GRICE ITALO A-Z F FR
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Fracastoro:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’anima – scuola
di Verone – filosofia veronese – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Verona). Abstract. Gricre: “I use ‘soul’ rarely, but then I
went to Clifton so psyche sounds more natural to me!” Keywords: soul. Filosofo
veronese. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Verona, Veneto. Grice: “I love
Fracastoro; for one, I love a physician, since I came to know quite a few – at
Richmond!” “Grice: “I love Fracastoro; he philosophised on mainly three topics:
the ‘soul’ – in a philosophical dialogue entitled after him, Fracastoro; on
poetics, in a dialogue which he named after his poet friend Navagero; and
third, on ‘intellezione,’ in a dialogue which he named after another friend,
one Torre, “Torrius,” – Grice: “The fact that Gerolamo, or Girolamo, is still
at Verona, is fascinatingly charming!” Considerato
uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi. Insegna logica a Padova. Fu
archiatra di Paolo III, al quale dedica “Homocentrica”. A lui è dedicato il
cratere F. presente sulla Luna. Fondatori della patologia (teoria del patire). È
il primo ad ipotizzare e verificare che una infezione e dovuta a un germe
portatore di una malattia, con la capacità di moltiplicarsi nel corpo dell’organismo
e di contagiare altri attraverso la respirazione o altre forme di contatto. “Sifilide,
ossia sul “mal francese,” sotto forma di poemetto in esametri e il trattato
"Sul contagio e sulle malattie contagiose.” Il trattato è all'origine
della patologia, o teoria del patire. Fu il primo a scoprire che le code
cometarie si presentano sempre lungo la direzione del Sole, ma in verso opposto
ad esso. Descrisse uno strumento in funzione astronomica, poi realizzato da
Galilei: il cannocchiale. Scrive III dialoghi filosofici: Naugerius sive de
Poetica (dialogo di estetica), Turrius sive de Intellectione e l'incompiuto
Fracastorius sive de Anima. F., con il
nome di Giroldano, viene incontrato da Dago, personaggio di un fumetto
argentino creato da Robin Wood e Alberto Salinas, in una delle sue avventure,
per la precisione nel n. 10 anno XIV del mensile, proprio mentre Girolamo
interroga una prostituta in cerca di informazioni per il suo poema sulla
sifilide. Una leggenda sul Fracastoro fa
parte della storia popolare veronese. Una sua statua è posta su un arco alla
fine di via Fogge, che da nord si innesta in Piazza dei Signori (comunemente
detta anche Piazza Dante). La statua rappresenta la sua figura intera con in
mano il mondo, che il popolo del tempo ha ribattezzato la bala de F., dove bala
è il termine dialettale che indica palla. In quella strada vi era il passaggio
per il vecchio tribunale da parte di giudici e avvocati ed era vicina a tutti i
palazzi del potere di quel tempo. La bala è legata ad una profezia: cadrà sulla
testa del primo galantuomo che passerà sotto. Finora non è mai successo. Il
popolo di Verona usa questa storia per sbeffeggiare gli uomini del potere. Enrico
Peruzzi, Dizionario Biografico degli Italiani, Ettore Bonora, Il
"Naugerius" del F., Milano,Garzanti, Storia della Letteratura
italiana, Dal Piaz Giorgio, Padova e la Scuola Veneta nello sviluppo e nel
progresso delle Scienze geologiche. Mem. R. Ist. Geologia Univ. Padova, Dal
Piaz Giorgio, Cenni sulla vita e le opere di carattere geologico di Valleri
senior. In: “Il metodo sperimentale in Biologia da Valleri ad oggi”, Simposio
nel III Centenario della nascita di Valleri, Univ. Studi Padova e Acc. Patavina
Sci. Lett. Arti, Questo testo proviene in parte dalla relativa voce del
progetto Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto
Museo di Storia della Scienza di Firenze, F., Patavii, excudebat Josephus
Cominus, Opere, Venetiis, apud Iuntas, Homocentrica, Venetiis, Sifilide
Tiziano, Ritratto di Girolamo Fracastoro. Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Enrico Peruzzi, F., Girolamo», in Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vita
condizione propria della materia vivente Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Vita
(disambigua). La vita è l'insieme delle caratteristiche degli esseri viventi
che manifestano processi biologici come l'omeostasi, il metabolismo, la
riproduzione e l'evoluzione. Alberi in una foresta (Muir Woods National
Monument, California, USA). La biologia, ovvero la scienza che studia la vita,
ha portato a riconoscerla come proprietà emergente di un sistema complesso che
è l'organismo vivente. L'idea che essa sia supportata da una «forza vitale» è
stato argomento di dibattito filosofico, che ha visto contrapporsi i
sostenitori del meccanicismo da un lato e dell'olismo dall'altro, circa
l'esistenza di un principio metafisico in grado di organizzare e strutturare la
materia inanimata. La comunità scientifica non concorda ancora su una
definizione di vita universalmente accettata, evitando ad esempio di
qualificare come organismo vivente i sistemi come virus o viroidi.
Gli scienziati concordano comunque sul fatto che ogni essere vivente ha
un proprio ciclo vitale durante il quale si riproduce, adattandosi all'ambiente
mediante un processo di evoluzione, ma ciò non implica la vita perché qualunque
caratteristica che hanno i viventi può essere ritrovata in altre situazioni non
considerate viventi, ad esempio alcuni virus software che hanno un ciclo vitale
e di riproduzione nel loro ambiente informatico ma non sono vivi, o alcuni
cristalli che crescono e si riproducono, e molti altri esempi. Una più basica
serie di caratteristiche della Vita sono state avanzate, come ad esempio un
sistema composto da molecole omochirali che si mantiene in omeostasi e capace
di reazioni autocatalitiche (Tour). Le forme di vita che sono o sono
state presenti sulla Terra vengono classificate in animali, cromisti, piante,
funghi, protisti, archaea e batteri. Definizione Mayr Riguardo alla definizione
di cosa sia la vita c'è ancora dibattito tra scienziati e tra filosofi. Secondo
il biologo Mayr sarebbe sufficiente individuare le caratteristiche fondamentali
della vita da un punto di vista materiale: «Il definire la natura
dell'entità chiamata vita è stato uno dei maggiori obiettivi della biologia. La
questione è che vita suggerisce qualcosa come una sostanza o forza, e per
secoli filosofi e biologi hanno provato ad identificare questa sostanza o forza
vitale senza alcun risultato. In realtà, il termine vita, è puramente la
reificazione del processo vitale. Non esiste come realtà indipendente»
(Mayr) Il biologo Driesch sosteneva invece che la vita non potesse essere
compresa con gli strumenti delle scienze meccaniche, come la fisica, le quali
si occupano esclusivamente dei fenomeni non biologici, ragion per cui la
biologia andrebbe separata da queste discipline:[5] «La vita non è [...]
una connessione speciale di eventi inorganici; la biologia, pertanto, non è
un'applicazione della chimica e della fisica. La vita è qualcosa di diverso, e
la biologia è una scienza indipendente.» (Hans Driesch, The science and
philosophy of the organism, trad. ingl., Londra) Uno studio approfondito in
merito è stato fatto dal fisico Erwin Schrödinger. Nella sua dissertazione
Schrödinger nota per prima cosa la contrapposizione tra la tendenza dei sistemi
microscopici a comportarsi in maniera "disordinata", e la capacità
dei sistemi viventi di conservare e trasmettere grandi quantità di informazione
utilizzando un piccolo numero di molecole, come dimostrato da Mendel, che
richiede necessariamente una struttura ordinata. In natura una disposizione
molecolare ordinata si trova nei cristalli, ma queste formazioni ripetono
sempre la stessa struttura, e sono quindi inadatte a contenere grandi quantità
di informazione. Schrödinger postulò quindi che l'unico modo in cui il gene può
mantenere l'informazione è una molecola di un "cristallo aperiodico"
cioè una molecola di grandi dimensioni con una struttura non ripetitiva, capace
quindi di sufficiente stabilità strutturale e sufficiente capacità di contenere
informazioni. In seguito questo darà l'avvio alla scoperta della struttura del
DNA da parte di Franklin, Watson e Crick; oggi sappiamo che il DNA è proprio
quel cristallo aperiodico teorizzato da Schrödinger. Seguendo questo
ragionamento Schrödinger arrivò ad un apparente paradosso: tutti i fenomeni
fisici seguono il secondo principio della termodinamica, quindi tutti i sistemi
vanno incontro ad una distribuzione omogenea dell'energia, verso lo stato
energetico più basso, cioè subiscono un costante aumento di entropia. Questo
apparentemente non corrisponde ai sistemi viventi, i quali si trovano sempre in
uno stato ad alta energia (quindi un disequilibrio). Il disequilibrio è
stazionario, perché i sistemi viventi mantengono il loro ordine interno fino
alla morte. Questo, secondo Schrödinger, significa che i sistemi viventi
contrastano l'aumento di entropia interno nutrendosi di entropia negativa, cioè
aumentando a loro favore l'entropia dell'ambiente esterno. In altre parole gli
organismi viventi devono essere in grado di prelevare energia dall'ambiente per
ricompensare l'energia che perdono, e quindi mantenere il disequilibrio
stazionario. Questo è ciò che in biologia è stato riconosciuto nei fenomeni di
metabolismo e omeostasi. Secondo Mayr, è un'entità viva, quindi con
peculiarità che la distinguono dalle entità non viventi, l'organismo vivente,
soggetto alle leggi naturali, le stesse che controllano il resto del mondo
fisico. Ma ogni organismo vivente e le sue parti viene controllato anche da una
seconda fonte di causalità, i programmi genetici. L'assenza o la presenza di
programmi genetici indica il confine netto tra l'inanimato e il mondo
vivente. Unendo il concetto del disequilibrio con quello della
riproduzione (cioè della trasmissione ordinata delle informazioni), come
espressi da Schrödinger, si ottiene quello che può essere definito
vivente: un sistema termodinamico aperto, in grado di mantenersi
autonomamente in uno stato energetico di disequilibrio stazionario e in grado
di dirigere una serie di reazioni chimiche verso la sintesi di sé stesso. Questa
definizione è largamente accettata nell'ambito della biologia, nonostante ci
sia ancora dibattito in merito. Basandosi su questa definizione un virus non
sarebbe un organismo vivente, perché può arrivare a riprodursi ma non può farlo
autonomamente, in quanto si deve appoggiare al metabolismo di una cellula
ospite, così come non sono esseri viventi le semplici molecole autoreplicanti,
in quanto sottoposte all'entropia come tutti i sistemi non viventi. La
ricerca sui Grandi virus nucleo-citoplasmatici a DNA, ed in particolare la
scoperte dei mimivirus, quindi l'eventualità che costituiscano anello di
congiunzione tra i virus, definiti qui non viventi, e i più semplici viventi
comunemente accettati, ha contribuito ad estendere il dibattito e a rendere più
sfumata la linea di confine tra viventi e non, ed alcune ipotesi minoritarie,
suggeriscono che i domini Archaea, Bacteria, ed Eukarya possano originare da
tre differenti ceppi virali e i plasmidi possono essere visti come forme di
transizione tra virus a DNA e cromosomi cellulari. Oltre la definizione di
Schrödinger, vari studiosi hanno proposto diverse caratteristiche che nel loro
insieme dovrebbero essere considerate sinonimo di vita: Omeostasi: regolazione
dell'ambiente interno al fine di mantenerlo costante anche a fronte di
cambiamenti dell'ambiente esterno. Metabolismo: conversione di materiali
chimici in energia da sfruttare, trasformazione di diverse forme di energia e
sfruttamento dell'energia per il funzionamento dell'organismo o per la
produzione di suoi componenti. Crescita: mantenimento di un tasso di
anabolismopiù alto del catabolismo, sfruttando energia e materiali per la
biosintesi e non solo accumulando. Interazione con l'ambiente: risposta appropriata
agli stimoli provenienti dall'esterno. Riproduzione: l'abilità di produrre
nuovi esseri simili a sé stesso. Adattamento: applicato lungo le generazioni
costituisce il fondamento dell'evoluzione. Queste caratteristiche sono, per la
loro peculiarità, comunque passibili di critiche e di parzialità. Un ibrido non
riproducentesi non può considerarsi come non vivo, così pure un organismo che
ne abbia perduto la capacità nel corso del tempo. Parimenti un'ipotetica
situazione che obblighi la dipendenza da strutture estranee per mantenere
l'omeostasi, un organismo strutturalmente non in grado di adattarsi
ulteriormente all'ambiente e altre singole deficienze, difficilmente, se prese
singolarmente, possono far escludere di avere a che fare con un vivente.
Organismi viventi Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in
dettaglio: Organismo vivente. La vita è caratteristica degli organismi viventi.
In generale la vita si considera una proprietà emergentedegli esseri viventi.
Questo significa che si tratta di una caratteristica posseduta dal sistema, ma
non posseduta dai suoi singoli componenti. Un organismo vivente, quindi, è
vivo, mentre non sono vive le sue singole parti. Condizioni necessarie alla
vitaModifica L'esistenza della vita, così come la conosciamo,necessita di
particolari condizioni ambientali. I primi organismi comparsi sulla Terra si
sono per necessità sviluppati in base alle condizioni preesistenti, ma in
seguito a volte sono stati gli organismi stessi a modificare l'ambiente, a
vantaggio proprio o di altri organismi. È il caso della produzione di ossigeno
da parte dei cianobatteri, che ha modificato profondamente l'atmosfera
terrestre causando un'estinzione di massa (detta catastrofe dell'ossigeno) e
rendendo possibile la colonizzazione dell'ambiente terrestre. Inoltre col tempo
si sono determinate sempre più interazioni complesse tra i diversi organismi,
facendo sì che nella maggior parte degli ambienti la vita di determinate specie
sia possibile grazie alla presenza di altri organismi che creano le condizioni
necessarie (spesso si tratta di microorganismi, come nel caso dei batteri
azotofissatori, che trasformano l'azoto molecolare presente nell'aria in
molecole utilizzabili per le piante). Ogni essere vivente può sopravvivere
all'interno di determinati limiti relativi ai fattori fisici dell'ambiente
(temperatura, umidità, radiazione solare, ecc.). Al di fuori di questi limiti
la vita è possibile solo per brevi periodi, se non impossibile del tutto.
Queste condizioni, che sono diverse per ogni specie, sono definite range di
tolleranza. Per esempio una cellula batterica ad una temperatura troppo alta
subirà la denaturazione delle sue proteine, mentre ad una temperatura troppo
bassa subirà il congelamentodell'acqua che contiene. In entrambi i casi morirà.
Anche le caratteristiche chimiche costituiscono fattore limitante; pH,
concentrazioni estreme di forti ossidanti, elementi chimici in concentrazione
tossiche, eccetera, costituiscono spesso un muro quasi invalicabile allo
sviluppo della vita. Lo studio di organismi estremofili, ha contribuito
enormemente all'individuazione delle condizioni ritenute minime per lo sviluppo
della vita, nonostante risulti chiaro che la definizione di ambiente
"estremo" è comunque relativa e diversa per ogni organismo. Determinate
esigenze sono comuni a tutti gli organismi viventi. Affinché ci sia vita è
necessario che si disponga di energia, al fine di mantenere il disequilibrio
energetico del sistema (vedi sopra). La maggior parte degli organismi autotrofi
sfrutta l'energia solare, attraverso la quale compie la fotosintesi, ottenendo
i nutrienti dalla materia inorganica. Questi organismi, che comprendono piante,
alghe e cianobatteri, si dicono fotoautotrofi. Altri autotrofi più rari
sfruttano invece l'energia derivante da processi chimici, e si definiscono
chemioautotrofi. Le altre specie, dette eterotrofi, sfruttano l'energia chimica
dai composti organici prodotti da altri organismi, nutrendosi dell'organismo
stesso, di una sua parte o dei suoi scarti. È necessario inoltre affinché
ci sia vita che ci sia disponibilità dei principali costituenti biologici, cioè
carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, fosforo, e zolfo, nell'insieme detti anche
CHNOPS. Gli organismi autotrofi li ricavano principalmente in forma inorganica
dall'ambiente, mentre quelli eterotrofi sfruttano principalmente i composti
organici di cui si nutrono. Tutte le forme di vita conosciute, infine,
necessitano di abbondanza d'acqua, anche se alcuni organismi hanno sviluppato
adattamenti che permettono loro di conservare le proprie riserve di liquidi a
lungo, così da potersi allontanare notevolmente dalle fonti d'acqua.
Queste condizioni sono condivise dalla quasi totalità delle forme di vita
conosciute, tuttavia non è possibile escludere l'esistenza, sulla terra o su
altri pianeti, di organismi in grado di vivere in condizioni completamente
diverse. Per esempio è stato trovato nel Mono Lake in California un batterio,
Halomonas sp., ceppo GFAJ-1, in grado di sostituire il fosforo nelle proprie
molecole con l'arsenico, che proprio per la sua similitudine col fosforo e per
la sua tendenza a sostituirlo nelle molecole biologiche, è tossico per la
maggior parte degli organismi conosciuti, escludendo quelli che lo utilizzano
come ossidante nella respirazione, al pari di numerosi composti utilizzati a
tale scopo da differenti organismi. In seguito questa scoperta è stata messa in
dubbio, e sono in corso verifiche per accertare l'eventuale eccezionalità della
scoperta. Gli esobiologi ipotizzano una vita basata sulla chimica del silicio
anziché del carbonio. Origine della vita Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Origine della vita ed Evoluzione della vita.
Secondo i modelli attualmente accettati la vita sulla terra è comparsa grazie
alle condizioni presenti tra 4,4 e 2,7 miliardi di anni fa, che hanno permesso
lo sviluppo di macromolecole come gli amminoacidi e gli acidi nucleici, come
dimostrato dall'esperimento di Miller-Urey, dalle quali in seguito si sono
originati polimeri come i peptidi e i ribozimi. Il passaggio dalle
macromolecole alle protocellule è l'aspetto più controverso della questione,
sul quale sono state avanzate diverse ipotesi, come quella del mondo ad RNA,
quella del mondo a ferro-zolfo e la teoria delle bolle. A partire dalle
protocellule gli organismi hanno poi raggiunto lo stadio attuale in cui li
conosciamo tramite processi, spiegati dalla teoria dell'evoluzione, lungo un
ramificato processo di evoluzione della vita. Vita extraterrestr glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Esobiologia ed Extraterrestre.
Qualunque forma di vita non propria del pianeta Terra viene detta
"extraterrestre". Questo termine può riferirsi, in maniera più ampia,
a qualunque oggetto al di fuori della stessa realtà terrestre. Tutt'oggi l'uomo
non conosce alcun esempio di essere vivente extraterrestre e il dibattito tra
scettici e sostenitori della probabile esistenza di forme di vita aliene a
quelle terrestri è molto acceso. Nella cultura umanisticaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vita
(filosofia) e Filosofia della vita. Prima che la scienza fornisse spiegazioni
scientifiche sulla vita, l'uomo tentò di fornire risposte riguardo ai fenomeni
dei viventi tramite la mitologia, la religione e la filosofia. Nella
cultura letteraria e filosofica, l'esistenza umana è stata associata alle
emozioni, alle passioni e in generale alla storia di ciascuna persona. Poeti,
letterati, filosofi e pensatori hanno associato alla vita significati diversi e
presentando una personale concezione di vita umana. Alcune posizioni hanno dato
vita a vere e proprie correnti di pensiero, come il vitalismo, il pessimismo, o
il nichilismo. Diritto e questioni etiche sulla vita umana Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Diritti umani e
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Nelle società organizzate, la
vita umana rappresenta un valore che richiede attenzione in termini di diritto.
Questioni di tipo etico determinano le scelte circa la difesa e la salvaguardia
della vita, quando questa è messa in discussione da altri tipi di scelte, come
la pena di morte, l'aborto o l'eutanasia. Secondo attente analisi e ricerche la
maggior parte delle persone possiede una vita infelice per cause di tipo affettive,
morali, sociali, personali e cause derivate dalle relazioni amorose, da ciò le
persone possono evidenziare idee suicide o entrare in fasi depressive. A titolo
esemplificativo può essere appropriato riportare le seguenti riflessioni che
bene descrivono lo stato d'animo della Bovary, travolta dalle devastanti
vicende passionali, che la indurranno infatti al suicidio: Da che dipendeva
quella insufficienza della vita, quell'istantaneo imputridirsi delle cose alle
quali essa si appoggiava? Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni
gioia una maledizione, ogni piacere il suo disgusto. Vita sintetica Dalla
ricerca delle proprietà oggettive che definiscano il concetto di vita si è
sviluppato un ramo della biologia chiamato biologia sintetica che utilizza
conoscenze di biologia molecolare, biologia dei sistemi, biologia
evoluzionistica e biotecnologie con l'idea di progettare sistemi biologici in
maniera artificiale in laboratorio. NASA Life's Working Definition: Does It Work?, su nasa.gov.Biase,
I saperi della vita: biologia, analogia e sapere storico, Giannini Five Kingdom
Classification System, su ruf.rice Mayr, What is tha meaning of
"life" The nature of life, Cleland, University of Colorado, Cambridge
University press, Driesch, Philosophie des Organischen, Leipzig, Engelmann, Ed.
originale: Philosophie des Organischen, Engelmann, Leipzig Schrödinger, What is
Life? The Physical Aspect of the Living Cell, Cambridge. Che cos´è la vita?: la
cellula vivente dal punto di vista fisico, su disf.org. Defining Life:
Astrobiology Magazine - earth science - evolution distribution Origin of life
universe - life beyond, su astrobio.net. Cos'è la vita?, su torinoscienza.it,
Torino scienza Forterre, Three RNA cells for ribosomal lineages and three DNA
viruses to replicate their genomes: A hypothesis for the origin of cellular
domain, in Proceedings of the National Academy of Sciences, How to Define Life
-points to ponder for comprehensive questions on final exam, su una.edu. McKay Chris P., What Is Life—and How Do We
Search for It in Other Worlds?, in PLoS Biology, Defining Life, Explaining
Emergence, su nbi.dk, Center for the Philosophy of Nature and Science Studies,
Niels Bohr Institute; Understand the evolutionary mechanisms and environmental
limits of life, su astrobiology.arc.nasa.gov, NASA Argano et al., Zoologia
generale e sistematica, Zanichelli, Townsend et al., L'essenziale di ecologia,
Zanichelli, Chiras, Environmental Science – Creating a Sustainable Future,
Jones et Bartlett Learning, 2Essential requirements for life, su
cmapsnasacmex.ihmc.us, NASA. Wolfe-Simon, Blum, Kulp, Gordon, Hoeft,
Pett-Ridge, Stolz, Webb, Weber, Davies, Anbar, Oremland RS, A Bacterium That
Can Grow by Using Arsenic Instead of Phosphorus, in Science, Santini, Streimann
Illo C. A., Hoven Rachel N. vanden, Bacillus macyae sp. nov., an
arsenate-respiring bacterium isolated from an Australian gold mine, in Int J
Syst Evol Microbiol, Vita all'arsenico? Probabilmente
no, su Le Scienze, Reaves, Rabinowitz, Kruglyak, Redfield, Absence of arsenate
in DNA from arsenate-grown GFAJ-1 cells, Flaubert, Madame Bovary, BUR, Voci
correlate Biologia Evoluzione Biodiversità Morte AWikizionario contiene il
lemma di dizionario «vita» vita, su Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. vita, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Vita, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Origine della vita, su minerva.unito.it.
La vita e l'evoluzione, su vita-morte-evoluzione.bravehost.com. Vita, in
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Portale Biologia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Biologia
Biologia scienza che studia la vita Organismo vivente entità dotata di
vita Che cos'è la vita? Wikipedia Il contenuto Vita (filosofia). Il
concetto di vita in senso biologico non coincide con quello filosofico.
Genericamente possiamo riferirci alla biologia nel definire la vita come la
condizione di esseri che, caratterizzati da una forma precisa e da una
struttura chimica particolare, hanno la capacità di conservare, sviluppare e
trasmettere forma e costituzione chimica ad altri organismi. In filosofia
la definizione del concetto di vita è diversa e più complessa poiché risente
della scarsità lessicale presente nella lingua italiana che usa un unico
termine per una diversità di significati: in senso generale si adopera il lemma
"vita" per indicare la vita animale, quella umana, quella oltreumana
e, nei riguardi dell'uomo in particolare: la vita corporea, quella psichica,
quella spirituale. Pensiero antico Nel pensiero greco antico vengono usati
invece tre termini a seconda del loro specifico significato: ζωή: il
principio, l'essenza della vita che appartiene in comune, indistintamente,
all'universalità di tutti gli esseri viventi e che ha come concetto contrario
la non-vita e non, come si potrebbe pensare, la morte poiché questa riguarda il
singolo essere che cessa, lui e soltanto lui, di vivere; βίος: indica le
condizioni, i modi in cui si svolge la nostra vita. Zoé è dunque la vita che è
in noi e per mezzo della quale viviamo (qua vivimus), bios allude al modo in
cui viviamo (quam vivimus), cioè le modalità che caratterizzano ad esempio la
vita contemplativa, la vita politica ecc. per le quali la lingua greca usa
appunto il termine bios accompagnato da un aggettivo qualificante; ψυχή: nella
lingua greca del Nuovo Testamento ricorre nel significato di anima-respiro, il
soffio" vitale: ὁ φιλῶν τὴν ψυχὴν αὐτοῦ ἀπολλύει αὐτήν, καὶ ὁ μισῶν τὴν
ψυχὴν αὐτοῦ ἐν τῷ κόσμῳ τούτῳ εἰς ζωὴν αἰώνιον φυλάξει αὐτήν. Chi ama la sua
vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita
eterna» Nella filosofia greca antica tutto il reale è concepito come
vivente secondo la teoria dell'ilozoismo che nella ricerca del principio
introduce considerazioni di argomento biologico per cui: Diogene di
Apolloniaconsidera l'aria come vita, Empedocle fa risultare la vita dalla
armonica fusione dei quattro elementi primigeni, Anassagora intuisce l'origine
di tutti gli esseri viventi nell'aggregazione dei σπέρματα. Tutti questi sono
elementi materiali viventi che vengono connessi con il concetto di psyché, come
nel Timeo di Platone dove l'intero mondo è un organismo vivente. Un concetto di
anima del mondo, che risale probabilmente a tradizioni orientali, orfichee
pitagoriche. Secondo Platone il mondo è infatti una sorta di grande animale, la
cui vitalità generale è supportata da quest'anima, infusagli dal demiurgo, che
lo plasma a partire dai quattro elementifondamentali: fuoco, terra, aria,
acqua. Pertanto, secondo una tesi probabile, occorre dire che questo mondo
nacque come un essere vivente davvero dotato di anima e intelligenza grazie
alla Provvidenza divina. Anche per Aristotele la vita s'identifica con l'anima,
ἐντελέχεια, sia essa vegetativa, sensitiva o intellettiva, che è nel sinolo
causa e principio del corpo vivente. Con Aristotele il primato della forma
sulla materia porta alla contrapposizione del βίος ϑεωρητικός al βίος
πρακτικός, al primato della vita contemplativa sulla vita attiva, come diranno
i filosofi medioevali, vale a dire la superiorità della conoscenza teoretica,
che permette all'uomo di cogliere la verità di per se stessa mentre quella pratica
cerca anch'essa la verità ma come mezzo in vista dell'azione, al fine di
cambiare la realtà: è giusto anche chiamare la filosofia scienza della verità.
Infatti della filosofia teoretica è fine la verità, di quella pratica l'opera,
poiché i filosofi pratici, anche se indagano il modo in cui stanno le cose, non
studiano la causa di per se stessa, ma in relazione a qualcosa ed ora. La
visione aristotelica sarà fatta propria anche dal neoplatonismo, che nella sua
dottrina emanatistica e nella concezione dell'anima come psiche cosmica,
stabilirà la connessione tra il mondo ideale, della generazione delle diverse
dimensioni della realtà appartenenti alla stessa sostanza divina, e quello
materiale delle realtà empiriche. Il pensiero cristiano e medioevaleModifica
Nella concezione cristiana nel Vecchio Testamento la vita umana è strettamente
collegata alla volontà benefica di Dio mentre la morte è rapportata al peccato.
Nel Nuovo Testamento la connessione vita-divino si consolida nel messaggio di
Gesù che assicura la resurrezione, una vita futura a chi crede in lui. Ego
sum resurrectio et vita: qui credit in me, etiam si mortuus fuerit, vivet: et
omnis qui vivit et credit in me, non morietur in aeternum. Io sono la
risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e
crede in me, non morrà in eterno. La filosofia medioevale accoglie l'eredità
neoplatonica dell'importanza del βίος ϑεωρητικός per una vita vissuta
religiosamente e misticamente come strumento per giungere alla vita
oltremondana e riprende la concezione aristotelica della vita biologica
adattando la sua definizione dell'anima come l'atto puro di un corpo che ha la
vita in potenza alla teoria dell'immortalità dell'anima: Filosofia
moderna La vita viene concepita come appartenente a un essere vivente che deve
essere studiato come se fosse una macchina distinguendo nettamente ciò che
riguarda gli elementi fisici da quelli psichici. Questa tesi, dove si cimentano
in particolare Cartesio e Hobbes viene contrastata da Leibniz che definendo la
monade la riferisce al principio aristotelico dell’ἐντελέχεια intesa come la
tensione di un organismo che mira a realizzare se stesso secondo leggi proprie,
passando dalla potenza all'atto. Queste concezioni vengono superate dal
vitalismo che eredita dal 1600 i motivi neoplatonici e magici-alchemici dei
filosofi rinascimentali FICINO (si veda) e PICO (si veda). I pensatori
dell'età romantica, Herder, Hölderlin, Schiller, Jacobi, nel filone segnato
dalla Critica della ragion pratica e dalla Critica del giudizio kantiane,
concepiscono la vita inserendola nella nuova visione della filosofia della
natura sviluppata da Goethe, Schelling e Hegel il quale in particolare vuole
contrastare sia la teoria intellettualistica che vede la vita come qualcosa di
incomprensibile sia quella romantica che contrappone l'energia della vita al
freddo sapere, riportando la vita nell'ambito dello sviluppo dialettico
dell'Idea (tesi) che si oggettiva come natura (antitesi) per approdare alla
sintesi dell'Idea che torna su se stessa colma di realtà. Si costituisce
la Lebensphilosophie, la filosofia della vita che rifacendosi all'opera di
Lukács La distruzione della ragione, si esprime in una varietà di autori che
elaborano una dottrina variegata e non unitaria tenuta assieme dall'antinomia
vita-ragione. Così Dilthey, Rickert, Simmel, Scheler, Klages, e specialmente
Unamuno, Gasset, Eugeni d'Ors e altri, si rifanno a elementi del romanticismo,
di Arthur Schopenhauer, di Nietzsche oppure riconducono la razionalità a qualcosa
di immanentealle stesse strutture materiali della vita. Una «vitalizzazione
della ragione» che porta all'irrazionalismo, al misticismo,
all'amoralismo: La ragione tende a razionalizzare la vita, nemica della
ragione; qualora essa conseguisse il suo intento, si avrebbe la morte e la
negazione della vita. Nello stesso tempo la vita tende a vitalizzare la
ragione. Su queste basi speculative la filosofia francese con Deleuze ha
sviluppato una filosofia della vita che in questo autore, attingendo agli studi
storico-epistemologici di Canguilhem, porta alla fondazione di una visione
immanentistica della vita che ha come fulcro il concetto di
differenza-ripetizione tutte le identità non sono che simulate, prodotte
come un effetto ottico, attraverso un gioco più profondo che è quello della
differenza e della ripetizione. Sulla scia del pensiero di Nietzsche, la
differenza è concepita come affermazione pura, come atto creativo e l'identità
come un che di selettivo, che torna solo per affermare la
differenza. Attingendo alla filosofia della vita Foucault avanza la teoria
del "biopotere" cioè le pratiche con le quali la rete di poteri
gestisce la gestione del corpo umano nella società dell'economia e
finanza capitalista, la sua utilizzazione e il suo controllo la gestione del
corpo umano come specie, base dei processi biologici da controllare per una
biopoliticadelle popolazioni. Ove non indicato diversamente, le informazioni
contenute nel testo della voce hanno come fonte: Dizionario di filosofia
Treccani alla voce corrispondente Possenti, La questione della vita Internet
Archive. Heidegger, Concetti fondamentali della filosofia aristotelica, Milano,
Adelphi, Possenti, Internet Archive. ^ Richard Broxton Onians, The Origins of European
Thought, Cambridge, N. T. Gv. Platone,
Timeo, Aristotele, De anima, Aristotele,
II libro della Metafisica, Gv. Lunardi, Attualità di Unamuno, Padova : Liviana
Deleuze, Differenza e ripetizione, Il Mulino; Foucault, La volontà di sapere,
Feltrinelli, Voci correlate Modifica Esistenza Naturalismo (filosofia)
Filosofia della natura Vitalismo Portale Filosofia: Psiche termine
della psicologia Vitalismo corrente di pensiero che esalta la vita
Panpsichismo teoria Vitalismo corrente di pensiero che esalta la vita. Il
vitalismo è una corrente di pensiero che esalta la vita intesa principalmente
come forza vitaleenergetica e fenomeno spirituale, al di là del suo aspetto
biologico materiale. Raffigurazione di Venere, principio della vita e
della fertilità che nasce dall'acqua PrincipiModifica Il vitalismo ritiene che
i fenomeni della vita, costituiti da una "forza" particolare, non
siano riconducibili interamente a fenomeni chimici, ed in particolare che vi è
una netta demarcazione tra l'organico e l'inorganico, che la vita sulla terra
ha avuto un'origine divina e non solo da un'evoluzione risalente a circa 3800
milioni di anni fa, come sostengono i biologicontemporanei. Il vitalismo
può essere anche inteso, nell'ottica nietzschiana e dannunziana, come
l'esaltazione della vita senza limiti né freni ideologici o morali, come la
ricerca del godimento (dionisiaco), come la celebrazione dell'istinto e di
quella volontà di potenzache apparterrebbe solo a pochi eletti, i quali sanno
imporre il proprio comando sui più deboli. Questa forza può così rigenerare un
mondo che Nietzsche e D'Annunzio ritengono esausto. In una tale ottica
l'evoluzionismo non sarebbe in contrasto col vitalismo, ma darebbe anzi la
conferma che la natura si serve della selezione naturale al fine di perpetuare
la propria volontà di vivere attraverso la sopravvivenza dei migliori. A
differenza del vitalismo dannunziano, che nelle sue manifestazioni racchiude
molti degli elementi tipici dell'estetismo decadente, il vitalismo nietzschiano
va considerato anche nella sua accezione dionisiaca di accettazione tragica
della vita, di un'accettazione tout court della vita, finanche nei suoi aspetti
più truci e sofferenti. StoriaModifica Bambino nel grembo materno
disegnato da Vinci. Pur con radici antiche, il vitalismo si è sviluppato come
sistema teorico tra la metà del Settecento e la metà dell'Ottocento. Si tratta
di una concezione ereditata in gran parte dal neoplatonismo e dalla filosofia
rinascimentale, secondo cui le idee platoniche, oltre a trascendere il mondo,
sono anche immanenti alla natura, diventando la ragione costitutiva dei singoli
organismi e di tutto ciò che esiste. Il cosmo, in quest'ottica, risulta animato
da un principio intelligente, veicolato in esso da una comune e universale
Anima del mondo. Se Leibniz proseguì sulla stessa lunghezza d'onda, attribuendo
vita e capacità di pensiero anche alla materia inerte, e schierandosi contro il
meccanicismo di Cartesio e degli empiristi,[4] Schelling vedeva invece nel
vitalismo una concezione irrazionale e perciò da scartare, in quanto affine al
noumeno kantiano, preferendo piuttosto parlare di evoluzionismo finalistico:
questo era da lui concepito agli antipodi sia del vitalismo, ma anche del
determinismo meccanico, che è incapace di cogliere la profonda unità che
pervade la natura, riducendola ad un assemblaggio di singole parti. Dopo aver
trovato espressione anche nella poetica di Giacomo Leopardi,[6] il vitalismo
riemerse nel Novecento con Bergson, il quale, in una rinnovata polemica contro
il determinismo e il materialismo, torna ad affermare che la vita biologica,
come del resto la coscienza, non è un semplice aggregato di elementi composti
che si riproduce in maniera sempre uguale a se stessa. La vita invece è una
continua e incessante creazione che nasce da un principio assolutamente
semplice, non rieseguibile deliberatamente, né componibile a partire da
nient'altro. Tentativi di spiegazione in laboratorio Wer will was Lebendiges
erkennen und beschreiben, Sucht erst den Geist heraus zu treiben, Dann hat er
die Teile in seiner Hand, Fehlt, leider! nur das geistige Band. Encheiresin naturaenennt's
die Chemie, Spottet ihrer selbst und weiß nicht wie. Per capire e descrivere una realtà vivente, si cerca
sempre innanzitutto di cavarne la vita; allora si ha la mano piena di frammenti
inerti, a cui manca solo - purtroppo - il nesso della vita. La chimica le dà il
nome di encheiresin naturae. Si burla di se stessa e nemmeno se ne avvede. Mefistofele
rivolto a una giovane matricola universitaria, nel Faust di Goethe. Figure di
omuncoli disegnate da Vallisnieri, ritenuti i semi in grado di operare la
generazione dell'uomo Dal punto di vista biologico ci sono stati diversi
tentativi di costruire la vita in laboratorio partendo da basi il più possibile
scientifiche, per cercare di ridurre gli aspetti maggiormente irrazionali della
concezione della vita, o per poterne dare delle spiegazioni quantomeno
plausibili. I più importanti sviluppi della biochimica e dell'ingegneria
genetica sono stati i seguenti: il chimico tedesco Wöhler, in
collaborazione con Liebig, effettua la prima sintesi organica, la sintesi
dell'urea. Viene pubblicata la teoria dell'evoluzione di Darwin. Buchner
dimostra che la fermentazione può avvenire anche senza cellule di lievito vive
ma solo con loro estratti. Stanley cristallizza il primo virus, il virus del
mosaico del tabacco. Urey prepara i primi composti organici deuterati. Miller
ottiene per sintesi le prime molecole organiche. Si tratta però, allo stato, di
procedimenti meramente meccanici, che nulla dicono sul perché un certo composto
dovrebbe dare la vita a differenza di un altro. Tali esperimenti si limitano a
rieseguire in laboratorio i procedimenti naturali di generazione della vita,
senza che questi siano compresi a fondo; proprio perché ne sono un'imitazione,
tali procedimenti sembrano non differire qualitativamente da quelli operanti in
natura. Secondo il paleontologo Teilhard de Chardin, che studiando la
storia dell'evoluzione della Terra elaborò la cosiddetta legge di complessità e
coscienza, esiste all'interno della materia una tendenza a diventare
maggiormente complessa e al tempo stesso ad accrescere una propria coscienza,
passando dallo stato inanimato a quello via via più evoluto. La coscienza
sarebbe dunque il fine nascosto a cui tendono le leggi della natura, e che
potrebbe essere in grado di spiegarle. Il biologo e filosofo Driesch ricorse al
termine del LIZIO entelechia per designare questa forza vitale in grado di
strutturare la materia organica secondo leggi immateriali. Il desiderio di
costruire la vita totalmente al di fuori delle vie naturali ricorre invece
soprattutto nella fantascienza; a questo filone appartiene ad esempio il
romanzo Frankenstein di Wollstonecraft. L'esaltazione della vita
nell'opera di Nietzsche ed Annunzio, cit. in bibliografia. Dettaglio dal codice Windsor sugli studi
sugli embrioni. ^ Concetto già espresso da Platone, il quale, richiamandosi
alla tradizione dell'ilozoismoarcaico, sosteneva che il mondo è una sorta di
grande animale, supportato da una «Grande Anima» infusagli dal Demiurgo, che
impregna il cosmo e gli dà vitalità generale (Timeo). Leibniz, Monadologia, Schelling,
BRUNO (si veda), ovvero il principio divino e naturale delle cose, dove egli
recupera il concetto neoplatonico di Weltseele o «Anima del mondo». Macchiaroli, Leopardi, Napoli, Biblioteca
Nazionale, Bergson, L'Evolution créatrice. Espressione composta da un termine
greco all'accusativo, encheiresin, ed uno latino, che significa letteralmente
«manipolazione della natura», con cui in ambito accademico si indica
l'assemblaggio di componenti biologiche nel tentativo di formare un organismo
vivente (Hofmannsthal, The Whole Difference: Selected Writings, a cur. McClatchy, Princeton). ^ Chardin,
L'avvenire dell'uomo, Il Saggiatore, Milano; Dizionario di filosofia Treccani.
BibliografiaModifica Luigino Zarmati, Il vitalismo. L'esaltazione della vita nell'opera
di Nietzsche ed Annunzio, Vinci editore, Hvidberg-hansen, The Spirit of
Vitalism, Intl Specialized Book Service Inc, Amico, Medicina e metafisica,
Nuovi Autori, Marabini, La singolarità dei sistemi animati. Riflessioni e
confutazioni sul problema del neovitalismo, Il Pavone, Canguilhem, La
conoscenza della vita, prefazione di Antonio Santucci, Il Mulino; Scott Lash,
Life (Vitalism), Theory, Culture and Society. Voci correlate Modifica Animismo
Evoluzionismo (scienze etno-antropologiche) Bergson Collegamenti esterni vitalismo,
in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, vitalìsmo, su
sapere.it, De Agostini. Portale Filosofia: accedi alle voci di Wikipedia che
trattano di filosofia Ultima modifica 1 anno fa di Trottapiano Chardin gesuita,
filosofo e paleontologo francese Pensiero di Teilhard de Chardin
Dannunzianes l'anima. L' ultimo libretto del nostro filosofo, che
dal suo stesso nome ci pervenne intitolato Fracastorius sive de Anima,
dovrebbe essere quasi la sintesi de' precedenti ragionamenti da lui
tenuti intorno all'intellezione. Ed invero fu a suo luogo notato
come intendimento del nostro Autore era di risalire daile estrinsecazioni
del pensiero alla sua stessa sorgente, e dalle facoltà dell'anima,
prima fra le quali la intellettiva, e dagli atti loro, alla stessa propria
natura dell'anima razionale. Cammino inverso a quello che si era tenuto e
si tiene comunemente nelle scuole, dove, da definizioni astratte
dell'anima. come dall' entelecheia d'Aristotele, si fa discendere e si
credeva di potere spiegare i singoli fenomeni. Ma appunto perciò abbiamo
annoverato F. fra i primi filosofi del rinascimento, avendo egli
avuto chiara coscienza della necessità di procedere a posteriori anche
ne' più ardui problemi della filosofia, della quale in tal guisa
preannunziò il rinnovamento . Nel suo libro dell' Anima adunque si
dovevano raccogliere i supremi sforzi dell'acume filosofico di F., e
tuttavia per talune ragioni che or verremo esponendo, questo libretto rimane
inferiore all' aspettazione del lettore, e forse al concetto stesso
che aveva guidato l'autore nel comporlo. In primo luogo il dialogo è
rimasto incompiuto perchè l’autore, che da tanti anni vi medita sopra, è
prevenuto dalla morte. E per quanto si possa credere che in confronto dell’ampio
svolgimento dato al libro dell' Intellezione questo sull' Anima avrebbe dovuto
avere un corrispondente e proporzionato sviluppo, in ragione della
più alta gravità e difficoltà della materia, è tuttavia un libretto di
non molte pagine quello clie ci è pervenuto, e che si trova
impresso nella raccolta delle opere Fracastoriane. In secondo luogo la
dottrina dell'anima è in questo dialogo trattata limitatamente, e
quasi esclusivamente rispetto alla controversia dell' immortalità. E' ben
vero che F. cerca sin dal principio di sollevarsi sino ad afferrare la quiddità
dell' anima, però assai brevemente, e di leggieri si scorge che non
è questo, almeno in tal luogo, il fine principale a cui mira.
Notissima è la contesa suscitata a quel tempo dal POMPONAZZI intorno alla
immortalità, da lui filosoficamente negata, cristianamente creduta, non diremmo
tanto per la consapevolezza del pericolo, quanto per quello strano
contrasto che accompagna le più ardite ribellioni di uomini usciti allora
dal dominio della teologia. Il che tuttavia non tolse che al
Pomponazzi stesso da taluno si facesse intendere eh' egli, ammessa per
buona la sua credenza come cristiano,, poteva essere arso soltanto
come filosofo. La dottrina del maestro ebbe contradditori fra i suoi
stessi discepoli. Primo fra questi il Contarini, uomo di chiesa, la
confutò, dicendola sospetta di ateismo; nè alcuno si attenderebbe
che F., uomo religioso, e medico del Concilio di Trento, avesse a
difenderla. Ciò non ostcante è errata l'opinione di coloro i quali
credettero, come riferisce pure l'anonimo scrittore della vita di F., che
questi componesse il suo dialogo adversus insana non minufi quam impia
Pomponatii praeceptoris placita. Queste parole ci fanno sentire r
acrimonia dell' animo nei contradditori del Pomponazzi, ma tale non è
verso di lui l'animo di F., il quale si sforza bensì di confermare
l'immortalità, ma senza parola di ran- core contro di alcuno, anzi senza
mai nominare il Pomponazzi, e senza quasi mostrar di cono- scere le
obiezioni da esso addotte. Il dialogo poi fu pubblicato soltanto molti
anni dopo la morte del filosofo mantovano, onde anche per questo
rimane del tutto escluso che 1' opera fracastoriana potesse avere un fine
personale e polemico. Con tutto ciò egli è certo che il fine
apologetico della difesa del dogma la vince, nel nostro autore, sulla
discussione schiettamente filosofica; e l'aver egli ristretto un
argomento sì vasto pressoché a questa sola questione, toglie oggi
naturalmente al dialogo originalità ed efficacia. In terzo luogo, ed
è logica e necessaria conseguenza di quanto finora si è osservato, la
forma stessa del dialogo diviene piuttosto letterapia che filosofica e si
abbandona a poetiche concezioni, invece di conservarsi strettamente
raziocinativa e dialettica, quale appariva nel dialogo dell’intellezione.Sente
il nostro autore che la quistione dell' immortalità sfugge
propriamente all'indagine della ragione, ond' egli vi sostituisce la poesia e
il sentimento, per quanto siano questi pure lati assai ragguar-
devoli dell' animo e del pensiero umano. Nondimeno quello che nel caso nostro
più importa notare, si è che ciò facendo F. non pretende ancora
assoggettare la ragione al dogma, siccome era avvenuto per tutto il medio
evo, ma francamente riconosce che in quistioni di tal natura non si
può procedere col rigore del ragionamento filosofico, in guisa che non
s'abbia ad accettare se non quello che sia stato rigoro- samente
dimostrato, come volevano le antiche scuole degli stoici e dei
peripatetici: Deinde et duritiem severitatemque illam vel stoicam vel
etiam peripateticam exuamus, ut nihil velimus admittere nisi quod iis
rationihus assertum comprohatumque fuerit quas comprobativas consuevimus
appellare. In omnibus enim illas expetere iniustum profecto est. Queste
parole ci sembrano per vero molto notevoli. Se le prendiamo alla lettera,
in esse F. ci apparisce, come FILOSOFO, inferiore a sè stesso, e
verrà il Descartes a ristabilire come legge essenziale del metodo quel
medesimo rigore dimostrativo che stoici e peripapetici avevano voluto.
Tuttavia conviene ben rilevare come anche in cotesto il nostro Autore,
pur soste- nendo una tesi opposta a quella del Pomponazzi, sa ben
distinguere, come questi aveva insegnato a fare, ciò che può esser
soggetto di razionali dimostrazioni, e ciò che, non potendo
esserlo, va piuttosto confidato al sentimento ed alla fede. Non v' è più
qui la formula medioevale intellectus quaerens fidem; e nemmeno Taltra «
/ides quaerens intellectum, ed in cotesta distinzione che assegna un campo
separato alla filosofia e alla fede, pur entrambe necessarie a soddisfare
un'imperiosa esigenza psicologica, tutti sanno che fu il principio di un
salutare rinnovamento oltreché scientifico, altresì morale e
civile. Del rimanente non è a dimenticare che al tempo di F. quasi
tutte le speculazioni e discussioni che si fanno intorno all' anima,
aggiravansi principalmente intorno all'immortalità. Ogni secolo discute
quei problemi che più lo interessano, e non è a meravigliarsi che in un' epoca
in cui ridestavansi i nomi e i ricordi gloriosi di antiche scuole
filosofiche, in cui si rinnovellavano le forme letterarie ed artistiche
dell' antica civiltà greca e romana, si cercasse con ansia profonda
in quei ricordi, presso quei letterati, nei libri di quei filosofi,
la conferma o la liberazione da quei dogmi che per secoli avevano
occupato le menti di ognuno. Così avviene che di tutta la psicologia
di Aristotele, la sua dottrina intorno alla doppia natura del Noo, da cui
sembrava potersi conchiudere, rispetto all'anima, ora che ella è, ora che
non è mortale, era stata fra le altre parti della sua dottrina la più
dibattuta da commentatori e filosofi; è i nomi stessi di aristotelismo e
di platonismo si prendeno ormai come insegne di guerra, secondochè si mirava ad
oppugnare o a difendere i dogmi del LIZIO. Indi le guerre tra
aristotelici ed antiaristotelici; e tra gli aristotelici stessi gli uni
si sforzavano ancora di tirare le dottrine del maestro, come avea fatto
la scolastica, a razionale dimostrazione di rispettate credenze, gli altri
invece francamente vi si ribellavano, ma tutti facevano segno de' loro
studi più assidui quei luoghi d'Aristotele che più da presso si
riferivano alle supreme quistioni del loro tempo. Ed ecco perchè
anche la psicologia del POMPONAZZI si svolge principalissimamente intorno
all'immortalità, come pure intorno alla stessa quistione si agitano,
pressoché esclusivamente, tutti i suoi contraddittori o sostenitori, come
NIFO (si veda), CONTARINI (si veda), F., ACHILLINI, PORZIO, ZABARELLA, infìno
a CREMONINI e a CESALPINO; e in generale tutti coloro che più o meno
partecipando al moto impresso da Pomponazzi, svolsero o rifecero, sulle
tracce d' Aristotele, la psicologia del rinascimento. Premesse le
quali cose, veniamo ora a più particolareggiato esame di questo dialogo di
F. Sono i medesimi personaggi che avevano si dottamente ragionato
dell'intellezione, i quali ora prendono parte alia nuova
discussione intorno all' anima, ed incomincia a parlare F., protagonista
del dialogo. Pel cui svolgimento, quasi dramma intellettivo, l'autore non
IS manca in prima di
tratteggiare la mirabile scena naturale ove egli e i su oi compagni si
trovano, al cospetto di tante bellezze naturali di acque, di monti, di
luoghi boscosi; e tutto ciò risuscita in loro l' immagine degli antichi
filosofi greci, che contemplando la viva natura s'ispirano alle sublimi
loro speculazioni. Talché pieno dei ricordi e delle idee greche, F. che sin dal
principio cita Teofrasto per la somiglianza del luogo ove egli ed i suol
amici erano radunati con altro luogo da quello de- scritto
nell'Arcadia, così soggiunge. De anima nostra cum sinais haUturi sermonem in
qiiam videtur musica latentem nescio quam vim et consensum habere,
apte quidem fiet si aliquantis per nunc ecccitetur in noUs. Ed alcuni
carmi cantati dal solito garzonetto, accompagnati dal suono della
cetra, danno l’ispirazione e l'intonazione del dialogo. Perocché in tali
versi si canta del felice giovine che rapito da Giove e dato per
compagno ad Ebe, cambia la terrena dimora con l’eterna giovinezza dell'
Olimpo. Questo congiungere insieme la poesia e la filosofia (pur
tenuto fermo quanto sopra abbiam detto sulle diverse e talora opposte
ragioni della scienza e dell ' arte ) è uno dei fenomeni a mio giudizio più
ragguardevoli che si manifestano in taluni dei più grandi inge- gni
dei Rinascimento, compreso BRUNO (si veda) stesso che sì altamente e
filosoficamente poetava. In vero r Italia era allora tutto un popolo di
artisti ; e dell' arte si facevano ben sovente ispiratori e maestri i
filosofi. Tal fenomeno merita un più lungo studio, che qui non è il luogo
nemmen di accennare, perchè troppo ci allontanerebbe dal nostro fine
principale; però piacemi almeno di riferire un saggio della poesia
filosofica di F., osservando che se allora ì' arte e l' ispirazione del
sentimento tenevano il luogo delle dimostrazioni filosofiche, ben
potremmo augurarci che oggi all'inverso, di tanto mutati i tempi, la
filosofia e la scienza valessero a dar vita ad un' arte e ad una
poesia nuova, quando tutti oggi sono concordi a lamen- tare la
decadenza della poesia e dell'arte. Eceo ora la poetica finzione di F. Ne
timeas, Troiane fiier, quod in ardua tantum Tolleris a terra: quod rostro
atque unguihus uncis Te complexa ferox volncris per inania
portai. Audisti ne unquam sublimis nomen Olympi? Audisti ne Jovis,
tonitru, qui fulmina torquet? nie ego sum, non haee te volucris, sed Juppiter
est, qui Haud praeda captus, diari sed amore nepotis In summum
amplexu innocuo te portai Oìympum. Astra ubi tot spedare soìes, uhi
pulcher oUt Sol Oitusque occasusque siios, ubi candida noctes
Currit Luna nitens, auroram Lucifer anteit. Hic ego te in numero superum
domibusque Deorum, Ver ubi perpetuum, felix ubi degitur aetas
Aeterna et semper viridis floreìisriiie iuventa, Consistam, aequalemque
annis pubcntibus ITeben Officioque dabo comitem. Pone metum, dilecte
Jovi, melioraque longe Frospiciens, charam pucr obliviscere
Troiani; Neve Deim te iam et divorum regna petentem lilla canum,
aut Idae nemorosae cum sequatur. Tale dunque è la poetica introduzione
al trattato dell' anima. Ma l' autore entra subito in materia, e
ricerca intorno all'anima due cose -- quale ella sia qualis nam sit, cioè s'
ella sia eterna ed immortale o no; e che cosa sia « quid sit, »
cioè la stessa sua natura. Con rapida analisi egli raccoglie tutti gli
elementi che la riflessione filosofica scorge nel concetto che
tutti possiedono dell' anima, intesa come principio della vita, e che da
Aristotele erano stati cosi ampiamente dibattuti e ventilati. Percorre
tutti i gradi della vita, e non si ferma all' antica distinzione delle
specie di anime che corrispondono alle celebri facoltà aristoteliche di
nutrizione, sensibilità, locomozione, intelligenza, pur fra loro concatenate
in modo che non sia possibile la funzione superiore se non siano
state prima attuate le funzioni inferiori; ma sviluppa inoltre il principio
stesso della vita, separandolo, più distintamente forse che non
avesse fatto lo stesso Aristotele, dalle varie operazioni, procedenti da
altre cause, che concorrono a manifestarlo. In ciò la sua esperienza di
medico e 1’erudizione eh' egli possede delle dottrine vitalistiche e
animistiche emesse da fisici e medici insigni, come Andronico e Galeno,
ch'egli ricorda, lo pongono in grado di meglio determinare il principio
stesso della vita, procedendo per eliminazione di tutto quanto
apparisca insufficiente a spiegare una forza o potenza di tanto mirabile
efficacia. Così egli esclude che bastino a dar ragione della vita
la naturai complessione delle parti d'un corpo organico, considerando
quelle piuttosto come strumenti indispensabili che come vera ed
intima causa; esclude quella temperatura o mescolanza di umori e
queir armonia o consenso delle membra su cui pur tanto si erano fermati
gli antichi, scorgendo in tutto ciò piuttosto un rapporto da cosa a cosa,
che un principio unico ed attivo delle operazioni esclude infine
quegli Spiriti che eia altri fiiron cliiamati vitali, o il calor
naturale, parendogli questi cosa ben differente da ciò che è propriamente forza
vivente e pensante. Ma allora che cosa è 1'anima, come principio
della vita, sia vegetativa, sia sensitiva sia intellettiva? E qui F.
torna esattamente ad Aristotele, la cui celebre definizione dell' anima,
fu ripetuta per tutto il medio evo, ed in tutto il periodo del
rinascimento, nè ancora, al dire di FIORENTINO (si veda), se n' è potuta
escogitare una migliore (Pomponazzi). A
dir vero, quella stessa definizione aristotelica, essere cioè l’anima l’entelechia
prima di un corpo fisico, organico, che ha la vita in potenza, non
era forse la più persuasiva, a cagione dell' oscurità di queir entelecheia che
ha dato luogo a tante discussioni e interpretazioni ; tuttavia il
Fracastoro si adopera per illustrarla, e la esplica coi concetti di forma
sostanziale e di atto motore, e poi di forza organizzatrice; dei quali i
primi due erano il risultato delle teorie aristoteliche, il terzo dovea essere il
punto di partenza delle nuove speculazioni che si vennero svolgendo
per tutta la filosofia moderna, dallo spirito puro cartesiano sino alla
monade leibniziana. Aristoteles quidem volens animae naturam et rationem
eocplicare entelechiam vocavit, quam alii agitationem continuam, alii
actum transtulere est ennn anima propria forma corporis organici,
naturalis, viventis sed QUATENUS INFLUIT VIM ET AGITATIONEM IN
TOTUM prìmuin enim tum esse dat, tum conservationem continuam; per
ipsam deinde fiunt attractiones similiiim, aggenerationes, et alimenta qualitates
in virtute illius alterant, miscent, collocante formant, figttrant et
tandem progressiones animalium, generationes semìnum, et demum
similium organizationes : quae omnia fiunt in virtute animae et formae
per eam vim quam a mundi anima ed a Beo certam et nunquam errantem
recepit. Non si poteva concepire in una forma più elevata e universale
questa forza effettrice della vita, qualunque essa siasi (dacché la sua
essenza ci sfugge, come ci sfuggono tutte le ultime ragioni delle
cose); ne la dottrina di Aristotele poteva avere un più chiaro e sincero
interprete. Ancora è da notare come F., da buon naturalista eh'
egli era, presente qui l' unità della vita nell' universo, ma riferendo 1’anima
dell' uomo all' anima del mondo ed a
Dio, non conclude in favore di un assoluto panteismo, ideale o materiale,
eh' era pure stato il retaggio di alcune scuole antiche, ne partecipa a
quelle fantastiche animazioni che si riscontrano, come altrove notammo,
in alcuni filosofi del rinascimento; bensì la stessa sua sobrietà e temperanza che
anche altrove abbiamo avuto occasione di porre in rilievo lo trattiene
dal trascendere ad affermare quanto non fosse il semplice bisogno
di concepire la natura come un tutto organizzato e vivente. Il
quale bisogno fu pure altamente sentito in tutto il rinascimento. Ma se
si con- fronti questa semplicità e diremmo quasi buon senso di F.,
con le stravaganze che intorno all'anima del mondo ebbe
dichiarato Agrippa nei libri De Occulta Philosophia; con le cose astruse e
sottili che sì leggono nella Pampsychia del Patrizzi, nel De SuUitilite; CARDANO
(si veda, nel Messaggero di TASSO (si veda); e in fine con le idee
trascendenti enunciate nei libri De Causa
e nella Cena delle Ceneri del BRUNO (si veda) e nel De sensu rerum
et Magia di CAMPANELLA (si veda), si vedrà quanto l'azione moderatrice di
F. fosse opportuna per volgere senza scosse la filosofia del suo tempo
dal formalismo d'Aristotele al naturalismo de'nuovi tempi. Però la
definizione aristotelica dell'anima abbracciata di F. non risolve una difficoltà,
anzi una contraddizione sostanziale che qui sorge improvvisa. L'anima,
essendo per Aristotele forma sostanziale del corpo è indisgiungibile
da questo, come egli ebbe risolutamente affermato in più luoghi, e
segnatamente in quello notissimo del De Anima. Ne perciò Aristotele ebbe
anco il pensiero di voler indagare la possibilità di un' esistenza
separata dell' anima. In tutto il suo sistema materia e forma
costituiscono nella realtà una sola cosa, entrambe sono egualmente
necessarie ed inse- parabili, essendo la materia la potenza della
forma, e la forma atto della materia, talché dove è materia è forma, e
dove è forma è altresì materia. Tuttavia questa unione e
compattezza della materia e della forma, che costituisce uno dei
cardini del sistema aristotelico, vien rotta allorché dalla realtà
applicata al conoscimento, deve la teorica d' Aristotele adattarsi a
spiegare il modo con cui si effettua in noi la cognizione, mediante
la stessa materia e la stessa forma. Invero la materia, secondo la teoria
ereditata dall’ACCADEMIA, e che non pertanto torna meno sostenibile nel
sistema aristotelico, è indefinita 0 indeterminatissima, perciò ella è
inconoscibile in sè stessa, come vlen dichiarato nella metafisica. La
cognizione invece è data dalla forma; vi è però in questo una intrinseca
difiìcoltà, perchè la forma educendosi dalla potenza della materia, parrebbe
che la inconoscibilità di questa dovesse rendere meno accettevole
la conoscibilità di questa. La difficoltà si aggrava quando la materia e la
forma si considerino in quei due termini estremi di tutta la nostra
conoscenza che sono l' individuo e r universale. Questi due termini
rimangono inconciliabili nel sistema d' Aristotele, e dì qua la
prima sorgente di tutte le opposte direzioni date alle varie parti della
sua dottrina, alle quali questo primo principio, per la stessa
compattezza del sistema, generalmente si distende. Invero l' individuo è
sensibile, l’universale è intelligibile, secondo la teorica
fondamentale d'Aristotele che pure altrove abbiamo richiamata ; intanto
l'individuo che dovrebbe partecipare della inconoscibilità della materia,
è tuttavia per lui il sinolo di una materia e di una forma, ma
partecipa di più della inconoscibilità della materia a cui è più vicino;
l'universale invece nella sua massima forma rimane assoluta conoscenza,
ossia pura forma, senza mistione alcuna di materia, cioè Dio. Li
tal guisa si viene a separare per la prima volta la materia dalla
forma, dappoiché è manifesto che mentre tutte le altre forme^ eccetto la
massima si compenetrano nella materia, rispetto alla nostra conoscenza si
ammette una forma pura che viene ad essere per così dire divorziata
dalla materia. E' questa veramente una contraddizione del sistema del
LIZIO, la quale chi ben consideri non va attribuita a difetto del genio
smisurato di lui, ma accusa piuttosto una di quelle intime
ripugnanze che si ritrovano in fondo a tutte le analisi più profonde del
pensiero metafisico, e che avrebbe dato luogo più tardi alla negazione
del principio di causa per parte dell'Hume, e al riconoscimento di quelle
intrinseche antinomie le quali dovevano essere messe in evidenza dall'
acutissima mente del Kant nella critica della ragion pura. Ora questa
stessa cotraddizione trasportata per necessaria conseguenza di sistema nella
investigazione della natura dell'anima, dà luogo alla strana ambiguità del
LIZIO intorno alla immortalità ed alle controversie infinite che ne
derivarono. Perocché mentre dalla definizione sopra riferita dell'anima
dovea dedursi che questa non essendo disgiungibile dal corpo non potesse
avere una esistenza separata, e perciò dovesse dileguarsi e perire,
clie dir si voglia, al morire o disfarsi del corpo, ecco invece che vien
dicliiarata ad un tratto capace di separata esistenza, e perciò
immortale. Ciò è chiaramente detto dal LIZIO in altro luogo pur celeberrimo del
IT. libro De Anima ove è detto che
/' intelletto e la potenza pensante senibra essere un altro genere
di aniìna e questa sola potersi dare che sia separata, come l’eterno dal
perituro. Adunque, stando alla antecedente definizione dell' anima
(che pare dovea comprendere tutti i generi di anime) anche l'intellettiva
avrebbe dovuto concludersi mortale; ma giunto a questo il LIZIO si
arresta, e ripigliando il cammino dalla teorica della conoscenza e dalla
forma pura, come sovra V abbiamo esposta, che si può concepire
separata dalla materia, conclude che si può dare, èvSéxexat, anche
un'intelligenza separata, e perciò immortale. Questa conclusione sembra
tanto più inaspettata inquantochè egli aveva fatto scaturire 1' anima
intellettiva dalle potenze inferiori; allo stesso modo che tutte le
forme erano implicate nella materia; e tuttavia non ostante l'antinomia
delle parti, egli è in fondo coerente all' insieme del suo sistema,
perchè l'intelletto che si dice ora separato vien fuori in forza di quel
medesimo ragionamento che, nel processo conoscitivo dall' individuo
all'universale, gli avea fatto concepire la possibilità di una forma pura
separata da ogni materia che spiegasse 1' universale. Tale per sommi
capi è la teorica di Aristotele che qui ci siamo sforzati di ridurre alla
suprema possibile chiarezza traendola fuori dal viluppo delle ragioni
opposte, specialmente de' commentatori, e mostrandola come un prodotto
logico del suo sistema. Nè bisogna dimenticare inoltre che in tutta
cotesta controversia Aristotele stesso non è abbastanza esplicito, e
ciò diede luogo ai commenti infiniti degli espositori. IL LIZIO ha
dunque un bel dibattersi fra queste due opposte conclusioni. Il problema è
insolubile. Invero tanto potevano aver ragione coloro che avrebbero
voluto sforzare Aristotele ad esser logico fino in fondo, traendo dall'
inseparabilità dell' anima dal corpo la prova della mortalità della
medesima, tanto coloro che dalla forma e dall' intelletto separato
concludevano per l' immortalità. Ed è cosa nota nella storia che mentre i
Dottori delle scuole stavano per questa sentenza, quasi tutti i
commentatori non scolastici, e Alessandristi e Averroisti, conchiudevano per la
prima opinione, anche prescindendo dalla dottrina dell'intelletto separato
come contraria alla definizione generale dell' anima. Il vero si è che
cotesti erano soltanto ragionamenti a priori nè la natura dell'argomento
ammetteva la possibilità di quella esperienza che ormai da tante parti, e
da F. stesso, si contrapponeva alle astratte speculazioni. Bisognava
dunque contentarsi di queste o abbandonare la controversia.
Tuttavia notammo già che il problema s' impone, alla umana
coscienza e non è di quelli che specialmente in un tempo in cui sì gran parte
dell'edificio morale e civile e religioso riposava su di esso,
avrebbero potuto evitarsi. Se il sistema del LIZIO è impotente a risolvere un
siffatto problema bisognava sciogliersi dal sistema, ed allora a
che affidarsi? La quistione, come altrove notammo, era stata ben
posta da POMPONAZZI, la cui dottrina ci piace qui riassumere con le
cospicue parole del Ferri nella altre volte citata sua Opera. Se
volete, dice essa, una dimostrazione dell' immortalità, la filosofia non
ve la dà, nè ve la può dare ; ammessa invece la verità rivelata, la
religione ve la fornisce, domane! alela ad essa. Ora, F. come si
comporta ? Egli è, a nostro avviso seguace giudizioso del suo Maestro,
perchè è ben vero che egli difende l’immortalità la quale POMPONAZZI
fllosoflcamente impugna, ma sentendo r insufiScenza de' ragionamenti
filosofici, francamente ricorre a quella religione stessa che pure POMPONAZZI
(si veda) addita. Infatti, oltre a quanto fu già rilevato in principio,
ch'egli non prometteva dimostrazioni filosoficamente rigorose; qui, dopo
percorse e ripetute le ragi oni d'Aristotele secondo la interpretazione
scolastica, assai modestamente e quasi dubitativamente conchiude
esser là tutto quella che sembravagli potersi addurre in favore della sua
tesi: atque haec quidem sicnt quae de perìpateticorwn penu ediici
posse videntur. Di più confessa ancora
per bocca del suo interlocutore, che non poche cose potrebbero tuttavia
revocarsi in dubbio. Non panca certe sunt quae si contentiosi esse
velimus possint adirne in diihium verti. Ond' egli da questo punto
abbandona addirittura il campo della filosofia per entrare in quello
della teologia, e quando viene a parlare, pur tentando di risolvere
quei dubbi, di Dio e dei fini della creazione, così dell' uomo, come
di questa meravigliosa macchina mondana; e di poi della beatitudine degli
angeli, della generazione del Cristo, della vita e dello spirito dei
santiegli manifestamente non parla più come filosofo ma soltanto
secondo religione, e non fa nè può far altro che ripetere le
argomentazioni dei teologanti; nelle quali, come è giusto, noi
incompetenti non lo seguiremo. Non di meno l' interpretazione che
Fracastoro dà alle dottrine del LIZIO, ci porge argomento di esaminare
alcun' altra cosa che non è senza importanza per rispetto alla
storia della filosofia e in particolare dell'Aristotelismo nel
rinascimento. L'ENTELECHEIA del LIZIO, oltre alle altre discussioni,
aveva dato luogo a dubbi intorno all'unità dell'anima e del corpo umano
; perocché, si diceva, se 1' anima è 1' atto e la forma del corpo
organico, naturale, vivente, secondo le parole del LIZIO, essendo cotesto
corpo organico non vera unità, riunione di più membra tanto diverse
quanto sono le ossa dai muscoli, dai nervi, dalle vene, e così di
seguito, come può l'anima essere una forma unica applicandosi a forme
tanto diverse? E qui l'acume de'commentatori del LIZIO si era assai
ingegnato di trar fuori 1' unità dell' anima, incolume, e quale è attestata
dalla coscienza, dalla molteplice varietà delle forme corporee di
cui doveva essere l'atto e la vita. Gli uni avean detto che l'
unità dell' anima dee intendersi soltanto w genere, pur differendo le
membra nelle specie; come più animali, ad esempio r uomo, il
cavallo, il bue, costituiscono un ge- nere unico, differenti ssimi
rimanendo nella specie : dove ognun vede che, se così fosse, l'unità
dell' anima sarebbe fondata soltanto sopra un concetto mentale; ma
realmente nient' altro sarebbe che un' astrazione eduna chimera.
Altri poi dicevano che in ogni corpo organico vi è sempre una parte
che è principale rispetto alle altre, anzi queste son fatte per quella e
governate da quella, onde 1' anima non è necessario che si intenda esser
una rispetto a tutte le parti del corpo, ma soltanto rispetto a quella
che è la principale, e così 1' anima è unico atto od unica forma di
un' unica organica potenza, la quale ha virtù di dare la vita al tutto.
Questa risoluzione sembra a F. più vicina alla verità del nesso
fisiologico che è fra le membrane Clelia loro subordinazione: tuttavia non
lo ai) paga compiutamente e ci sembra notevole ii principio che
egli ora introduce per definire la controversia. Anche le parti
principali, die' egli con profonda dottrina e con acuto spirito di
osservazione, sono parecchie, onde 1' unità non può risultare dal solo
fatto che una di esse è la principale. Ma da che cosa risulterà
dunque? Balla loro continuità, egli rlice, perchè ogni xmità non sì
può altrimenti intendere che come continuità. Principale» siquidem partes,
quamquam plures sint, fiuntper continuationem unum: OMNE ENIM
CONTINUUM EST UNUM. Questo principio
ci pare notevole perchè fa presentire V analisi profonda che del
concetto di unità fu fatto da filosofi posteriori sino allo
Spencer, il quale ne'primi principi sviluppando il concetto che è già cosi
chiaro nel F., dimostra che (.gni unità è continuità di parti, perchè
1'assolutamente uno è impensabile. E se F. ha sostituito alla continuità
delle parti del corpo organico la continuità degli stati di coscienza (e ognun
sente il nesso . logico che dovea condurre da quella a questa) avrebbe
posto una delle pietre angolari della psicologia moderna. La quale,
come ognun sa, si è costituito per proprio oggetto appunto r esame
della successione di quegli stati, di cui il processo cerebrale e le
parti organiche sono la causa occasionale, mentre la coscienza n'è il legame
indispensabile; e dall'analisi descrittiva di tali stati di coscienza,
dal più semplice al più complesso, fa scaturire quella grande unità
che è la nota più caratteristica nella natura e nella vita dello
spirito. Altro punto importante della psicologia fra- eastoriana ci
sembra quello ove, pur mantenendo assoluta la diversità dell'intelletto
dalla materia, riaccosta tuttavia l'uno all'altra, per dimostrare come l'
incorruttibilità del primo non dee intendersi altrimenti che quale
conservazione di una energia sostanziale, allo stesso titolo per
cmì si ammette indistruttibile ed eterna la materia. Nulla si crea e nulla si
distrugge, è il principio antico, cui ritorna F., dopo le negazioni alle
quali per il falso concetto dell'atto creativo erano venute la scolastica
e la teologia medioevale. Ma tale principio rimesso in Qnore anche da
altri filosofi e scienziati del rinascimento, manifestamente segna un
grande progresso, e già accenna a quella legge univer- sale e
feconda della conservazione e trasforma- zione dell' energia, che tanta
importanza ha assunto nell'indirizzo e nelle scoperte della scienza
moderna. Non diremo che nelle dottrine di F. si giunga sino a questo, e
che ciò possa avere virtù risolutiva rispetto alla quistione dell'
immortalità; nondimeno ci par nuovo, bello e fllosoflco il pensiero da
cui egli è guidato, e ci piace rilevarlo. Procul dubio, die' egli,
idem de intellectu dicendum erit quod de materia, et utrumque
incorruptibile et aeternum esse. E
ripete poco stante. Quare et incorruptibilem ponere intellectum debemus,
et parem habere cum materia conditionem. Ed infine ci pare manifesto
che rispetto alla tesi ultima che F. voleva sostenere, vale a dire l’immortalità,
egli abbia inteso come non dall' astrazione o separazione
dell'intelletto dalla materia, (su cui si fondavano quasi tutti gli altri
aristotelici sostenitori dell'immortalità stessa) ma dal loro accomunamento
era lecito dedurre quanto di più filosofico si poteva dire suir
argomento. Onde anche in ciò F. da prova così di grande acume d'ingegno come di
retto criterio filosofico; ed è forse questo il solo punto in cui egli,
contrapponendosi alla dottrina del Pomponazzi, ben si appone,
perocché se non riesce a dare una dimostrazione della immortalità, che
egli stesso abbastanza esplicitamente ha confessato la filosofia non
pòter dare; toglie almeno quella rude contraddizione che non avea dubitato di
accogliere Pomponazzi, ammettendo potersi credere cristianamente quello che
filosoficamente avea negato. Questa massima strana, è tanto
inconcepibile, che fra gli stessi storici della filosofia vi fu chi
stimò non sincero Pomponazzi come cristiano, ad esempio il Brucker, il quale
scriveva che ha una fede eroica chi crede sincero l' osse- quio
onde fa mostra POMPONAZZI (si veda) verso la religione cristiana; mentre
altri invece, come Bitter, stima Pomponazzi non sincero o almeno non
coerente o non convinto come filosofo. Tale incoerenza non sarebbe stata
pos- sibile a F., la cui temperanza e il retto criterio filosofico
aveano fatto scorgere il giusto punto fin dove filosofia e
religione sarebbero andate d'accordo, e al di là del quale alla
religione, non alla filosofia, sarebbe stato lecito procedere sola. Sola
ma non avversa; perchè quello che la filosofia avesse dimostrato
assurdo, ninna religione potrebbe mai dare a credere, e ciò che si stima
verità religiosa (leve non poter esser dimostrato falso in
filosofia. Ecco perchè BONAIUTI (si veda) Galilei, impigliato egli pure
in quistioni religiose, doveva affermare più tardi che « due verità
non possono mai contrariarsi ; intendendo per tali la verità filosofica e la
religiosa ; e fii pure BONAIUTI (si veda) Galilei quegli che riuscì a
rivendicare totalmente alla filosofia ed alla scienza la sua autonomia contro
le antiche invasioni religiose e teologiche. F. adunque, seguace
del Pomponazzi nello sceverare il criterio filosofico dal religioso, è più
logico e più accorto di lui nel non mettere in contraddizione F uno
coir altro, ma piuttosto nel segnare il confine d’ambedue. E poiché in
filosofia come in religione e in morale e in politica, tutte le
quistioni più gravi sono principalmente qui- stioni dì confini, così ci
pare notevole che F. Ha colto precisamente quei punto, in cui
trovandosi la religione non contraddetta dalla filosofia, e offrendo questa
ben largo campo ad altre ricerche, potevasi attendere ben altro sviluppo
da un concetto alta- mente filosofico, quale era quello dell'
energia sostanziale e della forza, il quale sviluppo si ebbe di
fatto in tutta la filosofia posteriore fino a Spinoza e a Kant ed a Hegel.
Senza caddentrarci più oltre in questo speciale iirgomento, che
eccederebbe i limiti del nostro studio ed il nostro bisogno, stimiamo
opportuno confortare la nostra opinione con le belle parole del
Ferri, da lui poste come conclusione del suo sapiente esame intorno alle
dottrine psicologiche del Pomponazzi, e che a noi pare convengano
pienamente anche a quelle du F. Accomunati nella energia, manifestazione
della forza, r anima e il corpo, l' interno e 1' esterno non sono
più estranei 1' uno all' altro. Intesa secondo questo rapporto la
materia, può essere sede e condizione perpetua della vita e dello
spirito senza contraddizione, e 1' anima umana può aspirare all'
immortalità senza che il fenomeno sensibile, falsamente trasformato in
cosa sostanziale ed esistente per sè, opponga a questa aspirazione un ostacolo
insuperabile. La Psicologia di Pomponazzi. Molte altre cose avremmo
ad aggiungere intorno a questo Dialogo di F. se volessimo per disteso
riferirne tutto il contenuto; ma avvertimmo già che nell' esame degli
autori ed in argonìento come quello che stiamo trat- tando, è da
cogliere la sostanza delle dottrine, e in quella parte soltanto che,
vivificata da studi posteriori, poteva esser cagione di nuovi
avvia- menti, e render ragione dei progressi ulte- riori della
scienza. Tutto il resto può essere abbandonato all' oblio. In F., se
non ci inganniamo, è manifesta ormai abbastanza, per quanto si è
detto fin qui, la somma delle sue dottrine sull’anima. L'intelletto
umano, come complesso di tutta quella varietà di operazioni che sono state
da lui dichiarate nel dialogo precedente, è qui raccolto e
sintetizzato, per così dire, in un'entità separata, che ha qualche
cosa di divino, perchè fornita di quella virtù di pensare che è la
suprema manifestazione della vita e dell'ordine dell'universo. Talché in
certo modo tutto è intelletto e tutto si compendia neir intelletto: intellectus
omnia quodammodo fieri potest Si igitur omnia fieri dehet intelledus,
et in potentia esse ad omnia susceptiUlia, separatimi et aUtractum
necesse est. Tale intelletto separato, che è come l' essenza stessa dell'
anima umana a cui è peculiare, a differenza delle anime belluine o
semplicemente vegetative che ne sono sfornite, fa sì che la stessa anima
umana sia dotata delle virtù che a quello som proprie, onde L’ANIMA, come
l'intelletto, può essere concepita qual forma separata dal corpo, ed
essere pertanto una, non ostante la moltiplicità delle sue
funzioni, ed immortale non ostante il suo legame col corpo corruttibile.
Belle sono inoltre le parole e le imagini che in F. qua e là
ricorrono per armonizzare in un tutto questi elementi discrepanti che
convergono a spiegare r intelletto e l’anima umana; e quando, ad
esempio, esamina, secondo un paragone allora divulgato, se l’animo si
congiunga col corpo come il nocchiero colla sua nave. Ovvero se sia
tal parte di noi che solo da esso dipenda tutto r esser nostro: utrum
ille assistat nohis, quemadmodum nauta, ut aiunt, navi; an magis nostri
sit ita pars, ut esse illud, quod quisque hahet ab ilio detur. Quando discute
in che modo possano stare insieme e formare un tutto solo, un atto o forma
indi- visibile quale è l'intelletto, e una materia divisibile quale è il
corpo: quiomodo unum fieri posse ex indivisibili actii et divisibili
materia verso Quando ricerca con grande sottigliezza il moto proprio
dell'anima, e se questo a lei sia sostanziale o accidentale
secondo le distinzioni aristoteliche, collegando il moto di essa e di
tutte le cose, coll’immagine della catena omerica che tutto abiuracela e
stringe al primo motore. In tutto ciò, dico, il nostro autore dà
prova di grande vigore speculativo, e se non tutte nuove sono le
cose ch'ei dice, tutte però rivelano in lui una mente analizzatrice
e ricostruttrice, tale da poter stare al confronto cogl' ingegni più
acuti e coi filosofi metafisici più profondi del rinascimento. Da ultimo
singolarmente importante dovea essere quella parte del suo dialogo in cui
dalle altezze sin qui contemplate dell' anima e dell'intelletto umano,
partecipazione dell’intelligenza divina, e attività originata dal primo
motore, egli intende discendere a dimostrare il naturai principio di tutte
le cose, la loro produzione, origine e perfezione. Ancorcliè involto nel
preconcetto antropomorfico che pone l'uomo quasi centro di tutte le cose
cuius grafia, egli dice, reliqua alia facta et ordinata fiiere non può
disconoscersi che con mirabile sintesi filosofica egli si prova a
riannoda- re in un solo ordine tutte le cause dei fenomeni
naturali, e descrive la formazione delle cose. Argomento bellissimo che tentò
sempre l’intelligenza e la fantasia de'più grandi naturalisti e
filosofi. Certo, non abbracceremmo oggi le idee di F. su tutte le
formazioni naturali; ma, quello che è per noi più importante a notare,
qui di nuovo vediamo come accanto al filosofo risorge in lui lo
scienziato. Invero F. intraprende a descrivere la formazione del
sistema celeste, il numero e la distribuzione delle sfere, il soffio
divino che animò il tutto, e poi man mano le generazioni e le varietà
delle piante degli animali, e da ultimo degli uomini, per mezzo degli
elementi naturali, quali il caldo il freddo, le attrazioni e ripulsioni
delle cose. In tutto ciò F., per quanto pare a noi, non ragiona come
que’filosofi che avevano più volte architettato a priori, e secondo certe
loro idee preconcette, il sistema della natura, ma sebbene non
alieno egli pure dalle tradizioni bibliche, fa chiaramente sentire che l’ordine
dell’universo da lui intuito è semplicemente il risultato delle
cognizioni eh' egli mercè F esperienza e con lo studio e l’osservazione
di tutta la sua vita, si era formato in astronomia, in matematica,
in fisica; ed egli in ciò procede come filosofo. Dalle quali cose si ha
ancora una volta confermato come nel rinascimento la parte vitale
delle speculazioni e dei sistemi filosofici fu quella eh' ebbe a sostegno
lo studio (lei fatti sperimentati nella natura, dai quali soltanto gl’ingegni
più illuminati credevano oramai esser possibile tentar di spiegare il
passaggio dalla materia informe alle più alte manifestazioni della vita e
dello spirito. Problema immenso, tanto alto e tanto complesso clie nemmeno
ai dì nostri si può dire di esser vicini al suo scioglimento; non
pertanto se fu almeno, fin dal Rinascimento, dimostrato qual dovesse
essere la via vera per incamminarvisi, questo è dovuto a coloro
che vollero ritemprata la filosofìa nelle scienze. Ma questa parte del
Dialogo del F., che promette essere la sintesi sublime delle
sue cognizioni e delle sue idee filosofiche intorno alla natura,
all'intelletto ed all’anima, non può se non accendere in noi un desiderio
il quale non può essere soddisfatto, percliè a questo punto il dialogo
stesso è rimasto tronco e interrotto per la morte dell' autore. Girolamo
Fracastoro.Fracastoro. Keywords: dialogo sull’anima, ovvero, il Fracastoro, di
Fracastoro. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Fracastoro” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Francesco:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei corpi – la scuola
di Diano Marina – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Diano Marina). Abstract. Grice: “If there is an Italian philosopher who
mirrors my conception of vacuous names and referring, that’s Francesco!” Keywords:
vacuous name, referring, dossier. Filosofo dianese. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. Diano Marina, Imperia, Liguria. Grice: “I like Francesco; for one, he
philosoophised, like I do, on “I” and “We” – ‘first person’, ‘personal
identity,’ and so on!” Insegna a Milano
e Pavia. Collabora alla pagina culturale del Sole 24 Ore, è stato presidente
della società italiana di filosofia analitica e presidente della European
Society for Analytic Philosophy. Altre opere: “La mente” (Mondadori, Milano.
Che fine ha fatto l'io?” (San Raffaele, Milano); “La mente” (Carocci, Roma); “La
coscienza” (Laterza, Roma Bar); “L'io e i suoi sé: identità della persona e smente”
(Cortina, Milano); “La mente” (Nuova Italia, Roma); “Il realismo analitico” (Guerini,
Milano); “Russell” (Laterza, RomaBari); “Il soggeto communica al altro soggeto di
un oggetto: senso e riferimento” (Edizioni Unicopli, Milano); “Sgnificato e riferimento”
(Edizioni Unicopli, Milano). Rettore dello Iuss di Pavia. Corpo (filosofia)
concetto filosofico. Il termine corpo in filosofia ripropone il significato del
linguaggio comune intendendo per corpo ogni essere esteso nello spazio e
percepibile attraverso i sensi. Le caratteristiche fisiche, biologiche,
meccaniche del corpo di cui si è interessata la filosofia ai suoi inizi, sono
state poi oggetto dello specifico pensiero scientifico, mentre la storia della
filosofia nella sua totalità si è occupata in particolare del rapporto tra
anima e corpo. Nella filosofia antica e medioevale possiamo rintracciare due
concezioni di questa relazione anima-corpo: la prima risale alla
interpretazione orfico-pitagorica secondo la quale il corpo è un'entità di
natura completamente diversa e separata rispetto all'anima; teoria questa ripresa
da Platone che afferma che il corpo è la "tomba" dell'anima. L'anima,
infatti, decaduta dalla sua condizione iniziale di perfezione ideale ed
eternità si trova prigioniera in un'entità corruttibile e mortale. Al
pensiero platonico si connettono sia la patristica sia la prima fase della
scolastica. La seconda concezione del rapporto anima-corpo si ritrova in
Aristotele che sostiene che le due entità non sono separate ma costituiscono
elementi separabili di un'unica sostanza: il corpo è la materia intesa come
potenzialità, quella che offre possibilità di sviluppo, l'anima è la forma, la
realizzazione di quelle possibilità materiali tramutatesi in attuali. L'anima è
la vita che possiede in potenza un corpo. Il corpo cioè è un puro e semplice
strumento dell'anima: ma non uno strumento inerte ma tale che possiede «in se
stesso il principio del movimento e della quiete. Filosofia medioevale Il corpo
inteso come strumento dell'anima si ritrova nello stoicismo, nell'epicureismo e
nella scolastica: per Aquino il corpo si dirige a realizzare l'anima e le sue
attività razionali allo stesso modo che la materia aspira a realizzare la
forma.[5], fino a tendere a diventare parte del Corpo Mistico[6]. Questa
concezione del corpo come strumento rispetto all'anima non fu condivisa,
nell'ambito della scolastica, dall'agostinismo che vede nel corpo la forma
corporeitatis per cui in questo, indipendente dall'anima, vi è sia potenza che
atto e l'anima è un'ulteriore sostanza che si aggiunge ad esso. La
filosofia modernaModifica La dipendenza strumentale del corpo rispetto
all'anima finisce con Cartesio per il quale corpo e anima sono due sostanze, il
primo res extensa, sostanza estesa e non pensante, la seconda, res cogitans,
sostanza pensante e non estesa. Tra le due sostanze non vi è alcun nesso
causale: il corpo è «come un orologio, o un altro automa (ossia una macchina
che si muove da sé).» La separazione del corpo dall'anima diede origine a
dottrine dualistiche e monistiche che cercavano di risolvere il problema del
rapporto tra eventi incorporei e corporei. Tra le concezioni dualistiche
la prima è quella cartesiana dell'interazionismo che teorizza uno stretto
scambio di azioni tra le due sostanze riducendo così la diversità tra fatti
corporei e incorporei fin quasi ad annullarla. In opposizione a questo
dualismo per le dottrine dell'occasionalismo di Malebranche e di Arnold
Geulincx l'anima e il corpo sono unite dalla esistenza di Dio.
Nell'ambito del monismo va inserita la soluzione di Leibniz che vide un
parallelismo tra eventi corporei e incorporei connessi non da un rapporto
causale ma da un regolare e continuo legame per cui ad ogni evento materiale ne
corrisponde uno immateriale secondo un'"armonia prestabilita" tale
per cui «i corpi agiscono come se, per impossibile, non esistessero anime; le
anime agiscono come se non esistessero i corpi; ed entrambi agiscono come se le
une influissero sugli altri. Tra monismo e pluralismo si colloca la filosofia
di Spinoza che concepisce «la mente e il corpo come un solo identico individuo,
che è concepito ora sotto l'attributo del pensiero, ora sotto quello
dell'estensione. Nell'unica sostanza divina infatti coincidono corpo e anima
ossia i due attributi dell'estensione e del pensiero che mantengono però la
loro diversità in quanto coincidenti solo in Dio. Un rigoroso monismo
caratterizza invece la filosofia illuministica con le teorie materialiste
dell'uomo-macchina di Julien Offray de La Mettrie e Paul Henri Thiry d'Holbach
secondo le quali le attività mentali dell'uomo dipendono meccanicamente dal
corpo. Collegato al materialismo settecentesco è in parte la filosofia di
Karl Marx secondo il quale i pensieri e i sentimenti dell'uomo scaturiscono dai
suoi comportamenti corporei. Intendendo il materialismo in senso diverso
da quello marxiano, Friedrich Nietzsche imposta una dottrina esaltante la
corporeità in contrapposizione alla metafisica idealistica La concezione
monistica che intende il corpo in senso idealistico annovera: George Berkeley
che vede il corpo e ogni realtà materiale come una produzione mentale poiché
solo la mente e le sue percezioni sono reali; Schopenhauer, per cui il corpo è
nella sua essenza "volontà di vivere" e gli oggetti materiali
semplici oggettivazioni della volontà; Bergson che considera il corpo un semplice
strumento dell'azione pratica di una coscienza spirituale. Filosofia
contemporanea Da Schopenhauer e Bergson derivano le concezioni del corpo della
fenomenologia e dell'esistenzialismo: per Edmund Husserl attraverso una
molteplicità di riduzioni fenomenologiche il corpo viene isolato come
esperienza vivente. Concezione condivisa secondo diversi modi da Sartre e
Merleau-Ponty. Platone, Fedone Origene, De principiis Scoto Eriugena, De
divisione naturae, Aristotele LIZIO, L'anima, AQUINO, Summa Theologiae, Summa
Theologiae, nei tre possibili gradi della fede, carita' sulla terra e
beatitudine del Cielo. Cartesio, Meditazioni metafisiche, Cartesio, Le passioni
dell'anima, Malebranche, Dialoghi sulla metafisica e sulla religione, Leibniz,
Monadologia, Spinoza, Ethica, Marx, Ideologia tedesca Nietzsche, Così parlò
Zarathustra, I, «Gli odiatori del corpo» Berkeley, Trattato sui principi della
conoscenza umana, Schopenhauer, Mondo, Bergson, Materia e memoria, Husserl,
Meditazioni cartesiane, Sartre, L'essere e il nulla, Merleau-Ponty,
Fenomenologia della percezione, Abbagnano Fornero, Protagonisti e testi della
filosofia, Paravia, Torino F. Cioffi et
al., Diàlogos, Mondadori, Torino Dolci / L. Piana, Da Talete
all'esistenzialismo, Trevisini, Milano (Gabbiadini Manzoni, La biblioteca dei
filosofi, Marietti Scuola, Milano, Moravia,
Sommario di storia della filosofia, Le Monnier, Firenze Reale / D. Antiseri,
Storia della filosofia, Brescia Sini, I filosofi e le opere, Principato, Milano
Brezzi, Dizionario dei termini e dei concetti filosofici, Newton Compton, Roma
Centro Studi Filosofici di Gallarate, Dizionario dei filosofi, Sansoni, Firenze
Centro Studi Filosofici di Gallarate, Dizionario delle idee, Sansoni, Firenze Enciclopedia
Garzanti di Filosofia, Garzanti, Milano Lamanna ADORNO (si veda), DIZIONARIO
DEI TERMINI FILOSOFICI, Monnier, Firenze. Filippini, Plebani, Scattigno Corpi e
storia. Donne e uomini dal mondo antico all'età contemporanea,Viella, Roma
Pelizzari, Il corpo e il suo doppio. Storia
e cultura, Rubbettino, Soveria Mannelli Zaltieri, L'invenzione del corpo. Dalle
membra disperse all'organismo, Negretto Editore, Mantova Il corpo offeso tra
piaga e piega, in Figure dell'immaginario, rivista on line di filosofia, storia
e letteratura, su figure dellimmaginario. altervista Portale
Filosofia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Filosofia Monismo
(religione) Unità psicofisica Monismo; Alsmith, “Mental Activity et the Sense
ofOwnership”, Review of Philosophy and Psychology; “Bodily Structure and Body
Representation”, Synthese Anema, Zandvoort, Haan, Kappelle, Kort, Jansen, and
Dijkerman, A Double Dissociation between Somatosensory Processing for
Perception and Action”, Neuropsychologia, Anscombe, Intention, Oxford:
Blackwell. On Sensations of
Position”, Analysis; Armstrong, David Malet, Bodily Sensations, London:
Routledge and Paul. Ataria, Yochai, 2018, Body Disownership in Complex
Posttraumatic Stress Disorder, New York: Palgrave Macmillan Aydede, “Is Feeling
Pain the Perception of Something?”, Journal of Philosophy; Baier, Kurt, “The
Place of a Pain”, The Philosophical Quarterly; Baier, Bernhard and Hans-Otto
Karnath, “Tight Link Between Our Sense of Limb Ownership and Self-Awareness of
Actions”, Stroke; Bain, “What Makes Pains Unpleasant?”, Philosophical Studies Bennett
and Hill Sensory Integration and the Unity of Consciousness, Cambridge, MA: MIT
Press. Bermúdez, The Paradox of Self-Consciousness, Cambridge, MA: MIT Press “The
Phenomenology of Bodily Awareness”, in Phenomenology and Philosophy of Mind,
David Woodruff Smith and Amie Lynn Thomasson Oxford: Clarendon Bodily Awareness
and Self-Consciousness”, in Oxford Handbook of the Self, Gallagher Oxford: “Bodily
Ownership, Bodily Awareness and Knowledge without Observation”, Analysis, The
Bodily Self: Selected Essays, Cambridge, MA: MIT Press. Bermúdez, José Luis,
Naomi Eilan, and Anthony Marcel The Body and the Self, Cambridge, MA: MIT
Press. Billon, Alexandre, 2015, “Why Are We Certain That We Exist?”, Philosophy
and Phenomenological Research Making Sense of the Cotard Syndrome: Insights
from the Study of Depersonalisation: Making Sense of the Cotard Syndrome”, Mind
et Language; “Mineness First: Three Challenges to the Recent Theories of the
Sense of Bodily Ownership”, in Vignemont and Alsmith BLOCK (cites H. P. GRICE) Mental
Pictures and Cognitive Science”, The Philosophical Review; “Review Action in
Perception by Noë”:, Journal of Philosophy; Bonnier, “L’Aschématie”, Revue
Neurologique, Botvinick, Matthew and Jonathan Cohen, 1998, “Rubber Hands ‘Feel’
Touch That Eyes See”, Nature; Bradley, Adam, forthcoming, “The Feeling of
Bodily Ownership”, Philosophy and Phenomenological Research Brewer, Bodily
Awareness and the Self”, in Bermúdez, Marcel, and Eilan Briscoe, Robert,
“Egocentric Spatial Representation in Action and Perception”, Philosophy and
Phenomenological Research; “Spatial Content and Motoric Significance”, AVANT.
The Journal of the Philosophical-Interdisciplinary Vanguard; “Bodily Awareness
and Novel Multisensory Features”, Synthese; Brooks, Intelligence without
Representation”, Artificial Intelligenc; Brugger, Peter, Bigna Lenggenhager,
and Melita J. Giummarra, Xenomelia: A Social Neuroscience View of Altered
Bodily Self-Consciousness”, Frontiers in Psychology, Burge, Origins of
Objectivity, Oxford: Carman, Taylor, “The Body in Husserl and Merleau-Ponty”,
Philosophical Topics Carruthers, “Types of Body Representation and the Sense of
Embodiment”, Consciousness and Cognition Cassam, Quassim, “Introspection and
Bodily Self-ascription”, in Bermúdez, Marcel, and Eilan 1Self and World, New
York: Oxford University Press. Ceunen, Erik, Johan W. S. Vlaeyen, and Ilse Van
Diest, On the Origin of Interoception”, Frontiers in Psychology Chadha, Monima,
2018, “No-Self and the Phenomenology of Ownership”, Australasian Journal of
Philosophy; Chen, “Bodily Awareness and Immunity to Error through
Misidentification: Bodily Awareness and Immunity to Error through
Misidentification”, European Journal of Philosophy; Clark, Being There: Putting
Brain, Body and World Together Again, Cambridge, MA: MIT Press Coburn, Pains
and Space”, Journal of Philosophy Cole and Paillard,“Living without Touch and
Peripheral Information about Body Position and Movement: Studies with
Deafferented Subjects”, in Bermúdez, Marcel, and Eilan Coliva, Annalisa, “Which
‘Key to All Mythologies’ about the Self? A Note on Where the Illusions of
Transcendence Come from and How to Resist Them”, in Prosser and Recanati; Condillac,
Étienne Bonnot de, Traité des sensations, Paris: Durand. Reprinted in Traité
des sensations, Traité des animaux, Paris: Fayard, Corns, “The Inadequacy of
Unitary Characterizations of Pain”, Philosophical Studies; Coslett, “Evidence
for a disturbance of body schema in neglect”, Brain and Cognition, Craig,
“Interoception: The Sense of the Physiological Condition of the Body”, Current
Opinion in Neurobiology; Crane, The Contents of Experience, Cambridge; Damasio,
Antonio, 1999, The Feeling of What Happens: Body and Emotion in the Making of
Consciousness, London: William Heinemann. De Preester, “The Deep Bodily Origins
of the Subjective Perspective: Models and Their Problems”, Consciousness and
Cognition; Descartes The Passions of the Soul, Indianapolis, IN: Hackett, 1989.
Dijkerman, H. Chris and Edward H. F. de Haan, Somatosensory Processes
Subserving Perception and Action”, Behavioral and Brain Sciences Dokic, “The
Sense of Ownership: An Analogy Between Sensation and Action”, in Agency and
Self-Awareness: Issues in Philosophy and Psychology, Johannes Roessler and
Naomi Eilan (eds.), Oxford: Ehrsson, H. Henrik, Katja Wiech, Nikolaus Weiskopf,
Raymond J. Dolan, and Richard E. Passingham, 2007, “Threatening a Rubber Hand
That You Feel Is Yours Elicits a Cortical Anxiety Response”, Proceedings of the
National Academy of Sciences Ernst, A Bayesian view on multimodal cue
integration”, in Knoblich, Thornton, Grosjean, et Shiffrar Evans (cites Grice’s
DOSSIER), The Varieties of Reference, Oxford: Oxford University Press.
Fulkerson, The First Sense: A Philosophical Study of Human Touch, Cambridge,
MA: MIT Press. Gadsby, “Distorted Body Representations in Anorexia Nervosa”,
Consciousness and Cognition “How Are the Spatial Characteristics of the Body
Represented? A Reply to Pitron et deVignemont”, Consciousness and Cognition,
Gadsby, and Williams, Action,
Affordances, and Anorexia: Body Representation and Basic Cognition”, Synthese Gallagher
“Body Image and Body Schema: Aconceptual Clarification”, Journal of Mind and
Behavior, Body Schema and Intentionality”, in Bermúdez, Marcel, and Eilan
Bodily Self-Awareness and Object Perception”, Theoria et Historia Scientiarum; How
the Body Shapes the Mind, New York: Oxford; “Are Minimal Representations Still
Representations?”, International Journal of Philosophical Studies; Gatzia,
Dimitria Electra and Berit Broogard The Epistemology of Non-Visual Perception,
Oxford; Gendler, Szabó, Alief in Action (and Reaction)”, Mind et Language; Gibson,
The Ecological Approach to Perception, Boston: Houghton Mifflin Goldenberg,
Georg, Goldsten and Gel’s case Schn.: A classic case in neuropsychology?” in
Classic Cases in Neuropsychology, Chris Code, Claus-W. Wellesch, Loenette,
Lecours, Hove, NY: Psychology Guillot, “I Me Mine: On a Confusion Concerning
the Subjective Character of Experience”, Review of Philosophy and Psychology; Guillot,
Marie and Manuel García-Carpintero (eds.), forthcoming, The Sense of Mineness,
Oxford: Oxford University Press. Gurwitsch, Aron, 1985, Marginal Consciousness,
Athens, OH: Ohio University Press. Haggard, Patrick, Tony Cheng, Beck, and
Fardo, “Spatial Perception and the Sense of Touch”, in Vignemont and Alsmith, Hall,
“If It Itches, Scratch!”,Australasian Journal of Philosophy; Harcourt,
“Wittgenstein and Bodily Self-Knowledge”, Philosophy and Phenomenological
Research; Head, Henry and Holmes, Sensory Disturbances from Cerebral Lesions”,
Brain, Henri, Philosophie et Phénoménologie du corps, Paris: Presses Universitaire
de France. Hilti and Brugger, Incarnation and Animation: Physical versus
Representational Deficits of Body Integrity”, Experimental Brain Research; Holly
“The Spatial Coordinates of Pain”, The Philosophical Quarterly,
Hopkins,“Re-imagining, Re-Viewing and Re-Touching”, in Mcpherson, Hochstetter,
Attention in Bodily Awareness”, Synthese; Hurley, Consciousness in Action,
Cambridge, MA: Harvard. Husserl, Ideas Pertaining to a Pure Phenomenology and
to a Phenomenological Philosophy (Second Book: Studies in the Phenomenology of
Constitution), R. Rojcewicz and A. Schuwer Dordrecht: Kluwer, James, The
Principles of Psychology, New York: Henry Holt. Kammers, M.P.M., Vignemont,
Verhagen, and Dijkerman, “The Rubber Hand Illusion in Action”, Neuropsychologia
Katz, The World of Touch, Hillsdale, NJ: Erlbaum. Kinsbourne, Marcel, 1995,
“Awareness of One’s Own Body: An Attentionnal Theory of Its Nature,
Development, and Brain Basis”, in Bermúdez, Marcel, and Eilan Kinsbourne,
Marcel and Henrietta Lempert, Human Figure Representation by Blind Children”,
The Journal of General Psychology; Klein, What the Body Commands: The
Imperative Theory of Pain, Cambridge, MA: The MIT Press. Knoblich, Günther, Ian
M. Thornton, Grosjean, and Shiffrar Human Body Perception from the Inside Out,
New York: Oxford University Press. Leder, Drew, The Absent Body, Chicago:
Chicago University Press. Legrand, The Bodily Self: The Sensori-Motor Roots of
Pre-Reflective Self-Consciousness”, Phenomenology and the Cognitive Sciences; Lhermitte,
De l’image corporelle”, Revue Neurologique, Longo, Body Representations and the
Sense of Self”, in Vignemont and Alsmith, Longo, Matthew R., Friederike Schüür,
Marjolein P.M. Kammers, Manos Tsakiris, and Patrick Haggard, 2008, “What Is
Embodiment? A Psychometric Approach”, Cognition; Longo, Matthew R. and Patrick
Haggard, “An Implicit Body Representation Underlying Human Position Sense”,
Proceedings of the National Academy of Sciences; Lyons, Circularity,
Reliability, and the Cognitive Penetrability of Perception”, Philosophical
Issues; Mach, Ernst, The Analysis of Sensations, La Salle, Ill.: Open Court. Maine de Biran, F. P. G., Essai
sur les fondements de la psychologie, Paris: Vrin. Mandrigin, Alisa,
forthcoming, “The Where of Bodily Awareness”, Synthese Margolis, “Awareness of
Sensations and of the Location of Sensations”, Analysis; Marchetti, Clelia and
Sergio Della Sala, Disentangling the Alien and Anarchic Hand”, Cognitive
Neuropsychiatry; Marr, Vision: A Computational Investigation into the Human
Representation and Processing of Visual Information, San Francisco, CA: W.H.
Freeman. Martin, Michael G.F., “Sight and Touch”, in Crane, Sense Modalities
and Spatial Properties”, in Spatial Representations: Problems in Philosophy and
Psychology, Eilan, McCarty and Brewer, Oxford, Bodily Awareness: A Sense of
Ownership”, in Bermúdez and Martínez, Imperative Content and the Painfulness of
Pain”, Phenomenology and the Cognitive Sciences; Matthen, The Oxford Handbook
of Philosophy of Perception, Oxford; The Dual Structure ofc touch”, in
Vignemont, Wong, Serino, and Farnè forthcoming. McDowell, Anscombe on bodily
self-knowledge”, in Essays on Anscombe’s “Intention”, Anton Ford, Jennifer
Hornsby, and Frederick Stoutland (eds.), Cambridge MA: MIT Press, McGinn [HE
CITES ME – I NEVER LIKED HIM. GRICE] The Character of Mind: An Introduction to
the Philosophy of Mind, Oxford, New York: Oxford University Press. McGlone,
Wessberg, and Olausson, Discriminative and Affective Touch: Sensing and
Feeling”, Neuron; Mcpherson, The Senses: Classic and Contemporary Philosophical
Perspectives, Oxford. Medina and Coslett, “What Can Errors Tell Us about Body
Representations?”, Cognitive Neuropsychology; Melzack and Wall, The Challenge
of Pain, New York: Basic Books Merleau-Ponty (“AUSTIN HATED HIM” –Grice),
Maurice, Phénoménologie de la perception, Paris: Gallimard. Milner and Goodale,
The Visual Brain in Action, New York: Oxford University Press. Mishara, The
Disconnection of External and Internal in the Conscious Experience of
Schizophrenia: Phenomenological, Literary and Neuroanatomical Archaeologies of
Self”, Philosophica, Mizumoto, Masaharu and Ishikawa, “Immunity to Error
Through Misidentification and the Bodily Illusion Experiment”, Journal of
Consciousness Studies Moro, Valentina, Zampini, and Aglioti, “Changes in
Spatial Position of Hands Modify Tactile Extinction but Not Disownership of
Contralesional Hand in Two Right Brain-Damaged Patients”, Neurocase; Moseley,
Gallace, and Iannetti, “Spatially Defined Modulation of Skin Temperature and
Hand Ownership of Both Hands in Patients with Unilateral Complex Regional Pain
Syndrome”, Brain, Munro, Daniel, forthcoming, “Visual and Bodily Sensational
Perception: An Epistemic Asymmetry”, Synthese; Lara, “Explaining the Felt
Location of Bodily Sensations through Body Representations”, Consciousness and
Cognition; Nielsen, “Gerstmann Syndrome: Finger Agnosia, Agraphia, Confusion of
Right and Left and Acalculia: Comparison of This Syndrome with Disturbance of
Body Scheme Resulting from Lesions of the Right Side of the Brain”, Archives of
Neurology et Psychiatry; Noë, Alva, 2004, Action in Perception, Cambridge, MA:
MIT Press. Noordhof, “In Pain”, Analysis; O’Callaghan, Casey, A Multisensory
Theory of Perception, Oxford: O’Regan, Why Red Doesn’t Sound Like a Bell:
Understanding the Feel of Consciousness, Oxford: Oxford University Press.
O’Regan and Noë, “A Sensorimotor Account of Vision and Visual Consciousness”,
Behavioral and Brain Sciences; O’Shaughnessy, Brian, The Will, Cambridge, “The Sense of Touch”, Australasian
Journal of Philosophy, “Proprioception and the Body Image”, in Bermúdez,
Marcel, and Eilan Consciousness and the World, Oxford: Oxford University Press.
Paillard, “Body schema and body image: A double dissociation in deafferented
patients”, in Gantchev, S. Mori, and J. Massion (eds.), Motor Control, Today
and Tomorrow, Sofia: Professor Marius Drinov Academic, Paillard and Stelmach, “Localization
Without Content: A Tactile Analogue of ‘Blind Sight’”, Archives of Neurology; PEACOCKE,
“Scenarios, Concepts, and Perception”, in Crane; “Explaining de se Phenomena”,
in Prosser and Recanati; The Mirror of the World: Subjects, Consciousness, and
Self-Consciousness, Oxford: Philosophical Reflections on the First Person, the
Body, and Agency”, in Vignemont and Alsmith; The Primacy of Metaphysics,
Oxford: Oxford University Press Penfield, Wilder and Theodore Rasmussen, The
Cerebral Cortex of Man, New York: MacMillan. Pitron, Victor, Adrian Alsmith,
and Frédérique de Vignemont, How Do the Body Schema and the Body Image Interact?”,
Consciousness and Cognition, Prosser and Recanati, Immunity to Error through
Misidentification: New Essays, Cambridge; Ratcliffe,Feelings of Being:
Phenomenology, Psychiatry and the Sense of Reality, Oxford: Oxford University
Press. REID (citato da H. P. Grice) An Inquiry into the Human Mind on the
Principles of Common Sense, Edinburgh. Richardson “Bodily Sensation and Tactile
Perception”, Philosophy and Phenomenological Research, Romano, Gandola,
Bottini, and Maravita, “Arousal Responses to Noxious Stimuli in
Somatoparaphrenia and Anosognosia: Clues to Body Awareness”, Brain, Romano,
Daniele and Maravita, “The Dynamic Nature of the Sense of Ownership after Brain
Injury. Clues from Asomatognosia and Somatoparaphrenia”, Neuropsychologia,
Salje, Léa “Crossed Wires about Crossed Wires: Somatosensation and Immunity to
Error through Misidentification: Crossed Wires about Crossed Wires”,
Dialectica, Schilder, Ferdinand, The Image and Appearance of the Human Body,
New York: International Universities Press. Schwenkler, John, “The Objects of
Bodily Awareness”, Philosophical Studies, Vision, Self-Location, and the
Phenomenology of the ‘Point of View, Noûs Schwitzgebel, “Do You Have Constant
Tactile Experience of Your Feet in Your Shoes? Or Is Experience Limited to
What’s in Attention?”, Journal of Consciousness Studies Schwoebel and Coslett,
“Evidence for Multiple, Distinct Representations of the Human Body”, Journal of
Cognitive Neuroscience, Serrahima,“The Bounded Body: On the Sense of Bodily
Ownership and the Experience of Space”, in Guillot and Garcia-Carpintero. Seth, “Interoceptive Inference, Emotion, and the
Embodied Self”, Trends in Cognitive Sciences, Sherrington, Scott, The
Integrative Action of the Nervous System, New Haven, Yale. Shoemaker,
“Self-Reference and Self-Awareness”, The Journal of Philosophy, “Self-Knowledge and ‘Inner Sense’” (Royce
Lectures), Philosophy and Phenomenological Research, The Object Perception
Model”, Sirigu, Grafman, Bressler, and Sunderland, “Multiple Representations
Contribute to Body Knowledge Processing: Evidence from a Case of
Autotopagnosia”, Brain, Smith, The Problem of Perception, Cambridge, Mass. Harvard.
Smith, Adrian “Acting on (Bodily) Experience”, Psyche, Smith, Bodily Awareness,
Imagination and the Self”, European Journal of Philosophy, Stein and Meredith,
The Merging of the Senses, Cambridge, MA: MIT Press. Thelen, and Smith, A
Dynamic Systems Approach to the Development of Cognition and Action, Cambridge,
MA: MIT Press Thompson, Sensorimotor Subjectivity and the Enactive Approach to
Experience”, Phenomenology and the Cognitive Sciences, Tsakiris, The Material
Me: Unifying the Exteroceptive and Interoceptive Sides of the Bodily Self”, in
Vignemont and Alsmith; Tsakiris, and Preester, The Interoceptive Mind: From
Homeostasis to Awareness, Oxford, Turvey and Carello, Some Dynamical Themes in
Perception and Action”, in Mind as Motion: Exploration in the Dynamics of
Cognition, Port and Gelder, Cambridge, MA: MIT, Tye, “On the Location of a
Pain”, Analysis, Beers, Sittig, and Gon,
“Integration of Proprioceptive and Visual Position-Information: An
Experimentally Supported Model”, Journal of Neurophysiology, Gelder, “What
Might Cognition Be, If Not Computation?”:, Journal of Philosophy, VESEY, “Bodily
Sensations”, Australasian Journal of Philosophy, Vignemont, “Habeas Corpus: The
Sense of Ownership of One‘s Own Body”, Mind et Language, A Mosquito Bite
Against the Enactive Approach to Bodily Experiences”, Journal of Philosophy,––
“Bodily Immunity to Error”, in Prosser and Recanati, A Multimodal Conception of
Bodily Awareness”, Mind, Mind the Body: An Exploration of Bodily
Self-Awareness, Oxford. What Phenomenal Contrast for Bodily Ownership?”,
Journal of the American Philosophical Association, de Vignemont and Massin,
“Touch”, in Oxford Handbook of philosophy of perception, Matthen, Oxford.
Vignemont, and Alsmith, The Subject’s Matter: Self-Consciousness and the Body,
(Representation and Mind), Cambridge, MA: MIT Press. Vignemont, Serino, Hong Yu
Wong, and Farnè, The World at Our Fingertips: a Multidisciplinary Investigation
of Peripersonal Space, Oxford: Oxford. Welch and Warren “Immediate Perceptual
Response to Intersensory Discrepancy”, Psychological Bulletin, Wittgenstein,
Blue and Brown Books, Oxford: Blackwell. Philosophical Investigations, Anscombe,
Oxford: Blackwell. Wong, “On the Significance of Bodily Awareness for Bodily
Action: Figure 1”, The Philosophical Quarterly, “In and Out of Balance”, in
Vignemont and Alsmith Wu, “Mineness and Introspective Data”, in Guillot and
Carpintero Zahavi and Parnas,
“Phenomenal Consciousness and Self-awareness. A Phenomenological Critique of
Representational Theory”, Journal of Consciousness Studies. Of those who
are approximately my contemporaries, Professor W. V. Quine is one of the
very few to whom I feel I owe the deepest of professional debts, the debt which
is owed to someone from whom one has learned something very important about how
philosophy should be done, and who has, in consequence, helped to shape one's
own mode of thinking. I hope that he will not think it inappropriate that
my offering on this occasion should take the form not of a direct discussion of
some part of Word and Object, but rather of an attempt to explore an
alternative to one of his central positions, namely his advocacy of the idea of
the general eliminability of singular terms, including names. I hope, also,
that he will not be too shocked by my temerity in venturing into areas where my
lack of expertise in formal logic is only too likely to be exposed. I have done
my best to protect myself by consulting those who are in a position to advise
me; they have suggested ideas for me to work on and have corrected some of my
mistakes, but it would be too much to hope that none remain." I. THE
PROBLEM It seems to me that there are certain quite natural inclinations
which have an obvious bearing on the construction of a predicate calculus. They
are as follows: (I) To admit individual constants; that is to admit names
or their representations. To allow that sometimes a
name, like "Pegasus", is not the name of any existent object; names
are sometimes 'vacuous. In the light of (2), to allow
individual constants to lack designata, so that sentences about Pegasus may be
represented in the system. To regard Fa and ~ Fa as
'strong' contradictories; to suppose, that is, that one must be true and the
other false in any conceivable state of the world. To hold that, if
Pegasus does not exist, then "Pegasus does not fly" (or "It is
not the case that Pegasus flies") will be true, while "Pegasus
flies" will be false. To allow the inference rules
U.I. and E.G. to hold generally, without special restriction, with respect to
formulae containing individual constants. To admit the law
of identity ((Vx) x=*) as a theorem. To suppose that, if is
derivable from , then any statement represented by $ entails a corresponding
statement represented by f. It is obviously difficult to accommodate all of
these inclinations. Given [by (7)] (x)x=x we can,
given given derive first a =a by U.I. and then (3x)x=a by E.G. It is natural to
take (3x)x=a as a representation of 'a exists'. So given (2) and (3), a
representation of a false existential statement ("Pegasus exists') will be
a theorem. Given (6), we may derive, by E.G., Sx) ~ Ex from ~ Fa.
Given (3), this seemingly licenses an inference from "Pegasus does not
fly" to "Something does not fly". But such an inference seems
illegitimate if, by (5), "Pegasus does not fly" is true if Pegasus
does not exist (as (2) allows). One should not be able, it seems, to assert
that something does not fly on the basis of the truth of a statement to the
effect that a certain admittedly non-existent object does not fly. To
meet such difficulties as these, various manoeuvres are available, which
include the following: To insist that a
grammatically proper name N is only admissible as a substituend for an
individual constant (is only classifiable as a name, in a certain appropriate
sense of 'name') if N has a bearer. So "Pegasus" is eliminated as a
substituend, and inclination (3) is rejected. To say that a
statement of the form Fa, and again one of the form ~ Fa, presupposes the
existence of an object named by a, and lacks a truth-value if there is no such
object. [Inclinations (4) and (5) are rejected.] To exclude
individual constants from the system, treating ordinary names as being
reducible to definite descriptions. [Inclination (I) is rejected.] To hold that "Pegasus" does have a bearer, a bearer which has
being though it does not exist, and to regard (3.x) Fx as entailing not
theexistence but only the being of something which is F. [Inclination (2) is
rejected.] To allow U.I. and E.G. only in conjunction with an
additional premise, such as Ela, which represents a statement to the effect
that a exists. [Inclination (6) is rejected.] To admit
individual constants, to allow them to lack designata, and to retain normal
U.I. and E.G.; but hold that inferences made in natural discourse in accordance
with the inference-licences provided by the system are made subject to the
'marginal' (extra-systematic) assumption that all names which occur in the
expression of such inferences have bearers. This amounts, I think, to the
substitution of the concept of *entailing subject to assumption A' for the
simple concept of entailment in one's account of the logical relation between
the premises and the conclusions of such inferences. [Inclination (8) is
rejected.] I do not, in this paper, intend to discuss the merits or
demerits of any of the proposals which I have just listed. Instead, I wish to
investigate the possibility of adhering to all of the inclinations mentioned at
the outset; of, after all, at least in a certain sense keeping everything. I
should emphasize that I do not regard myself as committed to the suggestion
which I shall endeavour to develop; my purpose is exploratory. II. SYSTEM
Q: OBJECTIVES The suggestion with which I am concerned will involve the
presentation and discussion of a first-order predicate calculus (which I shall
call Q), the construction of which is based on a desire to achieve two
goals: (i) to distinguish two readings of the sentence "Pegasus does
not fly" (and of other sentences containing the name "Pegasus"
which do not explicitly involve any negation-device), and to provide a formal
representation of these readings. The projected readings of "Pegasus does
not fly" (S,) are such that on one of them an utterance of S, cannot be
true, given that Pegasus does not exist and never has existed, while on the
other an utterance of S, will be true just because Pegasus does not exist. ii)
to allow the unqualified validity, on either reading, of a step from the
assertion of S, to the assertion (suitably interpreted) of "Something
[viz., Pegasus] does not fly" (S2).More fully, Q is designed to have the
following properties. U.I. and E.G. will hold
without restriction with respect to any formula & containing an individual
constant « [Ф(c)]; no additional premise is to be required, and the
steps licensed by U.I. and E.G. will not be subject to a marginal assumption or
pretence that names occurring in such steps have bearers. For some (a), $
will be true on interpretations of Q which assign no designatum to a, and some
such (a) will be theorems of Q. It will be possible, with
respect to any @ (a), to decide on formal grounds whether or not its truth
requires that a should have a designatun. It will be
possible to find, in Q, a representation of sentences such as "Pegasus
exists". There will be an extension of Q in which identity is
represented. III. SCOPE The double interpretation of S, may be informally
clarified as follows: if S, is taken to say that Pegasus has the property of
being something which does not fly, then S, is false (since it cannot be true
that a nonexistent object has a property); but if S, is taken to deny that
Pegasus has the property of being something which flies, then S, is true (for
the reason given in explaining why, on the first interpretation, $, is
false). It seems to be natural to regard this distinction as a
distinction between differing possible scopes of the name "Pegasus".
In the case of connec-tives, scope-differences mirror the order in which the
connectives are introduced in the building up of a formula [the application of
formation rules; and the difference between the two interpretations of S, can
be represented as the difference between regarding S, as being (i) the result
of substituting "Pegasus" for "x" in "x does not
fly" (negation having already been introduced), or ii) the result of
denying the result of substituting "Pegasus" for "x" in
"x flies" (the name being introduced before negation)J. To deal
with this distinction, and to preserve the unrestricted application of U.I. and
E.G., Q incorporates the following features: (1) Normal parentheses are
replaced by numerical subscripts which are appended to logical constants and to
quantifiers, and which indicatescope-precedence (the higher the subscript, the
larger the scope). Subscripts are attached also to individual constants and to
bound variables as scope-indicators. For convenience subscripts are also
attached to predicate-constants and to propositional letters. There will be a
distinction between (a) and (b) ~, F,a,. (a) will
represent the reading of S, in which S, is false if Pegasus does not exist; in
(a) "a" has maximal scope. In (b) "a" has minimal scope,
and the non-existence of a will be a sufficient condition for the truth of
(b). So (b) may be taken to represent the second reading of S,. To give
further illustration of the working of the subscript notation, in the formula
Faz→, Gava H,bs 'v' takes precedence over*→*, and while the scope of each
occurrence of "a" is the atomic sub-formula containing that
occurrence, the scope of "b" is the whole formula. (2) The
effect of extending scope-indicators to individual constants is to provide for
a new formational operation, viz., the substitution of an individual constant
for a free variable. The formation rules ensure that quantification takes place
only after this new operation has been per-formed; bound variables will then
retain the subscripts attaching to the individual constants which
quantification eliminates. The following formational stages will be, for
example, involved in the building of a simple quantificational formula:
There will be, then, a distinction between 3x4 ~ 2 Fixa, and (a) will, in
Q, be derivable from ~, F,a,, but not from ~ , F,az; (b) will be derivable
directly (by E.G.) only from ~, Faz, though it will bederivable indirectly from
~, Fag. This distinction will be further dis-cussed. (3) Though it was
not essential to do so, I have in fact adapted a feature of the system set out
in Mates' Elementary Logic; free variables do not occur in derivations, and
U.I. always involves the replacement of one or more subscripted occurrences of
a bound variable by one or more correspondingly subscripted occurrences of an
individual constant. Indeed, such expressions as Fix and G,xzV, are not
formulae of Q (though to refer to them I shall define the expression
"segment"). F,x and G,xy are formulae, but the sole function of free
variables is to allow the introduction of an individual constant at different
formational stages. Faz→, G,agV 4 H, is admitted as a formula so that one
may obtain from it a formula giving maximal scope to "b", viz., the
formula (4) Closed formulae of a predicate calculus may be looked upon in
two different ways. The symbols of the system may be thought of as lexical
items in an artificial language. Actual lexical entries (lexical rules) are
provided only for the logical constants and quantifiers; on this view an atomic
formula in a normal calculus, for example Fa, will be a categorical
subject-predicate sentence in that language. Alternatively, formulae may be
thought of as structures underlying, and exemplified by, sentences in a
language (or in languages) the actual lexical items of which are left
unidentified. On this view the formula Fav Gb will be a structure exemplified
by a sub-class of the sentences which exemplify the structure Fa. The method of
subscripting adopted in Q reflects the first of these approaches; in an atomic
formula the subscripts on individual constants are always higher than that on
the predicate-constant, in consonance with the fact that affirmative
categorical subject-predicate sentences, like "Socrates is wise" or
"Bellerophon rode Pegasus", imply the non-vacuousness of the names
which they contain. Had I adopted the second approach, I should have had to
allow not only F,az, etc., but also Fa,, etc., as formulae; I should have had
to provide atomic formulae which would have substitution instances, e.g., F,a,→
G,b, in which the scope of the individual constants does not embrace the whole
formula. The second approach, however, could be accommodated with
appropriate changes.(5) The significance of numerical subscripts is purely
ordinal; so, for example, ~ Fa, and ~17 Fa, will be equivalent. More generally,
any pair of "isomorphs" will be equivalent, and Q contains a rule
providing for the interderivability of isomorphs. and & will be isomorphs
iff (1) subscripts apart, @ and ( are identical, and (2) relations of magnitude
(=, <,>) holding between any pair of subscripts in @ are preserved
between the corresponding pair of subscripts in & [the subscripts in &
mirror those in @ in respect of relative magnitudes]. Professor C. D.
Parsons has suggested to me a notation in which I would avoid the necessity for
such a rule, and has provided me with an axiom-set for a system embodying it
which appears to be equivalent to Q (Mr. George Myro has made a similar
proposal). The idea is to adopt the notation employed in Principia Mathematica
for indicating the scope of definite descriptions. Instead of subscripts,
normal parentheses are retained and the scope of an individual constant or
bound variable is indicated by an occurrence of the constant or variable in
square brackets, followed by parentheses which mark the scope boundaries. So
the distinction between ~, F,a, and ~, Fa, is replaced by the distinction
between ~[a] (Fa) and [a] (~Fa); and the distinction between Jxy~,F,x2 and
3xa~,F,x, is replaced by the distinction between (x) (~ [x] (Ex)) and
(3x) ([x] (~ Fx)). Parson's notation may well be found more perspicuous than
mine, and it may be that I should have adopted it for the purposes of this
paper, though I must confess to liking the obviousness of the link between
subscripts and formation-rules. The notion of scope may now be precisely
defined for Q. If y be a logical constant or
quantifier occurring in a closed formula , the scope of an occurrence of y is
the largest formula in @ which (a) contains the occurrence of n, (b) does not
contain an occurrence a logical constant or quantifier bearing a higher
subscript than that which attaches to the occurrence of „. If , be a term (individual constant or bound variable), the scope of ,
is the largest segment of @ which (a) contains the occurrence of n, (b) does
not contain an occurrence of a logical constant bearing a higher subscript than
that which attaches to the occurrence of n. (3) A segment is a sequence
of symbols which is either (a) a formula or (b) the result of substituting
subscript-preserving occurrences ofvariables for one or more occurrences of
individual constants in a formula. We may now define the important
related notion of "dominance". A term 0 dominates a segment @ ift @
falls within the scope of at least one of the occurrences, in , of 0. In other
words, 0 dominates @ if at least one occurrence of 0 in @ bears a subscript
higher than that attaching to any logical constant in @. Dominance is
intimately connected with existential commitment, as will be explained.
IV. NATURAL DEDUCTION SYSTEM Q A. Glossary If "n"
denotes a symbol of Q, "y." denotes the result of attaching, to that
symbol, a subscript denoting n. "Ф(c, a)"= a formula @ containing occurrences of an individual
constant a, each such occurrence being either an occurrence of aj, or of..., or
of o'. [Similarly, if desired, for "$(ap,...w,)", where "o"
('omega') denotes a variable.] "Ф" ="a formula, the highest subscript within which denotes
n". If 0, and 0, are terms (individual constants or bound
variables). *(02/0,) -the result of replacing each occurrence of 0, in d by an
occurrence of 0z, while preserving subscripts at substitution-points'. •
[The upper symbol indicates the substituend.] B. Provisional Set of Rules
for Q 1. Symbols (a) Predicate-constants (*F",
"fl" ,... "G .) (b) Individual constants
("a", 'a'* '.... "b" .( ... (c) Variables
(*x", ... "y"...). (d) Logical constants
("~" , "&", "v", "→").
(e) Quantification-symbols (V, 9"). [A quantification-symbol followed by a
subscripted variable is a quantifier.] Numerical
subscripts (denoting natural numbers). Propositional letters
(*p", "q",....). 2. Formulae A subscripted
n-ary predicate constant followed by n unsubscripted variables; a subscripted
propositional letter. If i is a formula, $(*,+m/∞)
is a formula. If is a formula, Vo+Ф(∞/«) is a formula. [NB: Substitutions are to preserve subscripts.] If m is a formula, 3c, +Ф (∞/x) is a formula. [NB:
Substitutions are to preserve subscripts.] If » is a
formula, ~+m is a formula. If i-m and to-n are formulae,
ф 8,4, ф. 4, ф→, 4 are for- mulae. is a formula only if it can
be shown, by application of (1)-(6), that p is a formula. 3.
Inference-Rules (1) [Ass] Any formula may be assumed at any point.
....中トリャー」&』~コース♥ローキーは。then ,... ф*+~+ ф'. 「「ゆく。♥[m-n (6 [v+]
etnml)-*-nYa 0 (7) [v -] 1f(1) 4[-m)»Ф (2) Хра- 17+ ф₴ ・がトら、 (3) ф° then (4) ф' (8) [→ +, CP] If Ф(п-и]- 41 -…・・ロートスin-ns then o (10) [V+] If v* ,... w*F then v'.... v*+V@n+m $
(w/∞), provided that a does not occur in ' (I1) [V-]V,Ф+ф(x∞), provided that Vo, is the scope of Va. (*+) +30,+mV, where v is like except that, if a occurs in ф, at least one such occurrence is replaced in & by an occurrence of
. (В-)Зо„Ф, x'... x*Hy if (a/0), x'... x*H/, provided that 3c,ф is the scope of 3o, that a does not
occur in any of , x',.... x*, v. [NB. All substitutions referred to in
(10)-(13) will preserve sub-scripts.] Rules (I) (13) are not peculiar to
Q, except insofar as they provide for the use of numerical subscripts as
substitutes for parentheses. The role of term-subscripts has so far been
ignored. The following three rules do not ignore the role of term-subscripts,
and are special to Q. (14) [Dom +]If(1) a dominates , (2)
p,x,Rtw(a)0), then (3) ф, x). x'+* ((2, +m/c,),... (Фк+п/ок)) [m. п> 0]. [NB. v, thus altered, must remain a formula; for example,
a must not acquire a subscript already attaching to a symbol other than
x.] (14) provides for the raising of subscripts on a in 4, including the
case in which initially non-dominant a comes to dominate f. [A subscript
on an occurrence of a may always be lowered.] (16) [Iso] If @ and y are
isomorphs, @+v. V. EXISTENCE A. Closed Formulae Containing an
Individual Constant & (i) If a dominates @ then, for any
interpretation Z, @ will be true on Z only if a is non-vacuous (only if
Ta+exists? is true, where '+' is a concatenation-symbol). If a does not
dominate , it may still be the case that @ is true only if a is non-vacuous
(for example if @="~, ~3 F,az" or ="FazV, G,az", though not
if ="F,a→,G,az"). Whether or not it is the case will be
formally decidable. Let us abbreviate " is true only if a is
non-vacuous" as "ф is E-committal for
&". The conditions in which ф is E-committal for a can be
specified recursively: (1) If a dominates , is E-committal for
a. (2) If =~,~=-mV, and is E-committal for a, then @ is E-committal
for a. (3) If =v&,x, and either or x is E-committal for a, then
$ is E-committal for a. (4) If =v.x, and both y and & are
E-committal for a, then ф is E-committal for a.
(5) If =→x, and both ~_* and z are E-committal for a, then ф is E-committal for a [in being greater than the number denoted by any
non-term-subscript in 4]. (6) If =Vo, or 3o,v, and (B/∞) is
E-committal for x, then ф is E-committal for a. (ii)
Since Fja, → ,F,a, is true whether or not "a" is vacuous, the truth
of F,a,→, Fa, (in which "a" has become dominant) requires only that a
exists, and so the latter formula may be taken as one representation of
"a exists". More generally, if (for some n) a is the only individual
constant in » (x) and =→n-m then @ may be taken as a representation of Ta +
exists? B. 3-quantified Formulae An 3-quantified formula 3o,ф will represent a claim that there exists an object which satisfied the
condition specified in ¢ iff (a/∞) is E-com-mittal for o. To illustrate this
point, compare (i) 3x4~, Fix, and (ii) ヨxュ~3Fix2. Since ~, Fa, is
E-committal for "a" (is true only if a exists) while ~, F,a, is
not E-committal for "a", (i) can, and ii) cannot, be read as a claim
that there exists something which is not F. The idea which lies behind the
treatment of quantification in Q is that while i) and ii) may be taken as
representing different senses or different interpretations of
"something is not F" or of "there is something which is not
F", these locutions must be distinguished from "there exists
something which is not F"', which is represented only by (i). The degree
of appeal which Q will have, as a model for natural discourse, will depend on
one's willingness to distinguish, for example, "There is
something such that it is not the case that it flies" from "There is something such that it is something which does not
fly", and to hold that (a) is justified by its being false that Pegasus
flies, while (b) can be justified only by its being true of some actual object
that it does not fly. This distinction will be further discussed in the next
section. Immediately, however, it must be made clear that to accept Q as
a model for natural discourse is not to accept a Meinongian viewpoint; it is
not to subscribe to the idea of a duality, or plurality, of 'modes of being'.
Acceptance of Q as a model might be expected to lead one to hold that while
some sentences of the form "Bertrand Russell _" will be interpretable
in such a way as i) to be true, and (ii) to entail not merely "there is
something which _ " but also "there exists something
which __", sentences of the form "Pegasus _ " will, if
interpreted so as to be true, entail only "there is something which
_ -". But from this it would be quite illegitimate to conclude
that while Bertrand Russell both exists and is (or has being), Pegasus merely
is (or has being). "Exists" has a licensed occurrence both in the
form of expression "there exists something which " and in the form of
expression "a exists"; "is" has a licensed occurrence in
the form of expression "there is something which ___", but not in the
form "a is". Q creates no ontological jungle. VI. OBJECTION
CONSIDERED It would not be surprising if the combination of the
admissibility, according to the natural interpretation of Q, of appropriate
readings of the inference-patterns a does not exist a is not
F and (2) a is (not) F something is (not) F have to be
regarded as Q's most counter-intuitive feature. Consider the following
dialogue between A and B at a cocktail party: Al) Is Marmaduke Bloggs
here tonight? B(1) Marmaduke Bloggs? A(2) You know, the Merseyside
stock-broker who last month climbed Mt. Everest on hands and knees.
B(2) Oh! Well no, he isn't here. A(3) How do you know he isn't
here? B(3) That Marmaduke Bloggs doesn't exist; he was invented by
the journalists. A(4) So someone isn't at this party. B(4)
Didn't you hear me say that Marmaduke Bloggs does not exist? A(5) I heard
you quite distinctly; are you under the impression that you heard me say that
there exists a person who isn't at this party? B, in his remarks (3) and
(4), seemingly accepts not only inference-pattern (I) but also
inference-pattern (2). The ludicrous aspects of this dialogue need to be
accounted for. The obvious explanation is, of course, that the step on which B
relies is at best dubious, while the step which A adds to it is patently
illegitimate; if we accept pattern (I) we should not also accept pattern (2).
But there is another possible explanation, namely that (i given (P)
"a does not exist and so a is not F" the putative conclusion from
(P), "Something is not F" (C), is strictly speaking (on one reading)
true, but il) given that (P) is true there will be something wrong, odd,
or misleading about saying or asserting (C). In relation to this
alternative explanation, there are two cases to con- (a) that in which
the utterer of (C) knows or thinks that a does not exist, and advances
(C) on the strength of this knowledge or belief; but the non-existence of a is
not public knowledge, at least so far as the speaker's audience is
concerned; (b) that which differs from (a) in that all parties to the
talk-exchange are aware, or think, that a does not exist. Case (a) will not,
perhaps, present too great difficulties; if there is a sense of "Something
is not F" such that for this to be true some real thing must fail to be F,
the knowledge that in this sense something is not F will be much more useful
than the knowledge that something is not F in the other (weaker) sense; and
ceteris paribus one would suppose the more useful sense of (C) to be the more
popular, and so, in the absence of counter-indications, to be the one employed
by someone who utters (C). Which being the case, to utter (C) on the
strength of the non-existence of a will be misleading. Case (b) is less
easy for the alternative explanation to handle, and my dialogue was designed to
be an example of case (b). There is a general consideration to be borne in
mind, namely that it will be very unplausible to hold both that there exists a
particular interpretation or sense of an expression E, and that to use E in
this sense or interpretation is always to do something which is
conversationally objectionable. So the alternative explanation will have (l) to
say why such a case (b) example as that provided by the dialogue is
conversationally objectionable, (2) to offer some examples, which should
presumably be case (b) examples, in which the utterance of (C), bearing the
putative weaker interpretation would be conversationally innocuous. These tasks
might be attempted as follows. (I) To say "Something is (not)
such-and-such" might be expected to have one or other of two
conversational purposes; either to show that it is possible (not) to be
such-and-such, countering (perhaps in anticipation) the thesis that nothing is
even (not) such-and-such, or to provide a prelude to the specification (perhaps
after a query) of an item which is (not) such-and-such. A's remark (4) "So
someone is not at this party" cannot have either of these purposes. First,
M.B. has already been agreed by A and B not to exist, and so cannot provide a
counter-example to any envisaged thesis that every member of a certain set (c.g.
leading local business men) is at the party. M.B., being non-existent, is not a
member of any set. Second, it is clear that A's remark (4) was advanced on the
strength of the belief that M.B. does not exist; so whatever specification is
relevant has already been given. (2) The following example might provide
a conversationally innocuous use of (C) bearing the weaker interpretation. The
cocktail party is a special one given by the Merseyside Geographical Society
for its members in honour of M.B., who was at the last meeting elected a member
as a recognition of his reputed exploit. A and B have been, before the party,
discussing those who are expected to attend it; C has been listening, and is in
the know about M.B. C Well, someone won't be at this party A, B
Who? C Marmaduke Bloggs A, B But it's in his honour C That's
as may be, but he doesn't exist; he was invented by the
journalists. Here C makes his initial remark (bearing putative weak
interpretation), intending to cite M.B. in specification and to disclose his
non-existence. It should be made clear that I am not trying to prove the
existence or admissibility of a weaker interpretation for (C); I am merely
trying to show that the prima facie case for it is strong enough to make investigation
worth-while; if the matter is worth investigation, then the formulation of Q is
one direction in which such investigation should proceed, in order to see
whether a systematic formal representation of such a reading of "Something
is (not) F" can be constructed. As a further consideration in favour
of the acceptability of the weaker interpretation of "Something is (not)
F", let me present the following "slide": To say "M.B. is at this party" would be to say something which
is not true. To say "It is not true that M.B. is at this
party" would be to say something which is true. To say "M.B.
is not at this party" would be to say something which is true. M.B. is not at this party. M.B. can be truly said not to
be at this party. Someone (viz. M.B.) can be truly said not to be at
this party. Someone is not at this party (viz. M.B.).It seems to
me plausible to suppose that remark (I) could have been uttered with truth and
propriety, though with some inelegance, by B in the circumstances of the first
dialogue. It also seems to me that there is sufficient difficulty in drawing a
line before any one of remarks (2) to (7), and claiming that to make that
remark would be to make an illegitimate transition from its legitimate
predecessor, for it to be worth considering whether one should not, given the
non-existence of M.B., accept all seven as being (strictly speaking) true.
Slides are dangerous instruments of proof, but it may be legitimate to use them
to back up a theoretical proposal. VIL. IDENTITY So far as I can see,
there will be no difficulty in formulating a system Q', as an extension of Q
which includes an identity theory. In a classical second-order predicate
calculus one would expect to find that the formula (VF) (Fa→Fb) (or the formula
(VF) (Fa-›Fb)) is a definitional sub-stituend for, or at least is equivalent
to, the formula a =b. Now in Q the sequence Fa→Fb will be incomplete, since
subscripts are lacking, and there will be two significantly different ways of
introducing subscripts, (i F,as→2F,be and (ii) Faz→, F,b,. In (i "a"
and "b" are dominant, and the existence of a and of b is
implied; in ii) this is not the case. This difference of subscripting will
reappear within a second-order predicate calculus which is an extension of Q;
we shall find both (i) (a) VF,F,a,→, F,b, and (ii) (a) VE,F,a2→4 F,b,. If we
introduce the symbol * into Q, we shall also find iii) VF, F,a,,F,ba and
(iv) VF,F,a,**F,b,. We may now ask whether we want to link the identity of a
and b with the truth of (iii) or with the truth of (iv), or with both. If
identity is linked with (iii) then any affirmative identity-formula involving a
vacuous individual constant will be false; if identity is linked with (iv) any
affirmative identity formula involving two vacuous individual constants
will be true. A natural course in this situation seems to be to admit to
Q' two types of identity formula, one linked with (iii) and one with (iv),
particularly if one is willing to allow two interpretations of (for example)
the sentence "Pegasus is identical with Pegasus", on one of
which the sentence is false because Pegasus does not exist, and on the other of
which the sentence is true because Pegasus does not exist (just as
"Pegasus is identical withBellerophon" will be true because neither
Pegasus nor Bellerophon exist). We cannot mark this distinction in Q simply by
introducing two different identity-signs, and distinguishing between (say)
a,=,b, and a,=, b3. Since in both these formulae "a" and
"b" are dominant, the formulae will be true only if a and b exist.
Just as the difference between (iii) and (iv) lies in whether "a" and
"b" are dominant or non-dominant, so must the difference between the
two classes of identity formulae which we are endeavouring to express in Q'. So
Q' must contain both such formulae as az=,b, (strong' identity formulae) and
such formulae as aj=,b2 ('weak' identity formulae). To allow individual
constants to be non-dominant in a formula which is not molecular will be a
temporary departure from the practice so far adopted in Q; but in view of the
possibility of eventually defining "=" in a second-order calculus
which is an extension of Q one may perhaps regard this departure as
justified. Q' then might add to Q one new symbol,
"="; two new formation rules; (1) ' =,? is a
formula, (2) If aj+ =, Bj+, is a formula, &,+ =-Bj+, is a
formula, where m> j+k and m> j+ 1. (c) two new
inference-rules (I) (2) A-Vo,+,C0,-,-,0,-, [a weak identity
law], a, - Be. ф+ф(Ba). [There is substitutivity both on strong and on weak
identity.] I hope that these additions would be adequate, though I have
not taken steps to assure myself that they are. I might add that to develop a
representation of an interesting weak notion of identity, one such that Pegasus
will be identical with Pegasus but not with Bellerophon, I think that one would
need a system within which such psychological notions as "it is believed
that" were represented. VIII. SEMANTICS FOR Q The task of
providing a semantics for Q might, I think, be discharged inmore than one way;
the procedure which I shall suggest will, I hope, continue the following
features: (a) it will be reasonably intuitive, (b) it will not contravene the
philosophical ideas underlying the construction of Q by, for example, invoking
imaginary or non-real entities, (c) it will offer reasonable prospects for the
provision of proofs of the soundness and completeness of Q (though I must defer
the discussion of these prospects to another occasion). A.
Interpretation The provision of an interpretation Z for Q will involve
the following steps: The specification of a
non-empty domain D, within which two sub-domains are to be distinguished: the
special sub-domain (which may be empty), the elements of which will be each
unit set in D whose element is also in D; and the residual sub-domain, consisting
of all elements of D which do not belong to the special sub-domain. The assignment of each propositional letter either to 1 or to 0. The assignment of each -ary predicate constant y to a set (the E-set of
y) of ordered n-tuples, each of which has, as its elements, elements of D. An
E-set may be empty. The assignment of each
individual constant a to a single clement of D (the correlatum of a). If the
correlatum of a belongs to the special sub-domain, it will be a unit-set whose
element is also in D, and that element will be the designatum of a. If the correlatum
of a is not in the special sub-domain, then & will have no designatum. [I
have in mind a special case of the fulfilment of step (4), in which every
individual constant has as its correlatum either an element of the special
sub-domain or the null-set. Such a method of assignment seems particularly
intuitive.] If an individual constant a is, in Z, assigned to a correlatum
belonging to the special sub-domain, I shall say that the assignment of a is
efficient. If, in Z, all individual constants are efficiently assigned, I shall
say that Z is an efficient interpretation of Q It will be noted that, as
I envisage them, interpretations of Q will be of a non-standard type, in that a
distinction is made between the correlation of an individual constant and its
description. All individual constants are given correlata, but only those which
on a given interpretation are non-vacuous have, on that interpretation,
designata. Interpretations of this kind may be called Q-type interpretations.I
shall use the expressions "Corr (1)" and "Corr (O)" as
abbreviations, respectively, for "correlated with 1" and
"correlated with 0" *. By "atomic formula" I
shall mean a formula consisting of a subscripted n-ary predicate constant
followed by a subscripted individual constant. I shall, initially, in
defining "Corr(1) on Z" ignore quantificational formulae. If ф is atomic, @ is CorrI) on Z iff i) each individual
constant in has in Z a designatum (i.e. its correlatum is a unit set in D whose
element is also in D), and ii) the designata of the individual constants in ,
taken in the order in which the individual constants which designate them occur
in , form an ordered n-tuple which is in the E-set assigned in Z to the
predicate constant in ф. If no individual
constant dominates , is Corr(1) on Z ifl (i If =~,V, y is Corr(0) on Z;
(ii) If =v&,x. v and z are each Corr(1) on Z; (ili) If ф=wv. X, either or y is Corr(1) on Z; (iv) If =/→,x, either
is Corr(0) on Z or x is Corr(1) on Z. If (x) is a
closed formula in which & is non-dominant, and if is like « except that
& dominates $, then is Corr(1) on Z iff i) v is Corr(1) on Z and (ii) a is
efficiently assigned in Z. If a closed formula is not
Corr(1) on Z, then it is Corr(0) on Z. To provide for quantificational
formulae, some further notions are required. An interpretation
Z' is an i.c.-variant of Z iff Z' differs from Z (if at all) only in that, for
at least one individual constant a, the correlatum of a in Z' is different from
the correlatum of a in Z. Z' is an
efficiency-preserving i.c.-variant of Z iff Z' is an i.c.-variant of Z and, for
any a, if a is efficiently assigned in Z a is also efficiently assigned in Z'. Z' is an efficiency-quota-preserving i.c.-variant of Z iff Z' is an
i.c.-variant of Z and the number of individual constants efficiently assigned
in Z' is not less than the number efficiently assigned in Z.' Let us approach
the treatment of quantificational formulae by considering the 3-quantifier.
Suppose that, closely following Mates's procedure in Elementary Logic, we
stipulate that Jw,ф is CorrI) on Z iff $ (a'/∞)is Corr (1) on at least
one i.c.-variant of Z, where a is the first individual constant in Q. (We
assume that the individual constants of Q can be ordered, and that some
principle of ordering has been selected). In other words, 3w,ф will be Corr(I) on Z iff, without altering the assignment in Z of any
predicate constant, there is some way of assigning &' so that ф (a/∞) is Corr(l) on that assignment. Let us also suppose that we shall
define validity in Q by stipulating that @ is valid in Q iff, for any
interpretation Z, ф is Corr(1) on Z. We are now faced with a
problem. Consider the "weak existential" formula 3x2~, F,x,. If we
proceed as we have just suggested, we shall be forced to admit this formula as
valid; if "a" is the first individual constant in Q, we have only to
provide a non-efficient assignment for "a" to ensure that on
that assignment ~, Fa, is Corr(1); for any interpretation Z, some i.c.-variant
of Z will provide such an assignment for "a", and so 3x4~3 F,x2 will
be CorrI) on Z. But do we want to have to admit this formula as valid? First,
if it is valid then I am reasonably sure that Q, as it stands, is incomplete,
for I see no way in which this formula can be proved. Second, if in so far as
we are inclined to regard the natural language counterparts of valid formulae
as expressing conceptual truths, we shall have to say that e.g. "Someone
won't be at this party", if given the 'weak' interpretation which it was
supposed to bear in the conversations imagined in Section VI, will express a
conceptual truth; while my argument in that section does not demand that the
sentence in question express an exciting truth, I am not sure that I welcome
quite the degree of triviality which is now threatened. It is possible,
however, to avoid the admission of 3x,~,F,x2 as a valid formula by adopting a
slightly different semantical rule for the 3-quantifier. We stipulate
that 3o,$ is Corr(I) on Z iff @ (c'/co) is Corr(I) on at least one
efficiency-preserving i.c.-variant of Z. Some interpretations of Q will be
efficient interpretations, in which "a" will be efficiently assigned;
and in any efficiency-preserving i.c.-variant of such an interpretation
"a" will remain efficiently assigned; moreover among these efficient
interpretations there will be some in which the E-set assigned to
"F" contains (to speak with a slight looseness) the member of each
unit-set belonging to the special sub-domain. For any efficient interpretation
in which "p" is thus assigned, F,a, will be Corr(1), and ~ , F,a,
will be Corr(0), on all efficiency-preserving i.c. -variants.So 3x4~gF,xz will
not be Corr(1) on all interpretations, i.e. will not be valid. A similar
result may be achieved by using the notion of an efficiency-quota-preserving
i.c.-variant instead of that of an efficiency-preserving i.c.-variant; and the
use of the former notion must be preferred for the following reason.
Suppose that we use the latter notion; (ii) (iii) that
"a?" is non-efficiently assigned in Z; that "a" is
the first individual constant, and is efficiently assigned in Z;
(iv) that "F" includes in its extension the member of each
unit-set in the special sub-domain. Then ~, Faz is Corr(1) on Z, and so
(by E.G.) 3x2~, Fix, is Corr(1) on Z. But "a" is efficiently assigned
in Z, so ~g F,a, is Corr(0) on every efficiency-preserving i.c.-variant of Z
(since "F" includes in its extension every designable object). So x~,
F,*z is Corr(0) on Z. This contradiction is avoided if we use the notion
of efficiency-quota-preserving i.c.-variant, since such a variant of Z may
provide a non-efficient assignment for an individual constant which is
efficiently assigned in Z itself; and so 3xz~, F,x, may be Corr(I) on Z even
though "a" is efficiently assigned in Z. So I add to the
definition of "Cort(I) on Z", the following clauses: (5) If
=Vo,k, is CorrI) on Z, iff V(a'/a) is Corr(1) on every
efficiency-quota-preserving i.c.-variant of Z. (6) If ф =3o,/, is Corr(1) on Z iff y (x'/c) is Corr(1) on at least one
efficiency-quota-preserving i.c.-variant of Z. [In each clause, "a
is to be taken as denoting the first individual constant in Q.] Validity
may be defined as follows: ф is valid in Q iff, for any
interpretation Z, ф is Corr(1) on Z. Finally, we may, if we like,
say that p is true on Z iff p is CorrI) on Z. IX. NAMES AND
DESCRIPTIONS It might be objected that, in setting up Q in such a way as
to allow for the representation of vacuous names, I have ensured the
abandonment, at least in spirit, of one of the desiderata which I have had in
mind; for(it might be suggested) if Q is extended so as to include a Theory of
Descriptions, its individual constants will be seen to be indistinguishable,
both syntactically and semantically, from unanalysed definite descrip-tions;
they will be related to representations of descriptions in very much the same
way as propositional letters are related to formulae, having lost the feature
which is needed to distinguish them from representations of descriptions,
namely that of being interpretable only by the assignment of a
designatum. I do not propose to prolong this paper by including the
actual presentation of an extension of Q which includes the representation of descrip-tions,
but I hope to be able to say enough about how I envisage such an extension to
make it clear that there will be a formal difference between the individual
constants of Q and definite descriptions. It is a familiar fact that there are
at least two ways in which a notation for representing definite descriptions
may be developed within a classical system; one may represent "The
haberdasher of Mr. Spurgeon is bald" either by (1) G(1x. Ex) or by (2)
(9x. Fx) Gx; one may, that is, treat "ix. Fx" either as a term or as
being analogous to a (restricted) quantifier. The first method does not allow
for the representation of scope-differences, so a general decision will have to
be taken with regard to the scope of definite de-scriptions, for example that
they are to have maximal scope. The second method does provide for
scope-distinctions; there will be a distinction between, for example, (ix. Fx)
~ Gx and ~(1x. Fx) Gx. The apparatus of Q, however, will allow us, if we wish,
to combine the first method, that of representing definite descriptions by
terms, with the representation of differences of scope; we can, if we like,
distinguish between c.g., ~,G,ax,F,x, and ~,G,1xgF,xz, and ensure that from the
first formula we may, and from the second we may not, derive E!, 1x, F,*2. We
might, alternatively, treat descriptions as syntactically analogous to
restricted quantifiers, if we so desire. Let us assume (arbitrarily) that the
first method is adopted, the scope-boundaries of a descriptive term being, in
each direction, the first operator with a higher subscript than that borne by
the iota-operator or the first sentential boundary, whichever is nearer.
Let us further assume (perhaps no less arbitrarily) that the iota-operator is
introduced as a defined expression, so that such a formula as nitional
substitution for the right-hand side of the formulaG, xgF,x2→4G,x,F,x2,
together with applications of the rules for subscript-adjustment. Now, as
I envisage the appropriate extension of Q, the formal difference between individual
constants and descriptive terms will lie in there being a legitimate step (by
E. G.) from a formula containing a non-dominant individual constant to the
related "weak' existential form, e.g.. from ~, Faz to 3x4~, F,x2, while
there will, for example, be no analogous step from ~ G, 1x, Fxz to 3x4~, G,x2.
Such a distinction between individual constants and descriptive terms seems to
me to have, at least prima facie, a basis in intuition; I have at least some
inclination to say that, if Mr. Spurgeon has no haberdasher, then it would be
true (though no doubt conversationally odd) to say "It is not the case
that Mr. Spurgeon's haberdasher is bald" (S), even though no one has even
suggested or imagined that Mr. Spurgeon has a haberdasher; even though, that
is, there is no answer to the question who Mr. Spurgeon's haberdasher is or has
been supposed to be, or to the question whom the speaker means by the phrase
"Mr. Spurgeon's haberdasher." If that inclination is admissible, then
it will naturally be accompanied by a reluctance to allow a step from S to
"Someone is not bald" (S,) even when S, is given its 'weak'
interpretation. I have, however, already suggested that an utterance of the
sentence "It is not the case that Mr. Spurgeon is bald" (S') is not
assessable for truth or falsity unless something can be said about who Mr.
Spurgeon is or is supposed to be; in which case the step from S' to S, (weakly
interpreted) seems less un-justifiable. I can, nevertheless, conceive of
this argument's failing to produce conviction. The following reply might be
made: "If one is given the truth of S, on the basis of there being no one
who is haberdasher to Mr. Spur-geon, all one has to do is first to introduce a
name, say 'Bill', laying down that 'Bill' is to designate whoever is
haberdasher to Mr. Spurgeon, then to state (truly) that it is not the case that
Bill is bald (since there is no such person), and finally to draw the
conclusion (now legitimate) that someone is not bald (on the 'weak' reading of
that sentence). If only a stroke of the pen, so to speak, is required to
legitimize the step from S to S, (weakly interpreted), why not legitimize the
step directly, in which case the formal distinction in Q" between
individual constants and descriptive terms must either disappear or else become
wholly arbitrary?"A full treatment of this reply would, I suspect, be
possible only within the framework of a discussion of reference too elaborate
for the present occasion; I can hope only to give an indication of one of the
directions in which I should have some inclination to proceed. It has been
observed? that a distinction may be drawn between at least two ways in which
descriptive phrases may be employed. (I) A group of men is discussing the
situation arising from the death of a business acquaintance, of whose private
life they know nothing, except that (as they think) he lived extravagantly,
with a household staff which included a butler. One of them says "Well,
Jones' butler will be seeking a new position". (2) Earlier, another
group has just attended a party at Jones' house, at which their hats and coats
were looked after by a dignified individual in dark clothes and a wing-collar,
a portly man with protruding ears, whom they heard Jones addressing as
"Old Boy", and who at one point was discussing with an old lady the
cultivation of vegetable marrows. One of the group says "Jones'
butler got the hats and coats mixed up". i The speaker in example (1)
could, without impropriety, have inserted after the descriptive phrase
"Jones' butler" the clause "whoever he may be". It would
require special circumstances to make a corresponding insertion appropriate in
the case of example (2). On the other hand we may say, with respect to example
(2), that some particular individual has been 'described as', 'referred to as',
or 'called' Jones' butler by the speaker; furthermore, any one who was in a
position to point out that Jones has no butler, and that the man with the
protruding ears was Jones gardener, or someone hired for the occasion, would also
be in a position to claim that the speaker had misdescribed that individual as
Jones' butler. No such comments are in place with respect to example (I). (ii)
A schematic generalized account of the difference of type between examples (I)
and (2) might proceed along the following lines. Let us say that X has a
dossier for a definite description & if there is a set of definite
descriptions which includes &, all the members of which X supposes (in one
or other of the possible sense of 'suppose") to be satisfied by one and
the same item. In a type (2) case, unlike a type (I) case, the speaker intends
the hearer to think (via the recognition that he is so intended) (a) that the
speaker has a dossier for the definite description & which he has used, and
(b) that the speaker has selected from this dossier at least partlyin the hope
that the hearer has a dossier for & which 'overlaps' the speaker's dossier
for & (that is, shares a substantial, or in some way specially favoured,
subset with the speaker's dossier). In so far as the speaker expects the hearer
to recognize this intention, he must expect the hearer to think that in certain
circumstances the speaker will be prepared to replace the remark which he has
made (which contains 8) by a further remark in which some element in the
speaker's dossier for & is substituted for d. The standard circumstances in
which it is to be supposed that the speaker would make such a replacement will
be (a) if the speaker comes to think that the hearer either has no dossier for
&, or has one which does not overlap the speaker's dossier for & (i.e.,
if the hearer appears not to have identified the item which the speaker means
or is talking about), (b) if the speaker comes to think that & is a misfit
in the speaker's dossier for , i.e., that & is not, after all, satisfied by
the same item as that which satisfies the majority of, or each member of a
specially favoured subset of, the descriptions in the dossier. In example (2)
the speaker might come to think that Jones has no butler, or that though he
has, it is not the butler who is the portly man with the protruding ears, etc.,
and whom the speaker thinks to have mixed up the hats and coats. (iii) If in a
type (2) case the speaker has used a descriptive phrase (e.g., "Jones'
butler") which in fact has no application, then what the speaker has said
will, strictly speaking, be false; the truth-conditions for a type (2)
statement, no less than for a type (I) statement, can be thought of as being
given by a Russellian account of definite descriptions (with suitable provision
for unexpressed restrictions, to cover cases in which, example, someone uses
the phrase "the table" meaning thereby "the table in this
room"). But though what, in such a case, a speaker has said may be false,
what he meant may be true (for example, that a certain particular individual
[who is in fact Jones' gardener] mixed up the hats and coats). Let us
introduce two auxiliary devices, italics and small capital let-ters, to
indicate to which of the two specified modes of employment a reported use of a
descriptive phrase is to be assigned. If I write "S said 'The Fis
G'," I shall indicate that S was using "the F" in a type
(1), non-identificatory way, whereas if I write "S said "THE F is
G",' I shall indicate that S was using "the F" in a type (2),
identificatory way. It is important to bear in mind that I am not
suggesting that the differencebetween these devices represents a difference in
the meaning or sense which a descriptive phrase may have on different
occasions; on the con-trary, I am suggesting that descriptive phrases have no
relevant systematic duplicity of meaning; their meaning is given by a
Russellian account. We may now turn to names. In my type (1) example, it
might be that in view of the prospect of repeated conversational occurrences of
the expression "Jones' butler," one of the group would find it
convenient to say "Let us call Jones' butler 'Bill'." Using the
proposed supplementa-tion, I can represent him as having remarked "Let us
call Jones' butler 'Bill'." Any subsequent remark containing
"Bill" will have the same truth-value as would have a corresponding
remark in which "Jones' butler" replaces "Bill". If Jones
has no butler, and if in consequence it is false that Jones' butler will be
seeking a new position, then it will be false that Bill will be seeking a new
position. In the type (2) example, also, one of the group might have
found it convenient to say "Let us call Jones' butler 'Bill'," and
his intentions might have been such as to make it a correct representation of
his remark for me to write that he said "Let us call JONES' BUTLER
'Bill'." If his remark is correctly thus represented, then it will nor be
true that, in all conceivable circumstances, a subsequent remark containing "Bill"
will have the same truth-value as would have a corresponding remark in which
"Bill" is replaced by "Jones's butler". For the person whom
the speaker proposes to call "Bill" will be the person whom he meant
when he said "Let us call JONES'S BUTLER 'Bill'," viz., the person
who looked after the hats and coats, who was addressed by Jones as "Old
Boy", and so on; and if this person turns out to have been Jones's
gardener and not Jones's butler, then it may be true that Bill mixed up the
hats and coats and false that Jones's butler mixed up the hats and coats.
Remarks of the form "Bill is such-and-such" will be inflexibly tied,
as regards truth-value, not to possible remarks of the form "Jones's
butler is such-and-such", but to possible remarks of the form "The
person whom X meant when he said 'Let us call Jones's butler
"Bill"' is such-and-such". It is important to note that,
for a definite description used in the explanation of a name to be employed in
an identificatory way, it is not required that the item which the explainer
means (is referring to) when he uses the description should actually exist. A
person may establish or explain a use for a name & by saying "Let us
call THE F &" or "THE F iscalled &" even though every
definite description in his dossier for "the F" is vacuous; he may
mistakenly think, or merely deceitfully intend his hearer to think, that the
elements in the dossier are non-vacuous and are satisfied by a single item; and
in secondary or 'parasitic' types of case, as in the narration of or commentary
upon fiction, that this is so may be something which the speaker
non-deceitfully pretends or feigns. So names introduced or explained in
this way may be vacuous. I may now propound the following argument in
answer to the objection that any distinction in Q between individual constants
and descriptive terms will be arbitrary. (1) For a given definite
description 6, the difference between a type and type (2)
employment is not to be construed as the employment of o in one rather than
another of two systematically different senses of . A name a may be
introduced either so as to be inflexibly tied, as regards the truth-value of
utterances containing it, to a given definite description ô, or so as to be not
so tied (6 being univocally employed); so the difference between the two ways
of introducing a may reasonably be regarded as involving a difference of sense
or meaning for a; a sense in which a may be said to be equivalent to a definite
description and a sense in which it may not. It is, then, not
arbitrary so to design Q that its individual constants are to be regarded as
representing, among other linguistic items, names used with one of their
possible kinds of meaning, namely that in which a name is not equivalent to a
definite description. X. CONCLUDING REMARKS I do not propose to attempt
the important task of extending Q so as to include the representation of
psychological verb-phrases, but I should like to point out a notational
advantage which any such extension could be counted on to possess. There are
clearly at least two possible readings of such a sentence as "John wants
someone to marry him", one in which it might be paraphrased by "John
wants someone or other to marry him" and another in which it might be
paraphrased by "John wants a particular person to marry him" or by
"There is someone whom John wants to marry him". Symbolizing "a
wants that p" by Wap, and using the apparatus of classical predicate
logic, we might hope to represent reading (1)by W°(3x) (Fxa) and reading (2) by
(x) (WªFxa). But suppose that John wants Martha to marry him, having been
deceived into thinking that his friend William has a highly delectable sister
called Martha, though in fact William is an only child. In these circumstances
one is inclined to say that "John wants someone to marry him" is true
on reading (2), but we cannot now represent reading (2) by (3x) (WªFxa), since
Martha does not exist. The apparatus of Q should provide us with distinct
representations for two familiar readings of "John wants Martha to marry
him" , VIZ., (a) Wy F,ba, and (b) W9*F,b,a,. Given that Martha
does not exist only (b) can be true. We should have available to us also
three distinct 3-quantificational forms (together with their isomorphs):
(i) W93x,F,xzas; (ii) (iii) Since in (iii)
"x" does not dominate the segment following the 3-quantifier, (iii)
does not have existential force, and is suitable therefore for representing
"John wants a particular person to marry him" if we have to allow for
the possibility that the particular person does not actually exist. [ and (ili)
will be derivable from each of (a) and (b): (ii) will be derivable only from
(a).] I have in this paper developed as strong a case as I can in support
of the method of treatment of vacuous names which I have been expounding.
Whether in the end I should wish to espouse it would depend on the outcome of
further work on the notion of reference. REFERENCES 1 Iam
particularly indebted to Charles Parsons and George Boolos for some extremely
helpful correspondence, to George Myro for countless illuminating suggestions
and criticisms, and to Benson Mates for assistance provided both by word of
mouth and via his book Elementary Logic, on which I have drawn a good
deal. • I owe the idea of this type of variant to George Myro, whose
invaluable help was essential to the writing of this section. 9 c.g. by
K. S. Donnellan, 'Reference and Definite Descriptions', Philosophical
Review 75 (1966) 281-304; as may perhaps be seen from what follows, I am
not sure that L am wholly sympathetic towards the conclusions which he draws
from the existence of the distinction. h. P. Grice. Nome compiuto: Michele di Francesco. Francesco. Keywords:
corpi, unicorno, unicornis, adj. later noun, nome sostantivo, nome aggetivo,
nome proprio, nome commune – unicorn – Meinong, Grice, “Vacuous Names”, vacuous
descriptions, vacuous description – identificatoria e non-identificatoria -- Priest,
Read, persona, an Etruscan concept, the grammar of ‘referring’ – the grammar of
‘senso’, the grammar of ‘significato’ -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Francesco” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Franchini:
l’arguzia della ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nell’età
degl’eroi – prespettico, spettico, prospettico -- la gloria d’Enea– la scuola
di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Abstract: “At Oxford we say
that Greek was the most plastic of languages, until the Turk got over! But
Italian can be pretty plastic too: witness spettico, prospettico, prespettico –
which would sound pompous in the lips of anyone but me!” -- Keywords: spettico,
prospettico, prespettico. Filosofo italiano. Grice: “I like Franchini; for one,
he wrote on the ‘metaphysics of love;’ for another, he wrote on ‘historical
reason’: I collect reasons, pure reason, practical reason, communicative
reason, historical reason…” Figlio
di Vincenzo e Anna Scalera, si laurea sotto le armi. Vive una drammatica
esperienza bellica che lascia un segno per la vita. Studia all’istituto italiano
di studi storici, fondato da Croce a Napoli, dove tenne in seguito conferenze e
lezioni. Insegna a Messina e Napoli. Fonda la Hegel-Internationale Vereinigung,
è stato socio dell’accademie napoletane nella Società nazionale di Scienze,
Lettere e Arti e dell’istituto lombardo di Milano. Intensa è la sua attività di
pubblicista e di scrittore. Collabora nell’immediato dopoguerra a giornali come
“La Voce”, “L’Azione”, “Il Giornale”, e in seguito al “Mattino” di Napoli, al
“Tempo” di Roma e alla “Gazzetta di Parma”. Scrive sul “Mondo” di PANNUNZIO (si
veda), contribuì assiduamente alla rivista di studi crociani. Dirige la nuova
serie filosofica della rivista “Criterio”, fondata a Firenze da RAGGHIANTI (si
veda). Frequenta la casa di Croce, scoprendone via via la lezione di alta
umanità e di profondo significato etico-politico. Une alla vocazione filosofica
la militanza politica in nome dei valori della liberal-democrazia. Partecipa
attivamente a “Nord e Sud” di Compagna e alla “Realtà del Mezzogiorno” di Macera.
Cultore delle arti visive, di cinema e di teatro, di musica e di poesia, si
cimenta tra l’altro nella scrittura di Aforismi, antologizzati nel volume degli
“Scrittori italiani d’aforismi”. Redatta nel preziose “Note biografiche di
Croce”, raccolte dalla viva voce del filosofo, che sono oggetto di alcune
trasmissioni radio-foniche. La sua vasta biblioteca è a Napoli. Il nocciolo
della sua filosofia sta nel tema del giudizio, storico, politico, prospettico.
Alla lezione di Croce, che considera un classico della storia delle idee, si e
costantemente ispirato, riconoscendogli il merito, per lo più sottaciuto, di
aver calato il pensiero nel vivo dell’esperienza storica. In “Esperienza dello
storicismo” distingue, in continuità ideale con gli studi d’ANTONI (si veda),
lo storicismo di matrice vichiano-crociana dal “Historismus” tedesco,
prevalentemente filologico, nella convinzione peraltro che la filosofia dello spirito
non è una pura e semplice ripresa dell’idealismo hegeliano. Indaga il nucleo
logico della filosofia di Croce individuando, nel nesso delle categorie
conoscitive (teoretica, aletica) e pratiche (buletica, volitiva), l’*uni*-cità or
‘aequi-vocalita’ della dialettica, di opposti e distinti. È tra i primi a
confrontarsi con le correnti della fenomenologia, dell’esistenzialismo, del neo-positivismo
e la filosofia analica del linguaggio ordinario, segnalando nel tema del nulla lo
scacco definitivo del sistema, insieme con il bisogno di qualificare l’irrazionale
(il pre-razionale), che è il vasto mondo della non filosofia. Elabora una
esaustiva storia del concetto di “dia-lettica” dai greco-romani ai
contemporanei (Le origini della dialettica – DA LEONZIO A NOI), approdando
infine alla forma moderna della filosofia nel passaggio dalla metafisica
teologica alla metodologia della storia. Apprende da Hegel che la dialettica *è*
la logica della filosofia, distinta dalla scienza. Alla tradizione del
criticismo kantiano collega il concetto di giudizio, in special modo nella
forma della riflessione estetico-teleologica della terza Critica. Gli si
aprirono nel frattempo squarci significativi sul fattore esistenziale e storico
del non essere ancora (il potenziale, l’attuale, il divenire) che lo induce ad
analizare il concetto di progresso tra la crisi del ideale dell’illuminismo e
la dimensione etico-politica del giudizio prospettico – il pre-spettico, lo
spettico, il prospettico -- tra passato, divenire, e avvenire. Il futuro è in
qualche modo pre-vedibile nella prospettiva individuale di chi è chiamato ad
agire in una situazione in sviluppo. Altra cosa sono l’astratta profezia,
l’oracolo, le prassi scientifica, la scommessa (the bet), il “caso” -- che sono
forme di pre-visioni utili, finanche necessarie, ma non trascendentale (pre-visione).
Proclama il diritto alla filosofia, la lotta per il diritto all’esercizio della
ragione contro il sofisma che limita la libertà, per ridare dignità alla ri-vendicazione
dei diritti umani (Il diritto alla filosofia). Tratta sul rapporto di filosofia
e scienza, riconoscendo a ogni sapere una funzione paritaria nella differenza
della materia e della forma. Non ha punti di partenza né approdi finali, ma
poggia sulla spontaneità creatrice del vitale nel quale Croce, in perenne confronto
critico con Hegel, indica l’origine della dialettica e una scoperta di alta eticità.
Nell’utile, da Croce elevato al livello dello spirito, indaga gl’aspetti
ineludibili di buona parte della vita umana (la volontà, la passione, la
classificazione), per una comprensione ad ampio raggio del senso del terrestre. Altre
opere: “Critica della ragione storica” (Giannini, Napoli); “Storicismo”
(Giannini, Napoli); “Metafisica e storia” (Giannini, Napoli); “La linea ed il
circolo -- Il progresso: storia di un’idea – storia lineale, storia ciclica --
La Nuova Accademia, Milano; L’idea di progresso. Teoria e storia, Giannini,
Napoli, “La dia-lettica e la co-loquenza”, Giannini, Napoli, La materia della filosofia,
Giannini, Napoli, Teoria della previsione, ESI, Napoli; seconda Giannini,
Napoli, “Croce interprete di Hegel” Giannini, Napoli); “Il concetto di storia
in Croce, Morano, Napoli; E.S.I., Napoli, Renata Viti Cavaliere La logica della
filosofia, Giannini, Napoli); “Il sofisma e la libertà” Giannini, Napoli, “Autobiografia
minima, Bulzoni, Roma, Interpretazioni. Da BRUNO (si veda) a Jaspers, Giannini,
Napoli “Consenso e dissenso” (Sansoni, Firenze); Intervista su Croce, A.
Fratta, SEN, Napoli, Il diritto alla filosofia, SEN, Napoli, Critica delle
crisi: filosofia, scienze, rivoluzioni” (Cadmo, Roma); “Il progresso della
filosofia, Storia della filosofia con testi e ricerche, Ferraro Napoli, Eutanasia
dei principii logici, Loffredo, Napoli); “Il potere e l’ipotesi. Tappe di una
filosofia delle funzioni, Morano, Napoli, Pensieri sul “Mondo”, Cavaliere,
Gily,Melillo, presentazione di Cotroneo,
Luciano, Napoli); “Teoria della previsione, G. Cotroneo e G. Gembillo, Armando
Siciliano, Messina, Le origini della dialettica, F. Rizzo, Rubbettino, Soveria
Mannelli, Scritti su “Criterio”, Introduzione, testi e indici R. Viti Cavaliere
e Peluso, Scripta Web, Napoli. "Dizionario Biografico", su
treccani. quartotempoblog, Biografia di
Carmen Moscariello Quarto Tempo, altervista.org. critica M. Biscione,
Interpreti di Croce, Giannini, Napoli G. Gembillo, Un itinerario filosofico, La
Nuova Cultura, Napoli Coppolino, La “scuola” crociana, La Nuova Cultura,
Napoli, V. Mathieu, Storia della filosofia: La filosofia del Novecento, Le
Monnier, Firenze, G. M. Pagano, “Storicismo e azione” (Cadmo, Roma); G.
Cantillo, Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti, Napoli, E. Paolozzi, il
valore dei dettagli, in L'identità liberale di una società in trasformazione,
Napoli, La tradizione critica della filosofia. G. Cantillo e R. Viti Cavaliere,
Loffredo, Napoli, R. Viti Cavaliere, Postfazione, La teoria della storia di Croce,
Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Viti Cavaliere, Profilo in Ead., “Il
giudizio e la regola” (Loffredo, Napoli); “Il diritto alla filosofia, Cotroneo
e R. Viti Cavaliere, Rubbettino, Soveria Mannelli R. Viti Cavaliere, Una scelta di lettere d’Antoni
in "Logos", Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. //store.rubbettinoeditorei/ Fondo F., Università
“L’Orientale” di Napoli. Una scelta di lettere di Carlo Antoni a
Raffaello Franchini a cura di Renata Viti Cavaliere Nota
introduttiva Si offre al lettore una scelta di lettere di Carlo Antoni a
Raffaello Franchini, tra le cui carte chi scrive ha rinvenuto una custodia, di
colore verde sbiadito, contenente la preziosa raccolta Sul risvolto di
copertina F. così annota. Sono lettere d’Antoni. Pubblicabili solo dopo molto
tempo: mutilarle sarebbe un grave errore. Poco più avanti aggiunge a mo’
di postilla: «+ 3 reperite in seguito. Sul non mutilarle farei riserve. +
1 reperita. In spirito di fedeltà, dunque, alla palese intenzione del mio
maestro di vedere un giorno stampate le lettere d’Antoni, e consapevole della
difficoltà a pubblicare ancor oggi integralmente il lascito epistolare,
preservo intatte alcune lettere ora destinate all’attenzione degli
studiosi, mantenendo la massima discrezione su quei contenuti riservati a cui
si allude nell’appunto manoscritto. Si è fatto in modo che non si perdesse -
nella scelta operata- il filo “logico” di uno scambio epistolare
intenso, che purtroppo conosciamo solo unilateralmente 3, riguardante pensieri
e dottrine che in quegli anni avevano impegnato molto Antoni incidendo
non poco su F., che per tanti versi si considerò sempre idealmente
suo allievo. Proprio allo scopo di non interrompere il dialogo sotteso al
carteggio, non sono ovviamente state escluse, solo per il fatto di essere state
già edite, le 6 lettere di Antoni che Franchini riportò quasi per intero
all’interno del sag gio in memoriam, scritto nel ‘69 nel decimo
anniversario della morte dello studioso 1 Un sentito ringraziamento
ai figli Laura e Vincenzo per avermi messo a disposizione i materiali
dell’Archivio F. Su alcune buste compare l’indirizzo vomerese di Via
Michetti, ma per lo più le lettere sono indirizzate a «Il Giornale» in
via Roma, e poi in Via Nardones, nel cuore dei Quartieri spagnoli a
Napoli. 3 Non è stato in alcun modo possibile reperire le lettere
di Franchini. Esse non sono presenti nel Fondo Antoni conservato a Roma a Villa
Mirafiori, e si deve seriamente ritenere che siano andate perdutetriestino,
costruendo intorno ad esse per buona parte l’affettuoso ricordo di una
magistrale lezione 4 . Dieci anni addietro infatti, nel corso del 1959,
Franchini si era trovato ad intervenire sul pensiero e l’opera di Carlo
Antoni a distanza di appena un mese: nel mese di luglio aveva recensito
il volume La restaurazione del diritto di natura, edito con Neri
Pozza, in una lunga nota sul «Mondo» dal titolo Le leggi di
Antigone, e nell’agosto fu chiamato purtroppo a scrivere nel giro di
poche ore, con sincero rammarico, In morte di Antoni. Amico
della verità 5, un corposo necrologio rivolto a celebrare la maestrìa del
grande discepolo di Croce, così fedele e al tempo stesso del tutto originale.
Le lettere qui pubblicate aiutano a focalizzare, per rapidi lampi di luce, quel
tratto di strada relativo ai precedenti anni Cinquanta, vissuti da
entrambi per lo più all’in terno della tradizione crociana, dalla quale
sentirono di non dover prescindere, a partire dagli ultimi anni di vita del
filosofo sino alla prematura scomparsa di Antoni. Sorprende per certi
aspetti l’ incipit della lettera di Antoni: «È da tempo che seguo
con vivo interesse la Sua attività di studioso, se si considera l’età di
F.. E’ pur vero però ch’egli puo già vantare una significativa
produzione scientifica, tra articoli di giornale e saggi, non soltanto di
esordio, e che i primi scritti risalgono già. F. infatti pubblicq una serie di saggi
su quotidiani napoletani come Il Corriere e «La Voce», e su riviste di pregio
come «Ethos» diretta da Pepe e «Lo Spettatore italiano» curato da Elena Croce e
Craveri Non credo si sbagli ad indicare nella recensione al volume di
Antoni Considerazioni su Il saggio dal titolo Antoni, lo
storicismo e la dialettica è nel volume F.,
Interpretazioni. Da BRUNO (si veda) a Jaspers, Napoli, Giannini. È
già uscito, con titolo diverso, nella miscellanea, Umanità e Storia. Scritti in
onore di Attisani, Napoli, Giannini. Il testo di F. su Antoni appartiene ad un
legato non agevolmente reperibi le, per cui le lettere in esso contenute
risultano per i lettori d’oggi come se inedite. F. racconta nelle sue note
autobiografiche di aver redatto in breve tempo, rinunciando ad andare ai
funerali, l’ampio articolo commemorativo per Il Mondo. Cfr. R. F., Autobiografia
minima, Roma, Bulzoni, Sulla prima produzione di F. si veda il volumetto di
Pagano, Storicismo e azione. Gli scritti di F., Roma, Cadmo. Il periodo è
di formazione e di studio tra le difficoltà della guerra, privo però di
documentazione a stampa Hegel e Marx (pubblicata nella rivista
«Ethos») l’atto d’inizio di un dialogo filosofico che anda via via
intensificandosi. Si può presumere infatti che Antoni, nella prima delle
lettere da me rinvenute, esprimesse un giudizio assai positivo sul lavoro dello
studioso avendo anche chiaro il ricordo di quell’articolo di due anni
addietro, nel quale si traccia di lui un bel profilo con riferimento ai
precedenti volumi Dallo storicismo alla sociologia e La lotta contro la ragione. In
realtà F. da allora in poi, e in più d’una occasione, ebbe
sempre gran cura di rievocare i pensieri di Antoni sia in segno di
consenso sia comunque per un doveroso riconoscimento dei suoi meriti
d’interprete. Valga ad esempio la recensione allo Hegel
di De Ruggiero (in «Lo Spettatore Italiano») dove compare un significativo
riferimento alla lettura che Antoni aveva proposto circa il carattere
intellettualistico e astrattivo della dialettica hegeliana nella prima triade
della Scienza della logica . In quella occasione, peraltro, F. non si
limitò ad illustrare i termini di una questione dai risvolti complessi,
ma suggeriva d’intendere il rapporto dell’essere col nulla, reali solo
nel divenire, come la prova evidente dell’uscita dalla immobilità
tautologica della vecchia identit à senza vita. In altre parole egli non
mostrò di approvare del tutto l’idea di un “tradimento” della dialettica
operato da Hegel nei confronti della sua creatura più preziosa, perché
l’essere e il nulla in quanto opposti, o contrari, animano il movimento d ella
realtà lungi dal fissarlo per dir così in uno schema triadico posticcio. Non
per caso, nell’esaminare i saggi raccolti da Antoni, F. mirò subito al
problema -Hegel che per il filosofo triestino rappresentò a lungo un cruccio
insuperabile, anche negli anni a venire. Tra critiche all’illuminismo e
all’irrazionalismo romantico si può dire che Hegel abbia redatto la
magna charta della speculazione moderna che è la dialettica, quasi un
segreto di difficile decriptazione. Mentre, però, Antoni si arrovellava
sul “rompicapo” che è l’essere da cui sprizza la scintilla del divenire
vitale, cogliendo in Hegel il restauratore della metafisica tradizionale, F.
Ristampato nel volume Esperienza dello storicismo, Napoli, Giannini. Il
ricordo di Ruggiero: lo studioso e l’uomo sta nel
volumetto Dalla filosofia della storia alla ragione storica, Napoli,
Giannini] mostrava maggiore apertura alla nuova logica che di fatto assorbe la
metafisica in una logica non più matematizzante. Molto acuta gli era pertanto
sembrata la critica di Antoni al ritmo dialettico hegeliano come risultante da
una sorta di contaminazione tra sillogistica e dialettica degli opposti, perché
in tal caso cominciava ad emergere il problema di una preferenza del filosofo
di Stoccarda rivolta in ogni modo al sillogismo piuttosto che al giudizio. Il
tema della dialettica si trova al centro dello scambio epistolare. Croce,
nonostante l’età avanzata e gli acciacchi che lo assillavano, aveva scritto
nuove e profonde analisi intorno all’origine della dialettica in Hegel e sul
tema della vitalità che per un verso complicava il sistema, mentre,
peraltro, lo arricchiva ulteriormente dall’interno. Nella recensione
all’ultimo libro di Croce Indagini su Hegel e schiarimenti
filosofici Franchini aveva chiamato ancora una volta in causa Antoni,
attribuendogli finanche il merito di aver suscitato nel maestro il bisogno di
un ripensamento della questione della dialettica. Antoni ne è lusingato ma al
tempo stesso si preoccupa dell’opinione del filosofo. Scrive a Croce un
biglietto di scuse per avere impropriamente adoperato l’espressione dialettica
dei distinti, e a F. una lunga lettera in cui chiarisce forse anche a se
stesso che la differenza da lui messa in luce tra la dialettica hegeliana
della contraddizione e la crociana dialettica dell’opposizione, comunicata
a Croce pur con molta discrezione, ha forse finito per condurre il
filosofo proprio là dove egli non avrebbe voluto e dove per la verità non si
sentì mai di seguirlo: vale a Cfr. F., Il razionalismo
hegeliano, in Id., Dalla filosofia della storia alla RAGIONE
STORICA Vedi F., La crudele dialettica, Il Mondo. Si chiede F.: che cosa è
accaduto nei quarantasei anni che intercorrono tra il Saggio sullo
Hegel e gli ultimi scritti crociani su Hegel? Cosa ha spinto Croce a
tornare sul tema della dialettica in Hegel? Certo non la pubblicazione degli
scritti di Hegel, neppure il cosiddetto rinascimento
esistenzialistico-fenomenologico del filosofo di Stoccarda, e neppure i
brillanti saggi di Negri. Semmai è stato Antoni a sottolineare l’aporia
intellettualistica nella hegeliana formulazione del movimento dialettico.
Croce, pur non rispondendo direttamente alla questione posta d’Antoni,
aveva voluto infine includere l’opposizione nella logica dei distinti in
modo che non si perde di vista la drammaticità dell’atto generativo del
prodursi del reale nel suo significato logico-spirituale dire ad una
sorta di primato della vitalità nel suo dialettico rapporto con la vita morale.
Come si legge nelle lettere, l’intreccio di varie vicende offre snodi teorici,
e non solo teorici, particolarmente interessanti. Direi che tre possono
essere considerate le questioni più significative, che di necessità
coinvolgono filosoficamente il lettore al di là dell’apparenza di alcune
diatribe contingenti. In primo luogo si deve collocare il fatto importante
della pubblicazione del saggio di Antoni Commento a Croce, coevo al
Congresso di filosofia che si svolse a Napoli (con la relazione introduttiva d’Antoni)
sul tema della “conoscenza storica”. Connessa alla stampa del saggio d’Antoni è
la vicenda relativa al caso Fiore, che com’è evidente molto amareggiò
l’Antoni, e, infine, la questione, aperta da Croce molti anni addietro
(che per ovvi motivi torna in queste lettere), intorno al significato
dell’insegnamento della filosofia della storia nelle università italiane.
Gustosa, infine, l’osservazione ironica di Antoni a proposito del libro
di S prigge dedicato a Croce, relativa al celebre saggio Perché non
possiamo non dirci cristiani. Val la pena, quando ancor oggi si torna
spesso a discettare sul senso e sul ruolo di questo scritto, commentare la
strana insinuazione sui motivi prettamen te politici, benché anacronistici, che
l’avrebbero, secondo lo studioso inglese, ispirato. La recensione di
Franchini al Commento a Croce uscì dunque sulla Nuova Antologia.
Non so se furono pochi i lettori che ne presero visione, come
ipotizzava Antoni; certo è che ampia fu l’analisi di quel libro all’interno
del puntuale racconto (non però un esaustivo resoconto) scritto da
Franchini sul congresso napoletano di Filosofia, racconto-resoconto che uscì
negl’Atti dell’Accademia Pontaniana.. L’illustre interprete di Croce
dichiarò poi onestamente, con l’umiltà dello studioso intelligente, di
aver potuto vedere con Rimando alla monografia di Sasso,
L’illusione della dialettica . Profilo di Antoni, Roma,
Edizioni dell’Ateneo. Si veda anche l’esauriente saggi o di Biscione,
Antoni interprete di Hegel, in «Filosofia, con particolare riferimento al
volume postumo di Antoni, Lezioni su Hegel, Napoli, Bibliopolis, F.,
La conoscenza storica, in «Att i» dell’Accademia pontaniana, N.S., V,
Napoli (rist. in Metafisica e Storia, Napoli, Giannini, da cui si
cita) maggiore chiarezza i suoi pensieri, quasi in virtù del diradarsi di
una sorta di nebbia, attraverso l’illustrazione che ne aveva fatta
il giovane discepolo. Che posto ebbe dunque il Commento a Croce
nella discussione svoltasi durante il XVII Congresso di filosofia intorno al
cruciale problema della conoscenza storica? Anzitutto F. pone una questione di
politica culturale, assegnando alla relazione introduttiva di Antoni il
significato di un “riscatto” del valore filosofico dello storicismo
crociano rispetto alle posizioni sistematiche o, che è lo stesso,
problematicistiche, di coloro cioè che comunque presuppongono un
assoluto, sia esso raggiungibile oppure no. F. vide in Antoni una voce laica in
grado di contrastare dogmatismi annosi e quelle forze culturali poco sensibili
alle inquietudini dello spirito liberale anche nell’organizzazione degli
studi. La scelta di chiamare Antoni ad aprire i lavori del Congresso era stata
“politicamente” rilevante e teoreticamente acuta, perché si trattò del
riconoscimento di una linea di ricerca filosofica, tutt’uno c on la ricerca
storiografica, che appunto Antoni – così scrive F. - ha
spinto alle estreme conseguenze nei capitoli dedicati all’origine storica
della distinzione e ai RAPPORTI TRA L’ASSOLUTO E LA STORIA Il Commento a
Croce fu in quell’occa sione lo strumento di una militanza
filosofica di tenore essenzialmente etico-politico. Solo un filosofo
della storia, nel senso metodologico e non metafisico dell’espressione, puo
in piena consapevolezza gridare alto e forte il no dell’etica contro
le usurpazioni del politicismo comunista. Così F., forse con enfasi
eccessiva ma correttamente, collocava Antoni dalla parte dell’anti-totalitarismo,
anche memore degli studi da lui fatti sulla tragedia totalitaria della
Germania nazista. Sull’ibridazione di socialismo e liberalismo Antoni non è
d’accordo, come si sa, pur tuttavia mai egli nega il carattere
solidaristico di una politica economica curvata sul sociale, come infatti
emerge in alcuni tratti delle lettere a F.. Il Congresso affianca al tema
della conoscenza storica quello su Arte e linguaggio. È organizzato da
Battaglia e dalla SFI napoletana, e vide partecipi i principali esponenti degli
schieramenti filosofici del tempo, come Stefanini (si veda), Bontadini (si
veda), Spirito (si veda), Calogero (si veda), Fazio (si veda) Allmayer, Paci
(si veda), Filiasi-Carcano (si veda), e tra gl’organizzatori Carbonara (si
veda). Antoni è primo relatore e animatore, con numerosi interventi, delle
accese discussioni sino alla fine dei lavori. Antoni fu l ieto d’aver
partecipato al Congresso napoletano, sì da trarne soddisfazione morale e
politica, benché anche in seguito continuò a vedere nella cultura italiana
sempre e solo schiere di combattenti non proprio ad armi pari, specie là dove
le idee “confessionali” tornavano per lo più a compattarsi in vista
di un certo potere. La presenza di Antoni aveva ottenuto un esito importante:
aveva consentito agli esponenti di una tradizione storicistica sui
generis, alla quale Franchini si univa seguendo il cammino già di Ciardo,
Attisani, Parente, di testimoniare la volontà di un confronto con le
altre correnti della filosofia italiana e straniera. D’altronde, al
solito pregiudizio che tendeva a stanziare gli studi crociani nel
Sud dell’Italia, era stato p roprio l’Antoni, nel discorso di chiusura
delle sessioni del Congresso, ad opporre la realtà del pensiero di Croce, per
eccellenza europeo e mondiale nell’ispirazione e nei suoi fecondi risultati. F.
non si fa tuttavia sfuggire l’occasione di denu nciare i limiti di
presunte filosofie d’avanguardia. Tra l’altro lo stesso problema della
conoscenza storica, così posto nella sua purezza, poteva indurre nell’errore di
non considerarne il rapporto con la volontà e la vita morale, di
trascurare cioè il ruolo dell’individuo umano, che è un nulla se si vuole
rispetto all’infinito, ma è quel tutto che si realizza nell’opera singola e si
trasmette storicamente alle generazioni future in nome di una tradizione
critica. Non ha forse Croce detto chiaramente che storicismo è creare la
propria azione, il proprio pensiero, la propria poesia, muovendo dalla
coscienza presente del passato»? Chi, se non un individuo concreto e
responsabile, potrebbe essere mai l’artefice di tanta proprietà? Cos’è
lo storicismo se non il vero umanismo dei nostri giorni? Ad Antoni F.
tributa in definitiva il migliore degli omaggi sottolineando la teoreticità del
saggio su Croce, di quel “commento” messo lì a dissimulare forse con un
eccesso di pudore la nuova filosofia che nasceva dalla lettura intrinseca
del grande pensatore. I capitoli sulla Distinzione e sul Giudizio sono cruciali
nel libro di Antoni, profondi e utili quelli sull’individuo nella Storia
e sull’idea di progresso. Più d’ogni altro principio quello In
particolar modo Calogero e Attisani avevano messo in discussione la concezione
dell’individuo in Croce e Antoni. Croce, La storia come
pensiero e come azione, Bari, Laterza: Storicismo e umanismo, della distinzione
è appartenuto allo spirito italiano, da MACHIAVELLI (si veda) a BONAITUI (si
veda) Galilei, da VICO (si veda) a CROCE (si veda) attraverso LABRIOLA (si
veda) e SANCTIS (si veda). Nella logica crociana poi la distinzione correggeva,
secondo Antoni, gli effetti indebiti di una contraddizione perenne pur
nell’unità che ne è lo sfondo. L’identità allora diventa non già l’accordo
presupposto dei contrari ma il reale incontro dell’universale col concreto
nella forma conoscitiva del giudizio storico. Croce restaura così
– secondo Antoni - il principio d’identità,
rigenerandolo tuttavia nella nuova vita di un rapporto asimmetrico
racchiudibile nella formula a=A. E tra le categorie non passa spazio come per
un salto dall ’ uno all ’ altro contesto. «In realtà il sistema, scrive Antoni,
è quello di un’unica categoria reale e attiva, che è l’Io, di cui
le categorie sono articolazioni. Lo stesso trapasso della conoscenza
nell’azione non può essere inteso come un passaggio radicale da una categoria
all’altra, quasi che la conoscenza d’una situazione storica non fosse già
guida ta da una volontà e da un interesse e l’azione non fosse guidata, lungo
l’intero suo svolgimento, dalla conoscenza» La lettera è davvero
illuminante a tal proposito: Antoni, platonicamente, indicava nell’Idea
del Bene l’idea -guida dello spirito umano, incisa in noi per definirsi
nel tempo in quella che felicemente chiamiamo “storia della
civiltà”. Profonda fu l’amarezza di Antoni dopo aver letto la
recensione di Fiore al suo “Commento” nel Ponte. Il suo dispiacere nasceva
anche dal fatto che i direttori, succeduti al Calamandrei nella gestione della
rivista, erano almeno dichiaratamente suoi amici. Nella recensione non si
sottolineavano, com’è pur giusto fa re, eventuali spunti critici per una
filosofica discussione, ma si assumeva nei confronti dell’Autore un atteggiamento
ostile in partenza, probabilmente per motivi che non si direbbero solo di
carattere teorico. E difatti si accusava Antoni, «l’unico supe rstite del
crocianesimo in un mondo che crociano non è» (come se il mondo aspettasse di
assumere un colore politico o una preferenza culturale per decreto della
Storia) di aver discettato di problemi morali e F. cita da Antoni,
Commento a Croce, Venezia, Neri Pozza, Vedi T. Fiore, rec. a C. Antoni,
Commento a Croce, in «Il Ponte, Tumiati assunse la direzione della
rivista fondata da Calamandrei, in un primo tempo, dinsieme con Agnoletti politici
in maniera distaccata dalla realtà, realtà che pure in gioventù lo aveva
attratto e animato. Le “infedeltà” o presunte tali riscontrate dal
recensore nei riguardi di Croce venivano prima denunciate in nome di un
crocianesimo fossilizzato, quasi che lo si volesse difendere a tutti i costi, e
poi segnalate come devianze, talvolta vere e proprie concessioni a un larvato
gentilianesimo. Inutile dire che questo avveniva, e poteva esser fatto, solo
sminuzzando il discorso di Antoni e calcando la mano su alcune frasi o concetti
che risultavano distorti nel loro effettivo significato. Date le premesse, non
stupisce la conclusione cui giungeva il recensore quando si chiedeva: “ ma
quale crocianesimo è questo? ” se, difatti, Antoni si era permesso di
seminare dubbi, di rivelare incertezze e contraddizioni nel sistema. La peggior
cattiveria nello scritto del Fiore consistette però nell’attribuire ad
Antoni una sorta di astenia emotiva, ben altra cosa rispetto alla
passione democratica del Ruggiero e al civismo mazziniano d’OMODEO (si
veda), entrambi già scomparsi . Eppure Tommaso Fiore era andato da amico e
sodale ad accogliere Antoni a Bari in una precedente visita dello studioso
nella città pugliese; Fiore era un antifascita convinto e aveva fatto parte del
movimento democratico meridionale con Martino, Dorso, in continuità con
Salvemini, Gobetti e Rosselli. Un po’ d’anni addietro, Calogero e Fiore, si
videro rifiutare e aspramente criticare il manifesto liberalsocialista da
Croce, il quale tendeva a separare il concetto di libertà, per lui
superiore, dall’idea di giustizia. Dissonanze politiche pesarono
probabilmente più del dovuto sulla “scombinata” e certo solo velatamente
scientifica recensione che Fiore redatta sul libro di Antoni. Per una
curiosa ironia della sorte sia Antoni che Franchini hanno ricoperto, a
distanza di un decennio, incarichi universitari nell’ambito del settore
filosofico sulla disciplina della Filosofia della storia, tanto avversata da
Croce. Pur tra molte difficoltà burocratico-isti tuzionali Antoni riusciva nel
’54 a cambiare titolarità (adempiendo ad un impegno preso col filosofo),
chiamato infine sulla cattedra di A Fiore è stato dedicato un intero
fascicolo della «Rivista Pugliese» di Bari, comprensivo del carteggio con
Rosselli e con Dorso. Antoni aveva precedentemente insegnato Letteratura
tedesca a Padova politici in maniera
distaccata dalla realtà, realtà che pure in gioventù lo aveva attratto e
animato. Le “infedeltà” o presunte tali riscontrate dal recensore nei riguardi
di Croce venivano prima denunciate in nome di un crocianesimo
fossilizzato, quasi che lo si volesse difendere a tutti i costi, e poi
segnalate come devianze, talvolta vere e proprie concessioni a un larvato
gentilianesimo. Inutile dire che questo avveniva, e poteva esser fatto, solo
sminuzzando il discorso di Antoni e calcando la mano su alcune frasi o concetti
che risultavano distorti nel loro effettivo significato. Date le premesse, non
stupisce la conclusione cui giungeva il recensore quando si chiedeva: ma
quale crocianesimo è questo? se, difatti, Antoni si era permesso di
seminare dubbi, di rivelare incertezze e contraddizioni nel sistema. La peggior
cattiveria nello scritto del Fiore consistette però nell’attribuire ad
Antoni una sorta di astenia emotiva, ben altra cosa rispetto alla
passione democratica del De Ruggiero e al civismo mazziniano dell’Omodeo,
entrambi già scomparsi . Eppure Fiore era andato da amico e sodale ad
accogliere Antoni a Bari in una precedente visita dello studioso nella città
pugliese; Fiore era un antifascita convinto e aveva fatto parte del movimento
democratico meridionale con De Martino, Dorso, in continuità con Salvemini,
Gobetti e Rosselli. Un po’ d’anni addietro, Calogero e Fiore, si videro
rifiutare e aspramente criticare il manifesto liberalsocialista da Croce, il
quale tendeva a separare il concetto di libertà, per lui superiore,
dall’idea di giustizia. Dissonanze politiche pesarono probabilmente più
del dovuto sulla “scombinata” e certo solo velatamente scientifica recensione
che Fiore redatta sul libro di Antoni. Per una curiosa ironia della sorte
sia Antoni che F. hanno ricoperto, a distanza di un decennio, incarichi
universitari nell’ambito del settore filosofico sulla disciplina della filosofia
della storia, tanto avversata da Croce. Pur tra molte difficoltà
burocratico-isti tuzionali Antoni riusciva nel ’54 a cambiare titolarità
(adempiendo ad un impegno preso col filosofo), chiamato infine sulla cattedra
di A Fiore è stato dedicato un intero fascicolo della «Rivista Pugliese»
di Bari, comprensivo del carteggio con Rosselli e con Dorso. Antoni
aveva precedentemente insegnato Letteratura tedesca a Padova Storia della
filosofia moderna e contemporanea nell’Università di Roma. Franchini ottenne
l’incarico didattico nell’Uni versità di Napoli dopo aver conseguito la
libera docenza, inaugurando il corso con una prolusione sulla
Filosofia della storia, materia che si accingeva ad insegnare. Antoni non
riuscì a recarsi a Napoli per assistervi, ma poté leggerne il testo su
«Criterio» con sincero compiacimento F. traccia in quell’occasione il profilo
storico della questione, dai pensatori cristiani fino a Hegel, a Spengler e
Toynbee, difendendo l’insegnabilità di una disciplina che mira a
conoscere un secolare bisogno dell’animo umano»rivolto a dare un senso generale
alle epoche storiche. S’intende che la filosofia della storia, in quanto
caso particolare della metafisica, anda svecchiata e in un certo senso
riformulata attraverso la metodologia storica non disgiunta dalle sempre
essenziali ricerche di storia della storiografia. Egli si appellava alla
tradizione “locale” ma europea di Vico, Sanctis, Spaventa, Omodeo. Non fa
però il nome di Labriola, ricordato invece da Antoni (lettera) insieme al caso
Ferrero e alla oramai lontana, nel tempo, battaglia contro la filosofia della
storia in un celebre discorso che Croce tenne al Senato del Regno. La
prolusione di F. si chiudeva con un omaggio «al primo docente ufficiale
che di questa materia l’Italia abbia avuto, il nostro Maestro ed Amico Antoni.
La recensione al libro di Sprigge merita qualche nota in margine, anche a
difesa dell’interprete inglese sul quale potrebbe pesare fin troppo
l’icastica osservazione di Antoni che gli attribuisce una lettura del
rapporto di Croce col cristianesimo sulla base di mere considerazioni
politicistiche. Franchini cercò allora La Prolusione uscì in due puntate
su «Criterio», la rivista diretta a Firenze da Ragghianti. «Criterio» fu poi
ripresa da F. nella Nuova Serie Filosofica, e da lui diretta Il discorso in
Senato non conteneva, contrariamente a quanto talvolta si è lasciato intendere,
alcun riferimento a Ferrero (per il quale si veda invece la nota di Croce
in Conversazioni critiche, serie I, Bari, Laterza. Il testo del discorso
in Senato si può leggere in Discorsi parlamentari, con un saggio di
M. Maggi, Bologna, Il Mulino. Su Croce e Ferrero si veda la nota di
F. Tessitore in «Rivista di Studi crociani. Sulla riconciliazione di Croce e
Ferrero, in nome di un comune sentire negli anni bui del fascismo, rimando a A.
Parente, Croce per lumi sparsi, Firenze, La Nuova Italia, La Prolusione è
poi ristampata in F., Metafisica e Storia, di dipanare la
controversa materia, riconoscendo allo Sprigge la buona fede pur nella
ripetizione del luogo comune per il quale si attribuivano a Croce inclinazioni
e spirito conservatori. In effetti Croce aveva mostrato sempre
“comprensione” per la Chiesa cattolica, ciò non pertanto lo scritto, che pure
piacque molto per evidenti ragioni a taluni cattolici, fu una risposta
alla sfida dei fatti sulla base di principi teorici che in ogni modo ispirarono
il filosofo, il cui sguardo per necessità mirava ad assumere connotati
universali “oltre” la mera contingenza delle circostanze politiche. E
tuttavia il contenuto di quel testo è sempre “presente” nel suo
significato inequivocabile. La figura di Gesù, al centro del
cristianesimo, ha rappresentato un messaggio ancora fermamente iscritto nel
cuore della modernità e dentro la storia del mondo contemporaneo, sia per gli
appartenenti ad una chiesa sia per i laici credenti e non credenti. Non
in poco conto pertanto dev’essere tenuto il plurale espresso in quel
“noi” ( Perché [noi] non possiamo non dirci cristiani ), che
difatti esclude il discorso in prima persona, ed esclude che si tratti della
confessione di un sentimento segreto. Parimenti estranee all’argomento
crociano furon o le polemiche anticlericali, del tutto fuori luogo in un
contesto che, come può verificare ogni attento lettore, fu di carattere
teoretico e storiografico. Il cristianesimo non è stato un miracolo, ma un
processo storico; anche se proprio il fatto di aver intersecato profondamente
le vicende storiche di una così vasta parte del mondo lo rende una sorta di
evento straordinario, non però diversamente, in chiave ontologica, dal
miracolo che ogni ente è, e dall’eccezione che noi tutti siamo. Le
lettere, fatt esi più rare, raccontano di vicende accademiche e di fatti
quotidiani, di brevi viaggi e di alcuni malanni che affliggevano Antoni già da
qualche tempo. Al centro peraltro sta la figura di Scaravelli, scomparso
tragicamente. Nella Commemorazione pisana Antoni aveva tracciato dello
Scaravelli, a pochi mesi dalla morte, un profilo davvero La recensione al
saggio di Sprigge, Croce, l’uomo e il pensatore (Napoli, Ricciardi)
apparve su Criterio con il titolo Un profilo del Croce, ed è ristampata
nel volume L’oggetto della filosofia, Napoli, Giannini, La
commemorazione letta nella Sala degli Stemmi della Scuola Normale Superiore è
nel volume di Antoni, Gratitudine,
Milano-Napoli, Ricciardi, Caro F., ho letto la recensione, che Le restituisco.
Mi rallegro con Lei per il fatto che il Suo libro sia stato recensito dalla
«Historische Zeitschrift», che resta tuttora la migliore rivista tedesca di
studi storici. È un onore per Lei. In quanto alla recensione stessa, essa ha il
consueto carattere informativo delle recensioni tedesche, nelle quali di rado
si prende posizione. Naturalmente noi, abituati allo stile delle recensioni
crociane, ci impazientiamo dinanzi a tanta acriticità. Ignoro chi sia questo
Funke. Con i più cordiali saluti Suo Antoni Ha visto il mio Tramonto
delle ideologie sul «Mondo»? Roma Mio caro F., Si tratta della
recensione di Funke al saggio di F. Esperienza dello storicismo, in
«Historische Zeitschrift», Antoni aveva
scritto sul «Mondo» un lungo e denso articolo sul volume di F., che si può
leggere nella raccolta Il tempo e le idee, a cura di M. Biscione,
Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, Vedi «Il Mondo», in Il
Tempo e le idee, cpartecipe, in spirito di amicizia e di stima per un uomo
schivo e assai colto, conversatore brillante che sapeva «passare dalla musica
classica al romanzo francese, dalla pittura alla fisica nucleare». Giunto alla
filosofia da studi scientifici, di matematica e di medicina, Scaravelli si era
infatti misurato con i grandi della tradizione filosofica specie su temi di
logica pura per certi versi, ma in virtù dell’intento di far pre
valere il capire sull’esistere. A Croce e Gentile dedica con acume le sue
fatiche d’interprete, non meno che a Platone, Cartesio, Kant, Heidegger,
Heisenberg. In ogni modo egli aveva cercato di risolvere un suo problema
teoretico. Antoni scrive a F. (lettera): «Il problema di Scaravelli era
quello di dedurre il molteplice dall’identico, cioè di scoprire o capire come
la grande madre genera i suoi figli. Problema insolubile perché pur
muovendo dal principio d’identità indispensabile per la comprensione dei
significati, Scaravelli dovette infine arrendersi alla sua dissolvenza
aprendosi piuttosto al giudizio delle forme concrete dell’esistere
storico. Si trattava del problema della creazione del mondo, concludeva
Antoni, riassumendo così in una formula efficace le puntuali analisi contenute
nella Critica del capire, ch’ebbero il merito di rompere il
silenzio con cui il libro fu accolto, nonostante il parere molto
positivo espresso dallo stesso Croce. Manca, infine, il tempo
per discutere tra amici intorno all’ultimo libro di Antoni La
restaurazione del diritto di natura . F. ne aveva parlato nel numero di luglio
del «Mondo», accogliendo senza riserve la proposta, in apparenza assai
poco storicistica, di un “ritorno” al principio dell’etica universalmente
umana, la sola capace però «di evitare le pericolose conseguenze del
predominio della tecnica e della civiltà di massa». Egli ebbe forse bene a
mente le parole adoperate da Antoni in una lettera di qualche anno prima: alla
base del giudizio storico e dell’azione morale e politica sta la luce di
un concetto universale dello spirito umano che tuttavia, proprio nella forma di
un umanesimo rinnovato, non contrasta affatto con la visione Si veda la
lunga recensione di Antoni a Scaravelli, Critica del capire, Giornale
critico della filosofia italiana, Vedi lettera, più avanti riportata storicistica
e dialettica della vita con tutte le sue imprevedibili e particolarissime
circostanze. Roma Caro dott. F., è da tempo che seguo con vivo interesse la Sua
attività di studioso. Così ho letto la Sua bella recensione del libro del
Ciardo e il Suo articolo su GRAMSCI (si veda), comparso sullo «Spettatore. Ho
ricevuto oggi la sua memoria su Storicismo e relativismo, che
ho letto subito. Penso che il suo esame del rapporto e la differenza tra
“storicismo” e “istorismo” ossia relativismo storicistico sia molto opportuno
oltre che acuto. Ella mi muove un lieve appunto: quello di aver
attribuito al Troeltsch il merito di aver introdotto nell’uso comune il
termine di “storicismo”. Mi sembra però di aver detto una verità
incontestabile: anche se al termine il Troeltsch continuava a dare un
significato deteriore, tuttav ia egli ha introdotto l’uso del termine stesso
nel dominio della storiografia e della riflessione sui metodi della
storiografia. Soltanto dopo di lui si parla di storicismo moderno, di problemi,
crisi ecc. dello storicismo. Se Ella ha occasione di venire a Roma, sarò assai
lieto di vederla e di conversare con lei. Con cordiali saluti La
recensione al libro di Ciardo, Le quattro epoche dello storicismo,
era uscita in «La parola del passato»,
(rist. nel volume F., Esperienza dello storicismo, Napoli,
Giannini, Si tratta dell’articolo La “metodologia dell’azione” di
A. Gramsci, uscito in Lo Spettatore italiano La rivista si pubblica a Roma per
iniziativa di Elena Croce, figlia maggiore del filosofo, e del marito Raimondo
Craveri. Cfr. R. Franchini, Storicismo e relativismo, in «Atti»
dell’Accademia Pontaniana (rist. in Esperienza dello storicismo) Roma,
Caro F., di ritorno da Bari, dove sono stato a tenere una conferenza agli
“Amici della cultura”, trovo la sua lettera e mi affretto a rispondere, ossia a
rilasciarle il “certificato” che desidera. Con cordialissimi auguri Suo Carlo
Antoni Roma, È da qualche anno che seguo con molta attenzione gli scritti che F.
va pubblicando nelle riviste. Alcuni di essi, infatti, hanno già recato un
contributo di chiarificazione e di critica assai notevole nel campo degli studi
storico- filosofici: Tutti, poi, indistintamente sono la testimonianza d’un
ingegno assai vivace, fine, sensibile ai più urgenti problemi della
filosofia e della vita. Oltre a rivelare una preparazione culturale
assai ricca e sostanziosa, essi indicano anche un raro senso di umanità.
Tra i giovani dell’ultima generazione il Franchini è certamente uno dei
più promettenti. Per le sue doti intellettuali e morali ritengo anche che
possa 32 Segue la lusinghiera lettera di presentazione di
Antoni sull’operosità di F., i l quale di lì a poco entra a far parte del corpo
docente del liceo classico della scuola militare napoletana essere un magnifico
insegnante, tale da mantenere alto il prestigio di cui ha sempre goduto
il collegio della Nunziatella. Carlo Antoni Roma Mio caro F., ho letto
con grande interesse il Suo saggio 33 e soprattutto la parte che mi
riguarda. Ella ha afferrato perfettamente il mio pensiero (La ringrazio anche
per averne messo in rilievo la novità), tanto perfettamente da trarne le
conseguenze, che io non avevo voluto trarne, malgrado che mi avvedessi
che c’erano. In effetti Le confesso che ho i miei dubbi intorno ad una
“dialettica” dei distinti. Di questo dubbio Lei trova traccia del resto
nella recensione che feci allo “Hegel” di Ruggiero. In ogni caso
sono assai lieto della penetrante attenzione che Ella dedica ai miei scritti.
Suo Carlo Antoni Roma, Mio caro F., Il saggio è: Morte e
resurrezione della dialettica da Hegel a Croce, in «Letterature moderne (rist.
in Esperienza dello storicismo, cit.) il Suo articolo mi ha fatto,
com’è naturale, un immenso piacere. Attribuirmi il merito di aver
provocato in Croce il bisogno di riesaminare la questione della dialettica è,
non occorre dirlo, rendermi il massimo degli onori. Ma Croce stesso che ne
dice? Vorrei sapere se approva il Suo articolo. Con saluti cordialissimi Suo
Carlo Antoni Roma, Mio caro F., La ringrazio per la Sua lettera e per le
notizie che mi dà. Come Ella può comprendere, la questione, da Lei sollevata
nel Suo articolo, ha per me una grande importanza. Le dirò come io veda
la cosa. Quando pubblicai il mio saggio sulla Dialettica di Hegel, in cui
ne denunciavo il carattere intellettualistico, saggio ri stampato nel ’46 nelle
mie “Considerazioni, Croce ne prese conoscenza, tanto che mi segnalò il Suo
articolo in proposito, ma non si propose il problema. Sono tempi in cui
Croce, tutto preso dall’attività politica, non ha probabilmente l’agio di
ritornare sulle sue idee intorno alla dialettica. Il mio saggio suscita
l’interesse di RUGGIERO (si veda), che lo cita con molta lode nel suo “Hegel”,
ma senza prender posizione. Per quanto riguarda questa mia prima
osservazione, penso che Croce abbia ragione nel negare che la sua revisione sia
stata provocata da me. 34 Il riferimento è al saggio:
La crudele dialettica, uscito su «Il Mondo. Tutti gli scritti di
Franchini che uscirono nella rivista di PANNUNZIO (si veda) sono raccolti nel
volume Pensieri sul “Mondo”, a cura di Cavaliere, Gily, e Melillo,
con una Presentazione di Cotroneo, Napoli, Luciano; Antoni, La dialettica
di Hegel, Poesia e verità; rist. in Id., Considerazioni su Hegel e
Marx, Napoli. Si ricorda che F. recensì le Considerazioni nella
rivista Ethos. Ma io giunsi all’altra osservazione e cioè alla netta
distinzione tra la hegeliana dialettica della contraddizione e la crociana
dialettica dell’opposizione. Essa si connetteva alla mia prece dente
attribuzione a Croce della restaurazione
del principio d’identità. Ero molto incerto se comunicare o no a Croce
questa mia osservazione, che avevo svolto nel corso universitario di
quell’anno. Mi rendevo conto, cioè, che essa avrebbe provocato un grave
turbamento ed un bisogno di una radicale revisione del pensiero crociano nei
confronti di Hegel e della dialettica in generale. Mi consultai con parecchi
amici. Tra costoro Bacchelli, al quale ricorsi e per la sua sensibilità umana e
psicologica e per la devozione che aveva per la persona di Croce, mi dissuase
dal farlo, dicendo che oramai era meglio lasciare tranquillo il glorioso
vegliardo e non costringerlo alla sua età a un siffatto sforzo. Tuttavia la
cosa mi tormentava, dato che ritenevo che Croce avesse attribuito a Hegel la
sua propria gloria e mi dispiaceva che potesse morire senza essersi reso conto
della propria originalità nei confronti di quel suo maestro. Dopo che si fu
ripreso dalla grave malattia, che lo colpì, mi feci coraggio e gli scrissi.
Croce mi rispose con una lettera che era un’accettazione di massima, ma
contenuta in termini un po’ generici. Si vedeva che si riservava di meditare
per suo conto l’intera questione. E infatti poco dopo cominciarono a
uscire i suoi nuovi scritti intorno alla vitalità e al suo carattere
dialettico, e in genere intorno a Hegel e alla origine della dialettica
hegeliana. Il punto di partenza di questi scritti, però, è fornito dal momento
della vitalità, al quale Croce riporta tutta la dialettica: sia la teoria
hegeliana per sé stessa, sia la dialettica della vita e dello spirito in sé. In
questo modo Croce andava, in certo senso, più in là della mia osservazione,
scavalcandola e prendendo tutt’altra direzione. Le dirò che, invece, per
mio conto ho proseguito in direzione ben diversa. Nel corso di quest’anno
ho svolto un esame dell’intera questione, che mi ha portato a risultati che
contrastano con le tesi recentissime espresse da Croce.Per concludere
penso che Croce, pur essendo stimolato dalla mia seconda osservazione, a
riproporsi lo studio della natura della dialettica, è stato condotto alle
sue nuove idee dal senso più accentuato dell’importanza della vitalità.
Con cordialissimi saluti Suo Carlo Antoni Roma, Mio caro F., La ringrazio di
aver pensato a me in questi giorni. Come sempre succede, nei primi momenti dopo
la scomparsa di persona cara, non ci si rende conto del tutto della perdita. Il
senso di vuoto viene dopo. Così accadrà per noi tutti: ma dovremmo anche cercare
di restare uniti. Il Suo articolo comparso nel «Mondo» mi è molto piaciuto.
Vorrei vedere il fondo del «Times»: non potrebbe spedirmelo in prestito? Glielo
restituirei subito. Arrivederci tra breve Suo Carlo Antoni Roma, F.,
Croce, Il Mondo Caro F., ho ancora sul mio tavolo la lettera, che ho
ritrovato al mio ritorno dalle vacanze. Vorrei che Lei mi desse qualche notizia
sul concorso, di modo che io possa eventualmente intervenire presso i
commissari. Ho letto con piacere i Suoi due articoli: quello su Mann 37 e
quello sul libro del Sainati 38 . Sulla personalità di Mann faccio molte
riserve. Si parlò di lui con Croce, l’ultima volta che lo vidi, ed in
fondo Croce era d’accordo, quando dicevo che dagli scritti di Mann veniva
su un certo lezzo di frollo, se non addirittura di marcio. Attendo il Suo
volume. Suo Carlo Antoni Roma, 11 aprile 1954 Caro F., con l’editore
Pozza, che era qui in questi giorni, ho esaminato la questione della traduzione
d’una scelta di lettere di Hegel I due volumi della nuova edizione Su Mann
è uscito il saggio Nobiltà dello spirito sia in «Il Giornale»
sia in «Il Gi ornale di Trieste». Di Sainati si parlava a lungo
nell’articolo Studi crociani, apparso su Il Mondo. Il progetto di
curatela dell’epistolario hegeliano presenta più d’una difficoltà. La nuova
edizione dell’Hoffmeister avrebbe dovuto far fede, assai più dell’edizione
curata dal figlio del filosofo, ma è al momento incompleta. L’idea allora di
rifarsi alla precedente edizione, da integrare eventualmente con le
lettere ritenute significative, si mostrò impraticabile. F. avrebbe dovuto
occuparsi della traduzione di una scelta di lettere e della stesura
dell’introduzione storico -critica. Non se ne fece nulla, nonostante la
buona disposizione di Pozza e l’interessamento di Ragghianti del Meiner,
curata da Hoffmeister, arrivano. Sono previsti altri due volumi. La nuova
edizione reca il copyright con espressa riserva dei diritti di traduzione. Per
mia esperienza prevedo che le pretese di Meiner sarebbero esose. Da un
rapido confronto con la vecchia edizione curata dal figlio, ho tratto
l’impressione che la nuova non rechi molto di nuovo. In ogni caso, se ci
si volesse attenere a quest’ultima, si dovrebbe attendere l’uscita dei
due ultimi volumi, che chi sa quando si attuerà. Con Pozza sono quindi
giunto alla conclusione che ci conviene rifarci alla prima edizione, che reca
anche sufficienti note. Ove risultasse qualche nuova lettera molto importante
nella nuova edizione, il Pozza chiederebbe il diritto di traduzione per essa.
Ella dovrebbe quindi cominciare il lavoro di scelta. Non le nascondo che dalla
lettura delle lettere il compito della traduzione mi è apparso molto arduo. Con
cordiali saluti Suo Carlo Antoni Roma Caro F., grazie per le Sue parole.
Si tratta in fondo d’un semplice cambiamento del titolo della mia cattedra, che
era poi una sorta d’impegno che avevo assunto con Croce. Ancora l’ultima volta
che lo vidi, Croce mi raccomandò di fare cambiare quel titolo di “filosofia
della storia”, che proprio non gli andava giù . Gli spiegai allora Alla notizia
dell’ottenuto conferimento della cattedra di filosofia della storia nella facoltà
di lettere di Roma, Croce nel congratularsi con l’Antoni, così gli scriveva:
«Se la parola sociologia è screditata per la sua volgare origine
positivistica, quella di filosofia della storia è del pari
screditata per la sua origine teologica e metafisica. Lei si deve subito dar da
fare per cangiarlo». Cfr. Lettera di Croce ad che la procedura non era
facile, ed infatti ci sono voluti parecchi anni, con modifiche allo statuto,
per raggiungere il risultato 41 . Sono ansioso di leggere sulla Nuova Antologia
la Sua recensione: peccato che sarà letta da pochi! L’intervento di
Tagliacozzo mi ha sorpreso: è un esempio del cattivo modo in cui un
discepolo può seguire un maestro, cui è affezionato. Con cordialissimi saluti,
Suo Carlo Antoni Roma, Mio Caro F., bellissima la Sua recensione, per cui Le
sono molto grato Mi dispiace soltanto
che essa compaia nella Nuova Antologia, dove sarà letta da pochi. La Sua
osservazione o previsione sulla sorpresa di molti che scopriranno quanto
complessa sia la filosofia crociana, mi ha divertito e fatto ricordare come
spesso mi sia toccato di sentire che quella filosofia non è interessante,
perché non è problematica. Mi è piaciuto anche il modo, assai fine, con
cui Ella sa definire la mia posizione verso le dottrine del
Maestro. Antoni, in Carteggio Croce-Antoni, a cura di Musté,
introduzione di Sasso, Bologna, Mulino,
Antoni e chiamato alla cattedra di Storia della filosofia moderna e
contemporanea. La recensione al libro di Antoni Commento a
Croce uscì con questo titolo sulla rivista Nuova Antologia. Ottimo
pure l’articolo sulla Storia e conomica del Kulischer, anche dal punto di vista
giornalistico. Sarà bene che ci vediamo prima della scadenza dei termini per la
presentazione delle domande di libera docenza. Mi reco a Firenze per
incontrarmi con Ragghianti e Pozza, e sarò di ritorno soltanto il 30.
Cordialmente Suo Carlo Antoni Roma, Mio caro F., una bronchite con i fiocchi
– si direbbe ch e quest’anno sono iettato – mi ha
tenuto a letto per una settimana e ancora non so quando potrò uscire di casa.
Prevedo che dovrò rinunciare al progetto di venire a Napoli per la Sua
prolusione: è un vero dispiacere per me, perché ci tenevo ad essere
presente. Il primo insegnante di “filosofia della storia” è stato, a
quanto mi consta, ROVERE (si veda), poi a Roma LABRIOLA (si veda) tenne
tale insegnamento per incarico, con Antoni si rifere al saggio dal
titolo Una storia del progresso uscito su Il Giornale (rist.
in F., L’oggetto della filosofia, cit.). Antoni si era
prodigato l’anno prima per l’inserimento della Filosofia della storia
nell’elenco delle libere docenze. F. sostenne gli esami di abilitazione
alla libera docenza in Filosofia della storia superandoli brillantemente. Tra i
commissari Battaglia, Attisani e
Falco. F. inaugura il suo corso di filosofia della storia a Napoli
con una prolusione dal titolo La Filosofia della
storia, il cui testo uscì poi sulla rivista «Criterio» diretta da Ragghianti,
in due puntate. Il testo della lezione inaugurale venne infine ristampato nel
volume Metafisica e Storia, molto successo. Nella mia prolusione tenni ad
accennare alla continuità ideale, tramite Croce. La proposta di attribuire la
cattedra a Ferrero, provocata da un clamoroso intervento del presidente Teodoro
Roosevelt, fu bocciata dal Senato. Croce tenne allora un famoso discorso, che
valse a far cadere la proposta, del resto poco gradita dal mondo accademico di
allora. Suo Carlo Antoni Roma Mio caro F., Ella può ben immaginare con quanto
piacere ho letto e riletto la Sua memoria alla Pontaniana. Anzitutto essa mi ha
confortato confermando l’utilità del mio intervento al Congresso di Napoli. Ma
anche la parte che più propriamente riguarda il mio “Commento” mi è stata
di grande vantaggio. In fondo, si guardano i propri scritti sempre un po’
attraverso una nebbia: un osservatore acuto ed esperto, come Lei, è di grande
aiuto a discernere le linee principali del proprio pensiero. La ringrazio,
dunque, con molto affetto La Prolusione dal titolo La dottrina
dialettica della storia è nel volume postumo Storicismo e antistoricismo,
a cura di M. Biscione, introduzione di A. Pagliaro, Napoli, Morano, nella
Collana di Filosofia diretta da E.P. Lamanna e P. Piovani. Antoni si
rifere al celebre discorso di Croce al Senato del Regno, nella seduta,
Sul disegno di legge “Istituzione di una cattedra di Filosofia della
storia presso la Università di Roma”, che ora è possibile leggere nel
volume Benedetto Croce. Discorsi parlamentari, con un saggio di
Maggi, La memoria accademica di cui si parla riguardava l’ampio resoconto
critico che Franchini scrisse intorno al Congresso di Filosofia che si è
tenuto a Napoli, dove Antoni è stato invitato a tenere la relazione
introduttiva sul tema della conoscenza storica. Aliotta sul «Giornale
d’Italia» sottolinea l’importanza di una tradizione di storicismo crociano. La
memoria di F., dal titolo La conoscenza storica, uscì negli Atti dell’Accademia
Pontaniana, (rist. in Metafisica e Storia Roma Mio caro F., la Sua
osservazione tocca un punto, che aveva già suscitato le perplessità del mio
amico Attisani. Nel mio articolo esso era trattato troppo sommariamente.
Bisognerà che ci ritorni sopra. In ogni caso voglio subito avvertirla che non
penso a qualcosa di medio tra conoscenza storica e azione, ma al semplice fatto
che noi pensiamo e giudichiamo la storia alla luce di quel concetto
universale dell’uomo o dello spirito umano, che è il medesimo che orienta
la nostra azione morale e politica. Questo concetto, in quanto principio
dell’azione morale, è l’idea del Bene. Essa è vera, anzi è la verità che
abita in noi, ma si va definendo e chiarendo attraverso la storia, che per
questo è storia della civiltà. Aggiungo che non vi è distinzione tra categoria
e coscienza della categoria, anche se la prima appare eterna e
l’altra storicamente relativa: la categoria è sempre coscienza di sé, ma
si va rendendo sempre più cosciente, come, mi sembra, sia insegnato da Croce
nelle parti storiche dei suoi trattati. Ha fatto bene ad accettare
l’invito al “Simposio” laterziano. Sono curioso di sapere quali sono gli
altri invitati. Ella non manca di combattività, sicché sono tranquilli per la
buona causa. Non sono sicuro di resistere al caldo fino alla fine del mese.
Tuttavia la prego di telefonare a casa mia al Suo passaggio da Romagrazie per
la Sua lettera di consenso al mio articolo sul socialismo. È una
conferenza, che tenni a Zurigo e che poi fu raccolta in un volume pubblicato in
Svizzera. Avendo avuto una certa eco in Svizzera e Germania, pensai che era
utile farla conoscere, anche in relazione alla situazione dei radicali. In
effetti mi sembra di aver ottenuto qualcos a: un socialista come Silone
ha sentito il bisogno di telefonarmi per dirmi che era d’accordo. Come Ella si
sarà accorto, la parte più importante è l’ultima, dove io cerco di venire
incontro alle “istanze” sociali senza cadere nelle confusioni del liberal
-socialismo calogeriano. Mi sembra che proprio avendo attribuito al liberismo
un carattere etico-politico, si possa dargli anche un nuovo carattere
positivo, liberatore, sociale. In quanto all’indirizzo del Mondo, alcuni
amici mi hanno fatto osservare c he da alcune settimane era piuttosto
moderato. Poiché le critiche, che io Le esposi nella nostra conversazione
per strada, le vado facendo a Pannunzio appunto da alcune settimane, forse non
è presunzione la mia, se suppongo di aver ottenuto qualcosa anche in questo
senso. Va benissimo per la recensione a Sprigge, dove c’è da obiettare ad una
sorta d’insinuazione (Croce avrebbe scritto l’articolo sul perché non possiamo
non dirci cristiani, che sappiamo aver avuto carattere anti-nazista, perché
prevedeva l’alleanza con la Dem. Cristiana!) Suo Antoni Roma, Le
convinzioni di Antoni sul socialismo, sul liberalismo e sulla incongruità di un
liberalsocialismo furono sempre chiare e lineari. Franchini concordava. Qui
esse emergono nella concretezza del dibattito politico che coinvolse gli
intellettuali del «Mondo». La recensione di F. alla traduzione italiana
del saggio di Sprigge,
Croce, l’uomo e il pensatore (Napoli, Ricciardi) usce
su Criterio con il titolo Un profilo del Croce (rist. nel volume
L’oggetto della filosofia Caro F., l’infiammazione agli occhi, che
mi aveva impedito di venire a Napoli e che sembrava scomparsa, mi dà
nuovamente fastidio, sicché devo riguardarmi. Penso che Ella dovrebbe
scrivere l’articolo sul primo decennio dell’Istituto. Come forse Ella sa, nei
tempi in cui Croce stava progettandolo, io insistetti presso Mattioli,
affinché scoraggiasse l’iniziativa. Infatti non avevo nessuna fiducia
nella utilità dell’istituzione. Devo riconoscere che mi ero sbagliato,
anche se difatti, errori, inconvenienti non sono mancati. In complesso,
mi sembra, il nostro giudizio deve essere positivo. Anche se ne hanno
profittato alcuni furfante lli, se, cioè, l’eterogenesi dei fini o l’astuzia
della ragione hanno operato in senso negativo, parecchi bravi hanno avuto modo di studiare e lavorare. In
quanto all’indirizzo “storico” dell’Istituto, esso non soltanto corrisponde al
nome, ma al preciso pensiero di Croce. Con i più cordiali saluti Suo Carlo
Antoni Roma, Mio caro F., purtroppo devo rinunciare definitivamente alla mia
gita a Napoli: non sono ancora completamente ristabilito e devo riguardarmi da
una ennesima ricaduta. Non [È pubblicato infatti sul Mondo il saggio di F.
Dieci anni nell’anniversario della fondazione dell’Istituto
Italiano di Studi Storici avvenuta nella s ede di Palazzo Filomarino in
Napoli ho ancora ripreso ad uscire di casa. Le faccio quindi per lettera
gli affettuosi auguri che avrei voluto farle a voce. Spero di leggere la Sua
prolusione in Criterio. Le sono grato per il Suo proposito di propormi per
la “Pontaniana”: onore che accetto e che mi è molto gradito. Eccole i miei
dati biografici: nato a Senosecchia (Trieste); volontario nella guerra, ferito,
medaglia di bronzo e croce di guerra; LAUREATO IN FILOSOFIA A FIRENZE;
professore nei Licei scientifici a Messina e a Roma; assistente
dell’Istituto Italiano di studi germanici. Libero docente di Storia della
filosofia; professore di Letteratura tedesca a Padova; membro della Giunta del
Partito Liberale, Consultore nazionale, Commissario dell’IRCE; chiamato
alla cattedra di Filosofia della storia di Roma. Premio Einaudi per la
filosofia; socio corr. dell’Accademia dei Lincei, dell’Arcadia, dell’Acc.
Peloritana, socio della Mont- Pelagia Society e dell’Archäologische
Institut. Chiamato alla cattedra di Storia della filosofia moderna e
contemporanea. Suo Carlo Antoni Roma, Cosa che avvenne. F. è diventato socio
ordinario dell’Accademia Pontaniana di Napoli
su proposta di Nicolini. Rinvio per queste ed altre notizie
biografiche al volumetto R. F., Autobiografia minima, Roma, Bulzoni.
Antoni è socio della prestigiosa Accademia Caro F., sono lieto per
la notizia che ella mi dà: così ella potrà assumere l’incarico, che, mi
auguro, sia anche compensato. Lessi con piacere le notizie della Sua
prolusione. Esse mi diedero qualche conforto in un momento di amarezza, quando
cioè mi capitò di leggere sul «Ponte» la cattiva e balorda recensione di
Tommaso Fiore al mio Commento. E dire che costui, appena letto il
libro, mi scrisse una lettera entusiastica! Tumiati, al quale avevo espresso la
mia sorpresa per la pubblicazione di siffatta sconcezza, mi scrisse una lettera
piena di deplorazioni o scuse. Ma chi mi ha recato la serenità è stato
Ragghianti, che, dopo aver fatto un breve ritratto del Fiore, mi ha suggerit o
di seguire l’aurea massima di Flaubert: «Mon cul vous contemple». Ottimo
il Suo articolo in Criterio. Suo Carlo Antoni Roma, Caro F., non ho voluto che ella
attendesse il mio libro dalla ERI e Le ho spedito oggi una delle copie a mia
disposizione. Pannunzio accoglierà volentieri la Sua recensione La recensione
di Fiore al Commento a Croce di Antoni era uscita in «Il Ponte»,
Rivista mensile di politica e letteratura. Tumiati assunse la direzione del Ponte,
fondata da Calamandrei, direzione che condivide per un certo periodo con
Agnoletti. Antoni si riferisce all’artic olo di Franchini sul libro di Sprigge.
Si tratta del libro di Antoni Lo storicismo,
pubblicato dalle edizioni ERI, in cui sono raccolte le conferenze da lui tenute
nell’estate dell’anno precedente per il Terzo Programma della Radio italiana;
la Mio caro Franchini, è da un pezzo che non mi faccio vivo con Lei. Non
Le scrissi quando Ella mi annunciò la fine del «Giornale», ultimo quotidiano
liberale, che, oltre a tutto, era un bel giornale, assai bene redatto. Faceva
onore a Napoli. Per Lei, forse, l’esser costretto ad abbandonare una
continuata attività giornalistica è stato un vantaggio. Ella è ad un punto in
cui deve concentrare i suoi spazi. Non le ho neppure scritto che la prefazione
al Suo nuovo libro mi ha dato molta soddisfazione e mi ha trovato pienamente
consenziente. Attendo ora il libro, di cui voglio occuparmi in un articolo sul
«Mondo» oppure in «Criterio» (che, dopo un intervallo dovuto a indisposizioni
di Ragghianti, riprende ora ad uscire). Sono d’accordo con Lei anche per
quanto riguarda i collaboratori del «Mondo», tra i quali la qualità non
corrisponde spesso alla quantità. Tornato dalla villeggiatura
– sono stato sul lago di Como e in Svizzera -, ho avuto
la sessione d’esami e una sessione del Consiglio Superiore. Altra sessione
di detto Consiglio è prevista per il 23 c.m. Alla fine del mese sarò a
Marburgo, invitato dai filosofi tedeschi a partecipare ad un loro congresso e a
intervenirvi con una conferenza. Cercherò d’istruirli. Con
affettuosi saluti Suo recensione di Franchini dal titolo Una storia
dello storicismo uscì puntualmente su «Il Mondo» nel giugno del ’57
(rist. in Metafisica e Storia, cit.). Il Giornale, quotidiano
liberale come ben sottolineava Antoni, uscì a Napoli. E fondato da Quintieri e
Astarita. F. lavora nella redazione del Giornale: vi è entrato su pressione e
interessamento dello stesso Croce. 61 Il libro di Franchini in
uscita era Metafisica e Storia, edito poi presso l’editore Giannini
di Napoli. Caro F., La ringrazio per aver pensato a me per una conferenza alla
Società filosofica di Napoli e ringrazio pure l’amico Carbonara e gli
altri componenti del Consiglio. La prego, anzi, di esprimere loro la mia
più viva gratitudine per un invito che mi lusinga. Ma è da un pezzo che non
accetto di tenere conferenze. Esse mi recano, infatti, molta tensione e fatica:
non amo leggere, ma il parlare richiede uno sforzo, che mi lascia prostrato. La
prego quindi di scusarmi presso la Società filosofica. Mi auguro di vederla tra
breve qui a Roma. Con saluti affettuosi Suo Antoni Roma. Caro F., ho una certa
intenzione di muovermi per Pasqua, anche per togliermi di dosso una certa
malinconia e irritazione, ma penso che sarò a Roma per l’assemblea dell’associazione.
In caso contrario La avvertirei in tempo. Ho un vivo desiderio di parlare a
lungo con Lei di molte cose, anche perché mi vado sempre più isolando: ciò che
non fa bene alla salute. Con cordialissimi saluti Suo Carlo Antoni Roma,
Caro F., La ringrazio anzitutto per il Suo interessamento al caso del ragazzo,
che Le avevo raccomandato. Ella ha fatto più di quanto potessi sperare. Il
trafiletto mi sembra andare benissimo: contiene alcune frecciate brillanti.
Naturalmente recherà un dispiacere al nostro Battaglia. Il quale potrà
sempre rispondere che l’organizzazione del congresso è stata diretta da
un comitato, che conteneva fior di laici e che costoro sono stati sempre
consenzienti. A mio avviso il difetto sta nell’assurdo di un congresso
filosofico, dove i filosofi laici, se decidono di intervenire, si presentano
necessariamente in ordine sparso, ciascuno con idee proprie, mentre le chiese
vi inviano schiere compatte e disciplinate. Ho pure qualche riserva da
fare sulle parole dell’amico Calogero, che hanno un significato che non
condivido: dialogare sta bene, ma bisogna guardarsi dal ridurre la filosofia a
mero dialogo, ché si rischia di ridurla ad un attualismo del dialogare, dove il
dialogo stesso diventa fine a sé stesso. Ma questo è un altro discorso. Con
cordialità Trovano in un certo modo conferma le consideraz ioni sulla
nobile solitudine tipica di uno studioso schivo e riservato come e Antoni.
Rinvio alla Introduzione di G. Sasso al carteggio Croce-Antoni. Ancora
strascichi polemici sui Congressi di filosofia in Italia. Mio caro F., in
effetti quella mia frase sull’insolubilità del problema di Scaravelli è p
iuttosto sibillina e può sembrare campata in aria. Mi piace molto che Ella me
ne faccia quasi un rimprovero. Tuttavia in una commemorazione non potevo
passare ad una critica e soprattutto non potevo affrontare per mio conto
l’intera questione. Il problema di Scaravelli era quello di dedurre il
molteplice dall’identico, cioè di scoprire o “capire” come la grande madre
genera i suoi figli. Era, insomma, il problema della creazione del mondo.
Se vogliamo, era anche il problema di derivare l’estetica dalla logica,
l’individuale esistenza dall’universale categoria. Questo, se non erro, era per
lui il problema del “capire”, che, come Ella ben vede, era insolubile. Ma
Ella vede anche che se avessi dovuto spiegare perché il problema era mal posto,
avrei dovuto tenere una vera e propria lezione. Con saluti cordialissimi Suo
Antoni Roma. Antoni aveva tenuto una splendida commemorazione di Scaravelli
nella Sala degli Stemmi alla Scuola Normale di Pisa Scaravelli è scomparso
tragicamente nella primavera di quell’anno. Così Antoni scrive a F.. Ella sa
della tragica morte del mio carissimo amico Scaravelli. Sono stato a Firenze ai
suoi funerali. È uno spirito amabile, brillante, fine, buono e un galantuomo
anche nelle cose filosofiche: è uno dei nostri ed io contavo su di lui. Per me
è una perdita dolorosissima. Caro F., eccellente il suo articolo su Weber. Ella
ha indubbiamente ragione nel trovare un presupposto kantiano o neo-kantiano
nella sua teoria del tipo ideale. Io ne avevo avvertito la presenza, ma non vi
avevo insistito. Assai utile il suo articolo per quei fessi in mala fede che
pretendono di scoprire Weber e di utilizzarlo, assieme a Dilthey, contro CROCE
(si veda). Raramente il rancore, l’arrivismo, la petulanza hanno messo
insieme tanta stupidità. Ma che cosa credono di concludere con questa impresa
sballata? Suo Antoni Roma. Caro F., penso anch’io che la Sua appartenenza
alla Nunziatella possa essere d’ostacolo ad un alleggerimento dei suoi
incarichi scolastici, reso urgente dai suoi incarichi universitari. Ho ricevuto
il suo Kant, ma Le devo confessare che non ho trovato il tempo per
leggerlo. Lo farò nei prossimi giorni. Alla fine di gennaio sono stato a
Zurigo, dove ho tenuto una conferenza e ho parlato alla radio: è stata una gita
splendida, un tempo magnifico, nella Svizzera coperta di neve. Suo Antoni. L’articolo
di F. su Weber e il “regresso” è uscito su Il Mondo. Si
tratta del volume: I. Kant, Critica della ragion pratica, a cura di F.,
Bari, Laterza. Not to be
confused with F., author of ‘I gladiatori. genza di far rientrare nella teoria del giudizio
storico, insieme alla dimensione del passato e del presente, anche quella del
futuro. Ma ciò poteva avvenire, proprio grazie alla ormai matura acquisizione
di quello che potremmo definire l'asse portante dello storicismo prospettico di
Franchi-ni: la concezione della storia come "realtà incompiuta". La
storia non è mai riducibile alla storicità del dato, né è racchiudibile
soltanto nell'oggetto della storiografia. Questo aspetto è solo una parte della
verità, ma certamente non la esaurisce. Aveva ragione Croce, quando, osserva
Franchini, sosteneva che il giudizio storico fosse da intendere come sintesi di
intuizione e concetto. Ma ciò che Croce non aveva debitamente messo in luce è
il fatto che «il giudizio storico, proprio perché guarda agli eventi in
pro-spettiva, cioè frontalmente, anche se la fronte è assai distanziata,
finisca col capovolgere in senso metodologico e scientifico la corrente
concezione della storia come mero accadimento, come ciò che è
"superato" perché, ormai, è "alle nostre spalle". La storia
non è mai alle nostre spalle, al contrario essa ci sta dinanzi e siamo noi come
storici a rettificarne continuamente la prospettiva, cioè la distanza non solo
cronologica ma ideale e politica, da quelli che comunemente si chiamano i
nostri tempi ([...]. Il giudizio storico, insomma, solo per una vecchia
illusione ottica, di ottica sto- riografica, sembra cercare il passato
[...], mentre in realtà esso lo afferra e sospinge dinanzi a noi, lo proietta
verso ciò che non è ancora, verso il futuro»!1. Stanno qui le premesse - come
fondatamente osserva ancora Cotroneo - di quella autonoma ed originale
svolta della riflessione di Franchini verso una teoria del "giudizio
storico-prospettico" che si richiamava esplicitamente al giudizio
riflettente kantiano e che, dunque, entrava in consapevole rotta di collisione
verso i principi logici tradizionali 2 e verso le forme assolute del sapere.
Insomma lo storicismo come "principio logico" aveva ormai abbandonato
ogni residuo tratto che potesse accomunarlo allo storicismo idealistico. Ciò in
cui Franchini finiva coll'imbattersi - e che da lui veniva originalmente
ripensato - è quell'universale senza concetto di cui parlava - come ricorda
Cotroneo - Kant nella Critica del giudizio, ma è anche, mi sentirei di aggiungere,
quel giudizio senza riflessione di cui parlava Vico nella Scienza nuova.
Insomma è quel giudizio adeguato ad una visione aperta e non prescrittiva della
storia e che si affida ad una razionalità flessibile che nasce nella storia e
con la storia continuamente si trasforma. " Cfr. R. FRANCHINI,
Teoria della previsione, cit., pp. 30-31. 12 Su ciò resta fondamentale
tutta l'argomentazione svolta in R. FRANCHINI, Eutanasia dei principii logici,
Napoli. Nome compiuto: Raffaello Franchini. Franchini. Keywords: I gladiatori. vitale,
avvenire, divenire, storia, historismus, historicismus, mecanismus,
mechanismus, mechanicismus, ragione storica, spirito, dialettica, opposti,
l’opposto, il distinto, aequi-vocalita della dialettica – dialettica come
metodo della filosofia, non della scienza; prospettico, prespetico, spettico,
giudizio, l’utile, storia ciclica, storia lineale, filosofia analitica,
historimus philologicus, critica della ragione storica; Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Franchini” – The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Franci:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’ostrogoti – la scuola
di Ferara – filosofia ferraese – filosofia emiliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Ferrara). Abstract: Grice: “In Italy,
I’m described as Goth – since I speak the Gothick language!” Abstract: goth. Filosofo
ferrarese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Ferrara, Emilia Romagna. Grice:
“I like Franci; for one, he philosophises and calls his thing ‘studi
linguistici,’ for another, he teaches in a varsity older than mine!” Insegna a Bologna. i suoi interessi si sono
concentrati principalmente sullo studio delle molteplici manifestazioni della
spiritualità. Dopo essersi laureato a Bologna con Heilmann, ha poi compiuto
studi di perfezionamento a Roma sotto la supervisione di Tucci. Direttore del
Dipartimento di Studi Linguistici, presidente dell'Accademia delle Scienze e
direttore della Biblioteca di Discipline Umanistiche presso l'Bologna. È stato
inoltre Accademico effettivo dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di
Bologna; Socio ordinario dell'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo
Oriente, Roma; Membro dell'European Society for Asian Philosophy, Nottingham, Socio
Onorario e membro del Comitato Scientifico dell'Associazione Italia-India;
Consigliere dell'Associazione Italiana di Studi Sanscriti; Vicepresidente del
Centro di Documentazione e Iniziativa per la Pace «Giovanni Favilli»; Membro
del Comitato Direttivo del Centro Studi, Iniziative e Informazioni «Amilcar
Cabral»; Membro del Coordinamento nazionale per l'insegnamento delle culture
afro-asiatiche nella scuola secondaria; Direttore della collana «Studi e testi
orientali». Ha inoltre insegnato presso le Calcutta per tre anni nei primi anni
sessanta e di Firenze. Insegna: Sanscrito Lingue Arie Moderne dell'India Storia
dell'India Moderna e Contemporanea Filosofie, Religioni e Storia dell'India e
dell'Asia Centrale. Gli interessi di Franci si rivolgano principalmente
all'India classica e, in particolare, allo studio del pensiero mistico (bhakti)
e dell'Advaita Vedānta shankariano. Egli non ha mancato comunque di
approfondirne anche gli aspetti moderni e contemporanei: il ruolo dell'induismo nell'India d'oggi;
problematiche relative alla questione linguistica, con particolare attenzione
alle letterature in bengali e in inglese; studi sul pensiero classico
nell'India d'oggi e i pensatori moderni in generale come Aurobindo. Altre
opere: L'Upadesasahasri (Gadyabhaga) di Sankara: contributo allo studio del
Kevaladvaita” (Bologna); “Recenti sviluppi delle questioni linguistiche
indiane, Bologna); “Alcuni problemi e tendenze della filosofia comparata”
(Bologna); “Yoga ed esicasmo, Trapani, “Saggi indologici, Bologna, La Bhakti:
l'amore di Dio nell'induismo, Fossano); “Studi sul pensiero indiano, Bologna, Piero
Martinetti e "Il sistema Sankhya", Contributi alla storia
dell'orientalismo, Giorgio Renato Franci, Bologna, Luigi Heilmann linguista, indologo,
umanista, Bologna, La benedizione di Babele: contributi alla storia degli studi
orientali e linguistici, e delle presenze orientali, a Bologna, Bologna, L'induismo,
Bologna, Il Mulino, Induismo, prefazione di Gianfranco Ravasifotografie di
Andrea Pistolesi, Milano, Touring Club Italiano, Il Buddhismo, Bologna, Il
Mulino, Yoga, Bologna, Il Mulino, Filosofia indiana Induismo, Treccani
L'Enciclopedia italiana".Ostrogoti antico popolo germanico. Gl’ostrogoti
(in latino Ostrogothi o Austrogothi) sono il ramo orientale dei goti, una tribù
germanica che influenza gl’eventi politici dell’impero romano.
Palazzo di Teodorico a Ravenna, mosaico nella basilica di Sant'Apollinare
Nuovo. Sconfissero Odoacre, che ha deposto Romolo Augusto, ultimo Imperatore
Romano d'Occidente, e si insediarono in Italia. Sono poi sconfitti dai
Bizantini. Identità con i Grutungi. Fibula ostrogota a forma di
aquila. La tribù degl’ostrogoti, o austrogothi, viene citata per la prima volta
all'interno della biografia dell'imperatore CLAUDIO IL GOTICO, attribuita a
Trebellius Pollio, appartenente alla raccolta Historia Augusta. Essi sono
ricordati fra le tribù della Scizia che invadeno e devastarono allora l'impero
(all'interno della biografia gl’ostrogoti sono citati insieme con i grutungi, i
tervingi e i visigoti. Secondo Wolfram le fonti primarie parlano di
Tervingi/Grutungi o di Vesi/Ostrogoti senza mai mischiare le coppie. I quattro
nomi vienneno usati contemporaneamente, ma sempre rispettando le coppie, come
in gruthungi, austrogothi, tervingi, e visi. Wolfram e Burns concludono che il
termine "grutungi" è un identificativo geografico usato dai tervingi
per descrivere un popolo che si autodefine ostrogoti.[ Questa terminologia spare
dopo che i goti vennero fatti scappare dall'invasione unnica. A suo supporto,
Wolfram cita Zosimo che parla di un gruppo di sciti a nord del Danubio chiamati
grutungi dai barbari dell'Ister. Wolfram conclude che questo popolo sono i tervingi
rimasti dopo la conquista degli Unni. Secondo questa concezione grutungi ed ostrogoti
sono più o meno LO STESSO POPOLO. Che i grutungi sono gl’ostrogoti è anche il
parere di Giordane. Egli identifica i re ostrogoti da Teodorico il Grande a
Teodato come gl’eredi del re Grutungio Ermanarico. Questa interpretazione,
nonostante sia condivisa da molti studiosi, non è universalmente condivisa. La
nomenclatura di grutungi e tervingi cadde in disuso. In generale, la
terminologia di una tribù gotica divisa dagli altri scomparve gradatamente dopo
l'assorbimento fatto dall'impero romano. Heather ritiene invece che
l'identificazione tradizionale degl’istrogoti con i greutungi è errata. Secondo
Heather gl’ostrogoti nasceno dalla coalizione tra i goti Amal in Pannonia, ex
sudditi degl’unni, e i goti foederati dell'Impero in Tracia. I grutungi che si
stanziarono all'interno dell'impero come foederati, secondo Heather, non sono
lo stesso popolo che fonda un regno romano-barbarico in Italia sotto Teodorico
il Grande, ma i progenitori, insieme con i tervingi e i goti superstiti
dell'armata di Radagaiso, dei visigoti. Secondo Heather, i visigoti nasceno
dalla coalizione, sotto Alarico, di TRE gruppi gotici: i tervingi, stanziati
come foederati nei Balcani e poi uniti sotto la guida di Alarico, i grutungi, stanziati
come foederati nei Balcani e poi uniti sotto la guida di Alarico, ed i goti di
Radagaiso. INVASA L’ITALIA, vennero sconfitti da Stilicone e arruolati
nell'esercito romano; dopo l'uccisione di Stilicone, vi fu un'ondata repressiva
da parte dell'Impero contro i soldati di origine barbarica, che decisero dunque
di unirsi ad Alarico) Secondo Heather, dunque, i Grutungi sono i progenitori
dei visigoti, non ostrogoti. Genealogia mitologica e storica Þjelvar
(secondo la Gutasaga) Hafþi = Huítastjerna Graipr Guti ovvero
Gapt (o Gautr o Gautar) (anche Gaut, Goto, etc.) (cfr. Giordane) Hulmul
Gautrekr leggendario re dei Geati, Augis "Amala", capostipite
degl’amali, Hisarnis Ostrogota, primo re degl’ostrogoti Hunuil Athal Achiulf
Oduulf Ansila Edilf Vultuuf Hermanaric,
re della tribù gotica dei Grutungi; Valaravans Hunimund Vinitharius Thorismund
Vandalarius Beremund Thiudimer Valamir Vidimer Veteric = Erelieva Eutaric =
Amalasunta Teodorico Amalafrida = N.N.; Audofleda (o Audefleda) Atalarico
Matasunta = Vitige; Germano
Giustino Teodegota = Alarico II; Amalasunta = Eutaric Germano Stor; Posizionamento
degli Ostrogoti in Sarmazia. Il regno gotico in Dacia (Gutthiuda). Secondo
le loro stesse tradizioni erano originari dell'attuale isola svedese di Gotland
e la regione di Götaland. Nel 250 si divisero dai visigoti e nacque
appunto il regno ostrogoto. Il primo re si chiamava Ostrogota ed era della
stirpe degli Amali. Gl’ostrogoti uccideno l'imperatore Decio, più tardi
saccheggiarono alcune isole dell'Egeo e conquistarono la Tracia e la
Mesia. La prima menzione di Ostrogoti si ha nel 269, quando l'imperatore
Claudio II li riconobbe fra i barbari sciti. In quell'anno Claudio II riuscì a
fermare l'avanzata degli Ostrogoti. Nelle prime fasi della loro
migrazione dalla Scandinavia, gli Ostrogoti, o goti d'Oriente fondarono un
regno a nord del Mar Nero (Cultura di Černjachov). Ma ricominciarono le
scorrerie e conquistarono il regno vandalo (che prima della conquista del Nord
Africa si trovava in Dacia) e presero questa popolosa regione. Dopo
queste vittorie assoggettarono popoli slavi(sklaveni) e arrivarono fino al Mar
Baltico, e alcuni storici paragonarono le loro imprese a quelle di Alessandro
Magno, perché avevano creato un regno che partiva dalla Grecia e arrivava fino
al mar Baltico. Invasioni degli UnniModifica Incalzati dagli Unni che li
avevano scacciati dalla loro regione d'insediamento tra il Danubio e il Mar
Nero, gl’ostrogoti chiesero pressantemente asilo a Valente, accalcandosi ai
confini dell'Impero, precisamente lungo il Danubio. L'imperatore Valente accetta
di accogliere le popolazioni barbare come foederati, allo scopo di rafforzare
il proprio esercito e per aumentare la base imponibile del fisco. Gl’ostrogoti
si stabilirono così nel territorio della Mesia e della Dacia. Dopo le
invasioni degli Unni Travolti dall'invasione unna, numerosi nuclei d’ostrogoti
entrano a far parte dell'orda d’Attila. Dopo la morte del condottiero unno, il
popolo ostrogoto si ricostituì e si stanzia lungo il medio corso del Danubio,
in un territorio corrispondente grosso modo all'odierna Serbia. Dopo il
collasso dell'Impero degl’unni, molti ostrogoti vennero spostati
dall'imperatore Marciano in Pannonia con la qualifica di foederati. Durante il
regno di Leone I, dal momento che l'impero romano smise di pagare la quota
annuale, devastano l'Illiria. Venne firmata la pace in seguito alla quale
Teodorico Amalo, figlio di Teodemiro della dinastia Amali, venne mandato a
Costantinopoli come ostaggio, dove riceve un'educazione romana. Regno in Italia
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Regno ostrogoto
e Teodorico il Grande. Teodorico sconfigge Odoacre (Antica
pergamena). Estensione del Regno degli Ostrogoti. In Italia, il barbaro
Odoacre DEPONE L’ULTIMO IMPERATORE ROMANO ROMOLO AUGUSTO, DETTO AUGUSTOLO, e
non osando proclamarsi imperatore si proclama RE di un misto di popoli barbari:
eruli, sciri, rugi, gepidi, e turcilingi. Egli riscatta dai vandali con un
tributo la Sicilia, che rimane dunque unita all'Italia e ne segue le sorti.
Caduto l'Impero romano d'Occidente, è rimasto in piedi quello d'Oriente, il cui
imperatore Zenone intende riconquistare l'Occidente, in mano ai barbari.
L'imperatore è preoccupato dall'intraprendenza di Odoacre, che sa governare in
modo da non urtare la suscettibilità dei latini e da estendere i confini del
suo regno. Il periodo vide una lotta a tre tra Teodorico, che successe al
padre, Teodorico Strabone e l'imperatore bizantino Zenone. Nel corso di questo
conflitto le alleanze cambiarono più volte, e buona parte dei Balcani venne
devastata. Alla fine, dopo la morte di Strabone, Zenone scese a patti con
Teodorico. Parte della Mesiae della Dacia vennero cedute ai Goti, e Teodorico
venne nominato magister militum praesentalis e Console. Solo un anno dopo
Teodorico e Zenone ripresero il loro conflitto, e di nuovo Teodorico invase la
Tracia saccheggiandola. Fu allora che Zenone siglò un accordo con Teodorico,
invitandolo a invadere l'Italia in suo nome per scacciare il re degli Eruli
Odoacre che, dopo aver deposto l'ultimo imperatore romano d'Occidente Romolo
Augusto ed essersi proclamato rex Italiæ, amministra la penisola in totale
autonomia. In numero forse di 250.000 tra uomini, donne e bambini, da
Nouae risalirono la Sava condotti da Teodorico loro re, si scontrarono con
Odoacre ad Aquileia e lo batterono a Verona. Odoacre scese invano nell'Italia
centrale per ottenere aiuti da Roma. Riguadagnata Ravenna riuscì a battere
l'avversario e a chiuderlo in Pavia: ma i Visigoti, giunti dalla Spagna in
aiuto dei loro consanguinei, ruppero il blocco. La guerra continuò un altro
anno finché Odoacre fu sconfitto definitivamente sull'Adda e venne costretto a
rifugiarsi a Ravenna. Dopo un lungo assedio a Ravenna, Odoacre si arrese a
Teodorico con la promessa di aver salva la vita. Ma Teodorico, violando i
patti, uccise Odoacre a tradimento durante un banchetto, con le proprie mani, e
ne fece uccidere i parenti e i seguaci. Secondo altri, Odoacre fu invece
giustiziato dopo rapido processo condotto dallo stesso Teodorico, in quanto
stava tentando di indurre alcuni generali ostrogoti alla rivolta per
riconquistare il trono. Gl’ostrogoti costituirono un nuovo regno
romano-barbarico in Italia, che si estendeva fino alla Pannonia a nord est e
alla Provincia, l'odierna Provenza, a nord ovest. Come Odoacre, anche Teodorico
poteva vantare il titolo di patrizio e rispondeva all'imperatore di
Costantinopoli con la qualifica di viceré d'Italia, titolo riconosciuto
dall'imperatore Anastasio. Il suo regno è caratterizzato da un relativo ordine
interno, anche se i luogotenenti reali violano sovente le disposizioni di
Teodorico di rispettare la popolazione latina. Molti proprietari terrieri
ancora fedeli al paganesimo sono eliminati con l'accusa di schiavismo, ma in
molte circostanze è un pretesto per consentire ai possidenti barbari e
collaborazionisti (tra cui Quinto Aurelio Memmio Simmaco) di ingrandire le loro
proprietà. Il regno sopravvive fino all'intervento diretto in Italia
dell'imperatore d'Oriente Giustiniano e alla susseguente guerra
goto-bizantina. La caduta Magnifying glass icon mgx2.svg Guerra
gotica. Impero di Teodorico - La mappa mostra i regni germanici nel 526,
l'anno in cui morì Teodorico. Oltre all'Italia, la Dalmazia e la Provenza,
regnò anche sui Visigoti. Dopo la morte di Teodorico del 30 agosto 526, le sue
conquiste incominciarono a collassare. Successore di Teodorico fu il neonato
nipote Atalarico, tutelato dalla madre Amalasunta come reggente. La mancanza di
un erede forte portò a una rete di alleanze che condussero lo stato ostrogoto
alla disintegrazione: il regno visigoto riconquista la propria autonomia sotto
Amalarico, i rapporti con i vandali divennero ostili, e i franchi incominciarono
una nuova campagna espansionistica sottomettendo i turingi, i burgundi e quasi
sfrattando i visi-goti dalla loro patria, la gallia meridionale. La posizione
di predominanza che il regno ostrogoto acquisì grazie a Teodorico in Europa
occidentale passa ora ai franchi. Non sopportando la reggenza di una
donna, né l'educazione romana impartita al ragazzo, né i rapporti ossequiosi d’Amalasunta
verso Bisanzio e neppure il suo spirito conciliante verso i Romanici, la
nobiltà gota riusce a strapparle il figlio e a educarlo secondo le usanze del
suo popolo. Tuttavia Atalarico si da a una vita di sperperi ed eccessi trovando
una morte prematura. Allora Amalasunta, che vuole mantenere il potere, sposa
suo cugino Teodato, duca di Tuscia. Costui, però, la relega in un'isola del
lago di Bolsena, dove poi la fa uccidere da un suo sicario. L'esilio e
l'assassino d’Amalasunta è il casus belli che permitte a Giustiniano di
invadere l'Italia. Teodato tenta d’evitare la guerra, spedendo messaggeri a
Costantinopoli, ma Giustiniano è già pronto a reclamare l'Italia. Solo la
rinuncia al trono di Teodato, e la consegna del suo regno all'impero, avrebbero
evitato la guerra. Il generale incaricato di dirigere le operazioni è
BELISARIO (melodramma), che da poco aveva combattuto con successo contro i vandali,
a cui furono affidati 10.000 uomini tra comitatensi, foederati e buccellarii.
Il generale bizantino conquista velocemente la Sicilia, per poi occupare Reggio
Calabria e Napoliprima. È a Roma, costringendo alla fuga il nuovo re dei goti
Vitige che da poco è stato chiamato a sostituire Teodato. Rimase fermo a lungo
a Roma poi, grazie a rinforzi giunti da Costantinopoli, il generale spedì
Narsete a liberare Ariminum (Rimini), e Mundila (che battè i Goti a Pavia) a
conquistare Mediolanum (Milano). I conflitti interni fra Narsete e Belisario
fecero sì che Milano, assediata, dovette capitolare per fame venendo
saccheggiata da 30.000 goti che, guidati da Uraia, trucidarono gli
abitanti. Ritratto di Teodato su una sua moneta. Nel frattempo
erano arrivati in Italia anche i Franchi e i Burgundi, discesi nella Pianura
Padana al comando di Teodeberto. Belisario riuscì a espugnare Ravenna, capitale
degli Ostrogoti, e a catturare Vitige, grazie a un'astuzia: finse di accettare
l'offerta da parte dei Goti di diventare loro re per farsi aprire le porte e
conquistarla. In seguito alla caduta di Ravenna, il tesoro regio e la corte
furono trasferite a Pavia, dove già Teodorico aveva fatto realizzare un Palazzo
reale.Giustiniano, spaventato, richiamò in patria Belisario lasciando campo
libero ai Goti. Sale al potere Totila, che ottenne l'appoggio della popolazione
italica grazie a una politica agraria di eguaglianza, in base alla quale i
servi, affrancati, si arruolavano in massa nell'esercito di Totila. Grazie a
questo e ad altri fattori, riconquistò l'Italia settentrionale. Totila arrivò
fino a Roma assediandola e conquistandola; per la sua difesa venne richiamato
Belisario che la riprese. Giustiniano, dopo aver richiamato Belisario, lanciò
una nuova campagna di conquista dell'Italia, con a capo Germano. Durante la riconquista
di Roma guidata da Narsete, Totila venne ferito e morì poco dopo. Il successore
di Totila fu Teia che, sconfitto velocemente, fu anche l'ultimo re dei Goti. La
sua sconfitta non determinò però l'automatica sottomissione delle guarnigioni
ostrogote, che, pur non eleggendo un nuovo re, continuarono avanti una lotta
disorganizzata, chiamando in loro aiuto i Franchi-Alamanni condotti da Butilino
e Leutari: Narsete, comunque, riuscì a sconfiggere i franco-alamanni,
spingendoli al ritiro e nello stesso tempo ottenne la sottomissione delle
ultime fortezze ostrogote della Tuscia, di Cuma e di Conza. Rimaneva però
ancora da conquistare la regione transpadana, in cui i goti, condotti da Widin,
non avevano intenzione di arrendersi e avevano ottenuto inoltre l'appoggio del
comandante franco Amingo: la loro resistenza durò fino a quando Narsete
sconfisse sia Widin sia Amingo e sottomise Verona, Pavia e Brescia, le ultime
sacche di resistenza. La Prammatica Sanzione del 554 ricondusse tutti i
territori dell'Italia sotto la legislazione dell'Impero bizantino, e reintegrò
tutti i proprietari terrieri delle terre alienate dall'"immondo"
Totila a favore dei contadini. Gli Ostrogoti, in seguito alla vittoria
bizantina, scomparvero praticamente come componente demica, venendo dispersi o
arruolati come mercenari per servire in Oriente nell'esercito bizantino, mentre
pochi rimasero in Italia; la Chiesa ariana venne perseguitata e molti Ostrogoti
vennero convertiti al cattolicesimo, salvo poi essere riassorbiti dai
Longobardi. CulturaOrecchini ostrogoti in stile policromo, Metropolitan
Museum of Art, New York. Architettura A causa della breve storia del regno,
l'arte d’ostrogoti e romani non sube una fusione. Sotto il patrocinio di
Teodorico e Amalasunta, comunque, vennero svolti numerosi restauri di edifici
dell'antica Roma. A Ravenna vennero costruite nuove chiese ed edifici
monumentali, molti dei quali sono tuttora in piedi. La Basilica di Sant'Apollinare
Nuovo, il suo battistero, e la Cappella Arcivescovile seguono uno stile
architettonico tardo romano, mentre il Mausoleo di Teodorico mostra elementi
puramente gotici, tipo il mancato uso di mattoni a cui vennero preferiti
blocchi di calcare istriano, o il tetto in monoblocco di pietra da 300
tonnellate. Buona parte dei lavori di letteratura gotica (redatti durante
il regno ostrogoto) sono IN LINGUA LATINA, nonostante alcuni dei più vecchi
siano stati tradotti in greco e IN GOTICO (ad esempio il Codex Argenteus).
Cassiodoro, provenendo da un contesto diverso, ed esso stesso incaricato di
compiti importanti nelle istituzioni (console e magister officiorum),
rappresenta la classe dirigente romana. Come molti altri con le stesse origini,
serve lealmente Teodorico e i suoi eredi, come descritto nelle sue opere del
tempo. Il suo Chronica, usato in seguito da Giordane per il proprio Getica, e
altri panegirici scritti da lui e da altri romani per i re goti del tempo,
vennero redatti sotto la protezione dei signori goti stessi. La sua posizione
privilegiata gli permise di compilare il Variae Epistolae, un epistolario di
comunicazioni di stato, che ci permette un'ottima conoscenza della diplomazia
gotica del tempo. Fibbia di cintura ostrogota da Torre del Mangano,
VI secolo, Pavia, Musei Civici BOEZIO (si veda) è un'altra importante figura
del tempo. Ben educato e proveniente da una famiglia aristocratica, scrive di
matematica, musica e filosofia. Il suo lavoro più famoso, il De consolatione
philosophiæ, venne scritto mentre si trovava imprigionato con l'accusa di
tradimento. Re ostrogoti Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso
argomento in dettaglio: Sovrani ostrogoti. Dinastia degli Amali Valamiro
Teodemiro Teodorico AtalaricoTeodato Re successivi Vitige Ildibaldo Erarico
Totila (anche conosciuto come Baduela) Teia. Picotti, Ostrogoti in Enciclopedia
Italiana Treccani Trebellius Pollio, Historia Augusta - Divus Claudius Wolfram,
Storia dei Goti, Roma, Salerno Herwig Wolfram, Burns, A History of the
Ostrogoths (Bloomington: Indiana Wolfram Heather, Peter, The Goths, Blackwell,
Malden, Heather Heather Wolfram Giordane, Getica, Bury; AA.VV., Dall'impero
romano a Carlo Magno, in La Storia, Milano, Mondadori, Settia, Il fiume in
guerra. L'Adda come ostacolo militare (V-XIV secolo)", Studi storici,
Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia. Torino: Einaudi Bury Bury History of the
Later Roman Empire, Procopio di Cesarea, De Bello Gothico Brandolini, Pavia:
Vestigia di una Civitas altomedievale. Majocchi, Sviluppo e affermazione di una
capitale altomedievale: Pavia in età gota e longobarda, "Reti Medievali –
Rivista, rmojs.unina.it index.php/rm/article Reti Medievali Fonti primarie Procopio
di Cesarea, De bello Gothico, Giordane, De origine actibusque Getarum
("Origine e azioni dei Goti"). traduzione di Mierow Cassiodoro,
Chronica Cassiodoro, Varia epistolae ("Lettere"), presso il Progetto
Gutenberg Anonymus Valesianus, Excerpta, Par. II Fonti secondarieModifica In inglese Gibbon, History
of the Decline and Fall of the Roman Empire Internet Archive. Burns, A History
of the Ostrogoths, Boomington, Bury, History of the Later Roman Empire
Macmillan Heather, The Goths, Oxford, Blackwell Publishers, Wolfram, Storia dei
Goti, Roma, Salerno, Amory, People and Identity in Ostrogothic Italy, Cambridge
Azzara, L'Italia dei barbari, Bologna, il Mulino, Bordone; Sergi, Il medio evo,
Torino, Einaudi I Goti. Catalogo della
mostra, Milano, Electa, Pepe, Il Medio Evo barbarico d'Italia. Torino, Giulio
Einaudi, Tabacco, La Storia politica e sociale, dal tramonto dell'Impero romano
alle prime formazioni di Stati regionali, in: Storia d'Italia, vol. I, Torino,
Einaudi, Tamassia, Storia del regno dei Goti e dei Longobardi in Italia,
Heather, La caduta dell'Impero romano, Milano, Garzanti. Fonti su Teodorico, Teoderico
il grande e i Goti d'Italia. Atti del XIII Congresso internazionale di studi
sull'Alto Medioevo (Milano Spoleto, CISAM, Garollo, Teoderico re dei Goti e
degl'Italiani, Firenze, Tip. Gazzetta d'Italia. Ensslin, Theoderich der Grosse,
München, Bruckmann Lamma, Teoderico, Brescia, La Scuola Editrice, Moorhead,
Theoderic in Italy, Oxford, Oxford Amory, People and identity in Ostrogothic
Italy, Cambridge, Giovanditto, Teodorico e i suoi goti in Italia, Jaca Book,
Milano; Saitta, La «civilitas» di Teoderico: rigore amministrativo,
«tolleranza» religiosa e recupero dell'antico nell'Italia ostrogota, Roma,
L'Erma di Bretschneider Goti Sovrani ostrogoti Regno ostrogoto Lingua gotica
Teodorico il Grande Grutungi Ostrogoti, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico
della Svizzera. Ostrogoti, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica;
Ostrogoti, in Catholic Encyclopedia, Appleton Portale Antica Roma
Portale Medioevo Regno ostrogoto regno ostrogoto in Italia; Tervingi
Grutungi. Nome compiuto: Giorgio Reato Franci. Franci. Keywords: i ostrogoti,
Staal, Grice on Indian Philosophy – ‘the Indian philosophical culture” “The
Western-European philosophical culture” -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Franci” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Francia:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei centauri – la scuola
di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice: “For my use of
‘objective’—not as in ‘conversational objective’ – I recommend my first Carus
Lecture!” Keywords:
oggetivo-suggetivo. Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Fireze,
Toscana. Grice:
“Francia is a good one; for one, he philosophised on ‘not’: “il rifiuto.””
Grice: “Italians use rifiute and confute – as we do!” – Grice: “Ryle used to
say, to provoke Popper, that ‘to refute’ is pretentious, when “to deny” does!” Figlio del generale e geografo Orazio e di Gina
Mazzoni, dopo gli studi liceali si laurea Firenze con Carrara, di cui diviene.
Insegna a Firenze. Al contempo, svolse attività di ricerca all'Istituto Nazionale
d’Ottica di Arcetri, diretto da Vasco Ronchi. Lavora presso il centro di
ricerca ottica della Ducati di Bologna fino a quando divennne professore
straordinario di onde elettromagnetiche a Firenze, quindi ordinario della
stessa disciplina all'istituto nazionale d’Ottica (Arcetri), dopo anni di
ricerca e di insegnamento all'Rochester. Passa a Firenze, come ordinario di
ottica su una cattedra appositamente creata per lui. Contemporaneamente,
collabora con l'Istituto di ricerca sulle microonde del CNR di Firenze, fondato
da Nello Carrara. Fonda e diresse sia l'Istituto di ricerca sulle onde
elettromagnetiche, oggi Istituto di Fisica Applicata del CNR, che l'Istituto di
Elettronica Quantistica (sempre del CNR). Ordinario di fisica a Firenze.
Altresì presidente della Società italiana di fisica, della International
Commission for Optics della Società italiana di logica e filosofia della
scienza, del Forum per i problemi della pace e della guerra e della Scuola di
musica di Fiesole, oltre l'ambito scientifico F. ha vasti interessi culturali,
occupandosi approfonditamente tra l'altro di filosofia della scienza. Socio
nazionale dell'Accademia Nazionale dei Lincei, è anche un appassionato
dantista. È padre dell'architetto Cristiano F.. Si occupa
variamente di fisica matematica, di ottica, di microonde, di laser, di
meccanica quantistica, di elettrodinamica, di fondamenti della fisica, di
epistemologia, di informatica. Tra i suoi contributi principali sono da
ricordare, nel campo dell'ottica, la formulazione del concetto di
super-risoluzione (Toraldo filters) e del principio dell'interferenza inversa (prodromico
alla nozione di olografia), nonché la dimostrazione sperimentale dell'esistenza
delle onde evanescenti (evanescent waves). I suoi contributi più recenti
hanno riguardato la didattica della fisica, la divulgazione della filosofia
della scienza e i rapporti tra scienza e società nonché tra cultura scientifica
e cultura umanistica. Tra l'altro, in collaborazione ha curato e tradotto in
italiano il noto trattato La fisica di Feynman, opera didattica di Feynman.
Altre opere: Fisica per architetti, Edizioni Universitarie, Firenze); “Onde
elettromagnetiche, Zanichelli, Bologna); “Radiazione, Istituto di Fisica,
Università degli Studi di Firenze, Firenze, “Diffrazione” (Einaudi, Torino);
“Il fotone e l’elettrone”; Istituto di Fisica, Università degli Studi di
Firenze, Firenze, “L’accelerazione della particella” Istituto di Fisica,
Università degli Studi di Firenze, Firenze); “Elettrodinamica e radiazione” Istituto
di Fisica, Università degli Studi di Firenze, Firenze. “Il metodo geometrico ed
il metodo aritmetico della fisica” Istituto di Fisica, Università degli Studi
di Firenze, Firenze, “Radiazione”, Istituto di Fisica, Università degli Studi
di Firenze, Firenze, “Il fisico (Einaudi, Torino); “Il fisico” (Guaraldi,
Firenze-Rimini, Il rifiuto. Considerazioni semiserie di un fisico sul mondo di
oggi e di domani, Einaudi, Torino, Problemi dei fondamenti della fisica, Scuola
Internazionale di Fisica, Varenna sul Lago di Como, Società Italiana di Fisica,
Editrice Compositori, Bologna, Le teorie fisiche. Un'analisi formale (Bollati
Boringhieri, Torino); “L'amico di Platone. L'uomo nell'era scientifica”
(Vallecchi, Firenze); “Le cose e i loro nomi” (Laterza, Roma-Bari); Fisica per il licei” (La Nuova Italia,
Firenze); “La grande avventura della scienza, Istituto di Fisica, Università
degli Studi di Firenze, Firenze, “La scimmia allo specchio. Osservarsi per conoscere”
(Laterza, Roma-Bari); “Un universo troppo semplice. La visione storica e la
visione scientifica del mondo, Feltrinelli, Milano); “Tempo, cambiamento,
invarianza” (Einaudi, Torino, Dialoghi di fine secolo. Ragionamenti sulla
scienza e dintorni” (Giunti, Firenze); -- EX ABSURDO “Ex absurdo. Riflessioni
di un fisico, Feltrinelli, Milano); “In fin dei conti, Di Renzo Editore, Roma);
“Il pianeta assediato. Conversazione di fine millennio” Le lettere, Firenze, Nascita
di un uomo moderno, Edizioni CNSL, Recanati, Introduzione alla filosofia della
scienza” (Laterza, Roma-Bari, Metodi matematici della fisica, Edizioni IFAC,
Firenze,. Elettrodinamica e teoria della radiazione (Renzo Vallauri e Daniela
Mugnai), Edizioni IFAC, Firenze. Per le notizie biografiche qui riportate, ci
si riferisce a R. Pratesi, L. Ronchi Abbozzo, "Breve nota sul contributo
scientifico di Giuliano Toraldo di Francia", Quaderni della Società
Italiana di Elettromagnetismo, cfr. anche aif/ fisico/biografia-f./ Elenco dei Professori di Firenze Archiviato, Florence, Italian
Physical Society, Editrice Compositori, Bologna, R. Pratesi, L. Ronchi Abbozzo,
Breve nota sul contributo, Quaderni della Società Italiana di Elettromagnetismo,
E. Castellani, "Nodi d'invarianti:
l'eredità", scienziato umanista, Le Scienze, E. Agazzi, "Ricordo", Epistemologia,
Breve nota sul contributo, su elettromagnetismo. Angela, Dialoghi di fine
secolo: ragionamenti sulla scienza e dintorni, Giunti, In ricordo, Riccardo Pratesi, Società italiana
di fisica. Teatro dell'assurdo Lingua Segui Storia del teatro occidentale
Teatro greco Tragedia greca Commedia greca Dramma satiresco Autori classici
greci Teatro latino Atellana Cothurnata Fescennino Praetexta Palliata Satira
latina Togata Autori classici latini Teatro medievale Sacra rappresentazione
Mistero Moralità Masque Dumbshow Commedia elegiaca Teatro moderno Commedia
umanistica Teatro erudito Dramma pastorale Teatro rinascimentale Teatro
elisabettiano Commedia dell'arte Commedia ridicolosa Comédie larmoyante Dramma
romantico Dramma borghese Dramma politico Teatro contemporaneo Regia teatrale
Teorici del teatro Teatro epico Teatro dell'assurdo Varietà Storia della danza
Storia del mimo e della pantomima Storia del circo Visita il Portale del Teatro
Teatro dell'assurdo è la denominazione di un particolare tipo di opere scritte
da alcuni drammaturghi, soprattutto europei, tra gli anni quaranta e gli anni
sessanta, a volte prolungato agli anni settanta per quel che riguarda poi il
lavoro di alcuni autori particolari. Con lo stesso termine si identifica anche
tutto lo stile teatrale nato dall'evoluzione dei loro lavori. Etimologia Il
termine venne coniato dal critico Esslin, che ne fece il titolo di una sua
pubblicazione, The Theatre of the Absurd. Per Esslin il lavoro di questi autori
consiste in una articolazione artistica del concetto filosofico di ASSURDITÀ dell'esistenza,
elaborato dagli autori dell'esistenzialismo (si vedano ad esempio le tesi di
Sartre e quelle successive di Camus, esposte anche nelle proprie produzioni
narrative e appunto TEATRALE, oltre a quella consueta saggistica). Le
caratteristiche peculiari del teatro dell'assurdo sono il deliberato abbandono
di un costrutto drammaturgico razionale e il rifiuto del linguaggio
logico-consequenziale. La struttura tradizionale (trama di eventi,
concatenazione, scioglimento) viene pertanto rigettata e sostituita da una
successione di eventi priva di logica apparente, legati fra loro da una labile
ed effimera traccia (uno stato d'animo o un'emozione), apparentemente senza
alcun significato. Il teatro dell'assurdo si caratterizza per dialoghi
volutamente senza senso, ripetitivi e serrati, capaci di suscitare a volte il
sorriso nonostante il senso tragico del dramma che stanno vivendo i
personaggi. Tra i maggiori esponenti del teatro dell'assurdo (che
potrebbe avere come "padre" letterario Jarry) vanno ricordati
Beckett, Tardieu, Ionesco, Valentin, Adamov e Schehadé. Una seconda generazione
ha avuto come protagonisti Pinter, Pinget, Vian e Mrożek. Anche Genet, autore
di Le serve, era stato inizialmente inserito da Esslin nel gruppo
originario. Fra gl’autori italiani, è spesso accostato al teatro
dell'assurdo CAMPANILE (si veda), indicandolo come un precursore. Esslin, The
Theatre of the Absurd, Garden City, Doubleday et Company, Assurdo
Esistenzialismo Generi teatrali Patafisica Teatro dell'assurdo, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Voce Teatro dell'assurdo nel
Dizionario dello Spettacolo del '900, su Delteatro Portale Letteratura
Portale Teatro Esistenzialismo corrente di pensiero Ionesco
scrittore e drammaturgo francese Camus
et la Parole manquante Langue Suivre Camus et la Parole manquante est un essai
de Costes consacré à Camus et publié. Le cheminement intellectuel de l'écrivain est
étudié sous un angle psychanalytique, et décomposé en trois cycles: le cycle de
l'absurde, le cycle de la révolte et le cycle de la culpabilité. Camus et
la Parole manquante Costes France Essai Payot Science de l'Homme Série Étude
psychanalytique modifier Consultez la documentation du modèle Camus parole.jpg
Cadre conceptuel Costes se propose de saisir le cheminement intellectuel d'un
des écrivains français les plus lus, aussi bien dans son pays que dans le
monde. C'est à dessein qu'il a placé cette citation de Camus en tête de son
ouvrage: Comme les grandes œuvres, les sentiments profonds signifient
toujours plus qu'ils n'ont conscience de le dire. Le Mythe de Sisyphe. Costes
fonde son étude sur une double approche, à la fois textuelle sur l'analyse des
textes de Camus -la plus exhaustive possible- et sur une approche biographique
de l'homme. Pour lui, les deux approches sont complémentaires pour rendre
compte le plus exactement possible de ce qui a fondé la démarche camusienne.
Son objectif est de rechercher ce qui fait le désir de création d'un écrivain
comme lui et de s'attacher à expliquer les modes de sublimation littéraire :
pourquoi est-il devenu écrivain, où puise-t-il son énergie créatrice? Il est
certain que dans son cas le fait parental est un élément évident. D'une part,
il n'a pas suffisamment connu son père, mort pendant la guerre, un an après la
naissance d'Albert, pour en garder la moindre image. D'autre part, sa mère,
douce et peu loquace, s'est toujours effacée derrière la figure autoritaire de la
grand-mère. L'enfant est donc rapidement confronté à une forte absence
parentale. Pour combler ce manque, il va rechercher en particulier des
substituts de père, qu'il va trouver chez son instituteur Germain puis chez
Grenier, son professeur de FILOSOFIA au LICEO LIZIO d'Alger (ce qu'Alain Costes
appelle des imagos). Il leur impute son amour pour le football, dont son
instituteur était particulièrement féru, de la nage et de la mer, qui lui
viendrait de son oncle tonnelier qui vivait avec eux chez la grand-mère, et de
l'écriture qu'il tiendrait du professeur Grenier. Son amour du théâtre en
découle largement. Le théâtre transportait Camus dans le monde qui était
exactement le sien du fait de ses identifications paternelles littéraires.
Cycle de l'absurdeModifier Sisyphe. L'homme que je serais si je n'avais
été l'enfant que je fus. Carnets. Apparemment, La mort heureuse son premier
roman, s'inscrit dans un cadre œdipien banal: Mersault entretient une liaison
avec Marthe qui va de temps en temps voir Zagreus, son ancien amant. Mais
Mersault tue Zagreus dans une crise de jalousie. Tout se complique cependant:
Mersault a surtout tué Zagreus pour le voler, Zagreus l'estropié, (comme
l'oncle de Camus) infirmité qu'il a rapportée de la guerre, cette guerre où son
père est mort. Voilà la raison essentielle du meurtre de Zagreus par Mersault,
cet homme silencieux qui rappelle à Camus cette mère absente et murée dans son
silence. L'analyse d'Alain Costes est confortée par un article où les
difficultés de Meursault se traduisent ainsi: échec du travail de deuil, perte
de contact avec la réalité et rupture des relations objectale. C'est en quelque
sorte le fantasme de Camus qui a pour titre L'Étranger. L’ambivalence de
Camus, le côté positif qu’il investit dans la Nature idéalisée et le côté
négatif d’une perte de contact avec la réalité, c’est d’abord son premier
recueil de nouvelles où l’on retrouve dans le titre cette dualité: l’endroit »
qu’il projette sur la Nature, sur l’amour et l’envers qui représente le monde
absurde et angoissant. Face à cette angoisse, à ses tentations suicidaires – le
suicide est « le seul problème philosophique - Camus veut exprimer son pari
pour la vie, par-delà l’absurde à travers l’analyse qu’il livre dans Le Mythe
de Sisyphe. Quoi qu’il en soit, écrit Costes, la pierre angulaire de la
pensée de Camus réside dans les silences de sa mère. Comme les mythes, les
silences sont faits pour que l’imagination les anime. Il rêve d’une philosophie
du minéral, à force d’indifférence et d’insensibilité, il arrive qu’un visage
rejoigne la grandeur minérale d’un paysage. C’est la bonne mère Nature
qui réapparaît mais sous une forme dénudée, hiératique, celle où il est souvent
question de pierre ou de désert. Le Malentenduaussi est une tragédie du mutisme,
de la non communication, comme toutes les œuvres du cycle de l’absurde. Quand
Camus termine Le Malentendu, il note dans ses carnets. C’est le goût de la
pierre qui m’attire peut-être tant vers la sculpture. Elle redonne à la forme
humaine le poids et l’indifférence sans lesquels je ne lui vois de vraie
grandeur. Comme le sculpteur qui fait parler la pierre, Camus peuple le silence
maternel de ses fantasmes ». C’est le mythe de Niobé, réduite au silence pour
avoir provoqué la mort de ses enfants. Ce silence qui fascine tant Camus et lui
renvoie l’image de sa mère, il va le vaincre par l’écriture, oralité du
langage, qui tient aussi à son père mort et à son oncle muet. Cycle de la
révolte La révolte selon Delacroix La conception de La Peste est difficile, laborieuse,
trois versions se succèdent pour composer, recomposer, peaufiner son texte.
Pour Alain Costes, ce long et pénible travail exprime la « restructuration
progressive du moi physique camusien. Camus précise ainsi son objectif: Faire
ainsi du thème de la séparation le grand thème du roman; c’est le thème de la
mère qui doit tout dominer. C’est un Camus recomposé en 4 personnages,
expression de la restructuration de son Moi: le docteur Rieux est le résistant
Camus, Tarrou est le fils dont le père (comme celui de Camus) assista à une
exécution capitale, Rambert le journaliste que la peste sépare de sa femme et
Grand le long travail de création. Est jouée la première de L’État de
siège. Dans cette pièce, les habitants de Cadix vivent une vie insouciante
quand survient le tyran Peste et sa secrétaire. Seul Diego s’oppose au tyran et
se sacrifiera pour qu’il parte. Mais ici c’est l’image paternelle du tyran qui
est maléfique, alors que l’imago maternel est valorisé et Diego va engager une
lutte victorieuse contre le Père. Cette évolution indique selon Alain Costes,
que Diego-Camus « aborde très clairement la situation œdipienne ». Les
Justes, cette pièce ou des révolutionnaires russes doivent tuer le Grand-duc,
représentant du tsar (donc le Père) repose sur l’histoire du meurtre du père et
l’histoire d’une passion avec Dora-Kaliayev. Les amants se rejoignent enfin
au-delà de la mort dans un acte qui transcende leur amour contrairement à
l’histoire de Victoria et de Diego dans L'État de siège. C’est pourquoi Costes
peut soutenir que pour la première fois, on y trouve une problématique
authentiquement œdipienne. Lors de la gestation de L'Homme révolté, Camus
prend ses distances vis-à-vis de ses premiers maîtres, André de Richaud, André
Gide, André Malraux, les philosophes allemand et même Grenier dont il dit :
rencontrer cet homme a été un grand bonheur. Le suivre aurait été mauvais, ne
jamais l’abandonner sera bien. L’Homme révolté, c’est la recherche de la
mesure, ce qu’il appelle la pensée de Midi. Camus veut dépasser le thème de
l’absurde en repartant du mythe de Sisyphe, je crie que je ne crois à rien et
que tout est absurde, mais je ne puis douter de mon cri et il me faut au moins
croire à ma protestation. C’est ce dépassement qui devient révolte. Touche après
touche, Camus trace à partir des faits accumulés (le recours au rationnel) ce
qu’il appelle la mesure, qui doit permettre de concilier dimensions personnelle
et collective, justice et liberté. On assiste selon Alain Costes au « passage
d’une pensée antithétique à une pensée dialectique, La Pensée du Midi, synthèse
de liberté et de justice, de culpabilité et d’innocence, d’individuel et de
collectif, de personnel et de lucide. Cycle de la culpabilité Schéma de la
culpabilité Dans L'Exil et le Royaume, aussi bien Janine La Femme infidèle
dépressive qui, dans le Sahel loin de chez elle, perd ses repères et sa
confiance en elle-même que dans Le Renégat, cet « esprit confus qui cherche une
rédemption masochiste jusque dans le désert saharien, ces deux héros dépressifs
se vivent en tant qu’objet, « en état de totale dépendance », en quête d’un
objet perdu (le mari pour elle et le père pour lui). On retrouve cette
tendance dans la nouvelle Retour à Tipasa où Camus est effectivement retourné,
mais en hiver cette fois, contraste marquant avec le Tipasa de Noces écrasé de
soleil. Il y trouve un temps de mélancolie et la frustration du retour à Paris
car « il y a la beauté et il y a les humiliés ». Il emportera « une petite
pièce de monnaie, beau visage femme côté pile et face rongée de l’autre
côté. La dépression latente, l’extrême difficulté à écrire s’inscrit dans
les deux Jonas. La nouvelle conte l’histoire –très autobiographique- d’un
peintre qui laisse envahir sa vie et ne parvient plus à exercer son art. Il en
arrive à vivre dans la gêne, à se réfugier dans une espèce de cagibi dans
lequel Costes voit comme un rappel de l’utérus, régression ultime de la
dissolution du Moi. Dans la seconde version plus optimiste, un mimodrame, Jonas
se reconstruit en peignant une immense toile mais sa prise de conscience sera
fatale à son 'objet', à sa femme qui dépérit et finit par mourir. Dans la
seconde version, Camus est dans son élément, la réalité théâtrale où il va
désormais se réfugier pour quelques années, échappant dans l’adaptation
théâtrale au contenu, au fond qu’il emprunte aux auteurs qu’il adapte. La
seule nouvelle de L'Exil et le Royaume qui soit plus « optimisme (porte ouverte
au Royaume) s’intitule La Pierre qui pousse. Cette pierre rappelle bien sûr le rocher
de Sisyphe mais ici le héros d’Arrast va se débarrasser de sa pierre en la
déposant chez son ami le coq. Selon Alain Costes, ce n’est qu’en retrouvant la
parole par sa discussion avec le coq que d’Arrast va pouvoir « évacuer son
objet persécuteur (jeter sa pierre) et clore son travail de deuil. Dans
La Chute, son héros Clamence va s’infliger un châtiment radical pour apaiser sa
culpabilité, devenir sourd à ce cri, ce corps qui tombe à l’eau et le poursuit
depuis si longtemps. Il s’installe dans cette ville de canaux et de brume, lui
qui n’aime que le soleil de la Méditerranée, dans le « malconfort », « cette
cellule de basse-fosse », comme Jonas va s’isoler dans sa soupente. De là, il
va pouvoir prendre à témoin le monde entier, s’auto accuser, « projeter son
surmoi sur le monde extérieur », se réfugier dans ce personnage double de
juge-pénitent. Ces années cinquante sont les années où Camus se lance dans
l’adaptation et la direction théâtrale. Il y a, comme le note Quilliot, des
raisons objectives, le décès de Marcel Herrand, la crise physique et morale
confinant à la dépression qui mobilise une partie importante de ses forces.
Mais Costes y voit surtout l’omnipotence des images du père, retour au théâtre,
retour aux grandes admirations adolescentes, retour au Père. Camus tourne une
nouvelle page. C’est en janvier, la première des possédés qui lui a coûté tant
de temps et d’efforts, en novembre il commence à écrire Le premier homme,
double quête de la mère et du père où Camus avait retrouvé sa créativité à travers
la sublimation par l’écriture. Références psychanalytiques Camus aborde
plusieurs concepts psychanalytiques dans son œuvre: Surmoi: phase
postérieure à la liquidation de l'Œdipe, trouvant sa source dans
l'intériorisation des interdits parentaux et constitue le représentant
psychique de la réalité extérieure ; Désintrication: arrêt d'une situation
entremêlée; Parents combinés: fantasme très archaïque, précédant la scène
primitive, défini par Mélanie Klein où les parents apparaissent confondus dans
une relation sexuelle ininterrompue; Processus primaire : Ensemble des
mécanismes de l'appareil psychique de l'inconscient, produisant rêve et
symptôme, lapsus et œuvre d'art. Les processus principaux sont le déplacement,
la condensation et le retournement dans le contraire; Processus secondaire:
Mécanisme qui joue sur le pré conscient et l'inconscient avec révision du désir
après examen de la réalité extérieure. Germain à qui il dédiera ses Discours de
Suède, donc d'une certaine façon son prix Nobel de littérature. Image
fantasmatique des représentations des deux sexes avec qui le sujet a vécu une
relation affective durable. On peut ainsi discerner d'une façon très générale:
l'imago de la bonne mère ou l'imago de la mauvaise mère (même chose pour le
père. Camus sera d'abord un gardien de buts accompli au Racing club d'Alger
puis un supporter assidu à Paris. Pour un portrait de cet oncle qui vivait avec
eux à Alger, voir la nouvelle Les Muets dans le recueil L'Exil et le Royaume.
Voir ses nouvelles autobiographiques dans L'Envers et l'Endroit. Pichon-Rivière
et Baranger, Répression du deuil et intensification des mécanismes et des
angoisses schizo-paranoïques, Revue française de psychanalise. Ne pas confondre
Mersault héros de La Mort heureuse et Meursault héros de L'Étranger. Perte du
réel qui finit par une stupeur catatonique. Dont le fantasme se focalise sur un
objet. La pièce de Ben Jonson qu’il donne avec sa troupe du Théâtre du travails’intitule
La Femme silencieuse. Carnets, édition de la Pléiade. Voir les nouvelles La
Halte d’Oran ou le Minotaure et Le Désert. La tragédie n’est-elle pas toujours
“malentendu” au sens propre du terme, stupeur et pour tout dire, surdité »
commente Quillot dans son essai sur Camus La Mer et les Prisons. Morvan
Lebesque écrivait déjà dans son essai sur Camus: En Rieux, en Tarrou, voire en
Joseph Grand ou en Rambert, c’est Camus lui-même qui se rassemble. Carnets. Costes
résume ainsi ces nouvelles : « Janine en quête d’un homme, le Renégat courant
de père en père, les muets réduits (eux aussi) au silence par leur patron, Daru
dans L’Hôte rendu étranger à son pays du fait de la loi, d’Arrast, Jonas et
Clamence ulcérés par les exigences de leur surmoi, tous sont torturés par une
problématique dont la plaque tournante est l’imago paternelle Nouvelle intégrée
au recueil L'Été. Cette disparition prématurée oblige Camus à prendre la
direction du festival d’Angers. Camus recherchera la tombe de son père avant
d’aller s’y recueillir à Saint-Brieuc. Chasseguet-Smirgel, Dépersonnalisation,
phase paranoïque et scène primitive, Revue française de psychanalyse, Camus et
la Parole manquante. Pichon-Rivière et Baranger, Notes sur l'Étranger de Camus,
Revue française de psychanalyse; Durand, Le Cas Camus, Fischbacher, Luppé,
Camus, Universitaires, Simon, Présence de Camus, Nizet, Grenier, Les Îles,
Gallimard, Onimus, Camus, Desclée de Brouwer / Fayard, Ginestier, Pour
connaître la pensée de Camus, Gallimard, Boone, Camus, coll. La Plume du temps,
éd. Henri Veyrier, Liens internes Société des études camusiennes Culpabilité
(psychanalyse) icône décorative Portail de la littérature française Le Mythe de
Sisyphe ouvrage d'Albert Camus Cycle de l'absurde La Mort heureuse livre
de Camus. The
title which I have chosen for these lectures embodies, as I am sure you will
have noticed, an ambiguity of a familiar type, an act-object ambiguity. The
title-phrase [The Conception of Value] might refer to the item, whatever it may
be, which one conceives, or conceives of, when one entertains the notion of
value; again, it might refer to the act, operation, or undertaking in which the
entertainment of that notion consists, and of which the conception (or concept)
of value, in the first sense, is the distinctive object. My introduction of this ambiguity was not
accidental: for the precise nature of the connection between, on the one hand,
the kind of thinking or mental state which is found, at least in primary
instances, when we make attributions of value, and, on the other, the kind of
item (if any) which serves as the characteristic object of such thinking is a
matter which I regard as quite central to a proper study of the notion of
value; my concern with it, moreover, is not an idiosyncracy, but has been
shared by very many of the philosophers who, throughout the ages, have devoted
themselves to this topic. Indeed a full understanding of the relationship
between this or that fundamental form of thinking and the item, or class of
items, which is, or at least might claim to be, a counterpart in extra-mental
reality of that form of thinking seems to me a characteristic end of metaphysical
enquiry. So it will not, perhaps, surprise you when I suggest, first that one
should be ready to payattention not merely to the special (peculiar) character
of the central questions about value but also to their general character, that
is, to their place on the map of philosophical studies and their connection
with other questions which are also represented in that map; and second that we
should be ready, or even eager, if we can, to provide any answers which may
initially find favour in our eyes with a suitable metaphysical backing. To do
this might be a way, and might even be the only way, to remove the bafflement
of certain people (of whom I know several) who are extremely able and highly
sophisticated philosophers, particularly in the region of metaphysics, but who
say, nevertheless, that they 'really
just don't understand ethics'. I suspect that what they are lacking is not (of
course) any competence in practical decision-making, but rather a clear picture
(if one can be found) of the nature of ethical theorizing and of its proper
place in the taxonomy of the enquiries which make up philosophy. To decide whether and to what extent the kind
of global approach which I have in mind would be appropriate in a treatment of
fundamental problems about the nature of value, it is obviously desirable to
have a reasonably well-defined identification of those problems. To judge from
the philosophical literature, prominent among such issues are questions about
the objectivity of value (or of values) and questions about the possibility of
defending or rebutting scepticism about value (or values); and no sooner has so
much been said than it becomes evident that methodological uncertainties arise
at the very outset of our investigations. For it is far from clear whether the
two sets of questions to which I have just alluded are identical with one
another or distinct; are questions about objectivity the same as, or different
from, questions about the possible range of scepticism? And if the questions
are the same, which way do the identities run? Is the case for scepticism to be
equated with the case for objectivity, or with the case against objectivity?I
myself, in these lectures, plan to pursue my investigation of the conception of
value by addressing myself, in the first instance, to questions about
objectivity in this region and to the relation of such questions to questions
about scepticism. And since my own pre-reflective leanings are in the direction
of some form or other of objectivism, I shall, with at least a faint hope of
determining whether these leanings are defensible and (indeed) whether they are
coherently expressible, begin (but I hope not end) by considering the ideas of
two recent anti-objectivists. Today it is the turn of the late J. L. Mackie;'
tomorrow I shall turn to Philippa Foot.?
'There are no objective values' says Mackie (p. 15). Let us try to
outline the steps which he takes in order to elucidate and defend this 'bald
statement' (as he calls it) of his central thesis concerning the status of
Ethics. First of all, he makes it clear that in denying objectivity to values
he is not just talking about moral goodness, or moral value (in the strictest
sense of that phrase), but it referring to a considerable range of items which
could be called "values"; to items which could be 'more loosely
called moral values or disvalues, like 'rightness and wrongness, duty,
obliga-tion, an action being rotten and contemptible, and so on'; also to an
unspecified range of non-moral values, 'notably aesthetic ones, beauty and
various kinds of artistic merit. He
suggests that, so far as objectivity is concerned, 'much the same
considerations apply to aesthetic and to moral values, and there would be at
least some initial implausibility in a view which gave the one a different
status from the other'. I find myself in some uncertainty at this point about
the extent of the range of values with the status of ' U. L. Mackie, Ethics: Inventing Right and
Wrong (Harmondsworth, Middlesex, and New York: Penguin Books, 1977), esp. ch.
1. All the quotations from this book were taken without change, with one
exception: when quoting from Mackie's p. 17 (p. 31 below), Grice underlined
'not'.) 2 [Especially 'Morality as a
System of Hypothetical Imperatives' in Philippa Foot, Virtues and Vices and
Other Essays in Moral Philosoph:
Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 1978).which
Mackie is concerned, and perhaps partly in consequence of this uncertainty I am
not sure whether his suggestion is that, so far as relates to objectivity, it
is implausible not to assign the same status to moral and to aesthetic values,
or whether it is the seemingly much stronger suggestion that, so far as relates
to objectivity, plausibility calls for the assignment of the same status to all
values. I shall return to this question.
Mackie envisages three very different reactions to his initial 'bald
statement': that of those who see it as false, pernicious, and a threat to
morality; that of those who see it as a trivial truth hardly worth mentioning
or arguing for; and finally that of those who regard it as meaningless or
empty', as raising no real issue. Before going further into his elaboration and
defence of his anti-objectivist thesis, I shall find it convenient to touch
briefly on his treatment of the last of these reactions. Mackie (pp. 21-2)
associates this reaction with R. M. Hare, who claimed not to understand what is
meant by "the objectivity of values" and not to have met anyone who
does. Hare's position is (or was) that there is a perfectly familiar activity
or state called "thinking that some act is wrong" to which
subjectivists and objectivists are both alluding, though the subjectivist calls
this state "an attitude of disapproval" while the objectivist calls
it "a moral intuition"; these are just different names for the same
kind of thing and neither can be shown to be preferable to the other. As I
understand Mackie's understanding of Hare, this stand-off is ensured by the
fact that the subjectivist has at his disposal a counterpart move within his
own theory for every move which the objectivist may try to make in order to
provide a distinguishing, and justifying, mark for his view of values as
objective. The objectivist, for example, may urge that if one person declares
eating meat to be wrong and another declares it to be not wrong, they are, both
in reality and on his theory, contradicting each other: to which the
subjectivist may retort that though on some subjectivist accountsthey cannot,
perhaps, be said to be contradicting each other, they can be said to be
negating (or disagreeing with) one another: if, for example, one (A) is
expressing or reporting the presence of disapproval of meat-eating in himself
(A), and the other (B) its absence in himself (B), this would be a case of
disagreement or negation; and who is to say that contradiction rather than
"negation" is what the facts demand? Again, suppose the objectivist
claims, with respect to the persons A and B, one of whom thinks meat-eating
wrong and the other of whom thinks it not wrong, that he alone (not the
subjectivist) is in a position to assert (as we should wish to be able to
assert) that one of them has to be wrong; Hare's subjectivist, it seems,
replies as follows: Someone (x) thinks that A
judges wrongly that meat-eating is wrong = x disapproves A's judgement that
meat-eating is wrong = x disapproves A's disapproval of meat-eating = x
non-disapproves meat-eating (→3 Someone x thinks that B judges wrongly that
meat-eating is not wrong = x disapproves B's judgement that meat-eating is not
wrong = x disapproves B's non-disapproval of meat-eating = x disapproves of
meat-eating (→) Any person x must either
disapprove or non-disapprove of meat-eating [disapproval might be either
present or absent in him]. So, 3 [The arrow appears to be Grice's shorthand way
of saying that Hare's subjectivist could hold all the above assertions to have
the same force, or that some are successively weaker than their predecessors.
No matter what the subjectivist holds on this point, the move from (1), (2),
(3), to (4) is invalid.] * [Grice took
full advantage of the convention of parentheses and apparently used square
brackets for his more important parenthetical remarks.]4. Any person x must
judge that either A or B judges wrongly.
Hare adds the following further consideration (quoted by Mackie): Think of one world into whose fabric values
are objectively built, and think of another in which those values have been
annihilated. And remember that in both worlds the people ir hem go on being
concerned about the same things—there is no difference in the 'subjective'
concern which people have for things, only in their 'objective' value. Now I
ask 'what is the difference between the states of affairs in these two
worlds?" Can any answer be given except 'None whatever'? Mackie seems to me not to handle very well
this attempt at the dissolution of debates about objectivity. He concentrates
on the final invocation of the indistinguishability of the two worlds, the one
with and the one without objective values; and he makes three points against
Hare. His first comment is that Hare's appeal to the two allegedly
indistinguishable worlds does not prove what Hare wants it to prove; all that
it does is to underline the point (made by Mackie himself) that it is necessary
to distinguish between first-order and second-order ethics, and that the
judgements or other deliverances which fall within first-order ethics may be
maintained quite independently of any judgement for or against the objectivity
of values, which will fall within second-order ethics; it does not show, as
Hare would like it to, the emptiness or undecidability of such questions about
objectivity. That such questions are not empty is, according to Mackie,
indicated by his two further comments; first, that were beliefs in the
objectivity of values admissible, they would provide us with a justificatory
backing for our valuations, which we shall otherwise be without; and second,
that were the world stocked with objective values, we would have available to
us a seemingly simple way of acquiring or changing our directions of concern;
one could simply let the realities of the realm of values influence one's
attitudes, by 'lettingone's thinking be controlled by how things were'. Hare's
failure to allow for such considerations as these is laid by Mackie at the door
of Hare's "positivism", which is comparable with that of a Berkeleian
who insists that appearances might be just as they are whether or not a
material world lies behind them (or under them). I am unimpressed. Mackie's first point relies
crucially on a deployment of a distinction between first- and second-order
ethics which is a central part of this theoretical armament, but whose nature
and range of legitimate employment I find exceedingly obscure. I shall postpone
further comment until I return to this element in Mackie's apparatus. As for
Mackie's other points, "positivism" is, I agree, a bad word, and
accusatory applications of it are good for an unreflective giggle. But I suspect
that many would regard an unverifiable backing for the propriety of our
concerns as being little better than no backing at all. And while it might be held that objective
values, should they exist, might exercise an influence on our subjective
states, it is by no means clear to me that this is an idea which an objectivist
would, or even should, regard with favour. Mackie seems to me, moreover, to
have missed the real weakness in Hare's argument (at least, as presented by
Mackie). The execution of the second stage of Hare's "duplication procedure' relies
essentially, but not quite explicitly, on the idea that with regard to any
particular "content" , anyone
must either disapprove @ or not disapprove . This is indeed, as Hare says, a
tautology, but unfortunately it does not entail the premiss which he needs so
that his argument will go through; that premiss is that for any @, anyone
either has an attitude of disapproval with respect to @ or an attitude of
non- disapproval with respect to . This
is not a tautology, since absence of disapproval only amounts to an attitude of
non-disapproval if some further condition is also fulfilled, e.g. that the
person concerned has considered the matter.The upshot of this discussion is
that I am prepared to concede that Mackie is right, though not for the right
reasons, when he claims that Hare's attempt to establish that there is no real
issue between objectivists and their opponents fails. To make this concession,
however, is to condemn only Hare's attempt to show that there is no real issue;
I remain perfectly free, should further argument point that way, to revive a
"dissolutionist" position in a new or modified form. I turn now to
the task of trying to identify more precisely the thesis about which objectivists
and anti-objectivists are to be supposed to disagree; and I shall start by
trying to get clear about what Mackie regards as the thesis which, as an
anti-objectivist, he is concerned to maintain. First of all, it is an important
part of Mackie's position to uphold the existence of a distinction between
first-order and second-order topics (questions, ethical judgements) and to
claim that, though both first-order and second-order questions may fall within
the province of ethics, his anti-objectivist thesis, like all questions about
the status of ethics, is of a second-order rather than a first-order kind.
First-order ethical judgements are said to include both such items as
evaluative comments about particular actions, and also broad general
principles, like the principle that everyone should strive for the general
happiness or that everyone should look after himself. By contrast, 'a
second-order statement would say what is going on when someone makes a
first-order statement, in particular whether such a statement expresses a
discovery or a decision, or it may make some point about how we think and
reason about moral matters, or put forward a view about the meanings of various
ethical terms' (p. 9). Mackie holds
there to be a considerable measure of independence between the two realms
(first-order and second-order); in particular, "moral scepticism" may
belong to either of the two realms and 'one could be a second-order moral
sceptic without being a first-order one, or again the other way round. A man
could hold strongmoral views, and indeed
ones whose content was thoroughly conventional, while believing that they were
simply attitudes and policies with regard to conduct that he and other people
held. Conversely, a man could reject all established morality while believing
it to be an objective truth that it was evil and corrupt' (p. 16). A second salient feature of Mackie's version
of anti-objectivism (or moral scepticism) is that it is a negative thesis. 'It
says that there do not exist entities or relations of a certain kind, objective
values or requirements, which many people have believed to exist' (p. 17). On
some views which have been called objectivist, an objectivist position, despite
its positive guise, would turn out to be intelligible only as the denial of some
position which would bear the label of "subjectivist" , e.g. as the
denial of the contention that value
statements are reducible to, or really amount to, the expression of certain
attitudes like approval or disapproval.
On such an interpretation, of the pair of terms, "objectivism" and "subjectivism" (or "non-
objectivism", if you like), it would be the latter term which would
be, perhaps despite a negative garb, what used to be called in Oxford (with
typical artless sexism) the "trouser-word". But, for Mackie,
"objectivist" is not a crypto-negative term. A third salient feature
is closely related to the foregoing; the assertion or denial of objectivism is
not, like some second-order ethical theses, a semantic thesis (about the
meaning of value terms or the character of value concepts), nor is it a logical
thesis (e.g. about the structure of certain types of argument), but it is an
ontological thesis; it asserts (or denies) the existence of certain items in
the world of reality. Fourth and last, since Mackie's moral scepticism is
proclaimed by him not to be a thesis about the meaning of what moral judgements
or value statements assert, but rather about the non-presence of certain items
in the real world, it seems to be open to him to hold that the real existence
of values is implied by, or claimed in, what ordinary people think and say, but
is nevertheless notin fact a feature of the world, with the result that the
valuations spoken or thought by ordinary people are systematically and
comprehensively false. This is in fact Mackie's position; his view is what he
calls an "error-view": 'I conclude, then, that ordinary moral
judgements include a claim to objectivity, an assumption that there are
objective values in just the sense in which I am concerned to deny this' (p.
35). He compares his position with regard to values with that adopted by Boyle
and Locke with regard to colours. The suggestion is (I take it) that Boyle and
Locke regarded it as a false, vulgar belief that things in the real world
possess such qualities as colour; real things do indeed possess certain
dispositions to give us sensations of colour, and also possess certain primary
qualities (of shape, size, etc.) which are the foundations of these
dispositions. But neither of these types of item, which provide explanations
for our sensations of colour, is to be identified with particular colours, or
colour; indeed, nothing is to be identified with a particular colour. And the
situation with values is analogous. This
leaves us with two questions calling for answers: (1) Why does Mackie hold that claims to
objectivity are incorporated in ordinary value judgements? (2) Why does he hold
that these claims are false? With regard to the first question, one should
perhaps first produce a bit of preliminary nit-picking. Mackie himself wants to
hold that a claim to objectivity is incorporated in the ordinary value
judgement; such a claim is therefore presumably part of the meaning of such
value judgements (or the sentences in which they are expressed); and it does
not seem to be, or to be regarded by Mackie as being, a platitude that such a
claim is included. Mackie cannot therefore consistently assert that his
anti-objectivism is not a thesis about the meaning of value averrals; the most
he can claim is that though it contains a thesis about meaning, it is not
restricted to a thesis about meaning. More importantly, his view that a claim
to objectivity is incorporated in anordinary value judgement seems to rest,
perhaps somewhat insecurely, on his suggestion (pp. 32-4) that there are two
leading alternatives to the supposition that it is the function of ordinary
value judgements to introduce objective values into discourse about conduct and
action: non-cognitivism, which (broadly speaking) characterizes value averrals
not as statements but rather as expressions of feelings, wishes, decisions, or
attitudes; and naturalism, which treats them as making statements about
features which are objects of actual or possible desires. Both analyses leave
out, and are thought by the ordinary user of moral language to leave out, in
one way or another 'the apparent authority of ethics'. The ordinary man's
discomfort is relieved only if he is allowed to raise such questions as
'whether this course of action would be wrong in itself. Something like this is
the everyday objectivist concept of which talk about non-natural qualities is a
philosopher's reconstruction' (p. 34).
Mackie has two arguments, or bundles of argument, on which he relies to
support his thesis that the objectivist elements, which according to him are
embedded in ordinary value judgements, and in consequence the value judgements
which embed them, are false. He calls these arguments the argument from
relativity and the argument from queerness, and considers the second more
important than the first. The premiss of the argument from relativity is the
familiar range of differences between moral codes from one society to another,
from one period to another, and from one group or class to another within a
complex community. That there exist these divergences is, according to Mackie,
just a fact of anthropology which does not directly support any ethical
conclusion, either first-order or second-order. But it may provide indirect
support for such conclusions; Mackie suggests that it is more plausible to
suppose that moral beliefs reflect ways of life than the other way around:
people (in general) approve of monogamy because they live monogamously, rather
thanlive monogamously because they approve of monogamy. This makes it easier to explain the
divergences actually found as being the product of different ways of life than
as being in one way or another distorted perceptions of objective values. The
counter-suggestion that it is open to the objectivist to regard the divergent
beliefs as derivative, as the outcome of the operation of a single set of
agreed-upon, very general principles on diverse circumstantial assumptions, is
dismissed on the grounds that often the divergent beliefs do not seem to be
arrived at by derivation from general principles, but seem rather to arise
from 'moral sense' or 'intuition'. The second argument, the 'argument from
queerness' consists in an elaboration, along not wholly unfamiliar lines, of
the contention that the objectivist, in order to sustain his position, is
committed to 'postulating value-entities and value-features of quite a
different order from anything with which we are acquainted' and also to attributing
to ourselves, in order to render these entities and features accessible to
knowledge, a special faculty of moral intuition, a faculty utterly different
from our ordinary ways of knowing anything else. In this connection he focuses
particularly on the so-called relation of supervenience, which has to be
invoked in order to account for the connection of non-natural features with
natural features, and the dependence of non-natural features upon natural
features. The presence of super-venience in particular cases involves the
application of a special sort of "because"; 'but just what in the
world is signified by this "because"?' Before I try to estimate the merits and
demerits of Mackie's position and of the arguments by which he seeks to support
it, there seem to me to be two directions of enquiry which are important in
themselves, and which could be conveniently attended to at this point,
particularly as consideration of them might help to give shape to an evaluation
of Mackie. First of all, there are (as Mackieobserves) several different
possible interpretations of the notion of objectivity, most of them mentioned
by him at least in passing, but not all of them ideas which he is concerned to
develop or apply. I think it might be useful to enquire what kind or degree of
unity, if any, exists between these different readings of the notion of
objectivity. Second, I find myself in
considerable uncertainty about the connection or lack of connection between
attributions (or denials) of objectivity and the adoption (or rejection) of
scepticism in one or other of its forms. Does scepticism reside in the camp of
the non-objectivist (e.g. Mackie) or in that of the objectivist, or (perhaps)
sometimes in one and sometimes in the other?
As regards the notion of objectivity, we have first the interpretation
which seems to be the one singled out by Mackie, according to which to ascribe
objectivity to a class or category of items is to assert their membership in
the company of things which make up reality, their presence in the furniture of
the world. We might call this sort of objectivity, metaphysical objectivity,
and it is the kind of objectivity most commonly supposed to be claimed by
realists for whatever it may be that they are realists about. A main trouble with this kind of objectivity
is the difficulty in seeing what it is that the objectivist could be claiming;
whether, for example, in attributing objectivity to numbers or to material
things he is doing anything more than shouting and banging the table as he says
'numbers exist' or 'material things are real' If the proposition that numbers exist
is a consequence of the proposition that there is a number between three and
five, what is the objectivist asserting that anyone would care to deny? That
numbers (or values) do not just exist, they really exist? And what does that mean? To escape this
quandary, it is not uncommon to take the course which Mackie rejects, namely,
to understand 'values (or numbers) are objective' as really negative in
character, as a denial of the suggestion that values (or numbers) are
reducible, by means of one oranother of the possible varieties of reduction, to
members of some class of items which are not values (or numbers), to (for
example) natural features which find favour, or to classes. Or, maybe, not any
and every form of reducibility would be incompatible with objectivity, but only
the kind of reducibility whose direction is to states of mind, attitudes, or
appearances, to subjective items like approvals or seeming valuable. An
objectivist would now be a resister, an "anti-dissolutionist", one who
seeks to block certain moves to reach a theoretical simplification or economy
with regard to the constituents of the world. The objectivist's prime opponent
may however be a dissolu-tionist not in this commodious sense, but in a
different and perhaps even more commodious sense. This opponent may be one who
seeks not to dissolve the target notion (value, number, material thing, or
whatever) into some one or more different and favoured items or categories of
item, but rather, in one or other of a multitude of diverse ways, to dissolve
the target notion altogether, to dissolve it into nothing; he may be a
nihilistic dissolutionist. He may suggest that belief in the application of the
target notion is a mistake, one which characteristically or inevitably grips
the unschooled mind; or that such beliefs can claim only some relativized
version of truth (like truth relative to a set of assumptions, or to a set of
standards), not absolute truth. Mackie himself allows to some value
judgements 'truth relative to
standards', even though by implication he seems to deny to them
"absolute" truth [whatever the ordinary man may think]. Again, the
anti-objectivists may wish to suggest not that attributions of the target
notion are mistakes but rather that they are inventions, or perhaps myths (that
is to say, inventions which are backed by practical motivation, perhaps derived
from the utility of such inventions towards the organization of some body of
material; in the case of values (perhaps) the body of material might be rules
or principles of conduct). As myths (or as the stuff of which myths are made)
they might havefictive reality, or be "as if" real, without
possessing reality proper. Or again, the target notion might be held by the
anti-objectivist to be a construct (or a construction: though possessing (or belonging to) reality,
values might be held to lack (or fail to inhabit) primary or original reality;
they would belong to an extension of reality provided by us. By contrast, an
objectivist about values would attribute to them primary or original reality.
[I should say at this point that in my view such ideas as are now being raised,
that is, distinctions between "as if" or fictive entities, real but
constructed entities, and primary or original reality, are among the most
important and also the most difficult problems of metaphysics. The obscurity in
this area is evidenced by the fact that constructed (non-original) reality
might be conceived by some as possessing objectivity and by others as failing
to possess objectivity; for some, deficiency in objectivity precludes truth (at
least unqualified truth); for others, value claims might be true (in some
cases) even though values (as constructed items) lack objectivity.] It might seem that the wheel, in turning, has
now reached the point from which its turning began; for the notion of primitive
(unconstructed) reality might be regarded as the same notion as the hazy notion
of "out-thereness" or of "being really real" which typified
the metaphysical objectivist. It might also seem that the new 'interpretation' of objectivity is scarcely
if at all less hazy than the earlier one. In an attempt to dispel the mists a
little, one might offer the notion of causal efficacy as an index of
metaphysical objectivity. Items might be accorded the ribbon of metaphysical
objectivity just in case they were capable of acting upon other items, and
attributes or features might be regarded as objective just in so far as they
were attributes or features in virtue of the possession of which one item would
causally influence another, in so far as they helped to explain or account for
the operation of such causal influences. A special case of the fulfilment
ofthis condition for objectivity would, in my view, be the capacity, possessed
by some objects and some of their attributes, for being perceived, or
exercising causal influence on a percipient qua percipient. Now the idea of
connecting objectivity with causal efficacy seems to me one which has
considerable intuitive appeal, indeed much the same kind of appeal as that
which may have sustained Dr Johnson in his violent and protracted, though
vicarious, assault on Bishop Berkeley. The adequacy, however, of this criterion
of objectivity would be seriously, if not fatally, impaired should it turn out
that the distinction between what is primitive and what is constructed applies
within the scope of causal efficacy—if, that is to say, causal efficacy itself
were to be sometimes primitive and sometimes constructed. It is my suspicion
that this would indeed turn out to be the case. There would then, perhaps, be
no quick recognition-test for objectivity; there would be no substitute for
getting down to work and building the theory or system within which the target
notion would have to be represented, and seeing whether it, or its
representation, does or does not occupy in that theory an appropriate position
which will qualify it as objective. On
the approach just considered, then, decisions about the objectivity of a given
notion would involve the examination and, if necessary, a partial construction
of a theory or system in which that notion (or a counterpart thereof) appears,
to see whether within such a system the notion in question (or its counterpart)
satisfies a certain condition. The operation of such a decision-procedure would
be torpedoed if the requisite theory or system could not be constructed, if the
target concept were not theory-amenable. The merits of an allegation that a
given notion was not theory-amenable might depend a good deal on what kind of a
theory or system was deemed to be appropriate; it would be improper (taking
heed of Aristotle) to expect a moralist to furnish a system which allowed for
the kind of demonstration appropriate to mathematics.But one kind of
anti-objectivist (who might also be a sceptic) might claim that for some
notions no kind of systematization was available; in this sense, perhaps,
values might not be objective. It may be (as I think my colleague Hans Sluga
has argued) that Wittgenstein was both sceptical and anti-objectivist with
regard to sensa-tions. In this sense of objectivist, an objectivist would only
have to believe in theory-amenability; he would not have to believe in the
satisfaction, by his target notion, of any further condition within the
appropriate systematization. One further
interpretation of objectivity noted by Mackie is one which I shall not pursue
today. It connects objectivity with (so-called) categorical imperatives as
distinct from hypothetical imperatives, and with the (alleged) automatic
reason-giving force of some valuations.
Since this idea is closely related to Miss Foot's theories, I shall
defer consideration of it. I have listed
a number of different versions of the idea of objectivity, and have tried to do
so in a way which exhibits connections between them, so that the different
versions look somewhat tidier than a mere heap. But many of the connections
seem to me fairly loose [*such-and-such a notion might be taken as an
interpretation of so-and-so'], and I see little reason to suppose many tight,
logical connections between one and another version of objec-tivity. So much for the panoply of possible
interpretations of the notion of objectivity. I turn now to the second of the
general directions of enquiry with regard to which I expressed a desire for
enlightenment. How is objectivity related to scepticism? Speaking generally, I
would incline towards the idea that scepticism consists in doubting or denying
something which either is a received opinion, or else, at least on the face of
it, to some degree deserves to be a received opinion. In the present context we
are of course concerned only with philosophical scepticism; and, without any
claim to originality, I would suggest that philosophicalsceptics
characteristically call in question some highly general class of entity,
attribute, or kind of proposition; what they question are categories, or what,
if we took ordinary language as our guide, would be categories. To adduce more
seeming platitudes, the objectivist is, compared with the anti-objectivist, a
metaphysical infla-tionist; there are more things in his heaven and earth than
an anti-objectivist Horatio would allow himself to dream of. And so, it is
standardly thought, it is Horatio who is the sceptic and the objectivist who is
the target of scepticism; and (often Horatio remedies his own initial
scepticism by 'reducing' the suspect
items to their appearances or semblances: he takes the phenomenalist cure. But
here the issue becomes more complex than is ordinarily supposed: for there are
to my mind not less than two forms of scepticism, which I will call
"Whether?" scepticism and
"Why?" scepticism. It may be true that the run-of-the-mill
objectivist, on account of his inflationary tendencies, provokes
"Whether?" scepticism, and that the sceptic who seeks to remedy his
own initial scepticism by taking a dose of phenomenalism is not himself open to
"Whether?" scepticism. But it may also be true that the phenomenalist
is a proper target for "Why?" scepticism; for he, has left himself
with no way of explaining the phenomena into which he has dissolved the
entities or attributes dear to the objectivist. And it may be that the
objectivist, if only his favoured entities or attributes were admissible and
accessible to knowledge, would be in a position to explain the phenomena; and,
further, that this capability would be unaffected by the question whether the
phenomena are related to possible states of the world (like sensible
appearances) or to possible action (like approvals). If only he could be allowed
to start, the objectivist could (under one or another interpretation) 'explain'
in the one area why it seems that so and so is the case, and in the other why
do so and so (eg. why pay debts). The
foregoing message, that both the true-blue, con-servative, and inflationary
objectivist and the red, radical, and deflationary phenomenalist or
subjectivist run into a pack of sceptical trouble, of one kind or another, and
that more delicate and refined footwork is needed seems to me to be the
front-page news in the work of Kant. It also seems to me that Mackie, by being
wedded to if not rooted in the apparatus of empiricism, has cut himself off
from this lesson. Which is a pity.
However, I must move to somewhat less impressionistic comments on
Mackie's position. These comments will fall under three heads: The alleged commitment of 'vulgar valuers', in their
valuations, to claims to objectivity. The separation of value judgements into orders, with
the assignment to the second order of questions or claims about the status of
ethics; and the remedi-ability of an apparent incoherence in Mackie. The alleged falsity of claims
of objectivity. I should say at once that though I think that the
considerations which I am about to mention show that something has gone wrong
(perhaps that more than one thing has gone wrong) in Mackie's account, the
issues raised are so intricate, and so much bound up with (so far as I know)
unsolved problems in metaphysics and semantics, that I simply do not know what
prospects there might be for refurbishing Mackie's position. 1. It seems to me to be by no means as easy
as Mackie seems to think to establish that the 'vulgar valuer', in his
valuations, is committed to the objectivity of value(s). It is not even clear
to me what kind of fact would be needed to establish such a commitment. Perhaps
if the vulgar valuer, when making a valuation, (say) that stealing is wrong,
were to say to himself "and by "wrong" I mean objectively wrong',
that would be sufficient (at least if he added a specification of the meaning
of "objective"). But nobody, not even Mackie would suppose the vulgar
valuer to dothat. Mackie relies, in fact, on the alleged repugnance to the
valuer of the two main rivals to an objectivist thesis about value. But even if
this were sufficient to show that the vulgar valuer believes in an objectivist
thesis about value, it would not be sufficient to show that an objectivist
interpretation is built into what he means when he judges that stealing is
wrong. There are other ways of arguing that a speaker is committed to an
interpretation, for example, that he has it subconsciously (or unconsciously)
in mind, or that what he says is only defensible on that interpretation. But
the first direction seems not to be plausible in the present context, and
Mackie is debarred from the second by the fact that he holds that what the
vulgar valuer says or thinks is not defensible anyway. To illustrate the fiendish difficulties which
may arise in this region, I shall give, in relation to the valuation that
stealing is wrong, four different interpretative supposi-tions-each of which
would, I think, have some degree of philosophical appeal-and I shall add in
each case an estimate of the impact of the supposition on the assignment of
truth value to the valuation. There is a feature W which is
objective but provably vacuous of application; a vulgar valuer, when he uses
"wrong", is ascribing W. Conclusion: vulgar valuation 'stealing is
wrong' invariably false. A vulgar valuer thinks (wrongly) that there is a
particular feature W which is objective, and when he uses "wrong" he
intends to ascribe this feature, even though in fact there is no such feature.
Conclusion: obscure, with choice lying between false, neither true nor false
but a miscue, and meaningless (non-significant). A vulgar valuer is uncommitted
about what feature "wrong" signifies; he is ascribing whatever
feature it should in the end turn out to be that "wrong" signifies.
Conclusion: assignment of truth value must await the researches of the semantic
analyst.(d) A vulgar valuer is uncommitted about what feature "wrong"
signifies; truth value is assigned in advance of analysis by vulgar methods,
and such assignment limits the freedom of the semantic analyst. Conclusion:
truth value assigned (as stated) by vulgar methods. 2. The idea, to which Mackie subscribes, of
separating valuations into orders as a step towards the elucidation of an
intuitive distinction between "substantive" and "formal"
questions and theses in ethics plainly has considerable appeal; it seems by no
means unpromising to regard
"substantive" theses about values as being first-order
valuations (statements), and to regard "formal" theses in ethics,
like theses about the logic of value, or the meaning of value terms, as being a
sub-class of second-order theses, and to regard theses about the status of
ethics as also falling within this subclass—to treat them, that is to say, as
theses about first-order valuations. [Such second-order theses, of course,
though necessarily about valuations, may or again may not themselves be
valuations.] But Mackie's deployment of this idea plainly runs into trouble.
For according to Mackie, vulgar valuations incorporate or entail claims to
objectivity; claims to objectivity, according to him, since they fall within,
or imply theses belonging to, the class of claims about the status of ethics,
are second-order claims; and so, since (presumably) what incorporates or
entails a second-order thesis is itself a thesis of not lower than second-order,
vulgar valuations are of at least second-order. But vulgar valuations, as
paradigmatic examples of substantive value theses, cannot but belong to the
first order, which is absurd. Now I can suggest an explanation for the
appearance on the scene of this incoherence. As I mentioned earlier, among the
possible versions of the notion of objectivity are what I called a positive
version and a negative version. The positive version, that to attribute
objectivity to some item is to proclaim that itemto 'belong to the furniture of
the world', is firmly declared by Mackie to be his version; and it is, as I
have remarked, obscure enough for it to be possible (who knows?) for
attributions of objectivity to belong to the first order. The negative version,
that to attribute objectivity to something is to deny that statements about
that thing are in this or that way eliminable or "reducible", , is plainly of second (or higher) order; and despite his forthright
assurances, Mackie may have wobbled between these two versions. But to explain is neither to justify nor to
remedy: and I have the uneasy feeling that Mackie's troubles have a deeper
source than unclarities about application of the notion of order. His
"error-view" about value has an Epimenidean ring; it looks a bit as
if he may be supposing vulgar valuations to say of themselves that the value
which they attribute to some item or items is objective; and I feel that it may
be that such self-reference, though less dramatic, is no less vitiating than
would be saying of themselves that they are false. It is true that Mackie
regards vulgar valuations as being, in fact, comprehensively false; but it is
evident that he expects and wants that falsity to spring from the general
inapplicability of the attribute being ascribed by such valuations to
themselves, not from a special illegitimacy attending a valuation's ascription
of the attribute to itself. 3. I find
myself quite unconvinced (indeed unmoved) by the arguments which Mackie offers
to support his claim that values are not objective or (should one rather say?)
that there are no objective values. The first argument from relativity he
regards as of lesser importance than, and indeed as ultimately having to appeal
to, the second argument, the argument from queerness. This argument (so it
seems to me) seeks to make mileage out of two bits of queerness: first, the
queerness of the supposition that there are certain "non-natural"
value-properties which are in some mysterious way "supervenient upon"
more familiar natural features; and second, the queerness of the supposi-tion
that the recognition of the presence of these non-natural properties motivates
us, or can motivate us, without assistance from any desire or interest which we
happen to have. What strikes me as queer is that the queernesses referred to by
Mackie are not darkly concealed skeletons in objectivist closets which are
cunningly dragged to light by him; they are, rather, conditions proclaimed by
objectivists as ones which must be accommodated if we are to have a
satisfactory theoretical account of conduct, or of other items qua things to
which value may be properly attributed. So while these queernesses can be used
to specify tasks which an objectivist could be called upon, and very likely
would call on himself, to perform, and while it is not in advance certain that
these tasks can be successfully performed, they cannot be used as bricks to
bombard an objectivist with even before he has started to try to fulfil those
tasks. It is perhaps as if someone were to say, 'I seriously doubt whether
arithmetic is possible; for if it were possible it would have to be about
numbers, and numbers would be very queer things indeed, quite inaccessible to
any observation'; or even as if someone were to say, 'I don't see how there can
be such a thing as matrimony; if there were, people would have to be bound to
one another in marriage, and everything we see in real life and on the
cinema-screen goes to suggest that the only way that people can be bound to one
another is with ropes. Nome compiuto: Giuliano Toraldo di Francia. Francia. Keywords:
i centauri, ex absurdo; scientific realism, philosophy of physics, foundations
of physics; geometry and arithmetics as the methods in physics; observation and
perception, ‘what the eye no longer sees’ – ‘we see with our eyes”; Eddington’s
two tables – teoria relativistica, theory of relativity – theory of the
absolute, particella, relativita, assoluto/relativo – relative-assoluto –
Galilei BONAIUTO – H. P. Grice’s discussion of the ‘relative-absolute’
distinction vis-à-vis R. M. Hare (‘there are no absolute values’) as cited by
colonial philosopher J. L. Mackie in ‘Inventing right and wrong’ ‘absolute
value’ ‘relative value’, Lemarchand, theatre, not Esslin. -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Francia” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Franzini:
la ragione conversazionae e l’implicatura conversazionale dell’espressione – scuola
di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Milano). Abstract. Grice: “If there is
a word that Italian philosophers love, that is ‘espressione. I guess the most
technical I get about this is in my Method in Philosophical Psychology. Let me
abbreviate "x judges that x judges that p" by "x judges that
p", and "x judges that x judges that x judges that p" by "x
judges? that p". Let us suppose that we make the not implausible
assumption that there will be no way of finding non-linguistic manifestational
behaviour which distinguishes judging? that p from judging that p. There
will now be two options: we may suppose that "judge that p" is an inadmissible
locution, which one has no basis for applying; or we may suppose that "x
judges' that p" and "x judges? that p" are manifestationally
equivalent, just because there can be no distinguishing behavioural
manifestation. The second option is preferable, if (a) we want to allow
for the construction of a (possibly later) type, a talking pirot, which can
express that it judges? that p; and (b) to maintain as a general (though
probably derivative) law that ceteris paribus if x expresses that then x judges
that ф.Keywords: espressione. Filosofo milanese. Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Franzini; for
one, he philosophised on aesthetics and passions (‘passioni’). Sir Geoffrey
[Warnock] and I philosophised on the former, if not the latter!” Si laurea con Giovanni Piana e Dino Formaggio.
Insegna a Milano e l'Udine. Studia Husserl e la fenomenologia, nonché della
filosofia francese, ha indagato sul fronte storico e teoretico alcuni temi
cruciali dell'estetica, quali la “creazione”; “simbolo” (‘to throw two things
together, so that the recipient compares them!); “immagine”; “experienza estetica inter-soggetiva”. Sulla
scorta di una ricognizione della genesi settecentesca dell' “estetica”, vista
quest'ultima come punto di incontro tra doxa ed episteme, fra sentimento e
ragione, fra il noetico e l’estetico, -- “La noetica di Grice” -- indaga lo
statuto dell’estetica e della noetica, approfondendo il valore
volitivo/giudicativo (noetico, contenuto, p) della dimensione pre-categoriale
dell'esperienza (l’estetico). Questo percorso trovato una sintesi che mira alla
definizione di una "fenomenologia del noetico”, no dell’estetico; ossia di
una ‘noesi’ che sappia de-cifrare la ricchezza simbolica dell’estetico –
rappresentazione, immagine. Altre opere: “Dall’estetico al noetico” (Milano,
Unicopli); “Sul bello naturale” (Milano, Guanda); “Il bello naturale creato di
Dio (phusei); il bello ART-ificiale creato dall’ART-ista Vinci (thesei – ex
positione)” (Milano, Unicopli); La figura del diavolo, il discorso del diavolo”
(Milano, Mimesis); “In principio erat verbum” Favola: dal mito al logos
(Milano, Guerini); “In-scriptum, De-scriptum, ex-criptum – (Milano, Cuem); “Le
leggi del cielo, l’estetico e il patico (Milano, Guerini); “Metafora, mimesi,
morfo-genesi, progetto. Architettitura filosofica (Milano, Guerini). La
Fenomenologia” (Milano); “Differenze nello spirito romano” (Milano, Edizioni
dell'Arco); “Mondo possibile: l’interpretazione dell’espressione comunicativa
(Milano, Guerini); “Il senso, il sensibile, il sentimentale, l’ingenuo”
(Milano, Mondadori); “Il senso, sentire, sentimento” (Milano, Bruno Mondadori);
“Percezione e immagine” (Milano, Il Castoro), “Piacere, dispiacere, Gusto e
disgusto” (Milano, Nike); “Fenomenologia pura, fenomenologia impura,
fenomenologia mista – il misto, il puro, l’impuro (Einaudi, Torino); “Cezanne a
Liguria”; “Fenomenologia del noetico: Al di là dell'immagine” (Milano,
Cortina); “Il teatro, la festa e la rivoluzione. Su Rousseau e gli
enciclopedisti, Palermo, Aesthetica; "Estetica del bello, noetica del brutto,
Palermo, Aesthetica, Immagine e verita: e vero che il sole si ferma) (Milano,
Il Castoro); “L’estetico dell’espressione comunicativa” (Firenze, Monnier);
“L’unicita della ragione; La cosedetta “altra ragione” – il buletico e il
creditum: sensibilità, immaginazione, forma naturale, forma artificiale, forma
create dall’art-ista, Milano, Il Castoro); Il simbolico e il noetico (to throw
to things to be compared, say an Italian flag, and the love of country); Simbolo: figura, materia, e
forma – simbolo materiale – forma noetica – hyle-morphismo” (Milano, Il
Saggiatore); “La lume dell’altre ragione” (Milano, Bruno Mondadori); La
rappresentazione dello spazio – spatium (Milano, Mimesis); ntroduzione
all'estetica, Bologna, Mulino); “Arte, bello e interpretazione della natura”
(Milano, Mimesis); Non sparate sull'umanista. La sfida della valutazione (Milano,
Guerini e Associati); “Filosofia della crisi” (Milano, Guerini e
Associati, pre-moderno, Moderno e
postmoderno. Un bilancio, Milano, Raffaello Cortina Editore, ti dà il
benvenuto, su eliofranzini. L'estetica aujourd'hui. Conversazione» Il rasoio di
Occam MicroMega Estetica, filosofia,
vita quotidiana. Conversazione in MicroMega, su unimi Entra in carica oggi, il
rettore su unimi, contiene l'articolo Il
nuovo rettore della Università Statale di Milano prevede di mantenere a Città
Studi un polo di dipartimenti scientifici Husserl Fenomenologia Scuola di Milano SOCRATE: Caro Fedro, dove vai e da dove
vieni? Platone FEDRO FEDRO: Dalla casa di Lisia, Socrate, il figlio di Cefalo,
e vado a fare una passeggiata fuori dalle mura. Ho passato parecchio tempo là
seduto, fin dal mattino; e ora, seguendo il consiglio di Acumeno,(2) compagno
mio e tuo, faccio delle passeggiate per le strade, poiché, a quanto dice,
tolgono la stanchezza più di quelle sotto i portici. SOCRATE: E dice bene,
amico mio. Dunque Lisia era in città, a quanto pare. FEDRO: Sì, alloggia da
Epicrate, nella casa di Monco, quella vicino al tempio di Zeus Olimpio. SOCRATE:
E come avete trascorso il tempo? Lisia non vi ha forse imbandito, è chiaro, i
suoi discorsi? FEDRO: Lo saprai, se hai tempo di ascoltarmi mentre cammino.
SOCRATE: Ma come? Credi che io, per dirla con Pindaro, non faccia del sentire
come avete trascorso il tempo tu e Lisia una faccenda «superiore a ogni
negozio»? FEDRO: Muoviti, allora! SOCRATE: Se vuoi parlare. FEDRO: Senza
dubbio, Socrate, l'ascolto ti si addice, poiché il discorso su cui ci siamo
intrattenuti era, non so in che modo, sull'amore. Lisia ha scritto di un bel
giovane che viene tentato, ma non da un amante, e ha comunque trattato anche
questo argomento in modo davvero elegante: sostiene infatti che bisogna
compiacere chi non ama piuttosto che chi ama. SOCRATE: E bravo! Avesse scritto
che bisogna compiacere un povero piuttosto che un ricco, un vecchio piuttosto
che un giovane, e tutte quelle cose che vanno bene a me e alla maggior parte di
voi! Allora sì che i suoi discorsi sarebbero urbani e utili al popolo! Io ora
ho tanto desiderio di ascoltare, che se facessi a piedi la tua passeggiata fino
a Megara e, seguendo Erodico,(5) arrivato alle mura tornassi di nuovo, non
rimarrei dietro a te. FEDRO: Cosa dici, ottimo Socrate? Credi che io, da
profano quale sono, ricorderò in modo degno di lui quello che Lisia, il più
bravo a scrivere dei nostri contemporanei, ha composto in molto tempo e a suo
agio? Ne sono ben lungi! Eppure vorrei avere questo più che molto oro. SOCRATE:
Fedro, se io non conosco Fedro, mi sono scordato anche di me stesso! Ma non è
vera né l'una né l'altra cosa: so bene che lui, ascoltando un discorso di
Lisia, non l'ha ascoltato una volta sola, ma ritornandovi più volte sopra lo ha
pregato di ripeterlo, e quello si è lasciato convincere volentieri. Poi però
neppure questo gli è bastato, ma alla fine, ricevuto il libro, ha esaminato i
passi che più di tutti bramava; e poiché ha fatto questo standosene seduto fin
dal mattino, si è stancato ed è andato a fare una passeggiata, conoscendo,
corpo d'un cane!, il discorso ormai a memoria, credo, a meno che non fosse
troppo lungo. E così si è avviato fuori dalle mura per recitarlo. Imbattutosi
poi in uno che ha la malattia di ascoltare discorsi, lo ha visto, e nel vederlo
si è rallegrato di avere chi potesse coribanteggiare con lui (6) e lo ha
invitato ad accompagnarlo. Ma quando l'amante dei discorsi lo ha pregato di
declamarlo, si è schermito come se non desiderasse parlare: ma alla fine
avrebbe parlato anche a viva forza, se non lo si fosse ascoltato volentieri. Tu
dunque, Fedro, pregalo di fare adesso quello che comunque farà molto presto.
FEDRO: Per me, veramente, la cosa di gran lunga migliore è parlare così come
sono capace, poiché mi sembra che non mi lascerai assolutamente andare prima
che abbia parlato, in qualunque modo. SOCRATE: Ti sembra davvero bene. FEDRO:
Allora farò così . In realtà, Socrate, non l'ho proprio imparato tutto parola
per parola: ti esporrò tuttavia il concetto più o meno di tutti gli argomenti
con i quali lui ha sostenuto che la condizione di chi ama differisce da quella
di chi non ama, uno per uno e per sommi capi, cominciando dal primo. SOCRATE:
Prima però, carissì mo, mostrami che cos'hai nella sinistra sotto il mantello;
ho l'impressione che tu abbia proprio il discorso. Se è così, tieni presente
che io ti voglio molto bene, ma se c'è anche Lisia non ho assolutamente
intenzione di offrirmi alle tue esercitazioni retoriche. Via, mostramelo!
FEDRO: Smettila! Mi hai tolto, Socrate, la speranza che riponevo in te di
esercitarmi. Ma dove vuoi che ci sediamo a leggere? SOCRATE: Giriamo di qui e
andiamo lungo l'Ilisso, poi ci sederemo dove ci sembrerà un posto tranquillo.
FEDRO: A quanto pare, mi trovo a essere scalzo al momento giusto; tu infatti lo
sei sempre. Perciò sarà per noi facilissimo camminare bagnandoci i piedi
nell'acqua, e non spiacevole, tanto più in questa stagione e a quest'ora. SOCRATE:
Fa' da guida dunque, e intanto guarda dove ci potremo sedere. FEDRO: Vedi
quell'altissimo platano? SOCRATE: E allora? FEDRO: Là c'è ombra, una brezza
moderata ed erba su cui sederci o anche sdraiarci, se vogliamo. SOCRATE: Puoi
pure guidarmici. FEDRO: Dimmi, Socrate: non è proprio da qui, da qualche parte
dell'Ilisso, che a quanto si dice Borea ha rapito Orizia? SOCRATE: Così si
dice. FEDRO: Proprio da qui dunque? Le acque appaiono davvero dolci, pure e
limpide, adatte alle fanciulle per giocarvi vicino. SOCRATE: No, circa due o
tre stadi più in giù, dove si attraversa il fiume per andare al tempio di Agra:
appunto là c'è un altare di Borea. 2 Platone Fedro FEDRO: Non ci ho
mai fatto caso. Ma dimmi, per Zeus: tu, Socrate, sei convinto che questo
racconto sia vero? SOCRATE: Ma se non ci credessi, come fanno i sapienti, non
sarei una persona strana; e allora, facendo il sapiente, potrei dire che un
soffio di Borea la spinse giù dalle rupi vicine mentre giocava con Farmacea, ed
essendo morta così si è sparsa la voce che è stata rapita da Borea (oppure
dall'Areopago, poiché c'è anche questa leggenda, che fu rapita da là e non da
qui). Io però, Fedro, considero queste spiegazioni sì ingegnose, ma proprie di
un uomo fin troppo valente e impegnato, e non del tutto fortunato, se non altro
perché dopo questo gli è giocoforza raddrizzare la forma degli Ippocentauri, e
poi della Chimera; quindi gli si riversa addosso una folla di tali Gorgoni e
Pegasi e un gran numero di altri esseri straordinari dalla natura strana e
portentosa. E se uno, non credendoci, vorrà ridurre ciascuno di questi esseri
al verosimile, dato che fa uso di una sapienza rozza, avrà bisogno di molto
tempo libero. Ma io non ho proprio tempo per queste cose; e il motivo, caro
amico, è il seguente. Non sono ancora in grado, secondo l'iscrizione delfica,
di conoscere me stesso; quindi mi sembra ridicolo esaminare le cose che mi sono
estranee quando ignoro ancora questo. Perciò mando tanti saluti a queste
storie, standomene di quanto comunemente si crede riguardo a esse, come ho
detto poco fa, ed esamino non queste cose ma me stesso, per vedere se per caso
non sia una bestia più intricata e che getta fiamme più di Tifone, oppure un
essere più mite e più semplice, partecipe per natura di una sorte divina e
priva di vanità fumosa. Ma cambiando discorso, amico, non era forse questo
l'albero a cui volevi guidarci? FEDRO: Proprio questo. SOCRATE: Per Era, è un
bel luogo per sostare! Questo platano è molto frondoso e imponente, l'alto
agnocasto è bellissimo con la sua ombra, ed essendo nel pieno della fioritura
rende il luogo assai profumato. Sotto il platano poi scorre la graziosissima
fonte di acqua molto fresca, come si può sentire col piede. Dalle immagini di
fanciulle e dalle statue sembra essere un luogo sacro ad alcune Ninfe e ad
Acheloo.(15) E se vuoi ancora, com'è amabile e molto dolce il venticello del
luogo! Una melodiosa eco estiva risponde al coro delle cicale. Ma la cosa più
leggiadra di tutte è l'erba, poiché, disposta in dolce declivio, sembra fatta
apposta per distendersi e appoggiarvi perfettamente la testa. Insomma, hai
fatto da guida a un forestiero in modo eccellente, caro Fedro! FEDRO: Mirabile
amico, sembri una persona davvero strana: assomigli proprio, come dici, a un
forestiero condotto da una guida e non a un abitante del luogo. Non lasci la
città per recarti oltre confine, e mi sembra che tu non esca affatto dalle
mura. SOCRATE: Perdonami, carissimo. Io sono uno che ama imparare; la terra e
gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, gli uomini in città invece sì . Mi
sembra però che tu abbia trovato la medicina per farmi uscire. Come infatti
quelli che conducono gli animali affamati agitano davanti a loro un ramoscello
verde o qualche frutto, così tu, tendendomi davanti al viso discorsi scritti
sui libri, sembra che mi porterai in giro per tutta l'Attica e in qualsiasi
altro luogo vorrai. Ma per ì l momento, ora che sono giunto qui io intendo
sdraiarmi, tu scegli la posizione in cui pensi di poter leggere più comodamente
e leggi. FEDRO: Ascolta, dunque. «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai
udito che ritengo sia per noi utile che queste cose accadano; ma non stimo
giusto non poter ottenere ciò che chiedo perché non mi trovo a essere tuo
amante. Gli innamorati si pentono dei benefici che hanno fatto, allorquando
cessa la loro passione, mentre per gli altri non viene mai un tempo in cui
conviene cambiare parere. Infatti fanno benefici secondo le loro possibilità
non per costrizione, ma spontaneamente, per provvedere nel migliore dei modi
alle proprie cose. Inoltre coloro che amano considerano sia ciò che è andato
loro male a causa dell'amore, sia i benefici che hanno fatto, e aggiungendo a
questo l'affanno che provavano pensano di aver reso già da tempo la degna
ricompensa ai loro amati. Invece coloro che non amano non possono addurre come
scusa la scarsa cura delle proprie cose per questo motivo, né mettere in conto
gli affanni trascorsi, né incolpare gli amati delle discordie con i familiari;
sicché, tolti di mezzo tanti mali, non resta loro altro se non fare con premura
ciò che pensano sarà loro gradito quando l'avranno fatto. Inoltre, se vale la
pena di tenere in grande considerazione gli amanti perché dicono di essere
amici al sommo grado di coloro che amano e sono pronti sia a parole sia coi
fatti a rendersi odiosi agli altri pur di compiacere gli amati, è facile
comprendere che, se dicono il vero, terranno in maggior conto quelli di cui si
innamoreranno in seguito, ed è chiaro che, se parrà loro il caso, ai primi
faranno persino del male. D'altronde come può essere conveniente concedere una
cosa del genere a chi ha una disgrazia tale che nessuno, per quanto esperto,
potrebbe tentare di allontanare? Essi stessi, infatti, ammettono di essere
malati più che assennati, e di sapere che sragionano, ma non sanno dominarsi;
di conseguenza, una volta tornati in senno, come potranno credere che vada bene
ciò di cui decidono in questa disposizione d'animo? E ancora, se scegliessi il
migliore degli amanti, la tua scelta sarebbe tra pochi, se invece scegliessi
quello più adatto a te tra gli altri, sarebbe tra molti; perciò c'è molta più
speranza che quello degno della tua amicizia si trovi tra i molti. Se poi, secondo
l'usanza corrente, temi di guadagnarti del biasimo nel caso la gente lo venga a
sapere, è naturale che gli amanti, credendo di essere invidiati dagli altri
così come si invidiano tra loro, si inorgogliscano parlandone e per ambizione
mostrino a tutti che non hanno faticato invano; mentre coloro che non amano,
essendo più padroni di sé, scelgono ciò che è meglio in luogo della fama presso
gli uomini. Inoltre è inevitabile che molti vengano a sapere o vedano gli
amanti accompagnare i loro amati e darsi un gran da fare, cosicché, quando li
vedono discorrere tra loro credono che essi stiano insieme o perché il loro
desiderio si è realizzato o perché sta per realizzarsi; ma non provano affatto
ad accusare coloro che non amano perché stanno assieme, sapendo che è
necessario parlare con qualcuno per amicizia o per qualche altro piacere. E se
poi hai paura perché credi sia difficile che un'amicizia perduri, e temi che se
sorgesse un dissidio per un altro motivo la sventura sarebbe comune ad
entrambi, mentre in questo caso verrebbe un gran danno a te, perché hai gettato
via ciò che più di tutto tieni in conto, a maggior ragione dovresti temere
coloro che 3 Platone Fedro amano: molte sono le cose che li
affliggono, e credono che tutto accada a loro danno. Per questo allontanano gli
amati anche dalla compagnia con gli altri, per timore che quelli provvisti di
sostanze li superino in ricchezza, e quelli forniti dì cultura li vincano in
intelligenza; in somma, stanno in guardia contro il potere di tutti quelli che
possiedono un qualsiasi altro bene. Così, dopo averti indotto a inimicarti
queste persone, ti riducono privo di amici, e se badando al tuo interesse sarai
più assennato di loro, verrai in discordia con essi. Chi invece non si è
trovato a essere nella condizione di amante, ma ha ottenuto grazie alle sue
doti ciò che chiedeva, non sarebbe geloso di chi si accompagna a te, anzi
odierebbe coloro che rifiutano la tua compagnia, pensando che da costoro sei
disprezzato, ma trai beneficio da chi sta assieme a te. Perciò c'è molta più
speranza che dalla cosa nasca tra loro amicizia piuttosto che inimicizia. Per
di più molti degli amanti hanno desiderio del corpo prima di aver conosciuto il
carattere e aver avuto esperienza delle altre qualità individue dell'amato, così
che non è loro chiaro se vorranno ancora essere amici quando la loro passione
sarà finita; per quanto riguarda invece coloro che non amano, dal momento che
erano tra loro amici anche prima di fare questo, non è verosimile che la loro
amicizia risulti sminuita dal bene che hanno ricevuto, anzi esso rimane come
ricordo di ciò che sarà in futuro. Inoltre ti si addice diventare migliore
dando retta a me piuttosto che a un amante. Essi lodano le parole e le azioni
dell'amato anche al di là di quanto è bene, da un lato per timore di diventare
odiosi, dall'altro perché essi stessi danno giudizi meno retti per via del loro
desiderio. Infatti l'amore produce tali effetti: a coloro che non hanno fortuna
fa ritenere molesto ciò che agli altri non arreca dolore, mentre spinge coloro
che hanno fortuna a elogiare anche ciò che non è degno di piacere, tanto che
agli amati si addice più la compassione che l'invidia. Se dai retta a me,
innanzitutto starò assieme a te prendendomi cura non solo del piacere presente,
ma anche dell'utilità futura, non vinto dall'amore ma padrone di me stesso,
senza suscitare una violenta inimicizia per futili motivi, ma irritandomi poco
e non all'improvviso per motivi gravi, perdonando le colpe involontarie e
cercando di distogliere da quelle volontarie: queste sono prove di un'amicizia
che durerà a lungo. Se invece ti sei messo in mente che non possa esistere
amicizia salda se non si ama, conviene pensare che non potremmo tenere in gran
conto né i figli né i genitori, e non potremmo neanche acquistarci amici
fidati, poiché i vincoli con essi ci sono venuti non da una tale passione, ma
da altri rapporti. Inoltre, se si deve compiacere più di tutti chi ne ha
bisogno, anche nelle altre cì rcostanze conviene fare benefici non ai migliori,
ma ai più indigenti, poiché, liberati da grandissimi mali, serberanno la
massima gratitudine ai loro benefattori. E allora anche nelle feste private è
il caso di invitare non gli amici ma chi chiede l'elemosina e ha bisogno di
essere sfamato, poiché costoro ameranno i loro benefattori, li seguiranno,
verranno alla loro porta, proveranno grandissima gioia, serberanno non poca
gratitudine e augureranno loro ogni bene. Ma forse conviene compiacere non chi
è molto bisognoso, ma chi soprattutto è in grado di rendere il favore; non solo
chi chiede, ma chi è degno della cosa; non quanti godranno del fiore della tua
giovinezza, ma coloro che anche quando sarai diventato vecchio ti faranno
partecipe dei loro beni; non coloro che, ottenuto ciò che desideravano, se ne
vanteranno con gli altri, ma coloro che per pudore ne taceranno con tutti; non
coloro che hanno cura di te per poco tempo, ma coloro che ti saranno amici allo
stesso modo per tutta la vita; non coloro che, cessato il desiderio,
cercheranno il pretesto per un'inimicizia, ma coloro che daranno prova della
loro virtù quando la tua bellezza sarà sfiorita. Dunque tu ricordati di quanto
ti ho detto e considera questo, che gli amici riprendono gli amanti perché sono
convinti che questa pratica sia cattiva, mentre nessuno dei familiari ha mai
rimproverato a coloro che non amano di provvedere male ai propri affari per
questo motivo. Forse ora mi domanderai se ti esorto a compiacere tutti quelli
che non amano. Ebbene, io credo che neanche chi ama ti inviti ad avere questo
atteggiamento con tutti quelli che amano. Infatti né per chi riceve benefici la
cosa è degna di un'uguale ricompensa, né, se anche lo volessi, ti sarebbe
possibile tenerlo nascosto allo stesso modo agli altri; bisogna invece che da
ciò non venga alcun danno, ma un vantaggio a entrambi. Io penso che quanto è
stato detto sia sufficiente: se tu desideri ancora qualcosa e pensi che sia
stata tralasciata, interroga. FEDRO: Che te ne pare del discorso, Socrate? Non
è stato pronunciato in maniera straordinaria, in particolare per la scelta dei
vocaboli? SOCRATE: In maniera davvero divina, amico, al punto che ne sono
rimasto colpito! E questa impressione l'ho avuta per causa tua, Fedro,
guardando te, perché mi sembrava che esultassi per il discorso intanto che lo
leggevi. E dato che credo che in queste cose tu ne sappia più di me ti seguivo,
e nel seguirti ho partecipato al tuo furore bacchico, o testa divina! FEDRO: Ma
dai! Ti pare il caso di scherzare così ? SOCRATE: Ti sembra che io scherzi e
che non abbia fatto sul serio? FEDRO: Nient'affatto, Socrate, ma dimmi
veramente, per Zeus protettore degli amici: credi che ci sia un altro tra i
Greci in grado di parlare sullo stesso argomento in modo più grande e copioso
di lui? SOCRATE: Ma come? Bisogna che il discorso sia lodato da me e da te
anche sotto questo aspetto, ossia perché il suo autore ha detto ciò che
bisognava dire, e non solo perché ha tornito ciascun termine in modo chiaro,
forbito e puntuale? Se proprio bisogna, devo convenirne per amor tuo, dal
momento che mi è sfuggito a causa della mia nullità. Infatti ho posto mente
soltanto all'aspetto retorico del discorso; quanto all'altro, credevo che
neppure Lisia lo ritenesse sufficiente. A meno che tu, Fedro, non abbia
un'opinione diversa, mi è parso che abbia ripetuto due o tre volte gli stessi
concetti, come se non avesse a disposizione grandi risorse per dire molte cose
sullo stesso argomento, o forse come se non gliene importasse nulla; e mi
sembrava pieno di baldanza giovanile quando mostrava com'era bravo, dicendo le
stesse cose prima in un modo e poi in un altro, a parlarne in tutti e due i
casi nella maniera migliore. 4 Platone Fedro FEDRO: Ti sbagli,
Socrate: precisamente in questo consiste il discorso. Infatti non ha
tralasciato nulla di ciò che meritava d'esser detto in argomento, tanto che
nessuno mai saprebbe dire cose diverse e di maggior pregio rispetto a quelle
dette. SOCRATE: In questo non potrò più darti retta: uomini e donne antichi e
sapienti, che hanno parlato e scritto di queste cose, mi confuteranno, se per
farti piacere convengo con te. FEDRO: Chi sono costoro? E dove hai ascoltato
cose migliori di queste? SOCRATE: Ora, lì per lì, non so dirlo; ma è chiaro che
le ho udite da qualcuno, dalla bella Saffo o dal saggio Anacreonte o da qualche
scrittore in prosa. Da cosa lo arguisco per affermare ciò? In qualche modo,
divino fanciullo, sento di avere il petto pieno e di poter dire cose diverse
dalle sue, e non peggiori. So bene che non ho concepito da me niente di tutto
ciò, dato che riconosco la mia ignoranza; allora resta, credo, che da qualche
altra fonte io sia stato riempito attraverso l'ascolto come un vaso. Ma per
indolenza ho scordato proprio questo, come e da chi le ho udite. FEDRO: Ma hai
detto cose bellissime, nobile amico! Neanche se te lo ordino devi riferirmi da
chi e come le hai udite, ma metti in atto esattamente il tuo proposito. Hai
promesso di dire cose diverse, in maniera migliore e non meno diffusa rispetto
a quelle contenute nel libro, astenendoti da queste ultime; quanto a me, io ti
prometto che come i nove arconti innalzerò a Delfi una statua d'oro a grandezza
naturale, non solo mia ma anche tua.(18) SOCRATE: Sei carissimo e veramente
d'oro, Fedro, se pensi che io affermi che Lisia ha sbagliato tutto e che è
possibile dire cose diverse da tutte queste; ciò, credo, non potrebbe capitare
neanche allo scrittore più scarso. Tanto per incominciare, riguardo
all'argomento del discorso, chi credi che, sostenendo che bisogna compiacere
coloro che non amano piuttosto che coloro che amano, abbia ancora altro da dire
quando abbia tralasciato di lodare l'assennatezza degli uni e biasimare la
dissennatezza degli altri, il che appunto è necessario? Ma credo che si debbano
concedere e perdonare simili argomenti a chi ne parla; e di tali argomenti è da
lodare non l'invenzione, ma la disposizione, mentre degli argomenti non
necessari e difficili da trovare è da lodare, oltre alla disposizione, anche
l'invenzione. FEDRO: Concordo con ciò che dici: mi sembri aver parlato in modo
opportuno. Pertanto farò anch'io così: ti concederò di stabilire come principio
che chi ama è più ammalato di chi non ama, e quanto al resto, se avrai detto
altre cose in maggior quantità e di maggior pregio di queste, ergiti pure come
statua lavorata a martello a Olimpia, presso l'offerta votiva dei Cipselidi!
SOCRATE: L'hai presa sul serio, Fedro, perché io, scherzando con te, ho
attaccato il tuo amato, e credi che io proverò veramente a dire qualcosa di
diverso e di più vario a confronto dell'abilità di lui? FEDRO: A questo proposito,
caro, mi hai dato l'occasione per un'uguale presa.(20) Ora tu devi parlare
assolutamente, così come sei capace, in modo da non essere obbligati a fare
quella cosa volgare da commedianti che si rimbeccano a vicenda, e non volermi
costringere a tirar fuori quella frase: «Socrate, se io non conosco Socrate, mi
sono dimenticato anche di me stesso», o quell'altra: «Desiderava dire, ma si
schermiva»; ma tieni bene in mente che non ce ne andremo di qui prima che tu
abbia esposto ciò che sostenevi di avere nel petto. Siamo noi due soli, in un
luogo appartato, io sono più forte e più giovane. Da tutto ciò, dunque,
«intendi quel che ti dico»,(21) e vedi di non parlare a forza piuttosto che
spontaneamente. SOCRATE: Ma beato Fedro, mi coprirò di ridicolo improvvisando
un discorso sui medesimi argomenti, da profano che sono a confronto di un
autore bravo come lui! FEDRO: Sai com'è la questione? Smettila di fare il
ritroso con me; poiché penso di avere una cosa che, se te la dico, ti
costringerà a parlare. SOCRATE: Allora non dirmela! FEDRO: No, invece te la
dico proprio! E le mie parole saranno un giuramento. Ti giuro... ma su chi, su
quale dio? Vuoi forse su questo platano qui? Ebbene, ti giuro che se non
pronuncerai il tuo discorso proprio davanti a questo platano, non ti mostrerò e
non ti riferirò più nessun altro discorso di nessuno. SOCRATE: Ahi, birbante!
Come hai trovato bene il modo di costringere un uomo amante dei discorsi a fare
ciò che tu ordini! FEDRO: Perché allora fai tanti giri? SOCRATE: Niente più indugi,
dal momento che hai proferito questo giuramento. Come potrei astenermi da un
tale banchetto? FEDRO: Allora parla! SOCRATE: Sai dunque come farò? FEDRO:
Riguardo a cosa? SOCRATE: Parlerò dopo essermi coperto il capo, per svolgere il
discorso il più velocemente possibile e non trovarmi in imbarazzo per la
vergogna, guardando verso di te. FEDRO: Purché tu parli; quanto al resto, fa'
come vuoi. SOCRATE: Orsù, o Muse dalla voce melodiosa, vuoi per l'aspetto del
canto vuoi perché siete state così chiamate dalla stirpe dei Liguri amante
della musica,(22) narrate assieme a me il racconto che questo bellissimo
giovane mi costringe a dire, così che il suo compagno, che già prima gli
sembrava sapiente, ora gli sembri tale ancora di più. C'era una volta un
fanciullo, o meglio un giovanetto assai bello, di cui molti erano innamorati.
Uno di loro, che era astuto, pur non essendo innamorato meno degli altri aveva
convinto il fanciullo che non lo amava. E un giorno, saggiandolo, cercava di
persuaderlo proprio di questo, che bisogna compiacere chi non ama piuttosto che
chi ama, e gli parlava così : «Innanzi tutto, fanciulfo, uno solo è l'inizio
per chi deve prendere decisioni nel modo giusto: bisogna sapere su cosa verte
la decisione, o è destino che si sbagli tutto. Ai più sfugge che non conoscono
l'essenza di ciascuna 5 Platone Fedro cosa. Perciò, nella
convinzione di saperlo, non si mettono d'accordo all'inizio della ricerca e
proseguendo ne pagano le naturali conseguenze, poiché non si accordano né con se
stessi né tra loro. Che non capiti dunque a me e a te ciò che rimproveriamo
agli altri, ma dal momento che ci sta dinanzi la questione se si debba entrare
in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, stabiliamo di comune
accordo una definizione su cosa sia l'amore e quale forza abbia; poi, tenendo
presente questa definizione e facendovi riferimento, esaminiamo se esso
apporta un vantaggio o un danno. Che l'amore sia appunto un desiderio, è chiaro
a tutti; che inoltre anche chi non ama desideri le cose belle, lo sappiamo. Da
che cosa allora distingueremo chi ama e chi non ama? Occorre poi tenere
presente che in ciascuno di noi ci sono due princì pi che ci governano e ci
guidano, e che noi seguiamo dove essi ci guidano: l'uno, innato, è il desiderio
dei piaceri, l'altro è un'opinione acquisita che aspira al sommo bene. Talvolta
questi due princì pi dentro di noi si trovano d'accordo, talvolta invece sono
in disaccordo; talvolta prevale l'uno, talvolta l'altro. Pertanto, quando
l'opinione guida con il ragionamento al sommo bene e prevale, la sua vittoria
ha il nome di temperanza; mentre se il desiderio trascina fuori di ragione
verso i piaceri e domina in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. La
dissolutezza ha molti nomi, dato che è composta di molte membra e molte parti;
e quella che tra queste forme si distingue conferisce a chi la possiede il
soprannome derivato da essa, che non è né bello né meritevole da acquistarsi.
Il desiderio relativo al cibo, che prevale sulla ragione del bene migliore e sugli
altri desideri, è chiamato ingordigia e farà sì che chi lo possiede venga
chiamato con lo stesso nome; quello che tiranneggia nell'ubriachezza e conduce
in tale stato chi lo possiede, è chiaro quale epiteto gli toccherà; così, anche
per gli altri nomi fratelli di questi che designano desideri fratelli, a
seconda di quello che via via signoreggia, è ben evidente come conviene
chiamarli. Il desiderio a motivo del quale è stato fatto tutto il discorso
precedente ormai è pressoché manifesto, ma è assolutamente più chiaro una volta
detto che se non viene detto; ebbene, il desiderio irrazionale che ha il
sopravvento sull'opinione incline a ciò che è retto, una volta che, tratto
verso il piacere della bellezza e corroborato vigorosamente dai desideri a esso
congiunti della bellezza fisica, ha prevalso nel suo trasporto prendendo nome
dal suo stesso vigore, è chiamato eros». Ma caro Fedro, non sembra anche a te,
come a me, che mi trovi in uno stato divino? FEDRO: Certamente, Socrate! Ti ha
preso una certa facilità di parola, contrariamente al solito! SOCRATE:
Ascoltami dunque in silenzio. Il luogo sembra veramente divino, percio non
meravigliarti se nel prosieguo del discorso sarò spesso invasato dalle Ninfe:
le parole che proferisco adesso non sono lontane dai ditirambi.(24) FEDRO: Dici
cose verissime. SOCRATE: E tu ne sei la causa. Ma ascolta il resto, poiché
forse quello che mi viene alla mente potrebbe andarsene via. A questo
provvederà un dio, noi invece dobbiamo tornare col nostro discorso al
fanciullo. «Dunque, carissimo: cosa sia ciò su cui bisogna prendere decisioni,
è stato detto e definito; ora, tenendo presente questo, dobbiamo dire il resto,
ossia quale vantaggio o quale danno presumibilmente verrà da uno che ama e da
uno che non ama a chi concede i suoi favori. Per chi è soggetto al desiderio ed
è schiavo del piacere è inevitabile rendere l'amato il più possibile gradito a
sé; ma per chi è malato tutto ciò che non oppone resistenza è piacevole, mentre
tutto ciò che è più forte o pari a lui è odioso. Così un amante non sopporterà
di buon grado un amato superiore o pari a lui, ma vuole sempre renderlo
inferiore e più debole: e inferiore è l'ignorante rispetto al saggio, il vile
rispetto al coraggioso, chi non sa parlare rispetto a chi ha abilità oratorie,
chi è tardo di mente rispetto a chi è d'ingegno acuto. è inevitabile che, se
nell'animo dell'amato nascono o ci sono per natura tanti difetti, o anche di
più, l'amante ne goda e ne procuri altri, piuttosto che essere privato del
piacere del momento. Ed è altresì inevitabile che sia geloso e causa di grande
danno, poiché distoglie l'amato da molte altre compagnie vantaggiose grazie
alle quali diverrebbe veramente uomo, danno che diventa grandissimo quando lo
allontana da quella compagnia grazie alla quale diventerebbe una persona molto
assennata. Essa è la divina filosofia, da cui inevitabilmente l'amante tiene
lontano l'amato per paura di essere disprezzato, così come ricorrerà alle altre
macchinazioni per fare in modo che sia ignorante di tutto e guardi solo al suo
amante; e in questa condizione l'amato sarebbe fonte di grandissimo piacere per
lui, ma del massimo danno per se stesso. Quindi, per quanto riguarda
l'intelletto, l'uomo che prova amore non è in nessun modo utile come guida e
come compagno. Poi si deve considerare la costituzione del corpo, e quale cura
ne avrà colui che ne diventerà padrone, dato che si trova costretto a inseguire
il piacere anziché il bene. Lo si vedrà seguire una persona molle e non
vigorosa, non cresciuta alla pura luce del sole ma nella fitta ombra, inesperta
di fatiche virili e di secchi sudori, esperta invece di una vita delicata ed
effeminata, ornata di colori e abbellimenti altrui per mancanza dei propri,
intenta a tutte quelle attività conseguenti a ciò, che sono evidenti e non
meritano ulteriori discussioni. Ma stabiliamo un punto essenziale, e poi
passiamo ad altro: per un corpo del genere, in guerra come in tutte le altre
occupazioni importanti, i nemici prendono coraggio, gli amici e gli stessi
amanti provano timore. Perciò questo punto è da lasciar perdere, dato che è
evidente, e bisogna passare invece a quello successivo, cioè quale vantaggio o
quale danno arrecherà ai nostri beni la compagnia e la protezione di chi ama. è
chiaro a chiunque, ma soprattutto all'amante, che egli si augurerebbe più
d'ogni altra cosa che l'amato fosse orbo dei beni più cari, più preziosi e più
divini; accetterebbe che rimanesse privo di padre, madre, parenti e amici,
ritenendoli causa d'impedimento e biasimo della dolcissima compagnia che ha con
lui. E se possiede sostanze in oro o altri beni, egli penserà che non sia
facile da conquistare né, una volta conquistato, trattabile; ne consegue
inevitabilmente che l'amante provi gelosia se l'oggetto del suo amore possiede
delle sostanze, e gioisca se le perde. Inoltre l'amante si augurerà che l'amato
sia senza moglie, senza figli e senza casa il più a lungo possibile, poiché
brama di cogliere il più a lungo possibile il frutto della 6 Platone
Fedro sua dolcezza. Ci sono altri mali ancora, ma un dio ha mescolato
alla maggior parte di essi un piacere momentaneo; per esempio all'adulatore,
bestia terribile e fonte di grande danno, la natura ha comunque mescolato un
piacere non privo di gusto. E così qualcuno può biasimare come rovinosa
un'etera o molte altre creature e attività del genere, che almeno per un giorno
possono essere occasione di grandissimo piacere; ma per l'amato la compagnia
quotidiana dell'amante, oltre al danno che arreca, è la cosa di tutte più
spiacevole. Infatti, come recita l'antico proverbio, il coetaneo si diletta del
coetaneo (credo infatti che l'avere gli stessi anni conduca agli stessi piaceri
e procuri amicizia in virtù della somiglianza); tuttavia anche il loro stare
insieme genera sazietà. Inoltre si dice che la costrizione è pesante per
chiunque in qualsiasi circostanza: ed è proprio questo il rapporto che, oltre
alla differenza d'età, l'amante ha con il suo amato. Infatti, quando uno più
vecchio sta assieme a uno più giovane, non lo lascia volentieri né di giorno né
di notte, ma è tormentato da una necessità e da un pungolo che lo conduce a
destra e a manca procurandogli di continuo piaceri a vedere, ascoltare, toccare
l'amato e a provare tutto ciò che lui prova, sì da mettersi strettamente e con
piacere al suo servizio. Ma quale conforto o quali piaceri darà all'amato per
evitare che questi, stando con lui per lo stesso periodo di tempo, arrivi al
colmo del disgusto? Quando quello vedrà un volto invecchiato e non più in
fiore, con tutte le conseguenze già spiacevoli da udire a parole, per non
parlare poi se ci si trova nella necessità di avere a che fare con esse; quando
dovrà guardarsi in ogni momento e con tutti da custodi sospettosi e sentirà
elogi inopportuni ed esagerati, come anche insulti già insopportabili se
l'amante è sobrio, vergognosi oltre ogni sopportazione se è ubriaco e indulge a
una libertà di linguaggio stucchevole e assoluta? E se quando è innamorato e
dannoso e spiacevole, una volta che l'amore è finito sarà inaffidabile per il
tempo a venire, in prospettiva del quale era riuscito a malapena, con molte
promesse condite di infiniti giuramenti e preghiere e in virtù della speranza
di beni futuri, a mantenere il legame già allora faticoso da sopportare. E
allora, quando bisogna pagare il debito, dato che dentro di sé ha cambiato
padrone e signore, e assennatezza e temperanza hanno preso il posto di amore e
follia, è divenuto un altro senza che il suo amato se ne sia accorto. Questi,
ricordandosi di quanto era stato fatto e detto e pensando di parlare ancora con
la stessa persona, chiede che gli siano ricambiati i favori resi allora; quello
per la vergogna non ha il coraggio di dire che è diventato un altro, né sa come
mantenere i giuramenti e le promesse fatte sotto la dissennata signoria
precedente, dato che ormai ha riacquistato il senno e la temperanza, per non
ridiventare simile a quello che era prima, se non addirittura lo stesso di
prima, facendo le stesse cose. Perciò diventa un fuggiasco, e poiché l'amante
di prima ora è di necessita reo di frode, invertite le parti, muta il suo stato
e si dà alla fuga.(25) L'altro è costretto a inseguire tra lo sdegno e le
imprecazioni, poiché non ha capito tutto fin dal principio, cioè che non
avrebbe mai dovuto compiacere chi ama e di necessità è privo di senno, ma ben più
chi non ama ed è assennato; altrimenti sarebbe inevitabile concedersi a una
persona infida, difficile di carattere, gelosa, spiacevole, danno sa per le
proprie ricchezze, dannosa per la costituzione fisica, ma dannosa nel modo più
assoluto per l'educazione dell'anima, della quale in tutta verità non c'è e mai
ci sarà cosa di maggior valore né per gli uomini né per gli dèi. Pertanto,
ragazzo, bisogna intendere bene questo, e sapere che l'amicizia di un amante
non nasce assieme alla benevolenza, ma alla maniera del cibo, per saziarsi;
come i lupi amano gli agnelli, così gli amanti hanno caro un fanciullo». Questo
è quanto, Fedro. Non mi sentirai dire di più, ma considera ormai finito il
discorso. FEDRO: Eppure io credevo che fosse a metà, e che tu avresti speso
uguali parole per chi non ama, dicendo che bisogna piuttosto compiacere lui e
indicando quanti beni ne derivano; ma ora perché smetti, Socrate? SOCRATE: Non
ti sei accorto, beato, che ormai pronuncio versi epici e non più ditirambi,
proprio mentre muovo questi rimproveri? Se comincerò a elogiare l'altro, cosa
credi che farò? Non lo sai che sarei certamente invasato dalle Ninfe, alle
quali tu mi hai gettato deliberatamente in balia? Perciò in una parola ti dico
che quanti sono i mali che abbiamo biasimato nell'uno tanti sono i beni, ad
essi opposti, che si trovano nell'altro. E che bisogno c'è di un lungo
discorso? Di entrambi si è detto abbastanza. Così il racconto avrà la sorte che
gli spetta; e io, attraversato questo fiume, me ne torno indietro prima di
essere costretto da te a qualcosa di più grande. FEDRO: Non ancora, Socrate,
non prima che sia passata la calura. Non vedi che è all'incirca mezzogiorno,
l'ora che viene chiamata immota? Ma restiamo a discutere sulle cose che abbiamo
detto; non appena farà più fresco, ce ne andremo. SOCRATE: Quanto ai discorsi
sei divino, Fedro, e semplicemente straordinario. Io penso che di tutti i
discorsi prodotti durante la tua vita nessuno ne abbia fatto nascere più di te,
o perché li pronunci di persona o perché costringi in qualche modo altri a
pronunciarli (faccio eccezione per Simmia il Tebano, (26) ma gli altri li vinci
di gran lunga). E ora mi sembra che tu sia stato la causa di un mio nuovo
discorso. FEDRO: Allora non mi dichiari guerra! Ma come, e qual è questo
discorso? SOCRATE: Quando stavo per attraversare il fiume, caro amico, si è
manifestato quel segno divino che è solito manifestarsi a me e che mi trattiene
sempre da ciò che sto per fare. E mi è parso di udire proprio da lì una certa
voce che non mi permette di andare via prima d'essermi purificato, come se
avessi commesso qualche colpa verso la divinità. In effetti sono un indovino,
per la verità non molto bravo, ma, come chi sa a malapena scrivere, valido solo
per me stesso; perciò comprendo chiaramente qual è la colpa. Perché anche
l'anima, caro amico, ha un che di divinatorio; infatti mi ha turbato anche
prima, mentre pronunciavo il discorso, e in qualche modo temevo, come dice
Ibico, che «commesso un fallo» nei confronti degli dèi «consegua fama invece
tra gli umani». Ma ora mi sono reso conto della colpa. FEDRO: Che cosa dici?
Platone Fedro SOCRATE: Terribile, Fedro, terribile è il discorso che tu
hai portato, come quello che poi mi hai costretto a dire! FEDRO: E perché?
SOCRATE: è sciocco e sotto un certo aspetto empio. Quale discorso potrebbe
essere più terribile di questo? FEDRO: Nessuno, se tu dici il vero. SOCRATE: E
allora? Non credi che Eros sia figlio di Afrodite e sia una creatura divina?
FEDRO: Così almeno si dice. SOCRATE: Ma non è detto da Lisia, né dal tuo
discorso, che è stato pronunciato tramite la mia bocca ammaliata da te. E se
Eros è, come appunto è, un dio o un che di divino, non sarebbe affatto un male,
e invece i due discorsi pronunciati ora su di lui ne parlavano come se fosse un
male; in questo dunque hanno commesso una colpa nei confronti dì Eros. Inoltre
la loro semplicità è proprio graziosa, poiché senza dire niente di sano né di
vero si danno delle arie come se fossero chissà cosa, se ingannando alcuni
omiciattoli troveranno fama presso di loro. Pertanto io, caro amico, ho la
necessità di purificarmi; per coloro che commettono delle colpe nei confronti
del mito c'è un antico rito purificatorio, che Omero non conobbe, ma Stesicoro
sì . Costui infatti, privato della vista per aver diffamato Elena, non ne
ignorò la causa come Omero, ma da amante alle Muse quale era la capì e subito
compose questi versi: Questo discorso non è veritiero, non navigasti sulle navi
ben costrutte, non arrivasti alla troiana Pergamo.(28) E dopo aver composto
l'intero carme chiamato Palinodia gli tornò immediatamente la vista. Io
pertanto sarò più saggio di loro almeno sotto questo aspetto: prima di
incorrere in un male per aver diffamato Eros tenterò di offrirgli in cambio la
mia palinodia, col capo scoperto e non velato come allora per la vergogna.
FEDRO: Non avresti potuto dirmi cose più dolci di queste, Socrate. SOCRATE:
Veramente, caro Fedro, tu intendi con quale impudenza siano stati pronunciati i
due discorsi, il mio e quello ricavato dal libro. Se un uomo dall'indole nobile
e affabile, che fosse innamorato di uno come lui o lo fosse stato in
precedenza, ci ascoltasse mentre diciamo che gli amanti sollevano grandi
inimicizie per futili motivi e sono gelosi e dannosi nei confronti dei loro
amati, non credi che avrebbe l'impressione di ascoltare persone allevate in
mezzo ai marinai e che non hanno mai visto un amore libero, e sarebbe ben lungi
dal convenire con noi sui rimproveri che muoviamo ad Eros? FEDRO: Per Zeus,
forse sì, Socrate. SOCRATE: Io dunque, per vergogna nei suoi confronti e per
timore dello stesso Eros, desidero sciacquarmi dalla salsedine che impregna il
mio udito con un discorso d'acqua dolce; e consiglio anche a Lisia di scrivere
il più in fretta possibile che, a parità di condizioni, conviene compiacere più
un amante che chi non ama. FEDRO: Ma sappi bene che sarà così : quando avrai
pronunciato l'elogio dell'amante, sarà inevitabile che Lisia venga costretto da
me a scrivere un altro discorso sullo stesso argomento. SOCRATE: Confido in
ciò, finché sarai quello che sei. FEDRO: Fatti coraggio, dunque, e parla.
SOCRATE: Dov'è il ragazzo a cui parlavo? Faccia in modo di ascoltare anche
questo discorso e non conceda con troppa fretta i suoi favori a chi non ama per
non aver udito le mie parole. FEDRO: Questo ragazzo è accanto a te, molto
vicino, ogni qualvolta tu voglia. SOCRATE: Allora, mio bel ragazzo, tieni
presente che il discorso di prima era di Fedro figlio di Pitocle, del demo di
Mirrinunte, mentre quello che mi accingo a dire è di Stesicoro di Imera, figlio
di Eufemo. Bisogna dunque parlare così : «Non è veritiero il discorso secondo
il quale anche in presenza di un amante si deve piuttosto compiacere chi non
ama, per il fatto che l'uno è in preda a "mania", l'altro è assennato.
Se infatti l'essere in preda a mania fosse un male puro e semplice, sarebbe ben
detto; ora però i beni più grandi ci vengono dalla mania, appunto in virtù di
un dono divino. Infatti la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona,(29)
quando erano prese da mania, procurarono alla Grecia molti e grandi vantaggi
pubblici e privati, mentre quando erano assennate giovarono poco o nulla. E se
parlassimo della Sibilla (30) e di tutti gli altri che, avvalendosi dell'arte
mantica ispirata da un dio, con le loro predizioni in molti casi indirizzarono
bene molte persone verso il futuro, ci dilungheremmo dicendo cose note a tutti.
Merita certamente di essere addotto come testimonianza il fatto che tra gli
antichi coloro che coniavano i nomi non ritenevano la mania una cosa vergognosa
o riprovevole; altrimenti non avrebbero chiamato "manica" l'arte più
bella, con la quale si discerne il futuro, applicandovi proprio questo nome. Ma
considerandola una cosa bella quando nasca per sorte divina, le imposero questo
nome, mentre gli uomini d'oggi, inesperti del bello, aggiungendo la
"t" l'hanno chiamata "mantica". Così anche la ricerca del
futuro che fanno gli uomini assennati mediante il volo degli uccelli e gli
altri segni del cielo, dal momento che tramite l'intelletto procurano
assennatezza e cognizione alla "oiesi", cioè alla credenza umana, la
denominarono "oionoistica", mentre i contemporanei, volendola
nobilitare con la "o" lunga, la chiamano oionistica. Perciò, quanto
più l'arte mantica è perfetta e onorata della oionistica, e il nome e l'opera
dell'una rispetto al nome e all'opera dell'altra, tanto più bella, secondo la
testimonianza degli antichi, è la mania che viene da un dio rispetto
all'assennatezza che viene dagli uomini. Ma la mania, sorgendo e profetando in
coloro in cui doveva manifestarsi, trovò una via di scampo anche dalle malattie
e dalle pene più gravi, che da qualche parte si abbattono su alcune stirpi a
causa di antiche colpe, ricorrendo alle preghiere e al culto degli dèi; quindi,
attraverso purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il
tempo presente e futuro, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per
chi era in preda a mania e invasamento divino nel modo giusto. Al terzo posto
vengono l'invasamento e la mania provenienti dalle Muse, che impossessandosi di
un'anima tenera e pura la destano e la colmano di furore bacchico in canti e
altri componimenti poetici, e celebrando innumerevoli opere degli antichi
educano i posteri. Chi invece giunge alle porte della poesia senza 8
Platone Fedro la mania delle Muse, convinto che sarà un poeta valente
grazie all'arte, resta incompiuto e la poesia di chi è in senno è oscurata da
quella di chi si trova in preda a mania. Queste, e altre ancora, sono le belle
opere di una mania proveniente dagli dèi che ti posso elencare. Pertanto non
dobbiamo aver paura di ciò, né deve sconvolgerci un discorso che cerchi di
intimorirci asserendo che si deve preferire come amico l'uomo assennato a
quello in stato di eccitazione; ma il mio discorso dovrà riportare la vittoria
dimostrando, oltre a quanto detto prima, che l'amore non è inviato dagli dèi
all'amante e all'amato perché ne traggano giovamento. Noi dobbiamo invece
dimostrare il contrario, cioè che tale mania è concessa dagli dèi per la nostra
più grande felicità; e la dimostrazione non sarà persuasiva per i
valent'uomini, ma lo sarà per i sapienti. Prima di tutto dunque bisogna
intendere la verità riguardo alla natura dell'anima divina e umana,
considerando le sue condizioni e le sue opere. L'inizio della dimostrazione è
il seguente. Ogni anima è immortale. Infatti ciò che sempre si muove è
immortale, mentre ciò che muove altro e da altro è mosso termina la sua vita
quando termina il suo movimento. Soltanto ciò che muove se stesso, dal momento
che non lascia se stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte e principio di
movimento anche per tutte le altre cose dotate di movimento. Il principio però
non è generato. Infatti è necessario che tutto ciò che nasce si generi da un
principio, ma quest'ultimo non abbia origine da qualcosa, poiché se un
principio nascesse da qualcosa non sarebbe più un principio. E poiché non è
generato, è necessario che sia anche incorrotto; infatti, se un principio
perisce, né esso nascerà da qualcosa né altra cosa da esso, dato che ogni cosa
deve nascere da un principio. Così principio di movimento è ciò che muove se
stesso. Esso non può né perire né nascere, altrimenti tutto il cielo e tutta la
terra, riuniti in corpo unico, resterebbero immobili e non avrebbero più ciò da
cui ricevere di nuovo nascita e movimento. Una volta stabilito che ciò che si
muove da sé è immortale, non si proverà vergogna a dire che proprio questa è
l'essenza e la definizione dell'anima. Infatti ogni corpo a cui l'essere in
movimento proviene dall'esterno è inanimato, mentre quello cui tale facoltà
proviene dall'interno, cioè da se stesso, è animato, poiché la natura
dell'anima è questa; ma se è così, ovvero se ciò che muove se stesso non può
essere altro che l'anima, di necessità l'anima sarà ingenerata e immortale.
Sulla sua immortalità si è detto a sufficienza; sulla sua idea bisogna dire
quanto segue. Spiegare quale sia, sarebbe proprio di un'esposizione divina
sotto ogni aspetto e lunga, dire invece a che cosa assomigli, è proprio di
un'esposizione umana e più breve; parliamone dunque in questa maniera. Si
immagini l'anima simile a una forza costituita per sua natura da una biga alata
e da un auriga.(32) I cavalli e gli aurighi degli dèi sono tutti buoni e nati
da buoni, quelli degli altri sono misti. E innanzitutto l'auriga che è in noi
guida un carro a due, poi dei due cavalli uno è bello, buono e nato da cavalli
d'ugual specie, l'altro è contrario e nato da stirpe contraria; perciò la
guida, per quanto ci riguarda, è di necessità difficile e molesta. Quindi
bisogna cercare di definire in che senso il vivente è stato chiamato mortale e
immortale. Ogni anima si prende cura di tutto ciò che è inanimato e gira tutto
il cielo ora in una forma, ora nell'altra. Se è perfetta e alata, essa vola in
alto e governa tutto il mondo, se invece ha perduto le ali viene trascinata giù
finché non s'aggrappa a qualcosa di solido; qui stabilisce la sua dimora e
assume un corpo terreno, che per la forza derivata da essa sembra muoversi da
sé. Questo insieme, composto di anima e corpo, fu chiamato vivente ed ebbe il
soprannome di mortale. Viceversa ciò che è immortale non può essere spiegato
con un solo discorso razionale, ma senza averlo visto e inteso in maniera
adeguata ci figuriamo un dio, un essere vivente e immortale, fornito di
un'anima e di un corpo eternamente connaturati. Ma di queste cose si pensi e si
dica così come piace al dio; noi cerchiamo di cogliere la causa della perdita
delle ali, per la quale esse si staccano dall'anima. E la causa è all'incirca
questa. La potenza dell'ala tende per sua natura a portare in alto ciò che è
pesante, sollevandolo dove abita la stirpe degli dèi, e in certo modo partecipa
del divino più di tutte le cose inerenti il corpo. Il divino è bello, sapiente,
buono, e tutto ciò che è tale; da queste qualità l'ala dell'anima e nutrita e
accresciuta in sommo grado, mentre viene consunta e rovinata da ciò che è
brutto, cattivo e contrario ad esse. Zeus, il grande sovrano che è in cielo,
procede per primo alla guida del carro alato, dà ordine a tutto e di tutto si
prende cura; lo segue un esercito di dèi e di demoni, ordinato in undici
schiere. La sola Estia resta nella dimora degli dèi; quanto agli altri dèi,
quelli che in numero di dodici sono stati posti come capi guidano ciascuno la
propria schiera secondo l'ordine assegnato.(33) Molte e beate sono le visioni e
i percorsi entro il cielo, per i quali si volge la stirpe degli dèi eternamente
felici, adempiendo ciascuno il proprio compito. E tiene dietro a loro chi
sempre lo vuole e lo può; infatti l'invidia sta fuori del coro divino. Quando
poi vanno a banchetto per nutrirsi, procedono in ardua salita verso la sommità
della volta celeste, dove i carri degli dèi, ben equilibrati e agili da
guidare, procedono facilmente, gli altri invece a fatica; infatti il cavallo
che partecipa del male si inclina, e piegando verso terra grava col suo peso
l'auriga che non l'ha allevato bene. Qui all'anima si presenta la fatica e la
prova suprema. Infatti quelle che sono chiamate immortali, una volta giunte
alla sommità, procedono al di fuori posandosi sul dorso del cielo, la cui
rotazione le trasporta in questa posa, mentre esse contemplano ciò che sta
fuori del cielo. Nessuno dei poeti di quaggiù ha mai cantato né mai canterà in
modo degno il luogo iperuranio.(34) La cosa sta in questo modo (bisogna infatti
avere il coraggio di dire il vero, tanto più se si parla della verità):
l'essere che realmente è, senza colore, senza forma e invisibile, che può
essere contemplato solo dall'intelletto timoniere dell'anima e intorno al quale
verte il genere della vera conoscenza, occupa questo luogo. Poiché dunque la
mente di un dio è nutrita da un intelletto e da una scienza pura, anche quella
di ogni anima cui preme di ricevere ciò che conviene si appaga di vedere dopo
un certo tempo l'essere, e contemplando il vero se ne nutre e ne gode, finché
la rotazione ciclica del cielo non l'abbia riportata allo stesso punto. Nel
giro che essa compie vede la giustizia stessa, vede la temperanza, vede la
scienza, 9 Platone Fedro non quella cui è connesso il divenire, e
neppure quella che in certo modo è altra perché si fonda su altre cose da
quelle che ora noi chiamiamo esseri, ma quella scienza che si fonda su ciò che
è realmente essere; e dopo che ha contemplato allo stesso modo gli altri esseri
che realmente sono e se ne è saziata, si immerge nuovamente all'interno del
cielo e fa ritorno alla sua dimora. Una volta arrivata l'auriga, condotti i
cavalli alla mangiatoia, mette innanzi a loro ambrosia e in più dà loro da bere
del nettare. Questa è la vita degli dèi. Quanto alle altre anime, l'una,
seguendo nel migliore dei modi il dio e rendendosi simile a lui, solleva il
capo dell'auriga verso il luogo fuori del cielo e viene trasportata nella sua
rotazione, ma essendo turbata dai cavalli vede a fatica gli esseri; l'altra ora
solleva il capo, ora piega verso il basso, e poiché i cavalli la costringono a
forza riesce a vedere alcuni esseri, altri no. Seguono le altre anime, che
aspirano tutte quante a salire in alto, ma non essendone capaci vengono
sommerse e trasportate tutt'intorno, calpestandosi tra loro, accalcandosi e
cercando di arrivare una prima dell'altra. Nasce così una confusione e una
lotta condita del massimo sudore, nella quale per lo scarso valore degli
aurighi molte anime restano azzoppate, e a molte altre si spezzano molte penne;
tutte, data la grande fatica, se ne partono senza aver raggiunto la
contemplazione dell'essere e una volta tornate indietro si nutrono del cibo
dell'opinione. La ragione per cui esse mettono tanto impegno per vedere dov'è
sita la pianura della verità è questa: il cibo adatto alla parte migliore
dell'anima viene dal prato che si trova là, e di esso si nutre la natura
dell'ala con cui l'anima si solleva in volo. Questa è la legge di Adrastea.(35)
L'anima che, divenuta seguace del dio, abbia visto qualcuna delle verità, non
subisce danno fino al giro successivo, e se riesce a fare ciò ogni volta, resta
intatta per sempre; qualora invece, non riuscendo a tenere dietro al dio, non
abbia visto, e per qualche accidente, riempitasi di oblio e di ignavia, sia
appesantita e a causa del suo peso perda le ali e cada sulla terra, allora è
legge che essa non si trapianti in alcuna natura animale nella prima
generazione. Invece l'anima che ha visto il maggior numero di esseri si
trapianterà nel seme di un uomo destinato a diventare filosofo o amante del
bello o seguace delle Muse o incline all'amore. L'anima che viene per seconda
si trapianterà in un re rispettoso delle leggi o in un uomo atto alla guerra e
al comando, quella che viene per terza in un uomo atto ad amministrare lo Stato
o la casa o le ricchezze, la quarta in un uomo che sarà amante delle fatiche o
degli esercizi ginnici o esperto nella cura del corpo, la quinta è destinata ad
avere la vita di un indovino o di un iniziatore ai misteri. Alla sesta sarà
confacente la vita di un poeta o di qualcun altro di coloro che si occupano
dell'imitazione, alla settima la vita di un artigiano o di un contadino,
all'ottava la vita di un sofista o di un seduttore del popolo, alla nona quella
di un tiranno. Tra tutti questi, chi ha condotto la vita secondo giustizia
partecipa di una sorte migliore, chi invece è vissuto contro giustizia, di una
peggiore; infatti ciascuna anima non torna nel luogo donde è venuta per diecimila
anni, poiché non rimette le ali prima di questo periodo di tempo, tranne quella
di colui che ha coltivato la filosofia senza inganno o ha amato i fanciulli
secondo filosofia. Queste anime, al terzo giro di mille anni, se hanno scelto
per tre volte di seguito una tale vita, rimettono in questo modo le ali e al
compiere dei tremila anni tornano indietro. Quanto alle altre, quando giungono
al termine della prima vita tocca loro un giudizio, e dopo essere state
giudicate le une vanno nei luoghi di espiazione sotto terra a scontare la loro
pena, le altre, innalzate dalla Giustizia in un luogo del cielo, trascorrono il
tempo in modo corrispondente alla vita che vissero in forma d'uomo. Al
millesimo anno le une e le altre, giunte al sorteggio e alla scelta della seconda
vita, scelgono quella che ciascuna vuole: qui un'anima umana può anche finire
in una vita animale, e chi una volta era stato uomo può ritornare da bestia
uomo, poiché l'anima che non ha mai visto la verità non giungerà mai a tale
forma. L'uomo infatti deve comprendere in funzione di ciò che viene detto idea,
e che muovendo da una molteplicità di sensazioni viene raccolto dal pensiero in
unità; questa è la reminiscenza delle cose che un tempo la nostra anima vide
nel suo procedere assieme al dio, quando guardò dall'alto ciò che ora definiamo
essere e levò il capo verso ciò che realmente è. Perciò giustamente solo
l'anima del filosofo mette le ali, poiché grazie al ricordo, secondo le sue
facoltà, la sua mente è sempre rivolta alle entità in virtù delle quali un dio
è divino. Quindi l'uomo che si avvale rettamente di tali reminiscenze, essendo
sempre iniziato a misteri perfetti, diventa lui solo realmente perfetto; dato
però che si distacca dalle occupazioni degli uomini e si fa accosto al divino,
è ripreso dai più come se delirasse, ma sfugge ai più che è invasato da un dio.
Questo dunque è il punto d'arrivo di tutto il discorso sulla quarta forma di
mania, quella per cui uno, al vedere la bellezza di quaggiù, ricordandosi della
vera bellezza mette nuove ali e desidera levarsi in volo, ma non essendone
capace guarda in alto come un uccello, senza curarsi di ciò che sta in basso, e
così subisce l'accusa di trovarsi in istato di mania: di tutte le ispirazioni
divine questa, per chi la possiede e ha comunanza con essa, è la migliore e
deriva dalle cose migliori, e chi ama le persone belle e partecipa di tale
mania è chiamato amante. Infatti, come si è detto, ogni anima d'uomo per natura
ha contemplato gli esseri, altrimenti non si sarebbe incarnata in un tale vivente.
Ma ricordarsi di quegli esseri procedendo dalle cose di quaggiù non è alla
portata di ogni anima, né di quelle che allora videro gli esseri di lassù per
breve tempo, né di quelle che, cadute qui, hanno avuto una cattiva sorte, al
punto che, volte da cattive compagnie all'ingiustizia, obliano le sacre realtà
che videro allora. Ne restano poche nelle quali il ricordo si conserva in
misura sufficiente: queste, qualora vedano una copia degli esseri di lassù,
restano sbigottite e non sono più in sé, ma non sanno cosa sia ciò che provano,
perché non ne hanno percezione sufficiente. Così della giustizia, della
temperanza e di tutte le altre cose che hanno valore per le anime non c'è
splendore alcuno nelle copie di quaggiù, ma soltanto pochi, accostandosi alle
immagini, contemplano a fatica, attraverso i loro organi ottusi, la matrice del
modello riprodotto. Allora invece si poteva vedere la bellezza nel suo
splendore, quando in un coro felice, noi al seguito di Zeus, altri di un altro
dio, godemmo di una visione e di una contemplazione beata ed eravamo iniziati a
quello che è lecito chiamare il più beato dei misteri, che celebravamo in
perfetta integrità e immuni dalla prova di tutti quei mali che dovevano
attenderci nel tempo a venire, contemplando nella nostra iniziazione mistica
visioni perfette, semplici, immutabili e 10 Platone Fedro beate in
una luce pura, poiché eravamo purì e non rinchiusi in questo che ora chiamiamo
corpo e portiamo in giro con noi, incatenati dentro ad esso come un'ostrica.
Queste parole siano un omaggio al ricordo, in virtù del quale, per il desiderio
delle cose d'allora, ora si è parlato piuttosto a lungo. Quanto alla bellezza,
come si è detto, essa brillava tra le cose di lassù come essere, e noi, tornati
qui sulla terra, l'abbiamo colta con la più vivida delle nostre sensazioni, in
quanto risplende nel modo più vivido. Per noi infatti la vista è la più acuta
delle sensazioni che riceviamo attraverso il corpo, ma essa non ci permette di
vedere la saggezza (poiché susciterebbe terribili amori, se giungendo alla
nostra vista le offrisse un'immagine di sé così splendente) e le altre realtà
degne d'amore. Ora invece soltanto la bellezza ebbe questa sorte, di essere ciò
che più di tutto è manifesto e amabile. Chi dunque non è iniziato di recente, o
è corrotto, non si innalza con pronto acume da qui a lassù, verso la bellezza
in sé, quando contempla ciò che quaggiù porta il suo nome; di conseguenza
quando guarda ad essa non la venera, ma consegnandosi al piacere imprende a
montare e a generare figli a mo' di quadrupede, e comportandosi con tracotanza
non ha timore né vergogna di inseguire un piacere contro natura. Invece chi è
iniziato di recente e ha contemplato molto le realtà di allora, quando vede un
volto d'aspetto divino che ha ben imitato la bellezza o una qualche forma
ideale di corpo, dapprima sente dei brividi e gli sottentra qualcuna delle
paure di allora, poi, guardandolo, lo venera come un dio, e se non temesse di
acquistarsi fama di eccessiva mania farebbe sacrifici al suo amato come a una
statua o a un dio. Al vederlo, lo afferra come una mutazione provocata dai
brividi, un sudore e un calore insolito; e ricevuto attraverso gli occhi il
flusso della bellezza, prende calore là dove la natura dell'ala si abbevera.
Una volta che si è riscaldato si liquefano le parti attorno al punto donde
l'ala germoglia, che essendo da tempo tappate a causa della secchezza le
impedivano di fiorire. Così, grazie all'afflusso del nutrimento, lo stelo
dell'ala si gonfia e prende a crescere dalla radice per tutta la forma
dell'anima; un tempo infatti era tutta alata. A questo punto essa ribolle tutta
quanta e trabocca, e la stessa sensazione che prova chi mette i denti nel
momento in cui essi spuntano, ossia prurito e irritazione alle gengive, la prova
anche l'anima di chi comincia a mettere le ali: quando le ali spuntano ribolle
e prova un senso di irritazione e solletico. Dunque, quando l'anima, mirando la
bellezza del fanciullo, riceve delle parti che da essa provengono e fluiscono
(e che appunto per questo sono chiamate flusso d'amore) (36) e ne viene
irrigata e scaldata, si riprende dal dolore e si allieta. Quando invece ne è
separata e inaridisce, le bocche dei condotti donde spunta fuori l'ala si
disseccano e si serrano, impedendone il germoglio; ma esso, rimasto chiuso
dentro assieme al flusso d'amore, pulsando come le arterie pizzica nei
condotti, ciascun germoglio nel proprio, tanto che l'anima, pungolata
tutt'intorno, è presa da assillo e dolore, e tornandole il ricordo della
bellezza si allieta. In seguito alla mescolanza di entrambe le cose, l'anima è
turbata per la stranezza di ciò che prova e trovandosi senza via d'uscita
comincia a smaniare; ed essendo in stato di mania non può né dormire di notte
né di giorno restare ferma dov'è, ma corre in preda al desiderio dove crede di
poter vedere colui che possiede la bellezza: e una volta che l'ha visto e si è
imbevuta del flusso d'amore, libera i condotti che allora si erano ostruiti,
riprende fiato e cessa di avere pungoli e dolore, e allora coglie, nel momento
presente, il frutto di questo dolcissimo piacere. Perciò non se ne distacca di
sua volontà e non tiene in conto nessuno più del suo bello, ma si dimentica di
madri, fratelli e di tutti i compagni, e non gli importa nulla se le sue sostanze
vanno in rovina perché non se ne cura, anzi disprezza tutte le consuetudini e
le convenienze di cui si ornava prima d'allora ed è disposta a servire l'amato
e a giacere con lui ovunque gli sia concesso di stare il più vicino possibile
al suo desiderio; infatti, oltre a venerarlo, ha trovato in colui che possiede
la bellezza l'unico medico dei suoi più grandi travagli. A questa passione cui
si rivolge il mio discorso, o bel fanciullo, gli uomini danno il nome di eros,
gli dèi invece la chiamano in un modo che a sentirlo, data la tua giovane età,
ti metterai ragionevolmente a ridere. Alcuni Omeridi citano due versi, credo
presi da poemi segreti, riguardanti Eros, uno dei quali è piuttosto insolente e
non del tutto corretto come metro; essi suonano così : I mortali lo chiamano
Eros alato, gli immortali Pteros, ché fa crescere l'ali.(37) A questi versi si
può credere oppure non credere; non di meno la causa e la sensazione di chi ama
è proprio questa. Ora, se chi è stato colto da Eros era uno dei seguaci di Zeus,
riesce a sopportare con più fermezza il peso del dio che trae il nome dalle
ali; quelli che erano al servizio di Ares e giravano il cielo assieme a lui,
quando sono presi da Eros e pensano di subire qualche torto dall'amato, sono
sanguinari e pronti a sacrificare se stessi e il proprio amore. Così ciascuno
conduce la sua vita in base al dio del cui coro era seguace, onorandolo e
imitandolo per quanto gli è possibile, finché resta incorrotto e vive la prima
esistenza quaggiù, e in questo modo si accompagna e ha relazione con gli amati
e con le altre persone. Quindi ciascuno sceglie tra i belli il suo Eros secondo
il proprio carattere, e come fosse un dio gli edifica una specie di statua e
l'abbellisce per onorarla e tributarle riti. I seguaci di Zeus cercano il loro
amato in chi ha l'anima conforme al loro dio:(38) pertanto guardano se per
natura sia filosofo e atto al comando, e quando l'hanno trovato e ne se sono
innamorati, fanno di tutto affinché sia effettivamente tale. E se prima non si
erano impegnati in un'occupazione del genere, da quel momento vi mettono mano e
imparano da dove è loro possibile, continuando poi anche da soli, e seguendo le
tracce riescono a trovare per loro conto la natura del proprio dio, perché sono
stati intensamente costretti a volgere lo sguardo verso di lui; e quando
entrano in contatto con lui sono presi da invasamento e tramite il ricordo ne
assumono le abitudini e le occupazioni, per quanto è possibile a un uomo
partecipare della natura di un dio. E poiché ne attribuiscono la causa
all'amato, lo tengono ancora più caro, e sebbene attingano da Zeus come le
Baccanti,(39) riversando ciò che attingono nell'anima dell'amato lo rendono il
più possibile simile al loro dio. Coloro che invece erano al seguito di Era
cercano un'anima regale, e trovatala fanno per lei esattamente le stesse cose.
Quelli del seguito di Apollo e di ciascuno degli altri dèi, procedendo secondo
il loro dio, bramano che il proprio fanciullo abbia un'uguale natura, e una
volta che se lo sono procurato imitano essi stessi il dio e con la persuasione
e 11 Platone Fedro l'ammaestramento portano l'amato ad assumere
l'attività e la forma di quello, ciascuno per quanto può; e lo fanno senza
comportarsi nei confronti dell'amato con gelosia o con rozza malevolenza, ma
cercando di indurlo alla somiglianza più completa possibile con se stessi e con
il dio che onorano. Dunque l'ardore e l'iniziazione di coloro che veramente
amano, se ottengono ciò che desiderano nel modo che dico, diventano così belle
e felici per chi è amato, qualora venga conquistato dall'amico che si trova in
stato di mania per amore; e chi è conquistato cede all'amore in questo modo.
Come all'inizio dì questa narrazione in forma di mito abbiamo diviso ciascuna
anima in tre parti, due con forma di cavallo, la terza con forma di auriga,
questa distinzione resti per noi un punto fermo anche adesso. Uno dei cavalli
diciamo che è buono, l'altro no: quale sia però la virtù di quello buono e il
vizio di quello cattivo, non l'abbiamo precisato, e ora bisogna dirlo. Dunque,
quello tra i due che si trova nella disposizione migliore è di forma eretta e
ben strutturata, di collo alto e narici adunche, bianco a vedersi, con gli
occhi neri, amante dell'onore unito a temperanza e pudore e compagno della fama
veritiera, non ha bisogno di frusta e si lascia guidare solo con lo stimolo e
la parola; l'altro invece è storto, grosso, mal conformato, di collo massiccio
e corto, col naso schiacciato, il pelo nero, gli occhi chiari e iniettati di
sangue, compagno di tracotanza e vanteria, dalle orecchie pelose, sordo, e cede
a fatica alla frusta e agli speroni. Quando dunque l'auriga, scorgendo la
visione amorosa, prende calore in tutta l'anima per la sensazione che prova ed
è ricolmo di solletico e dei pungoli del desiderio, il cavallo che obbedisce
docilmente all'auriga, tenuto a freno, allora come sempre, dal pudore, si
trattiene dal balzare addosso all'amato; l'altro invece non cura più né i
pungoli dell'auriga né la frusta, ma imbizzarrisce e si lancia al galoppo con
violenza, e procurando ogni sorta di molestie al compagno di giogo e all'auriga
li costringe a dirigersi verso l'amato e a rammentare la dolcezza dei piaceri
d'amore. All'inizio essi si oppongono sdegnati, al pensiero dì essere costretti
ad azioni terribili e inique; ma alla fine, quando non c'è più alcun limite al
male, si lasciano trascinare nel loro percorso, cedendo e acconsentendo a fare
quanto viene loro ordinato. Allora si fanno presso a lui e hanno la visione
folgorante dell'amato. Scorgendolo, la memoria dell'auriga è ricondotta alla
natura della bellezza, che vede di nuovo collocata su un casto piedistallo
assieme alla temperanza; a tale vista è colta da paura e per la reverenza che
le porta cade supina, e nello stesso tempo è costretta a tirare indietro le
redini così forte che entrambi i cavalli si piegano sulle cosce, l'uno,
spontaneamente perché non recalcitra, quello protervo decisamente contro
voglia. Ritiratisi più lontano, l'uno per vergogna e sbigottimento bagna tutta
l'anima di sudore, l'altro, cessato il dolore che gli veniva dal morso e dalla
caduta, a fatica riprende fiato e incomincia, pieno d'ira com'è, a ingiuriare,
coprendo di male parole l'auriga e il compagno di giogo perché per viltà e
debolezza hanno abbandonato il posto e l'accordo convenuto. E costringendoli di
nuovo ad avanzare contro la loro volontà a stento cede alle loro preghiere di
rimandare a un'altra volta. Quando poi è giunto il tempo stabilito ed essi
fingono di non ricordarsene, lo rammenta a loro con la forza, nitrendo e trascinandoli
con sé, e li obbliga ad accostarsi di nuovo all'amato per fare i medesimi
discorsi; e quando sono vicini tende la testa in avanti e rizza la coda,
mordendo il freno, e li trascina con impudenza. L'auriga, sentendo ancora più
intensamente la stessa impressione di prima, come respinto dalla fune al
cancello di partenza, tira indietro ancora più forte il morso dai denti del
cavallo protervo, insanguina la lingua maldicente e le mascelle e piegandogli a
terra le gambe e le cosce lo dà in preda ai dolori. Quando poi il cavallo
malvagio, subendo la medesima cosa più volte, desiste dalla sua tracotanza,
umiliato segue ormai il proposito dell'auriga, e quando vede il bel fanciullo,
muore dalla paura; di conseguenza accade che a questo punto l'anima dell'amante
segua l'amato con pudicizia e timore. Poiché dunque l'amato, come un essere
pari agli dèi, è oggetto di ogni venerazione da parte dell'amante che non
simula, ma prova veramente questo sentimento, ed è egli stesso per natura amico
di chi lo venera, se anche in precedenza fosse stato ingannato dalle persone
che frequentava o da altre, le quali sostenevano che è cosa turpe accostarsi a
chi ama, e per questo motivo avesse respinto l'amante, ora, col passare del
tempo, l'età e la necessità lo inducono ad ammetterlo alla sua compagnia;
infatti non accade mai che un malvagio sia amico di un malvagio, né che un
buono non sia amico di un buono. E dopo averlo ammesso presso di sé e avere
accettato di parlare con lui e stare in sua compagnia, la benevolenza dell'amante,
manifestandosi da vicino, colpisce l'amato, il quale si avvede che tutti gli
altri amici e parenti non offrono neppure una parte di amicizia a confronto
dell'amico ispirato da un dio. Quando poi questi continua a fare ciò nel tempo
e si accompagna all'amato incontrandolo nei ginnasi e negli altri luoghi di
ritrovo, allora la fonte di quei flusso che Zeus, innamorato di Ganimede, (40)
chiamò flusso d'amore, scorrendo in abbondanza verso l'amante dapprima penetra
in lui, poi, quando ne è ricolmo, scorre fuori; e come un soffio di vento o
un'eco, rimbalzando da corpi lisci e solidi, ritornano là dov'erano partiti,
così il flusso della bellezza ritorna al bel fanciullo attraverso gli occhi, e
di qui per sua natura arriva all'anima. Quando vi è giunto la incoraggia a
volare, quindi irriga i condotti delle ali e comincia a farle crescere, e così
riempie d'amore anche l'anima dell'amato. Pertanto egli ama, ma non sa che
cosa; e neppure è a conoscenza di cosa prova né è in grado di dirlo, ma come
chi ha contratto una malattia agli occhi da un altro non è in grado di
spiegarne la causa, così egli non si accorge di vedere se stesso nell'amante
come in uno specchio. E in presenza di questi, il suo dolore cessa esattamente
come a lui, se invece è assente allo stesso modo di lui desidera ed è
desiderato, perché reca in sé una sembianza d'amore che dell'amore è sostituto:
però non lo chiama e non lo crede amore, bensì amicizia. Più o meno come
l'amante, ma in misura più debole, desidera vederlo, toccarlo, baciarlo,
giacere con lui; e com'è naturale, in seguito non tarda a fare cio. Quando
dunque giacciono insieme, il cavallo sfrenato dell'amante ha di che dire
all'auriga, e pretende di trarre un piccolo guadagno in cambio di tante
fatiche; invece quello dell'amato non ha nulla da dire, ma, gonfio di desiderio
e ancora incerto abbraccia e bacia l'amante, manifestandogli affetto per la sua
grande benevolenza. Così, nel momento in cui si congiungono, non è più tale da
rifiutare di compiacere da parte sua l'amante, se viene pregato di soddisfare;
ma il compagno di giogo assieme all'auriga 12 Platone Fedro si
oppone a ciò, obbedendo al pudore e alla ragione. Se dunque prevalgono le parti
migliori dell'animo, quelle che guidano a un'esistenza ordinata e alla
filosofia, essi trascorrono la vita di quaggiù in modo beato e concorde, poiché
sono padroni di sé e ben regolati, avendo sottomesso ciò in cui nasce il male
dell'anima e liberato ciò in cui nasce la virtù; e alla fine, divenuti alati e
leggeri, hanno vinto una delle tre gare veramente olimpiche, di cui né la
temperanza umana né la mania divina possono fornire all'uomo un bene più
grande.(41) Se invece seguono un genere di vita piuttosto grossolano e privo di
filosofia, ma ambizioso, forse, in stato di ubriachezza o in qualche altro
momento di negligenza, i loro due compagni di giogo sfrenati, cogliendo le
anime alla sprovvista e portandole nella stessa direzione, possono compiere la
scelta che tanti considerano la più beata e mandarla ad effetto; e una volta
che l'hanno mandata ad effetto, se ne avvalgono anche in futuro, ma raramente,
poiché fanno cose che non sono approvate da tutta l'anima. Anche costoro vivono
in amicizia reciproca, ma meno di quelli, sia durante l'amore sia quando ne
sono usciti, credendo di essersi dati l'un l'altro e di aver ricevuto i più
grandi pegni, che non è lecito sciogliere perché ciò condurrebbe
all'inimicizia. Al termine della vita escono dal corpo senz'ali, ma col
desiderio di metterle, cosicché riportano un premio non piccolo della loro mania
amorosa; infatti non è legge che coloro i quali hanno già iniziato il cammino
sotto la volta del cielo scendano di nuovo nella tenebra e camminino sotto
terra, bensì che trascorrano una vita luminosa e felice compiendo il viaggio in
compagnia reciproca, e che una volta rinati rimettano le ali assieme per grazia
dell'amore. Questi doni così grandi e così divini, o fanciullo, ti darà
l'amicizia da parte di un amante. Invece la compagnia di chi non ama, mescolata
con temperanza mortale, capace di amministrare cose mortali e misere, dopo aver
generato nell'anima amata una bassezza lodata dal volgo come virtù, la farà
girare priva di senno attorno alla terra e sotto terra per novemila anni.
Questa, caro Eros, per le nostre facoltà, è la più bella e virtuosa palinodia
che abbiamo potuto offrirti in dono e in espiazione, costretta a causa di Fedro
a essere pronunciata, oltre al resto, anche con alcune parole poetiche. Ma tu
concedi il perdono per le cose di prima e serba gratitudine per queste, e,
benevolo e propizio, non togliermi e non storpiarmì per la collera l'arte
amorosa che mi hai dato, anzi concedimi di essere in onore tra i bei fanciulli
ancor più di adesso. E se nel discorso precedente io e Fedro abbiamo detto
qualcosa che a te suona stonata, attribuiscine la colpa a Lisia, che del
discorso è padre, e fallo desistere da simili prolusioni, volgendolo alla
filosofia come si è volto suo fratello Polemarco,(42) affinché anche questo suo
amante non sia nel dubbio come ora, ma dedichi senz'altro la sua vita ad Eros
in compagnia di discorsi filosofici. FEDRO: Mi unisco alla tua preghiera,
Socrate: se questo è meglio per noi, che avvenga. Da un pezzo ho ammirato il
tuo discorso per quanto l'hai reso più bello del precedente; quindi temo che
Lisia mi appaia misero, quand'anche voglia opporre ad esso un altro discorso.
Recentemente infatti, mirabile amico, un politico lo biasimava criticandolo
proprio per questo, e in tutta la sua critica lo chiamava logografo;(43) perciò
forse si tratterrà per ambizione dallo scrivercene un altro. SOCRATE: Ragazzo,
la tua opinione è ridicola, e quanto al tuo compagno sbagli di grosso, se credi
che si spaventi così al minimo rumore. Ma forse pensi che chi lo biasimava
dicesse quello che ha detto proprio per criticarlo. FEDRO: Così pareva,
Socrate; del resto sei anche tu conscio che coloro che nelle città hanno il
massimo potere e la massima reverenza si vergognano a scrivere discorsi e a
lasciare propri scritti, temendo l'opinione dei posteri, cioè di essere
chiamati sofisti. SOCRATE: Ti sei scordato, Fedro, che la dolce ansa ha preso
il nome dalla lunga ansa del Nilo (44) e oltre all'ansa dimentichi che gli
uomini di governo piu assennati amano tantissimo comporre discorsi e lasciare
propri scritti, almeno quelli che, quando scrivono un discorso, apprezzano a
tal punto chi li loda da aggiungere in testa per primi i nomi di quelli che li
devono lodare in ogni singola occasione. FEDRO: In che senso dici ciò? Non
capisco. SOCRATE: Non capisci che all'inizio del discorso di un uomo politico
per primo viene scritto il nome di chi lo loda! FEDRO: E come? SOCRATE: «Il
consiglio ha deciso», dice più o meno, ovvero «il popolo ha deciso», o
entrambi, e ancora «il tale e il tal altro ha detto» (e qui lo scrittore cita
se stesso con grande reverenza e si fa l'elogio). Poi si mette a parlare,
mostrando a chi lo loda la sua abilità, talvolta dopo aver composto uno scritto
assai lungo. O ti pare che una cosa del genere sia altro che un discorso
scritto? FEDRO: Non mi pare proprio. SOCRATE: Quindi, se il discorso regge,
l'autore esce di scena tutto lieto; se invece viene escluso e radiato dallo
scrivere discorsi e dall'essere degno di scriverli, piangono lui e i suoi
compagni. FEDRO: E anche molto! SOCRATE: è chiaro dunque che non disprezzano
questa attività, ma l'ammirano. FEDRO: Sicuro! SOCRATE: E allora? Quando un
retore o un re è in grado di raggiungere la potenza di Licurgo, di Solone o di
Dario (45) e di diventare un logografo immortale nella sua città, non si crede
forse egli stesso pari agli dèi mentre ancora vive, e i posteri non pensano di
lui la stessa cosa, contemplando i suoi scritti? FEDRO: Certamente! SOCRATE:
Credi allora che uno di costoro, chiunque sia e in qualunque modo sia ostile a
Lisia, lo biasimi proprio perché scrive discorsi? 13 Platone Fedro
FEDRO: Non è verosimile, da ciò che dici, poiché a quanto pare criticherebbe
anche il proprio desiderio. SOCRATE: Allora è chiaro a tutti che non è cosa
turpe in sé lo scrivere discorsi. FEDRO: Ma certo. SOCRATE: Ora però io ritengo
turpe questo, il pronunciarli e scriverli in modo non bello, ma riprovevole e
disonesto. FEDRO: è chiaro. SOCRATE: E allora qual è il modo di scriverli bene
e quale il modo contrario? Abbiamo bisogno, Fedro, di esaminare a questo
proposito Lisia e chiunque altro abbia mai composto o comporrà uno scritto sia
pubblico sia privato, in versi come un poeta o non in versi come un prosatore?
FEDRO: Chiedi se ne abbiamo bisogno? E per quale ragione uno, oserei dire,
vivrebbe, se non per i piaceri di questo tipo? Non certo per quelli per cui
bisogna prima soffrire, altrimenti non si prova godimento, come sono quasi
tutti i piaceri del corpo, che per questo motivo sono stati giustamente
chiamati servili. SOCRATE: Tempo ne abbiamo, a quanto pare. E poi mi sembra che
in questa calura soffocante le cicale, cantando sopra la nostra testa e
discorrendo tra loro, guardino anche noi. Se dunque vedessero che anche noi
due, come fanno i più a mezzogiorno, non discorriamo, ma sonnecchiamo e ci
lasciamo incantare da loro per pigrizia della mente, giustamente ci
deriderebbero, considerandoci degli schiavi venuti da loro per dormire in
questo luogo di sosta come delle pecore che passano il pomeriggio presso la
fonte; se invece ci vedranno discorrere e navigare accanto a loro come alle Sirene
senza essere ammaliati, forse, prese da ammirazione, ci daranno quel dono che
per concessione degli dèi possono dare agli uomini. FEDRO: E qual è questo dono
che hanno? A quanto pare, non l'ho mai sentito. SOCRATE: Non si addice davvero
a un uomo amante delle Muse non averne mai sentito parlare.(46) Si dice che un
tempo le cicale erano uomini, di quelli vissuti prima che nascessero le Muse;
quando poi nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni di loro restarono così
colpiti dal piacere che cantando non si curarono più di cibo e bevanda e senza
accorgersene morirono. Da loro in seguito ebbe origine la stirpe delle cicale,
che ricevette dalle Muse questo dono, di non aver bisogno di nutrimento fin
dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare senza cibo né bevanda fino
alla morte, e di andare quindi dalle Muse a riferire chi tra gli uomini di
quaggiù le onora, e quale di esse onora. A Tersicore riferiscono di quelli che
l'hanno onorata nei cori, rendendoli a lei più graditi, a Erato di chi l'ha
onorata nei carmi d'amore, e così per le altre, secondo l'onore che ha
ciascuna. A Calliope, la più anziana, e a Urania, che viene dopo di lei,
riferiscono di quelli che trascorrono la vita nella filosofia e onorano la loro
musica, poiché esse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini e umani,
emettono tra tutte le Muse la voce più bella.(47) Per molte ragioni, quindi, a
mezzogiorno bisogna parlare e non dormire. FEDRO: E allora bisogna parlare.
SOCRATE: Dobbiamo dunque esaminare quello che ora ci siamo proposti, ossia come
è bene pronunciare e scrivere un discorso e come non lo è. FEDRO: è chiaro.
SOCRATE: I discorsi che saranno pronunciati in modo bello e decoroso non devono
forse implicare che l'animo di chi parla conosca il vero riguardo a ciò di cui
intende parlare? FEDRO: A tal proposito, caro Socrate, ho sentito dire questo:
per chi vuole essere un retore non c'è la necessità di apprendere ciò che è
realmente giusto, ma ciò che sembra giusto alla moltitudine che giudicherà, non
ciò che è veramente buono o bello, ma che sembrerà tale, poiché il convincere
il prossimo viene da questo, non dalla verità. SOCRATE: «Non parola da
buttare»(48) dev'essere, Fedro, ciò che dicono i sapienti, ma si deve esaminare
se le loro affermazioni sono valide. Anche per questo non bisogna lasciar
cadere quanto ora è stato detto. FEDRO: Hai ragione. SOCRATE: Esaminiamolo
dunque in questo modo. FEDRO: Come? SOCRATE: Se volessi persuaderti a
difenderti dai nemici acquistando un cavallo, ed entrambi non conoscessimo un
cavallo, ma io per caso sapessi di te solo questo, che Fedro reputa sia un
cavallo quell'animale domestico che a orecchie assai grandi... FEDRO: Sarebbe
ridicolo, Socrate. SOCRATE: Non ancora. Ma lo sarebbe nel caso che, per
convincerti sul serio, componessi un discorso di elogio dell'asino chiamandolo
cavallo e sostenendo che tale bestia è assolutamente degna di essere acquistata
sia per uso domestico sia per le spedizioni militari, utile per il
combattimento in groppa, valente a portare bagagli e vantaggiosa in molte altre
cose. FEDRO: Allora sarebbe davvero ridicolo. SOCRATE: E non è forse meglio
essere ridicolo e amico piuttosto che esperto e nemico? FEDRO: Così pare.
SOCRATE: Pertanto, quando il retore che non conosce il bene e il male inizia a
persuadere una città che si trova nelle sue stesse condizioni, facendo non
l'elogio dell'ombra dell'asino come se fosse del cavallo, ma l'elogio del male
come se fosse il bene, e presa dimestichezza con le opinioni della gente la
persuade a operare il male anziché il bene, quale frutto credi che mieterà in
seguito la retorica da quello che ha seminato? FEDRO: Sicuramente non buono.
14 Platone Fedro SOCRATE: Ma buon amico, abbiamo forse
svillaneggiato l'arte dei discorsi in modo più rozzo del dovuto? Essa forse
dirà: «Cosa mai andate cianciando, o mirabili uomini? Io non costringo nessuno
che non conosca il vero a imparare a parlare, ma, se il mio consiglio vale
qualcosa, a prendere me solo dopo aver acquisito quello. Questa dunque è la
cosa importante che vi voglio dire: senza di me, anche chi conosce le cose come
sono in realtà non saprà essere più persuasivo secondo arte». FEDRO: E non dirà
cose giuste, se parlasse così ? SOCRATE: Sì, se i discorsi che si presentano le
rendono testimonianza che è un'arte. In effetti mi sembra di udire alcuni
discorsi che vengono a testimoniare che essa mente e non è un'arte, ma una
pratica priva di arte. Un'autentica arte del dire senza il tocco della verità,
afferma lo Spartano,(49) non esiste né esisterà mai. FEDRO: C'è bisogno di
questi discorsi, Socrate: su, portali qui ed esamina cosa dicono e in che modo.
SOCRATE: Venite avanti, nobili rampolli, e persuadete Fedro dai bei figli (50)
che se non praticherà la filosofia in modo adeguato, non sarà mai in grado di
parlare di nulla. Fedro dunque risponda. FEDRO: Chiedete. SOCRATE: La retorica,
in generale, non è l'arte di guidare le anime per mezzo di discorsi, non solo
nei tribunali e in tutte le altre riunioni pubbliche, ma anche in quelle
private, la stessa sia nelle questioni piccole sia in quelle grandi, e non è
affatto di maggior pregio, almeno quando è retta, nelle cose serie che in
quelle di poco conto? O come hai sentito parlare in proposito? FEDRO: No, per
Zeus, assolutamente non così, ma soprattutto nei processi si parla e si scrive
con arte, come pure nelle assemblee pubbliche. Non possiedo informazioni più
ampie. SOCRATE: Ma allora, a proposito dei discorsi, hai sentito parlare solo
delle arti di Nestore e Odisseo, che hanno messo per iscritto a Ilio nei
periodi di tregua, e non di quelle di Palamede? (51) FEDRO: Per Zeus, neanche
di quelle di Nestore, a meno che tu non faccia di Gorgia un Nestore, o di
Trasimaco e Teodoro un Odisseo.(52) SOCRATE: Forse. Ma lasciamo perdere
costoro. Tu dimmi piuttosto: nei tribunali gli avversari cosa fanno? Non fanno
affermazioni tra loro contrastanti? O cosa diremo? FEDRO: Proprio questo.
SOCRATE: Riguardo al giusto e all'ingiusto? FEDRO: Sì . SOCRATE: Allora, chi
opera in questo modo con arte, farà apparire la stessa cosa alle stesse persone
ora giusta, ora, quando lo voglia, ingiusta? FEDRO: Come no? SOCRATE: E in
un'assemblea popolare farà sembrare alla città le stesse cose ora buone, ora,
al contrario, cattive? FEDRO: è così . SOCRATE: E non sappiamo che il Palamede
di Elea (53) parlava con un'arte tale da far apparire agli ascoltatori le
stesse cose simili e dissimili, una e molte, ferme e in movimento? FEDRO: Ma
certo! SOCRATE: Dunque l'arte del contraddire non si trova solo nei tribunali e
nell'assemblea popolare, ma a quanto pare in tutto ciò che si dice ci sarebbe
questa sola arte, se mai la è veramente, con la quale uno sarà capace di
rendere ogni cosa simile a ogni altra in tutti i casi possibili e per quanto è
possibile, e di mettere in luce quando un altro fa la stessa cosa e lo
nasconde. FEDRO: In che senso dici una cosa del genere? 5OCRATE Se cerchiamo in
questo modo credo che ci apparirà evidente. L'inganno si verifica di più nelle
cose che differiscono di molto o in quelle che differiscono di pOco? FEDRO: In
quelle che differiscono di poco. SOCRATE: Ma è più facile che non ti accorga di
essere arrivato all'opposto se ti sposti poco per volta che se ti sposti a
grandi passi. FEDRO: Come no? SOCRATE: Dunque chi ha intenzione di ingannare un
altro senza essere ingannato a sua volta deve distinguere con precisione la
somiglianza e la dissomiglianza degli esseri. FEDRO: è necessario. SOCRATE: Ma
se ignora la verità di ciascuna cosa, sarà mai in grado di discernere la
somiglianza dì ciò che ignora, piccola o grande che sia, con le altre cose? FEDRO:
Impossibile. SOCRATE: Dunque, in coloro che hanno opinioni contrarie alla
realtà degli esseri e si ingannano, è chiaro che questa impressione si insinua
attraverso certe somiglianze. FEDRO: Accade proprio così . SOCRATE: è possibile
allora che uno possieda l'arte di spostare poco a poco la realtà di un essere
attraverso le somiglianze, conducendolo ogni volta da ciò che è al suo
contrario, o viceversa di evitare questo, se non ha cognizione di cosa sia
ciascun essere? FEDRO: Non sarà mai possibile. SOCRATE: Dunque, amico, colui
che non conosce la verità, ma è andato a caccia di opinioni, ci offrirà un'arte
dei discorsi ridicola, a quanto pare, e priva di arte. FEDRO: Pare di sì .
15 Platone Fedro SOCRATE: Vuoi dunque vedere, nel discorso di Lisia
che porti e in quelli che noi abbiamo fatto, qualcuna delle cose che definiamo
prive di arte e conformi all'arte? FEDRO: Più d'ogni altra cosa, poiché ora noi
parliamo in certo qual modo a vuoto, non avendo esempi adeguati. SOCRATE: E per
un caso fortunato, a quanto pare, sono stati pronunciati due discorsi che
recano un esempio di come chi conosce il vero, giocando con le parole, possa
condurre fuori strada gli ascoltatori. Ed io, Fedro, ne attribuisco la causa
agli dèi del luogo; ma forse anche le profetesse delle Muse, che cantano sopra
la nostra testa, possono averci ispirato questo dono, poiché io non sono certo
partecipe di una qualche arte del dire. FEDRO: Sia come dici tu. Solo spiega
ciò che affermi. SOCRATE: Su, leggimi l'inizio del discorso di Lisia. FEDRO:
«Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia per noi
utile che queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere ciò che
chiedo perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si pentono...»
SOCRATE: Fermati. Bisogna dire in che cosa costui sbaglia e opera senz'arte,
non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Non è forse evidente per chiunque almeno
questo, che siamo d'accordo su alcune di queste cose, in disaccordo su altre?
FEDRO: Mi sembra di capire il tuo pensiero, ma esprimilo ancora più
chiaramente. SOCRATE: Quando uno dice la parola "ferro" o
"argento", non intendiamo forse tutti la stessa cosa? FEDRO: Certo!
SOCRATE: E quando si tratta dei termini "giusto" e "bene"?
Non siamo portati chi in una direzione, chi in un'altra, e siamo in conflitto
gli uni con gli altri e persino con noi stessi? FEDRO: Proprio così ! SOCRATE:
Dunque concordiamo su alcune cose, su altre no. FEDRO: è così . SOCRATE: In
quale dei due campi siamo più facilmente ingannabili e la retorica ha maggior
potere? FEDRO: Quello in cui vaghiamo nell'incertezza, è evidente. SOCRATE:
Pertanto chi si accinge a praticare la retorica deve innanzitutto aver distinto
con metodo queste cose e aver colto un carattere peculiare di entrambe le
forme, quella in cui è inevitabile che la gente vaghi nell'incertezza e quella
in cui non lo è. FEDRO: Chi avesse colto questo, Socrate, avrebbe compreso
un'idea davvero bella. SOCRATE: Inoltre credo che, nell'occuparsi di ciascuna
cosa, non debba lasciarsi sfuggire, ma debba percepire con acutezza a quale
delle due specie appartiene ciò di cui intende parlare. FEDRO: Come no?
SOCRATE: E allora? Dobbiamo dire che l'amore appartiene alle questioni
controverse oppure no? FEDRO: Alle questioni controverse, non c'è dubbio. O credi
che ti sarebbe stato possibile dire quello che poco fa hai detto su di lui,
ossia che è un danno sia per l'amato sia l'amante, e al contrario che è il più
grande dei beni? SOCRATE: Parli in modo eccellente; ma dimmi anche questo,
giacché io a causa dell'invasamento non lo ricordo troppo bene: se all'inizio
del discorso ho dato una definizione dell'amore. FEDRO: Sì, per Zeus, in modo
davvero insuperabile. SOCRATE: Ahimè, quanto sono più esperte nei discorsi, a
quel che dici, dici, le Ninfe dell'Acheloo e Pan figlio di Ermes rispetto a
Lisia figlio di Cefalo! Può darsi che dica una sciocchezza, ma Lisia,
cominciando il suo discorso sull'amore, non ci ha costretto a concepire Eros
come una certa realtà unica che voleva lui, e in relazione a questo ha composto
e condotto a termine tutto il discorso seguente? Vuoi che rileggiamo il suo
inizio? FEDRO: Se ti sembra il caso. Tuttavia ciò che cerchi non è lì .
SOCRATE: Parla, in modo che ascolti proprio lui. FEDRO: «Sei a conoscenza della
mia situazione, e hai udito che ritengo sia utile per noi che queste cose
accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere ciò che chiedo, perché non mi
trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si pentono dei benefici che hanno
fatto, allorquando cessa la loro passione...». SOCRATE: Sembra che costui sia
ben lungi dal fare ciò che cerchiamo, se mette mano al discorso non dall'inizio
ma dalle fine, nuotando supino all'indietro, e prende le mosse da ciò che
l'amante direbbe al suo amato quando ormai ha smesso di amarlo. Oppure ho detto
una sciocchezza, Fedro, mia testa cara? FEDRO: è certamente la fine, Socrate,
quella intorno a cui compone il discorso. SOCRATE: E il resto? Non ti pare che
le parti del discorso siano state buttate lì alla rinfusa? O ciò che è stato
detto per secondo risulta che per una qualche necessità doveva essere messo per
secondo piuttosto che un altro degli argomenti trattati? A me, che non so
nulla, è sembrato che lo scrittore abbia detto in maniera non rozza ciò che gli
veniva in mente; e tu sei a conoscenza di una qualche arte di scrivere
discorsi, in base alla quale lui ha disposto questi argomenti così di seguito,
uno dopo l'altro? FEDRO: Sei troppo buono, se credi che io sia in grado di
vedere nelle sue parole in modo così preciso! SOCRATE: Ma penso che tu possa
dire almeno questo, che ogni discorso dev'essere costituito come un essere
vivente e avere un corpo suo proprio, così da non essere senza testa e senza
piedi, ma da avere le parti di mezzo e quelle estreme scritte in modo che si
adattino le une alle altre e al tutto. FEDRO: Come no? SOCRATE: Esamina dunque
il discorso del tuo compagno, se è composto così o in altro modo, e troverai
che non differisce in nulla dall'epigramma che secondo alcuni è stato scritto
sulla tomba di Mida il Frigio. FEDRO: Qual è questo epigramma, e cos'ha di
particolare? SOCRATE: è questo qui: Vergine bronzea sono, e sto sull'avello di
Mida. Fin che l'acqua scorra e alberi grandi verdeggino, stando qui sulla tomba
di molte lacrime aspersa, annuncerò a chi passa che Mida qui è sepolto. Capisci
senz'altro, come credo, che non c'è alcuna differenza se un verso viene
recitato per primo o per ultimo. FEDRO: Tu ti fai beffe del nostro discorso,
Socrate! SOCRATE: Allora lasciamolo perdere, così non ti crucci (eppure mi
sembra che contenga parecchi esempi ai quali gioverebbe porre attenzione,
cercando di non imitarli in alcun modo); e passiamo agli altri due discorsi. In
essi, mi sembra, c'era qualcosa che per chi vuole fare indagini sui discorsi è
conveniente esaminare. FEDRO: A che cosa alludi? SOCRATE: In qualche modo erano
opposti: uno diceva che si deve compiacere chi ama, l'altro chi non ama. FEDRO:
E con molto vigore! SOCRATE: Pensavo che tu avresti detto il vero, cioè con
mania: ciò che cercavo è appunto questo. Abbiamo detto infatti che l'amore è
una forma di mania. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: E che ci sono due forme di
mania, una che nasce da malattie umane, l'altra che nasce da un mutamento
divino delle consuete abitudini. FEDRO: Giusto. SOCRATE: Distinguendo quattro
parti di quella divina in relazione a quattro dèi, abbiamo attribuito
l'ispirazione mantica ad Apollo, quella iniziatica a Dioniso, quella poetica
alle Muse, la quarta ad Afrodite ed Eros, e abbiamo detto che la mania amorosa
è la migliore. E non so come, rappresentando con immagini la passione amorosa,
forse toccando da un lato un che di vero, dall'altro uscendo un po' di strada,
abbiamo composto un discorso non del tutto incapace di persuadere e abbiamo
levato quasi per gioco, con parole misurate e pie, un inno in forma di mito in
onore di Eros, mio e tuo signore, Fedro, e protettore dei bei giovani. FEDRO: E
almeno per me, un discorso davvero non spiacevole da ascoltare! SOCRATE:
Prendiamo dunque in esame solo questo, come il discorso sia potuto passare dal
biasimo alla lode. FEDRO: Cosa intendi dire con ciò? SOCRATE: A me pare che il
resto sia stato fatto realmente per gioco; ma in alcune di queste cose dette a
caso ci sono due procedimenti di cui non sarebbe spiacevole se si riuscisse a
coglierne con arte la potenza. FEDRO: Quali? SOCRATE: Il primo consiste nel
ricondurre le cose disperse in molteplici modi a un'unica idea cogliendole in
uno sguardo d'insieme, così da definirle una per una e da chiarire ciò su cui
si vuole di volta in volta insegnare. Per esempio, nel discorso fatto poco fa
su Eros, una volta definito ciò che è, a prescindere se sia stato detto bene o
male, è appunto grazie a questa definizione che il discorso ha acquistato
chiarezza e coerenza interna. FEDRO: E dell'altro procedimento cosa dici,
SOcrate? SOCRATE: Esso consiste, al contrario, nel saper dividere secondo le
idee in base alle loro articolazioni naturali, senza cercar di spezzare alcuna
parte, alla maniera di un cattivo macellaio; ma come i due discorsi di poco fa
concepivano la dissennatezza dell'animo come un'idea unica in comune, e come da
un corpo unico hanno origine membra doppie dallo stesso nome, chiamate destra e
sinistra, così i due discorsi hanno considerato anche la componente della
follia come un'idea per sua natura unica in noi: il primo discorso, tagliando
la parte di sinistra, e poi tagliandola ancora, non ha smesso prima di aver
trovato in queste divisioni un certo qual amore chiamato sinistro e di averlo a
buon diritto biasimato; l'altro discorso invece ci ha condotto nella parte
destra della mania e vi ha trovato un amore che ha lo stesso nome dell'altro,
ma è divino, e dopo aavercelo posto innanzi lo ha elogiato come la causa dei
nostri più grandi beni. FEDRO: Dici cose verissime. SOCRATE: Io, Fedro, sono
amante di questi procedimenti, delle divisioni e delle unificazioni, al fine di
essere in grado di parlare e di pensare; e se ritengo che qualcun altro sia per
sua natura capace di guardare all'uno e ai molti, lo seguo «tenendo dietro alle
sue orme come a quelle di un dio». E quelli che appunto sono in grado di fare
ciò, lo sa un dio se la mia definizione è giusta o meno, fino a questo momento
li chiamo dialettici. Quelli che invece hanno appreso da te e da Lisia ciò di
cui si è discusso ora, dimmi tu come conviene chiamarli: o è proprio questa
l'arte dei discorsi, grazie alla quale Trasimaco e gli altri sono diventati
abili a parlare essi stessi e rendono tali gli altri, che vogliono coprirli di
doni come dei re? FEDRO: Sono uomini regali, sì, ma non esperti delle cose che
chiedi. Ma mi pare che tu dia il nome giusto a questo metodo, chiamandolo
dialettico; quello della retorica invece pare ci sfugga ancora. SOCRATE: Come
dici? Potrebbe forse esserci qualcosa di bello, che anche senza questi
procedimenti si apprende lo stesso con arte? Né io né tu dobbiamo assolutamente
disprezzarlo, ma dobbiamo appunto precisare che cos'è ciò che rimane della
retorica. FEDRO: Rimangono moltissime cose, Socrate, almeno quelle che si
trovano nei libri scritti sull'arte del dire. 17 Platone Fedro SOCRATE:
Hai fatto bene a ricordarmelo. Per primo, credo, all'inizio del discorso
dev'essere pronunciato il proemio; sono queste che chiami le finezze dell'arte,
non è vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Al secondo posto viene una narrazione seguita
da testimonianze, al terzo le argomentazioni, al quarto le verosimiglianze. Poi
vengono la conferma e la riconferma, così almeno credo che dica l'eccellente
uomo di Bisanzio, il Dedalo dei discorsi. FEDRO: Vuoi dire il valente Teodoro?
SOCRATE: Come no? E poi sia nell'accusa sia nella difesa vanno fatte una
confutazione e una controconfutazione. E non tiriamo in ballo il bellissimo
Eveno di Paro, che per primo trovò l'insinuazione e gli elogi indiretti; alcuni
sostengono che pronunciasse persino dei biasimi indiretti in poesia per
esercitare la memoria (in effetti era un uomo abile). E lasceremo riposare
Tisia e Gorgì a,(56) i quali videro come il verosimile sia da tenere in conto
più del vero e con la forza del discorso fanno apparire grande ciò che è
piccolo e piccolo ciò che è grande, vecchio ciò che è nuovo e al contrario
nuovo ciò che è vecchio, e scoprirono la brevità dei discorsi e le prolissità
infinite su ogni sorta di argomento? Una volta Prodico,(57) sentendo da me
queste cose, scoppiò a ridere, e sostenne di aver scoperto lui solo i discorsi
di cui l'arte abbisogna: né lunghi né brevi, ma misurati. FEDRO: Parole molto
sagge, o Prodico. SOCRATE: E non menzioniamo Ippia? Credo che anche l'ospite
eleo voterebbe con lui.(58) FEDRO: Perché no? SOCRATE: E come parleremo dei
Templi alle Muse dei discorsi innalzati da Polo, ad esempio la ripetizione o il
parlare per sentenze e per immagini, e dei Templi alle Muse dei nomi di cui
Licimnio gli fece dono per la composizione del bello stile?(59) FEDRO: E le
opere di Protagora,(60) Socrate, non erano più o meno di questo tipo? SOCRATE:
Una certa Correttezza dello stile, ragazzo, e molte altre belle cose. Ma quanto
ai discorsi strappalacrime sfoderati per la vecchiaia e la povertà, mi pare che
l'abbia vinta per arte la potenza del Calcedonio, uomo d'altronde straordinario
nel suscitare la collera nella gente e poi nell'ammansire chi aveva fatto
adirare incantandolo, come soleva dire, e potentissimo nel lanciare e
sciogliere calunnie in ogni modo. Sembra poi che ci sia comune accordo tra
tutti sulla conclusione dei discorsi, alla quale alcuni danno il nome di
riepilogo, altri un altro nome. FEDRO: Intendi il ricordare per sommi capi agli
ascoltatori, alla fine del discorso, ciascuno degli argomenti trattati?
SOCRATE: Intendo questo, e se tu hai qualcos'altro da aggiungere sull'arte dei
discorsi... FEDRO: Cose da poco, che non vale la pena di dire. SOCRATE:
Lasciamo perdere le cose di poco conto, e vediamo piuttosto in piena luce quale
potenza dell'arte hanno le cose di cui abbiamo parlato, e quando. FEDRO: Una
potenza davvero forte, SOcrate, almeno nelle adunanze del popolo. SOCRATE:
Infatti l'hanno. Ma guarda anche tu, o esimio, se la loro trama non sembra
anche te, come a me, slegata. FEDRO: Purché tu lo dimostri. SOCRATE: Allora dimmi:
se uno si presentasse al tuo compagno Erissimaco o a suo padre Acumeno e
dicesse loro: «Io so somministrare ai corpi farmaci tali da riscaldarli e
raffreddarli, se lo voglio, e se mi pare il caso tali da farli vomitare e
persino evacuare, e moltissime altre cose del genere. E dal momento che ho
queste conoscenze sono convinto di essere un medico e di far diventare medico
un altro a cui comunico la scienza di queste cose», cosa credi che direbbero
dopo averlo ascoltato? FEDRO: Cos'altro se non chiedergli se sa anche a chi e
quando bisogna fare ciascuna di queste cose, e in quale misura? SOCRATE: E se
allora rispondesse: «Non lo so affatto: ma sono convinto che chi ha appreso
queste conoscenze da me sia a sua volta in grado di fare ciò che chiedi»? FEDRO:
Direbbero, credo, che quell'uomo è pazzo, e che crede di essere diventato un
medico per aver sentito qualcosa da qualche libro o per aver usato casualmente
dei farmaci, senza avere alcuna conoscenza dell'arte. SOCRATE: E se uno si
presentasse a Sofocle e ad Euripide dicendo che sa comporre discorsi
lunghissimi su un argomento piccolo e piccolissimi su un argomento grande,
commoventi, quando lo vuole, e al contrario spaventevoli e minacciosi, e tante
altre cose del genere, e che insegnando ciò crede di trasmettere il modo di
comporre una tragedia? FEDRO: Credo che anche costoro, Socrate, riderebbero se
uno pensa che la tragedia sia altra cosa che l'unione di questi elementi ben
connessi tra loro e accordati con il tutto. SOCRATE: Però non lo rimprovererebbero
con villania, credo, ma come un musico, se incontrasse un uomo che crede di
essere esperto nell'armonia, perché il caso vuole che sappia come si fa a
produrre il suono più acuto e quello più grave, non gli direbbe villanamente:
«Disgraziato, tu sei pazzo!», ma in quanto musico gli direbbe, in modo più
affabile: «Carissimo, chi vuole essere un esperto di armonia è necessario che
conosca anche questo, tuttavia nulla vieta che chi ha le tue capacità non
sappia neppure un poco di armonia; tu infatti conosci le nozioni necessarie e
preliminari dell'armonia, non come si produce l'armonia». FEDRO: Giustissimo.
SOCRATE: Allora anche Sofocle direbbe a chi si esibisse di fronte a loro che
conosce i preliminari dell'arte tragica ma non il modo di comporre una tragedia,
e Acumeno direbbe all'altro che conosce i preliminari della medicina, non la
scienza medica. FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: E cosa pensiamo che direbbero
Adrasto voce di miele o Pericle, (61) se sentissero parlare degli accorgimenti
che abbiamo elencato poco fa, cioè parlare conciso, parlare per immagini e
tutte le altre cose che abbiamo 18 Platone Fedro scorso affermando
che erano da esaminare in piena luce? Forse per villania, come abbiamo fatto io
e te, si rivolgerebbero con parole aspre e rudi a chi ha scritto queste cose e
le insegna spacciandole per retorica, oppure, essendo più saggi di noi, ci
lascerebbero di stucco dicendo: «Fedro e Socrate, non bisogna essere aspri, ma
indulgenti, se alcuni, non essendo a conoscenza della dialettica, non hanno
saputo definire cosa mai sia la retorica e in conseguenza di questa condizione,
possedendo le nozioni necessarie e preliminari dell'arte, hanno creduto di
averla scoperta; e impartendo queste nozioni ad altri ritengono di averli
istruiti compiutamente nella retorica e presumono che i loro discepoli debbano
procurarsi da sé nei discorsi la capacità di esporre ciascuna di queste cose in
maniera convincente e di collegare tutto l'insieme, come se fosse opera da
nulla!». FEDRO: Ma può anche darsi, Socrate, che sia proprio un qualcosa del
genere cio che concerne l'arte che questi uomini insegnano e presentano per
iscritto come retorica, e mi sembra che tu abbia detto il vero; ma allora come
e dove ci si può procurare l'arte di colui che è veramente esperto di retorica
e persuasivo? SOCRATE: Riuscire a diventare un perfetto campione della
retorica, è naturale, Fedro, e forse anche necessario, che sia come negli altri
campi: se per natura sei portato alla retorica, sarai un retore famoso, a patto
d'aggiungervi scienza ed esercizio; ma se manchi di una di queste qualità,
resterai imperfetto. Quanto poi all'arte connessa a ciò, non mi sembra che il
metodo proceda nella direzione in cui vanno Lisia e Trasimaco. FEDRO: Qual è il
metodo, allora? SOCRATE: Si dà il caso, carissimo, che Pericle sia stato
probabilmente il più perfetto di tutti nella retorica. FEDRO: Perché? SOCRATE:
Tutte le grandi arti hanno bisogno di sottigliezza e di discorsi celesti sulla
natura, poiché questa elevatezza di pensiero e questa capacità di condurre
tutto ad effetto sembrano provenire in qualche modo da qui. E Pericle, oltre
alla buona disposizione naturale, si acquistò anche questo: imbattutosi, credo,
in Anassagora, uomo di tal fatta, si riempì di discorsi celesti e giunse alla
natura dell'intelletto e della ragione, argomenti intorno ai quali Anassagora
si diffondeva ampiamente, e da qui ricavò quello che era utile per l'arte dei
discorsi. FEDRO: In che senso dici ciò? SOCRATE: Il modo di procedere dell'arte
medica è lo stesso della retorica. FEDRO: E come? SOCRATE: In entrambe bisogna
dividere una natura, in una quella del corpo, nell'altra quella dell'anima, se
tu, non solo per esercizio e in modo empirico, ma con arte, vuoi procurare
all'uno salute e vigore somministrandogli medicine e nutrimento, e trasmettere
all'altra la convinzione che desidera e la virtù offrendole discorsi e
occupazioni rispettose delle leggi. FEDRO: è verosimile che sia così, Socrate.
SOCRATE: Ritieni dunque che sia possibile comprendere la natura dell'anima in
modo degno di menzione senza conoscere la natura dell'insieme? FEDRO: Se si
deve dare qualche credito a Ippocrate, che è degli Asclepiadi,(63) senza questo
metodo non è possibile neanche comprendere la natura del corpo. SOCRATE: E dice
bene, amico; tuttavia bisogna confrontare il discorso con quanto afferma
Ippocrate ed esaminare se si accorda. FEDRO: Certamente. SOCRATE: Allora
esamina cosa dicono sulla natura Ippocrate e il discorso vero. Non bisogna
forse ragionare così riguardo alla natura di qualsiasi cosa? Innanzitutto si
deve considerare se ciò in cui vorremo essere esperti noi stessi e in grado di
rendere tale un altro sia semplice o multiforme; poi, se è semplice, si deve
esaminare quale potenza ha per sua natura nell'agire e su che cosa la esercita,
o quale potenza ha nel subire e da che cosa la subisce, se invece ha più forme
bisogna enumerarle e vedere per ciascuna di esse ciò che si vede per un'unità,
cioè in virtù di che cosa è portata per sua natura ad agire e su che cosa, o in
virtù di che cosa a subire, che cosa e da che cosa. FEDRO: Può essere, Socrate.
SOCRATE: Dunque il metodo privo di questi procedimenti somiglierebbe all'andare
di un cieco. Chi invece persegue con arte una qualsiasi cosa non è da
rassomigliare a un cieco o a un sordo, ma è chiaro che, se uno vuol trasmettere
ad altri discorsi fatti con arte, dimostrerà puntualmente l'essenza della
natura di ciò a cui rivolgerà i suoi discorsi; e questo sarà in qualche modo
l'anima. FEDRO: Come no? SOCRATE: Perciò tutto il suo sforzo è teso a questo,
poiché in questo cerca di produrre persuasione. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: è
chiaro dunque che Trasimaco e chiunque altro offra seriamente l'arte della
retorica, innanzitutto descriverà e farà vedere con la massima precisione
l'anima, se per sua natura è una e tutta uguale o multiforme come l'aspetto del
corpo; diciamo infatti che questo è dimostrare la natura di una cosa. FEDRO:
Assolutamente. SOCRATE: In secondo luogo, in virtù di che cosa è per sua natura
portata ad agire, e su cosa, o in virtù di che cosa è portata a subire, e da
che cosa. FEDRO: Come no? SOCRATE: In terzo luogo, classificati i generi dei
discorsi e dell'anima e le loro proprietà, passerà in rassegna tutte le cause,
adattando ciascun genere di discorso a ciascun genere di anima e insegnando
quale anima, da quali discorsi e per quale causa viene di necessità persuasa,
quale invece non viene persuasa. FEDRO: Sarebbe bellissimo se fosse così, a
quanto pare! SOCRATE: Pertanto, caro, ciò che verrà dimostrato o detto in altro
modo non sarà mai detto o scritto con arte, né su questo né su un altro
argomento. Ma quelli che oggi scrivono le arti dei discorsi che tu hai
ascoltato sono scaltri, e pur conoscendo molto bene l'anima sono portati a
dissimulare; perciò, prima che parlino e scrivano in questo modo, non
lasciamoci convincere da loro, credendo che scrivano con arte. FEDRO: Qual è
questo modo? SOCRATE: Già usare le espressioni appropriate non è cosa facile;
ma per quanto mi è possibile voglio dirti come bisogna scrivere, se si intende farlo
con arte. FEDRO: Dillo dunque. SOCRATE: Poiché la forza del discorso sta nella
guida delle anime, chi vuole essere esperto di retorica è necessario che sappia
quante forme ha l'anima. Esse sono tantissime e di svariate qualità, e di
conseguenza alcuni uomini sono di un certo tipo, altri di un altro; e dato che
le forme dell'anima risultano così divise, a loro volta sono tantissime anche
le forme dei discorsi, ciascuna di tipo diverso. Per questo motivo gli uomini
di un certo tipo si lasciano facilmente persuadere da discorsi di un certo tipo
su determinati argomenti, mentre gli uomini di un altro tipo, sempre per questo
motivo, sono difficili da persuadere. Perciò chi vuole diventare retore deve
innanzitutto tenere in adeguata considerazione queste cose, poi, osservando il
loro modo di essere e di operare all'atto pratico, dev'essere in grado di
seguirle acutamente con le sue facoltà intellettive, altrimenti non avrà mai
niente più dei discorsi che ascoltava quando frequentava un maestro. E quando sappia
dire in modo adeguato quale genere di uomo viene persuaso e da quali discorsi,
e sia in grado di accorgersi della sua presenza e di provare a se stesso che si
tratta di quell'uomo e di quella natura sulla quale vertevano a suo tempo i
discorsi, e poiché ora è di fatto presente deve riferirle questi discorsi nella
maniera prevista, per persuaderla di determinate cose, una volta che dunque sia
in possesso di tutti questi requisiti, sappia cogliere i momenti giusti in cui
bisogna parlare e quelli in cui bisogna trattenersi e sappia discernere
l'opportunità e l'inopportunità del parlare conciso, commovente o indignato e
di tutte le altre forme di discorso che ha appreso, allora l'arte è realizzata
in modo bello e compiuto, prima no. Ma se uno manca di una qualsiasi di queste
cose quando parla, insegna o scrive, e afferma di parlare con arte, vince chi
non si lascia persuadere. «E allora?», dirà forse il nostro scrittore. «Fedro e
Socrate, la pensate così? Dobbiamo forse definire in altro modo l'arte che è detta
dei discorsi?». FEDRO: è impossibile in altro modo, Socrate; eppure sembra un
lavoro non da poco. SOCRATE: Hai ragione. Proprio per questo bisogna rivoltare
tutti i discorsi sottosopra ed esaminare se da qualche parte appare una via più
facile e più breve per giungere ad essa, così da non procedere inutilmente per
una via lunga e aspra, quando è possibile percorrerne una corta e liscia. Ma se
hai da qualche parte un aiuto, per averlo ascoltato da Lisia o da qualcun
altro, cerca di richiamarlo alla memoria e di dirlo. FEDRO: Così, per fare una
prova, potrei, ma non me la sento, almeno adesso. SOCRATE: Vuoi dunque che io
riferisca un discorso che ho ascoltato da alcuni che si occupano di queste
cose? FEDRO: Perché no? SOCRATE: D'altronde, Fedro, si dice che è giusto
riferire anche le ragioni del lupo. FEDRO: Allora fa' così anche tu. SOCRATE:
Dunque, essi sostengono che non si devono magnificare e levare così in alto
queste cose, con tanti giri di parole; infatti, come abbiamo detto anche
all'inizio del discorso, chi intende essere sufficientemente esperto nella
retorica non deve certo partecipare della verità circa questioni giuste e
buone, o uomini tali per natura o per educazione, poiché nei tribunali non
importa proprio niente a nessuno della verità su queste cose, ma importa solo
ciò ch'è atto a persuadere: è il verosimile, a cui si deve applicare chi
intende parlare con arte. Talvolta infatti non bisogna neanche esporre i fatti,
a meno che non si siano svolti in maniera verosimile, ma solo quelli verosimili,
sia nell'accusa sia nella difesa, e in genere chi parla deve seguire il
verosimile, dopo aver detto tanti saluti alla verità; poiché è appunto questo
che, se percorre l'intero discorso, procura tutta quanta l'arte. FEDRO: Hai
esposto, Socrate, proprio le ragioni che adducono quelli che danno a vedere di
essere esperti nell'arte dei discorsi; mi sono ricordato che già in precedenza
abbiamo toccato brevemente tale argomento, e sembra che ciò sia di enorme
importanza per chi si occupa di queste cose. SOCRATE: Sicuramente hai studiato
con precisione proprio Tisia: quindi Tisia ci dica anche questo, se per
verosimile intende qualcosa di diverso da ciò che sembra ai più. FEDRO: E che
altro? SOCRATE: E avendo fatto questa scoperta, a quanto pare, di saggezza e
d'arte insieme, ha scritto che se un uomo debole e coraggioso, che ha percosso
un uomo forte e vile e gli ha portato via il mantello o qualcos'altro, viene
condotto in tribunale, nessuno dei due deve dire la verità, ma il vile deve
asserire di non essere stato percosso dal solo uomo coraggioso, questi deve
confutare ciò ribattendo che erano loro due soli, e servirsi del seguente
argomento: «Come avrei potuto io, data la mia condizione, mettere le mani
addosso a una persona come lui?». L'altro non ammetterà la propria viltà, ma
cercando di dire qualche altra menzogna offrirà subito materia di confutazione
all'avversario. E anche negli altri campi le cose dette con arte sono più o
meno di questo genere. Non è così, Fedro? FEDRO: Come no? SOCRATE: Ahimè,
sembra che abbia fatto la scoperta davvero sensazionale di un'arte nascosta,
Tisia o chiunque altro sia e da qualunque luogo si compiaccia di trarre il
nome! Ma a costui, amico, dobbiamo dire o no... FEDRO: Cosa? SOCRATE: Questo:
«O Tisia, da tempo noi, prima ancora che tu venissi qui, ci trovavamo a dire
che questo verosimile viene a nascere nei più per somiglianza col vero; e poco
fa abbiamo spiegato che chi conosce la verità sa scoprire benissimo le
somiglianze. Perciò, se hai qualcos'altro da dire sull'arte dei discorsi, lo
ascolteremo; altrimenti daremo credito a ciò che abbiamo esposto or ora, cioè
che se uno non enumererà le nature di coloro che lo ascolteranno, e non sarà in
grado di dividere gli esseri secondo le forme e di raccoglierli uno per uno in
un'idea, non sarà mai esperto nell'arte dei discorsi, per quanto è possibile a
un uomo. E non potrà mai acquisire queste capacità senza molta applicazione; ad
essa il sapiente dovrà indirizzare i suoi sforzi non per parlare e agire con
gli uomini, ma per poter dire cose che siano gradite agli dèi e fare ogni cosa
in modo a loro gradito, per quanto è nelle sue facoltà. Infatti i più saggi tra
noi, Tisia, dicono che chi ha intelletto deve prendersi cura di compiacere non
i compagni di schiavitù, se non in modo accessorio, ma i padroni buoni e che
discendono da uomini buoni. Perciò, se la strada è lunga, non meravigliartene,
in quanto per raggiungere grandi traguardi bisogna percorrerla, non come credi
tu. D'altronde, come dice il nostro discorso, anche queste fatiche diventeranno
bellissime grazie a quei traguardi, se uno lo vuole». FEDRO: Mi pare che si
stia parlando in modo bellissimo, Socrate, se davvero qualcuno ne è capace.
SOCRATE: Ma per chi intraprende azioni belle è bello anche soffrire, qualunque
cosa gli tocchi di soffrire. FEDRO: Sicuro. SOCRATE: Quanto si è detto a
proposito dell'arte e della mancanza di arte nel fare discorsi sia dunque
sufficiente. FEDRO: Come no? SOCRATE: Rimane la questione della convenienza e
della non convenienza della scrittura, quando essa vada bene e quando invece
sia sconveniente. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: Sai allora come, nell'ambito dei
discorsi, potrai acquistarti il massimo favore di un dio con le tue azioni e le
tue parole? FEDRO: Per niente. E tu? SOCRATE: Io posso raccontarti una storia
tramandata dagli antichi; il vero essi lo sanno. E se noi lo trovassimo da
soli, ci importerebbe ancora qualcosa delle opinioni degli uomini? FEDRO: Hai
fatto una domanda ridicola! Ma racconta ciò che dici di aver udito. SOCRATE: Ho
sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in Egitto, c'era uno degli antichi dèi del luogo, al
quale era sacro l'uccello che chiamano ibis; il nome della divinità era Theuth.
Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e l'astronomia, poi
il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la scrittura. Re di tutto
l'Egitto era allora Thamus e abitava nella grande città della regione superiore
che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il suo dio Ammone. Theuth,
recatosi dal re, gli mostrò le sue arti e disse che dovevano essere trasmesse
agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale fosse l'utilità di ciascuna di esse,
e mentre Theuth le passava in rassegna, a seconda che gli sembrasse parlare
bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava. Molti, a quanto si racconta,
furono i pareri che Thamus espresse nell'uno e nell'altro senso a Theuth su
ciascuna arte, e sarebbe troppo lungo ripercorrerli; quando poi fu alla
scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egizi più sapienti
e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della
memoria e della sapienza». Allora il re rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c'è
chi sa partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono
destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura,
per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta
infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell'anima di
coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura
ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da
se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del
richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza,
non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento,
crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro
compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché
sapienti». FEDRO: Socrate, tu pronunci con facilità discorsi egizi e di
qualsiasi paese tu voglia! SOCRATE: E pensa che alcuni, mio caro, hanno
asserito che i primi discorsi profetici nel tempio di Zeus a Dodona venivano da
una quercia! Agli uomini di allora, dato che non erano sapienti come voi
giovani, bastava, nella loro semplicità, ascoltare una quercia o una roccia,
purché dicessero il vero; ma forse per te fa differenza chi è colui che parla e
da dove viene. Non miri infatti solamente a questo, se le cose stanno così o
diversamente? FEDRO: Hai colto nel segno, e mi sembra che riguardo alla
scrittura le cose stiano come dice il re di Tebe. SOCRATE: Allora chi crede di
tramandare un'arte con la scrittura, e chi a sua volta la riceve nella
convinzione che dalla scrittura deriverà qualcosa di chiaro e di saldo,
dev'essere ricolmo di molta ingenuità e ignorare realmente il vaticinio di
Ammone, se pensa che i discorsi scritti siano qualcosa in più del riportare
alla memoria di chi già sa ciò su cui verte lo scritto. FEDRO: Giustissimo.
SOCRATE: Poiché la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per la verità, di
simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di fronte come cose
vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano in venerando silenzio. La
medesima cosa vale anche per i discorsi: tu potresti anche credere che parlino
come se avessero qualche pensiero loro proprio, ma se domandi loro qualcosa di
ciò che dicono coll'intenzione di apprenderla, questo qualcosa suona sempre e
21 Platone Fedro solo identico. E, una volta che è scritto, tutto
quanto il discorso rotola per ogni dove, finendo tra le mani di chi è
competente così come tra quelle di chi non ha niente da spartire con esso, e
non sa a chi deve parlare e a chi no. Se poi viene offeso e oltraggiato ingiustamente
ha sempre bisogno dell'aiuto del padre, poiché non è capace né di difendersi da
sé né di venire in aiuto a se stesso. FEDRO: Anche queste tue parole sono
giustissime. SOCRATE: E allora? Vogliamo considerare un altro discorso,
fratello legittimo di questo, in che modo nasce e quanto è per sua natura
migliore e più potente di questo? FEDRO: Qual è questo discorso e come, secondo
te, nasce? SOCRATE: è quello che viene scritto mediante la conoscenza
nell'anima di chi apprende; esso è in grado di difendersi da sé, e sa con chi
bisogna parlare e con chi tacere. FEDRO: Intendi il discorso vivente e animato
di chi sa, del quale quello scritto si può a buon diritto definire un'immagine.
SOCRATE: Per l'appunto. Ora dimmi questo: l'agricoltore che ha senno pianterebbe
seriamente d'estate nei giardini di Adone i semi che gli stessero a cuore e da
cui volesse ricavare frutti; e gioirebbe a vederli crescere belli in otto
giorni, o farebbe ciò per gioco e per la festa, quand'anche lo facesse? E
riguardo invece a quelli di cui si è preso cura sul serio servendosi dell'arte
dell'agricoltura e seminandoli nel luogo adatto, sarebbe contento che quanto ha
seminato giungesse a compimento in otto mesi? FEDRO: Farebbe così, Socrate: sul
serio per gli uni, diversamente per gli altri, come tu dici. SOCRATE: Dovremo
dire che chi possiede la scienza delle cose giuste, belle e buone abbia meno
senno dell'agricoltore con le sue sementi? FEDRO: Nient'affatto. SOCRATE:
Allora non le scriverà seriamente nell'acqua nera, seminandole attraverso la
canna assieme a discorsi incapaci di difendersi da sé con la parola, e incapaci
di insegnare in modo adeguato la verità. FEDRO: No, almeno non è verosimile.
SOCRATE: Infatti non lo è. Ma a quanto pare seminerà e scriverà i giardini di scrittura
per gioco, quando li scriverà, serbando un tesoro da richiamare alla memoria
per se stesso, nel caso giunga «alla vecchiaia dell'oblio», e per chiunque
segua la sua stessa orma, e gioirà a vederli crescere teneri. E quando gli
altri faranno altri giochi, ristorandosi nei simposi e in tutti i divertimenti
fratelli di questi, egli allora, a quanto pare, invece che in essi passerà la
vita a dilettarsi in ciò di cui parlo. FEDRO: è un gioco molto bello quello che
dici, Socrate, rispetto all'altro che è insulso: il gioco di chi sa divertirsi
coi discorsi, narrando storie sulla giustizia e sulle altre cose di cui parli.
SOCRATE: Così è in effetti, caro Fedro: ma l'impegno in queste cose diventa,
credo, molto più bello quando uno, facendo uso dell'arte dialettica, prende
un'anima adatta, vi pianta e vi semina discorsi accompagnati da conoscenza, che
siano in grado di venire in aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non
siano infruttiferi, ma abbiano una semenza dalla quale nascano nell'indole di
altri uomini altri discorsi capaci di rendere questa semenza immortale, facendo
sì che chi la possiede sia felice quanto più è possibile per un uomo. FEDRO:
Ciò che dici è molto più bello. SOCRATE: Ora che siamo d'accordo su questo,
Fedro, possiamo giudicare quelle altre questioni. FEDRO: Quali? SOCRATE: Quelle
che volevamo indagare e per le quali siamo arrivati a questo punto, ossia
esaminare il rimprovero rivolto a Lisia circa lo scrivere i discorsi e i
discorsi stessi, quali fossero scritti con arte e quali senz'arte. Ciò che è
conforme all'arte e ciò che non lo è mi sembra che sia stato chiarito
opportunamente. FEDRO: Così almeno mi è parso: ma ricordami ancora una volta
come abbiamo detto. SOCRATE: Se prima uno non conosce il vero riguardo a
ciascun argomento su cui parla o scrive e non è in grado di definire ogni cosa
in se stessa, e una volta che l'ha definita non sa dividerla secondo le sue
specie fino ad arrivare a ciò che non è più divisibile, quindi, dopo aver
scrutato a fondo allo stesso modo la natura dell'anima, trovando la specie
adatta a ciascuna natura non dispone e regola il discorso secondo questo
procedimento, offrendo discorsi variegati a un'anima variegata e dalla piena
armonia, discorsi semplici a un'anima semplice, non sarà possibile, per quanto
è conforme a natura, maneggiare con arte la stirpe dei discorsi né per
insegnare né per persuadere, come il discorso fatto in precedenza ci ha
chiaramente indicato. FEDRO: Risulta in tutto e per tutto così . SOCRATE:
Riguardo poi alla questione se sia bello o turpe pronunciare e scrivere
discorsi, e quando un rimprovero sia rivolto giustamente oppure no, non ha
forse chiarito ciò che abbiamo detto poco fa... FEDRO: Cosa abbiamo detto?
SOCRATE: Che se Lisia o altri ha mai scritto o scriverà su argomenti d'interesse
privato o pubblico, proponendo leggi o scrivendo un'opera politica, nella
convinzione che in ciò vi sia una grande solidità e chiarezza, allora il
biasimo ricade su chi scrive, che lo si dica o meno: poiché il non distinguere
realtà e sogno in ciò che è giusto e ingiusto, male e bene, non può davvero
evitare di essere riprovevole, quand'anche tutta la gente lo apprezzasse.
FEDRO: No di certo. SOCRATE: Chi invece ritiene che nel discorso scritto su
qualsiasi argomento vi sia necessariamente molto gioco e che nessun discorso
con pregio di grande serietà sia mai stato scritto né in versi né in prosa (e
neanche pronunciato, come i discorsi dei rapsodi che sono recitati senza essere
sottoposti a vaglio e non mirano a insegnare, ma a persuadere), 22 Platone
Fedro ma che i migliori di essi siano realmente un mezzo per aiutare la
memoria di chi già conosce l'argomento, e ritiene che solo nei discorsi sul
giusto, sul bello e sul bene, pronunciati come insegnamento allo scopo di far
apprendere e scritti realmente nell'anima, vi sia chiarezza, compiutezza e
pregio di serietà; e inoltre è convinto che discorsi tali debbano essere detti
suoi come se fossero figli legittimi, innanzitutto quello che reca in sé, nel
caso si trovi che lo possiede, poi quelli che discendenti e fratelli di questo,
sono nati allo stesso modo nell'anima di altri uomini secondo il loro valore, e
ai rimanenti manda tanti saluti; bene, un uomo siffatto, Fedro, è probabile che
sia tale quale tu e io ci augureremmo di diventare. FEDRO: Io voglio e mi
auguro in tutto e per tutto ciò che dici. SOCRATE: Dunque, per quanto riguarda
i discorsi, ormai abbiamo scherzato abbastanza: tu ora va' da Lisia e digli che
noi due siamo discesi alla fonte e al santuario delle Ninfe e abbiamo ascoltato
dei discorsi che ci ordinavano di riferire a Lisia e a chi altri componga
discorsi, a Omero e a chi altri abbia composto poesia epica o lirica, e in
terzo luogo a Solone e a chiunque nei discorsi politici abbia scritto dei testi
con il nome di leggi, quanto segue: se ha composto queste opere sapendo com'è
il vero e può soccorrerle quando ciò che ha scritto viene messo alla prova, e
quando parla è in grado egli stesso di dimostrare la debolezza di quanto è
stato scritto, una persona del genere non deve essere chiamato col nome di
costoro, ma con un nome derivato da ciò a cui si è dedicato con serietà. FEDRO:
Quale nome gli assegni dunque? SOCRATE: Chiamarlo sapiente, Fedro, mi sembra
che sia cosa troppo grande e che si addica solo a un dio; chiamarlo invece
filosofo o con un nome del genere sarebbe a lui più adatto e conveniente.
FEDRO: E niente affatto fuori luogo. SOCRATE: Chi invece non possiede cose di
maggior pregio di quelle che ha composto e ha scritto, rivoltandole su e giù
per lungo tempo, incollandole l'una con l'altra o separandole, non lo dirai a
buon diritto poeta o autore di discorsi o scrittore di leggi? FEDRO: Come no?
SOCRATE: Riferisci dunque questo al tuo compagno! FEDRO: E tu? Cosa farai? Non
bisogna lasciare da parte neanche il tuo compagno. SOCRATE: Chi è costui?
FEDRO: Isocrate il bello. Cosa riferirai a lui, Socrate? Come lo definiremo?
SOCRATE: Isocrate è ancora giovane, Fedro: tuttavia voglio dire ciò che prevedo
di lui. FEDRO: Che cosa? SOCRATE: Mi sembra che per doti naturali sia migliore
a confronto dei discorsi di Lisia, e che inoltre sia temperato di un'indole più
nobile. Perciò non ci sarebbe affatto da meravigliarsi se, col procedere
dell'età, proprio grazie ai discorsi cui ora pone mano superasse più che se
fossero fanciulli quanti mai si sono dedicati ai discorsi, e se inoltre questo
non gli bastasse, ma uno slancio divino lo spingesse a cose ancora più grandi;
giacché nell'animo di quell'uomo, caro amico, c'è una forma naturale di
filosofia. Pertanto io riferisco queste cose da parte di questi dèi al mio
amato Isocrate, tu fa' sapere quelle altre al tuo Lisia. FEDRO: Sarà così . Ma
andiamo, poiché anche la calura si è fatta più mite. SOCRATE: Non conviene
rivolgere una preghiera a questi dèi prima di metterci in cammino? FEDRO: Come
no? SOCRATE: O caro Pan e voi altri dèi di questo luogo, concedetemi di
diventare bello dentro, e che tutto ciò che ho di fuori sia in accordo con ciò
che ho nell'intimo. Che io consideri ricco il sapiente e possegga tanto oro
quanto nessun altro, se non chi è temperante, possa prendersi e portar
via.Abbiamo bisogno di qualcos'altro, Fedro? Da parte mia si è pregato in
giusta misura. FEDRO: Fa' questo augurio anche per me; le cose degli amici sono
comuni. SOCRATE: Andiamo! Platone Fedro.
Celebre oratore ateniese vissuto tra il quinto e il quarto secolo a.C., di cui
restano orazioni giudiziarie. Il discorso sull'amore che gli viene attribuito
nel dialogo è probabilmente fittizio. Il padre Cefalo, originario della
Sicilia, aveva una fabbrica d'armi al Pireo; nella sua casa è ambientata la
Repubblica. Noto medico dell'epoca. Epicrate era un oratore democratico;
Morico, forse il proprietario precedente della casa, era un cittadino ateniese
che per le sue ricchezze e il suo lusso divenne frequente bersaglio dei poeti
comici. 4) Pindaro, Isthmia. Erodico di Megara, divenuto poi cittadino di
Selimbria, era un medico famoso per il suo regime di vita
"salutistico"; Platone lo menziona anche nella Repubblica e nel
Protagora. I Coribanti erano i sacerdoti della dea Cibele, i cui culti erano caratterizzati
da una forte valenza orgiastica. Piccolo fiume che scorre vicino ad Atene. Il
dialogo è immaginato in piena estate, a mezzogiorno. Borea, vento del nord,
rapì Orizia, figlia di Eretteo, re di Atene; in cambio concesse agli Ateniesi
il suo favore nelle battaglie navali. Farmacea, citata poco sotto, era una
ninfa cui era sacra la fonte dell'Ilisso. 10) Demo dell'Attica. Letteralmente
'colle di Ares', era un'altura in Atene dove aveva sede il più antico tribunale
della città, formato dagli arconti usciti di carica. Sono tutti esseri
mitologici. Gli Ippocentauri o Centauri, nati dall'unione di Issione con una
nube, erano metà uomo e metà cavallo. La Chimera era un mostro con tre teste,
una di leone, una di capra spirante fuoco, una di serpente. Le Gorgoni, mostri
marini, erano Steno, Euriale e Medusa; le prime due erano immortali, mentre
Medusa, che aveva il potere di pietrificare con lo sguardo, era mortale e fu
uccisa da Perseo. Pegaso era il cavallo alato nato dal sangue della testa di
Medusa tagliata da Perseo; con il suo aiuto Bellerofonte uccise la Chimera.
Conosci te stesso è appunto il precetto scritto nel tempio di Apollo a Delfi.
Tifone o Tifeo, figlio di Gea e del Tartaro, era un drago dalle molte teste che
emettevano fumo e fiamme; al termine di una dura lotta Zeus lo fulminò e lo
scagliò sotto l'Etna. Il suo mito è ricordato in Esiodo, Theogonia 820
seguenti. Da Tifone ha avuto origine il nome comune indicante un vento caldo
portatore di tempeste. Nel testo greco c'è un gioco di parole, intraducibile in
italiano, con il quale Tifone viene paretimologicamente accostato al participio
di "túpho" ('fumare', 'bruciare') e, tramite l'aggettivo privativo
"atuphos" a "tuphos" ('vanità', 'orgoglio', superbia'). Nel
dialogo Platone fa uso più volte di simili giochi verbali, impossibili da
mantenere nella traduzione, per creare paretimologie.Alle Ninfe, divinità dei
boschi e dei fiumi, Socrate in seguito attribuirà il dono dell'ispirazione.
Acheloo, oltre ad essere un fiume della Grecia centrale, era anche dio dei
fiumi. 16) Una locuzione simile ricorre in Omero, Iliade. Saffo è la famosa
poetessa lirica di Lesbo vissuta tra il settimo e il sesto secolo a.C., autrice
di carmi soprattutto d'amore omoerotico, divisi dagli Alessandrini in nove
libri; di essi ci sono pervenuti un'ode intera, una quasi completa e parecchi
frammenti di varia lunghezza. Anacreonte di Teo, lirico monodico del sesto
secolo, fu autore tra l'altro di poesie amorose dal tono leggero, di cui
restano pochi frammenti. Non è invece possibile sapere a quali autori in prosa
si allude nel passo. Gli arconti ateniesi, al momento di entrare in carica,
giuravano che se avessero trasgredito le leggi di Solone avrebbero innalzato a
Delfi una statua d'oro della loro grandezza e peso. Cipselo fu tiranno di Corinto
nel sesto secolo e fondò una dinastia di tiranni. L'offerta votiva cui si
allude era forse una statua. Immagine derivata dalla lotta: Fedro intende che
Socrate a sua volta ha offerto il fianco a una critica. Pindaro, frammento
Snell-Maehler (citato anche in Meno). Il testo greco gioca sull'assonanza tra
ligús, dalla voce melodiosa, e ligús, Ligure, con lambda maiuscolo. Questo
gioco paretimologico è probabilmente alla base della leggenda secondo cui i
Liguri erano amanti del canto. Socrate istituisce un nesso paretimologico tra
"èros" e "róme, forza. Il ditirambo, componimento lirico corale
associato al culto di Dioniso, ai tempi di Platone era in piena decadenza. Qui
il termine ha una connotazione negativa, indicando una forma di invasamento non
ispirata da "mania" divina, e quindi non mediata dal logos. L'immagine è ricavata da un gioco fatto con
un coccio (óstrakon), nero da una parte e bianco dall'altra; i giocatori,
divisi in due squadre, sceglievano un colore e a seconda di quello che risultava
lanciando il coccio dovevano fuggire o inseguire. La metafora significa che
l'amante, prima inseguitore, ora fugge l'amato. Simmia, prima pitagorico, poi
discepolo di Socrate, è uno degli interlocutori del Fedone. Ibico, frammnto,
Page. Poeta lirico corale del sesto secolo a.C., di lui restano un'ode e pochi
frammenti. Stesicoro, poeta lirico corale, visse nel sesto secolo a.C. Secondo
una leggenda perse la vista per aver accusato Elena di infedeltà in un carme
omonimo e la riacquistò per aver scritto la Palinodia (la 'Ritrattazione'), in
cui sosteneva che Paride non aveva portato a Troia la vera Elena, ma un
fantasma con le sue sembianze; questa versione del mito fu ripresa da Euripide
nell'Elena. Omero invece, non avendo fatto la stessa cosa, rimase cieco. Allo
stesso modo Socrate pronuncerà una ritrattazione del discorso precedente su
Eros, nella quale solleverà il dio dalle accuse che gli aveva mosso. ACCADEMIA Platone
Fedro A Delfi, in Beozia, c'era il più famoso santuario di Apollo, che
dava i responsi per bocca della sua sacerdotessa, la Pizia; a Dodona,
nell'Epiro, c'era un santuario di Zeus. Questo nome designava in origine una,
in seguito più sacerdotesse di Apollo, di cui era nota l'ambiguità dei
responsi; la più celebre era la Sibilla di Cuma, in Campania. L'arte
divinatoria, in greco "mantike", viene fatta derivare da
"manikos" cioè 'affetto da mania'; il composto
"oionoistike", di invenzione platonica, viene ricondotto a
"oieris,” opinione, credenza, e accostato a "oionistike", ovvero
l'"arte di trarre gli auspici" dal volo degli uccelli. Il gioco
paretimologico, di cui si è provato a rendere ragione nella traduzione, è
importante in quanto è funzionale al rovesciamento della tesi sostenuta da
Lisia. È il celebre mito dell'anima come una biga alata, metafora complessa e
non facile da interpretare. Se infatti l'auriga rappresenta palesemente la
ragione, non è del tutto chiaro il significato dei due cavalli; è poco
soddisfacente l'interpretazione tradizionale, secondo cui il cavallo nero
rappresenterebbe l'anima concupiscibile, quello bianco l'anima impulsiva, e
l'intera immagine sarebbe da intendere come la tripartizione dell'anima che
Platone teorizza nella Repubblica. Infatti nel Timeo si dice che anima
concupiscibile e anima impulsiva sono mortali, mentre qui i due cavalli fanno
parte proprio della struttura dell'anima immortale, come prova anche il fatto
che essi si nutrono di nettare e ambrosia, cibo e bevanda degli dèi, e che tale
struttura è comune sia all'anima umana sia a quella divina. è preferibile
pensare che i cavalli indichino due componenti opposte connaturate comunque
all'anima immortale, che l'auriga ha la funzione di conciliare per trovare un
equilibrio. Estia, dea del focolare, nella cosmologia antica veniva
identificata col centro dell'universo, che era immobile; per questo essa, unica
tra gli dèi, non viaggia per il cielo. Le divinità che guidano le dodici
schiere sono probabilmente quelle olimpiche. L'Iperuranio, il luogo 'oltre il
cielo', è il mondo delle Idee. Luogo metafisico, immagine della sfera
dell'intelligibile che nella sua immutabilità trascende la realtà sensibile,
esso è raggiungibile solo dell'anima. Adrastea, letteralmente 'l'inevitabile',
in questo caso è una personificazione del destino; in Repubblica impersonifica
invece la vendetta. Viene qui esposto il destino escatologico delle anime e la
teoria della metempsicosi, argomento che ha una più ampia trattazione con il
mito di Er nel libro decimo della Repubblica. Nel Fedro l'assegnazione della
vita futura è strettamente determinata dalla misura in cui le anime hanno
contemplato la pianura della verità prima di tornare sulla terra, poiché ad
esso corrisponde il grado di verità connesso alla vita in cui si reincarnano.
Altro gioco verbale basato su una paretimologia il termine "imeros"
('desiderio'), collegato per assonanza ad Eros, viene fatto derivare da i-,
radice di "eiri" ('andare'), "mer-" radice di
"méros" ('parte'), "ro-", radice di "roé"
('flusso'). 37. Gli Omeridi erano una scuola di aedi nell'isola di Chio che la
tradizione voleva fondata dallo stesso Omero. Invenzione platonica sono sia i
poemi segreti cui si allude ironicamente sia i due versi citati, nei quali c'è
un gioco di parole tra "Eros" e Ptéros" (epiteto scherzosamente
coniato da "pterós,” alato, probabilmente suggerito da quei passi omerici
(Iliade) in cui si dice che gli dèi chiamano le cose in modo diverso dagli
uomini. È impossibile conservare nella traduzione il gioco tra il genitivo
"Diós" ('di Zeus') e l'aggettivo "dios", solitamente reso
con 'splendente' o 'divino'. Le Baccanti o Menadi erano le sacerdotesse di
Dioniso. Zeus, innamorato di GANIMEDE, bellissimo fanciullo frigio, in forma di
aquila lo rapì sull'Olimpo, e ne fa il coppiere degli dèi. Per il gioco
linguistico su "imeros", la nota 36. L'espressione significa che né
la temperanza umana esaltata da Lisia, né la follia divina di per sé bastano a
costruire una scienza nel senso pieno del termine, ma occorre una giusta
mescolanza delle due cose; questo, in ultima analisi, può essere il senso del
mito della biga alata. L'immagine agonistica, più che a tre differenti gare,
allude probabilmente al fatto che per vincere nella lotta bisognava atterrare
l'avversario tre volte. Figlio di Cefalo e fratello di Lisia, fu vittima delle
persecuzioni politiche sotto i Trenta tiranni. Ad Atene la frequenza dei
processi e l'assenza del patrocinio legale, che obbligava l'accusatore o
l'accusato a parlare personalmente in giudizio, avevano fatto nascere la
professione del logografo ('scrittore di discorsi'), che preparava su
commissione i testi da pronunciare in tribunale; le orazioni di Lisia sono
appunto la testimonianza della sua attività di logografo. Il termine ha nel
contesto una connotazione negativa, tanto da essere poco sotto equiparato a
sofista. Il parallelo ritorna più avanti, dove si allude ai compensi che i
sofisti chiedevano per i loro insegnamenti. L'espressine, un po' enigmatica,
significa probabilmente che da una cosa semplice ne è derivata una difficile.
Figura storicamente indeterminata, Licurgo è, secondo la tradizione, il
legislatore di Sparta. Uomo politico e poeta, annoverato tra i sette saggi,
Solone attua, durante il suo arcontato, una riforma dello stato ateniese che
prevedeva la divisione dei cittadini in classi in base al censo. Dario primo,
re di Persia, fu il promotore della prima guerra greco-persiana) Il mito che
segue è probabilmente creazione platonica. Il canto delle cicale è metafora
dell'ispirazione a comporre discorsi ma anche del rischio, da parte
dell'ascoltatore, di lasciarsene ammaliare senza sottoporli a vaglio critico,
un atteggiamento passivo che le cicale stesse, intermediarie tra gli uomini e
le Muse, non approvano) Sulla scia del catalogo esiodeo (Theogonia 75
seguenti), le Muse qui citate hanno nomi parlanti Tersicore è 'colei che
gioisce dei cori', Erato è connessa con Eros, Calliope è 'dalla bella voce',
Urania 'la celeste'. ACCADEMIA Fedro Omero, Iliade) Per Spartano qui si
intende semplicemente una persona che dice la verità in modo franco e
lapidario. I "figli" di Fedro
sono i discorsi che ha indotto gli altri a fare. 51) Nestore, il più vecchio
dei guerrieri greci a Ilio, era famoso per la sua eloquenza persuasiva. Abile,
e soprattutto astuto parlatore era notoriamente Odisseo. Anche Palamede, l'eroe
che smascherò un tentativo di Odisseo di non partecipare alla guerra di Troia,
era fornito di capacità oratorie) Gorgia di Lentini, nato tra il 485 e il 480
a.C. e morto vecchissimo dopo il 380 a.C., fu uno dei principali esponenti
della sofistica; a lui è dedicato l'omonimo dialogo di Platone. Delle sue
numerose opere restano pochi ma significativi frammenti. Il sofista Trasimaco
di Calcedonia, vissuto nel quinto secolo a.C., è uno dei personaggi della
Repubblica, dove difende in modo combattivo la sua idea della giustizia come
diritto del più forte. Teodoro di Bisanzio, attivo nella seconda metà del
quinto secolo a.C., scrisse un trattato di retorica) Allusione ironica a Zenone
di VELIA (si veda) e ai paradossi con i quali cercava di confutare
dialetticamente i concetti di molteplicità e movimento; famosi sono i paradossi
della freccia e di Achille e la tartaruga) Mida era il leggendario re della
Frigia che per avidità di ricchezze chiese e ottenne da Dioniso di poter
trasformare in oro tutto ciò che toccava; ma poiché anche tutto ciò che voleva
mangiare o bere diventava oro, pregò il dio di liberarlo da questo dono
funesto. L'epigramma citato è attribuito a Cleobulo di Lindo, uno dei sette
saggi. Poeta e sofista contemporaneo di
Socrate. Tisia è maestro di Gorgia da LEONZIO (si veda) e iniziatore, assieme a
Corace, della scuola retorica siciliana. Prodico di Ceo, uno dei più importanti
esponenti della sofistica, discepolo di Protagora e maestro di Socrate. Ippia
di Elide, il celebre sofista da cui prendono il titolo due dialoghi di Platone.
Polo di Agrigento e Licimnio di Chio furono discepoli di Gorgia; il primo è uno
dei protagonisti del Gorgia di LEONZIO (si veda) di Platone. Nel passo si
allude probabilmente a opere di retorica dei due sofisti, come poco sotto a
proposito di Protagora. Protagora di Abdera, protagonista dell'omonimo dialogo
Platonico, visse ad Atene nell'età periclea. Considerato il principale
esponente della sofistica, è ricordato soprattutto per il suo agnosticismo
religioso, che gli valse una condanna per empietà, e il suo relativismo,
sintetizzato nella massima l'uomo è misura di tutte le cose. Nulla ci rimane
delle sue numerose opere. Adrasto, il re di Argo che guidò la spedizione dei
sette contro Tebe, è rappresentato da Eschilo nelle Supplici come abile
oratore; l'epiteto voce di miele gli è già riferito da Tirteo (frammento, Gentili-Prato).
Adrasto è qui usato come eteronimo di un personaggio contemporaneo, forse un
sofista. Anche Pericle, lo statista ateniese del quinto secolo che radicalizzò
il processo democratico della polis portandola al massimo splendore, è qui
ricordato, con un tocco d'ironia, per le sue capacità oratorie. Anassagora di
Clazomene (quinto secolo a.C.) visse per molti anni ad Atene, dove ebbe come
discepoli Pericle e lo stesso Socrate. Punto cardinale del suo pensiero è
l'esistenza di un principio razionale che dà ordine al mondo, da lui chiamato
"nous" ('intelletto'). Ippocrate di Cos, vissuto tra il quinto e il
quarto secolo a.C., fu il fondatore della medicina antica; l'epiteto di
Asclepiade deriva da Asclepio, dio della medicina. Di lui e dei suoi discepoli
resta un considerevole numero di scritti riuniti nel cosiddetto corpus
Hippocraticum. Città sul delta del Nilo, sede di un emporio commerciale greco.
Theuth o Thoth era il dio egizio dell'invenzione, che i Greci identificavano
con Ermes; rappresentato con la testa di ibis, era scriba nel tribunale dei
morti. Con questo mito Platone assegna alla scrittura un valore puramente
"ipomnematico", ovvero la considera un mero supporto alla memoria, e
non veicolo di sapienza; la trasmissione del vero sapere resta per lui affidata
all'oralità dialettica. «La regione
superiore» è l'alto corso del Nilo. Thamus, leggendario re dell'Egitto, viene
considerato un eteronimo dello stesso Ammone, una delle principali divinità
egizie, venerata da una potente casta sacerdotale e identificata dai Greci con
Zeus; poco sotto infatti, la risposta da lui data a Theuth è chiamata
«vaticinio di Ammone». I giardini d’Adone
sono recipienti in cui d'estate si piantavano semi che nascevano entro otto
giorni e subito morivano; il rito simboleggiava la morte prematura di Adone, il
bellissimo giovane amato d’Afrodite. Allo stesso modo i giardini di scrittura,
ovvero i discorsi scritti, devono essere intesi come una forma di gioco, poiché
i veri discorsi latori di verità sono affidati alla dimensione orale) Citazione
poetica di autore ignoto.Il retore Isocrate fondò ad Atene una scuola in
competizione con l'Accademia platonica; di lui restano orazioni. Isocrate è
fautore di un'alleanza di tutte le città greche sotto la guida di Filippo di
Macedonia, in vista di una spedizione contro i Persiani. Pan, figlio d’Ermes,
era la principale divinità agreste del pantheon greco, venerata soprattutto in
Arcadia; presiedeva alla pastorizia e per questo era rappresentato con
sembianze caprine. Pan compare già come protettore del luogo assieme alle
Ninfe, e per questo Socrate gli rivolge la preghiera conclusiva. «Oro» è da
intendersi in senso metaforico come ricchezza della sapienza. Nome compiuto:
Elio Franzini. Franzini. Keywords: espressione, Sibley, Strawson, ‘Bounds of
Sense” -- simbolo, rappresentazione, immagine, noetico, estetico, natura,
bello, forma, materia, arte, platone, dialogue d’amore, bello, comunicazione,
rappresentazione, forma. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Franzini” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frinico: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited
by Giamblico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Frinico.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frixione: la ragione conversazionale
e l’implicatura metrica di Lucrezio – la scuola di Genova – filosofia genovese
– filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Abstract. Grice: “Some like Ovid, but Lucrezio’s MY
man!” -- Keywords: Lucrezio. Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. Genova, Liguria. Grice: “The Grecians were pretty clear – and Cicero
followed suit – surely if I say ‘He made it,’ there is no implicature that he
is a poet, even if ‘poeien’ is strictly, ‘make’!” -- Grice: “Poetry is a good
place to apply the idea of implicature, as in Donne – Nowell-Smith’s favourite
obscure poet, and Blake – mine!” Insegna
a Salerno, Milano, e Genova. I suoi interessi di ricerca includono il
linguaggio. Le sue ricerche riguardano il ruolo delle forme di ragionamento non
monotòno nell'ambito e il rapporto tra l’illusione del perceptum ed il ragionar
invalido. Si è anche occupato di modelli di rappresentazione. È noto anche per
la sua attività di poeta d'avanguardia, segnalata, tra gli altri, da
Sanguineti, e per aver fondato e fatto parte del “Gruppo ‘93”. Altre opere: “Il
Significato” Angeli); “La Funzione e la computabilità” (Carocci); “Come
Ragioniamo, Laterza Editore, Lista delle pubblicazioni da DBLP Computer Science
Bibliography, Universität Trier; Diottrie, Piero Manni, Ologrammi, Editrice
Zona, Insegnamenti Scuola di Scienze Umanistiche, Genova. Guida dello Studente,
Corso di laurea in filosofia, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,
Governing Boards of the Italian Association of Cognitive Sciences. A Cognitive
Architecture for Artificial Vision., in Artificial Intelligence, Elsevier.
Prisco, Sanguineti. La letteratura è un gioco che può ancora scandalizzare, Il
Sole 24 Ore, Petrella, GRUPPO 93. L'antologia poetica Petrella, Zona, F. scheda
nel sito Genova, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Come ragioniamo
recensione di Dario Scognamiglio, ReF Recensioni Filosofiche. It cannot be denied that the
poem of LUCREZIO fails to awaken any marked interest until long after its
publication. The almost unbroken silence of his contemporaries regarding
him is significant of the com- parative indifference with which his
production was received. The reasons for this neglect are various and not
far to seek. In the first place the moment was inopportune for the
appearance of such a work. It is composed in that hapless time when the
rule of the oligarchy is overthrown and that of GIULIO (si veda) CESARE
had not yet been established, in the sultry years during which the
outbreak of the civil war is awaited with long and painful suspense. The poet
betrays his solicitude for the welfare of his country at this crisis in the
introduction of his work, in which he invokes the aid of Venus in
persuading Mars to command peace. Efficc
ut inter ea f era moenera militiai Per maria ac terras omnis sopita
quiescani. He acknowledges
that his attention is diverted from literary labours by the exigencies of
the Roman state. Nam neque nos agere hoc patriai tempore
iniquo Possumus aequo animo nee Memmi clara propago Talibiis in
rebus comrnuni desse saluti. Munro believes these lines
were written when Caesar as consul had formed his coalition with Pompey
and when there was almost a reign of terror. The reflection of a state
of 1 Monimseii, Hist. Rome, M. 41-43- ^Muiim.
Luiictiiis. tumult and peril is equally obvious in the opening verses of the
second book, where the security of the contemplative life is contrasted
with the turbulence of a political and military career.' Particularly
signifi- cant are the lines : Si non forte tuas legiones per
loca campi Fervere cum videas belli simulacra cientis, Subsidiis magnis
et ecum vi constabilitas, Ornatasque armis statuas pariierque
animatas, His tibi turn rebus timefactae religiones Effugiunt animo
pavide ; mortisque timores Turn vacuum pectus lincunt curaque
solutum, Fervere cum videas classem lateque vagari} It can readily
be appreciated that a period of such fermentation and alarm would afford
opportunity for philosophic study to those alone who were able to retire
from political excitements to private leisure and quiet. Moreover the
very characteristics of the Epicurean philosophy would recommend it
chiefly to persons of this description. Participation in public life was
distinctly discouraged by the school of Epicurus, who regarded the realm
of politics as a world of tumult and trouble, wherein happiness — the
chief end of life — was almost, if not quite, impossible. They counselled
entering the arena of public affairs only as an occasional and
disagreeable necessity, or as a possible means of allaying the discontent of
those to whom the quiet of a private life was not wholly satisfactory.'
Such instruction, though phrased in the noble hexameters of a Lucretius,
was scarcely calculated to enjoy immediate popularity in the stirring
epoch of a fast hurrying revolution. Sellar, Rommi Pods of the Republic.
Caesar after his consulship remained with his army for three months
l)efore Rome, and was bitterly attacked by Memmius. Does Lucretius here
alhide to Caesar? " Munro, Zeller, Stoics, Epicureans and Sceptics. In
consequence of his mode of thought and writing lieing so averse to his
own time and directed to a better future, the poet received little
attention in his own age.Teuflfel, Hist. Rom. Lit. L’ORTO ROMANO arose in
a state of society and under circumstances widely different from the
social ar.d political condition of the last phase ol the Roman Republic.
Sellar. Roman Poets of the Republic. A somewhat ingenious, but
unsuccessful, attempt has been made to account for the indifference with
which Lucretius was treated on the ground of his assault Upon the
doctrine of the future life. It has been suggested that as the enmity of
the Christian writers was early called down upon his head for this cause,
he was likewise whelmed under a conspiracy of silence on the part of his
Roman contempo- raries and successors " for the same reason. But so
general was the skepticism of his age on this question, that it is
scarcely credible that the publication of his views could have seriously
scandalized the cultured classes who read his lines. The same judgment will
hold true with reference to the entire attitude of Lucretius toward the
tra- ditional religion. It is a sufficient answer to the theory that his
infidelity created antipathy toward him to record the fact that Julius
Caesar, than whom no more pronounced free-thinker lived in his day, was,
despite his skepticism, pontifex maxi'mus of the Roman common-wealth, and did
not hesitate to declare in the presence of the Senate that the
immortality of the soul was a vain delusion. That he represented in these
heretical opinions the position of many of the fore- most persons of the
period is the testimony of contemporary literature. Shall we not find the
better reason for the apparent neglect of Lucretius in the era
immediately following the issue of his poem in the fact that there was no
public at this juncture for the study of Greek philosophy clothed in the
Latin language? CICERONE, who devoted himself with the zeal of a patriot to the
creation of a philosophical literature in his native tongue, complains of the
scant courtesy paid to his efforts. Xon eram nescius. Brute, cum, quae
summis ingeniis exquisitaque doctrina philosophi Graecn sermone tractavisseni,
ea Latinis Uteris mandaremus, fore ut hie noster labor in varias
reprehensiones incur reret. Nam qiiibusdam, et Us quidem non admodum
indoctis, totum hoc displicet, philosophari. Quidam autem non tam id
reprehendunt, si remissius agatur, sed tantum studium tamque muUam
operant ponendam in eo non arbitrabantur. Erunt etiam, et ii quidem
eruditi Graecis Utter is, contemnentes Latinas, qui se dicant in Graecis
legendis operant maUe consumer e. Postremo aliquosfuturos suspicor, qui
me ad aUas Utter as vocent, [This is the view advanced by R. T. Tyn-il of
the University of Dublin. See his LiiUn Poc'try (Houjrhton, Mifflin et
Co., N. Y.). Merivale. History of the Romans. hoc scribendi, etsi sit
elegans, personae iamen et digtiiiatis esse negent. Yet this work, as he
explains in his De Divinatione,' was undertaken with the commendable purpose of
benefitting his countrymen. He anticipated with delight the
advantages which would accrue to them when his researches were complete.
Magnificum illud etiam Romanisque hominibus gloriosum, ut Graecis de
philosophia litteris no?i egeant. And later he reaped his re- ward in an
awakened interest in the subjects of his studious inquiries. But he was
compelled in the beginning to cultivate a sentiment in behalf of those
investigations. Lucretius addressed himself to an unsympathetic public, and was
likewise required to wait for applause until a more appreciative
generation rose up to do him honour. Yet it must not be supposed that The
Garden exercised a feeble influence over the thought of cultivated Romans
in this period of their history. The very theme which engaged the genius
of Lucretius had also employed the energies of predecessors and
contemporaries. Among attempts of this character were the “De Rerum
Natura” of Egnatius, which appeared somewhat earlier than the work of
Lucretius; the “Empedoclea” of Sallustius mentioned by Cicero in the much
discussed passage relating to Lucretius; and a metrical production en-titled
“De Rerum Natura” by Varro. Commentaries on the principles of The Garden
had also been extant for some time. Chief among the authors of such
compositions was Amafinius who preceded Lucretius by nearly a century.
Our knowledge of him is mainly derived from Cicero, who says: “C
Amafijiius exstitit dicens cuius libris editis commota multitudo contulit
se ad eain potissimum disciplinam.” Rabirius is also mentioned by the same
author as belonging to that class of writers, Qui nulla arte adhibita de
rebus ante oculos positis vol- Dc Finilnts, I, i. ^ Quaercnti
mihi vmltumquc d diu cogitanti, quanotii re possem prodesse qtiam plurimus, ne
quando intervdtterem considere reipubiicae, nulla niaior occurrebat quam
si optimaruni artiwn vias traderevi vicis civibus; quod conpluribus iam
libris me arbitror conseciiturn. Quod enim munus rei publicac adferrc mains
nieliusve pos- s tonus, quam si docemus at que erudimus iuveiitutem^ his
praesertim in or i bus at que iemporibus, qtdbus ita prolapsa est, etc.
De Divinatione. Sellar, Roman Poets of the Republic, Acad. “-gari sermone disputant.” Rabirius indulges
in a popular treatment of philosophy and covers much the same ground as
Amafinius. Another contributor to the literature of Epicureanism whom
Cicero records in no complimentary way is Catius — “Catius insuber,
Epicureus, quinuper est vioriuus, quae ille Gargettius et iam ante Democritus ctSuXa,
hie spectra nominat.” The interest in The Garden among the Romans of the
time of Lucretius is further apparent in the prominence which certain teachers
of The Garden attained. Conspicuous among them is Zeno the Sidonian,
whose lectures Cicero in company with Atticus had attended, and whom he calls
the prince of Epicureans in his “De Natura Deorum”, and whose instruction is
doubtless liberally embodied in Cicero's discussions of the system of The
Garden. Contemporary with Zenone is Fedro, who had achieved distinction
in Rome, where Cicero studied under his direction. Somewhat later
Filodemo of Gadara appeared in Rome, and is mentioned by Cicerone as a
learned and amiable man. The considerable body of writings bearing his name
found in the Volumina Herculanensia indicates his position among the
philosophers of his day. Scyro, a follower of Fedro, said to have been
the teacher of Virgilio. Patrone, the successor of Fedro, and Pompilius
Andronicus, “who gave up everything for the tenets of The Garden, are eminent
also at this period. Partly as a result of the activity of these
philosophers, and partly on account of the prevailing anxiety to arrive
at some satisfactory scheme of life, the number of The Gardeners steadily
increased at this time, and included not a few illustrious names. Disp. Ad
Fam.. Cf. Diogenes Laertius. Rilter et Preller, Hist. Phil. Graec. d Fam., De Fin.,
Ritter et Preller, Hist. Phil. Graec. Ad. Fam., Ad. Fam., Ad Attic, Zeller. Stoics. Fpicnreans and
Sceptics, p. 414, i. These are known to us chiefly through the writings of
Cicero/ who mentions T. Albutius, Velleius, C. Cassius, the well-known
conspirator against Caesar, who may himself be classed among those who
had lost confidence in the gods/ C. Vibius Pansa, Galbus, L. Piso,
the patron of Philodemus, and L. Manlius Torquatus. Other notable
personages are apparently regarded as “Gardeners” by Cicero, but grave
doubts have been expressed concerning their real attitude toward the school.
It is barely possible that Atticus may justly be denominated a
“Gardener”, for he calls the Gardeners nostri familiars and condiscipuli. But
his eclectic spirit would seem to forbid his classification with any
single system, and Zeller feels that
neither he nor Asclepiades of Bithynia, a contemporary of Lucretius, who
resided at Rome and was associated with The Gardeners, can be regarded as
genuine Gardeners. The discussions of the The Gardeners in De Natura
Deorwn, De Finibus and other works of Cicero evince the profound interest
he had in the school, though his general attitude was one of
unfriendliness. What reason, then, we may ask, can be given for his
almost uninterrupted silence concerning Lucretius? The only reference
we have to the poet in all Cicero's voluminous compositions occurs in
a letter to his brother Quintus, four months after the death of
Lucretius, in which he says, “Lucretii poemata, ut scribis ita sunt:
viultis lunmiibus ingenii, viultae etiam artis; sed cum veneris virum te
putabo, si Sallustii Empedoclea legeris, hominem non putabo.” Cicero
certainly implicates that both Marcus and Quintus had read the poem, and
many scholars accept the statement of Jerome in his additions to the
Eusebian chronicle — quos Cicero emendavit — as applying to Marcus. But
if he was closely enough identified with the work of Lucretius to edit
his manuscript, why in those writings wherein ample opportunity was
afforded, did not Cicero mention his labours in the field of philosophy?
Zeller, Stoics, Epicureans and Sceptics, Merivale, Hist. Rom., De Fin., Legg.,
Stoics, Epicureans and Sceptics, p. 415. ^Ad Quintton Munro, who
discusses this question with his usual lucidity, inclines to the opinion
that Jerome, following Suetonius, has indicated Cicero as the [This is a
particularly pertinent inquiry in view of the fact that he does speak of
Amafinius, Rabirius and Catius, as we have already observed, and that he
devoted so much attention to the discussion of Epicurean principles. Munro answers
this question by declaring that it was ot Cicero's custom to quote from
contemporaries, numerous as his citations are from the older poets and
himself. That had he written on poetry as he did of philosophy and
oratory, Lucretius would have undoubtedly occupied a prominent place in
the work, and that more than once in his philosophical discussions Cicero
unquestionably refers to Lucretius. Munro is not alone in contending that the
literary relations between Lucretius and Cicero were more or less intimate.
Other critics have traced to Cicero's “Aratea” important lines in LUCREZIO
(si veda), while many passages in CICERONE (si veda) closely resemble
utterances of the poet. Martha quotes several remarkable parallels between
“De Finibus” and various lines in LUCREZIO. But it is argued on the
other hand no less vigorously that didactic resemblances prove nothing,
except that LUCREZIO and CICERONE wrought from like sources their several
Latinizations of philosophy. And herein there is suggested a possible
explanation of CICERONE’s apparent indifference to the poet, whether he did him
the favour of editing his verse or not. Cicero had made an earnest study of
philosophy long before the poem of LUCREZIO had been introduced to his
notice. He had resorted to original authorities for information concerning
L’ORTO ROMANO. Zeno the Sidonian and Philodemus of Gadara, as already
noted, had supplied him with much material. Everywhere in his
philosophical works there is evidence that he regarded himself a sort of
pioneer in this peculiar field of investigation. -- editor of
Lucretius, and that this was the real fact. Sellar, Roman Poets of the
Republic, though suspending judgment does not deny the probability that
Cicerone performs this favor for Lucretius. Teuffel, Hist. Rom. Lit., while
expressing doubt concerning the evidence of Cicerone’s connection with
the poem, declares that at any rate his "part was not very important, and
it might almost seem that he was afraid of publishing a work of this
kind." Sihler presents an argument of great force against the probability
of Cicero's editorship. See Art. Lucretius and CICERONE. Transactions American
Philological Association. Munro; Martha, La: L^oeme de LUCREZIO, quoted
in Lee's Lucretius -- and therefore deserving of the pre-eminence therein. He
doubtless placed no importance upon any Latin writings beside his own
which treated of this philosophy. Indeed the references which Cicero
makes to philosophers engaged in an undertaking similar to his own are in
no instance flattering. And Lucretius would only be esteemed by him a
competitor in the same department of inquiry, who wrote in Latin verse
instead of Latin prose. Keeping these facts in mind the comparative
silence of Cicero regarding Lucretius does not seem wholly incompatible with
the theory of his editorship. He was himself an expositor of Epicurus —
and that too of the hostile kind. Cicerone popularized the doctrines of
The Garden in the bad sense of the word," and had thrown "a
ludicrous colour over many things which disappear when they are more
seriously regarded. Yet his opposition to the tenets of Epicurus would
not preclude him from friendly association with many who professed them,
and if asked to lend his name to the publication of Lucretius' verses,
there could be no reason for withholding it. But if his antagonism to
L’ORTO ROMANO would lead him to speak against the doctrines of the poem,
his admiration for the literary excellences of the work, as exhibited in
his willingness to stand sponsor for its issue, would deter him from
adverse criticism. Silence in such a case is the best evidence of
friendship. Mommsen remarks that LUCREZIO although his poetical
vigor as well as his art was admired by his cultivated contemporaries,
yet remained — of late growth as he was — a master without scholars. But
with increasing knowledge in what is best in The Garden and a finer taste
to appreciate the moral and literary virtues of Lucrezio, subsequent
generations gave ample recognition to the poet. ORAZIO (si veda) and VIRGILIO
(si veda) were greatly influenced by him, particularly the latter, who is
supposed to refer to Lucrezio in the famous lines, “Felix qui potuii rerum
cognoscere causas atque metus omnes et inexorabile fatum. Subiecit pedihus
strepitumque Achernntis avari. Lanjje, History of Materialism. Hist. Rome,
Georgica. OVIDIO (si veda) pronounced words of high eulogy upon him. Carmina
sublimis tunc sunt peritura Lucre tt Exitio terras cum dabit una dies.
The persistency of The Garden despite persecution and opposition demonstrates
its marvelous vitality and the almost deathless influence of the
personality of Epicurus, whose single mind projected its grasp upon human
thought throughout the whole existence of the sect. And not the least
important agent in affecting this result, because of his almost
idolatrous devotion to his master and the persuasive charm of his lines,
was the poet LUCREZIO. Nome
compiuto: Marcello Frixione. Keywords: l’implicatura metrica di Lucrezio,
poetry, Ezra Pound, Alighieri, “speranza, tela” – Tesauro – Folco -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Frixione” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frontida: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. A Pythagorean, cited
by Giamblico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Frontida”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frontino:
la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza. (Roma). Abstract: Roman philosophy.
Keywords: setta dei Scipioni. Filosofo italiano. Catalogued by it.wiki under
“filosofi romani”and ‘scrittori romani’ – vide Marc’Aurelio Antonino. “Of the size to fit a
gentleman’s pocket.” Sesto Giulio Frontino. Sesto Giulio Frontino Console dell'Impero romano
Ritratto a medaglione di Frontino nel frontespizio dell'edizione bipontina
delle sue opere Nome originale Sextus Iulius Frontinus. Preturaurbanus.
Consolato suffectus ordinarius. Legatus Augusti pro praetore della Britannia. Filosofo
italiano. Politico, funzionario e scrittore romano. Nasce nella Gallia
Narbonense. Il suo cursus honorum è caratteristico di un esponente preminente
dell'oligarchia senatoria, e ciò confermea una sua parentela con il cavaliere
Aulo Giulio F., il quale sposa Cornelia Africana, l'unica figlia di Publio
Cornelio SCIPIONE (si veda). È certo che è prætor urbanus e console suffectus.
Inviato in Britannia come governatore. In tali vesti sottomise Siluri e
Ordovici, popolazioni celtiche che risiedevano nei territori dell'attuale
Galles, fondando la fortezza legionaria di Deva Victrix. Divenne curator
aquarum, sovrintendente agli acquedotti di Roma, sotto Nerva. Console suffectus
e ordinarius. Muore durante il principato di Traiano, dato che in quegli anni PLINIO
(si veda) il giovane gli succede alla morte nella carica di augure. Plinio
define F. uomo preclaro, e rifere che desidera che non gl’è dedicato in morte
alcun monumento, quale inutile spesa, poiché soltanto ai nostri meriti è
affidata la nostra memoria. Gli Strategemata sono commentari di una sua opera
perduta, il “De re militari”, e consistono in libri di stratagemmi militari. Il
libro primo tratta della preparazione al combattimento e le varie operazioni. Il
libro secondo tratta del combattimento vero e proprio. Il libro terzo tratta
dell'assedio di città. Il libro quarto espone detti e fatti di celebri
generali. Per le differenze di stile e di contenuti, e per le frequenti
ripetizioni di cose già scritte nei libri precedenti, si sospetta che questo
quarto libro non sia opera di F.. Il De aquaeductu urbis Romae è un trattato
sugli acquedotti ed è l'opera più importante di F., una buona e concreta
trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a
Roma. F. è curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei
servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo
impegno. L'opera contiene notizie storiche, tecniche,
amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti
all'epoca, visti come elemento di grandezza dell'impero romano e paragonati,
per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche
greche. L'opera si è conservata nel codice Cassinensis di mano di Pietro
Diacono, ritrovato nell'abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini. Restano
solo estratti di un suo trattato di agrimensura (la disciplina che ha per
oggetto la rilevazione, la rappresentazione cartografica e la determinazione
della superficie agraria di un terreno, chiamata a Roma gromatica, da groma, lo
strumento usato per le misurazioni del terreno), scritto durante il principato
di Domiziano, in un periodo in cui F. abbandona momentaneamente la carriera
politica per dedicarsi principalmente all'attività letteraria. F. è pochissimo
studiato nelle scuole a causa del suo linguaggio semplice, della compilazione
non sempre precisa e per lo stile fin troppo generico. Tuttavia, la sua opera
(scritta per fini pratici e, forse, personali) è importante perché ha dato agli
storici ottime indicazioni per quanto concerne i lavori legati alle opere
idriche che si realizzavano nell'Impero Romano. Edizioni: Astutie militari
di F. huomo consolare, di tutti li famosi et eccellenti capitani romani, greci,
barbari, et hesterni, traduzione di Luci, Venezia, per Giovan' Antonio di
Nicolini da Sabio. Gl’acquedotti di Roma, da Commentario di F. - Degli
Acquedotti della Città di Roma - con note e figure, illustrato da Baldassarre
Orsini, Perugia, Stamperia camerale di Carlo Baduel. Gli Stratagemmi,
traduzione di Roberto Ponzio Vaglia, Milano, Sonzogno. M.-P. Arnaud-Lindet,
Histoire et politique à Rome. Fantham, The Emperor's Daughter, Tacito, Historiae, Frere, Britannia: A
History of Roman Britain, Epistularum libri, IV, 8, Ad Arriano. Epistularum libri, A Traiano. Marchesi, Storia della
letteratura latina, Questa opera fu poi utilizzata da Agenio Urbico come base
per il suo De controversiis. Marchesi,
Storia della letteratura latina, Milano-Messina, Giuseppe Principato, Sheppard
S. Frere, Britannia: A History of Roman Britain, London, Routledge,
Arnaud-Lindet, Histoire et politique à Rome, Paris, Éditions Bréal, Fantham,
Julia Augusti. The Emperor's Daughter, London, Routledge, F. Treccani, Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Galdi, F. in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, F. su sapere.it, De Agostini. F. Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di F., su PHI Latin Texts,
Packard Humanities Institute. Opere di F.
F. (altra versione) F. (altra versione), su openMLOL, Horizons Unlimited srl.
Opere di F., su Open Library, Internet Archive. Opere di F., su Progetto
Gutenberg. Audiolibri di Fr., su LibriVox. F.: testi integrali del De aquis e
degli Strategemata in latino ed inglese in Lacus Curtius Opere minori: F.
de coloniis libellus, ex commentario Claudi Caesaris subsequitur, in Rei
agrariae auctores legesque variae, Amstelredami, apud Joannen Janssonium à
Waesberge, F. de qualitatibus agrorum, in Gromatici veteres ex recensione
Caroli Lachmann, diagrammata edidit Adolfus Rudorffius, Berolini, impensis
Georgii Reimeri, F. de controversiis agrorum, in Gromatici veteres ex
recensione Caroli Lachmann, diagrammata edidit Adolfus Rudorffius, Berolini,
impensis Georgii Reimeri, PredecessoreFasti consulares Successore Imperatore
Cesare Vespasiano Augusto IV e Tito Cesare Vespasiano II con Imperatore Cesare
Vespasiano Augusto V e Tito Cesare Vespasiano IIII Gneo Domizio Afro Tizio
Marcello Curvio Tullo II e NN con Lucio Giulio Urso II e NNII Aulo Cornelio
Palma Frontoniano I e Quinto Sosio Senecione I con Imperatore Cesare Nerva
Traiano Augusto III Imperatore Cesare Nerva Traiano Augusto IV e Quinto
Articuleio PIII Predecessore Governatori romani della Britannia Successore
Quinto Petillio Ceriale Gneo Giulio Agricola. Portale Antica Roma
Portale Biografie Portale Ingegneria Portale
Letteratura CILCategorie: Politici romani del I secolo Funzionari romani Scrittori
romani Scrittori del I secolo Governatori romani dell'Asia Governatori romani
della Britannia Consoli imperiali roman iIngegneri romani Iulii Governatori
romani della Germania inferiore Auguri. Keywords: implicatura. Nome compiuto: Sesto
Giulio Frontino. Frontino. Refs.: Speranza, “Grice e Frontino.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frontone: la ragione conversazionale e il portico romano
– il filosofo dell’epigramma -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract: Grice: “For that matter, I was mentioned by
Gustav Bergmann: he called me a futilitarian, but, in his typical manner, not
in my face!” Keywords: Marziale. Filosofo
italiano. Porch. Mentioned by Marziale in one of his epigrams. Refs.: Luigi Speranza, “Grice Frontone.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Frontone: il portico romano: la ragione conversazionale
a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. “I disregard statues, for which they call me
an iconoclast – I especially dislike the martyrs’ memorial, which I see every
day!” Keywords: iconoclasm. Filosofo italiano. Porch. Famous enough to have a
statue erected in his honour. Nome
compiuto: Domizio Frontone. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Frontone.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frontone:
la ragione conversazionale del tutore e il suo allievo -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract. Grice:
“I’ve always admired the Oxonian tutorial system: my tutor was Hardie, except
for ONE term – especially noted by his report to Hardie about my ‘obstinacy to
the point of perversity’. Hardie liked that! My pupils were many and varied:
Flew was perhaps the best – Strawson came second – also got a second in his PPE
– but we shared the blame with the OTHER philosophy tutor at St. John’s: good
old Mabb!” Keywords: the tutorial system. Vide Antonino. Of a size to fit a
gentleman’s pocket. Console imperiale
romano. Muore a Roma Gens Cornelia Consolato. Filosofo italiano. Scrittore e
oratore romano, precettore d’ANTONINO (si veda) e Lucio Vero. Mai ritrova in un
palinsesto nel monastero di Bobbio la corrispondenza tra i due principi e il
precettore. Di lui restano pochi frammenti e lettere, e nessun ritratto,
tuttavia all'epoca era considerato un grande esperto di retorica latina, in
grado di rivaleggiare con la seconda sofistica, nonché il più importante
avvocato romano del periodo antonino. Per i contemporanei F. era addirittura
quasi un "secondo Cicerone", una fama che tuttavia è andata perduta
nei secoli. Anche se probabilmente era discendente di immigrati italici, che
avevano sempre formato una minoranza rilevante della popolazione della capitale
numidica, ama definire se stesso un libico, dei nomadi libici. Venne a Roma
durante il principato d’ADRIANO (si veda), e subito guadagna fama di avvocato
ed oratore, inferiore solo a CICERONE (si veda). Guadagna una grande fortuna,
costruì magnifici edifici e compra i famosi giardini di MECENATE (si veda).
Antonino Pio, avendo avuto notizia della sua fama, lo scelge come tutore dei
figli adottivi ANTONINO (si veda) e VERO (si veda). Tale è la sua fama di
insegnante-retore che quando muore ANTONINO (si veda) fa erigere una statua in
sua memoria. E consul suffectus sotto Antonino Pio, ma rifiuta l'incarico
di proconsole in Asia, adducendo come motivazione il cattivo stato di salute. È
colpito dalla perdita di tutti i suoi figli tranne una figlia. Il suo
talento come oratore e retore è notevolmente ammirato dai suoi contemporanei.
Alcuni di questi in seguito sono considerati membri di una scuola, denominata
da lui “dei Frontoniani” – cfr. “the Griceians”. Il suo obiettivo
nell'insegnamento è inculcare l'uso esatto del latino al posto degl’artifici di
autori come Seneca e consiglia l'uso di "parole poco usate ed
inattese", da trovare con la lettura diligente degli autori
pre-ciceroniani. F. critica Cicerone per la disattenzione a questo
perfezionamento, pur ammirando senza riserva le sue lettere. Le uniche
opere attribuite erroneamente a F. sono due trattati grammaticali, “De nominum
verborumque differentiised “Exempla elocutionum” -- quest'ultimo lavoro è opera
di Arusiano Messio (si veda). Mai scopre nella Biblioteca Ambrosiana, a Milano,
un palinsesto manoscritto, su cui originariamente sono state scritte le lettere
di F. ai suoi allievi imperiali e le loro risposte. Mai scopre anche altri
fogli degli stessi manoscritti al Vaticano. Questi palinsesti sono appartenuti
alla famosa Abbazia di San Colombano a Bobbio, ed sono stati usati per
scriverci gl’atti del primo Concilio di Calcedonia. Appena disponibile il
palinsesto Ambrosiano, sono pubblicate a Roma, assieme agl’altri frammenti del
palinsesto. I testi vaticani sono pubblicati assieme al “Gratiarum actio pro
Carthaginiensibus,” proveniente da un altro manoscritto Vaticano. Bischoff
identifica un terzo manoscritto, di un solo foglio, che contiene frammenti di
corrispondenza tra F. con VERO (si veda), in parte corrispondenti al palinsesto
di Milano. Tuttavia il manoscritto empubblicato da Dom Tassin, che suppone che
potesse essere un lavoro di Frontone. Ritratto d’ANTONINO (si
veda), Musei Capitolini La scoperta di questi frammenti deluse gli eruditi
romantici perché non corrispondevano alla grande fama dell'autore. Oggi, sono
osservati con maggior benevolenza. Le lettere, raccolte ora in un Epistolario, rappresentano
la corrispondenza con Antonino Pio, ANTONINO (si veda), e Lucio VERO (si veda),
in cui il carattere degl’allievi di F. appare in una luce molto favorevole -- particolarmente
grazie all'affetto che entrambi sembrano mantenere per il loro maestro --- unitamente
a missive agli amici, principalmente lettere di raccomandazione. La collezione
contiene inoltre trattati sull'eloquenza, alcuni frammenti storici e inezie
letterarie come l'elogio del fumo e della polvere, della negligenza e una
dissertazione su Arione. L'editio princeps è quella di Mai, mentre
l'edizione standard è quella della Teubner, a cura di M. van den Hout
(Leipzig). Castelli pubblica i testi greci contenuti nell'Epistolario, con commento,
fondandosi, a differenza dell'edizione di Hout, su una collazione diretta del
manoscritto. La Loeb Classical Library ha stampato un'edizione in due volumi
delle lettere di Frontone. Il testo è ora obsoleto[senza fonte]. Van den Hout
pubblicato un completo commento (Leiden). In Italia la Utet ha pubblicato il
testo a cura di Portalupi. Nei frammenti scoperti in
"palinsesto" da Mai nritroviamo parte dell'Epistolario di F. Da
queste porzioni di testo conservate si reca la teorizzazione della Elocutio
novella, ossia il nuovo modo che Frontone proponeva per approcciarsi all'arte
retorica. L'autore sembra molto attento all'uso del latino, una lingua che egli
auspica di rinnovare tramite l'uso della terminologia arcaica poiché essa
soltanto conteneva il significato "genuino" delle espressioni. Per
scegliere le parole adatte al contesto è comunque richiesta competentia, cioè
uno studio approfondito del discorso, poiché la retorica è un'arte che non
permette errori, come afferma lo stesso retore. L'inesperienza può essere ben
visibile quando la sistemazione dell'orazione non è consona. Nelle
Epistole è anche rintracciabile una sorta di elenco di grandi autori, degli
exempla da seguire. Tra questi si possono individuare CATONE (si veda), SALLUSTIO
(si veda) e CICERONE (si veda). Curiose le osservazioni su quest'ultimo, Frontone
pur ammettendo la fluenza dello stile ciceroniano, lo definisce come un autore
che "sorprende poco" nella sua ricerca lessicale, basandosi
unicamente sul suo innato talento di oratore. La retorica dove sorprendere l’ascoltatore
attraverso l'"inatteso", l'interlocutore rimanendo allibito da tanta
maestria ammetteva, se pur non apertamente, il suo "surclassamento".
La nuova arte oratoria dunque era rivolta ad un pubblico dotto capace di
intendere i riferimenti letterari e arcaici del retore che la
pratica. Essendo insegnante di retorica di Antonino, nell'epistola
intitolata Ad Marcum Caesarem troviamo l'importanza dell'elocutio per il
principe. Innanziututto, esordisce Frontone, è di basilare importanza il
rapporto con il destinatario. La voce del principe e"tromba", non
"flauto". Con questa sottile metafore, Frontone ci fa comprendere che
il principe deve dare gl’ordini alla sua gente, come la tromba fa per
l'esercito, sottolineando il valore allocutorio del discorso imperiale. Il
flauto, per contrappunto, è uno strumento troppo flebile e delicato. Il
discorso di un principe non può essere vellutato. Si rischierebbe di perdere,
agli occhi del popolo e del Senato (che devono essere trattati allo stesso
modo), l'autorevolezza e l'attenzione che sono dovute ad un uomo così
importante. Perelli, Storia della letteratura Latina. A. Birley, Marcus
Aurelius. Molti critici hanno avuto dubbi su questa ammirazione dei
contemporanei. Filologi di fama espressero numerose critiche. Niebuhr, lo
descrisse come "frivolo", Naber lo trovò "disprezzabile",
cfr. Champlin. Altri lo hanno definito come "pedante e noioso",
scrivendo che le sue lettere non offrono né l'analisi politica di un Cicerone o
l'introspezione di un Plinio, cfr. Mellor, commentando Champlin. Una ricerca
prosopografica ha riabilitato la sua reputazione, anche se non in maniera
considerevole, cfr., ad esempio, sempre Mellor su Champlin. Birley, The African
Emperor. Questa esposizione sulla riscoperta di F. è basata su Reynolds, Texts
and Transmission: A Survey of the Latin Classics, Clarendon. F., Epistolario,
testo latino. Carla Castelli, Il Greco di F.: testo critico e traduzione,
studio linguistico, stilistico e retorico, storia editoriale, The
correspondence of F.. Edited and
translated by Haines. Fonti antiche PIR2 Internet Archive. F., Epistolario, QUI
il testo latino. M. Cornelii Frontonis opera inedita cum epistulis item
ineditis Antonini Pii, M. Aurelii, L. Veri et Appiani nec non aliorum veterum
fragmentis invenit et commentario praevio notisque illustravit Angelus Maius,
Mediolani, Regiis typis [ristampa in Francoforte: The correspondence of F. With
ANTONINO (si veda), VERO (si veda), Anoninus Pius, and various friends edited
by Haines, F. S. A., London, Heinemann. F.,
Opere, a cur. Portalupi, trad. italiana a fronte, Collana Classici latini,
Torino, UTET, Carla Castelli, Il greco
di F.. Testo critico e traduzione. Studio linguistico, stilistico e retorico.
Storia editoriale, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, Storiografia moderna
Quignard, in Rhétorique Spéculative Considera F. come l'origine di una corrente
anti-filosofica, litteraria. F. su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Funaioli, F. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, F. su sapere. De Agostini. F., su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Marco Cornelio Frontone, su
Musisque Deoque. Opere di F., su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute.
Opere di F., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di F., su Open Library,
Internet Archive. F.: Epistulae VDM Marco Aurelio Portale Antica Roma
Portale Biografie Portale Letteratura Categorie: Scrittori romani Retori
romani Scrittori Romani Nati Morti a Roma Cornelii Scrittori africani di lingua
latina F. A statesman and the philosophy tutor of Antonino. He seems to have had no
particular philosophical allegiance, and indeed entertained, like Grice, who
tutored Strawson, something of a distrust of philosophy in general. He makes a
speech attacking Christians that was borrowed by MINUCIO (si veda) Felice (si
veda) for a work of his own. Nome compiuto: Marco Cornelio Frontone. Frontone. Keywords:
“My pupil was Strawson; Frontone’s pupil was a Roman emperor!” Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Frontone”.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Frosini:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del gattopardo – scuola
di Catania – scuola di Girgenti – filosofia siciliana filosofia italiana –
Luigi Speranza (Catania). Abstract. Grice: “When I
approached the aporia of ‘dike’ in Republic, I was playing a philosophisma;
when Frossini philosophised on the change of an ethical and legal order, he
ain’t!” Keywords: fascismo. Filosofo catanese. Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “I like Frosini; only in Italy a professor of
jurisprudence – the Italian H. L. A. Hart – would care to provide a theatrical
‘reduction’ of a Sicilian ‘romanzo’! Genial
– He has also written on Risorgimento families!” Il progresso tecnologico è la
nuova democrazia di massa (F. in'intervista alla trasmissione RAI
Mediamente ). Considerato il padre dell'informatica in Italia, si devono a lui
le prime riflessioni generali sulle implicazioni esistenti tra diritto,
tecnologie e attività giudiziarie. Laureatosi a PISA in FILOSOFIA, studia
a Catania. La lettera e lo spirito della legge non è il suo ultimo libro. Nel
1997 pubblica La democrazia nel XXI secolo, un vigoroso pamphlet nel quale
viene valorizzata la libertà dell'individuo nella nuova democrazia di massa,
caratterizzata dal circuito sempre più vasto e più rapido delle informazioni e
della globalizzazione degli interessi politici ed econo- sentato poi a Roma nell'ottobre del 2000. Fu
quasi un simbolico ritorno alla sua terra di Sicilia. Questo lavoro "stravagante",
altri ce ne sono, dimostra e conferma che mio padre fu un eclettico. Era una
critica che gli veniva mossa; e invero non ne capisco il perché se intesa in
senso negativo, perché al contrario eclettico vuol dire avere molteplicità di
interessi. Ciò che conta è che tali interessi vengano coltivati, studiati e
acquisiti bene: in tal maniera la ecletticità è un fattore positivo come è
naturale che sia in tutte le integrazioni e addizioni di saperi. Verrebbe anzi
da dire che il suo cd. eclettismo è paragonabile a quello in archi-tettura, che
definisce lo stile nato dalla mescolanza dei migliori stilemi ripresi da
diversi movimenti architettonici, storici e anche esoticis. Il suo eclettismo
siè manifestato nella capacità di sapere spaziare in molti campi del sapere,
attraverso una notevole messe di pubblicazioni non solo giuridiche ma storiche,
filosofiche, sociologiche e anche lettera-rie, oltre a una intensa attività
come opinionista di diversi quotidiani 39.
Come è stato scritto: «Dagli amici e dagli allievi Vittorio Frosini sarà
sempre ricordato come Maestro di filosofia e di diritto e, ancor di più, come
l'umanista che, immergendosi nel flusso della vita, seppe com-prendere e amare
ogni manifestazione di intelligenza e di sensibilità» G. TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo,
riduzione teatrale di Vittorio Frosini, Roma, Bulzoni, 2000; l'amore per la
Sicilia, sempre vivo e mai interrotto, lo manifestò anche con un libretto: V.
FroSiNI, Ideario siciliano, Palermo, Sellerio, 1988. Valorizzano l'eclettismo di mio padre,
ritenendolo senz'altro un merito che lo aiu-tò, tra l'altro, a essere
precursore in diversi campi, E. PATTARO, La filosofia del diritto di fronte
all'informatica giuridica, in A. JELLAMO, F. RICCOBONO (a cura di), In ricordo
di Vittorio Frosini, cit., 25 ss., e A. Punzi, La tolleranza dell'eclettico.
Vittorio Frosini sui lumi e le ombre (del pensiero risorgimentale come di
quello cristiano), in Riv. int. fil dir., n. 1-2/2019, 121 ss. Per
una conferma, v. la raccolta: R. RUSSANO (a cura di), Vittorio Frosini
Bibliografia degli scritti, Milano, Giuffrè, 1994. Fu collaboratore de La
Sicilia, poi del Corriere della sera (sotto la direzione di Giovanni
Spadolini), del Il Giornale nuovo (sotto la direzione di Indro Montanelli) e
del Il Tempo (sotto la direzione di Gianni Letta). F. RIcCOBONo, Vittorio Frosini, in Riv.
int. fil. dir., n. 4/2001, 534. Dopo la laurea pisana e quella catanese,
continua il peregrinag-gio per la formazione accademica: nel 1950, va a
specializzarsi, come Ph.D., in Political Science e Jurisprudence all'Università
di Oxford, a seguito della vittoria di una borsa di studio del British Council,
ottenuta insieme ai giovani "virgulti" Serio Galeotti e Pietro
Rescigno. Da allora, con entrambi, si
salderà una forte e sincera amicizia di tutta una vita. Ospite del Magdalen
College di Oxford, lavora a una tesi sull'obbligazione politica, sotto la guida
di John Mabbot, e frequenta Herber Hart, allora Lecturer in Philosophy 1 Si
lega anche a Salvador de Madariaga, l'esule politico spagnolo e docente di
letteratura spagnola a Oxford e ad Alessandro Passerin d'Entréves, il filosofo
della politica torinese in quel periodo professore di Italian Studies".
Gli anni oxo-niensi gli rimarranno sempre nel cuore e spesso amava rievocarli
con storie e aneddoti. Non mancava mai alla cena annuale degli ex allievi del
College (indossando rigorosamente la cravatta del College) e divenne socio
dello esclusivo Oxford and Cambridge Club, nella cui foresteria, con sede a
Pall Mall, alloggiava ogni qualvolta andava a Londra. Nel 1952 torna in Italia e inizia la
collaborazione a Il Mondo di Mario Pannunzio Un mondo al quale rimarrà sempre
legato nei ricordi e nella condivisione degli ideali liberaldemocratici13. Alle
«care ombre» di Mario Pannunzio, Carlo Antoni, Vitaliano Brancati, Nicolò
Carandini, Nicola Chiaromonte, Vittorio de Caprariis, dedicherà, «in segno di
grata memoria», un suo libro 14.10 Il lavoro di tesi, anticipato in vari
articoli, verrà pubblicato, ulteriormente svilup-pato, diversi anni dopo come
libro: V. FRoSINI, La ragione dello Stato. Studi sul pensiero politi- primo lito pubbicato in fala: 1LA. Mart,
Contributi al analist de Airto, a Cara dai Fro-
sini, Milano, Giuffrè, 1964. V.
FROSINI, Potrait of Salvador de Madariaga, in BRUGMANS ET NADAL (a cura di),
Liber Amicorum Salvador de Madariaga, Bruges, De Tempel, 1966, 97 ss.; V.
FROSINI, Alessandro Passerin d'Entréves,
in Riv. int. fil dir., n. 2/1986 (ora in IdEM, La coscienza giuridica. Una
cospicua serie di articoli apparsi su quel giornale, vennero raccolti in IDEM,
"Il Mondo" e l'eredità del Risorgimento, pres. di E. Sciacca,
Acireale, ed. Bonanno, 198%. 1 Sul
punto, E. ScIAccA, Vittorio Frosini scrittore politico, in Aa. Vv., Liber
Amicorum in onore di Vittorio Frosini, vol. I, cit., 1 ss. e A. JeLLamo,
Vittorio Frosini e la tradizione liberale, in
Ri int. do n io 019, Valga
altresi quale testimonianzo i daglione" Mar nelli, Rubbettino, F., Costituzione e società
civile, Milano, Comunità, 1975 (II ed., 1977).Studia la regolamentazione
dell'informatica. Ha presieduto l'associazione utaliana di Diritto
dell'Informatica e di Giuritecnica e l'Istituto di Teoria dell'interpretazione
e di informatica giuridica presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Roma
"La Sapienza". Teorico di un umanesimo tecnologico attento ai
diritti civili, ha avviato una ricostruzione sistematica dei problemi
dell'informatica consapevole delle diverse implicazioni economiche e sociali
della regolamentazione giuridica. Nel confronto costante tra diritto e
tecnologie, il progresso produce una evoluzione sociale continua che si
riflette nel campo giuridico ed economico come nei miglioramenti qualitativi
dei diversi rapporti con le istituzioni, favorendo un continuo e immediato
confronto fra amministratori e amministrati entro un rapporto diretto a
carattere orizzontale, mentre prima era a carattere verticale e così il
cittadino diventa veramente attore della vita civile e non più suddito. Di qui
il profilarsi di una nuova democrazia di massa in cui si realizza con apparente
paradosso una nuova forma di libertà individuale, un accrescimento della
socialità umana che si è allargata sull'ampio orizzonte del nuovo circuito
delle informazioni, un potenziamento, dunque, dell'energia intellettuale ed
operativa del singolo vivente nella comunità». L'opera centrale di F., Professore
ed emerito di filosofia del diritto e di informatica giuridica è indubbiamente
La struttura del diritto. Il saggio ha immediati riconoscimenti e una notevole
fortuna in Italia dove ha sei riedizioni pressoché inalterate. Quale suo
autore riceve un premio dai lincei dalle mani del Presidente della Repubblica
Italiana, Segni. F. è peraltro autore di saggi fondamentali sul rapporto
tra tecnologia e diritto quali: “Cibernetica: diritto e società”; “Informatica,
diritto e società” (Milano); “Giuffrè (si veda) Il giurista e le tecnologie
dell'informazione” (Roma, Bulzoni); “La democrazia)” (Roma, Ideazione;,
Macerata, Liberilibri); “La lettera e lo spirito della legge” (Milano): Giuffrè
Teoria e tecnica dei diritti umani” (Napoli, Edizioni scientifiche Italiane; “Fondamentali
sono anche i suoi scritti sulla rivista Informatica e Diritto: “L'automazione
elettronica nella giurisprudenza e nell'Amministrazione Pubblica”; “La
giuritecnica: problemi e proposte”; “Giustizia e informatica”; “La protezione
della riservatezza nella società informatica”; “L'esperienza OCSE nel
potenziamento degli scambi tecnologici connessi alla gestione delle
informazioni”; “L'informatica nella società contemporanea; “Riflessioni sui
contratti d'informatica”; “Il giurista nella società dell'informazione Riconoscimenti
A F. sono dedicati: il premio nazionale di informatica giuridica
"Vittorio Frosini" della rivista Il diritto dell'informazione e
dell'informatica; la collezione di strumenti di calcolo e di elaborazione
automatica dei dati, utilizzati presso l'Istituto di Teoria
dell'Interpretazione e di Informatica Giuridica dell'Università "La Sapienza"
di Roma. MediaMente: "Il progresso tecnologico e la nuova democrazia di
massa, su mediamente. rai. Net freedoms: i diritti di libertà in rete Dibattito
sul diritto dell'informazione e dell'informatica | RadioRadicale Cfr. F. in una lucida testimonianza su
Università, Normale e COLLEGIO MUSSOLINI, Cubeddu e Cavera. Cassese, F. e lo spirito della legge, Il Sole;
F., La democrazia, Macerata, Liberi libri,.
Fondazione Calamandrei, Russano, degli scritti, Milano, A. Giuffrè, F.,
su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. La
morfogenesi dell’ordinamento giuridico in F., L’IRCOCERVO, metodologia
giuridica, teoria generale del diritto e dottrina dello stato" Genesi
filosofica e struttura giuridica della Società dell'informazione, Napoli,
Edizioni Scientifiche Italiane, su edizioniesi. Il Gattopardo TEATRO STABILE,
ROMA Il Gattopardo - forse il film più popolare di Luchino Visconti, tratto
dal capolavoro letterario di Tomasi di Lampedusa - è ora anche uno spettacolo
teatrale. L'inedita trasposizione scenica si deve al regista Gianni Giaconia,
dal 1995 direttore artistico della sala di piazza Nerazzini, a un passo dalla
più nota piazza dei Navigatori. Suo infatti il proposito di compiere una
riduzione del romanzo da adattare alle scene. COMUNICATO STAMPA di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa riduzione teatrale di Vittorio
Frosini regia di Gianni Giaconia musiche di
Giannini scene di Luca Arcuri Il Gattopardo - forse il film
più popolare di Visconti, tratto dal capolavoro letterario di Tomasi di
Lampedusa si deve al regista Giaconia, direttore artistico della sala di piazza
Nerazzini, a un passo dalla più nota piazza dei Navigatori. Suo infatti il
proposito di compiere una riduzione del romanzo da adattare alle scene, sua la
scelta di approntare una singolare versione multimediale della celebre opera
servendosi del testo messo a punto da V., uscito in volume presso Bulzoni
editore, e di inserti cinematografici appositamente confezionati per l'occasione. Nei
centoventiminuti di questa originale edizione del Gattopardo riletto da
Giaconia gli inserimenti segneranno - non senza una certa attitudine
sperimentale e trasgressiva - alcuni passaggi della storia del principe Salina,
da Tomasi di Lampedusa mirabilmente ritratta nel doloroso passaggio, sulla scia
dell'impresa garibaldina, dalla Sicilia dei Borboni a quella dei Sabaudi, amaro
volgere di un mondo che si vede scosso e abbattuto da nuovi fremiti, dove però
resta valida la massima "se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che
tutto cambi". In scena, impegnati a sostenere le parti che
nella memoria di ognuno di noi hanno ancora i volti e i modi di Burt Lancaster,
Claudia Cardinale o Alain Delon (per limitarsi ai soli protagonisti
principali), sono circa trenta attori, tra cui Giorgio Berini, Sergio Silvestro
e EZimei, nei ruoli - rispettivamente - del principe, di suo nipote Tancredi e d’Angelica.
Siciliano di origine, Giaconìa si puo' considerare romano d'adozione. E'
infatti che risiede nella capitale, dove - con il nome d'arte di Monti - ha
iniziato la sua carriera d'attore proseguita tra palcoscenici e set per quasi
tre decenni ininterrotti. In teatro, è stato diretto tra gli altri da
Vasilicò, Fantoni, Sbragia, Vannucchi, Garrani e ha lavorato a fianco di
Giorgi, Tedeschi, Randone. Tra le sue interpretazioni e partecipazioni
cinematografiche e televisive, ricordiamo i film "Corre l'anno di grazia
1870" di Giannetti (con Mastroianni e Magnani) e "Ligabue" di
Salvatore Nocita (con Bucci, 1978), oltre a varie pellicole con Maurizio Merli
dirette da Marino Girolami (tra cui "Italia a mano armata" nel 1976),
e soprattutto a "Fontamara" di Carlo Lizzani (con Michele Placido)
dove Giaconia-Monti è Scarpone. Ha esperienza di doppiaggio e di regia
televisiva (per fiction trasmesse da televisioni locali siciliane). Dirige
il Teatro Stabile di Santa Francesca Romana, per il cui palcoscenico ha
già siglato, tra le altre, le regie di "Processo a Gesù" di
Fabbri, "Vita di Galileo" di Brecht, "La tempesta" di
Shakespeare, realizzando spettacoli multimediali. La trasposizione
in linguaggio scenico di un testo narrativo - scrive Vittorio Frosini autore
della riduzione teatrale de "Il Gattopardo" - obbliga ad esercitare
sul testo originario un rifacimento, che è quasi una operazione di chirurgia
estetica; anzi, si tratta di una metamorfosi da un linguaggio scritto in un
linguaggio parlato e gestito, da una continuità discorsiva ad una
serialità episodica. Nel procedere a questa manipolazione intellettuale
ho dovuto affrontare il problema di una scelta tematica dei motivi presenti
nell'opera romanzesca: ho dato perciò risalto ad alcuni di essi. Tale è il
confronto fra la coscienza del principe e l'idea della morte, che viene
anteposto agli altri momenti della vicenda; tale è il rapporto fra la
condizione storica dei personaggi e l'irruzione dell'impresa garibaldina. Si
tratta dunque di una libera sceneggiatura del romanzo, di una interpretazione
di esso, e cioè di una lettura partecipe. Vittorio Frosini è
professore emerito dell'università La Sapienza di Roma, dove ha insegnato
filosofia del diritto, sociologia giuridica e teoria dell'interpretazione. E'
stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura e Visiting
Professor nelle università di Tokyo e di Harvard, ed è accademico della
Real Academia di Spagna. E' autore di molti studi di carattere giuridico,
pubblicati anche in diverse lingue straniere, e di numerosi saggi di carattere
storico e letterario, dedicati in parte alla Sicilia; Teatro Stabile S.
Francesca Romana, Piazza Nerazzini, Roma Informazioni e
prenotazioni: Biglietti: intero -
ridotto Stagione del Teatro Stabile S. Francesca Romana: Il
Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa riduzione teatrale di Vittorio Frosini
regia di Gianni Giaconia Goffredo Tofani (produzione da definire)
Compagnia Associazione Agitati prima dell'Uso L'uomo, la bestia e la
virtù di Luigi Pirandello regia di G. Cirillo Goffredo Tofani
(produzione da definire) Compagnia I Bankarettisti Non ti pago di Eduardo
De Filippo regia di Gennaro Sommella Compagnia I Buattari 'O
scarfalietto di E. Scarpetta regia di Paolo Savini Compagnia
Corricorri Vin santo di Roberto Giacomozzi regia di Roberto Giacomozzi
Compagnia Associazione Agitati prima dell'Uso L'importanza di chiamarsi
Ernesto di Oscar Wilde regia di Gaetano Cicoira Compagnia
Associazione Agitati Prima dell'Uso (una commedia da definire di E. Scarpetta)
regia di Gaetano Cicoira STAMPA PERMANENT LINK TEATRO STABILE IN
ARCHIVIO WORDSTAR(S) Il Gattopardo
romanzo scritto da Tomasi di Lampedusa Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il film diretto da Luchino
Visconti, vedi Il Gattopardo (film). «Se non ci siamo anche noi, quelli ti
combinano la repubblica in quattro e quattr'otto. Se vogliamo che tutto rimanga
com'è, bisogna che tutto cambi» (Tancredi Falconeri, nipote di don
Fabrizio Corbera, Principe di Salina) Il Gattopardo Incipit Gattopardo.jpg
L'incipit manoscritto del Gattopardo AutoreGiuseppe Tomasi di Lampedusa 1ª ed. Originale
1958 Genere romanzo Sottogenere storico Lingua originale italiano Ambientazione
Sicilia, Risorgimento italiano Protagonisti Fabrizio Corbera Il Gattopardo è un
romanzo di Tomasi di Lampedusa che narra le trasformazioni avvenute nella vita
e nella società in Sicilia durante il Risorgimento, dal momento del trapasso
del regime borbonico alla transizione unitaria del Regno d'Italia, seguita alla
spedizione dei Mille di Garibaldi. Dopo i rifiuti delle principali case editrici
italiane (Mondadori, Einaudi, Longanesi), l'opera fu pubblicata postuma da
Feltrinelli nel 1958, un anno dopo la morte dell'autore, vincendo il Premio
Strega, e diventando uno dei best-seller del secondo dopoguerra; è considerato
uno tra i più grandi romanzi di tutta la letteratura italiana e mondiale.
Il romanzo fu adattato nell'omonimo film, diretto da Visconti e interpretato da
Lancaster, Cardinale e Delon. Tema e storia editoriale L'autore contempla da lungo tempo l'idea di
scrivere un romanzo storico basato sulle vicende della sua famiglia, gli
aristocratici Tomasi di Lampedusa, in particolare sul bisnonno, il principe
Giulio Fabrizio Tomasi, nell'opera il principe Fabrizio CORBERA Salina, vissuto
durante il Risorgimento, noto per aver realizzato un osservatorio astronomico
per le sue ricerche. Dopo che il Palazzo Lampedusa è gravemente lesionato dai
bombardamenti dalle forze Alleate durante la Seconda guerra mondiale e
saccheggiato, l'autore scivola in una lunga depressione. Stemma di
famiglia dei Tomasi. È scritto fino l'anno della morte dell'autore, un erudito
appassionato di letteratura, ma del tutto sconosciuto ai circuiti letterari
italiani. Il manoscritto venne inviato alle case editrici con una lettera di
accompagnamento scritta di pugno dal cugino di Tomasi, Piccolo. La spedizione
della prima copia (una versione ancora parziale) avvienne da Villa Piccolo,
indirizzata al conte Federico Federici della Mondadori. Piccolo stesso cerca di
avere notizie circa l'esito della lettura del manoscritto da parte di
Mondadori, inviando una lettera a Reale, per sincerarsi se la lettura avesse
sortito l'esito sperato. Tuttavia, gl’editori Mondadori ed Einaudi rifiutarono.
Infatti, il testo, pur privo di alcuni capitoli, è dato in lettura prima al
conte Federici per Mondadori, poi a Vittorini, allora consulente letterario per
Mondadori e curatore della collana I gettoni per l'Einaudi, il quale lo boccia
per entrambe le case editrici rimandandolo all'autore, e accompagnando il
rifiuto con una lettera di motivazione. L'opinione negativa di Vittorini, un
clamoroso errore di valutazione, è da lui ribadita anche successivamente,
quando il Gattopardo divenne un caso letterario internazionale.
L'avventurosa pubblicazione avviene solo dopo la morte dell'autore. L'ingegner GARGIA,
paziente della baronessa Alexandra Wolff Stomersee, la moglie psicoanalista di
Tomasi, si offre di consegnare una copia a una sua conoscente, Elena Croce. La
figlia di CROCE (si veda) lo segnala a Bassani, da poco divenuto direttore
della collana di narrativa I Contemporanei pella Feltrinelli, e che sollecita
gli amici letterati a segnalargli interessanti inediti. Bassani riceve dalla
Croce il manoscritto incompleto, ne comprese immediatamente l'enorme valore, e
vuola a Palermo per recuperare e ricomporre il testo nella sua interezza. Decide
subito di pubblicare il romanzo, che usce curato da Bassani. Quando riceve il
premio Strega, la tiratura aveva raggiunto in solo otto mesi le 250 000 copie,
divenendo il primo best seller italiano con oltre centomila copie vendute. La
forza e l'importanza che ha il romanzo è testimoniato anche dalla battuta che
Filippo nella commedia Sabato, Domenica e Lunedì fa dire a Memè, la zia colta
di casa Priore, la quale ammonendo i parenti troppo affaccendati nelle
questioni quotidiane esce di scena ammonendoli al grido di "Compratevi il
Gattopardo!". Il titolo del romanzo ha origine nello stemma di
famiglia dei principi di Lampedusa, rappresentato dal FELIS LEPTAILVRVS serval,
una belva felina diffusa nelle coste settentrionali dell'Africa, proprio di
fronte a Lampedusa. Nelle parole dell'autore l'animale ha un'accezione positiva.
Noi fummo i gattopardi, i leoni. Quelli che ci sostituiranno sono gli
sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore
continueremo a crederci il sale della terra. Tuttavia, proprio sull'onda del
successo planetario del romanzo, sarebbe invalso invece un significato
negativo, facendo dell'aggettivo "gattopardesco" l'emblema del trasformismo
delle classi dirigenti italiane. A ben vedere, è anche vero che è Tomasi stesso
con le sue fiere parole a legare la parola a un SIGNIFICATO AMBIGUO, quando
prevede un destino di rassegnazione e di solo illusorio orgoglio per
l'Italia. Dal romanzo venne tratta un'opera musicale di Musco, con
libretto di Squarzina. Trama Il racconto inizia con la recita del rosario
in una delle sontuose sale del Palazzo Salina, dove il principe Fabrizio, il
gattopardo, abita con la moglie Stella e i loro sette figli: è un signore
distinto e affascinante, raffinato cultore di studi astronomici ma anche di
pensieri più terreni e a carattere sensuale, nonché attento osservatore della
progressiva e inesorabile decadenza del proprio ceto; infatti, con lo sbarco in
Sicilia di Garibaldi e del suo esercito, va prendendo rapidamente piede un
nuovo ceto, quello borghese, che il principe, dall'alto del proprio rango,
guarda con malcelato disprezzo, in quanto prodotto deteriore dei nuovi tempi.
L'intraprendente e amatissimo nipote Tancredi Falconeri non esita a cavalcare
la nuova epoca in cerca del potere economico, combattendo tra le file dei
garibaldini (e poi in quelle dell'esercito regolare del Re di Sardegna),
cercando insieme di rassicurare il titubante zio sul fatto che il corso degli
eventi si volgerà alla fine a vantaggio della loro classe; è poi legato da un
sentimento, in realtà più intravisto che espresso compiutamente, per la
raffinata cugina Concetta, profondamente innamorata di lui. Il principe
trascorre con tutta la famiglia le vacanze nella residenza estiva di
Donnafugata; il nuovo sindaco del paese è don Calogero Sedara, un parvenu, ma
intelligente e ambizioso, che cerca subito di entrare nelle simpatie degli
aristocratici Salina, mercé la figlia Angelica, cui il passionale Tancredi non
tarderà a soccombere; non essendo una nobile, Angelica non avrà immediatamente
il consenso di don Fabrizio, ma grazie alla sua travolgente e incantevole
bellezza riesce a convincere casa Salina e a sposare Tancredi. Inoltre Calogero
Sedara, il padre di Angelica, fornisce alla figlia nel contratto matrimoniale
tutto quello che possiede. Arriva il momento di votare l'annessione della
Sicilia al Regno di Sardegna: a quanti, dubbiosi sul da farsi, gli chiedono un
parere sul voto, il principe risponde suo malgrado in maniera affermativa; alla
fine, il plebiscito per il sì sarà unanime. In seguito, giunge a palazzo Salina
un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, incaricato di
offrire al principe la carica di senatore del Regno, che egli rifiuta
garbatamente dichiarandosi un esponente del vecchio regime, ad esso legato da
vincoli di decenza. Il principe condurrà da ora in poi vita appartata fino al
giorno in cui verrà serenamente a mancare, circondato dalle cure dei familiari,
in una stanza d'albergo a Palermo dopo il viaggio di ritorno da Caserta, dove
si era recato per cure mediche. L'ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel
1910, racconta la vita di Carolina, Concetta e Caterina, le figlie superstiti
di don Fabrizio. Il significato dell'operaModifica L'autore compie
all'interno dell'opera un processo narrativo che è sia storico che attuale.
Parlando di eventi passati, Tomasi di Lampedusa parla di eventi del tempo
presente, ossia di uno spirito siciliano citato più volte come gattopardesco
("Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi")[7].
Nel dialogo con Chevalley di Monterzuolo, inviato dal governo sabaudo, il
principe di Salina spiega ampiamente il suo spirito della sicilianità; egli lo
spiega con un misto di cinica realtà e rassegnazione. Spiega che i cambiamenti
avvenuti nell'isola più volte nel corso della storia hanno adattato il popolo
siciliano ad altri "invasori", senza tuttavia modificare dentro
l'essenza e il carattere dei siciliani stessi. Così, il presunto miglioramento
apportato dal nuovo Regno d'Italia appare al principe di Salina come un
ennesimo mutamento senza contenuti, poiché ciò che non muta è l'orgoglio del
siciliano stesso. Il dialogo con Chevalley manoscritto Egli infatti
vuole esprimere l'incoerente adattamento al nuovo, ma nel contempo l'incapacità
vera di modificare sé stessi, e quindi l'orgoglio innato dei siciliani. In
questa chiave egli legge tutte le spinte contrarie all'innovazione, le forme di
resistenza mafiosa, la violenza dell'uomo, ma anche quella della natura. I
Siciliani non cambieranno mai poiché le dominazioni straniere, succedutesi nei
secoli, hanno bloccato la loro voglia di fare, generando solo oblio, inerzia,
annientamento (il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente
quello di "fare". il sonno è ciò che i Siciliani vogliono). GARIBALDI
(si veda) è stato uno strumento dei Savoia, nuovi dominatori (da quando il
vostro GARIBALDI (si veda) ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state
fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della
vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento ho i miei forti
dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio). Questi
avvenimenti si sono innestati su una natura ed un clima violenti, che hanno
portato ad una mancanza di vitalità e di iniziativa negli abitanti (... questo
paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'asprezza
dannata; [...] questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta
gradi; questa nostra estate lunga e tetra quanto l'inverno russo e contro la
quale si lotta con minor successo. Classificazione come romanzo storico La
vicenda descritta nel Gattopardo può a prima vista far pensare che si tratti di
un romanzo storico. Tomasi di Lampedusa ha certamente tenuto presente una
tradizione narrativa siciliana: la novella Libertà di Verga, I Viceré di
Roberto, I vecchi e i giovani di PIRANDELLO (si veda) ispirata al fallimento
risorgimentale, drammaticamente avvertito proprio in Sicilia, dove sono vive
speranze di un profondo rinnovamento. Ma mentre Roberto, che fra i tre citati
è, per questa tematica, il più significativo, indaga le motivazioni del
fallimento con una complessa rappresentazione delle opposte forze in gioco,
Tomasi di Lampedusa presenta la vicenda risorgimentale attraverso il MACHIAVELLISMO
della classe dirigente, che alla fine si mette al servizio dei GARIBALDINI e
dei piemontesi, convinta che sia il modo migliore perché tutto resti com'è.
Questa rappresentazione per la prospettiva da cui è descritta è parziale. Restano
fuori dal romanzo molti eventi significativi. Solo per fare un esempio, la
rivolta dei contadini di Bronte, che provoca 16 morti prima di essere stroncata
nel sangue da BIXIO (si veda) che fa condannare a morte 5 dei responsabili -- oggetto
invece della novella di Verga. Da questo punto di vista quindi le
mancanze de Il Gattopardo come romanzo storico del Risorgimento in Sicilia sono
evidenti. Osserva Alicata. Una cosa è cercare di comprendere come e perché si
afferma nel processo storico risorgimentale una determinata soluzione politica,
cioè la direzione di determinate forze politiche e sociali, un'altra cosa è
credere, o far finta di credere, che ciò sia stato una sorta di presa in giro
condotta dai furbi (dai potenti di ieri e di sempre) ai danni degli sciocchi --
coloro che si illudono che qualche cosa di nuovo possa accadere non solo sotto
il sole di Sicilia ma sotto il sole tout court. Pertanto è dubbio se il valore
de Il Gattopardovada ricercato al di fuori della prospettiva del romanzo
storico. La faccenda appare più complicata di come puo apparire ai primi
lettori dell'opera, se il principe stesso nega di aver voluto scrivere un
romanzo storico (semmai un testo intessuto di memoria e di memorie), nella
seconda edizione de Il romanzo storico, invece Lukács riconduce Il Gattopardo
al canone proprio del genere. Di recente Spinazzola, in un importante saggio,
Il romanzo antistorico, attribuisce alla triade formata da I Viceré di Roberto,
I vecchi e i giovani di PIRANDELLO (si veda), e il romanzo di Tomasi di
Lampedusa, la fondazione di un nuovo atteggiamento del romanzo rispetto alla
storia. Non più l'ottimismo di una concezione storicista e teleologica
dell'avvenire dell'uomo (ancora presente in Italia nelle grandi cattedrali di MANZONI
(si veda) e NIEVO (si veda)), ma la dolorosa consapevolezza che la storia degli
uomini non procede verso il compimento delle magnifiche sorti e progressive, e
che la macchina del mondo non è votata a provvedere alla felicità dell'uomo. Il
romanzo anti-storico è il deposito di questa concezione non trionfalistica
della storia, nei tre testi citati il corso della storia genera nuovi torti e
nuovi dolori, invece di lenire i vecchi. Malgrado la posizione nuova di
Spinazzola, che rilegge in modo intelligente la questione, il problema resta
aperto, e la critica non ha ancora trovato una soluzione condivisa su questo
tema. È un romanzo uscito dalla tradizione narrativa, della quale si
avverte almeno la presenza di Stendhal. Ma nel senso della solitudine e della
morte che pervade il protagonista si rivela anche l'influenza determinante
dell'esperienza decadente. Un altro elemento di differenza con altri romanzi
storici è il suo essere una trasposizione in un racconto di fantasia di vicende
familiari che in parte sono realmente avvenute e sono state tramandate
attraverso la bocca dei parenti di Tomasi di Lampedusa. A differenza di romanzi
storici come ad esempio I promessi sposi, nel quale nessun dettaglio storico
era specificato che non fosse già presente nelle fonti scritte consultate da MANZONI
(si veda), Il Gattopardo rappresenta esso stesso una testimonianza storica
(seppur offuscata dal tempo e dalla tradizione orale) di come una parte della
nobiltà vive quel determinato periodo di transizione. Sterilità e morte
Il modulo narrativo si discosta molto dai canoni del romanzo storico. Il
romanzo è suddiviso in blocchi, con una sequenza di episodi che, pur facendo
capo ad un personaggio principale, sono dotati ciascuno di una propria
autonomia. Inoltre, il fallimento risorgimentale descritto non è un esempio di
uno scarto tra speranze e realtà nella storia degli uomini, ma sembra quello di
una norma costante delle vicende umane, destinate inesorabilmente al
fallimento: gli uomini, anche re Ferdinando o GARIBALDI (si veda), possono solo
illudersi di influire sul torrente delle sorti che invece fluisce per conto
suo, in un'altra vallata. La negazione della storia e la sterilità
dell'agire umano sono alcuni dei motivi più ricorrenti e significativi del Gattopardo.
In questa prospettiva di remota lontananza dalla fiducia nelle magnifiche sorti
e progressive, il Risorgimento può ben diventare una rumorosa e romantica
commedia e Marx un ebreuccio tedesco, di cui al protagonista sfugge il nome, e
la Sicilia, più che una realtà che storicamente si è fatta attraverso secoli di
storia, resta una categoria astratta, un'immutabile ed eterna metafisica
sicilianità. Nella descrizione del fallimento risorgimentale, secondo alcuni,
si può intravedere un'altra riconferma della legge e degli uomini: il
fallimento esistenziale che, negli anni in cui scrive, Tomasi di Lampedusa puo
constatare. Correlato a questo è il tema del fluire del tempo, della
decadenza e della morte (che richiamano Proust e Mann) esemplificato nella
morte di una classe, quella nobiliare dei Gattopardi – dei leopardi -- che sarà
sostituita dalla scaltra borghesia senza scrupoli dei scialle ed iene, dei
Sedara, ma che permea di sé tutta l'opera: la descrizione del ballo, il
capitolo della morte di don Fabrizio (secondo alcuni critici il punto più alto
del romanzo), la polvere del tempo che si accumula sulle sue tre figlie e sulle
loro cose. Si può dire che fra la tradizione del romanzo storico, siciliana ed
europea, di fine Ottocento e Il Gattopardo è passato il decadentismo con le sue
stanchezze, le sue sfiducie, la sua contemplazione della morte. L’opera di
Tomasi di Lampedusa inoltre cade in un momento di ripiegamento dei recenti
ideali della società italiana e di quella letteratura che si è sforzata di dare
voce artistica a quegli ideali. Il manoscritto Le fotocopie dei manoscritti
originali si trovano presso il Museo del Gattopardo a Santa Margherita di
Belice (AG), mentre gli originali sono custoditi dall'erede Gioacchino Lanza
Tomasi presso il Palazzo Lanza Tomasi a Palermo, ultima dimora dello
scrittore. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su premiostrega.it. Samonà Gioacchino
Lanza Tomasi, «Le avventure del Gattopardo», ilsole24ore.com Gilmour, L'ultimo
gattopardo. Vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, Milano;
Bragaglia Cristina, Il Piacere del Racconto, La Nuova Italia, 1993. ^ Tullio De
Mauro, «Gattopardo non gattopardesco», 2ilsole24ore GATTOPARDISMO in
Vocabolario – Treccani Giudice, Bruni,
Problemi e scrittori della letteratura italiana, d. Paravia, Torino. Edizioni Il Gattopardo, Prefazione e cura di Bassani,
Collana Biblioteca di Letteratura, Milano, Feltrinelli Editore, Il Gattopardo,
Collana Universale Economica n.416, Milano, Feltrinelli. Il Gattopardo,
antologia a cura di Riccardo Marchese, Collana Primo scaffale n.16, Firenze, La
Nuova Italia. Il Gattopardo e i Racconti, Edizione conforme al manoscritto del
1957, Collana Gli Astri, Milano, Feltrinelli, dicembre 1969. Il Gattopardo,
Nota introduttiva di Maria Bellonci, Milano, Club degli Editori, Il Gattopardo,
Collana I Narratori, Milano, Feltrinelli, novembre 1974. Il Gattopardo, a cura
di Barbieri, Collana Narrativa scuola, Torino, Loescher Editore, 1979. Il
Gattopardo, Nuova edizione riveduta con testi d'Autore in Appendice, a cura di
Gioacchino Lanza Tomasi, Collana Le Comete, Milano, Feltrinelli, giCollana
Universale Economica, Feltrinelli, CVI ed.; Collana Grandi Letture,
Feltrinelli, Il Gattopardo, Prefazione di Gioacchino Lanza Tomasi, Collezione
Premio Strega, Torino, UTET - Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Il
Gattopardo letto da Toni Servillo, edizione integrale in audiolibro, Emons; Anile,
Maria Gabriella Giannice, Operazione Gattopardo: come Visconti trasformò un
romanzo di "destra" in un successo di "sinistra", Genova,
Le Mani, Bertolucci, Il principe dimenticato, Sarzana, Carpena, 1979. G.
Bottino, Saggio su "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
Genova, 1973. M. Castiello, Il Gattopardo, Milano, 2004. Arnaldo Di Benedetto,
Tomasi di Lampedusa e la letteratura, in Poesia e critica del Novecento,
Napoli, Liguori, 1999. Margareta Dumitrescu, Sulla parte VI del Gattopardo. La
fortuna di Lampedusa in Romania, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2001. G.
Lanza Tomasi, I luoghi del Gattopardo, 2001. G. Masi, Come leggere Il
Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1996. S.S. Nigro, Il Principe
fulvo, Palermo, Sellerio editore, 2012. F. Orlando, L'intimità e la storia.
Lettura delGattopardo, Torino, Einaudi, 1998. Alberto Samonà, Giuseppe Tomasi
di Lampedusa a Villa Piccolo: la dimora dell’immenso parla una lingua antica,
in Maria Antonietta Ferraloro, Dora Marchese, Fulvia Toscano (a cura di),
Itinerari Siciliani - Topografie dell’anima sulle tracce di Tomasi di
Lampedusa, Roma, Historica edizioni, Samonà, "Il Gattopardo", i
"Racconti", Lampedusa, Firenze, Vitello, I Gattopardi di Donnafugata,
Palermo, Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa: il Gattopardo segreto, 2008.
Luca Alvino, Il paradigma del rosario nel Gattopardo, su Nuovi Argomenti, 2021.
Voci correlateModifica La Sicilia del Gattopardo Il Gattopardo, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Edizioni e traduzioni di Il
Gattopardo, su Open Library, Internet Archive. Il Gattopardo, su Goodreads.
Modifica su Wikidata Riduzione radiofonica de "Il Gattopardo" (dal
programma Ad alta voce di Rai Radio 3) Audiolettura del dialogo tra Don
Fabrizio e Chevalley, su elapsus.it. Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Opera su
Italialibri.net, su italialibri.net. Audiolibro letto da Pietro Biondi Portale
Letteratura Portale Risorgimento Ultima modifica 6 giorni fa di Marcel
Bergeret PAGINE CORRELATE Il Gattopardo (film) film diretto da Visconti
Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrittore italianoIl Gattopardo (film) film
diretto da Visconti Lingua Segui Modifica Il Gattopardo Fotogramma ballo Il
Gattopardo.png Cardinale eLancaster nella celebre scena simbolo del ballo
finale Paese di produzione Italia, Francia Durata187 min 205 min ca. (versione
estesa) Rapporto2,21:1 (stampa 70 mm) 2,35:1 (stampa 35 mm) 2,25:1 (negativo)
Generestorico, drammatico Regia Visconti Soggetto Giuseppe Tomasi di Lampedusa (romanzo)
Sceneggiatura Suso Cecchi D'Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli,
Massimo Franciosa, Luchino Visconti ProduttoreGoffredo Lombardo Produttore
esecutivoPietro Notarianni Casa di produzioneTitanus, S.N. Pathé Cinéma, S.G.C.
Distribuzionein italianoTitanus Fotografia Giuseppe Rotunno Montaggio Mario
Serandrei MusicheNino Rota ScenografiaMario Garbuglia CostumiPiero Tosi,
Reanda, Sartoria Safas Interpreti e personaggi Burt Lancaster: don Fabrizio
Corbera, principe di Salina Delon: Tancredi Falconeri Claudia Cardinale:
Angelica Sedara/Donna Bastiana Paolo Stoppa: don Calogero Sedara Rina Morelli:
principessa Maria Stella di Salina Lucilla Morlacchi: Concetta Romolo Valli:
padre Pirrone Terence Hill: conte Cavriaghi Pierre Clémenti: Francesco Paolo di
Salina Serge Reggiani: don Ciccio Tumeo Maurizio Merli: Fulco, un amico di
Tancredi Giuliano Gemma: generale di Garibaldi Ida Galli: Carolina Ottavia
Piccolo: Caterina Carlo Valenzano: Paolo Brook Fuller: principe Ivo Garrani:
colonnello Pallavicino Anna Maria Bottini: Mademoiselle Dombreuil, governante
Lola Braccini: donna Margherita Marino Masè: tutore Howard Nelson Rubien: don
Diego Tina Lattanzi: cuoca Ernesto Almirante: generale Marcella Rovena:
contadina Rina De Liguoro: principessa di Presicce Valerio Ruggeri: colonnello
Giovanni Melisenda: don Onofrio Rotolo Vittorio Duse: colonnello Vanni
Materassi: sergente Olimpia Cavalli: Mariannina Winni Riva: cameriera Stelvio
Rosi: sergente Leslie French: cavaliere Chevalley Gino Santercole: uomo di
Donnafugata Lou Castel: generale Michela Roc: contadina Pino Caruso: giovane
patriota Tuccio Musumeci: giovane patriota Doppiatori originali Corrado Gaipa:
don Fabrizio Corbera Solvejg D'Assunta: Angelica Sedara/Donna Bastiana Carlo
Sabatini: Tancredi di Falconeri Franco Fabrizi: conte Cavriaghi Lando Buzzanca:
don Ciccio Tumeo Pino Colizzi: Francesco Paolo di Salina Gianni Bonagura:
generale di Garibaldi Isa Bellini: Mademoiselle Dombreuil, governante Ferruccio
De Ceresa: cavaliere Chevalley Il Gattopardo è un film diretto da Visconti.
Il soggetto è tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e la
figura del protagonista del film, il Gattopardo, si ispira a quella del
bisnonno dell'autore del libro, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di
Lampedusa, che fu un importante astronomo e che nella finzione letteraria
diventa il Principe Fabrizio di Salina, e della sua famiglia in Sicilia (a
Palermo e provincia e precisamente a Ciminna e nel feudo agrigentino di
Donnafugata, ossia Ciminna Palma di Montechiaro e Santa Margherita di Belice in
provincia di Agrigento). Il film ha vinto Palma d'oro come miglior film
al 16º Festival di Cannes. Trama Nel maggio 1860, dopo lo sbarco a Marsala di GARIBALDI
(si veda) in Sicilia, Don Fabrizio CORBERA assiste con distacco e con
malinconia alla fine dell'aristocrazia. La classe dei nobili capisce che ormai
è prossima la fine della loro superiorità. Infatti gl’amministratori e i
latifondisti della nuova classe sociale in ascesa approfittano della nuova
situazione politica. Don Fabrizio di Salina in una scena del film.
Don Fabrizio, appartenente a una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato
dal nipote prediletto Tancredi che, pur combattendo nelle file garibaldine,
cerca di far volgere gl’eventi a proprio vantaggio e cita la famosa frase. Se
vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Specchio della
realtà siciliana, questa frase simboleggia la capacità di adattamento che i
siciliani, sottoposti nel corso della storia all'amministrazione di molti
governanti stranieri, hanno dovuto per forza sviluppare. E anche la risposta di
Don Fabrizio è emblematica: E dopo sarà diverso, ma peggiore. Quando, come
tutti gli anni, il principe con tutta la famiglia si reca nella residenza
estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Sedara, un borghese
di umili origini, rozzo e poco istruito, che si è arricchito e ha fatto
carriera in campo politico. Tancredi, che in precedenza manifesta qualche
simpatia per Concetta, la figlia maggiore del principe, s'innamora di ANGELICA,
figlia di Sedara, che infine sposa, sicuramente attratto dal suo notevole
patrimonio. Episodio significativo è l'arrivo a Donnafugata di un
funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don
Fabrizio la nomina a SENATORE del nuovo Regno d'Italia. Il principe però
rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo siciliano, citando come
risposta al cavaliere la frase. In Sicilia non importa far male o bene. Il
peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di
fare. Il connubio tra la nuova borghesia e la declinante aristocrazia è un
cambiamento ormai inconfutabile: Don Fabrizio ne avrà la conferma durante un
grandioso ballo, al termine del quale inizierà a meditare sul significato dei
nuovi eventi e a fare un sofferto bilancio della sua vita. Produzione Modifica
Difficoltà produttive Il produttore Lombardo, patron della Titanus, acquistò i
diritti del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quando Il Gattopardo sta
riscuotendo un grande successo editoriale. La regia venne affidata inizialmente
a Soldati e poi a Giannini, che però vennero entrambi licenziati da Lombardo
per divergenze sulla realizzazione della pellicola e sostituiti con Visconti.
Giannini scrive addirittura una bozza di sceneggiatura che approfonde le
vicende risorgimentali, allontanandosi però dal romanzo di Tomasi di Lampedusa
e mettendo in secondo piano la STORIA D’AMORE tra Tancredi e Angelica. Per
queste ragioni, Lombardo, con la mediazione di Visconti, incarica Amico,
Campanile, Medioli e Franciosa di scrivere una nuova sceneggiatura,
accantonando quella di Giannini, che rimane molto offeso dal comportamento del
produttore e per questo si ritira per sempre dal mondo del cinema. Al
cinema Barberini di Roma, il film usce in anteprima dopo una lavorazione che
aveva richiesto quindici intensi mesi, iniziata alla fine del dicembre 1961,
mentre il primo ciak ebbe luogo lunedì 14 maggio 1962. Nell'autunno precedente,
il regista, insieme allo scenografo Mario Garbuglia e al figlio adottivo di Giuseppe,
Gioacchino Lanza Tomasi, aveva effettuato un sopralluogo in Sicilia, che non
era certo valso a dissipare le preoccupazioni del produttore Goffredo Lombardo.
Lo stesso Lombardo raccontò in un'intervista che, recatosi sui set per
raccomandare a Visconti di contenere i costi che crescevano sempre di più,
ricevette questa risposta dal regista: "Lombardo, io questo film lo posso
fare solo così. Se lei vuole, mi può sostituire". L'investimento
richiesto da questo colossal italiano si rivelò infatti presto superiore a
quanto previsto dalla Titanus allorché ne aveva acquistato i diritti
cinematografici. Dopo un mancato accordo di co-produzione con la Francia, la
scrittura di Burt Lancaster nel ruolo di protagonista, nonostante le iniziali
perplessità di Luchino Visconti (che avrebbe preferito che a vestire i panni di
Don Fabrizio fosse Laurence Olivier o l'attore sovietico Nikolaj Čerkasov), e
forse dello stesso attore,[5] permise un accordo distributivo per gli Stati
Uniti d'America con la 20th Century Fox. Ciononostante, le perdite subite
dal film Sodoma e Gomorra e da questo film, costato quasi tre miliardi di lire,
causarono la sospensione dell'attività della Titanus come produttrice
cinematografica. Riprese Per quanto, come si è detto, la narrazione
oggettiva degli eventi sia oscurata e marginalizzata nel film dallo sguardo
soggettivo del protagonista-regista, un grande impegno fu posto nella
ricostruzione degli scontri tra garibaldini ed esercito borbonico. A Palermo
nei vari set prescelti (piazza San Giovanni Decollato, piazza della Vittoria
allo Spasimo, piazza Sant'Euno, piazza della Marina) "l'asfalto fu
ricoperto di terra battuta, le saracinesche sostituite da persiane e tende,
pali e fili della luce eliminati".Tutto questo per iniziativa di Visconti,
poiché il produttore Lombardo si era raccomandato che non vi fossero scene di
combattimento. Villa Boscogrande Si rese inoltre necessario il
restauro, avvenuto in 24 giorni, della villa Boscogrande, nei pressi della
città, che sostituì, per le scene iniziali del film, il palazzo dei Salina, le
cui condizioni ne sconsigliavano l'utilizzo. Anche per le scene girate
nella residenza estiva dei Salina, Castello di Donnafugata, che nel romanzo
sostituiva Palma di Montechiaro, si scelse un sito alternativo, Ciminna.
"Visconti s'infatuò per la Chiesa Madre e il paesaggio circostante.
L'edificio a tre navate presentava uno splendido pavimento in maiolica.
L'abside decorata con stucchi rappresentanti apostoli e angeli di Scipione Li
Volsi era inoltre provvista di scranni lignei del 1619 intagliati con motivi
grotteschi, particolarmente adatti ad accogliere i principi nella scena del Te
Deum. Il soffitto originale della chiesa, in parte danneggiato durante le
riprese è stato poi rimosso e oggi non è più in sito. Inoltre la
situazione topografica della piazzetta di Ciminna sembrava ottimale, mancava
solo il palazzo del principe. Ma in 45 giorni la facciata disegnata da
Marvuglia fu innalzata davanti agli edifici a fianco della chiesa. L'intera
pavimentazione della piazza fu rifatta eliminando l'asfalto e rimpiazzandolo
con ciottoli e lastre". Gran parte delle riprese ambientate all'interno
della residenza furono girate a Palazzo Chigidi Ariccia. Infine, varie scene
sono state girate internamente ad alcune sale del palazzo Manganelli a
Catania. Gli interni di Palazzo Valguarnera-Gangi Il balloModifica
Ottimo era invece lo stato di manutenzione di palazzo Valguarnera-Gangi, a
Palermo, in cui fu ambientato il ballo finale, la cui coreografia venne
affidata ad Alberto Testa. In questo caso, il problema da affrontare era
l'arredamento degli ampi spazi interni. Contribuirono generosamente all'opera
gli Hercolani e lo stesso Gioacchino Lanza Tomasi con mobili, arazzi,
suppellettili. Alcuni quadri (la stessa Morte del giusto) e altre opere
artigianali furono commissionate dalla produzione. Il risultato finale valse
uno scontato Nastro d'argento alla migliore scenografia. Un altro Nastro
d'argento andò alla fotografia a colori di Rotunno (che lo aveva vinto anche
l'anno precedente con Cronaca familiare). Degna di note, in particolare,
l'illuminazione dei locali cui, per volontà del regista che voleva ridurre al
minimo l'uso delle luci elettriche, contribuivano migliaia di candele, che
costituirono un ulteriore problema logistico, poiché dovevano essere riaccese
all'inizio di ogni sessione di riprese e frequentemente sostituite; inoltre non
di rado la cera fusa colava addosso alle persone presenti in scena. La
preparazione del set, la necessità di vestire centinaia di comparse richiesero
per queste scene turni estenuanti. La scena del ballo (oltre 44 minuti) a
Palazzo Gangi-Valguarnera è diventata famosa per la sua durata e
opulenza. Distribuzione Modifica Ulteriori informazioni Questa voce o
sezione ha problemi di struttura e di organizzazione delle informazioni.
Accoglienza Il film registra un ottimo successo al botteghino in Italia,
risultando campione d'incassi assoluto nella stagione con un ricavato di
2.323.000.000 di lire dell'epoca; detiene a oggi il nono posto nella classifica
dei film italiani più visti di sempre con 12 850 375 spettatori paganti. Tuttavia
il mancato successo negli Stati Uniti non permise alla pellicola di rientrare
nelle ingenti spese di produzione, decretando il fallimento finanziario della
Titanus. Al momento della sua uscita nelle sale, la maggior parte della
critica americana stroncò il film, complice soprattutto uno sciagurato
montaggio che venne realizzato senza il consenso del regista, con un taglio di
quasi mezz'ora di pellicola dall'edizione definitiva. Lo stesso Lancaster
s'impegnò, con scarso esito, nel montaggio della versione americana,
illudendosi di poter salvare quello che considerava, a ragione, un capolavoro. Il
film è osteggiato anche dal Partito Comunista Italiano (al quale era legato
Visconti) che non vede di buon occhio il romanzo di Lampedusa, ritenuto
espressione di un'ideologia reazionaria e politicamente conservatore. Per
questo motivo il regista monta una versione alternativa per la critica
cinematografica della sinistra di area comunista, che include alcune scene del
tutto estranee al romanzo originale ma molto conformi alla sua salda fede
marxista, come conflitti di classe e fermenti di rivolta contadina, poi
tagliate nella versione definitiva presentata al Festival di Cannes. Questo non
basta a risparmiare le critiche di alcuni intellettuali di sinistra che
bollarono il film di anti-storicismo. Con il passare degli anni, il film è
stato rivalutato in maniera positiva dalla critica di tutto il mondo. Sul sito
aggregatore Rotten Tomatoes registra il 98% delle recensioni professionali
positive, con un consenso che recita, "sontuoso e malinconico, Il
gattopardopresenta battaglie epiche, ricchi costumi e un valzer da ballo che si
candida per la più bella sequenza trasposta in cinema". Su Metacritic ha
invece un punteggio di 100 basato su 12 recensioni. Scorsese lo ha inserito
nella lista dei suoi dodici film preferiti di tutti i tempi. Il film è stato
inoltre selezionato tra i 100 film italiani da salvare. Riconoscimenti Festival
di Cannes 1963 Palma d'oro a Visconti David di Donatello 1963 Miglior
produttore a Goffredo Lombardo Premio Feltrinelli 1963 Premio per le arti -
Regia cinematografica National Board of Review Awards Migliori film stranieri
Golden Globe Candidato per il Miglior attore debuttante ad Alain Delon Premi
Oscar Candidato per i Migliori costumi a Piero Tosi Nastri d'argento 1964 Migliore
fotografia a coloria Giuseppe Rotunno Migliore scenografia a Mario Garbuglia
Migliori costumi a Piero Tosi Candidato Regista del miglior film a Luchino
Visconti Candidato Migliore sceneggiatura a Suso Cecchi D'Amico, Luchino
Visconti, Massimo Franciosa, Pasquale Festa Campanile ed Enrico Medioli
Candidato per la Migliore attrice non protagonistaa Rina Morelli Candidato per
il Migliore attore non protagonistaa Romolo Valli CommentoModifica Il
Gattopardo rappresenta nel percorso artistico di Luchino Visconti un cruciale
momento di svolta in cui l'impegno nel dibattito politico-sociale del militante
comunista si attenua in un ripiegamento nostalgico dell'aristocratico milanese,
in una ricerca del mondo perduto, che caratterizzerà i successivi film di ambientazione
storica. Palazzo Filangeri di Cutò, a Santa Margherita di Belìce
dimora estiva di Giuseppe Tomasi di Lampedusa descritta, col suo giardino, nel
romanzo. Il regista stesso, a proposito del film, indicò come propria
aspirazione il raggiungimento di una sintesi tra il Mastro-don Gesualdo di
Giovanni Verga e la Recherche di Marcel Proust. Sotto il profilo della critica,
è stato notato che «Visconti traduce le pagine di Lampedusa in termini
puramente cinematografici, sia a livello drammaturgico (larghe ellissi,
sintesi, analogie temporali e tre flashback dedicati al principe), sia come regia:
l’uso del tempo antinaturalistico, la pausa, il silenzio, la reiterazione,
l’alternarsi di totali e scene più raccolte, di protagonisti e comprimari, la
funzione narrativa del paesaggio, la disposizione dei corpi e degli oggetti, la
scenografia. La rivoluzione mancata Il principe di Salina Fabrizio
Corbera interpretato da Burt Lancaster. La pubblicazione del romanzo di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva aperto all'interno della sinistra italiana
un dibattito sul Risorgimento come rivoluzione senza rivoluzione, a partire
dalla definizione utilizzata da GRAMSCI (si veda) nei suoi Quaderni del
carcere. A chi accusa il romanzo di aver vituperato il Risorgimento si oppone
un gruppo d’intellettuali che ne apprezza la lucidità nell'analizzarne la
natura di contratto, all'insegna dell'immobilismo, tra vecchia aristocrazia ed
emergente classe borghese. Visconti, che affronta la questione risorgimentale
in Senso e che era stato profondamente colpito dalla lettura del romanzo, non
esita ad accettare la possibilità di intervenire nel dibattito offertagli da
Lombardo, che si era assicurato, per la Titanus, i diritti cinematografici del romanzo.
Nel film, la narrazione di questi eventi è affidata allo sguardo soggettivo di
CORBERA, Principe di Salina, sulla cui persona vengono raccordati "come in
un inedito allineamento planetario, i tre sguardi sul mondo in trapasso: del
personaggio, dell'opera letteraria, del testo filmico che la visualizza. Lo
sguardo di Visconti viene a coincidere con quello di Lancaster, per il quale
questa esperienza di doppio del regista varrà una profonda trasformazione
interiore, anche sul piano personale. È qui che si può cogliere la cesura
rispetto alla precedente produzione del regista: gli inizi di un periodo in cui
nella sua opera nessuna forza positiva della storia...si profila come
alternativa all'epos della decadenza cantato con struggente nostalgia. È
determinante nell'esprimere questo passaggio, il ballo finale, cui Visconti
assegna, rispetto al romanzo, un ruolo più importante sia per la durata -- da
solo occupa circa un terzo del film -- sia per la collocazione (ponendolo come
evento conclusivo, mentre il romanzo si spingeva ben oltre, sino a comprendere
la morte del principe e gli ultimi anni di Concetta dopo la svolta del secolo.
In queste scene tutto parla di morte. La morte fisica, in particolare nel lungo
e assorto indugiare del principe dinanzi al dipinto La morte del giusto di
Greuze. Ma soprattutto la morte di una classe sociale, di un mondo di LEONI E
GATTOPARDI, sostituiti da SCIACALLI EDIENE. I sontuosi ambienti, vestigia di un
glorioso passato, in cui ha luogo il ricevimento, assistono impotenti
all'irruzione e alla conquista di una folla di personaggi mediocri, avidi,
meschini. Così il vanesio e millantatore colonnello Pallavicini (Ivo Garrani).
Così lo scaltro don Calogero Sedara (Stoppa), rappresentante di una nuova
borghesia affaristica, abile nello sfruttare a proprio vantaggio l'incertezza
dei tempi, e con cui la famiglia del principe si è dovuta imparentare per
portare una nuova linfa economica nelle sue esauste casse. Ma è
soprattutto nel nuovo cinismo e nella spregiudicatezza dell'adorato nipote
Tancredi, che dopo aver combattuto coi garibaldini non esita, dopo Aspromonte,
a schierarsi coi nuovi vincitori e ad approvare la fucilazione dei disertori,
che il principe assiste alla fine degli ideali morali ed estetici del suo
mondo. Awards, su festival-cannes.fr. Il Gattopardo di Giannini che non vide
mai la luce, in la Repubblica, Il cinema coraggioso dell'ultimo Gattopardo, su
osservatoreromano. Boschi, La valigia dei sogni, LA7, Caterina D'Amico, La
bottega de "Il Gattopardo", Marsilio.Edizioni di Bianco e Nero,
Ancora a distanza di anni, Lombardo attribuisce la crisi al costo eccessivo di
due film i quali, nonostante il successo di pubblico, non sono riusciti a
coprire il costo di produzione: Sodoma e Gomorra di Aldrich e Il Gattopardo di Visconti".
Callisto Cosulich, L'"operazione Titanus", in "Storia del cinema
italiano", Marsilio, Edizioni di Bianco e Nero, Caterina D'Amico, op.cit.
^ All'epoca il premio veniva aggiudicato separatamente per la fotografia a colori
e quella in bianco/nero ^ "...i costumi approntati (oltre agli otto per
gli attori principali) furono 393: gli abiti femminili erano tutti diversi tra
di loro e per almeno cento di questi si prevedevano cappotti e sorties
varie". Ibid. ^ "La vestizione iniziava alle due del pomeriggio, alle
otto di sera cominciavano le riprese, che duravano fino alle quattro del
mattino, talora alle sei". Ibid ^ Stagione 1962-63: i 100 film di maggior
incasso, su hitparadeitalia.it. I 50 film più visti al cinema in Italia dal
1950 ad oggi, su movieplayer.it Quando gli Usa bocciarono 'Il Gattopardo' di
Visconti, in la Repubblica, Tony Thomas, Burt Lancaster, Milano Libri E il Pci
cercò di levare gli artigli al «Gattopardo», in il Giornale, Torna in sala «Il
Gattopardo» con i 12 minuti mai visti tra rivolte e conflitti di classe, in
Corriere della Sera, Visconti e il Pci quel tira e molla sul Gattopardo, in La
Stampa, Il Gattopardo, su Rotten Tomatoes, Fandango Media,Il Gattopardo, su
Metacritic, Red Ventures. Scorsese’s 12 favorite films, su miramax. Rete degli
Spettatori ^ Luchino Visconti, Il Gattopardo, Bologna 1963, p.29 ^ Piero Spila,
Quell'Ossessione che piacque anche a Togliatti, in "Bianco e
nero" Antonello Trombadori (a cura
di), Dialogo con Visconti, Cappelli, Bologna, Giusti, La transizione di
Visconti, Marsilio, Edizioni di Bianco e Nero, Gosetti, Il Gattopardo, Milano,
Luciano De Giusti, op.cit. ^ Così nel film, il principe di Salina a Chevalley
Bencivenni, Luchino Visconti, Ed. L'Unità/Il Castoro, Milano, Antonio La Torre
Giordano, Luci sulla città - Palermo nel cinema dalle origini ASCinema -
Archivio Siciliano del Cinema, prologo di Goffredo Fofi, prefazione di Nino
Genovese, Caltanissetta, Edizioni Lussografica,
Suso Cecchi D'Amico, Renzo Renzi, Il Gattopardo di Visconti, collana Dal
soggetto al film, Cappelli editore, Bologna (Alberto Anile, Maria Gabriella
Giannice, Operazione Gattopardo: come Visconti trasformò un romanzo di
"destra" in un successo di "sinistra", Le Mani editore,
Genova. Il Gattopardo, su CineDataBase, Rivista del cinematografo. Modifica su
Wikidata Il Gattopardo, su MYmovies.it, Mo-Net Srl. Modifica su Wikidata Il
Gattopardo, su ANICA, Archivio del cinema italiano Il Gattopardo, su Internet
Movie Database, IMDb.com. Il Gattopardo, su AllMovie, All Media Network Il
Gattopardo, su Rotten Tomatoes, Flixster Inc. Il Gattopardo, su FilmAffinity.
Il Gattopardo, su Metacritic, Red Ventures. Il Gattopardo, su TV.com, Red
Ventures Il Gattopardo, su AFI Catalog of Feature Films, American Film
Institute. Portale Cinema Portale Risorgimento Tancredi Falconeri
Il Gattopardo romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa Principe
Fabrizio SalinaGiuseppe Tomasi di Lampedusa scrittore italiano Lingua Segui
Giuseppe Tomasi di Lampedusa Tomasi di Lampedusa.jpg Giuseppe Tomasi di
Lampedusa in una fotografia d'epoca Principe di Lampedusa Stemma In carica Altri
titoli Duca di Palma Barone della Torretta Barone di Montechiaro Grande di
Spagna Nascita Palermo, Morte Roma SepolturaCimitero dei Cappuccini, Palermo
DinastiaTomasi di Lampedusa Padre Giulio Maria Tomasi Madre Beatrice
Mastrogiovanni Tasca di Cutò Consorte Alexandra, baronessa von Wolff-Stomersee
Religione Cattolicesimo. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che
tutto cambi. -- Tancredi Falconeri, nipote materno di Don Fabrizio CORBERA,
Principe di Salina, Duca di Querceta, Marchese di Donnafugata, ne "Il
Gattopardo") Premio Strega Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo –
Roma) è stato un nobile e scrittore italiano. Letterato di complessa
personalità e autore del noto romanzo Il Gattopardo, è un personaggio taciturno
e solitario e trascorse gran parte del suo tempo nella lettura. Ricordando la
propria infanzia scrisse: ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva
di più stare con le cose che con le persone. BiografiaModifica InfanziaModifica
Don Giuseppe Tomasi, 11º principe di Lampedusa, 12º duca di Palma, barone di
Montechiaro, barone della Torretta, Grande di Spagna di prima Classe (titoli
acquisiti alla morte del padre), nacque a Palermo, figlio di Giulio Maria
Tomasi e di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò. Rimase figlio unico dopo la
morte della sorella maggiore Stefania, avvenuta a causa di una difterite. Fu
molto legato alla madre, donna dalla forte personalità, che ebbe grande
influenza sul futuro scrittore. Non lo stesso avvenne col padre, un uomo
dal carattere freddo e distaccato. Da bambino studiò nella sua grande casa a
Palermo con l'ausilio di una maestra privata, della madre (che gli insegnò il
francese) e della nonna, che gli leggeva i romanzi di Emilio Salgari. Nel
piccolo teatro della residenza di Santa Margherita Belice, ereditata dai Cutò e
molto amata da sua madre, dove passava lunghi periodi di vacanza, talora anche
in inverno, assistette per la prima volta a una rappresentazione dell'Amleto,
recitato da una compagnia di girovaghi. Il casato dei Tomasi di Lampedusa
è una diramazione della famiglia Tomasi da cui discendono anche i Leopardi di
Recanati e che la tradizione indica di origini bizantine. Caratterizzata da
grande fervore religioso, non condiviso dallo scrittore, la famiglia vanta
nell'albero genealogico un santo, san Giuseppe Maria Tomasi, e una venerabile,
Isabella Tomasi. In epoca recente lo zio Pietro Tomasi della Torretta fu
Ministro degli esteri e presidente del Senato. Sotto le armi a Caporetto,
Tomasi di Lampedusa FREQUENTA IL LICEO CLASSICO A ROMA e in seguito a Palermo.
Sempre a Roma, s'iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza. Viene chiamato alle
armi, partecipa alla guerra come ufficiale d'artiglieria e nella disfatta di
Caporetto è catturato dagl’austriaci, che lo imprigionarono in Ungheria.
Riuscito a fuggire, torna a piedi in Italia. Dopo le sue dimissioni dal
Regio Esercito con il grado di tenente, ritorna nella sua casa in Sicilia,
alternando al riposo qualche viaggio, sempre in compagnia della madre, che non
lo abbandona mai, e svolgendo studi sulle letterature straniere. Insieme al
cugino Piccolo, si reca a Genova, dove si trattenne collaborando alla rivista
letteraria Le opere e i giorni. Il matrimonio con Licy von
Wolff-Stomersee, A Riga sposa in una chiesa ortodossa la studiosa di
psicanalisi Alexandra, baronessa von Wolff-Stomersee, detta Licy, figlia del
barone tedesco del Baltico Boris von Wolff-Stomersee e della cantante italiana
Alice Barbi, la quale aveva sposato in seconde nozze il diplomatico Tomasi,
marchese della Torretta, zio di Giuseppe. Andano a vivere con la madre di lui a
Palermo. Ben presto l'incompatibilità di carattere tra le due donne fa tornare
Licy in Lettonia. Muore Giulio Tomasi, e così Giuseppe eredita il titolo. Venne
richiamato alle armi, ma, essendo a capo dell'azienda agricola ereditata, è
presto congedato. Si rifugia così con la madre a Villa Piccolo (Capo
d'Orlando), dove poi li raggiunse Licy, per sfuggire ai pericoli della guerra. È
nominato presidente provinciale della Croce Rossa Italiana di Palermo e poi
presidente regionale. La madre, che è da poco tornata a Palermo, muore. Inizia
a frequentare un gruppo d’intellettuali, dei quali fanno parte Orlando e
Mazzarino. Con quest'ultimo instaura un buon rapporto affettivo, tanto da
adottarlo. Da quel momento in poi Mazzarino è ribattezzato Tomasi.
L'incontro con Montale e Bellonci
Statua a grandezza naturale dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa
situata in piazza Matteotti a Santa Margherita Belice Tomasi di Lampedusa è spesso
ospite presso il cugino Piccolo, col quale si reca a San Pellegrino Terme per
assistere a un convegno letterario, cui il parente poeta è stato invitato per
ritirare il primo premio di un concorso letterario. Lì conobbe Montale e Bellonci.
Si dice che è al ritorno da quel viaggio che inizia a scrivere Il
Gattopardo. All'inizio il manoscritto del Gattopardo non è preso in
considerazione dalle case editrici Mondadori e Einaudi, alle quali è inviato in
lettura, e i rifiuti riempirono Tomasi di Lampedusa di amarezza. Il manoscritto
è giudicato negativamente da Vittorini, influente lettore per Mondadori e
curatore della celebre collana "I gettoni" per l'editore Einaudi, che
non s'accorse di aver letto un capolavoro della letteratura italiana e
mondiale. Vittorini successivamente rifiuta la pubblicazione de Il dottor
Živago di Pasternak e Il tamburo di latta di Grass. La morte e il
successo postumo Francobollo per il cinquantenario della morte. Gl’è diagnosticato
un tumore ai polmoni. Muore, non prima di aver adottato come erede l'allievo e
lontano cugino Gioacchino Lanza di Assaro. Il romanzo è pubblicato POSTUMO quando
Elena Croce lo invia a Bassani, che lo fa pubblicare presso la casa editrice
Feltrinelli. Il romanzo vince il Premio Strega. Curiosamente, anche Giuseppe
Tomasi di Lampedusa muore lontano da casa come il suo antenato protagonista de
Il Gattopardo, a Roma, nella casa della cognata in via San Martino della
Battaglia n. 2, dove è andato per sottoporsi a particolari cure mediche che si
rivelarono inefficaci. La salma è tumulata nella tomba di famiglia al Cimitero
dei Cappuccini di Palermo. Non avendo eredi, i titoli nobiliari (duca di
Palma, principe di Lampedusa, barone di Montechiaro, barone della Torretta e
Grande di Spagna di prima Classe) andano allo zio paterno Pietro Tomasi della
Torretta, che muore senza lasciare discendenti diretti, ma solo collaterali.
Gli succedette il cugino Garofalo, figlio di Maria Antonia Tomasi di Lampedusa,
suo congiunto maschio più prossimo, che eredita con due cugine figlie di Chiara
anche parte dei beni. Ascendenza Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Giulio, VIII Pr. di Lampedusa Giuseppe Tomasi, III, VII Pr. di Lampedusa
Carolina Wochinger e Greco Giuseppe, IX Pr. di Lampedusa Maria Stella Guccia e
Vetrano Giovan Battista Guccia e Bonomolo VetranoGiulio, X Pr. Lampedusa
Salvatore Papè e Gravina Pietro Papè e BolognaIppolita Gravina MassaStefania
Papè e Vanni Vittoria Vanni e FilangieriFrancesco Vanni e InvegesRosalia
Filangieri Giuseppe, XI Pr. di Lampedusa Lucio Mastrogiovanni Tasca e Nicolosi
Paolo Mastrogiovanni TascaRosa NicolosiLucio Mastrogiovanni Tasca e Lanza Beatrice
Lanza Branciforte Giuseppe Lanza Branciforte StefaniaBrancifortee Branciforte Beatrice
Mastrogiovanni Tasca e Filangieri Alessandro IV Filangieri e Pignatelli Niccolò
Filangieri Margherita Pignatelli Aragona Cortes Giovanna Nicoletta Filangieri e
Merlo Teresa Merlo Clerici Francesco MerloGiovanna ClericiFilm biografici Giuseppe
Tomasi in età giovanile La macchina per scrivere di Tomasi (Museo del
Risorgimento, Santa Margherita Belice) La tomba nel Cimitero dei
Cappuccini (Palermo) La storia dell'ultimo periodo della sua vita e della
stesura de Il Gattopardo è raccontata nel film del di Andò, Il manoscritto del
Principe. Gregoretti gira il documentario La Sicilia del Gattopardo in cui
ricostruisce la vita e i luoghi di ispirazione del romanzo. In occasione della
quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma è stato proiettato il
Docufilm Die Geburt des Leoparden (La nascita del Gattopardo), regia di
Falorni. Un viaggio alla scoperta della vita dell'ultimo principe di Lampedusa
raccontato dalle voci e dalle testimonianze delle persone care[6].
DedicheModifica Nel 2011 Alitalia gli ha dedicato uno dei suoi Airbus. Gli è
stato dedicato un asteroide, il Lampedusa. A Santa Margherita di Belice è stato
allestito presso il Palazzo del Gattopardo, ex proprietà dei Lampedusa il Museo
del Gattopardo. Nasce a Santa Margherita di Belice il parco letterario Giuseppe
Tomasi di Lampedusa che dà il via al Premio letterario internazionale Giuseppe
Tomasi di Lampedusa. Viene fondata nel comune di Palma di Montechiaro
l'istituzione comunale Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con direttore scientifico
Gioacchino Lanza Tomasi. OpereModifica Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, I
ed. novembre 1958; nuova edizione riveduta sul manoscritto a cura di Gioacchino
Lanza Tomasi, Milano, Feltrinelli. Racconti, Prefazione di Giorgio Bassani,
Collana Biblioteca di Letteratura: I Contemporanei n. 26, Milano, Feltrinelli;
edizione riveduta a cura di Nicoletta Polo, prefazione di Gioacchino Lanza
Tomasi, Milano, Feltrinelli; Nuova ed. rivista e accresciuta, Collezione Le
Comete, Feltrinelli; Collana UE, Feltrinelli Lezioni su Stendhal, Palermo,
Sellerio. Invito alle Lettere francesi del Cinquecento, Collana I Fatti e le
Idee, Milano, Feltrinelli, Il mito, la gloria, a cura di Marcello Staglieno,
Roma, Shakespeare et Company, Letteratura inglese, Dalle origini al Settecento;
II: L'Ottocento e il Novecento, a cura di Nicoletta Polo, postfazione di
Gioacchino Lanza Tomasi, Milano, Mondadori. Opere, introduzione e premessa di
Gioacchino Lanza Tomasi, a cura di Nicoletta Polo, Collana I Meridiani, Milano,
Mondadori; Nuova edizione aumentata, Collana I Meridiani, Mondadori, Licy e il
Gattopardo. Lettere d'amore, a cura di Sabino Caronia, Roma, Edizioni
associate, Viaggio in Europa. Epistolario, a cura di Gioacchino Lanza Tomasi e
Salvatore Silvano Nigro, Milano, Mondadori, La sirena, Milano, Feltrinelli [con
cd audio contenente una registrazione a voce dell'autore]. Ah! Mussolini!,
Postfazione di Gioachino Lanza Tomasi, Milano, De Piante I racconti, 5ª ediz.,
Milano Gilmour, L'Ultimo gattopardo ^ Indro Montanelli, La stanza di Montanelli.
Elio Vittorini fascista? Lo eravamo tutti, Corriere della Sera, Giuseppe Tomasi
di Lampedusa, su premiostrega. Morire, come ogni altra cosa, è un'arte». Due
scomparse indecenti e una morte ambiziosa, su elapsus. Tomasi di Lampedusa e il
Gattopardo, genesi di un capolavoro in DVD, sul sito Luce Cinecittà, Museo del GATTOPARDO
LEOPARDO LEOPARDI, su comune. Santa margherita di belice. ag.i Anile - Maria
Gabriella Giannice, Operazione Gattopardo, Genova, Le Mani, Manuela Bertone,
Tomasi di Lampedusa, Palumbo, Palermo, Bertolucci, Il Principe dimenticato,
Sarzana, Carpena, Salvatore Calleri, La zampata del Gattopardo. I luoghi
dell'anima: solitudine e ricerca interiore in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a
cura dell'Istituto di Pubblicismo, Scialpi, Roma (Calleri) Ciccia, Tomasi di
Lampedusa in Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX, Centro di
Ricerca Economica e Scientifica, Catania, Arnaldo Di Benedetto, Tomasi di
Lampedusa e la letteratura e La «sublime normalità dei cieli»: considerazioni sulla
parte prima del «Gattopardo», in Poesia e critica del Novecento, Liguori,
Napoli, Benedetto, Elementi di onomastica lampedusiana, in O&L. I nomi da
Dante ai contemporanei, a cura di B. Porcelli e B. Bremer, Baroni, Viareggio,
Benedetto, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «La Sirena», in L'«incipit» e la
tradizione letteraria italiana, vol. IV (Il Novecento), a cura di P.
Guaragnella e S. De Toma, Pensa MultiMedia, Lecce. Margareta Dumitrescu, Sulla
parte del Gattopardo. La fortuna di Lampedusa in Romania, Giuseppe Maimone
Editore, Catania. Franco La Magna, Lo schermo trema. Letteratura siciliana e
cinema, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, Gioacchino Lanza Tomasi,
Introduzione a "Opere" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Mondadori
Editore, Milano, coll. I Meridiani. Salvatore Silvano Nigro, Il Principe fulvo,
Palermo, Sellerio editore, Orlando, Ricordo di Lampedusa seguito da Da distanze
diverse, Torino, Bollati Boringhieri, Basilio Reale, Sirene siciliane. L'anima
esiliata in «Lighea» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Moretti et Vitali,.
Giuseppe Paolo Samonà, Il Gattopardo. I racconti. Lampedusa, Firenze, La Nuova
Italia, Salvatore Savoia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Ed. Flaccovio, Palermo,
Trebesch, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Leben und Werk des letzten Gattopardo,
NORA, Berlin, 2012. Nunzio Zago, Tomasi di Lampedusa, Bonanno, Acireale-Roma,
Price, Lampedusa, a novel, New York, Farrar, Straus and Giroux, Ferraloro,
Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Il Gattopardo raccontato a mia figlia, La nuova
frontiera junior, Roma, Il Gattopardo Tomasi di Lampedusa (famiglia) Tomasi di
Lampedusa, Giuseppe, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Arnaldo Bocelli, TOMASI, Giuseppe, duca di Palma,
principe di Lampedusa, in Enciclopedia Italiana, III Appendice, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di Giuseppe Tomasi di
Lampedusa, su Open Library, Internet Archive. Modifica su Bibliografia di Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su Goodreads. Bibliografia italiana di Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica,
Fantascienza.com. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, su Internet Movie Database,
IMDb Parco letterario Tomasi di Lampedusa, su parcotomasi.it. Portale
Biografie Portale Letteratura Tomasi musicologo italiano Il GATTOPARDO
– IL LEOPARDO e I LEOPARDI romanzo scritto da Tomasi di Lampedusa Tomasi
di Lampedusa (famiglia) famiglia aristocratica italianaTomasi di Lampedusa
(famiglia) famiglia aristocratica italiana Lingua Segui Modifica Tomasi di
Lampedusa Coat of arms of the Family of Tomasi.svg spes mea in deo est
D'azzurro al leopardo d'oro, illeonito, sostenuto da un monte di tre cime di
verde cucito. Stato Bandiera del Regno di Sicilia 4.svg Regno di Sicilia Flag
of the Kingdom of the Two Sicilies svg Regno delle Due Sicilie Flag of Italy
crowned.svg Regno d'Italia Italia Italia Casata di derivazioneTomasi
TitoliCroix pattée.svg Principe di Lampedusa Croix pattée.svg Duca di Palma
Croix pattée.svg Barone di Montechiaro Croix pattée.svg Barone di Falconeri
Croix pattée.svg Barone della Torretta Croix pattée.svg Grande di Spagna FondatoreMario
Tomasi Data di fondazioneXVI secolo Etniaitaliana I Tomasi di Lampedusa sono
una famiglia storica siciliana, diramatasi dai Tomasi, che deve la propria
notorietà in particolare al suo esponente Giuseppe Tomasi di Lampedusa e al
successo editoriale da questi ottenuto, postumo, con la pubblicazione del
romanzo IL GATTOPARDO (LEOPARDO E LEOPARDI). Stemma dei Tomasi di Lampedusa
StoriaModifica Origini: studi e leggende Il castello di Palma di
Montechiaro Le prime notizie storiche sui Tomasi risalgono al VII secolo,
mentre, per quanto concerne i secoli precedenti, sono state prospettate ipotesi
diverse. Secondo la tradizione è originaria di Bisanzio. Alcuni studiosi
(Sansovino, Villabianca, Palizzolo Gravina) sostengono che LA FAMIGLIA
DE’LEOPARDI DA ROMA SI TRASFERE A COSTANTINOPOLI AL SEGUITO DELL’IMPERATORE
COSTANTINO. Filadelfo Mugnos afferma che la famiglia discende da Leopardo,
figlio di CRISPO, PRIMOGENITO dell'imperatore Costantino. Archibald Colquhoun
ritiene che il capostipite dei Tomasi è Thomaso il Leopardo, figlio
dell'imperatore TITO (si veda) e della regina Berenice. Vitello, autore che ha
approfondito gli studi sulla famiglia, fa discendere i Tomasi da Irene, figlia
dell'imperatore bizantino TIBERIO (si veda), che sposa Thomaso detto il
Leopardo, principe dell'Impero e comandante della guardia imperiale. Come
segnala Buonassisi, è condivisa l'opinione che individua in due fratelli
gemelli, Artemio e Giustino, gli artefici del ritorno in Italia dei
Leopardi-Tomasi. La discendenza dai due gemelli, approdati ad Ancona e
provenienti da Bisanzio, è stata confermata da Vitello, studioso della
genealogia della famiglia Tomasi di Lampedusa, e ribadita da quanti, dopo la
pubblicazione degli scritti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si sono
interessati alla sua ascendenza. TEMENDO PER LA LORA VITA a causa delle lotte
al vertice dell'Impero, LASCIANO COSTANTINOPOLI dopo la morte dell'imperatore
Eracleo, stabilendosi ad Ancona. Dal ramo rimasto nelle Marche discenderebbero
i Leopardi nei rami di Recanati, come pure sostene Monaldo padre di Giacomo LEOPARDI
(si veda), e di Amatrice, da cui discende la schiatta, tuttora esistente anche
in linea femminile [ de Sanctis di Castelbasso e Rosati di Monteprandone de
Filippis Delfico] di Pier Silvestro Leopardi. Titoli nobiliari In Sicilia
non vige la legge salica ed i titoli nobiliari si trasmettevano anche in linea
femminile. In forza delle norme dettate nel Liber Augustalis (III, 27 “de la
successione de li nobili in li feudi") e nei capitula "de successione
feudalium", "de alienatione feudorum","de successione
feudorum" e della prammatica i titoli venivano trasmessi al collaterale
maschio vivente più prossimo e più anziano e, in mancanza di maschi, alla
femmina più prossima privilegiando le nubili. Il primo titolo nobiliare dei
Tomasi di Sicilia, la baronia di Montechiaro, fu acquisito per via materna
come, in epoche successive, anche le baronie di Franconeri e della
Torretta. LetteraturaModifica Il casato dei Tomasi di Lampedusa, ramo
staccatosi dai Tomasi di Capua, trasferitosi da Siena nel Regno di Napoli al
seguito di Alfonso V d'Aragona è stato immortalato nel romanzo Il Gattopardo
scritto dal principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il successo dell'opera
ha determinato il diffondersi di due neologismi: il sostantivo
"gattopardismo" e l'aggettivo "gattopardesco.” Stemma L'arma dei
Tomasi (Palazzo ducale, Palma di Montechiaro) BlasonaturaModifica D'azzurro al
leopardo d'oro, illeonito, sostenuto da un monte di tre cime di verde
cucito.[12] MottoModifica spes mea in deo est GenealogiaModifica
Baroni di Montechiaro e duchi di PalmaModifica Il capostipite dei Tomasi
siciliani, Mario, capitano d'armi, si trasferì dalla Campania in Sicilia, a
Licata[13], dove sposò Francesca Caro baronessa di Montechiaro. Mario Tomasi e
Francesca Caro ebbero due gemelli, Ferdinando e Mario, governatore del Castello
di Licata e capitano dell'Inquisizione. Ferdinando (1597-1615), barone di
Montechiaro[14], appena sedicenne sposò Isabella La Restia; i coniugi ebbero
due gemelli, Carlo e Giulio, rimasti orfani del padre a nove mesi; quando i
gemelli avevano diciassette anni morì anche la madre e lo zio Mario li chiamò
presso di sé a Licata dove restarono circa sei anni. Carlo venne nominato
duca di Palma (il duca è l'artefice della fondazione del paese oggi denominato
Palma di Montechiaro) ma cede baronia e ducato al fratello e prese gli ordini
diventando uno dei chierici regolari teatini studioso di teologia. Scrisse
numerose opere in latino e italiano, cinquantuno delle quali pubblicate. Dopo
la sua morte, essendogli stati attribuiti diversi miracoli, venne avviato un
processo di beatificazione e fu proclamato Servo di Dio. La famiglia annovera
anche tre cardinali nel periodo bizantino (Fabio, durante il papato di Gregorio
III, Vibiano durante quello di Alessandro II e Pietro durante il Patriarcato di
Gerusalemme di Sergio III). Duca SantoModifica La venerabile Maria
Crocifissa (Isabella Tomasi), Giulio I, duca di Palma e barone di Montechiaro
venne nominato principe di Lampedusa, sposò Rosalia Traina, baronessa di
Falconeri, dalla quale ebbe otto figli: Francesca, suor Maria Serafica,
badessa del monastero di Palma; Isabella, suor Maria Crocifissa, beata (nel
romanzo è ricordata come "Beata Corbera"); Ferdinando, che morì a tre
mesi; Antonia, suor Maria Maddalena; Giuseppe I, cioè San Giuseppe Maria Tomasi;
Rosaria; Ferdinando; Alipia, suor Maria Lanceata. I coniugi impartirono ai
figli una rigida educazione religiosa; tutti, fatta eccezione per Ferdinando,
si indirizzarono alla carriera ecclesiastica. Tale fervore religioso si
perpetuò anche nei secoli successivi, tanto che i Tomasi rischiarono spesso
l'estinzione. Isabella, che visse come Suor Maria Crocifissa, entrò nel
monastero, per lei e le sorelle fondato dal padre, il giorno dell'inaugurazione
e con lei entrarono Francesca e Antonia: Isabella aveva quattordici anni,
Francesca quindici ed Antonia undici. Anche la madre Rosalia entrò in convento
di clausura come oblata insieme alla figlia diciottenne Alipia (l'unica che
avendo solo sei anni quando vi entrarono le sorelle non le aveva seguite); fu
costretta, per amministrare i vassalli, ad uscire dalla clausura quando il
nipote Giulio II restò orfano. Giulio I dedicò l'intera sua vita alla
beneficenza e ad opere pie con tale assiduità ed impegno da essere definito il
Duca Santo; costruì numerose chiese, un asilo per le orfanelle, un ospedale, un
reclusorio per meretrici pentite, istituì un Monte di Pietà per contrastare gli
usurai, avviò bonifiche e si dedicò a numerose opere sociali ed umanitarie. Il
terzo principe di Lampedusa fu Ferdinando I, al quale spettarono i titoli
nobiliari del padre, in quanto prima di lui erano nati solo due maschi,
Ferdinando morto a tre mesi e Giuseppe I che, rinunciando ai suoi diritti
dinastici, si era indirizzato alla carriera ecclesiastica. Tutte e quattro le
figlie vollero entrare come suore di clausura nel Monastero Benedettino. Il
fervore religioso di Giulio I e dei suoi congiunti era tale che a Palma
l'intera famiglia era nota come "una razza di Santi"; è ancora
conosciuta a Palma una deliziosa nenia "Il testamento del Duca di Palma.
Come il fratello Carlo alla sua morte Giulio I venne proclamato Servo di Dio.
l Principi di Lampedusa, duchi di Palma, baroni di Montechiaro e
FalconeriModifica Ferdinando I morì a soli ventun anni, l'anno successivo alla
nascita del figlio Giulio II, nato dal matrimonio con Melchiorra Naselli e
Carlo. Anche Giulio II, morì giovane, a ventisette anni; dalla moglie Anna
Maria Fiorito e Tagliavia, ebbe due figli maschi Antonino morto in tenera età e
Ferdinando II, che visse quasi ottant'anni, sposò Rosalia Valguarnera e
Branciforte e, rimasto vedovo, Giovanna Valguarnera e La Grua. Giulio II restò
sino all'età di sette anni nel monastero che ospitava la nonna Rosalia (suor
Seppellita) e le zie; compiuti i sette anni assunse l'onere della sua educazione
il nonno materno Luigi, principe d'Aragona. Nonostante sia morto giovane riuscì
a fondare l'Istituto delle Scuole Pie, affidato ai Padri Scolopi. Fu allievo
dell'Istituto, la cui sede è oggi occupata dal comune di Palermo.
Ferdinando II ebbe dieci figli, otto maschi e due femmine, Maria, suor Maria
Crocifissa monaca del monastero di Palma e ANNA MARIA che sposò Antonio
Lucchesi Palli, principe di Campofranco. I figli maschi fatta eccezione per il
primogenito Giuseppe II e per Gaetano morto in tenerissima età, si diedero alla
carriera ecclesiastica o a quella militare: Giulio, Abate di Santa Maria di
Roccamadore e Prelato domestico di Clemente XIV, Salvatore prete dell'Olivella,
Carlo, gentiluomo di camera del duca di Savoia e capitano dell'esercito sardo,
Gioacchino esente guardie del corpo, Elia, capitano di artiglieria, Pietro, cavaliere
di Malta. Ferdinando II potenziò il patrimonio della famiglia e la istituzione
dell'Accademia dei Pescatori Oretei con finalità letterarie, il terzo seminario
dei Nobili retto dai padri Scolopi, e l'assunzione di rilevanti ruoli politici.
Fu nominato da Carlo VI grande di Spagna, fu presidente dell'arciconfraternita
della Redenzione dei Cattivi, capitano di Giustizia di Palermo, pretore di
Palermo, deputato del Regno, Vicario generale del Regno, maestro razionale di
cappa corta del Regio Patrimonio. Giuseppe II sposò Antonia Roano e Pollastra
dalla quale ebbe tre figli Francesco morto in tenera età, Rosalia, moglie di
Gioacchino Burgio del Vio, Duca di Villafiorita e Giulio III. Giuseppe II,
cavaliere di Malta, fu governatore della Compagnia della Pace, ambasciatore del
Senato di Palermo presso Carlo III, governatore del Monte di Pietà, capitano di
Giustizia di Palermo, deputato del Regno, presidente dell'Arciconfraternita per
la Redenzione dei Cattivi, Intendente Generale degli eserciti. Il figlio
Giulio III sposò Maria Caterina Romano Colonna figlia del duca di Reitano, con
la quale ebbe tre figli Baldassarre cavaliere di Malta, Antonia moglie di
Francesco Arduino Ruffo marchese di Roccalumera e Giuseppe III. Giulio III è
governatore della Pace, senatore di Palermo, rettore dell'Ospedale Grande,
deputato del Regno, pretore di Palermo, governatore del Monte di Pietà,
cavaliere di San Giacomo. Giuseppe III si sposa due volte. La prima
moglie, Angela Filangeri e la Farina figlia del principe di Cutò muore di parto
insieme al nascituro. Dalla seconda moglie Carolina WOCHINGHER ha due femmine
Caterina che sposa Giuseppe Valguarnera e Ruffo, principe di Niscemi e duca
dell'Arenella e Antonia che sposò Francesco Caravita principe di Sirignano. L’UNICO
MASCHIO, Giulio IV CORBERA, è il protagonista del romanzo IL GATTOPARDO.
Giuseppe III dovette affrontare una situazione disastrosa sotto il profilo
economico. La moglie Carolina, rimasta vedova, è costretta ad affrontare
numerose vertenze giudiziarie e a varare un progetto di contenimento delle
spese. IL GATTOPARDO e i suoi discendentiModifica Giulio Fabrizio Maria
Tomasi Caro Traina IV, pari di Sicilia, principe di Lampedusa, duca di Palma,
barone di Montechiaro e Falconeri, sposò Maria Stella Guccia e Vetrano, figlia
del marchese di Ganzaria e zia del matematico Giovanni Battista Guccia,
fondatore del Circolo Matematico di Palermo. Diedero alla luce dodici figli,
sette femmine e cinque maschi. È il principe di Salina, protagonista del
romanzo del bisnipote. Giuseppe Tomasi di Lampedusa Salvatore,
decimo figlio, morì giovane, come la sesta, Caterina e la dodicesima, Maria
Rosa. Linea maschile Giuseppe, primogenito del GATTOPARDO, sposa Stefania
Papè e Vanni, dalla quale ebbe cinque figli maschi: Giulio, Pietro, Francesco,
Ferdinando e Giovanni. Francesco ebbe un figlio, Giuseppe, morto ventenne. Si
sposarono, ma non ebbero figli, Pietro, Ferdinando e Giovanni, mentre il
primogenito Giulio V ebbe, oltre all'autore del romanzo, una femmina,
Stefania. Giuseppe, lo scrittore, principe, duca e barone, sposò
Alexandra Wolff Stomersee, figlia di un nobile baltico e dell'italiana Alice
Barbi, che in seconde nozze aveva sposato Pietro Tomasi della Torretta, zio di
Giuseppe. Alla morte dell'autore del romanzo, lo zio Pietro, il parente maschio
più prossimo, eredita i titoli di principe di Lampedusa, duca di Palma e barone
di Montechiaro e Falconeri. Come secondogenito è già barone della Torretta,
conosciuto però come marchese (di cortesia secondo gli autori), titolo che usa
ufficialmente nella carriera diplomatica. Pietro è Ministro degli Esteri,
Senatore del Regno, ultimo presidente del Senato del Regno e presidente del
primo Senato della repubblica. Con Pietro Tomasi Della Torretta si estinse la
linea maschile. Linea femminile Pietro muore a Roma, nominando
eredi di quanto possede a Ginevra le figlie della defunta moglie, una delle
quali, Alexandra Wolff Stomersee, sposa Giuseppe, il nipote scrittore. I suoi
beni residui, tra i quali un lussuoso appartamento a Roma, andarono agli eredi
legittimi, suoi cugini di primo grado: Garofalo, figlio di Maria Antonia Tomasi
di Lampedusa, che sposa Garofalo, e le sorelle Giovanna e Maria Carolina
Crescimanno, figlie di Chiara Tomasi di Lampedusa, che aveva sposato Francesco
Paolo Crescimanno di Capodarso. Fra i diversi discendenti in linea
femminile rimasti in Sicilia, vi era Isabella Crescimanno di Capodarso, la
quale scrisse Memorie, libro in cui venivano raccontati aneddoti della
famiglia. Rimangono il fratello Cesare Crescimanno e i figli di lui Mario e
Maria Laura, entrambi con figli ed altri discendenti. Il secondogenito di
Giulio Fabrizio Tomasi e di Maria Stella Guccia, Giovanni, barone di
Montechiaro, (Palermo - Baden Baden) sposò la cugina prima Carolina Guccia, Il
figlio Giuseppe sposò Rosa Agliata;
portava il titolo di conte di Celona ed aveva un grande biglietto da visita in
cui dichiarava di essere il solo ed unico cugino in secondo grado di Pietro
Tomasi della Torretta, senatore del Regno. Dal matrimonio nacquero quattro
figli, due maschi e due femmine. Tre non ebbero discendenti; soltanto Carolina
ebbe un figlio dal marito Giuseppe Lo Piccolo Palermo. Carolina era vivente
quando Pietro Tomasi della Torretta morì, Era la parente più prossima in via
femminile, poiché suo padre Giovanni era il secondogenito di Giulio Fabrizio.
Da questo matrimonio fra Maria Giovanni Tomasi e Guccia e la cugina Carolina
Guccia nacquero una figlia Maria Stella e un maschio Giuseppe che sposo Rosa
Agliata ed ebbe due figli maschi e due femmine. Erano molto poveri ed i maschi
morirono di tisi lavorando nelle miniere di Montegrande, una figlia era monaca
e sua sorella Carolina Guccia e Marasà sposò l'avv. Giuseppe Lo Piccolo. Quando
Pietro Tomasi della Torretta muore questo divenne il parente più prossimo in
linea femminile. Ha fatto cognonomizzare Tomasi ed ha invertito il cognome in
Tomasi Lo Piccolo. È seguito dai discendenti di Antonia Tomasi e Guccia la
figlia più anziana di Giulio Fabrizio, che andò sposa a Garofalo. I discendenti
per via femminile di questo matrimonio sono i Di Rella Tomasi di Lampedusa.
Anche loro hanno fatto cognonomizzare il cognome Tomasi di Lampedusa e sono
discendenti di Garofalo, l'unico cugino maschio di primo grado vivente alla morte
di Pietro Tomasi della Torretta. Nessuno dei discendenti viventi avrebbe comunque
avuto diritto - anche se la repubblica non avesse abolito i titoli nobiliari -
al riconoscimento dei titoli in capo a Pietro (principe di Lampedusa, duca di
Palma e barone della Torretta), poiché, dopo l'Unità d'Italia ed il
riconoscimento negli anni venti dei titoli borbonici, poiché ad essi era stata
estesa la legge salica, che escludeva le donne dalle linee dinastiche.
Secondo il diritto borbonico, invece, come si evince dall'esame dei Capitula
Regni Siciliae, il capo della dinastia sarebbe diventato Giuseppe Lo Piccolo
Tomasi, il parente maschio più prossimo in linea femminile. Quando Giuseppe
Garofalo morì, era vivente il figlio della sua unica figlia Maria, coniugata Di
Rella, quindi Aurelio Di Rella Tomasi ed i suo successori sarebbero i successori
secondo il diritto borbonico. In verità sono preceduti da Giuseppe Lo Piccolo
Tomasi, che non ha discendenti. Aurelio Di Rella Tomasi di
Lampedusa, avvocato, cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia e componente
della Consulta dei Senatori del Regno, ha tre figli, due dei quali maschi, che
si trovano immediatamente dopo di lui nella linea dinastica femminile.
Garofalo ha due sorelle: Marietta, che rimase nubile, e Giulia, coniugata con
Pietro Trombetta, che ebbe cinque figli (tre maschi e due femmine). Uno dei
maschi, Giovanni Trombetta, avvocato, fu vice comandante militare della
Resistenza ai nazisti in Liguria e. in onore della famiglia materna, assunse il
nome di battaglia di "Colonnello Tomasi". La regolamentazione
dei titoli araldici vigente nel Regno d'Italia. Consulta araldica, Libro
d'Oro Con la soppressione degli ordinamenti feudali, negli Stati dove le
distinzioni nobiliari sopravvissero vennero costituite speciali commissioni
consultive per l'esame di questioni araldiche. Si ebbero così il tribunale
araldico in Lombardia, la commissione araldica a Venezia e Parma, la
congregazione araldica capitolina a Roma ecc.. Analogamente a quanto era
avvenuto negli stati preunitari, anche nello stato italiano venne istituito,
con il Regio Decreto 313 del 10 ottobre 1869, un organo collegiale, denominato
Consulta araldica. Con il Regio Decreto venne istituito il LIBRO D’ORO della
nobiltà italiana. Questo registro ha man mano raccolto le concessioni di
giustizia o di grazia approvate dalla consulta araldica. L'estratto del Libro
d'oro fac fede del loro riconoscimento da parte del Regno d'Italia. Le
successioni sono regolamentate secondo la legge vigente nel Regno di Sardegna,
ed è quindi ammessa soltanto la SUCCESSIONE PER VIA MASCHILE secondo le norme
della legge salica: maschi primogeniti. La consulta fu varie volte mutata
nella composizione e nelle attribuzioni fino al Regio Decreto. La consulta
esamina tanto le pratiche di giustizia che quelle di grazia. Le prime sono le
successioni che segueno i principi della legge salica, le seconde quelle
successioni che hanno bisogno di una sanatoria concessa con decreto reale: successioni
per via femminile, in favore di membri della famiglia diversi dai maschi
primogeniti. Queste successioni per grazia avevano il carattere di una
rinnovazione. I titoli venivano concessi sul cognome ed erano soggetti alla
legge salica nella ulteriore trasmissione. Vennero di fatto privilegiate le
successioni che sanavano contenziosi all'interno delle grandi famiglie e assistita
la loro sopravvivenza. I criteri erano piuttosto restrittivi, anche se il Regno
d'Italia conservò spesso le regole presenti al momento della loro concessione,
per cui i titoli austriaci erano riconosciuti a tutti i componenti maschili del
casato. Il Libro d'oro stabilisce anche una imposta di concessione per
l'iscrizione ed in assenza di questa vari titoli rimasero esclusi
dall'inclusione per motivi fiscali. Era questo il caso di famiglie che avevano
molti titoli e non corrisposero la tassa per tutti quelli che potevano rivendicare.
Queste situazioni rimasero insanabili, in quanto Umberto II non ritenne di
dover sanare situazioni fiscali in vigore nel Regno d'Italia. La
trasformazione in REPUBBLICA italiana e la successiva costituzione abolisceno
qualsiasi titolo nobiliare. La XIV disposizione transitoria e finale demanda a
una legge ordinaria le modalità di soppressione della consulta araldica. Per
molti anni non sopraggiunse alcun atto al proposito e perciò si presume che
l'organismo persistes formalmente, pur non avendo più titolo né scopo. Infatti
la sentenza della corte costituzionale dichiara ILLEGITTIMA qualsiasi
legislazione araldico-nobiliare italiana. Ancora la consulta sentenzia che i
titoli nobiliari non costituiscono contenuto di un diritto e, più ampiamente,
non conservano alcuna rilevanza. Il D. L. (convertito in legge) e il Decreto
legislativo abrogarono espressamente, rispettivamente, il R. D. e il R. D., che
regolano i titoli nobiliari, e la consulta araldica. Dopo tali atti abrogativi,
dunque, non esiste più alcuna norma giuridica relativa alla consulta araldica e
detta consulta è soppressa a tutti gli effetti. La consulta araldica dopo
la proclamazione della Repubblica La decisione di abbandonare l'Italia da
parte di Umberto II non determina una rinuncia totale alle sue prerogative.
Umberto ritenne di mantenere in vita la fons honorum spettante a casa Savoia.
Umberto II rilascia numerosi titoli nobiliari, attenendosi alle prassi in
essere ai tempi del Regno. Sono sanate molte vertenze e il LIBRO D’ORO della
nobiltà italiana continua ad essere stampato come documento di una associazione
privata. Questa si struttura in associazioni regionali e in una giunta
centrale. Molti titoli sono anche assegnati a vari sostenitori della monarchia
ed alla borghesia imprenditoriale, in particolare nel settore
dell'edilizia. All'interno di questa prassi, Tomasi, avendo richiesto
alla corte di appello di Palermo di adottare il suo cugino in secondo grado
Gioacchino Lanza di Mazzarino e di Assaro, si presentava assieme ai genitori
dell'adottando Fabrizio Lanza di Assaro e Conchita Ramirez di Villarrutia in
tribunale e veniva registrato l'assenso all'adozione. Alla registrazione del
decreto da parte della Corte di Appello, Tomasi di Lampedusa scrive a Lucifero, Ministro della Real Casa, del suo
desiderio di trasmettere i titoli della famiglia al figlio adottivo, in assenza
di una discendenza maschile. La lettera reca anche l'adesione e l'appoggio di
Tomasi della Torretta. Successivamente Fabrizio Lanza di Assaro si reca a Villa
Italia a Cascais ed Umberto II comunica per iscritto a Lucifero la sua adesione
alla proposta di trasmettere il titolo di duca di Palma sul cognome
all'adottando. I restanti titoli della famiglia Tomasi, secondo il regolamento
araldico del Regno d'Italia, tornano alla Corona. Mango di Casalgerardo,
Nobiliario di Sicilia, Reber, (anche centrale/mango online: vanta discendere
dalla famiglia dei LEO-PARDI (GATTO-PARDI) di Costantinopoli che si vuole
passata in Ancona sin cambiando il cognome in quello di Tomasi.Tommasi di
Vignano, Notizie storiche e genealogiche sulla nobile famiglia Tommasi: Tommasi
e Tomasi, rami di Siena, di Capua e di Sicilia V. Palizzolo Gravina segnala
quanto segue: sull'origine della famiglia Tomasi dal Villabianca appoggiato al
Sansovino rileviamo essere l'antica de’ LEO-PARDI (GATTO-PARDI) di Roma, è
passata con Costantino imperatore in Costantinopoli, ove è grande e potente
sino al tempo di Eracleo imperatore, per la cui morte ella passa in Italia,
fermandosi in Ancona. La si dice Tomasi dal greco trauma, che vuol dire
mirabile, però che si sa i due gemelli Artemio e Giuliano aver mostrato un
ingegno meraviglioso. Tutti gl’altr’autori concordano nel ritenere che uno dei
due gemelli si chiamasse Giustino e non Giuliano Mugnos, al riguardo precisa:
«Tuttavia non lascio di dire che Artemio e Giustino fratelli gemelli, ovvero
nati ambedue da un parto, cavalieri nobilissimi costantinopoliani
dell'antichissima famiglia LEO-PARDI (GATTO-PARDI) originata da LEO-PARDO
(GATTO-BARDO) o da Licino LEO-PARDO (GATTO-PARDO) figlio di Crispo primogenito
dell'imperatore Costantino il grande Colquhoun, A dilemma of Princes, Go,
Vitello, I gattopardi di Donnafugata, Capostipite della gens Thomasa-LEO-PARDI
(GATTO-PARDI) è il generale Thomaso detto il LEO-PARDO (GATTO-PARDO), principe
dell'Impero Bizantino e comandante della guardia imperiale. É lui a sposare
Irene, figlia dell'imperatore TIBERIO (si veda). Tuttavia Gilmour, biografo
inglese dell'Autore del libro, ritiene prive di prova le tesi di Vitello e
fantasiose tutte le ricostruzioni dell'albero genealogico anteriori al ritorno
in Italia della famiglia (Gilmour, L'ultimo Gattopardo, Feltrinelli, Milano
Buonassisi, scrive: Tutti si accordano in dire, che ella sia greca di origine,
e della città di Costantinopoli non essendo però si chiaro, se ella già di
antico è passata in essa al tempo di Costantino, o è passata di poi. Venne ella
primieramente in Ancona in due fratelli Artemio e Giustino, nati di un parto, e
tanto simiglianti nelle fattezze che è una meraviglia (trauma) il vederli: onde
anche si vuole che a cagione di questa stupenda simiglianza venissero chiamati
i tomasii, perché di prima Leopardi dice si, spiegando l'insegna d’un LEO-PARDO
(GATTO-PARDO), scrive Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sellerio della
comune origine era convinto il padre del poeta che fu in corrispondenza con il
padre dell'astronomo; nella Istoria gentilizia di casa Leopardi di Recanati il
conte Monaldo sostenne appunto la discendenza dei Leopardi dai Thomasi
bizantini" ^ . I Capitula qui citati ed altri relativi al tema della
successione dei feudi sono reperibili nei Capitula Regni Siciliae dei quali è
stata pubblicata una ristampa anastatica dall'editore Rubbettino Gigli, Diario
Sanese, Siena Il VI volume del Grande Dizionario della Lingua Italiana di
Salvatore Battaglia edito dall'UTET non riporta le due voci che compaiono
invece al supplemento. I due termini non risultano riportati neppure
nell'edizione del Vocabolario illustrato della lingua italiana, di Devoto-Oli,
editrice Selezione dal Reader's Digest. Entrambi i vocaboli sono invece
riportati nel Dizionario essenziale della lingua italiana di Sabatini-Coletti
pubblicato dalla casa editrice Sansoni Compare solo il termine “gattopardismo”
ne Il grande italiano-vocabolario della lingua italiana di Gabrielli, edito da Hoepli.
Nel linguaggio aulico, ha ingresso soltanto di recente (Mimmo Muolo, LA REGOLA
D’ORO, Avvenire, in ordine alle resistenze nella Curia: "il Papa ne ha
evidenziate di tre tipi: aperte in quanto derivanti dal dialogo sincero,
nascoste o GATTOPARDESCHE, e malevole, queste ultime ispirate dal demonio. Mango
di Casalgerardo, Nobiliario di Sicilia, Reber anche centrale/mango vanta
discendere dalla famiglia dei LEOPARDI di Costantinopoli che si vuole passata
in Ancona cambiando il cognome in quello di Tomasi. Francesco Gaetani marchese
di Villabianca, Della Sicilia nobile, Palermo Mario di Tomasi che da Capua passa
in Sicilia, con il viceré Colonna, ed è capitan d'armi nella Licata,
rispondendo in quei tempi un tal uffizio al grado di vicario generale regio
d'oggidì Marchese di Villabianca, è quella baronia recata in dote da Francesca
di Caro e Celestre, primogenita figlia di Ferdinando ultimo barone di essa a
Mario di Tomasi" Tutti gli scritti di Tomasi sono enumerati e
sinteticamente descritti nella seconda parte dell'opera di Vezzosi I scrittori
de' chierici regolari detti Teatini, Roma Bonifacio Bagatta Vita del venerabile
Servo di Dio D. Carlo de' Tomasi e Caro della Congregazione de' chierici
regolari Roma Cabibbo - M. Modica, oraccontano che la beata Isabella usa
flagellarsi a sangue sin dalla più tenera età. Secondo Gilmour, a Capua su otto
figli sei si fecero sacerdoti o monache
da Volker, LE GRANDI FAMIGLIE ITALIANE, LE ÉLITE CHE FANNO CONDIZIONATO
LA STORIA D’ITALIA di Horst Reimann Tomasi di Lampedusa, Neri Pozza Volker,
Biagio della Purificazione, Vita e virtù dell 'insigne Servo di Dio D. Giulio
Tomasii e Caro, duca di Palma, Prencipe di Lampedusa, barone di Monte Chiaro e
cavaliere di San Giacomo, Roma, Bongiorno, Curbera, Giovanni Battista Guccia,
Pioneer of International Cooperation in Mathematics, Springer, Heidelberg Gian
Evangelista Blasi, Opuscoli di autori siciliani alla grandezza di Tomasi, Caro,
Traina e Naselli, Palermo. Bonifacio Bagatta, Vita del venerabile servo di Dio
D. Carlo De' Tomasi della Congregatione De' Chierici Regolari, Roma Domenico
Bernino, Vita del venerabile cardinale D. Giuseppe Maria Tomasi de' Chierici
regolari, Roma. Buonassisi, Sulla condizione civile ed economica della città di
Siena, Moschini, Cabibbo, Modica, La Santa dei Tomasi, storia di Suor Maria
Crocifissa, Einaudi, Torino. Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile,
Mondadori. Isabella Crescimanno Tomasi, Memorie, fondazione Piccolo di
Calanovella. Giovanni Battista di Crollalanza, Dizionario storico blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, rist. an., Forni,
Sala Bolognese. Gigli, Diario Sanese, Siena, Gilmour, L'ultimo Gattopardo,
Feltrinelli, Leptailurus serval, internet. Mango di Casalgerardo, Nobiliario di
Sicilia, Reber. Mattoni, Sul sentiero della pazienza, vita di San Tomasi,
cardinale di santa Romana Chiesa, Vicenza. Filadelfo Mugnos, Teatro genologico
delle famiglie del Regno di Sicilia, rist. an., Forni, Sala Bolognese. Vincenzo
Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Visconti et Huber, Volker Reinhardt,
Le grandi famiglie italiane. Le élites che hanno condizionato la storia
d'Italia, Neri Pozza, Savoia, Tomasi di Lampedusa, Palermo, Tosi, L 'eredità
morale del Gattopardo, Salerno, Vitello, I Gattopardi di Donnafugata,
Flaccovio, Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il Gattopardo segreto,
Sellerio. Nunzio Zago, Tomasi, Palermo, San Giuseppe Maria Tomasi Pietro Tomasi
Della Torretta Tomasi di Lampedusa Palazzo Lampedusa Villa Lampedusa Palma di
Montechiaro Castello di Montechiaro (Palma di Montechiaro) Tomasi (famiglia)
Portale Sicilia Portale Storia di famiglia; Pietro Tomasi della
Torretta diplomatico e politico italiano Tomasi di Lampedusa scrittore
italiano Tomasi nobile italiano CORBERA protagonista del romanzo Il
Gattopardo Lingua Segui Modifica Don Fabrizio Corbera, principe di Salina Il
gattopardo salina01.jpg Il principe di Salina Fabrizio Corbera interpretato
da Lancaster nel film Il gattopardo.
Universo Il Gattopardo Lingua orig. Italiano Soprannome Il Gattopardo Autore Tomasi.
Interpretato da Lancaster Voce orig. Gaipa Sesso Maschio Etnia Italiana
Professione nobile Don Fabrizio CORBERA, principe di Salina, duca di Querceta,
marchese di Donnafugata, è il protagonista del romanzo Il Gattopardo di Tomasi
di Lampedusa e dell'omonima trasposizione cinematografica di Visconti. Il
personaggio La figura di don Fabrizio, in parte autobiografica e in parte
ispirata al personaggio storico di Tomasi, rappresenta la disillusione e
l'impotenza di un'intera classe sociale di fronte ai cambiamenti della
storia. CORBERA è la figura di un uomo che seppure dotato di una forza
epica e di una statura intellettuale superiore a quella dei suoi pari, non
riesce a integrarsi nella società a lui contemporanea, cui guarda con
scetticismo e altera lucidità. Emblematico è il suo RIFIUTO ad accettare la
carica di SENATORE del neo-regno SABAUDO, non certo perché mosso da lealismo
borbonico, ma per una sostanziale incapacità intellettuale, che lo scrittore
chiama rigidità morale, ad assumersi la responsabilità politica di un
cambiamento di cui, in fondo, non si sente partecipe. Il personaggio
storico. Nella storia il personaggio di don Fabrizio è ricalcato su quello
realmente esistito di Giulio Tomasi, bisnonno dello scrittore italiano.
Il personaggio tra realtà e finzione Sarebbe sbagliato credere che la figura di
Salina sia quello di un personaggio reale: di Tomasi, oltre al nome, alla
statura, al colore biondastro dei capelli e alla passione dilettantesca per
l'astronomia, ha ben poco. Lo stesso Tomasi di Lampedusa se ne è accorto,
e nella ormai celebre lettera a Merlo dichiara che il personaggio del romanzo
dove apparire molto più intelligente di quanto non lo sia stato nella realtà.
In effetti Tomasi, bisnonno dello scrittore, come Salina, non prende mai parte
alla vita politica del suo tempo e con la sua morte, avvenuta senza aver mai
fatto testamento, inizia la lunga vicenda giudiziaria fra i suoi eredi che
porta al totale disfacimento del patrimonio dei Lampedusa. Anche la
passione per l'astronomia, che nel romanzo diventa un elemento epico,
effettivamente si traduce nel ripiegamento in un interesse puramente personale
e dilettantistico di un aristocratico siciliano. Conosciamo anche il catalogo
delle sue osservazioni astronomiche, ma nulla fa intravedere la possibilità di
una reale scoperta di corpi celesti. Insomma, sulla figura di Tomasi pesa
un giudizio critico sostanzialmente negativo che nemmeno le sue doti in campo
matematico-astronomico son riuscite a cancellare: il Salina de Il Gattopardo è
invece un personaggio puramente letterario, che in certe sfumature psicologiche
deve assomigliare molto di più al suo autore che non al modello
storico. Scrive in proposito Citati. Con una leggera vanità, Lampedusa
immagina di assomigliargli. Non gli assomiglia affatto. Salina è soltanto un
sogno o una remota proiezione di eleganza e di grandezza inattingibili.
Lampedusa non a la sua autorità, prepotenza, crudeltà, orgoglio di classe. Non ha
la pelle bianca, i capelli biondi, né la mitomania. Non conosce il suo ardore
carnale, l'allegra felicità fisica, il dono di afferrare e possedere la vita.
Non condivide il suo spirito mondano, portato anche nelle esperienze
spirituali. Solo qualche volta l'antenato avidissimo e il discendente passivo
si incontrano e si abbracciano nello stesso sentimento. Quando Salina rivela il
proprio desiderio di contemplazione, l'indifferente bontà, e la sconfitta. Quello
che appare un trittico di personaggi, il Tomasi storico, il Salina del romanzo
e l'autore stesso, è in realtà un unico quadro la cui chiave di lettura è per
l'appunto l'autobiografismo. Tomasi di Lampedusa, come il suo avo, vive
un'epoca di transizione. L'uno si rifugia nella scrittura, l'altro
nell'astronomia. Entrambi, rifiutano di partecipare alla vita politica del
tempo. E va qui ricordato che Tomasi rifiuta dopo una prima adesione, la
carica di presidente regionale della C.R.I., proprio durante l'ultimo periodo
bellico. Questa è la sua unica esperienza politica, insieme alla giovanile
partecipazione alla grande guerra. Eppure lo scrittore Lampedusa,
attraverso il suo romanzo, che a distanza d’anni dalla sua uscita continua ad essere
uno dei capolavori della narrativa italiana, come è stato giustamente ribadito
da Orlando, eterna un'epoca e il disfacimento totale di un'intera classe
sociale attraverso il suo autobiografismo, che non scade mai nel memorialismo
grazie al fatto che i suoi personaggi, come per l'appunto Salina, non sono mai
abbastanza realistici, senza per questo essere meno veri, per irretire il
racconto in uno schema narrativo di stampo verista, simbolista o ancor meno
decadentista. Il gattopardo è un'opera moderna, senza per questo essere
un romanzo epocale. Forse in ritardo rispetto a certi modelli europei, cui
comunque l'autore si rifà, il gattopardo è quanto di più squisitamente SICILIANO
si possa immaginare. Anche l'ANTI-ITALIANISMO di Lampedusa che si traduce nel
rifiuto del melodramma, diventa un modo per affermare l'IDENTITÀ INSULARE
dell'autore. Il cane Bendicò è la chiave del Gattopardo, su Repubblica Salina
principe e gigante, su Repubblica; Tomasi, G. Tomasi di Lampedusa. Una
biografia per immagini, Palermo, Sellerio, Tomasi, I luoghi del gattopardo,
Palermo, Sellerio, Orlando, Ricordo di Lampedusa, Torino, Bollati Boringhieri,
Principe Fabrizio Salina, su Internet Movie Database, IMDb.com.
Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di
letteratura UIl Gattopardo romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di
Lampedusa Villa Lampedusa Tomasi nobile italiano Lingua Segui Modifica
Ulteriori informazioni Questa voce sull'argomento nobili italiani è solo un
abbozzo. Tomasi (Palermo – Firenze) è stato un nobile italiano. Giulio
Fabrizio Maria Tomasi, appartenente alla famiglia Tomasi di Lampedusa, è
bisnonno di Tomasi di Lampedusa nonché la figura storica a cui lo scrittore si
ispira per il personaggio di Principe Fabrizio Salina, protagonista del romanzo
Il Gattopardo. Di lui sappiamo relativamente poco e la sua figura storica
è ricostruibile principalmente da quanto riferito dallo stesso scrittore e da
quanto rimane della sua biblioteca, oggi in parte conservata a Palermo, presso
l'archivio privato della famiglia Lanza Tomasi. Tomasi nasce a Palermo,
erede di quella che è un'importante famiglia dell'aristocrazia siciliana. dal
padre, Tomasi e Colonna, eredita il titolo di Principe di Lampedusa e di Duca
di Palma. È anche Grande di Spagna e sedette fra i Pari del Regno di Sicilia.
Dalla madre, Wochinger, di origini tedesche, eredita invece una certa
attitudine teutonica al rigore intellettuale e allo scientismo illuminista.
Sposa Maria Stella Guccia e Vetrano, figlia del marchese di Ganzaria e zia del
matematico Guccia, fondatore del Circolo Matematico di Palermo. Personaggio
difficilmente catalogabile, Tomasi è certamente un aristocratico dotato di una
cultura e di una curiosità intellettuale superiori alla media, come dimostra la
sua ricca biblioteca, dove troviamo testi di astronomia, matematica, geometria,
meccanica e fisica, fra i quali preziosi esemplari della Meccanica Analitica di
Lagrange e uno dei primissimi volumi stampati del celebre Kosmos di Alexander
von Humboldt. Totalmente autodidatta, Tomasi è un astronomo dilettante, ma che
riusce ad ottenere sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie
private" (Il Gattopardo) come ne ha a ricordare il pronipote scrittore.
Sappiamo che crea un proprio osservatorio astronomico, in una sua villa nella
Piana dei Colli, a nord di Palermo: conosciuta come Villa Lampedusa, per questa
innovazione era all'epoca nota soprattutto come "Osservatorio ai Colli del
Principe di Lampedusa". Alla sua morte, avvenuta a Firenze, l'Osservatorio
ai Colli è frazionato fra gl’eredi e la strumentazione astronomica
venduta. Bongiorno,
Curbera, Guccia, Pioneer of International Cooperation in Mathematics, Springer,
Heidelberg. Il Gattopardo tra gli astri. Portale
Astronomia Portale Biografie Portale Letteratura
Principe Fabrizio Salina protagonista del romanzo Il Gattopardo Tomasi di
Lampedusa (famiglia) famiglia aristocratica italiana Villa Lampedusa
Villa Lampedusa Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni Questa voce o
sezione sull'argomento ville d'Italia non cita le fonti necessarie o quelle
presenti sono insufficienti. Ulteriori informazioni Questa voce sugli argomenti
ville della Sicilia e architetture di Palermo è solo un abbozzo. Contribuisci a
migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Villa Lampedusa Localizzazione
Stato Italia Italia Regione Sicilia Località Palermo Coordinate 38°09′45.72″N
13°19′44.04″E Informazioni generali Condizioni In uso Villa Lampedusa è una
villa che si trova a Palermo, costruita come residenza suburbana all'epoca di
Ferdinando IV di Borbone, che aveva una residenza estiva, la cosiddetta Casina
Cinese, nei pressi della quale la nobiltà siciliana costruiva le proprie ville
di campagna. All'inizio del XVIII secolo venne fatta edificare da don Isidoro
Terrasi vennero effettuati alcuni lavori di ristrutturazione su progetto di
Giovanni Del Frago, architetto. Degne di note le decorazione eseguite da
Gaspare Fumagalli. La villa appartenne poi ai Principi Alliata di Villafranca
ed infine ai Tomasi di Lampedusa. All'epoca del romanzo Il Gattopardo era
più noto come "Osservatorio ai Colli del Principe di Lampedusa"
dall'attività prediletta dell'allora proprietario, Giulio Fabrizio Tomasi,
bisnonno di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e figura storica a cui lo scrittore si
ispirò per il personaggio di Principe Fabrizio Salina, protagonista del romanzo
Il Gattopardo. Appariva come una costruzione a due piani, alle spalle del corpo
principale della villa; il primo piano costituiva probabilmente lo studio,
mentre il secondo, con la copertura a cupola, la specola vera e propria. Alcuni
degli strumenti in uso del principe sono oggi conservati presso il Museo
dell'Osservatorio astronomico di Palermo. Fra questi i più rilevanti sono il
telescopio azimutale Merz, il telescopio equatoriale di Lerebours et Secretan e
il telescopio altazimutale di Worthington. Alla sua morte, avvenuta nel 1885,
l'Osservatorio ai Colli fu frazionato fra gli eredi e la strumentazione
astronomica venduta. Oggi all'interno della proprietà, sono ospitate
delle attività commerciali. All'interno del Baglio della foresteria di
Villa Lampedusa si trova una struttura alberghiera Villa Lampedusa Hotel et Residence
gestita dal Gruppo Guccione. Nelle Antiche Scuderie invece, oggi viene
svolta un'attività di ristorazione dai fratelli Cottone, con il loro Ristorante
Pizzerie La Braciera in Villa. L'Attività astronomica di Giulio Fabrizio
Tomasi, Principe di Lampedusa Indice Strumenti Villa Lampedusa – Hotel and
Residence, su hotel villa lampedusa. Villa Lampedusa, su La Braciera.
Collegamenti esterniModifica scheda su un sito del turismo a Palermo, su
palermoweb.com. storia della proprietà attuale, su hotelvillalampedusa.it.
informazioni sul restauro, su mobilitapalermo.org. Portale
Architettura Portale Palermo Principe Fabrizio Salina protagonista
del romanzo Il Gattopardo Giulio Fabrizio Tomasi nobile italiano Palazzo
Lanza Tomasi Lingua Segui Modifica Palazzo Lanza Tomasi Palermo jpg Facciata
Localizzazione StatoItalia Italia RegioneSicilia LocalitàPalermo
IndirizzoKalsa, Mura delle Cattive Coordinate 38°07′04.5″N 13°22′18.52″E
Informazioni generali CondizioniIn uso CostruzioneXVII secolo Usoprivato Il
Palazzo Lanza Tomasi di Lampedusa è un edificio patrizio del XVII secolo,
ubicato sulle Mura delle Cattive e affacciato sul Foro Italico, lungomare di Palermo.
Panoramica. StoriaModifica Epoca spagnolaModifica L'edificio - altrimenti
definito Palazzo Lampedusa alla Marina, con accesso in via Butera - sorge nel
quartiere Kalsa, la cittadella eletta degli Emiri, adiacente all'Hotel
Trinacria. L'attuale costruzione fu edificata alla fine del Seicento sui
bastioni spagnoli, fortificazioni erette a difesa degli attacchi e delle
incursioni perpetrati da ciurme pirata o corsare, nel contesto storico in cui
imperava il bisogno primario di assicurarsi la supremazia navale nel
Mediterraneo. Dopo la vittoriosa impresa di Tunisi, Carlo V d'Asburgo
predispose la costruzione di nuovi bastioni per la difesa della città. Dopo il
transito dell'imperatore in molte località dell'isola, i viceré di Sicilia
Ferrante I Gonzaga prima, e Vega poi, gestirono imponenti cantieri di
fortificazioni alla moderna. La Marina era protetta a nord dal Forte di
Castellamare, a sud dal bastione di Vega, e fra i due fu eretto il bastione del
Tuono. In prossimità delle mura la zona era densamente militarizzata e soltanto
nella seconda metà del Seicento si cominciarono ad edificare i palazzi a
ridosso delle mura. Il bastione del Tuono fu demolito, quello di Vega sul
finire del secolo. I primi edifici furono il palazzo Branciforte di
Butera e la chiesa di San Mattia Apostolo con l'aggregato noviziato dei
Crociferi. I Branciforte furono i proprietari dell'intera cortina muraria da
Porta Felice al bastione del Tuono. Gli edifici a ridosso del bastione furono
ceduti ai Gravina e da questi affittati ai Padri Teatini che li adibirono a
Collegio Imperiale per l'educazione dei nobili. Il Collegio fu chiuso nel 1768
e il palazzo fu acquistato d’Amato, principe di Galati. Questi intervenne
unificando in un unico prospetto di stile vanvitelliano la facciata sul mare,
formata da dieci finestre con terrazza. Epoca unitaria Il principe Giulio
Fabrizio Tomasi di Lampedusa, astronomo dilettante, lo acquistò con
l'indennizzo versatogli dalla corona per l'espropriazione dell'isola di
Lampedusa. Gl’armatori De Pace acquistarono metà del palazzo e lo
trasformarono secondo il gusto del tempo, realizzando il grande scalone
d'ingresso e il parquet a doghe di ciliegio e noce per la Sala da ballo. Il
manufatto marmoreo, come tanti altri elementi d'arredo, proviene dal convento
delle Stimmate, abbattuto in seguito alla costruzione del Teatro Massimo
Vittorio Emanuele. Epoca contemporanea Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dopo
la perdita del palazzo di famiglia nei bombardamenti, ricomprò la proprietà dai
De Pace e vi risiederà fino alla morte. Oggi è residenza del musicologo
Tomasi e della consorte duchessa Nicoletta Polo Lanza Tomasi. Il figlio
adottivo dello scrittore ha riunificato l'intera proprietà e compiuto un
completo restauro dell'edificio. L'ultimo piano è sede della struttura
ricettiva Butera 28 Apartments. Stile Prospetto verso la marina con
dodici finestre e terrazza, quest'ultima un vero e proprio giardino pensile con
fonte, ricco di essenze mediterranee e subtropicali. La costruzione
presenta quattro livelli, di cui tre elevazioni oltre il pianoterra su via
Butera. Il solo piano nobile sul fronte mare. Piano nobile del palazzo
costituisce in gran parte la casa museo dello scrittore: Biblioteca storica di
Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nell'ambiente sono presenti due grandi bocce di
Caltagirone del primo Settecento, sulla parete sopra il caminetto, un San
Girolamo, opera di Jacopo Palma il Giovane. Sala da ballo, ambiente in cui sono
esposti tutti i suoi manoscritti: il manoscritto completo de Il Gattopardo,
quello della quarta parte del romanzo contenente una pagina che con compare
nella pubblicazione, il dattiloscritto, i manoscritti della Lezioni di
Letteratura Francese e Inglese e dei Racconti, una prima stesura de La Sirena.
Nella sala è presente un piccolo quadro di Domenico Provenzani raffigurante la
famiglia del "Duca Santo" Giulio Tomasi di Lampedusa. Scalone
monumentale in marmo. Tra gli ambienti che raccorda si trovano: Sala delle
Conferenze: ambiente con soffitto affrescato ed una splendida collezione di
ventagli francesi del Settecento; Sala del Mediterraneo, l'ambiente ospita una
collezione di carte nautiche redatte dalla Marina Inglese nel 1870, di
proprietà del nonno di Gioacchino Lanza Tomasi; Museo della famiglia Tomasi di
Lampedusa; Sale di ingresso e un secondo scalone. Opere I restanti arredi del
piano nobile provengono da Palazzo Lanza di Mazzarino. Tra questi uno tavolo in
marmo intagliato della metà del Cinquecento, originariamente nella Villa
Palagonia, due rari cassettoni siciliani in ebano e avorio del primo
Settecento, due lampadari a gabbia di Murano modello Rezzonico e uno centrale
di epoca Luigi XVI. Quadri di Pietro Novelli, Antonio Catalano, Federico
Barocci. Opere moderne come bozzetti di Robert Wilson (regista), Arnaldo
Pomodoro e Mimmo Paladino, oltre a due ritratti a penna di Pablo Picasso,
raffiguranti la marchesa Anita, nonna di Gioacchino. Palermo Gaspare
Palermo, Gaspare Palermo Gaspare Palermo Blasi, "Storia del regno di
Sicilia", Volume III, Palermo, Stamperia Orotea, Arredamento proveniente
dal distrutto Palazzo Lampedusa e dal Palazzo Filangeri di Cutò di Santa
Margherita di Belice, la residenza estiva dei Filangeri di Cutò, la famiglia
materna dello scrittore, distrutta dal terremoto della valle del Belice. Palermo,
"Guida istruttiva per potersi conoscere ... tutte le magnificenze della
Città di Palermo, Palermo, Reale Stamperia, . Gaspare Palermo, "Guida
istruttiva per potersi conoscere tutte le magnificenze della Città di
Palermo", Palermo, Reale Stamperia. Alcuni riferimenti al presente non
sono più esistenti oppure risultano modificati o ricostruiti con tecniche
moderne. A Palermo: Bar pasticceria Mazzara; Caffè Caflish;
Pasticceria del Massimo; Casa del critico musicale Bebbuzzo Sgadari di Lo
Monaco, in corso Scinà; Palazzo Lampedusa, distrutto nel bombardamento aereo,
oggi parzialmente ricostruito da privati con la primitiva denominazione di Casa
Lampedusa; Tomba di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel cimitero dei Cappuccini.
Per la trasposizione cinematografica de Il Gattopardo: Palazzo Valguarnera
Gangi, Quartiere Kalsa; Villa Boscogrande. Santa Margherita Belice:
Palazzo Filangeri di Cutò o Palazzo Gattopardo: è un edificio danneggiato dal
terremoto. Nelle immediate adiacenze è ubicato il Parco del Gattopardo. Palma
di Montechiaro: Chiesa di Maria Santissima del Rosario: la chiesa madre
citata più volte, in particolare all'arrivo della famiglia Salina a
Donnafugata. Monastero delle Benedettine. Alcuni luoghi cari ispirarono
Giuseppe Tomasi di Lampedusa nelle ambientazioni e nella stesura del manoscritto.
Bagheria, con Palazzo Cutò; Capo d'Orlando, con Villa Piccolo; Ficarra con Casa
Gullà, presso l'abitazione esiste tuttora una lapide a ricordo, ove tra i tanti
angoli suggestivi e scene di vita ficarrese trovò fonte di ispirazione nella
creazione del romanzo Il Gattopardo, in particolare del personaggio del
"campiere". Palazzo Lanza Tomasi Portale
Architettura Portale Arte Portale Palermo Palazzo Mirto
palazzo storico di Palermo Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrittore
italiano. Nome compiuto: Vittorio Frosini. Frosini. Keywords: gattopardo,
interpretazioni filosofiche del gattopardo, Gramsci, riduzione teatrale,
Visconti, la rivoluzione perduta, l’ordine morale, l’ordine legale, Hart,
diritto naturale, diritto artificiale, filosofia del diritto, fascismo,
risorgimento. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Frosini” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Commenti
Posta un commento