amore a sua moglie e quando questa prematuramente scomparve, riversò il suo dolore in alcuni toccanti componimenti poetici che rappresentano una struggente testimonianza del suo dramma interiore e assieme della sua spiccata sensibilità d’animo. AL CROCIFISSO DEL SUO LETTO Non più le sue lucenti Pupille a te si volgeran la sera; non più per le dolenti mie stanze echeggerà la sua preghiera. O tu, che pendi ancora, mistico Iddio, sul vedovo mio letto, volgi le luci ognora sovra i miei figli e sul paterno tetto! Dimmi che ancor le rose Olezzano per te, vigile Iddio, le parole amorose che a te rivolse, ne l’estremo addio. Dimmi che ancor tu senti La voce sua, ne l’ombre de la sera, e che, in soavi accenti, mormora pe’ suoi figli una preghiera! Gli smalti dello stemma J. sono noti grazie ad una raffigurazione del blasone in oggetto riportata dallo storico acrese Capalbo in un suo lavoro inedito sull’araldica delle famiglie nobili d’Acri. Nella riproduzione del blasone dei G., visibile ancora oggi sul portale del loro palazzo in Acri, il destrocherio appare vestito. (2) - Per approfondimenti si rimanda a CHIODO, L’Archivio Privato della famiglia G. di Acri - Inventario sommario, in “Archivio Storico per le Province Napoletane. Per un elenco completo delle famiglie patrizie di Acri si vedaCAPALBO, Memorie storiche di Acri, S. Giovanni in Persiceto (BO), Edizioni Brenner, CAPALBO. Quest’ultima, appartenente a una famiglia originaria di Rogiano Gravina, sorella di Balsan,  letterato e deputato del regno d’Italia nonché preside del liceo Telesio di Cosenza. Lo stesso figura tra i maestri del nipote PIROMALLI, La Letteratura Calabrese, Cosenza, Pellegrini. Per approfondimenti su alcune vicende storiche che interessarono la famiglia Fusari si rimanda a CAPALBO,- G. vincenzo. atavist. Alcuni anni dopo il decesso della prima moglie, si unirà in matrimonio con Maria Beatrice Antonietta Romano di Acri. Poi sposatasi con Carlo Giannice Andata successivamente in sposa a Giuseppe dell’Armi A. G., Momenti, S. Maria Capua a Vetere, Casa ed. Della Gioventù, Si veda anche il componimento intitolato “Alla Vergine della Sua Stanza”. Questo egregio, su cui fondiamo, a buon dritto, non pic cola speranza, per le diverse prove del suo nobile ingegno fin'ora dateci, coltiva con forte, inteso amore le filosofiche discipline, tutto solo rannicchiato in piccol paesuccio delle Calabrie, Acri. Egli, da quello n'è sembrato, predilige la filosofia di quel sommo torinese filosofo, che col suo primato Civile e Mormale D'Italia fanatizzò tutti isuoi connazionali per la dupla autonomia del loro paese, Libertà ed Indipendenza; e con l'Introduzione allo studio della Filosofia, la Protologica ed altre opere speculative ispira nei cultori di questa no bilissima scienza l'amore delle nazionali dottrine. J. a dunque è un giobertiano, un ontologo, e per lui quindi sta che l’ente, il primo essere, Colui che dà l'essere a tutte cose, non però spezzandosi, non diffondendosi, nè emanandole dal suo seno, come il ragno il ragnatelo; ma liberamente creandole; per lui dico sta, che l'Ente, l'ASSOLUTO reale, non astratto, quale il pose, il proclama Hegel, è il Primo Filosofico, cioè a dire è non solo il primo essere o primo ontologico; ma anche la Prima Idea o Primo Psicologico. Sicchè non solo anno le cose tutte da Dio l'essere loro, ma anche la loro intelligibilità. Verità già insegnata dal fondatore dell'Accademia, il divino Platone, il quale dice che l'idea del DIIVINO è pel mondo intelligibile quello che il sole è pel mondo visibi le, e che l'essere assoluto dà alle menti nostre l'esistenza e spande su loro e sugli obbietti della scienza illume della verità« detí v 8.& Tlothuns oùoxv xai adnocías» come il sole, che non solamente rende visibili le cose, ma dona loro eziandio il nascimento, l'accrescimento e la maturita -- τον ήλιον τοϊς ορωμένοις ου μόνον, οίμαι τήν του οράσθαι δυναμιν παρέχειν φήσεις, αλλά και την γένεσιν αυτών όντα. Quindi per J. sta quel metodo detto deduttivo, o sillogistico, che dai principii va alle conseguenze, ma non come pretende il fondatore del Peripato del LIZIO, il qua le fa il sillogismo posteriore all'induzione, ed il cui scopo non consiste in altro che in applicare i principii alle cose particolari a meglio rifermarle. J. ha capito bene che l'induzione non può darci punto tanto i principii proprii a ciascuna scienza, quanto i principii comuni ed assolutamente universali. I principii sono ontologici ed originalmente presenti alla intelligenza, secondo dice il divino Platone, e non già puramente logici ed astratti, secondo dice Aristotele, che li vuole prodotti la merce dell'intelligenza con gl’elementi fornitici della sensazione. Nè debbe dirsi che J. neghi l'induzione. Ei l'ammette, e nel senso di venir essa provocata, sostenuta e guidata in noi dal lume di certe idee generali sempre presenti all'anima nostra, essendo un impossibile elevarsi da qualche fatto individuale e variabile all'idea della legge generale e permanente, senza averci di già nella mente, almeno in una maniera vaga e confusa, l'idea di ordine, di generalità e di stabilità. Laonde dice Laforet nella sua storia della filosofia antica, in parlando del LIZIO. Comment s'élever de la perception de faet contingents et relatif à l'idée de principes nécessaires et absolus, si le necessaire et l'absolu sont entieremant étrangers à l'intelligence? Dunque pel J., come per ogni giobertiano, si deve partire di Dio per costruire la scienza filosofica ossia dalla idea somma ed improdotta, perché è quel principio supremo che illumina e rende conoscibili gli altri principiimeno generali e senza di cui non potrebbe aversi quella sintesi obbiettiva, che argumenta di necessità nel suo moto organico la gerarchia dei principii scientifici; e deve radicarsi in un principio assoluto, supremo, universale, immutabile, il quale, reggendo colla sua virtù ogni singolar passo del procedimento razionale, accorda ed unifica tutti imomenti del discorso ideale, e tutta insieme 1.umana enciclopedia. Laonde dice saviamente nel suo dotto di scorso intorno al Panteismo Attanasio, nella La Carità di Napoli. Sintesi senza gerarchia di principii io non intendo nell'ordine dell'idee, come non vedo nell'ordine umano sociale e nell'ordine fisico di natura. E ingradamento di gerarchie che ponga in atto una sintesi universale torna impossibile a concepire pur col pensiero senza un principio supremo, essenzialmente uno ed immutabile, che sia il centro immoto che governi i moti del multiplo e del diverso e tragga a sè ed accordi il multiplo e dil diverso». Laonde, lasciando chel'induzione non conduca ai principii, a ciò che è universale, sia che dessa fosse positivista o come la intende il positivismo, siache fosse anche nel senso di Aristotsle, ci facciamo a lodare J. per avere ei scelto quel sistema, che parte dall'idea dell’ASSOLUTO reale per costruire la scienza, non sipotendo, per tante e tante ragioni dette e ri-dette, porsi per primo conoscibile ciò che non è prima cosa; per chè sarebbe, seguendo questa via, un turbare l'armonia della scienza filosofica; giusta che vien fatto dai psicologi, i quali partono dal contingente, ed oșano spiegare l'assioma degl’assiomi, la verità prima con la verità seconda, e separare l'ordine di esistenza da quel lodi conoscenza, il primo psicologico dal primo ontologico, dando questo per primo filosofico. Di qui non potremmo esserer improverati che atorto, se dicessimo che iseguaci del PSICOLOGISMO di Aristotele -- non però di quelle d’AQUINO (si veda) ch'è ben altro -- siam lontani da una vera scienza; perché la scienza è con la sintesi, e la sintesi co'principii, e la gerarchia dei principii scienziali nel principio sommo, Dio, radicata. Siechè scienza sull'ANALISI è scienza effimera, è scienza di nome, essendo disgregazione, e tale è la filosofia di Aristotele, siccome è conto da quei due principii ammessi da lui. Nihilest in intellectu,quod prius non fuerit in sensu --  e che l'anima nostra si rassomiglia ed una tavolarasa -- Δείδ'ούτως ώσπερεν γραμματειωώ μηθένυ πάρχει εντελεχεία γεγραμένον. È quantunque fosse vero che il LIZIO ammettesse l'intelletto attivo profondamente distinto dalla sensibilità, essendo quello che opera 83 $¢%su ciò che ci vien porto dalla sensazione, per tirarne od indurne avec lemonde intelligible; sun intervention n'apportedo nerien de now eri veau à ce qui est déposé dans l'àme par suite de la perception des 0C sens, il ne peut qu'exercer son activité et travaillier sur ce qui est racu dans l'intellect paseif. L'intellect actif d'Aristote nous semble jouer, redans la formation de la connaessance,un rôle exactement samblable à 1021"celui que joue la reflexion de Locke; ni l'un ni l'autre n'ajoutent ta rien à l'objet fourni par la sensation, toute leur action seborné à éla:) doaborer cet objet Dunque nonpuò farsi ammeno di ammettere col ret. J. e la scuola giobertiana l'apprensione diretta ed immediata, din cioè l'intuito dell'assoluto, e ritenere essere questi la prima idea, la l'oprima conoscenza, che, per la via di un primo guardare, viene al. into: l'intelletto umano nello stato d'intenebramento, che la riflessione di in poi, la quale èun secondo intuito od un ripiegamento dello spirito e sopra il primo intuito, chiarifica e fissa, e non già che la si acqui isti e conosca in forza del raziocinio, passandosi dalla cognizione a iilistratta, ottenuta per la via dell'induzione, a quella concreta del V e on& ro Assoluto, avendo ben dimosorato altrove, che i psicologi si tro fost vino in grande errore, credendo ed insegnando, che Dio siccome ve fosesrità assiomatica, essendo universale, necersaria ed immutabile, debba 18 essere astratta,e che vi bisogna di forza indispensabilmente il ra ley ziocinio per ascendere, mediante essa verità astratta, al vero primo buik ed assoluto, mentre, siccome facemmo notare in proposito di Milone. Insomma, senza menarla piùinlungo, della insignescuola on anda tologica è J., siccome l'ha mostrato co'suoi vari scritti di ar veratgomento filosofico e conquello, veramente stupendo, Discorsointorno alla vita ed alle opera di Balsano, in cui, prendendoa consi ost: der ar e questo disgraziato dotto Calabrese, divenuto vittima del pugnale di un assino, e, considerandolo non solo quale oratore egregio ed acuto critico,ma anche qualeillustre cultore delle scienze filosofi cincche, e forte amatore del sistema ontologico, palesa a chiare note i suoi O. pensamenti in fatto di filosofia, che sono indubitatamente quelli del Pladiotonismo, cristianizzato d’Agostino, ammirato d’AQUINO (si veda) e d’ALIGHIERI (si veda), divulgato da Gioberti, ed abbracciato dalla th, maggior parte de'pensatori nostrani. La FILOSOFIA di J. che ci avemmo in dono da lui medesi i mo, palesa ad evidenza non solo la scuola filosofica cui appartie ne; non solo la lucentezza delle idee, ond'è corredata sua mente; e non solo l'affetto per la patria grandezza quanto a politica, governo e civile, scienze, lettere ed arti; ma dàanche prova della perizia che l'universale ed elevarci sino alla concezione dei principii; pure non to bisogna dimenticarci che nella teoria dello Stagirita è desso affatto et vuoto, senza alcun rapporto diretto col mondo intelligibile, da potersi pelo dire che nella conoscenza eserciti l'ufficio nè più nè meno della riostruflessione di Locke. E dice bene Laforet. Dans la theorie du Stagirite l'intellect actif est tout a fait vide et n'a nul rapport direct Profilo Bibliografico pubb. nella Rivista Itoliana di Palerino ela:Anno IV,N. 11, nonci ha cosa più chiara, che essa verità assio -artormatica primitiva è obbiettiva in sommo grado,appunto per le sue veritacaratteristiche di universalità, necessità ed iminutabilità. COSS me adal tile. // ne  84 ha ei nell'idioma nazionale. Sicchè è a rallegrarci con lui dei buoni studi, dell'amore delle nazionali dottrine dell'eccellenza del sistema che ha adottato nelle scienze speculative, anteponendo (fra i due sistemi che veramente possono dirsi i più perfetti, essendo ambo sin tesisti, cioè a dire razionalo-empirici od empirico-razionali) l'ontologismo al psicologismo, e, fuggendo, quelloche è più, gl’eccessi del razionalismo e dell'empirismo, e quei tali sistemi erronei, idealismo e positivismo, pei quali delirano i filosofi, da cui camminando si di questo passo, non ci possiamo attendere, se non un ar venire sventurato. Prosegue J. i suoi studii filosofici, e ci offra lavori speculativi di maggior lena, per poterlo vie meglio ammirarlo, e rallegrarcene con lui.  Delle dottrine filosofiche e civili di Gravina per Balsano, con saggio sulla vita e sulle opere del Gravina per J.   Cosenza, Mgliaccio. Gravina è considerato dai più come poeta e letterato segnatamente pel suo trattato della Ragione poetica,e come insigne giureconsulto, specie per lasua opera De ortu et progressu juris civilis. Ma eglime rita,sotto un certo rispetto,d'essere altresi considerato come filosofo e per le dottrine speculative che professava e per quei sommi principii a cui s'informano i suoi SAGGI DI FILOSOFIA, dovendo le scienze particolari e d'applicazione, quali sono appunto le discipline giuri diche e pratiche.esser precedute ed illuminate da una scienza speculativa più alta ed universale, cioè dalla Filosofia propriamente detta. A nostri giorni il calabrese Balsano si pro pose di far meglio conoscere le dottrine filosofiche e civili di Gravina, studiando accuratamente e con intelletto d'amore le opere del suo grande concittadino. Ma Balsano, non che pubblicarlo, non potè compiere il suo lavoro, perchè trafitto dal pugnale dell'assassino! J. ha raccolto la sacra eredità del suo venerato maestro, dettando un'eru dita ed ampia monografia sulla vita di Gravina, e pubbli candola insieme al lavoro inedito del Balsano. In questa vita  e   troviamo uno specchio breve ma fedele dei tempi di Gravina, specie riguardo agli studii; la pittura del carattere morale del pensatore rogianese, un cenno de'suoi numerosi scritti e de'suoi meriti letterarii. L'opera del Balsano, dettata in una forma quanto castigata altrettanto elegante ed elevata, contiene una larga esposizione dei pensamenti di Gravina diretti a coordinare tutte le sue meditazioni di filosofia speculativa e di morale, di religione e di diritto, di estetica e d'insegnamento, di politica edi civiltà. È divisa in due libri. Nel primo si ragiona delle dottrine civili. Quanto alla filosofia, da Balsamo si cerca dimo strare che Gravina, studioso della TRADIZIONE DELL’ANTICA FILOSOFIA ITALICA,si attenne specialmente alla dottrine platoniche (come apparisce anche dall'Orazione sua De instauratione studiorum), armoneggiandole col progresso della civiltà cristiana, delle scienze particolari e massime del Diritto, egli che aveva meditato le opere dei sommi giure consulti romani, e che aveva piena la mente ed il petto della grandezza di ROMA antica. Le dottrine platoniche da lui professate gli fecero innalzare la mente ai principii sommi del Diritto, a meditare la riforma delle dottrine civili, ed a comprendere la sintesi el'armonia delle parti principalidel sapere. Difatti, Gravina vedeva la scienza umana come un'armonia e ricordava la piramide in cui egli dice espressamente avere gli antichi savi simboleggiato la scienza umana e la natura delle cose: il che significa che per lui l'ordine della scienza risponde a quello della natura, l'idealità alla realità; e come il primo vero è l'idea divina nota da principio all'intelletto creato, così il primo essere è Dio creatore della scienza e della natura. Tutto l'ordine dei contingenti reali ha sua causa efficiente nell'ASSOLUTO che licrea; tutto l'ordine delle cono scenze empiriche ha sua origine nell'idea eterna, presente sempre all'intelletto umano e norma o tipo a cui si riscon trano le cose finiteapprese per esperienza sensibile. E sotto questo aspetto può dirsi che Gravina precorresse a Gioberti, che in cima del sapere e dell'essere doveva porre Dio creatore. Adunque il contemporaneo di VICO (si veda) non segui le dottrine del Locke, ma invece quelle più elevate di Pla- [Disp.] tone e del Cartesio, quantunque non și mostrasse sempre giusto verso il LIZIO. Ma se a Gravina non può negarsi un certo valore filosofico, i suoi veri meriti risguardano, più che la FILOSOFIA ela Letteratura, la Giurisprudenza. Preceduto da Gentile, da Bacone e da Grozio, Gravina non solo ricercava l'origine del Diritto e ne indagava iprogressi (De ortu et progressu juris civilis), ma sapeva altresi elevarsi alle idealità o ai principii supremi del Diritto. Quindi è che a lui debbono molto la Storia del Diritto, specie, di quello romano che insegna in Roma stessa, e la FILOSOFIA. Gravina, esaminando l'origine e la natura del Diritto, non lo separava dalla Morale come oggi fanno taluni, perchè nella legge morale,da cui scaturiscono tutti i doveri umani, trova pure il suo primo e vero fon damento il diritto. Egli precorse al Savigny da un lato, al VICO e Montesquieu dall'altro, interpretando con larghezza di veduta la storia civile e giuridica di ROMA. Balsano si è proposto di ritarrre ilGravina non solo qual eminente giureconsulto, sì ancora qual filosofo civile, mostrando com'egli additasse le norme eterne d'ogni società umana (che ammetteva come un portato della natura) nella vita privata e pubblica, nell'ordine privato e politico. Ma ripetiamo, Balsano non potè compiere l'opera sua; la quale del resto, merita di essere conosciuta e studiatadai cultori della Filosofia, benchè ci sembri scritta con entusiasmo soverchio verso il proprio concittadino risguardato come filosofo. DISCORSO Recitato nella sala dell'Accademia Cosentina). Piansi,o Signori, nella mia pensosa solitudine, la morte immatura del caro Fiorentino, che mi fu amico e fratello!; vengo ora a glorificarne l'ingegno nel tempio della scienza, innanzi al simulacro del vecchio TELESIO, al cospetto di dotti Accademici, di fervidi giovani, dieletti ingegni, di distinti Professori, che meglio di m e, nato e cresciuto nelle montagne, potrebbero valutarne i forti studi e la vasta intelli genza. Parlerò con franchezza, senza adulazioni rettoriche, senza intemperanze di lodi; dinanzi ad uomini gravi ed austeri le apoteosi e la rettorica sono un fuordopera. La parola mendace è un insulto alle ceneri di Fiorentino, uomo sovero ed aperto, che disdegnò il lenocinio e le bel lezze oratorie, sa dire con schiettezza di calabrese la v e rità ad amici e nemici, e fu audace demolitore del vecchio mondo; inesorabile agl'ipocriti ed ai ciarlatani. Nella rioca personalità del Fiorentino grandeggia il filosofo ed il pensatore; lascio,per ora,ad altri di me più competenti, esami nare il letterato, lo scrittore, ed il cittadino; io vi parlerò soltanto dell'Autore di BRUNO;del Saggio Storico sulla Filosofia; di POMPONAZZI e di TELESIO; quat tro titoli di gloria, che basteranno a rendere immortale il nome di Francesco Fiorentino. [Vedi il saggio su Fiorentino da J. pubblicato nell'Avanguardi, riprodotto dalla Gazzetta Calabrese e dal Calabro in Catanzaro; dal Corriere del Mattino e dall'Ateneo, in Napoli. L'Italia, o Signori, fu scossa nei principi del secolo, dopo la grande Rivoluzione dell'ottantanove, dalla parola del nostro GALLUPPI, che il Gioberti chiama il Nestore della sapienza italiana. Senza mistiche intemperanze, senza voli metafisici, ei richiamò, nuovo Socrate, la mente degl’italiani ad indagare il me e la coscienza; a scrutare profondamente ilsubbietto umano; e, rigettando lequiddità scolastiche ed il sensismo di Condillac e di Tracy, contribui à rinnovare presso di noi il metodo naturale, e fu salutare reazione all'esorbitanze speculative del secolo decimottavo, Conscio dell’esigenza storioa del secolo decimonono, Galluppi inizia presso di noi lo studio della storia della filosofia; indovino, pur combattendola fieramente, l'importanza speculativa della sintesi a priori, che in parte accetto; e, benchè avesse trascurata la Rinascenza, Telesio, Bruno, Campanella, può dirsi, IL VERO EDUCATORE DELLO SPIRITO FILOSOFICO IN ITALIA. La Calabria, terra delle grandi iniziative e delle magnanime audacie, si elevò con Galluppi all'altezza del pensiero moderno, e fu, sarei per dire, la squilla settimon tana di CAMPANELLA, che risveglia in Italia il pensiero laicale ed umano, il pensiero puro ed universale. FIORENTINO studia Galluppi, ne comprese l'indirizzo storico, o gli piacque la nuova e socratica spe culazione, che un modesto filosofo inizia nella estrema Calabria, sulle rive di quei mari, che ripetono ancor l'eco delle armonie pitagoriche. Galluppi, con le sue serene e casalinghe meditazioni, non bastava ad appagare il libero ed irrequieto ingegno di Fiorentino, aquila delle montagne, che volea spezzare le pastoie del vecchio mondo e della speculazione galluppiana. In mezzo a queste ansie intellettive sopravvenne Gioberti a scuotere le menti dei meridionali con la magica parola; ed Fiorentino, assetato di ideale e di patria, come tutti i forti ingegni di Calabria, accettò anch'egli la mistica speculazione giobertiana, o è idealista platonico ed ortodosso. E chi potea, pria del sessanta, resistere al fascino di Gioberti? Chi rinnegare la p a tria, ch'egli glorificò nelle pagine immortali del Primato? Guerrazzi chiama Gioberti scintilla piovuta dal Vesuvio sulla cima delle Alpi: veramente ci è in lui l'audacia, la fiamma profetica, la divinazione geniale del Mezzogiorno; ci è VICO e Campanella, AQUINO o Bruno; ci è la fede dei credenti, lo spirito ribelle dei tempi nuovi, l'ome rica fantasia di Platone, l'austero sillogismo di Aristotile. Nei dolori dell'esilio, egli scrive la Teorica del Sopranna turale, ch'è l'apoteosi della vecchia ortodossia ; riassunge nella Introduzione tutto il passato teologico e tradizionale, rinnovò il realismo del Medio-Evo, sposandolo al pensiero moderno; risuscitò nel Primato, con l'entusiasmo del pro feta, i titoli della nostra grandezza, e lanciandosi col volo dell'Aquila alpigiana nel grembo dell'essere, credette di averne interrogate le profondità, ringiovanito il vecchio Dio della Scolastica, e sciolti tutti i problemi con la formola ideale e con l'ente creatore. Gioberti non arrestossi a metà; e, ringagliardito da nuovi studî, ingegno audace e progressivo, com'era, accettò gran parte della speculazione moder na, e, spastoiandosi dal vecchio teologismo, dalle utopie del Primato, inaugura la nuova Italia col Rinnovamento; la nuova Scienza con la Protologia, e la nuova chiesa con la riforma cattolica, e con la filosofia della rivelazione; sebbene non interamente emancipato dalla vecchia ortodos sia. Ai tempi che Gioberti pubblica il Rinnovamento, ed Massari le Opere postume del suo grande amico, le Calabrie erano chiuse dalla muraglia cinese, ed ilnuovo pen siero laicale di Gioberti non potè penetrare nei nostri boschi. È ancora innamorato del misticismo e della formola ideale; gl’eroi della Rinascenza non sono ancora conosciuti tra noi; o SPAVENTA, esule a Torino, dove pubblica i suoi stupendi Saggi Critici su Bruno e Campanella, e quasi ignorato in Calabria. Fiorentino, non bisogna nasconderlo, avea subito an. Scrisse allora a Napoli Bruno, un Saggio, come schiettamente confessa l'Autore; composto in tutta fretta nelle vacanze, e disteso in soli ventotto giorni. Quel Saggio, benchè imperfetto, segna il primo momento della critica evoluzione del nostro in filosofia, il passaggio, cioè, dal dommatismo giobertiano alla speculazione libera e laicale dei tempi moderni. Nello studio del passato Fiorentino trova la spiegazione dei posteriori sistemi; e, poichè non poteva valutare le teoriche di Bruno, senza risalire alle origini, guarda la dialettica nelle scuole di CROTONE e VELIA, e ne rilevò con sa gace giudizio l'importanza speculativa nel gran dramma del greco pensiero. Si occupa, egli il primo, presso di noi, della stupenda Dialettica del cardinale di Cusa, e ne indaga i le gami col sistema del Nolano, dove causa e principio sono una medesima cosa, e la esteriorità della causa e la inte 1 Leggeva i SS. Padri in una cella di monaci: ne trascrisse molto; e ne pubblica alcuni saggi a Messina, voltandole in italiano. Cusani; Aiello; Re; Salvetti; Gatti; Spaventa e Spaventa; Imbriani; Meis; Tari; Savarese; Perez; Mancini; Sanctis; Marselli; Trinchera; Turchiarulo; Zio; Quercia ed altri. pensiero germanico, diffuso nel mezzogiorno dai più forti ingegni del Napolitano; indovina la grandezza speculativa della Rinascenza, e si sentì attratto dall'eroica figura del Nolano ch'egli l'influsso dei Santi Padri, e, principalmente, come dicemmo, del filosofo torinese, che da lui studiato profon damente in gioventù, non fu dimenticato nella età matura, in mezzo ai più splendidi trionfi del suo ingegno. Venne però il sessanta, con le sue titaniche audacie, e con le sue immortali demolizioni a svegliare Fiorentino dalla sua fede dommatica e dal suo sonno ortodosso; e, benchè non ancora emancipato da Gioberti, si volse a studiare il riorità del principio si ricongiungono nell'Uno, ch'è insie me causa e principio. L’uno nel sistema del Nolano, è totalità assoluta; vale a dire che come principio della forma zione dello cose è minimo,come totalità perfetta ó massimo; come identità del principio e della fine piglia il nome di uno, ove tutto si assorbe, come in vasto ricettacolo; ove il pensiero e la realtà si confonde in una identità suprema. In ciò consiste il panteismo di Bruno, che Fiorentino rigetta, soggiogato da Gioberti, confutando l'eccletismo poco omogeneo, gli ondeggiamenti e le contraddizioni del Nolano, che fonde insieme la Causa dei Pitagorici, l'Uno di VELIA, ed il Principio degl’alessandrini. E pure, ad onta delle prevenzioni ortodosse e giobertiane, Fiorentino non disconosce le novità laicali, di cui è ricco il sistema del Bruno; la maggioranza del pensiero, la menta lità, che splende come intelletto divino, mondano, partico lare,ed ilconcetto direlazione, ch'è tanta parte della Protologia del Gioberti, e costituisce il verace assoluto; l'assoluto, cioè, della moderna speculazione. Dallo oscillare di Bruno tra la Scolastica e la Rinascenza deriva che il finito ora è una vana parvenza, ora la massima realtà; ed il Nolano ondeggia tra Eraclito e Parmenide di VELIA, tra il flusso c o n tinuo e la rigida immobilità. Fiorentino mette Bruno in relazione con Spinoza e Schelling, ne nota col solito acume le differenze e le somiglianze, o conclude che i tre filosofi si rassomigliano nella prospettiva generale del sistema, hanno il medesimo intendimento di unificare la scienza e d'immedesimarla col mondo; cercano fuori del pensiero il centro della loro unità, e costituiscono quella serie di Panteisti, che si dicono obbiettivi; l'Uno, la Sostanza, l'Assoluto sono tre creazioni parallele. Fiorentino analizza del pari la dialettica di Hegel e di Gioberti, monumenti immortali della moderna speculazione, e nota che in Hegel e Gioberti contrastano due tradizioni, due filosofie, e due nazioni; la filosofia della creazione e la filosofia della   identità, il cattolicismo ed il razionalismo, l’Italia, patria d’AQUINO o d’ALIGHIERI, e la Germania, patria di Lutero e di Göthe. Fiorentino, senza sconoscere la importanza della filosofia tedesca, glorifica la vecchia formola giobertiana, il cattolicismo e la rivelazione; rigetta quasi il pensiero moderno, desidera il rinnovamento della antica filosofia italiana, e, collocando sugl ialtari il Gioberti della Teorica e della Introduzione, chiude il Saggio con queste parole. Sogna che il nome di GIOBERTI suonerebbe terribile sui campi di battaglia, e venerando tra le arcale della Università. Quel mio sogno giovanile si è avverato in gran parte e la indipendenza e l'unità della « mia patria,propugnata da quel grande statista, è presso a compiersi; mi sarebbe ora assai dolce il vedere una « scuola ed un'accademia iniziarsi, diffondersi, giganteggiare in quel nome si caro ad ogni italiano, con quella « formola,che assomma la scienza e la fede dei nostri padri. Da esse soltanto noi potremo sperare, compagni di quelli che combatterono a Curtatone, e cacciarono gli’austriaci da Varese e da Como. Bruno porta Fiorentino ad uno studio più accurato della greca filosofia, di cui è anche specchio e ri produzione, in buona parte, la Rinascenza italiana, della quale il Nolano è l'eroe ed il martire. Professore straordinario di Storia di filosofia a BOLOGNA, Fiorentino si da a studiare alacremente e con tenacità di calabrese Aristotile e Platone. Si fatti studii, come racconta egli stesso, gli apreno nuovi orizzonti, gli allargano la vista intellettiva, o gli fanno scorgere il difetto fondamentale della filosofia giobertiana. Fiorentino si allontano da Gioberti, non col cuore, si bene con la mente, ch: i forti amori non possono dimenticarsi. Rude e franco calabrese, intelletto austero, Fiorentino si emancipa dalla scuola filosofica ortodossa, quando si convince che il mito e la leggenda prevalevano sulla pura speculazione, sul pensiero libero o laicale. La critica, che Aristotile fa di Platone, a cui GIOBERTI si rassomiglia, fece schivo il Nostro dal mescolare immagini ad idee, e lo inimicò con le metafore filosofiche la severa, m a ineluttabile critica di Aristotile; non i tedeschi lo convertirono alla nuova filosofia, degna dei tempi moderni, si bene il rigido, inesorabile Aristotile Fiorentino scese, CALABRO ATLETA, nella arena della greca filosofia, e ardente è trasportato lungo le sponde dell' Ilisso, tra gl’alberi fragranti, che ne ombreggiano il margine; sotto il bel cielo d’Omero, tra le dispute di Socrate, i simposî platonici, e le austere meditazioni dell'Accademia. Sa egli fondere ed accordare insieme l'idea greca all'idea calabra, rappresentata nei tempi antichi da Pitagora, e tutte e due al nuovo pensiero laicale del Rinascimento, rappresentato presso di noi da Telesio e Campanella. Ringiovani così il pensiero, irrigidito nelle ferree strette della Scolastica e di Gioberti; e farfalla, ch'esce a poco a poco dal suo involucro; montanaro calabrese, che si trasfigura man mano sotto il soffio dei nuovi tempi, si sentì umano ed universale nei Dialoghi di Platone e nella Metafisica di Aristotile. La Grecia è infatti la terra dove sboccia il fiore dell'Arte, e germoglia il seme dell'umana ragione; è la patria del pensioro speculativo, della Dialettica, e della Categoria, a cui metton capo ipiù vasti sistemi dell'antica e della moderna filosofia. Fu lapatria di Platone, che per genialità e divinazione speculativa, per universalità di pensa menti, per movimento drammatico, per colorito artistico e finezza di dialogo, grandeggia su tutti i filosofi; egli fonde in sè l'eloquio facile e maraviglioso d’Omero e l'attica bellezza di Sofocle. La vecchia Grecia s'idealizza e si trasfigura nel gran discepolo di Socrate; la speculazione diviene arte e dramma, ed il pensiero, chiuso nei c ancelli di Talete e di Eraclito, abbraccia ilmondo, si fa universale ed umano, an- [Vedi Filosofia Contemporanea in Italia, Napoli] ticipa il Cristianesimo e preludia all'età moderna. Egli fonde, come disse bene FERRAI FERRARI (si veda), in una grande unità isofisti e i politici, gli artefici e i guerrieri; uomini, donne, vecchi, fanciulli, schiavi e liberi, e in questo mondo in azione ti si fa duca e maestro, innalzandoti, migliorandoti, affinando le tue facoltà, spesso spirandoti nell'anima un sacro entusiasmo per il buono, per il vero; quell'entusiasmo, aggiungo io, che crea i grandi fatti della storia, e quei capolavori del l'arte, che si chiamano Convito ed il Fedro, ove si specchia tutto il sorriso dell'Ionio mare, l'apollinea bellezza dei Greci, il fascino di Diotima e di Aspasia; la morbida poesia dell'Attica e l'arguta ironia di Socrate ; divina bellezza, m u . sica arcana, che rende unica la Grecia tra le nazioni più civili e più artistiche del mondo. Non volendo abusare della vostra bontà io m i restringo per ora a Platone; che ci porterebbe assai lungi il voler discorrere completamente del Saggio Storico sulla filosofia Greca ; discutere ed esaminare Aristotele e quanto altro riguarda le Categorie ed i problemi della filosofia moderna, di cui si occupa il nostro nel suo stupendo lavoro. Fiorentino scrutò con animo libero e spassionato la vec chia speculazione ellenica; la Grecia anteriore a Socrate,ove campeggiano le grandiose figure di Talete, di Senofane, di Eraclito, di Parmenide, d’Anassagora; o dove si elabora a poco a poco l'idea platonica e la categoria aristotelica. È un quadro ricco di pensiero, ed anche di poesia,che con vivi colori ci tratteggia Fiorentino con quella sua ge nialità, con quella lucida esposizione, che tanta grazia a g giunge ai suoi lavori speculativi; incantevole lucidezza, che ritrae i limpidi Soli diffusi sui patrî vigneti e sulle marine di Cotrone CROTONE. Il Saggio Storico sulla filosofia sarà sempre, secondo il nostro debole parere, l'opera più bella, più geniale del Fiorentino; ci è il profumo e l'entusiasmo, ci è la vita artistica, anche in mezzo alle severe meditazioni del pensatore; quella vita, che solo può dare la Giorn.Napoli] gioventù, nella sua più rigogliosa fioritura ed espansione. Ciò nonostante, spassionati estimatori dell'ingegno del nostro amico, riconosciamo in quel saggio lacune ed imperfezioni, che l'autore medesimo, uomo schietto e leale,vi riconobbe, ricco di nuovi studi sulla lingua, sulla filosofia, sulla letteratura greca; dotto nel tedesco e conoscitore profondo dei moderni lavori alemanni su Platone ed Aristotile. Intanto facciamo notare che il cardine fondamentale della critica di Fiorentino sono le idee platoniche e le categorie aristoteliche, che sono e saranno sempre le colonne e le pietre granitiche dell'umano pensiero. La critica platonica (come nota Chiappelli nel dottissimo studio sulla interpetrazione panteistica della dottrina platonica) si è a giorni nostri ri fatta da capo; e la quistione si aggira sui fondamenti di tutto il platonismo, valeadire, sul genuino valore della dottrina delle idee, che forma il centro del sistema dell’ACCADEMIA. Dalla interpetrazione di codesta dottrina dipende quella di tutto il resto del sistema; è il presupposto, da cui, come tanti corollarii, scendono tutte le altre parti di questo monumento immortale del genio greco, che scosso dalla potente critica dal LIZIO d’Aristotile, travisato dal Neo-platonismo, rivive anche oggi, dopo le vicende di tanti secoli. Varie e con traddittorie in ogni tempo sono le interpetrazioni delle idee platoniche. Sono scambiate, ora con gl’ideali estetici, che vagheggia l'artista, ora ritenuti come generi logici e concetti intellettivi, ed ora come gl’eterni paradimmi del divino artefice, modelli esemplari delle cose, e quindi esistenti per sė; la quale interpetrazione, che si trova diffusa tra i neo-platonici, tra i padri della chiesa, ed in tutto il medio-evo, anche oggi è sostenuta da valorosi critici. È certo poi che le idee in Platone sono trascendenti, immobili e separate dalla materia, e che carattere principale del Platonismo è la irreconciliabilità tra l'idea e la materia, tra l'intelligibile ed il sensibile: Le più ingegnose interpetrazioni dei critici moderni, e massime di Teicmuller, che fa dell’ACCADEMIA un Panteista, non han potuto colmare l'abisso, che nel greco filosofo separa l'idea dal cosmo, l'elemento intelligibile dall'elemento materiale. Relegate, come sono, le idee in un mondo inaccessibile, non possono esercitare nessuna influenza, nè sul l'essere, nè sul divenire delle cose sensibili, nė spiegare il formarsi delle cose medesime. Anche la relazione delle idee col divino, osserva Fiorentino, rimane indefinita. Le idee non hanno causalità, perciò la causa efficiente deve trovarsi accanto a loro, o concorrere con loro alla formazione dei mondo. L’ACCADEMIA non tenta neppure di conciliare il divino con le idee; perciò accanto alla speculazione tu trovi ancora il mito, non come semplice ornamento, ma come elemento integrale del sistema. Solo è certo che l'altissima idea è per Platone quella del bene; la quale ora s'immedesima con la ragione divina, ora è quella, a cui guardando il demiurgo dà forma al mondo; se non che non si può risolutamente affermare che il bene s’immedesimi col divino, ch'è un dato della tradizione piuttosto che della filosofia, ed in Piatone non essendo chiara quella immedesimazione, non riesce perfetto il collegamento tra le idee e la mente divina, ed il sistema delle idee riesce poco coerente, e sempre ondeggiante ed incerto. Fiorentino nel Saggio storico rigetta la interpetrazione delle idee dell’ACCADEMIA come riminiscenze di una vita anteriore, come modelli e paradimmi del mondo, come pensieri divini; e ritenne che Platone non è sempre lo stesso ne'suoi dialoghi; filosofo da poeta, senti bisogno di spiegare la scienza, e ricorre alle idee; negli ultimi anni adotta il linguaggio pitagorico a proposito delle idee, e le considera come numeri. La dottrina delle idee platoniche, trattata davvero scientificamente, consiste per Fiorentino nei Dialoghi il Teeteto, il Sofista, ed il Parmenide. Il Sofista prepara il Parmenide, a cui dà il fondamento ed il principio; ed il Parmenide sostituisce alla me- [Manuale di Storia della Filosofia, Napoli] tessi ed ai simulacri la relazione, ch'è la vera natura e la vera condizione di tutte le idee; è la loro vita e fecondità. Fiorentino, austero intelletto e libero pensatore, prefere alla lirica del Fedro e del SIMPOSIO, alla epica narrazione del Timeo ildramma ideale del Parmenide. Fiorentino scruta profondamente i tre dialoghi platonici, o ne rileva il vero significato. La scienza, egli dice, non è sola sensazione e sola opinione, come vogliono i Jonici, ed ecco il significato del Teeteto; la scienza non è la sola cognizione dell'uno, come pretende Parmenide di VELIA, e ne anco dell'essenze immobili ed irrelative dei megarici; ed ecco il significato del Sofista. La scienza è l'una e l'altra opinione e cognizione, relazione di entrambe; ed ecco il risultato ultimo del Parmenide  da VELIA; tanto vero che, senza la relatività delle idee, il Parmenide da VELIA rimarra sempre un enimma, il sistema di Platone un leggiadro tessuto di favole, di reminiscenze oltre-mondane ed assurde, e di sperticate idealità. Scrutando meglio il Sofista ed il Parmenide di VELIA, Fiorentino asserisce che il principio da cni muove Platone nel Sofista, ossia l'ente, e quello da cui muove nel Parmenide, ossia l'uno, sonolostesso principio; se non che l'ento è rigido, immobile, indeterminato, e l'Uno è determinato, e produce i molti. L'uno è il medesimo e dil diverso del Molti; come viceversa il molti si può dire medesimo ed altro dell'uno; tanto che, a parere del Fiorentino, abbiamo nel Parmenide esplicito il diverso e l'altro; sebbene rimanga in Platone nell'ombra la causa della estrinsecazione della idea, e l'apparire della materia. Platone non colse la vera natura dell'altro, che non può essere nè un'essenza, nė un'idea; sì bene una relazione; egli perciò oscilla dall'uno all'altro di questi due termini, per trovarvi la materia, ed, irresoluto, la fè credere una volta essenza, ed un'altra idea. Pare che in tutte queste sottili ed ingegnose interpetrazioni di Fiorentino entrasse un po il sistema e la critica moderna dell’Hegel, sempre caro al nostro, come quegli che è la sintesi più stupenda del pensiero laicale tedesco, da Lutero a Kant. TOCCO (si veda), di cui tanto si onorano le Calabrie, nelle sue dotte Ricerche Platoniche, esplicitamente osserva che Fiorentino interpetra il Parmenide di Platone alla maniera di Hegel, e che, ad onta delle argute considerazioni sulle stonature della Dialettica platonica, non tenne in conto il fare negativo di tutto il dialogo. Il trapasso, dalla teorica della metessi e degl’influssi a quello della dialettica assoluta, è un salto così smisurato, che difficilmente puo farsi da un uomo, per vastissimo ingegno ch'egli ha, sopra tutto nel tempo, in cui la speculazione è ancora sul nascere, ed i sistemi filosofici sono appena abbozzati. E ingiusto per ciò, conchiude Tocco, il raccostamento della dialettica platonica all’egheliana, e non bisogna interpetrare con Hegel Platone, e trasportare il mondo antico nel mondo moderno! Alla origine e natura delle idee è intimamente legata la DIALETTICA dell’accademia. Essa non è altro, se non che la legge dell'intreccio ideale, il modo come si forma il Logo, o la Ragione universale ed assoluta. Il ritmo della dialettica vera dell’ACCADEMIA, secondo la interpetrazione di Fiorentino, è nel Parmenide; il contenuto del quale si risolve in una trilogia, di cui la prima parte presenta la idea solitaria dell'uno, e l'annulla. La medesima idea appaiata con quella del l'essere, e con essa in contraddizione; la risolve la con traddizione nel momento, ch'è il diventare; momento e divenire, che sono mutuati dalla dialettica hegeliana, e rendono infide e soverchiamente moderne le interpetrazioni di Fiorentino. Egli è convinto, quando scrive il saggio storico, che la dialettica hegeliana è modellata sulla platonica, e che le prime tre categorie del filosofo alemanno, l'essere, il non essere, ed il divenire ricordano l'uno, l'ente, ed il momento del Parmenide da VELIA. La Dialettica platonica, monumento grandioso dell'umano pensiero, ispira in ogni tempo gl’Artisti ed i Filosofi; e Fiorentino conchiude che Goethe v'im  [Catanzaro. Lo studio della filosofia greca fa rientrare Fiorentino nel mondo moderno, ch'egli avea sfiorato col lavoro di Bruno; il greco pensiero, che più degli altri è pensiero umano ed universale, ricondusse il nostro alla Rinascenza, la quale, se inizia l'epoca moderna con le ribellioni speculative di Bruno, di Telesio e di Pomponazzi, usufrutta con TELESIO e con BRUNO la parte viva ed immortale della greca filosofia, il concetto della natura, autonoma od assoluta, e l'idea dell'infinito generante. FIORENTINO, ingegno fecondo e progressivo, accetta i pronunziati, gl’ardimenti, o, le ribellioni della rinascenza. Nelle fresche correnti della natura ei sente ringiovanirsi, ed il suo pensiero divenne più ampio ed umano. L'epoca della rinascenza è, o Signori, un'epoca gloriosa, battagliera, o titanica. La scolastica è assottigliata. La cavalleria ed il feudalismo se ne vanno. La teocrazia perde il suo prestigio, e la sua universalità. La poesia si emancipa dai terrori mistici. Alle fosche pitture succedono i freschi colori del Tiziano e del Correggio. Nasce lo stato laicale, e Machiavelli crea la storia moderna. I filosofi rappresentarono in questo gran dramma una parte gloriosa, e specialmente il mantovano POMPONAZZI, che per audacia speculativa, per energia di carattere è uno degli eroi più spiccati del rinascimento italiano. FIORENTINO, che come fiero calabrese e libero pensatore, è naturalmente attratto verso i grandi precursori ed apostoli, si mette a studiarlo con coscienza di filosofo e pazienza di critico; sgobba sui polverosi volumi in folio, si chiuse come un anacoreta nella sua cella di BOLOGNA; ed affronta con leonino coraggio l'intolleranza e lo scherno degl'insipienti, le beffe dei gaudenti, che senza forti stupara la movenza del Dialogo; Hegel il severo ragionamento; VICO vi attinse lo schema della Scienza Nuova; SERBATI il principio del nuovo saggio; ed a quell'opera immortale bisogna ricorrere ogni volta, che si vorranno scandagliare davvero le origini dell'umano pensiero senza accurato lavoro vogliono, con la veduta corta di una spanna, giudicare gl’uomini serî ed austeri, gl’uomini che sacrificano tutto sull'ara del pensiero e della scienza ; indomiti o tetragoni nei loro propositi ; Capanei, che muoiono e non si arrendono. POMPONAZZI insorse fieramente contro la scolastica, e contro la greca filosofia; e nello spiegare la natura dell'anima, ed il processo del conoscere non ha esitato punto, nè riprodotte, come altri fecero, le incertezze del LIZIO. Sgombrate tali perplessità, il filosofo mantovano si libera dall'intelletto separato di Averroè, dell'intelletto agente dello Afrodisio, senza però emanciparsi del tutto dagl’influssi e dalle intelligenze superiori; ondeggiante ancora, come tutti gl’uomini della rinascenza, tra la scolastica ed il mondo moderno; tra AQUINO (si veda) e BRUNO (si veda). Strema, è vero, POMPONAZZI (si veda) la trascendenza in filosofia; considera l'intelletto umano come sviluppato dalla potenza della materia. Ma non volle attribuire all'intelletto dell'uomo la concezione dell'universale; e disconobbe la vera mediazione, che l'uomo fa tra le cose eterne e caduche. Egli scruta insistente i più ardui problemi metafisici, religiosi e morali, la provvidenza, il fato, la libertà, la predestinazione e la grazia; e porta in tutte queste discussioni la novità e l'audacia, proprie dei filosofi del rinascimento; piega più dalla parte della determinazione fatale del PORTICO ROMANO che da quella della vuota determinabilità dell’Afrodisio; che l'arbitrio non può essere primo movente; e l'aver compreso il difetto della dottrina della libertà, come è in Alessandro ed in LIZIO; l'aver intravveduto nel fato del PORTICO ROMANO maggior ragione volezza costituisce uno dei massimi pregi della critica di POMPONAZZI (si veda) Disconosce inoltre il valore assoluto delle Religioni; ne spiega con ragioni naturali l'origine, il fiorire, la decadenza; le riconosce portato dello spirito, eterno ed irrequieto viaggiatore, che tutto rinnova e distrugge. Con questa divinazione Pomponazzi è anche precursore dei nuovi tempi, e della scuola moderna; se non che mancogli la perfetta coerenza nelle dottrine, e non si solleva al concetto profondo dello spirito, come lo intendono i moderni. L'ingegno di POMPONAZZI (si veda), benchè novatore e ribelle, non si era completamente spastoiato dal vecchio mondo scolastico ed del LIZIO aristotelico; ei non puo ai suoi tempi cancellare del tutto il divino di Agostino e d’AOSTA (si veda); non puo scartare intieramente la provvidenza oltre-mondana, non puo combattere a viso aperto le tradizioni della fede ortodossa. Ei però intravvede che al divino estra-mondano, collocato fuori la coscienza, dovea fra poco succedere il divino intimo e vivente; che la vecchia forma religiosa dovea ringiovanirsi e al motore immobile di LIZIO dovea succedere l'infinito di BRUNO (si veda). È questo il merito precipuo di POMPONAZZI (si veda), che a buon dritto deve chiamarsi il precursore della riforma e del mondo laicale moderno; e l'averlo saputo rilevare con sagacia di critico coscienza di storico è gloria di FIORENTINO (si veda). Ciò segna un altro momento importante nella evoluzione critica e speculativa del nostro; la quale ha il suo compimento ed il suo massimo splendore in Telesio, e negli studii sulla idea della natura nel risorgimento italiano. TELESIO (si veda) infatti costituisce l'ultimo e più splendido momento speculativo e storico di FIORENTINO (si veda), il quale rappresenta perciò in Calabria il più alto grado, la più alta manifestazione della critica storica, ed il completo svegliarsi presso di noi della coscienza laicale ed umana; rappresenta la continuazione della rinascenza, ingrandita, però, trasformata e divenuta pensiero europeo ed universale coi Saggi critici di SPAVENTA (si veda). È primo SPAVENTA (si veda) in Italia a dare la debita importanza a BRUNO (si veda) ed a CAMPANELLA (si veda), ed a tutta la filosofia del rinascimento, rivendicando gl’eroi della nostra filosofia, ed i martiri obbliati della ragione. L’Italia, dice Spaventa, apre le porte della civiltà moderna con una falange d’eroi della filosofia. Pomponazzi, Telesio, Bruno, VANINI, Campanella, CESALPINO (si veda) paiono figli di più nazioni. Essi preludiano più o meno a tutti gl'indirizzi posteriori, che costituiscono il periodo della filosofia da Cartesio a Kant. VICO (si veda) è il vero precursore di tutta l'Alemagna -- Prolusione alle Lez.di fil. nap. Le austere parole e i forti ragionamenti del filosofo abruzzese eccitarono il potente ingegno di FIORENTINO, e come il nostro schiettamente confessa, lo fa orientare in quell' arruffio, ch'è la speculazione della rinascenza, e lo innamorarono di quel periodo filosofico, che prima si contenta di ammirare, senza averne perfetta e matura cono scenza, piuttosto, perseguire i facili lodatori che per vederne realmente l'importanza coi proprii occhi. Educato dalla critica nuova e poderosa di Spaventa, Fiorentino percorso da padrone e da maestro il campo glorioso della rinascenza italiana, e v'impresse orme da gigante. Gli uomini nuovi od audaci; i martiri dell'idea piacquero tanto a Fiorentino, ed ei s'immedesimò loro, aspirandone l'immortale profumo, ed il soffio. La Calabria, che, senza conoscersi, spesso si vilipende e si schernisce, non è per lui barbara c selvaggia, covo di briganti, e nido di cannibali; è invece terra di filosofi, di critici, di poeti; culla di martiri e di eroi, terra artistica ed originale, a cui, ultimo tra gl’ingegni calabresi, consacrai tutto me stesso, e per la quale non cessa di combattere, finché avrò forze, finchè in Italia vi saranno uomini senza coscienza storica e senza carità di patria. La Calabria (e perdonate questo amore indomabile alla mia patria nativa, alle mie care montagne) sa anch'essa indovinare e comprendere i tempi nuovi, uscire dal fondo de'suoi burroni, e mettersi a paro coi più grandi eroi della Rinascenza italiana. La Calabria sa anch'essa combattere con la sua selvaggia vigoria lo impero, la scuola, ed il potere teocratico. Il calabro pensiero, che ancora si accusa di angustia e municipalità, è, com’io dimostrai, un pensie ro, non solo nuovo ed originale, ma eziandio italiano, europeo ed umano. Universale in filosofia, inizid con Telesio lo studio dellanatura, sconosciuta ai padri nostri, velata per tanto tempo dalle ombre del Medio-Evo; nel tetro carcere della Vicaria crea col SERRA la scienza economica; con GALEAZZO usci dal cerchio della poesia provinciale, e fuse nel calabro Sonetto la vigoria d’ALIGHIERI e la musica di Petrarca; pre corse con Campanella a Descartes; e con GRAVINA anticipa Vico e Montesquieu, o crea la nuova critica italiana. Fiorentino, che, com'egli stesso canto, avea Saldo il voler ne le virili imprese, E indomita la tempra calabrese, innamorato della vecchia Calabria, fa rivivere con magiche tinte le belle ed eroiche figure dei padri nostri, PARRASIO, Telesio, il Martirano, il Quattromani, il Tarsia, Cornelio, Severino, Schettini ecc.; filologi, poeti e critici precursori, che usciti dal fondo dei nostri boschi illustrarono le prime università, e danno un potente i m pulso al rinascimento italiano, col fondare e promuovere quella stupenda accademia dei cosentini, segno in tutti i tempi di odio inestinguibile e di amore indomato, la quale è tanta parte del dramma grandioso della rinascenza; da all'Italia grandi latinisti da emulare Poliziano, Sannazaro, Fracastoro, e sorpassarne altri con Coriolano Martirano; porta scolpito il fatidico motto: Donec totum impleat orbem; decrescit numquam, nec fulmine læditur; e servi di modello a tutta Europa con Telesio per la scoverta del vero metodo naturale. Sotto questo doppio aspetto la vide l'occhio sagace di Fiorentino, e stupendamente la illustra, sollevandola a quel posto, che merita, e meriterà sempre, finchè le tradizioni del pensiero laicale ed umano rimarranno vive in Calabria, e ne trasformeranno la vita, l'arte, e la speculazione; finchè vi saranno uomini insigni come il Presidente Scaglione,ed il Segretario Greco, che ne accresceranno le glorie e l'importanza, continuando l'esempio dei loro illustri a n tenati, che noi, gaudenti e borghesi, abbiamo dimenticati, sconosciuti, e fino scherniti. Fiorentino, che il dotto canonico Scaglione avea precorso con lo studio su Telesio, pubblicato negli atti dell'Accademia, studiando a fondo, al lume della nuova critica, le opere del filosofo cosentino, proclama che Telesio inaugura i tempi moderni, ritiene la natura, come il principio universale delle cose, il ricettacolo di tutte le forme, e, come schietto naturalista, rigetta il LIZIO d’Aristotile e la Scolastica, la Teosofia, e la Magia. Telesio, evitando la contraddizione del Lizio aristotelica, che rompe l'unità della natura, parte da una materia primitiva ed unica, e da una contrarietà universalissima, il caldo ed il freddo, nature agenti, dalla cui azione sulla materia nasce la generazione e la corruzione. Telesio, pur ritenendo la necessità di un'opposizione universale e di un'unica materia, il che è anche ammesso dal LIZIO d’Aristotile, ne ha profondamente modificato il valore. La forma del LIZIO aristotelica, ch'èsempre assoluta ed estra-naturale, non gli parve principio naturale, e la sbandì, e la rigetta dalla sua filosofia, con la rude franchezza del calabrese. In una parola, la natura non ha mestieri per essere spiegata di principi, che non siano naturali. E così è vinto e sor passato il medio-evo, e la filosofia delle scuole. Il soffio fresco delle nostre montagne spazza lo nebbie scolastiche, e Telesio, meditando gl’arcani della natura nel suo ameno podere, sito sulle rive pittoresche del fiume Coraci, è veramente il precursore di Bruno e di Galilei, l'uomo nuovo ed audace, che scrolla il vecchio mondo medievale, ed inaugura l'epoca moderna. Telesio, rigettando l'entelechia del LIZIO aristotelica, vi sostitui una sostanza sottile, mobile, lucida, che per lui costituisce il principio della vita; semplifica inoltre il sistema del naturalismo, tolge il dissidio immenso, che è nel medio-evo tra la natura esterna e l'organismo vitale, e fuse insieme nel suo novello sistema la fisica e la biologia. Fiero ed inesorabilo calabrsse, rovescio tutto, non diè quartiere al LIZIO d’Aristotile ed alla scolastica, o combattė senza ipocrisia, ed a fronte scoverta; da una nuova teorica dell'anima, sorpassando il Fedone dell’Accademia, e l'intelletto universale del Lizio d’Aristotile; FONDA SUL SENSO LA CONOSCENZA, ed ammise il mondo etico come un effetto e risultato naturale. Nel vasto dramma telesiano, che Fiorentino stupendamente tratteggia, brilla di nuova luce il martire di Nola, il quale, ebbro del nuovo divino, dell'Infinito generante, e della Natura, allarga e feconda i concetti del filosofo cosentino, ed accetta pienamente il naturalismo. Il vero assoluto rimane però in lui un punto oscuro, dove i contrarii si affondano e spariscono; il nolano, più che cogliere con l'atto intellettivo l'assoluto, vuole trasformarsi in lui, e divenire il divino. E l’eroico furore, che lo trasporta in grembo dell'infinito, non il sillogismo speculativo, e la serena meditazione; l'ebbrezza dell'amante, che lo trasfigura in grembo alla divina Anfitrite. Bruno, uomo del Mezzogiorno, nato presso il Vesuvio, ha scosso in ogni tempo la mente dei pensatori, ed il cuore dei poeti. Eroe leggendario del pensiere, cavaliere errante della scienza, mistico o ribelle, inesorabile flagellatore dei cucullati pedanti, egli che veste la bianca tunica di Domenico, Bruno percorse, si può dire, da un capo all'altro l'Europa disputando, combattendo, affrontando il vecchio LIZIO d’Aristotile, la ciarlataneria delle scuole, e l'infallibilità dei dottori. Vilipeso e adorato, schernito glorificato, ora debole innanzi a'suoi carnefici, ed ora sublime; il tutore tradito a Venezia da Mocenigo, suo pupilo discepolo ed ospite, è consegnato al Sant'Uffizio, dissacrato e condannato a morte. Quando in Roma gli è letta la sentenza, Bruno, con calma eroica e tremenda ironia, ha il coraggio di profferire innanzi ai giudici queste memorande parole. Maggior timore provate voi nel pronunciar la sentenza contro di me, che non io nel riceverla. L’eroe della verità, e del pensiero laico è legato come un volgare malfattore ad un'antenna, e, bruciato vivo in Campo di Fiore, imperterrito Bruno non manda nè un sospiro,  nè un lamento. Le fiamme sono la sua apoteosi; e benchè le sue ceneri fossero state disperse al vento, correno l'Europa come polline fecondatore, e vi propagarono i semi del libero pensiero, e della filosofia moderna. Fiorentino, pensatore e poeta, che dopo più maturi studî avea accettata in tutta la sua pienezza la Rinascenza, ritorna su Bruno, e lo vede nel Telesio sotto un nuovo punto di vista; e se lo avea rigettato come pan-teista ed anti-mistico, ora lo guarda, e lo ammira come il vero eroe del pensiero, l'araldo e il martire della nuova e libera filosofia; degno, come dice Spaventa, di avere un posto accanto a Prometeo ed a Socrate. Quel che FIORENTINO scrive di SPAVENTA, permettete, o signori, che io lo riferisca al nostro fiero concittadino. Il grande ideale del filosofo per Fiorentino è Bruno; pari forse avrebbero avuto il fato, se fossero vissuti nella stessa età. FIORENTINO guarda il rogo con lo stesso coraggio; BRUNO avrebbe disprezzato con la stessa serenità, non il rogo, ma qualcosa di peggio, quella rete sottilissi. ma di cabale, onde la turba ignara circonda gli animi alteri; che tentano slacciarsi da maltesi agguati: non il rogo, ma la calunnia divota: dopo il Torquemada ilTartufo: siamo ben progrediti noi. Il vecchio divino della Scolastica si assottiglia in Bruno. In lui si fondono il divino e l'Universo; la creazione è sviluppo del divino stesso, processo necessario, che rende cono scibile e reale l'attività del divino. In una parola, il divino del Nolano non vive se non per la natura, e nella natura. Fuori e senza di lei sarebbe un'astrazione ed un fossile. La necessità della creazione, che BRUNO insegna a viso aperto, lo mette di accordo col futuro naturalismo spinoziano, e lo fa precursore della moderna filosofia alemanna. La filosofia del rinascimento, incarnata in TELESIO ed in Bruno, per avere considerato l'assoluto, come natura, ha preparato il grande avvenimento dello spirito, la cui speculaziane incomincia con la coscienza cartesiana. L'infinita natura, iniziata da un sofo di Calabria, è la gran parola della rinascenza e dei tempi moderni! Telesio e Bruno preparano inoltre la vasta speculazione di Campanella, indomito frate, che sopporta, con la fiera costanza del calabrese anni di carcere, ed un giorno intero di torture. Permettete, o Signori, ch'io m’inchini al martirio di Campanella, ed al rogo di Bruno; martirio e rogo, che sono LA GLORIA DEL MEZZO GIORNO, e del libero pensiero; la condanna più eloquente dei feroci persecutori dell'umana ragione. CAMPANELLA, che sublima alla dignità di principio speculativo la divinità latente di Bruno, è il vero tipo dell'uomo calabro, ricco d'ingegno e di cuore, intemperante, battagliero, audace, iniziatore. È uomo originale e contraddittorio; fa l'apoteosi della teocrazia e della Spagna, della scolastica, del Medio-Evo, e poi scrive la Città del Sole, e vagheggia la democrazia ed il socialismo, la sovranità del libero pensiero, e lo stato laico moderno. Ei fonde in sè due età di verso, la età della fede, e l'età della ragione; Platone ed Aristotile, Telesio ed il Cusano; l'austero sillogismo del pensatore, e le vaporosità dell’astrologo; le apocalittiche visioni dell’abate Gioacchino FIORE (si veda), o la fredda sottigliezza di Machiavelli; l'ossequio alle somme chiavi, e l'audace ribellione di Lutero. Campanella, stupendamente tratteggiato da FIORENTINO, ritorna, come metafisico, a Platone, ed al Medio-Evo. Come sensista e psicologo, anticipa, nella teorica del senso e della cognizione, Cartesio, ed il mondo moderno. Ei proclama la identità del pensiero e dell'essere. Se non che sì fatta unità non acquista la forza di vero principio, e Campanella, ad onta delle sue stupende divinazioni, ondeggia ancora tra lo schietto naturalismo ed il sistema delle cause finali. Alla filosofia naturale, che tolse in prestito ed usufruttua dal nostro Telesio, CAMPANELLA aggiunge una metafisica, che ne rimane staccata; mettendo ogni sforzo per levarsi alle categorie supreme della natura e dell'essere, non seppe applicarle alla natura, e con tutta l'energia poderosa d’assurgere all'unità, resta nella opposizione, ch'è il carattere principale del naturalismo. Il solo naturalismo, chiarendosi con Campanella impotente a spiegare la genesi della natura, non potė, esso solo, sciogliere il gran problema del mondo moderno, e conciliare l'universale col particolar; ricomprendere il senso in una forma di pensiero più larga, dove l'opposizione riapparisse trasformata ed unificata in una sintesi suprema e dialettica. Tale è il progresso apportato nel naturalismo, o nella filosofia moderna da GALILEI (si veda) e Descartes. Tali sono le glorie del nuovo pensiero, anti-mistico e laicale, iniziato da due filosofi, nati tra i selvaggi burroni delle nostre Calabrie. Fiorentino, dopo aver richiamato alla memoria degl’taliani. Cornelio, e Severino, glorie dell'università napoletana, e filosofi telesiani. Dopo aver valutato la importanza di Galilei e di Bacone, si arresta con Descartes alla soglia della filosofia moderna, lieto che la speculazione filosofica si stacchi dalle scienze naturali, preliminare, per altro, necessario nella evoluzione del pensiero moderno, e si posi nel cogito cartesiano. La natura si emancipa, il pensiero si scioglie, e diviene più libero e più snello; lo spirito, che tutto ringiovanisce e trasforma, fondo ed armonizza Telesio e Bruno, Campanella e Galilei, Bacone e Descartes, e la silvosa Calabria entra co'suoi filosofi, e coi suoi profeti, co’suoi martiri, e co'suoi precursori nel dramma glorioso del mondo moderno. Vi rientra sotto l'impulso di Fiorentino, che, nato presso Stilo, tocca di nuovo la squilla dimenticata di Campanella, annunzia ai calabresi l'aurora di nuovi giorni, la completa emancipazione dalla scolastica e dal medio-evo; la risurrezione del pensiero della magna Grecia, fuso, ingrandito, trasformato nel pensiero moderno. La Calabria e l'Accademia Cosentina non potranno dimenticarlo. Non potranno disconoscere l'austero filosofo, che ne illustra stupendamente le glorie, e con magico pennello ne ritrasse gl’apostoli, e gl’eroi, rivendicando i padri nostri al cospetto di un secolo banchiere e borghese. La morte lo colge sulla soglia del tempio del Rinascimento; gloria al virile sacerdote della scienza, che muore, adempiendo il suo dovere, mentre si folleggia, deridendo gl’eroi del pensiero, i modesti operai del mondo moderno, e sigitta lo scherno sulle ossa dei grandi precursori della nuova filosofia e della nuova critica. Io ho fede che i calabresi, così ricci d'ingegno e di cuore, cosi amanti delle patrie glorie, hanno un culto per gl’uomini, che muoiono sulla breccia, martiri della scienza e della patria; per le anime generose, che non curano le amarezze della vita, l'esilio, la povertà, la carcere, ed accettano, fino le torture di Campanella, fino il rogo di Bruno. Ho fede che la Calabria si rinnovi nel lavacro della rinascenza e negli studii virili del passato, e la gentile e dotta Cosenza, riccaperme di care e dolorose memorie, prodiga di tanto sangue alla patria, di tanto contributo d'ingegno alla storia del pensiero italiano, s'ispiri nell'austera figura del più grande dei suoi figli, il cui busto parla tra il verde degli alberi la gran parola del risorgimento ai calabresi. Ho fede che l'austera parola del filosofo di Sambiase non suoni più nel deserto, e la sua tomba, su cui piansero amici e nemici, è un'ara dove le novelle generazioni attingano i forti propositi, e, quel che più ci preme, la serietà della vita, l'abnegazione, il sacrifizio, ed il libero pensiero. Così,o gio vani, non sarò costretto a ripetere gli amari versi dell’austero poeta di Recanati. Oggi è nefando stile Di schiatta ignava e finta Virtù viva sprezzar lodare estinta. Nome compiuto: Vincenzo Giulia. Vincenzo Julia. Julia. Keywords: implicatura, filosofia calabrese, Campanella, Telesio, Sanctis, Leopardi, Mazzini, Garibaldi, Gioberti, Spaventa, Hegel, Aligheri, Serra, Bruno. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulia” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giuliano: la ragione conversazionale e la filosofia di Giove -- Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “When I think Giuliano, I think Donizetti – and Poliuto’s lions!” -- Flavio Claudio Giuliano (in latino: Flavius Claudius Iulianus; Costantinopoli), filosofo. L’ultimo sovrano dichiaratamente pagano, che tenta, senza successo, di riformare e di restaurare la religione romana dopo che essa era caduta in decadenza di fronte alla diffusione del cristianesimo. Sometimes known as ‘the Apostate,’ Giuliano was a Roman emperor, who died in battle at the early age of 32 exclaiming the infamous “Galileans, ye won!” as the arrow penetrated in his breast. A naturally gifted scholar, Giuliano stuied philosophy under Massimo di Efeso and had many philosophical friends and acquaintances, including Saturnino Secondo Salutio, Prisco, and Imerio. Although his philosophical outlook was what he described as ‘generally eclectic,’ he had a special fondness for the Accademia, and a particular hostily to the Cinargo. Keen to eliminate the Galileans, as he called the sect originated after the death of Gesu di Nazareth, in fact he left them rather ‘to their own devices,’ although removing some of their privileges. His letters and speeches survive – many on deep philosophical issues (‘What is universal about worshipping a man born in Galilee who claimed to be the son of God – and born of a virgin?’). Grice: “There are various Griceian problems when approaching Giuliano from a Griceian perspective. It all reminds me of my father, a non-Conformist, in a household comprised of my High-Church mother and Catholic convert aunt! At Oxford, and in fact, before then, at Clifton, I learned that religion has nothing to do with i. Nobody believes that Giove raped Ganymede – it’s a tale! Giuliano has been unjustly treated counterfactually. Historians, seeing that Giuliano’s fight was useless, dismiss it. But this is a weak argument. I might just as well dismiss Mussolini’s plans because we English bombed Milano! Giuliano read too much of what the Hebrews call ‘the Holy Writ’ – but his propositions should be taken separately, one by one. In a way reminiscent of Arnold (in his Ebraism and Ellenismo), Giuliano proposes to us an examination of things like ‘Jesus was the son of God, therefore he was God.’ Aeneas was divinized by Virgil, so the Romans shouldn’t count as good critics here. A nice story involves Giuliano and Arete, a philosopher to whom Giamblico di Calcide dedicated one of his books. It seems likely that she was one of his pupils. Her neighbours (presumably Christians) tried to get her thrown out of her home, but the emperor Giuliano himself went to Phrygia to help her. Nome compiuto: Giuliano. Keywords: pagano, ennico, prima Roma, terza Roma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giuliano” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speraza -- Grice e Giuliano:  la ragione conversazionale e la gnossi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Eclano). Filosofo italiano. A follower of (of all people) Pelagio.  As a result he was prompty deposed from his position as ‘vescovo’ of Eclanum. He appears to have led an unsettled life thereafter. His works survive in the use made by them by Agostino in “Against Giuliano, the defender of the Pelgagian heresy, and the so-called ‘Incomplete work against Giuliano’ – left unfinished by Agostino. Giuliano strongly opposed Agostino’s convoluted doctrine of the original sins (he said there were many). By contrast, Giuliano entertained a totally positive conception of human nature. Nome compiuto: Giuliano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giuliano.”

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giulio: la ragione conversazionale e la filosofia sotto Giulio Cesare  – Roma – filosofia italiana – l’anima di Cesare – il discorso contro la penna di morte a Catilina -- Luigi Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “The Romans were more serious about the ‘anima’ than Gilbert Ryle was!” -- Keywords: Giulio. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Si lo è voluto collocare G. Nel GIARDINO ROMANO perchè, nell’orazione che, secondo SALLUSTIO (si veda), tenne in senato per opporsi alla condanna a morte dei complici di Catilina, NEGA l'immortalità dell’anima -- e le pene dell’oltre-tomba. Però non sappiamo se e fino a qual punto rispecchi la sua filosofia quell’orazione, che, in ogni modo, mira a impedire l'uccisione dei catiliniani. La divinazzione di G. La stella raccontata di OVIDIO (si veda). OTTAVIANO (si veda) interpreta la stella di altro modo. Allorche nella congiura di CATILINA (si veda) il console pronunzia il primo contro i congiurati l’opinione sua per la pena di morte, G., il quale desidera ne’ suoi fini di salvare loro la vita, nell’orazione che recita in senato, riferita estesamente da SALLUSTIO (si veda), non tratta gia come ingiusta o crudele la pena di morte, ma disse anzi che per coloro, che condur devono una vita misera ed infelice, la morte NON È UNA PENA, MA UN BENEFIZIO, che li libera avventurosomente dai mali che sofirone. Ne CICERONE (si veda), ne CATONE (si veda), ne alcun altro de' senatori contraddissero punto in questa parte al sentimento di G.. Anzi, Cicerone ne parla come d'un sentimento vero e giusto. G., dic’egli, considera che la morte non e stata dagl’iddi immortali stabilita come una pena, ma come il fine de’ dolori e delle miserie. Le catene, massimamente le catene perpetue, sono, a parere di lui, la pena che merita l'orrendo attentato, di qui si tratta. Egli lascia a questi empil uomini la vita, la quale, se venisse loro tolta, liberati verrebbero ad un tratto da tutte le pene dell'animo e del corpo. Omnis homines, patres conscripti, qui de rebus dubiis consultant, ab odio,  amicitia, ira atque misericordia vacuos esse decet. Haud facile animus verum  providet, ubi illa officiunt, neque quisquam omnium lubidini simul et usui paruit. Ubi intenderis ingenium, valet. Si lubido possidet, ea dominatur, animus nihil  valet. Magna mihi copia est memorandi, patres conscripti, quæ reges atque populi ira aut misericordia inpulsi male consuluerint. Sed ea malo dicere, quæ maiores nostri contra lubidinem animi sui recte atque ordine fecere. Bello Macedonico, quod  cum rege Perse gessimus, Rhodiorum civitas magna atque magnifica, quæ POPVLI ROMANI opibus creverat, infida et advorsa nobis fuit. Sed postquam bello confecto de  Rhodiis consultum est, maiores nostri, ne quis divitiarum magis quam iniuriæ causa  bellum inceptum diceret, inpunitos eos dimisere. Item bellis Punicis omnibus,  quom saepe Carthaginienses et in pace et per indutias multa nefaria facinora  fecissent, numquam ipsi per occasionem talia fecere: magis quid se dignum foret,  quam quid in illos iure fieri posset, quærebant. Hoc item vobis providendum est,  patres conscripti, ne plus apud vos valeat P. Lentuli et ceterorum scelus quam vostra  dignitas, neu magis iræ vostræ quam famæ consulatis. Nam si digna poena pro  factis eorum reperitur, novom consilium adprobo. Sin magnitudo sceleris omnium  ingenia exsuperat, his utendum censeo, quæ legibus conparata sunt. Plerique eorum, qui ante me sententias dixerunt, conposite atque magnifice  casum rei publicæ miserati sunt. Quæ belli saevitia esset, quae victis adciderent,  enumeravere: rapi virgines, pueros; divelli liberos a parentum conplexu; matres  familiarum pati quæ victoribus conlubuissent. Fana atque domos spoliari. Cædem,  incendia fieri. Postremo armis, cadaveribus, cruore atque luctu omnia conpleri. Sed, per deos inmortalis, quo illa oratio pertinuit? An uti vos infestos coniurationi  faceret? Scilicet, quem res tanta et tam atrox non permovit, eum oratio adcendet. Non ita est, neque quoiquam mortalium iniuriæ suæ parvæ videntur, multi eas  gravius æquo habuere. Sed alia aliis licentia est, patres conscripti. Qui demissi  in obscuro vitam habent, si quid iracundia deliquere, pauci sciunt, fama atque fortuna eorum pares sunt. Qui magno imperio præditi in excelso aetatem agunt,  eorum facta cuncti mortales novere. Ita in maxuma fortuna minuma licentia est;  neque studere neque odisse, sed minume irasci decet; quæ apud alios iracundia  dicitur, ea in imperio superbia atque crudelitas appellatur. Equidem ego sic  existumo, patres conscripti, omnis cruciatus minores quam facinora illorum esse. Sed plerique mortales postrema meminere et in hominibus inpiis sceleris eorum  obliti de pœna disserunt, si ea paulo severior fuit. D. Silanum, virum fortem  atque strenuom, certo scio quæ dixerit studio rei publicæ dixisse, neque illum in  tanta re gratiam aut inimicitias exercere. Eos mores eamque modestiam viri cognovi. Verum sententia eius mihi non crudelis – quid enim in talis homines crudele  fieri potest? Sed aliena a re publica nostra videtur. Nam profecto aut metus  aut iniuria te subegit, Silane, consulem designatum genus pœnæ novom decernere. De timore supervacuaneum est disserere, quom præsertim diligentia clarissumi  viri consulis tanta præsidia sint in armis. De pœna possum equidem dicere, id  quod res habet, in luctu atque miseriis mortem ærumnarum requiem, non cruciatum  esse; eam cuncta mortalium mala dissolvere; ultra neque curæ neque gaudio locum  esse. Sed, per deos inmortalis, quam ob rem in sententiam non addidisti, uti  prius verberibus in eos animadvorteretur? An quia lex Porcia vetat? At aliæ leges item condemnatis civibus non animam eripi, sed exilium permitti iubent. An quia gravius est verberari quam necari? Quid autem acerbum aut nimis  grave est in homines tanti facinoris convictos? Sin quia levius est, qui convenit  in minore negotio legem timere, quom eam in maiore neglegeris? Maiores nostri, patres conscripti, neque consili neque audaciæ umquam eguere;  neque illis superbia obstabat quo minus aliena instituta, si modo proba erant, imitarentur. Arma atque tela militaria ab Samnitibus, insignia magistratuum  ab Tuscis pleraque sumpserunt. Postremo, quod ubique apud socios aut hostis  idoneum videbatur, cum summo studio domi exsequebantur: imitari quam invidere  bonis malebant. Sed eodem illo tempore Græciæ morem imitati verberibus  animadvortebant in civis, de condemnatis summum supplicium sumebant. Postquam res publica adolevit et multitudine civium factiones valuere,  circumveniri innocentes, alia huiusce modi fieri cœpere, tum lex Porcia aliæque  leges paratæ sunt, quibus legibus exilium damnatis permissum est. Hanc ego  causam, patres conscripti, quo minus novom consilium capiamus, in primis magnam  puto. Profecto virtus atque sapientia maior illis fuit, qui ex parvis opibus tantum  imperium fecere, quam in nobis, qui ea bene parta vix retinemus. Placet igitur eos dimitti et augeri exercitum Catilinae? Minume. Sed ita censeo: publicandas eorum  pecunias, ipsos in vinculis habendos per municipia, quæ maxume opibus valent. Neu quis de iis postea ad senatum referat neve cum populo agat. Qui aliter fecerit,  senatum existumare eum contra rem publicam et salutem omnium facturum. Tutti gli uomini, o senatori, che deliberano intorno a fatti dubbi, debbono  essere liberi da odio e da amicizia, da ira e da misericordia. L’intelletto non può  discernere facilmente il vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e nessuno mai può  obbedire contemporaneamente alla passione e al proprio interesse. Se tendi  l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda della passione1, questa domina e  la mente non ha più vigore. Potrei, o senatori, ricordare molti e molti esempi di  re e di popoli che spinti dall’ira o dalla pietà presero funeste deliberazioni; ma io  preferisco dire ciò che i nostri antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni,  fecero con senso di rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che noi  combattemmo contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi ca, che aveva  accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano, ci fu infedele e nemica;  ma quando, terminata la guerra, si dovette deliberare intrno alla sorte dei Rodiesi,  i nostri antenati li lasciarono impuniti3, affi nché non si dicessse che si era intrapresa la guerra per impadronirsi delle loro ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo stesso modo in tutte le guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli  intervalli di pace e le tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i nostri non  approfi ttarono mai dell’occasione per fare delle rappresaglie; cercavano di agire sempre secondo la loro dignità piuttosto che, infi erire contro di quelli, anche se a  buon diritto. Così pure voi, o senatori, dovete tener conto di voi stessi, affi nché  presso di voi non possa di più la scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la  vostra dignità, e non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra buona  reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male da loro compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la grandezza del misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano applicare quelle pene che  siano stabilite dalle leggi. La maggior parte di coloro che hanno espresso il loro  parere prima di me, con un linguaggio forbito e brillante, hanno commiserato la  sventura dello Stato. Hanno enumerato le crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti, vergini e fanciulli rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori,  madri di famiglia costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi spogliati,  stragi, incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e lutto Della pena posso dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie la  morte è il riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve tutti i mali umani  e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi immortali, perché non hai  aggiunto alla tua proposta che i congiurati fossero sottoposti prima alla fustigazione? Forse perché lo vieta la legge Porcia? Ma ugualmente altre leggi dispongono che ai cittadini già condannati a morte non si tolga la vita, ma si conceda  l’esilio. O forse perché è più duro essere fustigato che ucciso? Quale pena è  grave o troppo aspra per chi risulta colpevole di un tanto delitto? Se poi è una  pena troppo leggera fustigarli, come può darsi che si tema la legge per fatti poco  importanti, quando è stata violata per più gravi? Ma invero, chi potrà criticare  una sentenza di morte contro traditori della patria? L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano a loro volontà tutte le genti. Qualunque cosa accada, essi  l’avranno ben meritata; però, voi, o senatori, rifl ettete bene6  che ciò che deliberate  non ricada su altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da casi in cui quell’illegalità fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di cittadini incapaci o meno onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata contro chi l’aveva ben meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e innocenti. Quando la repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini accrebbe la  forza dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti e a commettere arbìtri  di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia e con essa altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale. Io, o senatori, ritengo che questo motivo  sia di grandissima importanza perché non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente ebbero più virtù e saggezza coloro che costruirono con  forze modeste un così vasto impero che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così bene essi hanno creato. Allora si debbono mettere in libertà  costoro e mandarli ad accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il  mio parere: si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi dandoli ai municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a costoro non si  facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se qualcuno trasgredisse, il  Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e della salvezza pubblica.Giulio Cesare. Tutti gli uomini, o senatori, che deliberano intorno a fatti dubbi, debbono  essere liberi da odio e da amicizia, da ira e da misericordia. 2. L’intelletto non può  discernere facilmente il vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e nessuno mai può  obbedire contemporaneamente alla passione e al proprio interesse. 3. Se tendi  l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda della passione1, questa domina e  la mente non ha più vigore. 4. Potrei, o senatori, ricordare molti e molti esempi di  re e di popoli che spinti dall’ira o dalla pietà presero funeste deliberazioni; ma io  preferisco dire ciò che i nostri antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni,  fecero con senso di rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che noi  combattemmo contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi ca, che aveva  accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano, ci fu infedele e nemica;  ma quando, terminata la guerra, si dovette deliberare intrno alla sorte dei Rodiesi,  i nostri antenati li lasciarono impuniti, affi nché non si dicessse che si era intrapresa la guerra per impadronirsi delle loro ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo stesso modo in tutte le guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli  intervalli di pace e le tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i nostri non  approfi ttarono mai dell’occasione per fare delle rappresaglie; cercavano di agire sempre secondo la loro dignità piuttosto che, infi erire contro di quelli, anche se a  buon diritto. Così pure voi, o senatori, dovete tener conto di voi stessi, affi nché  presso di voi non possa di più la scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la  vostra dignità, e non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra buona  reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male da loro compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la grandezza del misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano applicare quelle pene che  siano stabilite dalle leggi. La maggior parte di coloro che hanno espresso il loro  parere prima di me, con un linguaggio forbito e brillante, hanno commiserato la  sventura dello Stato. Hanno enumerato le crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti, vergini e fanciulli rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori,  madri di famiglia costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi spogliati,  stragi, incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e lutto. Della pena posso dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie la  morte è il riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve tutti i mali umani  e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi immortali, perché non hai  aggiunto alla tua proposta che i congiurati fossero sottoposti prima alla fustigazione? Forse perché lo vieta la legge Porcia? Ma ugualmente altre leggi dispongono che ai cittadini già condannati a morte non si tolga la vita, ma si conceda  l’esilio. O forse perché è più duro essere fustigato che ucciso? Quale pena è  grave o troppo aspra per chi risulta colpevole di un tanto delitto? Se poi è una  pena troppo leggera fustigarli, come può darsi che si tema la legge per fatti poco  importanti, quando è stata violata per più gravi? Ma invero, chi potrà criticare  una sentenza di morte contro traditori della patria? L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano a loro volontà tutte le genti. Qualunque cosa accada, essi  l’avranno ben meritata; però, voi, o senatori, rifl ettete bene6  che ciò che deliberate  non ricada su altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da casi in cui quell’illegalità fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di cittadini incapaci o meno onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata contro chi l’aveva ben meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e innocenti. Quando la repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini accrebbe la  forza dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti e a commettere arbìtri  di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia e con essa altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale. 41. Io, o senatori, ritengo che questo motivo  sia di grandissima importanza perché non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente ebbero più virtù e saggezza coloro che costruirono con  forze modeste un così vasto impero che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così bene essi hanno creato. Allora si debbono mettere in libertà  costoro e mandarli ad accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il  mio parere: si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi dandoli ai municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a costoro non si  facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se qualcuno trasgredisse, il  Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e della salvezza pubblica. Nome compiuto: Giulio Cesare. Keywords: l’immortalita dell’anima – Shropshire e Giulio – Giulio’s intenzione al crosare il Rubicon -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulio” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giulio: la ragione conversazionale e l’attaco a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. A philosopher who was killed during an attack on the city. Nome compiuto: Giulio Giuliano.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giunco: la ragione conversazionale dell’andreia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The author of a philosophical dialogue about the three ages of man. The son-in-law of Tito Vario Ciliano. The models for the three ages of man are his father in law, himself, and his own son, as models. He argues that the middle age is the best. Grice: “But he was biased. In fact, in my lectures on reasoning, I give this as an example of biased reasoning!” – Nome compiuto: Giunco.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giunio: la ragione conversazionale dell’accademia al portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza.  (Roma). Filosofo italiano. Appartene all'Accademia -- cioè effettivamente all’eclettismo con tendenze stoiche di Antioco d’Ascalona -- che, appunto, accetta dottrine derivate dal portico.  In Atene fa studi di filosofia, e in questa ha maestro Aristone.  Nella guerra civile parteggia per Pompeo e combatte a Farsaglia. Ottenne di riconciliarsi con GIULIO (si veda) Cesare. Forma stretti rapporti con CICERONE, che gli dedica varie opere: "Brutus", "Paradoxa", "Orator", "De finibus", "Tusculanae", "De natura Deorum." A CICERONE, dedica il "De virtute" (Andreia). Legato pro-pretore nelle Gallie, pretore urbano, partecipa alla congiura contro GIULIO (si veda) Cesare e e uno dei suoi uccisori. Sconfitto a Filippi d’OTTAVIANO, si uccide. Uno dei maggiori rappresentanti dell’atticismo è oratore insigne. Scrive lettere (VIII a Cicerone ci restano nella corrispondenza di questo), poesie e tre opere morali. Nel "De virtute” difende la teoria dell’auto-sufficienza della virtù. In "Sui doveri" da precetti al fratello sulla sua condotta. (Grice: “He never followed them!”). Nel "De patientia," tratta di questa. Nome compiuto: Marco Giunio Bruto il Minore. Giunio. The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giunio: la ragione conversazionale e il portico romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A follower of the Porch, and one of the senators who opposed NERONE. Nome compiuto: Giunio Maurizio

 

Luigi Speranza -- Grice e Giuniore: la ragione conversazionale e la geografia filosofica -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher who wrote, or edited, a short work on geography, comprising the whole of Rome, and some of the shoreline outskirts, including Ostia. Giuniore.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giussani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amicizia – il comune,  fraternità, liberazione – la scuola di Desio -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Desio). Abstract. Grice has always been interested in what he calls a philosophisma. Take ‘friend’. Aristotle says that a happy life is self-sufficient. Who needs friends like that?” Keywords: amicizia. Filosofo lombardo.. Filosofo italiano. Desio, Monza, Lombardia. Grice: “I like Giussiani; of course at Oxford he would be a no-no, being a Catholic; but he understands the pragmatics of conversation!” Ricevette la prima introduzione dalla madre Angelina Gelosa, operaia tessile; il padre Beniamino, disegnatore e intagliatore, era un socialista. Entra nel seminario diocesano San Pietro Martire di Seveso dove frequenta i primi quattro anni di ginnasio. Si trasfere a Venegono Inferiore, nella sede principale del seminario dove frequenta l'ultimo anno di ginnasio, i tre anni del liceo e dove svolge i successivi studi di filosofia.  Ha come docenti, fra gli altri, Colombo, Corti, Carlo, e Figini. In quella sede conosce i compagni di studio Manfredini e Biffi. Si interessa di Leopardi e delle chiese ortodosse.  Riceve l'ordinazione da Schuster.  Dopo l'ordinazione, rimase nel seminario di Venegono come insegnante e si specializzò nello studio della teologia orientale, specie sugli slavofili, della teologia protestante e della motivazione razionale dell'adesione alla Chiesa. Lascia l'insegnamento in seminario per quello nelle scuole superiori. Inizia l'insegnamento della religione nelle scuole a Milano dove e suo alunno Giorello. Le riunioni di suoi studenti si tennero con il nome di Gioventù Studentesca, che fonda insieme a Ricci e che fa parte dell'Azione Cattolica.  Inizia anche un'attività pubblicistica volta a porre attenzione sulla questione educativa. Redasse la voce "Educazione" per l'Enciclopedia Cattolica.  Sotto  Colombo continua gli studi di teologia protestante per i quali soggiornò per cinque mesi negli Stati Uniti. Ottenne la cattedra di Introduzione alla Teologia a Milano. Lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa, attraverso di lui, un Movimento, il vostro, che testimoniasse la bellezza di essere cristiani in un'epoca in cui andava diffondendosi l'opinione che il cristianesimo fosse qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere. G. s'impegnò allora a ridestare nei giovani l'amore verso Cristo "Via, Verità e Vita", ripetendo che solo Lui è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell'uomo, e che Cristo non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa. Il movimento da lui creato prese il nome di Comunione e Liberazione; ne assunse la guida presiedendone il consiglio generale.  Il Pontificio Consiglio per i Laici riconobbe la Fraternità di Comunione e Liberazione e G. ne guidò la Diaconia Centrale. Contribuì alla costituzione della Fondazione Banco Alimentare. Fra le sue numerose opere vi è la trilogia del Per Corso, redatta a partire dagli appunti delle lezioni di religione che aveva tenuto negli anni cinquanta al liceo Berchet e in seguito all'Università Cattolica. L'opera, pubblicata in successive edizioni prima da Jaca e poi da Rizzoli, è composta da “Il senso religioso, All'origine della pretesa cristiana e Perché la Chiesa. Propone la concezione della fede e dell'esperienza cristiana come incontro con Cristo attraverso la Chiesa cattolica. La fede è un «riconoscere una Presenza» ed occupa ogni singolo spazio della vita individuale (i rapporti umani, l'esperienza lavorativa, la vita sociale e politica). Da ciò nasce anche una critica alla ragione illuminista. L'idea della ragione come principale strumento offerto all'uomo nel rapporto con la realtà e della fede come metodo di conoscenza sono le premesse metodologiche per un'analisi dell'esperienza religiosa.  Dopo la morte, sono stati dedicati a G.:  Desio: nel paese natale di G., la piazza retrostante il municipio e un monumento opera di Cristina Mariani a Milano: parco G., in predenza parco Solari Trivolzio: il piazzale adibito all'accoglienza delle auto dei pellegrini alla chiesa parrocchiale che ospita le spoglie di San Riccardo Pampuri. Finale Ligure: l'ultimo tratto del sentiero che porta all'antica chiesa di San Lorenzo di Varigotti: lì si tennero alcuni dei primi incontri di Comunione e Liberazione, che ancora si chiamava Gioventù Studentesca Castronno (VA): un largo presso la rotatoria all'uscita dell'Autostrada dei laghi. Ascoli Piceno: la scuola primaria e dell'infanzia "G.". Portofino: la piazzetta del faro Kampala (Uganda): la scuola secondaria G. Pozzolengo: il parco comunale adiacente al castello San Leo: un basso-rilievo in bronzo, opera dell'artista riminese Ceccarellia, sulla facciata del convento di Sant'Igne Rimini: la rotonda davanti al Palacongressi, nei pressi dell'area della demolita Fiera dove si sono svolte le prime edizioni del Meeting per l'amicizia fra i popoli Chiavari: un tratto del lungoporto Verona: i giardini presso ponte Garibaldi a Borgo Trento Cinisello Balsamo: un largo urbano nei pressi del comune Segrate: il centro sportivo della frazione di Redecesio Strade comunali sono state intitolate a don G. a Cagliari, Morrovalle, Rapallo, Treviglio, Mestre, ecc. La maggior parte delle opere deriva dalla trascrizione di dialoghi, conversazioni e lezioni svolte in pubblico durante raduni, convegni, esercizi spirituali. I suoi libri sono stati pubblicati dall'editore milanese Jaca. Rizzoli ha iniziato a rieditare i testi di G. in nuove edizioni aggiornate dotate spesso di un nuovo apparato di note e di nuovi contenuti editoriali e a volte con titoli diversi. Rizzoli ha anche pubblicato le opere inedited e volumi antologici di conversazioni precedentemente disponibili sotto forma di fascicoli pro manuscripto o di redazionali per varie riviste. Volumi di inediti o di riedizioni di  testi sono poi usciti anche per altri editori, tra i quali Marietti, San Paolo, SEI, Piemme e Messaggero di Sant'Antonio. Trascrizioni di conversazioni e lezioni nel corso di incontri con i responsabili di Comunione e Liberazione, di esercizi spirituali e di incontri con appartenenti ai Memores Domini sono state di norma pubblicate come inserti redazionali o allegate come fascicoletti nelle riviste Tracce (precedentemente nota come CL-Littere Communionis, organo ufficiale del movimento), Il Sabato e 30 giorni nella Chiesa e nel mondo. Un gran numero di questi testi è stato poi pubblicato in volumi antologici.  -- è iniziata la catalogazione sistematica dei testi e degli scritti di Giussani. G. Scritti, curato dalla Fraternità di Comunione e Liberazione, inizia la pubblicazione di schede riassuntive dei testi. Ha diretto la collana editoriale I libri dello spirito cristiano per la Biblioteca Universale Rizzoli. La collana e poi sostituita da un'analoga iniziativa sotto il nome di Biblioteca della spirito cristiano, ha pubblicato titoli scelti fra quelli che più hanno segnato l'esperienza di G. e di Comunione e Liberazione. Ha diretto la collana discografica Spirto gentil, CD musicali di «introduzione alla musica» con allegato un booklet di norma contenente una nota introduttiva di G., una scheda storica sui compositori o sui musicisti e una guida all'ascolto. Saggi: “Il senso religioso: all'origine della pretesa cristiana, Perché la Chiesa e Il rischio educativo. “Il senso religioso, Jaca, Reinhold Niebuhr, Jaca Teologia protestante, La Scuola Cattolica, Jaca Marietti, “L'impegno del cristiano nel mondo, Jaca, Tracce di esperienza e appunti di metodo cristiano, Jaca Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca, San Paolo, Il rischio educativo, Jaca, SEI, Rizzoli, Tracce d'esperienza cristiana, Jaca Decisione per l'esistenza, Jaca L'alleanza, Jaca Il senso della nascita, colloquio con Testori, BUR Rizzoli, Moralità: memoria e desiderio, Jaca, Alla ricerca del volto umano, Jaca  Rizzoli, Pregare, illustrazioni di Marina Molino, Jaca La fede e le sue immagini, illustrazioni di Marina Molino, Jaca La coscienza religiosa nell'uomo moderno, Jaca,  Il senso religioso, Per Corso, Jaca Rizzoli, All'origine della pretesa Cristiana, Jaca Rizzoli, Perché la Chiesa, Jaca, Rizzoli, Un avvenimento di vita, cioè una storia, EDITIl Sabato L'avvenimento cristiano, BUR Rizzoli, Il senso di Dio e l'uomo moderno, BUR Rizzoli, Si può vivere così?, BUR Rizzoli, Rizzoli Il PerCorso, Jaca, Opere: Jaca, Il tempo e il tempio, BUR Rizzoli, Realtà e giovinezza: la sfida, SEI; Rizzoli, Il cammino al vero è un'esperienza, SEI, Rizzoli, Le mie letture, Rizzoli, Si può (veramente?!) vivere così?, BUR Rizzoli, Porta la speranza, Marietti Riconoscere una presenza, San Paolo, Lettere di fede e di amicizia a Majo, San Paolo, Generare tracce nella storia del mondo, con Alberto e Prades, Rizzoli, L'uomo e il suo destino, Marietti Scuola di Religione, SEI, L'io, il potere, le opere, Marietti Tutta la terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Che cos'è l'uomo perché te ne curi?, San Paolo, Avvenimento di libertà, Marietti L'opera del movimento. La Fraternità di Comunione e Liberazione, San Paolo, Il miracolo dell'ospitalità, Piemme,Il Santo Rosario, San Paolo, Egli solo è. Via Crucis, San Paolo, La libertà di Dio, Marietti, Come si diventa cristiani, Marietti La familiarità con Cristo, San Paolo, Vivere intensamente il reale, La Scuola,. Spirto gentil, BUR Rizzoli,. Cristo compagnia di Dio all'uomo, EMessaggero Padova, Collana Quasi Tischreden "Tu" (o dell'amicizia), BUR Rizzoli, Vivendo nella carne, BUR Rizzoli, L'attrattiva Gesù, BUR Rizzoli, L'auto-coscienza del cosmo, BUR Rizzoli, Affezione e dimora, BUR Rizzoli, Dal temperamento un metodo, BUR Rizzoli, Una presenza che cambia, BUR Rizzoli, Collana L'Equipe Dall'utopia alla presenza  BUR Rizzoli, Certi di alcune grandi cose, BUR Rizzoli, Uomini senza patria BUR Rizzoli, Qui e ora BUR Rizzoli, “L'io rinasce in un incontro” BUR Rizzoli, Ciò che abbiamo di più caro, BUR Rizzoli, Un evento reale nella vita dell'uomo BUR Rizzoli, In cammino BUR Rizzoli, Collana Cristianesimo alla prova Una strana compagnia, BUR Rizzoli, La convenienza umana della fede, BUR Rizzoli, La verità nasce dalla carne, BUR Rizzoli, Un avvenimento nella vita dell'uomo, BUR Rizzoli,  Interviste Comunione e Liberazione. Interviste Robi Ronza, Milano, Jaca Book, Un caffè in compagnia. Conversazioni sul presente e sul destino, colloqui con Farina, Milano, Rizzoli. Il fondatore: Comunione e Liberazione. CamisascaC’altro Sessantotto", da "L'Osservatore Romano" ORIGINE, in Banco Alimentare, Elemedia S.p.A.Area Internet, Il mistero di don G.. Rivelato dai suoi scritti, su chiesa. espresso.repubblica. Oggi l'addio a don Giussani Il Tirreno, in Archivio Il Tirreno. Società Coop. Edit. Nuovo Mondo Via Porpora, Milano Tracce, Cristo è veramente tutto, è il compiersi dell’umano», su tracce. Repubblica » politica » Milano, i funerali di G., su repubblica Milano, profanata la tomba di don G., Corriere della Sera su corriere. Chiesta l'apertura della causa di beatificazione e canonizzazione, in Tracce, Società Coop. Edit. Nuovo Mondo, Passo avanti verso la beatificazione di don Giussani, in Tempi, Società Coop. Edit. Nuovo Mondo, Savorana, Don Luigi G., fondatore di CL, nominato monsignore, in Avvenire, Don G.: vince il premio della cultura cattolica, in Adnkronos, Mia giovinezza, in Tracce, Coop. Editoriale Nuovo Mondo, Premio Isimbardi Città metropolitana di Milano.Tettamanzi, La famiglia a scuola, in Tracce, Coop. Editoriale Nuovo Mondo, La Festa dello StatutoEdizione Sigilli longobardi, su Consiglio Regionale della Lombardia. Desio, rinasce il monumento per don Giussani a dieci anni dalla scomparsa, in Il Cottadino,  Il parco Solari sarà dedicato a G., in Il Giornale, Tornielli, Don Giussani nel solco di San Pampuri, in La Provincia Pavese, Finale: intitolazione strada a Giussani, in Savona  News, Castronno, intitolata a Don G. la nuova rotonda, in Varese News, Emidio Cagnucci, al musicista ascolano intitolata una scuola, in il Quotidiano,Francesca Nacini, G. faro di Portofino, Il Giornale, Uganda. La G. High School inaugurata a Kampala tra i canti delle donne del Meeting Point, su AVSI, Pozzolengo, raid vandalici nei parchi, in qui Brescia, Un bassorilievo per  G. a San Leo, in Rimini Today, Rotatoria del Palacongressi dedicata a G., in Altarimini, Chiavari, lungoporto G. per il fondatore di Cl, in Il Secolo XIX, In Borgo Trento giardini intitolati al fondatore di CL, in Verona Notte, Melati, Jaca Santa editrice della rivoluzione, in Il Venerdì di Repubblica, L'Espresso SpA, Le opere  di Comunione e Liberazione. Chi siamo, su G. Scritti, Fraternità di Comunione e Liberazione.  Collana I libri dello spirito cristiano, Comunione e Liberazione. Collana musicale Spirto gentil, di Comunione e Liberazione. Bosco, G., Torino, Elledici, Bedouelle; Graziano Borgonovo; Clément; Olinto; Ries, Gli uomini vivi si incontrano: scritti per G., Milanok, Camisasca, Comunione e Liberazione: Le origini Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, Massimo Camisasca, Comunione e Liberazione: La ripresa, Cinisello Balsamo, San Paolo,Elisa Buzzi, Scola, Un pensiero sorgivo, Marietti D Perillo, Caro G.. Dieci anni di lettere a un padre, Piemme, Camisasca, Comunione e Liberazione: Il riconoscimento, Appendice, Cinisello Balsamo, San Paolo, Farina, G.. Vita di un amico, Piemme,  Farina, Maestri. Incontri e dialoghi sul senso della vita, Piemme, Ceglie, G.. Una religione per l'uomo, 1ª ed., Cantagalli, Gamba, Allargare la ragione, Vita e Pensiero, Camisasca, G.. La sua esperienza dell'uomo e di Dio, Cinisello Balsamo, San Paolo, Savorana, Vita di G., Milano, Rizzoli Editore, Savorana, Un'attrattiva che muove, 1ª ed., Milano, BUR Saggi, Scholz-Zappa, G. e Guardini. Una lettura originale, Milano, Jaca, Marta Busani, Gioventù studentesca. Storia di un movimento cattolico dalla ricostruzione alla contestazione, Roma, Studium, Massimo Camisasca, L'avventura di Gioventù Studentesca, fotografie di Elio Ciol, Milano, Mondadori Electa, G. Paximadi, E. Prato, R. Roux e Tombolini, Giussani. Il percorso teologico e l'apertura ecumenica, Siena, Cantagalli Eupress FTL. Scritti di  G., su G. Scritti, Fraternità di Comunione e Liberazione. Giussani su Comunione e Liberazione, Fraternità di Comunione e Liberazione. Nome compiuto: Luigi Giovanni Giussani. Giussiani. Keywords: dell’amicizia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giussani” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giusso: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’eroi – filosofia fascista --  il mistico dell’azione – filosofia campanese – filosfia napoletana – la scuola di Napoli -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “There is a great difference between Bologna – the oldest university – and Oxford: we never had a Mussolini!” -- Keywords: fascismo. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I like Giusso: he has explored philosophers from his country like Leopardi and Bruno, and tdhe whole ‘tradizione ermetica nella filosofia italiana,’ but also French – Bergson – and especially “Dutch,” i. e. Deutsche or tedesca – Spengler, and Nietsche – All very Italian!” Nato in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio Giusso e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno, G., uno dei fondatori del quartiere Bagnoli, ne era stato sindaco). Si laurea in filosofia a Napoli sotto ALIOTTA (si veda). Segue con passione l'attualismo gentiliano e proprio il suo carattere passionale lo porta anche nel campo filosofico ad un tipo di critica scenografica, così come fu definita. Le sue frizioni con Croce, inizialmente orientate su temi politici, presero più tardi una forma "sotterranea", genericamente orientata contro l'idealism. G. si richiamava al fatalismo di Leopardi, al demiurgo di Nietzsche, allo storicismo di Dilthey, al nichilismo dello Spengler: e a causa di quest'ultimo, oltre che per la sua interpretazione della Scienza nuova vichiana (che si attirò una severa recensione dello stesso Croce, G. è criticato dall'ambiente crociano. G, critico e storico delle idee s'identificava con la visione della vita di autori che sentiva a lui vicini per temperamento ed interessi come Bruno, Vico (dall'analisi degli scritti del quale nacque l'infastidita reazione di Croce), Giacomo, Bacchelli, Barilli, Papini, Soffici, Palazzeschi, Borgese, Gozzano, che molto ispirò la sua composizione poetica Don Giovanni ammalato. I suoi Tafferugli a Montecavallo meriterebbero forse di essere più conosciuti. Tra le due guerre, egli partecipò all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce, da cui molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli difende e mostra di apprezzare) assumendo posizioni eretiche e ispirandosi piuttosto a un ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e dalle molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare in una fase iniziale, Spengler e Nietzsche.  Intelligenza precoce, prima di intraprendere l'insegnamento universitario che lo avrebbe allontanato da Napoli portandolo ad insegnare Filosofia a Bologna, Pisa, e Cagliari, Giusso avviò una copiosa pubblicazione di articoli, collaborando con numerosi quotidiani icome Il Popolo d'Italia, Il Secolo, Il Mattino, Il Resto del Carlino, ed ancora il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di Sicilia, La Stampa ed altri ancora.  Giornali questi dove fu autore di elzeviri, volti alla diffusione dei più diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali esponenti, soprattutto scrittori. Nel dopoguerra, superati i miti dell'irrazionalismo e dell'energia vitalistica, si riavvicinò alla fede cristiana. Era sua intenzione realizzare una revisione del pensiero italiano dal Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico volto a ravvicinare la filosofia della Roma antica e quello cristiano. In chiave revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla figura di BRUNO (si veda). Di ritorno da un viaggio nella sua adorata Spagna muore. A Napoli gli venne intitolata una strada.  Saggi: “Le dittature democratiche dell'Italia” (Milano, Alpes); “Leopardi” (Napoli, Guida); “Idealismo e prospettivismo” (Napoli, Guida); “Leopardi e le sue due ideologie” (Firenze, Sansoni); Spengler, Roma, società anonima La nuova antologia, Cadenze di Sigismondo nella Torre, Modena, Guanda); “VICO fra l'Umanesimo e l'Occasionalismo” (Roma, Perrella); “La visione della vita” (Napoli, R. Ricciardi); “Elegie del torso della saggezza mutilata, Milano, Corbaccio); “Il viandante e le statue: saggi sulla letteratura contemporanea, Roma, Cremonese); “Lo storicismo, Milano, Bocca, Gioberti, Milano, A. Garzanti, L'anima e il cosmo, Milano, Bocca,  “La tradizione ermetica nella filosofia italiana” (Milano, Bocca); Due scritti sul nazionalsocialismo, Roma, Settimo Sigillo, Quaderno, Napoli, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa,. Tafferugli a Montecavallo, La Finestra, Lavis, Il fascismo e Croce, "Gerarchia",  "La Critica", rist. in Nuove pagine sparse, Panteismo e magia in Bruno (Sassari, Scienze e filosofia in Bruno, Napoli Roma, Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Corriere della sera, La Fiera letteraria, Giornale di metafisica, F. Bruno,Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos, IE. Falqui, Di noi contemporanei, Firenze, ad indicem; G. Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G. Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, R. Maran, L. G. e la ricerca d'un sistema, in Sophia, A. Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero; Toffanin, Nuova Antologia, Boni Fellini, L'Osservatore politico letterario, Diz. della letteratura mondiale, Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degli italiano.  L’Illuminismo oscuro  G., autore e studioso multidisciplinare, ha lasciato ai posteri una sterminata produzione intellettuale, tenuta tuttavia troppo poco in considerazione dal mondo accademico contemporaneo.  Stefano Chemelli  10 articoli  G. è studioso di filosofia. Recinto riduttivo si dirà, ma per lui invece parco multiforme. Ispanista, germanista, francesista. Allievo d’Aliotta e BATTAGLIA (si veda) è critico letterario, si laurea, ottiene la libera docenza in Filosofia teoretica e morale ma insegna. “Tafferugli a Montecavallo” pubblicato da Cappelli uno studio sul barocco romano e Bernini, “La tradizione ermetica nella filosofia italiana”, le straordinarie conversazioni radiofoniche di “Autoritratto spagnolo” sono appena un accenno a una sterminata produzione redatta nel breve arco di cinquantasette anni.  Sodale di Unamuno e Ortega con i quali ha condiviso amabili conversari, G. si occupa a fondo di Goethe, LEOPARDI (si veda), Stendhal, Nietzsche, Dostoevskij, Freud, Dilthey, Simmel, Bergson, GIOBERTI (si veda), VICO (si veda), BRUNO (si veda). Inoltre fu di Spengler uno dei primissimi esegeti italiani. Dotato di una conversazione che incantava anche il grande Edoardo, complice in gustosi siparietti nei quali De Filippo si trasformava in spettatore, basterebbero le pagine dedicate al Bernini per intuire la rabdomantica agilità di scrittura sempre corroborata da una cultura che poteva reggere l’impulso filologico di un Croce. Dona un’analisi storica poderosa in “Le dittature democratiche dell’Italia”, all’ascesa del fascismo, seguito dalla prima raccolta di scritti letterari che ne connotano le capacità di “viandante” nei diversi giardini del sapere; “Il ritorno di Faust” è, “Figure di Capri”, a ruota seguono le pagine sopra Freud, Ortega, Dostoevskij, e soprattutto lo studio su Leopardi.  Copia de "La tradizione ermetica nella filosofia italiana"Copia de “La tradizione ermetica nella filosofia italiana” Stendhal e Nietzsche non escludono l’impegno anche poetico che troverà sfogo in tre raccolte che molto dicono del Giusso più segreto (“Musica in piazza”, “Cadenze di Sigismondo nella torre”, “Elegie del torso della saggezza mutilata”). “Spengler e la dottrina degli universali formali” restituisce in forma autonoma un approfondimento più volte ripreso da Giusso nel decennio dei trenta che costituisce la decade dell’approfondimento filosofico più intenso (Dilthey e Ortega tra gli altri) e preparatorio al grande volume “Filosofia e immagine cosmica” dedicato a GENTILE. Due traduzioni spagnole coinvolgeranno gli studi di G. rivolte a Vico ma sarebbe urgente dare attenzione alla tradizione ermetica, magari per scoprire che GARIN (si veda) l’ha sicuramente letta e ripresa molto più tardi. Kulturkritiker universale lo definì Buscaroli, allievo devoto a Bologna quando G. strabilia un manipolo di arditi fuoricorso in Estetica e Letteratura spagnola, che mai avrebbero rinunciato alle sue esibizioni in diretta presso l’Alma Mater bolognese, fugacemente ospitati.  Un grande romantico della ispecie dei Kleist, degli Hoederlin, dei Novalis però, poeta dei talami dissacrati che trova negli articoli, nelle corrispondenze, nei taccuini di viaggio infinite suggestioni, il tono di un G. confidenziale e descrittivo vicino al lettore non specialista ma disposto a calarsi nell’ambiente e nell’aria, nella luce chiara e tersa di un respiro curioso sino al dettaglio minuto.  Filosofia ed imagine cosmica; Filosofia ed immagine cosmica; Pubblicati recentemente i quaderni spagnoli dalla Università Benincasa, sono ancora inedite le pagine tedesche e austriache, ma esistono anche reportage francesi, nei quali uomini e cose sbalzano con la modestia e la versatilità del carattere e la magnificenza della scrittura. La vita di ognuno non elide né la circostanza né l’astrazione, G. è uno dei protagonisti del teatro del mondo che abbiamo ignorato, noi italiani, lui, molto napoletano, ma già europeo, ben oltre l’amatissima Spagna. Un europeo immerso nella musica delle lingue (francese, spagnolo, tedesco…), in VICO e Spengler. Tilgher, Alvaro, Toffanin, furono amici veri, fidati, ammirati di un uomo al quale era sconosciuta l’invidia e al contrario era profferta a piene mani una generosa e prodiga liberalità in nome di una poetica propensione al dialogo di un sapere trasversale, comunicativo e incantato nella magia della parola libera, circostanziata, esatta.  Una studiosa di letteratura italiana ha affermato che il più bel libro di G. è il quaderno spagnolo, ed ha pure aggiunto che quaderno spagnolo e autoritratto spagnolo coincidono. Spaini, ma pure Buscaroli che con Rispoli di G. sono stati tra i conoscitori più profondi di G., difficilmente concorderebbero. Le pagine spagnole, tedesche, austriache servono a entrare nel mondo giussiano, consentono di accedere a una dimensione della cultura che non conosce omologazioni di sorta, schieramenti, posizionamenti di rendita. Permettono di sorridere a fronte di un esteta armato solo di una generosità speciale: cogliendo l’anima dell’umanità in una minuzia necessaria a ritrovare un sentiero precario, attraverso il quale condurre a una visione più ampia, senza dimenticare la poesia della vita. Gioberti come uomo del risorgimento – serie: Uomini del risorgimento. “U= IL FASCISMO di Croce” Gerarchia – “Croce contro Croce” – da CRITICA FASCISTA – “Gentile, mistico dell’azione, tratto da “Il lavoro d’Italia” – “Gentile, “La Nazione” .  Nacque a Napoli, in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno, Girolamo Giusso, ne era stato sindaco).  Gli studi di G. a Napoli (dove è allievo, fra gli altri, di ALIOTTA (si veda)), coronati dalla laurea in lettere e filosofia, si svilupparono in molteplici direzioni. Pur destinato a diventare prevalentemente filosofo e storico della filosofia, i suoi non dilettanteschi interessi spaziarono dalla letteratura alla musica, dalla pittura alla filosofia, secondo un percorso eclettico ed estroso, fondato sull'istinto piuttosto che sul metodo, che lo portò a una conoscenza approfondita ed estesissima nei settori più diversi.  Tra le due guerre, egli partecipò all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce, da cui molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli mostra di apprezzare) assumendo posizioni "eretiche" e ispirandosi piuttosto a un ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e dalle molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare, in una fase iniziale, Spengler e Nietzsche.  Intelligenza precoce, prima di intraprendere l'insegnamento universitario, che lo avrebbe allontanato da Napoli, G. avvia una copiosa pubblicazione di saggi, collaborando con numerosi quotidiani italiani come autore di elzeviri, volti alla diffusione dei più diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali esponenti, soprattutto scrittori. L'attività giornalistica si sviluppa particolarmente quando G. inizia a collaborare con L'Idea nazionale, Il Popolo d'Italia e Il Secolo, quindi con Il Mattino, come critico letterario; fu poi autore di articoli di viaggio, per il Corriere della sera, e tenne un diario critico per Il Resto del Carlino, pubblicando sulla terza pagina di molti quotidiani italiani (Il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di Sicilia, La Stampa e altri ancora), anche se il lavoro propriamente giornalistico rallentò quando prevalse quello universitario. Ottenne la libera docenza in filosofia a Napoli, dove l'anno successivo insegnò filosofia morale; le principali tappe del suo percorso universitario - molteplice anche per le numerose discipline di cui si occupa - furono: Cagliari, dove insegna come professore incaricato, ricoprendo, secondo un percorso abbastanza inconsueto e irregolare, le cattedre di filosofia teoretica, letteratura italiana e francese, storia delle religioni; quindi, Bologna, dove, sempre come incaricato, insegnò lingua e letteratura spagnola, infine Pisa. La carriera universitaria del G. non si limitò, comunque, all'Italia: insegna letteratura italiana a Monaco, a Nizza, a Breslavia, a Debreczen in Ungheria, a Madrid, dove è accademico d'onore, e a Barcellona.  Proprio al ritorno da un viaggio in terra spagnola venne colpito dalla malattia che lo avrebbe condotto alla morte.  G. muore a Roma.  Oltre all'attività come giornalista e saggista, G. pubblica anche alcune raccolte di poesie: Musica in piazza (Napoli) e Don Giovanni ammalato, una rifusione, accresciuta, del primo volume; Cadenze di Sigismondo nella torre, Modena; e, infine, Elegie del torso della saggezza mutilata, Milano: d'intonazione prossima ai crepuscolari le prime, percorse dal senso di una discrepanza tra la piattezza della vita quale ci è data e il desiderio di viverla in modo più libero e pieno; maggiormente legate all'estetismo dannunziano, e insieme non dimentiche del clima d'avanguardia in cui era avvenuta la prima formazione di G., le ultime due.  Saggista acuto, ottimo conversatore, spirito brillante e fortemente antiaccademico, caratterizzato da un sapere enciclopedico, G. non si lega ad alcuna scelta politica, non appartenne a nessuna scuola di pensiero e non ebbe maestri diretti né discepoli. Dal suo asistematico sforzo di interpretazione della cultura moderna non si può trarre una dottrina unitaria ma soltanto il profilo di un cammino variegato e intenso, che trae origine dalla ricerca di una visione totale dell'esistenza nel fondamentale intento di realizzare un ideale di vita, problema con cui G. non smise mai di misurarsi, secondo una prospettiva antirazionalista (e implicitamente antidealista).  Allontanatosi molto presto, come si è detto, dal crocianesimo imperante nell'ambiente napoletano, il primo interesse di G. è per i protagonisti dell'irrazionalismo e del vitalismo eroico, e per il pessimismo cosmico di Leopardi (Il ritorno di Faust, Napoli; Leopardi, Stendhal, Nietzsche; Tre profili: Dostoevskij, Freud, Ortega y Gasset; Leopardi e le sue due ideologie, Firenze); in tempi diversi riunì in raccolte i ritratti degli autori e dei personaggi che più lo avevano interessato (Il viandante e le statue. Saggi sulla letteratura contemporanea, Milano).  Nell'ambito di una ricerca più propriamente FILOSOFICA, i principali autori di riferimento di G. - che costituirono anche l'oggetto dei suoi studi – sono Dilthey (Dilthey e la filosofia come visione della vita, Napoli; Dilthey, Simmel, Spengler, Milano); i già ricordati Nietzsche (Nietzsche, Napoli), Spengler (Spengler e la dottrina degli universali formali, Napoli), e Gasset.  Il rapporto tra razionalismo e irrazionalismo (e il superamento della loro opposizione) e quello tra scienza e filosofia e vita sono il tema di fondo di quella che probabilmente rimane una delle sue opere più significative, Filosofia ed imagine cosmica (Roma), in cui, in diretto riferimento a Vico (si veda anche: Vico tra umanesimo e occasionalismo, Roma; La filosofia di Vico e l'età barocca), egli delinea una genealogia della filosofia, e in generale dell'attività razionale, a partire dalle istanze vitali e concrete dell'uomo. In VICO (si veda), secondo G., non c'è una filosofia intesa come ontologia e come organo di un conoscere razionale perché i sistemi filosofici riflettono il tentativo di appropriazione verbale del mondo in rapporto a un'originaria intuizione cosmica, così come le scienze e le tecniche non procedono da una razionalità astratta ma dai bisogni dell'uomo sociale, rimandando a un sentimento che è espressione del primitivo legame, non specificamente conoscitivo, che unisce uomo e mondo.  Nel dopoguerra, approfondendo questa tematica e superati i miti dell'irrazionalismo e dell'energia vitalistica, il G. si riavvicinò alla fede cristiana; era sua intenzione realizzare una revisione della storia del pensiero italiano dal Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico volto a ravvicinare il pensiero dell'antichità greco-romana e quello cristiano. In chiave revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla figura di Bruno (Scienza e filosofia in Bruno, Napoli-Roma).  Tra le opere del G., oltre a quelle già citate, si ricordano: Le dittature democratiche d'Italia, Milano; Idealismo e prospettivismo, Napoli; Lo storicismo tedesco: l'anima e il cosmo, Roma; Bergson, Milano; Gioberti; Spagna e antispagna: saggisti e moralisti spagnoli, Mazara del Vallo; La tradizione ermetica nella filosofia italiana, Trapani; Tafferugli a Montecavallo, Bologna; Origene e il Rinascimento, Roma: Autoritratto spagnolo, a cura di A. Spaini, Torino; Necr. in Corriere della sera, La Fiera letteraria; Giornale di metafisica, Bruno, L. G., in Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos; Falqui, Di noi contemporanei, Firenze, ad indicem; Villaroel, Gente di ieri e di oggi, Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G. Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, 11 maggio 1957; R. Maran, L. G. e la ricerca d'un sistema, in Sophia; Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero; Toffanin, G. e Ortega, in Nuova Antologia; Boni Fellini, G. dieci anni dopo, in L'Osservatore politico letterario; Diz. della letteratura mondiale del '900, sub voce.  Panteismo tipo di teismo Lingua Segui Modifica Il panteismo (πάν = tutto e θεός = Dio, vuol dire letteralmente "Dio è Tutto" e "Tutto è Dio") è una visione del reale per cui ogni cosa è permeata da un divino immanente o per cui l'Universo o la natura sono equivalenti a Dio (Deus sive Natura).  Definizioni più dettagliate tendono ad enfatizzare l'idea che la legge naturale, l'esistenza e l'universo (la somma di tutto ciò che è e che sarà) siano rappresentati nel principio teologico di un 'dio' astratto piuttosto che una o più divinità personificate di qualsiasi tipo. Questa è la caratteristica chiave che distingue il panteismo dal panenteismo e dal pandeismo. Ne deriva che molte religioni, pur reclamando elementi panteistici, sono in realtà per natura più panenteiste e pandeiste. Levine, nel suo libro Panteismo, lo definisce «una concezione non-teistica della divinità». In senso lato, con "panteismo" si intende ogni dottrina filosofica che identifichi Dio con il mondo o con il principio che lo regge. Per l'esattezza, il concetto di Dio-Uno-Tutto si presenta in due versioni: quella "cosmistica", la quale afferma "Dio è nel Tutto", e quella acosmistica (il termine è di Hegel), la quale afferma "Il Tutto è in Dio". Nel primo caso, come nello stoicismo, Dio impregna e pervade l'universo in ogni sua parte; nel secondo caso, come nello spinozismo, l'universo in ogni sua parte rifluisce e si scioglie in Dio, quale Uno-Tutto.  Storia del panteismo Modifica Il termine "panteista" (dal quale la parola "panteismo" è derivata) è usato propriamente per la prima volta da Toland nella sua opera Socinianism Truly Stated, by a pantheist. Comunque, il concetto era stato discusso già al tempo dei filosofi della Grecia antica, da Talete, Parmenide ed Eraclito. I presupposti ebraici del panteismo possono essere ricercati nella Torah stessa, nel racconto della Genesi e nei suoi primi materiali profetici, nei quali chiaramente gli "atti di natura" (come inondazioni, tempeste, vulcani, etc.) sono tutti identificati come "la mano di Dio" attraverso idiomi di personificazione, così spiegando gli aperti riferimenti al concetto, sia nel Nuovo Testamento, che nella letteratura cabalistica.  Sorge una consistente controversia tra Jacobi e Mendelssohn, che infine coinvolse molte importanti persone del tempo. Jacobi affermava che il panteismo di Lessing era materialistico, per il fatto che considerava tutta la natura e Dio come una sola sostanza estesa. Per Jacobi, esso non era altro che il risultato della devozione alla ragione, tipicamente illuminista, che avrebbe condotto all'ateismo. Mendelssohn espresse il suo disaccordo, asserendo che il panteismo era teistico.  Il Panteismo di Eraclito Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Eraclito. Il panteismo è un componente della dottrina del filosofo greco Eraclito, secondo cui il divino è in tutte le cose ed è identico al mondo nella sua interezza. Questa concezione porta a identificare il divino con l'Universo, facendolo divenire quindi l'Unità di tutti i contrari, il Fuoco generatore.  Il Dio-tutto di Eraclito ha in sé tutte le cose ed è una realtà eterna. Eraclito sembra rifarsi alla teoria della cosmologia ciclica, poiché la sua concezione della realtà è simile a un insieme di fasi alterne: un ciclo distruttivo-produttivo, che verrà sviluppato in seguito dagli Stoici.  Il Panteismo del PORTICO ROMANO Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: IL PORTICO ROMANO. Il panteismo stoico è una delle più compiute espressioni di esso, dove il divino è la ragione e l'intelligenza che lo determina e lo permea. Il divino del PORTICO ROMANO, quindi, non si identifica con l'universo, ma lo permea come suo fondamento e ragion d'essere.  Il Panteismo di Plotino Si è parlato spesso impropriamente di panteismo in Plotino. In realtà, secondo Plotino, Dio non è solo immanente, ma anche trascendente. Come ha evidenziato anche Reale, l'Uno, il Dio plotiniano, pur permeando di sé ogni realtà, ne è superiore. Plotino dice infatti chiaramente che l'Uno, «in quanto principio di tutto, non è il tutto. Con questa affermazione egli sembra prendere in contropiede, quasi le prevedesse, le interpretazioni immanentistiche e panteiste del suo pensiero.  Il Panteismo di BrunoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bruno. La visione di BRUNO (si veda) può essere considerata un panteismo del divino-Infinità ed ha alcuni caratteri del panpsichismo. Nella filosofia di Bruno, i cinque dialoghi del De la causa, principio et uno intendono stabilire i princìpi della realtà naturale.  Forma universale del mondo è l'anima del mondo, la cui prima e principale facoltà è l'intelletto universale, il quale «empie il tutto, illumina l'universo e indirizza la natura a produrre le sue specie».  La materia è il secondo principio della natura, dalla quale ogni cosa è formata: «come nell'arte, variandosi in infinito le forme, è sempre una materia medesima che persevera sotto quella, come la forma dell'albore è una forma di tronco, poi di trave, poi di tavolo, poi di sgabello, e così via discorrendo, tuttavolta l'esser legno sempre persevera; non altrimenti nella natura, variandosi in infinito e succedendo l'una all'altra le forme, è sempre una medesma la materia».  Discende da questa considerazione l'elemento fondamentale della filosofia bruniana: tutta la vita è materia, materia infinita. Nella sua concezione, anche la Terra è dotata di anima.  Egli in De l'infinito, universo e mondi scrive:   «Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità dell'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito, possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello. Bruno, Dialoghi metafisici, Firenze, Sansoni Il Panteismo di Spinoza  Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Spinoza e Monismo panteistico. La tesi centrale del pensiero di Baruch Spinoza è l'identificazione panteistica o, meglio, immanentistica di Dio con la Natura (Deus sive Natura) ed in essa convergono i temi ed i motivi appartenenti alle tradizioni culturali più disparate, la teologia giudaica, la filosofia ellenistica, la filosofia neoplatonica-naturalistica del Rinascimento, il razionalismocartesiano ed il pensiero arabo, ed infine le sfumature di Thomas Hobbes.  Spinoza concepisce un Dio coniugato con l'unità e la necessità e perciò:   «Dio, ossia la sostanza che consta di infiniti attributi, ciascuno dei quali esprime un'essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente. Se lo neghi, concepisci, se è possibile, che Dio non esista. Dunque (per l'As.7) la sua essenza non implica l'esistenza. Ma questo (per la Prop.7) è assurdo: dunque Dio esiste necessariamente.»  (Spinoza, Etica, Roma, Editori Riuniti Ne consegue la dimostrazione di ciò che Dio è:   «Tutto ciò che è, è in Dio: Dio però non si può dire cosa contingente. Infatti esiste necessariamente, e non in modo contingente. Inoltre, i modi della divina natura sono seguiti da essa anche necessariamente e non in modo contingente e ciò o in quanto si considera la divina natura assolutamente oppure in quanto la si considera determinata ad agire in un certo modo. Inoltre, di questi modi Dio è causa non soltanto perché semplicemente esistono in quanto li si considera determinati a fare qualcosa. Poiché se non sono determinati da Dio, è impossibile e non contingente che determinino se stessi; e al contrario se sono determinati da Dio, è impossibile, e non contingente, che rendano se stessi indeterminati. Per cui tutte le cose sono determinate dalla necessità della divina natura non soltanto ad esistere, ma anche ad esistere e agire in un certo modo, e non si dà nulla di contingente.»  (B. Spinoza, Etica, Questa concezione fa sì che il Dio di Spinoza (ma non meno quello del PORTICO ROMANO), per qualche filosofo contemporaneo, risulti essenzialmente un impersonale Dio-Necessità, contrapponibile al Dio-Volontà come persona divina tipica dei monoteismi.  Descrizione Tipi di panteismoModifica Si possono distinguere tre gruppi di panteisti:  panteismo classico, che si esprime attraverso l'immanente Dio del Giudaismo, Induismo, Monismo, neopaganesimo e delle dottrine New Age, generalmente considerando Dio come personificazione o manifestazione cosmica; panteismo biblico, che è espresso negli scritti della Bibbia; panteismo naturalistico, basato sulle, relativamente recenti, visioni di Baruch Spinoza (che potrebbe essere stato influenzato dal panteismo biblico) e John Toland (che coniò il termine "panteismo"), così come sulle influenze contemporanee. La maggioranza delle persone che possono identificarsi come "panteiste" appartengono al tipo classico (come gli Indù, i Sufi, gli Unitaristi, i neopagani, i seguaci della New Age, etc), mentre molte persone che identificano se stesse come panteiste (non essendo membri di un'altra religione) appartengono al tipo naturalista. La divisione tra le tre branche del panteismo non sono completamente chiare in tutte le situazioni, rimanendo dei punti di controversia nei circoli panteisti. I panteisti classici generalmente accettano la dottrina religiosa secondo cui ci sarebbe una base spirituale per tutta la realtà; mentre i panteisti naturalisti generalmente non concordano, piuttosto intendendo il mondo in termini più naturalistici. La confusione tra i concetti di panteismo e ateismo è un problema antico in linguistica. GL’ANTICHI ROMANI si rifereno ai cristiani come atei e le spiegazioni di questo fenomeno semantico possono variare.  Metodi di spiegazione Una caratteristica spesso citata del panteismo è che ogni essere umano, essendo parte dell'universo o della natura, è parte del divino. Uno dei problemi discussi dai panteisti è come possa esistere il libero arbitrio in un contesto simile. In risposta, qualche volta è data la seguente analogia (particolarmente dai panteisti classici): "stai a Dio come una tua singola cellula sta a te".  L'analogia sostiene anche che, sebbene una cellula possa essere cosciente del suo ambiente e abbia persino qualche scelta (libero arbitrio) tra giusto e sbagliato (uccidere un batterio, divenire cancerogena o non fare semplicemente niente), ha presumibilmente una comprensione limitata dell'essere più grande, di cui fa parte. Un altro modo di comprendere questo tipo di relazione è tramite la frase indù tat tvam asi - "quello che sei", in cui l'anima/essenza umana o Ātmanè intesa medesima di Dio o Brahman. Nel contesto indù, si crede che il singolo debba essere liberato attraverso l'illuminazione (moksha), in modo da sperimentare e capire pienamente questa relazione: la parte diventa non dissimile dal tutto.  Non tutti i panteisti accettano l'idea del libero arbitrio, dato che il determinismo è largamente diffuso, particolarmente presso i panteisti naturalistici. Sebbene le interpretazioni individuali del panteismo possano suggerire certe implicazioni per la natura e l'esistenza del libero arbitrio e/o determinismo, il panteismo non implica il requisito di credere in entrambi. Comunque, il problema è largamente discusso ed è presente in molte altre religioni e filosofie.  Dibattito Alcuni sostengono che il panteismo è poco più che una ridefinizione della parola il divino per definire esistenza, vita o realtà. Molti panteisti direbbero che, se fosse così, un tale cambiamento nel modo in cui pensiamo a queste idee servirebbe a creare una nuova e potenzialmente più perspicace concezione sia dell'esistenza, che di Dio. Forse il più significativo dibattito all'interno della comunità panteistica è quello riguardante la natura di Dio. Il panteismo classico crede in un Dio personale, cosciente e onnisciente e vede questo Dio come unificante di tutte le vere religioni. Il panteismo naturalistico crede invece in un Universo non cosciente e non senziente che, sebbene sacro e meraviglioso, è visto come un Dio in senso non tradizionale e non personale.  I punti di vista compresi all'interno della comunità panteista sono necessariamente diversi, ma l'idea centrale, che vede l'Universo come un'unità onnicomprensiva e la sacralità sia della natura che delle sue leggi, è comune. Alcuni panteisti sostengono, inoltre, un fine comune di natura e uomo, sebbene altri rifiutino l'idea di un fine e vedano l'esistenza come esistente di per sé.  Concetti panteistici nella religione Induismo  È generalmente riconosciuto che i testi religiosi indù sono i più antichi conosciuti in letteratura contenenti idee panteistiche. Nella teologia indù, Brahman è la realtà infinita, immutabile, immanente e trascendente che è il Divino Terreno di tutte le cose nell'Universo e che è anche la somma totale di tutte le cose che sono, sono state e saranno. Questa idea di panteismo è rintracciabile in alcuni testi più antichi come i Veda e gli Upanishad e nella più tarda filosofia Advaita. Tutti i Mahāvākya degli Upanishad, in un modo o nell'altro, sembrano indicare l'unità del modo con Brahman. Upanishad dice Tutto in questo Universo in realtà è Brahman; da lui esso procede; all'interno di lui è dissolto; in lui respira, così lasciate che ognuno lo adori tranquillamente". Inoltre dice: "Tutto l'Universo è Brahman, da Brahman a una zolla di terra. Brahman è la causa efficiente e materiale del mondo. Egli è il vasaio da cui si forma il vaso; egli è la creta con il quale è fabbricato. Tutto proviene da Lui, senza perdita o diminuzione della fonte, come la luce irradiata dal sole. Ogni cosa è unita entro Lui ancora, come le bolle che esplodono si uniscono all'aria, come i fiumi sfociano negli oceani. Tutto proviene e ritorna al divino, come la tela di un ragno è fabbricata e ritratta dal ragno stesso, Negli inni del Rig Veda, una traccia di pensiero panteista può essere riconosciuta nel libro decimo. Questa concezione di Dio lo vede come l'unità, con gli dei personali e individuali aspetto dell'Unico, sebbene differenti divinità siano viste da diversi fedeli come particolarmente adatte alle loro preghiere. Come il sole emana raggi di luce che provengono dalla stessa fonte, lo stesso avviene dagli sfaccettati aspetti di Dio emanati da Brahman, come più colori dallo stesso prisma. Il Vedānta, specificatamente l'Advaita, è una branca della filosofia indù che pone grande accento su questa materia. Molti aderente vedantici sono monistio "non-dualisti, vedendo le molteplici manifestazioni di un solo Dio o della fonte dell'essere, una visione che è spesso considerata dai non induisti come politeista.  Il panteismo è la componente chiave della filosofia Advaita. Altre suddivisione dei Vedanta non sostengono in maniera peculiare le stesse istanze. Per esempio, la scuola Dvaita di Madhvacharya ritiene che Brahman sia il Dio esterno personale Vishnu, laddove invece le scuole Rāmānuja sposano il Panenteismo.  Ebraismo Il senso radicalmente immanente del divino nella mistica ebraica (Kabbalah) si ritiene abbia ispirato la formulazione del panteismo da parte di Spinoza. Nonostante ciò, la teoria di Spinoza non è stata recepita dall'Ebraismo ortodosso. D'altro canto, Schopenhauer sosteneva che il panteismo spinoziano fosse una conseguenza della lettura di Malebranche da parte del filosofo olandese: Malebranche insegna che tutto ciò che osserviamo è in Dio stesso. Ciò equivale a voler spiegare qualcosa di ignoto mediante qualcosa di ancor più oscuro. Inoltre, secondo Malebranche noi non solo vediamo tutto in Dio, ma Dio è anche l'unica attività, sicché le cause fisiche sono mere occasionalità (Ricerca della verità,. E così qui rinveniamo essenzialmente il panteismo di Spinoza che pare abbia appreso più da Malebranche che da Descartes. (Schopenhauer, Parerga e paralipomena, "Schizzo di una storia della teoria dell'ideale e del reale"). Inoltre, Eliezer, fondatore dello chassidismo, aveva un senso mistico del divino che può essere definito come Panenteismo.  Secondo l'ebraismo biblico l'origine dell'Universo si è basata sulla Torah (legge) della natura. Pertanto la Torah originale non è rinvenibile negli scritti di Mosè, bensì nella natura stessa. "Interpretare" la Torah della natura equivale ad "interpretare" la Torah della rivelazione e teoricamente alla fin fine coincideranno l'una con l'altra [come si dimostra ad esempio con la scoperta del Big Bang. L'ortodossia rabbinica considerando questa posizione come una discrepanza, allo scopo di porre la Torah scritta al di sopra di quella data per prima in natura, ha sostenuto che la Torah scritta precedette la creazione, infatti a partire dalla Torah scritta che Dio ha parlato nella creazione. Questa posizione non è accolta dai panteisti biblici.  Maimonide, benché Ortodosso, nei suoi scritti sulla riconciliazione fra le sacre scritture e la scienza, accolse l'opinione dell'equivalenza fra la Torah della natura e la Torah delle scritture e trovò la sua logica come inevitabile. Queste tesi, senza dubbio, servirono da sfondo per lo sviluppo delle teorie di Spinoza. Cristianesimo Vi è un certo numero di tradizioni minori nell'ambito della storia del Cristianesimo secondo le quali le origini del loro credo panteistico sono da rintracciare nel Nuovo Testamento ed in altre correlate tradizioni ecclesiastiche. La diversità di questo punto di vista è rintracciabile a partire dai primi Quaccheri sino ai successivi Unitaristi e fino ad arrivare alle stesse principali denominazioni del cattolicesimo tradizionale e del protestantesimo liberale. Altre fonti includono la  Teologia del processo, la Spiritualità della Creazione, i Fratelli del libero spirito, altri ancora ne sostengono la presenza fra gli Gnostici. Tale idea ha avuto, per qualche tempo, aderenti in vari segmenti del Cristianesimo.  Alcuni Cristiani considerano la Trinità in questo significato: lo Spirito Santo tiene insieme l'Universo e personifica se stesso come il Padre, che a sua volta personifica se stesso come il Figlio dentro questo Universo (ciò significa che il Padre è al di fuori dell'Universo, del Tempo e dello Spazio). Secondo altri, lo Spirito Santo è consapevole e utilizzabile e per questo è usato da Dio per benedire la gente con i Doni dello Spirito Santo. Tutti i poteri sovrannaturali si ritiene che siano possibili anche dal binomio Universo/Spirito Santo. I panteisti di religione cristiana asseriscono che l'origine del loro credo è rintracciabile nelle Sacre Scritture, nel Vecchio Testamento come nel Nuovo ed attenuano le difficoltà che i teologi della Chiesa Apostolica Romana hanno sempre cercato di "risolvere" nei concili sul tema della Trinità e della Natura di Cristo come il Verbo (solo il panteismo fornisce una formulazione per il Cristo come verbo di Dio e per l'unità del Monoteismo.  Il parificare nella Bibbia Dio agli atti della natura e la definizione di Dio data nello stesso Nuovo Testamento forniscono un persuasivo richiamo verso questo sistema di credenze.  I panteisti cristiani sostengono che la definizione cattolica del divino è pesantemente influenzata da fonti non bibliche, tra queste in particolar modo il neo-Platonismo, che considerano il divino come qualcosa che esiste fuori dall’esistenza, pertanto la definizione del divino si riferiva ad un qualcosa che non esiste, cioè, ad un Dio non-esistente. È proprio questa basilare definizione neo-platonica di non-esistenza che i panteisti cristiani ritengono biasimevole e contraria alle scritture. Agostino rigettò il panteismo per i seguenti motivi: Ma c'è un motivo che, al di là di ogni passione polemica, deve indurre uomini intelligenti o comunque siano, perché all'occorrenza non si richiede un'alta intelligenza, a fare una riflessione. Se Dio è la mente del mondo e se il mondo è come un corpo a questa mente, sicché è un solo vivente composto di mente e di corpo ed esso è Dio che contiene in se stesso tutte le cose come in un grembo della natura; se inoltre dalla sua anima, da cui ha vita tutto l'universo sensibile, vengono derivate la vita e l'anima di tutti i viventi secondo le varie specie, non rimane nulla che non sia parte di Dio. Ma se questa è la loro tesi, tutti possono capire l'empietà e la irreligiosità che ne conseguono. Qualsiasi cosa si pesti, si pesterebbe una parte di Dio; nell'uccidere qualsiasi animale, si ucciderebbe una parte di Dio. Non voglio dir tutte le cose che possono balzare al pensiero. Non è possibile dirle senza vergogna. come pure:  Riguardo allo stesso animale ragionevole, cioè l'uomo, la cosa più banale è ritenere che una parte divina prende le botte quando le prende un fanciullo. E soltanto un pazzo può sopportare che le parti divine divengano dissolute, ingiuste, empie e in definitiva degne di condanna. Infine perché il dio si arrabbierebbe con coloro che non lo onorano se sono le sue parti a non onorarlo?[5] Nel Vangelo secondo Tommaso (considerato apocrifodai Cristiani), Gesù disse:  Io sono la Luce: quella che sta sopra ogni cosa; io sono il Tutto: il Tutto è uscito da me e il Tutto è ritornato in me. Fendi il legno, e io sono là; solleva la pietra e là mi troverai. Tuttavia questa è un'affermazione dell'onnipresenza di Dio, non in senso panteistico, ma in armonia con l'insegnamento che ogni apparenza fenomenica è riflesso della luce divina. informazioni Questa voce o sezione sull'argomento religione non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. La maggioranza dei Musulmani condanna il concetto di panteismo e lo considera come un insegnamento non-Islamico. Tuttavia, il Sufismo è ritenuto dai musulmani contenere insegnamenti panteistici.  Il Sufismo può essere suddiviso nelle seguenti categorie:  Sufismo originario - Sincretico: Mescola insieme dottrine e concetti dell'Islam con credenze e pratiche religiose locali dei paesi Orientali e Occidentali. Lo si pratica in paesi non-Islamici. Sufismo ḥadīth - Tradizionale: è l'Islam con un'enfasi sulle forme ortodosse della spiritualità e del misticismo Islamico. Essenzialmente ortodosso e considerato prevalentemente come una subcultura nei paesi Islamici. Sunniti o Sciiti. Sufismo Coranico - Coranico: Si attiene strettamente a quanto scritto nel Corano compreso il profetismo e non accetta i più recenti ḥadīth come altrettanto ispirati dalla tradizione. È considerato non-ortodosso o come una forma di neo-ortodossia ed è praticato soprattutto nell'occidente islamico. Ha subito influenze dal concetto di riforma e restaurazione del Protestantesimo. Né il Sunnismoné il Sciismo sono da considerare come forme di ḥadīth. Il concetto di Panteismo si può rinvenire in ciascuno dei suddetti tipi di Sufismo, a differenza della maggioranza ortodossa dell'Islam, esso è molto diverso ed accentua l'esperienza e la conoscenza spirituale personale ed individuale. Le fonti dell'interpretazione panteistica differirebbero a seconda della tradizione cui fanno capo. Il Sufismo originario risentirebbe ovviamente dei testi orientali, il Sufismo ḥadīth sarebbe influenzato dagli studiosi Islamici del regno del Solimano, il Sufismo Coranico vedrebbe lo stesso Corano come la continua rivelazione e la personificazione linguistica è interpretata in modo coerente con i profeti biblici. La maggioranza dei Musulmani Ismailiti è panteista, o per essere più precisi, Panenteista.  Gli scritti di Seth e il Panteismo Modifica Il concetto di Panteismo è parte integrante di molte delle credenze religiose e delle filosofie della New Age; la sua differenza rispetto al panenteismo è sostenuta in modo specifico negli scritti di Seth come presentati dalla medium Roberts. Seth, l'"entità" cui da voce la Roberts, diceva che Dio è formato di energia mentale, e questa energia mentale è la sostanza che dà vita a tutti gli esseri e a tutte le cose; la coscienza di Dio è veicolata da questa energia, per cui la coscienza di Dio è onnipresente. Seth spesso si riferiva a Dio come a "Tutto ciò che è" e diceva che "Tutte le facce appartengono a Dio". Seth descriveva Dio come una forma contenente tutti gli individui al suo interno; inoltre aggiungeva che Dio si conosce come è, ma anche si conosce come ciascun individuo. Tuttavia, questo insegnamento ha molto in comune con il correlato concetto di panenteismo, dato che pone in risalto la personificazione di Dio e quindi si trasforma in un teismo.  Altre religioniModifica Molti elementi panteistici sono presenti in alcune forme di Buddismo, Neopaganesimo, e Teosofiainsieme a molte variabili denominazioni. Si veda anche la Neopagana Gaia e la Church of All Worlds.  Molti Universalisti si considerano panteisti.  Il filosofo Carus si define un ateista che ama Dio. Egli critica ogni forma di monismo che cerca l'unità del mondo non nell'unità della verità bensì nella unicità di una logica supposizione di idee. Carus define tali concetti come henismo. Il Taoismo propugna una visione panteistica. Il Tao potrebbe essere paragonato al Deus-sive-Natura di Spinoza.  Concetti connessiModifica PanenteismoModifica Il Panteismo e il panenteismo presentano aspetti comuni ma non coincidono: il primo vede l'universo pieno di Dio il secondo lo vede come parte di Dio. Filosoficamente, però, i due concetti sono ben distinti. Mentre per il panteismo Dio è sinonimo della natura, per il panenteismo, invece, Dio è superiore alla natura e la include. È la ragione per cui Hegel definiva quello spinoziano un panteismo acosmistico (senza mondo).  Per alcuni tale distinzione è inutile, mentre altri la considerano un significativo punto di divisione. Molte delle maggiori fedi descritte come panteistiche potrebbero essere descritte anche come panenteistiche, al contrario ciò non è possibile per il panteismo naturalistico (perché non considera Dio come superiore alla sola natura). Per esempio, elementi appartenenti al panenteismo ed al panteismo si rinvengono nell'Induismo. Certe interpretazioni dei testi Bhagavad Gita e Shri Rudram Chamakam sostengono questo punto di vista.  CosmismoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cosmismo e World Brain. Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento filosofia è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali. Mentre questo termine è raramente usato, e molto spesso è solo un sinonimo di Panteismo, l'insolita filosofia da esso indicata è stata utilizzata in modo piuttosto differente, ma in ogni caso con essa si vuole esprimere il concetto che Dio è un qualcosa creato dalla mente umana, forse rappresenta uno stadio finale della evoluzione dell'uomo, raggiunto attraverso la pianificazione sociale, l'eugenetica e altre forme di ingegneria genetica. Wells diede vita a una forma di cosmismo, che denominò World Brain (cervello mondiale), rifacendosi a un saggio da lui in cui viene tra l'altro descritta la creazione di una biblioteca-enciclopedia. Tale idea venne ripresa nel libro God the Invisible King, in cui l'autore consiglia all'umanità di istituire un sistema socialista, strutturandolo sui dati statistici sociali ed eugenetici, sull'istruzione e l'eugenetica, in modo che un giorno idealmente possa essere alla pari e possibilmente anche fondersi con la stessa divinità panteista, e anche in alcuni paragrafi di Outline of History, che richiamavano tali credenze dell'autore e le sue ricerche sull'insegnamento di Gesù e di Buddha. Queste idee vengono riprese nel suo libro Shape of Things to Come e nel film da esso tratto nel Things to Come; in essi viene descritta l'umanità che, sopravvivendo ad una guerra apocalittica e a un prolungato periodo Feudale, si unisce per dar vita ad una utopia collettivista.  In Israele, il Cosmismo è stato oggetto di studio da parte di Mordekhay Nesiyahu, uno dei primi ideologi del Movimento Laburista Israeliano e docente presso l'Università di Beit Berl. Secondo questo autore Dio è qualcosa che non esisteva prima dell'uomo, ma era una entità secolare. Infatti fu la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme ad avere un ruolo nell'"invenzione" di questa entità.  Nel XX secolo, lo statunitense  Pierce, un nazionalista bianco iscritto nel Partito Nazista Americano e, a sua volta, fondatore del movimento Alleanza Nazionale, utilizza il termine cosmismo. Per Pierce (così come per Wells), Dio sarebbe il risultato finale dell'eugenetica e dell'igiene razziale. Si veda: Nazismo, Galton e Teosofia.  La noosfera descritta da Vernadsky e Chardin puo essere considerata come la descrizione di una divinità Cosmistica, come anche la coscienza collettiva di Émile Durkheim e l'inconscio collettivo di Jung. Clarke fa un possibile riferimento alla Noosfera Cosmista nel suo libro Childhood's End o Le guide del tramonto, riferendosi ad essa come la "Overmind", una mente alveare interstellare. Il Pandeismo è una specie di Panteismo che include una forma di Deismo, sostenendo che l'Universo è identico a Dio, ma anche che Dio precedentemente fu una forza cosciente e senziente ovvero una entità che progettò e creò l'Universo. Diventando l'Universo, Dio divenne inconscio e non senziente. A parte questa distinzione (e la possibilità che l'Universo un giorno ritornerà ad essere Dio), le credenze Pandeistiche sono identiche a quelle del Panteismo. Secondo Schopenhauer, nel panteismo non vi è etica. Il panteismo, nel suo complesso, naufragherebbe a fronte delle inevitabili esigenze etiche e quindi non avrebbe risposte sul male e sulle sofferenze del mondo. Se il mondo è una teofania, allora ogni cosa fatta dagli uomini, ed anche dagli animali, è da considerarsi parimenti divina ed eccellente; niente può essere giudicato più censurabile e più meritevole rispetto ad ogni altra cosa; quindi non vi è etica. (Il mondo come volontà e rappresentazione, Tuttavia, alcuni panteisti sostengono che il punto di vista panteista è molto più etico, evidenziando che ogni danno arrecato all'altro è come fare male a se stessi, perché arrecare danno ad uno è come arrecare danno a tutti. Ciò che è bene e ciò che è male non dipende da qualcosa al di fuori di noi, ma è il risultato di come ci rapportiamo gli uni con gli altri. Il fare bene non si deve basare sulla paura di una punizione da parte di Dio, bensì deve scaturire da un reciproco di tutti verso tutto.  Le forme tradizionali e le varie definizioni di panteismo, comunque, rinviano ai loro testi sacri e ai loro maestri per le definizioni di ordine etico. Levine, Pantheism: A Non-Theistic Concept of Deity, Londra e New York, Routledge, Il Panteismo. Una concezione non-teistica della divinità, Genova, ECIG, Constance E. Plumptre, General Sketch of the History of Pantheism, Londra, W. W. Gibbings, Chandogya Upanishad 3-14 traduzione di Monier-Williams ^ La Città di Dio, La Città di Dio, Testo del Vangelo secondo Tommaso God the Invisible King Voci correlateModifica Dio Monismo Monoteismo Teismo Deismo Pandeismo Panenteismo Naturalismo (filosofia) Panpsichismo Panteismo naturalistico Panteismo classico Altri progettiModifica Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su panteismo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su panteismo Collegamenti esterniModifica panteismo, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Panteismo, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Panteismo, in Catholic Encyclopedia, Appleton Mander, Pantheism, Zalta (a cura di), Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information, Stanford. Tanzella-Nitti, Panteismo del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, su disf.org. Portale Filosofia   Portale Mitologia   Portale Religioni Monismo (religione) Panenteismo scuola filosofica  Panteismo naturalistico. Nome compiuto: Lorenzo Giusso. Giusso. Keywords: gl’eroi, il vico di giusso, la tradizione ermetica nella filosofia italiana, nazionalsocialismo, bruno, panteismo, leopardi, occasionalismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giusso” – The Swimming-Pool Library. Giusso.

 

Luigi Speranza -- Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la gnossi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Giustino is cited by Ippolito di Roma as the originator of what Ippolito describes as a pagan form of gnosticism in which a wide variety of disparate elements are brought together.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la setta di Napoli -- Roma – filosofia campanese – filosofia napoletana – scuola di Napoli -- filosofia italiana – scuola di Roma -- Luigi Speranza (Napoli). Filosofo campanese. Filosofo napoletano. Filosofo italiano. Napoli, Campania, nella Palestina. Il padre e romano! He studies various schools of philosophy with his friend Trifone, but could not decide. He shows his scepticism in a letter to Antonino Pio. He irates Crescente, who has a mob kill him. Or else he was beheaded! G. filosofo filosofo e martire cristiano. Nota disambigua. Disambiguazione – "Giustino martire" rimanda qui. Se stai cercando altri martiri con questo nome, vedi San G.. San G. Justin filozof. jpg Icona russa di G. Padre della chiesa e martire. Nascita Flavia Neapolis, Morte Roma Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi Santuario principale Collegiata di San Silvestro Papa, Fabrica di Roma VT) Ricorrenza Attributi palma, libro PATRONO DI FILOSOFI G., conosciuto come G. martire o G. filosofo Flavia Neapolis, – Roma), è un filosofo italiano -- martire cristiano, e apologeta di lingua latina, autore del Dialogo con Trifone, della Prima apologia dei cristiani e della Seconda apologia dei cristiani. A lui dobbiamo anche la più antica descrizione del rito eucaristico. G. philosophi et martyris Opera. È uno dei primi filosofi cristiani, e venerato come santo e padre della chiesa dai cattolici e dagl’ortodossi. La memoria si celebra. La chiesa cattolica lo considera anche santo PATRONO DEI FILOSOFI insieme a Caterina d'Alessandria, pur non essendo nessuno dei due nel novero dei dottori della chiesa. G., che spesso si dichiara in verità samaritano, visto il suo nome e il nome di suo padre, Bacheio, sembra piuttosto di origini latine. La sua famiglia probabilmente si stabilisce da poco in Palestina, al seguito degl’eserciti romani che qualche anno prima avevano sconfitto gl’ebrei e distrutto il tempio di Gerusalemme. Come riferisce G. stesso nel Dialogo con Trifone, venne educato nel culto romano elogiato da Cicerone ed ha un'ottima educazione che lo porta ad approfondire i problemi che gli stanno più a cuore, quelli riguardanti LA FILOSOFIA. Racconta che la sua smania di verità lo porta a frequentare molte scuole filosofiche. Presso IL PORTICO non trova giovamento, in quanto il problema del divino, per questa filosofia, non è essenziale. Poi frequenta IL LIZIO. Ma anche presso questi filosofi non trova quanto cerca. Si reca presso un filosofo CROTONESE che lo sollecita dunque ad approfondire le arti della musica, dell'astronomia, e della geometria. Ma G., troppo concentrato nel voler raggiungere la verità e la conoscenza del divino, reputa tempo sprecato il soffermarsi su tali materie. Da ultimo frequenta L’ACCADEMIA. Un maestro di questa filosofia è da poco giunto nel suo paese. Presso questa corrente filosofica G. trova quanto crede di cercare. Le conoscenze delle realtà incorporee e la contemplazione dell’idee eccita la mia mente, dice G. Si convince che questo lo porta presto alla visione del divino, che considera essere lo scopo della filosofia. Decide di ritirarsi in solitudine lontano dalla città. Ma in questo luogo appartato, secondo quanto racconta nel prologo del Dialogo con Trifone, incontra un uomo, con cui inizia un serrato dialogo, incentrato sul divino e su cosa fare della vita. Dopo aver dichiarato all'uomo la sua idea del divino, ciò che è sempre uguale a sé stesso e che è causa di esistenza per tutte le altre realtà, questo è il divino, l'uomo lo porta a ragionare su d’un aspetto che forse a G. è sfuggito. Come puo un filosofo elaborare da solo una filosofia corretta sul divino se non l'ha né visto né udito? E porta G. a meditare sulle persone considerate gradite al divino e dallo stesso illuminate, i profeti, che parlano del divino e profetizzano in nome del divino, in particolare quella venuta del figlio nel mondo e la possibilità attraverso di lui d’avere una vera conoscenza del divino. Dopo questa esperienza, G. abbandona il culto romano basato su Giove e si converte al Cristianesimo. Per tutto il resto della sua vita educa i discepoli, utilizzando GLI STESSI SCHEMMII – “what at Oxford we would call the syllabus – H. P. Grice -- usati dalle altre scuole filosofiche. Oltre a questo incontro, che è decisivo per la sua conversione, G. indica anche un altro fatto che lo rinfranca nella fede. Infatti io stesso, che mi ritengo soddisfatto delle dottrine dell’ACCADEMIA, sentendo che i cristiani sono accusati ma vedendoli impavidi dinanzi alla morte ed a tutti i tormenti ritenuti terribili, mi convinco che è impossibile che essi vivenno nel vizio e nella concupiscenza. G. viaggia molto. Anda a Roma in una visita. Quando ritorna vi apre una scuola filosofica a impronta cristiana. I suoi insegnamenti insisteno molto sui fondamenti razionali –cf. H. P. Gricem, PHILOSOPHICAL GROUNDS OF RATIONALITY -- della fede cristiana. Questo approccio, MOLTO DIVERSO da quelli tradizionali – “My father, a non-conformist, would have probably attended the seminars! – H. P. Grice -- , suscita numerose controversie sia con gli stessi cristiani sia coll’altri filosofi, specialmente con CRESCENZIO (vedasi) IL CINICO. La sua fede lo porta a subire una morte violenta. È condannato a morte d’un tipico romano, Giunio Rustico (vedasi), che è prefetto di Roma e amico dell'imperatore filosofo ANTONINO (si veda), con queste parole. Coloro che si sono RIFIUTATI DI SACRIFICARE agli dèi e di sottomettersi all'editto dell'imperatore, sono flagellati e condotti al supplizio della pena capitale, secondo la vigente legge. Di questo processo esiste ancora il verbale. Martyrium SS. G. et sociorum VI. G. venne decapitato – “the cause of his death was decapitation, but we would hardly say Decaptiation willed his death” – H. P. Grice -- assieme a VI dei suoi discepoli, CARITONE (vedasi) e sua sorella Carito, EVELPISTO (non romano, ma di Cappadocia), GERACE (non di Roma ma di Frigia, schiavo della corte imperiale), PEONE (vedasi) e LIBERIANO (vedasi). Le sue reliquie sono traslate da Roma, e si trovano attualmente sotto l'altare maggiore della Collegiata di San Silvestro Papa a Fabrica di Roma, in provincia di Viterbo. G. è il primo di una serie di filosofi che intravide in Eraclito, Socrate, Platone e nel PORTICO dei filosofi precursori del Cristo e d’esso ispirati. Anche lo spirito santo è identificato col divino stesso. A suo avviso, la nozione trinitaria è introdotta già dall’ACCADEMIA. A G. si deve la più antica descrizione della liturgia eucaristica. Egli è il primo ad utilizzare la TERMINOLOGIA (o GERGA) FILOSOFICA nel pensiero cristiano, ed a tentare di conciliare RAGIONE fede. Si schiera duramente contro la religione ‘pagana’ di GIOVE, ed i suoi miti, mentre privilegia l'incontro colla filosofia. La figura di G. attrasce l'attenzione di Tolstojil quale dedica al santo cristiano una breve agiografia, Vita e passione di G. filosofo martire. Saggi: Dialogo con Trifone, Paoline, Milano Le due apologie, Paoline, Milano Opere Parisiis, apud Morellum typographum regium, via Iacobaea ad insigne Fontis Il Dialogo con Trifone, la Prima apologia dei cristiani e la Seconda apologia dei cristiani, ci sono pervenute in un manoscritto conservato a Parigi. La Prima apologia dei cristianinIo, G., di PRISCO, figlio di Baccheio, nativi di Flavia Neapoli, città della Siria di Palestina, ho composto questo discorso e questa supplica, in difesa degl’uomini di ogni stirpe ingiustamente odiati e perseguitati, io che sono uno di loro. (Apologia Prima) La Prima apologia dei cristiani è INDIRIZZATA all'imperatore ANTONINO PIO (vedasi) e al SENATO romano. In essa compare un tema che è ampiamente sviluppato dall'apologetica cristiana, cioè la critica della prassi diffusa presso i tribunali romani, per la quale il solo fatto di appartenere alla religione cristiana è motivo sufficiente di condanna. G. inoltre polemizza con i pagani riguardo ad alcune contraddizioni interne alla società romana. Per esempio, fa notare come, mentre i cristiani sono condannati a morte perché ritenuti atei, VARI FILOSOFI latini sostengono apertamente l'a-teismo senza conseguenze. Interessante, poi, è il fatto che G. citi abbondantemente vari brani dei vangeli sinottici per esporre le dottrine cristiane. Ancor più notevoli sono i tentativi dell'apologeta per convincere i pagani della verità del Cristianesimo ATTRAVERSO LE CITAZIONE DI FILOSOFI CLASSICI sia di professionali della filosofia come Socrate e Platone che di mitologia, come Omero e la Sibilla. che vengono accostati a brani dei vangeli o dell'Antico Testamento. Sia la Sibilla sia Istaspe profetarono la distruzione, attraverso il fuoco, di ciò che è corruttibile. I filosofi chiamati del PORTICO insegnano che anche il divino stesso si dissolve nel fuoco, ed affermano che il mondo, dopo una trasformazione, risorge. Se dunque noi sosteniamo alcune teorie simili ai poeti ed ai filosofi da voi onorati, perché siamo ingiustamente odiati più di tutti? Quando diciamo che tutto è stato ordinato e prodotto dal divino, sembreremo sostenere una dottrina dell’ACCADEMIA. Quando parliamo di distruzione nel fuoco, quella del PORTICO. Quando diciamo che le anime degli iniqui sono punite mantenendo la sensibilità anche dopo la morte, e che le anime dei buoni, liberate dalle pene, vivono felici, sembreremo sostenere LE STESSE TEORIE di poeti e di filosofi. Quando noi diciamo che il Logos, che è il primogenito del divino, Gesù cristo il nostro maestro, è stato generato senza connubio, e che è stato crocifisso ed è morto e, risorto, è salito al cielo, non portiamo alcuna novità rispetto a quelli che, presso di voi, sono chiamati FIGLIO DI GIOVE. Voi sapete infatti di quanti FIGLI DI GIOVE (IVS-PITER – cf. TUES-DAY) parlino gli scrittori onorati da voi: ERMETE – cf. ERMENEIA --, il Logos; Asclepio – dell’isola TIBERINA --, che ascende al cielo; BACCHO, che è dilaniato; ERCOLE, che si getta nel fuoco, e BELLEROFONTE – citato da H. P. Grice: “He rode Pegasus” (‘Vacuous Names’ --, che di tra gl’uomini ascende con il cavallo Pegaso. Se poi, come abbiamo affermato sopra, noi affermiamo che egli è stato generato dal divino come Logos del divino stesso, in modo speciale e fuori dalla normale generazione, questa concezione è comune alla vostra, quando dite che ERMETE (cfr. ERMENEIA) è il logos messaggero di GIOVE. Se poi qualcuno ci rimprovera il fatto che egli è crocifisso anche questo è comune ai FIGLI DI GIOVE annoverati prima, i quali, secondo voi, sono soggetti a sofferenze. Se poi diciamo che è stato GENERATO D’UNA VERGINE, anche questo è per voi un elemento comune con PERSEO. Quando affermiamo che egli ha ri-sanato zoppi e paralitici ed infelici dalla nascita, e che re-suscita dei morti, anche in queste affermazioni appariremo concordare con le azioni che la tradizione attribuisce ad Asclepio, nell’ISOLA TIBERINA (Apologia Prima). Il saggio si conclude con una petizione che contiene una lettera dell'imperatore ADRIANO (vedasi), la quale serve a G. per mostrare come anche un'autorità imperiale è del parere di giudicare i cristiani in base alle loro azioni e non in base a dei pregiudizi; ed una lettera dell'Imperatore ANTONINO (vedasi) e del miracolo della pioggia durante le guerre marcomanniche. La filosofia in effetti è il più grande dei beni e il più prezioso agl’occhi del divino, l'unico che a lui ci conduce e a lui ci unisce, e sono davvero uomini del divino coloro che han volto l'animo alla filosofia. Dialogo con Trifone/ Oltre alle già citate Prima apologia dei cristiani (Ἀπολογία πρώτη ὑπὲρ Χριστιανῶν πρὸς Ἀντωνῖνον τὸν Εὐσεβῆ; Apologia prima pro Christianis AD ANTONINVM PIVM) e Seconda apologia dei cristiani (Ἀπολογία δευτέρα ὑπὲρ τῶν Χριστιανῶν πρὸς τὴν Ρωμαίων σύγκλητον, Apologia secunda pro Christianis AD SENATVM ROMANVM), G. scrive il Dialogo con Trifone (Πρὸς τρυφῶνα Ἰουδαῖον διάλογος, Cum Tryphone Judueo Dialogus), opera dedicata a Marco POMPEO (vedasi). Il tema è il confronto con il giudaismo, con il quale i galilei hanno in comune l'antico testamento in lingua ebrea antica, un terreno utile per un dialogo. Si tratta di un dibattito che si svolge ad Efeso nell'arco di due giorni e vede protagonisti G. e Trifone, nel quale è stata individuata da alcuni storici la personalità di un rabbino realmente esistito. Lo scopo di questo dialogo è mostrare la verità del cristianesimo, rispondendo alle principali obiezioni mosse dagl’ambienti giudaici. In particolare, G. vuole dimostrare che il culto di Gesù da Nazareth il gaileleo nella Galilea il cristo non mette in discussione il mono-teismo. Le profezie descritte nell'Antico Testamento si sono avverate con l'avvento del cristo. Il dialogo assume toni sempre rispettosi e amichevoli e NON SI CONCLUDE – H. P. Grice: “Therefore, as we would say at Oxford, it’s not a PIECE of reasoning!” -- , com'è consuetudine per gli scritti cristiani, con la richiesta da parte del giudeo del battesimo. A tal proposito, alcuni studiosi si sono chiesti se effettivamente le motivazioni portate avanti da G. in questo dialogo sono VALIDE a CONVERTIRE no un romano, ma un giudeo. Sembra piuttosto verosimile, invece, che questo saggio è una risposta di G. ai dubbi che i galilei stessi – o i simpatizzanti romani -- nutrino verso la loro fede. Il saggio presenta anche un prologo, in cui G. racconta d’un suo incontro con un saggio che lo introduce alla teoria galileiana. G., ancora ‘pagano,’ lo interroga tra l'altro sulla dottrina, da lui professata, della trasmigrazione delle anime (metempsicosi, alla CROTONE) anche dentro corpi animali, esposta nel “Timeo,”, testo di lettura nell’ACCADEMIA, venerato da CICERONE – il sogno di SCIPIIONE. L'interlocutore gli risponde che una tale possibilità non ha senso, perché non da nessuna reminiscenza delle colpe passate e quindi neppure la capacità di pentirsi. In secondo luogo, il saggio passa a CONFUTARE – alla POMPONAZZI (vedasi) -- la dottrina dell'immortalità dell'anima. Bobichon, Filiation divine du Christ et filiation divine des chrétiens dans les écrits de G. Martyr" P. de Navascués Benlloch, Crespo Losada, A. Sáez Gutiérrez, Filiación. Cultura pagana, religión de Israel, orígenes del cristianismo, Madrid La reliquia di San G. Martire, su parrocchiafabrica. Gilson, La filosofia nel Medioevo, BUR saggi, G. G. Martire: il primo cristiano dell’ACCADEMIA: con in appendice "Atti del martirio di San G.", Pubblicazioni del Centro di Ricerche di Metafisica, Platonismo e filosofia patristica, Milano, Vita e pensiero Tolstoj, Vita e passione di G. filosofo martire. In Tolstòj, Tutti i racconti, cur. di Sibaldi, Milano: Mondadori, Collana I Meridiani Bobichon, Œuvres de G. Martyr: Le manuscrit de Londres (Musei Britannici) apographon du manuscrit de Paris (Parisinus Graecus), Scriptorium Barbaro, Apologia seconda di S. G. filosofo e martire in favor de’cristiani al Senato romano traduzione dal greco nell'ITALIANO pubblicata in occasione che mette fine alla sua quaresimale predicazione Treviso, Tipografia Trento Essendo manifesto da tutte l'opere di san Giustino, ch'egli ben sapeva e confessava l'equalità del Verbo col Padre. Lettera di Adriano. Lettera di Marco Aurelio al Senato. ^ Cit. in Jacques Liébaert, Michel Spanneut, Antonio Zani, Introduzione generale allo studio dei Padri della Chiesa, Queriniana, Brescia Visonà, introduzione a Saint Justin, Dialogo con Trifone, Paoline Gilson, La filosofia nel Medioevo, BUR Rizzoli. Saggi, Milano, BUR Rizzoli G., G. Martire: il primo cristiano dell’ACCADEMIA, Vita e Pensiero, Niccoli, GIUSTINO Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Bellinzoni, The Sayings of Jesus in the Writings of G. Martyr, Leiden, Brill, Bobichon, Dialogue avec Tryphon, édition critique. Editions universitaires de Fribourg, Introduction, Texte grec, Traduction Commentaires, Appendices, Indices Gilson, La Philosophie au Moyen Âge. Des origines patristiques a la fin du XIV siècle, Payot, Paris La filosofia nel Medioevo. La Nuova Italia, Scandicci Quasten. Patrologia, Marietti, G., santo, su Treccani, Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G.,Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di G. G. su open MLOL, Horizons Unlimited Opere di G., su Open Library, Internet Archive. Audiolibri di G. G. G. su LibriVox. G., su Goodreads. Giustino, in Catholic Encyclopedia Appleton G., su Santi, beati e testimoni, santiebeati Apologia Prima, su monastero virtuale Apologia Seconda, su monasterovirtuale Santi Caritone e compagni, discepoli di san G., in Santi, beati e testimoni Enciclopedia dei santi, santie beati. Catechesi su vatican di papa Benedetto su G. tenuta durante l'udienza generale Opera Omnia dal Migne Patrologia Græeca con indici analitici e traduzioni su documenta catholica omnia. eu.  Biografie Cristianesimo Portale Filosofia Patristica studio dei Padri della Chiesa  Taziano il Siro teologo e filosofo siro  Filosofia cristiana. Nome compiuto: Giustino. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giustino.” Giustino.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Givone: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei fanes – la scuola di Buronzo -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza -- Givone (Buronzo). Abstract: Grice: “I have always been concerned with psychological verbs such as ‘love’!” Keywords: love, eros. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Buronzo, Vercelli, Piemonte. Grice: “I like Givone, especially his two essays on ‘eros’: ‘eros and ethos’ and the more controversial, ‘eros and knowledge.’ Si laurea Torino sotto Pareyson. Insegnato a Perugia, Torino e Firenze. Alcuni suoi lavori riguardano la poetica e l’estetica all’ombra del nichilismo. Da questa riflessione nasce anche la sua ricerca sulla “Storia naturale del nulla” --  e sulle implicazioni sullo tragico. In sua estetica e forte è ancora il richiamo filosofico. Il malinconico, ‘l’ibrido – Saggi: “La storia della filosofia secondo Kant” (Milano, Mursia); “Hybris e malinconia: Studi sulle poetiche del Novecento” (Milano, Mursia); “William Blake. Arte e religione, Milano, Mursia, “Ermeneutica e romanticismo, Milano, Mursia, Dostoevskij e la filosofia, Roma, Laterza, Storia dell'estetica, Roma, Laterza, Disincanto del mondo e il tragico, Milano, Il Saggiatore,  La questione romantica, Roma, Laterza, Storia del nulla, Roma, Laterza, Favola delle cose ultime, Torino, Einaudi, Eros/ethos, Torino, Einaudi, Nel nome di un dio barbaro, Torino, Einaudi,  Prima lezione di estetica, Roma, Laterza, Il bibliotecario di Leibniz. Torino, Einaudi,  Non c'è più tempo, Torino, Einaudi, Metafisica della peste. Colpa e destino, Torino, Einaudi, Luce d'addio. Dialoghi dell'amore ferito, Firenze, Olschki,  Sull'infinito, il Mulino, Pantragismo. Treccani. Grice: “I like Givone; he philosophises on ‘eros,’ but fails to notice that for Butler there’s self-love and other love; instead, Givone prefers to contrast ‘eros’ with ‘ethos’!” “His ramblings on Phanes are fun, though!” – Grice: “Not satisfied with metaphysics, Givone goes to criticize Marinetti’s hybris, or superbia, i. e. lack of moderation. His ottimismo notably contrasts with the decadentismo of the croposcolaristi.  Futurismo movimento artistico, culturale, musicale e letterario italiano Lingua Segui Modifica Nota disambigua. svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Futurismo (disambigua). Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento arte è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali. Il Futurismo è stato un movimento letterario, culturale, artistico e musicale italiano dell'inizio del XX secolo, nonché una delle prime avanguardieeuropee. Ebbe influenza su movimenti affini che si svilupparono in altri paesi d'Europa, in Russia, Francia, negli Stati Uniti d'America e in Asia. I futuristi esplorarono ogni forma di espressione: la pittura, la scultura, la letteratura (poesia) al teatro, la musica, l'architettura, la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. La denominazione del movimento si deve al poeta italiano Marinetti.  Boccioni La città che sale, bozzetto, Museum of Modern Art, New York OriginiIl manifesto del Futurismo pubblicato su Le Figaro (qui evidenziato in giallo) Il Futurismo nasce in Italia, in un periodo di notevole fase evolutiva dove tutto il mondo dell'arte e della cultura era stimolato da numerosi fattori determinanti: le guerre, la trasformazione sociale dei popoli, i grandi cambiamenti politici e le nuove scoperte tecnologichee di comunicazione, come il telegrafo senza fili, la radio, gli aeroplani e le prime cineprese; tutti fattori che arrivarono a cambiare completamente la percezione delle distanze e del tempo, "avvicinando" fra loro i continenti, creando nuove connessioni.  Il XX secolo era quindi invaso da un nuovo vento, che portava una nuova realtà: la velocità. I futuristi intendevano idealmente "bruciare i musei e le biblioteche" in modo da non avere più rapporti con il passato per concentrarsi così sul dinamico presente; tutto questo, come è ovvio, in senso ideologico. Le catene di montaggio abbattevano i tempi di produzione, le automobili aumentavano ogni giorno, le strade iniziarono a riempirsi di luci artificiali, si avvertiva questa nuova sensazione di futuro e velocità sia nel tempo impiegato per produrre o arrivare a una destinazione, sia nei nuovi spazi che potevano essere percorsi, sia nelle nuove possibilità di comunicazione. Severini racconta che quando venne in contatto con Marinetti per decidere se aderire o meno al Futurismo parlò anche con MODIGLIANI (si veda), che egli avrebbe voluto nel gruppo, ma il pittore declinò l'offerta perché come scrisse:   «Queste manifestazioni non gli andavano, il complementarismo congenito lo fece ridere, e con ragione, perciò invece di aderire mi sconsigliò di mettermi in quelle storie; ma io avevo troppa affezione fraterna per Boccioni, inoltre ero, e sono sempre stato pronto ad accettare l'avventura. Severini, Vita di un pittore Primo Futurismo «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell'umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro…»  (dal Manifesto dei pittori futuristi) Una scazzottata futurista A seguito di una serie di articoli critici di Ardengo Sofficisu La Voce vi fu una reazione violenta dei futuristi: Marinetti, Boccioni e Carrà raggiunsero Soffici a Firenze e lo aggredirono mentre sedeva al caffè delle "Giubbe Rosse" in compagnia dell'amico Medardo Rosso. Ne nacque una grande pubblicità e un grande tumulto rinnovatosi alla sera, alla stazione di Santa Maria Novella, quando Soffici, accompagnato dagli amici Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper e Alberto Spaini, volle rendere la contropartita.   «Fu una vera spedizione punitiva, che mi fu raccontata da Boccioni e, più tardi, da Soffici. I futuristi appena arrivati a Firenze vanno al Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevano di trovare Soffici, Papini, Prezzolini, Slataper, e tutti redattori della Voce. Boccioni domanda ad un cameriere: «Chi è Soffici?»; sull'indicazione ottenuta si avvicina Soffici e senza spiegazioni gli appioppa un paio di schiaffoni; Soffici per niente smontato si alza risponde con una scarica di pugni. Parapiglia generale, tavole seggiole per terra, bicchieri rotti e questurini che portano tutti al commissariato. Per fortuna caddero in un commissario intelligente che capisce con chi aveva a che fare; visto che Soffici e quelli della Voce non volevano far querela d'aggressione, li rimandò tutti fuori come se niente fosse stato. I futuristi, vendicate le ingiurie, andarono alla stazione dove un treno, pressappoco a quell'ora, doveva riportarli a Milano. Ma quelli della Voce, malgrado si fossero ben difesi, non erano contenti affatto, perciò si recarono in fretta anch'essi alla stazione. Mentre il treno stava per arrivare ebbe luogo un altro incontro, e un altro violento pugilato, che, per poco, faceva restare a piedi futuristi. Ma fecero in tempo a prendere il treno, un po' ammaccati, ma soddisfatti. Severini, Vita di un pittore Nel Manifesto Futurista, pubblicato inizialmente in vari giornali italiani (la Tavola Rotonda di Napoli, la Gazzetta dell'Emilia di Bologna, la Gazzetta di Mantovae L'Arena di Verona) e, definitivamente, due settimane dopo sul quotidiano francese Le Figaro, Marinetti espose i principi-base del movimento. Poco tempo dopo a Milano i pittori Boccioni, Carrà, Balla, Severini e Luigi Russolo firmarono il Manifesto dei pittori futuristi e nell'aprile dello stesso anno il Manifesto tecnico della pittura futurista. Nei manifesti si esaltava la tecnica e si dichiarava una fiducia illimitata nel progresso, si decretava la fine delle vecchie ideologie (bollate con l'etichetta di passatismo, tra cui figura anche il Parsifal di Wagner, che cominciò a essere rappresentato nei teatri d'Europa). Si esaltavano inoltre il dinamismo, la velocità, l'industria, il militarismo, il nazionalismo e la guerra, che veniva definita come "sola igiene del mondo. Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini a Parigi per l'inaugurazione della prima mostra. La prima importante esposizione futurista si tenne a Parigi presso la galleria Bernheim-Jeune. All'inaugurazione della mostra erano presenti Marinetti, Boccioni, Carrà, Severini e Russolo. L'accoglienza iniziale fu fredda, ma nelle settimane successive il movimento suscitò un certo interesse divenendo presto oggetto di attenzioni internazionali tanto da favorire la riproposizione della mostra anche in altre città europee come Berlino.  La riconciliazione con i futuristi avvenne in seguito, grazie alla mediazione dell'amico Palazzeschi. Infatti, Soffici e Papini uscendo da La Vocedecisero di fondare la rivista Lacerba appoggiando così il movimento futurista.  Alla morte di Umberto Boccioni, Carrà e Severini si ritrovarono in una fase di evoluzione verso la pittura cubista, di conseguenza il gruppo milanese si sciolse spostando la sede del movimento da Milano a Roma, con la conseguente nascita del secondo Futurismo. In prima fila Depero, Marinetti e Cangiullo con panciotti "futuristi" Il secondo Futurismo fu sostanzialmente diviso in due fasi. La prima andava due anni dopo la morte di Boccioni, e fu caratterizzata da un forte legame con la cultura post-cubista e costruttivista; la seconda invece,  fu molto più legata alle idee del surrealismo. Di questa corrente - che si concluse attraverso il cosiddetto "terzo Futurismo", portando anche all'epilogo del futurismo stesso - fecero parte molti pittori fra cui Colombo, Prampolini, Sbardella, Diulgheroff, Tulli ma anche Sironi, Soffici, Rosai, Testi e la moglie Stagni. Se la prima fase del Futurismo fu caratterizzata da un'ideologia guerrafondaia e fanatica (in pieno contrasto con altre avanguardie) ma spesso anche anarchica, la seconda stagione ebbe un effettivo legame con IL REGIME FASCISTA, nel senso che abbraccia gli stilemi della comunicazione governativa dell'epoca e si valse di speciali favori.  I futuristi di sinistra, generalmente meno noti nel panorama culturale italiano dell'epoca, comunque, costituirono quella parte del futurismo collocata politicamente su posizioni vicine all'anarchismo e al bolscevismo anche quando il movimento con i suoi fondatori e personaggi ritenuti principali è fagocitato dal FASCISMO. Anche se la gerarchia fascista riserva ai futuristi coevi una sotto-valutazione talvolta sprezzante, l'osservazione dei principi autoritaristici e la poetica interventista del Futurismo sono quasi sempre presenti negli artisti del gruppo, fino a che alcuni di questi non abbracciarono altri movimenti e presero le distanze dall'ideologia fascista (Carrà, ad esempio, abbraccia la metafisica). Altri ancora, come il giovane pittore maceratese Tulli, mantennero costantemente un approccio giocoso e libertario, che poco aveva a che fare con L’ESTETICA FASCISTA, anche nelle successive esperienze di pittura informale. Goncharova Il ciclista, Museo russo, San Pietroburgo Manifesto futurista di Marinetti era stato pubblicato a San Pietroburgo appena un mese dopo l'uscita su Le Figaro, e Gončarova e Larionov, che in patria verrà definito il padre del Futurismo russo, furono i concreti iniziatori del movimento in Russia. Il pittore Malevič, il compositore Matjušin e lo scrittore Kručënych redassero il manifesto del Primo congresso Futurista russo. Al movimento, conosciuto anche come Cubofuturismo o Raggismo, aderirono personalità come il poeta e drammaturgo Majakovskij.  Marinetti stesso si recò a Mosca. Dal movimento d'avanguardia futurista nacquero negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione due importanti avanguardie artistiche, il Costruttivismo e il Suprematismo. L'attenzione che i giornali e il pubblico dedicarono a Marinetti fu enorme, ma non ci fu la stessa attenzione da parte dei futuristi russi, alcuni dei quali tentarono anche di ostacolare la visita di Marinetti. Altri invece, come Sersenevič, furono più ospitali e cordiali. Il temperamento e le declamazioni di Marinetti riscossero successo ovunque; ma Marinetti tentò invano di chiamare i futuristi russi ad unire le forze con i futuristi italiani, perché i maggiori poeti russi, Chlebnikov, Livsič, Majakovskij e anche il regista Larionov criticarono Marinetti. L'ultima "mostra futurista" si tenne a Pietrogrado.  In Russia il movimento non fu caratterizzato dal bellicismo come quello dei futuristi italiani, criticato da Majakovskij, ma fu accompagnato da un'utopica idea di pace e libertà, sia individuale dell'artista, sia collettiva del mondo, che si sarebbe concluso con l'adesione di una parte del gruppo al bolscevismo. Dopo la rivoluzione d'ottobre molti futuristi confluirono nel cubismo e nell'astrattismo.  Futurismo francese In Francia il Futurismo non si organizzò mai come movimento, ma ebbe almeno due nomi degni di nota: Apollinaire e Saint-Point.  Apollinaire scrive il manifesto L'antitradition futuriste, pubblicato su Lacerba solo dopo le aggiunte e le correzioni di Marinetti. I successivi Calligrammes rivelano la chiara influenza del paroliberismo futurista sul poeta francese.  Valentine de Saint Point, nipote di Lamartine, scrisse il Manifesto della donna futurista, con il sottotitolo “Risposta a Marinetti”, in un volantino pubblicato simultaneamente a Parigi e a Milano. è il Manifesto futurista della lussuria.  Orientamenti artistici Nelle opere futuriste è quasi sempre costante la ricerca del dinamismo; cioè il soggetto non appare mai fermo, ma in movimento: ad esempio, per loro un cavallo in movimento non ha quattro gambe, ne ha venti. Così la simultaneità della visione diventa il tratto principale dei quadri futuristi; lo spettatore non guarda passivamente l'oggetto statico, ma ne è come avvolto, testimone di un'azione rappresentata durante il suo svolgimento.  Per rendere l'idea del moto nelle arti visive tradizionali, immobili per costituzione, il Futurismo si serve, nella pittura e nella scultura, principalmente delle “linee-forza”; poiché la linea agisce psicologicamente sull'osservatore con significato direzionale, essa, collocandosi in varie posizioni, supera la sua essenza di semplice segmento e diventa forza centrifuga e centripeta, mentre oggetti, colori e piani si sospingono in una catena di contrasti simultanei, determinando la resa del “dinamismo universale”.  PitturaJoseph Stella Battle of Lights, Coney Island, Mardi Gras, Yale. A Milano gl’artisti d'Italia avevano pubblicato i manifesti sulla pittura futurista. Boccioni si occupò principalmente del dinamismo plastico e sintetico e del superamento del cubismo, mentre Balla passò dallo studio delle vibrazioni luminose (divisionismo) alla rappresentazione sintetica del moto. Boccioni, Carrà e Russolo esposero a Milano le prime opere futuriste alla "Mostra d'arte libera" nella fabbrica Ricordi.  Il Futurismo diede il meglio di sé nelle espressioni artistiche legate alla pittura, al mosaico e alla scultura, mentre le opere letterarie e teatrali, ma anche architettoniche, non ebbero la stessa immediata capacità espressiva.  Le radici del fermento che portò alla declinazione del Futurismo nell'arte si possono riconoscere, artisticamente parlando, già nella Scapigliatura - corrente tipicamente milanese e borghese della seconda metà dell'Ottocento - laddove il Futurismo distoglie con disprezzo l'attenzione dalla raffinata borghesia per concentrarsi sulla rivoluzione industriale, sulle fabbriche.  Dal punto di vista stilistico il Futurismo - in particolare quello boccioniano - si basa sui concetti del divisionismo che però riesce ad adattare per esprimere al meglio gli amati concetti di velocità e di simultaneità: è grazie ad artisti come Segantini e PELLIZZA da Volpedo che, pochi anni dopo, il futurista Umberto Boccioni poté realizzare dipinti come La città che sale.   Opera futurista di Emma Marpillero Corradi Dal punto di vista concettuale, il Futurismo naturalmente non ignora i principi cubisti di scomposizione della forma secondo piani visivi e rappresentazione di essi sulla tela. Cubista è senz'altro la tecnica che prevede di suddividere la superficie pittorica in tanti piani che registrino ognuno una diversa prospettiva spaziale. Tuttavia, mentre per il cubismo la scomposizione rende possibile una visione del soggetto fermo lungo una quarta dimensione esclusivamente spaziale (il pittore ruota intorno al soggetto fermo cogliendone ogni aspetto), il Futurismo utilizza la scomposizione per rendere la dimensione temporale, il movimento.  Altrettanto interessanti sono i rapporti stilistici tra il Futurismo boccioniano e il cubismo orfico di Delaunay.  Non mancarono relazioni complesse tra i futuristi italiani e i più importanti esponenti delle avanguardie russe e tedesche. Equiparare, infine, la ricerca futurista dell'attimo con quella impressionista, come è stato fatto in passato, è ormai considerato profondamente errato. Se è vero infatti che gli impressionisti fecero dell'"attimalità" il nucleo della loro ricerca - loro scopo era fermare sulla tela un istante luminoso, unico e irripetibile - la ricerca futurista si muoveva in senso quasi opposto: suo scopo era rappresentare sulla tela non un istante di movimento ma il movimento stesso, nel suo svolgersi nello spazio e nel suo impatto emozionale.  Come conseguenza dell'"estetica della velocità", nelle opere futuriste a prevalere è l'elemento dinamico: il movimento coinvolge infatti l'oggetto e lo spazio in cui esso si muove. Il dinamismo dei treni, degli aeroplani (Aeropittura), delle masse multicolori e polifoniche e delle azioni quotidiane (del cane che scodinzola andando a spasso con la padrona, della bimba che corre sul terrazzo, delle ballerine) è sottolineato da colori e pennellate che mettano in evidenza le spinte propulsive delle forme. La costruzione può essere composta da linee spezzate, spigolose e veloci, ma anche da pennellate lineari, intense e fluide se il moto è più armonioso.  Tra gli epigoni più interessanti del Futurismo, l'avanguardia russa del raggismo e del costruttivismo. Le tecniche pittoriche futuriste sono state riassunte nei due manifesti sulla pittura.  Due tra i principali esponenti del movimento pittorico, Boccioni e Balla, furono presenti anche nella scultura. La pittura di Boccioni è stata definita "simbolica": il dipinto La città che sale, per esempio, è una chiara metafora del progresso, dettato dal titolo e dalle scene di cantiere edile sullo sfondo, esemplificate nella loro vorticosa crescita dalla potenza del cavallo imbizzarrito, un vortice di materia che si scompone per piani. Se Boccioni è simbolico, Balla è fotografico e analitico. Ancora legato a principi cubisti, non è raro che realizzi sequenze fotogrammetriche di una scena, per rendere il movimento, piuttosto che affidarsi a impetuosi vortici di pittura: è il caso del posato Bambina che corre al balcone.  Scultura Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio, New York, Museum of Modern Art L'artista futurista più attivo nel campo della scultura è Umberto Boccioni, la cui ricerca pittorica corre sempre parallela a quella plastica.  Lo stesso Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della scultura futurista. Punto di arrivo di questa ricerca può essere considerato Forme uniche della continuità nello spazio: l'immagine, applicando le dichiarazioni poetiche di Boccioni stesso, è tutt'uno con lo spazio circostante, dilatandosi, contraendosi, frammentandosi e accogliendolo in sé stessa.  Anche in L'Antigrazioso o La madre, immediatamente precedente, sono presenti parametri scultorei simili a Forme uniche nella continuità dello spazio, ma con ancora non risolti alcuni problemi di plasticità derivanti da influssi naturalistici.  MosaicLa tecnica del mosaico, basata sull'utilizzo di tessere ceramiche e vitree, si è prestata molto bene a esprimere i modi e il dinamismo intesi dall'arte futurista.  Enrico Prampolini e Fillia eseguono l'importante mosaico dedicato al tema delle Comunicazioniall'interno della torre del Palazzo delle Poste di La Spezia.  Alcuni anni più tardi Gino Severini esegue altri mosaici per le Poste di Alessandria. La tradizione musiva di Ravenna continua con mosaici futuristi di autori vari (Palazzo del Mutilato,.  ArchitetturaMagnifying glass icon mgx2.svg. Lo stesso argomento in dettaglio: Architettura futurista. «Il problema dell'architettura moderna non è un problema di rimaneggiamento lineare. Non si tratta di dover trovare nuove sagome, nuove marginature di finestre e di porte, di sostituire colonne, pilastri, mensole con cariatidi, mosconi, rane: ma di creare di sana pianta la casanuova, costruita tesoreggiando ogni risorsa della scienza e della tecnica…»  (Antonio Sant'Elia, dal Messaggio posto a prefazione della mostra del gruppo Nuove Tendenze)  Antonio Sant'Elia, una veduta prospettica della Città Nuova. Sant'Elia, Casa a Gradinate la Città Nuova. Arnaldo Dell'Ira lampada "a grattacielo Pettazzi  Stazione di servizio "Fiat Tagliero", Asmara. Sant'Elia, che divenne l'architetto più rappresentativo del movimento, era ancora distante dai futuristi ed era piuttosto legato nel movimento del cosiddetto Stile floreale. In quegli stessi anni a Milanoera attivo Giuseppe Sommaruga e questi sembra che avesse esercitato una grande influenza sulla formazione del Sant'Elia, infatti, per esempio, molti elementi dinamici del futurista furono anticipati nel Grand Hotel Campo dei Fiori di Varese. Sant'Elia pubblica il Manifesto dell'Architettura futurista, dove esponeva i principi di questa corrente. Al centro dell'attenzione c'è la città, vista come simbolo della dinamicità e della modernità. Tutti i progetti creati da Sant'Elia si riferiscono a città del futuro: in contrapposizione all'architettura tradizionale, vista come inadeguata, le città idealizzatedagli architetti futuristi hanno come caratteristica fondamentale il movimento, i trasporti e le grandi strutture. I futuristi, infatti, compresero immediatamente il ruolo centrale che i trasporti avrebbero assunto successivamente nella vita delle città. Nei progetti di questo periodo si cercavano sviluppi e scopi di questa novità. L'utopia futurista è una città in perenne mutamento, agile e mobile in ogni sua parte, un continuo cantiere in costruzione, e la casa futurista allo stesso modo è impregnata di dinamicità.  Anche l'utilizzo di linee ellittiche e oblique simboleggia questo rifiuto della staticità per una maggior dinamicità dei progetti futuristi, privi di una simmetriaclassicamente intesa.  Le teorie futuriste sull'architettura erano principalmente ideologiche ed erano espressione di un atteggiamento intellettualistico ma senza riferimenti a metodi formali e tecnici, tuttavia anticiparono i grandi temi e le visioni dell'architettura e della città che saranno proprie del Movimento Moderno.  A causa della guerra e dopo la morte di Boccioni e Sant'Elia il movimento futurista in Italia perse il suo slancio. L’originaria proposta futurista dei primi tempi è raccolta piuttosto dai costruttivisti russi. Il movimento razionalista italiano cercherà di proporre gli scenari della Città Nuova delle utopie futuriste ma il regime fascista smorzerà questi tentativi privilegiando un monumentalismo legato alla tradizione classicista. Lo stesso avvenne in Unione Sovietica con il sopravvento del regime totalitario.  Tra i grandi esponenti dell'architettura da ricordare Chiattone, che visse con Sant'Elia a Milano, condividendone le linee teoriche e sviluppando straordinarie visioni di città del futuro, prima di trasferirsi in Svizzera e abbandonare la militanza. E infine Marchi, che operò anche come scenografo.  Al Secondo Futurismo appartengono le architetture di Mazzoni, autore di notevoli edifici postali e ferroviari, ancora oggi validamente in funzione in diverse città italiane.  CeramicaPer le sue possibilità espressive, anche la ceramica interessa il movimento futurista. In particolare i ceramisti dell'ISIA espressero lavori in sintonia con il nuovo movimento. Sulla Gazzetta del Popolo a firma Marinetti ed Albisola viene pubblicato il Manifesto futurista della Ceramica e Aereoceramica. Il centro propulsore della ceramica futurista italiana fu Albissola Marina.  Musica Modifica In campo musicale gli unici rappresentanti di rilievo sono Pratella e Russolo, pittore, musicista e scrittore, autore del saggio L'arte dei rumori. L'arte dei rumori è considerata da alcuni autori uno dei testi più importanti e influenti nell'estetica musicale del XX secolo. A Russolo si deve l'invenzione dell'Intonarumori, uno strumento che usava per mettere in pratica la sua teoria del rumorismo, ovvero di una musica nella quale ai suoni dovevano essere sostituiti i rumori. Essi erano formati da generatori di suoni acustici che permettevano di controllare la dinamica e il volume.  Letteratura Modifica  Da sinistra: Palazzeschi, Carrà, Papini, Boccioni, Marinetti, Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura futurista e Filippo Tommaso Marinetti. Marinetti invia il Manifesto del Futurismo ai principali giornali italiani, ma è la pubblicazione su Le Figaro a garantirgli risonanza europea. Sulla rivista fiorentina Lacerba, comparve il "Manifesto tecnico della letteratura futurista. è il volume Zang Tumb Tumb, miglior esempio delle futuriste Parole in libertà.  Poesia. I poeti futuristi si riuniranno attorno alla rivista Poesiafondata da Marinetti qualche anno prima. Nei componimenti si trova generalmente l'esaltazione del futuro e delle sensazioni forti associate alla velocità e alla guerra. Gli esponenti più noti, oltre al Marinetti, sono: Palazzeschi, autore della raccolta poetica L'incendiario (che include "La fontana malata", "E lasciatemi divertire" e "La passeggiata"); Soffici, autore di Bif& ZF + 18 = Simultaneità – Chimismi lirici; Paolo Buzzi, autore di Aeroplani. Canti alati. Anche Quasimodo aderì, in gioventù, al Futurismo (ricordiamo la sua poesia "Sera d'estate. A un successivo momento del Futurismo marinettiano appartiene l'Aeropoesia.  Teatro Modifica Magnifying glass icon mgx2. svLo stesso argomento in dettaglio: Teatro futurista. I futuristi perseguirono la rifondazione del concetto stesso di comunicazione teatrale. Promossero un teatro «sintetico, atecnico, dinamico, simultaneo, autonomo, alogico e irreale», dove « è stupido» non ribellarsi al pregiudizio della teatralità, soddisfare la primitività delle folle, curarsi della verosimiglianza, voler spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, sottostare alle imposizioni del crescendo, della preparazione e del massimo effetto alla fine, lasciare imporre alla propria genialità il peso di una tecnica che tutti possono acquisire, rinunciare «al dinamico salto nel vuoto della creazione totale».  I futuristi, infatti, possedettero una «invincibile ripugnanza» per il lavoro studiato a tavolino, a priori, sostenendo l'improvvisazione, il teatro come «serbatoio inesauribile di ispirazioni».  «Tutto è teatrale quando ha valore»  (Il teatro futurista sintetico di Marinetti, Settimelli e Corra) Il teatro futurista promosse anche la commedia e la farsa, anziché la tragedia, o il dramma borghese. Tuttavia, nelle serate futuriste, non era inusuale vedere il pubblico adirato a causa di spettacoli fatti di azioni deliranti. Le cronache dell'epoca riportano notizie relative agli attori futuristi che sfuggono all'ira degli spettatori, spesso provocata ad arte secondo gli intenti espressi nel Manifesto futurista del teatro di varietà.  Cinema Magnifying glass icon mgx2. svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema futurista. Venne pubblicato il Manifesto della Cinematografia futurista, firmato da Marinetti, Corra, Ginna, Balla, Chiti ed Settimelli, che sosteneva come il cinema fosse "per natura" arte futurista, grazie alla mancanza di un passato e di tradizioni. Essi non apprezzavano il cinema narrativo "passatissimo", cercando invece un cinema fatto di "viaggi, cacce e guerre", all'insegna di uno spettacolo "antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero". Nelle loro parole c'è tutto un entusiasmo verso la ricerca di un linguaggio nuovo slegato dall'estetica tradizionale, che era percepita come un retaggio vecchio.  I futuristi, per allontanare il cinema dal passato, ripudiavano tutto ciò che era convenzionalmente accettato come affascinante e bellissimo dalla borghesia, usando quindi come soggetti figure distorte (che verranno riprese anche dall'espressionismo tedesco come manifestazione della perdita di speranza della popolazione dopo la prima guerra mondiale), colori forti ecc. Molte opere cinematografiche futuriste sono andate perdute durante la guerra, tra cui Vita futurista, pellicola nella quale alcuni uomini disturbavano e poi scappavano velocemente alcuni turisti nei bar di Firenze.  Tra le opere rinvenute di questo movimento, ci è pervenuta la tragedia Tahïs di Bargaglia e la romantica Amor pedestre del 1914 del comico Marcel Fabre, nel quale viene proposta una relazione non corrisposta tutta raccontata inquadrando i protagonisti dal ginocchio in giù (cortometraggi rintracciabili su YouTube).  Gastronomia Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cucina futurista. Grazie alla completezza di questo movimento, ne venne influenzata anche la gastronomia. Il cuoco francese Maincave adere al Futurismo, proponendo quindi l'accostamento di nuovi sapori ed elementi fino ad allora separati senza serio fondamento. Questo comprende accostamenti come filetto di montone e salsa di gamberi, noce di vitello e assenzio, banana e groviera, aringa e gelatinadi fragola.  Marinetti pubblica il Manifesto della cucina futurista sulla rivista Comoedia. Secondo Marinetti bisognava eliminare la pastasciutta, così come forchetta e coltello e condimenti tradizionali, e incoraggiare l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi.  Scrive Marinetti:  vi annuncio il prossimo lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento totale del sistema alimentare italiano, da rendere al più presto adatto alle necessità dei nuovi sforzi eroici e dinamici imposti dalla razza. La cucina futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà, per uno dei suoi principi, l'abolizione della pastasciutta. La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbrutisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti. È d'altra parte patriottico favorire in sostituzione il riso.»  Nel suo tempo È normale che il Futurismo, nascendo in un'epoca di transizione, abbia avuto molteplici contraddizioni. All'immobilismo scolastico e accademico ereditato dalle "tre corone" della poesia decadente (Carducci, Pascoli ed Annunzio) i futuristi oppongono la dinamicità, la demolizione all'armonia, e alla raffinatezza contrappongono il disordine delle parole. Gli elementi suddetti richiamano alle caratteristiche del Futurismo più importanti: esse rientrano appieno nello spirito culturale della belle époque che precedette lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Secondo i futuristi, questi poeti devono essere completamente rinnegati perché incarnano esattamente i quattro ingredienti intellettuali che il Futurismo vuole abolire:  la poesia morbosa e nostalgica; il sentimento romantico; l'ossessione della lussuria; la passione per il passato. In contraddizione con il Futurismo è stata anche la corrente crepuscolare. Infatti il crepuscolarismo, nonostante condivida con il Futurismo l'idea di interartisticità, ha però una concezione della vita completamente diversa:  i futuristi inneggiano alle innovazioni, i crepuscolari sono avversi a una modernità che aliena l'individuo i futuristi sono prepotenti, dinamici, chiassosi, i crepuscolari assumono toni dimessi, pacifici e malinconici i futuristi esaltano il caos e le attività delle grandi città, i crepuscolari amano l'intimità, le "piccole cose di pessimo gusto", gli affetti familiari e una vita tranquilla i futuristi sono sempre protesi verso un domani esaltante, i crepuscolari guardano al passato e alle piccole cose quotidiane.  Scultura futurista  esposta a Milano in Piazzetta Reale per il centenario del movimento Nelle arti figurative invece si presenta il confronto con le altre avanguardie, Cubismo, Astrattismo, Dada, Surrealismo, Metafisica, ognuna delle quali caratterizzata da propri temi e propri linguaggi espressivi. L'opera futurista è in evidente contrasto per alcuni temi con molte delle altre avanguardie sebbene condividano tutte l'intuizione di trasmettere attraverso l'arte un impulso di trasformazione della società e di rinnovamento. Aspetto specifico del Futurismo è quello di non limitare la propria azione alle espressioni artistiche (come il Cubismo o la Metafisica), ma di prospettare la re-invenzione dell'intera vita, in ogni suo aspetto (e uno dei manifesti maggiormente rilevanti fu infatti "Ricostruzione futurista dell'universo" di Balla e Depero).  Tra i contemporanei dei futuristi che criticarono il movimento ricordiamo Giandante X, che a Milano, all'apertura dei festeggiamenti per il ventennale del Futurismo, contestò apertamente Filippo Tommaso Marinetti, sostenendo che "l’uomo si deve affrancare dalla macchina ed è un errore lasciare sussistere lo scombinato movimento artistico"[20].  Nella critica del dopoguerra Il Futurismo ha influenzato tutta l'arte d'avanguardia del Novecento. Gli artisti futuristi che sopravvissero alla morte di Marinetti e alla seconda guerra mondiale caddero in disgrazia come tutto il Futurismo, con l'accusa di aver fiancheggiato il fascismo.  Nel secondo Novecento nuovi studi di Luciano De Maria, Mario Verdone, Enrico Crispolti, Maurizio Calvesi, Claudia Salaris, Giordano Bruno Guerri hanno parzialmente corretto l'accusa di collusione fascista, rilanciando l'interesse artistico-sociale verso il futurismo. Studi sul futurismo di sinistra (i contatti con gli ambienti anarchici, e persino comunisti) mostravano contemporaneamente che l'avanguardia futurista italiana era stata troppo sommariamente giudicata.  Nel corso del tempo diverse sono state le esposizioni riguardanti il Futurismo. Di indubbia rilevanza è stata quella del 2009 presso il Palazzo Reale di Milano per il centenario del movimento. La mostra si intitolava Futurismo Velocità+Arte+Azione. Il Futurismo italiano, con una grande esposizione retrospettiva fino al 1944 al Guggenheim Museum di New York a cura di Greene, è tornato alla ribalta internazionale. Il centenario del Futurismo ha anche contribuito al rilancio internazionale degli studi sulle artiste del Futurismo e sulla visione della donna nel Movimento.  è stato pubblicato il Manifesto del Fumetto Futurista redatto da Bonura e uno dei primi, se non il primo, fumetti futuristi programmatici, cioè seguente esplicitamente uno schema scritto e definito, dal titolo "Il brutto anatroccolo. Ma che Wow!!" di Gnoffo, a significare l'importanza che il movimento futurista ha avuto come influenza nel delineare nuovi stili d'arte di rottura e sperimentali. Principali esponenti del futurismo Futuristi italiani Marinetti Allimandi Asinari Asinari Antonio Asturi Azari Baldessari Balla Benedetto Boccioni Bodini Bonetti Bot, pseudonimo di Barbieri Bragaglia Bruschetti Buzzi Cangiullo Cappa Carli Carmassi Carta Carrà Carramusa Caselli Castagnedi Cavacchioli  Ciacelli Chiti Conti Corona Corra, pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini Tullio Crali D'Alba, pseudonimo di Umberto Bottone Giulio D'Anna Luigi De Giudici Mino Delle Site Depero Gerardo Dottori Leonardo Dudreville Carlo Erba EVOLA (si veda), Farfa, pseudonimo di Tommasini Fillia, pseudonimo Colombo Folgore Gesualdo Frontini Funi Gambini Giardina Ginna, pseudonimo di Ginanni Corradini Governato Govoni Jannelli Korompay Krimer Mimì Maria Lazzaro Escodamè, pseudonimo di Michele Leskovic Licini Lucini Magnelli Mai Mainardi Michetti Marasco Marchesi Emma Marpillero Masnata Mix Sante Monachesi Marisa Mori Munari MUSSOLINI (si veda) Mussolini (si veda) Notte Novatore, pseudonimo di Abele Ricieri Ferrari Nello Voltolina Pippo Oriani Nino Oxilia Ivo Pannaggi Papini Pepe Diaz Peruzzi Piscopo Prampolini Pratella Preziosi Quasimodo Righetti Romani Rosai Rizzo Rognoni Ronco Rosso Russolo Sanzin Sartoris Sant'Elia Sbardella Severini Ardengo Soffici Fides Stagni Tato (Guglielmo Sansoni) Mario Sironi Fides Stagni Stella Sturani Tavolato Tedeschi Thayaht, pseudonimo di Ernesto Michahelles Tulli Ungaretti Vann'Antò Ruggero Vasari Lucio Venna, pseudonimo di Landsmann Vucetich; Futuristi russi Makov Černichov Velimir Chlebnikov Natal'ja Sergeevna Gončarova Michail Larionov Vladimir Majakovskij Kazimir Severinovič Malevič Aleksandr Rodčenko Aleksej Kručënych Futuristi ucraini Davyd, Mykola, Volodymyr Burljuk Futuristi francesi Robert Delaunay Marcel Duchamp Paul Fort Léger Jules Maincave Georges Bernanos Guillaume Apollinaire Futuristi cechi Růžena Zátková Futuristi ungheresi  Béla Kádár Lajos Kassák Hugó Scheiber Futuristi portoghesi Fernando Pessoa, divulgò aspetti del movimento attraverso le riviste Orpheu e Portugal Futurista Guilherme de Santa-Rita, pittore, ideatore della rivista Portugal Futurista Futuristi spagnoli Joan Salvat-Papasseit Futuristi brasiliani Oswald de Andrade Futuristi argentini Alberto Hidalgo Emilio Pettoruti Principali manifesti Manifesto del futurismo, (Pubblicato da "Le Figaro" Marinetti Uccidiamo il Chiaro di luna, Marinetti Manifesto dei Pittori futuristi, (11 febbraio 1910), Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini La pittura futurista - Manifesto tecnico, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini Contro Venezia passatista, Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo Manifesto dei drammaturghi futuristi, Marinetti Manifesto dei Musicisti futuristi, Pratella La musica futurista-Manifesto tecnico, Pratella Manifesto della Donna futurista,, Valentine de Saint-Point Manifesto della Scultura futurista, Boccioni Manifesto tecnico della letteratura futurista, Marinetti L'arte dei Rumori, Russolo Distruzione della sintassi. L'immaginazione senza fili e le Parole in libertà,, Marinetti L'Antitradizione futurista, Apollinaire La pittura dei suoni, rumori e odori, Carrà Il Teatro di Varietà, Marinetti Il controdolore, Palazzeschi Pittura e scultura futuriste, Boccioni Manifesto dell'Architettura futurista, Sant'Elia Il teatro futurista sintetico, Corra, Settimelli, Marinetti La ricostruzione futurista dell'universo,, Balla, Depero La Scenografia futurista, Prampolini Manifesto del cinema futurista, Marinetti, Corra, Settimelli Manifesto della danza futurista, Marinetti Manifesto dell'Aeropittura futurista, Manifesto della Fotografia futurista, Tato (pseudonimo di Sansoni), Marinetti Manifesto della cucina futurista, Marinetti. Manifesto futurista della Ceramica e Aereoceramica, Filippo Tommaso Marinetti e Tullio d'Albisola Opere principali Pittura Umberto Boccioni, Tre donne; Boccioni, La città che sale; Carrà, Notturno a Piazza Beccaria Boccioni, La risata Boccioni, Stati d'animo, gli addii Carrà, I funerali dell'anarchico Galli; Umberto Boccioni, Materia; Balla, Ragazza che corre al balcone Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio Balla, Lampada ad arco; Umberto Boccioni, Elasticità Severini, La chahuteause Russolo, Dinamismo di un'automobile Carrà, Cavaliere rosso; Giacomo Balla, Automobile + velocità + luce Severini, Ballerina in blu; Fortunato Depero, I Cavalieri.  Futurismo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il pensiero futurista si richiama evidentemente a varie ideologie dell'azione e della violenza: il "vitalismo" del "superuomo" (oltreuomo) di Friedrich Nietzsche, l'anarchismo di Max Stirner, la "violenza" di Georges Sorel (Considerazioni sulla violenza), lo slancio vitale di Henri Bergson(cfr. "Futurismo" nell'Enciclopedia "Il Sapere", De Agostini editore). arengario.it, arengario.it/ futurismo specimen-tonini- manifesti.pdf. 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Portale Arte   Portale Italia PAGINE CORRELATE Carlo Carrà Pittore e docente italiano  Manifesto dei pittori futuristi Manifesto futurista pagina di disambiguazione di un progetto, Esaminerò i temi principali del mio saggio, intitolato “Eros ethos”: la contraddizione, la violenza, la domanda di salvezza, che è poi la domanda di senso, il silenzio di Dio. Ma, effettivamente, questi temi fanno da sfondo, perché “ Eros ethos”, questo nesso su cui dobbiamo riflettere, riguarda piuttosto le cose prossime che non le cose ultime come la domanda di senso, la domanda che appunto ruota interamente intorno a ciò che era al principio. Che cos’era il principio? Era il senso, era il logos, o non era piuttosto come Nice, in modo sprezzante, ma anche polemico e profondo, ebbe a dire: “ in principio era il non senso”? Ecco, cos’ hanno a che fare queste domande sulle cose ultime con le cose prossime? Eros ethos: che cosa c’è di più prossimo alle esperienze che noi facciamo, che questa? Esperienza erotica ed esperienza etica. Questo è il quadro, questo è l’orizzonte problematico dentro il quale vorrei insieme con voi procedere per alcuni passi, e allora incomincerei col dire che, davvero, la domanda da cui partire è la domanda sull’origine: una domanda che ai non filosofi può sembrare di scarsa rilevanza. Perché la domanda sull’origine? E che cosa vuol dire domanda sull’origine? Vuol dire, se la vogliamo tradurre, interrogarsi sul da dove veniamo, da dove il male, la violenza che patiamo. “Unde malum?” questa è la domanda sull’origine. Ma a questa domanda sull’origine, così perentoria e così grave di implicazioni, come risponde il pensiero contemporaneo? Il pensiero contemporaneo risponde rimovendola, come se non esistesse, meglio come se non la potessimo, né la dovessimo porre. E questo perché? Perché alla domanda ha già risposto la scienza. Sappiamo da dove veniamo, di chi siamo figli: siamo figli del caos, e se è vero che leggi che possono essere accertate scientificamente governano questo caos, del caos noi siamo figli, o, se non del caos, di quel suo riflesso che è il caso. Siamo figli del caso. La violenza è un fatto. Certo che c’è violenza nel mondo, ma c’è come c’è quell’ultimo orizzonte che non possiamo trascendere. Ci appartiene la violenza, è in noi, sempre di nuovo la evochiamo, basta un niente ed ecco esplode, come se un fondo sub umano ci abitasse, come se da questa brutalità naturale noi provenissimo, come se appunto questo fondo sub umano, questa brutalità naturale, sempre pronta ad esplodere, costituisse un orizzonte intrascendibile. Non è forse vero che veniamo di lì, non ci dice la scienza che veniamo dalla “selva antiqua?” Dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non lo stato in cui la violenza ci fa simili, anzi identici, a quegli esseri che abitano la natura e l’abitano inconsapevolmente, producendo la violenza appunto come produzione inconsapevole di quella volontà di vivere che abita tutti gli esseri naturali? Sembra essere questa la grande parola della filosofia moderna e poi contemporanea, perchè troviamo in essa quasi un vero e proprio ritornello: il risalimento all’origine è precluso, la filosofia pensa a partire da una situazione, da un trovarsi ad essere in un certo modo, a partire da cui soltanto il pensiero è pensiero. Che cosa significa risalire alle origini, ipotizzare fondamenti ultimi? Tutto questo appartiene all’ontoteologia cioè alla pretesa appunto di ragionare ricostruendo il fondamento, la ragione ultima di tutte le cose, in una parola l’origine, quell’origine che non è, o meglio non è se non nella forma che ci è data, e di cui noi facciamo esperienza sapendo di essere quello che siamo, ossia esseri naturali che dallo stato di natura provengono e che nello stato di natura trovano una sorta di ultimo orizzonte, di estremo confine intrascendibile, assolutamente intrascendibile. Da questo punto di vista abbiamo la parola di Hobbes da una parte( lo stato di natura), e la parola di Rousseau dall’altra( lo stato di natura come 1   stato di pura violenza che si tratta di controllare attraverso un patto, i cui contraenti autolimitano la propria libertà in nome del controllo di ciò che è dato: lo stato di natura). Da una parte Hobbes( il Leviatano), e dall’altra Rousseau dicono la stessa cosa anche se sembrerebbero dire due cose completamente diverse. Che cosa dice Rousseau? Dice che lo stato di natura non è il regno del Leviatano, il regno della violenza, è il regno della gioia, è il regno della libertà, è il regno della giustizia. Eppure dicono la stessa cosa. Che cosa? Dicono che quello, lo stato di natura, è un orizzonte che non possiamo trascendere. Lì ci troviamo a vivere. Che questo stato di natura sia uno stato di violenza, o che questo stato di natura sia uno stato tornando nel quale noi ci liberiamo dalla violenza stessa, in definitiva è la stessa cosa, perché è questo stato, questa condizione intrascendibile, e non possiamo affacciarci, per così dire, sulla soglia, su questo stesso orizzonte, e guardare al di là e chiederci: “ Ma noi da dove veniamo? Chi ci ha gettati qui?” O nella lotta o nella gioia edenica: domanda senza senso. Risalire non è possibile. L’orizzonte è chiuso. La violenza non è nient’altro che questo, quella violenza di cui ci parlano anche le cronache, ma che noi conosciamo anzitutto in noi stessi, perciò della violenza non resta che prendere atto come qualche cosa che è connaturato, stato di natura appunto, e che non ci resta che controllare. Sempre di nuovo l’uomo ricade nella violenza, sempre di nuovo l’uomo deve, se non liberarsene totalmente, elaborare delle strategie di controllo. Auschwitz non deve più accadere e invece è accaduto e probabilmente sempre di nuovo accadrà. Questo lo sappiamo, lo sappiamo nei nostri giorni violentissimi, crudelissimi. Su questo non possiamo chiudere gli occhi: sul fatto che Auschwitz sempre di nuovo accade, che sempre di nuovo l’uomo cade dentro quello stato di natura dal quale proviene e dal quale non può evadere. E’ la parola più dura della filosofia contemporanea, nascosta spesso dentro strategie di pensiero molto sofisticate, molto raffinate, ma che questo dicono: l’intrascendibilità della nostra provenienza, dell’orizzonte dal quale proveniamo, tanto è vero che sempre di nuovo cadiamo dentro a questo orizzonte. Difficile immaginare, appunto, una risposta più cupamente ateistica e nichilistica di questa, ma anche più vera, con una sua verità che sembrerebbe difficilmente controvertibile. Non è forse vero che la violenza è in noi, che veniamo di lì? Non ci dice la scienza che in noi ci sono forze che se non teniamo sotto controllo fanno di noi, di chiunque di noi, il peggiore dei delinquenti, e che ciascuno ha in sé questa virtualità negativa e terribile? Ciascuno di noi. Lo vediamo, non solo per le guerre, ma per i casi che la vita ci mette sotto gli occhi: gli adolescenti che uccidono i genitori, il mobbing tra le persone, questo bisogno di farsi reciprocamente male, che cos’è questo se non una radice? Maligna, ma nello stesso tempo naturale, maligna, ma in questa prospettiva senza nessuna ascendenza teologica, perché appunto è lo stato di natura dal quale proveniamo, dentro il quale sempre di nuovo ricadiamo in quanto l’orizzonte è intrascendibile. Che questo sia detto nei termini di Hobbes, o sia detto nei termini di Rousseau, che a partire da Hobbes si elaborino teorie dello stato come strumento, il solo che l’uomo ha per tenere sotto controllo la violenza, che a partire da Rousseau si elaborino invece teorie della emancipazione, della liberazione, del ritorno alla natura, però questo ci dice l’intrascendibilità dello stato di natura. E’ una tesi che ha mille sfaccettature naturalmente, ma molto forte. A questa tesi della intrascendibilità radicale dello stato di natura io credo ci sia una sola obiezione, ma forte, altrettanto forte che la tesi stessa. E questa obiezione è che la violenza dell’uomo sull’uomo, quella violenza che fa dell’uomo un bruto, che lo ricaccia sempre di nuovo nella brutalità dello stato di natura, questa violenza è sempre qualche cosa di più, è sempre qualche cosa di meno che espressione dello stato di natura. Questa è la vera obiezione. E cioè, che cos’è? E’ cosa umana. La violenza fatta dall’uomo non è infatti assolutamente assimilabile alla violenza fatta dall’animale, da una tigre, da un leone feroce. La ferocia che emerge, che affiora, e che trasforma un essere umano in un animale 2   è altra cosa, non è vero che trasforma l’essere umano in animale ( questo è un modo di dire assolutamente sviante, falsificante, anche se sembra corrispondere all’esperienza che ciascuno di noi fa ), questa violenza è altra cosa, perché la violenza dell’uomo ha, per così dire, un segno, una segnatura, quella signatura rerum di cui parlavano gli alchimisti che la vedevano nelle cose stesse, quasi le cose fossero portatrici di simboli entrando in contatto con l’uomo. Ecco, la stessa cosa vale per la violenza umana: essa ha una segnatura che ne fa qualcosa di altro rispetto alla violenza dell’animale, di radicalmente altro, di ontologicamente altro. Perché la violenza dell’uomo non è assimilabile a quella dell’animale? Perché la violenza dell’uomo ha qualcosa come un valore aggiunto, e il valore aggiunto è quello che ci mette l’uomo stesso. Pensate all’uomo, al soldato che uccide, deve farlo, lo fa per difendersi, pensate alla violenza che esplode in una situazione apparentemente normale: sempre c’è qualche cosa di più e di diverso che l’espressione di una aggressività volta a raggiungere uno scopo, raggiunto il quale la stessa violenza, per così dire, ritorna in una quiete, in una pace, la pace del leone che ha divorato la gazzella e si ritrova in pace con sé stesso e con la natura. La violenza dell’uomo, quale che sia, giustificata o non giustificata, ( ma appunto la parola giustificazione è povera), sempre ha questo valore aggiunto: e il soldato sente il bisogno, ahimè, spesso di sottolineare questo valore aggiunto, irridendo il nemico. Questo è nell’Iliade, come nella cronaca di oggi, di ieri e dell’altro ieri. Nell’Iliade, quando Achille strazia il cadavere di Ettore, sente il bisogno di straziarlo sotto le mura di Ilio, sotto gli occhi delle persone care: ecco quel di più, ecco ciò che fa della violenza umana qualche cosa di radicalmente umano. Nel soldato che aggredisce e umilia l’aggredito, il vinto, il nemico vinto, stuprando la sua donna, per esempio, non c’è mai una pura e semplice espressione pulsionale di qualche cosa, come un bisogno bestiale o animalesco, c’è invece il desiderio di segnare ( parlavo prima di segnatura, di valore simbolico), c’è il bisogno di umiliare, c’è, in altre parole, l’impossibilità di ricadere nella quiete della violenza che ha raggiunto il suo scopo. Allora, se la violenza dell’uomo non è assimilabile alla violenza della natura, se questo valore aggiunto fa sì che la violenza dell’uomo riveli una sua irriducibilità all’ordine naturale delle cose, allora non è vero che lo stato di natura non può essere trasceso, non è vero che non è possibile affacciarsi sull’ultimo orizzonte e chiedersi: “ Ma da dove vengo io?” Allora non basta dire: “ Io vengo da lì, cioè dalla natura e dalla sua brutalità, io vengo da un altrove”. E’ una contraddizione, perché, se vogliamo dirla con una formula filosofica, la intrascendibilità dello stato di natura chiede di essere trascesa. Il riconoscimento che di lì vengo, che sono impastato di quella pasta, che sono fatto di quel fango, che in me agiscono forze brutali, bestiali, non basta. Non basta perché quelle forze dicono non soltanto la mia provenienza dallo stato di natura, ma da un al di là, che non so che cosa sia, che la filosofia non può dire naturalmente, ma deve cercare. Non mi basta riconoscermi parte della natura, perché questo mio riconoscimento fa cenno, sia pure nella forma della contraddizione, ad un altrove, come se io fossi caduto, come se io di là venissi, e come se soltanto questo movimento potesse spiegare il valore aggiunto che è nella violenza. Ho fatto due esempi, di due grandi filosofi della modernità, Hobbes e Rousseau, i teorici della intrascendibilità dello stato di natura. Farò altri due esempi di grandi filosofi della modernità i quali sostengono quello verso cui sto cercando di condurvi e cioè che l’intrascendibilità dello stato di natura è contraddittoria. Certo l’uomo, con le sue categorie, con i suoi concetti, con ciò di cui dispone, non può uscire dall’orizzonte in cui è venuto a trovarsi, ma patisce, soffre, vive questo suo trovarsi in un orizzonte che è come un carcere per lui, appunto come un essere cacciato lì dentro. Diceva Pascal: “ Io mi guardo intorno, e tutto è confusione, un orribile caos, cerco Dio, ma Dio tace ( il silenzio di Dio), e non solo Dio tace, ma tutto è terribilmente silenzioso, e il silenzio degli spazi infiniti è eterno. Che cosa mi resta, se voglio in questo orribile 3   caos muovermi e sopravvivere? Che cosa mi resta da fare? Prendere atto che le cose stanno così, seguire le leggi del mio paese. Già, ma le leggi del tuo paese sono esattamente l’opposto delle leggi del paese accanto. Che fare? Questa è appunto la prova del caos in cui versiamo. Ma il mio sovrano mi ha ordinato di uccidere quello che sta al di là del fiume. E perché? Perché sta al di là del fiume. Ma è una ragione questa? Eppure lo devo fare, perché, se non mi attenessi alle leggi del mio paese, cadrei in un disordine ancora più grande, non vivrei più”. L’abbiamo visto: l’unica forma di sopravvivenza è quella garantita dall’accettazione dello status quo. Dice: “ Ma io mi guardo intorno. Questo è giusto, che cosa è sbagliato? Nulla è giusto, nulla è sbagliato, tutto lo è. E infatti non c’è atto, non c’è gesto, non c’è comportamento umano, anche il più abietto, che non abbia trovato il suo altare. Sull’altare è stato messo l’incesto, sull’altare è stato messo l’omicidio, sull’altare è stato messo il furto, e così via. Un orribile caos, è quello nel quale l’uomo naturaliter viene a trovarsi: intrascendibilità dello stato di natura”. Ecco allora la contraddizione, ecco il passo in più che fa Pascal: l’intrascendibilità dello stato di natura è inaccettabile, l’intrascendibilità dello stato di natura non può essere vissuta se non come una condanna, e quale maggiore condanna che quella di chi vede che ogni atto, anche il più nefasto, il più delittuoso, ha trovato il suo altare? Quale condanna peggiore di chi constata che è costretto a compiere atti profondamente ingiusti e tuttavia giustificati? “ Vai, uccidi”. “ Perché?” “Perché il tuo sovrano te lo ordina”. Ed è giusto così, o meglio giustificato così, pena un disordine ancora maggiore. Questa è una realtà che non si può non accettare, una realtà che ci dice il nostro essere vincolati ad essa, l’intrascendibilità dello stato di natura, ma una realtà nello stesso tempo vissuta come iniqua, come inaccettabile: non la posso che accettare, ma è inaccettabile. Ecco la contraddizione, e se volessimo dirla filosoficamente, dovremmo dire: “l’intrascendibilità dello stato di natura impone il suo trascendimento”. Da dove vengo io? Da quale paradiso perduto, se soffro così tanto all’interno di una situazione per la quale non vedo via d’uscita? L’intrascendibilità chiede di essere trascesa. Qui la filosofia deve tacere, la filosofia non può che aprirsi ad una dimensione altra. E’ una risposta, come vedete, ben diversa da quella di Hobbes, ed anche da quella di Rousseau. Nasce da Pascal una filosofia religiosa, laddove da Hobbes e da Rousseau nasce una filosofia irreligiosa. Le fedi private dell’uno e dell’altro non sono più in questione, ma è profondamente irreligiosa una filosofia che dice: “ La violenza c’è e non resta che tenerla sotto controllo. Noi non possiamo guardare al di là”. E’ una filosofia profondamente irreligiosa quella che dice che la violenza c’è perché c’è la società. Togliamo questo elemento storico sociale, che inquina, con gli apparati repressivi che la società mette in atto, liberiamoci da tutto ciò, e ritroviamo quella gioia che è lo stato originario dell’uomo: filosofia, in entrambi i casi, con tutte le loro propaggini, da Rousseau a Marcuse, oppure da Hobbes a Smith, filosofia profondamente irreligiosa quella dell’intrascendibilità dello stato di natura, laddove è filosofia profondamente religiosa quella di un Pascal che dalla stessa intrascendibilità ricava, attraverso la contraddizione, l’idea di non poter non trascendere. Anche Vico, che viene spesso interpretato, e giustamente, come il padre dello storicismo, ma è anzitutto teologo cristiano, dice la stessa cosa, cent’anni dopo Pascal, e la dice attraverso l’idea che la menzogna in cui l’uomo si trova a vivere sia l’illusione che “ omnia Iovis plena”, che gli alberi siano dei, che tutto gli parli, che l’universo sia animato da presenze. Se un fulmine cade nella selva antiqua e apre la radura e l’ uomo si illude che un dio gli abbia parlato, non è vero, è un’illusione, è pura idolatria credere che lì si sia avuta una epifania, e tuttavia questa che è la condizione idolatrica che l’uomo non può trascendere. Vico dice: “ Cos’è più vero? Lo stato di natura, dove l’uomo è e non è se non cacciatore e preda? Oppure lo stato di cultura?” Quello stato di cultura che l’uomo costruisce in base ad una simulazione, cioè in base ad una menzogna, illudendosi che gli dei gli abbiano parlato e 4   sulla base di questo messaggio, di questa rivelazione, costruisce appunto le istituzioni, le famiglie, gli stati, la cultura, insomma. Che cos’è più vero? E’ il puro e semplice abitare la natura come l’abitano i bruti, brutalità dello stato di natura, oppure è, attraverso la finzione, diventare uomini? Accedere ad una verità propriamente umana? Anche lì, attraverso la contraddizione, l’uomo è costretto a vedere nella natura una sorta di deiezione, di caduta. Da dove? La filosofia non lo dice, lo dice la rivelazione. Come vedete queste sono ipotesi molto diverse, opzioni filosofiche che sono alla radice del mondo moderno. Voi vi chiederete: “ Tutto questo che cosa c’entra con Eros ethos?” C’entra perché c’entra la contraddizione. E’ la contraddizione che dobbiamo cercare, che dobbiamo interrogare, per capire appunto se noi siamo consegnati ad un destino umano e soltanto umano o se invece questa stessa umanità del nostro destino impone un trascendimento della condizione nella quale ci troviamo: dobbiamo cercare l’origine, ciò che è in principio ma anche ciò che è, per dirla con sant’Agostino, “intimior intimo meo”, più intimo a me stesso di quanto non lo sia io a me. Come sappiamo, Agostino identificava Dio con questo movimento, con l’intimior intimo meo: è Dio che è più intimo a me di quanto io non lo sia a me stesso. Potremmo, parafrasando Agostino, vedere precisamente nel nodo di contraddizione che nello stesso tempo lega e separa eros ethos qualche cosa che può essere definito negli stessi termini. Che eros ed ethos si contraddicano, o meglio si oppongano( l’opposizione e la contraddizione sono due cose diverse) lo so bene, che eros ed ethos si oppongano è cosa abbastanza ovvia. Che cosa indica eros se non l’immediatezza, diciamo pure la gioia di vivere, quella gioia di vivere che non ammette ostacoli di nessun tipo, che chiede soltanto di essere espressa? Eros i Greci, e non soltanto i Greci, lo presentavano come un fanciullo, la divina innocenza, eros come espansione vitale, o per dirla con Kierkegaard come vita immediata, vita che non dà ragione di sé, e noi diremmo oggi ( figli volenti o nolenti, tutti figli di Freud ) “vita pulsionale”, e le pulsioni sono le pulsioni, il bene e il male appartengono ad un altro ordine, ad un’altra dimensione. Ethos è il contrario. Ethos è il “Tu devi”. Ethos è la serietà della vita. Ethos è il dover rispondere di tutto nei confronti di tutti, o quanto meno di sé nei confronti di coloro coi quali si è stretto un patto. Quale opposizione maggiore che quella tra eros ed ethos? Tra l’immediatezza e la mediazione? Tra la libera e gioiosa espansione di sé che non dà ragione, perché è quello che è, è vita immediata, tra la gioia, se vogliamo dire così, e la serietà della vita, ossia il “Tu devi”, questo sì e questo no, perché tu devi rispondere di te nei confronti di tutti gli altri? Ma appunto siamo ancora sul piano dell’opposizione, non ancora della contraddizione. Per scorgere la contraddizione dobbiamo renderci conto che c’è dissidio, cioè c’è intima opposizione sia in eros, sia in ethos. Ed è solo a partire da un’analisi separata delle due forme di esperienza, esperienza erotica ed esperienza etica, che capiremo come l’opposizione diventi una vera e propria contraddizione e capiremo come la contraddizione che abita in ciò che è “intimior intimo meo”, così prossimo a noi da costituire davvero la nostra anima, la nostra carne ( e che cosa se non eros ed ethos? ), come la contraddizione sia proprio in questa prossimità. Ma lo scopriremo appunto esaminando separatamente le due forme. Perché c’è opposizione in eros? L’abbiamo definito come gioioso, libero, come espressione di una vitalità che non conosce ostacoli. Non è forse vero che eros è trasgressione? Ma non carichiamo subito questa parola di un significato morale: no, siamo prima, siamo al di qua della morale. Parliamo dunque di trasgressione nel senso letterale del termine, nel senso di una spinta, di un movimento teso a rompere tutti i vincoli. Quindi siamo ancora sul piano di una fenomenologia che non chiama in causa la morale. Eros è questo transgredior, questo superare il limite che eros stesso pone a sé stesso per essere quello che è. Cosa c’entra la morale con eros, se eros è questo? Come è pensabile un intimo dissidio di eros con eros? I Greci lo hanno pensato. Quando ci troviamo di fronte a queste difficoltà, definita filosoficamente la categoria, 5   sembrerebbe non si dovesse più procedere oltre, invece sappiamo che l’esperienza erotica è molto più complessa, che non è questa pura e semplice, come qualcuno vorrebbe, espressione pulsionale di sé che non dà ragione di sé, bensì un’esperienza terribilmente complessa. E allora come la mettiamo? La filosofia ci dice che è trasgressione, movimento libero verso la liberazione da tutti i vincoli. Il mito, e di nuovo la religione, ci dice che è cosa molto, molto più complessa. E come avevano rappresentato questa complessità i Greci? Attraverso i miti, come sappiamo. I miti sono questo: servono a dire delle cose che la filosofia non riesce a dire, o che il linguaggio comune non riesce a dire. Ci sono tanti miti nella cultura greca che parlano di eros, infiniti, ma non soltanto nella cultura greca, anche in quella indiana, anche in tante altre. Ma alcuni in particolare: intanto quello che identifica eros con Fanes Protogono. Chi è Fanes Protogono? Fanes Protogono è qualcuno, qualche cosa che viene prima della stessa formazione del mondo, e quindi del costituirsi di figure archetipiche nel mondo che sono gli dei; Fanes ( “ fainetai”) è questa accensione originale che fa sì che il mondo, che era, secondo il mito di Fanes Protogono, tutto raccolto in un nucleo simile ad un punto ( pensate a quale profondità di intuizione erano arrivati i Greci), per questa improvvisa accensione si spacchi, si scinda come sotto una spinta, una forza assolutamente sorgiva, che non è governata da figure archetipiche, dagli dei, ma che è assolutamente iniziale. Questa realtà tutta compressa, tutta compresa in un unico punto, per così dire a seguito di questa cosiddetta accensione, esplode, e questa esplosione dà luogo alla terra e al cielo, perciò la terra e il cielo, a partire da questa esplosione, non potranno che sempre di nuovo cercare di ricongiungersi. Urano e Gea, il cielo e la terra, originariamente uniti, a seguito della esplosione cercano di ricongiungersi, grazie a eros, Fanes Protogono, cioè il principio primo, il principio originariamente generatore, che è la luce. Eros è questa accensione, questa forza ricongiungente dei due. Dentro questo mito che cosa scopriamo? Il carattere assolutamente non morale di eros. Eros è quello che è, non è neppure un dio, è luce, è manifestazione, è pura forza esondante, quella pura forza esondante che ciascuno di noi prova in sé, nelle varie forme in cui eros si manifesta, che, come sapevano i Greci, sono infinite. Basta leggere il Simposio per capire come Platone sapesse delle varie forme di eros. Ma che cosa accade? Accade qualche cosa di tremendo, il tremendo che è in eros: accade che nel momento in cui la terra e il cielo si scindono in due, in una sorta di mattino del mondo nasce Afrodite che è la dea dell’amore, che è la dea, a seguito di questa vicenda, chiamata a incarnare, a personificare, la forza originariamente creatrice. Ma chi è Afrodite? E’ la dea della doppiezza, e i poeti greci così l’ hanno descritta: è la dea della felicità, della gioia, della gioia di vivere che non dà ragioni di sé, è la dea al di là del bene e del male, è la dea al di qua del bene e del male. Ma Afrodite è anche la dea che nasconde il tremendo da cui proviene, tanto è vero che lo stesso mito greco ci parla di questo mattino del mondo: e cosa c’è di più bello che il sorgere di Afrodite dalla spuma del mare, che cosa c’è di più innocente, di più incantevole? E tuttavia quella spuma del mare è memoria di un atto di sangue: la spuma del mare è il sangue stilato, e anzi sangue- liquido seminale, stilato dal sesso di Urano, castrato dal suo stesso figlio. Capite che cosa dicono i Greci? Che cosa tiene insieme nell’idea di eros l’uomo greco? Gli opposti: l’innocenza, la perfezione in quanto è l’emergere della vita da sé stessa, la vita che non dà ragione di sé, la vita che è quello che è, al di là del bene e del male, tuttavia su uno sfondo cupo di sangue. Il fanciullo innocente è nello stesso tempo colui che ha memoria del tremendum, con buona pace dei teorici, quanti sono oggi, delle emancipazioni a buon mercato: “Liberatevi dai tabù, abbandonatevi!” Tutte cose belle, per carità, non voglio dire che non ci si debba anche liberare dai tabù, però le cose sono un po’ più complicate: la liberazione( tesi) è necessaria, e tuttavia sta a fronte( antitesi) di qualche cosa come gli orrori delle origini. Quando ci si interroga sul fatto, sul rapporto eros e violenza, per esempio, perché chiudere gli occhi di fronte a 6   questa che è realtà umana, più che umana? Bisogna pensare come hanno pensato i Greci, o come hanno pensato gli Indiani in modo forse meno cupo, in modo meno metafisico, ma altrettanto espressivo, con la figura della donna che volge lo sguardo, dell’amante che raggiunge l’amato ( che è un tema iconografico di molta arte indiana, di molta arte erotica dell’India ), della donna che si butta nel fiume per raggiungere l’amato, ma volge lo sguardo, e questo sguardo è pieno di malinconia per tutto ciò che lascia: siamo fatti di una irriducibile doppiezza, ci dice il mito. Certo che è necessario gettarsi, raggiungere l’amato, ma non ci è dato di farlo ( è la dinamica della trasgressione ), se non volgendo lo sguardo verso tutto ciò che abbiamo perso, che stiamo perdendo, che potrebbe essere la rottura del patto. E questo che cosa vuol dire? Vuol dire che eros, l’innocenza stessa, in modo del tutto contraddittorio, si lega al suo contrario, a qualcosa come la colpa: ecco come eros è portatore di una contraddizione. Ma lo stesso vale per ethos. Ethos è in sé stesso contraddittorio, e sono ancora una volta i Greci che ci dicono questo. Della profondità del mito greco si era accorto Aristotele, per primo, che io sappia, quando, guardando al mito, ha scoperto che la parola greca ethos (da cui etica, naturalmente, ) si dice in due modi, o meglio si dice in un modo solo ma si scrive in due ( è una anomalia del Greco che forse non ha altri esempi così clamorosi ): ethos in greco si scrive con la ipsilon, e con la eta, e se scritta con la ipsilon vuol dire una cosa, se scritta con la eta vuol dire un’altra cosa, o meglio, vuol dire la stessa cosa, ma un po’ diversa . Se scritta con la eta, ethos fa riferimento alla dimora, alla casa. E allora che cos’è ethos? Ethos è la convenzione, sono gli usi, i costumi, le abitudini, da cui abitus, le virtù, come abiti che indossiamo che ci portano a compiere certe cose, a comportarci in un certo modo. Ma perché ci comportiamo in un certo modo? Perché siamo stati educati, perché abbiamo accolto in noi, essendo stati accolti da una comunità e cioè dalla casa anzitutto, quelle leggi, quei comportamenti, quel modo di vedere, che è proprio di ethos con la eta. Qui a essere privilegiato è il riferimento al sentire comune, alla comunità: ethos come appartenenza ad una comunità, che mi impone di non pensare tanto a me stesso quanto agli altri, di riconoscermi all’interno di una tradizione e così via. Ma se io lo scrivo con la ipsilon, allora vuol dire carattere, che appartiene a me, è solo mio : l’ethos è il mio demone, è qualche cosa che mi dice: “ Tu devi fare questo”. “No”. “ Ma sei contraddetto da tutti, non è accettabile che tu non faccia questo, la società ti condanna”. “ Che mi importa, lo devo fare, perché so, ma in base a quale sapere?” “In base ad un sapere demonico, cioè che non dà ragioni di sé. Sapere di cui io mi faccio carico, costi quello che costi”. Guai se ethos fosse solo sapere demonico, se fosse solo carattere, perché allora l’etica sarebbe una cosa terribile, sarebbe cosa tragica, darebbe luogo a scontri senza fine, senza un terzo che faccia da medio, se è giusto quello che io sento giusto. L’io, la coscienza: se ethos fosse solo questo sarebbe terribile. Ma guai se ethos fosse soltanto quell’altro: abitudine, tradizione, leggi e così via. Facciamo il caso che la società alla quale appartengo, nella quale mi riconosco, mi condanni legalmente e in base a dei principi riconosciuti come giusti, mi condanni per esempio a essere deportato. Immaginate un’ etica che sia soltanto etica pubblica, un’ etica della tradizione condivisa, immaginate di togliere a me o a chi per me il diritto di dire no, anche se la società alla quale appartengo mi condanna, di rivolgermi al mio Dio, per invocarlo, o per bestemmiarlo, dicendo:” Non è giusto”. Non dimentichiamo mai Auschwitz, ma non dimentichiamo mai che tutto quello che è accaduto in quegli anni è accaduto legalmente: le deportazioni erano leggi dello stato tedesco, non si tratta di qualcosa avvenuto nascostamente, bensì di leggi dello stato tedesco. L’etica che fosse soltanto l’etica, la casa della comunità di appartenenza, della polis, dello stato, potrebbe non essere un’etica a sua volta monca, terribilmente manchevole? Già, ma come fanno a stare insieme ethos ed ethos, ethos con la eta e ethos con la ipsilon? Come far stare insieme le leggi della pietà, per esempio, come sa bene Antigone, e le leggi della città? Le leggi di coloro che stanno sotto la luce del sole e le leggi sotterranee, degli dei, che stanno sotto? Contraddizione, la contraddizione di ethos. Voi direte, ma che cosa c’entra questo discorso con la violenza? E’ lo stesso discorso. In che senso? Abbiamo visto, e mi avvio alla conclusione, come la violenza sia un dato di natura, anzi, è la natura che è in noi, è uno stato, tanto è vero che si parla di stato di natura: è quell’emergere di forze oscure, che ci riportano al luogo da cui proveniamo, che è la selva. E’ la linea maestra del pensiero moderno e contemporaneo, e abbiamo visto che non basta dire questo. Le cose non stanno così, perché qui c’è una contraddizione . La contraddizione è sollevata dalla affermazione che la violenza dell’uomo sull’uomo è sì qualche cosa che lo accomuna alla bestia feroce, ma nello stesso tempo è qualche cosa che lo rende irriducibilmente diverso dalla bestia feroce. La violenza è sì cosa che implica la non trascendibilità dello stato di natura, ma questa non può che essere vissuta come condanna che implica il trascendimento. Lo stato di natura è uno stato che io posso pensare solo come stato di gettatezza, avrebbe detto Heidegger. Senonché per Heidegger la gettatezza, la deiezione, il mio trovarmi come gettato in questo mondo, non ha più né capo né coda, non ha più un da dove sono gettato e un verso dove vado. E in questo senso Heidegger in fondo resta all’interno della tradizione tipicamente moderna che ritiene intrascendibile questo stato. Non così là dove questo stato venga vissuto, venga letto, nel suo valore simbolico. Lo dice bene Pascal. Tutto è simbolo, quella natura caotica, così confusa, non fa che ricordarmi che questo non può essere il mio mondo, è il mio mondo e per viverci lo devo accettare, e tra questo mondo, e l’infinito, e l’assoluto, un abisso mi separa: non c’è verso, filosoficamente, di costruire un ponte tra il qui e ora, il qui di leggi contraddittorie, e l’origine. Tuttavia, in questo mondo io vivo come uno straniero, come uno che è stato gettato da un altrove, la cui chiave la possiede non la filosofia ma la religione: la caduta, il peccato originale.” Lo stesso discorso vale per la contraddizione, il rapporto contraddittorio di eros ed ethos. Noi vorremmo potere riferirci, così come nel caso della violenza ci siamo riferiti, a qualche cosa di ultimo, qui riferirci a qualche cosa di primo, eros ethos, di prossimo, di propriamente nostro a cui ancorarci, vorremmo poterlo fare. E che cosa se non ancorarci a eros, se non ancorarci a ethos? E’ esperienza che tutti fanno, se pure in forme molto diverse: l’esperienza che vorremmo gioiosa di eros e seria di ethos, e lì restare, restare in questa prossimità, in questa intimità di noi con noi stessi, in definitiva rassicurante. Eros è la gioia: Abbandonati; ethos è il dovere: “ Rispetta”. Già, ma questa intimità, di noi con noi stessi, è contraddittoria, ovvero “intimior intimo meo”. Nel punto in cui noi ci troviamo più intimi con noi stessi, noi siamo per così dire scavalcati, trascesi da un movimento che fa cenno a qualche cosa che è assolutamente altro rispetto a questa pretesa di raccoglierci in una certezza, la certezza di eros e la certezza di ethos. Tanto è vero che non solo eros ed ethos stanno tra loro in opposizione, ma è una opposizione contraddittoria perché il dissidio è sia nella forma dell’esperienza erotica, sia nella forma dell’esperienza etica. “Intimior intimo meo”: qui davvero varrebbe la pena di parafrasare Agostino, e ricordare che nel momento in cui io sono più prossimo a me stesso in realtà sono infinitamente lontano, sono per così dire costretto a trascendere, trascendere me stesso. Nome compiuto: Sergio Givone. Givone. Keywords: phanes, eros/ethos; phanes protogono, convito di platone, pareyson. storia naturale dell nulla, unelongated history of negation;  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Givone” – The Swimming-Pool Library.

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