GRICE ITALO A-Z G GI
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gioia: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia ad uso de’
giovanetti – filosofia piacentina – la scuola di Piacenza -- filosofia emiliana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Piacenza). Abstract. Grice: “I am called a systematic philosopher
– compared to Witters, but not to Gioia. At Bologna, as in Oxford, most
philosophers ARE systematic. Witters shouldn’t be the judge!” Keywords: sistematicita della filosofia. Filosofo
piacentino. Filosofo italiano. Piacenza, Emilia-Romagna. Grice: “I joked with the
maxim, ‘be polite’ – surely it’s difficult to make that universalisable into
the conversational categoric imperative (‘be helpful conversationally) – but
apparently Italians are less Kantian than I thought!” -- Grice: “I love Gioia;
he is like me, an economist when it comes to pragmatics – see my principle of
ECONOMY of rational effort; I studied thoroughly his fascinating account about
the origin of language, before I ventured with my pritological progressions!” Dopo gli studi nel Collegio Alberoni veste l'abito
talare, mantenendo tuttavia un orientamento di pensiero tutt'altro che
ortodosso tanto in filosofia, per l'influenza dell'utilitarismo di JBentham,
dell'empirismo di Locke e del sensismo
di Condillac, quanto in teologia per l'influenza del pensiero di
Giansenio. Il suo interesse si rivolge ben presto anche alle questioni
politiche. Vince il concorso bandito dalla Società di Pubblica Istruzione di
Milano sul tema "Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità
d'ITALIA", alla quale partecipano 52 concorrenti. La sua dissertazione, in
cui sostiene la tesi di un'Italia libera, repubblicana, retta da istituzioni
democratiche e basata su comuni elementi geografici, linguistici, storici e
culturali, prefigura, come la maggioranza di quelle presentate, l'unità
italiana, benché questa tesi non sia gradita ai francesi che in quel periodo
occupano il nord Italia. La notizia del premio ricevuto gli giunge però in
carcere. Nel frattempo è stato arrestato con l'accusa di aver celebrato a scopo
di lucro più di una messa al giorno, anche se sono in realtà le sue idee
politiche giacobine a renderlo inviso all'autorità. Viene scarcerato grazie,
forse, alle pressioni di Bonaparte, e ripara a Milano. Il Trattato di
Campoformio, con la cessione di Venezia ad Austria da parte della Francia in
cambio del riconoscimento austriaco della Repubblica Cisalpina, lo spinge però
ben presto a diventare oppositore della Francia. Dopo aver rinunciato al
sacerdozio, si impegna nella professione giornalistica fonda "Il Giornale
filosofico politico", stroncato dalla rigida censura austriaca per le
posizioni sempre più apertamente patriottiche che Gioja vi sostiene. Dalle
colonne del "Giornale Filosofico Politico" scrive una lettera aperta
al duca Ferdinando d'Asburgo-Este, in cui denuncia i danni patiti in carcere.
Bonaparte viene sconfitto dalle truppe austriache nella Battaglia di Novi
Ligure e G. viene ARRESTATO NUOVAMENTE dagl’austriaci, per essere scarcerato in
seguito alla vittoria francese a Marengo. Viene nominato storiografo della
Repubblica Cisalpina: l'anno successivo pubblica "Sul commercio de'
commestibili e caro prezzo del vitto", ispirato dai tumulti per il rincaro
del pane, e "Il Nuovo Galateo". Viene rimosso dalla carica per le
polemiche seguite alla pubblicazione e alla difesa del suo trattato
"Teoria civile e penale del divorzio, ossia necessità, cause, nuova maniera
d'organizzarla" L'apprezzamento per i suoi solidi e realistici studi
di economia e di statistica, ai quali sono prevalentemente rivolti il suo
interesse e la sua attività, gli valgono però la nomina alla direzione del
nascente Ufficio di Statistica: in questa veste inizia una febbrile attività
fatta di studi corredati da tabelle, quadri sinottici, raffronti demografici,
causa di nuove ed accese polemiche e della rimozione dall'incarico. Tale
attività gli rese uno dei primi studiosi ad applicare i concetti di Statistica
alla gestione economica dei conti pubblici (ad esempio per le tasse, gabelle, e
così via). Grazie alle sue conoscenze statistiche ed economiche elabora
concetti fortemente innovativi per l’epoca che ne fanno il precursore del
moderno dibattito giuridico in materia di risarcimento del danno alla persona
con una concezione che supera la questione patrimoniale. Notissima in
medicina legale la sua regola del calzolaio, che anticipa il concetto di
riduzione della capacità lavorativa specifica: un calzolaio, per esempio,
eseguisce due scarpe e un quarto al giorno; voi avete indebolito la sua mano
che non riesce più che a fare una scarpa; voi gli dovete dare il valore di una
fattura di una scarpa e un quarto moltiplicato per il numero dei giorni che gli
restano di vita, meno i giorni festivi. E ancora, seppur meno noti, concetti
come: "Ne' casi d'indebolimento o distruzione di forze industri,
considerando il soddisfacimento come uguale al lucro giornaliero diminuito
o distrutto, moltiplicato per la rimanente vita utile dell'offeso, noi restiamo
molto al di sotto del valore reale, giacché una forza umana può essere riguardata
come Mezzo di sussistenza Mezzo di godimento Mezzo di bellezza Mezzo di
difesa Filosofia della Statistica (libro originale) “Rendendo
paralitico, per es., l'altrui braccio destro o la mano, voi togliete al musico
il mezzo con cui si procura il vitto divertendo gli altri, al proprietario il
mezzo con cui si sottrae alla noia divertendo se stesso, alla donna il mezzo
con cui gestisce e porge con grazia, a chiunque il mezzo con cui si
schernisce da mali eventuali difendendosi". Si tratta di principi
rivoluzionari per l’epoca, forse frutto di quel particolare mix di cultura che
deriva dalla sua formazione che inizia da sacerdote e approda a concezioni
rivoluzionarie; è il primo che riesce a prefigurare nell’uomo non solo una
sorta di macchina che produce reddito, ma anche un soggetto che attraverso
il lavoro realizza la propria personalità. In Italia oltre un secolo e
mezzo dopo, in sede giuridica inizierà il dibattito sul superamento del
risarcimento del mero danno patrimoniale per tener conto degli aspetti
relazionali e dinamici della persona riassunti nel concetto di danno biologico.
Sul filone di queste tematiche gli veniva intestata a Pisa un'ssociazione
scientifica medico giuridica che raccoglie giuristi, medici legali e
assicuratori. Il "Nuovo Galateo" Testo fondamentale nella
storia dei Galatei, il Nuovo Galateo di G. fu scritto per contribuire alla
civilizzazione del popolo della Repubblica Cisalpina. Il testo conosce ben tre
edizioni. La prima si sofferma in particolar modo sulla definizione laica di
"pulitezza" – cf. Grice, ‘be polite’ -- intesa come ramo della
civilizzazione, arte di modellare la persona e le azioni, i sentimenti, i
discorsi in modo da rendere gli altri contenti di noi e di loro stessi. È
divisa in tre parti: "Pulitezza dell'uomo privato", "Pulitezza
dell'uomo cittadino", "Pulitezza dell'uomo di mondo".
Nella seconda edizione, Gioja ridimensiona il concetto di "pulitezza"
come l'arte di modellare la persona, le azioni, i sentimenti, i discorsi in
modo da procurarsi l'altrui stima ed affezione. La vecchia ripartizione è
sostituita da: "Pulitezza Generale", "Pulitezza
Particolare", "Pulitezza Speciale". Nella terza edizione
risale, a differenza dell'edizioni precedenti, enfatizza l'importanza del concetto
di "ragione sociale", considerato dall'autore il fondamento etico del
galateo che avrebbe portato felicità e pace sociale mediante le buone maniere.
Fu membro della Loggia massonica "Reale Amalia Agusta" di Brescia,
che prese il nome dalla moglie del principe Eugenio di Beauharnais, primo Gran
Maestro del Grande Oriente d'Italia. A lui è intestata la loggia di Piacenza
all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia. Crollato il dominio napoleonica,
Gioja produce le sue opere maggiori: il "Nuovo prospetto delle scienze
economiche”; il trattato "Del Merito e delle Ricompense"; "Sulle
manifatture nazionali"; "L'ideologia". Gli ultimi tre libri
vengono messi all'Indice e il suo fecondo lavoro è interrotto da un nuovo
arresto per aver cospirato contro l'Austria partecipando alla setta carbonara
dei "Federati". Dopo quest'ultima peripezia, nonostante i
sospetti da parte del governo austriaco, ha finalmente davanti a sé qualche
anno di serenità e compone la sua ultima opera, "La filosofia della
statistica.” Nel cimitero della Mojazza fra tante ossa ignorate dormono senza
fasto di mausoleo le ceneri di Melchiorre Gioia. Prende il suo nome il Liceo
Classico di Piacenza. Rosmini, suo avversario in politica come in
religione, lo accusò di pretendere di proporre un codice morale, fondato su
principi palesemente opportunistici, mentre con disinvoltura richiedeva sussidi
e regali dai titolari del potere politico per elogiarne le benemerenze nelle
proprie pubblicazioni periodiche, e lo dichiara pubblicamente un
"ciarlatano". Altre opera: Del merito e delle ricompense,
Filadelfia, s.n., Riflessioni sulla rivoluzione. Scritti politici, Nuovo
Galateo, Il Nuovo prospetto delle scienze economiche, Distribuzione delle
ricchezze, Milano, presso Pirotta in santa Radegonda, G., Produzione delle
ricchezze, Milano, presso Pirotta in
santa Radegonda, Consumo delle ricchezze, Milano, presso Gio. Pirotta in santa
Radegonda, G., Azione governativa sulla produzione, distribuzione, consumo
delle ricchezze, Milano, presso Pirotta in santa Radegonda, Sulle manifatture
nazionali, Dell'ingiuria, dei danni, del
soddisfacimento e relative basi di stima avanti i tribunali civili.
L’Ideologia. Filosofia della statistica. Note: Francesca Sofia nel Dizionario
Biografico degli Italiani. Ettore Rota
nella Enciclopedia Italiana, Cfr. Solmi, L'idea dell'unità italiana nell'età di
Napoleone in Rassegna storica del Risorgimento, Fonte: Francesca Sofia,
Dizionario Biografico degli Italiani, rTreccani L'Enciclopedia Italiana,
riferimenti in Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Mimesis-Erasmo,
Milano-Roma, Ignazio Cantù, Milano, nei tempi antico, di mezzo e moderno:
Studiato nelle sue vie; passeggiate storiche, Saltini, Salomoni, Stefano Rossi,
Via Emilia. Percorsi inusuali fra i comuni dell'antica strada consolare, Il
Sole, Barucci, Il pensiero economico di G., Milano, Giuffre, Paganella, Alle
origini dell'unità d'Italia: il progetto politico-costituzionale di G., Milano,
Ares, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Pionetti, Melchiorre G.: il progetto politico per un'Italia unita e
repubblicana, Piacenza, Edizioni Lir, Tasca, Galatei. Buone maniere e cultura
borghese nell'Italia, Firenze, Le Lettere, G. (metropolitana di Milano). Treccani
Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, G., in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. fare alcun cangiamento senza
indebolirla. Egli previene così i suoi lettori contro ogni idea di riforma, e
svolge nel loro avimo un timor macchinale contro ogni innovazione delle leggi.
In generale tutte le metafore, i paragoni, le parziali analogie,le somiglianze
superficiali non possono far breccia che nell'animo del volgo. Agl’occhi del
filosofo i paragoni non sono ragioni. Essi possono schiarire una proposizione,
provarla mai. Parlare. Abbiamo veduto che le macchine sono utili e necessarie
al chimico, i telescopi all'astronomo, i disegni al meccanico, le figure al
geometra. Le parole sono forse egualmente utili, egualmente necessarie
all'esercizio del pensiero. Tre oggetti simili mi si presentano facilmente allo
spirito, dice Condillac. Se passo al quarto, sono obbligato, per maggior
facilità, d'immaginare due oggetti da una parte, due dall'altra. Se voglio
fissarne sei, fa duopo che li distribuisca due a due, o tre a tre; crescendo
questi oggetti, la mia vista si confonde, io non posso più numerarli. Al
contrario, se dopo d'averne considerato uno gl’unisco un altro, e a questa
unione appongo il nome “due.” Se a questi aggiungo un terzo, ed allanuova
unione appongo il nome “tre,” e cosi di seguito, caratterizzando con parole
distinte ogni aumento progressivo d'unità, arrivo ad annoverare moltissimi
oggetti facilmente. Alla stessa maniera, se ogoi volta che voglio pensare ad
una persona, sono costretto a richiamarmi ad una ad una tutte le sue qualità,
onde non confonderla con un'altra. Le note tracciate sulle carte di musica
rappresentano i suoni che si eseguiscono dagl’istrumenti. Le parole pronunciate
o scritte rappresentano le idee che si piagono nel l'animo. 1 mi
troverò nel massimo imbarazzo. Siano,a cagione d'esem pio, come segue, le qualità
d'una persona: Fisiche: Sesso maschile, anni: 20, capelli biondi, fronte alta,
cigli biondi, occhi neri, naso lungo, bocca grande, meoto prominente, marca
nera sulla guancia destra, mano sinistra storpia, piede destro zoppo, linguaggio
balbettante, accento francese. Morali = Melanconia, dissolutezza, mancanza alle
promesse, viltà, abitudine alla menzogoa, jocostanza. Civili = Patria, Rodez in
Francia, condizione, awmo gliato, professione, possidente. Se la mia attenzione
deve afferrare tutte queste idee alla volta, si troverà insufficiente al
bisogno; molto maggiore si farà la difficoltà, se per pensare nel tempo stesso
ad altra persona, sono costretto a schierarmi avanti alla mente con egual
melodo tutte le qualità che la caratterizzano. Se al contrario chiamo la prima “Pietro”,
la seconda “Paolo”, potrò facilmente richiamarmi l'una e l'altra, distinguerle
tra di loro, paragonar!e insieme. Queste parole sono poi ancora più necessarie,
allorchè si vogliono esprimere le qualità comuni a molti oggetti, a cagione
d'esempio, le qualità che si trovano in tutti gli u o miniod in tutti gli animali,
il che costituisce le idee astratte, come si disse di sopra, ovvero allorchè si
vogliono esprimere gli oggetti creati dalla nostra mente, come le idee di
gloria, d'infamia, di virtù, di vizio. Sebbene quando pronuncio le parole “uomo”,
animale. non mi si schiarino alla mente tutte le idee elementari che bo unito a
queste parole, cionnonostante ne veggo il porto, ne seolo le differenze,
ne scorgo le somiglianze, alla stessa maniera che sebbene pronunciando i numeri
100,000 e 10,000 non vegga le unità che li compongono, so però che l'uoo sta
all'altro come 100 a 10, ovvero come to a 1, e conoscendo la maniera con cui
questi dumeri sono stati formali, posso, ogni volta che voglio, separarne le maggiori
masse, scendere alle minori, per arrivare alle minime e fipalmente agli
elementi. Supponete che per isbaglio qualcuno invece di dire che 1000 è decuplo
di100, dica che 100 ė decuplo di 1000. Ben tosto l'abitudine chenoi abbiamo
acquistata d'attribuire a queste parole certe relazioni tra di esse, agisce
sulloro suono, e cifa scorgere all'istante l'as surdità dell'accennata
proposizione. Il linguaggio si è per rap 141 noi come quelle traccie che
il piede del viaggiatore imprime sull'arena di un vasto deserto, le quali lo
guidano, quand'egli voglia,al punto doode parti. Una parola che nella sua
origine e un nome proprio, divenne insensibimente un nome appellativo. Può in
conse guenza accadere in forza delle associazioni ideali e sentimen tali che uo
nome generaleri chiami uno degli individui ai quali s'applica. Ma lungi che ciò
sia necessario alla forza del raziocinio, è sempre una circostanza che tende ad
illuderci.Si può paragonare uno spirito che ragiona ad un giudice che deve
decidere tra contendenti. Se il giudice non conosce se non le loro relazioni al
processo, s' egli ignora i loro pomi, s'egli li designa per lettere
dell'alfabeto o pe’nomi fittizi di Tizio, Cajo, Sempronio, egli è quasi necessaria
mente imparziale. Cosi in una serie di ragionanenti noi corriamo medo rischio
diviolare le regole della logica, allorchè la nostra attenzione si fissa sui
semplici segni,e quando l'immaginazione, presentandoci oggetti individuali, non
esercita sulnostro giudizio la sua influenza e non viene a sedurci con
accidentali associazioni. Le parole facilitano vie maggiormente l'esercizio del
pen iero quando il loro suono imita il suono della cosa espressa, come sono le
parole belato, cigolio, scricchiolare. Anche le parole tracotante, orgoglioso,
baldanzoso. Colle vocali piese rinfiancate dalle acconce consonanti, e colla
moltiplicità delle sillabe spirano una cerla audacia di suono analoga
all'indole dell'oggelto che esprimono. Anche quando accennano l'uso o la
proprietà della cosa indicata; cosi Fieberrinde o scorza della febbre nel
linguaggio tedesco, che accenna l'uso e laproprielà di questo vegetabile, é
preferibile alla parola Quinquina. Per la stessa ragione le parole cui il nuovo
stile indica i mesi nell’anno, hanno più pregi che quelle dell'antico: fiorile
ossia il mese de ' fiori, vendemmi atoreossia il mese della vendemmia, sono nomi
ben più espressivi che maggio e ottobre. Al contrario, allorchè si dà il nome
di Pino del Nord al'albero prezioso che tutte le nazioni maritti meriguardano
come migliore per le alberature, si fa supporre che questi bei pininon possono
crescere s e donne'climi glaciali, mentre trovansi nella Lituania, in altre
provincie più meridionali, in quelle stesse i cui fiumi corrono verso il Mar
Nero. La parola Gallo d'India rammentando che questo ani male è natio
d'America, e ignoto ai Romani, venne uel l'Europa del 16.° secolo, è per più
titoli preferibile all'insignificante parola “pollo”. Coquetterie in francese (civetteria)
rappresenta al vivo il carattere d'una donna galante, che tiene a bada mille
amanti, a guisa d’no gallo che vezzeggia cento galline ad un tempo. Al
contrario allorchè gl’antichi chimici ci parlavano del fegalo di zolfo, del
butirro d’antimonio dei fiori di zinco. Spingevano il pensiero sopra immagini
non applicabili agli oggetti che volevano iudicare. Anche quando le parole
serbano tra di esse un cerlo rapporto costante, come leparole quaranta, cinquanta,
sessan ta, sellanta, Ollanta, novanta, ciascuna delle quali avendo la stessa
desinenza, è formata dalla moltiplicazione del fat. comune dieci, ne'numeri
naturali quattro, cinque, sei. Dello stesso ordine progressivo de numeri
nalurali. Siano i nomi delle nuove misure Myriametro uoilà di Kilometro unità
di Ectometro unità di L'influenza del linguaggio sulle operazioni del pensiero
si scorge sulla nazione Chinese. La quale, a fronte delle altre
incivilite, 0.01 di metro
Centimetro unità di 0.001 di metro Si vede che dalla massima alla minima misura
v'è una progressione decrescente che segue la stessa legge, di modo che essendo
data una di esse, si possoo ritrovare le prece deotie lesus seguenti. Al contrario
leantichemisuredipo sla, lega, lesa, pertica, passo geometrico, passo
ordinario, braccio, auna, piede, pollice, linea, punto....non es sendo crescenti
o decrescenti nella stessa proporzione, D00 aveodo tra di esse rapportocomune,
confondono la memoria, e colla notizia d'una di esse non si può giungere alla
cognizione d'alcun'altra. Dicasi lo stesso delle altre misure e de'pesi puovi
ed antichi, calcolati I primi in ragione decupla e costante, i secondi senza
nessuna ra gione graduata e regolare. Cesarolti. tore Decimetro unità di 0.1 di
metro Metro upità di 10 metri 10,000 metri 1,000 metri Decametro 100 metri
unità di diritla,ne avrò ildoppio in questa. Dimando qual è il u nunero
de'gettoni che avevo da principio in ciascuoa 6 mano? Qui si banno due
condizioni note, o, per parlare « come i malematici, due dati; l'uno, che se fo
passare 6 un gellone dalla diritta alla sinistra, ne avrò egual o u u mero in
ambe le mani; l'altro che se lo fo passare dalla « sinistra alla diritta, ne
avrò il doppio in questa. Ora roi «vedete,che,s'eglièpossibiletrovareilnumero
ch'iovi u dimando, ciò non può farsi, se non osservando le relazioni che haono
i dati fra loro; e comprendete che tali « relazioni saranno più o meno
sensibili, secondo che i dali « saranno espressi in un modo più o meno
semplice. quan u do le si toglie un gellone, è eguale a quello che avete u
nella sinistra, quando a lei se ne aggiunge uno, esprime « reste il primo dato
con molte parole. Dite dunque più ubrevemente:ilnumero dellavostra destra, scemalod'una
unità, è uguale a quello della sinistra più un'unilà; ov « vero:ilnumero della
destra meno un'unità è uguale a si può dire quasi barbara, sottomessa ai
pregiudizi più assurdi, sta zionaria da più secoli, altesa l'imperfezione della
sua lingua. Mentre le nostre liogue d'occidente e le più belle d'oriente
riproducono lulle leparole con un solo numero di lettere diversamente combinate,
nella lingua chinese, quasi ciascuna parola ha il suo segno partico lare; lo
studio della scrittura esige quindi un tempo infinito. L'incertezza e
l'indeterminazione del senso delle parole passando a vi cenda dal linguaggio
orale alla scrittura,dalla scrittura al linguaggio orale, producono una
confusione da cui i più dotii possono appena schermirsi colla più grande
fatica. Egli è evidente che siffattalingua non è buona che a perpetuare
l'infanzia d'un popolo, desaligando seoza 'frutto le forze degli spiriti più
distinti, ed offuscando nella loro sorgente ipriini Jampi della ragione. Gioja.
Elein, di filosofia. Se voi diceste : il numero che avete nella destra 4.
Acciò il discorso faciliti l'esempio del pensiero,è necessario che sia minimo
il numero delle parole,invariabile l'oggetto indicato,precisata, ovunque è
possibile, la quantità · trarrò l'esempio da Condillac: is Avendo de' gelloni nelle
mie mani, se nefo passar uno dalla mano dirilla alla sinistra, ne avrò tanti
nell'una quanti nell'altra; e se nefo passar uno dalla sinistra alla « Non si
tratta d’indovinare codesto qumero, facendo « delle supposizioni ; bisogna
trovarlo ragionando e passando « dal cognito all'incognito per uoa serie di
giudizi. 11 quello della sinistra più un'unità ; o infine ancor più
bre «vemevle:ladestraweno unoegualeallasinistrapiùuno. pio in questa. Dunque il
numero della mia sinistra sce malo d'una unità è la metà di quello della destra
accre « sciuto d'una unità; e per conseguenza esprimerete il se « condo dato
dicendo : il numero della vostra mano diritta « accresciuto d'una unità è
uguale a due volte quello della 6 vostra sioistra scemato d'una unità. «
Tradurrete questa espressione in un'altra più sem “ plice, se direte : la
destra accresciuta d'un'unità è uguale a due sinistre scemate ciascuna
d'uu’unità ; e giungerele “ a questa espressione la più semplice di tutte : la
dirilla « più uno uguale a due sinistre meno due. Ecco dunque le « espressioni,
alle quali abbiamo ridotti i dati : u Questa sorta d'espressioni chiamasi
equazioni in m a «tematica.Sono compostediduemembriuguali.Ladirilla u meno uno
è il primo membro della prima equazione. La sinistra più uno, il secondo. « Le
quantità incognite sono inescolate alle cognite in 6 ciascuno di questi membri.
Le cogoite sono meno uno più uno, meno due : le incognite sono la diritla e la
sini “ sira, coo cui espriaiete idue numeri che andate cercando. « Finchè le
cognite e le incognite sono cosi mescolate w in ogni membro delle equazioni,non
è possibile risolvere u ilproblema.Ma nou v'è bisogno d'un grande sforzo du «
riflessione per osservare, che se vba un mezzo di traspor “ tare lequantità
d'un membro all'altro, senza alterare l'eguaglianza che passa tra loro,
possiano, bon lasciando in un membro che una sola delle due incogaite; sepa “
l'arla dalle cognite, colle quali è mescolala. Questo mezzo si preseula da sè
stesso; perchè se la « diritlameno uno è uguale alla sinistra più uno,
duoque Per tal guisa di traduzione in traduzione arriviamo alla più
semplice espressione del primo dato. Ora quanto « più abbreviarete il vostro
discorso, più si ravvicioeranno « le vostre idee,e quanto più saraono vicine,
più vi sarà « facile di conoscere tutte le loro relazioni. Ci resla a traltare
il secondo dato come il primo, e bisogna tradurlo u nella più semplice
espressione. Per la seconda condizione del problema, s’io fo pas “ sare un
geltone dalla sioistra alla diritta, ne avrò il dop « La diritta meno uno
uguale alla sinistra più uno. « La dirilta più uno uguale a due sioislre meno
due. ATTENZIONE E RAZIOCINIO. La
diritta uguale alla sinistra più due. « La diritta uguale a due sinistre meno
tre. « li primo membro di queste due equazioni è laslessa quantità; la dirilta;
e vedete che conoscerete questa quan lità, quando conoscerete il valore del
secondo membro e dell'altra equazione. Ma ilsecoodo membro « della prima è
uguale al secondo della seconda, poiché « sono uguali l'uno é o altro alla
stessa quantità espressa “ dalla dritta; duoque potete formare questa terza
equa u ziove: « La sinistra più due uguale a due sinistre meno tre. « Due più
tre uguale a due sinistre meno una sinistra. « Due più treuguale ad una
sinistra. “ Cinque ugualead una sinistra. « Il problema è sciolto. Avete
scoperto che il numero de'geltooi che ho nella mano sinistraè cioque.Nelle equa
u zioni, la diritta uguale alla sinistra più due, la diritla uguale a due
sinistre meno tre, troverete che sette è il nu 6 Inero chc ho vella diritta.
Ora questi due numeri cioque 6 e sette,soddisfanno alle coodizioni del
problema. quando un problema è così facile,come quello scioltopur 6 ora, essa
ne abbisogna maggiormeote, quando iproblemi 66 65 56 dell'una « la
diritla jolera sarà uguale alla sinistra più due: e se la
“dirittapiùunoèugualea due sinistremeno due,dun « que la diritta sola sarà
uguale a due sinistre meno tre: « Sostituirete dunque alle due prime le due
seguenti equa zioni. 6.Allora non vi resta che una incognita, la sinistra, e a
ne conoscerele il valore, quando l'avrete separata, vale a » dire,falte passare
tutte lecogoite dalla stessa parte. Di - rete dunque Voi vedete sensibilmente
in queslo esempio come la asemplicitàdelle espressionifacilitailraciocinio,ecom
ú prevdele che se l'analisi ha bisogno di tal linguaggio sono complicati. Così
il vantaggio dell'analisi nelle male 6 mati che nasce unicamente dal parlare s
s e il linguaggio più semplice. Una leggiera idea dell'algebra basterà per
farlo 6 ipleadere. In questa lingua non si ha bisogno di parole. Il più si
sprime col seguoto, il meno cou--; iuguaglianza con « siindicaou le quantitá
con lellere o citre:Ý, per es., sarà ilnu 6 mero de'geltoni che ho nella
destra, e Y quello della sinistra. e Non sarà fuoridi proposito
l'osservare che non alla sola semplicità del linguaggio, come pretende Condillac,
sono debitrici dellaloro perfezione l ematematiche, ma anche 1.o alla prudenza
de'loro seguaci, la quale consiste nel ritenersi nei limiti delle sensazioni e
loro rapporti; 2. all'inva riabilità de’rapporti tra gli oggetti da essi chiamati
ad esa m e ; 3.o alla possibilità di sottomettere le loro conclusioni alle
verificazioni de'sepsi e degli strumenti. Cominciamo dal 1.°:esistono degli
oggetti estesi; ecco la sensazione: gli oggetti estesi possono misurarsi gli
uni per gli altri; ecco l'osservazione che produce la geometria. L'es.senza
dell'estensione, gli elementi che la compongono, sono indagini che i matematici
abbandonano agli oziosi metafisici, e quindi non si espongono ai loro errori.
Dite lo stesso delle altre quantità esaminate dai matematici. a Cosi X – 1 = Y
to 1, significa che il numero de'gettoni che ho nella destra, scemato
d'un'unità è uguale a quelloche ho nella asinistra, accresciuto d'un'unità,e
X41 =2Y -2, significa che il numero della mia destra accresciuto d'un'unità è
uguale due volte a quello della mia sinistra diminuito di due vuità. Ï due dati
del nostro problema sono dunque rinchiusi in queste equazioni: 5Y. Finalmente da
X = Y+ 2, caviamoX = 5 to 2= X = 2 Y - capiamo egnalıneote X = 10 2. « X fo 1 = 2 Y - 2 che diventano,
separando l'incogoita del primo membro “Y +2= 2Y - 3 a che diventano
successivamente 9 6X uX 2.Y -3. De'due ultimi menibri di queste equazioni
facciamo 2Y "2*3=2Y-Y “2of3= Y la matematica non visono circoli più o meno
ro tondi, linee più o meno perpendicolari, superficie più o meno quadrate, la
misura di tutti i triangoli è uguale alla base moltiplicata per la metà
dell'altezza. E quando un rapporto come quello del diametro alla circonferenza,
cagion d'esempio, non può essere espresso con esattezza i matematici continuano
ad essere esatii, additando la quantità relativa all'uso che se ne debbe fare,
e che i seosi più 6X – 1 = Y to 1 66 Y+2 0 7; cda 3 . fini non potrebbero
additare con precisione maggiore.I m a tematici non dicono,ilcircolo
sirassomiglia al triangolo come un oratore dirà, l'uomo si rassomiglia al
lione, e sarà costretto a lunga circonlocuzione per fissare la specie di ras somiglianza
ch'egli annunzia, Alla sorpresa deve succedere in ciascuno la persuasione
divedere un essere interamente simile a lui, essendo simili le forme e i moti
esteriori. Infatti meolre it selvaggio A, a cagione d'esempio, stacca un fratto
dal vicino albero, il selvaggio B, che si ricorda d'avere fatto più vollelo stesso,
spinto dalla fame, conchiude che A èmosso (1) I tre antecedenti riflessi
dimostrano falsa l'asserzione di Condillac, cioè che le matematiche non bando
sulle altre scienze altro vantaggio che di possedere una migliore lingua, e che
si procure rebbe a queste uguale simplicità e certezza, se si sapesse dar loro
de’ segni simili». Languedu Calcul, Anche, le idee matematiche possono essere
rese esteriori, cioè visibili, palpabili, misurabili, in una parola sono
susceltibili d'essere giudicate dai sensie dagl’istrumenti. Coll'ajuto delle
cifre e delle figure tracciale sulla tavolta,o rappresentate da corpi solidi, I
concetti matematici compariscono rivestiti di forme visibili per chi ha gli
occhi, tangibili per chi ne è privo. L'espressione dei rapporti di quantità è
sol tomessa ad una verificazione sensibile, facile, immediata; nissuno ha
finora osat o r i gettare il giudizio d'una bilancia, o sospettare
l'imparzialità d'una tesa, o la veracità del gra fomeiro. Colla scorta
de'principii esposti nell'antecedente sezione, ci sarà agevole cosa il seguire
i filosofi nelle congetture con cui spiegarono l'origine delle lingue. Si
suppongano due selvaggi A e B che s'incontrano la prima volta. Il primo
sentimento che si svolgerà oel loro animo, sarà lasorpresa sempre figlia della
novilà. Queste conclusioni si rinforzano in ragione de'movimenti e delle azioni
che ciascuno eseguisce, perchè a queste azioni sono associate idee e sentimenti
uguali. B intende dunque le azioni di A, leggeodo nel proprio animo e
consultando la propria memoria. A intende le azioni di B per gli stessi motivi;
si può dire che l'uno è specchio all'altro. B accorgendosi che comprende le
azioni di A, conchiude che A comprende le sue. B compresii sentimenti di
A,vedeodogli eseguire certe azioni; egli cercherà di far comprendere isuoi, ripetendo
le azionistesse: ecco il linguaggio de'gesti. I sentimenti da comunicarsi o
riguardano oggetti esterni presenti o lontani, ovvero riguardano gli interni
sensi del l'animo. Allorchè l'oggetto è presente, gli occhi direlti verso di
esso, il dito che lo accenna, la bacchetta che lo locca, il corpo che si
slancia verso di esso o se ne allontana, formano tutto il dizionario della
lingua. Questi segni possono essere chiamati indicatori. Allorchè si tratta
d'oggetti lontani, per esempio, d'un animale che si riuscì ad uccidere, o d'un
altro da cui si fu morsi, il selvaggio ne ripete l'accento, l'urlo, il grido, e
ne esprime cogli atteggiamenti delle mani, delle braccia, della testa le forme
più rimar che voli. Questi segni possono essere chiamati imitatori. Il rumore
prodotto da un torrente che precipita, da un monte che scoscende, dal vento che
fischia, TEORIA DELLA SENSAZIONE da uguale sentimento. A porta alla bocca
il frutto e lo mastica; B rammentando il piacere che provò mangiandolo, con
chiude che A lo prova ugualmente. Ad improvviso rumore A sospende l'operazione
del mangiare, alza il capo immota col guardo fisso dal lato donde proviene il
romore ed in attodi chi tende l'orecchio; B colpilo dallo stesso rumore e dagl’atti
di A, sente sorpresa e timore, e conchiude che A è sorpreso e intimorito. Cessato
il rumore, A riprende tranquillamente l'operazione del mangiare. La calma che
succede nell'animo di B gli dice che A si è calmato. Dopo questa scoperta, il
bisogno reciproco di comunicarsi a vicenda i propri sentimenti sembra naturale,
perchè è naturale la reciproca debolezza e comuni i pericoli. I due selvaggi
intendendosi reciprocamente, possono sperare un ajuto ne'loro bisogni, un
sollievo de loro dolori, una difesa contro gl’assalti delle beslie feroci. I
segni indicatori, imitatori, figurati, divengono triplice canale di comunicazione
pe'sentimenti e leidee in forza delle leggi d'associazione. Classificando gli
elementi di questo linguaggio secondo la natura de materiali che servono a
formarlo, se ne distingueranno tre specie, i gesti, le parole, la scrittura
simbolica.La storia antica ricorda spesso l'uso de' simboli anche presso
nazioni già uscite dalla barbarie e sopratutto pressole nazioni orientali.
Dario essendosi inoltrato nel territorio della Scizia colla sua armata, ricevette
dal re degliSciti un messo che, senza parlare, gli dal tuono che scoppia.
Il canto degli uccelli, gli accenti delle passioni sono altretanti suoni che il
selvaggio ripete per farne iolendere l'oggetto ad ogni momento di bisogno, accompagnandoli
per lopiù coi gesti. Se1 Allorché sitratta di esprimere i propri bisogni, i
propri timori, in somma le affezioni che von simostrano ai sensi, il selvaggio
ripete dapprima quelle attitudini del corpo che le accompagnano. Per esempio, B
vede o d o il luogo ove rimase spaventato, ripeterà i gridi e i moti dello
spavento, accid A non siespoogaaldaono cui fu esposto egli stesso. Un sordo e
muto volendo indicarci, che fu calpestato da un cavallo, esprime dapprima con
ambe le mani,il moto preci pitoso de'piedi del cavallo, quindi accenna
ilproprio corpo che cade sul suolo; posc i a ripete il moto del cavallo,
escorre colle mani le varie parti del corpo nelle quali fu calpestato. Dopo i
segni esterni che accompaguano gli affetti, il selvaggio, aguisade'sordie muti,
cogliela somiglianzache scorge tra i sentimeoti dell'animo e le qualità
de'corpi esterni, e si serve di queste per indicare quelli; per es., le
passioni vive s'assomigliano alla fiamma, il loro contrasto allatempesta,la
loro calma a cielo sereno, l'animo dubbioso a due mani che pesano due corpi. Ecco
i gesti simbolici e figurati. La prima specie comprende le azioni e le
attitudini del corpo impiegate per imitare le forme e i moti degli oggetti
esteriori. La seconda, gli accenti della voce con cui si ripe tono i gridi
degli animali, e i suoni che accompagnano il moto degli esseri inanimate. La
terza, la pittura che si farà soventi sulla sabbia, sulla corteccia degli
alberi, od altro, sia degli oggetti che si vuole indicare, sia delle azioni che
vi si riferiscono. I suoni della voce altrondee le articolazioni che gli
accompagnano, possono, sia per sè stessi, sia per la loro combinazione,
presentare colleidee molteanalogie che non col piscono a prima vista, ma che
sono facilmente sentite ed avidamente accolte dalle società che si pregiano di
dire molte cose nel ininimo tempo, e colla minima fatica possi bile. Il
linguaggio articolato dovette dunque arricchirsi di giorno in giorno.
L'invenzione delle parole indicatrici de generi e delle specie,impossibile
aspiegarsi agiudizio di Rousseau, sem bra facilissima, giacchè se un albero
particolare A in dato luogoe tempo fu iodicato colla parola albero, è cosa
natu. rale che la stessa parola venisse applicata ad un albero sia mile, quindi
ad un terzo, ad un quarto. Cosicch è si per mancanza d'altra parola che io
forza della legge d'aoa. logia il nome proprio dovette divenire no me appellativo.
Si giunse finalmente a far uso di segoi affatto arbitrari e vi si giunse in due
maniere; dapprima per la degenera zione successiva del linguaggio primitivo e
imitatore, poscia per convenzioni espresse. dodicipezziilcadavere,e glispedi
alle dodici tribù di Israele, intendendo cosi di rendere comune ad esse il suo
dolore, e chiamarle alla vendetta. Il suo linguaggio fu inteso e il suo
desiderio soddisfatto:la tribù di Beniamino fu sterminata. De'gesti non si
può fare grande uso nelle tenebre de con persone alquanto distavti;la scritlura
simbolica,benchè più perfetta de'gesti e permanente, soggiace agli stessi in
convenienti, oltre di essere più difficile: al contrario gli accenti della
voce, pronti, facili, variabili in tutte le maniere, pon tolgono
dall'occupazione chi ne fa uso, e lasciano il potere di parlare e diagire. Queste
ragioni fanno prevalere i suoni articolati. De dotti laboriosi hanno spiegato
come la lingua primitiva alterata dal tempo, dalla mischianza del popolo e da
diverse altre cause si trasforma nella nostra lingua italiana moderna ; presenta
un uccello, un sorcio, una rana e cinque freccie; col quale simbolo il re
voleva dire che se i Persiani non fuggivano come gli uccelli, non si nascondevano
in terra come i sorci, non si sommergevano nell'acqua come le rane, cadrebbero vittime
delle freccie degli Scili Il Levila d'Efraim volendo vendicare la morte della
sua sposa, ne fa 151 e come questa alterazione seguendo un corso
differente nei differenti paesi, rese le lingue sì dissimili tra di loro.
Quanto alle convenzioni che furono fatte, non è necessario molto schiarimento.
Si osserva che le parole non erano segni d'idee e di sentimenti, se non perchè
gl;uomini ac consentivano a prestar loro lo stesso senso. Allorchè dunque
conveone esprimere delle idee nuove, nulla si trova di più semplice che
d'intendersi per scerre loro una parola. Questa convenzione, formata dapprima
tra di quelli che avevano più pressante bisogno di designare questa idea,
divenne in seguito comune agl’altri. Ciascuna arte, ciascuna scienza presenta
le sue parole alla società, e lingue particolari. I segni arbitrari dovettero
la loro forza solamente alla doppia abitudine di quelli che gl’impiegano e di
quelli a cui si dirigono. Queste azioni, questi segni esteriori, che il ragazzo
imita, sono uniti nella mente di quelli che gli servono di modello a dei sentimenti.
Questi sentimenti lo sono ad alcune idee. I sentimenti e le idee a suoni
articolati. Il ragazzo imita dapprima i movimenti, ripete poscia i suoni articolati
o le parole, a cagione d'esempio, “padre”, “madre”, “vizio”, “virtù”, “religione”,
“demonio”. Il ragazzo non ha bisogno d'inventare i segni artificiali delle idee.
Egli gli impara soltanto. Ciò che per gl’antichi e un lungo sforzo di genio,
non è per lui che un esercizio meccanico della memoria. Bentosto il ragazzo
deve provare un principio di sentimento, ridendo all'altrui riso, piangendo
all'altrui pianto, fremendo all'altrui fremilo benchè ne ignori la causa. Ma
l'idea, s'ella esiste, essendo sempre la più difficile, la più lontana, la meno
interessante a conoscersi, il ragazzo è imitatore come la scimia. Gli altrui
moti, i gesti, l'accento, l’aria, il tono, tutti gl’attesteriori lo colpiscono
nei primi anni della sua vita e d occupano la sua attenzione. Egli è spinto ad
imitare ed arió petere tutto ciò che vede, ed i suoi organi mobili cootraggono l'abitudine
di molte azioni, priache il pensiero sia capace di penetrarne lo scopo e
d'osservarne il motivo: insginocchiarsi, fare il segno della croce, piegare la
fronte, giungere le mani, levarsi il cappello, fuggire nelle tenebre, baciar
l'altrui mano, fare inchini. La ripetizione frequente di questi suoni, gesti, sentimenti
gli unisce con stretti nodi e tali che quando i suoni vengono a colpire l'orecchio
o si presentano alla memoria, spingono gl’organi motori ai gesti relativi, e il
sistema sensibile agl’associati sentimenti. Questa è la cagione per cui esempi
ripetuti, antiche abitudini forzano la maggior parte degl’uomini ad ammirare,
fremere, tremare, sdegnarsi, passionarsi in tutti imodi al suono delle parole
le più insignificanti, le più vaghe, le più vuote d'idee, e che appunto per la
violenza dei sentimenti associati si sottraggono alla analisi. Conviene anche
osservare che più le parole sono confuse ed oscure, più piacciono e soddisfanno
il gusto degli ignoranti. Queste ragioni ci spiegano il motivo per cui le
stesse cose fanno impressioni diverse, secondo che sono pronunciate in una
lingua o in un'altra. Si osserva, dice Rayoal, che i giudei stabiliti in gran
numero alla Giamaica si facevano giuoco d'ingannare i tribunali di giustizia. Un
magstrato sospetta che tale disordine potesse provenire da ciò che il suo
Testamento, su'di cuido vevano giurare,era tradotta in idioma inglese. E quindi
decretato che per l'avenire I Giudei giurer ebbero sul testo ebraico. Dopo
questa precauzione gli spergiuri divendero infinitamente più rari. Per simile
motivo Augusto lascia sussislere eadem magistratuum vocabula, acciò il popolo romano
conchiudesse che sussisteva ancora la repubblica, sussistendo i nomi delle sue
magistrature, e il rispetto ma c chioale eccitato negl’animi popolari dalle
parole si, fissasse sulle nuove cariche che ritenevano le antiche
denominazioni. Trovandosi Leibnizio a Nuremberg seppe che riera in quella città
una compagnia di chimici, che col più profondo segreto travagliavano alla
ricerca della pietra filosofica. Il desiderio d'entrarvi, gli suggerio l’idea
che produce l'effetto bramato. Egli estragge dagli antichi alchimisti una serie
di frasi oscure, la cui unione forma una lettera più oscura ancora e non
intesada lui stesso. Questa lettera divenne un titolo peressere accolto. Leibnizio,
tanto più ammirato quanto meno inteso, fu riconosciuto addetto e segretario della
società. Bailly, Éloge de Leibnitz. Il ragazzo o non la verifica che tardi,
come l'idea di “padre”, o non la verifica che in parte, come quella di “vizio”,
o, non la verifica mai nè può verificarla, come l'idea di “demonio”, “magia”, “angelo”,
“fortuna” e simili. Per eguale ragione, allorchè le idee più belle e più
sublimi vengono tradotte in lingua usuale, bassa, plebea, per dono parte di
quel pregio che conservano in una lingua antica o straniera. Quella specie di
spregio che si attacca agl’usi volgari e quella specie di rispetto che va unito
alle lingue morte od estere, sembra comunicarsi all'idea e degra darla a'nostri
occhi o sublimarla. L'indeterminazione del linguaggio più in morale e legi
slazione ha luogo, cbe nelle arti e nella storia naturale: gli oggetti di
queste sono verificabili e misurabili coi sepsie cogli strumenti, quindi le
stesse parole risvegliano in tutti presso a poco lestesse idee:al contrario gli
oggetti morali non essendo verificabili con eguale precisione, restano nella
nebbia della fantasia; le parole, da cui vengono indicati, partecipano della
loro oscurità ed incostanza, e per lopiù risvegliano idee diverse nelle diverse
teste in ragione delle circostanze in cui furono apprese. Pretendere che le stesse
parole (principalmente se trattasi di cose morali) risveglino in tuttele
stesseidee, egli è pretendere che quando è mezzo giorno a Milano sia mezzo
giorno dappertutto. Nei giardini d'Epicuro la parola “virtù” risvegliava idee
ridenti e piacevoli. Sotto i portici di Zenone, idee fosche e melanconiche. “Legge”
significa la volontà di tutti per un greco, la volontà d'un solo per un persiano.
le indicava per l'addietro un despota sciolto da ogni legge, attualmente
quest'idea è più limitata, ed ha diversi significati a Londra, Amsterdam,
Copenhague. “Libertà” nella mente del filosofo indica la somma delle azioni non
vincolate dalla legge. Nella mente del volgo, la facoltà d'invadere i beni
de'ricchi e di far nulla. Il massimo danno dall'indetermina zione delle parole
si fa sentire ne'trattati tra, le nazioni, in cui la loro ambiguità
diviene,causa o pretesto di guerre, nei codici criminali in cui l'oscurità
d'una frase estende l’arbitrio del giudice a danno dell'innocente ne’ contratti,
nei codici civili, nelle tariffe daziarie, in cui l'incertezza d'un'espressiooe
è fonte di mille liti tra i cittadini, e vessazioni a. Havvi alla China una
legge che condanna a morte quegli che non mostra sufficiente rispetto al sovrano.
Comparve un giorno nella gazzetta della corte un aneddoto non raccontato con
perfetta esaltezza. Il redattore fu arrestato, e i tribunali décisero che
mentire nelle gazzette della corte e non mostrare sufficiente rispetto al
sovrano. Quindi il redattore fu messo a morte. ATTENZIONE E RAZIOCINIO.“
commercio. La divisione uniforme del regno in dipartimenti, distretti, cantoni,
comuni, l'uniformità de' pesi, in isure, monete, gli stessi libri nelle
università, la stessa educazione ne’ licei lendono a dare alle parole la stessa
significazione, a diminuire le dispute, e quindi una somma noo de. finibile di
coilisioni sociali. Oltre l'indeterminazione del linguaggio proveniente dal
modo con cui l'impariamo e dalla natura dell'oggetto che esprime, bisogna dire
che in ogni lingua non v'ba quasi una parola che rappresenti sola una idea
chiaro-distinta da se stessa. Tutte prendono sensidiversi dal posto che
occupano nel discorso,dalle parole che le seguono o le precedono, dall'accento,
dal gesto, dagli atti che le accompagnano. La medesima parola unita ad alcune
ti mostra un dato espelto d'idee,uo altro, se si college con altre. Più avanti,
più indietro le ne farà vedere dei diversi. Detta con un tuono asseverante, ha
un senso. Con un tuono di meraviglia, un altro. Con irrisione, un terzo. Con interrogazione,
un quarto. Cosicchè si potrebbe assomigliare le parole ai colori delle peone
d'un colombo, che variano secondo il moto del sole, del colombo, dell'osservatore.
Sono quindi quovi, fonti d'errori i diversi sensi che le stesse parole
esprimono passando da un ordine di cose ad un altro. Un oratore, dopo avere
esaltato i nomi di molti personaggi illustri dell’antichità, si dirige così
a'suoi uditori: ingrati che noi siamo! noi cilngniamo della brevita della vita,
mentrei è innostro polere di renderci immortali. Egli è evidente che questa
argomentazione confonde due maniere di vivere che sono distiolissime e diverse.
Lo stesso difetto si fa vedere nella seguente massima di Rousseau. Se la natura
ci ha destinati ad essere sani, l'uomo che medita è un'animale depravato.
Perchè questa sentenza fosse vera, converrebbe provare che il primo ed unico
destino dell'uomo è di essere sano; che la virtù consiste nella sanità, e che
la meditazione è in compatibile coi buoni costumi. Allora un dollo sarà un
essere depravato come il soldato che espone la sua sanità e la sua vita in
difesa della patria. Si potrà dire che ogni ammalato è uno scellerato, un
mostro; che un monco è un Sano è qui'addiettivo del corpo, e significa uno
stato fisico; depravalo è addiettivo dell'auimo, e significa uno stato
morale. animale depravalo, avendoci la natura destinati ad essere sani
come ci ha destinati ad avere due braccia. Aliro esempio. Bernardin de Saint
Pierre vuole che assolutamente si bandisca l'emulazione dalle scuole pubbliche;
e per provare ch'ella è inutile, argomenta così. Analizziamo questo argomento.
L’emulazione per imparare la lezione, per fare dei temi, per studiare le
scienze è inutile ugualmente che per giocare, bere, mangiare. L'emulazione è
dunque da una parte e dell'altra la ripetizione della stessa inutilità, e per
conseguenza si devono ritrovare pelll'un caso e nell'altro le medesime cause di
questa doppia inutilità. Le funzioni dell'animo non son esse egualmente
naturali, egualmente aggradevoli che quelle del corpo? Egualmente naturali? lo
rispondo di no, se per naturali inten desi necessarie ed imperiose. Egualmente
aggradevoli? Questo è possibile, ma la causa si rifonde nel piacere d'essere applaudito, ammirato,
ricompensato. Quindi l'autore non s'accorge che coi buoni effetti dell'emulazione
lepla di provarne l'inutilità. Finalmente l'interesse, la mala fede, le
passioni lulle abusano delle parole, perciò, al dire di Parini, il mercante è pronto
inventor di lusinghicre fole 6 E liberal di forastieri nomi 6' A merci che non
mnaivarcaro imonti. уоро campagna, come sono necessarie talvolta per
farli stu diare? Questa piccolo popolazione ha forse immaginato delle astuzie,
e inventati degl’artifizi per allungare gli studi, e per ottenere un tema più
difficile? Ho io avuto bisogno nell'infanzia di sorpassare i miei compagni nel
bere, mangiare, passeggiare, e per corvi piacere? E perchè è egli slato necessario
che imparassi asor passarli ne’miei studi, per trovarci dilello? Non ho iopo.
tulo instruirmi a parlare e ragionare senza emulazioni? Le funzioni dell'animo
non son esse egualmente naturali, egual mente aggradevoli che quelle nel corpo?
Ora l'emulazione è inutile oel bere e nel mangiare, per che queste operazioni
sono comandate dal più pressante, dal più imperioso de’ bisogoi, l'amore della
vita; ma quantivi e conciliano la santità e la grassezza coll'inerzia e
l'ignoranza? Gli scolari temono forse tanto le ricreazioni quanto temono la
dieta? Sono mai state necessarie le minacce ed i castighi per condurli al
refettorio o farli partire per la Cromwel, per coprire le sue viste
atobiziose col manto della religione, aveva dato alla maggior parte de'suoi
reggimenti i nomi dei santi del Testamento Vecchio. Cromwel, dice uno scrittore
anonimo di quel tempo, ha ballulo illam buro in tutto il Vecchio Testamento. Si
può imparare la genealogia del nostro Salvatore dai nomi de'suoi reggimenti. Il
commissario di guerra non aveva altra lista che il primo ca pitolo di S.
Matteo. In tutti i tempi, in tutte le religioni, in tutti i partili, il fanatismo,
il quale non sipiccò mai di equità, diede a quelli che voleva perdere, non i
nowi che merita vano, ma inoai che potevano loro nuocere. Socrate, che
depurando le idee superstiziose, le conduceva all'unità di Dio, riceve il
titolo d' aleo dai sacerdoti di Cerere: empio chiamavasi presso gli Egiziani
chi von adorava un gatto, un bue o un coccodrillo. Si da dai Cartaginesi lo stesso
titolo a chi abborriva il sacrifizio delle umane vittime. I romani danno a tutti
i cristiani il nome di galilei o giudei, sforzandosi dire uderli odiosi non
potendo dimostrarlı irragionevoli. Alla China i nostri missionari che
diffondeodo la religione dei galilei diminuiscono il concorso ai tempii de' falsi
idoli, e quindi i proventi de' sacerdoti, vengono da questi dipinti come
ribelli ed accusati di congiura coutro lo Stato. Le espressioni odiose sono
uo'arma troppo favorevole alla calunnia perchè ella non s'affretti a farne uso.
Egli è sempre un vantaggio l'avere pronta una parola di sprezzo per
caralterizzare i torti che si riaproverano ai propri avversari. Con una di
queste parole si prova tutto, si risponde a tutto, si difende la propria
opinione, si distrugge l'altrui. A Pascal, che con tanta sagacità svela nelle sue
lettere provinciali la corruzione della morale, e risposto ch'egli era
quattordici volte eretico. Gl’uomini saggi si guarderaono sempre dalle
espressioni dipartito ed esclu sive, e che traggono seco idee accessorie
infinitamente variabili e talvolta cootrarie. Essi dirapoo, a cagione
d'esempio, questa legge è conforme all'interesse pubblico, e lo prov r'anno
svolgendo la somma de’ beni di cui è seconda, ma non diranno, per es., questa
legge è conforme al principio della monarchia o della democrazia, giacchè se vi
sono delle persone nelle cui teste queste parole risvegliano idee
d'approvazione, ve ne sono altre nelle quali succede tulto l'opposto. Quindi se
i due partiti si mettono alle prese, la disputa non finirà che colla stanchezza
de’ combattenti, e per cominciare TEORIA DELLA SENSAZIONE Combinare od
inventare. La ninfa della tignuola d'acqua che si trova ne'nostri fiumi, dice
Darwin, e la quale s’involge in cerle casucce di paglia, di sabbia, di gusci,s
a ben far si che questa sua abi lazione sia alla ad equilibrarsi coll'acqua ; e
perciò quando èsoverchiamente pesante, viaggiunge un bocconcello dipa 'gliao dil
egno, equando troppoleggiere, un pezzellodi grossa rena. il vero esame,
converrà rinunciare a queste parole appassionate ed esclusive, per calcolare
gli effetti della legge in bene e in male. Osservano gli storici che nel corso
della guerra del Peloponneso successe taletrambusto nelle idee e ne' principii,
che le parole più usuali cambiarono di senso. Si da il nome di dabbenaggine alla
buonafede, di destrezza alla duplicità, di debolezza alla prudenza, di
pusillanimità alla moderazione, mentre i tratti d'audacia e di violenza
passavano per slaoci d'animo forte e di zelo ardente per la causa pubblica. Una
tale confusione del linguaggio è forse uno de’ sintomi più caratteristici della
depravazione d'un popolo. In altri tempi si può offendere la virtù. Ciò non
ostante se ne riconosce ancora la sua autorità, quando le si assegnano de’ limiti.
Ma quando si giunge sido a spogliarla del suo nome, ella perde i suoi diritti
al trono, e il vizio se ne impadronisce e vi si asside tranquillamente. Per
capire ciò che succede allora in una nazione, basta osservare ciò che succede
nelle società de’ viziosi e scellerati. I ladri, gl’aggressori, i monetari
falsi, i contrabandieri si formano un linguaggio o uo gergo tutto proprio che
confonde tutte le idee di vizio e di virtù. Uniti da sentimenti uniformi,
volendo vendicarsi dell'opinione pubblica che li rispioge da sè, si
compiacciono ad affrontarla. Quindi nel loro dizionario sono escluse tutte le
impressioni del rossore, alterati i sentimenti del giusto e dell'ingiusto,
associate idee scherzevoli ad atti criminosi e nefandi. Una vespa, continua lo
stesso scrittore, ha colla una mosca grossa quasi com'era ella medesima. Posi
le ginocchia a terraper meglio osservare, evidiche ellase paròla coda e la
tesla da quella parle del corpo a cui sono annesse le ale. Prese ella
quindinelle zampe questa porzione di mosca, e s'alza con essa dal terreno circa
due piedi, ma un venticello leggiere scuotendo le ale della mosca, fa
capovolgere l'animale nell'aria, ed egli scese ancora colla sua preda a terra.
Osservai allora distintamenle che colla bocca le taglia primieramente un'ala, e
poi l'altra, e quindi fuggi via non più molestata dal vento. Questi due animale
lti,che sanno disporre le cose in modo, ossia ritrovare mezzi tali da oltenere
il fine bramalo, ci danno le prime idee dell'arte di combinare o invenlare.
Duhamel osserva che il felore delle sale degli spedali cresceva, avvicinandosi
al soffitto. Egli immaginò quindi uo ventilatore che facendo comunicare questa
parte delle sale con l'aria esteriore, caccia laria guasta. La combinazione di
Dubamel oon suppone nella disposizione dei mezzi più cognizioni di quelle della
tigauola e della vespa. Ma il fine ottenuto essendo molto vantaggioso
all'umanità, la combinazione è più pregevole. Il pregio di questa combinazione
cresce, se si riflette ch'ella è applicabile ad altri oggetti, a cagione
d'esempio, ai vascelli in mare. lo fatti vi sono delle combinazioni saggissime
profondissime, e che suppongono infinita destrezza nell'esecuzione. Ma siccome
non arrecano alcun vantaggio, non hanno alcun pregio agl’occhi del saggio.
Boverick, meccanico d'uva de, strezza e d’upa perseveranza prodigiosa, fabbrica
una catena di duecento anelli che col suo catenaccio e la sua chiave pesava
circa un terzo di grano. Questa catena e destinata ad iocatenare una pulce. Egli
fa una carrozza che s'apriva e si chiudeva a inolla, era tratta da sei cavalli,
porta quattro persone e due lacchè, e condolia da un cocchiere, ai piedi del
quale sta assiso un cane, e il lutto venne strascioato da una pulce esercitata
a questo travaglio. L'invenzione e l'esecuzione di questa macchina puerile fa
desiderare che Boverick impiega meglio i suoi talenti. Grice: “”Si suppongano due
selvaggi” – exactly my way of proceeding. Gioia has a lot of sense. An
engraving’s caption has it: ‘statistico e filosofo’ – And I like the fact that
like Socrates he did ‘elementi di filosofia ad uso de’ giovanetti’!” – Nome
compiuto: Melchiorre Gioia, Melchiorre Gioja. Gioia. Keywords: filosofia ad uso de’ giovanetti, galateo,
pulitezza, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Gioia” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorello:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del libertino – filosofia
milanese – la scuola di Milano – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Milano). Abtract. Grice: When we at Oxford discussed the
freedom of the will with Pears, we neglected the weight such an expression
holds for the Romans. They distinguish between freedom, and excess of freedom,
as in ‘Il progresso del libertino,’ Auden’s opera at La Fenice!” Keywords: liber. Filosofo milanese. Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Milano,
Lombardia. Grice: “I like
Giorello: he philosophises on evil and good – the devil wrestles with the angel
– but also on Mickey Mouse that he calls ‘topolino’ – “la filosofia del
topolino” – and perhaps ore exotically for us Oxonians, on ‘la filosofia di Tex,’
a ‘fiumetto’ of 1948!” –Si laurea a Milano sotto Geymonat). Insegna a Milano. Membro de la Società Italiana di
Logica” e de la Societa Italiana di Filosofia della Scienza. Giorello divise i
suoi interessi tra lo studio di critica e crescita della conoscenza con
particolare riferimento alle discipline fisico-matematiche e l'analisi dei vari
modelli di convivenza politica. Dalle sue prime ricerche in filosofia e storia
della matematica, i suoi interessi si erano poi ampliati verso le tematiche del
cambiamento scientifico e delle relazioni tra scienza, etica e politica. La sua
visione politica e di stampo liberal democratico e si ispira, tra gli altri, a Mill.
Si occupa anche di storia della scienza in particolare le dispute novecentesche
sul "metodo"e di storia delle matematiche (“Lo spettro e il libertino”).
Cura “Sulla libertà” di Mill. Ateo, filosofa in “Senza Dio. Del buon uso
dell'ateismo.” Altre opere: Opere Filosofia della matematica, Milano, L’nfinito,
Milano, UNICOPLI, Lo spettro e il libertino. Teologia, matematica, libero
pensiero, Milano, A. Mondadori, Le ragioni
della scienza, Roma, Laterza,Filosofia della scienza, Milano, Jaca Book, Le
stanze della ricerca, Milano, Mazzotta, Europa universitas. sull'impresa
scientifica europea, Milano, Feltrinelli, La filosofia della scienza, Milano,
R.C.S. libri et grandi opere, Quale Dio per la sinistra? Note su democrazia e
violenza, Milano, UNICOPLI, La filosofia della scienza, Roma Laterza, “Lo
specchio del reame: riflessioni sulla comunicazione: Longo, Epistemologia
applicata. Percorsi filosofici, e Milano, CUEM, I volti del tempo, e Milano, Bompiani, Prometeo,
Ulisse, Gilgameš. Figure del mito, Milano, Cortina, Di nessuna chiesa. La libertà del laico,
Milano, Cortina, Dove fede e ragione si incontrano?, con Forte, Balsamo, San
Paolo, La libertà della vita, Milano, Cortina, Il decalogo. I dieci comandamenti commentati
dai filosofi,, Non nominare il nome di Dio invano, Milano, Albo Versorio, Giulio
Giorello relatore al convegno internazionale "Science for Peace",
Milano, La scienza tra le nuvole. Da Pippo Newton a Mr Fantastic, Milano,
Cortina, Kos. Rivista di medicina, cultura e scienze umane, 4: Dio, Patria e Famiglia, Milano, Editrice
San Raffaele, Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti, Milano, Bompiani,
Il peso politico della Chiesa, Cinisello
Balsamo, San Paolo, Viaggio intorno all'Evoluzione, Mascella, Zikkurat Edizioni
et Lab, Harsanyi visto da G., Milano, Luiss University press, Lo scimmione
intelligente. Dio, natura e libertà, Milano, Rizzoli, Ricerca e carità. Due
voci a confronto su scienza e solidarietà, Milano, Editrice San Raffaele, Introduzione a Apostolos Doxiadis e Christos
H. Papadimitriou, Logicomix, Parma, Guanda, Lussuria. La passione della conoscenza,
Bologna, Il Mulino,. Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo, Milano, Longanesi,.
Il tradimento. In politica, in amore e non solo, Milano, Longanesi,. Premio
Nazionale Rhegium Julii Saggistica. La filosofia di Topolino, Parma, Guanda,. Noi che abbiamo l'animo libero. Quando Amleto
incontra Cleopatra, Milano, Longanesi, Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. CULTURA
Addio a G., filosofo della scienza e difensore della libertà By Vincenzo
VillarosaPosted on È morto il filosofo G., per le conseguenze dell’influenza da
COVID-19, dopo aver trascorso due mesi di degenza in ospedale ed essere stato
dimesso alla metà di maggio. Successore di Geymonat alla cattedra di Milano, il
filosofo aveva sposato la compagna Roberta Pelachin. Il Premier Conte lo ha
ricordato, in un messaggio sui social, come un filosofo che ha saputo
riflettere sui rapporti tra etica, politica e religione. Nato a Milano G.
si laurea in Filosofia seguendo la tradizione antifascista e marxista del
maestro GEYMONAT (si veda) e il difficile tentativo di contrastare le divisioni
tra pensiero scientifico e umanistico. In seguito, e docente di Meccanica
razionale a Pavia e poi a Catania, a quella di Scienze naturali all’Università
dell’Insubria e, infine, al Politecnico di Milano. Presidente della Società
Italiana di Logica e Filosofia della scienza. I suoi studi spaziavano dalla
mitologia all’antropologia e alla psicologia evolutiva fino alla bioetica e
alle neuroscienze. Uno tra i più bravi epistemologi italiani, insomma, capace
di unire il rigore per gli studi sul metodo della scienza alle riflessioni
sull’ambiente sociale e politico nel quale si muove la ricerca scientifica.
Accanto all’attenzione per le discipline fisico-matematiche e all’accrescimento
della conoscenza scientifica, G. analizza le modalità complesse e
contraddittorie della convivenza sociale e politica. Sulla scia del pensiero di
Mill – di cui aveva curato l’edizione italiana dell’opera Sulla libertà, scrive,
in particolare, pagine illuminanti sulla natura, i limiti e la possibile difesa
della libertà umana. La sua instancabile attività di saggista e basata su
un’approfondita conoscenza della produzione saggistica e del dibattito
internazionale intorno al discorso scientifico. La testimonianza di questa
ricchezza culturale è rintracciabile nella preziosa direzione editoriale della
collana Scienza e idee per Cortina e nella capacità di divulgazione espressa,
tra l’altro, nella collaborazione alle pagine culturali del giornale Corriere
della Sera. Tra le opere di saggistica, ricordiamo Filosofia della
scienza (Jaca Book) e due contributi di divulgazione scientifica come La filosofia
della scienza con Gillies, Laterza, e La matematica della natura con Barone,
Mulino. Nelle opere Di nessuna chiesa.
La libertà del laico (Cortina) e Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo
(Longanesi), G. parla del valore della laicità in maniera antidogmatica e
rispettosa della visione del mondo dei credenti. La curiosità
intellettuale e la personalità liberale del filosofo milanese si espresse anche
nell’interesse sul rapporto tra la cultura definita alta e quella popolare
presente, ad esempio, nel mondo dei fumetti. Il suo saggio pop su La filosofia
di Topolino con Cozzaglio, Guanda, ne è una divertente ma non banale
rappresentazione. La perdita di G. toglie alla scena italiana uno dei più
attenti conoscitori dell’articolato cammino della filosofia e del sapere
scientifico e, allo stesso tempo, un difensore delle libertà individuali e
collettive, senza le quali non è possibile alcun accrescimento e consolidamento
del patrimonio culturale dell’umanità. RELATED TOPICS: FILOSOFIA,
LETTERATURA, PRIMA-PAGINA, SOCIETÀ Il paradigma dei sette vizi capitali nel
Medioevo. Il settenario. Il vizio della lussuria. Origine e delineazione del
vizio nel Medioevo. Vizio del corpo. Vizio dell anima. I coniugati e la
lussuria. Se non riescono a contenersi si sposino, meglio sposarsi che ardere
(Cor.). La lussuria come potenza nell Inferno. La lussuria come potere nel Inferno.
La lussuria come piacere e dolore nel Canto V dell Inferno. La lussuria come
filosofia nel Canto V dell Inferno. La lussuria come inganno e come sovversione
nel Canto V dell Inferno. La lussuria nel Canto V dell Inferno. Non v è dubbio
che fra gli insegnamenti che Dante può riservare agli uomini del terzo
millennio ci sia anche quello di puntare su un solo profondo amore al centro di
tutta un esistenza, persistente anche oltre la soglia della morte, capace di
rinnovare la vita di una persona, di orientarla al meglio. Come afferma Emilio
Pasquini nel suo libro Dante e le figure del vero. La fabbrica della Commedia,
la lettura della Divina Commedia dantesca si mostra rilevante anche nel terzo
millennio. Ovviamente, un opera di qualche secolo fa rischia di non essere più
adatta alle generazioni contemporanee. Ogni epoca conosce tendenze critiche
differenti per quanto riguarda la Commedia, ogni generazione legge il suo Dante
2, e quindi, come lo pone Renzi, siamo prigionieri anche noi del nostro tempo [Pasquini
segnala che, di tutti gli episodi della Commedia, soprattutto quello di Paolo e
Francesca risulta molto interessante per i lettori di oggi 4. L amore-passione
che forma il nucleo della storia continua a intrigare. Rappresenta una delle
idee riguardanti l uomo tra cui Dante, in un modo meraviglioso, stabilisce
legami nei suoi versi. Quelle connessioni creano la celebre feconda ricchezza
di Dante, la quale fa sì che tanto all epoca (quando si trattava della fede,
della relazione tra Creatore e creatura) quanto oggi (ormai importa la nostra
coscienza etica) si scoprono delle idee sorprendenti e chiarificatrici nell
opera 5. Accanto a questo, la storia dei due lussuriosi illustra pure la
persuasione [di Dante] della presenza, nella vita di ognuno, di un gesto
decisivo che sanziona la sorte eterna dell uomo. Oggi, asserisce Pasquini, una
simile prospettiva riguarda (e riguarderà in futuro), su un piano totalmente
terreno, le scelte radicali che decidono il corso di un esistenza, le svolte
cruciali che imprimono alla vita di un individuo una precisa e irreversibile
direzione, decidendo del suo destino in terra [Pasquini, Dante e le figure del
vero. La fabbrica della Commedia, Paravia, Bruno Mondadori; Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio
di Francesca nella Commedia di Dante, cit., Pasquini, Dante e le figure del
vero. La fabbrica della Commedia. Si può aggiungere che, in generale, la
ricerca della sapientia mundis del giovane Dante s inserisce perfettamente
nella visione contemporanea del mondo, la quale è completamente fissata sull
acquisizione di nuove conoscenze e su uno sviluppo personale completo.
Parallelamente, si rivela adatto alla società di oggi l avvertimento di Dante
adulto che tale ricerca deve essere interrotta quando rischia di condurre non
alla magnanimità ma alla folia. D’altronde, Inglese segnala che il carattere
realistico del poema, dei suoi personaggi e delle sue scene illustra che Dante
utilizza il mondo terreno come una metafora dell oltremondo, l altro mondo è
reso sensibile e leggibile con le forme del nostro mondo 8. Anche questo
aspetto della Commedia fa sì che i lettori di oggi possono capire abbastanza
facilmente il mondo sotterraneo evocato dal poeta. La conoscenza del mondo,
inoltre, stabilisce il legame tra il commento di Pasquini e quello del filosofo
G., la cui teoria riguardante la lussuria non concorda con la visione cristiana
del fenomeno, esposta nel primo capitolo della presente tesi. Ne risulta che la
lussuria, dal punto di vista cristiano, si presenta come un fenomeno
disprezzabile. Si tratta di una caratteristica umana da combattere e da
eliminare. Il filosofo, invece, adotta un punto di vista molto differente nella
sua recente monografia Lussuria. La passione della conoscenza 9. Propone un
analisi molto originale del vizio, mirata a provocare, nel ventunesimo secolo,
una sensazione di liberazione nel lettore della letteratura d ispirazione
cristiana sul soggetto. G. considera la lussuria non solo come un peccato, ma
anche, e in primo luogo, come una libertà: E per ciò [la lussuria] può
costituire il nucleo di una società aperta e libertaria, insofferente di
qualsiasi costellazione di dogmi stabiliti 10. Anche se il concetto centrale
della tesi vi è inquadrato in un contesto quotidiano, universale e laico, non
viene trascurato il significato cristiano del termine. L autore approfondisce
il concetto di lussuria descrivendo come il desiderio lussurioso può
manifestarsi in varie forme: parla della lussuria come potere, come filosofia,
come inganno Andando al fondo della nozione di lussuria, stabilisce delle
relazioni significative tra vari testi, autori e concetti. Inglese, premessa,
in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Roma, Carocci; G., Lussuria. La
passione della conoscenza, il Mulino, Bologna, risvolto della sopraccoperta.
Introduzione A mio giudizio la lettura del Canto V dell Inferno dantesco nell
ottica proposta da Giorello può offrirmi, e con me a tutti i lettori del
capolavoro d’Alighieri, una lettura fresca e interessante di questi versi già
ampiamente commentati. Vorrei dimostrare che le sue idee nuove permettono di
attualizzare questa parte del testo dantesco anzi, tutta la Commedia- e di
agganciarlo alla società del ventunesimo secolo (cf. Pasquini, cf. supra).
Tutte le manifestazioni della lussuria contemplate dal filosofo verranno
applicate al Canto V, poiché i suoi ragionamenti permettono di gettare nuova
luce sul testo dantesco e di presentarlo a una società diventata quasi
completamente laica, nella quale la religione cristiana è diventata un vago
ricordo di altri tempi, un fenomeno soltanto latente (cf. supra). Anche nel
libro di G. L’aspetto religioso della lussuria non è quello più importante, ma
è sempre presente in modo velato. Ciò significa che predomina la ricchezza
rappresentata dalle varie manifestazioni del concetto denominato lussuria, a
scapito della visione cristiana del fenomeno, la quale predica la restrizione
di questo vizio. Tutto ciò spiega perché i concetti delimitati da Giorello, in
combinazione con commenti da parte di Pasquini, mi faranno da filo conduttore
per redigere la presente tesi. L accostamento evidenzierà paralleli e complementi
interessanti. Dato che il mio scopo è l elaborazione di una nuova analisi della
lussuria nel celebre Canto V prendendo come guide alcuni studiosi
contemporanei, l aggiunta di pensieri e di ragionamenti provenienti dal libro
Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante di
Renzi arricchirà ancora l esposizione, tra l altro la parte nella quale si
tratta della colpevolezza o dell innocenza di Paolo e Francesca. Renzi, nel suo
libro, vuole reagire sia alla retrocessione di Francesca in generale, sia all
interesse privilegiato mostrato dai critici per la tirata lirica di Francesca [L
autore specifica che l episodio di Francesca forma, infatti, una metonimia
della Commedia, cioè la parte per il tutto: [ ] drammatizza e presenta in
exemplo la palinodia di Dante, il suo abbandono degli errori giovanili, del
mondo dell amore terreno e della sua poesia (lo Stil novo), per cominciare l
ascensione. Riferendosi a Paolo Valesio, afferma però anche che il personaggio
di Francesca si rivela tanto intrigante che la palinodia rischia di diventare
il suo contrario, una palinodia della 11 Lorenzo Renzi, Le conseguenze di un
bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante, Introduzione palinodia: una nuova esaltazione
dell amore terreno 12. Accanto al riferimento a Valesi il testo di Renzi offre
ancora molte informazioni sorprendenti riguardanti altri autori e commentatori.
Inglese, poi, è il quarto critico principale che sarà evocato. Il suo commento
all Inferno mi ha procurato vari elementi chiarificatori, distinguendo, nella
Commedia, una struttura e una poesia, per esempio, o puntando sull importanza,
nel Canto V, di contrasti forti. Anche lui si mostra un difensore di una
dantistica del terzo millennio. La maturità della disciplina ( la quantità [dei
studi] è ormai misurabile solo con i mezzi dell elettronica ) non implica però
stagnazione, e lo dimostra bene, per quanto riguarda la Commedia, proprio la
vitalità del genere commento [In ogni capitolo della presente tesi, una nozione
filosofica evidenziata nel libro già citato di Giorello si trova alla base
delle idee sviluppate nel capitolo relativo. A quei ragionamenti s intrecciano
varie riflessioni dalla parte di Pasquini, Renzi, Inglese e alcuni altri
commentatori. Inglese, premessa, in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Il
paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo Come capitolo introduttivo
presenterò un resoconto generale del paradigma dei sette vizi capitali nel
Medioevo, incluso un attenzione particolare per la storia del vizio della
lussuria. Baserò questa visione d insieme sul volume I sette vizi capitali:
storia dei peccati nel Medioevo di Casagrande e Vecchio, Einaudi. Il settenario
Anzitutto si deve segnalare che il sistema dei vizi capitali non è un
invenzione di un individuo. Si tratta piuttosto di una raccolta di idee che si
è sviluppata attraverso secoli, continenti e persone diversi; di un enorme
enciclopedia nella quale si trova di tutto, un efficace schema classificatorio
per parlare del mondo [Un topos, per così dire. Una volta che il paradigma
aveva ottenuto la sua forma definitiva, ben circoscritta, ha avuto un successo
immenso, tanto presso i chierici quanto presso i laici. Si potrebbe dire che,
per quanto riguarda l Occidente, la storia medievale di questi sette vizi
inizia con gli scritti di tre ecclesiastici: Pontico, Cassiano e Gregorio.
Cassiano, avendo delineato nelle sue opere l insieme delle teorie del suo
maestro Pontico sui sette vizi capitali, ha scritto una delle opere più
significative per la cultura tanto religiosa quanto laica del Medioevo. Il
settenario dei vizi capitali, al quale Cassiano ed Pontico attraverso gli
scritti del suo allievo- ha contribuito, ha avuto grande successo. Dante,
quindi, ha vissuto in un epoca che accordava molto importanza all idea dei
sette vizi capitali. Si deve specificare che tanto Pontico quanto Cassiano
distinguono otto vizi capitali, al posto di sette: gola, lussuria, avarizia,
tristezza, ira, accidia, vanagloria e superbia (elenco tratto dall opera di
Casagrande e Vecchio). Magno, nella sua opera Moralia in Job, ne distingue
sette; non menziona più l invidia come vizio capitale. Anche Moralia in Job
costituisce un opera di notevole importanza per la cultura medievale: è molto
più di un [Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali: storia dei peccati
nel Medioevo, Torino, Einaudi, Il paradigma dei sette vizi capitali nel
Medioevo commento: esegesi, teologia, etica si mescolano a comporre un disegno
di larghissimo respiro [Il paradigma dei vizi capitali porta, naturalmente, l
impronta dell ambito nel quale è stato lavorato, cioè l impronta della società
monastica non solo quella occidentale. Infatti, Cassiano aveva apportato all
Occidente conoscenze orientali egiziane, siriane-, adottate dalla cultura
monastica orientale, raccolta nell Egitto. Anche il suo maestro, Pontico, aveva
imparato molto sui vizi capitali in quel crogiolo culturale che fu Alessandria
d Egitto alla fine del IV secolo 16, e nelle sue riflessioni, idee della
filosofia occidentale si sono confuse con questa sapienza proveniente dall
Oriente. Di più, le idee rappresentate dai sette vizi capitali risalgono,
infatti, alle difficoltà proprie alla vita nel monastero: Per i monaci essi
rappresentano gli ostacoli da superare lungo il cammino di perfezione al quale
si sono votati, in una continua battaglia contro se stessi e contro quel mondo
che si sono lasciati alle spalle 17. Detto questo, si può inquadrare la nascita
e lo sviluppo del settenario, almeno per quanto riguarda il Medioevo. In quello
che segue tratterò più in dettaglio la storia medievale di uno dei vizi
capitali, cioè di quello che costituisce il nucleo centrale della mia tesi: la
lussuria. Il vizio della lussuria Origine e delineazione del vizio nel Medioevo
Non solo il cristianesimo ha trattato il desiderio sessuale con diffidenza. Già
nella cultura pagana, gli individui si sfidavano da persone che riconoscevano
apertamente di sentire tali voglie. La religione cristiana si è adeguata molto
abilmente a queste preoccupazioni, riunendole in un vizio capitale chiamato
lussuria. Denominando così sentimenti vari e irrequieti, la fede calma, crea
ordine nel mondo, nella società, nella vita particolare di ogni persona che si
riallaccia alla tradizione cristiana. Diventa molto attraente in questo modo.
Lo sviluppo di paradigmi simili contribuisce alla popolarità di una concezione
di vita, tanto di visioni di tipo religioso come di concezioni pagani. Il
paradigma dei VII vizi capitali nel Medioevo Cassiano descrive la lussuria,
situandola nell ambito della natura propria agli uomini, come un vizio
intrinseco, come un aspetto essenziale della specie umana. Magno monaco e
papa-, anzi, pone che essa sarebbe un attività tutto naturale del corpo, che,
per di più, sarebbe intento da Dio. Da un punto di vista laico (nel senso di
ateistico), si vede apparire, in questo discorso, una concezione molto moderna
della sessualità umana. Rimanendo nel contesto cristiano, il papa, sviluppando
una tale visione, crea infatti un idea che spiana la via per la lussuria: se
forma un desiderio proprio all uomo tanto naturale quanto il bisogno di
mangiare e di bere, non si può evocare più niente per intimargli l alt. Ma, a
dire il vero, la visione della lussuria divisa in modo più ampio durante i
secoli medievali è quella ideata da Agostino. Secondo lui, l elemento chiave
che trasforma la sessualità dell uomo in un attività peccaminosa, sarebbe stato
il peccato originale. Prima della ribellione di Eva e Adamo contro Dio, i due
primi esseri umani sarebbero stati i padroni assoluti dei loro organi sessuali,
presenti per rassicurare la procreazione della specie umana. Dopo, invece, come
punizione reciproca per la loro disubbidienza a Dio, queste parti dei loro
corpi diventano insubordinati, non li possono più controllare. Anzi, sono
quegli organi del corpo a poter dominare l anima dell essere umano. Lì si
ritrova il primo vero aspetto della pena imposta ad Adamo ed Eva. La seconda è
rappresentata da una conseguenza irrimediabile del fatto che si sta parlando
dell attività responsabile per la generazione: l uomo trasmette quel peccato di
padre in figlio, per l eternità. Per forza, i figli nascono peccatori.
Nonostante il fatto che la visione agostiniana della lussuria era molto diffusa
durante il Medioevo, si comincia già a rivederla piu tardi. Si osserva infatti
un processo di desessualizzazione del peccato originale 18. Implica l
accettazione della concupiscenza come una delle conseguenze del peccato
originale, non come l effetto principale di questo. Tuttavia, la sessualità non
viene tolta dall ambito peccaminoso nel quale era stata introdotta: La natura
era ormai inevitabilmente corrotta [ Vizio del corpo Cassiano attribuisce alla
lussuria (denominata, in un primo momento, la fornicazione), tutto come alla
gola, lo statuto di vizio carnale, un vizio cioè che implica [Il paradigma dei
sette vizi capitali nel Medioevo] necessariamente la partecipazione del corpo. Rivendica
non solo la cooperazione degli organi sessuali, ma pure quella di tutti gli
organi legati alle esperienze sensoriali: gli occhi, le orecchie, il naso, la
bocca e le mani. La lussuria, infatti, si presenta come il solo vizio capitale
che coinvolge ognuno dei cinque sensi. Nel Medioevo, la collaborazione tanto
versatile del corpo umano alla fornicazione approda all idea che questo corpo
non solo partecipa allo svolgimento del vizio, ma ne subisce anche le
conseguenze. Quelle, naturalmente si tratta di conseguenze di atti peccatori-,
non appaiono sotto forme agrevoli: terribili mali di testa che i medici non
sanno come curare, progressiva perdita delle forze, vita breve e, su tutto, l
immonda malattia che attraverso piaghe ripugnanti e maleodoranti consuma
lentamente ma inesorabilmente il corpo, la lebbra [Per di più, il debole corpo
umano è inestricabilmente connesso con il vizio della fornicazione: senza la
presenza di un corpo, non si può manifestare la lussuria. Il vizio rivendica la
sussistenza della carne umana per poter apparire. Si tratta quindi di un
peccato intrinseco al fisico umano. A dire il vero, la lussuria non tocca a
qualsiasi corpo. Si ritrova essenzialmente in fisici maschili. Questo aspetto
della fisionomia della fornicazione non deve sorprendere: si parla di un
peccato il quale carattere ed essenza sono stati messi a punto negli monasteri
abitati da ecclesiastici maschili (fra le altre i padri fondatori del
settenario dei vizi: Pontico, Cassiano e Magno). A lungo, le donne non
entravano nel discorso sulla fornicazione, tranne come oggetti degli impulsi
lussuriosi maschili. Non vengono mai considerate capaci di intervenire come
iniziatrici per quanto riguarda questo peccato. La femmina, invece, ritenuta un
essere più debole che il maschio, era creduta molto suscettibile delle avance
peccatori esibite dal suo corrispondente maschile. Inoltre, l insieme di gioielli,
profumi, tenute ecc. (l ornatus, come scrivono Casagrande e Vecchio) che mette
l accento sull eleganza femminile si considerava un tutto che serviva
essenzialmente a rendere i corpi delle donne ancora più attraenti e, di
conseguenza, più sensibili ai suggerimenti lussuriosi dalla parte dei maschi.
Peraldo descrive le donne che si vestono e si truccano per andare a ballare
tramite una metafora memorabile: [sono [Il paradigma dei sette vizi capitali
nel Medioevo come] un esercito di soldatesse del Diavolo che si prepara a dare
battaglia per strappare a Dio l anima degli uomini 23. Quindi, nonostante il
fatto che le donne non possono esibirsi come istigatrici del vizio della
lussuria, sono consapevoli degli effetti che hanno i loro fisici sui loro complementi,
si avvalgono di queste loro qualità, e così, inconsapevolmente, incitano negli
uomini gli impulsi che li portarono ad atti lussuriosi. Vizio dell anima Fin
qui, la lussuria è stata dipinta come un vizio essenzialmente corporale. A dire
il vero, la sua origine non è soltanto carnale, ma si trova nell interiorità
più profonda dell anima umana. Proprio i monaci abitanti dell ambito nel quale
è cresciuta l idea del vizio capitale abbordata- hanno (tra l altro)
riconosciuto che il nucleo della fornicazione sarebbe di natura spirituale. Nel
vangelo secondo Matteo si può leggere una frase che non lascia adito ad alcun
dubbio: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio
con lei nel suo cuore (Mt.). Ma questa idea non implica che il corpo non
potesse essere lussurioso. Inserisce piuttosto una fase intermedia nell insieme
di fasi propri all azione peccaminosa. In primo luogo nascono le idee
lussuriose nell anima dell uomo; in seguito si osserva che, da questi pensieri,
sorge una specie di corpo virtuale (questa costituisce quindi la tappa alla
quale si riferisce nella sentenza evangelica); infine l atto adultero si svolge
per quanto riguarda il corpo reale, di carne e ossa. A proposito della nozione
di carne, si dovrebbe ancora specificare la differenza, quanto al peccato della
lussuria, tra carne e corpo, vale a dire: quando l anima cessa di pensare,
immaginare, ricordare, assecondare, ascoltare, in una parola servire il corpo,
il corpo cessa di essere carne, oggetto e strumento di quel desiderio eccessivo
e disordinato che ha colpito l uomo dopo il peccato originale, per tornare a
essere solo corpo, un aggregato di materia che garantisce la vita dell
individuo [Il nuovo testamento, a cura di Giuliano Vigini, revisione di Rinaldo
Fabris, Milano, Paoline Editoriale Libri, Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi
capitali: storia dei peccati nel Medioevo, Il paradigma dei sette vizi capitali
nel Medioevo Si potrebbe dire, dunque, che, riguardo alla fornicazione, non ci
entra il corpo umano vero e proprio, ma un suo equivalente virtuale, come l
hanno formulato Casagrande e Vecchio. In effetti, già nell ottica agostiniana
della lussuria è inclusa l idea che gli impulsi concupiscenti corporali, da
soli, non costituiscono sensazioni peccaminose. È precisamente la
condiscendenza dell anima alle pulsioni carnali che trasforma queste ultime in
impulsi peccatori. In seguito, si deve segnalare, in questo capitolo, il punto
di vista piuttosto sorprendente di Pietro Abelardo (XII secolo) sul vizio
capitale della lussuria, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra anima
e corpo. Abelardo sosteneva che tanto la concupiscenza quanto l atto sessuale e
i compiacimenti che lo accompagnano avevano fatto parte della natura dell uomo
a partire dal peccato originale. Affermava che l elemento vizioso stava
solamente nella transigenza dell anima umana al corpo (carne, infatti)
corrispondente. Con questa teoria, Abelardo sviluppa, a dire il vero, una
concezione molto moderna della sessualità umana. Non per niente le sue
asserzioni hanno provocato moltissime reazioni alla sua epoca. La notevole
importanza dell anima in quest ambito viene confermata dalle conseguenze che ha
il vizio della lussuria non solo per il fisico dell uomo ma anche, e
specialmente, per la sua anima immortale. La fornicazione corrompe il corpo
umano, lo rende impuro e infangato; ma è ancora molto più dannosa all anima:
una volta imbrattata da questo peccato, lo spirito dell essere umano,
debilitato e confuso, incoerente, è sull orlo della rovina. Si tratta di un
vizio talmente onnicomprensivo che abbraccia tutti i livelli e strati dello
spirito; si espande in tutti gli angoli della mente. Il danneggiamento dell
anima dalla lussuria si rivela incontestabilmente il più grave nell
indebolimento della ragione, componente più nobile e preziosa dello spirito
umano. Mina il potere della capacità più eccezionale dell uomo, cioè la potenza
di dominare tutti i suoi sentimenti, emozioni e impulsi facendo appello alla
ragione. In effetti, non solo la chiesa si preoccupava dalla decadenza della
ragione sotto l influsso di attività sessuali. Prima della tradizione
cristiana, un ampia tradizione pagana aveva cercato di offrire uno sfogo a
simili preoccupazioni. In questo modo, ha potuto crescere, fra le altre prima
in ambito pagano, poi in contesto cristiano-, l idea che l intelligenza
concetto concepito come positivo- dovrebbe essere capace di mettere l uomo
nella 16 Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo possibilità di
controllare gli impulsi carnali concepiti come negativi. Dato che gli ultimi
avvicinavano l essere umano dall animale, il contrasto tra questi di una parte,
e la nobiltà incontestabile della ragione umana d altra parte, si rivelava
grandissimo. Se è vero che tale opposizione si presentava palesemente in
contesto scientifico, per dirlo così intellettuale, filosofico ecc.-, la sua
importanza per la vita quotidiana dell uomo medio è inequivocabile, visto la
funzione [della ragione] di garantire la misura, la compostezza, l equilibrio
nella vita di ciascun individuo. Trasposto in ambito letterario, il dualismo
fra la ragione e gli stimoli carnali, e, più in particolare, la follia nella
quale può sfociare la vittoria riportata dalla carne alla ragione, s
impadronisce dei protagonisti dei romanzi cortesi. Il fenomeno rappresenta il
culmine assoluto dell incostanza confusa che può essere provocata in varie
misure dalla lussuria. I coniugati e la lussuria. Se non sanno vivere in
continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere (Cor.) Tra tutte le
persone che non scelgono la castità come cura della lussuria, i coniugati
formano un gruppo speciale. Il matrimonio, in effetti, non elimina la lussuria,
ma nella misura in cui vieta tutti i rapporti extraconiugali e limita quelli
coniugali [a quelli che servono alla procreazione e quelli che sono necessari
per soddisfare le sensazioni concupiscenti dei coniughi ed evitare, in questo
modo, che commettono il peccato della fornicazione], la contiene e la riduce
28. La storia del concetto di matrimonio, per quanto riguarda il vizio della
lussuria, si rivela alquanto complicata. In primo luogo si deve segnalare che
la ragione per la quale certi cristiani propendevano per la castità e non per
il matrimonio consisteva nel fatto che il matrimonio limitava solamente la
lussuria; non poteva escluderla. Ma, allo stesso tempo, questo fatto veniva
anche rivendicato dai credenti che volevano proteggersi dalla lussuria: il
matrimonio, dopo tutto, delimitava la portata del vizio. Poi, Agostino aggiunge
che considera l unione coniugale un bene, certamente inferiore a quello della
castità, ma comunque un bene, e questo non solo per la procreazione dei figli. Il
nuovo testamento, Casagrande, S. Vecchio, I sette vizi capitali: storia dei
peccati nel Medioevo. Il paradigma dei sette vizi capitali nel Medioevo ma
anche per la società naturale che l unione tra i due sessi comporta. Di più,
pone che Dio avrebbe previsto l unione carnale tra gli uomini e i loro
complementi femminili prima del peccato originale, visto che entrambi i sessi
erano già dotati di organi sessuali chiaramente visibili e differenti prima che
Eva ed Adamo disubbidivano a Dio. Il peccato non sta dunque nel coito [...] ma
nell uso che gli uomini ne fanno. Queste idee agostiniane sono state molto
diffuse durante tutto il Medioevo. Finalmente, si deve ancora segnalare che il
legame stabilito tra il vizio della lussuria e il matrimonio fa sì che il
peccato si estende dall essere umano individuale alla comunità intera. Può
corrompere tutta una società; non si tratta più di un vizio dannoso alla vita e
all anima di una singola persona, a tal punto che minaccia tutta la specie
umana. Da questo punto di vista, il peccato occupa una posizione particolare,
anzi unica nel settenario dei vizi capitali. La lussuria come potenza nel Canto
V dell Inferno Nella sua esposizione sulla lussuria come potenza (o impotenza)
Giorello asserisce che la lussuria è mescolanza di tutte le cose del mondo,
rotture d ordine, spezzatura. Nel caso di Paolo e Francesca, di certo, la lussuria
è stata responsabile di una rottura dell ordine quotidiano, anzi, dell ordine
del mondo come i due innamorati lo conoscevano. La spezzatura della loro realtà
viene causata direttamente dalla potenza (cioè, dalla potenza nel senso
filosofico della parola: potenza come volontà) che costituisce una parte
essenziale del desiderio lussurioso che sperimentano. Dal momento in cui cedono
alla loro volontà lussuriosa, Francesca, consapevolmente, abbandona suo marito,
pone fine al suo matrimonio. Caìn attende chi a vita ci spense; il nome di
Gianciotto è taciuto per disprezzo, non certo per femminile riserbo Neanche
Paolo può più tornare indietro; la relazione tra lui e suo fratello è
irrimediabilmente danneggiata. Il bacio dei due lussuriosi segna un passaggio
chiave nella loro storia lussuriosa. Dopo una fase di dubbi e di disperazione,
è arrivato il momento in cui decidono di rinunciare a tutto quello che è
familiare, e di perdersi in un avventura della quale sanno che gli porterà sia
la felicità assoluta sia la perdizione. La tragica combinazione di tenerezza e
di rovina è illustrata dal v. 106 Amor condusse noi ad una morte: la prima e l
ultima parola del verso si rispondono fonicamente AMOR condusse noi ad una
MORte. Inglese chiarisce che, in questo modo, il verso s iscrive nella lunga
tradizione di una diffusa paretimologia (Federigo dall Ambra, son. Amor che
tutte cose: Amor da savi quasi A! mor si spone. Per di più, la parola morte,
nel Canto V dell Inferno, conclude la serie di proposizioni principali il cui
soggetto è Amore. In questo senso, la lussuria si presenta come una mescolanza
di tutte le cose del mondo: ogni diritto ha il suo rovescio. Di rado, la realtà
nella quale vivono gli esseri umani offre una gioia senza che,
contemporaneamente, appaia anche qualcosa che tempera questo sentimento. È un
dato che si manifesta in modo particolarmente chiaro in situazioni G. Lussuria.
La passione della conoscenza, Alighieri, Commedia. Inferno, revisione del testo
e commento di Inglese, Roma, Carocci Inglese, commento al testo in Commedia.
Inferno di Alighieri, Roma, Carocci, Alighieri, Commedia. Inferno, Inglese,
commento al testo in Commedia. Inferno di Alighieri, La lussuria come potenza
nel Canto V dell Inferno lussuriose. Paolo e Francesca propendono non solo per
la felicità (lussuriosa) ma anche per l aspetto penoso che essa implica. Da
quanto appena enunciato risulta che la dimensione della lussuria identificata
come la volontà forma una caratteristica fondamentale del fenomeno. Se manca
una forte volontà, non si può parlare di lussuria. È appunto dalla volontà
umana che procede il desiderio di qualcosa. Dal testo di Giorello emerge che il
desiderio an sich deve, infatti, considerarsi come essenzialmente lussurioso.
Nel caso di Paolo e Francesca, si tratta del desiderio dell altro. Dante presta
molta attenzione all espressione di tale potenza. È probabilmente una delle più
belle manifestazioni dello spirito umano: unica, forte, ma anche tragica. Forse
la bellezza risiede, appunto, nella tragicità. Quello che un essere umano può
realizzare grazie alla volontà commuove solo quando si mescola con altre
caratteristiche come, in questo caso, il tragico. Il desiderio umano, giudicato
lussurioso per definizione, è presente nel Canto V non solo nella decisione
presa da Paolo e Francesca. Ci troviamo nella prima parte dell Inferno, cioè
all inizio del viaggio sotterraneo di Dante personaggio. E siccome Dante parla,
infatti, di ognuno di noi, ci troviamo all inizio del viaggio che ogni
peccatore potrebbe desiderare, un giorno. Anche lui sperimenta un forte
desiderio. Si trova sulla via della perdizione, e vuole ritrovare la retta via.
Vuole andare verso la luce divina, è in cerca di una direzione nella sua vita.
Questa aspirazione predomina su tutto il suo essere, come il desiderio di
Francesca domina su Paolo e vice versa. Inoltre, Giorello pone che la
laicizzazione è la lussuria dell emancipazione dalla soggezione alla natura e/o
alla divinità emancipazione che costituisce la premessa di una società politica
matura. Secondo me, l autore suggerisce che l assunto che la laicizzazione sia
un processo lussurioso sarebbe ovviamente consono alla visione cristiana della
lussuria che la considera un vizio capitale. Classificare la laicizzazione tra
le varie forme in cui può manifestarsi la lussuria le conferirebbe lo statuto
di un azione peccaminosa. L idea principale che vuol esprimere il filosofo in
questa frase, però, è che il desiderio umano di venir liberati dall
assoggettamento a un potere superiore si rivela lussurioso, poiché si tratta di
un desiderio. Dante personaggio, tuttavia, desidera di esser assorbito
completamente dalla luce divina del Dio cristiano. E aspira alla stessa sorte
per tutti i suoi contemporanei. L opposizione G., Lussuria. La passione della
conoscenza. La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno tra la volontà
evocata da Giorello e quella di Dante personaggio illustra il punto di vista
del filosofo sulla lussuria. Che il carattere di un fenomeno sia o non sia
lussurioso non dipende dalla sua religiosità o laicità. Uno degli aspetti
essenziali della lussuria è la forza immensa della potenza umana che fa sì che
la lussuria può esistere. Oltre a ciò, l autore menziona che la lussuria
istituisce il nesso tra conoscenza e oblio. L aspetto della lussuria che è
analizzato e commentato in questo capitolo, la potenza, costituisce la forza
che spinge un essere umano ad avere curiosità e a cercare risposte alle proprie
domande. In questo senso, forma, infatti, l anello che lega l ignoranza e la
conoscenza. Dante personaggio vuole conoscere il mondo sotterraneo, e desidera
sapere se e come si può salvare. Dalla sua curiosità, quindi dalla sua volontà,
sorgerà la comprensione dei fenomeni che vuole capire. Si può pure trasformare
la conoscenza in oblio per il tramite della lussuria. Una volta che la
conoscenza è ottenuta, è possibile che essa provochi l oblio di altri fatti
conosciuti nell essere umano che la ottiene, com è illustrato dall epopea
mesopotamica la Saga di Gilgames alla quale si riferisce Giorello. Nel Canto V,
tuttavia, si osserva il contrario. Quello che era conosciuto nel passato non è
dimenticato, come pone appunto Francesca dopo che Dante le ha chiesto di
raccontare come lei e Paolo si sono rivelati i sentimenti amorosi reciproci: E
quella a me: Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/nella
miseria: e ciò sa l tuo dottore. Chiaramente, i due lussuriosi si ricordano
benissimo quello che sapevano prima del momento in cui la loro volontà di
conoscere li ha messi sulla via della perdizione, cioè, prima del momento in
cui si baciavano e s appropriavano la conoscenza dell altro. Anzi, in questo
passo, Dante autore utilizza letteralmente il verbo conoscere: Ma, s a conoscer
la prima radice/del nostro amor tu hai cotanto affetto/dirò come colui che
piange e dice. Ciò illustra l importanza ardente del significato del termine.
Per di più, Giorello pone che la potenza della dea [Venere] è quotidiana, non
solo eccezionale. Si potrebbe sostenere, quindi, che la caratteristica della
lussuria rappresentata da questa volontà incredibilmente potente non si
manifesta unicamente in situazioni o momenti eccezionali. Costituisce una forza
sempre presente nell essere Alighieri, Commedia. Inferno. G. Lussuria. La
passione della conoscenza. La lussuria come potenza nell’Inferno umano, gli
appartiene. Non sarebbe capace di liberarsi da essa, se lo volesse. Questo,
però, gli è connaturale: si tratta di una parte dello spirito umano troppo
essenziale. Senza di essa non sarebbe più un uomo. Per di più, rappresenta un impulso
troppo gradevole. All uomo piace infinitamente provare una tale energia dentro
di se. Gli dà l idea che potrebbe, infatti, realizzare il progetto che ha in
mente, che potrebbe trovare la risposta alla sua domanda. Gli dà il coraggio
necessario per dare ascolto ai sentimenti che lo sopraffanno e per arrischiarsi
in una ricerca o una situazione che possibilmente finirà male. È questo il
momento in cui la volontà lussuriosa, quotidiana, alleggiando, diventa
eccezionale. Questo momento speciale si osserva pure nella storia di Paolo e
Francesca. Dopo un lungo tempo di voler esser insieme (da solo), arriva quel
punto in cui il desiderio di Paolo di sapere come sarebbe di trovarsi nelle
braccia della donna amata, diventa troppo forte. La bacia. Un momento riempito
in modo molto eccezionale di volontà lussuriosa. Giorello menziona anche che la
dea Venere (e quindi la lussuria) può rivelarsi maestra di inganno 40. Certo,
nel Canto V, si osservano delle azioni ingannevoli: Francesca tradisce suo
marito, Paolo suo fratello. All aspetto ingannevole della lussuria, però, sarà
dedicato un altro capitolo della presente tesi. Ciò che colpisce nelle pagine
sulla lussuria come potenza in Lussuria. Passione della conoscenza, e che
potrebbe dar luogo a una riflessione interessante, è un idea che deduce da un
testo di Agostino, Città di Dio. Secondo G. si può capire da quest opera che,
secondo Agostino, la fiacchezza della nostra volontà (contrapposta alla forza
di quella divina) sia ben peggio di qualsiasi fisica impotentia coeundi 41
perché nell ordine naturale l anima è anteposta al corpo. Agostino descrive la
lotta della passione il corpo e della volontà l’anima parlando della lussuria,
affermando che esiste almeno l imperfezione della passione nei confronti della
pienezza della volontà. Ciò pone l accento sul valore più grande della forza
mentale che è la volontà dell uomo a paragone del suo corpo fisico. Rileva la
preziosità e la versatilità della potenza, la quale è valutata non solo dai
fedeli cristiani ma anche da laici. Si potrebbe sostenere, quindi, che si
tratta di un punto di vista comune e, di conseguenza, unificatore. L unione d
idee Agostino, Città di Dio, Introduzione, traduzione, note e apparati di Luigi
Alici, Milano, Bompiani, La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno
cristiane e laiche (nel senso di provenienti dagli antichi) si ritrova,
appunto, nella Commedia dantesca. A mio giudizio questa fusione è una delle
caratteristiche più meravigliose dell opera. Si rivela in modo splendido nel
passo su Paolo e Francesca. La ricchezza del Canto V proviene, tra l altro,
dall enumerazione dei nomi di Semiramide, Cleopatra, Tristano, e di tutti gli
altri personaggi lussuriosi della mitologia classica menzionati dalla guida di
Dante, Virgilio. Inglese spiega che sono donne antiche e cavalieri: insomma, l
intero mondo del romanzo epico-amoroso, che aveva, di fatto, connesso in un
ciclo unico Troianorum Romanorumque gesta et Arturi regis ambages [ avventure ]
pulcerrime (Dve I x 2) La loro
apparizione conferisce un atmosfera unica all Inferno cristiano. Evocano la
grandezza delle storie antiche di alcune coppie famosissime. Risulta dai versi
quanto sono care a Dante, tutto come la sua fede. Il ricordo della
disperazione, dell amore e della perdizione caratteristico di queste storie si
mescola, nel Canto V, ai sentimenti simili di Paolo, Francesca e Dante. Per
quanto riguarda quella relazione emotiva triangolare tra Dante, Paolo e
Francesca, si può segnalare che la sua forza emozionale è ancora aumentata dal
fatto che, per Francesca, la visita del pellegrino forma un opportunità unica
per confessarsi (dal punto di vista dei colpevolisti di Renzi) o per comunicare
e quindi rendere immortale la sua tragica storia d amore (secondo la visione
dei giustificazionisti di Renzi, cf. infra). Inglese afferma che gli incontri
fra il P. [Dante personaggio] e i dannati si presentano come un momento affatto
eccezionale nello svolgersi (che non ha però vero svolgimento) della pena di
questi ultimi: per un motivo superiore ossia, per l edificazione del P. e poi
dei viventi che leggeranno il resoconto del viaggio la Provvidenza suscita in
alcuni dannati un estremo atto di personalità [ vegnon per l aere, dal voler
portate ]. Sul piano poetico, ciò si
traduce in una forte drammatizzazione degli episodi: Francesca, per esempio,
non avrà mai un altra occasione di confessarsi, di dare forma verbale al
proprio tormento. Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno d’Alighieri,
Alighieri, Commedia. Inferno. Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno d’Alighieri,
La lussuria come potenza nel Canto V dell Inferno Da quello che precede,
risulta che un estremo atto di personalità implica una volontà potente, dato
che la volontà costituisce una parte essenziale dell essere umano. Si potrebbe
dire che, con l ultima frase, Inglese si presenta come un colpevolista, poiché
dare forma verbale al proprio tormento può significare dare forma verbale al
suo peccato e al modo in cui lo strazio della punizione infernale la tortura.
La seconda parte della frase di Inglese, però, potrebbe anche essere
interpretata come dare forma verbale al modo in cui entrambi il ricordo del
tempo d i dolci sospiri 46 e quello della fine tragica della sua storia d amore
la tormentano. Allora, per quanto riguarda Francesca, Inglese si presenterebbe
non solo come un colpevolista, ma anche come un giustificazionista. Ritornando
alle donne antiche e cavalieri, Renzi asserisce quanto segue: Se ci sarà ancora
una critica letteraria dedita a leggere con attenzione i testi, qualcuno
noterà, per esempio, che la pietà di Dante per Francesca, primo segno della sua
partecipazione emotiva alla storia di Francesca, seguita poi dallo svenimento,
era già cominciata al v. 72 e si riferiva alle donne antiche e cavalieri,
dunque a tutti quei fantasmi letterari che prima sono definiti peccator
carnali. Dunque Dante non solidarizza solo con Francesca. 47 Mentre Virgilio
annovera nome dopo nome, Dante personaggio sente come, nel suo cuore, cresce la
compassione. Ascoltando la sua guida, diventa sempre più commosso, triste e
silenzioso per tutto quell amore disperato, perso. Anche lui ha amato e perso
la persona amata. Pasquini pone che non si ha soltanto il dramma cruento dei
due giovani amanti riminesi; c è anche il dramma interiore di Dante che si
sente personalmente coinvolto in quella tragedia 48. Questo dramma interiore
che sperimenta il pellegrino di fronte alla tragedia romagnola si spiega,
secondo Pasquini, dall atto d accusa di Beatrice nel Purgatorio. Qualcosa di
Francesca ritorna in Dante e nel suo personale traviamento, sotto la spinta del
rigoroso atto d accusa cui lo sottopone Beatrice; il che spiega con chiarezza,
quasi completandolo, il suo turbamento che non è solo pietà di fronte alla
tragedia romagnola. Alighieri, Commedia. Inferno. Renzi, Le conseguenze di un
bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante. Pasquini, Dante e le
figure del vero. La fabbrica della Commedia, cIbidem. La lussuria come potenza
nel Canto V dell Inferno Secondo Ginguené, autore di Histoire littéraire d
Italie, non è stato il Dante filosofo e teologo che si rivela in altri passi
della Commedia che ha scritto l episodio di Paolo e Francesca, ma è stato il
Dante innamorato di Beatrice. In questo senso, il Canto V parla da ENEA –
VIRGILIO (si veda) e Didone, Tristano e Isotta, Paolo e Francesca, e pure d’ALIGHIERI
(si veda) stesso. Di conseguenza, tratta anche di ognuno di noi, poiché il
passaggio di Dante personaggio attraverso l inferno, il purgatorio e il
paradiso celeste rappresenta il viaggio simbolico di ogni peccatore che
desidera ritrovare la retta via. Ginguené, per di più, non evidenzia la pietà
di Dante, ma nota che la pena in fondo, se non è mite, è la più piccola fra
tutte quelle previste dal poeta. Renzi spiega come questo non sembra una grande
osservazione, ma la riprenderanno, in genere senza conoscersi l uno con l
altro, molti critici, da FOSCOLO (si veda) [Discorso sul testo della Commedia]
a Barolini [Dante and CAVALCANTI (si veda) (On Making Distinctions in Matters
of Love): Inferno V in Its Lyric Context. E ci aggiunge: Nardi [Filosofia dell
amore nei rimatori italiani nel Duecento e in altri 54 ], che era l unico che
di queste cose se ne intendeva davvero, ha notato che, tra i peccatori nella
carne, ALIGHIERI ha punito i golosi più gravemente dei lussuriosi, invertendo l
ordine d’AQUINO (si veda) Forma un argomento che sostiene la tesi di Ginguené
secondo la quale l unico vero autore dell episodio di Francesca sarebbe stato
il Dante amante di Beatrice, e certamente non il Dante teologo. Anche per
Francesco De Sanctis (in Francesca da Rimini) e per Croce (La poesia d’ALIGHIERI),
segnala Renzi, Dante, come teologo e come cristiano, disapprova i peccati dei
lussuriosi. Inglese definisce la pietà di Dante ( pietà mi giunse e fu quasi 50
Ginguené, Histoire littéraire d Italie, citato da Lorenzo Renzi in Le
conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella Commedia di Dante,
Ibidem, Foscolo, Discorso sul testo della Commedia, in Id., Studi su Dante, a
cura di Giovanni Da Pozzo, Firenze, Le Monnier,Barolini, Dante and Cavalcanti
(On Making Distinctions in Matters of Love): Inferno V in Its Lyric Context, in
Dante studies. Nardi, Filosofia dell
amore nei rimatori italiani nel Duecento e in altri, in Id., Dante e la cultura
medievale, Bari, Laterza, il passo che interessa con i riferimenti ad AQUINO
(si veda). Renzi, Le conseguenze di un bacio. L episodio di Francesca nella
Commedia di Dante, cit., Sanctis, Francesca da Rimini, in Id., Lezioni e saggi
su ALIGHIERI (si veda), a cura di Romagnoli, Torino, Einaudi, Croce, La poesia
di Dante, Bari, Laterza. La lussuria come potenza nell’Inferno smarrito 58 ) un
profondo turbamento in cui sono fusi l orrore per il peccato e il dolore per l
umanità peccatrice giustamente punita. Per Sanctis e per Croce, da un punto di
vista emozionale, invece, Dante non condanna i lussuriosi. Croce sottolinea
pure il potere estasiante che ha avuto il libro narrando la storia di
Lancillotto e Ginevra sui due peccatori. Asserisce però che Dante, al contrario
di altri poeti, riesce a rompere e a superare l incantesimo dolce dell amore.
Così, afferma Renzi, il critico italiano è riuscito a ottenere un momento di
sovrano equilibrio nella storia della critica della Commedia, e in particolare
dello scontro tra colpevolisti [quelli che considerano Francesca una peccatrice
integralmente responsabile delle vicende] e giustificazionisti [quelli che si
fanno paladino della donna D altronde, per quanto riguarda la colpevolezza o l
innocenza di Francesca, Inglese segnala che la donna, affermando che Amor, ch
al cor gentil ratto s apprende, da un punto di vista psicologico si rivela
sincera, ma che, nella prospettiva etica del poema, è]obiettivamente falsa
poiché Amore è sempre soggetto delle azioni determinanti [ prese costui della
bella persona/che mi fu tolta: e l modo ancor m offende./amor, ch a nullo amato
amar perdona/mi prese del costui piacer sì forte/che, come vedi, ancor non m
abandona./amor condusse noi ad una morte. Da quest’angolatura, infatti, tutte
le due ipotesi (tanto quello della colpevolezza quanto quello dell innocenza di
Francesca) rientrano nelle possibilità. Si può considerare Amore come il vero
colpevole, o giudicare che la donna si è arresa a lui, caso in cui lei si
rivela responsabile per le vicende. Secondo Inglese, l aggettivo leggieri che
si trova nel v. 75 e paion sì al vento esser leggieri 63 farebbe parte di un
idea esclusivamente poetica (e quindi non strutturale) che vuole dimostrare, al
lettore, il peso carnale del peccato d amore. Tutto come questo formerebbe un
suggerimento puramente poetico, Francesca, nella poesia, vive come anima
tormentata dalla passione d amore, mentre dalla struttura è dannata per
adulterio incestuoso. Quindi, quello che De Sanctis e Croce attribuiscono a
Dante teologo e Dante Alighieri, Commedia. Inferno, Inglese, commento al testo
in Commedia. Inferno di Dante Alighieri, Renzi, Le conseguenze di un bacio. L
episodio di Francesca nella Commedia di ALIGHIERI, Alighieri, Commedia.
Inferno, Inglese, commento al testo in Commedia. Inferno diAlighieri,
Alighieri, Commedia. Inferno, Giorgio Inglese, commento al testo in Commedia.
Inferno di Dante Alighieri. La storia di G. In Articoli di Ciardi Dopo la
scomparsa di G., ho letto molti ricordi a lui dedicati. Uno dei migliori è
senz’altro quello di Vincenzo Barone, che compare nelle pagine di questo numero
di Query . Ringrazio sentitamente Enzo per avere accettato di scriverlo.
image Io vorrei contribuire alla memoria del nostro grande studioso (e amico)
sottolineando soltanto uno tra i molti suoi meriti. Giulio era anche un ottimo
storico della scienza e delle idee. Tale merito gli è stato
riconosciuto da uno dei maestri del Novecento in questo settore, Paolo Rossi
Monti (il cui nome ricorre spesso in questa rubrica e al quale è stato dedicato
il primo numero di “Parastoria”, su Query. Recensendo uno dei tanti bellissimi saggi
di G., Prometeo, Ulisse, Gilgameš. Figure del Mito Rossi scrive. G. è allievo
di Geymonat. Insegna e si è prevalentemente occupato di filosofia della
scienza. Attualmente è anche Presidente della Società Italiana di logica e
filosofia delle scienze. Come il suo libro dimostra, non solo utilizza una
grandissima quantità e varietà di testi, ma anche conosce come pochi (e minutamente
la storia e i luoghi dell’Inghilterra e, più ancora, dell’Irlanda. Giorello è
del tutto consapevole del fatto che il suo libro è una sorta di labirinto.
Dentro quel labirinto (che ha una struttura geometrica) egli conduce a volte
trascina il lettore. Le avventure di idee hanno la strana (per alcuni
insopportabile) caratteristica di essere un po’ avventurose: di portare molto
lontano dall’idea che la filosofia abbia il compito di mettere ordine nel
mondo, di trasformarlo (come diceva il mio maestro BANFI (si veda)) in una
linda casetta. Una parte consistente della filosofia italiana sembra impegnata
a confrontare accuratamente fra loro i testi di cinque o sei rispettabili
filosofi di lingua inglese, a commentarli, a commentare i risultati del
confronto, a polemizzare con gli altri commentatori tentando, nel più dei casi,
arzigogolate mediazioni fra tesi contrapposte. Di una cosa non mi pare lecito
dubitare: G. non fa parte della vasta, soporifera e innocua schiera degli
oscuri e instancabili “roditori accademici. L’espressione “roditori
accademici” era un rimando a quanto scritto sul tema da Paul K. Feyerabend, un
pensatore con cui Rossi ha spesso polemizzato, ma per il quale nutriva profonda
stima. E che anche G., non a caso, come ha ricordato Barone, ben conosceva. Sua
la prefazione all’edizione italiana di Against method. Outline of an
anarchistic theory of knowledge, pubblicato da Feltrinelli. Rossi citava
spesso, con orgoglio, che il suo libro che compendiava decenni di ricerche sui
rapporti tra scienza e magia, Il tempo dei maghi. Rinascimento e modernità,
fosse uscito nella collana “Scienza e idee” diretta da G, per Cortina. Perché
sapeva quanto G. avesse chiaro cosa significasse fare storia della scienza,
come ricorda nell’analisi del saggio di Bellone, Molte nature. Saggio
sull’evoluzione culturale. La parola chiave del processo storico – come nota G.
nella brillante prefazione che ha scritto per questo libro – è imprevedibilità.
Accade infatti spesso nel presente (ed è accaduto spesso nel passato) che gli
scienziati siano stati costretti a “vedere” cose diverse da quelle che
avrebbero invece dovuto scorgere sulla base delle proprie credenze personali. Come
ci ha ricordato Barone, G. si laurea sia in filosofia che in matematica. Per
questo motivo, come aveva presente Rossi, G, non ha mai pensato che il semplice
fatto di essere scienziati equivalga, per coloro che svolgono tale professione,
ad una autorizzazione «a parlare di testi che non hanno letto, a prendere
posizioni su questioni che non conoscono, ad esprimere opinioni su problemi che
non hanno mai avvicinato. Del resto, già oltre un secolo fa il matematico Paul
Tannery, uno dei padri fondatori della storia della scienza come disciplina
specifica, afferma che «per essere un buono storico non basta essere
scienziato. Bisogna prima di tutto volersi dedicare alla storia, cioè averne il
gusto; bisogna sviluppare in sé il senso storico che è essenzialmente
differente da quello scientifico; bisogna infine acquisire una serie di
conoscenze particolari, di ausilio indispensabile per lo storico, che sono
invece del tutto inutili allo scienziato che si interessa solo al progresso
della scienza. Anche per questo, G. era un fautore delle collaborazioni. Come
quella tra le innumervoli con Sindoni, che ha portato alla realizzazione
dell’affascinante Un mondo di mondi. Alla ricerca della vita intelligente
nell’Universo, dove G., nella parte storica di sua competenza, mostra (anche in
questo caso) una conoscenza approfondita e raffinata degli argomenti trattati.
Mostrando, ad esempio, in nome di quella “imprevedibilità” alla quale si
accennava poco fa, come il “romanziere” Jules Verne avesse, sul tema
dell'abitabilità dei mondi, idee molto più chiare e precise dello scienziato Flammarion.
Del rapporto tra le due culture G. ha sempre preso il meglio (non dimentichiamo
che il celebre testo di Snow sull’argomento fu introdotto in Italia dalla
prefazione di Geymonat). Ed era consapevole del ruolo decisivo della scuola
nello sviluppare un processo di apprendimento diverso rispetto a quello
tradizionale. C’è soprattutto da vincere la scommessa circa “l’avvenire delle
nostre scuole”, come direbbe Nietzsche. Chi guarda attentamente alle grandi
svolte del pensiero scientifico e alla stessa innovazione tecnologica non può
non constatare come gli aspetti più creativi abbiano travolto qualsiasi
steccato disciplinare. Valeva ieri per le dottrine di Copernico o per quelle di
Darwin, vale oggi per le frontiere della cosmologia o per quelle della
biologia, per non dire dell’informatica e dell’alta tecnologia. Potremmo
dilungarci su non pochi esempi di virtuose contaminazioni nelle scienze come
nelle lettere. Ma ci limitiamo qui a ricordare che la separazione delle culture
è l’effetto più deplorevole dell’atteggiamento che concepisce le acquisizioni
dell’avventura umana come entità fisse, sospese nel cielo platonico delle idee.
Perciò G. (sempre utilizzando le parole di Rossi) provava «una invincibile
ripugnanza» per «gli elenchi di scoperte e di ritrovamenti tecnici, per le
sfilate di risultati eternamente veri e di errori eternamente falsi. Ancora G. Cosa
c’è di meglio per qualsiasi creazione dello spirito umano che venire
utilizzata, contestata, magari stravolta in un dibattito (come è appunto quello
scientifico), in cui in linea di principio nessuna opinione è immune da critica
o revisione? L’ospitalità che la scienza offre a qualsiasi “straniero”
(ricordiamoci delle parole di Milton) è di questo tipo. Non c’è miglior
rispetto che quello che prende forma nelle modalità del conflitto. Grazie di
tutto, Rossi. A mio non modesto parere. Le recensioni sul “Sole-24 ore”, a cura
di Bondì e Monti. Bologna: Mulino, Feyerabend, La scienza in una società
libera. Feltrinelli: Milano, Rossi. Feyerabend: un ricordo e una riflessione,
in Un altro presente. Saggi sulla storia della filosofia.Bologna: Mulino,
Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza;
Prefazione di G., Milano: Feltrinelli; Cfr. ad esempio, Rossi; A mio non
modesto parere, Rossi; Ci sono molti Galilei?in Un altro presente; Tannery. De l'histoire générale des
sciences, in “Revue de Synthèse”) G. Flammarion, lo “scienziato”, sconfitto da Verne, il
romanziere, in Un mondo di mondi. Alla ricerca della vita intelligente
nell'Universo. Milano: Raffaello Cortina, G. Per una Repubblica delle Scienze e delle
Lettere, in Le due culture, a cura di A. Lanni. Venezia: Marsilio, Rossi.
Considerazioni conclusive, in Atti del Convegno sui problemi metodologici di
storia della scienza. Firenze: Barbera. G. Per una Repubblica delle Scienze e
delle Lettere. Grice: “The
etymology of libertine ruins it! – or ruins the concept. A slave liberated,
being of a low class condition, would be criticized for his excesses of
freedom!” Nome compiuto: Giulio Giorello. Giorello.
Keywords: reame, re, il libertino, implicatura speculativa – specchio e il
reame: la communicazione -- “il fantasma e il desiderio” “lo spettro e il
libertino” “lo specchio del reame” – “il libertino” “lo scimmione intelligente”
lo specchio di Narciso, Bruno, Leopardi-- -- -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Giorello” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorgi:
la ragione conversazionale al limite -- l’implicatura conversazionale di Bacco
– filosofia cavallinese – la scuola di Cavallino -- filosofia leccese – filosofia
pugliese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Cavallino). Abstract. Grice: “We often forget that at Oxford they
once worshiped such gods as Monday, Tuesday, Wednesday and Thursday – as they
did in Ancient Rome!” Keywords: Bacco. Filosofo
cavallinese. Filosofo leccese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Cavallino,
Lecce, Puglia. Si laurea a Perugia con Givone con “L’estetico” --. studia con Seppilli
e Arcangeli Studia etnomusicologia della “Grecìa salentina”, rivalutando i
brani in "grico". Altre opere: “Pizzica e rinascita”, La Gazzetta del
Mezzogiorno”. Cura “La danza delle spade e la tarantella. Insegna a Lecce. “Le
strade che portano al Subasio passando dal Salento” (Ed. Del Grifo, Lecce), “Tarantismo
e rinascita: i riti musicali e coreutici della pizzica-pizzica e della
tarantella” (Lecce, Argo); “La danza delle spade e la tarantella: saggio
musicologico, etnografico e archeologico sui riti di medicina” (Argo, Lecce). “Pizzica-Pizzica,
la musica della rinascita. La tarantella del tarantismo e la sua resurrezione:
struttura musicale, stato dell'arte e neotarantismo” (Lecce, Pensa MultiMedia);
“L'estetica della tarantella: pizzica, mito e ritmo, Congedo Editore, Galatina);
“Pizzica e tarantismo: la carne del mito dall'etnomusicologia all'estetica
musicale, Galatina, Edit Santoro); “Il tarantismo come mito: dagli errori di De
Martino alla rivalutazione del pensiero mitico, Galatina, Congedo); “Il mito
del tarantismo: dalla terra del rimorso alla terra della rinascita, Galatina,
Congedo); “I poeti del vino, Galatina, Congedo); “La pizzica, la taranta e il
vino: il pensiero armonico, Galatina, Congedo, “La rinascita della pizzica,
Galatina, Congedo); Husserl e la Krisis,
3ª in “Segni e comprensione”, Milano); Il francescanesimo tra idealità e
storicità, in “Segni e comprensione”,
Porzincula (S.Maria degli Angeli); “Il canto popolare salentino, in Convegno Di
Studi Demologici Salentini, Copertino. F. Noviello e D. Severino, Capone,
Cavallino Pierpaolo De Giorgi, Il tarantismo secondo Schneider: nuove
prospettive di ricerca, in, Quarant'anni dopo De Martino: il tarantismo, Atti
del Convegno, Galatina, La iatromusica carne del mito: la pizzica pizzica tra
etnomusicologia ed estetica musicale, in, Mito e tarantismo Pellegrino, Pensa
MultiMedia, Lecce, La pizzica pizzica immensa risorsa culturale del Sud, in,
Terra salentina: i Sud e le loro arti, materiali del Convegno di Arnesano, La
Stamperia, Leverano, Pierpaolo De Giorgi, “Il ritorno di Dioniso” a proposito
di un libro diPellegrino, in “Segni e comprensione”, Fra aborigeni e
tarantismo, in, Settimana di promozione culturale pugliese C. Minichiello,
Pensa MultiMedia, Lecce, Le tradizioni popolari nei disegni di Severino, greco,
Copertino, Diario di bordo, in, La czarda e il vento: antologia di autori salentini,
Conte, Congedo G.i, Poesia sintetica, in, Il cuore di Amleto: testi, grafiche e
fotografie di autori contemporanei salentini e ungheresi, nota introduttiva di
G. Conte, traduzioni di F. Baranyi e A. Menenti, Veszprém, Pierpaolo De Giorgi,
I fogli, in “L'Immaginazione”; Chiedendo e schiodando, La vita amico è l'arte
dell'incontro e Maestà delle volte, in Omaggio al Salento, Torgraf, Galatina, In
marcia di pace verso Assisi e Trilogia del molto e ben comunicare, in Omaggio a Maglie cuore del Salento, Torgraf,
Galatina, Fantastica pizzica, in, Salentopoesia, festival nazionale di poesia
con musica e danza, Gallipoli, Conte, Lecce, Gheriglio in disegno e preghiera,
in, Salentopoesia, festival nazionale di
poesia con musica e danza, Lecce, Conte, Lecce, Isola nel Trasimeno, in, Salentopoesia, festival
nazionale di poesia con musica e danza, Monteroni, Conte, Lecce, G. S'è
cambiato il mondo? e Leggeri Cieli da Leggere, in Luigi Marzo: mostra di pittura,
Spello, catalogo, Spello, Lascio un cielo di luce cinica, in Sulle ali di
Pegaso senza mai cadere. Marzo: mostra di pittura, Città della Pieve, Tipografia
Pievese, Città della Pieve 1998. Discografia Album Fantastica Pizzica (MC Discoexpress)
Pizzica e Trance (MC Discoexpress) Pizzica e Rinascita (CDSorriso) Il tempo
della taranta: pizzica d'autore (CDDrim) Pizzica grica: to paleo cerò (CDPlanet
Music Studio) Pizzica e RinascitaRistampa (CD C&M) Taranta Taranta (CDIrma
records). La pizzica la taranta e il vino. Il pensiero armonico – G. G.B.
Il libro è stato pubblicato la prima volta
e dopo anni riteniamo
particolarmente ricordarlo per la sua attualità culturale. G., peraltro, è
socio della nostra ASSOCIAZIONE APSEC e collaboratore di questa nostra
rivista. La ricerca innovativa e serrata compiuta da G., in tanti anni di
impegno nelle acque agitate dell’etnomusicologia e dell’estetica, approda
finalmente al porto sicuro dello studio La pizzica, la taranta e il vino: il
pensiero armonico. Accade allora che scoperte e sorprese, esposte
con cura e rigore scientifico, si susseguano qui continuamente e senza
soluzione di continuità, offrendo una concezione finalmente reale del
tarantismo e della sua musica terapeutica, la pizzica pizzica, come pure del
decisivo ruolo simbolico e religioso del vino nella civiltà mediterranea. Sono
esperienze direttamente connesse con quelle antecedenti del dio Dioniso, il
nume più significativo della Magna Grecia e dei territori da essa influenzati,
archetipo dell’adesione entusiastica alla vita, della reciprocità e del
dialogo. Tramite Dioniso, nella musica e nella danza, come pure nel
vino e nell’ebbrezza, l’uomo recupera il contatto con le radici più profonde
dell’essere, che si manifestano armoniche, duali e complementari. Per questo i
simboli della taranta, della pizzica pizzica e del vino sono rimedi psicologici
che restituiscono l’armonia perduta e che si pongono come un’efficace risorsa
anche oggi, per costruire un nuovo umanesimo. Sono simboli mitici, che
collaborano con quelli della festa e del rito, e vengono prodotti da un
soggetto collettivo. Devono essere considerati come arte tradizionale, alla
stessa stregua dell’arte individuale. Nel delineare i confini di queste
concezioni, G. rimedita il brillante ma non del tutto sufficiente “pensiero
meridiano” di Nietzsche, di Camus e di Cassano. In Puglia, come in gran
parte del mediterraneo, “il pensiero armonico” è il pensiero della rinascita e
della misura, valori indispensabili anche oggi per un corretto cammino della
coscienza verso la comprensione di se stessa e dell’uomo verso la propria
natura divina.” IL PENSIERO ARMONICO E LA RICERCA IN PUGLIA La Puglia e il
pensiero armonico Il mare, l’armonia degli opposti e la luce mediterranea Il
pensiero armonico come incontro di mythos e di logos Le radici elleniche della
tradizione pugliese Archeologia e storia. Etnomusicologia ed estetica della
tarantella La ricerca comparativa sui brindisi e le analogie con la pizzica
pizzica Il mito e il pensiero armonico del Mediterraneo nella contemporaneità L’ambivalenza
del mito e la misura armonica La misura armonica e il cristianesimo Monoteismo
e panteismo Noi e i miti del tarantismo e del labirinto. Verso un nuovo
umanesimo I BRINDISI E LA PIZZICA PIZZICA COME SIMBOLI DI RINASCITA I
brindisi e la pizzica pizzica come simboli di rinascita in Puglia La festa e il
pensiero mitico della rinascita La forza estetica di un’arte speciale del
leccese, la pizzica pizzica Pizzica pizzica, tarantella e bellezza L’umanesimo
mediterraneo e la bellezza mitica della pizzica pizzica e della tarantella Le
civiltà del vino e l’ambiente poetico tradizionale della Puglia I brindisi, la
tradizione popolare e il soggetto collettivo La ricerca etnomusicologica ed
estetica e i brindisi tradizionali Il ritmo armonico della pizzica pizzica e la
gestione delle contraddizioni La cumbersazione e i brindisi IL TEMPO
CICLICO, LA RIVOLTA COLLETTIVA E IL PENSIERO ARMONICO TRA ARTE E MITO Il
tarantismo come rito di rinascita e il tempo ciclico come attività psichica
collettiva di rivolta Nietzsche, l’eterno ritorno e il recupero del pensiero
arcaico del Mediterraneo. Le analogie dello Zarathustra con il tarantismo La
vita come conoscenza: grandezza e miseria di Nietzsche. L’eterno ritorno
dell’identico e l’eterno ritorno dell’analogo Gli errori di MARTINO (si veda) e
le intuizioni di Camus. La rivolta come lotta contro il negativo e come
affermazione dell’essere e della vita I brindisi, la pizzica pizzica e il rito
del tarantismo come affermazioni della vita. La ierogamia e la rinascita I
simboli della rivolta e dell’inversione terapeutica Il ruolo di inversione
della pizzica tarantata: mito, ritmo e analogia La pizzica scherma di
Torrepaduli e la rivolta mitica I risultati dell’analisi etnomusicologica: la
biritmìa simbolica. La pizzica pizzica come analogon della dynamis armonica
universale PENSIERO ARMONICO E SOGGETTO COLLETTIVO Il ritorno al cielo
del Sud e i fraintendimenti di Nietzsche. Dioniso e il pensiero armonico
L’aióresis dionisiaca e la Processione dei Misteri di Taranto. Il mare
come simbolo armonico e come terapia L’intenzionalità collettiva: il teatro
tragico del tarantismo e la tragedia greca Il tempo ciclico e la Magna Mater:
l’evoluzione della coscienza La Grecia e il governo rituale degli archetipi.
Pizzica pizzica e labirinto I brindisi tradizionali e la pizzica pizzica come
arte tradizionale collettiva L’arte collettiva tradizionale come arte del mito.
L’umanesimo della misura IL
SIMPOSIO, I BRINDISI E L’UMANESIMO DELLA MISURA La tradizione pugliese e il
simposio greco e magnogreco Il brindisi e il simposio L’ethos del vino come
armonia degli opposti La sperimentazione del divino e l’etica della misura Il
pensiero armonico, l’agape e il rischio della dismisura La sublimazione del
simposio La dismisura e la degenerazione del simposio L’EMERSIONE DEL PENSIERO ARMONICO DALLA
RICERCA E DALLA COMPARAZIONE La danza, le uova e le corna come simboli
simposiali di rinascita. Il gesto dionisiaco delle corna nelle musiche e nelle
danze della rinascita I saperi tradizionali dell’equilibrio mensurale del
pensiero armonico: il ritmo e la benedizione La città di Brindisi, l’origine
del nome brindisi e il Bacco in Toscana La cena della spillazione Il porto di
Brindisi e le corna rituali come simbolo di rinascita. Il brindisi di Dioniso e
di Semole come benedizione Indice dei nomi Iconografìa
comparativa Lecce Tarantula. Antropologia simbolo e iniziazione
dalla Tradizione alla Contemporaneità Incontri culturali INCONTRI CULTURALI
Tarantula. Antropologia simbolo e iniziazione dalla Tradizione alla
Contemporaneità Da Ernesto De Martino ad oggi la Pizzica Salentina, la Taranta
e tutto quel mondo che attorno ad essa ruota in maniera spettacolare e
folklorico, in realtà nasconde studi e tradizioni che affondano le loro radici
in un passato lontano. In una prospettiva più ampia si può dire che in Europa
c'è un luogo che da qualche tempo a questa parte ha espresso una incredibile
sequenza di suoni, stili, artisti, esperimenti e contaminazioni culturali.
Questo luogo è il Salento. La Terra del Rimorso - come la definì MARTINO (si
veda) - si è trasformata nella Terra dello spettacolo delle tradizioni.
Riportando con forza la cultura popolare, l'attenzione per le radici, al centro
dell'immaginario giovanile e del consumo pop, il Salento si è rivelata una meta
a cui non si può rinunciare. A cinquanta anni dal viaggio della troupe di
Ernesto de Martino nel Salento, quei luoghi si sono trasformati in altro,
dimenticando l’Oltre. Negli ultimi vent'anni il Salento è stato spettatore
della nascita delle dance hall del Sud Sound System, e dell'irruzione sulla
scena della pizzica, sottratta da un lato al folklore, dall'altro all'accademia
sino poi al più grande world music festival del mondo, la Notte della Taranta.
Degli aspetti antropologici dell’argomento e di quelli iniziatici, simbolici ed
esoterici se ne occuperanno Maurizio Nocera e Pierpaolo De Giorgi in un
incontro dibattito senza precedenti Mail Presidente Ass. Thorah –
piscopo. grazia @libero.it Biografie relatori G., laureato in
Filosofia, è etnomusicologo, filosofo, musicista e poeta. Ha fondato e guida “I
Tamburellisti di Torrepaduli”, con i quali ha suonato in Italia e in tutto il
mondo, provocando la nascita-rinascita del genere musicale pizzica. Ha inciso
sette dischi, che hanno venduto più di centomila copie, scrivendone i testi
poetici e le musiche. Sue liriche sono state tradotte in greco e in ungherese.
Assieme al pittore Luigi Marzo, ha pubblicato il noto volume Le strade che
portano al Subasio passando dal Salento (Del Grifo). Ha tradotto in italiano La
danza delle spade e la tarantella di Marius Schneider (Argo, 1999) e ha
pubblicato numerosi volumi di ricerca, tra i quali Tarantismo e rinascita
(Argo, 1999), L’estetica della tarantella (Congedo 2004), Pizzica e tarantismo
(Edit Santoro, 2005), I poeti del vino (Congedo 2007), Il mito del tarantismo
(Congedo, 2008), La pizzica, la taranta e il vino: il pensiero armonico
(Congedo), La rinascita della pizzica: testi, poesia e storia dei Tamburellisti
di Torrepaduli. La via della Taranta (Congedo 2012) che riformulano
radicalmente le indagini sul tarantismo e sulla tarantella iatromusicale.
Maurizio Nocera - “Maurizio Nocera (classe 1947) … è un eccellente
rappresentante di quella genia … di intellettuali militanti, che sono sempre di
meno, oggi, in giro. “Impegnato” dalla punta delle (consumate) scarpe fino alla
radice dei (pochi) capelli, infaticabile viaggiatore, talent scout, esploratore
di mondi diversi, inguaribile sognatore, gran parlatore, insegnante,
politologo, promoter culturale, contastorie, indefesso ricercatore e
divulgatore di patrie memorie, bibliofilo, collezionista, scrittore, salentino
al cento per cento eppure cittadino del mondo, giornalista, poeta, saggista,
storico, critico letterario, editore. Vincenti, Io e Maurizio Nocera, in spigolaturesalentine.
wordpress. co /spigolautori maurizio-nocer
a/). Maurizio Nocera è segretario provinciale dell'ANPI di Lecce.Grice: “Giorgi
is not an Italian philosopher; he is a Leccese philosopher. You have to be Leccese to be
a Leccese philosopher, and only a Leccese philosopher will NOT appropriate
TARANTA – as Martino did – misunderstanding it – The idea of Nietzsche on Bacco
is all very well, but Giorgi notes that you have to have the Leccese experience
to understand all this”. Nome
compiuto: Pierpaolo De Giorgi. Giorgi. Keywords: l’implicatura di Bacco, il
ritorno di Dioniso; mito. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giorgi” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giorgi:
la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della fiducia nella fiducia – filosofia vernolese – la scuola
di Vernole -- filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Vernole). Abstract. Grice: In what I
call the fundamental question regarding what I propose as the goal of
communication, trust features large, but as G. notes, this is a second-order
trust – trust in one’s addressee’s trust, and trust in our trust in our
addresee’s trust. Without such a hierarchy, interest never reaches the level of
a duty!” Keywords: fiducia nella fiducia. Filosofo
vermolese. Filosofo luccese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Vermole,
Lecce, Puglia Grice: “Giorgi discovered a phenomenon I often overlooked:
meta-trust: ‘la fiducia nella fiducia e, alla Parsons, la fiducia di ego con
alter, e alter con ego. Grice: “I love
Giorgi, for various reasons; unlike Sir Geoffrey Warnock, or me, who base our
Kantian-type morality on trust, Giorgi recognises a very apt distinction
between trust and ‘meta-trust’ – fiduccia nella fiduccia: fiduccia nell’altro!”
Insegna a Salento. Si laurea a Roma con
“il giuridico e il deontico” – Fonda il Centro Studi sul Rischio a Lecce. Studia
i sistemi sociali. Altre opera: “Sociologia del diritto” Manuale di diritto del
lavoro e legislazione sociale” “Azione e imputazione” “La società”; “Diritto e
legittimazione” “Mondi della società” o, con Stefano Magnolo” “Filosofia del
diritto” “Futuri passati” Fiducia è un meccanismo, un dispositivo di
riduzione della complessità. Fiducia non è un valore positivo dell'agire o
dell'esperienza; non rappresenta una preferenza rispetto al suo opposto, non ha
valore morale di preferibilità. Fiducia e sfiducia sono grandezze non
convertibili. Dare fiducia ad altri o suscitare fiducia in altri non sono
qualità morali, disposizioni buone, né preferibili o migliori in assoluto. Il
riscontro della loro preferibilità è la situazione, la conferma della validità
dell'orientamento alla fiducia può essere reperita solo nella dimensione
temporale, l'accertamento dell'opportunità può essere dato solo dal futuro. La
funzione della fiducia, infatti, si dispiega nella tensione fra presente e
futuro. In questa tensione si proietta nel presente il dramma dell'incertezza e
il rischio del non sapere. Il sapere, infatti, esclude il rischio e rende
inutile la fiducia. Il non sapere, invece, impone al singolo, al sistema
personale o sociale, la necessità di reperire un dispositivo di assorbimento
dell'incertezza che rischia di paralizzare l'agire. Il problema, allora, è il
tempo; lo spazio di questo tempo è il presente, una estensione temporale della
cui durata ci si rende conto soltanto quando è finita, cioè quando è già
diventata un passato. Lo spazio della fiducia è questo. Solo in questo spazio
si può avere fiducia. In esso cioè si può costruire, sviluppare, mettere alla
prova quella inevitabile avventura che è l'anticipazione delle aspettative
dell'altro. Fiducia non è altro che questa anticipazione che orienta l'agire e
l'esperire. Ma è un'avventura del presente che anticipa il futuro nella
rappresentazione di colui che ha fiducia, perché si serve solo delle risorse di
una propria prestazione effettuata in anticipo e costruita su una propria
rappresentazione del mondo. Una risorsa esterna, una certezza, renderebbe
inutile dare fiducia. La fiducia costituisce una mediazione tra la complessità
del mondo e l'attualità dell'esperienza. Una mediazione drammatica, rischiosa,
che si sostiene sul sapere di non sapere, che produce da sé le risorse che
investe e con le quali si espone al futuro anticipandolo e all'altro
rappresentandosi le sue aspettative. Fiducia non è affidamento all'altro.
Fiducia non è il racconto dell'altro. Non ci sarebbe il dramma, non ci sarebbe
neppure la possibilità di raccontare l'altro, se fiducia avesse a che fare
immediatamente con l'altro. Fiducia ha a che fare con la propria
rappresentazione dell'altro; essa è affidamento alle proprie aspettative
dell'altro. Fiducia è esposizione del sé. Fiducia è abbandono al sé, per questo
c'è il rischio, il dramma, la tensione. G., Presentazione dell'edizione
italiana, in N. Luhmann, La fiducia, Bologna, il Mulino, Riferimenti
Bibliografici, Berger, Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Bologna,
Luhmann, Illuminismo sociologico, Milano, Schütz, La fenomenologia del mondo
sociale, Bologna, La semantica del rischio Decisione razionale e azione
sociale G., Filosofia, Lecce, Centro Culturale. Sulla situazione delle
scienze sociali Se si osserva il panorama delle scienze sociali oggi, si
può affermare che esse sono alla ricerca di temi attuali riferiti alla società,
ma che per questo non dispongono ancora di una struttura teorica adeguata, in
particolare non sono pervenute ancora a una adeguata descrizione della società
moderna. Le discussioni teoriche vengono effettuate in relazione ad autori, in
particolare in relazione a classici. Questo comporta, nel modo di porre i
problemi, la presenza di un sovraccarico di vecchie prospettive e l’implicito
orientamento ad una società che in virtù del suo ottimismo sul progresso aveva
raggiunto i suoi limiti, ma poteva tener presente solo in misura limitata le
conseguenze della società moderna e le poteva trattare solo come problemi della
distribuzione del benessere. Le acquisizioni alle quali si è pervenuti sono
date da un atteggiamento scettico verso l’organizzazione e la razionalità
(Weber) o da una critica della struttura di classe della società moderna. Di
queste acquisizioni vive ancora oggi la discussione teorica. La società
moderna ha reso urgenti problemi completamente diversi: il problema
dell’ecologia, il problema delle conseguenze che derivano dalle nuove
tecnologie, dalla ricerca biologica e genetica: ma anche il problema delle
conseguenze legate a determinate politiche di investimento o quello relativo al
rapporto tra uso del denaro per fini speculativi o per fini produttivi. Si
tratta solo di alcuni indici degli ambiti problematici con i quali
continuamente si confronta la società contemporanea e rispetto ai quali la
soglia di attenzione, e quindi di preoccupazione, sembra essere più alta.
Negli anni più recenti è sembrato che la scienza sociale riuscisse ad andare
oltre la discussione sui classici: si è elaborato così un orientamento
problematico che può essere descritto mediante concetti quali complessità,
problemi del controllo e guida, possibilità dell’azione ed altri ancora. Così la
società viene descritta dalla prospettiva dell’agire politico e quindi dalla
prospettiva della pianificazione, la quale ha davanti a sé campi di realtà
altamente complessi, in cui tutte le azioni scatenano “conseguenze perverse” e
producono problemi che danno motivo a nuove forme dell’agire. Tuttavia anche
questa discussione ha raggiunto in modo incontestabile i suoi limiti, non
dispone di potenziale esplicativo dell’agire reale e ripropone ormai solo
l’originaria formulazione dei problemi. All’ottimismo del progresso si è
sostituita la paura del futuro, all’ansia della pianificazione e del controllo,
la rassegnazione verso le conseguenze perverse dell’agire che, non potendo
essere previste, vengono rese oggetto di analisi empirica: un motivo ulteriore
per considerare il presente con disappunto e per tentare di risolvere mediante
il ricorso alla morale ciò che sembrava impossibile risolvere mediante la
razionalità. Non si può affatto prevedere che nel prossimo futuro
la scienza sociale riuscirà a colmare il deficit teorico che la caratterizza e
a pervenire ad una convincente descrizione della società moderna. E’ possibile
però isolare temi speciali, che in questa direzione sono fruttuosi e possono
essere utilizzati perché le ricerche si concentrino su di essi. Il tema rischio
può costituire un tema cosiffatto. Esso è un tema nuovo rispetto alla
discussione sui classici e mantiene considerevole distanza rispetto alle teorie
sulla decisione razionale o sulla pianificazione razionale. Esso attualizza la
dimensione del tempo, una dimensione centrale per la società moderna da tutte
le prospettive. Esso altresì ha particolare riferimento rispetto ai temi che
nell’opinione pubblica hanno acquistato un significato considerevole e che,
gradualmente, diventano dominanti. Esso ha quindi tutte le chances di fornire
un contributo rilevante alla comprensione delle condizioni sociali nelle quali
oggi inevitabilmente viviamo e delle quali in un qualunque modo dobbiamo tener
conto. Stato della ricerca. Il tema rischio ha stimolato una mole
immensa di ricerche ed ha raccolto una letteratura che ormai non è più
possibile controllare. Nella letteratura meno recente il tema si è sviluppato
prevalentemente sotto la voce: insicurezza. La ricerca però si è concentrata su
alcuni punti cruciali e non è pervenuta all’elaborazione di una chiara
concettualità teoretica. Da una parte è dato di trovare ricerche
sulla valutazione delle conseguenze prodotte dalle nuove tecnologie; queste
ricerche presentano ramificazioni molto concrete: ad esempio la valutazione
degli effetti cancerogeni che derivano da alcuni prodotti chimici o la
valutazione delle possibilità che si verifichino eventi particolarmente
improbabili ed insieme altamente catastrofici. Questa letteratura è orientata
nel senso delle teorie della casualità o nel senso della statistica: essa ha
prodotto a sua volta altra letteratura che si occupa della posizione e del
ruolo degli esperti rispetto alla politica e che di conseguenza individua una
perdita di prestigio e di credibilità della scienza e degli esperti nelle
diverse tecnologie, qualora questi, sotto la pressione e l’urgenza delle
decisioni siano costretti a rendere manifeste le loro insicurezze o le
controversie interne alla scienza stessa. Si tratta di una letteratura
e di un insieme di ricerche che tematizzano i problemi della sicurezza rispetto
a situazioni di pericolo oggettivo, ma che non riguardano la prospettiva di
chi, nell’agire concreto, deve decidere se rischiare o non rischiare e a quali
costi. Accanto a queste ricerche è dato di trovarne altre che sono
orientate in misura crescente in senso psicologico e che indagano i modi in cui
i singoli si comportano in situazioni di rischio. Risultato di queste ricerche
è una distinzione di variabili che influenzano il comportamento, come ad
esempio l’influsso della fiducia di sé o del controllo di sé sulla
disponibilità di colui che agisce verso il rischio. Un altro
orientamento di ricerca si occupa dei deficit di razionalità e degli “errori”
statistici che è possibile individuare nel comportamento decisionale
quotidiano. La disponibilità al rischio dipende, secondo queste ricerche, non
da ultimo dal modo in cui colui che decide pone il problema col quale deve
misurarsi. Questi orientamenti ai quali si sostiene la ricerca sul
rischio permettono di comprendere perché gli esperti che si occupano della
percezione e valutazione del rischio e delle strategie del suo trattamento,
siano essenzialmente studiosi di scienze naturali, di statistica, di economia
(in particolare per i settori relativi alle teorie della scelta razionale, del
calcolo dell’utilità, ecc.) o di psicologia. Persino il tema comunicazione sul
rischio viene trattato da specialisti che hanno questa formazione. La
sociologia si è occupata fino ad ora prevalentemente degli aspetti limitati dei
nuovi movimenti che si formano nella società a seguito della accresciuta
percezione del rischio. La scienza politica ha manifestato scarsa attenzione
per i problemi che derivano dal fatto che le questioni legate al rischio
sovraccaricano gli interessi politici. Accanto alla medicina si è stabilizzata
un’etica che si occupa dei modi in cui la morale dovrebbe affrontare questioni
che sembrano sottrarsi al calcolo razionale. Nonostante la sua ampiezza,
l’attuale ricerca sul rischio non riesce a pervenire a risultati utili sia alla
descrizione dell’agire decisionale che alla determinazione di possibilità
ulteriori degli stessi ambiti decisionali, perché è legata da vincoli che
derivano dal modo stesso in cui il problema del rischio viene tematizzato.
Questi vincoli sono definiti dai modelli derivati dalle teorie della decisione
razionale e dalle teorie psicologico-individualistiche. Integrazione
teorica. Tanto dal panorama delle ricerche quanto dall’eterogeneità dei diversi
approcci scaturisce un considerevole bisogno di integrazione teorica. Le
prestazioni innovative che è possibile effettuare in rapporto allo stato
attuale della ricerca dipendono dal fatto che si riesca ad elaborare e a
rendere disponibile una concettualità teorica capace di rendere possibili
questi riferimenti. Il concetto di rischio è stato definito
essenzialmente in relazione agli ambiti della relazione razionale, per così
dire, come concetto per la elaborazione dei problemi del calcolo razionale. Da qui
derivano considerevoli difficoltà di delimitarne significato e contenuto. Nella
letteratura si scambiano e si utilizzano come equivalenti e fungibili con il
concetto di rischio formulazioni quali pericolo, danger, hazard, insicurezza e
simili. Proprio per questo, sul piano metodologico è necessario mettere in
chiaro nel contesto di quali distinzioni il rischio acquista il suo contenuto e
significato proprio. La distinzione tra rischio e sicurezza sembra
inutilizzabile. Sicurezza in quanto opposta a rischio, indica solo un posto
vuoto che non può certo essere riempito empiricamente. Sicurezza, nello schema
rischio-sicurezza, indica solo un concetto riflessivo: esso esibisce solo la
posizione dalla quale tutte le decisioni possono essere analizzate dal punto di
vista del loro rischio. Sicurezza, in questo senso, universalizza solo la
coscienza del rischio; d’altra parte non è un caso se, a partire dal XVII
secolo, tematiche della sicurezza e tematiche del rischio si sviluppano
insieme. Per questo sarebbe necessario provare se sia possibile
intendere il concetto di rischio utilizzando le prospettive fornite dalla
teoria attributiva. Nel generale contesto di una insicurezza rispetto al futuro
e di un danno possibile, si potrebbe parlare di rischio quando un qualche danno
venga imputato ad una decisione, cioè quando questo danno debba essere trattato
come conseguenza di una decisione (o da colui che decide o da altri). Il
concetto opposto sarebbe allora il concetto di pericolo, che è applicabile
quando danni possibili vengano imputati all’esterno. Una tale
concettualizzazione permetterebbe di utilizzare la problematica
dell’attribuzione che si è rivelata fruttuosa e saldamente sperimentata. La
concettualizzazione proposta dà insieme plausibilità al fatto che nella società
moderna la maggiore coscienza del rischio sia correlata all’accrescimento delle
possibilità di decisione. Beck,
Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Frankfurt a.M., Beck, Politik
in der Risikogesellschaft. Essays und Analysen, Frankfurt a.M.,Covello, J.
Mumpower, Environmental Impact Assessment, Technology Assessment, and Risk
Analysis, NATO ASI Series, Berlin-Heidelberg, Douglas, Come percepiamo il
pericolo. Antropologia del rischio, Milano, Douglas, Wildavsky, Risk and
Culture. An Essay on the Selection of Technological and Environmental Dangers,
California, Evers, Helga Nowotny, Über den Umgang mit Unsicherheit. Die
Entdeckung der Gestaltbarkeit von Gesellschaft, Frankfurt a.M., Giddens, The
Consequences of Modernity, Stanford, Hahn, Willy H. Eirmbter, Rüdiger Jacob, Le
Sida: savoir ordinaire et insécurité, «Actes de la recherche en sciences
sociales, Hijikata, Armin Nassehi, Riskante Strategien. Beiträge zur Soziologie
des Risikos, Opladen, Johnson, Covello, The Social and Cultural Construction of
Risk, Dordrecht, Kaufmann, Sicherheit als soziologisches und sozialpolitisches
Problem. Eine Untersuchung zu einer Wertidee hochdifferenzierter
Gesellschaften, Stuttgart, Königswieser, Matthias Haller, Peter Maas, Heinz
Jarmai, Risiko-Dialog, Köln, Krücken, Risikotransformation. Die politische
Regulierung technisch-ökologischer Gefahren in der Risikogesellschaft, Opladen,
Luhmann, Sociologia del rischio, Milano, Perrow, Normal Accidents. Living with High-Risk Technologies, New York,
Wildavsky, Searching for Safety, New Brunswick-London, I titoli contrassegnati con l'asterisco sono
disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito
presso la Biblioteca del Collegio San Carlo. Presso la sede della Biblioteca,
dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la
registrazione. Grice: “Giorgi
understands trustworthiness perfectly. However, he does not seem to care to
provide a moral background for it, which is okay with me, since being
trustworthy and expecting others to be trustworthy is what an honest chap does!
It’s different with PERJURY, and Giorgi has shed light on the notion of
legitimacy – an oath of trustworthiness becomes a LEGAL BOND – not just moral.
It is however better to consider the moral trustworthiness as PRIOR
conceptually to the legal trustworthiness – even if conceptual priority can go
both ways. EPISTEMICALLY, to have a law that condemns perjury may be the best
way NOT to have faith in faith (fiducia nella fiducia) but PRESUPPOSE that the
other has a moral-legal bond to be trustworthy. The perjury figure in Roman law
has to be considered historically, since if there was something the Italians
are good at is Roman law!” – Nome compiuto: Raffaele De Giorgi. Giorgi. Keywords: fiducia nella fiducia, il
giuridico, il deontico, imputazione, azione, fiduzia nella fiducia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giorgi” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giovanni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della civetta di
Minerva – filosofia napoletana – la scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Napoli).
Abstract. Grice:
“In my ‘Philosophical Eschatology, I let room for Allegory and Metaphor, on
which the Hun and the Italians excell!” Keywords:
civetta di Minerva. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano.
Napoli, Campania. Grice: “The Italians love ‘divenire’
as in ‘being and becoming’ – but if I say Mary is becoming a princess, ain’t
Mary being?” Grice: “I like Giovanni; only in Italy, you write an essay on Marx
on cooperation and on Kelsen; and then of course an Italian philosopher HAS to
philosophise on Vico: ‘divvenire della ragione,’ Giovanni calls what I would
call a critique of conversational reason!” Ha aderito successivamente alla Rosa nel Pugno. Simpatizzò per la monarchia e l'11 giugno
1946 fu tra coloro che presero parte agli scontri che causarono la strage di
via Medina; in seguito avrebbe spiegato la sua partecipazione con queste
parole: “Già leggevo Hegel ero monarchico perché credevo all'unita dello
Stato.” “Scappai quando la situazione s'incanaglì». Si laurea a Napoli con la
tesi “Vico: natura e ius.” Insegna a Bari.
Direttore di “Il Centauro. Rivista di filosofia". Altre saggi: “L'esperienza
come oggettivazione: alle origini della scienza”; “Il concetto di classe
sociale in Cicerone”; “La borghesia italiana”; “Il concetto di prassi”; “Marx
dopo Marx” (cf. Luigi Speranza, “Grice
dopo Grice.” Impilcature: Not Grice! --; “La nottola di Minerva”; -- il guffo
di Minerva – la civetta di Minerva -- “Dopo il comunismo”; il comune -- “L'ambigua
potenza dell'Europa”; “Da un secolo all'altro: politica e istituzioni” –
istituzione istituzionalismo istituismo “La filosofia e l'Europa”; “Sul partito
democratico. Aristocrazia, democrazia crazia cratos concetto di potere -- -- Opinioni
a confronto”; “A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?” “Elogio della
sovranità politica, -- il sovrano – lo stato sovrano – Machiavelli -- Editoriale scientifica, “Le Forme e la storia.
Scritti in onore di Giovanni, Napoli, Bibliopolis, La parabola di Giovanni. Il dibattito
Un saggio di de Giovanni paragona Severino al filosofo del fascismo. Ma a tutte
le sue obiezioni è possibile rispondere È Gentile il profeta della civiltà
tecnica Ne rende possibile il dominio planetario. Eppure la legge del divenire
è eterna di SEVERINO Gentile e assassinato perché e la voce più autorevole e
convincente del fascismo. Eppure la sua filosofia è la negazione più radicale
di ciò che il fascismo ha inteso essere. Non solo. Essa è tra le forme più
potenti — non è esagerato dire la più potente — della filosofia del nostro
tempo. Di tale potenza lo stesso Lenin si e accorto — forse gli assassini di
Gentile non lo sanno neppure. Tanto meno lo sa la cultura filosofica dominante,
che mai riconoscerebbe a un italiano un così alto rilievo. Non solo.
Contrariamente agli stereotipi che vedono in Gentile un avversario della
scienza, l’attualismo gentiliano è l’autentica filosofia della civiltà della
tecnica: rende possibile il dominio planetario della tecno-scienza, ancora
frenato dai valori della tradizione. Altrove ho mostrato il fonda- mento di
queste affermazioni. Il saggio di G. Disputa sul divenire. Gentile e Severino
(Scientifica) è un grande e suggestivo contributo al loro approfondimento —
come d’altronde c’e da attendersi dalla statura culturale e sociale
dell’autore. Va facendosi largo nel mondo la convinzione che l’uomo non possa
mai raggiungere una verità assolutamente innegabile; che, prima o poi, ogni
verità siffatta resti travolta da altri modi di pensare, da altri costumi, cioè
si trasformi, muoia: divenga. Travolta, anche la certezza che esistano le cose
che ci stanno attorno; essa è innegabile solo fino a che esse non vanno
distrutte: era innegabile solo provvisoriamente. Esser convinti
dell’inesistenza di ogni verità assoluta è quindi, insieme, esser convinti
dell’inesistenza di ogni Essere immutabile ed eterno. Dio è morto, si dice. La
negazione di ogni verità assoluta e innegabile non investe dunque l’esistenza
del divenire del mondo. Anzi, proprio perché si fa largo la convinzione che il
divenire di ogni cosa e di ogni stato sia assolutamente innegabile (ed eterno),
proprio per questo è inevitabile che ci si convinca dell’impossibilità di ogni
altro innegabile e di ogni altro eterno. Gentile lo mostra nel modo più
rigoroso (mentre il fascismo, come ogni assoluti- smo politico, intendeva
essere la configurazione inamovibile dello stato. Ma è appunto per
quell’estremo rigore che G. rileva, a ragione, l’incolmabile contrasto tra la
filosofia di Gentile e il tema centrale dei miei scritti, l’affermazione cioè
che la verità assolutamente innegabile esiste e che tutto ciò che esiste (nel
presente, nel passato, nel futuro) è eterno, ossia non esiste alcunché che esca
dal proprio esser stato nulla e che sia travolto nel nulla. Certo, la più
sconcertante delle affermazio- ni. Che però G. considera fondata con
altrettanto rigore. Infatti, mi sembra, egli è inte-ressato al contrasto
Gentile-Severino perché vede in ogni forma di contrasto una conferma della
propria prospettiva di fondo, per la quale l’esistenza umana è, da ultimo, un
contrasto insana- bile tra il desiderio dell’uomo, finito, di esser sal- vato
dall’Infinito e la problematicità del rapporto finito-Infinito. Quindi, a suo
avviso, per quanto rigorose possano essere la posizione filosofica di Gentile e
la mia, ci dev’essere in entrambe un vizio o più vizi di fondo che non possono
venir estirpati. Attraverso una finissima procedura in- terpretativa de G. lo
fa capire rivolgendo domande, obiezioni sotto forma di domande. So- prattutto a
me. Provo a rispondere ad una soltan- to. In modo adeguato risponderò in altra
sede. Ma prima rivolgo anch’io una domanda a G.. La sua prospettiva — qui sopra
richiamata in modo molto sommario — intende essere una verità assolutamente
innegabile o una proposta dove non si esclude che la verità innegabile esista
da qualche parte? Propendo per la prima alternativa. Mi sembra infatti che
anche per G. l’unica verità
indiscutibile sia la storicità del reale, cioè il divenire che travolge ogni
altra presunta verità. La sua distanza da Gentile tende così a vanificarsi
nonostante le obiezioni, che a questo punto hanno un carattere subordi- nato. E
infatti G. mi chiede se non ci sia «qualcosa di ineluttabile» «nella condizione
mortale dell’uomo», se la morte non sia la prova inconfutabile, l’irrefutabile
cogenza che l’ente uomo nasce dal nulla e va nel nulla — e anzi, lasciando da
parte il domandare, afferma che il mio discorso «si scontra con il fatto che
l’uomo muore. Il contesto in cui G. avanza
queste domande-affermazioni è incommensurabilmente lontano dall’ingenuità con
cui a volte queste domande mi vengono rivolte. Ma in questa sede può essere
opportuno richiamare — ancora una volta — che i miei scritti, ovviamente, non
hanno mai negato che l’uomo muoia e come muoia e resti il suo ca- davere, ma
hanno sempre negato che la nascita dell’uomo e delle cose sia un venire dal
nulla e che la morte sia un andare nel nulla; e lo negano perché mostrano che
questo andirivieni non è un fatto. Provo a chiarire. Che il dolore, l’agonia,
la morte dell’uomo (e il perire dei viventi e delle cose) sia un fatto significa
che se ne fa esperienza. Certo. Si fa esperienza dell’orrore della morte, che è
sempre la morte altrui. Ma chi crede che la morte sia un andare nel nulla non
crede (è impossibile che creda) che l’uomo vada nel nulla ma, insieme, continui
ad essere un fatto che appartiene al contenuto dell’esperienza: gli appartenga
nello stesso modo in cui gli apparteneva prima di annientarsi. Nell’esperienza
rimane il ricordo di coloro che sono andati nel nulla, e il ricordo è un fatto;
ma non rimane il fatto in cui consisteva il loro es- ser vivi, non si fa più
esperienza del loro esser stati vivi. Chi, dunque, crede che la morte sia an
nientamento crede che — pur avendo avuto espe- rienza dell’agonia e del
cadavere — ciò che è di- ventato niente sia diventato anche qualcosa che non
appartiene più all’esperienza, che non è un fatto. Ma allora è impossibile che
l’esperienza mostri che sorte abbia avuto ciò che è uscito dall’espe- rienza, e
quindi mostri che esso è diventato niente. Di questa sorte l’esperienza non può
che tacere. Cioè l’annientamento non può essere un fatto. E se il cadavere
viene bruciato e, come si dice, diventa cenere; allora anch’esso, come tutta la
vita passata di chi è morto, esce dall’esperienza —anche se ne rimane il
ricordo. Daccapo: che es- so, diventando cenere, sia diventato niente non può
essere l’esperienza ad attestarlo. Ci si convince dunque che la morte è
annienta- mento non sulla base dell’esperienza, ma sulla ba- se di teorie più o
meno consistenti. All’inizio i vivi si fermano atterriti di fronte alle
configurazioni orrende della morte dei loro simili e restano colpiti dalla loro
assenza; i morti non ritornano, vivi, come invece il sole torna a risplendere
al mattino. Anche su questa base, quando si fa avanti la rifles- sione filosofica
sul nulla, si pensa che ciò che non ritorna sia diventato niente e si crede di
sperimentarne l’annientamento. Gentile sta al culmine di tale fede e, con la
propria teoria generale dello spirito, dimostra nel modo più radicale l’impos-
sibilità di ogni realtà esterna all’esperienza, sì che l’uscire dall’esperienza
è per ciò stesso l’andare nel niente. Ma, appunto, si tratta di una
dimostrazione, di una teoria, non della constatazione di un fatto. Dunque, la
sconcertante affermazione, al cen- tro dei miei scritti, che tutto ciò che
esiste è eter- no, non è un paradosso che si scontra con l’esperienza, cioè con
il fatto che l’uomo muore. All’opposto, a scontrasi con l’esperienza sono
coloro che — affermando la sua capacità di atte- stare l’annientamento degli
uomini e delle cose — vedono in essa ciò che in essa non c’è e non può esserci.
Sono molti, moltissimi? Non importa. An- che quando qualcuno ebbe a mostrare
che è la Terra a girare attorno al sole e non viceversa, tutti gli altri lo
negavano, sconcertati. A questo punto G. deve mostrare per- ché (una volta escluso lo
«scontro con il fatto») non accetta la fondazione che di quella sconcer- tante
affermazione ho indicato nei miei scritti. At- tendo. Ma anche tutte le altre
sue domande attendono la mia risposta.Il tramonto del principe: "Fin
dall'inizio della sua attività G. ha accompagnato al suo discorso teorico e
politico una notevole attività di carattere storico-filosofico. Si può dire,
anzi, che per certi versi questi sono tre aspetti di una medesima ricerca che,
secondo una tipica 'tradizione' italiana, ha intrecciato, in modo consapevole,
filosofia, storiografia e politica. Ma questa è una considerazione preliminare,
di carattere generale. Ciò che distingue la posizione di de Giovanni è il modo
con cui ha istituito questo intreccio - il suo 'punto di vista' - e i risultati
che è riuscito a conseguire." (dalla prefazione di Michele Ciliberto). Con
una postfazione sulla storia de "Il centauro" di Dario Gentili Biagio
di Giovanni. Giovanni. Keywords: essere/divenire – dall’essere al divenire -- divenire
della ragione conversazionale: Vico, Hegel, Marx, nottola di Minerva; monarchia
– stato -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovanni: il divennire della ragione
conversazionale” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza --
Grice e Giovenale: la ragione conversazionale e la satira del filosofo – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract: Grice:
The main difference between Oxonian philosophy and Roman philosophy is that the
latter is older!” Keywords: Roman philosophy. Filosofo italiano. Renowned for his satires in which it is
possible to identify a variety of philosophical interests, if not influences. «Orandum est ut sit mens sana in corpore sano»
(Satire, X, 356) Decimo Giunio Giovenale Decimo Giunio Giovenale
(in latino Decimus Iunius Iuvenalis, pronuncia classica o restituta: [ˈdɛkɪmʊs
ˈjuːnɪ.ʊs jʊwɛˈnaːlɪs]; Aquino, tra il 50 e il 60 – Roma, dopo il 127) è stato
un poeta e retore romano. Biografia Satirae, 1535. Da BEIC,
biblioteca digitale Le notizie sulla sua vita sono poche e incerte, ricavabili
dai rari cenni autobiografici presenti nelle sue sedici Satire scritte in
esametri giunte fino ad oggi e da alcuni epigrammi a lui dedicati dall'amico
Marziale. Giovenale nacque ad Aquinum, nel Latium adiectum. Poiché nella
prima satira, databile poco dopo il 100 d.C., si definisce non più iuvenis
(v.25) - il che implica che avesse almeno quarantacinque anni - la data di
nascita si può indicare approssimativamente fra il 50 e il 60 d.C. Marziale
(unico autore contemporaneo a parlare di Giovenale) lo descrive intento alle
faticose e umilianti occupazioni del cliens[1]: probabilmente non apparteneva
ad ceto elevato, ma ricevette ugualmente una buona educazione retorica. Intorno
ai trent'anni cominciò forse ad esercitare la professione di avvocato, dalla
quale però non ebbe i guadagni sperati e ciò lo convinse a dedicarsi alla
scrittura, alla quale arrivò in età matura, circa a quarant'anni. Visse
soprattutto all'ombra di uomini potenti, nella scomoda posizione di cliens,
privo di libertà politica e di autonomia economica ed è probabilmente questa la
causa del pessimismo che pervade le sue satire e dell'eterno rimpianto dei
tempi antichi. Scrisse fino all'avvento dell'imperatore Adriano e non si sa con
certezza la data della sua morte, sicuramente posteriore al 127, ultimo termine
cronologico ricavabile dai suoi componimenti. Il mondo poetico e
concettuale di Giovenale Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della
letteratura latina (69 - 117). Giovenale considerò ridicola la letteratura mitologica,
in quanto troppo lontana dal clima morale corrotto in cui viveva la società
romana del suo tempo: egli considerò la satira indignata non soltanto la sua
musa, ma anche l'unica forma letteraria in grado di denunciare al meglio
l'abiezione dell'umanità a lui contemporanea. In quanto scrittore di
satire, Giovenale è stato spesso accostato a Persio, ma tra i due vi è una
profonda differenza: Giovenale non crede che la sua poesia possa influire sul
comportamento degli uomini, perché, a suo dire, l'immoralità e la corruzione
sono insite nell'animo umano. Proprio come in Persio è presente l'astio
sociale, ma non esiste alcun intento esplicito di risolvere ciò che lui stesso
condanna (non esiste un intento moralistico, ma solo satirico): a suo dire, non
ci sono più le condizioni sociali che possano portare alla ribalta grandi
letterati come Mecenate, Virgilio e Orazio lo erano nel periodo augusteo,
perché, nella Roma dei suoi tempi, il poeta è bistrattato e spesso vive in
condizioni di estrema povertà, tanto che spesso è la miseria che lo
ispira. Questa radicale avversione contro le iniquità e le ingiustizie,
che lo portò anche a declamare versi di rabbia e protesta, è stata interpretata
da alcuni come segnale di un atteggiamento democratico. Questo modo di
intendere Giovenale è molto superficiale: al di là di qualche verso scritto in
favore degli emarginati, l'atteggiamento di Giovenale è di inequivocabile
disprezzo nei loro confronti, in quanto essi non hanno avuto l'intelligenza
necessaria per uscire dalla loro condizione sociale. Più che un
democratico solidale, Giovenale fu un idealizzatore del passato, di quel buon
tempo in cui il governo era caratterizzato da una sana moralità
"agricola". Questa utopica fuga dal presente rappresenta l'implicita
ammissione della frustrante impotenza di Giovenale, dato che nemmeno lui era in
grado di "muovere le coscienze". Negli ultimi anni della sua
vita, il poeta rinunciò espressamente alla violenta ripulsa mossa
dall'indignazione e assunse un atteggiamento più distaccato, mirante
all'apatia, all'indifferenza, forse allo stoicismo, riavvicinandosi a quella
tradizione satirica da cui in giovane età si era drasticamente allontanato. Le
riflessioni e le osservazioni, un tempo dirette ed esplicite, divennero
generali e più astratte, oltreché più pacate. Ma la natura precedente del poeta
non andò del tutto distrutta e, tra le righe, magari dopo interpretazioni più
complesse, si può ancora leggere la rabbia di sempre. Si parla di un
"Giovenale democriteo", per designare il Giovenale degli ultimi anni,
lontano dall'indignatio iniziale. Lo stesso argomento in dettaglio:
Satire (Giovenale). Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale sono le
donne, in special modo quelle emancipate e libere tra le matrone romane, che,
per il loro disinvolto muoversi nella vita sociale, personificano agli occhi
del poeta lo scempio stesso del pudore. Quelli che egli considerava i
vizi e le immoralità dell'universo femminile gli ispireranno la satira VI, la
più lunga, che rappresenta uno dei più feroci documenti di misoginia di tutti i
tempi, dove campeggia la cupa grandezza di Messalina, definita Augusta
meretrix, ovvero "prostituta imperiale". Messalina viene presentata
appunto come una persona dalla doppia vita: non appena suo marito Claudio si
addormenta, ne approfitta per prostituirsi in un lupanare fino all'alba,
"lassata viris necdum satiata" (stanca di tanti, ma non soddisfatta).
Questa satira è stata scritta con l'intento di dissuadere dalle nozze l'amico
Postumo e come esempio negativo di degenerazione vi è anche la figura di Eppia,
una donna che fugge con un gladiatore, abbandonando il marito Veientone (un
senatore), la sorella e i figli. Le descrizioni dei comportamenti delle
matrone romane da parte di Giovenale sono infatti spesso aspre e crude:
frequenti sono i tratti quasi irreali di scialacquatrici senza il minimo freno
morale, che non badano alla povertà alle porte perseverando in esistenze
condite dei più turpi misfatti. Si contano avvelenamenti, omicidi premeditati
di eredi, sebbene talvolta si tratti dei propri figli, superstizioni
superficiali, maltrattamenti estremi della servitù, nel segno di frustate e
volontà di crocifiggere chi abbia commesso anche il minimo errore, a cui si
aggiungono tradimenti e leggerezze morali imperdonabili agli occhi di
Giovenale. Significativa, come riassuntiva di quanto esposto, questa frase
pronunciata da una matrona: "O demens, ita servus homo est?" ("O
stupido, così uno schiavo sarebbe un essere umano?")[2]. Altro
comune bersaglio di Giovenale fu l'omosessualità, che si traduce per lui e per
il mondo cui appartiene in una fatidica bolla d'infamia (si veda a questo
proposito la Lex Scantinia). Giovenale conosce e distingue due diversi tipi di
"omosessuale": quello che per natura proprio non può
dissimulare la sua condizione (quindi tollerato, poiché è il suo triste
destino); quello che per ipocrisia si nasconde di giorno pontificando
rabbiosamente sulla corruzione degli antichi costumi romani, per poi sfogarsi
di notte lontano da occhi indiscreti. Entrambi questi tipi vengono condannati
da Giovenale, poiché omosessuali, ma il secondo in modo particolare, per
essersi reso ancora più odioso dall'alto del suo piedistallo di falso censore:
ecco, quindi, che si ritrova quella carica anti-moralistica che è una cifra
fondamentale della sua poetica. Il disprezzo per le convenzioni è bilanciato da
una mitizzazione pressoché integrale del passato, secondo il tipico topos della
perduta età dell'oro, quella dei popoli latini pastori e agricoltori, non ancora
contaminati dai costumi orientali: infattic, Giovenale contrappone sempre
l'omosessuale molle, urbano e molto raffinato, al ruvido e pio contadino
repubblicano, in cui si concentrano per contrasto tutte le qualità di una
civiltà guerriera, gloriosa e perduta. Tanto lontani dovevano apparire ai suoi
occhi quei tempi di rustica virtù, almeno quanto appaiano a noi vicine simili
libertà di costume (I-II secolo d.C.), al punto che, nella seconda satira,
Giovenale dice espressamente, riferendosi alle unioni tra omosessuali:
(latino) «Liceat modo vivere; fient, fient ista palam, cupient et in acta
referri» (italiano) «Vivi ancora per qualche tempo e poi vedrai, vedrai se
queste cose non si faranno alla luce del sole e magari non si pretenderà che
vengano anche registrate.» (Giovenale, Satira II, vv 135-136.) Il
disprezzo per gli omosessuali si spinge in lui fino al punto da coinvolgere lo
stesso imperatore, sfiorando il reato di lesa maestà (satira VII, 90-92), per
via del quale si suppone sia stato esiliato in Egitto alla fine della sua vita:
avrebbe infatti osato prendersi gioco della relazione tra l'imperatore Adriano
e il bellissimo Antinoo, suo amante, che ci è noto soprattutto per la
sterminata quantità di ritratti pervenutici. Tuttavia, la notizia del presunto
esilio di Giovenale ci è tramandata da un anonimo biografo, addirittura del VI
secolo. Note ^ Giovanna Garbarino, NOVA OPERA, vol. 3, 2011, p. 363. ^
Satira VI, 222. Bibliografia (LA) Decimo Giunio Giovenale, Satirae, Venetiis,
in aedibus haeredum Aldi, et Andreae soceri, 1535. Persio e Giovenale, Satire,
Torino, Utet, 1956. Voci correlate Satire Panem et circenses Altri progetti
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GIOVENALE, Decimo Giunio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 1933. Modifica su Wikidata Giovenàle, Dècimo Giùnio, su sapere.it, De
Agostini. Modifica su Wikidata (EN) Gilbert Highet, Juvenal, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata (LA) Opere di
Decimo Giunio Giovenale, su Musisque Deoque. Modifica su Wikidata (LA) Opere di
Decimo Giunio Giovenale, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute.
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su Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni
sonori ed audiovisivi. Modifica su Wikidata (EN) Testo latino delle D. Iuni
Iuvenalis Saturae da The Latin Library Approfondimento sul sito della città
natale di Giovenale, su comune.aquino.fr.it. URL consultato il 30 marzo 2006
(archiviato dall'url originale il 12 marzo 2007). Approfondimento su vita,
formazione e produzione letteraria di Giovenale su ArcadiA Club Portale
Biografie Portale Letteratura Categorie: Poeti romaniRetori romaniPoeti
del II secoloRomani del II secoloNati ad AquinoMorti a RomaPoeti trattanti
tematiche LGBTDecimo Giunio Giovenale[altre] Nome compiuto: Decimo Giunio
Giovenale. Giovenale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovenale.”
Luigi Speranza --
Grice e Giovio: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia
nolese – filosofia napoleta --- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Nola).
Filosofo nolese. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Nola,
Napoli, Campania. The son of
Paulino di Nola. From a letter written to him by his father, it appears that he
was a keen student of philosophy. Nome
compiuto: Giovio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giovio.”
Luigi Speranzaa – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giraldi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – filosofia
ventimigliana – la scuola di Ventimiglia -- filosofia ligure – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Ventimiglia).
Abstract. Grice:
“We never had at Oxford anything like they had at Bologna, with Mussolini!” -- Keywords:
fascismo, Gentile filosofo politico. Filosofo ventimigliano. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. Ventimiglia, Liguria. Grice: “Only a Ligurian philosopher would
philosophise on Hegel’s real logic and lobsters!” -- Grice: Grice: “One good
thing about Giraldi is that he is from Ventimiglia and moved to Noli – the most
charming corners of Italy!” – Grice: “Giraldi calls his position ‘romatnic
essentialism;’ having born in Ventmiglia he would, wouldn’t he?”“I like
Giraldi; nobody in England would dare write “The son of Peter Pan,” but
Giraldi, otherwise known as the author of ‘Essenzialismo,’ did write ‘Il figlio
di Pinocchio’”! Il padre, originario di Dolceacqua e di
estrazione contadina, dopo il servizio militare riuscì la scalata del successo
al Casinò di Monte Carlo, affermandosi anche come uomo di grande saggezza e
religiosità. La madre invece era originaria di Ventimiglia, dove G. stesso
nacque e trascorse la sua infanzia. Sebbene la famiglia fosse benestante, egli
soffriva per la grande conflittualità interna, continuamente vessato dalla
sorella maggiore che non esitava ad usare violenza nei suoi confronti, mentre
la madre non faceva parola con il padre di quanto assisteva. Racconta che in
questo periodo riusciva a trovare pace solo in chiesa. Con una bugia astuta riuscì a scappare di
casa, entrando in un collegio, dunque l'anno successivo si trasferì in un altro
collegio di Roma, ove tuttavia non riuscì a trovare la tranquillità sperata. Riuscì
a compiere studi classici a Roma, iscrivendosi poi all'Università. Non
frequenta le lezioni delle materie filosofiche curricolari, ma studia per conto
proprio. Tuttavia sigue abbastanza regolarmente le lezioni di PONZO, anche se
non e materia d'esame. Si laurea e presta servizio militare durante la seconda
guerra mondiale. Si laurea in filosofia discutendo molto animatamente la tesi
con Spirito, il quale ironizzò sulle sue
pretese di "fare una nuova filosofia". Insegna a Milano. Partendo
dalla teoria gentiliana, che vede in tutto una “mediazione”, e da quella di CONSENTINO,
che sostiene al contrario la totale "immediatezza", afferma che anche
l'atto puro, in quanto nuovo e spontaneo, non può che nascere senza alcuna
mediazione, quindi è l'equivalente dell'immediatezza, o del sentire puro. Pertanto
prova a risolvere le contraddizioni di entrambe le posizioni in una sintesi
hegeliana che possa superare sia il “divenirismo,” sia il coscienzialismo
antidivenirista. La soluzione è che l'immediatezza sarebbe sostanziata di
mediazione, e viceversa.L'immediatezza è così colma di mediazione, perché senza
di essa sarebbe cieca e una mediazione senza una immediatezza sarebbe nulla.
Inoltre, per avere una identità distinguibile, si dovrebbe avere già dentro di
sé quanto necessario per identificarsi e per distinguersi. In “Etica del sentimento”, ancorando il
principio morale proprio alla sfera sentimentale, si focalizza sul sentimento
di libertà e propone nuove argomentazioni alla tesi di derivazione stoica del
sentirsi responsabili, pur entro un tutto già dato. In “Gnoseologia del
Sentimento”, parte proprio dalla posizione del CONSENTINO per ripercorrere gli
itinerari di una filosofia dell'essere indiveniente e per affrontare gli
aspetti dinamici e volontaristici dell'Io. In “Filosofia giuridica” espone la
concezione di diritto naturale quale sentimento fondamentale giuridico,
condizione trascendentale di ogni diritto positive. Pertanto il diritto
naturale non sarebbe un codice sovrapponibile ad altri codici, ma la
precondizione che permette alle leggi positive di essere leggi e non atti
religiosi, estetici, scientifici o di altro tipo. Si occupa anche della
riflessione su temi politici.“Storiografia come rettorica” tende ad inquadrare
l'unitarietà artistica e scientifica della ricostruzione storica, coerentemente
con la tesi di CICERONE della “historia opus oratorum maxime” e con quella
aristotelica dell'entimema, in altre parole quel sillogismo retorico che si
differenzia da quello della necessità. In “Epistemologia” invoca una
demitizzazione anche delle teorie cosmologiche e scientifiche più accreditate
(l'evoluzionismo, la teoria del Big Bang, la meccanica quantistica), poiché tenderebbero
pure esse a cadere in paralogismi e contraddizioni logiche, nonostante gli
apprezzabili sforzi a riferirsi alla filosofia da parte di alcuni notevoli
scienziati. Ad esempio nota che anche i migliori epistemologi che irridono il
concetto di sostanza, di fatto, riferiscono i dati sperimentali ad una
sottintesa sostanza soggiacente. In numerosi saggi dedicati alla religione,
analizzata nelle molteplici forme di spiritualità, avanza la tesi che il
proprium della religione sia la soteriologia, quindi non tanto il contenuto di
una dottrina, ma la speranza di salvazione dal negativo della vita e della
morte. Il principio cardine diventa dunque la speranza, e non più la fede, che
viene ricondotta ad un ruolo funzionale alla realizzazione della salvezza. L'analisi della religiosità tenta perciò di
emanciparsi dagli usuali preconcetti filosofici: se alla religione è stato
assegnato per oggetto l'uomo immediatamente e Dio mediatamente, alla teologia
Dio si dà immediatamente e l'uomo mediatamente. Altresì in “Immortalità
dell'anima” mostra come sia improponibile lo sforzo di svincolare l'unità del
Pensiero con la determinazione individualizzata della persona. Il “Dizionario d’estetica
e linguistica generale”, con alcune integrazioni filologiche presenti in alcune
successive pubblicazioni, alcune in Sistematica, si distingue anche per
l'attenzione dedicata all'estetica e sulle concezioni dei primitivi "di
ieri e di oggi". La proposta
avanzata per una filosofia della scelta e decisione si apre con una riflessione
sul dogmatismo e l'agnosticismo, dalle quali l'autore vuole prendere le
distanza. Non si considera dogmatico, perché il suo metodo gli consente di
aderire ad un'idea solamente dopo la caduta di ogni riserva, ma ciò non lo
porta neppure ad approdare ad una concezione scettica né agnostica, in quanto
la non possibilità di dimostrare (ad esempio l'immortalità, la vita
ultraterrena o l'esistenza di Dio) non equivale ad affermare la loro non
esistenza. Tra le numerose acquisizioni che lo difenderebbero dalle accuse
incrociate di scetticismo e agnosticismo enumera la consapevolezza di un
patrimonio di verità circa le possibilità di pensiero; la ricchezza dell'atto
di conoscenza anche nelle forme meno esplicate; l'emancipazione dalla divisione
del conoscere in intuizioni e concetto, sensazione e concetto; la pretestuosità
di coloro che esigono una purezza del conoscere senza inquinamenti
sentimentali; le aporie di una scienza oggettivante e insieme soggettivante al
massimo e dell'arte che, mentre il mondo odierno nega il reale, si riferisce
continuamente ad essa, particolarmente nella negazione. Non potendosi dare una irruzione nel
trascendente, è tuttavia possibile affermare la vasta pregnanza del trascendentale,
in altre parole di un terreno comune per l'esperienza e il pensiero. Si
considera pertanto idealista, nel senso che non esiste pensiero senza pensiero,
spirito senza spirito, “ideato” (significato) senza “ideante” (significans). Tuttavia,
differentemente dalle posizioni di Gentili, non crede che affatto il pensiero
sia liquido, tutt'altro; proprio perché l'idea diventa comune, e in essa il
Pensiero trova la sua pace, occorre una verità fondamentalmente ferma, non
mobilizzabile. Da questi presupposti sorge così una debita attenzione per la
scelta e la decisione. Distinguendo le
scelte apparenti, che sono totalmente arbitrarie, da quelle reali, quando al
termine dell'analisi si opera con un atto di buona volontà, una decisione
autentica ci si trova di fronte ad un bivio metafisico: impossibilità di
afferrare la realtà dei tre nominati reali (Dio, Anima e Mondo) e impossibilità
di negarli. Sorge appunto la decisione autentica, cui si arriva solamente
secondo una corretta formulazione di intenti e seguendo una fine immanente ad
ogni forma di scelta. Aristotelicamente e anche kantianamente la causa finale
riveste una primaria importanza. Se ogni uomo sceglie per sé, nessuna scelta
avrebbe una portata teoretica di cogenza, ma aprirebbe le vie della libertà
vera, dalla quale ne derivano conseguenze radicali e speculazioni abissali a
partire da una decisione, che può essere quella dell'anima unica immortale, o
quella del pensiero che viene ad essere dopo la materia, o la non esistenza di
Dio. Ciò permetterebbe anche di evitare il depauperamento culturale, con una
rivitalizzazione delle esperienze antiche.
La decisione personale propende per una concezione dell'anima unitaria,
di stampo aristotelico. Se l'immortalità naturale di tomistica memoria è da lui
considerata "la più materialistica, e più grezza", preferisce pensare
ad una immortalità conseguita, oppure chiesta a Chi può donarla e concessa a
chi la chiede. Sul mondo reale fisico resta una indecisione, ma propende verso
un residuo di natura mentale, una sorta di noumeno mentale sulla scia di Kant e
Galluppi oltre il grande telone dei fenomeni. In questo caso però occorrerebbe
rapportarlo ad una mente divina, perché parlare di mondo senza Dio non avrebbe
connotazioni filosofiche. Infine, riguardo l'esistenza di Dio, punto in cui la
scelta diviene decisione pura, egli tende a negare la validità delle
dimostrazioni, pur scorgendo in esse una bella prova della potenza della mente
umana. La conclusione non è però la non esistenza di Dio, ma la non
dimostrazione della sua esistenza. Chi
ammette l'esistenza di Dio, tuttavia, deve assumere la radicalità di tale
affermazione "guardando il mondo dagli occhi di Dio" e non facendo
etsi deus non daretur. Chi prendesse la scelta teistica dovrebbe tacersi per
sempre e rinunciare ad intenderlo. Giraldi mette in risalto anche la Volontà,
definendola potenza fattiva dell'Idea, e constatandone il carattere
generativo-spermatico, per collocare in una prospettiva differente il vitalismo
dell'élan vital bergsoniano e della Wille di Schopenhauer. Questo permette di
pensare l'Idea non solo quale conoscenza filosofica, ma anche negli aspetti
attivi, vitali e di sentimento. Ad essere eroicamente divini non sono pertanto
solo i pochi giunti al massime vette di autocoscienza teoretica, ma anche gli
umili che vivono inconsapevoli della propria dignità divina, folgoranti però di
una autocoscienza morale. Bàrel Dal
punto di vista poetico, l'opera principale di G. è il “Bàrel”, sorto
dall'ispirazione di un progetto di Papini esposto nell'autobiografia Un uomo
finito per un poema apocalittico, mai scritto. Altri spunti furono la lettura
di Lord of the World di Benson e dell'Apocalisse. Il Bàrel, presentato a Giovannetti de Il
Giornale d'Italia, che propose come titolo “Il Dio Eroico”. Gli anni seguenti,
segnati dalla Seconda Guerra Mondiale, furono l'occasione per trasporlo in
prosa. Questa versione, appena terminata la guerra, e proposta a vari editori
ma che per una serie di sfortunate coincidenze Mondadori non dispone della
carta, e dopo alcuni anni, quando la carta è disponibile, cambia idea sulla
pubblicazione; la casa editrice Api di Mazzucchelli nel frattempo fallì l'idea
di pubblicazione venne temporaneamente accantonata. Nel frattempo alcuni versi
sono pubblicati frammentariamente. Ri-ordina le due versioni in una unica opera
che contenesse sia versi, sia prosa, in uno spiccato pluristilismo
sperimentale. La pubblicazione avverrà sotto lo pseudonimo I. Tanarda e poi in
raccolte unitarie successive. Il tema è
insolito e il contenuto, con riferimenti religiosi e culturali di ogni tipo,
non è di semplice accessibilità. Se può essere collocato in un momento
simbolico dell'arte, è anche classico e romantico, nei canoni dell'estetica
hegeliana. Nel Apocalisse grande, il protagonista Bàrel sovrappone le passioni
alle idee. In La cerca di Barel, ritorna in proporzioni umane e in La morte
degli dèi, scende negli abissi vertiginosi della filosofia, che la poesia tenta
di inseguire.Saggi: “Organon Philosophicum”, Ironia, morale, educazione,
Gheroni, Torino, “Etica del sentimento” Filosofia
dell'Unicità; “Gnoseologia del sentimento” (Pergamena); La filosofia giuridica,
Filosofia dell'Unicità, Milano “Filosofia della religione”. Filosofia
dell'Unicità, Epistemologia. Una nostra riforma della Logica Hegeliana (Pergamena)
La Metafisica. Pergamena, Iesous Eléutheros. La liberazione di Gesù: lettera
sistematica (Pergamena) Dizionario di Estetica (Pergamena); Studi nel periodico
Sistematica. Res Publica. Educazione civica, Pergamena Res Publica. Teoria
dell'Ineguaglianza (Pergamena); Nel Pleròma. Da Dio alla Materia (Pergamena); Storiografia
come rettorica; “Autobiografia come filosofia” (Pergamena); Memoriale
Ambrosiano; “Memoriale Italico” (Pergamena); Dio, Pergamena Estetica della Musica, Pergamena scon
Colloquia Edizioni. Meditazioni Hegeliane, Editrice, Meditazioni Platoniche, Pergamena
Capitoli sulla Scienza Moderna, Pergamena L'immortalità dell'anima, Pergamena Ricerche
filosofiche La filosofia del sentimento di Consentino, in Quaderni, Milano, Rabelais
e l'educazione del principe, Viola, Milano; ora in Paideia grande. Un mistico
bergamasco: Sisto Cucchi, Secomandi, Amiel Morale, Saggiatore, Torino,
L'educazione dei ciechi, Armando Roma, Società e Stato da Spedalieri a Marx,
Pergamena); “L’ESTETICA ITALIANA: figure e problemi” (Nistri-Lischi, Pisa); Storia
della pedagogia, Armando Roma "le
edizioni successive sono state scempiate da interventi dell'Editore riporta G.
in Sistematica); “La filosofia politica” (Pergamena); Adolfo Ferrière.
Psicologia, attivismo, religione, Armando Roma, Giuseppe Lomabardo Radice tra
poesia e pedagogia, Armando Roma, Gentile. Filosofo dell'educazione Pensatore
politico Riformatore della Scuola, Armando Roma Raffaello Lambruschini. Armando
Roma, Tissi filosofo dell'ironia, Pergamena Moralistica francese, Pergamena Saggi
su Sales, il Quietismo, La Rochefoucault, Prevost. Filosofi teoretici e Morali,
Pergamena saggi su Condillac, Senancour, Rensi, Hume, Camus, Barié, Galli,
Lazzarini, Castelli, Capitini. Gramsci e altri miti, Pergamena; Storia della
filosofia, Trevisini Milano; L'Italia nella dittatura e nella non democrazia,
Pergamena Paideia Grande, Pergamena Rabelais, Rosmini, Boncompagni, Gentile;
“STORIA DEL LIBERALISMO” Pergamena. Moltissimi saggi e studi di politica,
religione, filosofia, filologia e critica sono stati pubblicati nelle seguenti
riviste fondate da G. stesso: L'Idea
Liberale, Sistematica, attiva sino al. Filologia; Giovanni Michele Alberto
Carrara, De fato et fortuna. Tipografia A. Ronda, Milano, Studi sul Rinascimento,
Pergamena Saggi su: Seneca e la filologia; PETRARCA viaggiatore; VINCI filosofo;
Le fonti del Pontano lirico; Gli errori di ALIGHIERI in un poema umanistico
inedito; Il RINALDO di Tasso; Il T. Tasso corregge il Floridante; Rime inedite
di Cecco d'Ascoli; Carrara, Pergamena, Carrara,
Armiranda. Inedito umanistico, Pergamena Commedia inedita, testo latino; Carrara, III, De choreis Musarum, Pergamena Testo
latino. Segue un Saggio monografico sull'umanista. Carrara, Sermones
objurgatorii, Pergamena Sui tragici; Da mio diario filologico, Pergamena Filologia.
Teoria e saggi, Pergamena Su ALIGHIERI con verità, Pergamena MANZONI, in
Sistematica, Pergamena Gesù, Pergamena Poesia e prosa d'arte Collana dei
"Tredici". La Scala, novelle e poesie; Mutarsio, Torino Bàrel. I.
Apocalisse grande, La cerca di Bàrel, La morte degli dèi; Pergamena Hendecasyllabi
aliaque scripta, Pergamena L'aragosta. Romanzo Ligure, Pergamena; Il figlio di
Pinocchio, Pergamena; Fratelli Frilli, Il dono delle Muse. Cento novelle, Pergamena Quadri
Intemelii, Pergamena; Miniature. Codex aureus, Codex recens. Codex quadraticus,
Pergamena; Cento tavole, alcune con testi latini parzialmente editi in
Hendecasyllabi. Il Codex recens presenta soggetti del Bàrel; il Codex aureus è
a soggetto libero e vario; il Codex quadraticus comprende le figure degli
scacchi. Con rubriche annesse che spiegano tempi, temi, tecniche. Pergamene MVSA
LATINA, Pergamen; IL RAMO D’ORO, Pergamena Scritti in Italiano, Latino,
Francese, Romanesco, Biblico. Profili di gente nel mio tempo, Pergamena
Splendido novellare, Pergamena Cento racconti e novelle. Musis amicus,
Pergamena Versi e prose in Latino. Mimì o E tutto è amore, Pergamena Sorridono
i gigli. Liriche e restauro filologico di Saffo, Pergamen; TEVERE AMICO,
Pergamena, Pedagogia e Filosofia esposte nel dialetto Romanesco da un popolano
di Trastevere. Paradiso, Pergamena Editrice, “Faust mediterraneo”, Pergamena, Atlantidos
persis, Pergamena, Villon, Il Testamento, saggio critico G., Pergamena, Amitiés
françaises, Pergamena, Nel Sublime, Pergamena Il mio Ponente, Pergamena Letture
belle, Pergamena; Piero Pastorino, Pinocchio, un figlio nato da una bugia, in La
Repubblica, sez. Genova. Docente universitario a Milano di Storia generale
della filosofia, è stato ripetutamente consulente all'Accademia di Svezia per
il conferimento dei Nobel per la letteratura. Ha al suo attivo un dizionario di
estetica e linguistica, una storia della pedagogia e ha scritto novelle. Vive a
Noli, di cui è cittadino onorario. Piotr Zygulski, Filosofo liberale, in
Termometro Politico; G. Pierre-Philippe Druet, Tissi, filosofo dell'ironia,
Revue Philosophique de Louvain, Dudley,
Sui tragici. Dal mio diario filologico, Revue Philosophique de Louvain, Da
"Autobiografia come filosofia" (Milano) e pagine integrative in
Sistematica, Milano, Pergamena, Grimaldi, Illuministi inglesi, in Disegno
storico del costituzionalismo moderno, Roma, Armando, Ottaviani, La scuola del
Risorgimento. la scuola italiana Roma, Armando, Semerano, La favola dell'indo-europeo,
Milano, Paravia; Mondadori. Grice: “Giraldi is obsessed with ‘essenza’, which is a coinage by Cicero
– essentia, meaning essentially nothing!” Grice: “Giraldi, who defended Gentile,
rightly, as a ‘pensatore politico’ – was obsessed with idealism – his
essentialism was supposed to supersede it, but he spends some time analysing
the situation in Italy with idealism, ‘a la catedra – but is dead – he refers
to Croce, Gentile, and the roots of
idealism in Vico, Sanctis, and Spaventa --.” Nome compiuto: Giovanni Battista Giraldi. Giovanni
Giraldi. Giraldi. Keywords. essenzialismo, essenzialismo romantico, storia
della filosofia romana, etica del sentimento, autobiografia come filosofia, mio
ponente, filosofia ligure, ‘l’aragosta’ – romanzo ligure -- Riviera di ponente,
nel pleroma: da dio alla materia, gentile, filosofo politico -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giraldi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Girgenti:
la ragione conversazionale a limite – l’implicatura conversazionale della
metrica del filosofo – la scuola di Girgenti – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Girgenti).
Abstract. Grice:
“G., or Empedocle, as he is known outside Sicily – the land where the lemon
tree blooms – is possibly interesting to the Oxonian philosopher just because
Aristotle, or the Lizio, as the Sicilians call him, criticized him!” Keywords: metaphysics. Filosofo girgentino. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Girgenti, Sicilia. Grice: Ritter thinks Girgenti is related to the Velia
– and Pareto to the Crotone – so it’s amazing that Bruto never liked those
three Greeks of the Athenian embassy seeing that most pre-Platonic philosophy
came from Magna Grecia, that is, Italy! Some must have remained in the genes!”
-- Grice: “I like Girgenti; obviously Mussolini didn’t!” Grice: “I love
Girgenti – he philosophised in verse, not prosa – rhyme being unexistant, it
was all about the metre – he talks of ‘amicizia,’ which is none other than Love
that unites all things! And then he fell in the Etna!” “Mussolini thought it
was rude of the Girgentians to call their land ‘Girgenti,’ so he formulated a
self-referential ‘decretto’: “From now on, Girgentians shall be called
Agrigentians.’” Peano objected: “Your decree is self-contradictory or invokes a
vicious regressus ad infiniutum!” -- filosofo italiano. Siceliota. Nacque da una famiglia antica, nobile e
ricca di Girgenti.Come suo padre Metone, che ebbe un ruolo importante
nell'allontanamento del tiranno Trasideo, egli partecipò alla vita politica
della città, schierandosi dalla parte dei democratici e contribuendo al
rovesciamento dell'oligarchia formatasi all'indomani della fine della
tirannide, un governo chiamato dei "Mille". La tradizione gli attribuisce uno spirito severo
verso gli aristocratici. Dai suoi nemici fu poi esiliato nel Peloponneso. Tra i
suoi discepoli vi fu anche Gorgia. Successivamente Empedocle abolì anche
l'assemblea dei Mille, costituita per la durata di tre anni, sì che non solo
appartenne ai ricchi, ma anche a quelli che avevano sentimenti democratici. Anche Timeo nell'undicesimo e nel dodicesimo
libro - spesso infatti fa menzione di lui - dice che Empedocle sembra aver
avuto pensieri contrari al suo atteggiamento politico. E cita quel luogo dove
appare vanitoso ed egoista. Dice infatti: 'Salve: io tra di voi dio immortale,
non più mortale mi aggiro'. Etc. Nel tempo in cui dimorava in Olimpia, era
ritenuto degno di maggiore attenzione, sì che di nessun altro nelle conversazioni
si faceva una menzione pari a quella di Empedocle. In un tempo posteriore,
quando Girgenti era in balìa delle contese civili, si opposero al suo ritorno i
discendenti dei suoi nemici; onde si rifugiò nel Peloponneso ed ivi morì. Si
iscrisse alla Scuola di Crotone, divenendo allievo di Telauge, il figlio di
Pitagora. Seguì la dieta pitagorica e rifiutò i sacrifici cruenti. Secondo la
leggenda, dopo una vittoria olimpica alla corsa dei carri, per attenersi
all'usanza secondo cui il vincitore doveva sacrificare un bue, ne fece
fabbricare uno di mirra, incenso ed aromi, e lo distribuì secondo la
tradizione. Secondo altri seguì gli insegnamenti di Brontino e di
Epicarpo. La sua oratoria brillante, la sua conoscenza approfondita della
natura, e la reputazione dei suoi poteri meravigliosi, tra cui la guarigione
delle malattie, e il poter scongiurare le epidemie, hanno prodotto molti miti e
storie che circondano il suo nome. coppiata una pestilenza fra gli abitanti di
Selinunte per il fetore derivante dal vicino fiume, sì che essi stessi perivano
e le donne soffrivano nel partorire, pensò allora di portare in quel luogo a
proprie spese le acque di altri due fiumi di quelli vicini. Con questa mistione
le acque divennero dolci. Così cessa la pestilenza e mentre i Selinuntini
banchettavano presso il fiume, apparve Empedocle; essi balzarono, gli si
prostrarono e lo pregarono come un dio. Volle poi confermare quest'opinione di
sé e si lanciò nel fuoco. Si diceva che fosse un mago e capace di controllare
le tempeste, e lui stesso, nella sua famosa poesia Le purificazioni sembra
avesse affermato di avere miracolosi poteri, compresa la distruzione del male, e
il controllo di vento e pioggia. I sicelioti lo veneravano come profeta e
gli attribuivano numerosi miracoli. Le numerose testimonianze che
riguardano la sua biografia sono alquanto discordanti e non consentono di
attribuire un'identità precisa alla sua figura. A conferma di ciò sono le
numerose leggende sul suo conto. I suoi amici e discepoli raccontano ad esempio
che alla morte, essendo amato dagli dèi, fu assunto in cielo. Mentre Eraclide
Pontico, Luciano di Samosata e Diogene Laerzio sostengono che si suicidò gettandosi
nel cratere dell'Etna. Il vulcano avrebbe eruttato, dopo qualche istante, uno
dei suoi famosi sandali di bronzo.In realtà non sappiamo neanche se sia morto
in patria o forse nel Peloponneso. Si afferma che visse fino all'età di 109. Una
biografia di Empedocle scritta da Xanto, suo contemporaneo, è andata perduta. A
Empedocle la tradizione attribuisce numerose opere, fra cui anche alcuni
trattati – sulla medicina, sulla politica e sulle guerre persiane – e tragedie.
A noi sono giunti però solo frammenti dei due poemi: “Sulla natura” e “Purificazioni”.
Di “Sulla natura”, di carattere cosmologico e naturalistico, sono rimasti circa
400 frammenti. Delle “Purificazione”, di carattere teologico e mistico, abbiamo
poco meno di un centinaio. Il timore di Girgenti appare fin dalle prime righe
di “Sulla natura”. “O dèi, stornate dalla mia lingua follia di argomenti,
e da sante labbra fate sgorgare una limpida sorgente, e a te, musa agognata, o
vergine dalle candide braccia, io mi rivolgo. Ciò che spetta agli effimeri
ascoltare, tu porta, guidando avanti il carro ben governato dell'amore devoto.
Ma non ti turbi il cogliere fiori di nobile gloria fra i mortali con un
discorso, ricolmo di santità, che sia ardimentoso; e allora tu giunga leggera
alla vetta della saggezza. La filosofia di Empedocle si presenta come un
tentativo di combinazione sintetica delle precedenti dottrine ioniche,
pitagoriche, eraclitee e parmenidee. Distingue la realtà che ci circonda,
mutevole, dagli Quattro elementi primi, immutabili, che la compongono. Chiama
tali elementi "radici", non nate ed eternamente uguali e afferma che sono in tutto solo quattro,
associando ognuno di essi a un particolare dio, sulla base di concezioni
orfiche e misteriche proprie dei riti iniziatici allora in uso presso la
Sicilia. I quattro elementi (e i rispettivi dèi associati) dunque sono:
fuoco (Giove), aria (sua moglie, Era), terra (Edoneo), ed acqua (Nesti). L'unione
delle quattro radici (Giove-Era-Edoneo-Nesti) determina la nascita di una cosa.
Si tratta perciò dell’ *apparente* nascita di una cosa, dal momento che
l'Essere (le quattro radici) non si crea. “Ma un'altra cosa ti dirò: non vi è
nascita di nessuna cosa. Solo c'è mescolanza.” In questo modo, i primi principi si empiono
così dell'essenza e del soffio vitale del potere divino. In Empedocle, Amore
(Φιλότης) e la «natura divina che tutto unisce e genera la vita. Are, o Marte, e
il dio del conflitto. Per Empedocle, l'uomo, essendo di origine divina,
raggiunge la vera felicità che quando si riune alla compagnia di Deo. Accanto
alle quattro "radici", e motore del loro divenire nei molteplici cose
della realtà, si pongono due ulteriori principi: Amore ed Odio (Discordia,
Contesa). Amore ha la caratteristica di "legare", "congiungere",
"avvincere" («Amore che avvince.” L’Odio ha la qualità di
"separare", "dividere" mediante la
"contesa". Così Amore
nel suo stato di completezza è lo Sfero, immobile, uguale a se stesso e
infinito. Amore è Dio e le quattro "radici" le sue
"membra", e quando Odio distrugge lo Sfero, tutte, l'una dopo
l'altra, fremevano le membra del dio. Infatti sotto l'azione dell'Odio, presente
alla periferia dello Sfero, le quattro radici si separano dallo Sfero perfetto
e beante, dando origine al cosmo e alle sue creature viventi. Prima bi-sessuate
e poi sotto l'azione determinante di Odio, si differenziano ulteriormente in
maschi e non-maschi, e ancora in esseri mostruosi e infine in membra isolate. Alla
fine di questo ciclo, Amore riprende l'iniziativa e dalle membra isolate,
nascono esseri mostruosi e a loro volta maschi e non-maschi, poi esseri bi-sessuati
che finiscono per riunirsi, con le quattro radici che li compongono, nello
Sfero. Nelle Purificazioni, sostiene la metempsicosi, affermando l'esistenza di
una legge di natura che fa scontare agli uomini le proprie colpe attraverso una
serie continua di nascite, tramite cui l'anima, di origine divina, trasmigra da
un essere vivente all'altro. In questo poema gli esseri viventi, parti
costitutive dello Sfero di Amore divengono dèmoni errando nel cosmo. “È
vaticinio della Necessità, antico decreto degli dèi ed eterno, suggellato da
vasti giuramenti: se qualcuno criminosamente contamina le sue mani con un
delitto o se qualcuno per la Contes abbia peccato giurando un falso giuramento,
i demoni che hanno avuto in sorte una vita longeva, tre volte diecimila
stagioni lontano dai beati vadano errando nascendo sotto ogni forma di creatura
mortale nel corso del tempo mutando i penosi sentieri della vita. L'impeto
dell'etere invero li spinge nel mare, il mare li rigetta sul suolo terrestre,
la terra nei raggi del sole splendente, che a sua volta li getta nei vortici
dell'etere: ogni elemento li accoglie da un altro, ma tutti li odiano. Anch'io
sono uno di questi, esule dal dio e vagante per aver dato fiducia alla furente
Contesa.” L'Amore non interviene nella storia delle peregrinazioni del demone decaduto?
Con ogni probabilità, è l'Amore stesso che ci parla in questo frammento.
L'"io" dei due ultimi versi è l'autore del poema. Ma è anche, se
andiamo più a fondo, l'Amore. I demoni esiliati lontano dagli dèi saranno
allora dei frammenti espulsi dalla massa centrale dell'Amore e condannati a
errare tra i corpi cosmici sotto l'influenza separatrice del suo nemico, la
Discordia. Quando le parti dell'Amore che sono i demoni si riuniscono
nell'unità immobile della sfera, il mondo stesso diviene un essere vivente. Sotto l'influenza di Amore il mondo stesso si
trasforma in dio. Questa concezione conduce al rifiuto assoluto dei sacrifici,
poiché in ogni essere vivente vi è un'anima umana, che sta compiendo il suo
ciclo di reincarnazione. Se nel corso di questo ciclo l'anima si è comportata
secondo giustizia, al termine potrà tornare nella sua condizione divina. Dal
che, come Pitagora, anche a G. ripugnano i sacrifici animali e l'alimentazione
carnea. “Onde, uccidendoli e nutrendoci delle loro carni, commetteremo
ingiustizia ed empietà, come se uccidessimo dei consanguinei; di qui la loro
esortazione ad astenersi dagli esseri animali e la loro affermazione che
commettono ingiustizia quegli uomini «che arrossano l'altare con il caldo
sangue dei beati», ed G. dice in qualche luogo: Non cesserete dall'uccisione
che ha un'eco funesta? Non vedete che vi divorate reciprocamente per la cecità
della mente?” “Il padre sollevato l'amato figlio, che ha mutato aspetto, lo
immola pregando, grande stolto! e sono in imbarazzo coloro che sacrificano
l'implorante; ma quello sordo ai clamori dopo averlo immolato prepara
l'infausto banchetto nella casa. E allo stesso modo il figlio prendendo il
padre e i fanciulli la madre dopo averne strappata la vita mangiano le loro
carni.” Rispetto alla sua precedente opera vi sono delle contraddizioni che è
stato difficile per i suoi esegeti conciliare. Ad esempio, ad una visione
naturalistica del poema Sulla natura si contrappone la teoria della
reincarnazione delle Purificazioni: nel primo scritto l'anima è anche detta
mortale, mentre è definita immortale nel secondo. C'è chi ha spiegato tali
incongruenze con la versatilità di G., scienziato e profeta al tempo stesso,
medico e taumaturgo. C'è invece chi ha ipotizzato una paternità diversa delle
due opera. Uno dei busti ritrovati nella Villa dei Papiri a Ercolano,
identificato dapprima come Eraclito, solo più recentemente con Empedocle. Lo
stile di Empedocle viene lodato dagli antichi. DICANTVR EI QVOS PHYSIKOUS GRÆCI
NOMINANT EIDEM POETÆ QVONIAM EMPEDOCLE G. PHYSICVS EGREGIVM POEMA FECERIT. Siano
pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici, dal momento che il
fisico G. scrive un poema egregio (CICERONE, De Oratore) padre della
retorica (Aristotele) LUCREZIO (De rerum natura) lo prende addirittura
come modello. Renan lo definisce uomo di multiforme ingegno, mezzo Newton
e mezzo Cagliostro. Gli viene intitolato il Regio Liceo Classico di Girgenti,
dove studiarono, fra gli altri, PIRANDELLO (si veda) e Camilleri. Secondo
le discordanti fonti sulla vita di G. la cronologia andrebbe fissata. Cfr. GIANNANTONI
(si veda), “I pre-socratici” (Roma); Bignone (“Empedocle”, Torino); Robin; Schiefsky;
Platone, Parmenide, Diogene Laerzio; Timeo, ap. Diogene Laerzio; Aristotele ap.
Diogene Laerzio; Mannucci, “La cena di Pitagora” (Carocci); Satiro, ap. Diogene
Laerzio; Plutarco, de Curios. Princ., Adv. Colote, Plinio, HN, e altri. Così nella letteratura antica, come riferisce
Russel nella sua Storia della filosofia occidentale, citando un poeta anonimo. Grande
G. che, l'anima ardente, salta in Etna, ed è stato arrostito intero; Orazio, ad
Pison., ecc. Ippoboto riferisce che egli, levatosi, si diresse all'Etna e,
giunto ai crateri di fuoco, vi si lancia e scomparve, volendo confermare la
fama che correva intorno a lui, che era diventato dio. Successivamente e
riconosciuta la verità, poiché uno dei suoi calzari e rilanciato in alto. Infatti,
egli e solito usare calzari di bronzo (Diogene Laerzio, Vite dei Filosofi). Cfr.
anche Eraclide Pontico, fWehrli. “E questo tutto abbrustolito chi è? -
Empedocle. Si può sapere perché ti gettasti nel cratere dell'Etna? Per un
eccesso di malinconia. No: per orgoglio, per sparire dal mondo e farti credere
un dio. Ma il fuoco rigetta una scarpa e il trucco e scoperto (Luciano di
Samosata, I dialoghi). Timeo ci attesta esser lui finito di morte naturale.
Dicono alcuni che trovandosi egli in Messina a cagion di una festa sia ivi
caduto da un carro, e rottasi la coscia, sia morto. Credono altri che in mare
naufragasse: altri che si fosse strangolato da sé. Scinà, Memorie sulla vita e
filosofia d'Empedocle gergentino, GERGENTI – non GIRGENTI -- ed. Bianco,
Palermo – empedocle gergentino -- Apollonio, ap. Diogene Laerzio; Haase,
Principat; Philosophie, Wissenschaften, Technik; Philosophie (Doxographica, Forts.;
ed. Gruyter; Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, Mondadori. Jori, G. in
Dizionario delle opere filosofiche, Milano, Bruno Mondadori. Avverte infatti
Jaeger. Dobbiamo guardarci dal prendere per pura metafora poetica l'espressione
della religiosità che lo trattiene dal seguire sino in fondo i predecessori
troppo sicuri di sé. Cardin, G., in Enciclopedia filosofica, Milano, Bompiani, Reale,
Storia della filosofia romana. D-K. Kingsley, Misteri e magia nella filosofia
antica. G. e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore, In corrispondenza con le
quattro primarie anti-tesi del caldo (fuoco), del freddo (aria), dell'asciutto
(terra), e dell'umido (acqua). Le IV radici di G. risultano essere poi i IV
elementi di Aristotele e Tolomeo. Edoneo
è un appellativo proprio del dio degli
inferi Ade, cfr. in tal senso Esiodo Teogonia; o anche inno omerico A Demetra.
Forse si riferisce a Persefone; per una dotta riflessione su questo nome,
certamente un teonimo poco conosciuto, si rimanda a Gallavotti in G., Poema
fisico e lustrale, Milano, Mondadori; Valla. Secondo G., i due sessi (maschi,
non-maschi) furono determinati dalla separazione di creature di natura integra,
che si sono a loro volta evolute da forma di vita più primitive. Un papiro contenente
aforismi di G., consente tuttavia di integrare le due versioni, portando a
ritenerle complementari. Le due opere, quindi, farebbero forse parte di uno
stesso saggio filosofico. E stata anche avanzata l'ipotesi che si tratti di
Empedocle gergentino. Tale proposta trova conforto sia nella notizia di Diogene
Laerzio in merito alla folta chioma del personaggio sia alla specifica
collocazione del bronzo all'interno della villa dove fa pendant con il bronzo
raffigurante Pitagora che e suo maestro (Museo archeologico Nazionale di
Napoli. “Sulle origini”. Ne conservavamo
CCCL versi.”Martin ha consegnato complessivi LXXIV esametri dei quali XXV coincidono
con quelli già posseduti. Ma da ogni
parte è uguale a se stesso, e ovunque senza confini, lo sfero rotondo che gioisce
di avvolgente solitudine. (G., D-K); Poema fisico e Lustrale, Milano,
Mondadori; Tonelli, G., Frammenti e
testimonianze; Origini; Purificazioni, con i frammenti del papiro di Strasburgo
(Milano: Bompiani). Bignone, G.. Studio critico, commento delle Testimonianze e
dei Frammenti, rRoma, L'Erma, Bretschneider, Torino: Bocca. COLLI (si veda), G.,
Pisa, La Goliardica, Traglia, Studi sulla lingua di G.”, Bari, Adriatica, Bodrero,
“Il principio dell’amore nella filosofia di G.” Roma; Bretschneider, La lingua
di G., Bari, Levante, Volpi, G.: i suoi misteri rivelati in una biblioteca; G.,
Milano,1. Filosofi: G., scoperto papiro
a Strasburgo. Per gli studiosi è l'unica testimonianza diretta, Strasburgo, Adnkronos,
Pigliando il nostro G. a trattar le cose naturali, cui sopra d'oga '
altro in tendea, ebbe egli a sdegno di seguir setta e maestro. E come egli era
franco di animo, e grande d'ingegno; così immagi nò giusta la moda de' tempi, e
l' usanza de' filosofi un sistema novello. Questo divulgato gli acquista tal
fama, ch'emulo ei divenne per gloria e per sapere de' fisici più famosi di sua
età Democrito e Anassagora. I greci di fatto accolsero con ammirazione i suoi
belli poemi; e chi vennero poi ricordarono con onore G. e la FILOSOFIA i lui.
Incerta fra tanto, manca, é corrotta è venuta la sua dottrina sino a noi.
Mancate per l'ingiuria de' tempi le opere del nostro Gergentino (GERGENTI, non
GIRGENTI), chi ha voluto conoscer ne lo spirito, è stato costretto di
rintracciarlo presso gli storici dell'antica filosofia. I quali non hanno
affatto cura di notare il vincolo, con cui destramente iva quegli legando la sua
filosofia. Anzi costoro così disparati li rapportano che si possan tenere non
altrimenti che rottami, da' quali non si puo il disegno ricavar dell'edifizio,
cui prima apparteneano. Però eglino non che han male e tortamente fatto
conoscere la fisica di G.; ma nè pur bene e dirittamente apprezzare la forza e
la virtu della sua mente. Giacchè l'eccellenza de' sistemi è riposta nell'
union delle parti, che si rispondon tra loro; e da questo legame si misura
l'ingegno di chi l'hanno inventato. G. inoltre scrive in versi, e ‘abbellì le
sue idee, come fanno i poeti. Per lo che pigliando alcuni letteralmente le
finzioni della sua fantasia gli apposero opinioni assurde e grossolane. Illusi
altri dall’immagini poetiche, che per lo più sono equivoche, travidero; e più
presto ci tra mandarono le loro illusioni, che i pensamenti del nostro filosofo.
Varie di fatto sono le forme, sotto cui ci presentano G. i scrittori. Ora egli
è dualista, e ora è scettico: ora platonizza, e or favoleggia: e non ha gnari e,
non so come, anche gridato qual precursore di Newton. Sicchè G., tra biasimato,
lodato, e sfigurato, è stato sempre mal conosciuto, e SEMPRE CALUNNIATO. Volendo
adunque richiamare in luce la filosofia di lui, cerco e raccolto i frammenti
de' suoi poemi, che per avventura ci restano, e sparsi qua e là si leggono
presso diversi filosofi. Coll ' ajuto di questi, che sono gl’onorati avanzi
della sua vera fisica, son ito raccapezzando pri e poi restituendo la sua
filosofia, Perchè tra le opinioni, che gli storici appongono a G., ho quelle
scelto, che ben s'adattano, e naturalmente si legano colle idee, le quali si
traggono da? frammenti di lui, e le altre rigettato, che a queste si disdicono,
o ne sono contrarie. Ho fatto in somma ciò, che suol praticara ma si da chi
'voglioso di restaurare un'antica statua o colonna raccoglie e mette insieme
que' pezzi,, che tra loro s' incastrano, e ben si connettono. Questo metodo che
stimerà diritto chiunque non è privo di senno, deve specialmente poter
convenire a G.. Poichè Aristotele ci attesta: colui più che altro fisico della
sua età, aver detto delle cose, ch' eran tra loro ben legate e concordi. Ho
quin di fatto ogni sforzo per richiamare alla sua purezza e integrità la
dottrina del nostro filosofo quando da lui stesso, quando dall' autorità degli
antichi filosofi, sempre mettendo in accordo le idee, che si traggono da questi
e da quello. Però non è da maravigliare, se con sì fatto accorgimento, libera il nostro fisico di non poche
assurdità, e se mi sia venuto fatto d'abbozzare almeno il vero sistema di lui.
La prima origine, e i primi elementi delle cose, sono, per quanto pare, fuori
la sfera del nostro intelletto, perchè oltre: passano la sfera de' nostri
sentimenti. Pure. i greci, cominciando da Talete, s' occuparon tutti in si
fatta vana ricerca, e tutti si smarrirono. Alcuni degli Jonici coll'acqua,
altri coll' aria, altri col fuoco formaron le cose, e fabbricarono presto
l'universo. Non così piacque a PARMENIDE DI VELIA, e a LA SETTA DI CROTONE.
Costoro, lasciato il mondo materiale, come indegno delle loro meditazioni, si
misero per strade diverse in un mondo astratto ed intellettuale. PARMENIDE spiritualizza
l'unico elemento degli Jonici; e pone unica, e terna, immutabile sostanza. Uno
è tutto, dice PARMENIDE, e tutto è uno; sicchè le mutazioni della materia non
altro sno per lui', che modi e semplici apparenze. LA SETTA DI CROTONE dal
mondo materiale rifuggi alla Geometria. E se bene questa scienza non fos che un
parto della nostra mente; púre l’ehbe quegli, non si sa come, per lo modello, e
'l vero esemplar dell'universo. Però nella geometria legge i rapporti e le
proporzioni, che debbono aver le cose, che sono materiali; e vide nell'unità i
primi e veri principj de' corpi. Furon gli se ingegni presi da prima di
maraviglia così pel filosofo di VELIA, come per quello di CROTONE; e corsero
tutti a loro insegnamenti. Ma stanchi di poi di contemplare un mondo o
metafisico, o geometrico, ritornarono naturalmente alla materia; e nasce la
filosofia corpuscolare. I primi a far questo ritorno sono G.; Anassagora;
Leucippo e Democrito. Costoro calando dal mondo della SETTA DI CROTONE alla
materia materializzarono le unità di costui. Atomi chiamarono Leucippo e
Democrito i principj delle cose; particelle simili Anassagora; e G. col nome li
distinse di elementi degl’elementi. Ma in verità i loro principi altro non sono,
che le unità della SETTA DI CROTONE fatte materiali, espresse e indicate con
vocaboli diversi. Democrito lascia a suoi atomi l'indivisibilità, di cui le
unità della SETTA DI CROTONE sono fornite nello stato suo intellettuale. Questa
stessa indivisibilità secondo alcuni, nega ale parti simili Anassagora.
Differente dall'uno e dall'altro e per Aristotile l'opinione di G. Costui cerca
nella materia le sue unità, e dividendo e suddividendo i corpi giunge a quelle
molecole, che più non si possono dividere. Ma dove i sensi mancarono, suppli
colla ragione, e proseguendo la divisione delle molecole col suo pensiero,
s'accorse potersi queste sempre piu di nuovo dividere. Venne però affermando
che i suoi elementi degl’elementi eran divisibili, ma solo colla mente, non gia
col fatto. Distingue, così dicendo, le unità della setta di CROTONE dalle sue,
che sono materiali; e provvida in bel mo doalla durata della natura. Perchè
essendo i principi delle cose incapaci, secondo lui, d'ogni fisica alterazione,
quelle debbono sempre durare come al presente sono. Tennero tutti tre que fisici
non che per cosa assurda, ma impossibile, la creazione dal nulla. Ne venne loro
in mente, come ad alcuni indi piacque, di supporre la materia nuda d'ogni
qualità. Chiamano essi la materia senza forma, e senza qualità ciò che non è. Ciò
ch'è, dice G., è impossibile venire da quello, che non è. Ma diverse sono le
qualità ch’attribuiron costoro alle loro unità secondo che diversamente riguarda
ciascun di essi i corpi e la natura. Anagsagora ebbe le sue particelle non
altrimenti che briccioli minutissimi, ma simili in propieta a corpi, ch'eran
destinati a formare. E come varj sono i corpi e differenti le lor propietà;
così yarie e differenti pose in corrispondenza le qualità delle sue particelle.
Per lo che trasporta egli le qualità delle masse a' frammenti di esse, e,e
ristandosi alle apparenze ricava, come suol dirsi, da grande in piccolo. Gl’atomi
per Democrito sono al contrario tutti della stessa natura; e solo differiyan
tra loro per sito, ordine, e figura. Idea, che ben si conviene alla semplicità
della natura; la quale con pochi mezzi suol produrre fenomeni, che sono
pressochè infiniti, attesa la lor varietà, la lor moltitudine. G., ciò non o
stante, rigettò il pensier di Democrito; e volendo spiegare la varietà
materiale, de’ corpi, piglio, com’egli dovea, e genno consiglio
dall'esperienza.. Gli Jonici addensando o rarefacendo acqua, or l'aria, or
l'aria insieme e'l fuoco, diedero forma e qualità a ' corpi dell'universo. Da
questi e dal loro metodo si dilungo il nostro fisico. Studia egli i corpi, e
separandone le particelle cerca prima, e raccoglieva poi i loro componenti.
Però in luogo di fingere, ritrova ne' corpi i loro elementi; nè i corpi a
capriccio componea alla maniera degli Jonici, na li analizza come fanno i
chiniici. Le sue esperienze, sono egli è vero, incerte e imperfette, come si
leggono ne' versi di lui. Perchè dirizzandosi per una via non ancora usata
nelle fisiche ricerche, mancava d'ajuti e di stromenti; massime che la fisica
era allora metafisica e bambina. Ma ciò non pertanto que' primi e rozzi saggi
del nostro G. sono da stimarsi un chiaro testimonio del suo metodo, ch'era
tutto pratico e sperimentale. Coll'ajuto in fatti delle sue esperien ze
agginnse, a giudizio d' Aristotile, la terra all' aria, all' acqua, al fuoco,
e'l primo stabilì la dottrina de’ IV elementi. IV, dice egli, son le radici di
ogni cosa – I GIOVE (fuoco) II GIUNONE (terra) III PLUTONE (aria) IV NESTI
(acqua)-- figurando, sotto questi simboli il fuoco, la terra, l'aria, e l'acqua.
Per lo che nella sua fisica le unità materiali sono le parti, che diconsi
integranti de IV elementi; e questi le costituenti di tutti i corpi, che si
trovano in natura, Sebbene il fisico di Gergenti (non Girgenti – c’e un
Girgenti in RIETI) avesse distinto l' aria, l'acqua e la terra per le diverse
lor qualità. Pure in riguardo al fuoco l'ha e' tutte tre, come se state fossero
d' unica e medesima natura. Le particelle dell'aria e dell'acqua tendono,
secondo lui ', a condensarsi, come fa la terra. E al contrario crede G. essere
propietà del fuoco d'assottigliare, separare, e levare ogni solidezza alle
particelle dell' aria e dell' acqua. Di fatto e sua opinione che LA LUNA si
condensa a cagione del fuoco, che da essa si parte, non altrimenti che avviene
nell'acqua, quando si riduce in gelo. E se il fuoco indura i corpi umidi, e
vetrifica talvolta i solidi, ciò accade per G., perchè scioglie e separa l'aria
e l' acqua in quel li dimoranti. Gli elementi dunque aria e acqua sono stati
solidi, se la forza dissolvente del calore portato non l'ha alla liquidità, che
lor si conviene Non conosce, egli è vero, così pensando, qualunque corpo per
via del fuoco poter pigliare, passare, ritornare allo stato solido, o liquido,
o aerifornie; ma giunse a comprendere l'aria e l'acqua dovere al fuoco la loro
fluidità. Questa verità, che in tempi più felici avrebbe potuto generarne tant'
altre, e allor qual baleno in notte huja, che illumina in un attimo, poi l'
oscurità lascia più grande. Tal verita o affatto non e avvertita, o punto non e
ben compresa da’ filosofi d'allora. Aristotile si lagna di G., come di chi e ha
usato de IV elementi, non al trimenti che fossero stati II; contando quegli per
uno i tre, che questi avea realmente diviso aria, terra, e acqua. Anzi chi
furon dopo (quasi G. non già quattro, nia un solo elemento ha stabilito nella
sua filosofia) si diedero falsamente a credere il fuoco essere stato tenuto dal
nostro fisico per lo principio, da cui ogni cosa venne, e in cui ogni cosa
doveasi risolvere. Ma comunque ciò, sia, egli è certo, da che G. manifesta IV
poter essere gl’elementi delle cose, tutti abbracciarono la sua opinione. Di
leggieri ciascun' s'avvide l'aria, l'acqua, la terra il fuoco aver gran parte
nella composizione de’ corpi, e ne' cangiamenti più notabali, che avvengono nel
nostro globo e nel la nostra atmosfera. Di fatto non più a capriccio come prima
si solea, s'accrebbe o diminui il numero degl’elementi, e tolta ogn'instabilità
tra le scuole, comune e, e ferma rimase la sentenza de' IV ele Conta area la
dem fial menti. Sicchè su questa dottrina, qual ferma base, venendo assai dopo
a posare lfisica. Questa G. ricono scere deve', e lui onorare qual suo capo e
fondatore. Hanno le scienze, come ogni cosa umana i lor giri, e le loro vicende,
che si distinguono da' metodi, dalle opinioni, dalle verità, ed eziandio dagl’errori
che son dominanti. La fisica nella sua infanzia nise tra gl’elementi l' aria,
l' acqua, il fuoco, la terra. Questi, non ha guari, ha gia scomposto la chimica.
Altri ne sostituiranno i nostri posteri ch' al presente non si conoscon da noi.
Ma niuno negherà la debita lode al nostro filosofo che fondo il primo periodo
della fisica colla dottrina de’ IV elementi, e regola i primi debolissimi passi
dello spirito umano nello studio non che vasto ma difficile delle cose naturali.
Più alto senno, e più forza d'ingegno mostra G quando si mise a cercar le forze
che mettono in movimento la materia e gl’elementi. Si fatta 2, Dileta plaža
matukio ered ܐܐ
F Table tol fue ele 8 1 ricerca, siccome molto ardua, non era stata sin allora
impresa d'alcuno. Anassagora, attese le sue particelle prive di moto e di vita,
non sapendo altro che specolare, ricorre al DIVINO; e colla forza onnipoten te
di lui agita e sospinse le sue parti simili, o loro impresse quel moto, che
queste naturalmente non aveano. Fece costui, come chi a muover la macchina, in
luogo di peso, o di molla, cerca la man dell' artefice. Però Aristotele contro
lui si sdegna, e giustamente il rampogna. Basta a Democrito di fornire il moto a' suoi
atomi, nè cura di saper come e d'onde quello venne. Al più facilitò il
movimento immaginando un voto, ove ogni sorta d'atomi avesse potuto agevolmente
dimenarsi; e particolarmente attribuendo agl’atomi del fuoco la figura sferica,
come quella, che avesse questi potuto render atti a scorrere e sdrucciolare. Ma
G. e il primo al dir d'Aristotele, che con molto senno in natura conosce due
come cagioni del moto degli elementi St et © S forze C 19 menti . Una di quelle
chiama AMORE, amicizia, concordia, o l'altra come contraria o lio, inimicizia,
lite. L'amore di G. non è quel del la favola, di Parmenide di VELIA, d' Esiodo,
o d'altri fabbri di cosmogonia. E forse per costoro un principio attivo che
vivifica l’universo. Ma questa e un'idea, vaga, generale, e NULLA UTILE ALLA
FISICA. NON E COSI L’AMICIZIA DI G. La quale è una forza, fornita di
particolari propietà, e tanto intriseca alla materia, quanto si stima da noi la
sua gravità. In virtù di sì fatto amore le particelle simili tendono a unirsi
tra loro, e congiungendosi formano a mano a mano le masse. Masse che vie più
van sempre crescendo; perchè la maggiore sempre ne trae a se la minore, e l'una
all'altra infallibilmente s' unisce. Aria, dice G., si aggiunge ud aria, etere
a etere, fuoco a fuoco in modo che il minore al maggiore s’ accoppia. Sospinte
del pari dall’amore le particelle di natura diversa tendono a unirsi tra loro,
e compongono gli aggregati colla loro unione. L'amore in somma unisce la
materia si fattamente, che se in natura si gnoreggiasse la sua sola forza
diverrebbe l' universo unica męssa, unica sfera. Perchè è propietà peculiare
dell’amicizia di ridurre le cose che son più a una sola. La forza quindi per G.
simboleggiata dall' amore, amicizia, e concordia non è se non quella stessa che
oggi da’ chimici si chiama AFFINITA. L'odio, non altrimenti che l'amore, è
parimente intriseco agl’elementi de' corpi, ma le qualità d'uno son del tutto
opposte a quelle dell'altro. Tende l'inimiscizia a disunir le particelle
congiunte; sciogliendo le masse, e scomponendo gl’aggregati. E' singolar
propietà di quella ridurre l'uno in più: tal che se l'universo fosse una sola
massa e unica sfera, que sio in forza dell'odio si dovrebbe tutto quanto
sciogliere in minutissimi briccioli. Odio in somma, inimicizia, lite per G. son
e valgono forza dissolvente, o 1 tutt'uno 21 repulsiva. Di fatto chiama egli
anche il FUOCO inimicizia; perchè questa come quello distrugge e separa ogni
cosa. Dą ambidue queste forze tra loro opposte, d'ailinità una, e dissolvente
l' altra, significate dall' amore e dall'odio, il nostro G. ne rica il moto ne'
corpi. L'amicizia sollecita gli elementi all'unione tra lor l'avvicina, e nell'
avvicinarli tra loro parimente li muove. L'inimicizia all'incontro cospinge le
molecole unite, so spintele a poco a poco le stacca, staccate le del pari le
muove. Forze adunque sono l'amore, e l'odio del nostro fisico; come quelle che
avvicinando o respingendo gl’elementi cagionano lor movimento. Fors ze
ch'egualmente son chimiche, conie quel le, che uniscono e separano; compongono
e scompongono i corpi in natura. Ma come sono esse adombrate sotto le forme
morali d'amore e odio, di lite e concoradia; sono state mal comprese e
capricciosamente interpetrate. Alcuni videro in quel. le due forze IL DIVINO
(“GOD IS LOVE”) e la materia; altri: l'ordine e'l disordine; il bene e' l male.
Chi la luce e le tenebre; chi l'Oromaze e l'Arimanio de' Persiani, o altre cose
simili. Tanto egli è vero che il suo linguaggio, come poetico, ha recato
ingiuria alla sua filosofia. L'amore e l' odio, siccome dice il nostro fisico,
han que signorie; ma alternanti e separate tra loro. Comincia l'impero
dell'odio, quando finisce quiel dell'amore, e declinando la signoria
dell'inimicizia, l' amicizia ritorna a' suoi primieri onori. E come una sifatta
vicenda non ha mai fine; così costante si mantiene il movimento in natura, e gl’elementi
in eterno s'uniscono e separano. Esprime egli tal con tin: io e scambievole
impero dell'odio e dell' amore coll'immagine, e somiglianza d'un cerchio, che
si revolve. Perché il cerchio la periodi finiti, che all'infinito si posso no
rinovare. Ma tolte le voci d'impero e signoria, che son propie della poetica,
si potrebbe la filosofia di G. raſfigurare nella vicenda delle forze, mercè la
qua. 23 bene i ebre; chi ni, oabe ero, chei ell'aur Onn '. le i pianeti
si'movono. In questi or preva le la forza centripeta e viene a farsi maggior la
centrifuga; or prevale la centrifuga, e viene a farsi maggior la centripeta. Sicchè
alternativamente prevalendo le due forze centrali, i pianeti s' accostano e
discostano dal sole, e costantemente si mo vono nelle loro orbite ellittiche.
Tale dell’amicizia, e inimicizia di G.. Come gl’elementi s' uniscono; comincia
a preva ler l' inimicizia, che tende a separar le cose unite. E come gl’elementi
dividonsi; principia a superar l'amicizia, che tende a unir le separate. Per lo
che ambidue sempre operano, e si a vicenda prevalgono, che gl’estremi dell'odio
occupa l'amore, e l' inimicizia que' dell' amicizia. Giusta questa legge G. fa
e ternaniente operar l'amore e l'odio. Così, e ' dice, comanda o il füto, o la
necessità, o l'antico giuramento degli dei. Ma il fato del nostro filosofo non
è quello de. gli Stoici, o dei VELINI DI VELIA. Egli null’altro indica colla
parola necessità, che l'ins etarr Itale ம் care PA umpert 2.
la que 24 tima natura di quelle due forze. Siccome eterna ei reputala
materia, ed eterne le forze, da cui essa era animata; così l ' amore e l'odio
volea dover sempre e necessariamente operare. Gl’elementi secondo lui o son
separati, e ſrettolosa corre l’amicizia a unirli; o sono uniti, e impaziente va
l'inimicizia a separarli. Se per poco lascerebbe l' una o l’'altra di congiun
gere le cose separate, o segregar le congiunte, l'amore e l'odio, mutata natura,
non sarebbero più nè odio, nè amore. E' quindi pel nostro fisico così
necessaria l'eterna vicenda delle due forze, come invincibile si stima il
decreto del fato e della necessità. Il fato adunque nel dizionario del nostro
filosofo altro non significa che l' intima indole, e l'immutabile natura delle
due forze senza più. Però a torto Aristotile riprende lui, come chi avesse
introdotto nela la fisica il fato é la necessità. Posti questi principj va G.
squadernando il suo sistema, qual poeta, qua si collocato su d'un eminenza, di
la conta; ON ie. Sasa templando la natura dichiara agl’uomini le sublimi
lezioni di sua filosofia. Nulla, egli dice, manca, nulla ridonda nell'universo;
perchè la quantità della materia nè cresce nè manca. Tutto nasce, tutto muore,
tutto in altra forma trasformato risorge, L'accozzamento di parti, che son
disgiunte, n'è la nascita; e la separazion di quelle, che sono accozzate, n'è
la morte, La natura quindi null’altro è, che ” se parazione e miscuglio. Essa è
eterna; per che l'amore e l'odio sempre fa e disfà, strugge e compone. Mancherà
il presente ordine di cose, sorgerà subito un altro. Questo distrutto, di nuovo,
e sotto altra, guisa si verrà a formare. Così senz'alcuna fer posa uno in un
altro ordine successivamena te, e sempre sarà permutato. Nè per que: sti
continui giri si cangia la natura, ne ha od te luogo o confusione, o simmetria.
La materia non è stata, nè sarà mai senza moto. La natura è stata sempre qual
sempre sarà: cioè amore e odio, separazione e union d' elementi. Cosi parla G.
nel suo d ali 200 € c). och eta, Jade 26 poema sulla natura, o per dir meglio
cosi egli smentì anzi tempo chi dopo lui dovean supporre aver lui voluto il
caos immaginato sol da' poeti. Lo stato di confusione e di caos pel nostro
fisico, o non è stato, nè sarà mai, o sempre egli è stato e sarà. La natura
quella è ora, ch'è sta ta, e sempre sarà: miscuglio e separazione: amicizia e
inimicizia: nascita e morte. Passando G. d'una in un ' al tra idea strettamente
lega i suoi pensie ri. Siccome la materia è tutta divisa ne’ IV elementi; così
i corpi per lui eran composti presso a poco de'medesimi. Ma perchè ciò nulla
ostante quelli tra lor son tutti diversi; quindi anda ricercando in che, e.come
si differisser tra loro. Tal diffrenza ei rinvenne con gran perspicacia nella maniera
diversa, con cui gli elementi com binansi. Però non è nè l'aria, nè l'acqua, nè
la terra, nè’l fuoco che distingue le cose; ma la misurata lor mescolanza; in
breve, la proporzione in cui trovansi due o piti di quelli componenti.
Rappresentando da € st CL T 1 C 27 c de poeta le sue idee ch'eran fisiche,
dicea: i dipintori mischiano colori diversi, e col mi schio di questi van
figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, e anche gli stessi dei. Non
altrimenti fa la natura. Ha ella, come IV colori, che sono i IV elementi, e va
coll ' accozzare un poco di questo, di quello, e quell' altro forman do uomini,
piante, animali, donne leggiadre, e chiarissimi dei. Tutto lo studio di G. e
quel di scomporre i corpi, e scomponendoli cerca la ragione, in cui stavan tra
loro le parti componenti. Per chè e persuaso, che la loro varietà venne, ed era
tutta riposta nella varia proporzion degl’elementi. Aristotele che ammira un sì
bel pensamento da a G. il vanto d'aver lui il primo conosciuto una tal verità. Non
si può quindi negare il metodo di G., come quel lo, che volea l'analisi de'
corpi, esser chimico; chimiche esser le forze amore e odio, che inprimean moto
alla materia; e chimica esser tutta la sua fisica; perchè tra lai arch nemt 22 نماز
کی P.; Det ue opad ando de d 2 28 P ch for pa me pre me an CO fondata sulla
proporzion delle parti, che compongono i corpi pressochè infiniti della natura.
Può ora essere a chiunque manifesto G. il primo aver delineato il sistema
dinamico, che oggidi leva tanto rumore in Alemagna. Pone questo sistema alcune
sostanze semplici e primitive, che colle loro diverse combinazioni producono la
varietà de'corpi. Questo stesso fece G. ammettendo i primi elementi, e
combinandoli in varia e differente lor proporzione, Forze attrattive e
repulsive vogliono i Dinamici; e G. immagina affini tà e forza dissolvente, o
sia odio e amore. Che se quegli a spiegare gli stati e i volumi de' corpi si
fondano sul contrasto e rapporto, in cui si tiene la forza attrattiva colla
repulsiva; anche G. dice che l'inimicizia sta appiattata nelle parti de' corpi
pronta a vincer l'amicizia nel tempo opportuno. Ma io non mi maraviglio punto
di tal corrispondenza tra Dinamici e il nostro fisico. Gl’uomini gireranno sem
at c ) in D gi ti 29 pre nella stessa orbita, e torneranno sempre a riunirsi
nelle medesime ipotesi ogni qual volta, che si aggireranno sì oggetti, che
illustrar non si possono con osservazioni e co’ fatti. Perchè limitate essendo
le forze del nostro spirito, limitato sarà del pari il numero delle sue
combinazioni. ' I metafisici di fatto sogliono ricondurre sempre in iscena più
o meno vaghe, più o meno adornate le opinioni medesime. Gl’antichi vollero
rappresentar l'essenza de' corpi. Però Democrito immagina il sistema atomistico;
G. il dinamico. Oggi, che alcuni han pensato di tentar lo stesso, in Francia è
risalito in alto il sistema di Democrito, e quel di G. in Alemagna. Dobbiamo
persuaderci una volta che le scienze s' accrescono non già colle nostre
opinioni, che sono semplici fantasmi della nostra mente, ma coll'esservare ed
espri mere co' nostri pensieri i fatti e le consuetudini della natura. Questo
metodo per avventura non e ignoto in quella stagione in Gergenti. [NON
GIRGENTI, come oggi] Anacrone l'amico di G., poste giù le ipotesi, fonda la
medicina sull'esperienza, ed e capo della setta empirica. Il nostro fisico
cerca e stabiliva la varietà de' corpi cercando e stabilendo la proporzion de'
lor componenti. Ma i tempi imprimono nel nostro spirito la lor forma, il lor
carattere, le loro opinioni; operando su noi non altrimenti dell'aria la qual
si respira. Non è quindi da maravigliare se G. s'occupò, come allor si fa, su i
principi delle cose, e sulla generazion dell' universo. Il romanzo della
nascita del mondo e in que' tempi un'introduzione, che si stima necessaria alla
fisica. Niuno affatto potea meritare il titolo di sapiente, se non prima avesse
ordito la sua cosmogonia. Quindi i filosofi cominciavano allora i lor poemi
dalla creazione del mondo. Molto più, che a ciò fare non dovean perdere gran
tempo, nè durar molta fatica. Le loro cosmogonie sono un lavoro più di fantasia
che di ragione. Si fatti lavori meglio che cosmogonie potevan chiamarsi romanzi,
in cui i paragoni tenendo luogo di raziocini affermiare è lo stesso che
dimostrare; e le capricciose finzioni si scambiano come opere della natura. G.
dunque al par degl’altri intese alla formazion dell'universo; svolgendo e
dichiarando l' impero della sua inventata amicizia. Da prima nascita all'etere,
indi al fuoco, poi alla terra. Da questa trasse l'acqua, l'aria, l'atmosfera;
indi le piante, gl’uomini, e gli animali. Pose più diligenza e più tempo a
formar dalla terra; ma per opera dell'amore il genere umano. Rimescolando gl’uomini
colle piante, e co gli animali, tenne costoro come unica materia, in cui tutti
si fossero contenuti qua si in ischizzo, ma senza che distinta aves ser
presentato la irma, leggiadria, e ata titudine delle loro membra. Queste a poco
a poco idea egli essersi sviluppate, ed esserne venute fuori delle immagini,
prive di moto e di vita, simili alle pitture, ale le statue. Nella terza
generazione di poi furon distinti i maschi dalle femmine. Nella quarta s'
ebbero degl’uomini, che nascono gli uni dagl’altri; perché, distinto il sesso,
si mosse il carnale appetito. Le piante secondo lui fitte restarono in terra
per trarne l'alimento; e gli animali qua e la si divisero per cercare un
abituro conveniente alla loro natura. Queste cose sconce, incredibili, e
simiglianti sognò il nostro fisico, che dovrebbero passarsi sotto silenzio, se
non giovasse d'accennarle per dare șin' utile lezione allo spirito umano. Il
quale ardito, com’egli è, malgrado gli assai folgoranti brillantissimi lumi non
che della religione, ma della moderna deparata filosofia, a dì nostri va sempre
fisicando geogonie e cosmogonie. Darwin di fatto adotta gl’errori del nostro
Empedocle, e certamente da lui ha a trarre l'idea della successiva perfezione,
e a grado a grado del regno animale. L'uno e l'altro fa nascere i vegetabili
prima degl’animali nel tempo e nello stato, che le cose sono imperfette.
Entrambi del pari segnarono gl’animali essersi a poco a poco svieluppati, e
aver tratto tratto acquistato quella perfezione, di cui oggidi son forniti.
Vogliono tutti due, che dal principio i sessi fossero stati confusi si negl’animali
che negl’uomini. Ambidue affermano che l’universo giunse al grado di sua
perfezione, allorchè separati i sessi nacquero gl’animali gl’uni dagl’altri.
Darwin in somma dice unica essere stata la specie dei filamenti, che da origine
a tutti i corpi, che sono organizzati. E parimente e opinione di G., che unica e
la pasta da cui vennero vegetabili, animali, uomini, e Dei. Tanto egli è vero,
che i nostri pensatori sempre, o al men per lo più copiano, e s'arrogano le
speculazioni degl’antichi. Nella cosmogonia di G. siccome a chiunque è
maniſesto, non intervie ne, ne opera alcuna cosa il divino. Ma così pensando,
intendea egli di recarle onore più presto che ingiuria. Avendo egli la materia,
come allor si pensa, per cosa vilissima, teme che la sapienza si fosse bruttata,
se avessé preso a ordinare cose, che son del tutto materiali. Per lo che a
intendere la formazione dell'universo, lasciata la mente divina, invoca il caso,
e commise gli elementi in poter della fortuna. In sì fatti grossolani
sciocchissimi errori s' imbatte chi stoltamente, e senza una precedente saggia
e matura riflessio ne, vuol togliere il supremo artefice dal la fabbrica del
mondo. Il caso, fantasticano essi, siccome racchiude in se tutte le
combinazioni possibili ad avvenire. Così tra le molte, e assai e infinite, che
son mostruose, quelle poche ancora contiene, che son regolari. Infinite, dice
G., sono state le forme, che ha preso teria, e senza numero le combinazioni
degl’elementi. Ma queste si son succedute senz'alcuna posa sin dall'eternità, e
forse non han potuto durare perchè prive sono state di regola e simmetria. Dopo
tante é tante strane vicende, gl’elementi in fine, conchiude egli, essersi
disposti in la ma quell'ordine, che il
mondo ritiene, e da tutti con ragione, s’ammira. Dal caso a dunque G. forma
l'universo. Al caso attribui egli quel che privativamente è sol propio della
sapienza e dell'infinito potere d'un esser supremo. Da un accidente sogna egli
essersi condotto il presente ordine, ma dopo lungo, vario, e successivo
disordine. Queste idee và G. adornandh colla sua fantasia vivace, e poetica.
Figirra egli mani, piedi, gambe, busti, occhi, braccia, spalle, teste di
animali, di uomini, che tra lor misti é confusi si portan qua e là únendosi-
senza regola, e senza misura. Ora egli vede petti senza spalıe; teste senza
cervici; e fronti prive d' occhi. Or egli osserva piedi congiunti a colli,
occhi a spalle, teste å gambe, dita a fronti, e altre irregolari unioni. Quando
immagina egli de' tori in volto u e uomini colla testa di bue; e quando nota
nell'uomo l'impronta della pecora, e in questa quella dell'uomo. Em mano e 2 36
1 1 a i G. in somma finge, trasfornia, è com pone mille e mille specie di
mostri, che per lui una volta furono, e di quando in quando appariscono. Ma
dopo forme si sconce é fuor di natura dispone egli ca guialmente quelle membra
nelle proporzioni, e misure che al presente veggiamo. Che maraviglia è dunque,
ei conchiude, che dopo tanta varietà di mostri sieno a sorte venute le belle e
ben disposte macchine degli uomini e degli animali? In tal modo si sforza il
nostro fisico di render credibile ciò ch'è falsissimo. Facendo come chi gli
occhi s'acceca per meglio e più chiaramente vedere, Ma i suoi sforzi tutti
quanti gli tornarono vani. Non cape ne capirà in intelletto umano, che il mondo
il quale spira ordine, sapienza, e nia, sia l'opera del cieco, e dello stolto
accidente. Ciascuna parte d'un essere forma un sistema; un sistema formano
tutte le sue parti; un sistema tutti gl’esseri, che tra loro legati
corrispondono tutti al gran di fi armo 37 c scuna, segno dell'universo. I moti
varj e multiplici de corpi celesti son regolati da poche e semplicissime leggi;
le quali nascono e derivano da unica propietà della materia. Se dunque ogni
sistema indica combinazione, e questa suppone DISEGNO – H. P. GRICE, GENITOR,
ENGINEER -- e architetto; chi contemplando la fabbrica dell'universo, ch'è un
grande e maraviglioso sistema in cia. e in tutte le sue parti, potrà non
ammirar la mente di chi seppe non che idearlo, má farlo? Se il mondo è così
perfetto, qual dovrebbe essere, se fosse l'o pera d'un supremo fattore; se
l'universo non mostra in ciascuna sua parte, avvegna chè minima, alcun segno o
piccolo o lontano di casualità; chi senza empietà o stoltezza, potrà
riconoscerlo per opera del caso e non della mente d'un Dio? Ma senza più
travagliarci a dimostrar cid ch'è chiarissimo; l'esistenza d'un sommo fattore,
oltre all'essere scritta nell' animo nostro, si.legge ne' cieli, e a noi per
viene da ogn'angolo della terra. Da che Anassagora disse agli uomini la mente
divina con singolar magistero è giusta leggi invariabili, áver ordinato la
materia, niu. no vi fu, che nol consentisse. Il popolo d'Atene alza allora un
tempio a Dio, qual supremo fabbro degli esseri, e onora quel filosofo del
soprannome di mente. Anzi la ragione del volgo ha vinto in cið, e vincerà
sempre i lunghi ragionamen ti di qualunque filosofo. Il volgo non lo rigetta
con orrore le cavillazioni degl’atei, che tentano invano negar l'esistenza d'un
eterno fattore, ma poco o nulla cura altresì le speculazioni di que' sapienti,
che vogliono dimostrarla. E in vero tal verità alla classe appartiene, attesa
la somma evidenza, di quelle che sdegnan le pruove, e che si possono guastar
più tosto che ras sodare co' lunghi e sottili raziocinj d'una filosofia
illuminata. G. e Democrito sebbene fossero stati superati d’Anassagora, perchè
non già una mente divina, ma il caso avesser posto, come autor dell'universo;
pure son degnissimi d'onore per i loro metodi, o bel 39 osta k.. ** dias li
pensamenti nelle fisiche discipline. Poté Democrito per sua particolar virtù
concepi re egli il primo un sistema meccanico del mondo, fondato sulle propietà
de' corpi, o sulle leggi del niovimento. Valse G. per forza di sua mente a
immaginare anch'egli il primo un sistema chimico dell' universo, che posando su
i quattro elemen ti, è regolato da forze, e sottoposto alle leg. gi
dell'affinità. Ambidue tennero in onor l'esperienza, che certo e naturalmente
con duce alla scoperta della verità. Se chi do po lor filosofarono, fossero
stati poco più sensati; avrebber dovuto mettersi dietro la loro scorta, e
collegare insienre i modi chi mici di G. e i meccanici di Democrito. Si sarebbe
allora abbreviato il corso degli errori, e anticipato il principio di quella
filosofia naturale, che fa tant' onore a ' nioderni. Ma le sette smarrirono i
filoso fanti d' allora, e costrinser costoro tanto più a errare, quanto più
essi s' attennero alla metafisica, e si scostarono dall'esperi. mentare e
asservare. Dovettero scorrer piů Dice? 17 bile su 40 secoli, perchè venisse in
grande stato lo studio della natura. S'apparteneva veramen te a'nostri tempi,
che congiunte chimica e meccanica avesser portato la fisica a quel grado
d'altezza, in cui oggi si trova. Ma è sempre da confessarsi G. e De. mocrito
aver gettato i primi semi di que' vantaggi, che cal favore del tenipe la fi.
sica ha oggi ottenuto. Le opinioni di G. sų gli ele menti, e sull'origine delle
cose, se non son vere, almeno non sono ingiuriose nè al la sua mente, nè alla
sua filosofia. Splen dono tra gli abbacinamenti chiari i lampi d'ingegno, e un
metodo sopra ogn' altro riluce, che l'avrebbe guidato alle più bel, se gli
errori de' tempi non gliel' avessero contrastato. Ma non è così, quando il
nostro filosofo alle cose si rivol ge, che trattan d'Astronomia. I suoi sen
timenti su gli astri sono altrettanti assurdi. G. il fisico pare altr' uomo, e
tut. to diverso da G. astronomo. Tal differenza, che veramente è notabile, se 1
le scoperte, 41 non m'inganno, nasce da ciò, che la sua fisica si trae in gran
parte da' frammenti de' poemi di lui; là dove le sue opinioni astronomiche ci
vengon quasi tutte dagli Storici degli antichi filosofi. ' Non senza ra gione
quindi si può sospettare, che i suoi pensieri non sono strani e deformi, quan
do egli stesso l'annunzia; e al contrario pajono sconci ee mostruosi, allorchè
altri parlano in vece di lui. E maggiore tal congettura, qualor si considera
que compilatori essere stati grossissimi delle cose a stronomiche. Costoro
affastellano in confuse opinioni de’ filosofi, e o abbreviando le mozzano, o
interpolando le allungano, o pure in qualunque altra manieria, senz’alcuno
intendimento, ogni cosa deformando's le alterano. Non è quindi duro a com
prendersi, gli storici del nostro filosofo, tra per l'imperizia delle cose del
cielo, e per l'espressioni di lui, ch'eran tutte fi gurate e poetiche, averne
contraffatto la sua astronomia. Non si negan con ciò gli errori, in cui egli
per avventura avesse potuto cadere. So benissimo l' astronomia dei Greci,
sfornita.com'era in que' tempi d ' osservazioni, ridursi, tolto il nascere o
trae montar d' alcune stelle, a una raccolta d' antiche tradizioni, o di
opinioni bizzarre. Si conviene pure Empedocle aver potuto di: re il movimento
del Sole essere stato da prima più lento, che a' suoi tempi non e. ra. Si
concede altresi aver lui potuto opi nare l'asse della terra aver pigliato una
po sizione all' Eclittica inclinata, che prima non avea: (usanza de' cosmogoni
acconciare a lor talento le parti dell'universo, e condur le allo stato, in cui
ne' suoi tempi si trora no ). Ma non si può affatto credere, Empe docle aver
tenuto i tropici quasi due mura glie, cui giunto il Sole, essere stato stretto
a torcere il suo cammino; e aver segnato și fatti circoli non altrimenti che
due confi. ni, che impediscono il Sole camminando verso i poli d'oltrepassare
il suo termine. Chiamò egli que circoli con linguaggio fi. gurato i confini del
Sole; perchè a quel li il Sole giungendo par che il suo cammino rivolga. In
breve intese egli indica re l'obbliquità dell'eclittica, e segnar lo spazio in
cui il Sole fornisce l'anquo ap parente suo corso. Giacchè l'anno si com putava
allora da’ solstizj, i quali dall'om bre osservar comodamente si possono coll?
ajuto dell'ago. Con tali e simili sconcezze si è guastata l ' astronomia di G.;
Però se tra per difetto di memorie di lui, e per ignoranza degli storici, ė,
ben diff cile d' indagar ciò che G. penso sul. le cose del cielo; è assai più
difficile sa per, ciò ch'egli non disse, e a torto a lui appongon gli storici,
Temendo gli Ateniesi, che la terra fosse stata un'abitazione mal soda, furon
solleciti della sua stabilità. Provvidero e glino alla propią sicurezza, e a
quella del genere umano: ma colla sola fantasia a modo del volgo.
S'appresentarono la ter ra in forma d'un monte, le cui barbe vanno a profondare
e perdersi negli ultimi lontani confini dello spazio. Assegnarono ina sieme
alla terra già divenuta nionte il suo vertice di forma rotonda; e quivi
loc:arono ferma sicura l'abitazione degli uomini. A mente dunque di quel popolo
il Sole e gli astri non givan mai sotto la terra, che nol poteano; ma
spuntavano e tramonta vano girando intorno intorno a quel verti. ce. Questa
opinione, che in Atene era un pubblico dogma, non si potea contra star da
filosofi senza grave lor danno. Il popolo pigliava alto sdegno di chi osava sen
tirne in contrario, e contro lui si scaglia va, come contro chi avesse tentato
di som. muover la terra é perdere a capriccio.il genere umano. I filosofi d'allora
tra per che adularan la plebe, come chi più che gli altri soglion fuggire i
pericoli; o per ehe su ' ciò nulla dissimili dal volgo crede van lo stesso; non
mai vi fu alcuno, che avesse ardito negare il monte, le radici, il vertice, e
la finta figura della terra. Non cosi fece il nostro filosofo, che molto perito
nelle cose naturali, anche da Sici lia si scaglid contro sì fatta sentenza. Ri
dea egli del monte, delle radici, del ver 45 tice.e aspramente ripiglio,
Xenofane, che avea per immensa la profondità della ter ra. Chi, dice G., tali
co se divulgano, o poco veggono, o nulla san. no dell'universo.; Altri e
lontani da quelli del volgo fu. rono i sentimenti d' Empedocle intorno al la
terra. Fu opinione di lui, che fuoco bruciasse nel centro di questa. I sassi i
dirupi, gli scogli, ei riguardò come sco rie, che la virtù di quel fuoco avea
in alto levato. L'acque, che sorgon terma li, quelle sono, a suo credere, che
sotter ra scorrendo piglian calore dal quel mede simo fuoco. G. in somma im
maginò sin d'allora l'ipotesi del fuoco cen. brale, che Buffon, non è guari,
più bel la e vistosa ha richiamato alla luce. Pensavano gli Jonici, che la
terra sospinta dal vortice che occupava tutta la sfera, era stata condotta nel
centro di ques sta. Ma non sapeano essi comprendere, come quella, sfornita d'
appoggio, ben li brata si stesse nel punto di mezzo. Timidi quindi i filosofi
al par del volgo, ne dilatavan la base, e tormentando i loro ingegni si
sforzavan di sostenerla colle ipo: tesi. Talete avvisò la terra restar sospesa
nell'aria, non altrimenti che un galleggian te sull'acqua, Democrito e
Anassagora ne fecero la base non che larga, ma conca va; aifinchè l' aria quivi
sotto racchiusa la potesse sostentar con sodezza. Parmenide di VELIA credette
sostenerla col principio della ra gion sufficiente. La terra a suo pensare
stava nel centro, perchè non avea ragio ne, che la portasse per questo più
tosto, che per quel verso, Ma il nostro fisico si dilung) da co storo, e con
altri principj prese a spiegar sie la stabilita. L'acqua nella cosmogonia di
lui s' era separata dalla terra per l'im peto del giro, che questa facea. Pe.
rò la terra nel suo sistema rotaya. Rota va del pari secondo lui il cielo; è
altra differenza non pose nella rotazion dell' una e dell' altro, che nella
velocità, Minore la yolea nella terra, che stava nel centro; 47 1 rola, ando il
cla colo come star galo raal Po maggiore nel cielo, che in giri smisurati si
volgea. Da cid appunto egli ne trasse e perchè quella stesse in aria sen za
cadere. Se girate, egli dicea, con pre stezza una secchia; l'acqua non cadrà,
ancorchè nel girarsi si tenga capovolta. Tal è nella sfera i La conversion
celerissi ma del cielo vince ogni peso e ritiene la terra. Al moto dunque del
cielo egli in catenava la posizion della terra nel cen. tro, il suo rotare, e
lo starne, Si sihar rì, egli è vero, in quella spiegazione al par degli altri;
perchè allor s'ignorava la gravità della terra esser diretta al suo cen. tro.
Ma il suo metodo di ridurre più fe nomeni a un solo, e ripescare ne' fatti la
ragione di quelli, è molto degno di lode. Dall'esperienza della secchia, che
pre stamente si volge, han preso argomento chi son portati per l'antichità,
aver co nosciuto il nostro filosofo la forza centrifu. ga, Ma a pensar giusto,
ignorandosi allos ra le leggi del moto, niuno ebbe, nè as ver potea l'idea vera
e matematica di quel, 1 ajd a $ permas 30, ho murah ento: 48 d he Te la forza.
Egli è vero essersi saputo in que' tempi, e da G. essersi ben dimo strato la
velocità del girare impedir la ca duta de' gravi. Ma questo era fatto, non
forza, e più esempio, che principio. Eran sì lontani G. e gli antichi di cono
scer quella forza, che presso loro fu fer ma e costante opinione, i corpi a
cagion di circolazione avvicinarsi al centro se pe santi, fuggir dal centro se
leggieri. Ma se'a lui si può contrastare la co gnizion della forza centrifuga,
gli si deve certamente quella concedere della rotazion della terra. Opinione
era questa comune presso noi ne' tempi greci, e propia in ve rità della nostra
Sicilia Giacchè Ecfanto e Iceta la divulgarono in Siracusa; ma sin da tempi
antichissimi G. l'insegno nella nostra Gergenti – e NON GIRGENTI. Avea il
nostro Astronomo il Sole e le Stelle, come se fossero della stessa natura.
Opina egli quello e queste esser di fuoco. Ma non perciò è da credere, ch ' ei
tenesse la luce per eguale o simile al R te te e 1 49 1 fuoco terrestré. Non
sapendo egli qual fose se la natura della luce, che per altro è ignota anche a
noi, tenea il Sole come una massa ignita, che lanciava nella sua sfera le
sottili sue particelle. Queste ei credea, che dal Sole si moveano, e pro
gressivamente propagandosi giungeano agli occhi. La luce, dicea, va prima nel
mez zo, e poi perviene sino a noi. An ticipava così la scoperta bellissima
della pro pagazione della luce, che i Satelliti di Giove doveano in tempi
avvenire rivelare a Roemero. La vide, egli è vero, coll' in telletto, e senza
ridurla a fatto, la lascið nel posto di semplice opinione. Ma nel tempo de'
sogni e dell'ipotesi è degna cer to d'ammirazione quella opinione, che coll'
andar de' tempi è stata condotta al grado eminente di fisica verità. L'emission
della luce fu l'ipotesi, ch' allor tenne G., e cui oggi s' acco stano chi non
vogliono vaneggiar per no velle bizzarie. Questa a dì nostri d ' alcu ni è
rigettata, e in que' tempi era ancor contrastata. L'ipotesi che il Sole quanti
raggi manda, altrettanti ne perde, fece al lora, e ha fatto oggi credere a
parecchi, ch ' egli raggi mandando, e raggi perden do sì gradatamente
impoverirà di luce, che collo scorrer de' secoli giungerà sino a spe. gnersi.
Newton all'incontro dimostra in sensibile essere stata la perdita della luce
solare dal principio delle cose sino a noi. Anzi egli quasi sforzandosi
d'assicurar la luce alle future generazioni, cerca di sup plir la massa solare
con quella delle co mete. Le quali attratte dal Sole, quan do nel suo giro sono
vicinissime a lui, e su lui cadendo, colla loro materia vanno a risarcire la
perdita diurna delle particel. le solari. Ma G. in un modo, che se non sarà
forse il più vero, è certamente assai più ingegnoso, s' industrið provedero
alla durata del Sole. Siccome i raggi lan. ciati dal Sole son poi riflessi
dalla terra; cosà egli pensd, che quelli dopo la rifles, sion concentrandosi,
ritornano al Sole. Però questi per riflessione acquista quel, che per enuission
perde; e atteso un sì fat to circolo durerà sempre lo splendore del Sole. G. quindi
potė ben dire la luce essere al presente una riflessione di quella che fu una
volta lanciata dal Sole: Ma i compilatori dell'antica filosofia non capirono i
sensi del nostro filosofo. Credette ro essi due essere i Soli di G., uno
invisibile, visibile l' altro, che collocati in due opposti emisferi si
guardavan tra lo ro. La terra, eglino dissero, riflette al se condo i raggi
invisibili lanciati dal primo; e quello poi in forma di luce li rimanda alla
terra. Ecco con quali sconcez ze quegli storici guastarono i divisamenti del
nostro filosofo sull' emission della luce. Non meno speziosa fu la difficoltà,
che s'oppose a G. ne' suoi tempi contro la succesiva propagazion della luce.
Siccome nel tempo che la luce viene a noi, il Sole si move; così l'occhio
astretto a seguire la direzion della luce, vedrà il Sole in un punto, in cui fu,
e poi non g è più. Empedocle a
rispondere, non prese scampo nella prodigiosa velocità della luce, o in qualche
sottigliezza, cui i fabbri di si stemi soglion rifuggire. Non è il Sole, ei di
cea, ma la terra che in ventiquattro ore si volge: La terra' dunque nel rotare
s’im hatte ne' raggi solari, ed essa prolungan doli va a trovare il Sole nel
punto, in cui egli sta. Non si potrebbe di certo a di nostri in miglior forma
rispondere a chi in quel modo vclesse attaccar l ' emissione e successiva
propagazion della luce. G. ha la Luna
come opaca, perchè frapponendosi tra il Sole e la ter ra cagiona l' ecclisse.
Plutarco a lui solo, mettendo in non cale tutti gli altri, da il vanto d' aver
divolgato la Lu. na essere un corpo privo affatto di luce, che riflette i soli
raggi solari. La chiarez za della Luna' ei chiamava non che dolce e bénigna, ma
insieme straniera. Una lu ce straniera, dice G. qual poeta, circola intorno
alla 'terra. Ma G. ebbe la disgrazia d' aver avuto guastato ogni suo sentimento.
Achille Tazio dall' epiteto di straniera dato alla luce lunare da G., ricavo,
non so come, il medesi mo aver tenuto la Luna qual pezzo svelto dal Sole. Ma
buon per noi che ci sia re stato il verso di G., che smentisca
l'interpetrazione di Tazio: Anassagora per dare una misura del So le riferì la
grandezza di quest' astro al solo Peloponneso. Il nostro filosofo fu il primo,
cui venne in pensiero di comparar Sole e Luna tra loro. Egli credea che il Sole
fosse stato più della Luna distante dalla terra so pra due volte. Ciò non
ostante affermo quello essere stato assai più grande di que sta; sebbene
ambidue fossero appariti dello stesso diametro. In somma l'ineguale distanza fu
per lui certo argomento della lo ro diversa grandezza. Parrà ad alcuno ciò
essere stata cosa di lieve momento; e pure fu un passo, e un avanzamento che
allora fece la scienza del cielo. Giacchè niun altro prima di G., ed egli fu e
il solo e il primo, che insegnò gli astri lontani doverci comparire piccoli più
de' vicini. E gli pure fu il primo che pose in confronto tra lor gli astri non
solo, ma i loro diame tri. Dopo hui in fatti prima Eudosso misu rò i diametri
apparenti della Luna e del Sole; e poi cominciarono i Greci a stabili re i
periodi lunisolari, da cui nacque, e s’avanzò l'astronomia de' medesimi. Si
potrebbe quì aggiungere a formar tutto il quadro dell'astronomia del nostro fi
losofo, aver lui forse conosciuto che la Luna rotando intorno a se stessa si
mova circa la terra. Ma punto non conviene dar a G. una gloria o dubbia o
sospetta. Basta aver levato a suoi pensieri astronomici quella ruggine, di cui
li bruttò l'imperi zia di quegli storici. Appresso l' onorano al cuni qual
autore d'un poema sulla sfera in cui si descrive, secondo l'uso de' tem pi il
nascere e ' l tramontar d' alcune stel le. Ma i critici illuminati han quello
come opera d'ignoto autore e non di lui. Io non discordo da loro; anzi confesso
non essere stato G. intento a osservare, 1 1 come si conviene nell' astronomia.
In quell' età si costruiva il cielo da' filosofi non si osservava. Era quella
la stagione della fan tasia, delle opinioni, e dell'ipotesi, che suol sempre
precedere l' altra, che porta seco il raziocinio, l'osservazione, la veri tà.
Però non è poca la gloria di G. nell' aver conosciuto la ' successiva pro
pagazion della luce, la rotazion della ter ra, l'opacità della Luna, è
scostandosi dalle volgari stravaganze nell' aver compa rato il primo le masse
tra loro della Lu na e del Sole. Se non può egli quindi emulare Timocari e
Aristillo, Ipparco e Tolomeo, che nella Greca astronomia fu ron chiarissimi;
pure non è da negare lui aver saputo delle cose del cielo assai più che la sua
età non portava. Vennero quel. li assai dopo, e in tempi assai più illu minati
e felici; e non è maraviglia, che questi fossero stati di quello migliori. Una
fiaccola più o meno brilla, quanto più o meno pura è l ' aria, in cui brucia.
Dal cielo tornando alla terra non più 56 et troviamo il nostro filosofo, che
immagina l' origin delle cose; ma che studia e in terpetra con senno la natura.
La prima verità, che c'insegna, non già ragionando ma coll'esperienza, è il
peso e la molla dell' aria. Mette egli in opera in difetto di macchine e di
strumenti la clessidra, che s'usava allora da' nostri come orolo gio a misurare
il tempo. Avea questa la sua figura conica; la base forata a guisa di
minutissimo vaglio; e il collo lungo che stringendosi sempre più andava a fi
nire in un sottil bucolino. Si tenea allora la clessidra col collo all'ingiù; e
l'acqua, di cui era piena, lentamente gocciolando misurava le ore. Questa
appunto fu la macchina di G., che nelle sue ma ini diventò indice e misura di
fisiche verità. Introduce ei da poeta una donzella, che trastullando colla
clessidra la vuol en piere d'acqua. Ne tura essa l'orifizio col le dita, e
postane la base all' ingiù, cala quella verticalmente in un fonte. Entra allora
l'acqua per la base forata; ma per SC ay is ce 9 in C quanto la donzella prema, e travagli, la
clessidra non si può mai empiere tutta. Stanca finalmente la verginella, alza
le di ta, con cui chiudea quell'orifizio; ed ecco l'acqua che sale, e giunge
alla cima. Proposta l' esperienza, G. ne' suoi versi ne soggiunge lo
spiegamento. L' aria, dice egli, che sta racchiusa nella cavità della clessidra,
colla sua molla, resiste all' acqua, e la ripara di venire all'in su. Ma appena
la donzella alza, le dita, l'aria e sce, e però l'acqua non più impedita dall'
aria sale, e tutta empie la clessidra. In altro modo ci presenta ei la don
zella. Finge egli che questa volti la cles sidra; e allora un altra prova egli
ci reca del peso e della molla dell' aria. Chiude es. sa colla mano il bucolin
della clessidra, questa piena d'acqua volge colla base all' in giù; affinchè
l'acqua tutta fuori si ver si. Ma non senza sua sorpresa s' accorge che l'acqua,
lungi di cadere da ’ forellini della base, si ferma: Alza ella quindi la mano
con fretta; ed ecco l'acqua goccio h re
il a lare, e a poco a poco cadendo tutta fuori versarsi. Dichiarato il primo,
ſu agevole a G. spiegare il secondo esperimento. L' acqua, dicea egli, si
sforza d' uscire da' fo. rami della base. Ma l'aria sottoposta si resiste colla
sua molla, che venga a vince peso dell' acqua. Subito che la don zella alza la
mano, l'aria di sopra preme l'acqua sottoposta; e questa, ajutata dall' aria
soprastante, vince ogni restistenza, o vien fuori. Con tali esperienze, delle
propietà dell' aria mostrava egli e il peso, e la molla. Ciò nulla ostante
furon quelle nell'età d'ap presso poste ingiuriosamente in obblio. Se noti
fossero stati al rinascer delle scienze gli esperimenti di G., non si sareb be
certo levato tanto grido per l'invenzion del barometro. Ivi il mercurio sta
sospeso dalla forza dell'aria, come l'acqua sta so spesa entro la clessidra
dalla forza egual. mente dell'aria. Si fatte esperienze, che oggi son volgari,
allora erano rade e uti € 59 lissime alla fisica. Smarriti i Greci in que?
tempi o dalla lor fantasia, o dalla lor me tafisica, non pigliavan cura nè d '
esperien. ze, nè d'osservazioni; e privi di fatti, co storo eran pur privi di
scienza · Ne' versi di G. quindi il principio si trova, e la nascita dirò così
della fisica; perchè ivi si trovano i primi esperimenti. Democrito al par di G.
piglia va anch'egli allora la via de' fatti: sebene ambidue ne fossero stati
presto raggiunti dal divino Ippocrate. Sicché questi tre som mi uomini
cercarono allor di fondare un epoca novella nella Greca filosofia, sfor zandosi
di condurre gl'ingegni a studiar la natura coll' esperienza, e colla osservazio
ne. Ma tal metodo, ch'è lento, ostenta to, non potea esser gradito a Greci, che
impazienti erano e caldi; e però da pochi fu pregiato ed impreso. Sebbene G.
avesse posto ogni studio nello sperimentare; pure fu solo in Sicilia, senza
stromenti, nell'infanzia dela la fisica. Ne si creda Democrito, e Ippocrate
avergli potuto giovare, essendo e co lui di region lontanissima e questi de
tempi d'appresso. Pochi eran quindi i fat, ti, che potea egli raccogliere. I
medesimi non gli eran mica bastevoli all' uopo, ch' era assai vasto, e che
giusta l'usanza de tempi abbracciava tutta la natura. Di che veniva, ch'egli
spesso era costretto a suppli re il difetto de' fatti; e ciò il fece con assai
sagacità e senno: cui nercè l'arte inventò del congetturare. Questa non gia che
fosse stata da lui ridotta in canoni come si svol presso noi, che in ogni cosa
abbondiamo di regole; ma intriseca si tro va, e quasi nascosta ne' suoi
ragionamen ti. Anzi io credo non potersi in miglior modo rilevar l'artifizio
del suo metodo, che descrivendo l'andamento del suo spi rito; allor quando
pigliò ei a comparare i vegetabili agli animali. Furon tanti, e di tal momento
i rapporti, con cui egli quel li a questi lego, che giunse a scoprir del, le
verita, che son degne non che di ricordanza, ma di stupore. Il seme, il sesso,
la generazione, la nutrizione, la traspirazion de’ vegetabili fu. rono i varii
sorprendenti oggetti su cui fil filo s'applicò la sua mente. Da prima avverte. G.
comune essere il fine assegnato dalla natura 'e agli animali e a ' vegetabili.
Un animale, o una pianta, egli dioe, voglion produrre animali, o piante simili
a se. Questo fu messo da lui come base delle sue illazioni, e co nie fermo
segnale d'un punto, da cui egli partendosi non s' avesse potuto mica smarri re
nel proceder più oltre nelle sue nuove scoperte. Soggiunge egli appresso: come
l' animale viene dall'uovo, così la pianta dal seme. Attesi questi fatti
comincia o ' specolando a filosofarvi, e da quelli guidato va con franchezza
formando le sue conget ture. Se l'uovo e il seme, egli prosegue, comune hanno
il fine, ch' è la produzio ne; debbono l'uno e l'altro colla stessa attitudine,
e col medesimo impeto tendere al medesimo fine. Da sì fatto fine ad ambi comune
egli argomenta, come da un indice, comune dover essere la natura del seme e
dell' uovo. Ma G. forse à tal indizio si ferma? Nullameno. Egli torna di nuovo
a fatti, mette in opera da capo osservazioni; e si sforza rintracciar co. sì la
natura dell' uno e dell'altro. Empedocle tirando avanti la sua stes sa traccia,
trova e distingue sì nell' uovo che nel seme, non che germe, ma materia che il
germe nutrisce. L'animaletto fin, chè non nasce, o la pianticella finchè non
abbarbica ', traggono alimento da quella, Non è già, aver lui conosciuto le
foglie seminali; o aver lui detto la placenta u terina portar nutrimento all'
embrione per via del funicolo umbilicare. Egli non al tro conobbe, che due
esser debbano nell' uovo e nel senię le parti principali e muni: il germe e i
cotiledoni, che l'ali mento preparano alla pianticella, o all’em. brione, o nel
seme, o nell' uovo. Il nostro fisico quindi più non distinse dirò così ani mali
da piante. Ebhe egli il seme qual uovo de vegetabili; e chiamò le piante col
soprannome d ' ovipare. Ecco avere G. svelato agli uomini assai prima d’Ar véo
tutto ciò, che nasce', non d ' altro pro venir che dall'uovo. Teofrasto infatti,
e Aristotile a G. solo attribuiscon la gloria della scoperta di tal verità, e
gliela dan come propria. La fatica d’Arvéo, fu egli è vero, utilissima
all'avanzamento del le scienze, e degna di tutta la lode. Ma egli pubblicando
di nuovo lo stesso ritrova mento di G., null' altro fece che as sodar vie più
colle prove ogni cosa nascer dall'uovo. Chi adesso non giudicherà mag. gior
l'eccellenza dell'ingegno di chi colla mente va congetturando ciò, che del
tutto s’ è ignorato in preterito, e prevede ciò che sarà da scoprirsi in futuro?
Il nostro fisico, guidato com' egli era dall' induzione, spinse più oltre i
suoi ra gionamenti'. Affermd le piante al par de gli animali dover essere tutte
fornite di ses so. Conosciutosi da lui il seme null' altro esser che uovo, come
l'uovo si feconda per l' union del maschio colla femina; così argomentò egli
del pari il seme per la mescolanza di que' sessi doversi fecondare. Franco '
quindi e sagace stabili egli il pri mo, ed egli il primo distinse il sesso ma
schile e feminile in ogni vegetabile. Non si dubita prima di lui essersi
conosciuti ma schi e femine tra ' vegetabili: ma ciò soltan to attribuivasi a
palme, fichi, canape, pi stacchi. Però dal nostro fisico prende ori gine il
sistema, su cui oggi posa tutta la Botanica. Egli è vero non aver lui allora ne
cercato, nè mostrato gli organi genita li nelle piante, come poi han fatto con
grande studio i moderni; ma ciò facea e gli sempre col ragionare, e quelli
vedea dirò così, coll' intelletto. Nella testa de' grand' uomini, come dotati
d'una specie di tatto pella verità, la forza delle con getture si sostituisce
talvolta all' evidenza de ' fatti. Facea Empedocle a guisa d'un gran dipintore,
che solo abbozza il quadro con poche, ma pennellate maestre; e la scia poi agli
altri la cura di compirne il disegno, di colorirlo, e abbellirlo. Arveo definì
tutto nascer dall'uovo: Zalunziaski, Millington, Camerario, Vaillant prima, e
poi Linnéo mostrarono il sesso nelle piante. Ma costoro tutti quanti assodaron
la dottri na, e compiron l'idea tracciata dal nostro Gergentino. GERGENTI non
GIRGENTI. In verità non è poca la glo ria che a costui torna nell' aver lui il
pri mo schizzato degli originali, che di mano in mano col favore del tempo si
van tro vando in natura. Contemplare Empedocle, che conget tura è uno
spettacolo degno d'un filosofo. Ora egli scorto dall'analogia supera tutti i
suoi contemporanei', e più oltre proce dendo va diritto a trovare altre belle
ve rità. Ora privo di fatti, non ostante il vi. gor di sua mente, tentoni
cammina incer to tra verità, ed errore. Conobbe egli il sesso sol nelle piante.
Ma altro non pote va egli conoscere, attese le poche anzi le rade verità
solamente allor note. Quante altre osservazioni, quante altre verita gli
mancarono? Ignoto era allora l'antere, e gli stigmi esser gli organi genitali
delle pian i 06 cer te, e questi trovarsi ne' fiori. Niun sapea il polline
portato da venti aderire allo sti gma per via dell'umore, che in questo si stà.
Chi aveva allora osservato la Passiflo ra, la Graziola; e ' l Tulipano, che
come agitati d'estro venereo, erranti van cando la polvere, che loro fecondi?
Chi s'era accorto, in que' tempi la Valisneria, e l'altre piante acquatiche sul
punto de’ loro amori alzar lo stigma dall? acque, per accoglier cupide, e
aperte la polvere de' loro maschi? Non è però da recar mara viglia, se
nell'ignoranza di tali fatti non seppe Empedocle comprendere, come le pian. te,
che fitte stan sulla terra, si potesser congiungere per far la lor generazione
a guisa degli animali. Ma tenne egli come cosa non che non dubbia, ma
certissima, e l'induzione già gliel' aveva indicato, che il seme per l'unione
si feconda della fe mina col maschio. Però egli, posti in cia scuna pianta,
come sullo stesso talamo, quasi marito, e moglie, disse tutte le pian. te dover
essere ermafrodite. Fil questo, egli è vero, un errore; perchè in al cune
piante i due sessi son del tutto se parati, e distinti. Ma altresì, egli è vero,
la più parte delle piante alla classe ap partenersi dell'ermafrodite; oltr'a
quelle, che sono androgine, e poligame. G. appresso, il mistero passo a
indagare della generazion de’ vegetabili, con quella confrontandola degli
animali. Gran cose in prima osò egli dire sul la generazione animalesca. '
Immaginò egli starsi divise ne' liquor seminali de’due ses si particelle
analoghe al corpo d'ogni ani male. S'ideò egli queste nella unirsi, e l'embrion
formare del corpo or ganizzato. Il carnale appetito egli ri pose in quelle
particelle, che, separato trovandosi nel maschio e nella femina, ten. dono
naturalmente a unirsi. Ad abbondan za de' due semi la cagione ei riferisce del
parto o doppio, o triplo; e a scarsezza o disordine degli stessi la nascita
d'ogni sor ta di mostri. La prole secondo lui al pa dre o alla madre somiglia
in proporzione generazione i 2. del più o men prevalere del liquor semi nale
quando della femina, quando del ma schio. La ragione inoltre crede lui dare
della sterilità delle mule, che all' angustia attribuisce e obbliquita de
canali della loro figura. Varie spiegazioni va in com ma egli fantasticando,
che io piglierei ros sore di chiamar sogni, se chi han tratta to della
generazione, non avessero sinora sognato al pari di lui. Le molecole orga niche
di Buffon, i vermi spermatici di Le wenoek, l'uova di Bonnet e,di Haller, il
filamento nervoso di Darwin, non sono clie ipotesi più o meno, false o tutte
immagi narie. La fantasia inoltre, che tutte domi le umane, s' avvide G., poter
avere anch'essa una parte nella ge nerazione. Ricordava ei delle donne, che
aveaito dato in luce bainbini simili a sta. tue o pitture, cui quelle, essendo
gravi. de, aveano a caso fisamente guardato. Opinò egli quindi la fantasia
della femin na, non altrimenti del tornitore sul legro, na cose 2oho da ede lidt? po 12.06 maa Potere dar
forma, e simiglianza al feto. Non inancan.oggi, chi credono poter più operare
l' immaginazione del padre che alle quella della madre. Ma niun disconviene,
ato quasi secondo il linguaggio di G., che la fantasia o della femmina o del maschio,
giunge talvolta a tratteggiar, dirò cosi, le membra, e la fisonomia della prole
nel ventre della madre. Da si fatte cose, stabilitasi. anzi tem po da G. la
famosa analogia tra' vegetabili, e animali, trasse egli, e cona chiuse del
tutto eguale a questi duver es sere la generaztone di quelli. Ne men
dissimigliante tra loro, dice G., dover essere la nutrizione de gli uni e degli
altri. I vegetabili e gli a nimali dicea il nostro filosofo, gli alimenti
scompongono, e quel traggon da éssi, ch' è conveniente e accomodato alla loro
na turá. Ciò egli credea farsi in ambi due per via dell'affinità insieme e de'
pori. Dell'affinità cosi egli parlava. Siccome le cose amare all'amare si
uniscono, le dol UD Eury 7 Pizze,the is on sullink ei de 1 dis Tec cer ci alle
dolci; ogni sinile in somma al suo simile: cosi gli esseri organizzati quel
pren dono dagli alimenti, che lor si confa, e può nutrire ciascuna delle propie
parti. Chiaro fu eziandio il suo parlare de' po ri. La nutrizione, egli è certo,
separarsi e dividersi negli animali, e ne' vegetabili per mezzo de' pori, che
son differenti in dia metro. Le particelle, dette nutribi li, è certo altresì
non potere indistinta mente entrare per qualunque di quelli: ma ciascuna
insinuarsi nell' orifizio di que' bucolini, ch'è analogo alla propia gran dezza.
Un vino, egli dice, è diverso da un altro, attesa la differenza non che del
terreno ma della stirpe. Ecco come par, che il nostro filosofo avesse voluto
vie più assodar la sua opinione della forza dell' affinità, e de' pori, massime
su i vegeta bili (ch'è poi propietà d'ogni corpo orga nizzato) i quali giusta
la propia organiz zazione han da quelli preparato gli ali menti, e si rendon
capaci di saporé diverso. A senno dunque d'Empedocle la nu se su red nog Ila ti
co re со ali 71 Fari trizione si opera tra per l'affinità, e la ti que varia
ampiezza de ' pori per canali diversi, ce e va svariatamente, ma sempre in pari
re preciproco modo, vigore é aumento porgendo agli organi diversi sien de'
vegetabili, sien degli animali Empedocle frattanto, il modo volendo indicare,
con cui la nutrizione si sparge e dividesi fra gli organi diversi, abbiam noi
veduto essersi rifuggito all' affinità, ch'è certamene un'ipotesi. Ma che
maraviglia; se dopo la serie di tanti secoli da questo suo pensare non sono
mica iti lontani pa recchi pur tra’ moderni? Grande in verità e diligentissima
è stata oggidì la fatica de nostri fisiologi nell'indagare i fenomeni del la
nutrizione, Gli hanno essi ridotto a ' fat, ti, o a leggi generali, che son
propie e comuni a tutti i corpi organizzati. Nè pu re eglino han trascurato di
trovare nella contrattilità organica la forza, con cui gli alimenti son
trasportati in canali opportuni non sol negli animali, ma eziandio ne've
getabili sino all'alto delle propie foglie. Ma TX, ام د ገን
muito con tutto cið o nulla o poco si sono essi avanzati nell'additar la
maniera, con cui si fa la nutrizione per gli organi diversi. Non si nega oggi
darsi da' più a varii organi, una specie di gusto, cui mercè quel suc chino, e
tirino, che a ciascuno in partico lar si conviene. Ma poi tal fatto pensa mento
mostra forse esser del tutto falso il ritrovato d'Empedocle? E' troppo vero,
cho la natura yince in molte cose, e vincera sempre ogni nostra speculazione e
fatica e da filosofi per lo più non si recano, cho sole congetture, ed ipotesi,
Fattisi vedere eguali da Empedocle i rapporti degli animali co' vegetabili nel
se nie e sesso, nel generarsi e nutrirsi, non re. stava altro a lui che
applicarsi sulla tra spirazione comune ad entrambi. Conobbe egli, che gli uni e
gli altri per via de' pori similmente traspirano, e quella parte degli alimenti
tramandano che loro è su perflua. Alla traspirazione di fatto attribuì costui o
il perdersi dagli alberi nella fred da stagione, o il serbarsi quelle foglie,
che dalla natura, non a caso, ma particolar mente sono ordinate al traspirare e
al nu trir delle piante. I primi, ei disse, tra spiran molto in estate, e
spossati levan le foglie in autunno. I secondi traspiran po co in estate, e
robusti ritengon le foglie in inverno. Fonda egli la copia o scarsez za del lor
traspirare sull' ineguale diame tro, e contraria posizion de' lor pori.
Gli uni a suo giudizio hanno larghi i pori del le radici, angústi quelli de'
rami. Gli al tri all'opposto angusti i pori delle radici, larghi quelli de'
rami. Però i primi più, succhiando, e men traspirando non levan le foglie. I
secondi men succhiando e più traspirando perdon le foglie. Se una si fatta
posizione di pori, che immagind il nostro fisico, fosse stata confermata dalle
osservazioni, avrebbe sin d'allora egli sciola to un problema, che non poco
fastidio grandissimo stento ha recato a ' moderni. Era rizio comune a quell'
età organizzare ad arbitrio gli esseri della natura a fin di. poterne presto
dichiarare i fenomeni. Egli k e. 0 1 è vero non esser mancati a di nostri, chi
abbian conosciuto e distinto ne' vegetabili non meno di quattro specie di pori.
Ma chi ha potuto, o con qual microscopio potrà mai rinvenire, che a ' pori o
larghi o stretti delle radici corrispondano a rove scio quelli de' rami? Pur
tuttavia a G. in parte siam noi debitori della ragione, che mostra il come
dagli alberi cadan le foglie. La famosa traspirazione ne' vege tabili, da lui
allora scoperta, scioglie og gi a noi con somma nostra ammirazione o senza
nostra molta fatica un sì bel pro blema. Ognun vede le foglie cader più pre sto,
quando la state è più calda. Ognun pur vede gli alberi robusti più de' deboli
più tardi svestirsi di foglie. Anzi ognun vede altresì quegli alberi in inverno
rite ner le foglie, che poco traspirano. I 100 derni al più han distinto le
foglie, che cadono in pezzi da quelle, che intere si staccano, secondo che
l'une o l'altre sono al tronco diversamente attaccate. Costoro 75 di più son
giunti a conoscere, che alcuno foglie cadono intere, prima che le nuovo dalle
lor gemme si svolgano, e altre ristan no finchè non ispuntin le nuove. Da ciò
essi han tratto, che quegli alberi, i quali gettan le foglie dopo lo spuntar
del le gemme, debbon mostrarsi verdeggianti in inverno. E che all'incontro
quegli altri, i quali gettan le foglie pria dello spuntar delle gemme, debbon
vedersi nudi nella stege sa stagione. Che perciò? i nostri fisiologi forse san.
no oggi della caduta delle foglie dagli al beri assai più di quel, che ne seppe
al. lora il nostro filosofo? Abbian quanto si vo glia convenuto oggi i moderni
le foglie tra. spirar più quanto più abbondano di pori. Abbiano quanto si
voglia pure costoro af fermata la copia o della traspirazione o de' succhi si
travagliar le foglie, e i lor vasi ostruire, che finiscan di vegetare, muoja no,
e cadano. Eziandio ne abbiano essi inferito tutti gli alberi dovere perder le
fos glie, chi in Autunno, chi in Primavera. Ma k 2 26 de 60 fu NI tal
differenza non è se non perchè le fo glie di quelli più, e le foglie di questi
meno' traspirano, e l'une servon più, l' altre meno alla nutrizion delle piante?
E non è questa la grande scoperta appunto d' Empedocle, e che forma uno de'
suoi gran di elogi? Il pigliare i vegetabili e gli animali au mento dal calore,
il goder di gioventù, il cadere in malattia, il giungere alla vecchiez za, sono
altresì que' tratti di simiglianza perfetta, che il nostro fisico andava a
quel. li aggiungendo. Nè lascid ei di notare, che i vegetabili al par degli
animali si muv vano, resistano, si raddrizzino. Gran de com' egli era di mente,
e degno d' in. terpetrar la natura, talmente s’ ingegna va di legare il primo
con poche o comu ni leggi i due regni, che paion tanto di stanti e discordi tra
loro, il vegetabile e l' animale. Gli antichi presero maraviglia di questo
specolazioni di lui, e si ne restaron convinti, che si sforzarono aggiungervi
qual che cosa del loro, G. aveva già 0 PE C te 77 detto, che il seme senza più
è nella ter ra ciò, che il feto nell'utero ed egli no procedendo più oltre' non
ebbero a schi fo affermare la pianta essere un animale fitto in terra per le
radici, e l'animale una pianta, che cammina. I moderni poi non han tralasciato
punto di assai profittar de pensamenti di G., cui mercè tira ta avanti la
traccia e allungati, diciam.co sì, i suoi stessi passi, sono iti scoprendo
nuovi rapporti, che agli attimali legan le piante. Le piante dormire come gli
anima li; respirare coni'essi; avere i lor muli; pro. pagarsi i polpi al par
delle piante; esservi animali (che son quei, che vivono attacca ti alle pietre
) che cercano la luce e vergo essa rivolgonsi, come appunto fanno le pian
te: questi e simiglianti sono i grandi ogo getti, su cui i moderni profittando
di G. si sono fissati. Ciò non ostante no tante, e di tal momento le
differen ze, che separano gli animali da' vegetabili, che non è stato
possibile di ridurli in tut. to giusta la pretesa di G. alle medesime leggi.
Pare soltanto che nel presen te stato delle nostre cognizioni tutto con corra a
dimostrare aver la natura espresso e racchiuso dirò così quasi sotto unica fore
mola il gran fenomeno della nuova produzione de' corpi organizzati. Questa
appun to cercò, e questa rinvenne il nostro fisi co. Perchè distinse il sesso
nelle piante, e conobbe il seme non esser altro che uovo: e affermò apertamente
le piante, come gli animali, dover essere ovipare. Tali meditazioni d'Empedocle
su gli esseri organizzati', in difetto d'oga' altra pruova, basterebbero sole a
indicare la forza, e l'eccellenza del suo intendimento. Dovea egli supplir la
mancanza de' fatti, inventar de' metodi per non ismarrirsi, ras.
sodare i suoi pensieri incatenandoli, anti veder congetturando, Operazioni, che
vo gliono tutte ostinazione, sagacità; avvedi mento. Tal è la condizione dell'
umana natnra, che la nostra mente non può senza stento riflettere, ragionare,
scorrer le dub bie vie delle fisiche ricerche. No creda alcuno, ch ' ei qual
poeta, o cosmogono aves se ravvisato quelle somiglianze tra i vege tabili e gli
animali più colla fantasia che colla ragione. La fantasia crea non isco pre;
finge non ragiona; abbellisce non in catena; e se talora connette, i suoi lega
mi sono immaginari e non reali. Molti sono i cosmogoni tra gli antichi, Ma G. solamente
s' addita come chi com prese in egual modo operarsi la generazio ne negli
animali e ne' vegetabili. Fu egli è vero intento a legare questi a quegli esse
ri, come suol farsi dalla fantasia, che cor ca e ritrova più le somiglianze
delle cose che le lor differenze. Ma ciò avvenne dal metodo, con cui il nostro
Gergentino – GERGENTI, non GIRGENTI -- aju tava la sua mente, ch' altro non era,
nè esser poteą nella sua età, che quel dell' analogia. La quale, siccome essa
suole, argomentando da cose simili, potea soltana to condurlo, a veder
somiglianze. Se dunque G. e col favor dell' analogia pro pose congetture, che
poi si son trovate ve re dalle nostre osservazioni, e ben da dirsi ch' egli fu
nobile di monte, robusto ne suoi raziocinj, e di gran sentimento nelle cose
naturali., Un altro e più vasto teatro s' apre o rą di altre e nuove
specolazioni, G., posti da parte e vegetabili e bruti, staccò l’ Uomo dagli
esseri organizzati, con cui l'avea egli sin allora confuso. Prese costui a
considerar l’ Uomo solo e isolato non che in metafisica e morale, ma in pa
recchie fisiche scienze. Rivolse ei le sue prime indagini alla fisica dell'Uomo,
cui i corpuscolisti con gran cura in quel tema po attendeano. G., Anagsagora,
De mocrito scrissero sulla natura; ebbero tutti tre il soprannome di fisici: e
tutti tre ten tarono di svolgere l'economia, giusta cui vive, si muove, si
regola la macchina u mana. Fu forse un tale studio sull' uomo che sopra
ogn'altro lor distinse dagli altri filosofi. I quali, senza più, aveano fino
allora quello riguardato come un soggetto soltanto metafisico, o morale, o
politico. Ma ' le fisiche ricerche di G. sull’ Uomo trapassarono di gran lunga
quel le di Democrito e d’Anassagora. Perchè, sagace, com'egli era, si mise in
investigazio ni non prima tentate d'altri, e utilissime. Tanti furono i punti
di vista, sotto cui e' prese a contemplare il corpo umano; e al trettante può
dirsi essere state le scienze, cui diede principio il vigor di sua mente. Egli
il primo applicò la chimica, e sie a nalisi al corpo umano; segnd le prime li
nee d'anatomia: fece sforzi se non sempre efficaci, sempre almen generosi a
gettare i fondamenti della fisiologia dell' Uomo:: Il sistema di G. sulla
natura fu chimico; così chimiche del pari furono le sue prime ricerche
sull'uomo. Comincio egli a esaminar questo nelle sue parti, e quanto più allor
si potèa, ne imprese an cora l'analisi. La carne, ei dicea è coma posta di
parti eguali di ciascun de' quattro elementi. Di due parti eguali di fuoco e di
terra sono formati i nervi, e le unghie son similmente nervi raffreddati
dall'aria. VIII furon le parti, ch'ei distinse nelle cosa: due di terra,
altrettante di acqua, e quattro di fuoco. Se non si corresse un qualche
pericolo di travedere, chi non direbbe aver lui trovato l'ossa abbondare di
fuoco, perchè abbondan di fosforo? Ma che che ne sia, non v'ha dubbio, aver lui
dato principio con sì fatte analisi a un novello rano di chimica Ramo, che dopo
G. fu del tutto posto in non cale: ma che oggi, attesa la sua grand' utiltà con
ardor si coltiva, e che va sempre più smisuratamente crescendo sotto il nome di
chimica de corpi organizzati: Erasistrato, Herofilo, Serapione fu ron tra '
Greci, che s ' applicarono con som mo studio all' Anatomia. Ma innanzi a co
storo, vinti gli errori della religione e de' tempi, aveano cominciato a
coltivarla De mocrito in Abdera, e G. e in Gergenti, NON GIRGENTI. Descrive
quest'ultimo la spina del dorso, e tienla, come di fatto è, non ' altri menti
che la carena del corpo umano. Distingue egli di più inspirazione da espi
razione mostra i canali per cui si respira dalle narici. Ricerca egli inti ne
l'organo del sentire, e trapassando il neato uditorio, discopre quella parte
dell' udito, che attesa la sua forma torta e spi rale, chiamò egli allora, e
chiamasi anco ra la chiocciola. Questo è il poco a vanzo delle sue cognizioni
anatomiche, che per sorte sono arrivate sino a noi. Ma que sto stesso poco
mostra il suo gran sapere in questa scienza. Un gran pezzo di capi tello o di bảse',
il rottape d ' una colon na, o pilastro, bastan sovente a indicar e la
magnificenza di un edificio, e la perizia di un architetto. La sola scoverta
della chiocciola dimostra assai meglio, che non fecero ' gli antichi
scrittori', essersi il nostro filosofo molto avanzato nelle cose anatomi che.
Questa situata in luogo riposto dell' udito non si potea discoprir certamente
se non da chi fosse stato molto prima versa - to e perito nelle materie
anatomiche. Meno scarse son le notizie delle fun. zioni della vita e de' sensi
dell’ Uomo: e che per fortuna ci restano della fisiologia di G. Il sangue umano,
come ciascun sa, sempre alto, e sempre allo stesso modo co stanțe mantiene il
calore. Ippocrate pien di maraviglia l'attribuì a cagione sovrana turale e
divina. G. all'opposto eb be il calore, come cosa ingenita e conna turale al
sangue medesimo. In cid a lui s'accostarono ne' tempi d'appresso Aristotile,
Galeno, e tanti altri, Ma egli fu il primo, che a formare un sistema, trasse
dal calore del sangue, come da prima ca gione, una spiegazione non già vera, ma
certo artificiosa, delle funzioni della vita. Le regolate, pulsazioni delle
arterie a véano gia indicato al nostro filosofo, che il muove nelle vene. Ma
igno ta era a lui ', come ignota fu all'antichi tà,, la circolazione del sangue.
Però in ve ce di questa suppose egli in quel fluido un movimento d'oscillazione.
Il sangue, ei dicea, occupa parte, e non tutta la ca vità delle vene, e in
queste va quello giul $ u continuatamente oscillando. La for: che lo stesso
agita, era secondo lui il sangue si za calore:. e questo essendo ingenito al
san. gue costante ne mantiene e l'oscillazione e il moto. A tal movimento legò
il nostro filoso fo la respirazione, altra operazion della vi ta. Quando il
sangue, ei dicea, va giù verso il fondo de' vasi, l'aria tosto s ' insi nua ne'
sottili prominenti meati delle vene, ed entrando occupa quel vano, che nell'
andare si lascia in queste da quello. Ne perciò egli aggiungea l' aria quivị
restarsi: perchè il sangue, secondo G., spin to dal calore, e su tornando,
preme dolce mente quella, e fuori la caccia col suo ri tornare. Accade, seguiva
egli a dire, ciò che nella clessidra si osserva. Ivi l' aria respinge l'acqua,
o da questa quella è re spinta. Non altrimenti nella respirazione l' aria esce
o entra secondo che il sangue si porta o giù o su nelle vene. Però all'an dare
o venire del sangue risponde alter nando il venire o andare dell'aria. Ques sta
forma, entrando, l ' inspirazione; ilscendo 'l' espirazione e nell’unal e nell'
altra è riposto giusta il suo sistema il respirare d'ognuno. L'aria, che nella
respirazione esce ed entra nelle vene toglie al sangue a giu dizio di G. una porzion di calore. Ciò indusse gli antichi
medici, che abbrac ciarono tal sua opinjone, a curar coll'aria fresca e
matutina i ' morbi d'eccesivo 'calo re. Il respirar dunque cagionava secondo il
nostro filosofo diminuzion di calore. Da ciò anch'egli iuferiva la necessità,
che strin. ge gli animali a dormire. Il sonno in fat ti egli diceva; null'
altro essere, che dimi nuzion di calore. In quella parte quindi di fisiologia di
G. che riguarda le funzioni vitali, il sonno vien dal respirare, e questo dall'
oscillazione del sangue. Sicchè sonno, spirazion, movimento di sangue tra lor
son connessi, e tutti quanti a un tempo dal calore provengono. Nel calore in somma
e' pose la cagione di vita e di moto. La morte, egli dicea, è privazion di
calore però riguardava sonno come.egli il principio di morte. Giacchè questa, a
suo credere, è privazione, e quello diminu zion di calore. Tali principj di
medicina, ch'eran teorici, guidavano lui eziandio nel la pratica. A quel
piccol' calore., da noi già osservato, che ritenea la donna Gergentina –
GERGENTI, NON GIRGENTI -- caduta in asfissia conosce G., ch'ella era ancor
capace dell' aiuto della medicina. Tanto egli è vero, che la sua pratica era
alla sua teorica con corde, e questa per l'andamento naturale del suo spirito
era legata tutta e formava un sistema. Ecco in qual povero stato erano allo ra
l' anatomia, e la fisiologia, la fisica in breve del corpo umano. Nuda era
questa di fatti, e piena d'errori, e d'ipotesi. Ma tale è la condizione delle
fisiche discipline: Nascono esse imbecilli, a stento s'accresco no, e vanno non
di rado alla verità per la via degli errori. A chi allor poteva vee nire in mente,
che l'aria nel respirare' in luogo di toglier calore, ñe porga al sanana? gue e
ne porga gran copia? Come potea G. anticipar specolando in que di tante yerità,
che suppongono la cognizion di tante altre, e d'un immenso numero di fatti, che
allora ignoravansi? Segnd e gli quindi, non v'ha alcun dubbio, po che e
imperfette linee di chimica, d' tomia; di fisiologia del corpo umano. Ma tali
schizzi, avvegnachè informi, ma co me primi, e originali, son titoli degnissimi
di sua gloria, e gli concedono un sublime posto d'onore nella storia delle
scienze. Appartiene a nobilissimi ingegni (i quali sono ben pochi ), di
mostrare almen da lon tano quelle scienze, ch'al dir di Bacone son da supplirsi,
e che del tutto s'igno rano. G. fece ancor di più. Dino to egli la chiniica del
corpo umano, analiz zando gli ossi e la carne; accennò l'ana tomia discoprendo
la chiocciola; indicò la fisiologia legando al calore, come a un sol fatto, le
principali funzioni della vita. Su periore e' quindi al suo secolo non avrebbe
certamente lasciato ad altri la gloria d' accrescere queste utili scienze. Ma
nol poté, come chi privo fu di stromenti, e di tut. ti que' mezzi non solo
opportuni ma ancor necessari a ridurre in effetto i nuovi e và. sti disegni,
che a ora a ora a lui sugge riva il suo genio, Ma se non ebbe Empe docle la
fortuna di accrescerlo tutte, ebbe quella di stabilir meglio la fisiologia e
get tare lui il primo le basi di quell' altra parto d' essa, che riguarda i
sensi dell' uomo, Andano i corpuscolisti indagando pra d'ogn'altro nella lor
fisiologia come i nostri organi avessero potuto sentir gli oga getti che, son
fuori di noi. Credevan co storo tutti i corpi venire in ogn’ istante in
alterazione, cangiare, ed esalare particel le sottili, e invisibili. Eran
queste, sécon do loro, trasportate dall'aria, dall' acqua, dal fuoco su nostri
organi, e ivi adatta te eccitavan le sensazioni di que'corpi, da quali esse
spiccavansi. Piacque quindi a costoro le sensazioni null' altro essere, che
impressioni eccitate negli organi da particel m go le, che si parton dagli
oggetti, di cui quel le son, come quasi le immagini. G. intanto non dissenti
mica da loro. Ma il suo spirito, come quello che non erane certo, non se ne
mostrava del tutto convinto. Messosi costui quindi a esaminare i sensi a uno a
uno, adatto a ciascun di loro la sua propia e particolare spiegazione. Fece
egli così un'analisi de' sensi e sensazioni più profonda, che sin ' al lora non
s'era punto fatta d'alcuno. Ma quel ch'è più aperto egli dimostrò non es ser
lui punto ne' suoi pensamenti nè se. guace, nè schiavo delle comuni e dominan
ti opinioni. Giacchè egli nel chiarir questo o quel senso ora abbandona i
corpuscoli, or recali innanzi, o ora aggiunge agli stes si qualche nuovo
argomento. Trattando G. dell' odorato, e del gusto non altro mette in opera,
ch'e salazioni, e corpuscoli. Questi, agli dice, trasportati dall'aria s '
acconciano a ' pori del naso, e muovono il sentir dell' odorato. I cani, ei
soggiunge, cosi e non altrimenti indagan futando l'orme della fiera, Che se il
catarro, dice egli di più, irrigidisce le narici; allora i pori di questo tosto
s ' alterano, si respira a stento, e l'odor non si sente. Tratta egli appresso
dell'udito, e la sciati e pori, e corpuscoli, piglia dall'ana tomia il suo
nuovo argomento. L'udito, ei dice, nasce dalla battitura dell' aria nel la
parte dell'orecchia, la quale a guisa di chiocciola è torta in giro, stando
essa so spesa dentro, e come un sonaglio percossa. L'anatomia, ch'era allor
grossolana piccol conforto a lui porse nel dichiarare la vista. Conobbe G. un
de' tre umori, ch'è l' aqueo, e qualche membra na, senza più, di quelle, che
coprono il globo visivo. Però sfornito dell' ajuto dell' anatomia era egli
dubbio e incerto. G. nondimeno giunse a comprendere dover la luce avere gran
parte nella visio ne degli occhi. Ma come, e perchè, per quanto si fosse ei
travagliato, nol potè af fatto conoscere. Suppone il nostro filosofo entro
dell' occhio, non che, acqua, ma luce, che chia ma fuoco nativo. L'una, e
l'altra a suo credere, ivi stanno in tal quantità, che per lo più sono ineguali.
Così egli distingue gli occhi azzurri da' neri. Iprimi egli af ferma abbondar
di fuoco, scarseggiare d ' acqua; là dove i secondi esser poveri di fuoco s
ricchissimi d’aequa. Però ei soggiunge gli uni mal veggon di notte per difetto
di acqua; e gli altri veggon male di giorno per iscarsezza di fuoco. Ma sía o
poca, ó molta la luce che stanzia nell'occhio, ei la riguarda qual lu me dentro
una lanterna. Lo splendore del lume, ei dice., fuori della lanterna si span de,
e nella notte ci guida. Così i raggi di luce fuori dell' occhio si spargono,.e
ci di mostran gli oggetti. G. talora aga giunge a raggi della luce i
corpuscoli. I raggi secondo lui, che dall'occhio si lancia no, prima s'
imbattono nelle particelle, che si spiccan da corpi. Poi raggi e corpusco li si
congiungono giusta il medesimo: e insiene congiunti si portano all'occhio, e
muovono il senso visivo. Aristotile disapprova tali pensamenti di G. La visione degli ocohi, egli dice, è da
riſerirsi solamente all'acqua, e niente al fuoco. Nella storia dello spirito
umano accade sovente, che un er rore un altro ne " caccia, e ' l falso al
falso di mano in mano succeda. Aristotile oltrº a ciò rimprovera il nostro
filosofo, che dub. bio egli e incerto abbia, fatto cagion del vedere ora i
raggi uniti a' corpuscoli, e.o ra i soli corpuscoli. Ma in ciò sem bra
Aristotile a torto riprendere G. . Non sapea persuadersi il nostro Gergenttino
– GERGENTI, non GIRGENTI --, che totalmente passiva fosse la se de del senso
visivo. Non potea egli inol tre comprendere, che niuna parte avesse la luce nel
gran magistero del nostro vedere. Incerto restò quindi di se, di sue idee, e
delle spiegazioni volgari; ma tale incertez. za o quanto onore a lui reca !
Dubitar del le opinioni, che son false, e in voga, è il primo ma più difficil
passo, che si può fare verso del vero. La fisiologia, che va a di nostri spa
ziando per tutte le scienze, comunica ezian. dio colla metafisica e colla
morale. Quest' unione, ch'è il frutto naturale dell'avan zamento delle scienze,
fu dirò così presen tita dal nostro Gergentino – GERGENTI, NON GIRGENTI. E di
fatto sul la sodissima base della fisiologia cercò egli stabilire si l'una, che
l' altra. Da che Pittagora, e Parmenide di VELIA ab bandonarono i priini la
testimonianza de' sensi, come ingannevole, i Greci tenzona chi contro la
ragione, chi contro i sensi. Questi, è quella vennero quindi in discredito: 6
sorsero intanto i sofisti, e gli scettici. Socrate, Ippocrate', e altri di si
mil sorte tentaron conciliar la ragione co ' sensi. Ma vani furono i loro
sforzi. Duro la gran lite durante la Greca filosofia. La stessa rinacque al
rinascer tra noi delle scienze. Di nuovo si pugnò allor quando contro i sensi,
quando contro la ragione; e di nuovo si giunse allo scetticismo. Ma nggi simili
dispute sono già state bandite da noi; e si terran lontane, finchè lo studio
rono, 95 delle fisiche, e delle Matematiche avrà in Europa stato, e onore. Ne'
tempi di G. la scuola di VELIA orgogliosa facea ogni sforzo ad atter rare i
sensi, e a inalzar la ragione. Cid ch'è, dicevan gli Eleatici, è unico, eter no,
immutabile. E come i sensi ci mostra no il multiplo, il mortale, il mutabile;
co sì essi c' ingannano. Però conchiudean co storo la ragione poter sola
conoscere cid, che è, ed essa solamente decidere della realtà delle cose.
Contro i medesimi entrarono in lizza i corpuscolisti. Questi disdegnando lo
sotti. gliezze di quella scuola, fisici com'erano, difesero i sensi, senza
annullar la ragione. Anagsagora con sottile avvedimento distinse le particelle
simili da ' loro composti; Democrito gli atomi da' loro aggregati: ed Enia
pedocle gli elementi dalle lor combinazioni. Particelle simili, atomi, elementi,
dicean costoro, sono eterni, immutabili. Non son tali le combinazioni, gli
aggregati, i com posti, che mancano, e cangiano. Questi si conoscon da’sēnsi,
quelli dalla ragione. Eglino quindi tolsero ogni contrasto tra' sen si, e
ragione: assegnando a questa, e a quelli due provincie del tutto separate, e
distinte. I corpi, come composti, operano a senno di G., e di Democrito su i
nostri organi, che sono del pari composti. Eccitano quelli le nostre sensazioni;
ma queste a parer d' entrambi non son tali, che i corpi, La'scuola di Jonia
avea tal mente confuso le sensazioni cogli oggetti, che scambiava questi con
quelle, e tenea le" une, non altrimenti, che immagini fe delissime degli
altri. Non così pensarono i Corpuscolisti. Questi separarono, dirò co si, le
sensazioni dagli oggetti, che le ca gionano; è muovono, ed ebbero quelle, come
soli, e semplici modi, quali di fatto sono, del nostro sentire. Il bianco o il
ne ro, il caldo o il freddo, l'amaro o il dol ce esistono, diceano essi, ne'
nostri organi, nelle nostre sensazioni, e non già negli ogo getti. Costoro
quindi solean chiamare co 1 97 1. eglia gnizioni, di apparenza, e di opinione,
e non gia di verità, e di realtà quelle, che si traggon da' sensi. Ma non
perciò crede G., co me alcuni vogliono, le nostre sensazioni es sere
immaginarie. Cangiano queste, vero, secondo che a lui piaeque, come can gia lo
stato de' corpi, o come s’ înmuta la disposizione degli organi. Ma vero, e
reale è altresì il sentimento, che si desta da' cor pi. Tal' è della sua
dottrina, al pari di quella di Newton intorno a colori. Vege giamo ne' corpi o
rosso, o giallo. Ma ne i raggi di luce, che percuoton l'occhio, sono o rossi o
gialli; ne' rossi ne' gialli so no i corpi, che que' raggi colorano. Il ros ò
il giallo è in somma nell'occhio, e nell'impressione, che in esso fanno i rag
gi di luce: Così a creder di G. le sensazioni sono reali. Ma le medesime non
rappresentan mai le qualità, che ne' corpi appariscono; null'altro essendo, che
altret tanti modi del nostro sentire, Diversa da quella de sensi, credeano SO,
n 98. E 1. i corpuscolisti, esser la via, con cui s'ac quista da noi la
conoscenza degli elemen ti, o degli atomi. Questi non si poteano secondo loro,
come semplici, conoscer da' sensi, che sono composti. Ogni simile, era antico
assioma, non si può conoscere, non col suo simile. Però Democrito e G., tolta
a' sensi la cognizione de' sempliei, la riservarono all'anima. Per questo
l'anima, giusta Democrito, era for mata d'atomi; e secondo G. degli elementi, ma uniti alle due forze di
amo. re, e di odio. Colla terra, dicea il Ger gentino, veggiamo la terra, r
acqua coll' acqua, l ' aria coll' dria, il fuoco col fuo co; e coll' odio e
l'amore altresì l' odio, e l'amore. G. portava, dove potea, l'oc chio alla
fisica costruzione del corpo uma mo, e dava alle sue opinioni una veduta
anatomica. Credetto ei di veder nel cuo. re umano un centro, diciam così, di
siste ma; e ivi egli pose la sede dell'anima. Ma come G. in tutto, e sempre e
concorde a sestesso, cosi loco quella particolarmente nel sangue, che asperger
e bagna il cuore dell' uomo. Perchè ripostosi da lui il principio e di moto, e
di vita nel calore del sangue, li ancor e gli dovea ripor l’anima; Era questa
dota ta, a suo credere, di sentimento al pari de' sensi. Ma ambidue ricevevano
le loro impressioni: l'anima dagli elementi i sen si dalle combinazioni. L' una
acquistava la cognizione delle cose eterne, e immutabili, e gli altri la
notizia delle mortali, e mu tabili. I corpi esterni in somma oporavan sulla
macchina dell' uomo in due modi di versi: come elementi sull'anima, come com
binazioni su i sensi: e quella et questi e ran passivi. Nacque da ciò, che
Protagora, lo scoo ' lar di Democrito, portð opinione: l'intel letto altro non
esser che la facoltà di sen è nelle sensazioni stare ogni cogni zione, e
scienza: Per questo Crizia, qua si accostandosi al nostro filosofo, affermo,
pensare esser lo stesso che il sentire tire, e 1 ni 2.' 100 anima stanziarsi
nel sangue. Ma G. non si fermè quì al par di costoro: passò molto innanzi. A
parte dell' anima, che conosce gli elementi, un altra ne sup pose egli entro
noi, che è destinata a ver sarsi nella contemplazion delle cose intellet. tuali
e divine. Iddio secondo lui, non è una combi nazione a guisa de corpi; ne un
unità ma teriale cone son gli elementi. Dio, egli dice, non ha forma nè membra
umane; non si può veder cogli occhi, nè toccar col. le mani. Iddio è santa
mente, Costui non si può render colle parole, e muove l'uni verso co' suoi
veloci pensieri. Iddio in sostan za per lus è mente, e la sua vita è il pensare.
Così il nostro filosofo abbandona va la compagnia di Domocrito, e le cose
materiali: per tornare alla SETTA DI CROTONE, e alle cose, intellettuali. ins.
L'anima dunque, destinata da G. a conoscer cose spirituali, e divine, dovea
essere, e fu per lui altresì senza dubbio spirituale, e divina. Questa procede,
secondo che dicevano Empedocle, e i Pittagorici, da Dio, ed era particella del
la sostanza divina. Se ne appresentavano essi la ġenerazione sotto varie
immagini: or di fiaccola, che tante altre ne accende; or d'idea che tante altre
no genera; or di parola, che trasmette à chi ascolta, la ragion di chi parla: o
di cose simili, che sarebbe lungo il ridirle: Però paghi que' filosofi di esse
agevolmente popolarono il mondo d' innumerabili spiriti, che tutti e. ran
partecipi della natura divina. Di questa classe prese dirò così il nos,. stro
filosofo le anime spirituali. Le due a: nime, quindi annesse da lui nel corpo
dell' uomo forman la primaria base di sua me tafisica dottriną. Una egli
sostenne essero immateriale, materiale l' altra, ' quella ese sere immortale ed
eterna, e questa mori re insieme col corpo: la primą versarsi in contemplazion
di cose intellettuali, e astrat te; e la seconda in cognizione di elemen ti, e
di due forze odio, e amore.. Ma non mancherà çerto, cui si fatta opinion di
dire anime in ciascun corpo di o gn' uomo semibri del tutto strana, e inde gna
della gravità d'un filosofo: Ma chi al tresì avea ' manifestato allora, é chi
fin' og. gi ci ha detto cose più vere, o più sapien. ti sull' union dell'anima
col corpo, e sul reciproco loro influsso, e commercio? Chi presi di boria,
annullato lo spirito, tutto riducono a macchina. Protagora volea, che
giudicare, e ragionare fosse la stessa facol. tà del sentire. Ma questa è
un'empietà; una mattezza. Tal la dimostrano l' unità del pensiero, e l'attività
del ragionare dell' uomo. Taglián costoro, come suol dirsi, non isciolgono il
nodo. Chi presi d' entusias mo, annullato dirò così il sistema organi co, tutto
l' uomo riducono a spirito. Stahl volea, che l'anima sola operava tutte quan te
le funzioni del corpo. Ma questa è u• na falsità, e una follia. Talla dimostra:
no i movimenti involontarj, e organici. Voglion costoro, como suol dirsi,
occultare il sol colla rete. Chi poco più 'ragionevoli, pigliata una via di
mozzo, vollero.combinare ambidue le forze dell'anima, e del corpo. Leibnitz
volea un'armonia prestabi lita, cui mercè lo spirito segua ne' pensie ri,
voleri i moti del corpo, cui quegli è congiunto: Ma questa è una ciancia, è una
fola più complicata della cosa stessa, che si vuole spiegare.. Lo spirito umano
in somma ha immaginato tante ipotesi su ciò, tanto più, o meno bizzarre, quanto
più o meno son le. teste scaldate di tutti filosofi. Nè vi è inoltre mai stata
ipotesi, che tosto non sia stata accolta, e non ab hia avuto assai partigiani:
tanto vale quel la specie di prestigio, che la novità ope ra sull’intendimento
dell'uomo ! Qual ma raviglia dunque, ch’ Empedocle abbia sup posto in ogni
corpo due anime? Non fu egli certo nè tanto delirante, quanto Protagora, tutto
macchina; nè tanto immaginario quanto Stahl, tutto spirito; nè cost fantastico
qual Leibnitz tutto armonia pri initiva. Dichiarò egli a. rincontro della falsa
dottrina di Protagora, che le idee spirituali non procedono dal sentire. Svi
104 luppò anzi tempo contro Stahl le funzioni de' nostri organi, e quelle della
vita con fisiologiche ipotesi non di rado fondate sull' anatomia.. Prevenne G.
alla fine l' erroneo sisteina di Leibnitz, e i sensi, dis se, e le sensazioni
esser capaci di eccitar nell'anima la ricordanza di ciò, che prinia el!a sa, e
poscia., atteso il contatto colla materia, la stessa del tutto dimentica. Non è
quindi G. colla ipotesi delle due anime o men ragionevole, o più strano di
tutti i filosofanti, che sono stati finora. E ' da confessare che il problema
intorno alla reciproca azion dell'anima sul corpo forse appartenga alla classe
di quelli, che vincono qualunque intendimento dell' uo-. mo. Però non si sono
recate da noi, ne' si recheran per lo innanzi, che ipotesi, e sogni, che il
tempo, il quale suol confer mare i soli, e veri giudizi della natura andrà a
mano a mano struggendo. Non è già, che queste due anime', che noi leggiamo
presso molti degli antichi, e sopra ogn'altro' de' Pittagorici, sieno dana,
prendersi secondo la lettera. Intendean co storo distinguere il sensibile e
l'intellettuale: due maniere di facoltà, che sono entro l' uomo. Ma adombrarono
essi, come ' era u sanza d'allora, sotto vive impagini quelle facoltà, o,
diciam cosi, fecero le medesime divenire persona. G. di fatto secon do la
testimonianza di Sesto Empirico d ' ambidue quelle facoltà compose la sola
ragione. Questa, egli dice; è in parte uma in parte divina, e porta il nome di
retta ragione. Perchè questa corrego ge gli errori de'sensi, e può sola discer
nere il vero dal falso. Tanto egli è vero che le due anime di G., non rape
presentavano, che la facoltà sensibile e la facoltà intellettuale, e ambidue
faceano u. na cosa sola. Chi potrà or tolerare G. cole locato tra la classe de'
filosofi scettici. Egli non mai affermd essere inutile, o va« na la
testimonianza de' sensi. Apzi i sensi, egli disse, mostrarci i rapporti, che
han. no i corpi, e tra loro, e coll' individuo d'ognuno. I sensi, egli disse
del pari, sve. gliare nelle intellettuali facoltà le idee spi rituali, e,
astratte. Al più al più diffida va Empedocle de' giudizi de' sensi, che so
vente sogliono esser fallaci, o ingannevoli. Però egli volle, che i medesimi
fossero sta. ti guidati unicamente dalla retta ragione. Questa potea solo a
sentimento di lui discer nére il falso dal vero. Forse, dicea ai suoi tempi
Cicerone parlando di G., costui ci acceca, e ci priva de' sensi; allor quan do
egli crede, che non fosse in essi gran forza per giudicar di cose, che sieno
sot toposte agli stessi? Par, egli è vero, Empedocle degli e lementi trattando,
quali esseri semplici, ga gliardamente scatenarsi contro de'sensi. Par lui
scatenarsi altresi contro gli stessi, allor ehé, dirizzandosi al suo amico
Pausania, e con lui trattando dell'amore e dell' odio, ambidue forze immutabili,
gli avverte a non fidarsi.de' sensi, e a guardar le cose non già cogli occhi
del corpo, ma con que' della mente. Pare eziandio finalmente, giue sta cid,
che., CICERONE ine dice, lui andare in furia, contro i medesimi gridando: niuna
cosa poter noi nè veder, nè sentir, ne.co noscere: Ma altri, che questi
'argomenti ci vo gliono a definire come scettico il nostro fi losofo. Chi è
intento a esperienze e ad a nalisi; chi cerca con somina cura de' fat ti; chi
da questi tenta d'investigare l'ope razioni della natura sotto la guida dell' a
nalogia: certamente non sa, nè può esse re scettico. I fisici potranno non
prender cura di cose spirituali, e astratte; ma non mai l'esistenza negar di
que' corpi, le cui propietà con ardore cercano, e la cui in dole con diligenza
studiano. L' espres sioni quindi di quelle parole, non v'è dubbio ' dover
valutarsi secondo e il pen sare, e il parlare di quella stagione. Si chiamava
allora pero, e ciò che è; quel ch' è eterno, e immutabile, o sia quello, che
sotto i sensi non cade: Però Empedo cle a ragione parlando di elementi, e di
farze, come quelli, che sono eterni e immutabili, rigettd affatto i sensi: @
niuna cosa noi, disse, mercè loro potere o ve dere, o sentire, o conoscere. Fra
tanto, chi il crederebbe? che nel volersi definire il carattere, o la dottrina
d'uno stesso soggetto, si passi anche da' gran filosofi da uno all' altro
estremo del tutto contrario. Anche i grandi uomini tal. volta precipitano i
loro giudizi, e nel pre: cipitarli ·traveggono. E' cosa da farci stor: dire il
sapere, che la dove alcuni filosofi dichiaravano scettico G.; altri all!
opposto avessero lui materialista definito, Aristotile, e altri con lui
tacciano di materialismo il nostro Gergentino – GERGENTI, non GIRGENTI. Nel
siste ma di G. il pensare, dico Aristotile, lo stesso val che il sentire; ogni
nostra cogaizione viene dalle sensazioni: e con que: ste quella s' accresce. Ma
questo stesso è altresì una calunnia. Passivi sono, 4. senno di G., i nostri
sepsi; pas siva è parimenté una di quelle due ani me, ch'egli suppone materiale
entro noi. Pero la nostra scienza, disse egli, accrescersi colle nostre
sensazioni. Ma dall' una anima e dall'altra, dalle facoltà cioè sen. sibile, e
intellettuale, si forma, come a lui piacque, quella ragiono, che noi già
abbiamo osservato. Questa, secondo 'lui, pesa, compara, giudica: in breve
ragiona. Due sono i principj, giusta gli avanzi di sua filosofia, cui mercè la
ragione rettifica i giudizi de' sensi. Primo: il nulla viene unicamente dal
nulla. Secondo: il simile si può solamente conoscer col simile. La ragione
quindi secondo lui, riferisce le sens sazioni a tali, e ad altri principj (se
pur altri ne avesse ammesso costui ), o coll' ajuto di questi quella ci mostra
il roro. @ il falso. Poteva, cio posto, tal essere lui, qual co lo dipinge
Aristotile, un materia. lista? Chi ammette principi di conoscere; di giudicare,
assoluti, non ricavati da' sen. si, eterni, immutabili non può affatto cre dere,
che il pensare lo stesso sia che il sentire, nè punto può essere imputato co
stui di materialismo. Non v'è uomo, quanto si voglia grana. de, che non abbia i
suoi nei; e anche i gran genj sono soggetti sovente a censure. Si dice di G. in
metafisica non essere stato lui originale. Convien forse ora smen tire tal voce?
Nulla meno. Si bisogna esse re ingenuo; nè l'amor di colui, ehe si loda dee sì
impaniarci, che ci debba far supera: re l'amore del.vero. Si confessi pure G.,
al par de' corpuscolisti, in metafi sica non essere stato mai originale. G.
qnal allievo de' pitta gorici, e degli e leatici non seppe abbandonar punto le
idee da lui apprese in ambidue quelle scuole. La stessa venerazione egli
ritenne, che ave van costoro verso i principj astratti, Si diparti egli sol da'
medesimi (e co si avvicinossi alle scuole contrarie ' ) nel non aver lui
rigettato del tutto la testimonian za de sensi. Egli in que' dì si sforzo di
sedare colla sua nuova dottrina l'accesa pu gna di que', che litigavano chi
contro del, la ragione, chi contro de' sensi. Combind egli, e mirabilmente
congiunse i sensi cola la ragione, a questa, e a quelli assegno uffizj, e diritti separati e distinti: e sen
za nulla scemare dalla realtà di nostre sen sazioni, gran forza, e autorità
diede a prin. cipj generali; e astratti: Tutti i corpusco listi furono in
quella stagione eziandio, chi più, chi meno concordi al nostro filosofo; e
tutti egualmente in metafica tennero le parti di conciliatori tra i due partiti
allor dominanti. Tal'è la natura dello spirito u mano. Fatica egli senza
stancarsi, e riflet te anche sino al cavillo, quando è sospin to dall'ardor del
partito, e dall' amor del sistema ! Ma poi stanco ei di meditare, o pugnare,
cerca la quiete, e 'l riposo; e componendo insieme le opinioni contrarie si
lusinga d'aver trovato gia il vero. Avven ne allora in somma ciò, che la storia
filo sofica ci presenta a ogni passo. Sempre dall'urto. di due opposti sistemi
n' è il ter zo spuntato, che li ha conciliato, giunto. Anzi quando molti in
contrasto so no i sistemi; allora è appunto, che sorgon gli ecclettici, che
scegliendo opinioni, or da un partigiano, orda un altro, tutti con accozzano i
partiti tra loro, e li riducono et uno. Sarebbe tempo ora mai di volgerci dalla
metafisica alla morale di G.. Ma portatesi assai più avanti da lui le sue
ricerche, e le sue vedute sull'anima, di storna noi pure per ora d'imprender
tal via. La fisica (abbiam noi osservato espo nendo la dottrina di G.), essere
stata quella scienza, in cui ei sopra ognº altro si distinse, e cui mercè alto
ha so nato, e sonerà eternamente il nome di lui. Mà nello studio della
natura quello, che più l'allettava, e cui principalmente egli intendeva, era la
contemplazione de' corpi organizzati. Riferi egli da prima (sic. come abbiam
noi pure os servato ), gli a. nimali a ' vegetabili, e da questi portando
le sue specolazioni sull' uomo giunse sino alla metafisica. Dall' uomo poi
tornò G. ad ambidue quegli oggetti quasi al le sue considerazioni primjere,e
domesti che · Ando egli indagando, se i vegetabili fossero stati provveduti di
gentimento, e se gli animali e vegetabili fossero stati tutti due al par
dell'uomo forniti di anima. Si fatta investigazione non fu punto difficile al
nostro filosofo, come chi piglia va l'analogia per sua guida. I corpi non
organizzati, egli dicea, nulla hañ di comu ne co' vegetabili; perd se quelli
son privi di senso, questi all'incontro nę debbono esser partecipi. I
vegetabili all'opposto, ei sogglungea, molto aver di comune cogli a nimali. Ambidue
han tra loro comu. ni le primarie funzioni vitali: son dotati di sesso, si
nutriscono, crescono, traspira ban gioventù, han yeochiezza, han no
indozzamenti, malattie, sanità, nasco no, muojono. Però se gli animali son for
niti di sentimento, anche i vegetabili in ciò debbono essere a quelli compagni.
Fu quindi sua opinione essere gli alberi, 6 le piante capaci di tristezza, di
gaudio, di voluttà, di dolore, di desiderio, di sde gno; e di ogn'altro
animalesco appetito. Anzi spingendo egli più oltre la forza di sua analogia,
posti eguali i fisici rapporti tra l'uomo, e gli animali, e tra questi e i
vegetabili, fu di parere, che l' avere un'anima materiale non fosse un privilegio
sol conceduto all' umana natura, ma comu ne eziandio a tutti quanti i corpi
organiz zati. Anima quindi, e sentimento egli die de, non che agli animali; ma
anima e sentimento altresì a ' vegetabili, e a ogni sorte d'erbe, e di piante. ANIMA
e sentimento da G. a’ vegetabili ! fiori che si rattristano; erbe che si
adirano; pianto, che ' o si rallegra no o piangono ! Quanti, non che qual fan.
tastico piglieranno il nostro filosofo, ma ne rideranno ancora al sentirlo? Ma
non rideranno certo, chi più sag. gi e più istrutti, non ignorano punto, che
anche i Democriti, gli Anassagori, i Pla toni abbracciaron si fatta sentenza (90
). La quale non è già, che faccia a lui ono re, perchè, abbia in cið avuto e
compagni, e seguaci così solenni filosofi. Ciò sarebbe un argomento d'autorità,
che nulla, o po co conchiuderebbe in suo pro: perchè filosofi ' ancor di gran
nome stan sottoposti a errori grossolani, e massicci. E' che la co sa non è in
se stessa sì strana; come a pri ma vista apparisce. L'anima materiale da que'
gran filosofi negli animali, e vegetabi li ammesza, in sostanza altro non era,
che la fisica sensibilità de' moderni. Questa vole van costoro, che fosse ne'
vegetabili tal qua le tra gli animali si trova: In virtù di que sta ', credevan
gli stessi, i vegetabili al par degli animali ésser capaci d'amore, odio, e
d'ogn' altro animalesco appetito. Empe docle in breve, e que gran filosofi
ebbero e uomini, e bruti, e vegetabili come do tati di senso, e la fisica lor
sensibilità chia marono anima. Chi adesso potrà dirittaa mente riprendere G.?
Di poi non vi sono a di nostri de ' fi siologisti famosi, che nelle piante
trovano senso d' umido, di secco, di caldo, di fred do, di luce, di tenebre;
perchè non po che di quelle chiudono o aprono i loro pe tali atteso il freddo o
il caldo, il secco o l' umido, il lune o lo scuro? Non vi soa no del pari quelli, che veggon nelle pian. te,
chi il senso del tatto, come nella sen sitiva; chi quel dell' amore, come nella
valisneria, chi una specie di gusto nell'e. stremità d'ogni radice, cui mercè
questa sceglio, e trae quella nutrizione, che si con. viene a ciascuna? Non son
finalmente o Darwin e le Metherie, che van cercando, é credono d'aver già
trovato ne' vegetabili e senso, o sensorio? Qual assurdo egli è dunque, se G.,
che ne' suoi con cetti abbracciava tutta la natura, abbia u. nito insieme tutti
i corpi organizzati per via della fisica sensibilità, che credea essere a
quelli comtine? La natura, non v'è dub bio, aver distinto, e separato il
vegetabile dall' anirnale con differenze, e caratteri ben contrassegnati, e
rivissimi. Ma l' estendere la sensibilità dagli animali sino alle piante è una
idea grande, bella, e degna di un sommo filosofo. Non v'è, chi a prima vi sta
non ne debba restar preso, e non bra mi trovar vera quella, che vera sin ora
non è. Ma comunque ciò sia, una cosa ' solit è verissima, G. aver riguardato i
corpi organici in un aspetto diverso di quel, che fece Pittagora, o i filosofi
prima di lui. Costoro non ebbero nè pure in pen siero di considerar le piante,
di bruti, come dotati di sentimento, e di anima, G. fu il primo, almen tra
pittagori ci, a pensare in tal modo. Egli fu, cho ebbe e uomini, e bruti, e
piante, quali esseri congiunti tra loro dalla sensibilità, come quasi comune
strettissimo vincolo, o che suppose in tutti un' anima materiala egualmente.
Però egli fu anche il primo, che strinse l'uomo colle piante, o co ' brus ti ad
alquanti sognati doveri, che nasco Ro da quella ideata parentela, con cui e gli
legò quello con questi. Ecco ora come chiaro si vede su qual base vada a
poggiar la morale di G.. Sulla fisica fondo ei la sua, metafisia ca, e su
quella fondd egli ancora gran parte di quest'altra scienza. Con si fatte vedute
costui pubblico due gran poemi sul. Ii8 la natura il primo, e gulle purgazioni
il secondo. In questo G. stabilì la sua
etiça; in quello la fisica: ma fece precede re il primo al secondo, come
argomento pri mario della sua raffinata morale. La morale d'Empedocle fu in
verità nel suo fondo la stessa di Pittagora. Pu re lni citano gli antichi
scrittori, come chi. avesse alterato la prima antica dottrina di quel sommo
filosofo, e i tempi di lui ad ditano come la seconda epoca del pittago ricisino.
Ma ciò avvenne, perchè G., aggiustata la morale di Pittagora a suo modo, e
conforme al suo fisico pensa rė gi scostò al quanto dagl' insegnamenti di lui.
La colpa degli spiriti; una diversa maniera di metémpsicosi: l'astinenza di
qualche sorta di cibo, furono in tutto le gran novità, ch'egli introdusse nel
corpo della morale di quello. Tra queste come principale, e primaria è da
reputarsi l'o pinion della colpa degli spiriti. Non d ' al tra fonte, che da
questa, qual prima ca. il.119 gione, il nostro filosofo fece dipendere la
metempsicosi e le purificazioni, che sono i due çardini della morale
pittagorica. Fu opinione di G., che varj spiriti, mentre menavano yita beata,
avesser pec: cato. Però a cagion di delitto, si credet te da lui, quelli,
scacciati dal cielo, e pri vi degli onori divini, essere stati così astret ti
ad espiare i lor falli. Esuli, erranti, ra minghi, egli diceva, vanno lungi dal
cie lo per trenta mila anni, e pagan vagando il fio meritato del propio loro
delitto. L' etere quindi, e' soggiungea, precipita gli spiriti nel mare, il
mare sulla terra gli sbalza, la terra gli sospinge nell'aria, l ' aria sino
all' etere gl' inalza. A quelli sų giù sospinti perciò, e quà e la circolando
risospinti, oyunque era d'uopo in mare, in aria, in terra vivere in miseria e
in lutto. Tali spiriti, secondo che piacque a costui, andavan successivamente
informan do varj corpi, e questi appunto erano le infelici anime degli uomini.
Queste quindi stavano in pena delle lor colpe racchius e ne' corpi; i corpi
eran le prigioni delle ani me, e la matempsicosi, di cui Empedocle formo il
primo cardine di sua morale, giu ata il parer del medesimo, era una pena delle
stesse, ch'aveano prima fallato. Di si fatta reità delle anime che ragion fa
della metempsicosi, non si trova vestigio alcuno presso que' filosofi, che
furono in nanti di G.. Questa per la prima volta si legge ne' versi di lui. Ai
suoi tem pi fu, che la medesima divenne comune, o volgare: e Platono dopo fu
quello, che l' abbelli sopra ogn' altro. Pero da G. comincia una nuova età del
pittago ricismo; perchè da lui comincia l'opinione della fallenza delle anime,
qual base e ra gione della trasmigrazion delle stesse. Egli è vero, la
metempsicosi, comu ne a pittagorici, essere stata antichissima presso gli Egizi.
Non si dubita ne anche aver costoro diviso in più periodi il tempo della
trasmigrazion dalle anime, assegnato a ciascuno la durata di tre mila 121 anni.
In ogni periodo, credeano i medesi mi ogni anima, informato prima solamen te il
corpo di un uomo, andar poi tratto tratto passando non più ne' corpi d' altri
uomini, ma di qualunque animale,. che abita o l' aria, o il mare, o la terra.
E' vero altresì tal dottrina essere stata dall' Egitto portata da Pittagora
presso de' Gre ci. Non si dubita nè pure i Greci filosofi coll' andar del tempo
averla molto alterata. Altri restrinsero la metempsicosi ai soli corpi umani,
altri pari agli Egizj ľ1°. estesero dagli uomini ai bruti. Vi fu pa. rimente,
chi disse que periodi esseri tre, chi dieci, chi nove. Nè mancavan di quei, che
ridussėro la durata d'ogni periodo da tre mila a soli mille anni. G. fra tanto
afferind il nume ro di que' periodi esser dieci, e la durata di ciascuno di tre
mila anni. Ma l ' anime secondo lui migravano in ognuno di que' periodi in ogni
sola volta nel corpo d'un uomo, e in tutto il resto a ' finire il cir colo di
ciascun degli stessi, andavano mion che ne' bruti, ma eziandio nelle piante. Sono
fanciullo, dice G., sono donzella, augello, albero, pesce. Chi è or, che non
vegga esser questa un altra delle alterazioni recate da costui alla metempsi
cosi di Pittagora, e degli Egiziani? Questi la voleano solamente negli uomini,
o ne' bruti. Empedocle agli uomini, e a ' bruti aggiunse la trasmigrazione
ancor nelle pian te. Ma non si creda mica, che tale ag giunta d'Empedocle alla
dottrina della me tempsicosi di Pittagora, e degli Egiziani, fosse stata in lui
l'opera del capriccio, o del caso. Sarebbe cid indegno di un nuovo, e original filosofo.
Chi si risovviene del fisico sistema del primo, conosce che si dovea far
certamente quest' alterazione notabile alla metempsicosi del secondo, Gia si sa
aver avuto G. le piante, al par degli animali, dotate di sentimento, o d'anima
materiale. Ma non così aveano pensato nè Pittagora, nè gli Egiziani. Pero
quegli fece passar le anime e dagli uomini, e da bruti alle piante, e questi
cre dean, che le anime migrassero dagli uo mini nel corpo solamente de' bruti.
Le a mirne in somma in forza del sistema d ' Em. pedocle, dovean circolare
informando tutti que' corpi, che in qualunque maniera fos. sero stati
organizzati. Ecco le due novità recate dal nostro filosofo alla morale di
Pittagora, ma novi tà ben legate tra loro qual cagione ad ef fetto. Alla colpa
delle anime aggiunse G. la metempsicosi, come al delitto va compagna la pena.
Ma quel ch'è più, a questa e a quella unite insieme andò egli pure legando la
demonologia: articolo fon damentale della teologia de' pagani. i Vedea egli
quasi ingeniti all' uomo i semi si della virtù, che del vizio. Allor si pensava
lo spirito ' tendere naturalmente à cose spirituali ed eterne, e la materia al
le materiali e caduche. Credette ei quin di i semi della virtù nascer nell'
uomo dall' anima, e gli altri del vizio nascere in lui della materia. Ma
l'anima, a suo predere, chiusa nel corpo, restava contamina. ta dalla materia,
e. però era sospinta assai più verso il male, che il bene. Oimè, di cea egli,
come è misero, come. è infelice il genere umano. A quali guai, a qua li pianti
non è ei sottoposto Queste due tendenze dell'uonio al be: ne, e, al mal fare
raffigurò G., giu. sta il costume di quell'età, sotto le imma gini di due
opposti genj. Due, egli disse, sono i genj, che quali direttori delle azio ni
degli uomini, accompagnano ciascun uo « mo in tutto il corso della vita d '
ognuno di loro. Buono è l'uno, l'altro è malva gio. Il primo guida, o conforta
lui alla virtù; il secondo spinge e conduce il me desimo al vizio (94). Ma
ambidue questi genj non indicavano, che questa stessa dop pia tendenza. Pure
tutto il volgo allora venne nel credere, che ciascun uomo dal nascere al morire
fosse' stato realmente as. sistito da un genio buono, e da un altro malvagio.
Tanto egli è vero, che le im magini, sotto cui adombravano gli antichi filosofi
le loro specolazioni, fossero state ca gioni di superstizione, e di errori.
L'uomo non solo ha tendenze al be ne e al male, ma è capace altresì d' ope. rar
l' uno, o l'altro. Quante virtù, e quanti vizi di fatto ei mette in pratica !
Ma questi stessi ebbe la bizzaria Empedoc cle di designare sotto la figura di
genj. Singolari, non cho speciosi furono i nomi, con cui egli distinse i
demoni, che rap presentavano i vizi, ' e le sfrenate passioni degli uomini, De
nomi di Chtonia, d' He liope, d'Asafia, di Nemerte, o di parec shi altri ne
sjamo debitori a Plutarco. Singolari eziandio, non che speciosi, esser
dovettero i nomi, con cui distinse lo stesso l'opposta classe di genj, che
rappresenta vano le virtù, e le passioni imbrigliate de gli uomini, Mą il tempo,
che rode ogni cosa, non ha fatto quelli pervenir sino a noi. Pure è sfuggita da
sifatta ingiuria la nominazione, con cui G. appelle virtù, felice prodotto,
delle regolate passioni. I pittagorici furono usi chiamare il mondo spelonca, e
G., qual pittagorico, chiamò le virtù, e passioni virtuose ' potestà
conducitrici delle anime: quasi giunte nel mondo, come in un an tro. Il popolo,
che in ogni cosa vede portenti, e finge de' genj, accolse quasi revelazione
venuta dal cielo, la de monologia del nostro filosofo. Gli antichi scrittori,
pari al volgo, non compresero nè pure il vero intentimento di lui. Que sti però
dipinsero G., come chi avesse popilato l'intero universo di demo nj, e
attribuito a virtù de' genj ogni ope razion di natura. Ma questa stessa
dottrina de' genj fu il fondamento della magia, e teurgia fa mosa di G.. Questa,
in que' tempi cra un metodo di purificar le anime col favore degli Dei benefici,
che dovean con dir quelle all'unione con Dio. Gli Dei bendici non eran che
virtù astratte deifi. cate da lui: è nella pratica delle sante o pere era
riposto tutto il culto di quelli. Credea egli, non poter le anime ritornare
agli onori divini, da cui erat cadute, che coll' ajuto di quegli Dei, perchè
credeva altreşi non potersi quelle inalzare a Dio, che coll' esercizio delle
sante virtù. La teurgia in somma di G. e un retto, e diritto nietodo di
purificar le anime colle opere buone. Sembra cosa veramente incredibile che
uomini abbandonati al debile filo della pro pia imbecille ragione, e privi di
qualunque superior lume di rivelazione divina, avessero potuto architettare un
piano di quasi per fetta morale. Non fu gia la metempsicosi quella, che giusta
i pittagorici avesse po tuto purificar le anime. Questa non era purificazione e
virtù, ma pena dovuta al. delitto. Questa non si poteva in alcuna an corchè
menomisssima parte, o abbreviare, o alterare. Esser questa un decreto divis no,
essere un santo giuramento si spaccia va a tutti da G.. Ciascun anima
avvegnachè virtuosa, e purissima (così és. si pensavano ) non potea unirsi a
Dio, se non compiti i periodi, e il tempo tutto di esilin. Le purificazioni
altro cardine della morale di G. eran propiamente, secon do tutti i
Pittagorici, le sule, che a poco a poco lavavan le anime, e toglievan loro in
quel tempo, che informavano i corpi umani, ogni macchia, di cui le medesime
potevano essere dalla materia bruttate. Pur gate poi le sozzure, e finiti i
periodi tut ti del bando, allora era, che le anime già nette, secondo che allar
si credeva, fos sero agli antichi onori tornate, e alla vita divina... I sagri
riti poi, lo studio delle scien ze, la pratica della virtù erano i tre mo di di
purificazione inventati all' uopo da que' sommi filosofi. Sembra à prima vista
o superfluo o inutile essere stato il primo di questi mo di, e tutti gli
augusti riti, e quelle ceri-, monie solenni, che si metteano in opera al lor da
Teurgici. Ma si poteva scuotere, e infiammare altrimenti l'immaginazione de gli
uomini, affinchè questa si fosse resa docile agl' insegnamenti della virtù?
L'110 - mo materiale si solleva dal
mondo materia le merce cose eziandio materiali. Le cerimonie, ei riti sono i
soli, che colle san. te immagini níuovono i sensi, e astraendo li dalle cose
impure alle pure gli inalza no. I riti sono il verace linguaggio de sen si, che
efficacemente parlando destano la fantasia. A questa è sol conceduto ' creare
tra il mondo materiale l'altro spirituale: Disadatto pure si crederà forse
essere stato lo studio delle scienze a purificar le anime. Ma non è egli questo,
che aliena lo spirito: dai vizi, che l'introduce alle co se intelligibili; e
che sveglia in lui le idee immateriali e celesti? Non è egli vero al tresì
l'anima, esercitata nelle cose dell' in telletto, districarsi da' fantasmi del
corpo, e. dalle false opinioni del volgo? Era certa mente un ridicolo sogno
quello de pittago rici, che collo studio delle severe discipli ne fosse tornata
alle nostr' anime la mé. moria delle cose divine. Ma certamente all' opposto è
un dogma incontrastabile,. che tanto più la nostra mente si allontana dalla
materia e dagli appetiti carnali, quan to più la medesima s' aggira sulla
contem. plazione o de' principj delle cose, o delle matematiche, o elogn'altra
scienza. Ma in verità e uso di riti, e studio di scienze, e ogni qualunque
altra cosa, che avessero potuto specolare gli antichi, sa rebbe lor tornata
inutile, ne sarebbe mai giunta a purificar nè meno da lungi le a nime, se a
tutto ciò non avessero costoro accoppiato del pari la pratica della virtù.
Questo in fine dovea essere il bersaglio, cui dovean dirizzarsi que' grandi
filosofi: o questo l'ultimo e principal metodo di pu rificazione. Non si può
infatti ne pure ideare quanto studio avessero posto costoro ad astenersi da
ogni ancorchè minimo fal lo. Tutti quanti (tranne il loro raffinato orgoglio, e
la loro squisita 'boria e super bia ) furono del tutto.virtuosi. Di e nota te
si recavan essi sopra se stessi, scrupo losamente ogni lor fatto esaminando, e
c gni movimento del propio loro cuore. In estimabile era la diligenza, ch' essi
adoperzano a nettar d'ogni ruggine l'animo lo ro, e a far bene ogni cosa. Tutta
la vita į medesimi spendevano in contemplare oggetti spirituali, e. in praticar
virtù, e que pre cetti, che si leggono scritti ne' versi dorati. Si crederebbe
quì finito il lavoro della loro morale, Pure come eglino avevano que sta diviso
in due parti, così alla purifica zione aggiunsero altresì la perfezione. Non
basta a Pittagora l' essersi lusingato, che l'anima, mercè la prima si fosse e
mondata da vizi, e separata dalla materia, e liberata quasi dal vincolo, che la
ren deva prigione. Volle di più immaginarsi, che l' anima, mercè la seconda già
prima purificata, si fosse poi inalzata a Dio, o ripigliati gli antichi abiti,
e forma, si fos se confusa colla divinità medesima. Le ar nine in somma, che
secondo Pittagora e G., erano di loro natura divi ne, ma contaminate dalla
colpa e mate ria ', dovean prima purificarsi, e poi sì per fezionarsi, che
fossero state degne di tor nare a Dio, e agli onori primieri. Però l'
immacolato, e innocente viver di G. obbligo lui a spacciarsi qual Dio, e a
promettere ai puri, e perfetti il divino come premio. Sin quì G., e Pittagora
furon d'accordo, e quegli fece uno con questo. L' essere stata comune l '
opinione tra loro nel principio, da cui la purificazione, e perfezione avesse
avuto sua origine, non fece punto discrepar l'uno dall'altro, Cre deano ambidue
le anime tutte degli uomi ni, e tutti gli spiriti altresì formare uni ca, e
sola famiglia con Dio. Là poi, ove i sistemi loro non furon punto d'accordo si
fatti filosofi furon del tutto discordi.G., altrimenti che Pittagora, riguardo
uomini, bruti, piante come unica famiglia. Non è più quindi da far sorpresa, se
si ve de ora entrare in iscena una terza novità di G., come riforma alla moral
di Pittagora. Se si vuol prestar fede ad Aristotile ad Aristosseno, e Teofrasto,
Pittagora e i Pittagorici della prima età uccidevano, eccettine i bovi
destinati ai lavori, ogni sor ta d'animali, e tranne i loro cuori e ma trici ne
mangiavan le carni: s ' astenevan solamente da' pesci. G. all'incontro fu il
primo che proibì affatto qualunque uso di carne; e riputò sacrilegio l'uccidere
quale che si fosse animale. Non veggo, dicea egli, perchè alcuni animali
debbano serbarsi in vita, e altri all'incontro si pog sano uccidere. Una è la
legge per tutti, é questa è pubblica per tutta la terra. Vedeva costui in tutti
gli esseri organiz zati, facendone un sol corpo morale, quasi unica é sola
farniglia, Perd non sapeva egli scorgere differenza notabile tra uomini, e
bruti. Smanioso egli quindi si scaglia con tro chi avesse sagrificato in que'
tempi vit. time agli Dei, che' attesa la metempsicosi, potevano per lo più
esser uomini sottom bra di bruti. Cessate, gridava G., o crudeli, di fare
strage, e lordarvi di san gue: Pazzo il padre, che sotto altra sem. bianza
scanna il propio figliuolo, e vane preghiere disperge all'aria e al vento.
Stolti non veggono, che divorando le fumanti sanguinose carni di animali le
menbra pa. rimente divorano de' lor padri, figliuoli, o congiunti. Si riderebbe
oggi la presente età del: la severità di G., e si reputerà cer tamente
stravagante la sua pietà verso i bruti. Ma ad altro, e più nobil fine ten devan
le idee del nostro filosofo. L'uomo è in mezzo a' suoi simili, e l' amore è il
principale anello, che dee le garlo cogli altri. L'amor verso i simili è il
principale dovere di un uomo di società: e la pieta n'è la base. Ma questa non
si potrà avere giammai, se non campeggia e dilatasi sopra tutti gli oggetti,
che circon dano lui. Se l'uomo deve avere pietà ver gli uomini, uop' è non che
estenderla, mia cominciarla da' bruti. Qualor ' si eser-: citasse ferocia
contro i medesimi, agevol mente il reo costume l'andrebbe portando ancor contro
gli uomini. Anche tra noi, se non può recarsi a effetto sì fatta proibizio. ne
di scannar gli animali, sempre egli vero, che debbasi tener come parte di e
ducazione gentile, quella d'insinuare ne gli animi ancor teneri de' giovani la
pietà verso i bruti. Non son dunque da ripren, dersi, così tentoni, gli antichi
filosofi per quegli insegnamenti, che oggi, mutate le usa nze, ci sembrano
stolti. La proibizio. ne che G. diede a' suoi scolari d ' uccidere gli animali,
e cibarsene, ebbe in mira non sol di non essere crudeli, e feroci cogli altri;
ma di dispor loro ad amarsi l ' un l'altro a vicenda, e nelle disgrazie scam.
bievolmente aiutarsi. Egli non senza sotti le avvedimento si sforzò così in
persona de? suoi compatriotti svegliare allora in tutta la generazione degli
uomini quell'attitudine, che porta loro a prender parte nell' altrui traversie:
attitudine, che di sua natura è debole, languida, spesso sopita, e quasi sempre
soffogata, ed estinta. Però G. a ingentilir gli animi umani, e rasla dolcire i
costumi degli uomini, volle che questi non si avessero bruttato le mani del
sangue, né avessero mangiato le carni de’ bruti. Chi è beniguo co ' bruti non
può certo negare agli uoinini amore, pietà, cor tesia, frattellanza. Pittagora
nulla conse guente a' suoi stabiliti principj della metem psicosi, trascurando
quasi tutti gli anima li, ſecesi soltanto scrupolo, e proibi, che si fosse
recata alcuna ingiuria alle piante, che non fossero state nocevoli. Ma G. fa
molto più, e' meglio assai di Pittagora. Egli dotate prima quelle di sen
timento, proibi poi che si fosse fatto loro del male: ailinchè non si fossero
avvezza ti gli uomini ad offendere esseri forniti di sensi e di organi. Fu in
somma intendi mento di lui in tutte le maniere, quasi tirando tutte le linee a
un centro, stabili re tra gli uomini fratellanza e amicizia Però fu, sollecito
ei d ' ordinare, che oltre agli animali, si avesse avuto compassione sin anche
alle stesse piante.. Sarebbe stata finalmente non che man. chevole, ma mulla la
morale di G., s' egli non avesse presentato o un premio, una pena agli
osservanti, o violatori de' ciò, precetti da lui stabiliti. La speranza del
premio, e il timor della pena, interni po. tentissimi stimoli dell'animo umano,
inco raggiano i buoni a operar la. virtù, spa ventano i mali a praticare il
vizio. E' ben ragionevole quindi, che G. avesse pigliato una via come stabili
re e premio', e pena, sì alla virtù, che al vizio: e il fece appunto combinando
al par de pittagorici, colla dottrina della metempsicosi. Il tempo di tre mila
anni di ciascuno de' dieci periodi di essa non era destinato da Empedocle a far
cir colare sempre le anime da un corpo in un altro. Le anime in ogni giro di
tre mila anni informavano secondo lui e vegetabili, e bruti. Di poi andavano
esse in ultimo E luogo ad avvivare il corpo di un uomo. questo finalmente morto,
passavan quelle ad abitare un luogo o di gaudio o di lutto secondochè le
medesime avessero o bene, o male operato. Quivi doveano esse restare, finchè
finito avessero il primo periodo di tre mila anni. Dovean le medesime torna.
STo appresso a cominciare il secondo di al tri tre mila anni, passando tratto
tratto ne corpi: d' altri bruti, di altre piante, o finalmente di altri uomini.
Così successiva mente doveano esse fare in tutto il corso degli interi dieci
periodi: e cosi le medesi mo doveano essere o premiato, o punite in ciascuno di
essi. Ma al finire di tutti i dieci circoli quelle anime, ch'eran tenaci ne'
vizi, giusta G., bandite dal cie. lo, eran dannate in mezzo alle tenebre, e in
un continuo lutto, o un eterno suppli zio. Le altre poi, che virtuose al compir
di quo' circoli si fossero trovate belle e det. te secondo lui, si portavano
all'etere puro, e collocate in mezzo alla luce, sedcano in vi a mensa coi forti
Danai, in eterno go dimiento, nell' unione con Dio. Tutto ciò si raccoglie da '
versi di G.. Così pur si pensava da' pittagorici di Sicilia; nè al trimenti si
canto da Pindaro nelle sue odi dirette a Gerone, e Terone. Ecco tutto, il
quadro compito della intera mora le di G. Egli è senz' alcun dubbio, essere
stata questa assai raffinata, e, molto diversa da quella del volgo. E ' cosa da
recar mara. viglia l'osservare, com ' essa in tempi assai caliginosi, fosse
stata tanto bene architetta ta, cosi brillante, e del tutto diretta a ri.
pulire il costume, a liberar l'uonio, quan to più s' avesse potuto dai vizi, e
a nobi litar l'anima e la mente di lui. Cid nulla ostante ella ha eziandio i
suoi gran difetti. L'essere stata la stessa riservata ai soli sapienti, e ai
soli iniziati ne fu il principale. Quel sistema d'Etica, che non è fatto per
tutti gli uomini, non può esser giusto, santo, verace. Tutti quan. ti gli
uomini sono astretti agli stessi doveri, e a una sola virtù, Si può considerare,
et gli è certo, la scuola pittagorica, qual.ce nobio, é i pittagorici quali
religiosi dell' antica Grecia. Ma l'orgoglio guastava le loro azioni, rendea
yane le loro fatiche, avvelenava ogni loro virtù. Pure è sem pre da reputarsi
degno di lode il nostro filosofo, che osservantissimo de' precetti pittagorici
non ebbe difficoltà di manifestarli, e divolgarli nel suo poema delle parilica
zioni per solo e semplice amore di onestà, e di virtù, G., tranne la super bia,
radice infetta dell' operare d'ogni an tico filosofo, è da celebrarsi, come
quel lo, che ornato di cortesia, amante degli uomini, e virtuoso, avesse
aspirato sempre a perfezionar molto se stesso. Ma gli onori, che si rendono a'
tra passati; le lodi, di cui s' onora la memo ria de gran genj, non possono nè
recar loro diletto, che più non sono, nè tocca re il lor cenere, che affatto è
privo di senso. Tutti i loro elogi, come quelli, che eccitano l'orgoglio e la
vanità de' viventi, noi guardano e a noi son diretti. Siam noi, che dagli
omaggi, che si tributano a quelli, prendiamo speranza di poter forse nieritare
la stessa gloria, e acquistar la fa na stessa presso le generazioni avvenire.
Del nome di G. fu una volta ne è oggi, e ne sarà sempre piena la ter,. La
filosofia di lui fu tenuta assai in pregio presso tutta l'antichità tra Greci e
Latini. Quella occupa tal sublime posto di onore nella storia delle scienze, che
G. si può dir, che appartenga a tutte le più colte nazioni. La Sicilia fra
tanto è la sola che a giusta ragione lui vanta: qual suo. Felice quel suolo,
beato quel clima, cho dà il natale a' grandi uomini ! La memoria e la fama loro
è un fecondissimo germe, che in ogni età ne desta l' emulazione, e ne riproduce
il sapere. Tal dovrebbe essere a noi il dolce nome di G., caro alla yirtù, caro
alle lettere. Anatomia, fisiologia, chimica de cor pi organizzati possono lui
chiamare padre inventore. L' essersi ridotta la materia a quattro elementi; l'
essersi trovate due for ze in natura di repulsione, di affinità; 1"
essersi intrapreso il metodo di fisiche espe. rienze, la terra n'è a lui
debitrice. La scoperta della chiocciola; della successiva propagazion della
luce; del peso e della molla dell' aria; del nutrirsi, del traspira e
dell'essere ovipare le pianto al par de gli animali son cose tutte propie di
lui. Divolgati appena sì fatti suoi ritrovamenti, tosto si rese celebre il suo
nome in tutta la Grecia, ed egli uno de' concorrenti di venne tra Anassagora e
Democrito, La gloria di G., che in gran parte è ancor nostra, ci dee infiammare
a battere lo stesso sentiero. La Sicilia è la stessa oggi, ch'era allora ai
tempi di G.. Ella in ogn'angolo, e in tutta quanta la sua superficie presenta
a' nostri occhi oggetti sempre degni di nostre filoso fiche ricerche. Piante
d'ogni sorte, acque d'ogni specie ', minerali d'ogni genere, e i più distinti
volcani esistono nel nostro suolo. Il Fisico, il Chimico, il Botanico lo
storico naturale trova ovunque ampia materia d'appagar le sue brame. E ' no
stra somma vergogna il vedere oggi, che vengan tra noi gli stranieri a
insegnare a noi le cose nostre. Si saran forse cambiati il cielo, il clima, la
terra, che un di furono ne' tempi de' nostri antichi filosofi? O pur saran
venuti meno gli ingegni tra noi? Non sono eglino I SICILIANI dotati ancora o d’acume
nello specolare, e di prontezza nel riflettere, e di prestezza nell' eseguire,
che loro hanno in o gni tempo distinto? LA SICILIA una volta emula della Grecia
in ogni genere di colo tura non potrà anche a di nostri concorrere e gareggiar
nelle scienze colle più polite nazioni? Si pigli dunque orgoglio dell'
aggiustata idea di nostra antica grandezza. Questo, scossa l'inerzia, ci sarà
di stimo. lo ad una nuova carriera da imprendere. La fatica è l'unica via, che
conduce al sa pere, e questa ci porta, certamente alla fama. Si desti quindi in
ciascuno di noi la virtuosa imitazione d’Empedocle, e si co minci la
grand'opera con ardore e franchez za. Un felice evento coronerà allora ogni
nostro travaglio: la posterità ricorderà noi collo stesso onore, con cui pieni
d'ammi razione noi ricordiamo G. G. non che e eccellente filosofo: ma e del
pari profondo politico. SICILIANI, non andate quà là ad apprender ta pini da
questo e da quello ordini civili, e fogge di governo. Guardate i maestosi
avanzi delle nostre antiche città; specchia. tevi su li nostri passati famosi
legislatori; richiamate alla memoria i fatti chiarissimi, non che della nostra
Greca SICILIA, ma del la vita di G.. Così tratto tratto di verrete atti a
maneggiar le cose pubbliche, e ben presto vi sarà tra voi politica non cabala,
libertà non licenza. G., convinti un dì i nobili di Gergenti GERGENTI – non
GIRGENTI -- di peculato, atterrò ivi la lor signoria: Non è disdicevole quindi
l'imma ginarcelo, ch'egli colla stessa voce gli ota timati così riprenda di
nostra età. Finito è il tempo, in cui usurpata un ingiusta franchigia de'
pubblici dazj, generosi offri vate al Re il denaro del popolo, a fine e di
ottener da quello nuove insopportabi li prerogative, e di stringer questo vie
più nuove insoffribili catene. Finito è il tempo in cui macchinando l'esenzion
delle taglie, scaricavate gran parte del pubblico con peso sulle città
immediatamente al Re sotto poste a fine di disertar qrieste, e di rau nare
schiavi in gran copia nelle terre a voi immediatamente soggette. Finito è il
tem po, in cui voi assumendo la voce e qualità di nazione, che non avevate,
minacciosi vi rivolgevate contro del trono per non paga re, e taglieggiare il
popolo ogni tre anni. Già il Principe si è congiunto col popolo. Gia la voce
del Re, ch'è quella dell'ins tera nazione, è divenuta oggi più imperio, sa
insieme e sicura. Essa ha già rivelato il grande arcano del vostro tirannico
impe ro essere stato riposto nell'aver voi voluto fin'ora poco o nulla soffrire
de’ dazj, e far li tutti a carico andare della povera gen te. Chi di voi potrà
or tolerare con ani mo tranquillo tra vecchi debitori dello sta to non altri
nonni leggersi che i vostri, e de' vostri antenati? Chi sarà tanto scelleras to,
che rivelando il falso, voglia occulta re l'immensa estensione de' suoi ricchi
fon di; affinchè a danno del meschino e del povero, pagasse egli quanto meno si
possa 2 t 140 Chi sarà cosi ribaldo, che voglia sgravar d ' imposta la terra,
unica e sola sorgente di ricchezza in Sicilia, per istrappare con mano rapace
qualche misero tozzo dalla bocca faa melica dello stanco e affannato
agricoltore? Şe cið han fatto i vostri maggiori, sono essi stati i più tristi
nemici, anzi i più crudeli tiranni dell' infelice Sicilia. Si appartiene ora a
voi lavar le macchie di quelli, e onorar voi stessi, contribuendo alla pubblica
feli cità col pagarsi prontamente da voi a pro porzione della vostra opulenza,
Ma G. dovrebbero avere ezian dio qual modello non che i nobili, chi presi del
fantasma di democrazia vo lessero condurre a sfrenatezza la plebe. Quante altre
cose possiamo noi idearci a ver potuto lui dire, a costoro ! Egli poten do in
Gergenti GERGENTI non GIRGENTI stabilire un governo collo cato tutto nella
potestà del popolo, af fatto nol volle. A' popolari uni costui gli ottimati in
quella città; e teniperò così gli uni cogli altri. L'equilibrio de' poteri, con
cui s'amministrano le cose pubbliche, è la ma solida base, su cui dee riposare,
volendo si e florido e durevole, il presente gover no. L'equilibrio morale, non
altrimenti che il fisico, viene da contrarietà ed egua glianza di forze. Il
popolo ' non deve mai essere. -oppresso, ma all'incontro non dee ne pure essere
costui un oppressore. Se la sua forza sbilancia, lo stato andrà tutto a
soqquadro, e ruinerà senza meno. La ven detta piglierà allora il nome di forza,
di senno il delirio, di libertà la licenza. I poteri legislativo, giudiziario,
esecutivo si debbono a vicenda venerazione e rispetto; tutti debbono riunirsi,
e cospirare a un sol centro: e se per caso ne sia uno avvalla dee tosto
corrersi con mano presta a rialzarlo. Quanto è difficile mantenere og gi in
Sicilia un sl fatto equilibrio! Appe na vi basterebbe un G.. Egli ad assodar
vie più la novella for ma di governo stabilita da lui nella sua patria, ebbe in
fin l' accorgimento di pian. tarla sulla pubblica coltura, e sul pub blico
civile costume. Qual sublime lezio to, t 2
è un sogno, zione ella è questa da adottarsi da' nostri legislatori
d'oggidi, se vogliono eternare, più che si può, il presente governo stabi lito
di fresco. Un impero assoluto si può fondare tra selvaggi e tra barbari, e vien
prosperando in mezzo a gente corrotta. Ma è un delirio il pretender fer mo un
governo costituzionale senza nè col tura nè costume per base. Nello stato, in
cui è il nostro suolo, non potrà certamente portare la novella libera
costituzione senza che fosse prima quello preparato e divelto. Voglia Iddio che
i nostri, posti giù l'e goismo, le false massime, gl ' impeti, glodj
imprendessero a imitare Empedocle, e i nostri antichi felicissimi tempi. Ma se I
SICILIANI tutti debbon trarre qualche utile insegnamento dal nostro fil sofo; i
Gergentini – GERGENTI, non GIRGENTI -- massime ne dovrebbero emular la virtù.
La patria de' grand ' uomi ni è quella su cui sfolgora, riflette e va a
concentrarsi, la gloria di loro. Si dovreb bero ricordare i Gergentini –
GERGENTI non GIRGENT, ch ' essi principalmente a G. son debitori d'esa ser
tanto chiari, e così famosi nella nostra sicola storia. Si dovrebbero eglino
pur ri cordare, che vicino a que' tempi, che vis sita oggi lo straniero, e
sopra lo stesso suo. lo, che calcano i Gergentini -- GERGENTI, non GIRGENTI medesimi, dettò
allora G. a LEONZIO (si veda) l'eleganti, avvegnachè prime lezioni di Rettorica.
Gli stessi quindi a ripigliare in loro l'antico u sato splendore dovrebbero
richiamare tra loro e le fisiche e le matematiche discipli ne, e ogn'altra
amena e polita lettera tura. Allor si potranno i Gergentini – GERGENTI non
GIRGENTI -- gloriare a ragione d' aver prodotto, e dato la culla a G.. Così eglino
saran vera mente degni concittadini di lui. Ne altri menti si potranno
lusingare gli stessi di far risorger tra loro il verace spirito d' Empe docle,
e di poter quivi dire allo straniero. Dell' eccelsa sua mente i sacri versi
Cantansi d'ogn'intorno, e vi s'impara Si dotte invenzioni, e si preclare Che
credibil non par, ch'egli d'umana Progenie fosse. Il n'est pas ) Freret
raffigura l'attrazione e re pulsione di Newton nell'amore e odio di G.. E però dice besoin d'un long
discours pour montrer que le fond du systeme Newtonien, dé pouillé de
l'appareil et du détail de ses cal. culs se réduit a celui d ' Empedocle, Hi
stoire de l'Académie Royale Des Inscripti ons et belles lettres, Memoires -- Και γαρ ονπερ οιηθαη λεγειν αν τις μα. λιστα ομολογουμένως αυτω. Εμπεδοκλης και
TYTO TAUTO TETOVIE – G., di cui alcuno potrebbe portare opinione aver, detto
sopra di ogn'altro cose tra loro e a se stes so concordi; egli cadde nel
medesimo inconveniente (Arist. Metaph.) πος και 8το! O (Arist. de Coelo) -- Λευκίπι
και Δημοκρίτος Αβδερίτης φασι είναι τα πρωτα μεγεθη πληθ. μεν απαρα και μεγεθα
δε αδιαιρετα τροπον γαρ τινα παντα τα οντα ποικσιν αριθμους και εξ αριθ. μων
και γαρ ει μη σαφως δηλεσιν ομως τετο βελονται λεγαν 00 Leucippo e Democrito
dicono le prime grandezze essere infini te di numero, ma indivisibili. Essi in
certo modo fanno gli esseri o numeri, o da' numeri. E se ben non lo mostrano
chiu ro; pure questo vogliono dire. Εμπεδοκλης περι ελαχιστα εφη προ των
τεσσαρων στοιχειων θραυσματα ελαχιστα οιονα στοιχεία προ των στοιχεων ομοιομερη
και – G. prima de’ IV elementi suppone de minimi bricioli, che sono non
altrimen ti che gl’elementi degl’elementi, e parti simili Stob. Εcl. Phys. Ε
più chiaramente Plutarco de Pl. Ph. dice οιονα στοιχεια των στοιχείων »και
elementi degl’elementi. Ει δε στήσεται που διαλυσις ητοι ατος μον εσται το σωμα
εν ω ισταται η διαίρετον μεν ι μεν του διαι εθησομενον εδε ποτε καθαπερ εoικεν
Εμπεδοκλης βελεσθαι λέγειν. Se lo scioglinzento delle parti si fermerà in qual
che luogo, domando: o il corpo in củi ri starà è indivisibile, o è divisibile;
ma in alcun tempo mai non si potrà dividere, co me pare che C. abbia voluto
dire, Arist. de Coelo. Sicchè G. ammettea la divisibilità col pensiero non già
col fatto. È un assioma presso gli antichi εκ τε μη οντος μηδεν γινεσθαι nulla
farse da ciò che non è, Presso i Greci dev significava ciò ch ' esiste e il
under ciò che non è. Epicuro talvolta piglia il des per corpo e il under per
yoto. Ma diverso era il significato dell' del ov. G. ed Anassago ra chiamavano
Oy la materia dotata di qualità sensibili. E Democrito ed Epicuro la materia
fornita di figura. Al contrario i primi due indicavano col un oy la mate ria priva
di qualità, e i secondi la mates. ria senza figura. Di fatto Aristotile de GV e
156 gener. et corrupt. dice εστι γη το ον, το δε μη ον υλη της γης και πυρος
ωσαύτως. L Latini tradussero il δεν per res o corpus il jend Ev per nihil o
vacuum. E come non aveano parole corrisponden ti all' oy e' un or; cosi
l'indicarono colle stesse parole res et nihil. E ' nato da ciò un equivoco
nell' intendere i Greci. Questi non solo dissero nulla farsi da nulla; ia tal
volta alcuni di loro pensarono niuna cosa, che ha qualità, poter venire dalla
materia priva di qualità. (8) Απαντα γαρ κακείνος (Σμκεδοκλής ) ταυτα
ομολογήσας, ότι εκ τε μη ιοντος αμηχα • γον εστι γενεσθαι και Concedendo
Empedocle tutte le cose medesime,.e che sia impossi bile venire un essere
fornito di qualità de ciò, che ne è privo je Arist. de Xenophane VELIA (si
veda) et LEONZIO (si veda). Εμπεδοκλης
δε τα τετταρα προς τους ειρημενοις γην προσθας τεταρτον και Empedoclc disse
esser quattro gli elementi, aggiungen do la terra per quarto a’tre già detti
Aristot. Metaph. Σεληνην δε φησι συστηναι καθ' εαυτην εκ τα απολειφθεντος αερος
υπο τα πυρος • τατον γαρ παγηναι καθαπερ την χαλαζαν. La lu πα, dice Empedocle,
essersi condensata da se a cagione dall'aria, che fu abbando nata dal fuoco;
perciocchè questa 'si con densò a guisa di grandine Euseb. Praep. Evang. Lo stesso dice
Plut. de Pl. Ph. Origen. Phylosoph. etc. I
sassi e gli scogli sulla terra so no stati giusta Empedocle formati dalla forza
del fuoco. Plut. de primo frigid. Ne per altra ragione credea il nostro
filosofo, chę i cieli siensi formati in guisa di çri stallo, che per l'azione
del fuoco. Plut. de Plac. Philos. Ως εν
υλης « δ λεγομενα στοιχα τετταρα πρωτος (Εμπεδοκλης ), απεν. και μεν χρηται γε
τετταρσιν αλλ ως δυσιν ουσι μονοις. πυρι μεν καθ' αυτο τοις δε αντικειμένοις ως
Em. μια φυσα γη τε και αερι και υδατι, pedocle fu il prinio che affermò quattro
ese ser gli elementi nella materia. Nondime no di questi non fu egli uso come
se fos } νω sero ' quattro, ma due soli. Mette il fuoco per se ', e' come al
fuoco opposte l'acqua, ' la terra, l'aria, quasi avessero. queste uni ca natura.,,
Aristot. Metaph. Origen. Phylosoph. Clem. Alex. Strom. Αναξαγορας μηχανη χρηται
τω προς την κοσμοπίλαν » Anassagora usa della mente nella sua cosmogonia non
altrimen ti che d'una macchina Arist. Metaph. Πολλαχου γουν αυτω (Εκπεδοκλα ) η
μεν φιλια διακρινει το δε νεικος συγκρινα • μεν γαρ ε ! ς τα στοιχεία διαστήται
το παν υπο τ8 14κας τότε το πυρ «ς συγκρίνεται και των αλλων στοιχων εκαστον,
οταν δε παντα υπο της φιλιας συνιωσιν ας το εν αναγκαίον εξ εκαστε τα μορια
διακρίνεσθαι παλιν. Εμπεδοκλης μεν 89 παρα τ8ς προτερον πρωτος ταυτην την ατίας
διελων εισενεγκεν ου μιαν ποιήσας την της κινη σεως αρχη, αλλ' έτερας τε και
εναντιας. Non di rado presso d'Empedocle l'amicizia sepa ra; e l'inimicizia
unisce. Imperocchè quan. do per l'inimicizia l'universo si scioglie ne • OTULY
gli elementi; allora il fuoco si unisce, e al par del fuoco, ciascuno degli
altri elemen ii. Quando poi per via dell ' amicizia tutti gli elementi si
uniscono; allora è di ne cessità che le parti di ciascun elemento si separino.
Però Empedocle fu il primo, che superiore agli altri più antichi di lui, divi
dendo questa causa, intro lusse non un solo, ma piii e contrarj principj di
movimento: l'anticizia cioè e l' inimicizia Arist. Me taph, L ' vero che qui
Aristo tile cerca di cogliere in assurdo il nostro Empedocle"; perchè
cerca di mostrare che l' amicizia talvolta separa, e l'inimicizia ta lora
unisce. Ma ciò non di meno confes sa che giusta Empedocle l'amicizia e l'ini.
micizia eran due principj di moto. E in ciò loda il n'ostro filosofo, e l '
inalza so pra tutti que' ch'erano stati prima di lui. Molti sono i versi di G.
che lo pruovano, che noi rapporteremo ne' fram menti di lui. Ma Aristotile lo
dice chia. rissimo. Es un evný to vemos ev Tols peyuceo σιν, εν αν ην απαντα ως
φησιν (Εμπεδοκλης ) 160,, Se non fosse l ' inimicizia inerente alle cose, tutte
queste non farebbero che uno come dice lo stesso Empedocle,, Aristot. Metaph. Simplicio
inoltre de Coelo Com. rapporta che giusta G. è propietà dell'amicizia ridurre
tutto in una sfera lovely o zipov Εμπεδοκλης το μεν πυρ κκκος καιλο. μενον προσαγορευων και
Empedocle chiamo il fuoco lité perniciosa Plut. de primo frigido. E lo stesso
Plutarco ne soggiunge la ragione. Giacchè il fuoco ha la facoltà di dividere e
separare. Clem. Alexand. ad
gentes Aristot. Metaphys. Plut. de Isid. et Osirid. Wolf. de Manich. ante Man.
S. Bayle Dict. Art. Xenoph.
Aristotile" riferendo l. 3 taph. l'opinione d'Empedocle sul circolo pe
renne delle cose in virtù delle due forze amicizia e inimicizia si lagna del
nostro filosofo, che introduce la necessità senza recare alcima cagione della
necessità ws ay. 1 cap. 4 Me. 161 αγκαιον μεν ον μεταβαλλεινκαι αιτίαν δ ' εξ
ενο αγκής εδεμιαν δηλοι. Brukero de discipulis Pythagorae. Moshem. nelle note a
Cudwort. Αρχη η φυσις μαλλον της υλης. εγί άχου δηπου αυτη και Εμπεδοκλης
περίπιπτα αγομενος υπ' αυτης της αληθεας, και την εσι. αν, και την φυσιν
αναγκαζεται φαναι τον λογον ειναι: οιον οστουν αποδιδους τι εστιν. ετε γάρ εν
τι των στοιχεων λεγει αυτο ατε δυο ή τρια ατε παντα αλλα λογος της μιξεως αυτων
etc. Il principio delle cose è più presto la nä tura che la materia delle
cose.. Empedocle tirato dalla forza stessa della verità spesso è costretto di
confessare che la sostanza e la natura altro non sia che la ragione o
proporzione: ' come fa allorchè ei dice coså šia.l osso. Poichè dice che l'osso
non cen ga da questo o du quel elemento', nè da due elementi, nè da tre, nè da
tutti, ma dalla ragione in cui questi nell' osso si stan. no ec. is Arist. de
par. Animae l. 1. cap. E poi lo stesso Aristotile soggiunge che i filosofi
prima di G. non fecerd lo stesso perchè non soleano definire ciò che fosse la
cosa astion de to. pen en San τ8ς προγενέστερες επί τον τροπον τέτον, το τι ην
αναι, και το ορισασθαι την ασιαν εκ OTI My •:- Plut. de Plac. 1. ì cap. 6 Gal. Hist. Ph. Plut. de Plac. Ph.
Gal. ibid. Plut. de Plac. Ph. Arist.
de Resp. Crede G. che gl’animali, subito che nacque ro dalla terra, si divisero
e portarono in luoghi convenienti al loro temperamento. Que' che abbondavan di
fuoco o nell' ac qua o nell'aria. Gli altri ch'erano più gravi, abitarono la
terra ec. Darwin Zoonomia. Milano, La massa tutta del seme, che noz mostrava
alcuna forma, o figura chiama va Empedocle. 8ioques che potrebbe significa. re
tutta la natura organica secondo Simpl. 163 1 de Phy. aud. 1, 2. Com. Aldo:
Aristotile l. 2 de Coelo cap. 8 par lando dell opinione di Xenofane che credea
la terra infinita estendere sino alſ infinito le sue radici, soggiunge do
xakt.Eptidoxing ετως επεπλήξεν Per lo che Empedoche co si lo sferzò, e
soggiunge i versi d' Empe docle, che noi rapporteremo 'ne' frammenti di lui. Ταυτι δε τα εμφανη κρημνες και σκο: πελες και
πετρας και Εμπεδοκλης μεν υπο τα πυ ρος οιεται το εν βαθει της γης εσταται και
ανε χεσθαι. Empedocle è d'opinione che que sti sassi, questi scogli, questi
dirupi, che sono agli occhi di tutti, sieno stati inalza ti dal fuoco che sta
nelle profondità dela la terra „ Plut. de primo frigido, Quare quaedam aquae
caleant", quae dam etiam ferveant in tantum, ut non pog sint esse usui
nisi aut in aperto evanuere, aut mixtura frigidae intepuere, plures causae
redduntur. Empedocles existimat ignibus, quos multis locis terrà opertos tegit,
aquam calescere, si subjecti sunt solo per quod aquis transcursus est. Facere
solemus dracones et miliaria, et complures formas, in quibus gere tenui
fistulas struimus per declive cir. cumdatas; ut saepe eundem ignem ambiens aqua
per tantum fluat spatii quantum ef. ficiendo calori sat est. Frigida itaque in
trat, effluit calida. Idem sub terra Em. pedocles existimat fieri. Seneca
Quest. Nat. Την γην εξ ης αγαν περίσφεγγομενης τη ρυμη της περιφοράς αναβλυσαι
το υδωρ la terra, da cui, come fu condensata, per l'impeto della girazione
spicciò l' ac qμα 15 Ρlut. de ΡΙ. Ρh. Οτι δε μενα γη ζητεσι την αιτίαν και λέγεσιν οι μεν τυτον
τον τρόπον, οτι το πλα τος και το μεγεθος αυτης αιτιον, οι δε ωσ: περ
Εμπεδοκλης την τε κραγε φοραν κυκλω περιθεασαν και θαττον φερομενην την της γης
φοραν κωλυειν καθαπερ το εν τοις κυαθοις υ δωρ και και γαρ τατο κυκλω το κυαθε
φερομείς πολλάκις κατω τα χαλκά γινομενον ομως ου φερεται κατω πεφυκος φερεσθαι
δια την αυτην 165 Citidy, Alcuni cercano il perchè la terra stia ferma nel
mezzo, e dicono esserne cagione la sua grandezza e larghezza, Al tri poi,
siccome Empedocle, son di pare re, che il cielo girando più velocemente del. la
terra sia la cagione, per cui la terra non cada nello stesso modo, che avviene
allac qua nel calice. Poichè seben questo si giri e stia col fondo su, e il
labro all' in giù; pure l' acqua, che di sua natura tende al basso, non cache
per la ragione medesima della girazione,, Arist. de Coelo Plut. de fac. in orbe
Lunae, Plut. de Pl. Ph. Laert. in Emp. Arist. de anima. Καθαπερ Εμπεδοκλής
φησιν, αφικνειο σθαι προτερον το απο τα ηλιο φως ας το μετα ξυ πριν προς την
οψιν, η επί την γην, δοξα δ ' ευλογως συμβαινειν Empedocle dice che la luce, la
quale viene dal Sole prinra giunge nel mezzo, e poi all'occhio ed aļla terra.
Il che pare che accada con buona ragio ne » s. Arist. de sensų et sensili tor. G. in prima ha il Sole per una gran massa
ignita' non già per una rijlessione di un altro sole šíecome attesta Laerz, in
Emp. Era in secondo opinione di Empedocle che il simile si va sempre ad u nire
al suo simile. Però venne a lui naturale il dire che la luce lanciata dal So. le,
dopo d' essersi riflettuta sulla terra, nasse di nuovo ad unirsi al Sole, e poi
di nuovo movendosi da quest' astro, tornasse a risplendere. Per altro Plutarco
stesso aper. tamente dice de Pyth. orac.. che la luce del Sole secondo
Empedocle risplende di nuovo αυθις ανταυγαν. Plut. de Pl. Ph. Gal. Hist. Ph.
Stobeo Ecl. Phys. e tunti altri, appongono ad Empedocle l' opinione di due Soli,
che si riguardavano, de quali l'uno mandava rag gi invisibili e l'altra
visibili ec. G., sans recourir á
l’instanatneité de cette émission ou á sa prodigieuse velocité disoit que cette
objection se roit vraie, si le soleil lui même étoit en mouvement; mais que la
terre tournant au tour de son axe, venoit au devant, du ra yon, et voyoit
l'astre dans sa prolonga tion. On ne répondroit pas mieux aujourd hui a cette
objection, si quelqu'un la pro posoit contre la propagation successive de la
lumière et son emission. Montucla. Hist. des Mathematiques Απολείπεται τοινυν το τα Εμπεδοκλεος ανακλάσει τιγί τα ηλια προς την σεληνην γεγες; σθαι τον ενταύθα φωτος οιον απ' αυτης οθεν 80's. Jequor
de deep porn Resta dunque co me vera la sentenza d'Empedocle. Però la luce
lunare non è nè calda nè assai splen. Plut. de fac in orb. Lunae. Est - il rien de plus juste
que ce vers, dont voici la traduction litterale de Greg en latin circulare
circa terram yolvitur a lienum lumen dit- il en parlant de lo lu ne? Achille
Tatius en tire une preuve qu' Empedocle a regardé cette planéte comme un
morceau détaché du soleil. Il n'a pas conçu que cet alienum lumen vouloit dire
lumière empruntée, ce qui est très-confor me a la verité. Montucla Hist. des
Math. dida, Isag. in Arat. Empedocles plus duplo lunam dia stare censet a terra
quam a sole. Galen. Hist. Ph. Plut. de Pl. Ph. Και τον μεν ήλιον φησι πυρος αθροισο μα μεγα και σεληνης μαζω » Empedocle di. ce il Sole
essere una gran massa di fuoco più grande della Luna Laert. in Emp. Plutarco de ' fac. in orbe Lunae, afferma che la Luna
al dir d'Empedocle giraya a simiglianza d'una ruota: Ora in que' tempi si
esprimea la rùvoluzione d'un corpo intorno al propio asse sotto la figura ra
d'una rủota, Cosi di fatto indicarono Seleuco d'Eritrea, Heraclide di Ponto,
Eco fanto di Siracusa, il movimento della tere ra intorno al propio asse. Per
altro i Pit tagorici sapeano che la Luna girando in torno alla terra çi
presenta sempre lo stes so emisfero. Il che come ciascun sa non può aver luogo,
se la Luna girando intor no la terra ſon rotasse intorno al propio asse: Sicché
è da credersi cl’Empedocle non ou esse ignorato questo movimento della Lu na.
Ma come Plutarco non ne fa che un sol cenno, che può essere equivoco; cosi io
non ho creduto di doverlo affermare come sicura opinione di G.. Fabricio Bibl.
Graeca Arist. de plant. Arist. nel med. luogo. Arist. nel med, luogo. Τα δε
σπερματα παντων εχ τινα τροφην εν αυτός και συναποτίκτεται τη αρχή καθαπερ εν
τοις ωοίς. η και κακως Εμπεδοκλης αρήκε φασκων ωοτοκαν μακρα δενδρα Ogni semè
contiene in sè qualche cosa d' alimen to uñitaniente al principio che genera,
sic come è nell' uovo. Per lo che Empedocle disse bene che gli eccelsi alberi
sono ovipa ri Theofrasto 1. i cap. ' 7 de Caus. Plant. Και τατο καλως λεγει
Εμπεδοκλης ποιησάς: Ούτω δ ' ωοτοκεί μικρα δενδρα πρωτον ελαίας •. Το τε γαρ
ωον κυημα εστι, και εκ τινος αυτα γίγνεται το ζωον, το δε λοιπον, τροφη τα σπερ
ματος, και εκ μερες γιγνεται το φύομενον, το δε λοιπον τροφη γιγνεται το βλαστω
και τη y 170 pión en xpern » Questo ben disse Emperor cle affermando, che i
piccoli alberi ezian dio sono ovipari. Poichè da una parte dell' uovo nasce
l'animale, e dal resto si fa la nutrizione di questo. Nello stesso modo ac cade
nel seme. Da una parte si formá la pianticella, ed il resto serve per nutrirla
Arist. de Gen. anim. Arist, de Gen. anim. Theofrasto 1. i cap. z de Caus.
Plant. Indi è che Malpighi aper: tamente dice Plantarum ova esse semina vetus
est Empedoclis dogma. Anat. Plant. In questi ultimi tempi Young è stato il
primo a dire che le piante ven gono, dal seme. Rozier journ. de Phys. Auril. e
Bonnet Deur. ha dimostrato l'analogia del seme coll' uovo. ο δε μαλιστα και κυρίως εστι ζη = τητεoν εν
ταυτη τη επίσημη τετο οστιν » όπερ ειπεν Εμπεδοκλής ηγουν α ευρίσκεται εν τοις
φύτοις γενος θηλυ και γένος αρρεν και ει εστιν ειδος κεκραμενον εκ τετων των
δυο γενών και Cio che in questa scienza sia sopra d'ogn' al tro, e propiamente
da ricercare, lo disse Em pedocle: cioè se nelle piante si ritrovi il sesso
maschile e feminile, e se questi due sessi sien in quelle mischiati ed uniti,,
Arist. de Pl. 1. cap. 2. Per lo che è da ripu. ţarsi particolar opinione
d'Empedocle, quel, la del sesso nelle piante, e che queste fos sero state
ermafrodite. Si legga lo stesso Aristotile de Pl. Haaly 005 - λομεν ζητειν
πότερον ευρισκονται ταυτα τα δυο γενή κεκραμενα εν τοις φυτοις ως απεν Εμπε
doxninis:,, Dobbiamo ricercare se i dųe ses si nelle piante sien mischiati,
come vuole G.. Empedocles quidem divulsa
esse so bolis membra aiebat, ut in faeminae alia alia in maris semine
continerentur, atquo inde oriri animalibus venerei complexus ap.. petentiam,
dum partes illae inter se di stractae conjungi atque uniri concupiscunt. Galen.
de semine. Si legga parimente Aristot. de Gener, ànim. Plutarco de plac. Ph.
Arist. de Gener. anim. Εμπεδοκλης τη κατα συλληψιν φαντα. σια της γυναικος
μορφουσθαι τα βρεφη και πολ: λακις γαρ εικονων και αδριαντων ηρασθησαν γυναίκες
και ομοία τετοις απετέκον. » Empe docle dice che dalla fantasia della donna
piglia forma îl feto. Poichè spesso le don ne hanno la lor prole partorito
simile a statue o. a immagini, che hanno amato Plut. de Pl. Ph. Plut. de Pl.
Ph. Tutta la dottrina di G., siccome in appresso diremo, era fondata su i pori,
e sugli effluvj, che si spiccano secondo lui da' corpi, o per quelli s'intro
ducono, Plut. de Pl. Ph. I. 5. cap. 26. (58) Frondes amittere quibus aestatis
ca. lor humorem ahsumpserit; semper fronde re quae majorem succi copiain habent,
ut laurum, oleam, palmam 4 Hist. Ph. Gal. Lo stesso dice Plut. de Pl. Ph.
lPlutarco Symp. Si propone la questione, perchè l' ellera conserva le fo glie,
e gli altri alberi le perdono. Ei ri sponde con Empedocle per la disposizione
de’ pori. Perche τοις δε φυλλoφoυσιν εκ έστι για μανοτητα των αγω και στενότητα
των κάτω πι:,, ρων, οταν οι μεν επίπεμπωσιν οι δε φυλαττω σιν, αλλ' ολίγον
αθρουν λαβόντες εκχέωσιν ωσ. περ εν αγδηροις τισιν ουχ ομαλοις A quel le piante,
le cui foglie cadono į alimen to on basta a cagion della rarità de? pori
superiori, e della strettezza degl inferiori. Poichè per questi pori s’
introduce poco ali mento, e per quelli molto se ne dissipa. Indi è che quel
poco che hanno ritratto tosto lo perdono. Avyiene ciò che suole ac cadere negli
attignitoi, che sono inegual mente forați. Flore française troisieme edition
par MM. de La Marck et Decandolle T. Floré française Flore francaise Plut. de
Pl. Ph. Gal. Hist. Ph. Galeno Hist. Ph.
Plut. de Pl. Ph. Ρlut. de Pl. Ph. 1. 5 cap. 22 Gal. Hist. Ph. Plut. '
nel med. luogo. Gal. Hist. Ph. Plat. de Pl. Ph. Ρlut. de ΡΙ.. Ρh. Ρlut. de ΡΙ. Ρh. 1. 4 cap. 16 Gal. Hist. Ph. Arist. de Respirat. Arist.
'de Respirat. cap. 7 Gal. Hist. Ph. (71) Arist, de, Resp. Plut. de PI. Ph.
Pluit. de ΡΙ. Ρh. Plut. nel med. luogo. Gal. Hist. Ph. Si vegga la
niemoria seconda sulla Vita di G. Ρlut. de Pl. Ph. Τα μεν γλαυκα πυρωδη καθαπερ
Εμ. πεδοκλής φησι τα δε μελανoμματα πλεον υδατος εχιν η πυρος. » Che gli occhi
az zurri, come dice Empedocle, abbondano di fuoco, ed i rieri abbiano più d '
acqua che 175 di fuoco, Arist. de gener. An Τα μεν ημερας εκ οξυ βλεπεις τα
γλαυκα. δι ενδιαν υδατος. θατερα δε νυκτωρ δι ενδααν πυρός και che gli occhi
azzurri non veggano bene di giorno per difetto d' ac qua, ed i neri di notte
per difetto di fuo: εο, Arist. de Gen. an. Gal. Ηist. Ph. Ρlut. de P. Ph. Ειπερ
μη πυρος την οψιν θετεον αλλ' υδατος πασαν,, Perclie la visione non e d '
attribuirsi al fuoco, ma tutta all'acqua » Arist. de Gen. anim. Arist. de sensu et sénsili l. Empedocles
animum esse censet cor di suffusum sanguinem.
CICERONE (si veda) Tusc. quaest. e Ρlut.
de ΡΙ. Ρh. Εν τη τα αιματος συστασε. Αλλοι δε ήσαν οι λεγοντες κατα Εμ "
πεδοκλεα πριτηριον αγαι της αληθεας και τας αισθησεις αλλα τον ορθον λογον και
τα δε ορθα λογα τον μεν τίνα θαον υπαρχειν τον δε αν - θρωπινον. ων τον μεν
θαον ανεξοισθον ειναι. τον δε ανθρωπινον εξοισθαν. Ci sono stao 1 O 176 ti
alcuni, che han dettò con G. esé sere il criterio della verità non già i sensi,
ma la retta ragione. Questa poi essere in parte umana e in parte divina: la
prima potersi da noi manifestare, e l'altra nòi, Sext: Emp. adv. Log. Hụezio
Debolezza dello spiritous mano. Furere tibi Empedocles videtur: at mihi
dignissimum rebus iis ', de quibus lo quitur sonum fundere. Num. ergo is ex.
caecat nos, aut orbat sensibus, si parum magnam vim censet in iis esse ad ea,
quae sub eos subjecta sunt, judicanda? CICERONE (si veda) Lucullus Empedocles
quidem, ut interdum mi hi furere videatur, abstrusa esse omnia, ni hil nos
sentire, nihil cernere, nihil omni quale sit, posse reperire. CICERONE (si
veda) Lucullus Αρχαίοι το φρονων και το αισθανεσθαι ταυτον αναι φασιν ωσπερ και
Εμπεδοκλης (δη 01.,, Gli antichi, come disse Empedocle, vogliono che sia lo
stesso sentire, che ra 177 € 2. gionare. Arist. de anima, Arist. de Plant. Αναξαγορας
μεν και Εμπεδοκλης επί θυμια ταυτα κινεισθαι λεγουσιν αισθανεσθαι τε και
λυπεισθαι » Anassagora ed Empedo cle dicono che le piante sien mosse da de.
siderio, da tristezza, e da voluttà, Arist, de P1.Αναξαγοράς δε και ο
Δημοκρίτος και ο Εμπεδοκλής και νουν και γνωσιν εχεις απον τα φυτα Anässagora,
Democrito, ed Em pedocle dissero le piante esser fornite di men te e di
cognizione », Arist. de Pl. l. 1 cap. 1. Ρlut. de Plac. Ph. 1. 5 cap. 26. (90)
Arist. de.ΡΙ. 1. 1 cap. 1 Ρlut. de P. Ph. Πρωτοι δε και τονδε τον λογον Αιγυ πτιοι ασι αποντές, ως ανθρωπα ψυχη αθα γατος εστι. τα σωματος δε καταφθινοντος ες αλλο ζωον αια γενομενον εσδυεται. επεαν δε περιελθη παντα τα χερσαια και τα θαλασσια και τα πτηνα, αυτις ες ανθρωπό σωμα γινομες γον εσβυνειν. την περιαλησιν δε αυτή γίνεσθαι εν τρισχιλίοισι ετεσι. Sono gli Egizi i
pri Z 178 ηι. mi che dicono l'anima essere immortale; ma che 'morto il corpo va
questa sempre informando un altro animale; dimodochè dopo d' esser passata per
tutti gli animali o terrestri, o marini, o aerei torna di nuo ro ad informare
il corpo d'un uomo. Que sto giro compie l anima in tre mila an Herod. Euterp.
Τατω λογω ασι οι Ελληνων εχρησαντο οι μεν προτερον οι δε υστερον, ως ιδιω
εωυτων εοντι. των εγω αδως τα ονοματα και γραφω. Tra Greci alcuni prima alcuni
dopo han divulgato' la metempsicosi degli Egizi come opinione propria. E di
quelli non vo. glio scrivere i nomi; ancorche mi sieno, co Herod. Sext. Emp.
adν.. Math. 1. 8. (94) Ου γαρ ωσ. ο Μεγανδρος φησιν απαντι δαιμων ανδρι
συμπαράστατα ' ευθυς γενομεγω μυσταγωγος τα βιε αγαθος, αλλα μαλλον ως
Εμπεδοκλης διτται τιγες εκαστον ημων γενομες γον παραλαμβαγεσι και καταρχoνται
μοίραι κα! d'alluoves.,, Non è da credere come dice Menandro, che a ciascun di
noi, come ea gniti, gli nasce, assista un genio buono condut tor di tutta la
vita, ma piuttosto è da te nersi l'opinione d'Empedocle, il quale di che
ciascuno di noi dal punto della na scita è preso e governato da due genj e da due.
fati Plut. de anim. tranquill. E sog giunge lo stesso Plutarco che co' nomi de
gen; si esprimono σπερματα των παθων i se mi, delle passioni. Plut. de animi
tranq. (96) Αφ ων οίμαι ορμώμενοι και οι πυθα: γορεοι και μετα τατος Πλατων
αντρον και στην λαιον τον κοσμον απεφηναντο. παρα τε γαρ Εμπεδοκλα αι
ψυχοπομποι δυναμας λεγεσιν Ηλυθομεν τοδ ' υπ' αντρον υποστεγον E da queste cose,
siccome io stino i Pittagorici, e Platone dopo costoro, pre sero occasione di
chiamar questo mondo an tro e spelonca. Poichè presso Empedocle le potestà
conducitrici delle anime dicono: che siano finalmente giunte sotto quest' aniro
coperto; Porph. de Ant. Nymph. ed. Van -
Goens. Clem, Αlex. Strom. 1. 2. Stob. Εcl. 180 Eth. Jambl. Portrep.
cap. g Hierocl. in Com. Scheffer de Secta Italica. Pindaro nella prima ode
olimpica dirizzata a Gerone; dopo: d' aver descritto il supplizio di Tantalo,
che chiama atau λαμον βιον εμποσομοχθον vita priva do gni ajuto e perpetuamente
laboriosa » 'sog giunge „ questo supplizio forma il quarto dopo d' averne
sofferto altri tre » Mesta Tpl. ων τεταρτον πονον. Non si puo comprendere a
prima vista, come questo quarto suppli zio fosse stato perpetuo. Ma ciò è
intera mente dichiarato nella seconda ode. olim pica diretta a Terone
Gergentino. Quivi e gli dice: que', che dopo d'esser dimorati tre volte nella
terra e nell'inferno ocou do ετολμησαν ες τρις εκατερωθι μειγαντες: seppero
contener ľanimo loro nella pratica della virtil, arriveranno per la via di
Giove al la regia di Saturno, dove laure dell' O. ceano spirano dolcemente
attorno le isole fortunate, e splendono i fiori d'oro. vede quindi dal
confronto di queste due o. di, che la metempsicosi giusta Pindaro con Si 181
sisteva in tre articoli: iº che l'anima del lo stesso uomo informava tre volte
corpi u mani, che ' v'era un intervallo tra la morte e'l rinascimento in cui i
giusti go deano di felicità, e i malvagi eran puni ti, 3º che le anime
perseveranti nella giu stizia per tutto il corso delle tre vite umia ne,
andavano poi. cogli eroi nell'impero di Saturno; e quelle, che s' erano mac
chiate di colpe in quello stesso tempo, an davano in fine a soffrire un
supplizio eter πο: απαλαμον βιον εμπεδoμοχθον. Gli sco liasti stessi di Pindaro,
non altriinenti che noi abbiamo fatto ', lo dichiarano: uno di essi dice
υπεραγαν μεχρι τριτης μετεμψυχοσέως Ev 8 %a740015 Tols peeport „ sostennero (le
a nime ) sino alla terza metempsicosi nell' uno e nell'altro luogo cioè a dire
nel la terra e nell' inferno. Ora trina di Pindaro pare che allora fosse sta ta
conosciuta da' soli sapienti. Poichè dopo che il poeir avea esposta la triplice
trasmi grazione soggiunge lo tengo sotto il mio gomito e dentro la faretra
delle sette vo: questa dot 182 lanti, il cui fischio si sente dal solo sa
piente. Ma la moltitudine ha lisogno d' interpetri ες δε το παν ερμηνεων χατιζα.
Η saggio è colui che conosce la natura, gli altri, che įmparano da lui, sono
loquaci nxo Root Taivajaworick e come i corvi inutilmente gracchiano. Per lo
che pare, che Pindaro s'astenea di parlar chiaramente per non ri velare al
volgo il dogma pittagorico della metempsicosi, ed opponea la furgawcola o
loquacità del profano al silenzio del pittagorico. Tutti gli antichi fanno
onorata men zione della filosofia di G.. Lascian do stare Aristotile e
Teofrasto, noi sappia. mo da Laerzio l. 10 Sect. 25 ch' Herma co l'epicureo la
espose in 24 libri moto - λικων περι Εμπεδοκλεας: Τra Latini poi aparte di LUCREZIO (si veda) e di CICERONE
(si veda), che ne fan sommi elogi, siano avvertiti da CICERONE (si veda) me.
desinio che si era stato un SALLUSTIO (si veda), il quale area trattato la
filosofia di G. nel la stessa guisa, che avea fatto LUCREZIO (si veda) per
quella del GIARDINO ROMANO. Tria per quanto si raccoglie dalle parole di CICERONE
(si veda) quell' auto re non era riuscito cosi bene, come LUCREZIO (si veda). Lucretii
poemata, ut scribis, ita sunt multis luminibus ingenii: multae tamen ar. tis.
Sed cum veneris, virum te putabo, si Sallustji Empedoclea legeris; hominem non
putabo, cioè a dire se potrai sostener ne la lettura ti 'stimerò invitto e
paziente. ma privo di senso. CICERONE (si veda) Ep. ad Q. Non che Plutarco ne'
tempi d'appres. 80, ma tutti gli scrittori ecclesiastici ricor dano con lode
Empedocle ed i suoi pensu. menti. Vi ha un luogo di Temistio nell orazione 12
all' Imperator Gioviano, in cui egli loda quest' imperadore per la lege ge da
esso lui stabilita circa la libertà del la religione. In questo luogo ei dice
agar σθαι μεν εν και τις αλλες το νομο προσηκ4 τον θαοτατον Αυτοκρατορα και
μαλιστα δε οίς ουκ εφιασι μονον την ελευθερίαν, αλλα και τις θεσμες εξηγείται
και φαυλοτερον Εμπεδοκλεας και Ma All Excave te Teals. Varia è stata l'
interpetrazione di piu autori intorno a que ste parole, e principalmente per
l'Empe 184 parere che docle, di cui fa menzione Temistio. Al cuni hanno sognato
un altro G. di verso e posteriore al nostro. Petavio, non si sa come, crede,
che sotto il nome di G. abbia quegli voluto significare G. Petit è di per G.
s'inten la un cinico chiamato Peregrino. Nè marican di quei, che credono essere
stato rcfurrito in quel luogo S. Policarpo martire. Iru biti gl'inteipetri
Casaubono in not. ad M. Anton, pas 87 è stato a giudizio di Fabricio Bibl.
Graec., corui che meglio l'hi interpetrato. AgarIsi Mesy XV x2. Toń andy (ita
malo quam tos are 285, quod tamen ferri potest, nec' senten tiae, quam volumus,
repugnat ), 78 roles.po: σηκ ή τον θιοτατον Αυτοκρατορα μαλιστα δε οίς (idest
τετων vel εκεινων οις ) εκ εφιησι porgy etc., Degnissimo è l ' imperadore di
ammirazione e di venerazione non che per le cose, che in quella legge si
contengono, ma sopra di ogn'altro e per la libertà del la religione, e perchè
spiega quelle leggi, che sono state da Dio dettate, con perizia 185 non minore
di quella, per · Giove, che non fece quell'antico Empedocle., Di che si vede,
ch'era tanta e tale la stima, in cui allora si tenea il nostro filosofo, che ad
esso si comparava l ' Imperadore Gioviniano, allorchè si volea lodare.
Abulfarage presso gli Arabi, secondo che dice Fabric. Bibl. Graec. T. 1 p. 474
loda G.e, come chi avea ottimamen te conosciuto gli attributi divini.
Finalmente la filosofia d'Empedocle è stata vinovata da Campanella, da Magna.
no o Maignano. Fahr. Bib. Graec. nel me desimo luogo. Per lo che si vede chiarissimo
quanto male ORAZIO (si veda) conoscea il nostro filosofo; allorchè disse. Ep.
12 !. 1 v. 20. G.; an Stertinii deliret acumen. a a Su i Franmenti delle
opere di Empedocle Gergentino. ROM nico è l' oggetto di questa ultima mes moria:
presentare a un colpo d'occhio tute ti accozzati gli avanzi delle opere d'Empe.
docle. Egli ne detò molte, e quasi tutte, com'era usanza in que' di, le scrisse
in versi.. Pure niun poema di lui è venuto sino à noi, e pochi sono i frammenti,
che di questi ci restano L'inno ad Apollo, e 'l poema de' Persiani, furono, lui
morto, bruciati. Il poema sulla sfera si reputa oggi opera d'incerto autore,
Del suo discorso sulla medicina non ce n ' è restato nè anche vestigio: anzi
ignorasi, se questo fosse stato scritto in versi secon do Laerzio, o pure in
prosa secondo Sui da. I frammenti in somma delle opere di G., che da noi si
conoscono, ri guardano e fan parte di due famosi poe e non sia. a, a 2 188 ni:
l' uno sulle purgazioni, l'altro sulla natura. Il primo fu intitolato a Gergen
tini; il secondo a Pausania il medico el amico di lui. La raccolta quindi de'
fram menti de' versi d' Empedocle, di cui qui si parla, appartiene soltanto a
questi due gran poemi. Piü Eruditi, e tuti di gran nome assai prima, e in varj
tempi praticaron lo stesso. Stefano no pubblica il primo non pochi nel suo Ibro
della poesia fi. losofica. Fabricio prese appresso il pensiero d'ampliar la
raccolta di Stefano; e giusta il Mosenio quegli mol to l'accrebbe. Ma ogni
fatica di lui, co me attesta il Reimaro, tornò vana; perchè morto Fabricio si
perderono i suoi origina li,, e il pubblico non potè coglierne il frut. to. Van
- Goens di poi nell'edizione, ch ' ei fece del libro della Groita delle Ninfe
di Porfirio, manifestò aver già raunato più di trecento versi di G., e promiso
al più presto di recarli in luce. Avea, se condo ch' attesta egli stesso,
tratto gran pro 189 1 da' manoscritti che si conservano nella libre ria di
Leyden, e invitato tutti i dotti ad aiutarlo in si fatio travaglio. Ma punto
non si sa, se abbia o nò costui pubblica to la raccolta de' versi del nostro
filosofo, giusta la promessa di lui sotto titolo di raccolta Empedoclea. E'
sempre una singolar disgrazia il non potere profittar delle fatiche degli
uomini grandi. Le nostre librerie een prive non che di manoscritti, ma
scarseggiano ancora di libri. Non ci è venuto fatto di ritroe' vare in esse nè
pure lo stesso Stefano della poesia filosofica. Però, mancan. ti gli aiuti, si
è ito sù giù rifrustando an tichi scrittori per cogliere or uno or due e di
rado o sei, o dieci' o più versi di Emperlocle, che sparsi si leggono in que
sto, e in quell'altro. Fatica assai penosa, e ' tanto più dura, quanto ha
obbligato a durar quello stento, che farebbe chi il pri mo si mettesse ad
imprenderla, senza la spe. ranza di poter acquistare la gloria debita a chi il
primo l'avesse intrapreso. Unico conforto ne fu un Simplicio dell'edizione
d'Aldo, trovato nella libreria de' PP. Tea tini di Palermo (giacchè questi ne'
suoi co. mentari d ' Aristotile rapporta molti versi d ' Empedocle ). Da questo
libro furon tratti non pochi de' versi d ' Empedocle, che si tro van messi
insieme. in quest'ultima parte. Ma il medesimo disgraziatamente fu ruba. to in
quella libreria. Però non fu conco duto di potersi più riscontrare i versi rac
colti col testo; e si è dovuto, congetturan, do quasi tentoni, quando supplir
qualche parola a caso tralasciata, quando correg gere alcuni versi, che per la
prima volta erano stati o male lètti, o falsamente scrit ti. Si è detto tutto
ciò non perchè s' am. bisca lode di questa qualunque siesi fati ca; ma perchè
se ne abbia anticipato come patimento. In altri paesi d'Europa la race colta
de' versi d' Empedocle o gia è stata egregiamente recata in pubblico; o se non
è stata ancor fatta, si potrà certamente fare e più abbondante, e più corretta,
e più dotta, che non è questa. Non è quin 191 di la stessa da considerarsi come
un ope. ra perfetta, o degna degli sguardi de' Dot ti. Si desidera soltanto,
che si tenga la medesima, come un annotazione, con cui si provano i pensamenti
d' Empedocle espo sti nella terza Memoria. Ma comunque ciò sia egli è certo,
che i versi d'Empedocle smentiscono coloro, che portano opinione lui essere
stato o di niú no o di poco valore in poetica. Si fondan costoro sopra Plutarco
(1 ), il quale dice Empedocle avere ornato col metro i suoi discorsi per
evitare l'umiltà della prosa. Ma non si accorgono aver loro o mal inte so o
sinistramente interpetrato Plutarco, il quale pretese sol definire, che sia
stata di dascalica la maniera poetica del nostro filosofo. Questa, come quella,
ehe tratta e di filosofia, e di precetti sdegna le finzio. ni e l'invenzione,
in cui il pregio, il bel lo, e la natura consiste d'ogni poesia. Per rò quegli
disse, ch'Empedocle avea preso De Aud. Poet. 192 dalla poesia, senza più, e la
pompa, e il meiro. Questo stesso avea già gran tempo prima annunziato
Aristotilo, che fu non che savio ma di gran sentimento nelle co se poetiche.
Egli, a distinguer la poesia d' Omero da quella d'Empedocle, affermò i uno e
l'altro, tranne il metro, nulla tra loro aver di comune. Perché Omero era un
Poeta, com’ei diee, ed Empedocle un fisiologo (1 ). Ma se Empedocle, qual
didascalico, non merita é nome e lode, che si convie ne a poeta, non si pao
negare aver lui necupato in que' dì il primo luogo tra di dascalici, Aristotile
di fatto non seppe in miglior modo contrassegnare la differenza tra la vera
poesia e la didascalica, che comparando tra loro il più gran poeta e il più
eccellente didascalico; Omero ed Em pedocle. Nè altrimenti si pensò ne ' tempi
d' appresso. Cicerone chiama egregio il poe (1 ) De Poet. cap. 1. 793 ma
d'Empedocle sulla natura. Anzi mettendo egli a confronto i versi di Par menide,
di Xenofane, e d' Empedocle, che furon tutti tre poeti didascalici, dice aper
tamente, che più belli ed eleganti erano i versi del nostro filosofo. Che se
poi mancasse ogn'altro argomento ad apprez zare il merito di lui, sarebbe
certamente bastevole il sapere i poemi d'Empedocle es sersi cantati ne'
pubblici giuochi di Grecia. Ognun sa, che questa, piena allora di gu sto, e
severa nel gindicare, non concedea tali onori se non a soli grandiuomini. Nel
resto ciascuno su cið, o del raffinamento del la poetica d'Empedocle, ne può da
ise giu dicare. Il solo leggere i frammenti, che ci sono restati, basta a far
che chiunque ne resti persuaso e convinto. Il dialetto de' Siciliani e de'
Pittagorici era comune; e questo appunto era il Dori co. Pure G. avvegnache
fosse stato Lib. 1 de Orat. (Acad. Quaest. l. 4. Ъь 194 o SICILIANO e
Pittagorico, non mise in opera, che il dialetto Jonico, coine quello, ch'era
tra Greci poeti il più polito e gentile. Fu inoltre la musa di G. dolcissima.
E. gli ne' suoi versi non sol si servì di quel dialetto, ma nel farli scelse le
parole più dolci e sonore. Platone, parlando d ' Era clito, d'Empedocle, dice
che le muse di quello eran più dure, e le altre di questo più molli (1 )
ancorchè l' uno e l'altro aves sero usato il dialetto medesimo degli Jonj
Plutarco stesso poi non lascia di notare, che gli epiteti apposti da Empedocle
non erano, come per lo più esser ' sogliono ne' poeti, di puro ornamento, ma
esprimeano la natura delle cose. Ne cita egli di fatto l'aggiunto dato da
Empedocle a Ve. nere qual datrice di vita; il sempre verdeg: giante dato
all'alloro; l'abbondante di san gue adattato al fegato: e altri simiglianti.
Anzi il medesimo Plutarco da a G. Plut. in Sophista. Plut. Sympos. l. 6
Erotic. il vanto d' aver meglio e più:
destramento usato d'aleuni epiteti d'Omero: Ne reca ' egli in pruova l'aggiunto
d'agglome rator di nubi, che questi attribuisce a Gio ve, e quegli all' aria, e
l'altro di difena SOF del corpo, che Omero dà allo seudo, ed Empedocle
all'anima. Ma perchè più dilungarci in rapporta: re antichi testimonj su cið? I
franımenti stessi d ' Empedocle chiaro ci mostrano l' éc cellenza della sua
poesia. Basta dirsi aver lui tenuto Omero per modello nelle sue o pere
poetiche. Le voci, le frasi, le me taforé, la giacitura delle parole, le desi
nenze de' versi son le medesime in quello, che in questo. Si può quindi dir con
ra gione l'apparenza de' suoi versi, e la sein bianza de' suoi poemi essere
stata tutta di Omero. Oltre che riluce in lui una viva cità nelle immagini, e
una novità sin" nel le stesse parole. Moltissimi sugi epitéti ed
espressivi e leggiadri non si trovano in al Plut. Symp. cun altro poeta: 1.
pesci, per tacer d i tant altri, " sono chiamati da lui quando
nutriti, quando abitatori dell'acqua; gli uccelli cimbe volanti; gli Dei ' di
lunghissi. mi secoli. Anzi Aristotile nella sua poeti ca indica come una
metafora assai bella, e allora nuova, quella con cui Empedocle esprime la
vecchiaja; chiamandola l'occa. so della vita. Chiunque poi legge nelle sue
opere la descrizione della natura; " che qual pittore con quattro colori,
fa tutte le co se con quattro elementi; o l' altra della visione, che comparata
a una lucerna, fa le sue funzioni; o quella della clessidra, o cose simiglianti
', non gli potrà certo ne gare il pregio, che si conviene a vaga e bella
fantasia. Per lo che da' framinenti di G. si prende quel diletto, che pigliar
si suole guardando i rottami d'una qualche nostra Greca Sicola anticaglia. Nel
mettersi insieme si fatti frammen, ti si sono in prima distinti i versi, che
appartengono al poema della natura, da. quelli, che fan parte dell'altro sulle
pur 197 1 lande prezi Foce cck que nal elle gazioni. Ciò non è riuscito punto
difficile, Perchè il primo tratta di cose fisiche, e 'l secondo di cose morali.
In quello d'ordi nario, perchè diretto al colo Pausania i verbi si trovano in
singolare. In questo all'oppesto perchè indirizzato a Gergentini, i verbi si
leggono in plurale. Perd e dalla sintassi e dalla materia è stato age vole il
se parare i frammenti d'un poema da quelli dell'altro. Si sa oltr'a ciò il
poema di G. sulla natura esser. diviso in tre libri. Molti stenti ha costato il
congetturare qua li sieno stati trà versi, che ci restano, quel li che
appartengono o al primo, o al se condo, o al terzo, In çiò fare è stato di
mestieri ricercare se per avventura gli scrit tori, che ne riferiscono i
frammenti, aba biano citato il libro. Talora d' alcuni ver si, che certamente
si sa dalla testimonian za degli scrittori doversi collocare in uno de' tre
libri, si è rilevata la materia, che in ciascuno di essi trattavasi dal no stro
Gergentino, Stabilita poi la materia la ni che ung en. he da ur. 198 stato ben
facile il riferire allo stesso li bro tutti que' frammenti, che si versano
sullo stesso soggetto. Ma non di rado con frontando i frammenti tra loro si è
trova to, che alcuni finiscono con versi, che son principio di altri. Con tale
studio quindi e simigliante artifizio si è cercato di collo care o prima, o
dopo alcuni frammenti, che sono dello stesso libro. Nel resto sarà meglio il
tutto giustificato nelle note, e l' ordine con cui sono rapportati i frammen ti,
e l'autore, da cui sono stati ricavati e l'intelligenza, con cui sono stati
interpe trati '. Fra tanto se questo qualunque siesi lavoro non sarà stimato
degno di lode, po trà almeno, meritare, nell' emenda de dete ti il perdono del
pubblico. RACCOLTA DE FRAMMENTI. ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ βιβλ. α. Παυσανία συ δε κλυθι
δαίφρονος Αγχίτου υιε. Εστί αναγκης χρημα θεων σφραγισμα παλαιον Αϊδιον
πλατεεσσι κατεσφραγισμενον ορκοις Τεσσαρα των παντων ριζωματα πρωτον ακους Ζευς
αργής, ηρητε φερεσβιος η αίσθωγευς Νηστις θ' ' δακρυοις τεγγα κρενωμα βρoταον
Των δε συνερχομενων εξ εσχατων ιστατο νακος Διπλ' ερεω: τοτε γαρ εν αυξηθη
μονον ειναι Εκ πλεονων τοτε δ ' αυ διεφυ πλέον εξ ενος ειναι Δοιη δε θνητων
γενεσις δοιη και απολαψις Την μεν γαρ παντων συνοδος τικτατ’ ολεκτιτε Ηδε παλιν
διαφυαμενών θρυφθασα γε δρυπτα Και ταυτ αλλασσοντα διαμπερες εποτε λήγα DELLA
NATURA Pausania figliuol del saggio Anchito tu ciò, ch’io dico, attentamente
ascolta E' volere del fato, è degli dei decreto antico, che ab eterno fue segnato
con solenni giuramenti. Il bianco Giove, la vital Giunone, E Pluto, e Nesti,
che piangendo irriga I canali dell'uom, son d'ogni cosa, Odimi in prima, le
quattro radici. Ma come quelli tra di lor s'accozzano Dall' ultimo confin sorge
la lite. Dųe son le cose, ch' a narrarti io prendo: Ora l'uno dal più risulta,
ed ora Nasce dall' uno il più: cosa mortale Doppio ha nascimento, e doppia ha
morte. Genera, e strugge l ' union del tutto; E questa sciolta, torna pur di
nuovo CC 20 2 Αλλοτε μεν φιλοτητί συνερχομεν ’ ας εν απαντα Αλλοτε αυ διχα
παντα φορεμενα νακεος εχθα Εισοκες αν συμφωντα το παν υπενερθε γενητα. Ουτως η
μεν εν εκ πλεογων μεμαθηκε φυέσθαι Η δε παλιν διαφυγτος ενος πλεον εκτελεθεσ:
Τη μεν γίγνονται τε και και σφισιν εμπεδος αιων Η δε διαλλασσονται διαμπερες
αποτε ληγει Ταυτη α εν εασσιν ακινητα κατα κυκλoν. Αλλ' αγέ μυθον κλυθι - μεθη
γαρ τοι φρεγας αυξ Ως γαρ και πριν ειπα πιφασκων πειρατα μυθων Διπλ’ ερεω: τοτε
μεν γαρ εν αυξηθη μονον ειναι Εκ πλεονων τοτε δ' αυ διεφυ πλεον εξ ενος αναι
Πυρ και υδωρ και γαια και κερος απλετον υψος Νικοστ' αλομενον διχα των
αταλαντον εκαστον Και φιλοτης εν τοισιν ιση μηκοστε πλατοστε Την συν νω δερκε
μη δ ' ομμασιν ησο τεθηπως Ητις και θνητοισι νομιζεται εμφυτος αρθροίς Tητε
φιλαφρονεας ιδ ' ομοιϊα εργα τελεσι Γιθοσυνην καλεοντες επωνυμον ιδ "
αφροδιτην Την στις μετ ' οτοίσιν ελίσσομενην δεδαηκε. Θνητος ανηρ συ δ' ακ8ε
λογων στoλoν εκ απατηλον Ταυτα γαρ ισα τε παντα και ηλικα γενναν εατσι Τιμης δ'
αλλης αλλο μεδα παρα δ ' ήθος εκαστω Εν δε μερά κρατεεσι περίπλομενοιο χρονοιο.
Και προς τους ατ' αρ' επιγιγεται δ'απολήγα Ogni cosa, ch' è nata, a separarsi.
Tutto alterna cosť, e così dura Eternamente: ed ora in un si accozza Per la
virtù dell' amicizia, ed ora Per l'odio della lite si sparpaglia, Standosi in
aria, finchè non si unisca, Cosi l'uno dal più nascer costuma. Cosi dall' un
già nato il più rinasce. Entrambi han vita; ma la lor durata Non è mai stabil.
Perchè l' uno e l'altro Alterna, e l'alternar non ha mai fine Sopra di un
cerchio eternamente gira. Ma tu il mio parlare attento ascolta, Che lo spesso
sentire, e risentire La mente aguzza. Come pria ti dissi Raccogliendo la somma
del discorso Due son le cose, ch'a 'narrarti io prendo. Ora l'uno dal più si
forma, ed ora Nasce dall' uno il piii; ch'è terra, e fuoco, και ed aria
d'un'immensa altezza, Oltre di questi, che tra lor son pari, Havi lite dannosa,
ed amicizia, Ch'ha per lungo, e per largo egual misura.?' u colla mente la
contempla. Invano Ed acqua, CC Η Ειτε γαρ εφθαροντο διαμπερες εκετ ’ αν καισαν.
Τατο δ ' επαυξησε το παν τι κε; και ποθεν ελθον; Πη δε κεν απολοιτο επει των δ
' δεν ερημον; Αλλ ' αυτ ’ εστιν ταυτα διαλληλων δε θεοντα Γινεται αλλοτε αλλα
διηνεκες αιεν ομοια. Stupidi gli occhi sopra dessa fisi. Questa d'ogni mortal
nelle giunture Si vuole innata, e chi n'han senso in mente Fanno, comº essa fa,
opre leggiadre. Di Venere col nome o d'allegrezza La chiamano, sebben finor
niuno Seppe indicare dentro a quali cose Si aggirasse involuta. O tu niortale,
Ascolta i detti, che non son fallaci: L'amicizia, e la lite sono eguali, Hanno
la stessa età, l' origin stessa Sol con diverso onor l ' una sull'altra Impera,
e piglia, com'è lor costume, Il comando a vicenda al fin del tempo, Scritto a
ciascuna dal voler del fato. Nulla viene oltr' a ciò, ch' ancor non è Nulla di
quel, che è, desser finisce; Se pur finisse., riaver non mai Potrebbe in alcun
tempo l'esistenza. Doy ' andrebbe a perir, se non v'ha luogo Di ciò solingo,
ch'al presente esiste? E se quel', che non è, ora venisse D ' onde verrebbe? e
che? come potrebbe Accrescer questo tutto, s' egli è tutto?? Επι νεικος μεν
ενερτατον ικετο βενθος Δινης εν δε μεση φιλοτης στροφαλιγγα γένηται Εν τη δη
ταδε παντα συνερχεται εν μονον είναι Ουκ αφαρ αλλα θελυμμα συνισταμεν αλλοθεν
αλλο Των δε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρια θνητων Πολλα δ' αμικτ ’ εστηκε
κερασσαμένoίσιν εναλλαξ Οσσ ' ετι νεικος ερυκς μεταρσίον • 8 γαρ αμεμτώς Το παν
εξέστηκεν επ ' εσχατα τερματα κυκλα Αλλα τα μεν τ ' εμιμνε μελεων τα δε τ ’
εξεβεβηκεν Οσσον δ ' αιεν υπεκπροθεει τοσον αιεν επηει Η επιφρων φιλοτης
αμεμπτως αμβροτος ορμη Αιψα δε θνητ’ εφυοντο τα πριν μαθον αθανατ’ είναι Ζωρα
δε τα πριν ακρητα διαλλαξαντα κελευθες Των δε τε μισγομενων χειτ' εθνεα μυρία
θνητων EΠαγτ οιαις ιδεησιν αρηροτα θαυμα ιδεθαι Sempre dunque le cose son le
stesse, Si mischian, si separano, a vicenda Movendosi tra lor, e nascon sempre
Novelle forme, ma tra lor simili. Avea la lite già toccato il fine Ultimo del
girar, quando amicizia Del cerchio, in cui si volge, al centro arriva. Tutte le
cose allor vanno ad unirsi Per fare l'un; ma a poco a poco il fanno, Base a
base di quà di là giungendo. Dagli elementi, che tra lor si mischiano Razza
infinita di mortali nasce. Ma in mezzo a que', che s'accozzar, vi furo Altri,
che ' ncontro senzı alcun miscuglio Restaron puri; perchè lite ancora In alto
li tenea Piena di colpa Ella com'è, voleva il tutto scisso Sull' estremo confin
del cerchio trarre. Però de' membri, alcuni fuor spuntaro, Ed altri nò. Ma
quanto innanzi corre Sempre la lite, tanto sempre è pronta L ' amicizia a venir
saggia, divina, Nuda di colpe, d' immortale forza Σ Η δε χθων τατοισιν ιση
συνεχυρσε μαλιστα Ηφαιστω τ ' ομβρωτε και αθερι παμφανοωντι Κυπριδος ορμησθεισα
τελειοις εν λιμενεσσιν Ειτ ' ολίγον μειζων ειτα πλεον εστιν ελασσων Ίων αιματ’
εγένοντο και αλλης ειδεα σαρκος. Η δε χθων επικαιρος εν ευτυκτοις χοανοισι Τα
δυο των οκτω μερεων λαχε νηστιδος αιγλης Τεσσαρα δ ' ηφαιστοιο. Τα δ ' οστεα
λευκα γένοντο Αρμογιης κολλησιν αρηροτα θεσπεσιηθεν E nascer ecco, e divenir
nascendo Della morte alla falee sottoposti Que', che prima sapean esserne
immuni, E mutando sentier trovarsi misti Que', che puri eran pria senza
miscuglio. Formasi in somma dalle cose miste Un numero infinito di mortali, Che
d'ogni specie son, d'ogni figura, Si, ch'a vederli è certo maraviglia. Ne'porti
estremi della bella Dea Giunse la Terra là dov' ogni cosa Or di massa crescendo,
ed or mancando Il più meno si fa, e 'l meno più. Ivi la Terra in parte egual
s'avvenne All' aria trasparente, al fuoco, all'acqua, E da tale union indi
formossi Qualunque specie di carne, e di sangue. Quando la terra era d'amor
sospinta In pevere ben salde a sorte trasse Dell'otto parti, d' acqua chiara
due, Quattro di fuoco: e per divin volere Col glutin d'armonia tutte s'uniro:
dd διο Βελιον μεν θερμoν οραν και λαμπρον απαντη Αμβροτα γ οσσ ' εδεται και
αργέτι δευεται αυγη Ομβρον δ ' εν πασι νιφρεντα τε ριγηλοντε Εν δ ' αιης
προρεεσι θελυμγα τε και στερεωμα. Εν δε κοτω διαμορφα και αν διχα παντα
πελονται Συν δ εβη εν φιλοτητι και αλληλοισι ποθκται. Εκ τετων γαρ παντ' ην
οσσα τε εστι και εσται Δενδρατο βεβλαστηκε και ανερες ηδε γυναικες Θηρεστ’
οιωνοίτε και υδατο θρεμμονες ιχθυς Και τι θεοι δολιχαιωνες τιμησι Φεριστοι και
Αυτα γαρ εστι ταυτα δι αλληλων θεοντα Γινεται αλλείωτα E l'ossa bianche furon
tosto fatte. Da per tutto si vede il Sol, che desta Calore, e lancia della luce
i raggi, E quegli ancor, che senza morte sono, Quasi da fame o pur da sete
spinti, L'aria ricercar bianco splendente. Puossi ovunque veder l'acqua; che in
neve: Talòr si muta, e facilmente gela: o pur la terra, da cui vengon fuori Le
salde cose. Quando impera lira Tutto è biforme, ed ogni cosa è scissa, Ma
regnando amicizia il tutto corre Pronto ad unirsi, e l'una all' altra cosa Per
interno desir s'abbraccia, e stringe. Tutto viene da quelli, e per l'amore, Ciò,
che fu, cid, che è, ciò che sard, Germogliaro cosi alberi, e piante Nacquero
maschi, e donne, e fiere, e uccelli, E pesci ancor, che son d'acqua nutriti; O
pur gli Dei di secoli lunghissimi Chiari per gl' inni, e per gli onor prestanti.
Sempre in somma le cose soil le stesse, Sempre tra loro han moto, e cangian
forma. d d 2 Ως δ ' oπoταν γραφεες αναθηματα ποικιλλωσιν Ανερεσ αμφί τεχνης υπο
μη τινος δεδαωτες Οιτ ' επει καιν μαρψωσι πολυχροα φαρμακα χερσι Αρμονια
μιξαντε τα μιν πλεω αλλα και ελασσω. Εκ των αδεα πασ' εναλίγκιά πορσυνέσι
Δενδρεάτε κτιζοντες και ανερας nde γυναίκας Θηρας τ’ οιωνες τε και υδατο
θρέμμονες ιχθυς Και τε θεες δολιχαιωνας τιμησι φεριςτες Ουτω μη σ ' απατα φρενα
ως νυ κεν αλλοθεν «να Θνητων οσσα γε δηλα γεγαασιν εσπετα πηγήν. ταυτ ' ισθί
θεα παρα μυθον ακουσας Αλλα τορώς Εν δε μερα κρατεεσι περίπλομενοίο κυκλοίο Χα,
φθιγει ας αλληλα και αυξεται εν μέρει αισης Αυτα γαρ εστι ταυτα οι αλληλων δε
θεοντα Γιγοντα ανθρωποιτε και αλλων εθνέα θνητων: Αλλοτε μεν φιλοτητα
συνερχομεν ασ ενα κοσμου Qual dipintor nell'arte sua perito Sa' i quadri variar,
che la pietate Del tempio alle colonne, appende in dono A santi numi. Egli con
man piglian do Ora più, ora men di questo, è quello Colore, insiem con '
armonia li vmischia, E poi con essi va pingendo immagini Che son del tutto
simili agli oggetti: Uomini, donne, fiere, uccelli, e piante;. Ed i pesci, che
son đ 0 pur gli Dii di secoli lunghissimi Chiari per glinni, e per gli onor
prestanti; Cosi la mente certo non s'inganna Dº ogni nato mortal qualora dice
Esserne fonte sol quegli elementi. Tu.ciò, che ho detto, tieni pur per fermo.
Di tutto il nascer sai, fuorchè di Dio, Sul quale il mio parlar non è diretto.
acqua nutriti Or l'amicizia, ed or la lite impera Del cerchio intorno
rivolgendo i passi, E luña e l'altra, come vuole il fatoo Manca a vicenda, ed a
vicenda sorge. Sempre le stesse son, sempre alternando Αλλοτε δ ' αυ διχ'
εκάστα φορεμενα νικεος εχθα Εισοκεν αν συμφωντα το παν υπεγερθα γενηται. Ουτως
η μεν εν εκ πλεονων μεμαθηκε φνεσθαι Η δε πάλιν διαφωντος ενος πλεον εκτελεθεσι.
Τη μεν γίνονται και και σφισιν εμπεδος αιων Η δε τα διαλλάσσοντα διαμπερές δαμα
λογια Ταυτη αιεν εασσιν ακινητα κατα κυκλος Σ Τεσσαρα των παντων ριζωματα
πρωτον ακα! Πυρ και υδωρ και γαιαν η αιθερος απλετον υψος Εκ γαρ των οσατ' ην
οσατ ' εσσεται οσσα τ ' εσσι(11 Αυταρ επε μεγα νεικος ενι μελεεσσιν ετρέφθασε
Ες τίμαστ' ανορεσε τελιoμενοιο χρονοιο Ο σφιν αμοιβαιος πλατεος παρεληλατο ορκα
Si muovono. Deil' uom la razza nasce, Tant' altre razze di mortali han vita.
Talor per amicizia in ordin bello Tutto si unisce; ma talor per stizza Di lite
il tutto si separa, è stassi Sospeso in alto, finchè non s'unisca. Cosi l'uno
dal più nascer costuma. Così dall' un già nato il più rinasce. Entrambi han
vita, ma la lor durata Non è mai stabil. Perchè l'uno, e l' altro Alterna, e
l'alternar non ha mai fine Sopra d'un cerchio eternamente gira. Quattro,
figliuol d'Anchito, in prima ascolta Son radici di tutto: il fuoco, e l'acqua,
La terra, e l ' aer d'un immensa altezza; Perchè da questi sol viene, e deriva
Ciò, che fu ', ciò, che è, ciò, che sard. Dopo, che lite, la gran lite ascosa
Era stata ne' membri, il tempo scorso, Agli onori salt. Perchè l'impero
Alternar si dovea, com'era scritto Con solenne, ed eterno giuramento. 256 Αρτια
μεν γαρ αυτα εαυτων παντα μερέσσιν Ηλεκτωρτε Χθωντε και κρανος ηδε θαλασσα Οσσα
Φιν εν θνητοίσιν αποπλ.αχθεκτα πεφυκέν. Ως δ ' αυτως οσα κρασιν' επαρκεα μαλλον
εασσιν Αλληλοις εστερνται ομοιωθεντ' αφροδιτη. Εχθρα πλειστον επ', αλληλων
διεχεσι μαλιστα Γεννητε κρασατε και αδεσιν εκμακτρισι Παντη συγγίγεσθαι αηθεα
και μαλα λυγρα Νακεσ γεννηθεντα οτι σφισι γεννας οργα,. Αλλο δε τοι ερεω •
φυσις αδενος εστιν απαντων Θνητων εδε τις ολομενα θανατοιο τελευτη Αλλα μογον
μιξις τε διαλλαξις τε μιγεντων Εστι. φυσις δε βρoτοις ονομαζεται ανθρωποισι Οι
δ ' οτε δε κατα φωτα μιγεν φως αιθερι κυρα Η κατα θηρων αγροτέρων γενος και
κατα θαμνων Ηε κατα οιωνων τοτε μεν τα δε φασι γενεσθαι Tutto è perfetto,
perchè tutto ha pari Íl numer delle parti, che il compone. Tal è la terra, il sole,
il cielo, il mare e tutto quel, che tra mortali errando Miste ha le parti
giusta sua natura. Ciò, che ridonda poi al lor miscuglio Da Venere s ' unisce
al suo simile, Giacchè le cose simiglianti forte S'aman tra lor. Na spesso le
divide L'inimicizia. Nascon quindi mostri Strani assai per la stirpe., e per la
tempra, E per le forme, ch' hanno in loro impresse; Perchè la lite li produce
allora Ch' appetiscon le cose il generare. Un altra cosa a dichiararti io
prendo: Nulla ha natura, nè mortale ha morte, Che danno arrechi. Perch' è sol
miscuglio, E delle cose miste è scioglimento Ciò, che natura gli uomini
chiamaro. Quando a caso nell'aria s'imbatte Il miscuglio, che fa dell' uom la
razza, O quella degli uccelli, o delle piante, Ευτε ο αποκριθωσι τα δ ' αυ
δυσδαιμονα ποτμαν Ειναι καλεσιν Βιβλ. β. Νυν δ ' αγε πως ανδρωντε πολυκλαυτωντε
γυναικων Εννυχιες ορπηκας ανήγαγε κρίνομενον πυρ Των δε κλυθ'.8 γαρ μυθος
αποσκοπος εδ' αδας μων Ουλοφυες μεν πρωτα τυποι χθονος εξανατελλον Αμφοτερων
υδατοστε και αδεος αι σαν εχοντες τετ' ανέπεμπε θελον προς ομοίον ευεσθα Ουτε
τυπω μελεων ερατον δεμας εμφαινοντες Ουτ’ ενοπην ετ ' αυ επιχωριον ανδρασι,
ηουν Πυρ μεν Πολλα μεν αμφιπροσωπα και αμφιστερνα φυέσθαι Βεγενη ανδροπρωρα τα
δ ' εμπαλιν εξανατέλλας Ανδροφυη βεκρανα μεμιγμεγα τη μεν υπ ανδρων Τη
γυναικοφυη σκιεροις ήσκημενα γυιοις O de' bruti selvaggi, allor si dice Che
nascon essi; e quando si discioglie Il miscuglio di lor, ch' han trista morte. Come
nel separarsi il fuoco trasse De' maschi i germi oscuri, e delle donne, Che
piungon molto, odimi, che 'l dire Rozzo non è, nè fuor sen va del segno.
Perfetti in prima dalla terra i tipi Spuntaron tutti. Ma siccome il fuoco Su
n'esulò il suo simil -bramando, Restaron quelli sol umide forme, e l'immago per
lor parti aventi. Però nel tipo de' lor membri ancora Non mostravan ľamabili
fattezze Del corpo, non ancor l'organ di voce, Nè la natia degli uomini favella.
L'acqua, Nascon de' mostri con due facce, o petti.. Bovi son questi con umano
volto, Comini quelli con bovina testa, D'opachi membri son forniti, e tutti e e
2 2 20 Η μεν πολλαι κορσαι αγαυχενες εβλαστησαν Οφθαλμοι δε επλασθησαν γαρ
πτωχοί μετωπων (18 Βραχιονες γυμνοι χωρίς μορφονται γε. ωμων. Τατον μεν βρoτεων
μελεων αριδαιαστον ογκον Αλλοτε μεν φιλοτητα συνερχομεν' ας εν απαντα Για το
σωμα λελογχε βια θαλέθοντος εν ακμή. Αλλοτε δ ' αυτε κακησι διατμηθοντ ’
εριδεσσιν Πλαζεται ανδιχο εκαστα περι ρηγμινι βιοιο. Ως αυτως θαμνοισι και
ιχθυσιν, υδρομελαθροις Θηρσιτ’ οραμελεεσσιν ιδε πτεροβασμισι κυμβας Σδε δ αναπνα παντα και εκπγ: πασι λιφαιμο !
Σαρμων συριγγες πυματον κατα σωμα τετανται Και σφιν επιστομίοις πυκνοις
τετρηντα αλοξι Ριγων εσχατα τερθρα διαμπερες. ωστε φαγον μεν Σ 221 L'han di
maschio, e di donna insiem confusi Sorsero teste senz' aver cervici. Privi di
fronte furon fatti gli occhi. Nude le braccia senza spalle fatte, I membri
umani giaccion tutti in massa Bella, e vistosa. Per anior talvolta S' uniscono
tra loro, e corpo a caso Nel fior si forma della verde etate. All'opposto talor
spiccansi i membri Per trista lite, e quà e là d' intorno Alla spiaggia di vita
erran divisi. Apvien ciò pure agli alberi, alle fiere Che montanine son, a
pesci ancora Abitator dell acqua, ed agli uccelli Che solcan l ' aria coll '
alate cimbe Ecco nel respirar come da tutti L' aer dentro si tira, é fuor si
manda, Delle vene i canali si propagano Agli estremi del corpo, e metton capo
Delle nari ne' solchi, in cui le punte Σ
Kευθαν αιθερι δ ευπορίαν διο οισι τετμησθαι Ενδεν επαθ οποτ.ν μεν επαίζη τερεν
αμα Αιθαρ παφλαζων καταϊσσεται οίδματι μαργω. Ευτε δ ' αναθρησκ 4 πμλιν εκπν: 1.
ωσπερ οταν πας Κλεψυδρας παιζοσα δι ευποτρος καλκoιο Ευτε μεν αυλα πορθμον επ'
ευκαδα χερι θισα Εις υ2τος βαπτητι τερεν δεις αργυφεοιο Ουδε γ' ες αγγος ετ’
ομβρος εσέρχεται αλλα μιν εργ ! Αερος όγκος εσωθι πεσων επί τρηματα πυκνα Σισοκ
α τ οστεγασι πυκνον ρέον. αυταρ επάτα Πνευματος ελλειποντος εσέρχεται αισιμων
υδωρ. Ως γ' αυτως οθ' υδωρ μεν εχω κατα βενθεα καλκα Πορθμα χωσθέντος βρoτεί »
χροι ηδε πορο! ο Αιθήρ δ' εκτος εσω λελιημενος ομβρον ερυκα Αμφι πυλας ισθμοιο
δυσηχεος ακρα κρατύνων Εισοκε χέρι μεθ, τοτε δ' αυ παλιν εμπαλιν και πριν
Πνεύματος εμπίπτοντος υπεκθι αισιμον υδωρ - Ως δ' αυτως τερέν αιμα
κλαδισσομενον δια γυιων Οπποτέ μεν παλινoρσον επαιν5 μυχονδε Θατερον ευθυ, ρεμα
κατερχεται οι ματι θυον Ευτε δ' αναθρων Α4 παλίν ειπν.4 ισον οπισσα Hanno
sturate, Ma di sangue in parte Sono que tubi, e non del tutto pienii. Però
calando giù s'occulta il sangue, E lascia all ' aer libera ed apertit
Dell'entrata lu vir per le bouciucce. Avvien cosi, che quando il sangue molle
In gil si lancii nell'interno, tosto L'aria, che ferve, con sue vacue bolle
Entra con furia. E quando poi balzando Ritorna il sangue, torna fuor di nuovo
Uscendo l'aria. Guarda quà donzella Intenta a trastullare colla clessidra Di
facil bronzo, ch'al martello regge. Empier d'acqua la vuol: perciò ne tura
Colla sua bella man prima la bocca Dell'orifizio, e quindi per la base Di
spessi forellin tutta bucata L'immerge in mezzo della limpid' acqua. in questa
intanto dentro non penétra Perché l'aria racchiusa nella clessidra Sovrastando
a' forami con la molla L ' acqua preme, sospinge, ed allontana. Che se appena
riapre la donzella Il già chiuso orifizio, di repente Ως δ ' οτε τις προοδον
νοεων ωπλίσσάτο λυχνον Χειμεριην δια νυκτα πυρος σέλας αιθομελοιο L'aria sen
fugge; e come questa manca L'acqua fatale, che presiede all' ore, Ch'entrar
pria non potea, entra nel vaso. La clessidra è già piena: or la donzella In
altra guisa guarda là, che gioca. Ella con man turandone la bocca Dalla base
forata vuol che cada L' acqua fatale, di cui quella è zeppa. Ma cupido d '
entrar laer di fuori Quasi forte confin l ' acqua ritiene Intorno á forellini
gorgogliante. Se quella poi leva la mano, allora All'opposto di pria laer di
sopra Cadendo all ' acqua ý giù la manda, è questa Per gli forami della base
gronda. Tal è del sangue, che colante scorre Per le membra. Se presto si ritira
Affollandosi in dentro, allor di colpo Schiumosa l' aria con vigor rientra. Poi
quel ratto s' avanza, e questa fuori Esce coil passo egual retrocedendo. Come
d'inwerno per l'oscura notte Chi prende a viaggiar prima prepara Αγας παντοίων
ανεμων λαμπτηρας αμοργός Οιτ ' ανεμων μεν πνευμα διασκιανασι αεντων Φως δ ' εξω
διαθρωσκον οσον ταγαωτερον ηεν Λαμπεσκεν κατα βηλον αταρεσι ακτινεσσιν. Ως δε
τον εν μηνιγξιν εεργμενον ωγυγίον πυρ Λεπτησιν οθονησιν εχευατο κακλοπα κερης
Αι δ ' υδατος μεν βενθος απεστεγον αμφινααντος Πυρ δ ' εξω διαθρωσκον οσον
τανάωτερον Μεν U Βιβλ. και Ου τοσε τι θεος εστιν και τοτε και τοδε Ουκ έστιν
πελασθαι εν οφθαλμοίσιν εφικτος Ημετέροις η χέρσι λαβαν υπερτε μέγιστη Πειθες
ανθρώποισιν αμαξιτος ας φρεγα πιπτα. Ου μεν γαρ βροτεη κεφαλη κατα γυια κεκασθα
Οι μεν απαι γωτων γε δυο κλαδοι ασσεσιν Lampade,.e lume di un ardente fiamma, E
poi li mette dentro una lanterna, Che da venti difenda la fiammella; Perchè di
questi come van spirando Disperge il soffio. Ma di fuor si lancia La luce,
intanto, e quanto più si estende, Tanto illumina più presso la struda Corai di
notte vincitor non vinti; Cosi il naturale antico fuoco, Che la pupilla
circolure irradia, Stassi dell' occhio in le membrane chiuso Sottili al par di
vel, che dall ' umore, Il quale in copia dall' intorno scorre Tutto il difendon.
Ma di là movendo Quanto più lungi puà fuori sį spande. Nè questo, o quello, nè
quell' altro è Dio, A noi cogli occhi non è mai concesso Di poterlo veder, nè
colle mani Di poterlo trattar: che della mente Esser suole la via grande, e
comune, Per cui persuasion entra nell' uomo. Οι ποσες και θοα γουνα παι μηδεα
λαχνηεντα Αλλα Φρην ιερη και αθεσφατος επλετο μενον, Φροντισι κοσμον άπαντα
καταϊσσεσα θοησιν ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ. Ει δ ' αγε νυν λεξω πρωθ ηλιον αρχην Εξ ων δη
εγενοντο τα νυν εσoρωμεγα παντα Ταράτε και ποντος πολυκυμων ηδ' υγρος αηρ Τιταν
η δ αθηρ σφιγγων περί κυκλoν απαντα Iddio non è di mortal capo ornato, Che su
membri s'estolle. A lui sul dorso Non spiegansi i due rami. Egli non have
Ginocchia, che al cammin ci fan veloci. Egli piedi non ha, nè quelle parti Che
vergogna, e lanugine ricopre. E mente sol, è sacra mente Iddio, Ch'esprimer non
si può da nostra lingua: In un istante tutta la natura Col veloce pensier
ricerca, e scorre. DELLA NATURA. V B R SI Che non si sa a quale de tre Libri
appartengono. Dirotti in prima co' mięi versi d' onde Ebbe origine il Sole, e
d'onde ogn'altro Che noi veggiam; l ' ondoso mar, la terra L'aria, che nel suo
sen chiude, e raccoglie Ogni umido vapor, la luce, e letere Che tutto cinge, e
tutto intorno avvolge. 23ο Πως και δενδρεα μακρα και ειναλιοί καμασκνες Ειπερ,
απαρονα γης τε βαθη και δαψιλος αθηρ Ως δια πολλων δη γλωσσης ρηθεντα ματαιως
Εκκέχυται στοματων ολιγον τε παντος ιδόντων Ουδε τι τα παντος κεγεον πελα ουδε
περισσον Ως γλυκυ μεν γλυκυ μαρπτε πικρον δ ' επι πικρον Ορέσες οξυ ο επ ' οξυ
εβη θερμον δ εποχευετο θερμος Γνους οτι παντων « σιν απορροια οσσ ' εγένοντο
Kευθεα θηριων μελεων μυκτηρσιν ερευνων Ούτω γαρ συνεχυρσε θεων τοτε πολλακι δ '
αλλος In qual maniera furon pria formati E gli arbor alti, ed į marini pesci.
Per la lingua di molti invan discorre La terra, e l ' Eter non dver con fine
Quella nelle radici e questo in alto. Ciò la bocca di color si sparge per Che
nulla, o poco sanno, e guardan lungi Colla veduta corta d'una spanna » Vacuo
non c'è, e nulla pur ridonda; U Dolce a dolce s' unisce, ed all' amaro Corre
l'amaro, e l'aspro all aspro vanne, E verso il caldo si conduce il caldo. Ogni
corpo, ch ' esiste, il dei sapere, Vibra lungi da se parti vaganti, Fiutando
indaga le ferine tane, Tale in quel punto s’intoppò correndo Ma in altra guisa
per lo più s' avviene οπη συγεκυρσεν απαντα Η δ ' αυ φλοξ ιλααρα μινυνθαδικαις
τυχε γαιης Κυπρίοδος εν παλαμης πλασέως τοιηστε τυχοντα Τη δε μεν ιοτητι τυχης
πεφρονήκεν απαντα Και καθ' οσον μεν αρμοτατα συγκυρσε πεσοντα Αλλα οπως αν τυχη
ΓIαντα γαρ εξακης πελειζετο γυια θεσιο (38) Και δα παρ’ ο δη καλαν έστιν
ακουσαι Ενθ' ουτ' ηελιοιο διειδετο ωκεα γυια Αρμογιης πυκίγως κρυφα εστηρικτα
Σφαιρος κυκλοτερης μοί1 περίγ 19 εκων Dove ogni cosa s' imbatte i Fiamma lunare
s' incont Insiem con Terra, che Nelle man di Ciprigna cost Col parer di fortuna
al tutto intese In quanto a caso s'accordar tra loro Nell'incontrarsi Ma come
sorte volle Tutte di mano in man le membra scosse Furon del Dio Ciò, che è
bello convien, che si ripeta Le pronte membra non vedeano il Sole Salde in
occulto d' armonia fur fatte In tonda sfera stretto quasi il tuttó Αυξα δε χθων
μεν σφετέρος γενος αθερα δ ', αι: θηρ Κατα το μαζων εμιγνυτο δαιμονι δαμων Αιθηρ
μακρησι κατα χθονα δυετο ριζας Οινος απο φλοιου πελεται σαπεν εν ξυλω υδωρ (46)
Αλλα διεσπασθαι μελεως φυσις ή μεν εν ανδρος Η γ ' εν γυναικος Μηνος εν ογδοατα
δεκάτη που επλετο λευκον Ως δ ' οτ’ οπος γαλα λευκών εγομφώσει και εδησεν. Ουτω
δε ωοτοκει μικρα δενδρα πρωτον ελαιας Νυκτα δε γαια τιθησιν υφισταμενη φαεισσι
Lieto dell'unità solingo gode: Aria ad aria s ' aggiunge, e terra a terra; Il
minore al maggior spirto s' unisce: Della terra le barbe aer penetra; L'acqua
scomposta sotto la corteccia Vino diventa, Della prole le membra stan dis ise
Parte nel maschio, e parte nella femina, Al giorno dieci dell' ottaro mese
Nelle poppe si forma il bianco latte. Come gaglio rappiglia il bianco latte,
Cosi da prima partoriscon l'uovo Gli arbor non alti della verde uliva Luce
impedendo fa la terra notte Ήλιος οξυβελης ηδε ιλαϊρα σεληνη απέσκεδασε.αυγας
Ες γαμαν καθυπερθεν απεσκιφωσε δε γαιης Τοσσον οσοντ ’ ευρος γλαυκωσιδος επλετο
μηνης Гщи ру тар уцау апожариву детi Uдор Ηερι δε ηερα διον ατάρ πυρι πυρ
αιδηλον Στοργην δε,στοργη κακος δε τε νεικεί λυγρω Παντα γαρ ισθι φρονησιν εχαν
και σωματος αισαν Λιματος εν πελαγεσι τετραμμενα αντιθρωντος Τη τε νοημα
μαλιστα κικλεσκεται ανθρωποισιν Αιμα γαρ ανθρωπους περι καρδιον εστι νοημα Προς παρεον γαρ μητες αεξεται ανθρωποισι οθεν
σφισιν ας Και το φρογαν αλλοια παριστατα Dolce è la Luna, e durdeggiante il
Sole. Disperge i raggi sulla Terra, e sopra Tant è la luce, che le fura, quanto
Il disco è largo della glauca Luna. Terra veggiam con terra, acqua con acqua,
Aer divin con aere, e lucente Fuoco con fuoco, e con amore ' amore, E veggian
lite con dannosa lite. Uomini, bruti e piante ben lo sai Han tutii mente, e
parte di ragione, Stassi la mente dove più ridonda II sangue, che su giù sempre
si muove, Perchè dal sangue, che circonda il core Il pensiero nell' uom sua
forza prende; Il pensare dell' uom cresce e al presente Però il pensare sempre
a lui diverse Mostra le cose. 238 Ενδ ' εχυθη καθαροισι τα δε τελετουσι
γυναικες Ψυχεος αντιασαντα Νηπιοι και γαρ σφιν δολιχοφρονες ασι μεριμνα Οι δε
γενεσθαι παρος εκ εον ελπιζασιν Ητοι καταθνησκαν τε και εξολλυσθαι απαντη Αλλα
κακοίς μεν καρτα πελ4 κρατ€8 σιν απιστών, Ως δε παρ' η ιετερης κελεται
πιστωματα μεσης Γναθη διατμεζεντα ενι σπλαγχνοισι λογοιο Ταυτα τριχες και φυλλα
και οιωνων πτερα πυκνα Και λεπίδες γιγνονται επί στιβαροισι μελεσσιν αυταρ
ελικος οξυβελας νωτοισι δ ' ακανθι επιπεφρικασι Της δαφνης των φυλλων απο
παμπαν εχεσθαι Col solito calor si forma il maschio Ma se l'utero poi
s'affredda a caso La famina ne vien. Stolti non lungi col pensier veggendo
Prendon lusinga di poter esistere Ciò, che innanzi non fu, o quel, ch'esiste
Potersi in tutto struggere, e perire. Il malvagio non crede, e non cedendo Alla
forza del ver, trionfo meni, Ma cosi detta, e vuole, che tu creda La nostra
musa. Tu dentro l'interno I detti scissi, ne penétra il senso. Della stessa
natura sono i peli, Degli arbori le frondi, e degli uugelli Le fulte piume, o pur
le squame sparse De' pesci sopra la ben soda carne. Ed il riccio marin, a cui
le spine Acute gli si arricciano sul dorso, Dalle foglie d' allor la man
ritieni Τετο μεν εν κογχασι θαλασσονομοις βαρυνωτοις Και μην κηρυκαντε
λιθορρινων χελυωντε Ενθ οψε χθονα χρωτος υπερτατα ναιεταεσαν Βυσσω δε γλαυκης
κροκο καταμισγεται Φυλος αμουσον άγουσα πολυστερεων καμασκηνων κορυφας ετεράς
ετεραισι προσαπτων Μυθων μητε λεγαν ατραπον μιαν Νυκτος ερκμαιης αλαωπιδος
Αλφιτον υδατι κολλησας θαλλαν Καρπων αφθονιισι κατ ηερα παντ εγιαυτον. Ουδε τις
ην κανοισιν Αρης θεος, ουδε Κυδοιμος Ουδε Ζευς Βασιλευς, ονδε Κρονος, ουδε
Ποσειδων Αλλα Κπρις Βασιλαα. Del mar le conche di pesante dorso, il murice
riguarda, e le testuggini che son coperte di petrose scaglie. Bene in questi
aninai veder tu puoi come del corpo sta la terrợ in cima. Si mischia al bisso
il fior del croco azzurro. La goffa turba de' fecondi pesci Guidando Somma a
sonima giungendo del discorso Per diversi sentier prender cammino Della solinga
tenebrosa notte Coll acqua unendo la farina d'orzo. Germoglian ricchi di lor
frutta in tutte Le stagioni dell'anno in mezzo all' aria. Marte non han qual
Nume, nè Minerva Del tumulto guerriero eccitatrice: A Nettuno, a Saturno, Giove
il rege hh Την οιν' ευσεβεεσσιν αγαλμασιν ιλασκονται Γραπτοις δε ζωοισι,
μυροισι τε δαδαλεοδμοις, Σμυρνης τ' ακρητου θυσιαις λιβανου τε θυωσους Ξουθων
τε σπονδας μελιτων ριπτοντες ες ουδας Στανωποι μεν γαρ παλαμαι κατα για
κέχυνται Πολλα δε σαλεμπη α τατ ’ αμβλυνεσι μεριμνας Παυρον δε ζωησι βια μερος
αθροισαντος Ωκυμοροι καπνοίo δικην αρθεντες απεπταν. Αυτο μονον πασθεντες οτω
προσεκυρσεν εκαστος Παντος ελαυνομενοι και το δε ολον ευχεται ευρειν Ουτως ατ’
επιδερκτα τα δ' ανδρασιν ετ ' επακιστα Ουτε νοω περιληπτα ή και συ 80 επα ωο
" ελιασθης Πευσεαι.ε πλεον γε βροτάη μητις ορωρε Negano omaggio; e prestan
solo il culto A Venere Regina, che sdegnata Placan con santi simulacri, e pinti
Animali, e con mille odor, che l'arte Ingegnosa travaglia, o co' profumi Di
pura mirra, e d'incenso spirante Soave odore, e fanle sagrifizio Sopra la terra
il biondo miel spargendo. In parte angusta delle membra è sparsa La nostra
mente. Abbonda pur la cispa Ch' ottenebra il pensier, e ne' viventi Poch'è la
porzioni di vital forza, Che qual fumo sen fugge, allorchè morte Di repente ei
fura. E quindi ognuno, D' ogni parte sospinto, sol di quello, Cui per sorte s'
avvien, resta sicuro. Altero intanto di trovar presume Tutto, e saper ciò, che
non puossi ancora Nè veder, nè sentir, nè colla mente Comprendere dall ' uom.
Giacchè vagando in guisa tal ti scosti Prendi consiglio da ragion; che l'uomo
hh 2 Αλλα θεοι των μεν μανιην αποτρεψατε γλωσσης Εκ δ ' οσιων στοματων, καθαρην
οχετευσατε πηγην Και σε πολυμνηστη λευκο λενε παρθενε μεσα Αντομαι ων θεμις
εστιν εφημερoισιν ακ84ν Πεμπε παρ' ευσεβιης ελασσ' ευημιoν αρμα Μηδε σεγ
ευδοξοιο βιησεται ανθεα τιμης Προς θνατων αγελεσθαι εφ ω ' οσιη πλεον απον
Θαρσα και τοτε δη σοφιης επ ακροισι θοαζη Αλλα γαρ αθρεα πας παλαμη πη δηλον
εκαστον Μητε τιν οψιν εχων πιστει πλεον η κατ’ ακτην Η ακοην εριδαπών υπερ
τρανωματα γλωσσης Μητε τι των αλλων οποση πορος εστι νοησαι Γυιων πιστην ερυκε
γορα θ ' η δηλον εκαστον Col suo saper più oltre non s'inalza. Dalla lor lingua,
santi numi, tale Furor cacciate, e dalle vostre bocche La purissima vena in lor
sgorgate. Te Verginella bianchibraccia musa, Cui più corteggian disiosi amanti,
Te prego attente a porgermi l'orecchie A fin di quello udir, che lice all '
uomo, E come te non pungerà la gloria Fiori a coglier d'onor presso i mortali,
Perciò più cose ti potrò svelare. Ma agitando i destrier docili al freno Porta
da Religion lontano il carro. Prendi fidanzı: andrai ratta a sedere Di sapienza
allor sull’ alta cima. Colla ragion contempla il tutto, e vedi Ciascuna cosa
chiarų si, che certa Ti si dimostri. Ne maggior la fede Presta al senso di
vista, che all' udito; Nè all'orecchio, che raccoglie i suoni Credi più della
lingua, che discopre Le cose. Nè all'una più, ch' all'altra Credi di quelle vie,
per cui ci viene Πεση Φαρμακα και οσσα γεγασι κακών και γηραος αλκας ετα μενω
σοι εγω κρανεω ταδε παντα. Παυσις δ ' ακαματων ανεμων μενος οιτ' επι γαιαν
Ορνόμενοι πνοιαισι καταφθινυθουσιν αρουραν Και παλιν ην και εθελησθα παλιντονα
πνευματ' επαξές Θησεις δ ' εξ ομβροια κελαινα καιριον αυχμον Ανθρωποις θησας δε
εξ αυχι8οίο θεραου Ρευματα δενδρεοθρεπτα τα δ' εν θερι αησαντα Αξας δ ' εξ
αΐδαο καταφθίμενου μενος ανδρος La notizia de' corpi, ed il pensare. De' sensi
in somma poni giù la fede: Ti sia guida ragion, onde discerna In ogni cosa
chiaramente il vero. Quanti i rimedi fugator de' morbi, Come vecchiezza si
conforti, udrai. Che tutto a te io solamente suelo, De' venti infaticabili
frenare L'ira saprai; che con furor piombando Sopra la terra, col soffiare, i
campi Guastano tutti; o pur se n'hai piacere Concitar li potrai, se son
tranquilli. Saprai d'inverno tra procelle scure Produr di state il lucido
sereno, O pur nel fitto della secca state Produr le piogge, che nutriscon gli
alberi, E del caldo l'ardor tempran movendo Aure soavi. Giungerà tua forza Sin
dall'inferno a richiamar gli estinti ΠΕΡΙ ΚΑΘΑΡΜΩΝ. Ω Φιλοι οι μεγα αστυ κατα
ζανθου Ακραγαντος Ναιετ ακρην πολεως αγαθων μεληδεμονες εργων χαιρετ. εγω δ
υμιν θεος αμβροτος ουκ ετι θνητος ΓΙωλευμα μετα πασι τετιμένος ωσπερ εοικε
Ταινίας τε περιστεπτος στεφεσιν τε θαλαιης Τοισιν αμ’ ευτ ’ αν ικωμα ες αστεα
τηλεθοωντα Ανδρασι ηδε γυναιξι σεβιζομαι. οι δ ' αμ' εποντα Μυριοί εξερεοντες
σπη προς κερδος αναρπος Οι μεν μαντοσυνεών κεχρημενοι οι δε τι νουσων Παντοίων
επυθοντο κλύειν ευηκέα βαξιν Αλλα τι τοις δ ' επικειμ' ωσει μέγα χρημα τι πραση
σών Ει θνητων περιειμι πολυφθορεων ανθρωπων DELLE PURGAZIONI. Salvete, o miei
diletti, abitatori Dell' alta rocca, e della gran cittate, Che del biondo
Acragante bagnan l’acque. Salvete, o cari, cui virtute è cura. Immortale sori
Dio, nè qual mortale Sto più tra voi, d'onor, siccom'è giusto, Pieno fra tutti.
Allorchè cinto il capo Di larghe bende, e di festanti serti Io porto il piè
sulle città fiorenti, Corrono, e maschi, e donne a darmi culto. E mille, e
mille, che là van col passo Dove dritto il sentier li mena al lucro, Ali
s'affollan d'intorno nel cammino: E mi seguono ancor quelli, che intenti Stansi
a svelar dell'avvenir gli arcani, Ed altri, che saper bramano l'arte Sagace di
guarir qualunque morbo. Ma perchè mi dilungo tali cose Nel riferire, quasichè
d'eccelse Gesta pur si trattasse, se vincendo Ogni mortal, sopra di lor
m’inalzo? Σ Εστι δε αναγκης χρημα θεων ψηφισμα παλαιον Ευτε τις αμπλακιησι φονω
φιλα γυια μιανη Δαιμονες οιτε μακραιωνος λελογχασι βιοιο Τρις μιν μυριας ωρας
απο μακαρων αλαλησθαι Την και εγω νυν αμι φυγας θεοθεν και αλήτις Νακεί
μαινομεγω πισυνoς Αιθεριων μεν γαρ σφε μενος ποντον δε διωκεα Ποντος δ ' ες
χθονος ουδας ανεπτυσε γαιαδες αυ γας Ηελία ακαμαντος οδ ' αιθερος εμβαλε δινας
Αλλος δ ' εξ αλλε δεχεται στυγερσι δε παντες (8ο αγα λοιμωγατε και σκοτος
ηλεσκέσις be E ' volere del fato, è degli Dei Decreto antico, che s'alcun
peccando Di quegli spirti, che sortiron vita Lunghissima, lordò le proprie mini
Quasi di sangue, sia costui cacciato Lungi dall' alte sedi, in cui beata Vivon,
vita gli Dei, e vada errante In репа del fallir tapino in terra, Finché ritorni
primavera ai campi Tre volte dieci mila; ed un di questi Io son, ch' ora dal
Ciel men vo lontano Vagando quà, e là esul ramigo, Solo in poter di furibonda
lite. } L'aria gli spirti, che falliro, caccia In mar con forza, il mar li
getta in terra, La terra li rigetta su lanciando Del sole infaticabile ne'
raggi, D ' aria nel turbo il sole infin gli scaglia. L'un dopo l'altro van cosi
girando, E tutti traggan pien di duolo i giorni. Van per gli prati, e per lo
scuro erranti ii 2 252 Ενθα φόνoστε κοτοστε και αλλων εθνεα κηρων Κλαυσα τε και
κοκυσα ιδων ασυγηθεα χωρον Ω πoπoι η δειλον θνητων γενος ω δυσανολβον Οιων εξ
εριδων εκ τε στoναγων εγεγεσθε. Εξ οιης τιμης και οι μηκεος ολβα Εκ μεν γαρ
ζωων ετιθεα νεκρα «δε' αμκβων Σαρκων αλλογνωτί περιστελλασα χιτωνε Και μεταμπεχασα
τας ψυχας Ηλυθομεν του ' νπ ' αντρον υποστεγον Ηδη γαρ ποτ' εγω γενομενην
κεροστε κορητε Θαμνοστ’ οιωνοστε και εν αλι ελλοπος ιχθυς. Εν θηρσι δε λεοντες
οραλεχεες χαμαιεύναι Γιγονται σαν ναι εγι δενδρεσιν ηύκομοισιν. Ivi la stragge,
e l'ira, ivi tant' altri Mali hanno sede. Insolito abitar vedendo piansi. Ah!
La razza mortal quant' è meschina ! Quanto infelice ! Quali affanni, e liti
Siete nati a soffrir! Da quale onor son misero caduto, Da qual grandezza di
felicitate, Da vita a morte son, forma mutando L'alme involgendo, e quasi
ricoprendo Della straniera veste delle carni. inIn quest'antro coperto al fin
siam giunti. Fanciullo io fui un di, donzella, uccello, Albero, e senza voce in
mar fui pesce, Qual sopra ogn'animal s'alza il Leone Giacente in terra,
abitator de monti 254 Εν9 ' ησαν χθονιητε και Ηλιοπη ταναίτις Δηρίς θ '
αιματοεσσα και αρμονίη ιμερωπις Καλλιστω τ’ αισχρητε θοωσατε Δαναητε Νημερτης
τεροεσσα. μελαγκαρπος Ασαφια Ξεινων αιδοιοι λίμενες κακοτητος απαροι φιλοι οιδα
μεν εν οτ ' αληθαη παρα μυθους, Oυς εγω εξερεω, μαλα δ' αργαλειτε τετυκται
Ανδρωση και δυσζηλος επι φρενα πιστέος ορμη (93) Ουκ αν ανηρ τοιαυτα σοφος
Φρεσι μαιτεύσατο Ως όφρα μεν τε βιωσι το δε βιοτον καλεσιν Τοφρα μεν εν εστι
και σφι παρα δειγα και εσθλα Πριν δε παγασαι βροτοι λυθεντες τ ’ εδεν αρ' εισιν(94
Αλλα το μεν παντων νομημον δια τ’ ευρυμέδοντος Tal su gli arbor fronduti il
lauro eccelle. Chtonia gº era là con Eliope Di larghi occhi, e la cruenta Deri
Con armonia, piena d'amor, nel volto. Vera del par Thoòsa, e Deinèa E la turpe
Callisto, e insiem l'amabile Nemerte, ed Asafia, che il tutto oscura O
Gergentini di mal fürè ignari Degno porto d'onor degli stranieri. Io, mici cari,
so ben ', che nel mio dire Stassi la verità dentro nascosa, Ala della fe la
forza l'uom travaglia E pena, e dispiacer gli reca in mente. Saggio non v'è,
che possa con sua mente Pensar, che l'uomo mentre vive questa, Che chiaman vita,
esista solo, e colga E beni, e mali; si che l'uomo nulla Sia prima il
nascimento, e dopo morte. Ma questa legge pubblicata a tutti Αιθερος ηνεκεός
τετατα δια τ ' απλέτε αυγης (95). Ου παυσεσθε Φονοιο δυσηχεος'; 8κ εσoρατε
Αλληλες δαπτόντες ακηδεμησι νοοιο;. Μορφήν δ ' αλλαξαντα πατηρ φιλον υιόν αερας
Σφαζα επευχομενος μεγα νηπιος και οι δε πορευντα Λισσομενοι θυοντες οδ '
ανηκοστος ομοκλεων Σφαξας εν μεγαροισι κακης αλεγυνατο δαχτα Ως δ ' αυτως
πατερ' υιος ελων και μητερα παιδες Θυμoν απορραισαγτα. φιλας κατα σαρκας εδεσι
Oιμοι οτ’ και προσθεν με διωλεσε νηλεές ημας Πριν σχετλι’ εργα περι χειλεσι
μητισασθα! Dell' aria si distende per l'immenso Splendore, e l'alta region dell
Etere Che per lunghezza, e per larghezza è vasto.? Ancor si sparge per le
vostre mani IL sangue gorgogliante degli animai? Ah non vedete colla mente
piena Di sprezzo, che sbranandovi, a vicenda Vi diorate? E che mutata forma Il
padre alzando il suo caro figliuolo Lo scanna, e pazzo grandi cose prega Tutti
color, che sacrifizj fanno, Sen van supplici orando; ma quest'altro Nell'atto
di scannar gridi mandando D' udirsi indegni, in segno di minaccia Malvagio in
casa desinar prepara. Cosi talora avvien, che danno morte Il figlio al padre,
ed alla madre i figli, E questa, e quel fucendo privi d'anima Le care in cibo
ne trangugian carni. Perchè crudele il di ah non mi spense Prima, ch'avessi
fatto il gran peccato D' appor tal cibo sopra le mie labbra ! kk 558 Ταυρων δ '
ακρίτοισι φονοις και δευετο βωμος Αλλα μυσος τετ ' εσκεν εν ανθρωποισι μεγιστον
Θυμoν απορρασαντας εεδμεναι ηϊα γυια. Τοι γαρ τοι χαλεπησιν αλυοντες καιστησιν
Ου ποτε δαλαιων αγιων λεωφησετε θυμον. Ολβιος ος θαων πραπιδων εκτησατο πλετον
Διαλος δω σκοτοεσσα θεων περι δοξα μεμπλε Εις δε τελος μαντάστε και να τοπολοι
και 1ητροι Και προμοι ανθρωποισιν επιχθονίοισι πίλονται Ενθεν αναβλαστασιν θεοι
τιμηση φεριστοι Αθανατους αλλοισιν ομεστιοι αυτοτραπεζοι Ανδρομεων αχεων
αποκληροι εοντες απειροι. Non macchiava l'altar sangue innocente De’ tori un di.
Ma sommo allor misfatto Dagli uomin si credea privar dell' anima Gli animai, e
divorarne i membri in cibo. Chi dalla colpa, che da se molesta, E ' tormentato,
non avrà nell' animo Mai requie al suo misero dolore. Felice è quegli, che
possiede i beni Della mente divina, ed infelice E' quel, che male degli Di
pensando Ne porta tenebrosa opinione. I vati infine, ed i cantor degl' inni I
medici, ed i forti capitani, Che de' terrestri uomini son guida Ivi rinascon Dü
d'onor prestanti. Nella stessa magion, a mensa stessa Stando cogli altri Dii,
d'ogni vicenda D'ogni umarło dolor futti già privi. kk 2 16ο Ην δε τις.ν
κανοισιν ανηρ περιωσια αθως Ος δη μηκιστον τραπιδων έκτησατο πλετον Παντοίων τε
μάλιστα σοφων επικράνος έργων Οπποτε γαρ πασησι ορεξατο πραπιδεσσι Ραγε των
οντων παντων λευσεσκεν εκαστα Και τε δεκ ' ανθρωπων και τ' ακoσιν αιωνεσσι
ΕΠΙΓΡΑΜΜΑΤΑ Περι Ακρωνος • Ακρον ιατρον Ακρων ακραγαντινον πατρος ακρου Κρυπτα
κρημνος ακρος πατριδος ακροτατης Τιγες δε το δευτερον στιχον ουτω προφέρονται
Ακροτατης κορυφής τυμβως ακρος κατεχα Tra quelli o'era l' uom sopra d'ogn '
altro Eccelso nel saper, che della mente L' altissimo tesor chiudea.nel seno.
Egli pieno d'amor tutti indagava De' sapienti i fatti, e le scoperte Dotte di
lor. E quando del suo spirto Ogni forza intendeva, ad una ad una Tutte
schierate le cose reali In dieci o venti secoli abbracciando Rapidamente col
pensier vedea. EPIGRAMMI INTORNO AD ACRONE. L'alto di gran saper medico Acrone,
Nato dun alto padre in G. Alta, rupe tien alta per sepolcro Della sua patria
posto in alta cima. Alcuni leggono così il secondo verso Alta tomba ritien
sull' alta cima аба. Περι Παυσαγικς Παυσαγι: ιητρον επωνυμον Αγχίτου υιον Φωτ’
Ασκλεπιαδης πατρις εθρεψε Γελα Ος πολλούς μογεροίσι μαρανομένους κεματοισι
Φωτας ατέστρεψαν Φερσεφονης αδυτων Δειλοί πανδειλοι κυαμας απο χειρος, εχεσθαι,
Ισον τοι κυαμες τρωγειν κεφαλασθα τοκων Ναν μα τον αμετερας σοφίας ευρoντα
τετρακτην Παγον αεγνας φυσεως ριζωμα τ' εχεσαν Di Pausania. Il medico che
nomasi Pausania E' d' Anchito figliuol', è discendente Degli Asclepiadi, ed ha
per patria Gela, Che lo nutri. Costui molti languenti I'er penosi malor dalle
segrete Di Persefone stanze a forza trasse. Versi d' incerto Autore attribuiti
da alcuni ad Empedocle. Scostate, o miseri, del tutto in felici Dalle fave la
mun: mangiar di queste Egli è privare i genitor del capo. Giuro per quel, che
nella nostra scuola Scoperse il qucttro, che racchiude il forte, E la radice
eterna di natura. ANNOTAZIONI ALLA RACCOLTA DE FRAMMENTI. Questo verso si trova
presso Laerz. in Emp. Egli dice ny de o lavraylas spwjeevas αυτε, ω δη και τα
περι φυσεως προσπεφωνηκεν Pausania è amato da G., e que sti gli intitola il suo
poema sulla natura E siccome questo verso forma la dedica; cosi si è collocato
il primo. La frase per quanto pare è Omerica come si può vedere Iliad. 11 V.
450 Iliad. 1: V. 451. (2 ) Presso Simplicio de Phys. aud. l. 8 p. 272 ediz.
d'Aldo. Perchè questi due ver si si suppongono dagli altri, che li seguono, si
son collocati prima. Per altro Plut. de exil. afferma che cosi cominciava la
filosofia d'Empedocle. (3 ) IL 2. 3 verso son rapportati da Laerz. che se 1. 8
in Emp. I primi tre da Sext. Emp. adv: Phys. 1. ģ, da Plut. de Pl. Ph. l. 1
cap. Tutti quattro poi da Stobeo Ecl. Phys. Questi si sono premessi per la
ragio ne ch'esprimono i quattro elementi, che sono base di tutta la filosofia di
G. Si conviene da tutti che sotto Giove è in: dicato il fuoco, e da Nesti
l'acqua, condo Vossio de Idol. 1. 2. cap. 7 e Fabricio nelle note à Sesto
Empirico deriva da yalay fluere. Vi è solo un disparere tra gli Scitiori per
gli due simboli. Giunone e Plutone. Pois chè secondo CICERONE (vedasi) de Nat.
Deor. Plut. l. 1. cap. 3. de Pl. Ph.
Macrob. Satur. l i cap. 15, da Giunone è espressa l'aria; ed al contrario
giusta Athen. Apol. 22. Achill.
Tazio in Arat. Laert. I. 8 in Emp. Stobeo Ecl. Phys. 1. i Heracl. Allegaz, Omeriche,p. 443., -sotto
il simbolo di Giunone è indicata la terra. E però per questi Plutone era la•
ria, e per quelli la terra. Aïd oyeus in luogo di aïdris Om. 11. 20 V. 61.
Esiod. Theog. v. 913. Hpn epoßios Omer. Hyinn. in matr. o. mnium '. Nella
traduzione si è formato GIOTATO 2 per tmesi.
col. Di questi versi il 7 e l'8 sono riferi ti da Laerz. in Emp. I. 8.
Stobeo Ecl. Phys Dal 10 sino al 15 si trovano presso · Arist. Natur. Auscult.
l. cap. 1. Il. 22 presso Ciem. Alex.
Strom. I. 5., ed il 21 e 22 presso Plut. Amat. Tutti poi eccetto il g e'l 10
sono rapportati da Simplicio de Phys. Aud. I. 1 p. 34 ediz. d'Aldo. Siccliè si
è supplito il 10 con Aristotile, e'l lo stesso Simplicio. Questi versi che sono
al numero di 36 fan parte del primo libro della natura. Poichè lo stesso
Simplicio dice chiaramente sy 7pUTW TO φυσικών.99 και nel primo libro delle
cose fisiche I versi 3, 4, 5 pajono d ' essere un'imitäzione d'Omero. II. 6.v..
Il 5 portá P&T Th, ma si è cangiato in.dpuntu come più confacente al senso.
Nel 6 in luo go di xdcepecei dinge si è posto 8T0T€ anges.co me Omero. Il. -10.
V. Nel z la paro la Qiaotati amicizia non significa in verità che ainore,
siccome fa Omero. Il. 6 v. 161 c in quasi tutta l'ariade che dice QLXOTNTO
felgympia rab. Dal 7 al 12 sembra di essere una semplice imitazione d' Esiodo
nella Theog. Poichè Empedocle mette in contrasto l'amore e lo dio come Esiodo
fa colla notte e'l giorno. Ne’ versi si trova la parola ' deau Trepes.
collocata nello stesso modo che suol fa re Opiero. Il. 10 v. 325 e 331. II. 12
v. 398. II. 19 v. 272. Odys. 4 V. 209. Odys. Odys. Odys. Il. Sicchè pare che
l'orecchio di G. è educato al suono de' versi Omerici, Nel verso aloy Euroly
alla maniera d'Omero. Il. Nel verso reipata pewIwon siccome 0. mero παρατα
τεχνης. 1 ’ αταλαντον co me Il. -- è da dirsi che intanto, l'amicizia sia di
lunghezza e larghezza eguale, in quanto i corpi possono risulta re da parti
eguali de quattro elementi. Al meno questa interpetrazione pare più confa cente
al suo sistema; se non si vuole abbracciare quella, che deriva dal
pittagoricismo, per cui il numero quattro era il più perfetto. TEINTWS per
attonito e Omerico. Il. cina poves's dovrebbe esser nominativo giusta la
Grammatica. Na si lasciato in accusativo; perchè gli attici alcuna, volta, coře
si vede presso Aristof. in avibus, sogliono usare l'accusativo in luogo del
nominativo. L'epye texti si trova spesso in Omero e in Esiodo: cosi Odys. Esiod.
Theog. -- è simile a quello dell' Iliad., e pile d'ogni altro ad Esiod. Theog. laratnaon
è d ' Omero. II. il Trepiadojevolo è parimente adattato al tempo e all'anno
presso Omero. Odys. ed Esiod. Opera. si osserva l'id atoange in fine del verso
come in Omero. Il. I versi si trovano presso Arist, Poet., e Ateneo. Tutti poi
sono rapportati da Simplicio de Phys. aud. 1. i' d' Aldo. Essi sono stati posti
nel primo libro del poema; perchè Simplicio li riferice come quelli che
precedeano altri, che da lui sono notati per versi del primo libro προ τετων
των επων. Nel verso è 11 si è scritto a Jey.TTW5 in luogo di queuent Ews come
si legge in Simplicio. si trova vtsupper feri ch'è d' Omero II. 9 V.
Nell'ultimo, si ha l espressione Jaunese idiogui ch'è comune presso Omero ed
Esiodo: cosi Il. Odys. De scụto Herc., ed in tanti altri lunghi dell'uno e
dell'altro poeta. Teocrito nell' Idyl.. non è difficile che imita G., dicendo
egli εθνεα μυρια φωτων α εinmiglianzα di quel che dice il nostro poeta,
Simplic. de. Phys. aud. Questi versi sono quegli stessi innanzi a'quali dice
Simplicio ch'erun collocati quelli della na: ta L'epiteto Truji Payowymi è omerico.
II. Orfeo nell'inno all' etere, chiama l ' etere dotepo@ eyzes I primi versi
sono presso Arist. de anima CITATO DA GRICE li i, e tutti presso Simp. de Phys.
aud. I. Aldo. Simplicio afferma che appartengano al primo libro di G. λεγει εν πρωτω. Ε come sono dello stesso
tenore della nota; cosi si sono situati vicino a quelli. Nel verso επικαιρος in
luogo di επίκρανος è d'Omero. II., e , e il xoayolai é ' Esiod. Theog. ’ oGTEL
deuxa è parimente d ' Esiod. Theog. v. e d'Omero. I primi due versi si trovano
presso Plut. de primo frigid., e il 7, 8, 9 presso Arist. de gen. et corrupt.
Tutti presso Simpl. de Phys aud. l. 1 p. 8, e nella pag. 34 sono pre ceduti da
due seguenti versi. 1 እእእ. αγε των δ * οαρων προτερων επί μαρτυρα δερκεί Ει τι
και εν προτερoισι λιποξυλον επλετο μορφη • 1 Di questi due versi non si sa che
voglia dire quel Altofurov legno pingue: Perchè pa-. re ch? Empedocle voglia
rapportarsi a' prece: denti colloquj dove forse v'era qualche for. ma
Altrotuloy. Si è cercato di sostituire Action Yugov, ma neppure s intende. Però
si sono trascurati nel testo questi due versi. Nel 3 verso si legge presso
Plut. Svopa EVTA xep ply a negyté, ch? è spiegato tenebroso, ed crribile. Ma
come non si sa ď' onde poss m m 274 sa derivare played soy si è sostituito
plyndor, che più si conviene all'acqua. Indi è che si è scritto VIOOEYTA,xoh
pigns.ovte. E' vero che il vero so diventa spondaico; ma gli epiteti dell' ac
qua sono più confacenti alla sua natura, e corrispondono più all'intendimento
d'Empedo cle, che in questi versi vuol dare i caratteri di ciascuno dei quattro
elementi, siccome at testa Simplicio de Phys. aud. - p. 7. Nel 4 προρε8σι
θελυμνα τη luogo di προθελυμνα. It' 9 vi 537. Il 5 verso è simile a quello d.
Omero. Il. 18 v. 511, ilil 7 al v. 70. Il. e al. v. d' Esiod. Theog., e l'8 al
v. Odys. 15. Nel 9, e 10 l ' epiteto de' pesci υδατοθρεμμονες, e quello degli
Dei δο. arxay wres sono tutti due propj d'Empedocle; giacchè non si leggono
presso altro poeta. Il Tlpenoi Ospirtoi pare che sia preso dal v. . Simplic. de
Phys. aud. 1. 1 p. 34. Egli li rapporta dopo quelli della nota e dice, che
Empedocle li soggiunge in esempio. Non v'è quindi dubbio, che debbono essere
collocati nel primo libro, e dopo di quelli. Vi 275 si trovano alcuni versi
ripetuti alla maniera Omerica, e nel g versa ľws YÜ XEV come nel v. Il. 11, e nel v. 11 della Theog. d' Esiod.
Nel 10 si e mutato l'acheta in fore, e nell' 11 vi si troνα μυθον ακεσας nel
miodo stesso d'Omero II. 7 v. 54. Odys. 2 z v: Simplic. de Phys. aud. l. 1.
Costui, dopo d' avere rapportato i versi delle note. 80ggiunge και ολιγον δε
προελθων αυθις Çnti. Però si son collocati dopo, e come ap partenenti al primo
libro. Il 7 di questi ver si è quello stesso, ch ' è stato inserito da 9 nes
versi della notą. Il 2 verso si trova presso Plut. net lib. de adulat. et amici
discrimine: il terzo presso Aristot. Metaph. 1. 3. cap. 4.- Tutti tre presso
Clem. Alex. Strom. I. 6. Il secondo verso, si rapporta d'alcuni ne: pos nilov
ufos, ma Empedocle nel 19 della nota (4) dice c7 NETOV, e per altro pare più
armonioso ed Omerico. Questi versi, come quel li, che indicano i quattro
clementi ', non si possono collocare che nel primo libro. m m Arist. Metaph. l.
3 cap. 4. Simplic. de Phys. ' aud. Plutaroo nel lib. de Reip. geć. praecept. vi
allude dicen da τιμας ονομαζω κατ' Εμπεδοκλεα. Questi ver si non possono
appartenere, che al primo li bro; perchè in esso dichiara Empedocle le due
forze amicizia e lite. Simp. 1. i de Phys. aud. p. 34. La parola aprice del
primo versa può significare pari di numero, perfetto, ed adatto. Si è tradotta
pari; perciocchè si è trovato che i corpi, di cui Empedocle enumera le parti de
gli elementi, da cui quelli son composti, non sono che di numero pari. Cosi
l'ossa di oi to parti nota, la carne di parti eguali de quattro elementi nota
et.. Arist. de Gen. et
Corrupt. e De Xenoph. Gorg., at Zenon. Plut. de Pl. Ph. l. 1 e adv. Golot. Si
sono collocati nel primo libro perchè Plutarco dice chiaramente de Pl. Ph. l. i
λεγα δε ετως και των πρώτων φυσικών και Anno de Tol spaced è modo turto ď Omero Il., Odys. 11 V.
453. Odys. 10 2: 7 V. ec. L'a.JavaTolo TEMBUTn è d' Esiod. in Scuto
Herc., ' e nell'ultimo verso Bpomois "QvIpomolol è maniera greca che
spesso si tra, va presso Omero ed Esiodo che dicono Bpotox ardpa. Il Duris nel
principio come opposto a 76 deutn pare che indicasse la nascita. Ma co me in
fine significa natura si è lasciato cob. la sua propia significazione di natura.
Plut. adv. Colot. Questi versi, come si vede dalla materia, sono una
continuazio ne di que' della nota antecedente. Si sospetta che questi versi
fossero sta ti alterati da qualche copista. Vi si osserva ows per uomo in
genere neutro, che suol esa sere presso i Greci di genere maschile. Simpl. de Phys. aud. 1, 2, pag. 85 Aldo. E
siccome queg!i dice « TOTO'S AS T8 Εμπεδοκλεας εν τω δευτερη των φυσικών προ
της ανδριων και γυναικιων σωμάτων διαρθρωσεως TAUTU TC ETn, Empedocle nel
secondo libro delle cose fisiche canta questi versi prima di parlare della
formazione e articolazione de' corpi de maschi e delle femine Non vi ha 278
quindi alcun dubbio, che questi versi fan par te del secondo libro, e che il
soggetto di que. sto libro si versa sulla nascita degli uomini, e de' corpi de'
maschi e delle femine. Però è, che tutti i versi che riguardano la formazio ne
degli uomini, e de' loro membri, e delle parti del corpo umano e loro funzioni
sono stati da noi posti nel secondo libro. Il verso è un'imitazione d'Omero nel
v. dell' Iliad. Quais secondo Simpli cio esprime la massa tutta, del seme, che
an cora' non indicava la forma de' membri. Aeliano de Nat. anim. Le forme
descritte in questi versi sono ricor date da tutti gli antichi scrittori come
singo lari. Cosi Arist. Nat. ausc. Esse non poterono durare, perchè non eran
tra loro convenienti. Di quando in quando ne na. sconto de' simili, e questi
sono i mostri.: Simpl. de coelo Arist.
de coel. De Gen. I. Isaac. Tzetze in Comm. ad Lycophr. Epi vax65 Simpl. de
coelo Simpl. de Phys. aud. 1. 8 p. Aldo.
Nel verso si è spiegato pngjely! al la maniera d'Omero Il. Nel 6 e nel 7 - sono
da notarsi ud poplene Opols, opsta μελεσσι, € πτεροβαμμoσι κυμβας clie sono ma
niere originali di G.. Aristot. de respir. Questo è il più bel frammento
d'Empedocle, e forse l ' avanzo più, venerando dell'antica fisica, in cui non
solo si spiegà da Empedocle il modo a suo credere del nostro respirare, ma si
di mostra eziandio il peso, e la molla dell' a. ria. Egli è stato tradotto per
quanto si può letteralmente, e solamente si è ito aggiungen. do talora la forma
della clessidra, senza di che non si avrebbe potuto chiaramente com prendere Il
coros del 4 verso corrisponde al cruor de’latini. Il. Chi si conosce – Omero
può accorgersi come va adattando Em. pedocle tutte le parole e frasi d'Omero
nel 5. sino all ': 8 verso. Lo stesso WTTEL OTAY Trays è ď Omero nel v. 362 Il.
15.. L'EPOMBAEOS, che Omero applica ail' acqua'. Ili 16 v. 174, Empedocle
l'adatta alla duttilità del bronzo 200 Verso. It all'acqua, nel 9 TEPEY Ejedes
dell' 11 è d' 0. mero Il. 14 v. . L'autap ETHTU nel 15 è forma parimente
Omerica Il. 11 V. 304 Odys. l. 9 v. 371 ec. L'ayrilor ud wp nel 16 si trova
applicato al giorno in Oniero, e qui che non può esser fatale se non per che
nella clessidra è destinata a notare le ore che scorrono. Nel 18 verso Bpotew
Xpor presso Esiod. Opera è preso per umano corpo, qui per la mano. Nel 20 ilil
duonysos è applica to alla guerra. Il. v.
ec. Da Empedocle si acconcia al gorgogliamento dell'acqua Arist. de
sensu et sensili lib. i cap. Nel 2 verso σελας πυρος αθομενοιo e d'Omero. Il. 9
v. 559. Il. II. 11 v. 219. II. 6 v. 282 ec. Il 24uepiny νυκτα e simile all'
αμβροσιην δια νυκτα d' O mero. Il. 2. v. 57. Nel 3 si trova apopg85 ch'e' una
metafora, quasi che le lanterne di fendendo il lume da venti se li succhiassero;
giacchè quopges vuol dire succhianti. Il mayo Town dyepewr Odys. 5 v. 293 e
304. Nel 4 verso il divanid ve si aeyrwy si trova in Omero Il. 5 v. Nel 5 ci ha
un epiteto de' 2. Nel dia 282 indomiti; per raggi ch ' è molto ardito UTCpert
chè non sono vinti dalla notte. La stessa pa rola walioruto nel i verso per
preparare è Omerica. Il. il v. 86 '. In quanto poi alla costruzione delle
lanterne è da dirsi, che for se allora erano di corno trasparente. Il i e gli
ultimi due versi presso Giov. Tzetze Chil. Il 2 presso Theod. de Curat. Graec. pres SO Clem. Aless. Strom. Dal 5 sino all ' ultimo presso lo stesso Giov.
Tzetze Chil. Gli ultimi due versi sono anche rap portati da Chalcid. in Tim.
Pl. Essi sono sta ti tutti disposti nell' ordine, in cui sono no tati, che
sembra non esser disconveniente, e fanno certamente parte del lib. 3. Poichè
Tzetze nella Chil. 7 p. 382 nel rapportarli soggiunge Εμπεδοκλης τω τιτω των
φυσικων δεικ: VUOY TIS ' N. sold togey το θεα κατ' επ'ος ετω λεγων. 9,
Empedocle nel terzo libro delle cose fisiche. volendo indicare quale sia la
sostanza di Dio dice cosi Il pendea nel senso in cui qui lo pigliu Empedocle è
comune ad Omero nell' Odissea n n. o ad
Esiodo nella Theng. Clem. Alex. Strom. Il verso manca d'un piede, e si potrebbe
compiere leggenda Ει ο αγε τοι μεν εγω λεξω. Vi si os serva poi la stessa
maniera d’Oniero nell ' ap porre degli epiteti al mare, all'aria, aile tere.
Athen. Dipnosoph. Il devd pece pecupce è d'Omero. Il. Lo stesso Athen. nel
medesimo luogo attesta che tutti i pesci da Empedocle furon chiamati zce
paglves. Aristot. 1. 2 de coelo e De Xenoph. Zenon, et Gorg. Gli ultimi due
versi presso Clem. Aless. Strom. Plut. de Pl. Ph. I. i cap. 18. Theo dort. de mater. et mundo
Serm. Plut. Symp. l. 4 quaest. 1. MACROBIO
(vedasi) Saturn. E siccome in Plut. si leggono alterati; cosi sono stati
correlti con Macrobio. Plut. quaest. Nat. Plut. quaest. Nat. et de Curiosit. Alcuni leggono
Keuuata, altri rappese. ra, ma si è sostituito xeu-ged, che pare più acconcio
al senso dell'autore Arist. Nat. Auscult. e De Part, Anim. I. i cap. 1, Simpl. I.
Phys. Simpl. de Phys. and. I. 2 p. 73. Simpl. 1. 2 de Ph. L' epiteto de incepa come dice ' Hesichio' è propio
d' Empedocle.; ed il polyurgadins d'Omero Il. Simpl. l. 2 de Phys. aud. Aldo. Simpl. 1. 2 nel med. luog. Simpl. 1., nel
med. luog. Simpl. 1. 2 de Ph. aud. Simpl. l. 8 de Ph. aud. Plut. in l. non
posse suaviter vivi jut. xta epicuri decreta. Simpl. de Ph. aud. Simpl. nel
med. luog. Simpl. nel med. luog. (43) Arist. de Gen. et Corrupt. Simpl. de
coelo Com. Arist. de Gener. et
Corrupt. La frase zgova dupsyo, presso Omero Il. Plut. quaest. Nat. p. 916.
Arist. de Gener. anim. Arist. de Gener. anim. I. 4 Plut. nel lib. de Amic.
multitud. Arist. de Gener. anim. Alcuni
leggono μακρα δενδρεα. Plut. quæst. Platon. Plut. de fac. in orbe lunae dove in
luogo d' ožupeans è da leggersi očußeans e in vece di naiyo Iraupe. Plut. de
fac. in orbe lunae. Questi versi sono stati corretti da Xilandro. Arist. Metaph. de anim, Sesto Emp. adv. Gram. e adv. Log. l.
7 Chalc. in Tim. Pare che in questi versi Empedocle abbia
imitato Omera Il. 13 v. 31, e Il. 16 v. . Il tip apo ndoy Omerico. Il.
L'epiteto della lite rugpw, che da Omero si adatta alla vecchiaja, e talora
alla ferita ec. è situato in fine del verso come in Omero II. Sext. Emp. adv. logic. Stobéo Ecl. Plys. l. 1
p. 131. L' última verso è anche rapportato da Chalcid. in Tim. Pl. ed è un
imitazione di quello d' Esiodo nella Theog. 7 spe pezy 750" T δες, περι δε
εστι νοημα Aristot. de anima Aristot. de anima" nel med. luog. Aristot. de
Gener. Plut. adv. Colot. Clem. Alex. Strom. Theodor. de curat. aegritud.
Ethnic. Acciaolus Theod, interpres I. i contra Graecos. Arist. Meteorol.,
atspao TURVO è d ' Omero. Il. 11 y. 454, e otißola pous pedeerol è d ' Esiodo
opera Plut. Symp. Deve lege
gersi andyl. Plut. Symp. quaest. Plut. Symp. I.,1 quaest. 2, e nel lib. de fac. in orbe lunae. Put. de Orac
defectu. Per finire il verso si è supplito nella traduzione artos. Plut. Simp. I.? quaest. Plut. de
Orac. defect: Plut. Simp. quaest. Arist.
Poet. Meteor. Theophr. de Caus. Plant. Athen. Dipnosoph. Que sti versi si son
collocati come appartenenti al poema 'della natura; perchè parlano di Ve nere,
che indica l'amicizia. Vi si trova il Soydan codpots parola composta da
Empedocle, che non si legge in altro poeta. Si dee lege gere Κυπρις nel testo,
e non Kπρις. Sesto Emp. adv. Log. 1.? Gli ul. timi due versi sono anche
rapportati da Plut. nel 1. de áud. Peet. Nel verso Scalig. legge suve ETEITA,
ed Erric. Stef. dely ETECL; ma ne' MSS. si trova SaneM.T, Si è quindi
conservata, come sta ne' MSS., e si è ritratta da dep @ os che più s' adatta al
senso dell'autore. Questi versi unitamente agli altri delle note sono riferiti
da Sesto Emp. come quelli, che con poche interruzioni si suc vedono. E come
Empedocle si dirizza ad un solo, ch'è Pausania;' cosi tutti fan parte del 287
Chil. 1, pra poema sulla natura, Sesto Emp. adv. Log. Sesto Emp. nel med. luog.
Laerz. in Emp. 1. 8. Joan. Tzetze I versi sono anche pres. so Clen). Alex.
Strom. Nel 5 si legge d' alcuni παλιγτιτα c d' altri παλιντινα; mα da Casaub.
si vuole raditova, e fondasi so Suida. Nell'ultimo verso è da notare che il
sanare gl' infermi si esprime, presso gli an tichi avastne dall'inferno. Plut.
in amat. Horaz. l. 2 Sat. Laerz. in Emp. I versi 3 € 4 si trovano presso Sesto
Emp. adv. Gramm., e presso Philost. Vit. Apoll. Se condo Laerzio cosi Empedocle
avea dato prin. cipio al suo poema delle purgazioni cvcpzopese νός των καθαρμων
φησίν. Sesto Emp. adv. Gram. I. 1 e Laerz. in Emp. 1. ' 8. Sesto Empirico mette
questi due versi dopo quelli della nota e soge. giunge nas nary. Sicchè icon
c'è dubbio che appartengano alle purgazioni. Plut. de exil. I. 2, e l'ultimo
meza 288 zo verso è presso Hierocle in aur. carm., il quale lo ' rapporta
unitamente al penultimo ως Εμπεδοκλης Φυσι ο Πυθαγοραος I primi tre versi
presso Plut. nel lib. de vit. aere alieno, e tutti quattro presso lo stesso
Plut. de Isid. et Osir., e presso Eusebio. Hierocl. in aur. carm. Hierocl. in aur. carm. Clem.
Alex. Strom. Clem. Alex. Strom. I. 3 0 70xO1 peegee herdos Il. Clem. ' Alex,
Strom. Clem. Alex. nel med. luog. Stob. Ecl. Phys. Porph. de Antr. Nymph. Ediz.
di Van - Gcens Clem. " Alex. Strom. Origen, Phy losophumera. Phil. in V.
Apoll. Athen. Dipn. In luogo di do7Os,
che è un epiteto dato da Esiodo e da Poeti Greci al pesce, presso d' al.cuni si
legge eurupos. A prima vista pare che l' epiteto ignito non abbia luogo; mu ove
si voglia riflettere che giusta Empedocle, gli ani mali molto caldi cercarono
l'acqua, ed ivi soggiornarono, si può comprendere in qual senso abbia potuto
adattare al pesce l ' epiteto Europos. Eliano de Nat. anim. Questi versi
appartengono al poema delle pur gazioni. Perchè Eliano nel rapportarli soggiun
ge λεγει δε και Εμπεδοκλης την αριστην αναι με: τοικησιν την τα ανθρωπου ει μεν
ας ζωον η ληξις αυτην μεταγαγα λεοντα γινεσθαι και δε ας φυτον dadyny. »
Empedocle dice che ottima sia da stimarsi la trasmigrazione dell'uomo, se do
vendo passare in un bruto la sorte lo porta nel corpo del leone, e se in una
pianta lo porta nell' alloro L' epiteto ηύκομοισιν Ο. mnerico. Plut. de animi
tranquill. L'epiteto έροέσσα e d' Esiodo che dice Θαλιη εροεσσα και ma non s'
intende quello di μελαγκαρπος che vuol dire produttrice di frutti neri che Empe
docle adatta ad Asafia o sia al genio dell' oscurità. Tzetze Chil. dice Ecco
πεδοκλης προ παντωντε φιλοσοφος ο μέγας • γα γαρ την ασαφα αν μελαγκορον
υπαρχαν ως κελαινωπας τον θυμον ο Σοφοκλης που λεγα G. filosofo, grande sopra
d'ogn'al tro, chiama Asafia o sia l'oscurità di nera pupilla conie Sofocle dice
l'animo di nero via In sostanza poi vuol qui indicare Em pedocle quello che noi
diciamo animo cupo, che tutto è coperto, e tutto fa con riserva. Diod. Sic. Bibl. Hist. 1. 13
p. Clem. Alex. Strom. Plut. adv. Colot.
L'ultimo verso è stato corretto da Giov. Clerc. Bibl. Choisie Arist. Rhet. l. .
Si son collocati in questo poema delle purgazioni; perchè Aristotile dice che
riguardano la proi bizione d uccidere gli animali. xoy ws EyeTedo κλης λεγα
περι τε μη κτιγαν το εμψυχσν. τετο γαρ τισι μεν δικαιον τισι δε και δικαιον. »
Co me dice Empedocle parlando della proibizione d' uccidere qualunque animale.
Poichè que sto non può essere giusto per alcuni e per al tri nò L' epiteto
supurtedortos é d' Omero e quello d'atletoy è d ' Esiodo. Sesto Empir. adv.
Phys. Plut. de Superst. Nel verso l'entBTT05 si è tradotto per indegno d'essere
udito come půs letterale. Na potrebbe avere due altri sensi cioè: da non essere
compreso, o pure come colui, che è pieno di Qyaxer che vuol dire contumacia, o
inobbedienza; perchè senza di ciò non si ritrae un senso che sembra ragio
nevole. a legurato d'apra è d' Omero nell' Odys. Porphyr. de non necandis ad
epulan dum animalibus ediz. di Lio ne 0285dic epga per scelleraggini è d'Omero
Odys. Porphyr. de non necandis ad epul. anim. Il primo verso somiglia a quello
ď Omero Il. Alcuni leg, gono appatolor in luogo d ' cxpitolob. Clem. Alex. exhortat. ad gentes.
Awe Q10ste Odys. Clem. Alex. Strom. Clem. Alex. Strom. I. 4 Bpotol o pu. re
ardpes sain horlon. Il. Clem. Alex,
Strom. Questi due versi sono stati corrotti. Nel primo verso BORDONI (vedasi) Scaligero
legge fyte TPUDEGcus in luogo d' AUTOTA. OO 2
che non FIG. In verità questa seconda maniera cor risponde meglio
all'opertio. Nel secondo leg ge Ευγιες ανδρειων αχεων αποκηροι ατειρεις. dla ad
altri è piaciuto all' aydpelwy di sostituire l' and pouleur ch'è più adatto e
pie Omerico; all' електро! ľ Anouampor ch'è anche più ragione vole; ed in fine
all ατειρείς I'' ατηρείς si sa donde possa derivare. Si potrebbe dire più
presto artelpon. Vi sono poi di quei che in luogo di amewn leggong amoywy;
dimodochè spiegano coi forti achivi. I primi due versi sono presso Laerz. 1. 8
in Emp., e tutti si leggono presso Janibl. de Vit. Pyth. Questi versi si sono
col locati nel poenia delle purgazioni; perchè in questo poema Empedocle
dichiara la morale pittagorica. Presso Suida voce Axpwr e Laerz. in Emp. Questo
epigramma, come dicono e Suida e Laerzio, è diretto a punzecchiare Acrone, che
domanda a la grazia di ergere un gran monumento a suo padre in un luo. go alto
della città di Gergenti. Empedocle va scherzando.col nome di Acrone e la parola
acron che in Greco significa alto e altezza. Ma questo scherzo non si può
rendere nel no stro linguaggio. Laerz. in Emp. I. 8 et Towvoploy indi ca nome
conveniente alla cosa. Perchè liquo gavin in greco può significare che fa
cessar i mali, e i dolori. Perciò Empedocle scherza col nome del suo amico.
Questi due versi s' attribuiscono dit Aulo Gellio Noct. Att. A G., e da altri
ad Orfeo. Ma in verità so no della scuola pittagorica. Si legga Didym.
Geoponicon Varii sono i sen timenti degli Scrittori sulla proibizione, che
facea la scuola Pittagorica, di mangiar del le fuve. Secondo alcuni, perchè non
sono sa lutari, e secondo altri perchè sono simili agli organi della
generazione. Di fatto Gellio dice che l'astinenza delle fave era un simbolo,
eon cui si volea indicare da Empedocle l'a ' stinenza delle cose veneree. Questi versi esprimono il giuramen to che si
facea nella scuola Pittagorica. Si leggono presso Jambl, de vit. Pyth. Ma non
semhrano d'esser di G. cosi perchè non corrispondono allo stile del nostro
poeta, come ancora perchè vi si osserva il dia. letto dor ico, che non mai egii
usò ne' suoi poemi. ROMA BIBLIOTECA MEMORIA Απηρεν ασ Κροτωνα της Ιταλίας και
κακοι τομές θες τοις Ιταλιωταις εδοξασθη συν τοις μας θεματας και οι περι τας
τριακοσίες οντες ωκoνoμαν αριστα τα πολιτικα ωστε σχεδον αριστοκρατίας αναι την
πολιτααν και Pittagora si porto in Cro tona d'Italia; ed ivi dando leggi agľ
Italias ni fu egli in onore unitamente a' suoi disce poli. Trecento de' quali
amministravano otti mamente le cose politiche, si che quella re pubblica era di
posta a governo di ottimati, Laerz. in Pythag. La persecuzione della scuola
pittagorica nacque da ciò, giusta Jamblico nella Vita di Pittagora, che i
pittagorici allontanavano il popolo dalle magistrature, e da' pubblici
consigli, e voleano essi soli, come sapienti, regolar le cose pubbliche.Grice:
“If people call William of Ockham, Surrey, Occam, I shall call Empedocles of
Agrigentum Agrigentum, or Agrigento simpliciter in the vulgar.” Vide “Italic Griceians” While
in the New World, ‘Grecian philosophy’ is believed to have happened ‘in
Greece,’ Grice was amused that ‘most happened in Italy!’ Empedocle da Girgenti – Keywords: Girgenti – “You say
Gergenti, and I say Girgenti” -- -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Girgenti” – Luigi Speranza, "Grice ed Empedocle,"
per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Girgenti:
FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- Boezio e la ragione conversazionale al
limite -- l’implicatura conversazionale -- la parola che non s’incatena – filosofia
palermitana – scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Palermo). Abstract. Grice: “I would lecture on Categories with
Austin – he would talk and talk and talk, until I did identify a slip, and then
the class started! On the other hand my joint seminar with my former pupil
STRAWSON on ‘Categories’ were something to write home about. Keywords: category. Filosofo palermitano. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I love Girgenti for
many reasons! For one, he has
edited Boezio ‘as he is’! – then he has elaborated on Socratic irony, a concept
that needs some elucidation, if ever one did! Also, he has edited the ‘logica retorica’ of Cicero,
which is welcome!”Frequenta gli studi classici a Palermo, sotto Brighina,
Franchina, Armetta, Mirabelli e Puglisi) e poi si è trasferito a Milano sotto Bontadini,
Bausola, Melchiorre e Giussani. Si laurea sotto Reale con “Platonismo e Cristianesimo
in San Giustino Martire” – Studia “Porfirio tra henologia e ontologia
riproponendo la questione degli universali come origine del "pensiero
forte". Insegna a Milano I suoi studi sono concentrati sul rapporto tra
filosofia greco-romana e Cristianesimo, e in particolare nell'influenza che il
platonismo ha esercitato sui Padri della Chiesa. Per analizzare questo tema,
applica due categorie ermeneutiche: la "storia del’effetto" e la
"fusione dell’orizzonte”. Secondo la storia dell’effeto, la Patristica latina
deve essere considerata una fase importante della storia del platonismo antico,
che fa da tramite rispetto alla filosofia medioevale. Secondo la fusione
dell’orizzonte, il rapporto tra platonismo e Cristianesimo deve essere
analizzato superando due opposte posizioni: la "praeparatio
evangelica" di Eusebio di Cesarea, secondo cui la filosofia pre-cristiana
sarebbe stata di per sé una preparazione al Cristianesimo e la
"Ellenizzazione del cristianesimo" di Harnack, secondo cui nell'incontro
con la filosofia, il Cristianesimo avrebbe smarrito la vocazione originaria (e
dovrebbe pertanto “de-“ellenizzarsi, de-filosofarsi). Una posizione mediana
potrebbe contribuire a superare le rigidità del cristianesimo cattolico e le
chiusure del cristianesimo protestante non-cattolico. Saggi: “Porfirio:
catalogo ragionato” (Vita e Pensiero, Milano); “Giustino Martire, il primo
cristiano platonico” Vita e Pensiero, Milano); “Porfirio, Vita e Pensiero,
Milano); Porfirio, Laterza, Roma-Bari; “Platone, G. Girgenti, Rusconi, Milano,
Incontri con Gadamer, G. G., Bompiani, Milano “Platone” G. G., Bompiani,
Milano; Atene e Gerusalemme. Una fusione di orizzonti, Il Prato, Padova; Il bue
squartato e altri macelli. La dolce filosofia, libro-intervista con Sossio
Giametta, Mursia, Milano. G. Giorello, Corriere della Sera, 1ºScheda
biografica, curriculum e nel sito
dell'Università Vita-Salute San Raffaele, su unisr. Selezione di
pubblicazioni Porfirio negli ultimi cinquant’anni. Bibliografia
sistematica e ragionata della letteratura primaria e secondaria riguardante il
pensiero porfiriano e i suoi influssi storici, presentazione di Reale, Vita e
Pensiero, Milano, Porfirio, Isagoge, prefazione, introduzione, traduzione e
apparati di G. Girgenti, testo greco a fronte, versione latina di Severino
Boezio in appendice, Rusconi, Milano, nuova edizione Bompiani, Giustino
Martire, il primo cristiano platonico. Con in appendice “Atti del Martirio di
San Giustino”. Presentazione di C. Moreschini, Vita e Pensiero, Milano,
Giustino, Apologie. Prima Apologia per i Cristiani ad Antonino il Pio. Seconda
Apologia per i Cristiani al Senato Romano. Prologo al “Dialogo con Trifone”,
introduzione, traduzione e apparati di G. Girgenti, testo greco a fronte,
Rusconi, Milano, Aristotele, Poetica, introduzione, traduzione, note e sommari
analitici di D. Pesce, revisione del testo, aggiornamento bibliografico, parole
chiave e indici di G. Girgenti, testo greco a fronte, Rusconi, Milano,
Porfirio, Sentenze sugli intellegibili, prefazione, introduzione, traduzione e
apparati di G. con in appendice la versione latina di Marsilio Ficino, Rusconi,
Milano. G. Girgenti, Il pensiero forte di Porfirio. Mediazione tra henologia
platonica e ontologia aristotelica, introduzione di G. Reale, Vita e Pensiero,
Milano, Porfirio, Storia della Filosofia
(frammenti), a cura di A. R. Sodano e G. Girgenti, Rusconi, Milano, Introduzione
a Porfirio, “I filosofi”, Laterza, Roma-Bari, La nuova interpretazione di
Platone. Un dialogo di Gadamer con la Scuola di Tubinga e Milano e altri
studiosi (Tubinga), introduzione di Gadamer, prefazione, traduzione e note di
G., Rusconi, Milano, nuova edizione ampliata: Platone tra oralità e scrittura,
Bompiani, Milano, Porfirio, Vita di Pitagora, monografia introduttiva e analisi
filologica, traduzione e note di A. R. Sodano, saggio preliminare e
interpretazione filosofica, notizia biografica, parole chiave e indici di G.,
in appendice la versione araba di Ibn Abi Usabi’a, testo greco e arabo a
fronte, Rusconi, Milano, J. Patocka, Socrate. Lezioni di filosofia antica,
introduzione, apparati e bibliografia di G. Girgenti, traduzione di M. Cajtham l,
testo ceco a fronte, Rusconi, Milano, nuova edizione: Bompiani, Milano, Wojtyla,
Persona e Atto, a cura di Reale e T. Styczen, revisione della traduzione
italiana e apparati a cura di G. Girgenti e P. Mikulska, testo polacco a
fronte, Rusconi, Milano, nuova edizione: Bompiani, Milano, Struttura dell’anima
dell’anima secondo Agostino e presupposti neoplatonici, in: Autori vari,
Coscienza. Storia e percorsi di un concetto, Donzelli, Roma, Der Begriff der
Verantwortung in der Welt der Antike und des Christentums, in Götz – J. Seifert
(Hg.), Verantwortung in Wirtschaft und Gesellschaft, Rainer Hampp Verlag,
München; J. Seifert, Ritornare a Platone. La fenomenologia realista come
riforma critica della dottrina platonica delle idee, in appendice un testo
inedito su Platone di A. Reinach, prefazione e traduzione di G. Girgenti, Vita
e Pensiero, Milano, Autori vari, Incontri con Hans-Georg Gadamer, edizione
italiana a cura di G. Girgenti, Bompiani, Milano, Porfirio nel vegetarianesimo
antico, “Bollettino Filosofico: Dipartimento di Filosofia Calabria”, Due fonti
neoplatoniche indirette di Cusano: Porfirio e Giamblico, in Nicolaus Cusanus
zwischen Deutschland und Italien Beiträge eines deutsch-italienischen
Symposions in der Villa Vigoni vom (Veröffentlichungen des Grabmann-Instituts),
hrsg von Martin Thurner, Akademie Verlag Berlin, Plotino, Enneadi, traduzione
di Radice. Saggio introduttivo, prefazioni e note di commento di Reale.
Porfirio, Vita di Plotino, cur. G., “I Meridiani. Classici dello Spirito”,
Arnoldo Mondadori Editore, Milano K.
Wojtyla, Metafisica della persona. Tutte le opere filosofiche e saggi
integrativi, a cura di Reale e Styczen,
apparati e indici di G., Bompiani, Milano; Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei
filosofi. Commentaria in Porphyrium. Schepps Samuel
Brandt Leipzig European Social Fund Saxony Crane Jouve OCR-ed,
Franzini Leipzig Stoyanova Robertson Mount Allison
Fonticola (Ludwig Maximilians Munich). Leipzig Germany Schepps Brandt BoezioVienna Leipzig Tempsky Freytag.
Secundus hic arreptæ expositionis labor nostræ seriem translationis expediet,
in qua quidem uereor ne subierim fidi interpretis culpam, cum uerhum uerbo
expressum comparatum- que reddiderim, cuius incepti ratio est quod in his
scriptis in quibus rerum cognitio quæritur, non luculentæ orationis
lepos, sed incorrupta ueritas exprimenda est. quocirca multum profecisse
uideor, si philosophiæ libris Latina oratione compositis per integerrimæ
translationis sinceritatem nihil in Græcorum litteris amplius desideretur, et
quoniam humanis animis excellentissimum bonum philosophiæ comparatum est,
BOEZIO IN YSAGOGAS PORPHIRII. BOEZIO IN YSAGOGE; BOEZIO COMMENTA IN
ISAGOGAS G,; INCIP COMENTV BOEZIO in isagogis porphirii; Expos Scda
L; COMENTV BOEZIO IN ISAGOGAS R; inscriptione carent CFHNS
(nisi quod in FH recens quædam est), item e codd. Isagogen tantum a Boethio
translatam continentibus ΛΣ ; ISAGOGÆ PORPHYRII TRANSLATÆ DE GRECO IN
LATINVM A VICTORINO ORATORE (sic) ΓΦ; INCIP LIBER YSAGOGARVM
(HΥS-) POR- PHYRII (I pro Y Π ) AII,- Icipidt isagoge
porphyrii (m. poster.) Ψ; de titulo operis cf.
Prolegomena fidi—reddiderim] cf. Horat. Ars poet. cf. Cic. Acad. post.
fędi C foedi Hm1N infidi FGm1 7uerbo e uerbo
N incoepti CEGHPRS 10 corrupta Em1Sm1 incorruptæ
Em2 (e in mg. add. sed del .) Lm1 uidebor brm 13 græcis
Lm2 ut uia et filo quodam procedat ORATIO, ex animæ ipsius
efficientiis ordiendum est. triplex omnino animæ vis in uegetandis corporibus
deprehenditur, quarum una quidem uitam corpori subministrat, ut nascendo
crescat alendoque subsistat, alia uero sentiendi iudicium præbet, tertia ui
mentis et ratione subnixa est. quarum quidem primæ id officium est, ut
creandis, nutriendis alendisque corporibus præsto sit, nullum uero rati-
onis præstet sensusue iudicium. hæc autem est herbarum atque arborum et
quicquid terræ radicitus adfixum tenetur, secunda uero composita atque
coniuncta est ac primam sibi sumens et in partem constituens uarium de
rebus capere potest ac multiforme iudicium. omne enim animal quod sensu uiget,
idem et nascitur et nutritur et alitur, sensus uero diuersi sunt et usque ad
quinarium numerum crescunt, itaque quicquid tantum alitur, non etiam sentit,
quicquid uero sentire potest, ei prima quoque animæ uis, nascendi
scilicet atque nutriendi, probatur esse subiecta. quibus uero sensus adest, non
tantum eas rerum capiunt formas quibus sensibili corpore feriuntur præsente,
sed abscedente quoque sensu sensibilibusque sepositis cognitarum sensu formarum
imagines tenent memoriamque conficiunt, et prout quodque animal ualet,
longius breuiusque custodit, sed eas imaginationes confusas atque ineuidentes
sumunt, ut nihil ex earum coniunctione ac compo 1 uia et filo quodam
CEm2H uia fort. ras. ex uiæ, uiæ et filo quodam N
uiæ s. l. R ex filo quodam EmIGPR edd . uiæ ex uia S ex quodam filo LS uiæ s. l . filo m1 quodam F ratio
CEmIGLRS ex ab Hm1NP
efficienti Em1 efficientis Fa. c . 3 post uitam add .
solum CFHP solam N corporis GNRL a.r.Sa.r . 5
rationis FGRS 6 procreandis CHNP 7 nutriendisque om . alendis EL sit s. l. Gm2Nm2
9 terra CN 10 ac ad
FSm1 at LSm2 et G 11 rebus quibus GRS de rebus de
quibus L poterit E
post iudicium add . capit E sed del. L, s. l. m2 in HRS 13 et
nutritur om. CHP, s. l . nutritur om. et Lm2 14 ita
CHR poterit E quoque
prima FGm2H 19 præsente ante feriuntur FHN præsentes
CHm1N abscedente Em2FGHmINESa.r . absente CEm1Hm2LPSp.r . 20
repositis GR 22 imagines FHN ante sumunt add. sic
brm sitione efficere possint, atque idcirco meminisse quidem
possunt, nec æque omnia, admissa uero obliuione memoriam recolligere ac
reuocare non possunt, futuri uero his nulla cognitio est. sed uis animæ tertia,
quæ secum priores alendi ac sen tiendi trahit hisque uelut famulis atque
oboedientibus utitur, eadem tota in ratione constituta est eaque uel in rerum
præsentium firmissima conceptione uel in absentium intellegentia uel in ignotarum
inquisitione uersatur. hæc tantum humano generi præsto est, quæ non solum
sensus iraaginationesque perfectas et non inconditas capit, sed etiam
pleno actu intellegentiæ quod imaginatio suggessit, explicat atque confirmat,
itaque, ut dictum est, huic diuinæ naturæ non ea tantum cognitione sufficiunt
quæ subiecta sensibus comprehendit, uerum etiam et insensibilibus imaginatione
concepta et absen tibus rebus nomina indere potest et quod intellegentiæ
ratione comprehendit, uocabulorura quoque positionibus aperit, illud quoque ei
naturæ proprium est, ut per ea quæ sibi nota sunt ignota uestiget et non solum
unum quodque an sit, sed quid sit etiam et quale sit nec non cur sit, optet
agnoscere, quam triplicis animæ uim sola, ut dictum est, hominum natura
sortita est. cuius animæ uis intellegentiæ motibus non caret, quia in his
quattuor propriæ uim rationis exercet, aut enim aliquid an sit inquirit aut si
esse constiterit, quid sit addubitat, quodsi etiam utriusque scientiam ratione
possidet, quale sit 2 admissa CR amissa EFGm1NP amissam
Gm2LS, ras. et s. l. ex admissam H memoriam om. FGR, s.
l. Sm2, memoria H hiis F, sic sæpe cogitatio
CNm2 animæ uis CEL ante trahit add . uires brm 6
ea CHm1N est ante constituta CEGS, om. R contentione EGm1Sm1
contemplatione R, m2 in GLS in s. l. Gm1PmS, del.
Lm2 ignotorum Hm1N imaginationes EN 11
conformat Gm2Pm2 13 cognitione in cognitione FHNP 14et ex Em1HN sensibilibus
CEm1Hp. c. Nm2 sensibus Ha. c. Nm1 ante
imaginatione add. sibi E del. m2 NPSm2 imaginatione in agnitione Gm1Sm1 agnitione
Gm2R post concepta add. nomina Hm1, idem post rebus s.
l. m2 sint E 19 optat LR quia qua Gm1 atque
EHm1Pm1 scientiam post ratione E sententiam
Hm1 possedit FRS unum quodque uestigat atque in eo
cetera accidentium momenta perquirit, quibus cognitis cur ita sit quæritur et
ratione nihilo minus uestigatur. Cum igitur hic actus sit humani animi, ut
semper aut in rerum præsentium comprehensione aut in absentium intellegentia
aut in ignotarum inquisitione | atque inuentione uersetur, duo sunt in quibus
omnem operam uis animæ ratiocinantis inpendit, unum quidem, ut rerum naturas
certa inquisitionis ratione cognoscat, alterum uero, ut ad scientiam prius
ueniat quod post grauitas moralis exerceat, quibus inquirendis permulta
esse necesse est, quæ uestigantem animum a recti itinere non minimum
progressione deducant, ut in multis euenit Epicuro, qui atomis mundum
consistere putat et honestum uoluptate metitur, hoc autem idcirco huic atque
aliis accidisse manifestum est, quoniam per imperitiam disputandi
quicquid ratiocinatione comprehenderant, hoc in res quoque ipsas euenire
arbitrabantur, hic uero magnus est error; neque enim sese ut in numeris, ita
etiam in ratiocinationibus habet, in numeris enim quicquid in digitis recte
computantis euenerit, id sine dubio in res quoque ipsas necesse est euenire, ut
si ex calculo centum esse contigerit, centum quoque res illi numero
subiectas esse necesse est. hoc uero non æque in disputatione seruatur; neque
enim quicquid sermonum decursus inuenerit, 4 aut om. CNR, s. l.
Gm2Sm2 rerum add. edd. post præsentium, ante Brandt;
cf. 137, 6 6 ignotorum
Gm2Hm1Lm2N ante inuentione s. l. in Hm2 8 inpendat
FPSa.c . naturam FHm1N certa inquisitionis Gm2H certæ
inquisitionis FNP inquisitionis certa CELm2, om. certa
Gm1Lm1RS fort. recte 10 quod eius
quod r exercet Hm1 12 minimum ante non E minime
FSm1 diducant FGm2 13 atbomis plerique codd .
consistere in mg. Hm2
constare CFP, post er . ł consistere C honestam
Em1P honestatem F 14 uoluptate om. F uoluptatera CEHm2
te* m1 LNR, add . corporis L del. m2 R, s. l. Gm2, ante
uol. edd . mentitur CEGHPRSm1 hoc hæc H 16 racione CN
comprehenderent m1 in EHN nero ergo H maximus E error
est CFHNP post sese add. res FR, s. l. Pm2
19 digitos CEFN id natura quoque fixura tenetur, quare
necesse erat eos falli qui abiecta scientia disputandi de rerum natura
perquirerent, nisi enim prius ad scientiam uenerit quæ ratiocinatio ueram
teneat disputandi semitam, quæ ueri similem, et agnoscere quæ fida, quæ
possit esse suspecta, rerum incorrupta ueritas ex ratiocinatione non potest
inueniri. cum igitur ueteres sæpe multis lapsi erroribus falsa quædam et
sibimet contraria in disputatione colligerent atque id fieri inpossibile
uideretur, ut de eadem re contraria conclusione facta utraque essent uera quæ
sibi dissentiens ratiocinatio conclusisset, cuique ratiocinationi credi
oporteret, esset ambiguum, uisum est prius disputationis ipsius ueram atque
integram considerare naturam, qua cognita tum illud quoque quod per
disputationem inueniretur, an uere comprehensum esset, posset intellegi, hinc
igitur profecta est logicæ peritia disciplinæ, quæ disputandi modos atque
ipsas ratiocinationes internoscendi uias parat, ut quæ ratiocinatio nunc quidem
falsa, nunc autem uera sit, quæ uero semper falsa, quæ numquam falsa, possit
agnosci, huius autem uis duplex esse perpenditur, una quidem in inueniendo,
altera in iudicando. quod Marcus etiam Tullius in eo libro cui Topica
titulus est, euidenter expressit dicens; Cum omnis ratio diligens disserendi duas
habeat partes, unam inueniendi, alteram iudicandi, utriusque princeps, ut mihi
quidem uidetur, Aristoteles fuit. Stoici 20 Tullius Top. ante natura add . in
HLSpr, s. l. Pm2 3 post nisi add . quis r prius
enim E 4 disputandi om. GRS ad ueri similem s. l
. ał que ueri se similem agnouerit Hm2 et agnoscere
FSm1 om . et et agnouerit
EGLPRSm2 om . et edd. ut ex hoc delectia
rationum queamus agnoscere Hm1, s. l . ał et agnouerint quæ fida et
reliqua m2 ut ex diligentia rationum queamus ex quæramus
C agnoscere CN 7 et sibimet sibimet C sibi et EGRS
9 post re s. l . si Cm1? 10 cuique CHm1N
cuiue cett . 13 tunc FHNPm1R post an add . id R,
s. l. Gm2Lm2, 2 litt. er. C 15 ipsis ratiotinationibus Hm2 16
ante internoscendi add. et brm uiam CFHN 19 inneniendi
et iudicandi om . in Hm2 24
quidem uidetur FHNPCic . uidetur quidem GRS quidem om.
CEL autem in altera elaborauerunt; iudicandi enim uias diligenter
persecuti sunt ea scientia quam διαλεκτικήν appellant, inueniendi artem, quæ
τοπική dicitur quæque ad usum
potior erat et ordine naturæ certe prior, totam reliquerunt, nos autem
quoniam in utraque summa utilitas est et utramque, si erit otium, persequi
cogitamus, ab ea quæ prima est, ordiemur, cum igitur tantus huius
considerationis fructus sit, danda est huic tam sollertissimæ disciplinæ tota
mentis intentio, ut primis firmati in disputandi ueritate uestigiis
facile ad rerum ipsarum certam comprehensionem uenire possimus. Et quoniam
qui sit ortus logicæ disciplinæ prædiximus, reliquum uidetur adiungere, an
omnino pars quædam sit philosophiæ an ut quibusdam placet, supellex atque
instru mentum, per quod philosophia cognitionem rerum naturamque deprehendat,
cuius quidem rei has e contrario uideo esse sententias. hi enim qui partem
philosophiæ putant logicam considerationem, his fere argumentis utuntur,
dicentes philosophiam indubitanter habere partes speculatiuam atque
actiuam. de hac tertia rationali quæritur an sit in parte ponenda, sed
eam quoque partem esse philosophiæ non potest dubitari, nam sicut de
naturalibus ceterisque sub speculatiua positis solius philosophiæ uestigatio
est itemque de moralibus ac 2 uias ENPCic.p, om. cett. codd .,
uiam brm ea scientia Pm1Cic . eam scientiam EPm2
edd. eam scilicet scientiam CN artem et scientiam FSm2
scientiam GHLRSm1 διαλεκτικήν Cic.
dialecticen CFGHLNPm2RS dialecticam E dialectica
Pm1 τοπική Cic . topice Gm2LNS topica
CEFGm1HPR 4 quæque quæ et
Cic . 5 prior prior est
GLa.c.RS 6 inest et CN Cic., s. l. Pm2, om. cett. codd., Boethius
etiam in comment. in Cic. Top. lib. I
1047 D hæc uerba respicit 8 prima prior Cic . ordiemur EHm1NCic .
ordiamur CGHm2LPRS ordinamus F 13 quid FHm1NPp.c
. quod a.c . 14 ante reliquum add . esse GHP pars
sit quædam GN quædam pars sit L 18 hii EHL
20 ante habere add . duas L m 1860 21
post rationali add . uel orationali EFGH del. m2 RS del.
mS id est logica L s.
l. m2 edd. ad an s. l . si Cm2 24 inuestigatio
L reliquis quæ sub actiuam partem cadunt, sola philosophia
perpendit, ita quoque de hac parte tractatus, id est de his quæ logicæ subiecta
sunt, sola philosophia iudicat. quodsi speculatiua atque actiua idcirco
philosophiæ partes sunt, quia de his philosophia sola pertractat, propter
eandem causam erit logica philosophiæ pars, quoniam philosophiæ soli hæc
disputandi materia subiecta est. iam uero inquiunt : cum in his tribus
philosophia uersetur cumque actiuam et speculatiuam consideratio|nem subiecta
discernant, quod illa de rerum naturis, hæc de moribus quærit, non dubium
est quin logica disciplina a naturali atque morali suæ materiæ proprietate
distincta sit. est enim logicæ tractatus de propositionibus atque syllogismis
et ceteris huiusmodi, quod neque ea quæ non de oratione, sed de rebus
speculatur neque actiua pars, quæ de moribus inuigilat, æque præstare
potest, quodsi in his tribus, id est speculatiua, actiua atque rationali,
philosophia consistit, quæ proprio triplicique a se fine disiuncta sunt, cum
speculatiua et actiua philosophia partes esse dicuntur, non dubium est quin
rationalis quoque philosophia pars esse conuincatur. qui uero non partem,
sed philosophiæ instrumentum putant, hæc fere afferant argumenta, non esse
inquiunt similem logicæ finem speculatiuæ atque actiuæ partis extremo, utraque
enim illarum ad suum proprium terminum spectat, ut speculatiua tractat
Ep.r.FR, m2 in GLP 3 diiudicat CHm2 5 sola philosophia
CFN pertractet Em1 tractat Hm1 7 iam tam R ita FL sublectas
discernat Em2 10 dubium non est CEL non est
dubium F 11 a om. LS, s. l. Gm2Pm2, postea add. R
disiuncta iunc in ras. m1? R est enim etenim GLRS post tractatus add.
est LR, s. l. Pm2 14 orationibus E ratione Lm1, add .
est L 17 sint Rm1, ex sit Sm2 cumque
H q. er . Lm2N 18 et atque EFNP philosophiæ pbr
dicantur Lm2N non est dubium EFHNP 21 hæc argumenta
del. G asserunt
ss in ras. m1? C similem om. GR, post finem s. l.
Sm2, ad similem s. l. ł proprium Pm2 22
ante speculatiuæ add . sed R, s. l. Gm2Lm2 extremum E
u ex a uel o m2 GL um ex am m2
Pm2RSm1 23 proprium suum C ut ita ut brm quidem rerum
cognitionem, actiua uero mores atque instituta perficiat, neque altera refertur
ad alteram, logicæ uero finis esse non potest absolutus, sed quodammodo cum
reliquis duabus partibus colligatus atque constrictus est. quid enim est in
logica disciplina quod suo merito debeat optari, nisi quod propter
inuestigationem rerum huius effectio artis inuenta est? scire enim quemadmodum
argumentatio concludatur uel quæ uera sit, quæ ueri similis, ad hoc scilicet
tendit, ut uel ad rerum cognitionem referatur hæc scientia rationum uel ad
inuenienda ea quæ in exercitium moralitatis adducta beatitu dinem pariunt.
atque ideo quoniam speculatiuæ atque actiuæ suus certusque finis est, logicæ
autem ad duas reliquas partes refertur extremum, manifestum est non eam esse
philosophiæ partem, sed potius instrumentum, sunt uero plura quæ ex alterutra
parte dicantur, quorum nos ea quæ dicta sunt strictim notasse sufficiat.
Hanc litem uero tali ratione discernimus. nihil quippe dicimus impedire, ut
eadem logica partis uice simul instrumentique fungatur officio, quoniam enim
ipsa suum retinet finem isque finis a sola philosophia, consideratur, pars
philosophiæ esse ponenda est, quoniam uero finis ille logicæ quem sola
speculatur philosophia, ad alias eius partes suam operam pollicetur,
instrumentum esse philosophiæ non negamus; est autem finis logicæ inuentio
iudiciumque rationum. quod scilicet non esse mirum uidebitur, quod eadem pars,
eadem quoddam ponitur instrumentum, si ad partes corporis animum
reducamus, quibus et fit aliquid, ut his quasi quibusdam instrumentis utamur,
et in toto tamen corpore partium obtinent locum, manus enim ad tractandum,
oculi ad 1 rerum Em2Hin mg. m1? Lm2 edd., post
cognitionem add . rerum s. l. Pm2Sm2, add . naturalium rerum
F, s. l. Gm2, om. cett . 2ad
alteram de altera Em2 3 non potest
esse FGN 4 est om. C 5 aptari FGm1Hm1Pm2R 6
affectio EFHLm2Pm1Bm1 8 intendit F 9 rationum
scientia CLP 10 mortalitatis bm 11 parant Ea.c .
pariant Hm1 15 alterutra utraque EP, add. post
alterutra H, del. m2 ante dicta add . supra EP, s. l.
Lm2 18 enim nero CFHN
21 ei F 24 uidetur Em1FGm2LNPm2 28 optineant
Fp.c.S uidendum, ceteræque corporis partes proprium quoddam
uidentur habere officium, quod tamen si ad totius utilitatem corporis
referatur, instrumenta quædam corporis esse deprehenduntur quæ etiam partes
esse nullus abnuerit, ita quoque logica disciplina pars quidem philosophiæ
est, quoniam eius philosophia sola magistra est, supellex uero, quod per eam
inquisita philosophiæ ueritas uestigatur. Sed quoniam, quantum mihi quoque
breuitas succincta largita est, ortum logicæ et quid ipsa logica esset
explicui, nunc de eo nobis libro pauca dicenda sunt quem in præsens
sumpsimus exponendum, titulo enim proponit Porphyrius introductionem se in
Aristotelis PREDICAMENTO conscribere, quid vero valeat hæc introductio vel ad
quid lectoris animum præparet, breuiter explicabo. Aristoteles enim librum qui
De X PREDICAMENTI inscribitur hac intentione composuit, ut infinitas
rerum diuersitates quæ sub scientiam cadere non possent, paucitate generum
comprehenderet, atque ita quod per incomprehensibilem multitudinem sub
disciplinam uenire non poterat, per generum, ut dictum est, paucitatem
animo fieret scientiæque subiectum. decem igitur genera rerum esse omnium
considerauit, id est unam substantiam et accidentia nouem, quæ sunt II QUALITAS
III QVANTITAS IV RELATIO V VBI VI QVANDO VIII FACERE et pati, IX SITVS X HABERE,
quæ quoniam genera essent suprema et quibus nullum aliud superponi genus
posset, omnem necesse est multitudinem rerum horum decem generum
spequoddam quod
Em1 aliquod m2 G 2 utilitatem post corporis
EG, ante totius L quas FSm2 5 quidem post
philosophiæ H quædam L uero uero est L 8 quoque om.
L quidem edd . ueritas Cm1N succincta
CNPSm2 sua mora EFGHR sua mota Sm1 succincta suam
moram L ortum om . L et de ortu CNF quod CF est G
explicaui CELm2PRS 11 titulum CHm1N lectoris s.
l. Gm2, post animum CN, post præparet H. om. E 14
paret EFGNRS 15 scribitur EGRSm1 17 ita quod s.
l. Gm2 itaque m1 Rm2 quod
om . ita s. l. Sm2 20 decem in decem C 23 et om.
FLNP situm habere CRa.c . situm esse habere Gm1S genus
superponi H possit Ea.c.FGm1NPRS ante horum add.
per s, l. Pm2, ante species CFLR. s. l. Gm2Sm2
cies inueniri. quæ quidem genera a se omnibus differentiis distributa
sunt nec quicquam uidentur habere commune nisi tantum nomen, quoniam omnia
esse prædicantur. quippe I SBSTANTIA est, II QVALITAS est, III QVANTITAS est,
et de aliis omnibus ‘est’ uerbum communiter prædicatur, sed non est eorum
communis una substantia uel natura, sed tantum nomen. itaque X genera ab
Aristotele reperta omnibus a se differentiis distributa sunt sed quæ aliquibus
differentiis disiunguntur, necesse est ut habeant proprium quiddam quod ea in
singularem solitariamque vindicet formam. non est autem idem proprium
quod accidens accidentia enim et venire et abesse possunt, propria ita sunt
insita, ut absque his quorum sunt propria, esse non possint. quæ cum ita sint
cumque Aristoteles X rerum genera repperisset, quæ vel intellegendo mens
caperet vel loquendo disputator efferret quicquid enim intellectu
capimus, id ad alterum sermone uulgamus , euenit ut ad horum X PREDICAMENTI
intellegentiam quinque harum rerum tractatus incurreret, scilicet generis,
speciei, differentiæ, proprii, accidentis. generis quidem, quoniam oportet ante
prædiscere quid sit genus, ut X illa quæ Aristoteles ceteris anteposuit
rebus, genera esse possimus agnoscere, speciei uero cognitio plurimum ualet, ut
quæ cuiusque generis sit species, possit agnosci. si enim quid sit species
intellegimus, nihil impediti errore turbamur. fieri enim potest, ut per speciei
inscientiam sæpe quantitatis species in relatione ponamus et cuiuslibet
primi generis species alteri cui 4 omnibus aliis FHLN 9
quoddam S 10 uendicet HLP uindicent ent in ras. S constituat CN 11
euenire FGm2R om. et abire NP 12 propria ita propria enim ita H
proprietates EGm1S propria uero ita edd . insitæ EGm1S
14 uel om. FP 16 cupimus E alterutrum
FPm2S ante accidentis add. atque FHNP et
L 21 interposuit m1 in EGS superposuit Em2NP præposuit
FGm2 possemus FN 22 cognitio post ualet
LP 24 impedito uel in Ca.c.EGm1HNS impedit
R turbari CS 25 inscitiam F 26 cuilibet cuiuslibet Gm1N,a.r. in EFS
libet generi subdamus atque ita fiat permixta rerum atque indiscreta
confusio; quod ne accidat, quæ sit natura speciei ante noscendum est. nec uero
in hoc tantum prodest speciei cognoscenda natura, ne priorum generum species
inuicem permutemus, uerum etiam ut in eodem quolibet genere proximas species
generi nouerimus eligere, ut ne substantiæ mox animal dicamus esse speciem
potius quam corpus aut corporis hominem potius quam animatum corpus, at uero
differentiarum scientia in his maximum retinet locum, qui enim omnino
qualitatem a substantia uel cetera a se genera distare cognoscimus, nisi eorum
differentias uiderimus? quomodo autem discernere eorum differentias possumus,
si quid ipsa sit differentia nesciamus? nec hunc solum nobis inscientia
differentiæ offundit errorem, uerum etiam specierum quoque tollit omne
iudicium. nam omnes species differentiæ informant, ignorata differentia species
quoque necesse est ignorari, quomodo uero fieri potest, ut quamlibet
differentiam possimus agnoscere, si omnino quæ sit nominis huius significatio
nesciamus? iam nero proprii tantus usus est, ut Aristoteles quoque
singulorum PREDICAMENTI propria perquisiuerit. quæ propria esse quis
deprehenderit, antequam quid omnino sit proprium discat? nec in his tantum
propriis hæc cognitio ualet quæ singulis nominibus efferuntur, ut hominis
risibile, uerum etiam in his quæ in locum definitionis adhibentur, omnia enim
propria rem subrectam quodam termino descriptionis includunt, quod suo
quoque loco 25 suo loco lib. IV c. 15 s. 1
generis Gm1REa.r.Sa.r . fiet CH fit N
permixtio FHm2LNP 4 primorum FNP 5 in om. CERS, s. l. Gm2 6
ante generi add . cuilibet brm 7 aut corpus om.
E, s. l. Gm2Sm2 8 corpus om. FP, del. Hm2 9 qui quomodo Ep.c.HPp.c.R 11
nouerimus R quomodoignorari 16 in inf. mg. Em2 autem nero Em2 14 offundit E m2
Pm1 obfundit Hm2 diffundit Gm1 effundit
cett.; cf. p. 159,16 15 informant differentiæ brm 16 quomodo qui FNP uero om. G 18
huius nominis FNP 20 perquisierit R quis esse
FR 21 deprehenderit in ras. E deprehenderet Np.c .
deprehendet ex -it P
22 proprii Gm2N post singulis add . tantum FHLNP
24 subiecto EGm1RS oportunius commemorabo, accidentis quoque
cognitio quantum afferat, quis dubitare queat, cum videat inter X PREDICATMENTI
IX accidentis naturas? quæ quomodo
accidentia esse putabimus, si omnino quid sit accidens ignoremus, cum præsertim
nec differentiarum nec proprii scientia nota sit, nisi accidentis naturam
firmissima consideratione teneamus? fieri enim potest, ut differentiæ loco uel
proprii per inscientiam accidens apponatur, quod esse uitiosissimum etiam
definitiones probant, quæ cum ipsæ ex differentiis constent et fiant unius
cuiusque definitiones propriæ, accidens tamen non uidentur admittere. Cum
igitur Aristoteles rerum genera collegisset, quæ nimirum diuersas sub se
species continerent, quæ species nuraquam diuersæ forent, nisi differentiis
segregarentur, cumque omnia in substantiam atque accidens, accidens uero in
alia nouem prædicamenta soluisset cumque aliquorum PREDICAMENTI fere sit
propria persecutus, de his ipsis quidem prædicamentis docuit, quid uero esset
genus, quid species, quid differentia, quid illud accidens, de quo nunc
dicendum est, uel quid proprium, uelut nota præteriit, ne igitur ad PREDICAMENTI
Aristotelis uenientes, quid significaret unum quodque eorum quæ superius
dicta sunt ignora|rent, hunc librum Porphyrius de earum quinque rerum
cognitione perscripsit, quo perspecto et considerato quid unum quodque eorum quæ
supra præposuit designaret, facilior intellectus ea quæ ab Aristotele
proponerentur addisceret. Hæc quidem intentio est huius libri, quem
Porphyrius ad introductionem PREDICAMENTI se conscripsisse ipsa, ut 1
opportunius NR post accidentis add . teneri L,
post naturas 3 tenere HN 3 quonam modo
FHLNP 5 tota EN, m1 in GPS 6 tenemus C 7
insciciarn FN 11 ante rerum add . decem
cod. Monac. 4621 brm,
recte? 15 nouem om. S edd., s. l. Em2Gm2 16 fere om.
EFGS, er. H 18 nunc om. GRS est dicendum CL
eorum delendum esse coni. Engelhrecht 23 quo ut CHLNP inspecto FNP
perfecto EGm1 24 eorum cod. Monac. 4621 om . quæ, om. codd. nostri
proposuit FP proposui H posuit NR 25 ab om. ENR
præponerentur CHm2NR 27 ipse L ita F
dictum est, tituli inscriptione signauit, sed licet ad hoc unum huius
libri referatur intentio, non tamen simplex eius utilitas est, uerum multiplex
et in maxima quæque diffusa est. quam idem Porphyrius in principio huius libri
commemorat dicens; Cum sit necessarium, Chrysaori, et ad eam quæ est apud
Aristotelem prædicamentorum doctrinam, nosse quid genus sit et quid differentia
quidque species et quid proprium et quid apcidens, et ad definitionum
adsignationem et omnino ad ea quæ in diuisione uel demonstratione sunt,
utili hac istarum rerum speculatione, compendiosam tibi traditionem faciens
temptabo breuiter uelut introductionis modo ea quæ ab antiquis dicta sunt
adgredi altioribus quidem quæstionibus abstinens, simpliciores uero
mediocriter coniectans. Utilitas
huius libri quadrifariam spargitur, namque ad illud etiam ad quod eius
dirigitur intentio, magno legentibus usui Porph. Boeth. Busse. eius
utilitas est FGm2 in mg. add. HP utilitas eius est in mg.
add. Em2 est eius
utilitas s. l. add. Lm2 eius est utilitas N, om, RS;
est tamen simplex eius utilitas C uerum in mg. Em2
sed GLS sed et R multiplex et in mg. Em2, s. l.
Sm2 est er. uid. E 5 ante Cura add .
PROLOGVS RS, de inscript. codicum Isagogen tantum continent. cf. ad
initium libri Chrysaori G chrisaori EHNPa.c . Γ s. l .
menanti Ώμ2ΣΦ chrysaoni S
chrisarori uel cris uel chriss-,1
CFLPp.c . R lATl m1 *! -oui ante et add. te C er.
FLNA del. Σ, s. l . scil, te
E 6 ante prædicamentorum add . X Δ 7 sit genus L A et om . Φ quidue N 8 pr . et s. l.
E, om . A 9 diffinitionem Em1 \ m2, in
-nes, hoc in -num mut. F 10 in ad FHP, ante in er .
ad uid. C
diuisionem Ca.r.FHNP T a.r . A a.r . Q uel et N et ad FHP uel
in ΔΣΦ demonstrationem Ca.r . -ne ras.
ex -ne ut uid . FHNP
F a.r. A a.r .b utili edd . utilia codd . 11 hac HP,
s. l. Sm2 hanc CLNΤ ΛΙIΣΦ, del . Δ, om . EFGRS
speculationem CEa.r.Hm2L A a.r . ΑΦ, in -num corr. Σ compendiosa ras.
exsa C A 12 traditione
uel -cione CLΝ Φ, ras. ex -nem HT A 14 altioribus ab altioribus A 17
quadrifaria S ante ad add . et EGP, s. l. L
18 etiam om . G est et ad cetera, quæ cum extra intentionem
sint, non tamen minor ex his legentibus utilitas comparatur, est enim per hoc
corpusculum et PREDICAMENTI facilis cognitio et definitionum integra adsignatio
et diuisionum recta perspectio et demonstrationum ueracissima conclusio, quæ
res quanto difficiles atque arduæ sunt, tanto perspicaciorem studiosioremque
animum lectoris expectant. dicendum uero est quod in omnibus libris euenit. nam
primum si quæ sit intentio cognoscatur, quanta quoque utilitas inde prouenire
possit expenditur et licet extra multa, ut fit, huiusmodi librum sequantur,
tamen illam proxime utilitatem uidetur habere, ad quod eius refertur
intentio, ipso libro quem sumpsimus exponente, cum eius intentio sit ad PREDICAMENTI
intellectum facilem comparandi, non dubium quin hæc eius principalis probetur
utilitas, licet non minores sint comites definitio, diuisio ac
demonstratio, quorum nobis quædam hic principia suggeruntur, sensus uero
totus huiusmodi est : ‘cum sit, inquit, utilis generis, speciei, differentiæ,
proprii accidentisque cognitio ad PREDICAMENTI Aristotelis eiusque doctrinam,
ad definitionum etiam adsignationem, ad diuisionem et demonstrationem, quæ sit
harum rerum utilis überrimaque cognitio, compendiosam, inquit,
trautilitas legentibus FHP 3 opusculum CEp.r.FGm2HLN, recte ?
integra om. ER, s. l. Gm2Sm2 recta perfecta
CFGm2Hm1N 8 post libris add . his HNP
hoc R, s. l, sed exters. G sit est H id est add. Lm2
perpenditur Em2Lm2 10 ante huiusmodi add . in CE
del. G del. m2 N librum LPm2RSm2, om. Hm1, libros FGm1Sm1,
s. l. Hm2, libro CE del. Gm2NPm1 sequntur uel sec- R, m1 in EGS 11
uidentur FH ad quod aliquod Cm1 ad quam
FGm2Pm2 eius eorum
FGm2HPm1 12 ante ipso add . ut s. l. est Lm2 in
hoc CFHLNP, s. l . ut in Em2 hoc Gm2
exponendum CE dum in er . te? FHLNP ex -dus m1 exponere
m2 Sm1 post cum s. l . enim Hm2 13 præparandi
H 14 ante dubium add . est FHNP, s. l. Gm2, post
s. l. L 15 minoris CGm1N 16 nobis om. C hic quædam
C principalia NSm1 17 huiusmodi totus EG 19
eamque Hm1Sm1 20 ad om. C, s. l. Gm2, et FHN
et ad P et ac H, om.
CFNP, et ad edd . demonstrationemque CN demonstrationumque FP
quæ quia Lm2R, om. CFNP 21
traditione ras. ex -nē H ditionem faciens ea quæ
ab antiquis large ac diffuse dicta sunt, temptabo breuiter aperire’, neque enim
esset compendiosa, nisi totum opus breuitate constringeret et quoniam
introductionem scribebat, ‘altiores, inquit, quæstiones sponte refngiam,
simpliciores uero mediocriter coniectabo’, id est simpliciorum quæstionum
obscuritates habita in eis quadam coniecturæ ratiocinatione tractabo. Tota
quidem sententia huiusce prooemii talis est, quæ et utilitate überrima et
facilitate incipientis animo blandiatur, sed dicendum uidetur quidnam
celet amplius altitudo sermonum, necessarium in Latino sermone, sicut in Græco
άναγκαΐον, plura significat, diuersa enim
significatione Marcus Tullius CICERONE dicit necessarium suum esse aliquem
atque nos, cum nobis necessarium esse dicimus ad forum descendere, qua in uoce
quædam utilitas significatur. alia quoque significatio est qua dicimus
solem necessarium esse moueri, id est necesse esse, et illa quidem prima
significatio prætermittenda est, omnino enim ab eo necessario quod hic
Porphyrius ponit aliena est. hæ uero duæ huiusmodi sunt, ut inter se certare
uideantur quæ huius loci obtineat significationem, in quo dicit
Porphyrius; Cum sit necessarium, Chrysaori; namque, ut dictum est, neces Marcus
Tullius cf. infra apparatum.
2 enim om. E 3 corpus HNPm1 4 refugio
EGR 5 simplicium Gm2LPm2 6 eas
EFGm1HNSm1 7 ad quidem s. l. autem Gm2
8 prohemii EPS uberrima <sit> Brandt 9
animum EGLm2Pm2R uidetur om. ERS, s. l. Gm2 11 ΑΝΑ Γ ΑΙΟΝ uel ANAKAION uel sim. codd . ANA IT CION ł ANAKAION
C 12 etenim F ad Marcus Tullius in mg . Marcus enim
tullius pro fundanio inquit descripsistine eius necessarium id est adiutorem
danium leg . fundanium add. Hm2,
ex Mario Victorino De defin., Boeth. p. 906 B, haustum, Cic. IV 3 p. 236 frg. 6
Mueller 13 aliquod C aliquid Hm1NPm2 nos
Hm1Pp.e.Sm1 nostrum cett.; an nostrum est scribendum ? ante
cum add . ut EG del. m2 HLm2P uel F nos
Hm2 14 dicamus L 16 post, esse esset F est Hm1LNP 18
uero om. N ergo F
Chrysaori CEm1 chrisaori uel eris uel
crys-uel crisar uel sim. cett . necessarium harum E s. l . duarum necessitatum m2
Gm1S necessarium harum F sarium et utilitatem
significat et necessitatem, uidentur autem huic loco utraque congruere, nam et
summe utile est ad ea quæ superius dicta sunt, de genere et specie et
ceteris disputare, et summa est necessitas, quia nisi sint hæc ante præcognita,
illa ad quæ ista præparantur, non possunt cognosci, nam neque præter
generis uel speciei cognitionem PREDICAMENTA discuntur nec definitio genus
relinquit et differentiam, et in ceteris quam sit utilis iste tractatus, cum de
diuisione et demonstratione disputabitur, apparebit, sed quamquam necesse sit hæc
quinque de quibus hic disputandum est, prius ad cognitionem uenire quam
ea quibus illa præparantur, non tamen ea significatione hic a Porphyrio positum
est qua necessitatem significari uellet ac non potius utilitatem, ipsa enim
oratio contextusque sermonum id clarissima intellegentiæ ratione significat,
neque enim quisquam ita utitur ratione, ut aliquam necessitatem referri
dicat ad aliud, necessitas enim per se est, utilitas uero semper ad id quod
utile est refertur, ut hic quoque, ait enim Cum sit necessarium, Chrysaori, et ad
eam quæ est apud Aristotelem PREDICAMENTI doctrinam, si igitur hoc necessarium
utile intellegamus et id nomine ipso uertamus dicentes: cum sit utile. Chrysaori, et ad eam quæ est
apud Aristotelem prædicamen 1 et om. R, del. CGm2 significans R ante
necessitatem add . altera R, s. l. Gm2 4 necessitas est
E quia om. NS sint post hæc F, post
præcognita H 5 agnosci CN post cognosci add . quæ
om. E prædicamenta dicuntur CEGL in sup. mg. m2 PR
cognitiones del. et s. l . quæ add. m2 prædicamentarum rum
del. m2 dicuntur S
namdiscuntur om. GRS, in sup. mg. Lm2 namcognitionem in mg.
Em1?, reliqua om . 7 nec sed istis
cognitis nec C sed nec S neque N sit erit Em2GLm1RS 13
significare FN 15 utatur Sm1 oratione CHm1N
16 aliud] aliquid CHm1N 17 post se add .
quiddam CFHPN, s. l. Em2Lm2, quidem edd . quod ad quod NP
defertur Gm1Lm1RS 18 enim om . C Chrysaori eædem fere quæ p. 147, set in codd. scripturæ 19 et te et
L 20 post doctrinam add . nosse quid genus sit
C nosse quid sit genus et cetera in mg. Lm2 22 Chrysaori ut 18 et om . EFGS te
et L doctrinam prædicamentorum C torum doctrinam,
nosse quid genus sit et cetera, recte se habebit ordo sermonum; sin uero id ad
‘necesse’ permutetur atque dicamus : cum sit necesse, Chrysaori, et ad eam quæ
est apud Aristotelem PREDICAMENTI doctrinam, nosse quid genus sit et
cetera, rectæ intellegentiæ sermonum ordo non conuenit. quocirca hic diutius
immorandum non est. quamquam enim sit summa necessitas his ignoratis non posse
ad ea ad quæ hic tractatus intenditur perueniri, non tamen de necessitate hic
dictum est necessarium, sed potius de utilitate. Nunc uero, licet idem superius dictum sit, tamen
breuiter quid ad PREDICAMENTI generis, speciei, differentiæ, proprii
atque accidentis prosit agnitio, disputemus. Aristoteles enim in X PREDICAMENTI
genera constituit rerum quæ de cunctis aliis PREDICARE ut quicquid ad
significationem uenire posset, id si integram significationem teneret,
cuilibet eorum subiceretur generi de quibus Aristoteles tractat in eo libro qui
De decem prædicamentis inscribitur, hoc ipsum uero referri ad aliquid uelut ad
genus tale est, quale si quis speciem supponat generi, hoc uero neque præter
cognitionem speciei ullo modo fieri potest nec uero ipsæ species quid
sint uel cuius magis sint possunt perspici nisi earum differentiæ cognoscantur,
sed differentiarum natura incognita, quæ unius 1 recte sermonum recte intellegentiæ sermonum ordo
conuenit CLP ex 5 uero autem C atque itaque
FN ut CLH in ras. Chrysaori] sit GLRS nosse sit om. EH 5 ordo ante
sermonum E post his s. l. quinque
Lm2 pr. sic ad om. G, in mg. Em1? tractatus
hic H intendit L peruenire Lm1S 9
ante hic add. solummodo F 10 nunc nam F 11
quod EN 12 possit Lm2 cognitio R
possit Fa.c.LS Aristoteles delend. esse coni. Brandt eo om.
E 17 De om. NS, de s. l. Lm2 uero s. l. Gm2
18 post, ad om. GRS, s. l. Em2Lm2P qui S 19
neque er . L nec N post
cognitionem add. generis neque præter cognitionem CFHP in mg.
m2 generis nec E s. l. m1?N, s. l. generis et
Lm2 20 nullo Lm2 neque F 21 magis modi CEm2 in
aliis m1 Hm1Pp.c.corr. m1? modo N possint S
possumus Gm1Lm2 possemus m1 possimus E
perspici scire EGm1 sciri m2 L agnosci
RS cuiusque speciei sint differentiæ, modis omnibus ignorabitur, quare
sciendum est quoniam, si de generibus Aristoteles tractat in PREDICAMENTI, et
generum natura cognoscenda est, cuius cognitionem speciei quoque comitatur
agnitio, sed hoc cognito, quid sit differentia non potest ignorari,
quamquam in eodem libro plura sint ad quæ nisi maximam peritiam et
generis et speciei et differentiæ lector attulerit, nullus omnino intellectus
patebit, ut cum ipse Aristoteles dicit : diuersorum generum et non
subalternatim positorum diuersæ secundum species et differentiæ sunt, quod his
ignoratis intellegi inpossibile est. sed idem Aristoteles proprium unius
cuiusque PREDICAMENTI diligentissima inquisitione uestigat, ut cum substantiæ
proprium post multa dicit esse quod idem numero contrariorum susceptibile sit,
uel rursus quantitatis, quod in ea sola æquale atque inæquale dicatur,
qualitatis etiam, quod per eam simile et dissimile aliud alii esse proponimus,
et in ceteris eodem modo, ut quæ sit proprietas contrarii, quæ secundum
relationem oppositionis, quæ priuationis et habitus, quæ affirmationis et
8 10 Aristot. Categ. c. 3, l b, 16 s. 13 s. ibid. c. 5, 4 a, 10 s. 15 s.
dicatur ibid. c. 6, 6 a, 26 s. 16 s. ibid. c. 8, 11 a, 15 19. 18 quæ sit 153, 1
negationis ibid. c. 10. 1 sit differentia S 5 non
potest s. l. Gm2 quamquam cum F et generis differentiæ post attulerit
E 8 pateat EGLRS dicit Brandt dicat codd. edd.; cf. 13. 154, 14. 21. 153, 2. 6
10 post secundum add . se EGL del. ES, er. uid. H
et om. CN, del. Lm2, er. uid. H; cf. Aristot. Cat. c. 3 τών Ιτέρων γενών καί μή ΰπ’ αλληλα τεταγμένων ετεροι τω εΤδεε κο· αϊ διαοοραί et Boethii
interpretat. In Categ. Arist. 177 A om. se quid GRS 11
possibile EG post
est signum interrogat. RS propria FHNP 14
ante numero s. l. cum E æquum Em1FGLm1RS;
cf. 153, 17 atque aut N 16 dicitur FHLm2P et dissimile F uel dissimile s. l. Em2
aut dissimile s. l . Gm2Pm1?, om. cett.; cf. Aristot. Cat. c
. 9 Τ ών μέν ouv είρημένων τό ομοιον χα άνο'μοιον αοτήν et Boethii interpretat A simile et
dissimile, aliis DGPm1RS s in ras; cf. Aristot, ibid . έτέρω, Boeth. ibid . alteri 18 post
relationem add . contrarii Em1, del. et s. l . ut sapientia
stulticiæ m2 negationis, in quibus ita tractat tamquam iam
peritis scientibusque quæ sit proprietatis natura; quam si quis ignorat,
frustra ea quæ de his disputantur adgreditur. iam uero illud manifestum est,
quod accidens maximum PREDICAMENTI obtineat locum, quod proprio nomine nouem PREDICAMENTI
circumdat. Et ad PREDICAMENTI quidem quanta sit huius libri utilitas ex
his manifestum est. quod uero ait et ad definitionum adsignationem, facile
cognosci potest, si prius substantiæ rationum diuisio fiat, substantiæ
ratio alia quidem in descriptione ponitur, alia uero in definitione, sed ea quæ
in descriptione est, pro|prietatem quandam colligit eius rei cuius substantiæ
rationem prodit, ac non modo proprietate id quod monstrat informat, uerum etiam
ipsa fit proprium, quod in definitionem quoque uenire necesse est; si
quis enim quantitatis rationem reddere uelit, dicat licebit; quantitas est
secundum quam æquale atque inæquale dicitur, sicut igitur proprietatem quidem
quantitatis in ratione posuit quantitatis et ipsa tota ratio ipsius quantitatis
propria est, ita descriptio et proprietatem colligit et propria fit ipsa
descriptio, definitio uero ipsa quidem propria non colligit, sed ipsa quoque
fit propria, definitio namque substantiam monstrat, genus differentiis iungit
et ea quæ per se sunt communia atque multorum in unum redigens uni speciei quam
definit reddit æqualia. ita igitur ad descriptionem utilis est proprii
cognitio, quoniam sola proprietas in descriptione colligitur et ipsa fit
propria sicut definitio quoque, ad definitionem uero genus, quod primum 1
ita om. RS, s. l. m2 in EGL tamquam iam quasi C 5
optinet FHm1LmSN obtineat ante prædicamentorum
E libri huius CGLRS utilitas brm intentio codd . 10
post substantiæ add . uero F, s. l . enim Lm2
16 ante dicat s. l . sc. ut Lm2 20 proprietates
CFHNP ipsa ita G nam qui Gm2Lm1 namque qui
m2 S 26 proprietas sola CLP sola proprietas sola
FGm1S 27 ad sicut s. l . ł sic Em2 uero s. l
. Hm2 quod om . F quidem R
ponitur, et species, ad quam genus illud aptatur, et differentiæ, quibus
iunctis cum genere species definitur, sed si cui hæc pressiora quam
expositionis modus postulat uidebuntur, eum hoc scire conuenit, nos, ut in
prima editione dictum est, hanc expositionem nostro reseruasse iudicio, ut ad
intellegentiam simplicem huius libri editio prima sufficiat, ad
interiorem uero speculationem confirmatis pæne iam scientia nec in singulis
uocabulis rerum hærentibus hæc posterior colloquatur. Ad diuisionem uero
faciendam tam hic liber est utilis, ut præter earum scientiam rerum de quibus
in hac libri serie disputatur, casu fiat potius quam ratione partitio,
hoc autem manifestum erit, si diuisionem ipsam diuidamus, id est si nomen ipsum
diuisionis in ea quæ significat partiamur, est namque diuisio generis in
species, ut cum dicimus ‘coloris aliud est album, aliud nigrum, aliud uero
medium’, rursus diuisio est, quotiens uox plura significans aperitur et
quam multa sint quæ ab ea significantur ostenditur, ut si quis dicat ‘nomen
canis plura significat, et hunc, latrabilem quadrupedem que et cæleste sidus et
marinam bestiam’, quæ omnia a se definitione disiuncta sunt, diuidi autem
dicitur et quotiens totum in partes proprias separatur, ut cum dicimus
‘domus aliud sunt fundamenta, aliud parietes, aliud tectum’, et hæc quidem
triplex diuisio secundum se partitio nuncupatur, est autem in prima editione
nihil eiusmodi. 1 post
ponitur add . utile est CN, post species s. l . utilis
est Lm2 et species aptatur in mg. Em2Gm2 illud
genus C 3 eum om. E, s. l. Gm2, ei R 4
uti FGLRSm1 5 reseruasse CPm2 edd . reseruare E -re in ras . FGm2HNPm1 ante
reseruare add. se m1, del.
m2 reseruantes Gm1S seruantes Lm1 seruare
m2 reseruantes sumus R 8 colloquatur m1 in GLS eloquatur CEm2 in ras.
HN collocatur Em1R, m2 in GLS edd . loquatur FP 9
utilis est LP 10 rerum om. E 12 post . si
om. EG, s. l. Sm2 13 ante partiamur s. l . si
E partiatur Gm1 14 aliud est CEp.c.R edd . aliud esse
Ea.c.GHLPS esse aliud FN 15 rursum CEGNPm1R
est s. l. Sm2, ante diuisio FHNP, et ante rursus
et post diuisio R 16 quam quod EG a.c . quæ p.c
. LRS sunt CFLNPa.c. 18 quadripedemque Sm1 20
distincta FHm1NP 23 partitio separatio EGLm1Pm1RS
alia quæ secundum accidens dicitur, ea quoque fit tripliciter, aut cum
accidens in subiecta diuidimus, ut cum dico ‘bonorum alia sunt in animo, alia
in corpore’, uel rursus cum subiectum in accidentia, ut ‘corporum alia sunt
alba, alia nigra, alia medii coloris’, rursus cum accidens in accidentia
separamus, ut cum dicimus ‘liquentium alia sunt alba, alia nigra, alia medii
coloris’, et rursus ‘alborum alia sunt dura, alia liquentia, quædam mollia’,
cum igitur ita omnis sit diuisio aut secundum se aut per accidens, utraque uero
partitio tripliciter fiat cumque in superiore secundum se triplici partitione
sit una diuisionis forma genus in species separare, id neque præter generum
scientiam fieri ullo modo potest neque uero præter differentiarum, quas necesse
est in specierum diuisione sumi, manifestum est igitur, quanta utilitas huius
libri ad hanc diuisionem sit quæ primo aditu genus ac species et
differentias tractat, secunda uero ea diuisio quæ est secundum se in uocis
significantias, nec hæc quidem ab huius libri utilitate discreta est. uno enim
modo cognosci poterit, utrum uox cuius diuisionem facere quærimus, æquiuoca
esse uideatur an genus, si ea quæ significat definiantur, et si ea quæ
sub communi nomine sunt, definitione clauduntur, species esse necesse est, et
illud commune eorum genus, quodsi illa quæ proposita 3 sunt alia
H uel aut brm rursum FS 4 corporalium
Ca.c.Hm1N rursum F 6
liquentia Ea.c.Gm1 8 fit G sit ante omnis F,
post diuisio N 9 accidentia S 10 superiori Sm2 11
separare om. EN possit Em2 uero om. C post
præter s. l . scientiam Sm2 ea del. L, er. uid. P
ante quæ add . est N om. post quæ P er. uid. secundum significantias FHN uocis post
significantias C se et in om cett . 18 uno nullo F quo m2 in HLP
enim quidem N 20 si nisi FLm2Pm2 significant
CNPm2 et om. si, in ros.
Hm2 si et RS et s. l. m2 si om. EL, s. l. Gm2Pm2, etenim L
ex et m2 Pm1 communi nomine CEm2
in ras. FHNP nomine s. l. m2
communione cett. 21 sunt del. L, s. l. Pm2 ante
definitione add . una FHL del. m2 R, s. l. Em2Pm2 diffinitione
s. l. Gm2 claudantur EGLRS 22 earum ES post
genus s. l . necesse est Gm2 præposita EGPS
uox designat, non possunt una definitione concludi, nemo dubitat quin
illa uox sit æquiuoca neque ita sit communis his de quibus PREDICARE ut genus,
quandoquidem ea quæ sub se posita significat, secundum commune nomen non
possunt una definitione comprehendi, si igitur ex definitione manifestum
fit quid genus sit, quid uero nomen æquiuocum, definitio uero per genera
differentiasque discurrit, quisquamne dubitare potest æque in hac diuisionis
forma plurimum huius libri auctoritatem ualere? illa uero secundum se diuisio
quæ est totius in partes, quemadmodum discernitur ac non potius generis in
species diuisio esse putabitur, nisi sint genus |et species et differentiæ
earumque uis ante disciplinæ ratione tractata? cur enim non quisquam dicat
domus species potius esse quam partes fundamenta, parietes et tectum? sed cum
occurrit generis nomen in una quaque specie totum posse congruere, totius uero
in una quaque parte sua nomen conuenire non posse, manifestum fit aliam
diuisionem esse generis in species, aliam totius in partes, conuenire autem
nomen generis singulis speciebus ostenditur per id, quod et homo et equus
singuli animalia nuncupantur, neque tectum uero neque parietes aut
fundamenta singillatim domus nomine appellari solent, sed 1 concludi
om ., nemo comprehendi in inf. mg.
Gm1? nemo ita sit in ras. Em2 2 uox communis uox non
non er. L, om. S sit
communis Gm1 uel 2 Lm1Sm1, post uox add . sit æquiuoca neque
non, sed del. G ita
om. G etiam S s. l. Gm2 uel alia Sm2, in mg.
Lm2 3 ante his add . de E er. G del. m2 ES his s. l. Lm2 4 post
posita s. l. sunt Hm2 non possunt definiri uel diff-j -ri ex -re
Cm2 non possunt add . neq. Cm1, er. et una add.
m2 nec CFN 6 fit H
est C sit cett . 8 æque etiam CFHm1NPSm1 9
auctorem GR utilitatem Lm2 10 discernetur Hm2 fort.
recte discernatur N ac et FHNP 11 esse om.
R, ante diuisio FN sit FSm1 sunt G et
ac R 12 earum quauis ELR, m2 in GHPS, earum quis
Fm1 quamuis om . earum, m2
; cf. 157, 3 13 quisque CFHR esse potius
FNR 14 dum F 15 quaque om. FN 17 sit
ELRm1 est m2 S 19 id om . RS, s. l.
Em2Gm2 singula CEa.r. ut uid. GLPm1 singularis Sa.c .
singulaque R 20 aut ac FHLNP neque S 21
singulatim CNR appellari nuncupari FHLNP cum fuerint
iunctæ partes, tunc recte totius nomen excipiunt, de ea uero diuisione quæ
secundum accidens fit, nullus ignorat quin incognito accidenti incognitaque ui
generis ac differentiarum facile euenire possit, ut accidens ita in subiecta
soluatur quasi genus in species, et postremo omnem hunc ordinem
partitionis foedissime permiscebit inscientia. Et quoniam quid hic liber
ad diuisionem prosit ostendimus, nunc.de demonstratione dicemus, ne per ardua
atque difficilia hæreat qui in tanta hac disciplina uigilantissimo ingenio et
sollertissimo labore sudauerit. fit enim demonstratio, id est alicuius quæsitæ
rei certa rationis collectio, ex ante cognitis naturaliter, ex conuenientibus,
ex primis, ex causa, ex necessariis, ex per se inhærentibus, sed genera
speciebus propriis priora naturaliter sunt; ex generibus enim species fluunt,
item species sub se positis uel speciebus uel indiuiduis priores
naturaliter esse manifestum est. quæ uero priora sunt, ea et prænoscuntur et
notiora sunt sequentibus naturaliter, duobus enim modis primum aliquid et notum
dicitur, secundum nos scilicet et secundum naturam, nobis enim illa magis
cognita sunt quæ sunt proxima, ut indiuidua, dehinc species, postremo
genera, at uero natura conuerso modo ea sunt magis cognita quæ nobis minime
proxima, atque ideo quamlibet se longius 1 tunc er. C accipiunt F 3 incognita m1
in GRS accidente CN accidentia, del . a
EGm2Rm2 accidenti differentiarum in mg ., ante facile
add . ea accidentia, sed del. E incognitaque differentiarum
om. GR cognitaque sic ut generis ac differentiarum Sm1, del.
m2 4 soluamus FHNP 5 postremum HP hunc ante
omnem L, post ordinem R 6 inscitia FHN 7
quid hic liber FGm1NP quid liber hic Em2HL hic quid
liber Gm2 liber quid hic Em1R liber hic quid S; quid ad
diuisionem hic liber C 8 ne hæreat rem perarduam atque difficilem
illi etiam FN ; ne et in in difficil ** ia
et hereat in ras. C 9 hereat s. l. Sm2 etiam m1 tota
CFN 11 alicuius om. CL 13 priora propriis C
15 pr . uel om. L, del. Pm2 19 enim uero N 21
natura Ea.c.GR naturæ
Ep.c.FHLPS secundum naturam CN; cf. Boeth . Post. Analyt. Aristot.
interpret. lib. I c. II 714 B non enim idem est natura prius et ad nos
prius neque notius natura et nobis notius. 22 quantumlibet Em2
quantolibet Pm2 a nobis genera protulerint, tanto magis erunt lucida
et naturaliter nota, differentiæ uero substantiales illæ sunt quas per se
inesse his rebus quæ demonstrantur agnoscimus, præcedere autem debet generum ac
differentiarum cognitio, ut in una quaque disciplina quæ sint eius rei quæ
demonstratur convenientia principia, possit intellegi, necessaria uero esse ea
ipsa quæ genera et differentias dicimus, nullus dubitat qui speciem sine genere
et differentia intellegit essq non posse, genera uero et differentiæ sunt causæ
specierum. idcirco enim species sunt, quia genera earum et differentiæ sunt quæ
in syllogismis posita demonstratiuis non rei solum, uerum conclusionis
etiam causæ sunt, quod postremi Resolutorii locupletius dicent. Cum igitur
perutile sit et definitione quodlibet illud circumscribere et diuisione dissoluere
et demonstrationibus comprobare, hæc autem præter earum rerum scientiam
de quibus in hoc libro disputabitur, neque intellegi neque exerceri ualeant,
quis umquam poterit dubitare quin hic liber maximum totius logicæ adiumentum
sit, præter quem cetera quæ in ea magnam uim tenent, nullum doctrinæ aditum præbent? Sed
meminit Porphyrina introductionem æse conscribere neque ultra quam
institutionis modus est, formam tractatus egreditur, ait enim ‘se altiorum quæstionum
nodis abstinere, 1 protulerunt FLR prætulerint N
2 substantiales substantiæ uel E 3 inesse post
rebus C esse, del . in E 4 in om. C, s. l. Sm2 6
possint Hm1P 7 ante genera add. et LP 8
intellegit in mg . Cm2, post esse in ras. N 9
causæ sunt FHL sunt om. R causa G 11
demonstrantibus EFGLPm1RS; cf. Boeth. ibid. c. VI 718 D
demonstratiuus syllogismus 12 postremis L in s. l. postremis Pm2
postremo EFGPm1RS resolutoriis L resolutarii
F resoluturi RS resoluituri G resolutius ac
E 13 dicemus EGLPm1RS 15 demonstratione N 16 in
om. FGPR, s. l. Hm2S 17 ualeant m2
in EHLS ualent CEm1F n del . GHm1NP n
in ras . RSm1 22 nec N 23 egreditur CF ægr- HNPm1 aggreditur
L egredi EGRS aggredi Pm2 altioribus
FN nodis om . Cm1Sm1 modis FNRa.c., s. l. Cm2, in mg.
Sm2 simplices uero mediocri coniectura perstringere’, quæ uero sint
altiores quæstiones quas se differre promittit, ita proponit : Mox, inquit, de
generibus ac speciebus illud quidem, siue subsistunt siue in solis nudisque
intellectibus posita sunt siue subsistentia corporalia sunt an
incorporalia et utrum separata a sensibilibus an in sensibilibus posita et
circa ea constantia, dicere recusabo, altissimum enim est huiusmodi negotium et
maioris egens inquisitionis. Altiores,.inquit, quæstiones prætereo, ne eis
intempestiue lectoris animo ingestis initia eius priraitiasque perturbem, sed
ne omnino faceret neglegentem, ut nihil præterquam quod ipse dixisset, lector
amplius putaret occultum, id ipsum cuius exequi quæstionem se differre
promisit, addidit, ut de his minime obscure penitusque tractando nec
le|ctori quicquam 54 obscuritatis offunderet et tamen scientia
roboratus quid quæri iure posset agnosceret, sunt autem quæstiones quas sese
retiPorph. Boeth. altissimum negotium Abælardus,
Epistolæ, OpI 5 ed. Cousin. 1 simpliciores L præstringere
G perscribere CFN 2 sunt N 3 inquit om .
Ω ac et ΗΝ Ω post quidem add . quod EG
del. Sm2 quæ m1 4 subsistant L nudisque nudis
purisqne Ω ; Porph. 1, 10 έν μο'να'.ς ψιλοΐς έπινοίαϊς 5 substantia
Em1 sunt ante corporalia Σ, post incorporalia Δ sint LR A m2, ras . ex
sunt II 6 separat R a sensibilibus om. Gm1 s. l. m2 Sm1 cf.
proxima, ras. ex ab insensibilibus \ m2; om . Porph.
1,12 ab CEa.r. A m1 A m1 an in sensibilibus posita et FG posita s. l. m2 LR Ψ an in sensibilibus a sensibilibus m2 et S an ipsis sensibilibus
posita om . iuncta in mg. et
om . II Γ, s. l . Π m2 et cetera om
. CEHPm1 h m1 s. l. an et in sensibilibus posita m2 A
m1 in mg . an sensibilibus
iuncta m2 Φ an cet. om.
NPm2 Σ 7 consistentia CHF
A m1 8 enim negotium FHLP
Q sed est enim A
Abælard . negotium ante est CEGRS enim est
negotium huius modo sic N; Porph. 1, 13 βαθύτατης οϊοης τής τοιοΰτης πραγματείας 10 ante eis add . in, sed
del. E 11 primitiaque R perturbent FN 12
neglegentiam Gm1P præter s. l. quam C præter
id quam L 13 putasset C 14 exequi quæstionem exeeutionem
uel eis- EGHm1LRS 15 penitus Em1FG ne
L 16 effunderet Ca.c.EGLNR infunderet Cp.c.FS ;
cf. 145, 14 17 possit C a.c. Fa.c . se N cere
promittit, et perutiles et secretæ et temptatæ quidem a doctis uiris nec a
pluribus dissolutæ, quarum prima est huiusmodi. omne quod intellegit animus aut
id quod est in rerum natura constitutum, intellectu concipit et sibimet ratione
describit aut id quod non est, uacua sibi imaginatione depingit ergo
intellectus generis et ceterorum cuiusmodi sit quæritur, utrumne ita
intellegamus species et genera ut ea quæ sunt et ex quibus uerum capimus
intellectum, an nosmet ipsi nos ludimus, cum ea quæ non sunt, animi nobis cassa
cogitatione formamus, quod si esse quidem constiterit et ab his quæ sunt,
intellectum concipi dixerimus, tunc alia maior ac difficilior quæstio
dubitationem parit, cum discernendi atque intellegendi generis ipsius naturam
summa difficultas ostenditur, nam quoniam omne quod est, aut corporeum aut
incorporeum esse necesse est, genus et species in aliquo horum esse oportebit
quale erit igitur id quod genus dicitur, utrumne corporeum an uero incorporeum?
neque enim quid sit diligenter intenditur, nisi in quo horum poni debeat
agnoscatur, sed neque cura hæc soluta fuerit quæstio, omne excludetur ambiguum.
subest enim aliquid quod, si incorporalia esse genus ac species dicantur,
obsideat intellegentiam atque detineat exsolui postulans, utrum circa corpora
ipsa subsistant an et præter corpora subsistentiæ incorporales esse uideantur.
duæ quippe incorporeorum formæ sunt, ut alia præter corpora esse 1
promisit C 2 doctissimis P 4 statutum L
discribit E 5 id s. l. C capiamus C ipsi nos ipsos FR ipsos
** -os ex i m2 S ipsi Hm1
nos s. l. m2 eludimus Hm2 cogitatione imaginatione
F 11 intellectu ras. ex -tu E ac et R
12 parat FHm1PRS discernendæ atque intellegendæ.. naturæ
EFGHNRS 13 natura L ostendatur N 16 utrum
FHm1NP an aut ex
ut F uero om. N 19
excluditur Cm2GHp.c.LPRS aliquid quod alia quæ que N FN aliud
ex aliquid quod E esse post species FHL, om.
N 21 ac et H intellegentiam atque animum
intelligentiamqne F intellegentiamque N ipsa corpora
EFGHN et om. CFHLN fort. recte, del. Pm2 subsistentia Ca.c.Gm2L substantiæ
Cp.c.FN s. l . ł subsistentes incorporalia Gm2L possint et
separata a corporibus in sua incorporalitate perdurent, ut deus, mens, anima,
alia uero cum sint incorporea, tamen præter corpora esse non possint, ut linea
nel superficies uel numerus uel singulæ qualitates, quas tametsi incorporeas
esse pronuntiamus, quod tribus spatiis minime distendantur, tamen ita in
corporibus sunt, ut ab his diuelli nequeant aut separari aut, si a corporibus
separata sint, nullo modo permaneant, quas licet quæstiones arduum sit ipso
interim Porphyrio renuente dissoluere, tamen adgrediar, ut nec anxium
lectoris animum relinquam nec ipse in his quæ præter muneris suscepti
seriem sunt, tempus operamque consumam, primum quidem pauca sub quæstionis
ambiguitate proponam, post uero eundem dubitationis nodum absoluere atque
explicare temptabo. Genera et species aut sunt atque subsistunt aut
intellectu et sola cogitatione formantur, sed genera et species esse non
possunt, hoc autem ex his intellegitur, omne enim quod commune est uno tempore
pluribus, id unum esse non poterit; multorum enim est quod commune est, præsertim
cum una eademque res in multis uno tempore tota sit. quantæcumque enim
sunt species, in omnibus genus unum est, non quod de eo singulæ species quasi
partes aliquas carpant, sed singulæ uno tempore totum genus habent, quo fit ut
totum genus in pluribus singulis uno tempore positum unum esse non possit;
neque enim fieri potest ut, cum in pluribus totum uno sit tempore, in
semet ipso sit unum 1 a om. CS, s. l. Em2 corporalitate
ELS possunt ELNPR 4 tamenetsi Ca.c . tam ras.
ex tam L tam si Em1 tamensi GRS quod eo quod L tamen om. G tam N 6 uti EGLPa.r.RS ante
diuelli add. aut Hm1, del. m2 a om. ERS, s. l. Gm2
separatæ exta H quæstiones licet FHLPN 9 rennuente
Ca.r.Ga.c.LNS ut ita ut R
dubietatis L exsoluere CF atque et EGLPRS solo
s. l. Pm2 et FHNP uno
tempore pluribus multorum uno tempore N 18 est s. l. m2 enim G tota sit transit
F est unum Fm2H non,
s. l . quod S, ut non CHm1N
carpunt RS capiant F participant Nm1
habeant Hm2Lm2P
possunt F possint S enim om. FN. del.
L unoque Gm2 sit uno FHN tempore in mg.
Gm2 numero, quod si ita est, unum quiddam genus esse non poterit,
quo fit ut omnino nihil sit; omne enim quod est, idcirco est, quia unum est. et
de specie idem conuenit dici, quodsi est quidem genus ac species, sed multiplex
neque unum numero, non erit ultimum genus, sed habebit aliud super-positum genus,
quod illam multiplicitatem unius sui nominis uocabulo includat, ut enim plura
animalia, quoniam habent quiddam simile, eadem tamen non sunt, idcirco eorum
genera perquiruntur, ita quoque quoniam genus, quod in pluribus est atque ideo
multiplex, habet sui similitudinem, quod genus est, non est uero unum,
quoniam in pluribus est, eius generis quoque genus aliud quærendum est, cumque
fuerit inuentum, eadem ratione quæ superius dicta est, rursus genus tertium
uestigatur itaque in infinitum ratio procedat necesse est, cum nullus disciplinæ
terminus occurrat, quodsi unum quiddam numero genus est, commune multorum
esse non poterit, una enim res si communis est, aut partibus communis est et
non iam tota communis, sed partes eius propriæ singulorum, aut in usus
habentium etiam per tempora transit, ut sit commune ut seruus communis
uel equus, aut uno tempore omnibus
commune fit, non tamen ut eorum quibus commune est, substantiam constituat, ut
est theatrum uel spectaculum aliquod, quod spectantibus omnibus commune est.
genus uero secundum nullum horum modum commune esse speciebus potest; nara
numero in numero NR quoddam FS quodque N
quidem R 5 ad ultimum s. l . maximum
E super se se s. l. G
positum GR 6 sui LP
edd . ui cett. post nominis F
hominis R 7 uocabulo HLP edd., om. cett . concludat
H concludit Lm1 includat m2 includit R
12 requirendum F perquirendum N 13 ratio
Hm1N tertium genus CL 14 nestigabitur FH
nestigabit N 15 quodsi quod NR quiddam quoddem
sic R 17 si communis sic omnis F quæ communis CN
si om. R post
post, communis est add . ut puteus et uel H fons CHNP del. m2, in mg. E, s.
l. Lm2 18 proprie CFLNR post singulorum add
. sunt HP, s. l. Lm2, post sunt s. l . ut puteus
et fons Pm2 19 habent G etiam om. FNP
iam LS 21 sit NP
ras. ex fit est R ita commune esse debet, ut et
totum sit in singulis et uno tempore et eorum quorum commune est, constituere
ualeat et formare substantiam, quocirca si neque unum est, quoniam commune est,
neque multa, quoniam eius quoque multitudinis genus aliud inquirendum est,
uidebitur genus omnino non esse, idemque de ceteris intellegendum est. quodsi
tantum intellectibus genera et species ceteraque capiuntur, cum omnis
intellectus aut ex re fiat subiecta, ut sese res habet aut ut sese res non
habet nam ex nullo subiecto fieri intellectus non potest , si generis et speciei ceterorumque
intellectus ex re subiecta ueniat, ita ut sese res ipsa habet quæ intellegitur,
iam non tantum in intellectu posita sunt, sed in rerum etiam ueritate
consistunt, et rursus quærendum est quæ sit eorum natura, quod superior quæstio
vestigabat. quodsi ex re quidem generis ceterorumque sumitur intellectus
neque ita ut sese res habet quæ intellectui subiecta est, uanum necesse est
esse intellectum qui ex re quidem sumitur, non tamen ita ut sese res habet; id
est enim falsum quod aliter atque res est intellegitur, sic igitur, quoniam
genus ac species nec sunt nec cum intelleguntur, uerus eorum est
intellectus, non est ambiguum quin omnis hæc sit deponenda de his quinque
propositis disputandi cura, quandoquidem neque de ea re quæ sit 1 sit s. l. Lm1? brm, om. cett . post tempore add. sit Np, s. l
. Em2 conformare N substantias FHNP
ante si add. et Hm1, del. m2 ad quoniam s.
l . quod Hm2 4 multiplex m2 in CEGP,Lm1 8 habeat
N aut habet in mg. Gm2 ut s. l. Lm2Sm2 9 habeat N,
post add . nanus est intellectus Intellectus otn. brm qui de nullo subiecto capitur in mg.
Lm2, s. l. Rm1? brm intellectus post potest
C 11 ipsa res HLN pr .
in om. ENR, s. l. F 13 etiam om. CL 14
uestigabit Lm2 inuestigabat F esse post
intellectum F, post uanniu N, om . R
enim falsum est CKNP est om . H, er .
L enim om. R si CNPS, m1 in GHL,
nec R igitur intelleguntur om . R quoniam om. CN
ac et S neque FHN quæ Sm1 neque
FH cum om. GLPS s. l. add. E, sed del . uerus nec uerus
GLR earum HN est eorum CL non neque N
22 fit Lm2 neque de ea de qua uerum aliquid intellegi
proferriue possit, inquiritur. Hæc quidem est ad præsens de propositis quæstio;
quam nos Alexandro consentientes hac ratiocinatione soluemus. non enim necesse
esse dicimus omnem intellectum qui ex subiecto quidem fit, non tamen ut
sese ipsum subiectum habet, falsum et uacuum uideri. in his enim solis falsa
opinio ac non potius intellegentia est quæ per compositionem fiunt. si enim
quis componat atque coniungat intellectu id quod natura iungi non patitur,
illud falsum esse nullus ignorat, ut si quis equum atque hominem iungat
imaginatione atque effigiet Centaurum. quodsi hoc per diuisionem et per
abstractionem fiat, non quidem ita res sese habet, ut intellectus est,
intellectus tamen ille minime falsus est; sunt enim plura quæ in aliis esse
suum habent, ex quibus aut omnino separari non possunt aut, si separata
fuerint, nulla ratione subsistunt. atque ut hoc nobis in peruagato exemplo
manifestum sit, linea in corpore quidem est aliquid et id quod est, corpori
debet, hoc est esse suum per corpus retinet, quod docetur ita : si enim
separata sit a corpore, non subsistit; quis enim umquam sensu ullo
separatam a corpore lineam cepit? sed animus cum confusas res permixtasque in
se a sensibus cepit, eas propria ui et 4 Alexandro testimonia Simplicii
in Categ. Aristot. 50 a, 45
ss., Dexippi 50 b 15 31 = 45, 12 28 Busse, Dauidis Brandis adfert
Prantl, Gesch. d. Logik im Abendlande I 623 n. 24. 6
sit CEFH ex fit NPR
ante ut add . ita FN, s. l. Gm2Pm2 habeat
FHm1NP 7 post uideri add . ut si quis dicat lineam esse
cum longitudine sine latitudine non est omnino falsum F 8
compositionem conjunctionem EGLPRS, recte? 9 quisquam HP
quisque N ponat H intellectu in intellectu
F id om. N 10 patiatur NR 11 pr . atque aut
N efficiet L c ex
g m2 efficiat CF effigiat Sa.c . 12 hæc
E ad abstractionera s. l . ł ??positionem
Lm2 ł abscisionem Pm2 fit R 13 ita
post res C, om. R 14 ille ipse R 16 ut s.
l. Cm2, del. Lm2, post hoc F ad peruagato
s. l . ł uulgato Pm2 18 hoc om. F est om. ELS, s.
l. Gm2, et F 19 ante docetur add . et CHNP,
in mg. Lm2 20
a om. ERS, s. l. Gm2 21 anima Em1Gm1Pm2Sm1 22
post permixtasque add . corporibus brm capit
C eas in mg. Hm2 cogitatione distinguit, omnes enim
huiusmodi res incorporeas in corporibus esse suum habentes sensus cum ipsis
nobis corporibus tradit, at nero animus, cui potestas est et disiuncta
componere et composita resoluere, quæ a sensibus confusa et corporibus
coniuncta traduntur, ita distinguit, ut incorpoream naturam per se ac sine
corporibus in quibus est concreta, specnletur et uideat. diuersæ enim
proprietates sunt incorporeorum corporibus permixtorum, etsi separentur a
corpore, genera ergo et species ceteraque uel in incorporeis rebus uel in
his quæ sunt corporea, reperiuntur. et si ea in rebus incorporeis inuenit
animus, habet ilico incorporeum generis intellectum, si uero corporalium rerum
genera speciesque perspexerit, aufert, ut solet, a corporibus incorporeorum
naturam et solam puramque ut in se ipsa forma est contuetur, ita hæc cum
accipit animus permixta corporibus, incorporalia diuidens speculatur atque
considerat, nemo ergo dicat falso nos lineam cogitare, quoniam ita eam mente
capimus quasi præter corpora sit, cum præter corpora esse non possit, non enim
omnis qui ex subiectis rebus capitur intellectus aliter quam sese ipsæ
res habent, falsas esse putandus est, sed, ut superius dictum 20 superius
164, 8. 2 corpore EGLRS 3 at
nero om. C animi om .
cui R et om. GRS, s. l. Lm2 post disiuncta add .
ut equum et hominem quæ iungi non patitur natura, post
composita add . ut corpus et lineam et sic disiungi natura
non patitur R 4 a s.l. m2 in EGLS 5 ante
incorpoream add . in FLNS 7 et ut S sunt
proprietates CLR, add. ut equum et cetera R 8 ante corporibus
add. et C etiamsi R et, s. l. si Cm2F separarentur F ra
s. l. R separantur Lm1N ergo om. FN, del. Lm2,
uero H, s. l. Lm2 corporeis Cm1GHLPa.c.R 10 incorporeis corporeis
Cm1 11 animus inuenit FHNP post ilico add . ibi F, s.
l. Gm2, add . quo E, sed del. incorporalium Em1
speciesque et species esse F prospexerit HR 14
ante hæc add . et H del. m2 N, s. l. Cm2 animus cum
accipit F 15 accepit Pm1S animus accipit C
post incorporalia add . ea CHm2LPN diuisa Gm2 16
desiderat Em1Ga.c . falso ante dicat F falsam
CGm1Lm1 post
nosl NRS 17 capiamus Cm2N 19 sese om. F ipsæ
om . H, s. l. Em2, ipsa F est, ille quidem qui hoc in
compositione facit falsus est, ut cum 56 hominem atque equum |
iungens putat esse Centaurum, qui uero id in diuisionibus et abstractionibus
assumptionibusque ab his rebus in quibus sunt efficit, non modo falsus non est,
uerura etiam solus id quod in proprietate uerum est inuenire potest. sunt
igitur huiusmodi res in corporalibus atque in sensibilibus, intelleguntur autem
præter sensibilia, ut eorum natura perspici et proprietas ualeat comprehendi,
quocirca cum genera et species cogitantur, tunc ex singulis in quibus sunt
eorum similitudo colligitur ut ex singulis hominibus inter se dissimilibus
humanitatis similitudo, quæ similitudo cogitata animo ueraciterque perspecta
fit species; quarum specierum rursus diuersarum similitudo considerata, quæ
nisi in ipsis speciebus aut in earum indiuiduis esse non potest, efficit genus,
itaque hæc sunt quidem in singularibus, cogitantur uero uniuersalia
nihilque aliud species esse putanda est nisi cogitatio collecta ex indiuiduorum
dissimilium numero substantiali similitudine, genus uero cogitatio collecta ex
specierum similitudine, sed hæc similitudo cum in singularibus est, fit
sensibilis, cum in universalibus, fit intellegibilis, eodemque modo cum
sensibilis est, in singularibus permanet, cum intellegitur, fit
uniuersalis. subsistunt ergo circa sensibilia, intelleguntur autem præter
corpora, neque enim interclusum est ut duæ res eodem in subiecto sint ratione
diuersæ, ut linea curua atque caua, quæ 1 cõpositionem GHR
facit post hoc H 2 quia Gm1R quod
Sm2 3 id om. N, s. l. Em2H, post diuisionibus F
assumptionibus Em1Gm1P atque assumptionibus CL
post solus add. intellectus F, scil, intellectas s. l.
Lm2 6 corporibus FHN post sensibilibus add
. rebus CHLNP 8 ante genera add . et CFS ;
et species et genera R 11 post pr . similitudo add .
colligitur N, scil, colligitur s. l. Hm2Sm2 cognita
Cm1F cognita uel cogitata N 12 ueraciter Lm2N
perfecta Em1NP sit FN 13 in om. C 14 earum Pp.c. corr. m1? eorum cett . 17
substantiarum R 18 collecta cogitatio Cm1LP 22 autem tamen
R 23 eadem Em1Gm1Ha.c . eidem Gm2Lm1 fin eodem m2
PR e * dem sic S in ante subiecto s. l.,
post eodem er. uid. C, om. EGLPRS 24 sint om. L concaua
Cm2N cauata Lm1 res cum diuersis definitionibus terminentur
diuersusque earum intellectus sit, semper tamen in eodem subiecto reperiuntur;
eadem enim linea caua, eadem curua est. ita quoque generibus et speciebus, id
est singularitati et uniuersalitati, unum quidem subiectum est, sed alio
modo uniuersale est, cum cogitatur, alio singulare, cum sentitur in rebus his
in quibus esse suum habet. His igitur terminatis omnis, ut arbitror, quæstio
dissoluta est. ipsa enim genera et species subsistunt quidem alio modo,
intelleguntur uero alio, et sunt incorporalia, sed sensibilibus iuncta
subsistunt in sensibilibus, intelleguntur uero ut per semet ipsa subsistentia
ac non in aliis esse suum habentia, sed Plato genera et species ceteraque non
modo intellegi uniuersalia, uerum etiam esse atque præter corpora subsistere
putat, Aristoteles uero intellegi quidem incorporalia atque universalia,
sed subsistere in sensibilibus putat; quorum diiudicare sententias aptum esse
non duxi, altioris enim est philosophiæ, idcirco uero studiosius Aristotelis
sententiam executi sumus, non quod eam maxime probaremus, sed quod hic liber ad
Prædicamenta conscriptus est, quorum Aristoteles est auctor. Illud uero quemadmodum de his ac
de propositis probabiliter antiqui tractauerunt et horum maxime Peripatetici,
tibi nunc temptabo monstrare. Prætermissis his quæstionibus quas
altiores esse prædixit, Porph. Boeth. earum HPp.c.corr. m1?
eorum cett. enim om. LP quippe P, s. l. Lm2
concaua Cm2N eadcmque FLRS 6 post
singulare add . est R, s. l. Sm2 9 post, alio alio
modo LR post uero s. l . præter corpora Pm2
11 subsistentia in ras. E substantia GSm1 13
ante esse s. l . ea E præter s. l. Cm2
15 ante sensibilibus add . ipsis G 16 dixi
Lp.c.Sa.c . 17 uero s. l. Cm2 20 auctor est CLP
est om. G ante lemma ISTORIA add. S, sic uel HIST- ante omnia pæne lemmata
uero autem Σ post, de om. E 22 probabiliter λογιχώτίρον Porph. 1, 15
tractauerint Cp c . GH X m1 23 monstrare demonstrare N temptabo FLN 24 ante
Prætermissis add . EXPOSITIO S, sic pæne ubique ante explicat,
lemmatum Missis Sm1 exoptat mediocrem introductorii
operis tractatum, sed ne hæc ipsa sibi harum quæstionum omissio uitio daretur,
apposuit quemadmodum de propositis tractaturus est, ex quorumque hoc opus
auctoritate subnixus adgrediatur, ante denuntiat, cum mediocritatem quidem
tractatus promittit detracta obscuri tatis difficultate, animum lectoris
inuitat, ut uero adquiescat ac sileat ad id quod dicturus est, peripateticorum
auctoritate confirmat, atque ideo ait de his, id est de generibus et speciebus,
de quibus superiores intulerat quæstiones, ac de propositis, id est de
differentiis, propriis atque accidentibus, sese probabiliter
disputaturum, probabiliter autem ait ‘ueri similiter’, quod Græci λογικώς uel Ινδόξως dicunt, sæpe enim et apud
Aristotelem λογικώς ueri similiter ac
probabiliter dictum inuenimus et apud BOEZIO et apud Alexandrum. Porphyrius
quoque ipse in multis hac significatione hoc usus est uerbo, quod nos
scilicet in translatione, quod ait λογικώς, ita interpretari ut
rationabiliter’diceremus omisimus, longe enim melior ac uerior significatio ea
uisa est, ut probabiliter sese dicere promitteret, id est non præter opinionem
ingredientium atque lectorum, quod introductionis est proprium, nam cum
ab imperitorum hominum mentibus doctrinæ secretum altioris abhorreat, talis
esse introductio debet, 57 ut præter opinionem ingredijentium non
sit. atque ideo melius hæc om. S harum que LS
horumque Gm1 quæstionum institutionum Gm1Lm1RS
omissi Em1 omisso Lm1Sm1 amissio F 3 est s. l.
Em2, esset Gm1 ex et FHN, s. l. om . ex Em2
quorum FHN 4 subnisus EGm1Sm1 aggreditur
EGLPRS 8 et ac R 10 de R, om. cett . 11 post ait
add . id est C 12 λογιχώς uel ένδόξως edd., ante λογιχώς add . uel CGLPR ; ΛΟΓ ΙΚΟΟ uel ΛΩΓΙ ΚΩΟ uel alia sim. codd
.; ΕΝ ΔΩ ΧΟΝ C, sim. Η endo ΧΩ Ο E ΕΝ ΑΟΓΩ Ο S, alia uarie cett . 13 et om. GR
est S λογιχώς S, in
cett. eadem fere quæ 12 14 Boethum b boetum p boethon
Em2GNS recte? boeton CEm1PR boethion
F bethon H boetoton Lm1 boeten m2 Boethum
-tium mrm uerbo usus est CEGLRS 17 λογιχώς item ut 13, λογικώτερον edd. se L *mitteret, s.
l . pro Cm2 23 ingredientium opinionem C non
ante præter CEG corr. m2 L atque ideo ergo
Gm1 atque ita m2 LPm1RS melius probabiliter quam
om. R, s. l. Gm2Sm2 probabiliter quam rationabiliter, ut
nobis uidetur, interpretati sumus, antiquos autem ait de eisdem disputasse
rebus, sed se eorum illum maxime tractatum insequi quem Peripatetici Aristotele
duce reliquerint, ut tota disputatio ad Prædicamenta conneniat.
2 eisdem E eis in ras
. hisdem cett. disputasse post rebus C, ante de
eisdem L, disputare N
se post illum add. brm, post
sed Brandt sequi CEm2HN reliquerint Gm1HPp.r . relinquerint FSm1P a.r .
relinquerent. R a. r.Sm2 reliquerunt CEGmSLNRp.r . EXPLICIT CΟΜMENTARIORV add . C, COMENTORVM add. F, COMTV
PLOLOGI, sic, add . S LIB. I. INCIPIT LIB. add. F II.INCIPIT. om. R CEFGPRS
uariis cum scripturis compendiisque, subscriptio deest in HLN Quæri
in expositionum principiis solet, cur unum quodque ceteris in disputationis
ordine præponatur, uelut nunc in genere dubitari potest, cur genus speciei,
differentiæ, proprio accidentique prætulerit; de eo enim primitus
tractat, respondebimus itaque iure factum uideri; omne enim quod uniuersale
est, intra semet ipsum cetera concludit, ipsum uero non clauditur, maioris
itaque meriti est ac principalis naturæ quod ita cetera cohercet, ut ipsum
naturæ magnitudine nequeat ab aliis contineri, genus igitur et species intra
se positas habet et earum differentias propriaque, nihilo minus etiam
accidentia, atque ita de genere inchoandum fuit, quod cetera naturæ suæ
magnitudine cohercet et continet, præterea illa semper priora putanda sunt quæ
si auferat quis, cetera perimuntur, illa posteriora quibus positis ea quæ
ceterorum substantiam perficiunt, consequuntur, ut in genere et ceteris,
nam si animal auferas, quod est hominis genus, homo quoque, quod species est,
et rationale, quod differentia, et risibile, quod proprium, et grammaticum,
quod accidens, non manebit et 2 ante Quæri codd. et p exhibent idem
lemma sine inscript. quod 171,10 habent, om. brm expositione CGm1L
expositionis S principii CGm1L 3 dispositionis
N 5 prætulerat C tractat in ras ., s. l . scil,
conamur Em2 tractare Em1Sm1 6 respondemus F
8 cluditur i ex e m2 S naturæ naturæ suæ
F 10 igitur itaque C et om . CN 11 etiam
minus HS 12 etiam om. R etiam et C ita idcirco
CE in ras. HLm2NP ideo F inchoandum fuit erat
inchoandum FHNP 13 ante cetera add . et L natura
suæ magnitudinis FHN coerceat et contineat Lm2 14
priora propria LS aufert Ca.c . 19 ante
proprium add . est P, s. l. Lm2 post
grammaticum add . esse FHP, s. l. Em2 post accidens
add. est FP, ante N interemptum genus cuncta consumit,
si uero hominem esse constituas uel grammaticum uel rationale uel risibile,
animal quoque esse necesse est. siue enim homo est, animal est, siue rationale,
siue risibile, siue grammaticum, ab animalis substantia non recedit,
sublato igitur genere et cetera consumuntur, positis ceteris sequitur genus;
prior est igitur natura generis, posterior ceterorum, iure est igitur in
disputatione præpositura. Sed quoniam generis nomen multa significat hoc
est enim quod ait : Videtur autem neque genus neque species simpliciter
dici; ubi enim non est simplex dictio, illic multiplex significatio est, prius
huius nominis significationes discernit ac separat, ut de qua significatione
generis tractaturus est, sub oculis ponat, sed cum neque genus neque
species neque differentia nec proprium nec accidens significatione
simplici sint, cur de his tantum duobus, genere inquam ac specie, dixit non
simpliciter dici, cum proprium, differentia atque accidens ipsa quoque sint
significatione multiplici? dicendum est quoniam longitudinem uitans tantum
speciem nomi nauit eamque idcirco, ne solum genus significationis esse
multiplicis putaretur, enumerat autem primam quidem generis significationem hoc
modo; Genus enim dicitur et aliquorum quodammodo se habentium ad
unum aliquid et ad seinuicem collectio, 10 s. Porph. Boeth. Porph. Boeth.
esse om. P 2 post grammaticum add . esse
FHP, s. l. Em2 3 esse post est Gm2L, om. EGmIRS, post esse
add . constituas EP, s. l. Lm2 alt . est sit FHNP 5 et
om. FHNR consummantur S 9 enim est L 10
ante Videtur add . INCIPIT Δ DE GENERE ΓΔΛΠ2Φ Incipit diffinicio
generis Ψ m. post., om. cett . autem om.
HN est significatio C tractatus R 14 est sit
P oculos HN neque genus om. C 15 pr .
nec FHP neque proprium neque N simplicia G
a add. m1 uel 2 LSm2 ac et C 17 non nec G 18 atque om.
C est om. G
solem Gm1 quidem om. C 24 ad et ad S
aliquod EN P IIS aliquem in ras . Cm2, fort .
aliquid m1 secundum quam significationem ROMANI dicitur genus
ab unius scilicet habitudine, dico autem ROMOLO, et multitudinis habentium
aliquo modo ad inuicem eam quæ ab illo est cognationem secundum diuisionem ab
aliis generibus dictæ. Una, inquit, generis significatio est quæ in
multitudinem uenit a quolibet uno principium trahens, ad quem scilicet ita illa
multitudo coniuncta est, ut ad se inuicem per eiusdem unius principium copulata
sit, ut cum ROMANI dicitur genus; multitudo enim ROMANI ab uno ROMOLO
uocabulum trahens et ipsi ROMOLO et ad se inuicem quasi quadam nominis
hereditate coniuncta est. eadem enim quæ a ROMOLO societas descendit, ROMANI
inter se omnes uno generis nomine deuincit et colligat, uidetur autem secuisse
hanc generis significationem in duas partes, cum copulatiuam
coniunctionem admiscuit dicens; genus dicitur et aliquorum quodammodo se
habentium ad unum aliquid et ad se inuicem collectio, tamquam et illud genus
dicatur ad unum se aliquo modo habere et hoc rursus genus dicatur, quod ad se
inuicem unius generis significatione coniuncti sint. hoc uero minime;
eadem enim a quolibet uno propagata societas et ad illum qui princeps est
generis, totam multitudinem refert et ipsam 1 significationem diffinitionem
Φ romanura Cm1G scilicet om. Porph. ante
inuicem add . se L s. l. m2 brm Busse; cf. 173,
12 4 eam quæ eamque CR 5 dictæ Hm1Lm2R \ m2 W dictam cett.; cf.
173, 14 et Porph. 1, τού πλήθοος_ κεκλιμένοι» 7 uno om. FGRS, s. l. Em2, unum H;
cf. 21 ad quem s. l . ał quod Lm2 8 est coniuncta
F 9 dicitur Romanorum in mg. E,
s. l. Gm2, uerba multitudo enim Romanorum del. Lm2 11
post trahens add . sit E del. G del. m2, s. l. Lm2 12
ea E ras. ex eadem FHN
ab CEH 14 colligit CFPm2RS alligat L 16
genus om . H, s. l. N dicitur edd., om. H dici cett. s. l.
N 17 ad et ad S aliquod N collectionem
FH aliquo modo om. EGRS
rursus post genus C rursum S dicatur
generis om. GRSm1 dicatur unius generis s. l. m2 coniunctiua EGR coniuncta
Sm2 sint NS sunt CFHLP,
om. EGR post minime add . est LPm2 22 refert multitudinem
om. EGSm1, s. l. m2 sed præfert inter se multitudinem uno
generis nomine conectit et continet. quocirca non est putandus diuisionem
fecisse, sed omne quicquid in hac generis significatione intellegendum fuit,
aperuisse. ordo autem uerborum ita sese habet qui est
hyperbaton intellegendus genus enim dicitur et aliquorum ad unum se
aliquo modo habentium collectio et ad se inuicem aliquo modo habentium rursus
collectio subaudienda; est enim zeugma, cuius significationis adiecit exemplum:
secundum quam significationem Romanorum dicitur genus ab unius scilicet
habitudine, dico autem Romuli, et multitudinis rursus habitudine habentium
aliquo modo ad inuicem cognationem, eam scilicet quæ ab illo est, id est ROMOLO,
secundum divisionem ab aliis generibus dictæ, scilicet multitudinis. hæc enim
multitudo aliquo modo ad unum et ad se inuicem habens genus dicta est, ut
ab aliis discerneretur, ut ROMANI genus ab Atheniensium ceterorumque separatur,
ut sit integer uerborum ordo genus enim dicitur et aliquorum collectio ad unum
se quodammodo habentium et ad se inuicem, secundum quam significationem ROMANI
dicitur genus ab unius scilicet habitudine, dico autem ROMOLO, et multitudinis
secundum diuisionem ab aliis generibus dictæ, habentium scilicet hominum aliquo
modo ad inuicem eam quæ ab illo est, id est Romulo, cognatio 1 nomine EGLRS uinculo CFHN nomine uel
uinculo P 4 se FHNP qui om. ER, s. l. Gm2Sm2 pr .
sese L 7 ante collectio s. l . et ut uid . C subaudiendo N,
post sub. add . est LR, ante s. l. Pm2 8 zeuma
EFGHPS 14 dictam EGm1Lm1PSm2 hæc enim multitudo
om. ERS, s. l. Gm2 aliquo modo om . FP, ante add .
et C, post add . se P del. m1?, s. l. Gm2H 15
post unum s. l . aliquid Gm2 post habens add .
cognationem Pm2 edd. separetur Fa.c.N separaretur
CFp.c.HLm1 sit sic H sit post uerborum,
P sit post ordo, sic sit F ; integer sit C ; ordo
uerborum, post repet . sit N 18 collectio om. E
20 ab ad F habitudinem F, post repetit uerba post .
aliquo exemplum 6 8 G 22 dictam
CEGm1Lm1Sm2 post habentium add . se Lm2P 23 id
est om. S, in quo post cognationem locus 172, 4 13 secundum deuincit
et collegit sic repetitus 5 dicta est, 12 ea
script. nem.’ Atque hæc hactenus; nunc de secunda generis
significatione dicendum est. Dicitur autem et aliter rursus genus,
quod est unius cuiusque generationis principium uel ab eo qui genuit uel a loco
in quo quis genitus est. sic enim Orestem quidem dicimus a Tantalo habere
genus, Hyllum autem ab Hercule, et rursus Pindarum quidem Thebanum esse genere,
Platonem uero Atheniensem; etenim patria principium est unius cuiusque
generationis, quemadmodum et pater. hæc autem uidetur promptissima esse
significatio; ROMANI enim sunt qui ex genere descendunt ROMOLO, et Cecropidæ,
qui a Cecrope, et horum proximi. Quattuor omnino sunt principia quæ unum
quodque principaliter efficiunt. est enim una causa quæ effectiua
dicitur, uelut pater filii, est alia quæ materialis, uelut lapides domus,
tertia forma, uelut hominis rationabilitas, quarta, quam ob rem, uelut pugnæ
uictoria. duæ uero sunt quæ per accidens unius Porph. Boeth.
generationis om . A, in ras. C quæ Gm1 ll
m1 5 a loco ab eo loco CEGLRS; Porph. 2, 1 άπ6 τού τόποα sic ex si Cm2 enim
in ras. Cm2 6 oresthē C oresten LN ΣΝΑΣΦ horestem FH T dicemus S genus
habere F 7 Hyllum Gm1
yllum m2 illum ad quod
s. l . tantalum A m2 cett . autem om. G 8
ante Thebanum add . dicimus 2 9 principium Porph. 2,4 αρχή τις ; cf. infra 178, 17
10 et Ν Ψ er. uid. brm, s. l
. Δ, om. cett. Busse; Porph. 2, 5 καί om. codd. quidam habet M ; cf. 176,
1 11 esse om. H
sunt om. EFGΗΝS ΑΑΣ, s. l. Lm2, in
mg . U m2 dicuntur edd.; Porph. 2, 6 λέγονται ; cf. 176, 7 12 cecropides Σ 13 a Cecrope cecropis Ea.c . a cecropis p.c . G cæ m1 ci m2
R ex genere descendunt cecropis LS ΑΑΣ, s. l. Em2
om . cecropis, fort. ex 176, 8 ; Porph. Κ εκροπίδαι ol άπό Κέκροπος eorum HL A,
in ras . 2 14 efficiunt principaliter H 16 filii et
filius Em1FGLPRS post materialis add . dicitur
FPR 17 ante forma add. a R, s. l. Sm2, ras.
in E uelut i er . C quam NS, om. R, quæ cett., fort. recte
ob rem s. l. Rm2 18 pugnæ uictoria N pugna uictoriæ cett . duo
CNP accidentes Ea.c.GHm1
in mg . ał accidentialiter m2 Lm1RSm2
accidentis m1 cuiusque dicuntur esse principia, locus scilicet ac
tempus. quoniam enim omne quod nascitur uel fit, in loco ac tempore est,
quicquid loco uel tempore natum factumue fuerit, eum locum uel id tempus
accidenter dicitur habere principium. horum omnium in hac secunda generis
significatione duo quædam ex alterutris assumit, quæ ad significationem generis
uidebuntur accommoda, ex his quidem quæ principalia sunt, effectiuum, ex his
uero quæ accidentia, locum. ait enim genus dicitur et a quo quis genitus
est, quod est effectiua principalium causa, et in quo quis loco est procreatus,
quæ est accidens causa principii. itaque hæc secunda significatio duo continet,
eum a quo quis procreatus est, et locum in quo quis editus, ut exempla quoque
demonstrant. Orestem enim dicimus a Tantalo genus ducere; Tantalus quippe
Pelopem, Pelops Atreum, Atreus Agamemnonem, Agamemnon genuit Orestem.
itaque a procreatione genus hoc dictum est. at uero Pindarum dicimus esse
Thebanum, scilicet quoniam Thebis editus tale generis nomen accepit. sed
quoniam diuersum est illud, a quo quis procreatus est, locusque in quo quis
editus, uidetur diuersa esse generis significatio procreantis et loci,
quam in secunda scilicet parte enumerans unam fecit. sed ne uideretur duplex,
per similitudinem coniunxit dicens: etenim patria principium est unius cuiusque
generationis, uel in ras. E et C quicquid ex
quo quid Cm2, ante add . et F, post add . enim L accidentaliter CLN
accidentialiter EGPSm2; cf. indicem Meiseri ex alterutris duo quædam
FP consumit S sunt Cm1H sumit Cm2, s.
l.N generis significationem H uidebantur LPRS
uideantur EG accommodata R post quidem add .
causis codd., om. unus F, del. Hm2 ante effectiuum add .
sumit H accidentalia N dici CFNP et om. C,
s. l. Lm2 quisque CGRS 10 loco procreatus est L
procreatus est loco N quod GKS 13 editus editus
est FHNP post quoque add . ipsa FHP, s. l. Lm2
oresten LN, item 16 14 pelopen E 15
agamemnonen EG -men 17 quoniam quia FHN ante
Thebis s. l. a Hm2? 18 editus editus est CL accipit C
est om. G 19 pr. quisque R editus editus
est NP est s. l. m2
22 post uideretur add . tamen EP, s. l.
Lm2 adiunxit FN 23 patria s. l. Cm2, in mg. F
generati Em1 generis RSm1 quemadmodum et pater. sed quoniam
in significationibus euenit fere, ut sit aliquid quod intellectui significatæ
rei propinquius esse uideatur, quoniam duas generis apposuit significationes,
multitudinis scilicet et procreantis, cui generis nomen conuenientius aptetur,
iudicat atque discernit dicens hanc esse promptissimam generis
significationem quæ a procreante deducta sit; hi enim maxime Cecropidæ sunt qui
a Cecrope descendunt, hi ROMANI, qui a ROMOLO quæ cum ita sint, confundi rursus
generis significationes uidentur. si enim hi sunt maxime Romani qui a Romulo
originem trahunt, et hæc significatio illa est quæ a procreante deducitur,
ubi est reliqua, quam primam quoque enumerauit, quæ est multitudinis ad unum et
ad se inuicem quodammodo se habentium collectio? sed acutius intuentibus plurimæ
admodum differentiæ sunt. aliud est enim a quolibet primo procreante
genus ducere, aliud unum genus esse plurimorum. illud enim et per rectam
sanguinis lineam fieri potest et non in multa diffundi, ut si per unicos
familia descendat, huic enim aptabitur secunda illa generis significatio, quæ a
procreante deducitur; prima uero illa non nisi in multitudine consistit. illud
quoque est, quod prima procreationis principium non requirit, sed, ut
ipse ait, sufficit aliquo modo se habere ad id unde huiusmodi generis
principium sumitur, secunda uero significatio nullam uim nisi procreante
sortitur. item in illa PRIMÆ SIGNIFICATIONIS multitudine huius secundæ
particularitas continetur, ut in 2 fere sæpe C ante
euenit LNPm2S intellectu
G significandæ FRSm2 propinquis F propinquus
Gm1PR propinquum N quoniamque Em2HLm2P, post
quoniam add. qui Sm1, del. m2 generi EGH s
er . 6 esse om. G 7 ducta R cecropides R 8
Cecrope cecropede FR -ide post Romulo add .
descendunt N 9 significationes generis C 11
ducitur Lm1 15 est s. l. F, post enim CL
enim om. N aliquolibet om . a G 16 deducere
CLm1 et om. N 18 si s. l. Lm2, del. Sm2 per descendat puer
unicus familiam distendat Cm1FHN aptatur N 21 est est
intellegendum C primæ Hm2 24 <a> procreante
Engelbrecht prima EGHLm1RS Romanorum genere Scipiadarum
genus; nam cum sint ROMANI, Scipiadæ sunt. quoniam enim ad ROMOLO et ad ceteros
ROMANI secundum ROMOLO habitudinem iuncti sunt, ROMANI sunt, SCIPIADÆ uero
dicuntur ad secundam generis significa tionem, quia eorum familiæ SCIPIONE et
sanguinis principium fuit. Et prius quidem appellatum est genus
unius cuiusque generationis principium, dehinc etiam multitudo eorum qui sunt
ab uno principio, ut a ROMOLO; namque diuidentes et ab aliis separantes
dicebamus omnem illam collectionem esse ROMANI genus. Sensus facilis et
expeditus, si tamen ambiguitas una solvatur. cum enim prius multitudinis
significationem retulerit ad generis nomen, post autem ad procreationis
initium, nunc contrario modo illam prius a se enumeratam significationem
dicere uidetur quæ est procreationis, illam uero posteriorem quæ est
multitudinis; quod contrarium uideri potest, si quis ad ordinem superius digestæ
disputationis aspexerit. sed hic non de se loquitur, sed de humani consuetudine
sermonis, in quo prius eam significationem generis fuisse dicit quæ a
procreante sit tracta, accedente uero ætate loquendi usu nomen generis etiam ad
multitudinem habentem se quodammodo ad aliquem fuisse translatum, hoc uero
idcirco, quoniam Porph. Boeth. nam natura CFL 2 scipiades HNP ante pr.
ad add . et FHNP, s. l. Em2Lm2 post, ad om. L 4
scipiades N 5 quia quod E et om. NP, s. l.
Cm2 8 generationis in ras. Cm2 generis PR 9
namque sic etiam B Bussii om. ΛΦ, add. Hm2 \ m2 nam 2 quam edd. Busse;
Porph. 2, 8 το πλήθ-ος δ 10 post
aliis add . generibus F, s. l. Lm2 11 collationem
Λ collectionem post esse HP ;
romanorum esse collectionem F 12 post facilis s.
l . est Lm2Pm2 facile om .
et FN expeditur FNPa.c . 13 retulerat F
retulit R 14 post, ad om. FHNR, s. l. Sm2 post
nunc s. l . autem Lm2 15 prius posterius CLm2NP
numeratam N 16 post uidetur add . priorem
CGLNP 18 perspexerit C 21 loquendique CN et
s. l. m1? loquendi H 23 ante hoc s. l .
dicit Lm1?, post idcirco in mg . dixit Pm2
superius dixerat : hæc enim uidetur promptissima esse significatio, ut ab
hac, id est secunda, quam promptissimam significationem esse dixit, illa quoque
nuncupata uideretur, quæ est multitudinis. prius enim genus inter homines
appellatum est quod quis a generante deduceret, post autem factum est, ut
per loquendi usum etiam multitudinis ad aliquem quodammo|do se habentis
genus diceretur propter diuisionem scilicet gentium, ut esset inter eas nominis
societatisque discretio. His igitur expletis uenit ad tertium genus quod
inter FILOSOFI tractatur cuiusque ad dialecticam facultatem multus usus
est. horum quippe generum historia magis uel poesis tractat exordium, tertium
uero genus apud philosophos consideratur. de quo hoc modo loquitur. Aliter
autem rursus genus dicitur cui supponitur species, ad horum fortasse
similitudinem dictum. et enim principium quoddam est huiusmodi genus earum quæ
sub ipso sunt specierum, uidetur etiam multitudinem continere omnem quæ sub eo
est. Duplicem significationem generis supra posuit, nunc tertiam monstrare
contendit, hanc autem ad superiorum similitudinem 1 superius 174, 10. 14 18
Porph. 2, 10 13 Boeth. 26, 19 23. 1 enim autem 174, 10 2
secundum GR a s. l. secunda E 5 quis
Cm2 prius m1 7 duceretur Cm1 diuisiones
EFHLm2NP 8 esset est s. l. et E has
FH 9 expeditis N ad om. F 10 cuius CF
multus post usus Lm1R, multum G 11 poesi
Cm1 13 hoc 2 litt. er. C 14 genus
ante rursus Λ, post dicitur
Φ cui genus 16 om. N, quod indicatur
uoce usque addita dicitur usque earum; sic sæpe etiam usque ad pæne
constanter in N aliisque codd. ubi mediæ lemmatum partes omissæ sunt 15
ab.. similitudine GL \ m2 \Z 16
eorum A m2 A earum specierum Porph. 2, 12 τών δφ’ lauto
17 ipso om . h m1 se m2Lp.c. \HA> sunt
add. Gm2 \ m2 uideturque brm Busse; Porph . xai SoxeT
xai etiam enim F autem Δ 18 omnem 2
h m1 ß m1 omnium CEGLPRS h
m2 U m2 earum FHN, s. l. post omnium Lm2 sub eo est PA m1 AU m1 ST est Φ sub eo
ipso F \ m2 se Lm2
sunt est E, s. l. G
specierum EFGHLNPp.c . sunt eo sub a.c . RS \ m2 U m2
sunt sub eo specierum C; cf. Porph. 2,12 s . 19 proposuit edd . 20
superiorem FLm1Pm1 dictam esse arbitratur. superius autem
dictæ significationes sunt una quidem, cum nomen generis quadam principii
antiquitate ad se iunctam multitudinem contineret, alia uero, cum genus ab uno
quoque procreante duceretur, quod eorum quæ procreantur principium est.
cum igitur sint superius duæ generis propositæ significationes, tertium nunc
addit de quo inter philosophos sermo est, illud scilicet cui supponitur
species, quod idcirco genus uocatum esse sub opinionis credit ambiguo, quoniam
habet aliquam similitudinem superiorum. nam sicut illud genus quod ad multitudinem
dicitur, uno suo nomine multitudinem claudit, ita etiam genus plurimas species
cohercet et continet. item ut genus illud quod secundum procreationem dicitur,
principium quoddam est eorum quæ ab ipso procreantur, ita genus speciebus suis
est principium. ergo quoniam utrisque est simile, idcirco nomen quoque generis
etiam in hac significatione a superioribus mutuatum esse ueri simile est.
Tripliciter igitur cum genus dicatur, de tertio apud philosophos sermo
est; quod etiam describentes adsiPorph. Boeth. dictam esse arbitratur ut dictum
est GRS autem om. C, s. l. Lm2, del. Pm2 dictæ duæ
Lm1, ante sunt s. l . dictæ m2, duæ ex dictæ
H ras. Sm2, ante
dictæ s. l. Pm2, ante sunt edd., post R 2 quidem
om. C cum in mg. Cm2 quæ m1N quadam om.
EFG quandam H qua RSm1 antiquitatem H
3 ad se iunctam CLm2 ad se et
adiunctam HN ad se iniunctam Sm1 ab uno quoque
iniunctam R adiunctam cett.; cf. 177, 2 continet
Cm1 corr. in mg. m2 Nm2 aliam G 4 deduceretur E 5
qui P 6 tertiam et qua F 7 post
scilicet add . genus F, s. l. Sm2 8 ante
opinionis add . suæ N, post CHLP, s. l. Em1?, in mg. Sm2 se m1 9 creditur
Ca.r.FR a multitudine
Ep.c.FHN 11 suo sub C nomine sub uno FHNPm2, ex
suo EL ita in mg. Cm2, s. l. Nm2 13 est esse EGLm2RS
14 post suis add . constat FHN, post genus s. l.
Em2 est CLm1P esse
cett . 15 idcirco id C nomen post generis FHNP,
post quoque L 16 in hac etiam FHN hanc
significationem CP 18 cum genus sit 180, 2 om. N
dicitur S A m1 /AS 19 etiam etiam et R gnauerunt
genus esse dicentes quod de pluribus et differentibus specie in eo quod quid
sit prædicatur, ut animal. Iure tertium genus philosophi ad disputationem
sumunt; hoc enim solum est quod substantiam monstrat, cetera uero aut
unde quid existat aut quemadmodum a ceteris hominibus in unam quasi populi
formam diuidatur ostendunt. nam illud quod multitudinem continet genus, illius
multitudinis quam continet substantiam non demonstrat, sed tantum uno nomine
collectionem populi facit, ut ab alterius generis populo segregetur. item illud
quod secundum procreationem dictum est, non rei procreatæ substantiam monstrat,
sed tantum quod eius fuerit procreationis initium. at uero genus id cui
supponitur species, ad speciem accommodatum speciei substantiam informat. et
quia inter philosophos hæc maxima est quæstio, quid unum quodque sit tunc
enim unum quodque scire uidemur, quando quid sit agnoscimus , id circo reiectis ceteris de hoc genere quam
maxime apud philosophos sermo est, quod etiam describentes adsignauerunt ea
descriptione quam subter annexuit. diligenter uero ait describentes, non
definientes; definitio enim fit ex genere, genus autem aliud genus habere non
poterit. idque obscurius est quam ut primo aditu dictum pateat. fieri autem
potest ut res quæ esse ante genus Pm1, post
dicentes Σ et om. F differentiis R
quid iterum quod P prædicetur
Γ 3 ut animal om . ΑΣ 5 est solum enim CN enim est
solum FP existit E it in ras . GLPS
existet Sm1 extitit HN <multitudo> a
Brandt 7 una... forma EGRS diuidantur G
ostendit EGLPm1S 8 multitudinis multitudinem G 12 procreantis
Nm1 13 atque G 14 ad speciem om. N ad
differentiam Cm2FLm1Pm2 edd . 15 quæstio est FHN 16
unum om. EGRS enim etenim FN quodque unum
G uidemur debemus E in ras.
GPm1RS, post uidemur add . uel debemus Hm1 del.
m2 post reiectis add . quia non demonstrant substantiam
L temptatis temporum Sm1, del. m2 19 post quod
add . genus EPm1, del. m2
ait ex aut Em1 addit m2NP
addidit F 21 ex de H 23 dictum om. FH dictu
GLS autem enim FNP alii genus sit, alii generi supponatur,
non quasi genus, sed tamquam species sub alio collocata. unde non in eo quod
genus est, supponi alicui potest, sed cum supponitur, ilico species fit. quæ
cum ita sint, ostenditur genus ipsum in eo quod genus est, genus habere
non posse. si igitur uoluisset genus definitione concludere, nullo modo
potuisset; genus enim aliud quod ei posset præponere, non haberet, atque
idcirco descriptionem ait esse factam, non definitionem. descriptio uero est,
ut in priore uolumine dictum est, ex proprietatibus infor matio quædam rei et
tamquam coloribus quibusdam depictio, cum enim plu|ra in unum conuenerint, ita
ut omnia simul rei cui applicantur æquentur, nisi ex genere uel
differentiis hæc collectio fiat, descriptio nuncupatur. est igitur descriptio
generis hæc : genus est quod de pluribus et differen tibus specie in eo quod
quid sit prædicatur. tria hæc requiruntur in genere, ut de pluribus prædicetur,
ut de specie differentibus, ut in eo quod quid sit. de qua re quoniam ipse
posterius latius disputat, nos breuiter huius rei intellegentiam significemus
exemplo. sit enim nobis in forma generis animal. id de aliquibus sine
dubio prædicatur, homine scilicet, equo, boue et ceteris. sed hæc plura sunt.
animal igitur de pluribus prædicatur, homo uero, equus atque bos talia sunt, ut
a se discrepent, nec qualibet mediocri re, sed tota specie, id est tota forma
suæ substantiæ. de quibus dicitur animal; homo enim et equus et bos
animalia nuncupantur. prædicatur ergo animal de pluribus specie differentibus.
sed quonam modo fit 9 in priore uolumine cf. 42, 8 43, 6 potius quam 153,
10 ss.; cf. Proleg. adn. 7. 1 genere G post
supponatur add . sed cum alii add. P subponitur
uel sup- CFHN, s. l. Pm2 non potest 3 del. E 2 collocatur
CFHNPm2 non enim EF 7 ei eius HN aliud quod HNPm1RS possit
EGS priori LN ex om. GHS, s. l. Em2Lm2 11
plurima L plura post unum C 16 post .
ut om. FG late E in ras. FHP, ecte ? 19 exemplo hoc
modo CLP 20 prædicetur CEGPm1RS ante equo add .
et FHLN, er. P 21 boue et boue L et er. uid.
C 22 a ad Lm1S 23 mediocri re mediocritate H 24 forma
tota E del. tota G 26 fit om. G hæc prædicatio?
non enim quicquid interrogaueris, mox animal respondetur: non enim si quantus
sit homo interrogaueris, animal respondebitur, ut opinor; hoc enim ad
quantitatem pertinet, non ad substantiam. item si qualis interroges, ne huic
quidem responsio conuenit animalis, ceterisque omnibus interrogationibus hanc animalis
responsionem ineptam atque inutilem semper esse reperies, nisi ei tantum apta
est quæ quid sit interroget. interrogantibus enim nobis quid sit homo, quid sit
equus, quid sit bos, animalia respondebitur. ita nomen animalis ad
interrogationem quid sit de homine, equo atque boue ac de ceteris prædicatur,
unde fit ut animal prædicetur de pluribus specie differentibus in eo quod quid
sit. et quoniam generis hæc definitio est, animal hominis, equi, bouis genus
esse necesse est. omne autem genus aliud est quod in semet ipso atque in re
intellegitur, aliud quod alterius præ dicatione. sua enim proprietas ipsum esse
constituit, ad alterum relatio genus facit, ut ipsum animal, si eius
substantiam quæras, dicam substantiam esse animatam atque sensibilem. hæc
igitur definitio rem monstrat per se sicut est, non tamquam referatur ad aliud.
at uero cum dicimus animal genus esse, non, ut arbitror, tunc de re ipsa
hoc dicimus, sed de ea relatione qua potest animal ad ceterorum quæ sibi
subiecta non num FHN rogaueris Cm1GS 3 ante
animal add . mox F respondetur F ut non FHN
4 post qualis add . sit FHNP, s. l. Em2, s. l. homo
sit Lm2 interroges Em1Lm1P
roges cett . nec CG hæc CSm2 id m1
hic FN 5 interrogantibus EG 6 ineptam CFHNPp.c.Lm2 idiotam E s. l. i .
inertem m2 GLm1 s. l. inpropriam m1? Pa.c.S Hilgard
idiotam uel ineptam R idiotæ Engelbrecht 7 nisi ni
C interrogat Em2HN enim autem F post . quid quidque
R sit om. E animal C item EGLm1PRS 11
ac et R ante bouis add . atque FHNP 14 genus
autem C ante alterius add . ad CEm2HN prædicationem
Em1PSm1 edd., post add . refertur Pm2 edd . 18 dicas Lm2 21
esse om. EGRS, s. l.
Lm2 re om. EGR, s. l. Sm2 post hoc add . nomen C,
s. l . Em2Pm2, ante FHNS de del. L, s. l. Pm2 22
relatione in ras . E ratione GLPm1R sunt prædicationem
referri. itaque character est quidam ac forma generis in eo quod referri prædicatione
ad eas res potest, quæ cum sint plures et specie differentes, in earum tamen
substantia prædicatur. Huius autem definitionis rationem per exempla subiecit
dicens: Eorum enim quæ prædicantur, alia quidem de uno dicuntur solo,
sicut indiuidua ut Socrates et hic et hoc, alia uero de pluribus, quemadmodum
genera et species et differentiæ et propria et accidentia communiter, sed
non proprie alicui. est autem genus quidem ut animal, species uero ut homo,
differentia autem ut rationale, proprium ut risibile, accidens ut album,
nigrum, sedere. Omnium quæ prædicantur quolibet modo, facit Porphyrius
diuisionem idcirco, ut ab reliquis omnibus prædicationem generis seiungat ac
separet, hoc modo. omnium, inquit, quæ prædicantur, alia de singularitate, alia
de pluralitate dicuntur. 7 14 Porph. 2, 17 22 Boeth. 27, 2 7.
1 post itaque add . ut P, s. l. Lm2 est om.
R, post generis F quiddam Ea.r.G quidem
CNPm1 2 prædicatione post res C 3 eorum
CGNS, m1 in ELP 4 tantum E substantiam NR, -a
ex -a CS; cf. 187, 11. 18 5 autem om. C, in mg.
Lm2 8 indiuiduum C indibus
s. l . indiuidua Em2 diabus
a, ex e E EG ut Socrates hoc om. CLNP, risibile 13 om. E in
mg . sicut socrates et hic et hoc GH ut sicut Em2 in mg. RS ΑΣ et hic et hec et hoc F 9 uero
om. CFLNPR autem Σ quemadmodum risibile
13 om. CL sed uerba est
autem 11 sedere 14 exhibet
184, 14 NP ut genera, om. reliqua usque accidens 13
F 10 differentia Sm1 m1 proprium Γ 11 sed et ΛΣ proprie L
184, 14 R Ψ propria ΓΑΑΠ ras.
ex -æ 2 a in ras . Φ post
alicui; Porph. 2, 20 ιδίως est risibile om. R est sedere 14
om. S 12 uero s. l . Δ m2 Φ m2 ante accidens add . ut
CL ut id est CLm2P uel E et R; Porph.
2,22 otov 14 ante nigrum add.
et R 16 a LPS 17 post separet add .
et F id facit FHN, s. l. Em2 18 pr . alia alia
quidem FHN alia de singularitate om. G, s. l. Em2, post
pluralitate CLm1 post . alia alia uero FHNS dicuntur prædicantur
post singularitate FHN de singularitate uero, inquit, prædicantur
quæcumque unum quodlibet habent subiectum de quo dici possint, ut ea quibus
singula subiecta sunt indiuidua, ut Socrates, Plato, ut hoc album quod in hac
proposita niue est, ut hoc scamnum in quo nunc sedemus, non omne scamnum – hoc
enim uniuersale est , sed hoc quod
nunc suppositum est, nec album quod in niue est uniuersale est enim album et
nix , sed hoc album quod in hac niue
nunc esse conspicitur; hoc enim non potest de quolibet alio albo PREDICARE quod
in hac niue est, quia ad singularitatem deductum est atque ad indiuiduam
formam constrictum est indiuidui participatione. alia uero sunt quæ de pluribus
PREDICARE, ut genera, species, differentiæ et propria et accidentia
communiter, sed non proprie alicui. genera quidem de pluribus prædicantur
speciebus suis, species uero de pluribus prædicantur indiuiduis; homo
enim, quod est animalis species, plures sub se homines habet de quibus
appellari possit. item equus, qui sub animali est loco speciei, plurimos habet
indiuiduos equos de quibus prædicetur. differentia uero ipsa quoque de pluribus
speciebus dici potest, ut rationale de homine ac de deo corporibusque cælestibus,
quæ, sicut Platoni placet, animata sunt et ratione uigentia. proprium item etsi
de una specie PREDICARE, de multis tamen indiuiduis dicitur, quæ sub
conuenienti specie collocantur, ut risibile de Platone, Socrate et ceteris
indiuiduis quæ homini supponuntur. accidens etiam 1 uero om.
FHN 2 possunt CLm1 3 ante Plato add . ut
FH, s. l. Lm2 et N edd . 4 quod ut F ut et
N 6 sed sed et F 7 niui Gm2Sm1 enim est FL
8 niui Sm1, item 9 9 hac alia EFGR a.c.ut uid. ac
p.c. Sm1 post, ad om. GHLR, s. l. Em2Nm2, in FSm2 14
propriæ FGa.c.Sm1 propria CHLN post alicui uerba
lemmatis 183, 11 14 est autem sedere add. L 15 plurimis
FN post indiuiduis add . suis CFHP 17 qui quod
FHN 19 prædicatur FHN potest dici E 21 quæ
om. R, s. l. Sm2
q. er. N item autem Lm2P specie om. C 23
tamen ante de H post indiuiduis add .
dicitur CLP, s. l. Hm2 hominibus EG homini *
b. ? er. L supponantur Em1GS supponuntur ante
homini C de multis dicitur; album enim et nigrum de multis
omnino dici potest quæ a se genere specieque seiuncta sunt. sedere etiam de
multis dicitur; homo enim sedet, simia sedet, aues quoque, quorum species longe
diuersæ sunt. accidens autem quoniam communiter accidens esse potest et
proprie alicui, idcirco determinauit dicens et accidentia communiter, sed non
proprie alicui. quæ enim proprie alicui accidunt, indiuidua fiunt et de uno
tantum valentia PREDICARE, ea quæ communiter accipiuntur, de pluribus dici
queunt. ut enim de niue dictum est, illud album quod in hac subiecta niue
est, non est communiter accidens, sed proprie huic niui quæ oculis
ostensionique subiecta est. itaque ex eo quod communiter prædicari poterat de
multis enim album dici potest, ut albus homo, albus equus, alba nix , factum est, ut de una tantum niue PREDICARE
illud album possit cuius participatione ipsum quoque factum est singulare.
omnino autem omnia genera uel species uel differentiæ uel propria uel
accidentia, si per semet ipsa speculemur in eo quod genera uel species uel
differentiæ uel propria uel accidentia sunt, manifestum est quoniam de pluribus
PREDICARE. at si ea in his speculemur in quibus sunt, ut secundum subiecta
eorum formam et substantiam metiamur, euenit ut ex pluralitate prædicationis ad
singularitatem uideantur adduci. animal enim, 3 enim om. C et s. l. m2
enim L sedit CN simia post sedet FH et simia
R aues auis N set et aues F sedet auis
H 4 quoque om. FN, uero L quarum Lm1 post
sunt s. l . sedent Pm2 scil, sedent Sm2 5
ante communiter add . et FHN, s. l. Em2Pm2 7
propria HN pr . alicui om. GLR quæ s. l. Sm2
cum E s. l. m2FH enim proprie s. l. Em2Sm2
propria N accidunt alicui E ea quæ et quæ E ea
quidem quæ N eademque cum P et cum F
cum H 9 queunt om. Em1G, s. l. Sm2 possunt E m2
Pm1 potest m2 R niui Sm1 niue est
subiecta HL niui Sm1 nunc G 12
ostensione GRS ita q. er
. C ita quoque Sm2, ad itaque s. l . quoque
Hm2 15 niui GSm1 17 differentias CE s in er
. e? GL 20 quoniam quod G 21 ut et FN
subiectam CEGH a.r.Lm1PSm2 22 substantiamque om . et FHNP metiantur
E mentiamur Ca.r.Sa.c . eueniet HN pluritate
Gm1P quod genus est, de pluribus prædicatur, sed cum hoc animal in
Socrate consideramus Socrates enim animal est , ipsum animal fit indiuiduum, quoniam
Socrates est indiuiduus ac singularis. item homo de pluribus quidem hominibus
prædicatur, sed si illam humanitatem quæ in Socrate est
indiuiduo consideremus, fit indiuidua, quoniam Socrates ipse indiuiduus
est ac singularis. item differentia ut rationale de pluribus dici potest, sed
in Socrate indiuidua est. risibile etiam cum de pluribus hominibus prædicetur,
in Socrate fit unicum. communiter quoque accidens, ut album, cum de
pluribus dici possit, in uno quoque singulari perspectum indiuiduum est.
Fieri autem potuit commodior diuisio hoc modo. eorum quæ dicuntur, alia quidem
ad singularitatem prædicantur, alia ad pluralitatem, eorum uero quæ de pluribus
PREDICARE, alia secundum substantiam PREDICARE, alia secundum accidens. eorum
quæ secundum substantiam prædicantur, alia in eo quod quid sit dicuntur, alia
in eo quod quale sit, in eo quod quid sit quidem, genus ac species, in eo quod
quale sit, differentia. item eorum quæ in eo quod quid sit PREDICARE, alia de
speciebus PREDICARE pluribus, alia minime; de speciebus pluribus prædicantur
genera, de nullis uero species. eorum autem quæ secundum accidens prædicantur,
alia quidem sunt quæ de pluribus prædicantur, ut accidentia, 1
plurimis R 5 si s. l. Lm2Sm2 quæ et
est om. F est indiuidua in mg. Cm2 7 est
post singularis E 9 hominibus om. FN prædicatur
CEGL ante hominibus Pm1RS dici possit N in Socrate om.
ER unica Em1GS unicam Lm1 unita R 10
cum s. l. Em2Sm2 11 possit dici E singulari singulari
corpore CFHN perspectum CE in ras.
FH, m2 in LPS
perspecta Lm1 a.c . perfecta m1p.c . R perfectam
Pm1Sm1 profecto alt . o in ras
. N profecto perfecta G indiuidua EGLm1RS
12 ante eorum add . ut GRS, del. EL 13 dicuntur prædicantur
Pm2 prædicantur dicuntur L
ex dicantur m2 P 14 plurimis R prædicantur
dicuntur N 17 pr . quod differentia 19 in ras. Em2 post, in eo differentia 19 om. GR 19
iterum FN 20 pluribus plurimis H prædicantur FHN 21
post speciebus add . quidem FHNP pluribus om.
GRS, s. l. Lm2, post prædicantur Em1Fm1 23 post
pluribus add . speciebus CFHN, s. l. Em2 alia quæ de
uno tantum, ut propria. Posset autem fieri etiam huiusmodi diuisio. eorum quæ PREDICARE,
alia de singulis PREDICARE, alia de pluribus. eorum quæ de pluribus, alia in eo
quod quid sit, alia in eo quod quale sit prædicantur. eorum quæ in eo
quod quid sit, alia de differentibus specie dicuntur, ut genera, alia minime,
ut species, eorum autem quæ in eo quod quale sit de pluribus prædicantur, alia
quidem de differentibus specie PREDICARE, ut differentiæ et accidentia, alia de
una tantum specie, ut propria. eorum uero quæ de differentibus specie in
eo quod quale sit prædicantur, alia quidem in substantia PREDICARE, ut
differentiæ, alia in communiter euenientibus, ut accidentia. et per hanc divisionem
quinque harum rerum definitiones colligi possunt hoc modo. genus est quod de
pluribus specie differentibus in eo quod quid sit prædicatur. species est quod
de pluribus minime specie differentibus in eo quod quid sit prædicatur.
differentia est quod de pluribus specie differentibus in eo quod quale sit in
substantia PREDICARE. proprium est quod de una tantum specie in eo quod quale
sit non in sub stantia prædicatur. accidens est quod de pluribus specie
differentibus in eo quod quale sit non in substantia prædicatur. 1 quæ
om. FN una C s. l. add . specie
FHN possit FRS potest N 2 etiam om. LP 4 post pr .
sit add . prædicantur CFHNP, s.l. Lm2 6 specie speciebus
Ea.r.FLNPS 7 autem in mg. E,
s. l. Lm2 9 accidentia et differentiæ C post accidentia
add . communiter Pm2 edd . 10 uero om. GRS, in mg.
Em2Lm2 quæ in mg. Em2 de differentibus specie om. GLRS,
in mg . de specie differentibus Em2 de om . C 11
substantiam RSa.r . conuenientibus Pm2 13 definitiones diuisiones
FHm1 14 specie differentibus hic F, post quid sit 15 cett.;
cf. proxima et 193, 1 15 est autem E substantiam
R proprium prædicatur 20 om. GR, in mg. Em2 proprium
uero s. l. add. Lm2 est quod de
pluribus minime specie differentibus in eo quod quale ait sit s. l.
Lm2 non in substantia prædicatur
LPm2 non in substantiam prædicatur Sm1, del. m2, in sump. g . ante non inserenda hæc
proprium est quod de pluribus specie minime differentibus, deinde pauca
uerba, quorum extremum <prædi>cat<ur>, cum mg. abscisa,
sequuntur uerba accidens est
prædicatur, m2 ante specie add . et CE
del. GLP Et nos quidem has diuisiones fecimus, ut omnia a semet
ipsis separaremus, Porphyrio vero alia fuit intentio. non enim omnia nunc a
semet ipsis disiungere festinabat, sed tantum ut cetera a generis forma et
proprietate separaret. idcirco diuisit quidem omnia quæ PREDICARE aut in ea quæ
de singulis prædicantur, aut in ea quæ de pluribus, ea uero quæ de
pluribus PREDICARE, aut genera esse dixit aut species aut cetera, horumque
exempla subiciens adiungit : Ab his ergo quæ de uno solo PREDICARE,
differunt genera eo quod de pluribus adsignata prædi centur, ab his autem quæ
de pluribus, ab speciebus quidem, quoniam species etsi de pluribus prædicantur,
sed non de differentibus specie, sed numero; homo enim cum sit species, de
Socrate et Platone prædicatur, qui non specie differunt a se inuicem, sed
numero, animal uero cum genus sit, de homine et boue et equo prædicatur, qui
differunt a se inuicem et specie quoque, non numero solo. a proprio uero
differt genus, quoniam proprium quidem de una sola specie, cuius est proprium,
prædicatur et de his quæ sub una specie sunt indiuiduis,
quemadmodum Porph. Boeth. separemus GNRm1Sm1 porphirii
Lm1 fuit alia CN 4 forma generis H separet
NPa.c.Sm1 ante idcirco add . hic FRS 5 diuisit s.
l. Em2 separauit m1 quidem s. l. R, ante
diuisit L 6 prædicarentur FHLm2Pm2 plurimis
Em1Lm2 uero autem C 7 plurimis FGm2N prædicarentur
FHLm2 8 horum F 9 Ab om. GHP, s. l. ER ergo uero
H prædicarentur N 10 prædicantur Em1GLm2PRSm2
Busse 11 ab his accidens 189, 14 Ω, om. cett., sed in S particulæ
lemmatis plerumque HISTORIA inscriptæ uariis locis expositionis
insertæ sunt, item particulæ quædam in L; quorum locorum lectiones hic
proponentur post . ab Ω
etiam B Bussii a edd. Busse 12 post
quidem add . differunt genera Γ prædicatur ΛΣ 13
sed non sed om . Σ non tamen H m2 ‘i’ 14 Platone de
platone A 16 sit genus Σ 17 boue de boue Γ
18 et om. ΓΦ non Porph. 3,
1 aX\’ οΰχί solum edd. cum Porph . τώ άριθ·μώ
μόνον 20 hiis Φ 21 una om. Porph. 3, 3
risibile de homine solo et de particularibus hominibus, genus autem non
de una specie prædicatur, sed de pluribus et differentibus specie. a
differentia uero et ab his quæ communiter sunt accidentibus differt
genus, quoniam etsi de pluribus et differentibus specie PREDICARE differentiæ
et communiter accidentia, sed non in eo quod quid sit prædicantur, sed in eo
quod quale quid sit. interrogantibus enim nobis illud de quo prædicantur hæc,
non in eo quod quid sit dicimus PREDICARE, sed magis in eo quod quale
sit. interroganti enim qualis est homo, dicimus rationalis, et in eo quod
qualis est coruus, dicimus quoniam niger. est autem rationale quidem
differentia, nigrum uero accidens. quando autem quid est homo
interrogamur, animal respondemus; erat autem hominis genus animal.
Nunc genus a ceteris omnibus quæ quolibet modo prædi3 specie s. l.
Γ, om. optimi
codd. Porph. 3,5, delend. uid. Bussio 5 locum quoniam animal
16 post genus 193, 18 add. LS etiamsi LS sΠ*ΙΓ specie differentibus ΛΣ ; Porph. διαφερόντων τψ ειόει 6 differentia
Lm2S 7 sed non Δ ad sed s. l .
id est tamen m1? Π ad sed s. l . uel tamen m1?
A Busse tamen non LS ΤΣΦ non tamen Ψ
edd.; Porph. 3, 8 άλλ’ οόκ, cf. supra 188, 13, infra
190, 12 7 sit om. L sed in eo quod quale quid sit codd. cum Porph. 3, 8 codicib. Lm2Mm2
άλλ’ έν τψ όποιον τ£ έστιν, delend. uid. Bussio 8 quid
om. S Φ interrogantibus sit 11 om . Φ ad
interrogantibus s. l . uel interrogati Δ nobis LS A m2 Ii del. m2 Busse
nos A m1 enim post nos, Ψ, om .
ΓΔ2 decst Φ ;
Porph. 3, 8 έρωτησάντων γάρ ήμών uel τινών
codd . post illud s. l . quomodo m1? uel de
quo m2 Δ hæc s. l. Lm2 10 post
quale add . quid Π del. m2 Ψ m Busse, om . LS VM
pbr, om. etiam 194, 7 cf. 195, 4. 196, 8. 15, aliquid s. l .
Λ deest Φ ;
Porph. 3, 10 έν τψ ποιόν τί έατιν 11 interroganti ΑΣ a.r . Ψ interrogantibus S
interrogati cett.; Porph. p, 3, 10 έν γάρ τψ έρωταν 12.
dicimus Π m2 ΣΨ, om . Φ,
dicitur cett.; Porph. 3, 11 οομέν 14 autem om.
N quid est quidem FN qui Gm1, s. l . est m2
quod est L 15 interrogamus P A, m1 in EGR Z
interrogemus S erat RS, m1
in Ρ ΔΛ, est 1 erit cett.; Porph. 3, 13 vjv
genus hominis Σ cantur separare contendit hoc modo. quoniam
enim genus de pluribus PREDICARE, statim differt ab his quidem quæ de uno tantum
prædicantur quæque unum quodlibet habent indiuiduum ac singulare sublectum; sed
hæc differentia generis ab his quæ de uno PREDICARE, communis ei est cum
ceteris, id est specie, differentia, proprio atque accidenti idcirco,
quoniam ipsa quoque de pluribus prædicantur. horum igitur singulorum
differentias a genere colligit, ut solum intellegendum genus quale sit sub
animi deducat aspectum, dicens : ab his autem quæ de pluribus prædicantur,
differt genus, ab speciebus quidem primum, quoniam species etsi de
pluribus prædicantur, non tamen de differentibus specie, sed numero. species
enim sub se plurimas species habere non poterit, alioquin genus, non species
appellaretur si enim genus est quod de pluribus specie differentibus in
eo quod quid sit PREDICARE, cum species de pluribus dicatur et in eo quod
quid sit, huic si adiciatur ut de specie differentibus PREDICARE, speciei forma
transit in generis; id quoque exemplo intellegi fas est. homo enim prædicatur
de Socrate, Platone et ceteris quæ a se non specie disiuncta sunt, sicut
homo atque equus, sed numero quod quidem habet dubitationem quid sit hoc quod
dicitur numero differre. numero enim differre aliquid uidebitur quotiens
numerus a 2 quidem om. CHN qui G, ex quæ Lm2
3 post prædicantur add . ut socrates et hic et hoc H quæ
CN 5 uno uno solo LS est ei L est om.
CEHN 6 post specie add . et FHP, s. l. Lm2
accidente Lm2Pm1N 9 aspectum deducat E ab CL s. l. NSm2, om. cett . 10 autem enim
P post pluribus add . id est
add . specie, sed del. E ab his quæ
hæc s. l. E de pluribus
Em2GPRS 11 a R primum om. S, s. l. Lm2; deest 188,
12 12 prædicatur S non tamen sed non S de
om. FHNP 15 plurimis Em2GPRS 16 plurimis EGR dicatur prædicetur
C prædicatur edd . 19 fas est placet HNPm1 post
enim s. l . cum sit species Em2Pm2 quod est species Lm2
20 et ceteris del. E
qui Ep. c . disiuncta ad quod s. l
. differunt equus del. E 21 post equus add . uel
bos LP 23 differre in mg. H post aliquid
FHLN aliquis GS quoties -cies EPRS numero
differt, ut grex boum qui fortasse continet triginta boues, differt numero ab
alio boum grege, si centum in se contineat boues; in eo enim quod grex est, non
differunt, in eo quod boues, ne eo quidem : numero igitur differunt, quod
illi plures, illi uero sunt pauciores. quomodo igitur Socrates et Plato specie
non differunt, sed numero, cum et Socrates unus sit et Plato unus, unitas uero
numero ab unitate non differat? sed ita intellegendum quod dictum est numero
differentibus, id est in numerando differentibus, hoc est dum numerantur
differentibus. cum enim dicimus ‘hic Socrates est, hic Plato’, duas fecimus
unitates, ac si digito tangamus dicentes ‘hic unus est’ de Socrate, rursus de
Platone ‘hic unus est’, non eadem unitas in Socrate numerata est quæ in
Platone. alioquin posset fieri ut secundo tacto Socrate Plato etiam
monstraretur. quod non fit. nisi enim tetigeris Socratem uel mente uel digito
itemque tetigeris Platonem, non facies duos, dum numerantur. ergo differunt quæ
sunt numero differentia. cum igitur species de numero differentibus, non de
specie prædicetur, genus de pluribus et differentibus specie dicitur, ut
de boue, de equo et de ceteris quæ a se specie inuicem differunt, non numero
solo. tribus enim modis unum quodque uel differre ab aliquo dicitur uel alicui
idem esse, 3 continet EGLRS differt C, add .
neque CP, s. l. Hm2, s. l . nec Lm2 4 ne differunt H
post quidem del . hæc m2 N igitur
om. EG nec in eo recte? quidem differunt. Igitur numero
differunt L non nisi quidem numero. Igitur differunt numero F
non nisi eo add. S, sed del . quidem numero differunt RS
Numero igitur Igitur numero C
differunt, cet . om. CP quomodo quo R
igitur uero C 6 specie Plato om. F 7 pr . unum
PS 8 differt CEm2NPR post intellegendum add . est
CL 10 dum cum F ante rursus s. l . et
S possit FLRS posset fieri in mg. Cm2 ut in
Cm2Em2G tactu socrates Em1G ante etiam add .
et sed et in
etiam del. uid. E EG demonstraretur LP 19
speciebus CFHN post genus s. l . quoque Lm2
et om. Em1 s. l . et
de m2 R specie differentibus EF 20 pr .
de om. CL et om. FH de s. l. Em2Lm2
ceterisque quæ F inuicem specie FN genere, specie,
numero. quæcumque igitur genere eadem sunt, non necesse est eadem esse specie,
ut si eadem sint genere, differant specie. si uero eadem sint specie, genere
quoque eadem esse necesse est, ut cum homo atque equus idem sint genere uterque
enim animal nuncupatur, differunt specie, quoniam alia est hominis
species, alia equi. Socrates uero atque Plato cum idem sint specie, idem quoque
sunt genere; utrique enim et sub hominis et sub animalis PREDICAZIONE ponuntur.
si quid uero uel genere uel specie idem sit, non necesse est idem esse numero,
quod si idem sit numero, idem et specie et genere esse necesse est; ut
Socrates et Plato, cum et genere animalis et specie hominis idem sint, numero
tamen reperiuntur esse disiuncti. gladius uero atque ensis idem sunt numero,
nihil enim omnino aliud est ensis quam gladius, sed nec specie diuersi sunt,
utrumque enim gladius est, nec genere, utrumque enim instrumentum est,
quod est gladii genus. quoniam igitur homo, bos atque equus, de quibus animal PREDICARE,
specie differunt, numero ergo etiam eos differre necesse est. idcirco hoc plus
habet genus ab specie, quod de specie differentibus PREDICARE nam si integram
generis definitionem demus, dabimus hoc modo : genus est quod de plu 1
ante genere add . id est P, s. l. Hm2Lm2 genere esse
specie om. EGRS numero et numero C 2
esse post specie C, ante eadem FH ut si differant
specie om. FHNPm1, in mg. add., sed del. m2 genere eadem sint om. C 3 sunt
F 4 est esse idem ante necesse
GSm1 sunt EFGKHm1NRSm1 5 animalia FHN
nuncupantur FHNS differentia Hm1N 6 species om. FG, ante est C
7 uterqne EGLPRS, recte? 8 et om. CP sub hominis
et om. GLRS, s. l. Em2Pm2 post, sub om. C ponitur
Lm2Sm2 9 sit sint S sunt Fm1 in mg . est m2 Nm1
10 quod si necesse est post disiuncti 13 transpos. et
13 enim pro uero scr. brm 12 tamen tantum
CLm1 15 diuersi * s er., om, sunt C est
gladius FN 16 ad instrumentum s. l .
bellicum Em2 17 bos ante homo EG atque
bos post equus FN 18 ergo om. FHNP, del. Cm1?
Lm1? Sm2 etiam s. l. Lm1? ante idcirco add
. et F, s. l. Sm2 ab specie om. EGLS a R de
a R ab CEGLS 20 post specie s. l .
quidem L definitionem
uel diff- generis FHNP 21 dabimus om.
EG add . dicimus post
modo RS, s. l. Lm2, post modo C ribus specie et
numero differentibus in eo quod quid sit prædicatur, at uero speciei sic :
species est quod de pluribus numero differentibus in eo quod quid sit prædicatur.
A proprio uero differt genus, quoniam proprium quidem de una sola specie,
cuius est proprium, PREDICARE et de his quæ sub una specie sunt indiuiduis.
proprium semper uni speciei adesse potest neque eam relinquit nec transit ad
aliam, atque idcirco proprium nuncupatum est, ut risibile hominis; itaque et de
ea specie cuius est proprium prædicatur et de his indiuiduis quæ sub illa
sunt specie, ut risibile de homine dicitur et de Socrate et Platone et ceteris
quæ sub hominis nomine continentur. genus uero non de una tantum specie, ut
dictum est, sed de pluribus. differt igitur genus a proprio eo quod de pluribus
speciebus prædi catur, cum proprium de una tantum de qua dicitur appelletur et
de his quæ sub illa sunt indiuiduis. A differentia uero et ab his quæ
communiter sunt accidentibus differt genus. differentiæ atque accidentis
discrepantiam a genere una separatione concludit. omnino enim quia hæc in
eo quod quid sit minime PREDICARE, eo ipso segregantur a genere; nam in ceteris
quidem propinqua sunt generi, nam et 1 specie differentibus specie non
non Lm2 s. l. et R et cum cett. P numero solo
solo s. l. Lm2, om. P
differentibus LPR 2 plurimis S 3 in sit
om. HN 4 proprium prius
S proprium prædicatur proprium prædicatur et de una sola specie
C quidem est proprium om . G, s. l. Em2 quidem om. etiam S
6 post proprium add . uero N enim brm
7 uni om. GS, post
speciei E s. l. m2 HR 9 post hominis add .
est edd . 11 et ut RS de om. FN, s. l. Pm2
Platone de platone G et ceteris ceterisque FHNP 12
qui Em2 13 ut s. l. Hm2Pm2 de om. N
plurimis CEm1GNR, add . et differentibus specie S, in mg.
Pm2 om . specie 14 prædicetur
Lm2P 15 post tantum s. l . specie Lm2
appellatur FHm1NR 17 sunt accidentibus accidunt HN 18
genus cf. ad 189, 5; post locum 189, 5 16
uerba Quare prædicantur s. add. L discrepantia FL 19
separatione del. et s. l . diffinitione Em2, post
separatione add . uel definitione Hm1, del. m2 20 sint
Em2HN 21 in CL s. l. m2 N, om.
cett. de pluribus prædicantur et de specie differentibus, sed
non 65 in eo quod quid sit. si quis enim | interroget : qualis est
homo? respondetur rationalis, quod est differentia; si quis : qualis est
coruus? dicitur niger, quod est accidens. si autem interroges: quid est homo?
animal respondebitur, quod est genus. quod uero ait: hæc non in eo quod
quid sit dicimus PREDICARE, sed magis in eo quod quale sit, hoc magis quæstioni
occurrit huiusmodi. Aristoteles enim differentias in substantia putat oportere PREDICARE.
quod autem in substantia PREDICARE, hoc rem de qua PREDICARE, non quale sit,
sed quid sit ostendit. unde non uidetur differentia in eo quod quale sit
prædicari, sed potius in eo quod quid sit. sed solvitur hoc modo. differentia
enim ita substantiam demonstrat, ut circa substantiam qualitatem determinet, id
est substantialem proferat qualitatem. quod ergo dictum est magis, tale
est tamquam si diceret: uidetur quidem substantiam significare atque idcirco in
eo quod quid sit PREDICARE, sed magis illud est uerius, quia tametsi
substantiam monstret, tamen in eo quod quale sit prædicatur. Quare
de pluribus prædicari diuidit genus ab his quæ de uno solo eorum quæ sunt
indiuidua prædicantur, differentibus uero specie separat ab his quæ
Porph. Boeth.
plurimis FH 3 respondebitur R rationabilis N
quis om. R, post s. l . scil. om. brm interroget Hm2brm
post, est om. HN 4 dicetur FHN interrogetis
N 9 autem uero FHN 10 qualis Cm2FHP 16 tamquam ac
F 20 uerba Quare prædicantur 21 et 193, 18 et
hic hic om . prædicatur
habet L, eadem iam ante lemma add. S predicari ex
preditur Pm2 genus diuidit hic L hiis F 21
sola F eorum accidentibus Ω, in sup. mg . non sunt indiuidua
accidentibus add. Lm2? dicuntur ut indiuidua quæ de una solummodo
substantia dicuntur R, om. cett. codd . eorum quæ sunt indiuidua
om. L eorum om. L hic
A ante
differentibus add . de ΓΛΦ ; differentibus quibus prædicantur
post colligamus inseruit S,
itaque uerba quæ quibus prædicantur
195, 5 et illic et hic habet separatur Φ, in mg . genus add . Γ sicut species prædicantur uel sicut propria;
in eo autem quod quid sit PREDICARE diuidit a differentiis et communiter
accidentibus, quæ non in eo quod quid sit, sed in eo quod quale sit uel
quodammodo se habens prædicantur de quibus prædicantur. Tria esse
diximus quæ significationem hanc tertiam generis informarent, id est de
pluribus PREDICARE, de specie differentibus et in eo quod quid sit. quæ singulæ
partes genus a ceteris quæ quomodolibet prædicantur distribuunt ac secernunt,
quod ipse breuiter colligens dicit; id enim quod de pluribus PREDICARE, genus
ab his diuidit quæ de uno tantum prædicantur indiuiduo. indiuiduum autem
pluribus dicitur modis. dicitur indiuiduum quod omnino secari non potest, ut
unitas uel mens; dicitur indiuiduum quod ob soliditatem diuidi nequit, ut
adamans; dicitur indiuiduum cuius prædicatio in reliqua similia non conuenit,
ut Socrates : nam cum illi sint ceteri homines similes, non conuenit proprietas
et PREDICAZIONE Socratis in ceteris. ergo ab his quæ de uno tantum prædicantur,
genus differt eo quod de pluribus PREDICARE. restant igitur quattuor,
species et proprium, differentia et acci 6 diximus 181, 15. 2
diuiditur Φ, s. l . genus add. Lm2
differentibus S 3 ante quæ add . et
CEGP quæ om. R non om. S hic quod quia
R 4 post . sit Σ est cett; cf. 196, 8 quodammodo
in ras. Em2 quod ad modum CG quemadmodum LP quod
a modo R quomodo Ψ edd. Busse ;
Porph. 3, 19 πώς ; cf. supra 128, 10
5 prædicantur om . ΓΦ ante de
quibus add . de his S
ad 194, 22 ab his Σ his A hiis Φ de quibus prædicantur S ad 194, 22 ΓΛ de s. l . 2Φ, om. cett . 7 informant FHm1N post, de
Hm2LPm2, om, CEGNRS, sed FHm1Pm1;
cf. 181, 16 8 et om. R
9 quolibet modo CL modo s. l. m2 N quo *** libet libe er. uid . F prædicatur
GPm1 10 colligens breuiter EGS 12 dicitur pluribus
C 13 non potest secari CFN 14 indiuiduum dicitur 15 om.
G 15 adamas HLm1P -as ras. ex -ans, amans
R 18 ceteros NP 20 igitur ergo FP differentiæ
EHa.c.NP, ante add . et H, s. l. Lm2 dens, quorum a genere
differentias colligamus. singulis igitur differentiis ab his rebus segregabitur
genus. ea quidem differentia qua de specie differentibus genus dicitur, separat
ab his quæ sicut species prædicantur uel sicut propria. species enim omnino de
nulla specie dicitur, proprium uero de una tantum specie PREDICARE atque
ideo non de specie differentibus. item genus a differentia et accidenti
differt, quod in eo quod quid sit PREDICARE; illa enim in eo quod quale sit
appellantur, ut dictum est. itaque genus quidem ab his quæ de uno prædicantur
differt in quantitate PREDICAZIONE, ab speciebus uero et proprio in
subiectorum natura, quoniam genus de specie differentibus dicitur, proprium
uero et species minime. item genus in qualitate prædicationis a differentia
accidentique diuiditur. qualitas enim prædicationis quædam est uel in eo quod
quid sit uel in eo quod quale sit PREDICARE. Nihil igitur neque superfluum
neque minus continet generis dicta descriptio. Omnis descriptio uel
definitio debet ei quod definitur æquari. si enim definitio definito non sit æqualis
et si quidem maior sit, etiam quædam alia continebit et non necesse est ut
semper definiti substantiam monstret; si minor, ad omnem
definitionem Porph. Boeth.
quarum Cm1Lm1 colligamus ante differentias C
colligemus e ex i H; cf. ad 194, 22 2 ea quidem dicitur om. S 3 post
differentibus add . prædicari edd . separat ab his FLm1R dum separat ab his S differt
ab his CN differt s. l. Em2 ab a L specie et
proprio HP, s. l. Lm2 seperat propria 4 del. Lm2, om. P, s. l . et ab his add
. Hm2, om. EG separatur ab his edd.; cf. 194, 20 4 prædicantur
post propria H 5 nulla nulla alia LS 8 enim uero
FHN 10 a LNR 13 ab FHP b er . 15 prædicare
GR 16 Nihil ex Nil Pm1? pr . neque om . ΛΛΠΣΨ Porph. 3, 19 Busse, del . Γ m2 17 genus F dicta om. E, s. l . Σ, post descriptio G locus Porph. s. plenior est cf
. τής έννοιας, quod deest
aBoeth. 18 Omnis descriptio in mg. Em2 in contextu ras., om. GR, s.
l. Sm2 post Omnis add . enim L, s. l. Sm2, post
debet C er. EGR 19 definito om. FPS et om.
CFN 21 definitio uel
diff Ca.r.N post si s. l . sit L definitio
C definiti uel diff
Em2HN substantiæ non peruenit. omnia enim quæ maiora sunt, de
minoribus prædicantur, ut animal de homine, minora uero de maioribus minime;
nemo enim uere dicere potest omne animal homo est. atque idcirco si sibi prædicatio
conuertenda est, æqualis oportebit sit. id autem fieri potest, si neque
superfluum quicquam habet neque diminutum, ut in ea ipsa
generis descriptione dictum est enim esse genus quod de pluribus specie
differentibus in eo quod quid sit prædicetur, quæ descriptio cum genere
conuerti potest, ut dicamus quicquid de pluribus specie differentibus in
eo quod quid sit PREDICARE, id esse genus. quodsi conuerti potest, ut ait, nec
plus neque minus continet generis facta descriptio. 1
substantiam CEm2 4 pr . est om. C 5
oporteat EGHL a del .
PRS ante sit add. ut E in ras. m2 FLNPR, s. l. Cm2Hm2 6
habeat R diminutiuum Em1 7 enim est G
esse s. l. Em2L, post genus Pm2 8 prædicatur
Em2FNa.c . post ut s. l . si Lm2 quicquid quod
EGLm1RS 10 prædicatur Em2 11 conuerti potest * ñ er .
conuertitur C conuertitur. est F conuerti non del
. potest S neque neque FLm2P nec nec
HLm1 neque nec N 12 continet s. l. Nm2 Sm2,
om. F, post generis CEGL facta dicta 196, 17 BOEZIO
V. C. ET I LL EXCONS. ORD. PATRICII IN ISAGOGAS YSAGOG. E PORPHYRII ID EST INTRODVCTIONEM
introductiones C A SE TRANSLATAS
EDITIONIS SECVNDÆ COMMENTARIVS SECVNDVS EXPLIC. commentum in secdo lib.
explic. C, post
PORPHYRII add . SCDE EXPOSITIONIS LIB. II. EXPLICIT E INCIPIT
C pleraque litt. minusc.
scr . GE uariis cum
scripturis compendiisque ; sede translationis comtarius expł incip lib IΙI. L ; EXPL COMMENTARIVS. II. INCIPIT LIB TERTIVS.
S; EXPLIC COMENTORV LIBER SCDS. INCIPIT TERTIVS N·, EXPLICIT LIBER SECDS.
INCIPIT LIBER TERTIVS TERCIVS LIBER P FP ; INCIPIT LIBER
TERTIVS R ; subscriptio deest in H Superior de genere
disputatio uideatur forsitan omnem etiam speciei consumpsisse tractatum. nam
cum genus ad aliquid prædicetur, id est ad speciem, cognosci natura generis non
potest, si speciei quæ sit intellegentia nesciatur. sed quoniam diuersa
est in suis naturis eorum consideratio atque discretio, diuersa in permixtis,
idcirco sicut singula in prooemio proposuit, ita diuidere cuncta persequitur.
ac primum post generis disputationem de specie tractat. de qua quidem dubitari
potest. si enim hæc fuit ratio præponendi generis reliquis omnibus, quod
naturæ suæ magnitudine cetera contineret, non æquum erat speciem differentiæ in
ordine tractatus anteponere, quod differentia speciem contineret, cura præsertim
differentiæ ipsas species informent. prius autem est quod informat quam id quod
eius informatione perficitur. posterior igitur est species a differentia,
prius igitur de differentia tractandum fuit. etenim prooemio etiam consentiret,
in quo eum ordinem collocauit quem naturalis ordo suggessit, dicens utile esse
nosse quid genus sit et quid differentia. huic respondendum est quæstioni,
quoniam omnia quæcumque dicens p. 147, 5. 7. 148, 17. 2
uidetur CGHL, ras. ex uideatur PS 3 sumpsisse
CHN 5 nescitur FHm1 mixtis Fa.c.Lm1 8
posuit H diuidere ante ita G, post
cuncta CLP, diuise HNa.c . prosequitur Gm1PR 10
proponendi CFNR genus R 12 nonne Em2FHPSm2 ante æquum
add . et HP, s. l. Em2 speciei differentiam EFHLm2P; cf. 239,
9 13 obtineret CLm1 14 ipsæ CNP est s. l.
Gm2Lm2 15 informet E 16 post Em1GLm1RS igitur ergo
C a om. CRS, er. L 17 ut enim N ut CH
etiam om. CF 18 post quo add . prius
CN eam ordine CFN quam CFN 19 post
dicens add . ubi ait E 20 ante huic add .
sed E ad aliquid PREDICARE, substantiam semper ex oppositis
sumunt. ut igitur non potest esse pater, nisi sit filius, nec filius, nisi præcedat
pater, alteriusque nomen pendet ex altero, ita etiam in genere ac specie uidere
licet. species quippe nisi generis non est rursusque genus esse non
potest, nisi referatur ad speciem; nec uero substantiæ quædam aut res absolutæ
esse putandæ sunt genus ac species, ut superius quoque dictum est, sed quicquid
illud est quod in naturæ proprietate consistat, id tunc fit genus ac species,
cum uel ad inferiora uel ad superiora referatur. quorum ergo relatio
alterutrum constituit, eorum continens factus est iure tractatus. De specie
igitur inchoans ait hoc modo. Species autem dicitur quidem et de unius
cuiusque forma, secundum quam dictum est primum quidem species digna
imperio dicitur autem species et ea quæ est sub adsignato genere, secundum quam
solemus dicere hominem quidem speciem animalis, cum sit genus animal, album
autem coloris speciem, triangulum uero figuræ speciem. Sicut
generis supra significationes distinxit æquiuocas, ita idem in specie facit
dicens non esse speciei simplicem significationem. et ponit quidem duas, longe
autem plures esse 7 superius Porph. Boeth. positis Gm1Sm1 3 nomen non
Ea.c.Ga.c . 4 uideri EP 8 in om. R 9 consistit
CLNPSm2 constat Em1 tum R ac et H 10
referuntur FLm1 referantur NS refertur Pm2R
11 continuus CN 12 ante De add . sed CH,
m1 in LRS, si E de ex sed Sm2 sed
del. Lm2Rm2 13 ante Species inscriptio DE SPECIE
EXPLICIT DE GENERE. INCIPIT DE SPECIE Ψ additur in 11 et om. L 14 primum G edd . primi L primis
Sm1 priami cett. Busse; Porph. 4, 1 πρώτον piv είδος άξιον τυραννίδος Eurip. Æol. frg.
15, 2 N. ; cf . quemlibet illum infra 200, 22 15
post digna add . est HNPR AAΦ, s. l. LSm2, edd. Busse; om. Porph. post et ras., s. l . etiam Γ 17 quidem om. N, post add . esse FR,
s. l. L, esse post speciem s. l. Pm2 cum animal
om. S 18 autem om. Ε ΑΣ 20 ita om. HN manifestum est,
quas idcirco præteriit, ne lectoris animum prolixitate confunderet. dicit autem
primum quidem speciem uocari unius cuiusque formam, quæ ex accidentium
congregatione perficitur. cautissime autem dictum est unius|cuiusque, hoc enim
secundum accidens dicitur. quæ enim uni cuique indiuiduo forma est, ea
non ex substantiali quadam forma species, sed ex accidentibus uenit. alia est
enim substantialis formæ species quæ humanitas nuncupatur, eaque non est quasi
supposita animali, sed tamquam ipsa qualitas substantiam monstrans; hæc enim et
ab hac diuersa est quæ unius cuiusque corpori accidenter insita est, et
ab ea quæ genus deducit in partes. postremumque plura sunt quæ cum eadem sint,
diuersis tamen modis ad aliud atque aliud relata intelleguntur, ut hanc ipsam
humanitatem in eo quod ipsa est si perspexeris, species est eaque substantialem
determinat qualitatem; si sub animali eam intellegendo locaueris, deducit
animalis in sese participationem separaturque a ceteris animalibus ac fit
generis species. quodsi unius cuiusque proprietatem consideres, id est quam
uirilis uultus, quam firmus incessus ceteraque quibus indiuidua conformantur et
quodam modo depinguntur, hæc est accidens species secundum quam dicimus
quemlibet illum imperio esse aptum propter formæ 1 præterit
CEGLPR primo FHNP formam CN
figuram cett hæc GL s.
l. add . species m2 RSm1 uni om. EGRS 6 ea om.
HN ante species specie H add . ac CHN ex
om. CH 8 forma, s. l . species m. 2 E pr . quæ sed quæ
E eaque ea quæ EFGH Lm1Sm2 post
sed add . est brm, post qualitas S 11 unius
cuiusque corpori CNPm2R in
s. l. Lm2 unius cuiusque in add. Lm1, del. m2 corpore ex -ri Lm2 FHLPm1 unius
cuiusque in s. l. Sm2 corpore EGS accidentaliter
CLm2P sita FHLm1 si ita Na.c . ea hac F
postremoque CNPm2 recte? postremo quoque Rm1 postremum
quæ Rm2S postremum H 13 sunt FH post atque
add . ad CHR 14 intelligantur LRm1 si post
humanitatem FHN respexeris N eaque Cm1N ea quæ cett .
determinet R 16 eam om. GPRS recte?, s. l. Em2
se Lm1N 18 species generis C 20 informantur
LPm2 accidentalis Lm2Pm2 quamlibet FLm1
quodlibet Sm2 illum om. CHLNP illud RS
eximiam dignitatem. huic aliam adiungit speciei significationem, id est
eam quam supponimus generi. nos vero triplicem speciei significationem esse
subicimus, unam quidem substantiæ qualitatem, aliam cuiuslibet indiuidui
propriam formam, tertiam de qua nunc loquitur, quæ sub genere collocatur.
credendum uero est propter obscuritatem eius quam nos adiecimus, quia nimirum
altiorem atque eruditiorem quæreret intellectum, ea tacita prætermissaque
ceteras edidisse. cuius quidem speciei hæc exempla subiecit, ut hominem
quidem animalis speciem, album autem coloris, triangulum uero figuræ; hæc
enim omnia species nuncupantur eorum quæ sunt genera, animal quidem hominis,
albi autem color, trianguli figura. Quodsi etiam genus adsignantes speciei
meminimus dicentes quod de pluribus et differentibus specie in eo quod
quid sit prædicatur, et speciem dicimus id quod sub genere est. Dudum cum
generis descriptionem adsignaret, in generis definitione speciei nomen iniecit
dicens id esse genus quod de pluribus specie differentibus in eo quod quid ait
præ dicaretur, ut scilicet per speciei nomen definiret genus. nunc uero cum
speciem definire contendat, generis utitur nuncupatione dicens speciem esse quæ
sub genere ponatur. Porph. Boeth. Dicens s. 3
subiecimus CLN substantialem FLm2Bm2 4 indiuiduam
G 5 collocatur -catur in ras. m2 E colligatur
GLm2 colligitur m1
Rm1s 6 est est quod EPRS 7 quia quæ CN quærit
C quæret Hm1N prætermissa quæ Em1Sa.c . prætermissa
Rm1 dedisse Gm1 edidisset R, ante edid. add
. ipsum r 9 ut et EGLm1Ra.c.S 11 eorum quæ CFHN earum quæ EGR
earumque LPS 12 trianguli figura Lm1 figura trianguli Pm2
forma trianguli HNPm1 trianguli forma cett.; fort, trianguli
>uero>; cf. 10. 199, 19 13 Quodsi Quid sit FPm1 Quod
sit m2 Quod CL
Sic Λ2 signantes F 14 et om. F, s. l.
R 15 sit om. ERS prædicatur quid sit 19 om. N
id s. l. Hm2 16 quod sub assignato genere ponitur est p
edd., Porph. 4, 6 το όπό τό άποοοθ-έν γένος 19 et differentibus 180, 1 20 genus
definiret C 21 nunc nam Cm1 cui quidem dicto illa
quæstio iure uidetur opponi. omnis enim definitio rem declarare debet quam
definitio concludit, eamque apertiorem reddere quam suo nomine monstrabatur. ex
notioribus igitur fieri oportet definitionem quam res illa sit quæ definitur.
cum igitur per speciei nomen describeret uel definiret genus, abusus est
uocabulo speciei uelut notiore quam generis atque ita ex notioribus descripsit
genus. nunc uero cum speciem uellet termino descriptionis includere, generis
utitur nomine rerumque conuertit notionem, ut in generis quidem sit notius
speciei uocabulum, in speciei autem descrip tione sit notius generis, quod
fieri nequit. si enim generis uocabulum notius est quam speciei, in definitione
generis speciei nomine uti non debuit. quodsi speciei nomen facilius
intellegitur quam generis, in definitione speciei nomen generis non fuit
apponendum. cui quæstioni occurrit dicens: Nosse autem oportet
quod, quoniam et genus alicuius est genus et species alicuius est species,
idcirco necesse est et in utrorumque rationibus ntrisque uti. Omnia quæcumque
ad aliquid prædicantur, ex his de quibus prædicantur, substantiam sortiuntur;
quodsi definitio unius cuiusque substantiæ proprietatem debet ostendere,
iure ex alterutro fit descriptio in his quæ inuicem referuntur. ergo quoniam
genus speciei genus est et substantiam suam et Porph. Boeth. post,
definitione uel diff-
CHNPm2 claudit C nec concludit F 3
monstrabat E -bat ex -batur? m2 R 5
sit est FHN 6 notiorem FR uelit FHNPm1 9
conuertit uidetur conuertere CHLm2P genere R 10
post quidem add . descriptione CFHLN, in mg. Em2, fort.
recte autem quidem C uero FHNP 11 sit om. G
pr . genus FH 16 autem om. Porph . quod add. edd.;
Porph. είϊέναι χρή ότι, έπεί χτλ . pr . est om. FN, s. l
. Λ, ante alicuius Σ idcirco in utrisque necesse est utrorumque rationibus
uti Σ et hoc N om . FPSA S
neutrorumque Em1 utrasque Em1 utriusque Λ 20 post definitio add . uel
descriptio CFHNP, s. l. Em2Lm2
ante inuicem add . ad CL, s. l. Pm2, ad se F, s.
l. Rm2 ante
substantiam add . in FHm1, del. m2 post, et om. F, s. l.
Hm2Sm2 uocabulum genus ab specie sumit, in definitione generis
speciei nomen est aduocandum, quoniam uero species id quod est sumit ex genere,
nomen generis in speciei descriptione non fuit relinquendum. quoniam uero
diuersæ sunt specierum qualitates aliæ enim sunt species, quæ et genera
esse possunt, aliæ, quæ in sola speciei | permanent proprietate neque in
naturam generis transeunt , idcirco
multiplicem speciei definitionem dedit dicens: Adsignant ergo et sic
speciem: species est quod ponitur sub genere et de quo genus in eo quod
quid sit prædicatur. amplius autem sic quoque : species est quod de pluribus et
differentibus numero in eo quod quid sit prædicatur. sed hæc quidem adsignatio
specialissimæ est et quæ solum species est, aliæ uero erunt etiam non
specialissimarum. Tribus speciem definitionibus informauit, quarum quidem
duæ omni speciei conueniunt omnesque quæ quolibet modo species appellantur, sua
conclusione determinant, tertia uero non ita. cum enim duæ sint specierum formæ,
una quidem, cum species alicuius aliquando etiam alterius genus esse
potest, altera, cum tantum species est neque in formam generis 9 15 Porph.
4, 9 14 Boeth.
29, 2 7. 1 genus om. H generis FLS ab om. F a NR,
s. l. Hm2 specie s. l . Hm2 species F
definitionem uel diff-
FGHP 2 pr . est fuit Lm2 post aduocandum Pm2 3
descriptione definitione uel diff- CFHLm2N diffinicione uel
descripcione P 4 relinquendum omittendum FHN uero
post sunt H 8 reddit FN 9 ergo uero
PLm2 autem Σ et er. Λ speciem sic F quæ CNR h m1 quo m2
ΛΣ 10 quo EGHLm2Pm1 > qua
cett . 11 amplius prædicatur 13 om. L 12 et om . S
ac EGRS 13 post prædicatur add . ut homo equs
sic bos et asinus et cetera C 14 specialissimæ ΧΨρ -me specialissima
cett. codd. brm ; Porph. 4, 12 aΰτη μέν ή άπόδοσις τού εΐδιχωχάτου άν εΐη et om.
FHR, s. l. Pm2, del. Sm2 sola C 17 omnis G 18
determinantur Hm2 19 post ita s. l . est
Hm2 sint om. Em1 sunt CEm2GR ante
specierum add . species Cm1, del. m2 20 post cum
s. l . sit Lm2, post aliquando EP del. m1?,
post species s. l . scil. sit N transit, priores
quidem duæ, illa scilicet in qua dictum est id esse speciem quod sub genere
ponitur, et rursus in qua dictum est id esse speciem de quo genus in eo quod
quid sit prædicatur, omni speciei conueniunt. id enim tantum hæ definitiones
monstrant quod sub genere ponitur. nam et ea quæ dicit id esse speciem
quod sub genere ponitur. eam uim significat speciei qua refertur ad genus, et
ea quæ dicit id esse speciem de quo genus in eo quod quid sit prædicatur, eam
rursus significat speciei formam quam retinet ex generis PREDICAZIONE idem est
autem et poni sub genere et de eo prædicari genus, sicut idem est supponi
generi et ei genus præponi. quodsi omnis species sub genere collocatur,
manifestum est omnem speciem hoc ambitu descriptionis includi. sed tertia
definitio de ea tantum specie loquitur quæ numquam genus est et quæ solum
species restat. hæc autem species ea est quæ de differentibus specie
minime prædicatur. nam si id habet genus plus ab specie, quod de differentibus
specie prædicatur, si qua species prædicetur quidem de subiectis, sed non de
specie differentibus, ea solum erit superioris generis species, subiectorum
uero non erit genus. igitur PREDICAZIONE ea quam species habet ad subiecta, si
talis sit, ut de differentibus specie non prædicetur, distinguit eam ab his
speciebus 2 ponitur genere om. N rursum CR quo Schepss
qua codd. et edd.; prædicaretur EGLRS prædicetur edd . 5
ponuntur Cm2HN 6 speciem om. Sm1 species m2G
post eam add. tantum FHNP, s. l. Lm2 7 qua CNP quæ cett . 8 quo p Schepss qua codd. brm; cf.
3 genus s. l. Em2, ante add . species G prædicetur
FHLm2NP prædicaretur S 9 speciei om. C 10
est post autem E s. l. m2 R supponi EFGHLRS 11 generi genere
CGm1 12 omnes sed collocatur
ELN 13 post est add . autem CEGL del. m2 S
del. m2 15 est om. EGS, ante genus ΗR, fit L perstat E
pers in ras. HNa.c . 17 habet ante plus FH, post
N, plus post habet L a RS 18 si qua
species om. N prædicetur om. N prædicatur Em1HSm2
post subiectis add . Species uero differentibus numero
N 19 de om. N 21 de non non differentibus specie
N 22 ante distinguit add . sed hanc terciam, sed
del. E, post add . enim, sed del. RS quæ genera esse possunt
et monstrat eam solum speciem esse nec generis PREDICAZIONE tenere. illa igitur
tertia descriptio speciei quæ magis species ac specialissima dicitur, definitur
hoc modo : species est quod de pluribus numero differentibus in eo quod
quid sit PREDICARE -ut homo PREDICARE enim de CICERONE ac Demosthene et ceteris
qui a se, ut dictum est, non specie, sed numero discrepant. Ex tribus
igitur definitionibus duæ quidem et specialissimis et non specialissimis aptæ
sunt, hæc uero tertia solam ultimam speciem claudit. ut autem id apertius
liqueat, rem paulo altius orditur eamque congruis inlustrat exemplis. Planum
autem erit quod dicitur hoc modo. in uno quoque prædicamento sunt quædam
generalissima et rursus alia specialissima et inter generalissima et
specialissima sunt alia. est autem generalissimum quidem super quod nullum
ultra aliud sit superueniens genus, specialissimum autem, post quod non erit
alia inferior species, inter generalissimum autem et specialissimum et genera
et species sunt eadem, ad aliud 7 ut dictum est 188, 13 ss. 12 206, 18 Porph.
Boeth. et s. l. m2 monstrabat S monstratque
FHNP solam Sm2 3 speciei solum species est N
speciei species ac quæ s. l. m2 solum species magisque in
ras. species H 4 hoc modo in mg. Hm2
ante species add . Dicitur enim FHP et
differentibus numero 203, 12 6 Cicerone socrate N post
ac add . de R 8 duæ claudit C om. pr . et E in ras. m2 FH
solum LNP duabus quidem et specialissimas et non specialissimas
species claudit GR una quidem et specialissimam et non specialis
ultimam speciem claudit Sm1, del. et in mg. corr. m2 apte
sunt post duæ quidem, 10 id om. LR rem om. EGS,
s. l. Pm2, post orditur Lm2 12 in uno quoque solum
species RS Q, om. cett . 14
rursum Γ et inter alia om. RS 15 sunt om
. T m1, in mg. scil. sunt ut corpus m2, est ut uid
. Δ 16 super ultra ultra quod nullum RS ultra
nullum ΓΦ 17 specialissima R quod quam RS
18 autem om . Γ
ante et genera add . alia p alia sunt quæ
brm; Porph. 4, 19 άλλα, α ν,α'ι γένη quidem et ad
aliud sumpta. Sit autem in uno PREDICAMENTO manifestum quod dicitur. substantia
est quidem et ipsa genus. sub hac autem est corpus, sub corpore uero animatum
corpus, sub quo animal, sub animali uero rationale animal, sub quo homo, sub
homine uero Socrates et Plato et qui sunt particulares homines. sed horum substantia
quidem generalissi-mum est et quod genus sit solum, homo uero specialissimum et
quod species solum sit, corpus uero species quidem est substantiæ. genus uero
corporis animati; et animatum corpus species quidem est corporis, genus
uero animalis. animal autem species quidem est corporis animati, genus uero
animalis rationalis, sed rationale animal species quidem est animalis, genus
autem hominis, homo uero species quidem est rationalis animalis, non
autem etiam genus particularium hominum, sed solum species. et omne quod ante
indiuidua proximum est, species erit solum, non etiam genus. Prædiximus ab
Aristotele decem prædicamenta esse dis 19 Prædiximus 151, 12. 1
quidem post eadem R 5 ad om . Λ, s.
l. R T uno uno quoque R A quoque er . Φ, ad
uno s. l . isto A m2 2 est quidem R ΓΦ est quiddam repet, est S cett . 3 est
post corpus S, om . Φ 5 uero RST iI s. l. m2 Φ,
om . ΛΛΣΊ Busse; Porph. 4. 23 δέ 6 uero codd. nostri, om. Busse; Porph. 4, 24
δέ post, et om. RS 7 eorum RS generalissimum codd. PQ non L Bussii edd .
generalissima codd. nostri; Porph. 4, 25 τό γινικώτατον 8 uero om. R 9 ante
et add . est 2 pr . specie R 10 est
om . 2, s. l . Δ 11 et sed et brm,
recte ut uid.; Porph. 4, 27 αλλά καί est om. R 12 animal autem rursus
animal brm; Porph. 4, 28 κάλιν δέ to ζώον 13 uero ΓΔ s. l. m2
Π*!', om. cett . animalis Δ s. l. m2
ΣΊ ’ post
rationalis. om. cett.; Porph. 4, 29 γένος δέ τού λογικού ζώου 14 animal est om. R 15 autem uero
RS 16 autem del . h m2 genus etiam R 17 et
om. CEGP indiuiduum F est s. l. E erit
CGR solum species erit LS erit solum species E
solum species est CR solum speciem non etiam genus esse
liquet G 19 Prædicimus R, add. etiam L
posita, quæ idcirco prædicamenta uocauerit, quoniam de ceteris omnibus prædicantur.
quicquid uero de alio prædicatur, si non potuerit PREDICAZIONE conuerti, maior
est res illa quæ PREDCIARE ab ea de qua PREDICARE. itaque hæc PREDICAMENTI
maxima rerum omnium, quoniam de omnibus PREDICARE sunt. in uno quoque igitur
horum PREDICAMENTI quædam generalissima sunt genera et est longa series
specierum atque a maximo decursus ad minima. et illa quidem quæ de ceteris PREDICARE
ut genera neque ullis aliis supponuntur ut species, generalissima genera
nuncupantur, idcirco quia his nullum aliud superponitur genus, infima uero quæ
de nullis speciebus dicuntur, specialissimæ species appellantur, idcirco
quoniam integrum cuiuslibet rei uocabulum illa suscipiunt quæ pura inmixtaque
in ea de qua quæritur proprietate sunt constituta. at quoniam species id quod
species est ex eo habet nomen, quia supponitur generi, ipsa erit simplex
species, si ita generi supponatur, ut nullis aliis differentiis præponatur ut
genus. species enim quæ sic supponitur alii, ut alii præponatur, non est
simplex species, sed habet quandam generis admixtionem, illa uero species quæ
ita supponitur generi, ut minime speciebus aliis præponatur, illa solum species
simplexque est species atque idcirco et maxime species et specialissima
nuncupatur. inter genera igitur quæ sunt generalissima et species quæ
specialissimæ sunt, in medio 1 uocauit Lp.c.P dicuntur
N 3 poterit CNSm1 res om. E, sed ras .,
ratio R 4 post, prædicatur dicitur HNP 5
maxime Em1G a.c . 7 quædam quæ CFHN genera om. CN,
ante sunt F et om. CHN maximis
CFHNPm2 11 quia quoniam HN inpermixtaque Em2HPm2
intermixtaque NPm1 de qua s. l. Sm2 de quo
R quæ E ex alia uoce N 15 at ut CFN quod quoniam
E 16 nomen om. FN quia quoniam F aliis om.
C ante alii add . generi CL del. m2, post s. l.
P simplex om. GRS, s. l
. Em2Lm2 atque idcirco maxime -ma H species est est om. H in mg. Hm1?, s. l.
Lm2 ante species add . est P, post C, s. l. Lm2 specialissima EGSm1 sunt
om. EG, s. l. Pm2, post quæ L sunt quædam quæ superioribus
quidem collata species sunt, inferioribus uero genera. hæc subalterna genera
nuncupantur, quod ita sunt genera, ut alterum sub altero collocetur. quod
igitur genus solum est, id dicitur generalissimum genus, quæ uero ita sunt
genera, ut esse species possint, uel ita species, ut sint genera
nonnumquam, subalterna genera uel species appellantur. quod uero ita est
species, ut alii genus esse non possit, specialissima species dicitur.
His igitur cognitis sumamus PREDICAMENTI unius exemplum, ut ab eo in
ceteris quoque PREDICAMENTI atque in ceteris speciebus in uno filo atque
ordine quid eueniat possit agnosci. substantia igitur generalissimum genus est;
hæc enim de cunctis aliis PREDICARE ac primum huius species duæ, corporeum,
incorporeum; nam et quod corporeum est, substantia dicitur et item quod
incorporeum est, substantia PREDICARE sub corporeo vero animatum atque
inanimatum corpus ponitur, sub animato corpore animal ponitur; nam si sensibile
adicias animato corpori, animal facis, reliqua uero pars, id est species,
continet animatum insensibile corpus. sub animali autem rationale atque
inrationale, sub rationali homo atque deus; nam si rationali mortale
subieceris, hominem feceris, si inmortale, deum, deum uero corporeum; hunc enim
mundum ueteres deum uocabant et Iouis eum appellatione 1 quidem om.
EG collata FHm1NPm2 collatæ
Cm2EGHm2 add. e, sed exters
. Lm2 collocata Pm1 collocatæ Cm1Lm1RS in
ras. sunt species CLR hæc et C nominantur
FHNP 3 alterutrum Ea.r.Pm1 alterutro Pm2 ita s. l. Em2Lm2, ante ut
C ut sint est species 7 s. l. Em2 9 igitur ergo
E ante in add . ut Lm2Pm2 uno quoque
Em2H quoq. del. m1 ? PRS quod Ea.c .
GLm2Pm1R 14 duæ om. HN sunt add. C,s.l. Pm2, ante
duæ L post pr . corporeum add . et C, s. l. Pm2, atque
FHN 15 ante post . substantia add . et ES del, ex
R 17 sub animato ponitur om. R post . ponitur collocatur
FHNP 18 adicies RS 19 inanimatum Cm1Lm2NPm2S
in s. l. minus cert ., post add . et s. l. Pm2 20
post rationali add . autem L 22 feceris om. GRS,
s. l. Em2, scil. fecisti ante hominem
s. l. Sm2 constituis L post uero s. l . dico Lm2,
post corporeum Sm2 23 deum ueteres LN
dignati sunt deumque solem ceteraque cælestia corpora, quæ animata esse
cum Plato, tum plurimus doctorum chorus arbitratus est. sub homine uero
indiuidui singularesque homines ut Plato, CATONE, CICERONE et ceteri, quorum
numerum pluralitas infinita non recipit. cuius rei subiecta descriptio
sub oculos ponat exemplum substantia corporea incorporea corpus animatum inanimatum
animatum corpus sensibile insensibile animal rationale inrationale rationale
animal mortale | inmortale homo Plato CICERONE CATONE Superius posita
descriptio omnem ordinem a generalissimo usque ad indiuidua prædicationis
ostendit. in qua quidem substantia generalissimum dicitur genus, quoniam præposita
est omnibus, nulli uero ipsa supponitur, et solum genus propter eandem
scilicet causam, homo autem species solum, quoniam Plato, 1 dignati sunt designauerunt
Em2 deum quoque HLm2P 2 cum tum Em2F
platone Lm2PSm1 tunc CGLSm1 4 cato om. C,
ante plato L, tito N 5 oculis CFP 6
ponit Lm1 figuram supra depictam exhibent P est altera de duabus ipsa
quoque a m1 facta, prior minus dilucida est, nisi quod ad pr . animal add
. sensibile et rationale post post . animal pos., et E,
in quo ordo nominum cato plato cicero est, simillima est in G, sed
extrema pars homo Cicero deest, et in H, nomina tamen
socrates plato cicero sunt; in S uoces mediæ tantum substantia homo
extant, sub uoce homo unum nomen est FVLCO GONCŁ, explicare non
potuimus; figura deest in CFLNR, in F post ponat exemplum est
SVBSTANTIA 8 ad om. H, s. l. Em2 indiuiduum FLN in qua et
E 10 uero ergo H Cato et Cicero, quibus est ipsa præposita,
non differunt specie, sed numero tantum. corporeum uero, quod secundum a
substantia collocatur, et species esse probatur et genus, substantiæ species,
genus animati. at uero animatum genus est animalis, corporei species. est enim
animatum genus sensibilis, animatum uero sensibile animal est; ipsum
igitur animatum propter propriam differentiam, quod est sensibile, recte genus
esse dicitur animalis. animal uero rationalis genus est et rationale mortalis.
cumque rationale mortale nihil sit aliud nisi homo, rationale fit animalis
species, hominis genus. homo uero ipse Platonis, CATONE, CICERONE non
erit, ut dictum est, genus, sed est solum species. nec solum differentiæ
rationalis species est homo, uerum etiam Platonis et CATONE ceterorumque
species appellatur, propter diuersam scilicet causam. nam rationalis idcirco
est species, quoniam rationale per mortale atque inmortale diuiditur, cum
sit homo mortale. idem nero homo species est Platonis atque ceterorum; forma
enim eorum omnium homo erit substantialis atque ultima similitudo est autem
communis omnium regula eas esse species specialissimas quæ supra sola indiuidua
collocantur, ut homo, equus, coruus sed non
auis; auium enim multæ sunt species, sed hæ tantum species esse dicuntur , quorum subiecta ita sibi sunt consimilia, ut
substantialem differentiam habere non possint. in omni autem hac dispositione
priora genera cum inferioribus coniunguntur, ut posteriores efficiant species;
nam 1 Cato tito N et om. P, s. l. Lm2 5
corporis FN enim autem CLSm2 ipsum post
igitur FL s. l. m2, om. EGRS propter præter H 7 quæ
ER 8 post rationale add. est genus R, s. l .
scil. genus L 11 Catonis om. CLN titonis N
ante Ciceronis add . et CFHP 12 species est solum
C 13 catonis et platonis CL platonis titonis N
15 post rationalis add . homo G homo om.
EGLS 17 atque et C eorum enim E erit est
FHNP ante omnium add . et R post
regula add . est EG esse ante eas FNS
s. l. m2, om. EGR 21 enim uero CEGLRS 22 hæc Gm1NR
hee P species om.
E quarum Em2FSm2 sibi om. R disputatione
F iunguntur CLm1 coniungantur m2 efficiunt
Fa.c.Sm1 efficiat m2 ut sit corpus substantia, cum
corporalitate coniungitur et est substantia corporea corpus. item ut sit animatum,
corporeum atque substantia animato copulatur et est animatum substantia
corporea habens animam. item ut sit sensibile, eidem tria illa superiora
iunguntur nam quod est sensibile, tantum est, quantum substantia corporea
animata retinens sensum, quod totum animal est. item superiora omnia rationi
iuncta efficiunt rationale postremumque hominem superiora omnia nihilo minus
terminant; est enim homo substantia corporea, animata, sensibilis,
rationalis, mortalis nos uero definitionem hominis reddimus dicentes animal
rationale, mortale, in animali scilicet includentes et substantiam et corporeum
et animatum atque sensibile. et in ceteris quidem speciebus atque generibus ad
hunc modum uel genera diuiduntur uel species describuntur. Quemadmodum
igitur substantia, cum suprema sit, eo quod nihil sit supra eam, genus erat
generalissimum, sic et homo, cum sit species post quam non sit alia species
neque aliquid eorum quæ possunt diuidi, sed solum indiuiduorum indiuiduum enim est 71
Socrates et Plato , species erit
sola et ultima species Porph. Boeth. eadem H idem
ex eidem Lm2 6 retinet CN habens L 7
rationali Pm2 coniuncta HL efficiuntur
Ea.r.GS 8 postremoque CHNP recte? postremum -mo L uero
LS 11 inter mortale et in animali add . quia
animal includit ur in se et substantiam et corporeum et animatum atque
sensibile R 12 atque et H 14 describuntur distribuuntur
FN 15 cum R sed ante breuis
ras. fi quæ cum cett . quæ del. et in mg. scr .
parentesis 5 m2 ; an quæ scribend .? suprema om. S
summa G eo quod et A a.c . nihil nullum N SA
sit om. F, s. l . Λ, est post eam
Λ2 erat RSm1 erit m2F sit
P est cett. codd . edd. Busse; Porph. 5, 2 ήν sic et species
dicitur 212, 15 RS Q, om. cett . et etiam RS ΤΦ, glossa ut uid. ad et in Π alia aliqua
RS; add . inferior ΔΛΠΣ*Ρ Busse, post species Γ, om. RS Φ edd. Porph. 5, 3
aliud R post
diuidi add . in species edd., recte ut uid., etiam Bussio placet;
Porph. 5, 3 χών χέμνεοΟαι ουναμένων εις είδη post indiuiduorum add . species R
20 post Plato add . et hoc album brm, fort. recte;
Porph. 5, 4 xat χοοχι χό λεοχόν solum R
solam S et, ut dictum est, specialissima. quæ uero sunt in
medio, eorum quidem quæ supra ipsa sunt, erunt species, eorum vero quæ post
ipsa sunt, genera. quare hæc quidem habent duas habitudines, eam quæ est ad
superiora, secundum quam species ipsorum esse dicuntur, et eam quæ est ad
posteriora, secundum quam genera ipsorum esse dicuntur. extrema uero unam
habent habitudinem. nam et generalissimum ad ea quidem quæ posteriora sunt,
habet habitudinem, cum genus sit omnium id quod est supremum, eam uero quæ
est ad superiora, non habet, cum sit supremum et primum principium,
specialissimum autem unam habet habitudinem, eam quæ est ad superiora, quorum
est species, eam uero quæ est ad posteriora, non diuersam habet, sed etiam
indiuiduorum species dicitur, sed species quidem indiuiduorum uelut ea
continens, species autem superiorum, uelut quæ ab eis contineatur.
ipsa om. R, post sunt Γ species erunt RS;
Porph. 5, 6 είη αν εϊδη 3 uero sunt om.
S, s. l . autem quæ sunt sub se erunt m2 uero autem RSm2 V<]?}
fort. recte
post ipsa sub ipsis R 4 duas habent ΔΛ2 Busse; Porph. 5, 7 έχει Sio σχέσεις habentes S 7
dicuntur esse R extremæ -me Sm1 h m1 A2 m2 b 8 habent
unam Δ et generalissimum id quod generalissimum est
RS; Porph. 5, 9 το τε γάρ γενιχώτατον 9 habet habet unam Δ 10 genus post omnium R,
post sit S Σ id hic R
ea R 11 post uero add . habitudinem Γ non habet hic om., post
principium add . non habet habitudinem R, add . et ut diximus supra
quod non est aliud superueniens genus edd. cum Porph. 5,12 12
ante specialissimum add . et brm Busse, fort.
recte, om. codd. etiam LPQ Bussii; Porph. 5, 12 «ύ τί> είδιχώτατον δέ specialissimam R T
m1 specialissima S autem etiam brm 13 eam
om. RS 14 posteriora inferiora RS
511, recte ? 15 non diuersam Sm1
edd . quorum diuersam A m1 non
del. uel om . diuersam, Sm2 A m2 et cett. Busse; Porph.
oi% άλλοίαν species dicitur indiuiduorum om. FHN, sed indiuiduorum
om. CT quidem om. Σ, post add. dicitur edd.;
codd. quidam Porph. λέγεται eam N 17 post continens
add. est Σ autem uero L 18 his NR illis
F contineantur CEm2H continetur N Ω sed corr . K m2, ex
-entur II m2 Ex proportione speciei nomen et generis
ostendit. nam ut genus, quoniam non habet genus supra se, generalissimum genus
dicitur, ut substantia, ita species, quoniam non habet sub se speciem, sed
indiuidua, specialissima species dicitur, ut homo. quid est autem species
non habere his præesse quæ neque in dissimilia diuidi possunt, ut genera
diuiduntur, neque in similia secantur, ut species. quæ uero inter genera
generalissima speciesque specialissimas constituta sunt, ea et species et
genera nuncupantur, quoniam et ipsa aliis supponuntur et his alia subiciuntur,
quorum uel in dissimilia uel in similia possit esse partitio. cumque duæ sint
habitudines et quasi comparationes oppositæ, quæ in omnibus generibus
speciebusque uersentur, una quidem quæ ad superiora respiciat, ut specierum, quæ
suis generibus supponuntur, alia uero quæ ad inferiora, ut generum, cum
speciebus propriis præponuntur, generalissima quidem genera unam tantum
retinent habitudinem, eam scilicet quæ inferiora complectitur, illam uero quæ
ad præposita comparatur, non habent. generalissimum enim genus nulli
supponitur. item species specialissima unam possidet habitudinem, per quam
scilicet ad sola genera comparatur, illam uero quæ ad inferiora committitur,
non habet; nullis enim speciebus ipsa præponitur. at uero quæ subalterna sunt
genera, utraque habitudine funguntur. 1 propositione FPm1
et om. N, del. Sm2, etiam FL 2 super F se
om. CN, s, l. Lm2 4 species specialissima FHN 5 speciem
Lm2 post habere add . nisi
ex 2 al. litt. m2 L hoc est N id est R,
inseruit Pm1? 6 possint ESm2 7 ante
neque add . sed P, del. m1?, s. l· Lm2 quæ constituta specialissimæ
constitutæ, cet. om. EGRS ea
et illæ illa L uero
EGLRS 9 et om. FP quoniam quæ EGLm1R subponantur
S 10 subiciantur S pr . uel om. EGR, s. l. Lm2 uel in
similia om. EGRS 11 possint EGLm1S possunt
R paratio Cm1 partitiones EGLa.r.RS cumque comparationes
om. EGRS, in mg. Lm2 duo Cm1 sunt NPa.c. subpositæ
CHm1Lm1N, om. F 13 uersantur EGL 16 una Cm1
retinent ante tantum H retinet R
habent N illam comparatur
21 om. S habet G, m1 in CEH 19 genus enim H
nullis F 23 quæ illa quæ F utramque habitudinem
G nam et illam possident quæ ad superiora respicit, quoniam quæ
subalterna sunt, habent superpositum genus, et illam quæ de inferioribus PREICARE;
habent enim subalterna genera suppositas species, ut corporeum ad substantiam
quidem eam retinet habitudinem qua potest poni sub genere, ad ani matum uero
eam qua potest de specie prædicari specialissimæ uero species licet ipsæ
indiuiduis præponantur, tamen præpositi habitudinem non habebunt, idcirco
quoniam illa quæ speciei ultimæ supponuntur, talia sunt, ut quantum ad
substantiam unum quiddam sint non habentia substantialem differentiam,
sed accidentibus efficitur, ut numero saltem distare uideantur, ut pæne dici
possit et pluribus præesse speciem et quodammodo nulli omnino esse præpositam.
nam cum species substantiam monstret unam, quæ omnium indiuiduorum sub specie
positorum substantia sit, quodammodo nulli præposita est, si ad
substantiam quis uelit aspicere. at si accidentia quis consideret, plures de
quibus PREDICARE species fiunt, non substantiæ diuersitate, sed accidentium
multitudine. itaque fit ut genus quidem semper plurimas sub 1
ad illam et quæ s. l . ał illud et ał
quod L ad om. CGHLPS quoniam quæ quantum que
S 2 post sunt add . genera P, s. l. Lm2 3
prædicantur Hm1Sm1 4 superpositas Hm1 5 qu * a i
er . C poni potest E 6 quæ EHm1LPN specie speciebus
R 7 præponuntur Hm1Pm1 8 subpositi E habent
EP habebit Gm2 9 ultima EGLm1S ad substantiam substantia
F 10 quidem GLm2S non nec FHLm2NP habentia Em2 habentes CEm1GL es
ex al. litt. m2 PS habentem R habent FHN
11 post sed s. l . scii, ex Hm1?
accidentibus del. et s. l . ał accidentalem Hm2 uel al .,
accidentalem, s. l . ał accidentibus Lm1, s. l . Nam
accidentibus m2 saltim Lm2NPR 12 possint
EFGLRS et nec F, m1 in HLN 13 species EGL es in er . em? m2 Pm1RS
esse om. FHN præpositæ EGLRSm2 -tum m1 nam cum præposita est 16 in sup. mg.
Lm2 14 monstraret HPm1 monstrat RS unam, quæ S unaque CFHNP ras. ex -que unam quamque
EGR unam * L 15 substantiæ GLR sit s. l.
ante substantia Pm2, om. EGLR, est S ante quodammodo
add. fit HN, post nulli C, om . est CHN 16 ad om.
EGPRS 17 ac GR prædicatur EGLRS se habeat
species; de differentibus enim specie PREDICARE, differentia uero nisi
pluralitati non conuenit. at uero species etiam uni aliquando indiuiduo præesse
potest. si enim unus, ut perhibetur, est phoenix, phoenicis species de uno
tantum indiuiduo PREDICARE; solis etiam species unum solem intellegitur
habere subiectum. ita nullam multitudinem species per se continet, cum
etiam si unum sit tantum indiuiduum, speciei tamen non pereat intellectus;
quibusdam enim suis quasi similibus partibus præest. ut si æris uirgulam
diuidas, secundum id quod æs dicitur, idem et partes esse intellegitur et
totum. idcirco dictum est speciem, licet sit indiuiduis præposita, unam tamen
habitudinem possidere, unam scilicet qua species est. quoniam enim præpositis
subditur, species nuncupatur, et est superiorum species tamquam subiecta
inferiorum quoque species, idcirco quoniam eorum substantiam monstrat. speciem
uero substantiam nuncupamus, nec ita est species substantia indiuiduorum,
quemadmodum speciei genus; illud enim pars substantiæ est, ut animalis homo reliquæ
enim partes rationale sunt atque mortale, homo uero Socratis atque CICERONE
tota substantia est; nulla enim additur differentia substantialis ad hominem,
ut Socrates fiat aut Cicero, 1 de differentibus enim quod de
differentibus CL 2 ni C 4 est post
unus FHP, post phoenix N 5 solem EGPpr solum cett. codd . bm;
cf. 218. 3. 219, 17 . 7 cum om. S ut CFN tantum
om . ENRS; cf.219,11 post indiuiduum add . unius generis
G 8 tamen om. C perit Sm2, add . sensus et F
9 post uirgulam add . in partes suas suas partes P id est id est om. F æneas particulas particulas om. F, æneas
uirgulas, sed del. L CFHLN, in mg. Pm2 10
intelliguntur H 12 possidet FN unam illam L
eam unam F 13 ante qua s. l . in Sm2
14 nuncupatur nominatur FHN 16 demonstrat CEGLP est om.
S, post species in ras. N, esset F 17 substantia
ia ex ie F ante species FNa.c.RS,
post indiuiduorum C 18 animalis homo EGLm1 homo animalis Sm2P
animal hominis CLm2Sm1 hominis animal FH inis in
ras. m2 et post animal 2 litt. er . NR 19 etenim
R sunt om. EGR post mortale add . adduntur om. N
animali ad diffiniendam substantiam hominis N edd . uero om.
CFGLRS sicut additur animali rationale atque mortale, ut homo
integra definitione claudatur. idcirco igitur species specialissima tantum
species est atque hanc solam possidet habitudinem ad superiora quidem, quoniam
ab his continetur, ad inferiora uero, quoniam eorum substantiam format et
continet. Determinant ergo generalissimum ita, quod cum genus sit, non est
species, et rursus, supra quod non erit aliud superueniens genus,
specialissimum uero, quod cum sit species, non est genus et quod cum sit
species, numquam diuiditur in species et quod de pluribus et
differentibus numero in eo quod quid sit prædicatur. ea uero quæ in medio sunt
extremorum, subalterna uocant genera et species, et unum quodque ipsorum
speciem esse et genus ponunt, ad aliud quidem et ad aliud sumpta. ea uero quæ
sunt ante specialissima usque ad generalissimum ascendentia, et genera dicuntur
et species et subalterna genera, ut Agamemnon Atrides et Pelopides et
Tantalides et ultimum Iouis. Posteaquam naturam generum ac specierum
diuersitatemque monstrauit, eorum ordinem definitionis descriptionisque
commemorat. ac primum quidem generalissimi generis terminum Porph. Boeth.
rationalis atque mortalis N 3 possidet optinet P
6 post determinant add . philosophi C ergo
om. CN enim EGLm1 <t> p.c.; Porph. 5, 17
τοίνον ita om. CGHP, s. l. Em2 A m2 quod quoniam
S 7 sit genus NR et rursus genera ut 17 LRS ii,
om. cett . rursum S 8 erit LRS T est cett.; Porph. 5, 18 οΰχ αν ειη 9 pr . quod quæ S h a.c . post. quod et
quod 10 om. L 10 diuidatur S 11 et et de L
13 uocant Λ2Φ uocantur cett. edd.
Busse;
Porph. χολοΰσι 14 ipso eorum S speciem Brandt species codd. Busse
ponunt A m2 U m2, e coni. scr.
Busse, ponuntur T m1 possunt m2 cum
cett .; species esse potest et genus edd.; Porph. 5, 22
xal έχαοτον αδτών είδος είναι xal γένος τίθενται 17 post, et om. R ut om. FS 18
et om. CEG pelides F post . et om. C 19 ultimo F 20 Post ** quam
CL diuersitatem GLm1R, -que in ras. E, er. P
inducit, id esse generalissimum genus quod cum ipsum genus sit, non habet
superpositum genus, hoc est speciem non esse, et rursus, supra quod non erit
aliud superueniens genus. si enim haberet aliud genus, minime ipsum
generalissimum uocaretur. specialissima uero species hoc modo : quod cum
sit species, non est genus, ex opposito, quoniam opposita ex oppositis
describuntur interdum. nam quoniam præpositio opposita est suppositioni, genus
autem præponitur, species uero supponitur, si idcirco erit primum genus, quia
ita superponitur, ut minime supponatur, idcirco erit ultima species, quia
ita supponitur, ut præponi non possit, oppositorum igitur recte ex oppositis
facta est definitio. Est alia rursus descriptio : quod cum sit species, numquam diuidatur in
species, id est genus esse non possit. si enim omne genus specierum genus
est, si quid non diuiditur in species, genus esse non poterit. Est rursus alia
definitio : quod de pluribus et differentibus numero in eo quod quid sit prædicatur.
de qua definitione sæpe est superius demonstratum. nunc 18 sæpe
superius]11 ss. 203, 11. 205, 4.
1 inducit RSm1 indicit
Em1 indicat GLa.c. dicit CEm2FHLp.c.
NPSm2 inducit dicens brm indicat dicens p
id om. EGRS, s. l. Lm2 3 non om. EGRS, s. l. Lm2
superueniens om. EGRS, s. l. Lm2 si genus om. EGRS, in mg.
sup. Lm2 5 uocetur EGLm1Sm2; post inlatus est locus
219,14 220, 3 quoniam ridere exemplam in EGL, quoniam
irridere sic prædicatur 219,
15 qui locus tamen infra quoque extat in S specialissima idcirco
erit in ras. C post
modo add. describitur edd. 6 opposito opposita
F opposito est H; post add. Quia sicut genus
(genus in mg. F generalissimum est
cui non aliud genus superponitur, ita et species specialissima nuncupatur, cui
alia species non subponitur (superponitur F et utrumque ex opposito dicitur alterius
sicut pater ex opposito dicitur filii F, in inf, mg. cum nota
d(esunt h(æc Hm1? opposita
om. EGR, s. l. Sm2 quoniam om. EN si er. E
sed La.c, Pm2 11 ante ut add. rursus
RS ut præponi non possit ut minime præponatur CFHN (in mg. add.
m2 oppositorum om. EGLRS recte om. C quod Lm1 edd. quæ cett.
ante numquam add. quæ CGHm1, del. m2
diuiditur CLRSm1 est om. C possit posse CFN
potest edd . potest EGLRS Est et FHNS et
om. N illud attendendum est. si, ut paulo superius dictum est,
speciei unum indiuiduum potest esse subiectum, ut phoenici atomum suum, ut soli
corpus hoc lucidum, ut mundo uel lunæ, quorum species singulis suis indiuiduis
superponuntur, qui conuenit dicere speciem esse quæ de pluribus numero
differentibus in eo quod quid sit prædicatur? sunt enim quædam quæ de
numero differentibus minime dicuntur, ut phoenix, sol, luna, mundus. sed de his
illa ratio est de qua etiam superius pauca reddidimus, quæ paululum inflexa
commodissime nodum quæstionis absoluit. | omnia enim quæ sub speciebus
specialissimis sunt, siue infinita sint siue finito numero constituta
siue ad singularitatem deducantur, dum est aliquod indiuiduum, semper species
permanebit neque indiuiduorum deminutione, dum quodlibet unum maneat, species
consumitur. ut enim dictum est, tametsi plura sint indiuidua, substantiales
differentias non habebunt. id uero in genere dici non conuenit, quod his
præest quæ substantiali a se differentia disgregata sunt; præest enim speciebus
quæ diuersis differentiis informantur. 1 paulo superius. superius 215, 2 ss. 1 est
om. G, s. l. Lm1 si, ut sicut FGPSm1 sic La.c.
supra RS 3 suam S solis F mundi FR,
add. hoc inane
spacium s. l. Lm2, post lunæ in mg. et hoc
immane spacium quod uidemus P quorum quæ Lm1 4
indiuiduis om. EGRS post superponuntur add . quod si ita est ut
species de uno quolibet indiuiduo prædicetur (prædicatur P ut de phoenice (phe P P edd. qui
quomodo Hm2LP 6 prædicetur L 8 mundus om. EGRS,
s. l. Lm2 illa his EG ratio est om. EG 9
paulum N inplexa ( uel im- EHm1LP nodum ras.
ex modum EN 10 sub suis EGS in suis R
specialissima GPm1RS 11 sint sunt CHa.c.Lm1R
finita CHm2N 12 deducuntur Lm2R adducuntur P,
add. ut fenix uel sol R aliquid FL semper deminutione
om. EGRS, in mg. Lm2 semper s. l. Pm1?, post species N, om. L (m2 13 deminutione C diminutione cett.
dum om. S si EGLm1R 14 ante consumitur
add. non EGL del. m2 RS ut quod EGLRS
15 tamenetsi G tamen si RS sunt F ante
substantiales add. si G, s. l. Sm2, ras. in E 16 id
uero om. EG quod L idcirco id R id circo
Sm1, circo del. m2 ante speciebus s. l.
genus E si igitur earum una perierit et ad unitatem speciei
reducta sit ratio, genus esse non poterit, quia de differentibus specie prædicatur.
non ita in speciebus. si enim omnium indiuiduorum natura consumpta sit et ad
unius singularitatem indiuidui superpositæ speciei prædicatio peruenerit, est
tamen species ac permanet. talia enim sunt illa quæ pereunt ac desunt, quale
est id quod permansit et subiacet. quod uero dicimus de pluribus numero
differentibus speciem prædicari, duobus id recte explicabitur modis, uno
quidem, quia multo plures sunt species quæ de numerosis indiuiduis prædicantur,
quam hæ quibus unum tantum indiuiduum uidetur esse suppositum, dehinc hoc, quia
multa secundum potestatem dicuntur, cum actu non semper ita sint, ut risibilis
homo dicitur, etiamsi minime rideat, quoniam ridere potest. ita igitur
species de numero differentibus prædicatur; nihilo enim minus phoenix de
pluribus phoenicibus PREDICARE, si plures essent, quam nunc, quando unus esse
perhibetur. item solis species de hoc uno sole quem nouimus, nunc dicitur, at
si animo plures soles et cogitatione fingantur, nihilo minus de pluribus
solibus indiuiduis nomen solis quam de hoc uno prædicabitur. idcirco
igitur species de pluribus numero differentibus dicitur prædicari, cum sint
aliquæ quæ de singulis indiuiduis appellentur. Illa uero quæ subalterna
uocantur ita definiri queunt : subalternum 1 eorum EFGLm1RS
redacta EGLPm2RS edd. 2 de om. E 3 si enim nam si
EGLRS 5 suppositæ LNR superposita S uenerit
EGLRS 6 alia EGLa.c.RS ante sunt s. l. non E 7 quale quam
EGLa.c.RS et ac CFHNP 8 de numero pluribus Ca.c.
numero de pluribus p.c. 9 excusatur EGLRS quidem
uno EG multo om. FN, s. l. H 11 hæ om. ER
hee C eæ H ea N ante quibus
add. e CR, er. uid. E tantum om. S suppositum
esse RS 12 dehinc deinde EGLRS hoc om. FHNS
13 semper om. CFH 14 etiamsi prædicatur om. F de loco
quoniam ridere eqs. in EGLS cf. ad 217, 5 igitur etiam
E 15 nihil EGLPRS 16 phoenicibus om. F 17 ita a
in ras. m2 E hoc om. S, post uno F 18 ac
EGR ante animo s. l. in Pm2 19 cogitationes
Ca.c.F ante de add. enim EG 20 prædicatur
EGLRS 22 appellantur FHN genus est quod et genus esse
poterit et species, ad eumque modum est ut in familiis, quæ procreant et
procreantur, ut etiam subiectum monstrat exemplum : ut Agamemnon Atrides et
Pelopides et Tantalides et ultimum Iouis. Atreus enim Pelopis filius tamquam
eiusdem species quasi Agamemnonis genus est. item Agamemnon Pelopides et
Tantalides, cum Pelops ad Tantalum comparatus Tantalusque ad Iouem quasi
species itemque Tantalus ad Pelopem, Pelops ad Atreum tamquam genera esse
uideantur, cum Iuppiter ueluti sit horum generalissimum genus. Sed
in familiis quidem plerumque ad unum reducuntur principium, uerbi gratia ad
Iouem, in generibus autem et speciebus non se sic habet. neque enim est commune
unum genus omnium ens nec omnia eiusdem generis sunt secundum unum supremum genus,
quem admodum dicit Aristoteles. sed sint posita, quemadPorph. Boeth.
Aristoteles Metaph. II, 3, 998 b, 22. 1 et om. RS et
genus om. EG ad ut CG ut om. Hm2 ad eumque et ad eum N modum sunt ut
Hm1N ad eumque eum que
* L eundem Pm2
modum qui s. l. Lm2, part. in ras. Pm2 est s. l.
Pm2 LP ad eum modum qui est EFR ad eum eum del. m2, post que eu
er. modum, in ras. quæ est m2 S 4 et Tantalides Iouis Lm2Pm2 om. et
Tantalides R edd., post
species 5 Lm1S, om. cett. 5 quasi quæ si Sm1, del. m2, ante
add. et F, s. l. Pm2, est R Agamemnonis tamen
his is R EGLm1R tamen
non his Sm1, del. m2 genus est del. Sm2 est om. P
ante Pelopides add. non E atrides non non del. m2 L 7 comparatus s in ras. m2 H comparatur cõ-
cett Tantalusque ut tantalus quæ G idemque CP idem N Atreum creontum EG creontem Lm1 tareontum S tamquam
quasi EGLR quæ S uelut HP 11
reducuntur ante ad N, post reducuntur add.
omnes L, s. l. Pm2; reducunt coni. Busse; cf. 224, 19
reduci; Porph. 6, 3 άναγουοι 12 ad om. EGRS A 13 speciebus in
speciebus R sic se ΝΣ habetur EG
neque dicerentur 221, 5 RS Q, om. cett. enim om.
R 14 neque Busse 15 sunt generis Γ 16 sunt \ m2 2 ; Porph. 6, 6
χείοθ·ω quemadmodum om. S, add. dictum
est edd., idem post Prædicamentis h m2 W m2; om. Porph. 6,
7 modum in PREDICAMENTI, prima X genera quasi prima X principia;
uel si omnia quis entia vocet, æquiuoce, inquit, nuncupabit, non uniuoce si
enim unum esset commune omnium genus ens, uniuoce entia dicerentur; cum
uero X sint prima, communio secundum nomen est solum, non etiam secundum
rationem, quæ secundum nomen est. Cum de subalternis generibus diceret,
familiæ cuiusdam posuit exemplum, quæ ab Agamemnone peruenit ad Iouem,
quem quidem pro numinis reuerentia ultimum posuit. quantum enim ad ueteres
theologos, refertur Iuppiter ad Saturnum, Saturnus ad Cælum, Cælus uero ad
antiquissimum Ophionem ducitur, cuius Ophionis nullum principium est. ne igitur
quod in familiis est, id in rebus quoque esse credatur, ut res omnes
possint ad unum sui nominis redire principium, idcirco determinat hoc in
generibus ac speciebus esse non posse; neque enim sicut familiæ cuiuslibet, ita
etiam omnium rerum unum esse principium potest. fuere enim qui hac opinione
tenerentur, ut rerum omnium quæ sunt unum putarent esse genus quod ens
nuncupant, | tractum ab eo quod dicimus ‘est’; omnia enim inquit sententia,
non uerba Aristotelis. 1
quasi in ras. Σ sic A m1 sicut
Ψ 2 prima om. Γ, post decem Π 2
uocat A m1 II 3 nuncupauit S, in ras. ex -bit
Γ 4 genus omnium Busse entia uniuoce R post
uniuoce add. omnia edd. cum Porph. πάντα
uero autem Γ enim ΔΔΣΦ ; Porph. δέ sunt
FH prima principia Lm1 prima genera m2P
genera s. l. m2 , prima principia N ΓΣ 7 ante
rationem ante nomen E
add. definitionis uel
diff- ELRS Q, om. Porph. 6, 11 quam E post
est add . solum CHN 8 Cum Quoniam CLm1NS
Quoniam del. m2 cum H dicens CLm1N
dicit in ras. S cuius Pm1 cuiusque F
eiusdem R ponit Sm2 ab om. F, s. l.
Gm2 nominis EGLS nomini R 11 ad ueteres aduertere
Sm1 aduertisse CEFGLm2P aduertit se R referantur
Hm1N 12 cælium uel ce
LPm2RS zethum F zechum N Cælus Hm2 cælius
uel ce LPm2Sm2 celium R cælum CEGHm1Pm1Sm1
zetus F zehus N othionem F sed ophionis 14 esse Pm2 est m1 quoque FHNP ante sui exters. uid.
proprii E 17 familia H 19 ut et Fa.c.S ut
et N 20 est esse S sunt et de omnibus esse PREDICARE
itaque et I SBVBSTANTIA est et II QVALITAS est itemque III QVANTITAS ceteraque
esse dicuntur; nec de his aliquid tractaretur, nisi hæc quæ PREDICAMENTI
dicuntur, esse constaret. quæ cum ita sint, ultimum omnium genus ens esse
posuerunt, scilicet quod de omnibus PREDICARE ab eo autem quod dicimus est
participium inflectentes Græco quidem sermone Sv Latine ens
appellauerunt. sed Aristoteles sapientissimus rerum cognitor reclamat huic
sententiæ nec ad unum res omnes putat duci posse primordium, sed X esse genera
in rebus, quæ cum a semet ipsis diversa sint, tum ad nullum commune
principium reducantur. hæc autem X genera statuit I SVBSTANTIA II QVALITAS III
QVANTITAS IV AD ALIQVID V VBI VI QVANDO VII SITVM VIII FACERE IX PATI X HABERE quod
uero occurrebat quoniam de his omnibus esse PREDICARE omnia
enim quæ superius enumerata sunt genera, esse dicuntur, ita discussit ac
reppulit dicens non omne commune nomen communem etiam formare substantiam nec
ex eo debere genus esse commune arbitrari, quod de aliquibus nomen commune PREDICARE
quibus enim definitio communis nominis convenit, illa communis nominis iure
species iudicabuntur et communi illo vocabulo uniuoce PREDICARE quibus
uero non convenit, vox his communis tantum est, nulla uero substantia. id autem
manifestius declaratur exemplis hoc modo. animal hominis atque equi genus esse PREDICARE;
demus igitur 1 post. et om. EGRS, s. l. Lm2 2 cetera C
3 de in GLm1RS 5 esse om. EGRS, s. l. Lm2 6 autem
s. l. L enim C est esse FS principium EG,
m1 in LPS inflectentes post quidem N quidem
ante Græco R ante sermone add. de P, s. l.
L post Latine add. autem FHN, s. l. Pm2 prudentissimus
FNP rerum principiorum EGLm1Pm1RS 9 omnes ante
res C, om. EGRS, s. l. Lm2 dici FGm1Pm2 10 ad
FHNRm1 ipso Em1GPm1S ipsa FHN ipsos Rm1
sunt CLm1R edd. 11 reducuntur EFGLm2RPm1S 15
numerata CEGL innumerata S repulit CEFHRP
17 eo debere eodem uere e re add. S EGSm1 18
post arbitrari add. debet E 19 prædicatur
E prædicetur FHNP nominis communis FN 22 his
uox FHNP manifestis FLp.c. prædicatur S
dicamus CHN animalis definitionem, quæ est substantia animata
sensibilis; hanc si ad hominem reducamus, erit homo substantia animata
sensibilis, nec ulla falsitate definitio maculatur. rursus si ad equum, erit
equus substantia animata sensibilis; id quoque uerum est. conuenit igitur
hæc definitio et animali, quod commune est homini atque equo, et eidem equo
atque homini, quæ species ponuntur animalis. ex quo fit ut homo atque equus
utraque animalia uniuoce nuncupentur. at si quis hominem pictum hominemque
uiuum communi animalis nomine nuncu pauerit, definiat si libet animal hoc modo,
substantiam animatam esse atque sensibilem. sed hæc definitio ei quidem homini
qui uiuus est conuenit, ei uero qui pictus est, minime; neque enim est animata
substantia. igitur homini uiuo atque picto, quibus communis nominis definitio,
id est animalis, non potest conuenire, non est animal commune genus, sed
tantum commune uocabulum diciturque hoc nomen animalis in uiuo homine atque
picto non genus, sed uox plura significans; uox autem plura significans æquiuoca
nuncupatur, sicut uox ea quæ genus ostendit, uniuoca dicitur. itaque id
quod dicitur ens, etsi de omnibus dicitur PREDICAMENTI quoniam tamen
nulla eius definitio inueniri potest quæ omnibus PREDICAMENTI possit aptari,
idcirco non dicitur uniuoce de prædicamentis, id est ut genus, sed æquiuoce, id
est ut uox plura significans. Conuincitur etiam hac quoque ratione id
quod dicimus, ens PREDICAMENTI genus esse non posse. 2 hanc uel
hanc E 3 facultate Em1 4 equus equi CFPm2 5
definitio uel diff- hæc FHN homini et homini CNP
atque et, FHNPR eidem CEm2FH
a.r.NPR idem Em1GHp.r.Lm1S eadem Lm2brm ea
eidem p animalis EGLa.c. una uoce E
nuncupantur C nominentur FHN 9 uiuum uerum
EGLm1PRS 10 si libet scilicet CHm1N animal om. E uero FHP, om. S, quidem cett. 13
est post substantia LP 16 dicitur quæ Em1Sm1
dicitur quod LSm2 dicitur quia CFN 17 genus genus
est FN uox significans om. CEGP, s. l.
Lm2Sm2 18 autem enim RS ante æquiuoca add. quæ
CEGP nuncupantur GS 19 ita ELm1 23 id est
om. CFN ut genus om. F 24 quoque om. N
unius enim rei duo genera esse non possunt, nisi alterum alteri
subiciatur, ut hominis genus est animal atque animatum, cum animal animato
uelut species supponatur. at si duo sint sibimet ita æqualia, ut numquam
alterum alteri supponatur, hæc utraque eiusdem speciei genera esse non possunt.
ens igitur atque unum neutrum neutri supponitur; neque enim unius dicere
possumus genus ens nec eius quod dicimus ens, unum. nam quod dicimus ens, unum
est et quod unum dicitur, ens est; genus autem et species sibi minime
conuertuntur. si igitur PREDICARE ens de omnibus PREDICAMENTI PREDICARE etiam
unum. nam I SBVSTANTIA unum est, II QVALITAS unum est, III QVANTITAS unum est
ceteraque ad hunc modum. si igitur, quoniam esse de omnibus PREDICARE, omnium
genus erit, et unum, quoniam de omnibus PREDICARE, erit omnium genus. sed unum
atque ens, ut demonstratum est, minime alterum alteri præponitur; duo
igitur æqualia singulorum PREDICAMENTI genera sunt, quod fieri non potest. cum
hæc igitur ita sint, id Porphyrius determinauit dicens non ita in rebus, ut in
familiis omnia ad unum principium posse reduci nec omnium rerum commune esse
genus posse, ut Aristoteli placet; sed sint posita, inquit, quemadmodum in PREDICAMENTI
dictum est, prima X ge|nera quasi X prima principia, scilicet ut nulla interim
ratio perquiratur, sed auctoritati Aristotelis concedentes hæc decem genera
nulli 3 ac R sint post æqualia pos. RS,
repet. FL s. l. m2 P 4 sibimetque
quæ F FLm2Pm1 ita s. l. Lm2 5 ante hæc
add . æqua C, sed del . eidem Pm2 eius
S neutris Em1 8 pr . unum post nec, om
. post
ens H dicitur om. S dicimus Rbrm 13 esse ens
Lm2P post omnibus add . his CP, in mg. Hm2, add .
prædicamentis s. l. m2 his L post erit add .
ens CHN et unum omnium genus om. R 15 sed si in
ras. Em2 ut om. FH præponi FH 17 hoc Ea.c. edd.
sit edd . 19 deduci LS duci Em1 genus ante
esse CFN, post posse S poterit F 21 sint FHm1 sunt cett . 23 prima
om. N, post principia R ut om. EGS 24
auctoritate Em1Hm1 ad auctoritatem FN accedentes
CFNS alii generi esse credamus subiecta, quæ si quis entia
nuncupat, æquiuoce nuncupabit, non uniuoce; neque enim una eorum omnium
secundum commune nomen definitio poterit adhiberi. quæ res facit, ut non
uniuoce de his aliquid PREDICARE si enim uniuoce PREDICARE genus esset
eorum commune nomen quod de omnibus PREDICARE; at si genus esset, definitio
generis conueniret in species. quod quia non fit, commune his id quod dicimus
ens, uocabulum est uocis significatione, non ratione substantiæ X quidem
generalissima sunt, specialissima uero in numero quidem quodam sunt, non tamen
infinito, indiuidua autem quæ sunt post specialissima, infinita sunt.
quapropter usque ad specialissima a generalissimis descendentem iubet Plato
quiescere, descendere autem per media diuidentem specificis differentiis;
infinita, inquit, relinquenda sunt; neque enim horum posse fieri
disciplinam. Porph. Boeth. Plato Phileb. 16 C. Polit, 262 A C. Sophist.
266 A. B adfert Busse. 1 entia nuncupat ERS -pet, etiam entia nuncupat
N ab ens entia nuncupat -pet Lm2 CGL etiam nuncupat
nuncupat post ens P ab
ens entia HP entia nuncupat ens F 2 nuncupabit -uit FHN
post uniuoce FHNP, nuntiauit S unam definitionem uel diff- poterit adhibere
FHN 3 nomen ex non Em2G 5 esse Hm1, add .
ens s. l . L, ante esset P eorum om. CN,
post commune L 6 nomen in mg. Hm2, del.
Lm2 ens CHin mg. Lm2
s. l. ante eorum N 7 conuenerit Em1 8
his om. GS 10 sunt om. S 11 in numero om . Δ quodam quædam Pm1 sunt om., post
indiuidua add . est S tam C infinito Fp. c . finito a.c . Hm2S TNtt p.c
. Φ in infinito Hm1N W a.c . indefinito
C ras. ex -tio EGL a.c . in
indefinito et ał definito corr. m1 PR kIPV
in er . 12 indiuidua quiescere LRS Q, om. cett . 13 sunt
infinita LRS Busse; cf. 226, 22 a om. R 15
ante descendere post usque cf. ad 178, 14 add. ad
id CHP diuidentem per media Γ 16 ante infinita add . indiuidua uero Δ, sed del., post add . uero ΓΦ 17 enim s. l. L, del . Γ horum N ii ante add . et ΛΦ, er. uid . Γ, post add .
indiuiduorum Γ eorum cett.; Porph. 6, 16 τούτων disciplina Cm1 Quoniam specierum nosse naturam
ad sectionem generum pertinet quoniamque scientia infinita esse non potest nullus
enim intellectus infinita circumdat ,
idcirco de multitudine generum, specierum atque indiuiduorum rectissima ratione
persequitur dicens supremorum generum numerum notum enim X PREDICAMENTI ab Aristotele esse
reperta quæ rebus omnibus generis loco præferenda sint , species uero multo plures esse quam genera.
nam cum decem suprema sint genera cumque uni generi non una, sed multæ species
supponantur proximæque species supremis generibus subalterna sint genera
usque dum ad ultimas species descendatur, nimirum unius generis multas species
esse necesse est utrobique diffusas, specialissimas uero multo plures esse quam
subalterna, quoniam per multitudinem generum subalternorum ad specialissimas
descenditur species. quas multo plures esse quam genera subalterna hoc
maxime ostenditur, quod inferiores sunt; semper enim genera in plura subiecta
diuiduntur. decem uero generum species multo plures quam unius existere
manifestum est, uerum tamen etsi plures sunt, certo tamen numero continentur;
quem facile si quis discutiat omniumque generum species persequatur,
possit agnoscere. indiuidua uero quæ sub una quaque sunt specie, infinita sunt
uel quod tam multa 1 generis EGLRS, recte? 2 scienti
GRS scienti alicui Lm2 5 supremorum supra horum EG, m1 in LPS
ante numerum add . esse FHNP, post notum L
6 post reperta s. l . commemorat Em2 7
generis om. R, post loco L, generum S sunt
CFH ras. corr. NPRSm2 8 nam cum genera om. EGRS 9
sunt FLP ras. corr. 11 sint post genera C
sunt F 13 subalternas FH s in ras. m2 N, ante
sub. add . genera PS, s. l. Lm2 16
hoc in hoc F inferiora FHm1Lm2NP 17 semper enim genera FHN semper si genera Cm1
semper enim subalterna genera subalterna P Cm2 part. in mg.
P et semper subalterna genera RS et om. G semper
subalterna EGL plurima N 18 generis G unius
generis unius R species unius generis Lm1 19 sint
L compræhenduntur L prosequatur NR 22 species
G specie ante sunt FHLNR tam FHN ea EGLPRS tam ea
C sunt diuersisque locis posita, ut scientia numeroque includi
comprehendique non possint, uel quod in generatione et corruptione posita nunc
quidem incipiunt esse, nunc uero desinunt. atque idcirco suprema quidem genera
et subalterna et species eas quæ specialissimæ nuncupantur, quoniam finitæ
sunt numero, potest scientiæ terminus includere, indiuidua uero nullo modo.
idcirco igitur Plato a magis generibus usque ad magis species id est specialissimas
præcipiebat facere sectionem; per ea enim quæ finita essent numero, iubebat
descen dere diuidentem, ubi autem ad indiuidua ueniretur, standum esse
suadebat, ne, quod natura non ferret, infinita colligeret. ita uero genera in
species diuidi comprobabat, ut specificis differentiis soluerentur. de specificis
autem differentiis melius in eo titulo ubi de differentia disputatur, ac
largius disseremus. hic enim hoc tantum dixisse sufficiat, eas esse
specificas differentias quibus species informantur, ut rationale uel mortale
hominis. cum igitur diuidimus animal, rationali atque inrationali, mortali
inmortalique separamus. hoc ergo ceteraque genera talibus differentiis quæ
subiectas species informent, Plato censuit esse diuidenda usque dum ad
specialissima 13 de specificis disputatur
lib. IV c. 8. 1 sint EFGHp.r . ex sunt LPRS numeroque FHN in unum EGLm1
numero m2 RS numeroque in unum CP concludi
LS 3 uero ex quidem uero P recepit Brandt, quidem
CEGLRS, om. FHN; cf. 223, 12 5 easque om . quæ, LR
specialissime GS 7 igitur om. C magis a
EGLPRS usque ad magis species FHN magis om. C quam a
speciebus cett . 8 id est e ut uid. er. C specialissimas CFHN a
add. L specialissimis
cett.; cf. 225, 13 9 essent sunt FN 10 diuidentem diuisionem
EGHm1 diuisorem m2 Lm1PRS 11 nec HN 12
comprobat ELm1 probabat m2 R ut et
soluerentur om . EGPm1 s. l. m2 RS post ut add . in edd . 13
autem om. EGLPm1 uero m2 RS 14 de om.
FG differentiis CS a.c . 16 rationabile E uel om.
ERS et Lm1 17 ante rationali et
inrationali add . in Em2 rationale atque inrationale uel irr- EGN p.c.RS 18
mortali om . N
mortale EGLPS inmortaleque EGNp.c.PRS ; mortale sic
ac s. l. inmortali L 18 hoc ergo add. Brandt,
cetera <quo>que Engelbrecht separabimus FHN
separauimus R 19 informant Fa.c.Lm1NR ueniretur,
dehinc consistere nec infinita sequi, quoniam indiuiduorum numquam esset nec
disciplina nec numerus. Descendentibus igitur ad specialissima necesse est
diuidentem per multitudinem ire, ascendentibus uero ad generalissima necesse
est colligere multitudinem. collectiuum enim multorum in unam naturam species
est et magis id quod genus est, particularia uero et singularia e contrario in
multitudinem semper diuidunt quod unum est; participatione enim speciei plures
homines unus, particularibus autem unus et communis plures; diuisiuum est
enim semper quod singulare est, collectiuum autem et adunatiuum quod commune
est. Diuidere est in multitudinem quod unum fuerat ante dissoluere,
omnisque diuisio e contrario compositionem coniunctionemque meditatur. quod
enim, cum sit unum, dispertiendo diuiditur, id ipsum ex pluribus rursus
partibus adunando componitur ut igitur superius dictum est, indiuiduorum quidem
similitudinem species colligunt, specierum uero genera : similitudo uero nihil
est aliud nisi quædam unitas qualitatis. ergo substantialem similitudinem
indiuiduorum species colligere manifestum est, substantialem uero similitudinem
specierum genera contrahunt et ad se ipsa reducunt. rursus Porph. Boeth. 32, 1 8. 9
participatione 11 plures Abælardus, Theolog. christ., II 486 ed. Cousin. 18
superius 166, 8 ss. 3 ante igitur add . illis L
necesse singulare est om. N 4 ire ante per L
T ascendentibus plures 11 Ω, om. cett . 6 post multitudinem excidisse
in unum coni. Busse cum
Porph. 6, 18 e’:; εν , add. edd . 8 e contrario semper Γ edd. cum Porph. 6, 20 semper in
multitudinem e contrario cett. codd. Busse 9 est unum Φ 10 unus, unus autem et communis particularibus
plures Abælard . 11 commune P a.c . communes Φ enim post est FS Φ, om. CELR, ante est cett . 12
est om. E 14 est enim C est enim L in
om. G, s. l. Lm2 15 post dissoluere add .
est C 17 plurimis F 19 uero ergo CEGLm1RS
20 nisi ni C generis adunationem differentiæ in species
distribuunt, specieique adunationem in singulares indiuiduasque personas
accidentia partiuntur. cum igitur hæc ita sint, necesse est semper cum a genere
descendis ad speciem, diuidendo semper facere multitudinem, cum uero ab
speciebus ascendis ad genera, componendo colligere et plura quæ in specierum
differentiis fuerant similitudine qualitatis adunare. in speciebus etiam idem
considerari potest. ut enim ipsæ indiuidua, quæ sunt infinita, una similitudine
substantiali colligunt. ita indiuidua speciem propria infinitate
distribuunt. omnia enim indiuidua disgregatiua sunt et diuisiua, species uero
et genera collectiua, species quidem indiuiduorum collectiua atque adunatiua,
specierum uero genera, ut ita dicendum sit : genus quidem species distribuunt
et species ab indiuiduis in multitudinem deducuntur, rursus autem genus quidem
multas species colligit, species autem particularem singularemque multitudinem
ad singularitatis deducit unitatem. igitur plus genus adunatiuum est quam
species. species namque sola indiuidua colligit, genus uero tam species quam
ipsarum quoque specierum indiuiduas contrahit singularesque personas. sed in
hoc conuenienti utitur exemplo dicens quoniam participatione speciei, id est
hominis, CATONE, Plato et CICERONE pluresque reliqui homines unus, id est milia
hominum 1 post generis s. l . ergo E
species specie G speciem Lm1 2 ante
indiuiduasque s. l . in Hm2 3 hæc igitur LNP 4
species ELm2R 5 a ELS ad tamen speciebus G 6
et om. EGLPRS plures EFGLPm1RS quæ
ante fuerant EGLPRS 7 fuerint S similitudinum
-nem Pm2 qualitates ex -tis Pm2 EFGLPRS ante
adunare add . et EGLPR 8 poterit Lm2 ante ipsæ
add . species N, post in mg. Cm1? ipsæ Cm2H ipsa cett . 9 unam
similitudinem substantialem EFGLRS 10 propriam infinite uel
-tæ, -tate H EGHLPRS
12 post adunatiua add . est CGH in mg. m1?
Lm2 NPm2 13 specierum uero genera s. l. Hm2 14
distribuit EGRS 15 ducuntur EGHN 17 ducit
HN 19 cum species tum N 20 indiuidua EGHLPRS 21
participationi G post unus add . est Hm2
in eo quod sunt homines, unus homo est; at uero unus homo, qui specialis
est, si ad hominum multitudinem qui sub ipso sunt consideretur, plures fiunt. ita
et plures homines in speciali homine unus est et specialis unus in pluribus
infinitus. sic igitur quod singulare quidem est, diuisiuum est, quod uero
commune, quoniam multorum unum est, ut genus ac species, collectiuum atque
adunatiuum. Adsignato autem genere et specie, quid est utrumque, et
genere quidem uno, speciebus uero pluribus semper
enim in plures species diuisio generisest, genus quidem semper de specie PREDICARE
et omnia superiora de inferioribus, species autem neque de proximo sibi genere
neque de superioribus; neque enim conuertitur. oportet autem aut æqua de æquis
prædicari, ut hinnibile de equo, aut maiora de minoribus, ut animal de
homine, minora uero de maioribus minime; neque enim animal dices esse hominem,
quemadmodum hominem dices esse animal. de quibus autem species præ Porph.
Boeth. est. ut et 3 fiunt, ita r 2 pr . qui quamuis
FNm1 post . quæ EPR 3 et ut Cm1 4 unus est unum est
ał hæc del. m2 unus est C post . unus unus est LS
infinitis CLm1 diffinitus R 5 quidem om. FN
diuisum Em1 diuisuum N quod quia quod, s. l .
est G 6 uero commune FS commune uero Cm1 post uero add . est m2
HN commune est uero LPm2R commune est numero
EGPm1 ac et R ad Em2GLPm1 8 Assignati
Pm1 quid est FHPm2 \ m1
quide CNRS quid sit Π m2 xV edd . quod
est cett. Busse; cf . sunt 236, 14 9 utrumque uno CEGHPm1 quidem ex
quodem RS h m2 W m2 xP utrumqæ quodque sit genus unum unum
genus N FN et m1 AZΦ utrumque et et om
. L Π cum cumque Π sit genus
unum LPm2 il m1 utrumque unum Γ species uero plurimæ FLNPm2 TΔ m1 Λ2Φ ; ad utrumque pluribus cf. Porph. 7, 1 11 genus indiuiduis 231, 16 RS Q,
om. cett . speciebus R 14 autem Porph. 7, 4 γάρ 15 aut RS edd., om . Ω Busse; Porph. ή æquis æquo R ignibile R 17 uero autem S
post minime add . prædicantur Γ utroque loco dices RS dicis Ω edd. Busse; Porph. ειποις άν dicatur, de his
necessario et speciei genus PREDICARE et generis genus usque ad generalissimum;
si enim uerum est Socratem hominem dicere, hominem autem animal, animal uero
substantiam,| uerum est et Socratem animal dicere atque substantiam.
semper igitur superioribus de inferioribus prædicatis species quidem de
indiuiduo PREDICARE, genus autem et de specie et de indiuiduo, generalissimum
autem et de genere et de generibus, si plura sint media et subalterna, et
de specie et de indiuiduo. dicitur enim generalissimum quidem de omnibus sub se
generibus speciebusque et de indiuiduis, genus autem quod ante specialissimum
est, de omnibus specialissimis et de indiuiduis, solum autem species de
omnibus indiuiduis, indiuiduum autem de uno solo particulari. indiuiduum autem
dicitur Socrates et hoc album et hic ueniens, ut Sophronisci filius, si solus
ei sit Socrates filius. Breuiter quæcumque superius dicta sunt commemorat hoc
modo. cum, inquit, adsignauerimus quid sit genus et quid species, cumque suis
ea definitionibus comprehenderimus docuerimusque unum genus semper in plurimas
species solui, 2 generalissima Sm2 specialissimum m1
ΓΛΛ 3 enim autem S 4 autem uero Λ uero autem Δ 5 et Socratem animal A m2 A m2 om . et, Ψ hominem et et om, AA animal Α m1 Α m1 Φ et hominem animal RS Σ et om
. II socratem et et om
. Γ hominem del . Γ m2 et om. T
animal ΓΠ ; cf. Porph. 7, 11
6 igitur RS enim Ω ; Porph. οΰν superioribus superiora RS TA a.c . 7 prædicantur
RS VA a.c . species et species R indiuiduo cod. Q. Bussii brm indiuiduis RS
Q ante add. eius Σ ; Porph,. 7, 13 τοΰ άτο’μοο 10 sunt RS m2 p.c
subalterna de subalternis A 11 enim autem S 13 et
de om. R de om. S 14 de Ω cum Porph. 7,
17 et de RS 15 pr . de om. S post . de et
de R 17 autem enim N TAΛΣ ; Porph. 7, 19
ie 18 album aliud T m1 et illud m2 A
m1 ut et Ν ΤΑ m2 ΑΣ 19 socrates sit
CEGLPRS; Porph. εΤη Σινγ,ράτης 20 quæ FHN 21 et om. R
illud, inquit, adiungimus quoniam omnia superiora de inferioribus prædicantur,
inferiora uero de superioribus minime. et ea quæ sunt utilia de PREDICAZIONE modo
rite pertractat. ostendit autem genus in plurimas species semper solui
adsignata generis definitione. quod enim de pluribus rebus specie
iffdiertenbus in eo quod quid sit prædicaretur, esse definiuit genus. nihil
autem sunt plurimæ res specie differentes nisi plurimæ species; de quibus autem
prædicatur genus, in ea ipsa dissoluitur. ostensum est igitur ex definitionis
adsignatione unius generis esse species plures. quæ cum ita sint, genus
quidem de specie PREDICARE, species uero de indiuiduis omniaque superiora de
inferioribus, inferiora de superioribus nullo modo. id quare eueniat paucis
absoluam. quæ superiora sunt, substantialiter ea genera esse prædiximus, qua
uero sunt genera, ampliora sunt quam una quæque species. neque enim in
plurima diuideretur genus, nisi ab una quaque specie maius existeret. id cum
ita sit, nomen generis toti conuenit speciei; non enim coæquatur solum speciei
generis magnitudo, uerum etiam speciem superuadit. idcirco igitur omnis homo
animal est, quoniam intra animalis uocabulum et homo et cetera
continentur. at uero nullus dixerit : omne animal homo est; non enim peruenit
ad totum animal hominis nomen, quia, cum sit minus, nullo modo generis uocabulo
coæquatur. itaque quæ maiora sunt, de minoribus PREDICARE, quæ minora, non
conuertuntur, ut de maioribus prædicentur. at uero si qua sint æqualia,
ea secundum naturæ parilitatem conuerti necesse est, ut hinnibile atque equus,
quoniam ita sibimet 1 quoniam quod S 2 uero om.
ES 4 ante genus add. unum FHNPR, in mg. Cm2,
recte? 5 definitio uel
diff- Ea.c.GLPm1S 6 esse et esse R definiuit designauit
Sm1 10 ante esse add . semper FHNP 13 id
cur HN idcirco F ea add. Em2 quæ
L s. l. illa PS
15 quaque E quoque S 17 toti totum non R
post enim repet . non R 21 cetera cicero F
cetera animalia G 23 itemque Lm1S 24 post post.
quæ s. l . uero Hm2 26 sunt FHLN paritatem
EGLp.c.RS 27 ignibile R ita si ita H coæquantur,
ut neque equus non sit hinnibilis neque quod sit hinnibile, non sit equus. fit
ergo ut omne hinnibile equus sit et omnis equus hinnibilis. quæ cum ita sint,
ea quæ superiora sunt, non modo de sibi proximis inferioribus PREDICARE, uerum
etiam de inferiorum inferioribus. nam si illud recipitur, ut ea quæ superiora
sunt, de inferioribus PREDICARE, inferiorum inferiora superioribus multo magis
inferiora sunt, uelut substantia prædicatur de animali, quod est inferius; sed
animali inferius est homo, PREDICARE igitur etiam substantia de homine.
rursus Socrates inferius est homine, prædicabitur igitur substantia de Socrate.
itaque species quidem de indiuiduis PREDICARE, genera uero et de speciebus et
de indiuiduis. quod conuerti non potest; nam neque indiuidua de speciebus aut
generibus præ dicantur nec species de generibus. ita fit ut genus quod est
generalissimum, de omnibus subalternis generibus prædicari et de speciebus et
de indiuiduis possit. de ipso nihil. ultimum uero genus id est quod ante
specialissimas species collocatur et de solis speciebus specialissimis dici
potest, species uero de indiuiduis, ut dictum est, indiuidua autem de
singulis prædicantur, ut Socrates et Plato, eaque maxime sunt 1 non
om. brm post sit si R add . nisi CH s. l. m2
LNPS ni R inhinnibilis EG nec FN quid
CF 2 pr . sit om. S post . sit est CEGLm1RS ; non
sit om. brm; post add . nisi CLNPRS, s. l. Hm2
ergo om. H enim F sit equus FHNP 3
hinnibile N, post hinn. add . sit L, ante P 4 sunt om. S,
ante superiora EGP sibi om. H 5 si om. S,
s. l. Hm1? 8 uelut om.
LS ut C 9 pr . est s. l. Lm2 post .
est s. l. Gm2 prædicatur CELm2RS 10 etiam om.
FG 11 ante de add. et EGLR ita
R de speciebus hic desinit cod.
F 14 aut ac R 15 itaque CHNP quod est quidem
CP quidem est R 16 post prædicari add .
potest L s. l. m1 possit m2 N 17 possit om.
N potest L post ipso add . uero HNPR, s. l.
Cm2Lm2 uero autem L id est CHm2NS id est autem est Hm1
id autem est EGLa.c. id est autem ut uid. p.c . RP
ante om. EGR, s. l. Pm1? 19 collocat EGR et om.
HN 20 post uero add . quæ post indiuiduis
add . dici potest R autem enim Lm1 21 ea quæ maximæ
G 78 indiuidua quæ sub ostensionem | indicationemque digiti
cadunt, ut hoc scamnum, hic ueniens atque quæ ex aliqua proprie accidentium
designantur nota, ut, si quis Socratem significatione uelit ostendere, non
dicat Socrates, ne sit alius qui forte hoc nomine nuncupetur, sed dicat
Sophronisci filius, si unicus Sophronisco fuit. indiuidua enim maxime ostendi
queunt, si uel tacito nomine sensui ipsi oculorum digito tactuue monstrentur,
uel ex aliquo accidenti significentur uel nomine proprio, si solus illud
adeptus est nomen, uel ex parentibus, si illorum est unicus filius, uel ex
quolibet alio accidenti singularitas demonstratur, eo quod ad esse unam
prædicationem habeat eiusque dictio non transeat ad alterum, sicut generis
quidem ad species, specierum uero ad indiuidua. Indiuidua ergo dicuntur
huiusmodi, quoniam ex proprietatibus consistit unum quodque eorum, quarum
collectio numquam in alio eadem erit. Socratis enim proprietates numquam in alio
quolibet erunt Porph. Boeth.ostensione EGPS ostentationem
HN indicationeque EGPS indagationemque N 2
ante hic is ex hic E add . ut CEGR
et L atque quæ Hm2LNP
atque EGHm1 atque ea quæ S eaque quæ CR
propria CH proprietate R 4 qui post
forte HP 5 forte ante alius N 6
Sophronisci LNRS; cf . ei 231, 19 7 quæant R si
uel ex siue Lm2 sensu GL ante add . siue P ras. ex -sui R ipso
Cm1LPm1R tactuque H tactu uel R 8
monstrantur R accidenti significentur uel om. EGR
accidente N ante uel add . id est CH del.
m2 Lm2NP 9 nomine om. EGR, post proprio S
illud om . S, del. Lm2
10 post uel add . si HR, s. l. Lm2 11
demonstretur S eo quod in ras. Cm2 eaque H
que add. m2, post er . quod N ea quæ P; post quod
add . accidentia in mg. Cm2
de s. l. accidenti in con
textu, ał eo quod accidentia in mg. L ad esse unam unam ad
sese C ad sese unam HN ad se unam L s. l. et in
mg . de se a.c. P 12 habeat EGHm2Lp.c.PRS habet
Cm1Hm1La.c.N habeant Cm2L in mg . dictio prædicatio
CNSp.c . transit CHNR 13 species m2 in CH in mg. P, La.c . specierum cett
. 16 quarum pluribus 235, 3 R il, om. cett . quarum Π m2 Ψ quorum cett . in alio
post eadem s. l . \ m2 in alium R, post
alio add . quolibet 2 particularium, hæ uero quæ sunt
hominis, dico autem eius qui est communis, proprietates erunt eædem in
pluribus, magis autem in omnibus particularibus hominibus in eo quod homines
sunt. Quoniam superius indiuiduum appellauit, huius nominis rationem conatur
ostendere. ea enim sola diuiduntur quæ pluribus communia sunt; his enim unum
quodque diuiditur quorum est commune quorumque naturam ac similitudinem
continet. illa uero in quæ commune diuiditur, communi natura participant
proprietasque communis rei his quibus communis est conuenit. at uero
indiuiduorum proprietas nulli communis est. Socratis enim proprietas, si fuit
caluus, simus, propenso aluo ceterisque corporis lineamentis aut morum
institutione aut forma uocis, non conueniebat in alterum; hæ enim
proprietates quæ ex accidentibus ei obuenerant eiusque formam figuramque
coniunxerant, in nullum alium conueniebant. cuius autem proprietates in nullum
alium conueniunt, eius proprietates nulli poterunt esse communes, cuius autem
proprietas nulli communis est, nihil est quod eius proprietate
participet. quod uero tale est, ut proprietate eius nihil parti post
particularium add . eædem edd . cum Porph. 7, 24 hæc
Δ eæ Φ post hominis s. l . proprietates
Δ dico communis om. R
2 proprietates er . Λ proprietatis Γ 3
eadem Δ m1 2 pr . in et in Γ post . in et
in ΓΛ m2 Φ omnibus om. S 4 in om . Φ
post sunt add . continentur ex 236, 7 R 6
ostendere conatur C 7 <in> his brm quodque
unum Cm1 quibus EGLPRS edd . 10 participantur R post .
communi om . est Gm1
proprietas om. E proprietates Gm1 12 caluus, simus caluissimus
EGHm1 caluus uel simus m2 Lm1PR 13 perpenso
ESp.c . albo Em1 caluitio m2 G uentre
N corporis linea del., sed lin. er., s. l . corruptus
Hm2 liniamentis CEG LNPm2S 14 post
institutione add . probatus EP, s. l. Lm2 uocis Cm1EGPRS uocisue sono
Cm2HLm2 uocis uel sonus m1 N conueniebant
EGm1Hm1P hæc G 16 in nullo alio EGHLm1PS cuius conueniunt
om. EGLRS cuius eius P autem uero N itaque
P in nullum eius om. P post eius add . itaque N
igitur L 18 poterant EGL potuerunt ex
poterunt P potuerant R autem om. LS
proprietatem EGLRS proprietate * s er . H 20
proprietatem EGH LPRS nihil nulli Lm2P
participat ER cipet, diuidi in ea quæ non participant, non
potest; recte igitur hæc quorum proprietas in alium non conuenit, indiuidua
nuncupantur. at uero hominis proprietas, id est specialis, conuenit et in
Socratem et in Platonem et in ceteros, quorum proprietates ex accidentibus
uenientes in quemlibet alium singularem nulla ratione
conueniunt. Continetur igitur indiuiduum quidem sub specie, species autem
sub genere. totum enim quiddam est genus, indiuiduum autem pars, species uero
et totum et pars, sed pars quidem alterius, totum autem non alterius, sed
aliis; partibus enim totum est. De genere quidem et specie et quid
generalissimum et quid specialissimum et quæ genera eadem et species sunt, quæ
etiam indiuidua, et quot modis genus et species dicitur, sufficienter dictum
est. Hic retractat omnia breuiter quæ supra latius absoluit dicens
indiuiduum ab specie contineri, species uero ipsas a genere, huiusque causam
reddens ait : omne enim genus totum est, indiuiduum pars. totum enim genus in
eo quod genus est, continet, tametsi species esse potest; totum enim non
ut genus species est, sed ut ea quæ supponitur generi. genus igitur in eo quod
genus est, totum est speciebus, semper enim continet eas. at uero indiuiduum
pars semper est, numPorph. Boeth. proprietates Em1NR conueniunt N 4
pr . et om. C secund . in om. S tert . in om. HNP 5
uenientes ex accidentibus C ex accidente om . uenientes EGLm1RS 7 Continetur om. R cf. ad
235, 4 continentur A m2 K m1 Z quidem om . Φ est quidem Δ 8 totum indiuidua 14 R Q,
om. cett . 9 pars uero pars est species autem Δ 10 pr . totum totum est ΛΦ 11 sed in aliis, in partibus edd. cum Porph. 8,
2 12 quod ΛΣ 13 et quid
specialissimum om . A quod A2 14 sint. R ΓΛΙIΣ; cf. 237, 15
quod GS tot Pm1 modis om. S 15 dicatur N ΥΔΛΠΦΨ, s. l. add . Σ ; cf. 237, 19 16
Hic om. NR, s. l. Hm2 17 teneri
C ipsas om. E ipsa Cm1 18 huiusce
Lm2 pars om. E genus enim Cm1 ante genus s.
l. totum m2 HN 20 totum tum Hm1 tunc Ν enim
autem S 23 est ante semper CN pars
post est LS quam enim ipsum aliquid sua proprietate
concludit. species uero et totum est et pars, pars quidem generis, totum uero
indiuiduis. et cum pars est, ad singularitatem refertur, cum totum, ad
pluralitatem. quoniam enim unum genus pluribus speciebus superest, una quælibet
species pars est generis, id est unius, quoniam autem species pluribus
indiuiduis præest non est uni indiuiduo totum, sed plurimis. idcirco enim totum
dicitur, quia plura continet et cohercet. nam ut pars sit aliquid, una ipsa
unius pars esse poterit, ut uero totum sit, unum ipsum unius totum esse
non poterit. idcirco alterius quidem pars est species, aliis uero
totum. Et de genere quidem et specie dictum est et quid sit generalissimum
genus, quoniam id cui nullum aliud superponitur genus, et quid specialissima
species, quoniam ea cui species nulla supponitur, et quæ genera eadem
sunt, eadem et species, scilicet subalterna quibus aliquid superponitur,
aliquid uero supponitur, quæ etiam indiuidua, ea scilicet quorum proprietates
alteri nequeunt conuenire, et quot modis genus uel species dicitur, genus
quidem aut in multitudine aut in pro creatione aut in participatione substantiæ,
species uero aut ex figura aut ex generis suppositione, sufficienter dictum
est. quibus absolutis modum uoluminis terminabo, ut quarti area libri
differentiæ reseruetur. 2 ante post . pars add . et C,
post er . que L totum in mg. Cm2 uero om. HN
autem C in mg. add. m2 L quidem S 3 indiuidui
Cm1NS et sed CHN post post . cum add . uero R 4
quoniam quod L 7 pluribus HLm2NS 9 unum ipsum
brm 12 Et sed in er . et Lm2 specie de specie
EG 13 post id add . est P, s. l. Em2 14
quod C specialissimum om .
species, HN nulla species
NR 15 superponitur ras. corr. E nulla EG eadem s. l. Lm2 16
supponitur HR aliquid uero supponitur om. ENR, in mg.
Cm2 17 ea om. EGLPRS 18 non queunt G quod
Em1GN quod quot R 20 aut in participatione s. l. Gm2
post substantiæ add . aut ex figura S consistit edd .
uero aut autem N 21 figura genere S ex om. E
est om. S post area s. l . ubi discutiamus ea
Em2 23 ante subscriptionem initium libri IV usque ad 239, 6
iniecta scriptum, post subscrip
tionem E ANICII MANLII MALLII G SEVERINI BOETII BOECII G V. C. ET I LL . EXCONS EXC. E ORD. PATRICII IN ISAGOGEN YSAGOGAS E )
PORPHYRII PORPHIRII E ) ID EST INTRODVCTIONE A SE TRANSLATÆ ID eqs.
om ., SCDÆ E ) EDITIONIS LIB. III. EXPL. INCIP. LIB. IIII. EG ;
EXPLICIT LIBER TERTIVS. LIB. IIII. EXPLICIT L ) INCIPIT LIBER add.
LS ) QVARTVS L add. mS) NPRS uariis cum.
compendiis) ; LIBER QVARTVS C; subscriptio deest in H De
differentia disputanti non æque illud debet occurrere quod in generis
specieique tractatu de collocationis ordine quærebatur. illic enim meminimus
inquisitum, cur esset omnibus præpositum genus, ut id primum ad disputationem
ueniret, cur post genus species esset iniecta, nunc uero superuacuum est
dicere, cur post speciem differentia sumpta sit, cum illud iam fuerit
inquisitum, cur non ante speciem collocata sit. quodsi mirum uidebatur speciem
differentiæ in disputationis loco fuisse præpositam, quod differentia
continentior et magis amplior esset specie, quid est quod possit quisque
mirari, si eandem differentiam ante proprium atque accidens collocauerit, cum
proprium unius semper sit speciei, ut posterius demonstrabitur, accidens uero
exteriorem quandam ostendat naturam nec omnino in substantia PREDICARE,
differentia uero utrumque contineat, et de pluribus speciebus et in substantia PREDICARE?
sed hæc hactenus, nunc ad ipsa Porphyrii uerba ueniamus.
Differentia nero communiter et proprie et magis 3 quod inquisitum Porph.
Boeth. De differentia Differentiæ E Differentia G
Differentiam La.c . disputanti in disputando CEGLm1N non æque
illud non illud quoque C 3 quod ut HN collationis
Cm1HN 4 quærebatur hic desinit
cod. S 11 ante specie add . ea EG ab
HL est quod om. GR
post quid add .interrgatiue) s. l. Lm2, sit
Em1 sit quod m2 an quisquam? ad quisque add
. iure possit Em2 12 post eandem add . iure
E, s. l. Lm2 13 sit unius speciei semper C unius sit semper
speciei R unius semper speciei sit N 15
substantiam NR 16 substantiam Em1 ante
Differentia inscriptio DE om
. Ψ DIFFERENTIA additur
in 2 et magis proprie in mg. Cm2? proprie
dicitur. communiter quidem differre alterum ab altero dicitur, quod alteritate
quadam differt quocumque modo uel a se ipso uel ab alio. differt enim Socrates
a Platone alteritate et ipse a se uel puero uel iam uiro et faciente aliquid
uel quiescente et semper in aliquo modo habendi alteritatibus. proprie
autem differre alterum ab altero dicitur, quando inseparabili accidenti ab
altero differt. inseparabile uero accidens est ut nasi curuitas, cæcitas
oculorum, cicatrix, cum ex uulnere obcalluerit. magis proprie differre
alterum ab altero dicitur, quando specifica differentia distiterit, quemadmodum
homo ab equo specifica differentia differt rationali qualitate. Tribus
modis aliud ab alio distare PREDICARE genere. specie, numero, in quibus omnibus
aut secundum substantiales quasdam differentias alia res distat ab alia
aut secundum accidentes. nam quæ genere uel specie distant, substantialibus
quibusdam differentiis disgregata sunt, idcirco quoniam genera et species
quibusdam differentiis informantur. nam quod homo ab arbore genere distat,
animalis sensibilis qua litas in eo differentiam facit. addita enim sensibilis
qualitas prædiximus dicitur λεγέσ&ω Porph. 8, 8; cf .
nuncupatur infra communiter distiterit 12 R Q,
om. cett . 2 ab om . A, s. l . Γ 3 ipso om.
R 4 pr . a om. R X puero a puero ΣΦ 5 uiro a
uiro Φ et R T
uel cett.; Porph. 8, 11 χοιί aliquod S 6 habendi habendi
se Φ ; Porph. 8, 12 τού πώς εχειν 7 ab om
. ΔΛΣ quandam R 8 accidente R ; post add .
alterum edd. cum Porph. 8, 13 ab om . Σ 10 coaluerit Σ m2 post proprie add . autem ΓΔ fort. recte uero Φ ; Porph. 8,
15 hi 11 ab om . ΛΣ 12 destiterit TX
m1 AZ quemadmodum differt del. Lm1? 13 differentia om.
Ν Σ ante rationali add . id
est CEGL, s. l . Hm2 A m1? rationabili CEGLPR 14
ab LP, om. cett . 17 accidens CEm2
accidentales Lm2 18 disgregata quibusdam om. N, s. l. R 19
post quibusdam add . substantialibus Hm2 edd.,recte? ad
informantur s. l. disregantur N 21 ea
Hm1Lm2NP animato animal facit, eidem detracta facit animatum atque
insensibile, quod uirgulta sunt. igitur homo atque arbor genere differunt utraque
enim sub animalis genere poni non possunt, differentia sensibili secundum genus
discrepant, quæ unius ex propositis tantum genus, id est hominis informat,
ut dictum est. illa uero quæ specie distant manifestum est quod ipsa quoque
differentiis substantialibus discrepant, ut homo atque equus differentiis
substantialibus discrepant, rationabilitate atque inrationabilitate. ea uero quæ
indiuidua sunt et solo numero discrepant, solis accidentibus distant. hæc
autem sunt uel separabilia uel inseparabilia, separabilia quidem, ut moueri,
dormire; distat enim alius ab alio, quod ille somno prematur, bic uigilet.
distat item inseparabilibus accidentibus, quod hic staturæ sit longioris, hic
minimæ. Quæ cum ita sint, in ternarium numerum has differentiarum diuersitates
Porphyrius colligit hisque ipse nomina quibus post utatur, apponit dicens :
omnis differentia uel communiter uel proprie uel magis proprie nuncupatur,
communiter quidem eam differentiam sumens quæ quodlibet accidens monstret, quæ
in quadam alteritate consistit, ut si Plato a Socrate differat, quod ille
sedeat, hic ambulet, uel quod ille sit senex, hic 5 ut dictnm est 208, 17
ss. 1 eiusdem
E et idem G eadem L inanimatum L, in er.
EP; cf. 208, 14 ss . 2 post arbor add . quæ H
linea del., sed lin. er. L del. m1 N 3 animali om . genere N 4 ante
differentia add . sed ex E nam brm, post s. l .
igitur Pm2 5 præpositis CLm1N positis Em1, s. l .
homine et arbore Lm2Em2 6 distant specie C quod
om. CHN 7 discrepare CHN ut discrepant om. EGL, s. l.
R 8 discrepant om. C 9 post
inrationabilitate add . distant L 10 sunt add. Lm2, in
mg. Pm2 13 distant Hm1Pm2 distet L distat
enim E 14 sit om. R, ante staturæ HN staturæ
sit post longioris L minimæ Ppr minime cett. codd. bm 16
isque EG ipsis C post utatur postulatur EGR 17
propria Ca.c.L 18 propria L differentiam eam
HNP a differentia om. eam E 19 ad sumens s.
l . exordium Em2 monstraret EGLm1 demonstraret m2
R 20 ut si uti EGLm1 uti si m2 R
a om. CGR, s. l.
Lm1?Pm2 differt ex -rat E 21 sit om.
C est EGL s. l. R iuuenis. a se ipso etiam sæpe aliquis
differre potest, ut si nunc quidem faciat aliquid, cum ante quieuerit, uel si
nunc adulescens iam factus sit, cum prius tenera uixisset infantia. communes
autem differentiæ nuncupatæ sunt, quoniam nullius propriæ esse possunt
differentiæ, sed separabilia accidentia sola significant. nam et stare et
sedere et facere aliquid ac non facere multorum atque adeo omnium et
separabilia esse accidentia manifestum est. quibus si qui differunt, communibus
differentiis distare dicuntur. præterea puerum esse atque adulescentem uel
senem, ea quoque separabilia sunt accidentia. nam ex pueritia ad
adulescentiam atque hinc ad senectutem, ab hac denique ad decrepitam usque ætatem
naturæ ipsius necessitate progredimur. illud forsitan sit dubitabile de unius
cuiusque forma corporis, an ullo modo separari queat. sed ea quoque est
separabilis, nullius enim diuturna ac stabilis forma perdurat. idcirco nec
peregrinus pater relictum domi puerum, si adulescentem redux uiderit, possit
agnoscere; forma enim semper quæ ante fuerat, permutatur atque ipsa alteritas
qua distamus ab altero, semper diuersa est. Constat igitur hanc communem
differentiam separabilibus maxime accidentibus applicari, propria uero
est quæ inseparabilia significat accidentia. ea huiusmodi sunt, ut si quis cæcis
nascatur oculis, si quis incuruo naso; dum enim adest nasus atque oculi, ille cæcus,
ille erit semper incuruus. atque hæc per naturam. sunt uero alia quæ per
accidens corporibus fiunt, ut si cui uulnus 1 post
differre add . quidem L 2 cum ante in mg. Cm2
nunc si C 3 iam er. L, post nunc N 5
proprie CL sed CLm2NP,
om. EG, et R quæ HLm1 separabiles E, post add .
enim Lm1, del. m2 6 pr . et om. P ac et
HNP 7 ideo EGL post omnium add sunt edd .
et om. H esse om. G, post accidentia EL ;
separabilium esse accidentium N 8 si om . N quid
EG qua R 9 discuntur E 10 ante
separabilia add . ueraciter R 14 eo Lm1 15 est
separabilis est separabilis forma PR separabilis forma est
EGL nullius perdurat om. GR, in mg. Cm2, s. l. Pm2 ac
stabilis et stabilis C ut
uid . N ac stabili P estimabilis E 18
alteritas ipsa EG 19 altera EGLm2R 22 nascetur
Em1 24 ante erit add. etiam R semper
om. C inflictum cicatrice fuerit obductum, hæc si obcalluerit,
propriam differentiam facit; distabit enim alter ab altero, quod hic cicatricem
habeat, ille uero minime. postremoque in his omnibus uel separabilibus
accidentibus uel inseparabilibus alia sunt naturaliter accidentia, alia
extrinsecus, naturaliter quidem ut pueritia uel iuuentus et totius conformatio
corporis, sic cæci oculi et curuitas nasi. et superiora quidem exempla
separabilis accidentis per naturam sunt, posteriora uero inseparabilis. item
extrinsecus uel ambulare uel currere; id enim non natura, sed sola affert
uoluntas, natura uero posse tantum dedit, non etiam facere. atque hæc sunt
separabilis accidentis extrinsecus uenientis exempla, illa uero inseparabilis,
ut si qua cicatrix obducta uulneri obcalluerit. Magis propriæ autem differentiæ
prædicantur, quæ non accidens, sed substantiam formant, ut hominis
rationabilitas; differt enim homo a ceteris, quod rationalis est uel quod
mortalis hæ sunt igitur magis propriæ, quæ monstrant unius cuiusque
substantiam. nam si illæ quidem idcirco communes dicuntur, quia separabiles
atque omnium sunt, aliæ autem propriæ, quoniam separari non possunt,
quamuis sint in accidentium numero, illæ iuro magis propriæ prædicantur, quæ
non modo a subiecto separari non possunt, uerum subiecti ipsius speciem
substantiamque perficiunt. ex his igitur tribus differentiarum diuersitatibus,
id est communibus, propriis ac magis propriis, fiunt secundum genus uel
speciem uel numerum discrepantiæ nam ex communibus et propriis secundum numerum
distantiæ nascuntur, ex magis propriis uero secundum genus ac speciem.
1 ante cicatrice add . si H 6 uel om. C
formatio HNPm2 sic HPm1 et si m2 Rm1
sieque m2 si EGLm1
sique m2 tum CN
9 post currere add . sunt E 10 uoluptas
L 11 at Em1 atqui m2 separabilis sunt C 13
uulneris Lm2P autem propriæ La.c.R 14 substantia
Cm1 15 informant Pm2, recte? 16 a om. HN
rationabilis EGLPR post mortalis add . est C hæ Hp.r.L hæc cett . sunt igitur enim
sunt H 20 quoniam quod R 22 ab G post
ipsius add . suis Em1, del. m2 23 tribus igitur
CG 24 ac s. l. Em2, et CR Uniuersaliter ergo
omnis differentia alteratum facit cuilibet adueniens, sed ea quæ est communiter
et proprie, alteratum facit, illa autem quæ est magis proprie, aliud.
differentiarum enim aliæ quidem alteratum faciunt, aliæ uero aliud. illæ quidem
quæ faciunt aliud, specificæ uocantur, illæ uero quæ alteratum,
simpliciter differentiæ. animali enim differentia adueniens rationalis aliud
fecit et speciem animalis fecit, illa uero quæ est mouendi, alteratum solum a
quiescente fecit; quare hæc quidem aliud, illa uero alteratum solum
fecit. Omnis differentia alterius ab altero distantiam facit. sed hæc uel
est communis et continens uel cum quodam proprio et magis proprio
differentiarum modo. quare quicquid qualibet ratione ab alio diuersum est,
alteratum esse dicitur. si uero accesserit illi diuersitati ut etiam
specifica quadam differentia sit diuersum, non alteratum solum, uerum etiam
aliud esse prædicatur. alteratio igitur continens est, aliud uero intra
alterationis spatium continetur; nam et quod aliud est, alteratum est, sed non
omne quod alteratum est, aliud dici potest. itaque si accidentibus
aliquibus fuerit facta diuersitas, alteratum 1 11 Porph. 8, 17 9, 2
Boeth. 34, 7 15. 1 ergo uero CEGR; Porph. osv
alterum E h m2 A 2 sed ea quiescente fecit 10 Ω, om. cett . ea quæ est eqs. cum
cod. A Porph. cett. α: μέν κοιοϋσιν, a: 81 άλλο 3 alterum Δ, item 4 autem uero ΔΣΦ 7 altera Φ* enim autem A a.c . 8 rationale
2 facit ΓΣΦ item 9; Porph. 9,
1 ίποίησεν et speciem animalis
fecit om. codd. quidam Porph., deleri uult Busse 10 faci?? ΓΔ m2 ΣΦ qua *
?? ? er. re * C qua in re si add. GLm1, s. l . siquidem m2
EGL 11 ille Gm1 illæ Δ solum om. EG, s. l. Cm2, solum modo P fecit ΔΛ, om. P, facit cett.;
Porph. 9, 2 έποίηοιν 13 uel est L uel ex EG est uel N,
om . est CR, om . uel HP ante est add .
quidem communi EG continenti E -ti *
G cum om. N, s. l. Em2 eo m1 14 proprio proximo
GR, post proprio add . uel maximo P 18 inter
Gm1 19 nam et Hm1NR igitur
et EG igitur omne
et add. C CHm2L 21 erit HN quidem effectum
est, quoniam quidem quolibet modo uel ex quibuslibet differentiis considerata
diuersitas alterationem facit intellegi, aliud uero non fit, nisi substantiali
differentia alterum ab altero fuerit dissociatum. itaque communes et propriæ
differentiæ, quoniam accidentium, ut dictum est, sunt, solum efficiunt
alteratum, aliud uero minime, magis propriæ autem, quoniam substantiam tenent
et in subiecti forma prædicantur, non modo alteratum, quod est commune uel
substantiali uel accidenti differentiæ, sed etiam aliud faciunt, quod ea
sola retinet differentia quæ substantiam continet formamque subiecti.
atque hæ quidem differentiæ quæ faciunt aliud, specificæ nuncupantur idcirco,
quod ipsæ efficiunt speciem; quam cum substantialibus differentiis
informauerint, faciunt ab aliis ita esse diuersam, ut non alterata solum sit,
uerum etiam tota alia prædicetur. itaque fit huiusmodi diuisio,
differentiarum ut aliæ alteratum faciant, aliæ nero aliud. et illæ quidem quæ
faciunt alteratum, simpliciter puro nomine differentiæ nuncupantur, illæ uero
quæ aliud, specificæ differentiæ PREDICARE atque ut planius liqueat quid sit
alteratum, quid aliud, tali describuntur termino uel declarantur exemplo
: aliud est quod tota speciei ratione diuersum est, ut equus ab homine, quoniam
rationalis differentia animali adueniens hominem fecit aliudque eum quam equum
esse constituit. item si unus homo sedeat, alter assistat, non efficietur homo
diuersus ab homine, sed eos alteratio sola disiungit, ut eum qui assistit
ab eo qui 5 ut dictum est 242, 4 ss. 19 ss. 1 post, quidem om.
HNP, del. Lm2 uel ex quibuslibet om. H ad differentiis
s. l . uel diuersitatibus Rm1 ? 7 formam N 9
accidentali Hm2NPm2 facit EGLP 10 quæ er. C 11
hee P 12 ipsæ om. EGLR
14 alteratum E in ras. m2 P alterum GLR 15 aliud
R sit E 16 ut om. EH faciunt HNR
facient Em2 facie m1 20 describantur Em1 21
ratione specie sic E ab om. EGL, s. l. HP 22
facit HLNPm1 23 esse est Em1 ita R
itaque N 24 efficitur N efficiatur ur add. m2
P sedet faciat alteratum. item si ille sit nigris oculis,
ille cæsiis, nihil, quantum ad formam humanitatis attinet, permutatum est. ita
secundum has differentias alteratio sola consistit. at si equus quidem iaceat,
homo uero ambulet, et aliud est equus ab homine et alteratum, dupliciter quidem
alteratum, semel uero aliud. alteratum est enim, uel quod omnino specie
diuersum est et est aliud; omne enim aliud, ut dictum est,
etiam alteratum est , uel quod
accidentibus distat, quod ille iaceat, hic ambulet, semel uero est aliud, quod
rationabili atque inrationabili differentiis dis|gregatur, quæ specificæ
sunt et substantiales dicuntur. est igitur alteratum quod ab alio
qualibet ratione diuersum est. Secundum igitur aliud facientes diuisiones
fiunt a generibus in species et definitiones adsignantur, quæ sunt ex genere et
huiusmodi differentiis, secundum autem eas quæ solum alteratum faciunt,
alteratio sola consistit et aliquo modo se habendi permutationes. Quoniam
in principio operis huius generis, speciei, differen 13 17 Porph. 9, 2 6 Boeth.
34, 15 19. 18 in principio o. h. 147, 5. 1 facit Em1G
item om. EGR, in mg. Hm2, s. l. Lm2 si om. EGL, post
ille R, in mg. Hm2 post . ille iste N cæsius La.c .
ce- Pm1 cæcis N cecus C 3 item in
ras. L post
has add . quoque HNP, s. l. Lm2 sola s. l. Em2
ut GN 4 uero om. E 5 ab de P pr . alterum GLm1
6 post uero add . est C enim om .
H quidem add. post est N, ante est CGPR 7
enim om. G 8 distet R 9 iacet HLm1N
ambulat H rationali atque inrationali HLm2R 10
differentia N segregatur CR specificæ sunt differentiæ
specificæ C 13 post facientes add . differentias
edd., om. codd. cum cod. C Porph. 9,3 et Dauide commentatore 177, 23 Busse;
post add . et edd. cum Porph . τέ 14 quæ faciunt
16 L Q, om. cett . 15 ante
sunt add . definitiones Γ definitiones
scilicet Δ et ex Δ m2 16 ante
alteratio add . at CG alteratio sola consistit ai έτερότητες μο'νον συνίατανται Porph. 9, 5 17 et in CEGLR ad Δ
; Porph. v.at aliquo modo aliquando Γ
se add. Em2 habentis R habentibus EGLm1
permutatione R permutationibus CEGLm2 18 huius
om. EGR, ante operis s. l. Lm2 specieique EGLNPR; tiæ,
proprii accidentisque notitiam ad diuisionem atque ad definitionem utilem esse
prædixit, idcirco nunc differentiarum ipsarum facta diuisione easdem partitur
et segregat, quænam differentiæ diuisionibus ac definitionibus accommodentur,
quæ uero minime. quoniam igitur diuisio generis ita in species facienda
est, ut illæ a se species omni substantiæ ratione diuersæ sint, idcirco non
probat assumendas esse eas ad diuisionem differentias quæ uel separabilis uel
inseparabilis accidentis significationem tenent, idcirco quoniam, ut dictum
est, solum faciunt alteratum, aliud uero perficere et informare non
possunt. inutiles igitur sunt ad diuisionem hæ differentiæ quæ faciunt
alteratum. segregandæ igitur sunt communes et propriæ a generis diuisione, illæ
assumendæ tantum quæ sunt magis propriæ. illæ enim faciunt aliud, quod
generis diuisio uidetur exposcere. ad definitionem quoque eædem magis
propriæ plurimum ualent, communes et propriæ uelut inutiles segregantur;
communes enim et propriæ, quoniam accidens diuersi generis ferunt, nihil
substantiæ ratione conformant, definitio uero omnis substantiam conatur
ostendere. specificæ uero differentiæ illæ sunt quæ, ut superius dictum
est, speciem informant substantiamque perficiunt; hæ sunt magis propriæ. eædem
igitur sicut in diuisionem, ita etiam in definitionem assumuntur. ut enim
dictum est, eædem diffe 9 ut dictum est superius ut enim dictum est infra 253,
12 ss. 258, 9 ss. 260, 6 ss. 2 definitionem defensionem
G utile E 4 ac definitionibus om . EG 5
diuisio igitur E 7 eas ante assumendas P,
ante esse HN diuisiones NRm1 8 uel
inseparabilis om. EGR 9 idcirco faciunt uel eas differentias quæ
faciunt faciant R EGL del. m2 R 10 aliud alteratum 12 om. EGR 14 aliud
faciunt C 15 definitionem diuisionem Cm1EGLm1
eadem Em1G 16 plurimum om. EG post ualent add .
nam EGL del. m2 P 17 uelut propriæ om. EGR enim
om. CH 18 proferunt Lm2Pm2 procedent m1 præcedunt
N a.c. informant N hee CP hæc E 22 eædemque
C eadem Em1GL diuisione GN, add . generis
GL etiam om. HN et P 23 diffinitione N
ut enim sumuntur om. edd .
rentiæ nunc quidem constitutiuæ ad definitionem specierum sumuntur, nunc
diuisiuæ ad partitionem generis accommodantur. ita igitur cum diuisiuæ sunt
generis, aliud constituunt, in substantiæ uero definitione speciei
informationem faciunt, cumque magis propriæ et aliud faciant et specificæ sint,
eo quidem quo aliud faciunt, diuisionibus aptæ sunt, eo uero quo speciem
informant, definitionibus accommodatæ sunt. communes autem et propriæ quoniam
neque aliud faciunt, sed alteratum, neque omnino substantiam monstrant, æque a
diuisione ut a definitione disiunctæ sunt. A superioribus ergo rursus
inchoanti dicendum est differentiarum alias quidem esse separabiles, alias uero
inseparabiles. moueri enim et quiescere et sanum esse et ægrum et quæcumque his
proxima sunt, separabilia sunt, at uero aquilum esse uel simum uel
rationale uel inrationale inseparabilia. inseparabilium autem aliæ quidem sunt
per se, aliæ Porph. Boeth.
assumuntur Ea.c . partitionem coparationem N 3 ita faciunt
4 in mg. sup. Hm2 Ita igitur cum diuisio generis aliud quærat. substantia
uero speciei informationem Hm1, eadem uerba loco ita faciunt
adiungit N Ita igitur cum ad diuisionem generis aliud querant. aliud uero
ad speciei informacionem faciunt Hm3 3 diuisiuæ CHm2LN priore loco Pm1
diuisione EG ad diuisionem Hm3R diuisio Hm1N
post. l Pm1 sunt CHm2LN pr. l.,
om. EGHm1 et 3 N post. l. R, s. l. Pm2 constituunt CHm2N pr. l. Pm2 quærat Hm1N post.
l. Pm1 quærant uel
que-, Hm3R quam erat EG constituunt quam erat
L in substantiæ uero definitione CHm2LN pr. l. Pm2 in substantia
uero Pm1R substantia uero EGHm1N post. l. aliud
uero Hm3 4 post uero add . ad Hm3
faciunt om. EHm1N post. l.
5 pr. et om. HN, s. l. Pm2 faciunt Lm1Pm1
et ac C eo in eo N 6 quidem om. L
quod HLm1NP d er . uero modo N 7 quod HRm1
9 sed sub G monstrat CGm1 11 ergo om .
H uero N 2 ; Porph. 9, 7 ouv rursus
om. H 12 aliæ... aliæ h m1 separabiles esse Φ 13 alias uero perceptibile 249, 2 om.
C moueri perceptibile R Ω, om. cett . 14 ante quæcumque s.
l . omnia Λ 15 at inseparabilia in sup. mg . h m2 acylum ΓΦ acilum ΛΣ, sim. . al . 16
post inseparabilia add . sunt PAS<P edd. Busse, om.R
h cum Porph. 9,10 uero per accidens; nam rationale per
se inest homini et mortale et disciplinæ esse perceptibile, at nero aquilum
esse uel simum secundum accidens et non per se. Superius differentias
triplici diuisione partitus est dicens aut communes esse aut proprias aut magis
proprias, dehinc easdem alia diuisione in duas secuit partes dicens has quidem
aliud facere, illas uero alteratum. nunc tertiam earum quidem facit diuisionem
dicens alias esse separabiles, alias inseparabiles, posse autem de uno quoque
cuius multæ sunt differentiæ, plurimas fieri diuisiones ex ipsa differentiarum
natura manifestum est. nam si omnis diuisio differentiis distribuitur, quorum
multæ sunt differentiæ, multas etiam diuisiones esse necesse est. fit autem ut
animal diuidatur quidem hoc modo: animalis alia quidem sunt rationabilia,
alia in rationabilia, item alia mortalia, alia inmortalia; item alia pedes
habentia, alia minime; rursus alia herbis uescentia, alia carnibus, alia
seminibus. ita nihil mirum uideri debet, si multiplex differentiæ est facta
partitio.ac primum quidem cum in ternarium numerum differentiæ membra
secuisset, communes et proprias et magis proprias nuncupauit. secunda uero
diuisio communes et proprias intra nomen alteratum | facientis inclusit, magis
proprias uero intra aliud facientis. hæc nero tertia diuisio, quæ ait
differentiarum alias esse separabiles, alias inseparabil es, 5
Superius... dicens aut eqs. 239, 18. 7 dicens has eqs.| 244, 2. 2 perceptibile ΦΨ perceptibilem cett
. in mg . capacem T 3 uel et Γ simium P post accidens add .
est Γ, s. l. Lm2, ras. in E et om. Ν ΑΣ 4 post
se add. est P 5 differentia R 7
dicens in mg. Hm2 8 earum quid R earundem
CN quidem post pr . alias C 9 post post,
alias add . uero C 14 animal in animali quod H
diuiditur H quidem ante diuidatur Lp, om.
brm 15 animalium N edd . quidem post sunt NP, om.
H rationalia alia inrationalia H 18 item P
20 post secuisset add . ait HP aut CN
et magis et proprias om. EG 21 nuncupari H
nuncupauerit LPR 22 facientes CNPm1 propria
R proprium Em1GLp.c . 23 facientes CN qua
CLNRm1 unam quidem ex alteratum facientibus separabilibus
differentiis adiungit, ceteras uero intra inseparabilis differentiæ uocabulum
claudit. una quidem ex alteratum facientibus. id est propria differentia, et
reliqua quæ aliud facere demonstrata est, id est magis propria, inseparabiles
differentiæ esse dicuntur. quarum subdiuisio fit. inseparabilium
differentiarum aliæ sunt per se, aliæ secundum accidens, per se quidem magis
propriæ, secundum accidens uero propriæ. per se autem aliquid inesse dicitur
quod alicuius substantiam informat. si enim idcirco quælibet species est,
quoniam substantiali differentia constituitur, illa differentia per se
subiecto adest neque per accidens aut per quodlibet aliud medium, sed sui præsentia
speciem quam tuetur informat, ut hominem rationabilitas. homini enim huiusmodi
differentia per se inest, idcirco enim homo est, quia ei rationabilitas adest;
quæ si discesserit, species hominis non manebit. et has quidem quæ
substantiales sunt, inseparabiles esse nullus ignorat; separari enim a subiecto
non poterunt, nisi interempta sit natura subiecti. secundum accidens nero
inseparabiles differentiæ sunt hæ quæ propriæ nuncupantur, ut aquilum esse uel
simum; quæ idcirco per accidens nuncupantur, quoniam iam constitutæ
speciei extrinsecus accidunt nihil subiecti substantiæ commodantes.
Illæ igitur quæ per se sunt, in substantiæ Porph. Boeth. ex
om. EG, in inf. mg. L alteratum post facientibus R, om.
G post facientibus add . id est communem L in inf. mg.
P 2 adiungit ponit La.c . cetera R ceterasque
Lm2 alteram C 3 una ras. ex una C
quidem quidem fit G quippe HN 4 et om. G, s. l.
E 5 inseparabilis E esse om. G 6 post
quarum add . quidem Lp ita brm post aliæ
add . enim EGL 8 inesse aliud
ex aliquid m2 L 11 neque non Lm2R,
ante neque add . quæ Hm2 12 post
medium add . quæ sunt propria Hm1, del. m2 13
rationalitas H, item 15 15 ei s. l. Hm2 16 quidem
eas sic C 17 nullus esse C 18 nisi ni EG 20
proprie CN aquilum cf. 248,
15 22 accedunt Hm1N subiecto Hm1 subiectæ
Lm1N -te 24 Igitur illæ C in om .
N ratione accipiuntur et faciunt aliud, illæ uero quæ secundum
accidens, nec in substantiæ ratione dicuntur nec faciunt aliud, sed alteratum.
et illæ quidem quæ per se sunt, non suscipiunt magis et minus, illæ uero
quæ per accidens, uel si inseparabiles sint, intentionem recipiunt et
remissionem; nam neque genus magis aut minus prædicatur de eo cuius fuerit
genus, neque generis differentiæ, secundum quas diuiditur; ipsæ enim sunt
quæ unius cuiusque rationem complent, esse autem uni cuique unum et idem neque
intentionem neque remissionem suscipiens est, aquilum autem esse uel simum uel
coloratum aliquo modo et intenditur et remittitur. Differentiis rite partitis
earum inter se distantiam monstrat atque unam quidem repetit quam superius
dixit. cum enim tres esse dixisset differentias, communes, proprias, magis
proprias, alteratum facere dixit proprias, sicut etiam communes, aliud minime,
sed hoc solis magis propriis reseruauit. nunc igitur idem repetit dicens
quoniam inseparabiles differentiæ quæ substantiam monstrant, id est quæ per se
subiectis speciebus insunt easque perficiunt, aliud faciunt, illæ
uero superius rationem GR h suscipiuntur Lm2
percipiuntur Φ aliud illud E
illæ suscipiens est 12 Ω, om. cett . 3 dicuntur accipiuntur
Φ ex 1; Porph. 9, 16 λαμβάνονχαι uel παραλαμβάνοντα codd ., λέγονται Dauid comment. 184, 16 alteratum alterum
Wm1 et om . Γ 4 quidem om .
Λ uero Γ 5 uero quæ quidem Γ si om . Φ 6 sunt ΔΣΦ brm Busse; Porph. 9, 18 v.dv Jaw 7 aut
Λ Busse
et cett. codd. edd. cf. 4; Porph. 9, 19 ή cod. M m; cett . 9
ipsæ otuxat Porph. 9,
20 10 post rationem add . id est diffinitionem Φ 11 neque remissionem cum Porph. 9, 21 cod. Μ, ooxe ανεσιν οντε έπίχασιν cett . 12 aquilum cf. ad 248, 15 autem om. P
13 pr . uel et Γ colorari Em1
et om. CLR 14 et uel R 17 esse post
dixisset HNP, ante tres P 18 alteratum proprias proprias
alteratum facere dixit HNP 19 post aliud add .
uero HNPR, s. l. Lm2 quæ sunt propriæ, id est secundum
accidens inseparabiles differentiæ, neque in substantia insunt nec aliud
faciunt, sed tantum, ut superius dictum est, alteratum. item alia distantia est
earum differentiarum quæ secundum substantiam sunt, ab his quæ secundum
accidens, quoniam quæ substantiam mon strant, intendi aut remitti non possunt,
quæ uero sunt secundum accidens, et intentione crescunt et remissione
decrescunt. id autem probatur hoc modo. uni cuique rei esse suum neque crescere
neque deminui potest; nam qui HOMO cavallo est, UMANITA cavallita suæ nec
crementa potest nec detrimenta suscipere. nam neque ipse a se plus aut
minus hodie uel quolibet alio tempore homo esse potest nec homo rursus ab alio
homine plus homo potest esse uel animal. utrique enim æqualiter animalia, æqualiter
homines esse dicuntur. quodsi uni cuique esse suum nec cremento ampliari potest
nec inminutione decrescere, quod per id facile monstrari potest, quoniam
quæ genera sunt uel species, nulla intentione uel remissione uariantur, non est
dubium quin differentiæ quoque, quæ unius cuiusque speciei substantiam formant,
nec remissionis detrimenta suscipiant nec intentionis augmenta. itaque
substantiales differentiæ neque intentionem neque remissionem suscipiunt.
huius causa hæc est. quoniam esse uni cuique unum et idem est, et
84 intentionem re|missionemue non suscipit huius exemplum. genus 2
nec N substantiam N sunt EN neque edd
. 4 est L s. l. m2 P edd.,
om. cett . sunt om. E 5 secundum accidens quoniam quæ om.
EGP 6 ante intendi add . quæ EGP post
possunt add . secundum s. l. E accidens EGP
sunt om. CHL 7 intentione intensione Pm2 edd., item 17 253,
6 9 deminui Pm1 minui
L ex diminui m2 N diminui cett . quia C 10
decrementa Em1G edd . 11 uel aut L 12 neque N 13
uterque P æqualiter dicuntur æqualiter corporales. æqualiter
animati. æqualiter homines esse dicuntur H, eadem uerba loco æqualiter dicuntur adiungit sic utrique enim
æqualiter eqs. N 15 ampliorari EGLPm1 17
ante non s.. et ob hoc Em2 informant Pm2 21
suscipient N cuius HNP 22 post unum
add . est L 23 remissionemque N post exemplum
add. sit Lm1 edd. ante huius distinctio, est Lm2,
s. l. Hm2 enim dici non potest plus minusue cuilibet genus; omnibus
enim genus æqualiter superponitur differentiæ quoque quæ diuidunt genus et
informant speciem, quoniam speciei essentiam complent nec intentionem recipiunt
nec remissionem. quæ uero secundum accidens differentiæ sunt
inseparabiles, ut aquilum esse uel simum uel coloratum aliquo modo, et
intentionem suscipiunt et remissionem. fieri enim potest ut hic paulo sit
nigrior, hic uero amplius simus, ille minus aquilus, at uero quod non omnes
homines æqualiter rationales mor talesque sint, nec specierum nec
differentiarum natura uidetur admittere. Cum igitur tres species
differentiæ considerentur et cum hæ quidem sint separabiles, illæ uero
inseparabiles, et rursus inseparabilium cum hæ quidem sint per se, illæ
uero per accidens, rursus earum quæ sunt per se differentiarum aliæ quidem sunt
secundum quas diuidimus genera in species, aliæ uero secundum quas ea quæ
diuisa sunt specificantur, ut cum per se differen tiæ omnes huiusmodi sint,
animati et inanimati, Porph. Boeth. differentiarum 19 specificantur Abælardus, Introduct. ad
theolog., II 94. 1 post cuilibet add . esse
L edd . 2 quæ om. GPR, del. Hm1? 3 formant CEGLm1R
species Lm2NP ante quoniam add . quæ EGHLPR
essentiam substantiam N 4 ante quæ add.
ill<a>e G aquilum cf.
ad 248, 15 colorari EG 8 nigrior sit HNP hic aquilus hic uero minus hic magis acilus ille
autem minus hic amplius simus illo uero minus E amplius simus amplissimus
G, add . sit L aquilus ut 6 9 non quod R ut
non HNPm1 quoniam non m2 rationabiles ELm2P
12 considerantur Λ m2 in er . -entur 2 13 hæc
EG illæ sensibilis om. CEG 14 et sensibilis ibid. om. HLNP 16
rursus sensibilis ibid. om. R per se sunt Λ2Φ 17 quidem om
. Λ2 18 ea ΓΔΨΨ edd . hæc ΛII2 20 animatum et inanimatum sensibile et
insensibile rationale et inrationale mortale et inmortale h m1 animati insensibilis
Porph. 10, 4 εμψύχου και αίαβητικου ante sint add . animalis
edd. cum Porph . τοϋ ζώου quattuor et om.
sensibilis et insensibilis, rationalis et inrationalis, mortalis et
inmortalis, ea quidem quæ est animati et sensibilis differentia. constitutiua
est substantiæ animalis est enim animal substantia animata sensibilis,
ea uero quæ est mortalis et inmortalis differentia et rationalis et
inrationalis, diuisiuæ sunt animalis differentiæ; per eas enim genera in
species diuidimus. Fit nunc differentiarum plena et suprema diuisio, quæ
est huiusmodi. differentiarum aliæ sunt separabiles, aliæ inse parabiles,
inseparabilium aliæ sunt secundum accidens, aliæ substantiales. substantialium
aliæ sunt diuisibiles generis, aliæ coustitutiuæ specierum. quod uero ait : cum
igitur tres species differentiæ considerentur, ad hoc retulit, quod in prima
differentiarum diuisione partim eas communes esse, partim proprias,
partim magis proprias dixit, quas rursus tres differentias alias separabiles
esse monstrauit, alias inseparabiles, separabiles quidem communes,
inseparabiles uero proprias ac magis proprias. inseparabilium uero fecit
diuisionem dicens alias esse secundum accidens, quæ propriæ nuncupantur,
magis proprias uero secundum substantiam considerari. earum uero quæ
secundum substantiam sunt, subdiuisionem facit, quod 3 constituta T
m1 4 post animata add . et ΓΛ Busse, om . ΔΠΣΦΨ Porph. 10, 6 edd . 5 ea he ex e Rm2 est sunt
R 6 differentia om . CEGPR et om . CLR \\
rationabilis et inrationabilis rac et irrac P Lm2P 7
diuisi Em1 diuisæ GPm1 has HP; Porph. 10, 8
St’ αΰτών genera in L s. l. m2 ΓΔΠ . in mg. m2 Ψ Porph., om. cett
. 11 post inseparabilium add. uero C 12
generis om. EGR, in mg. Lm2 15 post esse add .
dixit HNP dicit R 16 dixit om. HPR, s. l.
Em2 rursum H 17 alias inseparabiles esse esse om.
N monstrauit HNP 18 ac et
HN 20 accidens se EGer., s. l. Pm2, add . substantiam
Em1 alias alia E secundum
substantiam considerari G edd., in mg. Em2, s. l . alias secundum
Pm2, post considerari add . et illas esse secundum accidens
edd. quæ considerari om. E post quæ s. l . uero
secundum accidens Pm2 propria C proprias
Pm2 nuncupari Pm2 21 eorum sic uero quæ secundum
substantiam s. l. add. Em2 post quæ add. et
C aliæ earum genus diuidant, aliæ speciem informent. ad cuius rei
facilem cognitionem illa tertii libri specierum generumque dispositio transcribatur.
sitque primum substantia, sub hac corporeum atque incorporeum, sub corporeo
animatum atque inanimatum, sub animato sensibile atque insensibile, sub
quo animal, sub animali rationale atque inrationale, sub rationali mortale
atque inmortale et sub mortali species hominis, quæ solis deinceps indiuiduis
præponatur. in hac igitur diuisione omnes hæ differentiæ specificæ nuncupantur,
generum enim specierum que differentiæ sunt, sed generum quidem diuisiuæ,
specierum autem constitutiuæ. id autem probatur hoc modo. substantiam quippe
corporei atque incorporei differentiæ partiuntur, corporeum uero animati atque
inanimati, animatum sensibilis atque insensibilis. ita igitur genera
substantiales differentiæ partiuntur et dicuntur generum diuisiuæ. at
uero si eædem differentiæ quæ a genere descendentes genus diuidunt, colligantur
et in unum quæ possunt iungi copulentur, species informatur. nam cum animal
species sit substantiæ omnia enim superiora de inferioribus prædicantur et
quicquid inferius fuerit, species erit etiam superioris , animatum tamen atque 2 illa tertii
libri.. dispositio 208, 12 ss. 1 diuidunt N
diuident R informant CNR, add . atque construant H
atque constituunt -ant ex -ent P NP, s. l. Lm2
ex 256, 3 at E 2 facilitatem G
cognitionem om. EG illa s. l. Hm2 3 transferatur
Hm1N; post transcribatur spatium ad inscribendam figuram ut uid. relictum
in EG sub ubi E hoc Em1GLm1R 4 atque
incorporeum in mg. Em2 sub
corporeo om. GR, in mg Em2, s. l. Lm2 6 animal sub om. E sub animali om.
GR rationabile E 7 et om. HN, del. Em2 12
patiuntur Em1G corporeum partiuntur
15 om. Em1, in mg . corporeum ex
corpore m3 inanimati animatum
autem s. l. add. m3 sensibilis partiuntur add. m2 13
animatum om. G, post add . autem Em3 enim Lm1, del. m2, et er.
N 14 post insensibilis add . partiuntur CL
substantialis Gm1Pm2 15 si del. Lm2, post si del
. et R heædem P dem er . R h
del . hæ HN 16 quæ post descendentes L 17 in ex al.
litt. Em2 18 informantur EHN informant part. ras. ex
informatur Lm2 fit E sensibile quæ sunt
differentiæ, si referantur ad genera, diuisiuæ sunt, constitutiuæ uero fiunt
animalis eiusque substantiam formant atque constituunt definitionemque
conformant, ut sit animal substantia animata sensibilis, substantia quidem
genus, animatum uero atque sensibile eiusdem differentiæ constitutiuæ. | item
animal rationabilitas atque inrationabilitas diuidit, mortali etiam atque
inmortali diuiditur, sed iuncta rationabilitas atque mortalitas, quæ animalis
diuisiuæ fuerant, fiunt hominis constitutiuæ eiusque perficiunt speciem atque
omnem eius rationem definitionis informant atque perficiunt. at si
inrationabilitas cum mortalitate iungatur, fiet equus aut quodlibet animal,
quod ratione non utitur, rationabilitas uero atque inmortalitas copulatæ del
substantiam informant. ita eædem differentiæ cum referuntur ad genera, diuisiuæ
generum fiunt, si uero ad inferiores species considerentur, informant
species earumque substantiam conuenienti copulatione constituunt. In hoc
quæsitum est, quemadmodum dicerentur esse hæ diffe 1 post
sunt add . eiusdem P s. l. m2 edd . diuisiua Em1G
2 post sunt s. l . si ad speciem Lm2Pm2
uero om. N, del. Pm1?, s. l. Hm2Rm2 fiunt s. l. Rm2 3
definitionemque diuisionemque EG formant Hm1 4 quidem uero
N 5 ante genus add. eiusdem CN, post add . est s. l.
LPm2 ante differentiæ add . generis GP, post add . diuisiuæ
R post constitutiuæ add . animalis R, s. l . speciei
animalis Lm2 6 rationabilitas diuiditur P rationalitas atque inrationalitas
diuidit mortalitas ex
inmortali m2 etiam atque
inmortalitas ex inmortali
m2 diuidit ** · H
rationabilitas atque irrationabilitas mortale atque inmortale diuidit
C rationale atque inrationale diuidunt add. N mortale atque et N inmortale diuidit diuidit om. N
NR inrationabile inrationale L
atque inmortale diuiditur EGLm1, in mg. ante atque add
. irracionale. mortale etiam atque m2 rationabilitas atque
irrationabilitas, mortalitas atque immortalitas diuidit brm 7
rationalitas E 8 diuisiua Em1GLm1R 9 constitutiua
GLm1R eiusque hominisque HNP nominis del. Lm2 eiusque
EGL 10 atque perficiunt s. l. Rm2 11 irrationalitas
EP mortali Lm2Pm1 fiat G aut atque L
12 rationalitas HP 13 inmortalitas inrationabilitas R
dei om. G,
post substantiam E s. l. m2 L formant HN
item HL 14 diuisæ E 17 esse om. C eæ
EGR heæ P rentiæ specierum constitutiuæ, cum inrationabilis
differentia atque inmortalis nullam speciem uideantur efficere. respondemus
primum quidem placere Aristoteli cælestia corpora animata non esse; quod uero
animatum non sit, animal esse non posse; quod uero non sit animal, nec
rationale esse concedi. sed eadem corpora propter simplicitatem et
perpetuitatem motus æterna esse confirmat. est igitur aliquid quod ex duabus
his differentiis conficiatur, inrationabili scilicet atque inmortali. quodsi
magis cedendum Platoni est et cælestia corpora animata esse credendum,
nullum quidem his differentiis potest esse subiectum quicquid enim
inrationabile est corruptioni subiacens et generationi, inmortale esse non
poterit, sed tamen hæ differentiæ, quoniam substantialium differentiarum in
numero sunt, si iungi ullo modo potuissent, earum naturam et speciem
quoque possent efficere. atque ut intellegatur, quæ sit hæc potentia efficiendæ
substantiæ specieique formandæ, respiciamus ad proprias atque communes, quæ
tametsi iungantur, speciem substantiam que nulla ratione constituunt. si quis
enim loquatur ambulans, quæ sunt duæ communes dif ferentiæ, uel si albus ac
longus, num idcirco isdem eius substantia constituitur? minime. cur? quia non
eiusdem sunt generis, quæ alicuius possint constituere et conformare sub
Aristoteli cf. De cælo; ed. Didot IV part. II 38 a, frg. 24 Cic. de nat. deor. II 15,
42 cum locis ab Heitzio adlatis. 9 Platoni Tim. E. 39 E ss.; cf. supra 209,
2. 1 species G inrationalis CEGP differentiæ
E 5 concedit Lm1N 7 est esse CN, ad est s.
l . ał esset L aliud G 8 conficeretur H, s.
l. add . ał ad conficiatur L
irrationali Lm2P 9 accedendum CN ac er . H ac in ras. m2 ,
concedendum edd . est platoni CN et om. C 10 credendum
om. CN 11 inrationale irr P HP 13 ante
substantialium add . in CHN, post diff. om. CHNR 16 efficientiæ G 17
tametsi etsi C etiam si er. H
etsi H in mg . ł
tametsi m2 NP 19 loquitur HN 20 sit
H num ex non Rm2 isdem NP eisdem ei in ras. m2
L hisdem cett., post s. l . differentiis add. Em2
21 ante cur add . id HNP, s. l. Lm2 eius
EG sunt ante eiusdem N, post generis
L 22 possunt NP confirmare Em1GRm1
stantiam. ita igitur hæ, id est inrationale atque inmortale, etiamsi
subiectum aliquod habere non possunt, possent tamen substantiam efficere, si
ullo modo iungi copularique potuissent, præterea inrationale iunctum cum
mortali substantiam pecudis facit: est igitur constitutiua inrationalis
differentia, item inmor tale ac rationale coniuncta efficiunt deum: est igitur
inmortale quod speciem formet, quodsi inter se iungi nequeunt, non idcirco quod
in natura earum est, abrogatur. Sed hæ quidem quæ diuisiuæ sunt
differentiæ generum, completiuæ fiunt et constitutiuæ specierum; diuiditur enim
animal rationali et inrationali differentia et rursus mortali et inmortali
differentia, sed ea quæ est rationalis differentia et mortalis, constitutiuæ
fiunt hominis, rationalis uero et inmortalis del, illæ uero quæ sunt
inrationalis et mortalis, inrationabilium animalium, sic etiam et supremæ
substantiæ cum diuisiua sit animati et inanimati differentia et sensibilis et
insensibilis, animata et sensibilis congregatæ ad substantiam animal
perfecerunt. Porph. Boeth. aliquod om. C aliquid
LP possunt substantiam possent
tamen substantiam possent C 4 mortale EGPm1 5
irrationabilis NP ita R 6 coniunctæ HN 8 eorum
edd . 9 hæc CL heæ P 10 generum om. EG fiant
Cm1Em1G sunt Σ 11 diuiditur insensibilis
18 2, om. cett . 12 pr . et differentia
om. 2, add. X m2 13
ea... differentia Porph. ai...
διαοοραί rationalis.. mortalis cum cod . M Porph., cett
. τοΰ 6-νητοδ καί τού λογικού 14 fiunt definiunt Δ m1
ΙΛΣ hominem Δ m1 ΑΣ 15 dni in ras. 2, add . sunt
et angeli Δ, sed del., ante dei add. angeli
et Π m2, sed del.; codd. Porph. 10,13 aut θεού
aut άγγέλοο quæ sunt add . X m2
post mortalis add . constitutiuæ sunt Γ 16
inrationalium X m2 \ m1, add . sunt Φ etiam enim
Φ supremæ substantiæ T m2 suæ
substantiæ m1 X m 2 superna substantia m1 suprema substantia cett. codd. edd.
Busse; cf. Porph. animatum EGR sensibile E le in
ras . R 19 congregata ER perficerent G
perficiunt in ras . 2 post perfecerunt add . animata
uero et insensibilis perfecerunt plantam edd. cum Porph. 10, 17,
om. BOEZIO etiam in commentario Geminum differentiarum usum esse
demonstrat, unum quidem quo genera diuiduntur, alium uero quo species
informantur; neque enim hoc solum differentiæ faciunt, ut genera partiantur,
uerum etiam dum genera diuidunt, species in quas genera deducuntur
efficiunt, itaque quæ diuisiuæ sunt generum, fiunt constitutiuæ specierum,
huiusque rei illud exemplum est quod ipse subiecit; animalis quippe differentiæ
sunt diuisiuæ rationale atque inrationale, mortale atque inmortale; his enim PREDICAZIONE
diuiditur animalis, omne enim quod
animal est, aut rationale aut inrationale aut mortale aut inmortale est.
sed istæ differentiæ quæ diuidunt genus quod est animal, speciei substantiam
formamqne constituunt, nam cum sit homo animal, efficitur rationali mortalique
differentiis, quæ dudum animal partiebantur, item cum sit equus animal,
inrationali mortalique differentiis constitui|tur, quæ dudum animal
diuidebant. deus autem cum sit animal, ut de sole dicamus, rationali
inmortalique efficitur differentiis, quas diuidere genus habita partitio paulo
ante monstrauit. sed hic, ut diximus, deum corporeum intellegi oportet, ut
solem et cælum ceteraque huiusmodi, quæ cum animata et rationabilia Plato
esse confirmat, tum in deorum uocabulum antiquitatis ueneratione probantur
assumpta, de primo quoque genere, id est substantia demonstrantur uenire. nam
cum eius diuisiuæ sint differentiæ 18 ut diximus 208, 22 ss. 20 Plato aliud
EHm1Rm2 alio m1 uero om. R 4 partiuntur
GPm1 diuidendo N 5 deducantur HN dicuntur
R diuiduntur C uid in er . duc? m2 diuisæ Em1Gm2HR 6 huius C
rei om. EGR s. l. Lm2 7 ipse ille R diuisæ
Em1Gm2 8 mortale atque inmortale om. EGR, in mg. Lm2 9 quod
animal est animal HNR 10 pr . aut om. R post
rationale add . est HN 11 est om. HR quod hoc
C 13 post efficitur add. ab his EPm1, del. m2, s. l.
Lm2 post differentiis add . constituitur Cm1, del. m2
14 partiebantur diuidebant Lm1R 15 diuidebant parciebantur R
16 ut si CH, in ros. N, recte?; cf.208, 22 20 confirmet
C et in ras. m2 HLm2N
22 substantiam Em1 23 demonstrantur idem monstratur HN
idem super ras. Cm2, s. l. Pm2 demonstrantur Cm1Pm1, alt.
n del. Cm2Pm2 euenire HNPm2, add. s. l . differentiæ
Lm2 diuisæ Em1Pm1 sunt EHm1 animatum atque
inanimatum, sensibile atque insensibile, iunctæ differentiæ sensibilis atque
animati efficiunt substantiam animatam atque sensibilem, quod est animal, iure
igitur dictum est, quæ diuisiuæ sunt differentiæ generum, easdem esse
constitutiuas specierum. Quoniam ergo eædem aliquo modo quidem acceptæ fiunt
constitutiuæ, aliquo modo autem diuisiuæ, specificæ omnes uocantur. et his
maxime opus est ad diuisiones generum et definitiones, sed non his quæ secundum
accidens inseparabiles sunt, nec magis his quæ sunt separabiles.
Omnes a genere differentias procedentes genus ipsum a quo procedunt, diuidere
nullus ignorat, ipsæ autem quæ diuidunt genus, si ad posteriores species
applicentur, informant substantias easque perficiunt, eædem igitur sunt
constitutiuæ specierum, eædem diuisibiles generum, alio tamen modo atque
alio consideratæ, ut si ad genus relatæ quidem in contrariam diuisionem
spectentur, diuisibiles generis inueniuntur, si uero iunctæ aliquid efficere
possint, specierum constitutiuæ sunt, quæ cum ita sint, hæ differentiæ quæ
genus diuidunt, rectissime diuisiuæ nominantur quæ enim constituunt speciem,
specificæ sunt, sed constituunt speciem hæ differentiæ quæ Porph. Boeth. post
constitutiuas add . et completiuas C completinasque
HNP ex 258,10 6 ergo igitur P needem
uel heedem hic et 15. 16. 261, 1 codd. quidam alio
P ras. ex aliquo, Γ o in ras . quidem ΓΔΛΙIΨ, om. cett.; Porph. 10, 18 μεν 7 aliquo inseparabiles sunt 10 Ω, om. cett . alio ras. ex aliquo
ut uid . Γ autem modo Φ autem add . 5 m2 10 sunt inseparabiles Γ his om . Γ 12 post
Omnes add . enim R quo quibus EGR procedent
Em1 15 post substantias s. l . earum L eas
substantiasque quæ N HNR sunt igitur HL 16
post eædem add . sunt LR 19 sint CHPRm1 21
diuisiuæ specificæ Lm2 nominantur nuncupantur HΡΝ enim om. C post speciem add. eædem
speciem faciunt, quæ uero speciem faciunt CHN sunt generis
diuisiuæ eædemque sunt specierum constitutiuæ. quare iure quæ generum diuisiuæ
sunt et quæ specierum constitutiuæ, specificæ nuncupantur, has igitur in
diuisione generis et in definitione specierum accipi oportere manifestum
est. quoniam enim diuisiuæ sunt, per eas diuidi oportet genus, quoniam autem
constitutiuæ, per eas species definiri; quibus enim unum quodque constituitur,
isdem etiam definitur, constituitur autem species per differentias generis
diuisiuas, quæ sunt specificæ, iure igitur specificæ solæ et in generis
diuisione et in specierum definitione ponuntur, et de specificis quidem hæc
ratio est, de his autem quæ uel separabilia uel inseparabilia continent
accidentia, nihil in generum diuisione uel definitione specierum poterit
assumi, idcirco quoniam quæ diuisibiles sunt, substantiam generis
diuidunt, et quæ constitutiuæ sunt, substantiam speciei constituunt. quæ uero
sunt inseparabilia accidentia, nullius substantiam informant, unde fit ut multo
minus separabilia accidentia ad diuisiones generum uel specierum definitiones
accommodentur; omnino enim dissimiles sunt substantialibus differentiis,
nam inseparabilia accidentia hoc fortasse habent commune cum specificis, hoc
est substantialibus differentiis, quod æque subiectum non relinquunt, sicut nec
specificæ differentiæ, separabilia autem accidentia ne hoc quidem; sepa 1 diuisæ
Gm1 eædemque H hee-
NP eædem C igitur eædem eædem s. l. Lm2 quæ que E sunt EGLR constitutiuæ
specierum C 2 quare constitutiuæ om. EGLR quare iure iure
igitur P 4 diuisionem HLm2P et uel R
definitionem uel diff- HL s.
l . ał constitutione P
diuisione Em1 6 eius Em1 7 post
definiri add . oportet CN, s. l . scil. add. E EL
quibus definitur om. EGLR, in mg. Pm2 hisdem CHN 9 solæ
s. l. Em2 10 post, in om. HN 12 continent concedunt
EG, s. l . uel faciunt Gm1? 13 post uel add .
in L 16 substantiam HN, om.
Em1, speciem CGLm1R post informant s. l. Em2, speciei
substantiam Lm2P edd . 17 formant H multo om. C
18 ad diuisiones accidentia 20 in inf. mg. Gm2 definitiones diuisiones
Em1G 19 ante substantialibus add . a HN,
recte? 22 ante quod add. id H linea del., sed
linea er. uid. N ad quod æque s. l. ał quod hæ
similiter L sic G ut er . L ut del.
m2 23 ne nec LN rari enim possunt, nec tantum potestate
et mentis ratiocinatione, sed actus etiam præsentia, et omnino ueniendi uel
discedendi uarietatibus permutantur. Quas etiam determinantes dicunt:
differentia est qua abundat species a genere, homo enim ab animali plus
habet rationale et mortale : animal enim neque ipsum nihil horum est nam unde
habebunt species differentias? neque enim omnes oppositas habet nam in eodem
simul habebunt opposita . sed,
quemadmodum probant, potestate quidem omnes habet sub se differentias,
actu uero nullam, ac sic neque ex his quæ non sunt, aliquid fit neque opposita
circa idem sunt. Specificas differentias definitione concludit
dicens substantiales differentias a quibusdam tali descriptionis ratione finiri
: differentia specifica est qua abundat species a genere, sit enim genus
animal, species homo : habet igitur homo differentias in se, quæ eum
constituunt, rationale atque mortale; omnis enim species constitutiuas formæ suæ
differentias in se retinet nec præter illas esse potest, quarum
congregatione perfecta est. si igitur animal quidem solum genus est, homo
uero est animal rationale mortale, plus habet homo ab animali id quod rationale
est atque mortale, quo igitur abundat species Porph. Boeth. nec non
brm 4 Quæ h m1 dicuntur A m1 est add
. \ m2 5 que Em1 quæ Ga.c . abundant ha G
Em1G a om. N homo -nullam 11 R Q,
om. cett . ab om . ΓΦ 6 enim enim
tamen R autem A 7 horum nihil Γ 8 enim om . Φ, add . et m2,
autem er . T : Porph. 11, 3 ούτε ίί ; enim pro
autem; cf. ad 16, 15; an autem
cf. T Boethius scripsit ? opposita R
habet habent cett .
codd. et edd . 9 nam nec R habebit Φ post opposita, non
habebunt Δ 11 habet P p.c . Φ*Γ habent cett . ac sic om. N
sic ex si Em2G 12 hiis Φ sint Sa.c . opposita ex oppositis quæ R h m1 13
circa idem sunt Porph.
&pa περί τό αΰτο εσται 15 diffiniri Pm2R 19 constitutiuæ
Em1GLp.c.Rm1 in se om. C est uero E 23 id id
est EGP a genere, id est quo superat genus et quo plus habet
a genere, hoc est specifica differentia, sed huic definitioni quædam quæstio
uidetur occurrere habens principium ex duabus per se propositionibus notis, una
quidem, quoniam duo con traria in eodem esse non possunt, alia uero, quoniam ex
nihilo nihil fit. nam neque contraria pati sese possunt, ut in eodem simul
sint, nec aliquid ex nihilo fieri potest; omne enim quod fit, habet aliquid
unde effici possit atque formari, quæ propositiones talem faciunt quæstionem,
dictum est differentiam esse id qua plus haberet species a genere, quid
igitur? dicendum est genus eas differentias quas habent species, non habere? et
unde habebit species differentias quas genus non habet? nisi enim sit unde
ueniant, differentiæ in speciem uenire non possunt, quodsi genus quidem has
differentias non habet, species autem habet, uidentur ex nihilo
differentiæ in speciem conuenisse et factum esse aliquid ex nihilo, quod fieri
non posse superius dicta propositio monstrauit. quod si differentias omnes
genus continet, differentiæ autem in contraria dissoluuntur, fiet ut
rationabilitatem atque inrationabilitatem, mor talitatem atque inmortalitatem
simul habeat animal, quod est genus, et erunt in eodem bina contraria, quod
fieri non potest, neque enim sicut in corpore solet esse alia pars alba, alia
nigra, ita fieri in genere potest; genus enim per se consideratum partes non
habet, nisi ad species referatur, quicquid igitur habet, non partibus,
sed tota sui magnitudine retinebit, nec illud dubium est, quin in partibus suis
genus habeat 1 post, quo quod Em1 quid m2
GHm1R a om. H 2 hoc differentia om. C huic hunc
Em1N 4 per se ante notis brm unam GHa.r.
5 aliam C sic Ha.r. post quoniam add . quidem
C 6 sit C nec N 10 id om. R qua quod
GHLm1P; cf. 270, 12 dicendumne Lm2 11 genus ante
non habere HNP habent habet Lm2 12 habet habebit
CEGLm1, in mg. Rm2 om. m1 13 ueniunt R 15 uidetur
GLm1P differentia EGL
ex -tiasj P 16 esse est CLP aliquando Em1
18 contrarium HLm2NPm1 contrario R 19 mortalitatem
atque inmortalitatem CNP, s. l. Lm2, om.
cett . 22 esse post alba N, post alia P 25
detinebit N in HNP, s. l.
Lm2, om. cett . contrarietates, ut animal in homine
rationabilitatem, in boue contrarium. sed nunc non de speciebus quærimus, de
quibus constat, sed an ipsum per se genus eas differentias quas habent species,
habere possit atque intra suæ substantiæ ambitum continere, hanc igitur quæstionem
tali ratione dis soluimus. potest quælibet illa res id quod est non esse, sed
alio modo esse, alio uero non esse, ut Socrates cum stat, et sedet et non
sedet, sedet quidem potestate, actu uero non sedet. cum enim stat, manifestum
est eum non agere sessionem, sed potius standi inmobilitatem. sed rursus cum
stat, sedet, non quia iam sedet, sed quia sedere potest; ita actu quidem
non sedet, potestate uero sedet. et ouum animal est et non est animal. non est
quidem animal actu, adhuc namque ouum est nec ad animalis processit
uiuificationem, sed idem tamen est animal potestate, quia potest effici animal,
cum formam ac spiritum uiuificationis acceperit. ita igitur genus et
habet has differentias et non habet, non habet quidem actu, sed habet
potestate. si enim ipsum per se animal consideretur, differentias non habebit,
si autem ad species reducatur, habere potest, sed distributim atque ut eius
speciebus separarim nihil possit euenire contrarium. ita ipsum genus si
per se consi 1 post homine s. l . habet E, post
rationabilitatem Lm2 2 nunc om. EGR, s. l. Lm2 4 suæ
intra C 6 quælibet illa res HLm2NPm1 quælibet res res s. l. E CEPm2 quidlibet
Lm1R quodlibet G 7 alio uero non esse om. Hm1, s. l . alio non esse m2 8
secund . sedet om. CEGR 9 enim om. CEGLPm1 s. l . autem
m2 R sessione G 10 mobilitatem CEGLm1P
mobilitate N cum stat in constat mut .
ERm2 13 actu om. EG 14 neque CL ad om.
E animal G animalis quidem L spiritum speciem
CHR genus et ELm2NP et genus
et H genus CGLm1R 17 non habet quidem potestate habet
quidem potestate sed non habet
habet om. C actu CEm2P habet quidem actu sed non habet
potestate Em1G 18 consideretur quis s. l.
consideret E 19 autem enim R reducat E distributim
HLm2PRm2 distributum
CN distribute EGLm1 distributam Rm1 atque contrarium atque
in species separatum
separatim H ut nihil possit esse euenire H contrarium CHN,
add. locum atque ut eius contrarium C nihil et nihil G
21 si ipsum genus HN deretur, differentiis caret; quod si ad
species referatur, per distributas species uel in partibus suis contraria
retinebit, atque ita nec ex nihilo uenerunt differentiæ quas genus retinet
potestate nec utraque contraria in eodem sunt, cum contrarias differentias
in eo quod dicitur genus, actu non habet, inpossibilitas enim eius
propositionis quæ dicit contraria in eodem esse non posse, in eo consistit quod
contraria actu in eodem esse non possunt, nam potestate et non actu duo
contraria in eodem esse nihil impedit, quæ uero nos contraria diximus,
Porphyrius opposita nuncupauit. est enim genus contrarii oppositum : omnia enim
contraria, si sibimet ipsis considerantur, opposita sunt. Definiunt autem
eam et hoc modo : differentia est quod de pluribus et differentibus specie in
eo quod quale sit PREDICARE; rationale enim et mortale de homine PREDICATO
in eo quod quale quiddam est homo
dicitur, sed non in eo quod quid est. quid est enim homo interrogatis nobis
conueniens est dicere animal, quale autem animal inquisiti, quoniam ratio nale
et mortale est, conuenienter adsignabimus. Tres sunt
interrogationes ad quas genus, species, differentia, proprium atque accidens
respondetur, hæc autem sunt : quid 13 20 Porph. 11, 7 12 Boeth. 37,
6-12. 1 species differentias H 2 uel om.
Lm1 uelut HLm2 sin eo id HN quot E 7
actu ante contraria H, post eodem CLN in
eodem esse in eodem om. EG 8 post non possunt add
. quantum ad genus potestate solum, quantum ad species actu et potestate
Rm2 9 nil L contraria nos C 11 si om. HN, s. l. Cm2 si in semet Lm2P
considerentur CLm2 12 sunt om. HN 13 autem om. H enim C
et om. CEGHNP 2, ante eam 4 ; Porph. 11, 7 xo; όντως 14 quæ EP de om. C et
om. CEGLIR; Porph. xat ; cf. infra 267, 1 15
rationale animal 19 R Q, om. cett . 16 prædicatur T
a.c. m1 quiddam om. ΓΦ 18 homo om. R ΔΦ, s. l . scil, homo \ m2 ; Porph. άνθρωπος 19 post post, animal add . sit
C, ante EG inquisiti Porph. 11,
11 πυνθανομενων 20 et om. CEGLR;
Porph. 11, 12 xac est om. HNR, s. l . 2 m2
assignauimus E assignamus G 22 hæ Hp.r.LR edd .
heede m P sit, quale sit, quomodo se habeat, nam si quis
interroget: quid est Socrates? responderi per genus ac speciem conuenit aut
animal aut homo, si quis quomodo se habeat Socrates interroget, iure accidens
respondebitur, id est aut sedet aut legit aut cetera, si quis uero qualis sit
Socrates interroget, aut differentia aut proprium aut accidens
respondebitur, id est uel rationalis uel risibilis uel caluus. sed in proprio
quidem illa est obseruatio, quod illud proprium dici potest quod de una specie PREDICARE,
accidens uero tale est quod qualitatem designet quæ non substantiam significet,
differentia uero talis est quæ substantiam demonstret, interrogati igitur
qualis una quæque res sit, si uolumus reddere substantiæ qualitatem,
differentiam prædicamus, quæ differentia numquam de una tantum specie prædicatur,
ut mortale uel rationale, sed de pluribus, quod igitur de pluribus speciebus
inter se differentibus PREDICARE ad eam interrogationem, quæ quale sit id de
quo quæritur interrogat, ea est differentia cuius talem posuit definitionem :
differentia est quod de pluribus 1 se om. G, s. l. E
habet CEGLR 2 per om. H ac N 3 pr .
aut ut CHm1N post, aut ut Hm1N habet R, post
habeat del . se habet G 4 iure legit differentia aut
legit G aut differentiam * ut a er. legit E differentia
respondetur respondetur etiam R id est aut sedet aut legit
Lm1 5 aut et HLm1NP quale H proprio aut
accidenti EGR respondebitur CLm2P respondebit EGR
respondetur HLm1N 7 pr . uel om. LN uel risibilis
uel caluus Lm1 edd . uel mortalis uel
caluus CHLmSN uel mortalis uel alicuius EGR uel
mortalis uel saluus uel caluus Pm1 uel mortalis uel risibilis uel
caluus m2 10 quæ non demonstret Differentia uero talis est hæc om.
L quæ que ELm1 atque m2
non substantiam significet -cat Lm1, add. m1 Differentia
uero talis est quæ substantiam significat, del. m2 . Differentia uero talis est quæ non add.,
sed del. E substantiam demonstret at Lm1
EGL post significet in mg. Proprium uero est quod non
substandam significat H 11 quæ quia R demonstrat
CLm1 interroganti R
extis quale R 12 constantiæ G 13 numquam non
C tantum de una C 14 sed om. EG, s. l. Lm2 15
quod quodsi R 16 ad prædicatur in mg .
respondetur E 18 pluribus differentibus cf. 265, 14 specie differentibus
in eo quod quale sit praltdicatur; cuius definitionis causam rationemque
pertractans ait; Rebus enim ex materia et forma constantibus uel ad
similitudinem rtfateriæ et formæ constituti onem habentibus, quemadmodum statua
ex materia est æris, forma autem figura, sic et homo communis et specialis ex
materia quidem similiter consistit genere, ex forma autem differentia, totum
autem hoc animal rationale mortale homo est, quemadmodum illic
statua. Dixit superius differentias esse quæ in qualitate speciei PREDICARE,
nunc autem causas exequitur, cur speciei qualitas differentia sit. omnes,
inquit, res uel ex materia formaque consistunt uel ad similitudinem materiæ
atque formæ substantiam sortiuntur, ex materia quidem formaque subsistunt
3 10 Porph. Boeth. post quale add . quid Lm2in ras. E sed er.
Rm1, del. m2, add . quid post sit s. l. Hm2 4
post similitudinem add . proportionemque LNRQ in mg . nempe communionem Γ ; om. Porph. 11, 13 et ac ΓΔΙΙΨ-, om . L Α2Φ formæ A m2 HI!1
speciei CEGHNPR h m1 specieique L Λ2Φ formæ speciei er. uid . Γ ; cf. Porph. et infra 13 ss . 5 quemadmodum differentia 8 LR Q,
om. cett. post materia add . quidem edd., recte ut uid.;
Porph. μέν 6 æris et s. l. m2 ære in
ras. m2 Ψ forma ex in al. litt. xV m2 forma L xV brm Busse;
Porph . εΐϊοος post figura hæc
Proportionale autem enim Φ dicitur est Σ quod proportionem omnium
specierum teneat tenet Σ id est communionem omnium partium uel
et T specierum quæ diuidi
diuidendo Rhm1 diuidendæ Th m2 \l m1 2'l> ex ea eo ΣΣ contingunt contingant
R per del. Σ differentiam figuras ΓΠ m2 differentiam figuras \ add . LR T m1 h m1 ΑΠΣΦ, om . Ψ, del . T m2 \
m2 7 similiter Busse
similiter proportionaliter LR ll m1 similiter
proportionaliterquc ΓΔΙ m2 Φ'Ρρ proportionaliter 2 brm; cf. Porph. 11, 15 8 ante genere add . in Γ
m2 ex m1 L Σ toto Ga.c . 9 ratione E
ante mortale add . et CEGHLPR, om . N Q cum
Porph. 11, 16 homo est om. N, ex homine Δ
m2 11 differentiam HN 12 prædicaretur HN causis
Em1 post cur add . autem Hm1, del. m2 qualitas
speciei H omnis ELm2N uel om. EGR 14 consistit
Ea.c.HLm2 subsistit N 15 sortitur HLm2N ex
om. CEGR formaque et forma P omnia quæcumque sunt
corporalia; nisi enim sit subiectum corpus quod suscipiat formam, nihil omnino
esse potest, si enim lapides non fuissent, muri parietesque non essent, si
lignum non fuisset, omnino nec mensa quidem, quæ ex ligni materia est, esse
potuisset, igitur supposita materia ac præiacente cum in ipsam figura
superuenerit, fit quælibet illa res corporea ex materia formaque subsistens, ut
Achillis statua ex æris materia et ipsius Achillis figura perficitur, atque ea
quidem quæ corporea sunt, manifestum est ex materia formaque subsistere, ea
uero quæ sunt incorporalia, ad similitudinem materiæ atque formæ habent
suppositas priores antiquioresque naturas, super quas differentiæ uenientes
efficiunt aliquid quod eodem modo sicut corpus tamquam ex materia ac figura
consistere uideatur, ut in genere ac specie additis generi differentiis species
effecta est. ut igitur est in Achillis statua æs quidem materia, forma
uero Achillis qualitas et quædam figura, ex quibus efficitur Achillis statua,
quæ subiecta sensibus capitur, ita etiam in specie, quod est homo, materia
quidem eius genus est, quod est animal, cui superueniens qualitas rationalis
animal rationale, id est speciem fecit, igitur speciei materia quædam est
genus, forma uero et quasi qualitas differentia, quod est igitur in statua æs,
hoc est in specie genus, quod in statua figura conformans, id in specie
differentia, quod in statua ipsa statua, quæ ex ære 2 potest putem
G putemus R 4 nec om. Gm1 ne EGm2L 5
materia est fit materia HNP ante igitur add . si E,
sed del . 6 in om. R ipsa ER figuram Hm1La.r .
peruenerit HN 9 corporalia HNP ex om. C 11 prioris Em1G 12
antiquiorisque G 13 tamquam om. CLP, del. Hm2 ex ea
GL in ras. m2 R 14 materia ac figura brm materia in ras. Lm2
forma ac figura ac figura del. Lm2 LP forma ac figura
CEGHRp figura ac forma N 15 generi generis EG 16 æs
statua 17 om. N materiæ G 17 et quædam statua CH, om. Lm1 in mg . et quædam figura m2
P statua cet. om. EGR 18 quod quæ edd . 22 et om. EGR, s.
l. Lm2 qualitatis R igitur est est s. l. Pm2
HNP 23 figura forma N 24 post quod add .
est igitur Pm2 figuraque conformatur, id in specie ipsa
species, quæ ex genere differentiaque coniungitur. quodsi materia quidem
speciei genus est, forma autem differentia, omnis uero forma qualitas est, iure
omnis differentia qualitas appellatur, quæ cum ita sint, iure in eo quod
quale sit interrogantibus respondetur. Describunt autem huiusmodi
differentias et hoc modo: differentia est quod aptum natum est diuidere quæ sub
eodem sunt genere; rationale enim et inrationale hominem et equum, quæ sub
eodem sunt genere, quod est animal, diuidunt. Hæc quidem
definitio cum sit usitata atque ante oculos exposita, eam tamen plenius
dilucideque declarauit. omnes enim differentiæ idcirco differentiæ nuncupantur,
quia species a se differre faciunt, quas unum genus includit, ut homo
atque equus propriis discrepant differentiis; nam sicut homo animal est,
ita etiam equus, ergo secundum genus nullo modo distant. Porph. Boeth. 37,
18 38, 1. formatur CHNP quidem quædam CHLm2PR 3
autem nero N uero ergo Lm1 autem N qualitas HNPm1 qualia CEGLR uel
qualis s. l. Pm2 5 ante respondetur excidisse
differentia coni. Brandt 6 post autem add .
et L del. R; Porph. 11, 18 post 8e add . *αί cod. B differentias Em2GHPm1 xV differentiam
CLPm2 ΓΛΑΙIΣΦ differentia Em1NR; Porph,. τάς τοιούτας διαφοράς et LPR i,
om. cett.; Porph. *a\ οοτως 7 qua CG
actum R natura HL
del. m2 ΓΑΛΠΦ om. cett.;
Porph. πεφοχος; ante quæ add. ea Γ2, s.
l. A m2, del. m. al., illa s. l. Δ m2
genere sunt ΣΑΨ rationale sunt genere om. EG 9 et equum
equnmque C 10 diuidit L 11 cum oculos in mg.
E sit usitata sita sit situr sic Em1 ita sit m2
situ sit sita G ante om. HNR, s. l. Lm2 oculis HN
12 post exposita add. superius R ea GNR plenius
dilucideque declarauit claruit Em1Gm1 CEm2Gm2 plenius
dilucideque declarauit L plenius lucidinsque declarauit Hm2
plenius dilucidiusque claruit R exempli insuper luce
declarauit ex declaruit N
NP plenius dilucideque exempli insuper luce declarauit Hm1
exempli insuper luce reserauit edd . 13 species ase differre specie ex specierum, sequ. rasura differentiam E species in ære
differentiam G species ase differentiæ Lm1 14 a ad
R concludit N nam in ras. Lm2 sed EG
quæ igitur secundum genus minime discrepant, ea differentiis
distribuuntur, additum enim rationale quidem homini, inrationale uero equo
equus atque homo, quæ sub eodem fuerant genere, distribuuntur et discrepant,
additis scilicet differentiis. Adsignant autem etiam hoc modo:
differentia est qua differunt a se singula; nam secundum genus non
differunt, sumus enim mortalia animalia et nos et inrationabilia, sed additum
rationabile separauit nos ab illis, et rationabiles sumus et nos et dii, sed
mortale adpositum disiunxit nos ab illis. Vitiosa ratione et non sana quod
uult explicat definitio quorundam. id enim esse dicunt differentiam qua una quæque
res ab alia distet, in qua definitione nihil interest quod ita dixit an ita
concluserit : differentia est id quod est differentia, etenim differentiæ
nomine in eiusdem differentiæ usus est 5 10 Porph. 11, 21 12, 1 Boeth.
38, 1 5. 2 describuntur EG post equo
distinguunt edd., post equus expectatur igitur’ Schepps,
additum eqs. nominatiuum absolut . cf. indicem Meiseri
interpretatur Brandt qui Lm2P 5 autem om .
\, del. Lm2 A. m2 etiam om. H etiam et
Λ eam et Ν Σ ; Porph. 11, 21 St καί 6 qua Porph. διαφορά έσχιν δχψ διαφέρει
έκασχα; ‘an quo?’ Busse, sed cf. infra 271, 1.7. 18. 272, 17 . 6
nam ab illis 9 LR Q, om. cett. post nam add
. homo et equus cum Porph. edd. cf. etiam infra 271, 9. 12, sed etiam
supra 269, 9, etiam Bussio homo atque equus addendum uid . 7
enim autem Γ 8 inrationalia
uel irr- R ?ΓΠ in ras. ros. ex -bilia
Δ sed illis 9 om. R
rationabile p.r
rationale \ a.r. et cett . separauit disiunxit ΓΦ 9 et CHP,
s. l. er. uid. Δ, om. cett . rationabiles L \ m1 2 rationale CP
rationales cett., add . enim ΕGΗ ΑίΙΦΨ ; codd. Porph. aut
λογικοί aut λογικά sumus om. CEGHP; Porph . έσμέν et nos om. E et om. N di C dei ut
uid . 2 sed ab illis om. EG 11 ante
Vitiosa in ras. Hæc E ratione L edd., om. cett. recte?, in ras . est
E et om. G sane E in ras. NP explicans
HNP non s. l. m2 explicat L 12 id cf. 263, 10 13 aliis R
distat HN differt P 14 dixerit Lm2P an utrum
R concluderit L concludat EGR id quod est
om. E ante differentia add . ipsa ER differentia
om. G 15 etenim om. EGR differentiæ nomine qua differt una res ab
alia, id est id quod est differentia est differentia. Differentiæ nomine fid
est nomine in ras. m2 E in definitione usus in eius
diffinitione N definitione dicens : differentia est qua
differunt a se singula, quodsi adhuc differentia nescitur, nisi definitione
clarescat, differre quoque quid sit qui poterimus agnoscere? ita nihil amplius
attulit ad agnitionem qui differentiæ nomine in eiusdem usus est
definitione, est autem communis et uaga nec includens substantiales
differentias, sed quaslibet etiam accidentes hoc modo : differentia est qua a
se differunt singula; quæ enim genere eadem sunt, differentia discrepant, ut
cum homo atque equus idem sint in animalis genere, quoniam utraque sunt
animalia, differunt tamen differentia rationali, et cum dii atque homines sub
rationalitate sint positi, differunt mortalitate, rationale igitur hominis ad
equum differentia est, mortale hominis ad deum, atque hoc quidem modo
substantiales differentiæ colliguntur, quodsi Socrates sedeat, Plato uero
ambulet, erit differentia ambulatio uel sessio, quæ substantialis non est.
namque istam quoque differentiam definitio uidetur includere, cum dicit :
differentia est qua differunt singula; quocumque enim Socrates a Platone
distiterit nullo autem alio distare nisi accidentibus potest , id erit differentia secundum superioris
terminum definitionis, quam rem scilicet uiderunt etiam hi qui definitionis huius
uagum communemque finem reprehendentes certæ conclusionis terminum
subiecerunt. 2 nesciatur Lm2 non noscitur m1 P
definitione in definitione N 3 qui LN quomodo CEGPR qui d er. H possemus
EG possimus R 4 ita om. EGR cognitionem
NPm2, post agnitionem add. a cogitatione Hm1, del. m2, s. l. uel
cognitione m2, del. m. al. set om. EG accidentales Lm2Pm2
9 sunt EGHLm1R in om. GNR et om. EGR
rationabilitate CGLm1 rationale N sunt CEGLm1R 12
positi post EG post differunt add. tamen L
rationabile L 13 est om. C 15 ambulatio uel om.
EG, s. l. Lm2 16 nam HLm1 ista E quo EGHm1
post differunt add. a se R cumque EG
quoque Rm1 quocumque modo P post enim s. l.
modo Lm2 19 destiterit CEm1HPRm2 distauerit m1
post alio s. l. modo Em2 accidentibus ex
accidentibus P Interius autem perscrutantes de differentia
dicunt, non quodlibet eorum quæ sub eodem sunt genere diuidentium esse
differentiam, sed quod ad esse conducit et quod eius quod est esse rei pars
est; neque enim quod aptum natum est nauigare erit hominis differentia, etsi
proprium sit hominis, dicimus enim animalium hæc quidem apta nata sunt ad
nauigandum, illa uero minime, diuidentes ab aliis, sed aptum natum esse ad
nauigandum non erat completiuum substantiæ nec eius pars, sed aptitudo quædam
eius est, idcirco, quoniam non est talis quales sunt quæ specificæ dicuntur
differentiæ, erunt igitur specificæ differentiæ quæcumque alteram faciunt
speciem et quæcumque in eo quod quale est accipiuntur. Et de differentiis quidem ista
sufficiunt. Sensus propositionis huiusmodi est. quoniam superius
dixit determinasse quosdam differentiam esse qua a se singula dis 90
creparent, ait alios diligentius de differentia | perscrutantes non 1 15 Porph.
Boeth. perscrutantes EGHP
perscrutantes et speculantes cett.; Porph. 12, 1 προσεξεργοζόμενοι de differentia CH linea del., sed lin. er. Σ differentiam cett. edd. Busse; Porph. 12, τά περί τής διαφοράς 2 non non solum R,
quodlibet quod habet ELm1 h m1 X, post quodlibet
er. habet 23 diuidentium esse om. X,
s. l. Lm2 sed quod dicuntur
differentiæ 12 LR Q, om. cett. 5 aptum actu
R natum om. LR; Porph. 12, 4 τδ πεφοχέναι πλεΐν 6 dicimus Porph. 12, 5 εΐποιμεν γάρ dv, unde
dicemus coni. Brandt; infra 12 erunt ειεν άν ; 234, 16. erit. 17. 235, 2
erunt 7 animalia A acta Rm1 nata om. LR 8
aliis illis A actum Rm1 natum om. R est R
erit h m2 10 neque Busse 11 est om. R
quoniam om. LR 12 quæ om. Φ igitur ergo L 13 alteram quæcumque om. H et ea EG quale in er.
quid ut uid. Hm2 quid EG post est add. esse EG
accipiunt EG 15 Et sufficiunt om. N Et om. CEGP;
Porph. 12,11 Καί de om. EG A
differentiis Porph. περί μίν διαφοράς quidem om. H sufficiant CL X
m2; Porph. άρχει 18 alios ilico
EGLa.c. ilico alios P de differentia differentiam
CLm1P fuisse arbitratos recte esse superius propositam
definitionem, neque enim omnia quæcumque sub eodem posita genere differre
faciunt, differentiæ hæ de quibus nunc tractatur, id est specificæ, numerari
queunt, plura enim sunt quæ ita diuidunt species sub uno genere positas,
ut tamen eorum substantiam minime conforment, quia non uidentur esse differentiæ
specificæ nisi illæ tantum quæ ad id quod est esse proficiunt et quæ in
definitionis alicuius parte ponuntur, hæ autem sunt ut rationale hominis, nam
et substantiam hominis conformat et ad esse hominis proficit et
definitionis eius pars est. ergo nisi ad id quod est esse conducit et eius quod
est esse rei pars sit, specifica differentia nullo modo poterit nuncupari, quid
est autem esse rei? nihil est aliud nisi definitio, uni cuique enim rei
interrogatæ quid est? si quis quod est esse monstrare uoluierit,
definitionem dicit, ergo si qua definitionis pars fuerit, eius erit pars quæ
unius cuiusque rei quid esse sit designet, definitio est quidem quæ quid una quæque
res 1 positam EG 2 posita posita sunt EGL post genere
add. quæ Lm1, del. m2 3 differentiæ
id est om. CN hæ om. H id est om. R, er. uid. H,
s. l. Lm2 nominari HLm2NR 5
earum H 6 quia quæ CH specificæ ante
esse H, post N 7 proficiant R et quæ eæque G eæ
quæ Em1, del. m2, etiam proxima inponuntur del. m2in
del. Lm2, om. P diffinitiones N definitionibus
EGLm1 aliqua N partes EGLP post ponuntur
add. ut mortalis rationalis Em1, del. m2 hæ ea
EGLm2P 9 et s. l. Lm2 et ad G conformat hominis
om. EG 11
conducat EHm2Lm2N et eius pars
sit N et eius quod add. quid Rm1, del. m2, quidem
ex quid Hm2, del. m3
est esse rei pars sit est Hm1 HR et eius rei quod est
est del. Lm2 esse pars est
est om. Lm1, s. l. sit m2 CL et eius quod quidem esse
rei pars est P eius rei quod quidem aliquid add. E EG 13 esse om. G, ante
autem H nihil del. Em2 est s. l. Lm2Rm2
esse E del. m2 G unius cuiusque R 14 interrogatæ ad
interrogationem CHN quis quid Lm2 quod id quod
CHNP qua quid CHN 16 post eius s. l.
rei Lm2 quæ quod HLm1N quid quod N sit
esse L esse fit G est esse Hm1N 17 designat
Lm2P significet Hm1N est quidem enim est HN quæ
quid quia N sit, ostendit ac profert, demonstraturque quid
uni cuique rei sit esse per definitionis adsignationem. illæ uero differentiæ
quæ non ad substantiam conducunt, sed quoddam quasi extrinsecus accidens
afferunt, specificæ non dicuntur, licet sub eodem genere positas species
faciant discrepare, ut si quis hominis atque equi hanc differentiam
dicat, aptum esse ad nauigandum. homo enim aptus est ad nauigandum, equus uero
minime, et cum sit equus atque homo sub eodem genere animalis, addita
differentia aptum esse ad nauigandum equum distinxit ab homine, sed aptum esse
ad nauigandum non est huiusmodi, quale quod possit hominis formare
substantiam, sed tantum quandam quodammodo aptitudinem monstrat et ad faciendum
aliquid uel non faciendum oportunitatem. Id circo ergo specifica differentia
esse non dicitur, quo fit ut non omnis differentia quæ sub eodem genere positas
species distribuit, specifica esse possit, sed ea tantum quæ ad substantiam
speciei proficit et quæ in parte definitionis accipitur, concludit igitur esse
specificas differentias quæ alteras a se species faciunt per differentias
substantiales, nam si uni cuique id est esse quodcumque substantialiter fuerit,
quæcumque differentiæ substantialiter diuersæ sunt, illas species quibus
adsunt, omni substantia faciunt alteras ac discrepantes, atque hæ in
definitionis parte sumuntur, nam si definitio substantiam monstrat 1
ostendit om. E ostenditur N ac er. E, om. N
profert om. N
demonstratque CLm1 quid quod Lm1Pm1R quidem quid
N 2 per om. EGR, in mg. Lm2
assignatione EG 3 ad om. EΡ quasi om. EGPR
5 faciant om. EG facient CLm1Rm1 7 homo enim
autem LR equus HLNR hominem equum cet, om.
CEGP 10 esse ad sed tantum 11 om. EG 11 quale om. EGR,
del. Lm2 ante
quod quid P add. per L del. m2, s. l. Pm2
post substantiam add. sicut rationale quæ est substantialis
qualitas C 12 habitudinem Hm1 13 opportunitatem
CR differentia specifica C 18 ante esse
add. eas HΝΡ, s. l. Lm2 quæ differentias
om. EGR ad faciunt s. l. 1 informant
Lm2 19 differentias ex distantias Lm2 idem
est in ras. m2 esse H idem esse est
R 21 sint Hm1 omnes EGP 22 substantias
P substantiæ Hm1 substantiæ ratione N et
substantiales differentiæ species efficiunt, substantiales differentiæ erunt
partes definitionum. Proprium uero quadrifariam diuidunt. nam et id
quod soli alicui speciei accidit, etsi non omni, ut homini medicum esse uel
geometrem, et quod omni accidit, etsi non soli, quemadmodum homini esse
bipedem, et quod soli et omni et aliquando, ut homini in senectute canescere,
quartum uero, in quo concurrit et soli et omni et semper, quemadmodum homini
esse risibile, nam etsi non semper rideat, tamen risibile dicitur, non quod iam
rideat, sed quod aptus natus sit; hoc autem ei semper est naturale et equo
hinnibile, hæc autem proprie propria perhibent esse, 3 276, 2 Porph. Boeth. et om. EG, s. l. Pm2 2
erunt post partes Lm2 sunt m1 sunt
post definitionum CGR, s. l. Em2 3 DE PROPRIO om. H, add. Lm2 EXPLICIT DE
DIFFEREN. DIFFERENTIIS Ψ
INCIPIT DE PROPRIO 2<F 4 et s. l. C 5
hominem R h m1 A 6 uelut H geometram CEm1G edd.
Busse et quod perhibent esse 14 LR
locum hic om., 277, 7 post adest inserit Ω, om. cett. omni Porph. 12, 14 παντί τφ εϊδει 7 etsij et R T m1 ante
homini add. et R 8 homini Porph. όνΟ-ρώπψ παντί, unde homini
omni coni. Busse 9 post uero add. est Φ in quo concurrit et del., in mg.
conuenit T m2 10 hominem R Σ 11 risibilem R ΓΣΦ ; Porph. ώς τψ άνθρώπψ τό γελαστιχόν non semper rideat L Σ non rideat ΓΑ non ridet
hic ut uid. s. l. semper add., sed er. \
R AIIΨΨ semper non rideat Busse non rideat
semper edd.; Porph. 12, 18 χαν γάρ μή γελά αεί risibile tamen L Λ edd. Busse; Porph. άλλα γελαστιχο'ν 12 iam semper Σ edd.; Porph. άεί, cod. Mm2 ίBη rideat natus sit om. Φ 13 sit natus R, add. ad ridendum R ΓΑ ridere Σ,
ante sed add. ridendum Φ ; om. Porph.
semper ei est naturale L semper est ei naturale Γ ei
semper naturale est Σ ante et add. ut om.
etiam B Bussii edd. Busse ; Porph. 12, 20 ώς, om. cod.
A 14 autem Porph. 81
xai, om. xai cod. A proprie esse L Λ esse s. l. m2 Σ
esse om. , proprie dominanterque nominantur T m2 propria perhibentur perhibentur
del. Γ m2 ΓΦ proprie nominantur nominant Π propria R ΔΙΙ uere dicuntur
propria Ψ ; Porph. χυρίως ΐßιά φασιν
quoniam etiam conuertuntur. quicquid enim equus, hinnibile, et quicquid
hinnibile, equus. Superius dictum est omnia propria ex accidentium genere
descendere, quicquid enim de aliquo prædicatur, aut substantiam informat aut
secundum accidens inest. nihil uero est quod cuiuslibet rei substantiam
monstret nisi genus, species et differentia, genus quidem et differentia
speciei, species uero indiuiduorum. quicquid ergo reliquum est, in accidentium
numero ponitur, sed quoniam ipsa accidentia habent inter se aliquam
differentiam, idcirco alia quidem propria, alia priore atque antiquiore
nomine accidentia nun|cupantur. et de accidentibus paulo post, nunc de
propriis, quæ quadrifariam diuiduntur, non tamquam genus aliquod proprium in
quattuor species diuidi secarique possit, sed hoc quod ait diuidunt, ita
intellegendum est, tamquam si diceret nuncupant, id est propria
quadrifariam dicunt, cuius quadrifariæ appellationis significationes enumerat,
ut quæ sit conueniens et congrua nuncupatio proprietatis ostendat, dicit ergo
proprium accidens quod ita uni speciei adest, ut tamen nullo modo coæquetur ei,
sed infra subsistat ac maneat, ut hominis dicitur proprium medicum esse,
idcirco quoniam nulli alii inesse ani 3 superius eqs. fort. enim equus
om. N equus equus
CEGHNP U sed add. et si
homo, risibile, si risibile, homo est cum Porph. 12, 21, post pr. equus
add. et R A est et L est etiam est et
sic Φ equus est et hinnibile est est s. l.
F\ m2 et quicquid hinnibile equus
est ΓΔ est equus est hinnibile et quicquid est hinnibile
est equus quattuor est s. l.
m2 Ψ equus est hinnibile et quicquid hinnibile est
equus est et si homo est risibile est et risibile homo est 2 4
alio N 6 ante species add. et Lm1,
del. m2 7 et om. R genus diiferentia om. EGR, s. l.
Hm2 11 ante antiquiore add. in ER 12
nunc ex nam Hm2 quadrifarie N in
quadrifariam -um GP EGP diuidunt H ur er.
P ur del. m2 aliquid CPm1 14 ait om.
E in mg. dicitur m2
G est R diuiduntur EG 15 nuncupantur
EGR proprie CEm1G propriam ut uid. Pm1
propriam m2 dicuntur EGHm1La.c.NR quadrifariam
C 18 proprietas Ea.c. proprii p.c. G
dicitur CEHLa.c. corr. m1 et 2 P ergo om. C
proprium s. l. Cm2 primum m1 20 ei ante
nullo HN ac et HNP dicimus HN malium
potest, nec illud adtendimus, an hoc de omni homine prædicari possit, sed illud
tantum, quod de nullo alio nisi de homine dici potest medicum esse, et hæc
quidem significatio proprii dicitur inesse soli, etsi non omni; soli enim
speciei, etsi non omni coæquatur, ut medicina soli quidem inest homini, sed non
omnibus hominibus ad scientiam adest. Aliud proprium est quod huic e contrario
dicitur omni, etsi non soli; quod huiusmodi est, ut omnem quidem speciem
contineat eamque transcendat, et quoniam quidem nihil est sublectæ
speciei quod illo proprio non utatur, dicimus omni, quoniam uero transcendit in
alias, dicimus non soli: hoc huiusmodi est quale homini esse bipedem, proprium
est enim homini esse bipedem, omnis enim homo bipes est etiamsi non solus, aues
enim bipedes sunt, geminæ igitur significationes proprii quæ superius
dictæ sunt, habent aliquid minus, prima quidem quia non omni, secunda uero quia
non soli, quas si iungimus, facimus omni et soli, sed demimus aliquid secundum
tempus, si ei adiciatur aliquando, ut sit hæc tertia proprii nuncupatio ‘omni
et soli, sed aliquando, ut est in senectute canescere uel in iuuentute
pubescere; omni enim homini adest in iuuentute pubescere, in senectute
canescere, et soli, pubescere enim solius hominis est, sed ali 1 hoc om. EG homini EN
quod quia HN nisi de homine post esse N 3
medicus Hm1N 4 inesse CP, s.
l. Hm2Lm2, om. EGR inest N etiamsi
Em2 et m1 Hm1LR etiamsi EHm1L repet,
post inest PR coæquetur Em2Hm1 ante medicina
add. homini H del. m2 LNR homini om.
NR, s. l. Hm2 adest adesse potest CLN potest esse H; de
R cf. ad 275, 6 7 est ante aliud HN, post
CG, om. E 8 etiamsi HLNR
quid HN 10 quod illo non soli in inf. mg. Em2 post dicimus
add. enim C 11 aliis Em2G 12 hoc id N
post quale add. est s. l. Hm2, post homini CG
hominis R, post homini add. proprium Em2
enim in mg. Em2 14 etiamsi geminæ om. EGR
17 sed Hm2 si m1 demimus HN deminus Cm1 i demimus ί deest minus m2 dempsimus R
dedimus Em1 addimus m2 G deest minus
LP 18 eis HLP ei post adiciatur
N omni et soli et soli et
omni C sed si G 21 post. in et in HN
22 est hominis HN quando, neque enim omni tempore, sed in
sola tantum iuuentute. hæc igitur determinatio proprii in eo quidem modo quod
omni et soli inest, absoluta est, sed ex eo minuit aliquid uel contrahit, cum
dicimus aliquando, quod si auferamus, fit proprii integra simplexque
significatio hoc modo : proprium est quod omni et soli et semper adest,
omni autem et soli speciei et semper intellegendum est ut homini risibile, equo
hinnibile; omnis enim et solus homo risibilis est et semper. neque illud nos
ulla dubitatione perturbet, quod semper homo non rideat; non enim ridere est
proprium hominis, sed esse risibile, quod non in actu, sed in potestate
consistit, ergo etiamsi non rideat, quia ridere tamen posse soli et omni homini
semper adesse dicitur, conuenienter proprium nuncupatur, nam si actus separatur
ab specie, potestas nulla ratione disiungitur. Quattuor igitur
significationes proprii dixit, nam prima quidem, quando accidens ita
subiectæ speciei adest, ut soli ei adsit, etiamsi non omni, ut homini medicina;
secunda uero, 1 in om. EGR, s. l. L, post tantnm
P tamen L post iunentnte add. pubescit N
2 post proprii add. integra simplexque
significatio GHP del. m1? ex 5 in eo fit proprii om. R
modo om. N, del. Lm2 inest om. EG est
Lm1 minus La.c. minui N minuens P aliquid
uel atque significationem in ras. Em2 uel CNP et GL, om. ΕH 4 quod quam N simplexque et
simplex HLNR proprii R 6 soli et omni N
secund. et om. GLR, s. l. Pm2 omni autem intellegendum
est om. Rbrm 7 et semper om. EGR, del. Lm2, s. l.
Hm2Pm2 intellegendum est del. et s. l. adest scr. Hm2,
in mg. quod soli et omni adest m. al. 8 post. et
om. EGPR post semper add. similiter et equus
hinnibile brm 9 illud Hm2 enim Hm1N 10 proprium
est NPR sed si est R esse del. Lm2 est R 11 sed si R 12
si non rideat etiam C quia om. N, s. l. Hm2 tamen
om. R autem HN possit La.c.N potest Em2
post omni add. adsit H del. m2 adest
N 13 ante semper s. l. et Hm2 semper om. R
ante conuenienter add. et H er. L del. m2 NP 14
si etsi Hm1Lm1N separetur Em2 a C 15
proprii om. EG nam prima unam
CHm1 primam m2 N nam s. l. primam P homini medicina hominem esse
medicum C secundam CHN; in mg . ał. secunda autem cum omni
accidit etsi non soli ut homini esse bipedem add. L uero autem
CL in mg. cum soli quidem non adest, omni uero semper adiungitur,
ut homini esse bipedem; tertia uero, cum omni et soli, sed aliquando, ut omni
homini in iuuentute pubescere; quarta, cum omni et soli et semper adest, ut
esse risibile, atque ideo cetera quidem conuerti non possunt : neque enim
coæquatur quod soli, sed non omni speciei adest, species quidem de ipso dici
potest, ipsum uero de specie minime, qui enim medicus est, potest dici homo,
homo uero qui est, medicus esse non dicitur, rursus quod ita est alii proprium,
ut omni adsit etiamsi non soli, ipsum quidem de specie PREDICARE potest,
species uero de eo minime, nam bipes prædicari de homine potest, homo uero de
bipede nullo modo, rursus quod ita adest, ut omni et soli, sed aliquando adsit,
quoniam de tempore habet aliquid deminutum nec simpliciter semper adest,
reciprocari non poterit, possumus enim dicere omnis qui pubescit homo est, non
omnis homo pubescit: potest enim minime ad iuuentutem uenire atque ideo nec
pubescere; nisi forte non sit pubescere hominis proprium, sed in iuuentute
pubescere, aut, etiam cum nondum est in iuuentute aut etiam præteriit,
tamen sit ei proprium non tale quale tunc fieri possit, cum præter
iuuentutem est, sed quale cum in iuuentute consistit, atque ideo hoc 1
cum quæ N soli adiungitur
del. Hm2 omni accidit etsi non soli CHm2L semper s. l.
Hm2 2 hominem C tertiam CHN soli et omni
N omnio m. LNR homini om. N quartam CG sic HN 4
post. et om. EG, add. Pm2 inest CHm1N ideo
om. E adeo HLR coæquantur
HN 6 quodj quia cum Hm1N non omni sed soli N sed si
R 7 qui enim dici homo om. EGR 8 homo dici C 9 ad
alii s. l. a t illud L, post add. una pars
R de homine prædicari C 13 adest ex est
Em2 distat Hm1 assit ex sit Hm2 14
diminutum EN nec et Hm1 non non tamen dicimus
L homo qui est homo L qui homo est qui et
est s. l. m2 H 18 ante sed add.
solummodo Hm2, ante in CN, post post. pubescere
L aut Hm2La.c.Pm2 ut
EGHm1Lp.c.Pm1R autem CN 19 cum Hm1NR quod CEGHm2LP etiam s.
l. Hm2 iam Em1 20 sit adsit CHN ei om. G fieri om. C, in ras. Lm2 fieri
possit del., est s. l. scr. Hm2 potest L
in ras. m2 P est C 21 post quale
add. tunc fieri potest posset CHLm1N CH s. l. m2 LNP
quod non in omne tempus tenditur, etiamsi tale est, ut omni 92
speciei adsit, quod ta|men in tempus aliquod differatur, integrum atque
absolutum proprium esse non dicitur, quartum est quod ita alicui adest, ut et
solam teneat speciem et omni adsit et absolutum sit a temporis condicione, ut
risibile quod a superiore plurimum distat; nam qui risibilis est, semper ridere
potest, rursus qui potest in iuuentute pubescere, cum ipsa iuuentus non sit
semper, non ei adest semper ut in iuuentute pubescat, hæc autem quarta proprii
significatio quoniam nulla temporis definitione constringitur, absoluta est
atque ideo etiam conuertitur et de se inuicem proprium atque species prædicantur;
homo enim risibilis est et risibile homo. Accidens uero est quod adest et
abest præter subiecti corruptionem, diuiditur autem in duo, in separa bile et
in inseparabile, namque dormire est separabile accidens, nigrum uero esse
inseparabiliter coruo et Æthiopi accidit, potest autem subintellegi et coruus
albus et Æthiops amittens colorem præter subiecti corruptionem, definitur autem
sic quoque; accidens est 13 281, 7 Porph. 12, 23 13, 8 Boeth. 39, 10 21. 1 quod quia
HN 2 speciei tempori EGR aliquid C 4 alicui
om. EG, del. Hm2
ali R alii Lm1 pr. et om. EGLR post. et ut
La.c.R 5 post. a s. l. Hm2 6 qui ex
quod Lm2 7 ante cum add. sed CH del.
m2 NP, s. l. Lm2 8 adest est EGR in iuuentute deleri
uult Hilgard 9 quoniam quam EGLm2P 10 definitio uel difd– EGLm2R
constringit EG 11 et de se et ideo de se P de se
om. R De specie EG 12 risibile C et om.
EGHR 13 inscript. om. HL K ACCIDENTE ΝR ΔΣ 14 uero om.
A 15 diuiditur subsistens 281, 3 LR Q,
om. cett. duobus L 16 in om. Φ nam A Busse amittens
colorem A m1 T" nitens colore
c ett. edd. Busse; Porph. άποβαλών τήν χροιάν; cf. supra 101,
13 corruptionem subiecti LR ϋίΓΦ ; codd. Porph.
φθοράς aut ante
τοΰ υποκειμένου aut
post; definitur Porph. 13, 3
ορίζονται quod contingit
eidem esse et non esse, uel quod neque genus neque differentia neque species
neque proprium, semper autem est in subiecto subsistens. Omnibus igitur determinatis quæ proposita sunt,
dico autem genere, specie, differentia, proprio, accidenti, dicendum est quæ
eis communia adsint et quæ propria. Quouiam, ut superius dictum est, quæ de
aliquo PREDICARE, uel substantialiter uel accidentaliter dicuntur cumque
ea quæ substantialiter PREDICARE, eius de quo dicuntur substantiam
definitionemque contineant et sint eo antiquiora atque maiora, quod ex
substantialibus PREDICATO efficiuntur, cum ea quæ substantialiter dicuntur
pereunt, necesse est ut simul etiam ea interimantur quorum naturam
substantiamque formabant, quæ cum ita sint, necesse est ut quæ accidenter
dicuntur, quoniam substantiam minime informant, et adesse et abesse possint præter
subiecti corruptionem, ea enim tantum cum absunt subiectum corrumpere poterunt,
quæ efficiunt atque conformant quæ sunt substantialia, quæ uero 8
superius 276, 4. 1 contigit R A ante pr. esse add. et R, s.
l. \ m2; om. Porph. 13, 4 post. et uel
L post uel littera er.
) edd.; Porph. η, codd. CM
nat 2 post genus s. l. est A m2 neque
species neque differentia ΔΔΣ edd. Busse;
Porph. οοτε διαφορά οϋτε είδος post proprium add. sit
LR 3 consistens Λ 4 præposita Δ m1 5 dico accidenti om. Γ propria Φ proprio et L ΔΑΣ accidente H et accidenti L A
m2 et accidente m1 ) ΛΣ de accidenti
EG 6 eis his CHP hiis Φ uel his R, om. EG; Porph.
13, 7 αΰτοϊς adsint sint R
sunt L Λ m1 ηιΙΧΣ ; Porph. πρδσεοτιν et om. G 7
post propria add. EXPLICIT DE GENERE SPECIE DIFFERENTIA
PROPRIO ACCIDENTE Σ 8 ut om. EG alio CEGR 9
accidentialiter CP accidenter HR dicuntur prædicantur
R cum EG 11 definitione EG maiora atque
antiquiora C 12 quod quia R substantialiter CN
efficitur CHm2LN 13 cumque N, post cum s.
l. accidenter
E intireunt P an informabant? accidentaliter
Lm2 16 et om. EGR, s. l. Lm2 abesse et adesse H
17 possunt N tantum enim C 18 perrumpere E
potuerunt LR 19 informant HN non efficiunt
substantiam, ut accidentia, ea cum adsunt uel absunt, nec informant substantiam
nec corrumpunt, est igitur accidens quod adest et abest præter subiecti
corruptionem, id autem diuiditur in duas partes, accidentis enim aliud est
separabile, aliud inseparabile, separabile quidem dormire, sedere, inseparabile
uero ut Æthiopi atque coruo color niger. in qua re talis oritur dubitatio. ita
enim est definitum : accidens est quod adesse et abesse possit præter subiecti
corruptionem. idem tamen accidens aliquando inseparabile dicitur; quod si
inseparabile est, abesse non poterit, frustra igitur positum est accidens
esse quod adesse et abesse possit, cum sint quædam accidentia quæ a subiecto
non ualeant separari, sed fit sæpe ut quæ actu disiungi non ualeant, mente et
cogitatione separentur. sed si animi ratione disiunctæ qualitates a subiectis
non ea perimunt, sed in sua substantia permanent atque perdurant, accidentes
esse intelleguntur, age igitur, quoniam Æthiopi color niger auferri non potest,
animo eum atque cogitatione separemus, erit igitur color albus æthiopi, num
idcirco species consumpta sit? minime, item etiam coruus, si ab eo colorem
nigrum imaginatione separemus, permanet tamen auis nec interit species,
ergo quod dictum est et adesse et abesse, non re, sed animo intellegendum est.
alioquin et substantialia, quæ omnino separari non possunt, si animo et
cogitatione disiungimus, ut si ab homine rationabilitatem auferamus 1 cum
absunt uel cum adsunt uel cum absunt H uel cum absunt uel cum
adsunt N cum uel uel s. l. m2
absunt uel adsunt L; ante assunt sic add.
uel P 3 ante adest add. et P 4
dinidunt EGLR accidens edd. aliud est enim
H ante dormire add. ut brm 6 ut om. HR edd. 7
dubietas CEG recte? post. est add. Hm2 8 et uel
N potest CL 9 dicit EG 11 abesse-et adesse
E 12 ab CRm1 14 animi hac C 15 eas
EGN permaneant G ac R 16 accidenter
CG intellegantur Em1 igitur enim HN 17 eum om. G,
ante separemus C, uero E atque et HLNPR 18
num ex non Rm2 19 consumptæ consumpta R sunt EGLR edd. ita
CEP 20 imagine EGR 21 interiit Lm1PR pr. et om. EGR, s.
l. Lm2 22 et om. CEG 23 si sæpe Hm1LNP 2t
rationalitatem P quam
licet actu separare non possumus, tamen animi imaginatione disiungimus , statim perit hominis species, quod idem in
accidentibus non fit: sublato enim accidenti cogitatione species manet. Est
alia quoque accidentis definitio ceterorum omnium priuatione, ut id dicatur
esse accidens quod neque genus sit neque species nec differentia nec proprium;
quæ definitio plurimum uaga est ualdeque communis. sic enim etiam genus
definiri potest, quod neque species neque differentia nec proprium sit nec
accidens, eodemque modo species ac differentia et proprium, cum autem
eadem similitudine definitionis plura definiri queant, non est terminans et
circumclusa descriptio, præsertim cum longe sit a definitionis integritate
seiunctum quod cuiuslibet rei formam aliarum rerum negatione
demonstrat. Quibus omnibus expeditis, id est genere, specie, differentia.
proprio atque accidenti, descriptisque eorum terminis quantum postulabat
institutionis breuitas, ea ipsa communiter pertractanda persequitur, ut quas
inter se habeant differentias hæc quinque, de quibus superius disputatum est,
quas uero com muniones, mediocri consideratione demonstret, ut non solum
1 separari EG possimus EL post tamen add.
si L, s. l. Hm2Pm2 imaginatione cogitatione N
statimque C q. er. H q. del. m2 N
periit PR 3 item CHm1 sit EN ut uid. sublata EGR
enim s. l. Cm2 accidenti om. EGR, post cogitatione
N ante cogitatione er. et C quoque
om. EGP sic
accidentis om. C, post definitio R ad
priuatione s. l. quæ fit per priuantiam Em2 id
om. EG dicat EGR 6 fit C neque differentia neque
proprium LNR 8 enim om. NR nec ante differentia CH 9 neque
NR sit om. L, post accidens R
neque N 10 proprio HPm1 11 plurima L
queunt EGLm1R termino Ep.c.R et om. EGR 12
ab LR ac G negatione rerum E demonstret N post
genere add. quidem CP ante proprio add. et H
ante quantum add. et PR, s. l. Lm2 17
post breuitas repet. expeditis PR, s. l. Em2
pertractanda om. C retractanda HNP 18 ante
quas s. l. quia
Em2 de quibus om. E disputandum G quas nero quasue
CL quid ipsa sint, uerum etiam quemadmodum inter se comparentur,
appareat. quid H, m2 in CLP
quod NPm1 quæ Cm1EGLm1R comparantur E 2 BOEZIO BOETI E V. C.ET I LL .
EXINI sic E EXCONS. ORDINAR.
PATRICII IN ISAGOGAS PORPHYRII Y ex I Gm2 ID EST
INTRODVCTIONEM IN CATEGORIAS A SE TRANSLA. sic EG EDITIONIS SECVNDÆ
LIBER IIII. EXPL. EXPLICIT’
E . INCIPIT LIBER V. EG ; EXPLICIT LIBER LIBER om. C QVARTVS. INCIPIT
LIBER LIBER om. HN
QVINTVS CHLNP, add. DE COMMVNIBVS GENRIS. DIFFER. SPEC. ACCID. ET
PROPI N ; EXPLICI R Expeditis per se omnibus quæ
proposuit et quantum in unius cuiusque consideratione poterat, ad scientiæ
terminum breuiter adductis nunc iam non de singulorum natura, id est uel
generis uel differentiæ uel speciei uel proprii uel accidentis, sed de ad se
inuicem relatione pertractat, nam qui communiones ac differentias rerum
colligit, non ut sunt per se res illæ considerat, sed ut ad alias comparentur,
id autem duplici modo, uel similitudine, dum communitates sectatur, uel
dissimilitudine, dum differentias, quæ cum ita sint, nos quoque, ut adhuc
fecimus, propter planiorem intellectum philosophi uestigia persequentes
ordiemur de his communionibus quæ adsunt generi et speciei et differentiæ uel
proprio et accidenti. Commune quidem omnibus est de pluribus prædiPorph.
Boeth. 40, 1 16. 3 cuiuscumqne C considerationem
Ea.r.G 4 id est om. N, add. Rm2 5 pr .
uel om. P secund. uel et P 6 nam quia R
namque Hm1N 7 sunt. om. C 8 ille GLNP, post illæ
s. l. sint Cm2 ut om. R ad s. l. LRm2 post
alias add. qualiter CHPR, s. l. Lm2 comparantur
EGHm2, recte? cf.284, 1 post autem s. l. fit Cm2L,
in mg. Em2, post duplici s. l. Pm2 9 dum dum om.
EG sectatur retractat R retractantur L n
del., s. l. a i sectatur P differentiæ La.c.P uel
differentia EG 11 ad adhuc s. l. id est
uel G hac tenus EGm2
12 his his omnibus R communibus EGR utrumque
et om. EGLR uel om. R et NP 14
et uel EGL atque R 15 ante Commune add.
inscriptionem DE COMMVNIBVS GENERIS ET add. ΔΠ SPECIEI DIFFERENTIÆ PROPRII ET
ACCIDENTIS ΛΠ Busse, N in subscript. libri IV
cum alio ordine uerborum, DE HIS HIIS Φ COMMVNIBVS QVÆ
ASSVNT sunt A GENERI ET SPECIEI ET
SPECIEI om. T ET
DIFFERENTIÆ ET PROPRIO ET ACCIDENTI accidenti proprio et differentiæ A
ΓΑ litt. minusc. Φ, INCIP. DE EORV COMVNIBVS 2 DE COMMVNITATIB;
OMNIVM. i', inscript. om. CEGHLPR cari, sed
genus quidem de speciebus et de indiuiduis, et differentia similiter, species
autem de his quæ sub ipsa sunt indiuiduis, at uero proprium et de specie cuius
est proprium et de his quæ sub specie sunt indiuiduis, accidens autem et de
speciebus et de indiuiduis. namque animal de equis et bobus et canibus prædicatur,
quæ sunt species, et de hoc equo et de hoc boue, quæ sunt indiuidua,
inrationale uero et de equis et de bobus prædicatur et de his qui sunt
particulares, species autem, ut homo, solum de his qui sunt particulares
prædicatur, proprium autem, quod est risibile, et de homine et de his qui sunt
particulares, nigrum autem et de specie coruorum et de his qui sunt
particulares, quod est accidens inseparabile, et moueri de homine et de equo,
quod est accidens separabile, sed principaliter quidem de indiuiduis,
secundum posteriorem uero rationem de his quæ continent
indiuidua. Antequam singulorum ad unum quodque habitudinem tractet, illam
prius respicit quam omnes ad se inuicem habere uide 1 sed separabile 16
om. HNP post. de om. R 2 autem quidem Δ hiis Φ, item 4 3
post indiuiduis s. l. prædicatur Em2 at uero separabile 16 om. CEG at uero indiuiduis
5 om. Σ · 4 de his om.R 5 post. de
om. R 6 bubus Lm1 A bobis R, ante add. de L
T de bobus Busse et canibus cum Porph. 13, 14 om. edd.,
delend. uid. Bussio 7 prædicatur post species R pr. sic
de om. R 8 inrationabile L et om. Porph. 13, 15;
ante et add. similiter R 9 de om. R
bubus RLm1 A prædicatur s. l. \ m2
dicitur m1 , post particulares Λ2 quæ L TA 10 quæ R ΓΑ 11 particularia R, add. homines
L 4ΛΦ ; om. Porph. proprium particulares 12
om. R quod est otov
Porph. 13, 17 12 pr. et om. L ΆΣ Busse casu ut uid., cf. eius adnot. ad Porph.
v-ai ,
add. \ m2 13 pr. et om. Busse; Porph. 13,
18 τοΰ τε εΐδοος 14 qui quæ R de homine equo
post separabile R 16 sed om. Π Σ post
principaliter add. accidens prædicatur Φ, s. l. accidens Lm2 17 secundum rationem
secundo uero cet. om. N ΛΣΦ ; secundo etiam T m1 ; uero post
secundum C posteriore E ratione E orationem
Λ ante de add. et edd.
cum Porph. 13, post indiuidua add. speciebus N Σ 20 uidentur RG antur. hæc est
autem una communio quæ propositarum quinque rerum numerum pluralitate prædicationis
includit; omnia enim de pluribus prædicantur, in hoc ergo sibi cuncta
communicant, nam et genus de pluribus prædicatur, itemque species ac
differentia et proprium et accidens, quæ cum ita sint, est eorum una atque
indiscreta communio de pluribus PREDICARE, disgregat autem ipsam de pluribus PREDICAZIONE,
quemadmodum in singulis fiat, quod unum quodque propositorum de quibus pluribus
prædicetur ostendit, ait enim genus quidem de pluribus prædicari, id est
speciebus ac specierum indiuiduis, ut animal prædicatur de homine atque equo ac
de his indiuiduis quæ sub homine sunt atque sub equo, item genus PREDICARE de
differentiis specierum atque id iure. quoniam enim species differentiæ
informant, cum genus de speciebus prædicetur, consequens est ut etiam de
his dicatur quæ specierum substantiam formamque efficiunt, quo fit ut genus
etiam de differentiis prædicetur ac non de una, sed de pluribus; dicitur enim
quod rationabile est, esse animal et rursus quod inrationabile est, esse
animal, ita genus de speciebus ac differentiis prædicatur ac de his quæ sub
ipsis sunt indiuiduis. differentia uero de speciebus dicitur pluribus ac de
earum indiuiduis, ut inrationabile et de equo prædicatur ac boue, quæ sunt
plures species, et de his quæ sub ipsis sunt indiuiduis eodem modo dicitur; nam
quod de uniuersali prædicatur, prædicatur et de indiuiduo. quodsi
differentia de speciebus dicitur, prædicabitur etiam de eiusdem speciei sub1 præpositarum
HN 5 post. et atque R 7 autem ut est
E 8 quod ut Em2P et quod La.c. et ut p.c.,
ante quod s. l. in eo Hm2 præpositorum
HN 9 ostendat ELm2P 10 id est om. HNR, er. G 11 atque et
CL equo ac de om. EG ac atque CL et R
12 de om. L, s. l. Cm2 qui EGP post. sub om. LNP
14 enim del. E 15 prædicatur HN 16 perliciunt
HNP 18 rationale EGHNP 19 quod om. R, in ras. E,
quoniam GLm1 inrationale HNP est om. R 21
differentiæ... dicuntur R 22 inrationale
uel irr- Em2 rationabile m1 HLm2NP 23
bouej de boue N et de deque EG 25 et ante prædicatur
C 26 prædicatur C etiam om. EN iectis.
species uero de suis tantum indiuiduis prædicatur; neque enim fieri potest, ut
quæ species est ultima quæque vere species ac magis species nuncupatur, hæc
alias deducatur in species, quod si ita est, sola post speciem individua
restant, iure igitur species de suis tantum indiuiduis prædicantur, ut
homo de Socrate, Platone, CICERONE et ceteris, proprium item de specie PREDICARE
cuius est proprium, neque enim esset proprium alicuius, si de alio diceretur;
de quo enim una quæque res ‘et soli et omni et semper’ dicitur, eiusdem
proprium esse monstratur quæ cum ita sint, proprium de specie dicitur, ut
risibile de homine; omnis enim homo risibilis est. dicitur etiam de indiuiduis
speciei de qua prædicatur; est enim Socrates, Plato et CICERONE risibilis,
accidens uero et de speciebus pluribus dicitur et de diuersarum specierum
indiuiduis. dicuntur enim coruus atque Æthiops nigri et hic cor uus et hic Æthiops,
qui sunt indiuidui, nigri secundum nigredinis qualitatem uocantur. atque hoc
quidem est accidens inseparabile, sed multo magis separabilia accidentia
pluribus inhærescunt, ut moueri homini et boui uterque
enim mouetur , et rursus ea quæ sub
homine sunt atque boue indiuidua, moueri sæpe prædicantur. sed
aduertendum est auctore Porphyrio quod ea quæ accidentia sunt, principaliter
quidem de his dicuntur in quibus sunt indiuiduis, secundo uero loco ad
uniuersalia indiuiduorum referuntur, atque ita prædicatio 1 prædicabitur
CLP 3 uero C 5 prædicatur Cm1EGLRm2 7 esse
E 8 nisi HPR, ex si CLm2 aliquo CHP
ante diceretur add. non R, s. l. Lm2 9
pr. et om. EGHN secund. et om. G tert. et
om. EG, del. Lm2, s. l. Pm2; ad et semper cf. 275,10 12 etiam
autem HPm1 13 Plato et piato N et om. CEG
risibiles CH et om. EGLP 14 pluribus om. CN
dicitur om. H, post
indiuiduis s. l. scil, prædicatur m2 specierum
om. HN 15 dicuntur in ras. Hm2 dicitur
GNR niger NR et om. EGHN 16 et om. EG
post nigri add. autem R, s. l. Lm2 19
et om. EG 20 et om. CEGP 21 mouere Ea.c.Gm2
actore Ea.c.R 23 post dicuntur add. nam non
subsistunt præter hæc quibus adsunt et nulli prius accidunt quam
indiuiduis R 24 post uniuersalia add. ad
speciem G superiorum redditur, ut quoniam nigredo singulis
coruis adest, dicitur adesse coruo. nam quia omnia particularia qualitas ista
accidentis nigredinis inficit, idcirco eam de specie quoque PREDICARE dicentes
coruum, ipsam speciem, nigrum esse. In quibus omnibus mirum uideri potest,
cur genus de proprio PREDICARE non dixerit nec uero speciem de eodem proprio
nec differentiam de proprio, sed tantum genus quidem de speciebus ac
differentiis, differentiam uero de speciebus atque indiuiduis, speciem de
indiuiduis, proprium de specie atque indiuiduis, accidens de speciebus
atque indiuiduis. fieri enim potest ut quæ maioris PREDICAZIONE sint, ea de
cunctis minoribus prædicentur, et quæ æqualia sunt, sibimet conuertuntur, eoque
fit ut genus de differentiis, de speciebus, de propriis, de accidentibus prædicetur,
ut cum dicimus ‘quod rationale est, animal est’, genus de differentia,
quod homo est, animal est, genus de specie, quod risibile est, animal est,
genus de proprio, ‘quod nigrum est’, si forte coruum uel Æthiopem demonstremus,
animal est, genus de accidenti prædicamus, rursus quod homo est, rationale est,
differentia de specie, 1 superiorum E
s. l. id est specierum GP superioribus
cett. subteriorura superioribus brm ut dicitur om.
EG 2 post coruo s. l. speciali Lm2 3
nigredinis accidentis C infecit HLm1 eam eamdem
Lm2Pm2 it eadem m1
eadem EG eo Rm1 ea m2 de om.
P 4 ipsum specie EGPRm2 post ipsam add.
scilicet C nigram C 5 omnibus s. l. Cm2
6 utroque loco neque R 7 differentias R 8
atque Rbrm et de p differentiis indiuiduis pr cum
286, 1, differentiis <atque indiuiduis> coni. Brandt; cf. 287,12 21
differentias HLPR 9 proprium de specie atque indiuiduis om.
H 11 maiores prædicationes EGR sunt Ca.c. ras.
i ex u Pm2R ea s. l. L eadem C
eædem om. de G eæ Pm1 hæ ER cunctis dictis
EGR 12 et om. EG conuertuntur Em1GLm1Rm2 conuertentur m1 conuertantur CEm2HL m2NP
ad eoque s. l. i ideo G fit quale
sit EG 13 pr. de et de HNP
secund. de om. R et de HLNP tert. de
om. E et HNPR et de L quart. de et
NP et de HL atque R 14 prædicatur EG
rationabile CEGLm1NR 15 animal est sit animal E ad sit s. l. pro est
GLR de s. l. EGm2L post differentia add. prædicatur
GP del. m1?, s. l. Lm2, s. l. prædicari Em2 16 eat
genus om. G accidente R 19 rationabile Em1G post
specie add. prædicatur G quod risibile est, rationale
est,’ differentia de proprio, quod nigrum est, rationale est, si æthiopem
demonstremus, differentia de accidenti; item quod risibile est, homo est,
species de proprio, ‘quod nigrum est, homo|est,’ si æthiopem designemus,
species de accidenti, qua in re etiam quod nigrum est, risibile est in Æthiopis
demonstratione ut proprium de accidenti prædicatur. conuerti autem ad totum
accidens potest, ut quoniam in indiuiduis singulorum esse proponitur, idcirco
de superioribus etiam PREDICARE, ut quoniam Socrates animal est, rationalis
est, risibilis est et homo est, cumque in Socrate sit calvitium, quod est
accidens, prædicetur idem accidens de animali, de rationali, de risibili, de
homine, ut accidens de quattuor reliquis PREDICARE sed horum profundior quæstio
est nec ad soluendum satis est temporis, hoc tantum ingredientium intellegentia
expectet, quod alia quidem recto ordine PREDICARE, alia uero obliquo,
quoniam moueri hominem rectum est, id quod mouetur hominem esse conuersa
locutione proponitur, quocirca rectam Porphyrius in omnibus propositionem
sumpsit, quodsi quis uim prædicationis et solutionis adtenderit in singulis prædicationibus
comparans, eas quidem 1 differentiam HR 3 accidentia G
post item add. quod rationale est homo est species de
differentia Hm1, del. m2 speciem ELm2PR, item
5 6 ut om. R, del. ELm2
post proprium s. l. etiam Pm2, post
accidenti N, s. l. Cm2 prædicetur CHLm1NPm2 ad
om. N, s. l. Cm2 8 ut ex et Hm2 in N, s. l. m2 in EHP, om. cett. præponitur
Ca.c.EGHLNR 9 prædicatur CHLNR ante animal add. et HN 10
ante rationalis add. et HNP, s. l. Cm1?
rationabile Lm1 ante risibilis add. et HNPR, s.
l. Cm1? Lm2 risibile Cm1EGLm1 et s. l. m1? homo est
post rationalis est C et om. EG 11 prædicatur
CHLm2NP 12 secund. de om. CEGR tert. de om. R
quart. de om. C ut et CHN prædicatur
CHN dissoluendum N expectet idem quod spectet quoniam
nam HLm2NP moueri posthominem Cm2Pm2 17 moneatur
N ante proponitur s.l. non Hm2
proportionem EL uim quis EGLR uim om. Hm1,
ante adtenderit s. l. m2 prædicatæ H prædictæ Lm2Pm2
et solutionis CN solutionisque L solutionis
Gm1Hm2 locutionis m1 , s. l. add. Pm2 solutione
Gm2R solue sic E attenderit in ras. Em2
ostenderit R prolationes quæ rectæ sunt, inueniet a Porphyrio esse
enumeratas, eas uero quæ conuerso ordine prædicantur, fuisse
sepositas. Commune est autem generi et differentiæ con tinentia specierum.
continet enim et differentia species, etsi non omnes quot genera, rationale
enim etiamsi non continet ea quæ sunt inratio· nabilia quemadmodum animal, sed
continet homi nem et deum, quæ sunt species, et quæcumque prædicantur de genere
ut genera, et de his quæ sub ipso sunt speciebus prædicantur, et quæcumque de
differentia PREDICARE ut differentiæ, et de ea quæ ex ipsa est specie prædicabuntur.
nam cum sit genus animal, non solum de eo prædicantur ut genera substantia et
animatum, sed etiam de his quæ sunt sub animali speciebus 4 292, 10 Porph.
13, 22 14, 12 Boeth. 40, 17 41, 12.
1 esse om. GN, add. Hm2 enumeratas N numeratas
cett. 2 prædicantur proferuntur HN 3 positas
Gm1Hm1 suppositas Pm2 4 de Porph. cf. ad
103, 7 5 Communis Σ, m1 in EH \ est om. E
Porph. 13, 33 Busse, post autem N 6 continet sunt
292, 8 LR Q, om. cett. 7 etiamsi ΔΣ quod i
m1 quas A m2R 8 enim om. R, 8. l.
Δ inrationalia 2Φ, add. ut genus codd. præter R Σ,
om. etiam Porph. 14,2, delend. uid. Bussio 9 sed tamen brm 10 deum angelum
R angelum et deum L; Porph. cod. A θεόν, cett. άγγελον 11 genera Σ genus cett.
Busse sed genera probare uid.; cf. ut genera 16. 293,
20, ut differentiæ; Porph. όσα τε ν,ατηγορεΐται του γένους ώς γένους et eadem in ras. A m2 12 et Z p, s. l. A m2, om.
cett. (aliter er. T Busse item brm;
cf. ad quæcumque Lm2R Z quæque
cett. 13 de differentia differentiæ Lm1
A differentia R ΓΦ ; cf. ut differentiæ 294, 1;
Porph. 14,4 όσα τε τής διαφοράς ώς διαφοράς ex sub
L \ et R; Porph. έξ prædicantur Γ 15 genus
sit ΔΛΣ 16 prædicatur R ut om. edd. genera L Z Busse genus cett.
codd., om. edd.; cf. 394, 3 5; Porph. 14,5 γένους... ώς γένους αατηγορεΐται ή ουσία 17 sunt om. L
animalis Δ omnibus PREDICARE hæc usque ad indiuidua. cumque
sit differentia rationalis, prædicatur de ea ut differentia id quod est ratione
uti, non solum autem de eo quod est rationale, sed etiam de his quæ sunt sub
rationali speciebus PREDICARE ratione uti. commune autem est et perempto genere
uel differentia simul perimi quæ sub ipsis sunt; quemadmodum enim si non sit
animal, non est equus neque homo, ita si non sit rationale, nullum erit animal
quod utatur ratione. Post eam quæ cunctis adesse uisa est communitatem,
singulorum ad se similitudines ac dissimilitudines quærit, et quoniam inter
quinque proposita genus ac differentia uniuersalioris prædicationis sunt,
siquidem genus species continet ac differentias, differentiæ uero species
continent neque ab his ullo modo continentur, primum generis ac
differentiarum similitudines colligit, ac primam quidem ponit hanc, dicit enim
commune esse generi ac differentiæ, ut species claudant; 1 prædicatur
LR ante hæc add. et s. l. Lm2, in mg. Γ, post hæc Λ hæc del.
\ m2 2 rationalis codd.
(etiam Bussii LQ rational, in P uox pæne tota euanuit
rationale edd. Busse; Porph. διαφοράς τε οόσης τής τοΰ λογιχοΰ ; cf. infra 293, 14 rationalis
differentia; 295, 11 sub rationali differentia, unde
rationalis nominatiuum potius intellegas quam cum Porph.
genetiuum prædicantur Φ 3 eo coni. Busse non et non L
*l 4 autem ΓΦ, s. l. Km2, om. cett.; Porph. 14,
8 δε 5 ante sunt s. l. sub
ipsa \ m2 sub rationabilibus h m1, del. m2 post
rationali add. animali ΠΦ, s. l. Lm2 prædicatur
ΓΔΛΣΦ a.c.; Porph. 14,
9 χατηγορηθήσετοι 6 ante
ratione add. id quod est s. l. et m2 W m2 Busse id quod potest LR
post commune s. l. illis Γ est autem Φ ante
perempto add. hoc Λ genere Porph. ή τοΰ γένους, om. η cod. Μ 8 enim Σ, s. l. Ψ m2, om. cett.; Porph. 14,11 γάρ sit est CEGHP 9 ita sic L
ac b m1 \ 12 ad se ad esse EGP et om. CEG, s. l. Pm2,
del. Lm2 13 generis ac differentiæ CN uniuersaliores prædicationes
CEGNP 14 ante species add. et LR 15
nec N 16 ac et N 17 primum LNP hanc hanc
communionem H 18 commune hoc commune H
communionem LR ac et CGLP concludant HN nam
sicut genus sub se habet species, ita etiam differentia, tametsi non tantas
quot habet genus, etenim genus quoniam differentiam etiam claudit et non unam
tantum sub se differentiam cohercet ac retinet, plures necesse est habeat sub
se species, quam quælibet una earum differentiarum quas claudit, ut
animal PREDICARE de rationabili et inrationabili. quodsi ita est, PREDICARE et
de his quæ sub rationali sunt positæ speciebus et de his quæ sub inrationali.
est ergo commune animali et rationali, id est generi et differentiæ, quod
sicut genus de homine et de deo PREDICARE, ita etiam rationale, quod est
differentia, de deo ac de homine dicitur, sed non in tantum hæc prædicatio
funditur quantum animalis, id est generis, animal enim non de deo solum atque
homine, sed de equo et boue prædicatur, ad quæ rationalis differentia non
peruenit. sed quandocumque deum supponimus animali, secundum eam opinionem
facimus quæ solem stellasque atque hunc totum mundum animatum esse confirmat,
quos etiam deorum nomine, ut sæpe dictum est, appellauerunt. Secunda item
communio est generis ac differentiæ, quoniam quæcumque PREDICARE de |
genere ut genera, eadem de his quæ sub 96 ipso sunt speciebus prædicantur;
ad hanc similitudinem 15 quandocumque 18 appellauerunt Abælardus, Introduct. ad
theolog., II 34. sæpe 208, 22. 259, 19. 1 habeat Lm2
differentiæ EGR 2 post. genus om. EGR, post
quoniam Cm1, corr. m2 3 differentias CHm1L etiam
del. Lm2, om. N et om. EG, s. l. Lm2 tantum om. H, s. l.
Lm2 4 ante plures add. sed EGL
adhibeat R ut habeat L 5 quas om. L quam
EGHPm1R 6 rationali CHLN inrationali uel irt- HLN 7
rationabili Cm1EGm2P 8 inrationabili uel irr-, CEGNP commune
est, post s. l. ergo C; ergo om. EG, add. Pm2 10
et de deo om. EG rationabile CEGR 11 in om.
LN 12 hæc om. EG 14 rationabilis R 16 opinionem CHNPm2 Abælard. propositionem
EGLPm1R qua EGLm1P solem coelum Abælard. 17
confirmant EGLm1 confirmet N 20 de genere prædicantur
C post eadem add. et L 21 ipso genere
H ad hanc similitudinem om. EGR; ante ad s. l.
et Pm2 quæcumque de differentia prædicantur ut differentiæ,
et de his quæ sub differentia sunt ut differentiæ prædicantur, cuius sententiæ
talis est expositio, sunt plura quæ de generibus prædicantur ut genera, ut de
animali dicitur animatum, dicitur substantia, atque hæc ut genera, hæc igitur
prædicantur et de his quæ sub animali sunt, ut genera rursus; nam hominis
et animatum et substantia genus est, sicut ante fuerat animalis. item in ipsis
differentiis quædam differentiæ inueniuntur quæ de ipsis differentiis PREDICARE,
ut de rationali duæ differentiæ dicuntur, quod enim rationale est, utitur
ratione uel habet rationem, aliud est autem uti ratione, aliud habere
rationem, ut aliud est habere sensum, aliud uti sensu, habet quippe sensum et
dormiens, sed minime utitur, ita quoque dormiens habet rationem, sed minime
utitur, ergo ipsius rationabilitatis quædam differentia est ratione uti, sed
sub rationabilitate homo positus est; prædicatur igitur de homine ratione uti
ut quædam differentia, differt enim a ceteris animalibus homo, quia ratione
utitur, demonstratum igitur est quia sicut ea quæ de genere prædicantur,
dicuntur de generi subiectis, ita etiam ea quæ de differentia prædicantur,
dicuntur de his quæ differentiæ supponuntur. Tertium commune est
quod ante quæcumque add. et EGLdel. m2, er. uid.
C quæque GPR prædicantur om. EGR, post ut differentiæ
H ut differentiæ om. EG post differentiæ add.
eadem quoque L, post de his P om. et, eadem s. l.
Nm2 2 post sub add. ipsa NR
sunt ante sub H ut differentiæ om. H, s. l. Nm2 ut
differentia EG 4 post. dicitur om. L 5 ante
substantia add. et LPm2 6 rursus ante
ut GR, post L 7 antea fuerat H ante fuerant n s.
l. m2 L fuerant ante R 8 quædam s. l. Cm2 9 prædicentur
Cm2 ut om. HN 11 autem habere rationem aliud uti
ratione NR. 12 ut om. H sicut N est om.
H 13 sed minime utitur om. N sed dormiens om. EGPE,
del. Lm2 ita rationem in sup. mg. Nm2 15 sed om. EG, s.
l. Pm2 16 positus est homo R esse om. est EGP est ex
esse Lm2 esse del. Pm2
prædicatur. Igitur
EGLP 17 ut om. EG, s. l. Cm2 post differentia
add. est EGP
a L, om. cett. 18 homo
ante ceteris H est igitur HLN quia quod
CL post. generum
EGLm2P 20 post his add. quoque HN 21
post Tertium add. uero P, s. l. Lm2 quod quia
C sicut absumptis generibus species interimuntur, ita absumptis
differentiis species de quibus differentiæ prædicantur, intereunt, commune enim
est hoc, uniuersalium in substantia pereuntium perire subiecta. sed prima
communio demonstrauit genera de speciebus prædicari, sicut etiam
differentias, propter hanc igitur similitudinem si auferantur genera, species
pereunt, sicut etiam species perire necesse est quæ sub differentiis sunt, si
uniuersales earum differentiæ consumantur, cuius exemplum est: si enim auferas
animal, hominem atque equum sustuleris, quæ sunt species positæ sub
animali, si auferas rationale, hominem deumque sustuleris, qui sunt sub
rationali differentia collecti. Et de communitatibus quidem hactenus, nunc de generis et
differentiæ dissimilitudine perpendit. Proprium autem generis est de
pluribus prædicari quam differentia et species et proprium et accidens; animal
enim de homine et equo et aue et serpente, quadrupes uero de solis quattuor
pedes habentibus, homo uero de solis indiuiduis et hin nibile de equo et de his
qui sunt particulares, et 14 297, 2 Porph. 14, 13 15, 8 Boeth. 41, 13 42,
14. 1 sicut ita om. EG consumptis post ita Pm2 6 igitur quidem
E sicut sic GHm2LN 7 species etiam HNP 10 quæ quia
H qui ex quia Nm2 12 collocati HNP, recte?
cf. 10. 300, 18 Et om. CEGP, del. Lm2 13 perpendet
G 14 PROPRIO C PROPRIIS post DIFFERENTIÆ L
GENERI R DE PROPRIIS EORVM EORVNDEM Ψ Ρ Ψ ; de Porph. cf. ad autem om ·. ΓΦ generi LNR A ; cf. infra 297,
15. 16 s. 299, 17. 300, 23. 301,10. 13 302,11 est ante
generis s. l. A, om . Σ, om. Porph.
14,14 16 ante quam add . magis L er.
A del. m2 differentiæ EGHLPm1R ; Porph. 14,
15 ή διαφορά et species differentia LR ii, om.
cett . et proprium propriumque A 17 de equo et de add.
\ homine ΔΑ post
uero add . uidetur ΓΦ, m1 in L ΔΑ, del. m2; om. Porph.
14, 17 solis om. R 20 ante equo add .
solo edd. cum Porph. μόνον, fort. recte post, de om. R, s. l.
Lm2 accidens similiter de paucioribus, oportet autem differentias
accipere quibus diuiditur genus, non eas quæ complent substantiam generis,
amplius genus continet differentiam potestate; animalis enim hoc quidem
rationale est, illud uero inratio nale. amplius genera quidem priora sunt his
quæ sunt sub se positæ differentiis, propter quod simul quidem eas auferunt,
non autem simul auferuntur; sublato enim animali aufertur rationale et
inrationale. differentiæ uero non auferunt genus; nam si omnes
interimantur, tamen substantia animata sensibilis subintellegitur, quæ est
animal, amplius genus quidem in eo quod quid est, differentia uero in eo quod
quale quiddam est, quemadmodum dictum est, prædicatur, amplius genus
quidem unum est secundum unam quamque speciem, ut hominis id quod est animal,
differentiæ uero plurimæ, ut rationale, mortale, mentis et disciplinæ
perceptibile, quibus ab aliis differt, et genus quidem consimile est materiæ,
formæ uero differentia, cum autem sint et alia communia 1
autem om . Σ enim Lm1 4 continet genus LR;
Porph. 14, 20 τό γένος περιέχει 5 enim om.
2 uero A m1 est in mq. Lm2 6 quidem
genera Lm1R priora om. L 7 sub se ante sunt
L, post positæ R positis ΓΛΦ, m1 in L Λ2
quidem om. L, ante simul R auferunt h m1 V aufert cett.; Porph. 14,
22 τα γέν-r σοναναιρεΐ
οΰτός auferuntur A m1 W
aufertur cett.; Porph. 14, 23 σοναναιρεϊται 9 aufertur
rationale aufernnt genus om. R 11 si etiamsi brm cum Porph.
15, 1 καν ; fort. etsi scribendum tamen om
. Σ, s. l. A m2 A m2 12 sensibili R
subintellegitur Φ subintellegitur
potest R subintellegi potest cett.; Porph. 15,
2 επινοείται quod Δ Busse; Porph .
οϋσια...ήτις ήν τό ζψον 14 uero om. L quiddam om.
R quid edd . est om. LR TΛΦ 15 quemadmodum sicut
LR est dictum Λ Busse 16 quidem genus hA m1
Z est unum LR 17 ante hominis add.
est edd. Busse; om. Porph. 15, 4 18 plures brm cum
Porph. 15, 5 πλείοος ; cf. infra 301, 21; post plurimæ
add . sunt ΑΣ Busse; om. Porph. mentis 5 m2
risus m1 20 cum simile R 21 autem Cp.c . hæc
a.c . et om. G et propria generis et differentiæ, nunc ista
sufficiant. Proprium quidem quid sit, conuenienti atque integro uocabulo
definitum est. sed per abusionem illa etiam propria quorumlibet dicuntur
quæ in una quaque re ab aliis continent differentiam, licet cum aliis sint ea
ipsa communia, per se quippe proprium est homini quod ei omni et soli et semper
adest, ut risibilitas, per usurpatam uero locutionem etiam proprium hominis
rationabilitas dicitur non per se proprium, quippe quod ei cum deorum est
natura commune, sed homini rationabilitas proprium dicitur ad discretionem
pecudis, quod rationale non est; id uero propter hanc causam, quoniam id
proprium unius cuiusque dicitur quod habet suum, quo igitur quis ab alio
differt, proprium eius non absurda usurpatione prædicatur, sed nunc quod
dicit proprium generis esse de pluribus prædicari quam cetera quattuor, id
ipsum generis tale proprium est, quale per se proprium dici solet, id est quod
semper et omni et soli adsit generi, generi enim soli adest, ut differentia,
specie, proprio, accidenti überius atque affluentius prædicetur, sed de
his differentiis, speciebus, propriis atque accidentibus id dici potest quæ sub
quolibet 1 proprii P et ac EGP nunc om.
Porph. sufficiunt Λ m1 2 ; Porph . άρκείτω ταϋτα, cod. B apxet
τοααδτα 3 quidem autem
C quod R in una quaque re CLP re om. N una
quaque E una quæque G unam quamque HR 6
differenda EGLm1 7 omni et soli et soli et omni C
pr. et s. l. Lm2 post, et om. EG 10
post ei add . quoque HNP 12 rationabile HR
post uero add. fit L, s. l. Pm2 14 aliquo
Lm2 differat Cm2Hm1N 15 nunc om. EG, post
quod C 17 tale ante quale P est proprium LP
post, est om. CN 18
et add. brm adest C generi enim in mg. Hm2
enim uero C autem L 19 post ut add .
et H del. m2 N et specie HLN et
proprio HLR et atque R
accidente HLm1 -ti m2 NR 20 affluentius CHNPm2 fluentius Lm1, s. l .
ł lucidius m2 cluentius E
s. l . habundantius Pm1
licentius G luculentius R de e R
speciebus post differentiis pos. Brandt, ante codd. pr, om.
bm et propriis CHLN atque om. P genere
sunt, id est differentiæ quidem quæ quodlibet diuidunt genus, species uero quæ
diuisibilibus generis differentiis informatur, proprium autem illius speciei quæ
sub illo genere est quod differentiis est diuisum, accidentiaque quæ his hæreant
indiuiduis quæ sub ea specie sunt quam designatum genus includit, hoc
facilius exempla declarant, sit enim genus animal, quadrupes ac bipes
differentiæ sub animalis positæ continentia, homo atque equus species sub eodem
genere constitutæ, risibile atque hinnibile propria earundem specierum, uelox
uero uel bellator accidentia quæ his indiuiduis accidunt quæ sub
speciebus equi atque hominis continentur : animal igitur, quod est genus, prædicatur
et de quadrupede et bipede, quæ sunt differentiæ, quadrupes uero de bipede non
dicitur, sed tantum de his animalibus quæ quattuor pedes habent; plus igitur prædicatur
genus quam differentia, rursus homo de Platone ac Socrate prædicatur,
animal uero non modo de hominibus indiuiduis, uerum etiam de ceteris
inrationabilibus indiuiduis dicitur; plus igitur genus quam species prædicatur,
sed cum sit proprium hinnibile equi speciei cum 1 differentiæ CNp differentias EG, m1 in HLP
de om. HPR differentiis m2 in HLP, Rbrm quidem
om. B, ante add . sunt C, post N genus diuidunt HN 2
speciebus Hm2Lm2 specie Pm2brm diuisibilis
Hm1Pm1R add . est,
dissimilis E add . est
G, ad diuisibilibus in mg. ał quæ diuisiuis Lm2, sed
ante generis add est ERm2, add . sunt, post
et del. m2 P informantur CLm2 3 proprio m2 in HLP
ante s. l. de add. brm post autem add . quod est EGP del.
m2 illi Lm1 diuisiuum Lm1 diuiditur om .
est; N accidentiaque CEGHm1Lm1 accidentia
quoque Pm1 de accidentibus quoque m2 accidentia Rp accidensque
N accidentibusque Hm2Lm2brm quæ quod N
hereat N hærent Pm2 edd . 5 sint G 10 uelox bellator HNP uel om., et s. l. m2 ,
uelox uero dux uel bellator C uelox uero uel bellator dux
L uelox uero bellator dux EG ferax uerox sic s. l . equus m2 bellator dux R 11 accidant
H accidencia Pm1 12 et om. EGP 13 et bipede HNP, om. R bipede C de
bipede EGLm1 et de bipede m2 quadrupedes G
14 his om. GR, s. l. Cm2Lm2 ac et P post prædicatur
add. et ceteris HNP 17 hominis C s in er. b.? m2
GHm1N 19 sed prædicetur om. EG hinnibile
ante proprium N, om. LR simile H equi om.
H que genus quam species überius prædicetur, prædicatio quoque
generis proprii supergreditur prædicationem, accidens quoque etsi pluribus
inesse potest, tamen sæpe genere contractius inuenitur, ut bellator non proprie
nisi homo dicitur, ut uelocitas in paucis animalibus inuenitur. quo fit,
ut genus differentia, specie, proprio et accidentibus amplius prædicetur. Atque
hæc est una proprietas generis quæ genus ab aliis omnibus disiungat ac separet,
oportet autem, inquit, nunc eas differentias intellegere quibus diuiditur
genus, non quibus informatur, illæ enim quibus informatur genus, plus
quam ipsum genus sine dubio prædicantur, ut animatum et corporeum ultra animal
tenditur, cum sint differentiæ animalis, sed non diuisiuæ, sed potius
constitutiuæ; omnia enim superiora de inferioribus prædicantur, quæ uero de
inferioribus prædicantur neque conuerti possunt, hæc ab eis quæ inferiora sunt
amplius prædicantur. Post hoc aliud proprium generis ostendit quo
ab his differentiis quæ sub eodem sunt positæ, segregatur, omne enim genus
continet differentias potestate, differentia uero genus non potest
continere, animal enim rationale atque inrationale continet potestate; neque
enim inrationabilitas neque rationabilitas animal poterit continere, potestate
autem ait continere animal differentias quia, ut superius dictum est, 23
superius 264, 16. 1 prædicatur
Cm1R 3 inesse inest C ante sæpe add . semper uel
Hm1, del. m2 contractius genere H inneniri C
pr. ut er. uid. C,
om. HPm1 et LN, s. l. Pm2 6 ante
differentia add . et Hm2LN ante specie add . et
HL et de N ante proprio add. et HL et de
N et om. E accidente R 8 inquit om. N, del.
Hm2 10 post informatur add . genus C illæ informatur
om. EGLR, post prædicantur 11 add . Ipsæ enim differentiæ a quibus
informatur genus Lm1, ante plus quam transpos. m2 illæ
enim nam illæ P ante plus add . nam GR 11 sine
dubio om. HN et om. EG 12 tendit EG ?
tenduntur R sunt H 15 ab om. H 18 eodem eo
HN eodem genere C segregetur HN 20 rationabile
ELm2P atque om. EGR, s. l. Pm2 inrationale om. EGPm1R
inrationabile Lm2, s. l. Pm2 21 inrationalitas neque
rationalitas HN
poterunt CHLP post differentias add .
proprias CL del. m2, ante HNP genus quidem omnes sub se habet
differentias potestate, actu uero minime, ex quo fit ut alia proprietas
oriatur, sublato enim genere perit differentia, ueluti sublato animali
interimitur rationabilitas, quod est differentia, at si rationale interimas,
inrationale animal manet, sed obici potest : quid? si utrasque
differentias simul abstulero, num poterit remanere genus dicimus: potest, unum
quodque enim non ex his de quibus prædicatur, sed ex his ex quibus efficitur,
substantiam sumit, itaque fit ut genus sublatis diuisiuis differentiis
permanere possit, dum tamen maneant illæ quæ ipsius generis formam
substantiamque constituunt, quoniam enim animal animata atque sensibilis
differentiæ constijtuunt, hæ si maneant atque iungantur, perire animal non
potest, licet ea pereant de quibus animal prædicatur, rationale scilicet atque
inrationale. unum quodque enim, ut dictum est, ex his substantiæ
proprietatem sumit ex quibus efficitur, non ab his de quibus prædicatur,
amplius si utrasque differentias genus potestate continet, ipsum per se neutram
earum intra se positam collocatamque concludit. quodsi actu quidem eas non
continet, sed potestate, actu etiam ab his poterit separari; hoc ipsum enim,
potestate eas continere, id erat actu non continere, genus uero, quod
quaslibet differentias actu non continet, actu ab eisdem etiam separatur.
Kursus aliud est proprium generis, quod ex pro 1 omne GR 2 alia
ut EGP 4 rationalitas HN at om. EGR
rationabile CLm1R 5 inrationale om. EG
inrationabile Lm1R quod CEGLP qui R 6
post abstulero add. rationales et inrationales E num non
EGLm1P 7 dicimus sed dici EP de quibus his in mg.
Hm2 8 post, ex de P 9 itaque atque GR
atque ita C atque ideo EP 10 post
tamen add . earum P illa C a. in er . æ m2 N
quod E quoniam constituunt in mg. inf. Em2
animati Cm2LR
differentia HN differendis Pm1 hæc C c er.
EGHN manent E 15 dictam est diximus C
17 ante ipsum s. l. tunc Hm2 18 neutra
G neutrum R positum collocatumque LPm1R 20 etiam quidem
E post poterit add . genus EG post enim add
. quod est R, s. l. Pm2 21 erit Lm2R quod quæ
E 23 eat om. ENR prietate prædicationis agnoscitur, omne enim
genus ad interrogationem ‘quid est unum quodque?’ responderi conuenit, ut
animal in eo quod quid est de homine prædicatur, differentia uero minime, sed
in eo quod quale sit; omnis enim differentia in qualitate consistit, sed
hoc proprium tale est quale superius diximus, non per se, sed secundum alicuius
differentiam dictum, alioquin commune est hoc generi cum specie, ut in eo quod
quid sit prædicetur, sed quia hoc genus a differentia discrepat, quoniam
differentia quidem in eo quod quale est, genus uero in eo quod quid est
prædicatur, generis proprium dicitur non per se, sed ad differentiæ
comparationem, et in omnibus reliquis eandem rationem conueniet speculari;
quodcumque enim ita generi proprium dicitur, ut nulli sit alii commune, sed
tantum hoc habeat genus ut omne genus et semper, id secundum se proprium
nuncupatur, quicquid uero cum quolibet alio commune est, id non per se, sed ad
alterius differentiam proprium dicitur. Alia rursus generis et differentiæ
separatio est, quod genus quidem speciei unum semper adest, scilicet proximum
plura enim possunt esse superiora, uelut hominis animal atque substantia,
sed proximum eiusdem hominis animal tantum , differentiæ uero plures uni speciei 5
superius 297, 9. 1
post agnoscitur add . Omne enim genus ei proprietate cognoscitur prædicationis
P, in inf. mg. Lm2
generis E 2 quid est quidem E quidem quid est
HN unum om. E respondere CLR 4 sit est
HN 7 hoc ex huic Em2 8 ac G 9 est sit
N 11 et om. EG 12 conuenit CHNP 13 generis
Pm2 alii sit C 14 tamen E habeat semper Cm2Hm1N habeat genus et omne genus et
et om . Lm2R semper
Cm1Hm2Lm2R habeat omne genus semper EG habeat genus omne
semper Lm1 genus hoc del. m2 haheat omne genus genus
omne m2 et s. l. m2
semper P 15 se om. CN, illud Cm2 s. l. id H
post proprium add . dicitur quod per se proprium CHN 16
ad om. C, in mg. Hm2 17 pr . differentia C 18
est om. HNR, s. l. E uni R 19 proximum Cc .
proprium a. c . ad plura in mg. genera Lm2,
enim genera P 20 ante animal s. l . sed genus Cm2
21 post speciei add. semper adsunt E
adesse poterunt, ut rationale atque mortale homini, itaque fit definitio
ex uno quidem genere, sed pluribus differentiis, ut hominis animal rationale
mortale. Rursus alia discretio est, quod genus quidem quasi subiecti locum
tenet, differentia uero formæ, ita ut illud sit materia quædam quæ
figuram suscipiat, hæc uero sit forma quæ superueniens speciei
substantiam rationemque perficiat. Idcirco uero pluribus differentiis a genere
differentiam segregauit, quia hæc maxime generis quandam similitudinem
contineat, quia est uniuersalis et præter genus inter ceteras maxima, sed cum
alia plura communia pluraque propria generis inter se ac differentiæ
ualeant inueniri, nunc, inquit, ista sufficiant, satis est enim ad discretionem
quaslibet differentias assumere, etiamsi non quæ dici possunt omnia
colligantur. Genus autem et
species commune quidem habent de pluribus, quemadmodum dictum est, prædicari.
sumatur autem species ut species et non etiam ut genus, si fuerit idem et
species et genus. Porph. Boeth. adesse mortale om. EGR
ut om. HN ut homini C Hominis itaque C
hominis, itaque P 2 ante pluribus add . de
Lm post rationale add. atque edd . est om.
HNR 4 quidem om. C 5 ita ut om. EGLm1 ut
m2 quædam om. EG, s. l. Lm2, ante materia P quæ
om. R, s. 1. Cm1? quod Em1 6 suscipiens Lm1R 7
uero om. EGLR 8 differentias CEGHm1Pm1 9 continet
EGLPR 10 et om. N præter post HPm1 maxima inter
ceteras H in N cetera Lm1Pm2 edd . maximi G
maximæ Pm1 12 nunc sufficiant HLNR recte? an ex 297, 1? ista
inquit sufficiunt GP sufficiunt inquit ista C ista
quidem sufficiunt E 14 non post omnia E s. l. p,
ante brm colliguntur Hm1R 15 ET SPECIEI SPECIEIQVE C;
de Porph. cf. ad 102, 7 17 de pluribus om. G 18 sumatur prædicantur
303, 2 LR Q, om. cett . autem autem et L ΛΛΦ ; Porph. 15, et om . ΓΔ sed RΣ 19 ut add . \
m2 pr . et L cum Porph. 15,12, om. codd.
cett. edd. Busse genus et species Ε Σ commune autem his
est et priora esse eorum de quibus prædicantur, et totum quiddam esse utrum
que. Generis et speciei enumerat tria communia, unum quidem, de
pluribus prædicari; genus enim et species de pluribus prædicantur, sed genus de
speciebus, ut dictum est, species uero de indiuiduis. sed nunc de illa specie
loquitur quæ tantum species est. id est quæ non etiam genus est, sed ultima
species, quodsi talem speciem ponamus quæ etiam genus esse potest, ac de
ea dicamus quoniam commune habet cum genere de pluribus prædicari, nihil
interest an ita dicamus, ipsum genus id secum habere commune de pluribus prædicari,
talis enim species quæ non est solum species, ea etiam genus est. Est autem
commune his quoque quod utra que priora sunt his de quibus prædicantur, omne
enim quod de aliquibus prædicatur, si recto, ut dictum est superius, ordine
dicatur, prius est his de quibus prædicatur. Præterea est illis hoc etiam
commune, quod genus ac species totum sunt eorum quæ intra suum ambitum
continent et cohercent; omnium enim specierum totum est genus et omnium
indiui|duorum totum species, æque enim genus et species aduna 99 tiua
sunt plurimorum, quod uero multorum adunatiuum est, id eorum quæ ad unitatis
formam reducit, recte dicitur totum. superius 290, 15 ss. 1
est om. L priora propria La.c. Tk a.c A m1 2 esse est
C 5 ante genus add. et H er. N 6 post
genus add . quidem L 8 est, sed est ut est H ut
est N 12 secum H
cum in ras. m2 LR secundo CEGNPm2 -da
m1 de pluribus commune post
prædicantur 15 E 13 quod E 14 his commune HN 15
omne -prædicatur 16 in mg. Hm2 dicatur prædicatur CN his
de his G 18 etiam hoc N eorum sunt C 20
genus est NR et ut Hm1 ante species add.
est CNP, post E in ras. H 23 quod E reducuntur
Ca.c.N Differt autem eo quod genus quidem continet species
sub se, species uero continentur et non continent genera; in pluribus enim
genus quam species est. genera enim præiacere oportet et formata
specificis differentiis perficere species; unde et priora sunt
naturaliter genera et simul interimentia, sed quæ non simul interimantur. et
species quidem cum sit, est et genus, genus uero cum sit, non omnino erit et
species. et genera quidem uniuoce de speciebus prædi cantur, species uero de
generibus minime, amplius genera quidem abundant earum quæ sub ipsis sunt
specierum continentia, species uero a generibus abundant propriis differentiis.
amplius neque species fiet umquam generalissimum neque genus
specialissimum. Expeditis communibus generis ac speciei nunc de
eorum discretione pertractat. differre enim dicit genus ab specie, quoniam
genus continet species, ut animal hominem, species 1 15 Porph. 15, 14 24 Boeth. 42, 21 43,
10. 1 PROPRIO H DIFFERENTIIS C; de Porph. cf. ad 105,
16 2 Differunt ENR edd.; Porph. 15, 15 διαφέρει post autem add . genus
a specie Φ continet quidem
N 3 sub se er. uid . 5, s. l. 2 m2, ante
species 2 ΓΦ ; Porph. 15, 15
περιέχει τά είδη species s. l.
Gm2 continetur C A continetur a genere Γ ; Porph . τα δέ είδη περιέχεται et om. EG
continet C ΑΦ 4 in pluribus differentiis 14 LR Q,
om. cett . enim quidem S ; Porph. 15, 16 ετι τά γένη 5 ante oportet s. l . et 5
m2 et s. l . 5 m2, hic om., sed ante perficere pos.
LR h m1 del. m2 A ; Porph. 15, 17 ν.α'ι διαμορφωθ-έντα 7 sed si R 9 est Porph. 15, 19 πάντως εστι; exciditne
omnino ? pr . et om . LR I, s. l . A m2
; Porph. 15, 19 εστι και γένος post . et A del. m2 Φ cum Porph. 15, 20, om. cett. edd.
Busse 10 uniuoce quidem AAS ; Porph. τά μέν γένη de speciebus Porph. 15, 21 των δφ’ έοοτά ειδών 12 quidem genera L
s m2 i\Y . Busse; Porph. τά μέν γένη sunt s. l. L sub ipsis LR;
Porph. 15, 22 των όπ’ αΰτά ειδών 13 a om . ΓΦ ab A m1, del. m2 14 fiet
post umquam C fit HN 15 neque genus specialissimum
om. H
post genus add . fiet CEGR fiet umquam ΑΑΣ fiet species L; Porph. 15, 24 ούτε τδ γένος ειδικάιτατον 16 ac et
CE 17 differt GR a HLNR 18 pr .
speciem HN uero non continet genera; neque enim homo de
animali prædicatur. itaque fit ut species quidem contineantur a generibus,
numquam uero contineant genera, omne enim quod amplius prædicatur, illius est
continens quod minus dicitur, quodsi genus amplius prædicatur quam
species, necesse est ut species quidem contineatur a genere, genus uero speciei
nullo ambitu prædicationis includatur, huius autem ratio est quoniam genus
semper suscipiens differentiam speciem facit, hoc est, genus quod habebat
latissimam prædicationem, coartatum differentia et contractum speciem
facit; omnino enim generi iuncta differentia speciem reddit et ex
uniuersalitate atque latissima prædicatione in angustum speciei terminum
contrahit. animal enim, cuius prædicatio per se longe lateque diffusa est, si
arripiat rationalis differentiam, si etiam mortalis, deminuit atque
contrahit in unum hominis speciem, unde fit ut minor sit semper species quam
genus atque ideo contineatur, sed non contineat, sublatoque genere auferatur et
species; si enim totum auferas, pars non erit, quodsi species auferatur, genus
manet, ueluti cum animal sustuleris, interi mitur etiam homo, si hominem
auferas, animal restat, hæc etiam causa est, ut genus de specie uniuoce prædicetur,
id est ut species suscipiat definitionem generis et nomen, sed 1
continent HN enim om. C 6 contineantur NR
speciei om. R specie Cm1 in specie Lp.c .
species N post nullo add . modo EGHPR, s. l. Lm2
7 includitur EGLm1P includat N post
autem s. l. rei Cm2 8 semper om. HN
species N hoc facit 10 om. EG 9 est s. l. C, om.
HN, del. Pm2 habet Lm2Pm2 coartatum ex
coaptatum Lm2, in mg . ał coaptata ipsa diffinitio et contracta speciem
facit m1 coaptata Hm2P apta Cm1
aptata m2 Hm1N 10 et LR, s. l. Pm2, om. CHN de EG cf. ad S
contracta Lm2 omni Hm2Lm2 11 et om. G, s. l. ELm2 atque et EHNPR 12 post prædicatione
add. generis CNP, s. l. Lm2 speciem EG contrahitur Hm2 14 differentia
C ras. ex -ã R etsi
etiam E et s. l., del. si etiam Lm2, et R diminuit EHLPR ;
diminuitur atque contrahitur N unam C am in ras.
m2 Hm2NR 16 continentur sed non continent N 17
et om. EGR 19 remanet C cum si P 21 est
causa C 22 generis et nomen et generis nomen E et nomen
generis N generis nomen R non e conuerso.
definitionem quippe speciei genus suscipere non uidetur; substantiam enim
priorum inferiora suscipiunt, si enim definias animal et dicas substantiam esse
animatam atque sensibilem aut si prædices de homine animal, uerum dixeris, si
etiam animalis definitionem de homine prædicaueris dicasque hominem esse
substantiam animatam atque sensibilem, nihil fuerit in propositione falsi, sed
si hominis definitionem reddas ‘animal rationale mortale’, ea animali non
conueniunt; neque enim quod animal est, id dici poterit animal rationale
mortale, fit igitur, ut sicut species generis nomen suscipit, ita etiam
capiat definitionem, et sicut genus nomen speciei non suscipit, ita nec eiusdem
definitione monstretur, sed cuius nomen et definitio de aliquo prædicatur, id
uniuoce dicitur, cum igitur generis et nomen et definitio de specie prædicetur,
genus de specie uniuoce dicitur, quoniam uero speciei de genere. neque
nomen neque definitio prædicatur, non conuertitur uniuoca prædicatio. Differunt
genera <ab> speciebus hoc quoque modo, quod genera superuadunt species
suas aliarum continentia specierum, species uero genera differentiarum
pluralitate, animal enim, quod est genus, superuadit hominem, quod est
species, quia non hominem solum continet, uerum etiam bouem, equum aliasque
species, quas suæ spatio prædicationis includit, species uero, ut homo,
superuadit genus, ut animal, multitudine differentiarum, nam quod actu
genus 1 e conuerso est om. R conuersio EGLPR 2
non er. H substantiæ EGLm2 -tia m1
PR enim priorum enim proprium EGP diffinitionem om . en. pr . R 3 et
om. CHNP 4 aut brm at
CHLNP, om. EGR 5 definitione E 7 nil C fuerat
Cm1 fueris HN falsi mentitus HN sed quod
CHN hominis definitionem om. EGR hominis rationem L
8 addas EGR, post si om .
reddas, add. P, reddas addas L pr . animali Ea.c.LR animal est G
conuenit CNPa.c. 9 ante quod add. id HNPR, s. l.
Lm2 id dici EGLa.r.P dici Lp.r.R idcirco dici HN
id circo id dici C 11 et om. EG 12 definitionem uel diff- monstret EGR 14
pr . et om. CEG, s. l. Lm2 15 prædicatur E uniuoce de
specie C 17 a add. brm, ab Brandt 18 modo
om. NR 19 continentia aliarum C 21 quod quæ N
non s. l Cm2 22 equum bouem HN 24 namque quod Lp.c
. non habet rationale uel mortale nullas quippe actu genus retinet |
differentias, easdem species suæ substantiæ inhærentes atque insitas tenet,
homo enim rationalis est atque mortalis, quod genus minime est; animal enim
neque mortale est per se neque rationale, quodsi genus quidem plus unam
continet speciem, at uero species multis differentiis infor mantur, superat
quidem genus speciem continentia specierum species uero uincit genus
differentiarum pluralitate. Illa quoque est differentia, quod genus quoniam
omnium primum est, numquam in tantum descendere poterit, ut fiat ultimum,
species uero, quæ cunctis est inferior, in tantum ascendere non poterit, ut
suprema omnium fiat; numquam igitur nec species generalissimum fiet nec genus
specialissimum. Sed ex his quæ dictæ sunt differentiæ aliæ sunt quæ genus
ab specie propriæ coniunctæque disterminant, aliæ uero quæ non solum
genus ab specie, uerum etiam a ceteris diducunt ac disterminant, neque in his
tantum differentiæ quæ sunt dictæ, uerum etiam in ceteris considerentur
oportet, si proprie normam quærimus discretionis agnoscere. uel om.
R 4 mortale rationale CHN 5 rationale R inrationale CHN per se
rationale EGLP unam continet speciem EG unam s. l. m2 Lm1
quam unam continet speciem Lm2R una continet continet una
C specie CHNP 6 species uero om . at C informatur
Lm1Pm1 7 species G 9 quoniam quod Hm2 11 in
tantum ascendere non numquam in tantum ascendere LNR 12 nec... nec et...
et Hm1N et... nec C, pr . nec om. P 14 ex his om.
EG, s. l. Lm2 sunt om. E
differentiarum CN differentiis R genus s. l.
Cm2 a R 15 proprie coniuncteque ras. ex -teque Η HΝR
recte? propriæque G coniunctæque om. EG 16 ab a
R diducunt Em2R deducunt
cett. distinguunt ac deducunt om .
disterminant HN 17 neque et quæ
non CHN, s. l . ał quæ L in
his tantum differentiis quæ sunt dictæ
L quæ sunt dicta G quæ dictæ sunt CHNP quid
sint in ras. E uerum etiam in
ceteris add. quoque HLm1N, del. Lm2
considerentur oportet CEGHLNP neque in his tantum oportet
considerare differentias quæ sunt dicta uerum etiam in ceteris oportet R
; differentiæ scr. Brandt ; neque enim in de bm his tantum oportet oportet om. p differentiis quæ sunt dictæ, uerum etiam in
ceteris considerare considerari oportet p edd. 18 propriæ CEGLP 19
discretionis quærimus HR Generis autem et proprii
commune quidem est sequi species nam si homo est, animal est, et si homo est,
risibile est et æqualiter prædicari genus de speciebus et proprium de his quæ
illo participant; æqualiter enim et homo et bos animal et Cato et Cicero
risibile, commune autem et uniuoce prædicari genus de propriis speciebus et
proprium quorum est proprium. Tria interim generis ac proprii
dicit esse communia, quorum primum illud est, quoniam ita genus sequitur
species ut proprium, posita enim specie necesse est intellegi genus ac
proprium; neutrum enim species proprias derelinquit, nam si homo est, animal
est, si homo est, risibile est; ita quemadmodum genus, sic proprium ab ea
specie cuius est proprium, non recedit. Illud quoque, quod æqualis est generis
partici patio, sicut etiam proprii, omne enim genus æqualiter speciebus
participatur, proprium uero indiuiduis omnibus æqualiter adhærescit, manifestum
uero est participationem e?se generis æqualem; neque enim plus homo animal est
quam equos Porph. Boeth. COMMVNITATIBVS Ψ ; de Porph. cf. ad 102, 7 2 Genus
Em1Gm1 consequi Pm1 3 nam risibile LR Q, om. cett. pr . est s.
l. h m2 5 illo sub illo R participant continentur
R, add. indiuiduis edd. cum plerisque codd. Porph. 16,
4 6 post animal add. est ΓΦ, om. Porph. 16, 5 et CATONE (vedasi) et CICERONE
(vedasi) Porph . xat Άνοτος και Μέληχος post risibile add.
est Φ 7 autem et autem CEGP autem est
est s. l . h m2 et om.
R R h autem his Ψ autem hiis et Φ his s. l. m2 autem et Γ ; Porph. 16, 6 δέ καί speciebus propriis
R 8 post pr . proprium add . de his Ν Σ, s. l. de
propriis Gm2 10 illud est primum R 11 post
proprium add. quoque CH del. m2 N ac et
C 13 si et si HN risibilis EGHNP 15 post
quoque add. est commune R, s. l. Lm2, s. l . scil, commune
est Hm2 a genere generis Hm2
participatio est HN 16 proprii a proprio Hm1N
ante speciebus add . a H ab L del. m2 NB,
post add . suis R 17 participat ** ur er .
E 18 adheret N participatione EGR generi
E ex genere m2
R 19 æquale EG æquale proprium R, post æqualem
add. s. l . et proprii Lm2, in mg . et proprium Pm2
atque bos, sed in eo quod sunt animalia, æqualiter animalis, id est
generis ad se uocabulum trahunt. CATONE si veda etiam et CICERONE si veda æqualiter
risibiles sunt, etiamsi æqualiter non rideant; in eo enim quod apti ad ridendum
sunt, dici risibiles possunt, non quod iam rideant, æqualiter ergo ea quæ
sub genere sunt, suscipiunt genus, sicut ea quæ sub propriis, propria. Tertium
illud, quod sicut genus de speciebus propriis uniuoce prædicatur, ita etiam
proprium de sua specie uniuoce dicitur, genus enim quoniam substantiam speciei
continet, non modo eius nomen de specie, uerum etiam definitio prædicatur,
proprium uero quia speciem non relinquit eamque semper sequitur nec in aliam
speciem transgreditur nec infra subsistit, definitionem quoque propriam
speciebus tradit; cuius enim nomen uni tantum conuenit speciei cui coæquatur,
dubitari non potest quin eius quoque definitio speciei conueniat. quo fit
ut sicut genus de speciebus, ita proprium de sua specie uniuoce prædicetur.
Differt autem, quoniam genus quidem prius est, posterius uero proprium;
oportet enim esse animal, dehinc diuidi differentiis et propriis, et
genus quiPorph. Boeth. eo eodem HLm2NR 2 ad se om. EGR, s. l.
Lm2 etiam om. H et om. R 3 pr . æqualiter
om. C 6 suscipiant Em1Lm1 genera EGLPm2
gen. ante suscipiunt HNP 7 illud illud commune
est G quid Cm1 9 enim om. E nomen eius
C 11 quia om. EGLP derelinquit Lm2P eamque eique
HN ei quæ R ea quæ Pm1 æquatur Pm2 12
definitio diff- ELm2 diffinitione m1 Pm1 definitio
enim R 13 proprium Ea.r.R proprii
Ep.r.L ras. ex
propriis, P traditur EGLm2Pm1 14 cui uel ei C
eique HNPm2 cuique m1 , et del. m2 cui
L æquatur L 18 De proprietatibus Δ ; de Porph. cf. ad 105, 16 GENERIS ET
PROPRII EORVM P PROPRII SPECIEI L 19 Differunt C edd . autem
om. N autem genus et proprium LR Δ2 ; Porph. 16, 9 Διαφέρει δέ δτι τό μίν γένος quidem om.
HNR est om. H 20 oportet interimunt genera 310, 10 LR Q,
om. cett . 21 pr . et om. L dem de pluribus speciebus
prædicatur, proprium uero de una sola specie cuius est proprium, et proprium
quidem conuersim prædicatur de eo cuius est proprium, genus uero de nullo
conuersim prædicatur, nam neque si animal est, homo est, neque si animal est,
risi bile est; sin uero homo est, risibile est, et e conuerso amplius proprium
omni speciei inest cuius est proprium, et soli et semper, genus uero omni
quidem speciei cuius fuerit genus, et semper, non autem soli, amplius species
quidem interemptæ non simul inter imunt|genera, propria uero interempta simul
interimunt ea quorum sunt propria, et bis quorum sunt propria interemptis et
ipsa simul interimuntur. Rursus tale proprium sumit, quod ad alterius
comparationem proprium nuncupetur, dicit enim proprium esse generis prius
esse quam propria, oportet enim prius esse genus, quod ueluti materia
differentiis supponatur, uenientibusque differentiis fieri speciem, cum quibus
propria nascuntur, si igitur prius est 1 prædicatur R A m2 n edd . prædicari
cett. codd. Busse propriis, et genus distinguit, sed cf.
oportet, Rursus differt; Porphp. 16, 11 κατηγορεΐται 2 una sola Porph. ενός, cod. C add . μόνοο est om. Φ 6 si R homo est homo et ΔΑΠΨ et er ., homo, et Busse homo est
est s. l. m2 et L; Porph.
16, 13 et δέ άνθρωπος et e conuerso et conuerso L h m1 et
conuersim si risibile est homo est R si risibile est homo est
2 ; Porph. 16, 14 καί εμπαλιν, add. ei γελαστικόν, άνθρωπος cod. C 8 et soli TA m2 et uni Δ m1 ΑΣ et uni et soli LR ΠΦΨ ; Porph. καί μόνψ speciei quidem post speciei add .
inest LR TA s. l . ΠΦΦ in mg. m2 edd. Busse, om . Δ2 cum Porph . soli Porph. 16,16 και μόνω 10 species s. l.
L propria brm cum Porph . interempta Φ interimuntur HL 11 post
genera add. quorum sunt species A propria genera
brm Busse in adn. cum Porph. 16, 17 interimuntur HΡ 12 ea om . Η ΤΦ species brm cum
Porph . quarum brm et his interemptis om. EG et quare
edd., Porph. 16, 18 ώστε καί 13 interemptis ante et his
CP et ipsa et ipsa etiam propria Φ ipsa propria 2 interimuntur
simul CGLR ad 10 13 cf. 312, 13 ss . 14 Rursus om. EG, s. l. Pm2,
sed R ad om. H, s. l. Pm2 comparatione HPm1
15 nuncupatur Cm2Em2Ga.c.N pr . esse om. N, s. l.
Pm2 uelut N species Lm2 nascantur
N genus quam differentiæ, prius etiam differentiæ quam species et
speciebus propria coæquantur, non est dubium quin propria generibus posteriora
sint, ac per hoc quod dictum est, proprium esse generis prius esse quam
propria, commune est hoc generi cum differentia, differentiæ enim species
conformantes priores considerantur esse quam propria, siquidem speciebus ipsis
priores sunt, quas propria ratione determinant, sed ut dictum est, hoc proprium
ad differentiam proprii intellegendum est, non quale superius per se proprium
constitutum est. Rursus differt genus a proprio, quod genus quidem de
pluribus prædicatur speciebus, proprium uero minime; nam neque genus est, nisi
plures ex se species proferat, nec proprium, si alteri cuilibet speciei possit
esse commune, fit igitur ut genus quidem plurimas sub se species habeat, ut
animal hominem atque equum, proprium uero unam tantum, sicut risibile
hominem. Quo fit ut illa quoque differentia nascatur : genus enim prædicatur
quidem de speciebus, ipsum uero in nulla prædicatione supponitur, proprium uero
et species alterna prædicatione mutantur, fit enim prædicatio aut a
maioribus ad minora aut ab æqualibus ad æqualia, genus igitur, quod maius
est, de speciebus omnibus prædicatur, species uero, quoniam minores sunt, de
generibus non dicuntur, ut animal de homine dicitur, homo uero de animali nullo
modo prædicatur. at uero proprium, quoniam speciei æquale est, æque 1
etiam enim Lm2 2et om. EG et si H 4 est hoc
HL hoc del. m2
N est et hoc C esse Pm1 et hoc est m2
est EGR 5 differentia differentiis CHN differentiæ
om. EG enim s. l. Cm2, post species EG informantes
prius N 6 considerentur Hm1R esse s. l .
Cm2 7 quam G 8 hoc om. EGR 10 a om.
NR quod quoniam L de a C 12 proferet
Lm2 14 species sub se C 16 quoque del. Em2, post add .
proprietas s. l. Lm2 ex GL, s. l. Pm2 nascantur
Ep.c . 17 de speeiebus quidem C ipsis CN in om. CN 19 mutuantur La.c.Pm2 prædicatio
om. EGR, s. l. Lm2 20 quod quoniam E in ros. Gm2 21 est
s. l. Em2 prædicabitur N 22 minora CEGLm2P
prædicatur atque supponitur, ut risibile de homine dicitur omnis enim
homo risibilis est , eodemque
conuertitur modo; omne enim risibile homo est. Differt etiam proprium a genere,
quod proprium uni et omni et semper speciei adest, genus uero ex his duo quidem
retinet, in uno uero diuersum est. nam speciebus suis et semper adest et
omnibus, non uero solis; hoc enim hæret propriis, quod singulas tantum species
continent, hoc generibus, quod plures. igitur propria quidem singulas optinent
species, genera uero non singulas, adest igitur proprium uni soli speciei et
semper et omni, genus uero omni quidem et semper, sed non soli, ut
risibile homini soli, animal uero eidem homini, sed non soli; præest enim
ceteris, quæ inrationabilia nuncupamus. Præterea si auferatur genus, species
interimuntur nam si non sit animal, non erit homo , si auferas species, non interimitur genus;
nam si non sit homo, animal non peribit, species uero et propria quoniam
sunt æqualia, alterna sese uice consumunt; nam si non sit risibile, homo non
erit, si homo non sit, risibile non manebit, consumunt igitur genera sub se
positas species, non uero ab his inuicem consumuntur, species uero et proprium
inuicem perimuntur et perimunt. 1 supponitur sub HP
CHm2Lp.c.P præponitur cett., recte? 2 enim om. C locus
risibilis est quidem speciebus 315, 7 bis in E scriptus, pag. 229 231 E I
, ubi deletus est, et 232 234 E II 3 etiam om. R, del. Lm1,
enim m2 autem etiam H a genere proprium C
a om. R 4 speciei s. l. Hm2 5 uero quidem E I quidem
duo CNB, om . quidem E I 7 hæret propriis E III GL hæret ł
inerit m2 tantum propriis
P erat erit R tantum
propriis proprii N esse
CNR heret propriis uel aliter hoc enim erat tantum H; ad hæret
cf. 298, 4 tantum species quidem singulas om. E I
tantum del. Lm2, s. l. Pm2, post species NR 8
continerent CHm2 contineret N contineant
Pm2 10 soli///// E I solius E II G 11 sed et
HN soli homini NP 13 inrationalia H
auferamus EGLPR 14 interimantur L erit est N
19 sub se positas sibi om. H suppositas HN 21
perimuntur consumuntur Lm2 perimunt perimuntur Lm2
pereunt HNPm2 Generis uero et accidentis commune est
de pluribus, quemadmodum dictum est, prædicari, siue separabilium sit siue
inseparabilium; etenim moueri de pluribus et nigrum de coruis et de
hominibus Æthiopibus et aliquibus inanimatis. Nihil est quod inter cetera
ita sit a generis ratione disiunctum, sicut est accidens, nam cum genus
cuiuslibet substantiam monstret, accidens uero a substantia longe
disiunctum sit et extrinsecus ueniens, nihil fere notius commune potest
habere cum genere quam de pluribus prædicari, genus enim de pluribus prædicatur
speciebus, accidens uero de pluribus non modo speciebus, uerum etiam generibus
animatis atque inanimatis, ut nigrum dicitur de rationabili homine, de inra
tionabili coruo et de inanijmato hebeno, album etiam de cygnoj 102
et marmore, moneri de homine, de equo et de stellis ac de sagitta, quæ sunt
separabilis accidentis exempla. 1 6 Porph. 16, 19 17, 2 Boeth. 44,
12 16. 1 GENERIBVS ACCIDENTIBVS E I E II
m1 ACCIDENTI R de Porph. cf. ad 102, 7 2 Commune uero
est generis et accidentis 2 Generi N Generibus E
I accidentibus E I m1 3 prædicari ante
quemadmodum L siue pluribus et LR Q,
om. cett . separabile 2 m1 4 sit sit accidens 2
inseparabile 2 m1 5 post et om. R de
om . E II HNR ΑΦ, recte?
homine E III omnibus L A ras. ex hominibus hominibus om. brm,
delend. uid. Bussio; cf. 116, 5. 123, 22. 131, 2 homine Æthiope; Porph.
17, 1 κατά κοράκων καί Αίθ·ιοπων æthiopus EIII et et de G,
del. m2 æthiopibus GPm2 T2 6
ante aliquibus add. de Gm2 in animis E I, ante
inanimatis add . naturis H del. m2, post CN, prædicari Γ in mg . prædicatur
Φ ; Porph. καί tivmv άψΰχων 7 in ceteris E III
GLm1P 9 a om. R 10 uere GR uero habere
potest C enim uero C 14 rationabile E III
a. c. Gm1 rationali HNP post homine add .
et N irrationali HNP 15 ebeno E III 16 marmore de
marmore P post homine add . et N 17
sagitta CHLm1NPm1 sagittis m2 agitatis E III GR edd . ał
de agitatis scil, rebus id est mobilibus Lm2 Differt
autem genus ab accidenti, quoniam genus ante species est, accidentia uero
speciebus posteriora sunt; nam si etiam inseparabile sumatur accidens, sed
tamen prius est illud cui accidit quam accidens, et genere quidem quæ
participant, æqualiter participant, accidenti uero non æqualiter; intentionem
enim et remissionem suscipit accidentium participatio, generum uero minime, et
accidentia quidem in indiuiduis principaliter subsistunt, genera uero et
species naturaliter priora sunt indiuiduis substantiis, et genera quidem
in eo quod quid sit prædicantur de bis quæ sub ipsis sunt, accidentia uero in
eo quod quale aliquid sit uel quomodo se habeat unum quodque; qualis est enim Æthiops
interrogatus dices ‘niger’, et quemadmodum se Socrates habeat, dices
quoniam sedet uel ambulat. Porph. Boeth. PROPRIIS DIFFERENTIA C; de
Porph. cf. ad 105, 16 QVID INTER GENVS ET ACCIDENS SIT Φ
ex 116, 10 2 genus s. l. Hm2 ab om . HRE
III Δ accidenti Δ accidente cett . 3 speciem
ΧΦ posteriora ante speciebus C inferiora XA m1
AS 4 nam unum quodque 14 LR Q, om. cett . si etiam etsi
etiam ΓΦ sed om . Γ si Σ 5 prius plus
S 6 genere A m2
Busse genera cett. codd. edd . quæ quibus A m1 æque
Δ 7 accidenti p Busse
accidentia codd. brm; ad 5 et 7 cf. Porph. 17, 6 s. et infra 315, 12 14
enim om. L in mg: figuram quandam habet Δ, aliam cf. ad
320,17 Γ 9 uero om. R in om . Γ Busse, s. l . Rm2 A m2 K ; cf. 315, 21; Porph.
17, 9 έπΐ τών άτομων 10 nero om . Δ 11 post
naturaliter add. non principaliter LR AΑΦ ; om. Porph. 17, 9 12 sit est LR A
ante de add. et, sed del. ΓΔ 13 hiis Φ 14 ante quale add.
et R sit cod. Q Bussii edd . est cett. codd . quomodo
om. R quodammodo A m2 se s. l. A m2 habet A
m1 15 eat ante æthiops ΔΑ, post HΝ ΤΣΦ enim om. L interrogatur Φ dices LRT dicis cett. codd. edd. Busse,
cf. 317, 15 respondebimus; Porph. 17, 12 έρεΐς 16 quomodo Δ habeat ante socrates A
habet ΗR Φ dices K m2 dicis cett. codd. edd. Busse,
cf. 317, 16 dicemus; Porph . έρείς 17 ambulet La.c.N Differentiam
generis et accidentis hanc primam proponit, quod genus quidem ante species sit,
quippe quod materiæ loco est et differentiis informatum species gignit, at uero
accidens post species inuenitur. oportet enim prius esse cui aliquid
accidat, post uero ipsum accidens superuenire; nam si subiectum non sit quod
suscipiat, accidens esse non poterit, quodsi genus quidem speciebus subiectum
est nec possunt esse species, nisi eis genus ueluti materia supponatur,
accidentia uero esse non possunt, nisi eis species supponantur.
manifestum est genus quidem esse ante species, accidentia uero post species.
Rursus alia differentia, quoniam genus neque intentionem neque remissionem
suscipere potest, quo fit ut quæ participant genere, æqualiter eius nomen
definitionemque suscipiant; omnes enim homines æqualiter animalia sunt
eodemque modo equi, nec non inter se homo atque equus et cetera animalia
comparata æque animalia prædicantur, accidentis uero participatio et intenditur
et remittitur, inuenies enim quemlibet paulo diutius ambulantem, paulo amplius
nigrum et in ipsis Æthiopibus considerabis omnes non æque nigro colore
obductos. Alia quoque differentia est, quoniam omne accidens in indiuiduis
principaliter subsistit, genera uero et species indiuiduis priora sunt; nisi
enim singuli corui 1 et accidentis ab accidentibus HN
ponit C 2 pr. quod quid C quoniam
del. m2 quod E II 4 post esse add .
aliquid P, s. l. Lm2 5 si sit nisi sit subiectum HN
nisi subiectum sit R 6 quid Cm1 potest H 7
speciei HN est sit N nec non CEGLP 8 uelut
CEGLP uel R supponitur C 9 supponatur uel subp- EGH 10 ante
manifestum add . nam EGLP 11 post Rursus
add . uero C post alia add . est CGP 13
generi CEGP 15 eodem EHLR 18 paulo amplius nigrum paulo
diutius ambulantem HN post ambulantem add . et LR 19 et
et si si s. l, Lm2 LR si EGP omnis
GLm2R æqua nigredine coloris coloris del. Lm2 HLNP 20
obductus EGLm1R, post obd. add . esse C
est EGLR est om. HN 21 in om. CG genera priora
sunt C species uero et genera
indiuiduis priora sunt HLm1N genera uero speciebus et indiuiduis priora
sunt GP genera nero et speciebus et indiuiduis posteriora
sunt Lm2 genera indiuiduis priora sunt E et indiuiduis
posteriora sunt R 22 singulariter EGPR nigredine infecti
essent, comi species nigra esse minime diceretur. ita fit ut accidentia post
indiuidua esse uideantur. nam si prius est id cui aliquid accidit quam illud
quod accidit, nop est dubium prius esse indiuidua, posterius uero accidens,
genera uero et species supra indiuidua considerantur; hoc idcirco,
quoniam de his omnibus prædicantur eorumque substantiam propria prædicatione
constituunt, sed dici potest genera quoque ipsa et species posteriora
indiuiduis inueniri; nam nisi sint singuli homines singulique equi, hominis
atque equi species esse non possunt, et nisi singulæ species sint, eorum
genus animal esse non poterit, sed meminisse debemus superius dictum esse genus
non ex his sumere substantiam de quibus prædicatur, sed de eo potius, quod differentiis
constitutiuis eorum substantia formaque perficitur, itaque si genus quidem
diuisiuis differentiis interemptis non perimitur, sed manet in his quæ
eius constitutiuæ sunt eiusque formam definitionemque perficiunt, cumque
differentiæ diuisiuæ generis speciebus sint priores ipsæ
enim species conformant atque constituunt , non est dubium quin genus etiam pereuntibus
speciebus possit in propria manere substantia, idem de speciebus dictum sit;
species enim superioribus differentiis, non posterioribus indiuiduis
informantur, quæ cum ita sint, species quoque ante indiuidua subsistunt,
accidentia uero nisi sint 12 superius essent in ras. Lm2, sunt N sint R 2
esse om. EGR 4 indiuiduum CHN 5 super CN 8
genera de genere R quoque om. R quæque EGP
ipsa om. EGPR et species atque species specie R
LR specieaque N 9 nam nisi nisi enim EGR nara
nisi enim enim del. m2 C homines nisi singulæ 10 in
mg. Em2 homines EN 10 et om. EG singulis
E singuli G singulares Lm2R 11 eorumque Lm2
earum brm 12 ex del ., his om. E 13 de eo eo
Hm1N ex eis Hm2 de eis Lm2 quod del. Hm2,
er. L, quo GPR 14 eorum om. Lm1 eius R edd . quæ
eius Hm2 de quibus eius Lm2 substantiam formamque
perficiunt Hm2 normaque N 15 diuisiuæ post
differentiæ N differentiæ interemptæ non perimunt HLN 16
eiusque quæ eius C quæque eius EGP 17 speciebus
generis LNR 20 permanere Lm2R 23 quæque EG
quibus accidant, esse non possunt, nullis uero prius accidunt quam
indiuiduis; hæc enim generationi et corru|ptioni supp, 103· posita uariis
semper accidentibus permutantur. Illam quoque adnumerat differentiam quæ est
superius dicta, quod genus quidem, quia rem demonstrat et de substantia
prædicatur, in eo quod quid est dicitur, accidens uero in eo quod quale est aut
in eo quod quomodo sese habet res. nam si qualitatem interroges, accidens
respondebitur, ut si qualis est coruus, ‘niger’, si quomodo sese habeat, aliud
rursus accidens, aut sedet aut volat aut crocitat. nam cum accidens in
nouem prædicamenta diuidatur, qualitatem, quantitatem, ad aliquid, ubi, quando,
situm, habitum, facere, pati, cetera quidem omnia in ‘quomodo se habeat’
interrogatione ponuntur, qualitas uero in qualitatis sciscitatione responderi
solet. nam si interrogemur qualis est æthiops, respondebimus accidens, id
est ‘niger’, si quomodo se habeat Socrates, tunc dicemus aut ‘sedet’ aut
‘ambulat’ aut superiorum aliquid accidentium. Genus uero quo ab aliis
quattuor differat, dictum 4 superius 189, 4 ss. 195, 1 ss. 18 319, 14 Porph.
Boeth. pr. accidunt Lm1 accident N prius
post accidunt C 2 post indiuiduis add. quia
indiuidna prima sunt quantum ad prædicationem P, in mg. Lm2 4
adnumera ann G EG
annumerant Hm1 dicta est superius R est sepius corr.
m2 dicta C sepius corr. Hm2 dicta est HN 5
quidem om. EGR 6 dicitur om. N, s. l. Hm2 post uero
add. aut P 7se H post habet add. res CLm1,
del. m2 9se EGHN habet Clm1 aliud rursus accidens
aliud uero accidens rursus C aut uolat aut sedet HLN 10
croccit Hm1 groccitat N, post add . egrotat P nam
at EGLm1 ac ut uid. R
12 quanto Em1 quantum G situm habitum quando C
post omnia add. id est VIIII Hm1, del. m2 13
habeant Ep.c. Lm2P interrogationem EGR 14 interrogemur C edd. cf.314, 15 interrogemus
cett., recte? cf.58, ss. 99, 23 15 respondemus HNR 16
dicimus EHLRbrm 17 aliquod ELa.c.N 18 uero uerus
Pa.c. ergo CHL in ras. m2 R Φ enim A
; Porph. 17, 14 uiv ουν quod EGPm1Rm1
T<l> ab ΔΣΨ, s.
l. Il m2, om. cett. quattuor om. G, s. l. Δ
m2 est. contingit autem etiam unum quodque aliorum differre ab
aliis quattuor, ut cum quinque quidem sint, unum quodque autem ab aliis
quattuor differat, quater quinque, uiginti fiant omnes differentiæ, sed semper
posterioribus enumeratis et secundis quidem una differentia superatis,
prop??terea quia iam sumpta est, tertiis uero duabus, quartis uero tribus,
quintis uero quattuor, decem omnes fiunt, quattuor, tres, duæ, una. genus enim
differt a differentia et specie et proprio et accidenti; quattuor igitur sunt
omnes differentiæ. differentia uero quo differat a genere dictum est, quando
quo differret genus ab ea dicebatur; relinquitur igitur quo differat ab specie
et proprio et accidenti dicere, et fiunt tres. rursus species quo 1
contingit ad accidens LR Q, om. cett. contigit R A m1 Y m1 2
aliis om. Porph. 17, 15 quidem om. L K Busse;
Porph. μεν 3 post sint add. res
L unum quodque autem il m2 xP
p Busse unum autem Β ΤΜΙ m1 Σ una autem L
ΑΦ et unumquodque brm; Porph. ίνος ϊέ εκάοτοο
aliis om. Porph. differt Δ 4 uiginti del.
A, pos t
XX add. uel quinquies quattuor Rm1 quater V. XX
uel del. et post fiant add. uiginti m2
fient ΑΑ m1 Φ fuerint Γ post differentiæ add. sed
non sic se res res om.
p habet edd. cum Porph. 17, 17 άλλ’ οοχ οδτως εχει set om.
Γ 6 superatis subtractis ΓΦ ex substr quia quoniam L A
Busse sumpta subtracta Γ 7 uero autem LR
T<l' duobus R 8 omnes om. L post fiunt add.
differentiæ Γ s. l. Π m2 edd. Busse sed om. etiam eius codd. LP cum Porph. 17, 20 9
enim autem Γ a om. Σ, s. l. A m2 et specie et proprio a specie a proprio
R specie proprio Σ 10 et om.
Σ accidente R Σ igitur quatuor R differentiæ omnes La.c.
generis differentiæ R; Porph. 17, 22 at διοφοραί 11 quo om. R differat La.c.
a del. Σ differret R
differt cett. a om. R 12 quo quid L A Busse
quod m1, om. A ; ubi quo est hic et 11. 13.
14. 319, 1. 2. 3. 5. 7 bis, Porphyrius π-j scripsit 17, 23 et 22. 24. 25. 26 bis. 18,
1. 2. 3. 4 differret LR Ψ alt. r s. l. differre Λ differt ΓΙIΣΦ 13
igitur ergo 2 quod R A differt A a.c.
ab Brandt a LR il, s. l. A m2, om. cett. et
om. Β ΤΑΣ a L 14 accidente R ΓΔ2Φ post
tres add. differentiæ Λ ei fiunt tres differentiæ.
rursus in mg. m2 11 m2
species m1 Γ rursus differentiæ
pos. Busse cum duobus suis codd., om. cett. codd. edd. Porph. quidem quo
ΓΔ2Φ; Porph. π-jj έν quidem differat a
differentia dictum est, quando quo differret differentia ab specie, dicebatur;
quo autem differat species a genere, dictum est, quando quo differret genus ab
specie dicebatur; reliquum est igitur, ut quo differat a proprio et
accidenti dicatur. duæ igitur etiam istæ sunt differentiæ. proprium autem quo
differat ab accidenti relinquitur; nam quo ab specie et differentia et genere
differat, prædictum est in illorum ad ipsum differentia. quattuor igitur
sumptis generis ad alia differentiis, tribus uero differentiæ, duabus autem
speciei, una autem proprii ad accidens, decem erunt omnes, quarum quattuor, quæ
erant generis ad reliqua, superius demonstrauimus. Quoniam differentias
atque communitates generis ad differentiam, ad speciem, ad proprium atque
accidens persecutus est, idem quoque ad ceteras facere contendens prædicit,
quot omnes differentiæ possint esse quæ inter se comparatis com 1 differt
R A quo quid A Russe quod Lm1 \ 2
differret Lm2 Rm2 Aß p.c. tfl p.c.
differet Lm1Rm Uα a. c. ΦΨ a.c. differt Δ2
differtur Γ differentia ab specie ΓΦΨ sed a, scr. ab
Brandt, a s. l. A m2 specie s. l. et
add. Δ m2 differentia ΔΔΣ edd. Busse species
a et Ώ
differentia L H differentia ab ea R; Porph. 17, 26
ή διαφορά τού είδους quod A m1 3 differat L differt cett. ex
differet V a om. R ϋϊ quo quid Δ
Busse quod A 4 differret L yAIW differet R Φ differt
ΓΑ2 4 ab specie Γ a
specie L ΔIΙΔΦΦ specie 2 ab ea R 5
differt R, add. species ΓΑΠΨΨ, s. l. Lm2; om.
Porph. a om. accidenti L accidente cett.
dicitur R 6 igitur om. 2 7 autem om.
R, s. l. h m2 ab om. Σ accidenti edd. accidente codd. fort.
relinquetur; cf. Porph. 18, 3 χαταλειφθήσεται 8
ab Brandt a ΓΦ, om. cett. pr. et om.
R differet Λ m1 differret m2 differt A m1 2,
s. l. proprium add. Lm2 dictum Σ 9
differentia ante ad ipsum Σ differentiis Β ΓΑΦ ;
Porph. 18, 5 ... διαφορά 11 pr. autem uero A ad
accidens et accidentis ΓΔ«ι7ΠΦ; Porph. 18, 7
πρός τδ σορβεβηχος 13 erant erunt
N reliqua N Λm1ίΣΦΨ reliquas cett. in
mg. ad aliquas T m2; Porph. 18, 8 πρός τά άλλα 16 utrumque ad om. NR 17
idem quoque idemque Lm1NR ad cetera C de ceteris
HLN prædicit om. R nunc dicit H 18 possunt
CHLm1N commissisque N mixtisque rebus his quæ supra
propositæ sunt efficiantur. sunt autem uiginti. nam cum quinque sint res, una
quæque res earum si a quattuor aliis differat, quinquies quater, uiginti
differentiæ fiunt, quod appositarum litterarum manifestatur exemplo. sint
quinque res ueluti quinque litteræ A B C D E. differat igitur A quidem ab
aliis quattuor, id est B C D E, fient quattuor differentiæ. rursus B differat
ab aliis quattuor, id est A C D E, erunt rursus quattuor; quæ superioribus
iunctæ octo coniungunt. C uero tertia ab reliquis differt quattuor, scilicet A
B D E; quæ quattuor differentiæ supe rioribus octo copulatæ duodecim reddunt.
quarta D reliquis quattuor comparetur differatque ab eisdem, id est A B C E,
fient igitur rursus quattuor; quæ superioribus duodecim appositæ sedecim copulant.
quodsi ultima E ab aliis quattuor differat, scilicet A B C D, fient aliæ
quattuor differentiæ; quæ compositæ prioribus uiginti perficiunt. et sit
quidem huiusmodi descriptio:
positæ EHLNP efficiuntur HN ante
una add. et HLNPR res om. HN 3 si om.
HN a om. R uiginti om. E fiant Rm2 5
uel E 6 aliis reliquis HN 7 fiant R
differt Ha.c.LN aliis reliquis L 8 id est om.
HN 9 ab codd. reliquis aliis
L ante reliquis add. si L, s. l. Pm2 12
differatque differat æque EGP
differt m2 R eis GHNPm1R 13 fiunt N
fiant R igitur om. HN post quattuor add.
differentiæ HN 15 fiant R faciat L
faciet HN aliæ om. H alias LN
differentias HLN 16 superioribus C et sit quidem CGP et quidem sit R et
sic ex si quidem est E quarum quorum LN quidem sit
HLN 17 discriptio C figuram om. G duæ lineæ uacuæ Hm1N, supra
depictam dedimus ex E, eandem uarie exornatam habent R post uerba
quattuor differentiæ supra 7 Γ in mg ad locum 314, 7 ss., litteras tantum
omissis lineis Quæ cum ita sint, in generibus quoque et speciebus et
ceteris idem considerabitur. erunt ergo quattuor differentiæ, quibus genus a
differentia, specie, proprio accidentique disiungitur; aliæ rursus quattuor,
quibus differentia a genere, specie, proprio atque accidenti discrepat;
rursus quattuor speciei ad genus ac differentiam, proprium atque accidens;
quattuor etiam proprii ad genus, differentiam, speciem atque accidens; quattuor
insuper accidentis ad genus, differentiam, speciem atque proprium. quæ coniunctæ
omnes uiginti explicant diflferentias. sed hoc, si ad numeri referatur
naturam comparationisque alternationem; nam si ad ipsas differentiarum naturas
uigilans lector aspiciat, easdem sæpe differentias inueniet sumptas. quo enim
genus differt a differentia, eodem differentia distat a genere, et quo
differentia distat ab specie, eodem species a differentia disgregatur, et
in ceteris eodem modo. in hac igitur dispositione differentiarum, quam supra
disposui, easdem sæpius adnumeraui. atque si differentiarum similitudines
detrahamus, decem fiunt omnino differentiæ, quas ad præsentem tractatum uelut
diuersas atque dissimiles oportet assu mere. age enim differat genus a
differentia, specie, proprio in mg. suadd. Hm2, quaternas litteras B C D E cett. infra singulis
litteris A cett. positas quadratis inclusas exhibet L; in C in mg.
litt. minusc. hæ duæ figuræ sunt, quarum posterior spectat ad 321, 20 ss. 323,
9 ss: in P figura est per quinque oblonga deorsum continuata,
quorum primum hic proponitur: 3 ab CEGHP accidentique atque
accidenti -te N HN 4
differentiæ G ab CEGHNP ac om. N ad LP
10 post hoc add. fiet E s. l. m2 fit
H s. l. m2 niget L in mg. R 13 adsumptas R
differat C 14 ab a R sæpius om. EGPR, s. l. Cm2,
post adnumeraui L adnumerauit Cm2GP atque
EGP at CR itaque HLN si om. N
multitudines, s. l. ał similitudines L 18 fient
edd. atque accidenti, quattuor differentiis, quas supra iam
diximus. item sumamus differentiam, distabit hæc a genere primum, dehinc ab
specie, proprio atque accident. sed quo discrepet a genere, iam superius
explicatum est, cum diceremus quo genus a differentia discreparet.
detracta igitur hac comparatione, quoniam supra commemorata est, relinquuntur
tres distantiæ quibus differentia ab specie, proprio accidentique disiungitur;
quæ iunctæ cum superioribus quattuor septem differentias reddunt. post hanc
species si sumatur, quattuor quidem eius essent differentiæ secundum
numeri diuersitatem, cum ad genus, differentiam, proprium atque accidens
comparatur, sed priores duæ comparationes iam dictæ sunt. nam quo species
differat a genere tunc dictum est, cum quid genus differret ab specie
dicebamus, quid uero species a differentia distet commemoratum est, cum
differentiæ ab specie dissimilitudines redderemus. quibus detractis duæ
supersunt integræ atque intactæ speciei ad proprium atque accidens discrepantiæ;
quæ iunctæ cum septem nouem differentias copulant. proprii uero si ad numerum
differentiæ considerentur, quattuor erunt, scilicet ad genus,
differentiam, speciem atque accidens comparati, quarum quidem tres superiores
differentiæ iam dictæ sunt. nam quid proprium distet a genere, tunc dictum est,
cum quid genus a proprio distaret ostendimus, rursus quid proprium a
differentia discrepet, in colligenda distantia differentiæ propriique
superius accidente N 3 ab HN a cett. accidente
HN quod L discrepet distet HN 5 hac igitur
C 6 distantiæ differentiæ L 7 a LN
accidenti C accidenteque H disiungitur ante
ab specie C 8 reddunt differentiæ C 9 sumatur mutatur
E 11 ante differentiam add. et HLNP ante
proprium add. et P cõpararetur C
cõparantur N 12 differat post genere
EN a om. EGHNP
differret GLm2Pm2R differet ΕLm1 differat HNPm1 differt
C ad speciem R ad specie C 15 ab specie CG a specie EHLm2NP ad
speciem Lm1R 17 post speciei add. id
est EGP 18 differentias copulant complent differentias
C 20 comparatæ Ep.c. ex-ti GHm2PR quorum EGLm1R 21
quod C 22 proprium cum quid om. EGR distaret a
proprio H demonstratum est, quid uero proprium distet ab
specie, tunc expositura est, cum quid species distaret a proprio dicebatur.
restat igitur una differentia proprii ad accidens, quæ superioribus iuncta
decem differentias claudit. accidentis nero ad cetera possent quidem esse
quattuor, nisi iam omnes probarentur esse consumptæ. nam quid differat uel
genus uel differentia uel species uel proprium ab accidenti, supra monstratum
est, nec sunt diuersæ differentiæ accidentis ad cetera quam ceterorum ad
accidens. itaque fit, ut cum sit quinque rerum numerus, si prima
assumatur, quattuor fiant differentiæ, si secunda, tres, uincanturque secundæ
rei ad ceteras difterentiæ a prima ad ceteras una tantum distantia; nam cum
prima habuerit quattuor, secunda retinet tres. tertia uero si sumatur, duas
habebit differentias, quæ uincantur a primis quattuor differentiis
duabus; quarta si sumatur, unam habebit differentiam, quæ uincitur a primis
quattuor differentiis tribus, quinta uero quoniam nullam omnino habebit
differentiam nouam, totis quattuor a prima differentiis superatur. atque hoc
numerorum gradu quidem usque ad denarium numerum tenditur : quattuor,
tres, duæ, una, ut generis quidem quattuor, differentiæ uero tres, speciei duæ,
proprii una, accidentis nullap 105 sit. et primæ quidem generis
comparationes quattuor nouas tenent differentias, secundæ uero differentiæ
comparationes 1 uero om. EGR a EGLR 2 cum quando
R 5 cetera extera Cm1 6 differret H
differet N 7 accidente CHN monstrauimus H
8 ante diuersæ add. plus R, s. l. Lm2
10 ad prima s. l. ł una res Hm2
sumatur HN fient C 11 uincanturque C pr. n om. Lm1
iungantur m2 N, m2 in HPR
iungenturque Rm1, uincantur EGHm1Pm1 12 primis L
13 habuerat C habeat Lm2NP retineat Lm2 14
differentias habebit C uincuntur Lm1R 15 duabus
s. l. E differentiis EHN post duabus add.
distantiis GR post quarta add. nero R, s. l.
autem Pm2 16 post tribus add.
subdistantiis E distantiis G 17 habet HL 18
primis brm hoc ex hoc HLN numeri HN 19
gradus HLm1N quidam HN 20 post post.
quattuor add. sint CHm2L del. m2 P sunt Hm1N 22
sit Rbrm est CEGLP, om.
HN et om. EGR quidem s. l. Em2L, post
generis C 23 teneant HLm1NR tres nouas tenent;
una enim superius adnumerata est, uincitur autem a primis quattuor nouis
differentiis una tantum. speciei uero tertia comparatio duas tantum habet
differentias nouas, duas quippe superius adnumeratas agnoscimus, et uincitur
a quattuor primis duabus tantum differentiis nouis. proprium uero unam
retineat nouam, quoniam tres habet superius adnumeratas, uincaturque a prima
nouis tribus differentiis, quinti uero accidentis comparationes quoniam nullam
retinent nouam differentiam, totis quattuor a primis generis transcendantur.
atque ad hunc modum ex uiginti differentiis secundum numerum decem secundum
dissimilitudinem contrahuntur. ut tamen has secundum dissimilitudinem
differentias non in quinario tantum numero, uerum in ceteris notas habere
possimus, talis dabitur regula quæ plenam differentiarum dissimilitudinem
in qualibet numeri pluralitate reperiat. propositarum enim rerum numero
si unum dempseris atque id quod dempto uno relinquitur, in totam summam numeri
multiplicaueris, eius quod ex multiplicatione factum est dimidium coæquabitur
ei pluralitati quam propositarum rerum differentiæ continebunt. sint
igitur res quattuor A B C D; his aufero unum, fiunt tres; has igitur quater
multiplico, fient duodecim; horum dimidium 1 teneant HLm1NR
ten. post nouas CR adnumera tamen eat C uincitur autem et uincatur
HLm1 et del., uincitur
m2 N 2 nouis quattuor primis HN adnumeratas om., in
mg. enumeratas
G uincatur Lm1 uincantur HN uincuntur C
6 ante unam add. tantum L, post EGPR
retinet Lm2Pm2 edd. 7 uincanturque N uincatur qua re
EG uincitur hæc R uinciturque edd. quinta
N 8 comparatio Lm2N retinet HLN, post nouam
HN primis CLPH a.r.
primi EGHp.r.NR transcendentur Lm2 transcendatur
N transgrediantur C transcenduntur edd. 11
tamen er. uid. E non G etiam post differentias
est non 13 uerum uerum etiam C ceteris quoque
brm notas Lm1N notis
CEGHm2 totas m1 Lm2PR 15
reperiat pariat Cm2Hm1N 17 post numeri add.
si CHP simul EG 18 ei om. EGN 19 sunt
Lm1R 20 igitur ergo CEN fiant LR hos EGLPR
post igitur add. si
N tres H per totam summam R multiplica
C multiplicato E fiunt HN fiant R
post horum add. si L teneo, sex erunt. tot
igitur erunt differentiæ inter se rebus quattuor comparatis : A quippe ad B et
C et D tres retinet differentias, rursus B ad C et D duas, C uero ad D unam; quæ
iunctæ senarium numerum complent. atque hanc quidem regulam simpliciter
ac sine demonstratione nunc dedisse sufficiat, in Prædicamentorum uero
expositione ratio quoque cur ita sit explicabitur. Commune ergo differentiæ et
speciei est æqualiter participari; homine enim æqualiter participant particulares
homines et rationali differentia. commune uero est et semper adesse his quæ
participant; semper enim Socrates rationalis et semper Socrates
homo. Dictum est sæpius ea quæ substantiam formant, nec remissione
contrahi nec intentione produci; uni cuique enim id quod est, unum atque idem
est. quodsi differentia specierum substantiam monstret, species uero
indiuiduorum, æqualiter utraque ab intentione et remissione seiuncta sunt;
quo 6 in Prædicamentorum expositione 272 C. B Porph. Boeth 14 sæpius cf. infra.
1 teneo sumo N sumo tenens tenens del. m2 H si
ex sumo m2 teneo L pr. erunt ante
sex N, s. l. Hm2 post. erunt ante igitur ergo H HL 2 detinet
HN 4 complent numerum H 5 dedisse nunc HN 8
DIFFERENTIÆ ET SPECIEI plerique codd.
fort. ex 9 sumptum, om. Δ, SPECIEI ET DIFFERENTIÆ Γ2Φ, r ecte ut aid.; Porph. 18,
10 Περί τής κοινωνίας τής διαφοράς καί τοΰ είδοος, cod. Μ Περί κοινών είδους καί διαφοράς 9 est add. Hm2 10 homine participant
12 LR Q, om. cett. homini R T
a.c. hominem L \ 11 rationalem differentiam L \, post
differentia add. nam omnes homines æqualiter homines sunt et æqualiter
rationales Σ 12 et del. uid. Δ, om. Ψ his adesse LR
<t> post quæ add. eorum ΓΔΠΦ 13 enim om. R rationabilis CEGPR
U Busse, add. est ΓΔΦ, s. l. A m2
14 sæpius i. e. 250, 24 ss. 314, 5 ss. ; sæpe de duobus locis etiam
293, 18 dictum; superius P, fort. recte, cf. ad 317, 4. 337,
8 17 monstrat HLNP 18 utræque CP seiunctæ
CGPR fit ut æqualiter participentur. omnes enim indiuidui mortales æque
sunt atque rationales sicut homines. nam si idem est ‘esse’ homini quod est
esse rationale, cum omnes homines æque sint homines, necesse est ut sint æqualiter
rationales. Aliud quoque commune habent quoniam ita differentiæ sui
participantia non relinquunt ut species. semper enim Socrates rationalis est Socrates
enim rationabilitate participat, semper homo est, quia scilicet humanitate
participat. ut igitur differentiæ sui participantia non relinquunt, ita species
his quæ ea participant, semper adiuncta est. Proprium autem differentiæ
quidem est in eo quod quale sit prædicari, speciei uero in eo quod quid est:
nam et si homo uelut qualitas accipiatur, non sim 11 327, 16 Porph. 18, 15 19, 3 Boeth. 46, 15-47,
11. 1 mortales sicut homines sunt ex sint Lm2,
add. homines Lm1, del. m2, sunt del. Pm2; atque
Lm1Pm2 et HLm2Pm1; sicut del. et sunt scr. Pm2
HLP æque mortales atque rationabiles sunt ut homines C æque
s. l. m2 mortales ex -lis m2 sunt atque
rationabilis sic sunt part. ras.
ex sicut m2 homines E mortales sunt atque atque sint N rationales sicut
homines NR mortalis atque rationabilis sicut homines G
2 nam homines 4 om. N idem est E
est in mg. HR idẽ CL id est ẽ G GP est del.
Lm2 esse post ration. EL, repetit. post ration. P,
om. CH rationali R rationalis Lm1
rationabile G rationabili E rationabilis Lm2P
5 ante commune add. est H habent om.
HR, s. l. EL n del. m2
differentia R 6 relinquit R relinquent Pm1
derelinquunt Lm1 rationabilis EG 7
rationabilitati CGP rationalitate HN post semper
add. enim G 8 quia ex qua Em2
humanitati EGLP differentia HLNR 9 relinquit
HLNR participent E 11 SPECIEI ET DIFFERENTIÆ DIFFERENTIIS E ΕG ΤΖΦ, recte ut uid., DE PROPRIIS
EORVM EORYNDEM Ψ Ρ Ψ ; Porph. 18, 15
Περί τής διαφοράς τού εϊδοος και τής διαφοράς, cod. Μ Περί τών ιδίων ειδοος και διαφοράς 12 autem om. Η uero C Q quod ex quid
C 13 species EGHNP uero om. H autem
Busse eo quod quo Γ est sit R
14 nam generationem 327, 15 LR Q, om. cett. accipitur A
m1 non R ΓΔΈ cum Porph. 18, 17 hic non L non hic A m2
H Busse non sic Λ m1 Σ non homo Φ pliciter erit
qualitas, sed secundum id quod generi aduenientes differentiæ eam
constituerunt. amplius differentia quidem in pluribus sæpe speciebus
consideratur, quemadmodum quadrupes in pluribus animalibus specie
differentibus, species uero in solis his quæ sub specie sunt indiuiduis est.
amplius differentia prima eat ab ea specie quæ est secundum ipsam; simul enim
ablatura rationale interimit hominem, homo uero interemptus non aufert
rationale, cum sit deus. amplius differentia quidem componitur cum alia
differentia rationale enim et mortale compositum est in substantia hominis,
species uero speciei non componitur, ut gignat aliam aliquam speciem; quidam
enim | equus cuidam asino permiscetur ad muli generationem, equus autem
simpliciter asino numquam conueniens perficiet mulum. Expositis
communitatibus quantum ad institutionem pertinebat differentiæ et speciei,
eorundem nunc dissimilitudines colligit dicens quoniam differunt, quod species
in eo quod quid sit prædicatur, differentia uero in eo quod quale sit.
huic differentiæ poterat occurri. nam si humanitas ipsa, quæ species est,
qualitas quædam est, cur dicatur species in eo quod quid sit prædicari, cum
propter quandam suæ naturæ sed id del. R 3 considerantur
Δ 4 pluribus Porph. πλείστων, cod. B πλειόνων 6 specie una specie R Γ sunt ante specie ΛΨ ; Porph. 18, 21 άκο το είδος 7 prima ante differentia Δ prior edd.fort· recte cum Porph. κροτέρα; cf. 328, 32 superioris ab ea et
Γ ab ea ipsam ab ea quæ est secundum se
specie 2 8 post ipsam add.
differentiam Δ del. m2
Λ 10 deus angelus LR ponitur Δ 12 substantiam edd. cum Porph. 19, 1 εις οπδστοσιν speciei specie
R 13 aliquam ante aliam T\A, post
speciem 2 14 equus asinus Σ asinæ Φ equæ Σ 15 equus asinus 2 autem om. N enim C ΔΛ2 asinæ Pm2 conueniens numquam 2 16 mulum
perficiet CEG perfici ad mulum R 17 Positis N
instructionem H 18 eorum L earundem edd.; cf.
indicem Meiseri s. neutrum 20 differentiæ C uero om.
CGP autem R post sit add. qua inter se differunt
differentia et species Hm1, del. m2 21 huic nunc G
differentia G 22 dicitur CLm2 prædicatur GR
proprietatem quædam qualitas esse uideatur? huic respondemus, quia
differentia solum qualitas est, humanitas uero non est solum qualitas, sed
tantum qualitate perficitur. differentia enim superueniens generi speciem
fecit; ergo genus quadam differentiæ qualitate formatum est, ut procederet in
speciem, species uero ipsa, qualis quidem est, secundum differentiam
illius quæ est pura ac simplex qualitas, qua scilicet perficitur et
conformatur, qualitas uero ipsa pura simplexque nullo modo est, sed ex
qualitatibus effecta substantia. itaque iure differentia, quæ pure ac
simpliciter qualitas est, in eo quod quale est sciscitantibus
respondetur, species uero in eo quod quid sit, licet ipsa quoque quædam
qualitas sit non simplex, sed aliis qualitatibus informata. Rursus illa quoque
differentia est, quia plures sub se species differentia continet, species uero
tantum indiuiduis præsunt. rationabilitas enim et hominem claudit et
deum, quadrupes equum, bouem, canem et cetera, homo uero solos indiuiduos.
atque in aliis speciebus eadem ratio est. idcirco enim definitiones quoque
secutæ sunt, ut differentia uocaretur quod in pluribus specie differentibus in
eo quod quale sit prædicatur, species uero quod de pluribus numero
differentibus in eo quod quid sit prædicatur. Ideo etiam superioris naturæ sunt
differentiæ, quoniam continentes sunt specierum. nam si quis auferat
differentiam, speciem 1 respondebimus G tantum om.
EG solum, s. l. ał tantum L 4 facit
CLN 5 formatum est s. l. Gm2 6 ad qualis s.
l. ł qualitas Hm2 post quidem add. non EGP
del. m2, in mg. Hm2 9 post sed s. l. hec
L iure itaque C 11 species quid sit in mg. Gm2 12
sit est HN, add. iure respondetur CG in mg. m2 LP 13
rursum E, add. differentiæ et speciei C illa om.
E ipsa CGP post quoque add. his HN
differentia est differunt in ras. E est om. P in hoc a specie
distat G 15 uero om. CEGP rationalitas HΝ post quadrupes add. enim P, s. l.
Lm2 canem om. C camelum R 17 sola indiuidua
Lm2R pr. in de Pm2 20 prædicetur HLN species prædicatur
om. E 21 prædicatur dicatur GHLPm1 post differentiæ
add. quam species CLP speciebus N post
quoniam add. enim HLN 23 sunt erunt L post specierum EGL,
ante continentes R nam om. LR, post quis s.
l. enim Lm2 quoque sustulerit, ut si quis auferat
rationabilitatem, hominem deumque consumpserit, si uero hominem tollat,
rationabilitas manet in speciebus reliquis constituta. est igitur differentiæ
specieique distantia quod una differentia plures species continere potest,
species uero nullo modo. Alia rursus est differentia, quoniam ex pluribus
differentiis una sæpe species iungitur, ex pluribus speciobus nulla speciei
substantia copulatur. iunctis enim differentiis mortali ac rationali factus est
homo, iunctis uero speciebus nulla umquam species informatur. quodsi quis
occurrat dicens quoniam permixtus asinoequus efficit mulum, non recte dixerit.
indiuidua enim indiuiduis iuncta indiuidua rursus alia fortasse perficiunt,
ipse uero equus simpliciter, id est uniuersaliter, et asinus uniuersaliter
neque permisceri possunt neque aliquid, si cogitatione misceantur,
efficiunt, constat igitur differentias quidem plurimas ad unius speciei
substantiam conuenire, species uero in alterius speciei naturam nullo modo
posse congruere. Differentia uero et proprium commune quidem habent æqualiter
participari ab his quæ eorum participant; æqualiter enim rationalia rationalia
sunt et risibilia risibilia. et semper et omni adesse com 18 330, 4 Porph. Boeth.
rationalitatem HN 2 æro quis R rationalitas
HLa.c.N 3 est om. CEGP 4 specieqne R et
species C distant C distantia est EGP
species significationes Em1 5 differentia est C 6 sæpe
om. EGR post pluribus add. uero R 8 enim etiam
Lm1 igitur Lm2Pm1 10 asinæ HLm2 11 perficit
GP 12 perficiant Lm1R 14 nec.. nec C neque
permisceri possunt om. EGR neque aliquid non aliquid
EGR cogitatione si HN 18 COMMVNIBVS d e Porph. cf. ad 102,
7 20 participari prædicari L ab his dicitur 330, 2 LR Q,
om. cett. ab om. Σ, del. A m2 21
post enim s. l. quæ T m2 rationalia rationalia Tk m2 <t>W m2 edd. rationalia
rationabilia Π rationalia
A2<V m1 rationabilia LR et m1 rationabilia
rationabilia Busse sunt om. R, s. l. h m2 22
et er. uid. Δ post.
risibilia om. LR \2, post add. sunt codd., om. L cum Porph.
19, 6 mune utriusque est. si enim curtetur qui est bipes, sed ad id
quod natum est semper dicitur; nam et risibile in eo quod natum est habet id
quod est semper, sed non in eo quod semper rideat. Nunc differentiæ
propriique communia continua ratione persequitur. commune enim dicit esse
proprio ac differentiæ quod æqualiter participantur æque enim omnes homines
rationabiles sunt, æque risibiles, illud, quia substantiam monstrat, istud,
quia est æquum proprium speciei et subiectam speciem non relinquit. Aliud etiam
his commune subiungit : æqualiter enim semper differentia subiectis adest ut
proprium; semper enim homines rationabiles sunt, ut semper quoque risibiles.
sed obici poterat non semper esse bipedem hominem, cum sit bipes differentia,
si unius pedis perfectione curtetur. quam tali modo soluimus quæstionem.
propria et differentiæ non in eo quod semper habeantur, sed in eo quod
semper naturaliter haberi possunt, semper dicuntur adesse subiectis.
utrisque ΓΛΣΦ si sine R ΓΦ qui est quies R quidem L A
post bipes add. non substantiam substantia ΑΦ perimit
perimitur Ψ
L ΑΨ Busse in adn. deleri mauult, non substantia
perit peribit Σ ΓΠΣΦ p, om. Rbrm, Porph. 19, 8, Boeth. in
comment. 2 sed tamen R ad id quod ad quod L AΠ post est repet. ad id Σ Busse ad id ad quod Ψ, ad id post est h m1 post est add. habet et id quod est L
A del. m2 2, ‘fortasse id quod est recipiendum’ Russe :
Porph. 19, 8 αλλά πρός το πεοοχένοι το το om. Μ άει λέγεται nam -om. R 3
in eo eo EGLR A m1 ad C 72 id Ρ Π ad id *F
aliquod N habet id quod est semper C
id s. l. m1? L hA
"habet est del. m2, pro id exhib. hoc
H et id Σ, est om. N habet
semper Ρ Π habet EG semper
dicitur ΓΦΨ, om. R 4 sed rideat in om. C, in mg. Hm2,
in quod semper rideat EG non quod semper rideat R Ψ ; Porph. έπε'ι ναι τό γελαστικόν τώ πεφυχέναι έχει τό αεί, άλλ' ο όχι τώ γελάν άει 6 enim autem
Lm2P dicitur CEGR proprii C 7 rationales
Cm2ELm2P 8 atque NR 9 istud illud EGHN add. risibilis P æquum om. H æque
EG, recte? propriæ EGLPR et om. EG ac
N subiectam om. C subiectum EGPm1 10
reliquit ELa.c. etiam his hic etiam HN 11 subiectis s. l. Gm2 12
rationales Cm2HN 15 ante propria add. et HNP del. m2, s. l.
Lm2 propriæ CEGPm2 proprii R et om. CE,
del. Pm2 16 post in ex HN si enim quis
curtetur pede, nihil attinet ad naturam, sicut nihil ad detrahendum proprium
ualet, si homo non rideat. hæc enim non in eo quod adsint, sed in eo quod per
naturam adesse possint, semper adesse | dicuntur. ipsum enim semper;
107 non actu esse dicimus, sed natura. numquam enim fieri potest,
ut per naturæ ipsius proprietatem non semper homo bipes sit, etiamsi potest
fieri, ut pede curtetur, etiam si deminuto pede sit natus; in his enim non
speciei atque substantiæ, sed nascenti indiuiduo derogatur. Proprium autem
differentiæ est quoniam hæc quidem de pluribus speciebus dicitur sæpe, ut
rationale de homine et de deo, proprium uero de una sola specie, cuius est
proprium. et differentia quidem illis est consequens quorum est
differentia, sed non conuertitur, propria uero conuersim prædicantur quorum
sunt propria, idcirco quoniam conuertuntur. Distat a proprio differentia,
quia differentia plurimas species 10 17 Porph. Boeth. curtetur quis
N nil C attinet s. l. Lm2, post naturam
R 2 ad om. EG
ualet om. EGR 3 pr. in om. CEH, s. l. Lm2Pm2,
ab Gm1, del. m2 post. in om. EGNP, s. l. Lm2 4
possunt HN dicuntur semper adesse R 5 actum...
naturam E umquam Ea.c.G 7 potest om. EG,
post fieri L, postea om. fieri ut HN pede HLm1N ambo pede Em1GR utroque
pede Em2Lm2P; ambobus curtetur pedibus C ante
etiam om. C add. uel CL s. l. m2
R diminuto CEGLPR 8 pede om. C sit natus nascatur
C de inscript. app. Porphyr. cf. ad 105, 16 11 autem uero
Δ quoniam quod ΓΦ 12 sæpe conuertitur 15 LR Q,
om. cett. sæpe om. Lm1R, ante dicitur Lm22 ;
Porph. 19, 11 λέγεται πολλά*ις rationabile R
13 post, de A, om. cett.;
cf. Porph. 19, 12 et infra 332, 3 deo ii angelo R deo et
angelo L; cf. Porph. 19, 12 adn. ante proprium add.
et Δ uero om. R de una L 4 m2 4' in una R ΓΔ m1 ΠΣ
una Φ ; Porph. έφ’ ένός post
specie add. dicitur Δ 16 post prædicantur add. de his Δ s. l. m2 edd. ex his Σ hiis Φ, om. Porph. 19,
14 18 post. differentia om. C plurimis R
plures L pluribus EG speciebus Em2GR
claudit ac de his omnibus prædicatur, proprium uero uni tantum speciei
cui iungitur adæquatur. rationale enim de homine atque de deo, quadrupes de
equo et ceteris animalibus, risibile uero unam tantum tenet speciem, id est
hominem. unde fit ut differentia semper speciem consequatur, species uero
differentiam minime. proprium uero ac species alternis sese uicibus æqua prædicatione
comitantur. sequi uero dicitur, quotiens quolibet prius nominato posterius
reliquum conuenit nuncupari, ut si dicam omnis homo rationabilis est, prius
hominem, posterius apposui differentiam; sequitur ergo differentia speciem. at
si conuertam nomina dicamque omne rationabile homo est, propositio non tenet
ueritatem; igitur species differentiam nulla ratione comitatur. proprium uero
et species quia conuerti possunt, mutuo se secuntur : omnis homo risibilis est
et omne risibile homo est. Differentiæ autem et accidenti
commune quidem est de pluribus dici, commune uero ad ea quæ sunt 16 333,
3 Porph. Boeth. clauditur EGRm2 claude his sic ml 2 cui
iungitur coniungitur Lm1N, add. et L rationabile
CGLPR 3 pr. de om. CH, er. L post deo
add. prædicatur R, s. l. Lm2 post quadrupes add.
uero R et ceteris ceteris E ceterisqne GP 6
ac et E 7 æque G R -??e
comitentur HN comitatur ex commitetur
Rm2 sequi si quid EGPm1 8 quotiens om. EG, s. 1. Pm2
qualibet re re s. l.
Pm2) prius nominata HLNPm2R reliquam HLm2NPm2
reliqua Lm1Rm2 uero qua m1 rationalis Cm2HN est
om. N 10 posterius ex
prius Em2 opposui EG posui Lm1R ergo enim
E 11 at et Hm1 nomina ut in ras. Lm2 prius
differentiam nominem HNP, in mg. Lm2 12 rationale HN
propositi CG proposita oratio in ras. E 13 nulla ratione
differentiam C proprium secantur in mg. sup. Hm2 14 sequuntur
PRm2 sequntur E ante omnis add. ut L, post
add. enim HNP
15 et om. EG, s. l. Lm2 est om. R 16 ACCIDENTIS ET
DIFFERENTIÆ E ΕΤ uel P
ACCIDENTI C de inscript. ap. Porphyr.
cf. ad 102, 7 17 accidentis Cm2 il commune adesse om.
N 18 post uero add. est Ρ ΑΠ Busse, om.
Porph. 19, 18 inseparabilia accidentia, semper et omnibus adesse;
bipes enim semper adest omnibus coruis et nigrum esse similiter. Duo
quidem differentiæ et accidentis communia proponit, quorum unum
separabilibus et inseparabilibus accidentibus cum differentia commune est, ab
altero uero separabile accidens segregatur. tantum uero inseparabile secundo
communi concluditur. est enim commune differentiæ cum omnibus accidentibus de
pluribus prædicari; nam et separabilia et inse parabilia accidentia sicut
differentia de pluribus speciebus et indiuiduis prædicantur, ut bipes de coruo
atque cygno et de his indiuiduis quæ sub coruo et cygno sunt, nuncupatur. item
de eodem coruo atque cygno album et nigrum, quæ sunt inseparabilia accidentia,
prædicantur. ambulare enim uel stare, dormire ac uigilare de eisdem
dicimus, quæ sunt accidentia separabilia, reliqua uero communitas ea tantum
accidentia uidetur includere quæ sunt inseparabilia. nam sicut differentia
somper subiectis speciebus adhærescit, ita etiam inseparabilia accidentia
numquam uidentur deserere subiectum. ut enim bipes, quod est differentia,
numquam coruorum speciem derelinquit, ita nec nigrum, quod accidens
inseparabile est. differentia enim idcirco non relinquit subiectum, quoniam
eius substantiam complet ac perficit, accidens uero huiusmodi, 1
post semper add. in eodem genere P omni R;
Porph. 19, 18 παντί post omnibus add.
hominibus et L hominibus Λ del. m2 2 nigrum
esse ΓΛ»ηίΨ nigris nigros Hm2 esse EGHm1
nigredo esse L nigrum adest \A m2 nigrum CNΡR
ΙΙΣΦ Russe; Porph. 19, 19 τότε μέλαν είναι sic
Μ, μέλασιν είναι Βm2 μέλαν eett. 4 quædam
HΝ et atque ΗΝ 5 separabilibus om. G, s. l. Em2 6
uero autem E 7 uero enim R, recte? post
inseparabile add. accidens L accidens cum inseparabilibus
differentiis in mg. Hm2 secunda communione HLP differentiæ
CEGLm2P 11 et de his cygno om. H, cygno sunt om.
EGR nuncupantur G prædicatur uel nuncupatur C prædicantur
separabilia om. N enim s.
l. C etiam H isdem
CPm2 hisdem ER dicitur LP 17 post inseparabilia
add. accidentia C 19 accidentia
inseparabilia HN deserere uidentur C corui N
21 est inseparabile C 22 subiectum non relinquit C
derelinquit Lm1 post huiusmodi add. est
edd. quia non potest separari; neque enim possit esse accidens
inseparabile, si subiectum aliquando relinquit. Differunt
autem quoniam differentia quidem continet et non continetur continet enim
rationabilitas hominem, accidentia uero quodam quidem modo continent eo quod in
pluribus sunt, quodam uero modo continentur eo quod non unius accidentis
susceptibilia sunt subiecta, sed plurimorum, et differentia quidem
inintentibilis est et inremissibilis, acci dentia uero magis et minus
recipiunt. et inpermixtæ quidem sunt contrariæ differentiæ, mixta uero
contraria accidentia. Huiusmodi quidem communiones et proprietates
differentiæ et ceterorum sunt, species uero quo quidem 108 differat a
genere et differen|tia, dictum est in eo quod dicebamus, quo genus differret a
ceteris et quo differentia differret a ceteris. Post differentiæ et accidentis
redditas communitates nunc de eorum differentiis tractat. ac primum quidem
talem proponit. 3 18 Porph. Boeth. post. posset Lm1
potest HLm2NPR post accidens repet. esse G, 3
uel 4 litt. er. L 2 reliquerit H
relinqueret N 3 ACCIDENTIS ET DIFFERENTIÆ Γ EARVNDEM C EORYNDEM E de inscript. ap.
Poiphyr. ef. ad
105, 16 4 Different Cm1 Differt L ΣΐΑηιΐ m1 Φ post autem add. differentia
ab accidenti Γ 5 et om.
GHP continet sunt 15 ]
LR il, om. cett. enim autem
L rationalitas ΓΑ a.c. Π2ΦΨ 6 quidem om. Δ2 7 sint L ΓΔΛΠΦ»ιί m1 | ·uero post modo Ψ, del. ΓΦ ut uid. 9
sint A 10 intentibilis ΓΣ Busse
inintensibilis edd.; Porph. 20, 4 άνεπίτατος; ef. Roensch, Collect. phil. 299 12
post uero add. sunt ΛΦ 14 Huiuscemodi Δ 15 quod
EGR quidem om. 2 quidam Em2G 16 a om.
EGH 2 differentiæ E est om. C 17 quo quod R A m1 differet R
differt CEGP 2 a om. ΕGΗΡR ΤΠ,ΣΦ quod EGR is m1
18 differet R differat L A differt G a om.
EGHR TWZ 19 reddit has E communicantes Rm1
communiones m2 20 primam HN quidem om. HN
tale C differentia, inquit, omnis speciem continet.
rationabilitas enim continet hominem, quoniam plus rationabilitas quam species,
id est homo, prædicatur : supergressa enim substantiam hominis in deum usque
diffunditur. accidentia uero aliquando quidem continent, aliquando
continentur. continent quidem, quia quodlibet unum accidens speciebus adesse
pluribus consueuit, ut album cygno et lapidi, nigrum coruo, æthiopi atque
hebeno, continentur uero, quoniam plura accidentia uni accidunt speciei, ut
uideatur illa species plurima accidentia continere. cum enim æthiopi
accidit ut sit niger, accidit ut sit simus, ut crispus, quæ cuncta sunt
accidentia æthiopis, species, quod est homo, omnia quæ habet intra se plurima
accidentia uidetur includere. huic occurri potest: quoniam differentiæ quoque
aliquo modo continentur, aliquo modo continent, ut rationabilitas
continet hominem plus enim quam de homine prædicatur, continetur quoque ab
homine, quia non solum hanc differentiam homo continet, uerum etiam mortalem.
respondebimus : omnia quæcumque substantialiter de pluribus prædicantur, ab his
de quibus dicuntur non poterunt conti neri; quo fit ut differentiæ quidem non
contineantur ab specie, etsi sint differentiæ plures quæ speciem forment.
accidentia uero continentur, quoniam accidentia speciei substantiam nulla prædicatione
constituunt; nam nec proprie uniuersalia dicuntur 1 omnis speciem species R rationalitas HNP 2
rationalitas HNP 3 substantia N aliquando aliquando aliquo modo quid N ante
lapidi s. l. pario Em2 post nigrum add.
ut CEGLP, ante edd. ante Æthiopi add. et
E continentur uero HLm2NP continenturque cett. 9 plura HN 10 enim etenim N ad simus s. l.
naribus pressis E 12 ex quod part. ras. quæ
Cm2 quod est quidẽ G
ante intra add. et E plurima om. EGH 13 occurri opponi HN 14 pr.
aliquo modo aliquando EGLm2P post.
aliquo modo om. N aliquando Em2Lm2P 15
rationalitas H 17 homo nomen
hominis HN mortale edd. respondemus HN
respondebimus contra hæc GLPR 18 prædicantur de pluribus
C 20 a R 21 sunt H differentiæ om. HN speciem forment
CEGP speciem formant Lm??
informent m2 hrm N formant speciem H informant
speciem R 22 contineantur HN 23 ad
constituunt in mg. ał subsistunt Hm2 accidentia,
cum de speciebus pluribus dicuntur, differentiæ uero maxime. quæ enim
quorumlibet uniuersalia sunt, ea neoesee est eorum quorum sunt uniuersalia,
etiam substantiam continere. qno fit ut quia differentiæ substantiam monstrant,
intentione ac remissione careant una enim quæque substantia neque
contrahi neque remitti potest, at uero accidentia quoniam nullam constitutionem
substantiæ profitentur, intentione crescunt et remissione decrescunt. Illa
quoque eorum est differentia, quod differentiæ contrariæ permisceri, ut ex his
fiat aliquid, non queunt, accidentia uero contraria miscentur et quædam
medietas ex alterutra contrarietate coniungitur. ex rationabili enim et
inrationabili nihil in unum iungi potest, ex albo uero et nigro coniunctis fit
aliquis medius color. Expositis igitur distantiis differentiæ ad cetera
restat de specie dicere, cuius quidem differentias ad genus ante colle gimus,
cum generis ad speciem differentias dicebamus. eiusdem etiam speciei distantias
ad differentiam diximus, cum differentiæ ad species dissimilitudines
monstrabamus. restat igitur speciem proprii et accidentium communioni
coniungere, tum differentia segregare. Speciei autem et proprii commune
est de se intricem prædicari; nam si homo, risibile est, et si risi Porph.
Boeth. pluribus speciebus HN 2 maximæ EH, add. dicuntur
uniuersalia et et om. R proprie Lm2 in mg. R 4 ut om. CG,
s. l. Lm2 5 una quæque enim HNR 6 quoniam quia E 7 profitentur monstrant R ante intentione
add. et HN 9
his se C 10 misceantur
N permiscentur R et ut C 11 coniunguntur
LN fiat C 12 rationali C bi s. l. er. HN inrationali
HN in unum L in om. cett.; cf. indicem Meiseri
s. unus 13 post color s. l. ut uenetns Pm2 15 ad
genus differentias om. EG 16
dicebamus diximus EGP 17
diximus dicebamus C 19
proprio HLm1NP accidenti Lm1 accidenti tum
HPm2 accidentique om. et N
communione HLm1NP tunc R 20 disgregare N
21 de inscript. ap. Porph. cf. ad
102, 7 23 nam dictum est 337, 4 ] LR Q, om. cett. post
homo add. est ΔΣ, s. l. A m2 et si ΔΕΈ et L ΓΛΠΦ ita et R post
risibile add. est ΔΣΨ bile, homo est –
risibile uero quoniam secundum id quod natum est sumi oportet, sæpe iam dictum
est ; æqualiter enim sunt species his quæ
eorum participant et propria quorum sunt propria. Commune, inquit, habent
propria atque species ad se ipsa prædicationes habere conuersas. nam sicut
species de proprio, ita proprium de specie prædicatur; namque ut est homo
risibilis, ita risibile homo est; idque iam sæpius dictum esse commemorat.
cuius communitatis rationem subdidit, eam scilicet, quia æqualiter
species indiuiduis participantur, sicut eadem propria his quorum sunt propria.
quæ ratio non uidetur ad conuersionem prædicationis accommoda, sed potius ad
illam aliam similitudinem, quia sicut species æqualiter indiuiduis
participantur, ita etiam propria; æque enim Socrates et Plato homines
sunt, sicut etiam risibiles. itaque tamquam aliam communionem debemus accipere
quod est additum : æqualiter enim sunt species his quæ eorum participant et
propria quorum sunt propria. an magis intellegendum est hoc modo dictum,
tamquam si diceret ‘æqualia enim sunt species et propria’? nam quia
species eorum sunt species quæ speciebus ipsis participant, et propria eorum
propria quæ|pro p.109 priis participant, proprium atque species æqualiter
utrisque sunt, id est neque species superuadit ea quæ specie parti 8 sæpiuscf.
infra. 1 est om. R ante secundum add. et
A s. l. Busse, om. Porph. 20, 13 id om. J! 2
natum Porph. 20, 14 κατά τό πεοοχέναι γελάν sumi oportet LR dicitur Q ;
Porph. ληπτεον 3 sunt om. Φ, post species P earum R,
ex eorum ut uid. 5 m2 7 ita est homo in mg. Hm2
prædicamus EGHm2P p.c.R namque om. N nam R
8 ita homo risibile est E ita est risibile homo R
iametiam C sæpius HN superius cett. recte?; cf. sæpe
2, et ad 317, 4. 325, 14 10 qua CGLP eademeodem modo E
11 ratioputo Em2 12 accommodata edd. 13 qua
CGEm1P ante indiuiduis add. ab HNR, s. l. Lm2 14
participatur H 18 ac Lp,c.Pm2 est om. C 19 æqualiter
N 20 post propria add. quorum sunt propria
C 21 et propria atque speciesatque
proprium species N 23 post. speciei EGLP
cipant, neque propria superuadunt ea quæ propriis participant. cumque hæc
propria specierum sint. propria, species ac propria æqualia esse necesse est atque
inuicem prædicari. Differt autem species a proprio, quoniam
species quidem potest et aliis genus esse, proprium uero et aliarum
specierum esse inpossibile est. et species quidem ante subsistit quam proprium,
proprium uero postea fit in specie; oportet enim hominem esse, ut sit risibile.
amplius species quidem semper actu adest subiecto, proprium uero
aliquando potestate; homo enim semper actu est Socrates, non uero semper ridet,
quamuis sit natus semper risibilis. amplius quorum termini differentes, et ipsa
sunt differentia; est autem speciei quidem sub genere esse et de plu 4 339,
3Porph. 20, 16 21, 3
Boeth. 49, 11 50, 2. 14 quorum differentiaAbælardus II, Introduct. ad theolog.
94; Theolog. christ. 488; De unit, et trinit. diuina 58 Stoelzle. 1
nec CELN 2 hæc om. LN, del. uid. E sunt EHa.c.N,
add. et CE del. GH del. P del. m2
propriis post sint E del.
G proprii Ha.c. 4 DE PROPRIETATIBVS Δ DE
DIFFERENTIA C; de Porph. cf. ad 105, 16 5 a om. GHLNR, s. l. Pm2 il m2 6
et om R SΣ ; Porph. 20, 17 cod. BM χαί proprium prædicari 339, 2 LR Q, om. cett. et om. Porph. 9 post R Σ post enim add. ante L ut Porph. 20, 20 Ινα xai Voti om. cod. M ut
sit s. l. \ m2 11 potestate Porph. 20, 21 xol
δονάμε: 12 enimuero L est om. R non uero semper ΔΛΠΨ
edd. Busse non semper autem Γ2Φ semper autem non
LR; Porph. 20, 22 γελά δέ oix αεί ; cf. infra 340, 4 13
quamquam uel quan L ΓΦ natura in ras.
A m2 14 terminidefinitiones uel diff LR ΓΦ, ad
termini s. l. ł diffinitiones \ m2 differentes ΓΑ
differentes sunt Δ»ιίΠ2Φ differunt LR s m2 ii} ; Porph. 20, 23 ων οί οροί διάφοροι ; quorum termini, id est
diffinitiones id est diff.
om. 94 sunt differentes ( sunt differentiæ 488, ipsa quoque
sunt differentia Abælard. 15 species R, post
speciei s. l. diffinicio A m2 quidem R T\ m2 in ras. Ψ brm Busse in adn., semper \ m1 ut
uid. All/ p Busse in contextu, esse semper L quidam
terminus Σ ; quidem sub genere semper esse Φ ante
sub add. et L A Busse; Porph. εατιν δέ
ειδοος uev το οπδ τό γένος είνα: ribus et differentibus numero in eo quod
quid est prædicari et cetera huiusmodi, proprii uero quod est soli et semper et
omni adesse. Primam proprii et speciei differentiam dicit quoniam
species potest aliquando in alias species deriuari, id est potest esse
genus, ut animal, cum sit species animati, potest esse hominis genus. sed nunc
non de his speciebus loquitur quæ sunt specialissimæ, atque hunc confundere
uidetur errorem, quod cum de his speciebus dicere proposuerit quæ essent ultimæ,
nunc de his quæ sunt subalternæ et sæpe locum generis optineant disserit.
propria uero nullo modo esse genera possunt, quoniam specialissimis adæquantur;
quæ quoniam genera esse non queunt, nec propria quæ sibi sunt æqualia, genera
esse permittuntur. Rursus species semper ante subsistit quam proprium nisi
enim sit homo, risibile esse non poterit, et cum ista simul sint, tamen
substantiæ cogitatio præcedit proprii rationem. omne enim proprium in
accidentis genere collocatur, eo uero differt ab accidenti, quia circa omnem
solam quamlibet unam speciem uim propriæ prædicationis continet. quodsi
pviores sunt substantiæ quam accidentia, species uero substantia est, proprium
uero accidens, non est dubium quin prior sit species, proprium uero posterius.
Dis1 estsit 2 edd.; cf. 340, 13. 341, 22 2 prædicari Porph.
21, 2 κατηγορούμενον είναι post huiusmodi add. prædicari
I m1, del. m2 proprium R quod est om. ΓΦΨ,
del. \ m2;Porph. τό μονω προοείνα;. 3 soli et omni et semper
Λ semper et soli et omni 2 scilicet semper et omni Gm1,
ante scilicet in mg. sali et semper m2 4
ad dicit s. l. dicunt Έ 5 diriuari
EGNPR 7 specialissimæ sunt H 8 hunc s. l. L
nunc N hinc C hic Em2 uidetur
confundere C 9 essentsunt L 11 genera s. l. Lm2,
ante esse HRS 13 non queuntnequeunt L non
possunt NR 14 permiitunt C
ur er. N species subsistitspecies est semper ante
C 15 homo sit LPR 16 istaita CLa.c. 18 uero
Brandt enim codd. edd. accidente CNR
quiaquod L 19 speciem om. H propriæ del. Lm2
20 post continet add. accidens autem quando continet,
ad multas species potest diffundi EL. in mg. inf. m2 Pbrm 21
accidens proprium uero om. R 22 uero
om. EG, s. l. Pm2 Decernuntur GHLP Disterminantur
E cernuntur etiam species a propriis actus potestatisque natura;
species enim actu semper indiuiduis adest, propria uero aliquotiens actu,
potestate autem semper. Socrates enim et Plato actu sunt homines, non uero
semper actu rident, sed risibiles esse dicuntur, quia tametsi non rideant,
ridere tamen poterunt. natura itaque species et proprium semper subiectis adest,
sed actu species, proprium uero non semper actu, uelut dictum est. At rursus
quoniam definitio substantiam monstrat, quorum diuersæ sunt definitiones,
diuersas necesse est esse substantias; speciei uero et proprii diuersæ sunt
definitio nes, diuersæ sunt igitur substantiæ. est autem speciei definitio esse
sub genere et de pluribus numero differentibus in eo quod quid sit prædicari;
quam superius frequenter expositam nunc iterare non opus est. proprium uero non
ita : definitur : proprium est quod uni et omni et semper speciei adest.
quodsi definitiones diuersæ sunt, non est dubium speciem ac proprium secundum
naturæ suæ terminos discrepare. Speciei uero et accidentis
commune quidem est de pluribus prædicari; raræ uero aliæ sunt communi-20
18 341, 2Porph. Boeth. species om.
EHP, s. l. Lm2, ante etiam G a propriis in ras.
Lm2, a om. R proprio Pm2R actu CHLm1N
2 post uero add. non semper actu s. l. add. Lm2 sed
EGLPR 3 actu om. EG, del. R, s. l. Lm2 autem semper om.
EGR 4 ante sunt add. semper N 5
quia om. HN, s. l. Lm2 tametsietiamsi C potuerunt
N possunt R non del. E poterunt EG
6 ante species add. e?? R, ras. L
adestadsunt H 7 uelutut NR 9 diuersas definitiones
10 om. N 11 igitur specieisubstantiæ
igitur. est speciei autem H substantiæ de pluribus in mg. inf. Gm2 speciei definitiodiffinitio speciei
species C 12 sub genere esse HΝ 14 opus non
H ita definitur, om. non Hbrm, er. E; ita,
<sed> definitur Brandt, cf. 347, 4 15 speciei om. H 18 de inscript.
ap. Porph. cf. ad 102, 7 19 ueroautem H est quidem
C 20 sunt aliæ HRT tates propterea, quoniam quam
plurimum a se distant accidens et id cui accidit. Speciei atque
accidentis similitudinem communem dicit de pluribus prædicari; de pluribus enim
dicitur species, sicut et accidens. raras uero dicit esse alias eorum
communiones idcirco, quoniam longe diuersum est id quod accidit et cui accidit.
cui enim accidit, subiectum est atque suppositum, quod uero accidit,
superpositum est atque aduenientis naturæ. item quod supponitur substantia est,
quod uero uelut accidens prædicatur, extrinsecus uenit. quæ omnia multam
eius quod est subiectum et eius quod est accidens differentiam faciunt. tamen
inueniri etiam aliæ possunt speciei et accidentis inseparabilis communitates,
ut semper adesse subiectis æque enim homo singulis hominibus | semper
adest et inseparabilia 110 accidentia singulis indiuiduis præsto
sunt , et quod sicut species de his quæ
indiuidua continet, æque de pluribus accidentia indiuiduis prædicantur; nam
homo de Socrate et Platone, nigrum uero atque album de pluribus coruis et
cygnis quibus accidit nuncupatur. Propria uero utriusque
sunt, speciei quidem in eo quod quid est prædicari de his quorum est
species, 20 342, 15Porph. Boeth. quam om. ΗL ΣΑΛ'Ψ recte?, s. l. Π m2, quem R qui ut uid. N; Porph. 21, 6
itXststov distant ante a se Δ s. l. m2 A, a se om.
N 2 ante accidens add. et Γ id om. 12, s. l. Pm2, hoc Σ ; Porph. 21, 7 *a\ το m οομβέβηχβν accidunt Em1P
3 atqueet HL accidens Έ dicit om. E, s. l. Lm2Pm2 de
s. l. Lm2 5 dicit alias, post er. esse uid. C 7
atqueet H 8 est om. EGHP adueniens EPm1
accidentis N 11 et eiuseius est E 12 possunt sunt
E inseparabiles Cm1GP 13 subiectis semper adesse HN
post adesse add. possunt E 15 sicut L s. l. m2
Rbrm, om. cett. codd. p 16 continent H ante accidentia
add. ut CH 17 prædicatur G et om.
EGHPR 20 ET om. R de inscript. ap. Porph. cf. ad 105, 16 21
inet C 22 estsunt Hm1 sit Σ prædicare EGm1P, prædicatur 2 de
his om. Σ hiis Φ quorum in eoin eo accidentis autem quorum est
species Φ accidentis autem in eo quod quale quiddam
est uel aliquo modo se habens; et unam quamque substantiam una quidem specie
participare, pluribus autem accidentibus et separabilibus et inseparabilibus;
et species quidem ante subintellegi quam accidentia, uel si sint
inseparabilia oportet enim esse subiectum, ut illi aliquid
accidat , accidentia uero posterioris
generis sunt et aduenticiæ naturæ. et speciei quidem participatio æqualiter
est, accidentis uero, uel si inseparabile sit, non æqualiter; Æthiops enim
alio Æthiope habebit colorem uel intentum amplius uel remissum secundum
nigredinem. Restat igitur de proprio et accidenti dicere; quo enim
proprium ab specie et differentia et genere differt, dictum est.
Quod nunc proprium speciei et accidentis se exequi pollicetur, tale
proprium intellegendum est quod, ut superius dictum est, ad comparationem
dicitur differentium rerum. species enim in eo quod quid est prædicatur,
accidens uero in eo quod quale est. qua differentia non ab accidentibus solis
species 2 unam quamque 4 inseparabilibusAbælardns II, Introduci. ad
theolog; Theolog. christ. 479. 17 superiusqualequale est N
quidem CEm1 quidam m2 uel habens om. CEGHN
2 aliquo modo quomodo ΓΦ ; Porph. 21, 10
πώς ; cf. supra p.128, 10 adn. et nigredinem
12 LR Q, om. cett. 3 unam R
quidem om. Abælard. participari L ΓΔΣ a.c. Φ prædicari \ m1
autem uero L Abælard. 4 tert. et om. Γ 5 post quidem add.
sane L ΓΛ s. l. m2 ΙIΣΦ Busse, om. R ΛΨ cum Porph. 21, 12 post subintellegi
add. potest Lpr possunt bm; Porph. w\ τά piv είδη προεπινοεΐται uel om. Φ ad uel si s. l.
etiamsi K m2 6 inseparabilibus R 8 generis om. R aduentiuæ R
9 æqualis Λ accidens L T m1 A m1 10 alio Æthiope Porph. 21, 16 ΑίίΚοπος 13 accidente HNR ΔΣ, ante er. de P 14 enim etiam
H a cod. Q Bussii om. cett. edd.
cf.344, 9, ab scr. Brandt speciei Ca.r.EGR
et om. CEGHPR differentiæ GR 15 differt om. L
differat ΦΣ distat R est dictum H,
add. in illorum differentiis ad ipsum 2 18 dicatur
R 20 est om. GP, post add. prædicatur H
discernitur, uerum etiam a differentiis ac propriis, nec solum species ab
eisdem, uerum etiam genus. præterea quod species in eo quod quid est prædicatur,
accidens uero in eo quod quomodo sese habeat, id quoque commune est cum
genere; genus quippe ab accidenti in eo quod quid est et quomodo se
habeat prædicatione diuiditur. Item unam quamque substantiam una uidetur
species continere, ut Socratem homo, atque ideo Socrati una tantum propinquitas
est species hominis. rursus indiuiduo equo una species equi est proxima,
itemque in ceteris; uni cuique enim substantiæ una species præest. at
uero uni cuique substantiæ non unum accidens iungitur; uni cuique enim
substantiæ plura semper accidentia superueniunt, ut Socrati quod caluus, quod
simus, quod glaucus, quod propenso uentre, et in aliis quidem substantiis de
numero accidentium idem conuenit. Dehinc semper ante accidentia species
intelleguntur. nisi enim sit homo cui accidat aliquid, accidens esse non
poterit, et nisi sit quælibet substantia cui accidens possit adiungi, accidens
non erit. omnis autem substantia propria specie continetur. recte igitur prius
species, accidentia uero posterius intelleguntur; posterioris enim sunt,
ut ait, generis et aduenticiæ naturæ. nam quæ substantiam non informant, recte
aduenticiæ naturæ esse dicuntur et posterioris generis; his enim substantiis
adsunt quæ ante diferentiis informatæ sunt. Rursus quoniam species
substantiam 1 decernitur Rm2 ac s. l. Lm2 a
EGH et a P 3 prædicatur post species
H quod om. E, s. l. Gm2 4 se EP habet LR id habeat
6 om. R est commune H post est add. speciei L s. l. m2 brm 5 accidenti edd. accidente codd.
quod om. E 8 propinquitate EPm1 propinqua L
species est LR 9 est equi H item H 10 una substantiæ
in mg. Hm2 13 quod
simus om. C 15 accidentium ex accommodantium Hm2
post conuenit add. dicere R ante om. C 16
accidit CHLNPR, recte? 18 autem del. Lm2 enim P
20 uero om. R, in mg. Lm2 posterius postremo R enim uero
CE 21 generis ut ait CR nam quæ nam Rm1
namque EG nam quia CN 22 ante recte
add. ideo EGL s. l. m2 P del. m2
esse om. H monstrat, substantia uero, ut dictum est,
intentione ac remissione caret, speciei participatio intentionem remissionemque
non suscipit. accidens uero uel si inseparabile sit, potest intentionis
remissionisque cremento et detrimento uariari, ut ipsum inseparabile accidens
quod Æthiopibus inest, nigredo. potest enim quibusdam talis adesse, ut
sit fuscis proxima, aliis uero talis, ut sit nigerrima. Restat
nunc proprii communiones ac differentias persequi. sed quo proprium differat a
genere uel specie uel differentia. superius demonstratum est, cum quid genus
uel species uel differentia a proprio distaret ostendimus. nunc reliqua
ad communitatem uel differentiam consideratio est, quid proprium accidentibus
aut iungat aut segreget. Commune autem proprii et
inseparabilis accidentis est quod præter ea numquam constant illa in
quibus considerantur; quemadmodum enim præter risibile non subsistit homo, ita
nec præter nigredinem sub 14 345, 2 Porph. Boeth. demonstrat H ac et
H 2 remissionemque ac remissionem H 3 si s. l. CLm2 4
in del. m2 incremento H decremento R
edd. uti R ita E 5 ante nigredo
add. ut Hm1N
id est s. l. Hm2 6 fuscis La.c. edd. fuscus Lp.c. et
cett. aliis uero edd. uero
aliis codd. uero s. l.
Lm2 8 post proprii add. et accidentis
N ac ad EGLm1 9 quo Cm2 part. ras. corr. quod
Cm1EGLm1NPR quid HLm2; cf. 342, 13 10 quid quod N
quicquid E uel differentia uel species H a s. l.
Lm2 12 uel et N quod E quæ Hm2LR 13
iungit EGHm1LPm1R segregat LPR separet N 14
ACCIDENTIS Porph. 21, 20 cod. Μ σομβεβηχοτος, cett. τοδ άχωρίστοο σομβεβηαότος ; de Porph. cf. etiam ad 102, 7 16 est
post commune L, ante accidentis AA m1 accidentis
inseparabilis est m2 præter ea propterea Φ constant CH
Busse coll. 159, 7 consistant EGNPR h m1 A p.c. W
edd. consistunt L A a. c. 112Φ consistent r\ m2 illa post
quibus N 17 quemadmodum Æthiops 345, 1 LR Q,
om. cett. 18 ita om. 2, s. l. A
m2 subsistit non subsistit A m2; Porph. ΰποσταίη dv sistit Æthiops, et quemadmodum semper et
omni adest proprium, sic et inseparabile accidens. Quoniam proprium semper
adest speciebus nec eas ullo 111 modo relinquit quoniamque
inseparabile accidens a subiecto non potest segregari, hoc illis inter se
uidetur esse commune, quod ea in quibus insunt, præter propria uel
inseparabilia accidentia esse non possint. inseparabilia uero accidentia
comparat, quoniam, ut in specie dictum est, rarissimæ sunt speciei atque
accidentis similitudines. quocirca multo magis proprii atque accidentis
communitates difficile reperiuntur. accidens enim in contrarium diuidi solet,
in separabile accidens atque in inseparabile, quæ uero sub genere in contrarium
diuiduntur, ea nullo alio nisi tantum generis prædicatione participant. quodsi
proprium inseparabile quoddam accidens est, a separabili accidenti
plurimum differt, atque ideo nullas proprii et separabilis accidentis
similitudines quærit. sed quia ipsum proprium certis quibusdam causis ab
inseparabilibus accidentibus differt, horum et communitates inueniri possunt et
inter se differentiæ. quarum una quidem ea est quam superius exposuimus,
secunda uero quoniam sicut proprium semper et omni speciei adest, ita
etiam inseparabile accidens; nam sicut risibile omni homini et semper adest,
ita etiam nigredo omni coruo et semper adiuncta est. 8 ut in specie dictum
est 1 et omni om. H et om. R; Porph. παντι και άεί 2 sic om. P sicut C
et om. R 3 semper om. H 4 quodque Hm1 5
inter se post commune H 6 ea in eam m del. m2
H insunt sunt R, add. ipsa
propria et inseparabilia accidentia sunt E del. et s. l. glosa est scr. m2 L in
mg. m2, om. sunt P om. sunt uel et LNR 7 possunt EHLm2NP
uero s. l. Cm2 ante comparat s. l. proprio Cm2,
post s. l. scil. proprio L 8 sunt post
accidentis H 10 ante accidens add.
scilicet E 11 enim uero R 12 sub genere om HΝΡ, del. Lm2 14 quiddam CL quoddam
post est H 16 similitudines accidentibus in mg.
Em2 17 causis om. EG rationibus Lm2PR differentiæ dissentiæ
uel differentiæ H 19 est ea H 21 post
accidens add. est H 22 et semper om. H et
semper adest s. l. Gm2 post. et N edd., om. cett. Differt autem quoniam
proprium uni soli speciei adest, quemadmodum risibile homini, inseparabile vero
accidens, ut nigrum, non solum æthiopi, sed etiam coruo adest et carboni et
hebeno et quibusdam aliis. quare proprium conuersim prædicatur de eo
cuius est proprium et est æqualiter, inseparabile autem accidens conuersim non
prædicatur. et propriorum quidem æqualiter est participatio, accidentium uero hæc
quidem magis, illa uero minus. Sunt quidem etiam aliæ communitates uel proprietates
eorum quæ dicta sunt, sed sufficiunt etiam hæc ad discretionem eorum
communitatisque traditionem. Proprii atque accidentis prima quidem
differentia est quia proprium semper de una tantum specie dicitur, accidens
uero minime, sed eius prædicatio in plurimas diuersi generis substantias
speciesque diffunditur. risibile enim de nullo alio nisi de homine prædicatur,
nigrum uero, quod est inseparabile quibusdam accidens, tam coruo quam æthiopi,
quæ diuersa sunt specie, tum coruo atque hebeno, quæ differunt generi bus, non
tantum specie, præsto est. quo fit ut propriis quidem Porph. Boeth. PROPRII ET ACCIDENTIS CP W, item Porph. 22, 4 cod.
M των αυτών plerique cett. ,
ACCIDENTIS ET PROPRII cett., nisi quod EORV II EORVNDEM Ψ ; de Porph. cf. etiam ad 105, 16 2 Differunt CG ΔΣΦ ; Porph. 22, 5 διενήνοχεν proprium
om. Σ 3 risibili N inseparabile minus
10 LR Q, om. cett. 4 soli L
A‘l> 5 etiam æque R hebeno plerique codd., item
proprium est ΓΦ post. est ΓΔ del. uid.
ΙΙΣΦΨ cum Porph. 22, 8, om. LR A Busse 8
autem uero ΔΛ Busse conuersim non nec
conuersim A proprii R A m2 2 proprium uero Φ 9 æqualiter R 2,
coni. Busse, æqualis cett.; Porph. και τών μέν ιδίων έπίτης ή μετοχή 10 hæ Δ 11 uel Porph. τέ καί earum C
dictæ CEGHP hæ N et R traditionem ex
distractionem E contradictionem Gm1 14 est om.
H 16 prædicatio eius H species Cm1 diuersæ
HLNPm2 diuisæ m1 20 speciei H ante sunt
N tunc R nec non Lm1 sed tum m2 21
tantum specie uni tantum speciei P conuersio æqua seruetur,
in accidentibus uero minime. quoniam enim propria in singulis esse possunt
atque omnes continent, species conuerso ordine prædicantur; nam quod risibile
est. homo est, et quod homo, risibile. nigrum uero non ita, sed ipsum
quidem de his prædicari potest quibus inest, illa uero ad huius prædicationem
conuerti retrahique non possunt; nigrum enim de carbone. hebeno, homine atque
coruo prædicatur, hæc uero de nigro minime, nam quæ plurima continent, de his
quæ continent prædicari possunt, ea uero quæ continentur, de sese
continentibus nullo modo nuncupantur. Rursus proprium quidem æqualiter
participatur, accidens remissionibus atque intentionibus permutatur. omnis enim
homo æque risibilis est, æthiops uero non æqualiter niger est, sed, ut dictum
est. alius quidem paulo minus alius uero tæterrimus inuenitur. Et de
proprii quidem atque accidentis differentiis satis dictum est. restabat uero
accidentis ad cetera communiones proprietatesque explicare, sed iam superius
adnumeratæ sunt, cum generis, differentiæ, speciei et proprii ad accidens
similitudines ac differentias adsignauimus. fortasse autem his institutus
animus et sollertior factus alias præter eas quas nunc diximus communitates uel
differentias quinque rerum quæ superius sunt positæ reperiet, sed ad
discretionem atque eorum similitudines comparandas ea fere quæ sunt dicta
sufficiunt. nos etiam, quoniam promissi operis portum tenemus atque huius
libri seriem primo quidem ab rhetore Victorino, post uero a nobis 1
conseruetur con s. l. m2 æqua conversio H 2esse
presunt presunt del. m2 H esse Lm1 esse habent
Lm2R 4 post post. homo add. est CLR
post risibile add. est LPR 5 quibus in
quibus R ante hebeno add. de H, er. uid. L 9 continentur
HN 11 proprium post quidem H s. l. m2
quidem om. G permittatur E deterrimus CLN
16 proprii * s er. HL differentiis om. G
proprietate E accidens G 18
replicare EGLPR iam etiam EG enumeratæ La.c. speciei et
speciei NR ad accidens et accidentis Em1La.c.R his
om.NR 23 ante eorum add. ad EGLPR 24
sufficiant HR ab in a mut. ut uid. C Latina oratione conversam gemina expositione
patefecimus, hic terminum longo statuimus operi continenti quinque rerum
disputationem et ad Prædicamenta seruanti. 1 conuersa ELm1
continenti om. C quinque V L in ras. m1? edd., om. cett. 3
et om. C seruienti brm ANICII MALLII SEVERINI BOEZIO LIBER
V EXPLICIT SECVNDI SVPER YSAGOGAS COMMENTI P FINIT EXPLICIT EDITIONIS
SECVNDÆ COMMENTARIORV LIBER V FELICITER. AMEN er. uid. DEO
GRATIAS C ANICII MANLII SEVERINI BOEZIO ILLVSTRIS
CONSVLIS EXPLICIT LIBER ANICII. MANLII SEVERINI BOEZIO A. M. S. B.
N V. C. ET ILL. I LL S. N EXCONS EXCS
N ORD. PATRICII. ΈΧC. PATR. om.
G IN ISAGOGAS YS EG PORPHYRII I pro Y N
IDE. INTRODVCTIONES -NE E IN CATEGORIAS KATH N A SE om.
N TRANSLATAS. -TĘ E, IDE TRANSL. om. G EDITIONIS EDΙCΤ E, ÆD
N SCDĘ LIBER V QVINTVS N EXPLICIT EGN, add. TIBI PAX.
AMEN. E ; QVINQVÆ sic FIT OPTATVS HIC FINIS ISAGOGARV
R; subscriptione caret H, item e codd. Isagogen tantum a BOEZIO translatam
continentibus ΓΛΣΦΊ’ nisi quod in Φ recens quædam est;
post traditionem habent EXPLIC. LIB. HISAGOGARV
PORPHIRII Δ, EXPLICIT Π. gradatim
folia contrahit.Videtur hæc nonminus dilatatio ne, contra iones foliorum honorare
solem, quam homines genarum gestu, moru labiorum. No folumuero in plantis, quæ vestigium
habent uitæ, sed etiam in lapidibus aspicere licet, imitations, et participationem
quandam luminum supernorum, quem ad modum helicis lapis radijsaureisso
laresradio simitatur. lapis autem, qui uocatur cælioculus, uel solis oculus, figuram
habet fimilēpu pillæ oculi, atqsex media pupillæ micatradius. Lapis quoque selenitus,
id est lunaris, figura lung corniculari similis, quadam sui mutatione lunarem fequitur
motum. Lapis deinde helio selenus, id est solaris, lunarisóz imitatur quod ã modo
congreffum folis, et lunæ, figuratcs colore. Sic diuinornm omnia plena funt, terrena
quidem cælestium, cæleftia uero super cælestium proceditæ quilibetor d o rerum
uso ad ultimum . Quæ enim super ordinem rerü colligū curin uno, hæc deinceps
dilatan turindescendendo, ubi aliæ animæ subnuminibusalñs ordinantur. Deinde et
animalia funt sol ana multa, uel ut leones, et galli, numinis cuiusdam solaris pro
fua natura participes, unde mirum est, quantum inferiora in eodem ordine cedant
superioribus, quamuis magnitudine, potentias non cedant hin eserunt gallum
timeri am leone quam plurimum, et quafi col0i . cuius rei causam a matería, sensu
ue assignare non possumus, sed solum ab ordinis supernicontemplatione. quoni
amuide licet præsentia folaris uirtutis conuenitgalto magis quam leoni: quod&
inde appare Marfil. Ficin. in Interprete
FICINO. Vem ad modum amatoresabipsa pulchritudine, quæcircasensumapparet,
addiuinam paulatim pulchritudinem ratione progrediuntur: fic&
sacerdotesantiqui,cùmconli, derarentinrebus naturalibus cognacionemquandam compassionemç;
aliorumadalia &manifestorum aduiresoccultas,& omniainomnibus inuenirent,
facrameorumscien quicquidest, pulchrumeft, et bonum
eft.etiamsiindecorporissequaturin commodum. Corpus enim nonpars hominis, fedinftrumentum:
instrumentiuero malumnonpertinetadutentem. Quomodo differantduohæc, fcilicetfecundumfeipfum,
& quaipsum. Ietioneseius modi, fcilicet secundum feipsum, et quaipsum, etiam
apud Aristotelemdistin, D guuntur. Quod enim secundum seipsum alicui competit,
poteste i non competere primo. Quod autem qua ipsum conuenis præter id, quod conuenit,
secundum se ipfum etiam primo competitei, atque adæquatur. Pulchrum igitur, fi commensurationis
animæ causæst, atq;obhoc ipsum dicitur pulchrum, efficito, ut melius inanima dominetur
deceriori, perficitąnos, et animæ deformitat empurgat: hac ipfa ratione bonum
est, non quidem pe raccidens, fedquarationepul. chrum .fienim qua pulchrum est commensuratum,
eft et bonum. Bonãenim estmensura
cercéquá pulchrum est,exiftit& bonum. Similiter turpe, qua turpe,malum est.
Nam qua curpe eft, informe est qui 1 quiagallus, quafiquibufdáhymnis
applaudit furgentisoli, et quafiaduocat, quãdoexantipodum
mediocæloadnosdeflectitur, et quando non nullisolaresangeliapparuerunt formiseiusmodi
prædici, a r c f, cum ipfi i n s e fine form a essent, nobis tamen, qui formati
sumus, occurrere formati. No nunquam tione. Quæ fecundumfefuntin corporea, non localicerpræsentia
corporibus, adsunt eis,quotiescunqueuolunt, adillauergentia, atquedeclinantià, quatenusuidelicet
naturaliteradea uergunt, arqueinclinantur. Sed enim cum nonadfint localia conditione
corporibus, habitudine quadam eisadfunt. Quæ fecundum sesuntincorporea, certenonper
substantiam, et peressentiam corporibusadsunt. Non enim corporibus cómifcentur ueruntamen
ex ipsa inclinatione, quasimo mentouisquædam subfiftitinde comunicataiam
propinquacorporibus. Ipsa namq inclinatio secundam quandam uim substituít corporibus
iam propinquam. mæ, fecundữ corporafuntdiuisibiles. Non omne, quod agitinaliud appropinquatione,
&ta &ufacit,quodfacit,fedetiam qupæropinquarido, et tangendo faciuntali
quid fecunduma ccidens, nonutuntur propinquirate. Anima corporialligatur conuersione quadam
adpassionesprouenien resacorpore. Rursum foluiturquatenusa corpore nihil patitur.
Quod natura ligauit,
hoc &ipsa naturasoluit. Rursusquod conciliauitanima, hoc et animadirimit. Natura quidem corpus in anima deuincit, anima uerose ipsam
in corpore. Quam obrem natura corpus ab anima separaczanimauerose ipsam à corpore
segregat, saclia us modi . Qui 1 Proc. De Sacrif. et Magia. ICOR bada mler: in: no.N enlos ur, but aliano
compiz quider Locum siue causisadintelligibilianos ducentibus. FICINO
INTERPRETE. De natura, e alligatione,o solutioneanime.
Nimaquidemmediüquiddameftintereffentiam indiuiduam, arqueessentiamuera corpora
A diuisibilem. Intellectusautem essentiæst,indiuiduafolum. Sed qualitates, materialesq
for læl, ea ncense garia 1, fiu ucent oxd zateni XOM etiam dæmones
nisisuntsolares leonina fronte quibuscum gallusoböceretur, repente
disparuerunt. Quod quidemindeprocedit, semper quæineodem
ordineconstitutainferiora funt, reuerentur superiora: quemadmodum
plerişintuentes uirorum imagines diuinorum,hocipsoas. pe&uuererisolentturpe
aliquidperpretare. Vt autem summatimdicam, aliaadreuolucionessolis
correuoluuntur, ficutplantæ, quasdiximus: aliafiguramsolariumradiorumquodammodoimitan
tur, ut palma, dactylus: aliaigneamsolis naturam, ut laurus: aliaaliudquiddam
uideresanelicetpro prietates, quxcolligunturin sole, passimdistribucasinsequentib.
insolariordineconstitutis, scilicet angelis, dæmonibus,animis, animalibus, plantisatque
lapidibus. Quo circasacerdotijueterisautho resàrebusapparentibus superiorum
uiriumcultumad in uenerunt, dum aliamiscerent, alia purificarent. Misceban t
autem plura i n uicem, quia uidebant fimplicia non nullam habere numinis
proprieratem, non tamen fingulatim, sufficientem ad numinis ilius ad uocationem.
Quamobrem ipfa multorum comixtioneattrahebant supernos influxus: acßquodipfi componendo
unumexmul tisconficiebant, assimilabantipfiuni, quod est super multa, constituebantæ
statuas exmaterñismul tispermixtas: odores quoq compositos colligentes:arceinunum
diuina symbola, reddentesísun um tale, qualediuinumexiftit secundum effentiam, comprehendens,
uidelicet uires quam plurimas. Quorum quidem diuisiounamquamg debilitauit, mixtiouerorestituitin
exemplarisideam. Non nunquam ueroherbauna, uellapisunus, addiuinum sufficitopus.
Sufficicenim Cnebison, ideftcar duus, ad fubitam numinis alicuius aparacionem, ad
custodiam uerò laurus. Raccinum, ideftgenus uirgultispinosum, cepa, squilla, corallus,
adamas, laspis, fed adpræsagiumcortalpæ, adpurificatio. nem uerosulfur, &atos
marina. Ergo sacerdotes permutuam rerum cognationem, compassionem'. conducebant
inunum, per repugnantiam expellebant purificantes,cum oportebat, sulfure, atque
asphalto, idestbitumine, aquaas per gentes marina, purificat enim sulfur quidem
propterodorisa cumen, aquaueromarina propterigneamportionem, et animaliadrjsindeorum
cultucongruaad hibebant, cxtera't similiter. Quamobrem abës, atoßsimilibus recipientes
primum potentias demonum, cognouerunt, uideliceceasesse proximasrebus.actionibus
naturalibus: atq; perhæcnatura lia, quibus propinquantin præsentiam conuocarunt.
Deindeà dæmonibus adipfasdeorumuires actiones et processerunt, partimquidem docentibus
dæmonibus addiscentes, partim uero industria propria interpretantes conueniencia
symbola, inpropriam deorum intelligentiam ascendentes, ac deni q post habitis
naturalibus rebus, actionibusque, ac magna ex parte dæmonibus in deorum
feconfortium receperunt. PORPHYRIVS DE OCCASIONIBVS, De natura corporeorum, atque
in corporeorum. Mnecorpuseftin loco, nullumuerocorum, quæfecundūsesuntin corporea,
uelaliquid tale, estinloco. Quæ secundum sesuntincorporea, eoipso, quodpræstantiusestomni
corpore, atqueloco, ubiquesunt, nondistanti quidem, sedindiuiduaquadam condi
USCE inuss sdina labor Pt, imi adns aberi is,fip liol Sicdi liatiei,unto 10,p
Omnia MMM $ Omnia quodammodo suntin omnibus pro conditionecorum, quibusinfunt.
On fimiliter omniainomnibus intelligimus, sed propriese habetadomniauniuscuíu sed
sentia: intellectuquidem intelle&ualiter, inanimauero rationaliter: in plantis
seminarie, in corporibus imaginariè: ineodem quod his omnibussuperiuseft, modoquodamfuper
intellectuali, atquesuperessentiali essentiæ, aliatandem naturx supe
rioris,aliaanimæ, aliaintele&ualis: uiuuntenim et ila: etfi nullum eorum, quæabiplisexi
ftunt, uirameisfimilemsorciatur. aliaueropartim quidem fle&tunturadila, partimetiamnonflestuntur
aliacandem folumde flectunturadgenituras, neqzinterimadse reflectuntur. per,
educere. Anima quidé habet omnium rationes. Agit autē secundã eas, uel ab alio
ad ex peditionemeiusmodi prouocata, uel ipfa fe ipfamintus conuertensadrationes,
et cum abaliopro uocatur, tanquamadexternacommititintroducere sensus: cum uero ingredicurinseipsam,
adintel ligentiasperuenit: necigitursensus extra imaginationem funt, necß,utdixeritaliquis,
intelligence quatenus competunt animali Anima eft immortalis. Anima ef t essencia
inextensa, immaterialis, immortalis, in'yita habenteaseipsauiuere, arosese
fimiliterpossidente. Passio animæ, atque corporisestlonge diuersa. Liudestpati corpora,
aliudincorporea. passioenim corporụm cum transmutatione cötingit passiouero animęest
accommodatio quædam, et affe&ioadrem ipfam, et a&ioquædã, nullo modo fimilis calefationi, frigefactionią corporum, quamobrem
sipassiocorporū, cũtrans mutatione fit, dicendum eft omnia incorporea esse passionis
expertia. Quæ enim a materia, corporf busipfeparatasuntadu, eadempermanent: quæueromateriæ
corporibus propinquant, ipsaqui dem non sunt passiua, sed illa, in quibus hæc
apparent, patiuntur, quád o enim animal s e n d t, anima quidam fimilis
esseuideturharmoniæ cuidam separatæ ex seipsam chordas mouenti cötemperatas
Corpus aữrsimileharmonię, quæ inseparabilisinestchordis, fed causa mouendieffeuideturanimal
propter eaquod fit animatū, quod quidem simile eft mufico, exeoquodfitcõcinnum,
corporaueros quæ per passione sensualem pulsantur, fimilia contemperatis chordis
apparent. Etenim ibinon harmonica quid é separata patitur, fed chorda . et mouet
f a n e musicus p ipsam, quæ sibi i n eft, harmoniā: newtamen chordaratione musica
moueretur etiam, fiuelletmusicus, nifi harmonia ipsaiddixit. natæstquemadmodum
corpora, sed fecundum nudam ad corporapriuationem. Quãobrenihil
prohibetinterila, alia quidemesse essentia, alia uerò non essentia: et aliarursusante
corpora, alia ueròunacumcorporibus: itemalia a corporibus separata, alia uerò non
separata. Præter eaaliasecun dum sesubfiftentia, aliaueroalijs, utsintindigentia:
alia deniqa&tionibus, uitisfexfemobilibuse adem, sedaliauitis, &qualibu
sa&tionibus quodammodo permutata,nempefecundumnegatione corum, quæ ipfanon
sunt, non secundum assistentiameorum, quæ sunt, appellatur. Pussiones materie prime
assignat esimiliter à Plotino. Ateriæ propria apudantiquos hæc funtincorporeaquidem,
diuerfænimeftàcorporibus, prætereauitæexpers, negintelle&tus, neckanima, neque
aliquid fecundum seuiuens. Itêin, formis, permutabilis, infinita, impotens. Quapropternec
ens, feduerum nõens, imagomol lisapparens, quoniãqd primo estinmole,eftipfum
impotens, itéappetitio subsistentia et ftansno instacupræterea fempinse apparens,
tum paruum, rum magnữ,tūminus, tūmagis, tūdeficiens, cī excedens, quoduefiatfemp,
maneatuerònunquã, nec tamen aufugere potens, quippecútotius entisfit defectus. Quamobrēquicqd
pmittat, mentitur: aciimagnūappareant, interimeuadirparo uũ, quafienimludus quid
ãeftinnõensaufugiés, Fugænimeius non fit loco, sed dūabencedeficis, Quamobren. in
infummiseftunitas cumuirtute: ininfimis multitudo cum debilitate. N corporeæ fubftantiædescendentesquidemdiju
dicentur, atqßinsingula potentiæ defe&umul tiplicantur, adscendentes autemutuntur,
atæ fimul recurrunt inunumcopia poteftatis. Quegenerant, partimconuertuntur ad genita,
partimminimè. Mne, quodsuæssentiagenerat, aliquid sed eterius generat, atqomne genitü
adgenitorina O curaconuertitur, eorumuero, quægenerant, alia quidem nullo modo conuertuntur
ad genitas Sensus, imaginatio, memoria intelligentia. Emorianonest imaginationü
conferuatio quædam, ámdtāmpastwintorspobaristale vias spoluéwata, sed eft ipfas
propositiones, fiue productiones ina&um corū, quæ medicatus eft animusnu: nec
rurfusabsq inftrumentorum sensualium passione sunt senfus, sic et intelligentiæ
non absque imaginatione, nisianalogaconditiofit: quemadmodum figura consequens quiddam
est ad animal sensuale, sic phantasma ali quid consequens ad intelligentiam anima
intelligentis in animali. 1N De speciebus uite. On solumincorporib æquivoca GRICE
aequi-vocality conditio est, sed ipsa etiãm vita multipliciter prædicatur
eftenim uita plantæ, animalisalia: aliarursus intellectualis Alia IN N>M
Dedifferentijs incorporeorum. Pfain corpore orī appellatio non secundum communicatē
unius, eiusdemiş generis, sic cognomi. Quam obremquæineasunt imagines,
in suntindeteriorirursus imagine, quem admodum in speculo id quodalibilitum eft,
apparetalibi, et ipsum speculum plenumese uidetur, nihilqz habet, dum om nia
uidetur habere. funt, aut non funt, quappter nulla corūpaticur: quodempatienseft,
non oportetitafe habere, fed efetale, ütalterariqueat, atointeriminqualitatibus
eorī, quae ingrediuntur, ficásinferuntpas fionem. Eiñamos quodinest alteratio non
aqualibec accidit, nexigicur imaceriapacítur. Nāsecun dum fe ipfam qualitatis estexpers,
nesprorsusformx, quae funtinca, ingrediences; uicissim sexe, untes, sed passio fic
circa compofitum, et uniuselsein compositione confiftit, hocenim incontrarijs
uiribus& qualitatib ingredientiữz inferentiumą passione perfeuerare in fubfiftendo
uidetur. Quá obre mea quoru um i uere est ab externis, ne casciplis, nimirum et
uiuere, et non uiuere pat i possunt. Sed ea, quorum esse in u i t a consistit,
passionis experte, necessarium est permanere secunduum itam, quemadmodūm uitä uacuitati
conuenit et non pac, quarenus et uitæuacuicas. Icaq ficut permutari, acpati composito
ex materia, forma côtingit, ideftcorpori, neqstamenidmateriæ accidic, ficujuere,
areinterire, patiofecundumhocipfum incompofitum exanima, corporeæperspicitur, neqstamé
animæidcontingit, quoniam animanoneft aliquidexuita, et non uita conflatum, sed
uica solum constatquippe, cum fimplex essentia fit, ipfaqsanimæ ratio fit natura
ipfa se mouens. Omnis intellectuseft omniformis. Ntelle&ualis esentia fic in
partibuseftconfimilis, ut et in particulari quolibet intellectu, uniuersoos intellectu
fint entia: fed intele&u quidem uniuerfali endaeciam particularia uniuersalifint
ratione: in particularia ut čincellectu eciāmi uniuersalia fimulacos particularias
intconditione qua dam particulari: Omnisuitain corporeaquocunq; mütetur,permanetimmortalis.
Nuicisin corpore ispces susmanentibus prioribus in se firmisefficiuntur, dūnihilfuiõdunt,
neos pmutantad substantiâ inferiori bexhibendam, quapptern ed quæ inde subfiftūccũaliquagdi
tioneueltráf mutatione subsistûr, nechoc qdēefficitur, ficutgeneratiointeritus,
gmutationisą particeps, ingéciaigitur, et incorruptibilia funtaroingčitæ, incorrupcx'ssecīdū
hoc ipfumeffecta. Quomodo intelligatur quod eft fuperius intelectus
uigilantiãmultadicatur, fed perfomnū ipsum cognitioeius, peritia'oshabetur, fimilinãque
fimile cognosci folet, quoniã omnis cognitio, assimilatio quæ dá ef t ad hoc ipsum,
quod cognoscitur ens uel ut falsam concipimus passionecă, ingentem uidelicet ili,
quidigreditur extrase ipsum, ipfeenimquisque quemadmodum existenter deftuere, atokperse
ipfum poteftreduciad ipfum non ens ente superius, ficabence, sepsipfodigres
diensiam traducitur ad non ens, quod entisipfius est casusatqzruinia.
Substantia in corpore aest ubi cunque uult. Atura corpori snihil impedit, quinquod
fecundum fe incorporeum eft, ficubicung, et quò modocunque. Sicuc enim corpori incomprehensibile
est, quod molis eft expers, nihilą adip Porphyr de Occasionib.
Quidpatiatur, quidnon. Afsiones circa id funt omnes, circaqd accidit et interitus.Vía
enim ad interitãeft admissio passionis, acohuius est interirecuius eft paci. In cerireaūc in corpore ūnullű, sed
quædã interilaaur Anima quia per effentiam eft uita, non moritur. yIrca essentiam,
cuius efe confiftic in uita, et cuius passione suit a quædã funt, nimirum&
morg in quali aliqua uita uersatur, non in priuatione uitæ fimul tota. Quoniamneqs
passio, seu uita est omnino, illic ad non uiuendum, iplaqz illic accidit orbitas.
Sillo quod eft mente superius, per intelligentiam quidem multa dicuntur: considerantur
D temuacuitatequadă intelligentiæ intelligentiam eliore; quem admodum
dedormienteper Non ens aut eft fuperiusenteut Deus, aüt inferius cum materia.
Vod non ensdicitur, auciplínos machinam urab ipso entealiquando separaci, aut super
intelligimus,dum ens possidemus qua propter fi separamur ab ente, ens ipsum non
super inetelligimus non ens super ens ipsum, sed iamnon N sumpertiner: sicin corporeo
ipsum, quod molle diftenditur, non fic obstaculum et quafi non acec, neque enim
quod incorporeum eft locali conditione quo uulc discurrit locus enim cum mole
simul exiftit, neq srurfus corporum limitibus coercecur, quod enim quomodo cūqiiacetinmole,
in angustum cohiberi poteft, et conditione locali transmutationem agere, quod aucemestamole,mag
nitudine prorsusexemptū, hocabójs, quæ funt inmole contineri non poteft, a motuş
i localiper manet liberum. Igitur qualiquadam, certaque dispositione reperituribi,
ubi cunque disponitur, loco inter eatum ubique, tum nusquam simul exiftens, qua
propter quali quadam certaque affectione uel super cælum, uel in parte mundi quadam
apprehenditur: quando uero in aliqua mundi pàřectenetur, non oculis quidem aspicitur,
sed ex operibus eius præsentia sua fit hominibus manifestas Substantia in corpore
inullo corpore cohibetur, sed produci tescamin corpore perquamse corpori applicát.
Vodeft in corpóreū, li quando in corporecomprehendatur, nonopuseftutitaconcludatur,
Q quem admodum inparcoferæ clauduntur, nullum namque corpus poteft ipsumficinfeco
hibere, nequeficutüterliquoremaliquem trahit, et cohibet, autfacum, fed oportetipsum
ia nd C TO MmM. fubftituere cavite Vniaersales cause non conuertuntura
defectus, fed eosadfe conuertunt. V l l a substantiarum, quæ universæ sunt, a t
æ perfectæ ad suam conuertitur geni cură. Omnes auté perfectæ subftantiæadgenerantiarediguntur,
et id quidem ad corpus uso mundanum. Quomodo differenterestubiq; Deusintelle Āus,
animas Euseftubiq, quianusquam intellectus est:ubiq etiã,quianufquam anima deníqueubiqet
EX PORPHYRIO DE AB ftinentia animalium quinetiam cognoscitipsum, quod in feest,
naturaliterperpetuo uigilans, atque fom/ num, quo hic opprimitur, deprehendit.
Cui non sane educationem, nutritionemque trademus consentancã, tūhuius
locinaturæ, tum suiipsiuscognitioni conuenientem, Beatitudo non eft diuinorum cognitio,
fed uita diuina. Eata nobis contemplatio non est uerborum accumulatio, disciplinarumque
multitudo, quemad Bmodum aliquis forteputauerit: neque enim iracomponitur, neque
pro quantitate rationūac quare perfectio quidê aprioribus fecunda fubftituit
cõferuanseade ad priora conversa, defectusautempri oraetiam ad pofteriora defledit,
eficitqzut hæc ipfa diliganta superioreinterim differentia Marsil. FICINO si
veda in substitucreuiresab ipsa in se ipsum unione extramanantes, quibus descendens
corporiaplícatur, copula itaßeius ad corpus per ineffabilem quandam suiipsiu simpletur
extensioné, quam obrénõ aliud adem ultūipfuamlligat, fed ipfum certe se ipfum, nec
igiturefoluit ipsum corpus quãdofrangitur autinterit,fèdipsum
pociusfemetipsumcnodat, quando a familiari erga subiectâ affectione diuercio
Quod quidemcūsit perfectum ad animā estreda&um, animam in quã intellectualem,
ideoas círculouoluitur, anima uero mundi ad intellectum attollitur, intelle&us
auteerigitur ad principio Omnia itaque perueniunt ad hoc ipsum ab extremis exordientia,
quatenus facultas suppecitunicuic perueniūt inquam eleuatione ad primū, illucusą
perducta: quæ quidēautex propinquo, autex. lon ginquoeficifolet. Hæcitas non solum
appetere Deum dicipossunt, sedetiam prouiribusafequizin substancijsuero particularibus,
et ad multa labipotentibus in eft procliuitas deflectēs adgenicuras:
ideoiginhis deli&um dicitur accidissezinhis infidelitas eft damnata. Has igitur
contaminatipla materia, propter ea quod ad hác defledipossint, cũtameninterea ad
diuinūs e ualeant convertisse: quoniã eft et nufquā: fed Deus quidem
ubique& nusquãeftcorum omnium, quæ funt poft ipsum. Sui uerò ipfius eft folum,
ficutest, atqueuult. Intellectus autem in Deo quidem ubica est, fed ineis, quæ funt
poftipsum, existirnusqua pariter, et ubique anima tandem in incelecttu, acor
Deo, fimiliter eft ubique, incorporeuero ubique est simul et nusquam. Corpus aut
et inanima, et in intellectu, et in Deo, omnia pro se et o cūentia, tum non
entia ex Deo sunt, et ideonec tamen ipse Deus eft,cum entia,tum nonentia, nec existit
in eis. Si enim esset duntaxat ubiq ipfe quidem omnia, et in omnibus esset.
A quoniam est, et nusquam, omnia sane
per ipsum fi unc fiunt a ž r ursus in ipso, quiam ipse existit ubios: diversarursusab
ipso, quoniam ipse nusqua. Similiter intelectu subicexistens, atqs nus quam,
causa est animaram, animasæ sequentium: neq s ipse anima est, neg quæ post
animam, neque in cis existic: quoniam uide licet non folum ubiqueest, eorumque,
quæ funt post ipsum, sed et nusquam. Rursus anima neque corpu seft, neque est in
corpore, fedcausacorporis,quoniam dum ubiq eftper corpussimuleft, et incorporenus
quam, processus denique universi in illud definit, quodnec ubiqfi mui, nequenusquamesseualet,
sed alternis quibus damuicibus utriusque fit particeps. Nome compiuto: Giuseppe Girgenti. Girgenti. Keywords:
la parola che non s’incatena, Giustino martire, la traduzione di Boezio delle
Categorie di Porfirio, traduzione di Ficino delle sentenze sugl’intelligibili
di Porfirio, henologia platonica, categoria, prediccamento, Agostino, Boezio,
predicare, predicato. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Girgenti” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Girotti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della curva – la
filosofia nella storia d’Italia – il caso Gentile – filosofia veneta – scuoa
d’Adria -filosofia italiana – Luigi Speranza (Adria). Abstract. Grice: “The main difference between Bologna,
the oldest university, and Oxford, is that they had Mussolini – we didn’t!” Keywords:
fascismo. Filosofo adriase. Filosofo veneto Filosofo Italiano. Adria, Rovigo,
Veneto. Grice: “I like Girotti; for one, he has explored the idea of ‘beauty,’
which Sibley should, but did not!” Si
laurea a Padova, sotto SANTINELLO (si veda) e BERTI (si veda). Pubblica
Filosofia (La Scuola, Brescia). Pubblica: “Gouhier e la sua storia storica
della filosofia” (Unipress, Padova). “Comunicazione filosofica” “Società
Filosofica Italiana.” Altre saggi: “Aristotele, dal platonismo all’autonomi” (Polaris,
Faenza); “Modelli di razionalità nella filosofia”, Sapere, Padova; Discorso sui
metodi, Pensa, Lecce; Medioevo vs oggi: tra tabula rasa e innatismo, Sapere,
Padova; Riforma Gelmini e filosofia Sapere, Padova; Essere e volere, Pensa
multimedia, Lecce; Siamo completamente liberi di volere ciò che vogliamo?, Il Giardino
dei Pensieri, Bologna); Bellezza e responsabilità, Diogene Multimedia, Bologna;
Cercasi anima disperatamente, Diogene Multimedia, Bologna; GENTILE; Diogene
Multimedia, Bologna); “Il fico proibito dell’Eden e la giustificazione del
male, Diogene Bologna; Un viaggio intorno all’io: Da Atene a Delfi dialogando,
Diogene, Bologna; Sul permesso di morire, Diogene Bologna; Comunità di ricerca,
Gouhier in Enciclopedia Filosofica Bompiani,
La collana si chiama Briciole di Filosofia “una storia storica che si
fermi all’esibizione dei dati diventa semplice una ‘cronaca’; infatti, nel
momento in cui si espone la filosofia di Grice, per poter abbracciare
l'oggettività si dovrebbe rimanere all’interno di un'asettica descrizione,
quella che G. definisce como “fenomenologia dello spirito metafisico. G.
distingue la fenomenologia come metodo e lo spirito metafisico come oggetto.
Seguendo il metodo della fenomenologia, il filosofo-storiografo sarebbe
invitato a fermarsi alla lettura del dato per descrivere ciò che esso mostra.
Seguendo “lo spirito metafisico”, il filosofostoriografo ritroverebbe l'oggetto
o topico della sua ricerca, cioè il fatto spirituale. È su questo fatto spirituale che G. refina Gouhier
in quanto trova che Gouhier, quando ha messo le vesti dello storico della storia
storica della filosofia, sia scivolato in una loro descrizione bergsoniana, ammessa
anche da Gouhier. Cf. Grice on the
longitudinal history of philosophy. “We should treat those who are dead and
great as if they were great and living – it’s a matter of introjecting into his
shoes, or sandals!” -“La distillazione filosofica” GENTILE nasce a
Castelvetrano, provincia di Trapani, ottavo di dieci fratelli, due dei quali
erano già morti quando egli vide la luce. Suo padre, che si chiamava anche lui Giovanni, era
farmacista; sua madre, Teresa Curti, maestra elementare. Da quel poco, o
non molto, di autobiografico che, sempre restio alla confidenza e all'effusione
dell'animo, pur si deduce dagli scritti e, in particolare, dai carteggi con i
suoi maestri pisani, Jaja ed Ancona,
risulta che il rapporto con i genitori fu intenso, nutrito di forti affetti;
sebbene, per altro verso, travagliato, a causa soprattutto, oltre che della
morte del fratello Gaetano, delle disavventure professionali del padre. Le
quali derivarono dal forte e alquanto anarchico convincimento di non dover
sottostare, nella gestione della farmacia di cui era proprietario e titolare,
alle nuove regole introdotte dalla legge sanitaria emanata dal governo di F.
Crispi; e dalla sua decisione di chiudere perciò la farmacia, che si trovava a
Campobello, e ritirarsi con la famiglia nella vicina Castelvetrano, quindi di
riaprirla tornando da solo là dove quella si trovava e subendo un nuovo
processo per il reiterato suo rifiuto di sottostare alle nuove regole. È
probabile che nell'animo sensibile, e più impressionabile forse di quanto il G.
fosse disposto ad ammettere, del giovinetto che intanto attendeva agli studi
scolastici, si formassero, nei confronti della terra siciliana, ossia di un
luogo così fortemente segnato da dolori e umiliazioni, sentimenti contrastanti.
Non che per le sofferenze che involontariamente aveva inflitto al padre, egli
prendesse allora a odiare, o anche soltanto a disistimare, il siciliano Crispi,
al quale sempre invece guardò come a un grande personaggio, l'unico degno di
rappresentare sul serio, nella decadente Italia di fine secolo, lo spirito
autentico del Risorgimento, nelle cui battaglie era stato protagonista.
Ma nei confronti della piccola, e pur amata, patria siciliana, i suoi
sentimenti furono in effetti misti; e abbastanza presto si sublimarono, assumendo
forma intellettuale, in quelli che, se lo si legge con attenzione, si colgono
al fondo del libro che, quando era professore a Pisa e insegnava dalla cattedra
che era stata del suo maestro Jaja, egli dedicò a Il tramonto della cultura
siciliana (Bologna). Libro singolare, in effetti; che, riboccante di passione e
di affetti, concerne un "tramonto" atteso e auspicato di
"cose" che, profondamente radicate nella storia e nelle tradizioni
dell'isola, meritavano, a suo giudizio, di "tramontare" per sempre
risolvendosi in assai più ampio e comprensivo orizzonte di pensieri e di
cultura. Nella Sicilia "moderna", con poche eccezioni, il G. non
coglieva infatti se non materialismo, illuminismo astratto, anticlericalismo
estrinseco, e niente romanticismo, niente idealismo, nessun serio sentimento
della vita vissuta nel segno di più alte idealità. E con questi
"caratteri" spiegava le difficoltà che l'isola aveva opposto al
Risorgimento nazionale e, quindi, alla vera cultura idealistica. Quando perciò,
divenuto nel 1906 professore di storia della filosofia nell'Università di
Palermo, il G. dette inizio all'insegnamento che doveva condurlo alla prima
sistemazione del suo pensiero nell'idealismo attuale, c'era nel suo impegno
filosofico qualcosa di missionario, quasi che nel fondo di sé sentisse di
operare in partibus infidelium e il suo compito consistesse nel riscattare nel
suo idealismo gli assai diversi principî ai quali la Sicilia era rimasta
ferma. Nell'isola il G. non rimase se non il tempo necessario al conseguimento
dei primi traguardi scolastici; e quando, finalmente, ottenuta, nel 1893, un
anno prima della naturale scadenza, la licenza liceale presso il liceo Ximenes
di Trapani, fu ammesso, avendo vinto il relativo concorso, a frequentare la
Scuola normale superiore di Pisa, era uno studente critico bensì di molti
aspetti della cultura siciliana quello che approdava alla sponda toscana, ma
recante tuttavia in sé non pochi segni di quella. Il positivismo che,
colorandosi sotto l'influsso di R. Schiattarella di materialismo e
anticlericalismo, largamente dominava la cultura siciliana non era passato sul
suo animo e sulla sua mente senza lasciare qualche traccia; e se non vi era
passato intero, in parte almeno vi era passato: il che spiega l'intransigenza
con la quale, compiuta la sua più autentica formazione alla scuola pisana dello
Jaja, egli si impegnò a cancellarne, nel suo pensiero, ogni possibile
traccia. Nel componimento scolastico consacrato a U. Foscolo con il quale
ottenne la licenza liceale colpiscono in effetti le due tonalità che lo
caratterizzano: quella civile, che sarebbe poi rimasta, attraverso la
trasfigurazione risorgimentale, al centro dei suoi sentimenti e interessi, e
l'altra, antiromantica, appresa alla scuola del suo professore di italiano, V.
Pappalardo, e ribadita attraverso lo studio della Storia della letteratura
italiana di Giudici. E si può e si deve, del resto, andare anche oltre. Fu
forse allora, infatti, negli anni in cui fu studente in Sicilia, che il G.
venne positivamente in contatto con la questione del "fatto"; che
certo, nel corso del suo pensiero, subì, rispetto al punto di partenza,
trasformazioni così profonde da rendere questo quasi irriconoscibile nel
risultato conseguito. Quasi, tuttavia, e non del tutto: perché, assunto nella
prospettiva dell'atto, il "fatto" è bensì l'astratto che quello,
l'atto, perennemente supera conseguendo e conquistando la sua concretezza, ma,
oltre a esser anche la sua "determinatezza", si rivela altresì, nel
processo costitutivo dell'atto, indispensabile e necessario: con la conseguenza
che, nell'idealismo attuale, la sua è bensì una morte, caratterizzata tuttavia
nel senso, piuttosto, della "trasfigurazione". Non s'insisterà
mai abbastanza sull'importanza che, proprio per queste ragioni, la Scuola
normale ebbe, con i professori che vi insegnavano, lo Jaja e il D'Ancona, in
primo luogo, ma anche A. Crivellucci, nella formazione del giovane allievo
siciliano. E ai professori debbono aggiungersi i compagni che egli allora
v'incontrò, Volpe e Pintor, Congedo, Salza, Radice. Anche qui, per altro,
avrebbe torto chi semplicemente ritenesse che al fuoco dell'idealismo
professato dallo Jaja il G. bruciasse ogni scoria positivista e rapidamente
acquistasse la fisionomia che in seguito sarebbe stata la sua. È vero invece
che la dicotomia determinatasi in lui quando, in Sicilia, per un verso si
accendeva di entusiasmo per il Foscolo e i valori civili da lui rappresentati e
per un altro si piegava al culto reverente dei fatti, in qualche modo si
ripropose anche a Pisa. Ed egli dovette subirla anche qui perché alla filosofia
senza storia né arte che gli veniva insegnata da Jaja corrispondevano la storia
e la letteratura senza filosofia che gli provenivano dall'esempio di D'Ancona e
di Crivellucci. Il che, naturalmente, non deve sorprendere, perché a
predominare, anche a Pisa, era allora il positivismo con il congiunto metodo
storico; e con il suo idealismo di derivazione spaventiana Jaja costituiva, in
quell'ambiente, piuttosto l'eccezione che non la regola. La produzione
scientifica in cui, senza abbandonare la rivista Helios, che si pubblicava in
Sicilia, a Castelvetrano, e alla quale seguitò infatti a non far mancare la sua
collaborazione, allora si impegnò appare nettamente scissa fra l'erudizione
pura, da una parte, e la filosofia, altrettanto pura, da un'altra (anche se,
nel ricercare e commentare i testi di quest'ultima, il giovane G. mostrava
chiari i segni del metodo che aveva appreso d’Ancona e dal Crivellucci, e che
dette del resto chiara prova di sé nella dissertazione accademica Delle
commedie di Grazzini, detto il Lasca, pubblicata negli Annali della Scuola
normale superiore di Pisa. Le cose più notevoli uscite tuttavia dalla sua penna
a conclusione del suo periodo pisano sono, com'è noto, la tesi su Rosmini e
Gioberti, discussa con Jaja e quindi, discussa anch'essa con quest'ultimo, la
più breve indagine su La filosofia di Marx. Di questi due libri, il primo
costituisce il documento, altrettanto precoce che maturo, di un'indagine
condotta nel segno di Bertrando Spaventa e della sua idea relativa alla
relazione intercorrente fra il pensiero italiano e quello europeo, fra A.
Rosmini e V. Gioberti, da una parte, I. Kant e Hegel da un'altra. Il secondo è
invece il documento della capacità dimostrata dal giovane studioso di cogliere
il carattere, che a lui sembrava nel fondo idealistico, della filosofia di K.
Marx, e altresì di entrare con autorevolezza in uno dei dibattiti - quello
concernente la "crisi" del marxismo - fra i più vivi che allora si
accendessero nella cultura dell'Europa contemporanea. Lo studio dedicato
a Rosmini e Gioberti, e alla loro polemica fu steso per il conseguimento della
laurea in filosofia, che il G. ottenne con il massimo dei voti e il diritto
alla stampa. Quello dedicato a Marx fu composto per la tesi di abilitazione
all'insegnamento che egli conseguì l'anno successivo e gli dette la possibilità
di un ulteriore periodo di perfezionamento da trascorrere presso l'Istituto di
studi superiori di Firenze, dove fu per un anno e dove ebbe modo di entrare in
contatto con gli illustri professori che allora vi insegnavano e che, fra gli
altri, si chiamavano Villari, Vitelli, Rajna. Fra questi era anche il
professore di filosofia, il neokantiano F. Tocco, con il quale i rapporti non
furono né semplici né facili, ma con il quale comunque conseguì un nuovo
titolo, discutendo una tesi sulla filosofia italiana del periodo che da
Genovesi va fino a Galluppi, e che poi divenne un volume, pubblicato, nelle
edizioni de La Critica, da Croce (Da Genovesi a Galluppi: ricerche storiche,
Napoli). Fu, anche quello trascorso a Firenze, un periodo importante; e
se il rapporto con il Tocco fu, malgrado asprezze e incomprensioni, proficuo
perché lo mise comunque in contatto con un Kant diverso da quello di Bertrando
Spaventa mediatogli dall'insegnamento di Jaja; se quello con Villari fu
alquanto burrascoso, dei grandi filologi, classico il primo, romanzo il
secondo, Vitelli e Rajna dovette conservare per sempre un grato ricordo, se è
vero che ancora negli ultimi anni progettò di ristampare, del secondo, il libro
su Le fonti dell'Orlando furioso, ossia uno dei monumenti più insigni della
vecchia scuola del metodo storico. Con l'anno trascorso a Firenze,
nell'estate 1898 i suoi Lehrjahre avevano termine; e gli anni che seguirono
furono non facili; anzi decisamente difficili, perché l'esigenza per lui
imperiosa di trovare un lavoro, e perciò un posto nell'insegnamento medio, era
pari a quella che egli avvertiva non meno viva e urgente di non interrompere
gli studi filosofici, nei quali aveva già realizzato un'impresa notevole, con
quei tre lavori, così ricchi di dottrina e di idee. Ma l'esigenza di proseguire
senza nocive interruzioni la intrapresa carriera dello studioso implicava
l'altra che l'eventuale sede non fosse dispersa nella lontana provincia
meridionale e lontana perciò dai centri vivi della cultura nazionale, dalle
università e dalla biblioteche. E la preoccupazione principale del G. fu
allora, in particolar modo, di non essere costretto a far ritorno nell'isola
dalla quale era partito anni innanzi: sì che quando ebbe la sede di Campobasso,
con l'incarico di filosofia al liceo Mario Pagano, non poté dirsene del tutto
scontento, perché di lì poteva raggiungere di tanto in tanto Napoli, dove la
frequentazione del filosofo hegeliano S. Maturi, professore al liceo Umberto e,
sopra tutto, di Benedetto Croce, con il quale era entrato in contatto quando
ancora era studente del terz'anno, largamente lo compensavano dalla solitudine
alla quale era invece, per il resto del tempo, costretto. Del resto, non
fu quello di Campobasso un periodo che si protrasse nel tempo. E la fortuna
girò in suo favore, perché G. poté ottenere un posto presso il liceo Vittorio
Emanuele di Napoli: il che gli dette la possibilità di rendere veramente
intrinseci i legami intellettuali con Croce, ossia con il già illustre studioso
che, in quello stesso anno, concluso il periodo degli studi soltanto eruditi,
giunto al termine della discussione intrapresa con i testi di Marx e dei marxisti,
era tornato alla filosofia e aveva dato all'estetica la sua prima
sistemazione. A ragione, e del resto non è un'osservazione peregrina, è
stato detto che, se senza Croce non s'intende G., altrettanto è vero per
l'inverso. Ma ancor meglio potrebbe dirsi e ripetersi che, se si prescindesse
dalla collaborazione, stretta, intensa e anche conflittuale, che subito si
stabilì fra il libero studioso Benedetto Croce e il giovane ex normalista
siciliano, poco o niente si capirebbe della cultura italiana che nel bene (secondo
alcuni), nel male (secondo altri) per circa mezzo secolo fu dominata dalle loro
personalità e dalle loro opere, spesso intrecciate le une alle altre nel segno
prima della concordia discors e poi dell'aperta polemica. È difficile decidere
chi fra i due, se il più vecchio o il più giovane, giovasse all'altro nella
forma più decisiva. E forse, posta così, la questione è posta male, perché, se
è vero che da G. Croce ricevette impulsi a cogliere nel pensiero che si veniva
formando in lui le difficoltà che ne nascevano e ad affrontarle nel segno
dell'unità, se è vero, d'altra parte, che la collaborazione prestata dal
giovane studioso alla formazione della filosofia dello spirito non avvenne
senza che egli ne traesse grande giovamento per le tante idee con le quali
veniva in contatto e la non comune dottrina storica e letteraria con il cui
carattere venivano al mondo, anche è vero che in questi bilanci del dare e
dell'avere c'è sempre qualcosa di angusto, di gretto, di meschino: e conviene
perciò, dalle parole generali, passare di volta in volta ai fatti
determinati. Sta comunque di fatto che, mentre il carteggio fra i due si
faceva tanto intenso e frequente che non c'era, si può dire, giorno senza che
uno scambio intervenisse a proporre osservazioni, suggerimenti, informazioni e,
magari, contrasti; mentre l'amicizia si approfondiva nella collaborazione, la
diversa indole dei due ingegni ne riusciva non soffocata, ma in qualche modo
persino potenziata. E, come si è detto, c'erano, meno infrequenti di quanto non
si pensi, anche i contrasti, anche le polemiche, garbate, amichevoli, ma
ferme. Se, per esempio, nella questione concernente il materialismo
storico (una filosofia, per il G., e non, come per Croce, un semplice
"canone empirico": una filosofia della storia, fondata per altro
sullo scambio del trascendentale e dell'empirico), il dissenso rimase senza
soluzione, la discussione, che in buona parte si svolse per lettera, su forma e
contenuto nell'estetica condusse i due filosofi a un accordo sempre più stretto;
e anche qui è, non solo alquanto meschino, ma sopra tutto difficile chiedersi,
e quindi rispondere al quesito, se a condurre il gioco fosse piuttosto G., o se
invece fosse Croce che, via via che veniva impadronendosi dell'intero
territorio dell'estetica, suggeriva il tema e controllava lo svolgimento.
Intanto, la realizzazione del progetto di una rivista letteraria, storica e
filosofica, che si chiamò La Critica (il primo numero uscì il 20 gennaio),
dette a Croce, e a G., lo strumento attraverso il quale la loro collaborazione
potesse rendersi visibile e concreta in risultati specifici, attraendo altresì
su di sé, fra consensi e dissensi, l'attenzione del mondo culturale italiano e
non soltanto italiano, perché l'anno precedente era uscita la prima edizione
dell'Estetica crociana e il successo travolgente del libro, andato al di là di
ogni previsione, non poteva non ripercuotere sulla rivista appena agli inizi la
sua positività. La Critica divenne così, velocemente, un severo luogo di
ricerche, di studi, e anche, spesso, di impietosi esami critici; e, con il
diverso accento caratterizzante lo stile del direttore e del suo principale
collaboratore, svolse un'opera della quale sarebbe vano voler disconoscere
l'importanza. L'oggetto della "critica" era costituito dalla cultura
positivistica, che era bensì in declino quando la rivista iniziò la sua
battaglia, ma non tanto, tuttavia, che se quell'urto violento e sistematico non
si fosse prodotto, avrebbe trovato così presto la via della sua risoluzione. Al
contrario, si direbbe: perché, malgrado la non eccelsa qualità dei suoi
pensatori, e certa loro tendenza a dividersi fra un alquanto volgare
materialismo e vacue accensioni mistiche e "spiritualistiche", il
positivismo aveva, nella sua forma di "metodo storico", non soltanto
prodotto alcune opere egregie e importanti, ma era penetrato in profondità
nella cultura e nel costume dei professori e della classe dirigente del paese.
E "positivista" era in sostanza il pensiero democratico e altresì,
malgrado il marxismo, quello socialista; positivisti altresì, con maggiore o
minore intensità, erano stati, e per qualche tratto ancora erano, gli stessi
Croce e G., che in quella tradizione, e non in un'altra, avevano compiuto i
primi passi. Con la conseguenza che quella loro battaglia antipositivistica,
esaltata, enfatizzata e mitizzata da alcuni, deprezzata e magari deplorata da
altri, fu, con le sue luci e le sue ombre, anche una battaglia che giorno dopo
giorno i due filosofi amici condussero contro quel loro "sé stesso" che
di essere emendato nel senso della nuova filosofia avesse avuto necessità. E
molte cose della vecchia "fede" certamente furono lasciate cadere,
che qui non occorre elencare. Ma alcune no; e, per fare qualche esempio, certo
si deve anche alla severa disciplina erudita appresa alla scuola dei maestri
del metodo storico se, come nessun altro ai suoi tempi, Croce esplorò gli
angoli più riposti della "regione" seicentesca, e scrive il saggio su
La novella di Andreuccio da Perugia (Bari), e il G. non disdegnò le minute
ricerche rinascimentali che sottese e affiancò ai grandi quadri d'insieme, e
rievocò le ombre dei suoi maestri toscani per scrivere il bel libro dedicato a
Gino Capponi e la cultura toscana nel secolo decimonono. Il soggiorno a
Napoli fu, nel rapporto con Croce, quale non poteva non essere: importante,
fondamentale perché ebbe per conseguenza di renderlo sempre più stretto, sempre
più profondo e, perciò, più stimolante. Il che, trattandosi del rapporto di due
pensatori che in quello impegnavano la parte più delicata del loro essere,
significa altresì che, per ciò stesso che toccava il profondo, scopriva le
differenze mentre celebrava le affinità e persino le identità, e potenzialmente
conteneva in sé il germe del suo rovesciamento nell'inimicizia. La polemica sul
marxismo contribuì a far meglio conoscere a entrambi le rispettive, e diverse,
fisionomie intellettuali; e i due ne uscirono, sebbene avessero ciascuno
mantenuto il proprio punto di vista, rafforzati nell'amicizia. Ma la polemica
epistolare, e rimasta perciò privata, sulla questione della filosofia e della
storia della filosofia, aveva già, sotterraneamente, impresso qualche
preoccupante vibrazione alla struttura portante dell'edificio; perché a Croce,
sebbene avesse alla fine dato il suo consenso alla tesi del G., era anche
sembrato di cogliervi qualche tratto di vecchio hegelismo, il cui Idealtypus
era rappresentato allora a Napoli da S. Maturi; e questo G. non l'aveva
gradito. L'amicizia per allora rimase salda, e anzi, via via, si approfondì,
perché in realtà non solo la filosofia e la scienza riguardava, ma anche le
cose dell'anima e dell'esistenza, che nella battaglia culturale non potevano,
del resto, non essere coinvolte. E poiché nella Critica il G. sistematicamente
svolgeva il compito che si era assunto di ricostruire le origini della
filosofia contemporanea in Italia e intanto, al margine, scriveva note e
recensioni per lo più molto polemiche nell'atto stesso in cui, su un altro
fronte, conduceva la sua aspra battaglia, in nome della filosofia che non può
non essere immanentismo assoluto, contro quello che perciò sembrava a lui
l'equivoco del modernismo cattolico: delle eventuali dispute che intanto i due
filosofi svolgessero in privato la rivista non risentì e non mostrò il segno.
La collaborazione che essi vi svolgevano e realizzavano fu perciò, per anni e
anni, vista e avvertita come se i due fossero quasi una sola persona che, di
volta in volta, faceva prevalere il rigore filosofico e l'eleganza letteraria,
nutrita anch'essa di rigore. Si aggiunga che allora Croce fu impegnato, fuori
della Critica, nella costruzione della Filosofia come scienza dello spirito; e
che, per parte sua, mentre svolgeva il suo lavoro e si impegnava a seguire i
progressi filosofici del suo amico, sul piano teoretico il G. mostrò in quei
primi anni la tendenza a restare in disparte. Avvertiva, e in una lettera
del 1908 inviata al Maturi lo scrisse anche in modo esplicito, che se avesse
dovuto esprimere intero il pensiero che intanto gli urgeva dentro con Croce
sarebbe giunto allo scontro, e avrebbe dovuto combatterlo. Sapeva, o riteneva
di sapere, che, svolto con rigore, il tratto spaventiano del suo pensiero
avrebbe dato luogo a conseguenze diverse da quelle che Croce stava allora
ricavando dalle sue premesse, e sistemando nei suoi libri; e della migliore
qualità filosofica di quelle era altrettanto convinto come della necessità che
per allora non convenisse mettere in crisi una collaborazione dalla quale
frutti copiosi la cultura italiana poteva ancora attendersi. Del resto, la
cautela del G. e la sua decisione di lavorare per, e non contro, l'alleanza con
Croce non potevano esser tali da impedire che, talvolta anche in pubblico,
sebbene non dichiarate, le differenze emergessero; e fu quel che puntualmente
avvenne quando G. scrisse (e per allora non pubblicò) la prolusione al suo
corso libero di filosofia teoretica nell'Università di Napoli. Da Napoli,
dove nell'insieme trascorse un sereno periodo (aveva sposato Erminia Nudi, una
maestra conosciuta a Campobasso), quasi per intero consacrato all'insegnamento
- aveva ottenuto la libera docenza che esercitava nel corso libero di filosofia
teoretica presso l'Università e dal 1904 aveva assunto anche un incarico di
filosofia e pedagogia presso l'Istituto superiore di magistero Suor Orsola
Benincasa -, alla riflessione filosofica, allo studio, G. passò a Palermo,
perché nel frattempo - dopo che un primo concorso per la filosofia teoretica lo
aveva visto soccombere per l'ostilità dimostratagli da Tocco, e anche a causa
della debole difesa fattane da A. Labriola, gravemente ammalato e quasi
impossibilitato a parlare - aveva vinto la cattedra di storia della filosofia
per quella Università. Così, senza averlo sul serio desiderato, era di nuovo
approdato alla sponda siciliana; e meno che mai lo aveva desiderato Croce, che
non solo vedeva interrotta una consuetudine di vita, di collaborazione e di
lavoro che doveva a ogni costo essere difesa, ma anche temeva che il nuovo
ambiente potesse distrarre in vario modo l'amico e, sotto diversi punti di
vista, allontanarlo da lui. Il timore di Croce non aveva allora nessun
altro fondamento che sé stesso e l'intuizione di cui si alimentava. Era infatti
qualcosa come una congettura, una supposizione. Ma la congettura, la supposizione,
e il timore, non si rivelarono tuttavia per intero infondati; perché, come
forse era inevitabile, nel nuovo ambiente G. non poteva non ottenere la
posizione preminente e da protagonista che non solo il prestigio di cui godeva,
ma anche e sopra tutto la forte personalità della quale era dotato, non
potevano non assicurargli. La sua posizione divenne preminente nell'Università
e, quindi, nella Biblioteca filosofica che, per le iniziative di G. Amato
Pojero che ne aveva la cura principale, divenne un centro vivo di dibattiti,
nel quale l'idealismo attuale definì per la prima volta sé stesso e vide la
luce. Anticipato in modo più che parziale con il breve saggio che G. dedicò a
Le forme assolute dello spirito e, senza presentarlo in altra sede, incluse nel
volume su Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia come sua ideale
premessa (e conclusione), l'idealismo attuale trovò la sua prima espressione
nella memoria, letta presso la Biblioteca filosofica su L'atto del pensare come
atto puro (Palermo), quindi nell'altra su Il metodo dell'immanenza, e ancora
nelle pagine consacrate a La riforma della dialettica hegeliana e a Spaventa
che l'aveva avviata, nonché nel Sommario di pedagogia come scienza filosofica,
il cui primo volume contiene in effetti una sorta di teoria generale dello
spirito sotto specie pedagogica. Un volume, questo, che quando lo lesse
in bozze Croce giudicò con qualche severità, perché gli parve che non solo il
G. si fosse espresso con nettezza contro la possibilità che tra le forme dello
spirito potesse darsi la "distinzione", ma anche che, senza nominarlo
e perciò con tanta maggiore asprezza, avesse polemizzato proprio con lui che
nella distinzione aveva fatto e stava facendo consistere il criterio supremo
dell'intelligenza della realtà. Da queste dichiarazioni di autonomia e di
indipendenza, che, implicitamente (ma in modo per altro trasparente),
contenevano qualcosa come una sfida, Croce non poteva non essere preoccupato; e
tanto più in quanto il senso di indipendenza e di autonomia era confermato da
quel che scrivevano gli allievi siciliani del G.: Fazio-Allmayer e Omodeo,
Saitta e Albeggiani; e anche Ruggiero, che siciliano e residente in Sicilia non
era, ma attualista sì, anzi ultrattualista, come ci teneva a dichiararsi e come
aveva del resto dimostrato con la memoria, pubblicata anch'essa nell'Annuario
della Biblioteca filosofica, su La scienza come esperienza assoluta. La
pubblicazione degli scritti attualisti del G. e le varie manifestazioni che
allora innegabilmente si ebbero del formarsi di una scuola che in quella forma
d'idealismo riconosceva l'unica rigorosa e, perciò, possibile, non potevano non
provocare prima o poi la reazione di Croce. Il quale aveva bensì fatto il
possibile perché G. tornasse a Napoli come professore nell'Università, convinto
che in tal modo la collaborazione sarebbe tornata alle vecchie forme senza le
perturbazioni provocate dalla "scuola" e dagli spiriti non sempre
positivi che, in effetti, vi si formano o tendono a formarvisi. Ma il suo
tentativo non ebbe, com'è noto, successo, perché forti e insormontabili furono
le resistenze che l'ambiente accademico napoletano dimostrò all'accettazione
della sua proposta. E così accadde che, persa quella battaglia nella quale
aveva speso molto del suo prestigio e delle sue energie, quando una grave
sciagura privata gli dette il senso che tutto ormai, nella sua vita dovesse
giungere all'estremo chiarimento, Croce decidesse di rendere pubblico il
"dissidio" filosofico che lo divideva dall'idealismo attuale; e
scrisse, per la Voce di Prezzolini, un articolo in forma di lettera, nel quale
i termini del dissenso erano definiti con amichevole fermezza. La scelta della
Voce significava, nelle intenzioni crociane, che la disputa non riguardava La Critica,
ossia il luogo della loro comune opera culturale; e si svolgeva, per così dire,
al margine di questa. Ma la decisione di mettere in piazza il loro dissenso
ferì in modo particolare G.: anche se, decisa nella sostanza e orientata non a
sanare, bensì a ulteriormente precisare, il dissenso, la replica che anche lui
affidò alla Voce, si presentasse come la risposta amichevole a un'amichevole
richiesta di chiarimenti teoretici. Il dissenso era comunque stato dichiarato;
e non mancò di suscitare molta impressione: tanto più che, replicando a sua
volta, con fermezza, Croce prese atto di un divario che concerneva non la
periferia, ma il centro stesso delle loro filosofie. Il periodo siciliano
fu comunque fecondo di molto lavoro. E oltre ad aver gettato le basi
dell'idealismo attuale, G. svolse infatti e approfondì alcuni essenziali
aspetti della scolastica e del Rinascimento; e scrisse di Bruno, di Telesio, di
Vico, mentre la collaborazione alla Critica continuava con il consueto ritmo e,
dopo la tempesta teoretica, nei rapporti con Croce era tornata la calma. Deve
anzi dirsi che, malgrado varie traversie di natura familiare e qualche
apprensione per la sua salute, fu quello un periodo nella sostanza sereno,
sebbene non possa escludersi che egli lo considerasse provvisorio e in cuor suo
non desiderasse una sede diversa e migliore. Quando infatti a Napoli e a Roma
si liberarono due cattedre, la prima università fu subito scartata, perché vivo
era ancora il ricordo della sconfitta patitavi quattro anni prima, ma la
seconda no; e fu invece presa in seria considerazione. G. riteneva infatti che
l'opposizione di Barzellotti, titolare della cattedra di storia della
filosofia, potesse essere in qualche modo aggirata e vinta. Ma il calcolo
risultò errato: a Roma per allora non fu chiamato; e dopo un tentativo,
esperito senza troppa convinzione, di essere chiamato a Torino, città molto
amata da Croce, che non avrebbe visto male un suo trasferimento colà, ma assai
meno da lui, che la considerava lontana, fredda ed estranea ai suoi gusti e alle
sue abitudini, scelse infine di andare a Pisa, dove sarebbe succeduto a D. Jaja
e, con l'atmosfera della giovinezza, anche avrebbe ritrovato la Scuola normale,
luogo e fonte inesausta di cari e intensi ricordi. A Pisa tornò con un
piglio e una convinzione ben diversi da quelli con i quali vi era approdato,
giovane e sperduto studente siciliano, tanti anni prima. Vi approdò con il
piglio del pensatore che, ormai sicuro di sé e delle sue forze, sente di dover
svolgere una missione non solo filosofica, ma anche, lato sensu, civile e
politica. La forte accentuazione teoretica che nei precedenti anni aveva
conferito alle sue pagine, anche di storia della filosofia, non aveva mai
spento in lui, se mai aveva rafforzata, la convinzione spaventiana che
ricostruire la filosofia italiana nella sua storia significasse in realtà
contribuire, con le armi della cultura, alla prosecuzione del Risorgimento,
riaccenderne negli animi la consapevolezza, battersi contro la corruzione
letteraria che in Italia si era per secoli fatalmente intrecciata con lo
splendore delle arti. Egli faceva insomma vibrare e risuonare un corda che a
Jaja era rimasta sostanzialmente estranea, ma non ad Ancona, ebreo e fervente
patriota risorgimentale, e nemmeno, nei suoi modi particolari, a Crivellucci.
Del resto, la prolusione pisana è; e con gli avvenimenti che lo
caratterizzarono e con quelli che ne sarebbero seguiti, quell'anno fatale
avrebbe ben presto provveduto a trasformare dal di dentro atteggiamenti,
abitudini, costumi, ad accelerare il ritmo delle passioni, talvolta in
superficie, altre volte in profondità, a rendere esplicito e visibile quel che
per l'innanzi fosse rimasto chiuso nel segreto delle coscienze. A Pisa,
per altro, G. non stette a lungo, perché egli passa all'Università di Roma per
ricoprirvi la cattedra di storia della filosofia, dalla quale, sempre nella
stessa Università, sarebbe passato a quella di filosofia teoretica, lasciata
libera da Bernardino Varisco. Ma, a parte le passioni e anche le
incertezze e le angosce politiche che li caratterizzarono, quelli pisani furono
anni importanti: per i risultati filosofici innanzi tutto, che G. vi conseguì.
Fu allora, infatti, che, dopo averne offerto un primo saggio nel Sommario di
pedagogia, e quindi nelle memorie palermitane, egli procedette senz'altro a
tracciare le linee della Teoria generale dello spirito come atto puro, nata
dalla scuola e pubblicata la prima volta quello stesso anno: così come dalla
scuola nacquero in quel medesimo tempo i Fondamenti della filosofia del diritto,
nei quali, espressione suprema dell'unità, e unità esso stesso, l'atto era
indagato nella sua dimensione, oltre che teoretica, pratica, senza che fra
l'una e l'altra potesse operarsi la distinzione per la quale, in Croce, i
distinti erano i distinti. Ma a Pisa il G. avviò anche la composizione del
Sistema di logica come teoria del conoscere, la sua opera in ogni senso più
rilevante: della quale scrisse il primo volume che, nato anch'esso dalla
scuola, vide la luce e dovette attendere per avere il suo compimento nel
secondo volume, dedicato alla logica del concreto. Agli anni di Pisa
appartiene anche, con sicurezza, Il tramonto della cultura siciliana, un libro
del quale si è già avuto modo di accennare come presenti un duplice carattere,
di condanna della cultura siciliana positivistica, materialistica e, deteriori
sensu, illuministica; e di speranza: la speranza che nel segno dell'idealismo
attuale, nato nell'isola per virtù di un siciliano, quella si riscattasse ed
entrasse a pieno titolo nella civiltà moderna. Gli anni pisani furono
quelli del primo conflitto mondiale, di quel dramma, anzi di quella tragedia,
dopo la cui conclusione niente sarebbe più stato come prima. Il G. li visse con
passione, fra esaltazioni e depressioni, come ogni altro italiano del suo ceto,
della sua condizione e della sua cultura; ma anche con il sempre più netto
convincimento che, all'inizio, non era stato scevro di dubbi anche forti, che
quella di entrare in guerra a fianco della Francia e della Gran Bretagna contro
gli Imperi centrali fosse stata una giusta decisione, una sorta di chiamata del
destino risorgimentale della nazione. G. non è nazionalista, e meno che mai era
disposto a vedere nell'evento bellico la manifestazione delle forze sanamente
irrazionali che spezzano l'ordine stabilito dalla logica, sconvolgendo i suoi
concetti. Dalle deteriori manifestazioni di misticismo e vario sensualismo,
così frequenti allora nella "cultura" italiana e non soltanto
italiana, si tenne sempre discosto. Ma quando gli indugi diplomatici furono
rotti e la guerra fu dichiarata, egli scoprì in sé l'interventista che
all'inizio non era stato, e progressivamente venne intensificando e
attualizzando le critiche che nei confronti dell'Italia e dell'assetto politico
e morale che si era dato dopo la conclusione del Risorgimento erano già in lui,
allo stato potenziale e, in qualche caso, più che potenziale. Le essenzializzò
e attualizzò perché, senza con ciò diventare nazionalista e seguitando anzi a
oppugnare ogni idea della nazione che attingesse a concezioni naturalistiche o,
peggio, razzistiche, il suo principio, gli parve tuttavia che la prova
terribile alla quale l'Italia aveva deciso di sottoporsi richiedeva che di lì
in avanti i piccoli pensieri cedessero a pensieri grandi e che quel che s'era
ottenuto sui campi di battaglia non fosse poi amministrato dai politici di
sempre, maestri non di drammi, ma di mediocri commedie. Di qui, anche in
questo campo così pericolosamente esposto ai venti violenti delle passioni,
delle "cupidigie", per dirla con il poeta, e dei "brividi",
la ragione profonda dell'ulteriore distacco che allora, giorno dopo giorno, si
venne compiendo da Croce. Il quale, come si sa, non solo era stato contrario
alla guerra, condividendo le realistiche preoccupazioni di Giolitti e di
quanti, come lui, erano persuasi che, vinta o persa, la guerra avrebbe comunque
rappresentato per l'Italia un troppo grave rischio. Ma anche aveva dichiarato
che avrebbe considerato una grave onta per il popolo italiano se all'improvviso
i suoi governanti avessero stracciati i trattati e si fossero schierati dalla
parte di coloro contro i quali avrebbero, semmai, dovuto combattere. Anche nei
confronti della guerra che, quando fu dichiarata, li vide entrambi consapevoli
che il loro posto non potesse essere se non quello che l'Italia aveva scelto
per sé, l'atteggiamento dei due filosofi fu, nella sostanza, assai diverso. E
Croce considerava la guerra alla stregua di un evento irresistibile della
natura, ne vedeva la trama violentemente economica e utilitaria, così che
sempre il suo monito fu che non si sottomettesse alla sua particolare logica la
logica dei superiori valori della verità e della cultura, del pensiero e
dell'arte. Diverso fu, invece l'atteggiamento del Gentile. Senza che
perciò si inducesse a passare il segno e a farsi, come Croce diceva,
"l'animo di guerra", egli la considerò tuttavia come una grande
occasione rigeneratrice, come un evento assoluto, recante in sé il segno di una
tal quale superiore provvidenzialità. Mentre Croce confidava, o quanto meno
sperava, che nell'Europa di domani il meglio dell'Europa di ieri fosse
conservato e potenziato, e nella religione degli studi, nella civiltà dei
rapporti intellettuali, nell'universalità delle idee, gli odi nazionali si
placassero e depurassero, G. inclinava viceversa, lui che nazionalista non era
mai stato e nemmeno a rigore era diventato, verso i toni dell'esaltazione
nazionale. E fu allora che, per la forza di queste sue convinzioni e passioni,
si preparò la sua futura adesione al fascismo, nel quale, mettendo come fra
parentesi le molte cose che certo non appartenevano al suo costume, egli
credette di scorgere, e in questo convincimento fu poi irremovibile, lo
strumento del riscatto "risorgimentale" dell'Italia. Il sistema
filosofico che fino a quel punto il G. aveva elaborato negli scritti dei quali
qui sopra si è detto era per intero incentrato su questo concetto: che, come la
filosofia antica e quella medievale e moderna (che non riusciva perciò a esser
tale), era rimasta ferma, anche nelle sue dimensioni idealistiche, a un
concetto intellettualistico e soltanto descrittivo del concetto, del soggetto e
della sua attività, con la conseguenza che il concetto non era autoconcetto, e
cioè la sua eterna autogenerazione e autoproduzione, nell'idealismo invece, che
per questa ragione meritava di essere definito "attuale", questo
proprio avveniva. E il concetto era autoconcetto, il soggetto, soggetto, e non
concetto (astratto) del soggetto: non era una sorta di res naturalis che il concetto
appunto si limiti a contemplare, a descrivere nel suo astratto organismo
logico, e non a produrre nell'atto del suo atto. Di qui la tesi, caratteristica
di questo idealismo, che nella sua concretezza e attualità, l'atto non può
trascendere il suo atto, questa trascendenza dell'atto non potendo essere se
non, essa stessa, atto; e l'altra tesi secondo cui la teoria che dell'atto
intendesse darsi è perciò una teoria vera (secondo G.) ma astratta: una teoria
astratta del concreto (vero anch'esso, naturalmente: e a fortiori). E di qui
l'interna, forte tensione di questa filosofia; che, per un verso (e sopra tutto
nelle sue prime formulazioni) era orientata a svalutare e criticare ogni teoria
che, in quanto soltanto contemplativa e descrittiva, fosse perciò incapace di
cogliere l'atto se non come un "fatto", e dunque come il suo opposto,
falsità ed errore, se l'atto era viceversa verità e concretezza. Ma per un
verso (e questo accade sopra tutto nel secondo volume del Sistema di logica,
non senza che per tale via il G. provasse a rispondere al rilievo di
ineffabilità e misticismo rivoltogli da Croce) la questione dell'astratto e del
fatto assumeva un altro volto, e l'atto era bensì celebrato nella sua non
obiettivabile attualità, ma il fatto e l'astratto gli si rivelavano a loro
volta indispensabili, erano (per dirla in modo tecnico) il suo opposto, ma
anche il suo diverso, un grado attraverso il quale, sia pure dissolvendolo, il
concreto era, nel e per il suo costituirsi, costretto a idealmente passare. Il
punto critico di questa filosofia sta qui: nel suo essere, non, come tante
volte si è detto, misticismo e indistinzione, ma nel porsi come una sintesi,
attuale e intrascendibile, di opposti, senza poter rinunziare - donde
l'ambiguità - a trattare gli opposti come gradi, e cioè come diversi o
distinti: nell'essere insomma una teoria dell'unità che in eterno supera la
distinzione, e della distinzione che, proprio perché è in eterno superata, non
può veramente uscire dal quadro e si rivela come la condizione insostituibile della
sua possibilità. Verità del concreto, dunque: ma anche dell'astratto; che
nelle opere del secondo attualismo, e cioè nel Sistema di logica e oltre, si
rivela non, quale all'inizio era, come natura, immobilità, impenetrabile
assenza di coscienza, ma come circolo e mediazione, punto semovente che parte
da sé e per fare ritorno a sé: come circolo, e perché no, dunque, come esso
stesso logo concreto? Come logo concreto; e perché no, dunque, come logo
astratto, se questo è mediazione e coscienza, e niente più di questo il logo
concreto può essere? A Pisa, negli anni della Grande Guerra, il G. rivelò
a sé stesso la passione politica che gli stava dentro come assopita; e assunse
perciò una dimensione che non era più soltanto quella del professore che parla
dalla cattedra e magari fa conferenze, ma era bensì quella
dell'"intellettuale" militante, che si rivela al grande pubblico
attraverso i giornali quotidiani. Ai quali in effetti, assumendo una
consuetudine che avrebbe, con diversa intensità (nel tempo), mantenuta fino
alla fine della sua vita, G. allora prese a collaborare: tanto che quando, a
guerra finita, raccolse in un volume che intitolò Guerra e fede (Napoli) quanto
aveva scritto durante il suo corso, il libro risultò tutt'altro che smilzo, e
comunque più consistente di quello che lo seguì, e nel quale, con il titolo
Dopo la vittoria (Roma 1920), sistemò gli articoli composti nei due anni
iniziali dell'agitato, inquieto, drammatico dopoguerra. Un periodo,
quest'ultimo, nel quale sempre più decisamente G. cercò la sua parte e venne
via via inasprendo la sua posizione, perché l'idea natagli nei passati anni,
durante le sue meditazioni sulla storia d'Italia e sulla fatale dicotomia che
nell'età del Rinascimento si era prodotta fra lo splendore artistico e la
decadenza politica e morale, quest'idea doveva ora essere messa alla prova
della realtà, doveva diventare uno strumento forte e tagliente di lotta e di
azione politica. Il che implicava che, pur seguitando a dichiararsi liberale,
sempre più egli sentiva di doversi opporre al liberalismo quale si era riflesso
nel costume politico italiano, nella degenerazione dei metodi parlamentari,
nell'arte del compromesso e del perenne rinvio delle decisioni: un'arte nella
quale maestro insuperabile gli sembrava fosse Giolitti, che per lui fu allora
non il ministro, come Salvemini l'aveva in precedenza definito, della malavita,
ma l'artista di ogni cosa che fosse mediocre, si contentasse della mediocrità e
rinunziasse a volare alto nei cieli della grande politica. Furono,
questi, mesi drammatici, che egli visse in uno stato d'animo teso e agitato, e
nel segno di un'attività senza soste, che dette a tratti l'impressione di
essersi risolta in frenetico attivismo. Che certo non si placò quando Croce è
chiamato da Giolitti a ricoprire nel governo la carica di ministro
dell'Istruzione pubblica e dette la sua opera alla riforma della scuola media e
introdusse sia l'esame di Stato, sia l'insegnamento della religione. Alle cose
della scuola G. aveva, per parte sua, cominciato a interessarsi da molto tempo:
ossia fin da quando, giovane professore nel liceo di Campobasso, s'era reso
conto di quante manchevolezze l'affliggessero. E poi aveva pubblicato il
Sommario di pedagogia, così che a giusto titolo era, in quel campo, considerato
un'autorità; che, divenuto ministro, Croce non tardò a riconoscere, chiamandolo
a presiedere "la commissione per lo studio dell'autonomia universitaria e
dell'esame di Stato", nonché "a far parte di quella per la riforma
dei programmi presieduta da Vitelli", nominandolo commissario
dell'Istituto femminile superiore di magistero di Roma e confermandolo nel
Consiglio superiore dell'istruzione pubblica (Turi). A Croce, del resto,
G. non fece mancare il suo appoggio, pieno e incondizionato. Almeno nei
risultati da raggiungere, e nelle conseguenze che occorreva trarre da alcune
generali premesse, i due filosofi amici concordavano senza riserve. E nel
sostenere, per esempio, la tesi che la religione dovesse costituire materia
d'insegnamento, il suo pensiero non differiva da quello di Croce se non per il
modo e per la diversa posizione che alla religione egli riserva nel sistema
dello spirito. La sua idea era insomma che, come per pervenire alla pienezza
del suo sé nella filosofia, lo spirito passa attraverso le fasi ideali, e
contrapposte, dell'arte (soggetto) e della religione (oggetto), così anche
nella scuola questo ritmo dovesse trovare una sorta di trascrizione temporale o
fenomenologica, quasi che, per giungere alla filosofia, anche lì si dovesse
percorrere la regione del mito di cui le religioni s'interessano. Ma la
religione della quale il progetto ministeriale prevedeva l'insegnamento era
quella cristiana e cattolica, la più perfetta, per G., di tutte le religioni
quando, appunto, proprio nella forma assunta dal cattolicesimo la si fosse
considerata. Era, questa, della perfezione cattolica, un'idea che G. aveva
sostenuto quando, nei primi anni del secolo vigorosamente aveva polemizzato con
i modernisti cattolici. E, per questo riguardo (oltre che per quello
concernente la struttura dello spirito), il suo accordo con Croce era piuttosto
sulle conclusioni che non sul metodo. Che è poi quello stesso che si dà a
vedere nell'idea che presiedette all'introduzione dell'esame di Stato, perché
se, nel propugnarlo, G. vi implica il concetto secondo cui in esso lo Stato
realizzava una delle dimensioni della sua eticità, Croce non vi vedeva se non
uno strumento di controllo e a questa luce ne interpretava la necessità.
La cosa più singolare fu allora che, nell'atto in cui più stretto si rivelava
il legame dei due filosofi impegnati in una importante impresa pratica, il loro
dissenso filosofico tornò invece a farsi acuto e a complicarsi con quello
politico generale, perché nei confronti del fascismo la reazione di Croce fu
bensì, agli inizi, cauta e anche esitante, ma certo in quel movimento egli non
vide nemmeno una piccola parte delle idealità che G. riteneva gli fossero
intrinseche e immanenti. Del resto, dopo due anni che era salito sulla
cattedra romana, G. fondò, assumendone la direzione, il Giornale critico della
filosofia italiana: una rivista di sola filosofia che anche per questo suo
carattere non si contrapponeva in ogni senso alla Critica, ma in un certo senso
sì, anche perché nella nuova rivista gli scolari che subito si erano stretti
intorno al nuovo professore, e in lui vedevano il sole della filosofia
mondiale, riconobbero l'organo della scuola. E questo, come si sa, era il punto
che Croce meno apprezzava ed era disposto a perdonare. Il momento decisivo
della vita del G. venne quando, caduto il governo del Giolitti nel quale Croce
aveva ricoperto l'incarico di ministro, e succedutogli uno presieduto da Bonomi
con Corbino all'Istruzione pubblica, egli ebbe modo di riflettere sulle mille
difficoltà che dal mondo politico e parlamentare sempre sarebbero state opposte
a ogni tentativo che si fosse fatto d'introdurre nella scuola una seria
riforma. La disistima che, in linea generale, già da molto tempo G. nutriva nei
confronti della classe dirigente italiana trovava così, nella recente
esperienza fatta quando Croce era al governo con Giolitti, nuovo alimento. E
può ben darsi che anche da questo egli fosse indotto a guardare con sempre più
grande favore al movimento fascista e a considerare con politica indulgenza la
violenza e le illegalità di cui nutriva la sua azione. I documenti
necessari a rendere certezza questa, che è solo una congettura, mancano, che si
sappia. Ma non è improbabile che, appunto, riflettendo sulle recenti
esperienze, G. allora si persuadesse che, nella questione della scuola come, in
generale, in quella concernente il governo del paese, il regime parlamentare
dovesse cedere il campo a un sistema politico diverso, fondato sulla rapidità
delle decisioni e sulla forza necessaria a tradurle nella realtà. E altresì
deve aggiungersi che, nel pensare così e nell'orientare in questa direzione le
sue scelte politiche, come molti altri egli fu forse tratto in inganno dalla
scarsa esperienza che, nel complesso, aveva non solo della politica, ma anche
della storia; che, se gli fosse stata meglio nota, gli avrebbe con ogni
probabilità in segnato che la politica è un'arte difficile, complessa e
insidiosa, non in quanto si svolga in un Parlamento e da questo attenda il
consenso, ma perché è politica, e ha a che fare con le passioni e gli
interessi, nonché con il loro governo. Come che sia, l'occasione di
mettere alla prova i convincimenti che via via gli si erano formati dentro
venne quando, avendo ricevuto dal sovrano l'incarico di formare il suo governo,
che succedeva così a quello per breve tempo presieduto da L. Facta, MUSSOLINI scelse
infine come ministro della Pubblica Istruzione proprio Gentile. È stato detto
da taluni che, entrando in quel governo come indipendente e soltanto per le sue
competenze non politiche ma tecniche, il G. accettava da Mussolini quel che
avrebbe benissimo potuto accettare da Giolitti e da chiunque gli avesse offerto
un'analoga occasione. Ma, sebbene egli non avesse ancora dichiarato il suo
consenso esplicito al fascismo, e fascista ancora non potesse perciò essere
detto, è pur vero che quel che pensava di Giolitti e della tradizionale classe
politica italiana non gli avrebbe forse consentito di collaborare nel governo
con uomini per i quali nutriva disprezzo, e non stima. Nel governo in cui
entrava G. poteva infatti contare sugli ampi poteri che, nel dargli fiducia, il
Parlamento aveva concesso a Mussolini, che governò infatti soprattutto con i
decreti legge e con facilità poteva aggirare le opposizioni; e di questo, che
considerava un vantaggio, egli si giovò con larghezza e altrettanta fermezza,
perché, appunto, al governo era andato con l'idea di realizzare comunque la
riforma; e a realizzarla era deciso. Non è possibile, in poco spazio,
raccontare le vicende complesse e intricate alle quali il progetto gentiliano
della riforma dette luogo. E basteranno due rilievi: uno rivolto a ricordare la
struttura a cui la riforma tendeva e alla quale infine mise capo, l'altro
diretto a rievocare le fiere critiche che essa suscitò, non solo nel mondo
politico, ma anche in quello della scuola. La struttura della scuola riformata
prevedeva una scuola elementare obbligatoria per tutti, nella quale il senso
della tradizione nazionale, della religione e della letteratura tenessero il
centro e costituissero il criterio per la formazione del giovane, al quale
certo non sarebbero mancate le nozioni elementari dell'aritmetica e della
scienza. Accanto al ginnasio-liceo, destinato a formare le future élites
dirigenti e, comunque, gli strati più alti della popolazione, la scuola
riformata prevedeva quattro indirizzi fondamentali a cui, come ha scritto S.
Romano, corrispondevano quattro distinti ruoli sociali; e altresì prevedeva che
l'educazione impartita nelle elementari sarebbe stata completata, per i figli
del popolo, con tre anni di complementare, mentre una scuola industriale e
tecnico-commerciale, integrata da un istituto tecnico per chi avesse inteso proseguire
nello studio, avrebbe corrisposto alle esigenze formative di queste
professioni, insieme con una scuola magistrale, proseguibile in un magistero
universitario, per certe parti analogo alla facoltà di lettere e
filosofia. Le critiche che a questo modello di scuola, qui sommariamente
descritto, furono rivolte posero subito in rilievo il carattere conservatore,
statico e anche classista di una struttura a cui faceva in effetti riscontro
l'idea di una società immodificabile nei suoi equilibri politici ed economici.
E forti furono subito, da parte di non pochi, le riserve avanzate circa il
ruolo riservato al ginnasio-liceo, nel quale lo studio delle due lingue
classiche, il latino e il greco, prevaleva su quello delle lingue moderne e,
nel complesso, la parte riservata alle lettere appariva rispetto a quella fatta
alle scienze naturali, predominante. Si aggiungano le critiche rivolte
all'abbinamento, nel liceo, della filosofia e della storia, e anche della
matematica e della fisica; e sopra tutto al primo, che sconvolgeva antiche
abitudini sia degli storici, sia dei filosofi, alquanto astrattamente dedotto
da una teoria e che in concreto non aveva, e non ebbe, il potere di rendere
filosofi gli storici, e storici i filosofi. E infine non si dimentichi che la riforma
non piacque a molti cattolici, scontenti del potere che lo Stato veniva a
esercitare sulle scuole private, e a non pochi laici, scontenti essi pure che
la religione cattolica fosse diventata materia obbligatoria per tutti i
cittadini dello Stato italiano. Accanto alle molte critiche, occorre
tuttavia anche ricordare e sottolineare che la riforma gentiliana nasceva da
una visione coerentemente unitaria, e certo non era la veste di Arlecchino che
altrimenti (e come poi è accaduto) avrebbe rischiato di essere: tante idee di
diversa provenienza mal combinate e peggio tenute insieme dallo spirito
deteriore del compromesso politico. Per quanto concerne il rilievo (certo non
infondato) di elitismo e persino di classismo, conviene dimenticare il nodo
che, per parafrasare ALIGHIERI, tiene al di qua di ogni ragionevole traguardo
chi, ripugnando all'idea di fare delle classi economiche più forti le vere
destinatarie dell'alta cultura, intesa perciò come strumento di conservazione e
di trasmissione del potere, con alquanta semplicità di spirito ritenga che la
difficile questione si risolva col "democratizzare" la cultura, ossia
con l'estenderne l'ambito e abbassarne il livello. L'esigenza che G. (e questo
non può essere negato) cercava di realizzare, e che per alcuni versi si
traduceva in istituti didattici inadeguati, era diretta a far entrare nelle
menti che "cultura" significa, in primo luogo, la grande difficoltà
che s'incontra nel tentativo che si faccia di conseguirla: un tentativo che va
a buon segno soltanto se ci si impegna nell'acquisizione degli strumenti
tecnici, storici, linguistici, filosofici, scientifici, senza i quali il mondo
del sapere non dischiude i suoi tesori. Ma qui, su questo difficile problema,
che tende a tornare insoluto dinanzi a chi pur lavori nel tentativo di
risolverlo, occorre non insistere. All'apparenza con una decisione
improvvisa, che non fu comunicata se non a Mussolini, che doveva essere
informato, e della quale nemmeno Croce fu messo al corrente, G. si iscrive al PARTITO
NAZIONALE FASCISTA. E sulle ragioni che lo indussero, mentre era ministro, a
compiere questo passo, che certo non era privo di gravi conseguenze, si è molto
discusso; e da alcuni si è avanzata l'ipotesi che a prendere questa decisione,
che rese contenti i suoi allievi romani, ma non altri che ne rimasero invece
alquanto sgomenti, egli fosse indotto da due diverse, ma convergenti,
persuasioni. La prima, che quello fosse l'esito necessario non
tanto dell'idealismo attuale, che con il fascismo in quanto tale poco aveva in
comune, quanto piuttosto della riflessione da lui condotta nei passati anni
sulla storia d'Italia e sulla possibilità che ora il fascismo aveva nelle mani
di reintegrarne in unità le secolari scissioni e lacerazioni, la politica
imbelle e la letteratura vuota, compiendo il Risorgimento. L'altra,
immediatamente pratica e politica, che la riforma sarebbe stata meglio difesa,
e altrimenti non potesse esserlo, se il liberale che egli era, ed era
considerato, avesse mostrato di condividere senza riserve la convinzione
mussoliniana e fascista e avesse così posto termine, o almeno un freno, alle
critiche che gli si muovevano e alle diffidenze da cui era circondato. In
ogni caso, il passo che doveva decidere il destino di G. era compiuto. Ed è
quanto meno dubbio che, se lo compì anche per salvare la riforma dalle forze
che l'avversavano e minacciavano di impedirne l'attuazione, quel passo servisse
veramente allo scopo. I mesi che precedettero l'assassinio di Matteotti, e che
videro quattro giorni dopo le sue dimissioni dal governo, furono
drammaticamente segnati da gravi difficoltà, a superare le quali non bastarono
né il tattico appoggio datogli dal capo del governo, né gli inviti alla
resistenza provenienti dai suoi scolari e amici romani, né il sostegno deciso
di Croce che, malgrado il sempre più netto incrinarsi dei loro rapporti e la
frattura che entrambi sapevano, in cuor loro, inevitabile, non glielo fece
mancare e, nella sua impresa di ministro, lo sostenne. Le dimissioni dal
governo non furono un atto di autonomia, di distacco dal fascismo che si era
macchiato di un gravissimo delitto, di opposizione alla sua politica. Furono,
infatti, da lui motivate con pure ragioni di opportunità politica e
nell'interesse sia del governo, sia di colui che lo presiedeva: ossia con
l'argomento secondo cui le opposizioni delle quali la sua riforma era da tempo
l'oggetto potessero diventare un pretesto per colpire Mussolini o avessero
comunque, pretesto o no, a indebolire la posizione politica di lui che,
all'improvviso, era venuto a trovarsi in una situazione obiettivamente molto
difficile. Accusato apertamente dalle opposizioni di essere il
responsabile e il materiale mandante del delitto, MUSSOLINI è allora non solo
in pericolo, ma sembrava altresì aver perduto la sicurezza e la
spregiudicatezza che, in momenti non altrettanto gravi, erano sembrate la dote
precipua del suo essere un politico nuovo, estraneo alle astuzie deteriori e
alle infinite mediazioni della prassi parlamentare. E, proprio perché
sull'indecisione dimostrata da Mussolini egli ebbe allora, in lettere private,
a formulare critiche precise - nonché il timore che quello smarrisse la via e
naufragasse -, proprio per questo il proposito di rendergli il più possibile
sgombro di ostacoli il cammino dovette sembrargli l'unico che un seguace fedele
dovesse preoccuparsi di tradurre in comportamenti conseguenti. Al
fascismo, dunque, con quel gesto il G. non tolse il suo consenso, ma piuttosto
lo rinnovò in un momento in cui non mancarono, fra i suoi allievi, quelli che,
delusi dall'indecisione mussoliniana, lo esortavano a prender lui la guida
effettiva, e cioè politica, del fascismo in crisi. Furono quelle settimane
drammatiche, perché, oltre gli elementi obiettivi che rendevano tale la crisi,
a coloro che, nel campo fascista, lo spingevano verso posizioni estreme si
contrapponevano gli amici che, o antifascisti o in via di diventar tali, gli
davano il consiglio opposto: non di rimanere nel partito di MUSSOLINI, ma,
decisamente, di uscirne, mettendo in salvo una volta per tutte il suo
"nome onorato". Drammatiche sono, in questo senso, le lettere che
allora gli scriveno Radice, collaboratore fedele e amico fraterno, e Omodeo,
uno degli allievi prediletti della scuola palermitana. Furono giorni,
settimane, mesi molto difficili anche perché il dissidio con Croce, che, come
si è detto, mai si era sul serio ricomposto e, come il fuoco la cenere, sempre
aveva seguitato a sottendere i loro rapporti, giunse allora, finalmente, alla
sua definitiva espressione. E quali, a determinare la rottura che in sostanza
si consumò, possano essere stati gli episodi e le circostanze specifiche, sta
di fatto che era la logica delle cose a rendere grave ogni episodio, ogni
circostanza che, se tale logica non fosse appunto stata così forte e imperiosa,
avrebbero, con ogni probabilità, potuto avere un esito diverso. Sulle
ragioni profonde che la determinarono e misero fine a un sodalizio durato quasi
trent'anni, molte cose si dissero allora, molte sono state dette poi, quando
parve che il distacco cronologico consentisse la serenità necessaria alla
formulazione del giudizio. E questa non è la sede dove la questione possa
essere analizzata in ciascuno dei suoi aspetti, filosofici, politici,
psicologici; e si può ben dire che, per quanto attiene al suo concreto e
determinato delinearsi e decidersi, essa risulti definita dalle due lettere che
G. e Croce si scambiarono: essendo tuttavia quest'ultimo che, di fronte alla
dolorosa meraviglia espressa dall'altro nell'apprendere che certi suoi comportamenti
avevano seriamente messo in pericolo la prosecuzione, non solo del loro
sodalizio scientifico, ma, addirittura, della loro amicizia, obiettò che al
dissidio mentale nel quale da tempo si trovavano se n'era aggiunto un altro, di
natura pratica e politica; e che le cose dovevano perciò fare il loro corso
necessario, fino alle estreme conseguenze. Le dimissioni che il G.
presentò e che Mussolini accettò, nominando al suo posto il liberale, e grande
amico di Croce, A. Casati, segnarono nella sua vita una svolta importante.
Nella sua vita, s'intende dire, pubblica e politica; e non nei suoi sentimenti
e convincimenti politici che, a quanto risulta, fino all'ultimo dei suoi giorni
rimasero quelli che lo inducenno a chiedere la tessera del PARTITO FASCISTA. Non
nei sentimenti e nei convincimenti, dunque. Ma nella vita pubblica e politica,
sì. Al governo infatti G. non torna più. E alla politica del paese partecipa
bensì, nei primi tempi, come presidente della commissione dei quindici
(divenuta poi dei diciotto), il cui compito fu di svolgere una revisione
costituzionale in senso autoritario dello Stato. Partecipò bensì come
vicepresidente del consiglio superiore della pubblica istruzione: una carica
importante, questa, che gli consentiva di vegliare sull'integrità della
riforma, proteggendola da quanti avevano interesse a intervenirvi per alterarla
e stravolgerla. Ma, intesa in senso stretto, dalla politica, in sostanza, egli
allora uscì. E la sua partecipazione alla vita del regime fascista si realizzò
nelle istituzioni culturali (per esempio, l'Istituto nazionale fascista di
cultura, poi di cultura fascista) delle quali ebbe la cura e che presiedette; e
se nei giornali e nelle riviste politiche alle quali normalmente collaborava
non perse occasione per dire il suo parere su ciò che più da vicino lo toccava,
l'argomento prescelto fu quasi sempre culturale, anche se mai egli mancò di
collocarlo nel quadro costituito della sua fede fascista e della sua fedeltà al
regime mussoliniano. Almeno su due episodi occorre tuttavia, non essendo
possibile in questa sede un più largo discorso, soffermarsi. E di questi uno
era bensì di natura anche filosofica e culturale, perché implicava in modo
preminente l'idea che da anni ormai egli aveva elaborato della filosofia e dello
Stato che, identico alla filosofia, rappresenta il vertice stesso
dell'autocoscienza; ma anche era di natura politica, e persino diplomatica,
coinvolgendo direttamente l'azione del governo e del suo capo. Si allude al
concordato con la S. Sede. E G. lo avversò in un pubblico discorso, che non
ebbe conseguenze pratiche perché sulla via concordataria MUSSOLINI è deciso ad
andare fino in fondo, e l'opposizione del filosofo formalmente rientrò: sebbene
quell'episodio dovesse seguitare ad agire dentro di lui che, forse anche per
questo, quasi volesse rinverdire dentro di sé quel gesto di autonomia non
andato a segno, per tutta la vita polemizzò con i filosofi cattolici e, in modo
particolare, con gli ambienti dell'Università cattolica del S. Cuore di Milano,
in primis con Gemelli, che egli trattò con la mano rude che riservava a certe
sue battaglie culturali e filosofiche. L'altro episodio è costituito
dalla battaglia che egli sostenne perché ai professori universitari fosse
imposto il giuramento di fedeltà al regime fascista. E a parte le modalità con
le quali e attraverso le quali si svolse; a parte il nesso con le vicende della
replica che, per iniziativa di Amendola, e a nome di tanti e tanti
intellettuali, Croce dette al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da
G.; a parte le tragiche ferite che questa imposizione apriva nella coscienza di
tanti che innanzi a sé videro o la prospettiva della miseria o quella
dell'abdicazione ai dettami dell'etica, c'è qualcosa che a questo riguardo
merita di essere notato. E questo è il singolare concetto della
"concordia" a cui, com'era accaduto persino nei giorni cupi della
crisi aperta dell'assassinio Matteotti (e come ancora sarebbe accaduto
vent'anni dopo nei mesi della Repubblica sociale), anche in quel caso G. si
appella per sostenere che, se l'opposizione resa evidente e, anzi,
drammatizzata dal conflitto dei due manifesti, il suo e quello di Croce, fosse
stata superata da un formale atto di fedeltà al regime, l'unità sarebbe stata
ristabilita e nessuna discriminazione avrebbe più avuto alcuna ragione d'essere
nei confronti di dissenzienti che non erano, ormai, più tali. E la cosa
singolare è che, nell'argomentare così, non solo egli mostrava di credere che,
se il giuramento fosse stato dato, le ragioni del dissidio politico che ai suoi
occhi lo aveva reso necessario sarebbero venute meno; ma addirittura riteneva
che potesse essere e definirsi unità autentica quella che fosse stata
conseguita per la via della coercizione e non per quella, da lui tante volte definita
come l'unica possibile, della libertà, mediante la quale lo spirito costituisce
sé stesso. Quella dell'enciclopedia è l'impresa alla quale G. dedica la
parte più viva della sua energia di grande organizzatore culturale. La parte
più viva, e anche la più grande, la più impegnata e costante, quella con la
quale il suo "tutto" quasi per intero giunse a coincidere. Quasi per
intero; perché, accanto all'opera dell'Enciclopedia, occorre non dimenticare
l'altro grande suo impegno, che fu costituito dalla Scuola normale superiore di
Pisa, della quale ècommissario, quindi direttore, e che nella sua stessa
persona difese dall'attacco mosso da Vecchi di Val Cismon che, divenuto
ministro dell'Educazione nazionale, gli mostra intera la sua ostilità,
giungendo anche a destituirlo. Il provvedimento del ministro è presto ritirato
perché, sollecitato da G., nella controversia intervenne direttamente il capo
del governo, che rimise al suo posto il filosofo; che poté così continuare la
sua opera di potenziamento e di ammodernamento della Scuola, e rendere assai
più agevole il soggiorno, e migliori le condizioni di studio, agli studenti
interni. Dai quali dovette sopportare non poche manifestazioni di antifascismo,
perché, fra La Sapienza e la Normale, per opera di alcuni giovani professori, e
in primo luogo di Calogero, Pisa era diventata un centro assai vivo di
opposizione al regime fascista. Il consenso del quale questo aveva goduto
fin verso la metà degli anni Trenta era andato impallidendo quando, con la
guerra di Spagna e poi, con le leggi razziali, si ha netta l'impressione che
l'allineamento alla Germania nazionalsocialista avrebbe avuto per conseguenza
la tragedia di una seconda guerra europea e mondiale. E, ancora una volta, il
G. si trovò a dover affrontare un conflitto, difficile e penoso, con i giovani
che, direttamente o no, erano anche suoi allievi e non poco, comunque, avevano
ricevuto da lui. Le testimonianze, scritte e anche orali, che rimangono di
quegli anni pisani dicono di un suo atteggiamento incerto fra paternalismo e
autoritarismo, fra benevole indulgenze e improvvise durezze. Un atteggiamento,
questo, tipico di un uomo generoso e, nello stesso tempo, incapace di
comprendere le ragioni del dissenso; e che, su un piano di ben altra
drammaticità, si ripeté quando, avendo accolto e cercato di
"sistemare" alcuni intellettuali tedeschi che avevano dovuto lasciare
la loro terra perché ebrei (Kristeller, Löwith, Rubinstein, per citarne solo
tre), la medesima questione gli si presentò, per gli ebrei italiani, in seguito
alla promulgazione delle già ricordate leggi razziali. Anche in questo caso,
infatti, quanto fu benevolo e comprensivo nei confronti dei perseguitati,
altrettanto il suo atteggiamento fu debole nei confronti di chi di quella
persecuzione si era reso responsabile. E se niente egli disse in quegli anni in
difesa di provvedimenti che non potevano non ripugnargli profondamente, in
pubblico non se ne dissociò. Ma si diceva dell'Enciclopedia,
nell'organizzare la quale, nel dirigerla, nell'avviarla alla sua realizzazione,
G. seppe altresì formare, nella sede romana di piazza Paganica, un luogo di
lavoro affatto particolare, segnato in profondità dalla sua energia, ma anche
dal suo vivo senso della libertà della scienza, che in sostanza, tenendosi in
difficile equilibrio fra il censore ecclesiastico e quello politico, egli seppe
per lo più garantire agli studiosi che vi collaboravano e che, se non certo in
maggioranza, in buon numero erano antifascisti o non fascisti. Si pensi,
per fare qualche nome, a Sanctis, che all'Enciclopedia seguitò a collaborare
anche dopo che, per non aver voluto prestare il giuramento di fedeltà al
regime, aveva dovuto rinunziare alla cattedra romana. Si pensi a Calogero, a
Giusti, a Malfa, a Antoni, e ad altri che, se, come si è detto, non erano
propriamente ostili al fascismo, nemmeno gli erano amici incondizionati; e qui
si possono, per esempio, fare i nomi di Chabod, di Sestan, di Maturi. A
proposito dell'Enciclopedia sono state poste, tra le altre, due questioni: se il
G. la concepisse come un grande monumento, fascista, da innalzare al fascismo,
o se da questa idea si tenesse tanto lontano quanto per contro era convinto che
quello dovesse essere un monumento italiano, frutto e documento dell'unica,
ossia della più alta, cultura italiana; e, inoltre, se l'enciclopedia, quale il
G. la concepì e disegnò, abbia patito la conseguenza della chiusura e
dell'angustia della cultura idealistica e fosse perciò poco disposta a
concedere alle scienze naturali, fisiche e matematiche, lo spazio che queste
avrebbero richiesto e, beninteso, meritato. Alla prima deve rispondersi che,
certo, nata in quegli anni e resa possibile dal fascismo, l'Enciclopedia
appartiene al numero delle opere che allora si produssero. Ma fascista non è
nella concezione, perché esplicitamente il G. sostenne il suo carattere in
primo luogo scientifico, culturale e non politico. E fascista non è nel
contenuto, perché, oltre a essere scritta da molti che fascisti non erano, e
anzi al regime erano avversi, anche gli studiosi che aderivano al regime vi
scrissero per lo più da studiosi e non da fascisti. Sì che, al riguardo,
occorre distinguere e mantenere le distinzioni: aggiungendo (e con questo si
passa all'altra questione) che, come non fu fascista nella concezione, così
nemmeno fu "idealistica" nel senso vulgato, per il quale si dice
"idealismo" e s'intende qualcosa come un oltraggio recato alla
scienza. In realtà, come accanto a studiosi idealisti tanti altri vi scrissero
che idealisti non erano affatto, così non sarebbe giusto dire che in generale
le scienze vi fossero depresse, e che le relative voci non fossero affidate a
studiosi di provato e, spesso, di grande valore. Il lavoro svolto nelle
Università di Roma e di Pisa, l'Enciclopedia, e quindi l'Università Bocconi di
Milano, l'Istituto per il Medio e l'Estremo Oriente, il Centro nazionale di
studi manzoniani (di cui G. è stato nominato commissario, e che è affidato alle
cure sapienti di Barbi e del suo collaboratore Ghisalberti) non resero però
meno intensa la sua attività di studioso. Certo, venne meno in G. la
possibilità e, con questa, anche l'interesse, di coltivare la ricerca storica
nelle forme che questa aveva assunto, presso di lui, negli anni precedenti. Ma,
rielaborazione di un corso tenuto nell'Università di Roma, dove (come già si è
ricordato) era succeduto al Varisco sulla cattedra di filosofia teoretica, il
G. pubblicava La filosofia dell'arte, documento di aspra polemica anticrociana,
ma anche, nello stesso tempo, rielaborazione dell'idealismo attuale dal punto
di vista del sentimento, interpretato ora come una sorta di grande Grundakkord,
presentante tratti di essenzialità e precategorialità della stessa vita
spirituale. E quindi pubblicava l'Introduzione alla filosofia, raccolta di
scritti concernenti l'esame dei concetti fondamentali della filosofia, studiati
e prospettati dal punto di vista conseguito dall'idealismo attuale. E senza la
pretesa di ricordare tutti i tanti scritti, spesso di varia occasione, che egli
allora compose e con i quali fu presente nel dibattito e nella vita culturale del
paese, converrà tuttavia far menzione degli scritti dedicati ai poeti, e cioè,
in pratica, a Dante (La profezia di Dante, Roma; Il Purgatorio, Firenze), a
Manzoni e infine a Leopardi, il più amato, e quello altresì al quale dette
forse il contributo, in questo campo della critica letteraria, più notevole
(Manzoni e Leopardi, Milano; Commemorazione di Leopardi, Roma; Poesia e
filosofia di Leopardi, Firenze). Se la si osserva dall'alto, e la si
scruta nel non breve periodo seguito alle battaglie per la riforma della
scuola, contro il concordato, per l'istituzione del giuramento da imporre ai
professori delle università, la vita di G. sembra, come si è detto, svolgersi
prevalentemente all'interno delle istituzioni culturali delle quali ebbe la
cura. E qui, fra le luci e le ombre di queste molteplici attività, che lo
condussero anche all'acquisto della Sansoni, si ha quasi l'impressione che il
personaggio sfugga a una definizione; che, malgrado la sua spesso ingombrante
presenza, ci fosse in lui qualcosa di segreto, di irriducibile, con il quale
egli era forse il primo a non voler prendere, fino in fondo, contatto.
L'uomo era orgoglioso, sicuro di sé: tollerante, come si è detto, ma anche
deciso e prepotente. E non avrebbe mai consentito che qualcuno spingesse, o
provasse a spingere, lo sguardo per andare al di là di quella spessa corazza
attivistica, dietro la quale si muovevano forse più cose di quante amici,
nemici, egli stesso supponessero. Mentre impediva che altri penetrasse nel suo
animo, non era certo lui quello che fosse disposto ad aprirlo perché egli
stesso vi guardasse dentro. Un contributo gentiliano alla "critica"
di sé stesso sembra, francamente inconcepibile. Non senza perciò che un moto di
stupore si determinasse nell'ambito di chi vi conduceva qualche ricerca, dal
suo archivio sono emersi alcuni inediti dedicati alla questione della morte,
ossia a un tema, per il teorico dell'idealismo attuale, insidioso fin quasi al
limite dello "scandalo" (filosofico). Da qualche altro indizio
documentario può desumersi che se la fedeltà che lo legava al FASCISMO non
venne meno e intatta rimase l'ammirazione per Mussolini e inconcussa la fiducia
in lui, nei confronti del razzistico nazionalsocialismo il G. mostrò tutt'altro
che inclinazione o simpatia. Il che peraltro non gli impedì di accettare senza
discussione alcuna la guerra che coinvolse tragicamente anche l'Italia. Nei tre
anni successivi - in quei tre anni così gravi di disastri, di distruzioni, di
sconfitte, e anche di dolorosi lutti familiari, mentre il nesso che aveva unito
le coscienze alla patria si spezzava, perché la difesa di questa non
s'identificava più, per molti, con la difesa della libertà, da vent'anni
perduta -, in questi tre anni G. scelse il silenzio; che fu rotto solo in poche
occasioni: quando esaltò in un articolo il Giappone guerriero, che, nei modi
noti era entrato in guerra attaccando gli Stati Uniti d'America; e quindi con
il famoso discorso agli Italiani. È difficile dire come, dentro di sé, G.
valutasse il dissenso politico sempre più vivo nei confronti del regime, e che
egli non poteva non cogliere nei giovani con i quali, a Roma e a Pisa, aveva
frequente contatto: anche se è indiscutibile che di quel dissenso, di
quell'avversione, del progressivo distacco dal fascismo di molti che pure in
questo avevano creduto e riposto speranze, egli non partecipò, chiuso nel suo
sentimento di fedeltà come in una fortezza della quale convenisse non
abbassare, bensì, piuttosto, tenere ben alzati i ponti levatoi. È questa,
come si sa, la ragione per la quale egli accettò l'invito rivoltogli dal
segretario del partito fascista, Scorza, di pronunziare dal Campidoglio un
discorso che si rivolgesse agli Italiani, impegnati nella terribile prova della
guerra e che, da qualche settimana avevano ormai il nemico in casa, fortemente
attestato nella terra siciliana. Accettò l'invito che altri, interpellati prima
di lui, avevano declinato. Salì sul Campidoglio, e pronunziò il suo discorso,
che alcuni lodarono per il coraggio che aveva dimostrato e per il rischio al
quale aveva in tal modo esposto la sua persona, e altri invece fortemente
deplorarono e criticarono, cogliendovi come il segno della sua perdizione, del
suo ribadito essersi reso estraneo a quel suo più profondo "sé
stesso" dal quale non pochi avevano tratto una lezione di libertà. Certo,
con quel suo discorso, così teso, così eloquente e così, politicamente,
ingenuo, G. mostra intero il dramma, anzi rivelò la tragedia nella quale, forse
al di là della sua stessa consapevolezza, si dibatteva. Poi vennero la
caduta di Mussolini e del fascismo, le umiliazioni che egli dovette subire
quando il suo antico segretario al ministero della Pubblica Istruzione, Severi,
divenuto a sua volta ministro nel governo formato da Badoglio, rese, senza
alcuna seria ragione, pubbliche tre lettere che gli erano state da lui
privatamente indirizzate a proposito, sopra tutto, di questioni concernenti la
Scuola normale superiore di Pisa. Il che provocò giudizi aspri su di lui sia da
parte dei fascisti che lo ritennero pronto a mettersi al servizio dei nuovi
governanti, sia da parte di non pochi antifascisti uniti ai primi, in questo
caso, da un non diverso giudizio. Poi venne l'8 settembre, la cui notizia
il G. apprese mentre si trovava a Roma, dove si era recato uno o due giorni
prima, per affari personali, da Troghi, un piccolo paese sito a pochi
chilometri da Firenze, nel quale, in una casa di campagna messa a disposizione
sua e della sua famiglia dall'amico G. Casoni, aveva trascorso i mesi estivi,
occupato a scrivere Genesi e struttura della società, il suo ultimo libro,
estremo frutto di un corso di lezioni tenute all'Università di Roma. E le
settimane successive furono quelle in cui, liberato Mussolini, e formatosi, con
la proclamazione della Repubblica sociale, un governo fascista con sede a Salò,
egli ricevette, tramite Biggini, divenuto ministro dell'Educazione nazionale,
l'invito a recarsi al Nord per un incontro con il capo del governo, il
"vecchio amico" al quale, ancora una volta, non poté non concedere
quel che quello gli chiedeva. Così fu nominato presidente dell'Accademia
d'Italia, trasferita da Roma a Firenze, dove fu sistemata a palazzo Serristori.
E qui, dopo che il "commovente" incontro con l’amico" Mussolini
aveva come riacceso in lui il desiderio di non starsene in disparte e, invece,
di combattere la sua ultima battaglia, egli riprese il lavoro, cercando di
riorganizzare l'Accademia e lavorando con i pochi soci che vi si recavano, assumendo
la direzione della Nuova Antologia, cercando di riprendere contatti, e
rapporti, per avviare nuove imprese. Ridette vita e autonomia, e questa è una
circostanza singolare, la cui genesi richiederebbe qualche studio e attenzione,
all'Accademia dei Lincei che infine era stata in parte assorbita nell'Accademia
d'Italia, e quindi soppressa. E riprese ancora a collaborare ai giornali,
perché, mentre gli eserciti alleati risalivano la penisola e alla guerra che
investiva le città e le campagne un'altra si aggiungeva, di Italiani contro
Italiani, gli sembrò che non si potesse non far di nuovo risuonare il tema
della concordia e dell'unità. Era un suo vecchio tema, una sua
convinzione tenace che, nel livido e tragico teatro che era allora l'Italia, fu
qual era stata durante la crisi seguita all'assassinio di Matteotti, e quindi
al tempo del giuramento fascista imposto ai professori universitari, anche se,
risuonando nella solitudine e nel gelo che circondavano la sua persona, il suo
accento risultasse ancora più livido, ancora più tragico. G. riprese quel tema
nel fosco crepuscolo dell'Italia fascista, forte lui della convinzione che gli
Italiani sarebbero tornati a esistere come soggetti politici solo se fossero
retroceduti al di qua delle ideologie e qui, in questo luogo ideale, avessero
ritrovato la loro unità e identità di Italiani. Era una convinzione nutrita di
illusione; e che fosse tale, si comprende non solo se le sue parole siano
ripensate nel clima di quel tragico inverno, ma anche se si riflette sullo
scambio logico sul quale, ancora una volta, si fondavano, e che si rivela non
appena si consideri che per un verso sembrava che la conciliazione, la
concordia, la ritrovata unità e identità dovessero realizzarsi in un luogo
ideale, irraggiungibile dalle ideologie, dal fascismo, dunque, e
dall'antifascismo, mentre per un altro era la Repubblica sociale a
rappresentare, nel segno dell'italianità, quel luogo ideale. Ancora una
volta le diverse componenti della sua anima, quelle che, nel loro contrasto,
conferiscono alla sua personalità un'inconfondibile dimensione tragica, urtarono
violentemente l'una contro l'altra. E la fedeltà mantenuta usque ad mortem al
fascismo si accompagnò alla protesta che egli più volte elevò contro le
atrocità alle quali intanto si dava luogo, da parte dei fascisti, con torture,
uccisioni, gravi violenze. La sua morte, avvenuta per mano di un commando
partigiano comunista, che lo attese nei pressi della Villa Montalto al
Salviatino, sulle colline di Firenze dalla parte di Fiesole, nella tarda
mattina, al suo ritorno a casa dopo la mattina trascorsa al lavoro a palazzo
Serristori, fu perciò anch'essa una morte violenta. E suscitò molta emozione,
anche fra coloro che lo avevano combattuto e mai avevano perdonato a lui,
filosofo dell'atto e della sua assoluta libertà, la scelta fascista, cui era
rimasto fedele. Due domande, semplici, ovvie e altrettanto inevitabili,
si pongono, e sono state poste, a proposito della sua ultima scelta politica e
sulle ragioni che determinarono la decisione di ucciderlo. E la risposta non è,
per quanto concerne la seconda, altrettanto semplice di quella che può e deve
darsi alla prima. Alla Repubblica sociale il G. aderì per le ragioni da lui
stesso addotte; perché si trattava non di scegliere di nuovo, ma di ribadire,
nel momento del supremo pericolo, la scelta fatta vent'anni innanzi. E non
c'era calcolo politico che bastasse a mettere in crisi questa decisione, perché
l'intero universo si concentra e vive nell'atto puro, e quel che resta fuori
non è se non calcolo, astuzia: ossia, a rigore, niente. Alla seconda domanda
rispondere si potrà in modo adeguato quando nuovi documenti interverranno a far
luce nelle molte zone oscure che tuttora impediscono di vedere tutta la verità;
che emergerà quando e se emergerà: e allora si vedrà fino a che punto nella
decisione di uccidere il G. che aveva rinnovato il suo legame con il fascismo e
con Mussolini siano entrate anche valutazioni politiche non direttamente note a
quanti, sulla collina fiorentina, spezzarono il filo della sua vita. Qui
basterà ricordare che nella chiesa di S. Croce, in Firenze, il nome del G.
indica, sul pavimento, il luogo della sua sepoltura. Opere. Le opere
complete del G., raccolte via via durante la vita dell'autore, prima da Laterza
(Bari), poi da Treves-Tumminelli (Milano e Roma), quindi da Sansoni (Firenze),
furono riprogettate e stampate dopo la morte del G. e la fine della guerra
mondiale da questo medesimo editore, al quale subentrò negli ultimi anni, ma
senza alcuna mutazione di veste tipografica e di caratteri, l'editrice Le
Lettere, sempre di Firenze. L'edizione definitiva rispetta fondamentalmente le
partizioni già previste dal G., e cioè: Opere sistematiche; Opere storiche;
Opere varie alle quali due si aggiungono, una IV, Frammenti, e una V,
Epistolari. A queste cinque partizioni si è unita di recente, una VI di Scritti
inediti e vari, nella quale sono apparsi fin qui Eraclito. Vita e frammenti
(con il facsimile del manoscritto della traduzione di Diels), a cura Cavallera,
premessa di Adorno, Firenze 1996, e La filosofia della storia. Saggi e inediti,
a cura di Schinaia, premessa di Garin. A parte questi due ultimi, i volumi fin
qui pubblicati delle Opere complete sono quarantanove, perché ancora in
preparazione risulta il XXIX, dedicato a Spaventa; e aumenteranno, negli anni a
venire, nella sezione comprendente i Carteggi, alcuni dei quali sono già in
lavorazione, come quello con G. Calogero, a cura di C. Farnetti, e l'altro con
G. Chiavacci, a cura di M. Simoncelli. Qui converrà ricordare in
quanto inserite nel testo della voce le principali opere del G.: Rosmini e
Gioberti, Pisa; La filosofia di Marx, ibid. 1899; Il modernismo e i rapporti
tra religione e filosofia, Bari; I problemi della scolastica e il pensiero
italiano; La riforma della dialettica hegeliana, Messina; Sommario di pedagogia
come scienza filosofica, I, Pedagogia generale, Bari; II, Didattica, ibid.;
Teoria generale dello spirito come atto puro, Pisa; I fondamenti della
filosofia del diritto, ibid.; Sistema di logica come teoria del conoscere, La
logica dell'astratto, La logica del concreto, Bari; Le origini della filosofia
contemporanea in Italia,, Messina; Capponi e la cultura toscana nel secolo
decimonono, Firenze; La filosofia dell'arte, Milano; Introduzione alla
filosofia, ibid.; Genesi e struttura della società, Firenze. Fra i
carteggi, quello con Croce, comprendente le sole lettere del G., è raccolto in
Lettere a B. Croce, cur. di Giannantoni, Firenze (il testo di riferimento è
Croce, Lettere a Gentile, a cura di Croce, con introd. di Sasso, Milano). Ma
sono anche usciti: G. - Jaja, Carteggio, a cura di Sandirocco, Firenze; G. -
Omodeo, Carteggio, a cura di Giannantoni; G.
- Maturi, Carteggio, a cura di Schinaia, Gentile - Pintor, Carteggio, a
cura di E. Campochiaro, Fonti e Bibl.: Tre sono le biografie fin qui dedicate a
G.: Lalla, Vita di G., Firenze; Romano, G.: la filosofia al potere, Milano; G.
Turi, G. G.: una biografia, Firenze. Si aggiungano i ricordi e le testimonianze
di Gentile: G.: dal Discorso agli Italiani alla morte, Firenze; Ricordi e
affetti, Firenze. Sulla uccisione di G., v. Canfora, La sentenza. Marchesi e
G., Palermo, dove si trova l'indicazione della precedente bibliografia relativa
a questa pagina non ancora definitivamente scritta. Cfr. anche Sasso, La
fedeltà e l'esperimento, Bologna. La bibliografia su G. è assai ampia: per gli
scritti di G. ci si deve ancora servire della Bibliografia degli scritti di G.,
a cura di V.A. Bellezza, in G.: la vita e il pensiero, Firenze, e anche di Il
pensiero di G. Gentile. Atti del Convegno, Roma. Per gli scritti, si veda:
Bonechi, Croce - G.: bibliografia Giornale critico della filosofia italiana. In
questo ambito per un primo orientamento si può innanzi tutto cercar di
distinguere fra quanto di e sul G. è stato scritto dai principali discepoli
delle sue due scuole, la palermitana e la romana, e cioè da V. Fazio-Allmayer,
da Omodeo, Albeggiani, Ruggiero, e quindi Spirito, Volpicelli, Volpicelli, Calogero,
Chiavacci, lo stesso Carlini, ecc. in ciascuna delle loro opere, e quanto
invece al pensatore siciliano è stato dedicato con esplicita intenzione
storiografica. Non sempre agevole da rispettare, la distinzione può tuttavia
essere di qualche utilità; e qui si indicheranno gli scritti appartenenti alla
seconda classe (mentre per la storia "filosofica" dell'attualismo,
può vedersi Negri, G. G., Firenze; cfr. anche A. Lo Schiavo, Introduzione a G.,
Bari). Sono, innanzi tutto, da tener presenti gli studi raccolti nei
quattordici volumi della serie G.: la vita e il pensiero, Firenze. Si veda
quindi: G. De Ruggiero, La filosofia contemporanea, Bari; U. Spirito, Il nuovo
idealismo italiano, Roma; Id., L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze;
La Via, L'idealismo attuale di G. G., Trani; Sarlo, G. e Croce. Lettere
filosofiche di un superato, Firenze; Calogero, Il neohegelismo nel pensiero
contemporaneo, in Nuova Antologia; Holmes, The idealism of G. G., New York
Carabellese, L'idealismo italiano, Roma; Guzzo, Sguardi sulla filosofia
contemporanea, Roma, Ciardo, Un fallito tentativo di riforma dello hegelismo:
l'idealismo attuale, Bari; E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari;
Harris, The special philosophy of G. G., Urbana, IL; A. Guzzo, Cinquant'anni di
esperienza idealistica in Italia, Padova Spirito, G., Firenze, Noce, Il
suicidio della rivoluzione, Milano; Bellezza, La problematica gentiliana della
storia, Roma; Noce, G. G.: per una interpretazione filosofica della storia
contemporanea, Bologna, Negri, L'inquietudine del divenire. G. G., Firenze, Sasso,
Filosofia e idealismo, G., Napoli. Nome compiuto: Armando Girotti. Girotti. Keywords:
la curva, la curva della bellezza, la linea, la linea della bellezza, storia
storica, non filosofica – unita longitudinale – longamiranza, distillizione
filosofica – Gentile, il Gentile di Girotti. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Girotti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Gitio: la ragione conversazionale e a setta di Locri -- Roma – scuola
di Locri – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Locri). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Locri,
Calabria -- According to Giamblico, a Pythagorean.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Giudice:
la ragione conversazionale al rogo -- l’implicatura conversazionale di Bruno – filosofia
napoletana – scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Keywords: Filosofo
napoletano. Filosofo campanese. Filosofo Italiano. Napoli, Campania. Grice: Grice: “Giudice amply
proves my trust in the worth of the longitudinal unity of philosophy, for
Giudice has unearthed some philosophical minutiae in Bruno – like his tract to
Sir Philip Sidney on ‘Atteone,’ which are jewels of implicature!” -- “For
Italian philosophy, Bruno is interesting: it’s not all saints like Aquinas;
they had hereetics, too – and usually the heretics had a better philosophical
background – into what the Italians called the lovely ‘hermetic tradition’ – we
used to have one at Oxford in pre-lib days!” -- Grice: “If I am a Griceian,
Giudice is a Brunoian – the Italians prefer ‘brunista’ or ‘bruniano,’ but I
follow Katz is respecting the full surname – if it is ‘bruno,’ you add things,
you don’t substract things!” Essential Italian
philosopherwho has studied in depth the origin of philosophy in the Eleatic
school. Si laurea a Napoli e studia BRUNO e la
filosofia del rinascimento. Fonda la Societa Bruno. Altre opera: “BRUNO” (Marotta
e Cafiero Editori, Napoli); “La coincidenza degl’opposti” (Di Renzo, Roma); “Bruno,
Rabelais e Apollonio di Tiana, Di Renzo, Roma); “Due Orazioni. Oratio
Valedictoria e Oratio Consolatoria, Di Renzo, Roma, “La disputa di Cambrai.
Camoeracensis acrotismus, Di Renzo, Roma); “Il Dio dei Geometri” quattro
dialoghi, Di Renzo, Roma); “Somma dei termini metafisici”; “Tra alchimisti e
Rosacroce, Di Renzo, Roma, “Io dirò la verità. Intervista a Bruno, Di Renzo,
Roma, “Contro i matematici, Di Renzo, Roma, “Il profeta dell'universo finite” –
“Epistole latine, Fondazione Luzi,. Scintille d'infinito” (Di Renzo Editore). BRUNO,
Giordano (Philippus Brunus Nolanus; Iordanus Brunus Nolanus, il Nolano). Nacque
a Nola, nel Regno di Napoli, figlio di Bruno, uomo d'arme, e di Fraulisa
Savolino: è battezzato con il nome Filippo. Della città natale, dove trascorse
l'infanzia e iniziò i primi studi, conserva poi sempre un ricordo nostalgico. Si
reca a Napoli per studiare lettere, logica e dialettica: in quello Studio ebbe
come maestri il Sarnese (COLLE (si veda)), filosofo di tendenze averroiste, e
fra' Teofilo da Vairano, agostiniano, da lui ricordato in seguito con sincera
ammirazione. La lettura di uno scritto di Pietro Ravennate suscitò fin da
allora in lui l'interesse per la mnemotecnica. Con una incipiente
formazione laica, entra come chierico nel convento napoletano di S. Domenico
Maggiore, dove assunse il nome Giordano (forse in onore del domenicano fra'
Giordano Crispo, maestro allo Studio) e quel nome ritenne poi sempre, salvo che
per una breve parentesi. Mal compatibile, per carattere e prima formazione, con
la regola conventuale incorse nelle prime infrazioni per aver spregiato il
culto di Maria, nonché quello dei santi (una denuncia contro di lui venne
allora stracciata dal maestro dei novizi). Con cautela va accolta la
notizia da lui in seguito fornita (Doc. parigini) di un invito a Roma per
mostrare la propria abilità mnemonica a Pio:va però notato che allo stesso
pontefice il B. dichiarò di aver dedicato L'arca di Noè,operetta smarrita di
argomento morale (Dialoghi italiani). Ordinato suddiacono e poi diacono,
venne consacrato sacerdote dopo aver compiuto i ventiquattro anni, e celebrò la
prima messa nella chiesa del convento domenicano di S. Bartolomeo a Campagna,
presso Salerno. Dopo aver soggiornato in altri conventi del Napoletano, fece
ritorno allo Studio di S. Domenico Maggiore in Napoli come studente formale di
teologia: il curriculum quadriennale comprendeva un corso speculativo (prima e
terza parte della Summa tomista) e un corso morale (seconda parte della
Summa,alternabile con il quarto libro delle Sentenze di PLombardo esposte da
Capreolo). È da ritenere che il B. abbia superato gli esami annuali, e quelli
di licenza, per cui sostenne le tesi "Verum est quicquid dicit D. Thomas in
Summa contra Gentiles" e "Verum est quicquid dicit Magister
Sententiarum" (Doc. parigini). Tali studi, se da una parte
suscitarono in lui una non mai smentita ammirazione per l'opera d’AQUINO (si
veda), d'altra parte dovettero ingenerargli quel fastidio per "les
subtilitez des scholastiques, des Sacrements et mesmement de
l'Eucharistie" (Doc. parigini,), con il conseguente disinteresse per la
problematica teologica manifestato in seguito nelle proprie opere come pure,
più tardi, in sede processuale. Fin dagli anni conventuali mostrò per contro
interesse per opere estranee al curriculum, nonché decisamente vietate, quali i
"libri delle opere di S. Grisostomo e di S. Ieronimo con li scolii di
Erasmo" (Doc. veneti). Ciò che, unitamente all'espressione dei propri
dubbi circa il dogma della Trinità durante una discussione sulla eresia ariana,
portò all'istruzione di un processo a suo carico da parte del padre provinciale
(con l'occasione venne ricostruito anche il precedente atto d'accusa già
distrutto): in una scrittura smarrita inviata a Roma egli doveva figurare come
sospetto di eresia. Mentre il processo veniva iniziato, il B. non esitò
ad abbandonare il convento e la città, probabilmente nel febbraio 1576, e nello
stesso mese dové giungere a Roma, dove prese alloggio nel convento di S. Maria
sopra Minerva, confidando forse che il proprio caso passasse ignorato tra i
disordini che turbavano la città. Egli stesso venne però coinvolto in tali
disordini e imputato di "aver gettato in Tevere chi l'accusò, o chi
credette lui che l'avesse accusato a l'inquisizione" (Doc. veneti, I):
imputazione infondata (come è mostrato dal mancato riferimento ad essa nelle
successive vicende processuali), con tutto che un secondo processo contro di
lui venne istruito dall'Ordine dei predicatori. Dopo i primi mesi di
quell'anno, saputo che i propri libri erasmiani erano stati rintracciati a
Napoli, B., deposto l'abito, abbandonò Roma, raggiunse GENOVA e si trattenne a insegnando
la grammatica a figliuoli e leggendo la Sfera a certi gentilomini (Doc.
veneti). Da NOLI passa a SAVONA e quindi a Torino; di lì, non avendovi trovato
trattenimento a sua satisfazione", si recò a Venezia, dove si trattenne
non più di due mesi, facendovi stampare, allo scopo di guadagnare qualcosa,
"un certo libretto intitolato De' segni de' tempi", da lui fatto
esaminare dal domenicano Remigio Nannini: opera pur questa smarrita. A Padova
fu persuaso da alcuni domenicani a indossare l'abito pur quando non avesse
voluto rientrare nell'Ordine: ciò che il B. fece dopo essersi recato, per
Brescia, a Bergamo. Toccata Milano, lasciò l'Italia attraverso la Savoia,
diretto a Lione: giunto a Chambéry e avvertito dai domenicani locali
dell'ostilità che avrebbe incontrato nella regione, si trasferì a Ginevra, dove
fin dal 1552 una comunità evangelica italiana era stata fondata dal marchese
Gian Galeazzo Caracciolo di Vico. A Ginevra, dimesso nuovamente l'abito,
il B. si guadagnò da vivere come correttore di bozze tipografiche. Risulta
tuttavia che egli aderì formalmente al calvinismo, come provato non tanto dalla
immatricolazione universitaria autografa, quanto da un processo per
diffamazione ai danni del titolare di filosofia Antoine de la Faye, istruito
contro di lui dal concistoro: B. venne riconosciuto colpevole e virtualmente
scomunicato. Dopo un debole tentativo di difesa, egli si riconobbe colpevole,
pregò di essere riammesso alla cena, e il giorno 27 venne prosciolto dalla
scomunica. Tale episodio (che avrebbe lasciato tracce durevoli nelle sue opere
mediante la propria polemica anticalvinista) determinò la sua partenza da
Ginevra. Recatosi questa volta a Lione, non avendovi trovato modo di
sostentarsi, vi si trattenne solo un mese e si recò quindi a Tolosa, che era
proprio in quel tempo uno dei baluardi della ortodossia cattolica: ciò che
dimostra la portata della sua reazione anticalvinista, confermata anche dal
tentativo che allora fece di ottenere l'assoluzione da un padre gesuita. La
mancata assoluzione, "per esser apostata" (Doc. veneti), non gli
impedì di essere invitato "a legger a diversi scolari la Sfera, la qual
lesse con altre lezioni de filosofia forse sei mesi" (Doc. veneti), nonché
di conseguire il titolo di magister artium: ed ottenere per concorso il posto
allora vacante di lettore ordinario di filosofia: onde lesse, "doi anni
continui, il testo del LIZIO De anima ed altre lezioni de filosofia". Da
accenni fatti più tardi dallo stesso B., è dato inferire che il suo
insegnamento incluse lezioni di fisica, matematica e lulliane. Risale a
quest'epoca la composizione della Clavis magna, trattato mnemotecnico-lulliano
rimasto inedito e smarrito. Si delineò una ripresa della lotta tra
cattolici e ugonotti, e il B. dové lasciare Tolosa "a causa delle guerre
civili" (Doc. veneti, IX). Trasferitosi a Parigi, vi intraprese "una
lezion straordinaria", cioè un corso di trenta lezioni su altrettanti
"attributi divini, tolti d'AQUINO (si veda) dalla prima parte, che alcuni
vogliono costituisse l'operetta inedita e smarrita "di Dio, per la
deduzion di certi suoi predicati universali" (Doc. veneti). A Parigi non
poté accettare un lettorato ordinario per l'obbligo - che, come apostata, non
volle assumersi - di frequentare la messa; tuttavia conseguì tale rinomanza
mediante il lettorato straordinario, che, come ebbe a dichiarare egli stesso,
"il re Enrico terzo mi fece chiamare un giorno, ricercandomi se la memoria
che avevo e che professava, era naturale o pur per arte magica; al qual diedi
sodisfazione; e con quello che li dissi e feci provare a lui medesimo, conobbe
che non era per arte magica ma per scienza" (Doc. veneti): episodio che
ben si comprende tenendo conto del fatto che la corte francese era frequentata
da intellettuali come Perron e Tyard di cui sono noti gli interessi per il
sapere enciclopedico e l'arte della memoria come strumenti per un piano di
riforma culturale. Tuttavia i rapporti del B. con la corte - che sarebbero
durati, direttamente o indirettamente, per circa un quinquennio - si spiegano
altresì sul piano ideologico-politico, ove si tenga conto dell'analogia tra
l'equidistanza bruniana dal rigorismo cattolico e da quello protestante, e la
posizione mediana dei politiques, che controllavano la corte, tra l'estremismo
cattolico dei ligueurs e quello protestante degli ugonotti. Durante
questo primo soggiorno parigino apparvero a stampa le prime operette bruniane a
noi pervenute: il Deumbris idearumcon raggiunta dell'Arsmemoriae, opera
mnemotecnica e lulliana stampata da Gourbin, da B. dedicata ad Enrico III, il
quale "con questa occasione lo fece lettor straordinario e
provisionato" (Doc. veneti, IX: egli venne cioè a far parte del gruppo dei
lecteurs royaux, tendenzialmente contrari al conformismo aristotelico della
Sorbonne); seguì, nello stesso anno, il Cantus circaeus, operetta mnemotecnica stampata
da Gilles e dedicata, per conto del B., da Regnault ad Angoulême, fratello
naturale del re, essendo B. stesso "gravioribus negociis intentus"
(Opera); quindi il De compendiosa architectura et complemento Artis Lullii
(Gourbin) dedicata dal B. all'ambasciatore veneto Giovanni Moro. La prima
parte del De umbris rielabora materiale lulliano e mnemotecnico ai fini di una
ricerca gnoseologica che presuppone, platonicamente, una corrispondenza tra
mondo fisico e mondo ideale; la seconda e terza parte costituiscono un manuale
mnemotecnico per cui il B. attinge in particolare al ravennate (l'impostazione
didascalica è ripresa nell'Ars memoriae, in cui elementi della tradizione
astrologico-ermetica si inseriscono nella elaborazione lulliana e mnemotecnica,
fermo restando l'intento gnoseologico). Il Cantus circaeus, in due dialoghi,
presenta un'applicazione concreta dell'ars esposta nel De umbris, non senza
un'intenzione satirica che sarà poi sviluppata nello Spaccio. Il De compendiosa
architecturarielabora gli elementi tecnici del lullismo allo scopo di offrire
uno strumento gnoseologico per cui l'ordine universale risulta riflesso nello
schema simbolico. B. terminava la composizione dell'unica sua commedia, il
Candelaio, stampata prima della fine dell'anno (anteriormente forse al De
compendiosaarchitectura) da Guillaume Julien figlio. Sul frontespizio l'autore
si definiva "Academico di nulla Academia, detto il Fastidito, in tristitia
hilaris, in hilaritate tristis. Il Candelaio, scritto in un volgare popolaresco
ricco di napoletanismi plebei, ma non senza echi della tradizione burlesca
rinascimentale (Aretino, Berni, ecc.) accanto a moduli parodici della retorica
classica, riflette sul piano morale il momento di rottura con l'Ordine, né è da
escludere che la composizione ne fosse stata iniziata prima dell'allontanamento
dall'Italia. Dedicata Alla signora Morgana B., personaggio napoletano di non
sicura identificazione, la commedia, di ambientazione appunto napoletana - la
cui azione si svolge vicino al seggio di Nilo" - investe satiricamente tre
materie principali e l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Bartolomeo e la
pedanteria di Manfurio", in una sorta di applicazione alla vita morale del
principio bruniano della corrispondenza e identificazione dei distinti nell'uno.
Fin dalle pagine preliminari si notano del resto motivi che, riallacciandosi
alla base teoretica dell'elaborazione lulliana e mnemotecnica delle operette
latine, anticipano alcuni presupposti dei più tardi dialoghi filosofici
("Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila;
è un solo che non può mutarsi..."). Dalla dedica del Candelaio si
sono desunti due titoli di presunte opere smarrite del B. (Gli pensier gai e Il
troncod'acqua viva), mentre nell'atto I, scena II, si trova citata un'ottava
("Don'a' rapidi fiumi in su ritorno") di un "poema" inedito
e smarrito, cui appartiene forse anche l'ottava "Convien ch'il sol, donde
parte, raggiri" citata tre anni dopo negli Eroici furori. L'ambasciatore
inglese a Parigi, Cobham, inviava un preoccupato messaggio al primo segretario
del Regno d'Inghilterra, Walsingham, informandolo dell'intenzione del B. di
passare in Inghilterra: la preoccupazione concerneva l'ambigua posizione
bruniana in fatto di religione. L'arrivo del B. in Inghilterra, con lettere di
raccomandazione di Enrico III per il proprio ambasciatore presso Elisabetta -
il tollerante Michel de Castelnau (cui era affidato il compito delicato di
sostenere la causa di Maria di Scozia presso la regina) -, è da porre
nell'aprile. Da una parte il B. poté essere indotto a lasciare Parigi "per
li tumulti che nacquero" (Doc. veneti) - o più esattamente per il
delinearsi di quella reazione cattolica che due anni più tardi avrebbe indotto
il re a revocare gli editti di pacificazione con i protestanti -; d'altra parte
non è da escludere che il suo viaggio in Inghilterra potesse rientrare in un
piano dei moderati francesi inteso a mobilitare la corrente politique inglese
ai fini di una distensione politico-religiosa in Europa. Ma non è certo da
trascurare la personale urgenza bruniana per una sua affermazione sul piano
accademico-speculativo dopo i tentativi compiuti a Tolosa e a Parigi. Al
suo arrivo in Inghilterra B. prese dimora nella casa del Castelnau, a Butcher
Row, dove "non faceva altro, se non che stava per suo gentilomo"
(Doc.veneti). Fa una visita a Oxford, al seguito del conte palatino Laski: in
tale occasione, pur non facendo parte degli oratori designati, sostenne un
pubblico dibattito con i dottori oxoniensi, in particolare con il teologo
Underhill, richiamandosi alla logica aristotelica in polemica con le posizioni
ramiste. Rientrato a Londra, è da ritenere che indirizzasse allora la sua
pomposa lettera Ad excellentissimum Oxoniensis Academiae Procancellarium, clarissimos
doctores atque celeberrimos magistros (allegata ad alcuni esemplari della
Explicatio triginta sigillorum), con la quale faceva istanza per l'ottenimento
di una lettura a Oxford. Sebbene dai registri universitari non risulti che B.
abbia tenuto un corso formale in quella sede, la sua stessa testimonianza di
avervi tenuto "pubbliche letture, e quelle de immortalitate animae, e
quelle de quintuplici sphaera" (Dialoghi italiani: vedi Doc. parigini, I,
e Opera), risulta confermata dalla pur ostile testimonianza di George Abbot
(cfr. McNulty), il futuro arcivescovo di Canterbury, allora membro del Balliol,
da cui si apprende che, dopo la prima visita a Oxford, il B. vi tornò nel corso
della stessa estate e vi iniziò un corso in latino sostenendo, tra l'altro, la
teoria copernicana del movimento della Terra e della immobilità dei cieli:
anticipando quindi pubblicamente quanto da lui elaborato nei dialoghi londinesi
stampati l'anno seguente. Così il B. come l'Abbot concordano nell'affermare che
tale corso venne interrotto per pressioni esterne (stando all'Abbot, il medico
Martin Culpepper, guardiano di New College, e Matthew, decano di Christ Church,
avrebbero rilevato un plagio bruniano nei confronti del ficiniano De vita
coelitus comparanda: ciò che può essere inteso con riferimento ai prestiti
ficiniani nella terminologia bruniana). Interrotto il corso dopo la terza
lezione, rientrò a Londra, presso il Castelnau, ribadendo il proprio
atteggiamento antiaccademico, in direzione quindi antiaristotelica e insieme
antiumanistica. A Londra il B. condusse la propria polemica culturale e
speculativa sia in discussioni nell'ambito dei circoli paraccademici di corte,
sia mediante la divulgazione a stampa delle proprie teorie già respinte dal
pubblico universitario inglese. La prima opera pubblicata a Londra è un
volumetto contenente l'Ars reminiscendi, l'Explicatio triginta sigillorum
(preceduta in alcuni esemplari dalla già citata lettera agli Oxoniensi) e il
Sigillus sigillorum. Solo per l'Explicatio e per la lettera è possibile precisare
l'officina tipografica, che è quella di Charlewood, dalla quale sarebbero
uscite tutte le rimanenti opere londinesi. L'Ars reminiscendi è, con
lievi varianti, una riproduzione dell'ultima parte del Cantus circaeus. Gli
scritti che seguono portano la dedica all'ambasciatore francese, con parole di
riconoscenza per la familiare ospitalità. L'elencazione dei triginta sigilli
mostra che questi rappresentano la sintesi formale dei segni ovvero ombre delle
cose e delle idee. Dalla Triginta sigillorum explicatio appare manifesto il
presupposto gnoseologico del complesso simbolismo mnemotecnico bruniano. Nel
Sigillus sigillorum si manifesta la fede del B. nell'unità del processo
conoscitivo, cui corrisponde, sul piano ontologico, la fondamentale unità dell'universo.
Alla innegabile utilizzazione di elementi propri alla tradizione
platonico-alchimistica, fa qui riscontro l'assenza di preoccupazioni e tendenze
d'ordine mistico-religioso: il carattere "speculativo" del Sigillusfa
di quest'opera il legittimo antecedente della serie dialogica italiana. Il
mercoledì delle Ceneri, B. venne invitato a illustrare la propria teoria sul
moto della Terra nella "onorata stanza" di Greville, a Whitehall, in
compagnia di Florio e del medico Gwinne, essendo presenti due dottori oxoniensi
sostenitori del sistema geocentrico e un cavaliere di nome Brown (in sede
processuale tale riunione venne dichiarata come avvenuta invece in casa del
Castelnau). La conversazione degenerò presto in un diverbio causato dalla
intolleranza dei due dottori oxoniensi: sdegnato, il B. si licenziò dall'ospite
e di lì a qualche giorno iniziò la stesura della Cena de le Ceneri (stampata
nello stesso anno). Tramite il resoconto della sfortunata discussione, il
B. enuncia in questi dialoghi la propria cosmografia: movendo
dall'eliocentrismo copernicano, egli approda intuitivamente a una concezione
originale dell'universo che per molti rispetti sembra anticipare i postulati
della scienza moderna. Già prima dell'arrivo del B. in Inghilterra, la corrente
scientifica distaccatasi dalle università e sostenuta dalla corte elisabettiana
(Recorde, Dee, Field, Digges) aveva mostrato un certo interesse per le teorie
copernicane: è in questa corrente appunto che si inserisce ormai l'attività
inglese di B., sia per le istanze "scientifiche" (elaborazione di una
moderna teoria astronomica), sia per quelle letterarie (ripudio del latino e
adozione del volgare per trattazioni scientifico-speculative) e perfino
politiche (adesione alla moderata fazione puritana capeggiata da Dudley, conte
di Leicester, nei contrasti tra questo e il tesoriere elisabettiano Cecil: ciò
che ci è rivelato dal confronto tra la prima e la seconda redazione del dialogo
II della Cena). Suddivisa in cinque dialoghi, dedicati all'ambasciatore
francese, la Cena è in sostanza un'opera cosmografica che, se da una parte
contrasta il geocentrismo aristotelico e tolemaico, d'altra parte trascende
l'eliocentrismo copernicano con l'affermazione della pluralità dei mondi
nell'universo infinito (non senza la suggestione implicita della definizione
ermetica di Dio, come sfera infinita il cui centro è ovunque e la cui
circonferenza non si trova in alcun luogo): sul piano teologico ne deriva
l'affermazione dell'infinito effetto della causa infinita, nonché l'interpretazione
prammatica di quei passi delle Scritture che concordano con la concezione
vulgata dell'universo. L'impostazione polemica dell'opera investe, nel
dialogo II, tutti gli strati della contemporanea società inglese mediante una
rappresentazione vivacemente realistica. B., pur adottando la forma dialogica
della tradizione speculativa rinascimentale, la piega alle esigenze della
propria polemica, accostandosi non di rado alla maniera parodica della
tradizione aretiniana: onde non manca la satira della pedanteria grammaticale
oltre che di quella peripatetica. Gli attacchi contenuti nella Cena alla
università di Oxford e alla società inglese suscitarono una forte reazione
negli ambienti accademici e cittadini: reazione che coincise con una serie di
offese, anche materiali, del pubblico londinese contro gli addetti
all'ambasciata francese e contro, la stessa sede diplomatica. Nell'emozione del
momento il B. poté ritenersi oggetto diretto di quella reazione anticattolica:
è certo tuttavia che la pubblicazione della Cena gli fece perdere molte di
quelle simpatie che era riuscito ad accattivarsi a Londra. Di qui l'esigenza di
premettere ai già composti quattro dialoghi speculativi De la causa, principio
et uno, un dialogo "apologetico" che si risolse però, caratteristicamente,
in un ribadimento della propria polemica, salvo un riconoscimento esplicito
della validità della tradizione speculativa oxoniense anteriore alla Riforma e
la lode di alcuni personaggi conosciuti a Oxford (in particolare Martin
Culpepper e Tobie Matthew). La pubblicazione dei nuovi dialoghi, dedicati
anch'essi al Castelnau, seguì di poco quella della Cena. Il primo dialogo
della Causa si distingue dai rimanenti quattro anche per i diversi
interlocutori (tra questi Elitropio è Florio, mentre Armesso sembra
identificabile con Gwinne); notevole, tra gli interlocutori dei rimanenti
dialoghi, lo scozzese Alexander Dicson Arelio (nativo di Errol), discepolo
londinese del B. e autore di un'opera mnemotecnica, De umbra rationis et
iudicii ispirata al De umbris bruniano: l'opera era stata attaccata da William
Perkins, ramista di Cambridge, il quale non mancò di accomunare i nomi di B. e
del Dicson nella sua riprovazione del metodo mnemonico classico considerato in
opposizione a quello ramista. La presenza di questo interlocutore, insieme con
l'attacco frontale a Ramo nel dialogo III, può valere a farci considerare la
Causa come opera di letteratura militante nell'ambito della contemporanea
polemica ramista (per l'aspetto politico non va dimenticato che l'attività del
Dicson era in linea con il programma politique). I quattro dialoghi più
propriamente speculativi della Causa concernono la definizione dei tre termini
enunciati nel titolo: "causa" e "principio" sono intesi, rispettivamente,
come la "forma" e la "materia" che, indissolubilmente
unite, costituiscono l'"uno", cioè il "tutto". Movendo
dalla critica dei postulati della tradizione aristotelica, e non senza ricorso
alle formulazioni di stampo neoplatonico ed ermetico, B. giunge in tal modo a
fornire una originale base teoretica alla propria cosmologia già in parte
enunciata nella Cena e di lì a poco elaborata nei dialoghi De l'infinito.
Il motivo della satira antipedantesca si accentua nella Causa con una aderenza
polemica alle posizioni culturali delle due università inglesi. Il ritmo
serrato con cui alla pubblicazione della Cena e della Causa segue quella dei
dialoghi De l'infinito, universo e mondi e dello Spaccio de la bestia
trionfante si spiega tenendo conto del fatto che B. doveva aver elaborato buona
parte del materiale confluito poi nei tre dialoghi cosmologici. Anche
l'Infinito porta la dedica al Castelnau, mentre lo Spaccio è dedicato a sir
Philip Sidney, nipote del Leicester, mostrandoci in tal modo la portata dei contatti
letterari, oltre che politici, dal B. avuti in Inghilterra. Nei cinque
dialoghi De l'infinito, in polemica con la fisica aristotelica, il B. rigetta
la teoria della divisibilità all'infinito e ribadisce la propria teoria della
infinità dell'universo e della pluralità dei mondi. In questa opera risulta
enunciato il pensiero bruniano sul rapporto tra filosofia e religione conforme
alla teoria averroista esposta dal Pomponazzi. Tra gli interlocutori figura
Fracastoro, tracce delle cui dottrine sono reperibili nel dialogo; discutibile
rimane l'identificazione di Albertino con Gentili (da B. certamente incontrato
a Oxford): potrebbe trattarsi invece di personaggio nolano. La nuova
concezione dell'universo esposta nei tre dialoghi cosmologici si riflette sul
piano etico con la trilogia dei dialoghi tradizionalmente definiti
"morali", a cominciare dallo Spaccio, il cui tono satirico ravviva
un'invenzione che risale, letterariamente, ai dialoghi "piacevoli" di
Niccolò Franco. Lo Spaccio espone un piano di riforma morale che implica
la critica all'etica cristiana delle Chiese riformate non meno che di quella
cattolica, in nome di un attivismo umanistico contrapposto al tradizionale
umanesimo misticheggiante e retorico. L'ispirazione acristiana dell'etica
bruniana sembra trovare conferma nella critica - metaforicamente condotta -
della duplice natura della persona del Cristo. Non è escluso che questa opera
sia da identificare con il Purgatorio de l'inferno,titolo fornito dal B. nella
Cena. Le allusioni politiche contenute nello Spaccio sono compatibili con
l'orientamento brumano favorevole ai politiques e che risale al suo soggiorno
parigino: c'è chi pur oggi continua a ritenere che la "bestia
trionfante" spodestata nello Spaccio sia da identificare con l'intransigente
Sisto V. Ma, a parte la cronologia, sembrerebbe contrastare all'interpretazione
il quadro tracciato nella Cabala del cavallo pegaseo, con l'aggiunta dell'Asino
cillenico, in cui l'"asino", identificabile con la "bestia"
dello Spaccio, riassume il suo posto nel cielo: né sembra possibile supporre
che la Cabala sia posteriore, data della bolla con cui Sisto scomunicò il re di
Navarra. Al di là del possibile significato politico-religioso, la Cabala
interessa sia per l'accentuata satira morale rispetto allo Spaccio,sia per gli
spunti speculativi (quali il problema del rapporto tra le anime individuali e
l'anima universale, risolventesi nella negazione dell'assoluta individualità
delle anime) che valgono a meglio illuminare questa fase del pensiero bruniano.
L'operetta è scherzosamente dedicata a un personaggio nolano, don Sabatino
Savolino, della stessa famiglia materna di B. cui pure appartiene
l'interlocutore Saulino presente già nello Spaccio. Il B.ebbe a dichiarare in
seguito, di aver soppresso questa opera in quanto non piacque al volgo e ai
sapienti "propter sinistrum sensum": essa è infatti la più rara tra
le superstiti opere a stampa di Bruno. Il soggiorno inglese del B. non
poteva concludersi in maniera più degna che con la pubblicazione dei dialoghi
De gli eroici furori, dedicati a Sidney, in cui risultano poeticamente esaltati
i principî fondamentali della filosofia bruniana esposti nei tre dialoghi
cosmologici, mentre vi si sviluppa e precisa la portata della satira morale
contenuta nei due dialoghi etici. I dieci dialoghi De gli eroici furori
hanno come tema il conseguimento della consapevolezza dell'unione con l'Uno
infinito da parte dell'anima umana. La terminologia di estrazione ficiniana
(risalente a Platone, Plotino, Dionigi l'Areopagita, lamblico, Proclo, ecc.)
rischia di far perdere di vista il carattere "naturale e fisico" del
discorso bruniano, quale dall'autore stesso enunciato nella dedicatoria. La
stessa adozione dei moduli platonici ("ente, vero e buono son presi per
medesimo significante circa medesima cosa significata") va in realtà
ricondotta a una sfera etica in cui si risolve ogni apparente residuo di
trascendenza: infatti "le cause e principii motivi" sono
"intrinseci" e la divina luce è sempre presente"; "ogni
contrarietà si riduce a l'amicizia, "le cose alte si fanno basse, e le
basse dovegnono alte. Notevole nei Furori l'esposizione della poetica
bruniana che, movendo dalla critica delle poetiche rinascimentali nella loro
interpretazione normativa della poetica aristotelica, approda a una concezione
della poesia come letteratura applicata: di qui il ripudio della tradizione
lirica petrarchesca, pur nell'adozione prammatica di rime intonate al gusto del
tardo petrarchismo (ivi inclusi prestiti dal Tansillo e dalla Cecaria di M. A.
Epicuro). Gli interlocutori sono tutti nolani, ovvero, come il Tansillo,
amici della famiglia del Bruno. Notevole, come dato biografico dell'infanzia,
la presenza di due figure femminili: Laodamia e Giulia. B. rientrava in
Francia al seguito dell'ambasciatore Castelnau: il quale ai primi di novembre
si trovava già a Parigi; durante il viaggio la comitiva era stata vittima di
una grassazione. Al suo rientro a Parigi B. veniva a trovare un clima politico
mutato (nel luglio Enrico III aveva revocato gli editti di pacificazione e nel
settembre era stata pubblicata la bolla contro il re di Navarra): di qui forse
il suo tentativo infruttuoso "de ritornar nella religione" (Doc.
veneti) tramite il nunzio apostolico Ragazzoni. Dedicò al filonavarrese Bene,
abate di Belleville, la Figuratio Aristotelici physici auditus, esposizione
mnemonico-mitologica del pensiero aristotelico; entrò in contatto con gli
italiani di Parigi, tra i quali Botero, stringendo amicizia con Iacopo
Corbinelli che lo definì "piacevol compagnietto, epicuro per la vita"
(cfr. Yates), e prese a frequentare l'abbazia di St. Victor, dove quel giorno
prese a prestito l'edizione di LUCREZIO (si veda) curata da Giffen e confidò al
bibliotecario Guillaume Cotin (il cui diario ci conserva le notizie fornitegli
da B.) l'intenzione di pubblicare l'Arbor philosophorum, del quale nulla
sappiamo a parte il titolo lulliano. Due episodi clamorosi neutralizzarono
in quel tempo il residuo d'appoggio in cui il B. poteva ancora sperare presso
il partito politique. Dopo aver assistito a una pubblica dimostrazione del
compasso di riduzione inventato dal geometra salernitano Fabrizio Mordente,
uomo senza lettere, il B. acconsentì a divulgare in latino la scoperta -
parendogli atta a dimostrare il limite fisico della divisibilità, conforme alla
propria incipiente monadologia -: pubblicò infatti i Dialogi duo de Fabricii
Mordentis Salernitani prope divina adinventione (seguiti dall'Insomnium),
presso Chevillot: opera ambiguamente laudatoria che irritò il Mordente, alla
cui polemica verbale il B. rispose con i sarcastici dialoghi Idiota triumphans
e De somnii interpretatione,dedicati al Del Bene e fatti stampare insieme con i
due precedenti dialoghi mordentiani. B. veniva così ad attaccare apertamente un
cattolico fautore dei Guisa, reclamando per sé l'ormai vacillante protezione
politique. Atale imprudenza si aggiunse una disputa da B. tenuta al Collège de
Cambrai, in presenza dei lecteurs royaux, sulla base di Centum et viginti
articuli de naturaet mundo adversus peripateticos: programma da lui fatto
stampare sotto il nome del discepolo Hennequin. Secondo il Cotin B. non avrebbe
preso la parola, neppur dopo che allo Hennequin ebbe risposto Callier, giovane
avvocato politique (il B. venne dunque sconfessato dal suo stesso partito), e,
riconosciutosi battuto, avrebbe abbandonato Parigi. Secondo Corbinelli, il B.
"s'andò con Dio per paura di qualche affronto, tanto haveva lavato il capo
al povero Aristotele", mentre il Mordente decideva di ricorrere al
Guisa. Lasciata Parigi, il B. giunse in Germania; toccata Magonza e
Wiesbaden, veniva immatricolato all'università di Marburgo come theologiæ
doctor romanensis (Doc. tedeschi). L'insegnamento bruniano si dovette mostrare
incompatibile con l'aristotelismo ramista di quella università: gli fu infatti
negato il permesso di leggere pubblicamente; a una protesta formale B. fece
seguire le proprie dimissioni. Nella stessa estate passò a Wittenberg, nella
cui università venne introdotto da Gentili e immatricolato come doctor ITALVS
(Doc. tedeschi. Per circa due anni poté insegnare indisturbato (lesse, tra
l'altro, l'Organon di Aristotele) e fece stampare il De lampade combinatoria
lulliana - commentario dell'Arsmagna - cui premise una lettera alle autorità
accademiche mostrandosi riconoscente per la liberale accoglienza. Seguì la
pubblicazione del De progressu et lampade venatoria logicorum, sorta di
compendio della Topica aristotelica, dedicato a Mylins, cancelliere
dell'università. Allo stesso anno risale il suo corso privato sulla Rhetorica
adAlexandrum (pubbl. post. da H. Alstedt: Artificium perorandi, Francofurti,
come il frammento delle Animadversiones circa lampadem lullianam e la Lampas
triginta statuarum, amplificazione dell'Arsmagna lulliana post.: negli Opera,
con cui si conclude la trilogia delle "lampade". L'anno seguente, per
i tipi di Zaccaria Cratone, uscì nella stessa città una seconda edizione dei
Centum et viginti articuli (ridotti a ottanta, con le relative rationes), con
un discorso apologetico di J. Hennequin: Iordani Bruni Nolani Camoeracensis
Acrotismus. Allostesso periodo, sembra, risalgono i commentari aristotelici ai
primi cinque libri della Fisica, al De generatione et corruptione e al quarto
libro Meteorologicon (pubblicati negli Opera postumi: Libri physicorum
Aristotelis explanati. B. si accomiatava dall'università con una Oratio
valedictoria stampata dal Cratone: va notato che il vecchio duca Augusto era
morto prima dell'arrivo del B., e che il successore Cristiano I favorì
progressivamente il calvinismo, giungendo a proibire, ogni polemica a questo
contraria; di qui la rinnovata precarietà della posizione di Bruno.
Partito da Wittenberg, B. giunse a Praga e vi si trattenne fino al principio
dell'autunno, attrattovi forse dal mecenatismo dell'imperatore Rodolfo II, il
cui cattolicesimo moderato poté sembrargli incoraggiante; non sappiamo comunque
se fu registrato all'università. A Praga B. ripubblicò, presso Nigrinus, il De
lampade combinatoria R. Lullii preceduto dal De lulliano specierum scrutinio:
nuovo commentario dell'Arsmagna dedicato all'ambasciatore spagnolo don
Guglielmo de Haro; con dedica all'imperatore, presso Daczicenus, gli Articuli
centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos,
in cui riprendeva la propria polemica contro l'interpretazione meccanica della
natura (già anticipata nei dialoghi mordentiani e poi svolta nel De
minimo):notevole, nella dedicatoria, la dichiarazione della religio bruniana,
interpretabile come teoria della tolleranza religiosa e speculativa.
Ricevuta in dono dall'imperatore la somma di "trecento talari" (Doc.
veneti), B. si recò a Helmstedt, attrattovi dalla "Academia Iulia"
(fondata dal duca protestante Giulio di Brunswick), dove fu registrato e dove
lesse l'Oratio consolatoria (stampata da Iacobus Lucius) per la morte del duca.
B. fu remunerato dal nuovo duca, Enrico Giulio, con "ottanta scudi de
quelle parti" (Doc. veneti), ma non gli mancarono seri fastidi: fu infatti
scomunicato dal sovrintendente della locale Chiesa luterana, Voët, per motivi
che B. definì di natura privata in una sua lettera di protesta alle autorità
accademiche, ma che avranno avuto giustificazione formale per sospetto
filocalvinismo (è comunque significativo che alla originaria scomunica
cattolica e a quella calvinista ginevrina si aggiungesse ora la scomunica
luterana). Il B. rimase tuttavia nella città. Durante l'anno e mezzo ivi
trascorso lavorò alle opere poi stampate a Francoforte e compose il gruppo di
opere magiche stampate postume negli Opera, De magia e Theses de magia
(concernenti la magia naturale), De magia mathematica (parzialmente tuttora
inedita nel codice di Mosca), De rerum principiis et elementis et
causis;trattati tutti che tendono a dimostrare la possibilità
dell'utilizzazione pratica delle forze naturali occulte. Intervenne a una
disputa tenuta dal dottor Heidenreich e avendo riscossi a Wolfenbüttel 50
fiorini assegnatigli dal duca - si accomiatò dall'università con l'intenzione
di passare per Magdeburgo (dove risiedeva W. Zeileisen, zio del discepolo
norimberghese Besler, di cui si era servito come copista) allo scopo di farvi
stampare qualcosa di suo in onore del duca. La partenza fu ritardata: ed è
probabile che il B. si recasse direttamente a Francoforte sul Meno (allo scopo
di farvi stampare la trilogia poetica latina, sua opera di maggior rilievo dopo
i dialoghi londinesi), dove giunse al più tardi nel giugno. Il Senato della
città rigettò una sua richiesta di poter alloggiare presso lo stampatore J.
Wechel, il quale tuttavia gli procurò alloggio presso il convento dei
carmelitani. B. attese soprattutto alla pubblicazione dei tre poemi: i
Detriplici minimo et mensura... libri V e il De monade, numero et figura liber
unito ai De innumerabilibus, immenso et infigurabili... libri octo, opere
dedicate al duca di Brunswick, per le quali B. curò la stampa e intagliò i
legni, salvo che per l'ultimo foglio del De minimo a causa di un repentino
allontanamento dalla città (per cui la dedica relativa fu composta dal Wechel.
Stampati il De minimo fu posto in vendita nella primavera; il De monade con il
De immenso,nell'autunno. Nei poemi francofortesi - composti alla maniera
di Lucrezio - il B. sviluppa in senso decisamente atomistico la propria
concezione della materia già esposta nei dialoghi londinesi. Nel De minimo
sicontiene la definizione dell'atomo bruniano: pars ultimadella materia,
minimum fisico assoluto, sostrato di tutti i corpi, impenetrabile. La
discontinuità degli atomi lascia aperto il problema dello spazio tramezzante
con tutto che B. riconosce l'esigenza di una materia che agglutina gl’atomi. Se
l'atomo è l'elemento materiale insecabile, il minimo è l'essere o la figura
minima in un dato genere, mentre la monade è l'unità di un genere determinato:
l'atomo, che è di forma sferica, è anche minimo e monade. Gl’atomi sono
infiniti essendo infinita la materia. In tale concezione non v'è posto per una
forza esteriore che regoli o determini le combinazioni materiali. Nel De monade
B. dà una spiegazione aritmologica delle diverse qualità degli oggetti
sensibili, i cui elementi vengono mossi - come già sostenuto nella Causa
rispetto alla materia infinita - da un principio intrinseco. Così l'atomismo
dei poemi francofortesi si riallaccia all'animismo dei dialoghi londinesi, dei
quali il De immenso riprende esplicitamente l'esposizione cosmologica, con una
aderenza a tratti letterale (tanto che il Fiorentino fu indotto a riportare al
periodo inglese l'inizio della composizione del poema). In quest'ultimo il B.
ripercorre il cammino della propria speculazione, rinnovandone la polemica
contro la fisica aristotelica e ribadendone il superamento intuitivo
dell'eliocentrismo copernicano. Applicato l'ordine di estradizione del
Senato francofortese B. riparò a Zurigo, dove tenne lezioni di filosofia
scolastica raccolte e pubblicate poi da Egli (la Summa terminorum
metaphysicorum a Zurigo; la Summa con la Praxis descensus seu applicatio entis
a Marburgo. Ritornato per breve tempo a Francoforte, B. pubblica presso Wechel
i De imaginum,signorum,et idearum compositione ad omnia
inventionum,dispositionum et memoriae genera libri tres, dedicati a Heinzel,
patrizio di Augusta da lui conosciuto a Zurigo. Durante il secondo soggiorno
francofortese B. è raggiunto da lettere del patrizio veneziano Giovanni
Mocenigo, il quale, letto il De minimo, lo invitava a Venezia affinché gli
"insegnasse l'arte della memoria ed inventiva" (Doc. Veneti. B.
giunse a Venezia. I motivi soggettivi dell'imprudente rientro in Italia
sono stati variamente definiti: imponderabile è la componente nostalgica,
mentre è ormai da escludere il proposito di una azione di riforma religiosa con
l'ausilio delle proprie nozioni magiche (con tutto che l'accessione del Borbone
al trono di Francia e la presenza del mite Gregorio sul soglio pontificio
ravvivavano allora le speranze conciliatrici in Europa); sul piano contingente,
più che dell'occasionale invito del Mocenigo, va tenuto conto delle aspirazioni
magistrali dal B. non mai dimesse nel corso dei suoi soggiorni francesi,
inglese e tedesco. Infatti, soffermatosi qualche giorno a Venezia "a
camera locanda Doc. veneti, B. prosegue per Padova, dove già si trovava al
principio di settembre e dove si trattenne, con brevi interruzioni, per almeno
tre mesi. Qui impartì lezioni "a certi scolari tedeschi", tra i quali
sarà da includere Besler, che era allora procuratore degli studenti tedeschi
(Besler gli trascrisse, e la Lampas triginta statuarum, il De vinculis in
genere, abbozzato l'anno precedente, e il non bruniano De sigillis Hermetis,
inedito e smarrito). All'insegnamento patavino vanno riferite le Praelectiones
geometricae e l'Ars deformationum, lezioni, rinvenute solo piu pardi, in cui B.
illustra geometricamente postulati ed enunciazioni del De minimo. L'attività
del B. a Padova induce a ritenere che, con l'appoggio del Besler, egli mirasse
alla vacante cattedra di matematica, che è assegnata a GALILEI (si veda).
Rivelatosi infruttuoso l'insegnamento padovano, al principio dell'inverno il B.
si trasferì a Venezia, prendendo dimora, almeno dal marzo in contrada S.
Samuele, presso il Mocenigo. Incominciò a frequentare il ridotto Morosini, sul
Canal Grande, dove, in un clima di "civile e libera creanza", si
disputava di cose che avevano "per fine la cognizione della verità"
(F. Micanzio, Vita di Paolo Sarpi, Leida. Nella chiesa dei SS. Giovanni e
Paolo, confide al domenicano fra' Domenico da Nocera il proprio desiderio di
quetarsi e di comporre un libro da offrire al neoeletto Clemente, con lo scopo
ultimo di trasferirsi a Roma, ed ivi "accapare forsi alcuna lettura Doc.
veneti: programma illusorio, suggeritogli forse dalla politica papale e dalla
contemporanea esperienza di Francesco Patrizi. Il 21 maggio, allo scopo di far
stampare a Francoforte alcune sue opere, inedite e smarrite, "delle sette
arte liberali e sette altre inventive, e dedicar queste al Papa Doc. veneti, B.
chiede licenza al Mocenigo. Costui, deluso dall'insegnamento ricevuto, la notte
lo fece arrestare dai suoi e presenta una denuncia per eresia (allegando tre
libri a stampa di B. e l'autografo della smarrita operetta "di Dio, per la
deduzion di certi suoi predicati universali", nonché i nomi di due
contesti: i librai Ciotti e Britano) all'inquisitore veneto fra' Gabriele da
Saluzzo: la sera stessa B. veniva prelevato dagli sbirri e condotto alle
carceri di S. Domenico di Castello. Si apriva così la fase veneta del processo,
che si doveva concludere nove mesi dopo con la sua estradizione a Roma.
Gli episodi principali del processo veneto sono i seguenti: denuncia del
Mocenigo; denuncia (B. era complessivamente accusato di disprezzare le
religioni, di non ammettere la "distinzione in Dio di persone",
di avere opinioni blasfeme sul Cristo, di non credere alla transustanziazione,
di sostenere che il mondo è eterno e che vi sono mondi infiniti, di credere
alla metempsicosi, di attendere all'arte divinatoria e magica, di negare la verginità
di Maria, di disprezzare i dottori della Chiesa, di ritenere che i peccati non
vengano puniti, di essere già stato processato a Roma, di indulgere al peccato
della carne); interrogatorio dei contesti (favorevoli a B.) e primo costituto di
B.; costituto e ulteriore accusa (di aver soggiornato in paesi di eretici
vivendo alla loro maniera); interrogatorio sui capi d'accusa (a proposito dei
propri saggi B. dichiara: "io ho sempre diffinito FILOSOFICAMENTE e
secondo li principii e lume naturale, non avendo riguardo principal a quel che
secondo la fede deve essere tenuto, Doc. veneti; interrogatorio di Morosini e
deposizione di Ciotti, favorevoli a BRUNO; 30 luglio: ultimo costituto veneto
del B. (ammissione di dubbi marginali già dichiarati e sottomissione al
tribunale) e trasmissione del processo al card. di Santa Severina, inquisitore
supremo in Roma (il quale già prima dell'ultimo costituto interferiva nella
causa); richiesta formale di avocazione della causa a Roma: consenso del
tribunale veneto; trasmissione della richiesta romana al Collegio presieduto
dal doge; parere sfavorevole del Collegio trasmesso al Senato; comunicata a
Roma la risposta negativa; rinnovata richiesta al Collegio motivata con precedenti;
comunicazione a Roma dell'approvazione del Senato. BRUNO usce dal carcere
veneziano e, fatto salpare per Ancona, fa ingresso nel carcere del S . Uffizio
di Roma da cui, dopo lungo e intermittente processo, sarebbe uscito sette anni
più tardi per subire l'orrendo supplizio. Gli episodi noti e salienti del
processo romano sono così riassumibili: grave denuncia da parte di fra'
Celestino da Verona, concarcerato a Venezia (imputazione di aver sostenuto che
Cristo peccò mortalmente, che l'inferno non esiste, che Caino fu migliore di
Abele, che Mosè era un mago e inventò la legge, che i profeti furono uomini
astuti e ben meritarono la morte, che i dogmi della Chiesa sono infondati, che
il culto dei santi è riprovevole, che il breviario è opera indegna; di aver
bestemmiato; di aver intenzioni sovversive ove fosse costretto a rientrare
nell'Ordine); interrogagatorio a Venezia dei contesti fra' Giulio da Salò,
Francesco Vaia, Matteo de Silvestris (attenuazione delle responsabilità
bruniane e nuova accusa: l'avere in spregio le sante reliquie); interrogatorio
del conteste Graziano (ribadimento della credenza bruniana nella pluralità dei
mondi e nuova accusa: riprovazione del culto delle immagini). Otto costituti
bruniani (dall'ottavo al quindicesimo dell'intero processo) e conclusione del
processo offensivo. Il B. mantenne la linea difensiva già adottata a
Venezia (attenuò la portata dei dubbi circa la Trinità, disponendosi ad
accettare il dogma; negò le accuse circa l'inferno, Cristo, i propositi
sovversivi, l'ateismo, le manifestazioni blasfeme; precisò il significato di
"magia" con riferimento a Mosè, e la propria opinione, ritenuta
"filosoficamente" e ipoteticamente, circa la metempsicosi; negò
l'opinione attribuitagli circa Caino, e precisò quella relativa alla pluralità
dei mondi; negò le pratiche superstiziose, precisando il proprio interesse per
l'astrologia). Gennaio-marzo 1594: a Venezia, esami ripetitivi dei testi
(Mocenigo, Ciotti, Graziano, De Silvestris): confermate nel complesso le
precedenti deposizioni, solo la sospetta integrità dei testi poté far differire
la conclusione del processo; giugno: supplemento di denuncia da parte del
Mocenigo (accusa di aver irriso il papa nel Cantus circaeus); estate 1594:
sedicesimo costituto (il B. si difese sull'ultima accusa, su quella relativa ai
Magi, e forse anche sull'altra relativa alla verginità di Maria; sporse denunce
contro il Graziano e Francesco Maria Vialardi concarcerato a Roma); BRUNO
presenta una difesa scritta, non pervenutaci. Si stabilì che una lista dei
libri bruniani fosse presentata al papa. BRUNO è raggiunto nel carcere da
Pucci, Campanella e Stigliola. La
Congregazione stabilì una commissione con lo scopo di censurare le proposizioni
eretiche contenute nei libri. BRUNO è ammonito di abbandonare la sua teoria
della pluralità dei mondi. Si stabilì inoltre che egli è interrogato stricte
(forse con applicazione della tortura): ciò che avvenne con il diciassettesimo
costituto, circa la Trinità e l'incarnazione (BRUNO precisa il carattere
speculativo dei dubbi passati), nonché la pluralità dei mondi (che BRUNO
persiste a sostenere). Ha luogo, forse oralmente, la risposta del BRUNO alle
censure, otto delle quali sono rilevabili dal Sommario del processo:
"circa rerum generationem"; circa il principio che a causa infinita
debba corrispondere effetto infinito; circa il rapporto tra anima universale e
anima individuale; circa il principio che nulla si genera e nulla si corrompe;
circa il moto della terra; circa la definizione degl’astri come angeli; circa
l'attribuzione di un'anima sensitiva e razionale alla terra; circa
l'affermazione che l'anima non è forma del corpo umano (due altre censure,
rilevabili da una lettera di Schopp Doc. romani, concernono l'identificazione
dello spirito santo con l'anima mundi, e la credenza nei pre-adamiti. A istanza
di Bellarmino, venneno sottoposte a BRUNO, per la sua dichiarazione di abiura,
otto proposizioni eretiche (ci è nota la prima, de hæresi Novatiana, e la
settima, estratta dal De la causa, ubi tractat an anima sit in corpore sicut
nauta in navi. Il ventesimo costituto BRUNO si dichiara disposto all'abiura
incondizionata; ma torna a manifestare esitazioni sulla prima e la settima. In
mancanza della prova giuridica della colpevolezza, i consultori si dichiararono
in favore dell'applicazione della tortura, che tuttavia non è approvata da
Clemente. BRUNO si dichiara disposto all'abiura (costituto), ma con un
memoriale al papa, rimette in discussione le proposizioni incriminate. Intanto
al S. Uffizio di Vercelli perveniva una delazione dovuta, sembra, a un reduce
dall'Inghilterra con cui BRUNO è di nuovo accusato di irriverenza verso il papa,
lo Spaccio, e di aver lasciato fama di ateo in Inghilterra. Il tribunale ordina
il termine per il riconoscimento degl’errori. Ventiduesimo costituto, BRUNO rifiuta
la ritrattazione. Vano è l'intervento del generale e del procuratore dei
domenicani. Il papa ordina che BRUNE è sentenziato come eretico formale,
impenitente e pertinace, e consegnato al braccio secolare. Un estremo memoriale
di BRUNO al pontefice venne aperto ma non letto dal tribunale. BRUNO viene
condotto dal carcere del S. Uffizio al palazzo del cardinale Madruzzi, in
piazza Navona, dove la sentenza gli è letta pubblicamente. Dell’imputazioni
contenute nella sentenza, risultano accertate quelle concernenti la
transustanziazione, la verginità di Maria, la vita eretica, lo spaccio, la
pluralità dei mondi, la metempsicosi, l'anima umana, l'eternità del mondo,
Mosè, le Sacre Scritture, i preadamiti, Cristo, i profeti e gl’apostoli.
Riconosciuto eretico impenitente pertinace ed ostinato (Doc. romani), BRUNO è
condannato alla degradazione dagl’ordini, all'espulsione dal foro ecclesiastico
e a essere consegnato alla corte secolare per la debita punizione. I suoi saggi
sono bruciati in piazza S. Pietro e le opere tutte incluse nell'indice. BRUNO
ascolta in ginocchio la sentenza. Quindi, levatosi in piedi, esclama rivolto ai
giudici. Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam Doc.
romani. Trasferito al carcere di Tor di Nona, e visitato ancora da teologi e
confortatori, è condotto a Campo di Fiori, dove, spogliato nudo e legato a un
palo, è bruciato vivo Doc. romani. La portata speculativa della vicenda
bruniana è implicita nella storia del moderno pensiero europeo. Per il lato
culturale e biografico, pur dopo ricerche secolari, quella vicenda è tuttora al
vaglio della filologia contemporanea. Fonti e Bibl.: Per la biografia
bruniana le fonti sono costituite dalle opere e da una serie di documenti
coevi. Edizioni complete delle opere: Iordani Bruni Nolani Opera Latine
Conscripta: Facsimile - Neudruck der Ausgabe von Fiorentino,Tocco und
anderen,Neapel und Florenz Drei Bände in acht Teilen, Stuttgart-Bad Cannstatt
da integrare con le seguenti pubblicazioni: Zubov, Rukopisnoe nasledie Džordano
Bruno, Moskovskij Kodeks" Gosudarstvennoj Biblioteki SSSR im. V. I.
Lenina, in Zapiski Otdela rukopisej, Moskva Bruno, Due dialoghi sconosciuti e
due dialoghi noti: Idiota triumphans, De somnii interpretatione, Mordentiu, De
Mordentii circino, cur. Aquilecchia, Roma con Errata-corrige stampate a parte;
Id., Prælectiones geometricæ e Ars deformationum: Testi inediti, cur. di
Aquilecchia, Roma; Le opere italiane di G. B., cur. Lagarde, Gottinga, edizione
para-diplomatica, per le opere italiane in edizione moderna: Bruno, Candelaio:
commedia, a cura di V. Spampanato, Bari; Id., Dialoghi italiani: Dialoghi
metafisici e Dialoghi morali stampati con note da GENTILE (si veda) cur.
Aquilecchia, Firenze; Id., Lacena de le ceneri, cur. di Aquilecchia, Torino (da
tenere presente Tissoni, Sulla redazione
definitiva della Cena de le ceneri, in Giorn. stor. della letter. ital. Pregevoli
le sillogi antologiche in Opere di BRUNO e di Campanella, cur, Guzzo e Amerio,
Milano - Napoli, e in Scritti scelti di BRUNO e Campanella, cur. Firpo, Torino.
I documenti coevi in Spampanato, Documenti della vita di BRUNO, Firenze
suddivisi in Documenti napoletani Documenti ginevrini Documenti parigini Documenti
tedeschi Documenti veneti Documenti romani da integrare con Elton, Modern
Studies, London, Harvey, Marginalia, cur. Smith, Stratford-upon-Avon; Sigwart,
Kleine Schriften, Freiburg i. B. Mercati, Il sommario del processo di BRUNO, Vaticano,
Firpo, Il processo di BRUNO, Napoli Yates, BRUNO: some documents, in Revue
internationale de philosophie, XVI 1951];
Aquilecchia, Un autografo sconosciuto di G. B., in Giorn. stor. della letter.
ital., Id., Un nuovo documento del processo di BRUNO, McNulty, B. at Oxford, in
Renaissance News]; A. Nowicki, Un autografo inedito di G. B. in Polonia, in
Atti dell'Accademia di scienze morali e politiche... in Napoli, Una poesia
"Ad Iordanum: Brunum", in La Ragione, Korzan, Praski Kra̢g humanistów
wokóù Bruna, in Euhemer. La biografia più estesa, sebbene in parte
invecchiata, rimane quella di V. Spampanato, Vita di G. B. con documenti editi
e inediti, Messina Biografie sintetiche recenti sono dovute a Garin, B.,
Roma-Milano, e a G. Aquilecchia, G. B., Roma da cui dipende la presente voce.
La bibliografia bruniana è vastissima: va fatto riferimento a Salvestrini,
Bibliografia di BRUNO, a cura di Firpo, Firenze: opera monumentale di
inestimabile utilità, aggiornata poi essenzialmente, Quanto ai titoli, con
l'appendice bibliografica alla citata monografia di Aquilecchia. A questi due
strumenti si fa qui riferimento, rispettivamente, per opere critiche di
tradizionale autorità (Tocco, Troilo, Gentile, Namer, Garin, Corsano, ecc.), e
per saggi più recenti, che propongono un ridimensionamento della problematica
bruniana conforme a diverse metodologie (Badaloni, Michel, Yates, Gorfunkel',
Nowicki, Papi, ecc.). Nome compiuto: Guido del Giudice. Giudice. Refs.: Luigi Speranza, "Grice, del Giudice, e la
filosofia greco-romana," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Keywords: l’implicatura di Giudice, universe
finite, infinito, geometrici, alchimisti, matematici – rinascimento – scintilla
d’infinito” -- Refs: Luigi Speranza,
“Grice e Giudice: implicatura e scintilla” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giudice:
la ragione conversazionale, l’esperienza, e l’implicatura conversazionale di Telesio
– filosofia foggiese – la scuola di Lucera -- filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Lucera).
Abtract: Grice:
“I’ve always been interested in experience – that doesn’t make me an
Empiricist!” Keywords: Telesio. Filosofo lucerese. Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Lucera, Foggia, Puglia. Grice: “Riccardo del
Giudice is a philosopher; he wrote an essay on Telesio.” Allievo e collaboratore di GENTILE (si veda),
si laurea in filosofia, rivelando i suoi vasti e solidi interessi culturali,
che, insieme ad una rara volontà di studio e ad una seria attività politica
formano il suo principale merito. Apprezzato per le doti oratorie e
l'accuratezza nella scrittura, è parlamentare di chiara fama nella Camera dei Deputati. Di profonda ed esemplare
preparazione filosofica. Insegna a Roma. Intestazioni: Sindacalista,
politico, SIUSA. Iscrittosi al movimento nazionalista mentre frequenta
nell'ateneo romano i corsi di GENTILE (si veda). Si tessera al Partito
fascista, del quale apprezza l'interesse per le questioni sindacali. È appunto
nell'organizzazione fascista dei lavoratori, diretta da Rossoni, che muove i
primi passi nella politica militante. Nominato responsabile dei sindacati in
provincia di FOGGIA, distinguendosi per la dura opposizione nei confronti
dell'apparato del Pnf guidato dal conservatore Caradonna. Espulso dal partito viene
nominato da Rossoni Segretario della Federazione sindacale di Torino. Passato
nella Federazione di Bari si oppone allo sbloccamento dei sindacati. Si occupa
di studi sulla legislazione del lavoro e sul corporativismo, partecipando
attivamente alle riunioni del consiglio nazionale delle corporazioni e viene
nominato presidente della confederazione fascista dei lavoratori del commercio.
Dopo una intensa attività nel settore sindacale - celebri le sue polemiche con SPIRITO
(si veda) sul rapporto tra sindacato e corporazione - è nominato sotto-segretario
al ministero dell'educazione nazionale, allora retto da Bottai. Si occupa
soprattutto di sviluppare i rapporti tra la scuola e il mondo del lavoro,
seguendo le indicazioni contenute nella carta della scuola di Bottai. Lasciato
il ministero in seguito alla sostituzione del ministro Bottai con Biggini, è
nominato presidente dell'ente nazionale per l'oganizzazione scientifica del
lavoro, Enios. Non adere alla Rsi e viene arrestato dagl’alleati e inviato nel
campo di concentramento di Padula dove scrive le memorie. Epurato
dall'insegnamento universitario, vi ritorna come docente prima di diritto della
navigazione, poi di diritto del lavoro, presso l'ateneo romano. Complessi
archivistici prodotti: G. (fondo). Il fondo archivio conserva le carte del
dirigente sindacale e collaboratore di BOTTAI ed e costituito da documentazione
riguardante la politica sindicale FASCISTA, da una vasta raccolta di materiale
e stampa sulla POLITICA CORPORATIVA, da documenti sulla POLITICA SCOLASTICA del
regine negl’anni della guerra e da un ricco epistolario con personalita della
FILOSOFIA, della politica, dell’economia, e della cultura. Bibliografia:
PARLATO, Il sindacalismo fascista. Dalla grande crisi alla caduta del regime, Roma,
Bonacci. G. PARLATO, G.: dal sindacato al governo, Roma, Fondazione Spirito, G.
PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il
Mulino. Sindacalismo fascista Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni La
neutralità di questa voce o sezione sugli argomenti fascismo e politica è stata
messa in dubbio. Con sindacalismo fascista si intende quel settore del
sindacalismo improntato sui principi della dottrina fascista del lavoro. Filippo
Corridoni con Mussolini durante una manifestazione interventista del 1915 a
Milano. Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Sindacalismo rivoluzionario. Fontana sulla cui lapide marmorea era
scolpito il discorso che Mussolini pronuncia presso lo stabilimento di Dalmine,
in occasione dell'autogestione operaia. Il sindacalismo fascista ha i suoi
primordi nel magma del movimentismo sindacale dei primi due decenni del XX
secolo: in particolare esso trova i suoi riferimenti culturali prima nella
componente rivoluzionaria del sindacalismo socialista, che portò alla dirigenza
del partito diversi esponenti e Benito Mussolini alla direzione dell'Avanti!,
poi nelle sezioni più agguerrite del sindacalismo interventista, in particolare
l'attivissima sezione milanese retta da Filippo Corridoni, nate in seno
all'Unione Sindacale Italiana[1]ma da cui saranno espulse già nel 1915, per
incompatibilità con i principi antimilitaristi e antistatalisti dell'USI[2].
Numerosi, pur con alcuni bassi, sono gli scioperi, le manifestazioni di piazza,
gli scontri ed i comizi cui parteciparono Mussolini ed i dirigenti del fascismo
a fianco, o anche in qualità stessa, di sindacalisti rivoluzionari. In Italia
non sarà possibile nessuna forma di sindacalismo fino a quando il Partito
Socialistanon sarà abbattuto. Corridoni a Malaparte SICKERT (si veda) a Milano
poco prima di partire per il Carso, giugno 1915[4]) Un altro forte legame è quello
con la Unione Italiana del Lavoro, da essi creata e di ispirazione sindacalista
rivoluzionaria, diretta inizialmente da Rossoni. La nuova formazione sindacale,
nel fermento dell'interventismo nei confronti della Grande Guerra, tentò di
operare una prima sintesi all'interno dell'immenso magma rivoluzionario
italiano, combattuto ormai da anni tra le esigenze sociali e quelle
nazionaliste del popolo. In particolare si verificò una congiunzione con le
teorie di imperialismo operaiodi Enrico Corradini (Associazione Nazionalista
Italiana) e lo sviluppo del produttivismo nazionale, grazie anche al Popolo
d'Italia di Mussolini, pervenendo all'idea non tanto di negare la lotta di
classe per difendere gli interessi di categoria, quanto di ricomporli tutti
all'interno del comune interesse superiore nazionale. Al suo interno la UIL
portava però già i sintomi di quella che fu una battaglia destinata a
concludersi più tardi, durante il sindacalismo fascista vero e proprio: quella
tra la visione di un sindacalismo legato all'azione politica, appoggiata principalmente
da Rossoni, e quella indipendentista di Ambris. Primo sfogo di queste
evoluzioni avvenne al Dalmine, dove si verifica la prima occupazione con
autogestione operaia della storia italiana, organizzata dai sindacalisti
rivoluzionari. Il fatto eclatante che destò scalpore fu però soprattutto la
continuazione della produzione, d'accordo con l'ottica produttivista che aveva
acquisito il movimento: gli operai autorganizzati continuarono infatti il
lavoro, issando sulla fabbrica il tricolore nazionale. Due giorni dopo lo
stesso Mussolini è in visita agli stabilimenti: Voi oscuri lavoratori del
Dalmine, avete aperto l'orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma
idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa, è il lavoro che ha consacrato
nelle trincee il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione,
perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi
nella patria libera e grande oltre i confini. Mussolini, Discorso del Dalmine,
in "Tutti i discorsi) In un primo momento la posizione di De Ambris e
della sua UIL fu la più apprezzata da Mussolini, aprendo nel periodo 1919-1920
una forte convergenza tra i due, con il secondo che sostenne apertamente la UIL
dalle colonne de Il Popolo d'Italia[11 ed il primo che dette un apporto
considerevole al programma dei FASCI ITALIANI DI COMBATTIMENTO, costituiti e
dai quali prenderà spunto il fascismo durante la fase governativa. Il nucleo
iniziale Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio:
Sansepolcrismoe Squadrismo. Benito Mussolini a Dalmine con gli operai
dello stabilimento autogestito. Grandi. È da questo connubio che, infatti,
si costituisce in maniera strutturata il sindacalismo fascista, i cui
protagonisti, dapprima immersi nei movimenti sindacalisti di varia estrazione
sopra descritti, andarono a creare l'ossatura del nuovo movimento insieme agli
interventisti futuristi, ad Arditi e reduci di guerra, nazionalisti e
squadristi. Fra i maggiori esponenti di questo sindacalismo squadrista,
che affianca i sindacalisti puri Balbo, Bianchi, Baroncini ma, soprattutto,
Grandi e lo squadrismo bolognese vicino agli ambienti de "L'Assalto",
portatori di uno dei più genuini tratti del fascismo di sinistra, basato
particolarmente a Bologna sulle rivendicazioni contadine, l'allargamento della
piccola proprietà agricola ed al concetto de "la terra a chi la lavora. L’armonia
tra sindacalismo rivoluzionario e fascismo sansepolcrista si spezzò quando, in
conseguenza della grave sconfitta elettorale, Mussolini operò la strategia
della virata a destra per aprirsi maggiori spazi politici e, staccandoli dalla
UIL, creò i Sindacati economici, che diventeranno poi la Confederazione
nazionale delle corporazioni sindacalifasciste dirette da Rossoni. La crisi tra
i due movimenti si attuò essenzialmente sul nodo della concezione del rapporto
tra economia e politica. Da una parte il fascismo, che riteneva fondamentale
che ogni dinamica attraverso la nazione sia controllata dallo Stato, dall'altra
i sindacalisti rivoluzionari, che vedevano questa posizione come antitetica ai
propri canoni libertari ed autonomisti, concependo la nazione come identità e
sostanza storica di un popolo, ma lo Stato come sistema di potere di una classe
esclusiva. Il sindacalismo rivoluzionario, portando il suo contributo decisivo
alla determinazione dell'Italia per l'intervento nella guerra, salvò l'onore
dei lavoratori italiani e gettò le premesse in virtù delle quali
l'organizzazione del lavoro è oggi, su piede di uguaglianza con tutte le altre
forze economiche, elemento fondamentale dello Stato Corporativo. In questo
senso soltanto può essere affermata la derivazione del movimento sindacale
fascista dal vecchio sindacalismo rivoluzionario. Masotti) Rossoni e la
Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali fasciste Magnifying glass
icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Confederazione nazionale delle
corporazioni sindacali. Edmondo Rossoni. I quadrumviri e Benito
Mussolini(da sinistra a destra: Bono, Bianchi, Mussolini, Vecchi e Balbo). Il
primo, il terzo ed il quinto furono sindacalisti. Si tenne il I Convegno
sindacale di Bologna, in cui si scontrarono le due visioni principali, già
emerse in passato, riguardanti il grado di dipendenza dei sindacati nei
confronti della politica e, in questo caso, del neocostituito PARTITO NAZIONALE
FASCISTA. Si scontrarono quindi la visione "autonomista" di Rossoni e
di Grandi e quella "politica" di Rocca e Bianchi, tra le quali sarà
vincente la seconda. A Bologna vennero inoltre affermati i principi
basilari della politica corporativa, con la conferma del superamento della
lotta di classe nei confronti della collaborazione e dell'interesse nazionale
su quello individuale o di settore, e la nascita della Confederazione nazionale
delle corporazioni sindacali, una nuova formazione antisocialista ed
anticattolica, costituita nella forma di sindacati autonomi formati da cinque
Corporazioni suddivise per categorie lavorative e non ancora (lo saranno piu
tardi) sindacati misti lavoratori-datori di lavoro. Come nel sindacalismo
rivoluzionario, inoltre, le corporazioni dovevano riunire tutte le attività
professionali che identificavano la loro "elevazione morale e economica
con il dovere imprescindibile del cittadino verso la Nazione". La nazione,
sintesi superiore di tutti i valori materiali e spirituali della razza, è al di
sopra degli individui, dei gruppi e delle classi. Individui, gruppi e classi
sono gli strumenti di cui la nazione si serve per migliorare le proprie
condizioni. Gli interessi individuali e di gruppo acquistano legittimità a
condizione che si realizzino nell'ambito dei superiori interessi
nazionali.» (Articolo 4 della Carta dei principi delle corporazioni)
Sulla Confederazione si svilupparono polemiche anche negli ambienti del
sindacalismo internazionale: la sinistra operaia internazionale, in sede di
Organizzazione Internazionale del Lavoro, contesta il titolo alla
rappresentanza operaia alle corporazioni fasciste e, quindi, la possibilità di
partecipare all'assemblea. La polemica non venne però accettata, e l'ILO
permise alle Corporazioni di partecipare alle sedute senza interruzioni nel
rinnovo del mandato. In sede congressuale Rossoni dichiarò l'esistenza di una
linea di continuità tra il sindacalismo rivoluzionario, il sindacalismo
fascista ed il corporativismo: per il sindacalismo fascista, infatti, l'ultimo
era legato al primo sia per il comune intendimento del concetto di rivoluzione
che, al di là dell'aspetto della rivolta popolare, in ambito lavorativo
ritenevano rivestisse il significato di sopravvento di superiori capacità
produttive; inoltre, ugualmente, avevano l'obbiettivo di innalzare il
proletario (nell'accezione negativa del termine) al rango di lavoratore inserito
a pieno titolo nella vita nazionale. Il sindacalismo deve essere nazionale ma
non può essere nazionale per metà: esso deve comprendere capitale e lavoro e
sostituire al vecchio termine proletariato, quello di lavoratore ed all'altro,
di padrone, la parola dirigente, che più alta, più intellettuale, più grande. Rossoni,
Congresso dei Sindacati intellettuali fascisti) Nei mesi successivi, in
concomitanza con il termine del biennio rosso e l'avanzata dell'offensiva
militare del fascismo imperniata sulle squadre d'azione, ebbe luogo lo
sfondamento politico in campo sindacale, con il passaggio di interi settori
operai dalle strutture del Partito Socialista Italiano e della CGdL al
fascismo. Tanto che la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali
contava 800.000 iscritti. Ciò evidenziava il successo dei progetti di Rossoni,
che aveva pensato di creare da una parte una base contadina potente ed
affidabile che appoggiasse e facesse da riserva strategica allo squadrismo,
dall'altra di fare del sindacalismo una delle pietre angolari dello Stato
fascista. Con la Marcia su Roma, l'affermazione del sindacalismo fascista fu
quasi definitiva e l'inizio della costruzione del nuovo Stato portò quindi una
relativa tranquillità nell'ambiente del sindacalismo stesso che, con il termine
degli scontri e delle tensioni politiche, poté incentrarsi sul proprio sviluppo
culturale e la propria evoluzione politica. Rossoni così ne spiega definizione
e scopo principale: la salvaguardia della salute spirituale del popolo. Sindacato
vuol dire: unione di interessi omogenei. Sindacalismo: azione che deve
disciplinare e tutelare gli interessi omogenei. Noi rivendichiamo la concezione
italiana del Sindacalismo alle corporazioni italianissime che sono nate ancor
prima che la parola 'sindacalismo' fosse pronunciata.» (Edmondo Rossoni,
La Marcia su Roma e il compito dei sindacati, Napoli) Caratteristiche
principali, che evidenziavano la differenza del sindacalismo fascista rispetto
a quello socialista, furono anche la mancanza di dogmatismo, teologismo e
perseguimento di finalità remote, come ad esempio il prefiggersi in anticipo un
determinato tipo di obbiettivo finale, come il tipo di economia da instaurare,
ma tentando sempre di adeguarsi alla realtà del mondo. Questo clima non
portò fine al dibattito interno, che anzi aumentò decisamente, tanto che gli
stessi vecchi sindacalisti rivoluzionari come Rossoni, Lanzillo, Panunzio e
Olivetti, discutevano e si dividevano spesso e volentieri tra loro. In tutti
però un'evoluzione era avvenuta: il sindacalismo non era più considerato
propulsore del libero mercato ma, aderendo al concetto di nazione come unità
organica d'intenti, ritenevano che il sindacato - come gli imprenditori -
dovesse trovare il suo limite nel superiore interesse della patria, rigettando il
concetto di libero mercato stesso e giungendo al tal punto da definire che
"la nazione è il più grande sindacato. Le prime forti tensioni con i
conservatori ed il padronato Farinacci. Renato Ricci con la sua squadra
d'azione carrarese impegnata a S. Terenzio nello sgombero delle macerie del
forte di Falconara. Immediatamente dopo l'apice della Marcia su Roma si accese
però lo scontro tra il fascismo di sinistra ed i settori più conservatori dello
Stato. Avvennero alcuni episodi chiave: la creazione dei gruppi di
competenza, da parte di Rocca, limitanti lo spazio sindacale della
Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali; il tentativo di bloccare
il corporativismo da parte di Confindustria e Confagricoltura, contrapposti
alla minaccia di Rossoni di assalti, scontri ed occupazione delle fabbriche da
parte dei lavoratori fascisti; l'appoggio diretto al sindacalismo fascista da
parte di tutta la sinistra fascista nazionale, compresi Bianchi e Farinacci; il
lancio del sindacalismo integrale da parte di Rossoni, che puntava ad inglobare
nelle corporazioni Confindustria e Confagricoltura (ossia le rappresentanze
sindacali dei datori di lavoro); la creazione della Federazione italiana dei
sindacati agricoltori e della Corporazione dell'Industria e del Commercio da
parte di Rossoni; i primi tentativi di trasformare le organizzazioni sindacali
da associazioni di fatto in organi di diritto pubblico da parte di Casalini; il
patto siglato tra Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali e
Confindustria a Palazzo Chigi, in ottica di limitazione dei conflitti di classe.
Sia il Capitale sia il Lavoro, ndr) devono essere disciplinati. L'appetito
all'infinito è malefico e assurdo. Per queste ragioni il sindacalismo fascista
è per la collaborazione ma con gli industriali che si impuntano e dicono
comandiamo noi, occorre lottare decisamente per dare ai lavoratori il posto
degno nella vita della nazione» (Edmondo Rossoni, adunata al Teatro Regio
di Torino) In questo periodo di tensioni tra industriali e sindacati fascisti,
difficile per l'attecchimento della collaborazione di classe vagheggiata dal
fascismo per il mondo del lavoro, assurgono agli onori del sindacalismo
fascista le personalità di Mario Gianpaoli, sindacalista e federale del PNF di
Milano, e di Domenico Bagnasco, segretario dei sindacati fascisti di Torino.
Organizzatore e combattente di piazza, Bagnasco fu deciso a prendere di petto
gli industriali, accusando il padronato di "spietata intransigenza
antioperaia". Spesso i sindacalisti fascisti di questo periodo pagarono
con la fine della propria carriera politica l'attivismo sfrenato, a causa di un
fascismo ancora non abbastanza forte da poter far fronte ad uno scontro con la
grande industria, appoggiata dai molti uomini del precedente regime ancora
posizionati nelle istituzioni dello Stato. Essi ebbero però il merito di
infondere risolutezza in molti sindacalisti di periferia. La seconda fase del
sindacalismo fascista Monumento a Razza. Corradini. Si entra quindi
in quella che viene chiamata "la seconda fase del sindacalismo fascista,
durante la quale il sindacalismo e tutte le componenti della sinistra fascista
tornarono all'attivismo ed alla tensione del periodo rivoluzionario. Panunzio
ricominciò a tuonare a favore della ripresa dell'anima rivoluzionaria del
fascismo e del recupero del programma, esprimendosi per la creazione di una
Camera sindacale e del lavoro e di un Senato politico. Cadde la
Confagricoltura, inglobata dalla fascista Federazione italiana sindacati
agricoli, riunendo in un'unica corporazione i lavoratori con i grandi e piccoli
proprietari agricoli. Il nuovo spostamento a sinistra dello schieramento
fascista, questa volta apertamente appoggiato da Mussolini stesso, portò ad un
conseguente irrigidimento degli industriali sulle tradizionali posizioni
reazionarie, decretando l'inizio di un'escalation. Si verificò quindi anche la
ripresa militante dello squadrismo in appoggio all'azione sindacale fascista,
dando luogo ad un'ondata di scioperi su tutto il territorio nazionale, i più
infuocati dei quali in Valdarno, Lunigiana e ad Orbetello. In Valdarno lo
sciopero venne organizzato dal dirigente Bramante Cucini, seguace di Sergio
Panunzio, e finanziato direttamente dai Comuni amministrati dal Partito
Nazionale Fascistae da uno stanziamento apposito del Direttorio generale del
PNF, con la pubblica approvazione di Mussolini. Al termine dello sciopero si
ebbe perfino la nomina statale di una commissione straordinaria di lavoratori
per gestire le miniere, destando comprensibile spavento tra il padronato. Si
tenne a Roma il II Congresso nazionale delle corporazioni. Qui venne messa
momentaneamente da parte la strada della collaborazione di classe, per
riprendere quella della lotta in difesa dell'unità dei lavoratori e
dell'istituzionalizzazione delle corporazioni, quest'ultimo aspetto chiesto a
gran voce durante tutto il congresso dalla maggioranza degli esponenti,
soprattutto quelli rappresentanti i sindacati agricoli provinciali, come Mario
Racheli. Nei riflessi della politica economica non v'è chi non afferri
l'utilità nazionale di rendere responsabili le organizzazioni sindacali e di
creare discipline contrattuali garantite dalla legge.» (Edmondo Rossoni,
intervento al II Congresso nazionale delle corporazioni) In questo quadro ha
luogo, come in altri casi era avvenuto, un'avversione crescente nei confronti
dell'inerzia e dell'inattivismo di Mussolini verso la situazione generale,
legato alla fase ed alle operazioni di consolidamento del potere del fascismo
all'interno della formazione statale. Ciò generò, in diversi casi, il
concepimento e la presa di decisioni autonome da parte dei capisquadra, dei
leader sindacali e dell'ala movimentista e la messa in evidenza della natura
anticapitalista che permeava il fascismo provinciale nei confronti di quello
cittadino, dove il movimentismo si scontrava coi circoli conservatori. Questa
natura emerse visibilmente e prepotentemente con lo sciopero carrarese
organizzato da Renato Ricci, capo delle squadre d'azione della Lunigiana. In
tale frangente lo sciopero fascista portò ad una radicalizzazione estrema dello
scontro con "i baroni del marmo", imperanti nel carrarese, da portare
all'occupazione ed all'autogestione delle cave e delle industrie di
lavorazione, ma soprattutto (dato che lo sciopero non si risolse con una vera e
propria vittoria) a divenire una delle cause fondamentali della nascita di una
corrente di dissidenti all'interno del fascismo ufficiale. Ha luogo il discorso
alla Camera con cui Mussolini si prende carico della responsabilità politica
della vicenda Matteotti. Il Direttorio delle corporazioni e quello del
Partito Nazionale Fascista si riuniscono congiuntamente studiando una serie di
problemi da risolvere per valorizzare il ruolo delle classi lavoratrici ed il
loro inserimento a pieno titolo nella vita nazionale, producendo poi un ordine
del giorno in cui si autorizzavano i sindacati fascisti a ricorrere alla
"lotta economica" contro industriali e capitalisti, rei di
"colpevole incomprensione" dei fini e della prospettiva sociale e
nazionale del fascismo. Ciò determina, insieme all'entusiasmo per
l'intransigenza insita nel discorso di Mussolini, l'instaurazione di un clima
da "seconda ondata", rimettendo nuovamente in moto la rivoluzione da
sinistra e accendendo nuovamente l'entusiasmo del fascismo movimentista. Avviene
quindi l'ultima grande azione di forza della Confederazione nazionale delle
corporazioni sindacali, che scavalcò le vertenze sindacali in corso tra la O.M.
di Brescia e la FIOMindicendo uno sciopero a sorpresa, scatenato da una serie
di multe e licenziamenti inflitti agli operai fascisti che, per protesta,
abbandonarono i posti di lavoro. Le agitazioni ottennero l'appoggio di Farinacci,
in quel periodo segretario nazionale del Partito, e, di contrasto, gli appelli
alla moderazione di Mussolini, che consigliò cautela a Rossoni per non ripetere
le vittorie di Pirro degli scioperi valdarnesi e carraresi. Le agitazioni dei
metallurgici riuscirono però ad allargarsi fino a Milano, dove gli operai
socialisti e comunisti vennero invitati ad aderire; le attività di
contestazione cominciarono poi ad interessare anche carovita ed altri
argomenti, estendendosi a tutta la Lombardia ed assumendo, soprattutto con il
sindacalfascista Razza caratteri indipendenti dal governo e di aperta minaccia
e violenza nei confronti degli industriali, terrorizzati dalla possibilità di
combinazioni politiche unitarie impreviste. Dopo lunghe trattative le agitazioni
rientrarono, decretando un grosso insuccesso per gli industriali, che dovettero
fare buone concessioni, sebbene non totali, agli operai tramite i sindacati
fascisti, e l'emarginazione completa della FIOM, i cui rappresentati si
spostarono in massa nelle Corporazioni. Per ben tre anni l'esistenza di un
sindacalismo fascista, cioè di un movimento sindacale guidato da fascisti e
orientato verso le idee del fascismo, fu ostinatamente negata. Ci voleva, per
dissuggellare gli occhi dei ciechi volontari e fanatici, il fatto clamoroso: lo
sciopero che mettesse in campo le forze sindacali del fascismo e che desse in
pari tempo allo stesso sindacalismo fascista una più risoluta nozione della sua
forza e delle sue possibilità di azione.» (Benito Mussolini, Fascismo e
sindacalismo, a seguito degli scioperi metallurgici organizzati dai sindacati
fascisti in Nord Italia) Altro commento che rivela il momento infuocato fu
quello di Corradini, sindacalista nazionale: «Il superamento del
socialismo, non la dispersione, non la distruzione dell'opera socialista.
Questo è buono affermare, in occasione dello sciopero dei sindacati fascisti. Vi
è fra socialismo e fascismo un nesso storico, oso dire una continuazione
storica. Il fascismo supera il socialismo, ma raccoglie i buoni frutti
dell'opera socialista e secondo la sua propria legge, quando occorra, tale
opera continua. Corradini, Il Popolo d'Italia. La trasformazione in organi di
diritto pubblicoModifica Edmondo Rossoni in Piazza del Popolo (Roma)
annuncia la promulgazione della Carta del Lavoro. Spirito. La conseguenza
principale di questi avvenimenti furono però gli accordi di Palazzo Vidoni, in
cui venne riconosciuto dalla Confederazione nazionale delle corporazioni
sindacali e da Confindustria la reciproca esclusività di rappresentanza di
lavoratori e datori di lavoro, con l'impegno al conseguimento prioritario
dell'interesse nazionale. Va però evidenziata soprattutto la legge: con questa
legge vennero infatti, tra l'altro, realizzata l'istituzionalizzazione dei
sindacati fascisti e legalizzato il loro monopolio per la rappresentanza dei
lavoratori con la nascita della contrattazione collettiva del lavoro. Ciò
andava a significare che le Corporazioni divennero organi di diritto pubblico
dell'amministrazione statale, con "funzioni di conciliazione, di
coordinamento ed organizzazione della produzione". All'interno di questa
legge era inoltre presente l'articolo 42, che prevedeva una direzione comune
tra le associazioni di categoria delle due parti, contenendo in nuce il progetto
corporativo a sindacato misto che verrà realizzato piu tardi. Dopo questa
vittoria, per Rossoni si ebbe la redazione della Carta del Lavoro, testo
fondamentale della politica sociale fascista in ottica di eliminazione della
dicotomia tra le classi sociali ma, dall'anno successivo, con Farinacci non più
alla segreteria nazionale del PNF, ebbero sfogo gli attacchi alla Conferenza
nazionale delle corporazioni sindacali, che venne smembrata dai circoli
conservatori, capeggiati da Giuseppe Bottai (sottosegretario al Ministero delle
corporazioni) ed Augusto Turati(nuovo segretario del partito), in sei separate
confederazioni di sindacati, facendo diminuire il potere contrattuale
dell'organismo, disperdendolo in strutture più piccole e limitate. Il secondo
Convegno di Studi sindacali e corporativi Nel periodo che intercorse da questo
momento alla legge, istitutiva delle corporazioni, si ebbe uno blocco totale
dell'azione nel settore, in cui intervenne positivamente soltanto il II
Convegno di Studi sindacali e corporativi, tenutosi a Ferrara, nel quale emerse
il concetto di corporazione proprietaria proposta da Spirito, nei confronti
della quale il sindacalismo fascista si trovò su posizioni contrastanti a causa
di un arroccamento di tipo ideologico: rimasti su posizioni classiste nel
passaggio dal socialismo eterodosso al fascismo, molti degli esponenti
pre-rivoluzionari del sindacalismo fascista (Lanzillo, Giampaoli, Bagnasco,
ecc.) videro il progetto di annullare il sindacalismo nel corporativismo come
un progetto reazionario, rimanendo ancorati alla concezione della lotta di
classe come uno scontro benefico per gli interessi individuali e nazionali. L'incapacità
di accettare la proposta di Spirito da parte dei primi sindacalisti fascisti,
ma anche i "nuovi" come Razza e Capoferri, fu dovuta quindi
essenzialmente al rigetto totale della visione statalista che andava formandosi
nel fascismo ed al cui finalismo erano sempre stati avversi: per loro "la
corporazione è il sindacato, e dire Stato corporativo è come dire Stato
sindacale. L'esaurimento del sindacalismo fascista nelle CorporazioniModifica
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio:
Corporativismo. Sede dell'Opera Nazionale Dopolavoro. Viene approvata la
creazione dello Stato corporativo che, con le nomine dall'alto al posto delle
cariche elettive e l'abolizione del fiduciario di fabbrica, aveva dato tra
l'altro alle corporazioni, divenute veri e propri sindacati formati dai
rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro ed istituzionalizzati
nello Stato, la facoltà di stipulare i contratti collettivi di lavoro. In ogni
caso il cambiamento di assetto istituzionale e la rivoluzione nel mondo del
lavoro, non pregiudicarono i risultati effettivi che il sindacalismo fascista
aveva ottenuto negli anni. Tra le più importanti si possono elencare:
ferie pagate; indennità di licenziamento; conservazione del posto in caso di
malattia; divieto di licenziamento in caso di maternità; assegni familiari;
diffusione delle casse mutue aziendali; assistenza sociale dell'Opera Nazionale
Dopolavoro(ad es. centri ricreativi, viaggi collettivi a prezzo simbolico,
manifestazioni teatrali, etc). È Mussolini stesso a rivendicare alle
corporazioni la funzione di esaurire in sé il compito del sindacalismo
fascista, superando ed andando oltre al sindacalismo stesso, inserendosi nel
solco della Rivoluzione continua: «È nella corporazione che il sindacalismo
fascista trova infatti la sua meta. Il sindacalismo, di ogni scuola, ha un
decorso che potrebbe dirsi comune, salvo i metodi: s'incomincia con
l'educazione dei singoli alla vita associativa; si continua con la stipulazione
dei contratti collettivi; si attua la solidarietà assistenziale o mutualistica;
si perfeziona l'abilità professionale. Ma mentre il sindacalismo socialista,
per la strada della lotta di classe, sfocia sul terreno politico, avente a
programma finale la soppressione della proprietà privata e dell'iniziativa
individuale, il sindacalismo fascista, attraverso la collaborazione di classe,
sbocca nella corporazione, che tale collaborazione deve rendere sistematica e
armonica, salvaguardando la proprietà, ma elevandola a funzione sociale,
rispettando l'iniziativa individuale, ma nell'ambito della vita e dell'economia
della Nazione. Il sindacalismo non può essere fine a sé stesso: o si esaurisce
nel socialismo politico o nella corporazione fascista. È solo nella
corporazione che si realizza l'unità economica nei suoi diversi elementi:
capitale, lavoro, tecnica; è solo attraverso la corporazione, cioè attraverso
la collaborazione di tutte le forze convergenti a un solo fine, che la vitalità
del sindacalismo è assicurata. Mussolini, discorso inaugurale del Consiglio
Nazionale delle corporazioni) Maggiori esponenti ed ispiratori Corridoni
Corradini Ambris Panunzio Olivetti Dinale Lanzillo Grandi Fontanelli, G., Bianchi Baroncini Cianetti Rossoni Razza
Racheli Bagnasco Bramante Cucini Capoferri Landi Aimi Riviste La Stirpe Il
Lavoro Fascista (poi organo ufficiale del Partito Fascista Repubblicano) Il
Lavoro d'Italia Cultura Sindacale Rivista del Lavoro L'Idea Sindacalista Il
Lavoro I Problemi del Lavoro NoteModifica Perfetti, Il sindacalismo fascista.
Dalle origini alla vigilia dello Stato corporativo Bonacci, Roma, Breve storia
dell'Usi di Fedeli Granata, La nascita del sindacato fascista. L'esperienza di
Milano, De Donato, Bari, Malaparte e Suckert, Malaparte, vol. 1, Ponte delle
Grazie, operante e senza legami con la UIL attuale. Cordova, Le origini dei
sindacati fascisti, Roma e Bari, ristampa Firenze, La Nuova Italia, Nel cui
sottotitolo cambiava, in questo periodo, la dicitura da quotidiano socialista
in quotidiano dei produttori ^ Francesco Perfetti, Dal sindacalismo
rivoluzionario al corporativismo, Bonacci, Roma, Felice, Mussolini il
rivoluzionario, Torino, Einaudi, Corridoni (a cura di Andrea Benzi), ...come
per andare più avanti ancora - gli scritti, Milano, Zamponi, Lo spettacolo del
fascismo, Rubbettino, Roma, Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino,
Einaudi, Felice, Mussolini il fascista, I, La conquista del potere. Torino,
Einaudi, Sacco, Storia del sindacalismo, Torino, Olivetti Dal sindacalismo
rivoluzionario al corporativismo, Perfetti, Dal sindacalismo rivoluzionario al
corporativismo, Roma, Bonacci, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, Anche
per via del cambiamento di schieramento di Grandi: Renzo De Felice, Mussolini
il fascista, I, La conquista del potere. Torino, Einaudi, Haider, Capital and
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Joubaux-Rossoni e la rappresentanza delle corporazioni fasciste nell'ILO,
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Feltrinelli, Marginalismo e socialismo nell'Italia liberale, Feltrinelli,
Milano"Il Giornale d'Italia", Il Mondo", Felice, Mussolini il
rivoluzionario, Torino, Einaudi, Cordova, Uomini e volti del fascismo, Bulzoni,
Roma, Ancora forti rimanevano i sindacati socialisti (CGdL) e comunisti
soprattutto tra metallurgici e metalmeccanici del nord-ovest e lo rimarranno
fino allo sciopero fascista della OM di Brescia, espansosi poi in tutto il nord
Italia. In Luca Leonello Rimbotti, Il Fascismo di sinistra, Settimo Sigillo,
Roma, Le idee della ricostruzione. Discorsi sul sindacalismo fascista,
Bemporad, Firenze, Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze.
Parlato, Il sindacalismo fascista. Dalla grande crisi alla vigilia dello Stato
corporativo, Bonacci, Roma, Con l'eccezione di Lanzillo, che continuò
pericolosamente a portare avanti idee liberiste anche durante il regime.
Olivetti, Bolscevismo, comunismo e sindacalismo, Editrice Rivista Nazionale,
Milano, Deliberazione congiunta del PNF e del Gruppo parlamentare del partito
Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Laterza, Espressosi esplicitamente,
in particolare, nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo occupatasi
dell'analisi dei problemi sindacali. In questo ambito Michele Bianchi definì
"dittatoriale" la "procedura introdotta dal sindacalismo
fascista", mentre il sindacalista nazionale Maraviglia ribadì che "la
doppia organizzazione, cioè quella dei datori di lavoro e quella dei
lavoratori, allontana ogni pericolo che anche il Fascismo, per le pressioni e
l'influenza delle organizzazioni sindacali, possa diventare un partito di
classe". In Claudio Schwarzenberg, Il sindacalismo fascista, Mursia,
Milano, Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, Rimbotti, Il
Fascismo di sinistra, Settimo Sigillo, Roma, Corriere della Sera, Uomini e
volti del fascismo, Bulzoni, Roma, contrassegnata da un parziale ritorno alla
teoria e alla pratica del conflitto di classe", in Adrian Lyttelton, La
conquista del potere. Il fascismo Laterza, Bari, Il fascismo è una dottrina,
una fede, una civiltà nuova. Riemerge ora l'anima rivoluzionaria del Fascismo.
Il Fascismo deve immediatamente tornare, non per opportunismo, ma per necessità
storica, al programma L'anima del Fascismo è, ricordiamolo sempre, il
Sindacalismo Nazionale, la cui formula Mussolini lanciò prima, prima di
Vittorio Veneto". In Sergio Panunzio, La méta del Fascismo, in Il Popolo
d'Italia, Tamaro, Venti anni di storia, Editrice Tiber, Roma, Schwarzenberg, Il
sindacalismo fascista, Mursia, Milano, Il Mondo, Rossoni sta, nel suo
intervento, illustrando le future battaglie del sindacalismo fascista sui
contratti collettivi di lavoro. In Ferdinando Cordova, Le origini dei sindacati
fascisti, Laterza, In questo periodo continuarono ad affiorare, in seno al
sindacalismo fascista, tendenze centrifughe verso Mussolini e il partito, la
cui sorte pareva a molti gravemente compromessa" in Alberto Acquarone, La
politica sindacale del fascismo ^ Alberto Aquarone e Maurizio Vernassa, Il
regime fascista, Il Mulino, Bologna, Che rientrò poi in breve tempo nell'alveo
della sinistra fascista ufficiale. ^ Sandro Setta, Renato Ricci: dallo
squadrismo alla Repubblica sociale italiana, Il Mulino, 1986. Uva, La nascita
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York, Roberts, The Syndacalist Tradition and Italian Fascism, University of
North Carolina Press, Chapel Hill, Camera dei fasci e delle corporazioni Carta
del Lavoro Corporativismo Corporazione proprietaria Confederazione nazionale
delle corporazioni sindacali Collaborazione di classe Fasci Italiani di
Combattimento Interventismo Leggi fascistissime Politica economica fascista
Politica sociale (fascismo) Dalmine Rivoluzione fascista Squadrismo
Sindacalismo rivoluzionario Sindacato fascista dei giornalisti Portale
Fascismo Portale Politica Portale Storia d'Italia
Edmondo Rossoni sindacalista, giornalista e politico italiano Oliviero
Olivetti politico, politologo e giornalista italiano Confederazione
nazionale delle corporazioni sindacali. Nome compiuto: Riccardo Del Giudice. Giudice.
Keywords: l’implicatura di Telesio, Telesio, polemica con Spirito su la
distinzione tra sindacato e corporazione, le corporazione nella roma papale, I
diritti dello stato pontificio, il diritto della navegazione, contratto,
gentile, la scuola al lavoro – ‘dottrina e prassi corporativa” -- – la tesi di telesio – consiglio nazionale
delle corporazioni. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giudice: l’implicatura di Telesio” -- The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giudice:
all’isola – FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- corpi ed espressioni – filosofia messinese – scuola di
Messina – la scuola d’Antillo -- filosofia siciliana – filosofa italiana -- Luigi
Speranza (Antillo). Abstract. Grice: “In my ‘Personal identity’ I divide
‘I’ sentences in three types: somatic, psycho-somatic, and psychic. Giudice would not agree!” Keywords: corpo ed anima. Filosofo
messinese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Antillo, Messina, Sicilia. Grice: “Giudice has
written an essay that poses a conceptual query for Austin’s conceptual query. It’s “Sull pudore” – “But do
we have that in ordinary language?”” – Grice: “Giudice has also written on more
standard forms of philosophy of language, and Nietzsche.” Dopo aver espletato studi classici si laurea con la
tesi “Ideologia e Sociologia” -- Ricercatore all'Istituto di Filosofia di
Messina. Direttore della collana "Filosofia Teoretica". Altre saggi:
“La Nuova Filosofia, Messina, Sortino “Il discorso filosofico” “Gli echi del
corpo” Verona,Paniere, “Il lessico di Nietzsche” Roma, Armando, Nietzscheana.
Esercizi di lettura, Messina, Alfa, “Il tribunale filosofico” I simboli delle
cose più alte, Fedeltà alla terra, Profili della contemporaneità, Cosenza,
Pellegrini, “Stare insieme” Cosenza, Pellegrini, La filosofia del finito,
Cosenza, Pellegrini, Gl’echi, Cosenza, Pellegrini Editore, Il corpo e l'espressione,
Cosenza, Pellegrini, Scritti di filosofia ed etica, Cosenza, Pellegrini, Emozioni
e cognitività: Un approccio fisiologico, Cosenza, Pellegrini Sul pudore -- Sul
pudore e sull'osceno, Cosenza, Pellegrini Breve documento sulla "nuova
filosofia", Cosenza, Pellegrini, Scritti di filosofia ed etica, Cosenza,
Pellegrini, Su Messina e altri scritti, Cosenza, Pellegrini, Morelli, Puoi
fidarti di te, Milano, Mondadori, Battaglia, Storia e cultura in Popper,
Cosenza, Pellegrino, Battaglia, Guicciardini tra scienza etica e politica,
Cosenza, L. Pellegrino,, varie Giovanni
Coglitore, Kant: cristianesimo come impegno morale, in Il contributo, L'Espresso, Studi etno-antropologici e
sociologici,. Fisiologia branca della biologia che studia il
funzionamento degli organismi viventi disambigua.svg Disambiguazione –
"Fisiologo" rimanda qui. Se stai cercando l'omonimo trattato antico,
vedi Il Fisiologo. La fisiologia (da φύσις, natura', e λόγος, 'discorso',
quindi 'studio dei fenomeni naturali') è la branca della biologia che studia il
funzionamento degli organismi viventi, analizzando i principi chimico-fisici
del funzionamento degli esseri viventi, siano essi mono o pluricellulari,
animali o vegetali. L'Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, un'importante
prima tappa nello studio della fisiologia. È detta "condizione
fisiologica" lo stato in cui si verificano le normali funzioni corporee,
mentre una condizione patologica è caratterizzata da anomalie che si traducono
in malattie. Data l'estensione del campo di studi, la fisiologia si divide, fra
gli altri, in fisiologia animale, fisiologia vegetale, fisiologia cellulare,
fisiologia microbica, batterica e virale. Il Premio Nobel per la Fisiologia o
la Medicina è assegnato dall'Accademia reale svedese delle scienzea coloro che
raggiungono risultati significativi in questa disciplina.
StoriaModifica Claude Bernard e i suoi aiutanti. Olio su tela di
Leon-Augus Wellcome. I primi studi fisiologici risalgono alle antiche civiltà
dell'India e all'Egitto, dove venivano condotti insieme agli studi anatomici,
senza l'utilizzo della dissezione o della vivisezione. Lo studio della
fisiologia umana come campo medico risale almeno ai tempi di Ippocrate, noto
come il padre della medicina. Ippocrate incorpora questa scienza alla sua
teoria degli umori, che si basa su quattro sostanze fondamentali: terra, acqua,
aria e fuoco; associate ad un corrispondente humor (bile nera, flegma, sangue e
bile gialla, rispettivamente). Ippocrate nota alcune connessioni emotive ai quattro
umori, che Galeno avrebbe poi ripreso nei suoi studi. Il pensiero criticodi
Aristotele e la sua teoria sulla correlazione tra struttura e funzione ha
segnato l'inizio dello studio della fisiologia nella Grecia antica. Come
Ippocrate, Aristotele riprende la teoria umorale, che per lui consisteva in
quattro qualità primarie: caldo, freddo, umido e secco. Galeno è stato il primo
ad utilizzare degli esperimenti per sondare le funzioni del corpo. A differenza
di Ippocrate, però, Galeno sostiene che gli squilibri umorali siano situati in
organi specifici, o nell'intero corpo. Galeno ha poi introdotto la nozione di
temperamento: sanguigno corrisponde al sangue; il flemmatico è legato al
catarro; la bile gialla è collegata alla collera; e la bile nera corrisponde
alla malinconia. Galeno afferma che il corpo umano è composto da tre sistemi
collegati: il cervello e i nervi, responsabili dei pensieri e sensazioni; il
cuore e le arterie, che danno la vita; e il fegato con le vene, che sono
collegati alla nutrizione e la crescita.[9] Galeno è anche il fondatore della
fisiologia sperimentale. Per i successivi 1.400 anni, la fisiologia galenica
influenza l'intera medicina. Fernel, un medico francese, ha introdotto per
primo il termine "fisiologia". Il fisiologo francese Milne-Edwards introduce
il concetto di divisione fisiologica del lavoro, che ha permesso di
"confrontare e studiare le cose viventi come se fossero macchine create
dall'industria dell'uomo". Ispirato dal lavoro di Adam Smith,
Milne-Edwards ha scritto che il "corpo di tutti gli esseri viventi,
animali o piante, assomiglia ad una fabbrica ... in cui gli organi,
paragonabili ai lavoratori, lavorano incessantemente per produrre i fenomeni
che costituiscono la vita dell'individuo." Negli organismi più
differenziati, il lavoro può essere ripartito tra diversi strumenti o sistemi
(chiamati da lui appareils). Lister studia le cause della coagulazione del
sangue e l'infiammazione. Le sue scoperte portano all'implemento di antisettici
in sala operatoria, con conseguente diminuzione del tasso di mortalità degli
interventi chirurgici. La conoscenza fisiologica ha iniziato a crescere ad un
ritmo rapido, in particolare grazie alla teoria cellulare di Schleiden e
Schwann, nella quale si afferma per la prima volta che gli organismi sono
costituiti da unità chiamate celle. Le scoperte di Bernard hanno portato al
concetto di milieu interieur (ambiente interno), che sarà poi ripreso e
definito "omeostasi" dal fisiologo americano Walter B. Cannonnel. Con
omeostasi, Cannon intendeva "il mantenimento di stati stazionari nel corpo
e i processi fisiologici con cui sono regolati. In altre parole, la capacità
dell'organismo di regolare l'ambiente interno. Va notato che, William Beaumont
è stato il primo americano ad utilizzare l'applicazione pratica della
fisiologia. I fisiologi del XIX secolo come Michael Foster, Max Verworn,
e Alfred Binet, sulla base delle idee di Haeckel, elaborano il concetto di
fisiologia generale, una scienza unificata che studia le cellule, ribattezzata
biologia cellulare nel 900. Nel XX secolo, i biologi iniziano ad interessarsi
agli organismi diversi dagli esseri umani, e nascono i campi della fisiologia
comparata ed ecofisiologia. Più di recente, la fisiologia evolutiva è diventata
un sotto-disciplina distinta. La fisiologia opera su diversi livelli,
occupandosi sia dei meccanismi di base a livello molecolare sia di funzioni di
cellule e organi, come pure dell'integrazione delle funzioni d'organo negli
organismi complessi. A seconda dell'ambito specialistico, la
fisiologia si avvale delle conoscenze di numerose discipline, oltre alle già
citate chimica e fisica, alcune branche della biologia quali: biochimica,
biologia molecolare, anatomia, citologia e istologia e costituisce anche la
base fondamentale per numerose discipline mediche quali la patologia, la
farmacologia e la tossicologia. Esistono diversi metodi per classificare
la fisiologia In base al taxon: Fisiologia animale: studia i fenomeni e i
meccanismi associati alle funzioni degli animali. Fisiologia vegetale: studia i
fenomeni e i meccanismi associati alle funzioni dei vegetali. Fisiologia umana:
studia i fenomeni e i meccanismi associati alle funzioni degli esseri umani
Fisiologia microbica e virale. In base al livello di organizzazione: Fisiologia
cellulare: studia i meccanismi associati al funzionamento delle cellule e le
loro interazioni con l'ambiente. Fisiologia molecolare: studia i fenomeni e i
meccanismi associati alle funzioni delle molecole Neurofisiologia: studia il
funzionamento del sistema nervoso sia a livello cellulare che sistemico
Fisiologia sistemica Fisiologia ecologica Fisiologia integrativa In base ai
processi che causano variazioni fisiologiche: Fisiologia ambientale: studia le
reazioni e l'adattamento dell'organismo sottoposto a differenti ambienti
(temperatura, altitudine, inquinamento, ecc..). Fisiologia patologica: studia
le modificazioni delle funzioni in seguito ad una patologia. Fisiologia dello
sviluppo: studia i meccanismi e le fasi che conducono un organismo alla maturità
riproduttiva. In base agli obiettivi finali della ricerca: Fisiologia
applicata: studia la capacità umana d'interagire con l'ambiente esterno.
Fisiologia comparata: studia le somiglianze e le differenze delle diverse
specie animali. Fisiologia dell'esercizio: studia i meccanismi che interessano
l'attività motoria e sportiva e come migliorare le prestazioni con
l'allenamento. Prosser, C. Ladd
Comparative Animal Physiology, ambientale Environmental and Metabolic Animal
Physiology Hoboken, NJ: Wiley Introduction
to Physiology: History And Scope, in Medical News Today Hall Guyton e Hall
Manuale di fisiologia medica Philadelphia, Pa .: Saunders / Elsevier. Burma;
Maharani Chakravorty. From Physiology and Chemistry to Biochemistry. Pearson
Education. Zimmermann. The Jungle and the Aroma of Meats: An Ecological Theme
in Hindu Medicine. Motilal Banarsidass publications. Selin, Medicine Across
Cultures: History and Practice of Medicine in Non-Western Cultures, Springer
Science et Business Media, Physiology - humans, body, used, Earth, life,
plants, chemical, methods, su scienceclarified. URL Boeree, Early Medicine and
Physiology, su webspace.ship.edu. URL Galen of Pergamum | Greek physician, in
Encyclopedia Britannica. Stanley C. Fell e F. Griffith Pearson, Historical
Perspectives of Thoracic Anatomy, in Thoracic Surgery Clinics thorsurg.. Wilbur Applebaum. Encyclopedia of
the Scientific Revolution: From Copernicus to Newton. Routledge. Cervello. The Pulse del modernismo:
fisiologici Estetica a Fin-de-siècle Europa . Seattle: University of Washington, Milestones in
Physiology Archiviato il 20 maggio 2017 in Internet Archive. Brown e Elizabeth
Fee, Walter Bradford Cannon, in American Journal of Public Health, Brain, The
Pulse of Modernism: Physiological Aesthetics in Fin-de-Sicle Europe, University
of Washington Feder, ME; Bennett, AF;
WW, Burggren; Huey, RB New directions in ecological physiology. New York:
Cambridge University Press. Jr T Garland, P. A. Carter, Evolutionary Physiology
Moyes, C.D., Schulte, P.M. Principles of Animal Physiology, second edition. Pearson/Benjamin Cummings. Boston, MA, lemma di
dizionario «fisiologia» fisiologia, su
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Fisiologia, su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Opere
riguardanti Fisiologia, su Open Library, Internet Archive. Fisiologia, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Portale Biologia: Biologia scienza che
studia la vita Storia della biologia Equilibrio idro-salino. Nome
compiuto: Santi Lo Giudice. Giudice. Keywords: corpi ed espressioni, corpo,
espressione, pudore, osceno, l’osceno nella Roma antica, l’osceno nella italia
antica, fisiologia, fisiologico, natura -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giudice: corpi
ed espressioni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giulia:
la ragione conversazioanle e l’implicatura conversazionale – la scuola d’Acri
-- filosofia calabra – scuola d’Acri -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Acri). Abstract. Grice: “History of philosophy teaches how
you make the same mistake MORE than twice!” -- Keywords: storia della
filosofia. Filosofo calabro. Filosofo italiano. Acri, Cosenza, Calabria. Grice:
“Julia was more of a poet than a philosopher; but then for Heidegger,
philosophy IS poetry and vice versa!” -- essential Italian philosopher. Studia a Cosenza sotto FOCARACCI (si veda). Direttore
di Telesio, periodico. Stringe grande amicizia PADULA (si veda). La temperie
culturale in ambito locale vede la difficoltà della Calabria a integrarsi nella
nuova entità politica. Area essenzialmente contadina, la regione ha una classe
dirigente che preferisce assoggettarla al clientelismo e alla sua arretratezza
piuttosto che metterla al passo con zone del paese più avanzate e progredite;
perciò il mondo intellettuale d'avanguardia, deluso dalle speranze e conscio
del sottosviluppo, si volge verso il positivismo e il socialismo. Vive tra il
tardo romanticismo e l'affermarsi delle innovative correnti costituite dal
naturalismo e dal verismo, nella scia di CARDUCCI (si veda) e VERGA (si veda).
Le contraddizioni della sua epoca lo formano come un intellettuale
spiritualista che rifiutail materialismo e in parte il mondo contemporaneo, e
d'altra parte un sostenitore degli ideali socialisti, del riscatto delle masse
disagiate e della glorificazione del passato della Calabria a partire
dall'assedio degl’Aragonesi e dei suoi conterranei coevi illustri, fra i quali
Miraglia, Padula, Quattromani, Tocco, oltre a CAMPANELLA. Accostatosi in un
primo tempo al misticismo di Gioberti, si converte al verismo, alla ricerca del
pragmatismo e di un modello di poesia di alto civismo che lo stesso G. proclama
nei suoi Sonetti e liriche. Parte dai miti popolari e dalle ballate della
tradizione romantica per marcare orgogliosamente la storia della sua terra.
Considerato il padre della letteratura calabrese, si interessa alle origini
della cultura letteraria della regione analizzando anche alcune opere a lui
precedenti. Il suo impegno regionalistico si concretizza in uno studio su Selvaggi,
nel quale si individua un collegamento fra Galeazzo di Tarsia e le produzioni
romantiche. Vi fu poi un saggio su Padula e un esame delle liriche riferibili
all'Accademia Cosentina. Sa però spaziare oltre i confini delle sue terre, fino
a richiamare Milton nel suo scritto dedicato a Padula. Oltre a uno studio su
Monti, produce dei lavori anche su Mazzini, Poerio, Correnti, legati
dall'attenzione alle tematiche relative al Risorgimento e perciò in convergenza
con il proprio pensiero, che dal punto di vista della poetica si richiama ai
modelli che il letterato individua in Leopardi, Berchet e Giusti, oltre che in
Prati. Piromalli, La letteratura
calabrese, Pellegrini, Cosenza; Monografia su calabria o, su calabria. Digital
Storytelling su G. a cura degli studenti del Liceo G. di Acri, CS. Ovvero delle
famiglie nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al libro
d'oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano
dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che gioccano un ruolo
nelle vicende del Sud Italia. Famiglia G. A cura di Dodaro Socio
Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Arma: d’azzurro alla fascia d’oro
accompagnata nel capo da un destrocherio di carnagione tenente un uccello di
nero e in punta da un albero radicato al naturale. Titolo: Nobile d’Acri. Arma
Famiglia La famiglia G., in origine nota come de “Giulia”, figura fra le
antiche e nobili casate d’Acri, Cosenza. I G. godettero sempre nella locale
società di un buon livello di prestigio sociale come testimoniato dalle
alleanze matrimoniali contratte con diverse famiglie patrizie fra le quali
ricordiamo le seguenti: Benincasa, Candia, Capalbo, de Simone, Dodaro, Falcone,
Fusari. Simbolo della condizione privilegiata della famiglia è il grande
palazzo sito tra il rione Casalicchio ed il quartiere Piazza. Tale edificio, al
cui interno si conserva la ricca biblioteca di famiglia, è abbellito da un
portale lapideo sul quale spicca un mascherone sormontato da un’antica
riproduzione in pietra dello stemma del casato. Il suddetto blasone è timbrato
dalla classica corona a cinque punte che identifica i Julia come
nobili. Acri, Palazzo Julia, portale con atto del notaio Gaudinieri,
il sacerdote Nicola Maria J. fonda una cappella privata sotto il titolo
dell’Immacolata Concezione all’interno della chiesa di San Nicola di Bari in
Acri situata nel rione Casalicchio. Fabrizio J. vende a Sanseverino un terreno
dove e edificato l’imponente complesso del palazzo acrese dei principi di
Bisignano, permutandolo con la casa e il fondo Macchia. Dal matrimonio fra il
dott. Raffaele e la N.D. Giuseppina Capalbo nacquero Salvatore ed Antonio dei
quali il primo è rinomato avvocato mentre Antonio viene ricordato come “Medico
illustre” che “in età provetta, in pochi mesi, studiò leggi presso il Focaracci
e ne apprese quanto ne anno i più maturi; onde s’incentrarono in lui il medico
e l’avvocato. Fra i personaggi celebri di questa famiglia ricordiamo il citato
Raffaele, Governatore di S. Giorgio e Vaccarizzo. La figura cui si lega
maggiormente la fama del casato è quella di G., FILOSOFO. Allo stesso è
intitolato il liceo – LIZIO -- d’Acri. Svolge gli studi presso l’istituto
Molinari di Acri ed il seminario di S. Marco Argentano. Frequenta il seminario
di Bisignano dove ebbe come insegnante il Canonico acrese Francesco Saverio
Benvenuto, quest’ultimo colto latinista nonché teologo, filosofo e parroco
maggiore di Santa Maria in Acri.
Intraprese gli studi giuridici e per alcuni anni esercita la professione
di avvocato poi accantonata a favore dell’insegnamento di materie filosofiche.
Quanto alla sua produzione filosofica questa e quella del poligrafo
(letteratura, filosofia, storia, cultura calabrese) inoltre. Nei suoi studi
predilesse la valorizzazione e la riscoperta di figure regionali poiché gli
pareva che la Calabria fosse dimenticata e poco apprezzata dopo la raggiunta
Unità. Fra le sue opere ricordiamo: Saggio sulla vita e le opere di Gravina,
Saggio di studi critici su Selvaggi e la Calabra poesia, ROVERE e i suoi
dialoghi di scienza prima, FIORENTINO filosofo, Lettere al figlio Antonio su
Cesare, SANCTIS in Calabria, Monti. Muore in Acri. Telesio, rivista
codiretta da J. Antonio J. figlio di Vincenzo, avvocato e raffinato poeta
sposa, in prime nozze, Mariantonia Dodaro, figlia dell’avv. Giovanbattista e di
Cristina Benvenuto. Il loro è un matrimonio felice e allietato dalla nascita di
Maria Gabriella, Vincenzo e Antonietta. Antonio G. e sua moglie
Mariantonia Dodaro Antonio G. è legato da sincero amore a sua moglie e
quando questa prematuramente scomparve, riversò il suo dolore in alcuni
toccanti componimenti poetici che rappresentano una struggente testimonianza
del suo dramma interiore e assieme della sua spiccata sensibilità
d’animo. AL CROCIFISSO DEL SUO LETTO Non più le sue lucenti Pupille a te
si volgeran la sera; non più per le dolenti mie stanze echeggerà la sua
preghiera. O tu, che pendi ancora, mistico Iddio, sul vedovo mio letto, volgi
le luci ognora sovra i miei figli e sul paterno tetto! Dimmi che ancor le
rose Olezzano per te, vigile Iddio, le parole amorose che a te rivolse, ne
l’estremo addio. Dimmi che ancor tu senti La voce sua, ne l’ombre de la sera, e
che, in soavi accenti, mormora pe’ suoi figli una preghiera! Gli smalti dello
stemma J. sono noti grazie ad una raffigurazione del blasone in oggetto
riportata dallo storico acrese Capalbo in un suo lavoro inedito sull’araldica
delle famiglie nobili d’Acri. Nella riproduzione del blasone dei G., visibile
ancora oggi sul portale del loro palazzo in Acri, il destrocherio appare
vestito. (2) - Per approfondimenti si rimanda a CHIODO, L’Archivio Privato
della famiglia G. di Acri - Inventario sommario, in “Archivio Storico per le
Province Napoletane. Per un elenco completo delle famiglie patrizie di Acri si
vedaCAPALBO, Memorie storiche di Acri, S. Giovanni in Persiceto (BO), Edizioni
Brenner, CAPALBO. Quest’ultima, appartenente a una famiglia originaria di
Rogiano Gravina, sorella di Balsan,
letterato e deputato del regno d’Italia nonché preside del liceo Telesio
di Cosenza. Lo stesso figura tra i maestri del nipote PIROMALLI, La Letteratura
Calabrese, Cosenza, Pellegrini. Per approfondimenti su alcune vicende storiche
che interessarono la famiglia Fusari si rimanda a CAPALBO,- G. vincenzo. atavist.
Alcuni anni dopo il decesso della prima moglie, si unirà in matrimonio con
Maria Beatrice Antonietta Romano di Acri. Poi sposatasi con Carlo Giannice Andata
successivamente in sposa a Giuseppe dell’Armi A. G., Momenti, S. Maria Capua a
Vetere, Casa ed. Della Gioventù, Si veda anche il componimento intitolato “Alla
Vergine della Sua Stanza”. Questo egregio, su cui fondiamo, a buon dritto, non
pic cola speranza, per le diverse prove del suo nobile ingegno fin'ora dateci,
coltiva con forte, inteso amore le filosofiche discipline, tutto solo
rannicchiato in piccol paesuccio delle Calabrie, Acri. Egli, da quello n'è
sembrato, predilige la filosofia di quel sommo torinese filosofo, che col suo primato
Civile e Mormale D'Italia fanatizzò tutti isuoi connazionali per la dupla
autonomia del loro paese, Libertà ed Indipendenza; e con l'Introduzione allo
studio della Filosofia, la Protologica ed altre opere speculative ispira nei
cultori di questa no bilissima scienza l'amore delle nazionali dottrine. J. a
dunque è un giobertiano, un ontologo, e per lui quindi sta che l’ente, il primo
essere, Colui che dà l'essere a tutte cose, non però spezzandosi, non
diffondendosi, nè emanandole dal suo seno, come il ragno il ragnatelo; ma
liberamente creandole; per lui dico sta, che l'Ente, l'ASSOLUTO reale, non
astratto, quale il pose, il proclama Hegel, è il Primo Filosofico, cioè a dire
è non solo il primo essere o primo ontologico; ma anche la Prima Idea o Primo
Psicologico. Sicchè non solo anno le cose tutte da Dio l'essere loro, ma anche
la loro intelligibilità. Verità già insegnata dal fondatore dell'Accademia, il
divino Platone, il quale dice che l'idea del DIIVINO è pel mondo intelligibile
quello che il sole è pel mondo visibi le, e che l'essere assoluto dà alle menti
nostre l'esistenza e spande su loro e sugli obbietti della scienza illume della
verità« detí v 8.& Tlothuns oùoxv xai adnocías» come il sole, che non solamente
rende visibili le cose, ma dona loro eziandio il nascimento, l'accrescimento e
la maturita -- τον ήλιον τοϊς ορωμένοις ου μόνον, οίμαι τήν του οράσθαι δυναμιν
παρέχειν φήσεις, αλλά και την γένεσιν αυτών όντα. Quindi per J. sta quel metodo
detto deduttivo, o sillogistico, che dai principii va alle conseguenze, ma non
come pretende il fondatore del Peripato del LIZIO, il qua le fa il sillogismo
posteriore all'induzione, ed il cui scopo non consiste in altro che in
applicare i principii alle cose particolari a meglio rifermarle. J. ha capito
bene che l'induzione non può darci punto tanto i principii proprii a ciascuna
scienza, quanto i principii comuni ed assolutamente universali. I principii
sono ontologici ed originalmente presenti alla intelligenza, secondo dice il
divino Platone, e non già puramente logici ed astratti, secondo dice
Aristotele, che li vuole prodotti la merce dell'intelligenza con gl’elementi
fornitici della sensazione. Nè debbe dirsi che J. neghi l'induzione. Ei
l'ammette, e nel senso di venir essa provocata, sostenuta e guidata in noi dal
lume di certe idee generali sempre presenti all'anima nostra, essendo un
impossibile elevarsi da qualche fatto individuale e variabile all'idea della
legge generale e permanente, senza averci di già nella mente, almeno in una
maniera vaga e confusa, l'idea di ordine, di generalità e di stabilità. Laonde
dice Laforet nella sua storia della filosofia antica, in parlando del LIZIO. Comment s'élever de la
perception de faet contingents et relatif à l'idée de principes nécessaires et
absolus, si le necessaire et l'absolu sont entieremant étrangers à
l'intelligence? Dunque pel J., come per ogni giobertiano,
si deve partire di Dio per costruire la scienza filosofica ossia dalla idea
somma ed improdotta, perché è quel principio supremo che illumina e rende
conoscibili gli altri principiimeno generali e senza di cui non potrebbe aversi
quella sintesi obbiettiva, che argumenta di necessità nel suo moto organico la
gerarchia dei principii scientifici; e deve radicarsi in un principio assoluto,
supremo, universale, immutabile, il quale, reggendo colla sua virtù ogni
singolar passo del procedimento razionale, accorda ed unifica tutti imomenti
del discorso ideale, e tutta insieme 1.umana enciclopedia. Laonde dice saviamente
nel suo dotto di scorso intorno al Panteismo Attanasio, nella La Carità di Napoli.
Sintesi senza gerarchia di principii io non intendo nell'ordine dell'idee, come
non vedo nell'ordine umano sociale e nell'ordine fisico di natura. E
ingradamento di gerarchie che ponga in atto una sintesi universale torna
impossibile a concepire pur col pensiero senza un principio supremo,
essenzialmente uno ed immutabile, che sia il centro immoto che governi i moti
del multiplo e del diverso e tragga a sè ed accordi il multiplo e dil diverso».
Laonde, lasciando chel'induzione non conduca ai principii, a ciò che è
universale, sia che dessa fosse positivista o come la intende il positivismo,
siache fosse anche nel senso di Aristotsle, ci facciamo a lodare J. per avere
ei scelto quel sistema, che parte dall'idea dell’ASSOLUTO reale per costruire
la scienza, non sipotendo, per tante e tante ragioni dette e ri-dette, porsi
per primo conoscibile ciò che non è prima cosa; per chè sarebbe, seguendo
questa via, un turbare l'armonia della scienza filosofica; giusta che vien
fatto dai psicologi, i quali partono dal contingente, ed oșano spiegare
l'assioma degl’assiomi, la verità prima con la verità seconda, e separare
l'ordine di esistenza da quel lodi conoscenza, il primo psicologico dal primo
ontologico, dando questo per primo filosofico. Di qui non potremmo esserer
improverati che atorto, se dicessimo che iseguaci del PSICOLOGISMO di
Aristotele -- non però di quelle d’AQUINO (si veda) ch'è ben altro -- siam
lontani da una vera scienza; perché la scienza è con la sintesi, e la sintesi
co'principii, e la gerarchia dei principii scienziali nel principio sommo, Dio,
radicata. Siechè scienza sull'ANALISI è scienza effimera, è scienza di nome,
essendo disgregazione, e tale è la filosofia di Aristotele, siccome è conto da
quei due principii ammessi da lui. Nihilest in intellectu,quod prius non fuerit
in sensu -- e che l'anima nostra si
rassomiglia ed una tavolarasa -- Δείδ'ούτως ώσπερεν γραμματειωώ μηθένυ πάρχει
εντελεχεία γεγραμένον. È quantunque fosse vero che il LIZIO ammettesse
l'intelletto attivo profondamente distinto dalla sensibilità, essendo quello
che opera 83 $¢%su ciò che ci vien porto dalla sensazione, per tirarne od
indurne avec lemonde intelligible; sun intervention n'apportedo nerien de now
eri veau à ce qui est déposé dans l'àme par suite de la perception des 0C sens,
il ne peut qu'exercer son activité et travaillier sur ce qui est racu dans
l'intellect paseif. L'intellect actif d'Aristote nous semble jouer, redans la formation de la
connaessance,un rôle exactement samblable à 1021"celui que joue la
reflexion de Locke; ni l'un ni l'autre n'ajoutent ta rien à l'objet fourni par
la sensation, toute leur action seborné à éla:) doaborer cet objet Dunque
nonpuò farsi ammeno di ammettere col ret. J. e la scuola giobertiana l'apprensione diretta ed
immediata, din cioè l'intuito dell'assoluto, e ritenere essere questi la prima
idea, la l'oprima conoscenza, che, per la via di un primo guardare, viene al.
into: l'intelletto umano nello stato d'intenebramento, che la riflessione di in
poi, la quale èun secondo intuito od un ripiegamento dello spirito e sopra il
primo intuito, chiarifica e fissa, e non già che la si acqui isti e conosca in
forza del raziocinio, passandosi dalla cognizione a iilistratta, ottenuta per
la via dell'induzione, a quella concreta del V e on& ro Assoluto, avendo
ben dimosorato altrove, che i psicologi si tro fost vino in grande errore,
credendo ed insegnando, che Dio siccome ve fosesrità assiomatica, essendo
universale, necersaria ed immutabile, debba 18 essere astratta,e che vi bisogna
di forza indispensabilmente il ra ley ziocinio per ascendere, mediante essa
verità astratta, al vero primo buik ed assoluto, mentre, siccome facemmo notare
in proposito di Milone. Insomma, senza menarla piùinlungo, della insignescuola
on anda tologica è J., siccome l'ha mostrato co'suoi vari scritti di ar
veratgomento filosofico e conquello, veramente stupendo, Discorsointorno alla
vita ed alle opera di Balsano, in cui, prendendoa consi ost: der ar e questo
disgraziato dotto Calabrese, divenuto vittima del pugnale di un assino, e,
considerandolo non solo quale oratore egregio ed acuto critico,ma anche
qualeillustre cultore delle scienze filosofi cincche, e forte amatore del
sistema ontologico, palesa a chiare note i suoi O. pensamenti in fatto di
filosofia, che sono indubitatamente quelli del Pladiotonismo, cristianizzato
d’Agostino, ammirato d’AQUINO (si veda) e d’ALIGHIERI (si veda), divulgato da
Gioberti, ed abbracciato dalla th, maggior parte de'pensatori nostrani. La
FILOSOFIA di J. che ci avemmo in dono da lui medesi i mo, palesa ad evidenza
non solo la scuola filosofica cui appartie ne; non solo la lucentezza delle
idee, ond'è corredata sua mente; e non solo l'affetto per la patria grandezza
quanto a politica, governo e civile, scienze, lettere ed arti; ma dàanche prova
della perizia che l'universale ed elevarci sino alla concezione dei principii;
pure non to bisogna dimenticarci che nella teoria dello Stagirita è desso
affatto et vuoto, senza alcun rapporto diretto col mondo intelligibile, da
potersi pelo dire che nella conoscenza eserciti l'ufficio nè più nè meno della
riostruflessione di Locke. E dice bene Laforet. Dans la theorie du Stagirite
l'intellect actif est tout a fait vide et n'a nul rapport direct Profilo
Bibliografico pubb. nella Rivista Itoliana di Palerino ela:Anno IV,N. 11, nonci
ha cosa più chiara, che essa verità assio -artormatica primitiva è obbiettiva
in sommo grado,appunto per le sue veritacaratteristiche di universalità,
necessità ed iminutabilità. COSS me adal tile. // ne 84 ha ei nell'idioma
nazionale. Sicchè è a rallegrarci con lui dei buoni studi, dell'amore delle
nazionali dottrine dell'eccellenza del sistema che ha adottato nelle scienze
speculative, anteponendo (fra i due sistemi che veramente possono dirsi i più
perfetti, essendo ambo sin tesisti, cioè a dire razionalo-empirici od
empirico-razionali) l'ontologismo al psicologismo, e, fuggendo, quelloche è
più, gl’eccessi del razionalismo e dell'empirismo, e quei tali sistemi erronei,
idealismo e positivismo, pei quali delirano i filosofi, da cui camminando si di
questo passo, non ci possiamo attendere, se non un ar venire sventurato. Prosegue
J. i suoi studii filosofici, e ci offra lavori speculativi di maggior lena, per
poterlo vie meglio ammirarlo, e rallegrarcene con lui. Delle dottrine
filosofiche e civili di Gravina per Balsano, con saggio sulla vita e sulle
opere del Gravina per J. Cosenza, Mgliaccio. Gravina è considerato dai
più come poeta e letterato segnatamente pel suo trattato della Ragione
poetica,e come insigne giureconsulto, specie per lasua opera De ortu et progressu
juris civilis. Ma eglime rita,sotto un certo rispetto,d'essere altresi
considerato come filosofo e per le dottrine speculative che professava e per
quei sommi principii a cui s'informano i suoi SAGGI DI FILOSOFIA, dovendo le
scienze particolari e d'applicazione, quali sono appunto le discipline giuri
diche e pratiche.esser precedute ed illuminate da una scienza speculativa più
alta ed universale, cioè dalla Filosofia propriamente detta. A nostri giorni il
calabrese Balsano si pro pose di far meglio conoscere le dottrine filosofiche e
civili di Gravina, studiando accuratamente e con intelletto d'amore le opere
del suo grande concittadino. Ma Balsano, non che pubblicarlo, non potè compiere
il suo lavoro, perchè trafitto dal pugnale dell'assassino! J. ha raccolto la
sacra eredità del suo venerato maestro, dettando un'eru dita ed ampia
monografia sulla vita di Gravina, e pubbli candola insieme al lavoro inedito
del Balsano. In questa vita e troviamo uno specchio breve ma
fedele dei tempi di Gravina, specie riguardo agli studii; la pittura del
carattere morale del pensatore rogianese, un cenno de'suoi numerosi scritti e
de'suoi meriti letterarii. L'opera del Balsano, dettata in una forma quanto
castigata altrettanto elegante ed elevata, contiene una larga esposizione dei
pensamenti di Gravina diretti a coordinare tutte le sue meditazioni di
filosofia speculativa e di morale, di religione e di diritto, di estetica e
d'insegnamento, di politica edi civiltà. È divisa in due libri. Nel primo si
ragiona delle dottrine civili. Quanto alla filosofia, da Balsamo si cerca dimo
strare che Gravina, studioso della TRADIZIONE DELL’ANTICA FILOSOFIA ITALICA,si
attenne specialmente alla dottrine platoniche (come apparisce anche
dall'Orazione sua De instauratione studiorum), armoneggiandole col progresso
della civiltà cristiana, delle scienze particolari e massime del Diritto, egli
che aveva meditato le opere dei sommi giure consulti romani, e che aveva piena
la mente ed il petto della grandezza di ROMA antica. Le dottrine platoniche da
lui professate gli fecero innalzare la mente ai principii sommi del Diritto, a
meditare la riforma delle dottrine civili, ed a comprendere la sintesi
el'armonia delle parti principalidel sapere. Difatti, Gravina vedeva la scienza
umana come un'armonia e ricordava la piramide in cui egli dice espressamente avere
gli antichi savi simboleggiato la scienza umana e la natura delle cose: il che
significa che per lui l'ordine della scienza risponde a quello della natura,
l'idealità alla realità; e come il primo vero è l'idea divina nota da principio
all'intelletto creato, così il primo essere è Dio creatore della scienza e
della natura. Tutto l'ordine dei contingenti reali ha sua causa efficiente
nell'ASSOLUTO che licrea; tutto l'ordine delle cono scenze empiriche ha sua
origine nell'idea eterna, presente sempre all'intelletto umano e norma o tipo a
cui si riscon trano le cose finiteapprese per esperienza sensibile. E sotto
questo aspetto può dirsi che Gravina precorresse a Gioberti, che in cima del
sapere e dell'essere doveva porre Dio creatore. Adunque il contemporaneo di
VICO (si veda) non segui le dottrine del Locke, ma invece quelle più elevate di
Pla- [Disp.] tone e del Cartesio, quantunque non și mostrasse sempre giusto
verso il LIZIO. Ma se a Gravina non può negarsi un certo valore filosofico, i
suoi veri meriti risguardano, più che la FILOSOFIA ela Letteratura, la
Giurisprudenza. Preceduto da Gentile, da Bacone e da Grozio, Gravina non solo
ricercava l'origine del Diritto e ne indagava iprogressi (De ortu et progressu
juris civilis), ma sapeva altresi elevarsi alle idealità o ai principii supremi
del Diritto. Quindi è che a lui debbono molto la Storia del Diritto, specie, di
quello romano che insegna in Roma stessa, e la FILOSOFIA. Gravina, esaminando
l'origine e la natura del Diritto, non lo separava dalla Morale come oggi fanno
taluni, perchè nella legge morale,da cui scaturiscono tutti i doveri umani,
trova pure il suo primo e vero fon damento il diritto. Egli precorse al Savigny
da un lato, al VICO e Montesquieu dall'altro, interpretando con larghezza di veduta
la storia civile e giuridica di ROMA. Balsano si è proposto di ritarrre
ilGravina non solo qual eminente giureconsulto, sì ancora qual filosofo civile,
mostrando com'egli additasse le norme eterne d'ogni società umana (che
ammetteva come un portato della natura) nella vita privata e pubblica,
nell'ordine privato e politico. Ma ripetiamo, Balsano non potè compiere l'opera
sua; la quale del resto, merita di essere conosciuta e studiatadai cultori
della Filosofia, benchè ci sembri scritta con entusiasmo soverchio verso il
proprio concittadino risguardato come filosofo. DISCORSO Recitato nella sala
dell'Accademia Cosentina). Piansi,o Signori, nella mia pensosa solitudine, la
morte immatura del caro Fiorentino, che mi fu amico e fratello!; vengo ora a
glorificarne l'ingegno nel tempio della scienza, innanzi al simulacro del
vecchio TELESIO, al cospetto di dotti Accademici, di fervidi giovani, dieletti
ingegni, di distinti Professori, che meglio di m e, nato e cresciuto nelle
montagne, potrebbero valutarne i forti studi e la vasta intelli genza. Parlerò
con franchezza, senza adulazioni rettoriche, senza intemperanze di lodi;
dinanzi ad uomini gravi ed austeri le apoteosi e la rettorica sono un fuordopera.
La parola mendace è un insulto alle ceneri di Fiorentino, uomo sovero ed
aperto, che disdegnò il lenocinio e le bel lezze oratorie, sa dire con
schiettezza di calabrese la v e rità ad amici e nemici, e fu audace demolitore
del vecchio mondo; inesorabile agl'ipocriti ed ai ciarlatani. Nella rioca
personalità del Fiorentino grandeggia il filosofo ed il pensatore; lascio,per
ora,ad altri di me più competenti, esami nare il letterato, lo scrittore, ed il
cittadino; io vi parlerò soltanto dell'Autore di BRUNO;del Saggio Storico sulla
Filosofia; di POMPONAZZI e di TELESIO; quat tro titoli di gloria, che
basteranno a rendere immortale il nome di Francesco Fiorentino. [Vedi il saggio
su Fiorentino da J. pubblicato nell'Avanguardi, riprodotto dalla Gazzetta
Calabrese e dal Calabro in Catanzaro; dal Corriere del Mattino e dall'Ateneo,
in Napoli. L'Italia, o Signori, fu scossa nei principi del secolo, dopo la
grande Rivoluzione dell'ottantanove, dalla parola del nostro GALLUPPI, che il
Gioberti chiama il Nestore della sapienza italiana. Senza mistiche
intemperanze, senza voli metafisici, ei richiamò, nuovo Socrate, la mente degl’italiani
ad indagare il me e la coscienza; a scrutare profondamente ilsubbietto umano;
e, rigettando lequiddità scolastiche ed il sensismo di Condillac e di Tracy,
contribui à rinnovare presso di noi il metodo naturale, e fu salutare reazione
all'esorbitanze speculative del secolo decimottavo, Conscio dell’esigenza
storioa del secolo decimonono, Galluppi inizia presso di noi lo studio della
storia della filosofia; indovino, pur combattendola fieramente, l'importanza
speculativa della sintesi a priori, che in parte accetto; e, benchè avesse
trascurata la Rinascenza, Telesio, Bruno, Campanella, può dirsi, IL VERO
EDUCATORE DELLO SPIRITO FILOSOFICO IN ITALIA. La Calabria, terra delle grandi
iniziative e delle magnanime audacie, si elevò con Galluppi all'altezza del
pensiero moderno, e fu, sarei per dire, la squilla settimon tana di CAMPANELLA,
che risveglia in Italia il pensiero laicale ed umano, il pensiero puro ed
universale. FIORENTINO studia Galluppi, ne comprese l'indirizzo storico, o gli
piacque la nuova e socratica spe culazione, che un modesto filosofo inizia
nella estrema Calabria, sulle rive di quei mari, che ripetono ancor l'eco delle
armonie pitagoriche. Galluppi, con le sue serene e casalinghe meditazioni, non
bastava ad appagare il libero ed irrequieto ingegno di Fiorentino, aquila delle
montagne, che volea spezzare le pastoie del vecchio mondo e della speculazione
galluppiana. In mezzo a queste ansie intellettive sopravvenne Gioberti a
scuotere le menti dei meridionali con la magica parola; ed Fiorentino, assetato
di ideale e di patria, come tutti i forti ingegni di Calabria, accettò
anch'egli la mistica speculazione giobertiana, o è idealista platonico ed
ortodosso. E chi potea, pria del sessanta, resistere al fascino di Gioberti?
Chi rinnegare la p a tria, ch'egli glorificò nelle pagine immortali del
Primato? Guerrazzi chiama Gioberti scintilla piovuta dal Vesuvio sulla cima
delle Alpi: veramente ci è in lui l'audacia, la fiamma profetica, la
divinazione geniale del Mezzogiorno; ci è VICO e Campanella, AQUINO o Bruno; ci
è la fede dei credenti, lo spirito ribelle dei tempi nuovi, l'ome rica fantasia
di Platone, l'austero sillogismo di Aristotile. Nei dolori dell'esilio, egli
scrive la Teorica del Sopranna turale, ch'è l'apoteosi della vecchia ortodossia
; riassunge nella Introduzione tutto il passato teologico e tradizionale,
rinnovò il realismo del Medio-Evo, sposandolo al pensiero moderno; risuscitò
nel Primato, con l'entusiasmo del pro feta, i titoli della nostra grandezza, e
lanciandosi col volo dell'Aquila alpigiana nel grembo dell'essere, credette di
averne interrogate le profondità, ringiovanito il vecchio Dio della Scolastica,
e sciolti tutti i problemi con la formola ideale e con l'ente creatore.
Gioberti non arrestossi a metà; e, ringagliardito da nuovi studî, ingegno
audace e progressivo, com'era, accettò gran parte della speculazione moder na,
e, spastoiandosi dal vecchio teologismo, dalle utopie del Primato, inaugura la
nuova Italia col Rinnovamento; la nuova Scienza con la Protologia, e la nuova chiesa
con la riforma cattolica, e con la filosofia della rivelazione; sebbene non
interamente emancipato dalla vecchia ortodos sia. Ai tempi che Gioberti pubblica
il Rinnovamento, ed Massari le Opere postume del suo grande amico, le Calabrie
erano chiuse dalla muraglia cinese, ed ilnuovo pen siero laicale di Gioberti
non potè penetrare nei nostri boschi. È ancora innamorato del misticismo e
della formola ideale; gl’eroi della Rinascenza non sono ancora conosciuti tra
noi; o SPAVENTA, esule a Torino, dove pubblica i suoi stupendi Saggi Critici su
Bruno e Campanella, e quasi ignorato in Calabria. Fiorentino, non bisogna
nasconderlo, avea subito an. Scrisse allora a Napoli Bruno, un Saggio, come
schiettamente confessa l'Autore; composto in tutta fretta nelle vacanze, e
disteso in soli ventotto giorni. Quel Saggio, benchè imperfetto, segna il primo
momento della critica evoluzione del nostro in filosofia, il passaggio, cioè,
dal dommatismo giobertiano alla speculazione libera e laicale dei tempi
moderni. Nello studio del passato Fiorentino trova la spiegazione dei
posteriori sistemi; e, poichè non poteva valutare le teoriche di Bruno, senza
risalire alle origini, guarda la dialettica nelle scuole di CROTONE e VELIA, e
ne rilevò con sa gace giudizio l'importanza speculativa nel gran dramma del
greco pensiero. Si occupa, egli il primo, presso di noi, della stupenda
Dialettica del cardinale di Cusa, e ne indaga i le gami col sistema del Nolano,
dove causa e principio sono una medesima cosa, e la esteriorità della causa e
la inte 1 Leggeva i SS. Padri in una cella di monaci: ne trascrisse molto; e ne
pubblica alcuni saggi a Messina, voltandole in italiano. Cusani; Aiello; Re;
Salvetti; Gatti; Spaventa e Spaventa; Imbriani; Meis; Tari; Savarese; Perez;
Mancini; Sanctis; Marselli; Trinchera; Turchiarulo; Zio; Quercia ed
altri. pensiero germanico, diffuso nel mezzogiorno dai più forti ingegni
del Napolitano; indovina la grandezza speculativa della Rinascenza, e si sentì
attratto dall'eroica figura del Nolano ch'egli l'influsso dei Santi Padri, e,
principalmente, come dicemmo, del filosofo torinese, che da lui studiato profon
damente in gioventù, non fu dimenticato nella età matura, in mezzo ai più
splendidi trionfi del suo ingegno. Venne però il sessanta, con le sue titaniche
audacie, e con le sue immortali demolizioni a svegliare Fiorentino dalla sua
fede dommatica e dal suo sonno ortodosso; e, benchè non ancora emancipato da Gioberti,
si volse a studiare il riorità del principio si ricongiungono nell'Uno, ch'è
insie me causa e principio. L’uno nel sistema del Nolano, è totalità assoluta;
vale a dire che come principio della forma zione dello cose è minimo,come
totalità perfetta ó massimo; come identità del principio e della fine piglia il
nome di uno, ove tutto si assorbe, come in vasto ricettacolo; ove il pensiero e
la realtà si confonde in una identità suprema. In ciò consiste il panteismo di
Bruno, che Fiorentino rigetta, soggiogato da Gioberti, confutando l'eccletismo
poco omogeneo, gli ondeggiamenti e le contraddizioni del Nolano, che fonde
insieme la Causa dei Pitagorici, l'Uno di VELIA, ed il Principio
degl’alessandrini. E pure, ad onta delle prevenzioni ortodosse e giobertiane,
Fiorentino non disconosce le novità laicali, di cui è ricco il sistema del
Bruno; la maggioranza del pensiero, la menta lità, che splende come intelletto
divino, mondano, partico lare,ed ilconcetto direlazione, ch'è tanta parte della
Protologia del Gioberti, e costituisce il verace assoluto; l'assoluto, cioè,
della moderna speculazione. Dallo oscillare di Bruno tra la Scolastica e la
Rinascenza deriva che il finito ora è una vana parvenza, ora la massima realtà;
ed il Nolano ondeggia tra Eraclito e Parmenide di VELIA, tra il flusso c o n
tinuo e la rigida immobilità. Fiorentino mette Bruno in relazione con Spinoza e
Schelling, ne nota col solito acume le differenze e le somiglianze, o conclude che
i tre filosofi si rassomigliano nella prospettiva generale del sistema, hanno
il medesimo intendimento di unificare la scienza e d'immedesimarla col mondo;
cercano fuori del pensiero il centro della loro unità, e costituiscono quella
serie di Panteisti, che si dicono obbiettivi; l'Uno, la Sostanza, l'Assoluto
sono tre creazioni parallele. Fiorentino analizza del pari la dialettica di
Hegel e di Gioberti, monumenti immortali della moderna speculazione, e nota che
in Hegel e Gioberti contrastano due tradizioni, due filosofie, e due nazioni;
la filosofia della creazione e la filosofia della identità, il
cattolicismo ed il razionalismo, l’Italia, patria d’AQUINO o d’ALIGHIERI, e la
Germania, patria di Lutero e di Göthe. Fiorentino, senza sconoscere la
importanza della filosofia tedesca, glorifica la vecchia formola giobertiana,
il cattolicismo e la rivelazione; rigetta quasi il pensiero moderno, desidera
il rinnovamento della antica filosofia italiana, e, collocando sugl ialtari il Gioberti
della Teorica e della Introduzione, chiude il Saggio con queste parole. Sogna
che il nome di GIOBERTI suonerebbe terribile sui campi di battaglia, e
venerando tra le arcale della Università. Quel mio sogno giovanile si è
avverato in gran parte e la indipendenza e l'unità della « mia
patria,propugnata da quel grande statista, è presso a compiersi; mi sarebbe ora
assai dolce il vedere una « scuola ed un'accademia iniziarsi, diffondersi,
giganteggiare in quel nome si caro ad ogni italiano, con quella « formola,che
assomma la scienza e la fede dei nostri padri. Da esse soltanto noi potremo
sperare, compagni di quelli che combatterono a Curtatone, e cacciarono
gli’austriaci da Varese e da Como. Bruno porta Fiorentino ad uno studio più
accurato della greca filosofia, di cui è anche specchio e ri produzione, in buona
parte, la Rinascenza italiana, della quale il Nolano è l'eroe ed il martire.
Professore straordinario di Storia di filosofia a BOLOGNA, Fiorentino si da a
studiare alacremente e con tenacità di calabrese Aristotile e Platone. Si fatti
studii, come racconta egli stesso, gli apreno nuovi orizzonti, gli allargano la
vista intellettiva, o gli fanno scorgere il difetto fondamentale della
filosofia giobertiana. Fiorentino si allontano da Gioberti, non col cuore, si bene
con la mente, ch: i forti amori non possono dimenticarsi. Rude e franco
calabrese, intelletto austero, Fiorentino si emancipa dalla scuola filosofica
ortodossa, quando si convince che il mito e la leggenda prevalevano sulla pura
speculazione, sul pensiero libero o laicale. La critica, che Aristotile fa di
Platone, a cui GIOBERTI si rassomiglia, fece schivo il Nostro dal mescolare
immagini ad idee, e lo inimicò con le metafore filosofiche la severa, m a
ineluttabile critica di Aristotile; non i tedeschi lo convertirono alla nuova
filosofia, degna dei tempi moderni, si bene il rigido, inesorabile Aristotile
Fiorentino scese, CALABRO ATLETA, nella arena della greca filosofia, e ardente è
trasportato lungo le sponde dell' Ilisso, tra gl’alberi fragranti, che ne
ombreggiano il margine; sotto il bel cielo d’Omero, tra le dispute di Socrate,
i simposî platonici, e le austere meditazioni dell'Accademia. Sa egli fondere
ed accordare insieme l'idea greca all'idea calabra, rappresentata nei tempi
antichi da Pitagora, e tutte e due al nuovo pensiero laicale del Rinascimento,
rappresentato presso di noi da Telesio e Campanella. Ringiovani così il
pensiero, irrigidito nelle ferree strette della Scolastica e di Gioberti; e
farfalla, ch'esce a poco a poco dal suo involucro; montanaro calabrese, che si
trasfigura man mano sotto il soffio dei nuovi tempi, si sentì umano ed
universale nei Dialoghi di Platone e nella Metafisica di Aristotile. La Grecia è
infatti la terra dove sboccia il fiore dell'Arte, e germoglia il seme
dell'umana ragione; è la patria del pensioro speculativo, della Dialettica, e
della Categoria, a cui metton capo ipiù vasti sistemi dell'antica e della moderna
filosofia. Fu lapatria di Platone, che per genialità e divinazione speculativa,
per universalità di pensa menti, per movimento drammatico, per colorito
artistico e finezza di dialogo, grandeggia su tutti i filosofi; egli fonde in
sè l'eloquio facile e maraviglioso d’Omero e l'attica bellezza di Sofocle. La
vecchia Grecia s'idealizza e si trasfigura nel gran discepolo di Socrate; la
speculazione diviene arte e dramma, ed il pensiero, chiuso nei c ancelli di
Talete e di Eraclito, abbraccia ilmondo, si fa universale ed umano, an- [Vedi
Filosofia Contemporanea in Italia, Napoli] ticipa il Cristianesimo e preludia
all'età moderna. Egli fonde, come disse bene FERRAI FERRARI (si veda), in una
grande unità isofisti e i politici, gli artefici e i guerrieri; uomini, donne,
vecchi, fanciulli, schiavi e liberi, e in questo mondo in azione ti si fa duca
e maestro, innalzandoti, migliorandoti, affinando le tue facoltà, spesso
spirandoti nell'anima un sacro entusiasmo per il buono, per il vero;
quell'entusiasmo, aggiungo io, che crea i grandi fatti della storia, e quei
capolavori del l'arte, che si chiamano Convito ed il Fedro, ove si specchia
tutto il sorriso dell'Ionio mare, l'apollinea bellezza dei Greci, il fascino di
Diotima e di Aspasia; la morbida poesia dell'Attica e l'arguta ironia di
Socrate ; divina bellezza, m u . sica arcana, che rende unica la Grecia tra le
nazioni più civili e più artistiche del mondo. Non volendo abusare della vostra
bontà io m i restringo per ora a Platone; che ci porterebbe assai lungi il
voler discorrere completamente del Saggio Storico sulla filosofia Greca ;
discutere ed esaminare Aristotele e quanto altro riguarda le Categorie ed i
problemi della filosofia moderna, di cui si occupa il nostro nel suo stupendo
lavoro. Fiorentino scrutò con animo libero e spassionato la vec chia
speculazione ellenica; la Grecia anteriore a Socrate,ove campeggiano le grandiose
figure di Talete, di Senofane, di Eraclito, di Parmenide, d’Anassagora; o dove
si elabora a poco a poco l'idea platonica e la categoria aristotelica. È un
quadro ricco di pensiero, ed anche di poesia,che con vivi colori ci tratteggia
Fiorentino con quella sua ge nialità, con quella lucida esposizione, che tanta
grazia a g giunge ai suoi lavori speculativi; incantevole lucidezza, che ritrae
i limpidi Soli diffusi sui patrî vigneti e sulle marine di Cotrone CROTONE. Il
Saggio Storico sulla filosofia sarà sempre, secondo il nostro debole parere,
l'opera più bella, più geniale del Fiorentino; ci è il profumo e l'entusiasmo,
ci è la vita artistica, anche in mezzo alle severe meditazioni del pensatore;
quella vita, che solo può dare la Giorn.Napoli] gioventù, nella sua più
rigogliosa fioritura ed espansione. Ciò nonostante, spassionati estimatori
dell'ingegno del nostro amico, riconosciamo in quel saggio lacune ed
imperfezioni, che l'autore medesimo, uomo schietto e leale,vi riconobbe, ricco
di nuovi studi sulla lingua, sulla filosofia, sulla letteratura greca; dotto
nel tedesco e conoscitore profondo dei moderni lavori alemanni su Platone ed
Aristotile. Intanto facciamo notare che il cardine fondamentale della critica di
Fiorentino sono le idee platoniche e le categorie aristoteliche, che sono e
saranno sempre le colonne e le pietre granitiche dell'umano pensiero. La
critica platonica (come nota Chiappelli nel dottissimo studio sulla
interpetrazione panteistica della dottrina platonica) si è a giorni nostri ri fatta
da capo; e la quistione si aggira sui fondamenti di tutto il platonismo,
valeadire, sul genuino valore della dottrina delle idee, che forma il centro
del sistema dell’ACCADEMIA. Dalla interpetrazione di codesta dottrina dipende
quella di tutto il resto del sistema; è il presupposto, da cui, come tanti
corollarii, scendono tutte le altre parti di questo monumento immortale del
genio greco, che scosso dalla potente critica dal LIZIO d’Aristotile, travisato
dal Neo-platonismo, rivive anche oggi, dopo le vicende di tanti secoli. Varie e
con traddittorie in ogni tempo sono le interpetrazioni delle idee platoniche.
Sono scambiate, ora con gl’ideali estetici, che vagheggia l'artista, ora
ritenuti come generi logici e concetti intellettivi, ed ora come gl’eterni
paradimmi del divino artefice, modelli esemplari delle cose, e quindi esistenti
per sė; la quale interpetrazione, che si trova diffusa tra i neo-platonici, tra
i padri della chiesa, ed in tutto il medio-evo, anche oggi è sostenuta da
valorosi critici. È certo poi che le idee in Platone sono trascendenti,
immobili e separate dalla materia, e che carattere principale del Platonismo è
la irreconciliabilità tra l'idea e la materia, tra l'intelligibile ed il sensibile:
Le più ingegnose interpetrazioni dei critici moderni, e massime di Teicmuller,
che fa dell’ACCADEMIA un Panteista, non han potuto colmare l'abisso, che nel
greco filosofo separa l'idea dal cosmo, l'elemento intelligibile dall'elemento
materiale. Relegate, come sono, le idee in un mondo inaccessibile, non possono
esercitare nessuna influenza, nè sul l'essere, nè sul divenire delle cose
sensibili, nė spiegare il formarsi delle cose medesime. Anche la relazione
delle idee col divino, osserva Fiorentino, rimane indefinita. Le idee non hanno
causalità, perciò la causa efficiente deve trovarsi accanto a loro, o
concorrere con loro alla formazione dei mondo. L’ACCADEMIA non tenta neppure di
conciliare il divino con le idee; perciò accanto alla speculazione tu trovi
ancora il mito, non come semplice ornamento, ma come elemento integrale del
sistema. Solo è certo che l'altissima idea è per Platone quella del bene; la
quale ora s'immedesima con la ragione divina, ora è quella, a cui guardando il
demiurgo dà forma al mondo; se non che non si può risolutamente affermare che
il bene s’immedesimi col divino, ch'è un dato della tradizione piuttosto che
della filosofia, ed in Piatone non essendo chiara quella immedesimazione, non
riesce perfetto il collegamento tra le idee e la mente divina, ed il sistema
delle idee riesce poco coerente, e sempre ondeggiante ed incerto. Fiorentino
nel Saggio storico rigetta la interpetrazione delle idee dell’ACCADEMIA come
riminiscenze di una vita anteriore, come modelli e paradimmi del mondo, come
pensieri divini; e ritenne che Platone non è sempre lo stesso ne'suoi dialoghi;
filosofo da poeta, senti bisogno di spiegare la scienza, e ricorre alle idee;
negli ultimi anni adotta il linguaggio pitagorico a proposito delle idee, e le
considera come numeri. La dottrina delle idee platoniche, trattata davvero
scientificamente, consiste per Fiorentino nei Dialoghi il Teeteto, il Sofista,
ed il Parmenide. Il Sofista prepara il Parmenide, a cui dà il fondamento ed il principio;
ed il Parmenide sostituisce alla me- [Manuale di Storia della Filosofia,
Napoli] tessi ed ai simulacri la relazione, ch'è la vera natura e la vera
condizione di tutte le idee; è la loro vita e fecondità. Fiorentino, austero
intelletto e libero pensatore, prefere alla lirica del Fedro e del SIMPOSIO,
alla epica narrazione del Timeo ildramma ideale del Parmenide. Fiorentino scruta
profondamente i tre dialoghi platonici, o ne rileva il vero significato. La
scienza, egli dice, non è sola sensazione e sola opinione, come vogliono i Jonici,
ed ecco il significato del Teeteto; la scienza non è la sola cognizione dell'uno,
come pretende Parmenide di VELIA, e ne anco dell'essenze immobili ed irrelative
dei megarici; ed ecco il significato del Sofista. La scienza è l'una e l'altra
opinione e cognizione, relazione di entrambe; ed ecco il risultato ultimo del
Parmenide da VELIA; tanto vero che,
senza la relatività delle idee, il Parmenide da VELIA rimarra sempre un enimma,
il sistema di Platone un leggiadro tessuto di favole, di reminiscenze oltre-mondane
ed assurde, e di sperticate idealità. Scrutando meglio il Sofista ed il
Parmenide di VELIA, Fiorentino asserisce che il principio da cni muove Platone
nel Sofista, ossia l'ente, e quello da cui muove nel Parmenide, ossia l'uno,
sonolostesso principio; se non che l'ento è rigido, immobile, indeterminato, e
l'Uno è determinato, e produce i molti. L'uno è il medesimo e dil diverso del
Molti; come viceversa il molti si può dire medesimo ed altro dell'uno; tanto
che, a parere del Fiorentino, abbiamo nel Parmenide esplicito il diverso e
l'altro; sebbene rimanga in Platone nell'ombra la causa della estrinsecazione
della idea, e l'apparire della materia. Platone non colse la vera natura
dell'altro, che non può essere nè un'essenza, nė un'idea; sì bene una
relazione; egli perciò oscilla dall'uno all'altro di questi due termini, per
trovarvi la materia, ed, irresoluto, la fè credere una volta essenza, ed
un'altra idea. Pare che in tutte queste sottili ed ingegnose interpetrazioni di
Fiorentino entrasse un po il sistema e la critica moderna dell’Hegel, sempre
caro al nostro, come quegli che è la sintesi più stupenda del pensiero laicale
tedesco, da Lutero a Kant. TOCCO (si veda), di cui tanto si onorano le
Calabrie, nelle sue dotte Ricerche Platoniche, esplicitamente osserva che
Fiorentino interpetra il Parmenide di Platone alla maniera di Hegel, e che, ad
onta delle argute considerazioni sulle stonature della Dialettica platonica, non
tenne in conto il fare negativo di tutto il dialogo. Il trapasso, dalla teorica
della metessi e degl’influssi a quello della dialettica assoluta, è un salto così
smisurato, che difficilmente puo farsi da un uomo, per vastissimo ingegno
ch'egli ha, sopra tutto nel tempo, in cui la speculazione è ancora sul nascere,
ed i sistemi filosofici sono appena abbozzati. E ingiusto per ciò, conchiude
Tocco, il raccostamento della dialettica platonica all’egheliana, e non bisogna
interpetrare con Hegel Platone, e trasportare il mondo antico nel mondo
moderno! Alla origine e natura delle idee è intimamente legata la DIALETTICA
dell’accademia. Essa non è altro, se non che la legge dell'intreccio ideale, il
modo come si forma il Logo, o la Ragione universale ed assoluta. Il ritmo della
dialettica vera dell’ACCADEMIA, secondo la interpetrazione di Fiorentino, è nel
Parmenide; il contenuto del quale si risolve in una trilogia, di cui la prima
parte presenta la idea solitaria dell'uno, e l'annulla. La medesima idea
appaiata con quella del l'essere, e con essa in contraddizione; la risolve la
con traddizione nel momento, ch'è il diventare; momento e divenire, che sono
mutuati dalla dialettica hegeliana, e rendono infide e soverchiamente moderne
le interpetrazioni di Fiorentino. Egli è convinto, quando scrive il saggio
storico, che la dialettica hegeliana è modellata sulla platonica, e che le
prime tre categorie del filosofo alemanno, l'essere, il non essere, ed il divenire
ricordano l'uno, l'ente, ed il momento del Parmenide da VELIA. La Dialettica
platonica, monumento grandioso dell'umano pensiero, ispira in ogni tempo gl’Artisti
ed i Filosofi; e Fiorentino conchiude che Goethe v'im [Catanzaro. Lo
studio della filosofia greca fa rientrare Fiorentino nel mondo moderno, ch'egli
avea sfiorato col lavoro di Bruno; il greco pensiero, che più degli altri è
pensiero umano ed universale, ricondusse il nostro alla Rinascenza, la quale,
se inizia l'epoca moderna con le ribellioni speculative di Bruno, di Telesio e
di Pomponazzi, usufrutta con TELESIO e con BRUNO la parte viva ed immortale
della greca filosofia, il concetto della natura, autonoma od assoluta, e l'idea
dell'infinito generante. FIORENTINO, ingegno fecondo e progressivo, accetta i
pronunziati, gl’ardimenti, o, le ribellioni della rinascenza. Nelle fresche
correnti della natura ei sente ringiovanirsi, ed il suo pensiero divenne più
ampio ed umano. L'epoca della rinascenza è, o Signori, un'epoca gloriosa,
battagliera, o titanica. La scolastica è assottigliata. La cavalleria ed il
feudalismo se ne vanno. La teocrazia perde il suo prestigio, e la sua
universalità. La poesia si emancipa dai terrori mistici. Alle fosche pitture
succedono i freschi colori del Tiziano e del Correggio. Nasce lo stato laicale,
e Machiavelli crea la storia moderna. I filosofi rappresentarono in questo gran
dramma una parte gloriosa, e specialmente il mantovano POMPONAZZI, che per
audacia speculativa, per energia di carattere è uno degli eroi più spiccati del
rinascimento italiano. FIORENTINO, che come fiero calabrese e libero pensatore,
è naturalmente attratto verso i grandi precursori ed apostoli, si mette a
studiarlo con coscienza di filosofo e pazienza di critico; sgobba sui polverosi
volumi in folio, si chiuse come un anacoreta nella sua cella di BOLOGNA; ed
affronta con leonino coraggio l'intolleranza e lo scherno degl'insipienti, le
beffe dei gaudenti, che senza forti stupara la movenza del Dialogo; Hegel il
severo ragionamento; VICO vi attinse lo schema della Scienza Nuova; SERBATI il
principio del nuovo saggio; ed a quell'opera immortale bisogna ricorrere ogni
volta, che si vorranno scandagliare davvero le origini dell'umano pensiero
senza accurato lavoro vogliono, con la veduta corta di una spanna, giudicare gl’uomini
serî ed austeri, gl’uomini che sacrificano tutto sull'ara del pensiero e della
scienza ; indomiti o tetragoni nei loro propositi ; Capanei, che muoiono e non
si arrendono. POMPONAZZI insorse fieramente contro la scolastica, e contro la
greca filosofia; e nello spiegare la natura dell'anima, ed il processo del
conoscere non ha esitato punto, nè riprodotte, come altri fecero, le incertezze
del LIZIO. Sgombrate tali perplessità, il filosofo mantovano si libera
dall'intelletto separato di Averroè, dell'intelletto agente dello Afrodisio,
senza però emanciparsi del tutto dagl’influssi e dalle intelligenze superiori;
ondeggiante ancora, come tutti gl’uomini della rinascenza, tra la scolastica ed
il mondo moderno; tra AQUINO (si veda) e BRUNO (si veda). Strema, è vero,
POMPONAZZI (si veda) la trascendenza in filosofia; considera l'intelletto umano
come sviluppato dalla potenza della materia. Ma non volle attribuire
all'intelletto dell'uomo la concezione dell'universale; e disconobbe la vera
mediazione, che l'uomo fa tra le cose eterne e caduche. Egli scruta insistente
i più ardui problemi metafisici, religiosi e morali, la provvidenza, il fato,
la libertà, la predestinazione e la grazia; e porta in tutte queste discussioni
la novità e l'audacia, proprie dei filosofi del rinascimento; piega più dalla
parte della determinazione fatale del PORTICO ROMANO che da quella della vuota
determinabilità dell’Afrodisio; che l'arbitrio non può essere primo movente; e
l'aver compreso il difetto della dottrina della libertà, come è in Alessandro
ed in LIZIO; l'aver intravveduto nel fato del PORTICO ROMANO maggior ragione
volezza costituisce uno dei massimi pregi della critica di POMPONAZZI (si veda)
Disconosce inoltre il valore assoluto delle Religioni; ne spiega con ragioni
naturali l'origine, il fiorire, la decadenza; le riconosce portato dello
spirito, eterno ed irrequieto viaggiatore, che tutto rinnova e distrugge. Con
questa divinazione Pomponazzi è anche precursore dei nuovi tempi, e della
scuola moderna; se non che mancogli la perfetta coerenza nelle dottrine, e non
si solleva al concetto profondo dello spirito, come lo intendono i moderni.
L'ingegno di POMPONAZZI (si veda), benchè novatore e ribelle, non si era
completamente spastoiato dal vecchio mondo scolastico ed del LIZIO aristotelico;
ei non puo ai suoi tempi cancellare del tutto il divino di Agostino e d’AOSTA
(si veda); non puo scartare intieramente la provvidenza oltre-mondana, non puo
combattere a viso aperto le tradizioni della fede ortodossa. Ei però intravvede
che al divino estra-mondano, collocato fuori la coscienza, dovea fra poco
succedere il divino intimo e vivente; che la vecchia forma religiosa dovea
ringiovanirsi e al motore immobile di LIZIO dovea succedere l'infinito di BRUNO
(si veda). È questo il merito precipuo di POMPONAZZI (si veda), che a buon
dritto deve chiamarsi il precursore della riforma e del mondo laicale moderno;
e l'averlo saputo rilevare con sagacia di critico coscienza di storico è gloria
di FIORENTINO (si veda). Ciò segna un altro momento importante nella evoluzione
critica e speculativa del nostro; la quale ha il suo compimento ed il suo
massimo splendore in Telesio, e negli studii sulla idea della natura nel
risorgimento italiano. TELESIO (si veda) infatti costituisce l'ultimo e più
splendido momento speculativo e storico di FIORENTINO (si veda), il quale
rappresenta perciò in Calabria il più alto grado, la più alta manifestazione
della critica storica, ed il completo svegliarsi presso di noi della coscienza
laicale ed umana; rappresenta la continuazione della rinascenza, ingrandita,
però, trasformata e divenuta pensiero europeo ed universale coi Saggi critici
di SPAVENTA (si veda). È primo SPAVENTA (si veda) in Italia a dare la debita
importanza a BRUNO (si veda) ed a CAMPANELLA (si veda), ed a tutta la filosofia
del rinascimento, rivendicando gl’eroi della nostra filosofia, ed i martiri
obbliati della ragione. L’Italia, dice Spaventa, apre le porte della civiltà
moderna con una falange d’eroi della filosofia. Pomponazzi, Telesio, Bruno,
VANINI, Campanella, CESALPINO (si veda) paiono figli di più nazioni. Essi
preludiano più o meno a tutti gl'indirizzi posteriori, che costituiscono il
periodo della filosofia da Cartesio a Kant. VICO (si veda) è il vero precursore
di tutta l'Alemagna -- Prolusione alle Lez.di fil. nap. Le austere parole e i
forti ragionamenti del filosofo abruzzese eccitarono il potente ingegno di
FIORENTINO, e come il nostro schiettamente confessa, lo fa orientare in quell'
arruffio, ch'è la speculazione della rinascenza, e lo innamorarono di quel
periodo filosofico, che prima si contenta di ammirare, senza averne perfetta e
matura cono scenza, piuttosto, perseguire i facili lodatori che per vederne
realmente l'importanza coi proprii occhi. Educato dalla critica nuova e
poderosa di Spaventa, Fiorentino percorso da padrone e da maestro il campo
glorioso della rinascenza italiana, e v'impresse orme da gigante. Gli uomini
nuovi od audaci; i martiri dell'idea piacquero tanto a Fiorentino, ed ei s'immedesimò
loro, aspirandone l'immortale profumo, ed il soffio. La Calabria, che, senza
conoscersi, spesso si vilipende e si schernisce, non è per lui barbara c
selvaggia, covo di briganti, e nido di cannibali; è invece terra di filosofi,
di critici, di poeti; culla di martiri e di eroi, terra artistica ed originale,
a cui, ultimo tra gl’ingegni calabresi, consacrai tutto me stesso, e per la
quale non cessa di combattere, finché avrò forze, finchè in Italia vi saranno
uomini senza coscienza storica e senza carità di patria. La Calabria (e
perdonate questo amore indomabile alla mia patria nativa, alle mie care
montagne) sa anch'essa indovinare e comprendere i tempi nuovi, uscire dal fondo
de'suoi burroni, e mettersi a paro coi più grandi eroi della Rinascenza italiana.
La Calabria sa anch'essa combattere con la sua selvaggia vigoria lo impero, la
scuola, ed il potere teocratico. Il calabro pensiero, che ancora si accusa di
angustia e municipalità, è, com’io dimostrai, un pensie ro, non solo nuovo ed
originale, ma eziandio italiano, europeo ed umano. Universale in
filosofia, inizid con Telesio lo studio dellanatura, sconosciuta ai padri
nostri, velata per tanto tempo dalle ombre del Medio-Evo; nel tetro carcere
della Vicaria crea col SERRA la scienza economica; con GALEAZZO usci dal
cerchio della poesia provinciale, e fuse nel calabro Sonetto la vigoria d’ALIGHIERI
e la musica di Petrarca; pre corse con Campanella a Descartes; e con GRAVINA
anticipa Vico e Montesquieu, o crea la nuova critica italiana. Fiorentino, che,
com'egli stesso canto, avea Saldo il voler ne le virili imprese, E indomita la
tempra calabrese, innamorato della vecchia Calabria, fa rivivere con magiche
tinte le belle ed eroiche figure dei padri nostri, PARRASIO, Telesio, il
Martirano, il Quattromani, il Tarsia, Cornelio, Severino, Schettini ecc.;
filologi, poeti e critici precursori, che usciti dal fondo dei nostri boschi
illustrarono le prime università, e danno un potente i m pulso al rinascimento
italiano, col fondare e promuovere quella stupenda accademia dei cosentini,
segno in tutti i tempi di odio inestinguibile e di amore indomato, la quale è
tanta parte del dramma grandioso della rinascenza; da all'Italia grandi
latinisti da emulare Poliziano, Sannazaro, Fracastoro, e sorpassarne altri con
Coriolano Martirano; porta scolpito il fatidico motto: Donec totum impleat
orbem; decrescit numquam, nec fulmine læditur; e servi di modello a tutta Europa
con Telesio per la scoverta del vero metodo naturale. Sotto questo doppio
aspetto la vide l'occhio sagace di Fiorentino, e stupendamente la illustra,
sollevandola a quel posto, che merita, e meriterà sempre, finchè le tradizioni
del pensiero laicale ed umano rimarranno vive in Calabria, e ne trasformeranno
la vita, l'arte, e la speculazione; finchè vi saranno uomini insigni come il
Presidente Scaglione,ed il Segretario Greco, che ne accresceranno le glorie e
l'importanza, continuando l'esempio dei loro illustri a n tenati, che noi,
gaudenti e borghesi, abbiamo dimenticati, sconosciuti, e fino scherniti.
Fiorentino, che il dotto canonico Scaglione avea precorso con lo studio su
Telesio, pubblicato negli atti dell'Accademia, studiando a fondo, al lume della
nuova critica, le opere del filosofo cosentino, proclama che Telesio inaugura i
tempi moderni, ritiene la natura, come il principio universale delle cose, il
ricettacolo di tutte le forme, e, come schietto naturalista, rigetta il LIZIO
d’Aristotile e la Scolastica, la Teosofia, e la Magia. Telesio, evitando la
contraddizione del Lizio aristotelica, che rompe l'unità della natura, parte da
una materia primitiva ed unica, e da una contrarietà universalissima, il caldo
ed il freddo, nature agenti, dalla cui azione sulla materia nasce la
generazione e la corruzione. Telesio, pur ritenendo la necessità di
un'opposizione universale e di un'unica materia, il che è anche ammesso dal
LIZIO d’Aristotile, ne ha profondamente modificato il valore. La forma del
LIZIO aristotelica, ch'èsempre assoluta ed estra-naturale, non gli parve
principio naturale, e la sbandì, e la rigetta dalla sua filosofia, con la rude
franchezza del calabrese. In una parola, la natura non ha mestieri per essere
spiegata di principi, che non siano naturali. E così è vinto e sor passato il medio-evo,
e la filosofia delle scuole. Il soffio fresco delle nostre montagne spazza lo
nebbie scolastiche, e Telesio, meditando gl’arcani della natura nel suo ameno
podere, sito sulle rive pittoresche del fiume Coraci, è veramente il precursore
di Bruno e di Galilei, l'uomo nuovo ed audace, che scrolla il vecchio mondo
medievale, ed inaugura l'epoca moderna. Telesio, rigettando l'entelechia del
LIZIO aristotelica, vi sostitui una sostanza sottile, mobile, lucida, che per
lui costituisce il principio della vita; semplifica inoltre il sistema del
naturalismo, tolge il dissidio immenso, che è nel medio-evo tra la natura
esterna e l'organismo vitale, e fuse insieme nel suo novello sistema la fisica
e la biologia. Fiero ed inesorabilo calabrsse, rovescio tutto, non diè
quartiere al LIZIO d’Aristotile ed alla scolastica, o combattė senza ipocrisia,
ed a fronte scoverta; da una nuova teorica dell'anima, sorpassando il
Fedone dell’Accademia, e l'intelletto universale del Lizio d’Aristotile; FONDA
SUL SENSO LA CONOSCENZA, ed ammise il mondo etico come un effetto e risultato
naturale. Nel vasto dramma telesiano, che Fiorentino stupendamente tratteggia,
brilla di nuova luce il martire di Nola, il quale, ebbro del nuovo divino,
dell'Infinito generante, e della Natura, allarga e feconda i concetti del filosofo
cosentino, ed accetta pienamente il naturalismo. Il vero assoluto rimane però
in lui un punto oscuro, dove i contrarii si affondano e spariscono; il nolano,
più che cogliere con l'atto intellettivo l'assoluto, vuole trasformarsi in lui,
e divenire il divino. E l’eroico furore, che lo trasporta in grembo dell'infinito,
non il sillogismo speculativo, e la serena meditazione; l'ebbrezza dell'amante,
che lo trasfigura in grembo alla divina Anfitrite. Bruno, uomo del Mezzogiorno,
nato presso il Vesuvio, ha scosso in ogni tempo la mente dei pensatori, ed il
cuore dei poeti. Eroe leggendario del pensiere, cavaliere errante della
scienza, mistico o ribelle, inesorabile flagellatore dei cucullati pedanti,
egli che veste la bianca tunica di Domenico, Bruno percorse, si può dire, da un
capo all'altro l'Europa disputando, combattendo, affrontando il vecchio LIZIO
d’Aristotile, la ciarlataneria delle scuole, e l'infallibilità dei dottori.
Vilipeso e adorato, schernito glorificato, ora debole innanzi a'suoi carnefici,
ed ora sublime; il tutore tradito a Venezia da Mocenigo, suo pupilo discepolo
ed ospite, è consegnato al Sant'Uffizio, dissacrato e condannato a morte.
Quando in Roma gli è letta la sentenza, Bruno, con calma eroica e tremenda
ironia, ha il coraggio di profferire innanzi ai giudici queste memorande parole.
Maggior timore provate voi nel pronunciar la sentenza contro di me, che non io
nel riceverla. L’eroe della verità, e del pensiero laico è legato come un
volgare malfattore ad un'antenna, e, bruciato vivo in Campo di Fiore,
imperterrito Bruno non manda nè un sospiro, nè un lamento. Le fiamme sono
la sua apoteosi; e benchè le sue ceneri fossero state disperse al vento, correno
l'Europa come polline fecondatore, e vi propagarono i semi del libero pensiero,
e della filosofia moderna. Fiorentino, pensatore e poeta, che dopo più maturi
studî avea accettata in tutta la sua pienezza la Rinascenza, ritorna su Bruno,
e lo vede nel Telesio sotto un nuovo punto di vista; e se lo avea rigettato come
pan-teista ed anti-mistico, ora lo guarda, e lo ammira come il vero eroe del pensiero,
l'araldo e il martire della nuova e libera filosofia; degno, come dice
Spaventa, di avere un posto accanto a Prometeo ed a Socrate. Quel che
FIORENTINO scrive di SPAVENTA, permettete, o signori, che io lo riferisca al
nostro fiero concittadino. Il grande ideale del filosofo per Fiorentino è
Bruno; pari forse avrebbero avuto il fato, se fossero vissuti nella stessa età.
FIORENTINO guarda il rogo con lo stesso coraggio; BRUNO avrebbe disprezzato con
la stessa serenità, non il rogo, ma qualcosa di peggio, quella rete sottilissi.
ma di cabale, onde la turba ignara circonda gli animi alteri; che tentano
slacciarsi da maltesi agguati: non il rogo, ma la calunnia divota: dopo il Torquemada
ilTartufo: siamo ben progrediti noi. Il vecchio divino della Scolastica si
assottiglia in Bruno. In lui si fondono il divino e l'Universo; la creazione è
sviluppo del divino stesso, processo necessario, che rende cono scibile e reale
l'attività del divino. In una parola, il divino del Nolano non vive se non per
la natura, e nella natura. Fuori e senza di lei sarebbe un'astrazione ed un
fossile. La necessità della creazione, che BRUNO insegna a viso aperto, lo
mette di accordo col futuro naturalismo spinoziano, e lo fa precursore della
moderna filosofia alemanna. La filosofia del rinascimento, incarnata in TELESIO
ed in Bruno, per avere considerato l'assoluto, come natura, ha preparato il
grande avvenimento dello spirito, la cui speculaziane incomincia con la
coscienza cartesiana. L'infinita natura, iniziata da un sofo di Calabria, è la
gran parola della rinascenza e dei tempi moderni! Telesio e Bruno preparano
inoltre la vasta speculazione di Campanella, indomito frate, che sopporta, con
la fiera costanza del calabrese anni di carcere, ed un giorno intero di
torture. Permettete, o Signori, ch'io m’inchini al martirio di Campanella, ed
al rogo di Bruno; martirio e rogo, che sono LA GLORIA DEL MEZZO GIORNO, e del
libero pensiero; la condanna più eloquente dei feroci persecutori dell'umana
ragione. CAMPANELLA, che sublima alla dignità di principio speculativo la
divinità latente di Bruno, è il vero tipo dell'uomo calabro, ricco d'ingegno e
di cuore, intemperante, battagliero, audace, iniziatore. È uomo originale e
contraddittorio; fa l'apoteosi della teocrazia e della Spagna, della
scolastica, del Medio-Evo, e poi scrive la Città del Sole, e vagheggia la
democrazia ed il socialismo, la sovranità del libero pensiero, e lo stato laico
moderno. Ei fonde in sè due età di verso, la età della fede, e l'età della
ragione; Platone ed Aristotile, Telesio ed il Cusano; l'austero sillogismo del
pensatore, e le vaporosità dell’astrologo; le apocalittiche visioni dell’abate
Gioacchino FIORE (si veda), o la fredda sottigliezza di Machiavelli; l'ossequio
alle somme chiavi, e l'audace ribellione di Lutero. Campanella, stupendamente
tratteggiato da FIORENTINO, ritorna, come metafisico, a Platone, ed al Medio-Evo.
Come sensista e psicologo, anticipa, nella teorica del senso e della
cognizione, Cartesio, ed il mondo moderno. Ei proclama la identità del pensiero
e dell'essere. Se non che sì fatta unità non acquista la forza di vero
principio, e Campanella, ad onta delle sue stupende divinazioni, ondeggia
ancora tra lo schietto naturalismo ed il sistema delle cause finali. Alla
filosofia naturale, che tolse in prestito ed usufruttua dal nostro Telesio,
CAMPANELLA aggiunge una metafisica, che ne rimane staccata; mettendo ogni
sforzo per levarsi alle categorie supreme della natura e dell'essere, non seppe
applicarle alla natura, e con tutta l'energia poderosa d’assurgere all'unità,
resta nella opposizione, ch'è il carattere principale del naturalismo. Il solo
naturalismo, chiarendosi con Campanella impotente a spiegare la genesi della natura,
non potė, esso solo, sciogliere il gran problema del mondo moderno, e
conciliare l'universale col particolar; ricomprendere il senso in una forma di
pensiero più larga, dove l'opposizione riapparisse trasformata ed unificata in
una sintesi suprema e dialettica. Tale è il progresso apportato nel
naturalismo, o nella filosofia moderna da GALILEI (si veda) e Descartes. Tali
sono le glorie del nuovo pensiero, anti-mistico e laicale, iniziato da due
filosofi, nati tra i selvaggi burroni delle nostre Calabrie. Fiorentino, dopo
aver richiamato alla memoria degl’taliani. Cornelio, e Severino, glorie dell'università
napoletana, e filosofi telesiani. Dopo aver valutato la importanza di Galilei e
di Bacone, si arresta con Descartes alla soglia della filosofia moderna, lieto
che la speculazione filosofica si stacchi dalle scienze naturali, preliminare, per
altro, necessario nella evoluzione del pensiero moderno, e si posi nel cogito
cartesiano. La natura si emancipa, il pensiero si scioglie, e diviene più
libero e più snello; lo spirito, che tutto ringiovanisce e trasforma, fondo ed
armonizza Telesio e Bruno, Campanella e Galilei, Bacone e Descartes, e la
silvosa Calabria entra co'suoi filosofi, e coi suoi profeti, co’suoi martiri, e
co'suoi precursori nel dramma glorioso del mondo moderno. Vi rientra sotto
l'impulso di Fiorentino, che, nato presso Stilo, tocca di nuovo la squilla
dimenticata di Campanella, annunzia ai calabresi l'aurora di nuovi giorni, la
completa emancipazione dalla scolastica e dal medio-evo; la risurrezione del
pensiero della magna Grecia, fuso, ingrandito, trasformato nel pensiero
moderno. La Calabria e l'Accademia Cosentina non potranno dimenticarlo. Non
potranno disconoscere l'austero filosofo, che ne illustra stupendamente le
glorie, e con magico pennello ne ritrasse gl’apostoli, e gl’eroi,
rivendicando i padri nostri al cospetto di un secolo banchiere e borghese. La
morte lo colge sulla soglia del tempio del Rinascimento; gloria al virile
sacerdote della scienza, che muore, adempiendo il suo dovere, mentre si
folleggia, deridendo gl’eroi del pensiero, i modesti operai del mondo moderno, e
sigitta lo scherno sulle ossa dei grandi precursori della nuova filosofia e
della nuova critica. Io ho fede che i calabresi, così ricci d'ingegno e di
cuore, cosi amanti delle patrie glorie, hanno un culto per gl’uomini, che
muoiono sulla breccia, martiri della scienza e della patria; per le anime
generose, che non curano le amarezze della vita, l'esilio, la povertà, la
carcere, ed accettano, fino le torture di Campanella, fino il rogo di Bruno. Ho
fede che la Calabria si rinnovi nel lavacro della rinascenza e negli studii
virili del passato, e la gentile e dotta Cosenza, riccaperme di care e dolorose
memorie, prodiga di tanto sangue alla patria, di tanto contributo d'ingegno
alla storia del pensiero italiano, s'ispiri nell'austera figura del più grande
dei suoi figli, il cui busto parla tra il verde degli alberi la gran parola del
risorgimento ai calabresi. Ho fede che l'austera parola del filosofo di
Sambiase non suoni più nel deserto, e la sua tomba, su cui piansero amici e
nemici, è un'ara dove le novelle generazioni attingano i forti propositi, e,
quel che più ci preme, la serietà della vita, l'abnegazione, il sacrifizio, ed
il libero pensiero. Così,o gio vani, non sarò costretto a ripetere gli amari
versi dell’austero poeta di Recanati. Oggi è nefando stile Di schiatta ignava e
finta Virtù viva sprezzar lodare estinta. Nome compiuto: Vincenzo Giulia. Vincenzo
Julia. Julia. Keywords: implicatura, filosofia calabrese, Campanella, Telesio,
Sanctis, Leopardi, Mazzini, Garibaldi, Gioberti, Spaventa, Hegel, Aligheri,
Serra, Bruno. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulia” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giuliano: la ragione
conversazionale e la filosofia di Giove -- Roma -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “When I
think Giuliano, I think Donizetti – and Poliuto’s lions!” -- Flavio Claudio
Giuliano (in latino: Flavius Claudius Iulianus; Costantinopoli), filosofo. L’ultimo
sovrano dichiaratamente pagano, che tenta, senza successo, di riformare e di
restaurare la religione romana dopo che essa era caduta in decadenza di fronte
alla diffusione del cristianesimo. Sometimes known as ‘the Apostate,’ Giuliano was a
Roman emperor, who died in battle at the early age of 32 exclaiming the
infamous “Galileans, ye won!” as the arrow penetrated in his breast. A
naturally gifted scholar, Giuliano stuied philosophy under Massimo di Efeso and
had many philosophical friends and acquaintances, including Saturnino Secondo
Salutio, Prisco, and Imerio. Although his philosophical outlook was what he
described as ‘generally eclectic,’ he had a special fondness for the Accademia,
and a particular hostily to the Cinargo. Keen to eliminate the Galileans, as he
called the sect originated after the death of Gesu di Nazareth, in fact he left
them rather ‘to their own devices,’ although removing some of their privileges.
His letters and speeches survive – many on deep philosophical issues (‘What is
universal about worshipping a man born in Galilee who claimed to be the son of
God – and born of a virgin?’). Grice: “There are various Griceian problems when
approaching Giuliano from a Griceian perspective. It all reminds me of my
father, a non-Conformist, in a household comprised of my High-Church mother and
Catholic convert aunt! At Oxford, and in fact, before then, at Clifton, I
learned that religion has nothing to do with i. Nobody believes that Giove
raped Ganymede – it’s a tale! Giuliano has been unjustly treated
counterfactually. Historians, seeing that Giuliano’s fight was useless, dismiss
it. But this is a weak argument. I might just as well dismiss Mussolini’s plans
because we English bombed Milano! Giuliano read too much of what the Hebrews
call ‘the Holy Writ’ – but his propositions should be taken separately, one by
one. In a way reminiscent of Arnold (in his Ebraism and Ellenismo), Giuliano
proposes to us an examination of things like ‘Jesus was the son of God,
therefore he was God.’ Aeneas was divinized by Virgil, so the Romans shouldn’t
count as good critics here. A nice story involves Giuliano and Arete, a
philosopher to whom Giamblico di Calcide dedicated one of his books. It seems
likely that she was one of his pupils. Her neighbours (presumably Christians)
tried to get her thrown out of her home, but the emperor Giuliano himself went
to Phrygia to help her. Nome compiuto: Giuliano.
Keywords: pagano, ennico, prima Roma, terza Roma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Giuliano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speraza -- Grice
e Giuliano: la ragione conversazionale e
la gnossi a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Eclano). Filosofo italiano. A follower of (of all people)
Pelagio. As a result he was prompty
deposed from his position as ‘vescovo’ of Eclanum. He appears to have led an
unsettled life thereafter. His works survive in the use made by them by Agostino
in “Against Giuliano, the defender of the Pelgagian heresy, and the so-called
‘Incomplete work against Giuliano’ – left unfinished by Agostino. Giuliano
strongly opposed Agostino’s convoluted doctrine of the original sins (he said
there were many). By contrast, Giuliano entertained a totally positive
conception of human nature. Nome
compiuto: Giuliano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giuliano.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Giulio: la ragione conversazionale e la filosofia sotto
Giulio Cesare – Roma – filosofia italiana
– l’anima di Cesare – il discorso contro la penna di morte a Catilina -- Luigi
Speranza. (Roma). Abstract. Grice: “The Romans were more serious
about the ‘anima’ than Gilbert Ryle was!” -- Keywords: Giulio. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma,
Lazio. Si lo è voluto collocare G. Nel GIARDINO ROMANO perchè, nell’orazione
che, secondo SALLUSTIO (si veda), tenne in senato per opporsi alla condanna a
morte dei complici di Catilina, NEGA l'immortalità dell’anima -- e le pene
dell’oltre-tomba. Però non sappiamo se e fino a qual punto rispecchi la sua
filosofia quell’orazione, che, in ogni modo, mira a impedire l'uccisione dei
catiliniani. La divinazzione di G. La stella raccontata di OVIDIO (si veda). OTTAVIANO
(si veda) interpreta la stella di altro modo. Allorche nella congiura di CATILINA
(si veda) il console pronunzia il primo contro i congiurati l’opinione sua
per la pena di morte, G., il quale desidera ne’ suoi fini di salvare loro la
vita, nell’orazione che recita in senato, riferita estesamente da SALLUSTIO (si
veda), non tratta gia come ingiusta o crudele la pena di morte, ma disse anzi
che per coloro, che condur devono una vita misera ed infelice, la morte NON È
UNA PENA, MA UN BENEFIZIO, che li libera avventurosomente dai mali che
sofirone. Ne CICERONE (si veda), ne CATONE (si veda), ne alcun altro de'
senatori contraddissero punto in questa parte al sentimento di G.. Anzi, Cicerone
ne parla come d'un sentimento vero e giusto. G., dic’egli, considera che la
morte non e stata dagl’iddi immortali stabilita come una pena, ma come il fine
de’ dolori e delle miserie. Le catene, massimamente le catene perpetue, sono, a
parere di lui, la pena che merita l'orrendo attentato, di qui si tratta. Egli
lascia a questi empil uomini la vita, la quale, se venisse loro tolta, liberati
verrebbero ad un tratto da tutte le pene dell'animo e del corpo. Omnis homines, patres
conscripti, qui de rebus dubiis consultant, ab odio, amicitia, ira atque
misericordia vacuos esse decet. Haud facile animus verum providet, ubi
illa officiunt, neque quisquam omnium lubidini simul et usui paruit. Ubi
intenderis ingenium, valet. Si lubido possidet, ea dominatur, animus
nihil valet. Magna mihi copia est memorandi, patres conscripti, quæ reges
atque populi ira aut misericordia inpulsi male consuluerint. Sed ea malo dicere, quæ maiores nostri contra
lubidinem animi sui recte atque ordine fecere. Bello Macedonico, quod cum
rege Perse gessimus, Rhodiorum civitas magna atque magnifica, quæ POPVLI ROMANI
opibus creverat, infida et advorsa nobis fuit. Sed postquam bello confecto
de Rhodiis consultum est, maiores nostri, ne quis divitiarum magis quam
iniuriæ causa bellum inceptum diceret, inpunitos eos dimisere. Item
bellis Punicis omnibus, quom saepe Carthaginienses et in pace et per
indutias multa nefaria facinora fecissent, numquam ipsi per occasionem
talia fecere: magis quid se dignum foret, quam quid in illos iure fieri
posset, quærebant. Hoc item vobis providendum est, patres conscripti, ne plus apud vos
valeat P. Lentuli et ceterorum scelus quam vostra dignitas, neu magis iræ
vostræ quam famæ consulatis. Nam
si digna poena pro factis eorum reperitur, novom consilium adprobo. Sin
magnitudo sceleris omnium ingenia exsuperat, his utendum censeo, quæ
legibus conparata sunt. Plerique eorum, qui ante me sententias dixerunt,
conposite atque magnifice casum rei publicæ miserati sunt. Quæ belli
saevitia esset, quae victis adciderent, enumeravere: rapi virgines,
pueros; divelli liberos a parentum conplexu; matres familiarum pati quæ
victoribus conlubuissent. Fana atque domos spoliari. Cædem, incendia
fieri. Postremo armis, cadaveribus, cruore atque luctu omnia
conpleri. Sed, per deos inmortalis, quo illa oratio pertinuit? An uti vos
infestos coniurationi faceret? Scilicet, quem res tanta et tam atrox non
permovit, eum oratio adcendet. Non ita est, neque quoiquam mortalium
iniuriæ suæ parvæ videntur, multi eas gravius æquo habuere. Sed alia
aliis licentia est, patres conscripti. Qui demissi in obscuro vitam
habent, si quid iracundia deliquere, pauci sciunt, fama atque fortuna
eorum pares sunt. Qui magno imperio præditi in excelso aetatem agunt,
eorum facta cuncti mortales novere. Ita in maxuma fortuna minuma licentia
est; neque studere neque odisse, sed minume irasci decet; quæ apud alios
iracundia dicitur, ea in imperio superbia atque crudelitas appellatur.
Equidem ego sic existumo, patres conscripti, omnis cruciatus minores quam
facinora illorum esse. Sed plerique mortales postrema meminere et in
hominibus inpiis sceleris eorum obliti de pœna disserunt, si ea paulo
severior fuit. D. Silanum, virum fortem atque strenuom, certo scio quæ
dixerit studio rei publicæ dixisse, neque illum in tanta re gratiam aut
inimicitias exercere. Eos mores eamque modestiam viri cognovi. Verum
sententia eius mihi non crudelis – quid enim in talis homines crudele
fieri potest? Sed aliena a re publica nostra videtur. Nam profecto aut
metus aut iniuria te subegit, Silane, consulem designatum genus pœnæ
novom decernere. De timore supervacuaneum est disserere, quom præsertim
diligentia clarissumi viri consulis tanta præsidia sint in armis. De pœna
possum equidem dicere, id quod res habet, in luctu atque miseriis
mortem ærumnarum requiem, non cruciatum esse; eam cuncta mortalium mala
dissolvere; ultra neque curæ neque gaudio locum esse. Sed, per deos
inmortalis, quam ob rem in sententiam non addidisti, uti prius verberibus
in eos animadvorteretur? An quia lex
Porcia vetat? At aliæ leges item condemnatis civibus non animam eripi, sed
exilium permitti iubent. An quia gravius est verberari quam necari? Quid autem
acerbum aut nimis grave est in homines tanti facinoris convictos? Sin quia levius est, qui convenit in minore
negotio legem timere, quom eam in maiore neglegeris? Maiores nostri, patres
conscripti, neque consili neque audaciæ umquam eguere; neque illis
superbia obstabat quo minus aliena instituta, si modo proba
erant, imitarentur. Arma atque tela militaria ab Samnitibus, insignia
magistratuum ab Tuscis pleraque sumpserunt. Postremo, quod ubique apud
socios aut hostis idoneum videbatur, cum summo studio domi exsequebantur:
imitari quam invidere bonis malebant. Sed eodem illo tempore Græciæ morem
imitati verberibus animadvortebant in civis, de condemnatis summum
supplicium sumebant. Postquam res publica adolevit et multitudine civium
factiones valuere, circumveniri innocentes, alia huiusce modi fieri cœpere,
tum lex Porcia aliæque leges paratæ sunt, quibus legibus exilium damnatis
permissum est. Hanc ego causam, patres conscripti, quo minus novom
consilium capiamus, in primis magnam puto. Profecto virtus atque
sapientia maior illis fuit, qui ex parvis opibus tantum imperium fecere,
quam in nobis, qui ea bene parta vix retinemus. Placet igitur eos dimitti et
augeri exercitum Catilinae? Minume. Sed ita censeo: publicandas eorum
pecunias, ipsos in vinculis habendos per municipia, quæ maxume opibus valent. Neu quis de iis postea ad
senatum referat neve cum populo agat. Qui aliter fecerit, senatum existumare eum contra
rem publicam et salutem omnium facturum. Tutti
gli uomini, o senatori, che deliberano intorno a fatti dubbi, debbono
essere liberi da odio e da amicizia, da ira e da misericordia. L’intelletto non
può discernere facilmente il vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e
nessuno mai può obbedire contemporaneamente alla passione e al proprio
interesse. Se tendi l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda
della passione1, questa domina e la mente non ha più vigore. Potrei, o
senatori, ricordare molti e molti esempi di re e di popoli che spinti
dall’ira o dalla pietà presero funeste deliberazioni; ma io preferisco
dire ciò che i nostri antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni,
fecero con senso di rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che
noi combattemmo contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi
ca, che aveva accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano,
ci fu infedele e nemica; ma quando, terminata la guerra, si dovette
deliberare intrno alla sorte dei Rodiesi, i nostri antenati li lasciarono
impuniti3, affi nché non si dicessse che si era intrapresa la guerra per
impadronirsi delle loro ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo
stesso modo in tutte le guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli
intervalli di pace e le tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i
nostri non approfi ttarono mai dell’occasione per fare delle
rappresaglie; cercavano di agire sempre secondo la loro dignità piuttosto
che, infi erire contro di quelli, anche se a buon diritto. Così pure voi,
o senatori, dovete tener conto di voi stessi, affi nché presso di voi non
possa di più la scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la
vostra dignità, e non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra
buona reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male
da loro compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la
grandezza del misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano
applicare quelle pene che siano stabilite dalle leggi. La maggior parte
di coloro che hanno espresso il loro parere prima di me, con un
linguaggio forbito e brillante, hanno commiserato la sventura dello
Stato. Hanno enumerato le crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti,
vergini e fanciulli rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori,
madri di famiglia costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi
spogliati, stragi, incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e
lutto Della pena posso dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie
la morte è il riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve
tutti i mali umani e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi
immortali, perché non hai aggiunto alla tua proposta che i congiurati
fossero sottoposti prima alla fustigazione? Forse perché lo vieta la legge
Porcia? Ma ugualmente altre leggi dispongono che ai cittadini già condannati a
morte non si tolga la vita, ma si conceda l’esilio. O forse perché è più
duro essere fustigato che ucciso? Quale pena è grave o troppo aspra per
chi risulta colpevole di un tanto delitto? Se poi è una pena troppo
leggera fustigarli, come può darsi che si tema la legge per fatti
poco importanti, quando è stata violata per più gravi? Ma invero,
chi potrà criticare una sentenza di morte contro traditori della patria?
L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano a loro volontà tutte le genti.
Qualunque cosa accada, essi l’avranno ben meritata; però, voi, o
senatori, rifl ettete bene6 che ciò che deliberate non ricada su
altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da casi in cui quell’illegalità
fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di cittadini incapaci o meno
onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata contro chi l’aveva ben
meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e innocenti. Quando la
repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini accrebbe la forza
dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti e a commettere
arbìtri di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia e con essa
altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale. Io, o
senatori, ritengo che questo motivo sia di grandissima importanza perché
non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente ebbero più virtù e
saggezza coloro che costruirono con forze modeste un così vasto impero
che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così bene essi hanno
creato. Allora si debbono mettere in libertà costoro e mandarli ad
accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il mio parere:
si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi dandoli ai
municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a costoro
non si facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se qualcuno
trasgredisse, il Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e della
salvezza pubblica.Giulio Cesare. Tutti gli uomini, o senatori, che deliberano
intorno a fatti dubbi, debbono essere liberi da odio e da amicizia, da
ira e da misericordia. 2. L’intelletto non può discernere facilmente il
vero, se quei sentimenti 1’offuscano, e nessuno mai può obbedire
contemporaneamente alla passione e al proprio interesse. 3. Se tendi
l’arco dell’intelletto, questo ha forza; se sei preda della passione1, questa
domina e la mente non ha più vigore. 4. Potrei, o senatori, ricordare
molti e molti esempi di re e di popoli che spinti dall’ira o dalla pietà
presero funeste deliberazioni; ma io preferisco dire ciò che i nostri
antenati, trattenendo l’impeto delle loro passioni, fecero con senso di
rettitudine e di giustizia. Nella guerra Macedonica, che noi combattemmo
contro il re Perseo, la città di Rodi, grande e magnifi ca, che aveva
accresciuto la sua potenza con l’aiuto del popolo romano, ci fu infedele e
nemica; ma quando, terminata la guerra, si dovette deliberare intrno alla
sorte dei Rodiesi, i nostri antenati li lasciarono impuniti, affi nché
non si dicessse che si era intrapresa la guerra per impadronirsi delle loro
ricchezze piuttosto che per l’offesa ricevuta. Allo stesso modo in tutte le
guerre puniche, benché i Cartaginesi, durante gli intervalli di pace e le
tregue, avessero commesso molte azioni crudeli, i nostri non approfi
ttarono mai dell’occasione per fare delle rappresaglie; cercavano di
agire sempre secondo la loro dignità piuttosto che, infi erire contro di
quelli, anche se a buon diritto. Così pure voi, o senatori, dovete tener
conto di voi stessi, affi nché presso di voi non possa di più la
scelleratezza di Publio Lentulo e degli altri che la vostra dignità, e
non pensiate maggiormente alla vostra ira che alla vostra buona
reputazione. 8. Infatti se si può trovare una pena adeguata al male da loro
compiuto, io approvo anche un provvedimento eccezionale; ma se la grandezza del
misfatto supera ogni umana credenza, io penso che si debbano applicare quelle
pene che siano stabilite dalle leggi. La maggior parte di coloro che
hanno espresso il loro parere prima di me, con un linguaggio forbito e
brillante, hanno commiserato la sventura dello Stato. Hanno enumerato le
crudeltà della guerra e i mali che toccano ai vinti, vergini e fanciulli
rapiti, fi gli strappati dalle braccia dei genitori, madri di famiglia
costrette a subire le voglie dei vincitori, case e templi spogliati, stragi,
incendi, infi ne in ogni luogo armi, cadaveri sangue e lutto. Della pena posso
dir questo, che è pura verità: nel lutto e nelle miserie la morte è il
riposo dagli affanni; non è un tormento, anzi dissolve tutti i mali umani
e non schiude né angosce né gioie. Ma, per gli dèi immortali, perché non hai
aggiunto alla tua proposta che i congiurati fossero sottoposti prima alla
fustigazione? Forse perché lo vieta la legge Porcia? Ma ugualmente altre leggi
dispongono che ai cittadini già condannati a morte non si tolga la vita, ma si
conceda l’esilio. O forse perché è più duro essere fustigato che ucciso?
Quale pena è grave o troppo aspra per chi risulta colpevole di un tanto
delitto? Se poi è una pena troppo leggera fustigarli, come può darsi che
si tema la legge per fatti poco importanti, quando è stata violata
per più gravi? Ma invero, chi potrà criticare una sentenza di morte
contro traditori della patria? L’occasione, il tempo, la fortuna, che dominano
a loro volontà tutte le genti. Qualunque cosa accada, essi l’avranno ben
meritata; però, voi, o senatori, rifl ettete bene6 che ciò che
deliberate non ricada su altri. Tutti gli esempi di illegalità nascono da
casi in cui quell’illegalità fu giusta; ma quando il potere passa nelle mani di
cittadini incapaci o meno onesti, quel nuovo esempio di illegalità, applicata
contro chi l’aveva ben meritato, viene rivolto contro cittadini incolpevoli e
innocenti. Quando la repubblica s’ingrandì e la moltitudine dei cittadini
accrebbe la forza dei partiti, si cominciarono a opprimere gli innocenti
e a commettere arbìtri di tal fatta; allora fu approvata la legge Porcia
e con essa altre leggi con cui si concedeva l’esilio ai rei di pena capitale.
41. Io, o senatori, ritengo che questo motivo sia di grandissima
importanza perché non si approvi l’innovazione che ora si propone. Certamente
ebbero più virtù e saggezza coloro che costruirono con forze modeste un
così vasto impero che non noi, che a malapena sappiamo mantenere ciò che così
bene essi hanno creato. Allora si debbono mettere in libertà costoro e
mandarli ad accrescere l’esercito di Catilina? Niente affatto. Ma ecco il
mio parere: si confi schino i loro beni, si tengano i rei in prigione affi
dandoli ai municipi che posseggono i migliori presìdi; per l’avvenire intorno a
costoro non si facciano più proposte in Senato né discorsi al popolo; se
qualcuno trasgredisse, il Senato deve dichiararlo nemico dello Stato e
della salvezza pubblica. Nome compiuto: Giulio Cesare. Keywords: l’immortalita
dell’anima – Shropshire e Giulio – Giulio’s intenzione al crosare il Rubicon --
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giulio” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Giulio: la ragione conversazionale e l’attaco a Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma) Filosofo
italiano. A philosopher who
was killed during an attack on the city. Nome
compiuto: Giulio Giuliano.
Luigi Speranza --
Grice e Giunco: la ragione conversazionale dell’andreia -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. The author of a philosophical dialogue about the three ages of man. The
son-in-law of Tito Vario Ciliano. The models for the three ages of man are his
father in law, himself, and his own son, as models. He argues that the middle
age is the best. Grice: “But he was biased. In fact, in my lectures on
reasoning, I give this as an example of biased reasoning!” – Nome compiuto: Giunco.
Luigi Speranza --
Grice e Giunio: la ragione conversazionale dell’accademia al portico romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. Appartene all'Accademia -- cioè effettivamente
all’eclettismo con tendenze stoiche di Antioco d’Ascalona -- che, appunto,
accetta dottrine derivate dal portico. In Atene fa studi di filosofia, e
in questa ha maestro Aristone. Nella guerra civile parteggia per Pompeo e
combatte a Farsaglia. Ottenne di riconciliarsi con GIULIO (si veda) Cesare.
Forma stretti rapporti con CICERONE, che gli dedica varie opere: "Brutus",
"Paradoxa", "Orator", "De finibus",
"Tusculanae", "De natura Deorum." A CICERONE, dedica il
"De virtute" (Andreia). Legato pro-pretore nelle Gallie, pretore
urbano, partecipa alla congiura contro GIULIO (si veda) Cesare e e uno dei suoi
uccisori. Sconfitto a Filippi d’OTTAVIANO, si uccide. Uno dei maggiori
rappresentanti dell’atticismo è oratore insigne. Scrive lettere (VIII a
Cicerone ci restano nella corrispondenza di questo), poesie e tre opere
morali. Nel "De virtute” difende la teoria dell’auto-sufficienza
della virtù. In "Sui doveri" da precetti al fratello sulla sua
condotta. (Grice: “He never followed them!”). Nel "De patientia,"
tratta di questa. Nome compiuto: Marco Giunio Bruto il Minore. Giunio. The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Giunio: la ragione conversazionale e il portico romano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. A follower of the Porch, and one of the senators who opposed NERONE. Nome compiuto: Giunio Maurizio
Luigi Speranza --
Grice e Giuniore: la ragione conversazionale e la geografia filosofica -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. A philosopher who wrote, or edited, a short work on geography,
comprising the whole of Rome, and some of the shoreline outskirts, including
Ostia. Giuniore.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giussani:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amicizia – il
comune, fraternità, liberazione – la
scuola di Desio -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Desio). Abstract. Grice has always been interested in what he
calls a philosophisma. Take ‘friend’. Aristotle says that a happy life is
self-sufficient. Who needs friends like that?” Keywords: amicizia. Filosofo
lombardo.. Filosofo italiano. Desio, Monza, Lombardia. Grice: “I like
Giussiani; of course at Oxford he would be a no-no, being a Catholic; but he
understands the pragmatics of conversation!” Ricevette la prima introduzione dalla madre Angelina
Gelosa, operaia tessile; il padre Beniamino, disegnatore e intagliatore, era un
socialista. Entra nel seminario diocesano San Pietro Martire di Seveso
dove frequenta i primi quattro anni di ginnasio. Si trasfere a Venegono
Inferiore, nella sede principale del seminario dove frequenta l'ultimo anno di
ginnasio, i tre anni del liceo e dove svolge i successivi studi di filosofia.
Ha come docenti, fra gli altri, Colombo, Corti, Carlo, e Figini. In quella sede
conosce i compagni di studio Manfredini e Biffi. Si interessa di Leopardi e
delle chiese ortodosse. Riceve l'ordinazione da Schuster. Dopo
l'ordinazione, rimase nel seminario di Venegono come insegnante e si
specializzò nello studio della teologia orientale, specie sugli slavofili,
della teologia protestante e della motivazione razionale dell'adesione alla
Chiesa. Lascia l'insegnamento in seminario per quello nelle scuole
superiori. Inizia l'insegnamento della religione nelle scuole a Milano dove e
suo alunno Giorello. Le riunioni di suoi studenti si tennero con il nome di
Gioventù Studentesca, che fonda insieme a Ricci e che fa parte dell'Azione
Cattolica. Inizia anche un'attività pubblicistica volta a porre
attenzione sulla questione educativa. Redasse la voce "Educazione"
per l'Enciclopedia Cattolica. Sotto Colombo continua gli studi di teologia
protestante per i quali soggiornò per cinque mesi negli Stati Uniti. Ottenne la
cattedra di Introduzione alla Teologia a Milano. Lo Spirito Santo ha suscitato
nella Chiesa, attraverso di lui, un Movimento, il vostro, che testimoniasse la
bellezza di essere cristiani in un'epoca in cui andava diffondendosi l'opinione
che il cristianesimo fosse qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere. G.
s'impegnò allora a ridestare nei giovani l'amore verso Cristo "Via, Verità
e Vita", ripetendo che solo Lui è la strada verso la realizzazione dei
desideri più profondi del cuore dell'uomo, e che Cristo non ci salva a dispetto
della nostra umanità, ma attraverso di essa. Il movimento da lui creato prese
il nome di Comunione e Liberazione; ne assunse la guida presiedendone il
consiglio generale. Il Pontificio Consiglio per i Laici riconobbe la
Fraternità di Comunione e Liberazione e G. ne guidò la Diaconia
Centrale. Contribuì alla costituzione della Fondazione Banco Alimentare.
Fra le sue numerose opere vi è la trilogia del Per Corso, redatta a partire
dagli appunti delle lezioni di religione che aveva tenuto negli anni cinquanta
al liceo Berchet e in seguito all'Università Cattolica. L'opera, pubblicata in
successive edizioni prima da Jaca e poi da Rizzoli, è composta da “Il senso
religioso, All'origine della pretesa cristiana e Perché la Chiesa. Propone la
concezione della fede e dell'esperienza cristiana come incontro con Cristo
attraverso la Chiesa cattolica. La fede è un «riconoscere una Presenza» ed
occupa ogni singolo spazio della vita individuale (i rapporti umani,
l'esperienza lavorativa, la vita sociale e politica). Da ciò nasce anche una
critica alla ragione illuminista. L'idea della ragione come principale
strumento offerto all'uomo nel rapporto con la realtà e della fede come metodo
di conoscenza sono le premesse metodologiche per un'analisi dell'esperienza
religiosa. Dopo la morte, sono stati dedicati a G.: Desio: nel
paese natale di G., la piazza retrostante il municipio e un monumento opera di
Cristina Mariani a Milano: parco G., in predenza parco Solari Trivolzio: il
piazzale adibito all'accoglienza delle auto dei pellegrini alla chiesa
parrocchiale che ospita le spoglie di San Riccardo Pampuri. Finale Ligure:
l'ultimo tratto del sentiero che porta all'antica chiesa di San Lorenzo di
Varigotti: lì si tennero alcuni dei primi incontri di Comunione e Liberazione,
che ancora si chiamava Gioventù Studentesca Castronno (VA): un largo presso la
rotatoria all'uscita dell'Autostrada dei laghi. Ascoli Piceno: la scuola
primaria e dell'infanzia "G.". Portofino: la piazzetta del faro Kampala
(Uganda): la scuola secondaria G. Pozzolengo: il parco comunale adiacente al
castello San Leo: un basso-rilievo in bronzo, opera dell'artista riminese Ceccarellia,
sulla facciata del convento di Sant'Igne Rimini: la rotonda davanti al
Palacongressi, nei pressi dell'area della demolita Fiera dove si sono svolte le
prime edizioni del Meeting per l'amicizia fra i popoli Chiavari: un tratto del
lungoporto Verona: i giardini presso ponte Garibaldi a Borgo Trento Cinisello
Balsamo: un largo urbano nei pressi del comune Segrate: il centro sportivo
della frazione di Redecesio Strade comunali sono state intitolate a don G. a
Cagliari, Morrovalle, Rapallo, Treviglio, Mestre, ecc. La maggior parte delle
opere deriva dalla trascrizione di dialoghi, conversazioni e lezioni svolte in
pubblico durante raduni, convegni, esercizi spirituali. I suoi libri sono stati
pubblicati dall'editore milanese Jaca. Rizzoli ha iniziato a rieditare i testi
di G. in nuove edizioni aggiornate dotate spesso di un nuovo apparato di note e
di nuovi contenuti editoriali e a volte con titoli diversi. Rizzoli ha anche
pubblicato le opere inedited e volumi antologici di conversazioni
precedentemente disponibili sotto forma di fascicoli pro manuscripto o di
redazionali per varie riviste. Volumi di inediti o di riedizioni di testi sono poi usciti anche per altri editori,
tra i quali Marietti, San Paolo, SEI, Piemme e Messaggero di Sant'Antonio. Trascrizioni
di conversazioni e lezioni nel corso di incontri con i responsabili di
Comunione e Liberazione, di esercizi spirituali e di incontri con appartenenti
ai Memores Domini sono state di norma pubblicate come inserti redazionali o
allegate come fascicoletti nelle riviste Tracce (precedentemente nota come
CL-Littere Communionis, organo ufficiale del movimento), Il Sabato e 30 giorni
nella Chiesa e nel mondo. Un gran numero di questi testi è stato poi pubblicato
in volumi antologici. -- è iniziata la catalogazione sistematica dei
testi e degli scritti di Giussani. G. Scritti, curato dalla Fraternità di
Comunione e Liberazione, inizia la pubblicazione di schede riassuntive dei
testi. Ha diretto la collana editoriale I libri dello spirito cristiano per la
Biblioteca Universale Rizzoli. La collana e poi sostituita da un'analoga
iniziativa sotto il nome di Biblioteca della spirito cristiano, ha pubblicato titoli
scelti fra quelli che più hanno segnato l'esperienza di G. e di Comunione e
Liberazione. Ha diretto la collana discografica Spirto gentil, CD musicali di
«introduzione alla musica» con allegato un booklet di norma contenente una nota
introduttiva di G., una scheda storica sui compositori o sui musicisti e una
guida all'ascolto. Saggi: “Il senso religioso: all'origine della pretesa
cristiana, Perché la Chiesa e Il rischio educativo. “Il senso religioso, Jaca, Reinhold
Niebuhr, Jaca Teologia protestante, La Scuola Cattolica, Jaca Marietti, “L'impegno
del cristiano nel mondo, Jaca, Tracce di esperienza e appunti di metodo
cristiano, Jaca Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca, San Paolo, Il
rischio educativo, Jaca, SEI, Rizzoli, Tracce d'esperienza cristiana, Jaca Decisione
per l'esistenza, Jaca L'alleanza, Jaca Il senso della nascita, colloquio con Testori,
BUR Rizzoli, Moralità: memoria e desiderio, Jaca, Alla ricerca del volto umano,
Jaca Rizzoli, Pregare, illustrazioni di Marina
Molino, Jaca La fede e le sue immagini, illustrazioni di Marina Molino, Jaca La
coscienza religiosa nell'uomo moderno, Jaca, Il senso religioso, Per Corso, Jaca Rizzoli, All'origine
della pretesa Cristiana, Jaca Rizzoli, Perché la Chiesa, Jaca, Rizzoli, Un
avvenimento di vita, cioè una storia, EDITIl Sabato L'avvenimento cristiano,
BUR Rizzoli, Il senso di Dio e l'uomo moderno, BUR Rizzoli, Si può vivere così?,
BUR Rizzoli, Rizzoli Il PerCorso, Jaca, Opere: Jaca, Il tempo e il tempio, BUR
Rizzoli, Realtà e giovinezza: la sfida, SEI; Rizzoli, Il cammino al vero è
un'esperienza, SEI, Rizzoli, Le mie letture, Rizzoli, Si può (veramente?!) vivere
così?, BUR Rizzoli, Porta la speranza, Marietti Riconoscere una presenza, San
Paolo, Lettere di fede e di amicizia a Majo, San Paolo, Generare tracce nella
storia del mondo, con Alberto e Prades, Rizzoli, L'uomo e il suo destino,
Marietti Scuola di Religione, SEI, L'io, il potere, le opere, Marietti Tutta la
terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Che cos'è l'uomo perché te ne curi?,
San Paolo, Avvenimento di libertà, Marietti L'opera del movimento. La
Fraternità di Comunione e Liberazione, San Paolo, Il miracolo dell'ospitalità,
Piemme,Il Santo Rosario, San Paolo, Egli solo è. Via Crucis, San Paolo, La
libertà di Dio, Marietti, Come si diventa cristiani, Marietti La familiarità
con Cristo, San Paolo, Vivere intensamente il reale, La Scuola,. Spirto gentil,
BUR Rizzoli,. Cristo compagnia di Dio all'uomo, EMessaggero Padova, Collana
Quasi Tischreden "Tu" (o dell'amicizia), BUR Rizzoli, Vivendo nella
carne, BUR Rizzoli, L'attrattiva Gesù, BUR Rizzoli, L'auto-coscienza del cosmo,
BUR Rizzoli, Affezione e dimora, BUR Rizzoli, Dal temperamento un metodo, BUR
Rizzoli, Una presenza che cambia, BUR Rizzoli, Collana L'Equipe Dall'utopia
alla presenza BUR Rizzoli, Certi di
alcune grandi cose, BUR Rizzoli, Uomini senza patria BUR Rizzoli, Qui e ora BUR
Rizzoli, “L'io rinasce in un incontro” BUR Rizzoli, Ciò che abbiamo di più
caro, BUR Rizzoli, Un evento reale nella vita dell'uomo BUR Rizzoli, In cammino
BUR Rizzoli, Collana Cristianesimo alla prova Una strana compagnia, BUR
Rizzoli, La convenienza umana della fede, BUR Rizzoli, La verità nasce dalla
carne, BUR Rizzoli, Un avvenimento nella vita dell'uomo, BUR Rizzoli, Interviste Comunione e Liberazione.
Interviste Robi Ronza, Milano, Jaca Book, Un caffè in compagnia. Conversazioni
sul presente e sul destino, colloqui con Farina, Milano, Rizzoli. Il fondatore:
Comunione e Liberazione. CamisascaC’altro Sessantotto", da
"L'Osservatore Romano" ORIGINE, in Banco Alimentare, Elemedia
S.p.A.Area Internet, Il mistero di don G.. Rivelato dai suoi scritti, su
chiesa. espresso.repubblica. Oggi l'addio a don Giussani Il Tirreno, in
Archivio Il Tirreno. Società Coop. Edit. Nuovo Mondo Via Porpora, Milano Tracce,
Cristo è veramente tutto, è il compiersi dell’umano», su tracce. Repubblica »
politica » Milano, i funerali di G., su repubblica Milano, profanata la tomba
di don G., Corriere della Sera su corriere. Chiesta l'apertura della causa di
beatificazione e canonizzazione, in Tracce, Società Coop. Edit. Nuovo Mondo, Passo
avanti verso la beatificazione di don Giussani, in Tempi, Società Coop. Edit.
Nuovo Mondo, Savorana, Don Luigi G., fondatore di CL, nominato monsignore, in
Avvenire, Don G.: vince il premio della cultura cattolica, in Adnkronos, Mia
giovinezza, in Tracce, Coop. Editoriale Nuovo Mondo, Premio Isimbardi Città
metropolitana di Milano.Tettamanzi, La famiglia a scuola, in Tracce, Coop.
Editoriale Nuovo Mondo, La Festa dello StatutoEdizione Sigilli longobardi, su
Consiglio Regionale della Lombardia. Desio, rinasce il monumento per don
Giussani a dieci anni dalla scomparsa, in Il Cottadino, Il parco Solari sarà dedicato a G., in Il
Giornale, Tornielli, Don Giussani nel solco di San Pampuri, in La Provincia
Pavese, Finale: intitolazione strada a Giussani, in Savona News, Castronno, intitolata a Don G. la nuova
rotonda, in Varese News, Emidio Cagnucci, al musicista ascolano intitolata una
scuola, in il Quotidiano,Francesca Nacini, G. faro di Portofino, Il Giornale, Uganda.
La G. High School inaugurata a Kampala tra i canti delle donne del Meeting
Point, su AVSI, Pozzolengo, raid vandalici nei parchi, in qui Brescia, Un
bassorilievo per G. a San Leo, in Rimini
Today, Rotatoria del Palacongressi dedicata a G., in Altarimini, Chiavari,
lungoporto G. per il fondatore di Cl, in Il Secolo XIX, In Borgo Trento
giardini intitolati al fondatore di CL, in Verona Notte, Melati, Jaca Santa
editrice della rivoluzione, in Il Venerdì di Repubblica, L'Espresso SpA, Le
opere di Comunione e Liberazione. Chi
siamo, su G. Scritti, Fraternità di Comunione e Liberazione. Collana I libri dello spirito cristiano, Comunione
e Liberazione. Collana musicale Spirto gentil, di Comunione e Liberazione. Bosco,
G., Torino, Elledici, Bedouelle; Graziano Borgonovo; Clément; Olinto; Ries, Gli
uomini vivi si incontrano: scritti per G., Milanok, Camisasca, Comunione e
Liberazione: Le origini Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, Massimo
Camisasca, Comunione e Liberazione: La ripresa, Cinisello Balsamo, San
Paolo,Elisa Buzzi, Scola, Un pensiero sorgivo, Marietti D Perillo, Caro G..
Dieci anni di lettere a un padre, Piemme, Camisasca, Comunione e Liberazione:
Il riconoscimento, Appendice, Cinisello Balsamo, San Paolo, Farina, G.. Vita di
un amico, Piemme, Farina, Maestri.
Incontri e dialoghi sul senso della vita, Piemme, Ceglie, G.. Una religione per
l'uomo, 1ª ed., Cantagalli, Gamba, Allargare la ragione, Vita e Pensiero, Camisasca,
G.. La sua esperienza dell'uomo e di Dio, Cinisello Balsamo, San Paolo, Savorana,
Vita di G., Milano, Rizzoli Editore, Savorana, Un'attrattiva che muove, 1ª ed.,
Milano, BUR Saggi, Scholz-Zappa, G. e Guardini. Una lettura originale, Milano,
Jaca, Marta Busani, Gioventù studentesca. Storia di un movimento cattolico
dalla ricostruzione alla contestazione, Roma, Studium, Massimo Camisasca,
L'avventura di Gioventù Studentesca, fotografie di Elio Ciol, Milano, Mondadori
Electa, G. Paximadi, E. Prato, R. Roux e Tombolini, Giussani. Il percorso
teologico e l'apertura ecumenica, Siena, Cantagalli Eupress FTL. Scritti
di G., su G. Scritti, Fraternità di
Comunione e Liberazione. Giussani su Comunione e Liberazione, Fraternità di
Comunione e Liberazione. Nome compiuto: Luigi Giovanni Giussani. Giussiani. Keywords:
dell’amicizia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giussani” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giusso:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’eroi –
filosofia fascista -- il mistico
dell’azione – filosofia campanese – filosfia napoletana – la scuola di Napoli
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Abstract. Grice: “There is a great difference between
Bologna – the oldest university – and Oxford: we never had a Mussolini!” -- Keywords:
fascismo. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Grice: “I like Giusso: he has explored philosophers from his country
like Leopardi and Bruno, and tdhe whole ‘tradizione ermetica nella filosofia
italiana,’ but also French – Bergson – and especially “Dutch,” i. e. Deutsche
or tedesca – Spengler, and Nietsche – All very Italian!” Nato in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio
Giusso e da Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in
un terreno fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito
allo sviluppo non solo culturale della città (il nonno, G., uno dei fondatori
del quartiere Bagnoli, ne era stato sindaco). Si laurea in filosofia a Napoli
sotto ALIOTTA (si veda). Segue con passione l'attualismo gentiliano e proprio
il suo carattere passionale lo porta anche nel campo filosofico ad un tipo di
critica scenografica, così come fu definita. Le sue frizioni con Croce,
inizialmente orientate su temi politici, presero più tardi una forma
"sotterranea", genericamente orientata contro l'idealism. G. si
richiamava al fatalismo di Leopardi, al demiurgo di Nietzsche, allo storicismo
di Dilthey, al nichilismo dello Spengler: e a causa di quest'ultimo, oltre che
per la sua interpretazione della Scienza nuova vichiana (che si attirò una
severa recensione dello stesso Croce, G. è criticato dall'ambiente crociano. G,
critico e storico delle idee s'identificava con la visione della vita di autori
che sentiva a lui vicini per temperamento ed interessi come Bruno, Vico
(dall'analisi degli scritti del quale nacque l'infastidita reazione di Croce), Giacomo,
Bacchelli, Barilli, Papini, Soffici, Palazzeschi, Borgese, Gozzano, che molto
ispirò la sua composizione poetica Don Giovanni ammalato. I suoi Tafferugli a
Montecavallo meriterebbero forse di essere più conosciuti. Tra le due guerre,
egli partecipò all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce,
da cui molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli difende e
mostra di apprezzare) assumendo posizioni eretiche e ispirandosi piuttosto a un
ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e dalle
molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare in una fase iniziale, Spengler
e Nietzsche. Intelligenza precoce, prima
di intraprendere l'insegnamento universitario che lo avrebbe allontanato da
Napoli portandolo ad insegnare Filosofia a Bologna, Pisa, e Cagliari, Giusso
avviò una copiosa pubblicazione di articoli, collaborando con numerosi
quotidiani icome Il Popolo d'Italia, Il Secolo, Il Mattino, Il Resto del
Carlino, ed ancora il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di
Sicilia, La Stampa ed altri ancora.
Giornali questi dove fu autore di elzeviri, volti alla diffusione dei
più diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali
esponenti, soprattutto scrittori. Nel dopoguerra, superati i miti
dell'irrazionalismo e dell'energia vitalistica, si riavvicinò alla fede cristiana.
Era sua intenzione realizzare una revisione del pensiero italiano dal
Rinascimento all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e
l'interpretazione dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico
volto a ravvicinare la filosofia della Roma antica e quello cristiano. In
chiave revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla
figura di BRUNO (si veda). Di ritorno da un viaggio nella sua adorata Spagna muore.
A Napoli gli venne intitolata una strada.
Saggi: “Le dittature democratiche dell'Italia” (Milano, Alpes); “Leopardi”
(Napoli, Guida); “Idealismo e prospettivismo” (Napoli, Guida); “Leopardi e le
sue due ideologie” (Firenze, Sansoni); Spengler, Roma, società anonima La nuova
antologia, Cadenze di Sigismondo nella Torre, Modena, Guanda); “VICO fra
l'Umanesimo e l'Occasionalismo” (Roma, Perrella); “La visione della vita” (Napoli,
R. Ricciardi); “Elegie del torso della saggezza mutilata, Milano, Corbaccio); “Il
viandante e le statue: saggi sulla letteratura contemporanea, Roma, Cremonese);
“Lo storicismo, Milano, Bocca, Gioberti, Milano, A. Garzanti, L'anima e il
cosmo, Milano, Bocca, “La tradizione
ermetica nella filosofia italiana” (Milano, Bocca); Due scritti sul
nazionalsocialismo, Roma, Settimo Sigillo, Quaderno, Napoli, Università degli
Studi Suor Orsola Benincasa,. Tafferugli a Montecavallo, La Finestra, Lavis, Il
fascismo e Croce, "Gerarchia", "La Critica", rist. in Nuove pagine
sparse, Panteismo e magia in Bruno (Sassari, Scienze e filosofia in Bruno,
Napoli Roma, Enciclopedia Italiana, Appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Corriere della sera, La Fiera letteraria, Giornale di
metafisica, F. Bruno,Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos, IE. Falqui,
Di noi contemporanei, Firenze, ad indicem; G. Villaroel, Gente di ieri e di
oggi, Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G.
Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, R. Maran, L. G. e la ricerca d'un
sistema, in Sophia, A. Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero; Toffanin,
Nuova Antologia, Boni Fellini, L'Osservatore politico letterario, Diz. della
letteratura mondiale, Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degli
italiano. L’Illuminismo oscuro G., autore e studioso
multidisciplinare, ha lasciato ai posteri una sterminata produzione
intellettuale, tenuta tuttavia troppo poco in considerazione dal mondo
accademico contemporaneo. Stefano Chemelli 10 articoli G. è
studioso di filosofia. Recinto riduttivo si dirà, ma per lui invece parco
multiforme. Ispanista, germanista, francesista. Allievo d’Aliotta e BATTAGLIA
(si veda) è critico letterario, si laurea, ottiene la libera docenza in
Filosofia teoretica e morale ma insegna. “Tafferugli a Montecavallo” pubblicato
da Cappelli uno studio sul barocco romano e Bernini, “La tradizione ermetica
nella filosofia italiana”, le straordinarie conversazioni radiofoniche di
“Autoritratto spagnolo” sono appena un accenno a una sterminata produzione
redatta nel breve arco di cinquantasette anni. Sodale di Unamuno e Ortega
con i quali ha condiviso amabili conversari, G. si occupa a fondo di Goethe, LEOPARDI
(si veda), Stendhal, Nietzsche, Dostoevskij, Freud, Dilthey, Simmel, Bergson,
GIOBERTI (si veda), VICO (si veda), BRUNO (si veda). Inoltre fu di Spengler uno
dei primissimi esegeti italiani. Dotato di una conversazione che incantava
anche il grande Edoardo, complice in gustosi siparietti nei quali De Filippo si
trasformava in spettatore, basterebbero le pagine dedicate al Bernini per
intuire la rabdomantica agilità di scrittura sempre corroborata da una cultura
che poteva reggere l’impulso filologico di un Croce. Dona un’analisi storica
poderosa in “Le dittature democratiche dell’Italia”, all’ascesa del fascismo,
seguito dalla prima raccolta di scritti letterari che ne connotano le capacità
di “viandante” nei diversi giardini del sapere; “Il ritorno di Faust” è,
“Figure di Capri”, a ruota seguono le pagine sopra Freud, Ortega, Dostoevskij,
e soprattutto lo studio su Leopardi. Copia de "La tradizione
ermetica nella filosofia italiana"Copia de “La tradizione ermetica nella
filosofia italiana” Stendhal e Nietzsche non escludono l’impegno anche poetico
che troverà sfogo in tre raccolte che molto dicono del Giusso più segreto
(“Musica in piazza”, “Cadenze di Sigismondo nella torre”, “Elegie del torso
della saggezza mutilata”). “Spengler e la dottrina degli universali formali”
restituisce in forma autonoma un approfondimento più volte ripreso da Giusso
nel decennio dei trenta che costituisce la decade dell’approfondimento
filosofico più intenso (Dilthey e Ortega tra gli altri) e preparatorio al
grande volume “Filosofia e immagine cosmica” dedicato a GENTILE. Due traduzioni
spagnole coinvolgeranno gli studi di G. rivolte a Vico ma sarebbe urgente dare
attenzione alla tradizione ermetica, magari per scoprire che GARIN (si veda)
l’ha sicuramente letta e ripresa molto più tardi. Kulturkritiker
universale lo definì Buscaroli, allievo devoto a Bologna quando G. strabilia un
manipolo di arditi fuoricorso in Estetica e Letteratura spagnola, che mai
avrebbero rinunciato alle sue esibizioni in diretta presso l’Alma Mater
bolognese, fugacemente ospitati. Un grande romantico della ispecie dei
Kleist, degli Hoederlin, dei Novalis però, poeta dei talami dissacrati che
trova negli articoli, nelle corrispondenze, nei taccuini di viaggio infinite
suggestioni, il tono di un G. confidenziale e descrittivo vicino al lettore non
specialista ma disposto a calarsi nell’ambiente e nell’aria, nella luce chiara
e tersa di un respiro curioso sino al dettaglio minuto. Filosofia ed
imagine cosmica; Filosofia ed immagine cosmica; Pubblicati recentemente i
quaderni spagnoli dalla Università Benincasa, sono ancora inedite le pagine
tedesche e austriache, ma esistono anche reportage francesi, nei quali uomini e
cose sbalzano con la modestia e la versatilità del carattere e la magnificenza
della scrittura. La vita di ognuno non elide né la circostanza né l’astrazione,
G. è uno dei protagonisti del teatro del mondo che abbiamo ignorato, noi
italiani, lui, molto napoletano, ma già europeo, ben oltre l’amatissima Spagna.
Un europeo immerso nella musica delle lingue (francese, spagnolo, tedesco…), in
VICO e Spengler. Tilgher, Alvaro, Toffanin, furono amici veri, fidati, ammirati
di un uomo al quale era sconosciuta l’invidia e al contrario era profferta a
piene mani una generosa e prodiga liberalità in nome di una poetica propensione
al dialogo di un sapere trasversale, comunicativo e incantato nella magia della
parola libera, circostanziata, esatta. Una studiosa di letteratura
italiana ha affermato che il più bel libro di G. è il quaderno spagnolo, ed ha
pure aggiunto che quaderno spagnolo e autoritratto spagnolo coincidono. Spaini,
ma pure Buscaroli che con Rispoli di G. sono stati tra i conoscitori più
profondi di G., difficilmente concorderebbero. Le pagine spagnole, tedesche,
austriache servono a entrare nel mondo giussiano, consentono di accedere a una
dimensione della cultura che non conosce omologazioni di sorta, schieramenti,
posizionamenti di rendita. Permettono di sorridere a fronte di un esteta armato
solo di una generosità speciale: cogliendo l’anima dell’umanità in una minuzia
necessaria a ritrovare un sentiero precario, attraverso il quale condurre a una
visione più ampia, senza dimenticare la poesia della vita. Gioberti come uomo
del risorgimento – serie: Uomini del risorgimento. “U= IL FASCISMO di Croce”
Gerarchia – “Croce contro Croce” – da CRITICA FASCISTA – “Gentile, mistico
dell’azione, tratto da “Il lavoro d’Italia” – “Gentile, “La Nazione” .
Nacque a Napoli, in una famiglia aristocratica, dal conte Antonio e da
Maria Imperiali d'Afflitto. La sua maturazione culturale avvenne in un terreno
fertile, costituito da un ambiente familiare che aveva contribuito allo
sviluppo non solo culturale della città (il nonno, Girolamo Giusso, ne era
stato sindaco). Gli studi di G. a Napoli (dove è allievo, fra gli altri,
di ALIOTTA (si veda)), coronati dalla laurea in lettere e filosofia, si
svilupparono in molteplici direzioni. Pur destinato a diventare
prevalentemente filosofo e storico della filosofia, i suoi non dilettanteschi
interessi spaziarono dalla letteratura alla musica, dalla pittura alla
filosofia, secondo un percorso eclettico ed estroso, fondato sull'istinto
piuttosto che sul metodo, che lo portò a una conoscenza approfondita ed
estesissima nei settori più diversi. Tra le due guerre, egli partecipò
all'atmosfera culturale della Napoli segnata dal cenacolo di Croce, da cui
molto presto si distaccò (come TILGHER (si veda), che egli mostra di
apprezzare) assumendo posizioni "eretiche" e ispirandosi piuttosto a
un ideale di vitalismo romantico che risulta evidente dai numerosi autori e
dalle molte opere cui dedicò la sua attenzione: in particolare, in una fase
iniziale, Spengler e Nietzsche. Intelligenza precoce, prima di
intraprendere l'insegnamento universitario, che lo avrebbe allontanato da
Napoli, G. avvia una copiosa pubblicazione di saggi, collaborando con numerosi
quotidiani italiani come autore di elzeviri, volti alla diffusione dei più
diversi aspetti della cultura europea e alla conoscenza dei suoi principali
esponenti, soprattutto scrittori. L'attività giornalistica si sviluppa
particolarmente quando G. inizia a collaborare con L'Idea nazionale, Il Popolo
d'Italia e Il Secolo, quindi con Il Mattino, come critico letterario; fu poi
autore di articoli di viaggio, per il Corriere della sera, e tenne un diario
critico per Il Resto del Carlino, pubblicando sulla terza pagina di molti
quotidiani italiani (Il Giornale, Il Tempo, Il Messaggero, La Gazzetta di
Sicilia, La Stampa e altri ancora), anche se il lavoro propriamente
giornalistico rallentò quando prevalse quello universitario. Ottenne la
libera docenza in filosofia a Napoli, dove l'anno successivo insegnò filosofia
morale; le principali tappe del suo percorso universitario - molteplice anche
per le numerose discipline di cui si occupa - furono: Cagliari, dove insegna come
professore incaricato, ricoprendo, secondo un percorso abbastanza inconsueto e
irregolare, le cattedre di filosofia teoretica, letteratura italiana e
francese, storia delle religioni; quindi, Bologna, dove, sempre come
incaricato, insegnò lingua e letteratura spagnola, infine Pisa. La carriera
universitaria del G. non si limitò, comunque, all'Italia: insegna letteratura
italiana a Monaco, a Nizza, a Breslavia, a Debreczen in Ungheria, a Madrid,
dove è accademico d'onore, e a Barcellona. Proprio al ritorno da un
viaggio in terra spagnola venne colpito dalla malattia che lo avrebbe condotto
alla morte. G. muore a Roma. Oltre all'attività come giornalista e
saggista, G. pubblica anche alcune raccolte di poesie: Musica in piazza
(Napoli) e Don Giovanni ammalato, una rifusione, accresciuta, del primo volume;
Cadenze di Sigismondo nella torre, Modena; e, infine, Elegie del torso della
saggezza mutilata, Milano: d'intonazione prossima ai crepuscolari le prime,
percorse dal senso di una discrepanza tra la piattezza della vita quale ci è
data e il desiderio di viverla in modo più libero e pieno; maggiormente legate
all'estetismo dannunziano, e insieme non dimentiche del clima d'avanguardia in
cui era avvenuta la prima formazione di G., le ultime due. Saggista
acuto, ottimo conversatore, spirito brillante e fortemente antiaccademico,
caratterizzato da un sapere enciclopedico, G. non si lega ad alcuna scelta
politica, non appartenne a nessuna scuola di pensiero e non ebbe maestri
diretti né discepoli. Dal suo asistematico sforzo di interpretazione della
cultura moderna non si può trarre una dottrina unitaria ma soltanto il profilo
di un cammino variegato e intenso, che trae origine dalla ricerca di una
visione totale dell'esistenza nel fondamentale intento di realizzare un ideale
di vita, problema con cui G. non smise mai di misurarsi, secondo una
prospettiva antirazionalista (e implicitamente antidealista).
Allontanatosi molto presto, come si è detto, dal crocianesimo imperante
nell'ambiente napoletano, il primo interesse di G. è per i protagonisti
dell'irrazionalismo e del vitalismo eroico, e per il pessimismo cosmico di
Leopardi (Il ritorno di Faust, Napoli; Leopardi, Stendhal, Nietzsche; Tre
profili: Dostoevskij, Freud, Ortega y Gasset; Leopardi e le sue due ideologie,
Firenze); in tempi diversi riunì in raccolte i ritratti degli autori e dei
personaggi che più lo avevano interessato (Il viandante e le statue. Saggi
sulla letteratura contemporanea, Milano). Nell'ambito di una ricerca più
propriamente FILOSOFICA, i principali autori di riferimento di G. - che
costituirono anche l'oggetto dei suoi studi – sono Dilthey (Dilthey e la
filosofia come visione della vita, Napoli; Dilthey, Simmel, Spengler, Milano);
i già ricordati Nietzsche (Nietzsche, Napoli), Spengler (Spengler e la dottrina
degli universali formali, Napoli), e Gasset. Il rapporto tra razionalismo
e irrazionalismo (e il superamento della loro opposizione) e quello tra scienza
e filosofia e vita sono il tema di fondo di quella che probabilmente rimane una
delle sue opere più significative, Filosofia ed imagine cosmica (Roma), in cui,
in diretto riferimento a Vico (si veda anche: Vico tra umanesimo e
occasionalismo, Roma; La filosofia di Vico e l'età barocca), egli delinea una
genealogia della filosofia, e in generale dell'attività razionale, a partire
dalle istanze vitali e concrete dell'uomo. In VICO (si veda), secondo G., non
c'è una filosofia intesa come ontologia e come organo di un conoscere razionale
perché i sistemi filosofici riflettono il tentativo di appropriazione verbale
del mondo in rapporto a un'originaria intuizione cosmica, così come le scienze
e le tecniche non procedono da una razionalità astratta ma dai bisogni
dell'uomo sociale, rimandando a un sentimento che è espressione del primitivo
legame, non specificamente conoscitivo, che unisce uomo e mondo. Nel
dopoguerra, approfondendo questa tematica e superati i miti dell'irrazionalismo
e dell'energia vitalistica, il G. si riavvicinò alla fede cristiana; era sua intenzione
realizzare una revisione della storia del pensiero italiano dal Rinascimento
all'età barocca, approfondendo in particolare lo studio e l'interpretazione
dell'umanesimo, inteso come vasto tentativo sincretistico volto a ravvicinare
il pensiero dell'antichità greco-romana e quello cristiano. In chiave
revisionista rispetto alla tradizione laica si era avvicinato anche alla figura
di Bruno (Scienza e filosofia in Bruno, Napoli-Roma). Tra le opere del
G., oltre a quelle già citate, si ricordano: Le dittature democratiche
d'Italia, Milano; Idealismo e prospettivismo, Napoli; Lo storicismo tedesco:
l'anima e il cosmo, Roma; Bergson, Milano; Gioberti; Spagna e antispagna:
saggisti e moralisti spagnoli, Mazara del Vallo; La tradizione ermetica nella
filosofia italiana, Trapani; Tafferugli a Montecavallo, Bologna; Origene e il
Rinascimento, Roma: Autoritratto spagnolo, a cura di A. Spaini, Torino; Necr.
in Corriere della sera, La Fiera letteraria; Giornale di metafisica, Bruno, L.
G., in Italia che scrive, Filiasi Carcano, in Logos; Falqui, Di noi
contemporanei, Firenze, ad indicem; Villaroel, Gente di ieri e di oggi,
Bologna, ad indicem; L. Fiumi, Giunta a Parnaso, Bergamo, ad indicem; G.
Artieri, Romantico napoletano, in Il Tempo, 11 maggio 1957; R. Maran, L. G. e
la ricerca d'un sistema, in Sophia; Spaini, Ricordo di L. G., in Il Messaggero;
Toffanin, G. e Ortega, in Nuova Antologia; Boni Fellini, G. dieci anni dopo, in
L'Osservatore politico letterario; Diz. della letteratura mondiale del '900,
sub voce. Panteismo tipo di teismo Lingua Segui Modifica Il panteismo
(πάν = tutto e θεός = Dio, vuol dire letteralmente "Dio è Tutto" e
"Tutto è Dio") è una visione del reale per cui ogni cosa è permeata
da un divino immanente o per cui l'Universo o la natura sono equivalenti a Dio
(Deus sive Natura). Definizioni più dettagliate tendono ad enfatizzare
l'idea che la legge naturale, l'esistenza e l'universo (la somma di tutto ciò
che è e che sarà) siano rappresentati nel principio teologico di un 'dio'
astratto piuttosto che una o più divinità personificate di qualsiasi tipo.
Questa è la caratteristica chiave che distingue il panteismo dal panenteismo e
dal pandeismo. Ne deriva che molte religioni, pur reclamando elementi
panteistici, sono in realtà per natura più panenteiste e
pandeiste. Levine, nel suo libro Panteismo, lo definisce «una concezione
non-teistica della divinità». In senso lato, con "panteismo" si
intende ogni dottrina filosofica che identifichi Dio con il mondo o con il
principio che lo regge. Per l'esattezza, il concetto di Dio-Uno-Tutto si
presenta in due versioni: quella "cosmistica", la quale afferma
"Dio è nel Tutto", e quella acosmistica (il termine è di Hegel), la
quale afferma "Il Tutto è in Dio". Nel primo caso, come nello
stoicismo, Dio impregna e pervade l'universo in ogni sua parte; nel secondo
caso, come nello spinozismo, l'universo in ogni sua parte rifluisce e si
scioglie in Dio, quale Uno-Tutto. Storia del panteismo Modifica Il
termine "panteista" (dal quale la parola "panteismo" è
derivata) è usato propriamente per la prima volta da Toland nella sua opera
Socinianism Truly Stated, by a pantheist. Comunque, il concetto era stato
discusso già al tempo dei filosofi della Grecia antica, da Talete, Parmenide ed
Eraclito. I presupposti ebraici del panteismo possono essere ricercati nella Torah
stessa, nel racconto della Genesi e nei suoi primi materiali profetici, nei
quali chiaramente gli "atti di natura" (come inondazioni, tempeste,
vulcani, etc.) sono tutti identificati come "la mano di Dio"
attraverso idiomi di personificazione, così spiegando gli aperti riferimenti al
concetto, sia nel Nuovo Testamento, che nella letteratura cabalistica. Sorge
una consistente controversia tra Jacobi e Mendelssohn, che infine coinvolse
molte importanti persone del tempo. Jacobi affermava che il panteismo di
Lessing era materialistico, per il fatto che considerava tutta la natura e Dio
come una sola sostanza estesa. Per Jacobi, esso non era altro che il risultato
della devozione alla ragione, tipicamente illuminista, che avrebbe condotto
all'ateismo. Mendelssohn espresse il suo disaccordo, asserendo che il panteismo
era teistico. Il Panteismo di Eraclito Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Eraclito. Il panteismo è un componente della dottrina
del filosofo greco Eraclito, secondo cui il divino è in tutte le cose ed è
identico al mondo nella sua interezza. Questa concezione porta a identificare
il divino con l'Universo, facendolo divenire quindi l'Unità di tutti i
contrari, il Fuoco generatore. Il Dio-tutto di Eraclito ha in sé tutte le
cose ed è una realtà eterna. Eraclito sembra rifarsi alla teoria della
cosmologia ciclica, poiché la sua concezione della realtà è simile a un insieme
di fasi alterne: un ciclo distruttivo-produttivo, che verrà sviluppato in
seguito dagli Stoici. Il Panteismo del PORTICO ROMANO Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: IL PORTICO ROMANO. Il panteismo
stoico è una delle più compiute espressioni di esso, dove il divino è la
ragione e l'intelligenza che lo determina e lo permea. Il divino del PORTICO
ROMANO, quindi, non si identifica con l'universo, ma lo permea come suo
fondamento e ragion d'essere. Il Panteismo di Plotino Si è parlato spesso
impropriamente di panteismo in Plotino. In realtà, secondo Plotino, Dio non è
solo immanente, ma anche trascendente. Come ha evidenziato anche Reale, l'Uno,
il Dio plotiniano, pur permeando di sé ogni realtà, ne è superiore. Plotino
dice infatti chiaramente che l'Uno, «in quanto principio di tutto, non è il
tutto. Con questa affermazione egli sembra prendere in contropiede, quasi le
prevedesse, le interpretazioni immanentistiche e panteiste del suo
pensiero. Il Panteismo di BrunoModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Bruno. La visione di BRUNO (si veda) può essere
considerata un panteismo del divino-Infinità ed ha alcuni caratteri del
panpsichismo. Nella filosofia di Bruno, i cinque dialoghi del De la causa,
principio et uno intendono stabilire i princìpi della realtà naturale.
Forma universale del mondo è l'anima del mondo, la cui prima e principale facoltà
è l'intelletto universale, il quale «empie il tutto, illumina l'universo e
indirizza la natura a produrre le sue specie». La materia è il secondo
principio della natura, dalla quale ogni cosa è formata: «come nell'arte,
variandosi in infinito le forme, è sempre una materia medesima che persevera
sotto quella, come la forma dell'albore è una forma di tronco, poi di trave,
poi di tavolo, poi di sgabello, e così via discorrendo, tuttavolta l'esser
legno sempre persevera; non altrimenti nella natura, variandosi in infinito e
succedendo l'una all'altra le forme, è sempre una medesma la materia».
Discende da questa considerazione l'elemento fondamentale della filosofia
bruniana: tutta la vita è materia, materia infinita. Nella sua concezione,
anche la Terra è dotata di anima. Egli in De l'infinito, universo e mondi
scrive: «Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude ogni
termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente
infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte
infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità dell'universo, la quale
è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito,
possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello. Bruno,
Dialoghi metafisici, Firenze, Sansoni Il Panteismo di Spinoza Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Spinoza e Monismo panteistico. La tesi centrale del
pensiero di Baruch Spinoza è l'identificazione panteistica o, meglio,
immanentistica di Dio con la Natura (Deus sive Natura) ed in essa convergono i
temi ed i motivi appartenenti alle tradizioni culturali più disparate, la
teologia giudaica, la filosofia ellenistica, la filosofia
neoplatonica-naturalistica del Rinascimento, il razionalismocartesiano ed il
pensiero arabo, ed infine le sfumature di Thomas Hobbes. Spinoza
concepisce un Dio coniugato con l'unità e la necessità e perciò:
«Dio, ossia la sostanza che consta di infiniti attributi, ciascuno dei
quali esprime un'essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente. Se lo
neghi, concepisci, se è possibile, che Dio non esista. Dunque (per l'As.7) la
sua essenza non implica l'esistenza. Ma questo (per la Prop.7) è assurdo:
dunque Dio esiste necessariamente.» (Spinoza, Etica, Roma, Editori Riuniti
Ne consegue la dimostrazione di ciò che Dio è: «Tutto ciò che è, è
in Dio: Dio però non si può dire cosa contingente. Infatti esiste
necessariamente, e non in modo contingente. Inoltre, i modi della divina natura
sono seguiti da essa anche necessariamente e non in modo contingente e ciò o in
quanto si considera la divina natura assolutamente oppure in quanto la si
considera determinata ad agire in un certo modo. Inoltre, di questi modi Dio è
causa non soltanto perché semplicemente esistono in quanto li si considera
determinati a fare qualcosa. Poiché se non sono determinati da Dio, è
impossibile e non contingente che determinino se stessi; e al contrario se sono
determinati da Dio, è impossibile, e non contingente, che rendano se stessi
indeterminati. Per cui tutte le cose sono determinate dalla necessità della
divina natura non soltanto ad esistere, ma anche ad esistere e agire in un
certo modo, e non si dà nulla di contingente.» (B. Spinoza, Etica, Questa
concezione fa sì che il Dio di Spinoza (ma non meno quello del PORTICO ROMANO),
per qualche filosofo contemporaneo, risulti essenzialmente un impersonale
Dio-Necessità, contrapponibile al Dio-Volontà come persona divina tipica dei
monoteismi. Descrizione Tipi di panteismoModifica Si possono distinguere
tre gruppi di panteisti: panteismo classico, che si esprime attraverso
l'immanente Dio del Giudaismo, Induismo, Monismo, neopaganesimo e delle
dottrine New Age, generalmente considerando Dio come personificazione o
manifestazione cosmica; panteismo biblico, che è espresso negli scritti della
Bibbia; panteismo naturalistico, basato sulle, relativamente recenti, visioni
di Baruch Spinoza (che potrebbe essere stato influenzato dal panteismo biblico)
e John Toland (che coniò il termine "panteismo"), così come sulle
influenze contemporanee. La maggioranza delle persone che possono identificarsi
come "panteiste" appartengono al tipo classico (come gli Indù, i
Sufi, gli Unitaristi, i neopagani, i seguaci della New Age, etc), mentre molte
persone che identificano se stesse come panteiste (non essendo membri di
un'altra religione) appartengono al tipo naturalista. La divisione tra le tre
branche del panteismo non sono completamente chiare in tutte le situazioni,
rimanendo dei punti di controversia nei circoli panteisti. I panteisti classici
generalmente accettano la dottrina religiosa secondo cui ci sarebbe una base
spirituale per tutta la realtà; mentre i panteisti naturalisti generalmente non
concordano, piuttosto intendendo il mondo in termini più naturalistici. La
confusione tra i concetti di panteismo e ateismo è un problema antico in
linguistica. GL’ANTICHI ROMANI si rifereno ai cristiani come atei e le
spiegazioni di questo fenomeno semantico possono variare. Metodi di
spiegazione Una caratteristica spesso citata del panteismo è che ogni essere
umano, essendo parte dell'universo o della natura, è parte del divino. Uno dei
problemi discussi dai panteisti è come possa esistere il libero arbitrio in un
contesto simile. In risposta, qualche volta è data la seguente analogia
(particolarmente dai panteisti classici): "stai a Dio come una tua singola
cellula sta a te". L'analogia sostiene anche che, sebbene una
cellula possa essere cosciente del suo ambiente e abbia persino qualche scelta
(libero arbitrio) tra giusto e sbagliato (uccidere un batterio, divenire
cancerogena o non fare semplicemente niente), ha presumibilmente una
comprensione limitata dell'essere più grande, di cui fa parte. Un altro modo di
comprendere questo tipo di relazione è tramite la frase indù tat tvam asi -
"quello che sei", in cui l'anima/essenza umana o Ātmanè intesa
medesima di Dio o Brahman. Nel contesto indù, si crede che il singolo debba
essere liberato attraverso l'illuminazione (moksha), in modo da sperimentare e
capire pienamente questa relazione: la parte diventa non dissimile dal
tutto. Non tutti i panteisti accettano l'idea del libero arbitrio, dato
che il determinismo è largamente diffuso, particolarmente presso i panteisti
naturalistici. Sebbene le interpretazioni individuali del panteismo possano
suggerire certe implicazioni per la natura e l'esistenza del libero arbitrio
e/o determinismo, il panteismo non implica il requisito di credere in entrambi.
Comunque, il problema è largamente discusso ed è presente in molte altre religioni
e filosofie. Dibattito Alcuni sostengono che il panteismo è poco più che
una ridefinizione della parola il divino per definire esistenza, vita o realtà.
Molti panteisti direbbero che, se fosse così, un tale cambiamento nel modo in
cui pensiamo a queste idee servirebbe a creare una nuova e potenzialmente più
perspicace concezione sia dell'esistenza, che di Dio. Forse il più
significativo dibattito all'interno della comunità panteistica è quello
riguardante la natura di Dio. Il panteismo classico crede in un Dio personale,
cosciente e onnisciente e vede questo Dio come unificante di tutte le vere
religioni. Il panteismo naturalistico crede invece in un Universo non cosciente
e non senziente che, sebbene sacro e meraviglioso, è visto come un Dio in senso
non tradizionale e non personale. I punti di vista compresi all'interno
della comunità panteista sono necessariamente diversi, ma l'idea centrale, che
vede l'Universo come un'unità onnicomprensiva e la sacralità sia della natura
che delle sue leggi, è comune. Alcuni panteisti sostengono, inoltre, un fine
comune di natura e uomo, sebbene altri rifiutino l'idea di un fine e vedano
l'esistenza come esistente di per sé. Concetti panteistici nella
religione Induismo È generalmente
riconosciuto che i testi religiosi indù sono i più antichi conosciuti in
letteratura contenenti idee panteistiche. Nella teologia indù, Brahman è la
realtà infinita, immutabile, immanente e trascendente che è il Divino Terreno
di tutte le cose nell'Universo e che è anche la somma totale di tutte le cose
che sono, sono state e saranno. Questa idea di panteismo è rintracciabile in
alcuni testi più antichi come i Veda e gli Upanishad e nella più tarda
filosofia Advaita. Tutti i Mahāvākya degli Upanishad, in un modo o nell'altro,
sembrano indicare l'unità del modo con Brahman. Upanishad dice Tutto in
questo Universo in realtà è Brahman; da lui esso procede; all'interno di lui è
dissolto; in lui respira, così lasciate che ognuno lo adori
tranquillamente". Inoltre dice: "Tutto l'Universo è Brahman, da
Brahman a una zolla di terra. Brahman è la causa efficiente e materiale del
mondo. Egli è il vasaio da cui si forma il vaso; egli è la creta con il quale è
fabbricato. Tutto proviene da Lui, senza perdita o diminuzione della fonte,
come la luce irradiata dal sole. Ogni cosa è unita entro Lui ancora, come le
bolle che esplodono si uniscono all'aria, come i fiumi sfociano negli oceani.
Tutto proviene e ritorna al divino, come la tela di un ragno è fabbricata e
ritratta dal ragno stesso, Negli inni del Rig Veda, una traccia di pensiero
panteista può essere riconosciuta nel libro decimo. Questa concezione di Dio lo
vede come l'unità, con gli dei personali e individuali aspetto dell'Unico,
sebbene differenti divinità siano viste da diversi fedeli come particolarmente
adatte alle loro preghiere. Come il sole emana raggi di luce che provengono
dalla stessa fonte, lo stesso avviene dagli sfaccettati aspetti di Dio emanati
da Brahman, come più colori dallo stesso prisma. Il Vedānta, specificatamente
l'Advaita, è una branca della filosofia indù che pone grande accento su questa
materia. Molti aderente vedantici sono monistio "non-dualisti, vedendo le
molteplici manifestazioni di un solo Dio o della fonte dell'essere, una visione
che è spesso considerata dai non induisti come politeista. Il panteismo è
la componente chiave della filosofia Advaita. Altre suddivisione dei Vedanta
non sostengono in maniera peculiare le stesse istanze. Per esempio, la scuola
Dvaita di Madhvacharya ritiene che Brahman sia il Dio esterno personale Vishnu,
laddove invece le scuole Rāmānuja sposano il Panenteismo. Ebraismo Il
senso radicalmente immanente del divino nella mistica ebraica (Kabbalah) si
ritiene abbia ispirato la formulazione del panteismo da parte di Spinoza.
Nonostante ciò, la teoria di Spinoza non è stata recepita dall'Ebraismo
ortodosso. D'altro canto, Schopenhauer sosteneva che il panteismo spinoziano
fosse una conseguenza della lettura di Malebranche da parte del filosofo
olandese: Malebranche insegna che tutto ciò che osserviamo è in Dio stesso. Ciò
equivale a voler spiegare qualcosa di ignoto mediante qualcosa di ancor più
oscuro. Inoltre, secondo Malebranche noi non solo vediamo tutto in Dio, ma Dio
è anche l'unica attività, sicché le cause fisiche sono mere occasionalità
(Ricerca della verità,. E così qui rinveniamo essenzialmente il panteismo di
Spinoza che pare abbia appreso più da Malebranche che da Descartes.
(Schopenhauer, Parerga e paralipomena, "Schizzo di una storia della teoria
dell'ideale e del reale"). Inoltre, Eliezer, fondatore dello chassidismo,
aveva un senso mistico del divino che può essere definito come
Panenteismo. Secondo l'ebraismo biblico l'origine dell'Universo si è
basata sulla Torah (legge) della natura. Pertanto la Torah originale non è rinvenibile
negli scritti di Mosè, bensì nella natura stessa. "Interpretare" la
Torah della natura equivale ad "interpretare" la Torah della
rivelazione e teoricamente alla fin fine coincideranno l'una con l'altra [come
si dimostra ad esempio con la scoperta del Big Bang. L'ortodossia rabbinica
considerando questa posizione come una discrepanza, allo scopo di porre la
Torah scritta al di sopra di quella data per prima in natura, ha sostenuto che
la Torah scritta precedette la creazione, infatti a partire dalla Torah scritta
che Dio ha parlato nella creazione. Questa posizione non è accolta dai
panteisti biblici. Maimonide, benché Ortodosso, nei suoi scritti sulla
riconciliazione fra le sacre scritture e la scienza, accolse l'opinione
dell'equivalenza fra la Torah della natura e la Torah delle scritture e trovò
la sua logica come inevitabile. Queste tesi, senza dubbio, servirono da sfondo
per lo sviluppo delle teorie di Spinoza. Cristianesimo Vi è un certo
numero di tradizioni minori nell'ambito della storia del Cristianesimo secondo
le quali le origini del loro credo panteistico sono da rintracciare nel Nuovo
Testamento ed in altre correlate tradizioni ecclesiastiche. La diversità di
questo punto di vista è rintracciabile a partire dai primi Quaccheri sino ai successivi
Unitaristi e fino ad arrivare alle stesse principali denominazioni del
cattolicesimo tradizionale e del protestantesimo liberale. Altre fonti
includono la Teologia del processo, la Spiritualità della Creazione, i
Fratelli del libero spirito, altri ancora ne sostengono la presenza fra gli
Gnostici. Tale idea ha avuto, per qualche tempo, aderenti in vari segmenti del
Cristianesimo. Alcuni Cristiani considerano la Trinità in questo
significato: lo Spirito Santo tiene insieme l'Universo e personifica se stesso
come il Padre, che a sua volta personifica se stesso come il Figlio dentro
questo Universo (ciò significa che il Padre è al di fuori dell'Universo, del
Tempo e dello Spazio). Secondo altri, lo Spirito Santo è consapevole e
utilizzabile e per questo è usato da Dio per benedire la gente con i Doni dello
Spirito Santo. Tutti i poteri sovrannaturali si ritiene che siano possibili
anche dal binomio Universo/Spirito Santo. I panteisti di religione
cristiana asseriscono che l'origine del loro credo è rintracciabile nelle Sacre
Scritture, nel Vecchio Testamento come nel Nuovo ed attenuano le difficoltà che
i teologi della Chiesa Apostolica Romana hanno sempre cercato di
"risolvere" nei concili sul tema della Trinità e della Natura di Cristo
come il Verbo (solo il panteismo fornisce una formulazione per il Cristo come verbo
di Dio e per l'unità del Monoteismo. Il parificare nella Bibbia Dio agli
atti della natura e la definizione di Dio data nello stesso Nuovo Testamento
forniscono un persuasivo richiamo verso questo sistema di credenze. I
panteisti cristiani sostengono che la definizione cattolica del divino è
pesantemente influenzata da fonti non bibliche, tra queste in particolar modo
il neo-Platonismo, che considerano il divino come qualcosa che esiste fuori
dall’esistenza, pertanto la definizione del divino si riferiva ad un qualcosa
che non esiste, cioè, ad un Dio non-esistente. È proprio questa basilare
definizione neo-platonica di non-esistenza che i panteisti cristiani ritengono
biasimevole e contraria alle scritture. Agostino rigettò il panteismo per
i seguenti motivi: Ma c'è un motivo che, al di là di ogni passione
polemica, deve indurre uomini intelligenti o comunque siano, perché
all'occorrenza non si richiede un'alta intelligenza, a fare una riflessione. Se
Dio è la mente del mondo e se il mondo è come un corpo a questa mente, sicché è
un solo vivente composto di mente e di corpo ed esso è Dio che contiene in se
stesso tutte le cose come in un grembo della natura; se inoltre dalla sua
anima, da cui ha vita tutto l'universo sensibile, vengono derivate la vita e
l'anima di tutti i viventi secondo le varie specie, non rimane nulla che non
sia parte di Dio. Ma se questa è la loro tesi, tutti possono capire l'empietà e
la irreligiosità che ne conseguono. Qualsiasi cosa si pesti, si pesterebbe una
parte di Dio; nell'uccidere qualsiasi animale, si ucciderebbe una parte di Dio.
Non voglio dir tutte le cose che possono balzare al pensiero. Non è possibile
dirle senza vergogna. come pure: Riguardo allo stesso animale
ragionevole, cioè l'uomo, la cosa più banale è ritenere che una parte divina
prende le botte quando le prende un fanciullo. E soltanto un pazzo può
sopportare che le parti divine divengano dissolute, ingiuste, empie e in
definitiva degne di condanna. Infine perché il dio si arrabbierebbe con coloro
che non lo onorano se sono le sue parti a non onorarlo?[5] Nel Vangelo secondo
Tommaso (considerato apocrifodai Cristiani), Gesù disse: Io sono la Luce:
quella che sta sopra ogni cosa; io sono il Tutto: il Tutto è uscito da me e il
Tutto è ritornato in me. Fendi il legno, e io sono là; solleva la pietra e là
mi troverai. Tuttavia questa è un'affermazione dell'onnipresenza di Dio, non in
senso panteistico, ma in armonia con l'insegnamento che ogni apparenza
fenomenica è riflesso della luce divina. informazioni Questa voce o sezione
sull'argomento religione non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono
insufficienti. La maggioranza dei Musulmani condanna il concetto di panteismo e
lo considera come un insegnamento non-Islamico. Tuttavia, il Sufismo è ritenuto
dai musulmani contenere insegnamenti panteistici. Il Sufismo può essere
suddiviso nelle seguenti categorie: Sufismo originario - Sincretico:
Mescola insieme dottrine e concetti dell'Islam con credenze e pratiche
religiose locali dei paesi Orientali e Occidentali. Lo si pratica in paesi
non-Islamici. Sufismo ḥadīth - Tradizionale: è l'Islam con un'enfasi sulle
forme ortodosse della spiritualità e del misticismo Islamico. Essenzialmente
ortodosso e considerato prevalentemente come una subcultura nei paesi Islamici.
Sunniti o Sciiti. Sufismo Coranico - Coranico: Si attiene strettamente a quanto
scritto nel Corano compreso il profetismo e non accetta i più recenti ḥadīth
come altrettanto ispirati dalla tradizione. È considerato non-ortodosso o come
una forma di neo-ortodossia ed è praticato soprattutto nell'occidente islamico.
Ha subito influenze dal concetto di riforma e restaurazione del
Protestantesimo. Né il Sunnismoné il Sciismo sono da considerare come forme di ḥadīth.
Il concetto di Panteismo si può rinvenire in ciascuno dei suddetti tipi di
Sufismo, a differenza della maggioranza ortodossa dell'Islam, esso è molto
diverso ed accentua l'esperienza e la conoscenza spirituale personale ed individuale.
Le fonti dell'interpretazione panteistica differirebbero a seconda della
tradizione cui fanno capo. Il Sufismo originario risentirebbe ovviamente dei
testi orientali, il Sufismo ḥadīth sarebbe influenzato dagli studiosi Islamici
del regno del Solimano, il Sufismo Coranico vedrebbe lo stesso Corano come la
continua rivelazione e la personificazione linguistica è interpretata in modo
coerente con i profeti biblici. La maggioranza dei Musulmani Ismailiti è
panteista, o per essere più precisi, Panenteista. Gli scritti di Seth e
il Panteismo Modifica Il concetto di Panteismo è parte integrante di molte
delle credenze religiose e delle filosofie della New Age; la sua differenza
rispetto al panenteismo è sostenuta in modo specifico negli scritti di Seth
come presentati dalla medium Roberts. Seth, l'"entità" cui da voce la
Roberts, diceva che Dio è formato di energia mentale, e questa energia mentale
è la sostanza che dà vita a tutti gli esseri e a tutte le cose; la coscienza di
Dio è veicolata da questa energia, per cui la coscienza di Dio è onnipresente.
Seth spesso si riferiva a Dio come a "Tutto ciò che è" e diceva che
"Tutte le facce appartengono a Dio". Seth descriveva Dio come una
forma contenente tutti gli individui al suo interno; inoltre aggiungeva che Dio
si conosce come è, ma anche si conosce come ciascun individuo. Tuttavia, questo
insegnamento ha molto in comune con il correlato concetto di panenteismo, dato
che pone in risalto la personificazione di Dio e quindi si trasforma in un
teismo. Altre religioniModifica Molti elementi panteistici sono presenti
in alcune forme di Buddismo, Neopaganesimo, e Teosofiainsieme a molte variabili
denominazioni. Si veda anche la Neopagana Gaia e la Church of All Worlds.
Molti Universalisti si considerano panteisti. Il filosofo Carus si define
un ateista che ama Dio. Egli critica ogni forma di monismo che cerca l'unità
del mondo non nell'unità della verità bensì nella unicità di una logica
supposizione di idee. Carus define tali concetti come henismo. Il Taoismo
propugna una visione panteistica. Il Tao potrebbe essere paragonato al
Deus-sive-Natura di Spinoza. Concetti connessiModifica
PanenteismoModifica Il Panteismo e il panenteismo presentano aspetti comuni ma
non coincidono: il primo vede l'universo pieno di Dio il secondo lo vede come
parte di Dio. Filosoficamente, però, i due concetti sono ben distinti. Mentre
per il panteismo Dio è sinonimo della natura, per il panenteismo, invece, Dio è
superiore alla natura e la include. È la ragione per cui Hegel definiva quello
spinoziano un panteismo acosmistico (senza mondo). Per alcuni tale
distinzione è inutile, mentre altri la considerano un significativo punto di
divisione. Molte delle maggiori fedi descritte come panteistiche potrebbero
essere descritte anche come panenteistiche, al contrario ciò non è possibile
per il panteismo naturalistico (perché non considera Dio come superiore alla
sola natura). Per esempio, elementi appartenenti al panenteismo ed al panteismo
si rinvengono nell'Induismo. Certe interpretazioni dei testi Bhagavad Gita e Shri
Rudram Chamakam sostengono questo punto di vista. CosmismoModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cosmismo e
World Brain. Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento
filosofia è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali.
Mentre questo termine è raramente usato, e molto spesso è solo un sinonimo di
Panteismo, l'insolita filosofia da esso indicata è stata utilizzata in modo
piuttosto differente, ma in ogni caso con essa si vuole esprimere il concetto
che Dio è un qualcosa creato dalla mente umana, forse rappresenta uno stadio
finale della evoluzione dell'uomo, raggiunto attraverso la pianificazione
sociale, l'eugenetica e altre forme di ingegneria genetica. Wells diede
vita a una forma di cosmismo, che denominò World Brain (cervello mondiale),
rifacendosi a un saggio da lui in cui viene tra l'altro descritta la creazione
di una biblioteca-enciclopedia. Tale idea venne ripresa nel libro God the
Invisible King, in cui l'autore consiglia all'umanità di istituire un sistema
socialista, strutturandolo sui dati statistici sociali ed eugenetici,
sull'istruzione e l'eugenetica, in modo che un giorno idealmente possa essere
alla pari e possibilmente anche fondersi con la stessa divinità panteista, e
anche in alcuni paragrafi di Outline of History, che richiamavano tali credenze
dell'autore e le sue ricerche sull'insegnamento di Gesù e di Buddha. Queste
idee vengono riprese nel suo libro Shape of Things to Come e nel film da esso
tratto nel Things to Come; in essi viene descritta l'umanità che, sopravvivendo
ad una guerra apocalittica e a un prolungato periodo Feudale, si unisce per dar
vita ad una utopia collettivista. In Israele, il Cosmismo è stato oggetto
di studio da parte di Mordekhay Nesiyahu, uno dei primi ideologi del Movimento
Laburista Israeliano e docente presso l'Università di Beit Berl. Secondo questo
autore Dio è qualcosa che non esisteva prima dell'uomo, ma era una entità
secolare. Infatti fu la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme ad avere un
ruolo nell'"invenzione" di questa entità. Nel XX secolo, lo
statunitense Pierce, un nazionalista bianco iscritto nel Partito Nazista
Americano e, a sua volta, fondatore del movimento Alleanza Nazionale, utilizza
il termine cosmismo. Per Pierce (così come per Wells), Dio sarebbe il risultato
finale dell'eugenetica e dell'igiene razziale. Si veda: Nazismo, Galton e
Teosofia. La noosfera descritta da Vernadsky e Chardin puo essere
considerata come la descrizione di una divinità Cosmistica, come anche la coscienza
collettiva di Émile Durkheim e l'inconscio collettivo di Jung. Clarke fa
un possibile riferimento alla Noosfera Cosmista nel suo libro Childhood's End o
Le guide del tramonto, riferendosi ad essa come la "Overmind", una
mente alveare interstellare. Il Pandeismo è una specie di Panteismo che
include una forma di Deismo, sostenendo che l'Universo è identico a Dio, ma
anche che Dio precedentemente fu una forza cosciente e senziente ovvero una
entità che progettò e creò l'Universo. Diventando l'Universo, Dio divenne
inconscio e non senziente. A parte questa distinzione (e la possibilità che
l'Universo un giorno ritornerà ad essere Dio), le credenze Pandeistiche sono
identiche a quelle del Panteismo. Secondo Schopenhauer, nel panteismo non
vi è etica. Il panteismo, nel suo complesso, naufragherebbe a fronte delle
inevitabili esigenze etiche e quindi non avrebbe risposte sul male e sulle
sofferenze del mondo. Se il mondo è una teofania, allora ogni cosa fatta dagli
uomini, ed anche dagli animali, è da considerarsi parimenti divina ed
eccellente; niente può essere giudicato più censurabile e più meritevole
rispetto ad ogni altra cosa; quindi non vi è etica. (Il mondo come volontà e
rappresentazione, Tuttavia, alcuni panteisti sostengono che il punto di vista
panteista è molto più etico, evidenziando che ogni danno arrecato all'altro è
come fare male a se stessi, perché arrecare danno ad uno è come arrecare danno
a tutti. Ciò che è bene e ciò che è male non dipende da qualcosa al di fuori di
noi, ma è il risultato di come ci rapportiamo gli uni con gli altri. Il fare
bene non si deve basare sulla paura di una punizione da parte di Dio, bensì
deve scaturire da un reciproco di tutti verso tutto. Le forme
tradizionali e le varie definizioni di panteismo, comunque, rinviano ai loro
testi sacri e ai loro maestri per le definizioni di ordine etico. Levine, Pantheism: A
Non-Theistic Concept of Deity, Londra e New York, Routledge, Il Panteismo. Una concezione non-teistica della divinità, Genova,
ECIG, Constance E. Plumptre, General Sketch of the History of Pantheism,
Londra, W. W. Gibbings, Chandogya Upanishad 3-14 traduzione di Monier-Williams
^ La Città di Dio, La Città di Dio, Testo del Vangelo secondo Tommaso God the
Invisible King Voci correlateModifica Dio Monismo Monoteismo Teismo Deismo
Pandeismo Panenteismo Naturalismo (filosofia) Panpsichismo Panteismo
naturalistico Panteismo classico Altri progettiModifica Collabora a Wikiquote
Wikiquote contiene citazioni di o su panteismo Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia
Commons contiene immagini o altri file su panteismo Collegamenti
esterniModifica panteismo, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Panteismo, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Panteismo, in
Catholic Encyclopedia, Appleton Mander, Pantheism, Zalta (a cura di), Stanford
Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information, Stanford.
Tanzella-Nitti, Panteismo del Dizionario
Interdisciplinare di Scienza e Fede, su disf.org. Portale Filosofia
Portale Mitologia Portale Religioni Monismo (religione)
Panenteismo scuola filosofica Panteismo naturalistico. Nome compiuto: Lorenzo
Giusso. Giusso. Keywords: gl’eroi, il vico di giusso, la tradizione ermetica
nella filosofia italiana, nazionalsocialismo, bruno, panteismo, leopardi,
occasionalismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giusso” – The Swimming-Pool
Library. Giusso.
Luigi Speranza --
Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la gnossi a Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Giustino
is cited by Ippolito di Roma as the originator of what Ippolito describes as a
pagan form of gnosticism in which a wide variety of disparate elements are
brought together.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Giustino: la ragione conversazionale e la setta di
Napoli -- Roma – filosofia campanese – filosofia napoletana – scuola di Napoli
-- filosofia italiana – scuola di Roma -- Luigi Speranza (Napoli). Filosofo campanese. Filosofo napoletano. Filosofo
italiano. Napoli, Campania, nella Palestina. Il padre e romano! He studies various schools of
philosophy with his friend Trifone, but could not decide. He shows his
scepticism in a letter to Antonino Pio. He irates Crescente, who has a mob kill
him. Or else he was beheaded! G.
filosofo filosofo e martire cristiano. Nota disambigua. Disambiguazione –
"Giustino martire" rimanda qui. Se stai cercando altri martiri con
questo nome, vedi San G.. San G. Justin filozof. jpg Icona russa di
G. Padre della chiesa e martire. Nascita Flavia Neapolis, Morte Roma Venerato
da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi Santuario principale
Collegiata di San Silvestro Papa, Fabrica di Roma VT) Ricorrenza Attributi
palma, libro PATRONO DI FILOSOFI G., conosciuto come G. martire o G. filosofo
Flavia Neapolis, – Roma), è un filosofo italiano -- martire cristiano, e
apologeta di lingua latina, autore del Dialogo con Trifone, della Prima
apologia dei cristiani e della Seconda apologia dei cristiani. A lui dobbiamo
anche la più antica descrizione del rito eucaristico. G. philosophi et martyris
Opera. È uno dei primi filosofi cristiani, e venerato come santo e padre della
chiesa dai cattolici e dagl’ortodossi. La memoria si celebra. La chiesa
cattolica lo considera anche santo PATRONO DEI FILOSOFI insieme a Caterina d'Alessandria,
pur non essendo nessuno dei due nel novero dei dottori della chiesa. G.,
che spesso si dichiara in verità samaritano, visto il suo nome e il nome di suo
padre, Bacheio, sembra piuttosto di origini latine. La sua famiglia
probabilmente si stabilisce da poco in Palestina, al seguito degl’eserciti
romani che qualche anno prima avevano sconfitto gl’ebrei e distrutto il tempio
di Gerusalemme. Come riferisce G. stesso nel Dialogo con Trifone, venne
educato nel culto romano elogiato da Cicerone ed ha un'ottima educazione che lo
porta ad approfondire i problemi che gli stanno più a cuore, quelli riguardanti
LA FILOSOFIA. Racconta che la sua smania di verità lo porta a frequentare molte
scuole filosofiche. Presso IL PORTICO non trova giovamento, in quanto il
problema del divino, per questa filosofia, non è essenziale. Poi frequenta IL
LIZIO. Ma anche presso questi filosofi non trova quanto cerca. Si reca presso
un filosofo CROTONESE che lo sollecita dunque ad approfondire le arti della
musica, dell'astronomia, e della geometria. Ma G., troppo concentrato nel voler
raggiungere la verità e la conoscenza del divino, reputa tempo sprecato il
soffermarsi su tali materie. Da ultimo frequenta L’ACCADEMIA. Un maestro
di questa filosofia è da poco giunto nel suo paese. Presso questa corrente
filosofica G. trova quanto crede di cercare. Le conoscenze delle realtà
incorporee e la contemplazione dell’idee eccita la mia mente, dice G. Si
convince che questo lo porta presto alla visione del divino, che considera
essere lo scopo della filosofia. Decide di ritirarsi in solitudine lontano
dalla città. Ma in questo luogo appartato, secondo quanto racconta nel prologo
del Dialogo con Trifone, incontra un uomo, con cui inizia un serrato dialogo,
incentrato sul divino e su cosa fare della vita. Dopo aver dichiarato all'uomo
la sua idea del divino, ciò che è sempre uguale a sé stesso e che è causa di
esistenza per tutte le altre realtà, questo è il divino, l'uomo lo porta a
ragionare su d’un aspetto che forse a G. è sfuggito. Come puo un filosofo
elaborare da solo una filosofia corretta sul divino se non l'ha né visto né
udito? E porta G. a meditare sulle persone considerate gradite al divino e
dallo stesso illuminate, i profeti, che parlano del divino e profetizzano in
nome del divino, in particolare quella venuta del figlio nel mondo e la
possibilità attraverso di lui d’avere una vera conoscenza del divino. Dopo
questa esperienza, G. abbandona il culto romano basato su Giove e si converte
al Cristianesimo. Per tutto il resto della sua vita educa i discepoli,
utilizzando GLI STESSI SCHEMMII – “what at Oxford we would call the syllabus –
H. P. Grice -- usati dalle altre scuole filosofiche. Oltre a questo incontro,
che è decisivo per la sua conversione, G. indica anche un altro fatto che lo
rinfranca nella fede. Infatti io stesso, che mi ritengo soddisfatto delle
dottrine dell’ACCADEMIA, sentendo che i cristiani sono accusati ma vedendoli
impavidi dinanzi alla morte ed a tutti i tormenti ritenuti terribili, mi
convinco che è impossibile che essi vivenno nel vizio e nella
concupiscenza. G. viaggia molto. Anda a Roma in una visita. Quando ritorna
vi apre una scuola filosofica a impronta cristiana. I suoi insegnamenti
insisteno molto sui fondamenti razionali –cf. H. P. Gricem, PHILOSOPHICAL GROUNDS
OF RATIONALITY -- della fede cristiana. Questo approccio, MOLTO DIVERSO da
quelli tradizionali – “My father, a non-conformist, would have probably
attended the seminars! – H. P. Grice -- , suscita numerose controversie sia con
gli stessi cristiani sia coll’altri filosofi, specialmente con CRESCENZIO
(vedasi) IL CINICO. La sua fede lo porta a subire una morte violenta. È
condannato a morte d’un tipico romano, Giunio Rustico (vedasi), che è prefetto
di Roma e amico dell'imperatore filosofo ANTONINO (si veda), con queste parole.
Coloro che si sono RIFIUTATI DI SACRIFICARE agli dèi e di sottomettersi
all'editto dell'imperatore, sono flagellati e condotti al supplizio della pena
capitale, secondo la vigente legge. Di questo processo esiste ancora il verbale.
Martyrium SS. G. et sociorum VI. G. venne decapitato – “the cause of his death
was decapitation, but we would hardly say Decaptiation willed his death” – H.
P. Grice -- assieme a VI dei suoi discepoli, CARITONE (vedasi) e sua sorella
Carito, EVELPISTO (non romano, ma di Cappadocia), GERACE (non di Roma ma di
Frigia, schiavo della corte imperiale), PEONE (vedasi) e LIBERIANO
(vedasi). Le sue reliquie sono traslate da Roma, e si trovano attualmente
sotto l'altare maggiore della Collegiata di San Silvestro Papa a Fabrica di
Roma, in provincia di Viterbo. G. è il primo di una serie di filosofi che
intravide in Eraclito, Socrate, Platone e nel PORTICO dei filosofi precursori
del Cristo e d’esso ispirati. Anche lo spirito santo è identificato col divino
stesso. A suo avviso, la nozione trinitaria è introdotta già dall’ACCADEMIA. A
G. si deve la più antica descrizione della liturgia eucaristica. Egli è il
primo ad utilizzare la TERMINOLOGIA (o GERGA) FILOSOFICA nel pensiero
cristiano, ed a tentare di conciliare RAGIONE fede. Si schiera duramente contro
la religione ‘pagana’ di GIOVE, ed i suoi miti, mentre privilegia l'incontro
colla filosofia. La figura di G. attrasce l'attenzione di Tolstojil quale
dedica al santo cristiano una breve agiografia, Vita e passione di G. filosofo
martire. Saggi: Dialogo con Trifone, Paoline, Milano Le due apologie,
Paoline, Milano Opere Parisiis, apud Morellum typographum regium, via Iacobaea
ad insigne Fontis Il Dialogo con Trifone, la Prima apologia dei cristiani e la
Seconda apologia dei cristiani, ci sono pervenute in un manoscritto conservato
a Parigi. La Prima apologia dei cristianinIo, G., di PRISCO, figlio di
Baccheio, nativi di Flavia Neapoli, città della Siria di Palestina, ho composto
questo discorso e questa supplica, in difesa degl’uomini di ogni stirpe
ingiustamente odiati e perseguitati, io che sono uno di loro. (Apologia Prima)
La Prima apologia dei cristiani è INDIRIZZATA all'imperatore ANTONINO PIO
(vedasi) e al SENATO romano. In essa compare un tema che è ampiamente
sviluppato dall'apologetica cristiana, cioè la critica della prassi diffusa
presso i tribunali romani, per la quale il solo fatto di appartenere alla
religione cristiana è motivo sufficiente di condanna. G. inoltre polemizza
con i pagani riguardo ad alcune contraddizioni interne alla società romana. Per
esempio, fa notare come, mentre i cristiani sono condannati a morte perché
ritenuti atei, VARI FILOSOFI latini sostengono apertamente l'a-teismo senza
conseguenze. Interessante, poi, è il fatto che G. citi abbondantemente
vari brani dei vangeli sinottici per esporre le dottrine cristiane. Ancor più
notevoli sono i tentativi dell'apologeta per convincere i pagani della verità
del Cristianesimo ATTRAVERSO LE CITAZIONE DI FILOSOFI CLASSICI sia di professionali
della filosofia come Socrate e Platone che di mitologia, come Omero e la
Sibilla. che vengono accostati a brani dei vangeli o dell'Antico
Testamento. Sia la Sibilla sia Istaspe profetarono la distruzione,
attraverso il fuoco, di ciò che è corruttibile. I filosofi chiamati del
PORTICO insegnano che anche il divino stesso si dissolve nel fuoco, ed
affermano che il mondo, dopo una trasformazione, risorge. Se dunque noi
sosteniamo alcune teorie simili ai poeti ed ai filosofi da voi onorati, perché siamo
ingiustamente odiati più di tutti? Quando diciamo che tutto è stato
ordinato e prodotto dal divino, sembreremo sostenere una dottrina
dell’ACCADEMIA. Quando parliamo di distruzione nel fuoco, quella del PORTICO.
Quando diciamo che le anime degli iniqui sono punite mantenendo la sensibilità
anche dopo la morte, e che le anime dei buoni, liberate dalle pene, vivono
felici, sembreremo sostenere LE STESSE TEORIE di poeti e di filosofi. Quando
noi diciamo che il Logos, che è il primogenito del divino, Gesù cristo il nostro
maestro, è stato generato senza connubio, e che è stato crocifisso ed è morto
e, risorto, è salito al cielo, non portiamo alcuna novità rispetto a quelli
che, presso di voi, sono chiamati FIGLIO DI GIOVE. Voi sapete infatti di quanti
FIGLI DI GIOVE (IVS-PITER – cf. TUES-DAY) parlino gli scrittori onorati da voi:
ERMETE – cf. ERMENEIA --, il Logos; Asclepio – dell’isola TIBERINA --, che
ascende al cielo; BACCHO, che è dilaniato; ERCOLE, che si getta nel fuoco, e
BELLEROFONTE – citato da H. P. Grice: “He rode Pegasus” (‘Vacuous Names’ --,
che di tra gl’uomini ascende con il cavallo Pegaso. Se poi, come abbiamo
affermato sopra, noi affermiamo che egli è stato generato dal divino come Logos
del divino stesso, in modo speciale e fuori dalla normale generazione, questa
concezione è comune alla vostra, quando dite che ERMETE (cfr. ERMENEIA) è il
logos messaggero di GIOVE. Se poi qualcuno ci rimprovera il fatto che egli
è crocifisso anche questo è comune ai FIGLI DI GIOVE annoverati prima, i quali,
secondo voi, sono soggetti a sofferenze. Se poi diciamo che è stato GENERATO
D’UNA VERGINE, anche questo è per voi un elemento comune con
PERSEO. Quando affermiamo che egli ha ri-sanato zoppi e paralitici ed
infelici dalla nascita, e che re-suscita dei morti, anche in queste
affermazioni appariremo concordare con le azioni che la tradizione attribuisce
ad Asclepio, nell’ISOLA TIBERINA (Apologia Prima). Il saggio si conclude con
una petizione che contiene una lettera dell'imperatore ADRIANO (vedasi), la
quale serve a G. per mostrare come anche un'autorità imperiale è del parere di
giudicare i cristiani in base alle loro azioni e non in base a dei pregiudizi;
ed una lettera dell'Imperatore ANTONINO (vedasi) e del miracolo della pioggia
durante le guerre marcomanniche. La filosofia in effetti è il più grande dei
beni e il più prezioso agl’occhi del divino, l'unico che a lui ci conduce e a
lui ci unisce, e sono davvero uomini del divino coloro che han volto l'animo
alla filosofia. Dialogo con Trifone/ Oltre alle già citate Prima apologia dei
cristiani (Ἀπολογία πρώτη ὑπὲρ Χριστιανῶν πρὸς Ἀντωνῖνον τὸν Εὐσεβῆ; Apologia
prima pro Christianis AD ANTONINVM PIVM) e Seconda apologia dei cristiani (Ἀπολογία
δευτέρα ὑπὲρ τῶν Χριστιανῶν πρὸς τὴν Ρωμαίων σύγκλητον, Apologia secunda pro
Christianis AD SENATVM ROMANVM), G. scrive il Dialogo con Trifone (Πρὸς τρυφῶνα
Ἰουδαῖον διάλογος, Cum Tryphone Judueo Dialogus), opera dedicata a Marco POMPEO
(vedasi). Il tema è il confronto con il giudaismo, con il quale i galilei hanno
in comune l'antico testamento in lingua ebrea antica, un terreno utile per un
dialogo. Si tratta di un dibattito che si svolge ad Efeso nell'arco di due
giorni e vede protagonisti G. e Trifone, nel quale è stata individuata da
alcuni storici la personalità di un rabbino realmente esistito. Lo scopo di
questo dialogo è mostrare la verità del cristianesimo, rispondendo alle
principali obiezioni mosse dagl’ambienti giudaici. In particolare, G. vuole
dimostrare che il culto di Gesù da Nazareth il gaileleo nella Galilea il cristo
non mette in discussione il mono-teismo. Le profezie descritte nell'Antico
Testamento si sono avverate con l'avvento del cristo. Il dialogo assume toni
sempre rispettosi e amichevoli e NON SI CONCLUDE – H. P. Grice: “Therefore, as
we would say at Oxford, it’s not a PIECE of reasoning!” -- , com'è consuetudine
per gli scritti cristiani, con la richiesta da parte del giudeo del battesimo.
A tal proposito, alcuni studiosi si sono chiesti se effettivamente le
motivazioni portate avanti da G. in questo dialogo sono VALIDE a CONVERTIRE no
un romano, ma un giudeo. Sembra piuttosto verosimile, invece, che questo saggio
è una risposta di G. ai dubbi che i galilei stessi – o i simpatizzanti romani
-- nutrino verso la loro fede. Il saggio presenta anche un prologo, in cui G.
racconta d’un suo incontro con un saggio che lo introduce alla teoria
galileiana. G., ancora ‘pagano,’ lo interroga tra l'altro sulla dottrina, da
lui professata, della trasmigrazione delle anime (metempsicosi, alla CROTONE)
anche dentro corpi animali, esposta nel “Timeo,”, testo di lettura
nell’ACCADEMIA, venerato da CICERONE – il sogno di SCIPIIONE. L'interlocutore
gli risponde che una tale possibilità non ha senso, perché non da nessuna
reminiscenza delle colpe passate e quindi neppure la capacità di pentirsi. In
secondo luogo, il saggio passa a CONFUTARE – alla POMPONAZZI (vedasi) -- la
dottrina dell'immortalità dell'anima. Bobichon, Filiation divine du Christ et filiation divine
des chrétiens dans les écrits de G. Martyr" P. de Navascués Benlloch,
Crespo Losada, A. Sáez Gutiérrez, Filiación. Cultura pagana, religión de Israel, orígenes del
cristianismo, Madrid La reliquia di San G. Martire, su parrocchiafabrica.
Gilson, La filosofia nel Medioevo, BUR saggi, G. G. Martire: il primo cristiano
dell’ACCADEMIA: con in appendice "Atti del martirio di San G.",
Pubblicazioni del Centro di Ricerche di Metafisica, Platonismo e filosofia
patristica, Milano, Vita e pensiero Tolstoj, Vita e passione di G. filosofo
martire. In Tolstòj, Tutti i racconti, cur. di Sibaldi, Milano: Mondadori,
Collana I Meridiani Bobichon, Œuvres de G. Martyr: Le manuscrit de Londres
(Musei Britannici) apographon du manuscrit de Paris (Parisinus Graecus),
Scriptorium Barbaro, Apologia seconda di S. G. filosofo e martire in favor de’cristiani
al Senato romano traduzione dal greco nell'ITALIANO pubblicata in occasione che
mette fine alla sua quaresimale predicazione Treviso, Tipografia Trento Essendo
manifesto da tutte l'opere di san Giustino, ch'egli ben sapeva e confessava
l'equalità del Verbo col Padre. Lettera di Adriano. Lettera di Marco Aurelio al
Senato. ^ Cit. in Jacques Liébaert, Michel Spanneut, Antonio Zani, Introduzione
generale allo studio dei Padri della Chiesa, Queriniana, Brescia Visonà,
introduzione a Saint Justin, Dialogo con Trifone, Paoline Gilson, La filosofia
nel Medioevo, BUR Rizzoli. Saggi, Milano, BUR Rizzoli G., G. Martire: il primo
cristiano dell’ACCADEMIA, Vita e Pensiero, Niccoli, GIUSTINO Enciclopedia
Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Bellinzoni, The Sayings of
Jesus in the Writings of G. Martyr, Leiden, Brill, Bobichon, Dialogue avec
Tryphon, édition critique. Editions universitaires de Fribourg, Introduction, Texte
grec, Traduction Commentaires, Appendices, Indices Gilson, La Philosophie au
Moyen Âge. Des origines patristiques a la fin du XIV siècle, Payot, Paris La
filosofia nel Medioevo. La Nuova Italia,
Scandicci Quasten. Patrologia, Marietti, G., santo, su Treccani, Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. G.,Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, G., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di G. G. su open MLOL, Horizons Unlimited Opere di G.,
su Open Library, Internet Archive. Audiolibri di G. G. G. su LibriVox. G., su
Goodreads. Giustino, in Catholic Encyclopedia Appleton G., su Santi, beati e
testimoni, santiebeati Apologia Prima, su monastero virtuale Apologia Seconda,
su monasterovirtuale Santi Caritone e compagni, discepoli di san G., in Santi,
beati e testimoni Enciclopedia dei santi, santie beati. Catechesi su vatican di
papa Benedetto su G. tenuta durante l'udienza generale Opera Omnia dal Migne
Patrologia Græeca con indici analitici e traduzioni su documenta catholica
omnia. eu. Biografie Cristianesimo Portale Filosofia Patristica
studio dei Padri della Chiesa Taziano il Siro teologo e filosofo
siro Filosofia cristiana. Nome compiuto: Giustino. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Giustino.” Giustino.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Givone:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei fanes – la
scuola di Buronzo -- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza -- Givone (Buronzo). Abstract: Grice: “I have
always been concerned with psychological verbs such as ‘love’!” Keywords: love, eros. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Buronzo, Vercelli, Piemonte. Grice: “I like Givone, especially his two essays on
‘eros’: ‘eros and ethos’ and the more controversial, ‘eros and knowledge.’ Si laurea Torino sotto Pareyson. Insegnato a Perugia,
Torino e Firenze. Alcuni suoi lavori riguardano la poetica e l’estetica
all’ombra del nichilismo. Da questa riflessione nasce anche la sua ricerca
sulla “Storia naturale del nulla” -- e
sulle implicazioni sullo tragico. In sua estetica e forte è ancora il richiamo
filosofico. Il malinconico, ‘l’ibrido – Saggi: “La storia della filosofia secondo
Kant” (Milano, Mursia); “Hybris e malinconia: Studi sulle poetiche del
Novecento” (Milano, Mursia); “William Blake. Arte e religione, Milano, Mursia, “Ermeneutica
e romanticismo, Milano, Mursia, Dostoevskij e la filosofia, Roma, Laterza, Storia
dell'estetica, Roma, Laterza, Disincanto del mondo e il tragico, Milano, Il Saggiatore,
La questione romantica, Roma, Laterza, Storia
del nulla, Roma, Laterza, Favola delle cose ultime, Torino, Einaudi, Eros/ethos,
Torino, Einaudi, Nel nome di un dio barbaro, Torino, Einaudi, Prima lezione di estetica, Roma, Laterza, Il
bibliotecario di Leibniz. Torino, Einaudi, Non c'è più tempo, Torino, Einaudi, Metafisica
della peste. Colpa e destino, Torino, Einaudi, Luce d'addio. Dialoghi
dell'amore ferito, Firenze, Olschki, Sull'infinito,
il Mulino, Pantragismo. Treccani. Grice:
“I like Givone; he philosophises on ‘eros,’ but fails to notice that for Butler
there’s self-love and other love; instead, Givone prefers to contrast ‘eros’
with ‘ethos’!” “His ramblings on Phanes are fun, though!” – Grice: “Not
satisfied with metaphysics, Givone goes to criticize Marinetti’s hybris, or
superbia, i. e. lack of moderation. His ottimismo notably contrasts with the
decadentismo of the croposcolaristi. Futurismo movimento artistico, culturale, musicale e
letterario italiano Lingua Segui Modifica Nota disambigua. svg Disambiguazione
– Se stai cercando altri significati, vedi Futurismo (disambigua). Ulteriori
informazioni Questa voce o sezione sull'argomento arte è priva o carente di
note e riferimenti bibliografici puntuali. Il Futurismo è stato un movimento
letterario, culturale, artistico e musicale italiano dell'inizio del XX secolo,
nonché una delle prime avanguardieeuropee. Ebbe influenza su movimenti affini
che si svilupparono in altri paesi d'Europa, in Russia, Francia, negli Stati
Uniti d'America e in Asia. I futuristi esplorarono ogni forma di espressione:
la pittura, la scultura, la letteratura (poesia) al teatro, la musica,
l'architettura, la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. La
denominazione del movimento si deve al poeta italiano Marinetti. Boccioni
La città che sale, bozzetto, Museum of Modern Art, New York OriginiIl manifesto
del Futurismo pubblicato su Le Figaro (qui evidenziato in giallo) Il Futurismo
nasce in Italia, in un periodo di notevole fase evolutiva dove tutto il mondo
dell'arte e della cultura era stimolato da numerosi fattori determinanti: le
guerre, la trasformazione sociale dei popoli, i grandi cambiamenti politici e
le nuove scoperte tecnologichee di comunicazione, come il telegrafo senza fili,
la radio, gli aeroplani e le prime cineprese; tutti fattori che arrivarono a
cambiare completamente la percezione delle distanze e del tempo,
"avvicinando" fra loro i continenti, creando nuove connessioni.
Il XX secolo era quindi invaso da un nuovo vento, che portava una nuova realtà:
la velocità. I futuristi intendevano idealmente "bruciare i musei e le
biblioteche" in modo da non avere più rapporti con il passato per
concentrarsi così sul dinamico presente; tutto questo, come è ovvio, in senso
ideologico. Le catene di montaggio abbattevano i tempi di produzione, le
automobili aumentavano ogni giorno, le strade iniziarono a riempirsi di luci
artificiali, si avvertiva questa nuova sensazione di futuro e velocità sia nel
tempo impiegato per produrre o arrivare a una destinazione, sia nei nuovi spazi
che potevano essere percorsi, sia nelle nuove possibilità di comunicazione. Severini
racconta che quando venne in contatto con Marinetti per decidere se aderire o
meno al Futurismo parlò anche con MODIGLIANI (si veda), che egli avrebbe voluto
nel gruppo, ma il pittore declinò l'offerta perché come scrisse:
«Queste manifestazioni non gli andavano, il complementarismo congenito lo
fece ridere, e con ragione, perciò invece di aderire mi sconsigliò di mettermi
in quelle storie; ma io avevo troppa affezione fraterna per Boccioni, inoltre
ero, e sono sempre stato pronto ad accettare l'avventura. Severini, Vita di un
pittore Primo Futurismo «Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante
progresso delle scienze ha determinato nell'umanità mutamenti tanto profondi,
da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri
della radiosa magnificenza del futuro…» (dal Manifesto dei pittori
futuristi) Una scazzottata futurista A seguito di una serie di articoli critici
di Ardengo Sofficisu La Voce vi fu una reazione violenta dei futuristi:
Marinetti, Boccioni e Carrà raggiunsero Soffici a Firenze e lo aggredirono
mentre sedeva al caffè delle "Giubbe Rosse" in compagnia dell'amico
Medardo Rosso. Ne nacque una grande pubblicità e un grande tumulto rinnovatosi
alla sera, alla stazione di Santa Maria Novella, quando Soffici, accompagnato
dagli amici Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper e Alberto Spaini, volle
rendere la contropartita. «Fu una vera spedizione punitiva, che mi
fu raccontata da Boccioni e, più tardi, da Soffici. I futuristi appena arrivati
a Firenze vanno al Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevano di trovare Soffici,
Papini, Prezzolini, Slataper, e tutti redattori della Voce. Boccioni domanda ad
un cameriere: «Chi è Soffici?»; sull'indicazione ottenuta si avvicina Soffici e
senza spiegazioni gli appioppa un paio di schiaffoni; Soffici per niente
smontato si alza risponde con una scarica di pugni. Parapiglia generale, tavole
seggiole per terra, bicchieri rotti e questurini che portano tutti al
commissariato. Per fortuna caddero in un commissario intelligente che capisce
con chi aveva a che fare; visto che Soffici e quelli della Voce non volevano
far querela d'aggressione, li rimandò tutti fuori come se niente fosse stato. I
futuristi, vendicate le ingiurie, andarono alla stazione dove un treno,
pressappoco a quell'ora, doveva riportarli a Milano. Ma quelli della Voce,
malgrado si fossero ben difesi, non erano contenti affatto, perciò si recarono
in fretta anch'essi alla stazione. Mentre il treno stava per arrivare ebbe
luogo un altro incontro, e un altro violento pugilato, che, per poco, faceva
restare a piedi futuristi. Ma fecero in tempo a prendere il treno, un po'
ammaccati, ma soddisfatti. Severini, Vita di un pittore Nel Manifesto
Futurista, pubblicato inizialmente in vari giornali italiani (la Tavola Rotonda
di Napoli, la Gazzetta dell'Emilia di Bologna, la Gazzetta di Mantovae L'Arena
di Verona) e, definitivamente, due settimane dopo sul quotidiano francese Le
Figaro, Marinetti espose i principi-base del movimento. Poco tempo dopo a
Milano i pittori Boccioni, Carrà, Balla, Severini e Luigi Russolo firmarono il
Manifesto dei pittori futuristi e nell'aprile dello stesso anno il Manifesto
tecnico della pittura futurista. Nei manifesti si esaltava la tecnica e si
dichiarava una fiducia illimitata nel progresso, si decretava la fine delle
vecchie ideologie (bollate con l'etichetta di passatismo, tra cui figura anche
il Parsifal di Wagner, che cominciò a essere rappresentato nei teatri
d'Europa). Si esaltavano inoltre il dinamismo, la velocità, l'industria, il
militarismo, il nazionalismo e la guerra, che veniva definita come "sola
igiene del mondo. Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini a Parigi
per l'inaugurazione della prima mostra. La prima importante esposizione
futurista si tenne a Parigi presso la galleria Bernheim-Jeune.
All'inaugurazione della mostra erano presenti Marinetti, Boccioni, Carrà,
Severini e Russolo. L'accoglienza iniziale fu fredda, ma nelle settimane
successive il movimento suscitò un certo interesse divenendo presto oggetto di
attenzioni internazionali tanto da favorire la riproposizione della mostra
anche in altre città europee come Berlino. La riconciliazione con i
futuristi avvenne in seguito, grazie alla mediazione dell'amico Palazzeschi. Infatti,
Soffici e Papini uscendo da La Vocedecisero di fondare la rivista Lacerba
appoggiando così il movimento futurista. Alla morte di Umberto Boccioni,
Carrà e Severini si ritrovarono in una fase di evoluzione verso la pittura
cubista, di conseguenza il gruppo milanese si sciolse spostando la sede del
movimento da Milano a Roma, con la conseguente nascita del secondo
Futurismo. In prima fila Depero, Marinetti e Cangiullo con panciotti
"futuristi" Il secondo Futurismo fu sostanzialmente diviso in due
fasi. La prima andava due anni dopo la morte di Boccioni, e fu caratterizzata
da un forte legame con la cultura post-cubista e costruttivista; la seconda
invece, fu molto più legata alle idee
del surrealismo. Di questa corrente - che si concluse attraverso il cosiddetto
"terzo Futurismo", portando anche all'epilogo del futurismo stesso -
fecero parte molti pittori fra cui Colombo, Prampolini, Sbardella, Diulgheroff,
Tulli ma anche Sironi, Soffici, Rosai, Testi e la moglie Stagni. Se la prima
fase del Futurismo fu caratterizzata da un'ideologia guerrafondaia e fanatica
(in pieno contrasto con altre avanguardie) ma spesso anche anarchica, la
seconda stagione ebbe un effettivo legame con IL REGIME FASCISTA, nel senso che
abbraccia gli stilemi della comunicazione governativa dell'epoca e si valse di
speciali favori. I futuristi di sinistra, generalmente meno noti nel
panorama culturale italiano dell'epoca, comunque, costituirono quella parte del
futurismo collocata politicamente su posizioni vicine all'anarchismo e al
bolscevismo anche quando il movimento con i suoi fondatori e personaggi
ritenuti principali è fagocitato dal FASCISMO. Anche se la gerarchia
fascista riserva ai futuristi coevi una sotto-valutazione talvolta sprezzante,
l'osservazione dei principi autoritaristici e la poetica interventista del
Futurismo sono quasi sempre presenti negli artisti del gruppo, fino a che
alcuni di questi non abbracciarono altri movimenti e presero le distanze
dall'ideologia fascista (Carrà, ad esempio, abbraccia la metafisica). Altri
ancora, come il giovane pittore maceratese Tulli, mantennero costantemente un
approccio giocoso e libertario, che poco aveva a che fare con L’ESTETICA
FASCISTA, anche nelle successive esperienze di pittura informale. Goncharova Il
ciclista, Museo russo, San Pietroburgo Manifesto futurista di Marinetti era
stato pubblicato a San Pietroburgo appena un mese dopo l'uscita su Le Figaro, e
Gončarova e Larionov, che in patria verrà definito il padre del Futurismo
russo, furono i concreti iniziatori del movimento in Russia. Il pittore
Malevič, il compositore Matjušin e lo scrittore Kručënych redassero il
manifesto del Primo congresso Futurista russo. Al movimento, conosciuto anche
come Cubofuturismo o Raggismo, aderirono personalità come il poeta e
drammaturgo Majakovskij. Marinetti stesso si recò a Mosca. Dal movimento
d'avanguardia futurista nacquero negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione
due importanti avanguardie artistiche, il Costruttivismo e il Suprematismo.
L'attenzione che i giornali e il pubblico dedicarono a Marinetti fu enorme, ma
non ci fu la stessa attenzione da parte dei futuristi russi, alcuni dei quali
tentarono anche di ostacolare la visita di Marinetti. Altri invece, come
Sersenevič, furono più ospitali e cordiali. Il temperamento e le declamazioni
di Marinetti riscossero successo ovunque; ma Marinetti tentò invano di chiamare
i futuristi russi ad unire le forze con i futuristi italiani, perché i maggiori
poeti russi, Chlebnikov, Livsič, Majakovskij e anche il regista Larionov
criticarono Marinetti. L'ultima "mostra futurista" si tenne a
Pietrogrado. In Russia il movimento non fu caratterizzato dal bellicismo
come quello dei futuristi italiani, criticato da Majakovskij, ma fu
accompagnato da un'utopica idea di pace e libertà, sia individuale
dell'artista, sia collettiva del mondo, che si sarebbe concluso con l'adesione
di una parte del gruppo al bolscevismo. Dopo la rivoluzione d'ottobre molti
futuristi confluirono nel cubismo e nell'astrattismo. Futurismo francese
In Francia il Futurismo non si organizzò mai come movimento, ma ebbe almeno due
nomi degni di nota: Apollinaire e Saint-Point. Apollinaire scrive il
manifesto L'antitradition futuriste, pubblicato su Lacerba solo dopo le
aggiunte e le correzioni di Marinetti. I successivi Calligrammes rivelano la
chiara influenza del paroliberismo futurista sul poeta francese.
Valentine de Saint Point, nipote di Lamartine, scrisse il Manifesto della donna
futurista, con il sottotitolo “Risposta a Marinetti”, in un volantino
pubblicato simultaneamente a Parigi e a Milano. è il Manifesto futurista della
lussuria. Orientamenti artistici Nelle opere futuriste è quasi sempre
costante la ricerca del dinamismo; cioè il soggetto non appare mai fermo, ma in
movimento: ad esempio, per loro un cavallo in movimento non ha quattro gambe,
ne ha venti. Così la simultaneità della visione diventa il tratto principale
dei quadri futuristi; lo spettatore non guarda passivamente l'oggetto statico,
ma ne è come avvolto, testimone di un'azione rappresentata durante il suo
svolgimento. Per rendere l'idea del moto nelle arti visive tradizionali,
immobili per costituzione, il Futurismo si serve, nella pittura e nella
scultura, principalmente delle “linee-forza”; poiché la linea agisce
psicologicamente sull'osservatore con significato direzionale, essa,
collocandosi in varie posizioni, supera la sua essenza di semplice segmento e
diventa forza centrifuga e centripeta, mentre oggetti, colori e piani si
sospingono in una catena di contrasti simultanei, determinando la resa del
“dinamismo universale”. PitturaJoseph Stella Battle of Lights, Coney Island, Mardi Gras, Yale. A Milano gl’artisti d'Italia avevano pubblicato i
manifesti sulla pittura futurista. Boccioni si occupò principalmente del
dinamismo plastico e sintetico e del superamento del cubismo, mentre Balla
passò dallo studio delle vibrazioni luminose (divisionismo) alla rappresentazione
sintetica del moto. Boccioni, Carrà e Russolo esposero a Milano le prime opere
futuriste alla "Mostra d'arte libera" nella fabbrica Ricordi.
Il Futurismo diede il meglio di sé nelle espressioni artistiche legate alla
pittura, al mosaico e alla scultura, mentre le opere letterarie e teatrali, ma
anche architettoniche, non ebbero la stessa immediata capacità
espressiva. Le radici del fermento che portò alla declinazione del
Futurismo nell'arte si possono riconoscere, artisticamente parlando, già nella
Scapigliatura - corrente tipicamente milanese e borghese della seconda metà
dell'Ottocento - laddove il Futurismo distoglie con disprezzo l'attenzione
dalla raffinata borghesia per concentrarsi sulla rivoluzione industriale, sulle
fabbriche. Dal punto di vista stilistico il Futurismo - in particolare
quello boccioniano - si basa sui concetti del divisionismo che però riesce ad
adattare per esprimere al meglio gli amati concetti di velocità e di
simultaneità: è grazie ad artisti come Segantini e PELLIZZA da Volpedo che,
pochi anni dopo, il futurista Umberto Boccioni poté realizzare dipinti come La
città che sale. Opera futurista di Emma Marpillero Corradi Dal
punto di vista concettuale, il Futurismo naturalmente non ignora i principi
cubisti di scomposizione della forma secondo piani visivi e rappresentazione di
essi sulla tela. Cubista è senz'altro la tecnica che prevede di suddividere la
superficie pittorica in tanti piani che registrino ognuno una diversa
prospettiva spaziale. Tuttavia, mentre per il cubismo la scomposizione rende
possibile una visione del soggetto fermo lungo una quarta dimensione
esclusivamente spaziale (il pittore ruota intorno al soggetto fermo cogliendone
ogni aspetto), il Futurismo utilizza la scomposizione per rendere la dimensione
temporale, il movimento. Altrettanto interessanti sono i rapporti
stilistici tra il Futurismo boccioniano e il cubismo orfico di Delaunay.
Non mancarono relazioni complesse tra i futuristi italiani e i più importanti
esponenti delle avanguardie russe e tedesche. Equiparare, infine, la ricerca
futurista dell'attimo con quella impressionista, come è stato fatto in passato,
è ormai considerato profondamente errato. Se è vero infatti che gli
impressionisti fecero dell'"attimalità" il nucleo della loro ricerca
- loro scopo era fermare sulla tela un istante luminoso, unico e irripetibile -
la ricerca futurista si muoveva in senso quasi opposto: suo scopo era
rappresentare sulla tela non un istante di movimento ma il movimento stesso,
nel suo svolgersi nello spazio e nel suo impatto emozionale. Come
conseguenza dell'"estetica della velocità", nelle opere futuriste a
prevalere è l'elemento dinamico: il movimento coinvolge infatti l'oggetto e lo
spazio in cui esso si muove. Il dinamismo dei treni, degli aeroplani
(Aeropittura), delle masse multicolori e polifoniche e delle azioni quotidiane
(del cane che scodinzola andando a spasso con la padrona, della bimba che corre
sul terrazzo, delle ballerine) è sottolineato da colori e pennellate che
mettano in evidenza le spinte propulsive delle forme. La costruzione può essere
composta da linee spezzate, spigolose e veloci, ma anche da pennellate lineari,
intense e fluide se il moto è più armonioso. Tra gli epigoni più
interessanti del Futurismo, l'avanguardia russa del raggismo e del
costruttivismo. Le tecniche pittoriche futuriste sono state riassunte nei due
manifesti sulla pittura. Due tra i principali esponenti del movimento
pittorico, Boccioni e Balla, furono presenti anche nella scultura. La pittura
di Boccioni è stata definita "simbolica": il dipinto La città che
sale, per esempio, è una chiara metafora del progresso, dettato dal titolo e
dalle scene di cantiere edile sullo sfondo, esemplificate nella loro vorticosa
crescita dalla potenza del cavallo imbizzarrito, un vortice di materia che si
scompone per piani. Se Boccioni è simbolico, Balla è fotografico e analitico.
Ancora legato a principi cubisti, non è raro che realizzi sequenze
fotogrammetriche di una scena, per rendere il movimento, piuttosto che affidarsi
a impetuosi vortici di pittura: è il caso del posato Bambina che corre al
balcone. Scultura Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio,
New York, Museum of Modern Art L'artista futurista più attivo nel campo della
scultura è Umberto Boccioni, la cui ricerca pittorica corre sempre parallela a
quella plastica. Lo stesso Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della
scultura futurista. Punto di arrivo di questa ricerca può essere considerato
Forme uniche della continuità nello spazio: l'immagine, applicando le
dichiarazioni poetiche di Boccioni stesso, è tutt'uno con lo spazio
circostante, dilatandosi, contraendosi, frammentandosi e accogliendolo in sé
stessa. Anche in L'Antigrazioso o La madre, immediatamente precedente,
sono presenti parametri scultorei simili a Forme uniche nella continuità dello
spazio, ma con ancora non risolti alcuni problemi di plasticità derivanti da
influssi naturalistici. MosaicLa tecnica del mosaico, basata
sull'utilizzo di tessere ceramiche e vitree, si è prestata molto bene a esprimere
i modi e il dinamismo intesi dall'arte futurista. Enrico Prampolini e
Fillia eseguono l'importante mosaico dedicato al tema delle
Comunicazioniall'interno della torre del Palazzo delle Poste di La
Spezia. Alcuni anni più tardi Gino Severini esegue altri mosaici per le
Poste di Alessandria. La tradizione musiva di Ravenna continua con mosaici
futuristi di autori vari (Palazzo del Mutilato,. ArchitetturaMagnifying
glass icon mgx2.svg. Lo stesso argomento in dettaglio: Architettura futurista.
«Il problema dell'architettura moderna non è un problema di rimaneggiamento
lineare. Non si tratta di dover trovare nuove sagome, nuove marginature di
finestre e di porte, di sostituire colonne, pilastri, mensole con cariatidi,
mosconi, rane: ma di creare di sana pianta la casanuova, costruita
tesoreggiando ogni risorsa della scienza e della tecnica…» (Antonio
Sant'Elia, dal Messaggio posto a prefazione della mostra del gruppo Nuove
Tendenze) Antonio Sant'Elia, una veduta prospettica della Città Nuova.
Sant'Elia, Casa a Gradinate la Città Nuova. Arnaldo Dell'Ira lampada "a
grattacielo Pettazzi Stazione di servizio "Fiat Tagliero",
Asmara. Sant'Elia, che divenne l'architetto più rappresentativo del movimento,
era ancora distante dai futuristi ed era piuttosto legato nel movimento del
cosiddetto Stile floreale. In quegli stessi anni a Milanoera attivo Giuseppe
Sommaruga e questi sembra che avesse esercitato una grande influenza sulla
formazione del Sant'Elia, infatti, per esempio, molti elementi dinamici del
futurista furono anticipati nel Grand Hotel Campo dei Fiori di
Varese. Sant'Elia pubblica il Manifesto dell'Architettura futurista, dove
esponeva i principi di questa corrente. Al centro dell'attenzione c'è la città,
vista come simbolo della dinamicità e della modernità. Tutti i progetti creati
da Sant'Elia si riferiscono a città del futuro: in contrapposizione
all'architettura tradizionale, vista come inadeguata, le città idealizzatedagli
architetti futuristi hanno come caratteristica fondamentale il movimento, i
trasporti e le grandi strutture. I futuristi, infatti, compresero
immediatamente il ruolo centrale che i trasporti avrebbero assunto
successivamente nella vita delle città. Nei progetti di questo periodo si
cercavano sviluppi e scopi di questa novità. L'utopia futurista è una città in
perenne mutamento, agile e mobile in ogni sua parte, un continuo cantiere in
costruzione, e la casa futurista allo stesso modo è impregnata di
dinamicità. Anche l'utilizzo di linee ellittiche e oblique simboleggia questo
rifiuto della staticità per una maggior dinamicità dei progetti futuristi,
privi di una simmetriaclassicamente intesa. Le teorie futuriste
sull'architettura erano principalmente ideologiche ed erano espressione di un
atteggiamento intellettualistico ma senza riferimenti a metodi formali e
tecnici, tuttavia anticiparono i grandi temi e le visioni dell'architettura e
della città che saranno proprie del Movimento Moderno. A causa della
guerra e dopo la morte di Boccioni e Sant'Elia il movimento futurista in Italia
perse il suo slancio. L’originaria proposta futurista dei primi tempi è
raccolta piuttosto dai costruttivisti russi. Il movimento razionalista italiano
cercherà di proporre gli scenari della Città Nuova delle utopie futuriste ma il
regime fascista smorzerà questi tentativi privilegiando un monumentalismo
legato alla tradizione classicista. Lo stesso avvenne in Unione Sovietica con
il sopravvento del regime totalitario. Tra i grandi esponenti
dell'architettura da ricordare Chiattone, che visse con Sant'Elia a Milano,
condividendone le linee teoriche e sviluppando straordinarie visioni di città
del futuro, prima di trasferirsi in Svizzera e abbandonare la militanza. E
infine Marchi, che operò anche come scenografo. Al Secondo Futurismo
appartengono le architetture di Mazzoni, autore di notevoli edifici postali e
ferroviari, ancora oggi validamente in funzione in diverse città
italiane. CeramicaPer le sue possibilità espressive, anche la ceramica
interessa il movimento futurista. In particolare i ceramisti dell'ISIA
espressero lavori in sintonia con il nuovo movimento. Sulla Gazzetta del Popolo
a firma Marinetti ed Albisola viene pubblicato il Manifesto futurista della
Ceramica e Aereoceramica. Il centro propulsore della ceramica futurista
italiana fu Albissola Marina. Musica Modifica In campo musicale gli unici
rappresentanti di rilievo sono Pratella e Russolo, pittore, musicista e
scrittore, autore del saggio L'arte dei rumori. L'arte dei rumori è considerata
da alcuni autori uno dei testi più importanti e influenti nell'estetica
musicale del XX secolo. A Russolo si deve l'invenzione dell'Intonarumori, uno
strumento che usava per mettere in pratica la sua teoria del rumorismo, ovvero
di una musica nella quale ai suoni dovevano essere sostituiti i rumori. Essi
erano formati da generatori di suoni acustici che permettevano di controllare
la dinamica e il volume. Letteratura Modifica Da sinistra:
Palazzeschi, Carrà, Papini, Boccioni, Marinetti, Magnifying glass icon mgx2.svg
Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura futurista e Filippo Tommaso
Marinetti. Marinetti invia il Manifesto del Futurismo ai principali giornali
italiani, ma è la pubblicazione su Le Figaro a garantirgli risonanza europea. Sulla
rivista fiorentina Lacerba, comparve il "Manifesto tecnico della
letteratura futurista. è il volume Zang Tumb Tumb, miglior esempio delle
futuriste Parole in libertà. Poesia. I poeti futuristi si riuniranno
attorno alla rivista Poesiafondata da Marinetti qualche anno prima. Nei
componimenti si trova generalmente l'esaltazione del futuro e delle sensazioni
forti associate alla velocità e alla guerra. Gli esponenti più noti, oltre al
Marinetti, sono: Palazzeschi, autore della raccolta poetica L'incendiario (che
include "La fontana malata", "E lasciatemi divertire" e
"La passeggiata"); Soffici, autore di Bif& ZF + 18 = Simultaneità
– Chimismi lirici; Paolo Buzzi, autore di Aeroplani. Canti alati. Anche
Quasimodo aderì, in gioventù, al Futurismo (ricordiamo la sua poesia "Sera
d'estate. A un successivo momento del Futurismo marinettiano appartiene
l'Aeropoesia. Teatro Modifica Magnifying glass icon mgx2. svLo stesso
argomento in dettaglio: Teatro futurista. I futuristi perseguirono la
rifondazione del concetto stesso di comunicazione teatrale. Promossero un
teatro «sintetico, atecnico, dinamico, simultaneo, autonomo, alogico e
irreale», dove « è stupido» non ribellarsi al pregiudizio della teatralità,
soddisfare la primitività delle folle, curarsi della verosimiglianza, voler
spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, sottostare alle
imposizioni del crescendo, della preparazione e del massimo effetto alla fine,
lasciare imporre alla propria genialità il peso di una tecnica che tutti
possono acquisire, rinunciare «al dinamico salto nel vuoto della creazione
totale». I futuristi, infatti, possedettero una «invincibile ripugnanza»
per il lavoro studiato a tavolino, a priori, sostenendo l'improvvisazione, il
teatro come «serbatoio inesauribile di ispirazioni». «Tutto è teatrale
quando ha valore» (Il teatro futurista sintetico di Marinetti, Settimelli
e Corra) Il teatro futurista promosse anche la commedia e la farsa, anziché la
tragedia, o il dramma borghese. Tuttavia, nelle serate futuriste, non era
inusuale vedere il pubblico adirato a causa di spettacoli fatti di azioni
deliranti. Le cronache dell'epoca riportano notizie relative agli attori
futuristi che sfuggono all'ira degli spettatori, spesso provocata ad arte
secondo gli intenti espressi nel Manifesto futurista del teatro di varietà.
Cinema Magnifying glass icon mgx2. svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema
futurista. Venne pubblicato il Manifesto della Cinematografia futurista,
firmato da Marinetti, Corra, Ginna, Balla, Chiti ed Settimelli, che sosteneva
come il cinema fosse "per natura" arte futurista, grazie alla
mancanza di un passato e di tradizioni. Essi non apprezzavano il cinema
narrativo "passatissimo", cercando invece un cinema fatto di "viaggi,
cacce e guerre", all'insegna di uno spettacolo "antigrazioso,
deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero". Nelle loro
parole c'è tutto un entusiasmo verso la ricerca di un linguaggio nuovo slegato
dall'estetica tradizionale, che era percepita come un retaggio vecchio. I
futuristi, per allontanare il cinema dal passato, ripudiavano tutto ciò che era
convenzionalmente accettato come affascinante e bellissimo dalla borghesia,
usando quindi come soggetti figure distorte (che verranno riprese anche
dall'espressionismo tedesco come manifestazione della perdita di speranza della
popolazione dopo la prima guerra mondiale), colori forti ecc. Molte opere cinematografiche
futuriste sono andate perdute durante la guerra, tra cui Vita futurista,
pellicola nella quale alcuni uomini disturbavano e poi scappavano velocemente
alcuni turisti nei bar di Firenze. Tra le opere rinvenute di questo
movimento, ci è pervenuta la tragedia Tahïs di Bargaglia e la romantica Amor
pedestre del 1914 del comico Marcel Fabre, nel quale viene proposta una
relazione non corrisposta tutta raccontata inquadrando i protagonisti dal
ginocchio in giù (cortometraggi rintracciabili su YouTube). Gastronomia
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cucina
futurista. Grazie alla completezza di questo movimento, ne venne influenzata
anche la gastronomia. Il cuoco francese Maincave adere al Futurismo, proponendo
quindi l'accostamento di nuovi sapori ed elementi fino ad allora separati senza
serio fondamento. Questo comprende accostamenti come filetto di montone e salsa
di gamberi, noce di vitello e assenzio, banana e groviera, aringa e gelatinadi
fragola. Marinetti pubblica il Manifesto della cucina futurista sulla
rivista Comoedia. Secondo Marinetti bisognava eliminare la pastasciutta, così
come forchetta e coltello e condimenti tradizionali, e incoraggiare
l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi. Scrive Marinetti:
vi annuncio il prossimo lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento
totale del sistema alimentare italiano, da rendere al più presto adatto alle
necessità dei nuovi sforzi eroici e dinamici imposti dalla razza. La cucina
futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà,
per uno dei suoi principi, l'abolizione della pastasciutta. La pastasciutta,
per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce,
abbrutisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti,
pessimisti. È d'altra parte patriottico favorire in sostituzione il
riso.» Nel suo tempo È normale che il Futurismo, nascendo in un'epoca di
transizione, abbia avuto molteplici contraddizioni. All'immobilismo scolastico
e accademico ereditato dalle "tre corone" della poesia decadente
(Carducci, Pascoli ed Annunzio) i futuristi oppongono la dinamicità, la
demolizione all'armonia, e alla raffinatezza contrappongono il disordine delle
parole. Gli elementi suddetti richiamano alle caratteristiche del Futurismo più
importanti: esse rientrano appieno nello spirito culturale della belle époque
che precedette lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Secondo i
futuristi, questi poeti devono essere completamente rinnegati perché incarnano
esattamente i quattro ingredienti intellettuali che il Futurismo vuole
abolire: la poesia morbosa e nostalgica; il sentimento romantico;
l'ossessione della lussuria; la passione per il passato. In contraddizione con
il Futurismo è stata anche la corrente crepuscolare. Infatti il
crepuscolarismo, nonostante condivida con il Futurismo l'idea di
interartisticità, ha però una concezione della vita completamente
diversa: i futuristi inneggiano alle innovazioni, i crepuscolari sono
avversi a una modernità che aliena l'individuo i futuristi sono prepotenti,
dinamici, chiassosi, i crepuscolari assumono toni dimessi, pacifici e
malinconici i futuristi esaltano il caos e le attività delle grandi città, i
crepuscolari amano l'intimità, le "piccole cose di pessimo gusto",
gli affetti familiari e una vita tranquilla i futuristi sono sempre protesi
verso un domani esaltante, i crepuscolari guardano al passato e alle piccole
cose quotidiane. Scultura futurista esposta a Milano in Piazzetta
Reale per il centenario del movimento Nelle arti figurative invece si presenta
il confronto con le altre avanguardie, Cubismo, Astrattismo, Dada, Surrealismo,
Metafisica, ognuna delle quali caratterizzata da propri temi e propri linguaggi
espressivi. L'opera futurista è in evidente contrasto per alcuni temi con molte
delle altre avanguardie sebbene condividano tutte l'intuizione di trasmettere
attraverso l'arte un impulso di trasformazione della società e di rinnovamento.
Aspetto specifico del Futurismo è quello di non limitare la propria azione alle
espressioni artistiche (come il Cubismo o la Metafisica), ma di prospettare la
re-invenzione dell'intera vita, in ogni suo aspetto (e uno dei manifesti
maggiormente rilevanti fu infatti "Ricostruzione futurista
dell'universo" di Balla e Depero). Tra i contemporanei dei futuristi
che criticarono il movimento ricordiamo Giandante X, che a Milano, all'apertura
dei festeggiamenti per il ventennale del Futurismo, contestò apertamente
Filippo Tommaso Marinetti, sostenendo che "l’uomo si deve affrancare dalla
macchina ed è un errore lasciare sussistere lo scombinato movimento
artistico"[20]. Nella critica del dopoguerra Il Futurismo ha
influenzato tutta l'arte d'avanguardia del Novecento. Gli artisti futuristi che
sopravvissero alla morte di Marinetti e alla seconda guerra mondiale caddero in
disgrazia come tutto il Futurismo, con l'accusa di aver fiancheggiato il
fascismo. Nel secondo Novecento nuovi studi di Luciano De Maria, Mario
Verdone, Enrico Crispolti, Maurizio Calvesi, Claudia Salaris, Giordano Bruno
Guerri hanno parzialmente corretto l'accusa di collusione fascista, rilanciando
l'interesse artistico-sociale verso il futurismo. Studi sul futurismo di
sinistra (i contatti con gli ambienti anarchici, e persino comunisti)
mostravano contemporaneamente che l'avanguardia futurista italiana era stata
troppo sommariamente giudicata. Nel corso del tempo diverse sono state le
esposizioni riguardanti il Futurismo. Di indubbia rilevanza è stata quella del
2009 presso il Palazzo Reale di Milano per il centenario del movimento. La
mostra si intitolava Futurismo Velocità+Arte+Azione. Il Futurismo italiano, con
una grande esposizione retrospettiva fino al 1944 al Guggenheim Museum di New
York a cura di Greene, è tornato alla ribalta internazionale. Il centenario del
Futurismo ha anche contribuito al rilancio internazionale degli studi sulle
artiste del Futurismo e sulla visione della donna nel Movimento. è stato
pubblicato il Manifesto del Fumetto Futurista redatto da Bonura e uno dei
primi, se non il primo, fumetti futuristi programmatici, cioè seguente
esplicitamente uno schema scritto e definito, dal titolo "Il brutto
anatroccolo. Ma che Wow!!" di Gnoffo, a significare l'importanza che il
movimento futurista ha avuto come influenza nel delineare nuovi stili d'arte di
rottura e sperimentali. Principali esponenti del futurismo Futuristi italiani
Marinetti Allimandi Asinari Asinari Antonio Asturi Azari Baldessari Balla
Benedetto Boccioni Bodini Bonetti Bot, pseudonimo di Barbieri Bragaglia
Bruschetti Buzzi Cangiullo Cappa Carli Carmassi Carta Carrà Carramusa Caselli
Castagnedi Cavacchioli Ciacelli Chiti
Conti Corona Corra, pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini Tullio Crali D'Alba,
pseudonimo di Umberto Bottone Giulio D'Anna Luigi De Giudici Mino Delle Site
Depero Gerardo Dottori Leonardo Dudreville Carlo Erba EVOLA (si veda), Farfa,
pseudonimo di Tommasini Fillia, pseudonimo Colombo Folgore Gesualdo Frontini
Funi Gambini Giardina Ginna, pseudonimo di Ginanni Corradini Governato Govoni
Jannelli Korompay Krimer Mimì Maria Lazzaro Escodamè, pseudonimo di Michele
Leskovic Licini Lucini Magnelli Mai Mainardi Michetti Marasco Marchesi Emma
Marpillero Masnata Mix Sante Monachesi Marisa Mori Munari MUSSOLINI (si veda)
Mussolini (si veda) Notte Novatore, pseudonimo di Abele Ricieri Ferrari Nello
Voltolina Pippo Oriani Nino Oxilia Ivo Pannaggi Papini Pepe Diaz Peruzzi
Piscopo Prampolini Pratella Preziosi Quasimodo Righetti Romani Rosai Rizzo
Rognoni Ronco Rosso Russolo Sanzin Sartoris Sant'Elia Sbardella Severini
Ardengo Soffici Fides Stagni Tato (Guglielmo Sansoni) Mario Sironi Fides Stagni
Stella Sturani Tavolato Tedeschi Thayaht, pseudonimo di Ernesto Michahelles
Tulli Ungaretti Vann'Antò Ruggero Vasari Lucio Venna, pseudonimo di Landsmann
Vucetich; Futuristi russi Makov Černichov Velimir Chlebnikov Natal'ja Sergeevna
Gončarova Michail Larionov Vladimir Majakovskij Kazimir Severinovič Malevič
Aleksandr Rodčenko Aleksej Kručënych Futuristi ucraini Davyd, Mykola, Volodymyr
Burljuk Futuristi francesi Robert Delaunay Marcel Duchamp Paul Fort Léger Jules
Maincave Georges Bernanos Guillaume Apollinaire Futuristi cechi Růžena Zátková
Futuristi ungheresi Béla Kádár Lajos
Kassák Hugó Scheiber Futuristi portoghesi Fernando Pessoa, divulgò aspetti del
movimento attraverso le riviste Orpheu e Portugal Futurista Guilherme de
Santa-Rita, pittore, ideatore della rivista Portugal Futurista Futuristi
spagnoli Joan Salvat-Papasseit Futuristi brasiliani Oswald de Andrade Futuristi
argentini Alberto Hidalgo Emilio Pettoruti Principali manifesti Manifesto del
futurismo, (Pubblicato da "Le Figaro" Marinetti Uccidiamo il Chiaro
di luna, Marinetti Manifesto dei Pittori futuristi, (11 febbraio 1910),
Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini La pittura futurista - Manifesto
tecnico, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini Contro Venezia passatista,
Marinetti, Boccioni, Carrà, Russolo Manifesto dei drammaturghi futuristi,
Marinetti Manifesto dei Musicisti futuristi, Pratella La musica
futurista-Manifesto tecnico, Pratella Manifesto della Donna futurista,,
Valentine de Saint-Point Manifesto della Scultura futurista, Boccioni Manifesto
tecnico della letteratura futurista, Marinetti L'arte dei Rumori, Russolo
Distruzione della sintassi. L'immaginazione senza fili e le Parole in libertà,,
Marinetti L'Antitradizione futurista, Apollinaire La pittura dei suoni, rumori
e odori, Carrà Il Teatro di Varietà, Marinetti Il controdolore, Palazzeschi
Pittura e scultura futuriste, Boccioni Manifesto dell'Architettura futurista,
Sant'Elia Il teatro futurista sintetico, Corra, Settimelli, Marinetti La
ricostruzione futurista dell'universo,, Balla, Depero La Scenografia futurista,
Prampolini Manifesto del cinema futurista, Marinetti, Corra, Settimelli
Manifesto della danza futurista, Marinetti Manifesto dell'Aeropittura
futurista, Manifesto della Fotografia futurista, Tato (pseudonimo di Sansoni),
Marinetti Manifesto della cucina futurista, Marinetti. Manifesto futurista
della Ceramica e Aereoceramica, Filippo Tommaso Marinetti e Tullio d'Albisola
Opere principali Pittura Umberto Boccioni, Tre donne; Boccioni, La città che
sale; Carrà, Notturno a Piazza Beccaria Boccioni, La risata Boccioni, Stati
d'animo, gli addii Carrà, I funerali dell'anarchico Galli; Umberto Boccioni,
Materia; Balla, Ragazza che corre al balcone Balla, Dinamismo di un cane al
guinzaglio Balla, Lampada ad arco; Umberto Boccioni, Elasticità Severini, La
chahuteause Russolo, Dinamismo di un'automobile Carrà, Cavaliere rosso; Giacomo
Balla, Automobile + velocità + luce Severini, Ballerina in blu; Fortunato
Depero, I Cavalieri. Futurismo, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il
pensiero futurista si richiama evidentemente a varie ideologie dell'azione e
della violenza: il "vitalismo" del "superuomo" (oltreuomo)
di Friedrich Nietzsche, l'anarchismo di Max Stirner, la "violenza" di
Georges Sorel (Considerazioni sulla violenza), lo slancio vitale di Henri
Bergson(cfr. "Futurismo" nell'Enciclopedia "Il Sapere", De
Agostini editore). arengario.it, arengario.it/ futurismo specimen-tonini- manifesti.pdf.
Archivi del futurismo regesti raccolti e ordinati da Maria Drudi Gambillo e
Teresa Fiori, Roma Il Futurismo: le Edizioni Elettriche, su InternetCulturale Mauro,
Elapsus - Gino Severini, frammenti di vita parigina, su elapsus.it. di
Forlipedia, TULLO MORGAGNI, su Forlipedia, Futuristi, su windoweb Adams,
Historiographical perspectives on 1940s Futurism, Journal of Modern Italian
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Edizioni Futuriste di Poesia, pubblicata sulla rivista fiorentina "Italia
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Greene, [1] ^ Massimo Bonura, Il fumetto come Arte e altri saggi, Palermo,
Edizioni Ex Libris, Per il Manifesto del Fumetto Futurista si veda per le
tavole del Fumetto Futurista di Gnoffo Ulteriori informazioni Questa voce o
sezione ha problemi di struttura e di organizzazione delle informazioni. Giulio
Carlo Argan, L'arte moderna Firenze, Sansoni, Lista e Ada Masoero (a cura di),
Futurismo Velocità+Arte+Azione (Milano, Palazzo Reale, 5 febbraio – 7 giugno
2009), Milano, Skira, Severini, Vita di un pittore, Abscondita, Maria, Laura
Donati, Marinetti e i futuristi, Garzanti, 1Greene (a cura di), Italian
Futurism, Reconstructing the Universe, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, Frampton,
Storia dell'architettura moderna, traduzione di Mara De Benedetti e Raffaella
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Albertazzi (a cura di), I poeti futuristi, con i saggi di George Wallace e
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Edizioni Studium, Bartorelli, Numeri innamorati. Sintesi e dinamiche del
secondo futurismo, Torino, Testo et Immagine, Bentivoglio, Franca Zoccoli, Le
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musica futurista. Ricerche e documenti, Lucca, Libreria Musicale Italiana
Editrice, Calvesi, Il Futurismo, Milano, Fabbri, Calvesi, Il Futurismo. La
fusione della vita nell'arte, Nuova ed., Milano, Fabbri, Caruso e Stelio Maria
Martini (a cura di), Scrittura visuale e poesia sonora futurista, Palazzo
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Cangiullo e il Futurismo a Napoli, Firenze, Spes – Salimbeni, Caruso (a cura
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il futurismo: Ezra Pound, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale (con un cenno su
Saba), in «Italica Gambillo e Teresa Fiori (a cura di), Archivi del Futurismo,
prefazione di Giulio Carlo Argan, Roma, De Luca, Gambillo e Teresa Fiori (a
cura di), Archivi del Futurismo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, Fontana,
Anton Giulio Bragaglia: La scena dello spazio e lo spazio della scena, in
“Territori”, nº 11, Frosinone, Fontana, La voce in movimento. Vocalità,
scritture e strutture intermediali nella sperimentazione poetico-sonora, con
CD, Monza, Ed. Harta Performing et Momo. Giovanni Fontana, Anton Giulio
Bragaglia e la sintesi del movimento. Il diritto all'identità fotodinamica, in
“Avanguardia”, Roma Fontana, Le futurisme a 100 ans. Dans sa révolution poétique, le
germe de la poésie performative contemporaine, in “Inter. Art Actuel”, Québec. Giovanni Fontana, Testo, gesto,
voce. La performance futurista, in “Luci e ombre del futurismo. Atti del
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Quaderni di Bérénice 13, L'Aquila, Angelus Novus Edizioni, Fontana, Hermes
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romanzo. Le futurisme italien et l'écriture romanesque, Chambéry, Presses
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Carlo Carrà Pittore e docente italiano Manifesto dei pittori futuristi
Manifesto futurista pagina di disambiguazione di un progetto, Esaminerò i temi
principali del mio saggio, intitolato “Eros ethos”: la contraddizione, la
violenza, la domanda di salvezza, che è poi la domanda di senso, il silenzio di
Dio. Ma, effettivamente, questi temi fanno da sfondo, perché “ Eros ethos”,
questo nesso su cui dobbiamo riflettere, riguarda piuttosto le cose prossime
che non le cose ultime come la domanda di senso, la domanda che appunto ruota
interamente intorno a ciò che era al principio. Che cos’era il principio? Era
il senso, era il logos, o non era piuttosto come Nice, in modo sprezzante, ma
anche polemico e profondo, ebbe a dire: “ in principio era il non senso”? Ecco,
cos’ hanno a che fare queste domande sulle cose ultime con le cose prossime?
Eros ethos: che cosa c’è di più prossimo alle esperienze che noi facciamo, che questa?
Esperienza erotica ed esperienza etica. Questo è il quadro, questo è
l’orizzonte problematico dentro il quale vorrei insieme con voi procedere per
alcuni passi, e allora incomincerei col dire che, davvero, la domanda da cui
partire è la domanda sull’origine: una domanda che ai non filosofi può sembrare
di scarsa rilevanza. Perché la domanda sull’origine? E che cosa vuol dire
domanda sull’origine? Vuol dire, se la vogliamo tradurre, interrogarsi sul da
dove veniamo, da dove il male, la violenza che patiamo. “Unde malum?” questa è
la domanda sull’origine. Ma a questa domanda sull’origine, così perentoria e
così grave di implicazioni, come risponde il pensiero contemporaneo? Il
pensiero contemporaneo risponde rimovendola, come se non esistesse, meglio come
se non la potessimo, né la dovessimo porre. E questo perché? Perché alla
domanda ha già risposto la scienza. Sappiamo da dove veniamo, di chi siamo
figli: siamo figli del caos, e se è vero che leggi che possono essere accertate
scientificamente governano questo caos, del caos noi siamo figli, o, se non del
caos, di quel suo riflesso che è il caso. Siamo figli del caso. La violenza è
un fatto. Certo che c’è violenza nel mondo, ma c’è come c’è quell’ultimo
orizzonte che non possiamo trascendere. Ci appartiene la violenza, è in noi,
sempre di nuovo la evochiamo, basta un niente ed ecco esplode, come se un fondo
sub umano ci abitasse, come se da questa brutalità naturale noi provenissimo,
come se appunto questo fondo sub umano, questa brutalità naturale, sempre
pronta ad esplodere, costituisse un orizzonte intrascendibile. Non è forse vero
che veniamo di lì, non ci dice la scienza che veniamo dalla “selva antiqua?”
Dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non lo stato in cui la
violenza ci fa simili, anzi identici, a quegli esseri che abitano la natura e
l’abitano inconsapevolmente, producendo la violenza appunto come produzione
inconsapevole di quella volontà di vivere che abita tutti gli esseri naturali?
Sembra essere questa la grande parola della filosofia moderna e poi
contemporanea, perchè troviamo in essa quasi un vero e proprio ritornello: il
risalimento all’origine è precluso, la filosofia pensa a partire da una
situazione, da un trovarsi ad essere in un certo modo, a partire da cui soltanto
il pensiero è pensiero. Che cosa significa risalire alle origini, ipotizzare
fondamenti ultimi? Tutto questo appartiene all’ontoteologia cioè alla pretesa
appunto di ragionare ricostruendo il fondamento, la ragione ultima di tutte le
cose, in una parola l’origine, quell’origine che non è, o meglio non è se non
nella forma che ci è data, e di cui noi facciamo esperienza sapendo di essere
quello che siamo, ossia esseri naturali che dallo stato di natura provengono e
che nello stato di natura trovano una sorta di ultimo orizzonte, di estremo
confine intrascendibile, assolutamente intrascendibile. Da questo punto di
vista abbiamo la parola di Hobbes da una parte( lo stato di natura), e la
parola di Rousseau dall’altra( lo stato di natura come 1 stato di
pura violenza che si tratta di controllare attraverso un patto, i cui
contraenti autolimitano la propria libertà in nome del controllo di ciò che è
dato: lo stato di natura). Da una parte Hobbes( il Leviatano), e dall’altra
Rousseau dicono la stessa cosa anche se sembrerebbero dire due cose
completamente diverse. Che cosa dice Rousseau? Dice che lo stato di natura non
è il regno del Leviatano, il regno della violenza, è il regno della gioia, è il
regno della libertà, è il regno della giustizia. Eppure dicono la stessa cosa.
Che cosa? Dicono che quello, lo stato di natura, è un orizzonte che non
possiamo trascendere. Lì ci troviamo a vivere. Che questo stato di natura sia
uno stato di violenza, o che questo stato di natura sia uno stato tornando nel
quale noi ci liberiamo dalla violenza stessa, in definitiva è la stessa cosa,
perché è questo stato, questa condizione intrascendibile, e non possiamo
affacciarci, per così dire, sulla soglia, su questo stesso orizzonte, e
guardare al di là e chiederci: “ Ma noi da dove veniamo? Chi ci ha gettati
qui?” O nella lotta o nella gioia edenica: domanda senza senso. Risalire non è
possibile. L’orizzonte è chiuso. La violenza non è nient’altro che questo,
quella violenza di cui ci parlano anche le cronache, ma che noi conosciamo
anzitutto in noi stessi, perciò della violenza non resta che prendere atto come
qualche cosa che è connaturato, stato di natura appunto, e che non ci resta che
controllare. Sempre di nuovo l’uomo ricade nella violenza, sempre di nuovo
l’uomo deve, se non liberarsene totalmente, elaborare delle strategie di
controllo. Auschwitz non deve più accadere e invece è accaduto e probabilmente
sempre di nuovo accadrà. Questo lo sappiamo, lo sappiamo nei nostri giorni
violentissimi, crudelissimi. Su questo non possiamo chiudere gli occhi: sul
fatto che Auschwitz sempre di nuovo accade, che sempre di nuovo l’uomo cade
dentro quello stato di natura dal quale proviene e dal quale non può evadere.
E’ la parola più dura della filosofia contemporanea, nascosta spesso dentro
strategie di pensiero molto sofisticate, molto raffinate, ma che questo dicono:
l’intrascendibilità della nostra provenienza, dell’orizzonte dal quale
proveniamo, tanto è vero che sempre di nuovo cadiamo dentro a questo orizzonte.
Difficile immaginare, appunto, una risposta più cupamente ateistica e
nichilistica di questa, ma anche più vera, con una sua verità che sembrerebbe
difficilmente controvertibile. Non è forse vero che la violenza è in noi, che
veniamo di lì? Non ci dice la scienza che in noi ci sono forze che se non
teniamo sotto controllo fanno di noi, di chiunque di noi, il peggiore dei
delinquenti, e che ciascuno ha in sé questa virtualità negativa e terribile?
Ciascuno di noi. Lo vediamo, non solo per le guerre, ma per i casi che la vita ci
mette sotto gli occhi: gli adolescenti che uccidono i genitori, il mobbing tra
le persone, questo bisogno di farsi reciprocamente male, che cos’è questo se
non una radice? Maligna, ma nello stesso tempo naturale, maligna, ma in questa
prospettiva senza nessuna ascendenza teologica, perché appunto è lo stato di
natura dal quale proveniamo, dentro il quale sempre di nuovo ricadiamo in
quanto l’orizzonte è intrascendibile. Che questo sia detto nei termini di
Hobbes, o sia detto nei termini di Rousseau, che a partire da Hobbes si
elaborino teorie dello stato come strumento, il solo che l’uomo ha per tenere
sotto controllo la violenza, che a partire da Rousseau si elaborino invece
teorie della emancipazione, della liberazione, del ritorno alla natura, però
questo ci dice l’intrascendibilità dello stato di natura. E’ una tesi che ha
mille sfaccettature naturalmente, ma molto forte. A questa tesi della
intrascendibilità radicale dello stato di natura io credo ci sia una sola
obiezione, ma forte, altrettanto forte che la tesi stessa. E questa obiezione è
che la violenza dell’uomo sull’uomo, quella violenza che fa dell’uomo un bruto,
che lo ricaccia sempre di nuovo nella brutalità dello stato di natura, questa
violenza è sempre qualche cosa di più, è sempre qualche cosa di meno che
espressione dello stato di natura. Questa è la vera obiezione. E cioè, che
cos’è? E’ cosa umana. La violenza fatta dall’uomo non è infatti assolutamente
assimilabile alla violenza fatta dall’animale, da una tigre, da un leone
feroce. La ferocia che emerge, che affiora, e che trasforma un essere umano in
un animale 2 è altra cosa, non è vero che trasforma l’essere umano
in animale ( questo è un modo di dire assolutamente sviante, falsificante,
anche se sembra corrispondere all’esperienza che ciascuno di noi fa ), questa
violenza è altra cosa, perché la violenza dell’uomo ha, per così dire, un
segno, una segnatura, quella signatura rerum di cui parlavano gli alchimisti
che la vedevano nelle cose stesse, quasi le cose fossero portatrici di simboli
entrando in contatto con l’uomo. Ecco, la stessa cosa vale per la violenza
umana: essa ha una segnatura che ne fa qualcosa di altro rispetto alla violenza
dell’animale, di radicalmente altro, di ontologicamente altro. Perché la
violenza dell’uomo non è assimilabile a quella dell’animale? Perché la violenza
dell’uomo ha qualcosa come un valore aggiunto, e il valore aggiunto è quello
che ci mette l’uomo stesso. Pensate all’uomo, al soldato che uccide, deve
farlo, lo fa per difendersi, pensate alla violenza che esplode in una
situazione apparentemente normale: sempre c’è qualche cosa di più e di diverso
che l’espressione di una aggressività volta a raggiungere uno scopo, raggiunto
il quale la stessa violenza, per così dire, ritorna in una quiete, in una pace,
la pace del leone che ha divorato la gazzella e si ritrova in pace con sé
stesso e con la natura. La violenza dell’uomo, quale che sia, giustificata o
non giustificata, ( ma appunto la parola giustificazione è povera), sempre ha
questo valore aggiunto: e il soldato sente il bisogno, ahimè, spesso di
sottolineare questo valore aggiunto, irridendo il nemico. Questo è nell’Iliade,
come nella cronaca di oggi, di ieri e dell’altro ieri. Nell’Iliade, quando
Achille strazia il cadavere di Ettore, sente il bisogno di straziarlo sotto le
mura di Ilio, sotto gli occhi delle persone care: ecco quel di più, ecco ciò
che fa della violenza umana qualche cosa di radicalmente umano. Nel soldato che
aggredisce e umilia l’aggredito, il vinto, il nemico vinto, stuprando la sua
donna, per esempio, non c’è mai una pura e semplice espressione pulsionale di
qualche cosa, come un bisogno bestiale o animalesco, c’è invece il desiderio di
segnare ( parlavo prima di segnatura, di valore simbolico), c’è il bisogno di
umiliare, c’è, in altre parole, l’impossibilità di ricadere nella quiete della
violenza che ha raggiunto il suo scopo. Allora, se la violenza dell’uomo non è
assimilabile alla violenza della natura, se questo valore aggiunto fa sì che la
violenza dell’uomo riveli una sua irriducibilità all’ordine naturale delle
cose, allora non è vero che lo stato di natura non può essere trasceso, non è
vero che non è possibile affacciarsi sull’ultimo orizzonte e chiedersi: “ Ma da
dove vengo io?” Allora non basta dire: “ Io vengo da lì, cioè dalla natura e
dalla sua brutalità, io vengo da un altrove”. E’ una contraddizione, perché, se
vogliamo dirla con una formula filosofica, la intrascendibilità dello stato di
natura chiede di essere trascesa. Il riconoscimento che di lì vengo, che sono impastato
di quella pasta, che sono fatto di quel fango, che in me agiscono forze
brutali, bestiali, non basta. Non basta perché quelle forze dicono non soltanto
la mia provenienza dallo stato di natura, ma da un al di là, che non so che
cosa sia, che la filosofia non può dire naturalmente, ma deve cercare. Non mi
basta riconoscermi parte della natura, perché questo mio riconoscimento fa
cenno, sia pure nella forma della contraddizione, ad un altrove, come se io
fossi caduto, come se io di là venissi, e come se soltanto questo movimento
potesse spiegare il valore aggiunto che è nella violenza. Ho fatto due esempi,
di due grandi filosofi della modernità, Hobbes e Rousseau, i teorici della
intrascendibilità dello stato di natura. Farò altri due esempi di grandi
filosofi della modernità i quali sostengono quello verso cui sto cercando di
condurvi e cioè che l’intrascendibilità dello stato di natura è
contraddittoria. Certo l’uomo, con le sue categorie, con i suoi concetti, con
ciò di cui dispone, non può uscire dall’orizzonte in cui è venuto a trovarsi,
ma patisce, soffre, vive questo suo trovarsi in un orizzonte che è come un
carcere per lui, appunto come un essere cacciato lì dentro. Diceva Pascal: “ Io
mi guardo intorno, e tutto è confusione, un orribile caos, cerco Dio, ma Dio
tace ( il silenzio di Dio), e non solo Dio tace, ma tutto è terribilmente
silenzioso, e il silenzio degli spazi infiniti è eterno. Che cosa mi resta, se
voglio in questo orribile 3 caos muovermi e sopravvivere? Che cosa
mi resta da fare? Prendere atto che le cose stanno così, seguire le leggi del
mio paese. Già, ma le leggi del tuo paese sono esattamente l’opposto delle
leggi del paese accanto. Che fare? Questa è appunto la prova del caos in cui
versiamo. Ma il mio sovrano mi ha ordinato di uccidere quello che sta al di là
del fiume. E perché? Perché sta al di là del fiume. Ma è una ragione questa?
Eppure lo devo fare, perché, se non mi attenessi alle leggi del mio paese,
cadrei in un disordine ancora più grande, non vivrei più”. L’abbiamo visto:
l’unica forma di sopravvivenza è quella garantita dall’accettazione dello
status quo. Dice: “ Ma io mi guardo intorno. Questo è giusto, che cosa è
sbagliato? Nulla è giusto, nulla è sbagliato, tutto lo è. E infatti non c’è
atto, non c’è gesto, non c’è comportamento umano, anche il più abietto, che non
abbia trovato il suo altare. Sull’altare è stato messo l’incesto, sull’altare è
stato messo l’omicidio, sull’altare è stato messo il furto, e così via. Un
orribile caos, è quello nel quale l’uomo naturaliter viene a trovarsi:
intrascendibilità dello stato di natura”. Ecco allora la contraddizione, ecco
il passo in più che fa Pascal: l’intrascendibilità dello stato di natura è
inaccettabile, l’intrascendibilità dello stato di natura non può essere vissuta
se non come una condanna, e quale maggiore condanna che quella di chi vede che
ogni atto, anche il più nefasto, il più delittuoso, ha trovato il suo altare?
Quale condanna peggiore di chi constata che è costretto a compiere atti
profondamente ingiusti e tuttavia giustificati? “ Vai, uccidi”. “ Perché?”
“Perché il tuo sovrano te lo ordina”. Ed è giusto così, o meglio giustificato
così, pena un disordine ancora maggiore. Questa è una realtà che non si può non
accettare, una realtà che ci dice il nostro essere vincolati ad essa,
l’intrascendibilità dello stato di natura, ma una realtà nello stesso tempo
vissuta come iniqua, come inaccettabile: non la posso che accettare, ma è
inaccettabile. Ecco la contraddizione, e se volessimo dirla filosoficamente, dovremmo
dire: “l’intrascendibilità dello stato di natura impone il suo trascendimento”.
Da dove vengo io? Da quale paradiso perduto, se soffro così tanto all’interno
di una situazione per la quale non vedo via d’uscita? L’intrascendibilità
chiede di essere trascesa. Qui la filosofia deve tacere, la filosofia non può
che aprirsi ad una dimensione altra. E’ una risposta, come vedete, ben diversa
da quella di Hobbes, ed anche da quella di Rousseau. Nasce da Pascal una
filosofia religiosa, laddove da Hobbes e da Rousseau nasce una filosofia
irreligiosa. Le fedi private dell’uno e dell’altro non sono più in questione,
ma è profondamente irreligiosa una filosofia che dice: “ La violenza c’è e non
resta che tenerla sotto controllo. Noi non possiamo guardare al di là”. E’ una
filosofia profondamente irreligiosa quella che dice che la violenza c’è perché
c’è la società. Togliamo questo elemento storico sociale, che inquina, con gli
apparati repressivi che la società mette in atto, liberiamoci da tutto ciò, e
ritroviamo quella gioia che è lo stato originario dell’uomo: filosofia, in
entrambi i casi, con tutte le loro propaggini, da Rousseau a Marcuse, oppure da
Hobbes a Smith, filosofia profondamente irreligiosa quella
dell’intrascendibilità dello stato di natura, laddove è filosofia profondamente
religiosa quella di un Pascal che dalla stessa intrascendibilità ricava,
attraverso la contraddizione, l’idea di non poter non trascendere. Anche Vico,
che viene spesso interpretato, e giustamente, come il padre dello storicismo,
ma è anzitutto teologo cristiano, dice la stessa cosa, cent’anni dopo Pascal, e
la dice attraverso l’idea che la menzogna in cui l’uomo si trova a vivere sia
l’illusione che “ omnia Iovis plena”, che gli alberi siano dei, che tutto gli
parli, che l’universo sia animato da presenze. Se un fulmine cade nella selva
antiqua e apre la radura e l’ uomo si illude che un dio gli abbia parlato, non
è vero, è un’illusione, è pura idolatria credere che lì si sia avuta una
epifania, e tuttavia questa che è la condizione idolatrica che l’uomo non può
trascendere. Vico dice: “ Cos’è più vero? Lo stato di natura, dove l’uomo è e
non è se non cacciatore e preda? Oppure lo stato di cultura?” Quello stato di
cultura che l’uomo costruisce in base ad una simulazione, cioè in base ad una
menzogna, illudendosi che gli dei gli abbiano parlato e 4 sulla
base di questo messaggio, di questa rivelazione, costruisce appunto le
istituzioni, le famiglie, gli stati, la cultura, insomma. Che cos’è più vero?
E’ il puro e semplice abitare la natura come l’abitano i bruti, brutalità dello
stato di natura, oppure è, attraverso la finzione, diventare uomini? Accedere
ad una verità propriamente umana? Anche lì, attraverso la contraddizione,
l’uomo è costretto a vedere nella natura una sorta di deiezione, di caduta. Da
dove? La filosofia non lo dice, lo dice la rivelazione. Come vedete queste sono
ipotesi molto diverse, opzioni filosofiche che sono alla radice del mondo
moderno. Voi vi chiederete: “ Tutto questo che cosa c’entra con Eros ethos?”
C’entra perché c’entra la contraddizione. E’ la contraddizione che dobbiamo
cercare, che dobbiamo interrogare, per capire appunto se noi siamo consegnati
ad un destino umano e soltanto umano o se invece questa stessa umanità del
nostro destino impone un trascendimento della condizione nella quale ci
troviamo: dobbiamo cercare l’origine, ciò che è in principio ma anche ciò che
è, per dirla con sant’Agostino, “intimior intimo meo”, più intimo a me stesso
di quanto non lo sia io a me. Come sappiamo, Agostino identificava Dio con
questo movimento, con l’intimior intimo meo: è Dio che è più intimo a me di
quanto io non lo sia a me stesso. Potremmo, parafrasando Agostino, vedere
precisamente nel nodo di contraddizione che nello stesso tempo lega e separa
eros ethos qualche cosa che può essere definito negli stessi termini. Che eros
ed ethos si contraddicano, o meglio si oppongano( l’opposizione e la
contraddizione sono due cose diverse) lo so bene, che eros ed ethos si
oppongano è cosa abbastanza ovvia. Che cosa indica eros se non l’immediatezza,
diciamo pure la gioia di vivere, quella gioia di vivere che non ammette
ostacoli di nessun tipo, che chiede soltanto di essere espressa? Eros i Greci,
e non soltanto i Greci, lo presentavano come un fanciullo, la divina innocenza,
eros come espansione vitale, o per dirla con Kierkegaard come vita immediata,
vita che non dà ragione di sé, e noi diremmo oggi ( figli volenti o nolenti,
tutti figli di Freud ) “vita pulsionale”, e le pulsioni sono le pulsioni, il
bene e il male appartengono ad un altro ordine, ad un’altra dimensione. Ethos è
il contrario. Ethos è il “Tu devi”. Ethos è la serietà della vita. Ethos è il
dover rispondere di tutto nei confronti di tutti, o quanto meno di sé nei
confronti di coloro coi quali si è stretto un patto. Quale opposizione maggiore
che quella tra eros ed ethos? Tra l’immediatezza e la mediazione? Tra la libera
e gioiosa espansione di sé che non dà ragione, perché è quello che è, è vita
immediata, tra la gioia, se vogliamo dire così, e la serietà della vita, ossia
il “Tu devi”, questo sì e questo no, perché tu devi rispondere di te nei
confronti di tutti gli altri? Ma appunto siamo ancora sul piano
dell’opposizione, non ancora della contraddizione. Per scorgere la
contraddizione dobbiamo renderci conto che c’è dissidio, cioè c’è intima
opposizione sia in eros, sia in ethos. Ed è solo a partire da un’analisi
separata delle due forme di esperienza, esperienza erotica ed esperienza etica,
che capiremo come l’opposizione diventi una vera e propria contraddizione e
capiremo come la contraddizione che abita in ciò che è “intimior intimo meo”,
così prossimo a noi da costituire davvero la nostra anima, la nostra carne ( e
che cosa se non eros ed ethos? ), come la contraddizione sia proprio in questa
prossimità. Ma lo scopriremo appunto esaminando separatamente le due forme.
Perché c’è opposizione in eros? L’abbiamo definito come gioioso, libero, come
espressione di una vitalità che non conosce ostacoli. Non è forse vero che eros
è trasgressione? Ma non carichiamo subito questa parola di un significato
morale: no, siamo prima, siamo al di qua della morale. Parliamo dunque di
trasgressione nel senso letterale del termine, nel senso di una spinta, di un
movimento teso a rompere tutti i vincoli. Quindi siamo ancora sul piano di una
fenomenologia che non chiama in causa la morale. Eros è questo transgredior,
questo superare il limite che eros stesso pone a sé stesso per essere quello
che è. Cosa c’entra la morale con eros, se eros è questo? Come è pensabile un
intimo dissidio di eros con eros? I Greci lo hanno pensato. Quando ci troviamo
di fronte a queste difficoltà, definita filosoficamente la categoria, 5
sembrerebbe non si dovesse più procedere oltre, invece sappiamo che
l’esperienza erotica è molto più complessa, che non è questa pura e semplice,
come qualcuno vorrebbe, espressione pulsionale di sé che non dà ragione di sé,
bensì un’esperienza terribilmente complessa. E allora come la mettiamo? La
filosofia ci dice che è trasgressione, movimento libero verso la liberazione da
tutti i vincoli. Il mito, e di nuovo la religione, ci dice che è cosa molto,
molto più complessa. E come avevano rappresentato questa complessità i Greci?
Attraverso i miti, come sappiamo. I miti sono questo: servono a dire delle cose
che la filosofia non riesce a dire, o che il linguaggio comune non riesce a
dire. Ci sono tanti miti nella cultura greca che parlano di eros, infiniti, ma
non soltanto nella cultura greca, anche in quella indiana, anche in tante
altre. Ma alcuni in particolare: intanto quello che identifica eros con Fanes
Protogono. Chi è Fanes Protogono? Fanes Protogono è qualcuno, qualche cosa che
viene prima della stessa formazione del mondo, e quindi del costituirsi di
figure archetipiche nel mondo che sono gli dei; Fanes ( “ fainetai”) è questa
accensione originale che fa sì che il mondo, che era, secondo il mito di Fanes
Protogono, tutto raccolto in un nucleo simile ad un punto ( pensate a quale
profondità di intuizione erano arrivati i Greci), per questa improvvisa accensione
si spacchi, si scinda come sotto una spinta, una forza assolutamente sorgiva,
che non è governata da figure archetipiche, dagli dei, ma che è assolutamente
iniziale. Questa realtà tutta compressa, tutta compresa in un unico punto, per
così dire a seguito di questa cosiddetta accensione, esplode, e questa
esplosione dà luogo alla terra e al cielo, perciò la terra e il cielo, a
partire da questa esplosione, non potranno che sempre di nuovo cercare di
ricongiungersi. Urano e Gea, il cielo e la terra, originariamente uniti, a
seguito della esplosione cercano di ricongiungersi, grazie a eros, Fanes
Protogono, cioè il principio primo, il principio originariamente generatore,
che è la luce. Eros è questa accensione, questa forza ricongiungente dei due.
Dentro questo mito che cosa scopriamo? Il carattere assolutamente non morale di
eros. Eros è quello che è, non è neppure un dio, è luce, è manifestazione, è
pura forza esondante, quella pura forza esondante che ciascuno di noi prova in
sé, nelle varie forme in cui eros si manifesta, che, come sapevano i Greci,
sono infinite. Basta leggere il Simposio per capire come Platone sapesse delle
varie forme di eros. Ma che cosa accade? Accade qualche cosa di tremendo, il
tremendo che è in eros: accade che nel momento in cui la terra e il cielo si
scindono in due, in una sorta di mattino del mondo nasce Afrodite che è la dea
dell’amore, che è la dea, a seguito di questa vicenda, chiamata a incarnare, a
personificare, la forza originariamente creatrice. Ma chi è Afrodite? E’ la dea
della doppiezza, e i poeti greci così l’ hanno descritta: è la dea della
felicità, della gioia, della gioia di vivere che non dà ragioni di sé, è la dea
al di là del bene e del male, è la dea al di qua del bene e del male. Ma
Afrodite è anche la dea che nasconde il tremendo da cui proviene, tanto è vero
che lo stesso mito greco ci parla di questo mattino del mondo: e cosa c’è di
più bello che il sorgere di Afrodite dalla spuma del mare, che cosa c’è di più
innocente, di più incantevole? E tuttavia quella spuma del mare è memoria di un
atto di sangue: la spuma del mare è il sangue stilato, e anzi sangue- liquido
seminale, stilato dal sesso di Urano, castrato dal suo stesso figlio. Capite
che cosa dicono i Greci? Che cosa tiene insieme nell’idea di eros l’uomo greco?
Gli opposti: l’innocenza, la perfezione in quanto è l’emergere della vita da sé
stessa, la vita che non dà ragione di sé, la vita che è quello che è, al di là
del bene e del male, tuttavia su uno sfondo cupo di sangue. Il fanciullo innocente
è nello stesso tempo colui che ha memoria del tremendum, con buona pace dei
teorici, quanti sono oggi, delle emancipazioni a buon mercato: “Liberatevi dai
tabù, abbandonatevi!” Tutte cose belle, per carità, non voglio dire che non ci
si debba anche liberare dai tabù, però le cose sono un po’ più complicate: la
liberazione( tesi) è necessaria, e tuttavia sta a fronte( antitesi) di qualche
cosa come gli orrori delle origini. Quando ci si interroga sul fatto, sul
rapporto eros e violenza, per esempio, perché chiudere gli occhi di fronte a
6 questa che è realtà umana, più che umana? Bisogna pensare come
hanno pensato i Greci, o come hanno pensato gli Indiani in modo forse meno
cupo, in modo meno metafisico, ma altrettanto espressivo, con la figura della
donna che volge lo sguardo, dell’amante che raggiunge l’amato ( che è un tema
iconografico di molta arte indiana, di molta arte erotica dell’India ), della
donna che si butta nel fiume per raggiungere l’amato, ma volge lo sguardo, e
questo sguardo è pieno di malinconia per tutto ciò che lascia: siamo fatti di
una irriducibile doppiezza, ci dice il mito. Certo che è necessario gettarsi,
raggiungere l’amato, ma non ci è dato di farlo ( è la dinamica della
trasgressione ), se non volgendo lo sguardo verso tutto ciò che abbiamo perso,
che stiamo perdendo, che potrebbe essere la rottura del patto. E questo che
cosa vuol dire? Vuol dire che eros, l’innocenza stessa, in modo del tutto
contraddittorio, si lega al suo contrario, a qualcosa come la colpa: ecco come
eros è portatore di una contraddizione. Ma lo stesso vale per ethos. Ethos è in
sé stesso contraddittorio, e sono ancora una volta i Greci che ci dicono
questo. Della profondità del mito greco si era accorto Aristotele, per primo,
che io sappia, quando, guardando al mito, ha scoperto che la parola greca ethos
(da cui etica, naturalmente, ) si dice in due modi, o meglio si dice in un modo
solo ma si scrive in due ( è una anomalia del Greco che forse non ha altri
esempi così clamorosi ): ethos in greco si scrive con la ipsilon, e con la eta,
e se scritta con la ipsilon vuol dire una cosa, se scritta con la eta vuol dire
un’altra cosa, o meglio, vuol dire la stessa cosa, ma un po’ diversa . Se
scritta con la eta, ethos fa riferimento alla dimora, alla casa. E allora che
cos’è ethos? Ethos è la convenzione, sono gli usi, i costumi, le abitudini, da
cui abitus, le virtù, come abiti che indossiamo che ci portano a compiere certe
cose, a comportarci in un certo modo. Ma perché ci comportiamo in un certo
modo? Perché siamo stati educati, perché abbiamo accolto in noi, essendo stati
accolti da una comunità e cioè dalla casa anzitutto, quelle leggi, quei
comportamenti, quel modo di vedere, che è proprio di ethos con la eta. Qui a
essere privilegiato è il riferimento al sentire comune, alla comunità: ethos
come appartenenza ad una comunità, che mi impone di non pensare tanto a me
stesso quanto agli altri, di riconoscermi all’interno di una tradizione e così
via. Ma se io lo scrivo con la ipsilon, allora vuol dire carattere, che appartiene
a me, è solo mio : l’ethos è il mio demone, è qualche cosa che mi dice: “ Tu
devi fare questo”. “No”. “ Ma sei contraddetto da tutti, non è accettabile che
tu non faccia questo, la società ti condanna”. “ Che mi importa, lo devo fare,
perché so, ma in base a quale sapere?” “In base ad un sapere demonico, cioè che
non dà ragioni di sé. Sapere di cui io mi faccio carico, costi quello che
costi”. Guai se ethos fosse solo sapere demonico, se fosse solo carattere,
perché allora l’etica sarebbe una cosa terribile, sarebbe cosa tragica, darebbe
luogo a scontri senza fine, senza un terzo che faccia da medio, se è giusto
quello che io sento giusto. L’io, la coscienza: se ethos fosse solo questo
sarebbe terribile. Ma guai se ethos fosse soltanto quell’altro: abitudine,
tradizione, leggi e così via. Facciamo il caso che la società alla quale
appartengo, nella quale mi riconosco, mi condanni legalmente e in base a dei
principi riconosciuti come giusti, mi condanni per esempio a essere deportato.
Immaginate un’ etica che sia soltanto etica pubblica, un’ etica della
tradizione condivisa, immaginate di togliere a me o a chi per me il diritto di
dire no, anche se la società alla quale appartengo mi condanna, di rivolgermi
al mio Dio, per invocarlo, o per bestemmiarlo, dicendo:” Non è giusto”. Non
dimentichiamo mai Auschwitz, ma non dimentichiamo mai che tutto quello che è
accaduto in quegli anni è accaduto legalmente: le deportazioni erano leggi
dello stato tedesco, non si tratta di qualcosa avvenuto nascostamente, bensì di
leggi dello stato tedesco. L’etica che fosse soltanto l’etica, la casa della
comunità di appartenenza, della polis, dello stato, potrebbe non essere
un’etica a sua volta monca, terribilmente manchevole? Già, ma come fanno a
stare insieme ethos ed ethos, ethos con la eta e ethos con la ipsilon? Come far
stare insieme le leggi della pietà, per esempio, come sa bene Antigone, e le
leggi della città? Le leggi di coloro che stanno sotto la luce del sole e le
leggi sotterranee, degli dei, che stanno sotto? Contraddizione, la
contraddizione di ethos. Voi direte, ma che cosa c’entra questo discorso con la
violenza? E’ lo stesso discorso. In che senso? Abbiamo visto, e mi avvio alla
conclusione, come la violenza sia un dato di natura, anzi, è la natura che è in
noi, è uno stato, tanto è vero che si parla di stato di natura: è
quell’emergere di forze oscure, che ci riportano al luogo da cui proveniamo,
che è la selva. E’ la linea maestra del pensiero moderno e contemporaneo, e
abbiamo visto che non basta dire questo. Le cose non stanno così, perché qui
c’è una contraddizione . La contraddizione è sollevata dalla affermazione che
la violenza dell’uomo sull’uomo è sì qualche cosa che lo accomuna alla bestia
feroce, ma nello stesso tempo è qualche cosa che lo rende irriducibilmente
diverso dalla bestia feroce. La violenza è sì cosa che implica la non
trascendibilità dello stato di natura, ma questa non può che essere vissuta
come condanna che implica il trascendimento. Lo stato di natura è uno stato che
io posso pensare solo come stato di gettatezza, avrebbe detto Heidegger.
Senonché per Heidegger la gettatezza, la deiezione, il mio trovarmi come
gettato in questo mondo, non ha più né capo né coda, non ha più un da dove sono
gettato e un verso dove vado. E in questo senso Heidegger in fondo resta
all’interno della tradizione tipicamente moderna che ritiene intrascendibile
questo stato. Non così là dove questo stato venga vissuto, venga letto, nel suo
valore simbolico. Lo dice bene Pascal. Tutto è simbolo, quella natura caotica,
così confusa, non fa che ricordarmi che questo non può essere il mio mondo, è
il mio mondo e per viverci lo devo accettare, e tra questo mondo, e l’infinito,
e l’assoluto, un abisso mi separa: non c’è verso, filosoficamente, di costruire
un ponte tra il qui e ora, il qui di leggi contraddittorie, e l’origine.
Tuttavia, in questo mondo io vivo come uno straniero, come uno che è stato
gettato da un altrove, la cui chiave la possiede non la filosofia ma la
religione: la caduta, il peccato originale.” Lo stesso discorso vale per la
contraddizione, il rapporto contraddittorio di eros ed ethos. Noi vorremmo
potere riferirci, così come nel caso della violenza ci siamo riferiti, a
qualche cosa di ultimo, qui riferirci a qualche cosa di primo, eros ethos, di
prossimo, di propriamente nostro a cui ancorarci, vorremmo poterlo fare. E che
cosa se non ancorarci a eros, se non ancorarci a ethos? E’ esperienza che tutti
fanno, se pure in forme molto diverse: l’esperienza che vorremmo gioiosa di
eros e seria di ethos, e lì restare, restare in questa prossimità, in questa
intimità di noi con noi stessi, in definitiva rassicurante. Eros è la gioia:
Abbandonati; ethos è il dovere: “ Rispetta”. Già, ma questa intimità, di noi
con noi stessi, è contraddittoria, ovvero “intimior intimo meo”. Nel punto in
cui noi ci troviamo più intimi con noi stessi, noi siamo per così dire
scavalcati, trascesi da un movimento che fa cenno a qualche cosa che è
assolutamente altro rispetto a questa pretesa di raccoglierci in una certezza, la
certezza di eros e la certezza di ethos. Tanto è vero che non solo eros ed
ethos stanno tra loro in opposizione, ma è una opposizione contraddittoria
perché il dissidio è sia nella forma dell’esperienza erotica, sia nella forma
dell’esperienza etica. “Intimior intimo meo”: qui davvero varrebbe la pena di
parafrasare Agostino, e ricordare che nel momento in cui io sono più prossimo a
me stesso in realtà sono infinitamente lontano, sono per così dire costretto a
trascendere, trascendere me stesso. Nome compiuto: Sergio Givone. Givone. Keywords:
phanes, eros/ethos; phanes protogono, convito di platone, pareyson. storia
naturale dell nulla, unelongated history of negation; Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Givone” – The
Swimming-Pool Library.
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