GRICE ITALO A-Z F FA
Luigi
Speranza -- Grice e Fabiani: l’astuzia della ragione conversazionale
nell’Italia --filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice e
Fabiani. garbarti College Hxav^ OIKT OF THE
DANTE SOCIETY H Ivo, l>i 0. 1 X:u l'io. IS~ IL PENSIERO FILOSOFICO ITALIANO
X)A X)ANT AI TSMtPX NOSTKX RAVENNA ZIRARDINI ^v/'i^./iT : ' f ; r'. DEC 4 Y .r,
.\ / oSeni^fto ^^Uolt Oliando in questo scorcio del secolo nostra io trovo la
mente acuta e profonda dell' On, BoviOy gigante del moderno pensiero filosofico
italiano ali* Universit di ^N^apoli, chiamare t dimostrare il nostro T)ante il
primo dei protestanti e V uU timo dei cattolici ( Vedi Bovio. Saggio Critico del
Diritto Penale). Quando trovo un Ministro italiano della Pubblica h stru^ione,
V On. Voselli, che osa, con %,. Decreto // 7)e cemhre iSSp, fondare un
laboratorio di psicologia sperimentale presso V Universit di Roma; Quando vedo
il giovine imperatore di Germania Gugliel mo IL che annusando la nuova aura e
il nuovo sole d' Eu- ropa e del mondo civile, mira arditamente a Prometeo
incolume e trovasi novello Fetonte^ nel voler destra e generosamente prendere
le redini del movimento ascendente, per non esserne travolto; Quando infine, e
proprio di questi giorni^ rilevo il primo filosofo d' Inghilterra, il
rappresentante attuale del positivismo filosofico inglese, V illustre Herbert
Spencer essere pervenuto^ nelle sue ultime pubblicazioni sociologiche, alla
conseguenza della collettivit della terra; Quando, dico, in questo secolo che
muore, questi quattro fatti e criteri importantissimi nel mondo del moderno
pensiero filosofico io considero^ mi sento incoraggiato a superare e rompere in
parte, con la presente pubblicazione ^ quel naturale riserbo e quella
peritanza, che ^finora m' impose la coscienza della mia pochezza Mi sia adunque
concesso e perdonato l'osare che ora faccio, pubblicando la conferenza circa il
pensiero ftlosofteo italiano da Dante fino ai tempi nostri, che io avea gi
apparecchiato, sebbene non potesse poi aver pi luogo, in occasione delle feste
dantesche del passato Maggio qui in Ravenna. Questa mia pubblicazione poi
intendo di fare a favore del primo fondo per il test costituito Patronato di
soccorso in vesti e calzature, per gli scolari poveri delle scuole elementari
di questo Comune, specie dei sobborghi, avendo potuto nel passato anno
scolastico toccare con mano V impellente hiso ^^^1^f Hi^ll' A r - fi
tl^r"n-d^i, ^0 i fnm i^ rt d tv La filosofia patristica invece, o dei
Padri della Chiesa, erasi sviluppata m Oriente da due centri rivali,
Alessandria ed Antiochia. La patristica, incominciata col Cristianesimo, fiss
la parte dogmatica della cristiana religione, e giunge fino a S. Agostino, morto
il 450 dell' era volgare. Di S. Agostino
celebre il modo strano d'accordare assieme nell' uomo il libero arbitrio
e la predestinazione, merc la grazia divina. Ma qui m'accorgo che a meglio
dilucidare il nostro punto di partenza convien pure rif^irci un pochino
addietro, per intuire almeno d'un tratto il lungo cammino percorso dalla
filosofia prima di Dante. Tutta la filosofia anteriore al mondo cristiano si pu
dividere in quattro grandi epoche, i. La filosofia orientale che ebbe sua culla
tra i primi popoli civili, che la storia ricordi, quali i Fenici, gli Assiri, i
Medi e gli Egiziani: Feticismo in religione. 2. La filosofia italo-greca
incominciata con Pitagora a Cotrone nella Magna Grecia od Italia meridionale:
Sabeismo e metempsicosi in religione. 3. La filosofia greca che conta tre
immensi giganti del pensiero, luminari di tutte le nazioni e di tutti i tempi,
e questi sono Socrate, Platone ed Aristotele, i quali senza dubbio si possono
considerare siccome primi e pi remoti fondatori del* la civilt cristiana
stessa: Politeismo ed antropomorfismo in religione. 4. La filosofia romana; ma
in quest' epoca non abbiamo veramente alcuna nuova scuola filosofica div/ersa
dalU greca. La filosofia romana non
perci originale, ma pratica, politica, eclettica e giuridica sopra
tutto. Segui in parte la scuola epicurea, ma pi e meglio la scuola stoica di
Zenone che poneva il fine (iell'uomo nell'onest e nella virt; di qui la
meravigliosa sapienza della romana giurisprudenza, nobile vanto del mondo
romano. A capo della filosofia romana
posto Cicerone, celebre oratore e filosofo eclettico per eccellenza:
Panteismo e scetticismo in religione. Parimente quattro sono le principali
epoche 4clla filosofia dell' ra cristiana, i. La filosofia patrstica seguace in
buona parte della filosofia di Platone o della A^cade(pia, per quanto poteva
condursi al dogma crispano. I p^t - ij dri fissarono dapprima il gran caposaldo
della cristiana religione col dogma della creazione divina fino dal 325 dell'
ra volgare, nel celebre concilio ecumenico di Nicea, indetto dall' imperatore
Costantino. In quel concilio ed in altri parecchi stabilirono successivamente i
padri della Chiesa le basi dogmatiche della cristiana dottrina: Monoteismo
cristiano in religione. 2. La filosofia scolastica o dei Dottori di scuola,
seguaci specialmente d'Aristotele o del Peripato, principe dei quali S. Tommaso
d* Aquino, che mitig la teoria della grazia di S. Agostino, onde V apotegma
teologico: ngustiius egei Thoma interprete. Ma in questo lungo periodo, che
giunge fino alla Riforma, la filosofia gi circoscritta dalla dottrina dogmatica
della patristica, ormai ancella della
teologia; laonde il pensiero filosofico
chiuso in un ristretto campo trincerato da anatemi. 3. La filosofia
della Riforma religiosa in Germania e del cosi detto Risorgimento in
Italia. questo periodo il pi fecondo di
splendidi ingegni e di illustri filosofi e pensatori in Italia e nelle nazioni
civili d' Europa. Il pensiero filosofico emancipato d per reazione la scalata
al cielo e giunge trionfante per evoluzione e per irruzione fino a nostri
tempi, sfondando le dogmatiche barriere di Bisanzio. 4. La filosofia del
Rinnovamento sarebbe quella della 4. epoca dell' era cristiana, e sarebbe
quella appunto de nostri giorni, divisa in due campi opposti; cio
dellaffermazione in un nuovo mondo soprannaturale o nel gi posto da una parte,
e della negazione pi o meno esplicita dall'altra. Quest' ultima nel cammino
dell' umanit caratterizza sempre un periodo di transizione a nuove riforme o
costruzioni. Delineate cosi brevemente le grandi tappe della filosofia pagana e
della filosofia cristiana patristica, noi e i vedremo ora meglio rischiarato il
cammino passando dalla filosofia scolastica a quella della Riforma e del
Risorgimento e quindi alla filosofia odierna del Rinnovamento. Nella
esplicazione della vita dei popoli accade quello stesso che noi osserviamo
nella vita dell'uomo individuo. Le potenze dell' animo una volta educate un po'
a lungo, pare si sveglino, chiaro appare ci che innanzi era oscuro, si ordina
nel pensiero quanto si ha imparato, si ripensano le cose apprese, se ne parla,
se ne ragiona e si passa quindi all'azione con tenace operosit. Cosi avviene
nei popoli quando la civilt loro e la precedente educazione sieno giunte a poco
a poco alla portata dei pi : questi provano insieme la stessa necessit di
pensiero e la corrispondente esplicazione, ed il moto si propaga
irresistibilmente nelle moltitudini. Tale vigore si pales appunto nel popolo
italiano, uscito gi dalle tenebre del medio evo e dal paventato finimondo, nel
secolo dodicesimo e giunse al colmo nel secolo decimo terzo in ogni maniera del
vivere civile, nella letteratura e nelle arti, mentre fioriva la filosofia
scolastica. Col secolo decimo terzo noi siamo all'apice della nostra rinascenza
ed alle porte dell' umanesimo; onde pi tardi l' Europa da noi ridesta trarr
lume ed energia a risveglio ancor maggiore con la Riforma religiosa e politica.
Dante il principe di questa nostra
rinascenza. La sua filosofia quella di
S. Tommaso il Dottore Angelico, autore delle due Somme, una contro i Gentili e
l' altra detta Teologica, sebbene non ultimata. In queste due Somme si adunano
ed ordinano le dottrine precedenti dei Padri e Dottori, quali specialmente
Sant' Agostino, Sant'Anselmo, Pier Lombardo, Alberto Magno, San Bonaventura e
gli altri, con la scorta di Aristotele. Tutte le opere di Dante, quale sommo
letterato, teologo e filosofo, hanno non piccola importanza nella storia della
filosofia, procedendo gradatamente dalla Vita nuova, dalle poche Lettere
.scoperte e pubblicate dal prof. Carlo Witte in Germania verso il primo quarto
di questo secolo, dalla Monarchia^ dall' Eloquio volgare e dal Convito fino
alla Divina Commedia. La filosofia di S. Tommaso e di Dante si pu distinguere,
come nei precedenti filosofi Socratici, e come in Cicerone ed in Sant'Agostino,
in due parti distinte; Tuna che sale agli universali, V altra che scende alle
conseguenze. Per mentre la prima parte muove dall'esame de' fatti interiori,
Dante in essa non esclude talora il dubbio almeno inquisitivo, quale mezzo di
ricerca del vero. Cosi nella 3. cantica al canto 4. del Paradiso, dove egli si
fa guidare da Beatrice, che rappresenta la filosofia cristiana, e dove con mano
maestra tratta profonde tosi teologiche e filosofiche, egli dice a proposito
del nostro naturale desiderio di sapere: ^Hjdsce a ^uisa di rampollo tAppi del
vero il dubbio; ed natura, Che al sommo
pinge noi di collo in collo. Quivi Dante, per quanto serrato nella filosofia
scolastica mancipia della teologia, parrebbe furiere del dubbio sistematico
inquisitivo del Cartesio. Ma per me dove giunge al colmo la valentia filosofica
ed insieme teologica di Dante i al canto 17. del Paradiso, dove egli tocca e
circoscrive la sempre scottante questione speculativa e trascendentale dell'
umana libert e responsabilit conciliata con la predestinazione, nella
prescienza ed onniveggenza divina, merc le due semplici quanto stupende
terzine, che vi riassumono S. Agostino e S. Tommaso: La contiti gen^ia, che
fuor del quaderno Della vostra materia non si stende. Tutta dipinta nel cospetto eterno. Necessit pero
quindi non prende. Se non come dal viso in che si specchia Nave che per
corrente gi discende. La fede, la religione
per Dante, come per tutti gli uomini di genio e veramente grandi, una
esigenza della stessa ragione; e questo in lui appare luminosamente al canto 3.
del Purgatonio, l dove dice: Matto chi
spera che nostra ragione Tossa trascorrer la infinita via Che tiene una
sustan^^a in tre persone. State contenti, umana gente^ al quia; Che se potuto
aveste veder tutto, ihCestier non era portorir Diaria. Cosi egli ragiona del
dogma della Trinit introdotto nella nostra religione durante T impero di
Teodosio i. sul cadere del secolo 4. La qual Trinit del resto, come noto,
una imitazione, un plagio religioso tolto dalle precedenti religioni
orientali, e pi specialmente dalla Trimurti di Bralima, Visn e Siva nelle Indie
Orientali. IIL Avendo fin qui accennato della filosofia teoreticamente
scolastica di Dante, consideriamone ora alcun poco la filosofia pratica e
politica. Intendimento primario e scopo finale della Divins Commedia certamente la Rigenerazione morale, mediante
una grande riforma politica, per la quale nella mente ^1 poeta dovea farsi
luogo ad una monarchia nniversale con un solo Dio, un solo papa preposto al
semplice governo spirituale ed un solo imperatore pel governo civile e
politico. Per lui il Guelfismo disordine
necessario, solo Timpero conduce il mondo a virt, come apparisce datla stessa
sua Monarchia e dal Convito. Nobile utopia d' universalismo questa di Dante,
come ben disse l* On. Bovio, la quale per non cessa di far capolino nella
storia. Perci quanto Dante filosofo
scolastico, reverente e devoto al papa, come vicario di Cristo e capo della
Chiesa universale, altrettanto allo
stesso avverso, come principe temporale. E poich uscendo dalle tenebre del
medio evo, la Chiesa romana avea trovato forse comodo per il proprio diritto acquisito,
di ripetere da Costantino stesso, gi satificato presso la Chiesa Ortodossa
d'Oriente, la donarzione del dominio temporale; il nostro Dante accetta la
tradizione popolare del suo tempo, senza beneficio d'inventario storico, e
riprende sdegnosamente queir imperatore nel canto 19. dell' Inferno dicendo:
Ahi, Cotitantitty di quanto mal fu matre, ^on la tua conversion, ma quella date
Che da te prese il primo ricco patre, cio il papa Silvestro. Ma qui, come ben
avvert T illustre Bovio, la tradizione popolare, allora forse messa innanzi a
meglio rassodare il dominio ten>porale della Chiesa, fa a pugni affatto con
la storia, che pi tardi giunse a galla. Ed in vero risaputo da tutti che solo nel secolo ottavo
comfinciarono in Roma i pontefici ad emanciparsi dalla soggezione verso gli
Imperatori di Costantinopoli in seguito al dissidio insorto fra r imperatore
Leone Isaurico, detto l'Iconoclasta, e papa Gregorio II, per il culto delle
imagini. risaputo che fino allora, come
qui ramment lesimio prof. Rava, gli stessi esarchi di Ravenna, d' ordine dell'
Imperatore d'oriente, poteano opporre il veto all' elezione del pontefice, che
si faceva in Roma dal clero e dal popolo.
parimente risaputo che, mentre i Longobardi divenuti cattolici ed
italianizzati stavano per unire in un sol regno potente tutta r Italia, i
Carolingi, cio Carlo Martello, Pipino e Carlo Magno, invocati dai pontefici
contro i Longobardi stessi costituirono in Italia solo sul cadere dell' 8.
secolo e sul pricinpio del 9. il dominio temporale dei papi. Ed appunto contro questo cosi detto Patrimonio
di S. Pietro e contro gli scandali ed i vizii della curia papale, che tanto
tuon Dante qua e l nella sua Divina Commedia, servendosi pur talvolta di
simjjoli e figure allegoriche con evidente allusione. E fu per questo che, come
opportunamente ramment V illustre rappresentante di questo Municipio Avv. Conte
Tulio Corradini nella nobile presentazione al pubblico ravennate dell' On.
Bovio, il cardinale Poggetto, per ordine del papa, ne ricercava qui le ossa per
maledirle e disperderle. Ma questa postuma e frivola vendetta, contro il noto
aforisma della romana giurisprudenza ptirce sepulto, non potea avere in s
alcuna buona ragione giustificativa, n anche in tempi posteriori. In fatti, non
il solo ALIGHIERI (vedasi) ripeteva la massima parte dei vizii e dei mali d'
Italia e della Chiesa dalla corruttela della curia romana e della corte
ponteficia; ma uomini santissimi altres prima di lui e con lui insorsero contro
la vita irreligiosa ed il mal costume dei maggiori prelati e del clero di quei
tempi. E primo tra questi va citato il ravennate S. Pier Damiano, egregio
filosofo dello studio di Ravenna e poi vescovo di Ostia, meritamente a voi
rammentato dal suUodato Prof. Rava e daUProf. Regoli; quindi un S. Bernardo di
Chiaravalle, una Santa Caterina da Siena, lo stesso Petrarca ed altri parecchi;
dagli scritti dei quali chiaro apparisce come non sia il caso di meraviglia
alcuna per tanto meno che di quella potest ecclesiastica ne disse il nostro
poeta, considerandola nel riguardo civile e politico. La pazza misura del
cardinal Poggetto, non avea quindi ombra di giustificazione contro i resti
mortali di Dante. Ed io penso ancora, per gli effetti moraH e psicologici in me
provati dallo studio e dalla lettura della Divina Commedia fino da studente,
che V incremento dato in tutta Italia, in questa seconda met del secolo nostro,
allo studio accurato di questo insigne monumento della nostra letteratura,
abbia potentemente contribuito alla emancipazione degli spiriti) e quindi alla
stessa unificazione della patria nostra. In fatti, con un crescendo di immagini
odiose e d vibrate riprovazioni il poeta giunge al colmo alla fine del canto
32. del purgatorio, designando la romana curia ed il papa, quale principe
temporale, con termini cosi obbrobriosi e di tanto vitupero, che io ben mi
riguardo dal ripetere quivi. Lo stesso Lutero, io credo, a cui nella rinascenza
Dante preluse, non giunse a tal segno di esecrazione per il papa e per la curia
romana. Ed ecco perch io penso ed aflfermo che quel maggiore culto per la
Divina Commedia pia estesamente ci addit la vera sede cancrenosa, la vera fonte
dei mali d' Italia ripetutamente confermata dalla storia fiii a nostri tempi,
fino al 1848-49; e ci ridest meglio lo spirito di nazionalit ed il desiderio di
vedere V Italia nostra ancora una volta comunque unita e padrona di s.
Perciocch come noi vedemmo lo stesso Machiavelli approvare ed encomiare pi
tardi il famigerato Valentino Borgia, perch in lui potea ripromettersene V
unificatre d* Italia ; Dante pure alla sua volta, pur di vedere la patria
politicamente riunita, non esitava d' invocare all' Italia per fino un principe
straniero, V imperatore Arrigo 7. di Lussemburgo. E quell'imperatore accatt
l'invito dei ghibillini e di Dante, ma mori il 13/3 in Toscana a BuoncoU'
vento, avvelenato, dicesi, d'un' ostia sacrata. Cosi sebbene Dante e poi
Machiavelli fossero cresciuti in libero reggimento democratico, non dubitavano
di accettare e di preferire quel principato qualunque che avesse lor dato
speranza di voler raccogliere in un sol corpo le sparse membra d' Italia. Ed un
tale ammaestramento della nostra storia non dovea andar pi a lungo perduto. Noi
abbiamo veduto a' nostri giorni Mazzini e Garibaldi, innanzi al pi alto iaele
della patria da costituirsi ad unit, sacrificare in silenzio od apertamente,
almeno pr tempore^ al loro nobile ideale repubblicano, di cui erano pur stati
1' uno la mente direttrice e 1' altro il braccio possente. Dante dunque
non solo altamente benemerito della
patria, quale principe dell'italica letteratura, ma lo altres
davvantggio per averci appresa e divinata la sorgente perenne de' nostri
danni politici, e per averci insegnato
voler l' Italia tutta unit in un sol corpo ad ogni cost, additandocene h
via col solo additarci il maggiore ai. E poich dalla nostra rinascenza e quindi
da Dante che solo basta a rappresentamela, quasi tutta V Europa fu desta pi
tardi a vita libera e civile, ben sorga qui a Ravenna, che ne custodisce le
sacre ossa, un degno mausoleo e nazionale ed internazionale, un tempio sacro
per noi Italiani, che rapresenti come ben disse il mio collega ed amico Prof.
Regoli a nome del Comitato, il simbolo della conseguita nostra unit ed
indipendenza. Ed ora per esser breve, o gentili uditori, noi faremo come vi ho
promesso una corsa vertiginosa fino a' tempi nostri, inseguendo per le sole
maggiori vette il pensiero filosofico italiano. Non molto dopo la morte
dALIGHIERI (vedasi) la fisolofia scolastica cominci a dissolversi con Guglielmo
Occam d'Inghilterra, con Michele di Cesena, con Buona Grazia di Bergamo e con
Marsilio di Padova. La rinascenza avea avvivato un movimento intellettuale che
pi o meno apertamente rifmtava a poco a poco ogni appoggio e difesa al dogma.
Si cominci a sostenere che il contenuto della fede non era razionale, ed in
appresso si cominci a distinguere la verit di fede dalla verit di ragione. Per
ultimo sofisticando si asseriva che in buona fede ed in buona coscienza si
poteva benissimo con la ragione intendere in un modo, e con la fede credere in
un altro. Con questo movimento del pensiero filosofico noi giungiamo fino all'
epoca della Riforma o della Protesta in Germania nel secolo XVI. contemporanea
al nostro Risorgimento letterario e scientifico, tra la fine della scolastica e
r inizio del moderno pensiero filosofico. Essen io stato fino allora doppio il
giogo delle menti, il dogma e la scuola, contro quello insorge la Germania,
contro questa V Italia; coli protestando contro Roma papale, qua rinnovando ed
instaurando gli studi classici ed umani. Aristotele il gran campione del
Cristianesimo con la scolastica, fu tosto proscritto di qua e di l dall' Alpe.
Per gli umanisti d* Italia, mentre si scagliavano pure contro le istituzioni
della Chiesa non meno che contro la barbarie della scuola, non intaccarono il
dogma. L' Italia contentavasi di rinnovare la scienza, auspici gli stessi
pontefici i quali ne reggevano il movimento destramente, da Nicol V. a Leone X.
che, non ostante il distacco per lui avvenuto della Germanta dalla Chiesa
romana, diede il suo nome al secolo per la magnificenza e per lo splendore del suo
pontificato, sebbene cosi rovinoso alla Chiesa cattolica. Ma se l'Italia
rinnovava la scienza, la Germania rinnovava la coscienza, protestando appunto
contro le indulgenze messe a mercimonio, contro la giustificazione per mezzo
delle opere, contro la costituzione gerarchia della Chiesa ed altro. La
filosofia che con la patristica e la scolastica era passata dal naturalismo
alla teologia, ora incomincia per r Eurcpa occidentale un processo inverso;
dalla teolagia ritorna al naturalismo. Le verit di fede e di ragione non pi si
conciliano negli intelletti colti, ma si escludono. Non pi permesso in buona fede con la mente
intendere in modo e con la religione credere in altro. In questo stato del
pensiero filosofico scoppia in Italia una fiera controversia sulla natura
dell'anima umana, specialmente nelle universit di Padova e di Balogna. Si - a3
impugna da una parte e si difende dall'altra la stessa immortalit deir anima .
Chi formul e mise in chiaro la presente situazione fu il mantovano Pietro
Pomponazzi o Pomponaccio, nato il 1462 e morto 1524, con una pleiade di seguaci
ed oppositori. Il Pomponaccio avea menato gran rumore col libro de
immortalitate anitnae. Il primo periodo del nostro Risorgimento avea mirato a
scristianeggiare Platone ed Aristotele; il secondo incomincia con Bernardino
Telesio di Cosenza a ricostruire, filosofando non pi secondo principii
teologici n aristorelici, ma secondo principii propri, accedendo al
naturalismo. A questo secondo periodo appartengono Francesco Patrizzi, Pietro Ramo,
Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Di questi due ultimi almeno, ecco un breve
cenno. BRUNO (vedasi) nasce a Nola. Questo sventurato ingegno, come ormai tutti
sanno, E BRUCIATO VIVO A ROMA PER AVER OSATO FILOSOFARE FRANCAMENTE. Tolse da
Copernico il sistema eliocentrico pel quale Galileo Galilei pi tardi fu pure
ammonito, processato, condannato dal Santo Ufficio di Roma, relegato ad
Arcetri, e dicesi fin anco torturato. Ammise inoltre il Nolano nella astronomia
una innumerevole moltitudine di sistemi planetari simili al nostro. Il perno
della sua dottrina filosofica l'infinit
della natura contro la teoria aristotelica e teologica. Nella spiegazione delle
comete prov come nel cielo pure sempre qualche cosa di nuovo si generi, in
contraddizione alla dottrina d* Aristotele sulla incorruttibilit dei cieli.
Ammise inoltre nel sole dei movimenti di rotazione e di rivoluzione, bench poco
sensbili; di che il padre Denza, direttore dell'Osservatorio romano e
successore del celebre astronomo^ il gesuita padre Secchi, in un manuale
intitolato Le *Artnonie dei Cieliy gli fa merito insigne insieme a Copernico. E
questo fo ed ancora di grande sorpresa
per me, come certo lo sar anche per voi, o benigni uditori, considerando da una
parte la pi fervente devozione cattolica del padre Denza, come apparisce
luminosamente dalla stessa lettura di quel libro, e dall' altra la generale
alzata di scudi e le tante pastorali al clero italiano per esecrare dagli
altari sotto ogni aspetto, il nome del Nolano. Ma il padre Denza forse non avea
preveduto, nel pubblicare quel libro, n l'apoteosi dei monumento in Campo di
Fiore, n il conseguente putiferio della diffamazione. Molto sarebbe ancora a
dire delle altre filosofiche speculazioni del Bruno, ma la via lunga incalza.
Passiamo al Campanella. Tommaso Campanella, nato a Stilo in Calabria il 1568 e
morto il 1639 a Parigi, fu pure avversario di Aristotele e seguace del
naturalismo di Telesio. Al pari del Bruno appartenne all'Ordine domenicano; ma
fattosi promotore di una cospirazione contro il pessimo Governo spagnuolo, E
INCARCERATO PER BEN XXVII. Con BRUNO (vedasi) e CAMPANELLA (vedasi) si chiude
il nostro ri-sorgimento, e si chiude con lo scetticismo e razionalismo di
VANINI (vedasi), ALTRO FILOSOFO ITALIANO, BRUCIATO VIVO A TOLOSA DI FRANCIA,
SOTTO LACCUSA D’ATEISMO. In Germania invece, ove ernsi iniziato il libero esame
con la nuova Riforma, si diffuse ben presto il misticismo, del quale non sono
in vero ammiratore. Ma questo fatto a me prova della bont dell'Evangelio e
della Cristiana Rteligione, una volta spoglia e sciolta della infarcita
suppellettile cottolica nella parte dogmatica. Noi pure fummo testimoni di due
nuovi dogmi proclamati durante il ponteficato dello stesso Pio IX. La filosofia
moderna dell'Europa, continuazione dell'epoca che dicemmo della Riforma,
incomincia con Bacone o con Cartesio. Entrambi criticano il passato ponendo nel
dubbio il loro criterio di ricerca filosofica; ma Bacone dubita per giungere al
vero ed alla scienza mediante l* esperienza, Cartesio dubita per raggiungere
uguale scopo mediante il puro pensiero. Bacone fonda il Realismo che continua
poi in Inghilterra ed in Francia; Cartesio fonda l' Idealismo che si trapianta
in Olanda ed in Germania. Il Realismo segue la via dell'induzione, l'Idealismo
quella della deduzione. Cosi restano segnati i due sistemi e i due metodi che
si incontreranno pi tardi nella Critica della ragione pura di Emanuele Kant. Ci
premesso riguardo al movimento generale della filosofia moderna europea, noi
seguiamo ora il pensiero italiano in VICO (si veda). Nato a Napoli, VICO (si
veda) nella storia della filosofia merita un posto distinto specialmente per la
sua opera d'incontestato valore intitolata: I principii di Scienza Nuova. Egli
critica il cogito cartesiano, perch, dice, nelle ricerche non si muove dal vero
ma dal CERTO. Il vero conseguito solo
all'ultimo quale risultato finale del processo logico di ricerca. Il CERTO poi
non si ottiene nella coscienza singola, ma nel senso comune. Per VICO (si veda)
il fare 6 condizione indispensabile del sapere, e la sua Scienza Nuova una storia delle umane idee. L'ordine delle
idee procede secondo l'ordine delle cose, e r ordine delle cose umane ebbe per
lui il seguente processo: Prima le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi,
appresso le citt e finalmente le accademie. Cosi VICO (si veda) e lo stesso
nostro GALILEI (si veda) di PISA, celebre fisico, astronomo, letterato e
filosofo, onore d'Italia e del mondo di
cui ho gi fatto cenno altrove a proposito dell' impostagli abiura, sulla scoperta
scientifica del sistema eliocentrico
integrano e compiono il metodo induttivo di Francesco Bacone. Ed ora, o
Signori, fino al pi grande filosofo moderno di Germania Emanuele Kant, nato a
Knisberg il 1724 e morto il 1804, vi sarebbe da enumerare e considerare una
lunga serie di sistemi filosofici sorti in Iqghilterra, in Francia ed in
Germania, ma per essere brevi noi li sorvoleremo. Solo su Kant credo necessario
soffermarci alquanto, essendo esso meritamente considerato nella filosofia,
quale il moderno Aristotele. Egli V
autore, tra molti altri lavori filosofici, della cosi detta Critica della
ragione pura. Con quest' opera egli ammette la conoscenza matematica merc le
intuizioni pure, e la conoscenza fisica merc i concetti puri, e questo 1' ufficio positivo della sua critica; ma
chiarisce V impossibilit della conoscenza metafisica, cio di oggetti che
trascendono il tempo e lo spazio e sono fuori dell' esperienza, e questo
ne 1' uffici negativo. Il suo processo
logico veramente rigoroso e senza grinze;
ma V ufficio negativo suddetto fa tabula rasa del mondo psicologico e morale;
la metafisica cade interamente demolita, V uomo
ridotto nella pi semplice espressione di misero mortale, terrestre il
suo destino . Di fronte alla sua critica della ragione pura, Kant, che si era
proposto il semplice problema della conoscenza, avea poscia veduto sfasciarsi
ogni umana trascendenza d'oltre tomba; onde avvis tosto al bisogno di riparo, e
die mano a ricostruire il demolito, mediante una seconda critica, la Critica
della ragione pratica, in cui si propose il problema della moralit. In questa
il suo celebre imperativo categorico della legge morale, sciolta per lui d'
ogni egoismo, il seguente: Opera in modo
che la massima della tua volont possa valere come principio d'una legislazione
universale. Cosi nella prima Critica Kant, che si era proposto il problema
della conoscenza, raggiunge un ideale teoretico; e nella seconda, in cui si era
proposto il problema della moralit, raggiunge un' esigenza, un postulato
pratico della slessa ragione pura; n logicamente parlando, pu essere tacciato
d' Incoerenza nelle due Critiche. Ma, come ognun vede, l'edificio della ragione
pratica pur troppo mal si regge sui ruderi arenosi lasciatile a fondamento dal
tremendo conquasso della Critica della ragione pura. Questo filosofare, a mio
debole giudizio, fa degno riscontro alla dissoluzione della Scolastica, quando
in essa era permesso pensare ed intendere in un modo, e credere e governarsi in
un altro, per salvare capra e cavoli; cio per salvare allora la ragione e la
fede, ed ora per salvare l' esigenza dell' intelletto ed insieme V esigenza
dell'animo e del sentimento, a tutela della compagine associale. Molto sarebbe
a dire di Fichte, Schelling, Hegel, Herbart, Schopenhauer e d' altri seguaci ed
oppositori di Kant in Germania, ma il tema noi comporta. Per trovo necessario
di dare un pi breve cenno anche di Augusto Comte, altro celebre capo-scuola
della moderna filosofia positiva francese; non che di Spencer, capo-scuola
ancor pi celebre del moderno positivismo inglese; e quindi passeremo senza pi
ai nostri ultimi filosofi italiani, per summa capita. La filosofia positava di
Augusto Comte trae lasuadoppia origine e dalla scuola fisiologica del Broussais
e dalla socialistica del Saint-Simon, di cui fu prima collaboratore. Nasce il
Comte a Montpellier il 1798 e mori il 1857. Staccossi dalle dottrine
sansimoniane, con la mira di promuovere una riforma sociale. Il suo positivismo
si fonda sulla famosa legge de' tre stati dell' uomo, cio dello stato
teologico, metafisico e positivo^ seguendo il cammino deir umanit dalle selve
alle accademie. Prima in fatti di conoscere il legame degli effetti fisici tra
loro, niente vi ebbe di pi naturale ne' tempi eroici, che di supporli prodotti
da esseri intelligenti, simili a noi. Tutto ci che succedeva di. arcano tra gli
uomini, senza che essi vi avessero parte, ebbe il suo Dio. Questo lo stato
teologico. Passiamo ora al secondo, allo stato metafisico. Quandoi filosofi
riconobbero V assurdit di queste favole mitolo* giche, non avendo tuttavia
acquistato veri lumi sulla storia naturale, immaginarono di spiegare le cause
dei fenomeni per via di espressioni astratte, comt essenze e facolt;
espressioni che intanto rton ispiegavano, nulla e di cui si ragionava come se
fossero state degli esseri, delle nuove divinit sostituite alle antiche tali i dogmi. Ed ora passiamo al terzo, allo
stato positivo. L'uomo per ultimo, osservando V azione meccanica che i corpi
hanno gli uni sugli altri, ne ricav ben altre ipotesi, che le matematiche
assodano per realt, e V esperienza verifica via via tale lumanesimo. Questa legge dei tre
stati, certo molto specios.a ed
attraente. BOVIO (vedasi) la riassume ancor pi conciso: Gli Del, r uomo-Dio, r
uomo . Il Comte ne sviluppa V ultimo stato, il positivo, 1' uomo. Va da s che
egli detesta la teologia e la metefisica per le quali l'uomo gi passato e passa nei primi due stati.
Bisogna ora giungere alla cognizione positiva con le scienze positive appunto,
quali la Matematica, l'Astronomia, a Fisica, la Chimica, la Biologia e la
Sociologia, divisa in Statica e Dinanlica; di cui la' prima tratta dell' ordine
sociale, dello Stato; l'altra del progresso. Ed ora diamo uno sguardo al
positivismo inglese. Il pi grande rappresentante della filosofia contemporanea
inglese certamente Herbert Spencer. Per
va notato che il positivismo inglese
alquanto diverso dal francese. Il positivismo francese non si propone
punto un problema filosofico^ l'inglese si. Il primo esamina il legame delle
scienze positive sopra accenr.atc, passando dalle pi generali alle pi
particolari, rispetto al loro oggetto di studi, per giungere fino all'
oggetto-uomo; il secondo, l'inglese, esamina nelle scienze stesse l'origine ed
il valore della loro conoscenza, e questa trattazione soltanto d'indole veramente filosofica. Inoltre
Spencer non accetta la legge de* tre stati surriferita, n la gerarchia delle
scienze, perch egli non ammette figliazione tra scienza e scienza, ma solo una
scambievole influenza. Contro il positivismo del Comte egli ammette ancora V
analisi psicologica ed una causa prima quale fondamento di ogni religione .
Inoltre vuole V attivit individuale sciolta il pi possibile dalla
subordinazione assorbente nella vita sociale, sciolta dal collettivismo e dalle
pastoie dello Stato, in cui il Comte pone invece la perfezione del Governo.
Nella dottrina dello Spencer distinguonsi poi tre maniere di sapere: il saper
non unificato, formato dalla pi semplice conoscenza; il saper parzialmente
tfliificato, formato dalla scienza; ed il sapere completamente unificato
formato dalla filosofia. Per egli njctte iu dubbio che possa conseguirsi la
perfetta unificazione del sapere: rimarr sempre, ci dice, qualche cosa di
assolutamente inconoscibile, dove si spazier il sentimento religioso. n perno
poi in cui tutta s' aggira la filosofia dello Spencer Tevolazione; che anzi tutto l'universo in lui
evolve, ed ammette nella natura una triplice evoluzione; organica,
supero:ganica ed inorganica. Delle prime due estesamente egli tratta nella sua
Biologia, Psicologia, Sociologia e Morale; ed ha solo accennato all'evoluzione
inorganica nella Astronomia, nella Cosmologia e nella Geologia. Nella teorica
dell' evoluzione ha quindi molti punti di contatto col non meno celebre
scienziato naturalista il suo connazionale Carlo Darwin, circa specialmente le
esigenze della natura organica e superorganica nella sele zione, mentre afferma
n a poter l'uomo, per suo avviso, concepire e meno conoscere il processo reale
delle cose - 31 che si presentano fuori dell'ambito della sua coscienza. Nello
Spencer va inoltre segnalata, in cos vasta dottrina, una rara modestia: nessuna
baldanza dommatica neir affermare, nessuna nel negare. Finalmente eccoci anche
a' nostri moderni filosofi . L'Italia meridionale sempre stata la parte pi feconda d' ingegni
speculativi della nostra patria. Questo fatto
addimostrato dalla storia della filosofia a partire dai tempi della
Magna Grecia con la scuola di Pitagora, fino ai nostri . Il clima pi dolce, il
cielo pi sereno, i colli ubertosi e ricchi di viti e di agrumi, le mirabili e
piacevoli marine, in fine la vita facile e gaia nei pi copiosi beni di natura,
tutto questo forse meglio contribuisce ad eccitare di preferenza in quei nostri
connazionali lo spirito delle filosofiche ricerche e meditazioni. Mentre a
NAPOLI insegna ancora VICO (si veda), di cui sopra accennai, nella stessa
universit professava filosofia e saliva in gran fama Antonio Genovesi. Egli
nacque a Castiglione di Salerno il 17x2 e mori a Napoi il 1769. Sebbene naturalmente
inclinato alla libera filosofia il padre lo volle prete, malgrado di lui.
Pubblic molti lavori filosofici di merito in italiano, sostenendo che una
nazione che non abbia libri di scienza, scritti nella propria lingua, meglio
che civile va chiamata barbara. A questa novit egli teneva anche dalla
cattedra, a cui traeva in folla la citt; come pure ad un'altra d'insegnarvi per
primo nel corso di filosofia l'etica e la politica. Per consiglio di lui
Bartolomeo Intieri istitu del pr~ }2_ prjO Beli* U::;Ter5:ti d: Xapc*^ ima
csneiri Ji comiDcrco, a :;9 .i^.one cbi ri si l^>^^ii^*>^ in hu'::::; e
t:^3 dss^ Tiia'i c:r j irrita a frid. Q.i^ni: T Inrleri on^nn* d^ re Carlo UL
che lasse ca::irii2 T>^r r>rirD3 a'.'. 3 si^sso G^^aoresi . QatHa cvat^TZ
fj ina-ogorata il 1754, rem' anni primi C'^t salisse in tanta faaia il filasofj
ed cjonanijstj scozze\>^ \tzzno Smiih col sao celebre li^ro d^ccanooiia
poSitica, d^l.a quale scienza oggid s: can>idera padre e fondatore. Studiate il mondo, coltivate le lngue e le matematiche,
pensate un poco meglio agli uomini che alle cose che sono sopra di noi,
lasciate gli arz:i::go: meta^ici ai frati *; tali erano i franchi consigli del
Genoveo] un i;raQ rumore; ma egli godeva la protezione di Tanacci, celrbre
ministro liberale e riformatore, com- tutti sanno. Per il suo vero pensiero
filosofico appare meglio dalle lettere {amigliari e private, che da* sui lavori
ufficiali; quali non ostante le maggiori
precauzioni e la protezione della corte, gli fruturono non piccole molestie.
Per quanto riservato egli prenunziava gii la famosa Critica Kantiana. Altro
illustre filosofo napoletano fu Gaetano Filangeri, sebbene morto a soli 58 anni
il 17SS. Ma i' grande riformatore delia filosofia italiana il calabrese GALLUPPI (vedasi). Egli nacque a
Tropea e mori a Napoli. Scrive moltissime saggi, di cii le principali sono:
Saggio filosofico sulla critica ddla c^nosctn^j ;;li EUnunti di filosofia^
Lettere filosoficbt sulle vicende della filosofia da Cartesio fino a Kant,
Legioni di logica e metafisica Fisolofia della volont ecc: senza gli opascoli
sulla libert di srampa ecc. Djal ^.82^ CQjfiiin^^ il QV*ggiO; tt^ Gajlwppi
^RjO$mini, forge ii du(5 primi filosofi italiani della prima met di qui^sto
secolo., Il Qomis di GALLUPPI (vedasi) si diffuse in Europa, ed il
i&^&, a proposta del Cousin, fu nominato socio corrispondente dell'^
Accadjemia disile scienze in Francia,, in concorrenza dell' Hamiiion ; ed,
dietro proposta di Guizot, fu insignito della croce della legion d'onore. La
sua filosofia dieir esperienza, mediante
i rapporti soggettivi 4' identit e di differenza. Ma quantunque il Galluppi
abbia sempre disconosciuto la parentela della sua filosofia con Kant, vi
apparisce l'inftusso del Criticismo. Per questa attinenza la dottrina del
Galluppi combattuta da GRAZIA (vedasi) e
COLECCHI (vedasi), pure meridionali, sebbene, almeno per me, un po' parenti del
filosofo Carneade, vi^) ?.enso m.a.Moniano . Meritano quindi distinta menzione
^a^dpjnenico ROMAGNOSI (vedasi) di Salso Maggiore e Meicbi^r^ G04 GIOIA
(vedasi) dii Piacenza, ambi seguaci in parte pi o meno loptana ^Ua filosofia di
Condijilac che insegna a Parma, e si considera quale capo della scuola
sensualista. Ma accanto a Galluppi per valore filosofico va posto Aji^?iirigine
delle idee, si jffiQ^Q^^ U problema della conoscenza, ricercando il ppni(9 4aMe
s.eoisibtiUt ed intelletto si congiungono per pcodutla. per dubbio se egli abbia raggiunto il compito
pjcapQ&tosi: le sue soluzioni in questa e nelle altre aue opere farono
impegnate da GIOBERTI (vedasi), ingegno non meno acato.Dopo il Nuovo Saggio
suiderto, si hanno di lai il RinfUK' amento della niosona italiani, i FnnsiTti
della filosofia morale, la S:-W-2 c:*k7S'':::j: iti sistemi relativi al
principio della morale, V ^nt^cpcls^jy I-i fi.Ji.yfj (Ul TH* ritto, la
TsL:ck;:j, li Lc^^^a e la Tisssjzs, opera postuma. Per ia tutte queste
pabblicazioai egli tenne d'occhio dapprima alla critica, poi alla costruzione
dialettica ideale. poi risapuco il dissidio
insorto, or non molto, tra i Rosminiani sequaci di SERBATI -- da una parte e tra Tomisti
sequaci dAQUINO -- dalP altra nel clero italiano; dissidio terminato con
la vittoria dei Tomisti dAQUINISTI dAQUINO, e su cui non si per anco pronunciata la serena imparzialit
della storia. Gioberti altamente
benemerito della nazione italiana, non meno che della filosofia. Egli merita
davvero on posto d' onore ed un culto d' ammirazione nella mente; V. V-SP e nel
cuore d' ogni buon italiano, come filosofo politico e patriota. Chiunque di noi
abbia cara la nostra patria, deve nutrire in cuore un senso di rispetto e di
venerazione al nome ed alla memoria di tant' uomo. GIOBERTI (vedasi) nasce a
Torino di modesta se non
modestissima condizione. Abbraccia il
sacerdozio ed cappellano di corte.
Esiliato per opinioni politiche e non filosofiche, vive in Francia e nel
Belgio. Rimpatria in gran trionfo ed
ministro di Carlo Alberto, appena data la costituzione. CADUTA LA
FORTUNA DITALIA, GIOBERTI (vedasi) ri-torna a Parigi, dove pubblica V ultimo
suo lavoro di molto polso, Del Rinnovamento Civile d'Italia, e poco dopo muore
povero e glorioso. Ecco segnate le tappe della sua vita breve ed immortale ; ma
a dire degnamente di lui troppo qui ora ci vorrebbe, troppo mi sento inferiore
al compito. La filosofia del Gioberti non si limita al problema della
conoscenza come nel Galluppi specialmente, ed ancora nel Rosmini. Essa gira^pi
largo ^ e campeggia nella politica che ne
la mira costante, e dalla genesi della conoscenza si dilata alla genesi
delle cose. L polemica del Gioberti contro Rosmini si limita a cercare se alla
genesi della nostra conoscenza basti la forma dell' essere ideale. Nega
Gioberti ed afferma SERBATI (vedasi). Solo pi tardi quest'ultimo parve
capacitarsi delle difficolt del suo formidabile avversario. Ma le opere di
Gioberti vanno considerate e studiate nel riguardo "pratico, politico e
nazionale anche l dove meno traspare questo nobile ideale. Per ampiezza ed
acutezza d' ingegno filosofico sarebbe potuto forse divenire il Platone o 1*
Aristotele d'Italia, ma egli pi che al titolo j-3 di informatore elk^ filosofia
volle ambire a quello' ji Pater patria. Egli volle farsi il bailo della Nazione
italiana, e ben lo fu. La vita civile ed intelletiivar dei popoli, come la vita
fisica e morale degli individui, corre per tre distinte et che sono: la
puerizia-, la giovent e la maturezza o virilit. Ebbene, le opere del Gioberti
in soli dieci anni circa, percorrono T inrero ciclo, destando l' Italia fino a
spingerla a resurrezione politica, alla guerra d'indipendenza. Il suo intento
fallito materialmente e temporaneamente, era gi raggiunto moralmente, che nel
volere dun popolo mai manca il volere di Dio. Le sue opere tutte, verso k fine
di quel decennio, erano divenute la Bibbia degli Italiani da un capo all'altra
d' Italia; ma pi spezialmente quelle d' indole pohtica diretta, qualt Tkl
Primato morale e civik thgli Italiani^ I Prolegomeni al Primato, Il Gesuita
moderno. Il suo ideale politico era trasfuso nella Nazione, era diventato un
bisogno imperioso universalmente sentito-, ed il suo nome velava benedetto
dalle Alpi al Boeo. Lo st-esso Pio IX., sperando di governare il movimento
nazionale, benedisse dapprima all'impresa ed alla guerra d'indipendenza, tra*
scfi^iifato diAa forza irresistibile dell' opinione pubblica in Italia;
riservandosi coi primi rovesci a maledire. Per a discolpa va notato che il papa
allora non era per anco in fallibile. Fallifta r impresa nazionale, cadde il
favore popolare di Gioberti, ed alquanto freddamente fu accolta ormai r tritima
sua opera suddetta Del rinnovamento civile d' Italia, un anno prima della sua
morte. Ma con qaestopera ponderosa, onde forse rimase fisicamente esaorito,
egli compie e 'finisce la sua missione politica, per r Italia, k quale destinata a sorgere senz'altro ad unit ed
indipendenza. E qui piacerai, a proposilo di questo VJnnovamento del Gioberti,
riportare il commento e la chiosa che ne fa per siiitesi PAusonio ^Franchi ntlk
celebre sua Ultima Critica, in cui bruscamenre e solennemente disdice al suo
passato di scettico e razionalista, per ritornare in Cattolicismo con 'S.
Tommaso, in quel Cattcdicismo che aveva prima sfolgorato con logica
irrefragabile. Nel Rinnovamento del Gioberti, dice il Franchi, rimane ancora
qualche cosa di cattolico e di monarchico, ma coperto e soverchiato da dottrine
affatto razionalistiche e democratiche, e continua: Non pi
l' Italia che deve acconciare la sua esistenza al reggimento della Chiesa e del
Principato, ma tocca a loro di adattare i loro istituti a servizio d'Italia. Se
no, peggio per loro; che d'ora innanzi
nell'ordine teoretico il principio e criterio d'ogni vero si la sovranit della ragione, e nellordine
pratico la regola e misura d' ogni bene si
la sovranit della nazione. Laonde o la Chiesa si piega a rendere
razionale il suo insegnamento, ed il principato a rendere nazionale il suo
governo ; e allora troveranno l' una e l' altro in Italia una ra nuova di
potenza. e di gloria. O invece prosegue Tuna a deprimere la ragione con
credenze da fanciulli, e l'altro ad opprimere la nazione con leggi da barbari;
ed allora tutti e due avranno finito di regnare e d' esistere in Italia. Fin
qui il commento del Franchi resipiscente. Ed ecco come, maturata l'educazione
.politica del ppolo italiano, Gioberti con franco e libero linguaggio si
rivolge ai rettori della Chiesa e dello Stato per patrocinare la causa del
popolo stesso, per abilitare lItalia a sorgere a libera Nazione. Possa il suo
esempio d' amor indomato per il paese nativo ispirare sempre la giovent nostra
a nobili e generosi sentimenti adeguati; possa il suo esempio vivificare la
presente e le future generazioni italiane. Tutto ci, parlando del Gioberti, sia
detto naturalmente senza punto detrarre ai meriti eminenti di tanti altri
nostri pensatori e campioni che pi o meno immediatamente contribuirono con lui
e. dietro lui alla nostra unificazione e libert; pur militando con lo stesso
proposito in campo diverso, quali specialm.entc tra i pi illustri MAZZINI
(vedasi) e GARIBALDI (vedasi). Cosi, o signori, restra fin qui alia meglio
abbozzato il nostro Sant' Antonio; ma rimane ancora a dire qualche cosa della
quarta ed ultima epoca della filosofia cristiana, della filosofia che ho
chiamato del Rinnovamento. Fin qui la parte oggettiva ed accademica: ora la
parte soggettiva o meglio pratica e politica. Seguitemi per qualche altro
tratto, e voi vi scorgerete un contorno del quadro forse abbastanza originale e
pi attraente. O PRATICA E POLITICA I.
ancor dubbio}se lepoca del Rinnovamento filosofico sia ancora
incominciata; non crederei lecito n affermarlo n negarlo. Egli per certo che^ dopo tante contraddizioni e
dopo tanto sfacelo morale di sistemi filosofici in alterna demolizione, generalmente sentito il bisogno di nuove
costruzioni filosofiche a pi razionale soddisfazione delle esigenze della mente
e del cuore. Tutti i yari sistemi filosofici, che ora tengono il campo, si
possono dividere in due grandi schiere: V una che prescinde affatto dalla metafiisica,
da ogni idea trascendentale e costruisce, per mio avviso, suU' arena, se pure
avvertendo gi al lavoro di Sisifo si cura di costruire pi oltre: V altra che
tende alla riforma della metafisica e vi prova nuove costruzioni; ovvero, come
V ostrica aggrappata allo scoglio, resta immobile nella metafisica gi posta. In
una parola tutta la sequela dei diversi sistemi filosofici, con tutte le
rispettive gradazioni e sfumature, si pu ormai dividere in due campi troppo ben
distinti; r uno dei pensatori credenti, e V altro dei pensatori non credenti. I
primi sono ispirati e guidati dalla mente e dal cuore, dalla ragione e dal
sentimento; i secondi solo dalla mente, solo dalla ragione. Per lo passato
trattavasi di credere in un modo piuttosto che in un altro, di accettare o non
accettare questa o quella parta di religione monoteista o cristiana, questa o
quella parte di metafisica in filosofia. Oggid la differenza ben pi marcata: credere o non credere nel
mondo d' oltre tomba, nel mondo dello spirito. Ma infine anche la dogmatica,
sebbene fuori del campo filosofico, non
che una rigida esigenza della stessa filosofia che aflFerma. I I ligmi
religlMi fi&ii sod cA Iti ^r^du%itA simbolica delle afferma'Mtfl! della
filosofia sA 'dio delle firbe che rifuggono dalla fredda ^ectlaiiohe della
rgltit, e s'appassionano fn^e^e della '|)Sedia ^ 'di ^^a'f edipee l'
immaginazione ed il seflfiiri'ehtft. Abbattiamo ^uf 'Ogni tngtiJera 'di -
sdpemfeion e pregiudizi, di cui iloi tiilitni e 'ih 'ba^^O'e iti alto^'h^too
troppo famosi -^ ~i\ito che nulla credehti ! 'Abbass pure ogni tnaniera di
rozzo "feticismo 'd'Idolatria; iiia
l^nSo e francamente sostengo che il berte dell'umanit e quello stsso del nostro
paese, della nstra -patria, reclamaiio Vivamente la vittoria, la rii^0^tipunto
-per 'la IbrO ^pinfa 'e tollt'ihzla in questo terreno, divennero pot tanto grattai
'^ot^t. l^a, ^e io tdo -e tWriro assai cdmttwnvdt dicroismo dlta ritirata di
Cristoforo Bonvitto, 4jella filosofia AHi^ii^to Frtfbct, non 1' approv nf k)
-itgitb mai tillo scolto 4o^^ egli hn riparato. Tb si per la ikortruifdne nfdla
nuVa Riforma che raccgjtrer tutte !fe ^nfessioni d^ll religitie dfistiafiii,
titortiaiido per ^tnto possile atta primitiva dottrina evacifgelica;, che 46
ravviso pi cbnfaed allo stsso idjflc 3' an?vfersalisnoR). -Per nife ^i ^gu^ci
di Cripto 'llvon essfei'e pure in Cristo tutfti fratelli davvero; altrittfeiiti
la ^bubna no velia ifrtra itegli effetti
prtttiicJi della ^tesjJa sua efnunciaz Ine, 'fitto 'nella prima sua -tse, con
coi pfocTama gli 'Ul5miti tutti ti1i 'fro eguali, tutti 'tra loro fratlli,
tutti gUrflmente fi'j^li xli fo; Qjafest 41 Vro GaHttlici^tno deir avvehire.
L'ideale cristiano, con Cristo principe del socialismo, cfeve an i rivoluzione
sociale con graduali riforme, -per ispontanea evoluzione. Ecco il nuovo ideale
cristiano. Il Cattolidsmo Vizioso attuale ha per gli Italiani il torto
gmvbsimo, gi consegnato nella storia troppe volte ed a caratteri indelebili,
d'aver sempre osteggiato per lunghi secoli, cio fino dal reame longobardo, T
unificazione e r indipendenza della patria -nostra. E ci a semplice tutela del
dominio temporale, puntellato per ultimo dalla infallibilit pontificia, senza
smettere ancora ogni maniera d' ostilit al presente stato di cose; in onta
-alla vantata provvidenza che per ultimo ci volle uniti e liberi, malgrado il
sedicente Cattolicismo stesso. Sebbene la retta applicazione della dottrina
evangelica, negli ordin^rmenti sociali dei popoli cristiani, sia pur troppo
ancor di l dal venire, per s stessa e bene interpretata la religiose
cristiana certamente la religione della
civilt e del progresso. Considerata ne' suoi effetti pratici, lla pu dirsi
santissima ed veramente di sommo confono
all' umanit sofferente, nei mali materiali e morali ineluttabili della vita
preseilte. Cristo cl suo eroico sacrificio pose tra gli uomini la postuma
sanzione e spezz ed infranse per primo l'orrtbile catena della schiavit,
sciogliendo un problema sociale coltro cui emsi -fiaccata tutta la sapienza
antica, con a dapo lo stesso Aristotele. Ma agli Italiani che vedono pil della
semplice buccia e sentono e provano amor
di patria, per necessit di iHMi pu -a iftieno di destare, -massime a tempi
'nostri. un senso, di nausea; e di ripugnanaa il soddisfare catolicamente a'
doveri religiosi accedendo nella Chiesa ai divini uffici. E perch mai ci? Perch
vi fungono sacerdoti che, in ossec^uio al pontefice non pi re, pi che della,
stessa loro missione religiosa, sono preoccupati della loro missione politica,
e rimpiangendo il passato della terra der morti, maledicono pi o meno
ecclesiasticamente alla patria unit. Perch Italia, Nazione, Patria, libert ed
unit politica da una parte, e Cattolicismo e Religione dall' altra, si
escludono per dir poco necessariamente. Cosi stando le cose, se mai mi fsse
permesso di dir franco il mio pensiero, per me io credo che^arebbe tempo di
troncare il dissidio in Italia tra Chiesa e Stato, e di tagliar corto orni ai
da pame del Governo nazionale. Sarebbe ti^mpo che cessasse la conseguente
demolizione religiosa e odorarle,, la cui responsabilit, per le mondane nair^
delle somme chiavi, certo assai maggiore
nella Chiesa stessa^ a contronto dello Stata Sarebbe tempo in una parola che
gli italiani iniziassero un movimento di ensrgica $, decisiva- secessione dal
Cattolicismo^ per essew. pi credenti ^ pi cristiani nei limiti e nelle misure
de^i ctistiani e della Germania e dell' Inghilterra e della Svizzera in parte,
non che dell'Olanda e della Danimarca e della Svezia e della Norvegia e della
stessa Russia in Europa, come ahrave in Oriente ed in America.Tale secessione
pu effettuarsi pel bene del popolo e della Nazione italiana, con quei
secerdoti, che non mancano, i quali coscienti del divino loro mandato, si
spogliano francamente^ e sostenuti dal Governo e dal popolo meglio si
spoglierebbero, d' ogni veste politica antinazionale, per occuparsi serena ed
esclusivamente della sola loro missione religiosa. Cesserebbe cosi in Italia la
perenne incompatibilit tra Cattolicismo e Patriottismo; ed inoltre questo
sarebbe il primo passo alla necessaria fusione di tutti i popoli cristiani, in
una sola e comune dottrina dogmatica, di cui noi avremmo il merito dell'
iniziativa. Ed in vero, non egli assurdo
che i cristiani cattolici insegnino e pretendano che Cristo morendo, solamente
per loro abbia meritato il premio della vita celeste, il premio del Paradiso,
luogo di quasi uguaglianza ? Non egli
assurdo che altrettanto si ascrivano e sostengano per loro conto i cristiani
protestanti^ con pari accanimento; non che alla loro volta gli stessi cristiani
d' oriente greco-ortodossi, con tutte le divisioni e suddivisioni di questi e
di quelli? Non ben pi logico, civile ed
umanitario laflfermare invece che Cristo merit come volle meritare, il premio
d' una vita tutura ben pi felice della vita presente a tutti indistintamente i
suoi seguaci che da Lui prendono nome, a tutti indistintamente i buoni
Cristiani? Questa nuova affermazione cristiana
per me tanto evidente e necessaria che io non dubito che, come i popoli
cristiani un giorno non lontano s'accorderanno insieme direttamente e
fraternamente a comune soddisfazione de' comuni bisogni economici e politici;
s' accorderanno altres direttamente e con razionale unitormit per soddisfare
fraternamente a lor biso^^fni relimoii e cristiani. E ci senza ulteriori
esclusivismi, fonti d' odii e dissidii politici bene spesso, senza ulteriori
reciproci anatemi che fanno a' pugni con la progredita civilt e col buon senso
de' tempi nostri. La dotrina cristiana in fatti, e precisamente la cattolica
viene pur troppo male infrpfetata dal clero che ne fa una palestra politici in odio
segnatamente all' ideale d'autonomia ed unit degli Italiani. Ed parimente avversata dal moderno socialismo
non ostante la teoria socialista collimi eminentemente con la dottrina
cristiana stessa e quasi ne promani perch il clero torcendone il senso ed
interpretandola a rovescio, ne fa strumento quasi di polizia a tutela della
propriet illipiitata e del capitale proprio ed altrui, contro il precetto
cristiano: Quod superest, date pauperibus. Ma per s la religione cristiana immune affatto da queste macchie, onde il
clero la rende abborrita. Tutto questo
cosi chiaro che splende di luce meridiana, e prova una volte di pi il
bisogno d'una comune Riforma tra i popoli civili, la quale purghi e scevri la
Religione Cristiana da queste mende, estranee al patrimonio della fede, come da
ogni ulteriore feticismo nel culto. Ma qui forse da taluni mi si opporr: Meglio
stare o passare nel campo de' non credenti; meglio attenersi all' umanesimo:
basta cristianesimo; basta religione. Per, dico io, bisogna pure rilevare e misurare
per tempo le serie e gravi conseguenze che fatalmente ci si affaccerebbero per
tal via. Ed in fatti, levata al popolo la vita dell' anima senza premio e senza
pena in una vita fatara, ogni promessa d'alleviamento de' suoi travagli e delle
sue miserie derisoria e vana. Una volta
indotto a rinunciare alla felicit futura per la felicit presente, il popolo
giustamente la pretender di presente. Se la felicit umana consiste tutta e sola nei beial d fortuna, nei godimonU 4eli
3^,9^ il popolo senzaltro vorr^, ed a ragione, qq^^tj be^ni; ^ vajrr per s 1q
ricchezze ch^. appiiuto ^ono fon^ e n^^zso. e condizione di tali beni. Il
popolo ha pure diritto inplpr^ dj, l^VjOraire. q^^lchQ ora di meno, di
guadagnare qualchj^ lira d^ pii> di ni>ingiare, di abitare c^ di vestire
un po' meno n^jsQramepte; e suquesto noi tutti d'accordo, m^ baster questo a
f.irIo ricco e felice ? E come potr4 lin^it^rQ le ^w aspi.ra;sQQ, se non gli
resta altra speranza che la felicit della ricchezza, n altra legge che la
soddisfazione dei suoi desideri, n altro fine che 1' ebbrezza dei piaceri ?
Non. mi par necessario addurre altre considerazioni e ragionamenti per
dimostrare, o benigni uditori, come in questo campo, tra le diverse condizioni
sociali, npn vi pos^a essere 2\ltrsi equazione possibile, che una liquidazione
universale della civilt non solo, ma anche della societ stessa. Del resto il
popolo stesso queste cose vede, misura, intuisce e saggiamente scongiura, se i
rettori non sono da menp. Per contrario, T istintivo sentimento religioso nel
popolo, se bene indirizzato^ il pi saldo
fondamento d'p|;pi ordine sociale, la pi alta espressione del i^pado un^anp, la
consacrazione della dignit individuale, la fonte delle virt private o
pubbliche, V ispiratore de* pi granai specifici e degli stessi eroismi, si
particolari che collettivi. Ecco perch nel nostro dissidio tra Chiesa e S,tato,
io penso che commette un vero sacrilegio chi da una fV* te, per sostenere il
dominio temporale, lo f^ elemento essenziale della religione,perturbando le cos^cienze;
e com? mette grave imprudenza pure chi dall' altra parte, pier oppugnare quel
potere, attacca la religione. f titM lo Stato ha il diritto >4*ft(Fln il
dovere di ten'^' cnto del stiiimtiiq fcti^s, hiit te defia niratit della rttitf
jptlvt ' e pi col diflFonderlq e coj pfoteggrlo"; t p\i8
dsittt^sarsi decita moralit pbblica. Il sentimnto refi^osp, quando forte, pv^fo e bne applicato, forma la
potejiz la grandezza delle nazini. Ma ci
cbe pii lo combat lo stsso divorzio
della Chiesa e del saceMzio cattolico dal sapere, dal movimerito del progresso
umano in tutte le parti dello scibile, ih una parola il divorzio cattolico
dall' evoluzione del pensiero moderno. Divorzio che, cme accennai, lamenta gi
il Griobiti net Rinnovamento, e che in seguito fino a noi pi saccrebbe; noa
potendo pi oltre assoggettarsi gli studiosi allinteftettUal evirazione. A
questo saggiunge r accennato a^anhai'^i degli ecclesiastici stssi, pi& cne
pet glMnteres^ spirtriali, pei ntrali vantggi dgfi individui e dli Casta; non cle
il lf'o disconoscere "qflo che pure
nobilissimo sentimento deir animo umai^o^ l'atnof di patriiy pigliado in tutto
questo il mal esempio dallalto. La storia d^ ogni popolo e dogni tempo ci
aiiUQa,estf icfae la fede, l'a religione
un bisgno in^vid^ale e sociale. Lo stesso Voltaire afferma, dietro il
prprio roTtlo, che se Dio non fbsse, bisognerebbe inventari. Ma altre's ui bisgno individuale e sodiate il
progresso civile, economico e scientifico, anzi un bisogn pi immediato e
sensibile Ora, ctne ognun ved^ necessario che le soddis^aziohf d? questi due
bisgni, del sentimento e delT^ ihtlletto, per lo meno Dn si'esdudiioV S la
storia ci dice: Gua alla Societ civile che opprime e distrugge la propria fede
religiosa! essa ci dice pure: Guai a quella societ religiosa che rinnega il
progresso della civilt ed insulta alle conquiste della scienza! Per tanto per il benessere sociale che in Italia tra
Chiesa e Stato vuoisi eliminare ogni dissidio, come ogni vincolo d'alleanza.
Solo richiedonsi libert, rispetto e tolleranza reciproca per ciascuno dei due
Istituti, giusta la formola cavouriana: Libera Chiesa^ in libero Stato. Ma se
non pi possibile uscire dal diuturno
dissidio, dal conflitto attuale e passare alla formola cavouriana; se chi regge
le coscienze, non curando il conseguente sfacelo morale, non cessa mai di
rimpiangere e di imprecare per rivendicazioni che offendono il senso patrio
degli Italiani; io penso che ormai lo Stato
diritto ed insieme dovere di provvedere ad un tale stato di cose, senza
pi oltre disinteressarsene; ha diritto e dovere di provvedere e riparare ormai
alla presente demolizione morale e religiosa, merc la secessione
ricosiruttrice, di cui accennai. Per tutte le ragioni fin qui addotte, io non
esito, come dissi, nella duplice schiera in cui si possono dividere i moderni
sistemi filosofici, di attenermi alla schiera dell' a^rmazione ^ alla schiera
dei credenti; e precisamente a quella pa,rte di credenti che nella loro
affermazione mirano ad una nuova Riforma, ad una nuova ricostruzione che
insieme abbracci tutti i seguaci della cristiana religione. Cosi se il mio
concetto in proposito assai ardito, il
mio linguaggio non sar per questo meno franco. Per me la parola orale o scritta
non fatta mai per mentire il pensiero, n
mi piacciono quelle circonlocuzioni e quegli eufemismi che lo coprono o peggio
lo travisano. Ecco perch altrove, ne ftiie Problemi Sociali mentre parea
venisse a cessare in Italia o per lo meno si mitiga il conflitto tra Chiesa e
Stato; mi sono augurato in Leone XIII. il ristoratore e riparatore dei danni
gravissimi recati all'ovile di Cristo, dai troppo superbi ed incauti suoi
predecessori omonimi, Leone III. e Leone X.; onde il distacco da Roma della
Chiesa d' oriente col primo, e la Riforma Protestante nella Chiesa d'occidente
col secondo. Ma pi dotto che sapiente Leone XIII, che di quei fatali Leoni
riunisce addizionalmente gli ordinativi, pare ormai ne riunisca fatalmente
anche gli esiziali diftti. Tuttavia lideale di questa fusione, di questo
universalismo cristiano, un bisogno
inlperioso dell' et moderna, la quale pi non tollera privilegi, differenze,
monopolii ed esclusivismi di alcuna guisa. Laonde la realizzazione ne avverr/
io non dubito, quando i presenti popoli cristiani, insieme meglio affratellati,
fra non molto avranno imparato sui dettami d'una giustizia arbitrale che
esclude ogni prepotenza particolare od oligarchica a comporsi tra loro e per
semplice loro conto le gravi questioni proprie ed iaternazioiuli non solo
economiche, ma anche civili, politiche ed etnografiche, e quindi morali e
religiose. E ci senza intervento delle rispettive autorit politiche ed
ecclesiastiche, e magari loro malgrado. Finora la storia ci ha sempre
rappresetitati i governi degli stati e delle nazioni sempre pronti a guerreggiitirsi
materialmente e moralmente, mossi da particolari interest si di espansione, di
conquista e di predominio esterno o ja da panicolari e dinastiche nlecessit di
equilibrio e di ap CfnbafUmo int^riiO. Per tl guisa y^c^mim qu^ sempre Mila
storia y da inccigbi e da sa^t^ dj private a$9Jl^zioiPii arbi^ariaoieQite
gipc^arsi e n^?ie^^r$i a rey^fildagUo gli iai^re^i generali j e I0 stes^jp
%vvmm dei popoli e delle nazioliL Ma ormai esultUaio., oaaimiama ed allelajflio
pare chfe l'umamt^. sta per uscire di questo brutto circolo viaiojSO di
fiinoata tutela in cui i popoli fratelli sono ai^sati ed avventati a
combattersi in :onsciamente gli uni contro gjyi alt^i, per ]!agk>m e mire
particolari . La stioria ci ap.e ora una b^Ua 9 gloriosa pagina; incomincia quest'
airao una nuota. tea di mtaa^una civilt cristiana;, i popoli ormal s'intendono
ffa loro, e dt^ s provvedono fraternanoiite aUe loro Usc^nc. Cos s'^Ttsicin
ormai il .gkncno del nnu) vo Eyas^elo in
cui le Nazioni e gU Stati uditi d'Husopa, non pi& tentiti a balk,
regletanao armonica e direttamonte le cose loro, anch^ senza e contro, i
mpetcrv goverm, finch nan sin meglio trab tonnati a base democratica 0i nelle
due Americhe il reggimento repubblicano, fi^mdo io^ion viso alla propaganda per
la Pace e per V ArJHttxtD Imarnazionale a cui ormai formalmente aderarcuo ^at
qugli Stati in numero di ben diciotto, unici tnttt iofiieme in> una
potentissima lega h^ ora saggiamente resi inuttli tutti i dispendi per la
guerra e per gli eserciti. ci sebbene
non tutti quegli Stati vadano sempre immuni da qualche interno turbamento* Gii
in Eu* nq) pure, la propaganda per la Pace e per V Arbitrato ha pittUzato in
pochi anni. la politica armigera ed aggressiva degU Stati pia potenti. Gi nella
stessa opinione pubblica europea si fai strada ognor fh V ideale ddl* Aclmrato,
e gli stessi eserciti permanenti vengono nniversaimente considerati quali
inndli sanguisughe e vampir delle stremate nazioni . in onta al reg^pmento
monarchico ed rstocratico. E mentre il
nuovo continente di leziose al vecchio y noi vediamo ora i governi eorcpei
sempre intenti con inauditi sforzi ad accumular armi ed armati per meglio
aggredirsi o difendersi costretti meritamente da imperioso quanto sovrano
volere dei popoli^ a scambiarsi cortesemente le destre. La gran pagina della
nuova storia, la nuova raglo rosa stata
inaugurata nei due continenti. Tutti i popoli civili del mondo cristiano, nella
no merosa classe che li rappresenta, cio negli operai del lavero sudato, s'accordano
insieme per festeggiare il loro lavoro in un giorno convenuto, il i. Maggio.
Questo grorno tutti concorrono per discutere e per regolare insime ed
internazionalmente a tempo e luogo la rispc:tl/a quistione economica, la
questione del lavoro, quale primo avviamento alla graduale soluzione della
complessa questione sociale Per me
questo un fatto grandissimo,
questo il gran prodromo, T inizio della nuova ra, in cui i popoli
rappresentati pi direttamente nelle classi operaie gradatamente tra loro stabiliranno non solo
gli interessi im terali ed economici, ma eziandio gli interessi civili,
politici, emc^rafici, religiosi e morali, come ripeio; tagliando fuori e
riducendo all'impotenza i Governi,coi formida* bili loro eserciti, ormai non pi
formidabili, ma inutili. Ed ecco come i popoli affiratellati fonderanno pure in
una sola e pi razionale confessione cristiana i aspettivi bisogni
religiosi morali, come sopra accennai. E
ci in onta alle attuali diverse confessioni in lotta ed anatema tra loro, vantando
ciascuna per s il monopolio del vero e sacro patrimonio della dottrina di
Cristo, a mezzo di inconsulti corifei affatto esclusivisti. Quind' innanzi i
popoli civili meglio educati al giusto concetto ed all' uso moderato della
libert il sommo tra i beni morali individuali e colletti vi, la massima
conquista della civilt moderna imporranno agli stessi governanti i propri
voleri, a semplice soddisfazione dei propri bisogni. E questo essi faranno per
mezzo di imponenti quanto misurate dimostrazioni pubbliche, con solenni e
popolari imperativi categorici, senza uscire dai limiti legalitari con atto
alcuno di vandalismo o di sedizione, senza torcere altrui un capello. N paia
questa un'utopia. Noi vedemmo test a Londra, e precisamente la festa del
lavoro, il i. del passato Maggio, uno spettacolo nuovo e quasi incredibile del
pi equilibrato uso della libert, in mezzo ad un immenso popolo di parecchie
centinaia di migliaia di dimostranti. Si
calcolato che tutti quegli operat, con interminabili processioni di migliaia
e migliaia di associazioni, precedute da bandiere e stendardi d'ogni maniera e
gradazione, oltrepassassero il mezzo milione; n la cifra pu sorprendere per chi
sappia che Londra conta circa quattro milioni d'abitanti. Tutte le principali e
pi contigue piazze ne rimasero letteralmente stipate, mentre centinaia di
oratori saliti sopra improvvisate tribune, arringavano ad un tempo in diversi
luoghi e da' punti principali quell'interminabile folla. Ebbene, in mezzo a
tanta moltitndine di dimostranti, tra quali certo chi sa mai quanti allora affamati
e digiuni, niente di sedizioso, ordine perfetto; contenti e paghi qoe gloperai
che il governo prendesse atto delle loro domande a soddis&zione dei loro
bisogni, votando i loro desiderati con immensi urri, e &cendoU alle
competenti aatoriti da apposite commissioni presentare. Questo solenne esempio
di franca concessione di popolari libert da una parte, e di moderato uso delle
stesse dall' altra, quanto non d di che pensare ed arrossire agli altri popoli
del continente europeo; ed a noi Italiani in particolare! Quanta distanza di
contegno nelle popolari adunanze per noi, troppo nuovi ed inesperti del modico
e retto uso della libert, ma quanta restrizione ancora in alto, neiraccrdar e
nell* interpretare le stesse libert statutarie. Ci pensino a tempo^ ci pensino
i paladini dellistituzioni in Italia al timone dello Stato; che anche il nostro
popolo, come V inglese, ha bisogno di educarsi al sacer^ dozio della libert.
Pensino che sempre fresco d'attualit il
celebre aforisma dOVIDIO (si veda), in proposito: Nitimur in vetitum semper
cupimusque negata. Pensino che accanto alla soppressione ed all'oppressione
germoglia appunto rigogliosa e fiera la reazione, quanto spontanea e naturale.
Certe situazioni vogliono essere francamente affrontate, quando non torni punto
corretto il sopprimerle o lo spostarle. Coii il popolo Stesso viene poi educato
all'onesto uso della libert; che se ne sar tenuto lontano, non . sopra tanto
apprezzarla da valersene rettamente e contenersi all' occorrenza. j I Si
d3&e e si va ogni giorno diceQ4o q proclatnando -r^ sfc^it dz cbi mira al
potere ^ vi s'aggrappa o tende a riaggrapparvi^i -n- ch^ la monarchia k il
nostro unica t^Us^na^p,, la sola tavola ^i salv^^^a per la conservazione delia
nostra upit, come lo f^ gi per il conseguimento d^lla nostra um^azione. E sia
pur: io qui uol contester; m^. non posso a tf^nf^ ii const^;i,re che $i f^
prmaii in omaggio alla forma, troppo fipre9P d^Ua stessa sostanza. E4 a v^rci^
se ci. proprio necessaria la iorma per
la nostrfi cpesipx^e,, perch tanta profusione d' armi e di armati e di pi^licp
deiv^ro per su0lcQrla? Non sarebbe .g4i questp in vece un vero compronpt^tterla
e minarla? In fatti. un biMncio di me:^zo miliardo annuo circa per U Qu^rra e
per la Marina, un ben quattordici milioni an^ui per la Usta civili^, la
n^aggiore in Europa se non,^rrp, e tuqre le amqynistr^ipai e le liberta stesse
statuta^ rie subprdin^te a qi^es^o ^cces$prio di forma; via, non pc^ corre
dissimularlo, tutto questo un lussp da
una pa^fte. e \;i,i;i, sa^ri^co 4^11* Altra, che diventano ognor pi
iiisopports^bili a, popolo italiano; ^ giova in buona fede pro^ clamarlo
altamente, perch sia meglio avvertito T abisso e P^r tempo provveduto. Che se
si continua alla forma immolare siffattamente Ut sostanza^ v^gg^^no i nocchieri
che un qualche giorno un' irjrompente volont 4i popolo ridesto non trovi pi
logico di sacrificare la forma stessa alla sostanza anche sup .tn^lgca^P ^4 a
malincuore. 1\ Brasile \ informi; che diversamente, fatto il loro tempo anche
gli dei conviene se ne vadaAPi daj mercato degji interpreti e sacerdoti ini^nzi
al popolo una volta compromessi. K giova Taddurte T esempio diegH
zhriSV^tiifmt^txh nestare la mala via; noi dok V'amo seaz'altfo.i^quUbrttre' i
bilanci pubblici coi mezzi e coi bisogni de ll}|l!ili^on^;40bjstanza saVii. e
ignarda^ ghi in vece inribus nnitis. Ed anche qui, dove ci vengono,n\e^o i
tpezzi 6nffir ziari, proprio il casp di
prendere e^snp^pio Itmbo d^ Italia irredenta; la patria nostra, in un tempo piii
niella lontano, sar fatalmente quanto pacificamente integr^^ta^ in tutta la sua
pienezza geografica^ ed etnografico imptrciocche, giova ripeterlo, ci che una
nas^ione, ci cheati p* polo intero vuole, Dio stesso lo vuole sena*a.kro. Ed
ecco come e perch io vorrei conciliata td soluzione del nostro scottante
problema economico e militn stra peregrinatliofte, dopo il lungo e vorticoso
viaggio accademica-poUti'., per yli scolari poveri delle Scuole Elementari dri
Gomi'--e di Ravenna.) k Mm I.'^i'">'; M ptniiwa niouHco llailano d*
lllllililii j . Fabiano. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Fabiano,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Fabiano: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Maestro di Seneca, il quale testimonia che Fabiano
Papirio non è un filosofo ex his cathedraris, sed ex veris et antiquis. Seneca
ricorda la doti di F. di conferenziere -- le declamazioni, le pubbliche letture
sono alla moda --, ne loda il nobile carattere e le doti di filosofo. Seneca
rifere che la produzione filosofica di F. non e meno ampia di quella di CICERONE. Di
lui si ricordano "De causarum naturalium", "De
amimalibus", e “De civilium". Rimangono poche sentenze di F.,
conservate da Seneca e da STOBEO che confermano il giudizio di Seneca, che la
dottrine di quell’indirizzo e caratterizzata da VIGORE ROMANO. Si allontana dal
Portico, quando limita le loro ricerche all'etica e in questa trascurano la
parte teorica. Si avvicina alla posizione del Cinargo, e insieme alle
preferenze dello SPIRITO ROMANO per ciò che serve all’azione. Mira non a
sviluppare teorie, ma a esercitare un influsso personale sulla condotta degl’umini
e condanna le dottrine che non mirrano a un’azione etica. In F. in si manifesta
l’eclettismo perchè accoglie anche teorie pitagoriche -- la norma di rendersi
conto ogni giorno della propria condotta, l'astinenza da cibi carnei -- e,
platonico-aristoteliche -- la natura incorporea e non spaziale dell'anima. Nulla
di filosoficamente importante si trovarsi in F., che però e interessante in
quanto mostrano come la romanità si potessero collegare e fondere in alcune
anime nobili e vigorose. He makes his career in public speaking and becomes interested in
philosophy after meeting SESTIO (si veda). He writes a number of essays and is greatly
admired by Seneca who mentions him in on a number of occasions. Seneca
describes him as someone who lived a philosophical life without being
distracted by details of doctrine. Nome
compiuto: Fabiano Papirio. Fabiano. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice e Fabiano,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Fabio:
la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Philosopher and friend of Boezio.
Luigi Speranza -- Grice e Fabio: la
ragione conversazionale al portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. MHe writes a number of essays on philosophy. Nome
compiuto: Fabio Massimo. Fabio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Fabio,” The Swimming-Pool Library, Vlla Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Fabri: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dei lizii -- i peripatetici –
scuola della Spinata di Brisighella—filosofia ravennese – filosofia emiliana --
filosofia italiana – Speranza (Spinata
di Brisighella). Filosofo brisighellese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Spinata
di Brisighella, Brisighella, Ravenna, Emilia-Romagna. Grice: “I like Fabri;
especially the ardour by which he fought Duns Scotus – a furriner! – and his
malignant influence on the Continent – he was a thoroughbred Aristotelian, like
me!” Insegnò a Padova. Critica Pico e Galilei,
in difesa di Aristotele, dell'unità della metafisica e della separazione di
matematica e fisica. Altre opere: Disputationes theologicae de restitutione et
extrema unction (Venezia). “Adversus impios atheos”F. n Universitate Patauina
Olim Sacrae Theologiae Professoris EXPOSITIONES, ET DISPVTATIONES In XII. Lib.
Arist. MATAPHYSICORVM; QVIBVS DOCTIRNA IO. DVNS. SCOTI Magna cum facilitate
illustratur, [et] contra Aduersarior omnes tam Veteres, quam Recentiores defenditur
His Praeijt Auctoris Vita a MATHEO VEGLENSI, Nunc Sacrum Theologiam in eadem
Vniuersitate Publice docente, Conscripta. Cum Duplici Disputationum, [et] Rerum
Memorabilium Indice. Ad EMINENTIS. ET REVERENDIS. PRINCIPEM D. Dominum FRANSCISCVM
CARDINALEM BARBERINVM Vicecancellarium. Il valore della "Metafisica"
di Aristotele e la distinzione delle scienze speculative. In: Innovazione filosofica e
università. F. His comment on Aristotle’s metaphysics is a gem. It’s divided in
dissertatio – and chapters for each little unit. The following should serve as
kewyords. contrarium solution, Yorum
appetitus addat aliquid supra facultatem, cuius De Structura Metaphysicorum est
appetitus, et idem de concupicibile, et irascibile. BIECTIO. Adversariorum
Aristotelis contra scientiam Metaphy sicorum. Excellentia Metaplıyl. explicatur.
V trum inter omnes senſus magis senſum visus diligamus, o hoc quia vilusfaciat
nos Excellentia Merappyf. inductine din magis scire. scurrendo per diversas
(ciencias, et questa varia pub. Cap. III pag. Is Rationes, quibusallata
propositio Aristoteli videtur Adraciunes Adversariorum Arist. falla Declaratur
alata propositio, et soluuntur rationes adduciæ. Inscriptione, Сар. Рnicит, Utrum in Brutis sit
prudential. Utrum. Metaphys. sit scientia subalternans, Quid sit dicendum reiectis
opinionibus contrariis, Рівіскі. De Subiecte Metaphysicorum.
Utrum ex experimentis generetur ars, siue scientia. Aliorum opiniones
adducuntur, et reijciuntur, cap.1. Opinio Arist. et Scoti cum suis fundamentis brevi. ter
explicatiil'. Vera Opinio cap.nl p.21 Obiectiones contra opinionem Aristot.ex!
Antiquis Heraclito, Platone, et Avicenna, et earum confutatio, et Solutio.
Obiectiones aliorum contra quædam dicta inVtrum ens habeat peras causas,
principia. et eorum solutio Vtruy verum sit quod expertus non habens artein,
Quid sit dicendum. cap. 1 p. 22 nec scientiam certius operetur habente, et scienti.
Obiectiones aliorum præfertim contra distinctionem ang, sed inexpertè, formalçın
soluuntur. Vtrum AEtiones sint circa singularia. Vtrum illa propositio Aristot.
Omnes homines Diput. natura scire dederant, sit vera, de quo auctitu Opinio
Thomist. et quorumdam aliorum adducitur, Vtrum aliquis SENSVS INTERNVS dividat,
come et refellitur ponat, a discurrat, Opinio Scoti, et eius Comprobatio, et rationum
in P.Opinietur. Opinio D. Tho. ac Sectatorum refellitur, et Opinio Quid sit
dicendum.c. vnic. Scoti explicatur.c. Vdic Vtrum detur Regressus, yorum
obiectum per se sensus sit aliquid fub ra. tione singulariiatis.Vtrum sit
ponere Stutum in omni genere catfitri... ptrum ad Metaphyf. pertineat
cognoscere omnes Quæ fine causæ essentialiter ordinatæ, et quæ acci.
quidditates rerum in particulari. dentaliter, et quæ per se, et quæ per
accidés. Resolutio quæstionis secund. Scotum.Aliotum Opiniones adducuntur, et refelluntur.
Obiectiones contrarationes Scoti, et Propoſitioné Arift.& carundem folutio.
Opinio Scoti explicatur, et rationes in oppofitum Coluuntu. Vtrum cauſæ ſecunde pendeant in sua causalitate ab
aliis causis secundis superioribus, vt Vtrum magis universalia sint
difficiliora cogni agentia hæc inferiora d cælo. Opinionibus Contrariis
conſideratis, quid sit dicendum Itatuitur. Quomodo Celum sit causa lucis,
luminis, et caloris trum metaphyſicæ sit scientia practica, vel Spe. permotum,
vbi de generatione caloris quoque culatiúl, ego idem de logica. agitur. Quid
sit dicendum de Metaphyſ. breviter explica- Quomodo Cçlu producat calore per
lumé.c.z. SS Quid sit dicendum de Logica. Vtrum infinitum possit à nobis
cognolci. An poßit à nobis cognosci infinitum esse in rebus Vtrum prima
principia Complexa vel illud de quo- An intellectus creatus poflit infinitum secundú
quod libet perum est AFFIRMARE, VEL NEGARE, de nullo infinitum cognoscere. Opinio
Suarez cun fais amboſimul, sint nobis naturaliternota. fundamentis Opinio
allata reijcitur. Opinio Scoti explicatur, et ra Quid sit dicendum. ciones in
oppositum foluuntur.An A Genfus principiorum sit actus distinctus ab apprehensione,
et quædam alia dubia mota a Scoto in hac quæst.&non soluta, Coluuntur. Utrum
immobilitas sit causa efficiens, o finalis Vtrum difficultas cognoscendi resfit
ex parte intellectus, vel ex parte rerum cognoscibilium. Quid sit dicendum breviter
explicatur. Opinio Averr. Thomist. et aliorum cum suis fundamentis Opinio Scoti
comprobatur, et allaræ refelluntir. Vtrum genus prædicetur de differentia per se,
Opinio Scoti explicatur, &rationes Aduerfariorum Quid sit dicendum. Cap.
Vnicum ſoluuntur rio. Utrum substantiæ
abstracta immateriales possint cognosci secundum suas quidditates ab Vtrum ens
uni-voce prædicetun de Deare creaturis intelle &tu nostro pro Aatu iſto.
Opinio Thomist. adducitur substantia, e accidente: vbiquæ ad hancmate, et refellitur
riam spe &tent quæq; tractata sint explicantur, Thomist. responsiones refelluntur.
quædam observanda adduntur. Opiniones Auerr.Themistij, simplicii et
Platonicorum, ac Avicennæ adducuntur, et refelluntur Utrum ců Univocatione
entis stet ANALOGIA An Analogum mediet inçer UNIVOCVM et æquivocu. Explicatur
Opinio Scoti, et rationes in oppositum Vtrum Privatio, Negatio sit ens
rationis, In quo sit felicitas, et summum bonum hominis se iundum Aristotelem,
alios Philosophos. Opinio Aucrc.D. Thoin, et sectatorium.c Cap. 2 soluuntur Opinio
untur.C.2 IX. E Opinio Scoti, et solutio rationum pro Adversariis Vtrum
vniversale pro prima intentione sit in solo intellectu, an in rebus, a quo fiat,
ứ quid sit. Vtrum cognitionem negatio habeat ab affirmatione
diftinétamcuiformalitatem opponitur., ca Status quæftionis aperitur, et opinio
Nominal. addu citur, et confutatur Quid sit formalitas Opinio Thomiſt. et multorum
aliorum adducitur, et Quomodo formalitas ſeù conceptibilitas negationis
refellicur.c.2 189 Te habeat ad formalitatein affirinationis Opinio Scoti Quomodo
privatio per affirmatione, et privatio An intellectus agens, vel possibilis
faciat universale, per positiuuin cognoscatur solutio trium quæftionum à
Porphirio excitata rum in Proemio Prædicabil. Rationes pro aliis opinionibus adductæ
soluuntur. De ente rationis, e fecundis intentionibus. An fir ens rationis, et quotuplex
sit Quotuplex sit ens rationis, Aliorum opiniones reijci Utrum verum ſit paſſio
entis, et quid fit Opinio Scoti explicatur, et rationibus primo capite addictis
reſpondetur Quid fit ens rationis,& fecundaintentio. Opinio A. Vtrum bonum
sit passio entis, et quid sit liorum, et eorumdem confutatione Quid sit ens
rationis, et secunda intentio secundum DScorú, et quomodo formatur,& an
formetur a voluntate, et fenfitiua potential Vtrum preter vnum, verum, bonum
den An: prædicametu undecimú debcat constitui, in quo tur aliæ passiones entis
entia rationis reponantur Quid sit dicendum breviter declaratur. c. vnic virum
ens habeat veras paſſiones, cproprietates. Vtrum iftud principium,impoſſibile
eſt id eniſimul Variæ opiniones cum eorum fundamentis eſje; non efje fit
firmiſſimim. Allara opinio refellitur Opinio Scoti explicatur, et rationes
Aduerſarlorum Veritas breviter explicatur, et quædam obicctiones ſoluuntur soluuntur.c.vnic
Vtrum propria paſio distinguatur realiter vtrum hoc principium inpossibile est
idem fimulef à Juo subiecto. fes nonesse sit simpliciter primum principi um, e
prima omnium dignitatum. Opinio et Auerroiſt Nominal. quorumdam. breuiter
reijcitur cum fuis, et opinio fundamentis Thom.. Au principiun iſtud ſit
diuerſum ab alijs principijs, et explicatur.c. præſertim ab illo, de quolibet
verum eft affirmare 201 velnegare.c.1 Allata opinio reijcitur, et opinio Scoti,
quæ eft etiam Auert. Comprobatur Opinio Allerentium primum principium
ſimpliciter Rationes Aduerſariorum foluuntur elle illud de quolibet verum ett
affirinare,vel nega Rationes Aduerſariorum contra diftinctionem for re,
retellitur. malem inter ſubiectuin, et paflionem adducuntur, ConGdecancur
opinio Antonij Andreæ, obiectiones et foluuntur.Aduerfarioruin, et quæfituin
reſolutur.V trum vnü quod eft paffio entis, dicat quid poſitivi Vtrum inter
contradictoria detur medium. Opinio Auicennæ reijcitur, et opinio AQUINO (si
veda).& re. Quomodo vera fit hæc propofitio, et aſſertio, inter ctatorum
explicatur cum ſuus fundamentis.c.1.177 contradictoria datur mediam explicatur,
et ebie Opinio D.Thom. et ſectatorum refellitar. ctiones quædamin contrario
foluuntur.Opinio Scoti explicatur, et rationes pro Aduerſarijs Argumenta quædam
contraria toimuntur.c.2. foluuntur De Vnitate indiuiduali, seu de principio
individuationis. Vtrum cauſæ ſint tantum quatuor. Quierlain adduntur ad ea, quæ
in Philoſopbia naturali Quæ fit diffinitio propria principij, et caufæ, et quod
dicta ſunt de principio indiuiduationis contra Sua corum difcrimen. Suarez, et opinio
Scoti magis confir. Vtrum fint plura quá quatuor genera cauſarú,vbide caula
caufi fine quanon,decauſa diſpoſitiua, obiectiva cxemplaridiecimur Vera
explicatio difficultatis propofitæ,& rationen in oppofitum folutio. Verum
cauſa exemplaris fit genas diſtinctuin caufæ à quatuorgeneribuscaularum pofitis
ab Aristotelis. Vtrum caufe ſint ſibi inuicem cauſa. in
quo conſiſtat cauſalitas cauſamaterialis, forma. Quæſtio breuiter reſoluitur,
&quædam obiectiones lis, efficientis. in contrarium foliuntur.c.vnico
Opinio aliorum.com Allatæ Opinio opiniones vera cuin luis refelluntur fundamentis,
et folutio racionú verum neceſſaria habeant caufam fui esse Aducrſariorum. Vtrum
ens diuidatur in decem prædicamenta per De cauſa finali. modos prædicandi, vel
per modos eßendi. Caula finalem ele caulam realem, et caulam caliſa- Quid
fitmodus rei, et quid modi intrinſeci, aliorum fum opinionibus
reiectis,explicatur An finis caufct, et moueat fecundum fuum elle rea. Opinio
Scoti. le, an secundum elle cognitum in inente, Antinis caulec Meraphorice,vel
efficienter Viruin ratio formalis conftitutiua finis in proxiina di ſpoſitione
ad caufandam larbonitas tin:s,& Ancau Vtrumſecunda diuiſio vnius, quæ eft
in vnum nu lalitas tinis babeat lociun in diuinis actionibus, in mero, unum specie,
unum genere, et vnum propor mediis relationibus prusacion.bus, et in naturali
tione sit conveniens.bus Vtrum plura accidentia solo numero diucrſapoſfint De causa
instrumentali ere simul in eodem fubie& to Opinio D. AQUINO (si veda) et Thomist.,
cum suis fundamen- Opinio Thoiniſt. cum fuis fundamentis Alaca opinio celicitur,
et opino Scoti explicatur, et conriimtur
Allaca opinio refellitur, et opinio Scoti explicatur Obectiones quęd.ım ex
Suarez adducuntur, et folur Vtrum inſtrumenta Artium habcant vim activa n. tur,
et ndiciva deeius speratione fertir Plures relaciones diltiactis numcroelli dc
facto in co Opinio Scoti adducitur,& rationes Aduerſariorun, dei lubiecto
contraaduerfarios prob cap.adductæ Coluuntur Rationes Aduerfariorum primo
capite adducte lol muntur Vtrum onus effe &tus poſſit prouenire à pluribus
caufis. V trum propria ratio quantitatisſit diuiſibilitas. Quaeslio quoad
criamembra, et tres fenfus,breuitcr Diffinitio quantitatis explicatur cxplicatur
Virum quantitas molis fit entitas distincta à ſubstan. Vtrum idem effectus
poflit effe fimul a pluribus cull cia materiali, et qualitatibusillius ſis
totalibus eiuſdeni generis, et ordinis sive speci Viruin ratio menſuræ fit
ratio torinalis quantitaris.De principali quæfito, An divisibilitas sit ratio
esé. cutis quantitates Qienum fic
excentio in quanticate, et quomodo ina Anidem indiuiduum poſſit produci à
diue'ſis agen Ten yenda dit.c.s tibus, idem numero reproduci naturaliter. An
idem effectus poflit eſſe à pluribus saufis rotali bus divisim, seu Anidem
indiuiduum numeio por Vtrum punctum linea, superficies sint entia rear fit
produci à diuerſis agentib ila vel railonis, An idem numero tam in fubftantia,
quam in acciden te poflit reproduci naturaliter Opinio nominalium negantiuneſſe
entiz realia cum iuus fundamcntis. Opin o alaia reiicitur, et finul appo.iti,
quod iint evtia rcalia, que elt com 10HS comprobitiir Vtrum cauſa particularisin
a&u, &ſuus effe &tius in aftuſimulfint, et non fint:vel fub alio
titulo. Opinio Sco: i, et folutio rationum in oppoſituin. Vtrum caufa fitprior
ſuo effectu Quorundam opiniones adducuntur, &reijciuntur DISPV pas T Opinio
Scoti cum fuis fundamentis. Rationes crietani contra hanc opinionem, et rationem
Scoti so trum quantitas discreta ſit proprieſpecies Opinio allata caietani cum
suis fundamentis, et re. quantiiati, sponſionibus refellitur Soluuntur rationes
aliorum.c4 Opinio negatiua cum fuis fundamentis Allata opinio refellitur et oppofita
comprobatur, Opinio Scoti, et communis explicatur, et rationes Vtrum ad
relationem realem tria fuffi in oppofitum foluunturçiant, Virum in
ſpiritualibus tie quantitas diſcreta, et in dili nis fit numerus Relationem habere cauſam efficientem, et finalem,
quæ sunt extrema et relationem multiplicari ad multiplicationcm fubicctorum, et
potentialem el fercaliter diftinctam ab actuali. Vtrum qualitas rectè
diftinguatur in qua., De Distinctione fubiecti, et fundamenti in relation tuor
ſpecies ne.c.2 393 Vtrum fundamentum, et terminus in relatione reali
Proponuntur difficultatesquædam generales circa do neccfiario diftingui debeant
realiter. Vbi opinio ctrinam Ariftotelis de qualitatis ipecicbus.c.de Gregorij,
Auscoli, et Okan apperiuntur, et rejciuntur Quid dicendum circa allatas
difficultates Vtrum dentur Relationes extrinfecus ad V trum locus fit quantitas.
menientes, Explicatur quęnio 2. Q.101.b. Scoti, vbi de distin- Opin o Scoti
explicatur cum ſuis fundamentis ctione loci, de existenia duorum corporum in eo
dein oco difertur, et obicctiones Aducrtariorum Rationes aliorurn adduantur, et
rcfelluntur retelluntur Locum non cfle vacuum, quamuis vacuum poflit da Rationes
allaræ foluuntur leteffe ipeciem quantitates Solutio argumentorum conrra
fecundam, et tertiam opinionemVtrum motus, tempus fint species quantitatis.VNICUMI.
Vtrum una relatio possit fundari in alia keliiione. Opinio D. Thomæ cum ſuis
fundamentis refellitur, Utrum relatio distinguatur à fundamento, vbi de distinctione
reail, mondo, contra hea Opinio Scoti, et folutio rationum pro præcedenti opi
cenciures un puitur. nioneadductorum Opinio eorum, qui aſſerunt relationein non
distingui a fundamento. Opinio præcedenci capite allata, et doctrina de ditın
Virum tres modi relativorum sint reétè clione reali Suarez iciclisur. allignati
ab Aristotele. Opinio alionum allerenijum relaciones non diſting.is realiter à
fundamento. Anomncs relationes fufficienter contineantur in his Opinio alioulin
aflerenuun relationes eſſe idenirea a b smodis Tejatiliorum.c. I liter cuin
fundamento, led dittingu rationc addu Vuum primus modus relatiuorum Git
ſufficienter ani citur, et refellilur. gnaliis Opiniones aliorum foluuntur Yorum
lccundus, et tertilis modus relatiuorum fic rectè aſiignatus.C.) Vtrum omnis
relatio contineatur in predica mento relationis, an rerò aliqui fint
Transcandentales. Per quid scientia speculatina distingua. Opinio aliorum qui
allerunt relationes rationis repo tur à Practica. nu in prædicamento relationis
adducitur, et reijci tul Adversariorum ſententiæ; An açtus intellectus sie Que tint
relationes prædicamentales, et quæ tran praxis adducuntur, et refellunur scendentales.
Opinio Thomittarun a quo habitus, et scientia di. catur practica cum lius
fundamentis Allaca opinio retellicur, et rationes pro ça Coluuntur, Virum
relatiuum terminetur ad ſuum correlatiuum. Scou one CRUCI DI De conexione
virtutum moralium acqui ſitarum inter fe. Opiniones aliorum refelluntirr.c.i
SOI Opinio D. Tho. et aliorum refelluntur. Opinio Scoti, et dolutio rationuin
sos Utrum scientiam sit una qualitas simplex. Opiniones aliorum refelluntur, et
opinio Scoti ex plicatur Verum scientia: n totalis vt Philoſophia naturalis,
vel Mertaph fit vna nuinero fimplex qualitas Opinio D. AQUINO (si veda) Opinio
Suarez Quomodo opinio nominalium Gt vera, Relponſio caierani retellitur Pugna
inter Suarez et Vaſquez De connexione virtutum
moralium cum prudentia, Opinio Henrici, et aliorum reijcitur, et opinio Scou ti
explicatur CI sog Opiniones Aliorum refutantur, et opinio Scoti con firmatur. i foluuntur. 6.4 vtrum trimembris diuifio.ſcientia
ſpeculatiuæ in Phisicam Mathematica, de methaphysicam, fut bona. Vtrum necesse
sit ponere charitatem creatam for maliter inherentem naturæ Beatifica Rationes
quibus prædicta diuifio Arist, non vide Diſput. merè Thologica, cur conueniens
Resolucio Difficultatis, et folutio rationum. cap.z. Homines iuſtificari per
iuftitiam inherentem animæ formaliter, non autem per imputatiuain, contra hæ
feticos breuiter probatur Opinio Magiſtri adducitur, et refellitur. Opinio
catholica explicatur, et comprobatur ex Do Vtrumfit necefle ponerein habiturationem
(trina Scoti. principi a &tiui reſpectu actus Quid fit dicenduin
deſententia Magiſtri quo ad fubftantiam. Rationes pro opinione Magiftri adductæ
coluntur cos 531 Duiz opinioncs adducuntur, et refelluntur.c. Opinio D. AQUINO
(si veda) Aureoli, et Durandi' refellitur. R. Opin o Scoti explicatur, et probatur.
Utrum gratia fit virtus, quæ eſt charitas. Obiectiones contra opinionem Scoti
adducuntur, et 469 Exponitur opinio D. Thomæ Vaum habitusgeneretur per a et tus,
et quomodo opi Allara opinio reijcitur. nio alioruni.cos 474 Exponitur opinio
Scoti, &rationibus aliorum tisaltir. Vtrum habitus moralis in quantum
virtusſit aliquo modo principium aétiuum refpectu bo Vtrum gratia fit in
eſentia animæ tamquam in ſur nitatis in actu, biecto vel in potentys. Opinio
Scoti cum ſuis fundamentis. Exponitur opinio illorum qui dicunt gratiain effe
in Obiectiones caictani,& ipfius Scoti contra fe: c. 2 effentiam animæ.c, I
540 480 Rationes in oppofitum foluuntur Rationes caietani, et aliorum
adducuntur, et refeilun 484 Virum in patria remaneat habitus fidei. Opinio
aliorum refellitur, et Scoti explicatur. cap. SAS De ſubię to babituum, Opinio
Scoti defenditur, et comprobatur, C. vnic. pag. 486 De connexione vtrum
intelleétualium inter fe, et Moralium cum Theologicis, Theologicarum inter fe.
De subiecto virtutum. Quod fit dicendum. In quo conueniant Scoti D Tho. et alij.
Opinio ai lara refellitur, et fimulopinió Scotiproba 492 Vtrum an anıma dertur
alij habitus preter virtue Opinio Scoti explicatur, et rationes aliorum ſolaun
tes morales intelectuales, C Theologicas. vbi de damnis Spiritus Sanéti
beatitudi nibus ex fruitibus, pofiiis a Theo Logis differitur, Opinio 1 pag.
cur.c.4 vnic. Opiniones aliorum refelluntur Vtrum accidens in
concreto primo ſignificet fubięz Opinio Scoti explicatur.c.. čtum vt eft lub
tali forina; et an accidens in abftrą cto Gt ens incompletum. Utrum angumentum
cum intentionefiat fema per per ačtum intenfiorem. Vtrum ſubstantia fit prior
accidente tempore Opinio D. AQUINO. c.1. $ 57 Opiniones aliorum refelluntur Opinio
Scou explicatur. Opinio Scotiexplicatur, et aliorum ſoluitur De modo augumenti,
et remissionis, et Utrum substantia prior sit accidente diffinitione coruprionis
-habitus Opinio Thomiſtarum fefellitur.com ili Opinio aſſerentium in intentione
habitus nihilpræ Opinio Scou explicatum ibid. exiftentis habicusremanere, et eiuldem
confutae Opino D. Thomæ, et aliorum
refellitur Opinio Suarez ieiicitur. y trum ſubſtantia fit prior accidente
cognitione. Quomodo habitus dimmuttur, et corumpitur.cap. Cina ini' 4: S75
Subſtanțiam,effe priorem cognitione accidentibus Vtrum de e ne per accidens
detur fcientia, Quid fit dicendum de ente per accidens quod prijat Dediuigone
ſubſtantiæ in primam, et ſecundam, et perlelden neut a.c. cil 577 diferentiam
inter prim.im fullt untiam, et ſuppoſi Deente per accidens quod contingenter
non necetafio caulatur. De comparatione primæ subftantiæ ad suppositum, et ad
lubfiftçocian leu perionalitatem Quomodo inteligaty wla propofitio, actiones
funç uppulitoruim.c.3 651 Vtruinens verum debe at ſeparari a, confideratione Quomodo
mielligatur Axioma illud, actiones fins Merhapbojica. c.vnico lingubahuinVtrum
formafit prior compoſito: V trạm inherentia ſit de eſſentia accidentis.
Aduerfario rum opinio fefélitur, et vera comproba. 664 Quid fit dicendum de
inherentia accepta pro per ſe Rationes in oppofitum ſoluuntur.c.2 Tignificato,
ieu pro accidentalitate quæ circuit no nein piedicaincnta. Quud lii dicendum de
accidente pro denominaco quod eit relatio. Vtrummateria ſitens, Vtrum
inherentia actualis fit de ejentia ac, DISPY TATIO cidentis abjoluti. V trữ
quod quid est sit idein chillo cüius ejt.c.1.667 Opinio Scoti, et aliorum
reiicitur.C.3 Inherenţiam actualem non ele de jellentia acciden- Explicatur
fenllis verus illius proportionis,c.2. 669 usabloluti Vtrum genita ex putri,
“ſemine ſint eiufdem ratio y trum ens finitum Prima ſui diuiſione diuidatur in
dccem preurcamenta, o qualisfit bac diuifio, Ü eius analogia Opiniones aliorum
adducuntar Vtrum Cælum in generatione animalium ex putri Allara opinioncs
refeliuiiur, et opinio Scoti expli materia ſit principale a cris. ibido
Callir.c.2 633 Au rationes adversariorum Vtrum compositum per se generetur Veritas
questionis explicain et opinio Scoti defendi Vtrum accidens in ſe confideratum
fit ens. tur.C.2 673 Rationes pro aliis opinionibus foluuntur, et opinio
Veritas aperitur confutata opinione aliorum Suare, et Zimaræ diluuntur.c.3 **
31 tur hos 624 nis Opinio quorundam refellitur. Allaca opinio refelitur, opinio
Scoti explicatur, et ra De Ideis platonis an ſint Admittende. tiones in
oppofitum foluuntur.c.2 720 Germina opinio Platonis.Rationes Arift. contra
Platonem, et solutio rationú in oppositum.C.2 691 De ſubie &to accidentium.
An hoc fit
potentia qnæ lam paſſiua in. herens (abſtantiæ. Vtrum forme niturales de
potentia matteriæ educantur Opinio AQUINO refellitur Opiniones illorum qui
formas naturales produci ab Opinio quorumdam aliorum.c.2 725 agence leparatu,
velab intelligentia vel a Celo ale runt.C.2 688 Vtrum poum accidens poffit effe
fubie &tum Opinio Sco.& Solutio rationum alterius accidentis. Opinio
Scoto, et folutio rationum. C.3 Vtrum materia fit pars quidditatis rerum
naturaliuin. Vtrum ad formationem prolis mater concurrat Quid sit dicendum. ci
vnic. 694 active Vtrum fingulare ſitper ſe a nobis cognoſcibile. Vtrum cælum
fit compoſitum ex mate. rid, forni. Næc Celum, nec animam rationalem, nec
Angelam eiſe compoſica exmateria, et forma contra quoſ daw recentiores Scouſtas.
C. Vnic. 731 Vtrum
conceptus generis fit alius à concept u diffe rentie, speciei.Thomiltarú, et aliorú
opinio, et confutatio Opinio Scoto, et folutio aliorun. Vtrum omnis creatura
fit compoſita ex materia, como foruba, ex potentib, autu Virum differentia
diuifiuig? neris inferioris inclu. Opinio afferentium omnes creaturas eſſe
compoſi. dat differentiam gencris juperioris formaliter. tas ex materia, et forın
potentia et actu refellitur et opinio Scoti explicatur Opiniones alioruin. Obiectiones A tucrinorum contra doctrinam alli Alata
opinio retellitur, et vin statutis.c. 733 cam Scoti lefel iniur, Virum
universale sit aliquid in rebus. Utrum ex materia, e forma fiat unum per se. Aliorum
opinionibus confutatis exponitur opinio Scou.c. Voici XXI Utrum in compoſito
ſubstantiali fint plures forme ſubſtantiales.Verum totum eſſentiale
diſtinguatur a luis partibus; De diuiſione entis in potentiam, actum, in ef fimulfunptis.
Seniamy w exiſtentiam, Vitum potentia, et actus opponantur, &quaoppo
tucione; vbi op.no Henrici de cflentia, et exItentia conturauir Opinio Thomiſt.
de diſtinctione en is in potentia, Vtrum in motu alterationis oporteat manere
idem et actum retelitur, et opinio Scoti explicatur. fubie &tum
fiinpliciter ſub zeroq; terminorum, 757 Rationes Aduerſariorum primo,
&ſecundo capite Quid fit dicendum, et reſoluțio objęđionum in con adductæ
foluuntur Obiectio ex Saclano,&corundem reiectio Vtrum essentia, existentia
in ente creato actuanter onijiente distinguuntur. Utrum accidens sit compoſitum
intrixſece Eficntiam trariuin Blora afikas JIPEL " SI Essentiam, et existentiam
non realite, nec ratione c'tantum, sed formaliter distingui, et opinionem Scoti
elleveram defenditur. c. I Quid ſit exifteptia creaturæ, et an habeat aliquas causās,
et causalitates, et quædam aliæ quæstiones de existentia enodantur Utrum verum
ſit illud Axioma,primum invnogue que genere eft metrum, o menfura omnium, que ſuntin
illo genere: y trum potentia ſuficienter diuidat!ır in actiuam, Quid Ge
menſura,& quæ conditiones eius vbi de du o paſiuam, earum diffinitiones
ſint ratione,de æternitate, et to, et aliis inenfuris agi reita aſſignatæ. tul
Verus intellectus propofitiAxiomatis Obicctiones cótra vtráq; partem adducútur
Diuifionem potentiæ in actiuam, et pafſiuain eſte difficientem, et diffiniționės
vtriuſq; potenciæ ef de l'ecrè allignatas Vtrum vnum, multa opponantur
contrarie, vbi de paſſionibus entis agitur: 1 Firew.idem moreripoſſit à
ſeipſo,velvt alij loquit Quomodo vnum lic paflio ſimplex, et difuncta en tir',
Vtrum potentia actiua, et paffiua jem tis, qualis fit diuitio entis in vnum, et
multa, et qua per ré, ú ſubiecto differant. lis ipforum oppofitio.c.vbic, 819
Opinio AQUINO et aliorum tenenrium parcein negatiua,nimirú ide à feipfo moueri
non pofle Allata opinio refellitur V ti un,ptáralitas ſei diuifibilitas fit
prior Rationes pro Aduerfariis primo capite a iductæ ſol vno, jer indiuiſibílı,
oc. uunub.Quid fit dicendum breuiter aperitur. c.vnic. Vtrum omnis potenti
1.fite tantum attina, veltātum paliud,vel aliqua fit fimul actiua, o pajuna. V
trum à priuatione ad habitum ſit poſibilis Quedamquæſtiunculæ de potentia
tractaræ à Scoto regreſſus jeù tranſmutatio: an hoclibro Nono breuiter
explicantur ic. i 784 Eamdem potentiam poffe efle actiuam, et paffiuan Ruid fit
dicendup. c.ynic, i $ 23 nedyn selpecriducrforum,led relpectu tuijpfi us, et quomodoVtrum
identitas abſoluta, a relatiua fint eadem V tim potentia paſina diuidatur in
potentiã notu. entitas an distinci e realiter. i ralerno upernaturalé,jei
obediétialé,a violétă. Opinio Aduerſariorum refellitur cum ſuis fundansé
Diftinctionem allatam eſſe de potentia paffiua, non tis, et opinio Scoti
explicatur, et prob.c.ynic, 8.24 actina. L'orenciain obedientialem acuvam non
da. ri, et membra omnia fecundum doctrinam Scori elle intelligenda. C. vnic.
Vtrum idem, et diuerſuin habeant inediú. c.vnic.V trum aétus ſit prior potentia..
V triem media cõt: ariorū ſint cöpoſita ex terninis: 10 cuo ſenſu ſit vera, et quid
dicendum explicatur. Duæ contrariæ opiniones adducuntur in propoſita questione,
et an duo contraria poflint elle in co. dem fubiecto.c.I 828 Vtrum actio fit in
agente, vel in paflor 791 Quid fit dicendum de vtraque, opinio allata, et opiu
nio Scoti explicatur. Quodam alia adducuntur ad majorem declaratione; Kanduio
contaria in fumino de potentia Dei ab y trum differentia,quam alignat
Philofophus inter ſoluta pollint elle fimul. c.; potentias rationales, e
irrationales fit conuenienter poſita. Rationes contra allaraw differentiam
aßignatam ab Vtrum formæ ſubſtantiales formaliter repugnantes, Anttotele opponantur
oppoſitione contrarietatis. Resolutio quæstionis. Arguincita primo capite adducta
ſoluiuntur. Opinio aferens formas ſubstantiales eſſe contrarias cțiin tus
fundamencis. Fundamenta quædam pro veritate
inueftiganda, vbi de natura oppofitorum agitur. Utrum detur aliquis aétus malus
in voluntate ſine Solutio principalis dubitationis, et rationes pro pri vlla
ignorantia in inielletin maopinione Obiectio quid tun'ex Scoto ipfo,& ex
recentioribus aduerſus ſecundam partem quartz conclufionis fit l'trum
corruptibile, e incorruptibile differant perius probatæ, probans rarionc
naturali pode de pluſquam genere monftrari Deum eſtepropriè omnipotentem,reij.
Citur Alixrationes exrecentiotibiis ad
idem adducuntur, et foluuntur. An verum sit Deum posse saccreomze illud, quot
non implicat contradictionem. Vtrum primæ quatuor qualitates fint for, An Deus
ponit facere fimul omnia quæ poteft, et an me ſubſtancialeselementorum. poſit
facere in infiniçum Opinio affirmatiua cu niluls fundamentis i Fundamenta pro opinione Græcorum.c Primaratio
contra opinionem Græcoram adduci- vtrum potentiæ in Deo diſtinguatur abtur.C.3
tia,& voluntatealiquomodo,fie cius fcien Aliæ rationes ad idem. C.4 8.46
Intellectum, &voluntatem detur potentia efe Quædam ali rationes ad idem.c.s
848 cutiua in Dco, quid in Angelis. 0 Solutio rationum in oppoſitum Deopinione
Auerroes.c.7, s'agi ! 855 Opiniones aliorum cum fuis fundamentis.c.r924
Explicatio opinionis Scoti; et confutatio aliarum Vtrum generatio, corruptio
fiant in inftanti Opinio áfferentium ſubſtantiam?ſucceſſiuélgenera. Quid
comprahendati fub'obie et o omnipotentiæ: ricum ſuis tuntamientis Opinio allata
refellitur, et omnem generationem An omnipotentia se extendar'adactis
notionales ſe ſubſtantialem fieri in inſtanci cum Arift.defendi cundum Theologos.
cLimas. Anomnipotentia fe extendat ad creationem Angelo Rationes aduerfariorun
foluuntur. C32.862: rum, et quid fit dicendum fecunduin Theologos, 00061: Jorcu
et quid fecundum Philosophos.c.2 VM. Lupe pie Vtrum
Deusfit ſimplex, et omnis creatura ſit com politan. Utrum omnis productio,
velindu &tio cuiufcumque forma sit univoca, ſoue à fuo ſimili perrun solum
Deus sit inmutabilis. Quid sit dicendun aperitur. Rationes in oppositum
foluantur, et quomodo meti13 Deum in ſe ele irmutabilem probatut rationibus fit
caula caloris Philofophorum, et Theologorum. co.Analiquid aliud á Deo habeat
immutabilitatem, IWA quid lenſerincPhilofophi Obiectiones contra determinata
tisperivis, et opinio Vtrum animarationalis it'immortalis. eorum, qui dicunt
Deum agere libere ad extraie cundum Philosophos, et endem confutatio Rationes
pro' opinione Philoſophorum, quod Deus Venum detur vnum primum ens infinitum,
quod eſt agat necefario ad extra,& quod dcntiraiiqua ca Deus,in qua
rationibusnaturalibus demonftratiuis tia ex fe neceffe eiſe,adducantur, et eadein
opinio proceditur, contra Atheiſtas. retelliill's Cof Quædam præambulæ
conclufiones ad probanda'n Deum effe immutabilem quoad intellectun, et volú
primamens ex triplici primitate prædicta elle in tatem, et quomodo. finitum
præmittunur. Rationes pro Philofophis foluuntur. Primum ens triplici primitate
præmiffa effe infinitú Quæ virtutes cx ijs que conſequentar voluntatein $ erat
fecundum principale intencū prob.c.7. 399 Tint in Deo. Rationes D. Thom. et aliorum,
quibus probant Deā elle infinitum,adducuntur, et reijciuntur. V trum dctur infinitum actu in permanenti bis, c
filceclivis. Vtrum Deum eſſe omnipotentem poſſit natnrali ratione, neceſjaria
demonſtrari. Status queſtionis,
et rationes quaſdam recentiorü, quod mundus non pocucrit elle ab æterno, non có
Explicatur çitalis quæftionis, et quid fit dicendan. cludcre oftendicar, c. 960
quoad demonſtrationem propter quid. Opmio eorunqai affcrun dari infinitum aétu
tam Quid dicendum quoad demonftrationem quia, tam in permanentibus,gratia
fuccelifuis adducitur, et fecundum Philoſophos, quam fecundum Theolo reijcitur
et quoinodo diſcrepent Philosophi à Theolo. Pofitio Scoti, et folutio rationum in contrariain.
gis Vtrum attributa diſtinguantur inter ſe, ab eſſentia Dei De voluntate Dei. Aſignantur
loca in quibus præcipuię difpufationes pertinentes ad voluntatem Dei ab Auctore
tracta. tur, et oftenditur Deum amare le, et alia extra ſe, et quomodo. Caput Vnicum.
i Utrum Deus fit Immenſus. An voluntas Dei semper implicatur INDI Diſputatio primacontra Atheos. Diſputatio
ſecunda contra Atheos. An Deus contingenter velit, et eius voluntas abalie quo
determinetur.Diſputatio tertia contra Atheos. De alijs fubjt antiis.è prima
distinctis. Naturalitatione porce probari dari ſubftantiasabſtra et tas, et rationes
in oppofiuum efle nullas Diſputatio quarta contra Atheos. Si Aristoteles
demonstravit Mundum elle æternum Devi Utrum Angelus, Anima rationalis dif ibi
serant specie, OS Opiniones aliorum. Opinio Scoti, et AnimcellectualitasAngeli,
et Ani mæ rationalis ſpecie diſtinguantur, &An potentiç ſpecie diftinctæ
poflint veulari circa idem object. Utrum primum cælum moueatur immediate a primo
motore Utrum Philosophus posuerit omnes intelligentias ejse vigoris infiniti.
Utrum Anima intellectiva in corpore habeat pro priumeße existentiæ diſtincim ab
elle compos Jiii, len vtaly ducuntsAn in corpore fubfiftatvel vt quo, vel vt
quod. Opinio D. Thomæ ratiqpibus Scoti confutatur, et eiuſdein ſententia
explicatur, cap.I Defenſio Thomiliarlim. cap. 2 Allata opinio refellitar, cap.3
Virum Cælum ſit animatum. Utrum Deus sit invisibilis, incompræbensibilis, et ineffabilis.Nils
An Deus fit viſbilis oculo corporeo, et quid de his tribus attributis sit
dicentum.Urum separatio Anime rationalis a corpor, cu Status animæ rationalis
exiia corpus violenter, an naturaliter.compeiani animæ rationali;. Opinio
Thomiftarum, et Sequaciun cum liris fun damnentis Opinio Scoti explicatur, et præcedens
refellitur. cap.2 V trum Dcus ſit ſubstantia viuens intellectua lis,
felicissima Attributa prædicta competere Deo probatur De scientia dei. Utrum
omnes potentiæ animæ rationalis inſint anim et icparita Quid Git dicendum de
Vegetativa, et Sensitiva, reiecta opinione affirmativa. cap. Vnic. Quomodo scientia ponatur in Deo, quomodo
Intellectus, Intellectio, et intellectuin in eo sint idem An scientia sit de
cilentia Dei in primo modo dicendi per se Vtrum secundum Aristotelem Deus
habeat cognitio nein aliarum rerum extra se. De cognitione animæ separate. An anima
separata cognoscat quidditates, et res, quas coniuncta cognoscebat, et quid
dicendum reiectis opinionibus opposiris. Ricerca Liceo di Aristotele
luogo della scuola di Aristotele ad Atene Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – "Peripato" rimanda qui. Se stai
cercando l'antica strada alla base dell'Acropoli di Atene, vedi Peripatos. Liceo
di Aristotele Athens Lyceum Archaeological Site 2.jpg CiviltàAntica Grecia
Localizzazione StatoGrecia Grecia ComuneAtene Altitudine108 m s.l.m.
Amministrazione Visitabilesi Sito webodysseus. culture.gr/h/3/eh355.jsp?obj_id=20744
Mappa di localizzazione StreetMap Il Liceo (Λύκειον Lykeion) era un luogo
dove Aristotele fondò la scuola che fu chiamata Liceo e anche
peripatetica. Geografia ed etimologia Sito alle pendici meridionali del
Licabetto, era un luogo esteso tanto da essere adatto alle esercitazioni
militari. Pericle vi aveva fondato un ginnasiosuccessivamente ampliato da
Licurgo. Il nome della località derivava da un santuario dedicato ad Apollo
Licio. "Licio" – o LIZIO -- e un epiteto attribuito ad Apollo o
perché riferito al termine «lupo» (λύκος) O AL FATTO CHE IL DIO APPENA NATO E
PORTATO IN LICIA (Λυκία, LIZIA), o, infine perché si vuole indicare la sua
caratteristica di divinità solare -- dalla radice λευκ-, λυκ-, candore, luce. Quando
Alessandro divenne reggente del regno di Macedonia, cominciando anche ad
avvicinarsi alla cultura orientale, il suo maestro Aristotele, che era intanto
rimasto vedovo e conviveva con la giovane Erpillide, da cui aveva avuto il
figlio Nicomaco, nell'ultimo periodo della sua vita tornò forse a Stagirae, da
lì si trasferì ad Atene dove si dedicò all'insegnamento della sua dottrina,
ormai matura e del tutto distaccata da quella platonica, che costituisce quasi
interamente il corpus aristotelicum a noi pervenuto. Il nome peripatetica della
scuola aristotelica deriva dal greco Περίπατος, «la passeggiata» (da περιπατέω
«passeggiare», composto di περι «intorno» e πατέω «camminare») cioè quella
parte del giardino dove era un colonnato coperto dove il maestro e i suoi
discepoli camminavano discutendo. Secondo Spadolini il Liceo, come l'Accademia di Platone, non
avrebbe avuto nessuna finalità religiosa e i suoi discepoli sono divisi come in
un tiaso tra quelli che erano iniziati e frequentavano la scuola come interni
(gli "esoterici") a cui erano riservate le lezioni più specialistiche
e complesse e coloro che partecipavano come discepoli esterni
("essoterici"), uditori a cui era dedicata la parte divulgativa della
dottrina. Gli scavi Il piano di studi probabilmente si basava
sull'insegnamento: delle scienze teoretiche dedicate all'osservazione
degli enti e del loro divenire (fisica, zoologia, psicologia) e degli enti
immobili (metafisica e teologia); delle scienze pratiche, che dovevano guidare
all'azione (etica e politica); delle scienze poietiche (retorica e poetica). La
logica non compariva come scienza, ma come strumento propedeutico allo studio
di qualsivoglia scienza. Alla morte di Aristotele, avvenuta nel 322 a.C.,
Teofrasto gli succedette nella direzione del Liceo. Nel 287 a.C., alla morte di
Teofrasto, la direzione fu assunta da Stratone di Lampsaco. Il Liceo fu
depredato da Filippo V di Macedonia e successivamente da Lucio Silla. Il nome
continuò ad essere usato per indicare la scuola peripatetica e in seguito fu
riferito a quei luoghi pubblici dove si tenevano dissertazioni letterarie e
filosofiche. NoteModifica ^ Dizionario di filosofia Treccani (2009) alla
voce "Liceo". ^ Enciclopedia Treccani alla voce
"Aristotele". Vocabolario Treccani alla voce "Peripato". ^
Rebecca Solnit, Storia del camminare, Pearson Italia S.p.a., 2005 p. 16. ^ Cfr.
qui. ^ Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in
Occidente, Armando Editore, 2004 p. 68. BibliografiaModifica The Lyceum, in Encyclopedia of
Classical Philosophy, Westport, Greenwood, 1997. John Patrick Lynch,
Aristotle's School: a Study of a Greek Educational Institution, Berkeley,
University of California Press, 1972. Voci
correlateModifica Scuola peripatetica Altri progetti Modifica Collabora a
Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Liceo
Collegamenti esterni The Lyceum da The Internet Encyclopedia of
Philosophy. Portale Filosofia: accedi alle voci di Wikipedia che
trattano di filosofia Ultima modifica 1 anno fa di Placentinus Teofrasto
filosofo e botanico greco antico Scuola peripatetica scuola filosofica
fondata ad Atene da Aristotele Eudemo da Rodi filosofo e storico della
scienza greco antico. Scuola peripatetica scuola filosofica fondata ad Atene da
Aristotele Lingua Segui Modifica Ulteriori informazioni Questa voce
sull'argomento scuole e correnti filosofiche è solo un abbozzo. Contribuisci a
migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. La scuola peripatetica (in
greco Περιπατητική Σχολή Peripatetiké Scholé) fu una delle grandi scuole
filosofiche greche, fondata da Aristotele. I suoi membri erano detti
peripatetici. La scuola di Aristotele, di Gustav Adolph Spangenberg
La scuola in origine deriva il suo nome Peripato, Περίπατος, dai περίπατοι,
colonnati dei porticati del GINNASIO d’Atene, dove i membri si riunivano, che
si trova presso il santuario dedicato ad Apollo Licio o LIZIO da cui deriva
l'altro nome della scuola: il Liceo, o LIZIO. Una parola greca simile,
περιπατητικός si riferisce all'atto di camminare e, come aggettivo,
"peripatetico" è spesso usato per indicare itinerante, errante, in
movimento. Dopo la morte di Aristotele, nacque la leggenda che egli fosse un
docente "peripatetico" - che camminasse intorno insegnando - e la
designazione Peripatetikos è venuta a sostituire il Peripatos originale.
StoriaModifica La scuola risale quando Aristotele intraprese l'insegnamento nel
Liceo. Si trattava di un'istituzione informale, i cui membri conducevano
indagini filosofiche e scientifiche. La scuola peripatetica diede inoltre
grande impulso all'indagine storica come strumento di indiscussa validità per
la conoscenza e la comprensione delle manifestazioni religiose, artistiche,
poetiche e letterarie. Teofrasto e Stratone, i successori di Aristotele,
continuarono la tradizione di esplorare teorie filosofiche e scientifiche, ma
la scuola cadde in declino, per rinascere non prima del periodo romano. In
seguito i membri della scuola si concentrarono sulla conservazione e sul
commento delle opere di Aristotele, piuttosto che estenderle, e la scuola alla
fine morì nel III secolo d.C. Anche se la scuola si estinse, lo studio
delle opere di Aristotele fu proseguito da studiosi che vennero chiamati
peripatetici attraverso la tarda antichità, il Medioevo ed il Rinascimento.
Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, le opere della scuola
peripatetica andarono perse in Occidente, ma in Oriente furono incorporate
nella prima filosofia islamica, svolgendo un ruolo importante nella rinascita delle
dottrine aristoteliche nell'Europa medioevale e rinascimentale. Si riflessero
nel doppio filtro applicato all'aristotelismo dapprima da Alessandro di
Afrodisia e poi continuato nell'eredità spirituale di Al-Farabi, Avicenna e
Averroè. Scolarchi ed altri PeripateticiModifica Maggiori esponenti della
Scuola peripatetica, Aristosseno Teofrasto. II scolarca Eudemo da Rodi Prassifane
di Mitilene Demetrio Falereo Dicearco Ieronimo di Rodi Stratone di Lampsaco scolarca
Licone (peripatetico) scolarca Aristone di Ceo scolarca Critolao scolarca
Diodoro di Tiro scolarca Cratippo di PergamoI secolo a.C.Andronico di Rodi Boeto
di Sidone Senarco di SeleuciaI secolo d.C.Ario DidimoI secolo d.C. Nicola
di Damasco. Gigante, Kepos e Peripatos. contributo alla storia
dell'aristotelismo antico, Napoli, Bibliopolis, Lynch, Aristotle's School: A
Study of a Greek Educational Institution, Berkeley, University of California
Press, Moraux, L'Aristotelismo presso i Greci, Milano, Vita e Pensiero, Sharples,
Peripatetic Philosophy, An Introduction and Collection of Sources in
Translation, Cambridge, Cambridge University Press, 2010. Fritz Wehrli (a cura
di): Die Schule des Aristoteles. Texte und Kommentare. Basel Edizione (raccolta
dei frammenti). Voci correlate Liceo di Aristotele Peripatetici antichi
Peripatos Scolarca Liceo di Aristotele luogo della scuola di Aristotele ad
Atene Boeto di Sidone (peripatetico) filosofo greco antico,
peripatetico Peripatetici antichi lista di un progetto Wikimedia
Wikipedia Il contenutoPeripatetici antichi lista di un progetto Wikimedia
Lingua Segui Modifica Questa è una lista dei filosofi peripatetici antichi in
ordine (approssimativamente) cronologico.Eraclide Pontico Wehrli lo ha inserito
nel VII volume della sua opera, ma si tratta di un discepolo di Platone
Aristosseno di TARANTO (si veda) Uno dei principali allievi di Aristotele,
scrisse diverse opere sulla musica Teofrasto Secondo scolarca del Peripato,
autore di libri di botanica e logica Eudemo di Rodi Collaboratore di Aristotele
ed autore di opere di storia della geometria e della teologia Dicearco da
Messina Discepolo di Aristotele, autore di opere filosofico-politiche e
geografiche Cameleonte di Eraclea Pontica Edizione: "Chamaeleontis
Heracleotae fragmenta" a cura di Giordano, Bologna, Patron Fania di Ereso Allievo
di Aristotele, filosofo e scienziato Clearco di Soli Autore di scritti sulle
culture orientali e di un'opera Sull'educazione Prassifane di Mitilene Allievo
di Teofrasto, ebbe come discepolo Callimaco Demetrio Falereo Oratore, scrisse
opere di etica, retorica e letteratura Stratone di Lampsaco Fu maestro di
Aristarco di Samo, importante la sua teoria del vuoto Licone (peripatetico) Autore
di un'opera Sui caratteri. fu rivale di Ieronimo di Rodi Ieronimo di Rodi Fu
avversario di Arcesilaoe fondò una scuola a indirizzo eclettico Sozione il
Peripatetico Autore delle Successioni dei filosofi di cui restano solo pochi
frammenti Ermippo di Smirne Seguace di Callimaco, scrisse le Vite degli uomini
illustri Aristone di Ceo Allievo di Licone Critolao Scrisse sull'etica,
avvicinandosi allo Stoicismo Diodoro di Tiro Discepolo di Critolao Aristone il
Giovane Allievo di Critolao Stasea di Napoli Il primo Peripatetico che
soggiornò a Roma, secondo Cicerone maestro di Calpurniano Apellicone di Teo Bibliofilo,
comprò i manoscritti di Aristotele che Neleo di Scepsi aveva ricevuto da
Teofrasto Aristone d'Alessandria Discepolo di Antioco di Ascalona, aderì alla
Scuola Peripatetica Cratippo di Pergamo Amico di Cicerone, che ne parla nel suo
De divinatione Erinneo Secondo Paul Moraux Probabile scolarca del Peripato dopo
Diodoro di Tiro Tirannione il Vecchio Grammatico, noto per avere messo in
ordine la biblioteca di Cicerone I e II Secolo d.C.Alessandro di Ege Insieme
allo stoico Cheromonte fu maestro di Nerone Andronico di Rodi Ha curato
l'edizione del Corpus aristotelicum Boeto di Sidone (peripatetico) Discepolo di
Andronico di Rodi Ario Didimo Filosofo romano, insegnante di Augusto la sua
opera è una sintesi di stoicismo ed aristotelismo Nicola di Damasco Autore di
una Storia universale e di un'opera Sulla filosofia di Aristotele Senarco di
Seleucia(I secolo d.C.)Negò l'esistenza dell'etere Adrasto d'Afrodisia Scrisse
sull'ordinamento degli scritti di Aristotele e commentò alcune su opere
Aristocle di Messene(II secolo d.C.)Scrisse un'esposizione delle scuole
filosofiche di cui restano alcuni frammenti Aspasio Commentatore di alcune
opere di Aristotele, in particolare l'Etica nicomachea Ermino Allievo di
Aspasio e maestro di Alessandro di Afrodisia Sosigene Autore di uno scritto
Sulle sfere dei pianeti Tolomeo Efestione o Chenno La sua opera Storia nova è
riassunta da Fozio di Costantinopoli nella sua Biblioteca Alessandro di
Afrodisia Il più importante dei commentatori delle opere di Aristotele
BibliografiaModifica Paul Moraux, L'Aristotelismo presso i Greci, Milano, Vita
e Pensiero, Sharples, Peripatetic Philosophy, An Introduction and Collection of
Sources in Translation, Cambridge. Wehrli (cur.): Die Schule des Aristoteles.
Texte und Kommentare. Basel Edizione Voci correlate Platonici antichi Stoici
antichi Liceo di Aristotele Scuola peripatetica Portale Antica
Grecia Portale Antica Roma Portale Ellenismo
Portale Filosofia Scuola peripatetica scuola filosofica fondata ad Atene da
Aristotele Prassifane di Mitilene filosofo peripatetico ed erudito greco
antico Boeto di Sidone (peripatetico) filosofo greco antico, peripatetico.
Nome compiuto: Filippo Fabri. Filippo Fabbri. Fabbri. Keywords: lizii,
accademici, i peripatetici, The 34 disputationes. Galilei, Pico, aristotelismo,
anti-aristotelismo, platonismo, l’unita della metafisica, distinzione tra
matematica e fisica. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Fabri” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Luigi Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Fabro: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di Senone di Velia,
l’innamorato di Parmenide -- per la porta di Velia – scuola di Flumignano –
filosofia flumignese – filosofia talmassonese – filosofia udinese – filosofia
friulese. filosofia italiana – Luigi Speranza (Flumignano). Filosofo italiano. Flumignano, Talmassons, Udine,
Friuli-Venezia Giulia. Grice: “I like Fabro; my favourite of his essays is on
Giorgio Hegel, “La dialettica,” which is really about Socrates and Alcibiades! My Athenian Dialectic which I turned into Oxonian!”. Studia
al seminario degli stimmatini. Si laurea a Roma sotto Reverberi con “Il
concetto di ‘causa’” e la critica di D. Hume. Insegna a Roma. Si dedica quindi
allo studio della biologia filosofica. Pubblica “La partecipazione”. Insegna a Napoli
e Perugia. Si inscrive nell'alveo della neoscolastica, o, più precisamente, del
neotomismo. Il suo apporto più profondo alla metafisica classica, sulle orme di
san Tommaso d'Aquino, è la distinzione reale tra "essenza" e
"atto d'essere”. È questa tesi che lo porterà a riconoscere con sicurezza
le debolezze e le aporie dall'immanentismo del cogito cartesiano, che sfocia
ineluttabilmente nell'ateismo. Trova l'origine dell’ateismo in Cartesio e Spinoza,
nasce nel concetto di "immanenza" contro "trascendenza”.Critica
Severino e Rahner. Valorizza l’esistenzialisto anti-idealista di Kierkegaard. Altre
opere: “Partecipazione in Platone, Aristotele e Aquino, S.E.I., Torino);
“Neotomismo” Piacenza) “La fenomenologia della percezione, Vita e Pensiero,
Milano); “Percezione e pensiero, Vita e Pensiero, Milano), “L’esistenzialismo,
Vita e Pensiero, Milano); “Esistire” (Vallecchi, Firenze); “Dio” (Studium,
Roma); “L'Assoluto nell'esistenzialismo” (Miano-Catania); “L'anima” (Studium,
Roma); “Dall'essere (essuto, suto) all'esistente” (Morcelliana, Brescia); “Il
Tomismo” (Desclée, Roma); “Hegel: La dialettica, La Scuola Editrice, Brescia);
“Partecipazione e causalità, S.E.I., Torino); “Feuerbach-Marx-Engels.
Materialismo dialettico e materialismo storico (La Scuola Editrice, Brescia); “L’ateismo”
Studium, Roma); “L'uomo e il rischio di Dio, Studium, Roma); “Esegesi
tomistica, Pontificia Università Lateranense, Roma); “Tomismo” Pontificia Università
Lateranense, Roma); “La svolta antropologica di Rahner” (Rusconi, Milano); “L'avventura
del progressismo” Rusconi, Milano); “La fede di Kierkegaard” La Scuola
Editrice, Brescia); “La trappola del compromesso storico: da Togliatti a Berlinguer,
Logos, Roma); La preghiera” Edizioni di Storia e Letteratura, Roma); “L'alienazione
dell'Occidente. Osservazioni sul pensiero di Severino, Quadrivium, Genova); Momenti
dello spirito I, Sala Francescana di cultura «P. Antonio Giorgi», AssisiS.
Damiano; Momenti dello spirito II, Sala Francescana di cultura «P. Antonio
Giorgi», Assisi S. Damiano); Aquino, Ares, Milano); La libertà, Maggioli,
Rimini); Gemma Galgani), Il sopra-naturale, Cipi, Roma); L'enigma Rosmini,
Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli); Le prove dell'esistenza di Dio, La
Scuola, Brescia); Commento al Pater Noster” Pontificia Accademia di San Tommaso
d'Aquino, Città del Vaticano); Cristianesimo, L'Aquila, Japadre). Essere e
libertà. Studi in onore di Cornelio Fabro, Maggioli, Rimini); Giuseppe Mario
Pizzuti, Veritatem in caritate. Studi in onore di C. Fabro, Ermes, Potenza); Rosa
Goglia, La novità metafisica in Cornelio Fabro, Marsilio, Venezia); Federico
Costantini, Fabro e il problema della libertà, Forum, Udine); Elvio Celestino
Fontana, Fabro all'Angelicum, EDIVI, “Segni (EDIVI) Fabro e l'Esistenzialismo, EDIVI, Segni. Rosa
Goglia, Fabro. Profilo biografico, cronologico, tematico da inediti, note di
archivio, testimonianze, EDIVI, Segni,. Ariberto Acerbi, Crisi e destino della
filosofia. Studi su Fabro, EDUSC, Roma,. Note
Goglia, Rosa, Fabro: profilo biografico cronologico tematico da inediti,
note di archivio, testimonianze, EDIVI, Kierkegaard
Neotomismo Ateismo. Fondo Fabro presso la Biblioteca della Pontificia
Università della Santa Croce., su pusc.ZENO ELEATES. J5. Z^vwv
'EXeaTTj;. xouxov 'A7toXXoo«pd'; ^Y)otv «T- i 25* ^ n0 Eleates. Hunc
Apollodorus ait in Chronicis na- vat Iv Xpovixot; ^puoei piv TeXeuxaYopou,
OsVet Si tura quidem Teleutagorae, adoptione autem Parmenidis 20
IlapaEviSou. irspl xooxou xal MeXfoaou TCjmov cpyjol 2 filium. De hoc atque
Melisso Timon haec ait : xauxa* 'AfxcpoTipoYXwacou xe {xffa
ffOivcx; oux aXawaSvov Andpitis linguae vis maxima cuncta secantis
Z^vcdvo? rcavxtov smXiiTrxopoc ^Ss MeXiaaou, Zenonis, qui corripit omnes,
atque Melissi; TroXXwv <pavTa<T|xwv Indvb), rcaupwv ft fiiv
eiaw. plurima visa errant in summo, rara sed intus. 25 *0 §•?)
Zr,vci)v Stax^xos IIap[ievi5ou xal yeyovev autou 3 FjiimveroZeno Parmenidis
auditor erat,abeoqueamatus est. TzonBixa. xal eo^XTj? ^v, xa6a cpTjai
nXarwv iv tw Fuit autem procerae staturae, quemadmodum Plato in Par-
IlapfAevCoTi, 6 8' auxb; Iv xw 4>a(5pw xal 'EXeaxixov menide notat,
idemquein Phaedro ipsum VELIA [si veda] Pala- IIaX*jji^5yiv autov xaXel.
{pr,dl 8' 'AptaxoxsXy,? Iv xw 4 medem vocat. Aristoteles autem in Sophista
auctor est in- 2otpiax7J eupex^v auxbv yeveaOai ^taXExxiXTJ;, (ocircp
ventorem ipsum fuisse dialectics, quemadmodum Empe- 30
'EixweSoxXfia firixopiXT)?. yeyove Si av^.p y^vvaio- doclem rhetoric®. Fuit et
in philosophia et in republixaxo^ xal Iv cptXoao^fa xal Iv 7roXixe(a* cpipexat
youv ca vir sane nobilissimus : feruntur nempe ipsius volumina auxou
pi^Xta 7roXXrj<; ffWato*; YCfxovxa. xaOeXsTv SI Oe- 5 sapientiae plenissima.
Is quum Nearcbum tyrannum seu, ut Xifaac N^ap^ov xbv xupavvov — ot Se,
Aiof/iSovxa — alii volunt, Diomedontem imperio exuere voluisset, com-
ouveX^cpOy), xa6d cp^atv 'HpaxXe^Tj; Iv x9j 2axupoo prebensus est, ut in Satyri
epitome ait Heraclides : quo 36 lirixopuj. 6xe xal l;6xa£o'[Aevoc
xou<; auveiSoxa^ xal 7T£pl tempore quum de consciis et armis qua; Liparam ad
vexerat, xwv oVXmv 5v ^y 6V eAiirotpav, iravxa? Ip.>5vu«v au-
inquireretur, volens ipsmndesertum destitutumquereddere, xoo xooc cpiXou;,
pouXo(X£vo<; auxov ^aov xaxaaxyjaar omnes illius amicos conjurationis esse
conscios dixit ; deinde •Txa 7cep( xtvwv efceiv e^ttv auxw wpbc xb
o3<; IXeye xal quum de quibusdam dixisset quiddam ipsi ad aurem loqui
xu^avxo? Saxwv xb wxiov oux av9jx£v Tok imwrffiri, velle, earn mordicus
apprehensam non ante dimisit quam \o
lautbv'AptoxoYeCxovtxtoxupavvoxxovwTraOtov. (27) Ar,u^- confoderetur ; quod
idem accidit Aristogitoni tyrannicidae. biba. e, Q. AEVKinnos. rpto?
Se ^r,aiv ev xoi< ojawvuu.oi; xbv puxxTJpa auxbv diroTpaYeiv.
'AvxiaOevrj; 5' ev xal; SiaSo^al? ^r,<jt fJLExdc TO (JLTjVUffai
XOU? <p(X0UC IpWX1f]09ivai 7TpO? XQU XUpaVVOU e? ti? aXXo? eiYj
• xbv 8i eiireiv, « au 6 xyfc woXews aXi- 6 tiqpio^. » 7rpo; x£ xou$
7capE<rcwxa; ©avai, « Oauuut£w 6fxwv r?)v SeiXCav, et xouxwv Ivsxev wv
vuv e*Y&> ^Trofxe- vw, SouXeuexe xw xupavvw* * xal xeXoc
aitoxpayovxa tJjv yXwxx«v 7rpo<;7mj<iai auxw, xou? 8i TroXfxac
7rapop- (i.r,0£VTa<; auxixa xbv xupavvov xaxaXsuaat. xauxa oe io
oyeSbv of irXe(ou<; Xe'Youaiv. "Epu.nnroc S§ <piQctv eU 6V
fxov auxbv pXTjO^vat xal xaxaxo7c9jvai. (2§) xal eU auxbv ^)(jlcT<
efarofxev oSxciK* *H8eXe<;, w Z^vwv, xaXbv ^OeXe< avSpa
xupavvov xxe(va? IxXuaai SouXoouvtjs 'EXe'av. 15 dXX' ISau-Ttf- 5^1
yap « Xa€u>v 6 xupavvos ev 5Xu.w xo^c. x( xouxo Xs*y<«> ; ffWfAa
yap, ofyl 8s «. yiyove Se xa t* £XXa aya6b<; 6 Zi^vwv, dXXa xal
&ict p- oicxixb? xwv (xtt^vtov xax' fcov 'HpaxXetxw* xal yap
o5xo« xV wpoxepov p.ev 'YeXTjv, (Saxepov 5* 'EXfov, <I>w 20
xaiwv ouaav airoixtav, auxou Se 7raxp(Sa, ttoXiv eoxeXri xal |xo'vov
avSpacoYaOoucxpscpetv ^taxafjLEvrjv ^YaTrrjae |xaXXovx9i? 'AOTjvaiwv
iuyxXoLuyia^ oux iTriSYi^aa? xb icapaTrav Trpb? auxouc, aXX' auxd8i
xaxa&ouc [29) ou- xo? xal xbv 'Ax^ca irpwxo? Xoyov ^pwxTjffE-
<I>a6o>pT- 25 voc Se' <prjo-t napfX£v(Sr,v xal
aXXou<; cuyvouc. 'Aplaxet S f auxw xaSe* Koauou? eJvai xevo'v xe u^
eTvar Y £ Y 6 " V7j<r8ai Se x^,v xwv wavxwv <puatv ex Gep|AOu
xal ^u/pou xal fopou xal uypou, Xau.€avovxwv eU aXXrjXa x^v jxe-
xa€oXr,v • Y^vEdtv x' avOpo)7TO)v ix yr;? eTvai xal tfu^v 30 xpS{ia
&Trap/6iv Ix xwv 7rpo£ipT)asvwv xaxa |XYiSevb<; xouxcov
iTrixpaxTjaiv. xouxov cpaai XoiSopoutxevov aya- vaxxTJaat- aixiaaa|X£vou
8e xtvo<;, cpavai, « £av X01S0- poujxevo? (jl^j 7rpo<;Tcoiw(xai,
ouS' ItuaivoujAEvoc ^aG^ao- (xat. » tf Oxt S£ Ysyo'vaai Zr,vo)V£<;
6xxw ^v xw KixieT 65 StetX^UEOa. fixiLOiZi oSxo; xaxa x9jv Ivax^v
xal £6$ou.Y)xo<rri:v 'OXujjLiriaoa. Demetrius vero in
Cognominibus nasutu ei morsu abstuJfssc ait. Porro Antisthenes in
Successionibus ait ilium, quum amicos tyranni detulis et, rogalum a
tyranno essetne alius quispiam, dixisse, Tu civitatis> pernicies.
Deintle astantibus ita locutumesse, Admiror equidem vestram socordiam, si
horum gratia quae nunc ego tolero, tyranno servire sustinetis. Deniquc
praecisam linguam in ora tyranni conspuisse, cives autem continuo facto
impetu lapidibus tyrannum obruifise. Usee ferme pleriquc tradiderunt.
Cc- terum Hermippus ilium in mortariuro injectum contusumque fuisse ait. Et in hunc nos sic diximus: Tentasti, Zeno,
crudelis canle tyranni Eleus ut populus libera turba foret.
At prensiim in pita te content articulatim iste : imo non te, sed
tua membra terit. Praeclarus et in ceteris fuit Zeno potentiorumque non
secus atque Heraclitus quadam animi altitudine contemptor r nam hie
prius quidem Hyelen, postea vero Eleam nominatam Phocaeensium coloniam
suamque patriam, civitatem humi- lem bonosque tantum virosnutrirc
solitam, dilexitmagis quam Atheniensium magnificentiara : ad quos
nunquam profectus est, domi assidue commorans. Hie etiam primus
syilogismo usus est qui Achilles appellatur, quamvis Favorinus Parmenidem et
alios plures proferat. Placent autem illi lieecce: Mundos esse plures et
inane non esse; naturam omnium re rum ex calido et frigido aridoque
et humido fuisse ortam, quum ista in se invicein commutentur.
Generationem hominum e terra esse, animamque ita ex his omnibus commixtam
quae praediximus, ut a nullo eorum plus quam a ceteris obtineatur. Hunc aiunt
quum conviciis laceraretur, indignari solitum : et vituperante
quodam dixisse, Si maledicta me non tangunt, nee laudes I ome
delectabunt. Octo vero fuisse Zenones, quum de Citieo loqueremur, diximus.
Floruit autem hie Olympiade nona et septuagesima. KE4>.
Q'.AETRinn02. AEuxtirircx; 'EXeaxTi;, w? U xtve;, 'A6Sv)piti}C 9 I
xax' lvtou<; bl MiiXio;. oSxcx; ^xouae Ztivwvoc. "Hptdxs o* auxw
dWpa fitvat xa uavxa xal ik aXXYjXa fxexa- SaXXetv. x<^ xe Ttav Jvai xevbv
xal TrXripec <iw|a<xxwv. tou? te xdff[A00s yivtafai <jw(jloitwv
tU to xevov I|xtti- ttxovxwv xal aXX^Xotc 7reptwX£X0|xivwv ^x xe xtk
xtv^- «&k xaxa xtjv aufow auxwv YtveaOat x^jv x(ov dW- pwv
^uffiv. cpe'peffOai 8e xbv ^Xtov Iv fiet^ovi xuxXw wapa B Tf^v
<ieX^vy|V t^v y^v ^ewOat Trepl *rb jieaov Stvouui- vvjv ffX^H^ f'
auxTJ? TujiTcavoetSe^ elvai. «pwxd< x' dxouou^ap/a?
uxwffx^aaxo.xalxecpaXaiwSwsfxiv xauxa* Zenone lleate. I. Zenone eleate. Era costui, al dire di Apollodoro,
a5 nelle Cronache, p«r natura, figlio di Teleutagora, per adozione,
di Parmenide. II. Di lui « di Melisso dice Timone queste cose : //
prò ed il contro a disputar potente, Zenone, invitto, riprensor di
tutti; E Melisso di molte fantasie Superiore, di poche
inferiore. Zenone di VELIA è veramente discepolo di Parmenide e suo
bar- dassa. È grandissimo della persona, secondo che, nel
Parmenide, scrive Platone, che, nel Fediv, lo chiama anche Palamede di VELIA. Afferma Aristotele
nel Sofista, eh 9 e 9 è l’inventore della dialettica, siccome GIRGENTI (si
veda) della retorica ; che è uomo e in filosofia e in politica assai prestante
; e che vanno attorno suoi libri pieni di molta a g
sapienza. Volendo Zenone rovesciare il tiranno Nearco - secondo
alcuni Diomedonte - è, al dire d’Eraclide, Epitome di Satiro, sostenuto e
quando lo si inquisì circa i complici e l’armi, che sono state portate a
Lipara, afferma, onde colui rimane solo, che di tutto consapevoli sono i
suoi amici. Poscia soggiugnendo che intorno a taluno qualche cosa avea da
dirgli all’orecchio, addentandoglielo, non prima il lasciò che cade trafitto;
lo che ha in comune col tirannicida Aristogitone. Demetrio, negl’omonimi,
afferma che gli morsica il naso; ma
Àntistene racconta, nelle successioni, che dopo di averne denunciati gl’amici,
interrogato dal tiranno, se alcun altro vi è, egli rispose: Tu, peste
della città! e che dopo di aver detto agl’astanti: Meravigliomi della
vostra codardia, se, in grazia di ciò ch’io patisco, servirete al
tiranno, spiccatosi finalmente la lingua coi denti la sputò ad esso in faccia;
e che i cittadini concitati a quel fatto lapidarono il tiranno. Queste
cose, presso a poco, si vanno narrando dai più. Ma Ermippo asserisce che
gettato Zenone di VELIA (si veda)in un mortaio, vi è pestato. Sopra di
lui noi parliamo così: Tu volevi o Zenon di VELIA (si veda), volevi
torre, a8 Uomo egregio, la patria dal servaggio, il tiranno
uccidendo. Ma cadesti oppresso, perocché tosto il tiranno, Presoti,
in un mortaio ti pesta. Che dico! Te non già, ma il corpo
solo. Zenone di VELIA (si veda), se in altre cose preclaro, il è eziandio,
al pari d’Eraclito, nel guardare con ispregio i più grandi; poiché egli,
quella che prima è Iele e da ultimo VELIA, colonia fenicia e sua patria,
città meschina e solo ZENONE di VELIA (si veda) atta a nutrire
uomini dabbene, ama di preferenza ai vanti degl’ateniesi, per lo più non
recandosi presso di loro, ma abitando in essa. Usa primo nelle
dispute l’argomento detto l’Achille (sebbene Favorino dice ciò di Parmenide)
e molti altri. Credette che vi è mondi, e non vuoto. Che la natura di
tutte le cose viene prodotta dal caldo e dal freddo dal secco e dall'
umido mutantisi a vicenda. Che la generazione degl’uomini deriva dalla
terra, e l’anima è una mescolanza dei prefati senza prevalenza di
alcuno. Narrano che sentendo di essere biasimato, se ne impazienta,
e che taluno condannandolo dice; Se comporto le contumelie, neppure mi
accorgera l’esser lodato. Che vi sono otto Zenoni già è detto nella
vita del cizieo. Il nostro fiorisce nella settantesima nona
Olimpiade. Cornelio Fabro. Fabro. Keywords: per la porta di Velia, essere,
e, essente, esuto, suto. L’uomo allo specchio. Dialettica di hegel, tomismo,
essere atto d’essere – immanenza – trascendenza -- Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Fabro,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Facciolati: la lingua di Cicerone nella pittura italiana
– filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Torreglia).
Abstract. Grice:
I was fortunate to be brought up at Oxford, and thus I became an Aristotelian;
I would have most likely become a Cambridge Platonist alla Cudworth in the
other place! Keywords: Grice, Guastella, Facciolati,
il Lizio. Ritratto di Jacopo Facciolati. Jacopo Facciolati, o Giacomo Fasolato,
latinizzato come Iacobus Facciolatus. Torreglia
Padova -- stato un filosofo
italiano. Poeta, scrittore e latinista italiano cittadino della Repubblica di
Venezia. Nasce a Torreglia sui Colli Euganei, in provincia di Padova. ammesso al collegio del Tresto, collegato al
seminario padovano, grazie a Barbarigo, vescovo della citt. Dopo l'ordinazione
presbiterale, consegue la laurea nel seminario, dove divenne docente di UMANE non divine -- lettere cf. Grice: literae humaniores -- e prefetto
degli studi. chiamato a insegnare logica
a Padova. Pubblica edizioni migliorate dei maggiori lavori di filologia, come
il Thesaurus di CICERONE (vedasi) di NIZOLIO (vedasi), e amplia ed emenda il
Lexicon, un dizionario latino cf. Grice
on Austin on going through the dictionary -- chiamato anche il calepino dal
nome dell'autore, Calepio. Uno dei suoi lavori
compiuto con FORCELLINI (vedasi): il Totius latinitatis lexicon,
dizionario di latino, vera pietra miliare nella storia della
lessicografia, redatto da FORCELLINI
(vedasi) per incarico ricevutone da F. Divenne il successore di Papadopoli
nella stesura della storia di Padova. Pubblica infatti Fasti Gymnasii patavini
un'opera storico-celebrativa delle glorie accademiche dell'ateneo patavino.
Nello scrivere F. ama la brevit, che esagera fino alla scarsit di notizie.
Famose sono anche le sue satire lucianesche contro i detrattori. Ma ha anche
amici, a cui manda, coi lavori, ortaggi del suo orto, che coltiva volentieri.
F. conosciuto e stimato pella sua
conoscenza delle opere classiche, soprattutto grazie alle sue Orationes. anche invitato dal re del Portogallo a
dirigere l'istituto superiore di Lisbona pei nobili. Muore a Padova. Opere:
Orationes latinae, accademiche, reputate di valore; Logicae disciplinae
rudimenta o Logica tria complectens rudimenta, institutiones, acroases;
Ortografia moderna italiana, a cui aggiunse gli Avvertimenti grammaticali di
Pallavicino, da lui disposti in ordine alfabetico e arricchiti di aggiunte;
Exercitationes su due orazioni di CICERONE (vedasi); Annotationes criticae a
vari lessici, Raccolta calogeriana; Scholia in libros CICERONE (vedasi) de
officiis contro di lui ROTA (vedasi) scrive il Dialogo dei morti; Epistolae
latinae; Commentariolum de vita, interitu, etc. linguae latinae; dialoghi
lucianeschi, contro chi aveva criticato una sua orazione in morte di Pisani;
Viatica theologica adversus dissidia, brevi e concisi; Il cortese cittadino
istrutto nella scienza civile; Acroases; Vita di Ges e Vita di Maria, e un loro
compendio in italiano; Animadversiones; Lettere inedite, con annotazioni di
Silvestri; Vita CICERONE (vedasi) litteraria; De gymnasio patavino syntagmata:
coi fasti dell'universit; Calepinus septem linguarum; Fasti Gymnasii patavini. Negro. Facciolati undertakes
the continuation of Papadopoli's history of Padua, carrying it on to his own
day Encyclopdia Britannica. Pasqualin,
Le sommosse degli studenti a Padova, su Historia Regni, Serianni, Norma dei
puristi e lingua d'uso nella testimonianza del lessicografo romano Azzocchi,
Accademia della Crusca, Firenze. Marazzini, Lessicografia, in Enciclopedia
dell'italiano, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Casati. Dizionario
degli scrittori d'Italia, Ghirlanda, Milano; Boscaino, F. in Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Negro
(cur.), Clariores. Dizionario biografico dei docenti e degli studenti
dell'Universit di Padova, Padova, Padova. F. su Treccani.it Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Zardo, F. in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, F,, su Be Web, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di F., su MLOL,
Horizons Unlimited. Opere di F., su Open Library, Internet Archive. F., in
Catholic Encyclopedia, Appleton. Chisholm (a cura di), F. in Enciclopedia
Britannica, Cambridge University Press,Portale Biografie Portale Letteratura
Portale Lingua latina Categorie: Poeti italiani del XVIII secoloScrittori
italiani del XVIII secoloLatinisti italianiNati nel 1682Morti nel 1769Nati il 4
gennaioMorti il 26 agostoNati a TorregliaMorti a PadovaScrittori in lingua
latinaLessicografi italianiProfessori dell'Universit degli Studi di
PadovaPresbiteri italiani del XVIII secoloNobili e cittadini della Repubblica
di VeneziaFilologi classici italiani[altre]JACOBI FACCIOLATI INSTITUTIONES I
LOGICA PERIPATETICA editio altera RETRACTATIOR. VENETUS Apad JO. BAPTISTAM
ALBRITIDM HIER. FIL. MDCCXXXVII. SUPERIORUM PERMISSU AC PRIVILEGIO EPISTOLA
PRMMISSA E DITIONI Plini AD 111. T1R0S litterarios GTMNASII PATAVINI. r J i
XaSlo jam fixenuio y m quod mhi ^ ad Logicam puUve, profitendam diploma
dediftis , Viri amphffbm. , fiudu mei atque indujlrue ^vobis rationem, red- do
. JEquum eft enim , id njos a nabis requirere , quod nos ab a dole fi entibus
nofiris requirere f olemus . Etfi autem mihi m hac dijciplina tradenda aliquid
pro f a culi more A a li~ Digitized by Google qui memoria fericulum facere
malunt . Si- quid efl. apud illos , quod probari debeat, ut efl fane multum ,
finae ex hoc ipj o fonte ma- nant yfwe aliunde , non fuit nobis difficile,
partim Rudimentis anno fupericre editis , partim Inditutionibus ijlis afpergcre
. 'Neu . opus efl pluribus , ut intelligatis , quid rei fit, quod ut ejus difcend* confuetudini non ni* hil concedatur Noftri homines numquam in pu- blicum prodire
fblent , gravius aliquid fufcepturi , quin femoralia quaedam fibi circumdent ,
fuperne crifpata , inferne aperta v quae neque hieme frigus arcent , neque
aeftate calorem : atque iis quidem ita oculos aftuefecitnus ut quamvis plus incommo- di , quam commodi
ferant ; attamen nefeio quid audboritatis ac dignitatis habere videantur , haud
temere violandae . Siquid eft , quod tempore & ufu facrari potuerit , ea
profero eft Ariftotelis Logica, quam qui iinibus coercet , ne dlfputandi
libidine crefeat in immenfum , plane fapit ; qui eam pror- fus tollere conatur
, is quaefo de femoralibus cogi- tet
Accedic , quod nos in ea Civitate docemus , ubi qui velit Philofophiae
infignia referre , harum quoque rerum rationem reddere debet, & publicum
examen fubire . Proinde non. decet in tanto diferi- mine miferos adolefcentes
deferere , fortunaeque im- paratos committere
Hinc Topica vix attingimus , quod hujus partis , ceteroquia non inutilis
, nullum experimentum in noftris exercitationibus ad ingenia judicanda
comparatis fieri foleat . Ceterum ex his pleraque in Rudimentis velut
adumbravimus : nunc A * fu- . i fufius lingula perfequemur . Tametfi eum
tenebi- mus modum , ut illi ipfi , qui ifta faftidiunt , in tanta libelli
exiguitate quiefcere poftint. Eorum po- tius offenfionem metuo , qui
Scholafticis ftudiis af- fueti, & multa & fubtilia poftulant His ego Scho- laftici hominis judicium oppono
. Ita enim fcribit Fonfeca lib. 8 ., Logic. Inft. c. 19 . Adeo inculta funt ,
horrida y & ab ufu remota , quae fuperioris ectatis ho- mines in hifce
commenti funt , ut nifi plurima rejician- tur y fatius fit y ea potius non
attingere . Quemadmo- dum autem nobis eam veniam petimus , ut omitte- re
iftiufmodi fcripta liceat , ita iis venia eft conce- denda , qui fcripferunt .
Tempora ita ferebant . Cumhomines ifti & ingenio valerent, & otio abun-
darent ; nec ullum tamen praeterea tenerent littera- rum genus, in quo fe
ja&arent , hoc tamquam or- be conclufi , meditationes meditationibus
cumularunt, & in infinitas ambages abierunt
Siquis eorum vo- lumina verfare & cognofcere voluerit , non. omnem
prorfus operam perdet , fed cani fimilis erit , qui propter pauxillum cibi in
magnis oflibus dentes tigat . Nobis non tantum eft otii * Vale. Digitizad >
: -i, TABULA SYNOPTICA HARUM
INSTITUTIONUM. PROTHEORIA De Operis nomine , ratione , atque ordine . . ... v PARS I. DE PRAEDICABILIBUS EX
PORPHYRIO . 1. De Praedicabilibus in univerfum . 2. De Genere. 3. De Specie.
>.' t 4. De Differentia. 5. De Proprio. 6 . De Accidente. 7. De modo &
ratione praedicandi . m .DE CATEGORIIS, SEU PRAEDICAMENTIS PROTHEORIA VULGO A
NTEPRiEDICAMENTA. De Categoriis, feti Praedicamentis in univerfum. De
Subftantia. De Quantitate. De Qualitate. De Relatione. De A&ione, &
Paflione.De Ubi, Quando, Situ, Habitu. HY-
IO TABULA STNOPTICA. . HYPOTHEORI/E, FULGO POSTPR^EDICAMENTA MANTISSA De
Platonicorum , & Stoicorum Categoriis .
P A R S III. DE ANALTTICIS POSTERIORIBUS. i. De Operis ratione &
materia. a. De Praenotionibus demonftrationis Ariftotelicar $. De Platonis , Epicuri , & Stoicorum
Praeno- tionibus 4. De Principiis. j. De
modo cognofcendi Principia. . De Praejudiciis. 7. De Dubitatione. 8. De
Auftoritate. 9. De Demonftrationis natura & ratione. xo. De Demonftrationis
neceffitate , ejufque gradibus, xx. De reliquis Demonftrationis conditionibus. De
Demonftrationis exemplis. De Demonftrationis formis. De Demonftratione in
orbem. DE SIGNIS QVIBVS SIT DEMONSTRATIO A POSTERIORI De Demonftrationis
effeftu , . ideft fcientia. x 7. De veterum Phyficorum, & Platonis
fcientia. 18. De Scepticorum , Academicorum
Epicureo- rum, & Stoicorum fcientia. De Scientiae origine* ao. De Ignorantia. si TABULA STNOPTIC A. ii ai. De Sapientia 22. De
Opinione. 23. De Sagacitate. 24. De Materia , & inftrumento demonft
rationis, ay. De Caufiis ad definiendum, & demonftrandura idoneis . 26 . De
Definitionis natura , & partibus. 27. De Locis definitionis, qua: eflentiam
rei aperit, a 8. De Locis definitionis, quae cauflam rei continet. 29. De iis,
quae definitionem capiunt. 30. De Quaeftionibus. PARS IV. DE TOPICIS. j. De nomine ,
& materia Topicorum. . De Syllogifmo diale&ico. 3. De Problemate. 4. De
Propofitione . 5. De locis Problematis, & Propofitionis . . De loco Generis. 7. De loco Definitionis.
8. De loco Proprii. 5. De loco Accidentis. PARS V. DE ELENCHIS SOPHISTICIS . *
De nomine , natura , 4 c fu doftrinae Sophiftice. 2. De Fallaciis vocum
3. De Fallaciis rerum. 4. De fine Elenchi Sophiftici . j. De folutione
vera, & fucata Elenchi Sophiftici. * De Inexplicabilibus* Digitized by
Google NOI RIFORMATORI * DELLO STUDIO DI
PADOVA. * Vendo veduto per la Fede di Revifione, ed Ap- provazione dei P. F.
Tommafo Maria Gennari Inquifitore nel LiSro intitolato : Jacobi Facciolati In-
ftitutiones Logica Peripatetica Editio
altera retra&a - tior , non vi eflere cofa alcuna contro la Santa Fede
Cattolica , e parimente per Atteftato dei Segretario Noftro , niente contro
Principi , e buoni coftumi , concediamo Licenza a Giambatifla Albrizzi q.Girolamo
Stampatore , che pofla eflere ftampato , oflervando gli Ordini in materia di
Stampe , e prefentando le folite copie alie Pubbliche Librerie di Venezia, e di
Pado* va. Dat. Ii 8. Maggio 1729. (
Gio: Francefco Morofini Kay. Rif. r 0 ( Andrea Soranzo Proc. Rif. ( Pietro
Grimani Kav. Proc. Ri . Agoftino Gadaldint Segr. LOGICAE PERIPATETICAE P K O T H EO R 1 A DE OPERIS NOMINE, RATIONE,
ATQUE ORDINE. t QUID INT ELLIG1S LOGICAE PERIPATETICAE NOMINE ? * * . * - JJL!
1 X more veterum Peripateticorum Logicam ap- 1 ^ pello totam difierendi artem ;
quamvis Arifto- -d teles ad eam folam partem hoc nomen adhi- beat , quae
difputat ex probabilibus . Peripateticam vo- co, ideft Ariftoteleam : nam qui
funt ab Ariftotele, Peripatetici dicuntur ; quia olim ( ut fcribit Cicero in
Academ. x. c. 4. ) dil^utabant inambulantes, in Ly- ceo . , Boethius in Topica
Cicer. Hac e fi difciplina quafi dif- ferendi quadam tnegiftra , quam Logicam
Peripatetici vete- ret appellaverunt . Hanc deero definient differendi diligen-
tem rationem vocavit . Hac vario modo a plerifque traSiata efi , varioque etiam
vocabulo nuncupata . Ut enim ditium eft , a Peripatetici t hac ratio diligent
differendi Logica vo- catur , continent tn fe inveniendi , judicandique
peritiam . Stoici vero hanc eamdem rationem differendi pat/llo anguftiue
traHavere . Nibil enim de inventione laberantet , in fola tantum judicatione
conftfiunt ; de eoque pracepta multiplici - - ter dantes , DialeSHcam
nuncupaverunt , Plato , etiam D ia- le Ricam vocat facultatem , qua id , quod
unum eft , pojfit in plura partiri , vclut filet genus per propriat
differentiae tifque ad ultimat fpeciet feparare ; atque ea , qua . multa funt ,
in unum genui ratione colligere . Quinque DialeIicx fu partes Plato fecit,
definitionem, divilionem , refolutionem , induftionem , ratiocinationem } de
quibus vide Alcinoum de dotr, Piat, ca, 5, -
T J4 LOGICAE PERIPATETICAE Qua in re Logica Peripatetica verfatur )
Campus , in quo Logica Peripatetica verfatur, eft oratio quaevis, per quam
quaeritur, quid de quo dicatur ; uno verbo , quseftiQ omnis . Et quia in
quaeftione eft fubjeflum de quo quaeritur , & praedica- tum quod quaeritur
, de utroque Logicus praecipit. Ex. g. cum quaero , num anima fit immortalis ,
du- bito , num primae voci ultima conveniat ., ideft num immortalifas de anima
dici poffit. Utraque igitur vox . eil cognofcenda . . ( z ) 9 Quot nam pars
verfatur in fubjedo, quae nam in praidicato? % Subjeflum eft res omnis \ quia
de re omni quaf- ri aliquid poteft : ideoque de fubjebo agitur in Ca- tegoriis
, quae omnia , rerum genera , per fimplices notiones diftributa , complebuntur
. Praedicatum ad Topica pertinet , quae locos aperiunt inveniendi , quid- quid
de re aliqua dici poteft Topicis accedunt
Analytka , & Sophifiica , in quibus oftenditur , quo- modo praedicata
dijudicentur, & ad fidem vel bene, vel male faciendam accommodentur Igitur a Ca- tegoriis incipere debemus, quae
erit Pars Prima ha- rum Inftitutionum . ( \ ) ( % ) Res , de quibus , & per
quas in contrpveriia qua- libet diTputamus , funt proprios ejus artis ac
difciplin , cujus eil controverfia ipfa j modus autem & ratio diipu* tandi
pertinet ad Logicam Itaque Phyiici eil
oftendere $ num anima conveniat immortalitat : at Logici eil prsefcfi- bere ,
qua via inveniri & conii rui argumenta poilint ad jrede oilendendum ,
ddemque parandam ( 3 ) Quidquid eil , dc
quo qusri * aut pronunciari ali- quid Digitized by Google PROTHEORIA . *S Cur C
a tegor iis promittitur Vorphyril commentariolum - de Vradicabilibus ?
PradicablUa cum fint aliud nihil, quam modi prardicandi , rebe ab Ariftotele
explicantur in To- picis ideft i ea
Logicae parte , quas praedicata complebitur . Attamen nos ab his exordimur ,
tum Icholarum confuetudine dubi , tum etiam ratione aliqua, ut mox apparebit.
(4) quid poflit , eft unum aliquid cat : quidquid eft , quod Qu*ri , aut pron
undari de re aliqua poffit , eft unum aliquid ex pmdicahilibut . ( 4 )
Porphyrius libellum fcripfit de Prxdicabilibus , cu- jus van* feruntur
infcriptiones } fed maxime Criticis probatur tamquam genuina , t int yuyi Wr
*.w*/s* , i*, troduilte ad Cbyfaorium . Hujus enim gratia fcripta eft , ut mox
dicemus. Audivit Porpbyrius Longinum Se PJotiaum 5 floruitqoe Rom foculo
Chrifii tertio ; fed impietatis fama laboravit. Vitant ejus fcripfit Lucas
Holftenius , quam vide ia Gtm- ca Fabricii Bibliotheca lib.4, cap.ay. DE
PRAEDICABILIBUS EX PORPHYRIO. # 4 *l
* '
f tffe ridendi &
philosophandi capaeem Siquidem haec de
illo dicuntur , & ad ejus .naturam aperiendam adhibentur ( 1 ) *
Quot funt Praedicabilia ? * Quinque funt Praedicabilia , genus ,
fpecies * differentia , proprium ,
accidens : cujus numeri ea . ratio eft > quam attulimus in Rudimentis
Syntagm# 3. Par. 1. c. 3. (2) / V
Praedicabilia Stoici confiderant ) ut funt in rebus ideaque nnpn rx
vocant , ideft notiones . Peripatetici ea conO* derant , ut de rebus Sicuntur $
ideoque appellant xccri yopvjdjv*, pr a di cata . Philoponut 1 vocat ,
fimplices voces 1 Grasci alii vspts $&***
quinque voces. ( 1 ) Quidam rem ita explicant ; Pnedicabilo eft notio
ttni- Digitized by Google *7 P APS I. CAPUT I. Quinam e fi Prcdicabilium ufus ?
$. Magnus eft Prcdicabilium ufus in definiendo , dividendo , & argumentando
. Sed ea prcfertim Ca- tegoriis inferviunt; atque adeo in harum gratiam fcripta
funt a Porphyrio, ut apparet ex ejus Pra> fatione. Cum enim Chryfaorius
Patricius Romanus in Ariftotelis Categorias incidiflet, nec eas, poflet facile
intelligere ; obtinuit a Porphyrio praeceptore fuo , ut hanc fibi
Introdu&ionem componeret , colle- gis velut in unum corpus, que in tota
Ariftotelis Logica, maxime vero in Topicis & Metaphy ficis difperfa funt. (
$ ) Praedicabilia quomodo differunt a Praedicamentis ? Categoriae vulgo
appellantur Praedicamenta . Differunt autem a Praedicabilibus , quia
Praedicabilia funt modi praedicandi; Praedicamenta funt res, quae,
praedicantur. Itaque Praedicabilia funt fecundae notio- nes, per quas
fignificantur, & explicantur primae; (prima: autem funt ipfa
Praedicamenta B . . Prae - * univerfalis
, qua; convenit multis; convenire autem poteft Vel ut aliquid infitum , vel ut
aliquid ajfumtum , Infixa funt Genui , Differentia , Specie!, Proprium .
Affumtum eft Ac- cidant , quia extrinfecus advenit. Alii hoc modo: Quid- quid
eft prxdicabile , vel prsdicatur in quid ut part : &c eft Genut ; vel in
quid ut totum , & eft Speciet ; vel in quale per ejfentiam , & eft
Differentia $ vel in qnale nec/f- fario , & , eft Proprium ; vel in quale
fortuito , & eft Ac- cident . Duas has rationes oppugnat Voflius de natura
Lo- gic* cap. 10. n. 19. Sed iftiufmodi pugna; numquam exitum invenient . ( 3 )
Totam przdicabilium doflrinam ex Platonis diwis collegide Porphyrium , Amonius
feribit . Fuit ille quidem phiiofophus Platonicus ; fd in hoc opufculo , ut DE
PRAEDICABILIBUS EX P0RPHTR10. C . ' r ; 'i * "i/'. ; , j DE PRAEDICABILIBUS IN UNIVERSUM . QUID
EST PRAEDICABILE? T)R*dicabile eft , quod poteft praedicari , hoc A. eft, dici
& enunciari de aliquo . Quo no- mine fignificantur communes quaedam
notiones & vocabula , quibus res quaelibet continetur , & per fuas
partes explicatur ; velut in Socrate praedicabi- lia funt , effe animal , effe
rationalem , effe hominem > effe ridendi & philosophandi capacem .
Siquidem hxc de illo dicuntur , & ad ejus naturam aperiendam adhibentur .
Quot funt Trtedtcabilia? * R Quinque funt Praedicabilia , genus , [pedes ,
differentia , proprium , & accidens : cujus numeri ea ratio eft , quam
attulimus in Rudimentis Syntagm. 3. Par. 1. c. 3. ( a ) /- ( 1 ) Pratdicabilia
Stoici confiderant * ut funt io rebus j ideaque raipvTx vocant, kleft nationes.
Peripatetici ea con fi- derant , ut de rebus dicuntur $ ideoque appellant
xrrxyopii'^* p radicata . Philoponus vocat ***** Quitis , / implieet voets a Grseci
alii tstrs Quivit , quinque vocet. {%) Quidam rem ita explicant ; Prxdicabile
eft notio uni- Digitized by Google 17 PARS I. CAPUT I. Quinam e fi
Predicabilium ufus ? $. Magnus eft Prardicabilium ufus in deiiniendo ,
dividendo , & argumentando Sed ea
pnefertim Ca- tegoriis inferviunt; atque adeo in harum gratiam fcripta funt a
Porphyrio, ut apparet ex ejus Prae- fatione. Cum enim Chryfaorius Patricius
Romanus in Ariftotelis Categorias incidiflet , nec eas t poflet facile
intelligere ; obtinuit a Porphyrio praeceptore fuo , ut hanc fibi
Introduftionem componeret , colle- gis velut in unum corpus, quae in tota
Ariftotelis Logica, maxime vero in Topicis & Metaphyficis difpcrfa funt. (?) Praedicabilia quomodo differunt a Praedicamentis
? ' - ** > $. Categoriae vulgo appellantur Praedicamenta * Differunt autem a
Praedicabilibus , quia Praedicabilia funt modi praedicandi; Praedicamenta funt
res, quae praedicantur. Itaque Praedicabilia funt fecundae notio- nes, per quas
fignificantur, & explicantur primae ; rrimau autem funt ipfa Pr Species, Proprium Ajfumtum eft Acr sidens, quia extrinfecus
advenit. Alii hoc modo: Quid- quid eft prodicabile , vel prodicatur in quid ut
pars : & eft Genus vel in quid ut
totum , & eft Species vel in quale
per ejfentiam , & eft Differentia $ vel in qnale nectf- fario , &.eft
Proprium ; vel in quale fortuito , & eft Ac - eidens. Duas b*s rationes
oppugnat Voflius de natura Lo- gico cap. 10. 11.19. Sed iftiufmodi pugno
numquam exitum invenient . (3) Totam prodicabilium doftrinam ex 'Platonis *U6Us
collegae Porphyrium , Amonius fcribit . Fuit ille quidem philofophus Platonicus
; fed in hoc opufculo , uc |8 P. Praedicabilia nonne dicuntur univerfalia ? I. Ita appellantur , quia funt
communia multis, & late patent. Nam genus dicitur de multis fpecie- bus;
fpecies de multis individuis; differentia , & pro - prium de illis omnibus
, de quibus dicitur fpecies ; accidens de multis rebus, quibus ineft. ( 4 ) * Suntne omnia aque
univerfalia? $. Singula enunciantur de multis , ut modo dixi- mus; ideoque dici
debent univerfalia. In hoc enim fita eft natura univerfalis , ut una cum fit ,
multis tribui poflit . Ceterum fingula tribuuntur diverfo modo: & hic modus
conftituit eorum diferimen. Ita prorfus ut circulus, & quadratum conveniunt
in eo, quod fint figura; fed differunt modo, quia alterius figura eft rotunda,
alterius quadrata. Quid efl univerfale ? $. Quid fit univerfale, & quomodo formetur, di-
ximus in Rudimentis Syntagm. 3. Par. Ii c. 2. In fcholis quadrifariam dividi
folet. Primum dicitur uni- verfale effefiione , & funt ideae archetypae,
per quas efficitur, quidquid efficitur. Secundum reprafentatio* ne , & eft
notio communis, quae multa reprafentat ; tertium fgnificatione , & eft
nomen commune , quod mul- mihi videtur, magis Ariftotelem , quam Platonem
fecutus eft. Quamquam in eo certe Platonicus eft, quod Dialefti- , cam a
Metaphyfica non diftrahit , fed fua hzc univerfalia modo definit per id, quod
eft, modo per id, quod praedi- catur, modo per utrumque. ( 4 ) Vocabulum
univerfale valde difplicet cultioribus Logicis , non tam ipfuni per fe , quam
quod nimis mul- ta & abftrufa de illo Scholaftici feriptitarunt . Acerrime oppugnatur a Nizoiio in lib, i, de veris
principiis , cap* 7 . 8. & 9. . i 9 multa fignificat ; quartum ejjentia ,
& praedicatione , & eft natura communis , quai ineft in multis , & de
multis dicitur . Exemplum fecundi , tertii , & quarti univerfalis poteft
efie animal ; quod quidem , ut notio univerfalis , multa repraefentat ; ut vox
uni- verfalis , multa fignificat ; ut natura univerfalis , in multis eft ; ut
attributio univerfalis , de multis pra*- dicatur . Primum, dicitur univerfale
Platonicum , fe- cundum Stoicum & Epicureum , tertium Nominale , quartum
Peripateticum . Nam Plato per ideas ar- chetypas philofophatur ; Stoici &
Epicurei per com- munes notiones \ Nominales per nomina communia ; Peripatetici
per id , quod in multis eft , & de mul- tis praedicatur . ( j ) Quid eft
igitur univerfale Peripateticum ? Univerfale Peripateticum nihil eft aliud,
quam communis quaedam notio , ex multarum rerum fimi- litudine collecta , &
m unam formam effidta . Vul- go definitur Unum aptum inejfe multis fecundum
eam- dem rationem : vel unum aptum praedicari de multis . ( 6 ) Prima definitio
eft Metaphyftca , quia Metaphyfica confiderat eflentiam rerum ; fecunda Logica
, quia Lo- gica confiderat praedicandi modum .
* B a Cur . ( 5 ) Ide* archetyp* funt univerfalia quaedam rerum fi-
mulacra & exemplaria, per qua: Plato omnia fieri putabat, Sc omnia
cognofci; de quibus poffea dicemus. Univerfale dicitur unum , ideft natura
quadam fim- plex 5 qu* de multis quidem lingularibus prxdicatur , & in
multis e(l , fed concipitur per modum uniut , unitate qua- dem eflentix, non
numeri , ut Scholaftici loquuntur . ( 7 ) Diftin&fo h*c non habet locum
apud Platonico : quia Plato eam partem Metaphyfici ftudii , quam noftri
Ontologiani dicunt , Dialetlicx nomine nuncupat , uc appare tj ex lib, 7.
deRep, ex Politico , & ex Parmenide. L Cur Logici non difputant potius de ftngulari y quam de
universali ? Quia compendia laboris quaerunt. Itaque cum lingularia fint
innumera , res omnes in clafles uni- verfales conjiciunt pro varia earum natura
& cogna- tione: quas clafTes poftea contemplantur , & qua- cumque in
illis cognofcunt, ad lingularia ejufdem rationis , cum opus eft , facile
transferunt . Ita qui naturam hominis univerfe cognofcit , lingulos homi- nes
cognofcit. ( 8 ) Quid funt Platonis idc qua divi- na quadam facultar eft ,
entia cognofcent , quatenus entia funt . Adde Alcinoum de do&rina Platonis
c. Plotinum Ennead. x.l. 3. c. 4. cujus hic titulus eft ex editione Ficini :
D**- leSiica , ideft Metapbyfica , totam entium latitudinem contem- platur ,
&c. (8) Qui fubtilius philofophantur , ajunt fola univerfalia proprie efle,
quia funt immutabilia ; ideoque ea fola fciri . x hoc philofophi genere fcribit
Pindarus Nemeor. od. 6. Homines nihil ejfe . Vide quae fequuntur de ideis
Platonicis , & Sex. Empiricum lib, i, adverfus Logic, c. x. n. 7. t. tt fpecies rerum omnium : quas fpecies
mentibus ho- min um ex divinitate delibati/ infitas dixit . ( 9 ) In quo
Platonis ideae fimiles funt notionibus & formis , quas Peripatetici &
Epicurei per impulfionem rerum externarum in animo gigni dicunt Nam ex ho- rum Philofophorum dobrina per has
formas & no- tiones de rebus omnibus judicamus , & alias ab aliis
diftinguimus. , . ' Nonne ideas quafdam pofuit a rebus omnibus feparatas ? Pofuit enimvero ideas quafdam per fe conflan-
tes, & a rebus omnibus feparatas , ex quibus ideas aliae funt expreflae ,
quas nos animo complebimur . Et quemadmodum per illas & ad illas omnia
gignun- tur & formantur ; ita per has omnia a nobis cogno- fcuntur . Sed
ideas feparatas Ariftoteles labefaba- vit. ( 10 ) B 3 Non- f 9 ) In has quoque ideas videntur
Ciceronis verba con- venire , qu* hic apponam $ quamquam magis proprie ad fe-
paratas pertinent. In Orator, c. 3. Has Perum format appel- lat ideas ille non
intelltgendi folutn , fed etiam dicendi gra - vijjimvs auflor & magifter
Viato ; eafque gigni negat , ait femper ejfe , ae ratione (2 intelligentia
contineri : cetera nafci , occidere > fuere , labi nec diutius e(fe uno & eodem flatu .
Seneca epift. 38 . Tertium genus eft eorum , qua pro* prie funt . Innumerabilia
hac funt , fed extra noflrvtn pofita confpefium. Qua fint , interrogas ?
Propria Platoni fupellex eft . Ideas vocat , ex quibus omnia > quacumque
videmus , fiunt ; & ad quas cunfla formantur , Ha immortales , im-
mutabiles , inviolabiles funt . Quid fit idea , ideft quid Via - toni ejfe
videatur , audi ; Idea eft eorum > qua natura fiunt y PARS 1. CAPUT /. I .
Kcnne etiam in mente divina eas pofuit ? !. Pofuit formas iftas in mente
divina, tamquam in fonte fuo, ut eflent illi exemplaria rerum omnium condendarum
. ( 1 1 ) Nibilne infuper de universalibus doces ? I Nihil aliud neceflarium
duco , atque adeo ne utile quidem nifi otiolis ad fallendum tempus Qui plura cupit , Scholafticos adeat , qui
hac in parte co- piofillimi funt , eas quoque qutfftiones ( ut feribit Ca- nus
de loc. Theol. 1 . 9. c. 7. ) latijftme perfequentes , quibus Porpbyrius
abfiinuit , homo impius , fed inhaere prudens tamen , ut Platonis
Arijiotelifque difcipulum c 1. Enus eft notio maxime communis, qua? a- \J lias
notiones minus communes ab fe pro- pagatas comprehendit , deque illis
enunciatur . A Porphyrio dicitur notio univerfalis , qua de pluribus pra-
dicatur fpecie differentibus , cum , quid Jint , quatitur . ex. gr. Animal,
hominis &equi genus eft, quia no- tionem utrique communem defignat ; &
afferri folet a^jto, qui refpondet interroganti, quid homo, quid equus fit. ( i
) B 4 Efine ( I ) Cicero lib. i. de Orat. c.\l, Genus id eft , quod fui fimilet
communione quadam , fpecie autem differentes , duae plure fve compleHitur
partes. Idem in Topic. c.
7. Genus eft notio ad plurer differentias pertinens . Seneca ep. 58. Horno
fpecies eft , ut Ariftoteles ait , equus fpecies eft , canis fpe - ciet p ergo
commune aliquod quarendum eft bis omnibus vin- culum , quod illa comple flatur
, & fub 'fe babeat . Hoc quid eft ? Animal . Ergo genus effe coepit omnium
horum , qua mo- do retuli , Animal. Sed funt quadam , qua animam habent ,
animalia . Placet enim fatis arbuftis animam inejfe i itaque vivere illa &
mori dicimus . Quadam a- nitna carent , / //* 1
. ' Vulgo Scholaflici dicunt
Genus generali fimum , / 3 - alternum , Cf fpeeialifimum . Verba fibi formarunt
cx hoc Laertii loco: v 0 ykv@ 09 , 'ygva* x g v ^/ i/SntTNT9r V/V, er, oihs x *. Seneca ep. 58. QUOD ST, 0;
corporale ejl , *0f incorporale . Hoc ergo genur eft primam tif amiquijjimum ,
, 0; dicam , g***- cetera genera quidem lunt , / pedalia Loquitur ex do&rina Stoicorum. ( 6 -) Latini feriptores faepe utuntur voce genetis
pro/pr- *** ^ ra Cicero 2. de Fio. c. 9 genera cupiditatum . In 5 fufcul. c.
13. Natura quidquid genuit , in fuo quodque ge nere perfeftum ejfe voluit ln I.
de Leg. c. 7. E* m */m- mantium generibus atque naturis . Ita de offic.
Juftitra gene- rj genera quatuor officii $ duplex jocorum genus , &c. Nam
quidquid habet rationem univerfahs multa comprehen- dentis, etiam ab Ariiloteie
in Topicis gr/w/ dicitur DE SPECIE. U I D V E S T SPECIES ? #. C Pecks, quo fenfu
a Dialeflicis accipitur, tri- w3 bus modis definiri pofie videtur ex Porphyrii
do&rina . Primo fpecies eft id, quod generi fubjicitur cujufmodi eft homo , qui fubjicitur animali .
Secun- do fpecies eft id, de quo genus refpondetur fcifcitanti , quid fit : nam
fcifcitanti, quid fit homo , refpondetur animal . Tertio fpecies eft univer
falis notio , qua: de pluribus dicitur numero differentibus ; cum , quid res
fit, quaeritur \ ut homo , qui enunciatur de Petro, de Paulo , & aliis
humana: natura individuis . Duas priores definitiones fpeciebus omnibus
conveniunt tum mediis , tum infimis ; tertia infimis tantum , qua: individua
attingunt, (*) uid * ' ' ' > ( i ) Cicero in voce fpeciet duos cafus non
probat , fpeeierum , & fpeciebus . Itaque in Topic. c. 7 . Nofiri ( inquit
) fpecies appellant , non pejfime id quidem , fed inutiliter ad mutandos cafus
in dicende . Nolim enim , ne fi Latine quidem diei poffit , fpeeierum &
fpeciebus dice- re ; it fape bis cafibus utendum eft: at formis & forma-
rum velim . Cum autem utroque verbo idem fignifieetur , commoditatem in dicendo
non arbitror negligendam . Spe- ciem definit ibidem : Forma eft notio , cujus
differentia ad Caput generir quafi fontem ref rri poteft . Et paul- lo poft ;
Forma funi ba , in quas genut fine ulliut prater- Digitized by Google PARS L
CAPUT 111. aS Quid efl fpecies media & infima? Species medi* idem efl: ac
genus medium , feu inter] e 8 um , de quo in fuperiori capite diflum efl ;
videlicet quae ita efl fpecies , ut poffit efle genus . Nam fi comparetur cum
fuperiori , fpecies efl ; fi Cum inferiori , efl genus . Ex. gr. Animal , fi
re- feratur ad corpus , fpecies efl ; fi ad hominem , efl genus . Species
infima ita efl fpecies , ut non poffit efle genus : proxime enim attingit
individua , ut homo ; ac proinde neceflario praedicatur de pluribus
differentibus numero . ( a ) Quid fignificat praedicari de pluribus
differentibus numero f #. Significat , fpeciem efle nomen commune pluribus
individuis , quae folo numero differunt . Ex. gr. homo communis appellatio efl
Socratis , Democriti , Platonis , & aliorum ; qui fcilicet eamdem hominis
rationem habent , & homines atque dicuntur , fed per quafdam individuas
pro- prie- UrmijJiene dividitur. Nam ex. gr. prudentia > judicis tem- perantia
fortitudo dicuntur efle fpttitt virtutis
quia vir- tus quod genut efl in eas dividitur* (z) Species infima a
Grzcis dicitur tiSnturr re z
Scholaflicis fpttitt fptcialijfima . Hsec una vere ac proprie fpeciet efl: nam
mtdia quidem non efl hujufinodi nifi com- paratione quadam . Igitur notio
quaelibet communis qu* continet alias
communes proprie genut efl notio comma* i qu continet alias Angulares
> proprie efl fpedt f Digitized by
Googl PARSJ.CAPVTIIL 29 prietates numerum diverfum faciunt . Et quia , fi ab
iis hominis rationem tollas , non fimplicem affe- &ionem tollis, fed
eflentiam ipfam & naturam; ex hoc fit , ut quaeftio inftituatur per quid ,
non per quale , quoties de fpecie quaerimus , quid ejl Socrates ? quid
Democritus ? &c. (3) * * Quid eft individuum ? Individuum , ut ex nomine
ipfo patet , eft id , quod in plura talia , quale ipfum eft > dividi nequit
, ut Petrus , qui dividi non poteft in plures Petros Bi- fariam definiri pofle videtur . Primo
individuum eft id , quod de uno tantum enunciatur Secundo individuum eft id , quod proprietatibus
quibufdam conflat , qua omnes eadem convenire alii nullo modo pojfunt . Proprietates
iftae carmine comprehenduntur memoriae caufla : For- ma , figura , locus ,
ftirps , nomen , patria , tempus ( 4 )
Quotuple x eft individuum ? Triplex : definitum , quod exprimitur nomi- ne
proprio , vel demonftratur per pronomen hic , ut Petrus , hic homo : vagum ,
quod effertur per nomen particulare Syncategorematicum , ut quidam homo : % ( 3
) ScholafUci ajunt , qusefiionem fpeciei fieri per quid > quia fpecies
conflit uitur per prsdicata efftntialia 5 quod eodem recidit ( 4 ) Per has defcribitur Cacusab Ovidio
Fa{lor.I.i.veFf,55i* Cacut Aventi na timor atque infamia ftlva , Non leve
finitimis bofpitibufqtte malum , Dira viro faciet , viret pro corpore , eerpor
Grande} pater monftri Mulciber hujus erat
$0 . homo : ex hypothefi , per antonomafiam , aut per peri * phrafim ,
ut cum lingulare aliquid certis (ignis de- fcribitur; ex. gr. cum dico Romana
eloquentia prin- cipem , Filium Sophronifci , & fimilia , qua: certas
perfonas deiignant . ( J ) .. A Quid
eft , quod efficit rem aliquam fi figularem & indit- iduam ? \ $. Ejus
exiftentla . Sola enim fingularia & in- dividua exiftunt . Itaque
cujuslibet rei exiftentia dici potefl: individuationis principium , ut fchola-
rum verbis utamur Proprietates porro
illae > quas paullo ante memoravimus, individuum non faciunt, fed
martifeftant . Hinc collige , quidquid exiftit , e (Te individuum ; five per fe
, five per aliud exi- flat ; five natura , five arte fit fadum . Ab his porro
individuis retfe perceptis mens imaginem quamdam ducit , & informat , quam
fpeciem dici- mus : & in hac quidem omnia conveniunt , & per hanc
fingula cognofcuntur . ( 5 ) ' Species ( 5 ) Lib. 12. Dig.tit. 1, 1 . 6 .
Rodius Miro primo de Stipula- tionibut nihil referre ait , proprio nomine nt
appelletur , an digito oflendatur , an vocabulis quibufdam demonfiretur . (6)
Speciet pro individuo ufurpafur a Lucretio 1 . 2 . 3 ^ 4 . Nec vitulorum alia
fptcies tue. I oquitur de Vacca , quSe a- miflo vitulo uno, ita dolet, ut per
alios curam levare notr poffit. Cererum
Individuum definitur a Volfio in Philofi Ra tien. p. 1. fel. 2. c. 3. n. 74.
Ens omnimode determinatum : prin- cipium autem individuationis definitur n. 75,
Omnimoda de terminatio eorum y qu( rebus
in funi * Species poteftne conflare uno
individuo , & genus fpecie una ? Nihil prohibet , quominus tota fpeciei
natura uno individuo comprehendatur, ex. gr. tota homi- nis natura fit in
Socrate \ qui & animal , & ratio - nale eft . Nihil item prohibet ,
quominus tota ge- neris ratio fit in unica fpecie , ex. gr. tota ratio animalis
in homine . Neque vero necefie eft , ut genus , & fpecies de multis reipfa
enuncientur .* fatis eft , fi enunciari poffint . Ratio fiquidem uni- verfalis
& praedicabilis non in attu , fed in pote- ftate pofita eft . . . , * . t Quid docent Scbolaftici de fpecie
fubjicibiii, & praedicabili/ $. Quia fpecies fubjicitur generi , &
praeeft in- dividuis , de quibus enunciatur , illam duplici nomi- ne appellare
, ac diftinguere folent ; nam ut fpecies fubeft generi , vocant fubjicibilem ;
ut piaeeft indivi- duis , appellant praedicabilem . Primo modo non eft quid
univerfale , quia refpicit unum tantum , cui fub- jicitur ; & habet
rationem partis : altero inter uni- verfalia loctim habet, quia enunciatur de
pluribus, & habet vim rationemque totius. ( 7 ) Quo- ( 7 ) Species
pradicabilis dicitur genus a Seneca epifi. 58. Homo genus ejt . Habet enim in
fe nationum fpecies , Gra- tos , Romanos f "Parthos $ habet finguloty
Catonem , Cicero- nem , Lue retium , Itaque qua multa (enfinet > in genus ta
- ei it ; qua fub alio e fi , in [pedem. Digitized by Google PARS I. CAPUT n, I* Quomodo
fubeunt animum notiones generis , fpeciei , individui ? * , fi. Ita
prorfus . Si videam procul venientem Pam- philum , ea forma oculis oblata ,
continuo generis notionem in animo informat , tum fpeciei , poftremo individui
. Primum enim corpus efle intelligo ; deinde ut propius accedit , agnofco efle
animal ; tum efle ho- minem \ denique Pamphilum . Sed individua quidem
fenfibus; genera, &fpecies cogitatione percipio . Ita- que illa dici folent
in fcholis entia natur* , hzc entia rationis .
CA - ( t ) DialeSici ScholafUci tria h*c , uni ver f ale , fecundam
intentionem 8c ent rationi t pro uno
eodetnque habent j idque in plura cogitata dividunt , Sc per varias qusflio-
aes agitant. DE DIFFERENTIA.' VOT MODIS ACCIPITUR A PORPHTRIO ; DIFFERENTIA ? .
, "T"'Ribus. Alia eft enim differentia communis , X alia propria ,
alia maxime propria . Commu - yix eft , qua res una differt ab alia , aut a
feipfa per communem aliquam affectionem ; quomodo ho- mo feribens, differt a fe
ipfo & ab alio non feri- bente .
Propria eft , qua unum ab alio differt per af- feCtionem rei propriam , quomodo
latrans differt a non latrante. Maxime propria eft illud ipfum praedi- cabile
> de quo difputamus ; ideft id , quod generi jun&um fpeciem conftituit ;
x. gr. ratio , quae addi- ta animali , efficit hominem , hoc eft animal quoddam
a reliquis omnibus diftinftum . ( i ) In quo conveniunt differentia ifta ,
& i* quo differunt i %t. In eo conveniunt , quia fingulae varietatem
tribuunt At multis rebus differunt Primum diffe- rentiae communes , &
propria adveniunt rei jam con- ftitutae ; faciuntque alteram , ut in fcholis
dicitur , C hoc ( t ) Per differentiam communem Tigellius dicitur ab Horatio
lib. t. fat. 3. impar fibi , quod alia alio tempore vellet, & faceret. .
fioc eft diverfam ; differentia maxime propria rem conftituit, facitque aliam ,
Jioc eft natura eflen- tia a rebus aliis difcrepantem . Deinde differenti* haec
vulgo fpeclfica appellatur y quia fpeciem . facit ; illae dicuntur accidentales
, quia funt adventitiae > nec eftentiam attigunt . Tum differentia maxime
pro- pria genus in ipecies dividit , & a i accurate , defi- niendum valet :
illae autem ad. rudes & imperfe&as defcriptiones dumtaxat appofitae
funt , ; , * , # i W
altera a fpecie Prima uti genus ipfiim enunciatur de pluribus fpecie
differentibus Hujufibaodt eft ex. gr.
fenfus in homine > per quem differt ab *iis viventibus > quae non
fentiunt Secunda uti fpc ' , cies fi)
Differentia exprimitur per modum adjiedm; genus > r Jpecies per modum
fubftantivi Proinde non ell mirum* fi
duo haec praedicantur in f id,, illa in quale.* , c Pars i. caput ir. cies ipfa
, enunciatur de pluribus numero differentibus , ideft de individuis . Hanc
Scholaftici appellant dif- ferentiam fpecrficam , illam geneticam . Quomodo
differentia dicitur notio univerfalis? T. Dicitur univerfalis ratione
individuorum , de quibus per fpeciem enunciatur . Ceterum fi refera- tur ad
genus , quod dividit , vel ad fpeciem , quam conftituit , dici nequit
univerfalis . Nam genus qui- dem unum quid eft , ipfaque differentia diffufius
; fpecies item eft notio una , tamque diffufa , quam differentia ipfa : uni
verfale autem debet efle aliquid late patens , quod de pluribus enuncietur ipfi
fub- jefti s . Quomodo differentia genus dividit , & fpeciem conftituit ? T
Genus dividit fecafido in fpccies illi fub}eas . Ita rationale fecat animal in
hominem , & brutum . Speciem conftituit j quia differentia eft pars rei
maxi- me propria , quae partem communem contrahit per modum formae , & in
certam naturam compellit . ^Nam genus , ex. gr. animal , eft veluti materia va-
ga & communis, qua; per rationem coercetur, unde homo extat. (3 J C *
dif- Cum differentia fpeciem conflituat,
apparet cur d illis omnibus prodicetur , de quibus fpecies ; hoc eft de plu-
ribus differentibus numero . Praedicatur autem non per le , fed per -fpeciem ;
quia fola fubftantiva , quippe res com- plet* , praedicantur p*r fe . ' -
' Differenti# , qu nec omnia pervadere
mente poffumus, quafdam re- rum fpecies per unam differentiam aperimus , alias
per plures Nam fi circulum definire
velim , aut triangulum , video unam illam differentiam , per quam utriufque
natura confKtuitur : at fi mihi ada- mas fit deferibendus , Cogor multas ejus
affe&iones & proprietates congerere \ quia intimam ejus naturam &
ra- . > Quas differentiae a nobis
diverfa dicuntur , vulgo in fc holis vocantur dijparatce * Sed vox hsec illis
potius tri- bui debet j quae a nobis eppofita: funt appellat . Siquidem Cicero
in lib. t. de 1 nvent. c. 28. ea utitur ad fignifican- da contradicentia ;
qualia funt rationale , Sc non rationale ; ferjus particeps , Sc non particeps
a 1 & rationem non video , per quam
ab aliis gemmis diftinguitur . DE PROPRIO. PROPRIUM UOT MODIS DICITUR APUD PORP
HTRIU M? /"A Uatuor dicitur modis. Primo proprium eft, quod foli fpeciei
accidit , fed non toti i ut efle medicum accidit foli homini , neque tamen qui-
libet homo medicus eft . Secundo proprium eft e converfo , quod toti fpeciei
accidit , fed non foli ; ut efte bipedem convenit quidem omnibus hominibus ,
non tamen folis. Tertio proprium eft , quod foli , & toti fpeciei accidit,
fed non femper ; ut canefcere convenit quidem omnibus hominibus , & folis
ho- minibus, non tamen quavis *tate. Quarto proprium eft , quod foli , &
toti fpeciei , & femper accidit . Hoc modo convenit homini efte rifibile ,
quod ejus naturam confequitur , tamquam proprietas necefla- ria; & cum ea
reciprocatur : nam quidquid eft ra C 3 tiona- ( 5 ) Tanta eft differentiarum
ignoratio, 6 c vocabulorum inopia ad eas explicandas, uc interdum fpecies fui
generis nomine appelletur. Ica Caefar initio lib. 1. Bel. Gal. divi- dit Gallos
in tres fpccies, quarum primam appellat Belgas , alteram Aquitanos , tertiam
Gallos , adhibito generis nomi- ne ob inopiam proprii . Idem -f pe accidit in
Phyiicis rc- . tionale , eft rifibile quidquid eft rifibile , eft rati* cale .
( i ) Quodnam ex his eft quartum Pradicablle ad hunc locum pertinens ? I.
Poftremum; quoti proinde definiri poteft, No- tio univerfalis , qua fpeciei
naturam jam conftitutam ne- cejfario confequitur , & per eam pradicatur de
pluribus differentibus numero . Difcrepat a differentia , quia illa fpeciem
conftituit ; ab accidente , quia accidens rei natu- ram fequitur, tamquam
aliquid adventitium. Quodnam judicium ferendum eft de exemplis a Porphyrio
allatis ? Homines contentionum ftudiofi cum Polphy- rii dottrinam oppugnare non
pollent , in exempla ftilum exacuerunt. Nos ne tempus line caufla tera- mus , dicimus
exempla adhiberi ad manifeftandam veritatem, neque opus efle, ut ipfa vera
fint. Qui ha?c non probat , alia reponat , fed pergat porro fi- ce litibus, (a)
C A- ( i ) Proprium a Lucretio dicitur Conjungium lib. x. v. 452. ConjunHum eft
id , quod numquam fine perniciali , Difcidio potis eft fejungi , Jeque gregari
, Pondus uti faxis , calor 'ignibus , liquor aquai . * * r * 1 ' i *ARS I. CAPUT K DE ACCIDENTE. &UQTUPLEX
EST ACCIDENSl *%** - * f. A Ntequam
Porphyrii divifionesaflferam , anim-
jlJL adverto , accidens in toto genere fum- tura , vel eflfe Categorkum
, vel Pradicab/le . Illud eft , quod Categoriam conftituit fubftantiai
oppofitam ; ideoque per fe confiftere nequit , ut figura , & mo- dus
quilibet. De eo difputabitur in Categoriis. Prae- dicabile eft attributio
quaedam Logica , quae rei ad- venit , per eftentiam & intimas proprietates
jam con- llitucar, five fit aliquid per fe confiftens , five non fit i ut
veftis , quae quamvis fubftantia fit , alteri ta- C 4 men ( * } Haec maxime
referri volumus ad facultatem riden- di y de qua ita Ladantius in lib. de ira
Dei > cap. 7* Eifus homini proprius eft ,
quod deceat] in f adis diSif- que quis modus , , > Digitized by
Google 4 o PARS I. CAPUT Vlj mcn fubftantia: adjefta , convenit illi ut
accidens Hoc igitur quintum Praedicabile
dicitur , efle toga- tum, efle doftum efle album. ( i ) Quomodo definitur? $.
Notio univerfalis , quae pluribus adefle & abe fe poteft, incolumi eorum
natura; deque iis praedica- ri , ut efle armatum , efle coloratum . (Accidens nonne
dividitur a Porphyrio in fepara- bile, & infeparabile? Ita videlicet, nifi
nos nova nomina offendunt, quae funt ab interpretibus . Sed nomine accidenti
infeparabilis id idtelligit Porphyrius, quod reipfe le- parari nequit; per
mentem tamen feparatur, quotiei cogitamus, adventitium quid efle , reique
naturani fme illo confiftere . Hujufmodi eft color niger ia corvo, albus in
cycno. '' Nonne hoc modo etiam Proprium
feparatur } w ~ \ Proprium feparari cogitando poteft , non t* quia eft accidens
: at crocitandi facultas negari de corvo non poteft , quia eft proprietas ,
quas ne- pedario eflentiam ejus confequitur, & cum ea reci- procatur* Cedo
mihi alias accidentis divifiones , Qt. Accidens vel eft externum , vel internum
, Ex ternum eft, quod rem extrinfecus denominat ; quo- modo laus dicitur
accidens ejus, qui laudatur in- ternum
dicitur , quod eft in re ipfa , ad quam perti- net: idque vel eft Pbyficum ,
vel Metapbyficum . Vh? ficum rem vere ac
naturaliter afficit , ut motus : Me- tapbyficum rem dumtaxat denominat, ut
relatio , op- pofitio , & fimi lia. Solet etiam accidens dividi in ab
folatum , & relatum . Illud eft , quod rem afficit ab omni alia folutam ,
& in ipfa natura fua confide ra- tam , ut figura ; hoc relationem &
comparationem exprimit unius rqi ad aliam , ut aequalitas, (*) Qua ratione
dicitur univerfale & praedicabile ? :
/ j , . * * ' * ' Bt.
Quia eft totum logicam , quod ineft variis fubje&is , & praedicatur de
illis . Praedicatur autesor in quale fortuito , ut formula fchoiarum eft* t _ _ _ ( 1 ) Tota haec divido transferri
poteft etiam ad acci- dens categoricum , Nam hoc ipfum comprehenditur in pne-
IMiir. ( 3 ) Accidens,
quatenus accidens, praedicatur de fubje- lis, in quae fpargitur. Cum prodicatur
de formis fuis, ut figura de quadrata , & rotunda } generis ratione induit
, C A. Digitized by Google 4* Vk \ . L DE MODO ET RATIONE PRAEDICANDI. f . . k *
1 % 4 % V A 4
b 4 ANTEQUAM PRAEDICABILIA
DIMITTAS , DIC ALIQUID DE MODO PRAEDICANDI? Jjk Ti4" Odus pr^dicandi >
cujus gratia tam. mul- * aXVX ta de Praedicabilibus > . & Praedicamentis
t-ogici.difputant > dicitur ab iis Praedicatio , idefl e- nunciatio unius
rei de alia:, ut cum. dico.,. Avaritia $ .ifi vitium , praedico &,enuncio
vitium de avaritia , ideft genus de. fua fpccie. ( i ) l * .* i r ) 1 ' ^
.1 > 3* . i : I ** * Quot up
lex e fi pr qui nullum dividendi linem fa- ciunt , dividere folent ordinatum
praedicandi modum in internum & externum , in ejfentialem &
accidentalem , in ufitatum & inuf\tatum > in necejfarium & continge
n - in pojjibilem & impojftbilem , quale : quas quidem omnia divifionum
genera ex ipfis voci- bus , quibus efferuntur , manifefta funt ; fiquidem quale
eft prsedicatum , talis dicitur praedicandi mo- dus. ( 3 ) PAR- I * f Vv \ ' .jr
*- a ' ' ( 3 ) Si quis dividere velit ordinatum praedicandi modum . in
proximum , remotum , non inepte dividet . ad tollendas difficultates , quae
contra praedicabilium definitiones afferri folent . Nam g?# j ex. gr. proxime
praedicatur de pluribus differentibus fpecie, remote de pluribus differentibus
numero . . . . * 4 i PARTIS SECUNDAS
PROTHEORIjE. vu l c o . ANTEPRAEDICAMENTA. a OVID SVNT ANTEPRA.D1C AMENTA , E7*
QVO SPECT ANTt "O OR modum praedicandi , ordine fequitur id , JL quod
praedicatur * Explicandae funt igitur nobis Categoriae , qua; vulgo dicuntur
Praedicamenta ideft clafles rerum , quae poffunt praedicari . Id ut commode
fiat, praemittuntur ab Arifiotele Protheo- riae, quae in fcholis Antepradic
amenta vocantur. Sunt autem praenotiones quaedam neceffariae ad inteliigenda
Praedicamenta . Continentur tribus definitionibus , dua* bus divifionibus ,
& regulis item duabus . f ' . ( i )
Idem Porphyrius , a quo fumfimus fuperiorem Prae- dicabilium doRrinam ,
Ariftotelis Pr medicamenta expofiut exiguo libello , ,cui titulus : '$ . ideft,
In Ariftotelis Cate- gorias expofitio per interrogationem & refponfionem .
Eadem ipfa expolitione Antepradic amentorum doctrina comprehen- ditur . Nos
tamen hic Porphyrio dimiflo, Ariftotciem ipfum aggredimur ad explicandum .
Quanam funt definitiones ? . . > I > ]. Prima eft Homonymorum. Homonyma ,
feu Am- bigua , fune ea , quorum nomen commune eft , fed notio & natura,
qua; nomine fignificatur , plane di- verfa ; ut aries , qua; vox modo belluam
fignificat , modo fignum calefle , modo bellicam machinam . H arc in Scholis
dicuntur AZquivoca , de quibus vide plura in Rudimentis Diale#. Par. i. cap. 4.
Secunda defi- nitio eft Synonymorum. Synonyma autem funt, quorum nomen, &
ratio, quae nomine fignificatur, eft ea- dem; ut animal , quse vox arque
hominem , ac belluam fignificat . Harc
a Scholafticis dicuntur Univoca , a Ci- cerone Cognominata . Tertia eft
Paronymorum. Varony - ma funt nomina concreta , qua; denominantur ab ea forma,
a qua oriuntur; ut juflus , quod oritur a jufti- tia ; fortis , quod a
fortitudine ducitur. Ab Ariftotele dicuntur ea , qua ab aliquo , a quo cafu
differunt , ap- pellationem habent ; a Latinis Grammaticis vocantur
Denominativa , a Cicerone Conjugata. Habent ne omnia locum in Categoriis ? I.
Sola Synonyma in Categoriis locum habent , quia harc fola unius rationis funt ,
& una clafle coer- ceri poliunt. Quot ( t ) Cicer. Topic. c. 3. Conjugata
dicuntur , qua; funt ex verbis generis e juf dem . Ejufdem autem generis verba
funt , qua orta ab uno varie commutantur , ut fapiens , fapienter , fapientia .
Ex quo genere faepe argumentari folemus , ut idem Cicero 1 . 3. de Nat. Deor.
c.i i.Si omnis cera commutabilis ef- fet , nihil effit cereum , quod commutari
non pojfet . ? RsDICJiMENTA. Quot funt
divifiones ? r \ I. Duas funt divifiones , prima vocum , *kera re- %um .
Dlvifio vocum eft hujufmodi . Voces jtfix funi complex 4 ( * rv^TXex ) quas
plura fignificant > ut figura pltna : alise fmplices ( ut accides* univtrfalia , v. gr. color , qui
femper cft ip aliqu* aftantijt , & de multis colorum formis enunciatur. r d
neque in fubjeSo funt , neque de fubjeSo dicuntur * t lingulares fubftantix ,
Petrus, Socrates x &c. Res IA fubje&o fchemate clarior apparebit. v, r
/ f-H ", ' Eft Digitized by Google
4* ANTE E& In (iibjcclo . Subjc
fiunt quot modis dicitur} I ! I I k .
> i I \Z> : rjfcfi ji U Non eft in lubje- elo (A C te (A H > H M
> A o c r-* (A Non di* citur de
fubiefto . 1 Jt. Subje&um aliud dicationis , aliud inb^Jtonis Primum eft , de quo aliquid praedicatur ;
fecundum eft* in quo aliquid inhaeret
Ex. gr. homo habet fubjedum pr de quo homo enun- ciatur: figura habet
fubje&um inhafionis ; eftque cera * lignum , marmor , & alia * quibus
figwr* inhaerere folei . ATiTE PRODIC AME NT A. 49 ' . > Quo fpeflant brec ? Eo nempe ut intelligamus , quidquid eft , vel
fle [ubftantiam , vel accidens , Hoc habet fubje&um in- ftafion/s , &
in [ubjeflo effe dicitur ; quia per fe confi- fle re nequit : illa non item.
Praeterea ut intelligamus, tum fubftantiarum , tum accidentium alia efte
univer- salia , alia fingularia . Illa habent fubje&um praedica- tionis ,
tc de [ubjefto dicuntur , quia enunciantur de multis : haec non item 1 m
Quanam funt Regula ? 1 Prima regula eft
, Cum quippiam de quopiam dicitur y qua de pradicato enunciantur , ea poffunt
etiam de fubjefto enunciari : ex. gr. quia Grammatica dicitur ars y quaecumque
arti tribuuntur , etiam Grammatica tribui pofTunt . Itaque quoniam ars dicitur
habitus > etiam Grammatica habitus eft . ( i ) Secunda regula duas habet
partes. Prima eft. Omnium generum y quo- rum nec alterum fub altero pofitum eft
, nec ambo fub eo- dem tertio y differentia ftngula prorfus diffident : ut ani-
malis y Sc [cientia differentiae nullam affinitatem ha- bent, quia animal
fubeft fubftantiae, [cientia accidenti. Secunda pars hujus regulae eft. Eorum
generum , quo- D rum ( 1 J Ratio regulae eft, quia in cnunciatione ajente prae-
dicatum debet omnino fubjefto convenire, in negante de- bet omnino diferepare ;
ne fallaciae locus fit . Porro
fi quid * praedicato conveniat, non proprie & per fe , feJ .fortuito , id
non debet de fubjefto enunciari : v. gr. Ars dicitur ge- nus; non tamen iccirco
Grammatica dici genus debet . Vi- de fallaciam accidentis in Eiench. Sophilt.
90 ANTE PRAEDIC AMENT A. rum alterum fub altero collocatur , vel ambo fub eodem
tertio , quadam funt communes differentia: ut planta & animal conveniunt in
differentia corporea , quia utrum- que corpori fubeft . Ratio eft , quia natura
fuperioris continetur in inferiori, eique attribuitur, fi reclus fit
praedicandi modus ; veluti cum dico , planta eft corpus , animal eft corpus . (
a ) PARS . * 4 \ ( t ) Quidam excipiunt Corpus Sc Spiritum ; quae cum fint fub
eodem genere Subftantia , in nulla tamen differen- tia conveniunt* Porro autem
quae no s Antepradic amentorum nomine com- plexi fumus, ea Ariftoteles
explicuit in capite primo , fe- cundo , & tertio Categoriarum . Ex quo fit
, ut quod proxi- me fequitur , Sc a nobis primum dicitur , in Ariftotelico
Organo quartum fit . Eumdem ordinem fequentes , fex po- firema Categoriarum
capita uno nomine comprehendemus , & Pojlpradic amenta vocabimus ex
inveterato fcholarttm more. DigRizenv Google ft . PARS II. DE CATEGORIIS fete
PRALDIC AMENTIS C A P V T P I M V M. DE CATEGORIIS IN UNIVERSUM, (i) - c .
' [ riD EST CATEGORIA ? 1. /'"A Uid fit Categoria , fatis notum eft ex Ru-
i Umentis . ( z ) Et numerum Categoriarum, & nomen ipfum quidam referunt ad
Archytam Ta- rentinum: quia de re nobis laborandum non eft, mo- do fciamus ,
haec efle fumma rerum omnium genera , quorum cognitio Diale&ico neceflaria
eft ad dilputan* D z dum , ( i ) Inlcriptio haec non eft Ariftoteiis ipfius , i
deoque faepe variata eft. Nam ( ut fcribit Simplicius in Prolegom. G'a tegor. )
ab aliis Ante Topica liber infcriptus eft ; ab a- Iiis T)e Generibus entis i ab
aliis De decem Generibus ; ab aliis Categoria decem ; ab aliis Categoria. Porro
Ante To- pica infcripfit Adraftus Aphrodilaeus , quia iis Topica fub- jecit. ^
( z ) Categoria difta eft a verbo Graeco x*Tiyp*7r$i , enttnciari ,pradicari.
Hinc Categoriae, vulgo Pradicamenta dicuntur ; a Quinttiliano vocabulorum
elementa ; ab Ale- xandro Aphrodifienfi rparx t 7( $r\9rovl*f , principia
Philofo- phia . Sunt enim clafles rerum omnium , quibus natura coercetur .
Cladis porro quaeque dividitur in fua genera * fpecies , atque individua ;
nihilque eft in Categoriis , quod non uno aliquo ex iis nominibus appelletur ,
quae Predica- bilia diximus . Ex quo apparet , quomodo Pr^dicabilia ad,.'.,.-,
Predit amenta pertineant, & qua ratione ab iis differant': - " qua de
re fatis diximus in Rudimentis Par. i. cap. 3 .
L dum , ne fubftantias cum modis earum , aut modos jpfos inter fc , aut
relata cum abfolut is confundat . * Quaenam conditiones ccir.it ari debent
voces & notiones Categoricas ? -
Quod in Categoria aliqua rede collocatur , primo debet efle verum ens ;
qua ratione excluduntur entia rationis, privationes, & negationes. (4 ) De-
inde debet . efle ens per fe unum , non ex pluri- bus conflatum ; qua ratione
excluduntur voces com- plexae , & concreta quadibet . Tum debet efle ens
completum y perfedumque ; qua conditione excludun- tur entia omnia , quae
partis rationem habent . Hinc habes, cur differentiae in arbore Porphyriananon
col- locentur in reda Categoriae cla fle , fed latera teneant ; jquia fcilicet
non tota quaedam , fed partes funt . Poftea debet efle ens jynonymum , hoc eft
unius nominis & rationis ; qua conditione excluduntur homonyma , &
paro- Boethius in Pra?fit. lib. 1.
Praedicam. Archytas et - iam duos compefuit libros , quorum in primo h$c decem
prq- dic amenta difpofuit . Unde pojleriores quidam , non ejje A riftotflem
hujus diviftonis inventorem , fufpicati funt , quod Pythagoricus vir eadem
fcripfijfet ; in quafententia Jamblicus Philcjophus eft non ignobilis ; cui non
confentit Thcmiftius > neque concedit , eum fuijfe Arcbytam , qui
Pythagoricus Ta - rentinufquc ejfet , quique cum Platone aliquantulum vixif-
fet 5 fed Peripateticum aliquem Archytam , qui novo operi auctoritatem
vetuftatc nominis conderet . Vide Voflium de natura Art. 1 . 4 c. 8.$, 3.
Per entia rationis hoc loco fig,nificantur notiones il- is , quibus
nihil in natura refpondet , ut Centaurus, Chi- maera , & fimilia 1 . paronyma [cf. Grice, “ARISTOTLE ON THE
MULTIPLICITY OF BEING, AUSTIN ON PRICHARD ON PARONYMY] . Poftremo debet e (Te
ens cert vel el per fe , vel per accidens : fi per fe , conftituit fubfiantiam
; li per accidens , vel eft abfolutum , vel relatum ; fi abfolu- tum , vel
fluit a materia , & conilituit quantitatem ; vel a forma , & conftituit
qualitatem fi relatum , conftituit rela-
tionem ; ad quam , tamquam ad genus referuntur reliquas Ca- tegoria . Nam
agere tamquam iri fub jeffo . Efle autem
in fubje&o , eft inhxrere alteri $ Sc ab eo pendere ; quomodo fola
accidentia fnnt in fubje&o. ( 1 )
" * Quid eft accidens ?
Accidens ( quo nomine ftgnificantur apud Peri- pateticos reliqux novem
Categoriae ) eft id, quod per fe ( 1 ) Ariftotelica definitio fit per
negationem; quia cum fubftantiae natura nota non fit , explicatio fumitur ab eo
, quod eft notum, Ecce , quomodo ex veteri hac definitione juniorum
Philofophorum definitio nata fit . JS fe
non condat; vel quod eft in alio tamquam in fub- jefto; uno verbo Accidens eft
id , quod non eft fub- ftantia, fed fubftantia: inha:ret. Nonne etiam pars rei
efl In re} Pars non eft in fubje&o , fed componit fubje- dum. Itaque anima
hominis ex. gr. non eft in homi- ne , fed eft pars hominis , eumque componit .
Quomodo dividitur fubftantia hoc loco ab Ariftotele ? Dividitur in primam, &
fecundam. Quid eft fuhftantia prima l 1. Eft fingularis fubftantia , &
individuum quodli- bet, ut Plato, hic liber . Grseci dicunt vel **$**.
Definitur autem ab Ariftotele , quod neque in fubje- So eft , nec de fubjeSo
dicitur . Per primam conditio- nem diftinguitur ab accidente ; quod eft in
fubje&o , ideft alteri inhasret. Per fecundam diftinguitur a fub-- ftantiis
univerfalibus , quae de fubjefto dicuntur, ideft de aliis multis enunciantur. (
a ) Quid eft fubftantia fecunda} Subftantia univerfalis, ut genus , &
fpecies , vocatur ab Ariftotele fubftantia fecunda , quia pendet ' ' f , D 4 a
pri- ( x ) Quidam non probarunt definitionem hanc;, quia non reputarunt cfle
loicatn. I Digitized by
Google 5 6 1* ARS Ii: CAPUT II. a prima. Univerfalia
enim ipfa per fe nihil funi, fed 2 lingularibus cogitando eliciuntur. Ex quo
fit ut fub- ftantia prima dicatur ab Ariftotele princeps , & maxi- me
fubftantia , * /liKif* Ktyofkin in* . Et quia fpecies propinquior eft lingularibus , quam
gentis , ea dicitur magis fubftantia. Definiri igitur potell fubftan- tia
fecunda per ipfa Ariftotelis verba, quod in fubjeflo non eft, fed de fubjeflo
dicitur Quanam funt fubftantia
proprietates ? IjL Multae numerantur ab Ariftotele , quarum qui- dem aliqua: communes
funt aliis Categoriis, aliqua: vero nullius parne ufus , li credimus aetatis
noftrae Dia* lefticis . Quanam eft prima} v Subftantia de omnibus fibi
fubjeftis enunciatur rwripm 9 ideft univoce , ut verbo fcholarum utar . Con-
venit enim unicuique fecundum unam eamdemque ra- tionem. Proprietas ha:c non
cadit nili in fubftantiam fecundam ; nam prima non dicitur de fubjefto . Ita- que homo eodem modo
praedicatur de Petro & de Paul- lo: Petrus non dicitur nifi de Petro . Cedo
mihi proprietatem fecundam $. Subftantia
prima lignificat t$*t/ , hoc ce , ideft rem certam, lingularem, per fe
conflantem , qu* veluti digito oftendi poteft . Substantia secunda significat
quale aliquid , ideft unirerfale quid , quod de fifcgularibus enunciatur ,
atque iis veluti adjicitur* tamquam praedicatum commune . Hinc apparet , qua- re fubftantia prima dicatur ab
Ariftotele maxime fub~ ftantia . Secunda enim praedicatur per modum acci-
dentis ( 3 ) . v Cedo tertiam . Subftantia per fe , & ratione fuae naturae
nihil habet contrarium . Neque enim fubftantia opponitur fubftantiae nifi
ratione qualitatum , quibus afficitur . Probari poteft ex definitione
contrariorum , quorum ca ratio & natura eft, ut fe expellant a fubje&o:
at- qui fubftantia non eft in fubjedo : non habet igitur contrarium . Quare
ignis contrarius eft: aquar , non qua ignis, fed qua calidus , ficcus;
Ariftoteles diffidet a Democrito * non qua homo , fed qua Philofophus. (4) Ctdo
quartam Subftantia neque intenditur,
neque remittitur . Extendi tamen poteft , quod fit per quantitatem . Ita- que
unus equus non eft magis equus, quam alius, fed major . Scholae dicunt
fufeipere magis , minus . fedo quintam
Subftantiae maxime proprium eft , ut una ea- dem- . ( 3 ) Doftrina haec
contra Heraclitum , & Platonem eft , qui ajebant , folas ideas efle , hoc
eft uuiverfalia . ( 4 ) Ovidius lib. x. Metamorph. Frigida pugnabant calidis ,
humentia ficcis , Mollia cum duris . y8 , flemque permanens, fufeipiat
contrarias qualitates . Nam eadem manus ex. gr. modo calida eft, modo frigi-
da. f s ) Nonne quidam fex faciunt fubftanti* proprietates ? Faciunt enimvero,
quia numerant inter fubftan- tiac proprietates e(fe fubjeffum accidentium .
Verum harc non proprietas dici debet , fed ratio & natura fubftan- tia*.
Nain quidquid in natura eft , vel eft fubjc&um* vel eft in fubjefto:
fubftantia eft fubjc&um, accidens fft in fubjedo . Cedo mihi gradus omnes
fubftantiee C at egoricee . Habes ex Arbore Porphyriana in Rudimentis Par.
j.cap. j. Eam feriem quidam exordiuntur ab en- te , quod dividunt in
fubftaneiam , & accidens . Pla- cuit nobis incipere a fubjlantia , quia
fola fubftantia eft : accidens autem vocatur modus ejus, & dicitur nonef-
fe , fed inejfe . (6) Deus continetur ne in Categoria fubftantia} * I. Divina
natura nimis excedit humanae mentis aciem . Attamen de ea quatrentibus non
defunt Dia le&i- ( 5 ) Saepe
inculcat Aciftoteles e, *' tutd'
p/fl/w-Sr , unum idemque numero
permanens :qu\z hoc quoque contra Heraclitum, & Platonem eft , qui docebant
lingulares fubftantias omnino non efle, ob perpetuas mutationes ex contrariis
ortas. ( 6 ) Quod ego Subftantiam dico , Seneca appellat quod eft, v j epift. j8. illud genus QUOD EST generale ,
fupra Je nibil habet ; initium rerum eft ; omnia fub illo funt Efi paullo poft . QUOD EST , in has fpeeies
divido , ut fint cor- poralia, aut incorporalia . Nihil tertium eft. Corpus quomo- do dividi aut inanimantia. \ i PARS 11 . CslPUT II- '59
leftici, qui cxlum terramque mifceant. De his Pru- dentius in Apotheofl
Prarfgt. 2. Statum lacejfunt omnipollentis Dei Calumniofis litibus: Fidem
minutis dijfecant ambagibus , Ut quifque lingua nequior: Solvunt , ligantque
quaftionum vincula Per fyllogifmos plcBilcs . Nobis optime locutusvidetur
D.Dionyfius,qui Deum ait e fle Jvif/mr , ideft fupra fubftantiam . Ipfe unus
vere ac proprie eft , quia nihil eft , nifi per illum : at- tamen quid fit ,
explicari non poteft . Nugatur igitur, fi quis ejus naturam & eflentiam
aperire definiendo conatur (7). Nos tamen, ne nihil dicamus , audemus eam per
efle&a quardam nobis nota defcribere hoc fer- ine paflo: Mens a fe &
per fe conflans , ab omni concretione rerum fegregata , infinita vi ac virtute
prxdita , omnia regens , & per omnia fine ulla men. fura diffufa (l).
CA- A Proclo 1 . 2. Platon. Theol. c.
11. Deus dicitur omni filentio longe inexplicabilior , tJ fvbjlantia omni longe
ig notior. Alludit autem, nifi fallor, ad Oracula Zoroaftri u. 41. ubi mens
divina dicitur fil entium . ( X ) Cicero 1 . 1. de nat. Deor. c. 22. Roges me , quid
% aut quale fit Deus . Au ciere utar Simonide , de quo cum qu deliberandi
caujfa fibl unum diem pofiulavit . Cum idem ex eo pofiridie qucereret , biduum
petivit . Cum feepius duplicaret numerum dierum , admiranfque Hiero requireret
, cur ita faceret ; quia quanto , ' inquit , diutius confiaero , tanto mihi res
videtur obfcurior . Quod Cicero Simonidi tribuit , Tertullianus in A pol. c.
46. tribuit Thaleti, quem facit de re hac interrogatum aCroe- fo Lydorum rege. DE
QUANTITATE. QUANTITAS QUOT MODIS SUMITUR ? TTVUobus . Vel enim fignificat
extenfionem mo- JL/ lis , vel extenfionem virtutis . Prima perti- net ad res corporeas , fecunda ad
incorporeas . Hic non agemus nili de quantitate molis. * Quid eft igitur
quantitas hoc modo fumta > \ A Jfc. Eft modus , & menfura fubftantiae ;
hoc eft Id, per quod fubftantia eft extenfa , & menfurari poteft Ex
quantitate igitur manat rerum dimenfio ac dinu- meratio Quotuple x eft quantitas ? Jfc. Duplex ;
Continua , & Difcreta . Continua dici- tur, cujus partes continuantur, id
eft communi nexu copulantur , atque una cohaerent ; ut linea , & ma-
gnitudo quarlibet ( i ). Difcreta dicitur, cujus partes disjunguntur : quia
nullum habent nexum ipfis inter fe communem , per quem fimul coalefcant j ut
nume- rus y & multitudo quaevis* Conti - ( i ) Seneca natur, quaeft. 1. 2 .
c. i. Continuam eft partium inter fe non intermijfa conjunttio . Igitur
contigua dici potiunt ea inter quae nihil eft ; continua , quorum e'l pars
communis: ut in linea hac A BC D partes AC , & BD continuat lunt ; partes BC
contigus . V \ . Si Continua eftne unius rationis ? Minime vero Alia enim efl Permanens , alia Fluetis . Illa dicitur Permanens , cujus
partes funt fimul; ut linea , fuper fides , corpus . Litte a fola longitudine
con- flat : fuperficies conflat longitudine , & latitudine : cor - pus
longitudine, latitudine , & profunditate . Fluens eft , cujus partes in
fucceflione quadam pofitae funt ; cc magis fieri , quam efle dicuntur , ut
tempus , & motus . ( 2 ) Quid intelligit Ariftoteles nomine communis nexus}
Intelligit individuum quid , quod pars rei non efl , fed partes nedit tamquam
finis unius , & prin- cipium alterius. Hujufmodi efTe putat punfta in
linea, momenta in tempore . Quo- Ad
lineam refertur omne menfurae genus , in quo ni- li 1 fpedatur praeter
longitudinem; ut ftadium. superficies complebitur ea menfune genera , perquse
longitudo, & la- titudo indicatur ; ut jugerum . Corpori fubjiciuntur illa
omnia, in quibus ratio triplex menfuras confideratur , longitudo , la- titudo ,
crafiitudo ; ut cubus . . Empiricus lib.
1. adver. Log. n.^9. Fluente punHo , lineam imaginamur , que efl longitudo
carens latitudine . Flu- ente linea , fingimus fuperficiem , que eft longitudo
, & latitudo fine profunditate . Fluente fuperficie , gignitur corpus
folidum . Macrobius in fomn. Scip. 1 . 2. c. 2. Dicunt punRum corpus ejfe
individuum , in quo neque longitudo , neque latitudo , neque altitudo
deprehendatur ; quippe quod in nullas partes dividi pojfit . Hoc protractum
efficit lineam > Digilized by Google PARS IL CAPUT ZIL (% Quomodo corpus
cenfetur inter fptcles quantitati : ? SfL. Corpus in fchola Peripatetica vel
Phjficum eft * ideft compofitum quoddam ex materia , & forma , 8 c pertinet
ad fubftantiam : vel Mathematicum , ideft ter- gemina rei extenfio > qua res
corporeas metimur i & pertinet ad quantitatem . ( 4 ) Nonne etiam locus
[pedes quantitatis eft ? 51. Ariftoteles etiam locum recenlet inter fpecies
quantitatis continuae , fecutus opinionem illorum , qui putant locum efte
fpatium quoddam inane * quod a corpore occupetur . Ceterum revera locus in
fchola Peripatetica ad fuperficiem revocatur . ( y J Nonne quidam excludunt
tempus ? 3 t. Excludunt fane , fed injuria .. Nam tempus eft modus quidam rei
durantis ab ea dtftin&us, ac veluti externa ( 4 ) Corpus Mathematicum folet
etiam interdum appel- lari f olidum , vel corpus fclidum , Macrobius in
Somn.Scip.l.z* c. *. Omne corpus
[olidum trina dimenfione difienditur : ha- bet enim longitudinem, latitudinem ,
profunditatem . In hac ter- gsraina dimenfione naturam & eflentiam corporis
Phyfici ponit Cartefius Princip. Philof. P. 1 . . Lucretius lib. 1. iterum ac faepius milcet
locum , fpatium y inane tamquam voces fynonymas . In libello qui tribuitur Archytae Tarent. J ^ -rit&f r jinx*ty linea autem , fpatium
, & locus , con- tinui funt . . $$ externa ejus menfura . Defcribitur a
Cicerone lib. j. de Invene. cap. 26* Tempus eft pnis quadam . aternita- tis cum
alicujus annui > menftrui , diurni , notturhlve [patii . certa
fignificatione . Sed de natura temporis Phyfici cer- tent; Logico fatis eft,
efle notiones aliquas, per quas refponderi poffit interroganti per quando* ( 6
) .1 * \ Quomodo oratio refertur ab
Ariflotele ad quantitatem dif cretam?
oratio ad qualitatem referenda eft. ( 7 ) * . . .
reprehendi folet ab junioribus Dialefticis/ qui non reputant , conjugata
ita fe habere, ut concretum valeat ad definiendum abltra&um , quia notius
eft. Itaque Ariftoteles in lib.2.Pofter. c. 13. docet ex viris magnanimis
cogqofcendam effe naturam & rationem magna ni mi tatis ad definiendum * * &c. ( 1 ) inanem rejiciunt f E ditur ;
Digitized by Google 66 PARS II. CAPUT IV. ditur ; cum difputanti commoda fit
atque opportuna ad tolerabilem aliquam eorum effe&orum explica- tionem,
quae clare diftin&eque manifeftare nequimus. Logico certe neceflaria eft,
qui refpondere debet in- terroganti per quale . Quot funt qualitatis fpecies?'
! Quatuor veluti paria recenfet Ariftoteles* Pri- mum eft habitus , &
difpofitlo. Secundum naturalispo- ttntia , & impotentia . Tertium paffio ,
& patibilis qua- litas . Quartum forma , & figura . Explica mihi primam
qualitatis fpeciem . Habitus eft firma quasdam facilitas agendi aliquid, longo
ufu comparata ; cujufmodi eft ars quaelibet . Dif- pofitio eft progreftio ad
habitum , ideft expedita quas- dam animi , aut corporis ad aliquid faciendum
com- moditas & proclivitas. Differunt , non natura , fed gradu ;
quemadmodum paria duo , quae fequuntur. Igitur habitus eft qualitas firma &
permanens ; difpofi- tio mobilis & infirma . Haec afliduo ufu &
exercita- tione in illum migrat . Ex- (
z ) Ab Ariftotele dicuntur , )| Ivrttuix , koiotus , rylu . quibus fideliter
refpondent quatuor ufitatx formula a nobis allar . Ab eo, qui Latine loqui
velit , primum par. dici poceft habitus, perferus 6 imperfeBus , ut ars
quaelibet abfoluta , vel inchoata; fecundum naturalis vis , Ii . re, collocatione, proportione, &
colore orta; ut for- ma hominis.^ Itaque figura (ut Boethius monet ) fe- re ad
res artefa&as pertinet, fonpa ad naturales.. ( 6) - * ' i
Nonne etiam rarum , & denfum , afperum , & leeve funt f pe cies
qualitatis } * * . . 4 * I. Movet
difficultatem hanc Ariftoteles / fibique ipfe refpondet , rarum y & denfum
, afperum , & latve pertinere ad Categoriam fitus , cum variam partium
politionem fignificent . ( 7 ) Jgu quas in nobis excitant afperum , & laeve
, ad qualitatem referuntur; non fecus atque illae, quas excitant ignis , finitionis , Sc qualitatis ' N . . E 3 C A- . ' * , ( 8 ) Haec ex Ariftotele . Illud vero
etiam inter proprietates qualitatis numerari poife videtur , quod res per
qualitates inter fe agunt. . Neque enim fubfcantia ipfa cer ie agendi , aut
patiendi vim habet ,* fed eatenws agit , aut patitur , quatenus eft
qualitatibus praedita . I t. DE RELATIONE. &UID EST RELATIO ? Elatio eft
ordo & affe&io quaedam rei ad rem Itaque relata dicuntur a Graecis T *
'V* ' ** > qu & explicari abfque ulla com- paratione poffunt . Hoc modo
pes , & manus relata dicuntur quia alterum cum altero interdum confer- tur
, quamvis etiam fine collatione cognofci poffit . Relatio rei eft, quas
fecundum ejfe in fcholis vocatur; ideft quse datur in rerum natura citra
cogitationem ( i ) Scholaftici relativa dicunt : Cicero , & Quinti- lianus
modo coli at a , modo comparata , mo&d affella , modo ut ab altis /eparetur , alio modo eam
definire debemus , 7te femper parum conficter antibus error oriatur .Tunc ergo,
c it vere , it proprie ad aliquid dicitur , cum Jub uno ortu , atque cccaju ,
it id, quod jungitur t it id, cui jungitur , inverrur ; ut puta fervus , it
dominus utrumque fimul efl> vel fimul
non eft . , . ( ) Seneca 1 . 5. de Benef. c. io.^.aod comparatur , fi- ne
altero non intelligitur . Digitized by G
& paflio habent contrarium. Secunda, utraque intendi poteft , ac remitti .
Nam calefacere, & frigefacere , itemque calefieri , & frigefieri fibi
inter fe opponuntur Jam vero poteft
aliquid magis * & minus calefacere ; magis, & minuS calefieri . .Utra-
que proprietas, oritur ex qualitate , * per quam fub- ftantia quaelibet agit,
& patitur. CA- . * * r ( i ) Multas
praeterea efle poflunt a&ionis divifiones . nam alias funt corporis , alias
animi ; .alias liberas > ali* neceflarias , Scc.Sed ad noftram hanc
difciplinam non pertinent ; quamvis eas Dialeftici multi augendi voluminis
ftudio complexi fint . v DE UBI, QUANDO, SITU, HABITU. JOUID DE
QfJATUOR HIS CATEGORIIS DOCET AR 1ST0T ELES? TJAullo plus, quam di&um eft a
nobis in Ru- JL dimentis Logic. Par. i.cap. 3. Illud in primis animadvertendum
eft, vocibus iftisnon fignificari res ipfas , fed ordinem quemdam , modum ,
& affe&io- nem ad res . Nam ubi eft affeclio rei , prout eft in loco;
quando, prout eft in tempore; fitus , prout col- locatur; habitus , prout
veftitur & ornatur. Sunt ne in loco res omnes eodem modo} t . . * . $. Ajunt Seholaftici fua quadam lingua,
corpora efle in loco circumfcriptive , fpiritus definitive , Deum repletive .
Efle in loco circumfcriptive , ut ipfi expli- cant , eft ita locum occupare ,
ut totum toti , & pars parti refpondeat ; quo modo eft in hac fchola qui-
libet noftrum . Efle definitive , eft ita in loco efle ,
& ab eo definiri , ut tamen totum fit in toto loco , & totum in
qualibet parte. Efle repletive , eft loca omnia pervadere ac replere , ea
ratione , qua Deum defcripfimus in fine eap. 2. PAR. | PARTIS SECUNDA HYPOTHEORIjE. VULGO,
POSTPR-/EDICAMENTA. ' QV/D S V NT P OSTP R/E DICA ME NT Ai > %
' , ' * * * * i I. TTa appellantur in
fcholis hypotheoria? quardam, * X .quas c Ariftotelcs fubjicit Praedicamentis.
, **t/ ) funt ea , quae fub eodem genere pofita, maxime inter fe diffident. Contrariorum
porro alia medio carent , x tit par , &i/w- par in numero; eaque ita fe
habent, ut alterutrum femper fubje&o infit : alia medium habent, eaque t
funt ejufmodi , ut utrumque abefle poffit a fubje- ra inus
7 S ,P ,0 Si T -i , ^ ' res omnes
e fle albas , aut nigras , cum multae, .medio quodam colore tingantur . Porro
medium aliud dicitur per participationem utriufque extremi, ut color fufcus\
aliud per negationem utriufque, ut virtus , quae medium vitiorum eft , fed
utrimque te - duflum, ut ait Horatius lib. i.epift. 18. (}) , guot funt
conditiones Contrariorum? Quinque conditiones Contrariis tribuit Arifto- teles
. Et prima quidem duabus partibus conftat , quae funt hujufmodi : Bono
contrarium eft malum dum- taxat \ malo contrarium eft tum bonum tum malum . Nam
virtuti opponitur vitium ; vitio autem opponi- tur non foium virtus, fed vitium
ipfum. Exemplum fit
avaritia , cui adverfatur Sc liber alitas , & prodigen- tia . (4) Secunda conditio eft; Uno contrario pofito , non
( 3 ) Cicero ibid.Contrqriorum genera funt plura. Unum eorum t qu Sc ejus
privatio in fubje&o utriufque capaci , ut vifus , Sc ta- citas . Si
fubje&um alterius capax non fit , dicitur ne- gatio * . 0 , ( 5 ) Id fieri non pofle contendit
Gellius Noh Attic. 1 neteffe eft tumul-
tum , f belli non fit > pacis efie . * * c So P o 5 T i gatio , non privatio ; ut excitas
in animali dicitur privatio vifus, in lapide negatio. (7) ut fapit t . non fapit . Et quia hic agitur
de contradi&ione^ fimpUcis vocis, non enunciationis , oppofitio
contradicens dici poteft eadem vox ajens , negans. (9) f * #
y Prioris quot funt ? , : * Quinque modis aliquid dicitur prius . Primo aliquid eft prius
tempore , hoc eft vetuftius ; ut So- crates eft prior Ariftotele. Secunda
aliquid eft prius natura ; ut quod ratiocinando infertur ex alio eft prius
illo Ita genus eft prius, fpecie , quia
polita fpecie infertur genus, non contra
Nam fi- dicas , ' eft * , 'i ( 7 ) Vim iftiufmodi negationis
deferibit Cicero TufcuU i.cap. 36 . Cum non habeas > quod tibi nec ufu>
nec natura fit aptum y non c areas , etiam fi fentias , te non habere . Idem de privantibus Topic. c. 1 1 . Sunt alia
contraria > qu hoc modo f aper e , 6* non / aper e .In Topicis dicuntur negan - tia . Sic enim
feribit cap. 1 1 . Sunt etiam illa valde con- traria , quot appellantur
negantia . Ea xxovxti* Gr contraria ajentibus : ut , fi hoc eft , illud non eft
. i 9 J Oportet, ut non modo eadem iit vox , fed etiam em vocis fignihcatio,
non ambigua . In quo luiit Mar- tialis L 8 . epigr. 20. ... Cum facias verfus
nulla non luce ducentos , Vare y nihil recitas. Non fapis , atque /apis .
Digitized by Google I PRsEDlC AMENT A. Si eft platanus, retfe infers , ergo
arbor : fi dicas, e Jl ar- bor , non potes inferie , ergo platanus . Tertio aliquid eft prius
ordine, ut in oratione exordium eft prius nar- ratione. Quarto aliquid eft prius dignitate , ut rex po- pulo
, dux milite . Quinto aliquid eft prius cauffa , ideft quod efficit, ut alterum
ftt . Hoc modo veritas rei eft prior veritate orationis; quia hxc oritur ab il-
la. Difticho memoria; caufta rem totam comprehendo: i ' * e \
Dicitur effc prius natura , tempore , honore , Ordine cum caufta dicitur ejfe
prius . - * * : . t Quinam funt modi , quibus dicitur Simul
? 1. Tribus modis aliqua dicuntur efte fimul. Primo tempore ea funt fimul ,
quorum ortus eodem tempore eft , cujufmodi funt gemelli . Secundo natura ea
funt fimul, quorum unum necefle eft efte, fi alterum fit, fed neutrum eft
caufta alterius ; ut duplum , & dimi- dium . Nam ft duplum eft , dimidium
quoque eft , & contra* Tertio divifione ea funt fimul , quae ejufdem generis
partes funt; ut hotno , Sc bellua , qua; animal dividunt io duas fpecies . ( i
o ) Cur tradit Ariftoteles dottrinam hanc de modis t .Prioris, (9 ) Quae a nobis immutatio dicitur , vulgo
in ScholisPe- ripateticis vocari folet alter atio , a graeca voce A 'htoiuns .
Porro nutritionem non memorat Arilloteles , quia refertur ad generationem ,
& eodem modo fufctfantiam mutat ; ideoque ea- dem ratione refpondetiir
interroganti de illa . Digitized by
Google VX^EDICRMENTA. ut fcientia. Secundo quantitas ut magnitudo bipeda-- Jjh
. Tertio ea , quot circa corpus funt , ut gladius . Quarto ea, quee in parte
corporis funt , ut annulus in digito* Quinto pars haberi dicitur , ut pes .
Sexto id, quod in alio continetur , haberi dicitur ab illo, ut vinum a dolio.
Septimo res poffeffa , ut domus. Otfta- vo uxor haberi dicitur , qui modus eft
maxime im- proprius .(io) . . . Cur
reetnfentur fignificationes hujus verbi? 1 I. Ut liberetur ab ambiguitate
Categoria Habitus , & cognofcatur germana ejus ratio: tum etiam ut lux
accedat 'reliquis Categoriis , quarum eft habere , & haberi . F i PAR - ( io ) Huc pertinet illud , quod eft apud
Laftantium lib. c* 1 5. Ariftippo Cyrenaicorum magiftro , cum Laide nobili
fcorro fuit confuetudo : quod flagitium gravis ille philej ephi de doftor fic
defendebat > ut diceret , multum inter fe , r ceteros Laidis a- matores
interejfe , quod ipfe haberet Laidem , alii vero a Laide haberentur : (11) Si
proprie loquamur , foli fubftantiae convenit habere , reliquia haberi . *
. * c
l i . 1 H PARTIS SECUNDA
MANTISSA DE PLATONICORUM , ET STOICORUM CATEGORIIS . Quartam funt Platonicorum
Categoria l > * w i Q Eptem funt , quae multis aetatis noftrae Dia- l3
le&icis fupra Ariftotclicas placucrlint ; fpiritus , corpus , quantitas ,
figura , motus , , fitus Atque duae
quidem primas ad fubftantiam referuntur , reli- quae ad fubft antiae modos feu
affectiones ( t ) Corpus SUBSTANTIA
Spiritus 'Vit* caper* Vita pttdimm t tmium &c. Non dentiens iit pldnta*
/\ Petfeflus ImPtrftdus it Dttu . - -
Sentiens Atitlus Mens hunutu ut nnxnuU 1 j\ Irrationale ut Mina. Rationale ut
hema Ex* ( i ) Alcinous in Inflitut.ad doflrin. Platon, c. 5. fcribit ,
Platonem in Parmenide & in aliisDialogis decem Categorias ? quas haftenus
ex Ariftotelis dodlrina explicuimus , quanadum- brafTe . Plotinus in libro de
generibus entis quinque confutuit ex Platonis lententia Categorias , ejfsntiam
> fubftantiam , mo- tum c ftatum > quietem Digitized by Google P ARTIS SECUNDAE. pf
Explica mihi fingulas , earumque gradus . Subftantia apud Platonicos vel eft
cogitans , & dicitur mens , feu fpbritus ; vclextenfa, & dicitur ma-
teria y feu corpus. Spiritus rei eft fumme perferus , & dicitur Deus; vel
imperfe&us, ifque duplex ; vel corpori adjunftus , ut mens humana , vel a
corpore li- ber , ut Angelus . Corpus vel eft vitae expers , ut coelum >
& elementa; vel vita praeditum > non tamen fenfu, ut planta i vel vita
> & fenfu , ut bellua ; vel vita
fen- fu , & ratione , ut homo . Quinam funt [ubflanti Stoicorum
Categorias, atque adeo tota illorum differendi ars olim dominata in fcholis
?ff. Quo tem- pore Peripateticos ipfos , a quibus optima qu*que Stoi- ci
fumferant , conticefcere coegerunt ; nomenque com r mune ita (ibi fecere
proprium, urffoli per quamdam excellentiam Dialectici vocarentur . Itaque &
Cicero hac in parte fere totiis Stoicus eft f
& ipfi quoque nobiliffimi Academici Arcefilas A Carneades a Stoi-
cis, tametli adverfariis fuis , Dialefticam didicerunt. Nunc Stoicus dillerendi modus
penitus intercidit. (4) . : ' . -ii' -t F 4 PARS- . 1 * ( 4 ) Cicero
audivit a puero Diodorum , 8c poftea familiarem habuit Poflidonium , utrumque
Stoicum . Arcefilas auditor fuit Diodori , Carneades Diogenis Stoici . Non eft
autem mirum , Stoicos tantopere excoluiffe Diale&icam , quia ( ut feribtf
A- lexander Aphrodif. ad lib. t . Topic. ) proprium thilofofhi exifii * mabant
bene differ ere , idque perfeci iffnue effc pbilofophi a j arta- bant : i
deoque ex illorum Jentent i a philffophus non craty ni fi Dialeiticus ' . L
\ v , , . / * *. / . , t * f 4 +' * +
* M * * . . V' J>E ANALTTICIS POSTERIORIBVS . - - \ *
' * ' '
; - ' ' , E Go in hac Organi Ariftotelici parte
aliquantum Se mihi Se fseculo indulfi . Itaque textus , ut ap- pellant , fuis
notis fignavi , nequis Ariftotelis ftudio- fus inter aliena Ariftotelem
quaerat. Tum ipfam quo- que Ariftotelis do&rinam alia quadam via &
ratione diftribui , quae mihi ad docendum Sc difeendum com- modior vifa eft .
Ceterum moneo , in Pofterioribus Analyticis principia contineri totius Peripateticae
Phi- lofophix. Harc, nifi fallor j adverfus Academicos ea tempeftate late
dominantes feripta eft ; quorum alii plane Socratici nihil fciri pofte dicebant
, alii ***- t* >>>* una quae dicitur confequentia , altera
confequentis . Confequentia porro eft notionum atque enunciationum inter fe
colligatio ad perfe&um fyllo- gifmum componendum. Confequtns funt notiones
ipfse & enunciationes perfe&um fyllogifmum componentes. Illa refpicit
formam, hoc materiam. Refolvimus igi- tur fyllogifmum per analyfim confequenti elementa pervenia- mus . Digitized by Google
tfo PARS III. CAPUT I. ftm consequentis , cum , ejus materia eocfem. modo ex-
cufla , firmum e fle oftendimus ; propterea quod notio- nibus atque
enunciationibus confiet veris ac necefla- riis, ex quibus tamquam cauflis
oriatur conclufio, & ex conclufione fcientia . Hi ncAnalytici AriftoteJis
libri Priores ac Pofteriores . In Prioribus agitur de analyfi con- fequentia ,
in Pofterioribus autem de analyji confequen- tis: quia confequentia cft prior
& latius fufa, quam con- fequensy cum illa ad omnem fyllogifmum pertineat ,
hoc dumtaxat ad demonftrativum & neceflarium . Priorum dodtrinam in tertia
Rudimentorum parte con- clufimus ; nunc de Plerioribus . (2 J Quanam ejl
Pofieriorum Analyticorum materia ? Nobilifiima fyllogifini fpecies , ideft
Demon- ftratio . Et in primo quidem libro de natura & ra- tione
Demonftrationis agitur j inaltero de Definitio- ne, quatenus Demonftrationis
medium & inftrumen- tum eft . ( 3 ) , . . . ( z ) Priorum & Pojferiorum
titulus increbuit aetate Galeni . Ceterum Arilloteles cum Priorum meminit ,
libros dejyllogifmo dicit; cum Pofteriores nominat , libros de Demon firatione
vo- cat . ( 3 ) Demonftrationis nomen plerumque refertur ad mate- riam , nomen
fyllogifmi plerumque ad formam . Ex utroque fit Jyllogifmus Demonjtrativus .
Porro demonftrarc eft rem veluti digito oftendere ; quia enunciata,ex quibus
demon f trano confiat, ita debent efle perlpicua , ut nulla probatione nulloque
teftimo- nio indigeant . A Grxcis dicitur , a Cicerone argu- menti conclufio in
Acad, 4. c. 8. Argumenti conclufio , qua eft Grace ita definitur : ratio i qua
ex rebus perceptis ad id , quod non percipiebatur , adducit . . &t ' i ' {
s panem quoq. ipfam aliquo modo teneri ?
ARS III. CARUT II. $1 Quid & quot up! ex efi Vrxnotio f 1 !. Prxnotio eft anticipata cognitio Dux autem funt praenotiones , an fit, &
quid fit. Utraque bifariam dividitur . Nam quid fit modo nomen rei fignificat ,
modo rei eftentiam . Hinc formulas
apud Scholafticos quid nominis , ic quid rei . Ita an fit modo refertur ad rei
exiftentiam , modo ad veritatem. Nam fi res fit una & fimplex, de ea
praenofcitur, an fit in rerum na-* tura ; ut an fit eclipfis . Sin autem fit
complexa , cu- jufmodi eft enunciatum quodlibet ,, de ea praenofcitur, m fit
vera Cedo mihi rationem aliquam hujus
divi/tonis fy. Cum omnis praenotio
referatur ad quxftionem , tot poliunt praenofci , quot pofliint quaeri . ( 3 )
At de re qualibet vel quaeri poteft exiftentia ? ideft an fit ; vel eflentia ,
i itii quid fit \ vel affectio f ideft qualis fit, & cur talis fit. Si
quaeratur exiftentia, praenofci debet nomen ; quia ante exiftentiam nihil eft
nifi nomen Si quaeratur edentia,
praenofci debet an fit, ideft exi- . .
'* .. : ften- * ( 3
) Ad quaeftionem folvendam in ea ipfa inveniendum eft a- liquid > quod nobis
fit notum ; ut ex eo perfpicuum faciamus , quod nobis eft ignotum Si refoluta quaeftione in elementa fua r
nihil eft ex illis , quod praenofcamUs > caremus inftrumento ad aperiendum
quod quaeritur : velut fi caecus quacftionem de colo* ribus refolyat dc
examinet . , .. flentia . Si quaeratur affe&io , prarnofci debet quid fit
ideft eflentu* ( 4 ) . Quartam funt Pr Recognita) Quemadmodum praenotiones^ unt
modi praenofcen- di , ita pr a cognita funt res , quae praenofcuntur ( 1 1 1 ) Tria autem in qualibet
ratiocinatione funt prscognita: Subjcflum conclufionis ; Praedicatum ejus ;
& Principia , ex quibus aliquid concludendo efficitur ; quae uno no- mine
dicuntur antecedens . De principiis prarnofcete o- portet , an fint vera , quia
funt enunciata . ( y ) De pradicato prsenofcere oportet quid fit . De fubjcBo
prae- nofcere oportet, quid fit , & an fit . (6) C A- ttt L. i. t. 76. ( 4
) H*c ex fententia Themiftii ; quo uno nemo felicius Analyticam doftrinam ex
Interpretibus Grsecis explicuit . Ce- terum de ordine praenotionum, &
quaeftionum inter fe alii a- liter . rilud animadvertendum eft , nominis
cognitionem, ita fle pratnotionem , ut numquam poflit efle quadtio ; quia nihil
illam praecedit , per quod folvatur.- quadiionem cur fit ita efle quseftionem ,
ut numquam poflit efle prxnotio: quia nihil illam confequitur. -T*""
v ( 5 ) Haec funt praecognita , quae a Cicerone vocantur per- fpicua lib. 4.
deFin. c.4. Jam argumenti ratione conclufi ca- put
effle faciunt ea , qua per/picua dicunt . In his tamquam fe- . munibus latent
cetera , quae cognofcuntur dilputando . .
Ex.gr. fitquaeftio, num materia cogitet . Regitur hoc principio: Q_uod
extenjum eft , cogitare nequit. Dehocprat- nofcere oportet , an fit verum . Subjedum eft
materia , de qua praenofci debet , an fit , & quid fit . Praedicatum eft
cogitatio , de qua fatis eft praenofcere quid fit . Nam an fit in mate- ria,
debet apparere per iplam demonftrationem . Porro cusi praedicatum fit femper
affeftio aliqua , ut poftea apparebit , idem eft de ea quaerere an fit , ut nos
dicimus j atque an infit , ut quidam dicere malunt . DE PLATONIS, EPICURI,
& STOICORUM PR/ENOTIONIBUS. PLATO ADMITTIT NE PRAENOTIONES ? : ' / /^Um
Platonis fcientia nihil fit aliud, quam reminifcentia , ut poftea dicemus , non
indi- get praenotionibus , fed notionibus . Admittit igitur Plato in hominum
animis notiones rerum omnium , quas vocat ; eafque in illis confignatas fuifle
putat , antequam in corpora migrarent . Ex quo ap- paret difcrimen (ciendae
Platonicae , & Ariftoteleas . Nam mens, ut Platoni videtur, non cognofcit
ra- tiocinando ignotum per notum , nec efficit unum ex alio; fed quafi admonita
per ha;C fenfibilia , fefe colli- git; & agnofcit reminifcendo , quae in
corpus attule- rat . Qua nam funt Epicuri pranotiones ? 1. Epicurus totam
Diale&icam fuam paucis regu- lis . lis complexus eft , quos Canonas dixit .
( r ) Ex his quofdam refert ad fimpticem perceptionem , quofdam ad
ratiocinationem . Qui ad ratiocinationem pertinent , praenotiones complertuntur
; quia nemo poteft nifi ex praecognitis ratiocinari. Praenotio igitur ,
Graece , - ex doftrina Epicuri eft
fpecies quxdam animo comprehenfa , & quafi monumentum ejus rei , qua: fenfibus
noftris aliquando objefta eft, aut ope fenfuum a nobis formata; ut ex illa rem
quamlibet individuam generis ejufdem cognofcere, nominare, diftinguere ,
judicare poflimus . Cedo Neque enim
contemfit Epicurus Dialefticam omnem, fed Stoicam dumtaxat, tamquam Sophillicam
& coptiofam. Sex.Em- piricns 1 . 1. adverf.Logicm.i4.$*jV , /ut *o/w5 ivrst
mV hiynuir tKfiTt&iu, Si' t' t ai 2 tuttiur .Attamen Diogenes Laert. in
Vita Epie, feribit , Dialefticam artem ab epicureis tamquam fupervacaneam
fuifle rejettam . Coah' tamen ea uti ad refte dilputandum , ne leves viderentur
, nomen mutarunt , & Phy- fic* partem fecerunt . Seneca epill. 8g. Deinde
cum rebus ipfis cogerentur ambigua fecernere , falja fub fpecie latentia veri
co- arguere , ipfi quoque locum , quem de. judicio , & nomine apel- iant ,
Rationalem induxerunt : fed eam accejjionem ejfe na- turalis partis exiftimant
. (2 ) Notitia dicitur a Cicerone in
Acad.4. c. 7. Quo e genere nobis notitia: rerum imprimuntur , fine quibus nec
in- telligi quicquam , nec quari aut difputari poteft. Quod fi ef- fent falf a
notitia: (1 /** enim notitias appellare tu vide- bare ) fi igitur e/fent ha
falf a : , aut ejufmodi vifis imprejfa , qualia vifa a falfis difeerni non
poffent , quo tandem his mo- do uteremur ? Admifit etiam Epicurus Deorum , quae
eflet a natura, non ab exercitatione fenfuum, fi Vei- lejo credimus apud
Ciceronem 1 . 1. de nat. Deor. c. 16. Solus vidit primum ejfe Deos , quod in
omnium animis eorum notionem imprejfijfet ipfa natura . Qua eft enim gens , aut
quod genus ho- minum , quod non habeat fine doElrir.a anticipationem quam- dam
Deorum? quam appellat Epicurus , ideft anttee- / tam animo rei quamdam
informationem , fine qua nec inrelligi fuidquam , nee quari , nec difputari
poteft . 7 i * t * _ j Cedo mihi quomodo gignatur in nobis ; , .. , forma. ^ **'* * , # *
feu honorariam ftntcntiam : qua de re vide Muretum var. ledi. 1 . 6. c.
2. Stoici quamlibet enunciationem axioma voca- bant , ut ed apud Gellium lib.
16. c. 8. apud Ciceronem de Fato c. 10. & in Acad. 4. c. 29. Id faciebant ,
opinor, quia omnis Dialedtica enunciatio judicium continet . / DE MODO
COGNOSCENDI PRINCIPIA. QUOMODO PRINCIPIA COGNOSCUNTUR ? TJRincipia neque innata
dici debent , ut putant JL Platonici: (f) nam fi innata eflent , infantes
quoque ea tenerent ( i ) . Neque ratiocinando acqui- fita: nam cognitio, qua:
hoc modo comparatur, ex anticipata notitia fit ; nihil autem eft ante principia
notum . Inductione igitur quadam & experientia re- rum lingularum formatur
intelligentia principiorum. Nam fenfus lingularia percipit, & memorise
commit- tit ; deinde r^tio ea componit & comparat ; unde ori- tur
univerfale iliud , quod axioma & commune cogno- fcendi principium dicitur. (2) Quomodo a fenfu , qui
belluis communis eji , talia ducis ? $. Tres funt animalium gradus, (tt) Primus
ell G 5. eo- t L. 2. t, ion 10;. tf L. x. 1. 103. 104. ( 1 ) Totum hoc Joannes
Lokius furafit ab Ariftotele , & ingenio fe amplificavit in l.z.de humana
intelligentia c. 1. Principia
fyllogifmij quia funt univerfalia , cogno- fcuntur indu&iooe ; priucipia
inductionis , quia funt lingu- laria , cognofcuntur fenfu. Hinc Arilloteles
lib. 6. Ethic.c.3 feribit , univtrfale r(J'e ex indufiione , fyllogifmutn ex
uxittr- fali t Digitized by Google I t os PARS III. CAVUTU. -eorum, qua; fenfum
habent, non memoriam ; ideft quae praefentia fentiunt , fed praterita non
tenerit; cujufmodi funt infcfta. Secundus eft eorum, qua non prafentia modo
fentiunt , fed & praeterita recordan- tur, ut bruta reliqua * Tertius eft
eorum, qua: praeter fenfum rerum prarfentium, & memoriam praeterita- rum ,
habent nobiliorem quamdam facultatem , ideft rationem, qua; res perceptas
comparans & expendens, ind e principia univerfalia deducit. Nonne faltem
notiones quadam funt innata ? Plato, 5 c qui Platonis philofophiam hac tetate
inftaurarunt, ideas quafdam mentibus noftris configna- tas exiftimant, quae
fint veluti rudimenta omnis co- gnitionis aefeientiae. Nos ratum habemus
Ariftoteli- cum illud , Nihil eft in intelle&u , quin prius fuerit in
fenfu: ac proinde notiones omnes , cujufcumque fint generis, per fenfum &
experientiam acquiri dicimus. Cum enim natura dederit nobis facultates ac vires
ad quamlibet notionem comparandam ; argre admodum intelligi poteft , quomodo
notiones ipfas in animis noftris infculpferit : quafi vero , datis oculis ad
co- lores videndos, aliquas infuper colorum formas indi- derit. Ex hoc ipfo colligimus , cognitionis principia &
axiomata non efte in nobis a natura informafa . Nam ubi non funt notiones , ne
ipfa quidem poliunt efte principia , quae ex iis conftant ; quemadmodum -gaon
poteft efte exercitus, ubi non funt milites. JguiJ Digitized by Google Pars hi.
c aput V. toj * * . . jQuid cum SaCri
Scriptores invata quadam effe dicunt > 9 Reverentia Sacris Scriptoribus
debita pofclt * tiC quoties innata quaedam dicunt ad cognofcendum vel agendum,
ex aequo & bono illorum verba interpre- temur 4 Interdum enim rationis
& ingenii lumen , quod revera innatum cft , capiunt pro notionibus &
veritatibus illis, quae maxime huic lumini confenta- neae funt. Hinc fit , ut
non aliquas modo nojoncst, fed etiam axiomata interdum vppent innata quod
naturae in primis conformia fi nt > quod omnibus npta Sc perfpicua , quod
ipfo pame cum lacie a teneris tui* guiculis arrepta, & memorias cortfignata
* ( 3 ) \ Cur Platonici ideas innatas admittunt .a Cur Plato & veteres illi
a Platone , ideas in- natas admitterent, facile intelligitur ; quia cum fibi
perfuaderent , animas hominum ante corpora conditas fili fle , & in mundo
quodam intelligibili collocatas, oportebat eas intelligendo Sc contemplando
viguifle- At non apparet , cur noftri , qui fatentur quamlibet animam in fuo
corpore condi , optiones quafdam illi affigant * divinitus confignatas \ quibus
nullus homo G 4 uta* ( 3 ) Sacrorum Scriptorum verba de Dei notione nobis
innata, referri etiam pofTunt ad naturale quoddara & inge- nitum caudarum
cognoicendarum defiderium ; ex quo fit, ue mundum-afpicerenon poflimus , quin
de ejuscaufa cogitemus De hoc defiderio multa multis locis D.Thomas, . utatur ,
nifi cum ad eam aetatem pervenit , in qua eas ipfas notiones fuis viribus fibi
comparare poteft. f 1 ) D.Auguftinus ,
ut Platonis reminifeentiam icjcnfque nnatas cum religionis veritate conciliaret
, ita fcripfit lib.i.Re- ra&.c.8.I libro de Anima quantitati quod dixi ,
omnes artet 'animam fecum attulijfe mihi videri , nec aliud quidquam effe , id
quod dicitur difeere , quam reminifei ac recordari , non ftc accipiendum eft ,
quafi ex hoc approbetur, animam vel hic in alio corpore , vel alibi , five in
corpore , ftve extra corpus , ali- quando vixijfe ; & ea , 00* interrogata
refpondet , eum hic non didicerit, in alia vita ante didici ffe . Fieri enim
potzfi, ftcut jam in hoc Opere Cupra diximus, utbocideo pojftt , quia natura
intelligibilis eft, & connedlitur non folum intelligibi- libus , verum
etiam immutabilibus rebus ; eo ordine fatta , ut cum [e ad eas res movet,
quibus connexa efl , vel ad fe ipfam , in quantum eas videt , in tantum de his
vera refpondeat . DE PRAEJUDICIIS. CUR HIC DE PR/t JUDICIIS AGIS ? I. Uia multi
loco principiorum adhibent prarju-
dicia': cc quia conclufiones principiis refpon- dent,pro fcientia
germana & firma fallaces opiniones difputando colligunt. * ' i a natur a
que defciffimut . Digitized Google 'J 07 CAPUT VII. DE DUBITATIONE. s * .
I I .gt/ID EST DUBITATIO ? I p 1 St cogitatio qusedam fluduans , qua mens in :
JLj re aliqua hseret , nec videt , quo fit inclinan- dum ; tamdiuque fe revocat
& aflenfum fuftinet , donec inftaurato farpius examine, veritas illucefcat.
Philosophus debet ne de rebus omnibus dubitare ? IjK. Quidam de rebus omnibus
dubitant, & undique rationes dubitandi quserunt ; ut lucem rebus eripiant ,
nodemque offundant: unde Aporetiei didi funt a Grae- co Tapsu. Sed horum
inflitutum jam obfolevit . A- lii de rebus omnibus fibi dubitandum putant , ut
prarjudicia tollant^ profitentes fe initio dubitare , ut tandem aliquando
dubitare definant . Atque ifti qui- dem qui hodie multis in fcholis regnant , videntur nobis
fimiles Medicis illis, qui ut humores noxios ab humano corpore expellant ,
animam expellunt . Nos quidem primum dicimus , non efle dubitandum nifi de
rebus illis, quas nos per nos ipfos cognofcere vo- lumus. Nam fi quis de re aliqua fibi imperavit cre- dere
alteri , is in ea minime debet efle dubius . Pro- inde ftulte facit Chriftianus
, qui de fux religionis arcanis dubitat ; cum jam conftituerit in facrarum lit-
Digitized by Google ioS III. CAPUT VII. litterarum teftimonio conquiefcere Deinde dicimus* fiqua funt evidentiffima, de
iis dubitari neque debe- re, neque omnino pofle
Quis enim dubitare potefl , num fit , num rivat , num cogitet ? Poftremo
dici- mus, utiliflimum efTe, atque adeo neceflarium phi- losophari volenti ,
illa omnia in dubium revocare , qu nondum perfpicue cognofcit . Philofophi enim
cft fcire, non credere. ( i ) CA- ( i ) Ufum & utilitatem dubitationis ad
re&e philofophan^ dum explicat Ariftoteles in cap. i. lib. 3.
Metapjiyf.^quod infcribitur , AVop/cc* Xi^ Tt ^ * ^ ' Ks ? k Kvspwtct 5
x^utop Dubitationis ufus , us au&oritatem
prin- cipii loco habent. Hujufmodi fuere vetuftiflimis tem- poribus Pythagorei,
poftea vero ipli quoque Peripa- tetici, qui quali facramento adacti nihilo plus
quae- rebant in qualibet controverfia , quam quid magifter fenfififet . ( i ) Quid igitur fentis de
auBorttate ? I. Au&oritas principii loco eft, quoties de rebus agitur ad
religionem pertinentibus ; quas quidem non ratione , fed teftimonio nituntur . At cum res in controverfiam veniunt, qua: funt a
ratione haurien- da:. ( i ) Plato & Platonici aliam viam inibant. Clemens A- lexandr. !. i. Strom.
p. m. 290, 0 ' TXa-r*! , omv j iym TO/a -ni; , pin , tittti >i tZ X - ys/i
7j9-a5t, ot r /u. 3 i rxovtvu 8 /ju >Xt/s-o?0u's/to. Veritatit (ludi oitit
Plato , tamquam a Deo conei tatut , ego , inquit , ita comparatur fum , ut
nulli credam ni fi rationi , qua miti ctnfidcranti optima videatur. L dx , nihil eft obtufius, quam folas
auftoritates quae- rcrc , & pro hominibus pugnare , era . Si enim fal ia;
eflent , non pare- rent fcientiam , fed errorem; fi verifimiles, parerent
opinionem , Tum debent eflTe prima ftris
f L. x. t. i y. t t L. i. f. 11. 22. 2
3. (i) PraimiiTa; hujufmodi dicuntur a Griccis irp*r / , zus- o-3/, xvxralhnizs
e . Non eft tamen nece (Te , ut utraque fit o- mnino prima, St medio careat .
Nam aftumtio interdum non eft hujufmodi , nifi virtute quadam & poteftate ,
quatenus proxime refolvitur in primam & medio carentem. Videcap. I2.de
Exempli: . Ratio porro prarcepti ea eft , quia fi pra> miftas demon ft ratio
ne indigerent , iretur in infinitumjquod fieri neque debet, neque poteft , ut
docet Ariftoieles lib. i.t. 145. 152. & iib. a, t. 14. Hanc eatndem in rem Clemens
Alexandr. Strom. 1 . 8 . cc/t H yass ,
xt&piv ix. 3 ws'ps$x Cujuslibet
demonftraiionis demonftrat ionern pe- tentes y ibimus in infinitum PARS IIL CAPUT IX. ij ? . flris fenfibus
propiora funt, ideft fingularia. Omnis au- tem demonftratio, quae fcientiam parit , ex
univerfa- libus conflatur. (*)(t) Denique debent efle caujf Ouarto fi
praedicatum fit propria fubjech caufla ; cui opponitur caufla minus propria
& fortuita , qua: vul- go caufla per accidens dicitur. Ex. gr. Titius
jugulatus interiit , & dum interiret , fulguravit. In hac enuncia- tione
interitus cum jugulatione proprie & per fi con- jungitur, quia jugulatio
propria ejus caufla eft-, cum fulguratione minus proprie & fortuito, quia
fulgura- tio nihil ad Titii interitum facit .
' /e sjis Da mihi tertium gradum pradicationis necejfari* Tertius gradus dicitur ( i* ) universe primum
\ eftque in eo pofitus, ut praedicatum fit univerfale & reciprocum ;
ideoque tantum pateat , quantum fubje- r ftum ( t i* i* r jj s .. . ft * i t 34 t
L. i. r. i6. O* 0 /ai Prsdicata, qua
neque primo, neque fecundo modo infunt, ideft qus neque effentiam coniUtuunt ,
nec eam ne- ce fla r io confequuntur, funt communes affeftiones, ut fi di- cam,
canis de qua in Rudimsnt, Logic.
P,i.c.ide Enunciat. nat. PARS ITT CAPUT X, 117 um ipfam , eique primo conveniat
. ( ; )In hoc igl* tur tertio neceflitatis gradu , qui reliquos complebi- tur,
tres requiruntur conditiones : prima /eft, ut prae- dicatum conveniat toti
fubjefto , & femper ; fecun- da ut infit per fc; tertia ut infit illi,
quatenus ipfum eft , primo , proxime , nullaque re media . Kx. gr. cum dico,
homo eft rationis particeps y enunciatio eftuniver- fe prima; quia ratio convenit
omnibus hominibus , femper, perfe, proxime, Sc quatenus homines funt At cum dico , homo fentit , enunciatio non
eft hu- jufmodi ; quia fentire convenit quidem omnibus ho- minibus, &
convenit femper, & convenit per fe > non tamen quatenus homines funt ,
fed quatenus a- nimalia. Neque enim homo eft primum , & proxi- mum
fubjedtum, cui conveniat praedicatum fentiens y fei primum hoc fubjeftum eft
animal. ( 6 ) Confer in pauca dotrlna?ft hanc . I. Summa fummarum haec eft.
Praedicatum enun- ciationis apodifticas dici debet de toto fubjedo fuo , H 3
& quo- ( 5 ) Hujufmodi praedicatum z quibufdara folet appellari Catholicum
, a graeca voce xx^Aa. Magis proprie & Lati- ne dicitur rfiiprocum .
Quamquam & vox Catholicum ferri poteft, qua ufus eft Plinius in lib. i. nat.
hifu ad Elenchum lib. i. n. 15. & 53. Apulejus in Trifmeg. p, 100. &
Tertullia- nus inultis in locis. Sunt qui dicant, per vocem urtiverfc , figni-
ficari praedicatum , quatentis refertur ad fubjeftum $ per vo- cem TJfuTov ,
primum , fignificari fubje&um , quatenus com- pleftitnr prsdicatum.
Prasdicatum enim debet inefle fubje&o ut univerfale quid $ fubjeftum debet
excipere praedicatum pri mo > per fe } quatenus tale eft , fine ope aliena.
n8 P ARS lll CAPUT X. & quovis tempore dici; deinde dici debet proprie per
fe; poftremo dici debet tamquam aequale ipfi reciprocum Id fi fiat , enunciatio erit neceflaria , ad
fcientiam parandam idonea . ( 7 ) CA~ * (7 ) Differt primus neceffitatis gradus a
tertio ; quia per primum quidem totum fubjelum efl intra ambitum praedi- cati 5
per tertium autem totum praedicatum efl intra ambi- tum fubjelti. Exemplum
primi fit . Omnir planta eft putre - di ni obnoxia : exemplum tertii > Omne
forput mixtum eft pu~ tredini obnoxium .
\ . ? 1 DE RELIQUIS DEMONSTRATIONIS CONDITIONIBUS. CEDO MIHI RELIjQUAS
CONDITIONES ET NOTAS DEMONSTRATIONIS. - / . . *
I. T} X iis , quae difla funt , colligit Ariftoteles X _ j
demonftrationem conflare primum ex propriis deinde ex uni verfalibus & aeternis*
Quomodo debet conflare ex propriis ? I?. Cum dicit Ariftoteles demonftrationem
conflaro ex propriis , excludit tum aliena , tum communia: a- liena quidem ,
quia non licet fine fallacia tranfire de genere in genus (f)i communia , quia
probationes ex communibus Dialeflicas funt; ideoque opinionem pa* riunt , non
fcientiam. (ff) (i) i H 4 Cur t L. f . t. f6. tt L. u f . *6, (y
[tqq. Axiomata^ quibus utimur in demonftrando > dici fo-
lent aliquando enunciata communis non alia ratione , nili quia multa continent.
Dicuntur etiam interdum communia , quod in duabus * vel pluribus difciplinis
locum habeant quarum altera alteri
fubjicitur. Qualfacumque fint, non va- lent ad fcientiam gignendam > nifi
coerceantur ad genus rei quas
demonfiracur & fiant plane propria *
Digitized by Google TARS III CAVUT XI. - Cur demonftratio confiat ex
univerfaIibus-& aternh? IJt. Quia debet conflare ex iis , quae pariant
fcien- 'tiam , hoc eft cognitionem certam , & firmam rei ne~ ceflariac.
Sola autem univerfalia funt hujufmodi ; quia fiunt orttis, & interitus
expertia , & fiemper tino mo- do fe habent. Ex.gr. ratio & efflentia
hominis artema & immutabilis eft ; humana individua modo funt , mo- do non
funt ; modo uno modo fe habent , modo a- lio. (f) CA- t L. f. t. 61. (a) Etiam Plato ajebat ,
fiola univerfali* vere ac proprie efle , ideoque fola cognofci pofle . Hac de
cauffa ideas fuas excogitavit. Id acceperat ex antiqua Heracliti difciplina ,
qui negabat fingulariaeflfe . Seneca ep. 58. Quacumq\ videmus ac tangimur >
Viato in illis non numerat , qua e /fe proprie putat. F luunt enim , & in
ajfltdua di minutione , atque adje- Slione funt . Nemo noflrum idem eft in
feneflute , qui fuit juvenis; nemo eft mane , qui fuit pridie . Corpora noflra
ra- piuntur fluminum more : quidquid vides , currit cum tempor rt : nihil exiit
t qua videmur , manet. F go ipfe y dum Itquo- tnutari i fla , mutatur fum . Hoc
eft , quod ait Heraclitus , In idem flumen bis non defcenditnut . Manet idem flum nu nomen , aqua
traenflmiffla eft . DE DEMONSTRATIONIS EXEMPLIS. - \ * * t % * ( D>A MIHI EXEMPLUM PERFECTISSIMA,
DEMONSTRATIONIS. I ' * > V t T7 Tfi nullum afferri poflet exemplum
perfe&if- JLj fimx demonflrationis , non tamen idcirco re- prehendendus
Ariftoteles effet . Nam quidquid eft.(in~ quit Cicero in Orat, cap. 2 . ) de
quo ratione & via difpu - tetur , id efi ad ultimam fui generis formam
fpeciemque redigendum . ( 1) Attamen exemplum poteft effe hu- jufmodi :
Quacitmque habent infitam vim contrariorum perpetuo inter fe pugnantium ,
necejfe efi aliquando diffoU vi\ omnia mixta habent infitam vim contrariorum
perpe- tuo inter fe pugnantium : necejfe efi igitur omnia mixta a- Trquando
diffohi Hoc petitum eft ex caufla
interna af. feftionis, quas demonftratur . Siquis per cauilam ex- ternam demonftrare
aliquid velit , fumat e-clipfim Lu- nas, eamque demonftret per
interje&ionem terrx inter ipfam & folem , & habebit plenam
abfolutamque de- monftrationem* * { x )
Sententiam Ciceronis pluribus expreifit QuinlIiamrs in procem. 1 , i*Inftit.
& in cap, 10. Injuria igitur Ariflote- lera reprehendunt hac in parte
Patritius, Ramus, Nizolius; quafi vero ejufmodi demon Arationem commentus fit ,
cujus exemplum invenirineque apud ipfum> neque apud alios pof- Digitized by
Googls ili PARS III C A PVT XI. Debetur
utraque demonfl rationis perfefta enuntiatu ejfe ( f ) quarum altera vulgo dicitur a . priori
, altera a pofteriori . Haec oftendit rem ede per ligna & effecia; illa
rationem affert ^ cur fit* Itaque a Scholafticis prima dicitur demonftratio pro
- fecunda demonffratio quia ; a Graecis voci- bus hSrtp atque 9 * .
I. Caufta remota nimis infirma eft; (f) & valet quidem in
argumentationibus negantibus, at in ajen- tibus minime valet. Siquidem fublata
caufta remota , tolli ttt lbid. t . 06 , , ' t T i. t. 09 * Eftctus allata;
demonflrationis proximus eft, qui re- ciprocatur cum fua caufta; ideoque
demonftratio iftiufmodi facile convertitur in fuperiorem , fi propofitionis
prasdicatum ponatur loco fubje&i , fub;elum loco pradicati. Sin autem
demonftretur per effe&a remota , hujufmodi demonflratio nullo modo converti
in alteram poteft . Ex.gr. Rijur eft ef- fe&us remotus ani malis ;
ideoquere&e dico, Ridet , ergo eft animali non refte , eft animal , ergo
videt . Colligitur hac dotrina ex cap. 13. lib. i. Pofter. (2) Plerique Dialedtici
ajunt, unam tantum efte demon- ftrationem a priori , quse hoc nomine digna fit;
quia illi u- ni convenft definitio demonflrationis /Iiperius aliata & ex-
plicata; reliquas probationes, cujufcumque fint ordinis, ap- pellari
demonflrationes minus proprie per quamdam analo- giam & fi mi! i 7u di nem
. 1 TT. i if tollitur effe&us ab ea pendens; pofita, non ponitur 5 ut fi
dicam , paries anima caret ; recte colligo > ergo non rejpirat : at fi
dicam, paries animam habet , non re&e colligo, ergo refpirat . (3) Quia
anima efl cau fa remota refpirandi, ideoque animata funt quaedam, quae non
refpirant ; quamvis nihil fit , quod refpiret fine anima. ( 4 ) CA- ( 3 )
Argumenta per caudam remotam fiunt in fecundo fecundae figurae modo, qui
dicitur Camefirer , ut colligitur ex cap. 13. lib. 1. Pofler. Quod refpirat ,
habet animam pa- rier non habet animam ;
ergo non refpirat * Cauda proxima refpirandi efl habere pulmones 5 & per
hanc quidem fieri pof- funt argumenta tum ajenria , tum negantia . (4 ) CaufTa
remota interdum lubet urbanitatem Hinc
Anacharfis Scytha interrogatus a Graecis , num in Scythia edent tibicines,
refpondit per caufTam valde remotam , in Scythia non efle vites. Scilicet eorum
intemperantiam urba- ne caftigavit : quia ubi non funt vites , ibi non efl
vinum ubi non efl vinum, ibi non funt
ebrii > ubi non funt ebrii , ibi non funt tibicines & faltatores.
Ceterum in gravi difpu- tatione ipfe quoque Rhetor Quinflilianus monet
libf5.cap* 10. ne caujfa ab ultimo repetantur
\ * } * V * t - ^
. * ' * I. T^\ Emonftratio in orbem
modo a Logicis dici- jlJ tur Regrejfus, modo Circulus Ilia utilis eft , hxc inutilis* . V Quinam eft Regrejfus } Cum ab eflfe&u
nobis noto progredimur ad cauf- fam latentem cognofcendam ; (f^) deinde vero ab
ea jam cognita regredimur ad effeftum , ejufque ratio- nem per cauflam
demonftramus; tum dicitur fieri de- monftratio per regrejjum : ( i ) ex. gr. ex
eo quod Lu* na illuftretur a Sole, non tota fimul , fed per gra- dus , colligo
eam efte orbicx figuras , quas quidem or- bica figura caufta eft, ut Luna
gradatim illuftretur . Inventa igitur hac caufta, per eam demonftro, Lu- nam
neceftario illuftrari per gradus, nec aliter fieri pofte . Non eft autem
vitiofus hic regreftus , quia non fit per t L. I. t. 23 * (t) Efferus dicitur notus cognitione ccnfufa;
cum autem per caudam demonftratur , fit notus cognitione di fl infla i qui ordo
pertinet ad Phyficum procedentem a toto ad par- tes, ab effe&is ad caudas,
ut docet Ariftotelesin 1. 1. Pbyf. per
idem demonftrationis genus, nec eamdem parit fcientiam . Prima demonft ratio
eft a pofieriori , altera a priori; prima parit fcientiam confufam &
imperfe- dam , altera diftin&am & perfe&am ( 2 J Quinam efi Circulus ? I. Argumentatio ,
quae proprie in orbem recurrit , circulus dicitur ab, Ariftotele, (f) &
damnatur tam- quam vitiofa. Procedit enim ab eodem ad idem per eamdem
demonftrationis formam ; Sc cognitio utrim- que orta nugatoria futilifque eft :
ut fiquis dicat ; So- crates efi homo ) quia rationalis ; efi rationalis , '
quia ho- mo. ( 3 ) Quid , cum termini funt reciproci ? HjU Quemadmodum in
natura , ita in Logica , quaedam redprocari videntur, & ab eodem in idem
redire: ( f) ut cum dico, ex pluvia oriri terrae ma- dorem, ex terras madore
oriri vapores, ex vaporibus nubes , ex nubibus pluviam Movet difficultatem hanc Ariftoteles, quae
facile folvitur, fi dicamus, non eam- dem t L, I. t L. 2. t . 66 . (2) Ejufdetn
ordinis deroonftratio eft , cum quis probat, aliquod animal efle rationale ,
quod (it ridendi capax ; rur- fus autem efle ridendi capax , quod (it rationale
, ut eft in ' 1. 2. Prior, c. 5. Scientia porro per regreffum parta dicitur ab
Ariftotele exquifitiflima omnium in lib. 1. 1. 178. Pofter. 0 n Ito t / n uti , una atque eadem per ejfeflvm &
caujfam . (3) Per hujufmodi argumentationem nihil efficitur. Kinc dicitur
oTtepx rpori , piflilli verfatioz & adhibetur proverbii loco a Philemone in
Heroib. adverfus eos, qui eadem fa- ciendo nihil promovent V, Elench, Sophift, de Petitione
principii n 8 pars iir e apvt xnr f dem
numero efle pluviam, qua& terram madefacit r atque illam, quae ex terra
madefafta oritur ideoque re vera regreffum efle, qui circulus videtur. ( 4/ CA-
' . ( 4 ) Quemadmodum circulus
Geometricus perfeftitiiman* rotunditatem requirit , ita circulus Logicus
abfolutam per- fe&amque reciprocationem. Minima quasque rariatiflt utriuf-
que naturam corrumpit - Tres igitur funtcirctillconditiones prima, ut utraque
demonflratio fit per cautiam; fecunda , ut utraque fie per idem genus cautis;
tertia, ut idem neti folum specie fed etiam numero iit id, quod probat, &
quod-, probatur. t DE SIGNIS, QUIBUS FIT
DEMONSTRATIO A POSTER IQRI. QV 1 D EST SIGJVVMi i , : R?. O lgnum efi ( ut
fcribit Cicero 1 . 1, de Invent. Ci 30 .) quod sub senfum aliquem cadit ; et quiddam SIGNIFICAT
} quod ex ipso profetlum videtur. Ita fumus GRICE DARK CLOUDS dicitur signum
ignis GRICE RAIN, gladius cruentus signum caedis. Quotuplcx cjtl Duplex
.neceffarium, quod graeci vocant ts xpn'p/9; et non necessarium, quod illi
dicunt. Quodnam efi signum necessarium? RU Est illud, quod numquam aliter sit,
certumque declarat. Neceffarle ( inquit CICERONE 1 . de Invent. c **. )
demonfirantur ea, qua aliter a- dicuntur , nec fieri, nec probari pejfunt , hoc
modo : fi peperit, cum viro cen* I cubuit. Signum non necessarium ab Aristotel
Rhet, c. iz. dicitur itot-ofi.tr , canat ntmint. Ego fumfi a Quintiliano, cujui
hac sunt verba in lib. 5. ltrflit., Dividuntur signa in lat duat primas
fpteits, quia torum a liqua rvetjfaria [nat, qua Grati votant Tixuip/e ,, alia
non nectjfaria, qua . ijo. rubuit. Hoc
utuntur Philosophi, quoties demonstrant cujufmodi sunt pori corporis nostri,
quos per signa rationalia demonftrando aperimus CA- Has rerum obscurarum differentias vide apud
Sextum Empiricum adverf. Logic.
Pyrr. byp. . Porro ea qu sunt perpetuo obscura, magis proprie di ci poiliint
ignota . u? DE DEMONSTRATIONIS EFFECTU,
IDES T SCIENTIA, f I ! m QUIXAM EST DE MOMST R AT IONlf EFFECTUS ? O
Cierttia , non tamen quaelibet * fed quae deii- LJ nitur , Cognitio firma &
evidens rei neceffaria per demonftratlonem ac qui fit a , Ver firmitatem ab
opinio- ne differt, quae eft afifenfus infirmus; ( i ) per evi- dentiam a fide
, quae obfcuritate non vacat : per rei necefiitatem a prudentia & arte ;
quae in lingularibus & fortuitis vertantur; per dtmonfirationem denique di-
ftinguitur ab intelligentia , quae eft cognitio princi- piorum & axiomatum
ipfa per fe perfpicua . Quotupkx eft firmitas & evidentia ? Triplex:
Moralis , Pbjfica , & Metapbyfica . Mo- I 3 ralis \ ( i ) Ob hanc
firmitatem ficientia a Graecis dicitur ittrt- ft \ , ut feribit Clemens
Alexandr. 1. 4.. Strom. V/ 'Usnt >i / uue o 73i? Xfttyvu tn 7 a> vfuyi ,
quod nofiratn in tebas fi fi at men- tem , Itaque Iciens ab Ariftotcle dicitur
KeTVr*>T@- , & a Platone , inconcufftst (3 quadratus . Quo perti- nent
illa D.Auguftini 1. 3, contra Acad. c- 19. S denti a no n fo/um eomprebenfis ,
fed ita eomprebenfis rebus confiat j ut ae- que in ea quit umquam errare , net
quibuslibet adverfaatibue impulfut nutare debeat , Digitized by Google ; 4 P
ARS /II. C APUT XVI. miis eft firma & evidens perfuafio ejus rei, quz ple-
rumque vera eft, more & eonfuetudine fulta : ex.gr. certum mihi eft ,
vacationes a ftudiis proxima aeftate luturas . Pbyfica eft firma & evidens
ejus rei perfua- fio, quae fecundum naturae ordinem aliter fe habere non poteft
, quamvis aliter poflit cogitari : ita certum eft, hieme dies cfle breviflimos,
aeftate longi lTimos. Metapbyfica eft firma & evidens perfuafio ejus rei ,
qua; ne cogitari quidem aliter poteft : quo modo cer- tum mihi eft, eum qui
difputat, efle . Quxnam ex bis ad f dentiam requiritur ? Metapbyfica , fi fieri
poflit , aut faltem \Phyfica . Moralis Diale&icis probationibus apta eft,
Analyticis inepta Quotuplex efi fidentia
? : . i 15?. Duplex: altera, quae vulgo dicitur a pofterhriy feu quia y altera,
quae a priori vocatur , feu propter quid. Secunda haec vere ac proprie fcientia
eft ; quia per potiflimam demonftrationem acquiritur, hoc eft per cauffx
proximx cognitionem . Prima vix fcientix nomen retinere poteft; quia oritur ex
demonftratio- ne imperfetta, qux fit per figna & effe&a, vel per
cauflas remotas; ideoque rem eflc eftendit , cur fit non oftendit. Digitized by
Google PARS III, CAPUT XVI. M5 , Quomodo definitur [cientia ab Ariflotele ? i'
f i . Ille [cit( inquit Ariftoteles) Qf) proprie aefim-, pliciter , non ex
parte aliqua ut Sopbifta [olent , qui cau[- [am co?no[cit , cur res fit\ non quatenus habitus & difciplina ell,
fed ut cert* alicujus rei coghitio* quae ra- tiocinando comparatur. Difputat
enim adverfus illos ; qui ajebant, nihil fciri pofle aut fciri dumtaxat per reminifeen- tiam . Ipfilfima
ejus verba , quorum interpretationem dedi- mus y funt ha?c in cap. 2. lib. r. E
'vtsxT^xt oilue^x ixxrar Xthut , kAKX MI 73
trtQrSIKlt Tp 31 T 3 , T XXTZ y
7 * 1 TU T OfTMt Oli jdcS-X yttdrxOO J/ i' T' TfatyMie' *?/ y 97 / sxdtu
tuTitc esi y fti etSt^ea-d-tu t7t' x\Xuf,e\f vocant tujrvut IT*
(5) In Metaphyfica tres fnnt rationes, quibus Piato ideas probat .Primo
enim ait,abfurdum videri, fi fit fingulare, in quo occupetur fenfus , non efle
univerfale , in quo occupe- tur intelle&us : deinde , ficuti multitudo
quasvis ad unitatem revocatur , ita formasfir naturas omnes ad univerfalem
quam- dam & fimplicera formam revocari debere : poftremo non ap- parere,
quomodo fingularia ejufdem rationis convenire inter fc poflint , & ab aliis
differre , nifi admittatur communis 'tjusdam forma , tamquam menfura
convenientias omnis ac diferiminis . Labe&SUutur ab Ariftotcle praefertim
ia lib. 1. Metaph,c.7 . .13? tamen hinc colligi Platonicas ideas. Nam Plato hoc
nomine intelligit univerfale ante multa & prater mul- ta , ideft rerum
fimulacra quardam & exemplaria , ex quibus omnia fiant & cognofcantur .
Satis eft autem ad demonftrandum , fi fit univerfale Peripateticum , quod
dicitur pcft multa c in multis , ideft genera & fpecies , quae a rebus
finguiis effinguntur , & in ipfis funt .
Quomodo ex doBrina Platonis fenfibilia cognofcuntur ? Platonici hanc
omnem partem opinabilem appellant , inquit Cicero in Acad. i.c. S.Senfibilia
igitur opinione ftare dicunt, & opinando cognofci. Quibus [ciendi
inflrumcntis Platonici utuntur ? I. Platonici libentiflime adhibent in
difputando de- finitionem tum rei , tum nominis , idque habent tam- quam
princeps fciendi inftrumentum . Secundum de- finitionem argumentis utuntur
& conclufionibus . Qui- dam ( 6 ) Adde quod univerfale Platonicum eft
ambiguum , ut ' dicitur in textu ; quippe a rebus demonftrandis feparatum >
& alia quadam natura prseditum . Demonftratio autem per ambigua fieri
nequit , Hac ipfa ratione utitur iu cap.6. lib. i.Ethic, ad excludendam
Platonicam boni ideam. t40 PARS
inCAPUTXVlL dam ex Illis etiam divifionem inter modos fciendi re- tulerunt,
quar tamen re vera pediflequa defini tioniseft, eique fervit, ut poftea
declarabimus. (q J C A- * x - *** , "i 1 / * Cicero Acae!. i.c. S. Scientiam
Platonici tiufquam ef- [e anfebant nifi in animi notionibus atque rationibus .
Qj*a Ai caujja definitiones rerum probabant , & has ad omnia , de quibus
difceptabatur , adhibebant . Verborum etiam explicatio probabatur idefi qua de cauffa quaque ejfent ita
nominata quam etymologiam appellant .
Vofl argumentis & quafi rerum notis utebantur ad probandum concludendum id
> quod ex- planari volebant , A / \ *
. * 9 t- -A , I > 1 r' 4 1. 1 v> n 1 It * * t*- * * # I X r :v:& 1 M DE SCEPTICORUM , ACADEMICORUM j EPICUREORUM,
ET STOICORUM SCIENTIA. &U/ENAM EST SCEPT ICORVM OPINid D E SCIENTIA f ]. OCepticorum opinio de
fcientia grandi volumi- ne explicatur a Sexto Empirico . Gellius rem totam
paucis verbis complefti voluit I. xr. c. 5. jQuos Pyrrbonios , inquit ,
Philosophos vocamus , ii Grac 0 co- gnomento
1 Princeps fciendi fundamentum infenfuum fide ponit Epicurus , quos nec
fallere umquam , nec falli pofle putat, Vifa igitur omnia apud ipfumvera funt i
fed opiniones, quae viforum judicia continent , aliae funt vera? , aliae falfae
. Exempli gr.cum oculi remum infradum in aqua vident, & infradum effe menti
nun- ciant , ita prorfus vident & nunciant , ut eorum pofeit officium . Nam fpecies remi eo modo ad
oculos ve- jiiunt ; ac proinde eo modo recipi ac reprarfentari de- bent . Error
autem in judicio mentis efl , fi fibi perfuadeat , remum efiTe re vera fradum ;
neque re- putet , ubi fit , & quomodo fui fpecies effundat . Ex f D. Auguflinus contra Acad.I.j.c.io. Cicero
ait ? illit morem fuijfe occultandi fententiam fuam , nec eam cuiquam , ftifi
qui fetum ad feneflutem ufque vixijfet , aperire confue- vijfe . Fortaflfe [locus Ciceronis efl in Acad. 4. c. 1
%.Reflat illud , quod dicunt veri inveniendi cauffa contra omnia dici oportere
, & pro omnibuf . Volo igitur videre , quid invene- rint > Non f ciemus
, inquit , oftendere , Qua funt tandem ifl* myjleria? Aut cur celati f qua fi
turpe aliquid fententiam ve - firan t? Ut qui audient , inquit , ratione potius , quam au -
dloritate ducantur. ( 4 ) Rem eamdem
alio exemplo explicat Sex . Empiric. I. U adverf. Log. n. 208.& feq. Vide
etiam lib. 2.n.9.Hinc Ti- magoras Epicureus ajebat apud Ciceronem in Acad. 4.
c. 25. Siquid aliter
cerneretur, atque effet , opinionis effe menda- cium , non oculorum . Et D.
Auguflinus de vera Relig. 0,33. Si qui e rernum frangi in aqua opinatur , &
cum aufertur , in- tegrari , non malum labet internuntium > fcd malus efl j
udex a . Ex his porro perceptionibus ac judiciis oriuntur no- titia;, de quibus
didium eft in cap. 3. Ex notitiis fit ra- tiocinatio & fcientia.
Admittuntne Epicurei demonjlr at ionem ? Admittunt demonftrationem , eamque
adverfus Scepticos tueri conantur . Sed nihilo plus demon- ftranti praecipiunt
, quam ut ex eo, quod eft: evidens, efficiat & iliuftret id, quod non eft
evidens. Eviden- tia autem colligitur per fenfus re&e adhibitos, ( 5 )
& per notiones, quibus fenfus non repugnent . Ex.gr. Epicurus dicit efse
vacuum , quod non eft evidens. Probat autem per id , quod fenfibus eft evidens
, ideft per motum hoc modo : fi eft motus , eft va- cuum; nam ubi plena funt
omnia, corpus mobile de- ftituitur loco , in quem fe recipiat ; efi autem motus
: igi- tur vacuum . ( 6 ) Quartam efi fcientia Stoicorum ? / \ Scientiam Stoicornin explicat Cicero his
verbis fri Academ.i.c.i a.Z , eno, quod erat fienfiu comprebtnfum idipfurn
fenfum appellabat :& fi ita erat comprebenfium , ut convelli ra- tione non
pofifiet , fidentiam', fin aliter , inficient iam nominabat: ex qua exifieret
etiam opinio y qua effiet imbecilla , & cum falfio incognitoque communis
> Scientia igitur eft firma cognitio, opinio infirma; comprehenfio autem men
fura ( 5 ) Quomodo fenfus adhibendi fint , docet Lucullo* apud Ciceronem in
Acad.4. c. 7. quem locum attulimus ia Rudimtntit Syntagm. 1. ( 6 ) Tota h*c
do&rina explicatur a Sex. Empirico lil* i.adver.Log. 1^213, & fe q. . i
4 jr fura utriufque. Itaque ajebant Stoici fcientiam e fle ir* fapientibus ,
opinionem in fluitis : comprehenfionem neque inter re&a > neque inter
prava numerabant > ut ibidem Cicero declarat . ( k 4 i * Efine demonflratio apud Stoicos ?
i * , * Yft. Eft fane y &
definitur ab iis. Argumentatio, qu quia* con- clufionem obfcuram declarat . - - "i w; Quomodo dividitur Stoica
demonftratio ? I. Stoici dividunt demonftrationem in primariam , &
fecundariam . Primaria illa eft , quas id , quod con- cludit, ratione
manifeftat; ut cum dico, fi {udor es flu- unt ex humano corpore , porifunt ;
fied f udor es fluunt \ ergo fiunt pori . Secundaria, & minus perfe&a
eft illa, cujus tota virtus pendet ex fide , & memoria *, ut cum dico , fi
Deus pronuntiavit fore utditeficam , certe ditefcam \ fed Deus pronuntiavit
fore ut ditefcam ; ergo ditefcam. Vis argumenti hujus cogit nos aflentiri rei
manifeftae per fidem , quam habemus Deo praenuntianti DE SCIENTIAE ORIGINE. SCIENTIA VNDE ORITVR TAMQVAM A C A V I T E? QI quis
(cienti* originem altius qu*rat * inve- v 3 niet eam a fenfibus efle , ideft a
rerum fingu- larium induttione atque experientia* Nam primo qui- dem ex. gr.
oculis luflramus hunc & illum colorem in fingulis corporibus ; deinde vero
per quamdam indu- ctionem colligimus, quid fit color in univerfum; po- (tremo
per univerfalem hanc cognitionem demonftra- tiones conficimus ad coloris
naturam & rationem a- periendam. (f) Hinc Ariftoteles fcribit , eum, qui
caret fenfu , carere (cientia Nam fi
quis oculis careat , numquam coloris fcientiam acquiret . Tota Ariftotelis
doctrina hoc Sorite concludi poteft: : fi fenfus deficit , deficit indutio ; fi
deficit indudtio , deficit univerfa- le ; fi deficit univerfale , deficit
(cientia \ ergo fi fenfus deficit , deficit fcientia * ( 1 ) K 2 Scicn - t L.
1. r. 1J4. & L. x. t ioz ( 1 ) Idem
docet homo Platonicus , Clemens Alexandr, I* 8. Stroni, p. ra. 778, xxtk tiv
wVJwv iy, hxT gV.xs** xcpx- Xcmktcw T5 . ocp^i yx? tvt izjxyoy^s i curd-ir/s y
Wpx* $s To Per fenfurn ex fingularibut colligitur univerfa - le $ XnduSlionis
enim principium eft fenfu r y finit univerfale , Vide etiam Maxim, Tyrium
differt . * . \y?i Scientia igitur eftne
fingulariiim an univerjaliutn ? * Scientia non eft nifi univerfalium , (t) qua?
de- finita funt , & femper eodem modo fe habent . Nam fingularia &
innumera funt , & mutabilia ; ideoque fenfu percipi po fiunt , fcientia
comprehendi non pof- funt. Quidam fingularia iccirco excludunt a fcientia, quod non
fint : qua de re vide c. 1 1. ( * ) r. : CA- t L . l. T. 61. 6j. ( 2 ) Idem confirmat
Arilloteles in lib. i Rhetor, cap i^i. idemque feribie Clemens Aiexandrin. 1 .
8. Strom. p. m. 7 82. t y# V L ?jtl ecrwpwv orreo9> u. i ntt gir/WfUl*.
''$'*> issnri/W xxSiJuw* eopy.x quod nefciam . . : m; 1 ftfili; ; 31 S' >i
/ f' * , *rr.;r r ffltf !.'V f . i. itr. * ,n * i vir , . ^ + a ' 2 i*,
t*" ii 9 ^ 4 .!*> ^ T .
* *V M |i L % * f / > *'
: ? ; 90 t 4 I 3 , ' '-T*'. \J *
* >* * ) / . 'AUiqcsZ q:M c 1 A P U T XXI. DE SAPIENTIA. gUID EST SAPIENTIA?
OUm fcientia ad faftigium pervenit , nobiliu# V.J nomen induit , & vocatur
fapientia . Nam Sc Dialedlicus , & Phyficus , & Mathematicus , fi ma-
xime excellat , fapiens dicitur . Hinc veteres illi au- dtores artium ac
difciplinarum fapientes a Gra:cis fune nominati . ( i ) Efine alia fapientia /tgnificatio ? Nulla vox
eft in orbe difciplinarum, quae plura fignificet . Sed ut fignificationes minus
proprias omitta- mus, interdum fapientia eft habitus quidam fimplex , a cereris
diftindtu* & ceterorum princeps, qui per altifilmas cauflasingrediens,
& fua fibi principia conftituit , &cu- juslibet fcientiae principia
dijudicat: quo nomine infcho- iis Peripateticis fignificaturMetaphyfica. ( 2 )
Interdum K 4 fapien- ( 1 ) Interdum traducitur nomen hoc etiam ad excellente*
artifice* , ut ad Phidiam & Polycletum , ut fcribit Atiftote- leS lib.6.
Ethic.cap. 7. (x) Hac ab Ariftotele ibidem vocatur iTr/yffti ravr,fxia~ rxruv y
f cienti* rerum bonoratijfimarum , & dicitur haberera- tionem capitis. Sine
hac Plato fcribit in lib. 7. de rep. reli- quas difciplinas efle cxas .
Quamquam a Platone non Me- taphyfic*, fed Dialeftica vocatur tura eo lo$o , tum
alibi fis pe . . lapientia efl cumulus quidam multorum habituum , ideft: perfeba
& abfbluta omnium comprehenfio difciplina- rum , per quam de rebus omnibus
difleri poteft quibus ha res continentur
, [den- tiam . ( 3 ) c - * i** Quid efi fapientia Stoicorum ? +? Rebe
quxris, & loco quseris; fed nihil eft, de quo minus refpondere veiim : quia
Stoici hoc nomine invidiofo &obfcuro( ut dicitur a Cicerone de Amicit, c.
5. ) nimis multa complebuntur ; & quidem ejufmo- di , ut quaedam vix in
hominem cadere poffint Qui modum fervant
, fapientiam efle dicunt excellentem quamdam & prxftabilem intelligendi
& agendi virtu- tem, qux nullo tempore, nullo loco, nullaque con- ditione
varietur. Ceterum qui dicunt , fapientem in quovis fortunae flatu ede liberum ,
ede fanum, efle for- mofum , efle divitem , efle regem , efle beatum ; Sc o-
mnia, quae ubique funt, efle fapientisi abeunt ad ex- trema. (4) Sa - 1 j -j-l * ,
. % . . J -J i' : . ^ 1 J Jk ** . J A j*
1 (3) Seneca idem habet multis in locis, nifi quod cenfet tollendam efle vocem
cauffaram ; Ita epift. 89. Supervacua ( inquit ) mihi videtur hac adjetUo ,
quia c au (fa divinorum humanorumque partet funt . Ego opinor cauffar contineri
in voce f cientia : quia nihil f ciri potell nifi per cauflas. De hoc genere fapientia Stoicse > quce in
hominem cadere nequit, vide Ciceronem in Orat, pro Muraena, & in principio
de Amicit. Horatium lib. i, Serm, Sar, 3. & lib. 1. epift. i. * i Sapienti* nomen nonne etiam prudentia
tribuitur } * $. Sapientia vulgo ufurpatur pro prudentia. Nam qui in rep.
adminiftranda , in regenda familia , & in totius vita; morumque cultu
plurimum prxftat , fapiens nominatur. Ceterum Thales & Anaxagoras ( ut
feri- bie Ariftoteles in lib. 6 . Ethic. c. 7.) cum minime pru- dentes eflent,
attamen ob eximiam do&rinam fapien- tes funt appellati. Ex quo apparet ,
fapientiam fepa- rari a prudentia pofle . ( 5 ) CA- ( 5 ) Ad hoc fapientbe
genus referenda funt Afranii carmi- na apud Gellium lib/ 13, c. 8, Ufut me
genuit ^ mater peperit memoria. Sophiam vocant me Graji , vot fapientiam.
Carmina hc pertinere dicit Gellius ad eum 5 qui fapient ejfe rerum humanarum
velit . Cicero quoque fapientiam pro prudentia ufurparit in Orat, c, 21, n. 70,
% t ' ( j t * > c *V 4 . *S 4 C A DE
OPINIONE. QUID EST OPINIO ? f - * T7 St
imbecilla aftenfio cum metu partis adverfae JLi conjunda. (f) Differt a
fcientia tura ratio- ne materia: , quia fcientia verfatur in rebus univerfali-
bus ac neceffariis , opinio in Angularibus & mutabili- bus; tum ratione
modi& cauflae, quia fcientia oritur ex demonftratione , opinio ex
probatione communi ; ideoque illa firma eft , hac infirma . Differt a fide hu-
mana; quia hsec non ratione, fed audoritate nititur : & interdum quidem
audoritas tanti eft apud nos , ut omnem formidinem excludat . Differt demum a fufpicione ; quia haec eft
levis quaedam credulitas , ex conjedura orta. Opinio pote fine confijiere cum
fcientia ? Opinio non poteft in eodem de re eadem cum fcientia confiftere ; (
ft ) quia mens non poteft fimul efte certa & incerta , firma & infirma
. Nam qui fcit , evi t
L.i.r. 194.197. 196. tt L 1. r. 195. iso. toi. (t) Ob hanc rationem feribit Ariftoteles in lib. *
Topic. cap. 5 . Fidem tjft opinionem vcbtmtnum , Digitized by Google PARS III
CAPUT XXII. JSf evidentiflimecognofcit , rem aliter fe habere non pofle ; qui
opinatur, metuit, neres aliter fe habeat . Id Stoi- ci adeo ratum habebant , ut
qui femel ad fapientiam perveniflet, eum de re nulla amplius opinari polle di-
cerent. Nos fapienti concedimus , ut aliquando opi- netur , non tamen de re,
quam fcientia comprehen- dit . Potcfine
fimul ejfe cum fide ? #. Opinio cum fide humana coalefcere poteft ; mo- do hacc
ab ejufmodi oriatur au&oritate , qua; non o- xnnem prorfus dubitationem
excludat: at cum fide di- vina nullo modo poteft confociari ; quia fides divina
immutabilem animi firmitatem fine controverfia re- quirit . CA- (2) Stoici
ingentem imaginem rei vanse fingentes , fapien- tem fuum fupra communem humana
vitz neceflitatem pone- bant. Cicero
pro Muraena cap. 29 .Sapienttm nihil opinari , nullius rti panittr* , nulla in
n falli , f inttntiam mutaro nunquam . /
Y'i ij 6 * . o m l R KMi r>i f CAPUT
XXIII. DE SAGACITATE.
iiiii.: b r :nt non t 'tustft QUID EST SAGACITAS? 'C St naturalis qua;dam
follertia & calliditas ad C/ inveftigandas celeriter caufias, (f) qua; ad-
hibentur in demonftrando : ut fiquis videns Lunam , qua parte Solem afpicit ,
valde fulgere , ftatim conji- ciat, eam non fuo, fed alieno lumine illufhari. (
\) Sagacitas pertinet ne ad fcientiam , an ad . opinionem ? R. Tota fagacitatis
vis & natura in acuta celeri- que inventione cauffie feu argumenti pofita
eft . Itaque fi argumentum fit neceflarium , fagacitas pertinet ad fcientiam ;
fi fit probabile , pertinet ad opinionem . Dif- fert autem ab utraque , non re
, fed ratione & mo- do quodam. CA- t
Lib. I t. lOi. (i ) Cicero de Divinat. I. i.c. }r. Sagire^ fentire acute eft :
ex quo Saga anus > quia multa /cire vtlunt ; (tf fagacet di fit canet , .-.t
: - . ... r tjfi 1 tr ~ -'jn-., nteas .DE
MATERIA ET INSTRUMENTO DEMONSTRATIONIS . QUID EST, QUOD DEMONSTRATUR ? T D ,
quod cauflam habet neceflariam, perquam A demonftretur; (f) ideffc propria rei
aflfedlio . Nam res ipfa feu fubflantia, cum fit per fe, demon- ftrari non
potefl . Itaque in homine ex. gr. facultas ridendi demonflrationem capit, ratio
non capit. ( i ) Quodnam efi demonflrationis medium ? I. Demonflrationis medium
Definitio efl , qusrcauf- fam rei demonflrandx continet, five fit definitio
fubje- ti , five praedicati , five utriufque
Ita fi probare velim , hominem pofie ridere , medium erit hominis
definitio, idefl animal rationale : fi probare ve- lim , Lunam deficere per
eclipfim , medium erit ecli- pfeos t Ls *. t,
Nomine proprias affe&ionis intelligitur non ca tan- tum , quas
caufsam habet internam, ut eft facultas ridendi
fed etiam illa , qu caufsam habet externam ) modo fitcauf- fa propria
& neceflaria* ut eclipfis Luna , quas demonftra- tur per interjeftionem
terrse . Utraque demonftratur percauf- fam
illa per materiam > haec per efficientem . pfeos definitio , ideft interjeiSio terra
inter Solem & Lu- nam . ( 2 ) Definitio poteftne demonflrari ? I efl ejus
definitio ; bdec efl oratio conflans ex genere & differentia hominis \ efl
igi- tur hominis definitio Sed hoc
fyllogifmo idem proba- tur per idem, & principium petitur . Nam medium non
differt a prsedicato conclufionis. Quid efl enim defini- tio , nifi oratio
conflans genere & differentia ? Duo hxc verbo differunt , re idem funt
. Num faltem demonflrari poteft per
definitionem contrarii ? I. Sunt qui definitionem contrarii fumant ad rei de-
finitionem demonflrandam . ( ff ) ex. gr. ut probent , bonum efle id , cujus
ratio 6* natura efl individua , fumunt definitionem mali, cu)usratio nec differta fyllogifmo nifi ordine verborum.
DE CAUSSIS AD
DEFINIENDUM ET DEMONSTRANDUM IDONEIS. JOVID EST CAUSSA IU UN /VERSUM? ^ I * I / I. Aufla efi , quae fua vi efficit id ,
cujus efi Vw/ caufla . ( f ) Quatuor porro numerantur , ma- teria , forma ,
efficiens , & finis Materia dicitur
id , ex quo aliquid fit ; forma per quod ; efficiens a quo *, finis propter
quod . ( i ) Qudenam cauffa adbibetur in affeflionis definitione ? Scilicet
illa , a qua atfeciio proxime oritur - Et fi forte multxfint x una tamen efi:
propria & proxima y L quae* t quo ,
forma efi 5 qua aptatur illi id . 47//
quod > exemplar efi ^ quod imitatur it 9 qui facit * id 9 propter quod 9
facientis propofitum efi id y quod ex
iflit efi , ipfa fiatua, Qnintum genus cauff admittebat Plato propte* ideas
fuas 9 quas putabat exemplaria effe rerum omnium r Alii quidam nullam cauflam
admittunt praeter efficientem. y quia huc una vere & proprie facit . Finit
non facit 9 fect allicit: materia & forma non faciunt 9 fed conflit uunc
& com- pouunt mms&mms M 62 .
PARS 111. CAPUT XXV. quae in definitione collocatur , & ad demonftrandum
valet AffeBio a quanam cauff a proxime
oritur ? Affecliones quaedam oriuntur a fubje&o, in quo funt, &
dicuntur habere cauflam internam; ut facul- tas ridendi in homine, quae oritur
ab ipfa hominis na- tura: quaedam oriuntur aliunde , & dicuntur habere
cauflam externam ; ut eclipfis Lunse , quae oritur ab Snterje&ione terrae ;
mercatorum labores , qui oriuntur a contemplatione divitiarum . ( ij 4 A *
Quomodo appellatur cauff a interna ? Modo 7nateria dicitur, (f) modo
'necejfitas ma- teria y quia , quae ita oriuntur , necefTario oriuntur . ( 3 ) Quo- t L, 1 . t . 53. (2)
In iis, quas cauflam externam habent, cauda non dif- fert re, cujus eft cauda, nifi quatenus pars
differt a par- te. Itaque quoties
demonftrantur , demonftratio non differt a medio fuo , idefl a definitione ,
nifi per ordinem verbo- rum ; ex. gr. Eclipfis Lunas definitur : obfcuratio
Luna ob inter jcftionem terra. Per eadem h&c verba formatur demonftra- -
tio , adhibita intexfeBione loco antecedentis , obfcuratione \o- co
confequentis. Hoc modo pars definitionis dicitur demon- ftrari per partem , ac
veluti materia per formam; In iis , quas cauffam habent internam, demonftratio
differt a medio fuo; ut cum facultas ridendi detnonftratur per definitiorem -
hominis . Hz c pertinent ad inteiligenda obfcura qujedam & involuta a tex.
37. ufque ad t.47. ( 3) Cauflit igitur interna in demonflrando una eft, ideft
fubjeBum afieftionis , quas demonftrarur : quod fubjeBum mo- do materia
(dicitur , modo materia necejfitas , modo efficient per emanatronem . Porro
materia dicitur ; quia affeHonis rna- teria non eft alia y quam fubjedluin
ipfum , unde oritur, & cui ineft .
16} , Quomodo* appellatur
externa? . I . -* % Modo efficiens ,
cujufmodi eft in primo exem- plo inter jejftio terrx ; modo finis r cujufmodi
eft divi- tiarum contemplatio in altero^ Queenam ex bis potijfitna eft ? \ .
^ * v i * Pro rerum diverfitate ea eft omnium potiffima
, quae proxime effedlum attingit, five fit interna, ftve excerha , * lg. Forma in demonftrando locum non
habet Nam forma quidem ipfius-
aflfe&ionis demonftrandae inepta eft: fiquidem nihil demonftratur per fe
ipfum . For- ma vero fubjecli , in quo eft affe&io , gaudet materia:
nomine: fiquidem totum fubje&um , Sc quidquid in fubje&o eft , unde
affe&io oriatur , materia ejus dici- tur .
- ; ' v * * \ ' * * * > L \ 2
. C A- s X f r* * f - , t / - j . M ^ * 1 * pr " , * ^ r 1 'l*.* * - . {3) Hinc apparet 5 cur
ridendi facultas dicatur ab Ariflo* tele oriri ex neceffitate mate ria 2
fciHcefc quia oritur ex toto fubjela* inquoeft ; eoque pofico , neceilario
fequitur. Ap- paret etiam tres tantum caudas habere locum in demonflran- dOj
videlicet externas duas , efficientem^ & finem $ internam unam, quocumque
appelletur nomine , five materia , five ne- ceffitat materia. Sicubi formam
nominat Ariftoteles , hac vo- ce definitionem fignificat; i 1^4 C A P U T ' XXVI. r DE DEFINITIONIS- NATURA- ET P ARTIB USi Vji
!: QUOMODO ARISTOTELES DEFINITIONEM EXPLICATI , * ' . *
" . + t . ' > lg. Uod attinet ad rem praefentem ,
.definitio i. in tres formas dividitur ; atque ita divifa cum demonftratione ab
A riftotele comparatur . I.AJia eft definitio, quas vulgo effentialis dicitur-,
alia, quas vocatur 'cauffdiis\ alia denique plena 6* perfefta . Ef- fentialis
eft, quse eflentiam aftedionis aperit, ut cum eclipfis .Lunas dicitur efle
defeSus luminis Jn Luna . Caujfalis , quas caufifam exprimit, a qua pendet
affe-; dio, ut cum eclipfis Lunas. dicitur interjeftio terra in? ter Solem
& Lunam . Perfefla & abfoluta , quae utram- que compleditut; ut cum;
eclipfis Lunas dicitur de- feBus luminis in luna ob interj e Bionem terra inter
tpfam & Solem . Prima appellatur ab Ariftotele conclvjio de- mon fi
rationis ; ( t ) quia cum eclipfis Lunas ratione de- monftratur , hoc eft per
fuam cauftam veram & pro- priam, locum tenet conclufionis. Secunda
appellatur principium demonflrationis , quiafumitur tamquam prin- cipium &
argumentum ad oftendendum defedum lu- minis in Luna. Tertia appellatur oratio
pofitione tan* tum a demon flratione differens Y Nam cum contineat r * * - . . j . rei t i A 64 & l. l. t, 4Jo 46
47* , Digitized by Google PARS III. CAPUT XXVI. 16? rei eflendam & cauflam
, continet totam demonftra- tionem , verborum dumtaxat ordine diverfam , qua-
tenus prima definitionis pars occupat locum poftre- mum in demonftratione. ( i)
Porro tota ha;c doctri- na pertinet ad definitionem affeCHonis> quaj fimul
de- clarat quid fit y 3 c cur fit; non ad definitionem fub- fiantiar, qua?
caufla caret , & fignificat dumtaxat quid fit. Id monet Ariftoteles ipfe in
t. 46.I. . , L 5 CA . . ( i ) Syllogifmus , qui huic do!rinae refpondet & defini- tionem continet, eft hujufinodi
: Quoti tt interjicitur terra inter Salem & Luuam , totiet efl J.>feFit
lumini t * n > nunc interjicitur terra inter Solem & Lunam ; nu jjf eji
defeSlut lumini t in Luna . Luna enim ( inquit Cicero lib. 2. de nat. Deor.
c.49. ) incidens in umbram terrz > -um elt e regione foiis , interpofitu
interjeluque terra repente deficit . ...
' . : v. . ' 1 m t66 i t '> *
i * * . . I 1 I ' 'J * . . i r DE LO CIS
DEFINITIONIS , QU.E ESSENTIAM REI APERIT. UBI AGIT DE LOCIS DEFINITIONIS
ARISTOTELES ? * 1 *. n E Locis definitionis inveniendae incipit age- (i.-JL J
re Ariftpteles in cap. 13.L2.quae pars To- pica demonftrationis dici poteft .
Ac .primum quidem docet, quomodo invenienda fit
V ^ # . * Xr Cedo mihi quomodo inveniatur colligendo . * ^ 4 . yv Modus jhic appellatur Induflio ( t )
Quoties igitur alicujus rei definitionem inveftigare volumus , quae res
univerfalis fit ( neque enim definiri poliunt jiifi univerfalia J confiderare
oportet, quomodo con- ve- t Z t, J* I
Digitized bjtGoogle PARS III. CAPUT XXVII. 167 veniant, & quomodo differant
fingula quae in ilra continentur j donec inveniatur communis quxdam rap- tio ;
quae ratio inventa cum fuerit, habebitur defini- tio. Quod fi ratio haec rebus
fingulis communis in- veniri non poterit , argumento erit , eas genere diver-
fo contineri , nec una definitione comprehendi pof- . ( Fac ut explices exemplo
aliquo . i Exemplum ab Ariftotele fumo. ( f ) Si mihi inveftiganda fit magnanimitatis
definitio, quxro qui- nam dicantur viri magnanimi ; cumque inveniam ?
magnanimos dici Achillem , Ajacem , & Alcibiadem , quia injurias ferre
noluerunt ; tum vero etiam Ly- fandrum, & Socratem, qui xquum animum in
utra- que fortuna fervarunt ; diligenter examino, num duo haec, non ferre
injurias , & aquum fervar c animum in utraque fortuna , ad unam aliquam
communem ratio- nem revocari poffint. Sipofliint, habeo definitionem unam &
perfe&am : fi non poflunt , flatuere oportet > L 4 g e - . , . ' t L .
2. r. 81. ' ' , * 4 (. 3 ) Modum hunc
invenienda definitionis non alienum e(Te a do&rina Platonis, contendit
Patritius in DifcuffiPe- ripat. t. 3. L 4. p. 319. & quidem jure , ut
colligiturex Alcinoi Inftitut ad do&r. Platon. c. 5. 1*8 PARS III C APUT
XXVII . geminam efle magnanimitatis rationem, ideoque -defi- nitiones duas
poftulare. (4) Cedo nunc quomodo inveniatur definitio dividendo ' > 1. Primum quidem videre oportet , res
definienda cujus fit categoriae : ( t ) deinde illius categoriae ge- nera per
oppofitas differentias dividenda funt ; donec ea differentia inveniatur, per
quam conflet rei defi- nitae natura: tum ex hac & genere proxime divifo
conficitur oratio, quam definitionem dicimus. Ex.gr. definiendus fit homo .
Statim apparet, hominem com- prehendi in categoria fubftantiae . A primo igitur
fub- flantiar genere exorfus , dividendo progredior ufque ad animal , quod
ipfum dividens in rationis particeps , & ra~ t I. 2. r, 7Z. 7 }, 74 ly feq
. \ (4) Ariftoteles in lib. 4 .Ethic.c.
3.fcribit, magnanimi ef- fe quum animum in utraque fortuna fervare; quod fece-
re Lyfander, & Socrates: at de intolerantia injuriarum non meminit quas proinde alio revocanda videtur. Quamquam
hsec ipfa ad magnanimitatem eo nomine traduci poteft , quod qui magno eft
animo. & magna omnia fpeftat , non patitur ie contemni. Non defunt qui
putent, quidquid magnum & eximium eft in virtutibus omnibus-, ad
magnanimitatem re- ferri $ ideoque ejus rationem efle multiplicem &
ambiguam. Porro ex hujus loci do&rina apparet , quomodo conjugata concreta
adhibeantur ad aperiendam naturam abftra&orutn : qua de re vide Parr.2. c.
4. de qualitate* . 1 6) Sc rationis expers ,
facile cognofco me in hominis dif- ferentiam incidifle , quae ratio eft . Ex
hac igitur & proximo genere hominis definitionem compono ita pror- fus ,
animal rationis particeps . ( j ) Nonne hic e fi modus quidam demonfiranda e fj
e Miae ? Ita vifum eft Platonicis quibufdam , qui
pro- inde demonftrandi vim divifioni tribuerunt. ( f ) A- junt autem, hoc ferme
pafto fieri lyllogifmum: Ani- mal vel eft rationis particeps , vel rationis
expers ; homo eft animal; ergo vel rationis particeps, vel ex- pers : non eft
autem expers , ergo particeps . At hic argumentandi modys peccat ea fallacia ,
qua; dicitur petitio principii , iv Sumit enim tam- quam notum Sc conceftum ,
hominem non effe rationis expertem , quod ipfum erat probandum. Divifio igitur
fer- 4 L i . t. ij. 24. if. ( 5 ) Vide modum hunc inveftigandte definitionis
apud Cle- mentem Alexandrinum lib. 8, Stromat. pag. ni. 779. Monet autem
Arilloteles, utilem efle methodum hanc inveftigand definitionis , tum quia
facit ut omnes rei definita partes fumamus, quas funt *VJ7fsf, h. e.
ejfentiales , ut fchol vocant; tura quia facit, ut folas fumamus ; tum demum
quia facit, ut eas refte atque ordine collocemus. Digitized by Google r-Tr-Bga
. , 7 o v ars m caput xxra fervit definitioni, & vakt ad invefligandas
partes e, lentiae , non ad probandas ( 6
) C Ar ( 6 ) Inde etiaro colligi poteft vitium fyllogifprf hujus > ouod fubjeaura
propofitionis latius patet prsdipato
Nara rationir partiteps , & raliutU expers , cum disjungantur per
mrticulam veU non potfunt aquare animal . Hoc autem con- tra leges enunciandi
eft. Prxterea cum animal , & rationi t partifepr fint partes definitionis,
in hac argumentatione de- eft medium, quo partes ifta; conjungantur. Ubi autem
de- eft medium, non poteft efle dempnftratio. Totum id eo lpe- * at ut appareat
definitionem efle mraSeucV, hoc eft de- mon ji ratione carere , quia ipfa debet
efse demon Arationis medium* V*Cap. 2,4 k T * *
i DE Locrs DEFINITIONIS, QU^E CAUSSAM REI CONTINET. , .. ***'* . * , ' .
) ' . QVOMODO INVENITUR I) E F I NIT IO PER C AV SS A M defeendere debemus a
genere ad fpeciem, a fpecie ad individua f ;,ut ea demum detegatur *
q^a^offe&ui pro- xima eft , .propria , & reciproca . ( 3 ) ,> ; i - CA- , *
I '1 > * > Ov> . V tii :v. r ' . 1 > k Digitized by Google V T 7$ C - 4 DE IIS, QU 7 E DEFINITIONEM CAPIUNT. . J ' * * ' v ' * t CUR DIXISTI PAULLO ANTE SOLA
UNIVERSALU DEFINIRI ? fjL. /~\ Uia ficuti res lingulares non capiunt demon-
ftrationem ( f ) ita neque definitionem . ( i ) Uno verbo eorum efl definitio,
quorum eft fiden- tia i fidentiam autem non efle nifi rerum univerfa- lium ,
oftendimus in cap. 1 9. hujus Partis , & in Par. x. cap. i. Poffuntne
'Universalia omnia definiri ? " Ea fola definiri pofliint , quse certo
genere & certa differentia confiant; aut cauflas habent nqtas at- que
exploratas , per quas aperiantur . ( 2 } "e * * Natura fimplices poffuntne definiri ?
Animadverterunt juniores Dialettici , naturas fim- t L. r. t. 64. ( 1 ) Cum
quis res fingulares, earumque naturam oratio- ne aperit, non definitione, fed
defcriptione uti dicitur. (2) Definitio dici poteft refolutio alicujus rei in
partes , ex quibus confiat: ut cum dico, hominem efle animal ratio- nali ,
refolvo hominem induas partes, ex quibus ejusnatu- ra componitur. Qu igitur
partibus carent , cujtffmodi e fi Deus, definiri non pofiunt . . plices
definiri non pofle ; quia quod partes non habet, non poteft per partes
explicari, ideft per genus & dif- fererftiarrr. ttijufmodi funt apud illos*
motus , dolor , voluptas , . lux , color , & fimilia , quae fenfibus quidem
percipi polfunt , at explicari per definitionem non pof- funt . Ariftoteles tamen in his
ipfis aliquid invenit , quod partium loco eft, & Scholafticam definitionem
capit. Itaque ab eo* definitur motus, attus
entis in pa- tentia protc^efi in patentia .* Nam revera quod movetur , in aliu
eft, fed in aftu porro pergente, ideoque cum potentia quadam conjunfto. Extra
fcholam , ubi quid fit alius & potentia non plane conftat , haec definitio
minus videtur idonea . : [ \) 'CA- ' i *
t x * r (3) Plutarchus dc Placit; Philofoph. I. i.e. 23. feribit , mer*
.tum ab Ariftotele duobus verbis definiri , bvt eKsyelxp at/var** alium
perpgtem t rei mobilis. Ceterum ideas fimpiices definiri non pofle , magna
contentione probat Lokius 1. 3. de hum. intell.c.4.& eum fequutus Clericus
in. Logic part. 1. cap.
2. . 11. & fe q. Uterque autem loquitur de definitione ptena Sc perfe&a
. Nam imperfefta cadit in fimplicia quaelibet \ qu** tenus cauflas habent &
effe&a , antecedentia & confejquen- tia, adjunfta & conjun&a ,
attributionefque alias , per quas deferibi poliunt y & ab aliis rebus
feparari: modo cum^co di/puremus , qui ih/egm fenfibus prarditus fit . *
Digitized * 75 Z1U-: CAPUT XXX. DE QUAESTIONI BUS. QV ID .EST UJEST 10 > I
Uaeftio, ut definitur a Cicerone in Acad. 4. VV c. 8. eft appetitio cognitionis
, quse modos affe&ionefque com-
plectuntur Per fimplices quaero ex. gr.
an fit , 6* nec propriam ha- bet . ( 4 )
Quodnam e fi modium compofitaruml Medium quseftionum compofitarum modo defi-
nitio rei eft , modo definitio ipfius affe&ionis demon- ftrandae, ut eft a
nobis explicatum in cap.24.de ma- teria demonftr. , & in cap.25.de Cauffis.
( 5 ) Vnum idemque medium poteflne folverc quafiiones omnes ? V/L. Cum
affe&io quoque habeat efTentiam fuam > fi confideretur ut eft , non ut
ineft , capere poteft dua$ quseftiones fimplices, an fit , & quid fit \ ut
cum quad- ro an fit Eclipfis, kquid fit . Hinc fit, ut cum Ecli- pfis
demonftratur per definitionem plenam , quas rei efTentiam & cauflam
continet, omnes qua-ftionesTol* M vat , (4) Cum dicimus *n fit , modo quodam me
taphy fico loqui- mur, non phyficoy proindeque cum definimus, non necefte eft
id a&u efle, quod definimus, modo efle poflit. (5) Definitionis eft
patefacere, quid nt fit . Regit enim primam mentis cognitionem , qu perceptio
dicitur . Atta- men nihil repugnat, quin adhibeatur tamquam medium de* monftrationis
, ideoque per demonftrationem ipfam folrat qtwe* ftionem compofitara cur fit.
aa atms . Vat , oftendens an fit Eclipfis , quid fit , qualis fit , turfit. (f)
(O PARS (6) Ha&enus quoeftiones Logicas numeravimus , & qui- dem ex
difciplina Peripatetica. Ceterum univerfe quaefliones dividi poffunt vel pro
rerUm, de quibus quaeritur, differen- tia,- qua ratione alia quaeflio Analytica
dici potcft , quae ver- fatur in rebus neceflariis ; alia Dialeftica , quae
verfatur in probabilibus : vel pro vario quaerendi modo / qua ratione alia
quaeft/o quae unum de uno quaerit alia
cotn - fefita , quae de uno quaerit plura; vel pro artium) ad quas pertinent ,
diTcrimine ; qua ratione quaefliones ali funt co- gnitioni* , duae ex Phy fica
& Metaphyfica ; aliae aflionit cx Ethica & Politica; aliae modia ex iis
artibus * quae ad 0- rationem formandam pertinent , Grammatica , Rhetorica *
Diale&ica . Etiam Auftor artis cogitandi fuam quamdaw quaeftionum
divifionem affert ex Cartefio part, 4 . c. 2, t I, 1 . t* 6 ..t DE TOPICIS. 4 *
1 * T Opica Ariftoteles fufe explicuit
libris oiflo : ego paucis pagellis complexus fum. Attamen ope- ra tam exigua ,
ni me amor rerum mearum fal- lit , partem potiflimam & pulcherrimam
dodlrin* hu- jus in ea luce collocavi quam jamdiu deflderabat r Si plura dare
voluiflem , ad exilia veniendum erat . & noftris adolefcentibus minus
commoda . Proxime fequuntur Elenchi Sophiftici; qui , fi verum quieri- mus , ne
feparandi quidem funt, fed unum idemque opus efficiunt. Societas &
conjunftio hatc apparet ex poftremis Elenchorum verbis, quibus Ariftoteles de-
clarat , fe omnia perfecifle , qua: initio Topicorum pro- pofuorat; totamque
hano dotfrinam uno epilogo con- cludit.-
M a CA- \ 1 ;r . . i
, * \ ' ' ) >! . c - DE NOMINE, ET MATERIA TOPICORUM. TOPICA
UNDE DI CUNTV ) - 1 *'T"' Opica dicuntur a gratca voce t 1 5 , idefl locus . 1 Eft autem locus communis
qusedam nota , cnjus admonitu , quid in quaque re probabile fit , in- - veniri
potefl ad problemata Dialectica conftituenda > & folvenda . Quanam eft
Topicorum materia ? i Triplex ; Problemata , de quibus difputatur ;
Propofitipnes , ex quibus difputatur ; Loci tum Pro- blematum , tum
Propofitionum . Quinam eft Topicorum finis ? Difputatio redta & idonea de
rebus omnibus in partem utramque . ( a ) Dijpu- ( i ) Cicero in Topic. c. I. Ut
tarum rerum , qua abfeondi- ta funi , dttni nftratod metat e leco , fatilit tft
intentio \ fit eum pervejhgare argumentum ait quod volumnt , letet nefit df
bemut . ... -n Hujus difputationis
utilitates recenfet Ar lU otele* ia Li. Top,c.a.&Cic. in Tufcul, a.c. 3, 1. iSz Difputatio bac quibus fit inftrumentis
? Inftrumenta, quibus Dialecticus utitur in dis- putando , duo funt ,
Indu&io, & Syllogifmus. At- que Igdu&io quidem facilior eft,
&ad vulgi fenfum accommodatior ; Syllogifmus majorem vim habet , &
dodorum virorum difputationibus magis convenit. ( 3 ) M 3 CA- Difcrimen
hocaflfert Ariftoteles in I. 1. Top. cap. 12. Ratio in promtu eft > quia
indubio progreditur ex lingu- laribus, qu* fenfibus proxima funt; fyllogifmus
ex univer- falibus, qua; funt a fenfibus remota . Ramus in Animad-
verf.AriftoteIJ.il. p. m. 17. contendit unam efle argumen- tandi rationem ,
fyllogifmum > indu&ionem autem non dif- ferre a fyllogifrno feci efte
fyllogifmum quemdam ex parti- bus . Digitized by Google iSt .V r M C It . DE SYLLOGISMO DIALECTICO. U % *
r EST STLL0G1SMUS VULECT1CUS? Q
Yllogifmus Dialefticus ( qui uno nomine E- pichirema vocatur ) eft ille >
qui fit ex pro-' habilibus , & parit opinionem ; quemadmo- dum demonftrativus
fit . ex neceflariis, & parit fcien- tiam . Quomodo igitur differt.
Epichirema a . . demonftratione f V/U Demonftratio eft probatio perfeftiftima
per cauf- fam rei propriam & neceftariam ; Epichirema eft pro- batio
quaedam per figna & effefta . Itaque illa ad A- nalyticum , hoc ad
Dialecticum pertinet , ut docet Ariftoteles Topic. 1. 8. c. 1 1. ( i ) Con
- Epichirema Grsca vox eft , qu*
aggrejftonem fignifi- cat ivi t Diale&icus enim) qui epichiremate u- titur)
rem non pervincit) fed quodammodo aggrediendo ten- tat. Et quia hoc genus
argumentandi pertinet etiam ad O- ratores ) Jbrinc Rhetoricas artisMagiftri
nomen ipfum fibi fu- munt. Vide Auctorem ad Herenn. !. 2, cap. 2. Clemens A-
lexandrinus lib. 8 . Strom. mavult Epichirema efle opus Rhe- toricas artis >
Agonifiua Dialecticas. Digilized by Google PARS IV. CAPUT TI. :iS$ t * '
Conclufo ex probabili eftne firma ? Firmifliraa eft ad difputandum , fi
concedatur propofitio & aflumtio ab adverfario . Itaque veteres Dialedici
fingulas enunciationes prius interrogabant; deinde vero ex concedis fyllogifmum
conficie- bant . Quid eft probabile ?
Ig. Probabile ( definitur ab Ariftotele lib. i. Topic. c. i. quod probatur
omnibus , vel pluribus , vel fap tentibus ; hifque vel omnibus, vel plurimis ,
vel maxi- me notis & illuflribus . Itaque tota ratio probabilitatis pendet
ab judiciis hominum , quemadmodum veritas pendet a natura rerum . Eft porro
probabile omni- bus , v. g. parentes colendos efte ; eft probabile pluribus , M
4 mun- (z) Difcrimen inter modum concludendi ex concedis > & ex
demonftratis explicat Clemens Alexandr. 1 . 8 . Strom. p. m. 771. K*4>' to (jSj) xc r tuv 6 |S 4 P ARS ir CA PVT l!. mundum non e fle nifi unum ; eft probabile
Rapientibus terram moveri . Rurfus eft
probabile Rapientibus omni- bus , fine virtute beatum efle neminem ; eft
probabile plurimis , foiam virtutem fufficere ad beatitudinem ; eft probabile
maxime notis 6* illuftribus , quidquid pla- cet Ariftoteli , aut Platoni , aut
aliis, quorum fapien- tia maxime cognita & perfpe&a eft . ( Quomodo
definitur probabile a Cicerone ? R. Probabile eft /'inquit Cicero Ilb. i.de
Invent. c. 29. ) quod fere fieri Rolet ; aut quod in opinione pofitum eft \ aut
quod habet ad bite quamdam fimilitudinem ; five id falfium fit , five verum .
Itaque probabile neque fal- fum eft, neque verum; fed ita in alteram partem in-
clinat, ut tamen alteri non plane repugnet. Triafunt ejus genera . Nam primo
probabile eft , quod fere fieri Rolet: qua ratione dicimus filium a matre
diligi; quia ita plerumque fit. fj) Deinde probabile eft , quod in communi
opinione pofitum eft ; ut Philofophos efle incre- dulos ; quia ita vulgo fertur
. Denique probabile dicitur , quod iftiufmodi probabilibus fimile eft ; ex.
grat. fi filius a ma- (4) Videndum tamen eft, ne quod probatur rapientibus,
Tepugnet communi opinioni, ut monet Arifloteles Topic. 1. cap. 10. Huc pertinet
illud Ciceronis lib. 1. Offic. cap. 41. Nec quem quam boc errore duci oportet ,
ut fiquid Soereetet , aut Ariflipput contra morem ccnfuetudinemque quod Diale- flicus projiceret in medium
quseftionem bipartitam , fumtu- rus utraui partem fibi dediffet adverfarius ,
Digitized by Google . 187 Secunda divifio: Aut nulla eft de problemate ho-
minum opinio; (a) aut in eo diffentit vulgus a fa- pientibus; aut fapientes
ipfi inter fe diffident ; aut vulgus fecum. Tertia divifio: Alia funt
problemata vere ac pro- prie Diale&ica , quia rationes probabiles habent in
partem utramque : alia funt problemata , qua; re ve- ra Apodi&ica funt ,
& capiunt demonftrationem ; fed tamen Dialeftico more pertrahantur , ad
quam- dam animi praeparationem . ( 3 ) v Qua in re problema ver fatur 1
Problema Dialefticum nullis finibus coercetur : attamen non debet efte exlex.
Itaque illi conditio- nes quafdam pracfcribit Ariftoteles. Prima eft, nefit
improbum & poena dignum ; ut fi quis quarrat , num Deus fit colendus . Secunda , ne de iis rebus
inftitua- tur, quae funt fenfibus manifeftae, v. gr .utrum nix fit alba .
Tertia, ne de iis fit, quar vel nimis facilia vi- deantur, vel nimis difficilia:
nam priora nullam du- bitationem afferunt, pofteriora nimiam. CA- ( 1 ) Velut
fi quzratur, utrum ift Luna fint animalia ; utrum Stellae fint pares , an
impares ; & fimiiia , qus ignota potius, quam dubia dici poflunt . Efl etiam quadam problematis fpecies , quam
tbtfim vocat. Hoc nomine fignificatur fententia , qua: omnium ho- minum
opinioni adverfatur ; quamvis levi aliqua ratione ni- tatur, aut etiam aiicujus
Philofophi auftoritate : cujufmodi erat thefis Zenonis , nihil moveri . Attamen aliquando tbefit late
fumitur pro quovis problemate. Digitized by Google tU CAPUT IV. DE
PROPOSITIONE. &UID EST PROPOSITIO ?
* % A Lterum materiae genus , in quo Topica Ari- XA ftotelica yerfantur,
eft Propofitio . Eft au- tem propofitio generalis fententia per quam brevi- ter
locus is exponitur, ex quo omnis vis emanat ra- tiocinationis ad problema
folvendum . Haec ipfa ef- ferebatur a veteribus
Diale&icis per interrogationem , & conflabat parte una : ex. gr. nonne
quod dele fiat , eft expetendum ? Apud nos primam Syllogifrai partem conftituit
, quam majorem Scholaflici dicunt , & caret interrogatione pro modo
difputandi noftro . ( i ) Quinam eft ptopofitionis ufus ? $. Inventa
propofitione ad ' problema folvendum ido- ' .. (i) A Cornificio dicitur
expofitio in lib. 2. ad Herenni, c. 20. A Quintiliano modo intentum , modo
intentio > habita ra- tione grseci vocabuli irpalzJ/?, quod eft a tfsl&i
intende- re , quia intenditur ad problema. Itaque Ariftoteles fcribit ,
propofitiones & problemata effe paria numero, quod fibi in- vicem
refpondeant . Pofito enim problemate , ponitur propo- iitio, qua; illud folvat.
Et fi quod problema propofitione caret fibi refpondente , problema dici nequit
> fed dicitur thefis per fe nota, vel inexplicabilis. Digitized by Google
PARS IV. CAPUT IV. 189 idonea , faeile cft addere fumtionem , & fyllogifmum
conficere : ideoque prseftantiflimus quifque difputator propofitionum copia
abundare debet. Unde fumitur propofitionum copia ? #. Ex communi fermone , ex
difputationibus > ex libris dodorum virorum . Hinc enim fiunt appara- tus ,
quibus pro re nata ad propofitiones formandas uti poffumus. Quomodo fit
Apparatus ? #. Quinque regulas faciendi apparatus tradit A- riftoteles in libr.
1. Topic. capit. 14. Prima eft , ut diverfa rerum capita feparatim notentur ,
v. gr. de Bono , de Natura , de Arte. Secunda , ut unum- quodque definiendo
explicetur, in partes tribuatur , & affedionibus fuis ornetur Tertia, ut adfcriban- tur fingulisfententiae
illuftrium virorum . Quar- ta , ut diftinguantur tria fumma genera. Logicum ,
Ethicum , Phyficum Quinta , ut
incipiamus a com- munibus & late fufis , ordine defcendentes ad fingu-
laria & angufta . ( 3 ) Qu & Tenebra i ub relatis Emptio , &
Venditio , &c. I$0 . t Quanam funt inflrumenta paranda propojit tonis} Tria
recenfentur ab Ariftotelc , diftin&io am- biguitatis , ' declaratio
differentia , inventio Jimilitudi - TUS
Explica mihi primum , ejufque commoda
T. Primum parandae propofitionis inftrumentum eft diftin&io
ambiguitatis Hoc enim valet ad perfpi-
cue cognofcendum , quid fit id , de quo difleritur , ut differamus de rebus,
non de vocabulis ; tum fa- cit , ut facile diflolvamus adverfariorum argumenta
ex ambiguo du&a; denique ut adverfarios ipfos am- biguitatibus implicemus.
Quamquam tertium hoc ma- gis Sophiftae convenit, quam Diale&ico . Porro am-
biguorum diftin&io fumi poteft ex oppofitis , ex con- jugatis, ex
generibus, ex categoriis , ex definitioni- bus, ex comparatis. Ex. gr. illud
eft ambiguum 6c multiplex, cujus oppofitum multiplicis naturae eft ; cujus
conjugata funt ambigua ; quod refertur ad va- ria genera proxima ; quod
pertinet ad diverfas ca- tegorias; cujus definitio multiplex eft; cujus membra
inter fe comparari non poliunt. (4) Ex- ( 4 ) Exemplum hujus poftremi articulielTe poteft
acutum , quod ambigue dicitur de fapore , voce. Quamvis enim & fapor acutuf
dicatur, & vox acuta ; attamen vox fle fapor nul- lo modo inter fe
comparantur. Neque enim fapor dici po- teft acutior voce , aut vox fapore .
Exempla reliquorum fa- ciliora funt) & peti poliunt ab ipfo Ariftot, 1, i,
c, 15, Digitized by Google PARS IV CAPVT IV. ~* 9 * , . Explica fecundum* * . *
-i Secundum propofitionis parandae inftrumentum eft inveftigatio differentia ,
qua fit., ut. cognofcamus naturas rerum , quas per differentias conftituuntur ;
.& problemata folvamus de eodem ac diverfo ( 5 ) . Por- ro ut differentiae
cognofcantur , fpe&anda genera funt : & primum quidem cognofci debent
differentiae eorum, quae funt fub eodem genere , ut fortitudo , & jufti- tia;
deinde eorum, quas cum generibus diverfiscon- tineantur, tamen aliquo modo
fimilia funt, ut fen- fus, & f cientia. (6J Cedo mihi tertium A % i I Tertium inftrumentum eft explicatio
pmilitudi - nisy quae plurimum confert primo quidem ad indu- Iliones
Dialedlicas, per quas. tx pluribus fimilibusfi- mile concludimus : deinde ad
fyllogifmos hypothe- ticos ; quia v. gr. cum firmatum eft , eumdem efle con-
trariorum fenfum; ex hypothefi efficio , eamdemefte contrariorum fcientiam, ob
fimilitudinem , quae inter- cedit inter utrumque : denique ad inveniendas defi-
nitiones; nam quae in aliquo genere fimilia efle de- prehenduntur , unam
definitionem capiunt; quae ad varia genera pertinent , pluribus definitionibus
funt ex- pli- ( $J Hoc eft, ttt probemus, alia effe eadem, alia effe di- verfa
5 quod apparet ex differentiis , quas generibus additas conflituunt fpecies, C
6) Juvat etiam cognofcere differentias quaslibet , ex quibus fumi poliunt
propofitiones minus firma;, . plicandi. Monet autem Ariftoteles, ut fimilia
quae- rantur non modo in eodem genere, fed etiam in di^ verfis & valde
diftantibus ; idque tum per particu- lam ad y ut cum dico, ita fe habere
fcientiam ad ea , quas fciuntur, ut fe habet fenfus ad ea , quas fentiun- tur ;
tum per particulam in , ut cum dico , ita eile mntem in anima, ut eft vifus in
oculo. CA+ i \ DE LOCIS PROBLEMATIS, ET PROPOSITIONIS. QUINAM SUNT LOCI
PROBLEMATIS ? #. A D locos ventum eft ; quod ordine tertium JlX facimus, fed
natura princeps eft Topico- rum argumentum * Loci igitur Problematis fumun- tur
ab ejus praedicato . Praedicatum autem fpeCtari po- *eft, vel ut prima notio,
vel ut fecunda.. Ut prima notio, dividitur per decem Categorias, ut aliud fit
Problema fubftantiae, aliud quantitatis, aliud quali- tatis , &c. Sed hac
ratione non pertinet ad Dialecti- cum* Ut notio fecunda, dividitur in genus ,
defini- tionem , proprium , & accidens : atque hi quidem funt principes
loci Dialectici , qui recenfentur ab Arifto- tele in 1 * i.Topic.c. 4. Nam
quidquid alicui rei tri- buitur, vel eft aliquid communius, & dicitur genus
\ vel eft aliquid ex aequo refpondens , & dicitur defi- nitio ; vel eft
affeCtio neceflaria, & dicitur proprium ; vel eft affeCtio communis, &
dicitur accidens . Hinc problemata DialeCtica quatuor , generis , definitionis
, proprii y accidentis . N Quod -
\ Quoties igitur quaero quid iit
aliquid, qua/e , quan- tum , &c, problema phyficum eft. Aliiajunt, decem
Catego- rias conftituere fubjeftum problematis ' a genere autem , de- finitione
) proprio , & sf eidem t fumi prxdicatum *
ij4 . Quodnam eft Problema Definitionis ? Problema Definitionis , ut
etiam aliorum loco- rum , vel expreflum eft , vel tacitum : expreflum eft . fi
quaeram ex* gr. utrum habitus rationi confentaneus fit virtutis definitio ,
necne : tacitum eft > fi ita quaeram > utrum virtus fit habitus rationi
confentaneus , necne . Ad problema
definitionis revocat Ariftoteles quaeftionem, utrum fit idem , an diverjum .
Nam hoc nihil eft a- liud, quam quaerere, utrum eadem definitione compre-
hendatur > an diverfia. Quodnam eft problema Generis ? \ Problema Generis
eft , cum quaero , utrum prae- dicatum conveniat fubje&o tamquam commune
ali- quid ad eflentiam & naturam pertinens . Illa quoque ad problema Generis referuntur , quo in
Genere fit ali- quid y & utrum duo quapiam fint in eodem , an diverf*
genere. Quanam funt problemata Proprii , it Accidentis \ Proprii problema eft ,
cum quaeritur , Utrum prae- dicatum conveniat fubjefto tamquam propria
affe&io ; Accidentis , cum quaeritur , utrum conveniat tam- quam
afle&io communis . Ad Accidentis problema refert Ariftoteles comparationem
quamlibet , utrum ex duobus fit utilius , utrum fit jucundius , utrum honeftius
Cur t . *9f Cur non memorat Ariflotcles
problema fpechui l Speciem non memorat, quia fpecies eft id, de quo quaeritur ,
ideoque fubje&um qua?ftionis confli- tuit : problemata autem fumuntur &
nominantur a praedicato ( 2 ) Cur non
memorat problema differenti* ? * rju Quia differentia , fi generis eft ,
refertur ad ge- nus ; fin autem fpeciei eft , vel eft pars ipfius effentiar,
qua ratione ad definitionem pertinet ; vel eft congeries quaedam affettionum ,
quae fimul con- proprium aliquid efficiunt ; ideoque problema proprii
conftituit Quinam funt hei Vropcfitionh
i I. Cum omnis Propofitio referatur ad problema folvendum, idem eft quaerere
locos propofitionum , atque argumentorum ad folvendum problema Por- ro autem iifdem locis % problema
folvitur , quibus N a con- ( 2 ) Si quaeras utram fpecies aliqua fubjiciatur
generi , vel cui generi fubjiciatur , v. gr. utrum homo fit fpeetet ani- malis
; qtueftio generis eft Incidit enim ia
illam , utrum animal fit &enut bminit , t9 g . conftituitur , genere ,
definitione , proprio , acciden- te. {*,) CA- * i V ( 1 HaQenus fideliter exprimo Ariftoteli*
libro. Iniis ouse fequentur, aliquanto liberius verfati fumus , ut Ari-
flotelicam doirinam per reliquos libros fufam , in pauca co- geremus. 1 DE LOCO GENERIS. Quid G cruris nomine
intelligitur ? T T Ic Generis nomine intelligitur quidquid to- X X tius
rationem habet ; cui refpondet quidquid habet rationem partis . Et quia totum
vel eft aliquid Logicum, ut diximus in Rudimentis Par. i. cap. 6 . quod partes
habet fibi fubjeftas; vel Phyficum, quod partes habet, ex quibus re ipfa
componitur; ex utro- que argumenta fumuntur , tamquam a loco Generis . Attamen
proprie Genus dicitur totum Logicum , cui refpondent fpecies & individua
tamquam partes . Et in hoc quidem fpecies non differt ab individuo , fed
utrumque fignificat aliquid Generi fubjedum , veluti partem ejus. Quod fi a
fpecie tamquam a fuperlori ar- gumentum ducatur , tum fpecies induic rationem
Ge- neris, & argumentum a Genere dicitur. ( ij Quomodo fumantur argumenta ex toto * Logico ?
Valet hic locus, qui proprie dicitur a genere , ad refellendum; regiturque hoc
axiomate: Sublato ge- nere , tollitur quidquid generi [abjicitur . Verbigr. Si
non N 3 ejl ( i ) Hinc apparet, cur Ariftoteles non pofuerit locum Jpe* citi :
qua de re tam multa divinant ejus Interpretes. . eft virtus , neque prudentia
eft , neque juftitia , neque tempe - * tantia , neque fortitudo . In
confirmando non valet, nifi quatenus pofito genere , ponitur aliquid ex iis ,
quae ge- nere continentur : ut fi dicam, Virtus eft; ergo vel pru- dentia , vel
juftitia , vel temperantia , vel fortitudo
Nul- la tamen ex his per fe fola concludi poteft . Quod fi non a genere
ipfo , fed ab iis , quae genus neceflario confe- quuntur, argumenta ducere
velimus ; omnino valet difputatio, tum ajendo, tum negando. Ex.gr. Virtus eft
laudanda \ ergo tum prudentia , tum juftitia , tum tem- perantia , tum
fortitudo laudari debent : Virtus reprehen- di non poteft ; ergo nec prudentia
9 nec juftitia , nec tempe- rantia , nec fortitudo . Laudari enim , & non
reprehendi funt confequentia quaedam virtutis . Ex partibus Logicis quomodo
difputatur ? f % * R. Si ex formis ad genus progrediamur , argu- mentatio in
confirmando valet , in refellendo non i- tem . Nam pofita parte aliqua generis
, ponitur genus ; fub- . lata, non tollitur. Ita fi dicam, juftitia eft , ergo
virtus eft , re&e difputo : non tamen re I. Vofito toto Pbyfico , ponuntur
partes omnes: ut fi eft: homo , confiat mente , & corpore . At fublato toto
, non Jlatim tolluntur partes . Nam pereunte homine , pars ejus potiffima non
perit. Id vero locum habet non mo- do in totis naturalibus, fed etiam in
arcefadis. Itaque pofita domo, ponitur fundamentum , paries , & te- dum :
ac ea everla , non necefte eft , everti partes omnes . (1 N 4 Quo- (3) Ad hunc
locum pertinet illud Virgilii 4.. AELneid. verf. 534. ubi Dido, exclufis
omnibus doloris fui remediis prster mortem , demum concludit ; Quin morere y ut
merita et ferro que averte delerem , (4)
Videndum tamen , ne pars aliqua omittatur, quod fa- cile contingit. Nam fiquis
verbigr. contendat , mortem non cflfe malum, ut eft apud Ciceronem Tufcul. 1.
quod neque morituris malum fit , quia nondum eft j neque mortuis, quia amplius
non eft; incidit in fallaciam partis ornifTs : fiquidem mors malum eft
morientibus . (5) Id accidit, quia partes Phyfics in rei cujuslibetcon-
ftitutione vel primaria funt , fine quibus nec efle res , nec 1 nominari poteft
; vel funt fecundari a , qus ad eam abfolven- dam & perficiendam valent .
Rurfus alis funt cognats , h. e. ejufdem generis & nominis, qus Grsca voce
bomogenea 1 dici folent alis generis fir nominis diverfi , qus beteroge nex vocantur. Utramque hanc differentiam qui non
relete- fi- . ( 1 ) Quidam ad locum Accidenti* referunt Oppofita , p*+ ria ,
fimi lia , conjugata 9 effetta^ &c. Sed hae notas qua- dam funt , quas per
omnes locos vagantur ad diftinguendas propofitiones a propofitionibus , &
argumenta ab argumen- tis . Rhetores prsefertim locos appellant , deque iis
inulta praecipiunt. a6 T ARS IV C APUT
IX. ftgnum neeeffarium , Jignum commune . Sunt autem loci illi communes omnibus
generibus ; fed fingnla genera proprios habent locos; Judiciale juftum &
injuftum ; De- liberativum utile 6 inutile \ Exornati vum boneftum inboneftum .
Ciceronem lib.i. de Orat. c. 31. Porro hl funtloci argumentorum infitorum . Nam
qua; etlexvx Greci vocant , hoc eft ab arte remota (3 ajjumta , non debent
inveniri ab Oratore . Antonius apud Cic. lib. 2. de Orat. c. 27. Ad proban- dum
duplex eft Oratori fubjeda materier una
rerum earum , qua non excogitantur ab Oratore , fed tradantur , ut tabula >
teftimonia ( 3 c. altera ejt j qua tota in difputatione , t 3 argu- mentatione
Oratorit collocata eft . Ita in fuperiore genere de tradandit argumentis , in
hoc autem etiam de invenienda cogitandum eft. DE SOPHISTICIS. DE NOMINE, ET
NATURA ELENCHI SOPHISTICI. QV1D EST ELENCHVi? JJL "C St Syllogifmus , qui
arguit enunciatum ali- JL-/ quod , eique contrarium concludit . ( i ) Quid eft
'Elenchus Sophifticus 1 Jft. Eft Syllogifmus fallax , oppofitus Dialettico ,
Grae- ce : fitque vel ex iis, quae probabilia vi- dentur , fed non funt ; vel
ex iis , quae probabilia funt , fed praeter leges fyllogifticas componuntur . Pri-
mo modo dicitur peccare maneria , altero forma . Quamquam is , cujus forma
deficit , & ad concluden- dum ( i ) Ducitur a Grzco iKsyy t trgme . Itaque
condici- tur uti Elenchis, nifi qui difputat adverfus aliquem, Sc ra-
tiocinando difputat, ut colligitur ex Ariftotele lib. a, Prior, cap, zo. TARSVCAPVTL dura inepta eft, proprie neque
Syllogifmus , neque E* lenchus dici debet , fed Paralogifmus . Cur dicitur
Sophiflicus? lg. Quia Sophiftac videri malebant fapientes , quam efle, ut
fcribit Ariftoteles cap. i. hujus libri: ideoque per ea difputabant, quibus
fallerent, (a) Jjifftrtne Elenchus Sophiflicus a Contentio fi? Differt fine
& inftituto, non re. Nam Conten - tbfi illi dicebantur uti , qui
oftentationis caufla difpu- tabant , & viftoriae gloriolam quarrebant ;
Sophiflico autem , qui ex difputatione quaeftum aucupaban- tur. * In quo differt ah Apatetico? R. Syllogifmus
Apateticus , feu Pfiudograpbus ( nam utroque modo vocatur ab Ariftotele ) fit
ex falfis , fed propriis ejus difciplinar, in qua difputatur . Itaque op- po-
{%) Dicitur etiam Sophisma : quamquam SopHfma eft quae- libet cavillatio ,
quocumque modo fiat . Nomina Graeca funr , quia res ipfa apud Romanos non valde
in ulu erat , ideo- que nominibus Latinis carebat , ut fcribit Seneca epift, 1
1 1. Haec fumfi ex Elenchis Ariftotelis
cap. 11. Attamen etiam oftentatio Soph iftam facit , Si Ciceroni credimus, qui
ita fcribit in Academ. 4. cap. 23. Sophi fla appellantur ii , f ui
cfientationis , aut quaflus caujfa pbilofopbamur , Digitized by Google PARS V.
CAPUT I. Z09 ponitur demonftrationi . Sophiflicus fit ex commu- nibus, & opponitur
epichiremati . Cur de Elenchis Sophifticls agit Diale&icus ? * Ut viam
& rationem fibi comparet , qua poffit Sophitis refiftere. Nam, ut feri bit
Quintilianus lib. I2.1nftit. c. 1 .Remedia melius adhibebit , cui nota , qua
nocent , fuerint . ) Clemens Alexan. !ib.6. Strom.cap. io.jfy/ , yxV V/ J/x-
XsxTfxV , fi' r.xTxTxr&eStu vtfot nuv troQicZv riv Didi fllca vallum e fi ,
/ veritae aSopbiftit conculcetur . Nam
ut feribit Cicero in Acad. 4. c. l 5. Fallacibus it capti t/it inter-
rogationibus circumfcripti atque decepti quidam , cum eat dtp folvere moti
pejfvn : , defeifeunta veritate . Primus autem omnium fuit Protagoras
Abderites, quiconfulto adhibuit Sophifticos elenchos, & per eos ad fallendum
difputavit $ ut feribit Sui- das , dc Diogenes Laertius in ejus vita. 2X0 . - -
% *
* * 4 DE FALLACIIS VOCUM, f . .
UNDE SUMUNTUR ELENCHI SOPHISTICI ? i | * M * t I , * #v ITA Uo fdnt eorum fumma genera ; alterum
JL/ verfatur in voce , alterum in re In
voce fex poliunt efle fallacias x lu re feptem
* * i * - ' , # , ' 4 , 4 r * * -***. * - r I Tres pertinent ad vocem unam ac
fimplicen*, accentus , diftionis , 6* bomonymia : tres autem ad voces plure?s
limul compolitas , amphibolia , compofitio , & divifio Quanam efi fallacia accentus? Accentus
fallacia valet prasfertim apud Grar- cos, quorum vocabula, variato accentu ,
aut fpiritu , mirum in modum variantur* Apud Latinos fallacia haec ex
fyllabarum quantitate ducitur Hoc modo
lud e bat Nero ( ut efl apud Sueton. in ejus vita* cap. ,33. ) cum ajebat ,
Claudium defiifle inter homines tno- r ii 11 1 Digitized by Google V ARS V.
CAPUT II. mi morari Nam moror prima
fyllaba correpta, figniiicat manere ; produfta , fignificat infanire . ( i )
Quaertam eft fallacia figurae diftionh ?
Cum quis fimili politione deceptus, eafdemYO- cabulis diverfis
affe&iones tribuit . Hinc Ariftotelesait , Sophiftas interdum fpe&are
foloecifmos . ( z ) Quid efl homonymia ?
$. Eft ambiguitas
orta vel ex neceflitate , .vel ex infcitia , vel ex fraude ejus, qui uno verbo
plura fi- gnificat . ( 3 ) O 2 Quo- i
-( i ) Ad hanc fallaciam pertinet prnnunciandi vitium , cum conjun&a
feparantur , aut feparata conjunguntur; quo fit, ut varietur accentus . Hujus
generis eft illud Capitolini in M. Antonino Philofopho ca p- 29 ^Crimini ei
datum tfl , quod adulteror uxoris promoverit , inter quot Tertullum Huic al- ludens Mimus in theatro , ipfo
fpe&ante Antonino , fcifci* tatus a fervo eft , auifnam eflet uxoris fu*
adulter . Cum is refpondiflet , Tuitur , T 'ullus y Tullur ; & adhuc Mimus
querendo pergeret , tum fervus quafi fubiratus , nonne di- xi ( inquit ) ter
Tullur ? Duo poftrema verba eodem ac- cenru & pronunciandi modo
conjun&a efficiunt nomen a- dulteri . Per hanc fallaciam ludebat Diogenes
Cynicus , cum Euclydis Diale&ici fed
alienis commodati f que , 2 I 2 P ARS V. CAPUT II. * . Quotuplex e fi bomonymia
? % $. Duplex. Nam vox interdum res plures fignifi- cat nulla fibi proportione
refpondentes ; ex. gr.fi fidus latrare dicas,- quod fidus quoddam canis vocetur
Interdum vox pluribus rebus tribuitur analogia & pro- portione quadam ;
cujufmodi funt metaphorae omnes > ut cum caput defummo diverfarum rerum
faftigio di- citur ; & ex hac fimilitudine fallaces ducuntur elenchi . -
Quid cfi amphibolia ? J. Eft fallacia, quae oritur ex conjuntione ambigua
multarum vocum, quarum fingulae ipfae per fe ambi- guitate carent. Hujufmodi
eft Apollinis oraculum , Pyrrho redditum , quod refertur a Cicerone lib. a. de
Divinat, cap. 56.de a Quintiliano lib. 7. cap. 10. Ajo te y sEacida , Romanos
vincere pojfe Cafus fimiles faciunt, ut
non magis in Pyrrhum va- leat , quam in Romanos r QuidHujus homonymis habemus
exemplum apud Cicero- nem de Fato cap. 3. in Daphita, qui praecipitatus eft ex
ru- pe , quae vocabatur Equur , quemadmodum illi ab Apolline Delphico per
ambiguam hanc vocem prainunciatum fuerat . Q*id enim , inquit, fi Vapbita fatum
fuit , ex equo cadere y atque ita perire ? Ex bocne equo , qui cum equus non
effet , nomen habebat alienum? Exempla paflim occurrunt apud Oratores &
Poetas . Sed funt apud Philofophos quoque. Nam per ambiguamin- finiti
fignificationera peccafte MelifTum in argumentando 9 oftendit Ariftoteles Phyf.
lib. 1. cap. 3. Alia exempla habes
ibidem apud Ciceronem & Quin- tilianum ; itemque in lib. 1. ad Herennium
cap. 12. Porro i- ftiufmodi Oracula ancipiti errore involuta urbane irridet Lu-
cianus in Jove confutato PARS V. CAPVT
II. **3 Quid e fi compofitio ? Ij. Eft fallacia, qua: oritur ex conjunftione
earum vocum & notionum, quae refte intelligi nequeunt , nifi disjungantur:
ut fiquis dicat, fedentem non pojfefta - re . Nam fedens fedendo non poteft
ftare ; at fi fo- dere definat, ftare poterit.
Quid e fi divifio ? Eft fallacia , quas ea dividit , quas dividenda non
funt : ut liquis dicat , quinque effie numerum parem , & imparem , quod
quinque fint duo , & tria ) duo au- tem fint paria, tria imparia. (8 ) O 3
CA- Hac fallacia peccaret , fiquis
contenderet , neque cas- cos videre, neque claudos ambulare, neque furdos audire/
ac proinde reprehenderet, quod eft apud Lucam cap. 7. C(ci vident^ tUmdi
ambulant , fardi audiunt . Scilicet caeci vident , cum delinunt efte caeci, 3
cc. (8) Fallacia haec a Scholafticis dicitur fenfut divifi , fu- perior ftnjut
comptfiti . Huc revocari poteft illa Zenonis (ut eft apud Ariftotelem Phyfic.
lib.7.cap. 5.) qua contendebat , fingula milii grana in terram dejeda ftrepitum
edere, quod edat milii modiusuno impetu effuftu. Digilized by Google p u T III C A ' DE FALLACIIS
RERUM. . R. 'O Opliiftarum
finis vel remotus eft, vel proxi- O mus. Remotus eft duplex, de quo initiodi- ximus , quteflus ,
Sc visoria. Proximus eft in rebus, vel in fermone . In rebus funt pugnantia ,
falfa , pa- radoxa ; in fermone foloecifmus , & battologia . Sophifta
igitur eo fpeftat , ut compellat eos , quibufcum di- fputat , ad concedenda
modo pugnantia , modo falfa , modo paradoxa . Interdum etiam eos compellit ad
foloecifmum & battologiam , ut opinionem fcientix & e- legantias ftbi
comparet \ * Quid eft Varadcxum ? 1 - -
R. Paradoxum ( *p iV ) eft id , quod re- pugnat communi opinioni , quemadmodum
falfum re- pu- ( i) Exemplum battologi* poteft efle illud Gracchi apud Gel-
lium lib, II. c. 13 . Qua vos cupide per bofce armos appetiflis atque volui fti
s , ea fi temere repudiaretis , aiejfe non poteft * quin aut olitn cupide
appetijfe , aut nunc temere repudiaffe di- camini. Vides, id quod antecedit ,
& quod confequitur , efle idem. . pugnat veritati . Itaque Paradoxum poteft
efle ve- rum, quamvis nUn appareat. Immo
Socratica omnia dicuntur longe veriffima a Cicerone in ipfo Parado- xorum
initio. (2) Sophiftas tamen non laborant, ut- 'rum paradoxa vera fint, an
falfa' , modo admiratio- nem moveant ( $
) CA- ( 2 ) Arrianus de Sermon. Epiteli lib. 2 . cap. i. & 25. Pa- radoxa
dicit efle illa, qua; Tolis Sapientibus videntur vera. A Cicerone vocantwr
Mirabilis in 4 # Academ. cap. 44. & Admirabilia in Paradox. cap. 1. ( l )
Itaque Clemens Alexandr.l. i.Strom. p.m. 289. finem Sophifl* vocat tiV mxvKiZ
fluportm. / - x 2ZI DE SOLUTIONE VERA, ET FUCATA ELENCHI SOPHISTICI . . QUOMODO
SOLVENDVS EST ELENCHUS SOPHIS TICUS? *
ft R. OUm Elenchus Sophifticus
peccet vel forma, quia non re&e concludit , vel materia , quae fucata eft ;
utramque confiderare oportet . Si peccet forma , neganda conclufio eft : fi
materia , diftinguere oportet pronunciatum; & oftendere, quatenus verunl
fit, & quatenus falfum. Poteflne umquam adhiberi folutio fucata ? R.
Solutio fucata non folum adhiberi poteft , fed interdum etiam verae ac folidse
praeferenda eft , fi cum iis difputemus, quos redarguere praeftat, quam doce-
re. Quemadmodum enim contentiofa quaedam ingenia funt, quae nihil aliud
qua-runt, quam redarguendi glo- riolam ; ita qui contra difputat , non tam
curare de- bet, ne redarguatur, quam ne redargui videatur. Do- lus , an virtus
, quis in hofte requirat ? ( i ) &u qpodgft- nutdraci oerspsv vocant ,
Latine id non n : mif inco*ntnode in- explicabile dici poteft , Vide Ciceronem
1 . 2. de Divin,c.4. &c Acad,4. c. 16. & 29, C A P VI fane '* Digitized
by Google ajunt procedente Jermone
oportere infiftere & fuftinere fe , ne incidant in abfurdum . (3) Vide
Acroafim noftram deTfeudemeno . Nam res eft ejufmodi , ut paucis verbis
explicari non poftit . Hinc certe apparet, locum Cireronis in Acad. 4. c. 29.
ita legendum ef- fe; Site mentiri dicis j idque verum dicit , te mentiri : ve-
rum dicis . Vel tria poftrema verba ita funt legenda : men- tiris , verum
dicit. Vel it a: mentiendo verum dicit , Si poftrema hzc leQh> retinenda ftt
, oportebit Sophifmaita ef- ferre : Si, dum verum dicis , te mentiri dicis ,
mentiendo ve- rum dicis i dum autem verum dicis , te mentiri dicit i men-
tiendo igitur verum dicis . Digitized by Google VARS V. CAVVT Vh Si fatum tibi
e fi , ex hoc morbo convalefcere , five medicum adhibueris , five non ,
convalejces : item , fi fatum tibi e fi , ex hoc morbo non convalefcece , five
medicum adhibueris , five non , ac# convalefces : at alterutrum fatum eft :
medicum ergo adhibere nihil attinet
Siquid interrogatio ifta vale- ret , omnis e vita tolleretur a&io .
Sed refpondendum eft , in fola divina mente , quae futura omnia fibi prae-
fentia videt , res ede fatales , & modos earum confa- tales . Alterutrum
igitur , quod rogatur , procul dubio futurum eft ; quamvis nec modus agendi
& cognofcen- di nofter , nec ipfa rei natura patiatur , ut fit necefla-
rium , & poflit definiri , antequam fit . Ejufdem ordinis fallacia eft
"Dominans ratio 9 de qua Arrianus de Serm. Epite&. L 2. cap. 19. Per
hanc colligebant > fatum in rebus omnibus dominari * unde illi nomen
fortafie eft. Ejufdem item eft ordinis Uie ens ^ Graece > unde efficiebant 9
nullam mejfit curam efle fufeipiendam 9 quae fata- libus cauflis regeretur.
Vide Acroafim noftramde Ignava ra* ticne : ubi tota ha;c controverfia 9 qu* de
Futuris eontin* gentibus vulgo dici folet , abunde explicatur . F 1 $1 1 s. INDEX RERUM, ET VERBORUM. A Cademicorum
fcientia p. 141. Accentus fallacia 210. Accidens , vox Scholaftica 40 Ufurpatur
a Seneca 1 6 . Quid & quotuplex fit 99. & feq. & 54. Qua ra- tione
dicatur univerfale 41. Quomodo fit in fubje- &o , & dicatur de
fubje&o 49. Ejus locus in arte Topica 205. Ejus problema 194. Ejus fallacia
214. A&io quid & quotuplex fit 73. Ejus proprietates 74. sEquivoca vox
Scholaftica 46. Agonifma 182. Alcibiades, Ajax, Achilles num magnanimi 167,
Altcratio vox Scholaftica 82. Ambigua 4$. Quomodo diftinguantur 190. Amphibolia
qua; . Anacharfis mj, Analyfis quid fit , & quotuplex 85. vox Geometri- -
ca. 91 Analyticis libris continentur principia totius Peripate- ticae
Philofophiae . " 8JL Analytici libri quomodo dividantur 90. cur dicantur
Priores, & Pofteriores ibid. Eorum finis. 91. P Ana- t*6 I 2 \? D E X Anaxagoras fapiens , non
prudens i^, Animalium gradus in
cognofcendo ioi. 102, Anteprsedicamenta quae 41 - & 5 C. Antoninus
Philofophus irrifus a Mimo per fallaciam 211 * Apparatus ad copiam
difputationis quomodo fiat *>9. Archytas Tarentinus num auCtor Iit
Categoriarum 51. & $2. Auctoritas quem habeat ttfbm in probando 109 i to.
Axioma quid fit, & quomodo differat ab aliis principiis. Cur Axiomata
dicantur communia 1 ' : : . : . ; B **..
* * %
* * * ' Bellum generis rationem lubet , tumultus
fpeciei . hibeatur in definiendo &
dexnonfirando 161. Sc t feq. Cauffa remota quanti valeat 124* 125. Caufla una
multorum effectuum 172, Parit fallaciam 116 4 * Ison caufla pro caufla ialiacia
efl - . . * Ci- RERUM , ET VERBORUM . Uj Cicero Stoicos audivit , & Stoicus
eft 87. Circulus in argumentando quinam fit rifi. & feq. Ejus conditiones
a8. Cleanthes & Chryfippus principes feholae Stoicae 98, Cognominata 4$.
Compofitio Epicurea fj. Comet* non funt caufl rerum 2it. Compolitionis fallacia
. Comprehenfio quid fit apud Stoicos 1 & 147. Conclufio ex probabili quam
firma fit' . 183. Conjugata quarnam fint
. 4 6, Confequens quid fit x 89 Gonfequentia quid 89. Confequentis fallacia 21$. Contiguum quid 60.
Continuum quid 60. Contradicentia qua; ,
. 7 . : 0. Contraria quae 77; Contrariorum conditiones 78. & feq.
Corporalia & incorporalia apud $tokos 86. Corpus quid ii* & 6. Corvi
albi , * 40. Cynici in propatulo coibant a 15. D D Aphita deceptus ab Oraculo
per fallaciam 21 a. Definitio quid & quotuplex 99. & 164. Eli me- dium
demonftrationis i t 7 Ipfe non demonftratur - nec demonftrat , ibid. &
likNurofit modus fcien- di ibid. Quinam fint definitionis loci' 1 66. &
feq. Quae capiant definitionem 172. & feq. Quomodo P 2 de- Digitized by
Google li% 1 'K D E X . definitio adhibeatur iu Topicis 194* 2C>J * Demo
nftrare. quid fit 9 Demonftratio quid m. Demonftratio in orbem x *. Demonftratio
Stoica J 45 Demonftrationis praemifla? quibus conditionibus prae- dita? m.
& feq. Demonftrationis neceffitas 1 14* Demonftrationis exempla iai. &
feq. Demonftra- . tinnis materia & medium jj 7. Demonftratio a priori ,
& a poficriori 123. & feq. Ex quibus fiat 1 19. 120. Deus quid fit 5^.
Num collocetur in Categoria fub- ftantiae 55. Definiri non poteft. ibid.
Quomodo fit in loco , y 7 5 m Dialedica quid fit apud Stoicosic Platonicos 13.
& 15^ Dialedicus per excellentiam Dici de omni > 1 i? Didi non
fimpliciter fallacia **5 Differentia quid & quotuplex H- & feq. Dividit
& conftituit 35. Differentia propria una efle videtur 36. Ejus magna eft
ignoratio, ibid. & 17* Differentia quomodo inveftigetur 19* Differre fpecie
& Differre numero a 4.15. & 34 Diogenes m* Difparata qua; fint - !$
Difpofitio quid fit Diverfa qua; dicantur 1^* Divifio fervit definitioni 1 j 8.
Divifionis fallacia 2 1 3* Divifiones vocum & rerum 4 47 Dubitatio quid
fit> & quando adhibenda 107. & feq. RERVM , ET VERBORUM. 2 )^ E FfeAa
quomodo cognofcantur . . Efficiens fola vera cauffaeft . Elenchus Sophiflicus
quid fit *o 7 . A quo primum adhibitus ao9 v Quomodo differat ab elencho con-
tentiofo , & apatetico ao8. Cur de eo difputetur ao 9 . Unde fumatur zro.
Elenchi Sophiftici finis *o8. a 19. Ejus folutio vera, & fucata **i &
feq. Entia rationis , . Epichirema quid fit * * f | Epicureorum fcientia&
demonftratio 14*. & feq Epicurus non contemfit Dialedicam a*. Admifit no-
tionem Deorum a natura impreffam 9 6 .hen> p Z notiones aliarum rerum
fenfibus comparatas Euclides Dialedicus irrifus per fallaciam * >JO I ' M J D E X G / G Enus quid fit 2
3. 19 7. Perperam definitur a Scho- lafiicis 24. Quotuplex ay. & feq. '
Interdum pro fpecie ufurpatur atf. Quam pr*dtcationerrt ca- piat 44. Generum
differentiae 49. Sc feq. A gene- re quomodo fumantur argumenta* 198. ic feq.
Ge- neris problema Generum differenti & $0, Gracchi battologia . 19. H H
Abire quot inodis dicatur -8 a. dt feq. Habitus quid fit 66, & yy. Homonyma qur 4 6.
Homonymia quid & quotuple* fit ' atr *ra. Hypothefis quid fit % % I Deae Platonicas quid 19* 6c
feq. Ideas innatas cur a Platone admifl
102. 128. Ideas quomodo a * Platone probentur * 4 V * " ^ - Ignava ratio quid fit - Ignorantia quid & : ;quotuplex " .
Individuationis principium : 30. Individuum quid & iquotuptex fit Ejus
necas v. ,ibid. -?*> y * Indubio
fervit definitioni 154, Ejus^prmcijtia^ ior
Inexplicabilia qua: ,v 0 o> Interrogationis geminat fallacia juxjjlu
sfc ^ Leib- J IERVM, ET VERBORVM, aji .
l L 1 . 1 1 J Eibnitii demonflratio . .. . A Isi. Line quid fit 6 1, Refla ,
& curva non finit . . contraria. - ; . i.' r; : . 1 4 M ' . * * f M Agnanimitas quid fit -:
* 6 j,t 6 t* Materia , & Materi* neceffitas caufTa eft j 6 Medium
demonfirationis 177 . Quomodo Latine vo- cetur jf8. Medium folvend* quxfiionis
quodnam fit 17 6. & feq. Metens , qu*nam fit argumentatio . . 224. Momentum
quid fit & diffe- rentiae cur non
fif - 195* Pro- 79. & 8o # 79.
& A
i 134 rvN-0 B X . / Propofitio quid apud ArittotelCm 188. Unde furnax r
i . tur pf opofitioncs ; 184: 190. 141* 195. Proprium quid & quotuplex 37.
Proprium hominis quid fit 39. Locus proprii in arte Topica 104. Ejus problema '
: ;; 194. Protagoras Abderites .209. Pfeudomenos 23* Pfeudographus fyllogifmus
208. Pun&um quid fit > . 6 1. Pyrrhus deceptus ab Oraculo per fallaciam
212 r 1 - ^ V- r# ^ * Uaeftio omnis ad Logicam pertinet - - i>4.
^Quaeftio quid & quotuplex ' ' i r
*. i. * R Arum & denfum num fpecies fint qualitatis 62 . :* ; : * :* > . Regreffus quid fit ii$. & feq.
Regulae Antepntdicamentorum > . r
* ; 58* Superficies quid fit , &
quomodo gignatur 61, Syllogifmi principia r ; . f r fOk' Syllogifmus Dialefticus
quinam fit > v 1 .-r8a#.. Synonyma quae 46. Sola habent locum in Categoriis
4 *. *
r .. 0 % * | 1 > >f, .i 't } V
> * r .1^1 J ci- / ' ' . . - 0 ,1 % ... n * l V ,\ol. , j '*' *t* inal r;* i c *
* <+* * # t . 't 3 1 i - ) r -*A < V JU 0 ' IY i , <* f. *
* RERUM, ET FERRORUM. 237 T Empus 6 i. & feq. f Termini reciproci X Termini
reciproci 1*7. Thales fapiens, non prudens 153. Themiftius optimus Analyticorum
interpres 94. Thefis 98. 187. Topica conjungenda cum Elenchis fophifticis 179.'
Unde dicantur; quas fit eorum materia , qui finis 180. Topicx difputationis
inftrumentum 181. Topica Rhetorica quomodo differant a Dialefticis 205. Totum
Logicum , & totum Phyficum quomodo ad- hibeantur in argumentando 197. &
feq. Tranfcendentia quar dicantur 73.
Tumultus fpecies belli 198. U Bi 75. Velleji Epicurei fallacia 214. Verifimile
184. Veritas odium parere dicitur per fallaciam a 16. Vifum apd Stoicos &
Epicureos quid fit 96.97.98. Univerfale qnid & quotuplex 18. Univerfale
Peri- pateticum 19. De Univerfali cur agatur in Logi- ca e a;8 INDEX ea 20. De
illo mulca Scholaftici 22. Sola Univerfa- lia fcientiam capiunt 148. Sola
capiunt definitionem * 7 3 Vniverfe
primum quid fignificet Ilff. & feq. "Univoca quomodo Latine dicantur
Voces quomodo dividantif 4 *. 47 - z Enonis fallacia Zenonis fcientia *? FINIS. Facciolati. Keywords: implicatura.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Facciolati,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Faccioli – il deutero-esperanto – da Harborne a Villa Franca – la
scuola di Villa Franca – il villa-francese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Venezia). Filosofo italiano. Venezia,
Veneto. Albani IL VENETO COME LINGUA
UNIVERSALE. Il sogno di una lingua universale, cioè di una lingua ausiliaria
parlata da tutti gl’uomini della terra, non è mai svanito. Periodicamente
ricompare, nelle forme più strane, vagheggiato spesso da paladini di utopie in
pensione o da linguisti della domenica. Alcuni anni fa questo sogno ha
attraversato la vita di F.. Di F. non sappiamo nulla, se non che, sotto il
cielo di Volpare, un sobborgo di Villafranca di Verona, elabora un progetto
di lingua universale basato sul dialetto
veneto, il «dialeto più simile al latin, più breve di esto e d’on’i lingua
sorela. – Grice: “I tried to construct my Deutero-Esperanto according to the
grammatical idiosyncrasies of the vernacular of my native Harborne, in
Staffordshire, to no avail! Not even my mother (who was from Warwickshire) could understand it!”
--. Secondo la “teoria scientifica della parola” di F. la
parola vera è quella che meglio ritrae l’armonia imitativa e il senso interno
delle cose e la lingua "milior" è quella più in armonia con le leggi
dell’arte e del pensiero. Una lingua non è un’invenzione arbitraria, ma una
creazione dello spirito umano che apprende con facilità quello che è vero
secondo la logica o la filosofia del linguaggio. La lingua universale
dev’essere la lingua più logicamente vera, la più adatta all’arte oratoria e
letteraria. Dev’essere semplice e viva, nata dalla lingua morta migliore, cioè
il latino di CICERONE (morto), e non del Papa! --, corretta secondo i princìpi
fondamentali dell’idioma naturale, abbellita, sostenuta dal pensiero forte
degli scrittori (vale dire, filosofi) abili. Il dialetto veneto - ben parlato,
pulito, ingentilito, senza doppie, con troncamento delle parole che rende
poetico, vivace e robusto un idioma, oltre che telegrafico per la soppressione
quasi completa dell’articolo - si presta perfettamente al compito di lingua
universale. Ed e anche operatico (La Fenice!). F. stampa una serie di
periodici, intitolati “Lingua de nazioni e la lingua universale,” per
propangandare l’italiano moderno, cioè il suo “italiano-veneto”. In un opuscolo
stampato idall’Editrice “Estremo Oriente” di Villafranca di Verona e conservato
nel Fondo Bruno Migliorini presso la Crusca a Firenze, F. annuncia «il più
grande avvenimento filosofico de’tutti i tempi dopo la distruzione di Babele –
che mai ha essistito --, ovvero la nascita della vera lingua universale, la cui
culla è il mio veneto, e propriamente il vernacolare di Villafranca dove si
parla il più musicale e semplice dialetto italiano. I fondamenti dell’Italiano
moderno sono tutti razionali. Quante unità di suono, tante unità di segno. Per solo suono, solo segno.A
suono eguale, segno eguale – cf. Grice on the annoyance of perceiving some
idiolect-ers pronouncing ‘suit’ when they mean ‘soot’ and vice versa (‘Studies
in the Way of Words’). L’alfabeto della lingua universale è costituito da
XXII lettere: a, be, che, de, e, fe, ge,
ce, i, le, me, ne, gne, o, pe, ghe, re,
se, te, u, ve, e ze Il suono,
sempre invariato, si ottiene semplicemente levando la “e” – tanto alto come e
possibile. F. sottolinea che il dialetto veneto non ha “alcun suono aspirato
come in Toscana e altrove, né la doppia”, ma solo suoni “chiari, precisi, ben
definiti -- inconfondibili”. È breve e armonioso come si deduce da questo
esempio. La frase “Sono andato al mercato e ò comperato un paio di buoi” assume la forma abbreviata – sincopatta --:
“Son andà al mercà e ò conprà un par de bo”. Il dialetto veneto di Villa-Franca
ha una grafia perfetta, degna di essere imitata. Troppe ascendenti o
discendenti, segni diacritici, o dis-armonici, come “j” – comune in siciliano
--, “k” – mai usato dai Romani --, “x” – stravaante per Cicerone --, ed “y”, --
deprecativamente chiamata la i reca -- deformano totalmente la grafia “ch’è scienza
e arte pedagogica a servizio della vita – della vita felice, se si vuole”. F.,
come Grice, è molto sensibile all’estetica grafica perché essa si risolve in
igiene visiva (“And Faccioli had beautiful handwriting” – Grice). In caso di
omonimi l’italiano moderno adopera l’accento grave per la voce più forte (fatto
fato; fato fàto; mese meze; mezze mèze). Sono omesse la “i” atona in "cia,
cie, cio, ciu, gia, gie, gio, giu”. Società divenne ‘socetà’; igiene ‘igene’) e
la “i” e la “d” eufoniche; è naturale poi che non si scriva la “g” di "gli"
se muta – ‘figlio’ si scrive ‘filio’. Il
dialetto veneto di Villa Franca non usa “passato e tra-passato remoto, il più
irregolare e difficile tempo dei verbi italiani.” Questi due tempi si traducono
col passato e trapassato prossimo, o con una locuzione equivalente, così
“nacque” è "nato" oppure “quando ebbe ricordato” diventa "cuando
aveva ricordato". La parte morfologica -remmo del modo cosedetto
condizionale è sostituita dal veneto -ésimo. Cosi, ‘saremmo’ e ‘avremmo’ si
trasformano in ‘saresimo’ ed ‘avresimo’. Ancora. OGNI vocale forma sillaba
(questo: 1 cu- 2 e- 3 sto). L’accento circonflesso, non esistendo nel Veneto
vocale lunga, è abolito. Le pre-posizioni, articolate con “ll” e “gli” conviene
smembrarle: ‘dello’ s’analizza come ‘de + lo’; ‘degli’ come ‘de + li’. Per non
dare luogo a errore o incertezza di pronuncia, nel vocabolario della lingua
universale portano l’accento tutte le sdrucciole e bisdrucciole e le vocali “e”
“o” – ma solo quando sono aperte. Le parole d’altre lingue si pronunciano all’italiana
e si scrivono come suonano, non coem i forestieri le scrivono. ‘Bordeaux’ si
pronuncia e scrive ‘Bordò’. ‘Shakespeare’ si pronuncia e scrive ‘Sèspir.’ Nella
lingua universale da lui inventata, F. scrive lettere a suoi amici di Villa
Franca ed altrove, poesie metrica e con rima, traduzioni di passi biblici,
incluso quale di Babele. Ecco un breve testo in Italiano moderno. La vera
lingua universale è la baze de la hiviltà. Le invenzioni e le scoperte atuali
non consentono più oltre la sciavitù de la parola. Le comunicasioni fra nasione
e nasione – o comune (come Villa Franca) e comune --, ogi ance istantànee
mediante la radio, riciedono una linqua comune, per non dovere ignorare o aver
bizogno di traduzioni. Frequentissima nel Veneto è la terminazione in “l”, “n”,
“r”, pregio che - fa notare F. - conferisce musicalità ‘allo stile della
Fenice’ -- e robustezza alla lingua, così da renderla adatta alla migliore
poesia – attamente messa a musica e cantata alla Fenice. In conclusione F. dichiara che il dialetto
veneto, non come lo parla il popolo innorante, ovviamente, ma come lo deve
parlare un filosofo erudito come lui o Grice (professore di Oxford), vale dire,
lo scienziato della parola, nella sua chiara semplicità e vigorosa bellezza, si
presta “a essere tornito per farne uscire il capolavoro della lingua universale”.
Quest’ultima, una volta affermatasi come lingua LEGALMENTE e obbligatoriamente
UFFICIALE di tutte le nazioni del mondo civilizzato – o al meno dell’unione
europea, cioè fra 400-500 anni, diffonderà nel mondo dei filosofi dotti – come
vuoleva Platone – quella filosofia chi F. – seguendo Kant -- denomina “universalismo”
– cf. Kennan, “The Universality of Conversational Implicature” --, dalla quale
discenderà naturalmente il democratico governo universale dell’avvenire. Perciò
si raccomanda di conservare accuratamente tutti gli “incunaboli” della vera lingua
universale perché nei secoli lontani “saranno ricercati come preziosi cimeli”.
Al termine di questo documento storico” dell’Italiano moderno F. annuncia che
«nel luogo [vale dire, Villafranca], donde è uscita la prima voce nella lingua
universale, è costruita la SEDE o capitale della lingua universale – e non una
isola deserta, come vuoleva Campanella. I nomi di coloro che, per la sua
costruzione, liberamente donano da 1.000 a 10.000 Lire, sono tramandati alla
storia a mezzo delle pubblicazioni documentarie. Quelli che elargino somme
maggiori, hanno inoltre l’onore del marmo nel campidoglio della sede stessa,
destinata certo a divenire “monumento e ricordo presso le età future”». «il Caffè illustrato», Lingue de nazioni e
lingua universale. Nome compiuto: Angelo Faccioli. Faccioli. Keywords:
Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Faccioli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza --
Grice e Fadio: la ragione conversazionale a Roma antica – l’orto a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Garden. Friend of Cicerone. Nome compiuto: Marco
Fabio Gallo. Marco Fadio Gallo. Fadio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Fadio,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Faggin: la ragione
conversazionale dei bei -- metrica filosofica – inno orfico – scuola di Vicenza
– filosofia vicentina – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Isola Vicentina). Filosofo italiano. Isola
Vicentina, Vicenza, Veneto. Grice: “I like Faggin: he is obsessed with love; he
translated Fedro, he selected some passages from the Roman philosopher Plotino
and titled it, implicaturally “Dal bello al divino,” but surely for Plotino,
via hypernegation, the divine IS beautiful – and finally, being an Italian, he
became interested in “Dutch Protestantism” – “il Pellegrino cherubico”!” Si laurea a Padova sotto Troilo. Insegna a Padova, Bassano
del Grappa, Campobasso, Vicenza.
Studioso del platonismo, della tradizione mistica e dell'occultismo,
commenta le Enneadi di Plotino. Altri suoi lavori riguardano Eckhart e la
mistica medioevale, Schopenhauer, la stregoneria e l'occultismo
rinascimentale. Altre opere: “Van Gogh,
Padova, MILANI); Plotino, Milano, Garzanti); “Eckhart e la mistica” Bocca,
Milano); “Schopenhauer: il mistico senza Dio, Firenze, La nuova Italia); “Le
streghe: trentatré incisioni dell'epoca, Milano, Longanesi et C.); “Gli
occultisti dell'età rinascimentale, Milano, Marzorati); “Storia della
filosofia: ad uso dei licei classici, Milano, Principato); “Dal Rinascimento a
Immanuel Kant, Milano, Principato); “La filosofia antica” (Milano, Principato);
“Diabolicità del rospo” (Vicenza, Neri Pozza); “Dal Romanticismo alla scuola di
Francoforte, Milano, Principato); “Enneadi” Milano, Istituto Editoriale),
“Sulla libertà del volere”; “Sul fondamento della morale” (Torino,
Boringhieri); Eckhart, Trattati e prediche, Milano, Rusconi); Inni orfici,
Giuseppe Faggin, Roma, Āśram Vidyā). Platone Fedro Edizione Acrobat
a cura di Patrizio Sanasi (patsa@tin.it) Platone Fedro
SOCRATE: Caro Fedro, dove vai e da dove vieni? Platone FEDRO FEDRO: Dalla casa
di Lisia, Socrate, il figlio di Cefalo, (1) e vado a fare una passeggiata fuori
dalle mura. Ho passato parecchio tempo là seduto, fin dal mattino; e ora,
seguendo il consiglio di Acumeno,(2) compagno mio e tuo, faccio delle
passeggiate per le strade, poiché, a quanto dice, tolgono la stanchezza più di
quelle sotto i portici. SOCRATE: E dice bene, amico mio. Dunque Lisia era in
città, a quanto pare. FEDRO: Sì, alloggia da Epicrate, nella casa di Monco,
quella vicino al tempio di Zeus Olimpio. SOCRATE: E come avete trascorso il
tempo? Lisia non vi ha forse imbandito, è chiaro, i suoi discorsi? FEDRO: Lo
saprai, se hai tempo di ascoltarmi mentre cammino. SOCRATE: Ma come? Credi che
io, per dirla con Pindaro, non faccia del sentire come avete trascorso il tempo
tu e Lisia una faccenda «superiore a ogni negozio? FEDRO: Muoviti, allora!
SOCRATE: Se vuoi parlare. FEDRO: Senza dubbio, Socrate, l'ascolto ti si addice,
poiché il discorso su cui ci siamo intrattenuti era, non so in che modo,
sull'amore. Lisia ha scritto di un bel giovane che viene tentato, ma non da un
amante, e ha comunque trattato anche questo argomento in modo davvero elegante:
sostiene infatti che bisogna compiacere chi non ama piuttosto che chi ama.
SOCRATE: E bravo! Avesse scritto che bisogna compiacere un povero piuttosto che
un ricco, un vecchio piuttosto che un giovane, e tutte quelle cose che vanno
bene a me e alla maggior parte di voi! Allora sì che i suoi discorsi sarebbero
urbani e utili al popolo! Io ora ho tanto desiderio di ascoltare, che se
facessi a piedi la tua passeggiata fino a Megara e, seguendo Erodico, arrivato
alle mura tornassi di nuovo, non rimarrei dietro a te. FEDRO: Cosa dici, ottimo
Socrate? Credi che io, da profano quale sono, ricorderò in modo degno di lui
quello che Lisia, il più bravo a scrivere dei nostri contemporanei, ha composto
in molto tempo e a suo agio? Ne sono ben lungi! Eppure vorrei avere questo più
che molto oro. SOCRATE: Fedro, se io non conosco Fedro, mi sono scordato anche
di me stesso! Ma non è vera né l'una né l'altra cosa: so bene che lui,
ascoltando un discorso di Lisia, non l'ha ascoltato una volta sola, ma
ritornandovi più volte sopra lo ha pregato di ripeterlo, e quello si è lasciato
convincere volentieri. Poi però neppure questo gli è bastato, ma alla fine,
ricevuto il libro, ha esaminato i passi che più di tutti bramava; e poiché ha
fatto questo standosene seduto fin dal mattino, si è stancato ed è andato a
fare una passeggiata, conoscendo, corpo d'un cane!, il discorso ormai a
memoria, credo, a meno che non fosse troppo lungo. E così si è avviato fuori
dalle mura per recitarlo. Imbattutosi poi in uno che ha la malattia di
ascoltare discorsi, lo ha visto, e nel vederlo si è rallegrato di avere chi
potesse coribanteggiare con lui e lo ha invitato ad accompagnarlo. Ma quando
l'amante dei discorsi lo ha pregato di declamarlo, si è schermito come se non
desiderasse parlare: ma alla fine avrebbe parlato anche a viva forza, se non lo
si fosse ascoltato volentieri. Tu dunque, Fedro, pregalo di fare adesso quello
che comunque farà molto presto. FEDRO: Per me, veramente, la cosa di gran lunga
migliore è parlare così come sono capace, poiché mi sembra che non mi lascerai
assolutamente andare prima che abbia parlato, in qualunque modo. SOCRATE: Ti
sembra davvero bene. FEDRO: Allora farò così . In realtà, Socrate, non l'ho
proprio imparato tutto parola per parola: ti esporrò tuttavia il concetto più o
meno di tutti gli argomenti con i quali lui ha sostenuto che la condizione di
chi ama differisce da quella di chi non ama, uno per uno e per sommi capi,
cominciando dal primo. SOCRATE: Prima però, carissì mo, mostrami che cos'hai
nella sinistra sotto il mantello; ho l'impressione che tu abbia proprio il
discorso. Se è così, tieni presente che io ti voglio molto bene, ma se c'è
anche Lisia non ho assolutamente intenzione di offrirmi alle tue esercitazioni
retoriche. Via, mostramelo! FEDRO: Smettila! Mi hai tolto, Socrate, la speranza
che riponevo in te di esercitarmi. Ma dove vuoi che ci sediamo a leggere?
SOCRATE: Giriamo di qui e andiamo lungo l'Ilisso, poi ci sederemo dove ci
sembrerà un posto tranquillo. FEDRO: A quanto pare, mi trovo a essere scalzo al
momento giusto; tu infatti lo sei sempre. Perciò sarà per noi facilissimo
camminare bagnandoci i piedi nell'acqua, e non spiacevole, tanto più in questa
stagione e a quest'ora. SOCRATE: Fa' da guida dunque, e intanto guarda dove ci
potremo sedere. FEDRO: Vedi quell'altissimo platano? SOCRATE: E allora? FEDRO:
Là c'è ombra, una brezza moderata ed erba su cui sederci o anche sdraiarci, se
vogliamo. SOCRATE: Puoi pure guidarmici. FEDRO: Dimmi, Socrate: non è proprio
da qui, da qualche parte dell'Ilisso, che a quanto si dice Borea ha rapito
Orizia? SOCRATE: Così si dice. FEDRO: Proprio da qui dunque? Le acque appaiono
davvero dolci, pure e limpide, adatte alle fanciulle per giocarvi vicino.
SOCRATE: No, circa due o tre stadi più in giù, dove si attraversa il fiume per
andare al tempio di Agra: appunto là c'è un altare di Borea. 2 Platone
Fedro FEDRO: Non ci ho mai fatto caso. Ma dimmi, per Zeus: tu, Socrate,
sei convinto che questo racconto sia vero? SOCRATE: Ma se non ci credessi, come
fanno i sapienti, non sarei una persona strana; e allora, facendo il sapiente,
potrei dire che un soffio di Borea la spinse giù dalle rupi vicine mentre
giocava con Farmacea, ed essendo morta così si è sparsa la voce che è stata
rapita da Borea (oppure dall'Areopago, poiché c'è anche questa leggenda, che fu
rapita da là e non da qui). Io però, Fedro, considero queste spiegazioni sì
ingegnose, ma proprie di un uomo fin troppo valente e impegnato, e non del
tutto fortunato, se non altro perché dopo questo gli è giocoforza raddrizzare
la forma degli Ippocentauri, e poi della Chimera; quindi gli si riversa addosso
una folla di tali Gorgoni e Pegasi e un gran numero di altri esseri
straordinari dalla natura strana e portentosa. E se uno, non credendoci, vorrà
ridurre ciascuno di questi esseri al verosimile, dato che fa uso di una
sapienza rozza, avrà bisogno di molto tempo libero. Ma io non ho proprio tempo
per queste cose; e il motivo, caro amico, è il seguente. Non sono ancora in
grado, secondo l'iscrizione delfica, di conoscere me stesso; quindi mi sembra
ridicolo esaminare le cose che mi sono estranee quando ignoro ancora questo.
Perciò mando tanti saluti a queste storie, standomene di quanto comunemente si
crede riguardo a esse, come ho detto poco fa, ed esamino non queste cose ma me
stesso, per vedere se per caso non sia una bestia più intricata e che getta
fiamme più di Tifone, oppure un essere più mite e più semplice, partecipe per
natura di una sorte divina e priva di vanità fumosa.Ma cambiando discorso,
amico, non era forse questo l'albero a cui volevi guidarci? FEDRO: Proprio
questo. SOCRATE: Per Era, è un bel luogo per sostare! Questo platano è molto
frondoso e imponente, l'alto agnocasto è bellissimo con la sua ombra, ed
essendo nel pieno della fioritura rende il luogo assai profumato. Sotto il
platano poi scorre la graziosissima fonte di acqua molto fresca, come si può
sentire col piede. Dalle immagini di fanciulle e dalle statue sembra essere un
luogo sacro ad alcune Ninfe e ad Acheloo. E se vuoi ancora, com'è amabile e
molto dolce il venticello del luogo! Una melodiosa eco estiva risponde al coro
delle cicale. Ma la cosa più leggiadra di tutte è l'erba, poiché, disposta in
dolce declivio, sembra fatta apposta per distendersi e appoggiarvi
perfettamente la testa. Insomma, hai fatto da guida a un forestiero in modo
eccellente, caro Fedro! FEDRO: Mirabile amico, sembri una persona davvero
strana: assomigli proprio, come dici, a un forestiero condotto da una guida e
non a un abitante del luogo. Non lasci la città per recarti oltre confine, e mi
sembra che tu non esca affatto dalle mura. SOCRATE: Perdonami, carissimo. Io
sono uno che ama imparare; la terra e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla,
gli uomini in città invece sì . Mi sembra però che tu abbia trovato la medicina
per farmi uscire. Come infatti quelli che conducono gli animali affamati
agitano davanti a loro un ramoscello verde o qualche frutto, così tu,
tendendomi davanti al viso discorsi scritti sui libri, sembra che mi porterai
in giro per tutta l'Attica e in qualsiasi altro luogo vorrai. Ma per ì l
momento, ora che sono giunto qui io intendo sdraiarmi, tu scegli la posizione
in cui pensi di poter leggere più comodamente e leggi. FEDRO: Ascolta, dunque.
«Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia per noi
utile che queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere ciò che
chiedo perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si pentono dei
benefici che hanno fatto, allorquando cessa la loro passione, mentre per gli
altri non viene mai un tempo in cui conviene cambiare parere. Infatti fanno
benefici secondo le loro possibilità non per costrizione, ma spontaneamente,
per provvedere nel migliore dei modi alle proprie cose. Inoltre coloro che
amano considerano sia ciò che è andato loro male a causa dell'amore, sia i
benefici che hanno fatto, e aggiungendo a questo l'affanno che provavano
pensano di aver reso già da tempo la degna ricompensa ai loro amati. Invece
coloro che non amano non possono addurre come scusa la scarsa cura delle
proprie cose per questo motivo, né mettere in conto gli affanni trascorsi, né
incolpare gli amati delle discordie con i familiari; sicché, tolti di mezzo
tanti mali, non resta loro altro se non fare con premura ciò che pensano sarà
loro gradito quando l'avranno fatto. Inoltre, se vale la pena di tenere in
grande considerazione gli amanti perché dicono di essere amici al sommo grado
di coloro che amano e sono pronti sia a parole sia coi fatti a rendersi odiosi agli
altri pur di compiacere gli amati, è facile comprendere che, se dicono il vero,
terranno in maggior conto quelli di cui si innamoreranno in seguito, ed è
chiaro che, se parrà loro il caso, ai primi faranno persino del male.
D'altronde come può essere conveniente concedere una cosa del genere a chi ha
una disgrazia tale che nessuno, per quanto esperto, potrebbe tentare di
allontanare? Essi stessi, infatti, ammettono di essere malati più che
assennati, e di sapere che sragionano, ma non sanno dominarsi; di conseguenza,
una volta tornati in senno, come potranno credere che vada bene ciò di cui
decidono in questa disposizione d'animo? E ancora, se scegliessi il migliore
degli amanti, la tua scelta sarebbe tra pochi, se invece scegliessi quello più
adatto a te tra gli altri, sarebbe tra molti; perciò c'è molta più speranza che
quello degno della tua amicizia si trovi tra i molti. Se poi, secondo l'usanza
corrente, temi di guadagnarti del biasimo nel caso la gente lo venga a sapere,
è naturale che gli amanti, credendo di essere invidiati dagli altri così come
si invidiano tra loro, si inorgogliscano parlandone e per ambizione mostrino a
tutti che non hanno faticato invano; mentre coloro che non amano, essendo più
padroni di sé, scelgono ciò che è meglio in luogo della fama presso gli uomini.
Inoltre è inevitabile che molti vengano a sapere o vedano gli amanti
accompagnare i loro amati e darsi un gran da fare, cosicché, quando li vedono
discorrere tra loro credono che essi stiano insieme o perché il loro desiderio
si è realizzato o perché sta per realizzarsi; ma non provano affatto ad
accusare coloro che non amano perché stanno assieme, sapendo che è necessario
parlare con qualcuno per amicizia o per qualche altro piacere. E se poi hai
paura perché credi sia difficile che un'amicizia perduri, e temi che se
sorgesse un dissidio per un altro motivo la sventura sarebbe comune ad
entrambi, mentre in questo caso verrebbe un gran danno a te, perché hai gettato
via ciò che più di tutto tieni in conto, a maggior ragione dovresti temere
coloro che 3 Platone Fedro amano: molte sono le cose che li
affliggono, e credono che tutto accada a loro danno. Per questo allontanano gli
amati anche dalla compagnia con gli altri, per timore che quelli provvisti di
sostanze li superino in ricchezza, e quelli forniti dì cultura li vincano in
intelligenza; in somma, stanno in guardia contro il potere di tutti quelli che
possiedono un qualsiasi altro bene. Così, dopo averti indotto a inimicarti
queste persone, ti riducono privo di amici, e se badando al tuo interesse sarai
più assennato di loro, verrai in discordia con essi. Chi invece non si è
trovato a essere nella condizione di amante, ma ha ottenuto grazie alle sue
doti ciò che chiedeva, non sarebbe geloso di chi si accompagna a te, anzi odierebbe
coloro che rifiutano la tua compagnia, pensando che da costoro sei disprezzato,
ma trai beneficio da chi sta assieme a te. Perciò c'è molta più speranza che
dalla cosa nasca tra loro amicizia piuttosto che inimicizia. Per di più molti
degli amanti hanno desiderio del corpo prima di aver conosciuto il carattere e
aver avuto esperienza delle altre qualità individue dell'amato, così che non è
loro chiaro se vorranno ancora essere amici quando la loro passione sarà
finita; per quanto riguarda invece coloro che non amano, dal momento che erano
tra loro amici anche prima di fare questo, non è verosimile che la loro
amicizia risulti sminuita dal bene che hanno ricevuto, anzi esso rimane come
ricordo di ciò che sarà in futuro. Inoltre ti si addice diventare migliore
dando retta a me piuttosto che a un amante. Essi lodano le parole e le azioni
dell'amato anche al di là di quanto è bene, da un lato per timore di diventare
odiosi, dall'altro perché essi stessi danno giudizi meno retti per via del loro
desiderio. Infatti l'amore produce tali effetti: a coloro che non hanno fortuna
fa ritenere molesto ciò che agli altri non arreca dolore, mentre spinge coloro
che hanno fortuna a elogiare anche ciò che non è degno di piacere, tanto che
agli amati si addice più la compassione che l'invidia. Se dai retta a me,
innanzitutto starò assieme a te prendendomi cura non solo del piacere presente,
ma anche dell'utilità futura, non vinto dall'amore ma padrone di me stesso,
senza suscitare una violenta inimicizia per futili motivi, ma irritandomi poco
e non all'improvviso per motivi gravi, perdonando le colpe involontarie e
cercando di distogliere da quelle volontarie: queste sono prove di un'amicizia
che durerà a lungo. Se invece ti sei messo in mente che non possa esistere amicizia
salda se non si ama, conviene pensare che non potremmo tenere in gran conto né
i figli né i genitori, e non potremmo neanche acquistarci amici fidati, poiché
i vincoli con essi ci sono venuti non da una tale passione, ma da altri
rapporti. Inoltre, se si deve compiacere più di tutti chi ne ha bisogno, anche
nelle altre cì rcostanze conviene fare benefici non ai migliori, ma ai più
indigenti, poiché, liberati da grandissimi mali, serberanno la massima
gratitudine ai loro benefattori. E allora anche nelle feste private è il caso
di invitare non gli amici ma chi chiede l'elemosina e ha bisogno di essere
sfamato, poiché costoro ameranno i loro benefattori, li seguiranno, verranno
alla loro porta, proveranno grandissima gioia, serberanno non poca gratitudine e
augureranno loro ogni bene. Ma forse conviene compiacere non chi è molto
bisognoso, ma chi soprattutto è in grado di rendere il favore; non solo chi
chiede, ma chi è degno della cosa; non quanti godranno del fiore della tua
giovinezza, ma coloro che anche quando sarai diventato vecchio ti faranno
partecipe dei loro beni; non coloro che, ottenuto ciò che desideravano, se ne
vanteranno con gli altri, ma coloro che per pudore ne taceranno con tutti; non
coloro che hanno cura di te per poco tempo, ma coloro che ti saranno amici allo
stesso modo per tutta la vita; non coloro che, cessato il desiderio,
cercheranno il pretesto per un'inimicizia, ma coloro che daranno prova della
loro virtù quando la tua bellezza sarà sfiorita. Dunque tu ricordati di quanto
ti ho detto e considera questo, che gli amici riprendono gli amanti perché sono
convinti che questa pratica sia cattiva, mentre nessuno dei familiari ha mai
rimproverato a coloro che non amano di provvedere male ai propri affari per
questo motivo. Forse ora mi domanderai se ti esorto a compiacere tutti quelli
che non amano. Ebbene, io credo che neanche chi ama ti inviti ad avere questo
atteggiamento con tutti quelli che amano. Infatti né per chi riceve benefici la
cosa è degna di un'uguale ricompensa, né, se anche lo volessi, ti sarebbe
possibile tenerlo nascosto allo stesso modo agli altri; bisogna invece che da
ciò non venga alcun danno, ma un vantaggio a entrambi. Io penso che quanto è
stato detto sia sufficiente: se tu desideri ancora qualcosa e pensi che sia stata
tralasciata, interroga». FEDRO: Che te ne pare del discorso, Socrate? Non è
stato pronunciato in maniera straordinaria, in particolare per la scelta dei
vocaboli? SOCRATE: In maniera davvero divina, amico, al punto che ne sono
rimasto colpito! E questa impressione l'ho avuta per causa tua, Fedro,
guardando te, perché mi sembrava che esultassi per il discorso intanto che lo
leggevi. E dato che credo che in queste cose tu ne sappia più di me ti seguivo,
e nel seguirti ho partecipato al tuo furore bacchico, o testa divina! FEDRO: Ma
dai! Ti pare il caso di scherzare così ? SOCRATE: Ti sembra che io scherzi e
che non abbia fatto sul serio? FEDRO: Nient'affatto, Socrate, ma dimmi
veramente, per Zeus protettore degli amici: credi che ci sia un altro tra i Greci
in grado di parlare sullo stesso argomento in modo più grande e copioso di lui?
SOCRATE: Ma come? Bisogna che il discorso sia lodato da me e da te anche sotto
questo aspetto, ossia perché il suo autore ha detto ciò che bisognava dire, e
non solo perché ha tornito ciascun termine in modo chiaro, forbito e puntuale?
Se proprio bisogna, devo convenirne per amor tuo, dal momento che mi è sfuggito
a causa della mia nullità. Infatti ho posto mente soltanto all'aspetto retorico
del discorso; quanto all'altro, credevo che neppure Lisia lo ritenesse
sufficiente. A meno che tu, Fedro, non abbia un'opinione diversa, mi è parso
che abbia ripetuto due o tre volte gli stessi concetti, come se non avesse a
disposizione grandi risorse per dire molte cose sullo stesso argomento, o forse
come se non gliene importasse nulla; e mi sembrava pieno di baldanza giovanile
quando mostrava com'era bravo, dicendo le stesse cose prima in un modo e poi in
un altro, a parlarne in tutti e due i casi nella maniera migliore. Platone Fedro
FEDRO: Ti sbagli, Socrate: precisamente in questo consiste il discorso. Infatti
non ha tralasciato nulla di ciò che meritava d'esser detto in argomento, tanto
che nessuno mai saprebbe dire cose diverse e di maggior pregio rispetto a
quelle dette. SOCRATE: In questo non potrò più darti retta: uomini e donne
antichi e sapienti, che hanno parlato e scritto di queste cose, mi
confuteranno, se per farti piacere convengo con te. FEDRO: Chi sono costoro? E
dove hai ascoltato cose migliori di queste? SOCRATE: Ora, lì per lì, non so
dirlo; ma è chiaro che le ho udite da qualcuno, dalla bella Saffo o dal saggio
Anacreonte o da qualche scrittore in prosa. Da cosa lo arguisco per affermare
ciò? In qualche modo, divino fanciullo, sento di avere il petto pieno e di poter
dire cose diverse dalle sue, e non peggiori. So bene che non ho concepito da me
niente di tutto ciò, dato che riconosco la mia ignoranza; allora resta, credo,
che da qualche altra fonte io sia stato riempito attraverso l'ascolto come un
vaso. Ma per indolenza ho scordato proprio questo, come e da chi le ho udite.
FEDRO: Ma hai detto cose bellissime, nobile amico! Neanche se te lo ordino devi
riferirmi da chi e come le hai udite, ma metti in atto esattamente il tuo
proposito. Hai promesso di dire cose diverse, in maniera migliore e non meno
diffusa rispetto a quelle contenute nel libro, astenendoti da queste ultime;
quanto a me, io ti prometto che come i nove arconti innalzerò a Delfi una
statua d'oro a grandezza naturale, non solo mia ma anche tua. SOCRATE: Sei
carissimo e veramente d'oro, Fedro, se pensi che io affermi che Lisia ha
sbagliato tutto e che è possibile dire cose diverse da tutte queste; ciò,
credo, non potrebbe capitare neanche allo scrittore più scarso. Tanto per
incominciare, riguardo all'argomento del discorso, chi credi che, sostenendo
che bisogna compiacere coloro che non amano piuttosto che coloro che amano,
abbia ancora altro da dire quando abbia tralasciato di lodare l'assennatezza
degli uni e biasimare la dissennatezza degli altri, il che appunto è
necessario? Ma credo che si debbano concedere e perdonare simili argomenti a
chi ne parla; e di tali argomenti è da lodare non l'invenzione, ma la
disposizione, mentre degli argomenti non necessari e difficili da trovare è da
lodare, oltre alla disposizione, anche l'invenzione. FEDRO: Concordo con ciò
che dici: mi sembri aver parlato in modo opportuno. Pertanto farò anch'io così:
ti concederò di stabilire come principio che chi ama è più ammalato di chi non
ama, e quanto al resto, se avrai detto altre cose in maggior quantità e di
maggior pregio di queste, ergiti pure come statua lavorata a martello a
Olimpia, presso l'offerta votiva dei Cipselidi! SOCRATE: L'hai presa sul serio,
Fedro, perché io, scherzando con te, ho attaccato il tuo amato, e credi che io
proverò veramente a dire qualcosa di diverso e di più vario a confronto
dell'abilità di lui? FEDRO: A questo proposito, caro, mi hai dato l'occasione
per un'uguale presa. Ora tu devi parlare assolutamente, così come sei capace,
in modo da non essere obbligati a fare quella cosa volgare da commedianti che
si rimbeccano a vicenda, e non volermi costringere a tirar fuori quella frase:
«Socrate, se io non conosco Socrate, mi sono dimenticato anche di me stesso», o
quell'altra: «Desiderava dire, ma si schermiva»; ma tieni bene in mente che non
ce ne andremo di qui prima che tu abbia esposto ciò che sostenevi di avere nel
petto. Siamo noi due soli, in un luogo appartato, io sono più forte e più
giovane. Da tutto ciò, dunque, «intendi quel che ti dico», e vedi di non
parlare a forza piuttosto che spontaneamente. SOCRATE: Ma beato Fedro, mi
coprirò di ridicolo improvvisando un discorso sui medesimi argomenti, da
profano che sono a confronto di un autore bravo come lui! FEDRO: Sai com'è la
questione? Smettila di fare il ritroso con me; poiché penso di avere una cosa
che, se te la dico, ti costringerà a parlare. SOCRATE: Allora non dirmela!
FEDRO: No, invece te la dico proprio! E le mie parole saranno un giuramento. Ti
giuro... ma su chi, su quale dio? Vuoi forse su questo platano qui? Ebbene, ti
giuro che se non pronuncerai il tuo discorso proprio davanti a questo platano,
non ti mostrerò e non ti riferirò più nessun altro discorso di nessuno.
SOCRATE: Ahi, birbante! Come hai trovato bene il modo di costringere un uomo
amante dei discorsi a fare ciò che tu ordini! FEDRO: Perché allora fai tanti
giri? SOCRATE: Niente più indugi, dal momento che hai proferito questo
giuramento. Come potrei astenermi da un tale banchetto? FEDRO: Allora parla!
SOCRATE: Sai dunque come farò? FEDRO: Riguardo a cosa? SOCRATE: Parlerò dopo
essermi coperto il capo, per svolgere il discorso il più velocemente possibile
e non trovarmi in imbarazzo per la vergogna, guardando verso di te. FEDRO:
Purché tu parli; quanto al resto, fa' come vuoi. SOCRATE: Orsù, o Muse dalla
voce melodiosa, vuoi per l'aspetto del canto vuoi perché siete state così
chiamate dalla stirpe dei Liguri amante della musica,(22) narrate assieme a me
il racconto che questo bellissimo giovane mi costringe a dire, così che il suo
compagno, che già prima gli sembrava sapiente, ora gli sembri tale ancora di
più. C'era una volta un fanciullo, o meglio un giovanetto assai bello, di cui
molti erano innamorati. Uno di loro, che era astuto, pur non essendo innamorato
meno degli altri aveva convinto il fanciullo che non lo amava. E un giorno,
saggiandolo, cercava di persuaderlo proprio di questo, che bisogna compiacere
chi non ama piuttosto che chi ama, e gli parlava così : «Innanzi tutto,
fanciulfo, uno solo è l'inizio per chi deve prendere decisioni nel modo giusto:
bisogna sapere su cosa verte la decisione, o è destino che si sbagli tutto. Ai
più sfugge che non conoscono l'essenza di ciascuna cosa. Perciò, nella
convinzione di saperlo, non si mettono d'accordo all'inizio della ricerca e
proseguendo ne pagano le naturali conseguenze, poiché non si accordano né con
se stessi né tra loro. Che non capiti dunque a me e a te ciò che rimproveriamo
agli altri, ma dal momento che ci sta dinanzi la questione se si debba entrare
in amicizia con chi ama piuttosto che con chi non ama, stabiliamo di comune
accordo una definizione su cosa sia l'amore e quale forza abbia; poi, tenendo
presente questa definizione e facendovi riferimento, esaminiamo se esso apporta
un vantaggio o un danno. Che l'amore sia appunto un desiderio, è chiaro a
tutti; che inoltre anche chi non ama desideri le cose belle, lo sappiamo. Da
che cosa allora distingueremo chi ama e chi non ama? Occorre poi tenere
presente che in ciascuno di noi ci sono due princì pi che ci governano e ci
guidano, e che noi seguiamo dove essi ci guidano: l'uno, innato, è il desiderio
dei piaceri, l'altro è un'opinione acquisita che aspira al sommo bene. Talvolta
questi due princì pi dentro di noi si trovano d'accordo, talvolta invece sono
in disaccordo; talvolta prevale l'uno, talvolta l'altro. Pertanto, quando
l'opinione guida con il ragionamento al sommo bene e prevale, la sua vittoria
ha il nome di temperanza; mentre se il desiderio trascina fuori di ragione
verso i piaceri e domina in noi, il suo dominio viene chiamato dissolutezza. La
dissolutezza ha molti nomi, dato che è composta di molte membra e molte parti;
e quella che tra queste forme si distingue conferisce a chi la possiede il
soprannome derivato da essa, che non è né bello né meritevole da acquistarsi.
Il desiderio relativo al cibo, che prevale sulla ragione del bene migliore e
sugli altri desideri, è chiamato ingordigia e farà sì che chi lo possiede venga
chiamato con lo stesso nome; quello che tiranneggia nell'ubriachezza e conduce
in tale stato chi lo possiede, è chiaro quale epiteto gli toccherà; così, anche
per gli altri nomi fratelli di questi che designano desideri fratelli, a
seconda di quello che via via signoreggia, è ben evidente come conviene
chiamarli. Il desiderio a motivo del quale è stato fatto tutto il discorso
precedente ormai è pressoché manifesto, ma è assolutamente più chiaro una volta
detto che se non viene detto; ebbene, il desiderio irrazionale che ha il
sopravvento sull'opinione incline a ciò che è retto, una volta che, tratto
verso il piacere della bellezza e corroborato vigorosamente dai desideri a esso
congiunti della bellezza fisica, ha prevalso nel suo trasporto prendendo nome
dal suo stesso vigore, è chiamato eros. Ma caro Fedro, non sembra anche a te,
come a me, che mi trovi in uno stato divino? FEDRO: Certamente, Socrate! Ti ha
preso una certa facilità di parola, contrariamente al solito! SOCRATE:
Ascoltami dunque in silenzio. Il luogo sembra veramente divino, percio non
meravigliarti se nel prosieguo del discorso sarò spesso invasato dalle Ninfe:
le parole che proferisco adesso non sono lontane dai ditirambi. FEDRO: Dici
cose verissime. SOCRATE: E tu ne sei la causa. Ma ascolta il resto, poiché
forse quello che mi viene alla mente potrebbe andarsene via. A questo
provvederà un dio, noi invece dobbiamo tornare col nostro discorso al
fanciullo. «Dunque, carissimo: cosa sia ciò su cui bisogna prendere decisioni,
è stato detto e definito; ora, tenendo presente questo, dobbiamo dire
il resto, ossia quale vantaggio o quale danno presumibilmente verrà da uno
che ama e da uno che non ama a chi concede i suoi favori. Per chi è soggetto al
desiderio ed è schiavo del piacere è inevitabile rendere l'amato il più
possibile gradito a sé; ma per chi è malato tutto ciò che non oppone resistenza
è piacevole, mentre tutto ciò che è più forte o pari a lui è odioso. Così un
amante non sopporterà di buon grado un amato superiore o pari a lui, ma vuole
sempre renderlo inferiore e più debole: e inferiore è l'ignorante rispetto al
saggio, il vile rispetto al coraggioso, chi non sa parlare rispetto a chi ha
abilità oratorie, chi è tardo di mente rispetto a chi è d'ingegno acuto. è
inevitabile che, se nell'animo dell'amato nascono o ci sono per natura tanti
difetti, o anche di più, l'amante ne goda e ne procuri altri, piuttosto che
essere privato del piacere del momento. Ed è altresì inevitabile che sia geloso
e causa di grande danno, poiché distoglie l'amato da molte altre compagnie
vantaggiose grazie alle quali diverrebbe veramente uomo, danno che diventa
grandissimo quando lo allontana da quella compagnia grazie alla quale
diventerebbe una persona molto assennata. Essa è la divina filosofia, da cui
inevitabilmente l'amante tiene lontano l'amato per paura di essere disprezzato,
così come ricorrerà alle altre macchinazioni per fare in modo che sia ignorante
di tutto e guardi solo al suo amante; e in questa condizione l'amato sarebbe
fonte di grandissimo piacere per lui, ma del massimo danno per se stesso.
Quindi, per quanto riguarda l'intelletto, l'uomo che prova amore non è in
nessun modo utile come guida e come compagno. Poi si deve considerare la
costituzione del corpo, e quale cura ne avrà colui che ne diventerà padrone,
dato che si trova costretto a inseguire il piacere anziché il bene. Lo si vedrà
seguire una persona molle e non vigorosa, non cresciuta alla pura luce del sole
ma nella fitta ombra, inesperta di fatiche virili e di secchi sudori, esperta
invece di una vita delicata ed effeminata, ornata di colori e abbellimenti
altrui per mancanza dei propri, intenta a tutte quelle attività conseguenti a
ciò, che sono evidenti e non meritano ulteriori discussioni. Ma stabiliamo un
punto essenziale, e poi passiamo ad altro: per un corpo del genere, in guerra
come in tutte le altre occupazioni importanti, i nemici prendono coraggio, gli
amici e gli stessi amanti provano timore. Perciò questo punto è da lasciar
perdere, dato che è evidente, e bisogna passare invece a quello successivo,
cioè quale vantaggio o quale danno arrecherà ai nostri beni la compagnia e la
protezione di chi ama. è chiaro a chiunque, ma soprattutto all'amante, che egli
si augurerebbe più d'ogni altra cosa che l'amato fosse orbo dei beni più cari,
più preziosi e più divini; accetterebbe che rimanesse privo di padre, madre,
parenti e amici, ritenendoli causa d'impedimento e biasimo della dolcissima
compagnia che ha con lui. E se possiede sostanze in oro o altri beni, egli
penserà che non sia facile da conquistare né, una volta conquistato,
trattabile; ne consegue inevitabilmente che l'amante provi gelosia se l'oggetto
del suo amore possiede delle sostanze, e gioisca se le perde. Inoltre l'amante
si augurerà che l'amato sia senza moglie, senza figli e senza casa il più a
lungo possibile, poiché brama di cogliere il più a lungo possibile il frutto
della sua dolcezza. Ci sono altri mali ancora, ma un dio ha mescolato alla
maggior parte di essi un piacere momentaneo; per esempio all'adulatore, bestia
terribile e fonte di grande danno, la natura ha comunque mescolato un piacere
non privo di gusto. E così qualcuno può biasimare come rovinosa un'etera o
molte altre creature e attività del genere, che almeno per un giorno possono
essere occasione di grandissimo piacere; ma per l'amato la compagnia quotidiana
dell'amante, oltre al danno che arreca, è la cosa di tutte più spiacevole.
Infatti, come recita l'antico proverbio, il coetaneo si diletta del coetaneo
(credo infatti che l'avere gli stessi anni conduca agli stessi piaceri e
procuri amicizia in virtù della somiglianza); tuttavia anche il loro stare
insieme genera sazietà. Inoltre si dice che la costrizione è pesante per
chiunque in qualsiasi circostanza: ed è proprio questo il rapporto che, oltre
alla differenza d'età, l'amante ha con il suo amato. Infatti, quando uno più
vecchio sta assieme a uno più giovane, non lo lascia volentieri né di giorno né
di notte, ma è tormentato da una necessità e da un pungolo che lo conduce a
destra e a manca procurandogli di continuo piaceri a vedere, ascoltare, toccare
l'amato e a provare tutto ciò che lui prova, sì da mettersi strettamente e con
piacere al suo servizio. Ma quale conforto o quali piaceri darà all'amato per
evitare che questi, stando con lui per lo stesso periodo di tempo, arrivi al
colmo del disgusto? Quando quello vedrà un volto invecchiato e non più in
fiore, con tutte le conseguenze già spiacevoli da udire a parole, per non
parlare poi se ci si trova nella necessità di avere a che fare con esse; quando
dovrà guardarsi in ogni momento e con tutti da custodi sospettosi e sentirà elogi
inopportuni ed esagerati, come anche insulti già insopportabili se l'amante è
sobrio, vergognosi oltre ogni sopportazione se è ubriaco e indulge a una
libertà di linguaggio stucchevole e assoluta? E se quando è innamorato e
dannoso e spiacevole, una volta che l'amore è finito sarà inaffidabile per il
tempo a venire, in prospettiva del quale era riuscito a malapena, con molte
promesse condite di infiniti giuramenti e preghiere e in virtù della speranza
di beni futuri, a mantenere il legame già allora faticoso da sopportare. E
allora, quando bisogna pagare il debito, dato che dentro di sé ha cambiato
padrone e signore, e assennatezza e temperanza hanno preso il posto di amore e
follia, è divenuto un altro senza che il suo amato se ne sia accorto. Questi,
ricordandosi di quanto era stato fatto e detto e pensando di parlare ancora con
la stessa persona, chiede che gli siano ricambiati i favori resi allora; quello
per la vergogna non ha il coraggio di dire che è diventato un altro, né sa come
mantenere i giuramenti e le promesse fatte sotto la dissennata signoria
precedente, dato che ormai ha riacquistato il senno e la temperanza, per non
ridiventare simile a quello che era prima, se non addirittura lo stesso di
prima, facendo le stesse cose. Perciò diventa un fuggiasco, e poiché l'amante
di prima ora è di necessita reo di frode, invertite le parti, muta il suo stato
e si dà alla fuga. L'altro è costretto a inseguire tra lo sdegno e le
imprecazioni, poiché non ha capito tutto fin dal principio, cioè che non
avrebbe mai dovuto compiacere chi ama e di necessità è privo di senno, ma ben
più chi non ama ed è assennato; altrimenti sarebbe inevitabile concedersi a una
persona infida, difficile di carattere, gelosa, spiacevole, danno sa per le
proprie ricchezze, dannosa per la costituzione fisica, ma dannosa nel modo più
assoluto per l'educazione dell'anima, della quale in tutta verità non c'è e mai
ci sarà cosa di maggior valore né per gli uomini né per gli dèi. Pertanto,
ragazzo, bisogna intendere bene questo, e sapere che l'amicizia di un amante
non nasce assieme alla benevolenza, ma alla maniera del cibo, per saziarsi;
come i lupi amano gli agnelli, così gli amanti hanno caro un fanciullo». Questo
è quanto, Fedro. Non mi sentirai dire di più, ma considera ormai finito il
discorso. FEDRO: Eppure io credevo che fosse a metà, e che tu avresti speso
uguali parole per chi non ama, dicendo che bisogna piuttosto compiacere lui e
indicando quanti beni ne derivano; ma ora perché smetti, Socrate? SOCRATE: Non
ti sei accorto, beato, che ormai pronuncio versi epici e non più ditirambi,
proprio mentre muovo questi rimproveri? Se comincerò a elogiare l'altro, cosa
credi che farò? Non lo sai che sarei certamente invasato dalle Ninfe, alle
quali tu mi hai gettato deliberatamente in balia? Perciò in una parola ti dico
che quanti sono i mali che abbiamo biasimato nell'uno tanti sono i beni, ad
essi opposti, che si trovano nell'altro. E che bisogno c'è di un lungo
discorso? Di entrambi si è detto abbastanza. Così il racconto avrà la sorte che
gli spetta; e io, attraversato questo fiume, me ne torno indietro prima di
essere costretto da te a qualcosa di più grande. FEDRO: Non ancora, Socrate,
non prima che sia passata la calura. Non vedi che è all'incirca mezzogiorno,
l'ora che viene chiamata immota? Ma restiamo a discutere sulle cose che abbiamo
detto; non appena farà più fresco, ce ne andremo. SOCRATE: Quanto ai discorsi
sei divino, Fedro, e semplicemente straordinario. Io penso che di tutti i
discorsi prodotti durante la tua vita nessuno ne abbia fatto nascere più di te,
o perché li pronunci di persona o perché costringi in qualche modo altri a
pronunciarli (faccio eccezione per Simmia il Tebano, ma gli altri li vinci di
gran lunga). E ora mi sembra che tu sia stato la causa di un mio nuovo discorso.
FEDRO: Allora non mi dichiari guerra! Ma come, e qual è questo discorso?
SOCRATE: Quando stavo per attraversare il fiume, caro amico, si è manifestato
quel segno divino che è solito manifestarsi a me e che mi trattiene sempre da
ciò che sto per fare. E mi è parso di udire proprio da lì una certa voce che
non mi permette di andare via prima d'essermi purificato, come se avessi
commesso qualche colpa verso la divinità. In effetti sono un indovino, per la
verità non molto bravo, ma, come chi sa a malapena scrivere, valido solo per me
stesso; perciò comprendo chiaramente qual è la colpa. Perché anche l'anima,
caro amico, ha un che di divinatorio; infatti mi ha turbato anche prima, mentre
pronunciavo il discorso, e in qualche modo temevo, come dice Ibico, che
«commesso un fallo» nei confronti degli dèi «consegua fama invece tra gli umani.
Ma ora mi sono reso conto della colpa. FEDRO: Che cosa dici? SOCRATE:
Terribile, Fedro, terribile è il discorso che tu hai portato, come quello che
poi mi hai costretto a dire! FEDRO: E perché? SOCRATE: è sciocco e sotto un
certo aspetto empio. Quale discorso potrebbe essere più terribile di questo?
FEDRO: Nessuno, se tu dici il vero. SOCRATE: E allora? Non credi che Eros sia
figlio di Afrodite e sia una creatura divina? FEDRO: Così almeno si dice.
SOCRATE: Ma non è detto da Lisia, né dal tuo discorso, che è stato pronunciato
tramite la mia bocca ammaliata da te. E se Eros è, come appunto è, un dio o un
che di divino, non sarebbe affatto un male, e invece i due discorsi pronunciati
ora su di lui ne parlavano come se fosse un male; in questo dunque hanno
commesso una colpa nei confronti dì Eros. Inoltre la loro semplicità è proprio
graziosa, poiché senza dire niente di sano né di vero si danno delle arie come
se fossero chissà cosa, se ingannando alcuni omiciattoli troveranno fama presso
di loro. Pertanto io, caro amico, ho la necessità di purificarmi; per coloro
che commettono delle colpe nei confronti del mito c'è un antico rito
purificatorio, che Omero non conobbe, ma Stesicoro sì . Costui infatti, privato
della vista per aver diffamato Elena, non ne ignorò la causa come Omero, ma da
amante alle Muse quale era la capì e subito compose questi versi: Questo
discorso non è veritiero, non navigasti sulle navi ben costrutte, non arrivasti
alla troiana Pergamo. E dopo aver composto l'intero carme chiamato Palinodia
gli tornò immediatamente la vista. Io pertanto sarò più saggio di loro almeno
sotto questo aspetto: prima di incorrere in un male per aver diffamato Eros
tenterò di offrirgli in cambio la mia palinodia, col capo scoperto e non velato
come allora per la vergogna. FEDRO: Non avresti potuto dirmi cose più dolci di
queste, Socrate. SOCRATE: Veramente, caro Fedro, tu intendi con quale impudenza
siano stati pronunciati i due discorsi, il mio e quello ricavato dal libro. Se
un uomo dall'indole nobile e affabile, che fosse innamorato di uno come lui o
lo fosse stato in precedenza, ci ascoltasse mentre diciamo che gli amanti
sollevano grandi inimicizie per futili motivi e sono gelosi e dannosi nei
confronti dei loro amati, non credi che avrebbe l'impressione di ascoltare
persone allevate in mezzo ai marinai e che non hanno mai visto un amore libero,
e sarebbe ben lungi dal convenire con noi sui rimproveri che muoviamo ad Eros?
FEDRO: Per Zeus, forse sì, Socrate. SOCRATE: Io dunque, per vergogna nei suoi
confronti e per timore dello stesso Eros, desidero sciacquarmi dalla salsedine
che impregna il mio udito con un discorso d'acqua dolce; e consiglio anche a
Lisia di scrivere il più in fretta possibile che, a parità di condizioni,
conviene compiacere più un amante che chi non ama. FEDRO: Ma sappi bene che
sarà così : quando avrai pronunciato l'elogio dell'amante, sarà inevitabile che
Lisia venga costretto da me a scrivere un altro discorso sullo stesso
argomento. SOCRATE: Confido in ciò, finché sarai quello che sei. FEDRO: Fatti
coraggio, dunque, e parla. SOCRATE: Dov'è il ragazzo a cui parlavo? Faccia in
modo di ascoltare anche questo discorso e non conceda con troppa fretta i suoi
favori a chi non ama per non aver udito le mie parole. FEDRO: Questo ragazzo è
accanto a te, molto vicino, ogni qualvolta tu voglia. SOCRATE: Allora, mio bel
ragazzo, tieni presente che il discorso di prima era di Fedro figlio di
Pitocle, del demo di Mirrinunte, mentre quello che mi accingo a dire è di
Stesicoro di Imera, figlio di Eufemo. Bisogna dunque parlare così : «Non è
veritiero il discorso secondo il quale anche in presenza di un amante si deve
piuttosto compiacere chi non ama, per il fatto che l'uno è in preda a
"mania", l'altro è assennato. Se infatti l'essere in preda a mania
fosse un male puro e semplice, sarebbe ben detto; ora però i beni più grandi ci
vengono dalla mania, appunto in virtù di un dono divino. Infatti la profetessa
di Delfi e le sacerdotesse di Dodona,(29) quando erano prese da mania,
procurarono alla Grecia molti e grandi vantaggi pubblici e privati, mentre
quando erano assennate giovarono poco o nulla. E se parlassimo della Sibilla e
di tutti gli altri che, avvalendosi dell'arte mantica ispirata da un dio, con
le loro predizioni in molti casi indirizzarono bene molte persone verso il
futuro, ci dilungheremmo dicendo cose note a tutti. Merita certamente di essere
addotto come testimonianza il fatto che tra gli antichi coloro che coniavano i
nomi non ritenevano la mania una cosa vergognosa o riprovevole; altrimenti non
avrebbero chiamato "manica" l'arte più bella, con la quale si
discerne il futuro, applicandovi proprio questo nome. Ma considerandola una
cosa bella quando nasca per sorte divina, le imposero questo nome, mentre gli
uomini d'oggi, inesperti del bello, aggiungendo la "t" l'hanno
chiamata "mantica". Così anche la ricerca del futuro che fanno gli
uomini assennati mediante il volo degli uccelli e gli altri segni del cielo,
dal momento che tramite l'intelletto procurano assennatezza e cognizione alla
"oiesi", cioè alla credenza umana, la denominarono
"oionoistica", mentre i contemporanei, volendola nobilitare con la
"o" lunga, la chiamano oionistica. Perciò, quanto più l'arte mantica
è perfetta e onorata della oionistica, e il nome e l'opera dell'una rispetto al
nome e all'opera dell'altra, tanto più bella, secondo la testimonianza degli
antichi, è la mania che viene da un dio rispetto all'assennatezza che viene
dagli uomini. Ma la mania, sorgendo e profetando in coloro in cui doveva
manifestarsi, trovò una via di scampo anche dalle malattie e dalle pene più
gravi, che da qualche parte si abbattono su alcune stirpi a causa di antiche
colpe, ricorrendo alle preghiere e al culto degli dèi; quindi, attraverso
purificazioni e iniziazioni, rese immune chi la possedeva per il tempo presente
e futuro, avendo trovato una liberazione dai mali presenti per chi era in preda
a mania e invasamento divino nel modo giusto. Al terzo posto vengono
l'invasamento e la mania provenienti dalle Muse, che impossessandosi di
un'anima tenera e pura la destano e la colmano di furore bacchico in canti e
altri componimenti poetici, e celebrando innumerevoli opere degli antichi
educano i posteri. Chi invece giunge alle porte della poesia senza 8
Platone Fedro la mania delle Muse, convinto che sarà un poeta valente
grazie all'arte, resta incompiuto e la poesia di chi è in senno è oscurata da
quella di chi si trova in preda a mania. Queste, e altre ancora, sono le belle
opere di una mania proveniente dagli dèi che ti posso elencare. Pertanto non
dobbiamo aver paura di ciò, né deve sconvolgerci un discorso che cerchi di
intimorirci asserendo che si deve preferire come amico l'uomo assennato a
quello in stato di eccitazione; ma il mio discorso dovrà riportare la vittoria
dimostrando, oltre a quanto detto prima, che l'amore non è inviato dagli dèi
all'amante e all'amato perché ne traggano giovamento. Noi dobbiamo invece
dimostrare il contrario, cioè che tale mania è concessa dagli dèi per la nostra
più grande felicità; e la dimostrazione non sarà persuasiva per i
valent'uomini, ma lo sarà per i sapienti. Prima di tutto dunque bisogna
intendere la verità riguardo alla natura dell'anima divina e umana,
considerando le sue condizioni e le sue opere. L'inizio della dimostrazione è
il seguente. Ogni anima è immortale. Infatti ciò che sempre si muove è
immortale, mentre ciò che muove altro e da altro è mosso termina la sua vita
quando termina il suo movimento. Soltanto ciò che muove se stesso, dal momento
che non lascia se stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte e principio di
movimento anche per tutte le altre cose dotate di movimento. Il principio però
non è generato. Infatti è necessario che tutto ciò che nasce si generi da un
principio, ma quest'ultimo non abbia origine da qualcosa, poiché se un
principio nascesse da qualcosa non sarebbe più un principio. E poiché non è
generato, è necessario che sia anche incorrotto; infatti, se un principio
perisce, né esso nascerà da qualcosa né altra cosa da esso, dato che ogni cosa
deve nascere da un principio. Così principio di movimento è ciò che muove se
stesso. Esso non può né perire né nascere, altrimenti tutto il cielo e tutta la
terra, riuniti in corpo unico, resterebbero immobili e non avrebbero più ciò da
cui ricevere di nuovo nascita e movimento. Una volta stabilito che ciò che si
muove da sé è immortale, non si proverà vergogna a dire che proprio questa è
l'essenza e la definizione dell'anima. Infatti ogni corpo a cui l'essere in
movimento proviene dall'esterno è inanimato, mentre quello cui tale facoltà
proviene dall'interno, cioè da se stesso, è animato, poiché la natura
dell'anima è questa; ma se è così, ovvero se ciò che muove se stesso non può
essere altro che l'anima, di necessità l'anima sarà ingenerata e immortale.
Sulla sua immortalità si è detto a sufficienza; sulla sua idea bisogna dire
quanto segue. Spiegare quale sia, sarebbe proprio di un'esposizione divina
sotto ogni aspetto e lunga, dire invece a che cosa assomigli, è proprio di
un'esposizione umana e più breve; parliamone dunque in questa maniera. Si
immagini l'anima simile a una forza costituita per sua natura da una biga alata
e da un auriga. I cavalli e gli aurighi
degli dèi sono tutti buoni e nati da buoni, quelli degli altri sono misti. E
innanzitutto l'auriga che è in noi guida un carro a due, poi dei due cavalli
uno è bello, buono e nato da cavalli d'ugual specie, l'altro è contrario e nato
da stirpe contraria; perciò la guida, per quanto ci riguarda, è di necessità
difficile e molesta. Quindi bisogna cercare di definire in che senso il vivente
è stato chiamato mortale e immortale. Ogni anima si prende cura di tutto ciò
che è inanimato e gira tutto il cielo ora in una forma, ora nell'altra. Se è
perfetta e alata, essa vola in alto e governa tutto il mondo, se invece ha
perduto le ali viene trascinata giù finché non s'aggrappa a qualcosa di solido;
qui stabilisce la sua dimora e assume un corpo terreno, che per la forza
derivata da essa sembra muoversi da sé. Questo insieme, composto di anima e
corpo, fu chiamato vivente ed ebbe il soprannome di mortale. Viceversa ciò che
è immortale non può essere spiegato con un solo discorso razionale, ma senza
averlo visto e inteso in maniera adeguata ci figuriamo un dio, un essere
vivente e immortale, fornito di un'anima e di un corpo eternamente connaturati.
Ma di queste cose si pensi e si dica così come piace al dio; noi cerchiamo di
cogliere la causa della perdita delle ali, per la quale esse si staccano
dall'anima. E la causa è all'incirca questa. La potenza dell'ala tende per sua
natura a portare in alto ciò che è pesante, sollevandolo dove abita la stirpe
degli dèi, e in certo modo partecipa del divino più di tutte le cose inerenti
il corpo. Il divino è bello, sapiente, buono, e tutto ciò che è tale; da queste
qualità l'ala dell'anima e nutrita e accresciuta in sommo grado, mentre viene
consunta e rovinata da ciò che è brutto, cattivo e contrario ad esse. Zeus, il
grande sovrano che è in cielo, procede per primo alla guida del carro alato, dà
ordine a tutto e di tutto si prende cura; lo segue un esercito di dèi e di
demoni, ordinato in undici schiere. La sola Estia resta nella dimora degli dèi;
quanto agli altri dèi, quelli che in numero di dodici sono stati posti come
capi guidano ciascuno la propria schiera secondo l'ordine assegnato. Molte e
beate sono le visioni e i percorsi entro il cielo, per i quali si volge la
stirpe degli dèi eternamente felici, adempiendo ciascuno il proprio compito. E
tiene dietro a loro chi sempre lo vuole e lo può; infatti l'invidia sta fuori
del coro divino. Quando poi vanno a banchetto per nutrirsi, procedono in ardua
salita verso la sommità della volta celeste, dove i carri degli dèi, ben
equilibrati e agili da guidare, procedono facilmente, gli altri invece a
fatica; infatti il cavallo che partecipa del male si inclina, e piegando verso
terra grava col suo peso l'auriga che non l'ha allevato bene. Qui all'anima si
presenta la fatica e la prova suprema. Infatti quelle che sono chiamate
immortali, una volta giunte alla sommità, procedono al di fuori posandosi sul
dorso del cielo, la cui rotazione le trasporta in questa posa, mentre esse
contemplano ciò che sta fuori del cielo. Nessuno dei poeti di quaggiù ha mai
cantato né mai canterà in modo degno il luogo iperuranio. La cosa sta in questo
modo (bisogna infatti avere il coraggio di dire il vero, tanto più se si parla
della verità): l'essere che realmente è, senza colore, senza forma e
invisibile, che può essere contemplato solo dall'intelletto timoniere
dell'anima e intorno al quale verte il genere della vera conoscenza, occupa
questo luogo. Poiché dunque la mente di un dio è nutrita da un intelletto e da
una scienza pura, anche quella di ogni anima cui preme di ricevere ciò che
conviene si appaga di vedere dopo un certo tempo l'essere, e contemplando il
vero se ne nutre e ne gode, finché la rotazione ciclica del cielo non l'abbia
riportata allo stesso punto. Nel giro che essa compie vede la giustizia stessa,
vede la temperanza, vede la scienza, 9 Platone Fedro non quella cui
è connesso il divenire, e neppure quella che in certo modo è altra perché si
fonda su altre cose da quelle che ora noi chiamiamo esseri, ma quella scienza
che si fonda su ciò che è realmente essere; e dopo che ha contemplato allo
stesso modo gli altri esseri che realmente sono e se ne è saziata, si immerge
nuovamente all'interno del cielo e fa ritorno alla sua dimora. Una volta
arrivata l'auriga, condotti i cavalli alla mangiatoia, mette innanzi a loro
ambrosia e in più dà loro da bere del nettare. Questa è la vita degli dèi.
Quanto alle altre anime, l'una, seguendo nel migliore dei modi il dio e
rendendosi simile a lui, solleva il capo dell'auriga verso il luogo fuori del
cielo e viene trasportata nella sua rotazione, ma essendo turbata dai cavalli
vede a fatica gli esseri; l'altra ora solleva il capo, ora piega verso il
basso, e poiché i cavalli la costringono a forza riesce a vedere alcuni esseri,
altri no. Seguono le altre anime, che aspirano tutte quante a salire in alto,
ma non essendone capaci vengono sommerse e trasportate tutt'intorno,
calpestandosi tra loro, accalcandosi e cercando di arrivare una prima
dell'altra. Nasce così una confusione e una lotta condita del massimo sudore,
nella quale per lo scarso valore degli aurighi molte anime restano azzoppate, e
a molte altre si spezzano molte penne; tutte, data la grande fatica, se ne
partono senza aver raggiunto la contemplazione dell'essere e una volta tornate
indietro si nutrono del cibo dell'opinione. La ragione per cui esse mettono
tanto impegno per vedere dov'è sita la pianura della verità è questa: il cibo
adatto alla parte migliore dell'anima viene dal prato che si trova là, e di
esso si nutre la natura dell'ala con cui l'anima si solleva in volo. Questa è
la legge di Adrastea.(35) L'anima che, divenuta seguace del dio, abbia visto
qualcuna delle verità, non subisce danno fino al giro successivo, e se riesce a
fare ciò ogni volta, resta intatta per sempre; qualora invece, non riuscendo a
tenere dietro al dio, non abbia visto, e per qualche accidente, riempitasi di
oblio e di ignavia, sia appesantita e a causa del suo peso perda le ali e cada
sulla terra, allora è legge che essa non si trapianti in alcuna natura animale
nella prima generazione. Invece l'anima che ha visto il maggior numero di
esseri si trapianterà nel seme di un uomo destinato a diventare filosofo o
amante del bello o seguace delle Muse o incline all'amore. L'anima che viene per
seconda si trapianterà in un re rispettoso delle leggi o in un uomo atto alla
guerra e al comando, quella che viene per terza in un uomo atto ad amministrare
lo Stato o la casa o le ricchezze, la quarta in un uomo che sarà amante delle
fatiche o degli esercizi ginnici o esperto nella cura del corpo, la quinta è
destinata ad avere la vita di un indovino o di un iniziatore ai misteri. Alla
sesta sarà confacente la vita di un poeta o di qualcun altro di coloro che si
occupano dell'imitazione, alla settima la vita di un artigiano o di un
contadino, all'ottava la vita di un sofista o di un seduttore del popolo, alla
nona quella di un tiranno. Tra tutti questi, chi ha condotto la vita secondo
giustizia partecipa di una sorte migliore, chi invece è vissuto contro giustizia,
di una peggiore; infatti ciascuna anima non torna nel luogo donde è venuta per
diecimila anni, poiché non rimette le ali prima di questo periodo di tempo,
tranne quella di colui che ha coltivato la filosofia senza inganno o ha amato i
fanciulli secondo filosofia. Queste anime, al terzo giro di mille anni, se
hanno scelto per tre volte di seguito una tale vita, rimettono in questo modo
le ali e al compiere dei tremila anni tornano indietro. Quanto alle altre,
quando giungono al termine della prima vita tocca loro un giudizio, e dopo
essere state giudicate le une vanno nei luoghi di espiazione sotto terra a
scontare la loro pena, le altre, innalzate dalla Giustizia in un luogo del
cielo, trascorrono il tempo in modo corrispondente alla vita che vissero in
forma d'uomo. Al millesimo anno le une e le altre, giunte al sorteggio e alla
scelta della seconda vita, scelgono quella che ciascuna vuole: qui un'anima
umana può anche finire in una vita animale, e chi una volta era stato uomo può
ritornare da bestia uomo, poiché l'anima che non ha mai visto la verità non
giungerà mai a tale forma. L'uomo infatti deve comprendere in funzione di ciò
che viene detto idea, e che muovendo da una molteplicità di sensazioni viene
raccolto dal pensiero in unità; questa è la reminiscenza delle cose che un
tempo la nostra anima vide nel suo procedere assieme al dio, quando guardò
dall'alto ciò che ora definiamo essere e levò il capo verso ciò che realmente
è. Perciò giustamente solo l'anima del filosofo mette le ali, poiché grazie al
ricordo, secondo le sue facoltà, la sua mente è sempre rivolta alle entità in
virtù delle quali un dio è divino. Quindi l'uomo che si avvale rettamente di
tali reminiscenze, essendo sempre iniziato a misteri perfetti, diventa lui solo
realmente perfetto; dato però che si distacca dalle occupazioni degli uomini e
si fa accosto al divino, è ripreso dai più come se delirasse, ma sfugge ai più
che è invasato da un dio. Questo dunque è il punto d'arrivo di tutto il
discorso sulla quarta forma di mania, quella per cui uno, al vedere la bellezza
di quaggiù, ricordandosi della vera bellezza mette nuove ali e desidera levarsi
in volo, ma non essendone capace guarda in alto come un uccello, senza curarsi
di ciò che sta in basso, e così subisce l'accusa di trovarsi in istato di
mania: di tutte le ispirazioni divine questa, per chi la possiede e ha
comunanza con essa, è la migliore e deriva dalle cose migliori, e chi ama le
persone belle e partecipa di tale mania è chiamato amante. Infatti, come si è
detto, ogni anima d'uomo per natura ha contemplato gli esseri, altrimenti non
si sarebbe incarnata in un tale vivente. Ma ricordarsi di quegli esseri
procedendo dalle cose di quaggiù non è alla portata di ogni anima, né di quelle
che allora videro gli esseri di lassù per breve tempo, né di quelle che, cadute
qui, hanno avuto una cattiva sorte, al punto che, volte da cattive compagnie
all'ingiustizia, obliano le sacre realtà che videro allora. Ne restano poche
nelle quali il ricordo si conserva in misura sufficiente: queste, qualora
vedano una copia degli esseri di lassù, restano sbigottite e non sono più in
sé, ma non sanno cosa sia ciò che provano, perché non ne hanno percezione
sufficiente. Così della giustizia, della temperanza e di tutte le altre cose
che hanno valore per le anime non c'è splendore alcuno nelle copie di quaggiù,
ma soltanto pochi, accostandosi alle immagini, contemplano a fatica, attraverso
i loro organi ottusi, la matrice del modello riprodotto. Allora invece si
poteva vedere la bellezza nel suo splendore, quando in un coro felice, noi al
seguito di Zeus, altri di un altro dio, godemmo di una visione e di una
contemplazione beata ed eravamo iniziati a quello che è lecito chiamare il più
beato dei misteri, che celebravamo in perfetta integrità e immuni dalla prova
di tutti quei mali che dovevano attenderci nel tempo a venire, contemplando
nella nostra iniziazione mistica visioni perfette, semplici, immutabili e beate
in una luce pura, poiché eravamo purì e non rinchiusi in questo che ora
chiamiamo corpo e portiamo in giro con noi, incatenati dentro ad esso come
un'ostrica. Queste parole siano un omaggio al ricordo, in virtù del quale, per
il desiderio delle cose d'allora, ora si è parlato piuttosto a lungo. Quanto
alla bellezza, come si è detto, essa brillava tra le cose di lassù come essere,
e noi, tornati qui sulla terra, l'abbiamo colta con la più vivida delle nostre
sensazioni, in quanto risplende nel modo più vivido. Per noi infatti la vista è
la più acuta delle sensazioni che riceviamo attraverso il corpo, ma essa non ci
permette di vedere la saggezza (poiché susciterebbe terribili amori, se
giungendo alla nostra vista le offrisse un'immagine di sé così splendente) e le
altre realtà degne d'amore. Ora invece soltanto la bellezza ebbe questa sorte,
di essere ciò che più di tutto è manifesto e amabile. Chi dunque non è iniziato
di recente, o è corrotto, non si innalza con pronto acume da qui a lassù, verso
la bellezza in sé, quando contempla ciò che quaggiù porta il suo nome; di
conseguenza quando guarda ad essa non la venera, ma consegnandosi al piacere
imprende a montare e a generare figli a mo' di quadrupede, e comportandosi con
tracotanza non ha timore né vergogna di inseguire un piacere contro natura.
Invece chi è iniziato di recente e ha contemplato molto le realtà di allora,
quando vede un volto d'aspetto divino che ha ben imitato la bellezza o una
qualche forma ideale di corpo, dapprima sente dei brividi e gli sottentra
qualcuna delle paure di allora, poi, guardandolo, lo venera come un dio, e se
non temesse di acquistarsi fama di eccessiva mania farebbe sacrifici al suo
amato come a una statua o a un dio. Al vederlo, lo afferra come una mutazione
provocata dai brividi, un sudore e un calore insolito; e ricevuto attraverso
gli occhi il flusso della bellezza, prende calore là dove la natura dell'ala si
abbevera. Una volta che si è riscaldato si liquefano le parti attorno al punto
donde l'ala germoglia, che essendo da tempo tappate a causa della secchezza le
impedivano di fiorire. Così, grazie all'afflusso del nutrimento, lo stelo
dell'ala si gonfia e prende a crescere dalla radice per tutta la forma
dell'anima; un tempo infatti era tutta alata. A questo punto essa ribolle tutta
quanta e trabocca, e la stessa sensazione che prova chi mette i denti nel
momento in cui essi spuntano, ossia prurito e irritazione alle gengive, la
prova anche l'anima di chi comincia a mettere le ali: quando le ali spuntano
ribolle e prova un senso di irritazione e solletico. Dunque, quando l'anima,
mirando la bellezza del fanciullo, riceve delle parti che da essa provengono e
fluiscono (e che appunto per questo sono chiamate flusso d'amore) (36) e ne
viene irrigata e scaldata, si riprende dal dolore e si allieta. Quando invece
ne è separata e inaridisce, le bocche dei condotti donde spunta fuori l'ala si
disseccano e si serrano, impedendone il germoglio; ma esso, rimasto chiuso
dentro assieme al flusso d'amore, pulsando come le arterie pizzica nei
condotti, ciascun germoglio nel proprio, tanto che l'anima, pungolata tutt'intorno,
è presa da assillo e dolore, e tornandole il ricordo della bellezza si allieta.
In seguito alla mescolanza di entrambe le cose, l'anima è turbata per la
stranezza di ciò che prova e trovandosi senza via d'uscita comincia a smaniare;
ed essendo in stato di mania non può né dormire di notte né di giorno restare
ferma dov'è, ma corre in preda al desiderio dove crede di poter vedere colui
che possiede la bellezza: e una volta che l'ha visto e si è imbevuta del flusso
d'amore, libera i condotti che allora si erano ostruiti, riprende fiato e cessa
di avere pungoli e dolore, e allora coglie, nel momento presente, il frutto di
questo dolcissimo piacere. Perciò non se ne distacca di sua volontà e non tiene
in conto nessuno più del suo bello, ma si dimentica di madri, fratelli e di
tutti i compagni, e non gli importa nulla se le sue sostanze vanno in rovina
perché non se ne cura, anzi disprezza tutte le consuetudini e le convenienze di
cui si ornava prima d'allora ed è disposta a servire l'amato e a giacere con lui
ovunque gli sia concesso di stare il più vicino possibile al suo desiderio;
infatti, oltre a venerarlo, ha trovato in colui che possiede la bellezza
l'unico medico dei suoi più grandi travagli. A questa passione cui si rivolge
il mio discorso, o bel fanciullo, gli uomini danno il nome di eros, gli dèi
invece la chiamano in un modo che a sentirlo, data la tua giovane età, ti
metterai ragionevolmente a ridere. Alcuni Omeridi citano due versi, credo presi
da poemi segreti, riguardanti Eros, uno dei quali è piuttosto insolente e non
del tutto corretto come metro; essi suonano così : I mortali lo chiamano Eros
alato, gli immortali Pteros, ché fa crescere l'ali.(37) A questi versi si può
credere oppure non credere; non di meno la causa e la sensazione di chi ama è
proprio questa. Ora, se chi è stato colto da Eros era uno dei seguaci di Zeus,
riesce a sopportare con più fermezza il peso del dio che trae il nome dalle
ali; quelli che erano al servizio di Ares e giravano il cielo assieme a lui,
quando sono presi da Eros e pensano di subire qualche torto dall'amato, sono
sanguinari e pronti a sacrificare se stessi e il proprio amore. Così ciascuno
conduce la sua vita in base al dio del cui coro era seguace, onorandolo e
imitandolo per quanto gli è possibile, finché resta incorrotto e vive la prima
esistenza quaggiù, e in questo modo si accompagna e ha relazione con gli amati
e con le altre persone. Quindi ciascuno sceglie tra i belli il suo Eros secondo
il proprio carattere, e come fosse un dio gli edifica una specie di statua e
l'abbellisce per onorarla e tributarle riti. I seguaci di Zeus cercano il loro
amato in chi ha l'anima conforme al loro dio:(38) pertanto guardano se per
natura sia filosofo e atto al comando, e quando l'hanno trovato e ne se sono
innamorati, fanno di tutto affinché sia effettivamente tale. E se prima non si
erano impegnati in un'occupazione del genere, da quel momento vi mettono mano e
imparano da dove è loro possibile, continuando poi anche da soli, e seguendo le
tracce riescono a trovare per loro conto la natura del proprio dio, perché sono
stati intensamente costretti a volgere lo sguardo verso di lui; e quando
entrano in contatto con lui sono presi da invasamento e tramite il ricordo ne
assumono le abitudini e le occupazioni, per quanto è possibile a un uomo
partecipare della natura di un dio. E poiché ne attribuiscono la causa
all'amato, lo tengono ancora più caro, e sebbene attingano da Zeus come le
Baccanti,(39) riversando ciò che attingono nell'anima dell'amato lo rendono il
più possibile simile al loro dio. Coloro che invece erano al seguito di Era
cercano un'anima regale, e trovatala fanno per lei esattamente le stesse cose.
Quelli del seguito di Apollo e di ciascuno degli altri dèi, procedendo secondo
il loro dio, bramano che il proprio fanciullo abbia un'uguale natura, e una
volta che se lo sono procurato imitano essi stessi il dio e con la persuasione
e 11 Platone Fedro l'ammaestramento portano l'amato ad assumere
l'attività e la forma di quello, ciascuno per quanto può; e lo fanno senza
comportarsi nei confronti dell'amato con gelosia o con rozza malevolenza, ma
cercando di indurlo alla somiglianza più completa possibile con se stessi e con
il dio che onorano. Dunque l'ardore e l'iniziazione di coloro che veramente
amano, se ottengono ciò che desiderano nel modo che dico, diventano così belle
e felici per chi è amato, qualora venga conquistato dall'amico che si trova in
stato di mania per amore; e chi è conquistato cede all'amore in questo modo.
Come all'inizio dì questa narrazione in forma di mito abbiamo diviso ciascuna
anima in tre parti, due con forma di cavallo, la terza con forma di auriga,
questa distinzione resti per noi un punto fermo anche adesso. Uno dei cavalli
diciamo che è buono, l'altro no: quale sia però la virtù di quello buono e il
vizio di quello cattivo, non l'abbiamo precisato, e ora bisogna dirlo. Dunque,
quello tra i due che si trova nella disposizione migliore è di forma eretta e
ben strutturata, di collo alto e narici adunche, bianco a vedersi, con gli
occhi neri, amante dell'onore unito a temperanza e pudore e compagno della fama
veritiera, non ha bisogno di frusta e si lascia guidare solo con lo stimolo e
la parola; l'altro invece è storto, grosso, mal conformato, di collo massiccio
e corto, col naso schiacciato, il pelo nero, gli occhi chiari e iniettati di
sangue, compagno di tracotanza e vanteria, dalle orecchie pelose, sordo, e cede
a fatica alla frusta e agli speroni. Quando dunque l'auriga, scorgendo la
visione amorosa, prende calore in tutta l'anima per la sensazione che prova ed
è ricolmo di solletico e dei pungoli del desiderio, il cavallo che obbedisce
docilmente all'auriga, tenuto a freno, allora come sempre, dal pudore, si
trattiene dal balzare addosso all'amato; l'altro invece non cura più né i pungoli
dell'auriga né la frusta, ma imbizzarrisce e si lancia al galoppo con violenza,
e procurando ogni sorta di molestie al compagno di giogo e all'auriga li
costringe a dirigersi verso l'amato e a rammentare la dolcezza dei piaceri
d'amore. All'inizio essi si oppongono sdegnati, al pensiero dì essere costretti
ad azioni terribili e inique; ma alla fine, quando non c'è più alcun limite al
male, si lasciano trascinare nel loro percorso, cedendo e acconsentendo a fare
quanto viene loro ordinato. Allora si fanno presso a lui e hanno la visione
folgorante dell'amato. Scorgendolo, la memoria dell'auriga è ricondotta alla
natura della bellezza, che vede di nuovo collocata su un casto piedistallo
assieme alla temperanza; a tale vista è colta da paura e per la reverenza che
le porta cade supina, e nello stesso tempo è costretta a tirare indietro le
redini così forte che entrambi i cavalli si piegano sulle cosce, l'uno,
spontaneamente perché non recalcitra, quello protervo decisamente contro
voglia. Ritiratisi più lontano, l'uno per vergogna e sbigottimento bagna tutta
l'anima di sudore, l'altro, cessato il dolore che gli veniva dal morso e dalla
caduta, a fatica riprende fiato e incomincia, pieno d'ira com'è, a ingiuriare,
coprendo di male parole l'auriga e il compagno di giogo perché per viltà e
debolezza hanno abbandonato il posto e l'accordo convenuto. E costringendoli di
nuovo ad avanzare contro la loro volontà a stento cede alle loro preghiere di
rimandare a un'altra volta. Quando poi è giunto il tempo stabilito ed essi
fingono di non ricordarsene, lo rammenta a loro con la forza, nitrendo e
trascinandoli con sé, e li obbliga ad accostarsi di nuovo all'amato per fare i
medesimi discorsi; e quando sono vicini tende la testa in avanti e rizza la
coda, mordendo il freno, e li trascina con impudenza. L'auriga, sentendo ancora
più intensamente la stessa impressione di prima, come respinto dalla fune al
cancello di partenza, tira indietro ancora più forte il morso dai denti del
cavallo protervo, insanguina la lingua maldicente e le mascelle e piegandogli a
terra le gambe e le cosce lo dà in preda ai dolori. Quando poi il cavallo
malvagio, subendo la medesima cosa più volte, desiste dalla sua tracotanza,
umiliato segue ormai il proposito dell'auriga, e quando vede il bel fanciullo,
muore dalla paura; di conseguenza accade che a questo punto l'anima dell'amante
segua l'amato con pudicizia e timore. Poiché dunque l'amato, come un essere
pari agli dèi, è oggetto di ogni venerazione da parte dell'amante che non
simula, ma prova veramente questo sentimento, ed è egli stesso per natura amico
di chi lo venera, se anche in precedenza fosse stato ingannato dalle persone
che frequentava o da altre, le quali sostenevano che è cosa turpe accostarsi a
chi ama, e per questo motivo avesse respinto l'amante, ora, col passare del
tempo, l'età e la necessità lo inducono ad ammetterlo alla sua compagnia;
infatti non accade mai che un malvagio sia amico di un malvagio, né che un
buono non sia amico di un buono. E dopo averlo ammesso presso di sé e avere
accettato di parlare con lui e stare in sua compagnia, la benevolenza
dell'amante, manifestandosi da vicino, colpisce l'amato, il quale si avvede che
tutti gli altri amici e parenti non offrono neppure una parte di amicizia a
confronto dell'amico ispirato da un dio. Quando poi questi continua a fare ciò
nel tempo e si accompagna all'amato incontrandolo nei ginnasi e negli altri
luoghi di ritrovo, allora la fonte di quei flusso che Zeus, innamorato di
Ganimede, (40) chiamò flusso d'amore, scorrendo in abbondanza verso l'amante
dapprima penetra in lui, poi, quando ne è ricolmo, scorre fuori; e come un
soffio di vento o un'eco, rimbalzando da corpi lisci e solidi, ritornano là
dov'erano partiti, così il flusso della bellezza ritorna al bel fanciullo attraverso
gli occhi, e di qui per sua natura arriva all'anima. Quando vi è giunto la
incoraggia a volare, quindi irriga i condotti delle ali e comincia a farle
crescere, e così riempie d'amore anche l'anima dell'amato. Pertanto egli ama,
ma non sa che cosa; e neppure è a conoscenza di cosa prova né è in grado di
dirlo, ma come chi ha contratto una malattia agli occhi da un altro non è in
grado di spiegarne la causa, così egli non si accorge di vedere se stesso
nell'amante come in uno specchio. E in presenza di questi, il suo dolore cessa
esattamente come a lui, se invece è assente allo stesso modo di lui desidera ed
è desiderato, perché reca in sé una sembianza d'amore che dell'amore è
sostituto: però non lo chiama e non lo crede amore, bensì amicizia. Più o meno
come l'amante, ma in misura più debole, desidera vederlo, toccarlo, baciarlo,
giacere con lui; e com'è naturale, in seguito non tarda a fare cio. Quando
dunque giacciono insieme, il cavallo sfrenato dell'amante ha di che dire
all'auriga, e pretende di trarre un piccolo guadagno in cambio di tante
fatiche; invece quello dell'amato non ha nulla da dire, ma, gonfio di desiderio
e ancora incerto abbraccia e bacia l'amante, manifestandogli affetto per la sua
grande benevolenza. Così, nel momento in cui si congiungono, non è più tale da
rifiutare di compiacere da parte sua l'amante, se viene pregato di soddisfare;
ma il compagno di giogo assieme all'auriga 12 Platone Fedro si
oppone a ciò, obbedendo al pudore e alla ragione. Se dunque prevalgono le parti
migliori dell'animo, quelle che guidano a un'esistenza ordinata e alla
filosofia, essi trascorrono la vita di quaggiù in modo beato e concorde, poiché
sono padroni di sé e ben regolati, avendo sottomesso ciò in cui nasce il male
dell'anima e liberato ciò in cui nasce la virtù; e alla fine, divenuti alati e
leggeri, hanno vinto una delle tre gare veramente olimpiche, di cui né la
temperanza umana né la mania divina possono fornire all'uomo un bene più
grande.(41) Se invece seguono un genere di vita piuttosto grossolano e privo di
filosofia, ma ambizioso, forse, in stato di ubriachezza o in qualche altro
momento di negligenza, i loro due compagni di giogo sfrenati, cogliendo le
anime alla sprovvista e portandole nella stessa direzione, possono compiere la
scelta che tanti considerano la più beata e mandarla ad effetto; e una volta
che l'hanno mandata ad effetto, se ne avvalgono anche in futuro, ma raramente,
poiché fanno cose che non sono approvate da tutta l'anima. Anche costoro vivono
in amicizia reciproca, ma meno di quelli, sia durante l'amore sia quando ne
sono usciti, credendo di essersi dati l'un l'altro e di aver ricevuto i più
grandi pegni, che non è lecito sciogliere perché ciò condurrebbe
all'inimicizia. Al termine della vita escono dal corpo senz'ali, ma col
desiderio di metterle, cosicché riportano un premio non piccolo della loro
mania amorosa; infatti non è legge che coloro i quali hanno già iniziato il
cammino sotto la volta del cielo scendano di nuovo nella tenebra e camminino
sotto terra, bensì che trascorrano una vita luminosa e felice compiendo il
viaggio in compagnia reciproca, e che una volta rinati rimettano le ali assieme
per grazia dell'amore. Questi doni così grandi e così divini, o fanciullo, ti
darà l'amicizia da parte di un amante. Invece la compagnia di chi non ama,
mescolata con temperanza mortale, capace di amministrare cose mortali e misere,
dopo aver generato nell'anima amata una bassezza lodata dal volgo come virtù,
la farà girare priva di senno attorno alla terra e sotto terra per novemila
anni. Questa, caro Eros, per le nostre facoltà, è la più bella e virtuosa
palinodia che abbiamo potuto offrirti in dono e in espiazione, costretta a
causa di Fedro a essere pronunciata, oltre al resto, anche con alcune parole
poetiche. Ma tu concedi il perdono per le cose di prima e serba gratitudine per
queste, e, benevolo e propizio, non togliermi e non storpiarmì per la collera
l'arte amorosa che mi hai dato, anzi concedimi di essere in onore tra i bei
fanciulli ancor più di adesso. E se nel discorso precedente io e Fedro abbiamo
detto qualcosa che a te suona stonata, attribuiscine la colpa a Lisia, che del
discorso è padre, e fallo desistere da simili prolusioni, volgendolo alla
filosofia come si è volto suo fratello Polemarco, affinché anche questo suo
amante non sia nel dubbio come ora, ma dedichi senz'altro la sua vita ad Eros
in compagnia di discorsi filosofici. FEDRO: Mi unisco alla tua preghiera,
Socrate: se questo è meglio per noi, che avvenga. Da un pezzo ho ammirato il
tuo discorso per quanto l'hai reso più bello del precedente; quindi temo che
Lisia mi appaia misero, quand'anche voglia opporre ad esso un altro discorso.
Recentemente infatti, mirabile amico, un politico lo biasimava criticandolo
proprio per questo, e in tutta la sua critica lo chiamava logografo; perciò
forse si tratterrà per ambizione dallo scrivercene un altro. SOCRATE: Ragazzo,
la tua opinione è ridicola, e quanto al tuo compagno sbagli di grosso, se credi
che si spaventi così al minimo rumore. Ma forse pensi che chi lo biasimava
dicesse quello che ha detto proprio per criticarlo. FEDRO: Così pareva,
Socrate; del resto sei anche tu conscio che coloro che nelle città hanno il
massimo potere e la massima reverenza si vergognano a scrivere discorsi e a
lasciare propri scritti, temendo l'opinione dei posteri, cioè di essere
chiamati sofisti. SOCRATE: Ti sei scordato, Fedro, che la dolce ansa ha preso
il nome dalla lunga ansa del Nilo (44) e oltre all'ansa dimentichi che gli
uomini di governo piu assennati amano tantissimo comporre discorsi e lasciare
propri scritti, almeno quelli che, quando scrivono un discorso, apprezzano a
tal punto chi li loda da aggiungere in testa per primi i nomi di quelli che li
devono lodare in ogni singola occasione. FEDRO: In che senso dici ciò? Non capisco.
SOCRATE: Non capisci che all'inizio del discorso di un uomo politico per primo
viene scritto il nome di chi lo loda! FEDRO: E come? SOCRATE: «Il consiglio ha
deciso», dice più o meno, ovvero «il popolo ha deciso», o entrambi, e ancora
«il tale e il tal altro ha detto» (e qui lo scrittore cita se stesso con grande
reverenza e si fa l'elogio). Poi si mette a parlare, mostrando a chi lo loda la
sua abilità, talvolta dopo aver composto uno scritto assai lungo. O ti pare che
una cosa del genere sia altro che un discorso scritto? FEDRO: Non mi pare
proprio. SOCRATE: Quindi, se il discorso regge, l'autore esce di scena tutto
lieto; se invece viene escluso e radiato dallo scrivere discorsi e dall'essere
degno di scriverli, piangono lui e i suoi compagni. FEDRO: E anche molto!
SOCRATE: è chiaro dunque che non disprezzano questa attività, ma l'ammirano.
FEDRO: Sicuro! SOCRATE: E allora? Quando un retore o un re è in grado di
raggiungere la potenza di Licurgo, di Solone o di Dario (45) e di diventare un
logografo immortale nella sua città, non si crede forse egli stesso pari agli
dèi mentre ancora vive, e i posteri non pensano di lui la stessa cosa,
contemplando i suoi scritti? FEDRO: Certamente! SOCRATE: Credi allora che uno
di costoro, chiunque sia e in qualunque modo sia ostile a Lisia, lo biasimi
proprio perché scrive discorsi? 13 Platone Fedro FEDRO: Non è
verosimile, da ciò che dici, poiché a quanto pare criticherebbe anche il
proprio desiderio. SOCRATE: Allora è chiaro a tutti che non è cosa turpe in sé
lo scrivere discorsi. FEDRO: Ma certo. SOCRATE: Ora però io ritengo turpe
questo, il pronunciarli e scriverli in modo non bello, ma riprovevole e
disonesto. FEDRO: è chiaro. SOCRATE: E allora qual è il modo di scriverli bene
e quale il modo contrario? Abbiamo bisogno, Fedro, di esaminare a questo
proposito Lisia e chiunque altro abbia mai composto o comporrà uno scritto sia
pubblico sia privato, in versi come un poeta o non in versi come un prosatore?
FEDRO: Chiedi se ne abbiamo bisogno? E per quale ragione uno, oserei dire,
vivrebbe, se non per i piaceri di questo tipo? Non certo per quelli per cui
bisogna prima soffrire, altrimenti non si prova godimento, come sono quasi
tutti i piaceri del corpo, che per questo motivo sono stati giustamente
chiamati servili. SOCRATE: Tempo ne abbiamo, a quanto pare. E poi mi sembra che
in questa calura soffocante le cicale, cantando sopra la nostra testa e
discorrendo tra loro, guardino anche noi. Se dunque vedessero che anche noi
due, come fanno i più a mezzogiorno, non discorriamo, ma sonnecchiamo e ci
lasciamo incantare da loro per pigrizia della mente, giustamente ci
deriderebbero, considerandoci degli schiavi venuti da loro per dormire in
questo luogo di sosta come delle pecore che passano il pomeriggio presso la
fonte; se invece ci vedranno discorrere e navigare accanto a loro come alle
Sirene senza essere ammaliati, forse, prese da ammirazione, ci daranno quel
dono che per concessione degli dèi possono dare agli uomini. FEDRO: E qual è
questo dono che hanno? A quanto pare, non l'ho mai sentito. SOCRATE: Non si
addice davvero a un uomo amante delle Muse non averne mai sentito parlare.(46)
Si dice che un tempo le cicale erano uomini, di quelli vissuti prima che
nascessero le Muse; quando poi nacquero le Muse e comparve il canto, alcuni di
loro restarono così colpiti dal piacere che cantando non si curarono più di
cibo e bevanda e senza accorgersene morirono. Da loro in seguito ebbe origine
la stirpe delle cicale, che ricevette dalle Muse questo dono, di non aver
bisogno di nutrimento fin dalla nascita, ma di cominciare subito a cantare
senza cibo né bevanda fino alla morte, e di andare quindi dalle Muse a riferire
chi tra gli uomini di quaggiù le onora, e quale di esse onora. A Tersicore
riferiscono di quelli che l'hanno onorata nei cori, rendendoli a lei più
graditi, a Erato di chi l'ha onorata nei carmi d'amore, e così per le altre,
secondo l'onore che ha ciascuna. A Calliope, la più anziana, e a Urania, che
viene dopo di lei, riferiscono di quelli che trascorrono la vita nella
filosofia e onorano la loro musica, poiché esse, avendo cura del cielo e dei
discorsi divini e umani, emettono tra tutte le Muse la voce più bella.(47) Per
molte ragioni, quindi, a mezzogiorno bisogna parlare e non dormire. FEDRO: E
allora bisogna parlare. SOCRATE: Dobbiamo dunque esaminare quello che ora ci
siamo proposti, ossia come è bene pronunciare e scrivere un discorso e come non
lo è. FEDRO: è chiaro. SOCRATE: I discorsi che saranno pronunciati in modo
bello e decoroso non devono forse implicare che l'animo di chi parla conosca il
vero riguardo a ciò di cui intende parlare? FEDRO: A tal proposito, caro
Socrate, ho sentito dire questo: per chi vuole essere un retore non c'è la
necessità di apprendere ciò che è realmente giusto, ma ciò che sembra giusto
alla moltitudine che giudicherà, non ciò che è veramente buono o bello, ma che
sembrerà tale, poiché il convincere il prossimo viene da questo, non dalla
verità. SOCRATE: «Non parola da buttare»(48) dev'essere, Fedro, ciò che dicono
i sapienti, ma si deve esaminare se le loro affermazioni sono valide. Anche per
questo non bisogna lasciar cadere quanto ora è stato detto. FEDRO: Hai ragione.
SOCRATE: Esaminiamolo dunque in questo modo. FEDRO: Come? SOCRATE: Se volessi
persuaderti a difenderti dai nemici acquistando un cavallo, ed entrambi non
conoscessimo un cavallo, ma io per caso sapessi di te solo questo, che Fedro
reputa sia un cavallo quell'animale domestico che a orecchie assai grandi...
FEDRO: Sarebbe ridicolo, Socrate. SOCRATE: Non ancora. Ma lo sarebbe nel caso
che, per convincerti sul serio, componessi un discorso di elogio dell'asino
chiamandolo cavallo e sostenendo che tale bestia è assolutamente degna di
essere acquistata sia per uso domestico sia per le spedizioni militari, utile
per il combattimento in groppa, valente a portare bagagli e vantaggiosa in
molte altre cose. FEDRO: Allora sarebbe davvero ridicolo. SOCRATE: E non è
forse meglio essere ridicolo e amico piuttosto che esperto e nemico? FEDRO:
Così pare. SOCRATE: Pertanto, quando il retore che non conosce il bene e il
male inizia a persuadere una città che si trova nelle sue stesse condizioni,
facendo non l'elogio dell'ombra dell'asino come se fosse del cavallo, ma
l'elogio del male come se fosse il bene, e presa dimestichezza con le opinioni
della gente la persuade a operare il male anziché il bene, quale frutto credi
che mieterà in seguito la retorica da quello che ha seminato? FEDRO:
Sicuramente non buono. 14 Platone Fedro SOCRATE: Ma buon amico,
abbiamo forse svillaneggiato l'arte dei discorsi in modo più rozzo del dovuto?
Essa forse dirà: «Cosa mai andate cianciando, o mirabili uomini? Io non
costringo nessuno che non conosca il vero a imparare a parlare, ma, se il mio
consiglio vale qualcosa, a prendere me solo dopo aver acquisito quello. Questa
dunque è la cosa importante che vi voglio dire: senza di me, anche chi conosce
le cose come sono in realtà non saprà essere più persuasivo secondo arte».
FEDRO: E non dirà cose giuste, se parlasse così ? SOCRATE: Sì, se i discorsi
che si presentano le rendono testimonianza che è un'arte. In effetti mi sembra
di udire alcuni discorsi che vengono a testimoniare che essa mente e non è
un'arte, ma una pratica priva di arte. Un'autentica arte del dire senza il
tocco della verità, afferma lo Spartano,(49) non esiste né esisterà mai. FEDRO:
C'è bisogno di questi discorsi, Socrate: su, portali qui ed esamina cosa dicono
e in che modo. SOCRATE: Venite avanti, nobili rampolli, e persuadete Fedro dai
bei figli (50) che se non praticherà la filosofia in modo adeguato, non sarà
mai in grado di parlare di nulla. Fedro dunque risponda. FEDRO: Chiedete.
SOCRATE: La retorica, in generale, non è l'arte di guidare le anime per mezzo
di discorsi, non solo nei tribunali e in tutte le altre riunioni pubbliche, ma anche
in quelle private, la stessa sia nelle questioni piccole sia in quelle grandi,
e non è affatto di maggior pregio, almeno quando è retta, nelle cose serie che
in quelle di poco conto? O come hai sentito parlare in proposito? FEDRO: No,
per Zeus, assolutamente non così, ma soprattutto nei processi si parla e si
scrive con arte, come pure nelle assemblee pubbliche. Non possiedo informazioni
più ampie. SOCRATE: Ma allora, a proposito dei discorsi, hai sentito parlare
solo delle arti di Nestore e Odisseo, che hanno messo per iscritto a Ilio nei
periodi di tregua, e non di quelle di Palamede? (51) FEDRO: Per Zeus, neanche
di quelle di Nestore, a meno che tu non faccia di Gorgia un Nestore, o di
Trasimaco e Teodoro un Odisseo.(52) SOCRATE: Forse. Ma lasciamo perdere
costoro. Tu dimmi piuttosto: nei tribunali gli avversari cosa fanno? Non fanno
affermazioni tra loro contrastanti? O cosa diremo? FEDRO: Proprio questo.
SOCRATE: Riguardo al giusto e all'ingiusto? FEDRO: Sì . SOCRATE: Allora, chi
opera in questo modo con arte, farà apparire la stessa cosa alle stesse persone
ora giusta, ora, quando lo voglia, ingiusta? FEDRO: Come no? SOCRATE: E in
un'assemblea popolare farà sembrare alla città le stesse cose ora buone, ora,
al contrario, cattive? FEDRO: è così . SOCRATE: E non sappiamo che il Palamede
di Elea (53) parlava con un'arte tale da far apparire agli ascoltatori le
stesse cose simili e dissimili, una e molte, ferme e in movimento? FEDRO: Ma
certo! SOCRATE: Dunque l'arte del contraddire non si trova solo nei tribunali e
nell'assemblea popolare, ma a quanto pare in tutto ciò che si dice ci sarebbe
questa sola arte, se mai la è veramente, con la quale uno sarà capace di
rendere ogni cosa simile a ogni altra in tutti i casi possibili e per quanto è
possibile, e di mettere in luce quando un altro fa la stessa cosa e lo
nasconde. FEDRO: In che senso dici una cosa del genere? 5OCRATE Se cerchiamo in
questo modo credo che ci apparirà evidente. L'inganno si verifica di più nelle
cose che differiscono di molto o in quelle che differiscono di pOco? FEDRO: In
quelle che differiscono di poco. SOCRATE: Ma è più facile che non ti accorga di
essere arrivato all'opposto se ti sposti poco per volta che se ti sposti a
grandi passi. FEDRO: Come no? SOCRATE: Dunque chi ha intenzione di ingannare un
altro senza essere ingannato a sua volta deve distinguere con precisione la
somiglianza e la dissomiglianza degli esseri. FEDRO: è necessario. SOCRATE: Ma
se ignora la verità di ciascuna cosa, sarà mai in grado di discernere la somiglianza
dì ciò che ignora, piccola o grande che sia, con le altre cose? FEDRO:
Impossibile. SOCRATE: Dunque, in coloro che hanno opinioni contrarie alla
realtà degli esseri e si ingannano, è chiaro che questa impressione si insinua
attraverso certe somiglianze. FEDRO: Accade proprio così . SOCRATE: è possibile
allora che uno possieda l'arte di spostare poco a poco la realtà di un essere
attraverso le somiglianze, conducendolo ogni volta da ciò che è al suo
contrario, o viceversa di evitare questo, se non ha cognizione di cosa sia
ciascun essere? FEDRO: Non sarà mai possibile. SOCRATE: Dunque, amico, colui
che non conosce la verità, ma è andato a caccia di opinioni, ci offrirà un'arte
dei discorsi ridicola, a quanto pare, e priva di arte. FEDRO: Pare di sì . 15
Platone Fedro SOCRATE: Vuoi dunque vedere, nel discorso di Lisia che
porti e in quelli che noi abbiamo fatto, qualcuna delle cose che definiamo
prive di arte e conformi all'arte? FEDRO: Più d'ogni altra cosa, poiché ora noi
parliamo in certo qual modo a vuoto, non avendo esempi adeguati. SOCRATE: E per
un caso fortunato, a quanto pare, sono stati pronunciati due discorsi che
recano un esempio di come chi conosce il vero, giocando con le parole, possa
condurre fuori strada gli ascoltatori. Ed io, Fedro, ne attribuisco la causa
agli dèi del luogo; ma forse anche le profetesse delle Muse, che cantano sopra
la nostra testa, possono averci ispirato questo dono, poiché io non sono certo
partecipe di una qualche arte del dire. FEDRO: Sia come dici tu. Solo spiega ciò
che affermi. SOCRATE: Su, leggimi l'inizio del discorso di Lisia. FEDRO: «Sei a
conoscenza della mia situazione, e hai udito che ritengo sia per noi utile che
queste cose accadano; ma non stimo giusto non poter ottenere ciò che chiedo
perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli innamorati si pentono...» SOCRATE:
Fermati. Bisogna dire in che cosa costui sbaglia e opera senz'arte, non è vero?
FEDRO: Sì . SOCRATE: Non è forse evidente per chiunque almeno questo, che siamo
d'accordo su alcune di queste cose, in disaccordo su altre? FEDRO: Mi sembra di
capire il tuo pensiero, ma esprimilo ancora più chiaramente. SOCRATE: Quando
uno dice la parola "ferro" o "argento", non intendiamo
forse tutti la stessa cosa? FEDRO: Certo! SOCRATE: E quando si tratta dei
termini "giusto" e "bene"? Non siamo portati chi in una
direzione, chi in un'altra, e siamo in conflitto gli uni con gli altri e
persino con noi stessi? FEDRO: Proprio così ! SOCRATE: Dunque concordiamo su
alcune cose, su altre no. FEDRO: è così . SOCRATE: In quale dei due campi siamo
più facilmente ingannabili e la retorica ha maggior potere? FEDRO: Quello in
cui vaghiamo nell'incertezza, è evidente. SOCRATE: Pertanto chi si accinge a
praticare la retorica deve innanzitutto aver distinto con metodo queste cose e
aver colto un carattere peculiare di entrambe le forme, quella in cui è
inevitabile che la gente vaghi nell'incertezza e quella in cui non lo è. FEDRO:
Chi avesse colto questo, Socrate, avrebbe compreso un'idea davvero bella.
SOCRATE: Inoltre credo che, nell'occuparsi di ciascuna cosa, non debba
lasciarsi sfuggire, ma debba percepire con acutezza a quale delle due specie
appartiene ciò di cui intende parlare. FEDRO: Come no? SOCRATE: E allora?
Dobbiamo dire che l'amore appartiene alle questioni controverse oppure no?
FEDRO: Alle questioni controverse, non c'è dubbio. O credi che ti sarebbe stato
possibile dire quello che poco fa hai detto su di lui, ossia che è un danno sia
per l'amato sia l'amante, e al contrario che è il più grande dei beni? SOCRATE:
Parli in modo eccellente; ma dimmi anche questo, giacché io a causa
dell'invasamento non lo ricordo troppo bene: se all'inizio del discorso ho dato
una definizione dell'amore. FEDRO: Sì, per Zeus, in modo davvero insuperabile.
SOCRATE: Ahimè, quanto sono più esperte nei discorsi, a quel che dici, dici, le
Ninfe dell'Acheloo e Pan figlio di Ermes rispetto a Lisia figlio di Cefalo! Può
darsi che dica una sciocchezza, ma Lisia, cominciando il suo discorso
sull'amore, non ci ha costretto a concepire Eros come una certa realtà unica
che voleva lui, e in relazione a questo ha composto e condotto a termine tutto
il discorso seguente? Vuoi che rileggiamo il suo inizio? FEDRO: Se ti sembra il
caso. Tuttavia ciò che cerchi non è lì . SOCRATE: Parla, in modo che ascolti
proprio lui. FEDRO: «Sei a conoscenza della mia situazione, e hai udito che
ritengo sia utile per noi che queste cose accadano; ma non stimo giusto non
poter ottenere ciò che chiedo, perché non mi trovo a essere tuo amante. Gli
innamorati si pentono dei benefici che hanno fatto, allorquando cessa la loro
passione...». SOCRATE: Sembra che costui sia ben lungi dal fare ciò che
cerchiamo, se mette mano al discorso non dall'inizio ma dalle fine, nuotando
supino all'indietro, e prende le mosse da ciò che l'amante direbbe al suo amato
quando ormai ha smesso di amarlo. Oppure ho detto una sciocchezza, Fedro, mia
testa cara? FEDRO: è certamente la fine, Socrate, quella intorno a cui compone
il discorso. SOCRATE: E il resto? Non ti pare che le parti del discorso siano
state buttate lì alla rinfusa? O ciò che è stato detto per secondo risulta che
per una qualche necessità doveva essere messo per secondo piuttosto che un
altro degli argomenti trattati? A me, che non so nulla, è sembrato che lo
scrittore abbia detto in maniera non rozza ciò che gli veniva in mente; e tu
sei a conoscenza di una qualche arte di scrivere discorsi, in base alla quale
lui ha disposto questi argomenti così di seguito, uno dopo l'altro? FEDRO: Sei
troppo buono, se credi che io sia in grado di vedere nelle sue parole in modo
così preciso! SOCRATE: Ma penso che tu possa dire almeno questo, che ogni
discorso dev'essere costituito come un essere vivente e avere un corpo suo
proprio, così da non essere senza testa e senza piedi, ma da avere le parti di
mezzo e quelle estreme scritte in modo che si adattino le une alle altre e al
tutto. FEDRO: Come no? 16 Platone Fedro SOCRATE: Esamina dunque il
discorso del tuo compagno, se è composto così o in altro modo, e troverai che
non differisce in nulla dall'epigramma che secondo alcuni è stato scritto sulla
tomba di Mida il Frigio.(54) FEDRO: Qual è questo epigramma, e cos'ha di
particolare? SOCRATE: è questo qui: Vergine bronzea sono, e sto sull'avello di
Mida. Fin che l'acqua scorra e alberi grandi verdeggino, stando qui sulla tomba
di molte lacrime aspersa, annuncerò a chi passa che Mida qui è sepolto. Capisci
senz'altro, come credo, che non c'è alcuna differenza se un verso viene
recitato per primo o per ultimo. FEDRO: Tu ti fai beffe del nostro discorso, Socrate!
SOCRATE: Allora lasciamolo perdere, così non ti crucci (eppure mi sembra che
contenga parecchi esempi ai quali gioverebbe porre attenzione, cercando di non
imitarli in alcun modo); e passiamo agli altri due discorsi. In essi, mi
sembra, c'era qualcosa che per chi vuole fare indagini sui discorsi è
conveniente esaminare. FEDRO: A che cosa alludi? SOCRATE: In qualche modo erano
opposti: uno diceva che si deve compiacere chi ama, l'altro chi non ama. FEDRO:
E con molto vigore! SOCRATE: Pensavo che tu avresti detto il vero, cioè con
mania: ciò che cercavo è appunto questo. Abbiamo detto infatti che l'amore è
una forma di mania. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: E che ci sono due forme di
mania, una che nasce da malattie umane, l'altra che nasce da un mutamento
divino delle consuete abitudini. FEDRO: Giusto. SOCRATE: Distinguendo quattro
parti di quella divina in relazione a quattro dèi, abbiamo attribuito
l'ispirazione mantica ad Apollo, quella iniziatica a Dioniso, quella poetica
alle Muse, la quarta ad Afrodite ed Eros, e abbiamo detto che la mania amorosa
è la migliore. E non so come, rappresentando con immagini la passione amorosa,
forse toccando da un lato un che di vero, dall'altro uscendo un po' di strada,
abbiamo composto un discorso non del tutto incapace di persuadere e abbiamo
levato quasi per gioco, con parole misurate e pie, un inno in forma di mito in
onore di Eros, mio e tuo signore, Fedro, e protettore dei bei giovani. FEDRO: E
almeno per me, un discorso davvero non spiacevole da ascoltare! SOCRATE:
Prendiamo dunque in esame solo questo, come il discorso sia potuto passare dal
biasimo alla lode. FEDRO: Cosa intendi dire con ciò? SOCRATE: A me pare che il
resto sia stato fatto realmente per gioco; ma in alcune di queste cose dette a
caso ci sono due procedimenti di cui non sarebbe spiacevole se si riuscisse a
coglierne con arte la potenza. FEDRO: Quali? SOCRATE: Il primo consiste nel
ricondurre le cose disperse in molteplici modi a un'unica idea cogliendole in
uno sguardo d'insieme, così da definirle una per una e da chiarire ciò su cui
si vuole di volta in volta insegnare. Per esempio, nel discorso fatto poco fa
su Eros, una volta definito ciò che è, a prescindere se sia stato detto bene o
male, è appunto grazie a questa definizione che il discorso ha acquistato
chiarezza e coerenza interna. FEDRO: E dell'altro procedimento cosa dici,
SOcrate? SOCRATE: Esso consiste, al contrario, nel saper dividere secondo le
idee in base alle loro articolazioni naturali, senza cercar di spezzare alcuna
parte, alla maniera di un cattivo macellaio; ma come i due discorsi di poco fa
concepivano la dissennatezza dell'animo come un'idea unica in comune, e come da
un corpo unico hanno origine membra doppie dallo stesso nome, chiamate destra e
sinistra, così i due discorsi hanno considerato anche la componente della
follia come un'idea per sua natura unica in noi: il primo discorso, tagliando
la parte di sinistra, e poi tagliandola ancora, non ha smesso prima di aver
trovato in queste divisioni un certo qual amore chiamato sinistro e di averlo a
buon diritto biasimato; l'altro discorso invece ci ha condotto nella parte
destra della mania e vi ha trovato un amore che ha lo stesso nome dell'altro,
ma è divino, e dopo aavercelo posto innanzi lo ha elogiato come la causa dei nostri
più grandi beni. FEDRO: Dici cose verissime. SOCRATE: Io, Fedro, sono amante di
questi procedimenti, delle divisioni e delle unificazioni, al fine di essere in
grado di parlare e di pensare; e se ritengo che qualcun altro sia per sua
natura capace di guardare all'uno e ai molti, lo seguo «tenendo dietro alle sue
orme come a quelle di un dio». E quelli che appunto sono in grado di fare ciò,
lo sa un dio se la mia definizione è giusta o meno, fino a questo momento li
chiamo dialettici. Quelli che invece hanno appreso da te e da Lisia ciò di cui
si è discusso ora, dimmi tu come conviene chiamarli: o è proprio questa l'arte
dei discorsi, grazie alla quale Trasimaco e gli altri sono diventati abili a
parlare essi stessi e rendono tali gli altri, che vogliono coprirli di doni
come dei re? FEDRO: Sono uomini regali, sì, ma non esperti delle cose che
chiedi. Ma mi pare che tu dia il nome giusto a questo metodo, chiamandolo
dialettico; quello della retorica invece pare ci sfugga ancora. SOCRATE: Come
dici? Potrebbe forse esserci qualcosa di bello, che anche senza questi procedimenti
si apprende lo stesso con arte? Né io né tu dobbiamo assolutamente
disprezzarlo, ma dobbiamo appunto precisare che cos'è ciò che rimane della
retorica. FEDRO: Rimangono moltissime cose, Socrate, almeno quelle che si
trovano nei libri scritti sull'arte del dire. Platone Fedro SOCRATE: Hai
fatto bene a ricordarmelo. Per primo, credo, all'inizio del discorso dev'essere
pronunciato il proemio; sono queste che chiami le finezze dell'arte, non è
vero? FEDRO: Sì . SOCRATE: Al secondo posto viene una narrazione seguita da
testimonianze, al terzo le argomentazioni, al quarto le verosimiglianze. Poi
vengono la conferma e la riconferma, così almeno credo che dica l'eccellente
uomo di Bisanzio, il Dedalo dei discorsi. FEDRO: Vuoi dire il valente Teodoro?
SOCRATE: Come no? E poi sia nell'accusa sia nella difesa vanno fatte una
confutazione e una controconfutazione. E non tiriamo in ballo il bellissimo
Eveno di Paro, che per primo trovò l'insinuazione e gli elogi indiretti; (55)
alcuni sostengono che pronunciasse persino dei biasimi indiretti in poesia per
esercitare la memoria (in effetti era un uomo abile). E lasceremo riposare
Tisia e Gorgì a,(56) i quali videro come il verosimile sia da tenere in conto
più del vero e con la forza del discorso fanno apparire grande ciò che è
piccolo e piccolo ciò che è grande, vecchio ciò che è nuovo e al contrario
nuovo ciò che è vecchio, e scoprirono la brevità dei discorsi e le prolissità
infinite su ogni sorta di argomento? Una volta Prodico,(57) sentendo da me
queste cose, scoppiò a ridere, e sostenne di aver scoperto lui solo i discorsi
di cui l'arte abbisogna: né lunghi né brevi, ma misurati. FEDRO: Parole molto
sagge, o Prodico. SOCRATE: E non menzioniamo Ippia? Credo che anche l'ospite
eleo voterebbe con lui. FEDRO: Perché no? SOCRATE: E come parleremo dei Templi
alle Muse dei discorsi innalzati da Polo, ad esempio la ripetizione o il
parlare per sentenze e per immagini, e dei Templi alle Muse dei nomi di cui
Licimnio gli fece dono per la composizione del bello stile?(59) FEDRO: E le
opere di Protagora,(60) Socrate, non erano più o meno di questo tipo? SOCRATE:
Una certa Correttezza dello stile, ragazzo, e molte altre belle cose. Ma quanto
ai discorsi strappalacrime sfoderati per la vecchiaia e la povertà, mi pare che
l'abbia vinta per arte la potenza del Calcedonio, uomo d'altronde straordinario
nel suscitare la collera nella gente e poi nell'ammansire chi aveva fatto
adirare incantandolo, come soleva dire, e potentissimo nel lanciare e
sciogliere calunnie in ogni modo. Sembra poi che ci sia comune accordo tra
tutti sulla conclusione dei discorsi, alla quale alcuni danno il nome di
riepilogo, altri un altro nome. FEDRO: Intendi il ricordare per sommi capi agli
ascoltatori, alla fine del discorso, ciascuno degli argomenti trattati?
SOCRATE: Intendo questo, e se tu hai qualcos'altro da aggiungere sull'arte dei
discorsi... FEDRO: Cose da poco, che non vale la pena di dire. SOCRATE:
Lasciamo perdere le cose di poco conto, e vediamo piuttosto in piena luce quale
potenza dell'arte hanno le cose di cui abbiamo parlato, e quando. FEDRO: Una
potenza davvero forte, SOcrate, almeno nelle adunanze del popolo. SOCRATE:
Infatti l'hanno. Ma guarda anche tu, o esimio, se la loro trama non sembra
anche te, come a me, slegata. FEDRO: Purché tu lo dimostri. SOCRATE: Allora
dimmi: se uno si presentasse al tuo compagno Erissimaco o a suo padre Acumeno e
dicesse loro: «Io so somministrare ai corpi farmaci tali da riscaldarli e
raffreddarli, se lo voglio, e se mi pare il caso tali da farli vomitare e
persino evacuare, e moltissime altre cose del genere. E dal momento che ho
queste conoscenze sono convinto di essere un medico e di far diventare medico
un altro a cui comunico la scienza di queste cose», cosa credi che direbbero
dopo averlo ascoltato? FEDRO: Cos'altro se non chiedergli se sa anche a chi e
quando bisogna fare ciascuna di queste cose, e in quale misura? SOCRATE: E se
allora rispondesse: «Non lo so affatto: ma sono convinto che chi ha appreso
queste conoscenze da me sia a sua volta in grado di fare ciò che chiedi»?
FEDRO: Direbbero, credo, che quell'uomo è pazzo, e che crede di essere
diventato un medico per aver sentito qualcosa da qualche libro o per aver usato
casualmente dei farmaci, senza avere alcuna conoscenza dell'arte. SOCRATE: E se
uno si presentasse a Sofocle e ad Euripide dicendo che sa comporre discorsi
lunghissimi su un argomento piccolo e piccolissimi su un argomento grande,
commoventi, quando lo vuole, e al contrario spaventevoli e minacciosi, e tante
altre cose del genere, e che insegnando ciò crede di trasmettere il modo di
comporre una tragedia? FEDRO: Credo che anche costoro, Socrate, riderebbero se
uno pensa che la tragedia sia altra cosa che l'unione di questi elementi ben
connessi tra loro e accordati con il tutto. SOCRATE: Però non lo
rimprovererebbero con villania, credo, ma come un musico, se incontrasse un
uomo che crede di essere esperto nell'armonia, perché il caso vuole che sappia
come si fa a produrre il suono più acuto e quello più grave, non gli direbbe
villanamente: «Disgraziato, tu sei pazzo!», ma in quanto musico gli direbbe, in
modo più affabile: «Carissimo, chi vuole essere un esperto di armonia è
necessario che conosca anche questo, tuttavia nulla vieta che chi ha le tue
capacità non sappia neppure un poco di armonia; tu infatti conosci le nozioni
necessarie e preliminari dell'armonia, non come si produce l'armonia». FEDRO:
Giustissimo. SOCRATE: Allora anche Sofocle direbbe a chi si esibisse di fronte
a loro che conosce i preliminari dell'arte tragica ma non il modo di comporre
una tragedia, e Acumeno direbbe all'altro che conosce i preliminari della
medicina, non la scienza medica. FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: E cosa pensiamo
che direbbero Adrasto voce di miele o Pericle, (61) se sentissero parlare degli
accorgimenti che abbiamo elencato poco fa, cioè parlare conciso, parlare per
immagini e tutte le altre cose che abbiamo 18 Platone Fedro scorso
affermando che erano da esaminare in piena luce? Forse per villania, come
abbiamo fatto io e te, si rivolgerebbero con parole aspre e rudi a chi ha
scritto queste cose e le insegna spacciandole per retorica, oppure, essendo più
saggi di noi, ci lascerebbero di stucco dicendo: «Fedro e Socrate, non bisogna
essere aspri, ma indulgenti, se alcuni, non essendo a conoscenza della
dialettica, non hanno saputo definire cosa mai sia la retorica e in conseguenza
di questa condizione, possedendo le nozioni necessarie e preliminari dell'arte,
hanno creduto di averla scoperta; e impartendo queste nozioni ad altri
ritengono di averli istruiti compiutamente nella retorica e presumono che i
loro discepoli debbano procurarsi da sé nei discorsi la capacità di esporre
ciascuna di queste cose in maniera convincente e di collegare tutto l'insieme,
come se fosse opera da nulla!». FEDRO: Ma può anche darsi, Socrate, che sia
proprio un qualcosa del genere cio che concerne l'arte che questi uomini
insegnano e presentano per iscritto come retorica, e mi sembra che tu abbia
detto il vero; ma allora come e dove ci si può procurare l'arte di colui che è
veramente esperto di retorica e persuasivo? SOCRATE: Riuscire a diventare un
perfetto campione della retorica, è naturale, Fedro, e forse anche necessario,
che sia come negli altri campi: se per natura sei portato alla retorica, sarai
un retore famoso, a patto d'aggiungervi scienza ed esercizio; ma se manchi di
una di queste qualità, resterai imperfetto. Quanto poi all'arte connessa a ciò,
non mi sembra che il metodo proceda nella direzione in cui vanno Lisia e
Trasimaco. FEDRO: Qual è il metodo, allora? SOCRATE: Si dà il caso, carissimo,
che Pericle sia stato probabilmente il più perfetto di tutti nella retorica.
FEDRO: Perché? SOCRATE: Tutte le grandi arti hanno bisogno di sottigliezza e di
discorsi celesti sulla natura, poiché questa elevatezza di pensiero e questa
capacità di condurre tutto ad effetto sembrano provenire in qualche modo da
qui. E Pericle, oltre alla buona disposizione naturale, si acquistò anche
questo: imbattutosi, credo, in Anassagora,(62) uomo di tal fatta, si riempì di
discorsi celesti e giunse alla natura dell'intelletto e della ragione,
argomenti intorno ai quali Anassagora si diffondeva ampiamente, e da qui ricavò
quello che era utile per l'arte dei discorsi. FEDRO: In che senso dici ciò?
SOCRATE: Il modo di procedere dell'arte medica è lo stesso della retorica.
FEDRO: E come? SOCRATE: In entrambe bisogna dividere una natura, in una quella
del corpo, nell'altra quella dell'anima, se tu, non solo per esercizio e in
modo empirico, ma con arte, vuoi procurare all'uno salute e vigore
somministrandogli medicine e nutrimento, e trasmettere all'altra la convinzione
che desidera e la virtù offrendole discorsi e occupazioni rispettose delle
leggi. FEDRO: è verosimile che sia così, Socrate. SOCRATE: Ritieni dunque che
sia possibile comprendere la natura dell'anima in modo degno di menzione senza
conoscere la natura dell'insieme? FEDRO: Se si deve dare qualche credito a
Ippocrate, che è degli Asclepiadi, senza questo metodo non è possibile neanche
comprendere la natura del corpo. SOCRATE: E dice bene, amico; tuttavia bisogna
confrontare il discorso con quanto afferma Ippocrate ed esaminare se si
accorda. FEDRO: Certamente. SOCRATE: Allora esamina cosa dicono sulla natura
Ippocrate e il discorso vero. Non bisogna forse ragionare così riguardo alla
natura di qualsiasi cosa? Innanzitutto si deve considerare se ciò in cui
vorremo essere esperti noi stessi e in grado di rendere tale un altro sia
semplice o multiforme; poi, se è semplice, si deve esaminare quale potenza ha
per sua natura nell'agire e su che cosa la esercita, o quale potenza ha nel
subire e da che cosa la subisce, se invece ha più forme bisogna enumerarle e
vedere per ciascuna di esse ciò che si vede per un'unità, cioè in virtù di che
cosa è portata per sua natura ad agire e su che cosa, o in virtù di che cosa a
subire, che cosa e da che cosa. FEDRO: Può essere, Socrate. SOCRATE: Dunque il
metodo privo di questi procedimenti somiglierebbe all'andare di un cieco. Chi
invece persegue con arte una qualsiasi cosa non è da rassomigliare a un cieco o
a un sordo, ma è chiaro che, se uno vuol trasmettere ad altri discorsi fatti
con arte, dimostrerà puntualmente l'essenza della natura di ciò a cui rivolgerà
i suoi discorsi; e questo sarà in qualche modo l'anima. FEDRO: Come no?
SOCRATE: Perciò tutto il suo sforzo è teso a questo, poiché in questo cerca di
produrre persuasione. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: è chiaro dunque che Trasimaco
e chiunque altro offra seriamente l'arte della retorica, innanzitutto
descriverà e farà vedere con la massima precisione l'anima, se per sua natura è
una e tutta uguale o multiforme come l'aspetto del corpo; diciamo infatti che
questo è dimostrare la natura di una cosa. FEDRO: Assolutamente. SOCRATE: In secondo
luogo, in virtù di che cosa è per sua natura portata ad agire, e su cosa, o in
virtù di che cosa è portata a subire, e da che cosa. FEDRO: Come no? SOCRATE:
In terzo luogo, classificati i generi dei discorsi e dell'anima e le loro
proprietà, passerà in rassegna tutte le cause, adattando ciascun genere di
discorso a ciascun genere di anima e insegnando quale anima, da quali discorsi
e per quale causa viene di necessità persuasa, quale invece non viene persuasa.
19 Platone Fedro FEDRO: Sarebbe bellissimo se fosse così, a quanto
pare! SOCRATE: Pertanto, caro, ciò che verrà dimostrato o detto in altro modo
non sarà mai detto o scritto con arte, né su questo né su un altro argomento.
Ma quelli che oggi scrivono le arti dei discorsi che tu hai ascoltato sono
scaltri, e pur conoscendo molto bene l'anima sono portati a dissimulare;
perciò, prima che parlino e scrivano in questo modo, non lasciamoci convincere
da loro, credendo che scrivano con arte. FEDRO: Qual è questo modo? SOCRATE:
Già usare le espressioni appropriate non è cosa facile; ma per quanto mi è
possibile voglio dirti come bisogna scrivere, se si intende farlo con arte.
FEDRO: Dillo dunque. SOCRATE: Poiché la forza del discorso sta nella guida
delle anime, chi vuole essere esperto di retorica è necessario che sappia
quante forme ha l'anima. Esse sono tantissime e di svariate qualità, e di
conseguenza alcuni uomini sono di un certo tipo, altri di un altro; e dato che
le forme dell'anima risultano così divise, a loro volta sono tantissime anche le
forme dei discorsi, ciascuna di tipo diverso. Per questo motivo gli uomini di
un certo tipo si lasciano facilmente persuadere da discorsi di un certo tipo su
determinati argomenti, mentre gli uomini di un altro tipo, sempre per questo
motivo, sono difficili da persuadere. Perciò chi vuole diventare retore deve
innanzitutto tenere in adeguata considerazione queste cose, poi, osservando il
loro modo di essere e di operare all'atto pratico, dev'essere in grado di
seguirle acutamente con le sue facoltà intellettive, altrimenti non avrà mai
niente più dei discorsi che ascoltava quando frequentava un maestro. E quando
sappia dire in modo adeguato quale genere di uomo viene persuaso e da quali
discorsi, e sia in grado di accorgersi della sua presenza e di provare a se
stesso che si tratta di quell'uomo e di quella natura sulla quale vertevano a
suo tempo i discorsi, e poiché ora è di fatto presente deve riferirle questi
discorsi nella maniera prevista, per persuaderla di determinate cose, una volta
che dunque sia in possesso di tutti questi requisiti, sappia cogliere i momenti
giusti in cui bisogna parlare e quelli in cui bisogna trattenersi e sappia
discernere l'opportunità e l'inopportunità del parlare conciso, commovente o
indignato e di tutte le altre forme di discorso che ha appreso, allora l'arte è
realizzata in modo bello e compiuto, prima no. Ma se uno manca di una qualsiasi
di queste cose quando parla, insegna o scrive, e afferma di parlare con arte,
vince chi non si lascia persuadere. «E allora?», dirà forse il nostro
scrittore. «Fedro e Socrate, la pensate così? Dobbiamo forse definire in altro
modo l'arte che è detta dei discorsi?». FEDRO: è impossibile in altro modo,
Socrate; eppure sembra un lavoro non da poco. SOCRATE: Hai ragione. Proprio per
questo bisogna rivoltare tutti i discorsi sottosopra ed esaminare se da qualche
parte appare una via più facile e più breve per giungere ad essa, così da non
procedere inutilmente per una via lunga e aspra, quando è possibile percorrerne
una corta e liscia. Ma se hai da qualche parte un aiuto, per averlo ascoltato
da Lisia o da qualcun altro, cerca di richiamarlo alla memoria e di dirlo.
FEDRO: Così, per fare una prova, potrei, ma non me la sento, almeno adesso.
SOCRATE: Vuoi dunque che io riferisca un discorso che ho ascoltato da alcuni
che si occupano di queste cose? FEDRO: Perché no? SOCRATE: D'altronde, Fedro,
si dice che è giusto riferire anche le ragioni del lupo. FEDRO: Allora fa' così
anche tu. SOCRATE: Dunque, essi sostengono che non si devono magnificare e levare
così in alto queste cose, con tanti giri di parole; infatti, come abbiamo detto
anche all'inizio del discorso, chi intende essere sufficientemente esperto
nella retorica non deve certo partecipare della verità circa questioni giuste e
buone, o uomini tali per natura o per educazione, poiché nei tribunali non
importa proprio niente a nessuno della verità su queste cose, ma importa solo
ciò ch'è atto a persuadere: è il verosimile, a cui si deve applicare chi
intende parlare con arte. Talvolta infatti non bisogna neanche esporre i fatti,
a meno che non si siano svolti in maniera verosimile, ma solo quelli
verosimili, sia nell'accusa sia nella difesa, e in genere chi parla deve
seguire il verosimile, dopo aver detto tanti saluti alla verità; poiché è appunto
questo che, se percorre l'intero discorso, procura tutta quanta l'arte. FEDRO:
Hai esposto, Socrate, proprio le ragioni che adducono quelli che danno a vedere
di essere esperti nell'arte dei discorsi; mi sono ricordato che già in
precedenza abbiamo toccato brevemente tale argomento, e sembra che ciò sia di
enorme importanza per chi si occupa di queste cose. SOCRATE: Sicuramente hai
studiato con precisione proprio Tisia: quindi Tisia ci dica anche questo, se
per verosimile intende qualcosa di diverso da ciò che sembra ai più. FEDRO: E
che altro? SOCRATE: E avendo fatto questa scoperta, a quanto pare, di saggezza
e d'arte insieme, ha scritto che se un uomo debole e coraggioso, che ha
percosso un uomo forte e vile e gli ha portato via il mantello o qualcos'altro,
viene condotto in tribunale, nessuno dei due deve dire la verità, ma il vile
deve asserire di non essere stato percosso dal solo uomo coraggioso, questi
deve confutare ciò ribattendo che erano loro due soli, e servirsi del seguente
argomento: «Come avrei potuto io, data la mia condizione, mettere le mani
addosso a una persona come lui?». L'altro non ammetterà la propria viltà, ma
cercando di dire qualche altra menzogna offrirà subito materia di confutazione
all'avversario. E anche negli altri campi le cose dette con arte sono più o
meno di questo genere. Non è così, Fedro? FEDRO: Come no? SOCRATE: Ahimè,
sembra che abbia fatto la scoperta davvero sensazionale di un'arte nascosta,
Tisia o chiunque altro sia e da qualunque luogo si compiaccia di trarre il
nome! Ma a costui, amico, dobbiamo dire o no. FEDRO: Cosa? Platone Fedro
SOCRATE: Questo: «O Tisia, da tempo noi, prima ancora che tu venissi qui, ci
trovavamo a dire che questo verosimile viene a nascere nei più per somiglianza
col vero; e poco fa abbiamo spiegato che chi conosce la verità sa scoprire
benissimo le somiglianze. Perciò, se hai qualcos'altro da dire sull'arte dei
discorsi, lo ascolteremo; altrimenti daremo credito a ciò che abbiamo esposto
or ora, cioè che se uno non enumererà le nature di coloro che lo ascolteranno,
e non sarà in grado di dividere gli esseri secondo le forme e di raccoglierli
uno per uno in un'idea, non sarà mai esperto nell'arte dei discorsi, per quanto
è possibile a un uomo. E non potrà mai acquisire queste capacità senza molta
applicazione; ad essa il sapiente dovrà indirizzare i suoi sforzi non per
parlare e agire con gli uomini, ma per poter dire cose che siano gradite agli
dèi e fare ogni cosa in modo a loro gradito, per quanto è nelle sue facoltà.
Infatti i più saggi tra noi, Tisia, dicono che chi ha intelletto deve prendersi
cura di compiacere non i compagni di schiavitù, se non in modo accessorio, ma i
padroni buoni e che discendono da uomini buoni. Perciò, se la strada è lunga,
non meravigliartene, in quanto per raggiungere grandi traguardi bisogna
percorrerla, non come credi tu. D'altronde, come dice il nostro discorso, anche
queste fatiche diventeranno bellissime grazie a quei traguardi, se uno lo
vuole». FEDRO: Mi pare che si stia parlando in modo bellissimo, Socrate, se
davvero qualcuno ne è capace. SOCRATE: Ma per chi intraprende azioni belle è
bello anche soffrire, qualunque cosa gli tocchi di soffrire. FEDRO: Sicuro.
SOCRATE: Quanto si è detto a proposito dell'arte e della mancanza di arte nel
fare discorsi sia dunque sufficiente. FEDRO: Come no? SOCRATE: Rimane la
questione della convenienza e della non convenienza della scrittura, quando
essa vada bene e quando invece sia sconveniente. O no? FEDRO: Sì . SOCRATE: Sai
allora come, nell'ambito dei discorsi, potrai acquistarti il massimo favore di
un dio con le tue azioni e le tue parole? FEDRO: Per niente. E tu? SOCRATE: Io
posso raccontarti una storia tramandata dagli antichi; il vero essi lo sanno. E
se noi lo trovassimo da soli, ci importerebbe ancora qualcosa delle opinioni
degli uomini? FEDRO: Hai fatto una domanda ridicola! Ma racconta ciò che dici
di aver udito. SOCRATE: Ho sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in
Egitto, (64) c'era uno degli antichi dèi del luogo, al quale era sacro
l'uccello che chiamano ibis; il nome della divinità era Theuth. Questi inventò
dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e l'astronomia, poi il gioco della
scacchiera e dei dadi, infine anche la scrittura. Re di tutto l'Egitto era
allora Thamus e abitava nella grande città della regione superiore che i Greci
chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il suo dio Ammone.Theuth, recatosi dal
re, gli mostrò le sue arti e disse che dovevano essere trasmesse agli altri
Egizi; Thamus gli chiese quale fosse l'utilità di ciascuna di esse, e mentre
Theuth le passava in rassegna, a seconda che gli sembrasse parlare bene oppure
no, ora disapprovava, ora lodava. Molti, a quanto si racconta, furono i pareri
che Thamus espresse nell'uno e nell'altro senso a Theuth su ciascuna arte, e
sarebbe troppo lungo ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth disse:
«Questa conoscenza, o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di
ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della memoria e della
sapienza». Allora il re rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c'è chi sa partorire
le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad
arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per
benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta
infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell'anima di
coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura
ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da
se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del
richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli
l'apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza
insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le
ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di
opinione anziché sapienti». FEDRO: Socrate, tu pronunci con facilità discorsi
egizi e di qualsiasi paese tu voglia! SOCRATE: E pensa che alcuni, mio caro,
hanno asserito che i primi discorsi profetici nel tempio di Zeus a Dodona
venivano da una quercia! Agli uomini di allora, dato che non erano sapienti
come voi giovani, bastava, nella loro semplicità, ascoltare una quercia o una
roccia, purché dicessero il vero; ma forse per te fa differenza chi è colui che
parla e da dove viene. Non miri infatti solamente a questo, se le cose stanno
così o diversamente? FEDRO: Hai colto nel segno, e mi sembra che riguardo alla
scrittura le cose stiano come dice il re di Tebe. SOCRATE: Allora chi crede di
tramandare un'arte con la scrittura, e chi a sua volta la riceve nella
convinzione che dalla scrittura deriverà qualcosa di chiaro e di saldo,
dev'essere ricolmo di molta ingenuità e ignorare realmente il vaticinio di
Ammone, se pensa che i discorsi scritti siano qualcosa in più del riportare
alla memoria di chi già sa ciò su cui verte lo scritto. FEDRO: Giustissimo.
SOCRATE: Poiché la scrittura, Fedro, ha questo di potente, e, per la verità, di
simile alla pittura. Le creazioni della pittura ti stanno di fronte come cose
vive, ma se tu rivolgi loro qualche domanda, restano in venerando silenzio. La
medesima cosa vale anche per i discorsi: tu potresti anche credere che parlino
come se avessero qualche pensiero loro proprio, ma se domandi loro qualcosa di
ciò che dicono coll'intenzione di apprenderla, questo qualcosa suona sempre e
Platone Fedro solo identico. E, una volta che è scritto, tutto quanto il
discorso rotola per ogni dove, finendo tra le mani di chi è competente così
come tra quelle di chi non ha niente da spartire con esso, e non sa a chi deve
parlare e a chi no. Se poi viene offeso e oltraggiato ingiustamente ha sempre
bisogno dell'aiuto del padre, poiché non è capace né di difendersi da sé né di
venire in aiuto a se stesso. FEDRO: Anche queste tue parole sono giustissime.
SOCRATE: E allora? Vogliamo considerare un altro discorso, fratello legittimo
di questo, in che modo nasce e quanto è per sua natura migliore e più potente
di questo? FEDRO: Qual è questo discorso e come, secondo te, nasce? SOCRATE: è
quello che viene scritto mediante la conoscenza nell'anima di chi apprende;
esso è in grado di difendersi da sé, e sa con chi bisogna parlare e con chi
tacere. FEDRO: Intendi il discorso vivente e animato di chi sa, del quale quello
scritto si può a buon diritto definire un'immagine. SOCRATE: Per l'appunto. Ora
dimmi questo: l'agricoltore che ha senno pianterebbe seriamente d'estate nei
giardini di Adone i semi che gli stessero a cuore e da cui volesse ricavare
frutti; e gioirebbe a vederli crescere belli in otto giorni, o farebbe ciò per
gioco e per la festa, quand'anche lo facesse? E riguardo invece a quelli di cui
si è preso cura sul serio servendosi dell'arte dell'agricoltura e seminandoli
nel luogo adatto, sarebbe contento che quanto ha seminato giungesse a
compimento in otto mesi? FEDRO: Farebbe così, Socrate: sul serio per gli uni,
diversamente per gli altri, come tu dici. SOCRATE: Dovremo dire che chi
possiede la scienza delle cose giuste, belle e buone abbia meno senno
dell'agricoltore con le sue sementi? FEDRO: Nient'affatto. SOCRATE: Allora non le
scriverà seriamente nell'acqua nera, seminandole attraverso la canna assieme a
discorsi incapaci di difendersi da sé con la parola, e incapaci di insegnare in
modo adeguato la verità. FEDRO: No, almeno non è verosimile. SOCRATE: Infatti
non lo è. Ma a quanto pare seminerà e scriverà i giardini di scrittura per
gioco, quando li scriverà, serbando un tesoro da richiamare alla memoria per se
stesso, nel caso giunga «alla vecchiaia dell'oblio»,(68) e per chiunque segua
la sua stessa orma, e gioirà a vederli crescere teneri. E quando gli altri
faranno altri giochi, ristorandosi nei simposi e in tutti i divertimenti
fratelli di questi, egli allora, a quanto pare, invece che in essi passerà la
vita a dilettarsi in ciò di cui parlo. FEDRO: è un gioco molto bello quello che
dici, Socrate, rispetto all'altro che è insulso: il gioco di chi sa divertirsi
coi discorsi, narrando storie sulla giustizia e sulle altre cose di cui parli.
SOCRATE: Così è in effetti, caro Fedro: ma l'impegno in queste cose diventa,
credo, molto più bello quando uno, facendo uso dell'arte dialettica, prende
un'anima adatta, vi pianta e vi semina discorsi accompagnati da conoscenza, che
siano in grado di venire in aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non
siano infruttiferi, ma abbiano una semenza dalla quale nascano nell'indole di
altri uomini altri discorsi capaci di rendere questa semenza immortale, facendo
sì che chi la possiede sia felice quanto più è possibile per un uomo. FEDRO:
Ciò che dici è molto più bello. SOCRATE: Ora che siamo d'accordo su questo,
Fedro, possiamo giudicare quelle altre questioni. FEDRO: Quali? SOCRATE: Quelle
che volevamo indagare e per le quali siamo arrivati a questo punto, ossia esaminare
il rimprovero rivolto a Lisia circa lo scrivere i discorsi e i discorsi stessi,
quali fossero scritti con arte e quali senz'arte. Ciò che è conforme all'arte e
ciò che non lo è mi sembra che sia stato chiarito opportunamente. FEDRO: Così
almeno mi è parso: ma ricordami ancora una volta come abbiamo detto. SOCRATE:
Se prima uno non conosce il vero riguardo a ciascun argomento su cui parla o
scrive e non è in grado di definire ogni cosa in se stessa, e una volta che
l'ha definita non sa dividerla secondo le sue specie fino ad arrivare a ciò che
non è più divisibile, quindi, dopo aver scrutato a fondo allo stesso modo la
natura dell'anima, trovando la specie adatta a ciascuna natura non dispone e
regola il discorso secondo questo procedimento, offrendo discorsi variegati a
un'anima variegata e dalla piena armonia, discorsi semplici a un'anima
semplice, non sarà possibile, per quanto è conforme a natura, maneggiare con
arte la stirpe dei discorsi né per insegnare né per persuadere, come il
discorso fatto in precedenza ci ha chiaramente indicato. FEDRO: Risulta in
tutto e per tutto così . SOCRATE: Riguardo poi alla questione se sia bello o
turpe pronunciare e scrivere discorsi, e quando un rimprovero sia rivolto
giustamente oppure no, non ha forse chiarito ciò che abbiamo detto poco fa...
FEDRO: Cosa abbiamo detto? SOCRATE: Che se Lisia o altri ha mai scritto o
scriverà su argomenti d'interesse privato o pubblico, proponendo leggi o
scrivendo un'opera politica, nella convinzione che in ciò vi sia una grande solidità
e chiarezza, allora il biasimo ricade su chi scrive, che lo si dica o meno:
poiché il non distinguere realtà e sogno in ciò che è giusto e ingiusto, male e
bene, non può davvero evitare di essere riprovevole, quand'anche tutta la gente
lo apprezzasse. FEDRO: No di certo. SOCRATE: Chi invece ritiene che nel
discorso scritto su qualsiasi argomento vi sia necessariamente molto gioco e
che nessun discorso con pregio di grande serietà sia mai stato scritto né in
versi né in prosa (e neanche pronunciato, come i discorsi dei rapsodi che sono
recitati senza essere sottoposti a vaglio e non mirano a insegnare, ma a
persuadere), Platone Fedro ma che i migliori di essi siano realmente un
mezzo per aiutare la memoria di chi già conosce l'argomento, e ritiene che solo
nei discorsi sul giusto, sul bello e sul bene, pronunciati come insegnamento
allo scopo di far apprendere e scritti realmente nell'anima, vi sia chiarezza,
compiutezza e pregio di serietà; e inoltre è convinto che discorsi tali debbano
essere detti suoi come se fossero figli legittimi, innanzitutto quello che reca
in sé, nel caso si trovi che lo possiede, poi quelli che discendenti e fratelli
di questo, sono nati allo stesso modo nell'anima di altri uomini secondo il
loro valore, e ai rimanenti manda tanti saluti; bene, un uomo siffatto, Fedro,
è probabile che sia tale quale tu e io ci augureremmo di diventare. FEDRO: Io
voglio e mi auguro in tutto e per tutto ciò che dici. SOCRATE: Dunque, per
quanto riguarda i discorsi, ormai abbiamo scherzato abbastanza: tu ora va' da
Lisia e digli che noi due siamo discesi alla fonte e al santuario delle Ninfe e
abbiamo ascoltato dei discorsi che ci ordinavano di riferire a Lisia e a chi
altri componga discorsi, a Omero e a chi altri abbia composto poesia epica o
lirica, e in terzo luogo a Solone e a chiunque nei discorsi politici abbia
scritto dei testi con il nome di leggi, quanto segue: se ha composto queste
opere sapendo com'è il vero e può soccorrerle quando ciò che ha scritto viene
messo alla prova, e quando parla è in grado egli stesso di dimostrare la
debolezza di quanto è stato scritto, una persona del genere non deve essere
chiamato col nome di costoro, ma con un nome derivato da ciò a cui si è
dedicato con serietà. FEDRO: Quale nome gli assegni dunque? SOCRATE: Chiamarlo
sapiente, Fedro, mi sembra che sia cosa troppo grande e che si addica solo a un
dio; chiamarlo invece filosofo o con un nome del genere sarebbe a lui più
adatto e conveniente. FEDRO: E niente affatto fuori luogo. SOCRATE: Chi invece
non possiede cose di maggior pregio di quelle che ha composto e ha scritto,
rivoltandole su e giù per lungo tempo, incollandole l'una con l'altra o
separandole, non lo dirai a buon diritto poeta o autore di discorsi o scrittore
di leggi? FEDRO: Come no? SOCRATE: Riferisci dunque questo al tuo compagno!
FEDRO: E tu? Cosa farai? Non bisogna lasciare da parte neanche il tuo compagno.
SOCRATE: Chi è costui? FEDRO: Isocrate il bello. Cosa riferirai a lui, Socrate?
Come lo definiremo? SOCRATE: Isocrate è ancora giovane, Fedro: tuttavia voglio
dire ciò che prevedo di lui. FEDRO: Che cosa? SOCRATE: Mi sembra che per doti
naturali sia migliore a confronto dei discorsi di Lisia, e che inoltre sia
temperato di un'indole più nobile. Perciò non ci sarebbe affatto da
meravigliarsi se, col procedere dell'età, proprio grazie ai discorsi cui ora
pone mano superasse più che se fossero fanciulli quanti mai si sono dedicati ai
discorsi, e se inoltre questo non gli bastasse, ma uno slancio divino lo
spingesse a cose ancora più grandi; giacché nell'animo di quell'uomo, caro
amico, c'è una forma naturale di filosofia. Pertanto io riferisco queste cose
da parte di questi dèi al mio amato Isocrate, tu fa' sapere quelle altre al tuo
Lisia. FEDRO: Sarà così . Ma andiamo, poiché anche la calura si è fatta più
mite. SOCRATE: Non conviene rivolgere una preghiera a questi dèi prima di
metterci in cammino? FEDRO: Come no? SOCRATE: O caro Pan e voi altri dèi di
questo luogo, concedetemi di diventare bello dentro, e che tutto ciò che ho di
fuori sia in accordo con ciò che ho nell'intimo. Che io consideri ricco il
sapiente e possegga tanto oro quanto nessun altro, se non chi è temperante,
possa prendersi e portar via. Abbiamo bisogno di qualcos'altro, Fedro? Da parte
mia si è pregato in giusta misura. FEDRO: Fa' questo augurio anche per me; le
cose degli amici sono comuni. SOCRATE: Andiamo! Platone Fedro Celebre
oratore ateniese vissuto tra il quinto e il quarto secolo a.C., di cui restano
orazioni giudiziarie. Il discorso sull'amore che gli viene attribuito nel
dialogo è probabilmente fittizio. Il padre Cefalo, originario della Sicilia,
aveva una fabbrica d'armi al Pireo; nella sua casa è ambientata la Repubblica.
2) Noto medico dell'epoca. Epicrate era un oratore democratico; Morico, forse
il proprietario precedente della casa, era un cittadino ateniese che per le sue
ricchezze e il suo lusso divenne frequente bersaglio dei poeti comici. 4)
Pindaro, Isthmia 2. Erodico di Megara, divenuto poi cittadino di Selimbria, era
un medico famoso per il suo regime di vita "salutistico"; Platone lo
menziona anche nella Repubblica e nel Protagora. 6) I Coribanti erano i
sacerdoti della dea Cibele, i cui culti erano caratterizzati da una forte
valenza orgiastica. Piccolo fiume che scorre vicino ad Atene. Il dialogo è
immaginato in piena estate, a mezzogiorno. Borea, vento del nord, rapì Orizia,
figlia di Eretteo, re di Atene; in cambio concesse agli Ateniesi il suo favore
nelle battaglie navali. Farmacea, citata poco sotto, era una ninfa cui era
sacra la fonte dell'Ilisso. Demo dell'Attica. Letteralmente 'colle di Ares',
era un'altura in Atene dove aveva sede il più antico tribunale della città,
formato dagli arconti usciti di carica. 12) Sono tutti esseri mitologici. Gli
Ippocentauri o Centauri, nati dall'unione di Issione con una nube, erano metà
uomo e metà cavallo. La Chimera era un mostro con tre teste, una di leone, una
di capra spirante fuoco, una di serpente. Le Gorgoni, mostri marini, erano
Steno, Euriale e Medusa; le prime due erano immortali, mentre Medusa, che aveva
il potere di pietrificare con lo sguardo, era mortale e fu uccisa da Perseo.
Pegaso era il cavallo alato nato dal sangue della testa di Medusa tagliata da
Perseo; con il suo aiuto Bellerofonte uccise la Chimera) Conosci te stesso è
appunto il precetto scritto nel tempio di Apollo a Delfi) Tifone o Tifeo,
figlio di Gea e del Tartaro, era un drago dalle molte teste che emettevano fumo
e fiamme; al termine di una dura lotta Zeus lo fulmina e lo scaglia sotto
l'Etna. Il suo mito è ricordato in Esiodo, Theogonia seguenti. Da Tifone ha
avuto origine il nome comune indicante un vento caldo portatore di tempeste.
Nel testo greco c'è un gioco di parole, intraducibile in italiano, con il quale
Tifone viene paretimologicamente accostato al participio di "túpho"
('fumare', 'bruciare') e, tramite l'aggettivo privativo "atuphos" a
"tuphos" ('vanità', 'orgoglio', superbia'). Nel dialogo Platone fa
uso più volte di simili giochi verbali, impossibili da mantenere nella
traduzione, per creare paretimologie) Alle Ninfe, divinità dei boschi e dei
fiumi, Socrate in seguito attribuirà il dono dell'ispirazione. Acheloo, oltre
ad essere un fiume della Grecia centrale, era anche dio dei fiumi) Una
locuzione simile ricorre in Omero, Iliade) Saffo è la famosa poetessa lirica di
Lesbo, autrice di carmi soprattutto d'amore omoerotico, divisi dagli
Alessandrini in nove libri; di essi ci sono pervenuti un'ode intera, una quasi
completa e parecchi frammenti di varia lunghezza. Anacreonte di Teo, lirico
monodico del sesto secolo, fu autore tra l'altro di poesie amorose dal tono
leggero, di cui restano pochi frammenti. Non è invece possibile sapere a quali
autori in prosa si allude nel passo. Gli arconti ateniesi, al momento di
entrare in carica, giuravano che se avessero trasgredito le leggi di Solone
avrebbero innalzato a Delfi una statua d'oro della loro grandezza e peso.
Cipselo fu tiranno di Corinto nel sesto secolo e fondò una dinastia di tiranni.
L'offerta votiva cui si allude era forse una statua. 20) Immagine derivata
dalla lotta: Fedro intende che Socrate a sua volta ha offerto il fianco a una
critica. Pindaro, frammento 105 Snell-Maehler (citato anche in Meno). 22) Il
testo greco gioca sull'assonanza tra "ligús", 'dalla voce melodiosa',
e "ligús" 'Ligure' (con lambda maiuscolo). Questo gioco
paretimologico è probabilmente alla base della leggenda secondo cui i Liguri
erano amanti del canto. Socrate istituisce un nesso paretimologico tra
"èros" e "róme" ('forza'). Il ditirambo, componimento lirico
corale associato al culto di Dioniso, ai tempi di Platone era in piena
decadenza. Qui il termine ha una connotazione negativa, indicando una forma di
invasamento non ispirata da "mania" divina, e quindi non mediata dal
logos. L'immagine è ricavata da un gioco fatto con un coccio (óstrakon), nero
da una parte e bianco dall'altra; i giocatori, divisi in due squadre,
sceglievano un colore e a seconda di quello che risultava lanciando il coccio
dovevano fuggire o inseguire. La metafora significa che l'amante, prima
inseguitore, ora fugge l'amato. Simmia, prima pitagorico, poi discepolo di
Socrate, è uno degli interlocutori del Fedone. Ibico, frammnto, Page. Poeta
lirico corale del sesto secolo a.C., di lui restano un'ode e pochi frammenti.
28. Stesicoro, poeta lirico corale, visse nel sesto secolo a.C. Secondo una
leggenda perse la vista per aver accusato Elena di infedeltà in un carme
omonimo e la riacquistò per aver scritto la Palinodia (la 'Ritrattazione'), in
cui sosteneva che Paride non aveva portato a Troia la vera Elena, ma un
fantasma con le sue sembianze; questa versione del mito fu ripresa da Euripide
nell'Elena. Omero invece, non avendo fatto la stessa cosa, rimase cieco. Allo
stesso modo Socrate pronuncerà una ritrattazione del discorso precedente su
Eros, nella quale solleverà il dio dalle accuse che gli aveva mosso. Platone
Fedro) A Delfi, in Beozia, c'era il più famoso santuario di Apollo, che dava i
responsi per bocca della sua sacerdotessa, la Pizia; a Dodona, nell'Epiro,
c'era un santuario di Zeus. Questo nome designava in origine una, in seguito
più sacerdotesse di Apollo, di cui era nota l'ambiguità dei responsi; la più
celebre era la Sibilla di Cuma, in Campania. L'arte divinatoria,
"mantike", viene fatta derivare da "manikos" cioè 'affetto
da mania'; il composto "oionoistike", di invenzione platonica, viene
ricondotto a "oieris" ('opinione', 'credenza'), e accostato a
"oionistike", ovvero l'"arte di trarre gli auspici" dal
volo degli uccelli. Il gioco paretimologico, di cui si è provato a rendere
ragione nella traduzione, è importante in quanto è funzionale al rovesciamento
della tesi sostenuta da Lisia. è il celebre mito dell'anima come una biga
alata, metafora complessa e non facile da interpretare. Se infatti l'auriga
rappresenta palesemente la ragione, non è del tutto chiaro il significato dei
due cavalli; è poco soddisfacente l'interpretazione tradizionale, secondo cui
il cavallo nero rappresenterebbe l'anima concupiscibile, quello bianco l'anima
impulsiva, e l'intera immagine sarebbe da intendere come la tripartizione
dell'anima che Platone teorizza nella Repubblica (libri 4 e 9). Infatti nel
Timeo si dice che anima concupiscibile e anima impulsiva sono mortali, mentre
qui i due cavalli fanno parte proprio della struttura dell'anima immortale,
come prova anche il fatto che essi si nutrono di nettare e ambrosia, cibo e
bevanda degli dèi, e che tale struttura è comune sia all'anima umana sia a
quella divina. è preferibile pensare che i cavalli indichino due componenti
opposte connaturate comunque all'anima immortale, che l'auriga ha la funzione
di conciliare per trovare un equilibrio. 33) Estia, dea del focolare, nella
cosmologia antica veniva identificata col centro dell'universo, che era
immobile; per questo essa, unica tra gli dèi, non viaggia per il cielo. Le
divinità che guidano le dodici schiere sono probabilmente quelle olimpiche. 34)
L'Iperuranio, il luogo 'oltre il cielo', è il mondo delle Idee. Luogo
metafisico, immagine della sfera dell'intelligibile che nella sua immutabilità
trascende la realtà sensibile, esso è raggiungibile solo dell'anima. Adrastea,
letteralmente 'l'inevitabile', in questo caso è una personificazione del
destino; in Repubblica (libro 5) impersonifica invece la vendetta. Viene qui
esposto il destino escatologico delle anime e la teoria della metempsicosi,
argomento che ha una più ampia trattazione con il mito di Er nel libro decimo
della Repubblica. Nel Fedro l'assegnazione della vita futura è strettamente
determinata dalla misura in cui le anime hanno contemplato la pianura della
verità prima di tornare sulla terra, poiché ad esso corrisponde il grado di
verità connesso alla vita in cui si reincarnano. Altro gioco verbale basato su
una paretimologia il termine "imeros" ('desiderio'), collegato per
assonanza ad Eros, viene fatto derivare da i-, radice di "eiri"
('andare'), "mer-" radice di "méros" ('parte'),
"ro-", radice di "roé" ('flusso'). Gli Omeridi erano una
scuola di aedi nell'isola di Chio che la tradizione voleva fondata dallo stesso
Omero. Invenzione platonica sono sia i poemi segreti cui si allude ironicamente
sia i due versi citati, nei quali c'è un gioco di parole tra "Eros" e
Ptéros" (epiteto scherzosamente coniato da "pterós" ('alato'),
probabilmente suggerito da quei passi omerici (Iliade, versi; libro, verso;
libro, verso in cui si dice che gli dèi chiamano le cose in modo diverso dagli
uomini. 38) è impossibile conservare nella traduzione il gioco tra il genitivo
"Diós" ('di Zeus') e l'aggettivo "dios", solitamente reso
con 'splendente' o 'divino'. Le Baccanti o Menadi erano le sacerdotesse di
Dioniso. Zeus, innamorato di GANIMEDE, bellissimo fanciullo frigio, in forma di
aquila lo rapì sull'Olimpo, e ne fece il coppiere degli dèi. Per il gioco
linguistico su "imeros". L'espressione significa che né la temperanza
umana esaltata da Lisia, né la follia divina di per sé bastano a costruire una
scienza nel senso pieno del termine, ma occorre una giusta mescolanza delle due
cose; questo, in ultima analisi, può essere il senso del mito della biga alata.
L'immagine agonistica, più che a tre differenti gare, allude probabilmente al
fatto che per vincere nella lotta bisognava atterrare l'avversario tre volte)
Figlio di Cefalo e fratello di Lisia, fu vittima delle persecuzioni politiche
sotto i Trenta tiranni. Ad Atene la frequenza dei processi e l'assenza del
patrocinio legale, che obbligava l'accusatore o l'accusato a parlare
personalmente in giudizio, avevano fatto nascere la professione del logografo
('scrittore di discorsi'), che preparava su commissione i testi da pronunciare
in tribunale; le orazioni di Lisia sono appunto la testimonianza della sua
attività di logografo. Il termine ha nel contesto una connotazione negativa,
tanto da essere poco sotto equiparato a sofista. Il parallelo ritorna più
avanti, dove si allude ai compensi che i sofisti chiedevano per i loro
insegnamenti. L'espressine, un po' enigmatica, significa probabilmente che da
una cosa semplice ne è derivata una difficile. Figura storicamente
indeterminata, Licurgo fu, secondo la tradizione, il legislatore di Sparta.
Uomo politico e poeta, annoverato tra i sette saggi, Solone attuò, durante il
suo arcontato, una riforma dello stato ateniese che prevedeva la divisione dei
cittadini in classi in base al censo. Dario, re di Persia., fu il promotore
della prima guerra greco-persiana. Il mito che segue è probabilmente creazione
platonica. Il canto delle cicale è metafora dell'ispirazione a comporre
discorsi ma anche del rischio, da parte dell'ascoltatore, di lasciarsene
ammaliare senza sottoporli a vaglio critico, un atteggiamento passivo che le
cicale stesse, intermediarie tra gli uomini e le Muse, non approvano. Sulla
scia del catalogo esiodeo (Theogonia), le Muse qui citate hanno nomi parlanti
Tersicore è 'colei che gioisce dei cori', Erato è connessa con Eros, Calliope è
'dalla bella voce', Urania 'la celeste'. Platone Fedro) Omero, Iliade. Per
Spartano qui si intende semplicemente una persona che dice la verità in modo
franco e lapidario. I "figli" di Fedro sono i discorsi che ha indotto
gli altri a fare. 51) Nestore, il più vecchio dei guerrieri greci a Ilio, era
famoso per la sua eloquenza persuasiva. Abile, e soprattutto astuto parlatore
era notoriamente Odisseo. Anche Palamede, l'eroe che smascherò un tentativo di
Odisseo di non partecipare alla guerra di Troia, era fornito di capacità
oratorie. LEONZIO (si veda) fu uno dei principali esponenti della sofistica; a
lui è dedicato l'omonimo dialogo di Platone. Delle sue numerose opere restano
pochi ma significativi frammenti. Il sofista Trasimaco di Calcedonia, vissuto
nel quinto secolo a.C., è uno dei personaggi della Repubblica, dove difende in
modo combattivo la sua idea della giustizia come diritto del più forte. Teodoro
di Bisanzio, attivo nella seconda metà del quinto secolo a.C., scrisse un
trattato di retorica. Allusione ironica a Zenone di VELIA (si veda) e ai
paradossi con i quali cerca di confutare dialetticamente i concetti di
molteplicità e movimento; famosi sono i paradossi della freccia e di Achille e
la tartaruga. Mida era il leggendario re della Frigia che per avidità di ricchezze
chiese e ottenne da Dioniso di poter trasformare in oro tutto ciò che toccava;
ma poiché anche tutto ciò che voleva mangiare o bere diventava oro, pregò il
dio di liberarlo da questo dono funesto. L'epigramma citato è attribuito a
Cleobulo di Lindo, uno dei sette saggi. Poeta e sofista contemporaneo di
Socrate. Tisia fu maestro di Gorgia e iniziatore, assieme a Corace, della
scuola retorica siciliana. Prodico di Ceo, uno dei più importanti esponenti
della sofistica, discepolo di Protagora e maestro di Socrate. Ippia di Elide, il celebre sofista da cui
prendono il titolo due dialoghi di Platone. Polo di Agrigento e Licimnio di
Chio furono discepoli di Gorgia; il primo è uno dei protagonisti del Gorgia di
Platone. Nel passo si allude probabilmente a opere di retorica dei due sofisti,
come poco sotto a proposito di Protagora. Protagora di Abdera, protagonista
dell'omonimo dialogo Platonico, visse ad Atene nell'età periclea. Considerato
il principale esponente della sofistica, è ricordato soprattutto per il suo
agnosticismo religioso, che gli valse una condanna per empietà, e il suo
relativismo, sintetizzato nella massima «l'uomo è misura di tutte le cose».
Nulla ci rimane delle sue numerose opere) Adrasto, il re di Argo che guidò la
spedizione dei sette contro Tebe, è rappresentato da Eschilo nelle Supplici
come abile oratore; l'epiteto «voce di miele» gli è già riferito da Tirteo
(frammento, Gentili-Prato). Adrasto è qui usato come eteronimo di un
personaggio contemporaneo, forse un sofista. Anche Pericle, lo statista
ateniese del quinto secolo che radicalizzò il processo democratico della polis
portandola al massimo splendore, è qui ricordato, con un tocco d'ironia, per le
sue capacità oratorie) Anassagora di Clazomene visse per molti anni ad Atene,
dove ebbe come discepoli Pericle e lo stesso Socrate. Punto cardinale del suo
pensiero è l'esistenza di un principio razionale che dà ordine al mondo, da lui
chiamato "nous" ('intelletto'). Ippocrate di Cos fu il fondatore
della medicina antica; l'epiteto di Asclepiade deriva da Asclepio, dio della
medicina. Di lui e dei suoi discepoli resta un considerevole numero di scritti
riuniti nel cosiddetto corpus Hippocraticum. 64) Città sul delta del Nilo, sede
di un emporio commerciale greco.) Theuth o Thoth era il dio egizio
dell'invenzione,che i Greci identificavano con Ermes; rappresentato con la
testa di ibis, era scriba nel tribunale dei morti. Con questo mito Platone
assegna alla scrittura un valore puramente "ipomnematico", ovvero la
considera un mero supporto alla memoria, e non veicolo di sapienza; la
trasmissione del vero sapere resta per lui affidata all'oralità dialettica) «La
regione superiore» è l'alto corso del Nilo. Thamus, leggendario re dell'Egitto,
viene considerato un eteronimo dello stesso Ammone, una delle principali
divinità egizie, venerata da una potente casta sacerdotale e identificata dai
Greci con Zeus; poco sotto infatti, la risposta da lui data a Theuth è chiamata
«vaticinio di Ammone») I «giardini di Adone» erano recipienti in cui d'estate si
piantavano semi che nascevano entro otto giorni e subito morivano; il rito
simboleggiava la morte prematura di Adone, il bellissimo giovane amato da
Afrodite. Allo stesso modo i «giardini di scrittura», ovvero i discorsi
scritti, devono essere intesi come una forma di gioco, poiché i veri discorsi
latori di verità sono affidati alla dimensione orale. 68) Citazione poetica di
autore ignoto) Il retore Isocrate fondò ad Atene una scuola in competizione con
l'Accademia platonica; di lui restano orazioni. Isocrate era fautore di
un'alleanza di tutte le città greche sotto la guida di Filippo di Macedonia, in
vista di una spedizione contro i Persiani) Pan, figlio di Ermes, era la
principale divinità agreste del pantheon greco, venerata soprattutto in
Arcadia; presiedeva alla pastorizia e per questo era rappresentato con
sembianze caprine. Pan compare già come protettore del luogo assieme alle
Ninfe, e per questo Socrate gli rivolge la preghiera conclusiva. «Oro» è da
intendersi in senso metaforico come ricchezza della sapienza. Wikipedia
Ricerca Orfeo personaggio della mitologia greca Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Orfeo
(disambigua). Orfeo - Orfeo (epoca romana) - Foto G. Dall'Orto.jpg Orfeo
circondato dagli animali. Mosaico pavimentale romano, Museo archeologico
regionale di Palermo. Nome orig.Ὀρφεύς Specieumana SessoMaschio Luogo di
nascitaTracia Professionecantore e argonauta Orfeo (Ὀρφεύς [or.pʰeú̯s]:
Orpheus) è un personaggio della mitologia greca. Bassorilievo in marmo di
epoca romana, copia di originale greco, che rappresenta Ermes, Euridice e
Orfeo. L'opera originale, probabilmente di Alcamene, è andata perduta. Questo
bassorilievo, conservato presso il Museo archeologico di Napoli, è tra le
testimonianze che attesterebbero l'esito negativo della catabasi di Orfeo già a
partire dal V secolo a.C. Qui Orfeo voltatosi verso Euridice, le alza il velo,
forse per verificare l'identità della donna e quindi la perde. Secondo
l'opinione di Cristopher Riedweg sarebbe infatti evidente che Ermes a questo
punto trattenga per un braccio la sposa di Orfeo, che volge quindi il piede
destro per tornare indietro. Orfeo ritratto in un kratēr (κρατήρ) attico
a figure rosse risalente al V secolo a.C. e oggi conservato presso il
Metropolitan Museum di New York. Orfeo, che siede a sinistra impugnando la lira
(λύρα), veste un abito tipicamente greco, a differenza dell'uomo che gli si
pone in piedi davanti che invece indossa un costume tracio. Questo particolare,
unitamente alla presenza, a destra, della donna che impugna una piccola falce,
può rappresentare una delle varianti della sua leggenda che lo vuole
missionario greco in Tracia, ucciso lì dalle donne in quanto escludendole dai
suoi riti induceva i loro mariti ad abbandonarle: «Dicono poi che le
donne di Tracia tramavano la sua morte, perché aveva persuaso i loro uomini a
seguirlo nei suoi vagabondaggi, ma non osavano passare all'azione per paura dei
loro mariti. Ma una volta, riempitesi di vino, attuarono la scellerata impresa.
E da quel momento invalse per gli uomini il costume di andare ebbri alle
battaglie.» (Pausania, Periegesi della Grecia) Mappa dei luoghi che,
secondo la mitologia, Orfeo avrebbe visitato e legato a sé. Il nome di Orfeo è
attestato a partire dal VI secolo a.C., ma, secondo Mircea Eliade, «non è
difficile immaginare che sia vissuto 'prima di Omero'». Si tratta dell'artista
per eccellenza, che dell'arte incarna i valori eterni, ma anche di uno
«sciamano, capace di incantare animali e di compiere il viaggio dell'anima
lungo gli oscuri sentieri della morte»[7], fondatore dell'Orfismo. I molteplici
temi chiamati in causa dal suo mito - l'amore, l'arte, l'elemento misterico -
sono alla base di una fortuna senza pari nella tradizione letteraria,
filosofica, musicale, culturale e scultorea dei secoli successivi. Orfeo
e l'Orfismo Il primo riferimento a noi pervenuto sulla figura di Orfeo è nel
frammento del lirico di Rhegion (REGGIO (si veda) Reggio Calabria) Ibico
vissuto nella Magna Grecia, nel quale appare già famoso. Attorno alla sua
figura mitica, capace di incantare persino gli animali, si assesta una
tradizione che non gli attribuisce un normale modo di fare musica, bensì la
psychagogia, che si estende alle anime dei morti. Il papiro di Derveni,
rinvenuto vicino a Salonicco, offre un'interpretazione allegorica di un poema
orfico non a caso in concomitanza con un rituale per placare i morti.
Associato alla figura di Dioniso, divorato dai Titani con i quali rappresenta,
da un lato la componente dionisiaca della vita –ossia l'elemento divino o
"anima"– e dall'altro il corpo mortale, Orfeo è la figura centrale
dell'Orfismo, una tradizione religiosa che, per prima nel mondo occidentale,
introduce la nozione di dualità fra corpo mortale e anima immortale. Il
mito Orfeo ucciso dalle menadi, in uno stamnos a figure rosse, conservato
al Museo del Louvre di Parigi. Questo dipinto racconta la morte di Orfeo
secondo il mito che lo vuole ucciso dalle seguaci di Dioniso, da questo dio a
lui inviate in quanto mosso dalla gelosia per l'ardore religioso che il poeta
conservava nei confronti di Apollo, da lui invocato sul monte Pangaio (anche
Pangeo) quando il sole, immagine di Apollo, sorgeva: «[Orfeo] Non onorò
più Dioniso, mentre considerò più grande Elio, che egli chiamò anche Apollo; e
svegliandosi la notte sul far del mattino, per prima cosa aspettava il sorgere
del sole sul monte chiamato Pangeo per vedere Elio; perciò Dioniso, adirato,
gli inviò contro le Bassaridi, come racconta il poeta tragico Eschilo: esse lo
dilaniarono e ne gettarono via le membra, ciascuna separatamente; le Muse poi
riunitele, le seppellirono nel luogo chiamato Libetra.» (fr. in
Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern; traduzione di Elena
Verzura. Milano, Bompiani) Le originiModifica Ulteriori informazioni Questa
voce o sezione sugli argomenti religione e mitologia greca è priva o carente di
note e riferimenti bibliografici puntuali. Secondo le più antiche fonti Orfeo è
nativo della città di Lebetra in Tracia, situata sotto la Pieria, terra nella
quale fino ai tempi di Erodoto era testimoniata l'esistenza di sciamani che
fungevano da tramite fra il mondo dei vivi e dei morti, dotati di poteri magici
operanti sul mondo della natura, capaci tra l'altro di provocare uno stato di
trance tramite la musica. Figlio della Musa Calliope e del sovrano tracio
Eagro (o, secondo altre versioni meno accreditate, del dio Apollo), appartiene
alla generazione precedente degli eroi che parteciparono alla guerra di Troia,
tra i quali ci sarebbe stato il cugino Reso. Secondo un'altra versione Orfeo fu
il sesto discendente di Atlante e nacque undici generazioni prima della guerra
di Troia. Egli, con la potenza incantatrice della sua lira e del suo canto,
placava le bestie feroci e animava le rocce e gli elementi della natura.
Gli è spesso associato, come figlio o allievo, Museo. Orfeo fonde in sé
gli elementi apollineo e dionisiaco: come figura apollinea è il figlio o il
pupillo del dio Apollo, che ne protegge le spoglie, è un eroe culturale,
benefattore del genere umano, promotore delle arti umane e maestro religioso;
in quanto figura dionisiaca, egli gode di un rapporto simpatetico con il mondo
naturale, di intima comprensione del ciclo di decadimento e rigenerazione della
natura, è dotato di una conoscenza intuitiva e nella vicenda stessa vi sono
evidenti analogie con la figura di Dioniso per il riscatto dagli Inferi di una
fanciulla (Euridice nel caso di Orfeo e la madre Semele in quello di Dioniso).
Orfeo domina la natura selvaggia e può addirittura sconfiggere la morte
temporaneamente (anche se alla fine viene sconfitto perdendo la persona che
doveva salvare, a differenza di Dioniso). La letteratura, d'altra parte,
mostra la figura di Orfeo anche in contrasto con le due divinità: la perdita
dell'amata Euridice sarebbe da rintracciarsi nella colpa di Orfeo di aver
assunto prerogative del dio Apollo di controllo della natura attraverso il
canto; tornato dagli Inferi, Orfeo abbandona il culto del dio
Dionisorinunciando all'amore eterosessuale. In tale contesto si innamora
profondamente di Calaide, figlio di Borea, e insegna l'amore omosessuale ai
Traci. Per questo motivo, le Baccanti della Tracia, seguaci del dio, furenti
per non essere più considerate dai loro mariti, lo assalgono e lo fanno a pezzi
(vedi: Fanocle). Nella versione del mito contenuta nelle Georgiche di
Virgiliola causa della sua morte è invece da ricercarsi nell'ira delle Baccanti
per la sua decisione di non amare più nessuno dopo la morte di Euridice.
Le imprese di Orfeo e la sua morteModifica Le ninfe ritrovano la testa di
Orfeo di Waterhouse. Secondo la mitologia classica, Orfeo prese parte alla
spedizione degli Argonauti: durante la spedizione Orfeo diede innumerevoli
prove della forza invincibile della sua arte, salvando la truppa in molte
occasioni; con la lira e con il canto fece salpare la nave rimasta inchiodata
nel porto di Jolco, diede coraggio ai naviganti esausti a Lemno, placò a Cizico
l'ira di Rea, fermò le rocce semoventi alle Simplegadi, addormentò il drago e
superò la potenza ammaliante delle sirene. La sua fama è legata però
soprattutto alla tragica vicenda d'amore che lo vide separato dalla
driadeEuridice, che era sua moglie. Come Virgilio narra nelle Georgiche,
Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, amava perdutamente Euridice e, sebbene
il suo amore non fosse corrisposto, continuava a rivolgerle le sue attenzioni
fino a che un giorno ella, per sfuggirgli, mise il piede su un serpente, che la
uccise col suo morso. Orfeo, lacerato dal dolore, scese allora negli inferi per
riportarla nel mondo dei vivi. Raggiunto lo Stige, fu dapprima fermato da
Caronte: Orfeo, per oltrepassare il fiume, incantò il traghettatore con la sua
musica. Sempre con la musica placò anche Cerbero, il guardiano dell'Ade.
Raggiunse poi la prigione di Issione, che, per aver desiderato Era, era stato
condannato da Zeus a essere legato a una ruota che avrebbe girato all'infinito:
Orfeo, cedendo alle suppliche dell'uomo, decise di usare la lira per fermare
momentaneamente la ruota, che, una volta che il musico smise di suonare,
cominciò di nuovo a girare. L'ultimo ostacolo che si presentò fu la
prigione del crudele semidio Tantalo, che aveva ucciso il figlio Pelope
(antenato di Agamennone) per dare la sua carne agli dei e aveva rubato
l'Ambrosia per darla agli uomini. Qui, Tantalo è condannato a rimanere legato a
un albero carico di frutta ed immerso fino al mento nell'acqua: ogni volta che
prova a bere, l'acqua si abbassa, mentre ogni volta che cerca di prendere i
frutti con la bocca, i rami si alzano. Tantalo chiede quindi a Orfeo di suonare
la lira per far fermare l'acqua e i frutti. Suonando però, anche il suppliziato
rimane immobilizzato e quindi, non potendo sfamarsi, continua il suo tormento.
A questo punto l'eroe scese una scalinata di 1000 gradini: si trovò così al
centro del mondo oscuro, e i demoni si sorpresero nel vederlo. Una volta
raggiunta la sala del trono degli Inferi, Orfeo incontrò Ade (Plutone) e
Persefone (Proserpina). Ovidio racconta nel decimo libro delle
Metamorfosi come Orfeo, per addolcirli, diede voce alla lira e al canto. Il
discorso di Orfeo fece leva sulla commozione, richiamando alla gioventù perduta
di Euridice e l'enfasi sulla forza di un amore impossibile da dimenticare e
sullo straziante dolore che la morte dell'amata ha provocato. Orfeo assicurò
anche che, quando fosse venuta la sua ora, Euridice sarebbe tornata nell'Ade
come tutti. A questo punto Orfeo rimase immobile, pronto a non muoversi finché
non fosse stato accontentato. Paesaggio con Orfeo ed Euridice di
Poussin. Mossi dalla commozione, che colse persino le Erinnistesse, Ade e
Persefone acconsentirono al desiderio. «Intonando al canto le corde della
lira, così disse: «O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi, dove noi tutti,
esseri mortali, dobbiamo finire, se è lecito e consentite che dica il vero,
senza i sotterfugi di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare le
tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole, irte di serpenti,
del mostro che discende da Medusa. Causa del viaggio è mia moglie: una vipera,
che aveva calpestato, in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha
reciso. Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato: ha vinto
Amore! Lassù, sulla terra, è un dio ben noto questo; se lo sia anche qui, non
so, ma almeno io lo spero: se non è inventata la novella di quell’antico
rapimento, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per
questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno, vi prego,
ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice! Si dice che alle Furie,
commosse dal canto, per la prima volta si bagnassero allora di lacrime le
guance. Né ebbero cuore, regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla
sua preghiera, e chiamarono Euridice.» (Ovidio, Metamorfosi) Essi posero
però la condizione che Orfeo avrebbe dovuto precedere Euridice per tutto il
cammino fino all'uscita dell'Ade senza voltarsi mai all'indietro. Esattamente
sulla soglia degli Inferi, temendo che lei non lo stesse più seguendo, Orfeo
non riuscì più a resistere al dubbio e si voltò per assicurarsi che la moglie
lo stesse seguendo. Avendo rotto la promessa, Euridice viene riportata
all'istante nell'Oltretomba. Orfeo, tornato sulla terra, espresse il
dolore fino ai limiti delle possibilità artistiche, incantando nuovamente le
fiere e animando gli alberi. Pianse per sette mesi ininterrottamente, secondo VIRGILIO
(si veda), ]mentre Ovidio riduce il numero a sette giorni. Sa che non potrà amare
più nessun'altra, e malgrado ciò molte ambiscono a unirsi a lui. Secondo la
versione virgiliana le donne dei Ciconi videro che la fedeltà del Trace nei
confronti della moglie morta non si piegava; allora, in preda all'ira e ai
culti bacchici cui erano devote, lo fecero a pezzi (il famoso sparagmòs) e ne
sparsero i resti per la campagna. Un po' diversa è la rivisitazione del poeta
sulmonese, che aggiunge un tassello alla reazione anti-femminile di Orfeo,
coinvolgendo il cantore nella fondazione dell'amore omoerotico (questo elemento
non è di invenzione ovidiana visto che ne abbiamo attestazione già nel poeta
alessandrino Fanocle). Orfeo avrebbe quindi ripiegato sull'amore per i
fanciulli, facendo innamorare anche i mariti delle donne di Tracia, che venivano
così trascurate. Le Menadi si infuriarono dilaniando il poeta, nutrendosi anche
di parte del suo corpo, in una scena ben più cruda di quella virgiliana. Piatto
con Orfeo circondato da animali presso il Museo Romano-Germanico di Colonia. In
entrambi i poeti si narra che la testa di Orfeo finì nel fiume Ebro, dove
continuò prodigiosamente a cantare, simbolo dell'immortalità dell'arte,
scendendo (qui solo OVIDIO (si veda)) fino al mare e da qui alle rive di
Metimna, presso l'isola di Lesbo, dove Febo Apollo la protesse da un serpente
che le si era avventato contro. Il sofista del III secolo Filostrato
nell'Eroico racconta che la testa di Orfeo, giunta a Lesbo dopo il delitto
commesso dalle donne, stava in una grotta dell'isola e aveva il potere di dare
oracoli. Secondo altre versioni, i resti del cantore sarebbero stati seppelliti
dalle impietosite Muse nella città di Libetra. Tornando a Ovidio, eccoci al
punto culminante dell'avventura, forse inaspettato; Orfeo ritrova Euridice fra
le anime pie, e qui potrà guardarla senza più temere. Orfeo vede ora scomparire
Euridice e si dispera, perché sa che non la vedrà più. Decide allora di non
desiderare più nessuna donna dopo la sua Euridice. Un gruppo di Baccanti
ubriache, poi, lo invita a partecipare a un'orgia dionisiaca. Per tener fede a
ciò che ha detto, rinuncia, ed è proprio questo che porta anche lui alla morte:
le Baccanti, infuriate, lo uccidono, lo fanno a pezzi e gettano la sua testa
nel fiume Evros, insieme alla sua lira. La testa cade proprio sulla lira e
galleggia, continuando a cantare soavemente. Zeus, toccato da questo evento
commovente, prende la lira e la mette in cielo formando una costellazione (la
quale in alternativa, secondo le Fabulae di Igino, sarebbe non la lira di Orfeo
ma quella di Arione). Secondo quanto afferma Virgilio nel sesto libro
dell'Eneide, l'anima di Orfeo venne accolta nei Campi Elisi. Evoluzione
del mitoModifica Ragazza tracia con la testa di Orfeo, di Moreau.
«Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava
nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci
pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "sia finita"
e mi voltai» (Orfeo ne L'inconsolabile di Cesare Pavese, dai Dialoghi con
Leucò, Einaudi 1947) Il mito di Orfeo nasce forse come mito di fertilità, come
è possibile desumere dagli elementi del riscatto della Kore e dello σπαραγμος
(sparagmòs) al greco antico "corpo fatto a pezzi") che subisce il
corpo di Orfeo, elementi che indicano il riportare la vita sulla terra dopo
l'inverno. La prima attestazione di Orfeo è nel poeta IBICO (si veda) di REGGIO
(si veda), che parla di Orfeo dal nome famoso. In seguito Eschilo, nella
tragedia perduta Le bassaridi, fornisce le prime informazioni attinenti alla
catabasi di Orfeo. Importanti anche i riferimenti di Euripide, che in Ifigenia
in Aulide e ne Le baccantirende manifesta la potenza suasoria dell'arte di
Orfeo, mentre nell'Alcesti spuntano indizi che portano in direzione di un Orfeo
trionfatore. La linea del lieto fine, sconosciuta ai più, non si limita a
Euripide, dato che è possibile intuirla anche in Isocrate (Busiride) e in
Ermesianatte (Leonzio). Altri due autori greci che si sono occupati del mito di
Orfeo proponendo due diverse versioni di esso sono il filosofo Platone e il
poeta Apollonio Rodio. Nel discorso di Fedro, contenuto nell'opera
Simposio, Platone inserisce Orfeo nella schiera dei sofisti, poiché utilizza la
parola per persuadere, non per esprimere verità; egli agisce nel campo della
doxa, non dell'episteme. Per questa ragione gli viene consegnato dagli dèi
degli inferi un phasma di Euridice; inoltre, non può essere annoverato tra la
schiera dei veri amanti poiché il suo eros è falso come il suo logos. La sua
stessa morte ha carattere antieroico poiché ha voluto sovvertire le leggi
divine penetrando vivo nell'Ade, non osando morire per amore. Il phasma di
Euridice simboleggia l'inadeguatezza della poesia a rappresentare e conoscere
la realtà, conoscenza che può essere conseguita solo tramite le forme superiori
dell'eros. Apollonio Rodio inserisce il personaggio di Orfeo nelle
Argonautiche, presentato anche qui come un eroe culturale, fondatore di una
setta religiosa. Il ruolo attribuito a Orfeo esprime la visione che del poeta
hanno gli alessandrini: attraverso la propria arte, intesa come abile
manipolazione della parola, il poeta è in grado di dare ordine alla materia e
alla realtà; a tal proposito è emblematico l'episodio nel quale Orfeo riesce a
sedare una lite scoppiata tra gli argonauti cantando una personale
cosmogonia. Nell'Alto Medioevo Boezio, nel De consolatione philosophiae,
pone Orfeo a emblema dell'uomo che si chiude al trascendente, mentre il suo
sguardo, come quello della moglie di Lot, rappresenta l'attaccamento ai beni
terreni. Nei secoli successivi, tuttavia, il Medioevo vedrà in Orfeo
un'autentica figura Christi, considerando la sua discesa agli Inferi come
un'anticipazione di quella del Signore, e il cantore come un trionfante
lottatore contro il male e il demonio (così anche più tardi, con El divino
Orfeo di Barca). Dante lo colloca nel Limbo, nel castello degli "spiriti
magni" (Inf.). Compare la prima rivoluzionaria avvisaglia di un tema
che sarà caro soprattutto al secolo successivo: il respicere di Orfeo non è più
frutto di un destino avverso o di un errore, ma matura da una precisa volontà,
ora sua, ora d'Euridice. Nel componimento Euridice a Orfeo del poeta inglese
Robert Browning, lei gli urla di voltarsi per abbracciare in quello sguardo
l'immensità del tutto, in una empatia tale da rendere superfluo qualsiasi
futuro. Il XX secolo si è appropriato della tesi secondo cui il gesto di
Orfeo sarebbe stato volontario. Come è d'uopo, i primi casi non sono italiani.
Jean Cocteau, ossessionato da questo mito lungo tutta la propria parabola
artistica, diede alle stampe il proprio singolare Orfeo, opera teatrale che è
alla base di tutte le rivisitazioni successive. Qui Orfeo capovolge il mito;
decide di congiungersi con Euridice tra i morti, perché l'al di qua ha ormai
reso impossibile l'amore e la pace. Laggiù non ci sono più rischi. Gli fa eco
il connazionale Jean Anouilh, in un'opera pur molto diversa, ma concorde nel
vedere la morte come unica via di fuga e di realizzazione del proprio sogno
d'amore: si tratta di Eurydice. Nel dialogo pavesiano L'inconsolabile
(Dialoghi con Leucò), Orfeo si confida con Bacca: trova sé stesso nel Nulla che
intravede nel regno dei morti e che lo sgancia da ogni esigenza terrena.
Totalmente estraneo alla vita, egli ha compiuto il proprio destino. Euridice,
al pari di tutto il resto, non conta più nulla per lui, e non potrebbe che
traviarlo da siffatta realizzazione di sé: ha nelle fattezze ormai il gelo
della morte che ha conosciuto, e non rappresenta più l'infanzia innocente con
cui il poeta l'identificava. Voltarsi diviene un'esigenza ineludibile.
«L'Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro
laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L'ho capito
tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e
guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefone nascondersi il volto, lo stesso
tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito
che i morti non sono più nulla» Più cinico, l'Orfeo delineato da Bufalino
intona, al momento del "respicere", la famosa aria dell'opera di
Gluck (Che farò senza Euridice?). La donna così capisce: il gesto era stato
premeditato, nell'intenzione di acquisire gloria personale attraverso una
(finta) espressione del dolore, in un'esaltazione delle proprie capacità
artistiche. Opere in cui appare o è trattata la sua figura Letteratura Simposio
(discorso di Fedro) - opera filosofica di Platone. Argonautiche - poema epico
di Apollonio Rodio. Elegia n.1 Powell - Orfeo e Calais - elegia contenuta ne
Gli amori o i belli di Fanocle. Georgiche - poema di Virgilio. Eneide - poema
di Virgilio (Orfeo è tra gli spiriti dei Campi Elisi; Virgilio lo chiama
sacerdote di Tracia, senza dunque nominarlo) Metamorfosi - poema di Ovidio.
Fabula di Orfeo - Opera teatrale di Angiolo Poliziano. Orfeo - idillio di
Marino. Euridice ad Orfeo - epistola lirica di Antonio Bruni. Sonetti a Orfeo -
raccolta poetica di Rainer Maria Rilke. Orfeo, Euridice ed Hermes - poesia di
Rainer Maria Rilke La persuasione e la rettorica - saggio di Carlo
Michelstaedter (il rimando al mito di Orfeo è centrale anche nel ciclo di
poesie A Senia, del medesimo Michelstaedter). Canti orfici - raccolta poetica
di Dino Campana. Orfeo Vedovo - opera teatrale di Alberto Savinio. Tutte le
cosmicomiche di Italo Calvino (racconti Senza Colori, Il cielo di pietra,
L'altra Euridice). Il ritorno di Euridice (da L'uomo invaso) - racconto di
Gesualdo Bufalino. Eurydice to Orpheus - poesia di Robert Browning. Eurydice
(da Collected Poems) - poesia di Doolittle. Orphée - opera teatrale di Jean
Cocteau. Eurydice - opera teatrale di Jean Anouilh. Orfeo - poema di Juan
Martinez Jáuregui. Racconto di Orfeo - poema di Robert Henryson (o Henderson).
Bestiaire ou Le cortège d'Orphée - raccolta poetica di Guillaume Apollinaire.
La presenza di Orfeo - prima raccolta poetica di Alda Merini. Orfeo emerso -
romanzo di Jack Kerouac. La terra sotto i suoi piedi - romanzo di Salman
Rushdie. Il lamento d'Orfeo - opera teatrale di Valentino Bompiani. Dialoghi
con Leucò - raccolta di racconti di Cesare Pavese (Orfeo appare nel dialogo
L'inconsolabile). La discesa di Orfeo (Orpheus Descending), opera teatrale di
Williams. La Saga dei Mitago - Il Tempio Verde - di Robert Holdstock. Orfeo
africano - romanzo breve di Werewere Liking. Lei dunque capirà - monologo di
Claudio Magris. Orpheus - opera teatrale di Giuliano Angeletti.
"Schatten" Euridyke sagt - opera teatrale di Elfriede Jelinek Poema a
fumetti, (racconto per immagini del mito di Orfeo in chiave moderna) di Buzzati,
Mondadori. La Musica, Orfeo, Euridice – Il mitema e l'adeguamento al
contemporaneo, di Francesca Bonaita, Virginio Cremona Editore Orfeo
sconsacrato. Viaggio nelle vite di Orfeo, Danilo Laccetti, Jouvence, Musica Lo
stesso argomento in dettaglio: Orfeo (musica). Euridice (opera) - opere
teatrali su libretto di Rinuccini musicate da Iacopo Peri e da Giulio Caccini
(1600). L'Orfeo - Melodramma di Monteverdi. Orfeo dolente - Opera musicale di
Domenico Belli. La morte di Orfeo - Tragicommedia pastorale di Landi. Orfeus und
Euridice - Opera-ballo di Schütz. Orfeo - Opera musicale di Rossi Orfeo (Sartorio) - Opera musicale di Antonio
Sartorio, su libretto d’Aureli Orfeo - Opera musicale di Jean-Baptiste Lully e
Louis Lully. Orfeo ed Euridice - Opera musicale di Gluck. Orfeo ed Euridice -
Ballo di Deller. Orfeo ed Euridice - Opera lirica di Naumann. L'anima del
filosofo ossia Orfeo ed Euridice - Opera musicale di Haydn. Orpheus - Poema
sinfonico di Liszt. Orfeo all'inferno - Operetta di Offenbach. Orfeo -
Mimodramma di Ducasse. Orpheus und Eurydike - Opera lirica di Krenek. La favola
di Orfeo - Opera in un atto di Casella Orpheus - Balletto di Stravinskij. Orfeu
da Conceiçāo - Dramma musicale di Moraes. Orfeo - Opera rock di Schipa Jr.
Orpheus - Canzone di David Sylvian contenuta nell'album Secrets of the Beehive.
Euridice - Canzone di Roberto Vecchioni dall'album Blumùn Orfeo - Singolo di
Carmen Consoli contenuta nell'album Stato di necessità. Orfeo a Fumetti - Opera
da camera di Filippo del Corno. Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus – album di Cave and The Bad Seeds,
che contiene la traccia The Lyre Of Orpheus. Metamorpheus - Concept album dedicato al mito di
Orfeo di Hackett. Eurydice - singolo d'esordio del progetto Sleepthief. Orfeo
Coatto - Mp3dramma di Francesco Redig de Campos. Caliti junku, canzone
dell'album Apriti sesamo di Battiato. Awful Sound (Oh Eurydice) e It's Never
Over (Hey Orpheus), canzoni dell'album Reflektor degli Arcade Fire. King of Shadows - track 1
dell'album R-Evolution - Martiria featuring ex Black Sabbath Vinny Appice. Pittura Orfeo morto - Dipinto di Delville. Le ninfe
ritrovano la testa di Orfeo - Dipinto di Waterhouse. Orfeo - Dipinto di
Tintoretto. Orfeo solitario - Dipinto di Chirico Orfeo all'inferno - Dipinto di
Rubens. La leggenda di Orfeo - Trittico di Luigi Bonazza. Ragazza tracia con la
testa di Orfeo - Dipinto di Gustave Moreau. Orfeo - Dipinto di Pierre
Marcel-Béronneau Scultura La morte di Orfeo di Michele Tripisciano a
Caltanissetta. Orfeo, Euridice ed Hermes - Rilievo fidiaco. Orfeo, formella di
Luca della Robbia per il Campanile di Giotto. Orfeo ed Euridice, scultura di
Auguste Rodin, New York, Metropolitan Museum of Art. La morte di Orfeo scultura
di Michele Tripisciano, Caltanissetta, Museo Tripisciano di Palazzo Moncada.
Cinema Le sang d'un poète, di Jean Cocteau Orfeo (Orphée), di Cocteau Il
testamento di Orfeo (Le Testament d'Orphée, ou ne me demandez pas pourquoi!),
di Cocteau Pelle di serpente (The fugitive kind) di Sidney Lumet, dal dramma di
Tennessee Williams Orpheus Descending Orfeo negro (Orfeu Negro), di Camus; dal
dramma di Moraes. Harry a pezzi di Woody Allen Tre colori - Film blu (Film
bleu) di Kieslowski Al di là dei sogni (Where dreams may come, di Vincent Ward
Solaris di Steven Soderbergh Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma
Fumetti e animazione Orfeo della Lira è un personaggio del manga e anime Saint
Seiya (I cavalieri dello zodiaco). Orfeo è figlio di Sogno nei fumetti
Sandman scritti da Neil Gaiman. VideogiochiModifica Orfeo (Orpheus) è il
Persona iniziale del protagonista del videogioco Shin Megami Tensei: Persona
3 Orfeo (Orpheus) compare anche nel viodeogioco Hades come personaggio
secondario, legato ad una questline che, riprendendo il mito greco, coinvolge
anche il personaggio di Euridice. Modifica ^ Cristopher Riedweg, Orfeo, in
Salvatore De Settis (cur.), Storia Einaudi dei Greci e dei Romani,
Milano-Torino, Il Sole 24 Ore – Einaudi Pausania, Viaggio in Grecia, traduzione
di Rizzo, Milano, Rizzoli, Anche Conone (Frammenti orfici, nella edizione di
Otto Kern). ^ «Orfeo, fondatore dell'Orfismo» è l'incipit della voce
nell'Oxford Classical Dictionary (trad. it. Dizionario di antichità classiche,
Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo,, voce firmata da Nilsson, Croon e Robertson.
La voce dell'Oxford Classical Dictionary prosegue precisando: «La sua fama di
cantore nella mitologia greca deriva dalle composizione nelle quali erano
esposte le dottrine e le leggende orfiche». In modo analogo la Encyclopedia of Religion ( NY,
Macmillan, avvia la voce Orpheus a firma di Detienne e Bernabé: «In the sixth
century BCE, a religious movement that modern historians call Orphism appeared
in Greece around the figure of Orpheus, the Thracian enchanter.». Werner Jaeger evidenzia tuttavia che «nella tarda
antichità Orfeo era un nome collettivo il quale più o meno raccoglieva tutto
quanto esisteva in fatto di letteratura mistica e di orge liturgiche.» (Cfr. La teologia dei primi
pensatori greci, traduzione di Ervino Pocar, Firenze, La Nuova Italia, Orfeo,
Pitagora e la nuova escatologia, in Storia delle credenze e delle idee
religiose, Milano, Rizzoli, Detienne e Bernabé, Encyclopedia of Religion, NY,
Macmillan, Thus, before he becomes the founding hero of a new religion or even
the founder of a way of life that will be named after him, Orpheus is a voice—a
voice that is like no other. It begins before songs that recite and recount. It
precedes the voice of the bards, the citharists who extol the great deeds of
men or the privileges of the divine powers. It is a song that stands outside
the closed circle of its hearers, a voice that precedes articulate speech.
Around it, in abundance and joy, gather trees, rocks, birds, and fish. In this
voice—before the song has become a theogony and at the same time an
anthropogony—there is the great freedom to embrace all things without being
lost in confusion, the freedom to accept each life and everything and to
renounce a world inhabited by fragmentation and division. When representatives
of the human race first appear in the presence of Orpheus, they wear faces that
are of war and savagery yet seem to be pacified, faces that seem to have turned
aside from their outward fury. Guidorizzi,
Il mito greco, Milano, Mondadori, La sapienza greca, traduzione di Giorgio
Colli, Milano, Adelphi ὀνομακλυτὸν Ὀρφήν. Orfeo dal nome famoso.» (Ibico)
Orfici. Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern, traduzione di
Elena Verzura, Milano, Bompiani «τοῦ καὶ ὰπειρέσιοι ποτῶντο ὄρνιζες ὑπὲρ
κεφαλᾶς, ἀνὰ δ'ἰχθύες ὀρθοὶ κνανέου ἐξ ὓδατος ἃλλοντο καλᾶι σὺν ἀοιδᾷι»
Sul suo capo volavano anche innumerevoli uccelli e diritti dalla profondità
dell'acqua cerulea i pesci guizzavano in alto al suo bel canto.» (Simonides; PLG IBetegh, G.,
The Derveni Papyrus: Cosmology, Theology and Interpretation, Cambridge. REALE (si veda), La novità di fondo dell'Orfismo, in
Storia della filosofia romana, Milano, Bompiani, DK Georgiche Metamorfosi Virgilio
Nel libro XI delle Met. Il mito è narrato. Jacquemard e Brosse, Orfeo o
l'iniziazione mistica, traduzione di Dag Tessore, Roma, Borla, Rodighiero, Gli autori e i testi, in Ciani e
Rodighiero, Orfeo. Variazioni sul mito, Venezia, Discorso di Fedro, in Platone,
Simposio, Siamo nel racconto Il ritorno di Euridice, ne L'uomo invaso; per
questo e tutti gli altri riferimenti cfr. A. Rodighiero; per una panoramica
dettagliata delle riprese novecentesche della vicenda del cantore tracio cfr.
M. di Simone, Amore e morte in uno sguardo. Il mito di Orfeo e Euridice tra
passato e presente, Firenze, Michele Tripisciano, su
storiapatriacaltanissetta.it, Caltanissetta, Società Nissena di Storia Patria,
Jacques Brosse e Simone Jacquemard, Orfeo o l'iniziazione mistica, traduzione
di Dag Tessore, Roma, Borla, Cannas, Lo sguardo di Orfeo, Roma, Bulzoni, Ciani
e Rodighiero, Orfeo. Variazioni sul mito, Venezia, Marsilio, Simone, Amore e
morte in uno sguardo. Il mito di Orfeo e Euridice tra passato e presente,
Firenze, Libri liberi, Guidorizzi e Melotti (et al.), Orfeo e le sue
metamorfosi, Roma, Carocci, Lonardi, Alcibiade e il suo demone. Parabole del
moderno tra D'Annunzio e Pirandello, Verona, Essedue Edizioni, Schuré, I grandi
iniziati, traduzione di Arnaldo Cervesato, Bari, Laterza, 1 Charles Segal,
Orfeo. Il mito del poeta, traduzione di Morante, Torino, Einaudi, Sorel, Orfeo
e l'orfismo, traduzione di Luigi Ruggeri, Nardò, Besa, Orphée et l'orphisme,
Parigi, Presses Universitaires de France, Euridice (ninfa) Orfeo (musica)
Orfismo Decapitazione. Orfeo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Rostagni,
ORFEO, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Orfeo, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.Portale Letteratura
Portale Mitologia greca Orfeo (nome) prenome maschile Euridice
(ninfa) driade della mitologia greca, moglie di Orfeo Fabula di Orfeo. Nome
compiuto: Giuseppe Faggin. Faggin. Keywords: metrica filosofica, Lucrezio, inno
orfico, inni orfici, philosophy of the toad – rospo – l’orfismo nella Roma
antica; filosofia antica – l’antico nel rinascimento italiano – occultismo –
misticismo – protestantismo italiano – Italia contro Roma. Fedro, ovvero del
bellow, Dal bello al divino – Il peregrine cherubico – l’arbero come simbolo –
il fuoco come simbolo – la luce come simbolo – canti orfici – sul bello -- Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Faggin,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Falciglia: la ragione
conversazionale del senso e la sensibilità – scuola di Salemi – filosofia
trapanese – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salemi). Filosofo salemese. Filosofo trapanese.
Filosofo siciliano Filosofo italiano. Salemi, Trapani, Sicilia. Grice: “I like Falciglia; for
one, he took dialectic seriously, as any Aristotelian does! So he wrote on sensus compositum, on ‘definitio,’ on
‘demonstratio,’ and he even ventured on moral philosophy – in a nutshell, the
perfect Aristotelite!” -- Studia a
Salemi per essere poi trasferito a Padova per proseguine negli studi sotto
Paolo da Venezia e Giovanni di Cipro. Insegna a Siena, Bologna, Rimini. Altre opere:
“Statuta pro conventu Parisiensi”; “De sensu composito”; “De medio
demostrationis”, “De sophistarum regulis, Terminorum moralium, tractatus
singularis, Definitiones et additions super constitutions, necnon formularium
et privilegia ordinis -- Dizionario biografico degli italiani. Grice: Falciglia’s “De sensu
composito” should not be mistaken with
“De sensu composito et diviso” by another Philosopher – Paolo di Pergamo -- sensus
compositus: composite or compounded sense. The term has two applications. A
logical application, as distinguished from a divided or isolated sense (sensus
divisus). In the composite sense (in sensu composito), a subject is understood
in necessary connection with or as conditioned by its predicates or attributes;
in the divided sense (in sensu diviso), the subject is understood in a
hypothetical or contingent relationship to its predicates or attributes. Thus
in the composite sense, it is necessary that a blind man cannot see or that a
man who is running is in motion; whereas in the divided sense, a man is now
blind, but it is possible that he could see; a man is now running, and it is
possible that he stand still. The sensus compositus can be used to indicate a
necessity of the consequent thing (necessitas consequentis), while the sensus
divisus can be used to indicate a contingency, namely, a necessity of the
consequence (necessitas consequentiae). And a rhetorical or exegetical
application, also identified as the sensus literalis compositus: composite or
compounded literal sense; viz., either the literal meaning understood as a
figure or type, with the allegorical, mystical, or moral sense embedded figuratively
in the text as part of the literal meaning, or the literal sense of a larger
unit as distinguished from the sense of an individual term, particularly in
cases where one term is in itself unclear or subject to multiple
interpretations but capable of a clear, unitary sense in its context. When the
composite sense of a text rests on figurative meaning or on a type that is
fully understood only with a view to its antitype, the Protestant exegesis
stands in positive relation to the medieval quadriga, albeit capable of denying
multiple meanings. sensus divisus: the divided sense; i.e., the meaning
of a word or idea in itself apart from its general relation to other words of a
text or apart from its logical relation to another term or thing; the opposite of
sensus compositus and fear of death. Thus physics is entirely subordinate to
ethics, being merely the necessary means whereby the ethical goal is achieved.
This is a point which it is particularly important to remember when reading the
DRN, for although LUCREZIO is a perfectly orthodox memberof L’ORTO and is not
concerned with scientific inquiry for its own sake, the great bulk of his
subject-matter is scientific and he gives no systematic account of Epicurean
ethical theory. His reasons for concentrating on physics will be considered in
§ 3. As Diogenes Laertius points out, the system of L’ORTO “is divided
into three parts: Canonic, Physics, and Ethics.” The Canonic44 is his
theory of knowledge. There are three criteria of truth: sensation,
preconceptions, and feelings. Sensation (αἴσθησις, sensus) is the primary
standard of truth (LUCREZIO). If an error is made, that is not because the
sensation is not true, but because the reason draws a wrong conclusion from the
evidence which the sensation provides (Lucrezio). With the repetition of
sensations, images of each class of things accumulate in the mind to form a
general idea or preconception (πpόληψις, notities, anticipatio, praenotio) to which other examples are referred
(.Lucrezio). Without these preconceptions, attainment of scientific xxx
knowledge would be impossible, for sensation by itself is “irrational and
incapable of memory” (Diogenes Laertius). As for the third criterion of truth,
“there are two feelings (πάθη), pleasure and pain, which
affect every living creature, the former being congenial to it, the latter
repugnant; it is through these that choice and avoidance are determined”
(Diogenes Laertius). Thus the feelings of pleasure and pain are the supreme
test in matters of morality and conduct, and since they are a part of
sensation, it is true to say that Epicurus’ ethical theory, like his physical
theory, is founded on the validity of sensation. Epicurus derived his physical
theory from Democritus, who had adopted and elaborated the atomic theory
invented by Leucippus. However, he made some important alterations to
Democritus’ theory, and differed from him in making physics subservient to
ethics. The first principles of Epicurean physics are that “nothing is
created out of nothing” (Lucrezio) and “nothing is destroyed into nothing”
(Lucrezio). In other words, Epicurus shared the belief of other ancient
physicists in the conservation of matter. The universe (τὸ πᾶν, omne) consists of matter (σῶμα, corpus) and void (τὸ κενόν, inane). These are the only ultimate realities: nothing that is
distinct from them can exist (Lucrezio). That matter exists is proved by
sensation; and if there were no void, matter would be unable to move (Lucrezio),
whereas sensation tells us that it does move. Mentre nella storia della filosofia la parola
sensocompare, a partire dalla αίσθησις di Aristotele, per indicare la facoltà
di "sentire" (cioè di percepire l'azione di oggetti interni al corpo
o esterni ad esso), le origini del sensismo, come filosofia, possono ritrovarsi
in alcune affermazioni dei sofisti. [1] Aristotele, De anima aveva dato una
definizione del tutto corretta e coerente col pensiero del tempo, ancora molto
lontano dal concepire una possibile sensibilità specifica di un essere umano
come caratteristica peculiare della sua individualità. Nome compiuto: Giuliano
Falciglia. Falciglia. Keywords: sensus, sentiment, sense and sensibilia,
sentient, sensus divisus, sensus compositum – philosophy of the ‘senses’ – the
use of Roman ‘sensus’ in Boezio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Falciglia,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Falcone: la ragione conversazionale e la lingua universale -- Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo
italiano. Napoli, Campania. He thought it would be a good idea to translate PORTA
(si veda)’s Ars reminiscendi into ‘L’arte del ricordare’, and he did! Se
yendeno per Marco Antonio P affari d Sergio Capuano, Josephus
Tavjplona. V.lJ), ir- V y ; H T :51 A.
AK-HDia jaq a^Aa-'iooia i a T A T 2 I T T A a .O l.S : -1
O ‘I A J aaa P.tfATUO'IAM '.'7 • a CIÌCTIkA «UlM
WJOIlillttV V-. A^jO 0»5^2Ì!> .fi .1.^ .iKcViWtfT CHS?
C O'fA; SIA!- MEMO o reminiscenza [Cf. Grice, “Personal Identity,” Grice
on Benjamin on Remembering] ./ r ‘">•,-v E L L E
cofi^«alùnqK€Ìefifianttd)dhU * ò memorilo remtmfeer^ap Che, cose ft firn
è l’una,è l'altra il dichiareremo, y fendo ncHofcriut re{ come fi
dice ) vnafiu craffit M inerba, accio che le hofìre regole con piu chiare zsa si
intenda ifOilàfdando' dtffifctè le varie}dtjjicfli opinioni de
Etltfefe^hehimìòfefira ctbftrtfàyptf'nènefo luoghi di raggioname-.
Vujjki*delaimagmami là qtMa-Ufud flanta nel capo )fi è di femore per me^zo
delle finefireftejhffetógUoCchifym chiede l nafe t cjalti efimilifiguifà
d’ un pittore eccettcntcjvti ritratto deli le cofe materiali r dtiìfignàt
Wlfió permèìlo neÙajdemìm, che come vna muoia ben acconcia lejìa
dinanzi-accio che venendoci poi uolunti di ricordarci di qttcUo,per mezzo
dell'intelletto, che tpflo alla memoria ricor* te* qui quella r-jcor^mo
delle cofe che rft» vogliamo à punto come feci fijfero
prefcntlfiglioixhiyE'vòm^mlfr veggia w,cbeh per difetto della molalo pur
di cduiyìhedfegnando non preparane compartì bene i coloricene dopo
qualche tempo quella littori a [conciar fi, fi ella farà talmente
guafia,cbe non ui appaiano punto ifuoi prifìini lineamenti, noi ci
ritrouiqmohauerpeifo il ritratto di quella cofe if téme con la
me^oriarMtfemto^y^in piè, che il pittore con Va* iu:o di quel pòco
circonfcridendò htoàrgm intorno^ tjimdo da vn capò ali' altro
lalìnèà.nepub rfferciredxpttu'ra^ùr ilritrattofenereintegra, la memoria
riprende vita : E qufioèfeeHo’chevhtamiamo il ricordarci D f*fi Con $*
vriairitìera finora enfio fo ÌH quella tou'daàtimmitfo m zhimiamo:0erebro
; ttcminejcenz} trtcorjdrtfoi}' quello] ài qigfc ftcvfàJJéohipftJu&ri
jiio ejftpfjftomf farò veglio intens dere, Io imparai qqejló yerfi. ' '
iì - Nel tempo che rinuoua i miei fijfiiri.; Se le i magmi di
cfuejìe parole mi JLinno cofi chiare nel cerebro, confi i prima ve le
difcgnciimaginatiu,fe pur nqnVh^owfi chiamata dal fine, poi che il tuttofi
fa per accrescere la memoria, perche pojfiamo S\. n? zH. ’.r; a Y :
j r?i ù Z \\ f.y i !rA5i«y.V;;55 vroìjjtwta';.- « >\wh àm>i o,
Chela Renrtiwfcensa ila naturale et, 5 j j-artificiale. •' Il f; f•*?? I* • j.t*c ' Q
VeflaReminificenza edi'due maniere, l'unac naturale, l'atra e artficiefe,
la naturale^ quella thcconwiijlfffi najcej’ artificiale che
còn-regp1é.m ibi, e la caggione, onde fi fia introdotte à pori » t r Onde
fi a nato il poi de luoghi in quella :;"ìv ^aite di Reminiscenza.
P Er mojfrare che queJT arti di ricordare fa tolta dalle naturali ifi
rieme faremo qui chiaro, come non Jènza caggione gli antichi cojlia
tuironojchc fi debbano primieramente el igere i luoghi . Noi vediamo no
ruralmente >che chiunque vuole ricorda fi di vn lungo fotti) fi forza
fempre di ricor darfi de luoghi prima, doue quel fittigli auetàjfe ; e
poi ari K. gii Jkmh T ordine^ luoghi} fitto
intier amento racconta . Introduce limai rmgliofc Poeta non fcrtza
mifìerio ENEA, che battendo h raccontare a Di (Ione ciò, che accaduto li
fijfi doppò la prej S di Troia, per ricordarft di tut te le cafri puntola
rimemorandofi i luoghi prima, dotte quelle accadute particolarmente li
fino . Partito di Troia fine viene in Tracia. Qmktra ra la crudel
morte di Polidoro . Indi ne viene in’ Deio, doue defcriùe d empio, c
fi mentione del vaticinio di Apollo. Ne viene apprejfo in Gre ta,e quella
bombile peJlilenzaracconta.Comc pòi nell'lfde Strofidi rag* giona delle
Har pie. Nella Città del monte Leucate, attacca alle pone deb Tempio il
feudo jebe tolfr ad Ab ante greco. Neita Cifrò di Buti-oto riuc# de
Andromaohejùr Hàlcno . Ne va in Sicilia \ vede Bina, i ciclopi, gli more il
padre . Simonide Melico ( come Cicerone, è Quintiliano firi^ uono) per
che fi ricordo l'ordine^ il luogo de corniti iti > cb’eran inòrti'
nella rouina di quella cajà, venne ageuolmente à ricordarf di tutti’cbe al cimenti
non fipeuemoi parenti riconofcerlijper frpelirli. E di qui ne uens
tleegli inpenjiero di firnef arte del ricordare.Ne mi ptjjò imagginare
htomò cojì infinfato efàocco^chépaj] andò per un luogo non uenga tofloi
foieord'arfianchcrjcbe ejfi non uogliaji cofrche qui gli accadevo fi#
ceffi fé àie di molto piacere,}) difiiacere li fijfi. li caùallo di D ario
pafi findo per quel luogo,doue la fira innanzi hauea della Caualla goduto,
tofìo fi ricordò del fitto,ir annu endo fi caggione } che il fio
Gaualiero nefiljc, corte vuol T rogo, della corona di Perfia
adornoMediamo ancho che ciafcbuno che vuole ricordarft di vn detto, i
fitto yfi u^fempre firz randa incominciar da capo, e figuir poi per
ordine : per ciocbe da quello come da vn filomene à poco à poco à
ricordarft del tutto. Ci ricordiamo con maggior agevolezza delle cofe di
Mathematica, le quali fi feguorm luna l'altra, che non degli A pborifmi di
Hipocratt,che fino finza ordine. Le fiuolèfi le
bijìorie^per^uejìacaggior.e fi imparano à mente ancho dui dònnkctuokfida
contodini,ppr che fi comincia daun-espo,efiuàpmpft\ tardine fine al fini ;
Dice Atriflohle nel libre (Idia Rèmmfcema,(he Vm nimo nojlro fi motte con
molta ageuolezza ne’ luoghi, E quantunque ab- etini per h luoghi iute
ridano, l? interpretino i luoghi T opic t ; non dimeni T bemiflio
eccellente Veripantico intende di qufiìi luoghi materiali . M« che cofi
potrà far maà.che con piu ordine un ricordo proceda, che ojjei guari o a
i luoghi de fi figliano l’un l’altro }. Per che dotte non e ordine j iut
e confusione. Ei poi che fi trouano tutte quefie cofi ne’ noflri luoghi,
incominciamo à dijhnguerli,&- à raggioname particolarmente 1 ..'-l V r u \ «3 rM "iCome si debbano elegere
i luoghi fine flra, angolo# filmile. Nella ekttione di quejlo luogo ymuerfale
bifegna éuertire alcune conditiom. Prima che in cfi'o noi halinamo } o
uerfidmé ontinouamente,e che ne jappiamo ogni minima particella \ I
peregrini eli ganfi quello, doueefìnati fieno} douehabliano battuta
qualche lor dolce fidtsfimoneyche quefli piu de gli altri ci fighono
refìar impreft nella mea» moria. Apprejfo, che le parti fue fumo
dfifitenttl'una dall'altra, come fis nò camere, file, fiale, i loggia,
palchi^entratr, portichì,0' altri fimili ; Ori* de debbiamo fiiggire 17
beatici Colonnat i,! giardini le firade, 1? altri " cofi
fimiglianti, poi che non è cofi doue tanta varietà fi ricerchi, quanto in
quefila . Di più che fiano figuenti l’un ì* altra, ciò e che dalle ficaie fi
fa* glia in filabile camere, djr da quefie alle loggie, e palchi fienza
intvrromi pimento alcuno fra loro,? finalmente fiano quefìi luoghi
chiari, et lumia nofi, perche hauendo à locarui dentro le pitrure delle
parole, la poca luce 1 farebbe lorjòfichi i colori,e le pitture infieme
con la luce ifltffa monchi #4 Imi 9 r e fitr
ciò tante uolte, finche gU habbiamo ottimamente in memoria, tal che firmi
in un luogo con gli occhi chiufi, e AifcorrenAo con la imaginatiua It
vaiamo come fi prefinti ci fijjero . Nc cirincrefca reiterarli trenta, e
cinquanta uolte il giorno, che quejìo è il fendamene dell'opera . Per ciò
che non ejjèndo quefii luoghi ben fondati, e fijji nella memoria,fi nói
ui Jnbrichcremo [opra altre ima a gimmonifiuno fiera caufa della
deflruthone fie rouina dell’altro Quelle lofi, chcgiouano d Jàrci
ricordare di quello che non Zappiamo, btfigtta ohe elle ottimamente fi
fippianojaltrimente fi fibrica f òpra l'arena’ Di alcune opinioni
confutate r# j SI potrà adunque per do raggioneuolmente
incolpare MetroAoro di vanagloria, è di pazziajpoiche uolendo manififì
arci gli unii precetti della memoria, fi ( come fcriue Quintiliano )i
fiuoi luoghi nelle dodeci imagtni del Zodiaco, doue trecento fijfantn
luoghi vi defifie, ponédone un $ per grado : E chi non fi } che ejfindono
tutti quefii luoghi filmili, Lr urna firmi turberanno non poco la memoria
nel recitare f e che cfji filano mos bili, e luoghi tuli, che mai fu
huomo che li uedejfie ? Vuole Cicerone, che fi non potrà alcuno ritrouare
tutte le già dette conditioni ne’ luoghi, che fi •hdnoda
cllcgerc,fingafii da fi JleJJòutta Città in una fiolitudine,e quiui a fi
a uolutotà i fuoi luoghi fi eìega } et imagini . la quale opinione aedo
io che dislaccia à tutti coloro, die hanno qualche ifperienza di quefii’
arte, per t io che potendo noi ritrouare le già dette conditioni reali in
ogni luogo, per de fiopra le imaginationi ordinarie uogliamo noi aggrauar
dtpiula memo % di altre Soie ìmagìnatiorn )Ì phantafini l Die? parimente)
che per ogni decimo luogo fi finga una mano d'oro : le quali coffe a me
paiono fu perflitioni difutili . Che fi pur ci aggrada far quefile difl in
fiotti, potremo in ogni camera/o fiala locar diece luoghi, òr bauremo d
medefimo coma m odofinza ingombrarci luoghi d'altre nuoue imaginatìont .
Se alcuno in Cicerone legejfcji luoghi douer ejfier lontani trenta piedi
l’uno dall'ala irò, òr alcune altre regole dalle nofìre differenti, non
fi ne marauigli, poi che il suo intento, è fiato affai differente dal
nofìro . bjfo fi Jèruiua di que fila arte ne’giudttij,doue bifogna
recitar concetti,e non parole ; òr haueg di bifigno t di luogo ampio,
doue hauejfe potuto accomodare diucrjc perfioa ne, che rapprefèntaffèro
ilfitto;&à noi ha mqjlro laijferienzajche co'l nojlro modo poJJiamo
fruirci dell'arte j Lr perii concetti, ir perle paa rele,òr per ogni
(Atra coffa occorrente ; quello,chc non potrà firfii col fiuo. Onde Ha
natoli porre delle persone ne’luoghi. P lEr ciò che io fino il primo,fie
non twi inganno che uoglb.chc ne y hot ghigia eletti fi accomodino le
perfine, quello, di che gli altri ne fin nodi fienza;parmi di fir beneà mo/lrar
alcune caggioni,che m'hanno i/iof fio i ciofire. Coloro, che fiorifero di
quejl'arte } quafi per tutte le 'magmi) ehe figurano per dimofìrar un
fatto, ò ungejlo, uanno cercando fra i lo* ro amici, quale fiia piu
attojche fi debba à quello ufi accomodare, et in porre in cjficutionc
quefiio penJiero,ui fi tr amette # fende fitiga, e tema po;la doue noi
ritrouando una perfino dritta in quel luogo, e Rapendone tutti icoJìumi,e
conditi oni ( come diremo appreffò) in un punto nell’atto de fiderato
Accomodiamo ; e potremo fogliarla, e ueflirla ; e figurarla in tutte
quelle ; tozze, e modi che parrà che bifigni. Vediamo anchora, cìie fi
nel luogo Me cofi piemie, et inanimate non fit pone alcuna perfim uiua. de
le dimoflri} fitdaparerqqgeudtmenié tette dimentichiamo, la dotte con
quefia ne trrrannofimpte la memoria e piu defilale piu uiua . A ppref fi
chi non fi, de a figure un luogo ji firlo dagl' altri differente ( de in
quefia arte è molto necejfttrio ) non fi potrebbe ntrouaec cofi piu utile
ne piu commoda, che illocarci perfine utue,che ne djflinguano i
luohit\c drà ancho chi fitrrà delle noflre regole ifferienza con quanta
aUegrczza$ e chiarezza fi uiene al luoco.ouefia collocata alcuna pei fina
goduta} o dea fiderata ; che doue le altre perfine ci danno il ricordo
d’urta fola parola > quefia ne mofirarà un uerfi # e duo uerfi ««(imi
: E come in quefìo luogo ci parrà quefia imaginc uiua,rifilei]e noi
riprendiamogli altri, per che noi aggrauiamo la memoria di molte nuoue
iaaginationi . Alche non accade eh’ io rifionda altro, fe non che fi noi,
grauiamo la memoria di cofi alcuna per una uolta, la difgr aitiamo
all'ino contro d’ \nfimte altre nclfeJfirciào,che noi lodiamo. Come si debbano
locare le persone. Noi porremo ne’già detk luòghi alcune perfine da noi piu
conofiiu tejnongia qualunque ci capiterà per le mani jìici uerrà in finta
(io, ma firemo una feelta de piu cari amici, di dieceo uentt donne beh
fiime, 'le quali habbiamo godutelo amate, 0 reuerite, e di altre tante
perfine ridia ' cole, come fino bufoni, e fimilifC ini mefcolarcmo
matrone } perfine no lih ffime,e perfine uilifftme e con cofloro ancho infìeme
firati, preti, fra* tcelli, fanciulli,1? altri, che fra loro facciano
uarta mcfcolanza, e di tutti quefii Infogna fiperne i cofiumi,eilor fitti
à pieno con le cofi di loro oc* cadutecele giocofi principalmente. E ne
porremo un per luogo nt? già difegnati prima, in gu\ fi, che fra loro
uengano mefcolaU inficine, £ * V»i dorma, un ’gmanèìvn fraterna finte, un
parente : un uecchto finche, tutti i luoghi riempiamo .E fi non pojjiamo
di quefhhauer tanto numeroy effendo poveri di amici;empiendo i luoghi di
perfine communi rijcrberca \ mo per ogni terzo/) quinto luogo una di
quelle, accio che in effe la memo a. ria come fianca armando ui fi ripofi
. guffìe perfine fi uogliono cotto? care in piè dritte nel luogo con le
fratte al muro, e con le braccia pendentif accio che poffiamo noi poi
accomodarle in quelle atooni f cbe ne farà necefis - firio, Hor locate,
die le hauremonel luogo, bifigna con gli occhi detta mente stempiarle al
quanto, cpme fi uiue fiffero, ir poffeggtare loro molte uolte ùicinof
toccarle con mano,è chiamarle per dritto, e per rouera feto tante uolte
>che ritrouandoci poi lontani dal luogo ce ne ricordiamo, eoa me fe
prefintiui fòjftmo . 1/ quale effercitio faremo noi per duo giorni
contmoui. Quando vedremo poi che la memoria finza fruga alcuna Jè ne
ricor da, e dopp'o befferemo non ne refla turbata, potremo ben dire, che
quefìoèfigno ch’ella ottimamente le fippia. i. . > . à. *. Come si
debbano fingere rimaglili de concetti. Abbiamo ragionato detuoghi, è
delle perfine ;ragg\omeifìo JLl h ora dette imagini, (he è la terza parte
e la piu difficile delnojlto effercitio ; e doue confijle l’accortezza,el
giudicio del recitare. Chiamo io IMAGINE, similitudine, idea, forma, o simulacro,
che cosi leri trovo chiamate dagl’antichi quella pittura animata che recamo
nella imaginauua per RAPPRESENTARE cosi un fitto, come una PAROLA.
Parlaremo prima come ' ft fingono i fotti, O CONCETTI, e poi passaremo à
dire dette parole, che è piu difficile, per ciò che ogni cosi che si può
fireft puo DIPINGERE, ma non eoa si
UNA PAROLA che non fippiamo come sia fatta. Queste imagni di concetti sono
o fimpìiafi composite. Chiamo simplici quelle che si potino una parola
diptngcre. Composte quell’altre, che con piu d’una favela, quara io
bifigna raccontarsi il fatto inaero. Per essempiom s’io voglio raccordate
mi Jòlo della fauoltt d’Andromeda, fingerà la perfina del luocò ignuda,
legata a un fioglio con catene di fèrro, tutta tramortita piangente. Ma si io
vorrò ricordarmi d’una fauola ò btjloria intiera, dove intervengono piu persone,
ridurrò il fitto in quella breue fcmma, e di perfine, e di cosi chi Jta
pojftbile, accomodandola al luogo. Ed in questo mi piace imitar i pitto?
ri^ouero gli poeti Xragici, o Comicide Jctpprerappre fintano la lor
fiìh la con quelle piu puocbe perfine che poffonoi Ne ehij hria cofì piena
di varietà di cosi che diece perfine non b fiino a rappre fintarla . Se a
me piace di ricordarmidella hijloria degli Ke,quàndofurono cacciati di R
ot ma. Tingo rieia prima imagine T arquinio inbabim reale ò con vna ffada
•n manose ch’habbia vna donna ignuda infino nel fecondo luogo, la quale
fingerò che fia L ucretia,che piangendo uolgagliocchi al dèlo in atto,
che dimoflri cedere à fòrza alla voglia dtshonejla fila. Tingeremo, terza
pefia n a parimente LUCREZIA afflitta ir dogliofàraggionareaUa quarta per
fia ttaufiita da Collcttino, il quale fla attonito ad ofiolatria; Ir ella
cauacofi Impugnata difètto la utflè y fincfcrifcamomlmente il
petfo.lAquinta per fina wimagincanchi Realc con la corona toltali di tejlafe
dal fuo folio dea poflafiràmedefmamcnte T arquinio. E coft nel medefmo
modo firn* pre ci onderemo dipingendo la bifloria tutta Philomena in
queflo modo iifinfiintolaUhfioriàde’fioifùcceJftjquandolamfirQà Progne
fua fittila ; doue ejfireffi. tutti quegli atti principaliirte* quali
confifleua la ina telligentia del fiuto. Di qufia maniera è LE MEMORIA DI
CICERONE, berta thè egli in un luogo filofingefft [a hifloria tutta; la
douenot col nojlrt ordine Tbabbiamoancbo effreffad firfi con piu ordine racconterajfi,
Paffiamo bora A RAGGIONAR DELLE PAROLE., i [' et fileremo alt A. V A
quanto per trattar di cosi non poco necessaria alle nostre regole; E
firkyche avendo insegnata, e mojlra l’arte del ricordare } magniamo qui
anebo L’ARTE DEL DIMENTICARE. Di questo nostro esscrdtio una parte ne è
jhbilcjunaltra mobile. Stabde fino i luoghi, e le perfine. Mobile
fino limagini cosi de concetti, come delle PAROLE « Uluoco fa quello
effetto in questo esserctio che fa la caria inuernicatv, o pietra de
compositori di musica. Le perfine fino le righe, che iui fino, le imagini fino
le note, che ui fi fanno di fipra cfiruito chcfièil compofmre di quelle,
firegadole con fi uto,b con un panno humido le manda via, per firuirfi
della carta per l'altra wlta. Noi delle cosi che recitiamo, di alcune vogliamo
a fatto dimena tic arci te altre uogliamo che tomamente ne refiino nella
memoria. Vos Aliamo dimenticarci di quelle parole, ò concetti, cheti
poniamo in memoria ’éarà di per affidar art,e difi orzar l’ingegno, e
recitate che l habiamo y non te ne firuiamo piu dirimente . Il medefmo
dico di quelle cofi, che redo Homo a pompdfa ai oJ1entmonc,quafi per vn
gran miracolo / una tana ta fiUati, di memoria. E ne ho ueduti io non
pochi farne le marauiglie. Vogliamo anelo dimenticarci delle comedie f
deHeletuniy delle Orattoni, e Prediche/percbe fatta U rapprefintatione
poco adiriamo, che elle ci rea fiino ; anzi procuriamo dliauer i luoghi
uacùi.e netti per poter firuirccne deir altre uoltr, Il per che bifigna
imitare i pittori,i quali dijfiaccndo loro il ritratto,con ingejfire di
nuouo la tcuola y la redono bianca r preparati per la nuoua pittura . A
quejìo modo bfigna,clje noi con vnaffogrta in* tinta di rubrica
tfcancelhamo tutte k imagini fatte, e con gli occhi della mente vediamo
tutte le perfine ignudo, e con le braccia penderti, o rac a coltela
lenzuola biancheirte andiamo difeorrendo con la memoria tre fa quattro
volte } facendo penfiero,tomc fi mai noi figurate l’hauejjimo f € che mai
ptù nonjvi ritornino. Di quefiiprecctà banca di bjfigno The a melode (
come feriti^ Cicero**) che ejfindg dimandato da S moiude, fc egli volata
imparare Torte ài ricordarft, rjfiofi > eh ejfo lenirebbe piu
volentieri l’arte di dimenticar fi apparati, per potere di quelle cofi
dimenticar fi, che ejfo defideraua di [[cancellar fi dalla memoria . Ma
quelle cofi che vogliamo ricordarci, che ci paiono vtili j e necejprrie :
bis j legna doppo di hauerle recitate in quefo modo otto, e dieci volte,
indi à poche bore far il medefmo, cofi per alquanti giorni, e la notte in
quel fts lenti o, che gli occhi fin riuocati dalle cofi finfibili, à vero
la mattina per far il cercbro meglio dijfojlo, per ejferegia digejìi, e
confumati i va* pori del cibo, bifigna far ancho firmo penfiero alle
imagini recitando* accio che s’imprimano bene nella memoria ; che poi fi
ben vogliamo, non ce ne pofftamo dimenticare ; per non ejfir altro
memoria, ch’un habito di tener firmo le imagini . Però veggiamo i tardi
di memoria dopp'o, che hanno imparata vna cofi non dimenticar {eia più :
per ciò che confidando poco a fi Jlejft, fanno con tutto il penfiero
all’effetto 4 el ricordare, la dos ucgli ingenioft confidati nella bontà
dell’ingegno, poco dopp'o d'kauera ! recitato fi ne
dimenticano. Come possiamo ricordarci delle parole dal proprio. H
Orrt raggionaremo, come pojffimo ricordarci delle parole, opri più
difficile dalla pajfata . A ciò fare terremo vna regola da Aris Jloicle
nel libro della remmjcenm, che ci ricordiamo delle cofi > ò dal
proprio * ò dal fimile * o dal contrario . Noi di ciafcbeduna di quejle
fi remo particolar raggionamento, cominciando dal Proprio * Le parole,
che ci occorrono à ricordare, altre hanno le loro imagini, altre ne fan*
Hodifinxa . Chiamo io quelle parole bauereje imagini, che DENOTANO cosi
materiali jome TAVOLA, che è un legno piano, ò PIETRA, che Jèra calce
marmo,'ocrtta cotta: A kun altre ne faranno di finita ft come qoefla
proli PERCHE,\yw T £ N T O, àieTun dinota v« dimandar cè cominciaremo da
quef1e>cke fi fon dette) per ejfer piu fk t cili: per che ciascuno avendo
à dipingere queste nella memoria, sa meglio dipingere una mola o pietra che un
perchefo tanto j che non fa come fumo fitti. Co/i l'ingegno di colui che
fi eserciterà, s auezzerà à pocojà poco a ricordarsi. Ajcolta: Not della PRIMA
PAROLA CHE VOGLIAMO RICORDAR esporremo l’imagine in mano della prima persona
che habbiamo lacata nel primo luogo e la dipingeremo qui con la imaginatiua,
come diremo Off prejfofe fingeremo quella persòna tenerla in quello atto
che si con sa più Con l’età, co'l portamento, e co’cuoi cofium 't che
come abbiamo prima ietto bijògna hauerli lenijfimo conofciutì Se da per
caso UCCELLO.j e toccherà ad un FIGLIUOLO, ci imaginaremo un UCCELLACCIO
GRANDE che lo tiene abbracciato, e cinto, come habbtam visto L’AQUILA CON
GANIMEDE. Se toc? cherà il medesimo ad UNA MERETRICE, la fingeremo
tenerlo nel grembo Jlret lo, come habbtam visto LEDA tener GIOVE MUTATO
IN CIGNO. Se toccherà ad un cuoco che lo Jlia, ad arrojlire . Ma jè per
case dice TORO; è toccherà ad vngiouanc gagliardo, lo fingeremo Jìarin
quell’atto co*/ toro, che habbiamo uifio in più-ritratti d’ERCOLE con
Acheloo Se ad un uillano, nella gufa che Argo pafceua lo vacca. Se ad una
vergine 3 che ui feda fipra, e ut Jcherzi, e lo inghirlandi) come fi
legge di EUROPA. Se ad una MERETRICE qual ne deferiueno i Poeti, Pafifi
congionta con quello. Daremo urialà tro essempio, Se dirà CORNO, e tocca ad un sacerdote)Ct
imagmere ino un sacerdote antico che tiene
una uitnma per unxprno. Una vergine> (he l’habbia pieno di fiori, e di
fiuta ncliaguifà che le ninfi Notaci tengo# no il CORNUCOPIA che
unànergine fi-fàccia dormir nel grembo un LEO a corno ) che co’l fùono
della Citerà, ue lo halite indotto,‘Vn cacciatore 4 qual habbiam visto ADONE
per le seluv. Vn infime detia moglie, come A leeone lacerato da-Qm; e
filmili imaginano ni cfxpvffpno ejjert infinte^- « fr.U fr. Il mete fimo
firn ALLA SECONDA PAROLA, dipingendola aìU seconda Peri fina, co ft della
terza in fino all‘ulama, Jìn die fiano ripieni i luoghi Dopo comincieremo
a recitarle da capo tutte, e dimenticandoci di akunajlcjvres mo di nuouo LA
FIGURAZIONE; apprcJfi le reciteremo a rouerfeio, poi traladaremo le Jparijpoi
reciteremo le trdafàate : ne penfire che fia piu dijji àie dirle a
rouerfcio t che a dritto,per che auendo le parole dipinte ne’luoghi come colui
che ha le parole deferitte sopra una carta poco li fard cofi dal capOiCome
dal fine recttarlc; e do farai il giorno tante volte, finche eoa
nqfcerai, che db ft faccia poi finza fatica veruna. t >, *MÌk « • Hs'*«
it- ik - Alcune condizioni che (i ricercano alle r imagini.
Perche aviene Mora che dipingendo l’imagine d’una parola, o fatto non ne
fouuiene con quella ageuolezza che noi vorremo, o no ce ne ricordiamo
punto; per do che non di tutte LE FIGURAZIONI che fingia 0 no, ci poffiamo
noi ricordare;rcnderemo noi la caggione onde possa accadere, aedo che
effircitandod in qucflo, ricorriamo fimprc in quel modo di imaginare che
ne tenga la memoria e piu defla, e piu yiua ; e non dicano gli poco
esercitati al ricordare che piu lofio si ricorderanno da per loro di una
parola finza l’aiuto diqucfl’arte jche per quella fila parola non farano
no in ricordar fi del luogo, detta per fina, e dell’imagine. Noi per
confa guir qurflo lamineremo per quella firada per la quale LA NATURA
iflcjfi c guida jn tutte le cofi ARTEFICE maravigliosa. Mediamo naturalmente che
dette cosi prime e nuove d ricordiamo assai volctiticri. Io mi ricordo me
gito dette fiuolc mal composte } cbc mi recitava la bada mia qua/tdo io
era fnnciullo t cbe di quelle che leggo ogni di ne’poeti. Pcr affimi in
quel tempo ogni cosi prima è nuova, come dice il LIZIO, e non come dice
Attieni: i fanciulli Uno lantani da oem {enfierò Jt C da
noiofc fàjlidió, Veliamo anchórd:che ri ricordiamo Ielle eojè marauta gl
iofejper che la marauiglia najce Ma nouita, Ci ricordiamo anchora dei le
cose rare, ir inufitare per che ne taufino maraviglia, eia furo fi ricora
Aera piu d’un Cometn apparsele delle stelle, che habbia vifìe Ceffate dia
Jtorrere per lo (telo, piu d’un eclisse del Solere della Luna; ptu d’ur,
ara co celejle di notte, che dt giorno, per ejjere cofe più rare. Per ciò
che delle eojc.che ogni giorno facciamo ci dimentichiamo assai
uoluntieri. Ci ria cordiamo ancho delle cose fàcilmente che ne muouono à
giuoco, i i rt(è; Per che il rifi najce dalla marauigUa, e le cose piu
tofìo dishonefìe e bruto te ci fanno ridere che le buone. Ci ricordiamo
piu della gentil dorma, e dell’asino, die ne defenue Apuleio, cìie
delHionorato atto di Regolo j ò di Mutio Scevola. Ci ricordiamo anchora
delle cose che ne piacciono, ir anchora, che non voglidmo la memoria ce le
rapprefinta dinamica dove de fate cose che ne diffiacciono gonfilo non ce ne
ricordiamo, ma le alhorrfa mo ancho co'l pensiero, e fuggmo piu che
pojfamo il ricordo di loro coll’imaginatiua. Le cose bombili e ffaucnteuoli ci
danno anchora caufa di ricordo; per che l’horribiltà del fatto, d tiene per
qualche tempo l’animo fercoffo, e foJfefo, e cbicordiamo piu di coloro,
che muoiono per fet^a di gtrocijfmcgiuflitic che di coloro che muoiono di film,
ò d’altre malattie. Ci ricordiamo anchora delle cose varie fra loro e
differenti, che fe ne òli 3 e nella Mufuacida piu diletto la varietà che
l’abondanza nelle cose della natura, e della martoria fono non filo vtdi,
ma necessarie; di una pittura di BUONARROTI (si veda), o di Tiziano ci
ricordiamo meglio che di quella d’un pittore comun; perche dove in quejìe
fi veggono ogni: giorno cofè filamenti Ordinane, cofi in quelle fi
veggono dtuerfi mouia menti, ir infilile attitudini. Se adunque ciò
conojciamo, per che non -, debbiamo noi figuir quello, thè fa Natura
ifleffa ri rnofìra 1 Hora con ogni noflro penfiero alfigurarc facciamo le
imaginationi nelle perfine » de gagliardamente muouano le membra, che
imitinogli atti degli Ijlria . ni, piu del fiUito granii, ornati ii colori
splendenti l e viui, t bruttezze incomparabili, e di altri p radicamenti,
che ne rapprefintmo all'animo una nuoua forane, marauigliofi, mu finita
+ piaceuole, varia, c faauenteuole pittura. Si io voglio ricordarmi
ii INNAMORATO; non fingerò la perfino del luogho ben ve a fiita, ir
acconcia fijjnrare > e fir fintili altre co fi conuementi ad vn
gentiluomo innamorato ; ma la dipingerò qual deferiue OVIDIO (si veda) Polifit
mo innamorato, con la falce raderfi la barba, co’l rajìro pettinar fi la
tea fia;ffacchiarfi nell’acqua; con vnflr omento di mufica forano
finare,e cantare . Per che ejfinio cofi ridicola timagine, mi defiera con
maga gior ageuolezza il ricordo nella memoria . Il fonile farai ancho
nettale tre cosi Onde fia nato il ricordar dal Simile; e come fi
faccia S Jamogiontìiraggionarc, come fi pojfano dipingere quelle parole J
chejìanno finza le loro imagini ; il che è opra dijficiùjfima, e doue fia
tutta l'importanza dell’arte. Per do che dice il LIZIO, ejjer net
eejfario k ciafauno j che faecola che vada fae colando l’imagim et queU
la cofi t ne può l'intelletto noflro vfir il fuo vfacio, fi £ intorno non
fi gli rapprejènta Immagine di quella . Onde non confijlcndo in altro
quet fi* arte > che nello cfarimerc intieramente in difigno nella
memoria il rittratto delle parole; come potrà chi far il volefie a gufi di
eccellente pitt tore fi ngcrc con l'imaginatiua,ò mojhrar in difigno
cofajche egliifìcjfi no fàppia come fatta fi fiaitìora duque forziamoci
di moflrar molte rego kjc uie, accio che hauédole J’esercitate dindzi
tutte ) fi uada firuendo di quelle, che più proto li uegono, e più comode
fi le ritrouaie co queflo fi reco f c/i la fatiga del faito.U feudo modo
adùque, che babbiamo detto di [opra Jìc il ri cordar/ dal Sfatile,
e queflo modo daremo noi a quelle parole, che non hanno imagmi . Chiamo
io queflo modo dal fimile.per ciò che non ha uendo le lor proprie imagini
quefìeparolejaremo loro le propinque, affini, e fi non in tutto, almeno
raffomiglianti in qualche parte. Ma prima, che di quejlojàcciamo parola,
parmi conueneuole a narrare alcune caggiìrà, onde filmiamo noi che queflo modo
ne pojfa efiergioucuole in qualche parte. Che un simile ci fa ricordare d'uri
altra cefi fimile/ecofi funda tu fui naturale, e l if peri mentiamo ogni
giorno. Ogni madre, che uedrà un JìgUuolotch’habligliocchiye la faccia, e
le mani,e'lgeJlo di alcun fio, figlio^chegia gran tempo non hahbia
ueduto,fine ricorda fibitv. Andro machc uedendò Afcanio figliuolo dt F
neaper la simiglianza degl’occhi, delle mani, e del volto si ricorda del suo
Ajhanatte, onde piange, egli (à prefinti. Sempre che veggo una donna che
quando parla lo ride fi certi mpuimenti di labbra, e di facciami ricordo
dt un’altra donna conosciuta, che ridendo, o parlando ficea fimiì atti.
Sempre thè fintiti) cantare l'aria Sun madrigale, ch’hablia alcuna
fimiglianza con alcun altro, mi ricordo di quello di chi lo cantaua. La
fimiglianza c nel predicamene della ree, lattone : conofciuto un e [Iremo,
e fòrza che Ji conofca l’altro. Cosa di troppo gran fiocco, e finza mente
firia,che hauendo locata una parola fio mile ad un'altra, e finttndo,o
ueggendo quella non cene fitiuenga fibito. E fi ben fintiamo in noi un
cere che di /confidarci, non ce ne /marnami però punto. per che la
memoria nofira ancbora, chc non uogliamo, lo ci torà ita per fina fa
mente. Come possiamo ricordarci dall’Aggiuns, - ti od e L itfr » * '
a H Oro trattiamo k flette detSimileJe quali fino molte, e le
Jiuideo remo in due parti una terremo dalla intesone della parola?
l'dtrp. dalla frittura, dai con fiderando come ellafìl, cmincktremo h
quefìa, che e lene afficurarààn quella, ch‘è piu certa dell’ altre. La
chiamo dalla fcrit tura, per che occorrendo una parola, la cui
fignificatione non ajjomiz glia ad alcuna altrado alterando quelle
lèttere, ò frllabe > che la componga no de darò famigliatila nel suono.
De’ modi d‘ alterarla non mi fi untene bora piu di cinque. Aggiungere,
Mancare, Trajjwrre, Mutare,}: Parure. Cominciaremo dall’aggiungere j il
(piale può ejftrc nel principio, è nel mezzo, e nel fine della ditaone. Chiamo
io aggiungere nel principio della ditti onestila figura cb’igr ematici
chiamano Prolhefis, de fifa aggiungendo una fillaba, b al meno una
lettera al principio, come con magi gtor prontezza,ò comodità ne occorre
in mente . S’io uorro ricordarmi di CH E, non fitprei,chc imaginarmi da
porre in mano delle perfine, ò ne* luoghi, ma, aggiungendo una lettera O
nel principio della ditaone diri OCHE, che fino le Papere, quejìi animali
in mano della perfetta mi fa ranno ricordare di ChE.llmcdcfimo faro a
LOMBO, per aggeuolan mi tifilo ricordo, per che fi io aggiungo la fillaba
CO nel principio, barn rbCOLOMBO,quefìo animale adunque mi farà ricordare
dùLO M BO. Farò amhora nel mezzo della dittione l’aggiuntone di una
fillabafi lettera, Ì7 4 e da grammatici chiamata quefla figura epentesi.
Se io cera co ricordarmi di R I A, che non si come fìtafitta, aggiungendo
un V nèl mezzo dirà RIVA, vna rtua adunque, b vero vn colie fiorito in
quel luogo mi darà il ricordo di RI A; cofi per ricordarmi di
INSTRQ, porrò nel mezzo CHIO.è dirà INCHIOSTRO) le manilla fàccia
dela per fina del luogo imbrattata di inchitni firà ricordare di IN* STRO.
Qucflo parimente faremo nel ultimo, aggiungendoui pur una fillaba come
per ricordami di FINE aggiungerò STRA, e fà T h NESTR A, che fi bene come
fia fittmeoft à DI aggiungerò vn O fedi ÙDIO, chiamata pur da grammatici
Proparalejfifi Paragoge. Come portiamo ricordarci dal nancamento S Egutil
Mancamento, che e il contrario di (fucilo, che habbiamo dettò, mancando
dal principio ; dal mezzo, edal fine della dittione alcuna lettera,ò
fillaba ; e prima ragioneremo del principio y chiamando tfuejìa figura
con i Granatici Apherefijir auerra,chc terremo al principio del la
dittione.lncontrandomi a ricordar di SPERO j togliendo il primo e dirà
COSCIE: fingerò aduna ape la perfina del luoco moftrarmi le cofcie, e mi
Jòuucrrà ancho fubito di CONOSCE, e da Grammatici c chiamata quejla figura
di torre di mezzo la dittione Sincopa. Atterrii il medesimo alla fine
della dittione. Occorre CAN IT ferrò l’ultima, e dina CANI. Ecco duo cani insieme
mi daranno C ANIT. Se vorrò ricordarmi di SOLEMO, un SOLE mifirà ricordar
di SOLEMO: togliendo parimente quella sillaba MO tire detta questa apocope
k ' r v.,et * rv V v ì
-‘‘-t Come possiamo ricordarci pet lottai sponimento. I L
traffonimcnto auiene ogni uolta,che le lettere, ò filiale della dittione
mutano luogo fia loro. Prima diremo del traffonimcnto delle lettere. Ciò è
della prima all’ultima, della feconda alla penultima, e cosi di mona, in
mano dell’ due. Se mi vorrò ricordar di ROMA vvolgerò tutte le fd tale al
touerfciofi irta AMOR, vrt Cupitine m mattò, curro all'ract àato con la
persona del luogo mi porràinmentoj ROMA. Si trafiongos no medefimantfnto
le filiale, cóme dicendo REGO; che non si come fa fittvìvolgo In seconda
fittala al primo luogo } t la prima àtt’t ihma, e dirò CORE, potrà meglio
dipingerfi un CORE che un RECO. Cefi di R 1SEM I, porro fióre MISERI ;
che ficn le filiale riuolte.Si potranno anchora trofporre le lettere
altiimcnte ponendo la fecondò al primo luogo • non mutando le ah e } come
vedendo ricordarmi di ALTO, porrò la Jet tonda lettere L al primo luogo
poi quelle, che figuono, e dirà LATO, la perfino del luogo tvccandofi il
lato, mi fitrà ricordar di ALTO . Il me* dejmo porremo far attefittabe:
Se per tifo eeicarò ricordarmi LO ME* N l, pongo la feconda fittala M E
manzi,e dirà cofi trafijwfiìa MELONI, Ecco due meloni in mano delt afifidente
del luogo, mi fiora ricordare del primo . Il fimile fiorai degli altri
traff>oriimenti,ché pofifono effereim Jmti t e bqfimo quefiìi
effempi.per non efijèr piu lungo. Come polliamo ricordarci per la ' '
mutatione. Cap. ier cafi ricordarmi di SELO, utdo ìb mutando le uocali
potrà dir SOLO, anchora SALE, e SOLE. Se narrò gncborn ricordarmi di una
donna chiamata MENICA, me ne ricorderò fingendo vn MANICO di fiata/* di
Qppa, fingendo parimente vn i MONACO,e ftmiU.Per SA GG IO ; SEGGIA, per
BENCHÉ vn BANCO, per PARLA, PERLA : tAa pajiamo alla divisione. Il
dividere che faremo della dittione in piu fillttbee una di quelle
par? tijche fono ytìlifftmc a farci ricordare pcr che ne nafcenonjolo il
por? te a memoria ogni cosa che occorre j ma di qualunque nomejìrano,
bar? laro,& inulto, che fùffe. Ma parliamo prima come fi fàccia
quefìa dia ui fotte in partì fignificatìue, per che fegliono occorrere,
alcuni nomi, de ancho diuift figtòfi canone poi riforniremo di quelli, le
cui parti nonfàps piamo a chi aJfomigliarle. Occorrendo per.auentura
AMOROSA >s'io {fluido per mezzo questa parola diri) AMO, ROSA J
fìngendo dunque vn Amoda prender pefc i, et yna pùnta di Kofi mi fòri
ricordar AMOROSA, che, fi intiero fife non faprei ritromlo. Il medesimo frrcmoà
SOLE KE'Chediufodirà SQLE ieKE'VnReaiun que yefìito col Scettro^ conia
corona, e con yn Sole di legno, quale ftam filiti veder dipinto, ci farà
ricordar di quello. Coftanchora di APOLLODORO Vn A polline indorato. Vegliamo b
era all’altra parte . Di* uidaft il nome Jlranoin tutte le Jueftllabe, c
daremo per ognifillaba alcun sogno mannaie in mano dela perfina del luogo,
il cui nomo cominci da, % quella ftlkka r Con yneffimpio mi farò meglio
intendere Volendomi t Come possiamo ricordarci dalla divisione. U
/empiici A Diofcòtidc, 'cfimAi Cmè STÀEfLODEttDR A} li prima fillaba e
STA. trio fingerò la prima perfona tener in mani una Jìatua A marmo. FI
nell’altra un ramo A fico : LO > ne* pick una locujìa. DEN, chef altra
perfona co una mano fi tocchi uniente.DRA e con l’altra abbracci un D
ragoneionde legenda le prime fiUabe di 1.! - j t o. r ; Coti che fegno
debbiamo fegnaile ^ n, jff Z'm un ATA perche patria dir
colui, chela da fir effreitio A epuffarte, à 1’ Ichcfcgno potrò
conofcereio t fi in la figura ui è aggiunto, mancar io jfrdjpojlo.fò
altramente alterato i perciò che guardandoti mfap ri piu Affetti à
ricordarmi A ciò che-mi magmi che della sola parola ifìeffa. A queflp noi
ripareremo con uuabreue regola, che dobbiamo cefi figurarci la pittura
come è la co fa ifìeffa . S e io ho aggiunto alla dittione torri alla
figvra,efi ho tplfp ui aggiungerò,ò la mtarò mediche parte, come
pcreffempio, (colendo ricordarci di CHE mifinfi 3ueOCHE> per Amojlrart
chefa letterati capo, della ditone c fouerchiaj smammi Capo all’oche,e le
fingeremo cofi, acfipchc il mancamento Alle teff alti pH ! muttrafi
parimente ifs tUnW fiu VnfliENNAflratmdinmaccn le piume ritcrte^un
BAN* CO rifinito, un SO L E cdifjaàjt tenebrò fc, òr una PERLA tqal
con da in quella parte mutata, doue habbiamo di lei fitta la mutotione.La
Db uifione fi una ROSA cui manchilo
aktyfìe^altdti’jÀPQÌ&QtndoratD: rotto per mezzo, et fimili figurati
ori come piu n piacciono^ ti uegono à uerfo.Ne ti w r* jy m j „
jti '*jri i » o pensi » tfijnd’ u tòtrinciàua c irosi 'in fcr
mt&c | .‘^1 ri ©drtfcfofà lafctitttì£i regole che altro noi non
vogliamo xth'uftre interini in uece delle le t ter e t per patrie
depingcrc nella memoria. Il Tempo lo dipingeano figurane Jo il Sole, x
là, Lurknii faggif* cbequtflì fmetmrù o emfdfe m fo ..Perii Moruk
dipittgeanavo Serpe.lon inbocca-jjl Serpe è punteggiate di oro 3 òr
dipinte dt fiutane, che r effe mkaH jietvtm la jlelle, è rotondo fenkh
'principio 3 e fcn^ofne^Qmé tl 'cmkofd&klo:} rinuoua di fiogUa alla
primauera, v-Và 1 V é* :5 **>$• i . r r- m iwfci&t "t\r: o* T
"yOtremo parimente col Gejlo effimere alcune fgwfimonidi paro A le ;
e ne diremo piu particolarmente quache non barbiamo fitto rag ? gionando
delle I magini de* concetti, e dtquejlo potremo fruirci con molta
comodità, per ciò che à firci ricordare la perfino del luogo figurata
inquel gffio; ne porge molto vtile, e quella pittura figurata in un
decente gefìoj quantunque taccia, che non paia che raggioni, ed efjrimi «
fio con detti piu che la voce vma tVn muto effitme coi Gejlo ciò che egli
de fiz dera,'V fóndo le mani in uecedi lingua Philomena efireffi col
gejlo dia ferrila più chiaramente la violenza vfatde daTereo, che non
fice con la pittura* N efil cifignificano quijli atti nelli hnomini, ma
neUi animali ondo, che io*i filo mouerfi ci accennano ciò che ejfi
defiderano. Chi non giudica /thè dinoti humiltà vn capo chef a inchinato
alla dea fira, vnritto arroganza, piegato innanzi accetta, ti pendente in
dietro neghi deche con bocca, mani, e con ogni altro membro del corpo non
fi fojfino dimjk'are infinite pajfmi fi parole ì Chi non giudicara
mejlo, et di mah voglia vno,che ft veggSpalhdonel volto,con la fronte
dea prefiy col collo languido, e pigró intuiti ifinfi,e nelle fòrze dir
un’altro infiammato (tira, thè hahbiail colore gli occh gonfi,cr
(facondo, t rutre le membra nfiritite, e fiia èon tutta la perfimtin moto
gagliar difi fimod Jf of occorrendoci adunque (come per cafifi
IMBRIACO a 'V* * - a I •• # ^ v - fìngeremo quella perfètta in imagine,
quale veliamo deferita Sileno da VIRGILIO (si veda); Jìar dijlefo in
terra me^go finnacchiofi, con le vene gonfie di vino, con vna corona
difirondi di vite, con yn fiafeo, che gli fenda via cino, a cui la Ninfa
Egle dipinga la faccia di mora rojjc V
cigliamo ria cordarci di INVIDIOSÒ, fingeremo quella perfena guaine
deferiite O uidio l’invidia, Jederin terra facendofi cibo de jer penti,femprc
meta ero, fofairando, e piangendo } di faccia pallida, col guardo torto,
co denti ruggmosi ) egli difiilli veleno dalla bocca. Se anchora dicejli
OCCI DE j qual ancho VIRGILIO (si veda) ne dejcriue ENEA fipra TURNO, il quale
confe braccia JòpplicheuolijCt djflejò interra chieda perdono ENEA
minaccia te gli habiiafittu la spada nel petto. Il filmile farai nell’
altre parole, che ft potranno efarimcrc co’lgejlo.Cosi chi con le braccia
aperte,chi con dia Jlefi t chi dritti, chi piegati,et finalmente tutti in
diuerfe attioni faggen a do quanto fi pojfa ? atto dell’uno
rajfomigliarfi con l’altro, acciochcal rea àmre non pigliammo errore. Come
ci possiamo ricordare dal contrario. j Vf 7 % . 0», Efìami quejla
terza j Ir vltima parte a trattare, ciò e come ci pof fi amo ricordare
dal contrario > il che io promifi al principio, quatta io infegnai et
ricordar dal proprio . Il ricordar dal contrario ci porge non piccola
vnlità ;per ciò che ciafcuno per vno ejìremo fi ricorda dcllaltro eferemo
. 1/ color nero mi farà ricordar del bianco, nella infamità mi ricorderò
della finita e nella infelicità fempre della pajfita felicità . Ina
Produce Euripide tìccuba nella fra T rageìta, che ritrouandofi nel colmo
della infelicità che hauea dt bifogtto d’ognt cafi, rtcordarfi del colmo
della Jùa felicità ; dclrcgno dejf flfia> de cinquantafigli, e
cinquanta nuore, del Marito, della cafi tonto ricca : ir iHuflre .Nel
caldo ci ricordiamo Helfeido, 1 caualierì Tranztfi combattendo
neU'cJferdto di Morto Craffo contro i Parthijper lo caldo che fintiuano
fi ricordauanodelfed do di Francia, e per lafite che papuano j fi ricord
auano di tutte quelle ac 0 guef’iui haueano vfie., Ma prima,
che mi parta di raggiane di queflo, racconterò anchora un al tira regola,
che non fife la debbo dal contrario, ò da altro chiamare, che fi fi ra
fra quante ne babbiamo raccontate digrandiffimogiouamcntv. La refi gobi c
quejla,che colui haura da fcruirfi di quefl'arte, elegaft primierafi
•niente in de vfifi nt haura a firuire, ciò e fi in predicare, b in ree
idre O rationifi altre co fi fé pojforìo ejfcrc tafanitele fra queflo fio
v o eleggasi da duecento o trecento parole, che ptìtgli firuorw, e piu gli
intinte# rgono, e che meno fi pojfino ajsomgliare, per ciò .che quejìe
parole piu dell’ altre ci f cglione effir molefic al ricordare . Soia ci
fama di quelle daremo un figno manale jò dal contrio/o dui diffamile, a
come a lui meglio piacerà elegerle, e quefie notarle in un librone
porfile beniffimo à memo; tiaytedo che occorrendo al ricordare le potigli
in mano delle perfine del luogo in uece defle'parolé . Fingerò fa me j
che una gran 'Zucca dica POI CHE, vn Melone dica POSCIA, vn Ccdruolo DAL,
vw Tomo P ER y e fmilijcofi con molta prefie^a locaremo le imagini
alle parole fenza andar molto vagando con l'tmaginatiua per porle, e pat
irne» te con molta prefezza uedendole con l'intelletto ci ricordiamo
delle parò* le . Quel la regola è tolta da coloro f e raccogiicuano le
orationi antica mente dalli vtua voce mentre fi recitauanont’l Senato f e
con certe tifica^ refi caratteri da loro imaginati alle parole piu
occorrenti } le Jcriueuano (on molta jtgeuole^za.e.Fu quefia regola molto
commendata da Greci per mio parere fé fcrijfero dt qu fi’ arte, ammonendo
coloro f e hauea* noà fr tpieflja profcJfione,ne haucjfcro à
memoriiynagran moltttydi fi, La quaU opinione à torto Cdcerom. la ri
prende, intendetiJojtfpiwenfy U da quello f che faa.penfindofi., che 'a
tutte le Rarefi che,pq^ Falcone. Keywords: caratteristica universale. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Falcone,’ The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Falzea:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- QVOD
PRINCIPII PLACVIT LEGIS HABET RIGOREM – il sentimento condiviso – scuola di
Messina – filosofo messinese – filosofia siciliana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Messina). Filosofo
messinese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Messina, Sicilia. Grice: “I
like Falzea; for one he applies Apollonian principles to H. L. A. Hart’s
analysis of ‘discorso giuridico’ – alla ‘discorso musicale’ – after all, there
is ‘armonia’ in justice!” – Si laurea sotto Pugliatti a Messina. Insegna a
Messina. Lincei. Sua costante preoccupazione è stata quella di integrare,
sempre ed opportunamente, la prospettiva astratta logico-formale e filosofica
con quella pragmatica del diritto mirante a fornire quel necessario ordine
giuridico indispensabile alla co-esistenza pacifica di vita materiale, vita
spirituale e vita sociale. Fra i suoi maggiori risultati, la centralità della
nozione dell’’intersoggettivo”, “l’interazione” – “l’interpersonale” -- pensato
sia astrattamente che in relazione alle correlative persone la fondazione di
una etica giuridica e l'elaborazione di una assiologia del diritto, frutto
rispettivamente della sua incisiva indagine critica ed ampia comprensione
concettuale delle nozioni di ”valore“ da porre, al centro della sua filosofia
giuridica, assieme a quello di “interesse” (cf. Prichard), e di “categoria
giuridica” formale, quali nuclei fondanti del corpus dottrinario della
giurisprudenza. Da qui, la constatazione di principio secondo cui “il
giuridico”, nella sua accezione più ampia come fatto storico-sociale dinamico e
non statico, si analizza nelle sue due componenti principali, quella ”formale“
e quella “materiale”, da considerarsi sempre in un reciproco, razionale
equilibrio co-relativo garante di quella realtà umana fattuale del interesse e
del valore. Il perno epistemologico dell'impianto teorico, quale presupposto
ineludibile per l'esistenza di un qualsiasi “stato di diritto”, è quello che fa
leva sull'imprescindibile ruolo formalizzante che ogni determinazione giuridica
cogente deve avere nel catturare, indi razionalizzare (forma), quel nucleo affettivo-emotivo
(materia) insito in ogni fatto umano consuetudinario della vita. Il diritto,
come realtà assiologica, è quella naturale concezione cui si perviene allorché
si abbandona quella riduttiva visione formalistica ed astratta della
giurisprudenza la quale, invece, deve guardare alla realtà fattuale ed alle sue
dinamiche complesse e multi-fattoriali, ai suoi contenuti pragmatici, di valore
ed d’interesse. Da qui, la necessaria interdisciplinarità cui deve
sottostarepur mantenendo la propria autonomia la costante giurisprudenza per
non cadere in un anacronistico e sterile formalismo privo di materia. La forte,
quasi esasperata dimensione teoretica (ma mai grettamente dogmatica) espressa
non solo da un punto di vista meramente logico-formale ma sempre
contestualizzata alla variegata problematicità e storicità della realtà umana,
si evince, in tutta la sua evidenza, dagli scritti dedicati ai problemi di
teoria generale del diritto, affrontati, oltre che in alcuni suoi lavori
monografici, in certe voci la lui redatte per l'Enciclopedia del Diritto, sì da
costituire dei classici della letteratura giuridica contemporanea: fra queste,
accertare, apparire, efficacia giuridica, fatto giuridico. Fra i molti
contributi dati da Falzea all'elaborazione teorica dell'ordinamento giuridico,
in raccordo a quanto detto sopra, degno di nota è l'aver egli richiamata
l'attenzione nella voce ”I fatti del sentimento“, sulla scia di parte del
pensiero di Pugliatti sulla rilevanza giuridica del sentimento, inteso non come
un principio generale dell'ordinamento, bensì come un vero e proprio sentimento
soggetivo ed intersoggetivo – shared feelings -- fattualmente rilevante per
l’interazione interpersonale, che la norma giuridica, specie quelle del diritto
civile, classificano come un valore positivo, da rispettare dunque, o negativo
(“disvalore”), da reprimere invece. Da questa presupposizione quindi, con
metodo contraddistinto da ampiezza dell'indagine storica e improntato al rigore
concettuale, consegue uno dei suoi maggiori risultati, riguardante l'analisi
del concetto generale di diritto, quale diritto positivo, cioè effettivamente
vigente, incardinato entro un sistema assiologico fondato su un ordine
razionale intersoggetivo che rispetta il valore di una determinate
intersoggetivo in un assegnato luogo ed in un certo tempo (storicità del
diritto), secondo una scala della loro importanza. Quest'ordinamento razionale
è un tratto distintivo sia del sistema intersoggetivo che dei suoi sottosistemi,
fra i quali preminenti son oil sistema di comunicazione, e quello giuridico,
che è il sistema normativo attualizzato dell'interazione. Da questa
prospettiva, anche sulla base di un parallelo analogico-concettuale con la
struttura della logica, perviene, tra l'altro, ad una elementare quanto
fondamentale distinzione meta-giuridica fra teoria generale del diritto e
dogmatica giuridica, argomentando solidamente a favore della tesi per cui
la teoria generale del diritto opera ad un livello superiore di generalità
rispetto a quello in cui si colloca la dogmatica giacché quest'ultima è sempre
inerente a diritti positivi storicamente attualizzati, oggetti di studio della
teoria generale che, in quanto tale, non discende dunque da alcun diritto
positivo particolare, e quindi neppure dalla dogmatica. La teoria generale del
diritto è piuttosto riflessione meta-teorica su quei particolari sistemi
vigenti di diritto positivo, sistemi che verranno quindi interpretati
speculativamente e spiegati razionalmente (interpretazione giuridica) tramite
metodi centrati sulla individuazione e ordinazione concettuale. Solo in questi
termini, si può allora più propriamente parlare di ”filosofia del diritto”. Altre
opere: “L’intersoggetivo giuridico” Dott. A. Giuffrè Editore, Milano);
“L’intersoggetivo giuridico, Dott. A. Giuffrè Editore, Milano); La separazione
personale, Dott. A. Giuffrè Editore, Milano); L'offerta reale e la liberazione
co-attiva del debitore, Dott. A. Giuffrè Editore, Milano); Il fatto naturale, MILANI-Casa
Editrice Dott. Antonio Milani, Padova); Voci di teoria generale del diritto, Dott.
A. Giuffrè Editore, Milano); Il gene giuridico” Dott. A. Giuffrè Editore,
Milano, Introduzione alle giurisprudenza filosofica”. “Il concetto di diritto” Dott.
A. Giuffrè Editore, Milano); Teoria generale del diritto, Dott. A. Giuffrè Editore,
Milano,Ricerche di teoria generale del diritto e di dogmatica giuridica, Dogmatica Giuridica, Dott. A. Giuffrè
Editore, Milano, Scritti d'occasione,
Dott. A. Giuffrè Editore, Milano. giuscivilista.
Il civilista. Il nesso fra la fattispecie, ossia la premessa normativa (ovvero,
il caso particolare fattuale), e la conseguenza, ossia il suo possibile effetto
giuridico. norma giuridica Diritto e
interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del diritto. Il diritto può essere
consuetudinario. consuetudine. Antropologia giuridica. diritto civile, Oltre il
”positivismo giuridico“, regola giuridica. Motivi volontaristici e
imperativistici sono presenti nel pratico e volitivo spirito dei romani.
Nemmeno tra i romani tuttavia troviamo formulate dottrine filosofiche che si
propongano di ricondurre compiutamente il diritto alla volontà o al comando. Il
lato imperativistico del diritto emerge piuttosto in singole tesi o massime di
giuristi. Si ricordi il noto passo di Modestino riportato nel Digesto: « Legis
virtus haec est: imperare, vetare, permittere, punire" (Digesto); o
l'altro detto, di Ulpiano, ancora piu indicativo sotto il profilo
volontaristico che sottolinea l'importanza della volonta del sovrano per la
validita della legge: "quod principi placuit legis habet vigorem" (Digesto).
Ma le espressione forse piu significative si trovano in un luogo di Gaio, nel
quale egli, dopo aver distinto varie fonti del diritto romano, le caratterizza
cosi: "Lex est quod populus iubet atque constituit. Plebiscitum est quod plebs iubet
atque constituit... Senatusconsultum est quod Senatus iubet atque
constituit" (Gaio). Il
rapporto regola giuridica-commando risulta ormai fissato in maniera esplicita,
mentre e IMPLICITAmente enunciato il rapporto tra il comando (iubere) e
l'imperativo (constituere). Rientra in questa configurazione
volontaristica e imperativistica del diritto la concezione della consuetudine
come iussum populi, un comando del popolo alla stessa stregua della legge: lex
lata sine suffragio. Ma e con la compilazione giustinianea che, associato al
processo politico dell'epoca imperiale, il volontarismo giuridico ottiene la
sua prima grande e compiuta affermazione. A cio concorsero due fattori
strettamente collegati. La volonta d'onde promana la regola giuridica e adesso
individuata e circoscritta nella persona dell'imperatore. La netta separazione,
su piano empirico, tra interpretazione e applicazione della legge e la regolar
rigorosa che riservava allo stesso imperatore il POTERE INTERPRETATIVO (nel
senso di risoluzione dei casi dubbi) esaltano il peso della volonta imperiale,
impedendo che altri, giurista o giudice che sia, possa sustituirsi, alterandola
o integrandola, a quella volonta. E ben noto il monito che Giustiniano, sulla
presunzione della completezza e perfezione della propria opera di legislatore,
rivolgeva ai giuristi: nullis iuris peritis in posterum audentibus
commentarios illi adplicare et verbositate sua supra dicti codicis
compendium confundere: quemadmodum et in antiquioribus temporibus factum est,
cum per contrarias interpretantium sententias totum ius paene conturbatum est
sed sufficiat per indices tantummodo et titulorum subtilitatem quae paratitla
nuncupantur quaedam admonitoria eius facere nullo ex interpretatione eorum
vitio oriundo"; e quello ancor piu energico e perentorio che gia in
precedenza era stato fato ai giudici da Valentiniano e da Marciano: "Si
quid vero in idsem legibus latum fortassis obscurius fuerit, oportet id
imperatoria interpretatione patefieri duritiamque legum nostrae humanitati
incongruant emendari". La prassi non poteva non smentire questo ambizioso
proposito, la cui formulazione, tuttavia, giova a chiarire come una concezione
volontaristica possa trovare un effetivo riscontro nella realta solo a patto
che la VOLONTA legistlativa venga aggiunta a fonte unica del diritto al di
fuori di ogni condizionamento esterno e risultati garantita nella sua fedele
applicazione ed esecuzione. Può il diritto penale di una
moderna democrazia liberale essere invocato a tutela di sentimenti? L’idea
della protezione penale sembra di primo acchito stridere nell’accostamento a
oggetti come i sentimenti. Eppure, il problema non è estraneo alla realtà
normativa italiana: nel codice Rocco il sen- timento religioso, il pudore, la
pietà dei defunti, il sentimento per gli animali sono gli esemp i più
evidenti. Di fronte all’impiego legislativo di suddetta terminologia, si apre
il problema della definizione dell’oggetto di tutela: il presidio è rivolto a
stati psicologici individuali? Oppure l’evocazione di sentimenti va ri- ferita
alla collettività, quale salvaguardia di una sensibilità che si as- sume come
propria della maggioranza dei consociati? La definizione in termini di
sentimento comunica, in prima istan- za, l’attenzione verso aspetti non
strettamente materiali della vita de- gli individui: riconosce la possibilità
di recare offesa alla persona su versanti che trascendono la mera fisicità. Un
richiamo a fenomeni che interessano la sfera psichica, e che si pongono di
fronte al diritto come realtà da decifrare. La prima parte dell’indagine sarà
dedicata a una mappatura del- l’orizzonte conoscitivo, attraverso contributi di
conoscenza esterni al mondo del diritto. Cercheremo di sviluppare un dialogo
interdisciplinare esteso non soltanto alle scienze lato sensu psicologiche, ma
anche alle discipline sociologiche e filosofiche, secondo un’apertura che dà
rilievo ai ca- noni metodologici elaborati in seno alla branca di studi della
dottrina statunitense denominata ‘Law and Emotion’. A seguito di tale sintetico
ma importante excursus, entreremo nel- la dimensione normativa, analizzando sia
le fattispecie penali del- l’ordinamento italiano in cui l’oggetto di tutela
viene definito come ‘sentimento’, sia le peculiari sfumature di significato che
emergono dai discorsi dei giuristi. Culminata tale parte della ricerca, la
quale è finalizzata a delinea- Tra sentimenti ed eguale rispetto re il
quadro di riferimento normativo e a fissare le coordinate meto- dologiche di
fondo, cercheremo di analizzare una specifica declina- zione del problema della
tutela di sentimenti: i rapporti fra sensibilità soggettive e libertà di
espressione. L’approfondimento di tale questione assume oggi una peculiare ri-
levanza dovuta alla crescente conflittualità che si registra nel discor- so
pubblico delle società occidentali, con particolare riferimento ad argomenti ad
alto tasso emotivo dove vengono in gioco ‘appartenenze significative’
dell’individuo. L’asserita impossibilità che il diritto possa muoversi
all’interno di coordinate eticamente neutrali impone di riflettere attentamente
sul- la dimensione politica del problema penale, all’interno di una dialet-
tica i cui poli opposti sono rappresentati da posizioni di individuali- smo
democratico contrapposte a concezioni di tipo comunitarista- identitario. La
parzialità dei sentimenti, la loro mutevolezza, la loro essenzia- lità per la
persona acutizzano il problema degli equilibri fra coerci- zione e libertà.
L’obiettivo è riuscire a bilanciare esigenze di rispetto per le persone con la
salvaguardia di forme e contenuti comunicativi la cui libertà è anch’essa parte
essenziale del reciproco rispetto dovu- to da ciascuno a tutti. Una misurata e
accorta diffidenza verso il tessuto affettivo- emozionale è la premessa per un
approccio critico che metta il diritto penale in condizione di distinguere
richieste di riconoscimento da tentativi di sopraffazione, per «non confondere
il pensiero e l’auten- tico sentimento – che è sempre rigoroso – con la
convinzione fanatica e le viscerali reazioni emotive» 1. In questo senso, un
confronto con i sentimenti sarà forse utile a meditare sugli spazi per una
convivenza tra le diverse libertà che chiedono ascolto nella società
pluralista. 1 MAGRIS, Laicità e religione, a cura di Preterossi G., Le
ragioni dei laici, Roma-Bari. EMOZIONI E SENTIMENTI TRA FATTO E NORMATIVITÀ. Tra
sentimenti ed eguale rispetto Fenomeni affettivi e dimensione
giuridica. I FENOMENI AFFETTIVI E DIMENSIONE GIURIDICA: COORDINATE
EPISTEMOLOGICHE E METODOLOGICHE se trascuriamo tutte le reazioni emozionali che
ci legano a questo mondo, noi trascuriamo anche gran parte della nostra
umanità, e precisamente quella parte che sta alla base del perché noi abbiamo
una legislazione civile e penale, e di quale aspetto essa prenda» NUSSBAUM. Nascondere
l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge. L’orizzonte di indagine. Diritto
penale, sentimenti, emozioni: panoramica dei problemi. Fulcro dell’indagine: il richiamo al
sentimento nella definizione dell’oggetto di tutela. Oltre il lessico
legislativo. Diritto penale, sentimenti, emozioni: panoramica dei problemi
«Anche se nel diritto penale domina il fenomeno oggettivo ed esterno del
comportamento, si trovano in esso frequenti espliciti ri- chiami ai fenomeni
soggettivi e interiori del sentimento. Purtroppo si tratta di semplici
richiami, dai quali nessuno finoggi ha tentato di as- surgere a una trattazione
sistematica unitaria. Il peso di queste lacu- ne non può non accusarsi in
sede di teoria generale perché sono gli [Tra sentimenti ed eguale
rispetto istituti penalistici a offrire a uno studio giuridico del sentimento
gli esempi più numerosi e più importanti» Con queste parole Falzea richiama l’attenzione
sulla rilevanza che i fenomeni affettivi assumono nella dimensione penalistica,
lamentando l’assenza di stu- di specifici che avrebbero potuto giovare a un più
esaustivo inqua- dramento teorico dei fatti di sentimento nella sfera
giuridica. A distanza di decenni le parole di Falzea mantengono inalterato il
loro valore di impulso a riflettere su ruolo e significato del sentimen- to nel
diritto penale. Ad oggi il tema non è stato ancora compiuta- mente indagato in
una prospettiva di sistema, per quanto l’attenzione della dottrina penalistica
italiana sia andata crescendo negli ultimi decenni. I limiti
dell’approfondimento, quasi una ‘presa di distanza’ dai fat- tori affettivi,
non costituiscono una peculiarità del microcosmo pena- listico ma sono da
contestualizzarsi in un atteggiamento del pensiero occidentale che ha
considerato sentimenti ed emozioni come un fat- tore di distorsione del
pensiero cognitivo e, conseguentemente, anche come elemento distonico in
rapporto all’asserita ‘razionalità’ degli isti- tuti giuridici e delle
riflessioni ad essi inerenti 2. 1 F., I fatti di sentimento, in Studi in onore
di Passarelli, Napoli. «Si è soliti
associare al concetto di “decisione” il qualificativo “razionale”, come
garanzia di esattezza dei presupposti da cui promana e di “bontà”/coerenza
delle ripercussioni che intende provocare. Ragione/razionalità come promessa di
succes- so, di eliminazione dell’errore, di metodo fondato su argomentazioni
logiche e su- scettibili di controllo critico», così CAPUTO, Occasioni di
razionalità nel diritto penale. Fiducia nell’“assolo della legge” o nel
“giudice compositore”?, Jus. Il tema della razionalità giuridica e penalistica
affiora in innumerevoli scritti che non appare possibile menzionare
esaustivamente; per un quadro di sintesi v. LA TORRE, Sullo spirito mite delle
leggi. Ragione, razionalità, ragionevolezza, Napoli; con riferimento all’ambito
penalistico, v. ex plurimis, LÜDERSSEN, L’irrazionale nel diritto penale, in
AA.VV., Logos dell’essere Logos della norma. Studi per una ricerca coordina- ta
da Luigi Lombardi Vallauri, Bari, Un eloquente monito a non dare per scontata
la razionalità del giuridico si deve a GRECO, Premessa, in BIANCHI D’ESPINOSA-CELORIA-GRECO-ODORISIO-PETRELLA-PULITANÒ,
Valori socio-culturali della giurisprudenza, Bari: «nel mondo del diritto
l’attenzione è tradizionalmente rivolta ai contenuti strettamente giuridici
delle leggi e della giurisprudenza e v’è una propensione ad attribuire
significati razionali o ideali non soltanto al reale giuridico, ma anche a
quello che tale non è. Ora in un mondo ampiamente dominato da leggi economiche
e dai corrispondenti dinamismi socio-politici, la pretesa di considerare il
fenomeno giuridico in linea generale negli stretti limiti della scienza
giuridica propriamente detta è illusoria e illusionistica. Per un’interessante
prospettiva sui rapporti tra razionalità dell’intervento penale ed emozioni
mo- [ Fenomeni affettivi e dimensione giuridica [Il modo di
intendere le dinamiche del diritto, soprattutto del diritto penale, si è
fondato implicitamente, forse anche inconsciamente, su una narrazione
convenzionale che ha attribuito a sentimenti ed emozioni un ruolo negativo,
quasi antagonistico rispetto alla ragione, e che ha portato in questo senso a
marginalizzare il ruolo dei fenomeni affettivi, sia riguardo alla dimensione di
razionalità della condotta del reo, sia soprattutto in relazione al modo di
concepire l’agire delle figure tecniche cui sono affidate le dinamiche
applicative del diritto: soggetti, questi ultimi, idealmente assimilati, anche
a livello di immaginario collettivo, a modelli di razionalità pura, secondo
veri e propri stereotipi che caratterizzano il modello culturale di diritto
radicato nel mondo occidentale. Tale vulgata influisce tutt’oggi
sull’insegnamento per la preparazione di giudici e avvocati, tendenzialmente, e
forse talvolta ingenuamente, proiettati alla ricercadi una non ben definita
razionalità, ma forse non ancora adeguatamente messi in condizione di
conoscere, studiare e gestire la complessità delle euristiche del pensiero e
dei rapporti con l’emotività 6. rali v. MURPHY, Punishment and the Moral
Emotions, Oxford. Quale testo di riferimento per un inquadramento in chiave
socio-psicologica della razionalità umana, v. ELSTER, Ulisse e le Sirene.
Indagini sulla razionalità e l’irrazionalità, Bologna. Definizione di BANDES,
Introduction, in ed. Bandes, The Passion of Law, New York. Il tema è sviluppato
principalmente in ambito criminologico; per una sintesi v. FORTI, L’immane
concretezza. Metamorfosi del crimine e controllo penale, Milano.; cfr. PALIERO,
L’economia della pena (un work in progress), in AA.VV., a cura di Dolcini-Paliero,
Studi in onore di Marinucci, Milano, il
quale, in superamento di tale teorica, afferma che ormai non è pensabile
immaginare un attore della scena penalistica che sia contemporaneamente
affekt-, tradition- e wert-frei». È la critica di BANDES-BLUMENTHAL, Emotion
and the Law, in Review of Law and Social
Science, HARRIS, “Another Critique of Pure Reason”: Toward Civic Virtue in
Legal Education, in Stanford Law Review; per la critica al modello di pensiero
sotteso all’insegnamento del diritto nel panorama occidentale vedi il saggio. Emblematica
è la figura del giudice, il quale per definizione si dovrebbe differenziare da
figure atecniche, prive di una formazione giuridica e che dunque dovrebbero
essere più esposte a condizionamenti emotivi (testimoni, imputato, pubblico),
ma che andrebbe più realisticamente inteso, e studiato, anche come soggetto
emotivo. Judges are human
and experience emotion when hearing cases -- v. MARONEY, Emotional Regulation
and Judicial Behaviour, in California Law Review; si veda soprattutto per il
discorso sulla gestione delle emozioni; EAD., Angry Judges, in Vanderbilt Law
Review; cfr. BANDES, Introduction. Sul
tema delle emozioni del giu- [Tra sentimenti ed eguale rispetto I tempi
sembrano però essere cambiati: i saperi sul mondo, e dunque le scienze con cui
anche il mondo del diritto deve confrontar- si utilizziamo il termine ‘scienze’
in un’accezione lata che comprende sia le scienze c.d. ‘dure’, sia le scienze
sociali e le discipline filosofiche – inducono oggi a un ripensamento di fondo:
non solo relativamente alla distinzione dicotomica ragione/emozioni, ma più in
generale al ruolo che emozioni e sentimenti assumono anche in rapporto alla
qualità morale delle scelte di un individuo dicante si veda anche
WIENER-BORNSTEIN-VOSS, Emotion and the Law: A Framework for Inquiry, in Law and
Human Behaviour, L’emotività del giudice viene analizzata anche nel panorama
italiano: fra le monografie v. FORZA-MENEGON-RUMIATI, Il giudice emotivo. La
decisione tra ragione ed emozione, Bologna.; CALLEGARI, Il giudice fra
emozioni, biases ed empatia, Milano. Fra gl’articoli v. CERETTI, Introduzione,
in Criminalia; LANZA, Emozioni e libero convincimento nella decisione del
giudice penale, in Criminalia.; BERTOLINO, Prove neuro-psicologiche di responsabilità
penale, in Forti-Varraso-Caputo, «Verità» del precetto e della sanzione penale
alla prova del processo, Napoli. Per una critica all’attuale formazione dei
giuristi, e la proposta di introdurre le scienze cognitive nel percorso di
studi universitario v. PASCUZZI, Scienze cognitive e formazione universitaria
del giurista, in Sistemi intelligenti; si sofferma sulla debolezza del modello
di azione razionale fatto proprio dal diritto, in una prospettiva mirata
principalmente al diritto civile, CATERINA, Processi cognitivi e regole
giuridiche, in Sistemi intelligenti. Traggo tale definizione da PULITANÒ,
Difesa penale e saperi sul mondo, in Carlizzi-Tuzet, La giustizia penale tra
conoscenza scientifica e sapere comune, Torino, in corso di pubblicazione. La
bibliografia sul tema è sterminata. Ci limitiamo a indicare alcune opere che,
anche in virtù dell’attitudine divulgativa, hanno contribuito a favorire un
dialogo interdisciplinare. Un autore che in tempi recenti ha impresso una
svolta, anche dal punto di vista comunicativo, per la confutazione della
dicotomia ragio- ne/emozioni è Damasio, a partire del cele- bre studio
intitolato L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Milano, al
quale si sono aggiunti successivamente Alla ricerca di Spinoza. Emozioni,
sentimenti e cervello, Milano, e Il sé
viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Milano. Si vedano
anche i saggi di Doux, il quale pone lo
studio delle emozioni come base per la conoscenza della mente umana, DOUX, Il
cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, Milano. Per una prospettiva
interdisciplinare, di taglio socio-filosofico, opera di riferimento è NUSSBAUM,
L’intelligenza delle emozioni, Bologna. Per un quadro di sintesi di taglio
prettamente divulgativo v. EVANS, Emozioni. La scienza del sentimento, Roma. Il
problema non è mai stato, soprattutto da Hume in poi, ammettere che le emozioni
possano essere motivi dell’azione umana, ma semmai ammettere che ne siano
ragioni morali, che abbiano un’autorità, una forza normativa, pari a quella che
il razionalismo classico attribuiva a principi della ragione incontaminati
dalle Fenomeni affettivi e dimensione giuridicaNon è possibile in questa
sede addentrarci nello sconfinato dibattito. Riteniamo però di poter
sintetizzare lo stato dell’arte con un’eloquente affermazione di Haidt,
psicologo di matrice intuizionista, e dunque incline a riconoscere la primazia
dell’intuizione emotiva nell’economia dell’agire umano. La razionalità umana
dipende in maniera cruciale da un’emotività sofisticata: è solo perché il
nostro cervello emotivo lavora così bene che i nostri ragionamenti possono
funzionare. Un’emotività sofisticata: se la razionalità umana è il risultato di
una complessa combinazione in cui anche la dimensione emotiva ha un ruolo
importante, ne deriva l’esigenza di un ridimensionamento delle pretese di
razionalità pura che ci si ostina o ci si illude a ricercare nei prodotti
legislativi e anche nelle condotte degli operatori del diritto (giudici,
avvocati). In altri termini, appare tutt’altro che inscalfibile la plausibilità
dell’impostazione veteror-azionalistica cui la tradizione giuridica occidentale
ha conformato i propri paradigmi e alla cui ombra sembra ancora coltivare
l’autor-assicurante illusione della legge e del sistema giuridico come dominio
della razionalità’ passioni e che il sentimentalismo, d’altra parte, finiva per
trattare solo nella contingenza del loro incidere su una ragione pratica, v.
PAGNINI, Il rispetto al centro della morale, in Il Sole-24Ore; sul rapporto fra
emozioni e ragioni morali, un’opera che riassume lo stato dell’arte è Bagnoli,
Morality and the Emotions, Oxford, HAIDT, Felicità. Un’ipotesi, Torino; per
un’esplicazione più dettagliata v. The Emotional Dog and Its Rational Tail: A
Social Intuitionist Approach to Moral Judgment, in Psychological Review. Il
tema è sconfinato; per una sintesi del dibattito v. MACKENZIE, Emotions,
Reflection and Moral Agency, in Langdon-Mackenzie, Emotions, Imagination and
Moral Reasoning, London; OATLEY, Psicologia ed emozioni, Bologna. Una posizione
che afferma l’esigenza di non trascurare l’effetto di possibile alterazione
della razionalità da parte delle emozioni è quella di ELSTER, Emotions and
Rationality, in Mansted-Frijda- Fischer, Feelings and Emotions. The Amsterdam
Symposium, Cambridge. Un’efficace sintesi, anche sul piano comunicativo, è il saggio
di GOLEMAN, Intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici, Milano.
Da ultimo, v. MORIN, Sette lezioni sul pensiero globale, Milano. Per un
interessante quadro di sintesi sull’atteggiamento del pensiero giuridico
occidentale teso a prendere le distanze dalla dimensione emotiva (senza
peraltro riuscirci), v. MUSUMECI, Emozioni, crimine e giustizia. Un’indagine storico-giuridica,
Milano. The main-stream notion of the rule of law greatly overstates both the
demarcation between reason and emotion, and the possibility of keeping
reasoning processes free of emotional variables. It is also likely that
emotion, by its very nature, threatens much of what law hopes to be. To the extent legal systems Tra sentimenti ed
eguale rispetto È emblematico l’assunto con cui la giurista Bandes apre un
importante studio collettaneo intitolato ‘The Passions of Law’. Le emozioni
pervadono il diritto. Possiamo dire che ne impregnano sia la fase genetica sia
la dimensione applicativa. la domanda cruciale non è se emozioni e sentimenti
diano luogo a forme di interazione con la realtà giuridica, bensì in quali
termini essi interagiscano e come possano essere gestiti a livello teoretico e
in ambito applicativo. L’osservazione di Bandes vale in misura ancora maggiore
per il diritto penale, il quale intrattiene con le emozioni un rapporto di
problematica contiguità, poiché coinvolge, e spesso travolge, beni che
rivestono un ruolo importante nella scala dei bisogni e delle preferenze
soggettive: per proteggere interessi rilevanti per la sopravvivenza e lo
sviluppo della persona umana è chiamato a incidere su interessi altrettanto
essenziali (le libertà) 1thrive on categorical rules, emotion in all its messy
individuality makes such categories harder to maintain. The notion of the rule of law
is based, at least in part, on the belief that laws can be applied
mechanically, inexorably, without human fallibility, v. BANDES, Introduction. Nella
cospicua letteratura si vedano, ex plurimis, BRENNAN, Reason, passion, and the
progress of the law, in Cardozo Law Review; DEIGH, Emotions, Values and the
Law, Oxford; KARSTED, Emotion and Criminal Justice, in Theoretical Criminology;
MARONEY, The Persistent Cultural Script of Judicial Dispassion, in California
Law Review; BANDES, Introduction. Per
una panoramica di taglio generale si vedano anche i contributi pubblicati in Palma-Silva
Dias-de Sousa Mendes, Emoções e Crime. Filosofia, Ciência, Arte e Direito
Penal, Coimbra. Il problema della razionalità del punire si identifica con
anche l’esigenza di un equilibrato rapporto con la dimensione affettiva. Nella
sua versione più primitiva e brutale, la pena si manifesta come reazione
istintiva a un torto. Definendo la pena primitiva come ragione cieca,
determinata ed adeguata soltanto agl’istinti ed agl’impulsi – in una parola,
come azione istintiva – volevo innanzitutto ed in primo luogo porre con ciò in
rilievo, nella maniera più efficace possibile, una caratteristica negativa
della pena primitiva. LISZT, La teoria dello scopo nel diritto penale, Milano. FERRAJOLI, Diritto e ragione. Teoria
del garantismo penale, Roma-Bari. Il diritto penale costituisce il ramo
dell’ordinamento in cui è maggiore è il rischio di assecondare istanze
vendicative o bramosie punitive slegate da una razionalità strumentale e
guidate da una cieca emotività, esso vive in una continua dialettica con
l’irrazionale: cfr., ex plurimis, DONINI, “Danno” e offesa nella c.d. tutela
penale dei sentimenti. Note su morale e sicurezza come beni giuridici, a
margine della categoria dell’offense di Feinberg, Riv. it. dir. proc. pen.; v.
anche Metodo democratico e metodo scientifico nel rapporto fra diritto penale e
politica, in Stortoni-Foffani, Critica e giustificazione del diritto penale:
L’analisi critica della scuola di Francoforte, Milano; BARTOLI, Il diritto
penale tra vendetta e riparazione, in Riv. it. dir. proc. pen.; Fenomeni
affettivi e dimensione giuridica; L’azione dello strumento penale è di per sé
‘emotigena’, ossia fat- tore di stimolo a emozioni 15. Vale per la fase
precettiva, ossia l’espressione di divieti che, a se- conda degli interessi
coinvolti, possono suscitare negli individui atteg- giamenti emotivi di diverso
tipo 16 i quali finiscono per influire sul gra- do di adesione alla norma e
dunque sulle condizioni di osservanza del precetto, in una dimensione che
potremmo definire come ‘risvolto emozionale’ del problema della legittimazione
delle norme penali 17. E vale, forse in modo più rilevante, per la fase
applicativa, in cui si accertano le responsabilità e la sanzione ‘prende
corpo’. Non è un ca- so che la dimensione emotiva nel diritto penale venga
convenzional- mente collocata, e sovente circoscritta, a fasi e momenti in cui
emo- zioni e sentimenti risultano più ‘visibili’: la realtà delle aule di tri-
ss.; PADOVANI, Alla ricerca di una razionalità penale, in Riv. it. dir. proc.
pen., «In effetti, il reato è la mistura
di un fatto che suscita reazioni immediate negative e di un’imputazione dalle
origini spesso motivate politicamente e dagli effetti sempre stigmatizzanti»,
LÜDERSSEN, L’irrazionale nel diritto penale. Per uno studio ad ampio spettro
sulle emozioni suscitate dal fatto crimina- le, con particolare riferimento al
sublime, v. BINIK, Quando il crimine è sublime. La fascinazione per la violenza
nella società contemporanea, Milano, 2017. 16 Sul richiamo ad atteggiamenti
emotivi della collettività come parte di un più ampio problema concernente
adesione a valori, consenso sociale e normazione penale, v., per tutti,
PALIERO, Consenso sociale e diritto penale, in Riv. it. dir. proc. pen., Nella
letteratura italiana v. FORTI, Le ragioni extrapenali dell’osservanza della
legge penale: esperienze e prospettive, in Riv. it. dir. proc. pen., Sui
rapporti fra la dimensione sociale delle emozioni e le scelte di politica del
di- ritto si soffermano BANDES-BLUMENTHAL, Emotion and the Law. Sui rapporti
tra dimensione ‘visiva’ del crimine e ruolo delle emozioni v., per un’ampia
panoramica,a cura di Forti-Bertolino, La televisione del crimi- ne, Milano,
2005; per l’analisi di un caso emblematico, v. CERETTI, Il caso di Novi Ligure
nella rappresentazione mediatica, in AA.VV., a cura di Forti-Bertolino, La
televisione del crimine; sul tema v. anche PALIERO, Verità e distor- sioni nel
racconto mediatico della giustizia. Uno sguardo d’insieme, in AA.VV., a cura di
Forti-Mazzucato-Visconti A., Giustizia e letteratura, vol. II, Milano, 2014,
pp. 671 ss.; più diffusamente, ID., La maschera e il volto (percezione sociale
del crimine ed ‘effetti penali’ dei media), in Riv. it. dir. proc. pen.;
PALAZZO, Mezzi di comunicazione e giustizia penale, in Politica del diritto;
volendo, v. BACCO, Visioni ‘a occhi chiusi’: sguardi sul problema penale tra
immaginazione, emozioni e senso di realtà, in The Cardozo Law Bulletin,
Sull’approccio ‘visuale’ in criminologia v., per una sintesi globale e per le
coordinate di fondo, v. BROWN, Visual Crimonology, criminology. oxfordre. com/view/10.1093/a
crefore/ 9780190 264079.001.0001 /acrefore-97801902 64079-e-206? Tra sentimenti
ed eguale rispetto bunale e la dialettica spesso tumultuosa fra i soggetti del
processo 19. E infine il carcere, il dramma umano della pena, da sempre intriso
di atteggiamenti emotivi che si dividono fra vendetta, odio per il tra-
sgressore e compassione 20. Siamo solo alla punta affiorante di un intreccio
che affonda le proprie radici in un substrato per lo più invisibile 21. È bene
riflettere non solo sulle emozioni che il diritto penale su- scita, ma anche
sugli atteggiamenti emotivi e di pensiero che sono alla base e che modellano la
fisionomia dell’intervento punitivo22, nelle forme e nei presupposti23.
L’esigenza di riconoscere e proble- Sulle emozioni della vittima, v. da ultimo
BANDES, Share your Grief but Not Your Anger. Victims and the Expression of Emotion in Criminal
Justice, Abell-Smith, The Espression of Emotion. Philosophical, Psychological an Legal Perspectives,
Cambridge. Richiamiamo, nella sconfinata letteratura, alcune opere in cui viene
affron- tato lo specifico tema delle matrici affettive; per una sintetica
ricognizione filoso- fica, a partire da un’analisi etimologica, v. CURI, I
paradossi della pena, in Riv. it. dir. proc. pen.,; nella letteratura
angloamericana, SOLOMON, Justice v. Vengeance. On Law and the Satisfaction of Emotion, in AA.VV., ed.
by Bandes, The Passions of Law.; POSNER, Emotion versus Emotional- ism in Law,
in AA.VV., ed. by Bandes, The Passions of Law; MURPHY, Punishment and the Moral
Emotions, cit., pp. 94 ss.; NUSSBAUM, L’intelligenza delle emozioni; EAD.,
Rabbia e perdono. La generosità come giustizia, tr. it., Bologna. Emotions
pervades not just the criminal courts, with their heat-of-passion, and insanity
defenses and their angry or compassionate jurors but the civil court- rooms,
the appellate courtrooms, the legislatures. It propels judges and lawyers, as
well as jurors, litigants, and the lay public. Indeed, the emotions that
pervade law are often so ancient and deeply ingrained that they are largely
invisible», v. BANDES, Introduction, Cfr. ABRAMS-KEREN, Who’s Afraid of Law and
the Emotions?, in 94 Minnesota Law Review. Secondo l’istanza razionalistica che è alla base del
diritto penale postillumi- nistico, le emozioni sembrano subire una
sublimazione che ne rende più difficol- toso riconoscerne la presenza pur
avvertendone gli effetti: «The institutions of criminal justice thus find
themselves in a paradoxical situation. They offer a space for the most intensely felt
emotions – of individuals as well as collectivities – while simultaneously
providing mechanisms that are capable of ‘coolig off’ emotions, converting them
into more sociable emotions, or channelling them back into reasonable and more
standardised patterns of actions and thought», v. KARSTED, Handle with Care:
Emotions, Crime and Justice, Karsted-Loader-Strang, Emotions, Crime and
Justice, Oxford and Portland, 2011, p. 2. 23 Nella dottrina penalistica italiana è stata
avviata una riflessione concernente il raffronto fra la logica
razionalistico-consequenzialista e una diversa prospetti- va, più marcatamente
intuitiva e a base emozionale, nell’approccio a problemi di
Fenomeni affettivi e dimensione giuridica 11 matizzare il ruolo della
dimensione emotiva si pone dunque anche in rapporto al processo di
deliberazione delle politiche penali e più in generale all’esercizio delle
scelte pubbliche 24. Appare opportuna una tematizzazione delle connessioni fra
diritto penale e dimensione affettiva, in relazione non solo al funzionamento
di istituti del diritto vigente, ma più in generale all’assetto logico e te-
leologico delle categorie penalistiche, le quali sono frutto di atteg- giamenti
di pensiero e di cultura intrisi di emotività. In altri termini, il ruolo delle
emozioni e dei sentimenti va concepito non solo come elemento da ‘incastrare’
all’interno di geometrie concettuali tradizio- nali, ma soprattutto come
fattore che contribuisce, e ha contribuito fino ad oggi, a influire sulle
geometrie. Le relazioni tra emozioni, sentimenti e diritto penale non sono
dunque confinabili a singoli territori della c.d. ‘dogmatica’, né posso- no
circoscriversi a particolari settori della parte speciale del codice. Il
rapporto fra dimensione affettiva e diritto penale appare in defini- tiva come
un intreccio di questioni che si dispiegano da monte (fase genetica) a valle
(fase applicativa) dell’ordinamento normativo. Più radicalmente, è l’idea
stessa della responsabilità penale, il suo dover essere e i suoi obiettivi, a
essere in buona parte co-determinati da at- teggiamenti emotivi, dalla
sensibilità sociale e dal sentire dei legisla- tori: un presupposto
fondamentale per ogni riflessione penalistica, e che giustamente viene oggi
evidenziato come dato preliminare nella presentazione del problema penale.
regolamentazione normativa e a casi concreti: v. DI GIOVINE O., Un diritto
penale empatico? Diritto penale, bioetica, neuroetica, Torino, 2009, passim; EAD.,
Una let- tura evoluzionistica del diritto penale. A proposito delle emozioni,
in AA.VV., a cura di Di Giovine O., Diritto penale e neuroetica, Padova,
WESTEN, La mente politica, tr. it., Milano; più recentemente, sul ruolo della
componente emotiva nelle scelte politiche e nell’adesione a orientamenti va-
loriali, fedi, ideologie, si veda HAIDT, Menti morali. Perché le brave persone
si divi- dono su politica e religione, tr. it., Milano, 2013, pp. 93 ss.; una
sintesi dei proble- mi in ROSSI, Emozioni e deliberazione razionale, Sistemi
intelligenti. Un’analisi del ruolo del fattore emotivo nel contesto applicativo
evidenzia come il richiamo a emozioni sia ben presente nelle argomentazioni
giurispruden- ziali anche al di là di un definito inquadramento in particolari
istituti, e rappre- senti in questo senso un ausilio argomentativo polivalente,
adoperato soprattutto in relazione alla colpevolezza e ai criteri soggettivi
dell’art. c.p., v. AMATO, Di- ritto penale e fattore emotivo: spunti di
indagine, in Riv. it. med. leg. FIANDACA, Prima lezione di diritto penale,
Roma-Bari. Tra sentimenti ed eguale rispetto 2. Fulcro dell’indagine: il
richiamo al sentimento nella definizione dell’oggetto di tutela La dottrina
penalistica parla oggi espressamente di ‘ruolo delle emozioni e dei sentimenti
nella genesi e nell’applicazione delle leggi penali’, proponendo una
classificazione dei profili di interazione fra stati affettivi e diritto penale
basata su cinque piani prospettici i quali possono a nostro avviso sintetizzarsi
in due macrocategorie: 1) profili pertinenti la genesi del diritto, della legge
penale, e il dover essere della pena (ruolo della dimensione affettiva nelle
scelte di politica del dirit- to e riflessi sulla configurazione del bene
oggetto di tutela penale; in- fluenza sul modo di concepire i concetti o le
categorie della teoria del reato, riflessi sul modo di concepire significato e
scopi della pena); profili concernenti la dimensione applicativa (ruolo di
emozioni e sen- timenti nel giudizio di colpevolezza; influenza della
dimensione affet- tiva nella riflessione del giudicante) 27. Questioni come
l’influenza della dimensione affettiva sulla teoriz- zazione dei concetti della
categoria del reato, sul modo di concepirele funzioni della pena e sulla graduazione
della colpevolezza costitui- scono tematiche che, secondo un gergo
‘endopenalistico’, orientano la riflessione verso temi più vicini alla ‘parte
generale’; appaiono maggiormente pertinenti a problemi di ‘parte speciale’
profili riguar- danti il ruolo di sentimenti ed emozioni nella configurazione
di og- getti di tutela. Una prima ricognizione può essere condotta attraverso
uno sguardo al diritto penale vigente, al testo prima che al contesto 28, alla
ricerca di norme in cui vengano evocati fenomeni psichici lato sensu
riconducibili a sentimenti ed emozioni; ed effettivamente nel codice penale
italiano tali richiami non mancano. Un’avvertenza: partire da una lettura delle
norme è funzionale a fornire delle coordinate di base per l’inquadramento delle
questioni 27 FIANDACA, Sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti nella genesi e
nell’ap- plicazione delle leggi penali,
a cura di Di Giovine O., Diritto penale e neu- roetica, cit., pp. 215
ss. 28 Adoperiamo la diade testo/contesto per indicare due distinti livelli di
analisi: il primo relativo alla dimensione letterale delle norme, il secondo,
che non affron- teremo nella presente indagine, relativo all’emersione del
lessico emotivo nelle applicazioni giurisprudenziali anche in relazione a
disposizioni e istituti che non richiamano espressamente stati affettivi. Sul
rapporto fra testo e contesto v. PALAZZO, Testo, contesto e sistema
nell’interpretazione penalistica, in AA.VV., a cura di Dolcini-Paliero, Studi
in onore di Marinucci. Fenomeni affettivi e dimensione giuridica 13 che sono
più strettamente legate al diritto vigente, evidenziando in questo modo le
connessioni più immediate, ma non traduce una scel- ta metodologica tesa a
‘ontologizzare’ il lessico legislativo e a farne la chiave di lettura
prioritaria. Al contrario, il lessico delle norme, con le sue approssimazioni,
deve indurre a chiedersi quale sia, al di là delle formule, il ruolo dei
fenomeni affettivi richiamati nelle dinami- che della penalità. Prendiamo le
mosse dalla parte generale del codice penale29. Ri- chiami al lessico dei
sentimenti e delle emozioni emergono in istituti relativi alla graduazione
della colpevolezza: nel titolo relativo all’im- putabilità, l’art. 90 c.p.
parla di stati emotivi e passionali 30; fra le cir- costanze del reato spiccano
il riferimento allo ‘stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui’ e la
‘suggestione di una folla in tumulto’ (artt. c.p.). Menzioniamo le suddette
norme poiché contengono richiami testuali, senza allargare il campo a ulte-
riori situazioni in cui gli stati affettivi rappresentano un elemento che può
concorrere a integrare, o a influire dal punto di vista naturalisti- co, sulla
configurazione di importanti istituti: pensiamo al dolo e alla 29 Menzioniamo
gli istituti e le fattispecie in cui vengono richiamati espressa- mente
fenomeni psichici definiti come sentimenti ed emozioni, o comunque a essi
riconducibili; non si tratta quindi dell’elencazione di tutti gli istituti che
rimandi- no a concetti psicologici; per una sintesi in tal senso vedi di
recente NISCO, La tu- tela penale dell’integrità psichica, Torino. La norma che
stabilisce che gli stati emotivi e passionali non escludono l’imputabilità è
una disposizione controversa e dibattuta fin dalla genesi; per una sintesi v.
MUSUMECI, Emozioni, crimine, giustizia; FORTUNA, Gli stati emotivi e
passionali. Le radici storiche della questione, in Vinci- guerra-Dassano,
Scritti in memoria di Giuliano Marini, Napoli. La rigidità della disposizione
normativa viene oggi criticata, fino a farla definire da attenta dottrina come
una delle finzioni più odiose del sistema, v. DI GIOVINE O., Il dolo
(eventuale) tra psicologia scientifica e psicologia del senso comune,
penalecontemporaneo.it; BARTOLI R., Colpevolezza: tra persona- lismo e
prevenzione, Torino; ma è tuttora ben solida nella giuri- sprudenza, v., ex
plurimis, Cass. pen., sez., con nota di VISCONTI A., in Riv. it. med. leg.;
cfr. Cass. pen.L’unico spazio di rilevanza per stati emotivi e passionali viene
ammesso nel caso di fenomeni già radicati in un pregresso quadro di infermità,
v. EAD. In relazione alle circostanze dello stato d’ira e della suggestione
della folla, secondo la giurisprudenza, nel primo caso lo stato emotivo deve
corri- spondere a un impulso incontenibile, v. Cass. pen., sez.; Cass. pen.,
sez.; Cass. pen., sez.; per le spora- diche applicazioni dell’attenuante della
suggestione della folla v. Cass. pen., sez. VI, 27/02/2014, n. 11915; Cass.
pen., sez. Tra sentimenti ed eguale rispetto colpa e, più in generale, a
tutta la materia dell’imputazione soggettiva. È oggetto di discussione se e in
che misura la componente affettiva (emo- zioni e sentimenti) sia da prendere in
considerazione quale fattore costitutivo dei coefficienti psichici che il
diritto penale definisce ‘dolo’ e ‘colpa’, e, più in genera- le, si discute sul
grado di rispondenza fenomenica della categoria della colpevo- lezza in
rapporto allo stato soggettivo della persona; in relazione a tale aspetto il
concetto di colpevolezza assume un ruolo che è stato definito ‘ambiguo’: «da un
lato presidio del rilievo da attribuirsi allo stato soggettivo reale
dell’imputato, on- de evitare una condanna che si fondi su mere istanze di
esemplarità sanzionato- ria; ma nel contempo fattore che autorizza, quando la
colpevolezza non viene esclusa, l’insignificanza di quel medesimo stato
soggettivo (cioè della condizione vera in cui versi il soggetto agente)
rispetto al contenuto della condanna», così EUSEBI, Le forme della verità nel
sistema penale e i loro effetti. Giustizia e verità come «approssimazione», in
Forti-Varraso-Caputo, «Verità» del pre- cetto e della sanzione penale.
L’impostazione dominante in dottrina tende a escludere una rilevanza degli
stati affettivi sul piano normativo: «Estranei alla natura del dolo sono
affetti, emozioni, motivi di qualsivoglia natura che stan- no ‘a monte’ della
decisione di agire. In via di principio, elementi emozionali non servono a
fondare il dolo, né valgono a escluderlo», così PULITANÒ, Diritto penale,
Torino, Cauta è l’apertura di FIANDACA, Appunti sul ‘pluralismo’ dei modelli e
delle categorie del diritto penale contemporaneo, in La Cor- te d’Assise, il
quale osserva che «[o]ccorrerebbe evitare, invero già nell’individuare
l’essenza generale o nucleo centrale del dolo nella coscienza e vo- lontà del
fatto, di concepire tali requisiti psicologici in termini eccessivamente
razionalistici e idealisticamente depurati da corrispondenti componenti
emotive». Appare difficilmente contestabile che a livello naturalistico la
componente affetti- va sia un fattore costitutivo degli stati psicologici che
fondano dolo e colpa; gli spazi per una eventuale considerazione del ruolo
degli stati affettivi nella fisio- nomia del dolo e della colpa penale
potrebbero eventualmente ampliarsi o re- stringersi a seconda che si propenda
per una concezione ‘normativizzante’ dei coefficienti psichici oppure per una
concezione più ‘naturalistica’, tema in rela- zione al quale il dibattito nella
dottrina penalistica italiana è amplissimo: si veda- no, ex plurimis,
VENEZIANI, Motivi e colpevolezza, Torino; EUSEBI, Formula di Frank e dolo
eventuale in Cass., S.U., (Thyssen- krupp), in Riv. it. dir. proc. pen.,, e più
ampiamente ID., Il dolo come volontà, Brescia, 1993; DE VERO, Dolo eventuale,
colpa cosciente e costruzione “separata” dei tipi criminosi, a cura di
Bertolino-Eusebi-Forti, Studi in onore di Romano, Napoli; DONINI, Il dolo
eventuale, fatto-illecito e colpevolezza, Diritto penale; 103 ss.; FIANDACA,
Sul dolo eventuale nella giurisprudenza più recente, tra approccio
oggettivizzante-probatorio e messaggio generalpreventivo, Diritto penale;
DEMURO, Il dolo. II. L’accertamento, Milano; PULITANÒ, I confini del dolo. Una
riflessione sulla moralità del diritto penale, in Riv. it. dir. proc. pen., Per
una riflessione sulla consistenza psicologica del dolo eventuale alla luce
delle più recenti acquisizioni della psicologia e delle neuroscienze v.
BERTOLINO, Prove neuro-psicologiche di responsabilità penale, in AA.VV., a cura
di Forti- Fenomeni affettivi e dimensione giuridica 15 Si tratta di
norme problematiche il cui specifico approfondimento non sarà oggetto della
presente indagine; nondimeno va dato conto della rilevanza di tali disposizioni
nell’impianto della responsabilità penale. Nella parte speciale del codice la
definizione di oggetti di tutela in termini di sentimento rappresenta
un’evidenza palmare: si parla di ‘sentimento religioso’, di ‘pietà dei
defunti’, di ‘sentimento per gli ani- mali’, di condotte atte a ‘deprimere lo
spirito pubblico’ (art. 2c.p.), a ‘distruggere o deprimere il sentimento
nazionale’ (artt. dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale -- c.p.) e
a istigare all’odio fra le classi sociali (art. c.p.), di atti finalizzati a
incutere ‘pubblico timore’ (art. c.p.), di ‘comune sentimento del pudore’ (art.
c.p.), di ‘perdurante e grave stato di ansia o di paura e timore per
l’incolumità propria o di un prossimo congiunto’ (art. c.p.), di ‘passioni di
una persona minore’ (art. c.p.). Allargando lo sguardo al di là del codice, la
legislazione comple- mentare offre ulteriori esempi: la legge nota come Legge
sulla stampa, parla di sensibilità e impressionabilità di fanciulli e
adolescenti e incrimina condotte idonee a offendere il loro ‘sentimento morale’
(art.); sempre nell’ambito del medesimo testo normativo, è considerata
penalmente rilevante la pubblicazione di stampati i quali descrivano o
illustrino, con particolari impressionan- ti o raccapriccianti, avvenimenti
realmente verificatisi o anche sol- tanto immaginari, ‘in modo da poter turbare
il comune sentimento della morale’ (art.). Estremamente significative sono
infine le nor- me contro la discriminazione razziale (legge), nelle quali la
tipicità della condotta è fondata sulla nota caratterizzante di ciò che comunemente
è definito come un sentimento, ossia l’odio. Abbiamo constatato che «nel
linguaggio legislativo penale il rife- rimento a sentimenti è ben
presente» e che «sentimenti e stati emo-
Varraso-Caputo, «Verità» del precetto e della sanzione penale; DI GIOVINE O.,
Il dolo (eventuale) tra psicologia scientifica e psicologia del senso co- mune,
cit.; per una sintesi del ruolo delle scienze extranormative in rapporto al
problema dell’imputazione soggettiva, v. da ultimo FIANDACA, Prima lezione. Nondimeno,
nelle motivazioni dei giudici il richiamo alla dimensione affettiva figura
quale corollario argomentativo in relazione all’elemento soggetti- vo,
all’ipotesi di concessione di attenuanti generiche e più in generale in ordine
alla commisurazione della pena; per un quadro di sintesi v. AMATO, Diritto
penale e fattore emotivo, C. cost. PULITANÒ, Introduzione alla parte speciale
del diritto penale, Torino. Tra sentimenti ed eguale rispetto tivi non sono
certo realtà sconosciute al diritto penale»34: «i “senti- menti”, [...]
ancorché di natura psichico-emozionale, sono [...] delle realtà personalistiche
innegabili. Le disposizioni della parte speciale (sentimento religioso, pudore,
pietà dei defunti, sentimento per gli animali, sentimento nazionale)
rappresentano la rispondenza più univoca e immediata di ciò che si suole
definire ‘tutela di sentimenti’, con una formula tanto accatti- vante quanto
ambigua e problematica nei contenuti, la quale soprat- tutto nell’attuale
momento storico sta riscuotendo un inedito interes- se da parte della dottrina
penalistica italiana 36. Le norme codicistiche forniscono una prima cornice, un
panora- ma dalla capacità esplicativa simile a quella di una visione in contro-
luce: sostanzialmente definiti appaiono i contorni, il tratteggio ester- no che
inquadra il teatro dei fatti oggetto di interesse normativo; più nebuloso è il
nucleo interno, legato al retroterra dei fenomeni e alle loro dimensioni di
significato. Un primo ordine di problemi ha a che fare col profilo fattuale,
legato all’inquadramento e alla decifrazione di ciò che i saperi sul mondo, e
in particolare le scienze empirico-sociali, definiscono ‘sen- timenti’,
soprattutto in rapporto ad altri fenomeni affettivi, come ad 34 FIANDACA, Sul
bene giuridico. Un consuntivo critico, Torino, PALAZZO, Laicità del diritto
penale e democrazia “sostanziale”, in Quaderni co- stituzionali, 2/2010, p.
441. 36 Menzioniamo gli scritti che si sono dedicati ex professo al tema,
lasciando al momento da parte la cospicua produzione letteraria in cui
l’argomento viene tocca- to in modo incidentale. Oltre al già menzionato saggio
di FIANDACA, Sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti, si segnala del medesimo
Autore un ulte- riore approfondimento in occasione dello studio sul bene
giuridico: v. FIANDACA, Sul bene giuridico, cit., pp. 81 ss. Si vedano quindi
DONINI, “Danno” e “offesa” nella c.d. tutela penale dei sentimenti; GIUNTA,
Verso un rinnovato romantici- smo penale? I reati in materia di religione e il
problema della tutela dei sentimenti, in Bertolino-Eusebi-Forti, Studi in onore
di Mario Romano, vol. III, Napoli; CAPUTO, Eventi e sentimenti nel delitto di
atti persecutori, in Studi in onore di Mario Romano; NISCO, La tutela penale
dell’integrità psichica; PULITANÒ, Introduzione alla parte speciale del diritto
penale; volendo, BACCO, Sentimenti e tutela penale: alla ricerca di una
dimensione liberale, in Riv. it. dir. proc pen., 3/2010, pp. 1165 ss. Fra i
costituzionalisti v. GUELLA-PICIOCCHI, Libera manifestazione del pensiero tra
fatti di senti- mento e fatti di conoscenza, in Quaderni costituzionali, Per
un’analisi del sentimento quale elemento che concorre a fondare ragioni e
struttura di di- sposizioni normative non solo penalistiche, v. ITALIA, I
sentimenti nelle leggi, Milano, 2017. Per una sintesi delle più recenti
posizioni della dottrina continentale, nel con- testo di un’analisi incentrata
sull’ordinamento spagnolo, v. ALONSO ALAMO, Senti- mientos y derecho penal, in
Cuadernos del polìtica criminal, Fenomeni affettivi e dimensione giuridica 17
esempio le emozioni. In termini complementari si pone un problema concettuale
che riguarda le regole d’uso dei termini sia nell’ambito extragiuridico e, di
riflesso, nella specifica dimensione giuridico-pe- nalistica: si tratta di
prendere in considerazione le tassonomie scien- tifiche in rapporto alle
esigenze di normatività, alla chiarezza defini- toria e alla funzionalità
comunicativa del diritto. Un secondo ordine di problemi concerne gli spazi di
legittimità di norme finalizzate a una tutela penale di interessi legati alla
sfera affettiva degli individui: tema che proietta verso percorsi differenti a
seconda del significato e del senso normativo attribuibile all’evoca- zione del
peculiare sentimento o dell’emozione, in un discorso che chiama in gioco
pregiudiziali di tipo filosofico, morale, politico. In questo senso la
problematica si presta a essere sviluppata ad un pri- mo livello su un piano
generale (la tutelabilità di sentimenti come problema di principio), e,
successivamente, in una prospettiva più circoscritta concernente lo specifico
problema di tutela che sia dato individuare dietro il richiamo alla dimensione
affettiva della persona. Come detto, prendere le mosse dalle norme positive è
volto a facilitare l’inquadramento dei problemi; una volta fotografato
l’esistente, il lessico dei legislatori è destinato a divenire oggetto di
analisi criti- ca, nel tentativo di superarne la cortina di artificialità. 2.1.
Oltre il lessico legislativo Un primo obiettivo è dissolvere l’alone di
retorica e guardare ‘in trasparenza’, oltre le formule. La tendenza a costruire
norme penali attraverso richiami alla di- mensione affettiva, pur manifestatasi
in momenti storici differenti, rivela una sostanziale continuità 38, animata da
variabili che si legano a fattori sociali e culturali i quali hanno concorso a
dare stimolo a una sensibilità dei legislatori39. Si tratta di scelte
culturalmente 37 Più remoti sono il codice penale e la c.d. legge sulla stampa,
distanti anche culturalmente dall’attuale momento storico; più prossima
cronologicamente è la c.d. ‘Legge Mancino’ (incriminazione di condotte d’odio
razziale), mentre è relati- vamente recente la scelta di dare riconoscimento a
esigenze di tutela di animali non umani attraverso la formula ‘Delitti contro il
sentimento per gli animali’. Una panoramica in MUSUMECI, Emozioni crimine,
giustizia. I testi legislativi, che parlano di sentimenti, sono spia di un
sentire dei legislatori che, ieri come oggi, hanno adottato quel lessico, così
PULITANÒ, Introduzione alla parte speciale. Tra sentimenti ed eguale rispetto
orientate, nel contesto di una complessità di fondo 40 che è confluita in
determinazioni di politica del diritto le quali, secondo un processo ricorsivo
41, si caratterizzano a loro volta per un elevato grado di pre- gnanza
culturale e una forte valenza simbolica, nel senso che le nor- me giuridiche a
loro volta contribuiscono a modellare atteggiamenti di pensiero ed emotivi.
Seguendo le traiettorie del pensiero di Edgar Morin troviamo un efficace quadro
riassuntivo della complessità di ciò che chiamiamo ‘cultura’: «La cultura,
peculiarità della società umana, è organizzata/organiz- zatrice attraverso il
veicolo cognitivo costituito dal linguaggio, a parti- re dal capitale cognitivo
collettivo delle conoscenze acquisite, dei saper-fare appresi, delle esperienze
vissute, della memoria storica, delle credenze mitiche di una società. Così si
manifestano “rappresentazio- ni collettive”, “coscienza collettiva”,
“immaginario collettivo”. E la cul- tura, sfruttando il suo capitale cognitivo,
instaura le regole/norme che organizzano la società e governano i comportamenti
individuali. Le regole/norme culturali generano processi sociali e rigenerano
global- mente la complessità sociale acquisita dalla stessa cultura» 42. In che
termini il giurista penale deve rapportarsi a tale complessità? Solo se lo si
considera da una prospettiva esterna, il diritto penale è un coacervo di norme:
se si guarda con più attenzione, però, esso si ri- vela come una parte della
cultura in cui viviamo», ricorda Winfried 40 Nel senso in cui il concetto è
stato sviluppato da Morin: «Complexus significa ciò che è tessuto insieme; in
effetti, si ha complessità quando sono inse- parabili i differenti elementi che
costituiscono un tutto (come l’economico, il poli- tico, il sociologico, lo
psicologico, l’affettivo, il mitologico) e quando vi è tessuto interdipendente,
interattivo e inter-retroattivo tra l’oggetto di conoscenza e il suo contesto,
le parti e il tutto, il tutto e le parti, le parti tra di loro. La complessità
è, perciò, legame tra l’unità e la molteplicità. Gli sviluppi propri della
nostra era planetaria ci mettono a confronto sempre più ineluttabilmente con le
sfide della complessità», v. MORIN, I sette saperi necessari all’educazione del
futuro, tr. it., Milano; sempre Morin afferma che «Il problema della
complessità è quello che pongono i fenomeni non riducibili agli schemi semplici
dell’osser- vatore», v. ID., Scienza con coscienza, tr. it., Milano; cfr. più
diffusamente, ID., Introduzione al pensiero complesso, tr. it., Milano. I
prodotti e gli effetti generati da un processo ricorsivo sono contempora-
neamente co-generatori e co-causanti di tale processo», MORIN, Le idee:
habitat, vita, organizzazione usi e costumi, tr. it., Milano, MORIN, Le idee:
habitat, vita, organizzazione usi e costumi. Fenomeni affettivi e dimensione
giuridica 19 Hassemer43. L’osservazione dello studioso tedesco è un invito a
riflet- tere sul diritto penale munendosi di ‘lenti’ che sappiano mettere a
fuo- co non solo norme ma anche la cultura che fa loro da sfondo: gli uni-
versi fattuali, valoriali, simbolici ed emotivi che la formano. Il giurista
penale dovrebbe volgere il proprio sguardo verso i fe- nomeni al fine di
costruire esplorazioni ‘a partire dal capitale cogni- tivo collettivo delle
conoscenze acquisite’: delle conoscenze che han- no contribuito a dare
un’impronta alla cultura, e dunque anche alla sensibilità dei legislatori; e
del panorama di conoscenze del tempo presente, con l’annesso potenziale epistemico.
Un approccio critico al lessico del diritto significa in questo senso presa di
distanza da ‘ontologismi giuspositivistici’ o da riduzionismi pangiuridici’
della realtà, e traduce l’esigenza di tenere ben presente la distanza tra il
diritto, inteso come ideale regolativo, e i fatti della vita L’‘inemendabilità’
di cui parla il filosofo Maurizio Ferraris, «il fatto che ciò che ci sta di
fronte non può essere corretto o trasforma- to attraverso il mero ricorso a
schemi concettuali»45, suona per il giurista come un monito aprendere sul serio
la distinzione tra di- mensione ‘costruttivistica’ degli schemi del diritto e
il piano ontologico dei fenomeni HASSEMER, Perché punire è necessario, tr. it.,
Bologna. Non è vero e completo giurista colui che, pure conoscendo con
scientifica precisione il diritto positivo di un determinato paese, non si
rende conto della in- colmabile distanza tra il diritto e la vita, ossia della
assoluta impossibilità di sod- disfare totalmente l’esigenza, presente in tutte
le società, di razionalizzare le azioni degli uomini dando a esse un ordine
stabile mediante regole». v. CESARINI SFORZA [si veda], Filosofia del diritto,
Milano; FERRARIS, Manifesto del nuovo
realismo, Roma-Bari; si veda an- che la riflessione di un filosofo del diritto
di matrice analitica SCARPELLI, Filosofia analitica, norme e valori, Milano: le
norme e le asserzioni svolgono nell’esperienza dell’uomo una differente
funzione, ma le une e le altre possono svolgere la loro funzione solo se si
riferiscono a stati ed eventi dentro l’esperienza e distinguibili dagli altri
stati ed eventi dentro l’esperienza». 46 Non intendiamo prendere posizione sui
rapporti tra ontologia ed epistemo- logia, addentrandoci nel ginepraio di
problemi legati alla dialettica fra concezioni ‘realiste’ e ‘postmoderne’.
Nella letteratura italiana, oltre al citato ‘manifesto’ di Maurizio Ferraris,
si veda ID., Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma-Bari,
2009, pp. 62 ss.; per una cristallina sintesi del dibattito sul realismo vedi
D’AGOSTINI, Realismo? Una questione non controversa, Torino. In termini
generali, segnaliamo come tale produzione letteraria sia da inquadrarsi quale
risposta al trend postmoderno che nella seconda metà del Novecento ha
sottoposto i concetti di ‘verità’ e di ‘realtà’ a tentativi di destruttura-
zione da parte di correnti filosofiche che possiamo approssimativamente
definire Tra sentimenti ed eguale rispetto Nella dottrina penalistica
italiana si parla di vincoli di realtà, e si potrebbero definire tali istanze
anche attraverso il richiamo a con- cetti meno abituali ma oggi non più alieni
al discorso penalistico, come quello di ‘verità’ 48. Lo specifico caso dei
sentimenti come pro- blema di tutela porta a riflettere sulla «verità dei
presupposti su cui si fonda il ragionamento funzionalistico all’origine dei
precetti»49. Si tratta di un impegno anche sul piano metodologico: come
approccio di studio che pone la conoscenza dei fenomeni a fondamento di ana-
lisi volte a testare la qualità delle scelte e delle possibili risposte da
parte del diritto, emancipandosi dalla prospettiva di patenti ‘ontolo- giche’
alle formule coniate dal legislatore 50. Il punto di osservazione dello
studioso non dovrebbe pertanto col- locarsi in un’ottica del tutto interna al
linguaggio e agli schemi con- cettuali del diritto posto, ma, come ogni punto
di osservazione, ne- cessita di una collocazione anche esterna rispetto
all’oggetto che si come relativistico-ermeneutiche. La bibliografia è
sterminata; ci limitiamo a menzionare il testo forse più emblematico, e
raffinato, del trend postmoderno, ossia RORTY, La filosofia e lo specchio della
natura, tr. it., Milano, 2004. 47 «Come impresa ‘di ragione’, il diritto è
vincolato al principio di realtà. Il le- gislatore deve fare i conti con la
realtà che intende regolare, nella quale ha da ri- tagliare gli oggetti e
cercare le condizioni di una regolazione possibile e razionale rispetto agli
scopi. Nei concreti orizzonti storici, i vincoli di realtà (ontologici) si
traducono in vincoli epistemologici di razionalità rispetto al sapere
disponibile», v. PULITANÒ, Il diritto penale fra vincoli di realtà e sapere
scientifico, in Riv. it. dir. proc. pen., 3/2006, pp. 798 ss. 48 Le questioni
di fondo sono oggi compendiate nell’importante volume a cura di
Forti-Varraso-Caputo, «Verità» del precetto e della sanzione pena- le, cit.; si
veda inoltre il denso scritto di DI GIOVINE O., A proposito di un recente
dibattito su “Verità e diritto penale”, in Criminalia, 2014, pp. 539 ss., quale
tentati- vo di superamento, nella prospettiva giuridica, della
radicalità insita nell’alter- nativa tra teorie corrispondentiste e
pragmatiste. PALAZZO, Verità come metodo di legiferazione. Fatti e valori nella
formulazione del precetto penale, in AA.VV., a cura di Forti-Varraso-Caputo,
«Verità» del precetto e della sanzione penale, cit., p. 101. 50 Umberto
Vincenti afferma la necessità di «combattere ogni formalismo in- terpretativo
che ha la pretesa, per malintese aspirazioni di autonomia della scien- za
giuridica, di risolvere ogni questione – e gli stessi casi della pratica –
ragionan- do esclusivamente all’interno del testo normativo, levigando e
combinando le sua parole, per comporre un certo prodotto linguistico – una
certa massima di decisione – da accollare all’esperienza: alla nuova esperienza
da conoscere e, nei fatti, destinata a rimanere, non volendosi andare oltre le
parole di un testo (o, anche, di molti testi), di necessità sconosciuta (o
quasi) perché impenetrabile attraverso il solo strumento verbale», v. VINCENTI,
voce Linguaggio normativo, in Enciclopedia del diritto, Annali, vol. VII,
Milano. Fenomeni affettivi e dimensione giuridica 21 vuole indagare: «a partire
dall’insopprimibile “eccedenza” della vita rispetto a tutte le forme», e nella
consapevolezza che il diritto, rispet- to ai fenomeni che ne costituiscono il
campo applicativo, costituisce ormai una semantica influente in cui quello di
cui si parla è molto di più di quello che si dice. Le citazioni sono tratte da RESTA, Diritto
vivente, Bari. Si veda anche RODOTÀ, La vita e le regole. Tra diritto e non
diritto, Milano, il quale sembra farsi sostenitore di istanze simili quando
afferma che il ri- chiamo alla ‘verità’ dei presupposti implica che è in gioco
qualcosa di più profon- do della precisione linguistica e dell’efficacia
descrittiva di una norma: osserva Rodotà che «In realtà il diritto è più che
una regola. Prima di tutto è un linguag- gio. Si può davvero dire tutto con le
parole del diritto o è proprio la grammatica dei diritti a dimostrarsi povera
di fronte alla complessità sociale e alla sua ric- chezza? Il radicarsi del
diritto nella realtà segue itinerari complessi, e meno lineari, di quello che
misura l’effettività della norma unicamente da una sua diret- ta e immediata
applicabilità in una situazione determinata. Già la sola trascrizio- ne
nell’ordine giuridico di un valore o di un principio o di un fine pubblico
porta con sé una variazione del contesto in cui collocare gli atti della vita,
del discorso giuridico a cui fare riferimento, del sistema normativo con il
quale misurarsi». Tra sentimenti ed eguale rispetto SEZIONE II Percorsi
concettuali e interdisciplinari SOMMARIO: 3. Spunti di riflessione attraverso
le ‘Law and Emotion Theories’. Sentimenti ed emozioni: approcci di studio e
questioni di linguaggio. Quale concezione di emozione per il giurista? Sull’uso
del termine emozione. Spunti di riflessione attraverso le ‘Law and Emotion
Theories’ Un approccio orientato a problematizzare il profilo ontologico-
fattuale dei fenomeni affettivi, e dunque a dialogare con ambiti disci- plinari
diversi dalla scienza giuridica, trova un importante punto di riferimento dal
punto di vista metodologico nel campo di studi di matrice statunitense
denominato ‘Law and Emotion’ Si tratta di un’area di discussione orientata a
rimeditare i termini dell’interazione fra diritto e dimensione emotiva per
ragioni che si le- gano non solo a un complessivo aggiornamento delle
conoscenze ex- tragiuridiche sul tema, ma soprattutto per favorire una maggiore
con- sapevolezza e un ‘uso’ più intelligente delle emozioni nel campo giuri-
dico («intelligent and responsible engagement by law») Secondo i teorici di
‘Law and Emotion’ i giuristi tendono a non prendere sufficien- temente in
considerazione le acquisizioni delle scienze extragiuridiche sugli stati
affettivi, rivelando un’autoreferenzialità frutto di mentalità chiusa e una
riluttanza ad apprendere da altre discipline Per un inquadramento dei temi
trattati e delle diverse impostazioni v. BANDES- BLUMENTHAL, Emotion and the
Law, cit., passim; MARONEY, Law and Emotion: A Proposed Taxonomy of an Emerging
Field, in 30 Law and Human Behavior.; cfr. anche ABRAMS-KEREN, Who’s Afraid of
Law and the Emotions? ABRAMS-KEREN,
Who’s Afraid of Law and the Emotions? BANDES, Introduction. Fenomeni affettivi e dimensione giuridica Gli studi
di ‘Law and Emotion’ mirano a mettere in luce l’influenza che la dimensione
affettiva esplica sul modo di concepire ratio e struttura di istituti di
diritto positivo e, più in generale, sulle ragioni addotte per legittimare
l’essere e il dover essere del diritto, soprattutto del diritto penale. Si
approfondisce la conoscenza dei fenomeni affettivi attraverso una base
epistemica che non si limita alla dimen- sione bio-psicologica, ma che si apre
alla sfera sociologico-umani- stico-letteraria, attraverso la filosofia, la
letteratura, l’antropologia, la sociologia, in una prospettiva volta a
dischiudere orizzonti di senso e a guardare ai fenomeni affettivi attraverso un
filtro interpretativo multidisciplinare. Ciò che sembra meglio riassumere
l’istanza sottesa agli studi di ‘Law and Emotion’ è la ricerca di un dialogo
finalizzato non solo a in- crementare consapevolezza e competenze dei giuristi
sul tema delle emozioni, e dunque a favorire una maggiore attendibilità
scientifica dei lavori dei giuristi, ma anche a promuovere un feedback virtuoso
fra scienza giuridica e saperi empirico-sociali sugli stati affettivi 58. I
contributi di ‘Law and Emotion’ non si identificano con una linea teorica
univoca, ma si articolano in diverse correnti; una fra le BANDES-BLUMENTHAL,
Emotion and the Law. BANDES-BLUMENTHAL,
Emotion and the Law; MARONEY, Law and Emotion, cit., pp. 123 ss.; ABRAMS-KEREN,
Who’s Afraid of Law and the Emotions? Sotto
tale profilo sembrano esservi sostanziali differenze rispetto ad altre branche
di studi, affini ma distinte da ‘Law and Emotion’: in particolare ‘Law and
Economics’ e ‘Law and Neuroscience’, le quali, peraltro, sembrano essere tenute
in maggiore considerazione dai giuristi. Una possibile chiave di lettura di
tale atteg- giamento è il fatto che ‘Law and Economics’ e ‘Law and
Neuroscience’ sembrano basarsi su assunzioni che sono più vicine al modello di
razionalità ‘classica’ con cui i giuristi hanno maggiore confidenza, v.
ABRAMS-KEREN, Who’s Afraid of Law and the Emotions?, MARONEY, Law and Emotion:
«We see as well a persistent divide between empiricists and theorists. The lack of dialogue across
these dividing lines lessens opportunities for cross-fertilization. We
therefore would do well to foster dynamic collaborations among social
scientists, those trained in the life sciences, philosophers, lawyers, and
legal scholars. The exercise of forging such collabora- tions would encourage
creation of a common language, and resulting scholarship would be both more
complex and more accessible to those across the range of implicated disciplines.
Quali caratteristiche deve avere uno
studio per potersi inquadrare come contributo su ‘Law and emotion’? Questa la risposta di
MARONEY, Law and Emo- tion, cit., p. 124: «The question as to at what point any
given project is sufficiently about both “law” and “emotion” to productively be
claimed for this particular en- Tra sentimenti ed eguale rispetto più
autorevoli studiose, la giurista Terry Maroney, individua ben sei tipologie di
approccio60. Tale schematizzazione assume in primo
luogo un valore descrittivo, individuando snodi concettuali che carat-
terizzano le peculiarità dei singoli contributi nel contesto della pro- duzione
scientifica sul tema; sotto un diverso profilo, la tassonomia degli approcci
possiede anche la funzione di canone metodologico volto a evidenziare questioni
fondamentali con cui il singolo studioso che intenda approfondire il tema delle
interazioni fra diritto e dimen- sione affettiva si troverà a fare i conti 61.
I percorsi individuati da Ter- ry Maroney fissano in questo senso delle
coordinate che possono con- tribuire a suggerire al singolo studioso
l’impostazione che meglio si attaglia al tipo di indagine che intende
affrontare: la conoscenza dei nodi teorici fondamentali e, correlativamente,
della possibilità di percorsi e di approcci alternativi, dovrebbe costituire un
impegno ad acquisire consapevolezza riguardo l’impostazione adottata, anche al
fine di renderne esplicita l’adesione. clave is worthy of greater exploration
than is possible here. I offer,
nonetheless, two premises, one pertaining to motivation and the other to
method. First, contemporary law and emotion scholarship is based on the beliefs
that human emo- tion is amenable to being specifically and searchingly studied,
that it is highly relevant to the theory and practice of law, and that its
relevance is deserving of clos- er scrutiny than it historically has received.
Second, such scholarship explicitly directs itself to both sides of the “and”;
it takes on a question regarding law and brings to bear a perspective grounded
in the study or theory of emotions. MARONEY,
Law and Emotion. Nel dettaglio, si parla di: emotion centered approach’, come
approccio che si focalizza su una singola emo- zione e ne analizza le possibili
interazioni con la dimensione giuridica; emotional phenomenon approach, il
quale muove dallo studio di processi mentali e comportamentali che non
corrispondono propriamente a emozioni, ma che rap- presentano condizioni per
l’elicitazione o la esternazione di stati emozionali emotion theory approach’,
approccio porta a sviluppare riflessioni in linea con una o più teorie
interpretative delle emozioni; legal doctrine approach, il quale mira a far
interagire il sapere su emozioni e stati affettivi con aree determinate del
diritto o con particolari istituti; theory of law approach, il quale studia i
nessi tra emozioni e diritto a un livello puramente teoretico, facendo interagire
teorie sulle emozioni con teorie generali sul diritto; legal actor approach, il
quale si occupa di analizzare come la dimensione emotiva influisce
sull’attività dei soggetti che operano nell’ambito applicativo: giudici,
avvocati, ecc. MARONEY, Law and Emotion, careful consideration of the
analytical approaches potentially implicated in any given project will help
identify blind spots or force unstated assumptions to the surface, and may
further encourage scholars to justify why they make the choices they do. Thus, academic inquiry into
the intersection of law and emotion should identify which emotion(s) it takes
as its focus; carefully distinguish be- tween those emotions and any implicated
emotion-driven mental processes or Fenomeni affettivi e dimensione
giuridica 25 4. Sentimenti ed emozioni: approcci di
studio e questioni di linguaggio Gli studi su ‘Law and Emotion’ mettono in
evidenza questioni teo- riche le quali riteniamo debbano essere prese in
considerazione an- che nella presente indagine: in particolare, un importante
step è rappresentato dalla ricerca di punti di convergenza fra contributi di
ma- trici scientifiche eterogenee, e dunque dall’esigenza di uno sguardo
d’insieme alle acquisizioni elaborate dalle discipline che studiano gli stati
affettivi. Sentimenti ed emozioni sono fenomeni relativi al sentire della
persona: per comprenderne i profili di rilevanza nella dimensione del singolo e
l’incidenza nelle dinamiche relazionali il giurista penale de- ve
necessariamente rivolgersi a saperi esterni al diritto che potremmo definire
lato sensu ‘psicologici’, ma che non si limitano alla sola psicologia.
Nell’attuale momento storico le dinamiche interiori dell’individuo sono poste
sotto osservazione da una molteplicità di punti di vista: un’interazione fra
discipline che dà luogo a complesse mappe epistemiche. Difficilmente potrà
trovare appagamento la bramosia di defini- zioni che spesso anima le operazioni
intellettuali dei giuristi quando si addentrano in campi di conoscenza diversi
dal proprio. La lettera- tura sugli stati affettivi non è semplicemente una
sovrapposizione di varianti tassonomiche e definitorie; differenti sono le
discipline coin- volte, con angolazioni prospettiche e linguaggi che
valorizzano profili differenti e complementari: non esiste un’unica ‘scienza
dell’emozio- ne e dei sentimenti’. Come modello di approccio penalistico alle
scienze extranormati- ve si è recentemente parlato di una prospettiva
‘separatista’ e di una ‘dialogante’64. La soluzione a nostro avviso preferibile
è la seconda; nel presente caso, il dialogo si caratterizza per una particolare
com- plessità, poiché le voci che il giurista si trova di fronte rappresentano
una variegata polifonia da cui emergono prospettive di ricostruzione behaviors;
explore relevant and competing theories of those emotions’ origin, purpose, or
functioning; limit itself to a particular type of legal doctrine or legal
determination; expose any underlying theories of law on which the analysis
rests; and make clear which legal actors are implicated», v. MARONEY, Law and
Emotion. Condividiamo in questo senso l’impostazione metodologica di NISCO, La
tu- tela penale dell’integrità psichica, FIANDACA, Prima lezione. Tra
sentimenti ed eguale rispetto e di classificazione alquanto diverse. Sarebbe
segno di chiusura cul- turale se ci si accontentasse di identificare le
rispondenze fenomeni- che del richiamo a sentimenti sulla base del senso
comune, senza ap- profondire le articolate classificazioni proposte dai diversi
saperi sul mondo 65; nondimeno, la non omogeneità del panorama di conoscen- ze
grava il giurista di un compito severo. In primo luogo appare opportuno
individuare le branche della co- noscenza che oggi tracciano le coordinate di
riferimento. Al fine di delineare i presupposti di un’interazione fra scienza
penale e saperi sugli stati affettivi, nella dottrina penalistica italiana è
stata proposta una schematizzazione utile a mappare l’orizzonte conoscitivo.
Tre le tipologie di approccio evidenziate: approccio psicologico; approccio neurofisiologico e
neuroscientifico; approccio filosofico La dimensione biologica e quella
psicologica offrono un quadro in- centrato sulle dinamiche interne alla
persona, ossia relativo a come gli stati affettivi si manifestano e a quale
influenza possono avere sul- l’agire, sull’autodeterminazione individuale e
dunque nella globale eco- nomia di vita di un soggetto. Prospettive come quella
filosofica e so- ciologica forniscono chiavi di lettura differenti, facendo
luce non solo sulla dimensione soggettivo-interiore e solipsistica dei fenomeni
af- fettivi, ma proiettandoli nelle complesse dinamiche della vita di rela-
zione e dunque nella sfera interpersonale. Nella prospettiva penalistica sono
importanti entrambi i profili, sia quelli più legati al ruolo degli stati
affettivi nella dimensione indi- viduale, sia quelli concernenti
l’intersoggettività e la dimensione col- lettiva, i quali potranno assumere una
maggiore o minore pertinenza a seconda dei problemi esaminati dal giurista.
Rispetto ai temi oggetto della presente indagine, la parte definitoria è in
larga pare debitrice di contributi di ambito psicologico; quanto al- lo
sviluppo che riguarderà la specifica connessione della tutela di sen- timenti
al tema del rispetto reciproco e dei limiti penali alla libertà di espressione,
le traiettorie di pensiero a nostro avviso più feconde risul- tano intrecciate
alla filosofia politica e a recenti sviluppi della filosofia fenomenologica.
Non va infine dimenticata un’ulteriore branca del sa- pere che si focalizza su
dinamiche di intersoggettività nella dimensione Per una critica all’habitus
culturale del penalista, talvolta poco propenso al confronto con il mondo dei
fatti, e una conseguente esortazione a fare proprio uno spirito scientifico e
una modalità di pensiero diversi dal mero senso comune, v. FORTI, L’immane
concretezza, FIANDACA, Sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti; cfr. NISCO,
La tutela penale dell’integrità psichica. Fenomeni affettivi e dimensione
giuridica 27 sociale: parliamo della sociologia delle emozioni, un campo di
studi relativamente giovane e alquanto promettente per le prospettive di
interazione con la riflessione giuridica 69. Nel prosieguo cercheremo di
compiere un excursus, necessaria- mente approssimativo, al fine di fare maggiore
chiarezza sui tratti che distinguono in particolare il sentimento da un’altra
manifesta- zione del sentire: l’emozione. Si tratta di un compito spinoso.
Eloquente è quanto affermato nella letteratura psicologica italiana. Nell’affrontare
lo studio della vita emotiva si resta colpiti dal disaccordo che vi è tra gli
psicologi sull’uso e sul si- gnificato dei termini fondamentali, sulla
classificazione e sui caratteri differenziali degli stati affettivi, sul
meccanismo della loro produzione. L’ambiguità e la vaghezza presenti nel
linguaggio comune non do- vrebbero rinnovarsi nel linguaggio scientifico, e,
soprattutto, quan- do si tratta di gestire l’interazione fra discipline
differenti «le parole [non dovrebbero essere] introdotte in un sistema di
linguaggio scien- tifico, serbando a tradimento il significato che loro viene
dal modo in 67 Sul tema, amplius, v. a cura di Turnaturi, La sociologia delle
emozioni, tr. it., Milano. TURNATURI, Introduzione, in AA.VV., a cura di
Turnaturi, La sociologia delle emozioni, BANDES-BLUMENTHAL, Emotion and the Law.
SCHERER, What are
emotions? And how can they be measured?, Social Science Information. ZAVALLONI, La vita emotiva, in Ancona, Questioni di
psico- logia. Principi e applicazioni per psicologi, medici, insegnanti ed
educatori, Milano. Problemi di natura terminologica sono posti in evidenza
anche da ABBAGNANO [si veda], Storia filosofica delle emozioni, in GALATI,
Prospettive sulle emozioni e teorie del soggetto, Milano. [cf. H. P. Grice,
“Grice ed Abbagnano”]. Oltre ai complessi rapporti tra definizioni
scientifiche, l’inquadramento di profili di rilevanza giuridica di sentimenti
ed emozioni richiede di non trascurare il vocabolario tramite cui gli attori
sociali connotano gli stati affettivi, e dunque le sfumature del linguaggio che
possono concorrere a illuminare dimensioni di sen- so dei fenomeni. In altri
termini, la ricerca di una tendenziale coerenza tra cate- gorie giuridiche e
concettualizzazioni scientificamente fondate dovrebbe essere veicolata anche attraverso
un esame di usi linguistici che, pur caratterizzati da approssimazioni e da una
logica comunicativa incline al ‘senso comune’ o alla c.d. ‘psicologia ingenua’,
possono nondimeno contribuire ad additare problemi di fondo e a identificare
l’area di significato dei termini. Sul ‘senso comune’ come categoria che
definisce ciò che è ritenuto ovvio e condiviso all’interno di una cer- chia
sociale, v., per tutti, JEDLOWSKY, “Quello che tutti sanno”. Per una
discussione sul concetto di senso comune, in Rass. it. sociologia, Tra
sentimenti ed eguale rispetto cui sono usate in un altro sistema, o nel
linguaggio comune» 73. Tale monito, proveniente da un filosofo italiano del
diritto, trova rispondenza in ambito anglo-americano proprio negli scritti
legati a ‘Law and Emotion’ il lessico degli stati affettivi muta a seconda dei
contesti di studio, e l’opera di consultazione di saperi esterni da parte del
giurista penale dovrebbe essere accompagnata da una rielabora- zione dei
contenuti, poiché le ipotesi definitorie e classificatorie pro- poste in ambito
extragiuridico possono non assumere una corrispon- dente rilevanza nella
prospettiva della valutazione penalistica. I concetti di emozione e di
sentimento vanno conseguentemente mo- dulati sulla dimensione giuridica,
tenendo ben presente la base epi- stemica alla quale si sta facendo
riferimento, ma senza vincoli sul piano strettamente lessicale né concettuale.
Il problema non è certo inedito, e può essere ricollegato agli inter- rogativi
formulati, ormai qualche decennio fa, da autorevole dottrina, relativi a come
rendere metodologicamente compatibili il punto di vista normativo e quello
delle scienze empirico-sociali di fronte al- l’esigenza di definire la
rilevanza giuridica di fenomeni psichici Scarpelli richiama l’attenzione
sull’esigenza di pulitura, ed eventualmente di ri-strutturazione, del lessico
giuridico, con l’importante avvertenza di non limitarsi a importare
terminologie esterne in modo pedissequo e irriflessivo, senza procedere a
un’adeguata concettualizzazione: v. SCARPELLI, Scienza del diritto e ANALISI
DEL LINGUAGGIO, a cura di Scarpelli-Di Lucia, Il linguaggio del diritto,
Milano, MARONEY, Law and Emotion; BANDES-BLUMENTHAL, Emotion and the Law. FIANDACA,
Sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti: «il giurista contemporaneo, se da un
lato non può fare a meno di rivisitare i concetti di emozione e sentimento alla
luce delle acquisizioni scientifiche e della riflessione filosofica più
recenti, rimane per altro verso pur sempre vincolato all’esigenza di ri-
pensare i concetti elaborati in altri ambiti disciplinari secondo la sua
specifica ottica». Dello stesso
avviso, BANDES, Introduction, cit., p. 8, secondo la quale it is also true that
law has its own set of purposes, demands and limitations. The knowledge we gain
about emotion is usable in a legal context only if it can be translated in
light of law requities». 76
FIANDACA, I presupposti della responsabilità penale tra dogmatica e scienze so-
ciali, in AA.VV., a cura di de Cataldo Neuburger, La giustizia penale e la
fluidità del sapere: ragionamento sul metodo, Padova. L’analisi di Fiandaca è
in questo caso incentrata sui presupposti soggettivi della responsabilità
penale, e pone in evidenza due distinti ordini di problemi: da un lato, il
grado di affidabili- tà del sapere metagiuridico, che, specie con riferimento
alle scienze psicologiche, offre contributi i cui esiti si prestano a letture
non univoche. Dall’altro lato, evi- denzia come determinate acquisizioni in
ambito psicologico siano tali da porre in dubbio la base fattuale di principi
normativi come la colpevolezza, esponendone Fenomeni affettivi e
dimensione giuridica 29 Nello scenario contemporaneo, l’ampliamento
dell’offerta epistemi- ca, ossia l’incremento delle branche della conoscenza
che oggi si sof- fermano sullo studio dei fenomeni affettivi, rende ancora più
com- plesso tale compito. A fronte di tali difficoltà, e nella consapevolezza
che sia opportuno tenere distinte le finalità delle categorizzazioni dei saperi
sul mondo dalla teleologia delle categorie penalistiche77, resta l’obiettivo di
ridurre la distanza fra l’artificialità delle concettualizzazioni giuridiche e
la realtà dei fenomeni 78, sia al fine di individuare re- gole d’uso dei
termini non ‘arbitrarie’, ossia fondate su connessioni fra le diverse proposte
in ambito extragiuridico le quali siano adeguata- mente esplicative rispetto ai
problemi in gioco; sia nella prospettiva di dare anche un impulso alla
rivisitazione di categorie e di modelli con- cettuali presenti nel discorso
giuridico 79 – non solo dei teorici ma an- che, soprattutto, degli applicatori
– che risentono di schemi di pensiero legati al senso comune e alla cosiddetta
psicologia ingenua 80. però a rischio anche il ruolo individual-garantistico;
oppure, con riferimento a un possibile allineamento con quanto espresso da
determinate teorie sociologiche, rimarca il rischio di una funzionalizzazione
del diritto penale all’ascolto di istanze di mera difesa sociale. 77 Rileva
tale problema, con riferimento al tema dell’imputabilità, BERTOLINO,
L’imputabilità e il vizio di mente nel sistema penale, Milano, 1990, pp. 25
ss., 44 ss. Sul tema della costruzione di un modello di scienza penale
integrale, non asservi- ta ai saperi empirici ma comunque attenta a limiti epistemologici,
v. DONINI, La scienza penale integrale fra utopia e limiti garantistici, a cura
di Moccia- Cavaliere, Il modello integrato di scienza penale di fronte alle
nuove questioni socia- li, Napoli, 2016, pp. 26 ss. 78 Anche aprendo la
riflessione verso un’eventuale ‘rivisitazione’ di categorie che dovessero
risultare mero riflesso di una psicologia cosiddetta ‘esoterica’: su tale
definizione v. FIANDACA, Appunti sul ‘pluralismo’ dei modelli e delle
categorie; cfr. VENEZIANI, Motivi e colpevolezza. BANDES-BLUMENTHAL, Emotion
and the Law, cit., p. 165. 80 Si è osservato che «il diritto può venire
considerato un caso particolarmente brillante di scienza “ingenua”. Esso
infatti impiega massicciamente una propria concezione della psicologia ma senza
dichiararne i teoremi ed i postulati», v. PE- RUSSIA, Criteri giuridici e
criteri psicologici: note sullo scambio epistemologico fra psicologia e
diritto, in AA.VV., a cura di de Cataldo Neuburger, La giustizia penale e la
fluidità del sapere, cit., p. 89. Per un quadro generale sulla ‘psicologia
inge- nua’, con cui si intende la capacità spontanea degli esseri umani «di
interpretare i comportamenti di un agente attribuendogli stati mentali quali
credenze, desideri, piacere, interesse», v. MEINI, Alle origini della psicologia
ingenua: interpretare se stessi o interpretare gli altri?, Sistemi
intelligenti; con riferimento alla dimensione giuridica, v. di recente
FORZA-MENEGON-RUMIATI, Il giudice emotivo. Per una sintesi del ruolo della
commonsense psychology nel di- ritto penale, in una prospettiva tesa a non
demonizzarne il ruolo ma ad analiz- Tra sentimenti ed eguale rispetto 4.1.
Quale concezione di emozione per il giurista? Non si tratta dunque di
effettuare un travaso lessicale che intro- duca nomenclature e classificazioni
ab externo; le diverse ‘emotion theories’ si prestano a sviluppi fra loro
profondamente differenti, e il giurista non può limitarsi a importazioni
passive di saperi 81. zarne i risvolti positivi quale alternativa a prospettive
‘comportamentiste’ e ‘ridu- zioniste’, v. SIFFERD, In defense of the Use of
Commonsense Psychology in the Cri- minal Law, in 25 Law and Philosophy, 2006,
pp. 571 ss.; per un’opinione differen- te v. COMMONS-MILLER, Folk Psychology
and Criminal Law: Why We Need to Repla- ce Folk Psychology with Behavioral
Science, The Journal of Psychiatry and Law. Quando si parla di psicologia folk
ci si riferisce a un terri- torio che non corrisponde a un sistema armonico di
concetti (peraltro si tende anche a distinguere folk psychology da commonsense
psychology), ma che è un campo variegato, caratterizzato anche da incongruenze
interne, nel quale i saperi scientifici costituiscono l’humus di
concettualizzazioni che vanno ad assumere forme differenti in relazione ai
momenti storici; è più corretto parlare al plurale di ‘folk conceptions’
piuttosto che di un’unica visione ‘folk’ dei fenomeni affettivi. La dimensione
folk resta eminentemente esplicativa, ma non descrittiva: è condi- zionata da
un sapere approssimativo sulla fisiologia degli stati affettivi, e accom- pagna
tale gap epistemico con congetture che rivelano un approccio tendenzial- mente
valutativo del fenomeno emotivo, il quale trova espressione in immagini
significative che traspongono in termini metaforici i caratteri del fenomeno.
In generale possiamo affermare che la vita di relazione è in larga parte
regolata da deliberazioni interiori assunte sulla base di postulati di ‘folk
psychology’, in parte come frutto di competenze innate, e in parte effetto di
deduzioni influenzate della cultura. Si osserva che nella dimensione
penalistica la ‘folk psychology’ può rap- presentare un formante in relazione a
tre distinti profili: influisce sulla confor- mazione categorie generali del
diritto penale; influenza le argomentazioni degli studiosi di diritto; si
insinua concretamente nel sistema legale attraverso argo- mentazioni che gli
operatori pratici adoperano nella loro professione (giudici, av- vocati, e, con
riferimento al sistema americano, giurati), v. FINKEL-GERROD PAR- ROT, Emotions
and culpability. How the Law is at
Odds with Psychology, Jurors, and itself, Washington, 2006, p. 48. Sull’interazione fra senso comune e studio delle
emozioni, in una prospettiva che ne rimarca le reciproche implicazioni, v.
GALATI, Prospettive sulle emozioni. Si veda anche CALABI, Le varietà del
sentimento, in Sistemi intelligenti, la quale afferma che la psicologia del
senso comune contribuisce a fornire una rappresentazione del fe- nomeno emotivo
che ne comunica la complessità in modo più coerente e attendi- bile rispetto
alle tendenze riduzioniste o eliminativiste. 81 Per il giurista, oltre alla
necessità di riuscire a districarsi fra gli ‘overlap- ping fields’ sulle
emozioni (secondo la definizione di BANDES, Introduction, cit., p. 8) si pone
l’esigenza di non introdurre tali conoscenze in termini meramente strumentali
alla costruzione delle proprie teorie, importandoli e magari ‘co- stringendoli’
all’interno di argomentazioni giuridiche senza renderne manifesto il margine di
opinabilità e la possibilità di ricostruzioni alternative, e senza dunque
osservare il dovuto rispetto per la complessità a cui si sta facendo ri-
Fenomeni affettivi e dimensione giuridica 31 Il richiamo a vincoli di
realtà si potrebbe così articolare: un primo livello, relativo all’esplorazione
del panorama di conoscenze disponi- bili, all’esame di nozioni, di tassonomie e
di differenti prospettive di ricostruzione; un secondo livello, incentrato su
una concezione di sentimento e di emozione che sia suscettibile di entrare in
connes- sione con i fatti e con le dinamiche che interessano i problemi di re-
golamentazione penale. Nel complesso, a una fase di ricognizione epi- stemica
si aggiunge un processo interpretativo e al tempo stesso ‘crea- tivo’, nel
senso che il giurista finisce per concepire una particolare idea di emozione e
di sentimento. Una critica mossa ad alcuni fra i primi contributi sul tema di
‘Law and Emotion’ è stata quella di non aver adeguatamente problematiz- zato ed
esplicitato un importante passaggio metodologico, ossia di- scutere apertamente
quale sia la concezione di emozione assunta alla base delle riflessioni 82.
Parallelamente a tale critica, riteniamo che si attaglino anche al giurista le
osservazioni del sociologo Sergio Manghi, quando afferma che per lo studioso di
scienze sociali non è possibile limitarsi a de- scrivere il modo in cui le
emozioni vengono socialmente definite: allo stesso modo per il giurista non è
possibile far interagire la dimensio- ne giuridica con le diverse prospettive
attraverso cui emozioni e sen- timenti vengono socialmente e scientificamente
definiti, senza pren- dere al contempo una posizione che traduca maggiore o
minore pre- ferenza per una determinata impostazione. Va dunque inoculato an-
che nella riflessività dello studioso di diritto l’interrogativo di natura
epistemologica su quale sia la concezione di emozione alla base del proprio
discorso: «attraverso quale idea di ‘emozione’ parlo di ‘emozioni’? Essere o me-
no dotati di un’idea di ‘emozione’, o per dirla con una parola più im-
pegnativa, di una teoria delle emozioni, non è questione di scelta, per nessun
essere umano che ricorra alla parola ‘emozione’. A maggior ra- gione, non è una
questione di scelta per uno scienziato sociale. Una teoria c’è comunque. Possiamo scegliere solo se
mantenerla implicita, colludendo con il senso comune, o possiamo cercare di
esplicitar- mando: «Legal scholars, as well as lawyers, legislators, judges,
need to guard against this temptation to pillage other fields without regard
for their full com- plexity and to use the spoils selectively to make legal
arguments», v. BANDES, Introduction, LITTLE, Negotiating the Tangle of Law and
Emotion, in 86 Cornell Law Re- view. Tra
sentimenti ed eguale rispetto la: ben sapendo, beninteso, che l’esplicitazione
non tocca che uno scam- polo del vasto sistema delle nostre premesse implicite.
L’assunzione di un’idea da altri ambiti testuali rimane comunque un gesto
attivo, un atto linguistico generativo, del quale non possiamo non assumerci la
responsabilità epistemologica» 83. Il problema non è solo definitorio ma
implica una presa di posi- zione sul piano epistemologico, con conseguenze sul
merito delle ri- flessioni84: tematizzare problemi concernenti i rapporti fra
diritto e dimensione affettiva porta anche il giurista a prediligere e a
identifi- carsi con una o più proposte ricostruttive. Formarsi un’idea di cosa
siano l’emozione e il sentimento, e in quale accezione si intenda in- trodurre
tali concetti nel discorso penalistico, rappresenta in primo luogo
un’acquisizione importante dal punto di vista della qualità epistemica
dell’indagine e delle proposte eventualmente avanzate, e co- stituisce un
impegno sul piano metodologico. 4.2. Sull’uso del termine ‘emozione’ Esigenze
di chiarezza e di coerenza con le fonti bibliografiche ri- chiedono una
puntualizzazione sul piano lessicale, o più precisamen- te, meta-lessicale.
Nella lingua italiana i termini che definiscono gli stati affettivi so- no diversi:
‘sentimento’ ed ‘emozione’ sono quelli probabilmente più noti, cui si
affiancano anche vocaboli come ‘passione’, ‘sensazione’, ‘impressione’,
‘affezione’, ‘stato d’animo’. In lingua inglese il termine di uso più comune e
dal significato più ampio è ‘emotion’, il quale, a seconda dei diversi
contesti, sembra po- tersi tradurre in italiano sia con ‘emozione’, sia con
‘sentimento’. Più circoscritto appare l’uso del termine ‘feeling’, il quale si
presta a esse- re tradotto letteralmente come ‘sentimento’, al pari dell’ancor
più univoco, ma meno frequente, ‘sentiment’. Diffuso è inoltre l’uso del
termine ‘passion’, il quale sembra connotare un particolare modo 83 MANGHI, Le
emozioni come processi sociali. Considerazioni teorico-epistemo- logiche, in
AA.VV., a cura di Cattarinussi, Emozioni e sentimenti nella vita sociale,
Milano. LITTLE,
Negotiating the Tangle of Law and Emotion, cit., p. 982: «The tax- onomy issue
is not a battle just about what goes on the list; the issue also goes to the
core of what constitutes an emotion and how emotions emerge and
transform». Fenomeni
affettivi e dimensione giuridica 33 d’essere degli stati affettivi, ossia
l’effetto condizionante nei confronti dell’agire umano 85. Se si cerca una
corrispondenza in lingua inglese con la formula ‘tutela di sentimenti’ non si
trova praticamente mai il vocabolo ‘fee- ling’: il discorso giuridico sugli
stati affettivi è fondamentalmente in- centrato sul termine ‘emotion’. Quando
si parla di ‘Law and Emotion’, tale ultimo vocabolo non si riferisce solo ai
fenomeni psichici che possono ricondursi a emozioni in senso stretto, ma
comprende anche gli stati che, come avremo modo di osservare, in lingua
italiana corrisponderebbero a ‘sentimen- ti’. Le questioni che nel panorama di
studi giuridici in lingua italiana richiamano espressamente ‘sentimenti’
trovano dunque nella dottrina nordamericana una rispondenza col termine, più
generico e com- prensivo, ‘emotion’ 86. Tale ambivalenza, se da un lato appare
foriera di ambiguità, da un altro lato mostra una compenetrazione fra i due
fenomeni che sugge- risce, in fase di esposizione e di impostazione dei
problemi, l’uso del termine ‘emozione’ quale traduzione di ‘emotion’ in tutta
la sua porta- ta semantica87, e dunque in modo sostanzialmente intercambiabile
col termine ‘sentimento’. 85 Una panoramica
in DIXON, “Emotion”: The History of a Keyword in Crisis, in Emotion Review. Da notare l’interessante equivoco linguistico nella
traduzione del titolo del celeberrimo romanzo di JANE AUSTEN, Sense and Sensibility,
tradotto, come noto, in italiano come Ragione e sentimento. In realtà in
inglese ‘sensibility’ indica la sensibilità come emotività; sarebbe stato
preferibi- le, come segnalato da Griffith e Davies, autori di un saggio
sull’opera di Jane Austen citato in
http://www.unteconjaneausten.com/senno-e-sensibilita-
piu-che-ragione-e-sentimento/, intendere ‘sense’ come risposta ragionata o
pratica a una situazione, mentre ‘sensibility’, come percezione emotiva di tale
situazione. Debbo la segnalazione di tale interessante questione all’amico
Alessandro Corda, che ringrazio. Sull’uso del termine ‘passione’ v. anche
infra, cap. II, nota 1. 86 Un’eccezione da noi riscontrata è relativa a un
saggio di FEINBERG, Senti- ment and Sentimentality in Practical Ethics, in 56
Proceedings and Addresses of the American Philosophical Association, nel quale
il termine ‘senti- ment’ è utilizzato per indicare stati affettivi non
episodici, distinti dall’‘emotion’ sia per la durata, sia per la presenza di un
oggetto cognitivo. In controluce a tale impostazione emerge un complementare
uso del termine emotion volto a indicare stati psicologici privi un oggetto
cognitivo definito, in controtendenza dunque all’opinione di autori come Kahan
e Nussbaum. Osserva DE MONTICELLI, L’ordine del cuore. Etica e teoria del
sentire, Milano, 2008, pp. 21 ss. che «nella lingua franca della filosofia
contemporanea la parte del leone affettivo la fa oggi la parola “emozione”. È
questo il termine che viene di pre- ferenza usato con la stessa generosità
onnicomprensiva di “passioni” in Cartesio, anche se a volte l’uso italiano è
stridente, come lo sono spesso, prima che l’abitu- 34 Tra
sentimenti ed eguale rispetto Il problema di un uso più sorvegliato si porrà al
momento di in- quadrare i profili naturalistici che caratterizzano il
sentimento e l’emozione al fine di verificare, nella prospettiva giuridica, il
senso di una distinzione fra una ‘tutela di sentimenti’ e una ‘tutela di
emozio- ni. Sinossi Il significato e il ruolo del sentimento nel diritto penale
costitui- scono un argomento poco esplorato, il quale può inquadrarsi all’in-
terno di un macroambito riguardante i rapporti fra diritto penale e stati
affettivi. L’insufficiente attenzione ad oggi riservata a tali temi si motiva
anche come effetto di un più generale atteggiamento del pen- siero occidentale
tendente a relegare la dimensione affettiva nella sfe- ra dell’indominabile e
dell’irrazionale; una vulgata attualmente in fa- se remissiva alla quale sta
subentrando una nuova considerazione di sentimenti ed emozioni come elementi
dotati di una peculiare forza non necessariamente negativa, ma anche
potenzialmente virtuosa, nelle dinamiche del pensiero e dell’agire umano. Fra i
diversi problemi concernenti il ruolo degli stati affettivi nella genesi e
nell’applicazione delle leggi penali, quello che ci sembra di più immediata
evidenza, quantomeno se si ha riguardo al lessico dei legislatori, ha a che
fare con la c.d. ‘tutela penale di sentimenti’, o, in termini meno retorici,
con il ruolo del sentimento quale oggetto di tutela. Per tematizzare tale
problema, e più in generale tutte le questioni concernenti i rapporti fra
diritto e dimensione affettiva, si rendono necessarie delle riflessioni
preliminari sul piano epistemologico e me- todologico, profili teorici su cui
si è mostrata particolarmente sensi- bile la dottrina giuridica statunitense
attraverso il filone di studi noto come ‘Law and Emotion’. Seguendo i percorsi
tracciati dai contributi afferenti al suddetto ambito, riteniamo che la presente
indagine debba prendere le mosse da un inquadramento dei fenomeni cui le norme
fanno richiamo. Un impegno che non dovrebbe limitarsi a un’importazione passiva
di sa- peri e definizioni, e che sollecita piuttosto il giurista a interrogarsi
su quale sia la concezione di emozione e di sentimento più funzionale e dine
spenga il disagio, gli anglicismi (sospettiamo infatti che il senso del termine
inglese “emotions” sia più lato di quello del suo falso amico italiano. Fenomeni
affettivi e dimensione giuridica 35 meglio esplicativa rispetto ai diversi
problemi in gioco. Vedremo nel prossimo capitolo quali siano i principali
criteri di differenziazione fra stati affettivi, e quali profili distintivi
appaiano più funzionali al discorso sul problema del sentimento come oggetto di
tutela. 36 Tra sentimenti ed eguale rispetto SENTIMENTI ED
EMOZIONI: CLASSIFICAZIONI E DISAMBIGUAZIONI «Capire tu non puoi Tu chiamale se
vuoi Emozioni» BATTISTI L.-MOGOL, «Io penso che un uomo senza utopia, senza
sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un
mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio... una specie
di cinghiale laureato in matematica pura» DE ANDRÈ F., intervista tratta dal
documentario ‘Dentro Faber, l’anarchia’
Definire gli stati affettivi: una sfida continua. Emozioni. Un quadro ricostruttivo: dalla
matrice filosofica alle neuroscienze. Le emo- zioni come giudizi di valore: la
concezione di Nussbaum. Concezioni ‘meccanicistiche’ e concezioni valutative
dell’emozione: profili di rile- vanza giuridica. La dimensione sociale delle
emozioni. – 3. Sentimenti: componente di riflessività e dimensione morale. Il
pensiero filosofico e i sentimenti morali. Un’interpretazione fenomenologica.
Emozioni e sen- timenti: il senso della distinzione concettuale. Definire gli
stati affettivi: una sfida continua I termini ‘sentimento’ ed ‘emozione’
definiscono fenomeni appar- tenenti alla categoria dei cosiddetti ‘stati
affettivi’, e additano in que- sto senso differenze fattuali il cui approfondimento
richiede di attin- gere da saperi esterni al mondo del diritto, tenendo
presente che ri- spondere alla domanda ‘che cosa sia un’emozione o un
sentimento’ rappresenta ancora oggi una sfida continua 1, data la difficoltà di
cri- 1 BANDES-BLUMENTHAL, Emotion and the Law; cfr. SCHERER, What
38 Tra sentimenti ed eguale rispetto stallizzare nozioni univocamente condivise
a livello interdisciplinare. Nella prospettiva giuridica è opportuno avere
chiaro a quali fini si intenda evidenziarne le differenze2: non si tratta di
perseguire una fedeltà al linguaggio dei legislatori ove adoperino una
terminologia più o meno dettagliata, ma piuttosto di dotarsi di strumenti
episte- mici per un’adeguata interpretazione delle situazioni descritte in
eventuali norme e per una comprensione delle questioni di fondo, anche in una
prospettiva de jure condendo 3. Il rinvio alle scienze psicologiche è
funzionale a elaborare delle definizioni operative idonee a essere impiegate
quale chiave di lettura di problemi penalistici. Ad esempio, in relazione a un
interrogativo particolarmente rilevante nella presente indagine: per quale
motivo si tende a parlare di tutela di ‘sentimenti’ e non di ‘emozioni’? Da un
la- to vi è il riflesso condizionato dal lessico delle disposizioni, ma si
tratta ovviamente di una spiegazione insufficiente ad accreditarne la coerenza.
Appare invece necessario fare chiarezza sulla distinzione fattuale tra i
suddetti stati affettivi e sulle conseguenti ripercussioni sul piano
concettuale, al fine di chiedersi quali differenze possano di- scendere
dall’orientare un’eventuale prospettiva di intervento sulle emozioni piuttosto
che sui sentimenti. are emotions? And how can they be measured? Non adoperemo
il ter- mine ‘passione’, il quale è spesso utilizzato quale sinonimo d’emozione
soprat- tutto in relazione agli aspetti di reattività e di passività, ma assume
un significato più esteso, il quale non si limita al piano psicologico e
fenomenico ma tende a includere una dimensione sociale e culturale, specie nel
discorso che storicamen- te contrappone ‘passione’ e ‘ragione’. Come osserva
BODEI, Geometria delle passioni, Milano: «“Ragione” e “passioni” [fanno] parte
di costellazioni di senso teoricamente e culturalmente condizionate sono cioè
termini pre-giu- dicati, che occorre abituarsi a considerare come nozioni
correlate e non ovvie, che si definiscono a vicenda (per contrasto o per
differenza) solo all’interno di de- terminati orizzonti concettuali e di
specifici parametri valutativi»; cfr. CURI, Pas- sione, Milano. Il termine
passione connota in definitiva una tipologia di stati affettivi caratterizzati
dalla durata transitoria, fra cui rientrano an- che le emozioni, ma non, ad
esempio, i sentimenti; per una ricostruzione in tal senso v. GOZZANO, Ipotesi
sulla metafisica delle passioni, a cura di Ma- gri, Filosofia ed emozioni,
Milano. Nella dottrina penalistica si soffermano sulla distinzione fra
sentimento ed emozione FIANDACA, Sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti;
NISCO, La tutela penale dell’integrità psichica; volendo si veda anche BACCO,
Sentimenti e tutela penale, cit., pp. 1186 ss. 3 Si veda l’indagine di NISCO,
La tutela penale dell’integrità psichica, il quale procede a una distinzione
fra emozione e sentimento nell’ambito di una più ampia analisi volta a definire
i tratti identificativi della ‘sofferenza’ come categoria esplicativa
dell’offesa dei processi psichici. Sentimenti ed emozioni:
classificazioni e disambiguazioni Non si possono sviluppare adeguatamente tali
problemi affidan- dosi alla sola psicologia del senso comune, senza tener conto
di come i saperi sugli stati affettivi configurano oggi il rapporto fra
emozioni e sentimenti, e, più in generale, il ruolo della dimensione affettiva
nella vita della persona. Cerchiamo pertanto di procedere a una di-
sambiguazione che evidenzi i tratti distintivi fra i fenomeni definiti
‘emozione’ e ‘sentimento’. 2. Emozioni. Un quadro ricostruttivo: dalla matrice
filosofica alle neuroscienze Prendiamo le mosse dalle emozioni; la definizione
di altri stati af- fettivi viene formulata spesso in termini di comparazione e
di differen- za con l’emozione, la quale mostra pertanto una rilevanza
primaria. Ripercorreremo in estrema sintesi alcuni degli snodi fondamentali
della storia delle emozioni, con particolare attenzione alle teorie del- l’età
moderna e contemporanea, ossia quelle elaborate a partire da quando la
psicologia ha assunto lo statuto di disciplina autonoma 4. Non va però
dimenticato che l’interrogativo su cosa siano le emozioni ha interessato il
pensiero umano fin dall’antichità, ed è a partire dai classici del pensiero
filosofico che si aprono oggi buona parte delle trattazioni sulle emozioni 5.
Osserva lo psicologo Dario Galati che lo studio delle emozioni na- sce come
indagine filosofica; i fenomeni affettivi sono stati conside- rati da sempre
una fondamentale chiave di lettura per lo studio della natura umana, e anche
nell’attuale variegato panorama di branche della conoscenza la matrice
filosofica mantiene una rilevanza pecu- liare: non si può fare psicologia delle
emozioni senza avere un’opi- nione generale – e diciamo pure filosofica – su
ciò che le emozioni sono, sul valore che hanno e sul ruolo che svolgono
nell’esistenza quotidiana degli esseri umani» 6. 4 RIMÈ, La dimensione sociale
delle emozioni, tr. it., Bologna, 2008, p. 29. 5 Un importante esempio è
l’opera di GRIFFITHS, What Emotions Really Are. The Problem of Psychological Categories, Chicago;
SOLOMON, The Philosophy of Emotions, in The Psychologists’ Point of View,
Lewis–Haviland- Jones, Handbook of Emotions, London. Per un’in- teressante prospettiva sulla ‘priorità’
delle emozioni da un punto di vista filosofico si veda VECA, Sulle emozioni, in
Iride. GALATI, Prospettive sulle emozioni, cit., p. 29. Sulla stessa linea di
pensiero v. 40 Tra sentimenti ed eguale rispetto In questa sede possiamo
solo limitarci a rinviare alle belle pagine con cui il filosofo Nicola
Abbagnano riassume la storia filosofica del- le emozioni, descrivendo la
concezione platonica del Filebo (la pri-ma analisi delle emozioni che la
filosofia occidentale ci ha dato) e la teorizzazione aristotelica della
Retorica («una delle più interessanti analisi di cui la filosofia dispone»)7.
Ai fini della presente indagine appare opportuno compiere un salto cronologico
a epoche caratte- rizzate da una più definita differenziazione tra approcci di
studio, e a prospettive che si estendono anche ai profili fisiologici e
‘corporali’ dei fenomeni affettivi. Arriviamo dunque all’Ottocento, cioè quando
lo studio delle emo- zioni viene a focalizzarsi su un approccio
empirico-sperimentale in relazione a movimenti corporei e pattern
comportamentali. L’opera di Charles Darwin segna in questo senso uno
spartiacque e la sua teoria evoluzionistica dell’emozione rappresenta il primo
studio pro- priamente moderno 8. Ma è soprattutto un articolo di William James
9 a consolidare l’approccio empirico, con la celebre teoria secondo cui lo
stato emotivo scaturisce dalla percezione dei cambiamenti biologi- ci e
neurovegetativi innescati da uno stimolo emotigeno. Il carattere innovativo, ma
anche l’aspetto più criticato di tale teoria, è l’inver- sione del rapporto tra
elaborazione cognitiva e stimolo viscerale: l’espe- rienza emotiva come esito
dalla percezione di mutamenti a livello corporeo, e non viceversa. Altrettanto
importante, ma di opinione opposta, è la posizione di Walter Cannon, il quale,
al contrario di James, riteneva che i centri di attivazione dei processi
emotivi siano localizzati in regioni periferi- che del corpo (da cui la denominazione
‘teoria periferica’), propo- nendo un radicamento del processo di elaborazione
emotiva nella re- gione talamica, in un’area che interessa principalmente le
strutture dell’ipotalamo e dell’amigdala. Su tale ultima regione del sistema
limbico si sono concentrati gli studi in epoca contemporanea; in particolare,
secondo il neuroscien- FRIJDA, voce Emozioni e sentimenti, in Enciclopedia
delle scienze sociali, Roma, Sono parole di ABBAGNANO, Storia filosofica delle
emozioni. DARWIN, L’ESPRESSIONE
DELL’EMOZIONE NELL’ANINMALE E NELL’UOMO. Torino, JAMES, What is an emotion,
Mind. CANNON, The James-Lange Theory of Emotions: A Critical Examination and an
Alternative Theory, The American Journal of Psychology. Sentimenti ed emozioni: classificazioni e
disambiguazioni 41 ziato Joseph LeDoux, è l’amigdala ad assumere un ruolo
primario nelle dinamiche dei fenomeni emozionali: non solo nella generazione
delle emozioni, ma anche nella gestione della vita emozionale di un soggetto
11. Questi, in estrema sintesi, alcuni dei contributi più significativi che
orientano verso una descrizione che pone in primo piano aspetti di attivazione
a livello corporeo. Una prospettiva più genuinamente psicologica 12 si deve
agli studi condotti da Stanley Schachter con la teoria c.d.
‘cognitivo-attivazio- nale’ 13. Lo psicologo statunitense riconduce l’emozione
all’attivazione di una componente di tipo materiale-corporeo compresa fra due
atti cognitivi: il primo è rappresentato dalla percezione e dalla valutazio- ne
di uno stimolo elicitante; il secondo, successivo all’attivazione
dell’arousal14, è costituito dalla riflessione sul legame causale fra lo
stimolo esterno e l’attivazione emozionale interna, secondo un pro- cesso che
viene letteralmente definito come ‘etichettamento’ (label- ling) e che
corrisponde a un’elaborazione e a un’interpretazione del rapporto tra stimolo
emotivo ed arousal. Si tratta di un significativo passo oltre la dimensione
fisica delle emozioni, nel quale viene in considerazione l’esperienza cognitiva
del soggetto: l’emozione assu- me una fisionomia complessa e multifattoriale
rivelandosi come mo- mento dialettico fra mente e corpo, secondo un’interazione
guidata da processi non meramente istintuali. Su tali premesse troveranno
sviluppo teorie che assegnano impor- tanza centrale alle elaborazioni cognitive
e alle valutazioni di cui si compone l’esperienza emotiva, meglio note come
‘teorie dell’appraisal’. Opera di riferimento è uno studio di Magda Arnold15,
che definì 11 LE DOUX, Emotion circuits in the brain, in Annual review of
neuroscience.; ID., Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, cit., pp.
49 ss. 12 Sulla definizione del punto di vista psicologico sulle emozioni v.
FRIJDA, The Psychologists’ Point of View, Handbook of Emotions,
SCHACHTER-SINGER, Cognitive, Social and Psychological Determinants of Emotional
State, in Psychological Review. L’arousal (eccitazione, risveglio) rappresenta
il risvolto più propriamente fisico dell’emozione, ossia l’attivazione nervosa
che viene per- cepita dal soggetto a seguito di uno stimolo emotigeno, la quale
può avere diverse gradazioni di intensità e provocare differenti stati
affettivi: ad esempio nell’emo- zione vi sarebbe un intenso arousal provocato
da eventi edonicamente rilevanti che sollecitano una risposta comportamentale,
v. voce Arousal, in Enciclopedia della scienza e della tecnica, Roma. ARNOLD, Emotion
and Personality, New York. Tra sentimenti ed eguale rispetto l’emozione come
una spinta tendente all’attrazione o all’allontana- mento da un determinato
oggetto a seguito di una valutazione di es- so; tale fase, cosiddetto
‘appraisal’, è seguita da una valutazione se- condaria, detta ‘reappraisal’, la
quale di fatto implica una riflessività sugli stati che il soggetto ha
percepito. Nel solco tracciato delle teorie dell’appraisal si sviluppano le
elabo- razioni di Nico Frijda, secondo il quale le emozioni costituiscono ri-
sposte modulate sulla struttura di significato di una determinata situa- zione:
‘significato’ da intendersi come attribuzione di senso in termini di positività
o negatività da parte di un individuo. Elemento centrale dell’esperienza
emotiva è la soggettività: la dimensione individuale è chiave di lettura della
complessità e della variabilità delle emozioni 16. Le considerazioni di Frijda,
e più in generale le teorie dell’appraisal, conducono verso l’inquadramento
delle emozioni come «mediatori complessi fra il mondo interno e quello esterno
che variano secon- do alcune dimensioni continue, quali la valenza edonica
(piacevolez- za o spiacevolezza), la novità (o meno) degli eventi elicitanti,
il livello di attivazione, il grado di controllo dei medesimi, la compatibilità
(o meno) con le norme sociali di riferimento. La prospettiva intrapsichica si
apre in questo modo all’inclusione di aspetti cognitivo-valutativi che sono
esito del continuo processo di giudizio che il soggetto compie nel suo
rapportarsi alla realtà: «l’indi- viduo è continuamente impegnato in operazioni
di valutazione cogni- tiva, con le quali egli mette a confronto la sua
percezione della situa- zione attuale con una sorta di visione prospettica, che
gli deriva dalla conoscenza del mondo, dalle sue credenze di base, dalle norme
a cui si conforma e dai diversi obiettivi temporanei e permanenti che persegue.
Negli anni a noi più vicini il panorama di conoscenze e di approc- ci di studio
è andato arricchendosi, anche a seguito dell’avvento delle neuroscienze
cognitive, una disciplina che nasce all’inizio degli anni Ottanta del Novecento
e che porta a una nuova auge la dimensione neurobiologica19, grazie a
innovative tecniche che consentono di vi- FRIJDA, voce Emozioni e sentimenti,
cit., p. 568; più ampiamente v. ID., Emozioni, tr. it., Bologna,
ANOLLI-LEGRENZI, Psicologia generale, Bologna, RIMÈ, La dimensione sociale
delle emozioni. DAMASIO, Emotions
and feelings: a neurobiological perspective, ed. by Mansted-Frijda-Fischer,
Feelings and Emotions. The Amsterdam
Symposium, Cambridge, Sentimenti ed emozioni: classificazioni e disambiguazioni
43 sualizzare l’attività del sistema neurale delle emozioni. Si deve
soprattutto all’opera scientifica e divulgativa del neuro- scienziato Antonio
Damasio un importante tentativo di definire l’emo- zione e di studiarne le
strette connessioni con il ragionamento e con l’agire che definiamo
‘razionale’. L’articolata proposta di Damasio per dare una fisionomia
all’emozione è la seguente: «l’insieme dei cambiamenti dello stato corporeo che
sono indotti in miriadi di organi dai terminali delle cellule nervose, sotto il
controllo di un apposito sistema del cervello che risponde al contenuto dei
pen- sieri relativi a una particolare entità, o evento. Per concludere, l’emo-
zione è frutto del combinarsi di un processo valutativo mentale, sem- plice o
complesso, con le risposte disposizionali a tale processo, per lo più dirette
verso il corpo, che hanno come risultato uno stato emotivo del corpo, ma anche
verso il cervello stesso che hanno come risul- tato altri cambiamenti mentali. Per
un quadro generale v. DE PLATO, Il modello delle emozioni, a cu- ra di De
Plato, Psicologia e psicopatologia delle emozioni, Bologna; BELLODI-PERNA,
Emozioni e neuroscienze, in AA.VV., a cura di Rossi, Psichiatria e
neuroscienze, in Trattato italiano di psichiatria, Milano, 2006, pp. 35 ss. Fra
gli studi sulle emozioni che si avvalgono di tecniche neuroscientifiche
possiamo includere i già citati contributi di Antonio Damasio e di Le Doux (v.
supra, nota 11); di quest’ul- timo ricordiamo inoltre LE DOUX, Il Sé sinaptico.
Come il nostro cervello ci fa diven- tare quello che siamo, tr. it., Milano,
2002. L’oggetto di studio delle neuroscienze co- gnitive si estende anche al di
là delle emozioni, e le acquisizioni delle neuroscienze sono sempre più
frequentemente oggetto di interesse da parte dei giuristi penali: per una
sintesi v. GRANDI, Neuroscienze e responsabilità penale. Nuove soluzioni per
problemi antichi?, Torino, 2016; BERTOLINO, Il vizio di mente tra prospettive
neuro- scientifiche e giudizi di responsabilità penale, in Rass. it.
criminologia; EAD., Imputabilità: scienze, neuroscienze e diritto penale, in
AA.VV., a cura di Pa- lazzani-Zannotti, Il diritto nelle neuroscienze. Non
“siamo” i nostri cervelli, Torino, 2013, pp. 145 ss.; EAD., L’imputabilità
penale fra cervello e mente, in Riv. it. med. leg.; GIOVINE O., Chi ha paura
delle neuroscienze, in Arch. pen.; EAD., voce Neuroscienze (diritto penale), in
Enciclopedia del dirit- to, Annali VII, 2014, pp. 711 ss. EUSEBI, Neuroscienze
e diritto penale: un ruolo diver- so del riferimento alla libertà, in AA.VV., a
cura di Palazzani-Zannotti, Il diritto nelle neuroscienze; CORDA, Riflessioni
sul rapporto tra neuroscienze e im- putabilità nel prisma della dimensione
processuale, in Criminalia, 2013, pp. 497 ss.; ID., Neuroscienze forensi e
giustizia penale tra diritto e prova (Disorientamenti giuri- sprudenziali e
questioni aperte), in Arch. pen. (Rivista web), 3/2014, pp. 1 ss.; ID., La
prova neuroscientifica. Possibilità e limiti di utilizzo in materia penale,
Ragion Pratica; FUSELLI, Le emozioni nell’esperienza giuridica: l’impatto delle
neuroscienze, in AA.VV, a cura di Palazzani-Zannotti, Il diritto nelle
neuroscienze, cit., pp. 53 ss. 21 DAMASIO, L’errore di Cartesio, cit.,
pp. 201 s. 44 Tra sentimenti ed eguale rispetto Com’è evidente anche da
questa sintetica trattazione, la mole di approcci e di contributi è tale da
rendere difficoltoso definire l’emo- zione: è possibile individuare dei punti
di convergenza tali da poter indicare al giurista dei tratti caratterizzanti?
Nella dottrina giuridica americana gli studiosi Bandes e Blumen- thal, dopo
aver formulato il caveat metodologico di non avventurarsi alla ricerca di
‘definizioni universali’, propongono una sintesi di ciò che a loro avviso può
ritenersi condiviso nei diversi ambiti disciplina- ri, inquadrando le emozioni
come: «un insieme di processi valutativi e motivazionali, che coinvolgono
completamente il cervello, i quali ci aiutano a valutare e a reagire agli
stimoli, e che prendono forma, significato e vengono comunicati in un contesto
sociale e culturale. Le emozioni influiscono sul modo in cui selezioniamo,
classifichiamo e interpretiamo informazioni; influenza- no le nostre
valutazioni sulle intenzioni e sulla credibilità degli altri; e ci aiutano a
decidere cosa sia importante o abbia valore. Cosa forse più importante, ci
guidano nel fare attenzione ai risultati del nostro agire e forniscono
motivazioni per agire o per astenersi dall’agire nelle situazioni che
valutiamo. Riteniamo tale definizione una buona base per il prosieguo dell’in-
dagine, in quanto l’ampiezza è tale da coinvolgere diversi profili del-
l’esperienza affettiva: è presente la dimensione neurobiologica, si fa
riferimento all’interazione col contesto sociale e culturale, viene evi-
denziato che le emozioni contribuiscono a guidare sia il pensiero co- gnitivo
sia, conseguentemente, l’azione umana. Approfondiamo alcuni dei suddetti
aspetti, a partire dal chiari- mento di cosa si intenda per emozione come
‘giudizio di valore, analizzando di seguito due prospettive di approccio alle
emozioni nel discorso giuridico, ossia la concezione meccanicistica e quella
valutativa. BANDES-BLUMENTHAL,
Emotion and the Law. Ex plurimis, v. VECA, Dell’incertezza. Tre meditazioni filosofiche, Milano. Sentimenti ed
emozioni: classificazioni e disambiguazioni Le emozioni come giudizi di valore:
la concezione di Nussbaum Un’opera che a nostro avviso sintetizza emblematicamente
la ri- scoperta della dimensione emozionale nella vita di relazione, e so-
prattutto nella dimensione politica, è il saggio di Nussbaum ‘Upheveals of
Thought’, autentico esempio di approccio interdisciplinare allo studio dei
fenomeni emotivi: psicologia cognitiva, neuroscienze, antropologia, etologia,
filosofia morale vengono convogliate in un flusso epistemico nel quale non si
avverte disomo- geneità ma sincretismo. Uno studio non collocabile in una
corrente definita, il quale interseca differenti campi e prospettive al fine di
in- terpretare il ruolo delle emozioni nelle scelte del singolo e nella di-
mensione collettiva. Il titolo italiano si distacca dalla traduzione letterale
(sommovimenti del pensiero), e con enfasi retorica forse eccessiva recita
‘L’intelligenza delle emozioni’; il messaggio dell’opera è più comples- so, ma
il tema di fondo può essere sostanzialmente identificato con una ricerca
sull’intelligenza nelle emozioni: un dato non scontato ma da valutarsi con
attenzione, intendendo con intelligenza un giudizio sulla ‘bontà’ e
sull’affidabilità dell’emozione. Secondo Martha Nussbaum l’emozione si fonda su
un giudizio di valore: ha cioè un contenuto proposizionale di tipo valutativo e
una componente intenzionale-cognitiva26 che la pone in relazione con un oggetto
(c.d. ‘oggetto intenzionale’). Non è un evento prettamen- te fisico,
‘meccanico’ e viscerale, ma si articola in un giudizio sulla realtà esterna il
quale è a sua volta modulato sulle credenze del sog- getto. Sono le credenze a influire
in modo determinante sulla qualità dell’emozione, la quale non è giudicabile in
sé come vera o falsa, bensì come più o meno appropriata. Credenze errate
possono gene- NUSSBAUM, L’intelligenza delle emozioni, cit. 25 Viene fatto
notare come tale traduzione avrebbe consentito di salvare la ci- tazione di
Proust, il quale definì le emozioni ‘soulèvements géologiques de la pen- sée’,
v. FURST, Sommovimenti del pensiero: la teoria delle emozioni di Nussbaum,
athenenoctua.it/sommovimenti-del-pensiero. NUSSBAUM, L’intelligenza delle
emozioni. Ciò che può essere valutato in termini di verità o falsità sono le
credenze re- trostanti l’emozione; credenze false generano emozioni che possono
essere valu- tate come più o meno appropriate, ma si tratta comunque di
emozioni ‘vere’, v. NUSSBAUM, L’intelligenza delle emozioni. Tra sentimenti ed
eguale rispetto rare emozioni inappropriate a seconda dei contesti: le emozioni
pos- sono essere dunque, a loro volta, valutate. Questo rapporto fra ‘nor-
matività interna’ e ‘normatività esterna’ all’emozione risulta cruciale per
l’evoluzione degli sviluppi del pensiero della studiosa americana: è infatti su
tale presupposto che si fondano i successivi studi sull’affi- dabilità politica
delle emozioni. A quali condizioni un determinato atteggiamento emotivo dei
sin- goli e, soprattutto, della collettività – inteso come emozione social-
mente diffusa – può essere assecondato dalle istituzioni e ‘riconosciu- to’
anche attraverso norme giuridiche? L’interrogativo rimanda al raffronto tra il
giudizio di valore sulla base del quale l’emozione si genera, e l’orizzonte
assiologico che si assuma a riferimento per gli assetti sociali e
istituzionali. Martha Nussbaum ha il merito di aver messo a tema la dimensio-
ne politica delle emozioni evidenziandone le profonde connessioni con l’etica
pubblica, con i valori costitutivi di un ordinamento e dun- que con la genesi e
le ricadute applicative di istituti giuridici, in un discorso che attraversa
numerose discipline ma che cerca costante- mente nel diritto e nella teoria
politica gli interlocutori privilegiati. La sua opera, dall’eloquente titolo
‘Emozioni politiche’, rappresenta in questo senso una proposta teorica ispirata
ai canoni del liberali- smo, nella quale si esorta al buon uso delle emozioni
in sede pubblica quale strumento di pedagogia civile. Non vanno però
dimenticati ulteriori contributi della studiosa americana, incentrati su
profili più vicini alla dimensione giuridica, e in particolare sulla concezione
di emozione che dovrebbe essere adottata dal giurista come punto di partenza
nelle riflessioni perti- nenti Law and Emotion, alla luce dell’alternativa fra
un modello bio- logico-meccanicistico e un modello cognitivo-valutativo.
Vediamo in dettaglio quanto osservato in tale studio. NUSSBAUM, Emozioni
politiche. Perché l’amore conta per la giustizia, tr. it., Bologna, 2014. 29
Anche in relazione alla figura del giudicante e alle sue emozioni, e con par-
ticolare riguardo alla giusta compassione che dovrebbe accompagnarne le deci-
sioni, v. NUSSBAUM, L’intelligenza delle emozioni; NUSSBAUM, Giu- stizia
poetica. Immaginazione letteraria e vita civile, tr. it., Milano. KAHAN-NUSSBAUM,
Two Conceptions of Emotion in Criminal Law, in 96 Co- lumbia Law Review,
Sentimenti ed emozioni: classificazioni e disambiguazioni. Concezioni
‘meccanicistiche’ e concezioni valutative del- l’emozione: profili di rilevanza
giuridica Nella prospettiva giuridica è fondamentale interrogarsi sull’alter-
nativa fra interpretazioni dell’emozione legate a paradigmi stretta- mente
fisicalistici e concezioni incentrate sull’emozione come giudi- zio di valore.
Dan Kahan e Martha Nussbaum riassumono tali ap- procci nella diade composta da
concezione meccanicistica e concezione valutativa (mechanistic and evalutative conception).
Secondo la visione meccanicistica, le emozioni sono equiparabili a forze ‘non
pensanti’ che spingono una persona all’azione; per la ‘evalutative conception’
invece l’emozione scaturisce dalla relazione, definibile in base a un valore
edonico (ossia di maggiore o minore piacere), con un oggetto cosiddetto
intenzionale. Le emozioni sono rivolte a un quid materiale, cognitivo o
immaginativo: non sono energie naturali prive di oggetto ma sono in relazione
about a qualcosa. In secondo luogo l’oggetto è intenzionale: ovvero, esso
appare nell’emozione nel modo in cui lo vede o lo interpreta la per- sona che
prova l’emozione stessa. L’approccio valutativo mostra una migliore rispondenza
in rap- porto ai fenomeni e trova oggi un maggiore consenso rispetto all’al-
ternativa meccanicistica. Ma quali conseguenze discendono dall’aval- lo di
concezioni valutative piuttosto che meccanicistiche in relazione ai problemi
penali? Ragionare in termini di approccio meccanicistico, e trattare le
emozioni come meri impulsi senza considerarne la componente co- gnitiva, non
offre strumenti per spiegare come le emozioni si possano differenziare
‘qualitativamente’ e dunque valutare. Come abbiamo precedentemente osservato,
il nucleo della concezione valutativa po- 31 «without embodying ways of
thinking about or perceiving objects or situa- tions in the world», v.
KAHAN-NUSSBAUM, Two Conceptions of Emotion in Criminal Law, «thought of a
particular sort, namely appraisal or evaluation and, moreover, evaluation that
ascribes a reasonably high importance to the object in question», v.
KAHAN-NUSSBAUM, Two Conceptions of Emotion; il concetto è ripreso in NUSSBAUM,
L’intelligenza delle emozioni, cit., pp. 50 ss.; cfr. CALABI, Le varietà del
sentimento, cit., pp. 276 ss., la quale ricostrusce il concetto di
‘razionalità’ del- l’emozione in base al rapporto tra fondamenti cognitivi e
antecedenti cognitivi. Sulla definizione di ‘cattive emozioni’ intese come
fallimentari dal punto di vista cognitivo, v. TAPPOLET, Le cattive emozioni, in
AA.VV., a cura di Tappolet-Teroni- Konzelmann Ziv, Le ombre dell’anima. Pensare
le emozioni negative, tr. it., Milano. Tra sentimenti ed eguale rispetto stula
che l’emozione nasca da un giudizio che il soggetto elabora sul- la base di
credenze; si può parlare in questo senso di una ‘razionalità’ dell’emozione in
termini normativi, ossia modulata su pretese e aspettative che hanno a che fare
con gli equilibri della convivenza 33. Secondo Kahan e Nussbaum il significato,
e il disvalore, di una condotta non coincidono semplicemente con le conseguenze
prodotte ma sono l’esito di una contestualizzazione che deve prendere in esame
anche le motivazioni, e dunque, la matrice emozionale dell’agire 34.
Un’implicita adesione alla concezione valutativa è alla base del modello di
responsabilità che fa leva sul principio di colpevolezza e sulla
rieducazione36: è l’idea di emozione come giudizio di valore piuttosto che come
moto irriflessivo a porsi come criterio per la valu- tazione della
responsabilità penale e anche come chiave di lettura criminologica delle
condotte. La concezione meccanicistica non riesce a dar
conto dell’intreccio fra stati soggettivi e percezioni di valore, e
configura una sensibilità meramente epidermica senza coloriture di senso, la
quale non appare funzionale a tematizzare la problematica dell’attendibilità
del giudi- zio sulla situazione che abbia cagionato un’emozione negativa. Rileva
Nussbaum che il diritto definisce l’adeguatezza di una rea- zione emotiva
adottando una prospettiva basata sull’immagine di ‘uomo ragionevole’, v.
NUSSBAUM, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, tr. it.,
Bari. KAHAN-NUSSBAUM, Two Conceptions of Emotion, cit., p. 352. 35 La
concezione normativa della colpevolezza come ‘atteggiamento antidove- roso’ sottende
la possibilità di un giudizio concernente ciò che è stato fatto in rapporto a
ciò che si sarebbe dovuto fare. Le diverse articolazioni di questo giudi- zio,
soprattutto il nesso psichico (dolo e colpa) e la verifica dell’imputabilità,
non funzionerebbero se si attribuisse all’agente un’emotività priva di
contenuti cogni- tivi apprezzabili sotto il profilo della normatività, ossia
‘giudicabili’ in base a cri- teri di ragionevolezza e adeguatezza alle
situazioni; per una sintesi, v., ex pluri- mis, BARTOLI R., Colpevolezza. L’approccio
valutativo apre alla possibilità che le emozioni di un soggetto si prestino
anche a percorsi rieducativi, v. KAHAN-NUSSBAUM, Two Conceptions of Emotion. Per
un’analisi criminologica dei rapporti tra emozioni, riflessività ed agire
violento v. CERETTI-NATALI, Cosmologie violente. Percorsi di vite criminali,
Milano. È emblematico il saggio di FEINBERG, Sentiment and Sentimentality,
avente ad oggetto problemi del tutto collimanti con la tutela di sentimenti del
codice penale italiano, nel quale l’Autore dichiara espressamente che la
nozione di ‘sentimento’ da lui adoperata si caratterizza per il fatto di avere
un oggetto cogniti- vo, di essere ‘riguardo a qualcosa’: «there is an
irreducible “aboutness” to it». Sentimenti ed emozioni: classificazioni e
disambiguazioni 49 Anche con riferimento al problema della tutela di sentimenti
(e/o di emozioni), assumere come presupposto la concezione meccanici- stica non
avrebbe semplicemente senso, poiché non consentirebbe di focalizzare
l’attenzione sulla cause emotigene e sugli oggetti inten- zionali, e non
sarebbe pertanto funzionale allo sviluppo di un discor- so sui criteri di
rilevanza normativa (di adeguatezza e di meritevolez- za) di un determinato
atteggiamento del sentire. La dimensione sociale delle emozioni Analizzata
l’emozione come giudizio di valore, è importante prenderne in considerazione la
dimensione sociale: una prospettiva incentrata non sul versante solipsistico
bensì sul piano interperso- nale e collettivo, e dunque sul ruolo cognitivo e
comunicativo delle emozioni 39, considerate come oggetto di costruzione sociale
il quale è in grado di influenzare, a sua volta, l’esperienza delle situazioni
sociali 40. La principale disciplina che si occupa di questi temi è la sociolo-
gia delle emozioni, la cui nascita viene convenzionalmente collocata a metà
degli anni Settanta 41. Ciò non significa che i sociologi avesse- ro ignorato
le emozioni, ma fino ad allora gli studi ad esse specifica- mente dedicati
risultavano di pertinenza di altre discipline. Il muta- mento di paradigma
coincide con una diversa considerazione del fe- nomeno emotivo, visto non più
come espressione irrazionale e di- storsiva dell’organizzazione sociale, ma
come fattore indispensabile per la comprensione dei fatti sociali. L’attore
sociale si sveste dell’aura di pura razionalità per divenire anche attore
emozionale, il quale non è in contrapposizione con l’attore razionale «ma ne è
invece un’altra faccia, una sua parte costi- tutiva e ineliminabile e non va
inteso come un soggetto spontaneo, 39 Per una panoramica di sintesi e per
richiami bibliografici su approccio in- tra-personale e inter-personale, v.
VELOTTI-ZAVATTINI-GAROFALO, Lo studio della regolazione delle emozioni:
prospettive future, in Giornale italiano di psicologia, 2/2013, pp. 249 ss.;
PULCINI, Per una sociologia delle emozioni, in Rassegna italiana di sociologia.
RIMÈ, La dimensione sociale delle emozioni, WENTWORTH-RYAN, L’equilibrio fra
corpo, mente e cultura: il posto dell’emozione nella vita sociale, La
sociologia delle emozioni. CATTARINUSSI, Sentimenti ed emozioni nella
riflessione sociologica, in AA.VV., a cura di Cattarinussi, Emozioni e
sentimenti nella vita sociale. Tra sentimenti ed eguale rispetto libero da
vincoli e costrizioni»42. Da un lato le emozioni vengono considerate come un
importante elemento per la comprensione del- l’agire sociale 43, e simmetricamente
l’ambiente sociale si pone a sua volta come chiave di lettura di atteggiamenti
emozionali dei singoli, in un rapporto di influenza reciproca 44. Questa
prospettiva rappresenta un importante contributo non solo allo studio delle
emozioni45, ma anche in relazione all’approfondi- mento dei temi di Law and
Emotion, poiché gli approcci focalizzati sulla dimensione individuale rischiano
di essere limitanti, in ragione del fatto che esistono emozioni la cui genesi e
le cui dinamiche sono meglio definibili attraverso il riferimento all’ambiente
sociale 46. Uno sguardo alla dimensione sociale e culturale dei fenomeni
emotivi può favorire un più esaustivo approfondimento delle intera- zioni fra
emozioni e diritto, aprendo la strada a molteplici traiettorie di ricerca, come
sottolinea la dottrina statunitense 47. Basta uno sguar- do ad alcuni dei
capisaldi teorici che la sociologa Gabriella Turnaturi inquadra come linee
conduttrici dell’analisi sociologica delle emo- zioni48 per individuare
questioni che possono intrecciarsi virtuosa- mente con la riflessione
giuridica. Qualche cursorio esempio: ci sem- 42 TURNATURI, Introduzione, in La
sociologia delle emozioni. DOYLE MCCARTHY, Le emozioni sono oggetti sociali.
Saggio sulla sociologia delle emozioni, in AA.VV., a cura di Turnaturi, La
sociologia delle emozioni. Il termine sociale, molto semplicemente, vuole qui
richiamare l’idea che la parola “emozioni” possa/debba evocare eventi e
processi che hanno luogo entro contesti interattivi e comunicativi, piuttosto
che eventi e processi che hanno luo- go entro i confini del singolo organismo
e/o della singola psiche», v. MANGHI, Le emozioni come processi sociali, cit.,
p. 40. 45 La sociologa Arlie Hochschild identifica quale ostacolo a un serio
studio sul- la natura delle emozioni la tendenza a considerarle esclusivamente
come un fe- nomeno affettivo individuale, v. BANDES-BLUMENTHAL, Emotion and the
Law. Osserva KEMPNER, Social Models in the Explanation of Emotions, Handbook of
Emotions, che lo sviluppo di una larga parte di ciò che chiamiamo ‘personalità’
è un prodotto sociale. 46 Pensiamo ad esempio alla vergogna, e al radicamento
che essa può raggiun- gere fino a connotare la fisionomia di una società; si
parla di questo senso di ‘cul- ture della vergogna’ in alternativa alle
cosiddette ‘culture della colpa’. Su tale di- stinzione, originariamente
elaborata dall’antropologa statunitense Ruth Benedict, v., sintenticamente,
CATTARINUSSI, Sentimenti ed emozioni. Per un’analisi della dimensione
pre-sociale della vergogna, v. NUSSBAUM, Nascondere l’umanità. BANDES-BLUMENTHAL,
Emotion and the Law, TURNATURI, Introduzione, in La sociologia delle emozioni. Sentimenti
ed emozioni: classificazioni e disambiguazioni bra di particolare interesse
l’osservazione secondo cui ogni società ha delle regole implicite concernenti
le situazioni attivanti e le modalità espressive delle emozioni: le cosiddette
feeling rules. Ebbene, il te- ma potrebbe assumere rilevanza anche in relazione
al problema del sentimento quale oggetto di tutela: le regole, più o meno
implicite, che definiscono quali emozioni siano giustificate, accettabili,
dovero- se o immotivate rappresentano una coordinata importante, forse
l’elemento più significativo, per la definizione di quello che il diritto
penale ha spesso evocato sotto le forme del ‘sentire comune. Potremmo in questo
senso parlare di feeling rules come elemento del contesto sociale che
contribuisce a imprimere una fisionomia a ciò che i legislatori hanno definito
‘sentimenti’. Ma sono diversi, e non analizzabili in questa sede, gli ulteriori
profili in rapporto ai quali l’analisi sociologica dell’emozione può fornire
importanti chiavi di lettura di problemi afferenti al diritto pe- nale 51. Si
tratta quindi di non limitare l’angolo visuale alla dimensio- ne soggettiva del
fenomeno emotivo, soprattutto in relazione a temi in cui risulta fondamentale
la riflessione sugli equilibri politico- deliberativi e sulla ‘normatività’
delle emozioni. 3. Sentimenti: componente di riflessività e dimensione morale
Veniamo ora a esaminare il sentimento, e prendiamo le mosse dalla dimensione
neurobiologica. Sono d’aiuto ancora una volta gli spunti di DAMASIO (si veda),
il quale nel suo ‘L’errore di Cartesio’ define l’emozione come processo
valutativo mentale che induce cambiamenti a livello corporeo, e ha successiva-
mente distinto i sentimenti in due categorie: ‘sentimenti delle emo- zioni’ e
‘sentimenti di fondo’. I primi, strettamente legati alle emozio- ni, sono
costituiti dall’esperienza che il soggetto prova a seguito dei Sulla genesi del
concetto, v. HOCHSCHILD, Emotion Work, Feeling Rules, and Social Structure, in
American Journal of Sociology. In questo senso si potrebbero teorizzare
connessioni anche con il tema pe- nalistico delle c.d. Kulturnormen; v., per
tutti, CADOPPI, Il reato omissivo proprio, vol. I, Profili introduttivi e
politico criminali, Padova. Si veda ad esempio NISCO, La tutela penale
dell’integrità psichica, quando afferma che strutturare le emozioni, a partire
dal tipo di situazione sociale in grado di generarle, può aiutare, nell’analisi
delle norme penali, ad indi- viduare una soglia di rischio illecito all’interno
della condotta tipica. Tra sentimenti ed eguale rispetto cambiamenti indotti
dalle emozioni: «l’essenza del sentire un’emo- zione è l’esperienza di tali
cambiamenti in giustapposizione alle im- magini mentali che hanno dato avvio al
ciclo» 52; mentre i ‘sentimenti di fondo’ appaiono come stati duraturi,
radicati nel soggetto e non legati a emozioni contingenti. La distinzione viene
affinata in uno studio successivo, ove si os- serva che nel sentimento vi è
qualcosa di più che la percezione di un oggetto intenzionale; secondo Damasio
ad essere oggetto di perce- zione è lo stato edonico che si manifesta a seguito
del contatto con un determinato stimolo emotigeno: «un sentimento è la
percezione di un certo stato del corpo, unita alla percezione di una
particolare modalità di pensiero nonché di pensieri con particolari contenuti.
Le emozioni sono movimenti in larga misura pubblici, ossia percepi- bili e
visibili; i sentimenti appaiono invece come moti di pensiero di tipo
riflessivo, «invisibili a chiunque salvo che al loro legittimo pro- prietari.
Le emozioni si esibiscono nel teatro del corpo; i senti- menti in quello della
mente. Al di là delle osservazioni sul piano neuroscientifico, ciò che in
questa sede è bene sottolineare sono le implicazioni su un piano più
propriamente antropologico-filosofico56, e in particolare sul ruolo che i
sentimenti assumono nelle dinamiche comportamentali. L’ipo- tesi di Damasio è
che il sentimento rappresenti una guida nei proces- si decisionali, e risulta
particolarmente interessante l’osservazione secondo cui tale fenomeno affettivo
assume una funzione riflessiva in grado di fornire coordinate e criteri di
demarcazione fra piacere e do- lore più complessi e stratificati rispetto a
quelli che la mappe neurali trasmettono sulla base delle sole funzioni vitali a
livello biologico: «I sentimenti coscienti sono eventi mentali cospicui che
richiamano l’attenzione sulle emozioni che li hanno generati e sugli oggetti
che, a loro volta, hanno indotto quelle emozioni. Negli individui che hanno
anche un sé autobiografico – il senso di un passato personale e di un DAMASIO,
L’errore di Cartesio. DAMASIO, L’errore di Cartesio. DAMASIO, Alla ricerca di
Spinoza. DAMASIO, Alla ricerca di Spinoza. Per la verità tutt’altro che
trascurate dallo stesso Damasio, il quale inquadra la propria opera come ideale
prosecuzione del pensiero di Baruch Spinoza, v. DAMASIO, Alla ricerca di Spinoza.
DAMASIO, Alla ricerca di Spinoza. Sentimenti ed emozioni: classificazioni
e disambiguazioni 53 futuro anticipato, senso noto anche come coscienza estesa
– lo stato del sentimento induce il cervello a porre in posizione saliente gli
og- getti e le situazioni legate all’emozione. Se necessario, il processo di
stima che porta dall’isolamento dell’oggetto al sorgere dell’emozione può
essere rivisitato e analizzato. Poiché hanno luogo in uno scenario
autobiografico, i sentimenti generano un interesse per l’individuo che li
sperimenta. Il passato, il presente e il futuro anticipato ricevono la giusta
attenzione e hanno maggiori possibilità di influenzare il ragio- namento e il
processo decisionale» 58. La teorizzazione di Damasio descrive sentimenti ed emozioni
co- me parti complementari di un processo, non come fenomeni dicoto- mizzati:
richiamare l’emozione significa additare l’esteriorità e la di- namicità di uno
stimolo, le contingenze dovute al contatto con un certo tipo di fattori
emotigeni; richiamare il sentimento significa en- trare ‘in interiore homine’,
confrontarsi con l’elaborazione che analiz- za lo stimolo emotivo e ne valuta
il peso nella soggettività dell’indi- viduo: «un sentimento è la percezione di
un certo stato del corpo, unita alla percezione di una particolare modalità di
pensiero nonché di pensieri con particolari contenuti» 59. Il sentimento appare
in definitiva come esito di una mediazione riflessiva che può avvenire non in
tutti gli organismi, ma solo in quel- li che posseggono la capacità di
rappresentarsi il proprio corpo all’in- terno di sé stesso. Il pensiero
filosofico e i sentimenti morali. Un’interpreta- zione fenomenologica Quanto
osservato in ambito neuroscientifico sembra accreditare la portata del tutto
peculiare che il sentimento assume nella dimen- sione affettiva dell’individuo
come momento di incontro tra perce- zione e riflessione, ossia come «medio
necessario tra il sentire sensi- tivo e l’intelligenza concettuale. Passando
ora a un approccio incentrato più sulla dimensione teo- retico-concettuale che
sulla distinzione fenomenica, va specificato DAMASIO, Alla ricerca di Spinoza. DAMASIO,
Alla ricerca di Spinoza. DAMASIO, Alla ricerca di Spinoza. MASULLO, voce
Sentimento, Enciclopedia filosofica, Milano. Tra sentimenti ed eguale rispetto
che l’inquadramento di una specifica nozione di sentimento non fi- gura nei
classici della filosofia, da Aristotele, a Cartesio e fino a Hume [cf. Grice,
HUMEIAN PROJECTION], ma comincia a delinearsi a partire dal XVIII secolo.
Sottolinea Aldo Masullo che un simile affinamento è legato anche a sviluppi
del- la teoria politica: «L’assunzione da parte del sentimento di una sua
specificazione forte è promosso dalla diffusa tensione della cultura
illuministica che, per la nuova esigenza storica di fondare un’etica
cosmopolitica, è assillata dal bisogno di scoprire un principio coesivo
razionalmente argomen- tabile e nient’affatto razionalmente relativistico,
generalmente ricono- scibile ma non dommaticamente irrigidibile» 63. Sono
soprattutto alcuni studi dei cosiddetti filosofi moralisti in- glesi a definire
il sentimento ‘forma sintetica dell’universale’ e fon- damento dell’umana
convivenza, ossia principio coesivo nei rapporti umani, come recita l’opera di
Adam Smith sui sentimenti morali 64. Si tratta di un indirizzo filosofico che
ha come esponente di spicco Da- vid Hume, e che affonda le proprie radici nel
sentimentalismo inglese di Shaftesbury e Hutcheson 65. Idea portante è la
riconducibilità della moralità dell’agire a una matrice affettiva (per Hume, il
cosiddetto PRINCIPIO DELLA SIMPATIA). CURI, Passione, cit., p. 9. 63 MASULLO,
voce Sentimento/ SMITH, Teoria dei sentimenti morali, tr. it., Milano; per una
riflessione sulle interazioni fra le teorie smithiane, in particolare il
concetto di ‘simpatia’, e il diritto penale, v. CADOPPI, Simpatia, antipatia e
diritto penale, a cura di Di Giovine O., Diritto penale e neuroetica. MORRA-BONAN,
voce Sentimentalismo, in AA.VV., Enciclopedia filosofica, vol. XVI, Milano. Per
una sintesi v. LECALDANO, Prima lezione di filosofia morale, Bari L’Autore
osserva che «non bisogna confondere il piano della rico- struzione genealogica
o genetica della nostra capacità di trarre distinzioni mo- rali, con la
riflessione su quali siano i giudizi morali corretti». L’opzione per una teoria
sentimentalistica ha una valenza in primo luogo metaetica; a livello di etica
sostantiva si apre infatti il problema di «[affiancare] una concezione
normativa sul contenuto da privilegiare come moralmente rilevante», v. ID.,
Prima lezione. Da ciò, la critica a concezioni che, sulla base degli studi di
neuroscienze, si sono mosse nella direzione di offrire una ricostruzione in
termini ‘realistico-emozionali’ del sentimentalismo morale: «queste ricerche
[...] suscitano dubbi laddove accampano la pretesa di aver identificato una
base fisiologica o biologica a cui l’etica può essere ridotta nella sua
interezza. Il sentimento morale non va caratterizzato sostantivamente, anche
per non con- Sentimenti ed emozioni: classificazioni e
disambiguazioni. Venendo a sviluppi più recenti, relativamente ai rapporti tra
senti- re e dimensione morale appare a nostro avviso particolarmente inte-
ressante per il giurista uno studio di matrice fenomenologica di Monticelli,
nel quale il tema del sentire diviene oggetto di un problema etico in relazione
sia alla formazione del singolo individuo (l’etica del sentire intesa come
qualità etica – maggiore o minore ‘correttezza’ – delle disposizioni del
sentire di un soggetto) sia ad aspetti relazionali (la ricerca del giusto
spazio – e dunque di limiti eticamente tollerabili – alla fioritura
dell’individuo, intesa come realizzazione della sua personalità, resa unica e
peculiare dalle disposi- zioni del sentire). Secondo tale studio, l’esperienza
affettiva è riconducibile a due di- mensioni essenziali: il sentire e il
tendere. Il sentire implica un recepi- re, il tendere è invece un vettore d’azione:
«se diciamo che una persona è sensibile non intendiamo affatto dire che è
eccitabile, e neppure che manca di obiettività, al contrario intendiamo dire
che è più di altri ca- pace di discriminazione, e quindi di verità
nell’esercizio del sentire» 68. Negli individui non è infatti riscontrabile il
medesimo livello di matu- razione affettiva: «una sensibilità si attiva per
strati o segmenti – e in- tendiamo dire con questo che uno sentirà più o meno
realtà a se- conda che più o meno “strati” della sua sensibilità siano
attivati» 69. Ta- le soglia può variare ed essere incrementata positivamente
durante l’esistenza; nondimeno, la diversità insita nelle molteplici varianti
di sviluppo del sentire fonda le diversità di ordini assiologici dei singoli,
quella che è in definitiva la loro identità morale 70. fonderlo con qualche
emozione immediata: è invece proprio del sentimento morale il punto di vista
riflessivo su tutte le passioni che si presentano senza qualificazione
valutativa nella mente di una persona», v. ID., Prima lezione, cit., pp. 42 s.
Per una differente impostazione, non propriamente ‘riduzionista’ ma comunque
orientata a ricercare dei fondamenti naturalistici della morale v., ex
plurimis, CHANGEUX, Il bello, il buono, il vero. Un nuovo approccio neuronale,
tr. it., Milano. La fenomenologia del sentire e l’approccio fenomenologico ai
sentimenti sono debitori dell’opera di SCHELER, Il formalismo nell’etica e
l’etica materiale dei valori, tr. it., a cura di Guccinelli, Milano, 2013, il
quale inquadra il sentimento come fattore costitutivo nell’ontologia della
persona e come interfaccia tra sogget- tività e valori. Per una sintesi dei
tratti caratterizzanti la fenomenologia come corrente filosofica v.
GALLAGHER-ZAHAVI, La mente fenomenologica. Filosofia della mente e scienze
cognitive, tr. it., Milano. DE MONTICELLI, L’ordine del cuore, cit., p. 26. 69
DE MONTICELLI, L’ordine del cuore, cit., p. 79. 70 «L’ethos di una persona è la
sua identità morale, ma questa identità morale Tra sentimenti ed eguale
rispetto Così definito il fenomeno del sentire e delle sue manifestazioni, si
pone il problema di inquadrare specificamente il sentimento: è uno stato
momentaneo? un evento? un atto? Roberta De Monticelli af- ferma che esso è:
«una disposizione reale – e non semplicemente virtuale – del sentire. È una
disposizione del sentire che comporta un consentire più o meno profondo
all’essere di ciò che la suscita, un più o meno profon- do dissentire da
questo, e un atteggiamento caratteristico nei confron- ti di questo essere,
capace di motivare altri sentimenti, emozioni, pas- sioni, scelte, decisioni,
azioni, comportamenti. Il sentimento è ciò che forma le risposte all’esperienza
dei valori: in questo senso viene definito ‘matrice di risposte’. Le emozioni
sono maggiormente legate all’attualità contingente, poiché costituiscono
un’alterazione reattiva e presuppongono l’attivazione di uno strato minimo di
sensibilità, anche di livello puramente sensoriale. I sentimenti hanno un ruolo
fondante nell’approccio dei singoli alla realtà, agli eventi, e, soprattutto,
al rapporto con i propri simili: i sentimenti costituiscono lo strato del
sentire propriamente diretto sulla realtà personale. Se il sentire, in
generale, è percezione di valore, i sentimenti sono, o perlomeno implicano,
disposizioni a sentire gli altri sotto l’aspetto dei valori che la loro
esistenza realizza o delle esi- genze che essa pone. si manifesta primariamente
nella vita affettiva che queste scelte e comporta- menti motiva, e nella quale
si esprime infine il modo di sentire che le è irrepeti- bilmente,
inconfondibilmente proprio. Il modo di sentire è segnato da una storia
individuale, ancorato agli incontri di una vita: è, come vedremo, il profilo
stesso dell’individualità essenziale»: v. DE MONTICELLI, L’ordine del cuore. MONTICELLI,
L’ordine del cuore. MONTICELLI, L’ordine del cuore. In presenza di una sensi-
bilità strutturata la quantità di reazioni affettive è maggiore, ed è anche
possibile che da emozioni scaturiscano risposte strutturanti, ossia che le
emozioni stesse inducano alla formazione di nuovi sentimenti. Diverso discorso
per le passioni, le quali costituiscono una manifestazione del volere e del
tendere, e presuppongono la strutturazione di sentimenti, v. MONTICELLI,
L’ordine del cuore. La tradizionale contrapposizione delle passioni alla
ragione non è intrinseca alle passioni stesse, ma risale a un livello
precedente, ossia al sentimento di cui quelle passioni sono manifestazione:
«“irrazionali” sono dunque le passioni nella misura in cui sono “disordini del
cuore”, ovvero ordinamenti assiologici perversi o inadeguati – per quanto
difficile sia stabilire in positivo lo standard rispetto a cui definire la
deviazione»: v. MONTICELLI, L’ordine del cuore. MONTICELLI, L’ordine del cuore.
Sentimenti ed emozioni: classificazioni e disambiguazioni Emozioni e
sentimenti: il senso della distinzione concettuale In questa sede non è nostro
obiettivo individuare un’esaustiva on- tologia dei fenomeni, bensì intendiamo
verificare se vi siano diffe- renze che possano assumere una rilevanza
concettuale nella prospet- tiva giuridica. Sentimenti ed emozioni hanno la
funzione di classificare, in base al binomio piacere-dolore, le esperienze del
sentire individuale. Un punto di contatto utile al fine di ricercare coerenza
nella complessità delle de- finizioni, è il fatto che entrambi i fenomeni –
naturalisticamente distin- guibili in base a criteri basati sull’intensità e la
durata – da un punto di vista adattivo-funzionale rappresentano ‘proiezioni del
sé’, ossia marca- tori dell’originalità che rende unico ogni individuo: «le
emozioni guar- dano al mondo dal punto di vista del soggetto, e ordinano gli
eventi in base alla cognizione della loro importanza o valore per il soggetto.
Relativamente alle differenze, una prima, fondamentale, distinzione tra
sentimento ed emozione è relativa ad aspetti di tipo ‘fisico-quan- titativo’,
legati alla durata e all’intensità dell’esperienza affettiva: più bre- ve e
accentuata nell’emozione, più duratura, ma meno intensa, nel sentimento.
Secondo una definizione offerta da uno studio di psicologia: sentimento e umore
si riferiscono a stati affettivi di bassa intensità, durevoli e pervasivi,
senza una causa direttamente percepibile e con la capacità di influenzare
eventi inizialmente neutri. Il sentimento, come stato affettivo ‘radicato’, non
si esaurisce in stimoli momentanei. Un tratto caratterizzante l’emozione è la
componente reattiva: «il termine emozione dovrebbe indicare, in accordo anche
con il senso comune, stati affettivi intensi di breve durata, con una causa
precisa, esterna o interna, un chiaro contenuto cognitivo e la funzione di rio-
rientare l’attenzione» 77. Uno stato affettivo di durata limitata, diverso
dunque da stati duraturi NUSSBAUM, L’intelligenza delle emozioni. Si veda anche
OATLEY, Psicologia ed emozioni, il quale parla di ‘condizioni di elicitazione’
per indicare che le emozioni insorgono sulla base della valutazione soggettiva
di un evento da parte dell’agente in relazione alla sua condizione e ai suoi
scopi. Cfr. OATLEY, Breve storia delle emozioni, tr. it., Bologna. D’URSO-TRENTIN,
Introduzione alla psicologia delle emozioni, Bari; cfr. CATTARINUSSI,
Sentimenti ed emozioni, PIETRINI, Dalle emozioni ai sentimenti: come il
cervello anima la nostra vita, a cura di Colombo-Lanzavecchia, La società
infobiologica, Milano. Per un esempio di tassonomia degli stati affettivi e per
una conseguente ap- Tra sentimenti ed eguale rispetto Passando a un piano
di lettura differente, non limitato alla ‘di- mensionalità’ (intensità,
durata), richiamiamo quanto osservato in ambito neuroscientifico da Damasio,
secondo il quale il sentimento costituisce il momento della rappresentazione
cosciente dell’emo- zione: la percezione che il soggetto ha di sé stesso. Viene
evidenziata in questo modo una dimensione riflessivo-speculativa che trova ri-
scontro anche nell’analisi di un altro neuroscienziato, Joseph Le Doux, il
quale osserva le emozioni sono funzioni biologiche che si sono evolute per
permettere agli animali di sopravvivere in un am- biente ostile e di
riprodursi; i sentimenti invece sono un prodotto del- la coscienza, «stati di
consapevolezza legati all’esperienza interna dell’emozione. Emerge qui una
differenziazione che attiene a un piano funzionale, e che vede il sentimento
come fenomeno che ha più a che fare con la sfera cognitivo-riflessiva del
soggetto. E veniamo infine a un terzo criterio distintivo, quello forse più
importante ai fini della presente indagine. L’analisi fenomenologica di
Monticelli ha richiamato il carattere disposizionale del sentimento, l’essere
una matrice che può generare e formare ulteriori stati affettivi. Introduciamo
dunque l’importante distinzione tra fe- nomeni affettivi ‘in atto’ e
‘disposizioni’ del sentire: «un’emozione in atto è un episodio nel quale
proviamo effettivamente collera, paura, gioia o altro. Una disposizione emotiva
è la suscettibilità a provare emozioni in atto» 81. Cosa significa
‘disposizionale’? Il concetto è stato approfondito in particolare da Ryle,
secondo il quale le espressioni disposi-zionali contengono l’affermazione che
un uomo o un animale o una plicazione a un tema penalistico-criminologico, v.
CORNELLI, Paura e ordine nella modernità, Milano, DOUX, Feelings: What Are They
et How does the Brain Make Them?, in Daedalus Si osserva che le concezioni
speculative del sentimento, da Platone a Vi- co, sottolineandone l’ambiguità di
regione “intermedia” tra il senso e l’intelletto, cioè il suo partecipare
marginale tanto all’uno quanto all’altro, tematizzano il sen- timento come una
delle categorie o generi sommi della vita umana. Questa infatti è tale – umana
–, solo in quanto è “soggettività”, il modo di essere che consiste nel-
l’avvertire stimoli dal mondo esterno (senso) e ordinare gli avvertimenti in
rap- presentazioni generali e ben connesse (intelletto), avendo come necessaria
condi- zione il riferimento dei primi e delle seconde a un chiaramente o
oscuramente avvertito “sé”, ossia comportando un sentimento fondamentale», v.
MASULLO, voce Sentimento. ELSTER, Sensazioni forti, tr. it., Bologna, il quale
cita, quali esempi di disposizioni emotive, la misoginia e
l’antisemitismo. Sentimenti ed emozioni: classificazioni e
disambiguazioni 59 cosa ha una certa capacità o una certa inclinazione, o è
esposto ad una determinata tendenza. Le definizione ‘disposizionale’ può rap-
presentare in questo senso un’antitesi rispetto a ‘episodico’, poiché
«possedere una proprietà disposizionale non vuol dire trovarsi in un certo
stato particolare o essere soggetto a un certo cangiamento» 83. Più in generale
la distinzione fra stati ‘episodici’ e ‘disposizionali’ descrive una diversità
funzionale nella complessiva esperienza affet- tiva della persona, e si presta
a evidenziare il rapporto fra mera reat- tività soggettiva contingente e carattere
fondativo e ‘personologico’ (vedi infra, cap. IV) degli stati affettivi, i
quali appaiono in questo senso come strutture di base della soggettività. È
questa a nostro avviso un’importante chiave di lettura per la presente
indagine: ciò che appare decisivo nel problema della tutela di sentimenti non è
capire se si debba far riferimento a emozioni in senso stretto o ad altri
fenomeni affettivi, ma è invece importante de- cidere se il fulcro dei problemi
debba riguardare la reattività emozio- nale, oppure se si debba assumere quale
vettore di senso l’affettività come base di stati disposizionali non episodici,
ossia come strutture portanti della identità morale degli individui. Un
richiamo alla sfera affettiva intesa come ‘struttura disposizionale’ orienta l’attenzione
sul sentire quale marcatore della personalità, e pone in questo modo sen-
timenti ed emozioni al centro di questioni concernenti la diversità di
preferenze e di ordini assiologici fra individui. Tale ultima opzione è quella
a nostro avviso più funzionale a in- staurare connessioni con le accezioni del
termine ‘sentimento’ che emergono nel discorso penalistico: l’uso dei
legislatori e della dot- trina. Nel prosieguo dell’indagine approfondiremo
entrambi gli aspetti. 5. Sinossi Il panorama di fenomeni che costituiscono il
tessuto affettivo de- gli individui è oggetto di definizioni dall’uso non
univoco e talvolta polisenso. Il rimando a saperi lato sensu psicologici, pur
assumendo 82 RYLE, Il concetto di mente, tr. it., Roma-Bari, RYLE, LO SPIRITO
COME COMPORTAMENTO, tr. it., Roma-Bari; cfr. ID., IL CONCETTO DI MENTE [citato
da H. P. Grice]: Le tendenze sono cosa diversa dalle capacità e dalle
suscettibilità. RYLEIAN AGITATION. Tra sentimenti ed eguale rispetto una
notevole complessità, sembra nondimeno costituire per il giuri- sta penale un
indispensabile tassello. Lo studio di contributi prodotti in ambito
neuroscientifico, psico- logico e filosofico evidenzia come, al di là di
possibili aree di contat- to, sentimenti ed emozioni non siano fenomeni del
tutto accomuna- bili. Vi è una connessione di fondo relativa al fatto che
entrambi, pur in modo differente, sono funzionali a classificare in base al
binomio piacere-dolore le esperienze e le inclinazioni del sentire individuale,
e contribuiscono così a definire l’identità e la peculiare originalità di ogni
individuo. Da un altro lato, emergono differenze relative sia al- l’intensità,
sia alla consistenza e alla durata. La distinzione che sembra maggiormente
funzionale alla riflessio- ne sul problema del sentimento come oggetto di
tutela concerne la nozione di stati episodici e disposizionali: con la prima
accezione si definiscono fenomeni che si esauriscono in una contingente
reattività psichica, con la seconda si indicano stati duraturi a loro volta matrici
di ulteriori reazioni, i quali si intrecciano con le trame costitutive del- la
personalità. Alla luce di tale ultimo distinguo cercheremo di trovare connes-
sioni con le categorizzazioni che emergono dal diritto positivo e dal discorso
dottrinale. DIMENSIONE CODICISTICA E FUNZIONE DISCORSIVA DELLA FORMULA
‘TUTELA PENALE DI SENTIMENTI’ SOMMARIO: ‘Tutela di sentimenti’: usi e
significati della formula. Le tipologie di interessi dietro le norme
codicistiche: sentimenti-valori e disagio psichico. La tutela di
sentimenti-valori. Il sentimento religioso. Il pudore. La pietà dei defunti. Il
sentimento nazionale e la condotta di istigazione all’odio fra le classi
sociali. Il sentimento per gli animali.
Il comune sentimento della morale. Lessico delle norme e piano fenomenico:
sentimenti o emozioni? Atti persecutori: sofferenza psichica e libertà di
autodeterminazione. La definizione di ‘sentimento’ come connotazione simbolica
negativa nel discorso penalistico. Una virtuosa prospettiva di interazione:
‘sentire comune’ e legittimazione delle norme penali. – Sinossi. ‘Tutela di sentimenti’: usi e
significati della formula Volgiamo ora lo sguardo alla dimensione giuridica e
cerchiamo di inquadrare le rispondenze della formula ‘tutela di sentimenti’.
Sono a nostro avviso distinguibili due accezioni: la prima, di tipo
descrittivo-classificatoria, è strettamente legata al diritto positivo, e si
presta a sintetizzare le disposizioni in cui l’interesse protetto viene de-
finito nei termini di un sentimento o di un’emozione: si pensi alle nor- me
codicistiche che parlano di sentimento religioso, pudore, pietà dei defunti et
similia. La seconda accezione, che definiamo connotativa, è funzionale a
tematizzare norme e problemi di tutela in cui la matrice emozionale non traspare
da definizioni normative, ma emerge nei discorsi della dottrina penalistica in
sede di speculazione teorica o di interpreta- zione, tendenzialmente per
richiamare beni dalla fisionomia protei- forme, suscettibili di ricostruzioni
profondamente differenti in quan- 62 Tra sentimenti ed eguale rispetto to
esposte al condizionamento emotivo: interessi parificati dunque a sentimenti
per via di un’intrinseca inafferrabilità 1. L’accezione connotativa enfatizza
in chiave critica l’associazione tra fenomeni affettivi e oggetti di tutela dai
confini incerti, disancora- ti da una base oggettiva e tendenti a sfociare in
ricostruzioni di ma- trice soggettivistica. Parlare di sentimenti attiva nel
lettore e nell’in- terprete frames psicologici che risentono della nebulosità
epistemica che caratterizza le condizioni di conoscenza dei fenomeni psichici,
contribuendo in questo modo a comunicare una sostanziale diffiden- za: «[le]
parole non sono semplicemente dei mezzi per individuare gli oggetti. Le parole
intervengono nella nostra percezione degli oggetti, e infatti trasmettono
interpretazioni e attribuiscono senso ai loro referenti. Associare un oggetto
di tutela penale a un sentimento equivale a sottolinearne il potenziale di
criticità, come coacervo di interessi ‘su- blimati’ che non rispondano a
requisiti di razionalità e coerenza ri- spetto a principi ‘di sistema’ 3.
Menzioniamo, per ora a titolo esempli- ficativo, il richiamo alla dignità
umana, e pensiamo anche alla cosid- detta ‘sicurezza pubblica’ la quale è stata
in tempi recenti associata criticamente a uno stato di tranquillità soggettiva
dei singoli; si può inoltre ascrivere a tale categoria anche il concetto di
onore, ben noto ai penalisti e da sempre oggetto di faticosi sforzi
ermeneutici. Si trat- ta di interessi che non a caso vengono additati come
‘problematici’ dalla dottrina4, i quali evidenziano tutti una forte connessione
con matrici emotive, tale da indurre a definirli anche come ‘sentimenti’. Nel
prosieguo approfondiremo gli ambiti e i problemi connessi sia all’accezione
descrittiva, sia a quella connotativa, a partire da una panoramica sulle
fattispecie dell’ordinamento italiano in cui il senti- 1 Con riferimento alla
dottrina tedesca si veda la ricostruzione di NISCO, La tu- tela penale dell’integrità
psichica, cit., p. 84, il quale sottolinea come anche in Germania l’espressione
‘Gefühlschutzdelikte’ sia intesa in chiave essenzialmente critica. 2 SARTORI,
Logica, metodo e linguaggio nelle scienze sociali, Bologna. Sulla specifica
accezione del diritto penale come ‘sistema’ – definizione che attiene al piano
del dover essere piuttosto che alla descrizione della realtà del- l’ordinamento
– e sulle distinzioni tra principi di rilevanza normativa che entrano in gioco nel
diritto penale, v. per tutti FIANDACA, Diritto penale, in FIANDACA-DI CHIARA,
Un’introduzione al sistema penale. Per una lettura costituzionalmente
orientata, Napoli. FIANDACA, Sul bene giuridico. Dimensione codicistica e
funzione discorsiva della formula 63 mento figura testualmente come coordinata
descrittiva dell’interesse protetto Le tipologie di interessi dietro le norme
codicistiche: ‘senti- menti-valori’ e disagio psichico Nel codice penale il
sentimento viene espressamente evocato dalle norme poste a tutela del
sentimento religioso, del pudore, della pietà dei defunti, del sentimento
nazionale; nella legislazione complemen- tare viene menzionato come oggetto di
tutela il ‘comune sentimento della morale’ 6. Oltre a tali ipotesi, riteniamo,
in accordo con autorevole dottrina, che la problematica del sentimento come
oggetto di tutela investa, pur con i dovuti distinguo, anche una norma di più
recente introdu- zione, ossia l’art. 612 bis c.p., la quale incrimina il
delitto di atti per- secutori. Si tratta di una fattispecie la cui tipicità
appare fortemente improntata in senso emotivistico: ‘perdurante e grave stato
d’ansia e di paura’, ‘fondato timore’ sono eventi di tipo psichico, e
precisamen- te sono assimilabili a emozioni negative. Anche il delitto di atti
per- secutori appare orientato a tutelare un sentire, o, più propriamente, 5
Non analizzeremo in questa sede ulteriori fattispecie codicistiche il cui so-
strato di offensività sembra rimandare a un retroterra di tipo emozionale. Al
di là dell’onore, che è unanimemente riconosciuto come interesse della persona
caratterizzato da un’evidente componente ‘di sentimento’ che la dottrina si è
impegnata a razionalizzare mediante il richiamo, comunque problematico, alla
‘dignità sociale’, v. MUSCO, Bene giuridico e tutela dell’onore, Milano, vi
sono altre norme la cui afferenza al tema in esame appare meno uni- voca. Una
recente ricostruzione include ad esempio il vilipendio alla bandiera (come
forma di offesa al sentimento nazionale), la corruzione impropria susse- guente
(offesa al sentimento di onestà che dovrebbe guidare i pubblici ufficiali),
l’ingiuria semplice, l’incesto (offesa al sentimento della morale familiare),
la pedopornografia (sentimenti moralistici inerenti la sessualità) e infine il
nega- zionismo: si tratta di un panorama variegato ed eterogeneo, il quale
meritereb- be una dettagliata analisi volta a verificare in che termini dietro
i casi menzio- nati si possa davvero parlare di sentimenti, v. GIUNTA, Verso un
rinnovato ro- manticismo penale?, cit., pp. 1556 ss. 6 Si pongono al di fuori
dell’area concettuale della tutela di sentimenti le pro- blematiche concernenti
gli stati emotivi e passionali e le circostanze attenuanti fondate su emozioni;
il profilo che viene qui in gioco è il ruolo che i fenomeni af- fettivi possono
assumere in relazione alla graduazione della responsabilità pena- le,
attraverso gli istituti dell’imputabilità e delle circostanze del reato (vedi
anche supra, cap. I, nota 30). 64 Tra sentimenti ed eguale rispetto
presidia l’equilibrio emotivo di un soggetto in chiave strumentale rispetto
alla libertà di autodeterminazione. È plausibile definire tale ultima
fattispecie come una forma di tu- tela di sentimenti8 (fatte salve le criticità
che possono derivare da un’interpretazione meramente emozionale e
soggettivistica degli even- ti), ma è altrettanto evidente che rispetto alle
ipotesi precedentemen- te menzionate in cui il legislatore parla espressamente
di ‘sentimento’ vi sono delle differenze: nel caso della religione, del pudore,
della pie- tà dei defunti et similia, la parola ‘sentimento’ viene associata a
ulte- riori concetti che indicano valori e oggetti significativi per il singolo
e per la collettività, dando vita a un’entità in parte psicologica e in par- te
di consistenza prettamente socio-valoriale. Nel caso dello stalking lo stato
psichico assume una rilevanza autonoma, senza alcuna cor- relazione con
specifici oggetti del sentire, ed è proprio il turbamento emotivo a rivestire
importanza centrale nell’economia della fattispe- cie, precisamente come evento
tipico 9. Si tratta di due diverse declinazioni del sentimento come oggetto di
tutela, le quali necessitano di una trattazione distinta. 2.1. La tutela di
‘sentimenti-valori’ Con riferimento ai delitti contro il sentimento religioso,
contro il pudore e contro la pietà dei defunti, sia l’interpretazione oggi do-
minante in dottrina sia la realtà applicativa depongono per una linea
depsicologizzante, secondo la quale il disvalore del fatto non dipende
dall’impatto della condotta tipica sullo stato psichico del soggetto passivo.
Si è osservato che l’ordinamento penale non tutela sentimenti, 7 Sul tema, pur
con diversità di accenti, v. MAUGERI, Lo stalking tra necessità
politico-criminale e promozione mediatica, Torino; NISCO, La tutela penale dell’integrità
psichica; COCO, La tutela della libertà indivi- duale nel nuovo sistema
‘anti-stalking’, Napoli FIANDACA, Sul bene giuridico. Uno tra gli aspetti più
discussi della fattispecie di atti persecutori concerne l’alternativa fra reato
di danno o di pericolo; per un’interessante prospettiva in- terpretativa
MAUGERI, Lo stalking; sulla stessa linea di pensiero, CADOPPI, Efficace la
misura dell’ammonimento del questore, in Guida dir. In giurisprudenza tende a
prevalere la qualificazione come reato di danno; v., ex plurimis, Cass. pen.,
sez.; Cass. pen., sez. Dimensione codicistica e funzione discorsiva della
formula 65 «anche se talora lo stesso codice penale si esprime in questi
termini, ma tutela la loro obiettivazione in situazioni sociali, in interessi,
in beni giuridici più definiti della percezione soggettiva: tanto che essi
vengono tutelati a prescindere dalla prova di quella percezione in capo a un
qualche individuo determinato» 10. Tale osservazione è ineccepibile, e trova
riscontro nel panorama applicativo: la prova di un effettivo turbamento
psichico soggettivo non è mai venuta seriamente in considerazione. Le
situazioni de- scritte nelle disposizioni codicistiche non richiedono la
verifica di una concreta elicitazione della sensibilità di singoli individui:
l’asserita attitudine lesiva della sensibilità costituisce esito di un proces-
so interpretativo di elementi di fatto e di condizioni di contesto esa- minati
alla luce di criteri di adeguatezza e di tollerabilità modulati su parametri di
tipo socio-culturale, in base a un’ipotizzata sensibilità media dei consociati.
Come osserva Angelo Falzea, non è il mero fatto emozionale ad assumere ruolo
decisivo, ma è piuttosto la sua traducibilità in valori e disvalori secondo un
punto di vista sociale. Nel complesso, il senti- mento assume rilevanza sub
specie iuris e non sub specie facti: «Non ogni volta che il diritto pone a base
delle sue regole il sentimen- to si è in presenza di un fatto giuridico
affettivo. Vi sono norme giuri- diche ispirate all’esigenza di tutelare un
sentimento condiviso dalla 10 DONINI, “Danno” e “offesa” nella c.d. tutela
penale dei sentimenti. Si prendano a riferimento gli ambiti della tutela penale
della religione e del pudore, nei quali si registra un congruo numero di pronunce.
Per una panorami- ca sulla tutela del sentimento religioso in Italia fino agli
anni Ottanta v. SIRACUSANO, I delitti in materia di religione. Beni giuridici e
limiti dell’intervento penale, Milano; per uno sguardo sugli sviluppi più
recenti v. BASILE, art. 403 c.p., in AA.VV., Codice penale commentato, diretto
da Dolcini-Gatta, Milano; PECORELLA, Delitti contro il sentimento religioso, in
AA.VV., a cura di Pulitanò, Manuale di diritto penale. Parte speciale, vol. I,
I reati contro la persona, II ed., Torino; per una panoramica della
giurispruden- za in materia di offese al pudore v. PROTETTÌ-SODANO, Offesa al
pudore e all’onore sessuale nella giurisprudenza, Padova; PULITANÒ, Il buon
costume, in BIANCHI D’ESPINOSA-CELORIA-GRECO-ODORISIO-PETRELLA-PULITANÒ, Valori
socio- culturali della giurisprudenza; FIANDACA, Problematica dell’osceno e
tutela del buon costume, Padova, 1984, pp. 33 ss.; sugli sviluppi più recenti
sia consentito il rinvio a BACCO, Tutela del pudore e della riservatezza
sessuale, in AA.VV., a cura di Pulitanò, Manuale di diritto penale. I reati
contro la persona. In psicologia è d’uso il termine ‘elicitazione’ per indicare
l’azione di stimolo volta a suscitare emozioni e/o a indurre
comportamenti. Tra sentimenti ed eguale rispetto comunità o di reprimere
un sentimento che la comunità disapprova, ma nelle quali la considerazione del
fenomeno emozionale resta al livello dell’interesse normativo e non si traduce
in elemento della fatti- specie: il sentimento tende allora a svincolarsi dalla
necessità di una sua specifica manifestazione e a confondersi coi valori etici
ogget- tivi» 13. Ciò che rileva è la ‘personalità affettiva comune’, ossia
«l’insieme dei fatti biologici e psichici che influiscono sul comportamento
emo- zionale affettivo e reattivo della persona» definito «in relazione al pa-
trimonio sentimentale e alla sensibilità che sono propri in linea di principio
dell’intero gruppo sociale. Il sentimento viene in questo modo proiettato in
una dimensione collettiva come modo di sentire diffuso che accomuna più
individui (c.d. ‘atmosfera emozionale’). Alla luce di tale fisionomia
dell’oggetto di tutela, il sentire indivi- duale viene filtrato «in funzione e
sotto l’angolo visuale del sistema dei valori di un gruppo diverso e più
comprensivo la valutazione contenuta nel sentimento di certe persone o comunità
diventa ogget- to di un’altra valutazione contenuta nel modo di sentire o
comunque nel sistema dei valori di altre persone o comunità» 15. In definitiva,
attraverso le «regole e gl’istituti con cui il legislatore predispone una
tutela penalistica a salvaguardia di sentimenti che nel- l’animo e nel costume
dei consociati assumono un alto valore» 16, il di- ritto penale finisce per
tutelare non un stato soggettivo della persona, bensì l’oggetto e il valore
impersonale che fonda quel dato modo di F. I FATTI DI SENTIMENTO. L’Autore
inoltre distingue fra ‘reati di sentimento’, ossia quelli in cui il diritto
«punisce il disprezzo verso valori ritenuti fondamentali», ossia le varie forme
di vilipendio alle istituzioni (Repubblica, nazione, bandiera), dai casi in cui
il sentimento dell’agente è tale da influire sulla gravità della pena in
funzione di circostanza (crudeltà, futilità dei motivi etc. A ben vedere, una
simile prospettazione potrebbe creare fraintendimenti: nella definizione del
vilipendio quale reato di sentimento (la cui ragion d’essere trova dunque
spiegazione nella mera censura di uno stato interiore considerato contrario a
valori ‘oggettivi’) l’occhio del penalista non può fare a meno di riscon- trare
una sottile caratterizzazione soggettivistica, secondo tecniche di incrimina-
zione tipiche del Gesinnungsstrafrecht. Il suddetto schema non sembra inoltre
funzionale ad una prospettiva di bilanciamento, poiché se l’aver provato disprez-
zo diviene motivo di incriminazione tout court, relegando in secondo piano i
pro- fili di turbamento del sentimento di altri, risulta assai più difficoltoso
procedere sulla strada di un equilibrio tra posizioni. Dimensione
codicistica e funzione discorsiva della formula sentire. Il lessico degli stati
affettivi si rivela dunque un orpello retorico volto a porre sotto protezione
penale gli oggetti del sentire, ossia valori e simboli ritenuti socialmente
significativi nella comunità: «nell’apprestare tutela a determinati sentimenti,
il codice non tende a proteggere stati affettivi duraturi in quanto tali: si
tratta, piuttosto, di sentimenti – individuali e/o collettivi – concepiti
altresì come atteg- giamenti intrisi di valore in una accezione culturale e
normativa. Sic- ché si può dire, da questo punto di vista, che la legge penale
mira a proteggere più che sentimenti in sé, sentimenti-valori, se non valori
tout court» 17. Vediamo nel dettaglio quali sono i valori che, dietro le
effigie del sentimento, sono entrati nel catalogo dei beni tutelati dal diritto
penale italiano. Il sentimento religioso I delitti in tema di religione sono un
elemento sintomatico del tas- so di secolarizzazione del sistema 18. Nelle
legislazioni penali moder- ne, la religione è stata di rado identificata come
bene di esclusiva per- tinenza del singolo, e più frequentemente come forma di
adesione collettiva o come sentimento istituzionalizzato, ossia entità storica-
mente e culturalmente determinata nella quale sono trasfusi valori e patrimoni
propri di una o più confessioni. Il codice Rocco parla di ‘sentimento
religioso’ 19, ma la legislazione del 1930, fedele nelle rubriche e nella
sostanza alla sola religione di Stato, si identificava nel modello di tutela
definito come bene di civiltà: era la religione cattolica, affiancata dalla
timida presenza dei culti ammessi, e non un qualsiasi sentimento religioso
individual- FIANDACA, Sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti, FIANDACA,
Laicità del diritto penale e secolarizzazione dei beni tutelati, in AA.VV., a
cura di Pisani, Studi in memoria di Pietro Nuvolone, vol. I, Milano, 1991, pp.
180 ss.; SIRACUSANO, Pluralismo e secolarizzazione dei valori: la superstite
tutela penale del fattore religioso nell’ordinamento italiano, a cura di
Risicato-La Rosa, Laicità e multiculturalismo. Profili penali ed extrapenali,
Torino. Per una panoramica, v. a cura di Brunelli, Diritto penale della libertà
religiosa, Torino, Cfr. MARCHEI, Sentimento religioso e bene giuridico. Tra
giurisprudenza costi- tuzionale e novella legislativa, Milano; PACILLO, I
delitti contro le confessioni religiose dopo la legge, Milano. SIRACUSANO, I
delitti in materia di religione, cit., Milano Tra sentimenti ed eguale rispetto
mente avvertito, a godere di un privilegiato regime di tutela 21. L’impianto
codicistico ha subito profonde modifiche ad opera del- la Corte costituzionale,
la quale, nel corso degli anni, ha ‘rabbercia- to’ 22 il sistema dei reati
riducendo le distonie con i principi codificati nella Carta costituzionale.
Particolarmente significativa è la linea giu- risprudenziale inaugurata con la
pronuncia n. 440/1995 (sulla con- travvenzione di bestemmia) e seguita dalle
pronunce (equiparazione del trattamento sanzionatorio fra religione di Stato e
culti ammessi, in relazione all’art. 403 c.p.) e soprattutto n. 508/2000
(ablazione della fattispecie di vilipendio della religione di Stato, art.
c.p.): decisioni che attuano un cambio di rotta rispetto alla giu- risprudenza
costituzionale che, fino a pochi decenni prima, ancora legittimava il
trattamento privilegiato della religione cattolica sulla base di criteri
quantitativi e sociologici 25. Argomentando sulla base del principio di
laicità, la Corte ha iden- tificato nella dimensione religiosa individuale il
corollario di una li- 21 In linea con l’afflato statocentrico che ispira
l’intera codificazione, le fatti- specie in tema di religione sono espressione
di autoritarismo etico da parte del governo fascista, congeniale al sodalizio
politico con la Chiesa Romana formaliz- zato nei Patti Lateranensi: La
religione dice Rocco è non tanto un feno- meno attinente alla coscienza
individuale, quanto un fenomeno sociale della più alta importanza, anche per il
raggiungimento dei fini etici dello Stato», v. Codice penale, illustrato con i
lavori preparatori, a cura di Mangini-Gabrieli-Cosentino, Roma. Per una
sintesi, v., ex plurimis, PACILLO, I delitti contro le confessioni religiose. L’espressione
è di FIANDACA, Altro passo avanti della Consulta nella rabbercia- tura dei
reati contro la religione, in Foro it. Per un’ampia e pun- tuale sintesi della
giurisprudenza costituzionale vedi il saggio di VISCONTI C., La tutela penale
della religione nell’età post-secolare e il ruolo della Corte costituzionale,
in Riv. it. dir. proc. pen. Sul tema v., ex plurimis, PALAZZO, La tutela della
religione tra eguaglianza e secolarizzazione (a proposito della dichiarazione
di incostituzionalità della bestem- mia), in Cass. pen.; DI GIOVINE O., La
bestemmia al vaglio della Corte costituzionale: sui difficili rapporti tra
Consulta e legge penale, in Riv. it. dir. proc. pen. Ex plurimis, VENAFRO, Il
reato di vilipendio della religione non passa il vaglio della Corte
Costituzionale, in Legislazione penale. Cfr. FALCINELLI, Il valore penale del
sentimento religioso, entro la nuova tipici- tà dei delitti contro le
confessioni religiose, in AA.VV., a cura di Brunelli, Diritto penale della
libertà religiosa, Torino; MORMANDO, Religione, laicità, tol- leranza e diritto
penale, in Riv. it. dir. proc. pen.; MARCHEI, Sentimento religioso e bene
giuridico. Dimensione codicistica e funzione discorsiva della formula 69 bertà
costituzionale 26; parametro costituzionale decisivo che ha sup- portato le
modifiche più rilevanti è stato il principio di uguaglianza. La riforma, nel
dichiarato intento di superare l’anacro- nistico e illiberale modello del
codice fascista, ha eliminato il riferi- mento alla religione introducendo il
concetto di ‘confessione religio- sa’. In merito all’interesse protetto, la
lettura critica offerta dalla pre- valente dottrina individua una sostanziale
continuità con la vecchia normativa28, identificando l’oggetto di tutela in una
prospettiva che oscilla tra il bene di civiltà ‘pluriconfessionalmente
articolato’ e il sentimento collettivo della pluralità dei fedeli che si
riconoscono in una determinata confessione religiosa29. Non mancano però
letture alternative che cercano di armonizzare la duplice natura, individuale e
collettiva, del bene protetto, sottolineando come «la nozione di sen- 26 Pur
aderendo sostanzialmente al principio di laicità dello Stato, la giuri-
sprudenza costituzionale presenta sensibili oscillazioni circa l’effettiva
portata del concetto: cfr. VISCONTI C., Aspetti penalistici del discorso
pubblico, Torino; ID., La tutela penale della religione, cit., p. 1050. Istanze
personalistiche sono emerse quando si è parlato di «sentimento religioso, il
quale vive nell’in- timo della coscienza individuale e si estende anche a
gruppi più o meno numerosi di persone legate tra loro dal vincolo della
professione di una fede comune», v. C. cost.; cfr. MARCHEI, Sentimento
religioso. Così PULITANÒ, Laicità e diritto penale, a cura di Ceretti-Garlati,
Laicità e stato di diritto, Milano; cfr. VISCONTI C., Aspetti penalistici. Sui
rapporti tra uguaglianza e diritto penale, v. DODARO, Uguaglianza e diritto
penale. Uno studio di giurisprudenza costituzionale, Milano, 2013; FIANDACA,
Uguaglianza e diritto penale, a cura di Cartabia-Vettor, Le ragioni del-
l’uguaglianza, Milano. Si rileva che la Corte non ha assunto decisioni
dirompenti, tali da condur- re all’abbattimento del sistema esistente, talvolta
riducendo a un semplice pas- saggio ermeneutico, secondo alcuni Autori, lo
stesso richiamo alla realtà reli- giosa individuale, nei fatti seguito dalla
rilegittimazione del paradigma esi- stente: cfr. l’analisi di MARCHEI,
Sentimento religioso, cit., pp. 143 ss. Osserva PIEMONTESE, Offese alla
religione e pluralismo religioso, Religione e re- ligioni: prospettive di
tutela, tutela delle libertà, a cura di De Francesco-Piemontese-Venafro,
Torino, che «la libertà individuale parrebbe valoriz- zata, qui, solo in
chiusura e ad abundantiam, all’interno di un iter argomentati- vo volto a
preservare comunque l’originaria dimensione pubblica ed istituziona- le della
tutela»; cfr. PADOVANI, Un intervento normativo scoordinato che investe anche i
delitti contro lo Stato, in Guida dir.; BASILE, art. c.p. Nel primo senso
SIRACUSANO, Pluralismo e secolarizzazione dei valori; per la seconda opzione v.
BASILE, art. c.p. Cfr. anche VISCON- TI C., Aspetti penalistici. Ritiene che la
riforma abbia fatto assurgere il sentimento religioso individuale a bene
protetto in via diretta e immediata, PACILLO, I delitti contro le confessioni
religiose Tra sentimenti ed eguale rispetto timento è solamente un connotato –
innegabile quanto imprescindibile – di un ben più articolato valore di libertà
religiosa. Il pudore Il richiamo al sentimento è centrale nella definizione
delle osceni- tà penalmente rilevanti: sono da considerarsi osceni gli atti e
gli og- getti che ‘secondo il comune sentimento’ offendono il pudore (art.
c.p.). L’elemento normativo ‘comune sentimento del pudore’31 attinge da un
fenomeno di reattività interiore dell’individuo: il pudo- re, genericamente
definibile come disposizione soggettiva che induce al riserbo su quanto attiene
alla vita sessuale, fonda la soglia sogget- tiva di eventuale disagio
avvertibile di fronte a manifestazioni della sessualità. Inteso nella
dimensione comunitaria il pudore si emancipa dal rapporto di implicazione
emotiva individuale e dalla sua concreta sussistenza, scivolando verso
un’identificazione con concezioni della morale sessuale: la valorizzazione
normativa del pudore diviene in questo modo funzionale a introdurre soglie atte
a delimitare manife- stazioni e rappresentazioni aventi contenuto sessuale 33.
Il problema del buon costume e della pubblica moralità quali beni di categoria
in ambito penalistico ha finito per tradursi nel richiamo a canoni di moralità
sessuale, concetto quest’ultimo la cui delimita- 30 È la condivisibile
notazione di FALCINELLI, Il valore penale del sentimento religioso, cit., p.
48, la quale definisce l’interesse protetto dalle norme post riforma 2006 come
sentimento religioso collettivo e al contempo individuale. Sul tema degli
elementi normativi, e in particolare sui rapporti fra il coeffi- ciente di
certezza degli elementi normativi culturali e giuridici, v. lo studio di
BONINI, L’elemento normativo nella fattispecie penale. Questioni sistematiche e
costitu- zionali, Napoli, 2016, pp. 320 ss.; sul tema v. anche RISICATO, Gli
elementi norma- tivi della fattispecie penale. Profili generali e problemi
applicativi, Milano Per un’analisi in chiave psicanalitica v., ex plurimis,
APPIANI, Tabù. Elogio del pudore, Milano, Fondamentale FIANDACA, Problematica
dell’osceno, cit., pp. 4 ss. Sul proble- ma definitorio del pudore, nella
letteratura penalistica più risalente v. ALLEGRA, Il “comune” sentimento del
pudore, in Iustitia.; LATAGLIATA, voce Atti osceni e atti contrari alla
pubblica decenza, in Enciclopedia del diritto, vol. IV, Mi- lano; VENDITTI, La
tutela penale del pudore e della pubblica decen- za, Milano; GALLISAI PILO,
voce Oscenità e offese alla decenza, in Dig. disc. pen., Torino; FARINA, Il
reato di atti osceni in luogo pub- blico: tensioni interpretative e prospettive
personalistiche nella tutela del pudore, in Dir. pen. proc. Cfr. FIANDACA,
Problematica dell’osceno, cit., pp. 78 ss. Dimensione codicistica e
funzione discorsiva della formula 71 zione è però nondimeno ardua, al punto da
costituire classicamente un luogo di forti tensioni tra il diritto punitivo e i
principi liberali. Ad oggi gli sviluppi giurisprudenziali, incentivati e
affinati da im- portanti contributi della dottrina 36, depongono per una
riconversione dell’interesse di tutela, il quale è identificato nel diritto a
essere pro- tetti da indebite violazioni del proprio riserbo sessuale: esempio
tipi- co, l’assistere a manifestazioni di contenuto erotico senza avervi pre-
ventivamente acconsentito. Ciò ha condotto a un modello di interven- to
incentrato non più su una lesione astratta e potenziale del pudore collettivo,
ma teso a reprimere solo le manifestazioni oscene che si impongano a
determinati soggetti senza che questi abbiano prestato un preventivo consenso
37. È il carattere della pubblicità più o meno indesiderata dell’atto o della
pubblicazione, inteso come capacità di diffusione e percepibilità da parte di
soggetti non consenzienti, a fondare l’illiceità, e non la sua natura eventualmente
oscena. Si tratta di un ragionevole distacco da modelli di intervento non 35
Sul punto rimarca FIANDACA, Problematica dell’osceno, che il principio della
tolleranza ideologica e della tutela delle minoranze impediscono di trasformare
il diritto penale di uno Stato democratico in tutore della virtù. Ciò induce a
dover giustificare sotto ogni aspetto l’assunto, secondo il quale la punizione
dell’immoralità non può rientrare tra gli scopi del diritto penale con-
temporaneo. Tanto più che l’esplicito riferimento, contenuto nella
Costituzione, alla tutela del buon costume potrebbe essere da taluno
interpretato – come di fat- to è avvenuto – appunto in chiave di “copertura”
costituzionale all’incriminazione di fatti lesivi di semplici valori morali».
Cfr. WOHLERS, Le fattispecie penali come strumento per il mantenimento di
orientamenti sociali di carattere assiologico? Pro- blemi di legittimazione da
una prospettiva europea continentale e da una angloame- ricana, a cura di
Fiandaca-Francolini, Sulla legittimazione del diritto penale. Culture
europeo-continentale e anglo-americana a confronto, Torino Il riferimento è
sempre a FIANDACA, Problematica dell’osceno In giurisprudenza, sentenza
capostipite è quella del Tribunale di Torino, 2/04/1982, in Foro it. Nella
giurisprudenza di legittimità, Cass. pen., sez. in Foro it.; v. anche Cass.
pen., SS. UU., 24/03/1995, in Foro it., 1996, II, c. 17 ss. Da ultimo, v. Cass.
pen., sez. e Cass. pen., sez., che conferma la per- cepibilità dell’osceno da
parte del pubblico come elemento costitutivo della fattispe- cie il cui onere
probatorio deve essere fornito dall’accusa. Per un avallo del suddetto
orientamento da parte della Corte costituzionale, v. la sentenza n. 368/1992,
secon- do cui «la misura di illiceità dell’osceno è data dalla capacità
offensiva di questo verso gli altri, considerata in relazione alle
modalità di espressione e alle circostan- ze in cui l’osceno è manifestato», v.
C. cost., n. 368/1992; sia consentito il rinvio a BACCO, Tutela del pudore e della
riservatezza sessuale Tra sentimenti ed eguale rispetto compatibili con uno
Stato liberale e pluralista38. Ad oggi l’ordina- mento italiano non tutela un
moralistico pudore collettivo 39, ma ap- presta gli strumenti affinché le
persone non assistano a manifesta- zioni della sessualità per loro
indesiderate: l’equilibrio si fonda su po- tenzialità nell’agire che trovano un
limite nell’altrui pretesa di non subire contatti sgraditi. Vi è sì una
depsicologizzazione dell’interesse protetto, presentato nelle fogge di una
libertà negativa, ma va non- dimeno riconosciuto che il problema della tutela
del pudore resta profondamente legato, nella sua matrice, anche a una
sensibilità di tipo ‘epidermico’40, non semplicemente morale, ma saldamente in-
trecciata alla reattività emotiva della persona. La pietà dei defunti Pochi termini denotano
un’appartenenza al lessico emozionale come la pietà: traduzione del latino
pietas, essa, al di là dell’uso gene- rico che connota il sentimento di
solidale comprensione nei confronti della sofferenza altrui, designa ancora
oggi la dimensione psicologica che scaturisce dall’esperienza della morte dei
propri simili, e fa la sua comparsa nel codice penale al capo II del titolo IV.
38 Esigenze di riforma sono state invocate evidenziando un ormai critico rap-
porto tra il diritto vivente e la tipicità formale, sottolineando come lo
stesso rein- quadramento in termini personalistici del bene giuridico disveli,
in definitiva, un’irragionevole disparità sanzionatoria tra l’offesa al pudore
(rectius, libertà da visioni indesiderate) e altre offese alla persona: v.
FARINA, Il reato di atti osceni I sentimenti individuali rimangono sullo
sfondo, preservati nella loro auto- nomia e senza dover render conto dei propri
contenuti: le generalizzazioni e i giudizi su base quantitativa dovrebbero
rimanere al di fuori della norma, poiché la libertà del singolo è anche libertà
di usufruire e concedersi quello che per molti dei suoi simili potrebbe
apparire indecoroso o ripugnante, ovviamente senza in- vadere le altrui sfere
di libertà. Autorevoli esponenti del pensiero liberale hanno affermato in
questo senso la necessità di una politica ‘anticollettivista’, nella quale cioè
«gli interessi della maggioranza non possono mettere a tacere i diritti fon-
damentali dell’individuo, se non in circostanze eccezionali, solitamente
laddove siano ipotizzabili danni ad altre persone o qualche grave pericolo per
l’intera na- zione», v. NUSSBAUM, Disgusto e umanità, tr. it., Milano; cfr. H.
L. A. HART [citato da H. P. Gice], Diritto, morale e libertà, tr. it., a cura
di Gavazzi, Acireale È stato osservato come sia doveroso un approfondimento
delle ragioni psi- cologiche alla base di atteggiamenti repulsivi dell’altro,
al fine di disvelare (e ar- ginare) l’irrazionalità di fondo che, se trasfusa
in dettami normativi, potrebbe condurre a esiti discriminatori: un tipico
esempio sono istanze di tutela che tro- vino la propria motivazione in un mero
‘disgusto collettivo’, v. NUSSBAUM, Na- scondere l’umanità Dimensione
codicistica e funzione discorsiva della formula L’interpretazione consolidatasi
in dottrina individua in tali norme un presidio a un sentimento universale, non
una forma di difesa della salute pubblica . La tutela è incentrata su oggetti
materiali e postula la rilevanza simbolica delle res: oggetti la cui violazione
integra il pa- radigma delittuoso in quanto la materialità delle azioni assuma
il si- gnificato di dileggio alla memoria 42. Al di là della topografia
codicistica, pare opportuno rimarcare l’autonomia concettuale del sentimento di
pietà per i defunti dalle eventuali caratterizzazioni religiose43: è sul
presupposto di una di- mensione laica di tale sentimento 44, oltre il manto di
ritualità cultua- li, che si pone la discussione sulla legittimità e opportunità
di un pre- sidio sanzionatorio. Autorevole dottrina è critica nei confronti
della scelta politico criminale del codice Rocco: «la previsione autonoma di
delitti contro la pietà dei defunti non appare, nell’attuale momento storico,
perfet- tamente congrua con la funzione propria di un diritto penale di uno
Stato democratico e secolarizzato: il mero sentimento non sembra infatti poter
assurgere al rango di bene giuridico, non intaccando la sua semplice violazione
quelle condizioni minime della vita in comu- ne la cui salvaguardia legittima
l’uso dello strumento penalistico» 45. L’osservazione ha il merito di
evidenziare uno dei punti critici del rapporto tra sentimenti e tutela penale:
libertà che rischiano di essere soggette alla coercizione di fronte a moti
dell’animo umano, il cui turbamento, pur intenso, non dovrebbe essere
destinatario di una priorità assoluta all’interno di un contesto pluralista. 41
FIANDACA, voce Pietà dei defunti (Delitti contro la), in Enc. giur., Roma; per
l’orientamento incline all’interpretazione della norma come tutela della salute
pubblica, v. GABRIELI, Delitti contro il sentimento religioso e la pietà verso
i defunti, Milano, ROSSI VANNINI, voce Pietà dei defunti (delitti contro), in
Dig. disc. pen., Torino Ex plurimis, cfr. FIANDACA, voce Pietà dei defunti,
cit., p. 1; ROSSI VANNINI, voce Pietà dei defunti, Non potendo in questa sede
offrire un quadro della sconfinata bibliografia, ci limitiamo a segnalare le
intense riflessioni contenute nella pubblicazione di AA.VV., a cura di Monti,
Che cosa vuol dire morire, Torino, 2010. Argomentazioni condivise da parte di
autori di estrazione laica e autori cattolici emergono nei saggi di BODEI,
L’epoca dell’antidestino MONTICELLI, La libertà di divenire sé stessi, pp. 83
ss.; per i secondi, v. REALE, L’uomo non si accorge più di morire; MANCUSO, Se
si ha paura della morte, si ha paura della vita, pp. 109 ss. 45 FIANDACA-MUSCO,
Diritto penale. Parte speciale, vol. I, IV ed., Bologna, Tra sentimenti ed
eguale rispetto Nell’attuale configurazione normativa, tuttavia, la tutela del
de- funto evoca sentimenti, ma non ha ad oggetto stati psicologici di pa- renti
o delle persone ad esso affettivamente legate. Si tratta di un ri- conoscimento
dovuto all’essere umano in quanto tale, a prescindere da metafisiche
ultraterrene, ma anzi ben ancorato a una concezione secolare dell’esistenza,
secondo cui il soggetto può e deve meritare rispetto anche dopo il trapasso 46.
È in quest’ottica che può eventual- mente valutarsi l’opportunità del
mantenimento di un presidio e i suoi limiti: secondo logiche non pervasive ma
ragionevolmente orien- tate alla salvaguardia di un nucleo minimo di rispetto
verso chi ha abbandonato la dimensione fisica dell’esistenza. 2.1.4. Il
sentimento nazionale e la condotta di istigazione all’odio fra le classi
sociali Fra i delitti contro la personalità dello Stato troviamo menzionati lo
‘spirito pubblico’ e il ‘sentimento nazionale’. Si tratta di fattispecie cadute
ormai nel dimenticatoio e sostanzialmente inapplicate: l’am- bito di
operatività dell’art. 265 (disfattismo politico) è circoscritto, per espressa
previsione legislativa, al tempo di guerra; gli artt. (nella parte in cui faceva riferimento al
‘sentimento nazionale’) sono stati oggetto di dichiarazioni di
incostituzionalità con le senten- ze n. 87/1966 e n. 243/2001 47. Al di là del
valore di ‘archeologia giuridica’, fra gli elementi costi- tutivi delle
suddette fattispecie troviamo il cosiddetto ‘spirito pubbli- co’ e il ‘sentimento
nazionale’: concetti strettamente legati, i quali evocano una disposizione
affettiva, ossia l’atteggiamento di fede e di attaccamento del cittadino alla
nazione. 46 GIUNTA, Verso un rinnovato romanticismo penale? ; cfr. DONINI,
“Danno” e “ offesa”nella c.d. tutela penale dei sentimenti, il quale sot-
tolinea la possibilità che dall’assenza di tali presidi scaturiscano esiti
negativi per la stessa pace sociale; ERONIA, La turbatio sacrorum tra legge e
cultura: il caso del- la riesumazione della salma di S. Pio, in Cass. pen. Nella
relazione al progetto di riforma del codice penale elaborato dalla commissione
Pagliaro era stato osservato che: «il bene personalistico della dignità della
persona defunta appare costituire l’oggetto primario e costante della tutela
contro gli atti irriguar- dosi delle spoglie umane e dei sepolcri, mentre il
pur rilevante bene collettivo del suddetto sentimento si presenta come bene
secondario ed eventuale», v. Relazione alla bozza di articolato per un progetto
di riforma del Codice Penale, consultabile in http://www.ristretti.it/ areestudio/giuridici/riforma/relazionepagliaro.htm.
47 L’art. 272 c.p. è stato poi integralmente abrogato dalla legge n. 85 del
2006. Sul tema, v. ALESIANI, I reati di opinione. Una rilettura in chiave
costituzionale, Milano, 2006, pp. 275 ss. Dimensione codicistica e
funzione discorsiva della formula Il
concetto di spirito pubblico appare più generico e va delimitato a contesti in
cui, a causa dello stato di guerra, viene richiesta al citta- dino fiducia
nelle sorti del Paese. Non si tratta di una disposizione da accertarsi in capo
a singoli soggetti, bensì di un atteggiamento di col- lettiva partecipazione al
sostegno morale della nazione, il quale, se- condo il legislatore del 1930,
poteva essere frustrato dalla diffusione di notizie false, esagerate o
tendenziose così da menomare la resisten- za della nazione di fronte al nemico.
Il ‘sentimento nazionale’, secondo le parole della Corte costituzio- nale, è da
intendersi come corrispondente «al modo di sentire della maggioranza della
Nazione e contribuisce al senso di unità etnica e sociale dello Stato» 48.
Anche in questo caso il pensiero giurispruden- ziale rifugge da interpretazioni
emotivistiche e incentra la tutela pe- nale su un nucleo di valori
asseritamente condivisi. La natura puramente ideologica di tale oggetto di
tutela ne ha de- cretato l’incompatibilità con la libertà di manifestazione del
pensiero. Va però evidenziato che, mentre nella prima parte della motivazione
della sentenza n. 87/1966 la Corte descrive tale interesse in termini col- lettivistici,
al momento di decretare l’illegittimità della norma incrimi- natrice la
fisionomia dell’oggetto di tutela viene riproposta ponendo l’accento in chiave
critica sulla componente soggettivo-emozionale: di- ce infatti la Corte che «è
pur tuttavia soltanto un sentimento, che sor- gendo e sviluppandosi nell’intimo
della coscienza di ciascuno, fa parte esclusivamente del mondo del pensiero e
delle idealità». Facendo leva su tale carattere impalpabile 49 viene affermata
l’ille- gittimità anche dell’art. nella parte in cui incrimina la propa- ganda
per distruggere o deprimere il sentimento nazionale, salvando invece (fino alla
formale abrogazione del 2006) l’incriminazione della propaganda per
l’instaurazione violenta della dittatura, per la sop- pressione violenta di una
classe sociale e per il sovvertimento violen- to degli ordinamenti economici o
sociali costituiti nello Stato, rico- noscendo in tali norme una tutela del
metodo democratico da forme di pensiero prodromiche ad azioni violente. Diversamente
da altri ambiti in cui il richiamo a un sentire collet- 48 C. cost. n. 87/1966.
49 Lo sottolinea, ex plurimis, CAVALIERE, La discussione intorno alla
punibilità del negazionismo, i principi di offensività e libera manifestazione
del pensiero e la funzione della pena, in Riv. it. dir. proc. pen.Mero reato di
opinione, sia pure in senso lato» secondo VASSALLI, Propaganda sovversiva e
sentimento nazionale, in Giur. cost., 1966, II, p. 1100. 76 Tra
sentimenti ed eguale rispetto tivo è stato riconvertito dagli interpreti in una
prospettiva di tutela della persona, il sentimento nazionale non è riuscito a
beneficiare di alcun maquillage ermeneutico, e, dissipatosi il manto della
retorica di regime, è scomparso dai beni penalmente tutelati in quanto non in
grado di sostenere il confronto con la libertà di espressione. Una vicenda
similare ha caratterizzato la problematica disposizione dell’art. c.p.
(istigazione all’odio fra le classi sociali), che la Corte costituzionale ha
dichiarato costituzionalmente illegittimo «nella parte in cui non specifica che
tale istigazione deve essere at- tuata in modo pericoloso per la pubblica
tranquillità». L’eccezione sollevata con riferimento al contrasto con l’art. 21
Cost. viene accolta dalla Corte motivando che la norma, poiché non indica come
oggetto dell’istigazione un fatto criminoso specifico o un’attività diretta
con- tro l’ordine pubblico o verso la disobbedienza alle leggi, ma sempli-
cemente l’ingenerare un sentimento senza nel contempo richiedere che le
modalità con le quali ciò si attui siano tali da costituire perico- lo
all’ordine pubblico e alla pubblica tranquillità, «non esclude che essa possa
colpire la semplice manifestazione ed incitamento alla persuasione della verità
di una dottrina ed ideologia politica o filoso- fica della necessità di un
contrasto e di una lotta fra portatori di op- posti interessi economici e
sociali» 51. Si tratta di una piana applicazione di principi già evidenziati
nella sentenza, che culmina in questo caso in una pronuncia additiva la quale
di fatto espunge dall’ordinamento l’incri- minazione dell’istigazione all’odio
fra le classi sociali, riconoscendo la preminenza del diritto di libertà alla
manifestazione di «teorie del- la necessità del contrasto e della lotta tra le
classi sociali che sor- gendo e sviluppandosi nell’intimo della coscienza e
delle concezioni e convinzioni politiche, sociali e filosofiche dell’individuo
appartengo- no al mondo del pensiero e dell’ideologia Il sentimento per gli
animali Un ambito del tutto peculiare è costituito dalle norme codicistiche a
tutela del cosiddetto ‘sentimento per gli animali’. Èstata introdotta nel
codice penale la disciplina che sanziona, in forma di delitto, le condotte di
uccisione e maltrattamento di animali; stando alle parole del legislatore,
l’interesse tutelato sarebbe il sentimento
C. cost., n. 108/1974. 52 C. cost., n. 108/1974. Dimensione
codicistica e funzione discorsiva della formula per gli animali, ossia l’umana
compassione che scaturisce dal rapporto con la sofferenza dell’animale.
L’evidenza testuale suggerisce una connessione con i problemi og- getto della
presente indagine, ma l’inquadramento dell’interesse pro- tetto in ossequio al
verbo legislativo appare una lettura superficiale. Le tesi dottrinali nel
panorama italiano sono espressione di diversi orientamenti53: il primo tendente
a dare rilievo alla definizione del legislatore; il secondo proiettato
all’affermazione di una soggettività giuridica dell’animale; un terzo
orientamento di compromesso, e infine una quarta soluzione che appare protesa
al riconoscimento di una tutela diretta dell’essere non umano, senza scivolare
in proble- matiche (soprattutto da un punto di vista filosofico)
‘soggettivizza- zioni’ dell’animale, ma rimarcando come la tutela diretta dell’animale
non umano sia da contestualizzarsi all’interno di un quadro di inte- ressi e
controinteressi umani 57. Non potendo approfondire nel corso della presente
indagine l’amplissima questione, ci limitiamo ad alcune osservazioni finalizza-
te a definire il senso e la peculiarità dell’impianto normativo della tu- tela
del sentimento per gli animali in rapporto agli altri ‘sentimenti- valori’
presenti nel codice penale. In primo luogo la tipicità delle fattispecie di cui
agli art. 544 bis e 53 Secondo la ricostruzione di FASANI, L’animale come bene
giuridico, in Riv. it. dir. proc. pen. Così GATTA, Art. c.p., in AA.VV.,
diretto da Dolcini-Gatta, Codice penale commentato,; PISTORELLI, Così il
legislatore traduce i nuovi sentimenti e fa un passo avanti verso la tutela
diretta, in Guida dir. Per una sintesi della problematica, v. VALASTRO, La
tutela giuridica degli ani- mali, fra nuove sensibilità e vecchie insidie, in
Annali di Ferrara. Va evidenziata la posizione di MANTOVANI F., Diritto penale,
Padova, il quale individua la ratio della tutela penale degli animali in una
prospettiva promozionale della stessa dignità umana, in quanto «la riduzione
dell’immensa crudeltà verso gli animali attenuando la crudeltà complessiva del
mondo, se non rende l’animale più uomo, rende l’uomo meno animale e migliore la
Terra. POCAR, Gli animali non umani. Per
una sociologia dei diritti, Bari; RESCIGNO, I diritti degli animali. Da res a
soggetti, Torino. Testo di riferimento per l’introduzione alle teorie
animaliste è SINGER, Liberazione animale, tr. it., Milano. MAZZUCATO, Bene
giuridico e “questione sentimento” nella tutela penale della relazione
uomo-animale. Ridisegnare i confini, ripensare le sanzioni, ia cura di
Castignone-Lombardi Vallauri, Trattato di biodiritto-La questione animale,
Milano. FASANI, L’animale come bene giuridico, Tra sentimenti ed eguale
rispetto ss.58 non lascia spazio a valutazioni in termini emozionali; al senti-
mento umano di rispetto per gli animali può essere riconosciuto un ruolo
propulsivo nei confronti della scelta politico-criminale, ma per ricondurre
l’oggetto della tutela ad una sorta di pietas verso gli esseri non umani,
dovrebbe essere necessario richiedere nelle condotte quantomeno un grado di
pubblicità tale da riflettersi sul sentire col- lettivo. Ciò che fonda la
tipicità degli artt. 544 bis e 544 ter è aver uc- ciso con crudeltà un animale
o averlo maltrattato con carichi di lavo- ro insopportabili: azioni che possono
senz’altro indurre sentimenti negativi nella gran parte degli esseri umani, ma
che rilevano norma- tivamente per il semplice fatto di essere state realizzate,
e dunque quale offesa ad animali non umani Per una panoramica v. VALASTRO, La
tutela penale degli animali: problemi e prospettive, in AA.VV., a cura di
Castignone-Lombardi Vallauri, Trattato di biodiritto – La questione animale. Sul
tema, prima della riforma, vedi i saggi contenuti in a cu- ra di
Mannucci-Tallacchini, Per un codice degli animali, Milano. Sottolinea FIANDACA,
Prospettive di maggiore tutela penale degli animali, a cura di
Mannucci-Tallacchini, Per un codice degli animali, che, al di là della
possibile disputa circa un’ipotetica soggettività giuridica animale, per
legittimare una tutela penalistica possa essere sufficiente «parlare di
“interessi animali” degni di riconoscimento e tutela: interessi considerati in
una dimensione oggettiva, a pre- scindere dal problema di una loro riferibilità
all’animale come soggetto giuridico», ritenendo plausibile che «gli animali
[siano] portatori di due interessi fondamentali: l’interesse alla sopravvivenza
e l’interesse alla minore sofferenza possibile». Il di- stacco da un’ottica
antropocentrica, con implicita emancipazione da una ratio di tutela incentrata
sul sentimento umano per gli animali, appare peraltro ravvisabile anche nella
giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, relativa all’art., il quale,
prima dell’introduzione del titolo IX bis, incriminava le condotte di maltrat-
tamento di animali: v., in particolare, Cass. pen., sez., in Cass. pen., 1992,
p. 951, la quale afferma che «in via di principio l’art., in considerazio- ne
del tenore letterale della norma (maltrattamento) e del contenuto di essa (ove
si parla non solo di sevizie ma anche di sofferenze e di affaticamento) tutela
gli ani- mali in quanto autonomi esseri viventi, dotati di sensibilità
psico-fisica e capaci di reagire agli stimoli del dolore, ove essi superino la
soglia di normale tollerabilità. La tutela è, dunque, rivolta agli animali in
considerazione della loro natura»; in senso conforme, v. Cass. pen., sez., in
Dir. giust.; Cass. pen., sez., in Nuovo dir., secondo cui «La “ratio” della
disposizione di cui all’art. c.p. è quella di voler perseguire condotte
caratterizzate da un’apprezzabile componente di lesività dell’integrità fisi-
ca e-o psichica dello animale». Più contraddittoria appare invece la
giurisprudenza di legittimità dopo la novella: si veda, ad esempio, Cass. pen.,
sez., ove si afferma che «La norma è volta a proibire comporta- menti arrecanti
sofferenze e tormenti agli animali, nel rispetto del principio di evitare
all’animale, anche quando questo debba essere sacrificato per un ragionevole
motivo, inutili crudeltà ed ingiustificate sofferenze», rimarcando tuttavia che
«in Dimensione codicistica e funzione discorsiva della formula
L’identificazione dell’oggetto di tutela in un (non meglio identifi- cato)
sentire comune costituisce una lettura pregna di risvolti pro- blematici60, e
sono in questo senso condivisibili interpretazioni più ragionevoli che
suggeriscono di configurare l’interesse tutelato in termini di relazionalità e
‘interspecificità’: «andare oltre la dicotomia radicale e guardare nel mezzo
[...] cioè nel rapporto tra l’uomo e l’animale; lì si rinviene il bene
giuridico davvero tutelabile dal diritto penale, nel quadro delle garanzie
costituzionali. L’animale non riempie, non esaurisce, l’orizzonte di tutela
penale. L’uomo (che prova qualcosa davanti all’animale e che invoca per
quest’ultimo un dignitoso trattamento) non scompare dalla scena» 61. Nel
complesso, i problemi connessi alla tutela del sentimento per gli animali non
sembrano propriamente accomunabili a quelli riscontrati in relazione agli altri
‘sentimenti’ tutelati dalle norme pena- li. Una differenza di fondo è che le
disposizioni a tutela della religio- ne o del pudore chiamano in gioco un
bilanciamento fra interessi in- terno al confronto fra esseri umani e basato su
entità immateriali come i valori normativo-ideali; dall’altra parte, per quanto
il ricono- scimento di una soggettività giuridica all’animale sia un problema
aperto, in sede di ricostruzione dell’oggetto di tutela appare preferibi- le
tenere conto della soggettività animale senza sublimarla né in un impalpabile
sentire dell’uomo né in un mero contenuto ideale, ma piuttosto come problema che
sollecita un approfondito studio delle condizioni di compatibilità fra esigenze
umane e rispetto della vita di esseri non umani. Per tali ragioni, il tema del
sentimento degli animali pone que- stioni non inquadrabili nella tutela dei
cosiddetti ‘sentimenti-valori’, né appare accostabile al tema del disagio
emotivo, rivelandosi piutto- sto la proiezione di un problema antico e ancora
attuale, concernente gli equilibri di vita e sopravvivenza fra uomo ed
ecosistema. tali disposizioni l’oggetto di tutela è il sentimento di pietà e di
compassione che l’uo- mo prova verso gli animali e che viene offeso quando un
animale subisce crudeltà e ingiustificate sofferenze. Scopo dell’incriminazione
è quindi di impedire manifesta- zioni di violenza che possono divenire scuola
di insensibilità delle altrui sofferenze. Ben evidenziati da MAZZUCATO, Bene
giuridico e “questione sentimento. MAZZUCATO, Bene giuridico e questione
“sentimento”, cit., p. 703. 62 Un’interessante lettura sulla complessità del
rapporto fra uomo e animali non umani è il libro di HERZOG, Amati, odiati,
mangiati. Perché è così difficile agire bene con gli animali, tr. it., Torino.
Per un inquadramento dell’impianto di tutela penale degli animali nel più ampio
contesto dei reati contro l’ambiente e Tra sentimenti ed eguale rispetto.
Il comune sentimento della morale Passando all’ambito extracodicistico, le
disposizioni normative in cui è più evidente ed univoco il richiamo al
sentimento quale oggetto di tutela sono gli artt. 14 e 15 della legge: l’art.
stabilisce la rilevanza penale, ai sensi dell’art. c.p., di pubblicazioni
destinate ai fanciulli e agli adolescenti quando, per la sensibilità e
l’impressionabilità ad essi proprie, siano idonee a offendere il loro
sentimento morale o a costituire per essi incitamento alla corruzione, al
delitto, al suicidio; l’art. 15 si rivolge parallelamente alla tutela di
soggetti adulti, vietando la pubblicazione di stampati i quali descri- vano o
illustrino, con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente
verificatisi o anche soltanto immaginari, in modo da poter turbare il ‘comune
sentimento della morale’ 63. Punto centrale delle fattispecie, che ne determina
(fortunatamente) anche le difficoltà applicative, è l’esigenza di accertare
l’idoneità delle condotte alla causazione di eventi determinati («favorire il
disfrenarsi di istinti di violenza, diffondersi di suicidi o delitti»). Al
fianco di tali eventi si pone l’offesa o il turbamento al sentimento morale,
formula tanto eloquente quanto indeterminata: «fondata sopra un presupposto
empirico e nebuloso di morale corrente, essa reca con sé tutti i pericoli che
le norme ispirate a concetti vaghi, a intuizioni, a sentimenti porta- no sempre
nella loro applicazione concreta» 64. L’accostamento esplicito fra il sentire e
la morale trova probabil- mente la sua ragione nell’intento di introdurre una
disposizione il più possibile assonante con l’art. c.p. (comune sentimento del
pudore), rielaborando in termini più estensivi i divieti stabiliti in tema di
buon costume sessuale65; una connessione che si motiva anche con l’obiettivo di
trovare un aggancio costituzionale esplicito a un inte- resse che deve essere
bilanciato con la libertà di espressione 66. l’ecosistema v. RUGA RIVA, Diritto
penale dell’ambiente, II ed., Torino. Per una prospettiva socio-criminologica
sul rapporto uomo-ambiente v. NATA- LI, Green Criminology. Prospettive
emergenti sui crimini ambientali, Milano. Sul tema, per tutti, NUVOLONE, Il
diritto penale della stampa, Padova; ID., I limiti della libertà di stampa
nell’art. della legge, Arch. pen. NUVOLONE, Il diritto penale della stampa,
cit., p. 234. 65 Parla di ‘triplice oggetto del reato’ (sentimento della
morale, ordine familia- re, ordine pubblico) NUVOLONE, I limiti della libertà
di stampa. La connessione fra sentire, morale e buon costume emerge anche in C.
cost., n. 9/1965, la quale ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità
costituzionale sol- Dimensione codicistica e funzione discorsiva
della formula 81 Le sporadiche applicazioni confermano la centralità a livello
teo- rico del nesso fra turbamento emotivo e offesa alla morale: appare
significativa ad esempio una pronuncia della Corte di Appello di Ro- ma nella
quale si nega la sussistenza della fattispecie in relazione alle immagini di
una donna col cordone ombelicale attaccato, sulla base della motivazione che
simili immagini non potrebbero provocare tur- bamento o orrore, e pertanto non
offendono la morale. Il più eloquente contributo alla definizione
dell’interesse protetto dall’art. 15 è la sentenza n. 293/2000, con la quale la
Corte costituzio- nale ha ritenuto inammissibile l’eccezione di
incostituzionalità della norma per contrasto con l’art. 21 Cost.: «L’art. 15
della legge sulla stampa del 1948, esteso anche al sistema radiotelevisivo
pubblico e privato dall’art. della legge, non intende andare al di là del
tenore letterale della formula quando vieta gli stampati idonei a “turbare il
comune senti- mento della morale”. Vale a dire, non soltanto ciò che è comune
alle di- verse morali del nostro tempo, ma anche alla pluralità delle
concezioni etiche che convivono nella società contemporanea. Tale contenuto mi-
nimo altro non è se non il rispetto della persona umana, valore che anima
l’art. 2 della Costituzione, alla luce del quale va letta la previsione
incriminatrice denunciata. La descrizione dell’elemento materiale del
fatto-reato, indubbiamente caratterizzato dal riferimento a concetti elastici,
trova nella tutela della dignità umana il suo limite, sì che appa- re escluso
il pericolo di arbitrarie dilatazioni della fattispecie, risultando quindi
infondate le censure di genericità e indeterminatezza» 68. Come è stato
osservato in dottrina, tale sentenza ha compiuto un’operazione di
rivisitazione/trapianto, finendo per concepire come vasi comunicanti il comune
sentimento del pudore e il comune sentimento della morale attraverso il
passepartout della dignità uma- levate in relazione all’art. c.p. (incitamento
a pratiche contro la procreazione), osservando in motivazione che non
diversamente il buon costume risulta da un insieme di precetti che impongono un
determinato comportamento nella vita sociale di relazione, la inosservanza dei
quali comporta in particolare la violazione del pu- dore sessuale, sia fuori
sia soprattutto nell’ambito della famiglia, della dignità perso- nale che con
esso si congiunge, e del sentimento morale dei giovani, ed apre la via al
contrario del buon costume, al mal costume e, come è stato anche detto, può
com- portare la perversione dei costumi, il prevalere, cioè, di regole e di
comportamenti contrari ed opposti. App. Roma, 13 maggio 1958, in Arch. pen. C.
cost., n. 293/2000. Tali conclusioni sono state confermate in una succes- siva
ordinanza che ha dichiarato la manifesta infondatezza della medesima ecce-
zione di costituzionalità, v. C. cost. Tra sentimenti ed eguale rispetto na69.
La chiosa della Corte, quando esclude censure di genericità e indeterminatezza,
è alquanto frettolosa, per non dire superficiale, e fonda il discorso su un
valore sì fondamentale, ma tutt’altro che definito nei risvolti applicativi. Merita
attenzione la triade concettuale ‘sentimento-morale-di- gnità’: l’evocazione
del sentimento è disgiunta da profili di reattività psichica, e dunque
dall’aggancio a una dimensione individuale, po- nendosi come sinonimo di
minimum etico. Il delitto di cui all’art. 15 della legge sulla stampa, pur
essendo sostanzialmente inapplicato, riveste a nostro avviso importanza
centrale, dal punto di vista teorico, nel ‘microsistema’ delle disposizioni a
tutela di ‘sentimenti’; ne rivela i tratti più problematici, poiché attribuisce
a stati affettivi come disgusto e orrore il ruolo di parametro etico per la
valutazione di cosa possa considerarsi moralmente adeguato, riconoscendo dunque
a tali emozioni un ruolo cognitivo-valutativo che oggi sappiamo essere
tutt’altro che attendibile (vedi infra, cap. IV). 2.2. Lessico delle norme e
piano fenomenico: sentimenti o emo- zioni? Un passaggio concettualmente
importante consiste nel decodifica- re il richiamo giuridico a emozioni e
sentimenti in rapporto all’alternativa fra concezioni meccanicistiche e
concezioni valutative. A nostro avviso la chiave di lettura più funzionale
all’analisi delle norme che l’ordinamento italiano pone a tutela di
‘sentimenti’ è la concezione valutativa: gli interessi denominati dal
legislatore ‘senti- menti’ acquistano rilevanza normativa in virtù di una
peculiare tra- iettoria dell’intenzionalità dello stato affettivo. Si tratta di
un modo di concepire il sentimento del tutto simile al significato che Joel
Feinberg propone quando analizza il cosiddetto ‘appello ai sentimen- VISCONTI
C., Aspetti penalistici. Cfr. TESAURO, Riflessioni in tema di dignità umana,
bilanciamento e propa- ganda razzista, Torino. Intendiamo il concetto di
intenzionalità secondo l’accezione proposta da Searle, ossia «quella proprietà
di molti stati ed eventi mentali tramite la quale essi sono direzionati verso,
o sono relativi a oggetti e stati di cose del mondo, SEARLE, Sull’intenzionalità.
Un saggio di filosofia della conoscenza, tr. it., Milano. In termini generali,
sul concetto di intenzionalità v. GALLAGHER- ZAHAVI, La mente fenomenologica,
cit., Dimensione codicistica e funzione discorsiva della formula 83 ti’ nelle
questioni etiche: il filosofo americano ritiene infatti che ciò a cui si fa riferimento
non sia un mero stato emotivo, ma la peculiare risposta soggettiva che gli
individui possono provare nel rapporto con determinati oggetti. È bene
distinguere tra l’oggetto del sentire e la sindrome affettiva, quali elementi
costitutivi delle entità psico-sociali che il diritto pren- de in
considerazione. L’uso giuridico, in accordo col senso comune, adopera la
categoria del sentimento in un modo che tende a fondere il profilo soggettivo
dell’affettività con la sua proiezione esterna e dunque con l’oggetto del
sentire 73. La distinzione fra sindrome affet- tiva e oggetto del sentire
permette di tematizzare in modo separato i profili pertinenti da un lato alla
selezione degli ‘oggetti emotigeni’, e dall’altra alla tipologia di stati
affettivi che potrebbero eventualmente venire in gioco. L’oggetto del sentire è
ciò che definisce il substrato materiale o ideologico dell’offesa: ad esempio
si parla di sentimento religioso per dare rilevanza non a un astratto sentire
ma quel genere di esperienza emotiva che ha a che fare con la fede religiosa.
Stesso discorso per altri interessi definiti ‘sentimenti’: il sentimento del
pudore come di- sposizione a provare un certo tipo di reazioni soggettive in
rapporto a manifestazioni della sessualità; oppure il sentimento nazionale
quale FEINBERG, Sentiment and sentimentality: «Unlike some emotions, sentiments
are not mere objectless perturbations with subtle but neutral affective
colorings. They too have an
essential polarity to them (pleasant-unpleasant, friendly-unfriendly,
postive-negative), though unlike attitudes, the positive or negative character
of sentiments is not simply a “pro” or “con,” “for” or “against” posture. Some
of the terms we apply to the objects of positive or negative sen- timents are
themselves definable not in terms of the inherent properties of those objects
but rather in terms of the sentiments they are thought naturally or properly to
awaken. È significativo quanto osservato in
ambito psicologico: in genere, le persone dichiarano sentimenti patriottici più
o meno intensi in momenti diversi del- la loro vita; come sono tali sentimenti?
L’ovvia risposta a tale domanda è che que- sti sentimenti non hanno alcun senso
di esistere, per lo meno non al di fuori della tendenza del singolo a provare
altri tipi di sentimenti (orgoglio, dolore, vergo- gna), nei quali la sua vita
affettiva appare in linea con sorti della nazione. In tal senso, da un patriota
ci si aspetta che provi gioia e orgoglio quando la sua nazione vince, dolore o
compassione quando essa è in crisi, rabbia se è ingiustamente diffamata, e
disperazione nella sconfitta umiliante. Pertanto, osservando attentamente la
vita interiore e le abitudini di un patriota, non vi si troverà mai una traccia
di quel sentimento particolare chiamato “patriottismo” al di fuori di quanto
scritto sopra, v. ROYZMAN-MCCAULEY-ROZIN, Da Platone a Putnam: quattro mo- di
di pensare all’odio, a cura di Sternberg, Psicologia dell’odio. Cono- scerlo
per superarlo, tr. it., Gardolo. Tra sentimenti ed eguale rispetto forma di
partecipazione affettiva, ‘patriottica’, alle vicende della pro- pria nazione.
Veniamo ad analizzare il versante della sindrome affettiva: qual è il fenomeno
che appare più aderente alle situazioni descritte nel con- testo codicistico?
Una importante differenza fra emozione e sentimen- to è identificabile nella
consistenza e nella durata: l’emozione, secon- do quanto abbiamo
precedentemente osservato in accordo con le ela- borazioni delle diverse
branche dei saperi lato sensu psicologici, rap- presenta una componente
dinamica del sentire, ossia uno stato men- tale di breve durata, caratterizzato
da una predominante componente reattiva; il sentimento è uno stato più durevole
e radicato. Parlare di una tutela di emozioni in senso stretto è improprio; ma
appare non del tutto corretta con anche un’eventuale associazio- ne degli
oggetti tutelati dal codice a stati psichici più duraturi. L’accezione che in
relazione ai ‘sentimenti-valori’ consente di in- staurare una connessione ‘non
irrealistica’ con la dimensione feno- menica è rappresentata a nostro avviso
dal concetto di ‘disposizione individuale del sentire’: non un accostamento a
emozioni in senso stretto e neanche a stati duraturi in quanto tali, ma
piuttosto ad at- teggiamenti che delineano l’orientamento affettivo e
assiologico della persona in conseguenza della maggiore o minore partecipazione
emotiva nel rapporto con determinati oggetti e situazioni. Entità come il
sentimento religioso, il sentimento del pudore et similia, appaiono funzionali
a richiamare disposizioni soggettive a provare emozioni. Atti persecutori:
sofferenza psichica e libertà di autodetermi- nazione Parlando di sentimenti
come ‘disposizioni del sentire’ si potrebbe intendere il problema di tutela
anche come protezione delle condi- zioni di formazione del sentire, e dunque
come assenza di forme di coartazione psichica. In questo modo si finirebbe però
per identificare nella libertà morale l’interesse di fondo, accomunando in modo
improprio ambiti di intervento che restano ben distinti nel codice Cfr.
FIANDACA, Sul ruolo delle emozioni e dei sentimenti. Si veda anche
l’impostazione di FEINBERG, Sentiment and Sentimentality. Dimensione codicistica
e funzione discorsiva della formula penale e che la dottrina ha contribuito
anche di recente a definire nelle rispettive sfere di autonomia. Ci sembra più
adeguato tenere in evidenza la distinzione concettuale e collocare la
problematica dei ‘sentimenti-valori’ e delle dispo- sizioni del sentire a uno
stadio nel quale la libertà morale, intesa come libertà di conservare la
propria personalità psichica, di ragionare con la propria testa, di formarsi
una propria fede religio-sa politica e di conservarla come di mutarla, sia da
considerarsi elemento acquisito, e dunque come precondizione delle situazioni
in cui possono eventualmente crearsi conflitti relativi al piano dei
‘sentimenti-valori’. Il tema della tutela da forme di turbamento emotivo e di
coarta- zione psichica viene in gioco in relazione a un’altra fattispecie del
codice italiano, anch’essa formulata attraverso il richiamo a stati af-
fettivi, ossia il delitto di ‘atti persecutori’. La condotta tipica consiste
nel porre in essere azioni di minaccia o molestia tali da ingenerare un
perdurante e grave stato d’ansia e di paura, ossia stati psichici
caratterizzati da un tono edonico negativo e dunque in grado di alterare
l’equilibrio emotivo dell’individuo e la sua tranquillità 78. Si può parlare di
tutela di sentimenti in un senso che contribuisce a rimarcare che l’interesse
protetto ha a che fare in primo luogo con la dimensione affettiva del singolo;
in questo senso si è ben sottoli- neato che il delitto di atti persecutori
rappresenta l’avvio di un trend politico criminale «attento a consolidare la
finora striminzita tutela codicistica dei sentimenti di stampo individuale, in
luogo della classi- ca e per certi aspetti controversa tutela dei sentimenti di
tipo collettivo virando verso una maggiore concretizzazione personologica del
bene giuridico. La rilevanza giuridica dello stato affettivo non è però
qualificata dall’oggetto del sentire, ma piuttosto dall’impatto 76 NISCO, La
tutela penale dell’integrità psichica; VITARELLI, Manipolazione psicologica e
diritto penale, Roma. Quest’ul- tima si sofferma in particolare sulle
interferenze fra tutela della libertà psichica e della libertà di
manifestazione del pensiero osservando che il semplice utilizzo della parola,
in assenza di violenza e inganno, resta comunque resistibile e dun- que non può
considerarsi come forma di compressione della libertà morale. 77 È la
cristallina definizione di VASSALLI, Il diritto alla libertà morale, in AA.VV.,
Studi giuridici in memoria di Filippo Vassalli, vol. II, Roma. Ex plurimis,
MAUGERI, Lo stalking. COCO, La tutela della liber- tà individuale nel nuovo
sistema ‘anti-stalking’, Napoli. CAPUTO, Eventi e sentimenti. Tra sentimenti ed
eguale rispetto sull’equilibrio psico-fisico del soggetto. Non sono in gioco
‘sentimen- ti-valori’: nella fattispecie di atti persecutori il bene-sentimento
as- sume una connotazione più psicologica che simbolico-valoriale. Il richiamo a
stati affettivi nel delitto di stalking ha una funzione rilevante sul piano
della tipicità: gli eventi emotivi descritti nella fat- tispecie devono essere
oggetto di prova. L’alternativa di fondo è fra una concezione patologica,
secondo la quale è necessario un accer- tamento medico-legale della sussistenza
(quantomeno nel caso dello stato d’ansia) di disturbi diagnosticabili secondo
un paradigma me- dico-psicologico80, e un orientamento differente secondo il
quale è sufficiente un disagio accertabile in autonomia dal giudice 81. Appare
comunque riduttivo appiattire il disvalore dello stalking sullo stimolo di sensazioni
negative identificate attraverso standard cognitivi basati sul senso comune. La
tipicità penale è imperniata su un’interazione di tipo psicologico e sulle
conseguenti reazioni in- dotte nella vittima, e gli eventi psichici assumono
rilevanza in un’ot- tica strumentale all’evento finale, sostanziandosi «in
percorsi motiva- zionali diretti all’assunzione di una decisione da parte del
soggetto passivo. Nel delitto di atti persecutori il fatto emozionale assume
rilievo quale causa potenzialmente condizionante il comportamento e la vita di
un soggetto. Non dovrebbe essere sufficiente un mero stato edoni- co negativo,
ma si dovrebbe, a nostro avviso, verificare la sussistenza di stimoli emotivi
tali da produrre alterazioni della funzionalità di scopo nella complessiva
economia di azione dell’individuo: forme di turbamento psicologico che la
dottrina penalistica ha collocato nella 80 BRICCHETTI-PISTORELLI, Entra nel
codice la molestia reiterata, in Guida dir., 10/2009, pp. 58 s.; cfr.
BARBAZZA-GAZZETTA, Il nuovo reato di atti persecutori, in Altalex. VALSECCHI,
Il delitto di atti persecutori (il cd. stalking), in Riv. it. dir. proc. pen. A
favore di una concezione intermedia si pongono FIANDA- CA-MUSCO, Diritto
penale. Parte speciale, Bologna; CAPUTO, Eventi e sentimenti. In giurisprudenza
è discusso se debba trattarsi di uno stato tale da integrare gli estremi di una
malattia mentale; per ora sembra prevalere l’orientamento che non richiede
l’accertamento di uno stato patologico, ritenendo sufficiente che gli atti
ritenuti persecutori «abbiano un effetto destabilizzante della serenità e
dell’equilibrio psicologico della vittima», così Cass. pen., sez.; cfr. Cass.
pen., sez.; Cass. pen., sez. In questo senso la condivisibile posizione di
NISCO, La tutela penale dell’integrità psichica. Così li definisce
efficacemente CAPUTO, Eventi e sentimenti, cit., p. 1400. Dimensione
codicistica e funzione discorsiva della formula 87 categoria della ‘sofferenza
psichica’, corrispondenti a «un’alterazione della mente nella sua consistenza,
né più né meno di quanto possa accadere ad una macchina danneggiabile; ed
un’alterazione del fun- zionamento di questa ‘macchina’ come entità diretta ad
uno scopo, secondo una prospettiva nella quale la sofferenza emerge come misu-
ra eccessiva di frustrazione di tale scopo, a prescindere dal danneg- giamento
della macchina La definizione di sentimento come connotazione simbolica
negativa nel discorso penalistico Attraverso un excursus sulle norme di diritto
positivo abbiamo cercato di dare una dimensione al versante descrittivo della
formula ‘tutela penale di sentimenti’. Passiamo ora a considerare il profilo
che abbiamo definito ‘connotativo’ e che attiene alla dimensione teoreti-
co-speculativa. Nel discorso penalistico è oggi frequente l’uso della parola
‘senti- mento’ per definire in termini critici oggetti di tutela la cui
fisiono- mia appare difficilmente determinabile, esposti al rischio di
interpre- tazioni soggettivistiche e suscettibili di incentivare problematiche
espansioni dell’intervento penale; il lessico dei sentimenti non emer- ge in
questo caso da norme, ma dai discorsi dei giuristi. L’interrogativo concernente
la tutelabilità di sentimenti per mezzo del diritto penale ha tradizionalmente
suscitato la diffidenza della dot- trina penalistica, non solo nel panorama
italiano ma anche nel conte- sto europeo-continentale85: più in generale, il
pensiero penale che NISCO, La tutela penale dell’integrità psichica. Ampio
consenso sussiste circa il fatto che l’utilizzo di norme penali è il- legittimo
quando si tratti di tutelare sentimenti o rappresentazioni morali o di valore»,
v. WOHLERS, Le fattispecie penali come strumento per il mantenimento di
orientamenti sociali di carattere assiologico? Nella dottrina tedesca, il
richiamo a sentimenti è presente nello storico saggio di BIRNBAUM, Über das
Erfoderniß einer Rechtsverletzung zum Begriffe des Verbrechens, mit besonderer
Rücksicht auf den Begriff der Ehrenkränkung, in Archiv des Criminalrechts, Neue
Folge, Vi è poi l’analisi di MISCH, Der Strafrechtliche Schutz der Gefühle,
Frankfurt am Main. Le opere successive mantengono il focus sul problema della
configurabilità come bene giu- ridico (Rechtsgut) soffermandosi su un’analisi
che privilegia l’aspetto dogmatico piuttosto che la dimensione di politica del
diritto; cfr. VOLK, Gefühlte Rech- tsgüter?, in FS für Roxin, Berlin; SEELMAN,
Verhaltensdelikte: Kulturschutz durch Recht?, in FS für Jung, Tra
sentimenti ed eguale rispetto identifichi la propria guida assiologica nei
principi liberali ha da sempre un rapporto problematico con le norme a tutela
di sentimenti. Le motivazioni non si limitano a questioni di tassatività e
deter- minatezza delle fattispecie, ma hanno a che fare con ragioni di politi-
ca del diritto: dietro gli oggetti di tutela definiti ‘sentimenti’ i legisla-
tori hanno di fatto apprestato forme di presidio a valori, ossia a con- cezioni
della vita buona, o della morale sessuale, o in generale a con- cezioni
normativo-ideali. Le norme a tutela di sentimenti hanno dunque un altissimo
coefficiente di pregnanza etica e riflettono at- teggiamenti valoriali di fondo
la cui tutela per mezzo del diritto pena- le può rappresentare un fattore di
alterazione degli equilibri fra mag- gioranze e minoranze in un contesto
pluralista. Non deve dunque sorprendere il fatto che il problema della tu- tela
di sentimenti rappresenti un capitolo importante nel discorso sulla
legittimazione delle norme penali, per quanto spesso non venga richiamato
attraverso la formula che qui stiamo analizzan- do, ma si trovi inserito
all’interno di altri macrotemi; ad esempio nel discorso concernente i rapporti
fra diritto penale e morale 88 o Baden-Baden; più diffusamente HÖRNLE, Grob
anstößiges Verhalten. Strafrechtlicher Schutz von Moral, Gefühlen und Tabus,
Frankfurt, Nella dottrina spagnola v. ALONSO ALAMO, Sentimientos y derecho
penal.; GIMBERNAT ORDEIG, Presentaciòn, a cargo de Alcàcer Guirao-Lorenzo-
Ortiz de Urbina Gimeno, La teorìa del bien jurìdico. Fundamento de legitimaciòn del
Derecho penal o juego de abalarios dogmàtico?, Madrid-Barcelona. Cfr. HÖRNLE,
La protecciòn de sentimientos en el StGb, a cargo de Alcàcer
Guirao-Lorenzo-Ortiz de Urbina Gimeno, La teorìa del bien jurìdico. Funda-
mento de legitimaciòn del Derecho penal o juego de abalarios dogmàtico? Cfr. TESAURO, La propaganda razzista tra tutela della
dignità umana e danno ad altri, in Riv. it. dir. proc. pen. Il richiamo a
sentimenti ed emozioni intrattiene un legame particolarmente stretto con i
problemi relativi al rapporto tra diritto penale e morale; nella pro- spettiva
liberale l’incriminazione di condotte ritenute contrarie a dettami morali o a
tabù in assenza di veri e propri danni viene motivata, in termini critici,
quale violazione di un sentire. Se da un lato le incriminazioni, o le ipotesi
di incriminazione, di violazioni morali vengono definite criticamente come
offese a sentimen- ti, non bisogna tuttavia inferire frettolosamente la
veridicità dell’eventuale per- corso logico inverso, ossia che anche tutte le
ipotesi di tutela di un particolare sentimento costituiscano delle proiezioni
del più ampio problema della punizione della mera immoralità: sarebbe infatti
una conclusione che pecca di genericità e non consentirebbe di riservare la
dovuta attenzione ai diversi problemi di tutela, anche non meramente
‘moralistici’, che potrebbero ragionevolmente emergere dietro l’evocazione di
un sentimento. Sul tema della punizione dell’immoralità, in una prospettiva che
mette in dialogo i criteri di legittimazione di matrice euro- peo-continentale
e anglo-americana, v. FIANDACA, Punire la semplice immoralità?
Dimensione codicistica e funzione discorsiva della formula 89 in
relazione al problema del paternalismo penale 89. Nella dottrina italiana le
perplessità di fronte a istanze di tutela caratterizzate da una componente
emozionale sono inizialmente formulate in contesti di analisi incentrati su
temi di diritto positivo o di teoria generale del reato, e mantengono un angolo
visuale definibi- le come ‘endopenalistico’, se non proprio ‘endocodicistico’.
Risulta particolarmente significativo il richiamo che viene fatto al sentimento
in un autorevole studio sul bene giuridico 90: nell’esporre Un vecchio
interrogativo che tende a riproporsi, a cura di Cadoppi, Lai- cità, valori, e
diritto penale. The Moral Limits of The Criminal Law. In ricordo di Joel
Feinberg, Milano; DE MAGLIE, Punire le condotte immorali?, in Riv. it. dir.
proc. pen., CADOPPI, Paternalismo e diritto penale: cenni introduttivi, in
Criminalia; ID., Liberalismo, paternalismo e diritto penale, a cura di
Fiandaca-Francolini, Sulla legittimazione del diritto penale; CANESTRARI-
FAENZA, Paternalismo penale e libertà individuale: incerti equilibri e nuove
prospettive nella tutela della persona, a cura di Cadoppi, Laicità, valori e
diritto penale; CORNACCHIA, Placing care. Spunti in tema di paternalismo
penale, in Criminalia; PULITANÒ, Paternalismo penale, a cura Forti-
Bertolino-Eusebi, Studi in onore di Romano; ROMANO, Danno a sé stessi,
paternalismo legale e limiti del diritto penale, in Riv. it. dir. proc. pen.;
SPENA, Esiste il paternalismo penale? Un contributo al dibat- tito sui principi
di criminalizzazione, in Riv. it. dir. proc. pen. Con riferimento al tema del
potenziamento cognitivo, v. ZANNOTTI, Potenziamento umano: le considerazioni di
un penalista, a cura di Palazzani, Verso la sa- lute perfetta. Enhancement tra
bioetica e biodiritto, Roma. ANGIONI F., Contenuto e funzioni del concetto di
bene giuridico, Milano. Sul tema è d’obbligo il riferimento a BRICOLA, Teoria
generale del reato, in Noviss. dig. it., Torino; v. anche MAZZACUVA, Diritto
penale e Costituzione, a cura di
Insolera-Mazzacuva-Pavarini-Zanotti, Intro- duzione al sistema penale, III ed.,
Torino, 2006, pp. 83 ss. Fra le opere che hanno avuto maggiore rilievo per
l’elaborazione di un concetto di bene giuridico costitu- zionalmente orientato
v. MUSCO, Bene giuridico e tutela dell’onore, cit.: anche in questo caso il
problema nasce dalla problematica fisionomia dell’oggetto di tute- la, il quale
secondo alcune correnti interpretative viene fatto coincidere con un sentimento
soggettivo. Per una panoramica sui differenti sviluppi della teoria del bene
giuridico nei rapporti con la Costituzione, v. FIANDACA, Il bene giuridico come
problema teorico e come criterio di politica criminale, a cura di
Marinucci-Dolcini, Diritto penale in trasformazione, Milano; DONINI, Teoria del
reato. Un’introduzione, Padova; ID., Ragioni e limiti della fondazione del
diritto penale sulla Carta costitu- zionale, in ID., Alla ricerca di un disegno.
Scritti sulle riforme penali in Italia, Padova; per un raffronto con la
giurisprudenza costituzionale, v. PULITANÒ, Bene giuridico e giustizia
costituzionale, a cura di Stile, Bene giu- ridico e riforma della parte
speciale, Napoli.; MANES, Il principio di offensività nel diritto penale.
Canone di politica criminale, criterio ermeneutico, parametro di
ragionevolezza, Torino. Tra sentimenti ed eguale rispetto la problematica
relativa a fattispecie penali che sembrerebbero rivol- gersi esclusivamente alla
tutela di principi etici, si osserva che «con la realizzazione di un fatto che
contrasta con quelle norme etiche si ur- ta in pari tempo, o si può urtare,
contro i sentimenti di quella parte della popolazione che in quei principi
morali crede, o che addirittura attribuisce loro tale rilievo da averne, come
forza politica o culturale organizzata, difesa la conservazione al rango di
valori penali. Offendere valori può significare offendere i sentimenti di chi
crede in quei valori: questa, in sintesi, la motivazione che, secondo Angioni,
sarebbe a fondamento di norme quali, ad esempio, quelle a tutela del pudore e
del sentimento religioso. Il riferimento a sentimenti appare in questo caso
finalizzato a in- centrare il fuoco del disvalore su un bene della persona,
così da poter rinvenire una base di legittimità ancorata a una prospettiva
persona- listica di danno, o comunque non meramente moralistica. Non si tratta
però di una soluzione appagante, in quanto, rileva successiva- mente lo stesso
Autore, resta aperto il problema della necessità e del- la meritevolezza di
pena: la considerazione che l’offesa a un senti- mento sia un criterio di per
sé sufficiente a fondare il ricorso allo strumento penale sembra cozzare contro
un naturale senso di proporzione e di misura. L’argomentazione che Angioni
espone tramite categorie endopenalistiche (principio di proporzione) rimanda in
ultima istanza a ra- gioni che hanno a che fare con valori di fondo della
democrazia libe- rale e con i principi costituzionali: ritenere che l’offesa a
meri senti- menti non sia sufficiente a fondare una criminalizzazione legittima
è l’esito di un ragionamento che assume a presupposto un pacchetto di principi
di ispirazione liberale, laicità ed uguaglianza in primis 93. Ciò mostra come
il discorso sia tutt’altro che limitabile a un piano tecnico-giuridico, ma
investa in pieno la dimensione politica del pro- blema penale, anche in forza
dei profondi nessi che legano, in termini di interdipendenza, la presenza di
oggetti di tutela ad alta pregnanza etica, come i ‘sentimenti’, in rapporto
alla laicità dell’ordinamento. ANGIONI F., Contenuto e funzioni. ANGIONI F.,
Contenuto e funzioni. È stato messo in
evidenza come, soprattutto a partire dagli anni Settanta e Ottanta, la
riflessione sul dover essere del diritto penale si sia fondata non tanto
sull’affinamento di principi ‘endopenalistici’, compreso il c.d. ‘bene
giuridico’, ma piuttosto sul principio di uguaglianza, il quale ha assunto un
ruolo decisivo nel contribuire a delineare i cardini del costituzionalismo
penale: v. DODARO, Ugua- glianza e diritto penale. Dimensione codicistica e
funzione discorsiva della formula 91 Sulla base di questa consapevolezza la
dottrina penalistica si è impegnata in un’opera di reinterpretazione delle
diverse disposizioni del codice Rocco, offrendo un importante contributo al consolida-
mento di un ideale di democrazia penale laica e costituzionalmente orientata
94. Esempi emblematici sono gli studi sui delitti di religione e sui rea- ti a
tutela del pudore, ad opera rispettivamente di Placido Siracusano e di Giovanni
Fiandaca. Con riferimento ai delitti di religione, Siracusano sottopone a cri-
tica il modello del cosiddetto ‘bene di civiltà’ e del sentimento religio- so
collettivo: «al bene giuridico sentimento religioso individuale si addice, di
regola, una protezione penale dalle caratteristiche fonda- mentalmente
“liberali”; o perlomeno dai tratti più aperti e tolleranti possibile» 95, tale
dunque da attribuirgli un respiro costituzionale che invece non è riconducibile
al paradigma del cosiddetto ‘bene di civil- tà’. L’approdo finale è di segno
abrogazionista, ossia a sostegno di un ordinamento penale che non contempli
fattispecie poste specifica- mente a presidio del sentimento religioso.
Siracusano lascia comun- que intravedere la possibilità che attraverso un
riorientamento in senso personalistico si possa realizzare una intervento
penale compa- tibile con i principi costituzionali, e precisamente come
apertura ver- so qualsiasi ideale di trascendenza, in quanto manifestazione
della coscienza ed espressione della personalità dell’individuo 96. Anche i
reati contro la cosiddetta ‘moralità pubblica’ e il comune sentimento del
pudore sono stati oggetto negli anni ’80 di un’analisi che, orientata a
spezzare i legami con l’impostazione del codice, so- stiene una riconversione
in termini personalistici dell’interesse pro- tetto: dalla moralità pubblica
alla riservatezza sessuale di quanti non intendano fruire di un certo tipo di
manifestazioni. Si deve a uno studio di Giovanni Fiandaca la critica decisiva
al moralismo conservatore che impregnava l’universo applicativo delle
fattispecie a tutela del cosiddetto ‘comune sentimento del pudore’, a sostegno
di un cambio di direzione per il rispetto di diritti di libertà 94 Come
autorevolmente osservato, «la laicità del diritto penale esprime in qualche
modo addirittura la sintesi e in un certo senso il coronamento del costi-
tuzionalismo penale essa evoca lo “spirito” più profondo del costituzionali-
smo penale», V. PALAZZO, Laicità del diritto penale e democrazia sostanziale,
SIRACUSANO, I delitti in materia di religione. SIRACUSANO, I delitti in materia
di religione. Tra sentimenti ed eguale rispetto che trovano riconoscimento
nella Carta costituzionale, e che risulta- vano compressi dai modelli di
intervento del codice Rocco e da orien- tamenti illiberali della
giurisprudenza. Presupposto di fondo è che in una società liberale e pluralista
lo Stato non debba ergersi a tutore della virtù 97. Il legame col sentimen- to
– schermo retorico che ammanta di una patina personalistica l’impianto di tutela
– viene radicalmente confutato: «non sarebbe suf- ficiente asserire che il
danno provocato dai comportamenti contrari al buon costume consiste
nell’“offesa ai sentimenti nel passaggio dal bene moralità al bene sentimento,
il mutamento della dimen- sione qualitativa dell’oggetto della tutela è appena
percepibile: quest’ul- timo finisce infatti col trasferirsi nel riflesso
psicologico di una regola etica di condotta» 98. Sotto un profilo metodologico
l’angolo visuale adottato nei sud- detti studi appare ancora definibile come
‘endopenalistico’, se non proprio ‘endocodicistico’: in altri termini, la
tematizzazione del pro- blema resta incentrata su profili che attengono
precipuamente le scelte di intervento del codice. In questo senso, l’approccio
muove dalla so- luzione normativa, e tende a seguire un percorso d’analisi che
man- tiene come referente primario gli schemi d’intervento descritti nelle
fattispecie di reato. Fulcro dell’interesse è la risposta normativa; più
circoscritto è lo spazio per l’analisi della dimensione extragiuridica del
fenomeno. In tempi più recenti, a partire dagli anni Duemila, il tema dei sen-
timenti è divenuto oggetto di un rinnovato interesse da parte della dottrina,
caratterizzato da mutamenti nell’apparato concettuale e da una maggior
propensione a estendere lo studio a profili extragiuridi- ci. Si tratta di un
ammodernamento che porta a superare lo statico quesito sulla configurabilità o
meno del sentimento come oggetto di tutela, andando a tematizzare in termini
più complessi la questione dell’incidenza dei fattori emotivi sulle scelte di
politica penale, ossia del rilievo della componente affettiva come elemento che
concorre a integrare l’oggetto di tutela anche senza identificarsi
espressamente con esso 99. In questo senso l’orizzonte di problemi additato
dalla formula ‘tu- tela di sentimenti’ viene esteso al di là degli ambiti
tradizionali, favo- rendo una riflessione critica sulla consistenza di
interessi di tutela FIANDACA, Problematica dell’osceno. FIANDACA, Problematica
dell’osceno. Si veda, ad esempio, ALONSO ALAMO, Sentimientos y derecho penal. Dimensione
codicistica e funzione discorsiva della formula 93 che apparentemente non
evidenziano una matrice affettiva, ma che ad uno sguardo attento rivelano una
forte pregnanza emozionale. È emblematico un saggio di Giovanni Fiandaca
dedicato ai rap- porti tra bioetica e diritto penale, nel quale, definendo
criticamente delle innovazioni legislative come riflesso di un clima sociale e
politi- co italiano tendente a una rieticizzazione del diritto, l’Autore rileva
che ai sentimenti e ai fenomeni a essi correlati spetti un ruolo tut- t’altro
che secondario nell’economia del dibattito pubblico e soprat- tutto nelle
scelte di politica del diritto volte a disciplinare i cosiddetti ambiti
‘eticamente sensibili’. Il terreno della bioetica si trova infatti a essere
soggetto a contrapposizioni fondate su «timori e reazioni emo- tive che hanno a
che fare con la sfera più irrazionale ed oscura di ciascuno, ossia reazioni di
orrore, spavento, raccapriccio, disgusto, definite dall’Autore «sentimenti e
sensazioni»; reazioni emotive che possono indurre un uso distorto della
politica penale tramite divieti assimilabili a mero palliativo psicologico per
i cittadini. La parificazione di istanze di tutela penale a meri sentimenti è
una strategia di critica argomentativa che diverrà sempre più frequente.
Prendiamo ad esempio il discorso sulla dignità umana 102. Si tratta di un
valore caratterizzato da una spiccata componente emozionale che la rende strumento
retorico particolarmente efficace, ma che la 100 FIANDACA, Considerazioni
intorno a bioetica e diritto penale, tra laicità e “post-secolarismo”, in Riv.
it. dir. proc. pen. FIANDACA, Considerazioni intorno a bioetica e diritto
penale, cit., p. 554. 102 Ad oggi nel panorama penalistico lo studio più
approfondito è quello di TE- SAURO, Riflessioni in tema di dignità umana, cit.,
pp. 89 ss. Il tema della dignità umana come bene penalmente tutelabile è
oggetto di riflessioni critiche in FIAN- DACA, Laicità, danno criminale e
modelli di democrazia, in AA.VV., a cura di Risica- to-La Rosa, Laicità e
multiculturalismo. Profili penali ed extrapenali; ID., Considerazioni intorno a
bioetica e diritto penale; VISCONTI C., Il reato di propaganda razzista tra dignità
umana e libertà di espressione, in Jus; più favorevole a un recupero (tramite
un uso accorto e non inflazionistico) del concetto di dignità umana, PULITANÒ,
Etica e politica del diritto penale ad 80 anni dal Codice Rocco, in Riv. it.
dir. proc. pen. Nella dottrina tedesca si veda l’importante saggio di HASSEMER,
Argomentazione con concetti fondamentali. L’esempio della dignità umana, in Ars
interpretandi; profili critici del concetto di dignità in ambito pe- nalistico
sono evidenziati anche in ZIPF, Politica criminale, tr. it., Milano. Nel
panorama statunitense, per una sintesi del dibattito v. MCCRUDDEN, Human
Dignity and Judicial Interpretation of Human Rights, in The European Journal of
International Law; per una panoramica di taglio più divul- gativo v. ROSEN,
Dignità. Storia e significato, tr. it., Torino. Tra sentimenti ed eguale
rispetto espone contemporaneamente al rischio di tramutarsi in un «bene-
ricettacolo dei sentimenti di panico morale o delle reazioni emotive sgradite
da cui veniamo sopraffatti di fronte a fatti o eventi insoliti o nuovi che contraddicono
modelli morali consolidati ovvero esulano da una radicata autocomprensione
antropologica dell’identità dell’essere umano» 103. Definire la dignità umana è
certo impresa ardua, ma è ragionevole ritenere che tale valore e il suo
universo di significato non debbano es- sere intesi come mero riflesso di
percezioni soggettive (vedi infra, cap. V). Si tratta di un rischio che trova
esemplificazione in una incrimina- zione oggi fortemente discussa, ossia il
divieto di propaganda razzista, definita «norma che si colloca a metà strada
tra ‘tutela penale dei sen- timenti’ e ‘funzione (pedagogico-)promozionale del
diritto penale. Altro interesse che rivela una problematica osmosi con la
dimen- sione affettiva è la cosiddetta ‘sicurezza’, la cui fisionomia è
alquanto nebulosa e rischia di essere intesa come «fonte di obblighi
legislativi di penalizzazione in funzione ansiolitica. Anche dietro il problema
che nel discorso penalistico è stato definito come ‘sicurezza pubblica’ si può
scorgere una matrice emotiva: la paura della criminalità, intesa come emozione
di risposta a una minaccia, reale o semplicemente percepita. Tale argomento è
oggetto di studio soprattutto in ambito criminologico107, nel quale è stato
osservato come la pervasività in ambito collettivo della paura non sia dovuta
tanto alla percezione dei singoli cittadini, ma finisca per essere esito di
un’insicurezza sovente manipolata108 attraverso stereotipi e modelli culturali
che si incardi- FIANDACA, Sul bene giuridico. TESAURO, Riflessioni in tema di
dignità umana, FIANDACA, Sul bene giuridico, cit., p. 95. 106 Benché non vada
dimenticato che dietro le istanze securitarie mobilitate dalla collettività vi
possono essere, oltre a pretese meramente emotive, anche bi- sogni reali di
tutela, v. PALIERO, Consenso sociale e diritto penale. Sul tema, in un’ottica
critica riguardante le manifestazioni del trend securitario a partire dagli
anni Duemila, v. CERETTI-CORNELLI, Oltre la paura. Cinque riflessioni su
criminalità, società e politica, Milano; HASSEMER, Sicurezza mediante il
diritto penale, tr. it., in Critica del diritto; DONINI, Sicu- rezza e diritto
penale, in Cass. pen., 10/2008, pp. 3558 ss.; PULITANÒ, Sicurezza e di- ritto
penale, in Riv. it. dir. proc. pen.; per uno sguardo d’insie- me v. a cura di
Donini-Pavarini Sicurezza e diritto penale, Bologna. Per tutti, CORNELLI, Paura
e ordine nella modernità. DURANTE, Perché l’attuale discorso politico-pubblico
fa leva sulla paura?, FILOSOFIA POLITICA – non POLITICA FILOSOFICA, Dimensione
codicistica e funzione discorsiva della formula 95 nano nelle strutture
istituzionali o che vengono diffuse attraverso i mass media 109, in un processo
di circolarità dove l’insicurezza è al con- tempo motivo di crisi e motore di
legittimazione per le istituzioni 110. Il problema della tutela di sentimenti
ha portato la riflessione penali- stica a meditare anche sugli strumenti
concettuali per lo sviluppo del di- scorso: da un lato la teoria del ‘bene
giuridico’ di matrice continentale, dall’altra lo Harm e l’Offense Principle di
matrice anglo-americana. È emblematico in questo senso un saggio di Massimo
Donini il qua- le evidenzia come anche il ricorso alle categorie
anglo-americane sem- bri deludere aspettative di oggettività delle scelte di
criminalizzazione, in quanto tali categorie «sono spesso definite mediante un
utilizzo ambiguo della categoria dei sentimenti. Troppi sentimenti sia nell’Of-
fense (che si definisce proprio in quanto più sentimentale che dannosa, più
irritante che dolorosa) e sia anche nello Harm, che si fonda pur sempre
(specialmente in Feinberg) sul postulato che la lesione dell’in- teresse
produca un dolore, una sofferenza nel suo titolare. Sullo specifico punto
concernente la tutela di sentimenti la con- clusione dell’Autore è netta: «la
tutela specifica dei sentimenti costituisce un esempio incon- gruo di diritto
penale orientato all’irrazionalità delle funzioni il di- ritto penale non
tutela meri sentimenti anche se talora lo stesso codice penale si esprime in
questi termini, ma tutela la loro obiettivazione in situazioni sociali, in
interessi, in beni giuridici più definiti della percezione soggettiva: tanto
che essi vengono tutelati a prescin- dere dalla prova di quella percezione in capo
a un qualche individuo determinato. La ragione per la quale non è possibile la
tutela di- retta ed esclusiva come oggetto “giuridico”, dei sentimenti, neppure
ovviamente dei sentimenti “morali”, è costituita dal fatto che essi non sono un
oggetto giuridico, e non possono esserlo per carenza di tassa- tività. È
infatti necessario che il sostrato umano fondamentale in cui si sostanziano le
offese e che tocca direttamente la sfera emotiva e morale delle persone, si
ancori a realtà socio normative più afferrabili e gestibili» 112. Così
formulata tale osservazione sembrerebbe fondarsi prevalen- CORNELLI, Paura e
ordine nella modernità. CORNELLI, Paura e ordine nella modernità. DONINI,
“Danno” e “offesa” nella c.d. tutela penale dei sentimenti. DONINI, “Danno” e
“offesa” nella c.d. tutela penale dei sentimenti.Tra sentimenti ed eguale
rispetto temente su ragioni epistemologiche: carenza di tassatività come ‘non
afferrabilità’ e dunque sostanziale ‘non verificabilità’ secondo i prin- cipi
che sovrintendono la responsabilità penale. Diverse le obiezioni avanzate in
dottrina, le quali convergono so- stanzialmente nell’osservare che il pur
ragionevole argomento della non-tassatività dei sentimenti non è decisivo, e
rischia di anticipare troppo con interrogativi sul piano della tipicità che
paiono non offri- re adeguato spazio alla problematica questione dei
bilanciamenti che dovrebbero fondare la legittimazione dei precetti. Si
rischia, insom- ma, di «chiudere la partita prima che cominci. Il monito circa
la carenza di tassatività coglie un aspetto rilevante ma che non pare
sufficiente a escludere in via di principio la legitti- mità di interventi
penali. La questione cruciale è «se e quale tutela [sentimenti ed emozioni]
possano chiedere, a fronte di comporta- menti e manifestazioni espressive del
sentimento di altri, nel contesto di una società aperta. Tirando le fila del
discorso, appare evidente come il mainstream penalistico mostri una sostanziale
diffidenza nei confronti del tessuto emotivo. Si tratta di caveat condivisibili,
ma che riteniamo non deb- bano essere letti, frettolosamente, come avallo di
posizioni ‘veterora- zionalistiche’ che ancora concepiscano in termini
dicotomici i rapporti fra emozioni, sentimenti e diritto penale, o che
intendano negare gli influssi della dimensione affettiva sull’impianto teorico
e prati- co della criminalizzazione. La plausibilità di tali cautele trova una
solida base in studi che hanno evidenziato la possibile inaffidabilità delle
emozioni a causa di contenuti cognitivi falsi, abnormi o più semplicemente
incompatibili con i valori di un ordinamento liberale. Così TESAURO,
Riflessioni in tema di dignità umana; cfr., FIANDA- CA, Sul ruolo delle
emozioni e dei sentimenti. A ben vedere, va ricono- sciuto che l’argomentazione
di Donini sembra andare oltre la questione della me- ra tassatività quando
richiede «che il sostrato umano fondamentale in cui si so- stanziano le offese
e che tocca direttamente la sfera emotiva e morale delle per- sone, si ancori a
realtà socio-normative più afferrabili e gestibili: non solo da par- te della
magistratura, ma prima ancora da parte del legislatore, onde evitare i ri- schi
immanenti di un diritto penale irrazionale». Il richiamo a realtà socio-nor-
mative, e non meramente empirico-fattuali, lascia intendere un disvalore
leggibile non solo in termini di suscettibilità individuale, ma misurabile alla
stregua di va- lori che lo facciano apparire ragionevole e non semplicemente
riflesso di un so- lipsistico puntiglio. PULITANÒ, Introduzione alla parte speciale.
La studiosa che di recente si è impegnata a rivendicare l’‘intelligenza
Dimensione codicistica e funzione discorsiva della formula 97 Si tratta
di prendere atto di una complessità di fondo, riflettendo su quali siano i
contenuti di pensiero che possono rendere l’emozione e il sentimento
interlocutori inaffidabili per il diritto penale, riser- vando però la dovuta
attenzione anche a prospettive differenti, orien- tate a vagliare anche il
potenziale di interazione virtuosa che potreb- be generarsi da un intelligente
‘ascolto’ delle emozioni e dei senti- menti. Tale ultima istanza trova oggi
riscontro anche nel panorama pena- listico italiano, grazie a contributi che
hanno messo a tema ipoteti- che, auspicabili interazioni fra diritto penale e
dimensione affettiva quale coordinata per una più realistica e consapevole
attenzione al profilo umano delle questioni oggetto di interesse penalistico.
3.1. Una virtuosa prospettiva di interazione: ‘sentire comune’ e legittimazione
delle norme penali Vi sono opere, di taglio differente, che fanno espresso
riferimento alla dimensione affettiva e al ruolo positivo dell’emozione e del
sen- timento quali elementi di comunanza e quali possibili vettori di rico-
noscimento reciproco fra essere umani; non si tratta si riflessioni
propriamente incentrate sul sentimento come problema di tutela, ma di profili
legati al rapporto fra emozioni, sentimenti, genesi e struttu- ra dei precetti
penali. delle emozioni’, affermandone l’imprescindibile ruolo anche nelle
strategie di politica penale, ha d’altro canto fornito una delle più
approfondite e convin- centi analisi sul potenziale anche negativo che
determinati atteggiamenti emotivi possono assumere in rapporto alla
legiferazione e all’applicazione di norme penali, v. NUSSBAUM, Nascondere
l’umanità, Merita menzione, per quanto sui generis, la posizione espressa
diversi de- cenni fa da Giuseppe Maggiore, la quale, pur derivando da un
retroterra episte- mico ed ideologico profondamente differente dalle
elaborazioni degli autori contemporanei, costituisce nel panorama penalistico
italiano una emblematica af- fermazione del ruolo positivo del sentimento. In
una serrata critica al pensiero che vorrebbe ricondurre il diritto a mero
sillogismo, a puro «congegno di giudizi logici», lo studioso siciliano
rivendica l’importanza di una ‘vocazione affettiva’, di un quid che possa
offrire un senso alla mera logica formale. Ogni mediocre interprete sa bene che
l’applicazione del diritto non si riduce a un accostamento meccanico tra la
legge e il caso concreto: ma che occorre valutare, ossia sentire giuridicamente
la fattispecie – in tutti i suoi lineamenti, in tutte le sue ombre e sfumature
– per ridurla sotto l’impero della norma un giudizio puramente e freddamente
logico può essere iniquo: nel clima della nuda logica il jus può trali- gnare
facilmente in injuria», v. MAGGIORE (si veda), Il sentimento nel diritto, in
Giornale critico della filosofia italiana. Tra sentimenti ed eguale rispetto Ad
esempio, in relazione alle condizioni di osservanza della legge penale si è
definita la forma idealtipica del diritto penale come dirit-to del comune
sentire (declinato rispettivamente in forma di principi e di regole/precetti)
che dovrebbe trovare cioè nei consociati il più alto grado di corrispondenza
ideale, di consonanza soggettiva e dunque di adesione spontanea. Muovendo da
presupposti differenti, si è invece osservato, con ri- ferimento allo specifico
ambito della regolamentazione normativa in materia bioetica, che la ricerca di
risposte normative dovrebbe assu- mere a riferimento anche l’emozione che
scaturisce nei soggetti di fronte a un fatto bioeticamente rilevante. In altri
termini, viene ipo- tizzata una relazione tra la componente emotiva che
caratterizza le scelte individuali e la possibilità che, valorizzando nelle
statuizioni normative elementi fattuali suscettibili di attivare una comune
reatti- vità emozionale, sia possibile addivenire a una maggiore condivisibi-
lità dei precetti. In risposta all’opinione di chi non ritiene che il diritto
penale pos- sa tutelare sentimenti viene obiettato che «non può escludersi che,
quanto meno in materia di bioetica, il diritto penale, se vuole trovare la sua
legittimazione, ben possa, anzi debba, tutelare, in un certo senso, i
sentimenti ed addirittura il sentimento del caso concreto, senza per ciò
trascendere in concezioni soggettivizzanti e sprovvi- ste di sostrato empirico,
ma recuperando, al contrario, insieme alla concretezza, altresì la prospettiva
di un giudizio, se non condiviso, quanto meno diffuso. Nelle linee tracciate da
tali Autori viene attribuita al sentimento la funzione di parametro per
l’‘accreditamento etico’ delle norme penali MAZZUCATO, Dal buio delle pene alla
luce dei precetti: il lungo cammino del di- ritto penale incontro alla democrazia,
in MAZZUCATO-MARCHETTI, La pena in castigo. Un’analisi critica su regole e
sanzioni, Milano. GIOVINE O., Un diritto penale empatico? Si tratta di un
programma teorico che propone «una rinuncia, pur con tutte le cautele del caso,
a parte della rigidità e della predeterminazione del precetto, per consentire a
quest’ultimo di plasmarsi sul fatto concreto, di valorizzarne le nuances» Un ango-
lo visuale che assume il fenomeno del sentire in una accezione che potremmo de-
finire ‘naturalistico-emozionale’. La funzionalità del precetto sembra infatti
legar- si alla condizione che esso arrivi a contenere elementi fattuali ad
‘alta carica emo- tiva’: «si porrebbero così le condizioni perché giochi una
empatia che, facendo un punto di forza della sua natura prosaicamente biologica
ed umana, possa svolgere la funzione di coordinata epistemologica nei suddetti
ambiti del penale», v. EAD., Un diritto penale empatico? GIOVINE, Un diritto
penale empatico? Dimensione codicistica e funzione discorsiva della formula 99
e più in generale per la legittimazione dell’intervento penale. Tra le due
posizioni sussiste però una profonda differenza: nella prospettiva di Claudia
Mazzucato il ‘comune sentire’ pare doversi intendere in termini normativi,
ossia quale richiamo a valori condivisi modellati su «dati umani, stabili,
trasversali, da sempre validi»120; la strada suggerita da Giovine fa
riferimento a un sentire ‘natura- listico’, ossia a un sostrato di reazioni
emotive condivise che dovreb- bero costituire punto di riferimento per le
scelte del legislatore nelle materie eticamente sensibili. A tali studi va
affiancato un importante contributo dedicato al tema delle ragioni extrapenali
della legittimazione della legge penale, il quale, sulla base di recenti
acquisizioni della filosofia morale che evidenziano come le emozioni siano fra
le condizioni della nostra ri- cettività alle considerazioni razionali e morali,
afferma che ogni concretizzazione del giudizio penale, dalla previsione
edittale fino al- la applicazione della sanzione comminata, se non vuole
limitarsi a pretendere la pura «obbedienza degli uomini-bambini», debba espri-
mere una qualche coerenza rispetto a un tale ‘comune sentire. Vediamo come
anche in questa teorizzazione le emozioni figurino in una veste emancipata da
negatività e irrazionalità, e si propongano nel ruolo di coordinata epistemica
per la ricerca di un terreno di incontro tra la forza motivazionale del
giudizio morale e le ragioni di un’osservanza dei precetti che sia ‘sentita’ e
non solo imposta. Il rinnovato, e per certi versi inedito, interesse che i
fenomeni del sentire assumono oggi in diverse branche del sapere – dalla
psicolo- gia, alle neuroscienze, alla filosofia morale – sta avendo dunque
riflessi anche nel pensiero penalistico: la prospettiva di analisi incen- trata
sul sentimento come oggetto di tutela resta tema classico, ma i suddetti
ulteriori spunti rappresentano un’importante base di rifles- sione che
arricchisce, con promettenti intrecci con la dimensione morale, il discorso
sulla legittimazione delle norme penali e sull’os- servanza dei precetti. 120
Così lo definisce MAZZUCATO, Dal buio delle pene alla luce dei precetti, FORTI,
Le ragioni extrapenali, BAGNOLI, Introduction, Bagnoli, Morality and the
Emotions, FORTI, Le ragioni extrapenali, Tra sentimenti ed eguale rispetto 4.
Sinossi Addentrandoci nel microcosmo giuridico, emergono due possibili
accezioni nel significato della formula ‘tutela di sentimenti’: la prima, descrittiva,
concerne il panorama delle disposizioni in cui il senti- mento è espressamente
evocato quale oggetto di tutela; la seconda, connotativa, coincide con l’uso
che della categoria del sentimento viene fatto nel discorso penalistico, ossia
in una funzione prevalentemente critica. L’accezione descrittiva ci conduce
verso l’analisi delle fattispecie codicistiche ed extracodicistiche: un
panorama variegato che con- templa due differenti declinazioni del sentimento.
La prima, del tutto tendente alla ‘depsicologizzazione’, nella quale non
entrano in gioco fenomeni psichici bensì sentimenti-valori; la seconda, più
vicina alla dimensione naturalistica del sentire, si ricollega a fattispecie
come gli ‘atti persecutori’, volte a tutelare la tranquillità psicologica come
bene strumentale rispetto alla libertà di autodeterminazione. Relativamente
all’accezione connotativa e ai discorsi dei giuristi penali, il tema della
tutela di sentimenti ha rappresentato uno dei terreni in cui si è giocata la
sfida culturale per il superamento dei modelli illiberali di incriminazione del
codice Rocco, fungendo in questo senso da ‘trampolino teoretico’ per il
consolidamento dell’in- terpretazione costituzionalmente orientata degli
interessi di tutela penale. Attualmente i rischi di torsioni illiberali
veicolate dall’appello a sentimenti ed emozioni si legano alla incerta
fisionomia di beni e in- teressi caratterizzati da una marcata componente
emozionale (digni- tà, sicurezza). A fronte di tali istanze di tutela il
mainstream penali- stico tende a mantenere una forte diffidenza. Non vanno
tuttavia trascurate anche le prospettive di interazione virtuosa fra dimensione
affettiva e diritto penale, concernenti in par- ticolare il ruolo di sentimenti
ed emozioni nelle dinamiche di adesio- ne e di osservanza del
precetto. FRA DIRITTI ED EMOZIONI: ITINERARI E PROSPETTIVE Tra
sentimenti ed eguale rispetto Sensibilità individuali e libertà di
espressione SENSIBILITÀ INDIVIDUALI E LIBERTÀ DI ESPRESSIONE Espressioni ed
emozioni: prospettive di approccio «Troppo spesso ci capita di dover affrontare
dilemmi postmoderni con un re- pertorio emozionale adatto alle esigenze del
Pleistocene» GOLEMAN D., Intelligenza emotiva: Libertà di espressione e
rispetto reciproco: l’esigenza di nuove pro- spettive di analisi. Approccio
‘naturalistico-emozionale. La prospet- tiva dell’Offense secondo Feinberg.
Approccio razionalistico-normativo: emozioni ragionevoli e irragionevoli
secondo Nussbaum. Libertà di espressione e rispetto reciproco: l’esigenza di
nuo- ve prospettive di analisi Le disposizioni del codice italiano nelle quali
l’oggetto di tutela viene definito in termini di sentimento, pur presentando
affinità sul piano del comune rimando a interessi legati alla sfera affettiva,
pon- gono l’interprete di fronte a questioni eterogenee. I problemi relativi al
sentimento religioso, al pudore, al sentimento nazionale, al comu- ne
sentimento della morale, si collegano a un comune substrato in quanto basati su
conflittualità di tipo espressivo-comunicativo e su forme di offesa
‘immateriali’; appare invece differente il sentimento per gli animali, a tutela
del quale vengono incriminate aggressioni fisiche e maltrattamenti a esseri non
umani. Riteniamo preferibile accantonare per il momento il tema del
sen- Tra sentimenti ed eguale rispetto timento per gli animali e
focalizzare l’attenzione sul retroterra che accomuna i restanti ambiti. Filo
conduttore è il coinvolgimento del piano comunicativo, in un senso non limitato
a espressioni verbali, ma esteso a comportamenti in grado di veicolare
significati1 e di esternare in termini simbolici prese di posizione che vanno a
interagire con aspetti profondamente radicati, potremmo dire ‘costitutivi’,
della personalità individuale e dell’identità morale di un soggetto. Tali
profili rimandano, in ambito giuridico, al tema della libertà di espressione,
ampiamente dissodato dalla dottrina non solo penalisti- ca 2. Nell’impianto del
codice Rocco, limiti alla libertà di espressione sono posti in primo luogo a
tutela di interessi dello Stato, mentre i risvolti personalistici dei conflitti
limitati al piano comunicativo trovano formale riconoscimento esclusivamente
nelle disposizioni sull’ingiuria oggi abrogata e sulla diffamazione: le uniche
collocate nel titolo dei reati contro la persona. Al di là delle etichette
legislative e della voluntas del legislatore, dietro reati come quelli contro
il senti- Sull’equiparazione fra condotte verbali ed espressioni fondate sul
valore simbolico dei comportamenti, v. BERGER, Symbolic conduct and freedom of
speech, in Russel, Freedom, Rights and Pornography. Berger, Amsterdam. Adotta
tale impostazione nella recente letteratura sulla libertà di espressione BROWN
A., Hate Speech Law. A Philosophical Examination, New York Nel panorama
italiano si sofferma su tale di- stinzione STRADELLA, La libertà di espressione
politico-simbolica e i suoi limiti: tra teorie e prassi, Torino. Fra gli
scritti più significativi di taglio generale, provenienti, relativamente al
contesto italiano, dall’ambito costituzionalistico, v. ESPOSITO, La libertà di
manife- stazione del pensiero nell’ordinamento italiano, Milano; BARILE,
Libertà di mani- festazione del pensiero, Milano; GIOVINE A., I confini della
libertà di manife- stazione del pensiero. Linee di riflessione teorica e
profili di diritto comparato come premessa a uno studio sui reati d’opinione,
Milano; PALADIN, Libertà di pensiero e libertà d’informazione: le problematiche
attuali, in Quaderni costituzionali; PUGIOTTO, Le parole sono pietre? I
discorsi di odio e la libertà di espressione nel diritto costituzionale,
penalecontemporaneo.it; CARUSO, La libertà di espressione in azione. Contributo
a una teoria costituzionale del discorso pubblico, Bologna; fra i penalisti, v.
BETTIOL, Sui limiti penalistici alla libertà di manife- stazione del pensiero,
in AA.VV., Legge penale e libertà di pensiero, Padova.; NUVOLONE, Il problema
dei limiti della libertà di pensiero nella prospettiva logica dell’ordinamento,
in AA.VV., Legge penale e libertà di pensiero; FIORE, I reati d’opinione,
Milano; PULITANÒ, Libertà di pensiero e pensieri cattivi, in Quale giustizia?;
ALESIANI, I reati di opinione, cit.; SPENA, Libertà di espressione e reati di
opinione, in Riv. it. dir. proc. pen.; VISCON- TI C., Aspetti penalistici, cit.
Si vedano inoltre, quale contributo collettaneo più re- cente, gli Atti del IV
Convegno dell’Associazione Professori di Diritto Penale dedica- to al tema ‘La
criminalizzazione del dissenso: legittimazione e limiti’, pubblicati in Riv.
it. dir. proc. pen. Sensibilità individuali e libertà di espressione 105 mento
religioso e contro la moralità pubblica sono in gioco fenomeni relativi
all’universo interiore dell’individuo, alla sfera del sentire co- me nucleo da
proteggere in positivo e in negativo, ossia favorendone la ‘fioritura’ e la
libera espressione, e anche, eventualmente, preser- vandolo da forme di offesa.
Ci sembra che il rispetto della reciproca sensibilità in rapporto a contenuti
espressivi in grado di offenderla rappresenti il problema che con maggiore
immediatezza logico-comunicativa può identificar- si anche come ‘tutela di
sentimenti’. Le questioni che possono celarsi dietro il richiamo a stati
affettivi sono molteplici, ma i rapporti tra forme di espressione e sensibilità
soggettive sembrano costituire oggi una priorità nell’agenda penalistica. A
suggerire un attento sguardo alle ‘guerre per la libertà di espressione è
soprattutto l’importanza nello scenario socio-politico con- temporaneo, il
quale rivela un’inedita complessità derivante dalla consistenza pluralista
della società occidentale, anche di quella ita- liana. È cresciuta la diversità
sul piano quantitativo e parallelamente sono aumentate le sensibilità,
incrementando la possibilità di attriti e portando a emersione, quale riflesso
di difficoltà di integrazione in rapporto agli ingenti flussi migratori, una
conflittualità fortemente radicalizzata in senso identitario4 e minacciata dal
rischio del fon- damentalismo: «l’esperienza comune della diversità e tanto più
la comparazione cul- turale specialistica mostrano che i modi stessi della
sensazione e i ri- sultati della sensibilità sono variabili da cultura a
cultura e all’interno stesso di società complesse, fino ai modi e ai risultati
delle sensibilità individuali, così importanti nella cultura occidentale
moderna» 5. Si è detto che è difficile trovare un argomento su cui si registri
un accordo maggiore di quello relativo alla libertà di espressione, almeno
finché non ci mette mano la ricerca della saggezza»6. Nella SULLIVAN, Free
Speech Wars, in 48 SMU Law Review. Sul problema vedi MANCINA, Laicità e
politica. Prove di ragione pubblica, a cura di Risicato-La Rosa, Laicità e
multiculturalismo. Per una critica alle tendenze identitarie e al concetto di
identità, definita ‘parola avve- lenata’, v. REMOTTI, L’ossessione identitaria,
Roma-Bari. ANGIONI G., Fare, dire, sentire. L’identico e il diverso nelle
culture, Nuoro, BENCIVENGA, Prendiamola con filosofia. Nel tempo del terrore:
un’indagine su quanto le parole mettono in gioco, Milano. Tra sentimenti ed
eguale rispetto prospettiva delineata dal filosofo Ermanno Bencivenga tale
ricerca coincide con una paziente opera di analisi filosofica che allontani lo
spettro dei luoghi comuni, nella consapevolezza di non poter risolve- re i
problemi con sentenze o ricette. Per quanto il giurista senta l’onere di
fornire una prestazione in- tellettuale che in qualche modo si identifichi in
una ‘sentenza’ o in una ‘ricetta’, intese come proposte ‘risolutive’, riteniamo
che in rela- zione ai problemi in esame tale ambizione debba essere accompagna-
ta dalla consapevolezza del carattere contingente e parziale delle risposte che
potranno essere eventualmente avanzate8. Non vi sono rimedi taumaturgici e
indolori: se un atteggiamento di tipo repressi- vo potrebbe portare a
comprimere un diritto essenziale delle demo- crazie contemporanee, la
prospettiva opposta di evitare una regola- mentazione lascia aperta la
possibilità di ricadute comunque pro- blematiche. Condividiamo quanto osservato
da attenta dottrina, ossia che per rapportarsi a tali problemi occorra mettere
da parte l’ambizione di elaborare criteri di selezione del penalmente rilevante
di tipo assio- matico-deduttivo, e vada pertanto considerato se «l’approccio tradi-
zionale possa risultare decisivo nel circuito comunicativo delle de- mocrazie
contemporanee; oppure se non vada piuttosto ricalibrato, rivisto, o quantomeno
accompagnato da analisi e valutazioni che si facciano seriamente carico della
complessità culturale, sociale e poli- tica dei contesti locali e globali in
cui risultiamo oggi calati» 9. In altri termini, il tema dei conflitti in
materia di libertà di espres- sione è un significativo banco di prova che
impegna a rendersi fauto- ri di «una scienza non già autoreferenzialmente
chiusa nel giuoco elegante di una dogmatica formalistica, bensì intenzionata a
prende- re in qualche modo posizione sul merito contenutistico delle questio-
ni spinose che il tempo presente prospetta BENCIVENGA, Prendiamola con
filosofia. Parla di carattere ‘contestuale’ ROIG, Libertà di espressione,
discorsi d’odio, soggetti vulnerabili: paradigmi e nuove frontiere, in Ars
interpretandi, VISCONTI C., Aspetti penalistici. FIANDACA, Aspetti problematici
del rapporto tra diritto penale e democrazia, in Foro it. Afferma la necessità
di un’analisi calata nel contesto socio- politico BOGNETTI, La libertà di
espressione nella giurisprudenza americana. Con- tributo allo studio dei
processi dell’interpretazione giuridica, Milano; cfr. da ultimo ROIG, Libertà
di espressione, discorsi d’odio, soggetti vulnerabili. Sia consentito il rinvio
a BACCO, Dalla dignità all’eguale rispetto: Sensibilità individuali e
libertà di espressione 107 Riteniamo che occorra dunque provare a immaginare
nuovi per- corsi, mettendo in conto l’irriducibile ‘politicità’ del tema, la
quale mette a disagio il giurista che ancora oggi coltivi l’ambizione illusoria
di riuscire a concepire proposte e modelli di interpretazione asseritamente
neutrali e avalutativi. È ricorrente in sede teorica prendere le mosse
dall’interrogativo sul perché la libertà di espressione sia importante. Il
livello di reattività emozionale, e purtroppo anche di violenza fisica, che
hanno caratterizzato alcuni recenti episodi nel contesto eu- ropeo11,
suggeriscono di affrontare il tema attraverso prospettive di analisi che non si
limitino a una, pur problematica, riflessione su norme e principi. La
complessità dei problemi esige un avvicinamento anche al sub- strato umano dei
conflitti e dunque alle emozioni e ai sentimenti che si agitano sullo sfondo e
che sono di fatto i vettori di senso che concor- rono a guidare le preferenze e
le scelte degli individui, e dunque la loro posizionalità assiologica 13: un
discorso che vale non solo per i destina- tari di espressioni avvertite come
offensive, ma che è funzionale a in- quadrare e definire anche la posizione di
chi esprime un pensiero14. libertà di espressione e limiti penalistici, in
Quaderni costituzionali. Su tutti, i violenti disordini seguiti alla
pubblicazione di vignette satiriche sulla religione musulmana in Danimarca, e
il tragico attentato contro il settima- nale francese Charlie Hebdo, colpevole,
agli occhi dei fondamentalisti, di aver pubblicato vignette blasfeme
sull’Islam. Il piano prettamente giuridico, ossia il riconoscimento di libertà
nelle Carte costituzionali nazionali e in fonti sovranazionali, rappresenta una
premessa del problema; né del resto sembra essere risolutivo l’appello a
teorizzazioni classiche, come quella milliana, il cui pur apprezzabile
ottimismo di fondo dalle coloriture utilitaristiche appare oggi forse troppo
irenistico. Ci riferiamo all’obiezione di fondo con cui Mill critica la
prospettiva di limiti alla libertà di espressione, ossia che la compressione
della libertà limiterebbe la circolazione di eventuali verità che potrebbero
arricchire il patrimonio intellettuale di un popolo, v. MILL, Sulla libertà,
tr. it., a cura di Mollica, Milano. Traggo questo concetto dalla teorizzazione
fenomenologica di MONTICELLI (si veda): definito il sentimento come
disposizione del sentire che comporta un consentire più o meno profondo
all’essere di ciò che la suscita, v. MONTICELLI, L’ordine del cuore, è
importante a nostro avviso legare tale concetto al tema della posizionalità, per
evidenziare come l’atto del consentire e dell’espri- mere rappresenti una presa
di posizione nella quale la persona è coinvolta in quanto soggetto, v. DE
MONTICELLI, La novità di ognuno. Persona e libertà, Milano. Non può essere
condiviso l’assunto secondo cui la caratterizzazione di un’espressione di
critica in termini affettivo-emozionali la renderebbe per ciò solo Tra
sentimenti ed eguale rispetto Anche in tempi in cui la considerazione della
dimensione emotiva non poteva avvalersi degli studi che oggi ne affermano la
rilevanza nelle scelte decisionali, e che ne riabilitano in buona parte anche
la salienza morale, nella dottrina penalistica italiana fu osservato che «è il
senti- mento, l’atteggiamento di adesione o indifferenza per questo o quel
valore, e non la ragione raziocinante che di per sé è uno strumento “neu- tro”,
a indicare all’azione i suoi possibili scopi e modi, e in tal modo addirittura
a caratterizzare diverse forme di civiltà. L’atteggiamento dominante della
dottrina penalistica esorta con- divisibilmente alla cautela quando si tratta
di valutare input di politi- ca del diritto che rivelano una componente
emotiva. Ciò non significa cadere nell’eccesso opposto, ossia immaginare o
ipotizzare un diritto penale sordo e cieco rispetto a qualsivoglia istanza di
matrice emoti- va: un ideale ben poco plausibile, poiché la risposta
penalistica è ne- cessariamente anche una risposta a emozioni che si legano
inevita- bilmente ai fatti di vita su cui il diritto interviene, e dovrebbe in
que- sto senso cercare di acquisire una «capacità di rispettoso governo del- le
emozioni e dei sentimenti, come tale autenticamente liberale, ossia
costantemente sostenuta dalla consapevolezza di come lo stesso si- stema di
regolazione debba rassegnarsi, ma anche trarre vantaggio, da questa sorta di
“passività buona”» 16. Da ciò la rilevanza, in primo luogo per la riflessione
teorica, delle risonanze emozionali che trapelano dai conflitti
interrelazionali, fra cui anche quelli legati alla libertà di espressione. L’obiettivo
non è assecondare ciecamente le pretese di una delle incompatibile con una vera
manifestazione del pensiero; tale posizione è esplicitata in NUVOLONE, Reati di
stampa, Milano, poiché critica significa dissenso ragionato dall’opinione o dal
comportamento altrui, sarà estraneo all’at- tività critica ogni apprezzamento
negativo immotivato o motivato da una mera animosità personale, e che trovi,
pertanto, la sua base in un’avversione di caratte- re sentimentale e non in una
contrapposizione di idee». Il problema divise la dot- trina penalistica: si
vedano a sostegno di un’apertura liberale PULITANÒ, Libertà di pensiero e
pensieri cattivi; più recentemente, PELISSERO, Reato politico e flessibilità
delle categorie dogmatiche, Napoli; per l’opinione opposta v. ZUCCALÀ,
Personalità dello Stato, ordine pubblico e tutela della li- bertà di pensiero,
Legge penale e libertà di pensiero, Padova. Tale distinzione si lega alla
categorizzazione fra manifestazioni del pensiero ‘pure’ e forme di
sollecitazione all’azione, utilizzata anche dalla Corte costituzio- nale ad
esempio nella sentenza n. 87/1966; per una critica vedi CARUSO, La libertà di
espressione in azione, PULITANÒ, Spunti critici in tema di vilipendio della
religione, in Riv. it. dir. proc. pen. FORTI, Le ragioni extrapenali. Sensibilità
individuali e libertà di espressione
parti, bensì riuscire ad avere una migliore visuale sulle sfumature as-
siologiche che ogni singola vicenda lascia emergere. Come osservato da
autorevole dottrina, vi è l’esigenza di «riuscire a gettare luce al di là del
magma dei sentimenti, nel tentativo di trarre da essi ragioni argomentabili
nella discussione pubblica e nel dibattito politico cri- minale. Riteniamo che
affrontare problemi concernenti la libertà di espres- sione anche attraverso
una ragionevole attenzione alla dimensione affettiva, possa arricchire i
contenuti del dibattito. In primo luogo, un attento sguardo alle dinamiche
emozionali porta a non perdere di vista la dimensione socio-antropologica dei
conflitti, a non perdersi nel ‘cielo dei concetti’ ma piuttosto a cercare di
indagare le matrici umane del dissenso, le eventuali cause e i potenziali
effetti di una conflittualità che oggi presenta tratti fortemente degenerati,
con pre- occupanti echi che attingono da un inquietante repertorio di odio e di
contrapposizioni. Sul piano della definizione dell’offesa, guardando i problemi
at- traverso la prospettiva dello scontro fra sensibilità emerge un dato di
fondo: non sono coinvolti beni primari quali la vita, l’integrità fisica o la
libertà di autodeterminazione; si attinge un livello non esiziale ma comunque
significativo, poiché dietro un’offesa a sentimenti si profi- la la possibilità
di una sofferenza – in termini di emozione negativa nel venire a contatto, o
anche semplicemente a conoscenza, di for- me di contrasto o di disapprovazione
che hanno ad oggetto idealità, visioni del mondo, valori. Con le parole si
possono toccare corde sen- sibili dell’animo, quando vengono criticati o irrisi
simboli, dogmi nei quali un individuo si riconosce, anche a prescindere dal
fatto che una data espressione sia rivolta a lui e quando colpisce in modo
indistinto una molteplicità di soggetti accomunati da una credenza. Qual è
l’elemento che può legittimare interventi normativi? È il disagio emozionale
soggettivo che scaturisce di fronte a manifesta- zioni di pensiero che
sostengono valori e visioni del mondo opposte a quella in cui ci si identifica?
O l’attenzione va posta su ragioni ulte- FIANDACA, Considerazioni intorno a
bioetica e diritto penale. Giusto il contrario, dunque, di un uso populistico e
meramente retorico dell’appello a sentimenti ed emozioni, il quale peraltro è
assai frequente nel dibattito pubblico come osserva D’AGOSTINI, Verità
avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Torino. Sul
concetto di ‘polarità’ delle emozioni, o ‘valenza’, v., ex plurimis, TERONI,
Più o meno: emozioni e valenza, a cura di Tappolet-Teroni-Konzelmann Ziv, Le
ombre dell’anima, Tra sentimenti ed eguale rispetto riori che non hanno
un’univoca corrispondenza con il contenuto co- gnitivo delle reazioni emotive
suscitate? Le risposte a tali interrogativi possono condurre ad approcci pro-
fondamente diversi, sintetizzabili a nostro avviso in forme paradigmatiche: da
un lato un modello di intervento giuridico che potrem- mo definire
‘naturalistico-emozionale’, e dall’altra un modello razionalistico-normativo.
Nel primo caso il sentire individuale è preso in considerazione nella
dimensione fisico-naturalistica, come coefficiente di reattività psichica nelle
interazioni relazionali e dunque come problema di so- glie di sensibilità
soggettiva da verificarsi sul piano empirico, secondo un’impostazione che
individua il bene finale nella tranquillità emotiva della persona. L’approccio
alternativo, ossia il modello ‘razionalistico-normativo’, cerca di
identificare, attraverso le emozioni manifestate e i sen- timenti chiamati in
gioco, istanze e rivendicazioni che possano essere tradotte in concetti
razionalmente e normativamente filtrati, e valuta- te dunque in rapporto a
cornici assiologiche di riferimento 20. In altri termini, l’approccio
‘razionalistico-normativo’ si propone di inquadrare i problemi in una
prospettiva nella quale la dimensione pret- tamente emozionale costituisce
elemento da tradurre in un contesto Utilizzo il concetto di modello-paradigma
nell’accezione di SARTORI, Logica, metodo e linguaggio nelle scienze sociali. Si
tratta di modelli di approccio che evocano alla memoria del penalista soluzioni
metodologiche e interpretative elaborate in relazione all’inquadra- mento
dell’interesse protetto nella tutela penale dell’onore: le concezioni ‘fattua-
le’ e ‘normativa’. La prima configura l’onore come sentimento individuale, o,
in riferimento alle condotte di diffamazione, come elemento sociopsicologico su
base collettiva; secondo la concezione normativa, cui possono affiancarsi le
successive rielaborazioni in chiave di concezione ‘mista’, l’onore è da
intendersi come riflesso del valore dell’individuo in quanto tale, ossia come
proiezione del- la dignità umana. Nel discorso penalistico sull’onore emergono
in nuce que- stioni di fondamentale importanza: il rapporto tra dimensione
fattuale e proie- zione normativa dello stato psicologico associabile al
concetto di onore non è altro che la ricaduta settoriale di un nodo
problematico che ricorre di fronte a ogni tipo di sentimento evocato dal
diritto come oggetto di tutela. Nella dottri- na italiana, ex plurimis, MUSCO,
Bene giuridico e tutela dell’onore; SIRACUSANO, Problemi e prospettive della
tutela penale dell’onore, Verso un nuovo codice penale. Itinerari, problemi,
prospettive, Milano; GULLO, Diffamazione e legittimazione dell’intervento
penale. Contributo a una riforma dei delitti contro l’onore, Roma; per
un’originale riela- borazione del tema, v. TESAURO, La diffamazione come reato
debole e incerto, Torino. Sensibilità individuali e libertà di espressione di
diritti di libertà e doveri di rispetto, con tutte le complessità che ne
discendono in termini di bilanciamento. Esporremo i tratti salienti di tali
modelli sulla base del pensiero di due autorevoli studiosi che hanno a nostro
avviso contribuito a mostrarne le coordinate fondamentali. 2. Approccio
‘naturalistico-emozionale’ Intendiamo come ‘naturalistico-emozionale’ un
modello di inter- vento che assuma a riferimento primario la dimensione
naturalistica del sentire, identificata in manifestazioni di reattività emotiva
cui il diritto attribuisca rilevanza tramite la costruzione di precetti fondati
su eventi di tipo psichico. Una simile prospettiva, nel caso sia volta a
preservare la sfera psi- cologica degli individui da turbamenti emotivi dovuti
alla semplice cognizione o al contatto ravvicinato con esternazioni di
opinioni, comunicazione di contenuti di pensiero o più in generale con atteg-
giamenti che suscitino contrasto fra sostenitori di visioni del mondo diverse,
appare un’opzione fortemente problematica, e con buona probabilità
impraticabile. Obiettare la mancanza di un’offesa significativa dal punto di
vista penalistico è però un argomento non decisivo se si apre la riflessione
alle concettualizzazioni di matrice anglo-americana dei cosiddetti Harm
Principle e Offense Principle 21: da questo punto di vista non è af- 21
Constatata la crisi del cosiddetto ‘bene giuridico’, anche nella dottrina
italiana si è fatto sempre più concreto l’interesse per le categorie dello Harm
e dell’Offense, ricostruite soprattutto sulla base del pensiero di Feinberg.
Nella letteratura italiana il pensiero di Feinberg è stato fra i temi
privilegiati di recenti studi collettanei dedicati al tema della legittimazione
del diritto penale: v. a cura di Fiandaca-Francolini, Sulla legittimazione del
diritto penale, cit.; a cura di Cadoppi, Laicità, valori e diritto penale,
cit.; si veda lo studio monografico di FRANCOLINI, Ab- bandonare il bene
giuridico? Una prospettiva procedurale per la legittimazione del di- ritto
penale, Torino; fra gli articoli in cui si ‘dialoga’ con le categorie
feinberghiane v. CADOPPI, Liberalismo, paternalismo e diritto penale.; ID.,
Presentazione. Principio del danno (Harm Principle) e limiti del diritto
penale, in AA.VV., a cura di Cadoppi, Laicità, valori e diritto penale, cit.,
pp. VII ss.; FORTI, Principio del danno e legittimazione “personalistica” della
tutela penale, in AA.VV., a cura di Fiandaca-Francolini, Sulla legittimazione
del diritto penale; FIANDACA, Laicità, danno criminale e modelli di democrazia,
in AA.VV., a cura di Ri- sicato-La Rosa, Laicità e multiculturalismo. Profili
penali ed extrapenali, cit., pp. 18 ss.; ID., Diritto penale, tipi di morale e
tipi di democrazia, a cura di Fianda- Tra sentimenti ed eguale rispetto
fatto scontato che una tutela di meri sentimenti, o, più propriamente, volta a
evitare emozioni negative, sia estranea all’ambito della penaliz- zazione
legittima, ma si tratta al contrario di un problema aperto. Le categorie del
pensiero giuridico anglo-americano sono partico- larmente efficaci
nell’illustrare la stratificazione di soglie di offesa che possono
ipoteticamente essere addotte per legittimare interventi penali: il discorso è
infatti aperto non solo al danno, lo Harm, ma anche a forme di interferenza con
interessi della persona meno incisive, ossia l’Offense, traducibile come
‘molestia’ 22. In particolare, è l’Offense Prin- ciple la categoria che meglio
si presta a riassumere il tipo di offese che si legano al contatto sgradito con
determinati atteggiamenti e contenuti espressivi. ca-Francolini, Sulla
legittimazione del diritto penale, cit., pp. 153 ss. DONINI, “Danno” e “offesa”
nella c.d. tutela penale dei sentimenti, cit., ROMANO, Danno a sé stessi, pa-
ternalismo legale e limiti del diritto penale, cit.; PULITANÒ, Paternalismo
penale, cit.; ID., voce Offensività del reato (principio di), in Enciclopedia
del diritto, Annali VIII, Milano; DE MAGLIE, Punire le condotte immorali? L’approccio
feinberghiano ha suscitato interesse anche in Germania, per quanto, come
espressamente affermato da Tatiana Hörnle, fino ai primi anni Duemila non sia
stato oggetto di particolari approfondimenti, forse anche, secondo la Hörnle,
per la mancata traduzione dei testi di Feinberg in tedesco, v. HÖRNLE,
Offensive Beha- viour and German Penal Law, in 5 Buffalo Criminal Law Review,
anche per una sintetica analisi delle concettualizzazioni feinberghiane in
rapporto al diritto penale tedesco. 22 Va specificato che l’atteggiamento di
maggiore o minore apertura a principi di legittimazione diversi dallo Harm
Principle discende da pregiudiziali politico- filosofiche: ad esempio, secondo
una posizione di ‘liberalismo estremo’ solo il principio del danno (Harm)
dovrebbe costituire criterio legittimo di incrimina- zione. In questo senso la
posizione di Joel Feinberg si presenta più aperta, poiché non esclude che fra
le ‘buone ragioni’ vi possano essere criteri complementari allo Harm: è
Feinberg, sostanzialmente, che amplia il discorso al c.d. offense principle, v.
CADOPPI, Liberalismo, paternalismo; cfr. FIANDACA, Diritto pe- nale, tipi di
morale, cit., p. 156. 23 Il concetto di Harm di matrice feinberghiana non
corrisponde in toto a quel- lo che ha trovato successivamente applicazione nel
sistema statunitense: lo Harm è stato oggetto di una dilatazione che ha portato
ad allargarne lo spettro di rilevanza, e molti dei problemi collocati da
Feinberg nell’Offense sono ricollocati oggi in una versione più estesa dello
Harm; per una sintesi v. DE MAGLIE, Punire le con- dotte immorali?, cit., pp.
947 ss. Si veda anche infra, nota 65. Sull’applicazione dello Harm a problemi
concernenti la libertà di espressione v. COHEN, Psychologi- cal Harm and Free
Speech on Campus, in 54 Society. Harm e Of- fense non sono incompatibili fra
loro, ma come principi di sistema possono inte- ragire in termini di
complementarietà, ossia è possibile che alcune norme dell’or- dinamento penale
si legittimino in nome dello Harm Principle e altre in norme dell’Offense
Principle. Non va peraltro dimenticato che «I principi compendiano le ragioni
morali che possono sostenere le proibizioni penali [...] servono a circo-
Sensibilità individuali e libertà di espressione 113 Illustriamo tali
concetti attraverso un cursorio richiamo alla più importante elaborazione sul
tema, ossia lo studio di Joel Feinberg dedicato ai limiti morali del diritto
penale e in particolare al tema dell’Offense Principle. La prospettiva
dell’Offense secondo Joel Feinberg Cominciamo da un’importante distinzione:
secondo Feinberg quando si parla di tutela della tranquillità psichica volta a
evitare reazioni di disgusto, di rabbia e altre emozioni negative, bisogna di-
stinguere fra molestie in cui vi è la compresenza di soggetto attivo e vittima,
fondate su percezioni di tipo visivo, uditivo o olfattivo, e altre condotte tali
da poter suscitare sensazioni sgradite pur senza un rap- porto di diretta
percezione, ma semplicemente a seguito della presa di conoscenza. Nel primo
caso si tratta della cosiddette ‘nuisance’, ossia offese ai sensi: nelle ‘mere
offensive nuisance’ il torto (wrong) coincide ed è in- scindibile
dall’esperienza di percezione visiva, uditiva, olfattiva o tattile. Nel secondo
caso si tratta di forme di molestia, cosiddette profound offenses’, le quali
attingono una sensibilità di ordine più elevato e sono tali da indurre
sofferenza e disagio anche quando non vi sia percezione sensoriale diretta. Le
‘profound offenses’ si differenziano dalle nuisances in quanto potrebbero
continuare a provocare fastidio anche dopo l’iniziale presa di conoscenza:
esempi addotti da Feinberg sono il voyeurismo, la propaganda nazista e razzista
in generale, le offese a simboli civili e religiosi, l’oltraggio a cadaveri;
una dimen- scrivere l’ambito all’interno del quale la restrizione della libertà
dei consociati è, secondo la concezione che li sostiene, moralmente legittima:
ma non escludono le ulteriori valutazioni di utilità sociale e di effettiva
opportunità che un determina- to legislatore positivo dovrà compiere prima di
decidere se dovrà emanare o meno una norma penale», v. FRANCOLINI, Abbandonare
il bene giuridico, cit., p. 78. 24 FEINBERG, The Moral Limits of the Criminal Law, vol. II, Offense to
Others, New York-Oxford, 1985. Una
versione in nuce dell’elaborazione feinberghiana sullo Harm e Offense
Principle, precedente alla tetralogia sui limiti morali del diritto penale, è
contenuta in FEINBERG, Filosofia sociale, tr. it., Milano. It is experiencing the
conduct, not merely knowing about it, that of- fends», FEINBERG, The Moral
Limits of the Criminal Law, vol. II, Offense to Others, FEINBERG, The Moral
Limits of the Criminal Law, vol. II,
Offense to Others. Tra sentimenti ed eguale rispetto sione che potremmo
definire di ‘sensibilità morale’ nella quale la le- sione si lega a qualcosa di
esterno al soggetto e viene definita ‘pro- fonda’ a causa del suo impatto su
una sensibilità non meramente ‘epidermica’, e che non dipende dall’effettivo
coinvolgimento emotivo di individui determinati. Quanto all’eventuale rilevanza
penale, per Feinberg le profund offenses che non siano contemporaneamente anche
nuisances, ossia commesse in un luogo pubblico e percepite da soggetti terzi,
non do- vrebbero rientrare nell’area di criminalizzazione legittima coperta
dall’Offense Principle. Con un’importante conseguenza: se le offese a
sensibilità di alto livello non vengono realizzate attraverso condotte in grado
di colpire anche la sensibilità di soggetti presenti, potrebbe escludersi la
loro incriminabilità secondo il criterio dell’Offense, e si dovrebbe far
ricorso a principi di legittimazione differenti, e del tutto distonici rispetto
alle prospettive liberali: il moralismo giuridico 28. In secondo luogo, anche
se si interpretasse il pensiero feinber- ghiano ammettendo che le cosiddette
‘profund offenses’ possano teo- ricamente costituire oggetto di incriminazione
in quanto riconducibi- li all’Offense Principle, resta il fatto che i criteri
di bilanciamento che Feinberg enuncia come ‘massime di mediazione’ porrebbero
un serio ostacolo all’incriminazione di offese a sensibilità di ‘alto livello’
29. Fra 27 Per una sintesi v. FRANCOLINI, Abbandonare il bene giuridico? È
l’opinione di FRANCOLINI, Abbandonare il bene giuridico. Sui rapporti tra
Offense Principle e Harmless Wrongdoing v. FEINBERG, The Moral Limits of
Criminal Law, Harmless Wrongdoing, Oxford; ID., Filosofia sociale. Per una
sintesi v. FIANDACA, Punire la semplice immoralità?MAGLIE, Punire le condotte
immorali? FEINBERG, The
Moral Limits of the Criminal Law, vol. II, Offense to Others. Nella teorizzazione feinberghiana il provare un’emozione
negativa non è requisito che esaurisce gli elementi costituitivi dell’offense:
condotte in grado di suscitare nei terzi sensazioni sgradevoli possono
scaturire da attività che fanno parte dell’agire quotidiano di ogni individuo,
attività comprese nella normale vita di relazione, e che tuttavia possono
produrre quelli che sono dei cosiddetti ‘stati mentali sgraditi’. Per ovviare a
possibili eccessi, Feinberg rimarca l’esigenza di elaborare dei criteri di
bilanciamento che operino nel senso di restringere l’ambi- to di
criminalizzazione della molestia. Secondo le ‘massime di mediazione’ da lui
elaborate, va esaminato il limite della cosiddetta seriousness della molestia,
e del- la reasonableness della condotta attiva: in sintesi, la serietà della
molestia dipende dalla sua intensità, dalla durata; dall’estensione; dal grado
di evitabilità (la difficoltà di sottrarsi senza inconvenienti alla situazione
in cui si è assistito alla mole- stia è un parametro per la gravità della
condotta attiva); dalla massima del con- senso, per cui l’assunzione volontaria
del rischio di incorrere nelle condotte di Sensibilità individuali
e libertà di espressione i parametri di selezione vi è infatti quello della
‘ragionevolezza’ del- l’offesa, valutabile attraverso i criteri dell’importanza
che la condotta riveste per l’agente, e dell’eventuale utilità sociale della
condotta stes- sa, con la conseguenza che azioni pur offensive, ma che siano al
con- tempo forme di espressione dell’individuo, potrebbero essere consi- derate
lecite in forza del valore individualistico (importanza per l’agen- te) e
collettivistico (utilità sociale) della condotta 30. In relazione alla
suscettibilità individuale, Feinberg è categorico nel porre un’obiezione alla
tutela di soggetti caratterizzati da un’ab- norme emotività, definendoli
‘cavalli capricciosi’ (skittish horses): quan- to più un soggetto è
emotivamente suscettibile, tanto meno potrà pre- tendere che il diritto penale
assecondi le sue pretese 31. Fin qui la teorizzazione di Feinberg sembrerebbe
sostanzialmente contraria all’incriminazione di condotte che offendano valori e
sensi- bilità di ordine elevato. Se dovessimo proiettare le categorie
feinberghiane nel diritto ita- liano potremmo associare tendenzialmente la c.d.
tutela di ‘sentimen- ti-valori’ alle ‘profund offenses’, come offese ad aspetti
concernenti il piano dei valori costitutivi dell’identità morale che attingono
strati profondi e relegano in posizione marginale, anche se forse non del tutto
irrilevante, il profilo della nuisance 33. offense esclude la rilevanza penale
di queste, v. ID., The Moral Limits of the Crimi- nal Law, vol. II, Offense to Others, «no amount of offensiveness in an expressed
opinion can counterbalance the vital social value of allowing unfettered
personal expression», FEINBERG, The Moral Limits of the Criminal Law, Offense
to Others, FEINBERG, The Moral Limits of the Criminal Law, Offense to Others. Negli Stati Uniti d’America si è recentemente
sviluppato un dibattito avente ad oggetto la libertà di espressione nei campus
e nei college, in relazione alla sensibi- lità degli studenti e alla
possibilità che un’assoluta deregolamentazione della li- bertà di manifestare
il proprio pensiero si riveli loro pregiudizievole: il tema è no- to come
‘Snowflakes’ (letteralmente ‘fiocchi di neve’, appellativo per gli studenti
sensibili). L’orientamento maggioritario tende a ritenere illegittime eventuali
re- strizioni alla libertà di espressione nei campus, adducendo il fatto che il
plurali- smo delle idee, e il confronto anche aspro, è ciò che deve contribuire
a formare e rafforzare la personalità degli studenti; per una sintesi di tale
posizione v. COHEN, Psychological Harm and Free Speech. Cfr. SPENA, Libertà di
espressione e reati di opinione., il quale richiama le sensibilità di alto
livello quale chiave di lettura dei c.d. reati d’opinione. Il profilo del
turbamento da contatto visivo o comunque fisico assume una rilevanza,
quantomeno sul piano della costruzione del tipo di reato, nel caso degli atti
osceni; per quanto non si richieda la verifica di un disagio concretamente
esperito da qualcuno, la fisionomia del fatto tipico resta basata su
un’esperienza Tra sentimenti ed eguale rispetto Inferire dalle teorie
feinberghiane l’illegittimità tout court di in- criminazioni come ad esempio la
propaganda razzista sarebbe però affrettato: va infatti rimarcato che Feinberg
introduce una deroga espressa (ad hoc amendment) alla sua costruzione teorica
al fine di dare un fondamento di legittimazione alla criminalizzazione di con-
dotte di insulto rivolte a minoranze etniche, razziali, e religiose. Se infatti
in linea di principio egli afferma che fra le massime di media- zione vada
contemplato anche il cosiddetto ‘standard di universalità’, ossia la verifica
che il comportamento offensivo sia ritenuto tale da una considerevole
maggioranza di persone prese a campione dall’in- tera popolazione34, e dunque
che l’offensività non debba essere dedotta dal capriccio di pochi, nondimeno
egli ritiene che vada fatta una deroga nel caso di offese indirizzate a certe
minoranze, cui la mag- gioranza potrebbe restare indifferente ma che, agli
occhi di Feinberg, dovrebbero meritare una rilevanza normativa. Se da un lato
tale eccezione sembra introdurre una falla nella complessiva coerenza dell’impianto
teorico feinberghiano, dall’altro lato la deroga evidenzia come anche
all’interno di posizioni fortemente li- berali sia avvertita l’esigenza di
lasciare aperta la possibilità di limiti a determinate forme e contenuti
espressivi: la motivazione non risiede nell’eventuale turbamento emotivo
(diversamente ricadrebbe nel di- scorso delle nuisance), ma le ragioni sono più
plausibilmente da ricer- carsi sul piano dei principi normativi e, in
particolare, in relazione alle modalità tramite le quali una democrazia
liberale dovrebbe tutelare le minoranze in una cornice di uguaglianza
sostanziale. Appare evidente che la partita decisiva si gioca su valori; sia il
principio dello Harm, sia il principio dell’Offense, non possono fare
affidamento una base oggettiva e neutrale al punto da poter prescin- dere da
una preliminare scelta assiologica su quali siano gli interessi la cui lesione
deve essere considerata rilevante 36 e soprattutto su co- visiva, e che dunque
richiede un contatto fra soggetti e non può limitarsi alla semplice presa di
conoscenza. FEINBERG, The
Moral Limits of the Criminal Law, Offense to Others. Per un’attenta critica v. MANIACI, Come interpretare
il principio del danno, Ragion pratica. FORTI, Per una discussione sui limiti
morali del diritto penale, tra visioni “liberali” e paternalismi giuridici, in
AA.VV., a cura di Dolcini-Paliero, Studi in onore di Marinucci; sulla
componente valoriale del concetto di danno cfr. FIANDACA, Punire la semplice
immoralità? Un vecchio interrogativo che tende a ri- proporsi, in AA.VV., a
cura di Cadoppi, Laicità, valori, diritto penale. Sensibilità individuali e
libertà di espressione 117 me debbano essere bilanciate le opposte pretese.
Nell’impostazione feinberghiana, comunque incentrata su aspetti di sensibilità
soggetti- va, tale ruolo è svolto, come detto, dalle c.d. ‘massime di
mediazione’; va però osservato che dopo Feinberg l’evoluzione dell’Offense
Principle sarà caratterizzato da un processo di depsicologizzazione, il quale
conduce a definizioni normativamente più pregnanti, per quanto ancor
problematiche, come ad esempio quella proposta da Hirsch. Tirando le fila del
discorso, un approccio puramente naturalisti- co-emozionale al problema della
tutela di sentimenti appare difficilmente praticabile poiché finirebbe per
incrementare la conflittualità. Secondariamente, anche le declinazioni a nostro
avviso più vicine all’approccio naturalistico rivelano l’ineludibilità di un
filtro norma- tivo delle pretese, volto a distinguere fra atteggiamenti
ragionevoli e irragionevoli secondo una prospettiva di tollerabilità sociale.
Il passaggio al piano di una considerazione delle emozioni e dei sentimenti da
un punto di vista normativo è dunque inevitabile, così come è ine- vitabile far
confluire le diverse istanze in una prospettiva di bilan- ciamento. Tale
esigenza viene approfondita in particolar modo da Nussbaum, e proprio a partire
dalle sue elaborazioni cercheremo di illustrare le coordinate di un approccio
alternativo. HIRSCH, The
Offence Principle in Criminal Law: Affront to Sensibility or Wrongdoing?, in 11
King’s Law Journal. Il correttivo
adottato da Hirsch – il quale ritiene che, inteso come ‘affront to
sensibility’, l’Offense Principle sia troppo espansivo – consiste nel valutare
la condotta ritenuta offensiva sia secondo parametri di adeguatezza sociale,
sia soprattutto includendo nel giudizio il principio morale del reciproco
rispetto: «All three reasons invoke convention to give social meaning to the
conduct, but entail a further reason of a moral kind, concerned with treating
others with proper respect»; v anche ID., I concetti di “danno” e “molestia”
come criteri politico-criminali nell’ambito della dottrina pena- listica
angloamericana, in AA.VV., a cura di Fiandaca-Francolini. Nel complesso,
l’Offense feinberghiana è stata sottoposta a un graduale processo di
depsicologizzazione che ne ha ridotto in buona parte il divario con lo Harm;
osserva icasticamente HÖRNLE, Offensive Behaviour and German Penal Law, che «If
one does not view offense to others as a psychological phenomenon, as does
Feinberg, but as a normative concept, the conceptual difference between harm
and offense disappears. Tra sentimenti ed eguale rispetto 3. Approccio
‘razionalistico-normativo’: emozioni ragionevoli e irragionevoli secondo Martha
Nussbaum Definiamo ‘razionalistico-normativo’ un approccio teorico che su-
bordini la rilevanza giuridica di atteggiamenti emotivi e di fatti di
sentimento alla valutazione dei relativi contenuti cognitivi, e in parti-
colare alla verifica dell’adeguatezza del giudizio di valore alla base
dell’atteggiamento emozionale, intesa come consonanza o compatibi- lità
rispetto a principi base della convivenza. Martha Nussbaum assume come
presupposto l’innegabile rilevan- za del fattore emozionale nel diritto e nelle
questioni di etica pubbli- ca, sostenendo la necessità di un ‘buon uso’ delle
emozioni, non di un avallo acritico, alla luce di ragioni che si intrecciano
con profili di psicologia sociale e con valori di fondo connessi ai sistemi
politici e ai modelli di democrazia. Per ora ci limitiamo a sintetizzare il
cuore della prospettiva politi- co-normativa della Nussbaum, al fine di
evidenziare come, rispetto alla teorizzazione di Feinberg, la componente
sensoriale-emotiva ri- sulti decisamente in secondo piano. L’obiettivo che
emerge dalle ope- re della Nussbaum è l’educazione dei legislatori e dei
giudici a un ascolto critico e consapevole delle emozioni individuali e
collettive, finalizzato a gettare luce sul riconoscimento di diritti e a non
asse- condare atteggiamenti fondati su generalizzazioni e stereotipi di-
scriminatori che collidono con i valori di una democrazia liberale. Secondo la
Nussbaum, l’emozione ha un ruolo rilevante nella for- mazione delle opinioni e
dei giudizi dell’individuo, non è un moto cieco e irriflesso ma implica
credenze che possono essere più o meno attendibili o ragionevoli. È
fondamentale inter- rogarsi sui contenuti di pensiero alla base delle emozioni
per poter maturare un atteggiamento selettivo sul piano giuridico: «[i] giudizi
sulle credenze valutative sono essenziali per il ruolo giocato dalle emozioni
nel diritto»38. Conseguentemente, l’etica pubblica non do- vrebbe essere
fondata su una matrice puramente emotiva: risulta es- senziale un filtro
normativo, ossia un passaggio di confronto fra l’emozione in senso psicologico,
i fondamenti cognitivi e un’assiologia [H. P. GRICE, THE CONCEPTION OF VALUE] di
riferimento. È emblematico il caso di un’emozione particolarmente radicata
nelle società umane come il disgusto, il quale nella sua dimensione primaria ha
la funzione di proteggere l’essere umano da fattori con- 38 NUSSBAUM,
Nascondere l’umanità, cit., p. 53. Sensibilità individuali e libertà di
espressione 119 taminanti, rappresentando un fondamentale strumento di sopravvi-
venza in rapporto a un’importante sfida adattiva 39: quella di evitare il
contatto con sostanze pericolose o nocive per la salute, stando ad esempio
lontano da corpi in decomposizione, non abbeverandosi o nutrendosi da fonti di
potenziali malattie et similia. Il disgusto esiste per condurre l’essere umano
a un approccio se- lettivo, la cui traiettoria era, in origine, rivolta a
oggetti cosiddetti ‘pri- mari’ (sangue, feci, sperma, urina, muco, cadaveri), e
che con l’evolu- zione dei contesti culturali e delle norme sociali ha subìto
un riadat- tamento in termini di proiezione40. Si parla di disgusto
‘proiettivo’ per indicare il caso in cui tale emozione si rivolga a individui o
a gruppi di individui in virtù di un’associazione immaginativa deter- minata da
norme sociali o dallo stretto contatto del gruppo con og- getti ‘primari’ del
disgusto 41. In questo modo esso rischia di farsi por- tatore di una carica
discriminatoria poiché si lega a idee di contami- nazione e a un rifiuto
dell’animalità (e dunque della limitatezza e del- la mortalità) umana che
conduce all’emarginazione e alla stigmatiz- zazione di ciò che può essere
percepito come anomalo o ‘diverso’42, fino all’avversione verso soggetti
riconducibili a cosiddetti ‘gruppi impopolari’ (minoranze razziali, ebrei,
omosessuali, ecc.). Le riflessioni di Martha Nussbaum rappresentano
un’importante coordinata riguardo al problema della tutela di sentimenti, per
quan- to vadano fatte alcune precisazioni: l’oggetto principale delle analisi
della studiosa sono gli atteggiamenti emozionali collettivi e i loro riflessi
sul piano delle scelte di politica del diritto e, in particolare, di politica
penale. In che termini tali indicazioni possono essere utiliz- 39 HAIDT, Menti
tribali.Come osservano gli antropologi Sperber e Hirschfeld, citati da Haidt,
bisogna distinguere tra fattori di attivazione originari, ossia gli oggetti per
i quali la funzione adattiva è stata progettata dall’evoluzione, e fattori
scatenanti che possono accidentalmente attivare quella reazione, anche in
assenza di pericoli reali, in forza di percezioni erronee dovute a distorsioni
sensoriali o a condizionamenti socio-culturali. Osserva Haidt che le variazioni
cultu- rali della morale si possono in parte spiegare con il fatto che le
culture sono in grado di ridurre o moltiplicare il numero di fattori scatenanti
attuali di un qual- siasi modulo», v. HAIDT, Menti tribali. NUSSBAUM, Disgusto
e umanità. NUSSBAUM, Nascondere l’umanità. Per una diversa opinione, volta a
sottolineare aspetti in relazione ai quali l’emozione del disgusto può risul-
tare importante nel giudizio morale e, secondo gli esempi riportati
dall’Autore, anche nelle dinamiche del giudizio penale, v. KAHAN, The
Progressive Appropria- tion of Disgust, in AA.VV., ed. by Bandes, The Passions
of Law. Tra sentimenti ed eguale rispetto zate relativamente ai problemi
concernenti la libertà di espressione e il rispetto dei sentimenti altrui? Il
suggerimento traibile dalle riflessioni della Nussbaum concerne l’esigenza di
verificare in quale misura eventuali richieste di tutela per un dato sentimento
trovino la propria matrice in atteggiamenti che, ad un’attenta valutazione sul
piano cognitivo-razionale, rivelano una tendenza al rifiuto dell’altro, e
dunque una portata sostanzial- mente discriminatoria. Ci sembra un avvertimento
quantomeno opportuno e ben spendi- bile in rapporto alle odierne politiche
penali, in cui l’ascolto di emo- zioni collettive si è talvolta rivelato
strumentale all’emanazione di provvedimenti volti a raccogliere consenso43,
senza valutare, o me- glio omettendo talvolta volutamente di considerare, se e
in che misu- ra certe emozioni siano il riflesso di atteggiamenti che una
democra- zia basata su libertà e uguaglianza non dovrebbe assecondare. Il punto
nodale per addivenire a un modello di intervento orientato in termini non
puramente emozionali è la previa ‘interpretazione’ delle dimensioni di
significato di determinante emozioni e sentimen- ti, da considerarsi dunque non
nella loro ‘bruta’ naturalità, bensì soppesandone la rilevanza soggettiva e
sociale, e bilanciandola con un sistema di diritti di libertà il quale è a sua
volta il precipitato di scelte di valore. La questione dell’orizzonte
assiologico cui fare riferimento è cen- trale sia per inquadrare la fisionomia
del modello normativo sia per il successivo sviluppo del discorso concernente
gli equilibri relativi ai rapporti fra sensibilità soggettive e libertà di
espressione. 43 Il problema rimanda al tema del cosiddetto ‘populismo
penale’: per una pa- noramica v. PULITANÒ, Populismi e penale. Sull’attuale
situazione spirituale della giustizia penale, in Criminalia, 2013, pp. 125 ss.;
FIANDACA, Populismo politico e populismo giudiziario, in Criminalia. Sensibilità
individuali e libertà di espressione SEZIONE II Coordinate assiologiche «Quando
sento parlare di idee liberali mi meraviglio sempre di come gli uo- mini
giochino volentieri con parole vuote: un’idea non può essere liberale! Deve
essere vigorosa, efficace, in sé compiuta, in modo da adempiere alla sua divina
missione di riuscire feconda. Ancor meno può essere liberale il concetto;
infatti ha un compito completamente diverso» GOETHE Massime e riflessioni. Non
possiamo mai né atteggiarci a difensori radicali del multiculturalismo o
dell’individualismo, né essere semplicemente comunitaristi o liberali,
modernisti o postmodernisti; dobbiamo essere, al contrario, ora una cosa ora
l’altra, a secon- da delle circostanze legate alla ricerca dell’equilibrio WALZER
Sulla tolleranza. E NON ABBIAMO CIASCUNO LO STESSO SENTIMENTO? PIRANDELLO (si
veda), Il fu Mattia Pascal SOMMARIO: 4. Orizzonte costituzionale e spazio della
politica. Dialettica fra prospettive individualiste e collettiviste. Dai valori
collettivi all’individualismo democratico. Sentimenti ed emozioni come richiamo
metonimico’e personologico. Orizzonte costituzionale e spazio della politica Il
modello ‘razionalistico-normativo’ appare quello più funzionale allo sviluppo
delle nostre riflessioni, e pone in primo piano la que- stione di quali debbano
essere gli assunti valoriali e i principi-guida in rapporto ai quali valutare
se determinati ‘sentimenti-valori’ possa- no ragionevolmente accreditarsi come
meritevoli di una qualche pro- tezione. Tale problema si articola in diversi
piani di analisi: a un primo li- Tra sentimenti ed eguale rispetto vello
l’inquadramento di una cornice assiologica è funzionale all’in- terpretazione
delle fattispecie vigenti, e trova nella Carta costituzio- nale il referente
primario. Come abbiamo avuto modo di osservare, l’impronta ideologica che
connota la fisionomia dei reati a tutela di ‘sentimenti’ presenti nel codice
penale mostra una distonia rispetto ai principi della Costi- tuzione italiana:
nei casi più evidenti ciò ha condotto alla caduta di importanti disposizioni
(si pensi all’art. 402 c.p.44), mentre in altri ambiti vi è stata una radicale
reimpostazione, a livello giurispruden- ziale, della prospettiva di tutela (si
pensi ai reati a tutela della pubbli- ca moralità e del buon costume 45). Negli
esempi menzionati si è trattato di eliminare contrasti la cui evidenza ha reso
sostanzialmente agevole all’interprete capire quale potesse essere la strada
‘giusta’, o, più cautamente, la soluzione meno in contrasto con la Carta
fondamentale, facendo leva in particolare sul connubio fra uguaglianza e
laicità: l’uguaglianza ha costituito il parametro costituzionale
fondamentale46, mentre attraverso il prin- cipio supremo di laicità 47 la Corte
ha delineato la cornice assiologica di base, riconoscendo espressamente il
pluralismo come un valore, non solo come un dato di fatto. V. supra per i
riferimenti alla giurisprudenza di legittimità e costituzionale. 46 Si basa sul
principio di uguaglianza il nucleo motivazionale della sentenza C. cost., n.
508/2000; per una contestualizzazione di tale pronuncia nel quadro della
giurisprudenza costituzionale in materia di uguaglianza, v. DODARO, Uguaglianza
e diritto penale. Relativamente al tema del buon costume, la giurisprudenza
costituzionale non è mai arrivata a pronunce di illegittimità, ma solo perché
«il principio di conservazione dei valori giuridici – tanto più in casi in cui
la dichiarazione d’illegittimità costituzionale comporterebbe, quanto- meno per
qualche tempo, l’impunità anche di comportamenti che il legislatore considera
inequivocabilmente come illeciti penali – impone il mantenimento in vita di una
norma di legge quando a questa possa essere riconosciuto almeno un significato
conforme a Costituzione»: con queste parole la Corte, con la sentenza, ha
salvato la norma che incrimina le pubblicazioni oscene rimar- cando la
necessità di un’interpretazione adeguatrice coerente con gli artt. 21, 27, 2,
3, 13 e 25 Cost. Sulla laicità come principio supremo, o più precisamente come
‘meta- principio’, v., nel contesto penalistico, PALIERO, La laicità penale
alla sfida del ‘se- colo delle paure’, in Riv. it. dir. proc. pen. Questo il
messaggio fondamentale che ci sembra leggibile nel richiamo al principio di
laicità che «[caratterizza] in senso pluralistico la forma del nostro Stato,
entro il quale hanno da convivere, in uguaglianza di libertà, fedi, culture
e Sensibilità individuali e libertà di espressione Vi è poi un
secondo livello in cui l’individuazione di coordinate assiologiche ‘vincolanti’
a livello costituzionale diviene più sfumato, e meno univoco: il problema
emerge sia in relazione al quadro di in- criminazioni oggi vigenti in cui
vengono in gioco bilanciamenti con la libertà di espressione – non solo
l’ambito del sentimento religioso ma anche le discusse norme sulla propaganda
razzista – e si proietta, con ulteriore complessità, nella riflessione de jure
condendo. Il sospetto di una illegittima compressione di spazi di libertà sem-
bra richiedere un onere argomentativo più gravoso poiché, pur te- nendo sempre
ben presente la bussola assiologica della Costituzione, il giurista penale si
trova a doverne constatare la limitata precettività, ossia la compatibilità con
un ventaglio di prospettive di segno diverso le quali potrebbero risultare tutte
‘non illegittime’ 49. Proprio quando si fanno più stringenti le esigenze di
individuare soluzioni che ambiscano a una legittimazione costituzionale
‘forte’, e specialmente quando le materie da regolare chiedano al diritto prese
di posizione che implicano l’assunzione di un punto di vista ideologi- camente
pregnante, la speranza di trovare nel testo costituzionale tradizioni diverse»,
testualmente contenuto nella sentenza (ma si veda anche l’inciso finale della
sentenza sulla parziale illegittimità costituzionale dell’incriminazione della
bestemmia). Per la distinzione tra pluralismo come fatto e come atteggiamento
v. MARCONI, Per la verità. Relativismo e filosofia, Torino.; BARBERIS, Etica
per giuristi, Bari.Per una sintesi della portata assiologica e costituzionale
del principio di laicità v., ex plurimis, BARBERA, Il cammino della laicità, a
cura di Canestrari-Stortoni, Valori e secolarizzazione nel diritto penale,
Bologna; nell’ambito penalistico, con diversità di accenti, v. FIANDACA,
Laicità del diritto penale; PULITANÒ, Laicità e diritto penale, cit., pp. 283
ss.; PALAZZO, Laicità del diritto penale e democrazia “sostanziale; CANESTRARI,
Laicità e diritto penale nelle democrazie costituzionali, in AA.VV., a cura di
Dolcini- Paliero, Studi in onore di Marinucci; EUSEBI, Laicità e dignità umana
nel diritto penale (pena, elementi del reato, biogiuridica), in AA.VV., a cura
di Bertolino-Forti, Scritti per Federico Stella, Napoli; FORTI, Alla ricerca di
un luogo per la laicità: il “potenziale di verità” nelle democrazie libera- li,
in AA.VV., a cura di Canestrari-Stortoni, Valori e secolarizzazione nel diritto
penale; ROMANO, Principio di laicità dello Stato, religioni, norme pe- nali, a
cura di Canestrari-Stortoni, Valori e secolarizzazione nel diritto penale. Sul
tema della laicità del diritto penale e delle connessioni con l’etica
cattolica, v., per tutti, STELLA, Laicità dello Stato: fede e diritto penale,
in AA.VV., a cura di Marinucci-Dolcini, Diritto penale in trasformazione. FIANDACA,
Legalità penale e democrazia, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero
giuridico moderno. FIANDACA, I temi eticamente sensibili tra ragione pubblica e
ragione punitiva, in Riv. it. dir. proc. pen. Tra sentimenti ed eguale rispetto
una risposta definitiva deve fare i conti con una vocazione pluralisti- ca
della Carta 51, la quale non addita soluzioni univoche ma è «suscet- tibile di
subire più interpretazioni e più modalità di attuazione, entro uno spazio di
discrezionalità politico-valutativa all’interno del quale nessuna
interpretazione o modalità di attuazione può vantare titoli per imporsi come
l’unica corretta o, al contrario, essere censurata perché scorretta» 52. Va
dunque ridimensionata l’ambizione di usare il testo costituzio- nale come
strumento di precisione chirurgica’ per tratteggiare diret- tive univoche che
consentano al giurista positivo di accreditare da un punto di vista
intraordinamentale risposte concernenti conflitti fra libertà di espressione e
sensibilità soggettive. Alla luce di tale panorama si è esortato a fare un uso
‘avveduto e parsimonioso della Costituzione. A nostro avviso, tale uso prudente
potrebbe essere accompagnato, financo ‘compensato’, da una rifles- sione che
esplori un ulteriore livello di normatività, trascendente sia il contesto
codicistico sia l’orizzonte costituzionale, nella consape- Sul pluralismo della
Carta costituzionale italiana, in termini problematizzanti, v. ANGIOLINI, Il
«pluralismo» nella Costituzione e la Costituzione per il «pluralismo», a cura
di Bin-Pinelli, I soggetti del pluralismo nella giurisprudenza costituzionale,
Torino. Fra i penalisti, con particolare riferimento al carat- tere non
esaustivo dei principi costituzionali per la scelta degli oggetti di tutela, v.
PALAZZO, Principi costituzionali, beni giuridici e scelte di criminalizzazione,
a cura di Pisani, Studi in memoria di Nuvolone; MANES, Il principio di
offensività nel diritto penale.VISCONTI C., Aspetti penalistici; cfr. DONINI,
“Danno” e “offesa” nel- la c.d. tutela penale dei sentimenti: «la fondazione
positiva di ciò che può essere reato, esige una ricostruzione più complessa,
che trova nella Costi- tuzione, per es., solo alcuni, pur rilevanti parametri
che convergono insieme nel dare al reato anche un volto positivo di matrice
costituzionalistica.Sulla teorizzazione di diversi modelli di rapporto e di
conflitto fra principi costituzionali (modello ‘minimalista’ e modello del
bilanciamento, a sua volta su- scettibile di essere declinato come modello
‘irenistico’ e modello ‘particolaristi- co’), v. CELANO, Diritti, principi e
valori nello Stato costituzionale di diritto: tre ipo- tesi di ricostruzione,
in Diritto e questioni pubbliche, Sono parole di VISCONTI C., Aspetti
penalistici. Tale istanza metodologica viene tematizzata ad esempio in
FIANDACA, I temi eticamente sensibili, quando parla di ‘coordinate teoriche e
assio- logiche’ del diritto penale contemporaneo facendo riferimento ai
concetti di pluralismo, ragione pubblica, costituzionalismo e laicità. Con
riferimento all’ambito costituzionalistico v. SILVESTRI, Dal potere ai
princìpi. Libertà ed eguaglianza nel costituzionalismo contemporaneo, Bari. Sul
ricorso ad argo- mentazioni morali sostanziali nell’applicazione di
disposizioni costituzionali, v. CELANO, Diritti, principi e valori. Sensibilità
individuali e libertà di espressione volezza che l’interpretazione delle
disposizioni costituzionali sui di- ritti non è questione di pura tecnica
giuridica: è questione politica in senso pieno» 56. Tuttavia, anche una volta
che ci si spinga al di là dello spazio normativo della Costituzione per far
riferimento all’offerta teorica proveniente dall’ambito filosofico-politico i
problemi non svaniscono. Nel discorso penalistico è d’uso il richiamo al
liberalismo quale teoria politica di riferimento, ma anche tale soluzione non è
suffi- ciente a definire prospettive univoche: si parla oggi di «pluralità di
liberalismi. Un generico richiamo al liberalismo rischia di dar luogo oggi a
una ‘comfort zone’ teoretica la quale non favorisce il confronto fatico- so, e
quasi traumatico, con teorie filosofico-politiche che esorbitano da una
prospettiva dicotomica ‘liberale-illiberale’. La diversità di vedute concerne
principalmente, ma non solo, gli equilibri di priorità fra ‘giusto’ e ‘bene’59,
riflesso dell’alternativa fra un liberalismo propriamente politico e un
liberalismo eticamente più spesso. PINTORE, I diritti della democrazia, Bari. Malgrado
l’aspetto ossimorico dell’espressione ‘diritto penale liberale’, v. FORTI, Per
una discussione sui limiti morali, MAFFETTONE, Fondamenti filosofici del
liberalismo, in DWORKIN-MAFFETTONE, I fondamenti del liberalismo, Bari.
L’osservazione si riferi- sce in primo luogo alla coesistenza di correnti
diverse interne all’idea liberale, ma evidenzia come le distinzioni possano
dipendere anche dal contesto e dall’ambito disciplinare in cui viene spesa la
nozione di ‘liberalismo’: esiste, ad esempio, an- che un «liberalismo dei
giuristi più attento alle caratteristiche legali e istituzionali. È il problema
nel quale si inscrive la dialettica fra posizioni à la Rawls, so- prattutto il
Rawls dell’opera ‘Liberalismo politico’, e posizioni comunitariste. Te- sti di
riferimento sono da un lato RAWLS, Liberalismo politico, tr. it. a cura di Fer-
rara, Roma, 2008, e per le posizioni comunitariste v. per tutti SANDEL, Il
liberali- smo e i limiti della giustizia, tr. it., Milano, 1994. Per una
panoramica, v. VECA, La filosofia politica, Bari. In estrema sintesi, si
definisce come ‘liberalismo politico’ la teoria che ritie- ne che lo Stato
debba assumere a proprio fondamento una concezione morale minimale su cui sia
possibile trovare un punto di incontro e di intersezione fra le diverse teorie
morali presenti nella società plurale. In questo senso lo Stato do- vrebbe
tendere a una neutralità. Dalla parte opposta, si argomenta come la ricer- ca
di una neutralità possa portare da un lato a una eccessiva ‘asetticità
valoriale’ e finisca per riservare un’attenzione insufficiente al discorso
sulle preferenze e sul benessere degli individui, concependo un idealtipo di
essere umano eccessiva- mente ‘vuoto’ e poco realistico. Nell’ampio panorama si
vedano le declinazioni del Tra sentimenti ed eguale rispetto Nel prendere
atto di tale realtà, il giurista penale è chiamato ad adottare uno sguardo più
disincantato anche di fronte all’assioma co- stituito dal richiamo a valori
liberali. Dire oggi ‘liberalismo’ equivale ad aprire un discorso gravido di
implicazioni problematiche: l’Oc-cidente considera oggi scontato il
liberalismo, ma fra tutti i concetti etico-politici odierni, forse, non ve n’è
uno che sia più di- scusso del concetto di liberalismo» 62. Il liberalismo
rappresenta la cornice culturale, più meno consoli- data, nella quale il
pensiero giuridico occidentale, e anche il pensiero penalistico italiano, contestualizzano
le proprie riflessioni, ma «L’opzione per la democrazia liberale lascia aperti
i problemi della po- litica, anche della politica del diritto. Non addita
soluzioni obbligate di questioni eticamente sensibili, o anche solo
politicamente sensibili. Delinea, e non è poco, una cornice nella quale
chiunque può con- frontarsi con ragioni presentate nel quadro di concezioni
comprensive anche molto diverse, ma che possano avere qualcosa da dire su punti
che interessano specificamente la politica del diritto» 63. È come dire che il
rifugio sotto l’ampio ombrello della dizione ‘li- berale’ non è sufficiente a
esaurire gli oneri argomentativi con cui il giurista contemporaneo dovrebbe
sostenere una posizione di fronte a temi ad elevato tasso di pregnanza etica ed
esposti a una marcata di- screzionalità politica 64. problema elaborate da
DWORKIN, I fondamenti dell’eguaglianza liberale, in DWOR- KIN-MAFFETTONE, I
fondamenti del liberalismo. (strategia della discontinuità e della continuità),
e da MAFFETTONE, Fondamenti filosofici del liberalismo. (liberalismo critico e
liberalismo realista). Sul tema si ve dano inoltre, ex plurimis, NUSSBAUM,
Perfectionist Liberalism and Political Libera- lism, Philosophy and Public
Affairs; KYMLICKA, Liberal Indivi- dualism and Liberal Neutrality, Ethics; per
una sintesi del dibattito a partire dalle critiche di Dworkin a Rawls v. VIOLA,
Liberalismo e liberalismi, in Per la filosofia/ Sul tema della neutralità, o
maggiore in- clusività del liberalismo politico rawlsiano, v., ex plurimis, DEL
BÒ, La neutralità politica in John Rawls, in Materiali per una storia della
cultura giuridica. In ambito penalistico, per un’approfondita rielaborazione di
tali problemi v. FORTI, Per una discussione sui limiti morali, DWORKIN, I
fondamenti dell’eguaglianza liberale, BARBERIS, Etica per giuristi, PULITANÒ,
Diritto penale, V ed., Torino. Più diffusamente, FIANDACA, I temi eticamente
sensibili; con approccio simile, sebbene con accenti differenti che lo pongono
più vicino alle posizioni rawlsiane, PULITANÒ, Diritti umani e diritto penale,
in Riv. it. Sensibilità individuali e libertà di espressione A ben
vedere un mero richiamo al liberalismo assume oggi una funzione metaetica,
ossia è un presupposto per avviare un discorso su problemi pertinenti la
dimensione etica sostanziale: le questioni più spinose prendono corpo in un
contesto che dà per acquisiti diritti di libertà, ma è sui contenuti e sulle
modalità di esercizio di determi- nati diritti nei rapporti fra individui che
si annidano le complessità. Dialettica fra prospettive individualiste e
collettiviste Alla luce del quadro descritto, è comprensibile che lo studioso
di problemi penali sia chiamato in definitiva a elaborare proposte ‘poli-
tiche’ nel senso nobile del termine, ossia a disegnare prospettive di politica
del diritto e a emanciparsi da abiti mentali «che postulano una sorta di
obbligo di prestazione scientifica consistente nel conce- pire modelli
dogmatici di interpretazione del (presunto) sistema su- scettibili in quanto
tali di fissare a priori, con nettezza e definitività, quel che è o non è
legittimo trarre penalmente ai sensi della Costitu- zione» 66. L’individuazione
di traiettorie assiologiche è l’esito di scelte che riflettono inevitabilmente
le precomprensioni e la posizione valo- riale dell’interprete, in un contesto
di non-neutralità. Cercheremo a questo punto di formulare ipotesi e proposte a
par- tire da quella che ci sembra essere l’alternativa di fondo su cui si è
imperniata fino ad oggi la discussione sul sentimento come problema di tutela
nel contesto italiano, ossia se esso debba intendersi come richiamo ad
atmosfere emozionali diffuse, e che si traducono in for- me di presidio a
ideologie e concezioni valoriali proprie della mag- gioranza, oppure se nel
richiamo al sentire umano sia rintracciabile dir proc. pen., rimarca l’esigenza
di tenere ben pre- sente a livello concettuale la distinzione fra valori
politici e valori morali, pur ri- conoscendo l’impossibilità di posizioni
neutrali. Tale processo di complessificazione della prospettiva liberale si
riflette an- che su categorie del pensiero giuridico. È importante notare come
il principio del danno, lo Harm, abbia subito un graduale ampliamento dovuto
non a una rifor- mulazione della struttura del concetto, bensì legato
all’accentuarsi della proble- maticità delle premesse politico-filosofiche che
ne guidano l’applicazione: è la ‘mappa del liberalismo’ a essere cambiata,
osserva HARCOURT, The Collapse of the Harm Principle, The Journal of Criminal
Law and Criminology, passando da un orizzonte basato sull’alternativa
liberale-illiberale, a una pro- spettiva modulata su differenti modelli di
liberalismo (Harcourt parla espressa- mente di ‘liberalismo progressista’ e
‘liberalismo conservatore. VISCONTI C., Aspetti penalistici. Tra sentimenti ed
eguale rispetto una istanza normativa differente, in grado di dare risalto alla
dimen- sione del singolo e al connotato personalistico della Costituzione sen-
za necessariamente confluire in un approccio ‘naturalistico-emozio- nale’ modulato
su soggettivismi. Come osservato, nelle fattispecie dell’ordinamento italiano i
‘sen- timenti’ tutelati sono parte di una sfera emotiva sociale, ossia ‘atmo-
sfere emozionali’ legate a valori assunti in un’ottica collettiva. Il sog-
getto portatore degli interessi tutelati è un’entità plurale, una molti- tudine
impersonale caratterizzata da valori asseritamente comuni. Nell’attuale momento
storico la reificazione di entità definite come ‘valori collettivi’ non appare
più legata a una retorica statocentrica, ma si presenta piuttosto come
possibile reazione a un indebolimento del- l’omogeneità etica e culturale
indotto dal pluralismo fattuale. Il principio di massima è che il sentimento,
anche quando rileva come fatto di coscienza individuale, rileva nella misura in
cui è collegato ad un fatto non individuale, appunto a un modo di sentire
sociale, a un’atmosfera emoziona- le socialmente diffusa e divisa in più o meno
larghi ambiti da un’intera comuni- tà», v. FALZEA, I fatti di sentimento, cit.,
p. 320. Si valuti ad esempio l’interesse de- nominato ‘sentimento religioso’:
il codice Rocco si pone a tutela, nelle rubriche e nella sostanza, alla sola
‘religione di Stato’. È interessante notare come anche do- po l’entrata in
vigore della Carta costituzionale, l’oggetto di tutela viene ricostrui- to in
un’ottica prettamente collettivistica che privilegia il dato dell’adesione
quan- titativa. Pensiamo agli argomenti che la giurisprudenza costituzionale
italiana ha adoperato per motivare il differenziato regime di tutela penale del
culto cattolico, sia precedentemente sia successivamente alla modifica del
Concordato: la Corte parla di «antica ininterrotta tradizione del popolo
italiano, la quasi tota- lità del quale ad essa sempre appartiene», e ne legittima
la tutela penale in quanto «professata nello Stato italiano dalla quasi
totalità dei suoi cittadini, e come tale è meritevole di particolare tutela
penale, per la maggiore ampiezza e intensità delle reazioni sociali
naturalmente suscitate dalle offese ad essa dirette in quanto l’universalità di
tradizioni e di sentimenti cattolici nella vita del popo- lo italiano è
rimasta, senza possibilità di dubbio, immutata con l’avvento della
Costituzione», C. cost., n. 79/1958. Per una riflessione penalistica sul pluralismo
delle fedi in Italia v. VISCONTI C., La tutela penale della religione; per una
panoramica extragiuridica v. GARELLI, Il sentimento religioso in Italia, in Il
Mulino. L’impatto della pluralità nella società contemporanea è parte di un
processo «che vede la graduale erosione del fondamento tradizionalistico e
religioso dei co- stumi e delle istituzioni a vantaggio della coscienza
personale, vede crescere l’am- bito delle opzioni soggette al libero esame e
all’adesione interiore, e assottigliarsi, per così dire, lo spessore di
oggettività degli oggetti sociali. Questo processo di “umanizzazione” – di
riconduzione ai suoi soggetti ultimi, le persone umane – della vita sociale
corrisponde anche a una progressiva estensione dell’ambito delle opzio- ni
soggette alla scelta e responsabilità degli individui, e alla giurisdizione
della ra- gione», v. DE MONTICELLI, La questione morale, Milano. Sensibilità
individuali e libertà di espressione In
ambito sociologico si riassume tale fenomeno affermando che la modernità
pluralizza e deistituzionalizza69. La pluralizzazione na- sce dall’incontro di
gruppi diversi, chiamati a condividere territori e spazi comuni in situazioni
di mescolanza nelle quali diviene più dif- ficile, se non addirittura
impossibile, addivenire a un consenso cogni- tivo e normativo, ossia a una
visione del mondo omogenea e condivi- sa. L’allargamento del mercato delle idee
moltiplica la possibilità di approcci alternativi alla realtà e contribuisce in
questo senso a rende- re la costruzione della propria identità una questione di
scelte e non l’esito scontato di programmi socialmente precostituiti. A seconda
delle cadenze, l’appello a valori comuni giustificati sulla base di un sentire
condiviso può rivelare sfumature di autoritarismo etico, soprattutto quando il
‘sentire comune’ sia addotto per sottoli- neare contrapposizioni sul piano
valoriale: paradossalmente l’appello a un substrato di emozionalità condivisa può
essere adoperato al fine di marcare differenze in termini di esclusione
piuttosto che di inclu- sione. Fino a che punto ciò risulta compatibile con i
valori di una demo- crazia liberale? Anche in questo caso l’appello al
paradigma liberale non è suffi- ciente a definire risposte univoche, mantenendo
aperti spazi di di- screzionalità politica, e in particolare rimandando alla
discussione concernente l’alternativa fra un liberalismo di tipo
‘individualistico’ e un liberalismo di marca ‘comunitarista’. Le differenze fra
le due cor- renti investono diversi profili della teoria politica; in estrema
sintesi, secondo le teorie comunitariste «la comunità viene assunta ora come
nucleo centrale di un paradigma normativo, a carattere etico o politi- co, ora
come uno standard meta-etico, un parametro per la giustifi- cazione dei valori
[cf. H. P. GRICE, THE CONCEPTION OF VALUE – AXIOLOGY]; l’approccio
individualista, più vicino al modello BERGER-ZIJDERVELD, Elogio del dubbio.
Come avere convinzioni senza diven- tare fanatici, tr. it., Bologna. Di fronte
alle dinamiche di relativizzazione indotte dall’incremento di plura- lità nel
tessuto sociale gli individui tendono a erigere delle ‘difese cognitive’, ossia
ad affidarsi a esercizi mentali e strategie per mantenere alta la visione del
mondo e l’approccio alla realtà a cui si dà credito. Nelle società
contemporanee tale fe- nomeno può avere riflessi nelle determinazioni di
politica del diritto: per placare l’ansia scaturita dall’irrompere della
relativizzazione si erigono difese cognitive istituzionali, strumentalizzando
il diritto quale veicolo promotore di valori identi- tari, v.
BERGER-ZIJDERVELD, Elogio del dubbio. PARIOTTI, voce Comunitarismo, in
Enciclopedia filosofica. Tra sentimenti ed eguale rispetto liberale classico,
pone al centro dell’orizzonte etico e normativo l’in- dividuo, non la comunità.
A partire da queste premesse, si riflette anche nella prospettiva giuridica
l’alternativa fra una declinazione del problema di tutela del sentimento
incentrato sul momento di condivisione collettiva, ancor- ché parziale e non
universalistica, e una diversa prospettiva che met- ta al centro l’individuo e
le sue libertà da bilanciarsi in un’ottica di reciprocità egualitaria con i
propri simili. 4.2. Dai valori collettivi all’individualismo democratico
Autorevoli esponenti del pensiero liberale hanno criticato a fondo l’evocazione
di valori collettivi [H. P. GRICE, THE CONCEPTION OF VALUE – AXIOLOGY]: uno
Stato che assegni rilevanza 72 Per un quadro ricostruttivo si vedano i saggi
contenuti in AA.VV., a cura di Ferrara, Liberalismo e comunitarismo, Roma,
2000; FERRARA, Introduzione, in AA.VV., a cura di Ferrara, Liberalismo e
comunitarismo; per una definizione d’individualismo comprensivo e una
ricostruzione critica v. LARMORE, Dare ra- gioni. Il soggetto, l’etica, la
politica, Torino, 2008, pp. 119 ss. La distinzione fra li- beralismo di marca
individualista e comunitario emerge anche nel discorso di Joel Feinberg.
L’Autore specifica che la sua aderenza all’idea liberale va conte- stualizzata:
Feinberg sembra prendere con cautela, financo negare, la propria aderenza
all’idea liberale classica secondo la quale autonomia dell’individuo e comunità
costituirebbero due antitesi; nel discorso sulla legittimazione del diritto
penale il filosofo americano dichiara di adoperare una concezione di
liberalismo ‘in a narrow sense’ che non si identifica con un liberalismo
estremo inteso quale contrapposizione a un’idea di comunità, v. FEINBERG,
Harmless Wrongdoing. Ricordiamo le parole di H. L. A. Hart [citato da H. P.
Grice]. “Sembra terribilmente facile pensare che la lealtà verso i principi
democratici esiga che si accetti ciò che possiamo chiamare populismo morale:
l’idea che la maggioranza ha un diritto morale a stabilire come tutti devono
vivere. L’errore fondamentale consiste nel non distinguere il principio
accettabile secondo il quale il potere politico è meglio affidato alla
maggioranza, dalla pretesa inaccettabile che ciò che la maggioranza fa con quel
potere, sia al di sopra di ogni critica e che non ci si possa mai opporre ad
esso. Nessuno può dirsi democratico se non accetta il primo di questi principi,
ma nessun democratico è tenuto ad accettare il secondo. v. H. L. A. HART
[citato da H. P. Grice], Diritto, morale e libertà. Si tratta della ben nota
risposta che il FILOSOFO OXONIESE da a Devlin, e al suo ‘The Enforcement of
Morals’, nel quale si riconduce la moralità all’atteggiamento etico dominante
nella popolazione: «Every moral judgement, unless it claims a divine source, is
simply a feeling that no right-minded man could behave in any other way without
admitting that he was doing wrong. It is the power of a common sense and not
the power of reason that is behind the judgements of society, v. DEVLIN, The
Enforcement of Morals, New York-Toronto. Sensibilità
individuali e libertà di espressione 131 normativa a un particolare modo di dar
valore a oggetti e idee in quanto condiviso dalla maggioranza, sta di fatto
considerando gli appartenenti alla maggioranza in una condizione privilegiata
rispetto agli altri cittadini. In altri termini, è ben possibile che il
principio di maggioranza trasmodi in un principio di tracotanza. Più
recentemente, nell’ambito della filosofia analitica, si è affer- mato che il
tema dei valori condivisi è una «questione relativa alle credenze o alle
opinioni condivise, secondo le quali una o più cose pos- siedono un certo
valore» 76. Quando si cerca di spiegare a quali condi- zioni un certo valore
possa dirsi ‘condiviso’, la motivazione più sem- plice e più immediata è la
cosiddetta ‘teoria sommativa’: si ha condi- visione quando la maggior parte dei
membri di un dato contesto o di una comunità assegnano valore alla medesima
cosa. La domanda a questo punto è se una spiegazione sommativa sia sufficiente
per affermare che in una società vi è realmente condivi- sione di valori, e, di
conseguenza, per ritenere che ciascun soggetto abbia lo status, ossia la
legittimazione, per pretendere che il compor- tamento dei propri simili debba
essere rispettoso e coerente con i va- lori condivisi dalla maggioranza. Si è
osservato che «se due o più persone hanno una certa opinio- ne, esse
possiedono, evidentemente, un certo grado di identità quali- tativa. In
generale, tuttavia, tale identità fornisce agli individui umani soltanto una
forma superficiale di unità. I valori condivisi in senso sommativo uniscono
soltanto in un modo superficiale. In altri termini, un riscontro
storico-quantitativo della massiva adesione a un determinato valore in una
società non dovrebbe esse- re considerato elemento sufficiente a fondare alcun
tipo di pretesa nei confronti dei cittadini, salvo il caso di un impegno
espresso Ex plurimis, VIOLA, Il principio di maggioranza e la verità in una
democrazia, in Dialoghi. H. L. A. HART [citato da H. P. Grice], Diritto, morale
e libertà, GILBERT, Il noi collettivo. Impegno congiunto e mondo sociale, tr.
it., Milano. GILBERT, Il noi collettivo. Una critica alla concezione
‘sommativa’ della democrazia è leggibile, a no- stro avviso, anche nelle parole
di chi, nella dottrina penalistica, ha sottolineato che aderire al metodo
democratico non significa acconsentire alle idee dei più, bensì optare per una
modalità collettiva, comunitaria, consensuale di creazione delle regole –
valide poi per tutti – non fondate sul fattore-forza. La legalità democratica
richiede ben oltre complesse tecniche di calcolo, l’adesione convinta a
principi formulati in modo condiviso e perciò corresponsabilmente
vincolanti», Tra sentimenti ed eguale rispetto che le parti accettino
consapevolmente. Il sentire umano, nelle forme del sentimento e dell’emozione,
è fattore di diversità, ma è anche, di base, il correlato fenomenico di
un’uguaglianza di fondo fra individui resi al contempo uguali e diver- si dalle
disposizioni del sentire: uguali in potenza, diversi in atto. La varietà di
soglie di sensibilità, di assiologie personali e di repertori emotivi dei
singoli sono parte di una dotazione universalmente con- divisa: tutti gli
esseri umani (in assenza di condizioni patologiche) provano emozioni e
sentimenti, e sulla base di tale potenzialità co- mune prende successivamente
corpo la diversità. Per cercare di dare rilievo alla dimensione del sentire
quale con- notato a vocazione universalistica, e non semplicemente quale base
di frammentazione e di rivendica, ci sembra ragionevole prendere le distanze da
strumentalizzazioni del sentimento in chiave identitaria, per riorientare la
prospettiva a partire da diritti di libertà funzionali a consentire a ciascun
cittadino di vivere la propria ASSIOLOGIA [cf. H. P. GRICE, THE CONCEPT OF
VALUE] vocazionale. La sfida che sentimenti ed emozioni pongono oggi al diritto
pena- le si focalizza sul riconoscimento di un’eguale dignità fra persone
concretamente diverse, nella consapevolezza della varietà di preferen- v.
MAZZUCATO, Dal buio delle pene alla luce dei precetti. Anche EUSEBI, Laicità e
dignità umana nel diritto penale, sottolinea che il principio di laicità
richiede che le regole giuridiche di uno Stato non siano configurate secon- do
ciò che è comprensibile solo nell’ambito di una specifica concezione morale anche
se maggioritaria. L’elemento dirimente, e necessario, affinché si passi da una
semplice condi- visione in senso sommativo a una condivisione tale da poter
generare unità socia- le, è, secondo Margaret Gilbert, il cosiddetto ‘impegno
congiunto’: «l’impegno congiunto è l’impegno a credere come un corpo unitario
che una certa cosa C ab- bia un determinato valore V», v. GILBERT, Il noi
collettivo. Gilbert, pur non discostandosi da un piano analitico-concettuale,
non tralascia considerazioni su profili più propriamente politici:
«[e]videntemente, il fatto che si abbia lo sta- tus per fare pressione sugli
altri, se gli altri agiscono nell’inosservanza di un certo valore, non implica
né che, in fin dei conti, si debba esercitare questa pressione, né che, in
virtù di un impegno, si abbia ragione di farlo». Il caveat più significati- vo
si rivolge, non a caso, all’ipotesi di adoperare il diritto penale quale
strumento per la salvaguardia di valori collettivi. Anche in presenza di valori
che possono dirsi ‘collettivi’ in virtù di presupposti assimilabili all’idea di
‘impegno congiunto’, e non solo di una mera spiegazione sommativa, la
legittimità della pretesa di im- porre il rispetto di tali valori con strumenti
normativi dipende da considerazioni sostanziali sul merito dei valori assunti a
riferimento, sulla loro ‘correttezza’. ‘Va- lore collettivo’ non è di per sé
sinonimo di un sentire corretto. Traggo l’espressione e il concetto da DE
MONTICELLI, L’ordine del cuore. Sensibilità individuali e libertà di
espressione 133 ze e dei molteplici, possibili stili e concezioni della vita
buona. In questo senso appare importante evidenziare la matrice indivi-
dualistica dei diritti di libertà: significa che prima viene l’individuo, si
badi, l’individuo singolo, che ha valore di per se stesso, e poi viene lo stato
e non viceversa, che lo stato è fatto per l’individuo e non l’individuo per lo
stato» 81. Col richiamo al momento individualistico non intendiamo adom- brare
la vocazione solidaristica e la proiezione relazionale dei diritti di libertà,
ben leggibile nelle trame della Carta costituzionale. Riteniamo però che il
problema della tutela di sentimenti debba essere oggetto di un deciso cambio di
prospettiva che rompa con la tradi- zione del passato, nella quale il richiamo
alla socialità era divenuto sinonimo di ‘statualità’, di dominio della collettività
sul singolo, di assorbimento dell’individuo nel gruppo. Si rende in questo
senso ne- cessario rinsaldare la connessione fra il sentimento e il principio
per- sonalistico che pone «a base di tutto il sistema di rapporti fra stato e
singoli l’esigenza di rispetto della persona, della ‘dignità’ corrispon- dente
alla qualità dell’uomo come tale, quale che sia la posizione sociale rivestita.
Rispetto alla retorica comunitarista-identitaria, un’alternativa che emerge
oggi nel pensiero politico e che a nostro avviso si candida come sintesi
ragionevole tra individualismo e ottica solidaristica, è il cosid- detto
‘individualismo democratico’ elaborato da Nadia Urbinat: una 81 BOBBIO, L’età
dei diritti, Torino. Nel panorama penalistico si sof- ferma sul fondamento
individualistico dei diritti PULITANÒ, Diritti umani e diritto penale. Il
rapporto fra liberalismo e attenzione alle differenze è teorizzato in modo
peculiare da Rosenfeld, il quale contrappone il liberalismo in senso classico,
di marca individualistica, a una posizione politica che riconosce valore alla
pluralità, da Rosenfeld definita ‘pluralism’, e che saremmo portati a tradurre
con ‘liberalismo pluralista’. La distinzione di Rosenfeld non ci sembra però
tesa a confutare la matrice individualistica dei diritti di libertà, ma a
sottoli- neare come l’attenzione alla dimensione del singolo, tipica del
liberalismo classi- co, risulti poco funzionale alla tematizzazione delle
appartenenze e dell’identità: v. ROSENFELD, Equality and the Dialectic between
Identity and Difference, in AA.VV., ed. by Payrow Shabani, Multiculturalism and
Law: A Critical Debate, Wales, Ex plurimis, RIDOLA, Diritti fondamentali.
Un’introduzione, Torino. In ambito penalistico si è sottolineato l’intreccio e
la reciproca interdipen- denza tra profilo personalistico e collettivistico di
determinati interessi di tutela, v. DE FRANCESCO, Costituzione, persona,
comunità: beni giuridici e programmi di tutela nella dinamiche della vicenda
penale, in Dir. pen. proc. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, I, Padova.
Si tratta di un concetto che sottende una ben definita visione
antropologica: 134 Tra sentimenti ed eguale rispetto
reinterpretazione del concetto di individualismo classico, volta a distinguerlo
dal negativo accostamento all’idea di egoismo, di ‘anarchia soggettiva’, di
motore disgregativo a livello sociale. Il concetto di ‘individualismo
democratico’ implica rispetto reci- proco e non-omologazione; una visione che
si pone in antitesi sia con un individualismo egoistico che traduca
disinteresse per la cosa pub- blica, sia con forme di comunitarismo identitario
che comprimereb- bero l’individualità attraverso politiche di assimilazionismo
e di im- posizione di ideali della vita buona. Come osserva la Urbinati: «Il
problema sta quindi nel modo di concepire la comunità, poiché è evidente che le
comunità totalizzanti e ascrittive sono in conflitto con l’individualismo
democratico come lo sono con l’eguale diritto alla di- gnità e all’eguaglianza
della legge. Rispetto alla reificazione dei legami identitari, il richiamo alla
“divinità” di ciascun individuo e al di- ritto che ciascuno ha di contraddirsi
per restare coerente a se stesso suona come un invito tutt’altro che
anacronistico a situare la supre- mazia nella ragione e nel carattere,
rovesciando i criteri di selezione dei valori, facendo cioè della persona
stessa il fulcro senza il quale nessuna comunità potrebbe esistere» 85. In
quest’ottica, il legame fra sentimenti e individualità può acqui- stare una
valenza normativa come presupposto del riconoscimento dovuto agli uomini in
quanto agenti morali 86. Vi sono diversità fat- tuali che derivano dalla
eterogeneità nel sentire, le quali invocano un sostegno normativo come
riconoscimento di libertà e uguaglianza in la democrazia non è solo una forma
di governo ma anche e prima di tutto una ricca cultura dell’individualità.
L’individuo democratico è simile ma non identico a quello liberale ed economico
perché non pensato come un essere puramente razionale che sceglie fra opzioni
diverse in una condizione ipotetica di perfetta informazione e libertà; e
nemmeno come un individuo neutro, vuoto di specificità culturali, economiche o
di genere. È invece una persona che ha un senso morale della propria
indipendenza e dignità e agisce mossa da passioni ed emozioni al- trettanto
forti delle ragioni e degli interessi; che non è soltanto concentrata sulle
proprie realizzazioni, ma anche emotivamente disposta verso gli altri per le
ragioni più diverse, come l’empatia, la curiosità, la volontà imitativa, il
piacere di sperimentare» URBINATI, Liberi e uguali. Contro l’ideologia
individualista, Roma- Bari. URBINATI, Liberi e uguali. Sul tema è fondamentale
l’approfondita analisi di un Autore tendenzialmen- te vicino alle posizioni
comunitariste: TAYLOR, La politica del riconoscimento, in HABERMAS-TAYLOR,
Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento, tr. it., Milano. Sensibilità
individuali e libertà di espressione 135 dignità e diritti87. La tutela delle
libertà è la dimensione prioritaria; nondimeno, in nome di esigenze legate al
riconoscimento, e in parti- colare tese a evitare il disconoscimento, si può
porre il problema di interventi normativi al fine di salvaguardare equilibri di
rispetto È su questo crinale che si impernia la questione che definiamo ‘tu-
tela di sentimenti’ 89. 5. Sentimenti ed emozioni come richiamo ‘metonimico’ e
personologico Cercando di tirare le somme del discorso, date le suddette pre-
messe filosofico-politiche, quale può essere la sostanza normativa da
identificarsi con il ‘sentimento’? Esclusa l’ipostatizzazione di atteggiamenti
emozionali su base maggioritaria, riteniamo che una visione alternativa
dovrebbe incen- trare la prospettiva sul significato del sentimento come
marcatore dell’originalità individuale che si interlaccia con le trame
costitutive della personalità morale di un soggetto. Definiamo tale prospettiva
come ‘personologica’ per evidenziarne la peculiarità rispetto a una più
generica definizione come personalistica. Il termine personologia in uso nelle
discipline psicologiche e filosofiche, designa, nel suo significato minimale,
il discorso sulle caratteristi- che dell’individuo inteso come soggetto non
riducibile alle dimensioni mentale e corporea 90, ma come esito di
un’interazione con gli altri e con la realtà, all’interno di un percorso
biologico e biografico unico e irripe- tibile. Questa impresa conoscitiva trova
sviluppo soprattutto in seno alla Sul rapporto tra dati di natura e dimensione
dei diritti, fondamentale HER- SCH, I diritti umani da un punto di vista
filosofico, tr. it., a cura di De Vecchi, Milano. L’individuo delle democrazie
si ciba [di riconoscimento e per questa ragione ha bisogno di essere circondato
da simili, da chi è parte di una comunità di significato e di riferimento e con
cui è possibile condividere una lingua, dei se- gni convenzionali che consentano
una comunicazione immediata, delle tradizioni che facciano sentire sicuri e
protetti», v. URBINATI, Liberi e uguali. Condivisibilmente, nella dottrina
penalistica, v. PULITANÒ, Introduzione alla parte speciale. Testo di
riferimento è MARGOLIS, Persons and Minds. The Prospects of Nonre- ductive
Materialism, Boston. Tra sentimenti ed eguale rispetto psicologia e alla
filosofia; non intendiamo però ricalcare le categorizzazioni elaborate in
ambito filosofico sui rapporti fra personologia e personalismo. Nel discorso
giuridico, e in particolare penalistico, si usa parlare di personalismo e di
concezioni personalistiche per indi- care prospettive teoriche che mettono al
centro dell’orizzonte assio- logico la persona umana92 e che si impegnano
conseguentemente a riconoscere in essa il punto di riferimento ultimo di norme
e di problemi di tutela. Perché allora parlare anche di ‘personologico’? Dalla
prospettiva filosofica riteniamo utile mutuare la definizione di personologia
come ‘discorso su ciò che una persona è’93, in un quadro che non si riduce alle
funzioni psichiche, concependo dunque sentimenti ed emozioni non solo come
addentellato fenomenico che rimanda a stati contingenti e a moti interiori, ma
come elementi co- stitutivi che concorrono a definire le disposizioni
individuali e la complessiva ‘fisionomia morale’ della persona. È di secondaria
importanza l’eventuale puntualizzazione se si stia in questo modo richiamando
il sentimento in senso stretto ovvero l’emozione; è invece importante
evidenziare che la rispondenza col mondo dei fenomeni affettivi deriva dalla
connessione con ciò che abbiamo definito ‘stati disposizionali’: disposizioni
del sentire, ossia coordinate costitutive della personalità morale
dell’individuo, e non semplicemente reazioni episodiche. Nella prospettiva
giuridico-penalistica, e con particolare riferi- mento ai rapporti fra libertà
di espressione e reciproco rispetto, il ri- chiamo a sentimenti ed emozioni può
ragionevolmente costituire una coordinata descrittiva dell’oggetto di tutela in
senso simbolico, trasla- to, o meglio metonimico, come elementi che rimandano
al substrato In ambito filosofico si distingue tra personologia e personalismo:
Roberta De Monticelli intende col primo termine «una teoria della realtà di ciò
che noi siamo», mentre il personalismo «è una tendenza più che una teoria» e i
per- sonalismi del secolo scorso possono definirsi come «visioni del mondo cui
“sta a cuore” una certa interpretazione della condizione umana», v. DE
MONTICELLI, L’ordine del cuore, cit., p. 30. La distinzione appare più sfumata
nella definizione di MIANO, voce Personalismo, in Enciclopedia filosofica,
secondo il quale IN SENSO LATO (cf. H. P. Grie, LOOSE] è personalistica ogni
filosofia che rivendichi la di- gnità ontologica, gnoseologica, morale, sociale
della persona, contro le negazioni materialistiche o immanentistiche. In senso
rigoroso si dice filosofia personalisti- ca o personalismo la dottrina che
accentra nel concetto di persona il significato della realtà». 92 Per una
sintesi, v. CANALE, Persona, a cura di Ricciardi-Rossetti- Velluzzi, Filosofia
del diritto. Norme, concetti, argomenti, Roma. Sensibilità individuali e
libertà di espressione 137 più profondamente identificativo dell’essenza
individuale: si menzio- na la parte (il sentimento o l’emozione), per additare
il tutto (la per- sona) 94. Dire ‘tutela di sentimenti’ equivale a dire ‘tutela
della persona e della sua libertà di vivere ed essere riconosciuto come
soggetto di pari dignità nella propria personale ‘assiologia vocazionale’ 95.
Non ci si deve dunque limitare alla presa in considerazione di fe- nomeni
psichici ‘bruti’, ma si deve guardare ad essi come segno di individualità che
chiedono di essere tutelate nelle libertà e che al con- tempo non possono
ritenersi titolari di prerogative assolute: l’indi- viduo è uno, ma è al
contempo anche ciascuno96, ossia vive in un contesto di relazioni che implicano
diritti e doveri. 94 L’antropologia alla base del pensiero di Martha Nussbaum è
basata sul fatto che «le emozioni sembrano essere eudaimonistiche, ovvero
concernenti il prosperare della persona», v. NUSSBAUM, L’intelligenza delle
emozioni, Il legame tra sentire e sviluppo della persona, inteso come
realizzazione del sé, emerge anche in altri filosofi, quando si definiscono le
emozioni come ‘atti di base’ che esprimono ‘posizionalità assiologica’, ossia
il «realizzare la salienza, o valenza o valore negativo o positivo della data
cosa o situazione», v. DE MONTICELLI, La novità di ognuno, cit., pp. 195 ss.;
non dunque risposte automatiche bensì posizionali, le quali possono es- sere
più o meno appropriate, ma comunque rappresentano una parte fondamentale di ciò
che una persona è, della sua struttura morale, «che è insieme velata e svelata
dall’espressività personale: la quale indica infine lo stato in cui la persona
si trova rispetto alla fioritura nuova che solo lei poteva portare al mondo»
EAD., La novità di ognuno. In particolare attraverso il concetto di
‘posizionalità’ si osserva che la persona umana si costituisce nella propria
individualità essenziale attraverso ‘atti’: con tale termine si vuole porre una
fondamentale distinzione fra ciò che la persona ‘compie’, rispetto agli
‘eventi’ in cui un soggetto è coinvolto; l’atto comporta sempre un presa di
posizione relativamente a un dato oggetto, e «[m]ediante le pre- se di
posizione, e dunque, mediante gli atti, noi rispondiamo alla realtà
circostante. Una risposta si distingue da una reazione precisamente in virtù
della presa di posi- zione in essa contenuta. In ogni presa di posizione,
pulsa, per così dire, l’individuo personale che mediante le sue prese di
posizione costantemente si costituisce e si definisce», v. EAD., La novità di
ognuno. Si è parlato di costituzionalizzazione della coscienza delle persone per
sottolineare la rilevanza di «tutto ciò che la persona considera in coscienza
come strettamente richiesto per la propria realizzazione, riconoscendo diritti
collegati alle richieste d’identità e di libertà di scelta», v. VIOLA,
Multiculturalismo, valori comuni, diritto penale, a cura di Risicato-La Rosa,
Laicità e multiculturalismo. Vi è un termine che ci sembra possa definire la
portata accomunante e al contempo differenziante dei fenomeni affettivi:
ciascunità. Lo prendiamo in prestito dal lessico psicanalitico, in particolare
da HILLMAN, Il codice dell’anima, tr. it., Milano. In questo caso ci atteniamo
però a un senso più let- terale-etimologico che all’accezione specifica
elaborata dallo psicologo statuni- tense: ‘ciascuno’ è pronome che indica la
totalità in modo non indistinto e sper- sonalizzante, bensì richiamando l’attenzione
sui singoli. Tra sentimenti ed eguale rispetto In assenza di tale filtro
normativo fondato sul valore dell’ugua- glianza, il richiamo a sentimenti ed
emozioni può rappresentare una china scivolosa, poiché il debordare del
discorso sul piano emozionale rischia di innescare un processo che altera la
fisionomia delle questio- ni, relegandole a una dimensione di micro-conflittualità
soggettiva. Si rischia in altri termini di alimentare ciò che la sociologa
Isabel- la Turnaturi ha eloquentemente definito ‘rivendicazionismo psicolo-
gico’: «un nuovo campo di battaglia in cui gli individui oppongono l’uno al-
l’altro le proprie emozioni. Vissuti, percezioni, sensibilità si confrontano e
si scontrano quotidianamente e conflitti sociali, di genere e culturali si
spostano sul piano dei rapporti interpersonali. L’uguaglianza dei di- ritti si
sposta sul campo emozionale, ciascuno è sempre più attento alle proprie
emozioni e pretende per queste rispetto, attenzione e libertà di
espressione-esibizione. La valorizzazione della sofferenza psicologi- ca e le
narrazioni di sé affidate a un linguaggio esclusivamente psicolo- gico mentre
pongono l’accento sull’individuo cercano l’origine di torti e offese subiti nell’appartenenza
a un gruppo etnico, di genere, o nella condivisione di preferenze sessuali. Se
sono i sentimenti a riscrivere la storia tutto può essere ri-narrato e
ri-costruito secondo i punti di vista di chi sente offesa oggi la propria
sensibilità. Tutto viene affogato in un confuso mare magnum sentimentale, in un
apparente coinvolgimen- to emotivo che soffoca ogni forma di distanza al
rispetto e riconosci- mento reciproco. Quel diritto di ciascuno alla propria
narrazione, giu- stamente rivendicato, andrebbe forse declinato in un
linguaggio meno psicologico e psicologistico, imposto nel discorso pubblico con
la forza dell’argomentazione, ancorato a una cultura dei diritti liberata dalla
co- lonizzazione emotiva. Il discorso politico mostra una sempre più accentuata
tendenza al linguag- gio psicologistico ed emotivo, e più in generale tutta la
comunicazione pubblica è problematicamente invasa da «confessioni, narrazioni,
biografie, programmi e proclami politici che mettono in primo piano emozioni e
passioni. Al discorso pubblico e in pubblico, possibile solo se rispettoso
della propria e altrui discrezione e della distanza fra sé e l’altro, si è
sostituito il discorso emozionale, il di- scorso marmellata dove tutto diviene
appiccicoso e dolciastro, dove ogni distanza fra Io e Tu, fra me e l’altro
viene annullata nel mare di un presunto coinvolgimento», v. TURNATURI,
Emozioni: maneggiare con cura, prefazione a ILLOUZ, Intimità fredde. Le
emozioni nella società dei consumi, tr. it., Milano. Eloquente è l’espressione
con cui ALONSO ALAMO, Sentimientos y derecho penal, cit., p. 64, sintetizza il
problema di una soggettivizzazione incentrata su aspetti di rettività emotiva:
«¿Un derecho penal de sujetos pasivos? TURNATURI, Emozioni: maneggiare con cura.
Sensibilità individuali e libertà di espressione L’approccio del diritto non
può assecondare il rivendicazionismo psicologico ma deve essere declinato in
termini ‘razionalistico-nor- mativi’ facendo riferimento a «norme o principi
che si difendono e argomentano in quanto dotati di universalità, cioè in linea
di prin- cipio valevoli per tutti coloro che si trovano nella medesima
situazio- ne esistenziale» 99. Identifichiamo dunque sentimenti ed emozioni
come ‘matrici di diversità’ tali da sollecitare la prospettiva penalistica in
relazione al- l’esigenza di gestire equilibri di rispetto reciproco nella
società plura- le di fronte a condotte in cui si manifesta l’‘originalità’
degli individui in quanto caratterizzati da culture, concezioni di valore,
stili di vita, che ne identificano la personalità: da una parte richieste di
libertà per poter affermare le proprie visioni del mondo e per vivere confor-
memente a ciò in cui si crede; dall’altra parte istanze simmetriche, fondate
sui medesimi contenuti ma di segno opposto, che chiedono a loro volta
riconoscimento e rispetto attraverso l’altrui astensione da un certo tipo di
espressioni e di comportamenti. Sinossi Delineate le coordinate teoriche per lo
studio dei rapporti fra di- mensione emotiva e diritto penale e, in particolare,
del sentimento quale problema di tutela, l’indagine si focalizza sui rapporti
fra sen- sibilità soggettive e libertà di espressione. A suggerire
l’approfondimento di tale specifica questione sono sia ragioni concernenti gli
interessi emergenti dalle norme codicistiche, sia esigenze legate alla sempre
viva, e per molti versi crescente, conflit- tualità che si registra nel
discorso pubblico delle società occidentali. Il richiamo a sentimenti ed
emozioni può costituire un’utile coordinata esplicativa, a patto di chiarire in
che termini i problemi legati alla libertà di espressione possano essere intesi
anche come ‘fatti di sentimento’. Gli approcci di fondo sono a nostro avviso
fondamen- talmente due: il primo, che definiamo ‘naturalistico-emozionale’, è
incentrato sul turbamento psicologico che può discendere dall’essere oggetto di
determinate espressioni o dal contatto con determinate manifestazioni
espressive; il secondo, che definiamo ‘razionalistico- normativo’, mette al
centro l’analisi critica dell’emozione o del senti- VIOLA,
Multiculturalismo, valori comuni, diritto penale. Tra sentimenti ed eguale
rispetto mento addotti quale ragione di potenziali divieti, al fine di
verificarne la razionalità e la consonanza in rapporto ai valori e ai principi
as- sunti quale riferimento per la regolamentazione politica. La partita decisiva
si gioca sul piano delle alternative filosofico- politiche che concorrono a
definire i tratti dei differenti, possibili modelli di democrazia. Con riguardo
alla tutela di sentimenti, la scelta di fondo – probabilmente quella
logicamente prioritaria – è fra l’avallo di interpretazioni del problema in
chiave collettivistico-co- munitarista oppure in chiave
soggettivo-individualistica. Sulla base delle istanze evidenziate dalla teorica
dell’individua- lismo democratico, come elaborato da Nadia Urbinati, riteniamo
che si debba in primo luogo emancipare la tutela di sentimenti da forme di
presidio al sentire della maggioranza, interpretando il richiamo a fenomeni
affettivi come forma metonimica tesa a evocare simboli- camente la persona
nella sua dimensione di soggetto morale, riassu- mendone contemporaneamente,
quale duplice faccia nello stesso ele- mento, la dotazione universalmente
condivisa in termini egualitari (il provare sentimenti ed emozioni di ciascun
individuo) e gli esiti po- tenzialmente conflittuali (la diversità nel
sentire). La pretesa normativa definita ‘tutela di sentimenti’ viene così a
identificarsi con un progetto teso a garantire il reciproco rispetto a partire
da una cornice assiologica di libertà e pari dignità. FISIONOMIA
DELL’OFFESA Oltre i sentimenti: gli interessi in gioco SOMMARIO Temi
‘sensibili’ e discorso pubblico: esempi guida. Sensibilità religiosa.
Sentimento del pudore e pari dignità sessuale. Apparte- nenza e gruppalità.
Rispetto, riconoscimento, stima reciproca. Pari dignità ed eguale rispetto.
Bilanciare le pretese. Dignità e capacità umane. Rispetto di sé e umiliazione:
la concezione di Margalit. Ai confini fra critica e discriminazione. Offesa ai
sentimenti e offesa alla dignità nello hate speech secondo Waldron. Ermeneutica
del fatto ed ermeneutica della norma. Temi ‘sensibili’ e discorso pubblico:
esempi guida Cerchiamo a questo punto di dare una fisionomia più definita ai
conflitti legati alla sensibilità degli individui. In un importante studio di
fine anni Novanta, il giurista Richard Abel parlava emblematicamente di ‘lotte
per il rispetto’ per indicare il tipo di contesa dialettica che
contraddistingueva il dibattito sulla pornografia, il contrasto al discorso
razzista e le prese di posizione seguite alla pubblicazione di opere ritenute
blasfeme in quanto criti- che o irridenti verso temi religiosi 1. Storie che
hanno un nucleo co- mune, le definisce Abel, poiché «investono valori che ispirano
emo- ABEL, La parola e il rispetto, tr. it., Milano. Tra sentimenti ed
eguale rispetto zioni profonde» 2. In relazione a temi di questo tipo eventuali
espres- sioni di critica o di scherno sono in grado di attivare reazioni anche
su scala collettiva, estendendo la dimensione dei problemi fino a coinvolgere
l’ordine pubblico di singole realtà nazionali e anche del panorama globale. Lo
scenario contemporaneo non si discosta più di tanto dal quadro tracciato
qualche decennio fa da Abel: razza/etnia, fede religiosa/cre- denze, modi di
concepire e vivere l’identità sessuale, sono ancora oggi ambiti tematici in
grado di accendere conflittualità esorbitanti da un ordinario dissenso, dando
luogo a un tipo particolare di scontro fra soggetti che ha a che vedere con la
concrezione di affetti, interessi, ragioni e pregiudizi contrastanti che
si fronteggiano e che paiono o sono fortemente vitali per coloro che ne sono
portatori o portati» 3. Una dialettica ad alto tasso emotivo, nella quale
emergono veri e propri ‘campi minati’ che potremmo definire
‘argomenti-trigger’, i quali hanno contribuito a riportare oggi il tema della
libertà di espressione al centro del dibattito pubblico prima ancora che
scientifico. Per meglio contestualizzare i problemi esporremo in modo sinte-
tico alcune vicende tratte dal panorama nazionale ed europeo. In questa fase
dell’indagine non ci concentreremo sulla qualifica- zione giuridica dei fatti,
ma riteniamo preferibile individuare una ca- sistica ‘tipologica’ che possa
fungere da palestra concettuale per riflettere sulle istanze di tutela che
vengono associate a offese a senti- menti. Riportiamo anche episodi di
rilevanza non strettamente pena- listica, i quali evidenziano come l’appello a
sentimenti non sia conno- tato esclusivo della penalità ma possa presentarsi
anche quale giusti- ficazione, più o meno esplicita, di forme differenti di
intervento normativo. Attingeremo dal tema della critica/satira su temi
religiosi e da epi- sodi concernenti le manifestazioni della sessualità. Riteniamo
di non dover introdurre, per il momento, esempi legati al discorso razzista: in
questa fase dell’indagine presentare il discorso razzista come pro- blema di
sentimenti può essere fuorviante perché limitativo. Nel di- ABEL, La parola e
il rispetto, cit., p. 27. 3 CERETTI, Vita offesa, lotta per il riconoscimento e
mediazione, in AA.VV., a cura di Scaparro, Il coraggio di mediare. Contesti,
teorie e pratiche di risoluzioni al- ternative delle controversie, Milano,
definisce tali conflitti ‘di seconda generazione’ per sottolinearne la
diversità da quelli che toccano le sfere della ri- produzione
materiale-economica e della sfera politica. 4 Per le medesime ragioni, in
termini ancora più stringenti, non si presta a fungere da esempio prototipico
il problema dell’incriminazione del c.d. negazio- Fisionomia
dell’offesa 143 battito sullo hate speech, categoria nella quale rientra la
propaganda razzista, la lettura dell’incriminazione come forma di
rassicurazione collettiva e come tutela della sensibilità del soggetto offeso
assume una funzione sostanzialmente critica e confutativa rispetto a un
mainstream che individua quale interesse di fondo la pari dignità, in- tesa
come pericolo di discriminazioni e come offesa a valori sul piano simbolico5. A
prescindere dalle diverse formulazioni mediante le quali lo hate speech assume
rilevanza normativa nelle singole realtà nazionali, non si tratta a nostro
avviso di un esempio prototipico di ambito normativo in cui il sentire,
individuale o collettivo, possa concorrere a definire l’oggetto di tutela, per
quanto le connessioni ri- spetto al tema in esame siano numerose e feconde, ma
necessitino di essere contestualizzate a un livello successivo dell’analisi
(vedi infra). nismo, il quale «non può essere inquadrato soltanto come una
specie del discorso razzista, v. CANESTRARI, Libertà di espressione e libertà
religiosa: tensioni at- tuali e profili penali, in Riv. it. dir. proc. pen. Fra
le diverse istanze addotte a sostegno dell’incriminazione è ravvisabile anche
l’offesa a un sentire condiviso, come evidenziato anche da BRUNELLI, Attorno
alla punizione del nega- zionismo, in Riv. it. dir. proc. pen., il quale
sottolinea in questo senso la differenza fra ‘negazionismo-vilipendio’ e
‘negazionismo-istigazione’; cfr. GUELLA-PICIOCCHI, Libera manifestazione del
pensiero. Si veda anche FRONZA, Criminalizzazione del dissenso o tutela del
consenso. Profili critici del negazionismo come reato, in Riv. it. dir. proc.
pen., la quale mette in evidenza la natura del reato di negazionismo come
‘modello di crimina- lizzazione altamente consensuale’, rispondente ad
aspettative e a emozioni della collettività. L’ampiezza e la pluralità di
argomenti e controargomenti lascia però in secondo piano la lettura del
problema come mera tutela della sensibilità; per una panoramica v. ex plurimis,
FRONZA, Il negazionismo come reato, Milano; VISCONTI C., Aspetti penalistici;
PULITANÒ, Di fronte al negazioni- smo e al discorso d’odio, in penalecontemporaneo.it,
CAPUTO, La “Menzogna di Auschwitz”, le “verità” del diritto penale. La
criminalizzazione del c.d. negazionismo tra ordine pubblico, dignità e senso di
umanità, in AA.VV., a cura di Forti-Varraso-Caputo, «Verità» del precetto e della
sanzione penale. Per un’accurata sintesi delle strategie di legittimazione e
degli interessi pro- tetti dall’incriminazione dello hate speech nel panorama
internazionale, v. BROWN A., Hate Speech Law; la questione del danno alla
sensibilità sogget- tiva e alla tranquillità psichica è trattata. Si è
osservato che nella trattazione della tematica delle restrizioni normative allo
hate speech sarebbe be- ne evitare generalizzazioni, non solo in relazione alla
fenomenologia delle con- dotte, ma anche con riferimento all’individuazione,
nella realtà dei diversi ordinamenti, del sistema di prodotti normativi che
vanno a costituire ciò che gli stu- diosi definiscono ‘hate speech laws’; si
tratta infatti di un insieme eterogeneo, non limitabile ai soli divieti penali,
ma composto da statuizioni di diverso tipo che ne- cessitano di strategie di
legittimazione differenti.Tra sentimenti ed eguale rispettoSensibilità
religiosa Le contingenze storico-politiche suggeriscono di prestare partico-
lare attenzione alla questione dei rapporti fra libertà di espressione e
rispetto della sensibilità religiosa. L’attuale momento storico si caratterizza
per una peculiare aura di passionalità, e purtroppo anche di violenza, che
accompagnano una conflittualità per molti versi inedita 6. Le fonti mediatiche
ci mettono oggi in condizione di ascoltare la ‘voce’ delle emozioni e di
formularne interpretazioni con immedia- tezza; come ha scritto il filosofo
Ermanno Bencivenga, dopo i tragici fatti di Charlie Hebdo «[i]nsieme con le
emozioni esplosero contenuti intellettuali di ogni genere: commenti e
chiarimenti, diagnosi e previ- sioni, giudizi e proposte. Da un lato le
emozioni di chi, avvertendo una ferita al proprio sentire religioso, ha agito
con brutale violenza; dall’altro un’onda emotiva che di rimando ha stimolato
riflessioni e prese di posizione che si sono rivolte non solo contro la
condotta omicida, ma talvolta, più radicalmente, anche contro la religione e
l’etnia di appartenenza dei soggetti autori del massacro. Per quanto le due
posizioni siano del tutto incomparabili, prendere sul serio le emozioni di
entrambe le parti è utile per provare a decodificarne le pretese. Le violente
reazioni che negli ultimi tempi sono scaturite dalla pubblicazione di vignette
satiriche sulla religione musulmana rap- presentano uno fra i tanti casi in cui
la causticità di determinate forme di satira ha urtato la sensibilità di
credenti di varie fedi religio- se. Riportiamo di seguito una sintesi di alcuni
episodi tratti dalle cronache. 6 Una panoramica storica in HARE, Blasphemy and
Incitement to Religious Hatred: Free Speech Dogma and Doctrine, in AA.VV., ed. by
Hare-Weinstein, Ex- treme Speech and Democracy, Oxford; nella letteratura
italiana, v. a cura di Melloni-Cadeddu-Meloni, Blasfemia, diritti e libertà.
Una discussione dopo le stragi di Parigi, Bologna, 2015; FLORIS, Libertà di
religione e liber- tà di espressione artistica, in Quad. di diritto e politica
ecclesiastica; OZZANO, Il fondamentalismo religioso: implicazioni politiche, in
Nuova infor- mazione bibliografica. BENCIVENGA, Prendiamola con filosofia. Fisionomia
dell’offesa 145 Caso 1: da una vignetta rispunta l’accusa di deicidio al popolo
ebraico Nell’aprile 2002 un gruppo di palestinesi si rifugia all’interno della
Basilica della Natività di Betlemme per sfuggire a una rappresaglia
dell’esercito israeliano. I militari israeliani minacciano di entrare nel- la
chiesa; chiedono che vengano consegnati loro quattro palestinesi, accusati di
aver assassinato Rehavam Zeevi, ministro del governo Sharon. Giorni dopo, nel
quotidiano italiano ‘La Stampa’ compare una vi- gnetta di Giorgio Forattini dal
titolo ‘Carri armati alla mangiatoia’: la vignetta raffigura un tank israeliano
contrassegnato con la stella di David mentre punta il cannone verso una
mangiatoia sulla quale un bambino impaurito, chiaramente identificabile con
Gesù, esclama: ‘Non vorranno mica farmi fuori un’altra volta?!’. La vignetta
provoca lo sdegno e le proteste dell’allora presidente dell’Unione delle
Comunità Ebraiche Amos Luzzatto. Queste in sinte- si le motivazioni, così
riportate da fonte giornalistica: «[u]na vignetta che non esito a definire
orripilante. Ritorna così a galla, come da- to indiscutibile a monte della
caricatura stessa, l’accusa di deicidio che pareva esser scomparsa dopo il
Concilio Vaticano II. E questo proprio nel momento in cui l’Europa è scossa da
una nuova ondata di attentati contro le nostre sinagoghe alla valutazione
politica si aggiunge la teologia, ovvero la peggiore delle soluzioni. Cresce in
modo nascosto e strisciante l’avversità per gli ebrei... Si attribuisce a una
fantomatica malvagità giudaica la responsabilità di quanto sta succedendo a
Betlemme» 8. Caso 2: le vignette danesi e l’insurrezione del mondo islamico per
la rappresentazione del Profeta Il 30 settembre 2005 il quotidiano danese
Jyllands Posten pubblica nella versione on line dodici vignette satiriche su
Maometto, in una delle quali il Profeta è raffigurato con una bomba al posto
del turban- te. Le vignette vengono successivamente ripubblicate da diverse te-
state giornalistiche europee, fra cui, il settimanale satirico francese Charlie
Hebdo. Le proteste sono immediate sia nel continente europeo sia nei paesi di
religione islamica 9: il direttore del giornale danese viene mi- 8 L’Unità. In
Danimarca viene avviato un procedimento penale, poi archiviato, per
bla- Tra sentimenti ed eguale rispetto nacciato di morte, e nelle
settimane successive alla pubblicazione vengono organizzate manifestazioni di
protesta da parte di cittadini islamici e anche da parte di esponenti
governativi che chiedono al governo danese di formulare delle scuse ufficiali.
Dure le prese di po- sizione dei governi di paesi arabi. Una significativa
sintesi delle ragioni della protesta si trova nel cosiddetto dossier
Akkari-Laban pubblicato da due Imam immigrati in Danimarca. Queste le
principali rivendicazioni avanzate dagli Imam: viene chiesto un contatto
costruttivo con la stampa ed in particolare con soggetti delle istituzioni
(relevant decision makers), non sbrigativo, ma condotto con meticolosità e
lungimiranza (with a scientific methodology and a planned and long-term programme)
per rimuovere i malintesi tra le due parti. Si afferma che i musulmani non
vogliono apparire arretrati e limitati, e non vogliono neppure accusare i
danesi d’ideological arrogance. Obiettivo è avere relazioni sicure e stabili, e
una Danimarca prospera per tutti. Si lamenta che i fedeli musulmani soffrono la
mancanza di un riconoscimento ufficiale della fede islamica, circostanza che ha
fra le immediate conseguenze la mancanza del diritto di costruire moschee. Si
afferma infine che i musulmani non abbiano bisogno di lezioni di democrazia, e
si ritiene ‘dittatoria- le’ e inaccettabile l’attuale modo europeo di concepire
e gestire la democrazia 11. Caso 3: una discussa opera teatrale e l’offesa alla
religione cattolica Viene presentato in Italia, dopo una tournée densa di polemiche
in Francia, lo spettacolo teatrale di CASTELLUCCI (si veda) dal titolo ‘Sul
concetto di volto del figlio di Dio’. L’opera rappresenta la storia di un
figlio che accudisce il padre, non più autosufficiente. Sullo sfondo della
scena, una rappresentazione del volto del Cristo (il famoso ritratto di
Antonello da Messina), che a fine spettacolo viene lacerato e fatto oggetto del
lancio di varie cose, fra cui del liquido nero da molti interpretato come feci.
Malgrado i tentativi dell’autore di spiegare il significato della prosfemia e
vilipendio di gruppi di persone. Anche in Francia viene aperto un procedimento
contro Charlie Hebdo, poi concluso con un’assoluzione. Una sintesi delle
vicenda processuali in BASILE, La pubblicazione delle dodici vignette satiriche
sull’Islam costituisce reato in Italia?, in Notizie di Politeia, La Repubblica;
La Repubblica 11 Informazioni tratte dalla voce Wikipedia ‘Akkari-Laban
dossier’, nella cui pa- gina si trova il link alla versione originale del dossier
in lingua araba. Fisionomia dell’offesa 147 pria opera, lo
spettacolo è bersaglio di forti polemiche: si registrano manifestazioni di
protesta da parte di alcuni esponenti del mondo cattolico, e anche il Vaticano
arriva a definirla «un’opera che offende Gesù e i cristiani. Particolarmente
significative le parole usate dal- la Curia milanese in un comunicato ufficiale
per criticare la messa in scena al teatro Parenti: si richiama l’esigenza che
sia «riconosciuta e rispettata la sensibilità di quanti cittadini milanesi
vedono nel Volto di Cristo l’incarnazione di Dio, la pienezza dell’umano e la
ragione della propria esistenza [...]», criticando in questo senso una scelta
che «avrebbe potuto farsi carico più attentamente della “dimensione sociale”
della libertà di espressione Sentimento del pudore e pari dignità sessuale In
relazione alle manifestazioni della sessualità emergono problemi differenti
rispetto al passato in cui Abel si soffermava sul tema della liceità della
pornografia; oggi assumono maggior rilevanza que- stioni legate
all’affermazione e al riconoscimento della pari dignità degli orientamenti
sessuali sul piano del discorso pubblico e anche della regolamentazione
normativa. Al centro dell’attenzione è il fenomeno della cosiddetta ‘omofobia’;
nella Risoluzione sull’omofobia in Europa del gennaio del 2006 essa viene
definita come «una paura e un’avversione irrazionale nei con- fronti
dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, basata sul
pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al
sessismo». La rilevanza penale di espressioni omofobiche è legge in diversi
Paesi europei, non ancora in Italia14. Il modello di incriminazione
privilegiato fa confluire il discorso omofobico nello hate speech; per Affermazioni
di Wells, all’epoca assessore agli Affari generali della Segreteria di Stato
vaticana, cui possono affiancarsi, per identità di contenuto, le opinioni di
Padre Federico Lombardi, v. Corriere della Sera, Stralcio del comunicato della
Curia milanese, così riportato in Avvenire. Una panoramica in GOISIS, Omofobia
e diritto penale. Profili comparatistici, in penalecontemporaneo.it; DOLCINI,
Omofobia e legge penale. Note a margine di alcune recenti proposte di legge, in
Riv. it. dir proc. pen.; ID., Omofobi: nuovi martiri della libertà di
manifestazione del pensiero?, in Riv. it. dir proc. pen.; RICCARDI, Omofobia e
legge penale. Possibilità e li- miti dell’intervento penale, in penalecontemporaneo.it.
Tra sentimenti ed eguale rispetto tali ragioni riteniamo che anche l’insulto
omofobico non si presti a essere presentato in prima istanza come condotta
offensiva di senti- menti: stati affettivi vengono certo in gioco nelle
condotte omofobi- che, ma, come osservato per lo hate speech razzista, adottare
come ipotesi di lettura primaria l’offesa a sentimenti rischia di incentrare la
prospettiva sulla mera reattività emotiva. Con riferimento al tema della
sessualità e della pari dignità degli orientamenti sessuali, si rivelano
particolarmente problematiche le invocazioni dell’intervento penale che
adducano offese al pudore mo- tivate non dal livello di particolare
esplicitezza di condotte sessuali tenute in pubblico, ma in ragione
dell’orientamento sessuale dei sog- getti 15. Detto in altri termini: può capitare,
ed è capitato, che si invo- chino divieti per condotte sessuali dove il motivo
dell’offesa è ricon- ducibile esclusivamente alla tipologia di relazione e
dunque al- l’identità e alla dignità sessuale dei soggetti 16. Anche in Italia
la stam- pa ha dato notizia di denunce per atti osceni a seguito di semplici
ba- ci realizzati in pubblico nel contesto di un rapporto fra soggetti dello
stesso sesso, benché nessuno dei procedimenti, per quanto ci è noto, sia giunto
a una pronuncia di condanna 17. Caso 4: censura televisiva per un bacio gay
Riteniamo particolarmente significativo, per quanto non sia inte- 15 Si veda il
vasto, e grottesco, panorama di incriminazioni in vigore negli anni Ottanta in
alcuni Stati americani. Definirle ‘leggi antisodomia’ appare improprio poiché i
divieti attengono al tipo di atto piuttosto che al contesto della relazione. Ad
esempio, in Arizona era penalmente rilevante la condotta di «un individuo che
commetta volontariamente e senza costrizione, in qualunque modo innaturale, qualunque
atto osceno libidinoso sul o con il corpo o qualunque parte o membro del corpo
di un adulto di sesso maschile o femminile, con l’intento di eccitare,
solleticare o gratificare la lussuria, la passione, o il desiderio sessuale di
una qua- lunque delle persone coinvolte», v. NUSSBAUM, Disgusto e umanità. Le
radici storiche del problema riportano alle leggi antisodomia, diffuse so-
prattutto in ambito angloamericano; su tale tema in Inghilterra si sviluppò il
ce- lebre confronto dialettico tra il filosofo di Oxford Herbert Hart e il
giudice Patrick Devlin. Hart si oppose alle tesi moralistiche di Devlin con
un’opera divenuta un manifesto del liberalismo giuridico: v. H. L. A. HART
[citato da H. P. Grice], Diritto, morale e libertà, cit., 1968; per una
sintesi, v. CADOPPI, Moralità e buon costume (delitti contro la) (diritto inglese),
in Dig. disc. pen. Si tratta di episodi narrati da organi di stampa; a titolo
esemplificativo si veda
http://www.umbria24.it/cronaca/perugia-bacio-gay-tra-le-sentinelle-in-piedi-
alfano-riferisce-in-aula-diretta-streaming; tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/-
ContentItem-81e83656-04b5-4485-ac45-e4e5d912bc58.html. Fisionomia
dell’offesa ressato il piano penalistico, un episodio di vera e propria censura
nel- la televisione italiana di Stato, espressamente motivata da un ‘eccesso di
sensibilità’, che ha portato al taglio e alla mancata messa in onda di una
scena comprendente un bacio omosessuale. Viene trasmesso sul canale nazionale
italiano Rai 2 la serie tv statunitense ‘Le regole del delitto perfetto’. La
puntata va in onda con dei tagli rispetto alla versione origi- nale: vengono
infatti rimosse le sequenze ritraenti un bacio fra sog- getti di sesso
maschile. A seguito delle polemiche levatesi contro una simile censura, la
direttrice di Rai Due commenta «Non c’è stata nes- suna censura, semplicemente
un eccesso di pudore dovuto alla sensi- bilità individuale di chi si occupa di
confezionare l’edizione delle se- rie per il prime time» 18. 2. Appartenenza e
gruppalità Negli argomenti addotti da coloro che lamentano un’offesa rico-
nosciamo un’evidente componente emozionale, soprattutto con rife- rimento alla
vignetta sulla religione ebraica e nell’opera teatrale con- testata da una
parte del mondo cattolico. Nel primo caso lo si può desumere dal lessico
(pensiamo alla parola ‘orripilante’ che evoca una sensazione di disgusto);
nell’opera teatrale si è criticato soprat- tutto il gesto del lanciare
materiali assimilati a feci contro l’immagine del Cristo, azione il cui
significato iconoclasta sarebbe stato, forse, percepito in termini più
attenuati senza il richiamo (peraltro non univoco) alle feci, e che invece ha
indotto nei fedeli una sensazione di ‘disgusto morale’. Nel caso della censura
televisiva, la giustificazione offerta in sede pubblica parla di ‘eccessiva
sensibilità’ volta a evitare l’offesa al pudore, mentre appaiono più complesse
le motivazioni ad- dotte in sede pubblica dai fedeli musulmani con riferimento
alle vi- gnette danesi 19. Tutti i suddetti conflitti possono a nostro avviso
inquadrarsi in Corriere della Sera. La
reazione all’offesa religiosa si unisce ad argomenti inerenti la situazione
politica e le condizioni di vita dei musulmani in Danimarca; al di là della
cautela con cui è bene accogliere tali istanze, resta il fatto che la
rappresentazione attra- verso le vignette si presta a essere interpretata anche
come etichettamento dell’in- tera comunità musulmana nei termini di
‘terrorista’, in questo senso andando ol- tre la semplice irrisione sul piano
religioso. Tra sentimenti ed eguale rispetto contrapposizioni di carattere
gruppale, nelle quali cioè le ragioni del- lo scontro si legano a profili che
sono identificativi di un particolare gruppo o categoria di persone da cui si
vuole prendere una ‘distanza’. Intendiamo il concetto di gruppo in un
significato più esteso della sola appartenenza etnico-culturale, e che non è
limitato a gruppi c.d. ‘minoritari’ o contrapposti alla cultura dominante, ma
che è fun- zionale a designare tensioni tra forme di appartenenza che attraver-
sano i confini delle singole realtà geopolitiche 21. Un’appartenenza che si
radica nel sentire dell’individuo, la cui de- finizione può a nostro avviso
esser fatta coincidere con il termine ethos, il quale rimanda letteralmente ai
concetti di abitudine e di usanza, intesi come elementi costitutivi della
diversità fra popoli e fra individui, e che nella filosofia contemporanea è
adoperato per desi- gnare «una complessiva, non necessariamente esplicita,
concezione del be- ne, o uno stile di vita, che può anche avere una radice
religiosa, e che in molti casi si identifica con la “cultura” di una qualche
comunità di appartenenza, con il modo di sentire e giudicare, i costumi, le
norme di questa comunità: in questo senso un ethos può definire l’identità
culturale o religiosa, e lato sensu morale di una persona. Un’ulteriore
connessione può trovarsi nei concetti di categorizzazione e di
autocategorizzazione. Secondo quanto osservato in psicologia sociale, il
sistema cogniti- vo umano per far fronte alla complessità del mondo esterno
sviluppa la tendenza a pensare gli oggetti raggruppandoli in insiemi, accomu-
nandoli sulla base di informazioni e di dati estendibili alla totalità di A
questo livello non vi sono, a nostro avviso, esigenze penalistiche di delimi-
tazione del concetto di appartenenza, le quali invece appaiono evidenti quando
il richiamo al gruppo o alla cultura sia funzionale a introdurre eventuali
fattori di attenuazione della responsabilità penale, come nel caso dei c.d.
‘reati cultural- mente motivati’. In tale ultimo caso la rilevanza sul piano
penalistico è necessa- riamente subordinata a una specificità che deve
consentirne l’accertamento in sede processuale: v., per tutti, DE MAGLIE, I
reati culturalmente motivati. Ideologie e modelli penali, Pisa, 2010, pp. 25
ss.; EAD., voce Reati culturalmente condizionati, in Enciclopedia del diritto,
Annali VII, Milano; in senso lato, il problema può riconnettersi alla categoria
generale della c.d. inesigibilità, v., per tutti, FORNASARI, Il principio di
inesigibilità nel diritto penale, Padova. Accenna a tale distinzione KYMLICKA,
La cittadinanza multiculturale, tr. it., Bologna, MONTICELLI, La questione
morale. Fisionomia dell’offesa essi. Tale processo classificatorio può avere a
riferimento anche le persone, e si tratta di un momento essenziale del rapporto
con l’altro: «Il mondo sociale, in altri termini, ci appare articolato in
insiemi omogenei di persone unificate da un qualche tratto. Alcune di queste
suddivisioni sono più importanti e cariche di significato, come l’appartenenza
etnico culturale, la lingua, la religione, la famiglia, le ideologie,
l’orientamento politico; ma anche il genere, l’età, l’orientamento sessuale,
l’occupazione, la zona di residenza, e perfino aspetti molto più marginali come
gli hobby, gli stili di consumo o la preferenza per una squadra di calcio, sono
in grado di diventare potenti elementi di identificazione collettiva. La
tendenza alla gruppalità induce una propensione a classifi-care gli altri
individui, e si manifesta anche in senso riflessivo come percezione di sé
basata sul sentirsi parte di una categoria, ossia come autocategorizzazione;
più in particolare, l’autocategorizzazione si pone come fondamentale momento di
costruzione dell’identità sociale relativamente all’edificazione dell’immagine
di sé e al modellamento delle sfere relazionali. Tale assunto ricorre anche in
ambito antropologico: «l’esperienza della diversità di modi di vivere porta
spesso a dare giudizi di valore, sulla base del sapere garante dell’identità
del proprio gruppo, su di noi rispetto agli altri e sugli altri rispetto a noi.
Categorizzazione e autocategorizzazione rappresentano dunque concetti
essenziali per la comprensione di dinamiche relazionali e comunicative in cui
vengono in gioco ‘appartenenze significative’ dell’individuo, tali da renderlo
particolarmente sensibile a ciò che vie- LEONE-MAZZARA-SARRICA, La psicologia
sociale. Processi mentali, comunica- zione e cultura, Roma-Bari, HAIDT, Menti
tribali. Si vedano, ex plurimis, CRISP-TURNER, Psicologia sociale, tr. it., a
cura di Mosso, Torino; BROWN R., Psicologia sociale del pregiudizio, tr. it.,
Bologna; CARNAGHI-ARCURI, Parole e categorie. La cognizione sociale nei
contesti intergruppo, Milano; TAJFEL, Gruppi umani e categorie sociali, tr.
it., Bologna; RAVENNA, Odiare. Quando si vuole il male di una persona o di un
gruppo, Bologna, ANGIONI G., Fare, dire, sentire, Ci riferiamo a
caratteristiche costitutive dell’identità che siano particolar- mente
totalizzanti o ‘dispotiche’, nel senso che, pur essendo oggetto di scelta, ten-
dono ad assumere una portata fortemente invasiva della sfera personale, anche
fino a generare situazioni di concorrenza e incompatibilità con altre
appartenen- Tra sentimenti ed eguale rispetto ne detto28 sia riguardo alla
sua appartenenza a un gruppo, sia ri- guardo al gruppo in sé e a ciò che lo
identifica 29, e anche riguardo a fatti di conoscenza che si pongono a
confutazione o in contrasto con il patrimonio di conoscenze tramandato e
acquisito dal gruppo 30. Secondo la ricostruzione dello psicologo sociale
Jonathan Haidt, l’uomo ha una natura sia egoista sia gruppista, e possiede una
mente ‘tribale’: l’aderenza al gruppo ‘unisce e acceca’, nel senso che crea i
presupposti per la socialità e al contempo può intrappolare le perso- ne nelle
matrici morali del gruppo di appartenenza, ingenerando conflittualità fra
gruppi contrapposti. Un risvolto di tale relazione è l’accentuata emotività che
si lega al- le questioni inerenti l’appartenenza: ma qual è la pretesa che
acco- muna le parti in conflitto? cosa ‘chiedono’ le emozioni in termini di
reciprocità? ze. L’esempio principale è l’identità religiosa; sul tema della
costruzione dell’iden- tità e del particolare ruolo ‘dispotico’ dell’identità
religiosa v. PINO, Identità perso- nale, identità religiosa e libertà
individuali, in Quad. di diritto e politica ecclesiasti- ca. Il linguaggio
trasmette l’interazione con gli altri. Narra le categorizzazioni sociali di cui
ci serviamo. Reiterandoli consolida gli stereotipi. Partecipa alla costruzione
e all’alimentazione dei pregiudizi. E così facendo influenza in modo rilevante
la percezione sociale di un determinato gruppo, v. PUGIOTTO, Le parole sono
pietre? I discorsi d’odio e la libertà di espressione nel diritto costituzionale,
in penale
contemporaneo.it Quali
sono queste appartenenze e in base a quali criteri il diritto può attribuire
una rilevanza? L’interrogativo, nella sua estrema complessità, non può essere
affrontato nel presente lavoro; nondimeno va tenuto conto che sia nelle scienze
sociali, sia, di riflesso, nella prospettiva giuridica, si tratta di un
problema aperto che può influire in modo determinante sull’approccio agli
eventuali limiti alla li- bertà di espressione, v. BROWN A., Hate Speech Law. Il
tipo di identità che sembra assumere una rilevanza peculiare sul piano politico
è ciò che CA- STELLS, Il potere delle identità, tr. it., Milano, definisce come
resistenziale’, ossia quella «generata dagli attori che sono in posizioni o
condizioni svalu- tate e/o stigmatizzate da parte della logica del dominio».
Nondimeno, il valore politico dell’identità può risultare condizionato anche
dal grado di ‘dispoticità’ e della conseguentemente combattività nella sfera
pubblica, v. supra, nota 27. 30 Si soffermano su tale ultima tipologia di
conflitto, tra fatti di sentimento e fatti di conoscenza, GUELLA-PICIOCCHI,
Libera manifestazione del pensiero, analizzando in particolare, in riferimento
al contesto statunitense, il tema dell’opposizione all’insegnamento delle
teorie evoluzionistiche negli istituti di istruzione di orientamento
creazionista. HAIDT, Menti tribali. Sul particolare profilo che Haidt definisce
‘principio di sacralità’, il quale porta a ritenere determinate cose (non
semplicemente materiali ma anche teorie e ideologie) come identifica- tive
della moralità del gruppo. Fisionomia dell’offesa Rispetto,
riconoscimento, stima reciproca Il concetto che meglio definisce
l’atteggiamento relazionale che ciascuno esige dai propri simili è il rispetto.
Ogni individuo si forma una propria intuitiva nozione di rispetto, la quale può
fondarsi su istanze più o meno giustificate; non è però a una tale solipsistica
concezione che il diritto può fare riferimento. La parola ‘rispetto’ ha assunto
nel corso della storia significati differenti, ma ciò che ci interessa oggi è
ricostruirne il contenuto dal punto di vista politico, non solo come
atteggiamento individuale, ma soprattutto come principio per la convivenza
nella diversità. Che cosa vuol dire rispettare le persone? Il pensiero
filosofico ha riservato particolare attenzione a tale que- stione, e
soprattutto nell’epoca attuale il tema ha assunto un’innovativa importanza: il
rispetto per le persone e fra le persone rappresenta una aspetto costitutivo
della qualità morale delle democrazie moderne. Si parla oggi non di un generico
rispetto, ma di un rispetto democratico, non gerarchico, che assume come
presupposto l’uguaglianza e la pari dignità: l’eguale rispetto, definito da
un’autorevole interprete «ragione morale alla base dell’ordinamento
democratico» 33. Sia chiaro: l’eguale rispetto rappresenta un’idea che
riconosce im- portanza morale alla ricerca di ragioni comuni (nel senso di
‘meno comprensive’) 34 da porre a fondamento di scelte normative, ma non è una
teorizzazione neutrale o dai caratteri meramente procedurali. È una concezione
eticamente ‘spessa’ che sintetizza il cardine assiologi- co della democrazia:
«un principio morale che richiede il riconosci- mento degli altri come pari in
virtù della comune umanità. Quando si parla di ‘eguale rispetto’ si intende un
atteggiamento di necessario e aprioristico riguardo di cui ogni essere umano è
con- temporaneamente titolare e debitore nei confronti degli altri indivi- Per
tutti v. MORDACCI, Rispetto, Milano. Si sottolinea che l’eguale rispetto
rappresenta un principio comune alle principali strategie di giustificazione
della legittimità democratica, v. GALEOTTI, La politica del rispetto. I
fondamenti etici della democrazia, Roma-Bari. GALEOTTI, La politica del
rispetto. Sulla definizione di ‘concezione comprensiva’, v. VECA, La filosofia
politica: si usa dire che una teoria morale è comprensiva quando essa include e
si estende sull’intero dominio di ciò che per noi vale. GALEOTTI, La politica
del rispetto. Tra sentimenti ed eguale rispetto dui, secondo una reciprocità
fra pari. Lo si definisce ‘rispetto- riconoscimento’ per distinguerlo dal
cosiddetto ‘rispetto-stima’ «che consegue alla considerazione positiva del
carattere, delle condotte, dei risultati conseguiti da una particolare persona»
38, e che è connes- so a una valutazione di meritevolezza che può mutare. La
distinzione fra le due forme di rispetto esprime anche un’indi- cazione sul
valore e sull’importanza che esse assumono in un oriz- zonte democratico:
l’impegno prioritario è il rispetto-riconoscimen- to 39, mentre l’atteggiamento
di stima è quello che più risente di emo- zioni contingenti e di inclinazioni
individuali, e non è un obiettivo proponibile in un contesto pluralista e
culturalmente disomogeneo, nel quale un dissenso intersoggettivo, anche aspro,
tra opinioni e orientamenti etici, dovrebbe considerarsi fisiologico 40. Le
oscillazioni del rispetto-stima rappresentano in definitiva un risvolto della
libertà 36 Viene sottolineato che il rispetto come riconoscimento non può venir
meno di fronte a nessuno, neppure di fronte al criminale più efferato o a chi
si sia reso autore di azioni che travalicano ogni idea di umanità. Chi afferma
che rispetto a determinati comportamenti esiste l’eventualità che un soggetto
perda tale status, procede sulla base di un’ulteriore specificazione, la quale
individua nel rispetto- riconoscimento due componenti distinte: il sentimento
di riguardo e la dispo- sizione ad agire. La perdita del rispetto come
riconoscimento può intaccare solo il sentimento di riguardo: «mentre possiamo
sospendere l’atteggiamento di ri- spetto – smettendo di considerare quell’uomo
degno del nostro riguardo – non possiamo ignorare i vincoli morali delle nostre
azioni nei suoi confronti, v. GALEOTTI, La politica del rispetto, È sulla
reciprocità che si impernia la dimensione morale del rispetto: pensare
moralmente, costruire un ragionamento morale, significa intrattenere con gli
altri una relazione di mutuo riconoscimento, cioè dar loro pari dignità e
pretendere da loro il rispetto e il riconoscimento della nostra dignità», così
BAGNOLI, L’autorità della morale, Milano, GALEOTTI, La politica del rispetto;
DARWALL, Two Kinds of Respect, Ethics. Sottolinea come la nozione stessa di
democrazia apra «a un concetto del rapporto secondo giustizia con l’altro
fondato sul suo riconoscimento, e non sul giudizio inerente alle sue capacità o
alle sue qualità EUSEBI, Laicità e dignità umana nel diritto penale. Sull’importanza
del principio dell’eguale rispetto-riconoscimento nel diritto penale, v.
PULITANÒ, Introduzione alla parte speciale, cit., pp. 26 ss. 40 Si apre qui il
problema, sconfinato, della tolleranza e degli eventuali limiti alla
tolleranza: sul tema v., ex plurimis, GALEOTTI, La tolleranza. Una proposta
plu- ralista, Napoli; WALZER, Sulla tolleranza, tr. it., Roma-Bari; sul tema
dei limiti, v. BOBBIO, L’età dei diritti; POPPER, Tolleranza e responsabili- tà
intellettuale, a cura di Mendus-Edwards, Saggi sulla tolleranza, Milano,
Fisionomia dell’offesa di critica, diritto da considerarsi fondamentale in una
democrazia ispirata al pluralismo assiologico. A nostro avviso le categorie
della stima e del rispetto-riconosci- mento ripropongono con un diverso lessico
l’esigenza di distinguere tra offese alla sensibilità soggettiva e forme di
offesa che appaiano orientate a minare qualcosa di più radicale, ossia il
rapporto di rico- noscimento reciproco fra persone: nel secondo caso emozioni e
sen- timenti entrano in gioco non solo da un punto di vista esteriore/feno-
menico, bensì quale tratto della personalità che si presta a strumen-
talizzazioni in chiave discriminatoria. Ed è in questi termini che si è
affermata l’assoluta rilevanza del rispetto-riconoscimento per una società:
«Fare del riconoscimento il tema centrale di un ragionamento filosofi- co-politico
significa quindi che le società devono impegnarsi a pro- muovere delle regole
capaci di creare e costituire istituzioni tali da non discriminare alcun
soggetto – persona, famiglia, gruppo inclusivo – considerandolo oggetto, o non
umano. Per approfondire tale ultima prospettiva di significato ci appog- giamo
all’elaborazione di Axel Honneth, il quale definisce il ricono- scimento: «un
processo nel quale il singolo può pervenire ad una identità pratica nella
misura in cui abbia la possibilità di accertarsi del riconoscimento di se
stesso attraverso una cerchia sempre più vasta di partner della comunicazione.
Al mancato riconoscimento può conseguire, secondo Honneth, un vulnus definibile
come ‘spre- gio’ o ‘offesa’, il cui effetto è l’alterazione dell’immagine che
una per- sona ha di sé 43. Secondo Honneth le forme di mancato riconoscimento
possono avere differenti gradazioni: si può avere uno spregio che coinvolge la
dimensione fisica, conculcando la libertà di autodeterminazione; e si CERETTI,
Vita offesa, lotta per il riconoscimento e mediazione, cit., p. 66;
nell’elaborazione di Ceretti la centralità del concetto di riconoscimento si
inqua- dra in una prospettiva di applicazione della mediazione ai conflitti
legati all’ap- partenenza. Più diffusamente sul tema del riconoscimento nella
mediazione e nel- la giustizia riparativa, v. ID., Mediazione. Una ricognizione
filosofica, in AA.VV., a cura di Picotti, La mediazione nel sistema penale
minorile, Padova; MANNOZZI-LODIGIANI, La Giustizia riparativa. Formanti,
parole, metodi, Torino, HONNETH, Riconoscimento e disprezzo. Sui fondamenti di
un’etica post- tradizionale, tr. it., Messina. Sul tema vedi anche TAYLOR, La
politica del riconoscimento. Tra sentimenti ed eguale rispetto possono avere
forme di umiliazione che influiscono sulla cosiddetta ‘autocomprensione
normativa’ della persona, escludendola struttu- ralmente dal godimento di
diritti, oppure – ed è questa la forma per la quale il termine ‘spregio’ viene
più comunemente in uso – negandole valore sociale tramite lo svilimento di modi
di vita individuali o collettivi 44. Riguardo a tale ultima dimensione di
significato si è detto che la questione del riconoscimento è cruciale nella
costituzione dell’iden- tità personale, la quale si forma attraverso una «negoziazione
che av- viene via dialogo, in parte esterno e in parte interiore, con altre
per- sone», con l’importante conseguenza che «sia sul piano intimo sia su
quello sociale (quello della politica dell’uguale dignità) la nostra iden- tità
si forma (o deforma) in relazione ai nostri incontri con “altri si-
gnificativi. Ebbene, è fondamentale il passaggio dal piano intimo a quello so-
ciale, in un percorso che deve tenere ben presenti e ben distinti en- trambi i
profili: nella individuazione di un’offesa il piano intimo en- tra in gioco ma
non può rappresentare un criterio assoluto; il richia- mo al piano sociale, e a
una dimensione di normatività oggettivabile, risulta cruciale. Honneth afferma
che «ciò che lo spregio qui sottrae alla persona, in termini di riconoscimento,
è l’approvazione sociale di una forma di autorealizzazione, alla quale essa
stessa ha prima dovuto faticosamente pervenire attraverso l’inco- raggiamento
della solidarietà di un gruppo, v. HONNETH, Riconoscimento e di- sprezzo. CERETTI,
Vita offesa, lotta per il riconoscimento e mediazione. È in base a tale
distinzione, tra piano intimo e piano sociale, che possono eventualmente essere
tematizzate questioni relative a quali siano gli ideali, le cre- denze, le
concezioni valoriali, e più in generale quali profili dell’identità morale
della persona possano essere presi in considerazione dal diritto, v. HÖRNLE,
Prote- zione penale di identità religiose?, Ragion pratica. La studiosa lascia
volutamente in sospeso la questione della soglia al di là della quale uno Sta-
to dovrebbe adoperarsi per promuovere il mutuo riconoscimento, pur non na-
scondendo notevoli perplessità sull’eventuale ricorso al diritto penale, e si
limita a rimarcare che il dare rilevanza a particolari profili dell’identità
morale, come ad esempio la fede religiosa, crei problemi di disuguaglianza
rispetto ad altre forme di propensione alla trascendenza, e pertanto, non
potendosi ragionevolmente ga- rantire a tutte lo stesso regime di tutela, lo
Stato dovrebbe mantenere un atteg- giamento di neutralità astenendosi dal
tutelare l’identità religiosa. Fisionomia dell’offesa Pari dignità
ed eguale rispetto Il disconoscimento è anche un’offesa al sentire, nella
misura in cui tocca corde significative dell’animo; ma non è scontato che
un’offesa al sentire possa anche considerarsi come negazione del
riconoscimento. Il rispetto-riconoscimento non è il riflesso univoco di
reazioni emotive, ma ha più a che fare, naturalmente, con quella dignità ultima
che non si inchina, che pretende il rispetto in forza di un valore
intrinseco della persona, un valore che ciascuno rivendica per sé stesso come
inviolabile: si tratta, in definitiva, della proiezione relazionale del valore
della dignità umana. Parlare di violazione del rispetto-riconoscimento ricalca
prima fa- cie le cadenze dell’offesa alla dignità: un accostamento tutt’altro
che risolutivo, e anzi assai problematico poiché rimanda alle profonde
criticità che sono state espresse con riferimento alla configurabilità della
dignità umana come oggetto di tutela penale 48. L’indeterminatezza penalistica
è la ricaduta di una più generale difficoltà di dare alla dignità un contenuto
e una dimensione oggetti- vi. La forte pregnanza emotiva che innerva tale
concetto lo rende par- ticolarmente esposto a ricostruzioni di parte, e dunque
a un uso che sul piano della politica del diritto appare problematico in
rapporto alle dinamiche di una società pluralista. Il rischio è che il
contenuto del concetto di dignità umana si tramuti nel mero riflesso di concezioni
comprensive, le quali, ove tra- sfuse nella dimensione giuridica,
incrementerebbero dissensi e frammentazioni. In altri termini, la dignità umana
è un concetto «fondamentale ma “manipolabile. Si tratta di obiezioni che hanno
il merito di mettere a nudo da un lato la forza retorica, e dall’altro la
fragilità contenutistica di un ri- chiamo alla dignità umana tout court,
probabilmente anche fino al MORDACCI, Rispetto. Per una panoramica sul
dibattito a livello internazionale v. ROSEN, Dignità. Storia e significato; per
un’approfondita critica dell’appello alla dignità v.CARMI, Dignity – The Enemy
from Within: A Theoretical and Comparative Analysis of Human Dignity as a Free
Speech Justification, in 9 Journal of Constitutional Law. Per una sintesi v. VERONESI, La dignità uma- na tra
teoria dell’interpretazione e topica costituzionale, in Quaderni
costituzionali, RAWLS, Liberalismo politico. CANESTRARI, Libertà di espressione
e libertà religiosa. Tra sentimenti ed eguale rispetto punto di non passare il vaglio
dei principi penalistici; ma sono ragio- ni sufficienti a espungere
radicalmente il valore della dignità dal di- scorso sui problemi di tutela? Il
richiamo alla dignità umana non sembra un postulato da cui prendere le mosse
per l’elaborazione di argomenti di parte, bensì dovrebbe essere considerato
come la dimensione di senso di ogni di- scorso che abbia a che fare con
problemi di convivenza fra uomini. Le difficoltà, financo l’impossibilità, di
un utilizzo del concetto di dignità sul piano tecnico-giuridico non ci sembrano
una ragione suf- ficiente a mettere da parte l’orizzonte simbolico e semantico
che ruota intorno alla dignità. Anche le critiche più radicali ci sembrano
rivolte all’uso piuttosto che al valore sostanziale e alla pertinenza rispetto
alle questioni in gioco53: si sta maneggiando un ‘superconcetto’ che sarebbe
necessario introdurre nel discorso con maggiore cautela, per ragioni di tipo
epistemico ed etico. Pur partendo dal presupposto che il concetto di dignità «è
intuiti- vo, nient’affatto chiaro di per sé», pare difficile poterne fare del
tutto a meno: sebbene sia un’idea imprecisa, il cui contenuto va appro- fondito
in rapporto a nozioni correlate, l’idea di dignità fa comunque la differenza»
55. Martha Nussbaum esorta a non abbandonare le co- È fuorviante contrapporre
in modo meccanico e astratto la dignità uma- na ai diritti che la Costituzione
riconosce», v. AMBROSI, Costituzione italiana e manifestazione di idee razziste
o xenofobe, a cura di Riondato, Discri- minazione razziale, xenofobia, odio
religioso. Diritti fondamentali e tutela penale, Padova. Condivisibilmente,
VERONESI, La dignità umana, sostiene che la dignità non debba essere
identificata né con un diritto, né con la piana conseguenza della violazione di
un diritto, né come un principio auto- nomamente azionabile, evidenziando in
questo senso ragionevoli obiezioni a un appiattimento della dignità sulla
dimensione del diritto positivo. La distinzione fra il concetto di dignità
(concept) e le plurivoche concezioni che da esso derivano (conceptions) è
evidenziato da MCCRUDDEN, Human Dignity, in un discorso che cerca di
evidenziare il rapporto fra il ‘nucleo duro’ del significato (core value) e le
diverse declinazioni che emergono dal discorso giuridico. 54 Per tutti, v. HASSEMER,
Argomentazione con concetti fondamentali. Pretendere di dare una veste
conchiusa e definita della dignità, identifican- dola univocamente in un
interesse ‘a senso unico’, rischia di essere una mossa azzardata sul piano
epistemico e anche una forzatura sul piano etico, ove si pre- tenda di
identificare il contenuto della dignità con istanze fondate su concezioni
comprensive. NUSSBAUM, Creare capacità, tr. it., Bologna. Nel panorama italia-
no, si veda la difesa del valore e del ruolo della dignità proposta da FLICK,
Elogio della dignità (se non ora, quando?), in Politica del diritto, Fisionomia
dell’offesa ordinate tracciate dal concetto di dignità, e a trovare delle nozioni
correlate e specificative che possano aiutare a renderlo meno liquido e più aderente
ai contesti. Un importante suggerimento è quello di focalizzare l’attenzione
sul concetto di rispetto: «La dignità è un’idea difficile da definire con
precisione, e probabil- mente non dovremmo cercare di farlo nell’ambito
politico, poiché di- verse religioni e prospettive laiche la descrivono in modi
differenti. Probabilmente dovremmo evitare che la dignità abbia un conte- nuto
specifico tutto suo: sembra essere un concetto che acquista for- ma attraverso
i legami con altri concetti, come quello di rispetto, e una varietà di principi
politici più specifici. Riteniamo tale passaggio di fondamentale importanza
poiché con- tribuisce a ridisegnare la fisionomia della dignità in termini
relazio- nali e non come valore assoluto, scisso da un rapporto fra individui.
Parlare di rispetto reciproco significa chiamare in gioco non un valo- re
esterno alla relazione, ma focalizza l’attenzione su un bilancia- mento. Le
dinamiche del rispetto-riconoscimento non esauriscono lo spa- zio etico della
dignità ma evidenziano il rapporto di simmetrica reci- procità nel quale devono
essere collocate le pretese avanzate dagli at- tori nella dialettica
pluralista, le quali appaiono tendenzialmente in- terpretabili come riflesso di
due esigenze di fondo: il rifiuto dell’imposizione, sia essa in nome della
neutralità e della verità e il rifiuto di una considerazione diseguale che
deriverebbe dal trionfo della posizione politica avversa» 57. Una ridefinizione
dell’orizzonte di tutela nei termini dell’eguale e reciproco rispetto può
rappresentare a nostro avviso un’opzione epi- stemicamente più cauta di
un’asserita ‘tutela della dignità’: a risultare decisiva non è una ricerca di
fondamenti ontologici del superconcet- to ‘dignità’, ma l’elaborazione di
criteri di bilanciamento fra opposte posizioni secondo una prospettiva di
uguaglianza. NUSSBAUM, La nuova intolleranza. Superare la paura dell’Islam e
vivere in una società più libera, tr. it., Milano. GALEOTTI, La politica del
rispetto. A chiosa della posizione della Galeotti, si è osservato che «il
rispetto-riconoscimento è dunque un atteggiamen- to verso una persona, prima
ancora che nei confronti di un’identità gruppale, che reclama azioni non
umilianti e non degradanti», così CERETTI-CORNELLI, Oltre la paura. Tra
sentimenti ed eguale rispetto Bilanciare le pretese Dignità e capacità umane In
merito al problema dei limiti alla libertà di espressione, la digni- tà umana
mal si presta ad assumere le vesti di argomento ‘a senso uni- co’, tale da
offrire univoca giustificazione a una sola delle pretese che si confrontano, ma
è potenzialmente in grado di valere su più fronti. Parlare di tutela della
dignità assume in primo luogo il significato di un sostegno alle libertà, in
quanto l’attenzione e la cura nei con- fronti della dignità costituiscono da un
lato la condizione generativa «di un “pensiero critico, eterodosso, collidente
con pensieri e senti- menti dominanti”» e dall’altro lato «la condizione nei
soggetti istitu- zionali, della stessa capacità di resistere alla tentazione di
soffocarne la manifestazione. Secondariamente, va tenuto in considerazione che
nella dialettica fra istanze di libertà e richieste di rispetto vi sono più
dignità che en- trano in gioco: quella di colui che manifesta il proprio
pensiero e quella che si considera offesa dalla manifestazione espressiva 59.
An- che nel linguaggio può essere importante esplicitare la connessione fra
dignità e uguaglianza richiamando non semplicemente la dignità di ognuno, ma la
pari dignità come presupposto di una relazione di eguale rispetto 60. Resta
aperto il problema di contestualizzare pari dignità ed eguale rispetto in
relazione a esigenze concrete dell’essere umano, e dunque di limitare la
distanza fra la metafisica di tali concetti e le situazioni da cui scaturiscono
problemi di convivenza. FORTI, Le tinte forti del dissenso nel tempo
dell’ipercomunicazione pulviscola- re. Quale compito per il diritto penale?, in
Riv. it. dir. proc. pen. Evidenzia tale
ambiguità SCHAUER, Speaking of Dignity, ed. by Meyer-Paren, The Constitution of
rights. Human Dignity and American Values, London, the conflation of dignity
and speech, as a general proposition, is mistaken, for although speaking is
sometimes a manifestation of the dignity of the speaker, speech is also often
the instrument through use which the dignity of others is deprived»; cfr.
AMBROSI, Libertà di pensiero e manifesta- zione di opinioni razziste e
xenofobe, in Quaderni costituzionali. Cfr.
SCAFFARDI, Oltre i confini della libertà di espressione. L’istigazione all’odio
razziale, Padova. Si veda anche l’icastica osservazione di Nadia Urbinati,
secondo la quale «eguale libertà è dunque il nome della difesa della dignità
umana nel tempo della modernità, v. URBINATI, Ai confini della democra- zia.
Opportunità e rischi dell’universalismo democratico, Roma.Cfr., con diversità
di accenti, CARUSO, La libertà di espressione in azione. Fisionomia dell’offesa.
Nel contesto penalistico italiano si è fatto di recente carico di tale onere
Gabrio Forti, il quale, attingendo da una recente pubblicazione di Aaron
Barak61, ha definito la dignità umana come «principio complesso che,
necessariamente sganciato da visioni o concezioni fi- losofiche unilaterali, è
suscettibile di scomposizione in entità valoria- li che devono essere
rapportate tra loro. Il richiamo alla distinzio- ne di Barak tra dignità-madre
e diritti-figli è funzionale, per Forti, a evidenziare che la libertà
d’espressione potrebbe incontrare limita- zioni volte alla tutela di altri
‘diritti-figli’ della stessa ‘dignità-madre’, a patto di uscire da un
ragionamento meramente astratto e di procedere a una ‘lettura situazionale’ che
sappia decifrare i contesti e gli specifici bisogni che possono emergere quale
interesse da contrap- porre a eventuali manifestazioni espressive. Si tratta in
altri termini di dare spessore e pregnanza personologi- ca all’interrogativo
sul perché la libertà di espressione sia così impor- tante, al di là del
riconoscimento che le è dato nelle carte costituzionali; e correlativamente, di
chiedersi quale possa essere il peso delle parole nell’economia di vita sia di
chi le esprime sia dei destinatari. Per abbozzare delle coordinate prendiamo le
mosse dal pensiero di John Searle che individua la caratteristica fondamentale
dell’essere umano nell’attitudine a porre in essere atti linguistici («we are
speech act performing primates»), e fa conseguentemente derivare la piena
dignità di un individuo dalla sua capacità di espressione. A nostro avviso non
basta tuttavia configurare una semplice pro- pensione ad atti linguistici, ma
sono necessarie ulteriori connessioni che ne mettano in luce la strumentalità
rispetto a un quadro più va- riegato di capacità e di prospettive concernenti la
realizzazione della persona. Nella riflessione filosofica contemporanea, il
discorso sulle capaci- tà trova una fondamentale elaborazione nel ‘capability
approach’ di BARAK, Human Dignity. The Constitutional Value and the Constitutional Right,
Cambridge, FORTI, Le tinte forti del dissenso. Sulle istanze partecipative
legate al discorso pubblico v. CARUSO, La libertà di espressione in azione,
SEARLE, Social Ontology and Free Speech, The Hedgehog Review: «we attain our
full dignity, our full stature as speech-act peforming animals, when we
exercise our capacities for expression. The need for dignity, self-esteem, and
autonomy come with the genetic territory, and a healthy society has to
recognize these needs and recognize that verbal self-expression is an essential
component in their satisfaction. Tra
sentimenti ed eguale rispetto Martha Nussbaum: si tratta di un’antropologia dei
bisogni dell’uomo pensata come riferimento per le strategie politiche e di
organizzazio- ne della società, basata sull’individuazione di un novero di
capacità le quali integrano e danno sostanza umana all’idea di dignità 65.
L’importanza di tale riflessione nella prospettiva penalistica è stata messa in
luce quale criterio di interpretazione dei bisogni e degli aspetti di
vulnerabilità degli esseri umani al fine di tracciare le coor- dinate per un
apporto del diritto penale alla difesa, al rispetto e an- che alla
‘costruzione’ della dignità umana. Nel condividere la suddetta impostazione,
riteniamo che attraver- so il linguaggio delle capacità si possano meglio
definire anche i con- torni delle istanze di libertà e delle richieste di
rispetto che animano la dialettica sulla libertà di espressione. Ci sembra che
un’immer- sione nelle note caratterizzanti la natura e la socialità umane possa
contribuire a tradurre le pretese in una dimensione meno astratta, per
verificare se e in che termini siano reciprocamente esigibili 67. Entrando nel
dettaglio del catalogo della Nussbaum individuiamo un novero di capacità che
definiscono una base di contenuti funzio- nale non solo alla ricognizione dei
contorni di un’ipotetica dignità of- fesa, ma che si prestano a dare senso e
sostanza alla posizione di chi chiede rispetto per la propria libertà di
esprimere contenuti pur ‘di- scutibili’, fungendo in questo senso da
connessione giustificativa an- che per la posizione di chi invoca il diritto
alla libertà di espressione: 65 «Consideriamo la persona, proprio perché
caratterizzata da attività, mete, progetti, in qualche modo capace di suscitare
un rispetto che trascende l’azione meccanica della natura, eppure bisognosa di
sostegno per portare a compimento molti progetti importanti», v. NUSSBAUM,
Diventare persone, tr. it., Bologna, FORTI, «La nostra arte è un essere
abbagliati dalla verità». L’apporto delle di- scipline penalistiche nella
costruzione della dignità umana, in Jus.L’approccio delle capacità può
rappresentare un’importante coordinata de- scrittiva e una chiave di lettura
delle istanze di tutela; in questo senso condivi- diamo e rilanciamo quale buon
esempio la proposta di ‘lettura situazionale’ basata sull’approccio delle
capacità formulata da Caputo in tema di repressio- ne penale del negazionismo, CAPUTO, La “Menzogna di Auschwitz. A un
livello successivo, relativo al problema della soglia di intervento normati-
vo, TESAURO, Riflessioni in tema di dignità umana, cit., pp. 108 ss., evidenzia
in termini critici come anche tale chiave di lettura non sarebbe però
sufficiente a configurare un substrato di offensività verificabile in termini
conformi allo standard di bilanciamento che dovrebbe supportare eventuali norme
basate sullo schema applicativo del pericolo concreto. Fisionomia
dell’offesa 163 «Sensi, immaginazione, pensiero. Essere in grado di usare
l’imma- ginazione e il pensiero in collegamento con l’esperienza e la produzio-
ne di opere autoespressive, di eventi, scelti autonomamente, di natura
religiosa, letteraria, musicale, e così via. Poter usare la propria mente in
modi protetti dalla garanzia delle libertà di espressione rispetto sia al
discorso politico, sia artistico, nonché della libertà di pratica religiosa. Sentimenti.
Poter provare attaccamento per cose e persone oltre che per noi stessi. Non
vedere il proprio sviluppo emotivo distrutto da ansie o paure eccessive. Ragion
pratica. Essere in grado di formarsi una concezione di ciò che è bene e
impegnarsi in una riflessione critica su come programmare la propria vita.
Appartenenza. Avere le basi sociali per il rispetto di sé e per non essere
umiliati; poter essere trattato come persona dignitosa il cui valore eguaglia
quello altrui. Questo implica, al livello minimo, prote- zione contro la
discriminazione in base a razza, sesso, tendenza sessuale, religione, casta,
etnia, origine nazionale. [...]» 68. Le suddette capacità appaiono connaturate
a una società aperta, presupposto e obiettivo di una tutela delle libertà
strumentale a mettere ogni individuo nella condizione di formarsi una
concezione di ciò che è bene potendo usare la propria mente in modi protetti
dalla libertà di espressione. Emerge però anche un livello minimo di protezione
il quale sem- bra richiamare l’esigenza di un fare attivo da parte della
politica e del- l’ordinamento giuridico, fra le cui finalità viene messo in
evidenza il contrasto alla discriminazione: significa che uno Stato dovrebbe
im- pegnarsi per garantire «le basi sociali per il rispetto di sé e per non
essere umiliati; poter essere trattato come una persona dignitosa il cui valore
eguaglia quello altrui». Ritorna anche nel pensiero della Nussbaum l’esigenza
di prestare attenzione al problema del mancato riconoscimento, qui richiamato
attraverso i concetti del ‘rispetto di sé’ e dell’‘umiliazione’. In altri ter-
mini, quando si creano le condizioni perché un soggetto venga umi- liato si
potrebbero incrinare gli equilibri che costituiscono l’humus per le capacità
umane fondamentali, e potrebbe rendersi necessario un intervento dello Stato
per cercare di ripristinarle; libertà non può si- gnificare umiliazione
dell’altro. Per quanto ispirato alla massima apertura liberale, anche il
di- NUSSBAUM, Diventare persone. Tra sentimenti ed eguale rispetto scorso
di Martha Nussbaum pone il problema di eventuali limiti e suggerisce un
approfondimento del concetto di umiliazione. Rispetto di sé e umiliazione: la
concezione di Avishai Margalit Un tentativo di elaborare una nozione
politicamente spendibile – non soggettivistica o emotivistica – dei concetti di
‘rispetto di sé’ 69 e ‘umiliazione’ si deve ad Avishai Margalit e alla sua
teorizzazione sulla ‘società decente’, da intendersi come ‘società che non
umilia. La nozione di umiliazione proposta da Margalit è, per stessa ammis-
sione dell’Autore, di tipo normativo e non psicologico: umiliazione è ogni
comportamento o condizione che costituisce una valida ragione perché una
persona consideri offeso il proprio rispetto di sé. È di particolare
importanza, ai fini della presente indagine, la di- stinzione fra insulto e
umiliazione: pur essendo situati lungo un con- tinuum, rappresentano forme di
offesa qualitativamente differenti, la prima delle quali si rivolge all’onore
sociale, mentre la seconda lede il rispetto di sé inteso come percezione del
valore intrinseco della persona. L’insulto è contraddistinto da contenuti che
possono essere in un certo senso razionalizzati dal destinatario (ad esempio
anche in relazione alla verità o falsità degli asserti), l’umiliazione è più
gravo- sa: riprendendo la distinzione di Williams fra emozioni bianche e rosse,
Margalit ritiene che l’umiliazione sia associabile a un’emozione bianca, la
quale comporta che il soggetto umiliato si 69 Sul concetto di ‘rispetto di sé’,
con un’impostazione differente, si veda anche BAGNOLI, L’autorità della morale;
DWORKIN, Giustizia per i ricci, tr. it., Milano, MARGALIT, La società decente,
tr. it., Milano. MARGALIT, La società decente: questo è un significato
normativo piuttosto che psicologico dell’umiliazione. Il significato normativo
non comporta per sé che la persona che abbia una buona ragione per sentirsi
umiliata, di fatto si senta tale. D’altra parte, il significato psicologico
dell’umiliazione non compor- ta che la persona che si sente umiliata abbia una
buona motivazione per questo sentimento. La sottolineatura è sui motivi per
provare umiliazione come risultato di un comportamento altrui». Nel panorama
italiano, cfr. l’ampia analisi critica di TESAURO, Riflessioni in tema di
dignità umana, MARGALIT, La società decente. WILLIAMS, Vergogna e necessità,
tr. it., Bologna, 2007; un’emozione rossa è un’emozione in cui ci si vede
attraverso gli occhi dell’altro, e perciò si arrossisce. Con un’emozione bianca
una persona si vede attraverso l’‘occhio interno’ della propria coscienza, che
può farla impallidire. Fisionomia dell’offesa 165 guardi col
proprio occhio interno ma applicando al contempo il pun- to di vista del
soggetto umiliante, e dunque senza riuscire ad assume- re una distanza critica
dall’addebito, poiché l’umiliazione attecchisce in contesti di squilibrio fra
umiliatore e vittima, e assume l’effetto di una ‘minaccia esistenziale L’umiliazione
è più che un semplice insulto: «rifiutare un essere umano umiliandolo significa
rifiutare il modo in cui egli esprime se stesso come umano»75, radicalizzando
l’addebito su modi di essere costitutivi dell’individuo e negando l’umanità
dell’altro a causa di un’ap- partenenza significativa 76 che concorre a
definirne l’identità. Risulta perciò fondamentale distinguere quando
un’espressione abbia il significato di forte critica e quando invece sottenda
un’umi- liante esclusione e, di fatto, una discriminazione. 5. Ai confini fra
critica e discriminazione Dal punto di vista concettuale la differenza fra
critica e discrimi- nazione ricalca le due varianti del rispetto:
rispetto-stima come at- teggiamento le cui oscillazioni in positivo o in
negativo possono dar luogo a forme di critica legittima;
rispetto-riconoscimento come va- lore che può essere negato attraverso
manifestazioni espressive volte a umiliare e a marginalizzare. Si aggiunge in
questo modo un ulteriore, importante, tassello al- l’itinerario concettuale che
ha preso le mosse dall’esigenza di distin- guere offese ai meri sentimenti da
condotte, e in particolare, da for- me di espressione, che, non limitandosi a
offendere l’emotività sog- gettiva, si facciano veicolo di umiliazione e di
negazione dell’eguale libertà e dignità delle persone. MARGALIT, La società
decente. MARGALIT, La società decente. MARGALIT, La società decente, cit., pp.
165 ss. Secondo l’Autore, ciò che rende più pregnante l’umiliazione è la
connessione con il concetto di ‘gruppo inclusivo’: si intende con tale
definizione «un gruppo che ha un comune carattere e una comune cultura, che
include molti importanti e vari aspetti della vita [nel quale] le persone che
crescono nel gruppo ne acquisiscono la cultura, e possiedono le sue particolari
caratteristiche». Un tratto particolarmente significativo riguarda il fatto che
l’appartenenza al gruppo è in parte materia di mutuo riconoscimento, nel senso
che l’inclusione nel gruppo non è determinata da una scelta personale: «esse
appartengono [al gruppo] a causa di quello che sono». 166 Tra
sentimenti ed eguale rispetto È però assai problematico trovare le rispondenze
di tali distinzioni all’atto pratico: «non è così netta, nella percezione viva,
la differenza fra l’offesa alla stima e l’offesa al riconoscimento come
semplice per- sona, perché le persone si identificano non solo con la propria
umani- tà, ma soprattutto con le loro qualità, le loro storie individuali» 77.
Sia la critica sia la discriminazione possono definirsi come forme di espressione
‘irrispettose’, e il sottile confine che le separa a livello fenomenico espone
al rischio, nella prospettiva giuridica, di continue oscillazioni tra vuoti di
tutela ed eccessi di intervento. Come osserva Michael Rosen, «[è] evidente che
il diritto a comportarsi in maniera irrispettosa debba essere maneggiato con
cura. Probabilmente vi sono dei limiti a ciò che dovrebbe essere permesso ma
dovremmo rifiu- tare l’idea che il linguaggio volto a irritare o insultare
violi automati- camente l’essenza intrinseca di ciò che ha valore nelle persone
con la conseguenza di “deprivarle della loro dignità di esseri umani”» 78.
All’inizio del capitolo abbiamo riportato alcuni episodi tratti dalle cronache
per identificare il tipo di conflitti in cui appare a nostro av- viso più
evidente il coinvolgimento di sensibilità soggettive, esclu- dendo da tale
apparato esemplificativo il tema del discorso d’odio (c.d. hate speech) e della
propaganda razzista. Ora, alla luce dell’esi- genza di distinguere fra critica
ed esclusione/discriminazione, il ri- chiamo al discorso d’odio diviene di
importanza centrale poiché è proprio l’elaborazione teorica in materia di hate
speech 79 a fornire in- teressanti spunti in tal senso. 77 MORDACCI, Rispetto. In
questi termini Michael Rosen rimarca l’esigenza di procedere con cautela nelle
restrizioni a forme di espressione: ROSEN, Dignità.Il tema dello hate speech è
indagato in modo particolarmente approfondito nel panorama anglo-americano, nel
quale l’orientamento maggioritario è di con- trasto alle limitazioni alla
libertà di espressione. In questo senso vi sono forti dif- ferenze rispetto al
panorama europeo, le cui ragioni affondano nella storia geopo- litica dei due
continenti. Quali esempi di contrarietà ai cosiddetti ‘hate speech bans’, pur
con diversità di accenti, v. HEINZE, Hate Speech and Democratic Citizenship,
Oxford; cfr. DWORKIN, Foreword, ed. by Hare-Weinstein, Extreme Speech and
Democracy, cit., pp. V ss.; POST, Hate
Speech, ed by Hare-Weinstein, Extreme Speech and Democracy. Nella vasta
letteratura, v., fra le opere collettanee, ed. by Hare- Weinstein, Extreme
Speech and Democracy, cit.; AA.VV., ed. by Herz-Molnar, The Content and the
Context of Hate Speech: Rethinking Regulation and Responses, Cambridge, 2012. Per un quadro di sintesi sulle differenze emergenti
fra la giu- risprudenza statunitense ed europea v. KISKA, Hate speech: a
Comparison between the European Court of Human Rights and the United States
Supreme Court Juris- prudence, in 25 Regent University Law Review, Fisionomia
dell’offesa La connessione della problematica della tutela di sentimenti al
tema della discriminazione si lega a ragioni di maggiore selettività, mirate a
differenziare offese alla sensibilità, le quali dovrebbero con- siderarsi come
ricaduta di un fisiologico e pluralistico dissenso e co- me evento collaterale
alla libertà di critica, da manifestazioni di ne- gazione della pari dignità e
dunque del rispetto-riconoscimento. 5.1. Offesa ai sentimenti e offesa alla
dignità nello hate speech secondo Jeremy Waldron Un importante contributo viene
dal giurista Jeremy Waldron il quale argomenta sulla dannosità del discorso
d’odio a partire da quel- la che considera una fuorviante commistione fra hate
speech e tutela di sentimenti. Lo studioso sostiene che il disvalore dello hate
speech non vada identificato nello stato psichico negativo concretamente o
potenzial- mente indotto da manifestazioni espressive, e adotta in questo senso
una posizione di contrasto a incriminazioni fondate sulla logica dell’offense
di feinberghiana memoria; la protezione di sentimenti è un effetto solo
indiretto, così come l’induzione di stati psichici nega- tivi è un elemento
collaterale che non esaurisce il disvalore del di- scorso d’odio. L’orizzonte
dello hate speech dovrebbe coincidere con offese alla dignità del singolo in
quanto appartenente a determinati gruppi o credente in determinati ideali; le
forme di critica anche aspre e irriverenti che non rappresentino una
stigmatizzazione dell’individuo in ragione di suoi specifici tratti, dovrebbero
considerarsi al di fuori dell’area di interventi normativi 81. 80 Waldron si
caratterizza per un approccio più disincantato nei confronti del- la libertà di
espressione: l’Autore è aperto a prospettive di regolamentazione nor- mativa del
discorso pubblico e in questo senso si distingue nel panorama statuni- tense in
virtù di una posizione minoritaria, espressa in particolare negli studi
raccolti in WALDRON, The Harm in Hate Speech, Harvard. Per un quadro generale e
un excursus storico sulla libertà di espressione negli Stati Uniti, v. KALVEN,
A Worthy Tradition: Freedom of Speech in America, New York; per una sintesi del
dibattito su pornografia e blasfemia v. POST, Cultural Heterogeneity and Law:
Pornography, Blasphemy, and the First Amendment, in California Law Review. Interessanti
spunti sul tema sono offerti anche da Robert Post il quale inter- preta la
distinzione tra espressioni tollerabili e intollerabili come riflesso di di-
namiche di egemonia sociale delle classi dominanti: secondo Post il
discorso Tra sentimenti ed eguale rispetto Ricondurre la questione dello
hate speech a un problema di offesa a sentimenti significherebbe sminuirne la
portata 82, poiché una con- cezione emotivistica dell’interesse protetto non dà
adeguatamente conto del radicamento del discorso d’odio e di come esso possa
con- taminare l’ambiente sociale anche al di là del turbamento emotivo indotto
su singoli individui. Lo hate speech non appare pertanto riducibile a un mero
insulto dal forte impatto emotivo, ma piuttosto a un discorso che può intac-
care la considerazione sociale dei destinatari dell’offesa, a detrimento di
interessi come l’inclusività (inclusiveness) e la garanzia (assurance) di non
essere discriminati 84. Il punto fondamentale, secondo Waldron, è distinguere
fra espres- sioni che suscitano emozioni e dunque ‘offendono’ in un senso
affine all’offense principle, ed espressioni che ‘aggrediscono’ la dignità del
d’odio è ritenuto illegittimo poiché esorbita da standard che rinviano a norme
so- ciali dettate dai gruppi dominanti: quando il diritto impone una
determinata di- stinzione, come quella che richiede di non accomunare
espressioni di fisiologico disaccordo a manifestazioni d’odio, sta in
definitiva imponendo egemonicamente standard sociali di decorosità nei rapporti
intersoggettivi: «This suggests that whenever law chooses to enforce cultural
norms, as for example by enforcing norms that distinguish hate speech from
normal disagreement, law hegemonical- ly imposes a particular vision of these
norms. Hate speech
regulation imagines itself as simply enforcing the given and natural norms of a
decent society, á la Devlin; but from a sociological or anthropological point
of view we know that law is always actually enforcing the mores of the dominant
group that controls the content of law», v. POST, Hate Speech, cit., p. 130. Sembra fondarsi invece sulla ‘non astinenza
epistemica’ che accompagna i divieti in materia di hate speech, e che sarebbe
dunque incompatibile con una dimensione democratica del discorso pubblico, la
critica di fondo di HEINZE, Hate Speech. Nella letteratura italiana, con
diversità di accenti, sul problema della (tendenzialmente impossibile)
‘astinenza epistemica’ del legislatore in materia di regolamentazione del
discorso pubblico VISCONTI C., Aspetti penalistici; TESAURO, Ri- flessioni in
tema di dignità umana. La differenza
risiede nella distinzione «between undermining a person’s dignity and causing
offense to the same individual [...] to protect people from of- fense or from
being offended is to protect them from a certain sort of effect on their
feelings. And that is different from protecting their dignity and the assurance
of their decent treatment in society», WALDRON, The Harm in Hate Speech. WALDRON, The Harm in Hate speech, cit., p. 116; per
un approfondimento critico sul rischio di interpretazioni soggettivistiche, e
un riorientamento della categoria degli hate crimes in una prospettiva
incentrata su dissenso politico e rispetto per le differenze v. PERRY, A Crime
by Any Other Name: The Semantics of Hate, in 4 Journal of Hate Studies. WALDRON, The Harm in Hate
speech. Fisionomia dell’offesa soggetto («offending people and assaulting their
dignity»), intesa come basic social standing, the basis of their recognition as
social equals and as bearers of human rights and constitutional entitlements. Il turbamento che un soggetto possa eventualmente
avvertire, e dunque le emozioni negative che plausibilmente si accompagnano
alle parole87, non sono del tutto irrilevanti (e testimoniano come l’offesa
coinvolga qualcosa di importante per la persona), ma enfatizzarne il rilievo
significherebbe, secondo Waldron, esporsi alla critica che lo hate speech
tuteli meri sentimenti. L’offesa emotiva rappresen- ta una proiezione
soggettiva, ‘metonimica’ nel senso che descrive solo una parte della dimensione
del danno. Perché un’espressione di negazione del riconoscimento dovrebbe
essere ritenuta più grave di una critica irridente che offende il sentire
soggettivo? Fra le ragioni addotte a sostegno della diversa gravità di tali
forme di offesa, anche Waldron richiama l’insondabilità delle emozioni
soggettive e la mutevolezza delle soglie di suscettibilità individuale, the
basic distinction between an attack on the body of beliefs and an attack on the
basic social standing and reputation of a group of people is clear. In every aspect of democratic
society, we distinguish between the respect accorded to a citizen and the
disagreement we might have concerning his or her social and political
convictions. Defaming the group that comprises all Christians, as op- posed to
defaming Christians as members of that group, means defaming the creeds,
Christ, and the saints», WALDRON, The Harm in Hate speech, cit., p. 120. 86 WALDRON, The Harm in Hate speech, cit., p. 59. 87
Assumiamo come presupposto che le parole possano ferire, quantomeno in- ducendo
emozioni negative; il fatto che tali conseguenze possano non essere con-
siderate rilevanti in quanto non integrino la dimensione normativa del danno, è
un problema successivo, ma che non dovrebbe portare a disconoscere una di-
mensione di lesività a livello naturalistico. Sul punto risulta interessante la
posi- zione di Schauer, il quale sostiene che definire aprioristicamente come
‘minore’ il danno provocato da parole, solo perché ‘non fisico’ o meno
visibile, sia altamente opinabile. Riconoscere che un danno, inteso come sofferenza
fisica, possa crearsi, non significa automaticamente inferirne la rilevanza sul
piano giuridico in termi- ni di compressioni di libertà: «If there is a free
speech principle, then a conse- quence will be that a range of distresses and
negative outcomes produced by the relevant category of speech act will be
considered not to have caused harms in the legally redressable sense, but that
is very different from saying pretheoretically that it is a characteristic of
the acts that they are as category less harmful», SCHAUER, The Phenomenology of
Speech and Harm,Ethics. WALDRON, The Harm in Hate Speech. WALDRON, The Harm in
Hate Speech. Tra sentimenti ed eguale rispetto ma non
appaiono queste le ragioni decisive. L’offesa discriminatoria fa leva sulla
diversità per comunicare esclusione da ogni prospettiva di dialogo: in questo
senso realizza un’interazione con lo status sociale e relazionale delle persone
attraverso la negazione del patto etico su cui si fonda la convivenza, ossia la
pari dignità dell’altro 90. L’intru- sione nella sfera di libertà altrui si
realizza attraverso una potenziale compromissione delle trame sociali e
relazionali, e più in generale dell’ambiente sociale in cui dispiegano la propria
esistenza gli indivi- dui destinatari di determinate espressioni. Un’ulteriore
importante precisazione avanzata da JWaldron concerne la distinzione a livello
concettuale tra offese alla reputazio- ne del gruppo ed espressioni
discriminatorie che si riflettono sul sin- golo individuo in quanto
appartenente al gruppo. Troppo spesso, os- serva Waldron, la c.d. ‘diffamazione
di gruppo’ (defamation group) Si è osservato che l’incriminazione di tale
tipologia di espressioni potrebbe essere l’unica eccezione al principio secondo
cui in uno Stato liberale non si do- vrebbero incriminare concezioni di valore
e modi di pensare: «[d]iversamente ac- cade, eccezionalmente, soltanto quando
certi comportamenti manifestano e/o realizzano modi di pensare, convinzioni e
concezioni di valore con i quali viene propagandato e/o trasformato un certo
stile di vita che esclude in modo combat- tivo altre concezioni del bene,
oppure addirittura nega a certi gruppi all’interno della società lo stato di
membri aventi gli stessi diritti», v. WOHLERS, Le fattispecie penali come
strumento per il mantenimento di orientamenti sociali di carattere assiologico
[cf. H. P. Grice, CONCEPTION OF VALUE – AXIOLOGY]? ABEL, La parola e il
rispetto, cit., pp. 101 ss., il quale individua la c.d. ‘riproduzione della
disuguaglianza di status’ come uno dei possi- bili danni realizzabili dalle
parole. D’obbligo il richiamo alla cosiddetta ‘Critical Race Theory’ quale
esempio di teoria che ha esposto con dovizia argomentativa, per quanto non
immune da obie- zioni, le ricadute dannose del discorso denigratorio basandosi
sulle espressioni a sfondo razziale: in estrema sintesi si sostiene che la
diffusione dell’odio, e in parti- colare l’odio razzista, produrrebbe a livello
individuale fenomeni di ansia, disagio psichico e perdita di autostima tali da
poter influire sulla vita relazionale degli individui, mentre a livello sociale
porterebbe alla formazione di un clima culturale di ostilità fino a poter
generare anche il c.d. ‘Silencing Effect’, ossia l’effetto silenziatore
consistente nello screditare socialmente le minoranze offese fino a minare il
loro status di partner a livello comunicativo in ambito sociale. Per un’ampia e
dettagliata sintesi v. TESAURO, Riflessioni in tema di dignità umana; cfr.
PINO, Discorso razzista e libertà di manifestazione del pensiero, in Politica
del diritto; si veda anche a cura di Thomas-Zanetti, Legge razza diritti. La
Critical Race Theory negli Stati Uniti, Reggio Emilia. Il lessico inglese
distingue fra individual defamation e group defamation intendendo con il
secondo termine l’area di problemi che viene comunemente identificata come hate
speech. In many
countries, a different term or set of terms is used by jurist: instead of “hate
speech”, they talk about “group libel” or “group defamation”», v. WALDRON, The
Harm in Hate Speech. Mal-
Fisionomia dell’offesa 171 viene intesa come offesa che, indirizzandosi
ai valori che fondano l’identità del gruppo, coinvolgono il singolo solo in
termini di disagio emotivo: non è questa la prospettiva con cui identificare lo
hate speech. L’offesa che dovrebbe rilevare come discorso discriminatorio è
quella che strumentalizza l’appartenenza al gruppo come fattore di degradazione
e di inferiorità della persona. In altri termini, una prospettiva di intervento
normativo non do- vrebbe avere ad oggetto principi o concezioni valoriali in
sé, neppure nella forma mediata di carattere identificativo di un gruppo, e
dunque nella loro dimensione sovraindividuale e impersonale. I cosiddetti ‘va-
lori’, intesi come principi su cui un soggetto impronta la propria vita specie
con riferimento alla sfera morale, possono assumere rilevanza in quanto
elementi costitutivi del modo d’essere degli individui. Al termine di tale
complessa disamina, un dato di fondo sembra difficilmente contestabile:
distinguere fra espressioni di odio e di cri- tica, tra offese alla dignità del
singolo in quanto aderente a un grup- po e offese alla reputazione del gruppo
stesso, e più in generale stabilire la portata offensiva di un’espressione
verbale o simbolica, è un’operazione ermeneutica che necessita di un’attenta
lettura di contesti e situazioni, e che non può essere imbrigliata in
categorizzazioni di carattere ‘assoluto. Ermeneutica del fatto ed ermeneutica
della norma Prima di verificare la rispondenza di tali distinzioni nelle
eventuali prassi applicative, si pone l’esigenza di una riflessione sul piano
dei presupposti del ragionamento. L’individuazione di un confine fra critica e
discriminazione si ri- grado la sostanziale identità sul piano lessicale, la
defamation group non appare perfettamente sovrapponibile a ciò che nel contesto
italiano viene definito diffamazione di gruppo come variante plurisoggettiva
del reato di diffamazione semplice, la quale è volta, quantomeno in via
teorica, a reprimere le medesime offese che rileverebbero ex art. 595 c.p.,
ossia un novero più ampio rispetto a ciò che si potrebbe definire ‘discorso
d’odio’ (v. infra, nota 120). 93 WALDRON, The Harm in Hate Speech. Sul tema, v.
DE MONTICELLI, La questione morale; cfr. RAZ, I va- lori fra attaccamento e
rispetto, tr. it., cur. di Belvisi, Reggio Emilia. Osserva GALEOTTI, La
politica del rispetto, che «culture e tradizioni possono avere un valore
estetico, storico e archeologico, ma non intrinsecamente morale. Il loro valore
morale deriva dal fatto che sono importanti e fonti d’ispi- razione per i loro
membri e non in sé. Tra sentimenti ed eguale rispetto flette sul raggio
applicativo di norme giuridiche, sia vigenti sia in prospettiva de iure
condendo, e dipende in primo luogo dall’interpre- tazione di dinamiche
intersoggettive e di aspetti fattuali: non sempli- cemente conoscenza di fatti,
bensì attribuzione di significato ad azioni ed espressioni. La distinzione fra
questi profili non sembra adeguatamente ap- profondita in sede teorica95, ed è
del tutto trascurata nel contesto giurisprudenziale, ove l’interpretazione del
fatto finisce per essere as- sorbita, e data per scontata, rispetto alla
sussunzione normativa, sen- za riconoscere che le peculiarità del fatto possono
dar luogo a pro- blemi logicamente autonomi e complementari all’ermeneutica
della norma giuridica: problemi «di interpretazione del fatto, e che si riflet-
tono sulla applicazione del diritto» 96. In questa sede ci limitiamo a
evidenziare come la distinzione fra ermeneutica del fatto ed ermeneutica della
norma si ponga a livello concettuale quale richiamo, a nostro avviso
necessario, per eviden- ziare fasi differenti nella gestione epistemica del
ragionamento giu- diziale 97. La soglia di rilevanza penale di manifestazioni
espressive costitui- sce un tema in relazione al quale i rapporti fra
ermeneutica del fatto ed ermeneutica della norma appaiono fortemente
compenetrati; co- me osservato da Richard Abel: «gli sforzi giuridici per
regolare l’espressione sprofondano nell’inelimi- nabile ambiguità dei
significati. Il senso e la valenza morale dei sim- 95 Un’opera dedicata ex
professo al rapporto fra giudicante e interpretazione di elementi
extragiuridici, e più in generale, al tema del ruolo dei valori culturali quale
fattore di influenza nelle decisioni giudiziali, è lo studio di BIANCHI
D’ESPINOSA- CELORIA-GRECO-ODORISIO-PETRELLA-PULITANÒ, Valori socio-culturali
della giuri- sprudenza, cit. 96 PULITANÒ, Nella fabbrica delle interpretazioni
penalistiche,a cura di Biscotti-Borsellino-Pocar-Pulitanò, La fabbrica delle
interpretazioni, Milano. Problema differente è se la distinzione fra
ermeneutica del fatto ed erme- neutica della norma sia meramente
concettualistica, finendo per restare assorbita nella spirale ermeneutica e
nell’intreccio tra fatto e diritto; sul tema, con diversità di accenti, v.
FIANDACA, Ermeneutica e applicazione giudiziale del diritto penale, in ID., Il
diritto penale tra legge e giudice, Padova; DI GIOVINE O., L’in- terpretazione
nel diritto penale. Tra creatività e vincolo alla legge, Milano DONINI,
Disposizione e norma nell’ermeneutica penale, La fab- brica delle
interpretazioni; PULITANÒ, Nella fabbrica delle interpretazioni penalistiche;
PALAZZO, Testo e contesto. Fisionomia dell’offesa 173 boli variano radicalmente
a seconda di chi parla e di chi ascolta e pos- sono capovolgersi rapidamente,
perfino istantaneamente. Quando si ha a che fare con forme di espressione non
si pone tan- to un problema di conoscenza di fatti, quanto di selezione e
valuta- zione di elementi di contesto chiamati a definirne la dimensione di
significato: l’interpretazione di una manifestazione espressiva non si riduce a
un esame della lessicalità o a un riscontro oggettivo di gesti simbolici senza
tenere in considerazione la relazione intersoggettiva di base e il contesto di
sfondo. Lo studioso, ed eventualmente il giudice, si trovano alle prese con una
complessa ermeneutica finalizzata a concretizzare il volto del fatto punibile,
complementare rispetto all’ermeneutica della norma. Problemi simili sono emersi
con riferimento anche ad altri ambiti, ad esempio nell’interpretazione del
concetto di osceno in rapporto alla libertà di creazione artistica 100, in
relazione all’accertamento del- l’appartenenza culturale di un soggetto quale
eventuale causa di attenuazione della responsabilità101, e anche in relazione
all’interpretazione del gesto del bacio come condotta sessualmente pregnante
piuttosto che come approccio confidenziale e innocente. Come è stato osservato
in dottrina, la ricostruzione del fatto è probabilmente il momento più delicato
del procedimento interpretativo, avvinto in un intreccio col diritto che è
stato definito diabolico: l’interprete non è un semplice spettatore che importa
passiva- ABEL, La parola e il rispetto. FIANDACA, Problematica dell’osceno. FIANDACA,
Problematica dell’osceno. Una caso emblematico è la vicenda giudiziaria
relativa al film ‘Ultimo tango a Parigi’ di Bertolucci, oggi riassunta nel
volume di AA.VV., a cura di Massaro, Ultimo tango a Parigi quarant’anni dopo.
Osceno e comune sentimento del pudore tra arte cine- matografica, diritto e
processo penale, Roma; v. in particolare il saggio di MASSARO, Lo spettacolo
cinematografico osceno tra elementi elastici e difetto di determinatezza. DE
MAGLIE, I reati culturalmente motivati. In relazione a tale ultima questione si
è osservato come l’interpretazione del gesto non possa limitarsi a una statica
rispondenza con pattern comportamentali, ma richieda piuttosto una prospettiva
ermeneutica «incline a prendere in consi- derazione anche il contesto in cui il
contatto fisico si realizza e dunque la complessa dinamica intersoggettiva che
si sviluppa nell’ambito della situazioni coartanti, v. FIANDACA, Ermeneutica e
applicazione giudiziale. GIOVINE O., Considerazioni su interpretazione,
retorica e deontologia in di- ritto penale, in Riv. it. dir. proc. pen. Tra
sentimenti ed eguale rispetto mente e acriticamente elementi della realtà
all’interno del proprio procedimento cognitivo, ma opera una selezione
determinata dalle peculiari modalità di apprendimento che caratterizzano in
modo dif- ferente ogni singolo individuo, sulla base di fattori che comprendono
il corredo neurobiologico, la dimensione delle esperienze personali, la matrice
culturale 104 e, piaccia o non piaccia, l’ideologia 105. In altri termini, il
giudicante non si limita a prendere atto di ele- menti di fatto, ma interpreta
i significati del fatto selezionando gli aspetti rilevanti per la decisione. In
fase applicativa tali questioni finiscono per restare assorbite, e non
sufficientemente distinte, dal piano strettamente giuridico, e si espongono in
questo senso a una gestione epistemica sulla quale in- combe il rischio di un
uso non adeguatamente sorvegliato di nozioni e di concetti che attengono al
piano socio-psicologico. In altri termini, sarebbe opportuno far sì che
determinate interpre- tazioni dei significati del fatto divenissero oggetto di
analisi ed even- tualmente di confutazione, «piuttosto che essere semplicemente
fatte passare per conoscenza generale o per ciò che i giudici ritengono esse-
re, non sempre correttamente, e non sempre indipendentemente dal 104 Per tutti,
DI GIOVINE O., L’interpretazione nel diritto penale. Per un’approfondita
riflessione, ancora attuale, sull’ideologia del giudice v. GRECO, Premessa,
Cfr. DE MAGLIE, I reati culturalmente motivati. Nel panorama italiano il
problema di una perizia relativa ai profili socio- culturali del fatto si è
posto, soprattutto in passato, con riferimento ai rapporti fra valore artistico
e oscenità, e ad oggi è discusso prevalentemente in relazione ai c.d. reati
‘culturalmente motivati’; in riferimento al tema della perizia artistica v.
LUCIANI, La nozione penalistica di “opera d’arte” di cui all’art. 529 c.p.
Considera- zioni di diritto sostanziale e processuale, a cura di Massaro,
Ultimo tango a Parigi. In relazione alla perizia culturale, oltre al citato
studio di Cristina de Maglie, va menzionato un ulteriore importante contributo
proveniente dall’ambito costituzionalistico nel quale viene tematizzata la
necessità di un avvaloramento epistemico del ragionamento giudiziale attra-
verso l’elaborazione un percorso volto a rendere tendenzialmente più oggettivo
l’accertamento di un conflitto culturale: v. RUGGIU, Il giudice antropologo.
Costitu- zione e tecniche di composizione dei conflitti multiculturali, Milano.
Sempre in tema di reati culturalmente motivati, con riferimento alla
valutazione della motivazione culturale, è frequente riscontrare nella
giurisprudenza di legittimità argomentazioni carenti e approssimative, sovente
esito di posizioni ideologiche pur benintenzionate ma nondimeno fortemente
discutibili: per un esempio v. Cass. pen., sez., con nota di FERLA, Il pugnale
dei Sikh tra esigenze di sicurezza e divieti normativo-culturali, in Giur. it. Fisionomia
dell’offesa loro retroterra culturale,
la saggezza comune dell’umanità» 108. Per tali ragioni ben si comprende che la
valutazione del margine di confine fra espressioni tollerabili ed espressioni
non consentite, anche ove sia tenuta a distanza dalla sensibilità della
vittima, finisca poi per essere esposta, e dipendere in larga misura, anche
dalla sen- sibilità dell’interprete, sia esso studioso teorico o applicatore di
even- tuali norme 109. Si tratta di un fattore problematico del quale va tenu-
to conto sia come chiave di lettura delle oscillazioni riscontrabili nel- la
casistica giurisprudenziale, sia quale elemento di riflessione in rapporto al
ruolo che i giudici assumono, o potrebbero assumere, nel farsi arbitri della
soglia di intervento penale 110. In relazione a un ulteriore profilo, sempre
legato alla ricerca di SCHAUER, Il ragionamento giuridico, tr. it., Bari.
Sottolinea con chiarezza TARUFFO, Senso comune, esperienza e scienza nel
ragionamento del giudice, in ID., Sui confini. Scritti sulla giustizia civile,
Bologna, che il ragionamento del giudice non è determinato da criteri o norme
di carattere giuri- dico, bensì, quando supera i confini di ciò che
convenzionalmente si intende per ‘diritto’, risulta impregnato anche del
cosiddetto ‘senso comune’. Da ciò la neces- sità che il giudice sia
«consapevole della frammentazione e della variabilità delle coordinate
conoscitive e valutative che ormai sono i tratti dominanti della società
attuale. In ambito penalistico, HASSEMER, Perché punire è necessario., osserva,
con realismo, che il giudice fa ricorso a teorie del senso comu- ne sia per
questioni inerenti al contenimento dei tempi del giudizio, ma anche perché il
suo ruolo deve restare comunque centrale rispetto ai pareri della scien- za;
nondimeno egli deve assumersi tale responsabilità epistemica: il giudice penale
ha il diritto e il dovere di apportare il suo sapere fattuale e di assumer-
sene la responsabilità. Da questa responsabilità non può liberarlo alcun pare-
re». Sul cosiddetto ‘senso comune’ v. Supra. Esempio emblematico di ermeneutica
del fatto impregnata di discutibili principi di psicologia del senso comune,
per lo più riflesso di precomprensioni del giudicante, sono le sentenze
relative alla vicenda del film ‘Ultimo tango a Parigi, Ultimo tango a Parigi.
Un’altra pronuncia, più recente, in cui risulta altamente opinabile
l’ermeneutica del fatto è Trib. Latina, riportata in SIRACUSANO, Vilipendio
religioso e satira: “nuove” incriminazioni e nuove soluzioni giurisprudenziali,
in Stato, Chiese e pluralismo confessionale; per una critica v. VISCONTI C.,
Aspetti penalistici. Il fenomeno è evidente soprattutto in quelle disposizioni
che hanno un’importanza politica, che regolano cioè, in senso lato i rapporti
fra lo Stato e i cittadini, e che – naturalmente – consentano più di
un’interpretazione. E, nella possibilità di una duplice interpretazione, l’una
e l’altra certamente, per così dire, politica, può stabilirsi, attraverso
l’esame di una decisione, l’indirizzo ideo- logico del giudice», v. BIANCHI
D’ESPINOSA, Introduzione, in BIANCHI D’ESPINOSA- CELORIA-GRECO-ODORISIO-PETRELLA-PULITANÒ,
Valori socio-culturali della giurisprudenza. Tra sentimenti ed eguale rispetto
una soglia oggettiva di tollerabilità delle forme di espressione e, più in
generale riferibile alle norme che richiamino, implicitamente o espressamente,
fatti di sentimento, è stato condivisibilmente osserva- to in dottrina che
quando vengono in gioco interessi di tutela assimi- labili in tutto o in parte
a sentimenti la tipicità diviene prevalente- mente valutativa, rimettendo al
giudice bilanciamenti che, teorica- mente, il diritto avrebbe dovuto
cristallizzare in astratto 111. Un caso emblematico è l’onore personale, in
relazione al quale si è osservato come esso non si presti a una
predeterminazione esaustiva, ma sia in definitiva co-determinato dall’incidenza
che i diritti costituzionalmente rilevanti esercitano nel determinarne i limiti
di estensione. Si è parlato di una ‘tipicità on balance’ «nel senso che la
figura criminosa in questione, lungi dall’essere ricostruita una volta per tut-
te in modo stabile e definitivo assume una fisionomia variabile che dipende
dalle caratteristiche del caso concreto. In altri termini, un intreccio
simbiotico tra fatto e antigiuridicità, alla luce del quale non è appropriato
parlare di un giudizio di tipicità del tutto indipendente dalla eventuale
sussistenza di cause di giustificazione, con la conse- guenza che le operazioni
di bilanciamento sottese al momento giusti- ficativo finiscono per avere una
funzione indispensabile al fine di integrare la tipicità stessa. Fattispecie
così strutturate, prive cioè di una dimensione lesiva compiutamente
apprezzabile in sede di tipicità, scaricano sul momento applicativo la
definizione di requisiti strutturali, imponendo in via surrogatoria al giudice
di tracciare autonomamente i confini dell’illi- ceità attraverso tecniche di
bilanciamento a vocazione “tipologica. GIUNTA, Verso un rinnovato romanticismo
penale? TESAURO, La diffamazione. TESAURO, La diffamazione. TESAURO, La
diffamazione. TESAURO, La diffamazione. Oltre a tale profilo, e alle connesse
implicazioni di teoria del reato, un simile intreccio fra tipicità e
giustificazione rappresenta a nostro avviso la conferma che l’interpretazione
dei conflitti in tema di libertà di espressione si sottrae a una logica
binaria, tale per cui o vi è offesa o vi è esercizio di libertà; si tratta di
un ambito dominato da situazioni in cui il con- fine tra lecito e lecito non
solo non appare predeterminabile in chiave di tipicità astratta, ma è poroso,
labile. Si è osservato che uno dei limiti della giurispruden- za italiana sul
vilipendio alla religione è quello di adottare, con discutibili percor- si
argomentativi, un’impostazione secondo la quale l’operatività della scriminante
dell’esercizio di un diritto rappresenta un’alternativa che si pone in rapporti
dico- Fisionomia dell’offesa L’incardinamento dei bilanciamenti
sottesi alla giustificazione fra le trame di una tipicità ‘di matrice
giudiziale’, se da un lato può ac- crescere il potenziale di discrezionalità
degli applicatori, dall’altra parte produce l’effetto di concepire il fatto
tipico come struttura in fieri, aperta alla presa in carico di problemi e di
istanze sociali che trovano voce attraverso le cause di giustificazione 116,
ricollocandone il raggio d’azione non semplicemente come elementi tali da
neutra- lizzare una precedente offensività, ma come fattori che influiscono sul
disvalore del fatto in concreto. In questo senso si potrebbe ipotizzare che
l’intreccio fra tipicità e giustificazione finisca per assegnare alle
scriminanti un ruolo di ‘re- spiro’ della fattispecie astratta simile a quello
svolto dagli elementi normativi di matrice culturale. Le norme limitative della
libertà di espressione appaiono in questo senso ‘a geometria variabile’117,
ossia modellate su bilanciamenti che risentono dei mutamenti dei costumi e
delle soglie di tollerabilità so- ciale, non fissabili aprioristicamente ma da
determinarsi in relazione a un quadro di contingenze storiche e culturali. A
conferma del fatto che non si possono affrontare tali questioni senza una
chiara messa a fuo- co del contesto che fa da sfondo alle espressioni, ai mondi
morali a confronto e alle contingenze storico-politiche: «[l]a apparentemente
distaccata, analisi di diritto positivo su libertà di parola e repressione
penale è [...] insidiata e talora travolta dal calore dell’urgenza della realtà
così com’è, e quindi dal confronto politico tout court» 118. tomici con
eventuali interessi concorrenti; in questo modo la ricognizione dei conflitti
finisce per adagiarsi su una logica binaria, trascurando, o negando, che ciò
che rende legittimo l’esercizio di una libertà o di una eventuale limitazione
non è la radicale inconfigurabilità di un eventuale controinteresse, ma si
tratta invece di un giudizio legato a contingenze del caso concreto e a criteri
di oppor- tunità della sanzione; v. VISCONTI Aspetti penalistici.Come osservato
da Donini, il mondo dei diritti riflesso nelle cause di giustificazione
riguarda la continua evoluzione della società civile una varietà ed evoluzione
che sottostà all’apparente staticità delle incriminazioni e produce a volte
nuove fattispecie di reato create in via legislativa, ma è capace di bilanciare
tali diritti anche dentro e contro le vecchie incriminazioni, le quali non
sanno darci un’immagine della società se non attraverso il mondo dei diritti,
che cambiano il vero contenuto dei beni protetti dal codice penale, anche se
questo può restare apparentemente invariato per decenni, v. DONINI, Critica dell’antigiuridicità
e collaudo processuale delle categorie. I bilanciamenti d’interessi dentro e
oltre la giustificazione del reato, in Riv. it. dir. proc. pen. Traggo
l’espressione da PULITANÒ, Diritto penale, VII ed., cit., p. 126, il quale la
usa per definire gli elementi normativi di valutazione culturale. 118
VISCONTI C., Aspetti penalisticiTra sentimenti ed eguale rispetto SEZIONE II
Alla prova dei fatti: blasfemia e propaganda razzista Non ho niente contro Dio,
è il suo fan club che mi spaventa WOODY ALLEN SOMMARIO: 6. Illegittimità o
tollerabilità delle restrizioni penalistiche al discorso pubblico? Il dibattito
sui rapporti fra libertà di espressione e sensibilità religiosa. L’ambiguità
dell’art. c.p. Le vignette di Charlie Hebdo: diritto di offendere o offesa
tollerabile? Le norme sulla propaganda
razzista in Italia: quale spazio a sentimenti? Il discorso razzista fra
estremismo politico e insulto discriminatorio. Sinossi. Illegittimità o
tollerabilità delle restrizioni penalistiche al discorso pubblico? Il tema
della potenziale dannosità a livello sociale di determinati contenuti
espressivi chiama in causa l’orizzonte comunicativo del di- scorso pubblico, il
quale per definizione caratterizza il livello di liber- tà e di apertura della
democrazia in rapporto al pluralismo delle idee e ai margini di tolleranza e di
repressione del dissenso. Si tratta dell’area in cui la legittimazione di
eventuali restrizioni normative è più problematica: offese circoscrivibili alla
dialettica fra persone fisiche possono essere ricomprese nella tutela
dell’onore in- L’oggetto della libertà di espressione è il discorso. Non
qualsiasi tipo di di- scorso, bensì il discorso pubblico. L’esercizio della
libertà di espressione ha una vocazione di pubblicità, di trascendenza nella
sfera pubblica. La libertà di espressione è, in questa misura, il requisito
fondamentale della comunicazione politica in democrazia», v. ROIG., Libertà di
espressione, cit., p. 36. Sull’etica del discorso pubblico come strumento volto
alla realizzazione, e non solo all’affermazione, di valori, v. VIOLA, La via
europea della ragione pubblica, in AA.VV., a cura di Trujillo- Viola, Identità,
diritti, ragione pubblica in Europa, Bologna. Fisionomia dell’offesa 179
dividuale120, eventualmente come condotte qualificate da contenuti tali da
aggravare la responsabilità, situandosi in un’area di crimina- lizzazione che,
per quanto problematica 121, non è mai stata messa se- riamente in discussione
dal punto di vista della legittimità costitu- zionale 122. Maggiori criticità
si addensano su altre fattispecie tese a incrimi- nare manifestazioni del
pensiero, in primo luogo la propaganda raz- zista di cui all’art. 3 comma 1,
lett. a, della legge n. 654 (introdotto dalla c.d. Legge Mancino,
cronologicamente successiva): non atti di istigazione alla discriminazione o
alla violenza 123, ma pa- L’ambito applicativo della fattispecie di cui
all’art. 595 c.p. (diffamazione semplice) non si estende, secondo
giurisprudenza costante, a offese rivolte a col- lettività, anche se circoscritte,
di persone. Per una panoramica della giurispru- denza della Corte Edu e della
giurisprudenza italiana v. CUCCIA, Libertà di espres- sione e identità
collettive, Torino; Nella giurisprudenza italiana, v. Cass. pen., sez. V,
04/04/2017, n. 16612; cfr. Cass. pen., sez. V, 09/12/2014, n. 51096; più datata
è Cass. pen., sez., in Giur. it., con nota di LARICCIA, Sulla tutela penale
delle confessioni religiose acattoliche; in senso favorevole, v. Cass. pen,
sez. V, 16/01/1986, in Dir. inf., Per una sintesi del problema v. LA ROSA,
Onore, sentimento religioso e libertà di ricerca scientifica, nota a Trib.
Mondovì, 22 febbraio 2007, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Da
ultimo, FIANDACA, Sul bene giuridico. Si veda C. cost., n. 86/1974. Cfr.
ROMANO, Legislazione penale e tutela della per- sona umana (Contributo alla
revisione del Titolo del codice penale), in Riv. it. dir. proc. pen., 1/1989,
p. 61; SIRACUSANO, Problemi e prospettive della tutela penale dell’onore, Verso
un nuovo codice penale, Milano; DONINI, Ana- tomia dogmatica del duello.
L’onore dal gentiluomo al colletto bianco, in Indice pena- le, 2000, pp. 1080
ss.; per una sintesi, nel quadro di una posizione non radicalmente
abolizionista ma tesa a limitare l’intervento penale a offese particolarmente
gravi (attribuzione di fatti non corrispondenti a verità in contesti
comunicativi estesi a più persone), v. GULLO, Diffamazione e legittimazione
dell’intervento penale. Fra i costituzionalisti v. PUGIOTTO, Le parole sono
pietre?, cit., p. 15; MANETTI, Libertà di pensiero e tutela delle identità
religiose. Introduzione ad un’analisi comparata, in Quad. di diritto e politica
ecclesiastica, 1/2008, p. 46. La legittimità del- la tutela dell’onore
individuale non è messa in discussione dalla Corte Edu, la quale si è limitata,
fino ad oggi, a rilevare gli eccessi della risposta penale dell’ordina- mento
italiano, in quanto, secondo la Corte Edu, non dovrebbe essere prevista, sal-
vo casi eccezionali, la sottoposizione a pena detentiva; v. per tutte, Corte
eur. dir. uomo, Sez. II, sent. 24/09/2913, Belpietro c. Italia, ric. n.
42612/10; per una sintesi del problema e per un’analisi della giurisprudenza
italiana più recente sul tema del trattamento sanzionatorio della diffamazione
v. GULLO, Diffamazione e pena detenti- va, in www.penalecontemporaneo.it,
3/2016, pp. 1 ss. 123 Incriminati ai sensi dell’art. 3 della legge n. 654/1975
lett. seconda parte –, e lett. Tra sentimenti ed eguale rispetto role e
discorsi che possono costituirne un volano. Secondariamente, vengono in gioco
le residue ipotesi di vilipendio alla religione, soprattutto l’art. 403 c.p.,
il quale si presenta nelle fogge di un’offesa al- l’onore personale ma sembra
assumere nelle applicazioni giurispru- denziali un ruolo dai contorni più ampi.
È soprattutto con riguardo a tali tipologie di incriminazione che oggi la
dottrina penalistica fa ricorso al lessico dei sentimenti per sot- tolineare in
chiave critica un’asserita impalpabilità del substrato dell’offesa: valga, come
sintesi, il rilievo di Tesauro il quale si chiede se tramite l’incriminazione
della propaganda razzista non si finisca per tutelare emozioni collettive (di
scandalo, imbarazzo, disgusto, inquietudine o paura), e se, dunque, non
assomigli molto da vicino alla tutela penale di un sentimento a cavallo tra
solidarietà e allarme sociale. Insomma, un impasto a metà strada fra sentimenti
individuali di umiliazio- ne pubblica, reputazione di gruppo, uguaglianza
formale senza distinzioni di razza, ordine pubblico ideale, universalismo
morale anti-discriminazione. È plausibile ritenere che dietro tale norma vi
siano anche, in buo- na parte, input che promanano da un disagio socialmente
diffuso di fronte al fenomeno razzista, e che dunque la norma in un certo senso
finisca per assumere anche la funzione di tutela di un sentire democratico. Tale
rilievo, per quanto difficilmente confutabile, non sembra però sufficiente a
chiudere il discorso sulla legittimazione. Al di là delle indiscutibili
criticità, è lo stesso Tesauro a riconoscere che la que- stione non va
declinata in termini meramente concettualistici ma è «irriducibilmente
etico-politica e dagli esiti altamente controvertibili e resta aperta a opposte
soluzioni che convogliano giudizi di valore, preferenze culturali e scelte di
politica criminale. TESAURO, La propaganda razzista; si veda anche SPENA,
Libertà di espressione e reati di opinione. L’analisi destrutturante di Tesauro
evidenzia inoltre come il ricorso al cor- rettivo ermeneutico del pericolo
concreto non appaia sufficiente a contenere l’ambito di applicazione della
disposizione entro una ragionevole area di oggettività, v. TESAURO, Riflessioni
in tema di dignità umana. TESAURO, La propaganda razzista. Nella dottrina
statunitense si è osservato criticamente che i discorsi a favore o contro il
disvalore degli hate crimes sono affetti da un elevato grado di concettualismo,
poiché, attraverso la ricerca di un danno oggettivo riconducibile all’odio,
cercano di rendere meno Fisionomia dell’offesa È una questione
politicamente e costituzionalmente aperta, non archiviabile frettolosamente
dietro l’invocazione, pur benintenziona- ta, dell’art. 21 Cost.: sono in gioco
valori costitutivi della democrazia costituzionale, la cui protezione ha
importanza rilevante anche (non solo) da un punto di vista simbolico. Il
problema di un equilibrio con la libertà di espressione finisce per scaricarsi
sul momento applicativo, alla ricerca di una ragionevolezza con mitezza
attenuata, secondo una formula che è stata adoperata per indicare che il bilanciamento
costituzionale fra valori confliggenti, e l’eventuale sacrificio di uno di essi
(questo il senso della ‘non mitezza’), devono essere comunque accompagnati da
ragionevolezza 128. Previsioni incriminatrici ‘non illegittime’ come quelle che
l’ordina- mento italiano annovera nella legge Mancino necessitano di un regime
di sorveglianza speciale: la loro tollerabilità è legata al grado di
ragionevolezza applicativa. Un problema di qualità delle decisioni giudiziali,
i cui esiti di giustizia non possono darsi per scontati: il ri- spetto del
principio costituzionale della libertà di espressione richiede che le
interpretazioni e le applicazioni siano fortemente selettive, calibrate su
criteri fra i quali deve a nostro avviso essere tenuta ben presente, quantomeno
a livello concettuale, la necessità di distingue- re tra espressioni che
offendono la mera sensibilità ed espressioni che veicolano contenuti di
umiliazione. Tale delega alla phronresis giudiziale è motivata dalla
constatazione, a nostro avviso, di una non eliminabilità dall’ordinamento di
fattispecie pur discutibili come quelle che incriminano la propaganda razzista:
troppo forte la risonanza etica e la consustanzialità dei beni in gioco in
rapporto ai valori che la democrazia riconosce come proprio fondamento.
evidente il portato assiologico della scelta di politica del diritto al fine di
restare coerenti con un liberalismo asseritamente neutrale: v. KAHAN, Two
Liberal Falla- cies in the Hate Crimes Debate, in 20 Law and Philosophy. Si
veda anche WOHLERS, Le fattispecie penali come strumento per il mante- nimento
di orientamenti sociali di carattere assiologico?, secondo il quale
rappresentazioni di valore e convinzioni possono essere considerati come
legittimi beni da proteggere nel caso in cui la loro lesione metta in
discussione l’«intesa sociale-normativa dominante. Traggo l’espressione da
SALAZAR, I destini incrociati della libertà di espres- sione e della libertà di
religione: conflitti e sinergie attraverso il prisma del principio di laicità,
in Quad. di diritto e politica ecclesiastica, la quale sottoli- nea che il
bilanciamento fra valori costituzionali potrebbe portare al sacrificio di uno
di essi, non ‘mite’ dunque, ma pur sempre (necessariamente) ragionevole; vi può
essere ragionevolezza senza mitezza, ma non mitezza senza
ragionevolezza. Tra sentimenti ed eguale rispetto Non si tratta però di un
assunto risolutivo, bensì di un fattore che rende ancora più complesso il gioco
di equilibri e che, soprattutto, responsabilizza la figura del giudicante quale
anello ultimo e decisivo di una ‘catena della ragionevolezza’129 necessaria per
affrontare il problema di limiti alla libertà di espressione. A risultare
determinanti saranno doti di sensibilità culturale e ca- pacità interpretativa
dei fenomeni da parte del giudice, nel quadro di una sapienza non ‘algoritmica’
130 bensì auspicabilmente vicina a una saggezza pratica. È tutt’altro che
scontato, e sarebbe ingenuo pensare, che tali doti risiedano in misura
sufficiente nella totalità dei giudici, ma sarebbe forse altrettanto frettoloso
dare per scontato che non vi siano margini per una intelligente e ‘non
intollerabile’ gestione dell’arsenale penali- stico in materia di libertà di
espressione. Il problema è aperto, e sollecita l’intero mondo della cultura
giuridica a meditare su percorsi di studio e di formazione funzionali a dare ai
soggetti giudicanti gli strumenti per un’attenta lettura delle vicende e dei
contesti fattuali, non semplicemente delle norme 131. Nel prosieguo compiremo
una sintetica disamina di alcuni recenti sviluppi giurisprudenziali in
relazione alla tutela del sentimento reli- gioso e alla normativa sulla
discriminazione razziale. Il tema del discorso razzista rappresenta la palestra
concettuale più significativa per verificare la tenuta della distinzione fra
critica e discriminazione. 129 Sul tema della ragionevolezza nel diritto penale
v. per tutti PULITANÒ, Ragionevolezza e diritto penale, Napoli, ZAGREBELSKY, Su
tre aspetti della ragionevolezza, in Il principio di ragionevolezza nella
giurisprudenza della Corte costituzionale. Riferimenti comparatistici, in Atti
del Seminario svoltosi in Roma, Palazzo della Consulta, Milano. Osserva
FIANDACA, Il giudice tra giustizia e democrazia nella società complessa, in
ID., Il diritto penale tra legge e giudice, che sarebbe necessario un
affinamento culturale nella preparazione dei magistrati, attraverso uno studio
specifico delle logiche del ragionamento giudiziale e di altri aspetti che
regolano il giudizio di fatto oltre che il giudizio di diritto. Istanze che
vengono rimarcate da VINCENTI, Diritto e menzogna. La questione della giustizia
in Italia, Roma, quando descrive criticamente il giudice contemporaneo come
«funzionario o burocrate, vittorioso in un concorso a cui segue una progressione
in carriera pressoché automatica, formatosi su di una letteratura accademica di
stampo ma- nualistico, spesso obsoleta e comunque aliena dal ricercare il
perché delle regole, abituato a ragionar per massime, naturalmente assai poco
curioso di andare oltre le rappresentazioni istituzionali e poco propenso ad
assumere il dubbio metodico quale cifra del proprio agire.
Fisionomia dell’offesa Quanto alla residua fattispecie di vilipendio di
cui all’art. 403 c.p., non si richiede che le espressioni siano
discriminatorie; lo schema tipico rimane quello della condotta di insulto, del
tenere a vile. Nondimeno, si pone l’esigenza di distinguere tra offese al
patrimonio ideale delle confessioni, plausibilmente foriere di affronti alla
sensibi- lità dei credenti ma che oggi dovrebbero considerarsi penalmente ir-
rilevanti, da offese all’onore della persona. Iniziamo dai rapporti fra
religione e libertà di espressione con particolare riferimento alla satira, per
sondare alcuni recenti ap- prodi giurisprudenziali nel contesto italiano e per
dedicare una ri- flessione al caso delle pubblicazioni del settimanale francese
Charlie Hebdo, al centro dell’attenzione dopo i tragici episodi. Il dibattito
sui rapporti fra libertà di espressione e sensibili- tà religiosa In nome di
sentimenti religiosi è stato di recente versato del san- gue; l’esercizio di
una libertà che è cifra simbolica dell’occidente libe- rale ha attivato spirali
di violenza e generato un clima di terrore al cospetto del quale la riflessione
sui modi d’uso della libertà non può abbandonarsi a cliché morali, pur
benintenzionati, o a ingenui ireni- smi. Su un piano fattuale non sembra
esservi ragione più immediata e plausibile della suscettibilità emotiva per dar
conto delle conflittuali- tà emerse; se pure nella prospettiva penalistica i
sentimenti possono difettare di tassatività, dall’altro lato, essi sono però in
grado di pro- durre conseguenze ben visibili, a conferma della loro rilevanza
indi- viduale e sociale. 132 PROSDOCIMI, voce Vilipendio (reati di), in
Enciclopedia del diritto, Milano. Sul vilipendio religioso v. MORMANDO, I
delitti contro il sentimento religioso e contro la pietà dei defunti, in
Trattato di diritto penale. Parte speciale, diretto da Marinucci-Dolcini, vol.
V, Padova, 2005, pp. 148 ss.; ID., «Lai- cità penale» e determinatezza.
Contenuti e limiti del vilipendio, in AA.VV., a cura di Dolcini-Paliero, Studi
in onore di Giorgio Marinucci, vol. III, Milano. Per un’accurata e ben
documentata silloge di episodi in cui sono emersi at- triti fra satira e
religione v. RUOZZI, Piccolo manuale di blasfemia audiovisiva. Dal Mistero
Buffo televisivo a Southpark, in AA.VV., a cura di Melloni-Cadeddu- Meloni,
Blasfemia, diritti e libertà. Tra sentimenti ed eguale rispetto Il traumatico
ritorno in scena della sensibilità, o forse, più pro- priamente, della
suscettibilità religiosa nel contesto occidentale costituisce un attacco
frontale alla libertà di espressione per mano di for- ze che hanno usato il
linguaggio della violenza e dell’annientamento dell’altro. A prescindere da
quello che sia il giudizio sul merito delle rappre- sentazioni satiriche danesi
e di Charlie Hebdo, va detto in premessa che le reazioni suscitate «non possono
essere assunte a parametro di un “sentimento religioso” rilevante per il nostro
ordinamento. Proprio le caratteristiche che ne fondano il forte e preoccupante
rilievo politico, sullo sfondo di un te- muto “scontro di civiltà”, e
sollecitano adeguate valutazioni e risposte politiche, impongono di tenere
ferma la valutazione di estraneità e per così dire irricevibilità giuridica. Il
sentimento religioso, che può porre un problema di tutela, non può essere
misurato sulle fatwe né su vio- lenze aizzate politicamente in altri paesi»
134. L’agire violento esclude ogni prospettiva di considerazione giuri- dica
per le istanze avanzate; resta tuttavia in piedi l’interrogativo su come sia
più ragionevole oggi configurare una tutela del sentimento religioso ‘a misura
liberale’. Uno dei nodi di fondo si identifica nell’al- ternativa fra tutela
della/e religioni e tutela delle persone che profes- sano una religione 135: se
la prima ipotesi rappresenta un retaggio del passato incompatibile con i
principi del pluralismo assiologico e di laicità136, la seconda è aperta a
diverse declinazioni. Riorientare la tutela sulla persona del credente esclude
la prospettiva del bene di civiltà; meno scontato è l’approdo ultimo. Vediamo
in che termini la distinzione fra tutela della confessione e della persona del
credente entra oggi in gioco nel panorama appli- cativo dell’ordinamento
italiano. 134 PULITANÒ, Laicità e diritto penale. Cfr. FERRARI, La blasfemia in
Europa, dalla tutela di Dio alla tutela dei credenti, in resetdoc.org,;
CIANITTO, Libertà di espressione liber- tà di religione: un conflitto
apparente?, a cura di Melloni-Cadeddu- Meloni, Blasfemia, diritti e libertà. Cfr.
CANESTRARI, Libertà di espressione e libertà religiosa, Ex plurimis, PALAZZO,
La tutela della religione tra eguaglianza e secolarizzazione. Fisionomia
dell’offesa L’ambiguità dell’art. 403 c.p. La distinzione tra offesa alle
credenze e offesa alla persona trova un punto di riferimento nell’art. 403 c.p.
La fattispecie costituisce, in- sieme all’art. 404 c.p., un residuo delle
ipotesi di vilipendio origina- riamente previste, fra le quali l’art. 402 c.p.
(dichiarato costituzionalmente illegittimo con la sentenza) costituiva la norma
più emblematica e dai risvolti più critici. Davvero il vilipendio alla
religione può dirsi decriminalizzato sul piano della sostanza? L’art. 403 c.p.
e l’art. 404 c.p. ne recuperano in parte l’eredità residua, circoscrivendo le
ipotesi di rilevanza penale a una casistica più definita (quantomeno
formalmente) di azioni le quali dovrebbero avere a oggetto le persone che
professano una religione o cose destinate al culto 140. Dopo la caduta
dell’art. 402 c.p., è l’offesa alla persona che potrebbe rendere legittima una
restrizione alla libertà di manifestazione del pensiero, lasciando fuori
dall’area di intervento le forme di critica al patrimonio ideale di una confes-
sione. In realtà l’art. c.p. appare caratterizzato da una formulazione non
particolarmente felice, la quale persiste nella rubrica e nel te- 138
L’incriminazione del vilipendio della religione cattolica è caduta sotto la
scure della Consulta non per contrasto con l’art. 21 Cost., bensì per
violazione degli artt. 3 e 8 Cost., in linea con un trend interpretativo che
non ha mai asseconda- to le pochissime richieste di illegittimità dei vilipendi
alla religione per violazione dell’art. 21 Cost. Risulta solo un ordinanza, la
n. 479/1989, nella quale è stata sol- levata questione di legittimità
costituzionale dell’art. 403 c.p. per contrasto anche con l’art. 21. In quel
caso la declaratoria della Corte è stata la manifesta inammis- sibilità per la non
pertinenza della questione rispetto al giudizio in corso, senza alcuna
riflessione sul merito dei rapporti tra l’art. 403 c.p. e l’art. 21 Cost. Per
una panoramica della giurisprudenza costituzionale sull’art. 402 c.p., v.
SALAZAR, I «destini incrociati» della libertà di espressione. Sembra aderire a
un recupero pressoché pieno della portata dell’art. c.p. FALCINELLI, Il valore
penale del sentimento religioso, la quale, adesiva- mente alla giurisprudenza,
osserva che il vilipendio generico a una confessione religiosa, anche in
assenza del riferimento a persone determinate, possa rientrare nell’art. 403
c.p., e che anche l’offesa a simboli, come ad esempio il crocifisso, possa
assumere rilevanza penale ai sensi della medesima disposizione. Di diverso avviso
PULITANÒ, Laicità, multiculturalismo, diritto penale, in AA.VV., a cura di
Risica- to-La Rosa, Laicità e multiculturalismo. Profili penali ed extrapenali,
cit., pp. 245 s. 140 Le condotte descritte dalle fattispecie non sono del tutto
simmetriche: nel caso dell’art. 403 c.p. il vilipendio esprime la modalità di
lesione, mentre nell’art. 404 c.p. è l’offesa alla confessione religiosa a
costituire l’evento strumentale alla realizzazione del vilipendio a cose che
formino oggetto di culto. Tra sentimenti ed eguale rispetto sto141 a
riconoscere la centralità del vilipendio alla confessione reli- giosa 142,
relegando in una posizione strumentale l’offesa a chi la pro- fessa: «l’offesa
alla religione resta il criterio ermeneutico essenziale del settore. Non sono
mancate applicazioni in cui la Corte di Cassazione ha optato per un approccio
repressivo, sostenendo che ai fini dell’inte- grazione dell’art. 403 c.p. sia
sufficiente che le espressioni di vilipen- dio siano genericamente riferite
alla indistinta generalità dei fedeli «tutelando la norma il sentimento
religioso e non la persona (fisica o giuridica) offesa in quanto appartenente
ad una determinata confes- sione religiosa» 144. Tale pronuncia si esprime con
nettezza a favore di un’interpretazione impersonale del vilipendio; sentenze
successive, pur senza la medesima univocità, ne hanno ricalcato gli itinerari
logico-argomentativi, rivelando nel complesso un’adesione (inconscia?)
all’impostazione del defunto art. 402 c.p. In un caso un soggetto è stato condannato
per aver esposto «nel centro di Milano un trittico da lui realizzato – tre
fotocopie in bianco e nero, stampate su tela – raffigurante, rispettivamente,
il Pontefice in carica, un pene con testicoli e il segretario personale del
Pontefice, con la didascalia, Chi di voi non è culo scagli la prima pietra. E
anche nel regime della perseguibilità, prevista d’ufficio, la quale enfatizza
la dimensione istituzionale dell’interesse protetto. 142 Un problema ben noto
alla dottrina penalistica già negli anni Settanta; per un’approfondita critica
agli orientamenti giurisprudenziali che operavano una sostanziale commistione
fra artt. 402 e 403 c.p., applicando quest’ultimo anche a casi di offesa
impersonale a contenuti di fede v. PULITANÒ, Spunti critici. MORMANDO, I
delitti contro il sentimento religioso; sulla stessa li- nea di pensiero v.
FLORIS, Libertà di religione; MANETTI, Libertà di pen- siero e tutela delle
identità religiose, cit., p. 65; PACILLO, I delitti contro le confessioni
religiose, cit., pp. 39 ss. Cfr. ROMANO, Principio di laicità dello Stato,
cit., p. 214: «il fatto vietato e punito resta il vilipendio delle religioni».
Viene fatto notare come il trattamento sanzionatorio più grave per il
vilipendio del ministro di culto con- fermi l’orientamento della tutela verso
l’assetto istituzionale delle confessioni re- ligiose, così SIRACUSANO,
Pluralismo e secolarizzazione dei valori. La di- sposizione è dunque ambigua e
si presta a usi discutibili; in dottrina si è rilevato che per salvarla sul
piano della legittimità costituzionale occorrerebbe prendere sul serio la
direzione personale del vilipendio e il legame da accertarsi in concreto, non
in via presuntiva, del vilipendio alla confessione con l’offesa alla persona,
v. PULITANÒ, Laicità e diritto penale, cit., p. 313; cfr. SERENI, Sulla tutela
penale della libertà religiosa, Cass. pen., sez. Cass. pen., sez. Fisionomia
dell’offesa 187 In un secondo episodio vi è stata condanna per aver esposto un
cartellone raffigurante sullo sfondo una sagoma costituita dall’im- magine del
Pontefice in carica, e, in primo piano, un bersaglio costituito da una serie di
cerchi concentrici con l’indicazione di punteggi vari, riportante in calce la
scritta: «1.000 punti, caramelle, preservati- vi, vino e ostie sconsacrate se
centri quel buco di culo da cui quoti- dianamente vomita fiumi di merda» 146.
La Corte di Cassazione sembra riproporre la teoria dei limiti logici, quando
afferma che in materia religiosa la critica è lecita quando – sulla base di
dati o di rilievi già in precedenza raccolti o enunciati – si traduca nella
espres- sione motivata e consapevole di un apprezzamento diverso e talora
antitetico, risultante da una indagine condotta, con serenità di meto- do, da
persona fornita delle necessarie attitudini e di adeguata preparazione: mentre
trasmoda in vilipendio quando – attraverso un giudi- zio sommario e gratuito –
manifesti un atteggiamento di disprezzo verso la religione, disconoscendo alla
istituzione e alle sue essenziali componenti (dogmi e riti) le ragioni di
valore e di pregio ad essa rico- nosciute dalla comunità. In entrambi i casi
menzionati la rilevanza penale delle condotte non appare in discussione; si
pone però la questione se l’offesa sia da considerarsi rivolta alla persona del
Pontefice o piuttosto al ruolo istituzionale e dunque al legame con un certo
tipo di opinioni espres- se dall’istituzione ecclesiastica in tema di etica
sessuale; l’integrazione della diffamazione appare pacifica, meno scontato è il
vilipen- dio alla religione ex art. 403 c.p. Secondo la lettura proposta dalla
Corte tale fattispecie non sem- brerebbe configurarsi come delitto contro
l’onore e la dignità della persona, ma assumerebbe piuttosto le vesti di un
mero surrogato del vecchio vilipendio ex art. 402 c.p., orientato alla tutela
di un interesse affine al bene di civiltà. In occasione della condanna per il
trittico 146 Cass. pen., sez. Per una ricostruzione del panorama
giurisprudenziale sul punto v. SIRACU- SANO, I delitti in materia di religione;
PACILLO, I delitti contro le con- fessioni religiose, cit., pp. 111 ss.; in
termini generali, sulla teoria dei limiti logici v. CARUSO, Tecniche
argomentative della Corte costituzionale e libertà di manifesta- zione del
pensiero, in forumcostituzionale.it/wordpress/images/stories/-
pdf/documenti_forum/paper/0360_caruso. Cass. pen., sez. III, 07/04/2015, n.
41044. 149 Cfr. SIRACUSANO, Vilipendio religioso e satira. Tra sentimenti ed
eguale rispetto raffigurante il Pontefice, la Cassazione ha osservato che: «ai
fini della configurabilità del reato, non occorre che le espressioni offensive
siano rivolte a fedeli ben determinati, ma è sufficiente che le stesse siano genericamente
riferibili alla indistinta generalità degli aderenti alla confessione religiosa.
Perciò il vilipendio di una reli- gione, tanto più se posto in essere
attraverso il vilipendio di coloro che la professano o di un ministro del culto
rispettivo, come nell’ipotesi dell’art. 403 cod. pen., che qui interessa,
legittimamente può limitare l’ambito di operatività dell’art. 21» 150. Si
tratta di un orientamento che inverte il rapporto tra offesa alla persona e
offesa al credo: la religione non appare come elemento qualificante l’offesa
alla persona ma è il bene ultimo di un’incrimi- nazione che concepisce l’offesa
individuale in termini strumentali ed episodici. Appare in questo senso
avvalorata la tesi di chi ha individuato l’interesse protetto dalle nuove
norme, post riforma, in un bene «a carattere superindividuale, la cui
“consistenza” si gioca prevalentemente sul piano ideale, così come sul medesimo
piano si pone la condotta espressiva ritenuta lesiva del bene protetto. Possiamo
in definitiva affermare che l’offesa alla persona del credente resti ancora
oggi marginale, pur in presenza di una disposizione che, nel suo tenore
formale, si presenta come un delitto contro l’onore qualificato dallo status
della persona offesa, ma che di fatto 150 Cass. pen., sez. VISCONTI C., Aspetti
penalistici; cfr. PELISSERO, La parola perico- losa. Il confine incerto del
controllo penale del dissenso, in Questione giustizia. Nel complesso si rimane
ancorati a un sistema che differenzia tra forme di religiosità classiche e
forme di religiosità diversa o c.d. negativa. Il legislatore conferma un favor
verso manifestazioni della spiritualità ancora- te a un’ottica tradizionale che
si identifica nelle forme di organizzazione delle religioni; sul punto gli
orientamenti nella dottrina divergono: da un lato SIRACUSA- NO, Pluralismo e
secolarizzazione dei valori, rileva che
«siamo ben lontani dall’unica possibile prospettiva di tutela nello Stato
laico: quella che si fonda su una considerazione paritaria di tutte le opzioni
individuali in materia di fede, quindi anche delle opzioni agnostiche ed atee»;
diversa è l’opinione di ROMANO, Principio di laicità dello Stato, il quale
riconosce il completo silenzio serbato dal legislatore «su forme di
agnosticismo o di ateismo attivo, prati- cato con personali accenti di
doverosità morale», concludendo tuttavia che esso «non porterebbe ad alcuna
“discriminazione ideologica perché per eventuali offese arrecate a forme
associative ispirate a pur radicate convinzioni areligiose o agnostiche non è
parso seriamente evocabile, nella situazione del nostro Paese, un qualsiasi
rischio per la tranquillità». Fisionomia dell’offesa 189 guarda più
alla matrice dello status che a colui che ne è il rappresentante: la tutela di
un’asserita sensibilità collettiva, legata all’offesa del patrimonio ideale di
una confessione, costituisce ancora oggi il punto di riferimento principale
152. La casistica esaminata appare tutto sommato non particolar- mente
problematica, quantomeno sul piano della rilevanza penale: vi è il
coinvolgimento di soggetti concretamente individuabili, e a fronte di
espressioni ingiuriose resta tutt’al più aperto il problema se si tratti di
vilipendio alla religione o di offese tali da integrare la diffamazione.
Problemi più complessi sorgerebbero se le forme di espressione avessero ad
oggetto non persone reali, ma simboli, icone, e in generale i dogmi di una
confessione. Nel contesto italiano la caduta del vili- pendio ex art. 402 c.p.
dovrebbe deporre per l’irrilevanza penale; il problema merita però di essere
analizzato anche in un’ottica extraor- dinamentale, in riferimento a episodi
dove l’irrisione satirica ha su- scitato reazioni violente, con un’evidente
sovraesposizione del fattore emotivo. Le vignette di Charlie Hebdo: ‘diritto di
offendere’ o offesa tollerabile? Prendiamo in esame quello che è stato definito
uno ‘stress test’ per i modelli di tutela, ossia il caso delle vignette
pubblicate dal setti- manale francese Charlie Hebdo e, originariamente, dal
settimanale danese Jyilland Posten. Anche la dottrina penalistica italiana si è
po- sta l’interrogativo se tali manifestazioni espressive possano assumere
rilevanza penale nell’ordinamento italiano; la risposta, condivisibil- mente
argomentata, è stata di segno negativo 154: nell’attuale panora- ma normativo
le vignette irridenti la religione islamica non sarebbero incriminabili poiché
non rivolte a soggetti determinati ma orientate a ironizzare su dogmi e
contenuti di fede 155. 152 Per un’approfondita disamina del problema della
diffamazione delle reli- gioni in ambito internazionale v. ANGELETTI, La
diffamazione delle religioni nella protezione ultranazionale dei diritti umani,
in AA.VV., a cura di Brunelli, Diritto penale della libertà religiosa. CIANITTO,
Quando la parola ferisce. Blasfemia e incitamento all’odio religioso nella
società contemporanea, Torino, BASILE, La pubblicazione delle dodici vignette,
BASILE, La pubblicazione delle dodici vignette. Tra sentimenti ed eguale
rispetto Al di là della riconducibilità a una norma incriminatrice, è oppor-
tuno chiedersi se i contenuti delle vignette siano accostabili a un’of- fesa ai
sentimenti o al venir meno del rispetto-riconoscimento. Le vignette danesi
(oggi facilmente visualizzabili su internet) non sembrano operare una vera e
propria critica o messa in discussione di asserti religiosi, ma adoperano uno
stile comunicativo particolar- mente forte nelle rappresentazione di figure
sacre, violando in primo luogo il divieto di rappresentazione del Profeta. Si
può a nostro avviso parlare di blasfemia, nel senso di rappre- sentazioni empie
per l’ottica di un fedele, e dunque plausibilmente offensive del sentimento
religioso. Non sembra però potersi chiamare in causa una vera e propria
discriminazione assimilabile a hate speech: solo nel caso di un’unica vignetta,
raffigurante il Profeta con una bomba in testa, si è osservato, a nostro avviso
in modo forse un po’ forzato, che potrebbe veicolare un messaggio
discriminatorio in forza di un’assimilazione dell’Islam a una religione di
guerra e a una considerazione di tutti gli islamici come terroristi. Il
discorso sulle vignette pubblicate nel corso degli anni dal settimanale
francese Charlie Hebdo necessiterebbe di essere sviluppato attraverso
un’analisi dettagliata delle singole immagini: non essendo possibile in questa
sede, ci limitiamo ad alcune considerazioni di li- vello generale sui rapporti
fra libertà di satira ed eguale rispetto. Partiamo da un presupposto:
l’interpretazione dei contesti, gli at- tori delle vicende e le contingenze
storico-sociali sono fattori coessenziali nella configurazione degli equilibri
di rispetto. Conseguen- temente l’interrogativo sulla tollerabilità di
un’espressione satirica appare destinato a ricevere risposte differenti a
seconda dei soggetti coinvolti, dei contesti e delle epoche. L’umorismo e la
satira possono essere gravemente irrispettosi a seconda delle cadenze adoperate
e degli aspetti della persona che mettono in ridicolo. Si tratta di un buon
punto di partenza per uscire dalla ingannatoria ricostruzione che vorrebbe
distinguere tra ‘satira buona’ o vera satira, e ‘satira cattiva’: il fine della
satira è toccare cor- de sensibili, e l’irrispettosità non è un aspetto
patologico, bensì è connaturato al fenomeno satirico. È plausibile che la
satira offenda dal punto di vista emotivo chi ne è oggetto, nel senso che a
nessuno piace essere preso in giro e che l’essere irrisi induce tendenzialmente
emozioni negative. 156 CIANITTO, Libertà di espressione e libertà di religione:
un conflitto apparente?; amplius, v. EAD., Quando la parola ferisce. Fisionomia
dell’offesa. Pensiamo alla solidarietà che il nostro Paese ha giustamente tributato
al giornale francese Charlie Hebdo per l’inaccettabile e brutale aggressione
subita: rimarchiamo che il gesto criminale non ha atte- nuanti, e
l’affermazione della libertà di satira rappresenta un princi- pio fondamentale.
Nondimeno, va considerato che l’appoggio solidale a Charlie è frutto di
un’intrinseca parzialità, poiché concernente un fatto (le vignette sull’Islam)
che non aveva un impatto emotivo pari a quello provato dai fedeli di religione
musulmana. Basta cambiare esempio per accorgersi come anche nel nostro Paese
l’atteggiamento nei confronti della satira muti radicalmente ove vi sia un
diverso coinvolgimento. Si pensi alle vignette pubblicate sempre da Charlie
Hebdo in occasione del terremoto avvenuto nel- l’Italia centrale ad agosto 2016:
le risposte dell’opinione pubblica so- no state ben differenti, fino ad
arrivare, da parte di soggetti delle isti- tuzioni, alla definizione di schifo.
Ben diverso era il clima emoti- vo che aveva indotto molti cittadini ad
adottare come effige dei propri profili telematici il logo ‘je suis Charlie’.
Rispetto alle vignette sull’Islam cambia l’atteggiamento perché so- no diverse
le emozioni suscitate nei destinatari, ma la sostanza dei fatti appare non
dissimile: in entrambi i casi la satira ha colto nel se- gno, stimolando
sensazioni forti, probabilmente offendendo emoti- vamente, e suscitando
reazioni sdegnate da parte dei diretti destina- tari, ma sempre di satira si
tratta. A partire da queste premesse, forse poco politically correct ma ade-
renti alla realtà dei fenomeni, si pone il problema su come legittima- re
l’esercizio della satira in quanto potenzialmente irrispettosa e in grado di
dare fastidio 158. Nel contesto penalistico si è talvolta tracciato il confine
fra espres- sioni tollerabili e non tollerabili attraverso una ricerca
‘ontologica’ di cosa sia satira e cosa invece si collochi al di là di essa, al
fine di far derivare da tale ricostruzione effetti sul piano normativo,
adottando. Così le ha definite il Presidente del Senato della Repubblica; la
notizia è re- peribile su
tgcom24.mediaset.it/politica/vignetta-charlie-su-sisma-gras-
so-libero-di-dire-che-fa-schifo.Diritto di satira e libertà di religione godono
entrambi di protezione a li- vello costituzionale, e sono pertanto «due beni,
dunque, destinati ad una convi- venza mite, senza sopraffazioni dell’uno
rispetto all’altro», così COLAIANNI, Dirit- to di satira e libertà di
religione, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Per una definizione e
una panoramica ricostruttiva del genere espressivo della satira, v. RATANO, La
satira italiana nel dopoguerra, Messina- Firenze. Tra sentimenti ed eguale
rispetto una concezione ‘deontologica’ della satira. Un simile modo di
argomentare si caratterizza a nostro avviso per una fallacia che possiamo
ricondurre alla violazione della Legge di Hume in senso inverso, ossia come
ricostruzione fattuale a partire da un presupposto normativo: sarebbe satira
ciò che non viola una certa soglia di continenza e che dunque non offende. Tale
modo di procedere non consente di scindere adeguatamente i confini
identificativi della satira da quelli che debbano essere, eventualmente, i
limiti normativi. Come è stato efficacemente osservato: «Alla fine, sembra
dunque non si possa fare a meno di accettare che la satira non abbia confini,
benché in un senso diverso rispetto a quello che intendono quanti declinano
questa tesi come tesi morale libertaria (“la satira non deve avere confini”);
nel senso, invece, di una tesi con- cettuale che afferma che la libertà di
satira non ha confini certi, poi- ché ci manca la possibilità di realizzare una
precisa delimitazione teori- ca, attraverso la quale stabilire in maniera
incontrovertibile quando ci si è mossi nell’alveo della libertà di satira e
quando invece si è trasceso e si è entrati in un altro terreno, che, per quanto
lo si possa continuare a considerare satirico, diventa sanzionabile
dall’ordinamento. Ciò non significa postulare una ‘amoralità’ della satira, ma
al con- trario pone le condizioni per giudicare in modo distinto il fine
dell’espressione satirica dalle modalità con le quali essa si manifesta: il
fine positivo della satira non è incompatibile con un umorismo par-
ticolarmente caustico tale da essere financo irrispettoso e desacraliz- zante.
Quale argomento a sostegno della libertà di satira si è osservato che una
politica di tolleranza, e dunque non restrittiva, rappresenti un mi- Si veda ad
esempio Trib. Latina, quando osserva che «[l]a satira è, dunque, un punto di
vista che si distingue dal dileggio, dal vilipendio, dall’offesa, perché
fornisce una lettura diversa della realtà e manifesta un giudizio di valore»; e
ancor più netta è Cass. pen., sez. I, 24/02/2006 n. 9246: «La satira,
notoriamente, è quella manifestazione del pensiero (talora di altissimo
livello) che nei tempi si è addossata il compito di ‘castigare ridendo mores’;
ovvero, di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di
persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di
carattere etico, correttivo cioè verso il bene». Per una panoramica sulla
giurisprudenza v. FLORIS, Libertà di religione; INFANTE, Satira: diritto o
delitto?, in Dir. inf.; CAROBENE, Satira, tutela del sentimento religioso e
libertà di espressione. Una sfida per le moderne democrazie, in Calumet. BÒ,
Col sorriso sulle labbra. La satira tra libertà di espressione e dovere di
rispetto, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Fisionomia
dell’offesa 193 gliore humus per l’attecchimento di principi fondamentali che
hanno una base dialettica e che, ove venissero cristallizzati in una teca al
ri- paro da aggressioni, rischierebbero di trasformarsi in dogmi. Un simile
modo di argomentare è stato definito come ‘utilitarismo delle regole’:
l’atteggiamento di chi ha risolto la ‘questione Charlie’ af- fermando sì la
presenza di un’offesa, ma optando per il pieno risco- noscimento della libertà
di espressione, sarebbe viziato dal fatto che «nel dirigere l’attenzione verso
le regole, l’utilitarismo insinua il so- spetto che le conseguenze di un atto o
di una regola non siano in fondo determinanti per i giudizi e i valori etici di
una persona: che lo siano invece le regole in quanto tali, in quanto vengono
considerate intrinsecamente giuste, quali che siano le conseguenze della loro
appli- cazione» 162. Si può riassumere tale critica anche come un’obiezione di
‘disinte- resse alle conseguenze’: «la sicurezza con la quale si proclama tale
opinione è totalmente aliena dai calcoli pazienti e minuziosi che sa- rebbero
richiesti per sostanziare quella giustificazione (e ne rivela la vanità. L’argomento
definito come ‘utilitarismo delle regole’ è da tenere in seria considerazione
anche nella prospettiva giuridica; tuttavia, ciò che agli occhi del filosofo
appare come un disinteresse alle conseguenze può rappresentare nella
prospettiva penalistica una scelta di prudenza in rapporto a eventi offensivi
la cui prevedibilità non appaia supporta- ta da una base nomologica sufficiente
a legittimare divieti penali. Tenderemmo quindi a ritenere preferibile come
opzione ultima la non restrizione della libertà di satira, ma al di là
dell’atteggiamento BÒ, Col sorriso sulle labbra. BENCIVENGA, Prendiamola con
filosofia. BENCIVENGA, Prendiamola con filosofia. Tutt’altro che risolutivo si
rivela anche il ricorso a criteri di selezione delle condotte ben consolidati
nel pensiero penalistico e avallati dalla Corte costituzionale: ci riferiamo
allo schema del pericolo concreto, in merito al quale, come è stato efficacemente
rilevato da Alessandro Tesauro, anche la selezione delle pro- prietà
universalizzabili del caso concreto da utilizzare come criteri indiziari di una
pericolosità effettiva della condotta, costituisce un’attività ‘normativamente
compromessa’, nel senso che non porterà comunque a individuare criteri di
corri- spondenza suscettibili di verifiche empiriche, ma il ruolo determinante
sarà pur sempre giocato da scelte di valore dell’interprete, v. TESAURO,
Riflessioni in tema di dignità umana. Ciò che allora deve spingerci a non
censurare quelle espressioni satiriche che, pur non istigando alla violenza,
mancano gravemente di rispetto ai gruppi deboli e svantaggiati non è una
generica libertà di espressione (questo, in alcuni 194 Tra sentimenti
ed eguale rispetto prudenziale, riteniamo che la soluzione liberale possa
trovare legit- timazione anche attraverso un ragionamento che si richiami al
criterio dell’eguale rispetto e al bilanciamento fra reciproche pretese. Quando
si analizzano i disaccordi in materia di satira religiosa bi- sogna individuare
dei presupposti valoriali per impostare la discus- sione, ossia dei compromessi
sul cui equilibrio ciascuna delle parti possa avere voce in capitolo: anche
«coloro che credono in una reli- gione presa di mira possono dover considerare
che il diritto di ridere di qualunque religione può esso stesso essere
considerato dagli altri come un articolo di fede» 166. La sostanza di tale
argomento è condi- visibile, anche se il percorso concettuale, con una
‘moltiplicazione di articoli di fede’, rischia di tramutarsi in un pendio
scivoloso. Eguale rispetto dovrebbe significare preservare la libertà di pro-
fessare una religione da un lato, e la fede nella libertà di satira, dal-
l’altra: un impegno a far sì che nessun pregiudizio venga arrecato alle due
libertà. Ebbene, la pretesa di coloro che chiedono restrizioni alla libertà di
satira appare in questo senso sproporzionata poiché mentre vignette ed
espressioni anche ‘urticanti’ non arrecano un vero e pro- prio pregiudizio alla
libertà del credente e alla sua identità religiosa, la pretesa di comprimere la
libertà di espressione altrui risulte- rebbe un vulnus sproporzionato. Si
potrebbe a questo punto prendere in esame un ulteriore argo- mento, basato
sulla maggiore suscettibilità che determinati fedeli, come ad esempio quelli di
religione islamica, adducono sostenendo che ogni offesa alla propria religione
è anche, intrinsecamente, un’of- fesa alla dignità delle persone che la
professano. Ebbene, quale spazio di legittimità può essere riconosciuto a tale
obiezione? Abbiamo introdotto il problema parlando della suscettibilità sog-
casi, come abbiamo visto, è sbagliato) e nemmeno il fatto che quelle
espressioni contribuiscano in qualche modo al raggiungimento della “verità” (in
molti casi, questo è falso); piuttosto, a caldeggiare una politica di
tolleranza nei loro con- fronti è il fatto che consentono ai principi che ci
sono cari di difendersi sempre meglio e mantenersi vivi e tonici, e con essi il
tipo di società nella quale aspiriamo a vivere», v. BÒ, Col sorriso sulle
labbra. TELFER, Umorismo ed eguale rispetto, in AA.VV., a cura di
Carter-Galeotti- Ottonelli, Eguale rispetto, Milano. Utilizzo tale concetto
nell’accezione sviluppata da PINO, Sulla rilevanza giuridica e costituzionale
dell’identità religiosa, in Ragion pratica, ossia come «l’insieme delle
credenze, dei valori, delle appartenenze che un individuo ha in materia
specificamente religiosa», e dunque come aspetto specifico della sfera della
coscienza. 168 WALDRON, The Harm in Hate Speech. Fisionomia dell’offesa
gettiva nella trattazione di Joel Feinberg; in questo caso il discorso è però
differente, poiché riguarda non la suscettibilità di un singolo soggetto, ma di
un gruppo: l’interrogativo è se si tratti di una vulne- rabilità meramente
emozionale o se, diversamente, sia anche ricon- ducibile a una particolare
debolezza sociale del gruppo. Con riferimento a tale seconda ipotesi, esponiamo
le tesi di due Autori già incontrati nel corso dell’indagine. Da un lato, Margalit
osserva che un gruppo vulnerabile, con una storia di umiliazione e sospetto da
parte di coloro che lo circondano, specialmente da parte della cultura
dominante, è suscettibile di interpretare ogni critica come umiliazione. Waldron
tematizza il problema senza richiamare l’eventuale debolezza di un gruppo, ma
incentrando il discorso sulla totale identificazione fra soggetto e
ideologie/credenze. Di fronte all’interrogativo sul peso che possa essere
riconosciuto alla percezione soggettiva nel caso di gruppi vulnerabili, e
dunque al- la rilevanza della vulnerabilità nell’interpretazione
dell’offensività di un’espressione, le posizioni di Margalit e Waldron
divergono: biografia personale e matrici culturali sono fattori che
probabilmente in- fluiscono su prese di posizione concernenti ‘scelte
ultime’170, la cui argomentazione in termini razionali è particolarmente
difficoltosa. Il filosofo israeliano propone i seguenti criteri di
soluzione: un primo criterio, basato
sulla reciprocità secondo cui dovreb- be essere considerato critica qualunque
cosa si desideri offrire ad altri e che si accetterebbe ove venisse offerta a
noi stessi; un secondo criterio, in favore dell’interpretazione del gruppo
vulnerabile, si lega alla «necessità morale di far pendere la bilancia
dell’errore nell’interpretazione verso la parte del debole», e va però
bilanciato da un altro principio secondo cui «qualunque cosa fosse considerata
critica piuttosto che umiliazione se avvenisse “in fami- glia”, cioè
all’interno del gruppo, dovrebbe pure essere considerata tale se proveniente
dall’esterno del gruppo. Diversamente da Margalit, il quale dunque non esclude
una carità interpretativa a favore dei gruppi vulnerabili, Waldron rimarca la
ne- cessità di non assecondare normativamente pretese avanzate in forza di
un’identificazione fra persona e ideali religiosi o politici: richieste
MARGALIT, La società decente. Traggo questo concetto da BOBBIO, L’età dei
diritti, Torino, MARGALIT, La società decente. [H. P. GRICE, principle of conversational helpfulness:
what a decent chap does!] MARGALIT,
La società decente. Tra sentimenti ed eguale rispetto di tutela di questo tipo
sono da considerarsi esorbitanti in un conte- sto pluralista. Vi è l’esigenza
di una limitazione delle pretese sogget- tive, pur tenendo conto che il legame
identificativo fra individuo e ideali può essere così intenso da essere
assimilabile a una ‘seconda pelle’; ma ciò non può giustificare sul piano
politico provvedimenti normativi che limitino le libertà di tutti per preservare
la serenità interiore di alcuni . Sintetizzando: sia Margalit sia Waldron
concordano sulla necessi- tà di prendere atto che determinate espressioni
meritino una partico- lare attenzione da parte del diritto poiché possono
esorbitare dall’or- dinario range della critica e del mero insulto e divenire
forme di umi- liazione e discriminazione della persona. Per Margalit il
discrimine fra insulto e umiliazione può essere diverso a seconda del tipo di
de- stinatari in quanto di fronte a un gruppo cosiddetto vulnerabile
l’interpretazione delle espressioni dovrebbe essere condotta tenendo conto
anche, eventualmente, della peculiare sensibilità; secondo Wal- dron tale
differenziazione non è mai normativamente giustificabile e si presterebbe a
divenire un problematico moltiplicatore di divieti sulla base di pretese
soggettivistiche. Concordiamo con Waldron che l’identificazione fra critica a
fedi e valori e offesa alla persona, rappresenti un argomento knock-out che
sbilancerebbe le posizioni in gioco. Il credente il quale esige che i propri
principi non vengano mai irrisi, adducendo che ciò significherebbe
automaticamente offendere lui come persona, sta implicitamente cercando di
sottrarre le proprie posizioni assiologico-religiose dal dibattito, ponendosi
in questo senso in una posizione di supremazia, limitando la libertà di
espressione altrui secondo criteri che non sono confutabili poiché si
sottraggono per definizione a ogni ti- po di confronto. La prova di tale
incommensurabilità fra posizioni emerge in relazione a un ulteriore test
secondo il quale dovrebbe essere ritenuta of- fensiva un’espressione che nessun
membro del gruppo avrebbe rite- nuto divertente, anche se a pronunciarla fosse
stato uno del grup- po stesso. Tale test trascura a nostro avviso un dato
fondamentale, ossia che i conflitti fra sensibilità nascono proprio dal fatto
che vi possono essere gruppi che non accettano un certo modo di fare ironia
tout court; non è un problema di qualità della satira, ma semplicemente la
WALDRON, The Harm in Hate Speech. TELFER, Umorismo ed eguale rispetto,
Fisionomia dell’offesa satira su certi temi potrebbe non essere ritenuta mai
ammissibile. Un test di questo tipo non appare ad esempio risolutivo se
applicato alle vignette sul Profeta Maometto poiché la religione islamica non
sem- bra tollerare alcun tipo di ironia in questo senso. Bisogna dunque
prendere atto che tali test sono poco funzionali quando pretendono di mettere a
confronto pretese fra loro incompatibili poiché ricondu- cibili a gruppi che
non si riconoscono nei medesimi valori. L’analisi filosofica di Ermanno
Bencivenga è in questo senso spie- tata quando osserva che dal fedele di
qualsivoglia religione non si può esigere un atteggiamento lassista e
compromissorio sul rispetto della propria fede. Il carattere radicale del
vincolo è tale per cui l’al- trui libertà di satira non potrebbe mai essere
ritenuta tollerabile. In definitiva, il tema dell’identificazione fra soggetto
e credenze spinge verso esiti illiberali: pretese modulate su una simile rigidità
non possono essere accolte in un contesto pluralista, nel quale un in- teresse,
pur di rango elevato, va comunque calato in una prospettiva di bilanciamento.
Sintetizzando, la risposta all’interrogativo sulla libertà di satira, anche
quando consista in vignette dissacranti come quelle pubblicate in Danimarca e
come alcune di quelle pubblicate dal settimanale Charlie Hebdo, deve essere a
nostro avviso positiva: nessuna rilevanza penale secondo l’attuale normativa
italiana, ma anche nessuna futu- ribile prospettiva di censura. Attenzione però
a non fare della satira un dogma: parlare di libertà di deridere è una formula
schietta ma che rischia di prestar- si a distorsioni. Esprimersi a favore della
libertà di satira non signifi- ca ritenerla insindacabile; da un lato il
riconoscere l’irrispettosità del- la satira può non essere elemento sufficiente
per inferirne l’opportu- nità di una criminalizzazione; dall’altro
l’irrilevanza penale non im- plica la certificazione di un buon uso della
libertà di espressione BENCIVENGA, Prendiamola con filosofia. Cfr. PINO, Sulla
rilevanza giuridica e costituzionale dell’identità religiosa. Concordiamo in
questo senso con CANESTRARI, Libertà di espressione e liber- tà religiosa. TELFER,
Umorismo ed eguale rispetto, Problema che si riconnette al più ampio tema dei
valori e di un’etica della convivenza le cui polarità non dovrebbero essere
determinate dalle dicotomie del- la liceità e illecità penale: «un’etica non
legale e non penalistica di comportamen- to», come condivisibilmente osservato
da DONINI, Il diritto penale come etica pub- blica, Modena, Tra sentimenti ed
eguale rispetto Non appare opportuno diffondere a livello comunicativo formule
come ‘libertà di offesa’ o ‘diritto di offendere’, mentre è bene riflettere su
come gestire da un punto di vista sociale e comunicativo quelle che possono
essere definite ‘offese tollerabili’, o meglio offese che i cittadini devono
(imparare a) tollerare. La liceità dell’irrispettosità umoristica lascia aperto
il problema di una ricostituzione del rispetto reciproco, di luoghi simbolici
in cui possa essere offerta una compensazione a offese che, come nel caso delle
reli- gioni, toccano strati profondi della persona. Riconoscere che le vignette
di Charlie Hebdo possano ferire e abbiano offeso credenti di religione islamica
non significa avallare la bestialità omicida dei terroristi, né comporta quale
immediata implicazione quella di invocare lo strumento penale quale
saracinesca. È però un punto importante per avviare un riconoscimento a soggetti
che abbiano avvertito soggettivamente un’umi- liazione per la derisione ai
propri simboli, anche in virtù del fatto che si tratta di appartenenti a gruppi
deboli o comunque a minoranze, nei confronti dei quali l’irrisione satirica può
comunque rappresentare una forma di amplificazione della disuguaglianza di
status sociale. 8. Le norme sulla propaganda razzista in Italia: quale spazio a
sentimenti? Sentimenti, pari dignità e discriminazione rappresentano concetti
che concorrono a identificare il retroterra delle norme sulla propaganda
razzista, ossia lo hate speech a sfondo razziale che in Italia è incriminato
180 Si è osservato che l’impatto sociale dell’irrispettosità satirica e la
conse- guente tollerabilità della satira dovrebbe essere correlata alla
categoria di soggetti sui quali la satira va a incidere: massima libertà ove
l’irrisione si rivolga a soggetti che hanno una posizione di supremazia a
livello sociale, mentre più problematico appare il caso in cui si faccia satira
nei confronti di categorie deboli, specie fa- cendo leva su stereotipi e luoghi
comuni. Questo criterio, definito come frutto di una «precomprensione
egualitaria del discorso pubblico», v. CARUSO, La libertà di espressione in
azione, appare in definitiva un bilanciamento tra il fine morale della satira e
la sua ‘moralità interna’, vista attraverso l’egida assiologica del principio
di uguaglianza. Per un interessante commento a una pronuncia del- la Corte Edu
che, tramite l’art. 17 CEDU ha respinto il ricorso per violazione dell’art. 10
a seguito della condanna di un noto comico francese per uno spettaco- lo
satirico sull’Olocausto, v. PUGLISI, La satira “negazionista” al vaglio dei
giudici di Strasburgo: alcune considerazioni in «rime sparse» sulla negazione
dell’Olocausto, in www.penalecontemporaneo.it, Fisionomia dell’offesa ai sensi
dell’art. 3, comma 1, lett. a), della legge. Cominciamo a interrogarci su quale
sia l’effettivo rilievo del sentimento nel richiamo all’odio quale elemento di
fattispecie dell’art. della legge, il cui presupposto è la sussistenza di
un’idea di- scriminatoria fondata sulla diversità determinata da una pretesa
su- periorità razziale o da odio etnico 182. Ad una prima lettura emerge come
nel corpo della disposizione normativa il sentimento non definisca l’oggetto di
tutela, bensì rappre- senti la nota caratterizzante il tipo di espressioni che
la legge intende vietare. La prospettiva appare invertita rispetto alle norme
che abbia- mo precedentemente analizzato con riferimento agli altri
‘sentimenti- valori’ menzionati nel codice: piuttosto che parlare di tutela di
senti- menti, l’assetto delle norme tratteggia una tutela da sentimenti, in
rap- porto alla quale l’odio rappresenta lo stato affettivo da ‘disinnescare’
183. 181 In un’ottica più ampia, sono pertinenti al discorso d’odio a sfondo
razziale anche altre norme: l’apologia di genocidio di cui all’art. 8 della
legge e le disposizioni della c.d. ‘Legge Scelba’ che aggravano la cornice
sanziona- toria per l’apologia di fascismo nel caso in cui venga realizzata
attraverso ‘idee e metodi razzisti’. Nella letteratura penalistica, v. a cura
di Riondato, Di- scriminazione razziale, xenofobia, odio religioso. Diritti
fondamentali e tutela pena- le, cit.; DE FRANCESCO, Commento a D.L. conv. con
modif. dalla legge. Misure urgenti in materia di discriminazione razziale,
etnica, religiosa, in Leg. pen.; FRONZA, Osservazioni sull’attività di propa-
ganda razzista, in Riv. int. dir. dell’uomo; VISCONTI C., Il reato di
propaganda razzista. Per una panoramica sulle applicazioni della normativa v.
PAVICH-BONOMI, Reati in tema di discriminazione: il punto sull’evoluzione
normativa recente, sui principi e va- lori in gioco, sulle prospettive
legislative e sulla possibilità di interpretare in senso con- forme a
Costituzione la normativa vigente, in www.penalecontemporaneo.it; FERLA,
L’applicazione della finalità di discriminazione razziale in alcune recenti
pronunce della Corte di Cassazione, in Riv. it. dir. proc. pen., Evidenzia la
peculiarità delle incriminazioni contro la diffusione e l’incita- mento
all’odio, rispetto al problema generale della cosiddetta ‘tutela penale di sen-
timenti’, anche ALONSO ALAMO, Sentimientos y derecho penal, cit., pp. 59 ss. In
realtà, secondo le indicazioni che emergono principalmente in ambito
anglo-americano, va considerato che l’uso del termine odio, oltre a essere
approssimativo, appare er- rato: «[w]hat has become clear is that the word
‘hate’ is really a misnomer. An of- fender need not actually hate his victim in order to have
committed a ‘hate crime’; indeed he may feel no personal hatred towards that
particular individual at all», v. WALTERS, Hate Crime and Restorative Justice,
Oxford; cfr. PAREKH, Is There a Case for Banning Hate Speech?, in AA.VV., ed.
by Herz-Molnar, The Content and the Context of Hate Speech, cit., p. 40. Si veda anche PERRY, A Crime by Any Oth- er Name, Il
concetto di ‘crimine d’odio’ sconta oltretutto un’indeter- minatezza di fondo:
si tratta di una definizione cosiddetta ‘ostensiva’, ossia che pro- cede non
attraverso un’esaustiva esplicazione del definiens (l’odio), ma
attraverso 200 Tra sentimenti ed eguale rispetto Tale precisazione
non risolve ma rilancia l’interrogativo se dietro le norme sulla propaganda
razzista si ponga effettivamente un pro- blema di sentimenti negativi. Nelle
pronunce della giurisprudenza italiana, la maggior parte del- le quali relative
all’applicabilità della circostanza aggravante (art., d.l.), la risposta è
negativa, in quanto è decisamente pre- valente l’orientamento che interpreta il
requisito dell’odio non come tratto affettivo del soggetto attivo, bensì come
sfondo valoriale dei contenuti espressivi e simbolici legati alle condotte 184.
Come osservato dalla Corte di Cassazione: «non può considerarsi sufficiente che
l’odio etnico, nazionale, razziale o religioso sia stato, più o meno
riconoscibilmente, il sentimento che ha ispirato dall’interno l’azione
delittuosa, occorrendo invece che que- sta, per le sue intrinseche
caratteristiche e per il contesto nel quale si colloca, si presenti come
intenzionalmente diretta e almeno poten- zialmente idonea a rendere percepibile
all’esterno ed a suscitare in al- tri il suddetto, riprovevole sentimento o
comunque a dar luogo, in fu- turo o nell’immediato, al concreto pericolo di
comportamenti discri- minatori per ragioni di razza, nazionalità, etnia o
religione» 185. una individuazione del definiendum (l’esempio concreto) il
quale viene successiva- mente ricollegato al definiens. Si tratta delle
cosiddette definizioni mediante esempi, suscettibili di convogliare istanze
normative e culturali che tendono a ricondurre all’odio azioni e condotte le
più diverse: «[c]lassificare un gesto criminale come crimine d’odio è
compatibile in quest’ottica con un’ampia gamma di stati psicologi- ci, dalla rabbia
alla noia, alla paura; perché non parlare, allora, di crimini di rabbia?
Nascosto dietro al concetto di crimine d’odio sembra dunque esserci un altro
significato culturale dell’odio, ossia ciò che motiva gesti di violenza
insensata (normativamente ingiustificati) l’insistenza sul termine “odio” in
una data si- tuazione, più che un fatto descrittivo, è il riflesso dell’impegno
normativo a identificarsi con le sventure della vittima e a prendere le
distanze dal punto di vista dell’aggressore», v. ROYZMAN-MCCAULEY-ROZIN, Da
Platone a Putnam: quattro modi di pensare all’odio. Cass. pen., sez.; si
vedano, ex plurimis, Cass. pen., sez. V, 12/06/2008, n. 38217; Cass. pen., sez.
Un diverso orientamento si pone a sostegno di un’applicazione più ampia, e in
particolare estesa a comprendere anche situazioni in cui vi sia solo la
presenza di soggetto attivo e vittima: «Non è, dunque, richiesta la plateale
ostentazione di tali motiva- zioni sì da ingenerare il rischio di reiterazione
di analoghi comportamenti, essen- do sufficiente che l’azione rechi, in sé, le
prescritte connotazioni, immediatamen- te percepibili nel contesto in cui è
maturata, avuto riguardo al comune sentire ed alla comune accezione
dell’espressione usata» v. Cass. pen., sez. V, 11/07/2006, n. 37609; ulteriori
pronunce sono analizzate in PAVICH-BONOMI, Reati in tema di di- scriminazione,
Cass. pen., sez.; cfr. Cass. pen., sez. Fisionomia dell’offesa. L’orientamento
della giurisprudenza italiana sembra aderire alla concezione dello hate speech
come fattore in grado di alterare in ne- gativo il clima sociale e di inoculare
il germe della discriminazio- ne186. Non viene riservato spazio allo stato
soggettivo dell’agente né alla verifica di un’effettiva diffusione del pensiero
razzista e di un ‘contagio emotivo’, adottando un modello di intervento basato
sul pe- ricolo astratto 187 e orientato alla tutela della dignità umana 188.
Un’eloquente evocazione dei sentimenti la troviamo invece in una pronuncia
ormai datata, relativa alla legge (at-tuazione della Convenzione internazionale
per la prevenzione e la repressione del crimine di Genocidio), e in particolare
all’art. 8 che in- crimina l’istigazione e l’apologia di genocidio 189. Ebbene,
nel 1985 la Corte di Cassazione ebbe a definire la ratio di tutela del reato di
pro- paganda come contrasto della «intollerabile disumanità odioso culto
dell’intolleranza razziale che esprime, orrore che suscita nelle coscienze
civili ferite dal ricordo degli stermini perpetrati dai nazisti e dai calvari
tragicamente attuali di talune popolazioni africane e asiatiche. L’idoneità
della con- dotta ad integrare gli estremi del reato non è già quella generale
di un improbabile contagio di idee e di propositi genocidiari, ma quella più
SPENA, La parola odio. Sovraesposizione, criminalizzazione, interpretazione
dello hate speech, in Criminalia; sul tema, in termini generali, cfr. WALDRON,
The Harm in Hate Speech. L’assunto è presente in Cass. pen., sez. Un’interpre-
tazione correttiva è proposta da FRONZA, Osservazioni sul reato di propaganda
razzista; cfr., per un differente percorso argomentativo volto a rico- noscere
che la propaganda di idee razziste è già di per sé concretamente pericolosa per
la dignità della persona, v. PICOTTI, Diffusione di idee razziste ed
incitamento a commettere atti di discriminazione razziale, ss., nota a
Tribunale Verona, in Giur. merito; contra, v. SCAFFARDI, Oltre i confini della
libertà di espressione; più ampiamente, TESAURO, Riflessioni in tema di dignità
umana. Per tutti v. DE FRANCESCO, Commento a D.L. 26/4/1993 n. 122 conv. con
modif. dalla legge; cfr. AMBROSETTI, Beni giuridici tutelati e struttura delle
fattispecie: aspetti problematici della normativa penale contro la di-
scriminazione razziale, in AA.VV., a cura di Riondato, Discriminazione
razziale, xenofobia, odio religioso; PICOTTI, Istigazione e propaganda della
discri- minazione razziale fra offesa dei diritti fondamentali della persona e
libertà di mani- festazione del pensiero, in AA.VV., a cura di Riondato,
Discriminazione razziale, xenofobia, odio religioso, cit., pp. 134 ss. 189 Sul
tema v. CANESTRARI, voce Genocidio, in Enciclopedia giuridica, Roma. Tra
sentimenti ed eguale rispetto strutturalmente semplice di manifestare
chiaramente l’incondizionato plauso per forme ben identificate di fatti di
Genocidio. Attraverso un lessico ad alto impatto emotivo, la Corte afferma la
legittimità dell’incriminazione dell’apologia di genocidio quale argine
all’‘orrore che suscita nelle coscienze’. Si tratta del caso più emblema- tico
in cui una norma penale italiana finalizzata al contrasto al razzismo e alla
discriminazione viene declinata alla stregua di una vera e propria tutela di
sentimenti; un profilo che è stato puntualmente, an- corché sinteticamente, messo
in evidenza nei commenti critici della dottrina dell’epoca, che ne ha rilevato
altresì la profonda distonia con i principi enunciati dalla Corte
costituzionale in tema di apologia ed istigazione, del tutto disattesi dalla
pronuncia della Cassazione. Tale orientamento rimane un caso isolato
nell’ambito della esigua giurisprudenza, e viene espressamente sconfessato
dall’unica pronun- cia successiva, ad opera della Corte di Assise di Milano che
ne confu- ta l’intero impianto motivazionale al fine di restringere
l’operatività della norma alle sole ipotesi in cui l’apologia sia una «forma di
istiga- zione indiretta, caratterizzata dalla nota interna che in essa
l’induzio- ne alla commissione di un certo fatto si realizza attraverso
l’esaltazione di un fatto analogo. Il discorso razzista fra estremismo politico
e insulto discri- minatorio Veniamo infine ad analizzare alcuni profili di
ermeneutica del fat- to che ricorrono nell’analisi della casistica sul discorso
razzista. La giurisprudenza specifica che affinché siano integrati gli estremi
del- l’espressione discriminatoria deve trattarsi di consapevole
esteriorizzazione di un sentimento di avversione o di discriminazione fon- data
su di un pregiudizio: ma cosa consente di distinguere a livello esteriore una
critica da un pregiudizio? Cass. pen., sez. I, 29/03/1985, n. 507, in Foro it.,
La vicenda è relativa all’esposizione di striscioni inneggianti all’Olocausto
durante una manifestazione sportiva: Mathausen reggia degli ebrei, ‘Una cento
mille Mathausen’, ‘Hitler l’ha insegnato, uccidere l’ebreo non è reato. FIANDACA,
nota a Cass. pen., sez., in Foro it., Corte di Assise di Milano, in Ius
explorer. Cass. pen., sez. Fisionomia dell’offesa Nelle applicazioni della
norma sulla propaganda razzista la giuri- sprudenza ha più volte adoperato il
criterio basato sulla distinzione fra considerazioni che fanno leva sulla
diffusione di determinati com- portamenti presso determinate etnie, e l’offesa
all’etnia tramite inde- bite generalizzazioni. Risultano particolarmente problematiche
le vicende riguardanti contesti di dialettica politica, nei quali è frequente
il ricorso a stereo- tipi che, a seconda delle circostanze, possono assumere le
vesti di veri e propri pregiudizi discriminatori. Il processo ai leghisti di
Verona rappresenta un significativo leading case: sinteticamente, il fatto ri-
guarda l’iniziativa di alcuni consiglieri comunali finalizzata a mandare via
gli zingari dal comune scaligero attraverso un coinvolgimento della popolazione
allertata da un volantino che recitava No ai campi nomadi. Firma anche tu per
mandare via gli zingari. Fra le diverse questioni affrontate dai giudici, è
importante ai fini della presente indagine rilevare quanto osservato dalla
Corte di Cas- sazione in occasione dell’ordinanza di annullamento con rinvio:
«La discriminazione si deve fondare sulla qualità del soggetto (zingaro, nero,
ebreo, ecc.) e non sui comportamenti. La discrimina- zione per l’altrui
diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità. In
definitiva un soggetto può anche essere legitti- mamente discriminato per il
suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso. Tale trend
interpretativo rimane costante nella giurisprudenza successiva avente ad
oggetto le dichiarazioni di soggetti politici nel- l’ambito dell’attività
istituzionale e della campagna elettorale. Emergono tuttavia notevoli criticità
in una recente pronuncia della Corte di Cassazione riguardante una condanna
della Corte di Appello di Trieste per un volantino di promozione elettorale
stampato e diffuso in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento
Europeo, il quale secondo i giudici di merito 194 Un riassunto della vicenda in
CARUSO, Dialettica della libertà di espressione: il caso Tosi e la propaganda
di idee razziste, a cura di Tega, Le discriminazioni razziali ed etniche.
Profili giuridici di tutela, Roma; si veda anche VISCONTI C., Il reato di
propaganda razzista. Cass. pen., sez. Cass. pen., sez.; Cass. pen., sez. Tra
sentimenti ed eguale rispetto «propagandava idee fondate sulla superiorità di
una razza rispetto alle altre e sull’odio razziale, facendo ricorso, in
particolare, allo slogan “basta usurai – basta stranieri” con sottinteso, ma
evidente riferimen- to a persona di religione ebraica ed esplicito riferimento
a persone di nazionalità non comunitaria e, sul retro del volantino, alla
rappresen- tazione grafica esplicativa dello slogan di un’Italia assediata da
sogget- ti di colore dediti allo spaccio di stupefacenti, da un Abramo Lincoln
attorniato da dollari, da un cinese produttore di merce scadente, da una donna
e un bambino Rom sporchi e pronti a depredare e da un soggetto musulmano con
una cintura formata da candelotti di dinami- te pronti per un attentato
terroristico. La Corte di Cassazione dispone l’annullamento senza rinvio perché
il fatto non sussiste, argomentando proprio sulla base dell’asse- rita
differenza del caso trattato rispetto alla condanna dei leghisti ve- neti, nel
quale, secondo la Corte, appariva invece palese la discrimi- nazione degli
zingari per il solo fatto di essere tali, in quanto il do- cumento diffuso non
indicava alcuna plausibile ragione a sostegno dell’allontanamento, mentre il
diverso caso in esame, «ad avviso del Collegio, in maniera alquanto grossolana,
vuole veicola- re un messaggio di avversione politica verso una serie di
comporta- menti illeciti che, con una generalizzazione che appare una forzatura
anche agl’occhi del destinatario più sprovveduto, vengono attribuiti a soggetti
appartenenti a determinate razze o etnie: il cinese che vende prodotti
contraffatti, l’uomo di colore che spaccia stupefacenti, la rom che tenta di
rapire il bambino, l’arabo che si fa esplodere in un atten- tato terroristico.
E poi Abramo Lincoln, con i suoi dollari, a rappre- sentare la finanza e le
banche, probabilmente da mettere in relazione alla scritta “basta usurai”».
Cass. pen., sez.: secondo la descrizione riportata in sentenza, «su un lato
compariva la propria foto sovrastata dalla scritta “Vota S.”, sotto la quale si
leggeva, a grandi caratteri, la frase “BASTA USURAI, BASTA STRANIERI”. Sotto,
il simbolo del partito di appartenenza (Destra Sociale – Fiamma Tricolore), con
una mano che vi appone una croce e scrive di fianco “ S.”. Più in basso, l’URL
del blog del candidato; sull’altro lato, in alto la scritta: “Elezioni Europee
DIFENDI L’ITALIA – VOTA S.”. Più sotto, sei caricature che raffigurano: un
cittadino dai tratti somatici asiatici che vende prodotti “made in China; un Abramo Lincoln con tanti dollari che gli
svolazzano intorno; un uomo di colore
che offre droga; un arabo con una cintura di candelotti di dinamite pronto a
farsi esplodere; una donna italiana con un bambino in braccio e, di fianco, una
mendicante rom che allunga le mani in direzione dello stesso. Fisionomia
dell’offesa Non sono però solo considerazioni legate al merito delle afferma-
zioni, definite ‘grossolane’, a far propendere la Corte verso un atteg-
giamento di indulgenza, bensì risulta decisiva l’analisi del quadro contestuale
e in particolare il particolare clima nel quale si svolgono le competizioni
elettorali. Ora, la condivisibile apertura della Corte a una lettura dei fatti
il più possibile aperta alla valutazione di tutti i fattori di contesto e alle
prassi comunicative, anche quelle meno ortodosse, conferma in pri- mo luogo il
carattere storicamente e socialmente condizionato delle soglie di liceità e di
tollerabilità del discorso pubblico. Sul merito dell’interpretazione offerta
dal Collegio, possiamo rite- nere avverato il vaticinio di Costantino Visconti
riguardo l’elevata complessità di scindere, a livello di critica, la persona
dal proprio comportamento: la nitidezza della distinzione è solo apparente, in
quanto vi sono ambiti in cui il discorrere sulle differenze in rapporto a un
contesto pluralistico e multiculturale può condurre a un punto in cui «il
profilo della diversità in sé e quello dei comportamenti costituiscono un
tutt’uno, e non è possibile, né verosimilmente avrebbe senso separarli» 198. In
relazione a tale profilo, l’argomentazione dei giudici appare frettolosa e
superficiale. Ciò che desta a nostro avviso perplessità non è tanto l’esito
assolu- torio, il quale, pur opinabile, può trovare ragioni in un complessivo
atteggiamento di favor libertatis; sorprende però che sia la stessa Cor- te ad
riconoscere che siamo di fronte, evidentemente, ad un messaggio politico che
risente di un pregiudizio per cui determinate atti- vità delittuose vengono
poste in essere prevalentemente dai membri di determinate etnie». Ebbene,
parlare di pregiudizio evoca una connessione immediata con la discriminazione:
come ammonisce Norberto Bobbio, «la conseguenza principale del pregiudizio di
gruppo è la discriminazio- ne»200. In altri termini, quanto affermato dalla
Corte depone per un VISCONTI C., Aspetti penalistici Abel osserva che «è
impossibile distinguere le espressioni illegittime dall’opportunismo di routine
dei politici quando vanno incontro ai pregiudizi popolari, v. ABEL, La parola e
il rispetto. Il legame tra pregiudizio e discriminazione non deve tuttavia
portare a inferire automaticamente la sussistenza di un atteggiamento razzista:
pregiudizio e razzismo, per quanto connessi, non sono sovrapponibili, ma si
tratta di concetti distinti, v. RAVENNA, Odiare. Per tutti, BOBBIO, Elogio
della mitezza e altri scritti morali, Milano. Tra sentimenti ed eguale rispetto
univoco accostamento delle opinioni del volantino al pensiero di-
scriminatorio: sono frutto di pregiudizi razziali. Difficile a questo punto
negarne il disvalore, quantomeno se si abbia a cuore un certo rigore concettuale.
L’atteggiamento della Corte lascia perplessi, in quanto la circo- stanza
legittimante l’esercizio della libertà di espressione è così espli- cata: «si
tratta, peraltro, di un pregiudizio che da sempre viene agita- to nelle campagne
elettorali al fine di recuperare consenso in situa- zioni locali in cui da
parte dell’elettorato viene una richiesta di maggiore sicurezza. Un’indulgenza
indotta dalla consuetudine: ma quale dovrebbe es- sere il ruolo del diritto
penale in rapporto a prassi comunicative becere? La constatazione di una
degradazione del linguaggio e di una brutalizzazione della dialettica in ambito
politico è una buona ragione per chiudere un occhio di fronte a casi come
quello preso in e- same? La risposta travalica i confini della questione e
riporta all’inter- rogativo se il diritto penale debba limitarsi a un’azione di
conserva- zione dei valori o possa anche costituire uno strumento di ‘pedagogia
sociale’. Resta il dubbio se in questo caso l’atteggiamento della Corte di
Cassazione sia da avallare per essersi astenuta dal sindacare il merito di un
discorso politico, o sia invece da criticare per non aver adeguatamente
stigmatizzato la diffusione di pensieri offensivi che essa stessa ha
implicitamente ammesso essere frutto di pregiudizi a base razziale. Sinossi La
connessione fra tutela di sentimenti e rispetto reciproco risulta
particolarmente evidente nella dialettica avente ad oggetto argomenti ad alto
tasso emotivo, dove vengono in gioco ‘appartenenze significative’
dell’individuo. Nell’attuale scenario socio-politico del mondo oc- cidentale
gran parte dei conflitti orbitano intorno al tema dell’appar- tenenza etnica,
della fede religiosa, della identità e pari dignità sessuale. Fra le ragioni
dell’effetto emotigeno vi è il fatto che nel discorso Tale principio viene
esplicitato anche in Cass. pen., sez. Fisionomia dell’offesa concernente le
appartenenze possono emergere problemi di mancato riconoscimento dell’altro e
di categorizzazioni denigratorie. Ne deriva l’esigenza di distinguere fra
espressioni di mera critica o irrisione, pur emotivamente fastidiose ma
comunque espressione della libertà del dissenso, da forme di diniego del
riconoscimento: la priorità politica è la dimensione del rispetto definita
‘rispetto-riconoscimento’, diversa dal ‘rispetto-stima’. L’eguale
rispetto-riconoscimento costituisce la ricaduta relaziona- le più immediata del
valore della dignità umana. Per quanto tale richiamo possa risultare
problematico agli occhi del penalista, esso rappresenta comunque una bussola
assiologica se ci si impegni a modularne l’uso attraverso una lettura non
metafisico-concettuali- stica ma volta a identificarne le proiezioni
relazionali ed esistenziali, ad esempio attraverso la cosiddetta ‘teoria delle
capacità’ elaborata da Martha Nussbaum. Il non facile obiettivo di bilanciare
istanze di libertà e richieste di rispetto porta a identificare un livello
minimo di protezione il quale sembra poter coincidere con l’esigenza di non
essere umiliati e poter essere trattati come persona dignitosa il cui valore
eguaglia quello al- trui. Nell’approfondimento del concetto di ‘umiliazione’,
viene rimarca- ta l’esigenza di distinguere fra espressioni di insulto ed
espressioni che umiliano. La distinzione, comunque afferrabile sul piano
concettuale, appare sfumare nei suoi contorni essenziali al momento delle
applicazioni in ambito giuridico: il processo interpretativo dipende in larga
misura dall’ermeneutica del fatto, ossia dai diversi significati che
determinate espressioni possono assumere a seconda dei contesti e dei soggetti
coinvolti, e si espone a precomprensioni e a usi poco sorvegliati di inferenze
logiche e valoriali. Un rapido riscontro relativo alle norme italiane a tutela
del senti- mento religioso e della pari dignità mostra come il richiamo a
sentimenti sia residuale nelle argomentazioni della giurisprudenza: pre- sente
in minima parte nelle forme di vilipendio, comunque ancorate a un modello di
tutela incentrato sulla religione piuttosto che sulla dignità del credente, e
assente con riguardo alla normativa sul di- scorso razzista. Un ambito,
quest’ultimo, nel quale meritano particolare attenzione, quale esempio di
ermeneutica del fatto, le argomen- tazioni elaborate per tracciare la linea di
confine fra discorso politico ‘estremo’ e discorso discriminatorio. Tra
sentimenti ed eguale rispetto
DILEMMI SOMMARIO: Tutela di sentimenti’: una formula a più significati.
Oltre la prospettiva penalistica: ‘cura dei sentimenti’ come sfida fondata
sulle libertà. Tutela da sentimenti. Idealtipi antropologici e realtà umana dei
conflitti. Dissensi ed estremismo. Quale ruolo per il diritto penale? Il
tormentato pensiero della dottrina penalistica. Precetti pedagogici? Sinossi. Tutela
di sentimenti: una formula a più significati Cerchiamo di riannodare le fila di
un discorso che ha preso le mosse dall’esigenza di riservare attenzione ai
rapporti fra sentimenti, emozioni e diritto penale non solo come problema
esegetico-inter- pretativo ma, più radicalmente, come coordinata per la riflessione
sull’essere e sul dover essere del diritto penale. L’osservazione di Mar- tha
Nussbaum posta in epigrafe al I capitolo ci ricorda che uno sguardo alla
dimensione affettiva è fondamentale per non perdere di vista il substrato umano
dei problemi e soprattutto gli aspetti di vul- nerabilità della persona che
possono motivare il ricorso allo strumen- to giuridico. Parlare di tutela di
sentimenti rimanda al problema del rispetto per le diversità coesistenti nella
società pluralista: alla varietà di pre- ferenze e di assiologie personali. Il
sentimento viene in gioco non semplicemente come stato psicologico, ma in
termini normativi qua- le richiamo metonimico al ‘tutto della persona’ e al
valore di cui sen- timenti ed emozioni rappresentano il correlato fenomenico,
ossia la personalità e l’‘unicità’ del singolo. L’eventuale orizzonte di tutela
dovrebbe in questo senso focaliz- zarsi non su risvolti contenutistici di stati
affettivi o su oggetti (ideali, concezioni, fedi) caratterizzati da peculiari
connotazioni valoriali, ma assumere a riferimento eventuali attacchi alla
persona che adope- 210 Tra sentimenti ed eguale rispetto rino
strumentalmente il sentimento (rectius, il modo d’essere e l’iden- tità
dell’individuo) come fattore degradante per la negazione della pari dignità 1.
Abbiamo individuato nell’eguale e reciproco rispetto-riconosci- mento
l’atteggiamento che meglio si presta a definire sia il dover es- sere dei
rapporti fra singoli, sia la tendenziale equidistanza che do- vrebbe
caratterizzare eventuali interventi normativi 2. Sarebbe corretto parlare di
eguale rispetto come ‘bene giuridico’, per riportare il discorso sul piano dei
concetti endopenalistici? Al di là della scarsa risolutività che una tale
formula assumerebbe sul pia- no teoretico, la sostanza dei problemi appare
diversa: in primo luogo il rispetto non definisce un oggetto di tutela a sé
stante ma si pone piuttosto come parametro per valutare sia i rapporti tra
singoli sia la qualità di eventuali risposte normative che abbiano come riferimento
finalistico la tutela della persona. In secondo luogo, quando si analizzano le
dimensioni sociologica, psicologica e filosofica del rispetto emerge una
complessità che non appare comprimibile e ‘isolabile’ nell’involucro
concettuale che si è soliti definire ‘bene giuridico’3. Possiamo sì parlare di
‘diritto al ri- 1 Cfr. PULITANÒ, Introduzione alla parte speciale. Nelle
moderne democrazie liberali, le ricadute effettuali del valore del rispet-
to-riconoscimento coinvolgono due differenti profili. In primo luogo
l’atteggia- mento dello Stato verso i cittadini: il rispetto-riconoscimento è
da intendersi co- me aspetto complementare del principio di eguaglianza,
indicando l’approccio che la normazione statuale dovrebbe assumere nei rapporti
con le diverse voci dello scenario pluralista e nelle dinamiche fra maggioranze
minoranze: «l’eguale rispetto appare in questa luce come una generalizzazione
della dignità e dell’onore è come l’esito di un processo di costituzione di una
comunità di pari, di una comunità di mutuo riconoscimento: la comunità
dell’eguale status di cittadi- nanza» v. VECA, Dizionario minimo. Le parole
della filosofia per una convivenza democratica, Milano; per uno studio sul tema
delle discriminazioni attuate verso individui o gruppi mediante lo strumento
giuridico, v. SALARDI, Di- scriminazioni, linguaggio e diritto. Profili
teorico-giuridici, Torino; per un quadro, e un’analisi critica, di interventi
normativi nel contesto italia- no che sembrano potersi definire come
‘discriminatori’, v. BARTOLI C., Razzisti per legge. L’Italia che discrimina,
Roma-Bari; per un approfondimen- to sull’atteggiamento della Corte
costituzionale in rapporto a questioni in cui so- no venuti in gioco profili di
discriminazione, v. DODARO, Uguaglianza e diritto penale. Sono numerose le voci
che nella dottrina italiana hanno constatato la crisi di tale costrutto
teorico. In termini generali v., per tutti, FIANDACA, Sul bene giuridico; in
relazione a profili più specifici è stato acclarato il «ruolo di strumento
metodologico di chiarificazione concettuale più che di base cogente- mente
normativa delle scelte di criminalizzazione», così PALAZZO, Tendenze e
prospetto’ per descrivere l’interesse della persona a non essere offesa, ma si
tratta di una formula da prendere con cautela e che necessita di
specificazioni. Il filosofo Darwall osserva che rispettare un individuo
significa prendere sul serio le sue richieste e le sue aspettative sul pia- no
morale in forza non di un dovere impersonale ed esterno alla rela- zione, bensì
in virtù dell’autorità morale che è inerente alla persona stessa, alla quale si
deve rispetto per ragioni di uguaglianza (c.d. rispetto in seconda persona). In
altri termini, le richieste di rispetto traggono legittimazione morale dalla
persona in sé, ed è la persona ad essere destinataria dell’atteggiamento di
riguardo fondato sull’ugua- glianza di status nella relazione di reciprocità.
Di fondamentale importanza è lo sviluppo che Anna Elisabetta Galeotti ha dato
al pensiero di Darwall, contribuendo a illuminare la distinzione tra rispetto e
diritti. Riportiamo per esteso un importante passaggio: «Quando si dice “tutti
hanno diritto di essere rispettati dagli altri” non stiamo parlando di diritto
in senso proprio, perché il diritto al rispetto non ha uno specifico contenuto.
Certamente di fronte a una violazione di diritti, si dice che il trasgressore
non ha rispettato il titolare di dirit- ti. Però non possiamo concludere che il
rispetto sia una qualificazione dell’ottemperamento dei diritti tale che, ogni
qualvolta una persona fa il proprio dovere verso qualcun altro, il rispetto si
manifesta come una qualità intrinseca e inestricabile del dovere morale
ottemperato. Non possiamo concludere in quel modo perché, tra le altre cose,
non siamo contenti di essere rispettati per dovere. Il fatto è che non solo non
vogliamo essere rispettati per un dovere in terza persona, ma neanche spettive
nella tutela penale della persona umana, in AA.VV., a cura di Fioravanti, La
tutela penale della persona. Nuove frontiere, difficili equilibri, Milano. Altri
Autori hanno evidenziato la dissoluzione della funzione critica, sul presup-
posto della negazione di una preesistenza dei beni oggetto di tutela alle
scelte del legislatore, v. DI GIOVINE O., Un diritto penale empatico?,
rimarcando inoltre l’appannamento della capacità descrittiva del concetto, e
suggerendone una dismissione o un sostanzioso restyling, v. FORTI, Le tinte
forti del dissenso. Si veda anche PALIERO, La laicità penale, il quale rimarca
il perdurante ruolo di orientamento del ‘bene giuridico’ in rapporto al
formante legislativo e giurisprudenziale, pur confermando la crisi sostanziale
del costrutto in relazione ai suoi confini. DARWALL, Respect and the Second-Person Standpoint, in
Proceedings and Addresses of the American Philosophical Association. Si è osservato che il rispetto-riconoscimento è
dunque un atteggiamento verso una persona, prima ancora che nei confronti di
un’identità gruppale, che reclama azioni non umilianti e non degradanti, così
CERETTI-CORNELLI, Oltre la paura. Tra sentimenti ed eguale rispetto per uno in
seconda persona. Non vogliamo essere rispettati per dovere, punto e basta. In
effetti credo che la prospettiva diritti/doveri collassi sempre in qualche
forma di morale impersonale che non soddisfa pro- priamente le nostre
aspettative circa l’essere rispettati. La richiesta reciproca di rispetto pur
se avanzata in termine di diritto non può mai essere soddisfatta per dovere,
anche se ciascuno di noi ha l’obbligo di rispettare gl’altri. La mancanza di
rispetto non si rimedia attraverso l’imposizione di rispettare gli altri, ma
solo attraverso una comprensio- ne autentica di ciò che la richiesta reciproca
implica. Solo allora chi ha mancato di rispetto può riparare il suo torto, non
già facendo per dovere qualche atto, ma riconoscendo la propria mancanza e
riparando l’offesa con un atto individualizzante di riconoscimento. La natura
del rispetto ‘in seconda persona’ implica che il rapporto di reciproco
riconoscimento debba avvenire tramite un atto ‘indivi- dualizzante’, la cui
sostanza è quella di dare valore morale a un soggetto considerandolo nella sua
concretezza di persona umana, non dunque come mera proiezione di una comune
appartenenza di genere che prescinde dalle particolarità che lo caratterizzano.
Un realistico disincanto suggerisce a questo punto una constatazio- ne: il
rispetto, inteso come disposizione comportamentale dell’individuo, non è
coercibile: «[l]a prospettiva dei diritti e dei doveri è una prospettiva
impersonale, che non soddisfa compiutamente le aspettative di ricono- scimento
e rispetto morale. Non le soddisfa perché se il rispetto deve essere ‘in
seconda persona’, un eventuale divieto rappresenta invece una fonte eteronoma
di doveri. Un rispetto giuridicamente imposto può es- sere una componente
importante negli equilibri della convivenza, ma non esaurisce lo spazio morale
delle relazioni e soprattutto non è da considerarsi strumento prioritario da un
punto di vista politico. Rispettare le persone, e rispettarsi fra persone è
prima di tutto un atto ‘sentito’ che discende da disposizioni soggettive sulle
quali influi- scono strumenti di controllo sociale fra i quali può rientrare
anche, eventualmente, il diritto penale; ma se prendiamo sul serio la matrice
affettiva dell’atteggiamento di rispetto8, e dunque la sua natura an- GALEOTTI,
La politica del rispetto. Questa diversa prospettiva dell’atteggiamento di
rispetto viene approfondita in GALEOTTI, Rispetto come riconoscimento, in
AA.VV., a cura di Carter-Galeotti- Ottonelli, Eguale rispetto. PULITANÒ,
Introduzione alla parte speciale. BAGNOLI, L’autorità della morale; MORDACCI,
Rispetto. Dilemmi che di sentimento, ne consegue che l’obiettivo del rispetto
per le per- sone discende in primo luogo dalle possibilità di uno sviluppo
sogget- tivo di tale sentire 9. Emerge un’importante indicazione per definire
il progetto norma- tivo della ‘tutela di sentimenti’: la strategia dei divieti
è del tutto residuale, certo non prioritaria. Il giurista penale è portato a
pensare al concetto di tutela prevalentemente in chiave negativa o ‘difensiva’,
come protezione di un dato oggetto da danni o da pericoli, ma si trat- ta di
un’accezione che rispetto ai problemi in esame appare limitante, e che è
preferibile scorporare in traiettorie differenti. Possiamo individuare una
prima prospettiva che declina il concet- to di tutela come agire positivo, un
‘aver cura’ di sentimenti ed emo- zioni nella dimensione sociale, inteso come
coltivazione di atteggiamenti emotivi che favoriscano un clima favorevole al
reciproco rispetto. Oltre la prospettiva penalistica: ‘cura dei sentimenti’
come sfida fondata sulle libertà Cura dei sentimenti è un concetto estraneo al
tradizionale repertorio di categorie non solo penalistiche, ma più in generale
giuridi- che. Perché si dovrebbe aver cura dei sentimenti nella società con-
temporanea? Una eloquente risposta è fornita da Nussbaum in una cri- tica al
pensiero liberale, reo di non aver adeguatamente tenuto in considerazione
sentimenti ed emozioni, vedendoli come destabilizzanti e più confacenti a
visioni politiche orientate in senso populista, ai fascismi e alle forme dittatoriali.
C’è chi pensa che soltanto le società fasciste o aggressive siano intensamente
emotive e che solo tali società abbiano bisogno di coltiva- re emozioni. Sono
convinzioni sbagliate e pericolose. Cedere sul terreno delle emozioni,
permettere che le forze illiberali vi trovino Non basta dare l’ordine di farlo
perché la gente sia trattata effettivamente con rispetto. Il riconoscimento
reciproco va negoziato, e questo vuol dire coinvol- gere in tutta la loro
complessità il carattere degli individui tanto quanto la struttura sociale, v.
SENNETT, Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali, tr. it., a cura
di Turnaturi, Bologna. Traggo questo termine dal lessico di Nussbaum. NUSSBAUM,
Emozioni politiche. Tra sentimenti ed eguale rispetto spazio significa dare
loro un grosso vantaggio nel cuore delle persone e rischiare che queste pensino
ai valori liberali come a qualcosa di noioso e inefficace. Tutti i principi
politici, buoni e cattivi, necessitano di supporto emotivo per consolidarsi nel
tempo, e ogni società giusta deve guardarsi dalle divisioni e dalle gerarchie
coltivando sentimenti appropriati di amore e simpatia» 12. La critica di fondo
della studiosa statunitense si può articolare in due profili. Su un piano
filosofico, l’ambizione a un liberalismo politico (il quale cioè cerchi di
mantenere una tendenziale equidistanza senza promuovere una particolare
concezione del bene) avrebbe prodotto teorizzazioni eccessivamente asettiche
sul piano dei valori, o comun- que non adeguatamente esplicite nell’affermare
il sostegno a un pac- chetto di principi. Conseguentemente, l’immagine di un
liberalismo troppo preoccu- pato di presentarsi come neutrale14 ha
disincentivato la riflessione sulle ragioni delle scelte valoriali degli
individui, trascurando le emo- zioni e i sentimenti come fattori che
influenzano gli atteggiamenti verso i valori. La seconda carenza di fondo è non
aver adeguatamente riflettuto sulla ‘psicologia di una società dignitosa. .
Secondo Nussbaum è fondamentale che una riflessione filosofico-politica prenda
le mosse dalla psicologia umana, che cerchi chiavi di comprensione dei com-
portamenti per evitare di elaborare teorie fondate su immagini stereotipate
dell’essere umano. Lo studio delle emozioni e dei sentimen- NUSSBAUM, Emozioni
politiche. Secondo la Nussbaum, quando invece i liberali hanno tentato di
addivenire a un liberalismo più ‘comprensivo’, si è arrivati a teorizzare una
sorta di ‘religione civile’, ossia pacchetti di principi non adeguatamente
inclusivi, bensì escludenti (come esempi vengono riportati la religione civile
di Mill e Comte). Nel panorama statunitense la critica al tentativo liberale di
mostrarsi come asseritamente neutrale ha avuto ad oggetto anche il pensiero
penalistico, visto come del tutto incentrato sul piano funzionalistico e
consequenzialistico, e ten- dente non offrire il giusto risalto alla componente
valoriale nella definizione del danno e della responsabilità, v. KAHAN, Two
Liberal Fallacies. Da tale critica non sono esenti pensatori fra i più
importanti della tradizione liberale, con la sola esclusione di Rawls, al quale
si deve, nello studio intitolato ‘Giustizia come equità’, un fondamentale
richiamo alla psicologia morale ragionevole, v. NUSSBAUM, Emozioni politiche;
cfr. RAWLS, Giustizia come equità. Una riformulazione, tr. it., a cura di Veca,
Milano. Dilemmi ti si pone in questo senso come passo per identificare matrici
di atteggiamenti di pensiero e di comportamenti che possono rivelarsi
problematici, e vieppiù dissonanti, in rapporto ai principi liberali. Il buon
uso pubblico delle emozioni costituisce il nucleo di una strategia politica che
riconosce al fattore affettivo una peculiare forza normativa e una salienza
morale le quali dovrebbero contribuire a dare sostanza e a vivificare i
principi guida del paradigma liberale attraverso un intelligente stimolo delle
coscienze basato su virtuose interazioni con la sfera emotiva18. Si configura
in questo senso un vero e proprio progetto culturale volto a ‘reinventare la
religione civile’ 19, e a rendere la compagine sociale permeabile a emozioni
positive al fine di dare al rispetto reciproco una dimensione più pregnante.
Solo a uno sguardo superficiale la teorizzazione di Martha Nus- sbaum potrebbe
risultare accomunabile a una sorta di moralismo au- toritario, come tentativo
di porre le fondamenta di un ‘pensiero uni- co’. La studiosa, consapevolmente,
ne prende le distanze: una cultura critica vigile è fondamentale per la
stabilità dei valori liberali. Un’intensa cura delle emozioni può coesistere,
anche se talvolta a fatica, con la presenza di uno spazio critico aperto» 21.
Una simile prospettiva sembra di primo acchito esulare rispetto al campo del
diritto penale. In verità essa contiene un messaggio impor- tante anche per la
prospettiva penalistica: la ‘cura’ dei sentimenti de- Da questo punto di vista,
il percorso additato dalla Nussbaum pare potersi accostare a obiezioni critiche
di altri Autori che hanno rimproverato al pensiero liberale un’eccessiva
‘asetticità’: in altri termini, un punto di vista troppo restritti- vo e
‘astensionistico’ dal punto di vista etico, a esclusivo vantaggio della
prospet- tiva di giustizia e a detrimento di una riflessione sul bene, sia
collettivo sia indivi- duale, v., per tutti, DWORKIN, I fondamenti
dell’eguaglianza liberale. Un progetto politico normativo si legittima se può
essere stabile. Le emozioni sono interessanti perché giocano un ruolo in questa
stabilità» NUSSBAUM, Emozioni politiche. Le strategie proposte da Martha
Nussbaum si ba- sano su esempi tratti dalla storia recente: discorsi pubblici,
sostegno alle arti, educazione alla lettura e alla frequentazione di testi
letterari sono alcune delle parti di un vasto programma che la studiosa pone
come base per favorire lo sviluppo di un ‘sentire democratico’, predisponente
all’ascolto reciproco e alla capa- cità di immedesimarsi nell’altro, per
stimolare negli individui emozioni consone ai valori liberali e per tenere di
conseguenza sotto controllo la tendenza «radicata in tutta la società e, in
ultima analisi, in tutti noi, a proteggere un Sé fragile deni- grando e
mettendo in secondo piano gli altri», v. NUSSBAUM, Emozioni politiche. NUSSBAUM,
Emozioni politiche. NUSSBAUM, Emozioni politiche. NUSSBAUM, Emozioni politiche.
Tra sentimenti ed eguale rispetto finisce un progetto che dà priorità alle
libertà, alla promozione di una dialettica pubblica aperta al confronto anche
aspro fra le idee, volta a creare per i cittadini la possibilità di costruzione
di un’IDENTITÀ DIALOGICA. Tutela da sentimenti Da un altro lato, si pone il
problema di quale strategia politico- sociale debba adottarsi di fronte a
spinte emotive negative: vi sono emozioni e sentimenti per i quali si può porre
un problema di tutela non nel senso di cura, bensì in termini opposti, come
presidio disin- centivante che definiamo ‘tutela da sentimenti’. Si tratta
della pro- spettiva più suscettibile di creare tensioni con i diritti di
libertà, e che riguarda in modo più diretto l’eventuale coinvolgimento dello
stru- mento penale. È abbastanza immediato pensare all’odio come atteggiamento
emotivo che contrasta con l’eguale rispetto; esso rappresenta già oggi, a
prescindere dalla concreta rilevanza assunta in fase applicativa, l’elemento
caratterizzante condotte che molti ordinamenti vietano sotto l’appellativo di
hate speech e hate crimes. Si tratta di un nucleo di atteggiamenti che, per
quanto non definiti esaustivamente dalle fonti normative, presentano quale
minimo comune denominatore l’avversione verso gruppi e categorie di persone che
patiscono una debolezza e una marginalizzazione socialmente significativa. La
formula tutela da sentimenti può assumere un significato più esteso
dell’accezione descrittiva degli ambiti normativi di contrasto all’odio: la si
potrebbe intendere come istanza focalizzata non su at- teggiamenti emozionali
definiti, bensì funzionale alla messa a tema di profili inerenti, più in
generale, la dimensione psico-sociale delle matrici e delle ragioni dei
dissensi. In altri termini, un’istanza che riassume l’esortazione
all’approfondimento della ‘psicologia di una società dignitosa’. Parlare di
odio come tratto univocamente identificativo di manife- stazioni offensive è
un’approssimazione che rischia di peccare per eccesso. Anche nella quotidianità
emerge come l’odio venga usato per definire e per connotare atteggiamenti di
dissenso radicale frequen- temente riscontrabili nel contesto mediatico: ad
esempio, in riferi- mento all’ambiente dei social network, si parla
frequentemente di 22 SPENA, La parola(-)odio, cit., pp. 598 ss.
Dilemmi 217 ‘haters’23, ossia ‘odiatori’, termine col quale si indicano
soggetti che aggrediscono verbalmente gli altri internauti escludendo ogni
possi- bile approccio di mediazione con l’interlocutore. L’atteggiamento
emotivo che definiamo ‘odio’ appare particolar- mente sovraesposto; la tendenza
a focalizzare l’attenzione su di esso può però indurre a trascurare il ruolo di
ulteriori atteggiamenti emo- tivi, altrettanto meritevoli di attenzione come
fattori di degradazione del discorso e della dialettica pubblica. In altri
termini, la realtà psico-sociale è probabilmente più complessa e stratificata e
le contrapposizioni anche estreme non dovrebbero essere ricondotte tout court
all’odio, il quale è forse una componente che, se presa sul serio, potrebbe
essere residuale in rapporto ad altri atteggiamenti antago- nisti dell’eguale
rispetto, quali rabbia, paura, vergogna, invidia, disgusto: più diffusi, e
difficili da riconoscere e da ammettere, anche nei confronti di sé stessi. A
nostro avviso si pone l’esigenza di pensare alla tutela da senti- menti come
istanza normativa che suggerisca di «coltivare una certa attenzione verso i
fattori in grado di favorire la conoscenza delle libertà e le condizioni che
permettono di farne concretamente uso, individuando come punto nodale della
questione l’interrogativo sui «margini di flessibilità di cui dispongono, di
fatto, e soprattutto di cui hanno reale coscienza, le persone nell’espressione
di un “dissenso” rispetto al senso, o meglio, ai sensi che vengono trasmessi
nei rispettivi contesti di vita. In altri termini, il giurista penale deve oggi
considerare che per la Una panoramica in ZICCARDI, L’odio online. Violenza
verbale e ossessioni in rete, Milano. Si tratta di odiatori o semplicemente di
stupidi? L’equiparazione fra intol- leranza, specie in ambito razziale, e
stupidità, proposta in un breve saggio sul- l’analisi psicologica del razzismo
ad opera di BLUM, Razzismo e stupidità, in AA.VV., a cura di
Tappolet-Teroni-Konzelmann Ziv, Le ombre dell’anima, sembra da un lato
suggerire il ridimensionamento della portata di un richiamo all’odio quale
matrice dell’intolleranza, e dall’altro lato sposta sul piano culturale e della
decostruzione dialettica, soprattutto tramite lo strumento del- l’ironia, il
contrasto al discorso razzista. Rabbia e odio sono due emozioni autonome, per
quanto non prive di forti connessioni. Osserva RAVENNA, Odiare, che la rabbia è
sperimenta- ta più di frequente rispetto all’odio, e che quest’ultimo presenta
delle caratteristi- che peculiari che lo rendono distinguibile sia a livello
psicologico che psico- sociale. Sul ruolo politicamente negativo della
vergogna, dell’invidia e del disgu- sto v., per tutti, NUSSBAUM, Emozioni
politiche, FORTI, Le tinte forti del dissenso, Tra sentimenti ed eguale
rispetto comprensione dei percorsi attraverso cui il potere pubblico esprime le
sue istanze repressive, occorra alzare e allargare lo sguardo al con- testo
socio-culturale complessivo in cui i sensi e i relativi dissensi trovano il
loro terreno di generazione. Coerentemente con la suddetta esortazione,
riteniamo che una ra- gionevole attenzione al versante affettivo, orientata a
sondare la dimensione umana dei conflitti e soprattutto lo sfondo
antropologico, possa rappresentare un tassello importante per addivenire a un
qua- dro fenomenicamente più realistico degli atteggiamenti degli indivi- dui
e, conseguentemente, anche a una più dettagliata base di rifles- sione per la
politica penale e per un razionale orientamento alle conseguenze. Appare
infatti poco sensato, in una riflessione sulle dinamiche del reciproco rispetto
a livello espressivo-comunicativo, non prendere in considerazione le matrici
dei dissensi, i canali di diffusione, e più in generale un’idea realistica di
essere umano con cui il diritto si trova a interloquire, anche attraverso
eventuali precetti. Più in generale, si tratta a nostro avviso di ricercare
degli adden- tellati sul piano socio-fenomenico per sondare in modo non concet-
tualistico margini di opportunità, oltre che di legittimità, circa la pro- spettiva
di interventi normativi. Idealtipi antropologici e realtà umana dei conflitti
Sia la ‘cura’ dei sentimenti, sia la tutela ‘da’ sentimenti presup- pongono che
negli individui vi sia la capacità di recepire un certo ti- po di stimoli
cognitivi ed emotivi. Viene da chiedersi quale sia il riscontro che una tale
ambizione trova oggi nella compagine sociale: se si tratti di una prospettiva
rea- listica o se invece presupponga un modello ideal-tipico di cittadino
eccessivamente ottimistico. FORTI, Le tinte forti del dissenso. Osserva
PALAZZO, Tendenze e prospettive nella tutela penale della persona umana, cit.,
p. 404, che «nel configurare il sistema di tutela penale della persona, sarà
del tutto legittimo prestare ascolto alle suggestioni anche di tipo antropolo-
gico che possono provenire dalle convinzioni sociali sull’essere umano; ma,
dal- l’altro, una razionale scelta politico criminale sulla tutela della
persona e sui suoi limiti dovrà necessariamente essere ispirata ai princìpi di
ultima ratio, di tolleranza e di laicità del diritto penale.
Dilemmi La possibilità che la riflessione teorica finisca per fare
affidamen- to su modelli non del tutto aderenti alla realtà sociale costituisce
un avvertimento che la dottrina penalistica non ha mancato di evidenziare.
Alberto Cadoppi in uno scritto sul paternalismo giuridico dall’impronta
fortemente liberale, in tendenziale accordo con la posizione di Feinberg
propensa alla massima valorizzazione dell’autonomia di scelta e della volontà
dell’individuo, evidenzia come il discorso sull’autonomia personale vada preso
con molta attenzione e serietà, per non cadere nell’errore, attribuito anche a
Mill, di elaborare teorie assumendo quale prototipo di persona un soggetto
apparentemente immune da inciampi cognitivi e da condizionamenti emotivi che
potrebbero gettare un alone di problematicità sulla reale consapevolezza delle
scelte adottate 29. Solleva problemi simili con riferimento al tema della
libertà di espressione Visconti, quando si chiede se gli argomenti volti a
ridimensionare l’impatto delle parole offensive, e a metterne in dubbio la
dannosità, siano dettati anche (soprattutto?) da un irenisti- co, e tutt’altro
che giustificato, affidamento su un modello di cittadi- no ‘ragionevole, colto
e tollerante’, in grado di elaborare l’insulto e di non patirne gli effetti.
Tale categoria personologica non appare del tutto rispondente alla realtà; ed è
per tale motivo che Visconti osser- va, condivisibilmente, che è con
riferimento alla tipologia di soggetti che non hanno la ca- pacità di
controllare razionalmente e dialetticamente la potenziale pe- CADOPPI,
Liberalismo, paternalismo e diritto penale. L’osservazione di Cadoppi è volta a
sottolineare in modo puntuale e condivisibile il ri- schio di una tendenza
semplificante nella teorizzazione giuridica, e rilancia la problematizzazione
dell’idea di essere umano, dei modelli di scelta razionale, de- gli interessi
finali che dovrebbero idealmente rappresentarne il fine delle condot- te, tema
pregno di ricadute sul piano politico. Ad esempio, si veda la questione
relativa al benessere individuale, all’ideale normativo di vita buona, alla
distinzione fra interessi volizionali e interessi critici, presente in DWORKIN,
I fondamenti dell’eguaglianza liberale, e ripreso, con diversità di vedute, in
FIAN- DACA, Diritto penale, tipi di morale, e FORTI, Per una discussione sui
limiti morali. A un livello successivo, la problematizzazione del ruolo delle
emozioni, della riflessività, della consapevolezza delle proprie scelte da
parte dell’individuo, si pone in termini funzionali alla lettura e
all’interpretazione delle condotte umane, nel tentativo, sempre fallibile, di
trovare dei signi- ficati: per una tematizzazione di tale problema in ambito
criminologico, e sul rapporto fra riflessività e opacità, v. CERETTI-NATALI,
Cosmologie violente, e bibliografia ivi citata. Tra sentimenti ed eguale
rispetto ricolosità di certe forme di discorso pubblico, o che – peggio – ne
strumentalizzerebbero intenzionalmente i possibili effetti sociali dannosi, che
si prospetta di fatto il problema di una scelta politico-criminale tra
l’intervento e l’astensione. Emerge da tali notazioni una necessità di
realismo, di problematizzazione del modello antropologico di individuo che il
diritto pena- le assuma a punto di riferimento, nella consapevolezza di non
poter e non dover dare per scontate caratteristiche che finiscono per condur-
re ad astrazioni perfezionistiche. Ricollegandoci a quanto osservato da
Visconti, il discorso sui limi- ti alla libertà di espressione sembra talvolta
presupporre la presenza di determinate capacità dell’essere umano le quali
appaiono oggi non condivise dalla totalità degli individui. Tale rilievo si
pone in primo luogo per i destinatari di espressioni offensive, ma è bene allargare
la riflessione anche al versante degli autori, e dunque alle particolari di-
sposizioni emotive e di pensiero che li caratterizzano: il carico emoti- vo
della vittima e la spinta emotiva che anima chi offende sono en- trambi esposti
al rischio di atteggiamenti radicali. All’interno del macro tema del dissenso
intersoggettivo riteniamo che le traiettorie di ricerca per il giurista debbano
focalizzarsi su differenti aspetti, uno dei quali, concernente le matrici
cognitive del dis- senso e la qualità del flusso epistemico che alimenta le
opinioni, è stato sinteticamente messo in luce nel saggio di Gabrio Forti
poc’anzi citato. L’Autore evidenzia come il contesto generativo del senso e del
dissenso versi oggi in condizioni alquanto problematiche, che mettono a dura
prova le risorse cognitive dei singoli e alimentano un gri- giore epistemico il
quale si accompagna a uno sbiadimento globale dell’etica della comunicazione.
L’avvento del web, oltre a indurre la percezione di una deresponsabilizzazione
del discorso pubblico, ha portato a un «sovraccarico informativo che espone
ognuno al rischio di mobilitare non risorse cognitive adeguate, bensì una “ca-
VISCONTI C., Aspetti penalistici; cfr. FORTI, Le tinte forti del dissenso, il
quale parla criticamente di credo neo-liberale, costruito a mi- sura di
soggetti capaci di farsi robustamente valere nell’agone socio-culturale (ivi
compresi storici e intellettuali in grado di rintuzzare con gli argomenti della
loro scienza le farneticazioni negazioniste. Tematizza il problema di una
tendenza a elaborare modelli ‘deontologici’ di persona umana poco rispondenti
con la realtà sociale anche FIANDACA, Diritto penale, tipi di morale. AGOSTINI,
Verità avvelenata. Dilemmi pacità attentiva deteriorata”, generando così
risposte meccaniche, “comportamenti automatici che evitano la paralisi al
prezzo della qualità decisionale. A costituire un rischio per il pensiero
critico, e dunque per la qua- lità etica ed epistemica del discorso pubblico,
sarebbe, secondo Forti: «il manifestarsi in tale contesto di voci che si
distaccano — solo perché rumorose, violente, sorprendenti — dal magma confuso
dell’over- crowding informativo, riuscendo così a incanalare tunnel visions di
schiere di followers a conseguire quella che potremmo definire una ve- ste
“istituzionalizzata mediaticamente” L’aspettativa di poter trar- re da tali
voci “salienti” rassicuranti semplificazioni del complesso e angosciante
overcrowding informativo che ci stringe, sarà potenziata laddove esse si
sostengano su una violenza espressiva che sembri ap- pagare altresì, sia pure
con un sortilegio illusorio, quella nostalgia di fisicità e corporeità che
l’immersione quotidiana nei mondi virtuali e artificiali non può che acutizzare.
Come emerge da tali considerazioni, le cause dell’alterazione della dialettica
pubblica e la conseguente canalizzazione della violenza e dell’aggressività
verbale sembrano doversi ricondurre a una stratifi- cazione di fattori, non a
un univoco atteggiamento emotivo. Dissensi ed estremismo A nostro avviso si può
inquadrare un secondo ambito di problemi legati alle matrici generative dei
dissensi, riguardante più da vicino i microcosmi soggettivi e concernente
l’analisi dei fattori psico-sociali che possono portare un individuo ad aderire
in modo più o meno marcato, se non addirittura ‘estremo’ a certe idee e a
convinzioni fino a porsi in radicale conflittualità con opinioni concorrenti e
con i sog- getti che vi aderiscono. Perché anche soggetti ragionevoli sono
spesso protagonisti di con- trapposizioni radicali? A un primo livello,
relativo a uno stadio che potremmo definire ‘fi- siologico’ del dissenso, una
buona chiave di lettura ci sembra quella proposta di recente da Jonathan Haidt,
il quale rimarca come l’ade- sione a ideologie e credenze sia frutto di scelte
basate su matrici pret- FORTI, Le tinte
forti del dissenso. FORTI, Le tinte forti del dissenso. Tra sentimenti ed
eguale rispetto tamente emotive: gli individui decidono quali idee appoggiare
sulla base di emozioni che sono modellate dall’appartenenza gruppale, e tendono
a elaborare narrazioni e adattamenti per riuscire a trovarsi in sintonia,
inconsciamente e intuitivamente, con le proprie idee, svi- luppando dunque una
tendenza a ricercare conferme alle proprie opinioni la quale rischia di
tramutarsi in una cieca ottusità verso ra- gioni concorrenti. La morale unisce
e acceca: ci unisce in schie- ramenti ideologici che si danno battaglia come se
il destino del mon- do dipendesse dalla vittoria della nostra squadra. Ci
acceca rispetto al fatto che ogni schieramento è composto da brave persone che
hanno qualcosa di importante da dire» . Lo studio di Haidt si attesta su un
piano prettamente descrittivo: esplica le ragioni per le quali le persone
tendono a dividersi su argo- menti importanti come la politica e la religione,
ma non fornisce proposte per limitare i dissidi, affermando, con disincanto,
che la no- stra parte intuitiva è alquanto difficile da dominare. Il fatto che
gli esseri umani siano portati ad allinearsi in schiera- menti che si
identificano nei valori del gruppo di appartenenza, svi- luppando una
conflittualità su base gruppale, contribuisce a fornire delle spiegazioni,
corroborate da evidenze sperimentali, sul ruolo dominante giocato dalla
componente emotiva piuttosto che da un’as- serita dimensione ‘razionale’. Se
bene intendiamo la posizione di Haidt, riteniamo si possano instaurare virtuose
connessioni con i percorsi di crescita emotiva che Martha Nussbaum individua
quale impegno per uno Stato liberale: per quanto i disaccordi possano essere
forti, Haidt invita a non radi- calizzare le alternative in senso manicheo ma a
leggerle come ricadu- ta di un’emozionalità istintuale che può essere educata a
un maggio- re rispetto delle ragioni altrui37, in una prospettiva dunque che
sa- HAIDT, Menti tribali. Si veda anche FROMM, Marx e Freud, tr. it., Milano:
«l’individuo deve chiudere gli occhi e non vedere quello che il suo gruppo
dichiara inesistente, o deve accettare come vero ciò che la maggio- ranza
considera tale, anche se gli occhi lo convincessero che ciò è falso. Il gruppo
è di importanza così vitale per l’individuo che per lui le opinioni, le
convinzioni e i sentimenti del gruppo costituiscono la realtà, una realtà più
valida di quella che gli trasmettono i sensi e la ragione. La metafora
utilizzata da Haidt è quella dell’elefante e del suo portatore. Sinteticamente,
l’elefante rappresenta la parte emotiva dell’uomo, il portatore il pen- siero
riflessivo, v. HAIDT, Felicità: un’ipotesi; ID., Menti tribali. Noi tutti siamo
risucchiati in comunità morali tribali. Gravitiamo attorno a valori sacri e
condividiamo argomentazioni post hoc sul perché noi abbiamo ra-
Dilemmi remmo portati a ricollegare alla ‘cura dei sentimenti’. Eccoci
però giunti a un ulteriore profilo problematico: il tipo di conflittualità che
oggi desta maggiore preoccupazione si manifesta attraverso cadenze espressive,
e anche attraverso condotte, che rive- lano un attaccamento a ideali e a
credenze in forme tendenti all’esclusione di ogni tipo di confronto e all’annullamento
della posizione contrapposta. Si tratta di un fenomeno definito come ‘pensiero
estremo’, nel quale l’individuo moderno rischia di scivolare anche a causa di
una destabilizzazione soggettivamente avvertita di fronte al pluralismo etico e
informativo, e dalla quale cerca rifugio e rassicurazione affidandosi a morali
e visioni del mondo autoritarie. Prendiamo a riferimento uno studio del
sociologo francese Gèrald Bronner, il quale identifica quali caratteristiche di
fondo del pen- siero estremo la debole trans-soggettività e l’attitudine
sociopatica39 delle idee. Alla base della concezione di Bronner vi è la
convinzione, ampia- mente argomentata nel corso dell’opera, che le derive
estremiste del pensiero, spesso legate anche a tragici esiti sul piano delle condotte,
non siano affatto da considerarsi come frutto di anomalie sul piano psichico,
ma al contrario possiedano una solida, inquietante raziona- lità. Partendo
dalla consapevolezza che nelle considerazioni e nelle azioni di un estremista
vi è una logica, si possono indagare le matrici di determinate forme di
pensiero. È importante notare come una fra le diverse modalità di adesione a
forme di pensiero estremo sia strettamente legata al contesto de- mocratico:
col concetto di adesione ‘per frustrazione’ si indica il rifu- giarsi di un
soggetto in una convinzione fanatica volta a compensare l’insoddisfazione
dovuta al non possedere o possedere meno di ciò che ritiene di meritare.
Bronner afferma che la democrazia, a causa all’essenza competiti- gione e gli
altri torto. Pensiamo che nell’altro schieramento siano tutti ciechi alla
verità, alla ragione, alla scienza e al buonsenso, ma in effetti siamo tutti
ciechi quando parliamo di ciò che è sacro. E se davvero volete aprire la vostra
men- te, prima di tutto aprite il vostro cuore, v. HAIDT, Menti tribali,
BRONNER, Il pensiero estremo. Come si diventa fanatici, tr. it., Bologna. La
trans-soggettività di un’idea sta a indicare la capacità di essere accolta da
altre persone a parità di condizioni; la sociopatia viene definita come una
carica agonistica intrinseca che implica l’impossibilità per alcuni individui
di vivere insieme ad altri, e per un’idea, di poter coesistere con altre idee,
v. BRONNER, Il pensiero estremo. Tra sentimenti ed eguale rispetto va che
stimola e delle aspettative che non può compiutamente soddi- sfare, possa in un
certo senso favorire la proliferazione e l’adesione a ideologie estremiste le
quali si proiettano in un rapporto di competizione ad excludendum con il
restante mercato delle idee, stimolando forme di particolare aggressività e di
disprezzo nei confronti degli in- terlocutori: «la frustrazione e il desiderio
di affermazione costitui- scono un mix esplosivo in un sistema in cui troppi si
sentono eleggibili benché il numero degli eletti non aumenti, dobbiamo aspet-
tarci di osservare le conseguenze negative che l’amarezza condivisa non
mancherà di produrre. Tirando le fila del discorso, questo breve excursus a
metà fra psicologia sociale e sociologia vorrebbe provare a offrire un quadro
me- no astratto e disincarnato del mondo umano con cui il diritto penale si
trova a fare i conti, al fine di contestualizzare i conflitti legati ad
appartenenze significative, e dunque ad alto grado di pregnanza emotiva, sia in
relazione all’ambiente di diffusione delle idee, sia al sub- strato
personologico dei dissidi 41. Sarebbe infatti ingenuo e irenistico costruire un
discorso soltanto su principi, levando gli occhi al cielo senza cercare di
assumere reali- sticamente consapevolezza dei mondi sociali che si pongono alla
base dei fenomeni. Diversamente, si rischia di cadere nel rischio paventato da
Benci- venga, quando afferma che in discussioni su temi del genere, è abba-
stanza comune prendere posizioni nette, a incrollabile sostegno di de-
terminate regole», mostrando dunque un’aderenza quasi dogmatica a principi,
nella convinzione, o nella speranza, che portare avanti una battaglia in nome
di valori giusti conduca a decisioni anch’esse giuste. L’esperienza storica
mostra come tale aspettativa possa rivelarsi fallace, non a causa del
travisamento etico di regole che riteniamo
BRONNER, Il pensiero estremo. Utilizziamo il termine ‘dissidio’
nell’accezione proposta da CERETTI-GARLATI, Presentazione, cur.
Ceretti-Garlati, Laicità e stato di diritto, i quali citano in senso adesivo la
teorizzazione di Lyotard: dissidio come conflitto fra interessi contrastanti e
orientati a sistemi di riferimento non condivi- si, in totale asimmetricità.
Col concetto di mondo sociale vogliamo evidenziare ulteriormente come le
dinamiche dei conflitti vadano interpretate prendendo in debita considerazione
il concetto di gruppo e l’importanza che esso riveste nella sfera affettiva e
decisio- nale del singolo; per una sintesi, v. STRAUSS, Il concetto di mondo
sociale, tr. it., a cura di Toscano, Milano, BENCIVENGA, Prendiamola con
filosofia. Dilemmi abbiano autorità su di noi, bensì poiché l’esistenza di un
conflitto fra regole entrambe ‘giuste’ porta comunque a violarne una, la quale
avrebbe potuto (forse) indurre esiti differenti sul piano fattuale. Non potendo
però sapere quale sia all’interno di un dilemma etico l’al- ternativa migliore,
bisogna realisticamente accettare che qualsiasi scelta ci pone di fronte a
responsabilità: «l’aderenza a un principio non ci assolve; la nostra anima
dovrà portare il carico della scelta che abbiamo fatto. In altri termini, quale
esercizio di onestà intellettuale appare preferibile immergere i principi nel
contatto con la realtà, non perché in questo modo si possa risolvere un
dilemma, ma quantomeno perché così facen- do si può avere una migliore
percezione delle contingenze, sostituendo l’ambizione a cristallizzare una
scelta con un più umile discorso che as- suma a propria bussola le categorie
della necessità e della opportunità: è per le strade tortuose, e spesso fra i
detriti e le macerie, della vita quotidiana che le leggi universali vanno
applicate, con tutta l’incertezza che compete a tali applicazioni; e non
dobbiamo dimenticarlo. Quale ruolo per il diritto penale? Il ‘tormentato’
pensiero della dottrina penalistica Il monito responsabilizzante formulato da
Ermanno Bencivenga induce una comprensibile prudenza, e la complessità del
dilemma di fondo si manifesta in modo evidente anche nel discorso penalistico,
dove le riflessioni recenti sul tema dei rapporti fra libertà di espressione e
reciproco rispetto sono confluite in prese di posizione in bili- co fra il
recondito ottimismo in uno spazio comunicativo senza limi- ti, e la sofferta
apertura verso la possibilità di risposte penali. Un atteggiamento
profondamente combattuto, potremmo dire ‘tor- mentato’, di fronte a scelte che
comporterebbero in ogni caso il sacrificio di principi fondamentali; lo ha ben
sottolineato Alessandro Te- sauro quando, in tema di limiti alla propaganda
razzista, ha parlato di un ‘Io diviso’, in senso psicanalitico, tra impegno
antirazzista e passione liberal per la libertà di espressione BENCIVENGA,
Prendiamola con filosofia. BENCIVENGA, Prendiamola con filosofia. TESAURO,
Riflessioni in tema di dignità umana. Tra sentimenti ed eguale rispetto
Nell’orizzonte penalistico prevale una linea di forte cautela, spesso con
posizioni ‘ibride’: anche le opere che hanno approfondito con maggiore dovizia
obiezioni demolitorie rispetto a eventuali incrimina- zioni, sembrano escludere
un atteggiamento di completa chiusura Nel complesso sembra essersi affievolita
la tendenza a voler elabo- rare modelli interpretativi orientati alla ricerca
di conclusioni assio- maticamente deducibili dal diritto positivo, sia con
riferimento a norme ordinarie che al testo costituzionale. Rispetto al
mainstream tradizionale, nel quale l’emancipazione dall’AUTORITARISMO del CODICE
FASCISTA puo ragionevolmente identificarsi come rinascita in senso liberale,
l’approccio odierno si scontra con la complessità delle diverse declinazioni
del liberalismo contemporaneo, ragion per cui è av- vertita l’esigenza di non
scivolare in un uso dei principi liberali emotivamente appagante ma proprio per
questo ad alto contenuto retorico. L’esito ‘scontatamente liberale’48 del
dibattito, coincidente con l’assoluto diniego a ogni forma di responsabilità
per l’uso della libertà di manifestazione del pensiero, è oggi una risposta che
rischia di ar- chiviare troppo prematuramente le questioni. Al fine di
‘guardare in faccia’ i problemi, autorevoli voci della dot- trina penalistica
hanno sollevato interrogativi in una chiave meno convenzionale: ad esempio
riorientando l’attenzione sugli effetti ne- Ci sembra interpretabile in questo
senso lo studio di TESAURO, Riflessioni in tema di dignità umana, cit., e
soprattutto il contributo di VISCONTI C., Aspetti pena- listici, cit. Anche il
lavoro di SPENA, La parola (-) odio, riconosce che il diritto alla libertà di
espressione nel caso del discorso d’odio è comunque più de- bole e più
bilanciabile con interessi confliggenti; cfr. CANESTRARI, Libertà di espressione
e libertà religiosa. Più netta la chiusura di Autori come CAVALIERE, La
discussione intorno alla punibilità del negazionismo; FRONZA, Criminalizzazione
del dissenso. Più univoche sono invece le aperture di PULITANÒ, Di fronte al
negazionismo e al discorso d’odio; FORTI, Le tinte forti del dissenso. La
dottrina penalistica manifesta con sostanziale univocità, anche se con
diversità di accenti, la contrarietà a restrizioni penalistiche alla libertà di
espressione, quale reazione all’auto- ritarismo delle fattispecie del codice
Rocco, v. la sintesi di VISCONTI C., Aspetti penalistici. Nell’ambito
costituzionalistico sembra prevalere una linea di contrarietà a
regolamentazioni del discorso pubblico, sia con riferimento allo hate speech,
sia al negazionismo, v. ex plurimis, CARUSO, La libertà di espressione in
azione; ID., L’hate speech a Strasburgo: il pluralismo militante del sistema
convenzionale, in Quaderni costituzionali; PUGIOT- TO, Le parole sono pietre?;
PARISI, Il negazionismo dell’Olocausto e la sconfitta del diritto penale, in
Quaderni costituzionali; in tema di hate speech una posizione di non chiusura
ai divieti è quella di SCAFFARDI, Oltre i confini della libertà di espressione.
FORTI, Le tinte forti del dissenso. Dilemmi gativi di un’assoluta
deregolamentazione del discorso pubblico (par- lando di dilagante, confuso
‘overcrowding informativo), o facendo ricorso a distopie immaginative fondate
sulla possibilità che deter- minati atteggiamenti di pensiero possano
effettivamente acquisire consenso 50. Per quanto i profili di disvalore che si
accompagnano alle condot- te comunicative possano apparire sfuggenti rispetto
alle esigenze di concretezza e di verificabilità empirica richieste dal diritto
penale, in sede di speculazione teorica il giurista ha il compito di dar conto
di una complessità di fondo, anche prendendo laicamente atto che ci si trova di
fronte a «grandezze valoriali difficilmente contenibili nei no- stri beni
giuridici» 51. Coglie nel segno, a nostro avviso, chi ha definito la questione
dei limiti penali alla libertà di espressione come ‘sfida o scommessa’ 52,
evidenziando la prospettiva del tutto aleatoria che si lega sia alle concezioni
libertarie sia a quelle regolazioniste. L’incertezza empi- rico-cognitiva sugli
effetti pericolosi o dannosi di determinati con- tenuti espressivi53 si
accompagna al fatto che non è dato sapere quali conseguenze possano scaturire
nel breve e nel lungo periodo da un’assoluta deregolamentazione del discorso
pubblico; e ove si voglia propendere per un intervento del diritto penale resta
da chie- dersi quali possano essere i metodi e gli effetti di un’eventuale cri-
minalizzazione, sia essa solo minacciata, tramite precetti, o anche applicata.
La ragione dell’impasse nella quale ci si trova al cospetto delle suddette
alternative si motiva in primo luogo con il fatto che il richiamo al diritto
penale è, plausibilmente, percepito come minaccia di sanzione e, in
particolare, di una sanzione che si identifica con la pena detentiva. Ma
proprio in merito a tale ultimo profilo, ossia alla prospettiva lato sensu
‘sanzionatoria’, la dottrina penalistica più aperturista – che non esclude
radicalmente l’eventualità di interventi penali in materia di libertà di
espressione – si fa portatrice di un dif- ferente modo di intendere, in
prospettiva futura, le dinamiche dello 49 FORTI, Le tinte forti del dissenso. PULITANÒ,
Cura della verità e diritto penale, in AA.VV., a cura di Forti- Varraso-Caputo,
«Verità» del precetto e della sanzione penale. FORTI, Le tinte forti del
dissenso.VISCONTI C., Aspetti penalistici. Per tutti, TESAURO, Riflessioni in
tema di dignità umana. Tra sentimenti ed eguale rispetto strumento penale. Sono
emerse riflessioni volte a non limitare lo sguardo all’angusto orizzonte della
pena, proiettate verso nuovi itine- rari, financo eclettiche ed ‘eterodosse’
rispetto al tradizionale reperto- rio concettuale penalistico. Ci riferiamo in
particolare a interessanti proposte formulate in relazione ad ambiti specifici
(sentimento religioso, negazionismo), il cui filo conduttore, pur con i dovuti
distinguo, appare potersi individuare in una rivalutazione dell’efficacia
‘virtuosamente simbolica’ del precetto penale. Precetti pedagogici? Con
riferimento alla tutela del sentimento religioso si è avanzata la proposta di
una protezione giuridico-penale «costruita prevalen- temente (se non
esclusivamente) attorno alla capacità di orien- tamento culturale svolta dai
precetti, mettendo finalmente da parte la forza inutile ed espressiva delle
pene in senso stretto» per addivenire a un sistema di tutela «più mite e
‘relativo’ in quanto radicato sugli spazi di confronto dischiusi dal precetto
penale che sancisce, ma non punisce. In altri termini, uno strumento normativo
che agisca al di fuori dell’ottica retributiva e di deterrenza, seguendo le
coordinate della prevenzione generale cosiddetta ‘positiva’, ossia quella
funzione della pena tesa a rinsaldare e a confermare valori già acquisiti e
(più o me- no) radicati nei processi di socializzazione dell’individuo, tema ampiamente
dibattuto nella dottrina italiana e non affrontabile nell’eco- nomia del
presente lavoro. Al precetto viene in questo senso assegnata una funzione
centrale, sulla base del presupposto che la prevenzione di forme di offesa
lega- te al sentire religioso debba consistere in un rispetto volontario e
spontaneo. Dal piano dei semplici propositi si passa a una teorizza- 54
MAZZUCATO, Offese alla libertà religiosa e scelte di criminalizzazione.
Riflessioni de iure condendo sulla percorribilità di una politica mite e
democratica, in AA.VV., a cura di De Francesco-Piemontese-Venafro, Religione e
religioni. Per tutti, PULITANÒ, Diritto penale; PALAZZO, Corso di diritto
penale, Torino; FORTI, L’immane concretezza. Per una sintesi si rinvia a DE
FRANCESCO, La prevenzione generale tra normativi- tà ed empiria, in AA.VV.,
Scritti in onore di Alfonso M. Stile, Napoli. Dilemmi 229 zione più dettagliata
ipotizzando una norma che faccia coincidere la sanzione con una formale
declaratoria del contenuto del precetto: il giudice sarebbe chiamato, ove
l’agente si rifiuti di riparare le conse- guenze del reato attraverso percorsi
di mediazione con la persona of- fesa, a «enunciare il disvalore del fatto
colpevole nel dispositivo della sentenza, dandone conto nella motivazione», e
ordinandone even- tualmente la pubblicazione nei casi più gravi. La prospettiva
appena descritta sembra fondarsi su una connes- sione tra proposta dialogica e
stigma penale58, finalizzata a una re- sponsabilizzazione dell’autore in
assenza di rimedi prettamente coer- citivi, cercando di salvaguardare il
pluralismo delle parti dalla violen- za di provvedimenti autoritativi, e
delegando alla forza del precetto la funzione espressiva di un richiamo
responsabilizzante 59. Si inscrive in una traiettoria similare uno studio
dedicato al tema del negazionismo, il quale si distingue nel mainstream
penalistico per una esplicita apertura alla criminalizzazione di condotte che
neghino l’Olocausto. Rileviamo come anche in questo caso le conclusioni di non
contrarietà a interventi penali siano correlate alla proposta di una tipologia
di intervento che non si inquadra nella canonica diade ‘pena detentiva-pena
pecuniaria’, ma che cerca di elaborare soluzioni che valorizzino il dato
simbolico del precetto, veicolato dalla portata dichiarativa della vicenda
processuale e dall’eventuale, conseguente, provvedimento del giudice. Con le
parole dell’Autore: «Si tratterebbe, già nella comminatoria edittale, di
pensare a qualcosa di diverso dalla classica “caditoia” verso la reclusione.
Per quanto la proposta possa spiazzare, e determinare un ripensamento del
catalogo delle pene principali, il calibro della reclusione andrebbe accompa-
gnato con l’immediata conversione in una pena di sostanza espressiva e
reputazionale. Perché non approfondire, ad esempio, la soluzio- MAZZUCATO,
Offese alla libertà religiosa. Per una panoramica sul tema v. AA.VV., a cura di
Mannozzi-Lodigiani, Giu- stizia riparativa. Ricostruire legami, ricostruire
persone, Bologna. L’ipotesi della mediazione come ‘risposta
istituzionalizzata’, ossia elemento necessario di un percorso processuale di
responsabilizzazione, è oggetto di dibattito in dottri- na; in merito a tale
soluzione appare scettico PULITANÒ, Sulla pena. Fra teoria, principi e
politica, in Riv. it. dir. proc. pen.; di opinione opposta DONINI, La
situazione spirituale della ricerca giuridica penalistica. Profili di diritto
sostanziale, in Cass. pen. Di recente, VISCONTI A., Contenuti ‘informativi’
della sanzione penale e coe- renza del ‘sistema’, cur. Forti-Varraso-Caputo,
Verità del precetto e della sanzione penale. Tra sentimenti ed eguale rispetto
ne della lettura in udienza di un dispositivo munito di una speciale narrativa,
da cui traspaia – con formulazioni più estese ed efficaci del- l’ordinario – la
disapprovazione dell’ordinamento all’indirizzo del- l’autore delle espressioni
negazioniste, al quale ricollegare, ove possi- bile, una sanzione accessoria di
natura inibitoria/interdittiva e la pub- blicazione della sentenza di condanna?
Una pena/giudizio, dal caratte- re accentuatamente didascalico e “simbolico”
per rispondere al “dia- bolico” del negare, volta a rendere il dispositivo una
sorta di sanzione veritativa che renda giustizia, oltre all’esistenza delle
camere a gas e dei forni crematori, all’esperienza della discriminazione e al
senso di umanità. In tal modo, al contro-logos dell’annientamento, agito dai
negazionisti, verrebbe opposto, con la solennità delle forme del pro- cesso
penale, un potere di nominazione che, sancendo il limite, il confine tra
libertà di espressione e abuso della possibilità di offendere, impedisce che
l’ultima parola sia di menzogna» 60. Anche in questo caso sullo sfondo delle
argomentazioni si pone un modo di pensare al potenziale simbolico del precetto
come risorsa positiva che può contribuire a una responsabilizzazione non
tramite il consueto binario repressivo, ma impegnandosi a contrastare de-
terminate forme di discorso pubblico sul terreno comunicativo, senza cadere in
eccessi punitivi che si esporrebbero a obiezioni sul piano della
proporzionalità. Per quanto si tratti di posizioni che in definitiva avallano
la pro- spettiva di interventi penali quale forma di contrasto alla diffusione
di determinati contenuti di pensiero, collocarle sotto il segno di un trend
repressivo sarebbe a nostro avviso un’approssimazione che non rende giustizia
alla profondità delle opinioni espresse. La sanzione, CAPUTO, La Menzogna di
Auschwitz. Netta è la presa di distanza di DI MARTINO, Assassini della memoria:
strategie argomentative in tema di rilevanza penale del negazionismo, cur. Cocco,
Per un manifesto del neoilluminismo penale, Padova, il quale definisce Meno
convincente, anzi deleteria la sanzione accessoria della pubblicazione della
sentenza: essa finirebbe con l’offrire ancora l’arena che i negazionisti
desiderano, trasmettere l’idea del martirio, risultare paradossalmente
co-funzionale all’offesa: conse- guenze, queste, suscettibili di
controbilanciare pesantemente il perseguito effetto di stigmatizzazione. Ben
vengano, dunque, caveat e ammonimenti sui pericoli di strumentaliz- zazione dei
singoli per bisogni di utilità sociale, purché non si finisca per disco-
noscere, tra i caratteri della norma penale, il connotato di profonda
stigmatizzazione di un fatto, di affilato giudizio etico-sociale, e
un’attitudine a sollecitare, più di ogni altra norma, l’attenzione diffusa per
i valori tutelati e la conseguente di- sapprovazione sociale per l’offesa che
li riguardi», v. CAPUTO, La ‘Menzogna di Auschwitz. Dilemmi pur restando
contrassegno formale della norma penale, viene rivesti- ta con fogge che ne
mutano la natura prettamente afflittiva per dare luogo a forme
narrativo-pedagogiche tese a potenziare la dimensio- ne contenutistica e
comunicativa del precetto. Non si può a nostro avviso parlare di una vera e
propria opzione a favore della soluzione penalistica dei conflitti, quantomeno
ove si in- tenda il diritto penale nel senso tradizionalmente sanzionocentrico.
In realtà, le suddette proposte ci sembrano da inscrivere all’interno di un più
complesso movimento di pensiero, quale ricerca di percorsi che diano pratica
attuazione a quella che per ora sembra ancora rimanere solo una massima
elaborata dalla dottrina, ossia che la ragione del penale non è, solo,
l’inflizione della pena: «sul piano delle norme, la ragione del penale è
l’osservanza dei precetti, Quale corollario alle riflessioni sul ruolo
pedagogico dei precetti, riteniamo importante dar conto di uno studio che il
giurista statuni- tense Fredrick Schauer ha dedicato al tema della forza del
diritto, e in particolare al legame fra diritto e forza: si tratta di un
indissolubile nesso di implicazione reciproca o è immaginabile un diritto senza
coercizione? L’interrogativo porta in luce una questione fondamentale anche (soprattutto)
per il giurista penale. Va detto anticipatamente che lo studio di Schauer non
giunge a esiti ‘sconvolgenti’, in quanto la con- clusione non è nel segno di
una superfluità del momento coercitivo; individua però importanti argomenti a
confutazione del fatto che la coercizione e le sanzioni debbano essere al
centro dell’idea di diritto. Bisogna distinguere due profili: il primo di tipo
concettuale, il secondo di tipo empirico. Dal punto di vista concettuale,
Schauer sostiene che l’esistenza dell’obbligo giuridico sia logicamente
distinta dalla sanzione, e l’in- teriorizzazione di un obbligo non accompagnato
da sanzione sia possibile. Se però ci si sposta sul piano dei riscontri
empirici e ci si chiede se la gente obbedisca, o sarebbe disposta a obbedire, a
un di- [Per una critica all’atteggiamento sanzionocentrico, che cioè assume la
pena come principale e ineluttabile dimensione di senso cui orientare la
attività di elaborazione concettuale», e la controproposta di prediligere una
riflessione guidata dalla precomprensione che la pena non è lo scontato punto
di partenza e di arrivo, ma è e non può non essere il problema (iniziale e
finale) che pone le domande fondamentali, v. FIANDACA, Rocco: è plausibile una
de-specializza- zione della scienza penalistica?, in Criminalia, PULITANÒ,
Sulla pena. Fra teoria, principi e politica. SCHAUER, La forza del diritto, tr.
it., Milano-Udine. Tra sentimenti ed eguale rispetto ritto privo di sanzioni il
problema diviene più articolato; vi sono studi di psicologia sociale che
affermano che, in assenza di sanzioni, il li- vello di obbedienza alle leggi
con cui le persone dissentono è alquanto basso. Ora, se da un lato ciò conferma
che un apparato coercitivo resta importante per assicurare effettività al
diritto, Schauer invita però a considerare che una statuizione giuridica
dispiega comunque effetti, anche quando il diritto si trovi a fare da
‘apripista’ culturale: «Sarebbe ingenuo credere, senza una prova evidente, che
una semplice modifica legislativa possa ottenere un alto livello di obbedienza
senza il supporto della coercizione e di sanzioni di vario genere. Ma le
dinamiche psicologiche e sociologiche sono complesse. La semplice approvazione
di un divieto giuridico, solo perché enunciato dal dirit- to, può indurre sia
un cambiamento di attitudine che di comportamento. L’Autore prosegue osservando
che tale cambiamento sarà più fa- cilmente verificabile in relazione ad
argomenti su cui i cittadini non hanno un’opinione consolidata piuttosto che su
temi oggetto di divi- sione; nondimeno, anche in assenza di vere e proprie
sanzioni il diritto può avere il potere di modificare comportamenti sociali.
Senza addentrarci ulteriormente nel denso scritto di Schauer, ci sembra che
tali osservazioni rappresentino un input sufficiente per guardare al diritto, e
in particolare al diritto penale, anche come strumento che tramite i precetti,
piuttosto che con le sanzioni, può contribuire a veicolare un messaggio di
forte disapprovazione. Diritto penale ‘simbolico’? È innegabile che si avverta
più di una remora ad avallare questa discussa formula; il termine ‘simbolico’
associato al penale suscita una condivisibile diffidenza, ma non si può negare
che l’aspetto simbolico, che pure è terreno di pericolose (o inutili)
deformazioni del sistema penale, è un aspetto non trascurabi- le per una
efficace comunicazione politica, anche a livello legislativo. SCHAUER, La forza
del diritto. SCHAUER, La forza del diritto; sul tema, più diffusamente, v. MCA-
DAMS, The Expressive Powers of Law. Theories and Limits, Harvard.Per la
precisazione del concetto v. SCHAUER, La forza del diritto. SCHAUER, La forza
del diritto. PULITANÒ, La cultura giuridica e la fabbrica delle leggi,
penalecontemporaneo.it; in termini adesivi a tale posizione v. FORTI, Le tinte
forti Dilemmi Ebbene, il disagio connesso all’opzione
sanzionatorio-detentiva quale eventuale risposta penale in tema di libertà di
espressione, induce a chiedersi se la dimensione simbolica possa assurgere
anche al rango di ‘funzione primaria’, tramite norme costruite in modo da
relegare la restrizione di libertà a semplice minaccia disinnescabile in virtù
di percorsi alternativi per il reo, o, in termini più radicali, tra- mite un
aggiornamento del catalogo delle pene principali che introduca nuove forme di
stigmatizzazione dotate di una specifica efficacia sul piano comunicativo, come
ipotizzato dai contributi preceden- temente menzionati. Si tratta, com’è
evidente, di percorsi innovativi la cui complessità esigerebbe un’analisi
distinta rispetto ai nuclei tematici del presente lavoro. Riteniamo però che
non sia irrealistico pensare al giudizio pena- le anche quale luogo di
confronto e rettifica in un contesto di dialettica sorvegliata, funzionale a
far emergere e a dichiarare i profili di disvalore di determinate espressioni
attraverso la sottolineatura in sede pubblica del carattere intrinsecamente
fallace o della grossolana offensività dell’eguale rispetto, magari avvalendosi
del contribu- to di esperti che ne analizzino la portata sul piano sociologico
e psicologico. Siamo al confine estremo della legittimità dell’intervento
penale: problemi di eccezionale delimitazione di una libertà che in linea di
principio è anche di libertà di ferire, e che per questo suo potere può
tuttavia rendere opportuna una responsabilizzazione, la quale non do- vrebbe
tracimare in censura autoritaria, bensì dovrebbe essere finalizzata a un’eventuale
declaratoria di responsabilità concepita come del dissenso. Sembra essersi
affievolita l’ostilità della dottrina per la funzione simbolica, rivalutando in
tal senso proprio quella ‘finalizzazione enun- ciativa’ che era stata
fortemente stigmatizzata in sede di prima lettura della nor- mativa sulla
repressione penale delle condotte di discriminazione, v. STORTONI, Le nuove
norme contro l’intolleranza: legge o proclama?, in Critica del diritto. Sul
tema dell’uso simbolico del diritto penale, v. per tutti, nella letteratura
italiana, v. BONINI, Quali spazi per una funzione simbolica del diritto
penale?, in Indice penale. Abel ha parlato di ‘trattamento informale delle
dispute’ per indicare il modo in cui la comunità dovrebbe reagire ai danni
della parola, in un procedimento che sembra voler evitare il ricorso al potere
coercitivo ma che appare nondimeno fondato su una proceduta normativizzata: si
parla di una ‘conversazione istituzionalizzata’ ma informale fra vittima e
offensore, nel quale quest’ultimo deve «riconoscere la norma, ammetterne la
violazione ed accettarne la responsabilità, nella convinzione che un simile
scambio sociale di rispetto possa neutra- lizzare l’insulto, ABEL, La parola e
il rispetto. Tra sentimenti ed eguale rispetto confutazione delle espressioni
proferite dal reo, cercando dunque di disinnescarne il potenziale offensivo sul
piano dei contenuti. Di primo acchito tale prospettiva potrebbe apparire come
una sor- ta di ‘tribunale delle opinioni’, esposto al rischio di torsioni
illiberali; tale obiezione, è però ben applicabile anche all’attuale situazione
ordinamentale. Di fatto il sindacato su forme di espressione è presente anche
oggi: un giudizio su opinioni il quale risulta prevalentemente affidato alla
sensibilità culturale del giudicante, senza potersi sottrar- re alle relative
precomprensioni. Si tratta di un procedimento molto delicato poiché, come
osserva Judith Butler, l’uso che lo Stato, attraverso il potere delle sentenza,
fa del linguaggio offensivo e discriminatorio dà luogo a una ripetizione dello
stesso, contribuendo, pur con finalità differenti, a una sua reiterazione.
Nondimeno: [Prendiamo atto della critica formulata da DI MARTINO, Assassini
della memoria: «l’idea della pena-giudizio in quanto tale è intrinsecamente
pro- blematica. La paternale didascalica finisce con l’essere risibile di
fronte ai delin- quenti per convinzione ed ai fanatici; ed è una ipocrita
autoassoluzione dell’ordinamento per le omissioni od i fallimenti delle sue
agenzie educative, di fronte ai miserandi frustrati, reietti e falliti». La
sfiducia verso una prospettiva rieducativa può essere anche condivisa, ma, più
radicalmente, va osservato che l’eventuale approntamento di sanzioni di tipo
‘espressivo-pedagogico’ non dovrebbe essere letto in una prospettiva di
prevenzione speciale, bensì quale strumento di preven- zione generale positiva;
la ‘risibilità’, che assumiamo come impossibilità fattuale di indurre un
cambiamento di opinione, è un aspetto comunque secondario poiché l’obiettivo
del diritto, nel rispetto della libertà morale della persona anche quando
delinquente per convinzione o fanatico, non è indurre un cambiamento di
opinione coattivo nel reo. Non condividiamo però l’afflato rinunciatario il
qua- le rischia di condurre a un vero e proprio vicolo cieco, e significherebbe
consentire che davvero l’ultima parola sia di menzogna, o di insulto, o di
umiliazione. Pur essendo sostenitori di uno spazio comunicativo libero e
aperto, facciamo fatica a immaginare il diritto spettatore del tutto inerte di
fronte al potere performativo delle parole, soprattutto in tempi in cui
l’indominabilità delle capacità di diffu- sione dei messaggi dovrebbe rendere
più accorti nel formulare prognosi di perico- losità. Un terreno comunque
scivoloso e che necessita di attente riflessioni, senza nutrire eccessiva
fiducia nello strumento normativo, ma anche senza restare avvinti in un
disincanto rinunciatario che amplificherebbe le asserite mancanze del- le
agenzie educative primarie. Si osserva provocatoriamente che «è la decisione
dello Stato, l’enunciazione ratificata dallo Stato, che produce (produce ma non
causa) l’atto dello hate speech, v. BUTLER, Parole che provocano. Per una
politica del performativo, tr. it., Milano. L’atto di produzione a cui si
riferisce la BUTLER riguarda il fatto che prima che una sentenza definisca come
hate speech delle semplici paro- le, queste non erano hate speech; più che una
vera e propria produzione sembra potersi intendere come effetto del potere di
nominazione. La stessa BUTLER specifica successivamente che le parole che lo
Stato adopera per emettere una sen- [Dilemmi «Nessuno ha mai elaborato
un’ingiuria senza ripeterla: la sua reitera- zione rappresenta sia la
continuazione del trauma sia ciò che segna una presa di distanza all’interno
della struttura stessa del trauma, la sua possibilità costitutiva di essere
qualcosa di diverso. Non c’è possibilità di non ripetere. La sola questione che
rimane aperta è: come av- verrà quella ripetizione, in quale sede – giuridica o
non giuridica – e con quale dolore e quali speranze? Una questione aperta e
complessa, la quale carica di responsabilità il momento giudiziario e la
produzione narrativa del giudice. Dovendo fare i conti con la reimmissione in
circolo di parole offensive, ritenia- mo che sarebbe opportuno riflettere su
forme di ritualità che possano dare un valido supporto epistemico all’autorità
giudiziale, contribuen- do a dare la giusta rilevanza e il necessario
approfondimento all’erme- neutica del fatto, con l’auspicio di trasformare il
processo in un mo- mento anche educativo e di apprendimento. Da penalisti, e
dunque da studiosi delle possibilità negative del- l’umano, ci sembra doveroso
interrogarci sul ruolo che lo strumento penale potrebbe eventualmente assumere
in una prospettiva di cura degli equilibri di rispetto, cercando di
privilegiare non la dimensione interdittiva e censoria ma facendo leva sulle
potenzialità di quello che, tra le diverse manifestazioni del giuridico,
rappresenta, piaccia o non piaccia, il più formidabile, e terribile, ‘marcatore
etico’. Sinossi Rispettare le persone, e rispettarsi fra persone è prima di
tutto un atto sentito che discende da disposizioni soggettive. Il progetto
normativo definito ‘tutela di sentimenti’ può essere scorporato in due distinte
traiettorie. La prima, definibile come ‘cura dei sentimenti’, è da intendersi
come promozione di atteggiamenti emotivi che favoriscano un clima favorevole al
reciproco rispetto. La seconda, definibile ‘tutela da sentimenti’, può
identificarsi co- tenza sullo hate speech non sono certo la stessa cosa del
discorso pronunciato dai soggetti di cui si sta giudicando la posizione;
nondimeno, le due cose appaiono «indissociabili in maniera specifica e
consequenziale»; cfr. ABEL, La parola e il rispetto, cit., p. 99. 73
BUTLER, Parole che provocano. Tra sentimenti ed eguale rispetto me strategia
politica di contrasto a spinte emozionali negative, l’odio in primis, ma non
solo. Più in generale, ciò che definiamo come ‘tute- la da sentimenti’
rappresenta un’istanza funzionale alla messa a tema di profili inerenti la
dimensione psico-sociale delle matrici dei dis- sensi, e dunque
all’approfondimento delle concezioni antropologiche che guidano la riflessione
penalistica. Obiettivo di fondo è addivenire a una visione meno astratta e
disincarnata del mondo umano con cui il diritto penale si trova a fare i conti.
Tale atteggiamento di ‘realismo antropologico’ tende oggi a emergere anche
nella dottrina penalistica. Riguardo il tema dei limiti penalistici alla
libertà di espressione e ai problemi dell’eguale e reciproco rispetto, i
penalisti mostrano un atteggiamento meno ‘concettualistico’ rispetto al
passato; emergono posizioni di cauta apertura alla prospettiva di interventi
normativi, modellati sul distacco da prospettive eminentemente sanzionatorie e
fondati sulla valorizzazione del simbolismo positivo del precetto. «[...]
la mentalità sociale è in movimento, ciò che prima si diceva gratis oggi ha un
costo etico, ci sono nuove libertà e nuove dignità e ne conseguono nuo- vi
problemi, di pensiero e di linguaggio. Siamo le parole che usiamo» SERRA M.,
Amaca, Repubblica Bilanci e prospettive. Cura dei sentimenti e attenzione alle
differenze. Tra offesa alla sensibilità e discorso discriminatorio: profili
problematici e spunti di riformulazione per la tutela della dignità del creden-
te. – 2. La priorità delle libertà, l’importanza delle regole. Bilanci e
prospettive Recuperiamo l’interrogativo di fondo da cui è partita la presente
indagine, ossia se il diritto penale di una moderna democrazia libera- le possa
essere invocato a tutela di sentimenti. La tentazione di opporre un assoluto,
per quanto benintenzionato diniego, appare destinata a scontrarsi con un maturo
senso di realtà. Beninteso, non stiamo in questo modo cercando di assegnare
fretto- lose patenti di legittimità a una delle più controverse modalità di
esplicazione dell’intervento penale, ma riteniamo che nell’analisi del problema
si debba cercare di andare oltre le etichette retoriche, senza farsi abbagliare
né in positivo né in negativo dalla ambigua parola ‘sentimento’. Il percorso
compiuto finora riteniamo abbia mostrato come un’asserzione netta, sia in
termini affermativi sia in termini negativi, peccherebbe per approssimazione.
Sarebbe dunque più opportuno partire da una più articolata formulazione
dell’interrogativo: in rela- zione a quali fenomeni e in quali accezioni, al di
là delle scelte dei le- gislatori storici, sentimenti ed emozioni possono
essere ragionevol- mente evocati quali elementi costitutivi e/o integrativi
nella descrizione dell’oggetto di tutela penale? 238 Tra sentimenti ed
eguale rispetto Le incrostazioni di matrice collettivistica, che nel contesto
italiano hanno ammantato gli interessi definiti dai legislatori ‘sentimenti’,
hanno contribuito ad acutizzare, in modo giustificato, la diffidenza della
dottrina penalistica di stampo liberale. Il senso di un nuova tematizzazione
del sentimento quale problema di tutela deve essere in primo luogo funzionale a
svincolare dalle ‘col- lettivizzazioni normative’ un fenomeno legato
all’interiorità dell’indivi- duo e che invece si è prestato, con evidente
slittamento di significato, a divenire veicolo di incriminazioni di stampo
moralistico-identitario. Riteniamo che debba essere presa in considerazione,
quale ulte- riore sfaccettatura, una dimensione di significato che valorizzi la
proiezione universalistica e, per certi versi egualitaria, dei fenomeni
affettivi: sentimenti ed emozioni come ‘addentellato fenomenico’ di una
dotazione universalmente condivisa dagli esseri umani. In base a quest’ultima
prospettiva, declinare determinate questio- ni di interesse penalistico, come
ad esempio i rapporti fra manifesta- zioni espressive e sensibilità, anche come
problema di sentimenti acutizza i dilemmi, poiché il sentimento non può esser
limitato all’eventuale, problematica, identificazione con l’interesse di una
sola delle parti, col rischio di modulare eventuali, ipotetici, interventi
normativi sulle cadenze di uno sterile rivendicazionismo psicologico soggettivo.
Il risvolto di reciprocità egualitaria assume il significato di una pretesa
‘responsabilizzante’ nei confronti di tutti individui, quale do- verosa, e in
primo luogo spontanea, autolimitazione: «Se ognuno ha diritto alla propria
narrazione individuale, ugualmente non può, in nome dei propri sentimenti,
dichiararla “intoccabile”, af- fermarla come pretesa di verità assoluta e non
metterla in discussione e confrontarla con quella degli altri» 1. È nella
distinzione tra ethos ed etica che si inquadra uno dei fon- damentali tratti
costitutivi del pluralismo: ethos come ordine valoriale costitutivo del
singolo, ed etica come limite che tutti i diversi ethe de- vono osservare, nel
rispetto di «ciò che è dovuto da ciascuno a tutti. Lo stesso diritto a vivere e
fiorire secondo il proprio ethos, che si chiede per sé» 2, secondo dinamiche di
simmetrica reciprocità che uni- scono profili di diversità fattuale e accenti
di doverosità normativa. TURNATURI, Emozioni: maneggiare con cura, DE
MONTICELLI, La questione morale, Osservazioni finali La focalizzazione sul
problema di un eguale e reciproco rispetto porta a emersione la duplice
prospettiva di una tutela di sentimenti intesa come ‘cura’ del sentire
individuale e collettivo, e come forma di contrasto a espressioni tese al
disconoscimento dell’altro. Nell’atto di formulare delle osservazioni finali al
presente lavoro emerge l’esigenza di distinguere fra linee di politica
legislativa di va- lenza generale e spunti più dettagliati che richiedono di
essere circo- scritti a singoli campi di materia. Il problema della tutela di
senti- menti non può essere fatto confluire in un unico prospetto di model-
lizzazione normativa, ma necessita di essere affrontato attraverso percorsi
differenti: solo in rapporto al profilo della ‘cura’ si possono a nostro avviso
proporre delle linee generali, mentre il tema, più stret- tamente penalistico,
della tutela da sentimenti richiede di essere più attentamente
contestualizzato. Cura dei sentimenti e attenzione alle differenze Come abbiamo
già specificato, il rapporto fra ‘cura’ e ‘tutela da’ è di complementarietà,
per quanto sia la ‘cura’ a definire la declinazio- ne primaria del problema di
tutela. La dimensione ‘ostativa’, ossia quella della ‘tutela da’, resta una
parte residuale e strumentale al profilo della ‘cura’, finalizzata even-
tualmente ed esclusivamente, al mantenimento di equilibri. Obiettivo di fondo,
probabilmente non raggiungibile mediante il solo strumen- to giuridico, resta
quello di un’adeguata formazione del sentire degli individui, intesa come
capacità di rapportarsi all’altro nelle forme dell’ascolto, del confronto e
anche della critica, da contestualizzarsi in un’arena polifonica aperta alla
pluralità, poiché «di quanta più realtà una sensibilità diventa capace, tanto
più esatto sarà, da un la- to, il sentimento delle differenze e delle priorità»
3. Il ruolo delle agenzie educative diviene in questo senso cruciale, a partire
dalle istituzioni scolastiche: l’arricchimento della giustizia da una
condizione essenzialmente normativa a una condizione etica è l’esito
(un’aspirazione più che un traguardo certo) di un lavoro lungo e 3 DE
MONTICELLI, L’ordine del cuore, Si veda ad esempio la pubblicazione dell’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Abc: Teaching Human
Rights – Practical Activities for Primary and Secondary Schools, disponibile in
http://www.ineesite.org/-
en/resources/abc_teaching_human_rights_-_practical_activities_for_primary_and_se-
condary. Tra sentimenti ed eguale rispetto lento di educazione dei
sentimenti, al quale partecipano le istituzioni politiche e quelle sociali, la
vita pubblica e quella privata» 5. Qual è il messaggio di fondo che dovrebbe
essere veicolato quale coordinata etica di una cura dei sentimenti?
L’atteggiamento che ragionevolmente si pone a monte del recipro- co rispetto è
la capacità di immedesimazione 6 e soprattutto di usare l’immedesimazione in
modo da includere la differenza. In altri termini, «il rispetto basato
sull’idea di dignità umana risulterà insufficiente a includere tutti i
cittadini in termini di uguaglianza, a me- no che non sia nutrito da uno sforzo
immaginativo nei confronti della vita degli altri e da una comprensione più
intima della loro piena e comune umanità. Ritorna anche in questo caso l’esigenza
di non ridurre la dignità umana a un simulacro dispotico declinato in termini
deonto- logici, bensì a modularne l’essenza su cadenze il più possibile
inclusive. L’attenzione alle differenze può maturare attraverso percorsi di
crescita emotiva finalizzati a migliorare la capacità di apertura all’altro 8,
soprattutto ove si riesca a riconoscere e a dominare un’emo- zione che è tanto
tremendamente umana quanto problematica nelle dinamiche di una società
pluralista: la paura. La funzione primordia- le della paura è la difesa
dell’essere umano da fonti di pericolo, ma la sua attuale variante sociale e
adattiva corrisponde a un’emozione repulsiva e narcisistica, che si declina
come una «pre- occupazione offuscante [e] un’intensa concentrazione su di sé
che getta gli altri nell’ombra URBINATI, Liberi e uguali. L’Autrice rimarca che
tale passaggio è propriamente ciò che denota la cultura dell’individualismo
democratico. 6 Richiamiamo il tema dell’empatia, soprattutto in relazione al
suo valore etico per la vita di relazione: v., per tutti, BOELLA, Sentire
l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Milano, NUSSBAUM, Emozioni politiche,
Riteniamo sia da accogliere positivamente l’iniziativa del governo italiano che
ha presentato, per voce della Ministra dell’Istruzione, il ‘Piano nazionale per
l’educazione al rispetto’, ossia un progetto teso a introdurre nella formazione
scolastica momenti di apprendimento per «promuovere nelle istituzioni scolastiche
di ogni ordine e grado un insieme di azioni educative e for- mative volte ad
assicurare l’acquisizione e lo sviluppo di competenze trasversali, sociali e
civiche, che rientrano nel più ampio concetto di educazione alla cittadi- nanza
attiva e globale» e per «promuover[e] azioni specifiche per un uso consa-
pevole del linguaggio e per la diffusione della cultura del rispetto, con
l’obiettivo di arrivare a un reale superamento delle disuguaglianze e dei
pregiudizi, coinvol- gendo le studentesse e gli studenti, le e i docenti, le
famiglie». 9 NUSSBAUM, La nuova intolleranza, cit., p. 67.
Osservazioni finali 241 Si pone dunque l’esigenza di non cedere alle chiusure
indotte dalla paura, al fine di «adottare uno sguardo diverso, che dia
rilevanza a mentalità, valori, idee, convinzioni e sensibilità culturali capaci
di conferire significati inediti alle nostre paure» 10. In uno studio dedicato
all’intolleranza come effetto della paura dell’altro, Martha Nussbaum afferma
che l’eguale e reciproco rispetto richiede lo sviluppo dei cosiddetti ‘occhi
interni’, ossia dello sguardo immaginativo, non corporeo, che consente di
vedere l’altro 11: è preci- samente ciò che manca nell’odio, dove il sentire è
cieco12 davanti all’individualità altrui. La promozione di un orizzonte di
rispetto si gioca in primo luogo a un livello che ha a che fare con lo sviluppo
di tale profondità di sguardo e di immaginazione: per rispettare l’altro
bisogna ‘sentirlo’ 13, attraverso capacità di apertura, di ascolto, di
discernimento. Tra offesa alla sensibilità e discorso discriminatorio: profili
problematici e spunti di riformulazione per la tutela della di- gnità del
credente Venendo al profilo più strettamente penalistico, un primo bilancio può
essere stilato in relazione al panorama normativo italiano vigente.
L’impressione è che nel complesso il lavoro di rielaborazione concettuale e di
riassetto etico compiuto dalla giurisprudenza e dalla dottrina abbia condotto a
norme il cui coefficiente di compatibilità con le libertà costituzionali è
tutto sommato accettabile. Come già osservato, non appare possibile in questa
sede procedere all’enucleazione di prospettive de jure condendo calibrate su
ogni singolo ambito in cui il codice fa riferimento a sentimenti come oggetto
di tutela. Ci limitiamo a prendere in analisi il settore in cui, a nostro
avviso, CERETTI-CORNELLI, Oltre la paura, NUSSBAUM, La nuova intolleranza, DE
MONTICELLI, L’ordine del cuore. In questo senso la dimensione della ‘cura’ si
proietta verso un rispetto non meramente ‘passivo’, bensì guarda anche,
soprattutto, a un rispetto ‘attivo’. Con la prima accezione si indica un
atteggiamento di astensione dall’ostilità e dalla violenza; il rispetto
‘attivo’ si traduce in qualcosa di più: «un’attenzione per i bisogni, le
esigenze, gli obiettivi e anche i progetti esistenziali delle persone, il
riconoscimento del fatto che esse attribuiscono valore a qualcosa che sta loro
a cuore e che intendono realizzare», v. MORDACCI, Rispetto, Tra sentimenti ed
eguale rispetto emerge maggiormente l’esigenza di procedere a una
disambiguazione tra forme di intervento a tutela della sensibilità e presidi
contro di- scorsi discriminatori. In quest’ottica l’impianto dei reati a tutela
del sentimento religioso presenta delle criticità che si addensano nella
portata applicativa dell’art. 403 c.p., ossia l’offesa a una confessione
religiosa mediante vili- pendio di persone. Partiamo dal presupposto che sia
ragionevole che lo stato laico tuteli lo spazio umano-personale e sociale in
cui si dispiega la dimen- sione religiosa dell’individuo: il problema è con
quali modalità. Una delle più acute posizioni a difesa della tutela del
sentimento religioso osserva che «discussione non è offesa. A maggior ragione
quando il bene tutelato diventa la dignità e la personalità dell’essere umano
sotto lo specifico profilo della dimensione religiosa», e formula con-
seguentemente la propria proposta normativa, a superamento delle attuali
disposizioni, elaborando una fattispecie che incrimina «i comportamenti o le
espressioni oltraggiose tenuti in pubblico che le- dono intenzionalmente la
dignità delle persone a causa delle loro convinzioni sul significato ultimo
dell’esistenza. Ebbene, concordiamo con le ragioni di fondo di tale proposta,
la quale ci sembra coerente con l’intenzione di circoscrivere l’impianto di
tutela alla dignità della persona e non al prestigio e al patrimonio ideologico
della confessione Resta a nostro avviso il dubbio se sia opportuno mantenere
una disposizione dedicata al fenomeno religioso, la quale potrebbe espor- si al
rischio di assumere nuovamente le vesti di incriminazione surrogatoria del
vilipendio, come del resto oggi sembra capitare per l’art. 403 c.p., il quale
tende a estendersi all’insulto alla confessione MAZZUCATO, Offese alla libertà
religiosa, MAZZUCATO, Offese alla libertà religiosa, La proposta di norma parla
di ‘Offese alla libertà religiosa’, ma il richiamo alla dignità ‘a causa delle
convinzioni sul significato ultimo dell’esistenza’ sem- brerebbe aprire anche
alla tutela della dignità del non credente. Su tale ultima prospettiva si veda,
anche per richiami comparatistici, PACILLO, I delitti contro le confessioni
religiose, Benché non compaia il termine ‘vilipendio’, anche il modello di
norma ipotizzato dalla Mazzucato parla, con formula rischiosa, di
«comportamenti o espressioni oltraggiose tenuti in pubblico, anche rivolti a
cose che formino oggetto di culto o siano consacrate al culto». Ad un’attenta
lettura, l’emancipazione dal modello del vilipendio della confessione emerge
però dalla traiettoria dell’offesa, la quale deve «[ledere] intenzionalmente la
dignità delle persone», v. MAZZUCATO, Offese alla libertà religiosa,
Osservazioni finali piuttosto che limitarsi a sanzionare l’offesa alla persona
18. A nostro avviso, un riassetto e, soprattutto, una decisa disambiguazione
della linea di intervento penale potrebbe aversi attraverso un’abrogazione
secca dell’art. 403 c.p., accompagnato da una parallela modifica dell’art.
della legge che estenda ai motivi religiosi il tipo di discorso discriminatorio
suscettibile di assumere rile- vanza penale, secondo una formula che incrimini
«chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico o
religioso. Ciò non porterebbe, ci sembra, ad alcun vuoto di tutela: si tratte-
Anche partendo dal presupposto che la libertà di espressione non sia assoluta,
ma incontri limiti espressamente riconosciuti dall’ordinamento interno e anche
da fonti sovranazionali, incriminare una manifestazione del pensiero
consistente nel ‘tenere a vile’, e dunque nel formulare critiche anche
sferzanti e in grado di ferire la sensibilità del credente, è esposta al
rischio di tracimare in una forma di illegittima compressione della libertà di
critica e di satira; come osserva SERENI, Sulla tutela penale della libertà
religiosa, cit., p. 12, il vilipendio del credente è costantemente a rischio di
trasformarsi in «vilipendio teologale, più prossimo alla iper-sensibilità del
credente rispetto al contenuto della verità di fede, al rigore della sua
Autorità religiosa contro le critiche (anche satiriche) rivol- te a danno della
Divinità, dei suoi simboli e dei suoi ministri di culto». Si è osservato
criticamente che ipotetiche interpretazioni estensive della norma sul
vilipendio ex art. 403 c.p., alla luce del dettato codicistico post riforma
2006, e dunque nel segno dell’uguaglianza fra confessioni religiose, sono da
ritenersi applicabili anche alla tu- tela di religioni come l’Islam: un esito
definito «non nello spirito dei tempi» da PULITANÒ, Laicità, multiculturalismo,
diritto penale,, plausibilmente per evidenziare come l’estensione della tutela,
doverosa in quanto sancita dal principio di uguaglianza, rischi di introdurre
uno strumento giuridico invasivo a disposizione di fedeli di religioni
particolarmente suscettibili. Esprime contrarietà rispetto all’ipotesi di un
presidio penale specifico del fenomeno religioso VISCONTI C., La tutela penale,
cit.,.; si pone a favore di una tutela incentrata sulle fattispecie comuni,
senza necessità di norme ad hoc sulla religione, anche MANTOVANI M., L’oggetto
tutelato nelle fattispecie penali in materia di religione, in AA.VV., a cura di
De Francesco- Piemontese-Venafro, Religione e religioni, Per una posizione
favorevole al mantenimento del vilipendio, considerato prototipo dell’insulto
all’atteggiamento individuale verso il problema religioso, v. STELLA, Il nuovo
Concordato fra l’Italia e la Santa Sede: riflessi di diritto penale, in Jus. Per
un’analisi dei modelli di tutela imperniati sulla persona del credente e che si
identificano nel paradigma dello hate speech, v. CIANITTO, Quando la parola ferisce,
Si veda in particolare il caso della Gran Bretagna, Paese nel quale non esiste
più l’incriminazione per la condotta di Blasphemy (abolita), e che ha
introdotto (Racial and Religious Hatred Act) una fattispecie di reato che
incrimina le manifestazioni di incitamento all’odio religio- so, v. EAD.,
Quando la parola ferisce,.; GIANFREDA, La blasphemy nell’ordinamento inglese di
Common Law e la tutela penale della “religione”: problemi aperti e nuove
prospettive, in AA.VV., a cura di De Francesco-Piemontese- Venafro, Religione e
religioni, Tra sentimenti ed eguale rispetto rebbe di una più netta
ridefinizione di confini tra fattispecie, senza intaccare la soglia ‘inferiore’
dell’intervento penale (il nucleo duro delle offese alla persona e alla sua
dignità), lasciando univocamente al di fuori offese limitate al piano
ideologico, e incentrando l’intervento su espressioni discriminatorie basate su
motivi religiosi Da un lato le offese al singolo potrebbero assumere rilevanza
come delitti contro l’onore (oggi, dopo l’abrogazione dell’ingiuria, resi-
duerebbe la sola diffamazione), eventualmente aggravati ai sensi dell’art. del
d.l. n. (aggravante relativa alle finalità di discriminazione); dall’altro
lato, l’orizzonte del discorso pubblico in mate- ria di critica e satira
religiosa si troverebbe affrancato dall’incom- bente censura del vilipendio,
fermo restando il limite, comunque pro- blematico ma ben più selettivo, di non
tracimare in propaganda discriminatoria. Un impianto di tutela così strutturato
consentirebbe a nostro avvi- so di mantenere aperto uno spazio di illiceità per
forme di espressio- ne volte a negare la pari dignità del credente, le quali
chiamano in gioco un profilo altamente significativo della condizione
esistenziale umana come l’identità religiosa. Al contempo, la necessità di
valu- Si veda in questo senso il parere rilasciato dalla Commissione Europea
per la democrazia attraverso il diritto (c.d. ‘Commissione Venezia’, organo
consultivo del Consiglio d’Europa), nel quale si suggerisce agli Stati membri
l’abrogazione delle leggi sulla blasfemia e il mantenimento di presidi basati
sulle generiche norme che incriminano ingiuria e diffamazione e, soprattutto,
sulle norme che incriminano la diffusione di idee fondate sull’odio religioso,
v. Compilazione di pareri e rapporti della Commissione di Venezia riguardante
la libertà d’espressione e i media, La strada della tutela antidiscriminatoria
è additata anche da DONINI, “Danno” e “offesa” nella c.d. tutela penale dei
sentimenti, cit., p. 1586, il quale sembra però aprire alla prospettiva di
un’applicazione dei delitti contro la discriminazio- ne solo nei casi di
incitamento alla discriminazione o ad atti discriminazione nei confronti di
persone, lasciando fuori dal raggio dell’intervento penale le offese collettive
che potrebbero, a nostro avviso, essere invece vagliate come eventuali forme di
propaganda razzista, previa opportuna modifica dell’art. 3 della legge n. 654
del 1975. Richiama la prospettiva di una tutela tramite le norme antidiscri- minazione
proprio al fine di tutelare anche i gruppi, e non solo i singoli, MAZZOLA,
Diritto penale e libertà religiosa dopo le sentenze della Corte costituzionale,
in Quad. di diritto e politica ecclesiastica,; cfr. PACILLO, I delitti contro
le con- fessioni religiose, Nella dottrina penalistica italiana l’autorevole e
cristallina posizione di ROMANO, Principio di laicità dello Stato, a sostegno
di un presidio penale speci- fico per le religioni si basa su argomenti i quali
possono, a nostro avviso, essere re- cuperati anche nella prospettiva da noi
delineata. Secondo Romano, la non inopportunità dell’intervento penale deriva
dall’esigenza di mantenere all’interno del si- Osservazioni finali
tare l’illiceità attraverso lo stretto filtro dell’incriminazione della
propaganda discriminatoria potrebbe portare a un più cauto uso del diritto
penale nei rapporti con la libertà di espressione e in particolare con la
satira. Ci sembra questa una futuribile modifica che potrebbe contribuire a
fissare in modo più definito spazi di libertà nella salvaguardia di un nucleo
minimo di rispetto che tenga conto del diritto liberale di critica e della
necessaria distinzione con l’orizzonte della discriminazione. La priorità delle
libertà, l’importanza delle regole Dietro il velo retorico dei sentimenti si
pongono questioni di vitale importanza per la convivenza, non liquidabili
dietro affrettate declaratorie di irrazionalità, e che richiedono un serio
impegno in primo luogo nella prospettiva che abbiamo definito come cura. Resta
aperto, in via residuale, il problema di interventi limitativi delle libertà.
Il giurista penale avverte il disagio di un’alternativa dilemmatica tra la
fedeltà a principi di libertà e la violazione che potrebbe scaturire
dall’avallo di politiche di intervento; sì, perché di violazione si tratta in
quanto un dilemma non ammette vie di fuga ma costringe, piaccia o non piaccia,
ad accollarsi le conseguenze del cosiddetto male minore. Condividiamo
l’atteggiamento combattuto che altre voci, ben più autorevoli, hanno
confessato. Non lo diciamo semplicemente a nostra discolpa, bensì a conferma
della profondità del dilemma che ci attanaglia, nella convinzione che
proclamare in questi casi un’asserita soluzione rischi di sfociare in una
hybris intellettuale, e che sia stema strumenti per marcare l’essenziale
differenza fra libertà di critica, anche in forme aspramente satiriche, e pura
e semplice denigrazione o dileggio: differenza che deve modellarsi su quanto
comunemente accolto per le ingiurie rivolte ai singoli. Il richiamo all’offesa
che caratterizza l’ingiuria contribuisce a connotare in termini personalistici
l’interesse protetto, avvicinandolo univocamente alla, pur problematica,
dimensione della dignità del credente. Fermo restando che le fatti- specie a
tutela dell’onore restano comunque un presidio attivo per le offese ai singoli,
l’estensione dell'art. della legge nella parte relativa alla propaganda si
presterebbe, a nostro avviso, a perseguire l’auspicabile risultato teorizzato
da Romano. Se intendiamo denigrazione o dileggio come forme di disconoscimento
della pari dignità delle persone in quanto credenti in una determinata fede o
visione del mondo, l’incriminazione della propaganda discriminatoria,
debitamente estesa nella formulazione lessicale, può, a nostro avviso,
assolvere in modo meno ambiguo dell’art. c.p. ai predetti scopi di
tutela. Tra sentimenti ed eguale rispetto invece preferibile affrontare i
problemi col dovuto rispetto per la complessità: Un dilemma comporta
un’oscillazione infinita; in quanto la nostra esperienza è teatro di continui
dilemmi, la sua struttura è infinitamen- te provvisoria e le si fa torto
ogniqualvolta si cerchi di rinchiuderla nello steccato di un arrogante e
definitivo pronunciamento, nella superba convinzione di aver già sempre (prima
che un qualsiasi problema si ponga) visto giusto. È comprensibile la tendenza a
optare per la soluzione in grado di lasciare in sospeso il più possibile le
conseguenze di uno dei due mai, per evitare una violazione certa (delle
libertà) nella speranza che il male alternativo non trovi realizzazione.
Riteniamo che questa sia una possibile chiave di lettura, come
autorassicurazione psicologica, di ciò che la filosofia ha definito
utilitarismo delle regole, ossia l’atteggiamento con cui si risponda
all’incertezza di fronte a un conflitto cercando l’applicazione di una regola
ritenuta giusta in quanto tale, quali che siano le conseguenze della sua
applicazione, accettando il rischio di affidarsi a ragionamenti talvolta anche
non adeguatamente orientati sul piano delle possibili conseguenze. Ed è
altrettanto comprensibile che il cultore delle discipline pena- listiche, nella
consapevolezza dei mali insiti nella coercizione, faccia il possibile per
evitare di dare impulso e fornire ragioni allo strumento penale, cercando
piuttosto di contenerne la pervasività. Vorremmo essere sicuri che la fede
liberale ci porti nel giusto; ma un sano senso critico esorta a mettere in
conto che potremmo anche aver torto. In linea di principio, sarebbero da evitare
alcuni degli errori attribuiti a un pensiero irenisticamente liberale, che
talvolta finisce per esaltare la forma a discapito del contesto, magari
erigendo steccati intellettualistici esibiti come fieri esercizi di democrazia.
Quello che a nostro avviso va tenuto presente, e che parte della dottrina
penalistica ha ben messo in luce, è il fatto che non vi sono risposte che
possano considerarsi come esito indefettibile di un’ade- [BENCIVENGA,
Prendiamola con filosofia, BENCIVENGA, Prendiamola con filosofia, ABEL, La
parola e il rispetto, Così, efficacemente, BRUNELLI, Attorno alla punizione del
negazionismo, Osservazioni finali] sione ai principi liberali (quale tipo di
liberalismo?) o come soluzione ricavabile ‘a rime obbligate’ dal testo
costituzionale, ma ogni eventua- le prospettiva resta legata a opzioni
politiche che vanno attentamente commisurate sia a criteri di legittimità sia a
criteri di opportunità. La posta in gioco è estremamente significativa. La
difesa dell’eser- cizio di una libertà del pensiero critico, aperto anche a
manifestazioni disturbanti è ciò che identifica e distingue il nostro mondo
liberale, pur con tutti i suoi difetti, dalle oscurità del fondamentalismo: non
dobbiamo dimenticarlo. La costruzione di una campana di vetro al fine di
garantire immunità emotiva agli individui suscettibili non può far parte dello
strumentario giuridico di una democrazia liberale, la quale può (deve) esigere
dai cittadini responsabilizzazione e capacità di elaborazione della limitata
efficacia pratica delle proprie convinzioni, o, più icasticamente, una certa
dose di robustezza. Si tratta in altri termini di favorire l’interiorizzazione
di un onere di tolleranza consistente nella consapevolezza di poter realizzare
il proprio ethos solo nei limiti di ciò che compete parimenti a tutti». Il
richiamo alla robustezza vale sia come monito a non cadere in uno sterile e
polemogeno sentimentalismo vittimocentrico, acriticamente proclive ad avallare
doglianze di animi suscettibili, ma costituisce a nostro avviso anche un monito
a non dare per scontata tale condizione di tenuta etica nelle persone,
dovendosi mantenere l’occhio vigile e l’orecchio proteso a captare segnali in
grado di mostrare le crepe prima che si arrivi a un collasso. È di tutta
evidenza come nell’attuale momento storico le dinamiche del reciproco rispetto
stiano subendo una particolare curvatura, probabilmente una deformazione, sia
sul piano dei contenuti, sia sul piano dei canali espressivi. Rispetto al
passato, anche recente, siamo oggi portati a constatare quasi quotidianamente,
grazie ai o a causa dei media, condotte che sono dettate da atteggiamenti di
repulsione dell’altro. Se è vero che rinvenirne la dannosità immediata risulta
operazione assai complessa, la quale molto difficilmente riesce a soddisfare
appieno i filtri dell’armamentario concettuale penalistico, non può essere però
escluso che volgere gli occhi al cielo, confidando sul fatto che lo spirito
critico e gli ideali di tolleranza riescano ad avere la meglio, possa rivelarsi
un atteggiamento totalmente alieno dai calcoli PULITANÒ, Laicità e diritto
penale, HÖRNLE, Protezione penale di identità religiose?, HABERMAS, Tra scienza
e fede, tr. it., Roma-Bari Tra sentimenti ed eguale rispetto pazienti e
minuziosi che sarebbero richiesti per sostanziare quella giustificazione. Tali
riflessioni ci vengono suggerite dall’esigenza di non sottovalutare un
repertorio ormai troppo consistente di fatti che rimandano a un passato non del
tutto trascorso e con preoccupanti echi nel tempo presente. Le ragioni del
diritto si intrecciano con un tessuto anche emozionale, il quale costantemente
ci ricorda che il diritto è prioritariamente una risposta alla memoria del
male, che esseri umani possono fare ad altri esseri umani. Tenere ben ferma
l’attenzione sui mondi umani e sulla realtà sociale è un impegno necessario per
monitorare la qualità delle libertà in un contesto pluralista. Il diritto
penale non rappresenta lo strumento più idoneo a svolgere una funzione
promozionale, ma riteniamo non debba essere aprioristicamente tacciato di vena
illiberale il proposito di immaginare strumenti perché vi possa essere anche,
eventualmente, un redde rationem sull’uso della libertà di espressione, non
quale forma di soffocamento ma quale chiamata a dare spiegazioni e ad assumersi
la responsabilità di un certo uso del linguaggio, il quale è performativo non
solo nei confronti della realtà esterna ma anche di sé stessi. Non intendiamo
avallare forme di democrazia protetta, bensì evitare di chiudere
aprioristicamente il discorso su ciò che il diritto, e anche eventualmente il
diritto penale, potrebbe fare nelle forme non BENCIVENGA, Prendiamola con
filosofia, VECA, La priorità del male e l’offerta filosofica, Milano FIANDACA,
Laicità, danno criminale e modelli di democrazia. Secondo quanto osservato da
Michele Serra in esergo a questo capitolo, di fronte a nuove libertà e a nuove
dignità conseguono nuovi problemi, di pensiero e di linguaggio, e le parole che
usiamo definiscono gli altri ma al contempo ci definiscono. Concetto che peraltro
rischia di prestarsi a usi retorici. Cosa vuol dire democrazia protetta? Una
democrazia liberale di tipo aperto ha dei valori da difendere? Certamente non
può dirsi che la democrazia sia una forma di governo relativistica; al
contrario, essa «non ha fedi o valori assoluti da difendere a eccezione di
quelli su cui essa stessa si basa. Nei confronti dei principi democratici, la
pratica democratica non può essere relativistica», v. ZAGREBELSKY, Imparare
democrazia, Torino. A partire da queste premesse, si può concordare con quanto
osservato da SALAZAR, I destini incrociati della libertà di espressione, ossia
che non esistono democrazie indifese, cioè impossibilitate a difendersi se
vogliono rimanere fedeli a se stesse, dovendo semmai distinguersi tra
Costituzioni dotate di un sistema di protezione meno appariscente e quelle che,
invece, ne esibiscono uno maggiormente strutturato». di una censura
autoritaria, ma quale veicolo, tramite i precetti, di richiamo simbolico a
valori della convivenza liberale, nella convinzio- ne che lo strumento
giuridico debba essere pensato non soltanto come un mezzo di giustizia, ma
possa anche assumere le vesti di un luogo di scoperta del giusto. È l’idea che
l’istituzione del diritto nella sua essenza sia precisamente il mezzo che la
nostra ragione ha indi- cato non solo per garantire il dovuto da ciascuno a
tutti, ma anche per scoprire attraverso il confronto e non più lo scontro delle
diverse concezioni del bene sempre nuovi aspetti di questo dovuto. DE MONTICELLI, La questione
morale. Grice: “Falzea interprets, correctly, Roman law as imperativistic or
better, volitive – volontarismo giuridico – My reflections on “Aspects of
Reasons” point to the same direction. Indeed my focus is on the conversational
IMPERATIVE!”. Nome compiuto: Angelo Falzea. Falzea. Keywords: QVOD PRINCIPII
PLACVIT LEGIS HABET RIGOREM, interesse, valore, disvalore, assiologia,
accertare, apparire, efficacia, interesse, does moral philosophy rest on a
mistake, duty cashes on interest, on desire. ‘sentimento condiviso’ -- H. L. A. Hart. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Falzea” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Fannio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Fanc. Fannio conosce
Panezio di Rodi per mezzo di C.Lelio, e ne segue l’insegnamento. C. Fannio
combattè contro Cartagine, e tribuno della plebe e si distingue contro
Viriato.C. Fannio e pretore e console. C. Fannio oppose alla proposta di C.
Gracco di concedere la piena cittadinanza romana ai meri latini e i diritti di
questi ai meri italici, con una orazione famosa, di cui però, gli e contestata
la paternità. C. Fannio scrive un saggio storico spesso ricordata da
Cicerone ("Annales"), che forse comincia con le origini di Roma -- e
orazioni. Gaio
Fannio Gaius Fannius. Gaius Fannius is a Roman republican philosopher and
politician who was elected consul and was one of the principal opponents of
Gaius Gracchus. Fannio is a member of the Scipionic Circle. Gaius Fannius
was the son of Marcus Fannius (whose brother was probably Gaius Fannius Strabo,
the consul). On the assumption that this Gaius Fannius is not the historian who
fought in the Punic War, he was a member of Quintus Caecilius Metellus
Macedonicus’s staff in Macedonia, who sent him as part of an embassy to the
Achaean League to convince them not to enter the war against Rome. After the
embassy was insulted and their warnings disregarded, Fannius left and went to
Athens. Fannius next appears, serving with distinction as a military tribune in
Hispania Ulterior under Quintus Fabius Maximus Servilianus in his war against
Viriathus. Fannius was elected as Plebeian Tribune. Then he was elected to the
office of Praetor, during which time he was mentioned in a decree responding to
the request for Roman assistance by John Hyrcanus, the ruler of the Hasmonean
Kingdom. With the support of the Tribune of the Plebs Gaius Gracchus, Fannius
was elected consul, serving alongside Gnaeus Domitius Ahenobarbus. However,
once he was in office, he turned against Gracchus, opposing his reforming
measures and supporting the traditional senatorial group who were against any
reforms which impacted upon their wealth and status. During his consulship he
obeyed the Senate's directive and issued a proclamation commanding all of the
Italian allies to leave Rome. He also spoke against Gracchus's proposal to
extend the franchise to the Latins. Fannius's speech was regarded as an
oratorical masterpiece in Cicero's time, and was widely read. Gaius Fannius
married Laelia, the daughter of Gaius Laelius Sapiens. On the advice of his
father-in-law, Fannius attended the lectures of the Stoic philosopher,
Panaetius, at Rhodes. There has been a long-standing debate over whether this
Gaius Fannius was the historian who served under Scipio Aemilianus during the
Third Punic War, and together with Tiberius Gracchus were the first to mount
the walls of Carthage on the capture of the city. Cicero, from whose letters
much of this is derived, was incorrect in identifying Fannius the consul as the
son of Gaius. Inscriptions clearly reveal that his father was Marcus Fannius.
It is now generally accepted that Cicero, although mistaken about some of the
details, was probably not mistaken when he distinguished between Gaius Fannius,
the Consul and Gaius Fannius, the historian who served under Scipio Aemilianus.
See Cornell, T. J. The Fragments of the Roman Historians, for a detailed
analysis of the evidence. References Cornell, Broughton, Broughton
Broughton Cornell, Broughton Smith Broughton Smith Cornell Smith Smith Sources
Broughton, T. Robert S., The Magistrates of the Roman Republic, Broughton, T.
Robert S., The Magistrates of the Roman Republic, Cornell, The Fragments of the
Roman Historians, Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology,
Smith, William, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, Political
offices Preceded by Q. Caecilius Metellus Balearicus T. Quinctius Flamininus
Roman consul With: Gnaeus Domitius Ahenobarbus Succeeded by Lucius Opimius Q.
Fabius Maximus Allobrogicus FASTISNIVIAF NationalGermanyUnited States People Deutsche
Biographie Categories: Roman augurs Roman
consuls Fannii. Nome compiuto: Gaio Fannio. Fannio. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Fannio,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Fano: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della glossogonia – imago
acustica e immagine sensibile – scuola di Trieste – filosofia trestina –
filosofia friulese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Trieste). Filosofo italiano. Trieste, Friuli-Venezia Giulia. Grice:
“I like Fano; for one, he took very seriously Plato’s Cratilo – “origine e
natura del linguaggio,’ he has also explored a rather extravagant trend for
Italian philosophers, when philosophy is reduced to ‘analisi del linguaggio’!” Neo-idealista, appartene a quel gruppo di artisti,
letterati, e scrittori che hanno reso famosa Trieste. Legge in modo originale
l'opera di Croce e Gentile. Sottolinea l'importanza delle scienze naturali e
della matematica, che nel suo sistema non sono governate dagli pseudo-concetti.
Da molta importanza agli aspetti più semplici e ferini dello spirito seguendo
le riflessioni di Vico. Suo padre Guglielmo era un medico affermato, sua
madre Amalia Sanguinetti. Il padre fu uno dei pochi ebrei di allora che passano
al cattolicesimo per sincera fede. Ma tale conversione e accompagnata da manie
religiose e disordini mentali precoci. Fin dall'adolescenza F. ha un
impulso di rivolta contro gli adulti, il loro conformismo, il loro spirito
oppressivo. Nel romanzo Quasi una fantasia di Ettore Cantoni si parla di due
ragazzi, in cui è facile riconoscere l'autore Ettore e Fano, che viaggiano e
arrivano addirittura in Africa, appunto per sfuggire all'atmosfera pesante
instaurata dagli adulti. Fu un ragazzo ribelle, non volle accettare la
disciplina della scuola. Un episodio contraddistingue il suo carattere, quando
getta nella stufa il registro di classe. Frequenta la scuole austriaca con
scarso profitto. Afferma che una parte delle sue difficoltà era dovuta al fatto
di avere poca memoria (non quella concettuale, in cui eccelleva, ma quella
specifica, dettagliata, necessaria ad es. nello studio della storia e della
geografia). Così abbandona gli studi assai prima di aver conseguito la
maturità. Ritiratosi da scuola, i suoi congiunti gli procurarono un posto
di impiegato. Ma abbandonò l’impiego e affitta, assieme ad alcuni coetanei, una
cameretta sul colle di Scorcola, dove si dedica non solo a discussioni senza
fine con gli amici, ma passò ore e ore a studiare filosofia. Più tardi a Vienna
poté sentire le lezioni universitarie di alcuni luminari del tempo. Fu la
lettura dei classici tedeschi, da Leibnitz a Schopenhauer, da Kant a Fichte e
Hegel, a dare al suo pensiero un indirizzo al quale sarebbe rimasto fedele per
tutta la vita, a fargli trovare le armi per la sua personale battaglia contro
il dogmatismo, il fideismo, il clericalismo del proprio ambiente
familiare. Certo alla formazione di F. ha contribuito anche l'ambiente
eccezionale della Trieste di allora. Fu suo amico Poli, il cui pseudonimo,
Saba, fu inventato proprio da lui. Si ispira certamente alla figura di F.
anche il sesto de I prigioni di Saba: «L’Appassionato/Natura, perché ardo, m’ha
di rosso/pelo le guance rivestite e il mento./ Non è una brezza lo spirito: è
un vento /impetuoso, onde anche il F. è scosso. /…../ Ero Mosè che ti trasse
d’Egitto, / ed ho sofferto per te sulla croce. / Mi chiamano in Arabia Maometto». Saba
e F. comprano in società la libreria antiquaria Mayländer, la futura
"Libreria antica e moderna", ma non andano d’accordo, perché Fano non
era persona da accollarsi diligentemente troppi compiti "noiosi".
Così i due decisero di separarsi e, poiché entrambi volevano rimanere
proprietari, Fano propose di giocare questo diritto a testa o croce e vinse. Ma
Saba, che era amante e cultore di libri antichi, non accettò il verdetto della
sorte e convinse l’amico a cedergli ugualmente la libreria. Un'altra
persona dell'ambiente triestino con cui Fano ebbe grande amicizia è stato Giotti.
E un incontro come di un artista toscano con un profeta ebreo. Io ne ebbi un
grande giovamento. Egli leggeva a quel tempo Zola, Maupassant e Flaubert che io
non conosco. Per il suo carattere indolente, in molte cose esteriori della vita
fece ciò che gli consigliavo io. Se ne venne via da Trieste, poi fece venire la
famiglia a Firenze e cose simili. Ma l'amicizia fra i due subì un tremendo
contraccolpo a causa delle drammatiche vicende in cui fu coinvolta Maria, sorella
di Virgilio, che F. sposa. Ebbero un figlio minorato mentale, Piero, che fu
ucciso dalla madre, la quale si tolse a sua volta la vita. È una tragedia che
scosse profondamente tutto Trieste. Sposa Anna Curiel, da cui ha un figlio di
nome Guido. Durante il periodo della grande guerrafu irredentista, come
molti dei suoi amici, Benco, Saba, Giotti, Schiffrer e altri. In seguito il suo
atteggiamento e molto simile a quello di Croce, e per analoghi motivi
ideologici. Gli ideali egalitari non facevano presa su di lui e gli sembrava
utopistico, e comunque non desiderabile, l’instaurare una società comunista.
Anzi si oppose con decisione al socialismo massimalista e turbolento di allora,
tanto da dimostrare, per un breve periodo, una certa comprensione per la
reazione fascista. Ma, già prima di Croce, divenne un antifascista, che non
perdeva alcuna occasione per manifestare apertamente le sue opinioni. Si
laurea in filosofia a Padova con “Dell’universo ovvero di me stesso: saggio di
una filosofia solipsistica” pubblicata sulla Rivista d’Italia. Probabilmente
non frequenta le lezioni universitarie a Padova, anche perché era già sposato e
dove pensare a mantenere la sua famiglia. Semmai la sua formazione si compì,
oltre che a Vienna, a Firenze, dove aveva trascorso qualche anno prima della
guerra e dove aveva frequentato l’ambiente de La Voce. Professore di filosofia
presso vari licei di Trieste, F. aspira tuttavia all’insegnamento
universitario, a cui giunse dopo molte traversie causate da intralci posti
dalle autorità. Il motivo di queste difficoltà si deve alla fama di
antifascista che egli si procurò quando, commemorando il cugino Elia, volontario nella grande guerra e morto
sul Podgora, tenne un discorso in cui traspariva, in maniera non molto velata,
la convinzione che il sacrificio di tante vite per la libertà veniva rinnegato
dal regime politico allora dominante. Questa sua presa di posizione gli costò
alcuni giorni di carcere nella fortezza di Capodistria e la fama di
antifascista si ripercosse sulla sua carriera universitaria. Attorno a quegli
anni a Trieste si andavano diffondendo le idee della psicoanalisi di Weiss, discepolo
di Freud. A F. non piaceva questa teoria, affermando che si basava su supposte
attività del pensiero immaginarie e non verificabili. Il concetto di inconscio
non posse venir accettato da chi come lui basava tutto sull' ‘auto-coscienza’.
Studioso di Croce, che conosce, pubblicò vari articoli sulla filosofia
crociana. Il saggio “La negazione della filosofia nell’idealismo” gli procurò
l’attenzione di Radice, che gli offrì un posto di assistente a Roma. Da notare
che nel suo primo saggio viene esposto organicamente il suo pensiero, Il
sistema dialettico dello spirito. Dopo l'invasione tedesca trova rifugio a
Rocca di Mezzo, in Abruzzo. La tranquilla sicurezza, la noncuranza dei pericoli
non gli vennero mai meno, né per il rischio di venir scoperti dai tedeschi (lui
e la moglie avevano falsificato le carte d’identità), né per i bombardamenti
alleati. I tedeschi lo usarono spesso come interprete e poiché la sua casa
stava proprio sulla strada maestra, spesso la cucina era piena di soldati che
avevano bisogno di qualcosa. Lì, in quella cucina mal riscaldata, incurante dei
rischi immediati, lavora forse più di quanto non avesse mai fatto in precedenza
e portò a termine l'opera: La filosofia del Croce. Saggi di critica e primi
lineamenti di un sistema dialettico dello spirito. Finita la guerra ritrovò il
suo posto a Roma. Nel saggio sul Croce aveva rivendicato l'importanza delle
scienze empiriche, che nella filosofia crociana non avevano dignità
conoscitiva. In Teosofia orientale e filosofia greca troviamo una descrizione dello sviluppo
storico del pensiero umano, in cui tra l'altro viene rivendicata l'importanza
della matematica, mentre Croce sostene che la matematica è uno pseudo-concetto.
Inoltre cura la traduzione integrale dei Prolegomena ad ogni futura metafisica
di Kant. Infine le sue ricerche lo portarono ad esaminare il problema
dell'origine della lingua, su cui espresse il suo pensiero nel Saggio sulle
origini del linguaggio, poi riedito accresciuto a cura di F.. Altre
opere: “Il sistema dialettico dello spirito” *Roma, Servizi editoriali del
GUF/); “La filosofia del Croce. Saggi di critica e primi lineamenti di un
sistema dialettico dello spirito” (Milano, Istituto editoriale italiano); “Teosofia
orientale e filosofia greca. Preliminari ad ogni storiografia filosofica”
(Firenze, La nuova Italia); “Saggio sulle origini del linguaggio. Con una
storia critica delle dottrine glottogoniche” (Torino, Einaudi); “Origini e
natura del linguaggio” (Torino, Einaudi); “Neo-positivismo, analisi del
linguaggio e cibernetica” (Torino, Einaudi);
“Prolegomeni ad ogni futura metafisica” (Firenze, G. C. Sansoni). Ettore
Cantoni, Quasi una fantasia: romanzo, Milano, Treves, Cantóni, Ettore, su
treccani. Voghera su Il Piccolo. Viene venduta a F. e Poli, Saba, che ne
diventa proprietario unico. Dice che una teoria può essere accettata solo se si
prospettano anche delle ipotesi — che poi appariranno assurde e non si
verificheranno concretamente — nelle quali essa dovrebbe venir respinta. La
psicanalisi, invece, si mette accuratamente al coperto da ogni prova contraria.
L'estetica nel sistema di Croce, L'Anima, da filosofia di Croce, Giornale
critico della filosofia italiana, Un episodio illustra bene sia l’importanza
che egli annetteva al suo lavoro, sia il suo coraggio. Una mattina, scendendo
in cucina, che e diventata il suo studio, la trova invasa da soldati tedeschi
che cercano acqua ed altro. Con l’abituale tono tranquillo, dimenticando con
chi aveva a che fare, lui l’ebreo, col suo viso di profeta, addita ai soldati
della Wehrmacht la porta. Prego, dice in tedesco se lor signori avessero la
compiacenza di andare da un’altra parte. Io ho da lavorare. Senza fiatare, i
soldati infilano la porta ed egli si rimise tranquillamente al suo tavolo di
lavoro per battagliare con Croce, dimentico che la più superficiale inchiesta e
sufficiente a convogliarlo assieme alla sua famiglia verso i campi di sterminio.
L'ottimismo di Fano e il pessimismo di Voghera. Brani da lettere e testi,
Milano, Mimesis, Silvano Lantier, La filosofia del linguaggio (Trieste, Riva);
Silvano Lantier, “Vico e Fano: motivi di un'affinità ideale, Udine, Del
Bianco); Dizionario biografico degli italiani, Roma. The ‘signifier’, drawn from
Saussurean linguistics, was arguably the central concept in Jacques Lacan’s
engagement with psychoanalysis. As indicated in its programmatic texts, the
effort to develop a ‘logic of the signifier’ that would account for the relations
between subject, science, and ideology, was one of the guiding concerns of the
Cahiers pour l’Analyse. See also: Linguistics, Logic, Meaning, Speech,
Structure, Subject, Unconscious Three conceptual distinctions lay at the heart
of Ferdinand de Saussure’s innovative structural linguistics, the science that
was foundational for twentieth-century French structuralism. The first was the
distinction between langue [language] and parole [speech]. For Saussure, the
former was to be considered in synchronic terms and as the primary terrain of
linguistic analysis; in this it was opposed to the diachronic reality of the
latter, which put language to use in time in spoken form. In his synchronic
analysis of language, Saussure insisted on another distinction, that between
the sign and the referent. For example, the sign ‘cat’ may in multiple
instances refer to an actual cat which would be its real world referent, i.e.,
this cat. Most crucial, however, was the third distinction, that within the
sign between the ‘signified’ and the ‘signifier’. The former was the conceptual
content of the sign, in this case the idea of a cat, as a four-legged mammal,
often domesticated, distinct from ‘dogs’ and other domestic pets. Opposed to
this mental concept or ideational content, was the signifier ‘cat’ – as an
‘acoustic image’ or phoneme, a sequence of letters, i.e., the word itself apart
from its meaning or content. For Saussure, meaning was produced through a
sequence of differential relations in which signifiers were correlated to
signified contents; in all instances, it was the difference between signifiers
that allowed them to function as linked to specific signifieds or contents. In
this regard, the production of the signified was the locus of Saussure’s
linguistic concerns. Jacques Lacan’s meeting of Roman Jakobson (a
follower of Saussure’s, via their mutual friend Claude Lévi-Strauss) in 1950
was arguably the central event in Lacan’s own intellectual itinerary. His
introduction to structural linguistics moved him away from the Hegelianism of
his youth, and paved the way for his later concern with mathematics,
formalisation, and systems theory analysis. Inspired by Saussure, Lacan
nonetheless departed from him on several significant points. First, the
sign/referent distinction was of minimal concern for Lacan. Second, where
Saussure tended to denigrate parole in favour of a thoroughly synchronic
approach to language, Lacan, as a psychoanalyst, was eminently concerned with
speech, itself the medium of psychoanalytic practice and the crucial mechanism
for the emergence of the subject of the unconscious. Finally, and most
importantly, Lacan reversed the priority of the signified/signifier
relationship found in Saussure’s example. For Lacan, meaning was the result of
the play of signifiers apart from any synchronic correlation to fixed signified
contents. Lacan introduced his new structural interrogation of Freud in his
famous ‘Rome Discourse’, reprinted in the Écrits as ‘The Function and Field of
Speech and Language in Psychoanalysis’. The increasing pertinence granted to
the signifier would be evident in the later texts of this volume, culminating
in ‘The Subversion of the Subject and the Dialectic of Desire in the Freudian
Unconscious’, wherein Lacan claims that ‘[s]tarting with Freud, the unconscious
becomes a chain of signifiers that repeats and insists somewhere (on another
stage or in a different scene, as he wrote), interfering in the cuts offered it
by actual discourse and the cogitation it informs’. For Lacan, the
primacy of signifier was what accounted for the uniqueness of the human and
distinguished its relationship to language from any notion of mere
communication or the simple transfer of meaning. In his third seminar, on the
psychoses, Lacan provides an illuminating example of this phenomenon that
deserves to be quoted at length: I’m at sea, the captain of a small ship.
I see things moving about in the night, in a way that gives me cause to think
that there may be a sign there. How shall I react? If I’m not yet a human
being, I shall react with all sorts of displays, as they say – modelled, motor,
and emotional I satisfy the descriptions of the psychologists, I understand
something, in fact I do everything I’m telling you that you must know how not
to do. If on the other hand I am a human being, I write in my log book – At
such and such a time, at such and such a degree of latitude and longitude, we
noticed this and that. This is what is fundamental. I shelter my
responsibility. What distinguishes the signifier is here. I make a note of the
sign as such. It’s the acknowledgment of receipt [l’accusé de réception] that
is essential to communication insofar as it is not significant, but signifying.
If you don’t articulate this distinction clearly, you will keep falling back
upon meanings that can only mask from you the original mainspring of the
signifier insofar as it carries out its true function. Indeed, it isn’t as all
or nothing that something is a signifier, it’s to the extent that something
constituting a whole, the sign, exists and signifies precisely nothing. This is
where the order of the signifier, insofar as it differs from the order of meaning,
begins. If psychoanalysis teaches us anything, if psychoanalysis
constitutes a novelty, it’s precisely that the human being’s development is in
no way directly deducible from the construction of, from the interferences
between, from the composition of, meanings, that is, instincts. The human
world, the world that we know and live in, in the midst of which we orientate
ourselves, and without which we are absolutely unable to orientate ourselves,
doesn’t only imply the existence of meanings, but the order of the signifier as
well.1 Lacan will ultimately link the ‘signifier, as such, signifying
nothing’ to the Oedipus complex, and argue that the entry to the symbolic order
of language is a result of a submission to the ‘law’ of the phallic signifier,
grounded in the ‘Name-of-the-father’. More broadly, the signifier, distinct
from meaning, lacking fixed signified or referent, will for Lacan come to be
the concept for sexual difference as such – the integral incompleteness or
indeed lack that constitutes the subject. In the Cahiers pour l’Analyse
Much as in Lacan’s teaching, the signifier is a ubiquitous concept in the
Cahiers pour l’Analyse. In the inaugural article, ‘La Science et la vérité’,
Lacan develops his theses concerning lack and ‘truth as cause’ in scientific
discourse. After making a distinction between the formal and material cause
along Aristotelian lines, Lacan specifies that psychoanalyse is concerned with
the latter and its relation to the former: This material cause is truly
the form of impact of the signifier that I define therein. The signifier
is defined by psychoanalysis as acting first of all as if it were separate from
its signification. Here we see the literal character trait that specifies the
copulatory signifier, the phallus, when – arising outside of the limits of the
subject’s biological maturation – it is effectively (im)printed; it is unable,
however, to be the sign representing sex, the partner’s sex – that is the
partner’s biological sign; recall, in this connection, my formulations
differentiating the signifier from the sign. Conveyed by a signifier in
its relation to another signifier, the subject must be as rigorously
distinguished from the biological individual as from any psychological
evolution subsumable under the subject of understanding. The primacy of the
signifier in Lacan’s teaching, and his attempt to provide a ‘rigorous’ account
of it, are the inspiration behind Jacques-Alain’s Miller’s attempt in ‘La
Suture’ to provide, as the subtitle suggests, the ‘elements for a logic of the
signifier’. Note, however, that in ‘La Science et la vérité’ Lacan is already
gesturing toward tying the signifier back to the body, without however reducing
it to anything that could be confused with biology. Miller’s contribution to
the Cahiers will emphasize the formal elements of Lacan’s account, whereas
others, chiefly André Green and Serge Leclaire will work to bring the body back
in to analysis in response to Miller’s ultra-formalism. Miller presents
the ‘concept of logic of the signifier’ in clear terms at the outset of ‘La
Suture’: What I am aiming to restore, piecing together indications
dispersed through the work of Lacan, is to be designated the logic of the
signifier - it is a general logic in that its functioning is formal in relation
to all fields of knowledge including that of psychoanalysiswhich, in acquiring
a specificity there, it governs; it is a minimal logic in that within it are
given those pieces only which are necessary to assure it a progression reduced
to a linear movement, uniformly generated at each point of its necessary
sequence. That this logic should be called the logic of the signifier avoids
the partiality of the conception which would limit its validity to the field in
which it was first produced as a category; to correct its linguistic declension
is to prepare the way for its importation into other discourses, an importation
which we will not fail to carry out once we have grasped its essentials here. The
analysis that follows is a reading of Frege’s Grundlagen der Arithmetik, based
around a demonstration that Frege’s attempt to give a logical construction of
the series of whole natural numbers is predicated on this prior logic of the
signifier. Frege’s concept of zero involves a simultaneous ‘summoning’ and
‘annulment’ of the non-identical that Miller claims can be related to Lacan’s
account of primary repression and metonymic displacement in the ‘signifying
chain’. For Miller, Frege does not recognize that the truth of his own
discourse is predicated on a suturing over of an inaugural non-identity. He misrecognises
‘the paradox of the signifier’, that ‘the trait of the identical represents the
non-identical’. In the concluding section of this article, Miller
ties the logic of the signifier to the subject (CpA). In effect, Miller follows
Lacan in defining the subject as ‘the possibility for one signifier
more’: In order to ensure that this recourse to the subject as the
founder of iteration is not a recourse to psychology, we simply substitute for
thematisation the representation of the subject (as signifier) which excludes
consciousness because it is not effected for someone, but, in the chain, in the
field of truth, for the signifier which precedes it. The key point is
that the signifying chain, in which the subject ‘flicker[s] in eclipses’, is marked
by a constitutive lack that is sutured over. It is this lack, in its
determinant capacity, that accounts for the persistence of the subject in his
own discourse. The signifier is a crucial concept in the first segment of
Serge Leclaire’s seminar ‘Compter avec la psychanalyse’ that concludes Volume 1
(CpA 1.5). According to Leclaire, the analyst does not obey a logic of meaning
[logique du sens], but in listening for the unconscious must rather follow the
formal paths opened up by the signifier. In a discussion of
clinical approaches to fantasy, Leclaire says that ‘two references are
essential for the determination of the structure of the fantasy’. On the one
hand, fantasies are tied to an emotion that is corporeally localized. He gives
examples: anal excitation, oral or dental excitations, or ‘sensations of
threshold or passage [émoi de seuil, de passage]’. On the other hand, they are
attached to signifiers; and more particularly to ‘signifiers as such’, that is,
signifiers detached from their relation to the signified. This is how one
should understand Freud’s suggestion that fantasies are ‘made up from things
that are heard, and made use of subsequently’. Leclaire gives examples of how
certain signifiers used by the mother (proper names and pet names) can become
detached from their common significance for the child and become sites for
unconscious signifying chains. Later, Leclaire turns to the notion of the
‘unconscious concept’, emphasizing its role in the constitution of signifiers
which mark the body. Indeed, the chain created by the unconscious concept, the
concept of the ‘small piece’ detached from the body, as Freud says, ‘in order
to gain the favour of some other person whom he loves’ is the libidinal
condition for the emergence of the signifier. Leclaire goes on to elaborate
that ‘this wandering piece that can be separated, by figuring the place of
separation, transgresses, in the literal sense of the term, the surface’s
function of limit. And as a limit itself, it marks difference, thus transcending
the effaceable trace of the sensible: the pain of the wound becomes an
ineradicable mark’. This initial transgression, he says, is rediscovered in
orgasm and in sadistic jouissance. It is, says Leclaire, ‘the void or hole
around which fantasy turns’. In his ‘Réponse à des étudiants en
philosophie sur l’objet de la psychanalyse’ which opens Volume 3, Lacan insists
that, while posing a challenge to dialectical materialism, his theory of
language is nonetheless materialist; the signifier, he claims, is ‘matter
transcending itself in language’. This is in fact a crucial moment for the
legacy of the Cahiers, e.g. in the work of Badiou and Slavoj Žižek, in that the
symbolic nature of the signifier, as it well as its transcendentalizing
character, remains grounded in a materialism irreducible to an account of raw
inchoate matter. In a section titled ‘The Suture of the Signifier, its
Representation and the Object (a)’ from his contribution to this volume, André
Green further develops some of Leclaire’s criticisms of Miller and also seeks
to link the logic of the signifier to a more robust account of affect and the
body. The signifier plays a key role in Irigaray’s contribution to Volume 3 as
well. Developing Miller’s arguments from ‘La Suture’, and supplementing them
with a more extensive engagement with linguistics, Irigaray focuses on the
family romance of the Oedipus complex and the emergence of subjectivity out of
this scene. Irigaray maps out and explains the linguistic and intersubjective
features of the transformation produced by the entrance of a third term into
the original dyad of child and Other. In his or her very first relationship
with the first Other, the child starts out as a fluid entity, ‘not yet
structured as “I” by the signifier’. ‘At the introduction of the third party
into the primitive relation between the child and the mother, “I” and “you” are
established as disjunction, separation’. The mere presence of a third term,
however, is insufficient for a radical break with the imaginary dyad, since the
third initially appears in the form of a rival. ‘This opposition of “I” and
“you”, of “you” and “I” remains “one” [on], without potential for inversion or
permutation - the father being only another “you” - if the mother and the
father do not communicate with each other’. Later, Irigaray develops some
of Lacan’s theses concerning the crucial role of the phallic signifier. The
‘fundamental fantasy’ of the hysteric is that they ‘did not get enough love’.
With regard to his or her mother’s desire, he or she experiences themselves as
marked by the sign of incompleteness and rejection, ‘unable to sustain the
comparison with the phallic signifier’. For the male hysteric, ‘the
confrontation with the mirror is like the test of his insignificance’.
The obsessional neurotic, on the other hand, suffers from an early excess of
love. ‘His mother found him too appropriate a signifier for her desire’. The
phallic reference is attributed to some absent hero, an all-powerful figure,
whose death (as with the death of the father of the primal horde in Freud’s
Totem and Taboo) would only in any case guarantee the subject’s ongoing
acquiescence. The neurotic’s problem comes down to the adequacy of his
signified to his signifier; he remains ‘riveted to what he has been’, unable to
become. He is trapped in an empty ‘metonymy’, unable to metaphorise, and thus
enter a ‘true temporal succession’. As the title suggests, the
‘signifier’ is the central concept of Jean-Claude Milner’s reading of Plato’s
Sophist in Volume 3, ‘Le Point du signifiant’. For Milner, deeply inspired in
this instance by Miller’s ‘La Suture’ the key movement in Plato’s text is the
vacillation of non-being as alternately function and term in the chain of
Plato’s discourse, a movement which evokes the summoning and annulment of the
subject that Miller found in Frege’s discourse. The signifying chain is the
‘sole space suited to support the play of vacillation’. Wherever an element in
a linear sequence is replaced by an element which, as element, transgresses
this linearity (as in the mechanism of structural causality identified by
Miller in ‘Action de la structure’, CpA), a ‘vacillation’ is produced within
the chain. Milner gives the examples of (1) the founding exception of a chain,
and (2) any marking of the place of an erasure. The institution of a linear
sequence is governed by a vacillation that testifies to a ‘double formal
dependence’, and which ‘retroactively defines the signifier as a chain’ (CpA).
Plato’s chain of genera thus points towards the possibility of an ‘order of the
signifier in which being and non-being would regain those traits whose very
coupling guarantees truth and authorizes discourse’. Milner speculates
that the notions of being and non-being might borrow their traits from the
order of the signifier itself in its basic constitution. In a passage cited by
Leclaire, Milner mentions three aspects of vacillation. First, there is ‘the
vacillation of the element’, which is ‘the effect of a singular property of the
signifier’, and develops in a space ‘where the only laws are production and
repetition: being and non-being recover this relation through their inverse
symmetry, dividing themselves between term and expansion, between mark and
abyss’ (CpA). There is also a ‘vacillation of the cause’ insofar as both being
and non-being cannot posit themselves as cause except by revealing themselves
to be the effect of the other. Finally, there is the movement of vacillation
whereby the term that initially ‘transgresses the sequence’ calls up a
transgression that annuls the whole chain. Milner claims that grounding
Platonic ontology on the logic of the signifier also makes possible a new
understanding of the opposition between being and subjectivity. On the one
hand, there is being as the order of the signifier, the ‘radical register of
all computations’, totality of all chains, and on the other hand, the ‘one’ of
the signifier, the unity of computation, the element of the chain, non-being,
as the signifier of the subject (CpA). This latter reappears as such every time
that discourse deploys its power to ‘annul’ signifying chains. In the
next segment of his seminar, Leclaire focuses on the concept of drive
[pulsion]. He asks: is the object of the drive a signifier or the objet petit a
in Lacan’s sense? Leclaire explains that these two are indissociable: insofar
as it is the terminus of sought-for satisfaction, it is the objet petit a, but
insofar as it is connected with a differentiation in the body, it is a
signifier. The difference between the objet petit a and the obtained corporeal
satisfaction is ‘lived’ as an ‘antinomy of pleasure’, and through ‘the
representation of the splitting of the subject’ [la schize du sujet].
Derrida’s contribution to Volume 4, on the ‘writing lesson’ in Claude
Lévi-Strauss’s Tristes Tropiques, presents his general case for a concept of
‘arche-writing’ that is in many respects distinct from the logic of the
signifier (CpA). For Derrida, the metaphysical tradition and classical
linguisticshave always presented writing as secondary to and dependent upon
speech, which they understood as the absolute immediacy of meaning, of the
signified to the signifier. Nevertheless, the rigorous development of
linguistics by Saussure and his followers demonstrated that spoken language was
structured not by a referential relationship to a signified but rather by the
homology of the differences between signifiers and the differences between
signifieds. In this situation, despite Saussure’s continued and classical
disdain for writing, the traditional understanding of writing provided a better
model for structural linguistics, because it also forewent the immediate
presence of a signified to its signifier. The general structure of language
then could be named ‘arche-writing.’ From this perspective, ‘the passage from
arche-writing to writing as it is commonly understoodis not a passage from
speech to writing, it operates within writing in general’ (CpA). In the
first section of his reading of Freud’s ‘Wolf Man’ case in Volume 5, ‘On the
Signifier’, Leclaire distinguishes the psychoanalytic signifier from the
linguistic signifier, which he describes a ‘psychic entity with two faces:’ a
combination of two elements - signifier (Saussure’s ‘acoustic image’) and
signified - that together constitute the sign; as such, it refers to the
signified object it denotes. According to this definition, ‘the signifier is
the phonic manifestation of the linguistic sign’ (CpA). As used by Jacques
Lacan, however, the signifier cannot be considered as an element derived from
the problematic of the sign, but rather as a fundamental element constituting
the nature and truth of the unconscious (CpA). While Peirce famously defined
the signifier as what ‘represents something for someone,’ Lacan declares that
the psychoanalytic signifier ‘represents a subject for another signifier.’
Their functions of representation thus differ radically. To elucidate
this function, Leclaire cites two important essays from previous issues of the
Cahiers, Jacques-Alain Miller’s ‘La Suture’ (CpA) and Jean-Claude Milner’s ‘Le
Point du signifiant’. For Miller, the central paradox of the Lacanian signifier
is that ‘the trait of the identical represents the non-identical, from which
can be deduced the impossibility of its redoubling, and from that impossibility
the structure of repetition as the process of differentiation of the
identical’. Milner adds that ‘The signifying order develops itself as a chain,
and every chain bears the specific marks of its formality’: the vacillation of
the element, the vacillation of the cause, and ultimately the vacillation of
transgression itself, ‘where the term that transgresses the sequence, situating
as a term the founding authority of all terms, calls the one to be repeated as
term transgression itself, an agent [instance] which annuls every chain’ (CpA).
Leclaire embraces these formulations, but points out that they do not explain
how the psychoanalyst can distinguish a given signifier. While any element of
discourse may be a signifier, the psychoanalyst must be able to differentiate between
signifiers, to privilege some over others. He warns against ‘the error of
making the signifier no more than a letter open to all meanings,’ and argues
that ‘a signifier can be named as such only to the extent that the letter that
constitutes one of its slopes necessarily refers back to a movement of the
body. It is this elective anchoring of a letter (gramma) in a movement of the
body that constitutes the unconscious element, the signifier properly speaking’
(CpA). Its development of a kind of prototype of the sought-after ‘logic
of the signifier’ accounts for the inclusion of Dumézil’s ‘Les Transformations
du troisième du triple’. DUMEZIL argues that the multiple references in ROMAN legend
to figures named ‘ORAZIO’ (for instance, the story of ORAZIO Cocles in LIVIO)
‘have a signifying trait in common’ [un trait significatif]. All the narratives
concern single combatants performing feats of extraordinary military prowess.
The recurrence of these narratives, suggests Dumézil, indicate the remnants of a
ritual function. This emphasis on a recurrent function resonates with Milner’s
insistence to Leclaire on the homogeneity of places, as opposed to the
heterogeneity of terms, in the ‘Compter avec la psychanalyse’ segment in Volume
3 (CpA). In his analysis of Freud’s ‘A Child is Being Beaten’, also in
Volume 7, Jacques Nassif arrives at an account of ‘the place assigned to the
subject in the signifying order’ (CpA). He suggests that the model can also
help to explain the process of the overdetermination of symptoms, which can be
thought as a ‘co-presence in the same archaeological disposition’ of superseded
phases (CpA). Fantasy thus becomes the privileged site where the unconscious,
structured like a language, ‘communicates with the signifying order that is
language properly speaking’ (CpA). In their questions to Foucault which
open Volume 9, the Cercle d’Épistémologie enquires into Foucault’s method for
reading texts, navigating his conception of language and the signifier. ‘What
use of the letter does archaeology suppose? This is to say: what operations
does it practice on a statement in order to decipher, through what it says, its
conditions of possibility, and to guarantee that one attains the non-thought
which, beyond it, in it, incites it and systematises it? Does leading a
discourse back to its unthought make it pointless to give it internal
structures, and to reconstitute its autonomous functioning?’ (CpA). In
his ‘Remarques pour une théorie générale des idéologies’ in Volume 9, Thomas
Herbert [Michel Pêcheux] develops an Althusserian account of ideology in which
the logic of the signifier plays a key role. Herbert establishes how operations
which take place within the ‘ideology of the empirical form’ are ‘fascinated by
the problem of the reality to which the signifier must adjust’ (CpA). In
establishing these semantic adjustments, the process itself is never forgotten
or hidden. Indeed, it is the very process of adjustment itself that is the
motor of ideological operations, and ruptures, at this level. By contrast, with
ideologies of the speculative form, the operation takes place at the level of
syntax, that is, in the relation of signifier to signifier, not in the
‘adjustment’ of signifier to signified. In Herbert’s reading, the ‘social
effect’ is well described by Lacan’s description of the mechanism in the
signifying chain which produces the subject effect in language: ‘the signifier
represents the subject for another signifier.’ What is essential to this
Lacanian formulation is that the sequence is one that covers its own traces;
unlike the adjustment between signifier and signified that occurs out in the
open in type ‘A’ ideologies (empirical form), in type ‘B’ (speculative form)
the subjectification that occurs is constitutively forgotten. The ‘subject
effect’ covers over the rupture that was its own condition. The ideas of Nicos
Poulantzas serve Herbert in the following formulation: ‘let us say briefly that
the putting into place of subjects [i.e., the syntactic chain] refers to the
economic instance of the relations of production, and the forgetting of this
putting into place to the political instance’ (CpA). In other words, what goes
by the name of ‘politics’ in this social formation, i.e., the ‘State’, is the
sign of the forgetting of the social ordering itself, which is anterior to
‘politics’. In their preamble to the dossier on the ‘Chimie de la Raison’
which concludes Volume 9, the Cercle d’Épistémologie presents the ‘chemistry of
reason’ – found in the works of D’Alembert, Lavoisier, Mendeleev, or Cuvier –
in a manner that evokes the ‘logic of the signifier’ that has been the
journal’s guiding concern: To construct a chemistry of reason is thus to
refer the sciences to the jurisdiction of the whole [tout], but this is also by
the same stroke to submit them to another necessity. For this whole is also
substantial since, being the science of the simple and the compound [composée],
chemistry must direct its effort toward generating, through the sole operation
of combination, all the materials that make all the things of the world; saving
phenomena thus requires that chemistry constitute them as such, as a plenitude
and liaison of substances. We see here that the crucial relation [relation] to
the whole is but the reverse of a relation [rapport] to the representation to
which chemistry is so intimately tied, namely that, given that anything
representable is an object of analysis, all analysis is thus deduction from a
representable body (CpA).Grice: “Fano is too obsessed with the ‘acoustic image’
(imagine Acustica) whereas Saussure is careful to add “acosutique ou sensible”
– ‘immagine Acustica o imagine sensibile” – if we allow for imagine sensibile,
the priority of the sound evaporates, and so does that of the tongue – and all
the glossological societies of Europe!” – Nome compiuto: Giorgio Fano. Fano.
Keywords: Fano insists that the semiogonia, i. e. the origin of meaningful
gestures will provide a clue as to the essence of the semiotic communication.
He relies on Morris, Ferruccio Landi, Peirce, and Croce. He is interested in
Croce’s views on ‘expression’ and Landi’s views on ‘lavoro.’ Fano is critical
of Peirce. This is going on at the same time as Grice is giving seminars on
Peirce at Oxford. Grice: “I agree with Fano that ontogenesis repeats phylogenesis,
and that we should concentrate on utterances which are meaningful generally –
‘signare’ is a good verb in Italian for that.’ Grice: “In my view, it is the
agent who signs that… ‘signa che’ – signat quod. The ‘-ficare’ only complicates
things. A dark cloud ‘signa’ rain. And, by my hand gesture, I sign that going
out is not a good day in view of the coming rain. Keywords: glossogonia, glottogonia, teoria
glottogonica, dottrina glottogonica, teoria glossogonica, dottrina
glossogonica, semiotics of the tongue, Croce. La glossogonia. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Fano”, The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Fardella: all’isola – FILOSOFO
SICILIANO, NON ITALIANO -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del sensuale -- sensismo, sensualismo – romano – scuola di
Trapani – filosofia siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Trapani). Filosofo trapanese. Filosofo siciliano. Filosofo
italiano. Trapani, Sicilia. Grice: I like Fardella; for one, he is a systematic
philosopher; for another, he compares Aristotle (demonstratio peripatetica)
with Cartesio, as the Italians call him (demonstratio cartesiana) And while Italians consider him a reactionary
Cartesian, I deem him a closet Aristotelian!. Studia a Messina sotto BORELLI (si veda), dal quale
accetta latomismo di LUCREZIO, ma abbraccia il pensiero di Cartesio, dopo
averne appreso glinsegnamenti durante il suo soggiorno a Parigi, grazie alle
conversazioni con Arnauld, Malebranche e Lamy. Insegna matematica a Roma,
Modena, e Padova. Tenne corrispondenza con Leibniz e polemizza con Giorgi
attacca il cartesianesimo. Il suo razionalismo, per quanto riconosca che solo
Cartesio trova, fra glantichi e i moderni, il retto e naturale metodo di
filosofare, tuttavia relativo, adeguato
com' al platonismo. Il mondo organizzato
secondo principi daritmetica e geometria. Ogni cosa ha peso, numero e misura,
ossia secondo le leggi statiche, aritmetiche e geometriche. Mediante
laritmetica e la geomtria si comprende il mondo e si comprende cos la logica.
Nel punto, che non ha peso, non ha grandezza, non divisibile,
tuttavia l'origine di ogni estensione. Nel punto, come il numero
nell'unit, si risolve l'estensione. L'anima, che non ha estensione (non e res
extensa), un punto. Non possibile dimostrare l'esistenza indipendente
della realt materiale. La stessa esperienza ci insegna che spesso nel sogno
percepiamo oggetti che veramente non possiamo ammettere realmente esistenti.
Quante volte, la notte, mentre dormo, vedo splendere il sole sopra l'orizzonte
e vedo muoversi in vari modi moltissime cose prodigiose, che non sono niente
extra ideam? Dunque, quel che sento e *vedo* non pu in nessun modo essere
dedotto come realmente esistente. E se si obbietta che una cosa sognare, altra cosa la veglia, per lui le cose che percepiamo
nella veglia potrebbe anche essere soltanto cose percepite con maggiore
chiarezza, distinzione e ordine, bench non siano niente in s. I sensi non danno
certezza del mondo, la quale pu ritrovarsi soltanto in la legge dellaritmetica
e della geometria. Altre opere: Universae philosophiae systema, in qua nova
quadam et extricata Methodo, Naturalis scientiae et Moralis fundamenta
explanantur (Venezia); Universae usualis mathematicae theoria (Venezia);
Utraque dialectica rationalis et mathemathica; Animae humanae natura ab
Augustino detecta in libris de Animae Quantitate, decimo de Trinitate, et de
Animae Immortalitate (Venezia); Pensieri (Napoli); Lettera antiscolastica
(Napoli). Recensito immediatamente dopo la pubblicazione del primo e unico
volume sulla rivista scientifica Acta Eruditorum Universae Philosophae Systema,
Descartes e l'eredit cartesiana in Italia Dizionario biografico degli italiani.
Fardella
elaborated a Cartesian philosophy of language, pretty much avant Chomsky, but
using the same sources: Arnauld. While Chomsky focuses on Harris and others, he
could at least have dropped the Fardella name! Grice: He possibly did have some
Italian friends in the Bronx! Wikipedia
Ricerca Sensismo Lingua Segui Modifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Sensazione (filosofia). Infatti, dato che ogni
sensazione necessariamente gradevole o sgradevole,
si interessati a godere delle prime e a
sottrarsi alle seconde. Questo interesse
sufficiente a spiegare le origini delle operazioni dell'intelletto e
della volont. Il giudizio, la riflessione, i desideri, le passioni e via
dicendo, non sono altro che la sensazione stessa, la quale si trasforma in
diverse maniere (E. Condillac, da Trattato sulle sensazioni) Il sensismo un termine che designa quelle dottrine
filosofiche che riportano ogni contenuto e la stessa azione del conoscere al
sentire, ossia al processo di trasformazione delle sensazioni, escludendo in
tal modo dalla conoscenza tutto quello che non sia riportabile ai sensi. A
volte viene usato come suo sinonimo sensualismo, che per trova definizione
diversa. Mentre nella storia della filosofia la parola senso compare, a partire
dalla di Aristotele, per indicare la
facolt di "sentire" (cio di percepire l'azione di oggetti interni al
corpo o esterni ad esso), le origini del sensismo, come filosofia, possono
ritrovarsi in alcune affermazioni dei sofisti. Gi Protagora affermava che
l'anima non fosse altro che un complesso di sensazioni: fu una tesi ripresa in
maniera pi approfondita dagli stoici e dagli epicurei. La cultura romana e
quella medievale hanno conservato il concetto riduttivo di senso, proprio della
definizione aristotelica: solo nei tempi
moderni, con Locke prima e poi specialmente con Kant, che la parola senso
assume il significato di sentire insieme alla consapevolezza di ci che avviene sentendo.
I sensisti moderniModifica La dottrina sensista si precisa nella filosofia
moderna, con il pensiero rinascimentale, nella filosofia della natura di
TELESIO (si veda), che d vita a una prima forma di metodologia scientifica
basata sull'esperienza, e poi in CAMPANELLA (si veda) e PERSIO. Quest'ultimo
intende la natura come un complesso di realt viventi, ciascuna senziente,
animata e tendente al proprio fine (in base al concetto aristotelico di
entelechia), e d'altra parte tutte unificate e armoniosamente dirette verso un
fine universale da una comune Anima del mondo, secondo la concezione
tipicamente neoplatonica. La visione campanelliana detta per questo pansensismo cosmico, (dal
greco , pn, che significa tutto, e sensismo) a indicare una specie di sensibilit
cosciente di tutto l'universo: il grande bestione vivente nella visione di
BRUNO (si veda). Caratteristiche del sensismo, che lo accostano al
materialismo, si trovano in Hobbes il quale negli Elementi e nel De corpore
sviluppa il suo sistema materialistico, meccanicistico onnicomprensivo,
basandolo sull'elemento sostanziale corpo e su quello accidentale di moto. La
sensazione il risultato del moto dei
corpi che generano le immagini, le sensazioni di piacere e dolore e le
passioni. Tutto si origina da un moto, da un'azione a cui corrisponde un
contromovimento, una reazione, che produce immagini fenomeniche; tutta la vita
teoretica e morale pu essere ricondotta alla sensazione. Pur da una posizione
di deciso rigetto della filosofia di Hobbes, anche Anthony Ashley-Cooper, III
conte di Shaftesbury esprimer una teoria di tipo sensista. Il sensismo di
CondillacModifica Condillac Il termine "sensismo" stato attribuito prevalentemente alla
dottrina di Condillac espressa nel Trait des sensation, la quale riprende molte
formulazioni che erano state proprie delle teorie di Locke, eliminandone per
gli aspetti pi propriamente psicologici, e sottolineando come tutte le facolt
conoscitive si sviluppino, in modo pi o meno diretto, dall'azione dei sensi. In
questo senso, famoso l'esempio di
Condillac, il quale suggerisce di immaginare una statua dalle fattezze umane,
la quale progressivamente si anima a mano a mano che prendono vita i vari
sensi, e in particolare il tatto, il quale le permette la consapevolezza della
realt propria e del mondo circostante. Ci che finora veniva attribuito
all'attivit spirituale, al giudizio, al desiderio e alla volont non sono che
"sensazioni trasformate". Va sottolineato che il sensismo non
coincide con il materialismo, giacch il primo si limita a esprimere la
posizione di chi afferma il primato della conoscenza sensibile, senza tuttavia
determinare in alcun modo i contenuti che questa conoscenza possa raggiungere.
La posizione sensista riguarda quindi esclusivamente la forma della conoscenza,
in particolare il modo in cui si formano e si espletano le varie facolt
conoscitive. Dire che la nostra conoscenza si origina dalla sensazione non vuol
dire che la materia di per s sia causa di movimento e sensazione per cui l'uomo
alla fine sia un essere completamente materiale. Proprio in ragione di questo,
Condillac pot teorizzare l'esistenza di Dio e l'immortalit dell'anima,
congiungendo sensismo gnoseologico e spiritualismo. La via del materialismo su
base sensistica venne intrapresa invece da Mettrie, Helvtius e Holbach, pi conosciuto
con lo pseudonimo di Mirabaud. Per Mettrie estensione, movimento e sensibilit
caratterizzano tutto ci che materiale;
l'uomo stesso una macchina
("L'homme machine") condizionata da leggi biologiche. Helvetius
condivide con Condillac l'idea che la conoscenza derivi dalle sensazioni ed
estende quindi, nell'opera Lo Spirito (1758), la natura sensibile anche alla
moralit riducendola a pure motivazioni utilitaristiche. Per Holbach
l'affermazione decisa del materialismo
collegata all'ateismo e alla negazione di ogni libera volont nel
comportamento dell'uomo. Il materialismo in effetti era negato dagli
illuministipoich essi vi vedevano il mascheramento della vecchia pretesa
metafisica di spiegare in maniera onnicomprensiva e totale l'universo. Si pu
affermare che, da molti di loro, il materialismo era sostenuto non tanto per
ragioni gnoseologiche quanto per fini politici e morali come una polemica
protesta, cio, nei confronti dell'autoritarismo politico e religioso dei loro
tempi. NoteModifica ^ Aristotele, De anima aveva dato una definizione del tutto
corretta e coerente col pensiero del tempo, ancora molto lontano dal concepire
una possibile sensibilit specifica di un essere umano come caratteristica
peculiare della sua individualit. Nihil est in intellectu, quod non prius fuerit in sensu. (Locke Saggio sull'Intelletto Umano. Ed aggiungeva
Leibniz: excipe: nisi intellectus ipse (Leibniz Nuovi saggi sull'intelletto
umano) fatta eccezione per l'intelletto stesso. Calogero, SENSISMO, in
Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Intuito
Sensibilit (filosofia) Senso comune Pensiero Percezione Collabora a
Wikizionario Wikizionario contiene il lemma di dizionario sensismo Collegamenti
esterniModifica sensismo, su Treccani.it
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Guido
Calogero, SENSISMO, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 1936. sensismo, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, (Sensismo, su Enciclopedia Britannica, Encyclopdia
Britannica, Inc.Portale Filosofia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano
di filosofia Materialismo concezione filosofica tienne Bonnot de Condillac
filosofo, enciclopedista e economista francese Sensazione (filosofia) concetto
filosofico Wikipedia Il contenuto Sessualit nell'antica Roma Lingua Segui
Modifica Gli atteggiamenti e i comportamenti riferibili alla sessualit
nell'antica Roma sono stati variamente descritti nell'arte romana, nella
letteratura latina e nel Corpus Inscriptionum Latinarum; in misura minore anche
da reperti di archeologia classica, quali manufatti di arte erotica (vedi ad
esempio l'arte erotica a Pompei e Ercolano) e di architettura romana. Rapporto
sessuale in posizione con donna sopra, calco in gesso di un medaglione in
terracotta del I secolo. L'iscrizione dice: "guarda come mi stai aprendo
bene". stato talvolta ipotizzato
che la "licenza sessuale illimitata" fosse una delle caratteristiche
pi peculiari del mondo Romano antico: "La sessualit degli antichi Romani
non ha mai avuto buona stampa in Occidente, da quando si verificato il predomino culturale del
cristianesimo. Nella fantasia popolare e nella cultura di massa questa sinonimo di licenziosit e abuso sessuale.
Tuttavia la sessualit non stata affatto
esclusa dalle preoccupazioni del mos maiorum, il nucleo della tradizione etica
della civilt romana; ci si verificato
attraverso consolidate norme sociali che hanno interessato la vita pubblica,
privata e finanche militare. "Pudor", ossia vergogna-pudore, stato un fattore di regolazione del
comportamento, oltre che parte di sentenze legali riguardanti casi di
trasgressioni sessuali avvenute sia durante il periodo della repubblica romana
che in quello dell'impero romano[6]. Il censore, pubblico ufficiale nonch
magistrato adibito alla supervisione della "moralit pubblica", era
anche atto a determinare il rango (ossia la classe sociale) degli individui;
egli aveva tra gli altri anche il potere di rimuovere quei cittadini ritenuti
colpevoli di cattiva condotta sessuale dal senato romano e/o dall'antica casta
aristocratica del patriziato, ed in alcuni casi ci effettivamente avvenuto. Lo studioso e
filosofo francese Foucault, nella sua opera Storia della sessualit, ha
considerato la realt sessuale in tutto il mondo greco-romano come severamente
disciplinata dalla moderazione e dall'arte di gestire il piacere sessuale[8].
La societ romana era fortemente intrisa di patriarcato(vedi la figura del Pater
familias), e il concetto di mascolinit si basava essenzialmente sulla capacit
di governare se stessi e gli altri, cio oltre che gli schiavi e i sottoposti
anche la propria persona, e ci valeva pure nell'ambito delle relazioni
sessuali. "Virtus", la virt-il valore, stato un ideale mascolino di auto-disciplina
attiva e che si viene direttamente a riferire alla parola latina indicante il
maschio-Vir (la virt pertanto
caratteristica dell'uomo inteso come rappresentante mascolino della societ). Un
satiro in compagnia di una ninfa, simboli mitologici della sessualit. Mosaico
rinvenuto nella casa del Fauno a Pompei. L'ideale corrispondente al termine
"Vir" per la donna era la pudicitia, spesso tradotta come castit o
modestia; ma essa rappresentava in realt anche una qualit personale pi
pro-positiva e finanche competitiva, che doveva ben raffigurare sia il fascino
che l'auto controllo di cui doveva essere dotata per Natura la matrona romana.
Le donne delle classi superiori avrebbero dovuto essere colte, forti di
carattere, ed attive nell'impegnarsi a mantenere la posizione del proprio clan
familiare all'interno della societ civile. Ma, tranne pochissime eccezioni, la
letteratura ha conservato nei riguardi della sessualit solamente le voci dei
colti patrizi di sesso maschile;
sopravvissuta quindi soltanto una parte del "discorso
sessuale" presente nell'antica Roma. L'arte visiva era invece solitamente
creata da individui di status sociale inferiore e rappresentanti di una gamma
etnica pi ampia di quella pi prettamente letteraria; ma essa si anche trovata a doversi adattare al gusto ed alle
inclinazioni di coloro che erano abbastanza ricchi da permettersela e che
potevano includere durante l'epoca imperiale anche alcuni liberti; pertanto,
anche in tal caso, non risulta essere completamente affidabile. Alcuni
atteggiamenti e comportamenti di natura sessuale ben presenti all'interno della
cultura romanadifferiscono notevolmente da quelli della successiva cultura
occidentale[13]. La religione romana ad esempio promuoveva la sessualit come
uno degli aspetti fondamentali di prosperit per l'intero Stato; singoli
individui potevano rivolgersi alla pratica religiosa privata, o anche alla
magia, per migliorare la loro vita erotica o la salute e capacit riproduttiva;
inoltre la prostituzione nell'antica Roma era legale, pubblica e diffusa.
Soggetti artistici che oggi definiremmo senza esitazione come pornografia erano
ampiamente presenti tra le collezioni d'arte delle famiglie pi rispettabili e
di elevato status sociale. Si riteneva del tutto naturale, e il fatto in s era
"moralmente" irrilevante, che un uomo adulto potesse essere attratto
sessualmente da adolescenti di entrambi i sessi; la pederastia veniva
tranquillamente accettata fintanto che essa riguardava partner maschili - anche
giovanissimi - che non fossero cittadini romani, quindi coloro che non erano
nati liberi o attualmente in una condizione di schiavit. La dicotomia moderna
di eterosessuale ed omosessualenon costituiva in alcuna maniera la distinzione
primaria del pensiero romano nei riguardi della sessualit ed in lingua latina
non esistono neppure parole indicanti gli attuali termini che vengono a
distinguere nella sua totalit l'identit di genere o l'orientamento sessuale.
Nessuna censura morale vigeva contro l'uomo che godesse degli atti sessuali
compiuti con donne o altri uomini di livello inferiore al suo; a patto che questi
comportamenti non venissero a rivelare carenze o eccessi nel carattere, n
violassero i diritti e le prerogative degli altri coetanei maschi. Era invece
la caratteristica dell'effeminatezza a venir percepita in maniera unanimemente
negativa, con casi divenuti celebri di denuncia letteraria pubblica a mo' di
scherno e invettiva; questo poteva accadere particolarmente all'interno della
retorica politica, quando si accusavano spesso e volentieri gli avversari di
essere effemminati, cio affetti da forti carenze caratteriali e pertanto del
tutto inaffidabili anche per quel che concerneva la gestione della cosa
pubblica. Il sesso praticato con moderazione con prostitute o giovani schiavi
maschi non mai stato considerato come
improprio o un rischio che potesse "viziare" l'intrinseca mascolinit,
costitutiva dell'uomo romano adulto; l'importante era che il cittadino
assumesse sempre il ruolo sessuale attivo e mai quello passivo (vedi attivo e
passivo nel sesso). L'ipersessualittuttavia
stata d'altro canto condannata sia moralmente che come patologia medica,
questo sia negli uomini che nelle donne. La componente femminile della societ
era solitamente tenuta ad un codice morale pi rigoroso rispetto alla sua
controparte maschile; relazioni omosessuali tra donne sono scarsamente
documentate, ma la sessualit femminile in genere stata ampiamente celebrata o insultata, a
seconda dei casi, in tutta la letteratura latina. Nella sua generalit, gli
antichi Romani si trovarono ad avere categorie di genere, se cos si pu dire, pi
flessibili rispetto all'antica Grecia. Anche se analizzare la sessualit
nell'antica Roma in rigidi termini di opposizione binaria
"penetratore-penetrato" pu risultare in parte fuorviante e dunque pu
oscurare la pienezza dell'espressivit sessuale antica tra individui presi nella
loro singolarit, l'assenza d'una qualsiasi altra "etichetta" per
l'interpretazione culturale dell'esperienza erotica fa s che tale distinzione
continui ad essere utilizzata[19]. Anche la rilevanza stessa data alla parola
"sessualit" nella cultura romana antica stata da alcuni contestata ed oggetto di disputa. Arte e letteratura
eroticaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Arte erotica e Letteratura erotica. Pan che insegna al suo eromenosDafni a
suonare il flauto. La letteratura antica concernente la sessualit romana
rientra principalmente in quattro categorie: testi giuridici, medici, poetici e
politici. Riferimenti a tipologie di espressivit sessuale ci provengono dalla
commedia del teatro latino, dalla satira, dalla poesia amorosa e
dall'invettiva, dai graffiti, dagli incantesimi magici e dalle iscrizioni; tali
forme culturali considerate come minori nell'antichit hanno avuto molto pi da
dire nei riguardi della sessualit che i generi cosiddetti pi elevati della
tragedia e dell'epica. Varie informazioni sulla vita sessuale della
popolazione sparsa anche nella
storiografia (nei riguardi di personalit conosciute), nell'oratoria e in alcuni
testi filosofici, oltre che negli scritti di medicina, agricoltura e di altri
argomenti tecnici. I testi di diritto romanosi soffermano su quei comportamenti
che si volevano disciplinare o vietare, senza necessariamente indicare quel che
le persone realmente facevano o meno. I principali autori latini le cui opere
hanno contribuito significativamente alla comprensione della sessualit
nell'antica Roma comprendono: Il commediografo Tito Maccio Plauto, le cui opere
ruotano spesso su trame concernenti casi sessuali, con giovani amanti ad
esempio tenuti separati dalle avverse circostanze. Lo statista e moralista
Marco Porcio Catone(detto "il Vecchio") il quale offre scorci sulla
sessualit vigente in un momento storico che successivamente fu considerato come
epoca avente gli standard morali pi elevati, di tutta la storia latina. Il
poeta e filosofo LUCREZIO (si veda), che presenta un lungo trattato sulla
sessualit epicurea nella sua opera De rerum natura. Gaio Valerio Catullo, le
cui poesie esplorano tutta una serie di esperienze erotiche avvenute verso la
fine dell'epoca repubblicana; esse spaziano da un pi delicato sentimento
romantico (l'amore verso le donne-Lesbia e nei confronti dei ragazzi-Giovenzio)
per giungere fino alle invettive pi brutalmente oscene ("Pedicabo ego vos
et irrumabo"-io ve lo metto in culo e in bocca). CICERONE (si veda) con
numerosi interventi avvenuti in Senato in cui attacca il comportamento sessuale
degli avversari politici, a cominciare da Gaio Giulio Cesare pi volte additato
come sessualmente ambiguo e quindi anche pericoloso per l'incolumit statale; ma
anche con lettere disseminate di pettegolezzi contro l'lite romana che gli si
opponeva. I poeti Sesto Properzio e Albio Tibullo, che rivelano alcuni degli
atteggiamenti sociali dell'epoca quando descrivono le loro storie d'amore
avvenute con giovani donne e adolescenti maschi. Publio Ovidio Nasone, in
particolare con i suoi Amores e Ars amatoria i quali, secondo la tradizione,
hanno contribuito notevolmente ad affrettare la decisione dell'imperatore
romanoAugusto di esiliare il poeta; ma anche tramite la sua raccolta epica
Metamorfosi la quale presenta tutta una serie di miti a forte impronta sessuale
(e ancora una volta sia con esempi di amori tra uomini e donne che tra uomini e
ragazzi) riguardante figure divine ed esseri umani, con un'enfasi particolare
data allo stupro - alla violenta aggressione di tipo sessuale - attraverso la
lente della lettura mitologica. Marco Valerio Marziale, le cui osservazioni
sulla societ in genere sono spesso e volentieri arricchite e rinforzate da
invettive sessualmente esplicite. Decimo Giunio Giovenale, che inveisce contro
i costumi sessuali del suo tempo, attaccando con particolare fervore le donne e
gli uomini effeminati. Ovidio elenca anche un certo numero di scrittori molto
noti al tempo per il materiale salace contenuto nelle rispettive opere, nessuna
delle quali per riuscita a giungere fino
a noi. Manuali sessuali greci, ma anche semplici testi di natura pornografica
sono stati pubblicati sotto il nome di famose etere (-cortigiane) e diffusi
ampiamente. Le novelle erotiche di Aristide di Mileto, i Milesiak furono
tradotte da Sisenna, uno dei pretori; Ovidio definisce il libro come una
raccolta di misfatti-crimina e ci dice che l'intera narrazione era infarcita
con "barzellette sporche". A seguito della battaglia di Carre i parti
sarebbero rimasti scioccati nel trovare proprio quel libro nel bagaglio
ufficiale appartenente a Marco Licinio Crasso. L'arte erotica a Pompei e
Ercolano, rinvenuta solamente a partire dal tardo XVIII secolo, una ricca fonte di indizi sulla natura della
sessualit nell'antica Roma, anche se non del tutto priva di ambiguit; alcune
delle immagini paiono difatti contraddire almeno in parte le preferenze
sessuali sottolineate in letteratura, ma potevano queste essere destinate ad un
intento satirico, per provocare quindi il riso o alternativamente per sfidare
gli atteggiamenti convenzionali seguiti. Oggetti di uso quotidiano quali
specchi e vasi in ceramica sigillata potevano essere decorati con scene
decisamente erotiche le quali potevano andare dalle eleganti danze compiute in
abiti succinti a disegni espliciti di penetrazione sessuale. Dipinti erotici
sono stati trovati nelle case pi rispettabili della nobilt romana, come nota
Ovidio: "vi un piccolo dipinto
(-tabella[30]) raffigurante varie tipologie di accoppiamenti... ma anche una
Venere bagnata che si asciuga i capelli gocciolanti con le dita, a malapena
coperta dalle acque. Questa Venere carica di erotismo appare tra le vari
immagini che un intenditore d'arte potrebbe sicuramente apprezzare. Tutta una
serie di dipinti rinvenuti all'interno delle terme suburbane di Pompei,
pubblicati in riproduzione, presentano una variet di scenari erotici che paiono
destinati a divertire lo spettatore con rappresentazioni sessuali assai
scandalose, tra cui un ampio numero di posizioni sessuali, sesso orale e sesso
di gruppo eterosessuale, omosessuale e lesbico a scelta[33]. L'arredamento di
una camera da letto romano poteva riflettere letteralmente il suo uso sessuale:
il poeta augusteo Orazio possedeva presumibilmente una stanza con le pareti
interamente ricoperte di specchi, di modo che quando aveva la compagnia di una
prostituta poteva osservarla da tutte le angolazioni possibili[34].
L'imperatore Tiberio aveva le camere da letto decorate con i pi lascivi e
sconci dipinti e sculture, ma veniva rifornito costantemente di "guide del
sesso" ricche di consigli e proposte scritte appositamente per lui dal
medico greco Elefantide. Si verifica un autentico boom di testi riguardanti la
sessualit, scritti sia in lingua greca che in lingua latina, assieme ai romanzi
d'amore; ma questo discorso franco e sincero sulla sessualit scompare quasi del
tutto dalla letteratura successiva, con i temi sessuali che vengono riservati
alla scrittura medica o alla teologia cristiana. Il celibato era divenuto un
ideale per un crescente numero di fedeli cristiani; gli stessi padri della
Chiesa come Tertulliano e Clemente di Alessandria hanno disquisito sul fatto
che anche il sesso coniugale dovesse essere consentito solamente per la
procreazione. Nel martirologio la sessualit viene descritta come una delle
peggiori torture rivolte contro la santa castit del cristiano, soffermandosi
anche sugli atti di mutilazione sessuale (in particolare i seni) a cui venivano
sottoposte in special modo le donne. L'umorismo osceno di Marziale stato per breve tempo fatto rivivere nel IV
secolo dallo studioso e poeta Ausonio, seppur nominalmente cristiano, evitando
per la predilezione dell'autore latino nei confronti della pederastia. Sesso,
religione e StatoModifica Cos come per gli altri aspetti della vita romana,
anche la sessualit stata sostenuta e
regolata da precise tradizioni religiose (vedi religione romana), sia per
quanto concerne il culto pubblico statale sia per quel che riguarda le pratiche
religiose private e magiche. La sessualit
in ogni caso una categoria importante del pensiero religioso romano[40].
Il complemento di maschile e femminile
stato di particolare importanza per la definizione del concetto romano
di divinit. I Dei Consenti erano un consiglio di coppie divine maschio-femmina
equivalenti in qualche misura alle dodici maggiori divinit Greche (vedi gli
Olimpi). Almeno due tra i "sacerdozi statali" erano svolti
congiuntamente da una coppia di coniugi. Le vergini Vestali, uno status
sacerdotale riservato alle donne, prendendo il voto di castit perenne, si
vedevano riconosciuta una relativa indipendenza dal controllo maschile; tra gli
oggetti religiosi di maggior pregio che avevano in custodia vi era anche il
"fallo sacro. il fuoco di Vesta doveva evocare l'idea della purezza
sessuale nella femmina e contemporaneamente rappresentare il potere procreativo
del maschio. Gli uomini che servivano nei vari collegia di sacerdoti (vedi
pontefice (storia romana)) avrebbero dovuto in ogni caso sposarsi e crearsi una
famiglia. Cicerone ha dichiarato che il desiderio di procreare era il vivaio
della repubblica, causa prima per l'esistenza di quella forma di istituzione
sociale chiamata matrimonio; a sua volta la casa-domus rappresentava l'unit familiare
ch'era il mattone della vita urbana. Molte delle festivit romane stagionali
contenevano in s degli elementi sessuali: i Lupercalia del mese di febbraio
sono stati celebrati fino al V secolo ed includevano un rito arcaico di
fertilit; mentre i Floraliaerano caratterizzati da danze che si svolgevano tra
persone nude. In alcune tra le pi importanti feste religiose del mese di
aprile, partecipavano e venivano ufficialmente riconosciute anche le
prostitute. Le connessioni esistenti tra riproduzione umana, prosperit generale
e benessere dello Stato vengono ben incarnate dal culto romano di Venere, che
si differenzia dalla sua controparte Greca Afrodite soprattutto per il suo
ruolo di madre dell'intero popolo romano, questo attraverso il figlio per met
mortale Enea. Durante il periodo delle guerre civili Silla, in procinto
d'invadere il proprio stesso paese con le legioni assoggettate al proprio
comando, ha fatto emettere una moneta raffigurante una Venere incoronata in
qualit di suo personale nume tutelare, affiancata da un Cupido in possesso di
un rametto di Palma (segno di vittoria). Sul retro vi erano tropaion (trofei
militari) assieme a simboli degli uguri, sacerdoti statali che svelano il
volere degli dei. L'iconografia collega quindi la divinit dell'amore col buon
augurio di successo militare e con l'autorit religiosa. Il dittatore romano
assunse anche il titolo di Epafrodito-appartenente ad Afrodite. Il fascinus
fallico era onnipresente nella cultura romana ed appare praticamente su ogni
tipo di oggetto, dai gioielli agli antichi campanelli eoliche o tintinnabulum
fino alle lampade; era inoltre un potente amuleto atto a proteggere i bambini e
ai generali che celebravano il proprio trionfo. Cupido colui che ispira il desiderio erotico; Priapo
invece, importato dalla Grecia, rappresenta pi la vera e propria lussuria,
intrisa per d'un fondamento fortemente umoristico; Mutunus Tutunus promuoveva
infine il sesso coniugale. Il dio Liber (versione latina di Dioniso) si
prendeva cura, tra le altre cose, anche delle "risposte fisiologiche"
durante l'atto sessuale. Vi erano infine tutta una serie di divinit atte a
supervisionare ogni aspetto della relazione amorosa, dal concepimento fino al
parto. Quando un maschio assumeva la toga virile Libero diveniva il suo
patrono; secondo quel che raccontano i poeti, in questo momento egli lasciava
la modestia innocente (-pudor) caratteristica dell'infanzia per acquisire la
libert sociale (-Libertas) e poter iniziare cos la sua personale vita sessuale.
La mitologia classica tratta spesso di temi sessuali anche molto impegnativi,
quali adulterio, incesto e stupro; l'arte e la letteratura hanno proseguito con
la scuola alessandrina la trattazione di figure mitologiche erotiche le quali
compivano in modo molto umano, ma anche umoristico, atti sessuali in seguito
del tutto rimossi dalla dimensione religiosa. Concetti morali e
giuridiciModifica CastitasModifica La parola latina castitas, da cui deriva
l'attuale castit, un sostantivo astratto
che denota "una purezza morale e fisica di solito in un contesto
specificamente religioso" e a volte, ma non sempre, riferendosi
specificatamente alla castit sessuale. Il relativo aggettivo castus-puro poteva
esser usato sia per riferirsi a luoghi ed oggetti, cos come anche alle persone;
l'aggettivo "pudicus" (da cui pudicizia, pudore) descrive in maniera
pi particolareggiata una persona che
sessualmente morale. I rituali di Cerere concernevano sia la castitas
che la sessualit, incarnando la Dea anche la maternit; la torcia portata in suo
onore in processione durante lo svolgersi del corteo nuziale era associata alla
purezza sessuale della sposa. Vesta era la divinit primaria del pantheon romano
associata al concetto di castitas, ed era essa stessa una Dea vergine; le sue
sacerdotesse vestali dovevano mantenersi vergini per tutta la vita, avendo
fatto voto di rimanere nubili. IncestumModifica L'incestum, da cui deriva
l'attuale incesto, ossia ci che
"non castum", un atto
che viola la purezza religiosa, forse sinonimo di ci che "nefas" (nefasto) ovvero
religiosamente inammissibile. La violazione ad esempio del voto di castit
professato da una Vestale era considerato come incestum: la punizione
riguardava sia la donna che l'uomo che la rendeva impura attraverso il rapporto
sessuale, sia che l'atto fosse stato consensuale che ottenuto con la forza. Lei
veniva seppellita viva, lui lapidato nel Foro. La perdita di castitas di una
vestale equivaleva alla rottura del patto stipulato tra Roma e gli dei, la pax
deorum e veniva generalmente accompagnata dall'osservazione di cattivi presagi
(-prodigia). L'accusa d'incestum che veniva a coinvolgere una vestale poteva
spesso coincidere con una situazione di agitazione politica e con pericoli di
sommosse. Marco Licinio Crasso venne assolto dall'accusa d'aver commesso
incestum con una vestale che condivideva il proprio nome di famiglia. Quello
che oggi s'intende per rapporti incestuosi erano solo una delle forme di
incestum, a volte tradotto anche come sacrilegio. Quando Publio Clodio Pulcro
si travest da donna, violando cos i riti della Bona Dea rivolti esclusivamente
alla componente femminile della societ, si attir l'accusa di incestum. Nel
diritto romano, ma anche nella morale vigente comune, lo stuprum il rapporto sessuale illecito, traducibile
come depravazione criminale o crimine sessuale; esso viene a comprendere
diversi reati di natura sessuale, tra cui vi
anche "l'atto sessuale illegale ottenuto con la forza e l'adulterio
(uno stupro morale rivolto contro il coniuge). Inizialmente col termine
stuprum stato considerato un atto
vergognoso in generale, o qualsiasi disgrazia pubblica, il che includeva ma non
si limitava alla sessualit considerata illecita, ma ai tempi della commedia
romana di Tito Maccio Plauto la parola aveva gi acquisto il suo pi ristretto
significato sessuale: innanzitutto uno stuprum pu avvenire solo tra cittadini,
in quanto qualsiasi violenza sessualecommessa contro la schiavit era
perfettamente lecita e quindi non punibile. Proprio la protezione contro la
cattiva condotta sessuale sempre stato
tra i diritti legali che maggiormente contraddistinguono il cittadino dal
non-cittadino. Raptus Derivante dal verbo latino rapio/rapere, significa
"strappar via, portar via, rapire". Nel diritto romano il termine
raptio viene utilizzato principalmente per indicare il rapimento o sequestro.
Il mitico ratto delle Sabine rappresenta un sequestro della sposa o rapimento a
scopo matrimoniale in cui la violazione sessuale delle donne diviene un
problema del tutto secondario. Il sequestro di una ragazza non sposata dalla
casa di suo padre era in certi casi una "fuga di coppia" messa in
atto in quanto non vi era il permesso paterno alla celebrazione delle nozze.
Leggi relative alla violenza sessuale (azioni sessuali commesse con violenza o
coercizione) sono state codificate per la prima volta solo verso la fine
dell'era repubblicana, mentre il rapimento avvenuto con lo scopo di commettere
un reato sessuale emerso come
distinzione giuridica. Offerte votive di Pompei: peni, seni e un utero.
Guarigione e Magia L'aiuto divino poteva essere ricercato anche tramite rituali
religiosi privati che avvenivano, associati a lunghi trattamenti medici, col
compito di migliorare o bloccare la fertilit, o per cerar di curare malattie
degli organi riproduttivi Teorie della sessualitModifica Antiche teorie
riguardanti l'ambito sessuale sono stati prodotti da e per un'lite istruita. La
misura in cui queste teorizzazione del sesso abbia effettivamente interessato
il comportamento quotidiano rimane discutibile, anche tra coloro che fossero
stati attenti agli scritti filosofici e medici che hanno presentato tali
opinioni. Questo si presenta come un discorso elitario, mentre spesso
deliberatamente critica i comportamenti pi tipici o comuni, ma allo stesso
tempo non pu essere assunta per escludere la possibilit che questi valori
fossero pi o meno ampiamente seguiti nella societ. Una coppia eterosessuale,
lampada a olio. Nel IV libro di Lucrezio, il De rerum natura viene fornito uno
dei passaggi pi estesi sulla sessualit umana nella letteratura latina. Yeats
descrivendo la traduzione da John Dryden l'ha definita la pi bella descrizione
del rapporto sessuale mai scritto. Lucrezio
contemporaneo di Catullo e di Cicerone(verso la met del I secolo a.C. ed
il suo poema didattico una presentazione
della filosofia epicureaall'interno della tradizione della tradizione della
poesia latina di Ennio. L'epicureismo era materialista e dedito all'edonismo;
il sommo bene qui il piacere, definito
come l'assenza di dolore fisico e stress emotivo. L'epicureo cerca di
gratificare i suoi desideri con il minimo dispendio di passione e fatica. I
desideri sono classificati come quelli che sono naturali e necessari, come la
fame e la sete; quelli che sono naturali ma non necessari, come il sesso; e
quelli che non sono n naturali n necessari, compreso il desiderio di dominare
sugli altri e glorificare se stessi. in
questo contesto che Lucrezio presenta la sua analisi dell'amore e del desiderio
sessuale, che contrasta l'ethos erotico di Catullo e ha influenzato i poeti
d'amore del periodo augusteo. La sessualit maschileModifica Durante tutta
l'epoca repubblicana la libert politica di un cittadino romano
("Libertas") stata definita in
parte dal diritto come un preservare il corpo dalla costrizione fisica, il che
comprendeva sia la punizione corporale che l'abuso sessuale. Il valore-virtus
era quella cosa che rendeva un uomo adulto ancor pi completamente
uomo/maschio-vir ed era questa una delle principali tra le virt considerate
attive. Gli ideali romani di mascolinit furono cos la premessa per l'assunzione
di un ruolo attivo e dominante in ogni campo e sfera della vita; questa era
anche la prima tra le direttive imposte al comportamento sessuale maschile:
"lo slancio verso l'azione potrebbe esprimersi pi intensamente in un
ideale di dominio che riflette la gerarchia della societ patriarcale romana. La
mentalit di conquista faceva parte di un vero e proprio culto della virilit
che, in particolare, dava forma alle "regole" riguardanti le pratiche
omosessuali. Un tal accento posto sull'idea di sottomissione e dominio ha
portato gli studiosi a vedere le espressioni della sessualit maschile degli
antichi romani esclusivamente in termini di modello binario
penetratore-penetrato; cio l'unico modo corretto per un maschio romano di
cercare gratificazione sessuale era quello d'inserire il suo pene nel/nella
partner. Permettere di lasciarsi penetrare invece rappresentava una minaccia
contro la sua libert in quanto cittadino e contro la propria integrit sessuale:
l'attivit sessuale definisce cos, almeno in parte, la definizione di libero
cittadino rispettabile dallo schiavo o dalla persona "libera ma
sottomessa-passiva". Ci si aspettava ed era socialmente accettabile per un
maschio romano nato libero il voler intrattenere rapporti intimi con partner di
entrambi i sessi, questo almeno fintanto che egli prendeva ed assumeva su di s
il ruolo dominante. Oggetti consentiti del desiderio erano quindi le donne di
qualsiasi condizione sociale o giuridica, coloro che esercitavano la prostituzione
maschile o gli schiavi, mentre i comportamenti sessuali al di fuori dal vincolo
matrimoniale dovevano essere limitati a schiavi e prostitute o, meno
frequentemente, ad una concubina. La mancanza di autocontrollo, anche nella
gestione della propria vita sessuale, era un'indicazione che quell'uomo era
incapace di governare gli altri[76]; il puro e semplice godimento dato dal
"basso piacere sensuale" minacciava pertanto di erodere l'identit
maschile elitaria della societ, cos come la stima ed il rispetto rivolti
naturalmente alla persona istruita. Era un punto di orgoglio per Caio Gracco il
sostenere che durante il suo mandato come governatore provinciale rimase senza
alcuno schiavo scelto tra i ragazzi di pi bell'aspetto, che nessuna prostituta
visit la sua casa, e che non avvicin mai gli schiavi-bambini appartenenti ad
altri uomini. In epoca imperiale, preoccupazioni circa la perdita della libert
politica e la subordinazione del cittadino all'imperatore sono stati espressi
da un percepibile aumento di comportamento omosessuale passivo tra gli uomini
liberi, accompagnato ci anche da una crescita documentata di punizioni
corporali inflitte ai cittadini[79]. La dissoluzione degli ideali repubblicani
di interit fisica in relazione alla Libertas contribuisce e viene riflessa
dalla licenza sessuale e dalla decadenza associata con l'Impero[80]. Nudo
eroico rappresentante Eurialo e Niso, esempio di omoerotismo maschile in linea
con la morale romana a detta di Publio Virgilio Marone. Jean-Baptiste Roman.
Nudit maschile Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della nudit. Mostrarsi
nudi in pubblico poteva essere offensivo o sgradevole anche in ambienti
tradizionali; Cicerone deride Marco Antonio come indegno di apparire quasi nudo
come partecipante al Lupercalia, anche se ci veniva ritualmente richiesto. La
nudit uno dei temi principali di questa
festa religiosa che attira l'attenzione di Ovidio nei Fasti, il suo lungo forma
poema sul calendario romano[82]. Augusto, durante il suo programma di
revivalismo religioso, tent di riformare i Lupercalia, in parte sopprimendo
l'uso della nudit, nonostante il suo aspetto di fertilit/ Connotazioni negative
di nudit includono la sconfitta in guerra, dal momento che i prigionieri sono
stati spogliati, e la schiavit, dal momento che gli schiavi in vendita sono
stati spesso esposti nudi. La disapprovazione nei confronti della nudit era
quindi nei tutta nei confronti della "marcatura" ch'essa dava al
corpo (esser nudi marchiava d'indegnit il corpo deprivandolo della nobilt che
lo caratterizza in quanto cittadino; questo significato era molto pi presente
rispetto a quello d'esser una mera questione di cercare di reprimere il
desiderio sessuale considerato inadeguato. L'influenza proveniente dall'arte
greca tuttavia ha portato sempre pi a creare ritratti di nudit eroicariferibili
sia agli uomini che alle divinit romane, pratica questa che ha avuto inizio nel
II secolo a.C. Quando le statue dei generali romani nudi alla maniera del culto
rivolto ai sovrani ellenistici cominciarono per la prima volta a diffondersi,
vi fu da parte della popolazione una forte reazione "scandalizzata",
non tanto o non semplicemente perch veniva esposta la figura maschile nuda, ma
soprattutto in quanto evocante concetti di regalit e divinit che si trovavano
in contrasto con gli ideali repubblicani di cittadinanza cos com'era incarnata
dalla toga. Il dio Marte si presenta come uomo barbuto maturo in abito di
generale, ci quando viene concepito come padre del popolo in tutta la sua
dignit, mentre le sue raffigurazioni giovanili, senza barba e nudo, mostrano
tutta l'influenza proveniente dalla rappresentazione greca di Ares. Nella prima
arte augustea e giulio-claudia l'adozione programmatica dello stile neoatticoe
dell'arte ellenistica ha portato alla pi complessa significazione del corpo
maschile mostrato nudo, parzialmente nudo oppure indossante una lorica
musculata (o corazza eroica). Una notevole eccezione nei confronti della nudit
in pubblico riguardava le terme, purtuttavia anche in quest'ambito gli atteggiamenti
sono cambiati nel corso del tempo. CATONE (si veda) il Vecchio preferiva non
fare il bagno nudo alle terme in presenza del figlio, mentre Plutarco pare
sottolineare il fatto che nei suoi tempi e in quelli immediatamente precedenti
poteva esser ritenuto assai vergognoso per gli uomini maturi esporre i loro
corpi davanti a maschi pi giovani. In seguito vi fu addirittura la possibilit
per uomini e donne di fare il bagno assieme. Fallicismo Lo stesso argomento in
dettaglio: Simbolismo fallico. La sessualit romana, cos com' ripetutamente
rappresentata in letteratura, stata
descritta come essenzialmente fallocentrica. Il "fallo" (simbologia
del pene in erezione) doveva avere il potere di scacciare il malocchio ed altre
forze soprannaturali malefiche; stato
utilizzato come amuleto dalle capacit "fascinatorie" (fascinus), di
cui sopravvivono molti esempi in particolare sotto forma di tintinnabulum. Il
fallo dalle dimensioni e dalla lunghezza esagerata stato associato nell'arte romana col dio
Priapo, divinit itifallica per eccellenza). La raccolta poetica di autori
anonimi intitolata Carmina Priapea fa parlare direttamente il "dio dei
giardini", che minaccia allegramente di stupro tramite sesso anale
qualsiasi ladro potenziale e chiunque si azzardi ad oltrepassare i confini
della casa quando non ben accetto dai padroni. La maledizione scagliata da
Priapo pu causare sia l'impotenza che uno stato tormentoso di eccitazione
perenne senza alcuna possibilit di remissione, il priapismo. Ci sono all'incirca
120 termini latini registrati per indicare metaforicamente l'organo sessuale
maschile e nella stragrande maggioranza dei casi questi vengono a descrivere il
sesso del maschio come uno strumento d'aggressione, quando non come una vera e
propria arma. L'oscenit pi comune per chiamare il pene "mentula", molto utilizzato da
Marziale al posto di termini pi gentili o soft. Virga, come altre parole
significanti ramo, asta, palo, trave erano metafore comuni, cos anche vomere o
aratro. Castrazione e circoncisioneModifica Alcuni romani, bramosi di
conservare il pi a lungo possibile la bellezza pre-adolescenziale e femminea
dei propri schiavi (considerati e chiamati come deliciae o
delicati-"giocattoli, delizie") a volte li facevano sottoporre poco
dopo la pubert alla castrazione, cio all'asportazione dei testicoli nel
tentativo di preservare l'aspetto androgino della loro giovinezza. L'imperatore
Nerone aveva il suo castrato preferito di nome Sporo, che giunse fino al punto
di sposarlo in una cerimonia pubblica. Effeminatezza e travestitismo Quella di
effeminatezza era tra le accuse preferite rivolte agli avversari nel corso
dell'invettiva politica; essa colpiva soprattutto coloro che difendevano le
istanze dei populares, quella fazione politica i cui capi si presentavano come
difensori del popolo (democratici), che si trovava perennemente in contrasto
con gli ottimati, l'lite conservatrice nobiliare. Negli ultimi anni della
repubblica varie personalit tra i populares sono state tacciate d'esser
irrimediabilmente effeminate, oltre a Gaio Giulio Cesare anche Marco Antonio,
Publio Clodio Pulcro e Lucio Sergio Catilina assieme a tutti i suoi amici
cospiratori (vedi congiura di Catilina): venivano tutti derisi in quanto
eccessivamente curati (ben vestiti e profumati) o perch giravano voci
insistenti su loro trascorsi sessuali con altri uomini nei cui confronti
avrebbero assunto il ruolo denigrato della femmina; allo stesso tempo per
l'effeminato era anche il donnaiolo, il Don Giovanni impenitente in possesso di
fascino e carisma superiori alla norma e che amava vestirsi elegantemente ed
esser sempre profumato. Forse l'episodio pi celebre di crossdressingnell'antica
Roma si verificato quando il succitato
Clodio Pulcro viol i riti annuali della Bona Dea e che erano riservati alle
sole donne; essi si svolsero nella casa di Cesare, nell'epoca in cui questi si
trovava quasi al termine del suo mandato di pretoree s'apprestava ad assumere
l'investitura di pontefice massimo. Clodio si travest come una flautista per
riuscire ad entrare, come viene descritto da Cicerone che lo addita come
sacrilego Togli il suo vestito color zafferano, la sua tiara, le sue scarpette
dai lacci viola, il suo reggiseno e il suo Salterio, togli il suo comportamento
sfacciato e il suo crimine sessuale, ed ecco che allora Clodio si rivela
improvvisamente come un democratico. Le azioni di Clodio, che era stato appena
eletto questore ed era in procinto di compiere trent'anni, sono spesso state
considerate come un ultimo scherzo giovanile. La natura tutta femminile di questi
riti notturni ha attirato nel corso del tempo molta speculazione pruriginosa
negli uomini; sono state fantasticate come enormi orge lesbiche compiute tra i
fumi dell'alcol e che potevano pertanto anche essere molto divertenti da
osservare. Clodio si suppone che avesse avuto lo scopo di sedurre la moglie di
Cesare, ma la sua voce maschile lo ha smascherato prima di poter riuscire ad
averne la possibilit. Lo scandalo ha spinto Cesare a cercare di ottenere un
divorzio immediato per poter in tal maniera tenere sotto controllo i danni
sopravvenuti alla propria reputazione, dando origine alla famosa frase divenuta
proverbiale "la moglie di Cesare deve essere sopra di ogni sospetto."
L'incidente ha riassunto comunque il disordine vigente durante gli ultimi anni
della repubblica romana. L'ambiguit sessuale
poi una caratteristica peculiare dei sacerdoti della dea Cibele
conosciuti come Galli, il cui abbigliamento rituale includeva capi femminile.
Essi sono a volte considerati come una specie di sacerdozio transgender, in
quanto veniva richiesto loro di sottoporsi ad auto-evirazione ad imitazione di
Attis. La complessit dell'identit di genere nella religione di Cibele e Attis e
nel relativo mito sono ben esplorate da Catullo in una delle sue poesie pi
lunghe, il Carme .Rapporti omosessualiModifica mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Omosessualit nell'Antica Roma. Lato della Coppa Warren che mostra il
"conquistatore erotico" del puer delicatus (ragazzino), incoronato.
Gli uomini romani erano del tutto liberi di avere rapporti sessuali con maschi
di status inferiore, senza per questo aver alcuna percezione di una qualche
perdita di mascolinit; soltanto coloro che prendevano il ruolo passivo nel
rapporto (a volte indicati come sottomessi) venivano fortemente denigrati come
deboli e privi di virilit. I cittadini romani che erano solitamente
contrassegnati come "maschile" potevano attuare la penetrazione
sessuale di uomini sia verso coloro che esercitavano la prostituzione maschile
che nei confronti degli schiavi i quali solitamente erano ragazzi sotto i
vent'anni d'et. La letteratura comprende molte opere che parlano di
omoerotismo; comprende le poesie di Catullo dedicate al suo ragazzino
quattordicenne di nome Giovenzio, le elegie di Tibullo e Properzio, la seconda
egloga delle Bucoliche di Virgilio e diverse poesie di Orazio. Lucrezio
affronta il tema dell'amore provato nei confronti dei ragazzi nel suo De Rerum
Natura . Sebbene OVIDIO (si veda) includa di trattare esempi mitologici di
omoerotismo nelle sue Metamorfosi, egli risulta altres prendere al riguardo una
posizione che insolita fra i poeti
d'amore latini, ed in effetti tra i Romani in generale, quando esprime opinioni
aggressivamente eterosessuali. Il Satyricon di Petronio Arbitro talmente permeato di erotismo culturale di
tipo omosessuale che nei circoli letterari europei, il suo nome diventato addirittura un sinonimo di
omosessualit. Anche se il diritto romano non riconosceva il matrimonio tra
uomini, nel periodo imperiale alcune coppie maschili celebrarono riti
matrimoniali tradizionali. Tali forme di matrimonio tra persone dello stesso
sesso sono riportati da fonti che li deridono; i sentimenti dei partecipanti
non sono registrati. Lo stupro sugli uominiModifica Gli uomini che erano stati
violentati perdevano la legittimazione all'agire sociale, ne venivano esentati;
acquisivano lo status di infamia, lo stesso degli uomini dediti alla
prostituzione maschile o di quelli che assumevano volontariamente il ruolo
passivo nell'atto sessuale. Secondo il giurista Pomponio, dopo che l'uomo stato violentato con la forza dai ladri o dal
nemico in tempo di guerra, dovrebbe sopportarne lo stigma. I timori di stupri
di massa a seguito di una sconfitta militare veniva esteso anche ai maschi
oltre che alle potenziali vittime di sesso femminile. Il diritto romano ha
affrontato lo stupro di un cittadino di sesso maschile gi nel II secolo a.C.,
quando venne emessa una sentenza riguardante una causa che potrebbe aver
coinvolto un maschio di orientamento omosessuale; anche se un uomo che aveva
lavorato nell'ambito della prostituzione non poteva essere violentato per una
questione di diritto, stato stabilito
difatti che anche un uomo poco raccomandabile e discutibile fosse in pieno
possesso degli stessi diritti degli altri uomini liberi di non avere il proprio
corpo sottoposto da una sessualit forzata. In un libro sull'arte della retorica
lo stupro di un maschio nato libero (ingenuus)
equiparato a quello di una matrona ed in quanto ci trattarsi di un
crimine capitale. La Leges Iuliae#Lex Iulia de vi publica et privata definisce
lo stupro come il sesso forzato contro un ragazzo o una donna e lo stupratore
era oggetto di esecuzione, una sanzione alquanto rara nel diritto romano.
Costituiva inoltre un delitto capitale per un uomo rapire un bambino nato
libero per utilizzarlo in scopi eminentemente sessuali; la corruzione del
protettore del ragazzo per averne l'opportunit ne rappresentava un'aggravante:
in questo caso la negligenza degli accompagnatori poteva essere perseguita
sotto varie leggi, riversando patte della colpa su coloro che non erano
riusciti nelle loro responsabilit come guardiani, piuttosto che sulla vittima.
Anche se la legge riconosceva l'irreprensibilit della vittima, la retorica
utilizzata dalla difesa indica che i cosiddetti "atteggiamenti
colpevoli" avrebbeto potuto essere sfruttati fra i giurati. Nella sua
collezione di codici aneddotici che si occupavano d assalti alla castit, lo
storico Valerio Massimo dispone in egual misura di un numero di vittime di
sesso maschile rispetto a quelle di sesso femminile. Sessualit militare. Il
soldato romano, come ogni romano libero e rispettabile dello Stato, avrebbe
dovuto mostrare autodisciplina in materia di sesso. Ai soldati colpevoli di
adulterio veniva dato un congedo disonorevole, mentre agli adulteri condannati
era impedito l'arruolamento, con condanne rigorose che potevano vietare le
prostitute e i magnaccia dal campo, Anche se in generale l'esercito romano, sia
in marcia che in un forte permanente (castra) mantenevano tra i partecipanti un
numero di seguaci di campo che potevano includere anche le prostitute. La loro
presenza sembra essere data per scontata e menzionata soprattutto quando poteva
diventare un dato problematico; per esempio quando Scipione Emiliano stava partecipando
all'assedio di Numanzia respinse i seguaci sessuali del campo come una delle
sue misure per il ripristino della disciplina. Forse la cosa pi singolare il divieto contro il matrimonio romano mentre
si faceva parte degli effettivi dell'esercito imperiale. Nel suo primo periodo,
Roma aveva un esercito di cittadini che avevano lasciato le proprie famiglie
per prendere le armi, quando ve ne fosse stato bisogno. Durante l'espansionismo
della media repubblica romana, Roma inizi ad acquisire vasti territori da
difendere come le province (vedi la provincia romana), ma nel corso dell'epoca
di Gaio Mario l'esercito era stato sempre pi professionalizzato. Il divieto di
matrimonio per i soldati in servizio inizi sotto Augusto,forse per scoraggiare
le famiglie al seguito dell'esercito e compromettendone cos la sua mobilit. Il
divieto di matrimonio era applicato a tutti i ranghi fino a quello del
centurione; mentre per gli uomini delle classi dirigenti c'era l'esenzione. Con
il II secolo la stabilit dell'impero conosciuta come pax romana ha costretto la
maggior parte delle unit a forti permanenze in terre lontane, cosicch si
potevano spesso sviluppare rapporti anche con donne locali. Sebbene legalmente
queste unioni non potevano essere formalizzate in matrimonio legittimo, stato riconosciuto che il loro valore stava
nel fornire un supporto emotivo. Dopo che un soldato fosse stato dimesso, alla
coppia era concesso il diritto di matrimonio legale in quanto cittadini (il
connubium) e tutti i bambini che gi eventualmente avevano veniva loro concesso
lo status di esser nati cittadini. Settimio Severo revoc il divieto augusteo.
Altre forme di gratificazione sessuale a disposizione dei soldati erano l'uso
di schiavi, gli stupri di guerra e la relazione tra persone dello stesso sesso.
Il comportamento omosessuale tra i soldati
stato oggetto di sanzioni, compresa la pena la morte in quanto
violazione della disciplina e del diritto militare. Polibio riferisce che
l'attivit omosessuale all'interno delle forze armate era punita con la
fustuarium, una fustigazione fino a morte. Il sesso tra commilitoni violava il
decoro romano in quanto s'intratteneva un rapporto sessuale con un altro
maschio nato libero. Un soldato aveva sopra ogni altra cosa il dovere di
mantenere la propria mascolinit, non consentendo in nessun caso pertanto che il
proprio corpo potesse essere utilizzato per scopi sessuali. Questa integrit
fisica era in contrasto con i limiti imposti sulle sue azioni come uomo libero
all'interno della gerarchia militare; pi sorprendentemente, i soldati romani
erano i soli cittadini regolarmente sottoposti a punizioni corporali, riservate
al mondo civile soprattutto agli schiavi. L'integrit sessuale ha contribuito a
distinguere lo status del soldato, che altrimenti avrebbe sacrificato molto
della sua autonomia civile rispetto a quella dello schiavo. Nella guerra,
subire lo stupro equivaleva alla sconfitta, un altro motivo per il soldato di
non compromettere il proprio corpo sessualmente. La sessualit femminile A causa
dell'enfasi romana data alla famiglia, la sessualit femminile stata considerata una delle basi per l'ordine
sociale e la prosperit. Ci si aspettava che le donne romane esercitassero la
propria sessualit all'interno del matrimonio, e venissero premiate per la loro
integrit sessuale (pudicitia) e fecondit. Augusto concesse onori e privilegi
speciali alle donne che avevano dato alla luce almeno tre bambini, attraverso
lo Ius trium liberorum; la sua legge morale era incentrata sullo sfruttamento
della sessualit delle donne. Il controllo della sessualit femminile era
considerata necessaria per la stabilit dello Stato, tanto che era sancito nella
forma pi vistosa data dalla verginitassoluta delle Vestali attendenti al sacro
fuoco. Una vestale che avesse violato il proprio voto sarebbe stata sepolta
viva in un rituale che avrebbe imitato per alcuni aspetti le pratiche funerarie
romane ed il suo amante l'avrebbe seguita. La sessualit femminile, sia
disordinata sia esemplare, spesso poteva avere impatti anche profondi sulla religione
di Stato in tempo di crisi per la repubblica romana. Come avveniva per gli
uomini, anche per le donne libere che si fossero esposte sessualmente, come
prostitute od esecutrici di lenocinio, o che si fossero rese disponibili
indiscriminatamente, sarebbero state escluse dalla protezione legale dovuta
loro nonch dalla rispettabilit sociale. Molte fonti letterarie romane approvano
le donne rispettabili che esercitano la passione esclusivamente all'interno
dell'istituzione matrimoniale; mentre la letteratura antica prende con
prepotenza una visione fortemente maschilista della sessualit, il poeta
augusteo Publio Ovidio Nasone esprime invece un interesse esplicito e
praticamente unico del modo in cui le donne subiscono il rapporto sessuale (ci
innanzi tutto nellArs amatoria ma anche negli Amores). Il corpo
femminileModifica Gli atteggiamenti morali nei confronti della nudit femminile
differivano, almeno in parte, da quelli dei Greci, pur essendo notevolmente
influenzati da loro; questi ultimi avevano idealizzato il corpo maschile nudo -
il nudo eroico - mentre ritraggono sempre le donne rispettabili coperte. La
parziale nudit delle de nell'arte imperiale romana, tuttavia, poteva mettere in
evidenza il seno come parte fisica dignitosa, ma in quanto per renderne un'idea
piacevole d'immagine di nutrimento, abbondanza e tranquillit. L'arte erotica
sopravvissuta di questo periodo indica che le donne con seni piccoli e fianchi
larghi raffiguravano l'ideale forma del corpo umano femminile. Dal I secolo
d.C. l'arte romana comincia a mostrare un vasto interesse per il nudo
artisticofemminile impegnato in varie attivit tra le quali anche la sessualit
(vedi l'arte erotica a Pompei e Ercolano); l'arte pornografica rappresentante
donne in qualit di presunte prostitute nel momento in cui svolgono atti
sessuali poteva mostrare il seno coperto da uno "strophium" (una
sorta di reggiseno) anche quando il resto del corpo era nudo. Nel mondo reale,
cos come viene descritto in letteratura, le prostitute a volte si presentavano
nude all'ingresso del cubicolo del bordello a loro riservato, oppure si
mostravano indossare abiti di seta trasparente; gli schiavi (e schiave) in
vendita sono stati spesso esposti nudi per consentire agli acquirenti
d'ispezionare i loro eventuali difetti, ma anche per simboleggiare che non
avevano il diritto di controllare il proprio corpo. Seneca il Vecchio descrive
il momento della vendita di una donna: "lei si present nuda sulla riva, a
piacere dell'acquirente: ogni parte del suo corpo stato esaminato e ritenuto. Volete ascoltare
il risultato della vendita? Il pirata ha venduto, il protettore ha comprato,
che la si potesse impiegare come una prostituta. La visualizzazione del corpo
femminile lo rendeva maggiormente vulnerabile, Varrone ha detto che la vista era
il pi grande dei sensi, perch mentre gli altri sono in un modo o nell'altro
limitati dalla vicinanza, la vista poteva penetrare anche fino all'altezza
delle stelle; egli pensava che la parola latina per vista-lo sguardo intenso,
"visus", fosse etimologicamente collegato a vis-forza/potere. Ma il
legame tra visus e vis, continua, implica anche la possibilit sempre presente
di violazione (tramite quindi lo sguardo maschile), come Atteone guardando nuda
Diana ne aveva violato la divinit. Il corpo femminile completamente nudo come
viene ritratto nella scultura romana
stato pensato essenzialmente per incarnare un concetto universale di
Venere, la cui controparte greca Afrodite
la Deapi spesso dipinta in stato di nudit nell'arte greca. Genitali
femminili Il termine basilare osceno per i genitali femminili "cunnus"-fica, anche se forse non
cos fortemente offensiva come per la moderna lingua anglosassone. Marziale
utilizza la parola pi di trenta volte, Catullo una volta e Orazio tre solo nei
suoi primi lavori; appare anche nei Priapea e nei graffiti. Una delle parole
gergali usate dalle donne per i loro genitali era "porcus", in
particolare quando donne mature discutevano di ragazze; Varrone collega
quest'uso della parola al sacrificio di un maiale alla dea Cerere nel corso dei
riti preliminari di nozze. Le metafore di campi, giardini e prati sono
anch'esse comuni, come lo l'immagine
dell'aratro maschile riferito al solco femminile; altre metafore includono la
grotta, la fossa, il sacchetto, il vaso, la stufa, il forno e l'altare. Anche
se i genitali delle donne appaiono spesso nelle invettive e all'interno dei
versi satirici come oggetti di disgusto, sono invero raramente presenti
nell'elegia d'amore. OVIDIO (si veda), il pi eterosessuale dei poeti classici d'amore, l'unico che si riferisce al dare un piacere
alla donna attraverso la stimolazione dei genitali; Marziale invece scrive dei
genitali femminili solamente in una maniera offensiva, descrivendo la vagina di
una donna come fosse l'esofago di un pellicano. e la paragona inoltre al sedere
del ragazzo come ricettacolo per il fallo. La funzione della clitoride
("landica") stata ben
compresa[135]; nel latino classico il termine era di un'oscenit altamente indecorosa
ritrovato solo nei graffiti e nei Priapea. Il clitoride era solitamente
indicato come una metafora, come ad esempio fa Giovenale quando lo chiama
"crista" (cresta) Omosessualit femminile Lo stesso argomento in
dettaglio: Storia del lesbismo. Le parole greche indicanti una donna che
preferisce il sesso con un'altra donna includono l'hetairistria (da confrontare
con hetaira-cortigiana/compagna), tribas (plurale tribadi) e lesbia Sessualit e
gioventModifica Sia i maschi che le femmine nati liberi potevano indossare la
"Toga praetexta", una toga bianca normale con una larga striscia
viola sui bordi; era riservata ai ragazzi cittadini che non avevano per ancora
raggiunto la maggiore et. Questa toga assegnava chi la portava lo status di
inviolabilit; lo stupro di un ragazzo nato libero costituiva un crimine
capitale. Riti di passaggioModifica Ulteriori informazioni Questa sezione
sull'argomento sessualit ancora vuota.
Aiutaci a scriverla! Sesso, matrimonio e societModifica Relazione
padrone-schiavoModifica L'attrattiva sessuale era una delle caratteristiche
principali richieste negli schiavi in quanto considerati propriet oggettiva, il
loro padrone poteva utilizzarli sessualmente a piacimento o anche richiederli
in prestito se appartenevano ad altri. Le lettere di Cicerone hanno suggerito
ad alcuni studiosi che egli potesse aver avuto una relazione omosessuale a
lungo termine col proprio schiavo, e poi liberto, di nome Marco Tullio Tirone.
Prostituzione Lo stesso argomento in dettaglio: Prostituzione nell'antica Roma.
Atti sessuali e relative posizioniModifica MasturbazioneModifica Magnifying
glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della
masturbazione. Ermafroditismo e androginiaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Ermafrodito, Afrodito e Androgino. NoteModifica
^ Catharine Edwards, The Politics of Immorality in Ancient Rome (Cambridge
Verstraete and Vernon Provencal, introduzione a Same-Sex Desire and Love in
Greco-Roman Antiquity and in the Classical Tradition (Haworth Per una pi estesa
discussione su come la percezione moderna della decadenza sessuale romana sia
stata prodotta ad arte dalla polemistica cristiana nei suoi strali anti-pagani,
vedi Blanshard, "Roman Vice," in Sex: Vice and Love from Antiquity to
Modernity (Wiley-Blackwell, Langlands, Sexual Morality in Ancient Rome
(Cambridge Hlkeskamp, Reconstructing the Roman Republic: An Ancient Political
Culture and Modern Research (Princeton Langlands, Sexual Morality, p.17. ^ Langlands, Sexual Morality,
Fantham, "Stuprum: Public Attitudes and Penalties for Sexual Offences in
Republican Rome", in Roman Readings: Roman Response to Greek Literature
from Plautus to Statius and Quintilian (Walter de Gruyter, Richlin, "Not
before Homosexuality: The Materiality of the cinaedus and the Roman Law against
Love between Men", Journal of the History of Sexuality. Under the Empire,
the emperor assumed the powers of the censors Foucault, Storia della sessualit
vol. II: la cura di s (New York: Vintage (in
contrasto con la visione cristiana della sessualit come "legata al
male") et passim, e come viene sintetizzato da Inger Furseth and Pl
Repstad, An Introduction to the Sociology of Religion: Classical and Contemporary
Perspectives (Ashgate, Cantarella, Secondo natura. La bisessualit nel mondo
antico (Yale, originariamente in italiano Langlands, Sexual Morality,
Cantarella, Bisessualit nel mondo antico, Clarke, Looking at Lovemaking:
Constructions of Sexuality in Roman Art (California Press, Langlands, Sexual
Morality; Clarke, Looking at Lovemaking, McGinn, The Economy of Prostitution in
the Roman World (University of Michigan Press, 2004), p. 164. ^ Craig Williams,
Roman Homosexuality (Oxford, citando Saara Lilja, Homosexuality in Republican
and Augustan Rome (Societas Scientiarum Fennica, Nussbaum, "The Incomplete
Feminism of Musonius Rufus, Platonist, Stoic, and Roman", in The Sleep of
Reason: Erotic Experience and Sexual Ethics in Ancient Greece and Rome
(University of Chicago Skinner, introduction to Roman Sexualities (Princeton
Langlands, Sexual Morality, Edwards, The Politics of Immorality, Clarke,
Looking at Lovemaking, p. 8, sostiene che gli antichi romani "non hanno
un'idea consapevole della loro sessualit". Vedi anche Diana M. Swancutt,
"Still before Sexuality: 'Greek' Androgyny, the Roman Imperial Politics of
Masculinity and the Roman Invention of the tribas", in Mapping Gender in
Ancient Religious Discourses (Brill, e la discussione di costruttivismo sociale
contrario all'essenzialismo di Thomas Habinek, "The Invention of Sexuality
in the World-City of Rome", in The Roman Cultural Revolution (Cambridge
Clarke, Looking at Lovemaking, Richlin, "Sexuality in the Roman
Empire", in A Companion to the Roman Empire (Blackwell, Richlin,
"Sexuality in the Roman Empire," Ovid, Tristia Griffin,
"Propertius and Antony", Journal of Roman Studies Ovid, Tristia
Hofmann, Latin Fiction: The Latin Novel in Context (Routledge, Plutarco, Vita
di Crasso Clarke, Looking at Lovemaking, p. 3 et passim. ^ Clarke, Looking at Lovemaking, La
"Tabella" era un piccolo dipinto portatile, distinto dalla pittura
murale permanente. ^ Ovidio, Tristia
2, cos com' citato da Clarke in Looking at Lovemaking, Clarke, Looking at
Lovemaking, Clarke, Looking at Lovemaking, quotation. L'osservazione critica
proviene da Svetonio, Vita di Orazio: Ad res Venerias intemperantior traditur;
nam speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, ut quocumque
respexisset ibi ei imago coitus referretur; Clarke, Looking at Lovemaking,
Svetonio, Vita di Tiberio Clarke, Looking at Lovemaking, Richlin,
"Sexuality in the Roman Empire," Richlin, "Sexuality in the
Roman Empire, Ad esempio, Agatha of Sicily e Febronia of Nisibis; Sebastian P.
Brock and Susan Ashbrook Harvey, introduction to Holy Women of the Syrian
Orient (University of California Harvey, "Women in Early Byzantine
Hagiography: Reversing the Story," in That Gentle Strength: Historical
Perspectives on Women in Christianity (University Press of Virginia,. I racconti di mutilazione del seno si trovano nelle
fonti e nell'iconografia cristiana, non nell'arte e nella letteratura romana..
^ Richlin, "Sexuality in the Roman Empire, Anche se non vi sono dubbi sul
fatto che Ausonio fosse un cristiano, le sue opere contengono molte indicazioni
che dimostrano un notevole interesse - forse addirittura ne stato un praticante - nei riguardi delle
religioni tradizionali romane e celtiche. Come sostenuto da Ariadne Staples in tutto il suo From
Good Goddess to Vestal Virgins: Sex and Category in Roman Religion (Routledge,
Schultz, Women's Religious Activity in the Roman Republic (University of North
Carolina Lipka, Roman Gods: A Conceptual Approach (Brill, See Flamen Dialis and
rex sacrorum. Beard, North, and Price, Religions of Rome: A History (Cambridge
Wildfang, Rome's Vestal Virgins: A Study of Rome's Vestal Priestesses in the
Late Republic and Early Empire (Routledge, Staples, From Good Goddess to Vestal
Virgins, CICERONE (si veda), De officiis: nam cum sit hoc natura commune
animantium, ut habeant libidinem procreandi, prima societas in ipso coniugio
est, proxima in liberis, deinde una domus, communia omnia; id autem est
principium urbis et quasi seminarium reipublicae; MacCormack, "Sin,
Citizenship, and the Salvation of Souls: The Impact of Christian Priorities on
Late-Roman and Post-Roman Society," Comparative Studies in Society and
History Com' espresso nella prima invocazione a Venere di Tito Lucrezio Caro
nel De rerum natura: "Begetter (genetrix) of the line of Aeneas, the
pleasure (voluptas) of human and divine." ^ J. Rufus Fears, "The
Theology of Victory at Rome: Approaches and Problem," Aufstieg und
Niedergang der rmischen Welt. Silla
poteva in quel momento essere o meno stato un ugure. Williams, Roman
Homosexuality: Ideologies of Masculinity in Classical Antiquity (Oxford Henig,
Religion in Roman Britain(London: Batsford, PLINIO (si veda), Naturalis
historia, dice che quando un generale celebrava un trionfo, le Vestali
appendevano l'effigie del Fascinus nella parte inferiore del suo carro per
proteggerlo dall'invidia. Turcan, The Gods
of Ancient Rome (Routledge; originally published in French; Rpke, Religion in
Republican Rome: Rationalization and Ritual Change (University of Pennsylvania
Iter amoris, "journey" or "course of love". See Propertius; Ovidio, Fasti;George, "The 'Dark
Side' of the Toga," in Roman Dress and the Fabrics of Roman Culture,
Toronto; Palmer, "Mutinus Titinus: A Study in Etrusco-Roman Religion and
Topography," in Roman Religion and Roman Empire, Pennsylvania, ha
sostenuto che quello di Mutunus Tutunus fosse un sotto-culto di quello che era
dedicato a Libero; Agostino di Ippona, De civitate Dei, ha detto che un fallo
era un oggetto divino utilizzato durante la Liberalia per respingere le
influenze malevoli dalle colture. ^ Clarke, Looking at Lovemaking, Langlands,
Sexual Morality, Spaeth, The Roman Goddess Ceres (University of Texas Press,,
citing Festus (87 in the edition of Mller) parlando della torcia, rileva che le
sacerdotesse devote e dedicate al culto di Cerere nelle province romane
nordafricane fanno voto di castit come avviene tra le Vestali (Tertulliano, Ad
uxorem 1.6 Oehler). Ovidio nota che Cerere
soddisfatta anche da piccole offerte, purch siano caste (Fasti). Statius
dice che Cerere stessa casta (Silvae).
La preoccupazione di associare la dea con la "castitas" pu avere a
che fare con la sua funzione di tutelare i passaggi oltre i confini, compresa
quindi anche la transizione tra la vita e la morte, come avviene nelle
religioni misteriche. Brouwer, Bona
Dea: The Sources and a Description of the Cult (Brill; Mueller, Roman Religion
in Valerius Maximus; Rasmussen, Public Portents in Republican Rome (L'Erma di
Bretschneider, Wildfang, Rome's Vestal Virgins, Crassus's nomen was Licinius;
the Vestal's name was Licinia (see Roman naming conventions). His reputation
for greed and sharp business dealings helped save him; he objected that he had
spent time with Licinia to obtain some real estate she owned. For sources, see
Alexander, Trials in the Late Roman Republic (Toronto; Plutarch, Life of
Crassus, implies that the prosecution was motivated by political utility. One
or more Vestals were also brought before the College of Pontiffs for incestum
in connection with the Catiline Conspiracy (Alexander, Trials, The sources on
this notorious incident are numerous; Brouwer, Bona Dea, p. 144ff., gathers the
ancient accounts. Frier and McGinn, A Casebook on Roman Family Law, Oxford
Richlin, The Garden of Priapus: Sexuality and Aggression in Roman Humor (Oxford
Stuprum cum vi or per vim stuprum: Richlin, "Not before Homosexuality, For
instance, in the mid-3rd century BC, Naevius uses the word stuprum in his
Bellum Punicum for the military disgrace of desertion or cowardice; Elaine
Fantham, "Stuprum: Public Attitudes and Penalties for Sexual Offences in
Republican Rome," in Roman Readings: Roman Response to Greek Literature
from Plautus to Statius and Quintilian (Walter de Gruyter, Fantham,
"Stuprum: Public Attitudes and Penalties," p. Moses, "LIVIO (si
veda)s Lucretia and the Validity of Coerced Consent in Roman Law," in
Consent and Coercion to Sex and Marriage in Ancient and Medieval Societies
(Dunbarton; Gillian Clark, Women in Late Antiquity: Pagan and Christian
Life-styles (Oxford Moses, "Livy's Lucretia, Gillespie and Hardie,
introduction to The Cambridge Companion to LUCREZIO (si veda) (Cambridge). A
scholiast gives an example of an unnatural and unnecessary desire as acquiring
crowns and setting up statues for oneself; see J.M. Rist, Epicurus: An
Introduction (Cambridge Hardie, "Lucretius and Later Latin Literature in
Antiquity," in The Cambridge Companion to LUCREZIO (si veda); McGinn,
Prostitution, Sexuality and the Law in Ancient Rome (Oxford. See the statement
preserved by Aulus Gellius that " it was an injustice to bring force to
bear against the body of those who are free" (vim in corpus liberum non aecum
adferri). Fantham, "The Ambiguity of Virtus in Lucan's Civil War and
Statius' Thebiad," Arachnion; Bell, "Cicero and the Spectacle of
Power," Journal of Roman Studies Ramage, Aspects of Propaganda in the De
bello gallico: Caesars Virtues and Attributes, Athenaeum Myles Anthony
McDonnell, Roman manliness: virtus and the Roman Republic (Cambridge); Evans,
Utopia Antiqua: Readings of the Golden Age and Decline at Rome (Routledge,
Craig A. Williams, Roman Homosexuality(Oxford Cantarella, Bisexuality in the Ancient
World, p. xi; Skinner, introduction to Roman Sexualities, Richlin, The Garden
of Priapus, Edwards, "Unspeakable Professions: Public Performance and
Prostitution in Ancient Rome," in Roman Sexualities, Edwards,
"Unspeakable Professions, Aulus Gellius; Williams, Roman Homosexuality,
Richlin, "Sexuality in the Roman Empire," in A Companion to the Roman
Empire.The law began to specify harsher punishments for the lower classes
(humiliores) than for the elite (honestiores). ^ This is a theme throughout Carlin
A. Barton, The Sorrows of the Ancient Romans: The Gladiator and the Monster
(Princeton Heskel, "Cicero as Evidence for Attitudes to Dress in the Late
Republic," in The World of Roman Costume (University of Wisconsin
Bonfante, "Nudity as a Costume in Classical Art," in American Journal
of Archaeology Ovid, Fasti Newlands, Playing with Time: Ovid and the Fasti
(Cornell Williams, Roman Homosexuality, Zanker, The Power of Images in the Age
of Augustus (Michigan; Zanker, The Power of Images in the Age of Augustus,
Plutarch, Life of Cato 20.5; Williams, Roman Homosexuality, Zanker, The Power
of Images in the Age of Augustus, p. 6. ^
Fino alla tarda Repubblica, un bagno di casa probabilmente offerto le donne
un'ala o struttura separata, o ha avuto un programma che permetteva alle donne
e agli uomini di fare il bagno in tempi diversi. Dalla tarda Repubblica fino
alla prevalenza del cristianesimo nel tardo impero, non vi una chiara evidenza di balneazione mista.
Alcuni studiosi hanno pensato che solo le donne delle classi inferiori si
bagnassero con gli uomini, o le prostitute che erano infames, ma Clemente di
Alessandria ha osservato che le donne delle pi alte classi sociali potevano
essere viste nude ai bagni. Adriano vietata la balneazione mista, ma il divieto
non sembra fosse rigorosamente rispettato. In breve, i costumi variavano non
solo nel tempo e nei luoghi, ma anche rispetto alla struttura sociale
predominante; vedi Garrett G. Fagan, Bathing in Public in the Roman World
(University of Michigan Clarke, Looking at Lovemaking, p. 84; David J.
Mattingly, Imperialism, Power, and Identity: Experiencing the Roman Empire
(Princeton Richlin, "Pliny's Brassiere," in Roman Sexualities,
Mattingly, Imperialism, Power, and Identity, Williams, Roman Homosexuality,
citing Suetonius, Life of Nero. ^ Edwards, The Politics of Immorality, Edwards, Politics of Immorality,
The case, which nearly shipwrecked Clodius's political career, is discussed at
length by his biographer, Tatum, The Patrician Tribune: Publius Clodius Pulcher,
North Carolina; Clodius, a crocota, a mitra, a muliebribus soleis purpureisque
fasceolis, a strophio, a psalterio, a flagitio, a stupro est factus repente
popularis: Cicero, the speech De Haruspicium Responso, given a Lacanian
analysis by Leach, Gendering Clodius, Classical World Williams, Roman
Homosexuality, Edwards, The Politics of Immorality see also Tatum, Always I Am
Caesar (Blackwell Murray, Homosexualities (University of Chicago Bachvarova,
"Sumerian Gala Priests and Eastern Mediterranean Returning Gods: Tragic
Lamentation in Cross-Cultural Perspective," in Lament: Studies in the
Ancient Mediterranean and Beyond (Oxford See also "Hermaphroditism and
androgyny" below. ^ Williams, Roman Homosexuality, Catullo, Carmina
Tibullus, Book One, elegies Propertius McGinn, Prostitution, Sexuality and the
Law in Ancient Rome (Oxford McGinn, Prostitution, Sexuality and the Law,
Potter, "The Roman Army and Navy," in The Cambridge Companion to the
Roman Republic, Southern, The Roman Army: A Social and Institutional History
(Oxford; Phang, The Marriage of Roman Soldiers: Law and Family in the Imperial
Army (Brill, Phang, The Marriage of Roman Soldiers Il [[De Bello
Hispaniensi|]], circa la guerra civile di Cesare sul fronte della Spagna
romana, parla di un ufficiale che ha una concubina di sesso maschile
(concubinus) che si porta appresso. Polibio, Storie (translated as bastinado).
Phang, Roman Military Service: Ideologies of Discipline in the Late Republic
and Early Principate (Cambridge See also "Master-slave relations. Phang,
Roman Military Service, Roman law recognized that a soldier was vulnerable to
rape by the enemy: Digest, as discussed by Richlin, "Not before
Homosexuality, Severy, Augustus and the Family at the Birth of the Roman Empire
(Routledge, 2003), p. 39. ^ Hans-Friedrich Mueller, Roman Religion in Valerius
Maximus (Routledge; Langlands, Sexual Morality; See further discussion at
Pleasure and infamy below. Clarke, Looking at Lovemaking, Gibson, Ars Amatoria
(Cambridge Cohen, "Divesting the Female Breast; Cameron, The Last Pagans,
p. 725; Bonfante, "Nudity as a Costume in Classical Art," passim. See
discussion of the iconography of breastsfollowing. Olson, "The Appearance
of the Young Roman Girl," in Roman Dress and the Fabrics of Roman Culture
(University of Toronto Clarke, Looking at Lovemaking, Clarke, "Look Who's
Laughing at Sex," in The Roman Gaze, Blanshard, Sex: Vice and Love from
Antiquity to Modernity (Wiley-Blackwell, Harper, Slavery in the Late Roman
Mediterranean, Cambridge Seneca, Controversia VARRONE (si veda), De lingua
latina, citing a fragment from the Latin tragedian Accius on Actaeon that plays
with the verb video, videre, visum, "see," and its presumed
connection to vis (ablative vi, "by force") and violare, "to
violate": "He who saw what should not be seen violated that with his
eyes" (Cum illud oculis violavit is, qui invidit invidendum); David
Frederic, "Invisible Rome," in The Roman Gaze. Ancient etymology was
not a matter of scientific linguistics, but of associative interpretation based
on similarity of sound and implications of theology and philosophy; see Davide
Del Bello, Forgotten Paths: Etymology and the Allegorical Mindset (Catholic
University of America Clement of Alexandria, Protrepticus; Allison R. Sharrock,
"Looking at Looking: Can You Resist a Reading?" in The Roman Gaze;
Adams, The Latin Sexual Vocabulary, Adams, The Latin Sexual Vocabulary; VARRONE
(si veda), On Agriculture; Hersch, The Roman Wedding: Ritual and Meaning in
Antiquity (Cambridge Spaeth, The Roman Goddess Ceres (University of Texas
Press, Adams, The Latin Sexual Vocabulary, Adams, The Latin Sexual Vocabulary;
Richlin, The Garden of Priapus. Throughout the Ars Amatoria ("Art of
Love"); Gibson, Ars Amatoria Martial, Epigrams: tam laxa ... quam turpe
guttur onocrotali; Richlin, The Garden of Priapus, Richlin, The Garden of
Priapus, Clarke, Looking at Lovemaking, Adams, The Latin Sexual Vocabulary,
Juvenal; Adams, The Latin Sexual Vocabulary, Il bordo viola appare anche sulle
toghe dei magistrati tra le cui funzioni vi
anche quella di presiedere ai sacrifici; era inoltre la toga indossata
da un figlio in lutto dopo aver effettuato i riti funebri, ed infine lo stesso
colore appariva sui veli delle Vestali; Judith Lynn Sebesta, "Women's
Costume and Feminine Civic Morality in Augustan Rome," Gender et History
and "Symbolism in the Costume of the Roman Woman; Adams, J.N. The Latin
Sexual Vocabulary. Johns Hopkins Brown, Robert D. Lucretius on Love and Sex.
Brill; Cantarella, Eva. Bisexuality in the Ancient World. Yale Clarke, John R.
Looking at Lovemaking: Constructions of Sexuality in Roman Art University of
California Edwards, Catharine. The Politics of Immorality in Ancient Rome.
Cambridge; Fantham, Stuprum: Public Attitudes and Penalties for Sexual Offences
in Republican Rome." In Roman Readings: Roman Response to Greek Literature
from Plautus to Statius and Quintilian. Gruyter, Frederic, David, ed. The Roman
Gaze: Vision, Power, and the Body. Johns Hopkins Gaca, Kathy L. The Making of
Fornication: Eros, Ethics and Political Reform in Greek Philosophy and Early
Christianity. University of California Gardner, Women in Roman Law and Society.
Indiana Hallett, Judith P., and Skinner, Marilyn, eds. Roman Sexualities.
Princeton Hubbard, Thomas K. Homosexuality in Greece and Rome: A Sourcebook of
Basic Documents. University of California Langlands, Rebecca. Sexual Morality
in Ancient Rome. Cambridge McGinn, Prostitution, Sexuality and the Law in
Ancient Rome. Oxford; McGinn, The Economy of Prostitution in the Roman World. Michigan
Press, Nussbaum, The Incomplete Feminism of Musonius Rufus, Platonist, Stoic,
and Roman." In The Sleep of Reason: Erotic Experience and Sexual Ethics in
Ancient Greece and Rome. University of Chicago Phang, The Marriage of Roman
Soldiers: Law and Family in the Imperial Army. Brill, Richlin, Amy. "Not
before Homosexuality: The Materiality of the cinaedus and the Roman Law against
Love between Men." Journal of the History of Sexuality Richlin, Amy. The
Garden of Priapus: Sexuality and Aggression in Roman Humor. Oxford; Verstraete
and Provencal, Same-Sex Desire and Love in Greco-Roman Antiquity and in the
Classical Tradition. Haworth, Williams, Craig A. Roman Homosexuality:
Ideologies of Masculinity in Classical Antiquity. Oxford Younger, Sex in the Ancient
World from A to Z. Routledge; Ancona, Ronnie, and Greene, Ellen eds. Gender
Dynamics in Latin Love Poetry. Johns Hopkins University Press, Skinner,
Marilyn. Sexuality in Greek And Roman Culture.
Blackwell Publishing. Voci correlateModifica Arte erotica a Pompei e Ercolano
Omosessualit nell'Antica Roma Sessualit nell'antica Grecia Storia della
sessualit umana. Portale Antica Roma Portale Erotismo. Baraldini Omosessualit
nell'antica Roma Irrumatio tipo di pratica del sesso orale Lex Scantinia
Wikipedia Il contenuto Omosessualit nell'antica Roma Lingua Segui Modifica Gli
atteggiamenti sociali nei confronti dell'omosessualit nell'antica Roma e i
comportamenti relativi differiscono - spesso in una maniera assai notevole - da
quelli assunti della contemporanea civilt occidentale e presenti in essa; il
tema deve pertanto essere affrontato necessariamente attraverso la visione del
mondo e della sessualit tipica della maggioranza delle societ antiche, molto
diversa da quella moderna. Graffito in versi proveniente da Pompei antica. Lo
scrivente, bruciato dalle fiamme d'amore, incita il mulattiere a smetterla di
bere e a pungolare semmai i muli per arrivare prima a casa, dove un bel
ragazzo, di cui egli innamorato, lo
attende (l ove l'amore dolce). Il ruolo
passivo come discriminante moraleModifica Per le antiche civilt precristiane
intrise di paganesimo, soprattutto per quelle del mondo classico (antica Grecia
e antica Roma), non esisteva un'autentica differenziazione individuale basata
sull'orientamento sessuale o di identit di genere. Piuttosto, questa esisteva
in base al ruolo assunto all'interno del rapporto sessuale: l'identificazione e
le leggi che regolavano le relazioni e le varie pratiche amorose non si
fondavano sull'oggetto del desiderio (una persona dello stesso sesso o di
quello opposto), ma la discriminante era bens data dal fatto che quella persona
ricoprisse un ruolo attivo e associato quindi alla virilit e alla mascolinit,
oppure uno passivo, generalmente considerato come estremamente degradante e
tipico della femminilit (era dato cio dall'atto che poteva essere dominante o
sottomesso, come viene indicato anche nell'uso dei termini catamite e
irrumatio). Agli antichi romani era peraltro completamente sconosciuta anche la
dicotomia del concetto moderno tra un'esclusiva omosessualit e un'altrettanto
esclusiva eterosessualit, proprio per il fatto che l'identificazione sessuale
avveniva per lo pi in base al ruolo svolto durante l'atto intimo (vedi attivo e
passivo nel sesso); la stessa lingua latina manca di parole traducibili con
eterosessuale o omosessuale come un'identit consapevole di chi prova attrazione
solo nei confronti di persone dell'altro o del proprio stesso sesso. Antinoo,
il giovane di cui s'innamor l'imperatore romanodel II secolo Publio Elio
Traiano Adriano. Quando l'amato mor, Adriano ne fece letteralmente un dio,
innalzandogli decine di statue in tutto l'impero. La societ romana seguiva i
dettami del patriarcato, un sistema impregnato da forti connotazioni di
maschilismo; per i maschi adulti ingenui, quelli che possedevano cio a tutti
gli effetti la cittadinanza romana (la Libertas-libert politica e il diritto di
governare s stessi e la propria familia con l'autorit derivante dal pater
familias), la Virtus stata sempre intesa
come una delle qualit attive per eccellenza e attraverso la quale l'uomo-vir si
viene maggiormente a definire. Gli uomini erano liberi d'intrattenere rapporti
sessuali con altri maschi senza alcuna percezione di perdita di virilit o di
status sociale, fintanto e a condizione che avessero assunto la posizione di
comando (sessualmente penetrativa). Il ruolo attivo come segno di virilit
Modifica La mentalit di conquista e il culto della virilit formano nel corso
del tempo anche le relazioni omoerotiche; la pratica omosessuale a Roma si
afferma molto presto come rapporto di dominazione, ad esempio del cittadino
sopra lo schiavo, il tutto a conferma della decisa virilit mascolina dell'uomo
romano; la schiavit nell'antica Roma contemplava difatti anche una decisiva
sudditanza sessuale nei confronti di chi deteneva il potere sopra altre
persone. L'ideale romano di mascolinit funge in tal modo da premessa
all'assunzione di un ruolo attivo sempre e comunque, preso e innalzato a valore
supremo: ci costituiva "la prima direttiva del comportamento sessuale
maschile per i Romani. Partner maschili accettabili erano sia gli schiavi sia
tutti coloro che si dedicavano alla prostituzione maschile ma anche quelli il
cui stile di vita li immetteva nel nebuloso campo sociale dell'infamia, gli
esclusi dalle normali protezioni accordate a ogni cittadino, questo anche se
fossero stati tecnicamente liberi. Pur preferendo nella generalit dei casi la
pederastia(compagnia intima con giovani di et compresa tra i 12 e i 20 anni),
con i minori di sesso maschile nati liberi agli uomini adulti era rigorosamente
proibito qualsivoglia tipo di approccio, mentre i prostituti di professione e
gli schiavi potevano essere anche molto pi vecchi[4]. Omosessualit
femminileModifica Le relazioni omosessuali tra le donne sono meno documentate.
Anche se le donne nell'antica Romaappartenenti alle classi pi alte (come le
matrone) erano solitamente istruite e vi sono esempi noti di scrittura poetica
e vaste corrispondenze con parenti di sesso maschile, molto poco e frammentario ci che
sopravvissuto rispetto a quello che potrebbe essere stato effettivamente
scritto da mani femminili. Gli scrittori maschi hanno mostrato ben poco
interesse al modo in cui le donne hanno sperimentato e vissuto la sessualit in
generale; il poeta latino dell'era augustea (vedi Storia della letteratura
latina Publio Ovidio Nasone risulta qui un'eccezione, dimostrandosi
particolarmente acuto e sensibile al riguardo; ma egli anche uno dei pi strenui sostenitori di uno
stile di vita fortemente improntato all'amore verso le donne e in opposizione
alle norme sessuali romane alternative a esso. Durante la repubblica romana e
nel corso dell'epoca costituita dal principato e dall'inizio dell'alto impero
romano assai poco viene registrato riguardo a relazioni sentimentali tra donne,
mentre prove migliori e di pi ampio genere sussistono, anche se variamente
disperse, per il successivo periodo del tardo impero romano e della tarda
antichit. Excursus storicoModifica Quando si parla di omosessualit nella romanit
antica bisogna necessariamente distinguere almeno tre grandi periodizzazioni
storiche, in cui spesso cambia la concezione e la visione e accettazione stessa
dei rapporti omosessuali: il periodo dell'Et regia di Roma e quello
repubblicano antecedente al 146 a.C. (Grecia romana); il periodo repubblicano
successivo alla conquista della Grecia fino all'Alto Impero romano; infine il
periodo del basso Impero. Busto antico romano di ignoto adolescente, conservato
all'Ermitage di San Pietroburgo e datato al II secolo d.C. Periodo antecedente
la conquista della Grecia Lo stesso argomento in dettaglio: Vizio greco (antica
Roma). Nel periodo repubblicano antecedente alla conquista della Grecia i
rapporti omosessuali erano osteggiati e visti con sospetto. I Romani identificavano
infatti il rapporto tra persone dello stesso sesso come il vizio greco,
sostenendo che nei loro antenati non esistesse l'omosessualit, ritenuta
un'offesa al costume degli avi (il famoso mos maiorum), contraria al rigore del
"civis Romanus" e motivo dell'indebolimento e del rammollimento della
societ romana stessa. La libert politica di un cittadino stata definita in parte dal diritto di
preservare il proprio corpo da qualsivoglia costrizione fisica, comprendente
pertanto sia la punizione corporale sia l'abuso sessuale; il sentimento di
mascolinit era la premessa imprescindibile della capacit di governare sia s
stessi sia altre persone di status inferiore e la Virtus, come gi sottolineato, il valore che rende l'uomo pi pienamente
uomo: la virt attiva per eccellenza, quindi. Periodo successivo alla conquista
della Grecia e Alto ImperoModifica Con la conquista della Grecia, assieme alla
cultura della Grecia classica, Roma assorbe anche molte usanze, tra cui il
cosiddetto "amore greco". Ma i civesromani praticavano l'omosessualit
solamente con gli schiavi e con i liberti. Era deprecabile che un cittadino
assumesse il ruolo passivo in un rapporto omosessuale, perch questo era in
conflitto con una certa ideologia virile e dominatrice presente in tutta la
societ romana. La conquista sessuale diviene presto metaforacomune, utilizzata
spesso nell'arte retorica romana pi favorevole all'imperialismo[9], e la
mentalit da conquistatori, inerente anche alla sfera della sessualit
nell'antica Roma, faceva parte di un culto generico della virilit il quale
poteva condurre anche a particolari forme di pratiche omosessuali tra gli
uomini. Gli studiosi contemporanei tendono pertanto a vedere le espressioni
inerenti alla sessualit maschile umana all'interno della civilt romana in
termini di opposizione binaria nel modello penetratore-penetrato; cio l'unico
modo corretto per un maschio romano di cercare gratificazione sessuale era
quello di inserire il suo pene nel/nella partner: permettere di lasciarsi
penetrare avrebbe invece minacciato la propria libert come cittadino, oltre che
la sua intrinseca integrit sessuale. Il ruolo passivo indicante sottomissione
era sommamente disprezzato e visto come sintomo di mollezza, di rinuncia alla
virilit e perci deprecabile e vergognoso, specialmente se era un cittadino
romano a ricoprirlo. Ci si aspettava ed era socialmente accettabile per un uomo
romano nato libero di voler consumare esperienze sessuali con entrambi i tipi
di partner, sia maschili sia femminili, l'importante era mantenere un ruolo
dominante[13]. La moralit del comportamento dipendeva poi anche dalla posizione
sociale del partner, indipendentemente dal fatto che fosse un uomo o una donna;
le donne e i giovani uomini sono stati entrambi considerati normali oggetti del
desiderio, ma fintanto che si manteneva al di fuori del vincolo matrimoniale un
uomo avrebbe dovuto cercare di soddisfare i propri desideri solo con schiavi,
prostitute (che spesso erano schiave o ex-schiave anch'esse) e gli infames (i
succitati sottoposti a infamia). Il sesso di un partner non determinava se
questa relazione fosse accettabile o meno, sempre per a patto che il godimento
di un uomo non usurpasse l'integrit di un altro uomo: era altamente immorale ad
esempio avere una relazione con la moglie di un altro uomo nato libero, con una
ragazza in et da marito o con un ragazzo minorenne di buona famiglia, o con lo
stesso cittadino libero adulto; mentre l'uso sessuale degli schiavi di un altro
uomo doveva sottostare al permesso del proprietario. La mancanza di
autocontrollo, anche nell'ambito della gestione della propria vita sessuale,
indicava platealmente che quell'uomo era del tutto incapace di governare gli
altri; troppa indulgenza nei confronti dei "bassi piaceri sensuali"
minacciava di erodere l'identit del maschio dell'lite nella sua qualit di
persona istruita (quindi migliore e destinata a governare). Particolare della
tomba-monumento di un giovane che mostra un antico ragazzo romano con indosso
una bulla, l'amuletopensato per proteggere un bambino nato libero da influenze
sovrannaturali malevoli e lo segnava come sessualmente
indisponibile/intoccabile. La Lex Scantinia condanna espressamente l'uomo nel
caso di rapporti omosessuali tra un adulto e un puer o praetextati (da
praetexta, la toga bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi che non
avevano ancora raggiunto l'et della piena maturit sessuale (fino ai 15-17
anni)), mentre nel caso di rapporto omosessuale tra cittadini liberi adulti
veniva punito quello che tra i due assumeva il ruolo passivo, con una multa che
poteva ammontare fino a 10.000 sesterzi. La Lex Scantinia, di cui non ci pervenuto il testo ma che abbiamo solamente
attraverso citazioni tratte dagli scritti del filosofo Marco Tullio Cicerone,
di Decimo Magno Ausonio, dello storico Gaio Svetonio Tranquillo, del poeta
Decimo Giunio Giovenale e infine da parte degli autori cristiani Tertulliano e
Prudenzio, un'importante testimonianza a
dimostrazione del fatto che l'omosessualit veniva praticata in tutti gli
ambienti sociali. Stele funebre dell'adolescente Philetos, del demo di Aixone
che indossa la toga. Esposta nel cortile interno coperto del "Museo
archeologico del Ceramico" ad Atene. In et imperiale, le ansie circa la
perdita della libert politica e la subordinazione del cittadino all'imperatore
si sono espresse nella percezione di un aumento del volontario comportamento
omosessuale passivo tra gli uomini liberi, accompagnato da una crescita
documentata nell'esecuzione di punizioni corporali sui cittadini. La
dissoluzione degli ideali repubblicani di integrit fisica in relazione alla
"libertas" contribuisce alla licenza sessuale e si riflette nella
decadenza associata con l'impero. A ogni modo, analizzando i testi e i poemi
degli scrittori antichi, non si pu fare a meno di notare alcune contraddizioni,
almeno dal punto di vista del pensiero moderno, sul tema dell'omosessualit: se
da una parte infatti molti scrittori esaltano e descrivono le gesta
omoerotiche, vantandosi di conquiste amorose nei confronti di giovani, schiavi
e liberti (in molte tra le poesie di Caio Valerio Catullo, o addirittura dando
consigli su come conquistare i ragazzi (come fa Albio Tibullo); dall'altra
altri scrittori, se non gli stessi, ironizzano, in modo molto spesso violento,
contro chi si macchia di effeminatezza (gli uomini che ricoprono il ruolo
passivo nei rapporti omosessuali maschili) soprattutto se cittadini romani,
scherniti e derisi quando non violentemente attaccati come causa di decadimento
sociale (lo stesso Catullo nei Carmina). Questa apparente contraddizione in un certo senso giustificata dalla visione
che della societ avevano i romani, tipicamente e prettamente maschilista, dove
il ruolo attivo in un rapporto sessuale, sia con donne sia con uomini, era
sintomo di virilit e veniva esaltato, in rapporto anche alla superiorit della
Gens Romana sopra gli altri popoli, destinata quindi a dominarli anche
sessualmente. Statua di Giulio Cesare, esempio di nudo eroico. Anche molti
uomini illustri tra i pi noti e stimati, uno fra tutti Gaio GIULIO (si veda)
Cesare - membro autorevole della Gens Giulia e capostipite della dinastia
giulio-claudia - provavano una forte attrazione nei confronti di persone dello
stesso sesso: l'omosessualit, o meglio la bisessualit, di Cesare ben testimoniata da Cicerone secondo cui egli
era "il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti". I
suoi gusti nella sfera sessuale furono spesso motivo di pettegolezzo e
canzonatura da parte sia dei detrattori sia degli stessi soldati a lui
sottoposti; Plutarco e Svetonio narrano approfonditamente della sua relazione
omoerotica avuta in giovent con l'ultimo sovrano del regno di Bitinia Nicomede
IV; non vi fu nemico o personaggio pubblico che non cogliesse l'occasione,
anche a distanza di anni, per fare della maldicenza a proposito dei rapporti
particolari intercorsi fra il giovane Cesare e il re. Cesare veniva di volta in
volta definito "rivale della regina di Bitinia", "stalla di
Nicomede", "bordello di Bitinia". Marco Campurnio Bibulo, collega
di Cesare nel consolato, riprendendo la vecchia accusa che lo dipingeva come
regina di Bitinia, per attaccare la sfrenata ambizione di Cesare che
manifestava tendenze monarchiche afferm: "Questa regina, una volta aveva
voluto un re, ora vuole un regno". I legionari, il giorno del trionfo di
Cesare sui Galli, seguendo il costume che consentiva ai soldati di indirizzare
il giorno del trionfo versi piccanti e scurrili al proprio comandante,
intonarono un canto che suonava pi o meno cos. Gallias Caesar subegit,
Nicomedes Caesarem: ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes
non triumphat qui subegit Caesarem. (Svetonio, Vita di Cesare.) Lo stesso
Cicerone, riferendosi ai fatti di Bitinia, scriveva nelle sue lettere che con
Nicomede Cesare ha perso il fiore della giovinezza e un giorno, in Senato,
durante una seduta in cui Cesare per perorare la causa di Nisa, figlia di
Nicomede, ricorda i benefici ricevuti da quel re, Cicerone pubblicamente lo
interruppe esclamando. Lascia perdere questi argomenti, ti prego, poich nessuno
ignora che cosa egli ha dato a te e ci che tu hai dato a lui. Gaio Valerio
Catullo ebbe a sostenere che Cesare e il suo ufficiale Mamurra durante la
campagna di Galliaavessero avuto una relazione, ma pi tardi si scus: in
quest'episodio Cesare dimostr tutta la sua clementia, concedendo al poeta il
suo perdono e lasciandogli frequentare la sua domus. Marco Antonio, infine,
insinu, nel tentativo di diffamare il suo avversario durante la guerra civile,
che Cesare avesse avuto un rapporto anche con il nipote Ottaviano, e che la
causa della sua adozione fosse stata proprio la loro relazione amorosa.
Ottaviano Augusto da giovinetto. Omoerotismo tra gli imperatoriModifica D'altra
parte, tra i primi imperatori romani tutti (tranne Claudio) ebbero
predisposizione ad abituali e ripetute esperienze omoerotiche: dopo Cesare,
soprannominato con dileggio la "Regina di Bitinia" e la "moglie
di tutti i mariti"; Augusto, il quale quand'era chiamato ancora solo
Ottaviano veniva additato con disprezzo dai detrattori col nome di Ottavia:
Marco Antonio ebbe modo in seguito di accusare Ottaviano di essersi guadagnato
la sua adozione da parte di Cesare attraverso favori sessuali, anche se occorre
dire che Svetonio descrive l'accusa rivoltagli da Antonio come pura calunnia
politica. Dopo che Marco Favonio fu catturato e giustiziato a seguito della
battaglia di Filippi Ottaviano acquist uno dei suoi schiavi, un certo Sarmento,
quando tutte le propriet del nemico sconfitto vennero messe in vendita: stato affermato poi ch'egli divenne il
catamite preferito dello stesso futuro imperatore. Quinto Dellio dir in seguito
a Cleopatra che, mentre lui e gli altri dignitari venivano trattati come vino
acido da Antonio, Ottaviano si stava gustando il "catamite Falerno" a
Roma. Busto di Tiberio. Tiberio a Capri predilige i ragazzini appena puberi
raccolti tra i figli della comunit locale e li chiamava i suoi
"pesciolini", spiandoli mentre nuotavano nudi in piscina o
intrattenevano rapporti sessuali tra di loro;
sempre Svetonio a dirci, forse volutamente esagerando (tanto da fargli
commentare: "si rese colpevole anche di azioni ancora pi turpi e
infamanti, che a mala pena si possono riferire e ascoltare, o addirittura
credere"), che l'anziano imperatore avesse addestrato dei fanciulli in
tenerissima et per andare in seguito a vivere con lui nella residenza di Villa
Jovis, li invitava poi a scherzare tra le sue gambe mentre nuotava e a
risvegliare i suoi sensi con baci e morsi. Nelle ville capresi infine, le orge
sarebbero state all'ordine del giorno e si sarebbero svolte davanti a una
collezione di dipinti erotici di arte greca da prendere a modello. Caligola era
bisessuale e incestuoso; Neronesottopose a castrazione il suo schiavo
adolescente Sporo per poi incoronarlo come propria sposa reale, ma spos anche un
uomo di nome Pitagora. Anche i successivi imperatori pare non fossero immuni
dall'amore tutto maschile: Servio Sulpicio Galba, che amava gli uomini grandi e
grossi; Vitellio, soprannominato spintria ("marchetta") per esser
stato tra i favoriti di Tiberio quando si trova alla sua corte a Capri;
Domiziano, accusato dagli avversari di essersi prostituito per far carriera al
pretore Clodio Pollione e poi per interesse al predecessore Marco Cocceio
Nerva, fu accusato anche di mollezza e di essere un dissoluto. Ebbe varie
relazioni con uomini, come del resto anche il fratello Tito: il grande amore
provato nei confronti dell'eunuco Flavio Earino, suo schiavo affrancato, fu
celebrato sia da Stazio sia da Marco Valerio Marziale. Traiano era noto per la
sua predilezione nei confronti dei bei ragazzi; Publio Elio Traiano Adriano
fece diventare il suo giovane amante Antinoo dopo la morte niente meno che un
dio, innalzandolo in apoteosi; Eliogabalo a 18 anni promise met dell'impero a
chi fosse riuscito a dotarlo di genitali femminili per poter cos diventare una
donna a tutti gli effetti, scandalizzando l'intera Roma che lo vide sposarsi
con un auriga, un certo Ierocle di Smirne. I busti di Adriano e Antinoo al
British Museum. Adriano e AntinooModifica Il caso riguardante la relazione
d'amore tra Adriano e Antinoo
particolarmente significativo; l'imperatore ebbe per anni come suo
amasio preferito questo giovinetto di origini greche (che molto probabilmente
non era uno schiavo) proveniente dalla Bitinia. Dopo la sua morte, avvenuta in
circostanze rimaste in parte oscure, Adriano innalz in apoteosi l'amato Antinoo
e fond un culto organizzato dedicato alla sua persona che si diffuse presto a
macchia d'olio in tutto l'Impero; poi, sempre per commemorare il proprio
diletto, fond la citt di Antinopoli, fatta sorgere vicino al luogo dove il
ragazzo aveva trovato la sua prematura fine terrena e che divenne un centro di
culto per l'adorazione del "dio Antinoo" in forma di Osiride. Infine
Adriano, per commemorare il ragazzo, organizz dei giochi che si tenevano in
contemporanea ad Antinopoli e ad Atene, con Antinoo divenuto simbolo dei sogni
panellenici dell'imperatore. Busto di Polideuce, allievo e amante di Erode
Attico; quando egli mor in giovane et divenne un autentico oggetto di culto da
parte di Erode. Erode Attico e Polideuce. Il filosofo di origini greche ed
esponente della seconda sofistica Erode Attico (Lucius Vibullius Hipparchus
Tiberius Claudius Herodes Atticus),
stato un retore e politico al servizio dell'impero; amico personale di
Adriano, tra i suoi allievi vi fu anche il giovane erede al trono Marco
Aurelio. Erode era noto, oltre che per la ricchezza e munificenza (fece
costruire tra gli altri anche l'Odeo di Erode Attico) nella sua qualit di
filantropo e mecenate di opere pubbliche, anche per i numerosi rapporti amorosi
con i propri discepoli, in riferimento alla tradizione della pederastia greca.
Il suo affetto nei confronti del figlio adottivo Polideuce
(Polydeukes/Polydeukion, da "Polluce") ha creato uno scandalo, non
per il rapporto omosessuale intercorrente tra i due o per la giovane et del
ragazzo, ma per l'intensit della passione dimostrata, considerata smodata e del
tutto sconveniente. Quando l'adolescente mor prematuramente Erode - come gi
precedentemente l'imperatore Adriano aveva fatto con Antinoo - incominci un
plateale culto della personalit del defunto e proclamandolo "eroe",
facendo costruire tutta una serie di statue e monumenti in suo onore. L'anziano
visse in un parossismo di disperazione pubblica alla morte del suo eromenos,
arrivando a commissionare giochi sontuosi, iscrizioni e sculture su ampia
scala, Rilievo votivo in marmo pentelico del II secolo raffigurante
l'apoteosidi Polideuce, il ragazzo amato da Erode Attico. Qui mostrato con attributi eroici: il serpente e
la sua nudit. Lo scrittore Luciano di Samosata racconta, nella sua biografia
del filosofo esponente del cinismoDemonatte che questi afferm di avere in suo
possesso una lettera proveniente dal defunto giovinetto; quando Erode chiese di
essere informato su che cosa vi fosse scritto, Demonatte gli disse che il
ragazzo dichiarava di essere triste perch il suo amante non era ancora giunto a
fargli visita (nell'aldil). Demonatte vuol qui criticare come eccessiva e
indegna di un filosofo l'espressione dei sentimenti di dolore di Erode:
soltanto l'enorme ricchezza e l'enorme potere di Erode gli permisero di
esprimerlo in modo pubblico, anzich celarlo nel silenzio. Arte erotica e
oggetti di uso quotidiano. Lo stesso argomento in dettaglio: Arte erotica a
Pompei e Ercolano e Simbolismo fallico. Le rappresentazioni della sessualit
omosessuale maschile e lesbica sono meno rappresentate nell'arte erotica
dell'antica Roma rispetto a quelle che mostrano atti sessuali tra maschio e
femmina. Un fregio di Pompei antica presente alle Terme Suburbanemostra una
serie di sedici scene di posizioni sessuali, in cui ve n' una omosessuale e
un'altra lesbica, oltre ad abbinamenti omosessuali in rappresentazioni di sesso
di gruppo. Due uomini e una donna che si accoppiano. Pittura parietale
pompeiana, da una delle Therms (bagni), parete sud degli spogliatoi - dipinta
intorno al 79 a.C. Il sesso a tre (o threesome) nell'arte romana mostra
solitamente due uomini che penetrano una donna, ma in una delle tante scene
presenti nei muri delle "Terme suburbane" si vede un uomo penetrare
una donna in posizione da dietro mentre a sua volta viene penetrato da un altro
uomo posto dietro di lui: questo scenario viene descritto anche da Catullo nel
Carmen 56ritenendolo un fatto umoristico. L'uomo in mezzo potrebbe essere un
cinaedus-cinedo, un uomo cio a cui piace subire il sesso anale ma che al
contempo anche considerato attraente
dalle donne[44]. Anche l'attivit sessuale a quattro (foursome o "quartetto")
appare, in genere composta da due donne e due uomini e a volte in coppie
composte da persone dello stesso sesso. Gli atteggiamenti romani verso la nudit
maschile (vedi storia della nudit) differiscono anche in maniera notevole se confrontati
con quelli assunti dagli antichi Greci, che hanno sempre considerato le
rappresentazioni idealizzate del nudo maschile come espressione di eccellenza,
ad esempio attraverso il nudo eroico. L'uso della toga virile designa un uomo
romano come libero cittadino; connotazioni negative della nudit includono anche
la sconfitta in guerra, dal momento che i prigionieri venivano spogliati, e la
schiavit, poich gli schiavi messi in vendita in piazza erano spesso esposti
nudi. Amuleti fallici della fertilit e della buona fortuna. Al tempo stesso il
Phallus-fallo stato visualizzato
ubiquitariamente in forma di fascinus, ossia un "fascino magico"
pensato per allontanare le forze maligne (come i moderni cornetti
portafortuna), ed divenuto col tempo una
decorazione facente parte delle consuetudini e che si ritrova ampiamente tra le
rovine pompeiane, in particolare sotto forma di speciali campanelli eolici
detti Tintinnabulum. Il fallo eretto e smisurato del dio Priapo potrebbe
originariamente essere servito per uno scopo apotropaico, ma in arte il suo
aspetto grottesco ed esagerato provoca spesso una grande risata.
L'ellenizzazione tuttavia ha influenzato la rappresentazione della nudit
maschile all'interno dell'arte romana, portando a una pi complessa
significazione della forma del corpo umano maschile mostrato nudo, parzialmente
nudo o indossando la lorica musculata. La coppa Warren, skyphos romano
d'argento che rappresenta una scena erotica omosessuale. Warren CupModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Warren Cup. La
Coppa Warren una coppa d'argento
raffigurante due scene di atti omosessuali in ambiente di simposio(pratica
socio-rituale della convivialit collegata al banchetto), di solito datata al
tempo della dinastia giulio-claudia. Si
sostenuto che i due lati di questo calice rappresentino la dualit nella
tradizione presente nel mondo classico dell'istituzione della pederastia greca
in contrasto con la forma esistente all'interno della cultura romana. Sulla
parte della coppa che rappresenta l'ideale greco vediamo un uomo maturo con la
barba mentre si unisce in posizione da dietro a un giovane maschio gi
sviluppato e muscoloso il quale gli sta seduto sopra. L'adolescente si tiene in
equilibrio rimanendo attaccato con la mano sinistra a un sostegno, cos da
mantenere una posizione sessuale altrimenti imbarazzante o scomoda. Uno schiavo
bambino osserva la scena di nascosto attraverso una porta socchiusa. L'uomo con
la corona del "conquistatore erotico" e il suo puer delicatus. Lato B
della Warren Cup Il lato romano della coppa invece mostra un puer delicatus,
all'incirca di 12 o 13 anni, mentre viene tenuto saldamente stretto tra le
braccia di un maschio pi anziano, ben rasato e in perfetta forma fisica. Mentre
il primo uomo con la barba pu essere greco, con un partner che partecipa pi
liberamente all'incontro e con uno sguardo di piacere, la sua controparte, che
ha un taglio di capelli pi grave, sembra a tutti gli effetti essere romano e
quindi utilizza uno schiavo; la corona di mirto che indossa simboleggia inoltre
il suo ruolo di conquistatore erotico. La coppa potrebbe essere stato concepita
come un ritratto atto a stimolare la conversazione su quel tipo di ideali di
amore e di sesso, che avevano luogo durante i banchetti simposiali tradizionali
greci. L'antichit della Coppa Warren
stata per contestata e potrebbe invece rappresentare la percezione
dell'omosessualit greco-romana com'era al momento della sua ipotetica
fabbricazione. Busto di Publio Virgilio Marone. Letteratura omoeroticaModifica
Numerose testimonianze riguardanti la presenza dell'omosessualit e
dell'omoerotismo in generale ci vengono da poeti e scrittori dell'epoca. Il
tema omoerotico viene introdotto in letteratura latina a partire dal II secolo
a.C. con la crescente ellenizzazione e una sempre maggior influenza Greca sulla
cultura romana. Il console nonch letterato Quinto Lutazio Catulofaceva parte di
un circolo letterario frequentato da poeti che componevano brevi strofe
richiamantesi alla moda della poesia ellenistica; uno dei suoi pochi frammenti
superstiti costituito da una poesia
d'amore rivolta a un maschio con un nome greco. L'innalzamento della
letteratura greca, ma anche dell'arte greca in generale a modello espressivo in
ambito poetico ha promosso tra le altre cose anche la celebrazione
dell'omoerotismo come uno dei segni distintivi delle personalit urbanizzate e
maggiormente sofisticate[56]. Nonostante ci non vi sono prove o ipotesi
generali su come questo abbia potuto avere un qualsiasi effetto
sull'espressione del comportamento sessuale nella vita quotidiana reale tra i
romani. L'amore greco ha influenzato esteticamente i latini in relazione ai
mezzi di espressione, molto meno nei riguardi della natura dell'omosessualit
romana in quanto tale. L'omosessualit nell'antica Greciadifferiva da quella
Romana principalmente nell'idealizzare dell'eros tra i cittadini maschi nati
liberi di pari status, anche se di solito con una differenza di et (vedi
pederastia greca) inserita nell'istituto erastes-eromenos. L'esistenza di un
rapporto erotico-sentimentale tra un ragazzo e un adulto al di fuori della
famiglia, visto come un'influenza positiva tra i Greci, nella societ romana
avrebbe minacciato l'autorit del paterfamilias. Poich le donne romane erano
attive nell'educazione dei figli e si mescolarono con gli uomini socialmente, e
le donne delle classi dirigenti spesso continuavano a consigliare e influenzare
i loro figli e mariti anche nella vita politica, l'omosocialit non era cos
diffusa a Roma cos come lo era stata ad esempio nell'antica Atene la quale ha
indubbiamente contribuito a produrre il pi avanzato livello di cultura
pederastica, quella della pederastia ateniese. La poesia neoterica dei Poetae
novi si concretizza preminentemente con l'opera poetica di Caio Valerio Catullo
(i Liber o Carmina) la quale include diverse poesie che esprimono il suo forte
desiderio nei riguardi di un giovane nato libero chiamato esplicitamente
"Giovenzio; il poeta, oltre ad amare l'amica Lesbia non era quindi meno
ambiziosamente desideroso dei baci del suo bel ragazzo quattordicenne, che
esalta in vari versi di volta in volta amorosi o ironici, definendolo
effeminatoe passivo. Il nome latino e lo status di cittadino libero del ragazzo
amato da Catullo sovverte totalmente la tradizione romana, ma
contemporaneamente a lui anche Tito Lucrezio Caro nel suo De rerum natura
riconosce esplicitamente la propria attrazione nei confronti dei
"ragazzi"-pueri, il che pu designare invero un partner sottomesso
accettabile e non necessariamente ragazzino appena adolescente; vi si pu leggere
inoltre che il piacere sublime consiste nel trasferire il proprio seme in
un'altra persona, preferibilmente in un ragazzo piuttosto che in una donna. Si
agita in noi questo seme, appena l'adolescenza rafforza le membra. Dall'uomo,
solo l'attrattiva dell'uomo fa scaturire il seme Cos dunque, chi riceve i colpi
dai dardi di Venere lo trafigga un fanciullo di membra femminee tende l
ove ferito e anela a congiungersi e in
quel corpo spandere l'umore tratto dal corpo. Eurialo e Niso, Louvre. A
testimoniare il fatto che il fenomeno omosessuale stava divenendo sempre pi un
rapporto di desiderio e amore, interviene anche VIRGILIO (si veda), il quale
racconta nell'Eneide le storie di due coppie di guerrieri, gli appartenenti al
popolo dei troiani Eurialo e Niso e i latini Cidone e Clizio, che nel reciproco
amore trovano la forza per combattere da autentici eroi (soltanto Cidone
scamper alla morte); coppie di giovani uniti da un tenero legame omoerotico. Di
Clizio, Virgilio ci dice che ancora un
giovinetto, solo una leggerissima barba bionda incornicia il suo bellissimo
volto; su Cidone invece il poeta non d una descrizione fisica: scrive invece
che prima di Clizio ha amato altri adolescenti, sicch da ritenere che rispetto al compagno egli
abbia un'et leggermente superiore (Eneide). Il particolare rapporto che lega
Eurialo e Niso definito dall'autore
"amore", ci che nel contesto dell'epoca va inteso come serena
manifestazione di continuit tra l'amicizia fraterna e l'affettuosit omoerotica.
Qui il poeta si avvale della tradizione dell'omosessualit militare nell'antica
Grecia, ritraendo apertamente il rapporto amoroso esistente tra questi giovani
il cui valore militare li segna solidamente come autentici uomini romani
(viri). Virgilio descrive il loro legame come "pius", collegandolo
alla virt suprema della "pietas", in egual modo posseduto dallo
stesso eroe Enea; una relazione avallata come "onorevole, dignitosa e
collegata ai valori della centralit di Roma. Ancora nelle Bucoliche il poeta
latino canta e descrive numerosi amori omosessuali e riconducibili alla
pederastia greca, come la vicenda riguardante il giovane schiavo Alessi che
viene concupito sia dal suo padrone Iolla sia dal bel pastore Coridone (Ecloga
II), o quella di un altro pastore di nome Menalca il quale elogia la bellezza
di Aminta (Ecloga). Il mito di Ciparisso e Apollo, tratto dal racconto di
Ovidio descritto nelle Metamorfosi (Ovidio). Temi omoerotici appaiono anche
nelle opere di altri poeti del periodo augusteo (vedi Storia della letteratura
latina: Albio Tibullo, Sesto Properzio e ORAZIO (si veda) fra tutti. A
schierarsi invece decisamente a favore dell'amore femminile sar OVIDIO (si
veda): avere una relazione sessuale con una donna pi piacevole perch, a differenza delle forme
di comportamento omosessuale ammesse all'interno della cultura romana, qui il
piacere reciproco. Non mancano comunque
anche in questo autore descrizioni di amori omosessuali, tutti appartenenti
alla tradizione della mitologia greca: Ati e Licabas, il dio Apollo con
Giacinto e Ciparisso. Habinek fa infine notare che il significato di rottura
presentato da OVIDIO (si veda) nella categorizzazione delle preferenze
sessuali stata oscurata nella storia
della sessualit umana dal concetto di eterosessualit (considerata normale e
innata) sopravvenuto nella pi tarda cultura occidentale. Nella letteratura del
primo periodo dell'impero romanoun posto privilegiato spetta al Satyricon di
Petronio Arbitro; la narrazione talmente
permeata da riferimenti al comportamento omosessuale che nei circoli letterari
europei il nome dell'opera fin col divenirne un sinonimo. Anche il poeta e
autore di epigrammi Marco Valerio Marziale spesso deride le donne come uniche
partner sessuali preferendo di gran lunga i bei ragazzi-pueri. Atti sessuali
Modifica Oltre al sesso anale, che viene frequentemente descritto sia nell'arte
figurativa sia in quella letteraria, era comune anche il sesso orale. Uno dei
graffiti di Pompei in questo caso
inequivocabile: "Secundus felator rarus" ("Secundus un fellatore di rara abilit. A differenza che
nell'antica Grecia, il pene di grandi dimensioni era un importante elemento
d'attrattiva; Petronio ne descrive uno veduto in un bagno pubblico. Molti
imperatori vengono raffigurati circondati da uomini con grandi sessi. Il poeta
Ausonio fa una battuta su un trio sessuale maschile in cui "quello che sta
nel mezzo compie il doppio dovere. Il sostantivo astratto impudicitia
(aggettivo impudicus) raffigura la negazione assoluta della pudicitia (morale
sessuale, castit); come caratteristica dei maschi spesso implica la volont e il
desiderio di essere penetrati sessualmente[80]. Ballare era espressione, per un
maschio, di impudicitia (la danza era difatti caratteristica della prostituta e
dell'effeminato). L'impudicitia pu anche essere associata a comportamenti in
quegli uomini giovani che avevano conservato un certo grado di fascino da
ragazzini, ma che erano comunque abbastanza grandi da esser tenuti a
comportarsi secondo le ferree regole maschili e a sottostare alle sue
normative. GIULIO (si veda) Cesare
accusato di portare l'infamia su di s perch quando aveva circa 19 anni
assunse per un certo periodo di tempo il ruolo passivo in una relazione
pederastica con Nicomede re di Bitinia e in seguito anche per i molti
"affari sessuali" avuti con donne adultere. Lucio Anneo Seneca il
giovane (il tutore di Nerone) ha osservato che "l'impudicitia un crimine per colui che nato libero, una necessit in uno schiavo, un
dovere per il liberto. La pratica omosessuale a Roma afferma il potere del
cittadino sopra gli schiavi, confermandone al di sopra di ogni dubbio la
propria mascolinit. Ganimede rapito dall'aquila di Giove. Scultura romana copia
di un originale greco, esposta nel Palazzo Grimani a Venezia. Il termine
catamite, indicante per lo pi un giovane prostituto, una derivazione latina del nome
"Ganimede". Ruoli sessuali Un uomo o un ragazzo che assumeva il ruolo
passivo all'interno della relazione omosessuale poteva venir denominato in vari
modi, tra cui i pi comuni e frequenti erano cinaedus, pathicus, exoletus,
concubinus (prostituto), spintria (marchetta), puer(ragazzo), pullus (pulcino),
puso, delicatus(specialmente come puer delicatus-ragazzino squisito), mollis
(molle, utilizzata in genere come qualit estetica in contrapposizione alla
naturale aggressivit maschile), tener (tenero, in opposizione alla durezza
mascolina), debilis (debole), effeminatus(effeminato), discintus (discinto,
volgare come una prostituta) e morbosus (malato). Come si pu notare, il
significato del termine moderno gay (come anche di omosessuale) non contemplato in quest'elenco, in quanto nel
pensiero antico non v'era alcun'idea di identit sessuale: la persona era invece
definita solo dal ruolo svolto all'interno dell'atto sessuale (attivo=maschio;
passivo=femmina). Alcuni di questi termini, come exoletus, vengono a riferirsi
specificamente a un adulto: gli antichi romani, fra cui vigeva il valore
sociale contrassegnato come mascolinit, limitavano genericamente la
penetrazione anale ai prostituti maschi o agli schiavi di et inferiore a 20
anni (chiamati ragazzi). Alcuni uomini pi anziani potevano a volte preferire il
ruolo passivo; Marco Valerio Marziale descrive ad esempio, nella sua solita
maniera molto schietta, il caso di un uomo che aveva assunto il ruolo passivo
facendo occupare al suo giovane schiavo quello attivo: Mentula cum doleat
puero, tibi, Naevole, culus Non sum divinus, sed scio quid facias. Epigrammi
(Marziale) Il desiderio di un maschio adulto di essere penetrato sessualmente
veniva considerato un morbus, una malattia; il desiderio di penetrare un bel
ragazzo era invece considerato del tutto normale. Cinaedus Cinedo una parola dispregiativa che denotava un
maschio con una identit di genere considerata deviante dalla norma, per la sua
scelta di determinati atti sessuali o per la preferenza di certi partner
sessuali; tali preferenze erano percepite come una carenza di virilit. Catullo
definisce cinedo (cio un effeminato senza attributi virili) il collega poeta
Marco Furio Bibaculo che si trova in compagnia d'un suo amico, nel famoso Carme
osceno numero 16, in cui afferma senza tanti giri di parole che "pedicabo
ego vos et irrumabo" (io ve lo metto prima nel didietro e poi direttamente
in bocca). Anche se in alcuni contesti il cinedo pu denotare l'omosessuale passivo,
ed il termine pi frequentemente usato
per indicare un maschio che si lasciato
penetrare analmente[89], un uomo chiamato cinedo poteva bens, in certi
determinati casi, anzi esser considerato molto attraente e desiderabile per le
donne (non necessariamente quindi equivale al termine dispregiativo inglese
faggot o agli italiani frocio-checca, tranne per il fatto che tutti questi
termini vengono usati per deridere e insultare un uomo considerato carente di
virilit): con caratteristiche cos ambiguamente androgine che le donne possono
trovare sessualmente anche molto eccitanti). L'abbigliamento, l'uso di
cosmetici e i manierismi (atteggiamenti, movimenti, modi di parlare) di un
cinedo lo contrassegnavano inequivocabilmente come un effeminato: ma la stessa
effeminatezza che gli uomini romani potrebbero trovare allettante in un puer,
diventa assolutamente poco attraente nel maschio adulto e anziano. I cinaedus
rappresentano quindi l'assenza generalizzata fatta persona di quello che i
Romani consideravano un vero uomo, e la parola rimane di fatto intraducibile
nelle lingue moderne. In origine un cinaedus (parola derivante dal Greco
Kinaidos) era un ballerino professionista generalmente poco pi che adolescente,
di origini persiane o comunque orientali, la cui performance era caratterizzata
da una danza accompagnata dal suono di tamburelli e timpani e da movimenti
ancheggianti del sedere che mimavano il rapporto anale. Alcuni uomini romani
tenevano un concubinus (concubina maschio) in casa fino a quando non si
sposavano con una donna: Eva Cantarella ha descritto questa forma di
concubinato come "una relazione sessuale stabile, non esclusiva ma
privilegiata. All'interno della gerarchia degli schiavi domestici, il
concubinus sembra essere stato considerato in possesso di uno status speciale o
comunque abbastanza elevato, e che veniva minacciato con l'arrivo di una
moglie. In uno dei suoi inni nuziali (Ephitalamium) Catullo il concubinus dello
sposo si ritrova ansioso per il suo futuro e con la paura d'esser abbandonato:
i suoi lunghi capelli saranno tagliati e dovr d'ora in poi ricorrere alle
schiave per la sua gratificazione sessuale, il che indica ch'egli prevedeva di
dover presto cambiare ruolo sessuale da passivo ad attivo. Al concubino poteva
poi anche capitare di intrattenere relazioni sessuali con le donne della casa,
diventando magari anche padre di qualche bambino, questo almeno a seguire le
invettive di Marziale (Epigrammi. I sentimenti e la situazione del concubino
sono trattati nella citata poesia matrimoniale di Catullo e occupano 5 strofe:
egli svolge un ruolo attivo durante la cerimonia, distribuendo le noci
tradizionali che poi i ragazzi dovevano lanciare in segno di buon augurio (un
po' come il riso nella tradizione occidentale moderna). Il rapporto di un cittadino
romano col proprio concubino poteva essere sia discretamente tenuto nell'ombra
sia manifestato in modo pi aperto: i concubini maschi a volte partecipavano
anche alle cene (convivium) indette dal padrone di casa e rappresentar
ufficialmente la parte di compagno, un ruolo particolarmente ambito e pregiato.
Marziale sembra anche suggerire che il concubino del padrone di casa poteva
esser ereditato dal figlio alla morte de padre. Un ufficiale poteva anche
essere accompagnato durante le campagne militari dal proprio concubino. Come il
catamite e il puer delicatus (vedi sotto) il ruolo del concubino stato regolamentato ispirandosi al mito greco
di Ganimede (il cui nome in latino diventa Catamitus), il principe adolescente
troiano rapito da Zeus affinch lo servisse sull'Olimpo come coppiere. La
concubina femminile, che poteva anche essere una donna libera, manteneva uno
status legale tutalato dal diritto romano, ma i concubinus no dal momento che
erano tipicamente degli schiavi, Pathicus
una parola un po' soft per indicare l'uomo che stato penetrato sessualmente; deriva
dall'aggettivo greco phatikos (verbo paskhein) ed equivalente al latino
patior-pati-passus (subire, sottomettersi, sopportare e soffrire): il termine
passivo deriva proprio dal latino passus. Pathicus e cinaedus non sono spesso
cos distinti nell'uso che ne fanno gli scrittori latini, ma cinedo pu essere
indicativamente il termine pi generale per indicare un maschio non conforme al
suo ruolo di vir - vero uomo; mentre pathicus denota precisamente un maschio
adulto che ha assunto il ruolo passivo da donna all'interno di un rapporto, che
desidera essere usato cos. Nella cultura romana sodomizzare un altro maschio
adulto esprime quasi sempre disprezzo e desiderio d'umiliazione; il pathicus pu
essere interpretato allora, ancor pi che come omosessuale passivo, come un
masochista a cui piace farsi umiliare (da un uomo o da una donna
indifferentemente): potrebbe anche esser penetrato da una donna tramite un
dildo o essere costretto a eseguire cunnilingus, senza dimostrare alcun
desiderio di assumere un ruolo attivo o alcuna eccitazione sessuale. Con la
parola puer s'indicava sia un ruolo nell'ambito sessuale sia uno specifico
gruppo d'et, Sia puer sia il suo equivalente femminile puella-ragazza possono
riferirsi al partner sessuale di un uomo. Il cittadino romano nato libero
all'et di 14 anni assumeva la toga virile e questo era il primo rito di
passaggio oltre l'infanzia, ma doveva attendere poi fino a 17-18 anni prima di
poter cominciare a prender parte attivamente alla vita pubblica. Uno schiavo,
che non veniva mai considerato un vir, un uomo vero, sarebbe stato chiamato
puer, ragazzo, per tutta la vita. I pueri venivano utilizzati come alternativa
sessuale alle donne, cosa che non si poteva assolutamente fare con gli
adolescenti maschi nati liberi: accusare un uomo romano d'essere un puer era un
insulto contro la sua virilit, soprattutto in campo politico. Un cinedo
anziano, un omosessuale passivo potevano anche voler presentare s stessi come
puer. Il puer delicatus era uno "squisito" schiavo giovanissimo,
scelto dal padrone per la sua bellezza come giovane amante, citato anche al
plurale come deliciaem 'dolcetti' o 'delizie', A differenza dell'eromenos
greco, che era protetto dal costume sociale, il romano delicatus rimaneva
sempre invece, sia fisicamente sia moralmente, inferiore rispetto all'adulto
che ne disponeva. La relazione spesso coercitiva, di sfruttamento e non certo
alla pari, tra il padre di famiglia e il delicatus (il quale poteva benissimo
anche essere un minore di 12 anni), pu essere definita come pedofila a
differenza della pederastia greca. Il ragazzino, appena compiuti 13 anni,
veniva a volte castrato nel tentativo di preservare intatti nel tempo i suoi
caratteri giovanili: l'imperatore Nerone fece questo nei confronti del suo puer
Sporo, che fece evirare per poterlo poi sposare. Vari pueri delicati sono stati
idealizzati nella poesia latina: nelle Elegie erotiche di Tibullo il delicatus
di nome Marathus indossa abiti sontuosi e molto costosi. La bellezza che doveva
caratterizzare il delicatus stata
misurata mediante le norme e misure apollinee, soprattutto per quanto
riguardava i lunghi capelli i quali avrebbero dovuto sempre essere ondulati e
profumati. Il tipo mitologico per eccellenza del delicatus era rappresentato da
Ganimede, il principino troiano rapito da Zeus per diventare il proprio
compagno divino nonch coppiere alla corte olimpica. Nel Satyricon, il ricco
liberto Trimalcione parla del puer delicatuscome di un bambino-schiavo al servizio
sia del padrone sia della padrona di casa. Il termine pullus indica
genericamente un piccolo animaletto e in particolare il pulcino: una parola affettuosa usata tradizionalmente
per un ragazzo-puer che era stato amato da qualcuno in senso osceno. Il
lessicografo Sesto Pompeo Festo ne fornisce la definizione illustrandola con un
aneddoto comico: Quinto Fabio Massimo Eburno, console e censore molto noto per il suo rigore morale, tanto da
guadagnarsi il soprannome (Cognomen) di Eburno che significa avorio
(l'equivalente moderno pi simile potrebbe essere anche porcellana); questo a
causa del suo candido e avvenente aspetto. Si diceva fosse stato colpito tempo
addietro da un fulmineproprio sulle natiche (riferimento a una voglia che aveva
sul sedere. Si scherz quindi sul fatto che fosse stato contrassegnato da Zeus
signore dei fulmini che s'era accorto della sua bellezza tanto da farne il
proprio pullus/pulcino pensando anche al rapporto esistente tra il re degli Dei
col giovanissimo coppiere catamite Ganimede. Anche se l'inviolabilit sessuale
dei cittadini maschi minorenni era di solito molto ben sottolineata,
quest'aneddoto una prova che anche i
giovani romani di buona famiglia avrebbero potuto passare attraverso una fase
in cui potevano esser veduti come oggetti sessuali. Forse colpito dal destino,
questo stesso membro della illustre Gens Fabia ha dovuto concludere la sua vita
in esilio come punizione per aver ucciso suo figlio dopo averlo incolpato di
impudicitia[130]. Nel IV secolo il poeta Ausonio registra la parola pullipremo
e dice che per primo tale termine stato
utilizzato dal poeta satirico Lucilio. Etimologicamente relazionato a puer,
anche pusio significa ragazzetto; spesso aveva una connotazione spiccatamente
sessuale e umiliante. Giovenale indica che il pusio era desiderabile in quanto
pi compiacente e al contempo meno impegnativo di quanto fosse una donna.
Scultimidonus Questo un relativamente
raro termine gergale tra i pi volgari (equivalente a pezzo di m. o buco di c.)
che appare in uno dei frammenti di Lucilio e glossato come: "coloro che
elargiscono gratuitamente il proprio orifizio anale-scultima" (cio la
parte corporea pi intima di s, come fosse la parte interna di una
prostituta/scortorum intima. Iolao assieme all'eroe e amante Ercole. Mosaico
dalla Fontana del Ninfeo di Anzio, Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo
alle Terme, Roma. Sottoculture Il mondo e la cultura latina hanno avuto una
tale ricchezza di parole per indicare gli uomini al di fuori della norma
maschile-vir, che alcuni studiosi sostengono l'esistenza di una vera e propria
sottocultura di tipo omosessuale a Roma. Plauto menziona una strada che era
conosciuta come luogo d'incontro con giovani che praticavano la prostituzione
maschile, e anche i bagni pubblici sono indicati come uno dei luoghi pi usuali
quando si voleva andar in cerca di partner sessuali maschi: Giovenale indica il
grattarsi la testa con l'indice come segno di riconoscimento reciproco (nella
II delle sue Satire). Apuleio dice che i cinaedi formavano una vera e propria
alleanza sociale allo scopo di realizzar il piacere generale, soprattutto
organizzando banchetti e feste: nelle Metamorfosi (Auleio) (o Asino d'oro)
descrive un gruppo che ha acquistato e condiviso un concubinus; mentre in
un'altra occasione hanno invitato un giovane molto ben dotato (rusticanus
iuvenis) alternandosi subito dopo nel sesso orale su di lui, Altri studiosi,
soprattutto quelli che sostengono il punto di vista del costruttivismo
socio-culturale, sostengono invece che non vi
mai stato un gruppo sociale identificabile di maschi che si sarebbero
auto-identificati come appartenenti a una qualche "comunit omosessuale.
Matrimonio omosessuale Liceat modo vivere; fient, fient ista palam, cupient et
in acta referri, Giovenale, Satira. Anche se, in generale, i romani
consideravano il matrimonio come unione eterosessuale al fine di generare
figli, durante il periodo imperiale si sono verificati episodi in cui coppie
maschili hanno celebrato il rito tradizionale del matrimonio romano in presenza
di amici; queste forme di matrimonio tra persone dello stesso sesso sono
riportati da fonti che ne deridono gli intenti, mentre non vengono registrati i
sentimenti dei partecipanti. Il primo riferimento nella letteratura latina di
un matrimonio avvenuto tra uomini si trova nelle Filippiche di CICERONE (si
veda), il quale si trova a insultare MARCANTONIO (si veda) per essere stato in
giovent "la sgualdrina" di Gaio Scribonio Curione e aver
"stabilito con lui un matrimonio vero e proprio (matrimonium), come se
avesse indossato una stola(l'abito tradizionale di una donna sposata) da
matrona. Anche se le implicazioni sessuali a cui vuole alludere Cicerone sono
chiare, il punto fondamentale del passaggio oratoriale del filosofo stoico
latino quello di gettare discredito su Antonio indicandolo
nel ruolo di sottomesso all'interno del rapporto omosessuale, mettendo cos in
tal maniera in dubbio la sua virilit di cittadino; non vi alcun motivo di pensare che siano stati
effettivamente eseguiti riti matrimoniali ufficiali. Sia Marziale sia Giovenale
- nelle sue Satire - si riferiscono al matrimonio tra uomini come a un fatto
che non accade di rado, cio come qualcosa di usuale e diffuso, abbastanza
ricorrente all'interno della societ dell'epoca, anche se poi i due autori
citati si ritrovano a disapprovarlo. Il diritto romano non ha mai ufficialmente
riconosciuto il matrimonio tra uomini, ma uno dei motivi principali di
disapprovazione espressi nella satira datata alla prima met del II secolo che continuare a celebrarne i riti avrebbe
anche potuto condurre a un'aspettativa di registrazione ufficiale per tali
unioni. Giovenale si scaglia contro la diffusione dei rapporti omosessuali,
identificati dal poeta con l'effeminatezzae il vizio in generale; passa a
descrivere coloro che mascherano i propri vizi sotto il mantello della
filosofia greca: i pervertiti si vestono effeminatamente in pubblico, vi poi chi difende la sua causa in vesti
trasparenti, chi giunge fino al punto di sposare un qualche "suonatore di
corno"... ma peggio ancora sono coloro che partecipano ai misteri della
Bona Deavestiti e truccati come fossero delle donne (satira). Busto di Nerone.
Nerone Varie fonti antiche (tra cui Svetonio, Tacito, Dione Cassio, e Aurelio
Vittore) affermano che l'imperatore romano del I secolo Nerone abbia celebrato
ben due matrimoni pubblici con degli uomini, una volta assumendo per s il ruolo
della moglie (questo accadde col liberto chiamato Pitagora), un'altra volta
invece prendendo il ruolo del marito (con l'eunucoSporo); vi sono poi indizi su
un terzo caso in cui sembra aver avuto ancora la parte della moglie. Le
cerimonie neroniane includevano elementi tradizionali come la dote e
l'indossare il velo da sposa romana. Anche se le fonti al riguardo si trovano a
essere nella loro generalit pregiudizialmente ostili, lo stesso Dione Cassio fa
implicitamente notare che gli atti pubblici e politici di Nerone venivano
considerati molto pi scandalosi dei suoi matrimoni con degli uomini. Sporo
rimase accanto a Nerone fino all'ultimo giorno, e si tramanda che fu presente
anche alla sua morte (Vita di Nerone), e, addirittura, secondo Sesto Aurelio
Vittore (Epitome de Caesaribus), sarebbe colui che resse il gladio con cui egli
si dava la morte. Un ruolo di rilievo al suo personaggio compare viene dato
anche in varie opere teatrali che descrivono tale evento (ad esempio Martello).
Alcuni studiosi considerano quella effettuata su Sporo come la prima operazione
di cambiamento di sesso storicamente descritta. Profilo dell'imperatore Eliogabalo.
EliogabaloModifica Agli inizi del III secolo il giovanissimo imperatore di
origini siriache Eliogabalo indicato per
esser stato la sposa in un matrimonio che ha voluto celebrare col suo partner
maschile; ma anche molti altri uomini maturi della sua corte sembra avessero
dei mariti ufficiali, facendo per lo pi notare che ci era fatto a imitazione
dei matrimoni imperiali. L'orientamento sessuale di Eliogabalo e la sua identit
di genere sono stati origine di controversie e dibattiti; va notato, per, che
in Eliogabalo l'aspetto religioso e quello sessuale erano profondamente
intrecciati, come normale nella cultura orientale, ma la societ romana non
comprese questo aspetto a essa alieno e dunque consider stravaganti e
scandalose le pratiche sessuali del proprio imperatore, tra cui le orge, i
rapporti omosessuali e transessuali, la prostituzione, all'interno delle quali
va intesa la ricerca - nella figura dell'androgino - del desiderio di
castrazione. Stando a quanto ne dice il membro del senato romanoe storico contemporaneo
Cassio Dione Cocceiano, la sua relazione pi stabile sarebbe stata quella con un
auriga, uno schiavo biondo proveniente dalla Caria di nome Ierocle, al quale
l'imperatore si riferiva chiamandolo suo marito. La Historia Augusta, scritta
un secolo dopo i fatti, afferma che spos anche un uomo di nome Zotico, un
atleta di Smirne, con una cerimonia pubblica svoltasi nella capitale. Cassio
Dione scrisse inoltre che Eliogabalo si dipingeva le palpebre, si depilava e
indossava parrucche prima di darsi alla prostituzione nelle taverne e nei
bordelli di Roma, e persino all'interno del palazzo imperiale: Infine, riserv
una stanza nel palazzo e l commetteva le sue indecenze, standosene sempre nudo
sulla porta della camera, come fanno le prostitute, e scuotendo le tende che
pendevano da anelli d'oro, mentre con voce dolce e melliflua sollecitava i
passanti. (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, lxxx.13) Erodiano commenta
che Eliogabalo sciup il suo bell'aspetto naturale facendo uso di troppo trucco.
Venne spesso descritto mentre si deliziava di essere chiamato l'amante, la
moglie, la regina di Ierocle, e si narra che abbia offerto met dell'Impero
romano al medico che potesse dotarlo di genitali femminili. Di conseguenza,
Eliogabalo stato spesso descritto dagli
scrittori moderni come transgender, molto probabilmente transessuale.
Proibizioni legali chiare e nette contrarie al matrimonio omosessuale
cominciarono ad apparire durante il IV secolo, via via che la popolazione
dell'impero romanostava sempre pi convertendosi al cristianesimo. Sileno ed
Eros abbracciati. Bassorilievo in terracotta degli inizi del I secolo. Lo
stupro omosessuale Il diritto romano ha affrontato la questione relativa allo
stupro di un cittadino di sesso maschile, quando venne emessa una sentenza
all'interno di una causa che potrebbe aver coinvolto un maschio di orientamento
omosessuale. stato stabilito che anche
un uomo "disdicevole e discutibile" (infamis e suspiciosus) aveva lo
stesso diritto appartenente a tutti gli altri uomini liberi che il proprio
corpo non fosse sottoposto al sesso forzato. Nella Lex Julia de vi publica,
risalente al tempo del dittatore romano Gaio GIULIO (si veda) Cesare lo stupro
viene definito come un forzare al rapporto sessuale un ragazzo o una donna e lo
stupratore oggetto di esecuzione
capitale, una sanzione abbastanza rara nel diritto romano. Gli uomini che erano
stati stuprati venivano esentati dalla perdita dello status giuridico e sociale
subita da coloro che concedevano volontariamente il proprio corpo per dare
piacere agli altri (soprattutto attraverso il sesso anale e la fellatio); un
giovane che si dedicava alla prostituzione maschile o che comunque intratteneva
sessualmente altri uomini sottoposto a
infamia e pertanto escluso dalle protezioni legali di regola concesse ed estese
a tutti gli altri cittadini. Considerata come una questione di diritto, uno
schiavo o una schiava non avrebbero potuto essere violentati, ma in quanto
oggetto di propriet e non in quanto persone il proprietario dello schiavo poteva
tuttavia perseguire il violentatore per danni alla propriet. Il timore di
stupri di massa a seguito di una sconfitta militare si estendeva anche a tutte
le potenziali vittime di sesso maschile (in primis i bambini) oltre che alle
donne. Secondo il giurista Pomponio qualunque cosa l'uomo abbia subito
(compresa la violenza sessuale a causa della forza soverchiante dei ladri o da
parte del nemico in tempo di guerra),
una cosa che si deve sopportare senza alcuna stigmatizzazione. La
minaccia di un uomo di sottoporne un altro alla pedicatio (rapporto anale) o
irrumatio (rapporto orale) un tema assai
frequente delle invettive poetiche, particolarmente famosa quella espressa da
Catullo nel suo "Carmen ed stata
anche una forma comune di millanteria maschile; lo stupro stato inoltre una delle punizioni
tradizionali inflitte su un uomo adultero da parte del marito offeso, anche se
forse pi come fantasia di vendetta che effettivamente realizzato nella
pratica[166]. In una raccolta di dodici aneddoti che si occupano di
"assalti subiti dalla castit" lo storico Valerio Massimodispone le
vittime di sesso maschile a parit di numero se confrontate con le donne. In un
caso di processo farsa (esempio processuale) descritto da Seneca il Vecchio, un
adulescens (un giovane che non ha ancora formalmente incominciato la propria
vita da adulto) viene violentato da dieci suoi coetanei; anche se il caso ipotetico Seneca qui presuppone che la legge
contempli la possibilit effettiva di un tal accadimento. Un'altra ipotesi
immagina un caso estremo in cui la vittima di stupro venga indotta al suicidio;
qui il maschio nato libero (appartenente agli ingenui) che ha subito violenza
si uccide: i romani consideravano lo stupro su un ingenuus come uno tra i
peggiori crimini che potevano essere commessi, assieme col parricidio, la
violenza su una ragazza ancora in condizione di verginit e il furto all'interno
di un tempio romano. Relazioni omoerotiche nelle forze armate Lo stesso
argomento in dettaglio: Omosessualit militare nell'antica Grecia. Il soldato
romano, come ogni altro cittadino maschio libero e rispettoso dello Stato,
avrebbe dovuto mostrare autodisciplina anche in materia sessuale. Augusto aveva
vietato ai militari di sposarsi e questa proibizione rimasta in vigore per l'esercito romano
imperiale per quasi due secoli; le forme di gratificazione sessuale a
disposizione dei soldati rimanevano quindi la prostituzione e l'utilizzo di
persone ridotte in schiavit, lo stupro di guerra e le relazioni tra persone
dello stesso sesso. Il Bellum Hispaniense, narrante gli eventi della guerra
civile romana nella Spagna romana, cita un ufficiale che tiene con s un
concubinus/prostituto durante tutta la campagna militare. Il sesso tra
commilitoni tuttavia violava il decoro romano, contrario a ogni tipo di
rapporto sessuale tra cittadini liberi; di primaria importanza per un soldato
era mantenere intatta la propria virilit (da vir, la sua condizione di uomo)
non permettendo mai quindi che il suo corpo potesse venir utilizzato da altri
per soddisfare scopi sessuali. In guerra lo stupro simboleggiava la sconfitta,
un motivo che rendeva il corpo del soldato costantemente vulnerabile
sessualmente. Durante il periodo della repubblica romana gli atti omosessuali
tra commilitoni erano soggetti a sanzioni severe, che potevano comprendere
anche la condanna capitale, in quanto violazione della disciplina militare;
Polibio riferisce che la punizione per un soldato che volontariamente avesse
acconsentito a essere sottomesso sessualmente, quindi sottoposto a penetrazione,
era il fustuarium(ossia la bastonatura a morte). Gli storici romani registrano
racconti cautelativi di ufficiali che abusano del loro potere per costringere i
propri sottoposti a compiere atti sessuali e quindi a subire conseguenze
disastrose. Agli ufficiali pi giovani, che ancora potevano mantenere alcune
delle caratteristiche attrattive adolescenziali favorite maggiormente nelle
relazioni tra maschi, era consigliato di rinforzare le proprie qualit maschili
e non usare profumi, n tagliarsi i peli alle narici e non radersi le ascelle.
Un episodio riferito da Plutarco nella sua biografia di Gaio Mario illustra il
dovere del soldato di mantenere la propria integrit sessuale nonostante le
pressioni che potevano provenire dai suoi superiori. Una bella e giovane
recluta di nome Trebonio ha subito molestie sessuali per un certo periodo di
tempo dal suo ufficiale superiore, che si trovava anche a essere il nipote di
Mario, Gaio Luscius. Una notte, dopo essersi nuovamente difeso, in una delle
numerose occasioni in cui era stato sottoposto alle attenzioni indesiderate
dell'uomo, Trebonio stato convocato alla
tenda di Luscius. Incapace di disobbedire al comando del suo superiore, si
trova cos a essere improvvisamente l'oggetto di una violenza sessuale e, a
questo punto, sfoderata la spada uccide Luscius. La condanna per l'uccisione di
un ufficiale tipicamente provocava l'esecuzione immediata. Quando stato portato a processo, il ragazzo stato per in grado di produrre testimoni per
dimostrare che aveva ripetutamente dovuto respingere Luscius, e che "non
aveva mai prostituito il suo corpo a nessuno, nonostante le profferte di regali
costosi". Marius non solo ha assolto Trebonio dall'accusa di aver
assassinato un suo parente, ma gli ha consegnato una corona (vedi ricompense
militari romane) per il coraggio dimostrato. Diana e Callisto, di Jollain.
Lesbismo Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del lesbismo. I riferimenti
al sesso tra donne non sono frequenti nella letteratura latina della repubblica
romana e dell'inizio del principato (storia romana). Ovidio, che uno dei massimi sostenitori d'uno stile di
vita generalmente rivolto all'amore per le donne, descrive e nota poi con
partecipazione la storia di Ifi (o Ifide, cresciuta e allevata come fosse un
maschio) che s'innamora di Iante e in seguito anche di Anassarete: si tratta di
uno dei pochissimi miti lesbici presenti nella tradizione classica. Scena di
sesso lesbico. Terme Suburbane (Pompei). In epoca imperiale successiva le fonti
riguardanti relazioni omosessuali tra donne divengono via via pi abbondanti, in
forma di ricette mediche, incantesimi e pozioni d'amore, tesi di astrologia e
interpretazione dei sogni. Un graffito rinvenuto nei muri di Pompei antica
esprime il desiderio di una donna nei confronti di un'altra: "vorrei poter
tenerla stretta al collo, abbracciandola ed accoglier tutti i suoi baci sulle
mie labbra. Parole di lingua greca indicanti una donna che preferisce la
compagnia intima di un'altra donna includono hetairistria (in parallelo a hetaira-compagna
(l'etera o cortigiana), tribas (tribade, da cui deriva tribadismo) e lesbia
(dall'isola di Lesbo patria della poetessa Saffo). Alcuni termini della lingua
latina sono tribas (per prestito linguistico, fricatrix-colei che strofina o
sfrega (i propri genitali su quelli di un'altra) e virago (da vir-uomo, quindi
una donna-maschio). Saffo e le sue amiche a Lesbo, dipinto erotico di
douard-Henri Avril. Un primo riferimento ai rapporti omosessuali tra donne
definito come lesbismo si trova nello scrittore greco del II secolo Luciano di
Samosata: "dicono che ci sono donne come quelle di Lesbo, di aspetto
maschile e che si prendono come consorti altre donne, proprio come se fossero
uomini. Dato che il modo di pensare romano nei riguardi del rapporto sessuale
era eminentemente fallocratico e richiedeva in ogni caso un partner attivo
dominante gli scrittori uomini immaginavano che nella sessualit tra lesbiche
una delle due donne avrebbe dovuto utilizzare un fallo finto (dildo) oppure
avere una clitoride eccezionalmente grande tanto da consentire con essa la
penetrazione sessuale; per entrambe sarebbe stata un'esperienza piacevole
proprio in quanto si verificava l'atto penetrante. Raramente menzionati nelle
fonti romane, oggetti a forma di fallo da utilizzare al posto del reale
penemaschile sono un popolare elemento di comicit nella letteratura greca e
nell'arte in genere, anche attraverso la tradizione del simbolismo fallico;
esiste invece una sola raffigurazione nota nell'arte romana di una donna che
penetra con questo sistema un'altra donna, mentre l'utilizzo di un fallo
artificiale da parte di donne pi comune
nella pittura vascolare greca. Marco Valerio Marziale descrive le lesbiche come
aventi appetiti sessuali fuor di misura che, prese da quest'esagerazione di
desiderio, potevano giungere a eseguire atti sessuali con penetrazione su altre
donne, ma anche su bambini; i ritratti imperiali di donne che sodomizzano
ragazzi, che bevono e mangiano come i maschi e che s'impegnano in vigorosi
regimi fisici, possono riflettere in parte le ansie culturali circa la
crescente indipendenza delle donne romane. Identit di genereModifica Mosaico
che mostra Ercole mentre porta un abbigliamento femminile ed in possesso di un gomitolo di lana (a
sinistra), mentre Onfaleindossa la pelle del Leone di Nemea. Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Temi transgender nell'antica
Grecia. Travestitismo e crossdressing Lo stesso argomento in dettaglio: Storia
del crossdressing. Il crossdressing appare nell'arte e nella letteratura latina
in vari modi per contrassegnare l'incertezza nell'identit di genere: come
invettiva politica, quando un uomo pubblico
accusato di indossare abiti eleganti e seducenti al modo degli effeminati.
come tropo mitologico, come nella storia di Ercole e Onfale che si scambiano
gli abiti e con essi anche i ruoli sessuali. come una forma di investitura
religiosa, ad esempio nel sacerdozio degli adoratori di Cibele. molto raramente
come feticismo di travestimento. Ulpiano categorizza l'abbigliamento romano
sulla base di coloro che possono pi opportunamente indossarlo: l'abbigliamento
virilia-da uomo e caratteristico dei paterfamilias-i capi famiglia;
puerilia invece l'abbigliamento che
marca chi lo indossa come bambino o minore; muliebria sono i capi
d'abbigliamento della materfamilias; communia quelli che possono essere
indossati da entrambi i sessi; infine i familiarica ovvero gli abiti per i
famigli, i subalterni e gli schiavi di una casa. Un uomo che volesse indossare
abiti adatti alle donne, osserva sempre Ulpiano, rischierebbe di farsi oggetto
di scherno: le prostitute erano le uniche donne a cui era concesso d'indossare
a piacere anche la togamaschile, essendo loro di fatto al di fuori della
categoria sociale e legale normativa indicante la donna. Un frammento del
commediografo Accio sembra riferirsi a un uomo che indossava segretamente
"fronzoli pi adatti a una vergine. Un esempio di travestitismo riferito in una causa legale, in cui "un
certo senatore era abituato a indossare di sera vestiti da donna. In una delle
lezioni di diritto lasciateci da Seneca un giovane-adulescens viene violentato
mente indossava abiti da donna in pubblico, ma il suo abbigliamento spiegato come atto di sfida compiuto davanti
agli amici, non come una scelta basata sulla ricerca del piacere erotico.
L'ambiguit di genere era una caratteristica dei sacerdoti della Dea Frigia
Cibele: conosciuti come Galli, il loro guardaroba rituale comprendeva capi di
abbigliamento femminile. Essi sono a volte considerati come un'autentica casta
sacerdotale transgender o transessuale: durante la celebrazione pi importante
in onore della Dea, a imitazione di Attis si auto-eviravano presi da smania e
follia sacra. La complessit della religione e del mito di Cibele e Attis viene
esplorata in una delle poesie pi lunghe di Catullo. L'Ermafrodito dormiente,
conservato al museo del Louvre. Ermafroditismo e androginia Il termine
ermafroditismo viene riferito a una persona nata con caratteristiche fisiche di
entrambi i sessi (vedi intersessualit); nell'antichit la figura
dell'ermafrodita era una delle questioni primarie riguardanti l'identit di
genere. Plinio il Vecchioosserva nella sua Naturalis historia che "ci sono
anche coloro che sono nati con entrambi i sessi, sono quelli che noi chiamiamo
ermafroditi, un tempo detti androgini" (dal Greco Andr-uomo + Gyn-donna;
un uomo che anche una donna quindi). Lo
storico Diodoro Siculo del I secolo a.C. scrisse che "alcuni dichiarano
che il nascere di creature di questo tipo sia un evento meraviglioso
(teratogenesi) in quanto, essendo un fatto molto raro, sia annunziatore del
futuro, a volte con profezie benevole e altre con previsioni pi malevoli.
Isidoro di Siviglia descrive in maniera abbastanza fantasiosa un ermafrodito
come colui "che ha il seno destro di un uomo e quello sinistro di una
donna e dopo l'atto sessuale possono diventare sia il padre sia la madre dei
loro eventuali figli. Secondo il diritto romano un ermafrodito doveva essere
classificato o come maschio o come femmina, non esistendo una terza possibilit
all'interno della categorizzazione giuridica: l'ermafrodito rappresenta cos una
"violazione dei confini sociali, in particolare di quelli fondamentali per
la vita quotidiana, come l'essere maschio o l'essere femmina. Nella religione
romana tradizionale la nascita di un ermafrodito rientrava nell'ambito del
prodigium, un evento cio che segna un'interruzione nella pace tra Dei e umani;
ma Plutarco osserva anche che mentre una volta erano considerati dei presagi
divini, ora gli ermafroditi erano diventati oggetto di piacere-deliciae e
venivano ampiamente contrattati e venduti al mercato degli schiavi. Ermafrodito
in un dipinto murale di Ercolano (prima met del I secolo). Nella tradizione
mitologica classica Ermafrodito era un ragazzino molto avvenente e grazioso
figlio di Mercurio e Venere. OVIDIO (si veda) ne ha scrive in dettaglio il
racconto pi famoso e influente, nelle sue Metamorfosi sottolineando che, anche
se il bel giovane nel pieno della sua
bellezza e attrattiva adolescenziale, respinse l'amore che gli veniva offerto
esattamente come gi aveva fatto Narciso. La ninfa Salmace che lo aveva scorto
lo desider immediatamente: rifiutata lei finse di ritirarsi ma poi, appena il
ragazzo cominci a spogliarsi per poter fare il bagno nel fiume, si slanci su di
lui abbracciandolo stretto e nel contempo pregando gli Dei di non essere mai
separati. Gli spiriti benevoli accolsero la sua richiesta supplicante e cos i
due corpi, quello del ragazzo e quello della ninfa, si fusero in uno dando luogo
a un essere fisicamente bisessuato. Come risultato tutti gli uomini che
andavano a bere dalle acque di quella sorgente avrebbero sentito sempre pi
crescere dentro s caratteri da effeminatoe il morbo dell'impudicitia. Il mito
di Ila, il giovane compagno e amante maschio di Ercole che venne rapito da una
ninfa delle acque (Lympha), condivide con Ermafrodito e Narciso il tema dei
pericoli che si affacciano sul maschio adolescente nell'et della transizione
che lo dovrebbe portare alla riconosciuta virilit adulta, e che invece ha esiti
differenti per ognuno. Raffigurazioni di Ermafrodito erano molto popolari tra i
romani: "Rappresentazioni artistiche di Ermafrodito portano in primo piano
le ambiguit concernenti le differenze sessuali costitutive di uomini e donne,
nonch l'intima ambiguit esistente in tutti gli atti sessuali... Gli artisti
trattano sempre Ermafrodito in qualit di spettatore di s stesso, che scopre
improvvisamente la sua pi autentica identit sessuale... La figura di
Ermafrodito una rappresentazione
altamente sofisticata, invadendo i confini esistenti tra i due sessi che sembra
essere cos chiara nel pensiero classico. Macrobio descrive infine una forma
maschile della Dea Venere la quale aveva il suo culto principale nell'isola di
Cipro: dotata di barba e genitali femminili, indossava invece abiti femminili.
Gli adoratori di tale divinit travestita erano uomini vestiti da donna e donne
vestite da uomini. Il poeta latino LEVIO (si veda) parla dell'adorazione di una
Venere che non si sapeva bene se fosse maschio o femmina (sive femina sive
mas); questi stato talvolta chiamato
Afrodito e in diversi esemplari di scultura questi si tira su le vesti
rivelando d'avere genitali maschili, gesto tradizionalmente riconducibile a un
rito magico dal potere apotropaico. La transizione da paganesimo a
cristianesimoModifica Infine non va sottovalutato il fatto che, vero, nel tardo impero romano fu la condanna
cristiana a rendere l'omosessualit un reato (cio uno stuprum) sempre e
comunque; tuttavia la terminologia usata per giustificare la condanna non cristiana, ma
ripresa dalla filosofia greca e non dalla teologica ebraica. Il concetto
di "contro natura", per esempio, viene da Platone, non dalla Bibbia.
Per l'ebraismo, l'omosessualit non
contro natura, ma semmai impura, abominazione (to'ebah) Lo stesso
argomento in dettaglio: Omosessualit ed Ebraismo. Tuttavia innegabile che il cristianesimo e la morale
giudaica e testamentaria funzionarono da base e fulcro alle leggi che,
successivamente adottate dagli imperatori cristiani come Costante, Teodosio I e
Giustiniano, proibirono e punirono con la pena capitale il nuovo reato di
omosessualit. Teodosio era infatti fortemente influenzato dal vescovo di Milano
Sant'Ambrogio, tanto che quando promulg la legge che condannava gli atti
omosessuali passivi era sotto una penitenza assegnata dallo stesso Ambrogioin
un contesto in cui si stava svolgendo una lotta tra ariani e cattolici e in cui
gli "eunuchi", molto influenti nella corte imperiale, erano schierati
per la maggior parte con gli ariani affermando la natura umana di Ges, ed
esercitavano pressioni nei municipi contro i cristiani niceni, cio cattolici,
che sostenevano la duplice natura, divina e umana di Ges, figlio di Dio. Un
anno prima del decreto che puniva gli atti omosessuali, un decreto di Teodosio
tolse agli eunuchi neo-ariani il diritto di fare e ricevere testamento. Sotto
il dominio cristiano Nel Basso Impero il modo di concepire l'omosessualit
cambia via via in modo sempre pi restrittivo, fino ad arrivare al codice
Teodosiano che, recependo due leggi precedenti, reprimeva l'omosessualit
passiva e l'effeminatezza con la pena capitale o la mutilazione, mentre con
Giustiniano ogni manifestazione di omosessualit, anche attiva, fu bandita perch
in ogni caso offendeva Dio, con riordino del sistema della persecuzione
criminale e con pena di morte per infanda libido, formulando anche un giudizio
morale ("infanda" = letteralmente che non pu esser detta,
innominabile). Le cause di questo cambiamento legislativo, di irrigidimento e
intolleranza sempre pi crescente verso l'omosessualit sono ancora oggi
dibattute da alcuni storici e studiosi. Indubbiamente un ruolo importante fu
svolto dalla morale cristiana e dal passaggio del Cristianesimo da religione
segreta e proibita a religione di Stato, unica ammessa in tutto l'Impero. La
morale cristiana infatti, a differenza di quella pagana greco-romana,
considerava comunque peccato l'atto omosessuale, di l dal ruolo svolto,
contrapponendo, alla visione maschilista tipica della societ romana sul sesso,
una visione pi ascetica e distaccata in cui il sesso era sempre considerato un
peccato e un atto impuro, al di fuori della finalit di unione nella
complementarit sessuale evocata in Genesi e della apertura alla procreazione, e
quindi dividendo le pratiche sessuali in lecite (rapporto tra uomo-donna atto
alla riproduzione, sacralizzato a Dio tramite il matrimonio) e in illecite
(tutto il resto, cio gli atti sessuali non atti alla riproduzione, tra cui
anche l'omosessualit attiva e passiva, oltre che la masturbazione). Alcuni
studiosi tuttavia ritengono che l'irrigidimento fosse stato coadiuvato, senza
niente togliere alla morale cristiana sempre pi dominante, anche a un certo
puritanesimo pagano sempre pi crescente di fronte alla decadenza dei costumi
tipica del Tardo Impero. Apollo tra gli amati Giacinto (mitologia) e Ciparisso,
del pittore Ivanov. Scultura di Bissen che ritrae Ila, bellissimo giovinetto
amato da Ercole. Uno dei tanti busti dedicati dADRIANO (si veda) ad Antinoo.
Rapporto sessuale tra Antinoo e l'imperatore Adriano in uno dei tanti dipinti
erotici di douard-Henri Avril. Corteo trionfale del dio Bacco. Mosaico del II
secolo. Busto romano di ragazzo (forse Polydeukes amato da Erode Attico),
conservato all'Ermitage di San Pietroburgo Craig Williams, Roman Homosexuality
(Oxford, citando Saara Lilja, Homosexuality in Republican and Augustan Rome
(Societas Scientiarum Fennica, Cantarella, Secondo natura. La bisessualit nel mondo
antico, Williams, Roman Homosexuality (Oxford Williams, Roman Homosexuality,
passim; Elizabeth Manwell, "Gender and Masculinity," in A Companion
to Catullus (Blackwell, Habinek, "The Invention of Sexuality in the
World-City of Rome," in The Roman Cultural Revolution (Cambridge McGinn, Prostitution,
Sexuality and the Law in Ancient Rome (Oxford. Si veda la dichiarazione conservata in Aulo Gellio
sul fatto che vim in corpus liberum non aecum adferri). Cantarella, Secondo natura.
La bisessualit nel mondo antico-"Bisexuality in the Ancient World"
(Yale, originariamente in italiano), Fantham, "The Ambiguity of Virtus in
Lucan's Civil War and Statius' Thebiad," Arachnion; Bell, CICERONE (si
veda) and the Spectacle of Power," Journal of Roman Studies Ramage,
Aspects of Propaganda in the De bello gallico: GIULIO (si veda) CESAREs Virtues
and Attributes, Athenaeum; Myles Anthony McDonnell, Roman manliness: virtus and
the Roman Republic, Cambridge; Rhiannon Evans, Utopia Antiqua: Readings of the
Golden Age and Decline at Rome (Routledge, Lopez, "Before Your Very Eyes:
Roman Imperial Ideology, Gender Constructs and Paul's Inter-Nationalism,"
in Mapping Gender in Ancient Religious Discourses (Brill, Cantarella, Secondo
natura. La bisessualit nel mondo antico, p. xi;
Marilyn B. Skinner, introduzione a Roman Sexualities (Princeton Langlands,
Sexual Morality in Ancient Rome (Cambridge Per un ulteriore approfondimento su
come l'attivit sessuale definisce il libero cittadino rispettabile dallo
schiavo considerato non-persona e quindi passibile di qualsiasi abuso, vedi
anche la voce Sessualit nell'antica Roma nella parte riguardante la relazione
schiavo-padrone. ^ Amy Richlin, The Garden of Priapus: Sexuality and Aggression
in Roman Humor (Oxford Edwards, "Unspeakable Professions: Public
Performance and Prostitution in Ancient Rome," in Roman Sexualities,
Richlin, "Sexuality in the Roman Empire," in A Companion to the Roman
Empire (Blackwell La legge ha cominciato con l'indicare pene pi severe per le
classi pi basse (humiliores) rispetto all'elite (honestiores). ^ Questo un tema esposto da Barton, The Sorrows of the
Ancient Romans: The Gladiator and the Monster (Princeton Liber (Catullo)
Carmina Elegie (Tibullo) Cantarella, Secondo natura. La bisessualit nel mondo
antico (Yale, originariamente in italiano) Svetonio, Vita di Cesare; Carmina,
Svetonio, Vita di Cesare, (Vita di Augusto) Osgood, J. Caesar's Legacy: Civil
War and the Emergence of the Roman Empire, CUP, in books.google. com Plutarco,
penelope. uchicago. edu/Thayer/E/ Roman/Texts/ Plutarch/Lives/Antony Vite
parallele: Antonio] Fraquelli Omosessuali di destra Svetonio, Vite dei Cesari:
Tiberio Svetonio, Vite dei Cesari: Vitellio III. Cassio Dione,; Tacito,
Agricola, Cassio Dione, Pollione&source= bl&ots=ma--4gCTxi&sig=
BLfjJsIiqk0vwvEuu2 VA Qh45m2Q&hl=it &sa=X &ei= UQ2vVOTfHMf7
ygOVl4K4 CA&ved=0CCYQ6A EwAQ#v= onepage&q= Clodio%20 Pollione&
f=false ^ Silvae, Marziale Epigrammi (Marziale) NAr3Riy4EYMC &pg
=PA60&lpg= PA60&dq= Clodio+Pollione& source=bl&ots= FTuncuSDtC&sig=
Hwrnh0vVLuL C6digxZLfe KFhMyE&hl =it&sa= X&ei=UQ2vVO TfHMf7 yg
OVl4K4CA&ved= 0 CDAQ6AEw Aw#v=onepage &q= Clodio%20 Pollion
e&f=false M. Fraquelli Omosessuali di destra; Mambella, Antinoo. L'ultimo
mito dell'antichit nella storia e nell'arte, Ed. Nuovi Autori, Milano Luciano
di Samosata, Dialoghi e epigrammi IG Polydeukion, su Aedicula Antinoi: A Small
Shrine of Antinous. Lambert, Beloved
and God: The Story of Hadrian and Antinous, Luciano de Samosata, I dialoghi e
gli epigrammi, Casini/I dioscuri, Genova, Clarke, Looking at Lovemaking:
Constructions of Sexuality in Roman Art (University of California Press,
Clarke, Looking at Lovemaking, Habinek, The Invention of Sexuality in the
World-City of Rome," in The Roman Cultural Revolution, Williams, Roman
Homosexuality, Richlin, "Pliny's Brassiere," in Roman Sexualities,
Fredrick, The Roman Gaze: Vision, Power, and the Body (Johns Hopkins Zanker,
The Power of Images in the Age of Augustus, Michigan Pollini, "The Warren
Cup: Homoerotic Love and Symposial Rhetoric in Silver," Art Bulletin Clarke,
Looking at Lovemaking: Constructions of Sexuality in Roman Art, California,
asserts that the Warren cup is valuable for art history and as a document of
Roman sexuality precisely because of its "relatively secure date. Pollini, "The Warren Cup, Pollini, "Warren
Cup," Pollini, "Warren Cup, Marabini Moevs, Per una storia del gusto:
riconsiderazioni sul Calice Warren, Ministero per i Beni e le Attivit Culturali
Bollettino d'Arte Cantarella, Secondo natura. La bisessualit nel mondo antico, Courtney, The
Fragmentary Latin Poets, Oxford MacMullen, "Roman Attitudes to Greek
Love," Historia Halperin, "The First Homosexuality?" in The
Sleep of Reason: Erotic Experience and Sexual Ethics in Ancient Greece
(Chicago, with criticism of MacMullen. Cantarella,
Secondo natura. La bisessualit nel mondo antico, p. xi; Skinner, introduzione a
Roman Sexualities, Cantarella, Secondo natura. La bisessualit nel mondo antico; Skinner, introduzione
a Roman Sexualities, Vedi i Carmina Pollini, "The Warren Cup: Homoerotic
Love and Symposial Rhetoric in Silver," Art Bulletin Richlin, "Not
before Homosexuality: The Materiality of the cinaedus and the Roman Law against
Love between Men, Journal of the History of Sexuality LUCREZIO (si veda), De
rerum natura). Vedi anche Sessualit nell'antica
Roma#Rapporti omosessuali; Prima che sia peccato. L'omosessualit nella
letteratura latina. A cura di Manni, Williams, Roman Homosexuality VIRGILIO (si
veda), Eneide, Petrini, The Child and the Hero: Coming of Age in Catullus and
Vergil (University of Michigan, Winn, The Poetry of War (Cambridge Ecloga
Tibullo, Elegie (Tibullo)- Properzio OVIDIO (si veda), Ars Amatoria; Pollini,
"Warren Cup," Metamorfosi (Ovidio) Habinek, "The Invention of
Sexuality in the World-City of Rome, Crompton, Byron and Greek Love (London,
CIL; tr. from Hubbard, Homosexuality, Petronius: Satyricon, Aelius Lampridius:
Scripta Historia Augusta, Commodus, Ausonius, Epigramma Green Kuefler, The
Manly Eunuch: Masculinity, Gender Ambiguity, and Christian Ideology in Late
Antiquity (University of Chicago RIchlin, "Not before Homosexuality,"
RIchlin, The Garden of Priapus, Svetonio, Vita di Cesare; Richlin, "Not
before Homosexuality," Come citato da Cantarella, Bisexuality in the
Ancient World, Cantarella, Bisexuality in the Ancient World, Richlin, "Not
before Homosexuality," Williams, Roman Homosexuality, Williams, Roman
Homosexuality, Williams, Roman Homosexuality, Williams, Roman Homosexuality,
Williams, Roman Homosexuality. Butrica, "Some Myths and Anomalies in the
Study of Roman Sexuality," in Same-Sex Desire and Love in Greco-Roman
Antiquity, confronta l'uso di cinaedus come "faggot" nella canzone
dei Dire Straits intitolata "Money for Nothing", in cui un
cantante chiamato esplicitamente
"that little faggot with the earring and the make-up" e "gets
his money for nothing and his chicks for free. Williams, Roman Homosexuality,
Williams, Roman Homosexuality, Cantarella, Secondo natura. Bisesualit nel mondo
antico, Catullus, Carmen Butrica, "Some Myths and Anomalies in the Study
of Roman Sexuality," Richlin, "Not before Homosexuality; Ronnie
Ancona, "(Un)Constrained Male Desire: An Intertextual Reading of ORAZIO
(si veda) Odes and Catullus Poem 61," in Gendered Dynamics in Latin Love
Poetry (Hopkins, Petrini, The Child and the Hero: Coming of Age in Catullus and
Vergil (University of Michigan Williams, Roman Homosexuality: Martial:
"quartus cinaeda fronte, candido voltu / ex concubino natus est tibi
Lygdo: / percide, si vis, filium: nefas non est. Cantarella, Bisexuality in the Ancient World;
Robinson Ellis, A Commentary on Catullus (Cambridge Petrini, The Child and the
Hero, Quintiliano, Institutio oratoria, disapprova la frequentazione sia di
concubini sia di (amicae) di fronte ai propri figli. Ramsey MacMullen, "Roman
Attitudes to Greek Love," Historia Williams, Roman Homosexuality, citing
Martial: tuoque tristis filius, velis nolis, cum concubino nocte dormiet prima
Caesarian Corpus, De Bello Hispaniensi; MacMullen, "Roman Attitudes to
Greek Love, They use the word Catamitus for Ganymede, who was the concubinus of
Jove," according to the lexicographer Festus (as cited by Williams, Roman
Homosexuality, Butrica, "Some Myths and Anomalies in the Study of Roman
Sexuality," in Same-Sex Desire and Love in Greco-Roman Antiquity, Parker,
"The Teratogenic Grid," in Roman Sexualities, p. 56; Williams, Roman
Homosexuality. Parker, "The Teratogenic Grid, citing Martial Richlin,
"Not before Homosexuality," Williams, Roman Homosexuality, Richlin,
"Not before Homosexuality," Richlin, "Not before Homosexuality;
Williams, Roman Homosexuality, Richlin, Not before Homosexuality, Fantham,
"Stuprum: Public Attitudes and Penalties for Sexual Offences in Republican
Rome," in Roman Readings: Roman Response to Greek Literature from Plautus
to Statius and Quintilian (Walter de Gruyter, Richlin, "Not before
Homosexuality," Williams, Roman Homosexuality, Manwell, "Gender and
Masculinity, A Companion to Catullus, Blackwell, Vioque, Manwell, "Gender
and Masculinity," Verstraete and Vernon Provencal, introduction to
Same-Sex Desire and Love in Greco-Roman Antiquity and in the Classical
Tradition (Haworth Vout, Power and Eroticism in Imperial Rome (Cambridge (for
Sporus in Alexander Pope's poem "Epistle to Arbuthnot", see Who
breaks a butterfly upon a wheel?). Keith, "Sartorial Elegance and Poetic
Finesse in the Sulpician Corpus," in Roman Dress and the Fabrics of Roman
Culture, Antoln, Lygdamus. Corpus Tibullianum: Lygdami Elegiarum Liber (Brill,
Vioque, Fitzgerald, Slavery and the Roman Literary Imagination (Cambridge. As
at Orazio, Satire e Svetonio, Vita di Caligola, as noted by Dutsch, Feminine
Discourse in Roman Comedy: On Echoes and Voices (Oxford See also Plauto,
Poenulus, come osserva Saller, "The Social Dynamics of Consent to Marriage
and Sexual Relations: The Evidence of Roman Comedy," in Consent and
Coercion to Sex and Marriage in Ancient and Medieval Societies (Dumbarton Oaks,
Le parole pullus e puer possono derivare dalla stessa radice Indo-Europea; vedi
Martin Huld, la definizione "child," nell' Encyclopedia of Indo-European
Culture (Fitzroy Dearborn, Richlin, The Garden of Priapus: Sexuality and
Aggression in Roman Humor (Oxford University Press, Festus in the Teubner
edition of Lindsay; Williams, Roman Homosexuality, Leclercq, Histoire de la
divination dans l'antiquit (Millon Richlin, The Garden of Priapus, Richlin, The
Garden of Priapus, trova la reputazione di Eburno come pulcino di Giove e la
sua successiva estrema severit contro l'impudicitia del figlio come molto
significativa e stimolante. CICERONE (si veda), Pro Balbo; VALERIO (si veda)
Massimo; Pseudo-Quintiliano, Decl; Paolo Orosio; Broughton, The Magistrates of
the Roman Republic (American Philological Association, Kelly, A History of
Exile in the Roman Republic (Cambridge; Richlin, The Garden of Priapus.
Williams, Roman Sexuality. As at Apuleio, L'asino d'oro; Cicerone, Pro Caelio
(in riferimento al suo nemico personale Publio Clodio Pulcro); Adams, The Latin
Sexual Vocabulary (Johns Hopkins Geffcken, Comedy in the Pro Caelio
(Bolchazy-Carducci, Giovenale, Satire; Erik Gunderson, "The Libidinal
Rhetoric of Satire," in The Cambridge Companion to Roman Satire, Cambridge
Richlin, The Garden of Priapus, Glossarium codicis Vatinici, Corpus Glossarum
Latinarum IV p. xviii; see Gtz, Rheinisches Museum Primarily Amy Richlin, as in
"Not before Homosexuality. Plautus, Curculio Williams, Roman
Homosexuality, As summarized by Clarke, "Representation of the Cinaedus in
Roman Art: Evidence of 'Gay' Subculture," in Same-sex Desire and Love in
Greco-Roman Antiquity, Cicerone, Fillippiche, citato da Williams, Roman
Homosexuality Williams, Roman Homosexuality, Martial; Juvenal. Williams, Roman
Homosexuality, Hersh, The Roman Wedding: Ritual and Meaning in Antiquity
(Cambridge Vout, Power and Eroticism in Imperial Rome (Cambridge, Williams,
Roman Homosexuality, Le fonti sono citate da Williams, Roman Homosexuality,
Dione Cassio; Williams, Roman Homosexuality. Tra gli altri: Durant; Koranyi Williams, Roman
Homosexuality, citando Dione Cassio e Elio Lampridio. Cassio Dione, Historia
Augusta, Cassio Dione, Erodiano Cassio Dione, Benjamin Godbout Richlin,
"Not before Homosexuality,". As recorded in a fragment of the speech De Re Floria
by CATONE (si veda) the Elder (frg. Jordan = AULO GELLIO (si veda), as noted
and discussed by Richlin, "Not before Homosexuality," Digest Richlin,
"Not before Homosexuality,". See also Digest on legal definitions of
rape that included boys. Richlin, "Not before Homosexuality,"
Cantarella, Bisexuality in the Ancient World, McGinn, Prostitution, Sexuality
and the Law, Williams, Roman Homosexuality. Digest, as noted by Richlin,
"Not before Homosexuality," Richlin, The Garden of Priapus, in
Marziale, Williams, Roman Homosexuality; Skinner, introduzione a Roman
Sexualities; Richlin, "The Meaning of irrumare in Catullus and
Martial," Classical Philology. Williams, Roman Homosexuality (con un
esempio proveniente da Marziale Edwards, The Politics of Immorality in Ancient
Rome (Cambridge) Valerio Massimo; Richlin, "Not before
Homosexuality," Richlin, "Not before Homosexuality," Quintiliano,
Institutio oratoria; Richlin, "Not before Homosexuality," Richlin,
"Not before Homosexuality, citando il passaggio proveniente da
Quintiliano. ^ Men of the governing classes, who would have been officers above
the rank of centurion, were exempt. Pat Southern, The Roman Army: A Social and
Institutional History (Oxford University Press, Phang, The Marriage of Roman
Soldiers: Law and Family in the Imperial Army (Brill, Phang, The Marriage of
Roman Soldiers, Phang, Roman Military Service: Ideologies of Discipline in the
Late Republic and Early Principate (Cambridge University Press, Phang, Roman
Military Service. See section above on male rape: Roman law recognized that a
soldier might be raped by the enemy, and specified that a man raped in war
should not suffer the loss of social standing that an infamis did when
willingly undergoing penetration; Digest, as discussed by Richlin, "Not
before Homosexuality, McGinn, Prostitution, Sexuality and the Law in Ancient
Rome (Oxford Polibio, Storie (metodo antico di bastinado). Phang, The Marriage
of Roman Soldiers, Phang, Roman Military Service, citing among other examples
Juvenal, Satire Lo stesso nome citato
anche altrove in Plozio Tucca. Plutarco,
Vita di Mario; vedi anche Valerio Massimo; Cicerone, Pro Milone, in Dillon e
Garland, Ancient Rome,; in Dionigi di Alicarnasso 16.4. Discussione di Phang, Roman
Military Service, e The Marriage of Roman Soldiers, Cantarella, Secondo natura.
La bisessualit nell'antica Roma, Ovidio, Metamorfosi (Ovidio), citato in
Richlin, "Sexuality in the Roman Empire," Brooten, Love between
Women: Early Christian Responses to Female Homoeroticism, Chicago, The Latin
indicates that the I is of feminine gender; CIL, as cited by Richlin,
"Sexuality in the Roman Empire," Brooten, Love between Women,Luciano,
Dialoghi delle cortigiane. Walters, "Invading the Roman Body: Manliness
and Impenetrability in Roman Though, and Gordon, "The Lover's Voice in
Heroides: Or, Why Is Sappho a Man?," p. 283, both in Roman Sexualities;
Clarke, "Look Who's Laughing at Sex: Men and Women Viewers in the
Apodyterium of the Suburban Baths at Pompeii," both in The Roman Gaze,
Richlin, "Sexuality in the Roman Empire," Swancutt, "Still
before Sexuality: 'Greek' Androgyny, the Roman Imperial Politics of Masculinity
and the Roman Invention of the tribas," in Mapping Gender in Ancient
Religious Discourses (Brill), Martiale, 50; Richlin, "Sexuality in the
Roman Empire, Clarke, Looking at Lovemaking: Constructions of Sexuality in
Roman Art, California Press, Clarke, Looking at Lovemaking, Digest, as cited by
Richlin, "Not before Homosexuality," Edwards, "Unspeakable
Professions," Cum virginali mundo clam pater: Kelly Olson, "The
Appearance of the Young Roman Girl, in Roman Dress and the Fabrics of Roman
Culture(University of Toronto Press, Digest as cited by Richlin, "Not
before Homosexuality," Vedi sopra alla sezione stupro maschio-maschio.
Lucio Anneo Seneca il Vecchio, Controversia; Richlin, Not before Homosexuality,
Murray, Homosexualities (Chicago, Bachvarova, "Sumerian Gala Priests and
Eastern Mediterranean Returning Gods: Tragic Lamentation in Cross-Cultural
Perspective, Lament: Studies in the Ancient Mediterranean and Beyond (Oxford
University Press, Clarke, Looking at Lovemaking, Taylor, The Moral Mirror of
Roman Art (Cambridge) Pliny, Natural History: gignuntur et utriusque sexus quos
hermaphroditos vocamus, olim androgynos vocatos; Veronique Dasen,
"Multiple Births in Graeco-Roman Antiquity," Oxford Journal of
Archaeology Diodorus Siculus, Roscoe, "Priests of the Goddess: Gender
Transgression in Ancient Religion," in History of Religions, Isidoro di
Siviglia, Etimologie, Roller, "The Ideology of the Eunuch Priest,"
Gender et History, Roscoe, "Priests of the Goddess," Plutarco,
Moralia; Dasen, "Multiple Births in Graeco-Roman Antiquity," Ovid,
Metamorphoses Taylor, The Moral Mirror of Roman Art; Clarke, Looking at
Lovemaking, Taylor, The Moral Mirror of Roman Art, Paulus ex Festo; Richlin,
"Not before Homosexuality," Taylor, The Moral Mirror of Roman Art,
Clarke, Looking at Lovemaking, Macrobio, Saturnalia, Macrobio dice che
Aristofane chiama una tale figura col nome di Aphroditos. Ensslin, Die
Religionspolitik des Kaisers Theodosius des Grossen, Monaco, In:
Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Philosophisch-historische
Klasse,Atanasio, Storia degli Ariani, Codice di Teodosio. Gaio Valerio Catullo, I Carmi. Publio Virgilio
Marone, Bucoliche. Albio Tibullo, Elegie. Tito Petronio Nigro, Satyricon.
Ensslin, Die Religionspolitik des Kaisers Theodosius des Grossen, Monaco,
Foucault, La volont di sapere. (Storia della sessualit), Feltinelli, Milano
Foucault, L'uso dei piaceri. (Storia della sessualit), Feltrinelli, Milano Williams: Roman
Homosexuality, Ideologies of Masculinity in Classical Antiquity. in: Oxford:
Ideologies of Desire. Oxford, Vioque, Martial, A Commentary, traduzione di
Zoltowski, Brill, Hubbard: Homosexuality in Greece and Rome, a Sourcebook of
Basic Documents. Los Angeles, London, Cantarella, Secondo
natura - La bisessualit nel mondo antico, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, RAYOR, Homosexuality
in Greece and Rome: A sourcebook of basic documents. Univ of California Press, Voci correlate Storia LGBT
Omosessualit nell'antica Grecia Omosessualit nel Medioevo Pederastia Pederastia
greca Storia dell'omosessualit in Italia Collabora a Commons Commons contiene
immagini o altri file su omosessualit nell'Antica Roma Portale Antica Roma
Portale LGBT Lex Scantinia Sessualit nell'antica Roma Terminologia
dell'omosessualit Grice: And then theres
Roman sex. Grice: Like me in
Some remarks about the senses, Fardella with Giorgi follow Lucrezios
materialism, -- and Ciceros sensible terminology on sensibilia! Nome compiuto: Michelangelo
Fardella. Fardella. Keywords: metafisica, ontologia, razionalismo, aritmetica,
geometria, solipsismo, percezione, vedere
sentire atomismo di lucrezio,
sensismo di Giorgi Cartesio is actually
borrowing it all from Platones Timeo for
whom the world is also only interpretable more geometrico. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Fardella,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Fariano: la ragione
conversazionale e il circolo di Giuliano -- Roma antica -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Friend of
Giuliano. Studies philosophy with
Giuliano and Eumenio.
Luigi Speranza -- Grice
e Fassò: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Igitur
est RES PVBLICA RES POPVLI – l’implicatura di Bruto – scuola di Bologna –
filosofia bolognese – filofosia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Filosofo
bolognese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Bologna, Emilia. Grice: “I
like Fassò; for one,
he was, like my friend H. L. A. Hart, a philosophical lawyer! But unlike Hart,
Fassò, being a Roman, knew what he was talking about!” “My favourite is his
explication of Bruto’s reaction when being brought the corpses of his two
sons!” Fassò, mi viene a conforto col suo ottimo
lavoro, che dà una diligentissima ed acuta interpretazione ed esposizione del
corso non già logico ma storico, o per meglio dire, psicologico della
formazione della Scienza nuova; esposizione che è utile possedere e che si
segue con curiosità. Con pari bravura è condotta la ricerca di quel che VICO
attinse o credette di attingere ai quattro suoi autori. Croce, Illusione degli
autori sui “loro” autori,). Figlio di Ernesto, generale dell'esercito, e
Caterina Barbieri, discendente dalle famiglie Barbieri (il di lei nonno è
Lodovico Barbieri) e Dallolio (Maria Sofia, moglie di Lodovico, era sorella di
Alberto e Alfredo Dallolio), trascorre i suoi primi anni, fino all'adolescenza,
fra il Piemonte (Mondovì), l'Emilia-Romagna (Parma) e la Lombardia (Mantova).
Temperamento religioso, ereditato dall'educazione famigliare e dalla
frequentazione con un anziano sacerdote, si caratterizza sempre per il rigore
negli studi (perciò Mazzetti, suo compagno di gioventù, poté definirlo schivo
degli incontri e quasi della società, teso in un impegno di chiarezza mentale,
di serietà e finezza di sentire. Conseguita la maturità classica al Virgilio di
Mantova, si laurea a Bologna, sotto Borsi con “L'elemento demografico nelle
provvidenze assistenziali a favore dei lavoratori: la legislazione del lavoro”.
Dopo aver rinunciato ad impiegarsi come funzionario nell'unione industriale, ottiene
anche la laurea in Filosofia, sotto SAITTA (si veda), con “Vico e Michelet”. Confide
poi al suo allievo,Pattaro, che la scelta della filosofia, lungi dall'essere
redditizia, è un matrimonio con «madonna povertà», cui egli, tuttavia, non
volle sottrarsi, non essendo versato, come rivelò a Nicolini, nella
«professione forense. Svolse, quindi, l'attività di docente di storia e
filosofia, inizialmente come supplente al "Galvani" di Bologna, poi a
Forlì e, infine, al Liceo Righi di Bologna. Il suo saggio, dedicato a Vico nel
pensiero del suo primo traduttore francese, che, però, a causa
dell'indisponibilità degli editori, sarebbe stato pubblicato, grazie
all'intervento di Saitta come memoria dell'Accademia delle scienze
dell'Istituto di Bologna. Vicino al Partito Liberale Italiano, a guerra
conclusa accetta di candidarsi, per il medesimo partito, alle elezioni comunali
bolognesi. Divenuto assistente volontario di Filosofia del diritto
nell'Ateneo felsineo, fu convinto da Felice Battaglia a concorrere per la
libera docenza, che ottenne. Nel medesimo anno, al Parma, gli viene quindi
assegnato l'incarico in Filosofia del diritto. Aggiudicatosi l'ordinariato, si
trasferì successivamente a Bologna, dove insegnò filosofia giuridica, presso la
Facoltà di Giurisprudenza, e Storia delle dottrine politiche, nella Facoltà di
Lettere e Filosofia. Si occupa di studi vichiani (della cui validità
scientifica è testimonianza una epistola di Solari, in cui si apprende che
l'interpretazione giuridica della Scienza nuova proposta da F. supera la
visione Croce-Nicolini, ponendosi al livello qualitativo di quelle di Fubini e
di Donati) e groziani, della cura e traduzione dei Prolegomeni al diritto della
guerra e della pace di Grozio e scrisse VICO (si veda) e Grozio, nonché, la
Storia della filosofia del diritto in tre volumi, giudicata da Bobbio come la
storia della filosofia del diritto più completa» esistente sulla faccia della
terra. Oltre Croce, F. criticò anche GENTILE (si veda), autore di una
concezione speculativa indubbiamente grandiosa, che si risolveva, però, in vana
retorica, negante, entro la dialettica dello spirito, la realtà del fenomeno
giuridico. Fra le altre opere, La democrazia in Grecia; Il diritto naturale;
dello stesso anno è La legge della ragione, considerata una «tra le opere
migliori di filosofia del diritto uscite in Italia» al tempo, e consistente in
una «appassionata rivalutazione» del diritto naturale; Società, legge e
ragione, apparso nell'anno della morte (i due ultimi volumi citati, tuttavia,
ripropongono scritti precedenti). Le pubblicazioni in cui si esprime con più
chiarezza l'ispirazione teoretica di F. sono, invece, La storia come esperienza
giuridica (in cui, ha commentato BOBBIO
(si veda) si dimostra che tutti i rapporti che l'uomo ha con gli altri uomini,
contengono un germe di organizzazione, e quindi sono istituzioni giuridiche») e
Cristianesimo e società, che susciterà un vivace dibattito nell'ambiente
cattolico, incontrando financo il favore di Prezzolini. Il suo testament disponeva
funerali semplici, «senza fiori e senza seguito di estranei. In un codicillo,
inoltre, soggiungeva che, se si trovassero miei scritti incompiuti, manoscritti
o dattilografati, non si stampino, perché non possono essere stati riveduti
come avrei ritenuto necessario», congiuntamente all'invito a non raccogliere
«in volume opuscoli sparsi o scritti minori, operazione che non dovrebbe mai
esser fatta se non dall'autore». Alla memoria di F., oltre che a quella di
Gaudenzi, è intitolato il Centro Interdipartimentale di Ricerca in Storia del
Diritto, Filosofia e Sociologia del Diritto e Informatica Giuridica a Bologna,.
Benché F. abbia apprezzato il Romano sostenitore della concezione non
normativistica del diritto, egli non poté tacerne il limite, consistente
nell'assenza di una «definizione esauriente» dell'istituzione, dovuto alla
volontà di Romano di tenersi «fuori dal campo della filosofia». Il più limpido
storico del giusnaturalismo». Formatosi filosoficamente nella temperie
culturale neoidealistica, Fassò se ne distaccò, rifiutandone soprattutto
l'immanentismo, con La storia come esperienza giuridica, opera ispirata dalle
suggestioni istituzionalistiche di Romano (ma di questi deplorerà, nella successiva
Storia della filosofia del diritto, il circolo vizioso, per cui una istituzione
è giuridica solo quando è giuridica. A Croce, che faceva coincidere storia e
filosofia, F. replica con l'identificazione di storia e giuridicità, estendendo
il concetto di istituzione — contrariamente a quanto aveva fatto Romano, e
risolvendone così il circolo vizioso — a tutti gli aspetti della vita sociale,
cioè della vita dell'uomo nella storia, che è sempre vita dell'uomo in società.
L'elisione dell'identità fra realtà storica e razionalità filosofica non
implica la rimozione dell'Assoluto, ma egli ne negava ogni possibilità
conoscitiva, ricadendo la «concreta unità del reale» (sotto l'aspetto
gnoseologico) nell'ambito del privo di senso, sebbene restasse attingibile in
uno slancio mistico, descritto, in una pagina de La legge della ragione, come
partecipazione dell'«uomo al valore divino, ma solo quando si faccia anch'egli
Dio per unirsi a lui, trascendendo la propria umanità, la propria soggettività
empirica, storica». È importante tener fermo come Fassò, quantunque abbia
legato l'Assoluto a uno slancio mistico, non si sia fatto teorico di un irrazionalismo
misticheggiante, ma — giusta l'osservazione di Vallauri — abbia formulato un
«dittico» in cui si afferma, da un lato, la «sopragiuridicità dell'etica intesa
come esperienza religiosa» e, dall'altro, «la funzione essenziale della ragione
giuridica nel mondo. Proprio il riconoscimento della centralità della ragione
giuridica nel governo della «concreta molteplicità del reale» costituì, per F.,
un ulteriore motivo critico nei confronti dell'anti-gius-naturalismo crociano,
da cui, dopo l'approfondimento della storia del giusnaturalismo, prese più
convintamente le distanze. La concezione giusnaturalistica fassoiana, infatti,
cerca di non cadere nell'errore proprio della tradizione precedente (errore che
nella Storia della filosofia del diritto, non esitò a indicare quale «difetto
capitale» della scuola del diritto naturale, consistente nell'astrattismo e nel
conseguente antistoricismo), intendendo il diritto naturale quale ordine che
nasce dalla storia, e nel quale l'uomo non può non essere inserito proprio per
la sua dimensione storica, che è la sua dimensione essenziale. Medaglia d'oro
ai benemeriti della scuola della cultura e dell'artenastrino per uniforme
ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte. Croce,
Illusione degli autori sui “loro” autori, su Quaderni della Critica, Laterza, Ora
anche in Id., Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, Savorelli, Napoli,
Bibliopolis, Cfr. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza. La sua
ricerca di Saitta, anche storica, sembra inscindibile da una polemica e da una
protesta. Polemica e protesta che attraversano ugualmente l'attività così di
Calogero come dello Spirito, annoverati talora col Saitta fra gli esponenti
della sinistra gentiliana, e come lui accusati a volte, e non certo
benevolmente, di crocianesimo». Pattaro, Sull'Assoluto. Contributo allo studio
del pensiero di F.. F. segue con particolare attenzione i corsi di Saitta, che
gli suggerì di approfondire Michelet, che lo avrebbe condotto a Vico. Scheda senatore Dallolio, su Scheda senator
Dallolio, su senato. Le parole di Mazzetti sono riportate in Faralli, Il
maestro e lo studioso, in Rivista di filosofia del diritto, Bologna, Il Mulino,
Elenco dei laureati e diplomati nell'Anno Scolastico, in Annuario dell'Anno
Accademico, Bologna, Società Tipografica già Compositori,Elenco dei laureati e
diplomati nell'Anno Scolastico, in Annuario dell'Anno Accademico. Bologna,
Tipografia Compositori, Pattaro, Alcuni ricordi personali e cenni sulla
gnoseologia, ontologia e concezione della filosofia di F., in Rivista di
filosofia del diritto, Bologna, Il Mulino. “Mi disse che ci sarebbe stato un
concorso per assistente ordinario alla cattedra e mi chiese se fossi
interessato a partecipare. Ma mi prevenne con due avvertimenti sui quali avrei
dovuto meditare prima di dargli una risposta. Essi sono: "chi fa filosofia
del diritto in una facoltà di Giurisprudenza sposa madonna povertà e nell'università
occorre sapere ingoiare amaro e sputare dolce perché l'intelligenza degli
accademici è di regola superiore a quella dei comuni mortali, e ciò implica che
essi siano capaci di cattiverie più raffinate e perfide di quelle di cui sono
capaci i comuni mortali. La citazione è tratta dal carteggio Fassò-Nicolini,
richiamato da E. Pattaro, nel suo Sull'Assoluto. Contributo allo studio del
pensiero di F., premesso. In altre lettere allo stesso Nicolini, scrive di non
sentire nessuna vocazione per la professione forense. Curriculum vitae di
Andrea Fassò, Consiglio Nazionale del Notariato.. Gli studi vichiani di F., in
Bollettino del Centro Studi Vichiani, Napoli, Guida, Ha ultimato VICO nel
pensiero del suo primo traduttore francese nel ma causa la difficoltà di
trovare un editore — non gli fu possibile pubblicarlo allora: soltanto poté
presentarlo all'Accademia delle scienze di Bologna per il tramite di Saitta. Pattaro,
Sull'Assoluto. Contributo allo studio del pensiero di F., in F., Scritti di
filosofia del diritto, Pattaro, Faralli,
Zucchini, Milano, Giuffrè. Dopo i disagi della guerra, aveva ripreso le
proprie ricerche incoraggiato da Battaglia, che lo convinse ad affrontare
l'esame di libera docenza in filosofia del diritto. Conseguita la libera
docenza in filosofia del diritto, F. ebbe il suo primo incarico in questa
materia, a Parma. Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Battaglia, F.:
in memoria, in Rivista di filosofia del diritto [giunse] alla libera docenza, e
nello stesso anno lo abilitarono a tenere l'incarico della filosofia del
diritto nella Parma, ove divenne professore della materia. Passa all'Bologna,
dove rimase titolare della disciplina, tenuta con alto prestigio e qualificata
dignità fino alla morte che ne chiuse la laboriosa giornata». Pattaro, Gli studi vichiani di F., in
Bollettino del Centro Studi Vichiani, Napoli, Guida. Tra le carte personali di
F. ho trovato una cartolina postale, vergata fitta fitta da Solari. In essa,
tra le altre cose, è scritto: ‘Da tempo ero convinto della verità della interpretazione
giuridica della Scienza Nuova: ma Lei ne ha dato ampia, profonda, persuasiva
dimostrazione. La cautela con cui è sostenuta è frutto della Sua modestia, e
della Sua serietà di studioso. Il suo saggio sui quattro autori può stare a
paro cogli scritti vichiani di Donati e Fubini e supera la visione
Croce-Nicolini che sul punto della genesi giuridica della scienza nuova stanno
ancora sulle generali. Finalmente esiste in Italia (dico in Italia, ma potrei
dire sulla faccia della terra) una storia della filosofia del diritto, non
angustamente scolastica, non puramente nozionistica e per di più complete. Così
Bobbio saluta la Storia della filosofia del diritto. In tutta la filosofia del
Gentile si ha una concezione speculativa indubbiamente grandiosa, ma che si
risolve in vana retorica, negante l'esperienza della realtà effettuale. Non è
tuttavia dalla negazione della molteplicità dei soggetti che discende la
negazione della realtà del diritto nella filosofia gentiliana. Come in quella
del Croce, essa è compiuta in relazione alla dialettica dello spirito, cioè del
soggetto assoluto. È importante, infine, sottolineare il valore di impegno
civile che il filosofo bolognese riconosceva al testo e che ad esso venne
riconosciuto dalla traduzione greca. Thessalonike, Poseidonas], all'epoca della
dittatura militare in Grecia». Bobbio,
Giusnaturalismo e positivismo giuridico, prefazione di Ferrajoli, Roma-Bari,
Laterza, Bobbio, La filosofia del
diritto in Italia, in Jus, Milano, Faralli,
I momenti della riflessione critica su F., Prezzolini chiosa Cristianesimo e
società sia in un articolo su Il resto del carlino sia nel libro Cristo e/o
Machiavelli. Conservo la prima edizione di Cristianesimo e società, egli scrive.
La volli come compagna perché dovevo moltissimo a quel libro, cioè non dirò
l'apertura, ma la conferma dotta, serena, eppure appassionata di un punto di
vista importante. Prezzolini ritiene di aver trovato in Fassò, argomentate con
un'alta filologia, sempre al corrente della produzione critica e accompagnata
dalla conoscenza dei testi filosofici, quelle stesse idee che anch'egli aveva
manifestato ‘lanciate piuttosto da un intuito che da un sapere storico Annuario,
Bologna, Tipografia Compositori, Pattaro, Ricordo, in Rivista trimestrale di
diritto e procedura civile, Centro Interdipartimentale di Ricerca in Storia del
Diritto, Filosofia e Sociologia del Diritto e Informatica Giuridica, sStoria
della filosofia del diritto, edizione aggiornata Faralli, Roma-Bari, Laterza. Romano si tiene
deliberatamente fuori dal campo della filosofia, non sfruttando neppure quegli
indirizzi di essa, primo fra tutti quello del Croce, che potevano valere a
suffragar la sua tesi. Questa è sostenuta unicamente sul terreno della
considerazione empirica del diritto, e non vuole avere né premesse né
conclusioni che stiano al di fuori o al di sopra di essa. Neppure il Romano dà
del concetto di istituzione una definizione esauriente». Marini, Il giusnaturalismo nella cultura
filosofica italiana del Novecento, in Storicità del diritto e dignità dell'uomo,
Napoli, Morano, Cfr. Matteucci, recensione a F., Cristianesimo e società,
Giuffrè, Milano, in Il Mulino, «L'esigenza filosofica fondamentale che si palesa
nei lavori del F. è quella di uscire dallo storicismo immanentistico dei Croce
e dei Gentile che vedeva nella storia la manifestazione di un principio assoluto
(lo Spirito, l'Atto. Cfr. Pattaro, In che senso la storia è esperienza
giuridica: l'istituzionalismo trascendentale, in appendice a F., La storia come
esperienza giuridica, Faralli, Soveria Mannelli, Rubbettino. L'esperienza che
Fassò aveva avuto della filosofia idealistica egemone in Italia nella prima
metà del secolo, la quale all'interno dei suoi precedenti studi vichiani,
condotti in chiave di storia della filosofia, non necessariamente costituiva
un'ipoteca con cui dover fare conti precisi, in sede teoretica, sia pure di
filosofia del diritto, venne chiamata ad un inevitabile redde rationem. F.,
Storia della filosofia del diritto, Faralli, Roma-Bari, Laterza, Il giudizio,
tuttavia, è già presente in F., La storia come esperienza giuridica. È proprio
questo, del resto, il punto debole della dottrina del Romano, che fu subito
rilevato dai suoi critici: il circolo vizioso in cui egli si aggira,
presupponendo la giuridicità di quella istituzione che poi identifica con il
diritto. In altre parole, Romano afferma che sono istituzione, ossia
ordinamento giuridico, ossia diritto, quegli enti o corpi sociali che hanno
carattere giuridico. Croce, Logica come scienza del concetto puro, Farnetti,
con una nota al testo di Sasso, Napoli, Bibliopolis, Croce, La storia come
pensiero e come azione, Conforti, con una nota al testo di Sasso, Napoli,
Bibliopolis, «Si può dire che, con la critica storica della filosofia
trascendente, la filosofia stessa, nella sua autonomia, sia morta, perché la
sua pretesa di autonomia era fondata appunto nel carattere suo di metafisica.
Quella che ne ha preso il luogo, non è più filosofia, ma storia, o, che viene a
dire il medesimo, filosofia in quanto storia e storia in quanto filosofia:
la filosofia-storia, che ha per suo principio l'identità di universale ed
individuale, d'intelletto e intuizione, e dichiara arbitrario o illegittimo
ogni distacco dei due elementi, i quali realmente sono un solo. La storia
come esperienza giuridica. L'esperienza giuridica non è altro che l'esperienza
umana nella sua totalità, la storia stessa insomma dell'uomo. In che senso la
storia è esperienza giuridica: l'istituzionalismo trascendentale di F., «La
concreta unità del reale, l'universale concreto, è un residuato della grandiosa
retorica metafisica idealistica. F., con l'onore delle armi, lo colloca nella
dimensione che gli compete, ossia dell'inconoscibile, indicibile,
incomunicabile per definizione: dell'indiscutibile che è tale non perché sia
vero o certo di là da ogni ragionevole dubbio, bensì perché non è possibile
oggetto di discorso, non è suscettibile di ragionamento, sfugge ad ogni
comprensione e spiegazione razionale. Lo colloca nella dimensione del privo di
senso. Pattaro, In che senso la storia è esperienza giuridica:
l'istituzionalismo trascendentale. Resti chiaro, peraltro, che F. rinvia sì al
piano mistico l'unità del reale, l'assoluto, l'universale concreto, ecc., ma
che, non per questo, egli professa una filosofia mistica intuizionistica. Il
giudizio di Vallauri è espresso nel suo Amicizia, carità, diritto, Giuffrè,
Milano. Considerata nel suo arco complessivo, forma un dittico, che da un lato
ribadisce rigorosamente la sopragiuridicità della esperienza cristiana giunta
al suo culmine (identificato nella carità), e dall'altro lato riconosce la
funzione preziosa della ragione giuridica nel mondo, dove ogni individuo limita
e contraddice l'altro e dove una norma di coesistenza è indispensabile’») e
accolto in F., Società, legge e ragione, Milano, Comunità, Pattaro, In che
senso la storia è esperienza giuridica: l'istituzionalismo trascendentale di F.,
La concreta molteplicità del reale, il flusso eracliteo dei particolari
concrerti, l'eterogeneo continuum di cui parla richiamando Ross, è la realtà
empirica, fenomenica: molteplicità infinita di eventi originali e irripetibili,
non essendovi nello spazio, e più ancora nel tempo, due fenomeni perfettamente
identici. Sulla posizione crociana rispetto al giusnaturalismo cfr., per
esempio, Croce, Filosofia della pratica. Economica ed etica, Tarantino, con una
nota al testo di Sasso, Napoli, Bibliopolis. Contraddittorio è altresì il
concetto di un codice eterno, di una legislazione-limite o modello, di un
diritto universale, razionale o naturale, o come altro lo si è venuto
variamente intitolando. Il diritto naturale, la legislazione universale, il
codice eterno, che pretende fissare il transeunte, urta contro il principio
della mutevolezza delle leggi, che è conseguenza necessaria del carattere
contingente e storico del loro contenuto. Se al diritto naturale si lasciasse
fare quel che esso annunzia, se Dio permettesse che gli affari della Realtà
fossero amministrati secondo le astratte idee degli scrittori e dei professori,
si vedrebbe, con la formazione e applicazione del Codice eterno, arrestarsi di
colpo lo svolgimento, concludersi la Storia, morire la vita, disfarsi la
realtà. Sulla presa esplicita di distanza di F. da Croce, cfr. Società, legge e
ragione. Ho continuato a ripetere la stessa cosa. Il diritto nasce dalla natura
umana, la quale è natura storica e natura sociale. Ho rifiutato dapprima, sotto
la suggestione dell'anti-gius-naturalismo del tempo in cui ero cresciuto, di
chiamare naturale un siffatto diritto. Più tardi, dopo avere approfondito la
conoscenza storica del gius-naturalismo ed essermi meglio chiarito la parte che
esso ha avuto nella difesa della libertà contro l'assolutismo politico, mi sono
deciso a designare con quell'aggettivo in realtà equivoco il diritto che la
ragione trova nella natura della società. Laddove, invece, si è riscontrata
coincidenza cronologica, si è preferito seguire l'ordine alfabetico. Altre
saggi: “I quattro auttori del Vico: saggio sulla genesi della Scienza nuova”
(Milano, Giuffre); “La storia come esperienza giuridica, Faralli, Soveria
Mannelli, Rubbettino); “Cristianesimo e società” (Milano, Giuffrè); “La
democrazia in Grecia, Faralli, Pattaro e Zucchini (Milano, Giuffrè); “Il
diritto naturale” (Torino, ERI, “La legge della ragione, Faralli, Pattaro e
Zucchini (Milano, Giuffrè); “Storia della filosofia del diritto, Roma-Bari,
Laterza); “VICO e Grozio” (Napoli, Guida); “Società, legge e ragione” (Milano, Edizioni
di Comunità); “La flosofia del diritto” (Milano, Giuffrè); Diritto della
guerra” (Napoli, Morano). Dizionario biografico degli italiani, Gli studi
vichiani di F., Centro Studi Vichiani,
Napoli, Guida), “Sull'Assoluto. Contributo allo studio del pensiero di F.”,
“In che senso la storia è esperienza giuridica: l'istituzionalismo
trascendentale di F.”, “Lo storicismo di F.”, “Sulla annosa e ricorrente
disputa tra positivisti e giusnaturalisti”, “Un itinerario filosofico tra
diritto e natura umana”. L'iniziativa di raccogliere gli scritti di
filosofia del diritto di F. è altamente opportuna e meritoria. Gli studiosi ne
debbono essere grati ai curatori: Pattaro (che al Maestro è succeduto sulla
cattedra bolognese), Faralli, Zucchini. Con questi tre ricchi volumi diviene
facilmente accessibile una produzione, altri- menti sparsa in riviste e in atti
occasionali, che sta a testimoniare il cammino limpido e coerente di una tra le
personalità intellettualmente più vive ed oneste della nostra cultura del
secondo dopoguerra, purtroppo strappata anzi tempo agli studi. I curatori
avvertono che del- l'opera di F. rimangono escluse da questa pur ampia raccolta
le opere pubblicate quali volumi separati, articoli occasionali che sono parsi
non riconducibili alla filosofia del diritto, e scritti di letteratura e di
critica cinematografica. Si può convenire sull’opportunità di preservare la
purezza e omogeneità scientifica della raccolta, escludendo gli scritti delle
due ultime categorie menzionate; giudicheranno i curatori, o altri studiosi
interessati, se non sia opportuna la pubblicazione separata degli scritti
minori ora esclusi, per dare un’immagine completa della cultura e
dell’evoluzione di F., ovvero di uno studioso che, alieno quant’altri mai da
digressioni e dilettantismi, mostra però in ogni pagina la vastità e classicità
delle proprie conoscenze. Evidente è invece la necessità di escludere le opere
apparse quali volumi separati. Tra esse sono opere a tutti note, che hanno
saldamente stabilito il prestigio scientifico di F. Basti ricordare gli studi
vichiani e groziani (da I (( quattro auttori D del VICO. Saggio sulla genesi
della Scienza nuova, alla cura e traduzione dei Prolegomeni al diritto della
guerra e della pace di Grozio, dello stesso anno, a Vico e Grozio, e la
fondamentale STORIA DELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO – DA CICERONE A CICERONE. Sono
anche da ricordare: La democrazia in Grecia; Il diritto naturale; La legge
della ragione, dello stesso anno; Società, legge e ragione, apparso nell’anno
della morte (ma i due ultimi volumi raccolgono e rifondono scritti precedenti,
che si trovano in questa stessa raccolta). Ricordiamo per ultimi, non per caso,
i due scritti in cui è documentata la fisionomia teoretica di F., il quale, se
fu grande storico del pensiero, ebbe anche un’impronta filosofica
originalissima, e una chiarezza ideale che diede senso unitario ai molti
interventi su problemi teoretici, oggi raccolti nei presenti volumi. Ci
riferiamo alle opere L a storia come esperienza giuridica, e Cristianesimo e
società. Oltre agli scritti di F., la raccolta contiene: una Nota dei curatori,
che spiega i criteri seguiti;un’ampia Introduzione di Pattaro, dal titolo
Sull’assoluto. Contributo allo studio del pensiero di F.; na Bibliografia degli
scritti filosofico- giuridici di F., a cura di Zucchini; uno studio di Faralli
dal titolo I momenti della riflessione critica su F.. Di modo che questi volumi
offrono una base per chiunque si accosti criticamente all’opera e al pensiero
di F.: lo status quaestionis è chiaramente delineato. È ancora da dire che gli
scritti di F. sono ripartiti in tre categorie: saggi e articoli, voci di enciclopedia, e recensioni. Saggie
articoli occupano la maggior parte dei volumi, notevole è però anche la mole
delle voci di enciclopedia: un genere che F. coltiva con assiduità, e che era
particolarmente congeniale alla sua mente storica, e alla chiarezza concettuale
alla quale egli era sempre solito congiungere rigorosamente la ricostruzione
storica: poche pagine sono in grado, in queste voci, di dare le linee maestre
di Milano un tema, o dell’opera di un autore (esemplari ci sembrano, tra
le voci su temi teoretici, Democrazia,e Giusnaturalisrno;tra le voci su temi
storici, quelle sui due autori di F. per eccellenza, Groot, e VICO Non molte
sono invece le recensioni in chi pure e studioso di larghissime letture. Se si
tolgono le recensioni legate agli esordi scientifici e ai loro temi, rimangono
pochi interventi; tra questi dobbiamo ricordare, per l’interesse oggettivo e
per la luce che portano sulla personalità di Fassò, le recensioni dedicate ad
autori coi quali egli fu in singolare vicinanza spirituale: come le recensioni
a volumi di BOBBIO su temi filosofico-giuridici, o al volume di PIOVANI,
Giusnaturalismo ed etica moderna -- la recensione. Peraltro, per valutare la
presenza attiva, insieme critica e costruttiva, di F. nella filosofia italiana,
si deve pensare alle molte discussioni che egli costantemente e con passione
sollevava su temi storici e teoretici: più della recensione, lo attraeva la
discussione ampia che ruotasse intorno a un problema a lui congeniale. Si pensi
alle osservazioni che egli svolse su due saggi di COTTA, ancora uno studioso
col quale egli fu in profondo dialogo: i libri di questo su AQUINO e su AGOSTINO
sollecitarono la meditazione di F. in due articoli: AQUINO giurista laico? e
Agostino e il giusnaturalismo.Inoltre, tutta l’attività di . fu segnata dalla
polemica, spesso anche dura o sarcastica, che egli rivolgeva ad autori grandi e
piccoli, lontani e vicini. Polemizza su temi filologici ed eruditi, riprendendo
e correggendo; polemizzava su problemi teoretici, dove non trovasse chiarezza
di pensiero, egli che era scrittore limpido e rifuggiva da qualsiasi ambiguità
o da compiacenti silenzi. Talvolta colpisce, ancor oggi, la durezza della
polemica; ed egli ne era certo consapevole, e scrisse una volta queste parole,
che valgono a spiegare un tratto della sua personalità: nella sua connaturata
avversione ai radicatissimi luoghi comuni nella ricerca scientifica come nei modi
del pensare politico, egli replica sempre con vigore, e talora con troppo
vigore, e metteva in luce componenti opposte a quelle Comunemente accettate,
Seri- veva: (Forse, nel cercare di metterle in luce, ho calcato troppo sulla
loro importanza? Se questo è avvenuto, è stato (per ricorrere ancora una volta
a Grozio e prendere a prestito da lui l’immagine di cui si serve a proposito di
Erasmo con l’intenzione con cui si piegano in senso opposto gli oggetti
incurvatisi, per cercare di farli tornare nella posizione giusta D. In
quell’occasione, egli parlava delle convinzioni diffuse sulle componenti
originarie dell’etica laica, di solito vista derivare dal protestantesimo e dai
suoi moti preparatori; mentre egli vedeva componenti più ampie, e radici che
egli individua per gran parte proprio in AQUINO (si veda).. Egli era quindi in
uno dei campi prediletti della sua indagine; ma quell‘intenzione lì dichiarata
e illustrata, con l’immagine degl’oggetti incurvatisi vale a farci comprendere
la intransigente vena polemica, strumento per riportare alla posizione giusta, che nel suo caso era la
posizione della verità scientifica e del rigore metodologico. Di quella vena
polemica, gran parte degli scritti qui pubblicati sono testimonianza, talora
vivacissima. C’e in F. tutta la serietà intellettuale di chi conosce la fatica
della paziente ricerca quotidiana. Non solo la storia del pensiero propriamente
detta, con le sue regole filologiche; anche la filosofia aveva i suoi canoni e
le sue conoscenze tecniche. Nel corso di una polemica, su uno dei temi che più
gli stettero a cuore, quello del rapporto fra cristianesimo e società, egli
scrisse, sulla dignità della filosofia, parole di sapore hegeliano, che hanno
la loro permanente e ritornante validità. Allora, ammoniva disinvolti ((
giuristi cristiani a starsene nei propri confini di giuristi; il cristianesimo
era altra cosa, e scrive. E strano, ma mentre tutti fanno a gara a dire che LA
FILOSOFIA è cosa astrusa, non v’è
nessuno che non si senta legittimato a discuterne senza alcuna preparazione:
ciò che non si sognerebbe di fare riguardo a qualsiasi altro argomento
scientifico o tecnico. Perché egli, che era in senso proprio e fino in fondo FILOSOFO
del diritto, ha chiara la dimensione filosofica e CONCETTUALE della propria ricerca,
e non intese mai che la propria controversa disciplina fosse riducibile a
riflessione o generalizzazione di giuristi dotati di vocazione, temperamento,
sia pure cultura, Opportunamente, gli scritti di F. sono riprodotti in ordine
cronologico -- all’interno delle tre categorie citate sopra: saggi e articoli;
voci di enciclopedia; recensioni. Se si tengono presenti anche i saggi pubblicati
come volumi a parte, e sopra ricordati, ne viene la possibilità di giungere ad
una periodizzazione. Pattaro, nel suo studio intro- duttivo, suggerisce la
quadripartizione seguente: il periodo dedicato alla STORIA della filosofia, in
particolare a VICO. Il periodo che comprende La stovia come esfierienza
giuridica e Cristianesimo e società, caratterizzato precipuamente dalla
tematica, che potrebbe dargli il nome, ‘Assoluto e storia e il periodo
culminante nei volumi primo e secondo della Storia della filosofia del divitto
che potrebbe intitolarsi a ‘ I1 diritto naturale, il periodo nel quale si
conclude la grande opera storiografica, che potrebbe di converso intitolarsi a
‘il diritto positivo.’ Così Pattaro, e con buone ragioni. Ma egli stesso
ricorda che il Maestro (( riconobbe valida in uno dei suoi ultimi scritti la
distinzione-periodizzazione suggerita da Vallauri, il quale vedittico affermante
- così riferiva F. consentendo intesa come esperienza religiosa, e dall’altro
la funzione essenziale della ragione giuridica nel mondo. Società, legge e vagione.
Vallauri formula quel suggerimento deva nella sua opera come un da un lato la
sopragiuridicità dell’eticità in Amicizia, carità, diritto, Milano. Tenendo
presenti i punti di vista espressi dai due studiosi, saremmo propensi a vedere
una tri-partizione, che è insieme una partizione temporale e tematica, una
periodizzazione e una distinzione di interessi scientifici; dove i periodi si
collegano l’un l’altro per affinità e per approfondimenti in- terni. Il primo
periodo vede nascere gli studi su VICO e su Grozio, e che è segnato dalla
presenza di motivi neo-idealistici e dall’emergere dell’originale storicismo di
F. Il secondo periodo vede apparire il dittico di cui parla Vallauri, quel
dittico a cui Pattaro dà il nome di assoluto e storia. In questo, è enunciata
la filosofia di F.; gli anni successivi approfondiranno e talora ritoccheranno,
ma i pilastri sono già posti saldamente. Dove la periodizzazione di Pattaro
sembra meno giustificata, perché forse c’è soltanto accentuazione all’interno
di un’unità, è in una cesura che pone. Sembra di poter dire che tutta
l’attività e che muove, come Pattaro ricorda, dall’articolo ‘AQUINO, giurista
laico?’, è dedicata alla meditazione integrale, per estensione dia-cronica e
sin-cronica, del problema della ragione giuridica nel mondo storico-sociale: è
ripercorso tutto il pensiero occidentale; si ha la progressiva accettazione di
un diritto di ragione, il quale ha una sua autonomia di fronte al diritto
tradotto in leggi. Anche la riflessione politica di F. e più, certamente, dopo
gli sconvolgimenti, rientra in quella visione di una ragione che opera nella
storia con i suoi equilibri e meccanismi. Gli scritti raccolti in questi volumi
consentono di ritrovare gli aspetti salienti della meditazione di F., di
ripercorrerla nelle singole tappe del suo maturarsi, di seguire, come in una
fuga a più voci, l’accedere di nuovi motivi a quelli di datazione più antica.
In questo senso, come s’è già detto all’inizio, grande è l’utilità di questa
raccolta per chi studi l’opera di F.; non solo, ma per chi si dedichi a
ricostruire la vita intellettuale e morale, la cultura politica di quegli anni,
I n questa occasione, a chi scrive interessa porre in luce alcuni essenziali
aspetti teoretici di quella riflessione. Ma ciò non intende certo sminuire il
rilievo che si deve riconoscere a F. storico delle idee. Lo studioso di VICO e
di Grozio, del diritto naturale classico, cristiano e moderno, è tale che ogni
suo contributo è degno di attento studio vuoi per l’oggetto trattato, vuoi per
ricostruire in modo più adeguato l’evoluzione dello stile di ricerca
storiografica del suo autore, vuoi infine per gli apporti d’ordine teoretico
che esso fornisce. In quest’ultimo senso, quello che qui interessa
maggiormente, molti studi storici apportano argomenti per la visione della
storia e della sua organizzazione giuridico-politica. Ma per fermarsi al solo
rilievo storiografico, si deve ricordare che in questi volumi tornano studi su
molti temi tipici e prediletti dell’attività di F.. Si vedano i vari ritorni su
VICO: Vico nel pensiero del suo primo traduttore francese (dedicato al rapporto
Vico-Michelet); al quale si ricollega, ventun anni dopo, U n presunto discepolo
di Vico. Michelet; e inoltre vari interventi critici sulla Scienza Nuova e su
temi vichiani, a cominciare dalla Genesi storica e genesi logica della
filosofia della Scienza nuova, per finire con lo Il problema del diritto e l’origine storica
della Scienza Nuova. Si vedano anche gli scritti vari su Grozio: Grozio tra
medioevo ed età moderna, e il saggio, assai significativo per l’evoluzione
personale di F., Ragione e storia nella dottrina di Grozio. Accanto a tali
studi dovrebbero esserne menzionati molti altri, a cominciare da quello su
Sociologia e diritto nella filosofia civile di ROMAGNOSI, fino ai molti studi
su temi storici, sulla laicità immanente in pensatori cristiani, o sull’evoluzione
del pensiero giuridico in senso più stretto, come nel saggio postumo, scritto
per la Storia delle idee politiche, economiche e sociali diretta da FIRPO, dal
titolo La scienza e la filosofia del diritto: ricostruzione storica ammirevole
nella sua lucida sinteticità, frutto maturo di una mente storica che aveva già
prodotto le sue opere maggiori. Né si devono dimenticare i ritornanti interessi
per il mondo greco, e per la forma democratica che in esso si realizzò: valga
l’esempio dello studio dLa democrazia nell’antica Grecia e la riforma agraria.
Si può dire che non manchi, in questa raccolta, nessuno dei grandi temi
storiografici di Fassò: VICO e Grozio, il pensiero cristiano, l’affermarsi
della ragione giuridica, la grecità. Chi voglia ricostruire l’itinerario
scientifico di F. storico delle idee, avrà ora a disposizione un materiale
imponente, qui riunito dalle varie sedi in cui egli usava pubblicare i suoi
saggi e articoli, e che erano quasi sempre riviste giuridiche: singolare e
significativa predilezione in un autore che non ridusse mai la filosofia del
diritto a teoria generale del diritto, ne volle preservata la filosoficità, ma
volle anche mostrare come non si potesse prescindere dalla cono- scenza dei
problemi scientifici del diritto. In questo senso si può esser certi che F.
ebbe profonda e genuina dimestichezza con i problemi dei giuristi. Anche lo
stile del suo pensiero e il suo stesso modo di esprimersi, serio e sobrio,
tutto attento alle prove e ai nessi concettuali, risentiva beneficamente della
formazione giuridica e degli interessi giuridici, anche se questi non furono
peculiari ad un ramo specifico del diritto, ma si rivolsero piuttosto alla
teoria generale, e semmai ai modi procedurali del divenire del diritto - si
pensi all’interesse per il problema del giudice - come a quelli in cui meglio
si scorge l’originalità della ragione giuridica nel suo affermarsi. Si può
anche dire che la cultura giuridica di F. influì sull’originale forma del suo
storicismo, al quale, fino agli ultimi anni, egli non venne mai meno, Gli
scritti appartenenti al primo periodo mostrano F. che, movendo dall’interno
della prospettiva neoidealistica, ne esce con una propria visione della realtà
come storia, e della storia come struttura in sé organizzata, razionale,
scandita in istituzioni. Lo stori- cismo assoluto di Croce (un autore che,
pure, F. ha ben conosciuto) è estraneo a questa forma di storicismo, tutto
fatto di cose e di nessi reali, Vico e Grozio sono stati i fondamenti
filosofici di questa visione della storia, Pattaro pone bene in luce come
l'avversione di F. a un razionalismo astratto divenga visione storicistica nei
primi studi vichiani riferisce quanto F. stesso scriveva, sull’esser vichiani
per il fatto di avere una visione della storia come concreta razionalità. Pattaro
prosegue illustrando il passaggio di F. dagli studi vichiani, condotti in
quell'atmosfera speculativa (non necessariamente o integralmente condivisa),
alla personale visione storicistica del diritto. Qui influirono le nuove correnti
che si affacciavano in Italia. Le suggestioni del neoempirismo che si affaccia
nella nostra cultura trovarono un'accoglienza non ostile in un F. convinto che,
nella filosofia del diritto, molto spesso l'empirismo non è lontano dallo
storicismo, La specifica tematica giuridico-filosofica, lo fa incontrare con le
correnti sociologiche ed istituzionalistiche, ma nel contempo lo induceva, per
superarne 1’oggettivismo naturalistico, ad adottare un'impostazione filosofica
di fondo lato sensu kantiana, così Pattaro. In queste parole è detto
l'essenziale sulla visione filosofica di F. I1 quale descrive egli stesso come
vede la crisi dell'idealismo, provocata da varie correnti di pensiero, che egli
enumera: il marxismo, l'esistenzialismo, lo spiritualismo cristiano, il
neopositivismo. Empirismo e storicismo, egli li accosta nelle parole prima
citate, tratte dall'Introduzione ai Prolegomeni di Grozio e nuovamente li accosta,
parlando dell'opera di Levi, quando ritene utile muovere, sia pur con misura e
senso delle sfumature, dalla constatazione delle affinità tra storicismo
idealistico e sociologismo positivistico. In quello stesso scritto su Levi, F.
avverte un'analogia tra due generazioni in crisi, quella di Levi, che usce dal
positivismo, la sua, che usce dall'idealismo: due generazioni accomunate da una
posizione che conduce ad apprezzare, non già i beati possessori della verità,
ma coloro che sono andati faticosamente fabbricandosene una, senza cieche
fedeltà a dogmi e senza chiudere gli occhi davanti alla storia in cammino. Quello
scritto su Levi vede, come altri scritti, lo sgretolarsi dell'idealismo per
l'irruzione di nuove tendenze di pensiero, più legate all'osservazione diretta
dell'esperienza. Rientrano in questo quadro anche le polemiche che F. conduce
contro le facili riesumazioni del diritto naturale, talora troppo coerenti, e
inconsapevoli nella loro professione di un diritto astorico, talora troppo
incoerenti e disinvolte nella loro combinazione di diritto naturale e storia.
Lo storicismo era così diffuso in quegli anni, e senza effettiva consapevolezza
critica, che si ebbero anche coloro che F. chiama i giusnatural-storicisti. Lo
storicismo di quegli anni, e specialmente all’interno della cultura
filosofico-giuridica (una cultura, in quel periodo, assai vivace, in ricambio
con altri àmbiti filosofici e culturali), è uno storicismo di origine, più che
filosofica, empiristica, o addirittura empirica: fu lo storicismo di chi era
cresciuto nell’indagine delle teorie giuridiche sociologiche e istituzionalistiche,
e medita sul diritto e sui modi del suo farsi.I1diritto come sistema
storicamente progrediente, avrebbe detto Savigny; e in modi affini pensano
Romano, Gurvitch, Capograssi, per fare soltanto pochissimi ma influenti nomi
(per la valutazione dell’influenza di Capograssi, si può qui vedere la
recensione di F. alla IntevFYetazione di Capograssi, pubblicata da Carnelutti).
Anche lo storicismo di F. si modellò in aspetti affini, pur nella indubbia sua
penetrazione filosofica. Ma quello storicismo, se aveva le sue basi in Vico e
in Grozio, si approfondì e dispiegò nella visione istituzionalistica del
diritto. Tra gli autori di . non è Hegel (né in sé né nelle scuole che a lui si
richiamarono), e non sono gli autori del moderno storicismo indivi- dualistico,
da Dilthey in poi, che tanta influenza avrebbero avuto su Piovani, pure affine
a F. per più interessi ed aspetti. Si può dire allora che lo storicismo
professato da F. fu di impronta giuridica. Ebbe tratti affini allo storicismo
post-crociano da molti condi- viso in quegli anni; ma non derivava tanto da
precise correnti filosofiche, quanto dai giuristi non strettamente positivisti:
la scuola storica del diritto in Germania; ma molto di più le correnti
istituzionalistiche; e infine la tradizione di common-law, da F. ammirata come
esem- plare organizzazione giuridica e politica e presidio del valore liberale
della dignità deli’individuo. La storia era, secondo il titolo dell’opera,
ESPERIENZA giuridica; e non era questo
un pensiero da poco, ma anzi una robusta e meditata posizione storicistica,
perché il diritto, come struttura razionalizzatrice e regolatrice della
convivenza, mo- strava la ragione immanente alla storia, che era anche l’unica
ragione accessibile all’uomo. Avverso al razionalismo omnicomprendente - fosse
la metafisica metastorica della tradizione o la metafisica della storia come
totalità (idealismo, materialismo storico) -, F. crede in una razionalità che
guida la convivenza, che nasce dall’interazione di individui e di gruppi, che è
garanzia di libertà per gli individui. I valori nltimi, invece, non sono
accessibili agli uomini per via razionale; la ragione non può che fermassi a
questo mondo terreno, e studiarlo nelle strutture che in esso si formano e
variano. Era una visione, se vogliamo parlar filosoficamente, neokantiana, nel
senso di tanto neokantismo diffuso nella filosofia del diritto e nelle scienze
sociali. Conoscibile razionalmente il mondo dei fenomeni come mondo storico;
non-conoscibile, ma soltanto sperimentabile emozionalmente, il mondo del
valore. Cade la fondazione pratica della morale; restava la inconoscibilità dei
valori ultimi. In questo senso, Radbruch o Weber non pensano diversamente. Quel
che ebbe F., a differenza di questi autori (ma non del neokantismo in genere),
è l’interesse per quel sopramondo che egli affermava non-conoscibile, e che
vede tradotto, nella forma più pura, nel cristianesimo, è questo l’altro
versante della filosofia di F., che si tradusse in Cristianesimo e società,
opera tra le più alte della nostra cultura recente. E forse interessante notare
quel che scrive F., recensendo Piovani sul giusnaturalismo. Piovani fa sua la
proposizione (la personalità stessa è l’assoluto), che d’altronde traeva da
Kierkegaard, e la svolgeva nel senso di un individualismo visto come unico
coerente sbocco dell’etica moderna. Scrive F. E qui si potrebbe, naturalmente,
discutere a lungo e del resto anche chi,
come me, davanti alle affermazioni di una presenza, che non sia totalmente
mistica, dell’assoluto nell’individuo, rimanga perplesso, e non veda come un
ipersoggettivismo quale quello professato da Piovani possa sfuggire al
relativismo, non può non apprezzarne il profondo significato morale: assai più
alto in ogni caso di quello delle etiche oggettivistiche, che, coprendosi della
retorica dei valori eterni, conducono all’alienazione dell’uomo, e lo privano
di ciò che costituisce la sua umana essenza morale. Tre affermazioni sono da
rilevare in questo passo: v’è il rifiuto della retorica dei valori eterni,
giudicata alienante e tale da privare l’uomo della sua essenza morale, che è,
evidentemente, collegata alla ricerca e all’irrequietezza; l’iper-soggettivismo
(ma tanto varrebbe dire soggettivismo) non può sfuggire al relativismo, sentito
da F. come pericolo. F. si dichiara perplesso davanti alle affermazioni di una
presenza dell’assoluto nell’individuo, ma con l’eccezione che si tratti di una
presenza a totalmente mistica B. Rifiutate un’etica oggettivistica e un’etica
soggettivistica, che cosa rimane nella visione morale di F.? Rimangono: la
razionalità formale del diritto come ragione vivente nella storia e
l’esperienza mistica come unica via di accesso all’assoluto. Questi due piani
sono privi di relazione; ma essi appaiono tali da produrre queste conseguenze:
è salvata l’irrequietezza che è condizione della morale; è evitato il pericolo
del relativismo; è consentito l’accesso all’assoluto. Il mondo dei valori
assoluti è accessibile soltanto all’esperienza mistico-religiosa. La carità,
intesa in senso teologico, ovvero come virtù teologale, è proprio questa
capacità di inserirsi nella vita divina, La simpatia di F. va agli spiriti
capaci di questa immedesimazione: da Paolo a Kierkegaard, va a coloro che hanno
ben chiara la distinzione tra mondo della terra, della legge, della ragione, e
mondo divino, della carità. Quella linea del cristianesimo aveva contrapposto il
mondo, regno del peccato e della legge, al regno della carità,
dell’immedesimazione in Dio quel mondo che non conosce diritto. Tra
cristiaizesimo e società v’è quindi un contrasto ineliminabile, come tra generi
diversi e inconciliabili, come tra santità e peccato, come tra l’assolutezza
dei valori e il mondo degli uomini comuni, I1 saggio in cui queste tesi erano
argomentate fu quello che sollevò le maggiori polemiche. Sul piano più
propriamente filosofico, BAGOLINI è il critico più attento - come PATTARO ricorda
a lucida analisi quella divisione netta tra la realtà e il valore, per
affermarne l’insostenibilità: gli appare inconseguente negare la conoscibilità
razionale del valore e allo stesso tempo parlarne. Ma si può dire - prosegue
Pattaro che F. (intenzionalmente rinvia tutti i valori che si pretende siano di
questo mondo nel cielo indefinito e indefinibile dell’assoluto). F. conobbe e
trattò il mondo imperfetto e relativo; non dimenticò - è la strada della
mistica - il mondo perfetto e assoluto del quale ci hanno dato testimonianza
grandi spiriti, e che noi stessi avvertiamo nel nostro desiderio di perfezione.
Ma quella divisione così recisamente affermata provocò le polemiche più accese
al di fuori del campo propriamente filosofico, e se è discussa e rispettata da
teologi e da uomini di fede e di chiesa (questa raccolta ne reca più tracce:
dai giudizii Lener fino a quelli espressi nel colloquio di Strasburgo, dedicato
proprio al tema tipico di F.: L a révélation chrétienne et le droit), è
trattata invece con non altrettanta serietà e consapevolezza da giuristi, e da
coloro che, professandosi i giuristi cristiani o, o (( giuristi cattolici)), si
fondano proprio sulla tesi opposta a quella sostenuta da F. nel suo libro. Sono
due tesi teologiche a confronto, dov’era conoscenza dei problemi; ma F. ha buon
gioco a spiegare ai suoi interolcutori giuristi che la carità e la giustizia di
cui parla il Vangelo riguardano il rapporto con Dio, rispetto al quale tutto il
resto vien dato per soprappiù, e non il rapporto con gli uomini, che è soltanto
una conseguenza del vivere in Dio. Se carità e mondo sono in un tale contrasto,
non si può parlare, senza cadere in contraddizione, di diritto cristiano, di giuristi
cristiani, di politica cristiana, di cristianesimo sociale. Ripetutamente F. polemizza
con i giuristi cristiani, innanzi a tutti con CARNELUTTI; e ricorda che carità
non è filantropia, e che la giustizia, nel vangelo, sta a indicare una situazione
d’ordine esclusivamente religioso, l’elezione, la perfezione, la santità – cf.
H. P. Grice on J. O. Urmson, eroi e santi --, e non è la virtù sociale pur
teorizzata da teologi e filosofi morali cristiani, e che AQUINO definisce IVSTITIA
METAPHORICE DICTA. Rispondendo a Carnelutti è lo stesso scritto nel quale
deplora, con parole prima ricordate, che tutti si sentissero autorizzati a
parlar di filosofia), F. precisa: Ciò di cui non posso ringraziare l’illustre maestro
è d’aver pensato che a me non garberebbe d’aggiungere al mio titolo di filosofo
del diritto l’aggettivo cristiano il che mi fa ritenere che anche a me, anzi
soprattutto a me egli si rivolga, quando, nell’intitolare il suo scritto
garbatamente parodiando l’intitolazione del e sottopose mio, parla di
pericoli per i filosofi non cristiani Non vedo in verità perché quell’aggettivo
non dovrebbe garbarmi, né che cosa abbia potuto far sospettare ciò al pur
benigno lettore: forse perché ho criticato qualche giurista cattolico il quale
mostrava di non conoscere con troppa esattezza alcuni termini usati nei testi
cristiani? Quei concetti venivano organicamente presentati, dal punto di vista
storico e teorico, nel saggio “Giustizia, carità e filantropia,” e sono anche
inseriti negli scritti in onore di JEMOLO (si veda), grande giurista storico e
grande spirito religioso, uno degli spiriti più congeniali a F., se non forse
il più congeniale. La separazione di cristianesimo e società era pure destinata
a scontrarsi con l’opinione dominante nel mondo religioso, e di coloro che,
richiamandosi al cristianesimo, intendevano tradurlo nella società. F. dissente
in maniera totale dalle idee di BALBO (si veda). Ritorna il sufposto
cristianesimo sociale, e il titolo di una nota polemica come pure,
naturalmente, dalle idee di chi nutrisse progetti politici meno radicali. Ribade
che il cristianesimo è una religione, e che la religione ha per oggetto Dio e
soltanto Dio, e che la novità, e quindi l’essenziale significato del
cristianesimo rispetto alla filosofia ed alla morale greca ed alla morale
ebraica sta tutta in questa sua proiezione totale verso Dio, che consuma e
supera ogni interesse umano e mondano e perciò anche sociale. Non nega certo un
ideale di vita cristiano; nega che il cristianesimo potesse tradursi in dettami
politici. Facciamo cristiani noi stessi, dice; ma guardiamoci dall’a
immischiare Dio nei problemi di Cesare. E conclude quelle pagine ammirando la
scelta religiosa di Dossetti, che così commentava: a Questo sì è il vero ideale
cristiano; ed è bello vedere che c’è chi, riconosciutolo, ha - o riceve - la
forza di realizzarlo. 1 superficiali interpreteranno tutto ciò come una
rinuncia, come l’accettazione dolorosa di una sconfitta. Io penso che sia una
grande vittoria, la sola vera vittoria cristiana. Questa visione del problema
andava risoluta- mente, e con insofferenza dichiarata, contro la sintesi
politico-religiosa di Maritain, che tanto ha influenzato nel nostro tempo il
cristianesimo sociale (si vedano in proposito i vari cenni di F. E anda contro
le soluzioni e conciliazioni dello spiritualismo cattolico del quale spesso si
trova menzione in queste pagine), nel quale ultimo F. svelava (( una grave
contraddizione nello sforzo di assumere una posizione che sia ad un tempo
religiosa e razionalistica, trascendentistica e storicistica, salvando in pari
tempo, e connettendoli e conciliandoli, il valore (trascendente) e la storia,
la moralità e la giuridicità, la città di Dio e quella città terrena, che è pur
sempre, per chi senta davvero religiosamente, la città del demonio e del
peccato: soddisfacendo ecletticamente due istanze pienamente legittime e
valide, certo, ma irriducibili fra di loro. Tutto un periodo della vita di F. -
quello che sopra si è detto il secondo - gravita intorno a questi pensieri; ma
è il periodo in ogni senso centrale della vita di F.. Quel che vale per il
problema religioso vale per L’ÀMBITO FILOSOFICO generale, Di qui anche
l’avversione di F. alle facili combinazioni di diritto naturale e storia, e ai
teorici di un diritto naturale razionalmente deducibile e perciò anche
applicabile (si vedano le ripetute e dure critiche a Strauss, e particolarmente
lo scritto Diritto naturale e storicismo, appunto in polemica con questo).
L’assoluto non è conoscibile; conoscibile è soltanto il mondo della storia, e
ad essa, come a mondo pervaso da strutture e istituzioni che si formano, volge
lo sguardo lo studioso del fenomeno giuridico, La storia, aveva scritto F.
nell’opera è esperienza giuridica; e su quella visione egli avrebbe fondato
negli anni le sue riflessioni, le sue ricerche storiche, i suoi interventi sui
prblemi politici e culturali. Di lì nascevano la sua concezione del diritto e
la sua concezione della vita associata. La storia del pensiero giuridico
occidentale conduceva a una visione razionalistica, che poteva ben dirsi laica e
liberale. Questi due attributi sono usati da Pattaro, e si può esser d’accordo
con quella definizione; naturalmente non dimenticando tutto quel che s’è detto
finora sulla com- plessità e ricchezza del pensiero di F.: nel senso, in ogni
modo, nel quale se ne potrebbe parlare per JEMOLO (si veda), ma anche per
studiosi prima menzionati, e a lui in quel tempo vicini per affinità di sentire
su molti temi, come BOBBIO (si veda), PIOVANI (si veda), COTTA (si veda). In
questo senso può dirsi che la meditazione di F. sia tutta rivolta alla inve-
stigazione storiografica e teoretica di quella visione razionalistica, laica e
liberale della storia, I1 diritto diviene, allora, la ragione conoscibile agli
uomini, la ragione che salva la convivenza degli individui. L’assoluto può
essere attinto da invididui eccezionali o in momenti eccezionali, è un dono
concesso e non una strada consentita alla ragione; ma il mondo della storia ha
una sua dimensione razionale proprio nel diritto, che assicura istituzioni in
grado di garantire gli individui nel loro vivere in comune, Se Cristianesimo e
società insegna che non si può mescolare Dio a Cesare, le opere, insistendo
sull’indagine del mondo storico-giuridico, già avviata nell’opera, insegnano
che neppure si può, né si deve, trasformare Cesare in Dio, e vedere nella
storia valori e significati immanenti. Questa etica e questa visione politica
si chiariscono e arricchiscono via via nella ricerca di F.. I1 problema si
intreccia con quello del rispetto della legge, e quindi con la valutazione del
positivismo giuridico. F. si domandava, e concludeva senza risposte perentorie:
Dobbiamo insegnare l’obbedienza assoluta alla legge. È il problema del
fondamento della convivenza e del fondamento dell’obbligatorietà della legge.
Diventa anche il problema se fosse razionalmente deducibile la democrazia, F.
nega, e con chiarezza in uno scritto, LETTURE, che fra diritto naturale e
democrazia ci fosse nesso necessario, contraddicendo in tal modo diffuse
concezioni. Conveniva invece su di un fondamento morale della forma democratica
(che per la cristal- lina mente di F. volle sempre dire forma
democratico-liberale) della convivenza. È un diritto che puo magari esser detto
naturale, ma ricordando la storicità della natura umana: il diritto naturale
sul quale la libertà e la democrazia possono fondarsi non può essere un
astratto dogma esterno alla storia dell’uomo: esso non può consistere che
nell’idea di giustizia che l’uomo ritrova nella propria coscienza morale, il
cui valore è sì certamente assoluto, ma il cui con- tenuto può essere soltanto
quello che lo sviluppo storico di questa coscienza comporta. La limpida
relazione su Stato di diritto e stato di gizlstizia, rivendicava il valore
dello stato liberale di diritto, che non ha fra i suoi scopi – F. conclude con
i versi di Holderlin - di far dello stato il paradiso dell’uomo, col risultato
di farne un inferno, Si richiamava all’esperienza costituzionale inglese, che
avrebbe ribadita come modello di sviluppo giuridico, civile e politico nella
prolusione bolognese, La legge della ragione. In quell’occasione, contemporanea
al saggio dallo stesso titolo, F. afferma che non possiamo, oggi, rifiutare il
giusnaturalismo, quando il giusnaturalismo si propone come appello alla legge
della ragione. È un modo di affermare, più che un diritto naturale, il diritto
di giudicare le circostanze storiche al lume della ragione; al modo seguito dai
giuristi inglesi di common law. Le leggi, il diritto positivo, avevano il loro
valore, e si doveva loro obbedienza, ma la ragione giuridica non si limita a
sistemare i loro dettami, in un modo che sarebbe anch’esso astratto, pur se in
modo opposto a quello tenuto dal giucnaturalismo meta-storico ma se continuiamo
a rifiutare - obietta F. a SCARPELLI (si veda) come abbiamo sempre rifiutato,
l’idea di un diritto naturale extra-storico, immutabile ed eterno, dobbiamo per
questo abbracciare il culto di un diritto positivo altrettanto extrastorico e
astratto?. Sta avvenendo in F. un passaggio dal rifiuto dell’espressione
diritto naturale ove non fosse coerentemente inserita in una metafisica
soprastorica, ad un’accettazione della medesima espressione in un senso più
lato, come diritto di una natura dell’uomo che è ragione operante nella storia.
In questo senso si poteva anche affermare un diritto naturale, che giudicasse
razionalmente, in modo storico, fatti, istituzioni, leggi, ma senza
sistemazioni assolute. Era il sistema pragmatico, empirico, storico, anche
antiilluministico, seguito dalla civiltà giuridica anglosas- sone, la quale,
non a caso, era anche quella che aveva dato il più duraturo esempio di stato
democratico-liberale. Su questa base, scientifica e politico-morale, si sarebbe
espresso F. negli ultimi anni della sua vita, durante i sussulti e degli anni
seguenti, durante quegli avvenimenti e quelle teorizzazioni che tanto avrebbero
influito sulla [Giuffrè, Milano] nostra ultima storia, e che da lui furono
giudicati senza le incertezze, le ambiguità, i silenzi, le fragili adesioni, di
cui molti si resero responsabili. In verità, tutta la formazione culturale,
oltreché l’intransigenza morale, garantiva F. di fronte alla crisi di quegli
anni. Era stato sempre convinto che il diritto è il momento razionalizzatore
nella storia, e che è esso stesso fenomeno storico. I1 riferimento
all’esperienza anglosassone gli permetteva di criticare con misura il
positivismo giuridico-legalistico si veda Il positivismo giuvidico, contestato;
ma lo faceva anche accorto, sul piano politico, del valore irrinunciabile dello
stato democratico-liberale, coi suoi valori di tutela della libertà
individilale attraverso metri comuni a tutti gli individui e attraverso misure
inevitabilmente repressive. Contro la riduzione del diritto a politica, egli
non cedette alle nuove idee che si diffondevano tra giuristi e magistrati, e
che pretendevano di richiamarsi a una democrazia sostanziale; seppe subito
additare le fonti teoriche di quelle idee, e le rintraccia in Schmitt, nelle
parole, certo, di un insigne giurista; il giurista più insigne del Terzo Reich.
Puo parlare, per quelle correnti, di nazismo giuridico, e dovendo scegliere tra
Positivismo e nazismo giuvidico, egli potè richiamarsi tranquillamente ai suoi
autori, e a quella ragione artificiale di cui aveva parlato Coke. Si tratta,
come egli intitolava un saggio, di vedere in modo razionale e insieme storico
il rapporto tra giudice e legge (si veda Il giudice e l’adeguamento del diritto
alla realtà storico-sociale, ampia indagine teorica e storica del problema).
Vede i pericoli insiti nel rifiuto del principio di legalità; rifiutava che si
potesse parlare del diritto di resistenza nella società democratico-liberale, e
vedeva nella contestazione di quegli anni non il riferimento a una ragione
diversa per stabilire un ordine più giusto, ma la negazione di qualsiasi
ordine, di qualsiasi istituzione repressiva, della stessa ragione, in nome di
un atteggiamento che definiva anarchico e religioso; ripeteva che diritto è
necessariamente repressione, e che si trattava soltanto di fare in modo che
quella repressione fosse frutto della ragione (si veda, Società, diritto e
repressione. Da questi stessi principi e preoccupazioni era ispirato l’ampio
saggio postumo già menzionato su La sciefiza e la filosofia del diritto, viste
nel loro sviluppo storico. Questa indagine, come d’altronde tutta la Stovia
della filosofia del divitto, ribadiva la visione del diritto come F. era venuto
maturandola negli anni della sua coerente meditazione. In queste occasioni, di
fronte ai problemi più gravi dei tempi, Fassò poteva richiamarsi a quanto aveva
pensato, sul rapporto fra cristianesimo e storia, nel suo periodo teoretico. Nella
società che non è società, e neppure comunità, ma comunione dei santi, come si
è liberi dal diritto, così lo si è dalla ragione. Siccome invece purtroppo non
siamo guidati dallo spirito, siamo, come ci ricorda San Paolo, sotto la legge;
e l’unica cosa che possiam fare per non sentirne troppo la repressione è
cercare che essa sia conforme alla RAGIONE. Ma è riduttivo vedere l’ultimo
periodo della riflessione di F. nella luce di queste polemiche contro idee
effimere; anche se si dove ricordarle per rendere onore alla coerenza e alla
rettitudine dello studioso. In realtà, alla base di quelle polemiche è la
meditazione di tutta una vita, nella quale è sempre stato operante l’amore per
la distinzione: distinzione tra Dio e GIULIO (si veda) CESARE, tra esperienza
religiosa ed ESPERIENZA GIURIDICA, tra assoluto e STORIA. Ricerca Lucio Giunio
Bruto politico romano Lingua Segui Modifica Lucio Giunio Bruto Project Rome
logo Clear. png Console della Repubblica romana Capitoline Brutus Musei
Capitolini MC1183. jpg Busto di Bruto, nei Musei Capitolini in Roma. Nome
originale Lucius Iunius Brutus Nascita Roma Morte Roma GensIunia Consolato Lucio
Giunio Bruto è stato il fondatore della Repubblica romana e secondo la
tradizione uno dei due primi consoli. Il nome di Bruto è legato alla
leggendaria cacciata dell'ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo.
Secondo la narrazione di Livio, rafforzata da Ovidio, Bruto aveva molti motivi
di ostilità contro il re, di cui era nipote in quanto figlio di una sorella:
nel corso degli eccidi familiari che spesso accompagnano la presa di potere di
un despota, Tarquinio aveva disposto fra l'altro l'omicidio del fratello di
Bruto, il senatore Marco Giunio. Bruto, temendo di subire la stessa sorte,
allora si mimetizzò nella famiglia di Tarquinio, impersonando la parte dello
sciocco (in latino brutus significa sciocco). Lui accompagnò i figli di
Tarquinio, Tito ed Arrunte, in un viaggio all'oracolo di Delfi. I figli
chiesero all'oracolo chi sarebbe stato il successivo sovrano a Roma e l'oracolo
rispose che la prossima persona che avesse baciato sua madre sarebbe diventato
re. Bruto interpretò la parola "madre" nel significato di
"Terra" così, al ritorno a Roma, finse di inciampare e baciò il
suolo. In seguito Bruto dovette combattere in una delle tante guerre di Roma
contro le tribù vicine e tornò in città solo quando venne a sapere della morte
di Lucrezia. Lucio Giunio Bruto da giovane Il giuramento di
Bruto, Jacques-Antoine Beaufort, I littori portano a Bruto i corpi dei due
figli, Jacques-Louis David. Secondo la leggenda, la cacciata dell'ultimo re da
Roma ebbe inizio con il suicidio di Lucrezia, moglie di Collatino e parente di
Bruto, perché costretta a cedere con le minacce alle richieste amorose di Sesto
Tarquinio, figlio del re Tarquinio il Superbo. Livio racconta che, suicidatasi
davanti ai suoi occhi, del marito Collatino e del padre di lei Spurio Lucrezio,
Bruto estrasse il coltello dalla ferita e disse: «Su questo sangue,
purissimo prima che il principe Sesto Tarquinio lo contaminasse, giuro e vi
chiamo testimoni, o dei, che da ora in poi perseguiterò Lucio Tarquinio il
Superbo e la sua scellerata moglie, insieme a tutta la sua stirpe, col ferro e
con il fuoco e ogni mezzo mi sarà possibile, che non lascerò che né loro, né
alcun altro possano regnare a Roma.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri)
Bruto, il padre ed il marito di Lucrezia giurarono di vendicarne la morte.
Quindi trasportarono il corpo della donna nella piazza principale della città
di Collatia, dove la donna si era suicidata, attirando l'attenzione della
folla, che dopo aver saputo dell'accaduto si indignò per la protervia di Sesto
Tarquinio. Molti dei giovani lì presenti si offrirono volontari per
condurre una guerra contro i Tarquini. Le truppe ora riunite riconobbero in
Bruto il loro comandante, facendo rotta su Roma per conquistarne il potere.
Giunti a Roma, Bruto si rivolse al popolo romano riunito nel Foro, raccontando
della triste sorte toccata a Lucrezia. Aggiunse quindi della superbia del
re, Tarquinio, e della miseria della plebe romana, costretta dal tiranno a
costruire ed a ripulire le fogne, invece che portata a combattere come era
nella natura dei Romani. Ancora ricordò dell'indegna morte di re Servio Tullio,
calpestato da sua figlia, moglie di Tarquinio, con un cocchio. Invocò infine
gli dei vendicatori, infiammando gli animi del popolo romano alla rivolta
contro il tiranno, tanto da trascinarlo ad abbattere l'autorità regale e a
esiliare Lucio Tarquinio, insieme alla moglie ed i figli. Partì quindi per
Ardea, dove il re era accampato, per ottenere che anche l'esercito si
schierasse dalla sua parte, dopo aver lasciato il comando di Roma a Lucrezio
(in precedenza nominato praefectus della città, da parte dello stesso Superbo).
Frattanto, Tullia, moglie di Lucio Tarquinio riuscì a fuggire dalla città. Quando
la notizia di questi avvenimenti arrivò ad Ardea, Tarquinio il Superbo,
allarmato dal pericolo inatteso, partì per Roma per reprimere la rivolta.
Bruto, allora, informato che il re si stava avvicinando, per evitare
l'incontro, fece una breve diversione e raggiunse l'accampamento regio ad Ardea
dove fu accolto con entusiasmo da tutti i soldati, i quali espulsero i figli
del re, mentre a quest'ultimo venivano chiuse in faccia le porte di Roma e
comunicata la condanna all'esilio. Due dei figli seguirono il padre in esilio a
Cere(Cerveteri), Sesto Tarquinio invece, partito per Gabii, qui fu assassinato,
da coloro che si vendicarono delle stragi e razzie da quello compiute. In
seguito a questi eventi, il prefetto della città di Roma convocò i comizi
centuriati, che elessero i primi due consoli della città: Lucio Giunio Bruto e
Lucio Tarquinio Collatino. Busto conservato al Museo archeologico nazionale di
Napoli I primi provvedimenti di Bruto furono: evitare che il popolo, preso
dalla novità di essere libero, potesse lasciarsi convincere dalle suppliche
allettanti dei Tarquini, costringendolo a giurare che non avrebbe permesso più
a nessuno di diventare re a Roma; rinforzare il senato ridotto ai minimi
termini dalle continue esecuzioni dell'ultimo re, portandone il totale a
trecento, nominando quali nuovi senatori i personaggi più in vista anche
dell'ordine equestre. Da qui l'uso di convocare per le sedute del senato i
padri (patres) ed i coscritti (dove è chiaro che con questo termine si alludeva
agli ultimi eletti). Il provvedimento aiutò notevolmente l'armonia cittadina ed
il riavvicinamento della plebe alla classe senatoriale. Durante il consolato i
suoi figli, Tiberio e Giunio, complottarono con il deposto re Tarquinio il
Superbo, per farlo tornare a Roma come re, ma furono scoperti grazie ad uno schiavo.
Incatenati, chiesero pietà e il popolo, impietosito, ne chiedeva la loro
liberazione. Ma Bruto fu irremovibile, e li fece uccidere, assistendo
personalmente senza versare una lacrima per la loro morte. In seguito
alle dimissioni forzate del collega Lucio Tarquinio Collatino, Bruto chiese al
popolo di nominare un altro console in sua sostituzione, così da non dare adito
al sospetto che volesse governare sulla città come un monarca. Allora i
cittadini riuniti elessero Publio Valerio Publicola. Il suo consolato terminò
con la battaglia della Selva Arsia, combattuta contro gli Etruschi, che si
erano alleati con i Tarquini, per restaurarne il potere. Durante la battaglia
Bruto si scontrò con Arrunte Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo e cugino
di Bruto; i due, spronati i loro cavalli al galoppo, si trafissero
vicendevolmente con le loro lance, perdendo la vita nello scontro. Il
console superstite, Valerio, dopo aver celebrato un trionfo per la vittoria,
tenne un funerale di grande magnificenza per Bruto, che fu pianto dalle
nobildonne per un anno. Altro Servilio Ahala e Bruto in un denario di
Marco Giunio Bruto. Marco Giunio Bruto, il cesaricida che si vantava di essere
un discendente di Lucio Giunio Bruto, nel 54 a.C., dieci anni prima delle Idi
di marzo quando Giulio Cesare rimase ucciso, emise un denario con al diritto la
testa di Lucio Giunio Bruto, il fondatore della repubblica romana e la scritta
BRVTVS ed al rovescio la testa di Gaio Servilio Strutto Ahala e la scritta
AHALA. Secondo Crawford (Roman Repubblican Coinage) il denario fu emesso quando
a Roma corse la voce che Pompeo volesse diventare dittatore. Critica
storica Il racconto proviene dall'Ab Urbe condita di Livio e tratta di un punto
della storia di Roma che precede le annotazioni storicamente affidabili
(praticamente tutte le annotazioni precedenti furono distrutte dai Galliquando
saccheggiarono Roma) La figura di Bruto nell'arte Il busto di Bruto si
trova nel palazzo dei Conservatoridi Roma. Proveniva dalla collezione privata
del Cardinale Rodolfo Pio da Carpi, che la donò alla città nel XVII secolo.
Trafugato da Napoleone che lo fece esporre al Louvre, fu riportato a Roma.
ALIGHIERI (si veda) lo cita nel limbo, nell’Inferno, quando scrive. VIDI QUEL
BRUTO CHE CACCIÒ TARQUINO (Alighieri, Divina Commedia, Inferno) Shakespeare,
nella sua tragedia Giulio Cesare, fa un riferimento a Lucio Giunio, quando fa
ricordare a Cassio che parlava a Bruto, l'altro cesaricida, lo spirito
repubblicano dei propri antenati. Lucio Giunio Bruto è uno dei personaggi
principali de Il ratto di Lucrezia, un poema sempre di Shakespeare, e nella
tragedia di Nathaniel Lee, Lucius Junius Brutus; Father of his Country. A
Giovan Francesco Maineri è attribuito un dipinto, databile tra il 1490 e il
1493, dal titolo Lucrezia, Bruto e Collatino. Nel 1789, all'alba della
rivoluzione francese, il pittore francese Jacques-Louis David realizzò il
dipinto I littori riportano a Bruto i corpi dei suoi figli, oggi esposto al
Louvre di Parigi. Il dipinto provocò grandi timori nelle autorità, poiché si
temeva un paragone tra l'intransigenza del console Lucio Giunio Bruto, che non
esitò a sacrificare i figli che cospiravano contro la Repubblica, e la
debolezza di Luigi XVI rispetto al fratello conte d'Artois, favorevole alla repressione
dei rappresentanti del Terzo Stato. Giunio Bruto è anche un'opera seria
musicata da CIMAROSA (si veda), libretto di ACANZIO (s veda) Matyszak,
Eutropio, Breviarium ab Urbe condita Eutropio, Breviarium ab Urbe condita Livio,
Ab Urbe condita libri Santillana e Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi Livio,
Periochae ab Urbe condita libri, Livio, Ab Urbe condita libri, Livio, Ab Urbe
condita libri Livio, Ab Urbe condita libri Livio, Periochae ab Urbe condita
libri Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Livio, Ab Urbe condita libri Livio,
Ab urbe condita libri Livio, Ab urbe condita libri Dionigi racconta che furono
due i figli accusati ed uccisi da Bruto, Antichità romane, Libro VIII, 79. ^
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Livio, Ab Urbe condita libri Iunia e
Servilia; Sydenham; Crawford.Fonti primarie Livio, Ab Urbe condita. Fonti secondarie William
Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, Taylor, Walton
and Maberly, London. Matyszak, Chronicle of the roman Republic, New York,
Thames et Hudson. Carandini, Res publica: Come Bruto cacciò
l'ultimo re di Roma, Milano, RCS Libri S.p.A. Voci correlate Bruto capitolino
Consoli repubblicani romani Gens Iunia Lapis Satricanus Elenco degli oracoli di
Delfi. Bruto, Lucio Giunio, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Lucio Giunio Bruto, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Lucio Giunio Bruto nel Dizionario delle antichità greco-romane
di William Smith Portale Antica Roma Portale Biografie PAGINE
CORRELATE Tarquinio il Superbo settimo e ultimo re di Roma Lucrezia
(antica Roma) figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino e moglie di Collatino
Lucio Tarquinio Collatino politico romano. Nome compiuto: Guido Fassò. Fassò. Keywords:
RES PVBLICA RES POPVLI, ius, Grice on Hart, Hart’s failure as a
jurisprudentialist – “La filosofia romana” “La giurisprudenza romana” la genesi
logica della scienza nuova di Vico, la genesi storica della scienza nova di
vico, Michelet, filosofo uganotto discipolo di Vico, Croce su F., F. su
Gentile, F. su Romano – iurisprudenza, ius-naturalismo – legge e raggione,
legge raggione, societa – positivismo – storia come esperienza giuridica,
l’assoluto giuridico – natura umana – grozio e vico – lo stato fascista di
Gentile. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Fassò” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Fausto: la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano– Riez --.
Contra Claudiano Mamerto. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Fausto,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Favonio: la ragione conversazionale a Roma antica – il portico a Roma –
il cinargo a Roma -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Filosofo del portico,
amico e ammiratore di CATONE (si veda) Uticense. Fugge con Pompeo. E
giustiziato per essere proscritto. Dopo che Marco F. E catturato e giustiziato
a seguito della battaglia di Filippi Ottaviano acquistò uno dei suoi schiavi,
un certo Sarmento, quando tutte le proprietà del nemico sconfitto vennero messe
in vendita: è stato affermato poi ch'egli divenne il catamite preferito dello
stesso futuro imperatore. Osgood, J.
Caesar's Legacy: Civil War and the Emergence of the Roman Empire, Cambridge. Marcus
F., a Roman politician during the period of the fall of the Roman Republic. Noted
for his imitation of Catone the Younger, his espousal of the Cynic philosophy –
CINARGO --, and for his appearance as the Poet in William Shakespeare's play
Julius Caesar. Life Aerial view of Terracina with the Circeo
promontory in the background Favonius was born in around 90 BC[1] in Tarracina
(the modern Terracina), a Roman colony on the Appian Way at the edge of the
Volscian Hills.[2] Favonius in Latin means "favourable"; in Roman
mythology Favonius was the west wind, whose counterpart in Greek mythology was
Zephyrus.[3] Political career Favonius, with
the support of Cato, was chosen aedile at some time between 53 and 52 BC.[2]
According to Plutarch, Favonius stood to
be chosen aedile, and was like to lose it; but Cato, who was there to assist
him, observed that all the votes were written in one hand, and discovering the
cheat, appealed to the tribunes, who stopped the election. Favonius was
afterwards chosen aedile, and Cato, who assisted him in all things that
belonged to his office, also undertook the care of the spectacles that were
exhibited in the theatre.[4] As well as
being chosen aedile, he was also chosen quaestor and served as legatus in
Sicily, "probably after his quaestorship".[2] Although many classical
reference works list Favonius as having been a praetor in 49 BC, it is a matter
of some controversy whether or not he was a praetor at any time between 52 and
48 BC. According to F. X. Ryan, in his 1994 article 'The Praetorship of
Favonius', the matter hinges on the meeting at the senate at which he bade
Pompey "stamp on the ground". "When we are forced to decide
whether a man who spoke at a meeting summoned by consuls was a praetor or a
senator, all we can say is that probability greatly favors the latter
alternative."[2] Cassius Dio wrote of Favonius' relation to Cato that
Favonius "imitated him in everything",[5] while Plutarch wrote that
Favonius was "a fair character ... who supposed his own petulance and
abusive talking a copy of Cato's straightforwardness".[6] An instance of
his imitation of Cato's plainspeaking that was ruder and more vehement than the
behaviour of his model might have allowed came in 49 BC; in a dispute in the
Senate, Pompey, challenged as to the paucity of his forces when Julius Caesar
was approaching Rome from Gaul, answered that he not only could call upon the
two legions that he had lent to Caesar but could make up an army of 30,000 men.
At which Favonius "bade Pompey stamp upon the ground, and call forth the
forces he had promised".[6]
According to Plutarch, Favonius was known amongst his fellow Roman
aristocrats as a Cynic because of his outspokenness,[7] but a modern writer on
Greek philosophy labels him as an "early representative of Cynic
type" who fell short of the (possibly unattainable) ideal cynicism of the
earliest Greek proponents of the doctrine (a slightly later example of the type
was Dio Chrysostom). Despite his wild, vehement manner, F. is capable of acts
of humility, such as he performed to Pompey when he entertained Deiotarus I of
Galatia aboard ship. Pompey, for want of
his servants, began to undo his shoes himself, which Favonius noticing, ran to
him and undid them, and helped him to anoint himself, and always after
continued to wait upon, and attended him in all things, as servants do their
masters, even to the washing of his feet and preparing his supper. Against the
triumvirate F. was a member of the optimates faction within the Roman
aristocracy; in a letter to Caesar on ruling a state (Ad Caesarem senem de re
publica oratio), traditionally attributed to Sallust but probably by the
rhetorician Marcus Porcius Latro, Caesar is told of the qualities of some of
these nobles. Bibulus and Lucius Domitius are dismissed as wicked and
dishonourable while Cato is someone "whose versatile, eloquent and clever
talents I do not despise." The writer continues, In addition to those whom I have mentioned
the party consists of nobles of utter incapacity, who, like an inscription,
contribute nothing but a famous name. Men like Lucius Postumius and Marcus F.
seem to me like the superfluous deckload of a great ship. When they arrive
safely, some use can be made of them; if any disaster occurs, they are the
first to be jettisoned because they are of least value. Like Cato, F. opposed the corruption of many
of Rome's leading politicians in general and the rise of the First Triumvirate
in particular. When Caesar returned from his praetorship in Spain and
successfully stood for consul, he allied himself with Pompey (to whom he gave
his daughter Julia in marriage) and Clodius. Following an incident in which
Cato prevented Caesar from both having a triumph and standing for consulship by
a filibustering tactic, after which Cato and Bibulus were physically attacked
by Caesar's supporters, Caesar's party demanded two things of the senate:
first, that it sign a law concerning the distribution of land; second, that all
senators swear an oath promising that they would uphold the law. Silver
denarius of Cato the Younger. According to Plutarch, "heavy penalties were
pronounced against such as would not take the oath", which in this case
meant exile. A party led by Cicero, Lucullus and Bibulus, to which Cato and F.
allied themselves, opposed these measures, but eventually either swore the oath
or abstained. Cato, however, feared these laws and the oath as not being for
the common good but as extensions of the power of Caesar and Pompey; Plutarch
writes of Cato that "he was afraid, not of the distribution of land, but
of the reward which would be paid for this to those who were enticing the
people with such favours." Eventually all senators except Cato and F.
agreed to Caesar and Pompeys's measures, whereupon Cicero made an oration
urging Cato to soften his attitude. According to Plutarch, The one who was most successful in persuading
and inducing him [Cato] to take the oath was Cicero the orator, who advised and
showed him that it was possibly even a wrong thing to think himself alone in
duty bound to disobey the general will; and that his desperate conduct, where
it was impossible to make any change in what had been done, was altogether
senseless and mad; moreover, it would be the greatest of evils if he should
abandon the city in behalf of which all his efforts had been made, hand her
over to her enemies, and so, apparently with pleasure, get rid of his struggles
in her defence; for even if Cato did not need Rome, still, Rome needed Cato,
and so did all his friends; and among these Cicero said that he himself was
foremost, since he was the object of the plots of Clodius, who was openly
attacking him by means of the tribuneship. Finally Cato was persuaded to give
up his opposition, followed by F., the last to submit. Plutarch writes,
"By these and similar arguments and entreaties, we are told, both at home
and in the forum, Cato was softened and at last prevailed upon. He came forward
to take the oath last of all, except F., one of his friends and intimates. Upon
hearing the news that of the members of the Triumvirate, Caesar was to be given
a fresh supply of money, and Pompey and Crassus were to be consuls again the
following year, F., "when he found he could do no good by opposing it,
broke out of the house, and loudly declaimed against these proceedings to the
people, but none gave him any hearing; some slighting him out of respect to
Crassus and Pompey, and the greater part to gratify Caesar, on whom depended
their hopes. Assassination of Caesar Despite the fact that he opposed Caesar, F.,
like Cicero, was not invited by Brutus and Cassius to participate in the plot
to assassinate Caesar. In his Life of Brutus, Plutarch wrote, As indeed there were also two others that
were companions of Brutus, Statilius the Epicurean, and F. the admirer of CATONE
(si veda), whom he left out for this reason: as he was conversing one day with
them, trying them at a distance, and proposing some such question to be
disputed of as among philosophers, to see what opinion they were of, Favonius
declared his judgment to be that a civil war was worse than the most illegal
monarchy. Execution after Philippi After Caesar's death, F. became an opponent
of his successors in the Second Triumvirate. According to Cicero's letter to
Atticus, F. was present at a meeting of the Liberatores who opposes Antony's
near-dictatorial regime. Also present at this meeting were Cicero, Brutus,
Cassius, Porcia Catonis, Servilia and Junia Tertia. Along with Cicero, his
brother Quintus Tullius CICERONE (si veda), and Lucius Julius Caesar, F. is
proscribed by the triumvirate, and imprisoned after Antony and Octavian (later
Augustus) defeated the forces of Brutus and Cassius at the Battle of Philippi.
His imprisonment did little to assuage his intemperate behaviour. According to
Suetonius, "Marco F., the well-known imitator of Cato, saluted Antonius
respectfully as Imperator when they were led out in chains, but lashed Augustus
to his face with the foulest abuse. F.’s abuse was apparently as a result of
Octavian's brutal treatment of the prisoners captured at Philippi. Of his death Cassius Dio wrote, Most of the prominent men who had held
offices or still survived of the number of Caesar's assassins or of those who
had been proscribed straightway kill themselves, or, like F., are captured and
put to death; the remainder escaped to the sea at this time and later joined
Sextus. F.’s slave Sarmentus, who was bought after his master's death when his
estate was sold, is claimed to have become a catamite of the emperor Augustus. Osgood
says this might have been as a slander planted by supporters of MARC’ANTONIO,
but both ancient and contemporary students of Roman sexuality have observed
that a man's sexual use of his own slaves, male or female, is not a target for
social condemnation. Sarmentus was the subject of Quintus Dellius' complaint to
Cleopatra that while he and other dignitaries were served sour wine by Antony
in Greece, Augustus' catamite was drinking Falernian in Rome. Legacy
Shakespeare's GIULIO (si veda) CESARE
Facsimile of the first page of Julius Caesar from the First Folio. F. is
the character known as the Poet who appears in Shakespeare's play GIULIO (si
veda) CESARE. Shakespeare takes the details of this scene from Plutarch's
Parallel Lives, in which, on Brutus' journey to Sardis, Plutarch writes that
Brutus and Cassius fell into a dispute in an apartment (Shakespeare assigns
this scene to Brutus' tent), which ultimately led to their sharing angry words
and both of them bursting in tears. Their friends attempted to break into the
room to see what the dispute was about and forestall any mischief, but were
prevented from doing so by a number of attendants. F., however, was not to be
stopped. According to Plutarch, Marcus F., who had been an ardent admirer of
Cato, and, not so much by his learning or wisdom as by his wild, vehement
manner, maintained the character of a philosopher, was rushing in upon them,
but was hindered by the attendants. But it was a hard matter to stop F.,
wherever his wildness hurried him; for he was fierce in all his behaviour, and
ready to do anything to get his will. And though he was a senator, yet,
thinking that one of the least of his excellences, he valued himself more upon
a sort of cynical liberty of speaking what he pleased, which sometimes, indeed,
did away with the rudeness and unseasonableness of his addresses with those
that would interpret it in jest. F., breaking by force through those that kept
the doors, entered into the chamber, and with a set voice declaimed the verses
that Homer makes Nestor use – "Be ruled, for I am older than ye
both." At this Cassius laughed; but BRUTO (si veda) thrust him out,
calling him impudent dog and counterfeit Cynic; but yet for the present they
let it put an end to their dispute, and parted. Cassius made a supper that
night, and Brutus invited the guests; and when they were set down, F., having
bathed, came in among them. Brutus called out aloud and told him he was not
invited, and bade him go to the upper couch; but he violently thrust himself
in, and lay down on the middle one; and the entertainment passed in sportive
talk, not wanting either wit or philosophy. In Shakespeare's version of this
encounter in Julius Caesar, Favonius' opening lines in his role as Poet are:
POET. [Within] Let me go in to see the generals; There is some grudge between
'em, 'tis not meet they be alone. Forcing his way into Brutus' tent, he
addresses Brutus and Cassius: POET. For shame, you generals! what do you mean?
Love, and be friends, as two such men should be; For I have seen more years,
I'm sure, than ye. To which, Cassius replies: CASSIUS. Ha, ha! how vilely doth
this cynic rhyme![20] and Brutus drives
him from his tent. Here Shakespeare departs from Plutarch's account of the
scene, as F. does not feature in Brutus and Cassius' subsequent drinking
bout. Dudley, A History of Cynicism –
From Diogenes on, Read Books, at books.google.com, Ryan, The Praetorship of F.,
at accessmylibrary.com, Brewer, E. Cobham, Brewer's Dictionary of Phrase and
Fable at Bartleby Plutarch, Life of CATONE (si veda) the Younger Cassius Dio, Roman History, at uchicago Plutarch,
Life of Pompey Plutarch, Life of Brutus
Dawson, D. Cities of the Gods: Communist Utopias in Greek Thought OUP,
Pseudo-Sallust, Letter to Caesar on the State, at uchicago Dillon, M. and
Garland, L. Ancient Rome, Taylor e Francis, Plutarch, Life of Caesar CICERONE (si veda), Letters to Atticus,
Suetonius, Life of Augustus, Cassius Dio, Roman History, at uchicago Osgood, GIULIO
(si veda) CESARE’s Legacy: Civil War and the Emergence of the Roman Empire,
CUP, books.google Osgood, GIULIO (si veda) CESARE’s Legacy: Civil War and the
Emergence of the Roman Empire, CUP, books.google.com, Craig Williams: Roman
Homosexuality: Oxford Plutarch, Life of MARC’ANTONIO (si veda), Shakespeare, GIULIO (si veda) CESARE, cur. Danniel,
editorial note, GIULIO (si veda) CESARE at books.google.com, Shakespeare,
Julius Caesar, Geiger, Favonius: three notes". RSA. Linderski, J. "The Aedileship of Favonius, Curio the
Younger and CICERONE (si veda)’s Election to the Augurate". Harvard
Studies in Classical Philology. Ryan, F. X. "The Praetorship of
Favonius". American Journal of Philology. Ryan, The Quaestorship of
Favonius and the Tribunate of Metellus SCIPIONE (si veda)". Athenaeum. vte
Cynic philosophers Greek eraAntisthenes Diogenes Onesicritus Monimus Philiscus Hegesias
of Sinope Anaximenes of Lampsacus Crates Hipparchia Metrocles Cleomenes Bion Menippus
Menedemus Cercidas Teles Meleager Roman eraFavonius Demetrius Dio Chrysostom Agathobulus
Demonax Peregrinus Proteus Theagenes Oenomaus Pancrates Crescens Heraclius Asclepiades
Maximus I of Constantinople Horus Sallustius Categories: births deaths People
from Terracina Romans Ancient Roman politiciansSenators of the Roman Republic People
executed by the Roman Republic Roman aediles executions Roman-era Cynic
philosophers Roman governors of Macedonia. A Cynic. He attached himself to CATONE
Minore, whom he sought to imitate. He was also a friend of Marco BRUTO, but
they fell out and Bruto told him that while he only PRETENDED to be a Cynic, he
really WAS a dog! Favonio. Keywords: implicature. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Favonio”, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Favonio: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italianao. Eulogio. F. Eulogio. Cartaginese, ha come maestro di
retorica Agostino, dal quale risulta che esercita quell’arte in Africa, Dedicò
la sua "Disputatio de sommio Scipionis" a Superio, consolare della
provincia di Bizacena. Questa disputazione in ultimo deve derivare dal
commento posidoniano al "Timeo," mediato da Varrone, al quale si
ritengono attinte le fonti citate. La prima parte della disputazione presenta
la teoria dei numeri, essenza delle cose e tratta del significato simbolico di
essi, dall’I al IX. La seconda parte della disputazione si occupa dell’armonia
delle sfere. Queste teorie sono pitagoriche in generale.Ma il Neo-Pitagorismo
appare in ciò che Favonio Eulogio dice della monade, in cui espone in modo poco
chiaro una teoria monistica che deriva da essa ogni realtà. Il numero è
eterno, intelligibile, incorruttibile, e include con la potenza tutto ciò che
è.Ma inteso in senso proprio è una pluralità unificata e divisibile e perciò
comincia con la diade.Invece la monade, l’unità assoluta e indivisibile e
identica al divino, è il seme e l’inizio dei numeri. I numeri poi sì
distinguono dalle cose corporee numerabili che sono accidenti e sostrati dei
primi, che sono riducibili alla monade. Però le cose numerabili non sono
altro che tale unità assoluta, che è prima, entro e dopo tutte le
cose. Infatti, ogni quantità proviene dall’uno e in esso mette capo ed
esso permane immutabile quando periscono le altre cose che possono accoglierlo
in sè. Retore romano, discepolo d’Agostino ed operò a Cartagine. È
noto per un episodio narrato dal suo maestro, che lo rende identificabile con F.
autore dell'operetta Disputatio de somnio Scipionis. Il suo scritto lo pone fra
gli studiosi neopitagorici e neoplatonici. La Disputatio, dedicata a
Superio, vir clarissimus atque sublimis, è suddivisa in due parti: la prima è
dedicata all'aritmologia; la seconda espone in breve la teoria musicale greca. Holder,
F. Disputatio de Somnio Scipionis, Lipsiaem Weddingen, F. Disputatio de Somnio
Scipionis, édition et traduction, Collection Latomus, Bruxelles; Scarpa,
Favonii Eulogii Disputatio de Somnio Scipionis, Accademia patavina di Scienze,
Lettere e Arti, Università di Padova. Istituto di filologia latina, Padova; Lukas
J. Dorfbauer: Überlieferung und historischer Kontext der Disputatio de Somnio
Scipionis des Favonius Eulogius. Latomus. Marcellino, F. Disputatio de Somnio
Scipionis, edizione critica, traduzione e commento, Napoli, D'Auria, Camille
Gerzaguet - Béatrice Bakhouche - Mylène Pradel-Baquerre; Drelon: F. Exposé sur le songe de Scipion. Les Belles Lettres, Paris,
edizione critica con annotazioni Heberlein: F., Abhandlung über das Somnium
Scipionis. Mit einem Essay von Lukas J. Dorfbauer.
Steiner, Stuttgart, edizione critica con traduzione e commento. F. in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932. Opere di F.,
su digilibLT, Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro.
Opere di F., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di F., su Open Library,
Internet Archive. Portale Biografie:
accedi alle voci di che trattano di biografie Categoria: Retori romani[altre]. Favonio Eulogio was a pupil
of Agostino and wrote an analysis of Cicero’s Dream of Scipione. Favonio Eulogio. Favonio. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Favonio,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Favorino: la ragione conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia
italiano – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo
italiano. Comes from Arelate. Said by Flavio Filostrato to have been a
hermaphrodite. Pupil of Dion Cocceianos. Achieves fame as a sophist. Writes
many books on philosophy, including works on Epitteto. He is exiled by Adriano. Favorino. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Favorino,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Fazio: all’isola -- la ragione conversazionale all’isola -- l’implicatura
conversazionale della colloquenza – scuola di Palermo – filosofia palermitana
-- filosofia siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo palermitano. Filosofo siciliano. Filosofo
Italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Allmeyer; especially his rambles on
Roman philosophy when he taught at Rome – ‘La filosofia romana’ has a very
datable beginning: that infamous embassy that terrified the old Romans but
charmed the younger ones, such as Scipione!” --
Grice: “Due to Gentile, Allmaayer was forced to focus on Italian
philosophy, and Gentile allowed him to call Galileo a ‘filosofo’! – Grice:
“Allmayer’s pragmatics is Griceian: there is a colloquium, when a ‘soggeto’
empirico recognises another soggesto empirco (il tu del’io) – and they shape a
‘noi’ – for this he appeals to concepts of objectivity as intersubjectivity –
If I imply, it is the UTTERER’s expression and implication that is primary, but
I INTEND my implicature to be reccognised by the ‘tu’ – and this does not
‘alienate’ my concrete subjectivity – it does not vanish – it is merely
re-invoked by the other – ‘invoke’ being a linguistic term – vox –: this is
what the ‘assoluto’ stands for, that terrified Bradley!” -- Grice: “I love the fact that Allmayer taught
the history of logic, with a focus on ‘stoic’ logic – and it’s only natural
that ‘stoicismo’ was his favourite stage in Roman philosophy!” – Grice: “Oddly,
Allmayer has a genial commentary on my favourite of Arisotle’s treatises and
the foundation of my method in philosophical psychology – “De Anima””! Insieme a GENTILE (si veda), e altri filosofi, uno
degl’esponenti di spicco della corrente filosofica detta
attualismo. Nacque da Giuseppe Emanuele FAZIO, originario di Alcamo (ex
garibaldino e in servizio presso il Museo nazionale di Palermo) e da Felicina
Allmayer, di origine tedesca, ma residente in Italia. Fin da ragazzo si
interessa alla storia dell'arte. Si laurea in giurisprudenza ma poiché è
appassionato alla filosofia, inizia subito gli studi filosofici e a frequentare
la biblioteca filosofica di Palermo, dove ha modo di conoscere GENTILE (si
veda). Si laurea. Insegna al liceo "Umberto I" di Palermo, dove
comincia la sua ricca produzione saggistica che lo rende famoso in
Italia. La sua carriera continua a Roma. Subito dopo la caduta del
fascismo, F. è sospeso dall'insegnamento; per essere reintegrato dopo la fine
della guerra. Dopo un periodo travagliato della sua vita riprende la
molteplice attività di saggista e critico, oltre che di docente. Si sposa
con Concettina Carta, con cui ha tre figli. Rimasto vedovo, si sposa in seconde
nozze con Bruna Boldrini che, conosciuta col cognome acquisito, è stata tra i
maggiori critici di Fazio e ne ha promosso un'edizione completa delle Opere
(Firenze). F., colpito da infarto tre anni prima, muore a Pisa. In
memoria di questo insigne filosofo e pedagogista di origine alcamese, il liceo
delle Scienze Umane, Economico Sociale, Linguistico, Musicale (ed autorizzato
per le Arti coreutiche) è stato intitolato al suo nome. Professore presso
il liceo di Matera: professore al liceo di Agrigento, vince una borsa di studio
per perfezionamento presso l'Roma docente presso il liceo "Umberto I"
di Palermo: libero docente di storia della filosofia a Roma trasferito a
Palermo, è condirettore del Giornale critico della filosofia italiana,
fondato da GENTILE (si veda) e diretto dallo stesso prima di essere ministro:
docente di filosofia a Palermo: docente di storia della filosofia (con corsi su
Bacone e sui sofisti e Platone) presso l'Roma, in sostituzione di GENTILE (si
veda) e incaricato di pedagogia al magistero di Roma: collaboratore di GENTILE
(si veda) per la riforma scolastica e, con l'incarico di ispettore centrale
degli istituti medi di istruzione, ha affidata la redazione dei programmi della
scuola media: professore non stabile di storia della filosofia medievale e
moderna: ha la cattedra di filosofia teoretica in sostituzione di CARABELLESE
(si veda): preside della facoltà di lettere: commissario per l'amministrazione
straordinaria della sezione arti decorative, annessa alla Scuola artistica e
industriale di Palermo in poi: commissario governativo per l'Accademia di Belle
Arti: sospeso dall'insegnamento e reintegrato dopo la fine della guerra:
cattedra di storia della filosofia dell'Pisa: direttore dell'istituto di
filosofia. Il tramonto del positivismo e l'amicizia con GENTILE (si veda) lo
portano a un impegno ideologico a favore dell'attualismo che sembra poter
portare a un rinnovamento culturale e civile. Secondo l'attualismo, è l'atto
del pensare in quanto percezione, e non il pensiero creativo in quanto
immaginazione, a definire la realtà. Assieme a GENTILE (si veda) e RUGGIERO
(si veda), è uno dei sostenitori di quell'attualismo che ha tutta la seduzione
romantica e tutta la fiducia ottimistica a trarre a séi migliori dei scontenti,
quelli che non si muovevano verso ANNUNZIO (si veda) o MARINETTI (si veda), e
appoggia apertamente, anche con conferenze, l'intervento dell'Italia nel
conflitto mondiale, ma venne riformato alla visita militare. Nelle parole
di Boldrini, che tende a sottolineare la sostanziale autonomia della ricerca
del F. dalla metafisica di GENTILE (si veda), F. giunge a giustificare
l'esperienza storica come vita concreta, in cui le molteplici e diverse forme
confluiscono in un rapporto intersoggettivo, sintesi etico-estetica, nella
specificità di ciascuna. D'altronde, anche CROCE (si veda) in una recensione
del saggio Contributo alla teoria della storia dell'arte (poi in Opere),
mettein dubbio che si puo parlare ancora di idealismo attuale per F. Nel
secondo dopoguerra, in un momento denigratorio dell'idealismo, e maggiormente
dell'attualismo, che è accusato di connivenza col FASCISMO, la posizione di F. è
di aperta difesa dell'attualismo e di un fedele sviluppo del proprio
pensiero. Insegnare è non morire Insegnare vuol dire non morire, ma
entrare in un processo di vita che ci precede e ci prosegue nel tempo: su
questa certezza di F., si basa una spinta pedagogica di tipo socratico, per cui
il maestro si sente un uomo tra uomini, lui più esperto, e loro più giovani, ma
protesi verso il nuovo. L'educatore, nel suo farsi persona, diventa
storico di se stesso, nel rapporto con i propri alunni li deve riconoscere
nella loro singolarità, piuttosto che livellarli. Aprirsi agli altri è il
contributo al vivere: allorché viene meno questo senso di solidarietà col
tutto, si crea in noi il disagio dell'angoscia. Quindi il senso della
vita è quello della speranza e dell'amore: gli altri individui non sono
antitetici al proprio io, ma un indispensabile sbocco del proprio io. Ognuno di
noi si fa compossibile agli altri per ciò che dà e per quello che ripiglia
dagli altri, così il particolare si risolve nell'universale e quest'ultimo nel
particolare. Per F. la speranza è nella certezza che il futuro è nel
presente: sono vecchi, quindi, gli insegnanti che, presi dal passato, trovano
disprezzabile tutto ciò che si produce nel presente, e sciocchi i giovani, e
sbagliato ogni nuovo pensiero. La scuola è vecchia se non riesce a vedere il
mondo nuovo e in rinnovamento; l'insegnante che si racchiude nelle memorie del
passato, manifesta la malattia mortale che si chiama vecchiaia.
Fondazione La Fondazione Nazionale F. è
sorta a Palermo, creata da Giambalvo e F., che venne in Sicilia dalla Toscana
per insegnare Filosofia morale e Storia della Pedagogia; tale istituzione è
stata fondata per onorare il ricordo del marito e per suscitare nelle giovani
generazioni l'interesse per la filosofia. Opere Su: La Sicile illustrée,
articoli e saggi Su: Rassegna d'arte, articoli e saggi, Studi sul pensiero
antico; Sansoni, Galilei; R. Sandron,
Galilei, Palermo, poi in Opere, GALILEI (si veda); Sansoni, Novum
organum: Bacon; Laterza, Dell'anima Aristotele; Laterza, la formazione del problema kantiano, in
Annali della Bibl. filosofica di Palermo, poi in Opere) La scuola popolare e
altri discorsi ai maestri: Battiato, Introduzione allo studio della storia
della filosofia; Zanichelli; Materia e sensazione (Sandron, Palermo, in Opere)
Materia e sensazione; Sansoni, Introduzione alla filosofia; Sansoni, La teoria
della libertà nella filosofia di Hegel (Messina, in Opere) Saggio su Bacone
(Palermo, in Opere) Saggio su Bacone; Il problema morale come problema della
costituzione del soggetto, e altri saggi (Firenze, Monnier, in Opere) Il
problema morale come problema della costituzione del soggetto e altri saggi;
Sansoni, Il significato della vita; Sansoni, Il significato della vita;
Divagazioni e capricci su PINOCCHIO; G.C. Sansoni, Divagazioni e capricci su PINOCCHIO;
Fondazione nazionale F., Ricerche hegeliane; G. C. Sansoni, Ricerche hegeliane;
Fondazione nazionale F., Storia della filosofia; Palumbo, Storia della
filosofia; Sansoni, I vigenti programmi della scuola elementare: Commento e
interpretazione; Firenze, F. Le Monnier, Morale e diritto; Sansoni, Discorsi,
lezioni; Sansoni, Saggi e problemi; Sansoni, Recensioni e varie, La Pinacoteca
del Museo di Palermo e altri saggi; notizie dei pittori palermitani, Palermo,
Prolusioni e discorsi inaugurali; Sansoni, Alcune lezioni edite e inedite;
Sansoni, Alcune lezioni edite e inedite; Sansoni, Spunti di storia della
pedagogia Moralita dell'arte: rievocazione estetica e rievocazione suggestiva
(con postille); Sansoni, Moralita dell'arte e altri saggi; Sansoni. Logica e
metafisica; Sansoni, La storia; Sansoni, Lettere a Bruna; Fondo F. Lettere a GENTILE
(si veda); Fondo F., Introduzione allo studio della storia della filosofia e
della pedagogia; Sansoni, La teoria della liberta' nella filosofia di Hegel;
Principato, Opere; Sansoni, Commento a PINOCCHIO; G. C. Sansoni, Il problema
PIRANDELLO (si veda); Firenze, Belfagor, treccani/ enciclopedia f. (Dizionario-Biografico
GARIN (si veda), Cronache di filosofia italiana., Bari, ad Indicem; f. treccani,
treccani enciclopedia vito-fazio-allmayer_(Dizionario-Biografico)/. F.,//faf. /index//.
Vita e pensiero di F., Firenze, Palermo, con
degli scritti del e sul F., alle
Massolo: F. e la logica della compossibilità, Giornale critico della
filosofia italiana, LUPORINI (si veda), Ricordo di F. in Belfagor, Francesco:
Intenzionalità ermeneutica e compossibilità nell'attualismo comunicazionale di F.:
implicazioni pedagogiche; Fondazione F., A. GUZZO (si veda), F. e ROSSI (si
veda), Filosofia, Giornale critico della filosofia italiana, (scritti di SAITTA
(si veda), MASSOLO (si veda), CARAMELLA (si veda), ALBEGGIANI (si veda), MINEO
(si veda), F.); SANTUCCI (si veda), Esistenzialismo e FILOSOFIA ITALIANA,
Bologna, Negri, In ricordo di F., in Filosofia, GARIN (si veda), Cronache di
filosofia italiana, Bari ad Indicem; F. Esistenza e realtà nella fenomenologia
di F., Bologna, Sichirollo, Filosofia e storia nella più recente evoluzione di
F., in Per una storiografia filosofica, Urbino
Giambalvo, La metafisica come esigenza in Bergson e l'esigenza della
metafisica in F., Palermo, SINI (si veda): Studi e prospettive sul pensiero di
F. il Pensiero, ist. editoriale Cisalpino, Milano-Varese Atti del Congresso di
filosofia F., oggi, Palermo Atti del Convegno su l'estetica come ricerca e
l'impegno dell'artista nel suo mondo, Palermo
(con interventi di Lugarini, Mirabelli, Russo. Attualismo (filosofia) GENTILE
(si veda) RUGGIERO (si veda) Alcamo
treccani, treccani/enciclopedia vito-fazio-allmayer Dizionario-Biografico Filosofia Filosofo Filosofi italiani Pedagogisti
italiani Insegnanti italiani Insegnanti italiani Professore. Lezione sulla
logica. LORENZINI (si veda). Vito Fazio. Fazio. Keywords: colloquenza,
colloquio, dialettica, dialogo, hegel – fascism – he was forced to retire after
the fall of fascism, altmeyer wurd allmeier, LORENZINI, PIRANDELLO. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Fazio” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Fazzini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola
di Vieste – filosofia viestese – filosofia foggiana – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Vieste). Filosofo viestese. Filosofo
foggiano. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Vieste, Foggia, Puglia. Grice:
“I like Fazzini; he can be too theological, but that’s okay!” Divulgatore
di materie filosofiche e il fondatore
dell'omonima scuola private a Napoli, una delle più celebri nel regno delle Due
Sicilie. Figlio di Tommaso e Porzia Medina, che apparteneno a due delle
famiglie più agiate della città. Il suo talento per la filosofia e la
matematica è notato fin dai primi anni. I genitori decisero quindi di far
proseguire i suoi studi in ambienti che potessero garantire una formazione adeguata.
F. si trasferì a Foggia, poi a Benevento e in ultimo nel seminario di Nusco. Qui
trascorse l'adolescenza approfondendo anche lo studio dei
classici. Terminato il seminario, torna a Vieste. Lì, poco dopo il suo
rientro, recita in duomo un'orazione in lode dell'Arcangelo Michele che è molto
apprezzata dal clero e dai fedeli. Il rientro nella città natale è
comunque di breve durata. Desiderando continuare i suoi studi, si trasfere a
Napoli. Venne ordinato sacerdote e nello stesso anno ha come insegnante FERGOLA
(si veda). La scuola di quest'ultimo è un rinomato centro per la formazione e
un punto di incontro per studiosi e ricercatori del Mezzogiorno. Ne è uno degl’allievi
più illustri. Prosegue anche gli studi in filosofia. Si avvicina al
sensismo (empirismo). Ottenne dalla chiesa il permesso di acquisire testi
proibiti sul sensismo, a patto che non ne divulga i contenuti. Questo aspetto
della formazione filosofica influe sulla sua docenza e sulla sua personalità,
determinando una contraddizione che, secondo le testimonianze d’allievi e
amici, lo accompagna per tutta la vita. Apre una scuola privata in cui
venivano insegnate filosofia, matematica e fisica. La scuola ha sede nella
Strada nuova dei Pellegrini, nel quartiere di Montecalvario, e divenne uno dei
centri di studio più rinomati di Napoli. Nel periodo di maggior successo La F. arriva a
contare tra i 300 e i 400 allievi. In una data non precisabile, dovette quindi
spostare la scuola in una sede più grande, in via Magnacavallo, nello stesso
quartiere. Anche dopo aver aperto la propria scuola, comunque, insegna
presso altre scuole private. Dedica all'insegnamento sei o sette ore al giorno.
La maggior parte del tempo di insegnamento di F. è dedicata alla matematica. Al
servizio di questa attività F. pubblica aritmetica, geometria piana e geometria
solida. Oltre all'insegnamento della filosofia, si dedica alla ricerca e alla
divulgazione. Al servizio di queste tre attività allestì anche un laboratorio
scientifico, considerato uno dei migliori di Napoli. Per F. venne composta da
DONIZETTI (si veda) una messa da Requiem oggi perduta, mentre PUOTI (si veda) recita
un elogio di F., di cui è amico. Si occupa a lungo di ricerche scientifiche in
vari campi della fisica. In particolare, studia l'induzione elettromagnetica,
il magnetismo in generale e la relazione tra luce e magnetismo. Non pubblica
però quasi nulla a proposito di queste ricerche, che sono note soprattutto
attraverso le testimonianze di TELLINI (si veda) e di F. È convinto che
diverse delle forze naturali allora note, e in particolare il calorico, la
luce, l’elettricismo, il galvanismo e il magnetismo, sono in realtà diverse
manifestazioni di un'unica forza. Partendo da questa idea di base, studia
soprattutto il magnetismo, e in particolare due fenomeni d’induzione, oggi
spiegati in base alla legge di Faraday, scoperta negl’anni immediatamente
precedenti: il magnetismo di rotazione, scoperto d’ARAGO (si veda)-- il
fenomeno per cui un ago magnetico posto sopra un disco di rame in rotazione
inizia a sua volta a ruotare -- l'induzione tellurica, scoperta da Faraday: la
generazione di una corrente elettrica indotta in un circuito che si muove
attraverso il campo geo-magnetico. Per quanto riguarda il magnetismo di
rotazione, ripeté e approfondì le esperienze d’ARAGO (si veda) notando che la
rotazione dell'ago magnetico si verifica anche quando al di sopra del disco di
rame si sovrappone materiale isolante, mentre non si verifica se il disco di
rame vienne sostituito da un disco di materiale isolante. Per quanto
riguarda l'induzione tellurica, ne identifica con maggiore chiarezza le
modalità. Cerca poi di combinare lo studio di questo fenomeno con quello del
magnetismo di rotazione, costruendo per questo tre diversi apparecchi. Una
ricostruzione dettagliata del modo in cui gli apparecchi operano è fornita sulla
base delle testimonianze lasciate da CIRELLI (si veda) e F.. Descrie una dvelle
sue esperienze sull'induzione tellurica in una lettera a Faraday. Questa
lettera è l'unica descrizione lasciata da F. in persona riguardo ai propri
esperimenti. Esegue inoltre esperimenti sul rapporto tra luce e magnetismo,
proiettando raggi di luce su un ago magnetico. Le testimonianze rimaste, tutte
indirette, non permettono però di ricostruire in modo sicuro le intenzioni di F.
e i risultati dei suoi esperimenti. Altri saggi:: “Elementi di geometria piana”
(Napoli), “Geometria solida: la sfera e il cilindro (Napoli); Elementi di
aritmetica (Napoli). Dizionario biografico degli italiani. La terna dei numeri
primi dispari entro la decade. Il pentalfa pitagorico e la stella fiammeggiante.
La tavola tripartite. La Grande Opera e la Palingenesi. La Tetractis pitagorica
ed il Delta massonico II - La quaterna dei numeri composti o sintetici. Il
numero e le sue potenze REGHINI (si veda). Il matematico ed erudito
fiorentino REGHINI (si veda), alto dignitario della Massoneria prima del suo
scioglimento ad opera del FASCISMO, è il più noto esponente del neo-pitagorismo
nel XX secolo e teorico dell’“lmperialismo Pagano”. Amico di AMENDOLA (si veda)
e di PAPINI (si veda), personaggio di punta della scapigliatura fiorentina
all’epoca delle riviste “Leonardo”, “Lacerba” e “La Voce”, fu a sua volta
fondatore delle riviste “Atanòr”, “Ignis”, e - con EVOLA (si veda) - “UR” - Alla
sua opera sono legate la riproposizione della “magia colta”, neo-platonica e
rinascimentale, che contrappose al Cristianesimo come via d’accesso al divino,
ed una critica radicale dell’occultismo e degli pseudo-esoterismi moderni. In
collaborazione con René Guénon, auspicò la rinascita spirituale dell'Occidente
attraverso la formazione di un’élite iniziatica nel quadro di un processo di
rigenerazione della Massoneria, in cui vedeva un residuo “deviato” di un'antica
organizzazione ermetico-pitagorica, d’origine pre-cristiana ed erede degli
antichi Misteri. Polemista efficacissimo; fu interventista e fautore del primo
fascismo, ma ruppe con Mussolini all’epoca del delitto Matteotti e con
l’instaurazione della dittatura, ritirandosi nello studio della geometria e
della matematica pitagoriche. Già in vita, sul suo conto s’era formata una
corposa leggenda di “mago” e di facitore di prodigi, arricchitasi con il tempo
di altre fantasiose aggiunte». In questi termini, icastici ma sostanzialmente
esatti, una recente biografia (1) presentava la complessa figura di Arturo
Reghini. La storia della presente opera, l’ultima scritta da Reghini prima
della morte, è stata brevemente narrata dal suo discepolo PARISE (si veda) nella
“Nota” di presentazione ad un opuscolo postumo dello stesso REGHINI (si veda):
Chiesi ad A. R. lo sviluppo filosofico ed iniziatico della opera sui numeri
pitagorici; poté condurre a termine, in circa due mesi, un volume su I numeri
sacri nella tradizione pitagorica massonica. LUCA, Reghini. Un intellettuale
neo-pitagorico tra Massoneria e Fascismo, Atanòr, Roma, REGHINI A.,
Considerazioni sul Rituale dell’apprendista libero muratore con una nota sulla
vita e l’attività massonica dell’Autore di Giulio Parise, Edizioni di Studi Iniziatici,
Napoli. Il saggio è finito di stampare per i tipi dello stab. tip. S. Barbara
di Ugo Pinnarò, Roma – Via Pompeo Magno. Editore è il già citato PARISE (si
veda), attraverso Ignis, la medesima che pubblica il saggio reghiniano Per la
restituzione della geometria pitagorica. REGHINI (si veda) muore sei mesi prima.
Nell’elaborazione del testo elettronico si è provveduto ad operare le
correzioni indicate dall’Editore nell’Errata Corrige in allegato alla prima
edizione, nonché quelle di errori di stampa individuati nel corso della
trascrizione, come pure a rettificare talune (rarissime) imprecisioni
bibliografiche sparse qua e là ed indubbiamente dovute alle particolari
condizioni in cui Reghini si trovò a lavorare nell’immediato dopoguerra, senza
la possibilità di effettuare gli opportuni riscontri. Con ciò il Curatore ha
inteso assolvere un debito di riconoscenza contratto esattamente 40 anni fa nei
confronti di PARISE (si veda), sebbene all’insaputa di quest’ultimo. Cosmopoli.
REGHINI I NUMERI SACRI NELLA TRADIZIONE PITAGORICA MASSONICA. Reghini. I
Numeri Sacri nella tradizione pitagorica massonica - Premesse Premesse
Libertà va cercando ch'è sì cara Come sa chi per lei vita rifiuta. DANTE,
Purg.,Secondo quanto affermano concordemente gli antichi rituali e le antiche
costituzioni massoniche, la Massoneria ha per fine il perfezionamento
dell'uomo. Anche gli antichi misteri classici avevano lo stesso scopo e
conferivano la teleté, la perfezione iniziatica; e questo termine tecnico era
etimologicamente connesso ai tre significati di fine, morte e perfezione, come
osservava già il pitagorico Plutarco. Ed anche Gesù ricorre alla stessa parola,
tèleios, quando esorta i suoi discepoli ad essere «perfetti come il Padre
vostro che è nei cieli, sebbene, con una delle frequenti incongruenze delle
Sacre Scritture, lo stesso Gesù affermi che nessuno è perfetto ad eccezione del
Padre mio che è nei cieli. La definizione che abbiamo riportato sembrerebbe
esplicita e precisa; eppure con una lieve alterazione formale essa ha subìto
una grave alterazione nel concetto. Per esempio, il dizionario etimologico del
Pianigiani afferma che il fine della Massoneria è il perfezionamento
dell'umanità; e non soltanto molti profani ma anche molti massoni accettano
questa seconda definizione. A prima vista può sembrare che perfezionamento
dell'uomo e perfezionamento dell'umanità significhino la stessa cosa; di fatto
si riferiscono a due, concetti profondamente diversi, e l'apparente sinonimia
genera un equivoco e nasconde una incomprensione. Altri adopera l'espressione:
perfezionamento degli uomini, anche essa equivoca. Ora, evidentemente, non è
possibile sentenziare quale sia l'interpretazione giusta, perché ogni massone
può dichiarare giusta quella che si confà ai suoi gusti, e magari può
compiacersi dell'equivoco. Se però si vuole determinare quale sia, storicamente
e tradizionalmente, la interpretazione corretta e conforme al simbolismo
muratorio, la questione cambia aspetto e non è più questione di gusti. Il
manoscritto rinvenuto dal Locke nella Biblioteca Bodleyana e pubblicato solo
nel 1748 e che è attribuito alla mano di Enrico VI di Inghilterra, definisce la
Massoneria come «la conoscenza della natura e la comprensione delle forze che
sono in essa»; ed enuncia espressamente l'esistenza di un legame tra la
Massoneria e LA SCUOLA ITALA, perché afferma che Pitagora, un greco, viaggiò
per istruirsi in Egitto, in Siria, ed in tutti i paesi dove i Veneziani (leggi
i Fenicii) avevano impiantato la Massoneria. Ammesso in tutte le loggie di
Massoni, acquistò un grande sapere, tornò in Magna Grecia e vi fonda una
importante loggia in CROTONE. A vero dire il manoscritto parla di Peter Gower;
e, siccome il cognome Gower esiste in Inghilterra, Locke rimase alquanto
perplesso nella identificazione di Peter Gower con Pitagora. Ma altri (1)
HUTCHINSON, Spirit of Masonry; PRESTON, Illustrations of Masonry; DE CASTRO,
Mondo segreto, REGHINI, Noterelle iniziatiche. Sull’origine del simbolismo
muratorio, Rassegna Massonica, REGHINI (si veda) I Numeri Sacri nella
tradizione pitagorica massonica - Premesse manoscritti e le stesse
Costituzioni dell'Anderson fanno esplicita menzione di Pitagora. Il manoscritto
Cooke dice che la Massoneria è la parte principale della Geometria, e che fu
Euclide, un sottilissimo e savio inventore, che regolò quest'arte e le dette il
nome di Massoneria. E delle reminiscenze pitagoriche nelle Old Charges è
traccia anche nel più antico rituale stampato il quale attribuisce un pregio
speciale ai numeri dispari, conforme alla tradizione pitagorica. Gli antichi
manoscritti massonici concordano dunque nell'indicare come fine della
massoneria quello del perfezionamento dell'uomo, del singolo individuo; e le
prove iniziatiche, i viaggi simbolici, il lavoro dell'apprendista e del
compagno hanno un manifesto carattere individuale e non collettivo. Secondo la
concezione massonica più antica, la «grande opera» del perfezionamento va
attuata operando sopra la «pietra grezza», ossia sopra l'individuo singolo,
squadrando, levigando e rettificando la pietra grezza sino a trasformarla nella
pietra cubica della Maestria, ed applicando nella operazione le norme
tradizionali dell'Arte Regia muratoria di edificazione spirituale. Con perfetta
analogia una tradizione parallela, la tradizione ermetica che compare anche
innestata a quella puramente muratoria, insegna che la grande opera si attua
operando sopra la «materia prima» e trasformandola in «pietra filosofale»
seguendo le norme dell'Arte Regia ermetica. Essa è compendiata nella massima di
Basilio Valentino: Visita interiora terrae, rectificando invenies occultum
lapidem oppure nella Tabula smaragdina attribuita da moderni arabisti al
pitagorico Apollonio Tianeo. Secondo invece la concezione massonica profana e
meno antica, il lavoro del perfezionamento va attuato sopra la collettività
umana, è la umanità ossia la società che bisogna trasformare e perfezionare; e
in questo modo all'ascesi spirituale del singolo si sostituisce la politica
collettiva. I lavori massonici acquistano in tal modo uno scopo ed un carattere
prevalentemente sociali, se non unicamente sociali; ed il fine vero e proprio
della massoneria, cioè il perfezionamento dell'individuo, viene posto in
seconda linea, se non addirittura trascurato, dimenticato ed ignorato. La
concezione tradizionalmente corretta è sicuramente la prima, e nella
letteratura massonica di due secoli fa ebbero grande voga esagerati e
fantasiosi avvicinamenti ed identificazioni dei misteri eleusini e massonici.
Senza ombra di dubbio il patrimonio ritualistico e simbolico dell'Ordine
muratorio è in armonia soltanto con la concezione più antica del fine della
massoneria; infatti il testamento dell'iniziando, i viaggi simbolici, le
terribili prove, la nascita alla luce iniziatica, la morte e resurrezione di
Hiram, non si capisce quale relazione possano avere coi lavori massonici e con
lo scopo della Massoneria se tutto si deve ridurre a fare della politica.
Storicamente l'interessamento e l'intervento della Massoneria nelle questioni
politiche e sociali si manifesta solo in alcune regioni europee col
trapiantamento della Massoneria inglese nel continente. Quel poco che si
conosce delle antiche loggie muratorie mostra la presenza e l'uso nei lavori
massonici di un simbolismo di mestiere, architettonico, geometrico, numerico;
il quale per sua natura ha un carattere universale, non è legato ad una civiltà
determinata e neppure ad una lingua particolare, ed è indipendente da ogni
credenza di ordine politico e religioso. Per questa ragione il massone, secondo
il rituale, non sa né leggere né scrivere. Un elemento ebraico compare nella
leggenda di Hiram e della costruzione del Tempio, e le parole sacre del novizio
e del compagno (i soli gradi allora esistenti) che si riferiscono a questa
leg(2) The Grand Mystery of Free-masons discovered wherein are the several
questions put to them at their Meetings and installation, London. VERGILIO
VIRGILIO (si veda) Bucolicon, Eglo: Numero impari Deus gaudet. Le iniziali di
questa massima formano la parola vitriol, il solvente universale degli
alchimisti, detto ancor oggi acqua regia. REGHINI (si veda) I Numeri Sacri
nella tradizione pitagorica massonica - Premesse genda sono ebraiche.
Questa leggenda non fa parte del patrimonio tradizionale dell'Ordine; la morte
di Hiram non figura negli antichi manoscritti massonici, e le costituzioni
dell'Anderson ignorano il terzo grado. Comunque la presenza di elementi e
parole ebraiche non deve stupire in un tempo in cui l'ebraico era considerato
una lingua sacra, anzi la lingua sacra in cui Dio aveva parlato all'uomo nel
Paradiso terrestre; è una presenza di cui non va esagerata l'importanza ed il
significato, e che non basta certo a giustificare l'asserzione del carattere
ebraico della Massoneria. La lettera G dell'alfabeto greco-latino, iniziale di
geometria e dell'inglese God, che compare talora nella Stella Fiammeggiante o
nel Delta massonico, sembra che sia una innovazione (senza utilità per chi non
sa né leggere né scrivere), mentre quei due simboli fondamentali dell'Ordine
non sono altro che i due più importanti simboli del pitagoreismo: il pentalfa o
pentagramma e la tetractis pitagorica. L'arte muratoria od arte reale od arte
regia, termine di cui fa uso il filosofo neoplatonico Massimo di Tiro, era
identificata con la geometria, una delle scienze del quadrivio pitagorico, e
non si capisce come Wirth, il dotto massone ed ermetista, possa scrivere che i
Massoni hanno potuto proclamarsi adepti dell'Arte reale perché dei re si interessarono
un tempo all'opera delle corporazioni costruttive privilegiate del Medio Evo.
Gli elementi di carattere muratorio puro costituiscono, insieme al simbolismo
numerico e geometrico, il patrimonio simbolico e ritualistico arcaico e genuino
della fratellanza. Non diciamo patrimonio caratteristico perché questi elementi
compaiono, almeno parzialmente, anche nel compagnonnage, del resto assai affine
alla Massoneria. In seguito, quando le loggie inglesi principiano ad accettare
come fratelli anche gli accepted masons, vale a dire anche persone che non
esercitano la professione di architetto od il mestiere di muratore, compaiono
anche elementi ermetici e rosacroce, ad esempio Elia Ashmole, come mostra il
Gould nella sua storia della Massoneria. Questo contatto tra la tradizione
ermetica e quella muratoria avviene anche fuori dell'Inghilterra presso a poco
nel medesimo tempo, il che naturalmente implica l'esistenza nel continente di
loggie massoniche non derivanti dalla Gran Loggia d'Inghilterra. Il frontespizio
di un importante testo di ermetismo contiene accanto a simboli ermetici (il
Rebis) anche i simboli prettamente muratori della squadra e del compasso, ed
altrettanto accade in un libretto italiano di alchimia impresso in lamine di
piombo e che risale presso a poco a quel periodo. In questo libretto è
raffigurato, tra l'altro, Tubalcain che tiene nelle mani una squadra ed un
compasso. Ora Tubalcain è nella Bibbia il primo fabbro; e per un errore
etimologico allora accettato ed assai diffuso, per esempio dall'erudito Vossio,
venne identificato con Vulcano, il fabbro degli Dei e Dio del fuoco, che
secondo il concetto degli alchimisti ed ermetisti presiedeva al fuoco ermetico
(od ardore spirituale), fuoco il quale compiva da solo la grande opera della trasmutazione.
In un nostro lavoro giovanile (9) abbiamo dato una errata interpretazione della
parola di passo Tubalcain, non conoscendo la errata identificazione di Vulcano
con Tubalcain accettata dagli ermetisti ed in generale dagli eruditi del
seicento e del settecento. Ci sembra oggi manifesto che questa parola ed altre
parole di passo traggano la loro derivazione dall'ermetismo, e riteniamo
probabile che siano state introdotte in massoneria e poste a lato delle parole
sacre a testimonianza del contatto stabilito tra le due tradizioni, la
muratoria e l'ermetica. Le parole di passo non esistono TYR, Discours Philosophiques, FORMEY, Leida.
Cfr. WIRTH, Le Livre du Maître. Si
tratta della Basilica Philosophica MYLII, Francof. (NEGRI, Un codice plumbeo
alchemico italiano, nella rivista UR [“Pietro Negri” è lo pseudonimo impiegato
dallo stesso REGHINI (si veda) sulla rivista «UR»] REGHINI, Le parole sacre e
di passo ed il massimo mistero massonico, Todi. Reghini - I Numeri Sacri nella
tradizione pitagorica massonica - Premesse nel rituale del Prichard.
Ermetismo e Massoneria hanno per fine la «grande opera della trasmutazione», e
le due tradizioni trasmettono il segreto di un'arte, che entrambe designano con
il termine di arte regia, già usato da Massimo di Tiro. Era quindi naturale che
si riconoscessero mutuamente affini. Osserviamo come l'adozione del simbolismo
ermetico non avvenga a detrimento della universalità massonica e della sua
indipendenza dalla religione e dalla politica, perché anche il simbolismo ermetico
od alchemico è per sua natura estraneo ad ogni credenza religiosa o politica.
L'arte massonica e l'arte ermetica, detta anche semplicemente l'arte, è un'arte
e non una dottrina od una confessione. Ogni loggia massonica è libera ed
autonoma; i fratelli di una officina erano ricevuti come visitatori nelle altre
purché sapessero rispondere alla tegolatura, ma ogni maestro Venerabile era
l'autorità unica e suprema per i fratelli di una officina. Si ha un mutamento
con la costituzione della prima Grande Loggia, la Grande Loggia di Londra, e
poco dopo venivano compilate per opera del pastore protestante Anderson le
Costituzioni massoniche per le Loggie all'Obbedienza della Gran Loggia di
Londra; e, sebbene teoricamente un'officina potesse e possa mantenere la
propria autonomia o mettersi all'Obbedienza di una Gran Loggia, nella pratica
vengono oggi considerate loggie regolari quelle che direttamente od
indirettamente sono emanazione e derivazione della Gran Loggia di Londra,
supponendo che questa derivazione e soltanto essa possa conferire la
regolarità. Ora è molto importante notare che le Costituzioni dell'Anderson
affermano esplicitamente che per essere iniziato ed appartenere alla Massoneria
si richiede solo di essere un uomo libero e di buoni costumi, ed esaltando (a
differenza delle varie sette cristiane) il principio della tolleranza reciproca
di ogni fratello per le altrui credenze, aggiungendo solo che un massone non
sarà mai uno «stupido ateo. Taluno potrà forse pensare che l'Anderson ammetta
che il massone possa essere un ateo intelligente, ma è più verosimile che
l'Anderson da buon cristiano ammetta che un ateo è necessariamente uno stupido,
seguendo la massima che dice: Dixit stultus in corde suo: Non est Deus.
Bisognerebbe qui fare una digressione ed osservare che in questa disputa tanto
chi afferma quanto chi nega non ha in generale nozione alcuna di quanto afferma
esistere o no, e che la parola Dio viene adoperata di solito con un senso
talmente indeterminato da rendere vana qualunque discussione. Comunque le
Costituzioni della Massoneria sono esplicitamente teistiche; e quei profani che
accusano la Massoneria di ateismo sono in mala fede od ignorano che essa lavora
alla gloria del Grande Architetto dell'Universo; ed osserviamo ancora che questa
designazione oltre ad essere in armonia col carattere del simbolismo muratorio
ha un significato preciso ed intelligibile a differenza di altre designazioni
vaghe o prive di senso come quella di «Nostro Signore», di «Padre di tutti gli
uomini» ecc. Maggiore interesse offre il requisito di uomo libero fatto al
profano per iniziarlo ed al massone per considerarlo fratello. L'Anderson non
fa che continuare a chiamare liberi Muratori i FreeMasons, e resta solo da
esaminare in che cosa consista questa freedom dei Free masons. Si tratta solo
di franchigia economica e sociale che esclude gli schiavi o servi e delle
franchigie e dei privilegi di cui godeva la corporazione dei liberi muratori
rispetto ai governi degli stati e delle varie regioni in cui essa svolgeva la
sua attività? Oppure questo appellativo di liberi muratori va inteso anche in
altro senso di non schiavo dei pregiudizii e delle credenze che non era il caso
di ostentare? Se cosi fosse sarebbe vano cercarne le prove documentate, e la
questione resterebbe indecisa. Pure è possibile dire qualche cosa in proposito
grazie ad un documento del 1509 la cui esistenza od importanza sembra non sia
stata finora avvertita, (10) O. WIRTH esprime categoricamente questa opinione
(Livre du Maître). REGHINI (si veda) I Numeri Sacri nella tradizione
pitagorica massonica - Premesse Si tratta di una lettera ad Agrippa da un
suo amico italiano, certo LANDOLFO (si veda), per raccomandargli un iniziando.
Scrive LANDOLFO (si veda). È un tedesco come te, originario di Norimberga, ma
abita a Lione. Curioso indagatore degli arcani della natura, ed uomo libero,
completamente indipendente del resto, vuole sulla reputazione che tu hai già,
esplorare anche lui il tuo abisso. Lancialo dunque per provarlo nello spazio; e
portato sulle ali di Mercurio vola dalle regioni dell'Austro a quelle
dell'Aquilone, prendi anche lo scettro di Giove; e se questo neofita vuole
giurare i nostri statuti, associalo alla nostra confraternita». Si tratta di
una associazione segreta ermetica fondata da Agrippa ed è manifesta l'analogia
tra questa prova dello spazio da fare affrontare all'iniziando e le terribili
prove ed i viaggi simbolici della iniziazione massonica, sebbene qui la prova
si effettui sulle ali di Ermete; Ermete psicopompo, il padre dei filosofi
secondo la tradizione ermetica, è la guida delle anime nell'al di là classico e
nei misteri iniziatici. Anche qui compare la qualifica di uomo libero,
sufficiente ad aprire le porte a chi bussa profanamente alla porta del tempio;
anche qui compare in sostanza il principio della libertà di coscienza e
conseguentemente della tolleranza; le due tradizioni parallele muratoria ed
ermetica pongono la stessa unica condizione al profano da iniziare: quella di
essere un uomo libero; e ne deriva che presumibilmente essa non si riferiva
alle franchigie particolari delle corporazioni di mestiere, che sarebbe stato
del resto fuori di luogo pretendere dagli accepted Masons che non erano
muratori di mestiere ma liberi muratori. Il carattere fondamentale delle Costituzioni
massoniche d’Anderson sta adunque nel principio della libertà di coscienza e
della tolleranza, che rende possibile anche ai non cristiani di appartenere
all'Ordine. Nelle Costituzioni dell'Anderson la Massoneria conserva il suo
carattere universale, non è subordinata ad alcuna credenza filosofica
particolare né ad alcuna setta religiosa, e non manifesta alcuna tendenza a
lavori di ordine sociale e politico; può darsi che questo carattere
aconfessionaJe e libero inspirasse anche la Massoneria e che Anderson non abbia
fatto altro che sancirlo nelle Costituzioni. Trapiantandosi in America e nel
continente europeo la Massoneria conserva in generale questo suo carattere
universale di tolleranza religiosa e filosofica e resta aliena da ogni
partecipazione ai movimenti politici e sociali, talora accentuando, come in
Germania, il suo interesse per l'ermetismo. Sorgono per altro i nuovi riti e
gli alti gradi, i quali però hanno cura di mantenere intatti il rito ed i
rituali dei primi tre gradi, ossia della vera e propria massoneria detta anche
massoneria simbolica od azzurra. I rituali di questi alti gradi sono talora uno
sviluppo della leggenda di Hiram, oppure si riattaccano ai Rosacroce,
all'ermetismo, ai Templari, allo gnosticismo, ai catari, vale a dire non hanno
un vero e proprio carattere massonico, e dal punto di vista della iniziazione
massonica sono assolutamente superflui. La massoneria sta tutta nei primi tre
gradi, riconosciuti da tutti i riti, e posti alla base degli alti gradi e delle
camere superiori dei varii riti. Il compagno libero muratore, una volta
divenuto maestro ha simbolicamente terminato la sua grande opera; e gli alti
gradi potrebbero avere una qualche funzione veramente massonica soltanto se
contribuissero alla corretta interpretazione della tradizione muratoria ed a
una più intelligente comprensione ed applicazione del rito ossia dell'arte
regia. Naturalmente questo non significa che si debbano abolire gli alti gradi
perché i fratelli insigniti degli alti gradi sono liberi, e quelli di loro cui
piace di riunirsi in riti e corpi per svolgere lavori non in contrasto con
quelli massonici debbono avere la libertà di farlo. Però dal punto di vista
strettamente massonico questa loro appartenenza ad altri riti ed a camere
superiori non li pone in alcun AGRIPPA, Epistol. Cfr. anche la monografia di
REGHINI premessa alla versione italiana della Filosofia Occulta di
Agrippa. Reghini - I Numeri Sacri nella tradizione pitagorica massonica -
Premesse modo al di sopra di quei maestri che non sentono il bisogno di
altro lavoro che quello della universale massoneria dei primi tre gradi. Del
resto è manifesto che riti distinti, come quello di Swedenborg, quelli
scozzesi, quello della Stretta Osservanza, quello di Memphis... appunto perché
differenti non sono più universali, oppure lo sono solo in quanto si basano
sopra i primi tre gradi. Dimenticarlo o tentare di snaturare il carattere
universale, libero e tollerante della Massoneria, per imporre ai fratelli delle
Loggie particolari punti di vista ed obbiettivi, sarebbe mettersi contro lo
spirito della tradizione muratoria e contro la lettera delle Costituzioni della
Fratellanza. La prima alterazione appare in Francia, simultaneamente alla
fioritura degli alti gradi. Il fermento degli spiriti in cotesto periodo, il
movimento dell'Enciclopedia, si ripercuotono nella Massoneria, che si diffonde
largamente e rapidamente; ed accade cosi per la prima volta che l'interesse
dell'Ordine si dirige e si concentra nelle questioni politiche e sociali.
Affermare che la rivoluzione francese sia stata opera della Massoneria ci
sembra per lo meno esagerato; è invece innegabile che la Massoneria subì in
Francia, e sarebbe stato difficile che ciò non avvenisse, l'influenza del
grande movimento profano che condusse alla rivoluzione e culminò poi
nell'impero. La Massoneria francese divenne e rimase anche in seguito una
massoneria colorata politicamente ed interessata nelle questioni politiche e
sociali, e si formò quella che da taluni è considerata come la tradizione
massonica, sebbene sia tutt'al più la tradizione massonica francese, ben
distinta dalla antica tradizione. Questa deviazione e questa persuasione è la
causa prima, sebbene non la sola, del contrasto che è poi sorto tra la
massoneria anglosassone e la massoneria francese; anche in Italia essa è stata
la sorgente dei dissensi massonici di questi ultimi cinquanta anni e della
conseguente disunione e debolezza della Massoneria di fronte agli attacchi ed
alla persecuzione fascista e gesuitica. Comunque anche i fratelli che seguono
questa tradizione massonica francese non hanno dimenticato il principio della
tolleranza, e nelle loggie massoniche italiane, anche prima della persecuzione
fascista, si trovavano fratelli di ogni fede politica e religiosa, compresi i
cattolici ed i monarchici. Va anche ricordato che nel periodo di poco
precedente lo scoppio della rivoluzione francese non tutti i massoni
dimenticarono la vera natura della Massoneria, sebbene disorientati dalla
pleiade di riti diversi e contrastanti; e si tenne il Convento dei Filaleti
allo scopo di rintracciare quale fosse la vera tradizione massonica, ossia, la
vera parola di maestro che, secondo la stessa leggenda di Hiram, era andata
perduta. Al Convento dei Filaleti convennero massoni di ogni rito, tutti
desiderosi di ristabilire l'unità. Il solo Cagliostro, che aveva fondato il
rito della Massoneria Egiziana in soli tre gradi, dedito esclusivamente
all'opera della edificazione spirituale, rifiutava di partecipare al Convento
dei Filaleti per ragioni che sarebbe lungo esporre. L'influenza massonica
francese si affermò, dopo la rivoluzione e durante l'impero, anche in Italia;
la presenza anche oggi di alcuni termini tecnici nei «travagli» massonici come
il «maglietto» del Venerabile, versione poco felice del maillet ossia del
martello, ne fa testimonianza La massoneria francese e quella italiana ebbero
durante tutto lo scorso secolo intimi rapporti, ed assunsero insieme talora
atteggiamento rivoluzionario, repubblicano ed anche materialista e positivista
seguendo la voga filosofica del tempo. Non si può dire per altro che la
massoneria divenne in Italia una massoneria materialista, perché non soltanto
fu sempre tollerante di tutte le opinioni, ma venerò in modo speciale la grande
anima di MAZZINI (si veda); ed i grandi massoni italiani come GARIBALDI (si
veda), BOVIO (si veda), CARDUCCI (si veda), FILOPANTI (si vda), PASCOLI (si
veda), TORRIGIANI (si veda) ed AMENDOLA (si veda) sono tutti idealisti e
spiritualisti. È riserbata alla TEPPA FASCISTA la selvaggia furia di
devastazione dei Cosi pure pietra polita invece di pietra levigata dal francese
pierre polie; lupetto ed anche lupicino che è una versione di louveton, a sua
volta trasformazione fonetica e semantica da Lufton, figlio di Gabaon, nome
generico del massone secondo i primitivi rituali inglesi e francesi. REGHINI
(si veda) - I Numeri Sacri nella tradizione pitagorica massonica -
Premesse nostri templi, delle nostre biblioteche ed il vandalismo che
fece a pezzi i ritratti ed i busti dei grandi spiritualisti come MAZZINI (si
veda) e GARIBALDI (si veda) che decorano le nostre sedi. D'altra parte bisogna
riconoscere che, se la massoneria anglosassone ha sempre mantenuto il carattere
spiritualista e non ha mai pensato a dichiarare la inesistenza del Grande
Architetto dell'Universo, essa è stata spesso incline, e lo è ancora, a
conferire un colorito cristiano al suo spiritualismo, allontanandosi dallo
spirito di assoluta imparzialità ed aconfessionalità delle Costituzioni
dell'Anderson. Non si può negare che l'imporre il giuramento sul Vangelo di
Giovanni sia una manifestazione non troppo tollerante rispetto a quei profani
ed a quei fratelli che, essendo agnostici, o pagani, od ebrei o liberi
pensatori, non sentono particolare simpatia per il Vangelo di Giovanni e non
sanno nulla della tradizione gioannita. L'intolleranza si accentua con
l'andazzo di infliggere la lettura ed il commento di versetti del Vangelo
durante i lavori di Loggia. Questo mal vezzo, qualora si affermasse, ridurrebbe
i lavori di Loggia al livello di un service di una chiesa quacchera o puritana,
ad una specie di rosario e vespro fastidioso, inconcludente, e ripugnante alla
libera coscienza dei moltissimi fratelli i quali, anche in Inghilterra, ed in
America, non solo non vanno alla messa, e non accettano l'infallibilità del
Papa, ma non accettano più neppure l'autorità della Bibbia. Vale la pena di
provocare il disagio e l'insofferenza tra le colonne senza sensibile compenso?
Si crede proprio con simili mezzi di convertire gli altri alla propria
credenza, e di arginare la potente ondata dell'agnosticismo inglese ed
americano? Queste considerazioni inducono a mantenere alla Massoneria il suo
carattere universale al di sopra di ogni credenza religiosa e filosofica e di
ogni fede politica. Il che non vuol dire che si debba fare astrazione dalla
politica. Occorre infatti difendersi. L'intolleranza non può lasciare
prosperare la tolleranza; e la tolleranza tutto può tollerare salvo
l'intolleranza dichiaratamente ostile. Appena comparvero le Costituzioni
dell'Anderson col loro principio della libertà e della tolleranza la Chiesa
cattolica scomunicò la Massoneria rea appunto di tolleranza; e l'accanimento
contro la Massoneria non si è mai più smentito. In Italia la persecuzione
contro la Massoneria in questo ultimo ventennio è stata iniziata e sostenuta
dai gesuiti e dai nazionalisti; ed i fascisti per ingraziarsi questi messeri
non esitarono a provocare l'avversione del mondo civile contro l'Italia con le
loro gesta vandaliche contro la massoneria. I gesuiti hanno perduto questa
guerra; ma la peste dell'intolleranza non è finita, anzi si affaccia sotto
nuove forme e ne segue la necessità di prevenirla. D'altra parte giunge l'ora,
se non erriamo, di spargere la Massoneria sopra tutta la superficie della terra
e di stabilire una fratellanza tra gli uomini di tutte le razze, civiltà e
religioni; e per assolvere questo compito è necessario che la Massoneria non
abbia una fisionomia ed un colorito che appartiene solo alla minoranza dell'umanità
a cui le grandi civiltà orientali, tutta la Cina, tutta l'India, il Giappone,
la Malesia, il mondo dell'Islam si sono dimostrati refrattarii. La cosa è
possibile sin tanto che la Massoneria non si circoscrive in una qualunque
credenza e resta fedele al suo patrimonio spirituale che non consiste in una
fede codificata, in un credo religioso o filosofico, in un complesso di
postulati o pregiudizii ideologici e moralistici, in un bagaglio dottrinale in
cui si creda contenuta ed espressa la verità cui convertire i miscredenti.
Bisogna pensare che, anche se esiste la vera religione o la vera filosofia, è
una illusione il credere di poterla conquistare o comunicare con una
conversione o con una confessione od una recitazione di formule determinate,
perché ognuno intende le parole di questi credi e formule a modo suo, conforme
alla sua cultura ed intelligenza: ed in fondo esse non sono, come diceva
Amleto, che words, words, words. Fin tanto che non ci si ragiona sopra, permane
l'illusione di comprendere queste parole nello stesso modo; appena si comincia
a ragionare, sor Cfr. gli art. Di BODRERO nell'organo della Compagnia di Gesù,
la Civiltà cattolica, ed il giornale Roma Fascista; cfr. et.: Ignis e Rassegna
Mass., annata REGHINI (si veda) - I Numeri Sacri nella tradizione pitagorica
massonica – Premesse] gono le sette e le eresie, ciascuna persuasa di possedere
la verità. La sapienza non può essere razionalmente intesa, espressa e
comunicata; essa è una visione, una vidya, essenzialmente e necessariamente
indeterminata, incerta; e, aprendo gli occhi alla luce con la nascita alla
nuova vita, ci si avvia a questa visione. L'arte muratoria od arte regia è
l'arte di lavorare la pietra grezza in modo da rendere possibile la
trasmutazione umana e la graduale percezione della luce iniziatica. Il che non
significa naturalmente che la Massoneria abbia il monopolio dell'arte regia.
Durante questi ultimi due secoli la grande maggioranza dei nemici della
massoneria ha fatto sistematicamente ed unicamente ricorso soltanto all'ingiuria
ed alla calunnia facendo leva sui sentimenti moralistici e patriottici. Si è
affermato che i lavori massonici consistono in orgie abbominevoli, svisando a
questo scopo i rituali, si sono svelate le cerimonie massoniche ponendole in
ridicolo, si è accusato i massoni di tradire la loro patria a causa del
carattere internazionale dell'Ordine, si è affermato che la Massoneria non è
altro che uno strumento degli Ebrei, sempre mirando ad ingannare ed aizzare i
fedeli credenti ed il grosso pubblico contro la «Società Segreta». I massoni
naturalmente sapevano bene che non si trattava che di calunnie; e, non
potendoli persuadere, si è pensato a sopprimerli od a togliere ad essi la
possibilità di adunarsi, di lavorare, di rispondere e di difendersi. Recentemente
uno scrittore cattolico ha pubblicato uno studio storico sopra «la Tradizione
Segreta» condotto con competenza ed abilità, ed in cui le contumelie e le
solite calunnie dirette a fare presa sull'animo dei profani sono state
sostituite da una critica insidiosa diretta a fare presa sul lettore colto ed
anche sull'animo dei fratelli. Questa critica afferma che nel fondo della
tradizione segreta è contenuto il vuoto assoluto e conclude con l'affermare che
«la Scuola Iniziatica o per essa la Tradizione Segreta, non ha insegnato
assolutamente nulla all'umanità. Veramente non si capisce bene come si possa
allora anche affermare che questo vuoto assoluto, «questa tradizione segreta
coincide, se pure spesso in forma corrotta, con le dottrine gnostiche», ma non
pretendiamo troppo. La Massoneria è dunque, secondo l'autore, una sfinge senza
segreto perché non insegna alcuna dottrina, ed il lettore è così portato a
concludere che essendo priva di contenuto la Massoneria non val niente. In
quanto precede noi abbiamo mostrato che la Massoneria non insegua alcuna
dottrina e non deve insegnarne; e che questo è un merito e non un demerito
della Massoneria. Per concludere poi che, non contenendo una dottrina, la
Tradizione segreta contiene il vuoto assoluto bisogna credere che soltanto una
dottrina possa occupare il vuoto. Afferma ancora il Del Castillo che «il
sistema iniziatico suppone che l'uomo possa arrivare a capire con lo sforzo del
cervello i problemi insoluti del cosmo e dell'al di là»; e che la Chiesa
cattolica oppone alle vane elucubrazioni dei così detti iniziati la forza
intangibile del suo dogma che deve essere unico perché non possono esistere due
verità»; e che IL SISTEMA INIZIATICO è
incompatibile can il cristianesimo. A queste e simili affermazioni rispondiamo
che ignoriamo la esistenza di un sistema iniziatico, che non conosciamo
iniziati che facciano delle supposizioni, e tanto meno che si illudano di
potere capire col solo cervello e con elucubrazioni di problemi insoluti: ma
non ci è possibile ammettere che la fede in un dogma costituisca una conoscenza
perché sapere non è credere. Anzi noi comprendiamo che la verità è
necessariamente ineffabile ed indefinibile, e lasciamo ai profani l'ingenua e
consolante illusione che sia possibile una qualsiasi formulazione della verità
e della conoscenza in credi, formule, dottrine, sistemi e teorie. Anche Gesù,
del resto, sapeva che le sue parabole non erano che delle parabole, ma diceva
anche ai suoi discepoli che ad essi «era dato intendere il mistero del regno
dei cieli». Evidentemente sola fides sufficit ad firmandum cor sincerum, ma non
sufficit per intendere i misteri. Lo stesso dicasi naturalmente per il solo
raziocinio. E con questo CASTILLO, La tradizione segreta, Milano, Bompiani, REGHINI
(si veda) I Numeri Sacri nella tradizione pitagorica massonica - Premesse
non intendiamo menomare il valore della fede e del raziocinio; la sola fede
conduce al fanatismo ignorante, il solo raziocinio conduce alla disperazione
filosofica; sono un po' come il tabacco ed il caffè: due veleni che si
compensano; ma naturalmente non basta fumare la pipa e centellinare il caffè
per assurgere alla conoscenza. Alla conoscenza multi vocati sunt, non tutti; e,
tra questi molti, pauci electi sunt; secondo la Chiesa cattolica invece basta
la fede nel Dogma, e conoscenza e paradiso sono alla portata di tutte le borse
a prezzi di vera concorrenza. Riassumendo: Non esiste una dottrina segreta
massonica; ma esiste un'arte segreta, detta arte reale, od arte regia o
semplicemente l'Arte; è l'arte della edificazione spirituale cui corrisponde
l'architettura sacra. Gli strumenti muratorii hanno perciò un senso figurato
nell'opera della trasmutazione; ed al segreto dell'arte regia corrisponde il
segreto architettonico dei costruttori delle grandi cattedrali medioevali. E'
naturale che i liberi muratori venerino il Grande ARCHITETTO dell'Universo,
anche se non si definisce cosa si debba intendere con questa formola.
Nell'architettura antica, specialmente in quella sacra, avevano grande
importanza le questioni di rapporto e di proporzione; l'architettura classica
regolava la proporzione delle varie parti di un edificio, ed in particolare dei
templi, basandosi sopra un modulo segreto cui accenna Vitruvio; sopra
l'architettura egiziana e specialmente sopra la Piramide di Cheope esiste tutta
una letteratura che ne mostra il carattere matematico; ed, anche procedendo con
molto scetticismo, è certo ad esempio che tale piramide si trova esattamente
alla latitudine di 30° in modo da formare col centro della terra e col polo
Nord un triangolo equilatero, è certo che essa è perfettamente orientata e che
la faccia rivolta a settentrione è esattamente perpendicolare all'asse di
rotazione terrestre, anzi alla posizione di questo asse al tempo della sua
costruzione. Ed anche i costruttori medioevali non erano guidati da criterii
puramente estetici, e si preoccupavano dell'orientazione della chiesa, del
numero delle navate ecc.; e l'arte dei costruttori era posta in connessione con
la scienza della geometria. La squadra ed il compasso sono i due simboli
fondamentali di mestiere dell'arte muratoria; e la riga ed il compasso sono i
due strumenti fondamentali per la geometria elementare. La Bibbia afferma che
Iddio ha fatto omnia in numero, pondere et mensura; i pitagorici hanno coniato
la parola cosmo per indicare la bellezza del cosmo in cui riconoscevano una
unità, un ordine, un'armonia, una proporzione; e tra le quattro scienze
liberali del quadrivio pitagorico, cioè l'aritmetica, la geometria, la musica e
la sferica, la prima stava alla base di tutte le altre. ALIGHIERI (si veda) compara
il cielo del Sole all'aritmetica perché come del lume del Sole tutte le stelle
si alluminano, cosi del lume dell'aritmetica tutte le scienze si alluminano, e
perché come l'occhio non può mirare il sole così l'occhio dell'intelletto non
può mirare il numero che è infinito. Lasciando da parte ogni critica di questo
passo resta stabilita la posizione occupata secondo Dante dalla Aritmetica.
Tanto la Bibbia quanto l'architettura portavano alla considerazione dei numeri.
Oggi, anche rifiutando di riconoscere nel cosmo un'unità, un ordine,
un'armonia, una legge ed accettando solo un determinismo limitato dalla legge
di probabilità la fisica moderna si riduce sempre alla considerazione di numeri
e rapporti numerici; anzi non restano altro che quelli, e tanto Einstein quanto
Bertrand Russel hanno constatato e riconosciuto il ritorno della scienza
moderna al pitagoreismo. La stessa cosa era già stata detta dal WIRTH: «Comme la
méthode initiatique se refuse à inculquer qui que ce soit, il n'est guère
admissible qu'une doctrine positive ait été enseignée au sein des Mystères» (Le
livre du Maître). Il DEL CASTILLO invece sostiene senza
alcuna prova che la Massoneria ha preteso insegnare una tale dottrina segreta,
constata che di questa dottrina positiva non si trova traccia, ed invece di
riconoscere che la sua personale asserzione non ha fondamento, accusa la
Massoneria di millantato credito e di incapacità. O Vos qui cum Jesu itis, non
ite cum Jesuitis. ALGHIERI (si veda), Conv. REGHINI (si veda) - I Numeri Sacri
nella tradizione pitagorica massonica - Premesse Non stupisce quindi che
i liberi muratori identificassero l'arte architettonica con la scienza della
geometria e dessero alla conoscenza dei numeri tale importanza da giustificare
la loro pretesa tradizionale di essere i soli ad avere conoscenza dei «numeri
sacri». Dobbiamo per altro fare ancora alcune osservazioni. La geometria nella
sua parte metrica, ossia nelle misure, richiede la conoscenza dell'aritmetica;
inoltre l'accezione della parola geometria era anticamente più generica che ora
non sia, e geometria indicava genericamente tutta la matematica; di modo che la
identificazione dell'arte reale con la geometria, tradizionale in Massoneria,
si riferisce non alla sola geometria intesa nel senso moderno, ma anche alla
aritmetica. In secondo luogo dobbiamo osservare che questa relazione fra la
geometria e l'arte regia dell'architettura e della edificazione spirituale è la
stessa che inspira la massima platonica ACCADEMIA: NESSUN IGNARO DELLA
GEOMETRIA ENTRI SOTTO IL MIO TETTO. Questa massima è di attribuzione un po’
dubbia perché è riportata solo da un tardo commentatore: ma in opere che
indiscutibilmente appartengono a Platone leggiamo essere «la geometria un
metodo per dirigere l'anima verso l'essere eterno; una scuola preparatoria per
una mente scientifica, capace di rivolgere le attività dell'anima verso le cose
sovrumane», essere «perfino impossibile arrivare ad una vera fede in Dio se non
si conosce la matematica e l'astronomia e l'intimo legame di quest'ultima con
la musica. Questa concezione ed attitudine di Platone è la medesima che si
ritrova nella SCUOLA ITALA o pitagorica che esercitò sopra Platone grandissima
influenza, di modo che anche volendo sostenere che la Massoneria si sia
inspirata a Platone, si è sempre in ultima analisi ricondotti alla geometria ed
all'aritmetica dei pitagorici. Il legame tra la Massoneria e l'Ordine
pitagorico, anche se non si tratta di ininterrotta derivazione storica, ma
soltanto di filiazione spirituale, è certo e manifesto. ANGHERÀ (si veda) nella
prefazione alla ristampa degli Statuti Generali della Società dei Liberi
Muratori del Rito Scozzese Antico ed Accettato, già pubblicati in NAPOLI, afferma
categoricamente che l'Ordine massonico è la stessa, stessissima cosa
dell'Ordine pitagorico; ma anche senza spingersi tanto oltre l'affinità tra i
due ordini è sicura. In particolare l'arte geometrica della Massoneria deriva,
direttamente od indirettamente, dalla geometria ed aritmetica pitagoriche; e
non più in là, perché i pitagorici furono i creatori di queste scienze
liberali, a quanto risulta storicamente e secondo la attestazione di Proclo. Ad
eccezione di alcune poche proprietà geometriche attribuite, probabilmente a
torto, a Talete, la geometria, dice il Tannery, scaturisce completa dal genio
di Pitagora come Minerva balza armata di tutto punto dal cervello di Giove; ed
i pitagorici sono stati i primi ad iniziare lo studio dell'aritmetica e dei
numeri. Per studiare le proprietà dei numeri sacri ai Liberi Muratori e la loro
funzione in Massoneria, la via che si presenta spontaneamente è dunque quella
di studiare l'antica aritmetica pitagorica; e di studiarla sia dal punto di
vista aritmetico ordinario, sia dal punto di vista dell'aritmetica simbolica od
aritmetica formale, come la chiama Pico della Mirandola, corrispondente al
compito filosofico e spirituale assegnato da Platone alla geometria. I due
sensi si trovano strettamente connessi nello sviluppo dell'aritmetica
pitagorica. La comprensione dei numeri pitagorici faciliterà la comprensione
dei numeri sacri alla massoneria. LORIA, Le scienze esatte nell'antica
Grecia, 2a ed., Milano, Hoepli Reghini - I Numeri Sacri nella tradizione
pitagorica massonica La Tetractis pitagorica ed il Delta massonico La
Tetractis pitagorica ed il Delta massonico No, io lo giuro per colui che ha
trasmesso alla nostra anima la tetractys nella quale si trovano la sorgente e
la radice dell'eterna natura. Detti aurei. Riesumare e restituire
l'antica aritmetica pitagorica è opera quanto mai ardua, perché le notizie che
ne sono rimaste sono scarse e non tutte attendibili. Bisognerebbe ad ogni passo
ed affermazione citare le fonti e discuterne il valore; ma questo renderebbe la
esposizione lunga e pesante e meno facile la intelligenza della restituzione.
Perciò, in generale, ci asterremo da ogni apparato filologico, ci atterremo
soltanto a quanto resulta meno controverso e dichiareremo sempre quanto è
soltanto nostra opinione o resultato del nostro lavoro. La bibliografia
pitagorica antica e moderna è assai estesa, e rinunciamo alla enumerazione
delle centinaia di libri, studii, articoli, e passi di autori antichi e moderni
che la costituiscono. Secondo alcuni critici, storici e filosofi, Pitagora
sarebbe stato un semplice moralista e non si sarebbe mai occupato di
matematica; secondo certi ipercritici Pitagora non sarebbe mai esistito; ma noi
abbiamo per certa la esistenza di Pitagora, e, accettando la testimonianza del
filosofo Empedocle di GIRGENTI (si veda) quasi contemporaneo, riteniamo che le
sue conoscenze in ogni campo dello scibile erano grandissime. Pitagora di
CROTONE (si veda) visse nel sesto secolo prima di Cristo, fonda in Calabria una
scuola ed un ordine che Aristotile del LIZIO chiama scuola itala, ed insegna
tra le altre cose l'aritmetica e la geometria. Secondo Proclo, capo della
scuola di Atenee, è Pitagora che per il primo eleva la geometria alla dignità
di scienza liberale, e secondo Tannery la geometria esce dal cervello di
Pitagora come Athena esce armata di tutto punto dal cervello di Giove. Però
nessuno scritto di Pitagora od a lui attribuito è pervenuto sino a noi, ed è possibile
che non scrive nulla. Se anche è diversamente, oltre alla remota antichità che
ne avrebbe ostacolato la trasmissione, va tenuta presente la circostanza del
segreto che i pitagorici manteneno, sopra i loro insegnamenti, o parte almeno
di essi. Il fìlologo Delatte, in Études sur la littérature pythagoricienne,
Paris, fa una dottissima critica delle fonti della letteratura pitagorica; ed
mette in chiaro tra le altre cose che i famosi detti aurei o versi aurei,
sebbene sono una compilazione ad opera di un neo-pitagorico, permettono di
risalire quasi all'inizio della scuola pitagorica perché trasmettono materiale
arcaico. Questo saggio di Delatte è la nostra fonte principale. Altre antiche
testimonianze si hanno negli scritti di Filolao, di Platone, di Aristotile e di
TIMEO (si veda) di Tauromenia. FILOLAO (si veda), insieme al tarentino ARCHITA
(TARANTO (si veda)), uno dei più eminenti pitagorici nei tempi vicini a
Pitagora, TIMEO (si veda) è uno storico del pitagoreismo, ed il grande filosofo
Platone risenti fortemente l'influenza del pitagoreismo e 12 REGHINI (si
veda), I Numeri Sacri nella tradizione pitagorica massonicaLa Tetractis
pitagorica ed il Delta massonico] possiamo considerarlo come un pitagorico,
anche se non appartenente alla setta. Assai meno antichi sono i biografi di
Pitagora cioè Giamblico, Porfirio e Diogene, che sono dei neopitagorici e gli
scrittori matematici Teone da Smirne e Nicomaco di Gerasa. Gli scritti
matematici di questi due ultimi autori costituiscono la fonte che ci ha
trasmesso l'aritmetica pitagorica. Anche BOEZIO (si veda) ha assolto questo
compito. Molte notizie si debbono a Plutarco. Tra i moderni, oltre a Delatte ed
al saggio un po' vecchio di Chaignet su Pythagore et la philosophie
pythagoricienne, Paris, ed al Verbo di Pitagora di ROSTAGNI (si veda), Torino,
faremo uso dell'opera The Theoretic Arithmetic of the Pythagoreans, London del
dotto grecista Taylor che è un neo-platonico ed un neo-pitagorico; e tra gli
storici della matematica faremo uso delle Scienze esatte nell'antica Grecia,
Milano, Hoepli, di LORIA (si veda), e dell'opera A History of Greeck
Mathematics di Heath. Per la matematica l'unità è il primo numero della serie
naturale dei numeri interi. Essi si ottengono partendo dall'unità ed
aggiungendo successivamente un'altra unità. La stessa cosa non accade per
l'aritmetica pitagorica. Infatti una stessa parola, monade, indica l'unità
dell'aritmetica e la monade intesa nel senso che oggi diremmo meta-fisico; ed
il passaggio dalla monade universale alla dualità non è così semplice come il
passaggio dall'uno al due mediante l'addizione di due unità. In aritmetica,
anche pitagorica, vi sono TRE operazioni dirette: l'addizione, la
moltiplicazione e l'innalzamento a potenza, accompagnate dalle tre operazioni
inverse. Ora il prodotto dell'unità per sé stessa è ancora l'unità, ed una
potenza dell'unità è ancora l'unità. Quindi soltanto l'addizione permette il
passaggio dall'unità alla dualità. Questo significa che, per ottenere il due, bisogna
ammettere che vi possano essere DUE UNITÀ, ossia avere già il concetto del DUE
– cf. Kant: 1 + 1 = 2, sintetico a priori --, ossia, che la monade puo perdere
il suo carattere di unicità, che essa puo distinguersi e che vi puo essere una
duplice unità od una MOLTEPLICITÀ di unità. Filosoficamente si ha la questione
del MONISMO e del dualismo, meta-fisicamente la questione dell'essere (Grice,
“Aristotle on the mutliplicity of being”) e della sua rappresentazione,
biologicamente la questione della cellula e della sua riproduzione. Ora, se si
ammette la intrinseca ed essenziale unicità – the uniqueness of the king of
France (Grice) -- dell'unità, bisogna ammettere che un'altra unità non può
essere che una apparenza; e che il suo apparire è una ALTERAZIONE (othering –
Grice on ‘other than’) dell'unicità proveniente da una distinzione che la monade
opera in sé stessa. La coscienza opera in simil modo una distinzione tra l'IO
ed il “NON-IO.” (“I am hearing a sound”). Secondo il Vedanta advaita questa è
una illusione, anzi è la grande illusione (film francese), e non c'è da fare
altro che liberarsene. Non è però una illusione che vi è questa illusione,
anche se essa può essere superata. I pitagorici diceno che la diade è generata
dall'unità che si allontana o separa da sé stessa, che si scinde in due: ed
indicano questa differenziazione o polarizzazione con varie parole: DIERESI,
TOLMA. Per la matematica pitagorica l'unità non è un numero, ma è il principio,
l' di tutti i numeri, diciamo principio e non inizio. Una volta ammessa
resistenza di un'altra unità e di più unità, dall'unità derivano poi, per
addizione, il due e tutti i numeri. I pitagorici concivano i numeri come
formati o costituiti o raffigurati da PUNTI variamente disposti. Il punto è
definito dai pitagorici l'unità avente posizione, mentre per Euclide il punto è
ciò che non ha parti. L'unità è rappresentata dal punto ( = segno) od anche,
quando venne in uso il sistema alfabetico di numerazione scritta, dalla lettera
A od “α,” che serve per scrivere l'unità. Una volta ammessa la possibilità
dell'addizione dell'unità ed ottenuto il due, raffigurato dai due punti estremi
di un segmento di retta, si può seguitare ad aggiungere delle unità, ed
ottenere successivamente tutti i numeri rappresentati da due, tre, quattro...
punti allineati. Si ha in tal modo lo sviluppo lineare dei numeri. Tranne il
due che si può ottenere soltanto come addizione di due unità, 13 REGHINI
(si veda) - I Numeri Sacri nella tradizione pitagorica massonica - Cap. I - La
Tetractis pitagorica ed il Delta massonico tutti i numeri interi possono
essere considerati sia come somma di altri numeri; per esempio il cinque è 5 =
1 + 1 + 1 + 1 + 1; ma è anche 5 = 1 + 4 e 5 = 2 + 3. L'uno ed il due non godono
di questa proprietà generale dei numeri: e perciò come l'unità anche il due non
era un numero per gli antichi pitagorici ma il principio dei numeri pari.
Questa concezione si perdette col tempo perché Platone parla del due come pari
(1), ed Aristotile (2) parla del due come del solo numero primo pari. Il tre a
sua volta può essere considerato solo come somma dell'uno e del due: mentre
tutti gli altri numeri, oltre ad essere somma di più unità, sono anche somma di
parti ambedue diverse dall'unità; alcuni di essi possono essere considerati
come somma di due parti eguali tra loro nello stesso modo che il due è somma di
due unità e si chiamano i numeri pari per questa loro simiglianza col paio,
così per esempio il 4 = 2 + 2, il 6 = 3 + 3 ecc. sono dei numeri pari; mentre
gli altri, come il tre ed il cinque che non sono la somma di due parti o due
addendi eguali, si chiamano numeri dispari. Dunque la triade 1, 2, 3 gode di
proprietà di cui non godono i numeri maggiori del 3. Nella serie naturale dei
numeri, i numeri pari e dispari si succedono alternativamente; i numeri pari
hanno a comune col due il carattere cui abbiamo accennato e si possono quindi
sempre rappresentare sotto forma di un rettangolo (epipedo) in cui un lato
contiene due punti, mentre i numeri dispari non presentano come l'unità questo
carattere, e, quando si possono rappresentare sotto forma rettangolare, accade
che la base e l'altezza contengono rispettivamente un numero di punti che è a
sua volta un numero dispari. Nicomaco riporta anche una definizione più antica:
esclusa la diade fondamentale, pari è un numero che si può dividere in due
parti eguali o disuguali, parti che sono entrambe pari o dispari, ossia, come
noi diremmo, che hanno la stessa parità; mentre il numero dispari si può
dividere solo in due parti diseguali, di cui una pari e l'altra dispari, ossia
in parti che hanno diversa parità. Secondo l'Heath questa distinzione tra pari
e dispari rimonta senza dubbio a Pitagora, cosa che non stentiamo a credere; ed
il Reidemeister dice che la teoria del pari e del dispari è pitagorica, che in
questa nozione si adombra la scienza logica matematica dei pitagorici e che
essa è il fondamento della metafisica pitagorica. Numero impari, dice VIRGILIO
(si veda), Deus gaudet. La tradizione massonica si conforma a questo
riconoscimento del carattere sacro o divino dei numeri dispari, come risulta
dai numeri che esprimono le età iniziatiche, dal numero delle luci, dei
gioielli, dei fratelli componenti una officina ecc. Dovunque si presenta una
distinzione, una polarità, si ha una analogia con la coppia del pari e del
dispari, e si può stabilire una corrispondenza tra i due poli ed il pari ed il
dispari; cosi per i Pitagorici il maschile era dispari ed il femminile pari, il
destro era dispari ed il sinistro era pari.... I numeri, a cominciare dal tre,
ammettono oltre alla raffigurazione lineare anche una raffigurazione
superficiale, per esempio nel piano. Il tre è il primo numero che ammette oltre
alla raffigurazione lineare una raffigurazione piana, mediante i tre vertici di
un triangolo (equilatero). Il tre è un triangolo, o numero triangolare; esso è
il risultato del mutuo accoppiamento della monade e della diade; il due è
l'analisi dell'unità, il tre è la sintesi dell'unità e della diade. Si ha così
con la trinità la manifestazione od epifania della monade nel mondo
superficiale. Aritmeticamente 1 + 2 = 3. Proclo (5) osservò che il due ha un
carattere in certo modo intermedio tra l'unità ed il tre. Non soltanto perché
ne è la media aritmetica, ma anche perché è il solo numero per il quale accade
che PLATO dell’ACCADEMIA, Parmenide di VELIA, ARISTOTILE del LIZIO, Topiche,
HEATH, A History of Greek Mathematics, REIDEMEISTER, Die arithmetic der
Griechen, PROCLO, Comm. alla proposizione di Euclide, e cfr. TAYLOR, The
Theoretic Arithmetic of Pythagoreans, Los Angeles, REGHINI, I Numeri Sacri
nella tradizione pitagorica massonica, La Tetractis pitagorica ed il Delta
massonico sommandolo con sé stesso o moltiplicandolo per sé stesso, si
ottiene il medesimo resultato, mentre per l'unità il prodotto dà di meno della
somma e per il tre il prodotto dà di più, ossia, si ha: 1+1=2>1.1
; 2+2=4=2.2 ; 3+3=6. Grice: “Some of my Oxonian friends are masonic, and
some are Pythagorean!” Nome compiuto:
Lorenzo Fazzini. Laurentis Maria Antonius Fazzini. Fazzini. Keywords: la
matematica di Pitagora, Platone, aritmetica, geometria, definizione di assioma,
problema, lemma, numero, demonstrazione, ragione, postulato, numero sacro,
reghini – crotona, Taranto, aristosseno, meloponto filolao crotone crotona -- ecc.
Grice. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice. “Grice e
Fazzini” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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